
    Giorgio Rossi - Antonio Caprarica.
    LA RAGAZZA DEI PASSI PERDUTI.



    Copyright 1986 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano.
    Prima edizione Giugno 1986.
    Su concessione Arnoldo Mondadori Editore.














    Ci toccher dunque, sembra, pur che ne siamo capaci,  scegliere quali
    individui  per  la  loro  natura  siano  idonei a fare la guardia allo
    Stato.
    Ci toccher proprio.
    Per Zeus! feci io.  Non ci siamo assunti un incarico da  poco.  Non
    dobbiamo per perderci d'animo, almeno per quanto sta in noi.

    PLATONE, "La Repubblica". Libro secondo, 15.


    1.
    Il  vecchio  s'affacci sulla soglia della baracca di lamiera e l'aria
    sferzante   lo   svegli   del   tutto.   Rabbrivid,    ma   s'arrese
    all'imperiosit  di certi appuntamenti mattutini,  perci avanz verso
    il prato stringendosi nel  cappottone  informe.  Il  sole  ancora  non
    appariva  e  su  Roma  gravava  un cielo scuro e gelido come nemmeno a
    dicembre,  inverosimile per i primi di marzo.  Il vecchio se ne stette
    ritto contro le luci lontane della borgata,  oltre i campi,  poi se ne
    torn sui suoi passi.
    Le ruspe spedite dalla vecchia amministrazione comunale  per  spazzare
    via  le  baraccopoli  della  cintura  erano ormai soltanto un ricordo.
    Sotto gli archi dell'acquedotto Felice,  a met strada fra Cinecitt e
    la  linea  ferroviaria per il Sud,  e per tutta quella grama campagna,
    erano risorte e avevano  dilagato  tane  e  casupole  di  latta  e  di
    cartone.  Gli  abitanti  risultavano  iscritti nei registri di polizia
    come "privi di fissa dimora" ma questo non turbava nessuno di  loro  e
    tanto  meno  Vincenzo  Izzo  che  di  dimora,  in vita sua,  ricordava
    soltanto l'ospedale psichiatrico.  Vent'anni  di  inferriate,  che  ne
    avevano  tuttavia  fatto  un  uomo metodico,  abituato a rispettare le
    cadenze della propria esistenza anche adesso che  nessuno  pi  gliele
    imponeva.
    Rientr nella baracca e invece di accucciarsi di nuovo sulla brandina,
    sistemata  nell'angolo  pi  riparato,  accese  la  lampada a petrolio
    rimediata in un mucchio di immondizia.  Dal bottiglione posato  su  un
    tavolino  sghimbescio  vers  in  una  scodella  un  filo  d'acqua per
    bagnarsi gli occhi.  Nel sonno lo spago che gli reggeva i pantaloni si
    era un po' allentato, per cui dovette aprirsi il cappotto, tirar su le
    braghe e legarsele pi strette ai fianchi. A quel punto sent fame.
    Cominciava anche a far giorno. Una luce pi sporca che grigia filtrava
    da  un  cielo  incredibilmente  carico  di  neve.  Al  di l dei prati
    abbandonati alle erbacce e ai rifiuti presero forma le palazzine tozze
    della borgata,  e dietro ancora le alte torri dei quartieri dormitorio
    sulla  via Tuscolana,  i falansteri che avevano accompagnato la grande
    ondata migratoria degli anni cinquanta.  Il bar di Luigino  era  molto
    prima,  subito oltre la distesa degli sterpi,  e da l,  ogni mattina,
    cominciava la giornata del vecchio.  Di credito  nemmeno  a  parlarne,
    per Luigino non era contrario all'antico sistema del baratto.
    Che  cosa avesse da offrire il suo carretto di svuotacantine in cambio
    di un panino e di  un  caff,  Vincenzo  Izzo  non  sapeva  in  realt
    immaginarlo,  e nemmeno ci provava.  Scarti e stracci si ammucchiavano
    nel trabiccolo in assoluta mancanza di selettivit:  a  lui  importava
    solo  che  il  risultato  fosse  comunque qualcosa di caldo da mettere
    nello stomaco.  Con questo  preciso  obiettivo  si  mosse  anche  quel
    mattino.  A met del sentiero che attraversava i campi aveva rimediato
    soltanto un paio di bottigliette di succo di frutta vuote e un bottone
    d'osso affiorato da chiss  dove.  Ma  prometteva  bene  il  fagottino
    d'abiti che intravide sulla destra,  in mezzo a un cespuglio pi alto.
    Si avvicin in fretta. E fece un salto all'indietro.
    La ragazza giaceva sulla schiena,  gli occhi spalancati e  le  braccia
    abbandonate lungo il corpo,  leggermente discoste: la testa e le gambe
    affondavano tra le prime margherite fangose e i cardi selvatici,  cos
    che  dal  sentiero  era  quasi  impossibile vederla.  Il vecchio rest
    immobile.  La macchia rossoscura sul petto della ragazza  non  offriva
    dubbi  a  un  ex ospite del manicomio criminale di Barcellona Pozzo di
    Gotto. Gli bast fissarla un attimo,  dopo di che non stette nemmeno a
    chiedersi  che  cosa  fosse  successo o se per caso un minimo segno di
    vita scuotesse ancora quel corpo.  And  diritto  a  guardare  mani  e
    collo,   per  costatare  deluso  che  non  c'era  traccia  di  anelli,
    bracciali, collane. Poi,  metodico come sempre,  si chin alla ricerca
    della  borsetta  badando  a non sfiorare la rivoltella imperlata di un
    lucente velo di umidit.  Concluse la perlustrazione  tutt'attorno  in
    meno  di due minuti.  Soltanto allora si decise a riprendere la strada
    verso il bar di Luigino per  comunicare  la  sua  scoperta.  Comunque,
    senza fretta.

    Non c'era paura,  o dolore, gli parve, ma soltanto sorpresa: gli occhi
    della ragazza erano sgranati verso  il  cielo  bianchiccio,  cangianti
    nella  luce  opaca  di  una  stagione che rivoluzionava il calendario.
    Mariano Ragusa distolse lo sguardo dal viso della sconosciuta adagiata
    nell'erba ai suoi  piedi,  ripetendosi  che  non  ci  si  sarebbe  mai
    abituato.  Se  solo  fosse arrivata presto la promozione a procuratore
    capo l'avrebbe finita,  una volta per tutte,  di  visionare  cadaveri:
    ricordava  ancora  nitidamente,  e con angoscia,  il primo che gli era
    toccato.
    Si costrinse a studiarla. Vent'anni o poco pi.  La pelle intorno agli
    occhi  e  sul  collo  era  liscia  e compatta.  La fronte era chiara e
    convessa,  gli zigomi alti  incorniciati  da  una  matassa  di  lunghi
    capelli neri, le labbra aggressive. Dalla vita sottile sbocciavano due
    fianchi pronunciati e rotondi.  Le gambe erano lunghe, snelle. Con una
    specie di pudico ritegno Ragusa not che le falde della gonna scozzese
    a portafoglio si erano schiuse sopra le ginocchia e  la  gamba  destra
    piegata metteva a nudo l'interno della coscia.  Il golfino d'angoretta
    appariva  penosamente  inadeguato  all'inclemenza  della  stagione.  A
    dispetto  del  freddo un moscone solitario svolazzava intorno al grumo
    di sangue rappreso tra i seni,  sulla  camicetta.  Di  seta,  registr
    Ragusa.  S,  non  doveva  aver  sofferto,  almeno:  in  quel punto la
    pallottola aveva probabilmente  reciso  l'aorta  e  tutto  era  finito
    subito, in un momento.
    Per lui,  invece,  tutto cominciava adesso. Ragusa sospir al pensiero
    della fatica che l'inchiesta gli avrebbe imposto.  Come primo assaggio
    gli era toccato gettarsi fuori dal letto alle sette del mattino. E dio
    solo  sa se aveva bisogno di dormire,  con tutto il Brunello che aveva
    ingollato fino a notte fonda.  Evelina intanto se ne stava  al  caldo,
    sotto   le  coperte.   Si  era  limitata  a  tirargli  un  calcio  per
    costringerlo a rispondere al telefono e non aveva pi  dato  segni  di
    vita.  Nemmeno quando lui aveva sfogato il suo malumore spalancando le
    imposte e sbatacchiando ogni porta.
    Per strada l'umore di  Ragusa  era  peggiorato.  E  non  solo  perch,
    contrariamente  ai  suoi desideri e alle sue abitudini,  l'autista che
    era venuto a  prenderlo  lanciava  l'Alfetta  come  se  volesse  farla
    decollare.  Sul raccordo anulare,  dalla Nomentana fino alla Casilina,
    aveva contato ben tre posti di blocco,  uno  della  polizia,  due  dei
    carabinieri.  E  un paio di volte li aveva sorvolati il rumore di pale
    d'elicottero.  Lo aveva innervosito questo spiegamento di forze,  come
    se  Roma  fosse  stretta  d'assedio.  E  lo era davvero.  La caccia ai
    terroristi,  certo.  Ma con rancore lui si era chiesto se era  proprio
    destino  che  tutta  la sua vita dovesse scorrere tra bombe,  stragi e
    mitra spianati. Li impugnassero terroristi o poliziotti.
    Buongiorno, signor giudice.
    Si volt e si trov a due centimetri la  faccia  slavata  del  giovane
    Pincherle,  vice  capo  della  Squadra  Mobile.  Non  l'aveva  sentito
    arrivargli alle spalle.
    Buongiorno, rispose secco. Non gli era mai piaciuto molto ma avvert
    anche un certo sollievo: se gli avevano mandato tra i piedi Pescelesso
    voleva dire che a San Vitale giudicavano l'affare di poca  importanza.
    Tanto meglio. Meno da lavorare.
    Mi  scusi se non sono venuto subito a salutarla,  gli diceva intanto
    Pincherle,  ossequioso.  Ma    stato  un  disastro  organizzare  uno
    straccio di battuta su quest'iradiddio di prati. Peggio che cercare un
    ago  in  un  pagliaio.  Ho pochi uomini e c' tutta quella marmaglia,
    mosse la mano verso i gruppetti di  curiosi  fermati  dagli  agenti  a
    qualche  decina  di  metri,  da  tenere lontana.  Sono arrivati dalla
    borgata quando hanno saputo che la morta  una di loro.
    Una cosa alla volta, borbott Ragusa.  Non mi ha detto ancora chi 
    la morta.
    Ha ragione,  mi scusi.  Sa,  la confusione... Si chiama, si chiamava,
    Jolanda Giannone.  E' una di qua. Sfogli il blocknotes che stringeva
    fra le mani. Abitava in via delle Petunie, civico 22. L'ha trovata un
    barbone  e  poi  l'ha  riconosciuta un tizio che ha un bar in borgata,
    sulla  prima  strada  oltre  i  campi.   Ho  detto  alla  Centrale  di
    controllare  i  precedenti.  Della  morta  e  dei  vivi,  tanto  qua i
    precedenti ce l'hanno tutti.
    Come, riconosciuta? Non ce l'ha i documenti, la ragazza?
    Non ha niente,  nemmeno la borsetta.  E' per questo che ho messo  gli
    uomini a cercare in mezzo all'erba.  Saltasse fuori la borsa,  qualche
    traccia, che so... Per quanto, se una si vuole ammazzare, che se ne fa
    della borsetta?
    E' un suicidio?, chiese Ragusa. Ah, ma se lei ha gi fatto tutto ce
    ne possiamo andare a casa.
    Ma no, signor giudice, non mi fraintenda. Pincherle avvamp.  Non 
    mica  che  io  voglia  saltare subito alle conclusioni.  Dico solo che
    tutto lascia supporre...  Del resto,  non  l'ha  vista  anche  lei  la
    posizione del corpo? E la pistola? D proprio l'impressione che le sia
    sfuggita di mano dopo essersi tirato il colpo.
    Il bossolo l'avete trovato?
    Pincherle  ebbe  un  attimo  di  imbarazzo.  Non ancora,  strascic.
    Vicino al corpo non c'era.  Per potrebbe essere sotto: non l'abbiamo
    ancora spostato perch aspettavamo che arrivasse lei.  Comunque,  come
    le ho detto, stiamo cercando. Che vuole,  con tutta quest'erbaccia.  E
    poi  s'immagini  che  casino avranno fatto quelli che l'hanno trovata,
    questa poveretta.
    Chi  sarebbero?   Quei  due?  Accenn  col  mento  alla  coppia  che
    stazionava  dieci  metri  pi  in  l,  alle  spalle di Pincherle.  Il
    commissario annu.
    Andiamo a sentirli. Si spost,  lasciando campo libero al flash  del
    fotografo che lampeggiava sulla ragazza.
    Non dovette pensarci a lungo per ricordare dove aveva gi visto quella
    faccia.  Dallo sguardo che l'altro gli rimand cap che invece lui non
    lo aveva riconosciuto. Questo qua, dottore,  si chiama Vincenzo Izzo,
      stato  il  primo  a  vedere  il  cadavere,  gli  spiegava  intanto
    Pincherle,   indicando  uno  straccione  dalla  faccia  spaurita,   e
    quest'altro  il proprietario del bar...
    Luigi La Rizza, lo anticip l'uomo.
    Luigino.  Ragusa  calcol  che  erano passati vent'anni.  No,  di pi.
    Comunque un secolo.  Sono cambiato tanto che nemmeno lui mi riconosce,
    si disse,  e avvert una fitta.  E' naturale,  siamo cambiati tutti. E
    non solo le nostre facce.  Si accorse dello sguardo  interrogativo  di
    Pincherle  e  concentr la sua attenzione sul vecchio.  Il commissario
    gliene fece in quattro e quattr'otto un  quadro  clinico  da  rottame.
    L'uomo  se  ne stava a sentire come se la cosa non lo riguardasse,  le
    guance ispide cadenti,  l'occhio fisso a terra,  le mani luride inerti
    lungo il cappottone sdrucito.  Ragusa decise che l'uso del lei sarebbe
    stato un vezzo superfluo.
    Sicch tu vivi qui a due passi.  E  non  hai  sentito  niente  questa
    notte, nessun rumore?
    Il  vecchio scosse la testa deciso,  senza sollevarla.  Tremava,  e le
    tempie gli pulsavano sotto il peso  di  ricordi  improvvisi  di  altre
    domande, altri interrogatori di tanto tempo prima.
    Sei  proprio  sicuro?  Eppure,  nel silenzio,  uno sparo qui dovrebbe
    sentirsi bene. O sei andato a dormire ubriaco?
    Esit un momento,  come  se  riflettesse  su  quale  risposta  potesse
    convenirgli  di pi.  Alla fine si decise a farfugliare: Avevo bevuto
    un po' di vino.
    Gliene avevo dato io una bottiglia.  Almeno avrebbe sentito  meno  il
    freddo, intervenne Luigino. Pincherle scatt su come una vipera.
    A te nessuno ti ha chiesto niente.  Stai tranquillo, che arriva anche
    il tuo turno, e sottoline minaccioso le ultime parole.
    D'accordo, allora non hai sentito niente, riprese Ragusa fissando lo
    straccione.  E non hai nemmeno trovato niente  vicino  alla  ragazza?
    Pensaci bene.
    Dalla vivacit e prontezza dei dinieghi, Ragusa si convinse che per il
    momento  non ne avrebbe cavato altro.  Dentro di s sped il vecchio a
    raggiungere al pi presto le ossa della  madre  su  cui  continuava  a
    giurare e spergiurare.
    Stia tranquillo, signor giudice, me lo porto in Questura e ricomincio
    daccapo, gli promise Pincherle. E quest'altro non vuole sentirlo?
    Luigino  sembrava  che aspettasse quel momento per mettersi in mostra.
    Ragusa non lo guard. E lui che c'entra in questa faccenda?,  chiese
    al commissario.
    Dice  che l'ha avvertito il vecchio,  che  corso a vedere quando gli
    ha detto della ragazza morta nel prato.  Giura che non  immaginava  di
    chi si trattasse. Per ammette che quella Jolanda la conosceva.
    Per forza dovevo conoscere quella povera ragazza, disse Luigino. In
    questa  zona  ci  sto da dieci anni,  nel mio bar ci sono passati e ci
    passano tutti i ragazzi della borgata.  La Jolanda l'ho vista crescere
    e  diventare  quel  pezzo  di  figlia  che si era fatta.  Con tutto il
    rispetto per la morte,  signor giudice,  non penser che un bocconcino
    come quello facesse la monaca di clausura, no? Met quartiere, la met
    maschile,  si capisce, e fece un sorrisetto osceno, ci si  lucidata
    gli occhi addosso. Come facevo a non conoscerla?
    Ragusa consider che non aveva visto segni di violenza sulla  ragazza.
    Ma  non  rinunci  all'occasione  di  fargli paura.  E se qualcuno di
    quella met maschile non si fosse accontentato di lustrarsi gli  occhi
    e l'avesse trascinata qui nel prato?
    Si  vede che non la conosceva,  disse Luigino senza scomporsi.  Non
    era il tipo da lasciarsi forzare, quella.  E poi,  con suo fratello in
    circolazione chi si sarebbe azzardato? E' uno che non scherza.
    E  come  mai lei si  precipitato qui,  invece di avvertire subito la
    polizia?
    Mi scusi,  signor giudice,  ma lei lo prenderebbe per oro  colato  il
    racconto  di  un disgraziato uscito dal manicomio?  Volevo accertarmi,
    essere sicuro che non se la fosse inventata,  la  morta  in  mezzo  ai
    campi. Tutto qui. Io sono un cittadino onesto e se dico che sono amico
    della polizia, scand la frase con intenzione, lei pu credermi.
    Il  soprabito  di  montone  che  indossava era un po' liso ma di buona
    qualit, e il brillante che esibiva, gesticolando, al mignolo sinistro
    non sembrava un fondo di  bicchiere.  Ragusa  sorrise  tra  s,  senza
    dispetto.  Eccone un altro che aveva fatto il viaggio completo, andata
    e ritorno sul trenino della  rivoluzione.  Nel  caso  di  Luigino,  da
    borgata  a borgata,  con tappa intermedia presso la Questura centrale.
    La vita era  stata  generosa  con  lui,  dal  momento  che  gli  aveva
    consentito  di  realizzare  la sua vocazione: vendere informazioni.  E
    teste. I tempi, pens il giudice,  facevano di nuovo rendere bene quel
    commercio.
    Si  rivolse a Pincherle.  Porti anche lui in Questura e poi mi faccia
    avere il verbale dell'interrogatorio assieme al suo rapporto.
    Senz'altro,  signor procuratore.  Li avr per domattina.  Lei che  fa
    adesso? Torna in citt?
    No. Voglio vedere la famiglia della ragazza.
    Pensavo di andarci appena finito qui.
    Come  crede.  Io comunque la precedo.  Mi interessa capire di persona
    che gente . Per favore dia l'indirizzo all'autista. Arrivederci.
    Si avvi verso le macchine posteggiate  sui  bordi  della  Casilina  e
    lasci  che  l'irritazione per la levataccia,  il cadavere,  Pincherle
    alimentasse la sua inclinazione alla malinconia.  Dove aveva letto che
    ogni  uomo si porta addosso la sua infanzia come un secchio rovesciato
    sulla testa,  che continua a sgocciolare per tutta la  vita?  S,  era
    vero,  era  proprio  cos.  Ma  non  solo l'infanzia,  ogni attimo del
    passato poteva trasformarsi in una goccia  che  d'improvviso  scendeva
    lungo  il  collo,  gelida e stranamente appiccicosa,  gi fin sotto la
    camicia.  Rivide lo stanzone del collettivo nella  fabbrica  di  birra
    abbandonata  sulla  via  Collatina.  E i ragazzi,  i compagni.  Marco,
    Cecilia, Mario,  Adriana,  Enzo...  Di Cecilia si era innamorato senza
    nemmeno averla vista in faccia, l'affare di cuore pi misterioso della
    sua  vita.  Una  sera  era saltata l'elettricit e avevano riempito lo
    stanzone di candele.  Lui era  arrivato  tardi  e  girando  gli  occhi
    intorno  aveva  inquadrato  la  figuretta  rannicchiata contro il muro
    nell'angolo pi lontano dalla luce.  Nel gioco delle ombre riusciva  a
    indovinare   soltanto   i   contorni,   ingoffiti   dall'abbigliamento
    invernale,  e ogni tanto i riflessi ramati di lunghi capelli  castani.
    Per tutta la durata della riunione non aveva mai staccato gli occhi da
    quell'angolo,  obbedendo  a  un  impulso  indecifrabile,  allora e per
    sempre. Alla fine le si era avvicinato, scoprendo due occhi a mandorla
    e un sorriso che pareva aspettarlo.
    Cecilia,  e subito dopo Alfredo.  Erano quelli che aveva amato di pi.
    Con  Alfredo aveva litigato una volta sola.  Per Luigino,  il compagno
    Luigino.  Tra loro era l'unico che  non  fosse  studente,  l'unico  ad
    essere  veramente  povero.  Sembrava  uscito  dai  libri di Fanon,  un
    "dannato della terra" a Tiburtino terzo.  Quando propose di  andare  a
    mettere una bomba sotto la macchina del direttore della Face Standard,
    "solo  un  petardo  per  spaventarlo",  li conquist senza pi scampo.
    Tutti.  Tranne Ragusa.  Lo cacciarono come un vigliacco e  fu  la  sua
    salvezza:   gli   altri   finirono  in  galera  ventiquattr'ore  dopo,
    infilandosi come topi nella trappola di Luigino.  Gi,  magari  doveva
    ringraziarlo se adesso faceva il giudice.
    Il  furgone  mortuario  gli  venne  incontro  sobbalzando sul sentiero
    stretto. Dovette scostarsi per lasciarlo passare. E not che qualcuno,
    per strano che fosse,  si era  finalmente  preoccupato  di  tirarlo  a
    lucido.

    L'Alfetta  svolt  l'angolo e prosegu lenta.  Via delle Petunie.  Non
    c'era una targa,  soltanto un nero stampatello ricalcato di sbieco sul
    muro  di  una  casa.  Ragusa  si chiese quale perversa fantasia avesse
    appiccicato a quelle strade una delicata toponomastica  floreale.  Gli
    scossoni  della  macchina  sul  selciato  sconnesso  lo  costrinsero a
    prendere atto della desolata vuotezza del  suo  stomaco.  Aveva  fatto
    appena in tempo a mandar gi una tazza di caff prima che passassero a
    prenderlo:  perci  guard  pi  attento le file basse di palazzine ai
    lati della strada nella speranza di adocchiare l'insegna  di  un  bar.
    Niente.  Le facciate scrostate e stinte delle case, quasi mai pi alte
    di tre piani,  inalberavano  soltanto  mutande,  sottovesti,  lenzuola
    lavate di fresco. A sinistra, dietro il sipario sudicio degli edifici,
    la  campagna riprendeva a correre verso i ruderi dell'acquedotto.  Che
    razza d'idea andare ad ammazzarsi in mezzo ai campi.  Se  poi  davvero
    s'  ammazzata,  postill mentalmente Ragusa: per quanto,  guardandosi
    attorno,  cominciasse a intravedere  pi  di  una  ragione  capace  di
    spingere una ragazza a farla finita. Istintivamente si mise in guardia
    contro  il  pericolo  della compassione: in fin dei conti,  se la sar
    cercata.
    L'autista, un giovanotto sbarcato a Roma con l'ultima leva di polizia,
    parl senza guardarlo,  quasi avesse seguito i suoi pensieri e volesse
    spiegargli come va il mondo.  Qua, dott, fanno tutte le puttane. E i
    mariti e i fidanzati i pappa.
    E anche i ladri e gli spacciatori, Marongiu?
    Si capisce,  rispose pronto l'autista.  Con  un  attimo  di  ritardo
    s'accorse  della  sfumatura  ironica nella voce del giudice: gli gett
    uno sguardo con la coda dell'occhio e non apr pi bocca.  Per  strada
    c'era poca gente.  Lontano,  per,  verso il fondo,  Ragusa scorse una
    piccola folla intabarrata, come in attesa,  sul marciapiede di destra.
    Doveva  essere  l,  naturalmente.  Fece  un  segno  con  l'indice  al
    conducente.  Ma anche quello aveva tenuto gli occhi aperti e l'Alfetta
    gi filava,  lampeggiando a sirene spente, verso le figure infagottate
    mezzo chilometro pi avanti.
    Le mosche sul miele, borbott Ragusa con fastidio.
    Dott, non ho sentito, come ha detto?
    Niente, lascia perdere.
    La macchina s'inchiod stridendo all'altezza del 22.  Il capannello di
    donne  sulla  soglia  dell'androne privo di battenti si fece da parte.
    L'eco di conversazioni a mezza voce guidava fino  all'appartamento  al
    secondo piano,  la porta spalancata sotto la sorveglianza ciarliera di
    un altro drappello  di  nerovestite.  Ragusa  le  scans  imbarazzato,
    approfittando dell'arrendevolezza imposta dalla divisa di Marongiu,  e
    mise piede in  un  ingressino  che  lo  accolse  con  una  zaffata  di
    candeggina.
    Il  freddo dell'appartamento testimoniava di una parsimoniosa gestione
    del riscaldamento. Dal vetro incorniciato nella prima porta a sinistra
    filtrava la luce di quel  mattino  smorto,  disegnando  a  malapena  i
    profili di altre tre porte chiuse sui lati dell'ambiente quadrato.  Si
    sent il rumore dello sciacquone del water,  una chiave  girare  nella
    toppa  e  subito dopo una donna piccola e grassa s'affacci dall'uscio
    centrale.  Le due ombre che si trov davanti la lasciarono  un  attimo
    interdetta,  poi  dovette  scorgere  nella  semioscurit la divisa del
    poliziotto perch si avvi beccheggiando verso la porta  a  vetri,  la
    tenne aperta e pigol: Maria, ci sono i questurini.
    Al  di  l  dell'ingombrante sagoma rimasta sulla soglia della stanza,
    Ragusa pot contemplare la solita scena che nella sua iconografia  dei
    casi   criminali   andava   di  rigore  sotto  il  titolo  "lamento  e
    consolazione".  Attorno al tavolo di frmica bianca della cucina,  due
    donne  incappottate  dall'et  indefinibile e un gigante in blusone di
    cuoio,  con una spruzzata di bianco sui capelli,  premevano attorno  a
    una  sottile figura femminile: l'annuncio la costrinse a sollevare gli
    occhi e lui fu colpito dalla loro totale assenza d'espressione.
    Sono  il  sostituto  procuratore  Ragusa,   disse   correggendo   la
    presentazione.  C'era odore di cucina ma anche di buon caff in quella
    stanza. La signora Giannone?
    S, sono io,  conferm la donna.  La voce risuon rozza e sgradevole
    in  palese  contraddizione  con  il fine ovale del volto e l'incarnato
    ancora giovanile, quasi trasparente.  Non aveva nulla della sensualit
    che  la figlia rivelava anche nello stolido appiattimento della morte:
    probabilmente,  non ne aveva mai avuta.  Per le  somigliava  comunque
    moltissimo.  E  forse con gli anni anche gli zigomi alti della ragazza
    si sarebbero afflosciati,  come nell'immagine appassita  della  madre,
    piegando verso il basso la linea dei larghi occhi grigi.
    Mi dispiace per quello che  successo a sua figlia, disse Ragusa. Ne
    ebbe in risposta uno sguardo asciutto per cui si chiese quanto davvero
    dispiacesse a lei. Dovrei farle qualche domanda, se se la sente.
    Lei  accenn  di  s e la schiera dei consolatori si mosse fuori dalla
    stanza.  Il gigante dal  giaccone  di  cuoio  sfior  il  giudice  con
    un'occhiata  ruvida,  poi si decise a uscire anche lui: Maria,  se ti
    serve, sono dietro la porta.
    Marongiu chiuse l'uscio e ci si piazz davanti mentre Ragusa  prendeva
    posto su una delle sedie di paglia,  davanti alla donna. La cucina era
    piccola e opprimente e i pochi mobili smangiucchiati dai tarli. Su una
    parete c'era l'immagine di una Madonna con il cuore rosso trafitto  da
    una freccia e l'espressione estatica. Ragusa tir fuori dalla cartella
    un  blocco  per  appunti  e  lo apr sul tavolo dove il ferro da stiro
    aveva lasciato numerose impronte.  Anche la donna congiunse sul tavolo
    le mani gonfie e arrossate.
    Quanti anni aveva sua figlia, signora?
    Doveva farne ventidue ad aprile, il sedici.
    Era nata in questo quartiere?
    No.  Noi  non siamo di Roma.  Veniamo da Giugliano,  vicino a Napoli.
    Jolanda  nata  l.  Lo  disse  senza  emozione,  come  un  impiegato
    dell'anagrafe.
    E quando vi siete trasferiti?
    Cinque anni fa.  L non si poteva pi campare, spieg con accentuata
    inflessione dialettale.
    Perch? Suo marito non aveva lavoro?
    Ce l'aveva, eccome.
    E allora, cos' successo?
    Che me l'avete messo in galera,  ecco cos' successo.  La  voce  non
    ebbe  nessuna  impennata.  Parlava  senza  risentimento,  come  se non
    potesse esserci rimedio  ai  soprusi  che  accomunavano  in  un'unica,
    collettiva  responsabilit  tutti  i  giudici  e tutti i poliziotti di
    questo mondo. Non aveva fatto niente, per me l'avete messo in galera
    lo stesso.  E io sono rimasta con due creature  che  non  sapevo  come
    dargli da mangiare.
    Ragusa  ascoltava  distratto la recriminazione,  colpito dall'evidenza
    dei  nessi  che  la  donna,  lo  volesse  o  no,  lasciava  affiorare.
    Giugliano,  la  galera,  la data coincidente con l'ultimo grande blitz
    contro la camorra. Pincherle la faceva forse troppo semplice?
    Senta, signora.  Io non sono qui per scoprire che cosa ha fatto o non
    ha fatto suo marito. E' un affare che non mi riguarda. Per sua figlia
      finita  con  una pallottola in mezzo al petto e io voglio sapere se
    l'ha fatto da sola o se la mira l'ha presa qualcun altro.  Pu essere,
    non  lo  so ma pu essere,  che la ragione per cui suo marito  andato
    dentro c'entri in qualche modo.  Perci mi dica con precisione di  che
    cosa lo hanno accusato.
    Io non lo so,  di che cosa lo accusano.  So solo che  un lavoratore,
    che vuole bene ai figli e non ha fatto niente.  Strinse  testarda  le
    mani  sul  tavolo.  Poi  sembr  pensarci un momento e aggiunse con la
    stessa voce piatta: Dicono che fa  parte  della  camorra.  E  perch,
    basta nascere a Giugliano per essere della camorra?.
    Ci aveva azzeccato,  si disse. Ora doveva insistere, premerla fin dove
    poteva. Gliel'ho detto, io non devo fare il processo a suo marito. Ma
    se vuole la verit sulla morte di sua figlia  bisogna  che  mi  aiuti.
    Lasciamo stare la camorra e facciamo quest'ipotesi: qualcuno ha deciso
    di  far  pagare  a  Jolanda  uno sgarro,  uno sgarbo che potrebbe aver
    commesso il padre. E' sicura di non saperne nulla?
    Lo guard per la prima volta con un lampo  di  furbizia  negli  occhi,
    anche se parve affrettarsi a ricacciarlo indietro.
    Pino mio non ha mai fatto niente a nessuno.  E di come  morta quella
    disgraziata non m'importa.
    Lo disse  con  aria  definitiva,  e  la  violenza  placida  di  quella
    dichiarazione costrinse Ragusa a cambiare il corso delle domande.
    Non voleva bene a sua figlia, signora Giannone?
    Perch,  lei  me  ne voleva?  Entrava e usciva da questa casa come se
    fosse un albergo e quando le chiedevo qualche lira mi rideva in faccia
    e mi diceva che dovevo darmi da fare come lei.  Per tirare  avanti  mi
    tocca  andare  in giro a fare la serva,  mentre lei si dava le arie da
    gran signora e cambiava ogni giorno gonna e camicetta.  A me,  nemmeno
    una permanente... Stillava rancore da ogni parola.
    Dove li trovava questi soldi? Aveva un lavoro?
    Gli fece perfino un sorrisetto esperto.  L'ha vista,  no?  A me certo
    non poteva venire a dirmelo,  dove li trovava. Lasci che il silenzio
    sottolineasse  l'allusione,  poi  riprese:  Comunque,  aveva anche un
    lavoro,  gliel'avevano trovato certi amici di mio marito  nell'ufficio
    di un signore.  Perch Pino stravedeva per lei, Ragusa sent di nuovo
    l'astio nella voce,  l'aveva fatta studiare,  non le aveva mai  fatto
    mancare  niente.  Lui  sperava  che  si sarebbe sistemata e ci avrebbe
    aiutato, a me e a Ciro. E' l'altro figlio mio, quindici anni.
    Chi  la persona per la quale lavorava Jolanda?
    E come faccio a dirlo,  se non lo so?  Secondo lei non mi riguardava,
    era  una cosa tra lei e suo padre.  Per so che da un po' di tempo non
    stava pi da questo signore,  che aveva cambiato lavoro.  E dopo tante
    arie faceva pi o meno quello che faccio io.
    Che vuol dire?
    Da qualche mese era cambiata. E una volta si lament con me, mi prese
    a  male parole.  Disse che era tutta colpa nostra se faceva uno schifo
    di vita e che mio marito aveva proprio begli amici,  prima le  avevano
    promesso  chissacch  e  poi  l'avevano mandata a pulire i cessi degli
    onorevoli.
    Degli onorevoli? Ragusa riusc a controllare lo  stupore.  I  cessi
    degli onorevoli?
    Fu lei, ora, a guardarlo sorpresa. Ma s, come si chiama, la Camera.
    Vuol dire che sua figlia lavorava a Montecitorio?
    Io  non so proprio niente di questo monte come si chiama.  Jolanda mi
    disse solo quello che ho riferito.  Proprio cos: che lei non  era  il
    tipo  da  lavare i cessi degli onorevoli e piuttosto che fare la serva
    in quel posto s'ammazzava.
    Era la prima volta che minacciava di suicidarsi?
    S, gliel'ho detto che fino allora si dava le arie della dama bianca.
    Cambi da un giorno all'altro e non mi voleva nemmeno stare a  sentire
    quando  le dicevo che un posto fisso  sempre una benedizione.  Tu sei
    una poveraccia,  non puoi capire,  diceva,  e mi sbatteva la porta  in
    faccia. Ecco quello che ci ha guadagnato.
    Mise  una  mano  nella  tasca  della  vestaglietta di flanella azzurro
    stinto,  ma  Ragusa  aspett  inutilmente  che  ne  tirasse  fuori  un
    fazzoletto,   come  aveva  immaginato.   Per  lei  la  vita  era  pura
    contabilit e su quella di sua figlia aveva gi tirato,  una volta per
    tutte,  la  riga  rossa  del  fallimento.  "Dimentic il guadagno e la
    perdita...",  ma a lei non accadr mai,  si disse,  meravigliandosi di
    come quel verso avesse superato gli abissi della memoria per tornare a
    galleggiargli in superficie.
    Vorrei vedere la camera di Jolanda, se non le dispiace.
    La  donna si alz senza rispondergli e lui la imit.  Marongiu apr la
    porta.  Con la sua scorta attraversarono l'ingressino sotto lo sguardo
    diffidente del gigante dal ciuffo bianco che aveva mantenuto per tutto
    quel  tempo la vigilanza promessa.  La camera di Jolanda si apriva sul
    lato opposto alla cucina, ed era di Jolanda per modo di dire.  Intanto
    i  due  lettini  disposti ad angolo retto chiarivano a sufficienza che
    fratello e sorella  dividevano  la  stanza.  Ma  soprattutto  appariva
    evidente che la spartizione era risultata ineguale,  sancendo un netto
    predominio dell'elemento maschile,  dalle scarpacce sparpagliate sotto
    i letti ai poster della "A. S. Roma" affissi alle pareti.
    Dormiva qui. La madre indic il letto a fianco alla porta. Le volte
    che si degnava.
    E la sua roba?
    Qui ci teneva poco,  rispose aprendo l'anta a specchio di un armadio
    decrepito.  Ragusa vide appesi alle grucce due abiti  modesti  e,  sul
    fondo, un paio di borsette. Vuote, come si accert.
    Tutto qui?
    Gliel'ho detto.  La roba buona, i vestiti di seta, le borse di pelle,
    le scarpe fine non le lasciava da me.  Gliele  potevo  rubare,  no?  E
    adesso chiss chi se le gode.
    Ragusa  tir un lungo respiro di sollievo quando finalmente sedette in
    macchina.  Si era aspettato qualcosa di sgradevole,  ma  non  di  quel
    genere. Era curioso di capire che razza di figlio avesse partorito una
    donna cos.  Pincherle se ne sarebbe occupato.  C'erano almeno un paio
    di cose da chiarire e il giovanotto,  il Ciro,  avrebbe  forse  potuto
    aiutarlo.  Caro  Pincherle,  sar  come dici tu che s' ammazzata,  ma
    almeno voglio capire perch. Ma dove erano finiti i bar?
    Marongiu, vedi se trovi un caff, ho una fame che svengo.
    Veramente,   cominciava  ad  avere  anche  sete.   Diede   un'occhiata
    all'orologio,  calcol  che  di  l  a  un'ora  avrebbe potuto sedersi
    davanti a un piatto di bucatini col pecorino e a un rosso  altrettanto
    corposo, e cambi idea.
    Tira dritto in Procura.
    La trattoria, per fortuna, era appena a cento metri dall'ufficio.


    2.
    Distolse  gli  occhi  dallo  specchio.  Era  come  sempre: le palpebre
    gonfie, i capelli arruffati, le gote giallastre. Ogni volta, alla luce
    del mattino, quell'immagine gli procurava una sorta di incontrollabile
    repulsione e ogni volta, con il rasoio in mano, rinnovava il suo rito.
    Sollevava lentamente lo sguardo,  lo faceva correre lungo il bordo del
    lavandino  sfiorando  gli  oggetti consueti,  la schiuma da barba,  il
    tubetto ammaccato del dentifricio, il flacone della lozione, e tentava
    di concentrarsi: se una volta fosse riuscito a  raccogliersi  in  modo
    assoluto,  se la forza del suo pensiero fosse diventata aguzza come un
    laser,  quando avesse infine alzato gli occhi lo specchio gli  avrebbe
    restituito   una   fisionomia   diversa  e  amica,   l'antico  sorriso
    conquistatore, non quel volto precocemente distrutto.
    Nemmeno questa volta c'era riuscito e il suo malumore  aument.  Aveva
    ancora  in bocca il sapore amaro del vino e la lingua secca dalla sete
    e dal sonno.  Corrug la fronte,  provando a orientarsi,  a riordinare
    qualche  brandello  di  quel  che era accaduto,  del lavoro - ma quale
    lavoro?  - al quale si sarebbe dovuto dedicare: frantumi  sparpagliati
    di un puzzle,  gesti vaghi,  immagini nebbiose.  La porta del bagno si
    socchiuse e fece capolino la testa rossa e scompigliata di Evelina. Lo
    fissava stordita,  gli occhi pesti,  i residui del fondo  tinta  sulle
    guance pallide,  fitte di efelidi.  Un gruppo di frammenti si riordin
    rapido come in un gioco elettronico, in una vampata di furore.
    Puttana, sibil.  Non aveva tutto chiaro.  Solo sensazioni ruotavano
    nel mare incerto della memoria,  ma c'erano sequenze che premevano: il
    senso di solitudine nel letto vuoto e poi i  movimenti  silenziosi  di
    lei che si spogliava nella penombra dell'alba, lo sforzo spossante per
    riassommare  dai  sogni  e  dall'alcool  domande  sconnesse e risposte
    ambigue,  il ricordo maligno di un giovane dai fianchi snelli,  amante
    del passato forse ancora pronto al richiamo di lei.
    Stronzo, disse Evelina. Che vuoi da me? Che ti rode?
    Troia. Mi rode che sei troia. Da chi ti stai facendo scopare, adesso?
    Sempre  da  quel  ragazzetto?  Le  vene,   sulle  tempie,   battevano
    dolorosamente e il rombo del cervello si faceva insopportabile.
    Senti, stronzo. Non mi chiamare troia. Io non ti chiamo impotente. Ma
    ogni tanto anch'io ho qualche necessit.  Quanto tempo riesci a  stare
    lontano dal vino?  Se tu bevessi tanto vino quanto sesso mi dai,  dopo
    un po' saresti disintossicato. Invece di buttarti via e di trovarmi un
    altr'uomo,  ogni tanto,  come dici tu,  mi faccio scopare.  Una  bella
    scopata e via. Ma dopo ti amo ancora di pi. E vorrei scopare solo con
    te  che  sei il mio uomo.  E poi non  detto che ogni volta che faccio
    tardi  perch sto nel  letto  di  qualcuno.  Qualche  volta  ho  pure
    bisogno  di  trovarmi  con  gente  che  ride,   che  non  ha  problemi
    angosciosi,  che si diverte e che mangia in trattoria e se si  ubriaca
    una  volta  ogni  tanto  lo  fa allegramente,  senza scatenare risse o
    insultare la gente.  Non mi devi dire troia.  E gurdati.  Non lo vedi
    quanto ti fa star male il vino?
    L'ira  di Ragusa era gi scomparsa,  il cervello si andava snebbiando.
    Il puzzle si ricomponeva,  i frammenti prendevano il  loro  posto,  la
    luce  della  memoria si accendeva appena offuscata dal normale torpore
    mattutino.  C'era stata quella brutta giornata  in  periferia.  E  poi
    c'era  stata  Evelina,  che  era uscita senza lasciargli un biglietto,
    come altre volte faceva. Quel letto vuoto, nel mezzo della notte,  gli
    aveva riproposto tutta l'angoscia del viaggio di ritorno verso casa in
    campagna,   attraverso   il   raccordo   anulare,   la   Nomentana   e
    l'interminabile strada racchiusa tra due file di pini e  di  cipressi,
    aggrappato al volante per vincere sonno e ubriachezza. E adesso si era
    lasciato  andare,  vergognosamente.  Si rase con cura,  si sciacqu la
    faccia con l'acqua gelida,  la bocca con il collutorio e si  pass  la
    spazzola sui capelli. Lo specchio gli rimandava ora l'immagine non pi
    ostile  di  un  volto segnato ma ancora giovane,  gli occhi azzurri un
    poco arrossati,  ma tranquilli,  i denti bianchi,  i capelli  lisci  e
    chiari.  Evelina  stava  aprendo  un  armadio  nel  corridoio  e  lui,
    passando,  le diede una timida pacca sulle natiche.  Lei gliele spinse
    contro l'inguine e gir la testa di lato per baciarlo.

    Lo  baci  ancora  quando  ferm  la  macchina in mezzo al traffico di
    piazzale Clodio,  poco distante dal massiccio palazzo della Procura  e
    rest a guardarlo mentre si allontanava.  Ragusa fece a piedi le scale
    di travertino sgomitando tra la gente che saliva e scendeva. Un bruso
    incessante riempiva  aule,  piane.rottoli  e  corridoi.  Il  minuscolo
    ingresso  davanti  al suo ufficio era stato trasformato,  mediante una
    scaffalatura metallica,  in un vano supplementare dove trovavano posto
    a  malapena  una  scrivania  e  una  sedia.  Mancuso  stava leggendo i
    giornali e si alz in piedi, porgendoglieli.
    Salutandolo con un sorriso,  Ragusa pens che  almeno  in  questo  era
    stato  fortunato.  Una  volta  ogni  sostituto procuratore aveva a sua
    disposizione un  graduato  della  polizia,  dei  carabinieri  o  della
    Finanza a fargli da aiuto e da cancelliere,  ma le cose erano cambiate
    quando ci si era accorti  che  in  troppi  casi  comandi,  servizi  di
    sicurezza  e  personaggi  vari erano ben al corrente di quel che stava
    facendo o aveva in animo di fare la Procura.  Perci si era deciso che
    soltanto civili,  assunti attraverso misteriose selezioni governative,
    potessero fungere da collaboratori ma la  qualit  lasciava  sempre  a
    desiderare.  Lui  era riuscito per vie traverse a trattenere con s il
    vecchio Mancuso,  ex maresciallo di Finanza  in  pensione,  attento  e
    taciturno,  dalle  mille  conoscenze  e dalle infinite risorse.  Entr
    nell'ufficio e si chiuse la porta alle spalle.  C'erano pile di  libri
    un  po'  dovunque e mucchi di fascicoli sulla scrivania e su due delle
    tre sedie. La biblioteca, che occupava tutta la parete di fondo,  e un
    tavolinetto  con una macchina da scrivere rendevano ancora pi piccola
    la stanza.
    Con un sospiro, Ragusa sedette sulla poltroncina dietro la scrivania e
    cominci a sfogliare i giornali.  Il giorno prima gli attentati  erano
    stati  due,  con  un direttore di banca ferito alle gambe a Roma e due
    poliziotti che avevano rischiato di saltare  in  aria  sull'autostrada
    del  Sole,   all'altezza  di  Barberino  del  Mugello.  C'erano  stati
    incidenti durante una manifestazione  di  disoccupati  a  Napoli,  con
    saccheggi,  cariche  della  polizia  e  decine  di arresti.  La decima
    edizione di un festival cinematografico  dedicato  ai  problemi  della
    terra e dell'inquinamento,  sotto l'auspicio del World Wildlife Found,
    della Lega per l'ambiente,  dei Verdi e  della  Lega  nazionale  delle
    cooperative,  si  era  trasformata  in un gigantesco scontro quando il
    prefetto di Grosseto ne aveva ordinato la sospensione.
    Era un panorama consueto.  E comunque,  buone o cattive che fossero le
    notizie, il momento della lettura dei giornali era quello che in tutta
    la  giornata  Ragusa  apprezzava  di  pi.  Si  soffermava sui titoli,
    assaporava i testi,  commentava a fior di labbra opinioni e polemiche,
    meditava sulle recensioni teatrali e cinematografiche,  rifletteva sui
    fatti e sulle ipotesi,  si addentrava nei  meandri  della  politica  e
    dell'economia  e  finiva  con  lo  scorrere con attenzione gli annunci
    mortuari, secondo il principio che gli aveva instillato il suo vecchio
    professore milanese: "I morti,  in  un  giornale,  sono  la  cosa  pi
    importante".  Soltanto  il "Corriere" e il "Messaggero" davano notizia
    di quella ragazza morta in un prato della periferia: poche  righe  per
    riferire  di  un suicidio e accattivarsi il commissario Pincherle e il
    sostituto procuratore  Ragusa,  citandone  i  nomi.  Qualche  cronista
    doveva  aver  parlato  con  i  poliziotti  che  avevano  fatto i primi
    accertamenti. Comunque, se lo conosceva bene,  Pincherle sarebbe stato
    da lui col suo bravo rapporto prima di mezzogiorno. "Anzi,  gi qui",
    pens al ronzio del citofono interno. La voce di Mancuso nel microfono
    glielo conferm.
    Faccia attendere un momento,  disse.  Rest seduto fissando un punto
    lontano fuori  della  finestra  verso  il  cielo  grigio  e  compatto.
    Riordin  qualche  carta  sulla scrivania e pieg con cura i giornali,
    mettendoli uno sull'altro.  Si alz per trasferire  con  calma  alcuni
    libri  da  un  angolo della stanza alla biblioteca e diede un'occhiata
    all'orologio, aprendo infine la porta.
    Venga, commissario, venga. Buongiorno.
    Pincherle sorrideva, deferente.  Si inchin appena,  facendo luccicare
    la brillantina e tendendo la mano. Ragusa gliela strinse in fretta.
    Vede che velocit, signor giudice? Non  ancora mezzogiorno e qui c'
    il nostro bravo rapporto e le risultanze dell'autopsia.
    Il suo,  disse Ragusa, bravo rapporto. Prese la cartellina azzurra
    che l'altro  gli  tendeva  e  gli  indic  la  sedia  di  fronte  alla
    scrivania. Lo legger dopo, adesso mi dica lei a voce.
    Beh, signor giudice, pare proprio che la mia intuizione fosse giusta.
    Suicidio.
    Le  dispiace  lasciar  stare le conclusioni e dirmi invece i fatti in
    bell'ordine? Ricord  di  essere  stato  altrettanto  scortese  e  di
    avergli  detto  proprio  la stessa frase il giorno prima,  in mezzo al
    prato,  davanti al cadavere della ragazza.  Il commissario sembr  non
    raccogliere.
    Ha  ragione,  signor  giudice,  mi scusi.  Dunque,  Jolanda Giannone,
    ventidue  anni.   Da  sei  mesi  faceva  la  donna  delle  pulizie   a
    Montecitorio.
    Queste cose le so. Avete trovato la borsetta?
    No.
    E il bossolo?
    Nemmeno.
    E la pistola di chi ?
    Numero limato. Una Browning.
    Sembrava  che  Pincherle  si  divertisse,  anche se i suoi occhi erano
    inespressivi e il volto immobile. Sospir brevemente.
    Signor giudice,  l intorno a quella ragazza,  prima che  arrivassimo
    noi, ci hanno pasticciato almeno venti persone. Un bossolo fa presto a
    infilarsi nel fango,  in una buca o nelle tasche di qualche ragazzino.
    E la borsetta, signor giudice... Ci pensa a quello straccione che vede
    una borsetta vicino a un cadavere?  O a uno qualsiasi di quegli  altri
    morti di fame,  disoccupati, ladri di professione e drogati... La met
    di quelli per una borsetta ammazzerebbe la  madre.  Si  figuri  se  si
    tratta soltanto di portarsela via.
    Appunto.  Per  una  borsetta ammazzerebbero la madre.  Perch non una
    ragazza? Ha interrogato il fratello?
    Quel Ciro sta a Casal del Marmo da un mese per uno scippo.  E non  sa
    niente della sorella.
    E il barbone lo ha torchiato bene?
    Certo,   signor  giudice.  Quello  non  c'entra,    pulito  come  un
    uccellino.  E l'altro,  il barista,  quel La Rizza,  lei  l'ha  potuto
    sentire ieri un po' sommariamente.  Ma io l'ho strizzato per bene,  in
    Questura. E le assicuro che un tipo cos a noi  difficile che ci dica
    bugie, per molti motivi, mi capisce, vero? Pulito pure lui. Che quella
    ragazza la conosceva l'ha raccontato anche a  lei.  Qualche  volta  la
    sera,  quando  tornava da quelle parti,  la Giannone si fermava al suo
    bar a bere un Campari,  magari chiacchierava un  po'  se  non  era  di
    cattivo umore.  Niente sesso, signor giudice, niente fidanzati gelosi.
    Non aveva amici n amiche, nemmeno alla ditta dove lavorava.
    E come l'avevano assunta?
    Le solite raccomandazioni.  Un onorevole  lo  conosciamo  tutti,  no?
    Comunque, con quel caratterino... Quella era una mezza matta.
    Matta?
    Insomma, una squinternata...
    Non  era  matta,   disse  freddo  Ragusa.  In  medicina  si  chiama
    depressione. Lei non ha parlato con la madre?  La ragazza era soltanto
    una che non si rassegnava alla miseria,  abituata a trattare gli altri
    come gli altri trattavano lei. Madre compresa.
    S, certo, convenne subito Pincherle. Comunque La Rizza dice che da
    un po' di tempo la ragazza era diventata ancora peggio come carattere.
    Quelle poche volte che la vedeva, sempre di umore nero,  sempre a dire
    che  la  vita   uno schifo...  Prima di fare la donna delle pulizie a
    Montecitorio aveva un impiego.  Capisce,  signor giudice,  una cosa di
    prestigio per una, mi scusi, stracciaculi di borgata, con la madre che
    fa  la  serva,  il padre in galera e un fratellino che a quindici anni
    gi si diverte a fare rapine... Insomma, signor giudice.  Quella aveva
    toccato  il  cielo con un dito e poi perde il posto e si ritrova nella
    merda... E allora, pum.
    Pincherle aveva accompagnato la frase con un gesto eloquente, due dita
    puntate sul cuore.  Ragusa si mordicchiava il labbro.  Non riusciva  a
    fugare  quel senso di insoddisfazione,  l'ombra di un dettaglio che si
    nascondeva nell'inconscio. Parl a bassa voce quasi riflettendo fra s
    e s.
    Beh... donna delle pulizie a Montecitorio non  poi cos male.  Tanti
    farebbero  carte  false  per  entrare  alla Camera.  Si pu cominciare
    facendo  le  pulizie,  poi  si  pu  passare  in  organico,  diventare
    impiegati...
    No, signor giudice. Un conto sono i commessi, gli impiegati. Le donne
    delle  pulizie  non  sono  dipendenti di Montecitorio.  Le pulizie del
    palazzo vengono affidate  a  ditte  private  che  utilizzano  il  loro
    personale.  Che, oltretutto,  saltuario, ragazzotte, serve, poveracce
    reclutate come viene viene e che lavorano per un  certo  periodo,  poi
    vengono  sostituite...  Roba da lavoro nero insomma,  o quasi,  pagato
    quattro soldi. Poco da stare allegri, Pincherle sfoder un sorrisetto
    feroce,  nessuna speranza  di  diventare  segretario  generale  della
    Camera.
    E qual era prima, il suo impiego?
    Boh. Non ce l'ha saputo dire nessuno.
    Senta, commissario, disse Ragusa dopo qualche attimo. Siamo noi che
    abbiamo  poco  da  stare  allegri se le indagini le facciamo in questo
    modo.  Lei non mi ha detto quasi nulla che non sapessi gi.  Mi  rendo
    conto  che diversi elementi possono far pensare al suicidio.  Ci sono.
    Ma in realt non sappiamo niente di quella Giannone.  E' possibile che
    una ragazza giovane e bella,  con quel po' po' di corpo e con una vita
    passata mica dalle suore di Nevers non avesse  amici  n  amanti?  Che
    cosa  faceva  tanto  tempo  fuori  di  casa,  come dice la madre?  Chi
    frequentava?  Aveva un  appartamento  a  Roma?  Siamo  certi  che  non
    integrasse la paga con qualche giro extra, magari un po' di spaccio? E
    perch ha perso il suo impiego?  E di chi  quella pistola?  Come fa a
    starsene  l  tranquillo  e  soddisfatto,   certo  che  si  tratti  di
    suicidio?
    Aveva parlato sottovoce, come sempre gli accadeva quando era sul punto
    di  perdere  la  calma  o  quando voleva insultare qualcuno.  Ma aveva
    appena finito che un pensiero lo gel.  Per  esporsi  cos,  Pincherle
    doveva  essere  veramente certo del suicidio,  averne in mano prove di
    cui, malignamente,  si era ben guardato dal parlare.  Il lieve sorriso
    di Pincherle gli conferm l'ipotesi.
    Certo,  ha  ragione.  Tutto  quello  che  le ho detto e che sappiamo,
    insieme con tutto quello che non sappiamo, non sarebbe sufficiente. Ma
    il fatto  che sul calcio di quella pistola la scientifica ha  trovato
    soltanto  le  impronte  di  Jolanda  Giannone.  La  pallottola  che  
    penetrata nel cuore  stata sparata a bruciapelo,  premendo  la  canna
    sul vestito.  E l'autopsia dice che non ci sono segni di violenza,  di
    nessun tipo.  E a meno che non vogliamo per  forza  mettere  in  piedi
    romanzi gialli per andare sui giornali...
    Ma  lei,  disse quasi sibilando Ragusa,  lei perch non mi ha detto
    subito...
    Signor commissario,   stato lei a ordinarmi di  lasciar  perdere  le
    conclusioni  e  di  riferire  i fatti in bell'ordine. Pincherle aveva
    parlato gentilmente,  quasi con tono di scusa,  ma  era  evidente  che
    aveva  voluto  umiliarlo,  prendersi una rivincita.  Ragusa lo fiss e
    d'un  tratto  si  sent  svuotato,   travolto  dall'apatia   e   dalla
    stanchezza.  Che importanza aveva tutto questo?  A chi interessava una
    ragazza sparata in un prato?  Non le avrebbero dato  pi  di  quindici
    righe in cronaca. Che senso avevano la piet e il diritto, l'orgoglio,
    la superiorit intellettuale da riaffermare?
    Mi lasci il suo rapporto,  commissario, disse debolmente. Si alz in
    piedi e gli tese la mano. Arrivederci.
    Pincherle non batt ciglio e Ragusa gli apr la porta  accompagnandolo
    oltre il cunicolo dove Mancuso riordinava le carte.  Lo guard come se
    lo vedesse per la prima volta,  rendendosi conto che non  sapeva  bene
    nemmeno quanti anni avesse e quale fosse la sua esistenza privata. Gli
    sorrise.
    Me l'ha fatta carina,  quel Pincherle...  Che personaggio.  Fino alla
    fine non mi ha  detto  che  su  quella  pistola  c'erano  soltanto  le
    impronte  della  ragazza.  Ha  lasciato  che  mi  impegolassi,  che lo
    trattassi male, e poi, all'ultimo, zac...
    Mancuso lo fiss per un attimo,  sconcertato da tanta confidenza.  Ha
    telefonato il procuratore capo, disse.
    Ottieri? Perch non me l'ha passato?
    Quando  gli ho detto che aveva a rapporto il commissario Pincherle ha
    detto di non disturbarla e di richiamarlo appena finito.
    Me lo chiami, allora, per cortesia.
    Signors, disse Mancuso. Poi aggiunse: Pure il procuratore parla di
    suicidio.  Quando gli ho riferito che stava con Pincherle,  ha  detto:
    "Ah, quella ragazza che si  uccisa".
    Ha  letto i giornali,  disse Ragusa.  Me lo chiami.  Ma me lo passi
    prima che venga all'apparecchio.
    Torn nel suo studio e chiuse lentamente la porta.  Al  ronzare  della
    cicalina sollev il microfono e attese che arrivasse la voce del capo:
    quella  morbida voce,  profonda e inconfondibile,  che faceva sembrare
    importanti anche le frasi pi banali.  Ogni volta Ragusa ne era  messo
    in soggezione. "Buongiorno, Ragusa." "Buongiorno, signor procuratore."
    "Volevo  dirle  che  la  sua  pratica  va  avanti.  Ci sono un paio di
    concorrenti  forti,   ma  lei    in  buone  mani."  "Lo  so,   signor
    procuratore, la ringrazio." "Non mi deve ringraziare. Lei avr la sede
    che ha chiesto perch lo merita.  Come va il lavoro?  So che ha per le
    mani la faccenda di quella ragazza." "Stavo per venire da lei a  farle
    rapporto.  E'  un suicidio." "Bene.  Niente grane.  Con il daffare che
    abbiamo..." "S."
    C'era sempre quel disagio,  quel frammento  nascosto  che  non  voleva
    affiorare. Ragusa tir il fiato. "Io per ho dei dubbi."
    Ci  fu  qualche  attimo di silenzio,  prima che la voce tornasse nella
    cornetta del telefono. "Che dubbi?" "Non lo so,  signor procuratore...
    C' qualcosa che non riesco...  un elemento che non quadra." "Mi dica.
    Che elemento?" "Non lo so.  Forse soltanto  una  sensazione..."  "Veda
    lei, Ragusa. Ma, mi raccomando, non corra dietro a fatti trascurabili.
    Con le cose serie che abbiamo in Procura,  i giornali, e il presidente
    del Consiglio che ci sorveglia  a  vista."  "Stia  tranquillo,  signor
    procuratore."  "Molto bene.  Con calma mi mandi il rapporto.  E non si
    preoccupi per quella storia che le sta a cuore." "Grazie ancora."
    Pos il ricevitore e  rimase  qualche  attimo  in  piedi  vicino  alla
    scrivania,  guardando il telefono.  Pens con sollievo che la giornata
    non sarebbe stata faticosa e che forse sarebbe potuto tornare  a  casa
    presto  se fosse riuscito a non farsi travolgere da qualche iniziativa
    di Evelina. Intanto avrebbe fatto un salto al bar.  Apr la porta e il
    maresciallo  si  volt verso di lui,  con le braccia infilate per met
    nelle maniche del cappotto. Ragusa lo fiss, un po' spiritato.
    Ecco, disse ad alta voce. Il cappotto.
    Come, signor giudice? Ah, s, disse il maresciallo,  vado un attimo
    in archivio e fa freddo.
    Il cappotto,  ripet assorto Ragusa.  Il cappotto della ragazza. E'
    vero, maresciallo, che fa freddo, per uscire senza cappotto?
    Certo. Me lo stavo appunto mettendo.
    Ecco cos'era.  Quella ragazza aveva addosso gonna e golfino ma niente
    cappotto. Le pare normale?
    Poche  sono  le  cose  normali,  oggi,  concluse  filosoficamente il
    maresciallo chiudendosi la porta alle spalle.
    Ragusa  torn  nel  suo  ufficio.   Aveva  dimenticato  la  voglia  di
    aperitivo.  Voleva  soltanto  riflettere un poco,  riordinare le idee,
    decidere se  quel  cappotto  mancante  significava  davvero  qualcosa,
    qualcosa di tale rilievo da costringerlo a proseguire le indagini e ad
    affrontare l'assoluta prudenza del procuratore capo.  Dunque, che cosa
    c'era? Una pistola con il numero di matricola limato. Quante ne girano
    in Italia?  Jolanda se la sarebbe potuta procurare  molto  facilmente,
    nella borgata.  Forse era proprio la sua. E che ci doveva fare con una
    pistola? E chi lo sa. Forse soltanto per ammazzarsi, perch impiccarsi
    fa impressione,  annegarsi fa freddo e non tutti hanno il coraggio  di
    tagliarsi  le  vene.  E  che  altro?  Il bossolo.  Ma l aveva ragione
    Pincherle, un bossolo fa presto a sparire nel fango.  La borsetta.  Ma
    dove  detto che una ragazza deve per forza portare una borsetta?  S,
    ma allora la pistola dove l'avrebbe tenuta? In mano?  La risposta per
    era   abbastanza  logica:  la  borsetta  l'avevano  rubata  prima  che
    arrivasse la polizia. E infine il cappotto.  Quello s che era strano.
    Qualcuno  in  giro  senza  soprabito,  con il gelo e l'aria di neve di
    quella bizzarra primavera?  Ragusa sospir,  riflettendo  a  quel  che
    avrebbe  detto  o pensato il procuratore capo.  Philo Vance?  Sherlock
    Holmes? O Philip Marlowe l'ubriacone?
    Avevano bussato e Ragusa ebbe un moto di  fastidio.  Succedeva  sempre
    cos:  non  appena  il  maresciallo  si  allontanava  tutti  sentivano
    l'esigenza di parlare con  lui  e  gli  invadevano  l'ufficio.  Guard
    annoiato il giovanotto fermo sull'uscio.  Era bruno come un arabo, con
    un gran naso arrogante e lo fissava da due metri di altezza.  Sotto un
    perfetto soprabito di cammello spiccava un maglione nero.
    Posso?, disse il giovanotto.
    Che vuole?
    Mi chiamo Massimo Bianchi.  Mi hanno detto che questo  l'ufficio del
    sostituto procuratore Ragusa.
    Sono io. Cosa vuole?
    Il  giovanotto  sembrava  imbarazzato   e   dava   intorno   sbirciate
    sospettose. Infine si decise.
    E' per via di quella ragazza morta alla borgata Alessandrina. Jolanda
    Giannone.
    E allora?
    Jolanda era la mia fidanzata.
    Ragusa gir dietro la scrivania e sedette.  Si accomodi,  disse.  Si
    accorse che il suo cuore aveva improvvisamente accelerato. Allora?
    Signor procuratore...  Lei si sta occupando di  Jolanda...  del  caso
    insomma...
    Chi glielo ha detto?
    Lo hanno scritto i giornali. Non  lei che se ne occupa?
    Sono io. Vada avanti.
    Vede...  Io  e Jolanda ci amavamo molto...  E non mi posso convincere
    che  morta in quel modo, in mezzo a un prato, come un cane...
    Purtroppo, disse Ragusa, sono cose che succedono. Mi dispiace.
    Dovevamo sposarci, non appena le nostre condizioni finanziarie...  Io
    guadagno abbastanza bene, ma oggi, campare...
    Era molto che conosceva Jolanda?
    Beh molto, cio non moltissimo... Cinque o sei mesi.
    Dove vi eravate conosciuti?
    Alla Camera, rispose sorpreso il giovanotto. Si batt una mano sulla
    fronte.  Gi non gliel'ho detto: io lavoro a Montecitorio.  E' l che
    ho conosciuto Jolanda. Sono commesso d'aula.
    Oh, disse Ragusa. Commesso d'aula. A Montecitorio.
    Esatto,  signor  procuratore.  Vede,  un  conto    un  commesso,  un
    dipendente del Parlamento, e un conto una ragazza che fa le pulizie...
    Insomma, lo so che c' una differenza sociale, come si dice...
    Ah, s?
    Beh,  signor procuratore,  il mio  un mestiere delicato, con compiti
    di  responsabilit...   Bisogna  saper  stare  in  mezzo  agli  uomini
    politici, ai giornalisti, a stretto contatto con i funzionari di grado
    elevato. Jolanda invece, lei lo sa, credo...
    Naturalmente, disse Ragusa.
    Differenze o non differenze, disse con orgoglio il giovanotto, io e
    Jolanda  ci amavamo davvero,  insieme stavamo bene: perch poi lei non
    era un'ignorante, sapeva stare con chiunque, sapeva parlare bene.  Era
    una gran signora d'animo.
    Capisco,  disse imbarazzato Ragusa.  Ma lei non  venuto a cercarmi
    per dirmi queste cose. O sbaglio?
    Ha ragione signor procuratore.  Io ho letto sui giornali che  Jolanda
    si  suicidata... E' vero che si  suicidata?
    Parrebbe proprio di s. Lei non  andato dalla madre?
    Nemmeno  la conosco...  E da quello che mi diceva Jolanda...  Cos ho
    pensato di venire a parlare con lei. Mi scusi, signor procuratore,  ma
    lei  proprio sicuro... insomma, voglio dire, ci sono proprio le prove
    che Jolanda si  sparata?
    Lei,  disse  Ragusa,  mi  mette  in  una condizione curiosa.  Mi fa
    domande su un'indagine in corso... Lei lo sa, che io non posso...
    Lo so. Ma vede,  a me mi pare impossibile che Jolanda si sia sparata.
    Sono  venuto  proprio  per  questo.  Io  ho  paura che le sia successo
    qualche  cosa,  qualche  cosa  di  brutto,  ma  che  lei  pensasse  di
    ammazzarsi non ci credo, non ci credo proprio.
    Qualcosa di brutto le  certamente accaduto,  disse Ragusa.  Ma lei
    mi dovrebbe far capire.  Che cosa vuol dire?  Ha elementi concreti per
    dirmi quello che sta dicendo?
    Non  si spazientisca,  signor procuratore.  Io gli elementi non ce li
    ho,  ma conoscevo Jolanda...  Intanto le dico due cose.  A Jolanda non
    piaceva  fare  il  mestiere che faceva ed era spesso di cattivo umore.
    Per sapeva che non l'avrebbe fatto ancora per molto tempo. Ci saremmo
    sposati,  le  cose  sarebbero  cambiate...  Quindi,  io  dico,  perch
    ammazzarsi, non le pare? E poi ci sono altre cose...
    Beh,  me  le  dica.  Perch  altrimenti  mi  sembra  un  po' poco per
    concludere che... Non le pare?
    Il giovanotto fece di s con la testa e poi rimase muto,  fissando  un
    punto  vago  sulla  scrivania  e  tirando su col naso.  Ragusa tacque.
    Provava insieme fastidio e simpatia.  Quelle certezze,  quei sospetti,
    quel dar corpo alle ombre,  quell'aggrapparsi a episodi insignificanti
    erano una prerogativa comune a tutti i parenti-testimoni: la necessit
    di rimuovere confusi sensi di colpa,  il considerare il suicidio  come
    la  macchia pi grave e il torto pi imperdonabile nei confronti della
    famiglia,  l'impossibilit di giustificare di fronte ai  vicini  e  ai
    conoscenti.  Ma  c'era  anche  una  sfumatura  di  ambiguit  in  quel
    giovanotto.  O forse era per la sua capigliatura  ben  pettinata,  per
    quel maglione nero ultima moda,  i mocassini troppo lucidi,  il taglio
    del soprabito troppo vistoso e accurato?
    Jolanda era cos bella... Lei l'ha vista, vero? Ma era seria,  signor
    giudice,  mi  creda.  Gli  uomini  si  voltavano  a  guardarla  ma lei
    s'infastidiva... Anche alla Camera,  sa,  faceva una figura strepitosa
    pure con il grembiule nero.  E mi diceva che la guardavano tutti e che
    se lei avesse voluto non  ci  sarebbe  stato  n  un  deputato  n  un
    funzionario n un giornalista che si sarebbe tirato indietro... Lei mi
    raccontava tutto,  signor giudice, e questa  la prova di quanto fosse
    seria e onesta...
    Anche una persona seria e onesta pu avere un momento di sconforto, o
    qualche problema grave, o che sembra grave...
    No, no,  signor giudice. Il giovanotto scuoteva il capo,  corrugando
    la fronte testarda. Nessuno potr convincermi che si  suicidata. S,
    un  giorno  la  incontrai nel Transatlantico che piangeva vicino a una
    finestra...
    Credevo,  disse Ragusa,  che nel Transatlantico non potesse  girare
    chiunque...
    No, ha ragione... Forse era un giorno che non c'era seduta... o forse
    non era ai Passi Perduti, magari in un altro corridoio... Ma, insomma,
    quando le chiesi perch piangeva lei mi disse che aveva saputo che era
    morta una sua amica e che voleva sposarmi subito perch aveva paura di
    stare  sola.  E io le dissi che l'unico guaio era di trovare i soldi e
    poi trovare una casa,  e in affitto non  facile.  E  con  quello  che
    costano...  e  che  avrei sentito qualche amico,  qualche deputato,  o
    magari attraverso qualche ente.  Lei  smise  di  piangere.  Era  tutta
    contenta.
    Un momento, un momento, disse Ragusa. Quel confuso diluvio rischiava
    di  travolgerlo.  Andiamo  con ordine.  Lei un giorno incontra la sua
    ragazza nel Transatlantico...
    Si... Mi sembra: non ricordo bene adesso.
    Va  bene,   va  bene.   Vi  capitava  spesso  di  incontrarvi  dentro
    Montecitorio?
    Beh...  qualche  volta,  signor giudice.  Sa,  gli orari diversi,  il
    palazzo    grande...  e  gli  inservienti,  le  donne  delle  pulizie
    cerchiamo  di  farli  vedere  il  meno possibile.  Sa,  le scope,  gli
    strofinacci...
    Eh, gi. Dove vi davate appuntamento?
    Come, signor giudice?
    Andiamo,  non sono un dirigente della Camera.  Vi vedevate in qualche
    ufficio, in qualche angolo secondario?
    Il giovanotto arrossi.  Si, ogni tanto ci davamo appuntamento, magari
    quando sapevamo di avere un po' di tempo...  Sa,  ci si perde  per  il
    palazzo... Puoi essere in tanti posti, cos anche se non ti vedono...
    Insomma: dove vi vedevate?
    Nella stireria, si decise il giovanotto.
    Allora   quel  giorno  non  vi  incontraste  per  caso.   Avevate  un
    appuntamento.
    S,  ammise di malavoglia.  Eravamo  d'accordo  dalla  sera  prima.
    Signor  giudice,  mi  raccomando  a lei: se questa cosa si sapesse,  i
    superiori penserebbero subito male, passerei un guaio... Io a lei dico
    la verit, ho fiducia in lei, so che persona ...
    Stia tranquillo.  E perch vi davate questi appuntamenti,  se  tanto
    rischioso? Non eravate liberi di vedervi la sera, dopo il lavoro?
    Gliel'ho  detto,  signor giudice.  I nostri orari erano diversi.  Poi
    certe volte Jolanda e io stavamo parecchi giorni senza nemmeno poterci
    incontrare,  lei aveva da fare,  dare una mano alla  madre,  andare  a
    trovare parenti...
    Va bene. E Jolanda piangeva.
    S.
    Le era morta un'amica. Lei la conosceva questa amica?
    Io no.  Ma Jolanda me ne parlava spesso,  diceva che andava a tenerle
    compagnia perch era una ragazza sola, che aveva bisogno di affetto.
    E lei non ci andava?
    No.  Jolanda non voleva.  Non voleva nemmeno che frequentassi i  suoi
    parenti.  Certe volte si arrabbiava quando insistevo per accompagnarla
    e diceva che non mi dovevo immischiare.
    E Jolanda le disse che voleva sposarla perch  aveva  paura  di  star
    sola.  E' per questo che lei sospetta qualche cosa ed  sicuro che non
    si sia suicidata?
    Signor giudice,  anche per questo.  Perch doveva aver paura di  star
    sola?
    Senta  giovanotto.  Ragusa  cominciava  a  spazientirsi.  Quel  tipo
    sembrava un chiacchierone un po' vanesio. Secondo lei una ragazza con
    i problemi esistenziali che mi pare  avesse  la  sua  fidanzata,  alla
    quale muore un'amica sola e forse confusa come lei,  non pu avere una
    crisi di sconforto, provare paura? Come  morta, quell'amica?
    Un incidente d'auto, un pirata la prese in pieno di notte.
    Vede? Una morte drammatica, che pu sconvolgere.
    Il giovanotto lo  guardava  attento,  scoprendo  un  pallido  sorriso.
    Sembr riflettere per qualche istante e Ragusa attese in silenzio.
    Senta, signor procuratore... Io posso sembrarle eccitato, e magari lo
    sono.  Per forza, con quello che  successo. Pu aver ragione lei, non
    dico di no e Jolanda poteva pure essere un po' strana...
    Io non ho detto questo.
    Lei ha ragione a non credermi...  Ma io devo  rendermi  conto...  Poi
    semmai...
    Va bene,  tagli corto Ragusa.  Si renda conto e poi semmai torni a
    parlarmene.  Le dispiace lasciare il  suo  indirizzo  di  l,  al  mio
    cancelliere? Ah, una sola cosa. Forse lei sa dirmi se la sua fidanzata
    aveva un appartamento a Roma per conto suo.
    Un appartamento? Non mi risulta. No, proprio no.
    Ancora una cosa. Lei sa dove era impiegata prima di venire a lavorare
    alla Camera?
    Il   giovanotto   lo   guard   sorpreso:  Certo.   Nell'ufficio  del
    sottosegretario Randi, proprio vicino al Campidoglio. Non lo sapeva?.
    Quando rest solo,  Ragusa sfogli la sua agendina e compose un numero
    al telefono.  "Nanni", disse nella cornetta, "come stai? Sono Mariano,
    Mariano Ragusa.  Beh,  sai,  con la  vita  che  faccio...  S,  dovrei
    chiederti un'informazione.  Come? Stasera a casa tua? Con tutta quella
    gente... Va bene allora. A stasera."

    3.
    La cosa pi bizzarra era che a Ciriaco De Mita  da  un  po'  di  tempo
    stavano ricrescendo i capelli. Nanni Guercini, riempiendo un bicchiere
    per portarglielo, riflett che, nonostante tutto, la lunga e difficile
    leadership alla testa della D.c.  doveva aver agito su di lui come una
    intensa cura ormonale,  molto pi efficace dei nuovi  ritrovati  della
    professoressa  Aslan  di  cui in quel periodo si tornava a parlare con
    interesse. Una volta, mentre rifletteva,  De Mita aveva l'abitudine di
    passarsi  lentamente  la  mano  sulla sterminata calvizie: ora che gli
    stava capitando quel curioso fenomeno la  mano  destra  correva,  come
    prima, alla sommit del cranio ma l rimaneva accarezzando con piccoli
    colpetti  la  peluria  ancora bassa ma gi piuttosto fitta,  che aveva
    ripreso a spuntare per chiss quale misterioso fenomeno biochimico. La
    signora Anna Maria,  nonostante i  trent'anni  di  matrimonio,  se  lo
    covava  con  gli occhi senza perdere una battuta del dialogo fitto che
    s'intrecciava attorno a loro. Cicci,  lasciati stare la testa...  No,
    proprio a dirle la verit,  io la vita della grande citt non la posso
    soffrire... Preferisco Avellino, cos tranquilla, un salotto, e c' un
    garbo,  una cortesia...  E Nusco  ancora meglio: mi piace divertirmi,
    ma  la  cosa  migliore  quando posso stare con i miei figli e con mio
    marito,  perch  allora  proprio  non  mi  manca  nulla...  Cicci,  la
    testa...
    Anche  questa  volta    riuscita  abbastanza bene,  si disse Guercini
    facendosi largo tra gli ospiti  che  affollavano  la  sala  mangiando,
    bevendo e chiacchierando,  scambiandosi saluti e battute,  accogliendo
    con gridolini e pacche sulle spalle ogni nuovo arrivato. Predominavano
    il blu notte e,  fra le  signore,  abiti  lunghi  dai  colori  vivaci,
    qualche  malizioso  spacco,  qualche scollatura senza fine sul candore
    dei seni in libert,  lo scintillio dei Bulgari e dei Cartier.  L'aria
    era  densa  di  profumi e di tabacco e il tintinnare dei bicchieri era
    soffocato ogni tanto da qualche esplosione di allegria.
    Che mi dai?, chiese De Mita fissando dubbioso il bicchiere.
    Non  veleno. Appena un dito.
    De Mita alz su Guercini il solito  sguardo  di  sufficienza.  Nanni,
    proprio  te.  Un  giorno bisogna che facciamo una bella chiacchierata.
    Non mi convinci.  Tu ti metti in testa che io voglia  fare  una  certa
    cosa  e  lo  scrivi;  e  quando  la cosa non si verifica scrivi che ho
    cambiato idea. Io ti devo insegnare come si fa il giornalista.
    Ciriaco, lascia perdere.  Io mica ti insegno come si fa il segretario
    della D.c.
    E'  che  tu  non  mi capisci.  Io queste cose te le dico perch siamo
    amici, altrimenti non starei a perdere tempo, nemmeno ti parlerei.
    Non ti viene mai il dubbio che sei tu che non dici la verit o non ti
    spieghi? Scusa, ma anche io te lo dico perch siamo amici.
    Senti un po',  chi  quel tipo  laggi  che  sta  chiacchierando  con
    Picci?
    Guercini  si  volt a guardare l'uomo tozzo,  abbronzato,  dai capelli
    cortissimi che discuteva fitto con il deputato democristiano.  Parlava
    con  voce  sostenuta  e  qualche  brano  della  conversazione arrivava
    smozzicato:  ...Centosessantotto  medici,   centoventi   persone   di
    servizio...  come  ospite anche il governatore...  Il comando generale
    dell'Arma quando ha bisogno di qualcosa... E poi quello mi dice che il
    Sismi, i Servizi Segreti....
    Oh,   disse   Guercini,    quello      un   personaggio   curioso,
    l'amministratore  delegato  di una delle cliniche pi lussuose,  Villa
    Amanda.
    Eh gi. Lo so che  un po' curioso,  disse De Mita.  E come mai sta
    qua?
    Casa  mia    un  porto  di mare in queste occasioni.  Ognuno conosce
    qualcuno che porta qualcuno...  Un giornalista non pu storcere troppo
    il naso...  Ma quello proprio non lo so chi l'ha portato.  Mi pare che
    me l'ha presentato proprio Picci. Ma tu come mai...
    Guercini non pot continuare perch una signora che esibiva il massimo
    consentito di una bellezza quasi intramontabile gli si  era  scagliata
    fra le braccia e lo baciava sonoramente.  Quando riusc a liberarsi da
    quelle effusioni,  De Mita aveva raggiunto l'angolo pi lontano  della
    sala  dove  Spadolini,  Alfredo  Reichlin  e  Giorgio  La Malfa con la
    bellissima  moglie  ascoltavano  divertiti  il  racconto   di   Peter,
    l'arredatore: alle sue spalle Gunther, alto, biondo, seducente, alzava
    gli  occhi al cielo e con il dito si toccava la fronte a far intendere
    che il suo amico era matto.  Era la storia della "Fausse duchesse" che
    Guercini conosceva bene per averla sentita tante volte; come del resto
    conosceva bene quasi tutte le fantastiche storie di Peter, che avevano
    per  soggetto  lui  stesso,  Gunther  e  i pi noti gay internazionali
    protagonisti  di  avventure  inverosimili,  scandali,  litigi,   risse
    notturne,  fughe amorose e tradimenti reciproci nella loro chiassosa e
    colorita comunit romana. La falsa duchessa,  l'attempato francese che
    si  travestiva  da  gran  dama  e  per  sfuggire a un amante geloso si
    nascondeva in una nave attraccata a Napoli e poi vagava  di  porto  in
    porto,  complici gli interessati marinai, senza poter scendere a terra
    perch privo dei documenti e della carta di sbarco...  "La repudiada",
    il  bel  giovane argentino che aveva ridotto in polvere l'appartamento
    dell'amante fedifrago e che era fuggito rubando un'Alfa della  polizia
    mentre gli agenti prendevano il caff in un bar di piazza Farnese... E
    "Big  Ben",  il  colosso  inglese  che  aveva  fatto  venire un ignaro
    cardinale al suo ricevimento di matrimonio con "Lil Marlen",  l'efebo
    alsaziano dalla voce roca...
    Attraverso la porta aperta, Guercini pass nello studio che era un po'
    pi  tranquillo.  Sedute  sul  grande  divano  e sulle poltrone alcune
    signore discutevano animatamente: erano eleganti,  raffinate  e  piene
    d'impegno.  Chiss come fanno a discutere tanto,  riflett, sembra che
    non si vedano da anni e invece si incontrano  tutte  le  settimane  in
    tutti i salotti. La Marzapane aveva uno splendido vestito rosso, molto
    attillato: Io gliel'ho detto che quel suo ultimo quadro non vale, non
    vale proprio....  S,  cara mia, diceva la Ferrandi, ma secondo me
    tu stai attraversando una fase di iperaggressivit.  Tu vedi  nel  tuo
    partner   il   simbolo   del   maschio  nemico  e  vuoi  annichilirlo,
    cancellarlo.  Guarda che io non sono per niente d'accordo  con  questa
    forma di femminismo primitivo. Se fa un bel quadro  un bel quadro, se
    no  brutto.
    In effetti,  intervenne Adina,  un po' difficile sostenere che lei
    pensi al maschio come al nemico.
    Adina era reduce da un viaggio in India da dove era tornata pi  magra
    e assorta che mai.  Il Sai Baba l'aveva ammessa alla prova dell'anello
    e  il  suo  kharma  si  era  completamente  liberato:  cos  tutti  le
    consentivano,  pi di prima,  di dire qualsiasi cosa.  La Marzapane la
    guard come se fissasse il vuoto e sospir,  rivolgendosi ancora  alla
    Ferrandi.
    Certo  che  a  livello lacaniano questo mio rapporto col maschio  in
    realt un non rapporto.
    Il fatto che poi te li scegli  quando  sono  i  pi  belli  e  anche,
    diciamo,  i  pi  appariscenti,  mentre  da  un lato rivela la libido,
    l'aggressivit contro il  maschio-simbolo,  dall'altro  svela  il  tuo
    desiderio di autopunizione... Non ti pare?
    La tigre, disse Adina, trasognata.
    Lei, disse Guercini, pensa alla tigre perch anche in India ci sono
    quelle chiamate divoratrici d'uomini.
    Stronzetto, disse la Marzapane, ce l'hai sempre con me?
    Figrati,  disse Guercini prendendo sottobraccio Lia Kaltenbrunner e
    tendendo la mano ad Adina.
    Da quando era entrato,  Ragusa si era rifugiato in una poltrona e  non
    aveva perso d'occhio quella fantastica accoppiata.  C'era una profonda
    ambiguit nell'atteggiamento ieratico e composto di quelle  due  donne
    che  improvvisamente  si  accendevano  di  malizie,  in quelle ciocche
    bianche  che  circondavano  volti  giovani  e  levigati,  negli  occhi
    lampeggianti di una spiritualit sensuale e indecifrabile, nella linea
    sinuosa  di  quei  ventri  scarni  sotto  gli  abiti aderenti.  Adesso
    Guercini gli si avvicinava,  pilotandole  verso  di  lui.  Evelina  le
    fissava  curiosa e Ragusa accenn ad alzarsi quando gli si arrestarono
    davanti.
    Questa  Lia Kaltenbrunner,  immagino che tu  sappia  che    la  pi
    famosa  parapsicologa  in  circolazione.  E  questa    Adina Sonesti,
    immagino che tu sappia che  la pi famosa astrologa in circolazione.
    Meraviglia,  disse Evelina battendo le mani.  Queste cose mi  hanno
    sempre affascinato.
    Molto piacere, disse Ragusa.
    Com' carino, disse Adina.
    Com' timido, disse Lia.
    E' uno scettico, disse Guercini. Uno scettico romantico.
    Ma  no,  arross  Ragusa,  non sono uno scettico.  E' Evelina che 
    scettica.
    Che bel nome, Evelina, disse Lia.
    Quando  nata?, chiese Adina.
    Il 23 febbraio. Mi fa l'oroscopo?
    Gli oroscopi, disse Guercini,  non si fanno mica cos su due piedi.
    Ci vuole l'ora, l'ascendente, le congiunzioni...
    Nanni sa tutto,  ormai,  disse Adina.  E' un bel Sagittario. Se non
    ricordo male ha un ascendente tra il  segno  della  Vergine  e  quello
    della  Bilancia  e una splendida congiunzione Giove-Urano che lo rende
    molto sensibile alla vita di relazione,  per in modo imprevedibile  e
    con frequenti alti e bassi.
    Ragusa non riusciva a staccare gli occhi dalle labbra grandi e morbide
    di Lia,  appena arricciate in un sorriso.  Era a lui che sorrideva. Ma
    Guercini li sospinse verso un tavolo dove Spadolini stava emergendo da
    un piatto di spaghetti, circondato da un gruppo di ospiti.
    Ecco, Giovanni, disse indicando col capo Lia,  ecco chi pu dare le
    risposte ai tuoi interrogativi.  Lia Kaltenbrunner  pronta a svelarti
    tutto sul futuro che ci attende.
    Per un laico come me, rise Spadolini,  questa sarebbe un'esperienza
    nuova   davvero.   Dopo  sarei  costretto  a  rivedere  tutte  le  mie
    convinzioni.  Oppure ad assumere la signora come consulente fissa:  ma
    Giorgio La Malfa mi sgriderebbe, vero Giorgio?
    Accidenti,  disse  La  Malfa,  no davvero.  La pregherei di aiutare
    anche me.
    Io, disse Lia, preferirei lasciar stare.
    La prego, disse Spadolini. Adesso mi ha messo in curiosit.
    Cos' che vorrebbe sapere?
    Spadolini si asciug la bocca con il tovagliolo.  Non  facile dirlo.
    Vorrei  sapere  che cosa sta accadendo in realt.  E' troppo vago?  E'
    l'istinto.  La mia ragione mi fa essere  fiducioso  nell'avvenire,  ma
    l'istinto mi dice che le cose non vanno. C' qualcosa che non va.
    Vedo ombre,  sorrise remota Lia.  Fantasmi che nascono dal profondo
    delle coscienze torbide e che voi non potete vedere. E' gi cominciata
    la sera che porta i cavalieri dell'Apocalisse. Vedo solo ombre.
    Dev'essere il deficit di bilancio e la bilancia dei pagamenti, disse
    Giorgio La Malfa. Spadolini rest serio.
    E' vero, disse Reichlin, ci sono molte ombre.  Brutti segnali.  C'
    una sorta di normalizzazione dell'illegale,  dell'assurdo.  La matrice
    del pericolo sta proprio nel modo di essere delle cose,  nella  stessa
    macchina che abbiamo costruito.
    Adesso non esagererei, disse Colletti. A Guercini venne in mente che
    Colletti  non era cambiato affatto,  eppure diversi anni erano passati
    anche per lui: gli occhi azzurri avevano sempre  la  stessa  luce,  la
    ragnatela  di  rughe intorno agli occhi era sempre stata cos sottile,
    identica l'aggressivit e il modo di fissare le signore. Bene o male,
    siamo in democrazia. Oppure no?
    Basta riflettere a un dato,  gli replic Reichlin.  Vi ricordate la
    grande  illusione  del  1986,  il  petrolio,  il dollaro,  e tutti che
    correvano ad arricchirsi con la Borsa e il benessere che  sembrava  un
    dato ormai acquisito? Ma poi arriv la nuova svolta americana e quello
    che  successo da noi in quegli anni lo sappiamo tutti.  E ora...  Ora
    il tasso di sviluppo italiano compatibile con l'equilibrio  dei  conti
    con  l'estero  in media pari,  nei prossimi due anni,  al due virgola
    cinque per cento.  Ma tale  il prevedibile aumento della produttivit
    del  lavoro.  Quindi,  ad  assicurare quella crescita,  basteranno gli
    occupati attuali. Quindi la disoccupazione non pu diminuire. Anzi,  
    destinata  ad  aumentare  in misura grosso modo pari all'aumento della
    forza lavoro.  In altre parole: il sacrificio delle nuove generazioni,
    dopo  il  sacrificio  delle  precedenti.   Si  tratta  di  milioni  di
    disperati. Gi ora cinque milioni di persone che vivono di espedienti,
    di furti,  di traffici,  di umilianti frustrazioni.  Per quanto  tempo
    regge una democrazia in queste condizioni?
    C'  qualcos'altro,  disse  Ugo  Pecchioli.  L'eminenza  grigia  del
    P.c.i.,  l'uomo rimasto dietro le quinte per tutta la vita ma  che  si
    diceva  maneggiasse un potere enorme,  conoscendo tutto e i segreti di
    tutti,  non parlava quasi mai.  Perci  si  fece  silenzio.  Ci  sono
    nefandezze  e  corruzioni  praticamente  legalizzate,  accettate  come
    normali regole del gioco. Per,  alla lunga,  magari molto alla lunga,
    il  bubbone  pu  esplodere.  Cos,  le  forze dominanti che conoscono
    questo  rischio  e  che  si  sentono  minacciate  reagiscono.  Tentano
    controffensive. Non credo si faccia dell'allarmismo quando si sospetta
    che  siano  pronte  a  stravolgere  le  regole  democratiche per poter
    rinsaldare il loro potere.  E il terrorismo   rinato  in  modo  quasi
    imprevedibile, dilaga.
    Roba  vecchia,  disse  Colletti.  Possibile che non riusciate mai a
    cambiare,  voi comunisti.  Continuate a portare avanti la tesi che c'
    contraddizione  tra  capitalismo  e  democrazia.  Roba dell'armadio di
    Stalin,   lui  era  convinto  che  le  liberaldemocrazie   occidentali
    avrebbero battuto, alla lunga, la stessa strada della Germania nazista
    e dell'Italia fascista.  In altre parole: voi continuate a credere che
    il capitalismo porti dentro di s il fascismo come la  nube  porta  la
    tempesta.
    E' vero,  questo  un vecchio errore dei comunisti, disse Spadolini.
    Capitalismo e mercato non c'entrano.  Ma non c' dubbio che  oggi  ci
    sono cose che ci sfuggono. La definizione "poteri occulti" fu mia, fin
    dai  tempi del "Mondo" di Pannunzio: e io penso che bisogner condurre
    una dura lotta ai poteri occulti,  perch il loro assalto  secondo  me
    continua, in forme sempre nuove e talvolta sorprendenti.
    Poteri   occulti,   poteri  occulti,   disse  Colletti.   Io  parlo
    dell'accusa comunista che viene reiterata da un'eternit,  secondo cui
    i vari governi,  da quelli di De Gasperi a quelli di Cossiga, a quello
    di Craxi,  a quello di oggi,  starebbero per attentare  ai  fondamenti
    della democrazia in Italia.
    Ho  letto  una  frase  molto  puntuale  di Alberto Cavallari,  disse
    sommessamente Ragusa.  Quando tutti si voltarono verso di lui si pent
    di  aver  aperto  bocca,  ma  continu.  Quel  vinello frizzante stava
    risvegliando  la  sua  aggressivit.  Me  la  ricordo  alla  lettera:
    "Gestire  l'illegale,  suscitare lo scandalo,  insabbiare lo scandalo,
    sono divenuti tre momenti del rapporto di  forza  chiamato  equilibrio
    politico".
    Comunque,   cara   signora,   disse   Spadolini   rivolgendosi  alla
    Kaltenbrunner, io ho fiducia nella democrazia, nonostante tutto. "Non
    praevalebunt".
    Anch'io,  disse Reichlin.  Le forze sane  sono  tante  e  bisogner
    sempre  fare  i conti con loro.  E' vero che la vita politica presenta
    segni di regresso, ma forse sono segni pi apparenti che reali.  E c'
    un libero Parlamento.
    Balle,   disse  l'ingegner  Di  Marzio.  Il  presidente  della  nota
    industria produttrice di armi,  che stava parlando fitto in un  angolo
    della  sala  con  il  sottosegretario  Aletti,  era  famoso per la sua
    milanesit.  Si rivolse a Lia: Balle le sue,  ma balle la fiducia  di
    Spadolini e di Reichlin. L'abbiamo vista sei mesi fa l'ultima sessione
    parlamentare: raccomandazioni,  inviti...  E poi, tutti un bel voto di
    fiducia.
    In mancanza di alternative...,  obiett Reichlin.  E la  parte  pi
    critica della nostra posizione non abbiamo potuto esporla perch erano
    scaduti  i  venti minuti assegnati alla minoranza.  Per regolamento si
    doveva comunque approvare in giornata l'operato del governo.
    Non dico di no,  il sistema mi sta bene,  figuriamoci,  il Parlamento
    non conta una mona e almeno si fanno meno chiacchiere e il governo pu
    decidere.  Per  io  le  cose  le  dico tutte,  non ho mica peli sulla
    lingua...  A me non piace quando mi danno il  bidone.  Lo  scherzo  me
    l'hanno giocato i socialdemocratici. Francesco Pazienza aveva un certo
    tipo di rapporti con i democristiani...  andiamo,  Aletti,  non faccia
    quell'espressione,    tutto  normale,   no?...   Ferdinando  Mach  di
    Palmstein  sbrigava gli affari per i socialisti,  Sauro Castagna per i
    comunisti. Beh, un certo Fulchignoni lavorava per la squadra di Pietro
    Longo...  C' il normale giro di societ pi  o  meno  di  comodo,  in
    America, in Italia, nel solito Panama. E per fare affari bisogna tirar
    fuori le tangenti.  Questa volta si trattava di una fornitura grossa e
    diciamo poco chiara:  ufficialmente  si  parlava  dell'Arabia  Saudita
    disponibile  a  fornire  il certificato pi importante,  quello di uso
    finale, come si dice, che garantisce chi  il destinatario delle armi.
    Ma pare invece che i cannoni e i carri  armati  fossero  destinati  da
    tutt'altra parte... Cercammo di vederci chiaro, ma non serv a niente.
    La tangente doveva andare a una societ di Fulchignoni. E Fulchignoni,
    insieme  con  Pietro  Longo,  era  stato  il  destinatario di tutta la
    corrispondenza di affari di un certo signor Lallement,  presidente  di
    una  societ  d'intermediazione  costituita  in America: io non voglio
    dire, ma mi pare evidente... E inoltre la fornitura doveva andare alla
    Oto Melara,  azienda dipendente dall'Efim alla cui testa a quel  tempo
    c'era Corrado Fiaccavento, socialdemocratico... Capito?
    Guercini fece un bel sorrisetto: Non se la prenda,  ingegnere, oggi a
    me domani a te.
    Ma lei, questo Longo, lo conosce immagino. Ma che tipo ?
    Simpatico. Molto simpatico.
    Sar. E vero che ha una bella moglie?
    Vero. Una signora bella e simpatica.
    Sar. Tutti i gusti son gusti.
    E non  certo uno nato ieri.  Pensi un po' a come   riuscito  a  far
    fuori Nicolazzi e a tornare alla segreteria del partito...
    Mi pare un gran casino, disse Evelina.
    Lascia perdere, disse Guercini.
    Tutto  va  nel  migliore  dei modi nel migliore dei mondi possibile,
    disse Ragusa.  Aveva la bocca  impastata  e  le  parole  uscivano  con
    qualche impaccio.  Ma continu,  solenne: Per credo ancora,  qualche
    volta,  che sarebbe possibile abolire torti e ingiustizie...  colpi di
    mano,  affari  sudici e...  arroganze del potere,  mi pare che si dica
    cos...  Qualche volta: ma deve essere una malattia,  perch quella di
    Evelina mi sembra una conclusione piena di buonsenso,  ecco... Un gran
    casino... comunque finch posso combatto... Qualche volta.
    Io combatto perch lui mi trascina in battaglia, disse Evelina.  Ma
    ne  farei  volentieri  a meno,  perch non ci sono speranze.  Potremmo
    utilizzare meglio il nostro tempo, come fanno gli altri.
    Lei,  disse Lia rivolgendosi a Ragusa,  ricorda  Don  Chisciotte  e
    Sancio  Panza?  Ho  letto  una  bellissima definizione del traduttore,
    Bonini,  mi pare: "l'eroe  intellettuale  che  evade  nell'azione,  la
    rustica   creatura   che   sconfina   nei  campi  del  pensiero".   Ci
    assomigliate.
    E' vero, disse Evelina. A me sta bene.
    Io non sono un eroe intellettuale,  disse Ragusa.  Vino o  non  vino
    quella  donna  gli  metteva  nelle  vene un'eccitazione irrefrenabile.
    Prov un brivido quando lei lo  prese  per  mano:  Venga,  andiamo  a
    prendere una boccata d'aria. Qui non si respira pi.
    Ragusa  gett  un'occhiata  obliqua verso Evelina.  Stava parlando con
    Verdiglione,  lo psichiatra  tornato  di  moda  dopo  le  disavventure
    giudiziarie,  e non gli badava. Scivol via aggrappato a quella mano e
    si trov all'aperto,  sul terrazzo carico di sempreverdi.  L'aria  era
    pungente e odorava di neve, ma sotto il grande tendone verde non c'era
    freddo.  Le  lampadine nascoste fra le foglie dei rampicanti mandavano
    una smorta luce da acquario e gli occhi di Lia erano senza  fondo.  Le
    sfior  una  guancia  con le dita e lei protese verso di lui il ventre
    morbido e compatto.
    Che facciamo, balbett Ragusa.
    Lei non parl. Con gli occhi fissi sul suo volto, quasi a spiarne ogni
    segno del desiderio, gett la testa all'indietro, gli pose le mani sui
    fianchi e lo tir  a  s  dolcemente  perch  il  contatto  fosse  pi
    stretto.  Il  suo  bacino  cominci  a  muoversi in un lento movimento
    circolare mentre il torso rimaneva immobile.  Ragusa ebbe un attimo di
    smarrimento,  una vertigine dolorosa.  Ma si sent travolto e le cerc
    la bocca.  Lei gli sfugg,  mentre le sue mani lo percorrevano in  una
    carezza  leggera,  scendendo  dalla  vita ai fianchi,  all'attaccatura
    delle cosce. Non si ribell quando Ragusa le sollev l'abito facendola
    ripiegare su se stessa e le pass le  mani  lungo  le  gambe  fino  al
    tiepido  marmo  delle  piccole natiche che si ergevano imperiose nelle
    trine  dello  slip,  fino  all'inguine  fitto  e  duro.  Si  abbandon
    all'improvviso,  lasciandosi scivolare lungo il corpo di lui, il volto
    premuto sul suo ventre, le mani che frugavano e denudavano.
    S, balbett Ragusa, s.
    Le labbra dischiuse di Lia sfiorarono amorosamente il suo sesso e  con
    un grido strozzato Ragusa s'inarc in avanti.  Subito, arrendevole, la
    sua bocca lo accolse,  lo trattenne immota per un istante  avviluppato
    nel calore e nella morbidezza,  prima di risucchiarlo lentamente lungo
    il tappeto della lingua,  lungo il palato,  fino a quando le labbra ne
    toccarono  la base ispida.  Ragusa sent salire dalle viscere l'attimo
    pungente e confuso,  l'onda che si formava in un  rombo  lontano,  che
    saliva e si accavallava tremando.
    No, singhiozz, non senza di te.
    Lei  liber  per un attimo la bocca e lo guard,  da quella lontananza
    infinita, con occhi imploranti:
    Lascia, lascia.
    Non senza di te.
    Voglio cos.
    Prendilo, allora.
    Riaffond le labbra su di lui con un lamento e  per  Ragusa  il  rombo
    lontano   divent   tuono   e   il  piacere  lo  sommerse  improvviso,
    scrosciando. Rest immoto, trafitto, e non apr gli occhi quando sent
    il lieve bacio sulla guancia, il fruscio dell'abito,  il passo leggero
    che  si allontanava.  Barcoll appena,  appoggiandosi alla balaustra e
    ansimando.  Con le mani tremanti cerc  una  sigaretta  nelle  tasche.
    Rimase  nel  buio incerto,  fumando.  Aveva la testa confusa e un gran
    desiderio di bere ancora.  Ma riflett che era meglio  andar  via:  un
    altro  bicchiere  di  quel  vino  e  avrebbe  perduto  ogni residuo di
    controllo. Dalla finestra socchiusa, lungo il corridoio, rientr nella
    sala.  Intorno a Verdiglione e ad Evelina si era radunato un gruppo di
    persone.  Ragusa  rabbrivid:  non era difficile per lui capire quando
    anche Evelina aveva bevuto qualcosa di troppo,  pi arduo intuire cosa
    ne sarebbe derivato.
    Non  le  nascondo,  lei  stava dicendo,  che di tutto quello che ha
    detto non capisco nulla.  Ho anche  cercato  di  leggere  alcune  cose
    scritte  da lei,  ma  stata la stessa cosa.  Io sar ignorante,  per
    certo lei  una specie di valanga, di valanga di parole.
    Verdiglione scosse i lunghi capelli lucenti e  si  accese  un  sigaro.
    Guard Evelina e soffi in alto il fumo, quasi cercando l'ispirazione.
    Io,  disse  infine,  sono  tratto  da un demone a dire,  a fare,  a
    scrivere: sempre fra Oriente e Occidente e fra Nord e Sud. Senza luogo
    della parola.
    Questo demone..., disse Evelina.
    Questo demone  il colore del punto...
    Questo punto..., disse Evelina.
    ...  dello specchio,  dello sguardo,  della voce: la  moneta  stessa.
    Punto,  sembiante,  oggetto  scientifico,    indotto  dalla pulsione,
    dall'instaurazione della domanda, dove l'offerta  il pleonasmo.
    Vada a dar via il culo, disse Evelina alzandosi.
    Ragusa si volt, come se qualcuno l'avesse chiamato. Guercini lo prese
    sottobraccio.
    Mi stavo chiedendo dov'eri finito. Ti diverti?
    Me lo avevano detto,  ma non sapevo che le  tue  feste  fossero  cos
    pittoresche. C' proprio di tutto.
    S, proprio di tutto.
    Mi hai messo in qualche imbarazzo,  ma sono contento di esser venuto.
    Lo sai, sono un po' orso.
    Imbarazzo?
    Ma s, quello laggi non  l'amministratore di Villa Amanda?
    S.
    E' uno che  stato inquisito, e non  finita per quel che ne so.
    L'avevo sentito dire. Ma chi non  inquisito, oggi?
    Gi, disse Ragusa. Comunque, tutti questi politici...  Magari,  per
    te  che  li  frequenti  sempre    pi un dovere che un piacere starci
    insieme.  Ma per me   un'esperienza  molto  interessante,  vederli  e
    sentirli cos da vicino, faccia a faccia.
    Non  mi dire che un uomo di giustizia come te non ha i suoi referenti
    in paradiso...
    Ma no,  non ne ho.  Non far i miei interessi,  ma preferisco evitare
    certe  frequentazioni.  Mi  rendo  conto che sono indispensabili se si
    vuole fare carriera,  ma so anche che possono portarti  all'inferno...
    Pensa, di tutto il mondo politico conosco soltanto una persona...
    E chi ?
    ... e quasi soltanto di nome. Randi, il sottosegretario.
    Nanni  scoppi a ridere: Francesco Randi ti assomiglia.  Si tratta di
    affinit elettive,  o hai  deciso  di  metterlo  sotto  inchiesta  per
    levarti un concorrente dalla piazza?.
    Un concorrente? Che vuoi dire?
    Ma no, scherzavo. Ti assomiglia perch  un po' come te, un idealista
    un po' scontroso.  Per si  fatto una fama di puttaniere. Sai perch?
    Come succede sempre ai timidi,  una volta che sgarr e perse la  testa
    dietro  una ragazza,  pass i guai suoi: la moglie lo lasci,  facendo
    una piazzata proprio in un salotto romano,  e lui per un  paio  d'anni
    dovette  navigare  sommerso  e farsi un po' dimenticare.  Ma perch ti
    interessa?
    Un mio amico commercia con l'estero e ha bisogno di parlarci.  Ma non
    sembra una cosa facile. Certo, se  un leggerone...
    Vedi  che  vogliono  dire  i  giornalisti e i moralismi all'italiana.
    Pensa che   uno  dei  pochi  politici  con  le  mani  pulite.  E  con
    l'incarico  che  ha...  no,  non  quello di sottosegretario.  Lui  un
    andreottiano di ferro,   il tesoriere,  come si dice,  della corrente
    del grande Giulio,  insomma  un incarico delicato. Deve raccogliere i
    contributi degli  amici,  procurare  fondi  e  finanziamenti  che  non
    mandino nessuno in galera e che non facciano scandalo,  eccetera. Per
    su di lui non c' mai stato niente da dire.  E infatti Andreotti se ne
    vanta  e  lo  porta  ad  esempio  quando qualcuno tira fuori le solite
    storie sul suo conto... Eh,  caro mio,  l'ingegner Di Marzio avr pure
    ragione,  per  ci  sono  anche  politici che filano diritto.  Almeno,
    quelli che hanno qualcosa da perdere a non farlo.
    Beh, mi consoli. Avevo pensato...
    Lo vedi?  Con una battuta anch'io avevo fatto un po' di  moralismo...
    Noi giornalisti siamo peggio dell'opinione pubblica corrente 
    Beh,  disse Ragusa,  si  fatto un po' tardi per me.  Penso proprio
    che me ne andr a dormire.
    Mi spiace che te ne vada cos presto.  Evelina si diverte,  ma lo  so
    che  tu non sei un mondano...  A proposito,  visto che ti sei deciso a
    venire, non volevi chiedermi una cosa?
    Ah, disse Ragusa, ma gi te l'ho chiesta.
    Me l'hai chiesta? Quando?
    Un momento fa, sorrise Ragusa.  Guercini rest un attimo interdetto,
    poi gli batt amichevolmente una mano sulla spalla.
    Lo sai che sei un bel figlio di puttana, signor sostituto procuratore
    della Repubblica?
    Ti ho detto solo che lo conoscevo.
    E io ti ho detto tutto quello che ti serviva. Per questo dico che sei
    un gran figlio di puttana, amico mio. Oh, per guarda che Francesco 
    davvero una persona per bene. Il sesso  un'altra cosa.
    Lo so, disse Ragusa.


    4.
    Nella  sala  stampa la luce si spargeva fredda dai tubi al neon dietro
    le cornici di stucchi,  ai quattro angoli del soffitto altissimo.  Sui
    tavoli  le  lampade dagli spessi paralumi di vetro verde erano spente.
    Ammutolito  il  ticchettio   delle   telescriventi,   anche   l'ultimo
    giornalista aveva abbandonato il campo.  Prese nota meccanicamente del
    tremolio di uno degli impianti fluorescenti per  riferirne  l'indomani
    al  reparto  riparazioni.  Tra  le  due  ciclopiche finestre su piazza
    Montecitorio,  il tondo orologio a muro  segnava  cinque  minuti  alle
    nove.  Ancora  due ore e mezzo,  si disse impaziente.  E poi,  sarebbe
    venuto?  Certo che sarebbe venuto,  gli conveniva.  Conveniva a tutti.
    Perci non c'era che da aspettare. Riprese il suo posto dietro l'ampia
    semiluna  di  legno  dalla quale i commessi controllavano la sala e la
    bussola dell'ingresso,  e si accese una sigaretta.  Le volute di  fumo
    cominciarono  a  cronometrare pigramente i cinque minuti allo scoccare
    dell'ora di chiusura.
    Aveva proprio avuto fortuna,  riflett lasciando vagare lo sguardo sui
    profili  logorati  dei  tavoli e delle macchine da scrivere.  Segu la
    linea spezzata del chiaro  armadio  di  legno  sulla  destra,  da  cui
    sembrava  sbocciare  all'improvviso  il  massiccio stipite della porta
    della sala lettura. Infine gli occhi approdarono al gigantesco dipinto
    di Palazzo Carignano,  sede del primo Parlamento italiano.  Inquadrata
    di  sbieco,  quella  stinta vestigia dell'epopea risorgimental-sabauda
    consegnata alla  parete  tra  l'armadio  e  il  tavolo  dei  commessi,
    suggeriva  inattese profondit,  illusioni di un'improvvisa animazione
    d'ombre. Visto da qui fa meno crosta, borbott senza accorgersene.  Ma
    come  faceva  quell'altra  crosta di Gelmetti a rimediare tanto ben di
    Dio? Una sera s e l'altra pure.  Stavolta comunque era tornata utile.
    "Bianchi,  ho  un'inglesina  per  le  mani",  gli  aveva telefonato al
    mattino.  "M' arrivata  all'improvviso.  E  sai  com',  va  cotta  e
    mangiata.  Anche  perch domani riparte.  Il guaio  che sono di turno
    proprio stanotte. Fammi il piacere, mi dai il cambio?  A buon rendere,
    lo sai."
    Gli  aveva fatto il piacere senza pensarci due volte.  L'occasione era
    buona per stringere i tempi. E appena chiuso il telefono con lui aveva
    chiamato  l'altro  numero,   trovando   tutta   la   remissivit   che
    s'aspettava.  Adesso  era  solo questione di un paio d'ore,  si ripet
    guardando l'orologio da polso. Le nove in punto, poteva chiudere.
    Si alz e si diresse verso l'ampio tavolo tondo troneggiante al centro
    della sala,  dove aveva posato il "Corriere dello Sport"  e  un  altro
    paio  di  giornali in soprannumero.  Lo avrebbero aiutato a passare la
    notte.  Di fronte,  i vetri della bussola di collegamento con  l'atrio
    del  palazzo  gli  rimandarono  l'immagine di un uomo alto e atletico,
    nell'attillata uniforme nera  dei  commessi  della  Camera.  Stette  a
    guardarsi un momento,  compiaciuto.  S,  la figura di un signore, non
    c' dubbio.  Gli servivano solo i quattrini.  Li avrebbe avuti.  E per
    quanto  potesse addolorarlo,  proprio la morte di Jolanda avrebbe reso
    pi facili quelli che erano stati i loro comuni progetti.
    Torn sui suoi passi con i  giornali  in  mano,  verso  la  porta  che
    immetteva  all'interno di Montecitorio,  sul lungo corridoio.  Abbass
    l'interruttore centrale vicino allo stipite e  si  tir  l'uscio  alle
    spalle.  Lo accompagn,  nel silenzio spesso, il tintinnio leggero dei
    riquadri di vetro del  battente.  Un'oscurit  pressoch  completa  lo
    accolse ai piedi dei due scalini.
    La  debole  luce  lunare,  sbucata  proprio allora oltre gli strati di
    nubi,  ritagli i contorni degli alti e fronzuti ficus nei loro catini
    metallici,  davanti alle vetrate del cortile interno.  Un'inspiegabile
    curiosit lo spinse ad avvicinarsi.  Attravers il corridoio sfiorando
    i  margini  del  cono  giallastro  proiettato  dal posto di vigilanza,
    distante sulla sinistra. Ombre s'appiattivano e si rincorrevano dietro
    l'estroversa fontana barocca e lui tard un attimo prima  di  rendersi
    conto  che  riflettevano  soltanto il passaggio capriccioso delle nubi
    davanti alla luna, che nessuna presenza misteriosa s'agitava dietro le
    nere porte-finestre del Transatlantico,  sul lato opposto del quadrato
    racchiuso tra le ali del palazzo.  Sorrise alla propria suggestione. E
    pensare che Jolanda lo aveva sempre accusato di mancanza di  fantasia.
    Gett  ancora  una  rapida occhiata verso l'alto,  alle scure finestre
    della biblioteca sopra il corridoio dei Passi Perduti,  mentre  girava
    sui  tacchi  verso il chiarore del vestibolo laterale,  dalla parte di
    via della Missione.
    Marianini,  il secondo del turno di notte,  era appollaiato dietro  il
    colossale  fratino  posto strategicamente al centro del salone.  Dalle
    pareti incombevano la Patria, impersonata da una baldracca straripante
    grazie alla scarsa fantasia di un pittoraccio  fine  Ottocento,  e  la
    Virt,  incarnata da un esangue Salomone del Diciassettesimo secolo. E
    naturalmente era gi semiappisolato,  il grasso  Marianini,  la  testa
    reclinata  sulla  "rosea" alla pagina degli ultimi triboli della Roma.
    Sussult e si tir su al rumore della sedia smossa.
    Ah, Bianchi.
    Continua a dormire. Se vuoi,  il primo giro di controllo lo faccio da
    solo.
    Per me va bene.
    Buonanotte.
    Eh,  buonanotte,  ormai sono sveglio. Di', piuttosto, si sa niente di
    quella storia di Filardi? Pare che sia stato messo tutto a tacere,  ma
    quello  uno sporcaccione.
    Io per me non ci credo.  Ci si  messa di mezzo,  a far casino, anche
    quella deputata radicale,  la Tadicchi,  che poi  una mutanda svelta:
    l'avr  vista  in  giro,  mano  nella  mano,  almeno  con dieci uomini
    diversi.  Ma ti pare che uno come  Filardi,  un  funzionario  di  quel
    grado,  si  mette  a violentare un'impiegata proprio qui dentro?  E se
    quella urla, chiama aiuto? - "No signori,  non vi preoccupate,  le sto
    insegnando una nuova tecnica stenografica." - Ma va',  non ci credo. E
    poi ne valesse la pena, con quella l. La conosco. Uno scorfano.
    Non si pu mai dire. Pure quella ha un nonsoch,  un modo di guardare
    e di portare a spasso il culo,  che ti viene di fartela anche in mezzo
    al Transatlantico.  E quello schianto della ragazza delle pulizie  che
    ti lavori tu,  per esempio? Credevi che non ce ne fossimo accorti, eh?
    Caro mio, mettitelo in testa, qua dentro si sa tutto.
    Invece non sai un tubo.  Quella poveretta  morta.  Perci chiudi  la
    bocca e lasciami in pace.
    Marianini rest interdetto. Morta? Come, morta?
    Morta, morta.
    Lo disse a voce bassa, controllando la rabbia. E l'altro valut per un
    attimo   se   dovesse   mandarlo   in  quel  posto  oppure  fargli  le
    condoglianze.  Opt per la conclusione che comunque non  erano  affari
    suoi  e  si  riacquatt  tra  gli  articoli di sport a soffrire per le
    disavventure dei lupi della  Roma.  In  capo  a  cinque  minuti  aveva
    ripreso a dormire sibilando a intervalli regolari,  un fischio tenue e
    beneducato.
    Lui invece cerc  di  far  sbollire  l'irritazione  tra  le  righe  di
    un'inchiesta di "Panorama" della settimana prima.  Gli piaceva tenersi
    informato sui fatti e misfatti dei  protagonisti  della  politica.  In
    qualche modo sapere dei loro disegni, delle loro manovre, almeno nella
    versione dei giornali,  lo faceva sentire parte di un mondo di potenti
    che la consuetudine del lavoro gli mostrava pi vicino e pi  lontano.
    Le  imprese  del  presidente  del Consiglio campeggiavano nel servizio
    d'apertura del settimanale:  aveva  rimesso  in  riga  il  Parlamento,
    disciplinato  il proprio partito,  stretto alle corde i socialisti,  i
    comunisti stavano ormai fuori della porta col cappello in  mano,  dove
    arriver un uomo cos?  In un altro momento se lo sarebbe bevuto in un
    fiato un  articolo  come  quello.  Non  adesso.  Le  righe  di  stampa
    sfumavano  di  continuo  nell'immagine di Jolanda e forse per la prima
    volta pens alla sua fine con compassione autentica. A lungo si lasci
    andare  alle  fantasticherie.   La  rivedeva  che  facevano   l'amore,
    accaldata  e  sorridente.   La  ricord  quando  piangeva,   e  sempre
    d'improvviso e per ragioni che sembravano sgorgare da una vena segreta
    di scontento e di offesa. Poi la risent accalorarsi mentre spiegava i
    piani che avrebbero cambiato la loro  vita,  decisa,  senza  ombra  di
    paura.   Come  una  lama  fredda  il  pensiero  dell'appuntamento  gli
    attravers il cuore.
    Era lui ad avere paura?  Si disse che non era il tipo,  almeno non gli
    era mai capitato fino ad allora. E di che cosa, poi?
    Aveva  preso  tutte  le  precauzioni: l dentro non poteva succedergli
    nulla. Fuori si sarebbe sentito, e forse sarebbe stato, meno protetto,
    ma quei muri rappresentavano la sua polizza sulla vita.  In ogni  caso
    non  era  uno sprovveduto,  come dimostrava il rigonfio del coltello a
    serramanico nella tasca destra della giacca.
    Guard di nuovo l'orologio e stavolta era tempo di muoversi. Le undici
    e mezzo.  Si alz senza rumore,  cercando di non  svegliare  Marianini
    acciambellato sul tavolo.  Gli tornava utile anche quel sonno profondo
    che cancellava curiosit e domande nel  caso  la  sua  assenza  avesse
    dovuto  prolungarsi  un  po'  pi  del  regolare.  Impugn  la  torcia
    elettrica e scese i tre larghi gradini che immettevano  nel  corridoio
    dei  servizi,  sul  fianco  sinistro  del  palazzo.  Il  chiarore  del
    vestibolo lo accompagn per qualche metro,  poi  accese  la  pila.  Un
    fiotto  di  luce  azzurrina  rimbalz  dalle  boiseries  sormontate da
    deserti attaccapanni.  Sulla destra,  come una  grande  orbita  vuota,
    comparve  la  teatrale  porta  a  vetri  spalancata  sul  neropece del
    Transatlantico.
    Varc la soglia e si immerse nella vasta oscurit. Sui divani di cuoio
    rosso allineati ai due lati,  gi gi fino al capo opposto,  i potenti
    degli   ultimi   cent'anni   avevano  concepito  e  disfatto  governi,
    programmato imboscate parlamentari,  decretato la  fine  di  fortunate
    carriere,  consentito  l'ascesa  di oscuri travet.  Roba di un passato
    nemmeno tanto remoto ma che gi si faticava a  ricordare.  Abolito  il
    voto  segreto,  nessun  governo  correva  pi  il  rischio  di  essere
    abbattuto da una congiura nelle urne.  Il corridoio dei Passi  Perduti
    aveva  finalmente  realizzato  la  profezia contenuta nel suo nome: un
    luogo di inutili passeggiate in attesa di ratificare  decisioni  prese
    altrove,  un  futile  teatrino  di  chiacchiere  e pettegolezzi subito
    dispersi dal giallo lampeggiare del segnale che imponeva il rientro in
    aula per un voto rapido e disciplinato.
    La tenebra notturna  aveva  privato  il  Transatlantico  dell'aria  di
    fatuit   che   incombeva   perfino   nelle   occasioni  pi  solenni,
    quell'atmosfera da albergo di stazione termale a cui  sin  dall'inizio
    parevano  condannarlo  le  architetture  liberty  imposte dal Basile a
    cavallo del secolo.  Nel buio gli spazi svuotati di colore  sembravano
    riempirsi  dello  spirito  felice e grandioso dell'altra met,  quella
    secentesca, del palazzo.
    Lui sapeva tutto della storia di Montecitorio,  spinto  dalla  propria
    scrupolosit e dal dovere di quasi tutti i commessi di far da ciceroni
    ai  visitatori.  Da papa Innocenzo Decimo che aveva cominciato a farlo
    costruire per i principi Ludovisi a papa Innocenzo Dodicesimo  che  ne
    aveva  fatto la sede dei tribunali ecclesiastici,  fino all'arrivo dei
    piemontesi.  Ma le ombre dei primi abitanti in  sottana  nera  non  ne
    erano  mai  del  tutto scomparse,  anche se lui non dava certo credito
    alla storia del fantasma che si raccontava tra il personale: un  abate
    inquieto e torvo a passeggio per i corridoi del piano superiore, lungo
    la  scala  a chiocciola che dall'ala della biblioteca un tempo adibita
    ad  appartamento  privato  portava  discreta  all'uscita   laterale...
    Storie,  si  capisce.  Ma  s'irrit con se stesso che gli venissero in
    mente, come un presagio di malaugurio, proprio quella notte. Basta con
    queste chiacchiere, si disse perentorio: i morti sono morti, tutti.  E
    rinfrancato  mosse  deciso  lungo  il corridoio fino alla buvette,  in
    fondo, come previsto dal regolamento di sicurezza.
    Nella vastit dell'ambiente la luce della torcia si  spandeva  fino  a
    diluirsi,  si  riduceva  a  un tenue alone appena sufficiente a vedere
    dove mettere i piedi.  Tanto,  lo  sapevano  tutti  che  il  controllo
    notturno  era  una  pura  formalit,  e  che  se non ci fosse stata la
    testimonianza degli orologi da punzonare nessun  commesso  si  sarebbe
    allontanato   dal   posto  di  guardia.   Perci  affrett  il  passo,
    stranamente silenzioso nel salone incapace d'eco,  senza  preoccuparsi
    affatto  di  indagare  le  ampie zone buie che si lasciava ai fianchi.
    Raggiunse la buvette,  punt sbrigativamente la  torcia  attraverso  i
    vetri  della porta chiusa a chiave e torn indietro.  A met strada di
    nuovo il biancore della luna attravers  le  nubi  e  le  vetrate  sul
    cortile  e  lui  si ricord: doveva segnare il passaggio sull'orologio
    nello stretto corridoio che correva parallelo sulla destra,  lungo  la
    parete dell'aula. S'infil nel budello, passando sotto l'arco centrale
    di marmo traforato, e il sangue gli si gel nelle vene.
    L'ombra  si  stagliava  netta  nel  rettangolo  che  la  luce  lunare,
    attraverso  l'arco  successivo,   stampigliava   nell'oscurit   della
    galleria.
    Marianini, sei tu?
    Ma sapeva benissimo che non poteva esserlo. Nella distanza quell'ombra
    pi scura,  laggi in fondo, appariva smisuratamente alta e massiccia,
    come avvolta in un mantello che smussava ogni spigolosit di  profili.
    Spense la lampada e si appiatt contro la parete.  Trem al freddo che
    gli saliva nel cuore,  ma torn a scrutare  il  buio,  in  uno  sforzo
    disperato di concentrazione.  E, come in risposta a un suo appello, il
    chiarore della luna si fece pi intenso e sbiad la notte  corrucciata
    colmando di luce vivida i1 corridoio. Non c'era nessuno.
    Se  ne  stette ancora qualche secondo appoggiato al muro,  la testa in
    tumulto. Aveva sognato, si rincuor. L'ansia e i timori della giornata
    si erano materializzati in un'allucinazione.  O  aveva  visto  davvero
    qualcosa?   Qualcuno?  Ma  il  posto  dell'appuntamento  era  lontano,
    aggirarsi l attorno sarebbe  stato  pericoloso.  Perci,  a  meno  di
    credere alle passeggiate dell'abate, aveva sognato a occhi aperti. Non
    c'era altra conclusione possibile.
    Riprese  il  giro,  anche  se  l'ispezione  dell'aula  fu  ancora  pi
    sbrigativa del  solito.  Quando  usc  di  nuovo  sull'anello  attorno
    all'emiciclo  si consent perfino un sorriso di autocompassione per le
    paure di poco prima.  E imboccata poco pi in l una modesta porticina
    di legno si lasci inghiottire dalle scale verso il sotterraneo.

    Il signore gradisce una porzione di pasticcio?
    Ragusa  vide nel vetro del finestrino il cameriere chinarsi su di lui,
    mentre fuori scorreva rapida la stazioncina di Camporeale,  e si volt
    con  la  sua  aria pi disgustata.  L'ometto ritrasse il vassoio senza
    scomporsi e,  saldo tra gli scossoni  del  treno,  pass  al  tavolino
    successivo.
    Bravo,  ha fatto bene,  gli disse con accento milanese il passeggero
    seduto al suo fianco dal lato del corridoio.  Era massiccio e torpido.
    Magari   facessimo  tutti  cos.   Su  questi  treni  ci  avvelenano,
    letteralmente. Ne approfittano perch uno si ritrova affamato e non ha
    alternative.  Io,  per esempio.  Sono salito a Reggio Calabria proprio
    all'ora  di pranzo,  ho mangiucchiato qualche panino,  ma alle otto di
    sera ho dovuto cedere. Una vergogna, questa  roba da sbattergliela in
    faccia. E s'infil in bocca una forchettata di sformato di maiale.
    Ragusa assent educatamente e torn a voltarsi  verso  il  finestrino.
    Pi  dei  pasti  in  treno  odiava  solo le conversazioni in treno.  E
    invece, a quanto pareva, si era ficcato in una situazione senza via di
    scampo.  Continu a guardare fuori,  nell'oscurit interrotta qua e l
    dai lucignoli dei casolari, mentre si portava alle labbra il bicchiere
    piombato  colmo di Chianti anonimo.  Se ne dovette pentire amaramente.
    Il suo palato non era poi cos esigente in fatto di  vino,  ma  quella
    robaccia  era troppo anche per lui.  Niente,  a digiuno e a secco,  si
    rassegn.
    Per spiacevole che fosse,  nemmeno l'astinenza forzata bast a turbare
    la singolare tranquillit,  leggermente euforica,  che lo accompagnava
    dal momento in cui aveva lasciato  Napoli.  Temeva  di  conoscerne  la
    ragione,  sebbene  rifiutasse di ammetterlo.  Sotto la pensilina della
    stazione  centrale  aveva  trovato  un  telefono  a  carta  magnetica.
    Chiamare  casa?  Non  lo  aveva fatto mai.  Evelina gli aveva risposto
    stupita quanto lui.
    Tu? A che ora arrivi? Ti vengo a prendere a Termini.
    Ricominciare,  ogni volta.  Si poteva?  Il gioco degli appuntamenti  e
    delle attese. Del desiderio reso opaco dall'alcool. Ripens alla furia
    nevrotica  di  Lia  sulla  terrazza  di Nanni.  Ma solo per sentire il
    bisogno di una soddisfazione quieta e  al  tempo  stesso  piena.  "Pi
    amara  della morte  la donna,  braccia come catene." Vecchio bacucco,
    t'ho dato retta per una vita intera,  una vita  passata  a  fuggire  i
    sentimenti.  E  se  tu  avessi  torto?  Abbandon l'Ecclesiaste al suo
    destino fuori del vetro e ripiomb nel pieno di una disputa tra i suoi
    compagni di viaggio.  Quel che era peggio,  si parlava di  giudici.  A
    toreare  era adesso il suo dirimpettaio,  un mite signore dalla pelata
    marmorizzata e gli occhiali  spessi,  completo  grigio  con  gilet  da
    professore universitario o dirigente d'azienda. O anche rappresentante
    di whisky con due mesi di training in Inghilterra.
    Io credo che dobbiamo tutti essere grati alla magistratura per quello
    che  ha  fatto  in questi anni. La voce gli usciva stridula e forzata
    dal naso.  Naturalmente si deve tener conto che c' ancora bisogno di
    una legislazione d'emergenza...
    Legislazione  un  corno,  lo interruppe feroce il milanese affamato.
    La verit  che questi giudici con le leggi ci  si  puliscono  sapete
    cosa. Hanno le manette facili, ecco il problema. Autonomia dell'ordine
    giudiziario?  Me  ne  sbatto,  io.  Il governo ha fatto bene: pubblica
    accusa alle dipendenze dell'esecutivo e i  giudici  che  sbagliano,  a
    casa. O in galera. Come in America.
    In  quel  momento  intercett  lo  sguardo  di Ragusa alla ricerca del
    cameriere e ne approfitt per sparargli a bruciapelo:
    Giusto? Dico bene?
    In America non ci sono tanti ladri come  qui.  Mi  scusi,  ma  dovrei
    passare.  Lasci  il  tavolo  con  un senso di sollievo seguito dallo
    sguardo malevolo del mangiatore di sformato.
    Avrei dovuto pensarci prima,  si  rimprover  mentre  riguadagnava  il
    silenzioso  e  pacifico  deserto  del suo scompartimento: quando tutti
    vanno a mangiare   il  momento  buono  per  starsene  tranquilli.  Si
    sprofond  nel  suo sedile,  allung le gambe su quello di fronte e si
    accinse a trarre un bilancio della sua spedizione napoletana.
    Nel parlatorio di Poggioreale Pino Giannone gli  era  sembrato  quello
    che,  secondo il direttore del carcere e il fascicolo giudiziario,  di
    fatto era.  Una mezza calzetta della camorra.  Niente reati di sangue.
    Un  po'  di  contrabbando:  "Per  avere  con  altri  dalla  nave greca
    "Dimitria"...".    Qualche   minaccia   a   scopo    di    estorsione,
    prevalentemente    macellai    e   fruttivendoli.    E,    ovviamente,
    l'associazione di stampo  mafioso  prevista  dalla  vecchia  legge  La
    Torre.  Poteva  un  tipo  cos  finire  in mezzo a una faida tra bande
    avversarie?  Giannone lo negava.  E tutto sommato lui era  propenso  a
    credergli.  Ma  se avesse fatto uno sgarbo a qualcuno nel carcere?  Il
    direttore lo aveva subito disilluso. Un detenuto modello.  E di sicuro
    non  era  di quelli disposti a collaborare con la giustizia,  o perch
    non aveva davvero niente da raccontare o perch non ne aveva voglia.
    L'attacco diretto non aveva dato migliori risultati.
    Signor giudice,  io sono  una  persona  per  bene,  che  rispetta  le
    regole,  e lo aveva fissato a lungo con gli occhietti neri.  Nessuno
    mi vuole male.
    Intanto per sua figlia  morta.
    Solo allora aveva avuto  l'impressione  di  aver  colpito  nel  segno.
    Giannone  aveva  nascosto  la  faccia  anonima  tra  le mani piccole e
    nervose e se n'era rimasto a lungo in quella posizione.  Ragusa  aveva
    creduto,  o  sperato,  che stesse soppesando un dubbio,  valutando una
    risposta.  E invece subito dopo quello gli aveva rifilato uno dei  pi
    classici  fondi di magazzino.  Un bel polpettone lacrimoso che partiva
    dalla solita infanzia disgraziata,  dalla ricerca di un onesto lavoro,
    dalle    persecuzioni   giudiziarie   per   arrivare   alla   commossa
    dichiarazione d'amore per la famiglia,  per i  figli.  Per  la  verit
    parlava  dei  figli  come  se ne avesse una sola: Jolanda.  Abbastanza
    perch Ragusa tentasse una scorciatoia.  La ragazza non gli aveva  mai
    confidato  niente?  Lei  sembra  un  padre cos affettuoso,  anche sua
    moglie mi  ha  confermato  che  voleva  molto  bene  a  quella  povera
    figliola. Niente da fare.
    Aveva insistito.  Come mai Jolanda, cos affezionata a lui, non andava
    mai a trovarlo?  Aveva controllato sui registri,  l'ultima visita  era
    stata due anni fa.
    Aveva  un  buon  lavoro,  non  stava  bene  che  venisse  qui dentro.
    Gliel'avevo  proibito  io.  Niente  visite,  niente  lettere,  niente
    biglietti: non li conservava, non dicevano nulla di speciale.
    Mentre Giannone si alzava per tornare in cella,  lui gli aveva gettato
    in faccia la domanda che si era tenuta per ultima.
    Come ha conosciuto l'onorevole Randi?
    Giannone  se  n'era  andato  lanciandogli  uno   sguardo   obliquo   e
    indecifrabile: E chi ?.
    La  conclusione,  rimugin  Ragusa  quando gi le luci delle fabbriche
    sulla Casilina anticipavano Roma, sarebbe dunque questa. Un camorrista
    in galera che si preoccupa per la famiglia,  ne parla  col  cappellano
    del carcere e il buon sacerdote prende a cuore il caso umano riuscendo
    a trovare un lavoro alla figlia. Una storia edificante se in fondo non
    spuntasse  il  cadavere  di una ragazza di vent'anni.  Ma poteva anche
    essere che questo finale non c'entrasse niente col resto del  copione,
    e che solo la sua caparbiet volesse collegarcelo a tutti i costi.
    Aveva  parlato  anche  con  il  buon  sacerdote,  un  pezzo d'uomo che
    sembrava avrebbe potuto stritolarlo senza difficolt se solo lo avesse
    voluto.  Due spalle quadrate sormontate da una faccia da cascatore  di
    Hollywood,  in una cornice di capelli argentati.  L'accento era, anche
    il suo,  marcatamente napoletano ma spiccio,  deciso,  senza tracce di
    untuosit curiale.  Don Canepe,  no, don Capece amava per i toni alla
    Don Bosco.
    Faccio quello che posso per aiutare  questi  disgraziati,  lo  aveva
    accolto.  La Provvidenza mi ha messo qui non a caso.  Ci sono persone
    sensibili anche dove il potere indurisce il cuore.
    L'onorevole Randi, gli aveva spiegato,  era uno di questi benefattori.
    Lo   conosceva  da  moltissimi  anni,   dai  tempi  dell'universit  e
    dell'Azione Cattolica - Sono stato assistente provinciale, sa? -,  e
    aveva accettato di buon grado di aiutare quella sfortunata famiglia. E
    non era la prima - La discrezione mi vieta di citare altri casi -.
    Gli  aveva obiettato,  provocatoriamente,  che forse non era stata una
    buona idea,  anche dal punto di vista della morale cattolica,  mettere
    una  bella  ragazza  come  Jolanda a portata di mano di un uomo che in
    fatto di costumi...  Ne aveva ottenuto in risposta una faccia stupita.
    Randi?  Questo si diceva di lui a Roma?  Non poteva crederci. Ma tante
    volte la gente parla per sentito dire o con l'intenzione di  fare  del
    male.  Lui  conosceva  il  suo  cuore,  ed era buono,  anche se il suo
    matrimonio era finito male.
    Ragusa avrebbe voluto sapere qualcosa delle ragioni che avevano spinto
    il sottosegretario ad allontanare la ragazza dal  suo  studio.  Ma  il
    prete  si era dichiarato dolente di non potergli essere utile.  Non ne
    aveva saputo nulla,  forse non me l'ha detto per non darmi un dolore.
    E adesso,  se mi vuol scusare, i miei doveri, sa. Una stretta di mano
    demolitrice aveva concluso l'incontro.
    Il  treno  rallentava  entrando  sotto  la  pensilina  della  stazione
    Termini.  Ragusa si riscosse e appiccic il naso al vetro, per cercare
    tra la rada  folla  sul  marciapiede  la  figura  minuta  di  Evelina,
    sorpreso  lui  stesso  da quell'impulso.  Il solco tra i suoi occhi si
    distese solo quando,  ormai  sul  predellino,  scorse  all'inizio  del
    binario la fulva zazzera scompigliata dal vento gelido di marzo.
    T'ho  aspettato  qui per paura di non vederti in mezzo a tutta questa
    gente,  disse lei passandogli il braccio alla vita,  sotto il  loden.
    Non volevo perderti. Sorrideva, ma con una punta di tristezza, quasi
    di trepidazione.  Si strinse a lui, che la rivide in un lampo come era
    dieci anni prima, allegra, prorompente, scatenata. Viva. Del resto non
    lo era ancora oggi?  E  ricambi  l'abbraccio  con  intensit  affatto
    inusuale.

    Il  frastuono  della turbina si era gi ridotto a un ronzio sonnolento
    quando mise piede nella centralina del condizionamento termico.  I due
    tecnici  di  turno stavano per andarsene e lo accolsero con distaccata
    familiarit. Ma esauriti i preliminari vollero anche loro informazioni
    sul fatto del giorno.  Gli  tocc  ripetere  l'arringa  difensiva  gi
    sciorinata a Marianini.
    Senta,  Bianchi,  gli  ribatt  con aria scettica il pi vecchio dei
    due, lei avr anche ragione, non dico di no. Filardi sar perbene. Ma
    io ho i capelli bianchi e di porcherie ne ho viste tante in  vita  mia
    che  non  mi  stupirei nemmeno di questa. E sussiegoso nel suo camice
    immacolato diede  un'ultima  occhiata  di  controllo  a  termostati  e
    manometri. Lui salut e riprese il suo giro.
    La  centrale  del  calore  si  trovava  nel cuore delle fondamenta del
    palazzo,  esattamente due piani al di sotto dell'aula.  Una buona met
    del  sotterraneo  le  apparteneva,  in  un intrico di tubi,  valvole e
    apparecchiature di controllo. La percorse tutta,  lungo una serpentina
    di passaggi obbligati, per sbucare dalla parte opposta a quella da cui
    era  entrato,  sull'ampia  galleria  corrispondente  in  superficie al
    corridoio dei ministri. Sulla parete si aprivano, sbarrate da cancelli
    di ferro,  una serie di nicchie che facevano pensare al caveau di  una
    banca svizzera.  Anche queste erano piene di carta stampata,  ma buona
    soltanto  per  il  macero.   Erano  gli  archivi   delle   commissioni
    parlamentari,  deposito obbligatorio di tutte le leggi,  i decreti,  i
    progetti legislativi,  le interrogazioni e le interpellanze  partoriti
    in mezzo secolo di storia repubblicana. Tonnellate di fogli catalogati
    e  registrati  come  per  l'eternit  e  invece  prossimi al rogo o al
    riciclaggio,  non appena i tecnici della Olivetti avessero  finito  di
    installare   i  nuovi  archivi  elettronici.   Nel  frattempo  topi  e
    scarafaggi godevano ancora di tane sicure a dispetto delle  periodiche
    campagne di disinfestazione.
    Le fioche lampadine blu dell'illuminazione notturna, a fianco a ognuna
    delle  caverne  cartacee,   costruivano  una  prospettiva  gelidamente
    metafisica,  anche se lui  pens  piuttosto,  e  rabbrivid,  che  gli
    ricordavano  la  lugubre  infilata  di  fiammelle  lungo  le tombe del
    Verano.  Si fece inavvertitamente pi guardingo come se i suoi occhi e
    il  suo  corpo  non  avessero dimenticato l'esperienza di pochi minuti
    prima,  che la mente ordinava di cancellare.  L'orologio da  punzonare
    era  comunque  l,  a due passi,  in un incavo del corridoio.  Lo fece
    scattare per registrare il passaggio e si affrett  verso  l'ascensore
    di servizio.
    Al primo piano del fabbricato ottocentesco l'operazione richiese tempi
    brevi, come per il secondo. Si ferm vicino all'ascensore e sollev il
    polso sotto la luce della torcia. Mancavano pochi minuti a mezzanotte.
    Ci  siamo.   Premette  il  pulsante  e  sbuc,  stavolta  con  cautela
    consapevole, sul corridoio del terzo piano.
    Dagli armadi di legno lungo la parete  venivano  lievi  cigolii.  Tese
    l'orecchio perch non erano quelli i rumori che potevano preoccuparlo.
    Niente.   Allora  si  inoltr  verso  destra,   maledicendo  anche  lo
    scricchiolio  delle  scarpe,  e  gir  ancora  a  destra.  Si  trovava
    nell'anello che replicava,  venti metri pi in alto,  quello del piano
    terra attorno all'aula.  Sciabol con la torcia l'oscurit di fronte e
    alle sue spalle.  Infine,  sicuro della sua solitudine, armeggi in un
    anfratto del muro e se ne  torn  al  centro  del  passaggio  con  una
    scaletta  a compasso,  del tipo usato nelle librerie.  Il raggio della
    pila,  puntato verso il basso soffitto,  rivel una presa di  luce  in
    vetro-cemento e,  subito a fianco,  quattro assi rozzamente inchiodate
    assieme.   Dalla  cima  della  scaletta  poteva   raggiungerle   senza
    difficolt.  Spinse  verso  l'alto  il  coperchio  della  botola e poi
    lateralmente,  e una nera voragine rovesciata gli si apr sulla testa.
    Si iss a forza di braccia,  trovandosi alla fine seduto sul pavimento
    della biblioteca. Rimise a posto la copertura della botola e fiond un
    po' di luce tutt'attorno a s.  Non aveva molto spazio di fronte.  Gli
    bastava  allungare  il  braccio  per toccare le coste dei volumi sugli
    scaffali,  identici a quelli che aveva  alle  spalle.  A  destra  e  a
    sinistra, invece, il corridoio si snodava verso territori resi incerti
    e  sconosciuti dall'oscurit.  Di giorno il nome solenne e prezioso di
    Manica Lunga,  buono per le gallerie di  vecchie  case  patrizie,  non
    serviva  a dissimulare il suo ruolo di semplice e disordinato deposito
    librario.  Ma la notte cancellava la sua degradazione ancillare  e  le
    restituiva, nelle scansie colme di libri a perdita d'occhio, fascino e
    mistero.
    Lui  comunque  aveva  altro  cui  pensare.  Sedette,  la torcia posata
    accanto, su una cassa vicina alla botola.  Tutto il suo corpo era teso
    e vigile. Dov'era? Strano che non fosse ad aspettarlo l vicino. Forse
    ci aveva ripensato.  No,  non  possibile,  gli ho fatto capire quello
    che rischia con me.  Meccanicamente  infil  la  mano  in  tasca  alla
    ricerca  del pacchetto di sigarette.  Il contatto con la fredda sagoma
    del coltello lo ammon a non rilassarsi.  E poi l era vietato fumare.
    Chi  se ne frega?,  si disse facendo scattare l'accendino.  E' vietato
    anche starci, a quest'ora di notte.
    Poco pi avanti,  incassata tra gli scaffali,  una porticina di  ferro
    apriva  un  varco  nella  compatta  parete  di libri.  Era l'uscio del
    velabro,  il gigantesco soffitto  di  vetro  dell'aula  solcato  dalle
    intelaiature metalliche per l'illuminazione e la pulizia.  Oziosamente
    gli diresse contro la luce della pila,  poi la spost verso  il  fondo
    del  corridoio  smuovendo  ombre  leggere.  E  solo  allora l'immagine
    rifratta nei suoi  pensieri  lo  colp  per  la  sua  evidenza.  Torn
    frettolosamente a inquadrare la porta.  Era proprio cos. Il lucchetto
    che per ordini precisi avrebbe dovuto tenerla chiusa era  sparito.  Si
    alz,  spense  la  sigaretta  sotto  la  suola  e  fece  i pochi passi
    necessari.
    Il  battente  era  appena  socchiuso.   Lo  spinse  e  quello  cedette
    arrendevole,  spalancandosi sull'oscurit. Gli venne voglia di mollare
    tutto e tornarsene dabbasso,  a inseguire i suoi  sogni  di  ricchezza
    sulla  carta patinata dei settimanali.  Ma si vergogn dell'attacco di
    vigliaccheria, paragonandolo alla fermezza di Jolanda.  Gi,  Jolanda.
    In  fin  dei  conti,  non  era soltanto una questione di soldi.  Punt
    dritta la pila innanzi a s,  mentre con la destra cavava il  coltello
    di  tasca.  Sul  ballatoio  di  ferro i suoi passi risuonarono brevi e
    pesanti. Intravide per un attimo la grande ombra ammantata,  prima che
    la torcia gli cadesse di mano rotolando sull'orlo del vuoto.


    5.
    La  voce  di Evelina veniva da lontano,  dalla nuvola del sogno che si
    sfilacciava.  Lo chiamava e lo incitava.  Era disperato perch avrebbe
    voluto  raggiungerla,  ma il corpo non rispondeva,  ogni movimento era
    lento e sfocato e appollaiata sul davanzale della finestra  sua  madre
    gli mostrava i denti e rideva.  Socchiuse gli occhi a fatica.  Si rese
    conto confusamente che Evelina era in piedi accanto  al  letto,  nella
    grande camicia da notte di flanella,  e lo scuoteva,  irritata,  senza
    smettere di parlare.  Richiuse gli  occhi  ma  quella  voce  non  dava
    tregua.
    ...  possibile  che ogni volta la stessa storia...  Lui lo cercano di
    notte,  e va bene,  affari suoi.  Ma io che mi sveglio ogni  volta  di
    soprassalto e mi pare di morire e mi tocca chiamarlo per mezz'ora,  ma
    mi sta bene,  come se non lo sapessi come  sono  gli  uomini,  non  mi
    bastava l'esperienza con un marito...  Di,  Mariano, alza le chiappe,
    che la patria  in pericolo... Forza, sveglia, mi senti?
    Ragusa le  infil  una  mano  sotto  la  camicia  da  notte.  Sarebbe
    difficile non sentirti. Che succede?
    Ti ha cercato il tuo capo.  Il tuo capo,  personalmente, al telefono.
    Ti vuole subito. No, aspetta, non levare la mano,  lasciacela un poco,
    come mi piace...
    Ma  Ragusa  gi  rotolava  faticosamente  fuori  del  letto.   Dormiva
    indossando soltanto la giacca del pigiama ed Evelina  tese  una  mano,
    giocando tra le sue gambe con il pollice e l'indice.
     Povero pisellone mio, quanto sei bello, ma quanto sei triste. Non ti
    si tira su il morale a sentirmi?
    La patria  in pericolo, l'hai detto tu. Chiss che gli  successo, a
    quel rompiscatole.
    Fatti impiccare. Te e lui, disse Evelina.

    Ottieri  era  seduto dietro la grande scrivania ottocentesca,  il capo
    chinato sulle carte come se lavorare all'alba  fosse  cosa  del  tutto
    naturale.  Si  alz  con  un  bel  sorriso  e  and incontro a Ragusa,
    tendendogli la mano.  Il  procuratore  capo  era  famoso  per  la  sua
    severit   ma  anche  per  la  sua  cortesia.   Era  alto,   elegante,
    aristocratico,  naso sottile e adunco.  La cornice dei capelli folti e
    nerissimi  - tintura?  - sembrava quella di un africano.  Fece cenno a
    Ragusa di accomodarsi e  torn  a  sedere  sulla  poltrona  dietro  la
    scrivania, cos lievemente che sembr non volesse sciuparla. Senza pi
    sorridere  gli  piant  in  faccia gli occhi scuri e rimase a fissarlo
    tanto a lungo che Ragusa si sent intimidito: che aveva fatto di male?
    Certe volte,  caro Ragusa,  disse infine Ottieri  con  la  sua  voce
    fonda,  penso  di  essere proprio fortunato ad avere un collaboratore
    come lei. Se penso al suo trasferimento... Bah. Mi spiace averla fatta
    chiamare cos di buon'ora,  mi hanno detto che lei ieri ha  avuto  una
    giornataccia...
    Sono stato a Poggioreale.
    Ottieri fece di s col capo. Viaggio faticoso e posto brutto. Ma  il
    nostro mestiere.  E la coscienza.  Lei non ha chiuso il caso di quella
    ragazza, quella che lavorava a Montecitorio, vero?
    No, signor procuratore.
    Beh,  forse ha fatto bene.  Perch Montecitorio sembra  diventato  lo
    scenario ideale per fatti di sangue. Devo affidarle un'inchiesta molto
    delicata,   Ragusa.   Alla  Camera  stanotte  hanno  trovato  un  uomo
    assassinato.
    Ragusa rest  immobile,  in  silenzio.  Non  sent  alcun  bisogno  di
    chiedere di chi si trattasse, perch era certo di conoscere quel nome.
    Si tratta di un commesso,  un certo Bianchi, mi pare, un uomo giovane
    che per era entrato da parecchio alla  Camera,  di  ruolo.  Lo  hanno
    trovato  morto  nei  sotterranei.  Qualcuno gli ha sparato in mezzo al
    petto.
    Nei sotterranei?
    Faceva il turno di  guardia,  ieri  notte.  Mi  hanno  spiegato  come
    funziona  la  cosa,  ma  vedr  da s.  Ora capisce perch dico che si
    tratta di un'inchiesta delicata.  La Jotti e  il  segretario  generale
    sono  preoccupatissimi,  hanno  paura del chiasso sui giornali,  delle
    illazioni,  delle speculazioni...  Capir,  io non dico che ci sia  un
    collegamento,  ma  prima  quella  ragazza  delle  pulizie,  ora questo
    commesso... Ma che succede a Montecitorio?... Immagini la stampa.
    Ragusa stava per aprire bocca,  ma si sorprese a  tacere.  Ci  sarebbe
    stato  tutto il tempo per dirgli che le stranezze non finivano l.  Si
    limit a far di s con la testa.
    Come vede,  stava  dicendo  Ottieri,  nessuno  meglio  di  lei  pu
    occuparsi  di  questa  storia.  Perch  gi si sta occupando di quella
    ragazza e perch  scrupoloso e discreto. La discrezione,  Ragusa,  la
    discrezione,  il senso di responsabilit: vada,  indaghi, faccia tutto
    il suo dovere, come al solito,  ma si ricordi che un delitto nel cuore
    stesso  delle  istituzioni   qualcosa di esplosivo,  che pu fare pi
    danni di un'atomica.  Tenga lontani i giornalisti,  vincoli  tutti  al
    segreto.
    Lei  si  rende  conto  che non sar facile,  disse Ragusa.  Ci sono
    almeno un migliaio di impiegati, l dentro.
    Che mi risulti, per ora lo sanno soltanto gli uomini dei Servizi e il
    commesso che l'ha trovato.  Non saranno certo la Jotti o il segretario
    generale a fare in giro questa bella pubblicit.
    ...e  la  moglie e i figli del commesso che ha trovato il morto,  e i
    colleghi pi amici, e tutta la Questura centrale...
    La Questura no.  Il segretario generale,  il professor  Bassani,  che
    conosco da trent'anni,  ha avvertito soltanto me. Voglio che sia lei a
    dare un'occhiata prima di mettere tutto in movimento. Stia tranquillo,
    mi sono messo in contatto con il presidente dei Consiglio.
    Far il possibile, disse Ragusa.
    L'impossibile, Ragusa, l'impossibile. E mi faccia sapere subito.
    Uscendo dallo studio del procuratore capo,  e per  tutto  il  tragitto
    fino  a  piazza  Montecitorio,  Ragusa  lasci  correre  liberamente i
    pensieri.  Nemmeno si accorse che Mancuso,  guidando lungo un percorso
    quasi  deserto  a  quell'ora,  attraversava la zona che gli piaceva di
    pi,  i vicoli e gli slarghi improvvisi della vecchia Roma barocca tra
    piazza  Navona,  il  Pantheon  e  piazza  Capranica.  C'erano in terra
    barattoli e cartacce e  su  alti  mucchi  di  rifiuti  raspavano  cani
    scheletrici e grossi topi noncuranti.  Ma non ci si faceva pi caso. E
    del resto a  Ragusa,  nei  rari  momenti  di  distensione  durante  le
    inchieste difficili,  capitava di cadere in una sorta di trance. Anche
    questa volta trasform la sua naturale attitudine alle  fantasticherie
    in una tecnica precisa,  che aveva appreso dalla lettura di un manuale
    di management: se gli americani ricorrevano al  "brain  storming"  per
    fare  emergere  dall'inconscio  e  dalla  fantasia  di  un  gruppo  di
    specialisti soluzioni di problemi  e  formule  pubblicitarie,  lui  la
    tempesta  se  la  faceva  da solo nel proprio cervello,  lasciando che
    affiorassero alla rinfusa fatti,  persone,  sensazioni e immagini  che
    poi   si   componevano   e  si  scomponevano,   costruendo  scenari  e
    combinazioni come brandelli di film diversi.
    Si scosse perch la  macchina  si  era  fermata.  Mancuso,  che  aveva
    taciuto per tutto il tragitto rispettando quel silenzio che conosceva,
    discese e apr lo sportello.
    Siamo arrivati, signor giudice.
    Grazie,  Mancuso.  Pu fare a meno di aspettarmi.  Quando avr finito
    far una passeggiata.
    La piazza era deserta  nella  luce  dei  lampioni  che  impallidivano.
    Faceva un gran freddo.  Ragusa riflett che le straordinarie misure di
    sicurezza in vigore da alcuni anni - nessun  transito,  nessuna  sosta
    consentita, solo la garitta della sorveglianza accanto all'obelisco -,
    avevano   almeno   valorizzato  il  grande  palazzo  di  Montecitorio,
    riportandolo alla grandiosit degli spazi secenteschi  riservati  alle
    residenze dei principi.
    Si  ferm col naso per aria.  Chiss se quei nobili romani erano stati
    in  grado  di  apprezzare  la  purezza  e  i  simboli  berniniani,  la
    stupefacente convessit dell'edificio,  la scelta dei massi di bugnato
    roccioso che sostenevano architettonicamente il  grande  ordine  della
    "fabbrica"?  Quei Pamphili,  quei Ludovisi,  quei Pignatelli e le loro
    dame dai nomi  lussuosi,  Olimpia,  Costanza,  Camilla,  congiunti  da
    intricati  alberi  genealogici con papi,  sovrani,  porporati e uomini
    d'arme...  Chiss se sapevano,  e se la cosa aveva per loro il  minimo
    interesse,  che l'origine di quella lieve collina sulla quale si stava
    erigendo la loro casa patrizia, Monte Citorio, si perdeva nel buio dei
    secoli, forse l'accumularsi delle rovine dei templi,  forse le macerie
    di  un  gioioso  anfiteatro?  E  che su quella collina si radunava una
    volta la plebe romana per dar vita ai comizi elettorali?
    A Ragusa venne da ridere,  ricordando un verso del Belli:  quanti  poi
    degli attuali deputati,  ministri e funzionari sapevano che secondo il
    poeta romano quel grande orologio sul frontone  del  palazzo  "rregola
    l'imbrojji  der  paese"?  Altro  che  imbrogli,  pens,  con  la mente
    all'assassinato. E poi gli riaffior alla memoria,  chiss perch,  il
    lessico dei resoconti dei lavori parlamentari in certe occasioni, e lo
    ripet,  a fior di labbra,  varcando il grande portone: "ilarit, viva
    ilarit, vivissima ilarit,  ilarit prolungata,  vivissima prolungata
    ilarit,  vivissima  generale  ilarit,  vivissima generale prolungata
    ilarit".

    La grande vetrata che dava sul cortile interno rifletteva  la  fontana
    zampillante  e i sarcofaghi di pietra istoriata.  Un uomo in borghese,
    forse un agente,  scivolando silenzioso sulla guida rossa lo  condusse
    all'ascensore.  Sale  e  corridoi  deserti  erano fitti di quadri,  di
    tappeti e di mobili antichi: i soffitti affrescati di vecchie immagini
    fra l'oro e gli stucchi si perdevano in alto nella penombra,  i  busti
    marmorei  e  severi  dei  padri  della patria erano allineati lungo le
    pareti. Nella vasta anticamera foderata di giallo c'era un tappeto con
    al centro un imponente tavolo settecentesco.  Su una sconfinata parete
    armigeri  e  contadini  celebravano  le  nozze  di  Cana  intorno a un
    attonito Cristo.  Dalla finestra i primi chiarori del giorno svelavano
    scorci di tetti e di cupole.  L'uomo in borghese svan nel nulla e dal
    nulla ne comparve un altro, fermo sulla soglia di una porta che si era
    aperta senza rumore.  Con un inchino appena  accennato  lo  invit  ad
    entrare.
    Il professor Bassani,  segretario generale della Camera, lo precedette
    al centro dello studio.  Qui il soffitto  era  ancora  pi  alto,  gli
    affreschi  restaurati,  i tappeti pi folti,  i mobili pi autentici e
    dalla finestra,  fra le tende di damasco accostate,  si  intravedevano
    pi  tetti  e  pi  cupole.  Sulla scrivania rococ,  perfettamente in
    ordine,  un grande abat-jour spandeva una luce  velata  d'azzurro.  Il
    professor Bassani gli strinse la mano,  senza guardarlo in faccia. Era
    un uomo di mezza statura,  grassottello ma vigoroso,  quasi  compresso
    dentro  un  doppiopetto  gessato.  Ragusa  not la sua fronte quadrata
    imperlata di sudore,  nonostante  l'aria  climatizzata  dello  studio,
    mentre sedeva di fronte a lui in una immensa poltrona di cuoio.  C'era
    qualcosa di singolare in quel suo non alzare gli occhi. Li tenne bassi
    anche quando cominci a parlare, scegliendo con cura le parole.
    Signor giudice, siamo costernati. Ottieri l'ha messa al corrente?
    Ragusa tacque per un attimo.  Non aveva chiamato Ottieri n professore
    n procuratore per fargli intendere subito la loro dimestichezza. Fece
    un  cenno  d'assenso,  senza dir nulla,  per costringerlo ad alzare lo
    sguardo. Il segretario generale si limit a sospirare.
    Cos sa che cosa    accaduto?  Una  cosa  assurda,  incomprensibile,
    gravissima. Ha idea di quel che potrebbe succedere?
    Penso  di  s.  Non  le  dispiace  raccontarmi  tutto  con la massima
    precisione?
    Signor giudice. Non certo per mancanza di rispetto... Ottieri,  dando
    a  lei quest'incarico cos spiacevole e delicato,  ha garantito la pi
    assoluta riservatezza.  Sono sicuro che lei  capir  come  nel  nostro
    atteggiamento  non  c'  assolutamente  il  desiderio di ostacolare la
    giustizia o  di  avere  trattamenti  di  favore  dal  punto  di  vista
    personale.  Le nostre persone,  signor giudice,  contano poco o nulla.
    Contano le istituzioni,  un baluardo troppo importante  perch  lo  si
    possa considerare senza l'attenzione e la cura che merita.  So che lei
      convinto  di  questo,  e  le  chiedo  scusa.   Ma  era  mio  dovere
    ricordarlo.
    Capisco  perfettamente,   disse  Ragusa.   Per  la  prima  volta  il
    segretario generale alz gli occhi e Ragusa cap perch cercava di non
    farlo: erano occhi pallidi,  da albino,  totalmente privi  di  ciglia,
    scavati  nel  fondo  di  orbite  glabre e rosate.  Ho gi risposto la
    stessa cosa al procuratore capo.  Fin dove  possibile far tutto  con
    la massima discrezione ma, professore, non oltre certi limiti. Intendo
    non  oltre  i  margini  che  la  legge ci consente.  E' comunque molto
    difficile garantire che non se ne sappia nulla.  Quanti dipendenti ha,
    professore?
    Molti, sospir il segretario generale. Troppi. Ma finora la notizia
    del fatto  circoscritta. Dobbiamo fare di tutto per impedire...
    Vuole raccontarmi?
    E'  presto  detto.  Questa  notte,  verso  le due,  il telefono mi ha
    svegliato.  Era il capo dei servizi di sicurezza del palazzo.  Avevano
    trovato  nei  sotterranei  il cadavere di un nostro commesso.  Mi sono
    precipitato, come pu ben immaginare.
    Che ora era, con precisione?
    Quando mi hanno  avvertito,  cinque  minuti  alle  due.  Ho  guardato
    l'orologio  mentre rispondevo al telefono.  Qua sar arrivato mezz'ora
    dopo,  non pi tardi,  ho volato.  Diciamo le  due  e  mezzo.  Poi  ho
    telefonato a Ottieri. Sa, siamo amici dall'infanzia.
    Come  mai  ha  avvertito  subito  il  procuratore  capo?  Non  poteva
    trattarsi di un incidente?
    Signor giudice, io non me ne intendo,  ma il capo della sicurezza s.
    Quel  commesso  aveva  un  buco in mezzo al petto,  assassinato con un
    colpo di pistola. Cos mi ha detto.
    Quel commesso si chiamava Bianchi, vero?
    S.  Massimo Bianchi.  Stava con noi ormai da  cinque  anni  e  aveva
    cominciato  a  fare  la  sua strada.  Povero ragazzo,  un atleta,  una
    persona corretta ed efficiente.
    Sono tutti corretti ed efficienti, immagino.
    Gi, proprio cos.
    Per si sparacchiano nei sotterranei. Lei non ha idea...
    Proprio nessuna idea.  A me  caduto il  mondo  addosso,  ancora  non
    riesco a farmi una ragione.
    Ragusa tir fuori il pacchetto delle sigarette e lo tese al segretario
    generale che scosse il capo. Ragusa ripose il pacchetto e arross.
    Anch'io sto cercando di togliermi il vizio.  Senta,  professore.  Per
    quale motivo Bianchi si trovava nei sotterranei?
    Gli  parve  di  cogliere  un'ombra  su  quella  fronte  quadrata.   Il
    segretario  tir fuori dal taschino un fazzoletto candido e si asciug
    il sudore. Per la prima volta tent un sorriso.
    Oh... Tutto regolare. Bianchi faceva il suo turno di guardia.  Era di
    turno, ieri notte.
    E come mai l'hanno trovato gli uomini della sicurezza?
    Tardava a rientrare dal suo giro. Allora sono andati a vedere.
    Professore,  mi scusi. Non capisco. Se toccava a lui fare il turno di
    guardia, che cosa ne sapevano gli altri se tardava o no?
    Il professore continuava a sudare.  Si assest sulla poltrona prima di
    rispondere.
    Beh...  vede.  La ronda,  diciamo cos,  composta da tre persone. Un
    agente della sicurezza e due commessi.
    Non capisco ancora. Se erano in tre...
    Il fatto ,  signor giudice,  che anche in un meccanismo preciso e in
    un'organizzazione   accurata   come  quella  di  Montecitorio  possono
    verificarsi... piccoli inconvenienti, qualche mancanza...  Ieri notte,
    sa  come  succedono  queste  cose,  Bianchi  andato da solo a fare il
    giro...
    Ah, ecco. E gli altri due?
    Lo aspettavano. Al posto di guardia, o all'ingresso... Non so bene.
    Capisco. Una piccola mancanza.
    Signor  giudice.  Il  segretario  generale  si  stringeva  le   mani
    intrecciando  le  dita,  quasi  al  colmo della disperazione.  Signor
    giudice.  Io  sono  affranto.  Far  un'inchiesta  accurata,  prender
    provvedimenti durissimi. Tutto, qua, ho inventato io e organizzato io.
    Guardo  tutto,  mi  occupo  di tutto,  dalla scelta del personale alle
    marsine,  dai concorsi per i funzionari all'assistenza al  presidente,
    dall'ordinato  svolgimento delle sessioni parlamentari ai rifornimenti
    per il ristorante.  S,  ci sono i capi  servizi,  i  provveditori,  i
    conservatori,  i  bibliotecari,  gli  amministratori,  ma tutto questo
    funziona pesando sulle mie spalle. E tutto funziona come un meccanismo
    di precisione.  Dopo trent'anni di carriera ora mi capita una cosa del
    genere,  mi  crolla  tutto  addosso  e  mai,  prima,  mai era successo
    qualcosa a causa di un disservizio o del gesto  d'indisciplina  di  un
    dipendente.
    Salvo  quando  uno  dei  direttori tent di violentare un'impiegata,
    disse Ragusa. C'era su tutti i giornali.
    Una diffamazione. La diffamazione di una mitomane. Chiacchiere.
    Mi pare di ricordare che un cassiere scapp con la cassa.
    Signor giudice, qualche mela marcia in un cesto di mele buone...
    Il problema  cosa succede alla mela buona quando capita in un  cesto
    di mele marce,  borbott Ragusa alzandosi.  Comunque mi rendo conto.
    Andiamo a vedere questo morto.
    Nel corridoio il segretario generale si diresse verso un ascensore, ma
    Ragusa lo ferm.
    Preferirei andare a  piedi,  se  possibile.  Cos,  tanto  per  farmi
    un'idea.
    Certo. E' la prima volta che entra a Montecitorio?
    S. Soltanto una volta... Ma ero molto giovane.
    Vede  questa scala?  Sa perch i gradini sono cos larghi e cos poco
    ripidi?
    Perch ci potessero salire i cavalli dei principi.
    Oh... Allora lo sa.
    Sa com'. A scuola...
    Una volta  a  scuola,  disse  il  segretario  generale,  la  storia
    dell'arte si studiava sul serio.
    E' proprio vero, disse Ragusa.
    E questo  il Transatlantico, disse il segretario generale spingendo
    una  porta  a  vetri.  Le  gigantesche finestre filtravano la luce del
    giorno,  svelando un pulviscolo sottile  che  si  spegneva  nell'ombra
    delle  volte  e  delle  pareti  cremisi  e si materializzava di nuovo,
    lontano, al fondo dell'interminabile distesa di marmo e di vetro.  Fra
    le  arcate  le  duplici  file  di  colonne  rosa,  dai gonfi capitelli
    corinzi,   sorreggevano  le  travature  e   i   rosoni   semicircolari
    intrecciati  come  grate  moresche.  Il  soffitto  di  legno scuro,  a
    profondi cassettoni,  sfumava tra  le  macchie  bianche  delle  grandi
    lampade a croce.  C'erano quiete e silenzio. Il segretario generale si
    ferm, guardandosi attorno.
    Io,   disse,   lo   preferisco   cos,   questo   palazzo,   questo
    Transatlantico.  Di sabato,  quando non c' nessuno, o quando  vuoto,
    come adesso,  o tra una sessione e l'altra.  Diventa pi solenne,  pi
    fuori del tempo. D un senso di pace.
    A Ragusa venne fatto di pensare alla pace eterna,  ma non disse nulla.
    Sbucarono in un corridoio laterale e da questo,  attraverso un vano  a
    gomito,  in  un paesaggio bruscamente diverso.  C'era un corto budello
    che portava a una scala stretta,  illuminata da una lampada fissata al
    muro  scrostato.  Dopo  un  pianerottolo la scala si stringeva ancora,
    diventava di ferro,  a chiocciola,  e terminava davanti a una  vecchia
    porta.  Il  segretario  generale la spinse e si trovarono in un andito
    tortuoso.  Qui la luce  era  ancora  pi  fioca,  c'era  soltanto  una
    polverosa  lampadina appesa a un filo che scendeva dal basso soffitto.
    Superarono un'altra porta,  passando davanti a una  stanza  imbiancata
    che  conteneva  un armadio,  un tavolo coperto da un telo bucato e due
    sedie di legno.
    La stireria.
    Il corridoio continuava,  con angoli e giravolte improvvise.  Salirono
    tre  gradini  e  ne discesero altri.  Passarono davanti a una finestra
    bassa e stretta, senza vetri n inferriate,  che si apriva all'altezza
    del  suolo  di  un piccolo cortile,  pavimentato con le vecchie pietre
    romane,  ricavato fra tre pareti  a  piombo  che  s'intersecavano.  Al
    centro,  una  baracca  di  lamiera  e pale,  picconi e piccozze sparsi
    tutt'intorno.
    E questo cos'?
    Bah.  Qualche lavoretto.  Manutenzione.  Tubi  che  saltano,  qualche
    cedimento.
    Scesero ancora.  Ragusa aveva perso il senso dell'orientamento.  Ormai
    si trovavano molti metri sotto il livello del suolo e  l'aria  si  era
    fatta  pesante.  In  fondo,  l  dove il corridoio sembrava terminare,
    s'intravedeva la figura indistinta di un uomo.  Era un ragazzo pallido
    e  magro,  che  salut  il segretario generale portandosi la mano alla
    fronte in un incerto saluto militare.
    Non  si  pu  entrare,  disse.  Il  segretario  generale  lo  guard
    interrogativamente.
    Questi sono gli ordini.
    Io  sono il segretario generale.  E questo  il magistrato.  Non dica
    scemenze.
    Credo che allora potete entrare,  disse il  ragazzo  grattandosi  il
    mento.  Apr  con  un  certo  sforzo la porticina di ferro,  facendoli
    passare. Ragusa si ferm guardandosi attorno.  Alte campate di cemento
    sorreggevano   una  ciclopica  incastellatura  di  legno  e  d'acciaio
    percorsa da travi e  tubolari,  stretti  da  ferree  ganasce,  che  si
    estendevano  in  alto  quasi  a  perdita d'occhio seguendo l'andamento
    circolare  dei  sotterranei.   Sulle  campate  e   sull'incastellatura
    premeva,  a  dieci  metri  d'altezza,  un  soffitto di legno a gradoni
    intersecato da lunghe sbarre metalliche.  Pendevano grovigli  di  fili
    elettrici   colorati,   cavi   dell'alta  tensione,   reti  metalliche
    fittamente intrecciate.
    Quello che vede non   un  soffitto,  ma  l'impiantito  dell'aula.  I
    sotterranei sono proprio sotto l'aula.
    I  sotterranei  erano  oscuri,   polverosi,  caotici.  Larghe  macchie
    d'umidit invadevano le pareti e il pavimento.  Tutto l'ampio  spazio,
    come  il  ventre  d'una  nave  affondata,  era  occupato  da cataste e
    agglomerati  informi  di  rottami.  Centinaia  di  seggiole  spezzate,
    poltrone  sfondate,  divani  laceri,  tappeti  e  arazzi  sfilacciati,
    frantumi  di  enormi  lampadari,  antiche  scrivanie,  cassettiere  di
    metallo  arrugginito,  cornici  sgangherate,  quadri sfregiati.  In un
    angolo, intorno a un vecchio water rovesciato,  c'erano rotoli di funi
    e  pannelli  di  damasco cadente,  quasi sommersi da bottiglie vuote e
    vetri spezzati.
    E' da quando funziona il Parlamento che qui si  depositano  tutte  le
    cose in disuso.  Un giorno o l'altro bisogner pure trovare il modo di
    far portare via tutto.  Ma ci  vorrebbe  l'esercito  per  svuotare  il
    sotterraneo.
    Ragusa,  badando a non inciampare e tenendosi prudentemente alla larga
    dagli alti cumuli di  scarti,  segu  il  segretario  generale.  Sent
    d'improvviso  le  voci  che venivano da un vano ricavato nella parete,
    poi vide tre uomini uscirne.  Erano un commesso nella sua divisa nera,
    un  vecchietto  con  una  tuta  azzurra  e  un berretto con la visiera
    rivoltata e un uomo giovane,  ben vestito,  dai capelli prematuramente
    brizzolati e l'aria quasi annoiata.
    Questo  il capitano Daldona,  il capo della sicurezza. E questo  il
    signor Marianini, il nostro commesso. Il giudice Ragusa.
    Ragusa fece un cenno.  L'ometto  con  la  tuta  se  n'era  rimasto  in
    disparte e lo fissava con un sorriso gentile e imbarazzato, le braccia
    abbandonate  lungo  i fianchi.  Ragusa not l'intenso celeste dei suoi
    occhi nella cornice dei riccioli candidi che spumeggiavano  fuori  dal
    berretto  e  lo straordinario pallore del volto che sembrava ricoperto
    da una polvere impalpabile. Il segretario generale parve infastidito.
    E' l'addetto alla carta straccia.
    Cominciamo  dal  principio,  disse  dolcemente  Ragusa.   Dov'  il
    commesso... il morto, insomma?
    Venga, signor giudice, disse il capitano.
    Il  vano  che  si  apriva nella parete era vasto,  ma sembrava angusto
    perch mucchi di carta e cartoni lo riempivano quasi completamente dal
    pavimento al  soffitto,  lasciando  aperti  fra  le  cataste  soltanto
    striminziti passaggi. C'erano pacchi di resoconti, registri strappati,
    rotoli  di  telescrivente  e  cumuli  di fotocopie,  bozze di stampa e
    pubblicazioni ingiallite, scatole di cartone schiacciate, fascicoli di
    disegni di legge. In un angolo, una sopra all'altra,  quattro o cinque
    casse  di  legno.  Una  era  in terra,  al centro di un piccolo spazio
    libero,  davanti a uno sgabello di tavole,  e il capitano  Daldona  la
    indic con il capo.
    Qua, signor giudice.
    Ragusa  si chin.  Il corpo del commesso,  tra la carta straccia,  era
    rannicchiato su un fianco, quasi piegato in due, le ginocchia raccolte
    verso il petto.  La fila di bottoni argentati che chiudevano la giacca
    nera  era  strappata in mezzo al torace: c'era un foro sbrindellato al
    centro di una macchia larga e scura.  Un braccio era ripiegato attorno
    alla  testa,  l'altro  sporgeva  dal  bordo  della  cassa.  Gli  occhi
    spalancati  fissavano  un  mucchietto  di  fogli  dattiloscritti   che
    sfioravano il gran naso arrogante, la capigliatura nera e folta appena
    scompigliata.  Ragusa  fece  un  cenno al capitano perch lo aiutasse.
    Sollevarono il  corpo,  lo  deposero  delicatamente  sul  pavimento  e
    vuotarono  la  cassa di tutta la carta straccia.  Poi Ragusa si rialz
    con un respiro profondo.
    Allora?
    Vuole che cominci io?, chiese Daldona.
    Non lo so. Chi lo ha trovato?
    L'ho trovato io,  disse il  commesso.  Guard  con  trepidazione  il
    segretario  generale,  quasi  per averne il consenso,  ma il professor
    Bassani rest  immobile.  Bianchi  era  andato  a  fare  il  giro  di
    perlustrazione e non tornava.  Era tardi...  per dire la verit, forse
    mi ero un po' appisolato... Allora mi sono preoccupato e sono andato a
    cercarlo.
    Che ora era?
    L'una. Ho fatto il giro che si deve fare tutte le notti, ho visto che
    gli orologi erano stati fatti scattare, segno che lui era passato,  ma
    non lo trovavo.  Allora mi sono impressionato, ho pensato che si fosse
    sentito male, magari che fosse svenuto.  Cos ho cominciato a guardare
    in  tutti  gli  angoli,  con la lampada,  e alla fine ho visto che qui
    dentro, da quella cassa che era piena di carta, sbucava quel braccio..
    Ho tirato via la carta e ho visto subito che era morto,  con quel buco
    l, in mezzo al petto. Sono corso ad avvertire Nicoletti...
    Il  nostro agente di turno,  disse Daldona,  quello che avete visto
    davanti alla porta.
    ...e l'ho portato qua. E Nicoletti...
    Nicoletti  venuto a svegliarmi,  riprese Daldona.  Sono  venuto  a
    dare un'occhiata.  Il corpo cominciava a raffreddarsi. Ho avvertito il
    segretario generale e ho chiamato i miei uomini.  Abbiamo  perlustrato
    il  palazzo.  Per quello che abbiamo trovato potrebbe averlo ucciso un
    fantasma.
    E lei, disse Ragusa voltandosi verso l'ometto in tuta, lei che cosa
    c'entra?
    Io mi chiamo Michele, disse l'ometto, arrossendo.
    Prepara le casse,  le riempie di carta straccia e le fa  portare  via
    dal camion della ditta che si occupa del macero,  disse il segretario
    generale.
    S,  giusto, disse l'ometto.
    E lei quando  arrivato...
    Ho trovato questi signori e quel  poveretto  nella  cassa.  Io  vengo
    presto, tutti i giorni.
    Non ho potuto evitare,  disse Daldona. Ce lo siamo trovato davanti,
    nemmeno ce ne siamo accorti.
    Ma di notte il palazzo non  chiuso?
    S,  disse il commesso,  gli apriamo noi di turno il portone di via
    della  Missione  dove  pi  tardi  arriva  il  camion fino all'interno
    dell'androne e gli uomini portano via le casse imballate.
    Allora gli avete aperto voi. E perch lo avete fatto venire qua?
    Marianini guard disperato il segretario generale, che scosse il capo.
    Il fatto , signor giudice,  che quando Michele ieri  andato via gli
    abbiamo  dato  la  chiave della porticina pedonale in modo che potesse
    entrare senza bisogno...
    ...di disturbarvi. E' cos?
    Terribile. Incredibile, disse il segretario generale.
    Professore, lo fanno sempre, disse il capitano Daldona.
    Michele, lei ha sempre la chiave della porticina?
    No, disse Michele. Ma qualche volta s.
    Michele  fidato,   quindici  anni  che  fa  questo  lavoro,  disse
    Marianini.
    Diciotto,  disse  Michele.  Sono  diciott'anni  che  faccio  questo
    lavoro.  Vengo la mattina presto,  faccio portare via le casse e  dopo
    arrivano gli altri mucchi di carta che i commessi portano dagli uffici
    quando fanno pulizia.
    Fino al tredicesimo anno di servizio,  disse il segretario generale,
    i commessi sono tenuti,  a turno,  a mettere in ordine  i  rispettivi
    piani.
    Credevo, disse Ragusa, che spettasse alle ragazze delle pulizie.
    Le  ragazze  aiutano.  Questo  lavoro  si  fa dalle sette alle otto e
    trenta.
    E il suo, Michele, in che cosa consiste?
    Michele si tolse il berretto con la visiera e  si  gratt  i  riccioli
    d'argento. Poi sorrise.
    Oh,  non  un brutto lavoro, anche se sono contento perch mi mancano
    due anni alla pensione.  La ditta Giovannelli Wilfredo  mi  ha  sempre
    trattato bene,  io non mi lamento.  Non  difficile,  ma bisogna stare
    attenti a suddividere la carta bianca da quella colorata e mettere  da
    parte tutti i cartoni, aprendoli bene. Poi i pacchi vanno legati forte
    con  lo  spago  e  vanno  messi  nelle casse,  bisogna stare attenti a
    metterli bene in ordine,  cos  si  risparmia  spazio.  Bisogna  stare
    attenti,  chi    pratico,  a non fare le cose in fretta perch non si
    vede ma la carta fa tanta polvere e dopo non respiri  pi.  Io  invece
    vado piano e tranquillo, cos la polvere mi secca soltanto la gola. Mi
      venuta  un  po'  d'artrosi perch per lavorare bisogna stare seduti
    sullo sgabello e chinarsi sempre,  e ci vedo un po' di meno  perch  
    inevitabile,  tutto  il  giorno con la luce artificiale.  Ma  un buon
    lavoro e bisogna ringraziare Iddio.
    Allora,  Michele,  disse Ragusa,  lei  ha  ingresso  libero  dentro
    Montecitorio.
    Oh,  no. Quando mi danno la chiave entro da solo, ma devo sempre fare
    un percorso obbligato e non  che posso andare girando per il palazzo.
    Posso soltanto venire qui nel sotterraneo e di giorno andare al bar  e
    al   ristorante   del   personale.   E   stamattina,   disse   infine
    soprappensiero,   il  camion  non    ancora  venuto  a  ritirare  le
    cassette.
    Penso che li manderemo via,  quando arriveranno, disse il segretario
    generale guardando Marianini.
    Ho capito,  disse Ragusa.  Stette qualche attimo in silenzio,  senza
    saper bene che cosa fare. Infine si rivolse al capitano Daldona che si
    era accovacciato accanto al cadavere.
    Ha guardato nelle tasche?
    Ecco  qua.  Solo i documenti e un libretto del Banco di Napoli.  E un
    coltello, signor giudice. Un bel coltello nuovo.
    Oh, guarda. Un coltello, disse Ragusa.
    Oh, mio Dio, un coltello, disse il segretario generale.
    Non c' pi religione, concluse Daldona.
    Vediamo  un  po',   disse  Ragusa.   Allora  Bianchi  il  giro   di
    perlustrazione l'ha fatto da solo perch il suo agente aveva preferito
    rimanersene a dormicchiare da qualche parte.
    Lo  fanno  sempre,  disse senza scomporsi Daldona.  Ragusa guard il
    segretario generale.
    ... e perch il suo commesso Marianini ha fatto la stessa cosa.
    Gravissimo,   disse  il  segretario  generale.   Senza  precedenti.
    Marianini sa che dovr prendere provvedimenti drastici.
    Signor  segretario,  balbett  Marianini,  lei  lo  sa quanto ci si
    stanca,  che pu  capitare  di  non  farcela...  Del  resto  anche  il
    sindacato interno...
    Non m'importa niente del sindacato interno. E' una violazione...
    Va bene, va bene, interruppe Ragusa.
    Il  mio  uomo  l'ho  messo  a  far  la guardia ma  praticamente agli
    arresti, disse Daldona. Se vuole interrogarlo...
    Non c' bisogno,  per ora.  Adesso c' qualcuno di voi che  abbia  in
    mente una qualche spiegazione? Qualcuno che ce l'aveva con Bianchi per
    qualche motivo? Lei, Marianini, immagino lo conoscesse bene.
    Bene...  bene...  Lo conoscevo cos,  un po' come ci conosciamo tutti
    qua dentro.  Cosa vuole che le dica,  Bianchi era un po' un fanfarone,
    si  dava  arie,  ma  era un bravo ragazzo,  per quello che ne so.  Non
    riesco proprio a immaginare...
    Di che cosa parlavate quando vi trovavate insieme?
    Un po' di tutto: lo sport, gli stipendi, le vacanze...
    ...le donne.
    Beh,  sorrise a mezza  bocca  Marianini,  s,  qualche  volta...  
    naturale.
    Molte donne?
    Signor giudice, per chi mi prende. Io ho un'et, sono sposato.
    Ma Bianchi no. Era un bel ragazzo, poveretto. Ne aveva molte?
    Questo,  disse in fretta Marianini,  non glielo saprei dire.  Fuori
    non ci vedevamo mai.
    E qui dentro? E' pieno di donne, o sbaglio? Impiegate,  ragazze delle
    pulizie,  commesse.  Anche  giornaliste e deputate...  Non mi dir che
    qui, tra voi,  prosegu Ragusa fissando il segretario generale,  non
    succedono cose...
    Si figuri,  disse Marianini.  Io non ne so niente.  Non dico di no,
    penso che ogni tanto qualcuno ci prova,  le cose si risanno,  ma  sono
    chiacchiere,  pettegolezzi...  E poi qui, il segretario generale potr
    confermarglielo, c' molto rigore.
    Io sono molto severo su queste cose,  disse il segretario  generale.
    Ci mancherebbe altro...
    Immagino,  disse  Ragusa.  Poi  tir  su  col  naso.  Quella polvere
    invisibile gli stava entrando in tutti i pori.
    Avrei bisogno di orientarmi meglio, disse. Non si potrebbe avere la
    pianta del palazzo?
    Mando a prenderla, disse Daldona.
    Il giovane agente ritorn dopo pochi  minuti  con  la  cartella  delle
    planimetrie.  La  pass a Daldona e il capitano si guard attorno alla
    ricerca di un piano su cui aprirla.  Fin per posarla su una  pila  di
    larghi fogli di cartone.  Il segretario generale si chin, insieme con
    Ragusa. Estrasse una cartina.
    Ecco, vede? Ci troviamo esattamente qui.
    Queste planimetrie possono averle tutti?
    Per carit. Quelle dei sotterranei sono addirittura segrete.
    L'ingresso di via della Missione dov'?
    Ci sono due ingressi,  intervenne Daldona,  su via della  Missione.
    Uno,  che  questo,  serviva per i deputati e ormai  sbarrato da anni
    per motivi di sicurezza. L'altro  questo, vede,  quasi ai piedi della
    scalinata  che  porta  in  via Uffici del Vicario.  Una vera e propria
    porta  carraia.   E'  qui  che  vengono  i   camion.   E'   un   lungo
    sottopassaggio, che attraversa tutto il palazzo, praticamente sotto il
    Transatlantico.
    E gli altri ingressi?
    Bassani punt il dito sulla carta.  Ecco quello monumentale su piazza
    Montecitorio e quello di servizio su piazza del Parlamento.
    Dunque,  disse Ragusa.  La porta  carraia    sorvegliata.  L'altro
    portoncino su via della Missione  sbarrato.  Chiusi per la notte sono
    pure l'ingresso principale e quello su piazza del Parlamento.  Ci sono
    altri modi per entrare o uscire?
    Alcune finestre a piano terra,  disse Daldona, non hanno sbarre. In
    teoria...  Per  praticamente impossibile perch all'esterno ci  sono
    posti  di  sorveglianza  ai  quattro  angoli  del  palazzo  e la ronda
    ventiquattr'ore su ventiquattro.
    Stando cos  le  cose  bisognerebbe  perquisire  il  palazzo,  disse
    Ragusa.
    Daldona fece un sorrisetto.  Ci vorrebbe mezza polizia di Roma. E tra
    poco si riapre...
    Gi. Va bene.  Pi tardi vorrei sentire l'agente di guardia e qualche
    commesso che conosceva Bianchi.  Capitano, faccia venire un'ambulanza,
    ma senza informare la polizia, trovi lei il modo.
    La polizia sono io,  qui dentro,  disse il capitano  con  una  mezza
    smorfia.
    E  faccia  portare  il corpo all'istituto di medicina legale.  Non ne
    parlate con nessuno, siete tutti tenuti al segreto.
    Signor giudice,  disse il capitano.  Lei ha notato  un  particolare
    curioso?
    Me lo dica.
    C' molto poco sangue sulla carta straccia, in quella cassa.
    Ho visto, disse Ragusa. E il bossolo?
    Per  ora  non  l'ho  trovato.  Lo  cercheremo  meglio.  Ma con questo
    caos...
    Prima di andarmene,  professor Bassani,  vorrei che il nostro Michele
    mi facesse vedere quale percorso ha fatto stamattina per arrivare qua.
    E poi vorrei capire quale percorso dovrebbe aver fatto Bianchi.
    Michele  sembrava  contento.  Si  rimise  il  berretto  con la visiera
    rivoltata e gli sorrise.
    Per di qua, venga. Sono passato per di qua.
    Dal lato opposto del sotterraneo si apriva un'altra porticina di ferro
    che immetteva in un passaggio semicircolare. Ne percorsero un tratto e
    Ragusa si ferm davanti ad una porta a vetri smerigliati.
    E' lo spogliatoio delle donne, disse il segretario generale. Michele
    tirava Ragusa per la manica.
    Per di qua, signore, per di qua.
    Un momento. Potrei vederlo?
    Lo spogliatoio era  un  locale  ampio,  con  le  pareti  rivestite  da
    piastrelle  bianche,  armadietti di ferro allineati e qualche seggiola
    sparsa qua e l. Un'altra fila di armadietti,  al centro della stanza,
    la divideva praticamente in due.
    Sono delle donne delle pulizie, disse il professor Bassani.
    Come mai non ci sono i nomi?
    Le ragazze cambiano spesso. E' una ditta privata...
    Gi,  disse  Ragusa.  Pass  in  rassegna gli armadietti uno ad uno,
    tentandone gli sportelli.  Erano tutti aperti e dentro ad ognuno c'era
    solo  un  lungo  grembiule  nero  appeso  a una stampella di plastica.
    Soltanto  l'ultimo,  accanto  alla  porta  a  vetri,  resistette  alla
    pressione  di  Ragusa.  Si  volt  verso il capitano.  E' in grado di
    forzarlo?
    Daldona lo guard con aria interrogativa,  e lui sper di non fare  la
    figura  dell'imbecille.  L'altro  sollev  le  spalle,  poi  esegu in
    silenzio,  usando come grimaldello una  chiave  cavata  di  tasca.  La
    minuscola   serratura  cedette  subito.   Nell'armadietto  c'erano  un
    cappotto grigio bordato di pelle e,  sul fondo,  una borsetta pure  di
    pelle nera.
    Guarda  un  po'  queste ragazze,  disse il segretario generale.  Lo
    usano come se fosse il guardaroba di casa loro,  ci lasciano  le  loro
    cose.
    Ragusa  sollev  il  cappotto,  misurandolo con lo sguardo,  poi frug
    nelle due tasche  che  erano  vuote.  Lo  pos  delicatamente  su  una
    seggiola  e  apr  la  borsetta.  Conteneva  un  mazzo  di chiavi,  un
    fazzoletto profumato, un piccolo astuccio per il trucco,  un sacchetto
    di  mentine,  qualche  banconota  da  diecimila  lire e un libretto di
    assegni del Banco di Napoli.  Nell'astuccio per  il  trucco  c'era  un
    foglietto  ripiegato  con  un  numero  di  telefono  scritto a matita,
    preceduto da un prefisso che a Ragusa parve vagamente familiare. C'era
    anche una carta d'identit: dalla foto a  colori  Jolanda  fissava  il
    vuoto, la bocca socchiusa, bellissima e altera.
    Ragusa  tenne  aperta  la carta d'identit e la mise sotto il naso del
    segretario generale.
    Questa ragazza la conosce?
    Il segretario generale alz gli occhi bianchicci.  Mah,  no,  non  mi
    pare.
    E' la ragazza che si  uccisa pochi giorni fa, lavorava qui.
    Ah, s, poveretta.
    E lei non la conosceva?
    Signor giudice,  se dovessi conoscere anche le donne delle pulizie...
    L'avr forse intravista, ma non la ricordo.
    In questo armadietto non c' il suo grembiule, osserv Ragusa.
    Ogni tanto se lo portano a casa per  lavarlo,  spieg  premuroso  il
    professor Bassani.
    Eh, no. In casa non c'era. E non l'aveva indosso.
    Signore,  disse Michele.  Era diventato rosso, si era tolto di nuovo
    il berretto e si grattava i riccioli bianchi.  Ora  mi  ci  ha  fatto
    pensare.  Ma io ho trovato in mezzo alla carta uno di questi grembiuli
    neri. Era sporco e stracciato, si vede che la ragazza lo aveva buttato
    via. Sono cos disordinate queste ragazze.
    Bravo Michele. E dove l'ha messo?
    Beh, l'ho buttato nei secchi della spazzatura.
    E quando?
    Oh, beh, qualche giorno fa, signor giudice.

    "... poco dopo le tre. Il bossolo non  stato ritrovato.  Il corpo del
    Bianchi  si  trovava  dentro  una  delle  casse  di legno adibite alla
    rimozione della carta straccia.  La conclusione alla quale  giunto il
    capitano  Daldona    che  il  Bianchi,  ucciso  in  qualche parte del
    sotterraneo,   stato poi infilato nella cassa che al  mattino  doveva
    essere   portata   al   macero,   insieme  alle  altre,   dalla  ditta
    convenzionata.   Fino  a  questo  momento   si   ignora   il   movente
    dell'omicidio. Vista la delicatezza del caso, indagini e interrogatori
    procedono con la massima cautela,  avendo ritenuto opportuno applicare
    l'articolo 5/bis del Decreto Presidenziale 370 S.P.C. 4 Ss. Ss.
    "In attesa  di  eventuali  disposizioni  si  comunica  l'elenco  delle
    persone finora al corrente della morte del Bianchi:
    1. Procuratore Capo Giovanni Ottieri.
    2. Sostituto Procuratore Mariano Ragusa.
    3.  Capitano  Riccardo  Daldona,  Responsabile  Servizi  Sicurezza  di
    Montecitorio.
    4.  Colonnello Tordi,  Capo del Servizio  P.,  referente  diretto  del
    capitano Daldona.
    5. Generale Lampredi, estensore dell'informativa in oggetto.
    6. Appuntato Mario Nicoletti, Servizi Sicurezza di Montecitorio.
    7. On. Nilde Jotti, Presidente Camera dei Deputati.
    8. Prof. Guido Bassani, Segretario Generale Camera dei Deputati.
    9. Efisio Marianini, Commesso Dipendente Camera dei Deputati.
    10.   Michele   Donadio,   Dipendente   ditta   Giovannelli  Wilfredo,
    responsabile carta straccia Montecitorio.
    "Tutte  le  predette  persone  sono  state  impegnate   alla   massima
    riservatezza."

    Lucio  Lazzarino  tir  un profondo respiro e ricominci daccapo,  pi
    lentamente,  la lettura  di  quel  foglio  che  portava  una  semplice
    intestazione,  "Informativa nr. 2270 Ss. Ss.", e che si concludeva con
    una sigla indecifrabile vergata a penna. Il sottosegretario Lazzarino,
    delega presidenziale per i Servizi Segreti,  quella sigla la conosceva
    assai  bene.  Era  del  generale  Lampredi  che,  forse proprio per la
    scarsit delle sue doti,  era stato posto da anni a capo  dell'Ufficio
    Rapporti: unico compito,  quello di tenere quotidianamente al corrente
    il  presidente  del  Consiglio  riferendo,   attraverso  le   succinte
    informative  che  gli  pervenivano  dal  centro,   qualsiasi  fatto  e
    misfatto,  notizia e indiscrezione,  indagine o sospetto che potessero
    riguardare   in   qualche   modo   la   sicurezza  nazionale  o,   pi
    semplicemente, le attivit e gli interessi della Presidenza.
    Era stato proprio Lazzarino a volere che  i  Servizi  inviassero  ogni
    mattina  rapporti  su  tutto,  anche su informazioni apparentemente di
    scarso rilievo.  Sapeva,  per innata  preveggenza,  che  tutta  quella
    valanga di parole,  di dettagli senza senso, di indicazioni anche poco
    attendibili su uomini e cose,  se ben classificata e  ordinata  poteva
    rivelare  alla  fine quadri esaurienti e preziosi,  costituire un'arma
    formidabile  di  difesa  e  di  offesa  nei  confronti  di  alleati  e
    avversari.  Nei  meandri  del  robusto  fascicolo  sigillato  che ogni
    mattina trovava sulla scrivania,  il professor Lazzarino consumava  le
    prime  due  o  tre  ore  del  suo  lavoro.  Chiuso  nel  silenzioso  e
    confortevole   studio   di   Palazzo   Chigi,   leggeva,   rifletteva,
    selezionava:  poi  apriva  la  serratura a combinazione di un pannello
    d'acciaio incassato nel muro e  attendeva  che  la  compatta  tastiera
    scivolasse verso di lui su un nastro d'acciaio.
    Era un modello speciale della quinta generazione di computer,  il KIPS
    con memoria da 20  megabyte,  che  era  riuscito  a  ottenere,  grazie
    all'intervento  diretto  della  Casa Bianca,  dai Servizi di Sicurezza
    Interna della Cia.  In teoria  quel  fantastico  cervello,  capace  di
    lavorare  in  parallelo  e di eseguire sillogismi,  era a disposizione
    della presidenza del Consiglio,  ma soltanto il  professor  Lazzarino,
    con   un   apposito  "stage"  di  tre  mesi  presso  l'amministrazione
    americana,  aveva imparato a conoscerne funzionamento  e  segreti:  il
    presidente  del  Consiglio  era  troppo  occupato  per interessarsi di
    quelle tecnologie,  l'assistente  di  Lazzarino  troppo  prudente,  la
    segretaria particolare troppo stupida.  Cos,  ogni mattina, Lazzarino
    inseriva personalmente nel serbatoio d'acciaio il testo  stesso  delle
    informative  battute  su quei fogli squadrati,  o qualsiasi altro dato
    volesse.  Era  KIPS  a  leggerlo,  facendone  da  quel  momento  l'uso
    migliore, individuando connessioni e problemi e indicando le possibili
    soluzioni attraverso ragionamenti logici.
    Ma  quella  mattina Lazzarino aveva proceduto in modo inconsueto,  non
    rispettando i passaggi meticolosi del proprio lavoro.  Appena gli  era
    caduto l'occhio sull"'Informativa 2270" aveva ammucchiato su un angolo
    della  scrivania  tutti  gli  altri rapporti e li aveva fermati con un
    tagliacarte,  rimandando a pi tardi il loro inserimento nel computer.
    "Carlo  Bonomi  lamenta  che  rispetto al possesso di azioni Bi-Invest
    denunciato dalla Montedison, mancano 5354875 azioni. Il problema,  che
    sembra   complicatissimo,   risulta   invece   elementare..."  "Ad  un
    ricevimento in casa del giornalista Nanni Guercini,  erano presenti De
    Mita,   Spadolini,  La  Malfa,  Reichlin,  Pecchioli  e  il  sostituto
    procuratore Ragusa..." "Due parlamentari del P.s.d.i., Sandro Reggiani
    e  Costantino  Belluscio  hanno  scritto  una  lettera  riservata   al
    presidente  della  Repubblica,  lamentando  che  i loro telefoni siano
    stati  posti  sotto  controllo..."  "Secondo  informazioni  in  nostro
    possesso,  nella  notte  fra il 21 ed il 22 marzo la nave da trasporto
    panamense "Libertador"  sbarcher  nel  porto  di  Ancona  un  ingente
    quantitativo di eroina celato nei barili contenenti olive..." Robetta.
    Lazzarino  aveva  premuto  un  tasto  del  pannello posto a lato della
    scrivania e aveva sollevato un ricevitore: "Lazzarino. Dovrebbe venire
    subito da me.  S,  qui a Palazzo Chigi".  Aspettando che il  prefetto
    Barbaresco,   capo  dei  Servizi  Segreti,   venisse  annunciato,   il
    sottosegretario alla presidenza se ne era  rimasto  seduto  dietro  la
    scrivania,  sprofondato nella poltrona di cuoio, con gli occhi chiusi.
    Li riapr soltanto quando il commesso gli annunci che l'ospite atteso
    era arrivato.
    Il prefetto Barbaresco rest immobile sulla soglia,  in  atteggiamento
    deferente.  Lazzarino  si  alz  agilmente  dalla  poltrona e gli and
    incontro con la  mano  tesa.  Caro  prefetto,  si  accomodi.  Abbiamo
    qualche guaio, credo.
    Uhm, ammise il prefetto, mi pare di s.
    Ho  letto  quest'informativa,  disse Lazzarino agitando il foglietto
    dattiloscritto, e mi pare dinamite.
    Posso togliermi il cappotto? Di fuori l'aria era umida e  fredda  ma
    nell'ufficio  il  caldo era eccessivo.  Il prefetto gett il soprabito
    sulla spalliera del divano  di  velluto  verde  e  si  accomod  sulla
    poltrona.
    Lazzarino gli sedette di fronte. Bisogna tenere questa faccenda sotto
    controllo  nel  modo giusto.  Non possiamo permetterci il lusso di far
    nascere ombre e consentire campagne diffamatorie contro le istituzioni
    e magari contro  lo  stesso  esecutivo.  E  proprio  in  momenti  come
    questi.
    Barbaresco arricci il naso.  Quel Bianchi,  disse,  un personaggio
    innocuo, inesistente... Comunque, potrebbe trattarsi di tutto,  non le
    pare?  Affari  di  donne,  gelosie di mestiere,  qualche traffico poco
    lecito, sa, forniture,  piccoli interessi,  magari uno di quei giri di
    scommesse che funzionano a Montecitorio...
    Nel  cuore  della  notte?  E  nei  sotterranei  del palazzo?  Le pare
    ragionevole?
    Uhm.  Perch no,  eccellenza?  Se la cosa fosse stata pensata  da  un
    dipendente  della  Camera  sarebbe  stato  sufficiente  farsi chiudere
    dentro. Un lavoro pulito,  senza il pericolo di testimoni.  Un'ipotesi
    molto credibile, non le sembra?
    Sar.  Ma in ogni caso leviamoci dalla testa che la cosa possa essere
    tenuta riservata.  Ho visto l'elenco delle  persone  che  ne  sono  al
    corrente.  A  quest'ora  dentro Montecitorio lo sanno tutti e lo sanno
    pure tutti i partiti. Di quel vostro capitano, l, c' da fidarsi?
    Daldona? Penso proprio di si.
    Dobbiamo presentare la cosa nel modo meno  drammatico  possibile.  Si
    metta in movimento,  ma subito.  Anche con polizia e carabinieri,  che
    siano loro a indirizzare i giornali. Il suicidio di un malato di nervi
    potrebbe essere una versione eccellente.
    Barbaresco assent,  pensieroso.  Questo  piuttosto semplice.  Ma ci
    sono  un  paio di dettagli che mi preoccupano.  I rapporti stretti che
    Bianchi intratteneva con quella Jolanda Giannone...  quella dipendente
    della Camera che  morta pochi giorni fa.
    Ah, disse Lazzarino. E poi?
    Barbaresco  si schiar di nuovo la gola.  Questo  gi un particolare
    di qualche peso,  non le pare?  E se  qualche  giornale  collega?  Due
    suicidi non sarebbero un po' curiosi?
    I  giornali,  i  giornali,  sorrise  gelido  Lazzarino.  Lei faccia
    circolare la versione del suicidio, che ai giornali ci pensiamo noi. E
    poi?
    L'altro problema  il sostituto procuratore Ragusa.  Gi si  occupava
    di  quella  ragazza  e  Ottieri  gli ha affidato anche le indagini sul
    commesso. Potrebbe trovare qualche difficolt a firmare la versione di
    un altro suicidio. Sa, la stampa...
    Lazzarino intrecci le mani sotto il mento.  Bah.  Meglio che sia una
    persona  sola  a  sapere.  E  questo Ragusa  pur sempre un magistrato
    fuori da manovre e interessi, mi risulta.
    Questa volta a sorridere fu  Barbaresco:  Avr  visto  che  per  pura
    coincidenza il suo nome figura fra le informative di stamane: festa in
    casa  di  quel  giornalista,  quel  Guercini,  con  un  bel mucchio di
    politici,  industriali e personaggi vari,  pi o meno interessanti per
    diversi motivi.  Speriamo bene, che non si agiti troppo. Mi dicono sia
    un tipo imprevedibile. Pensi che nel corso di quella festa....
    Oh, disse Lazzarino con un lieve cenno della mano. Un ubriacone che
    deve farsi perdonare diverse cosette.  Si alz  e  tese  la  mano  al
    prefetto:  Non  ci  dovrebbero  essere problemi,  caro Barbaresco.  O
    almeno problemi gravi.  Speriamo che fra  qualche  giorno  nessuno  ne
    parli pi.
    Lazzarino rimase solo,  in piedi,  a guardare fuori della finestra. Le
    auto in sosta ingorgavano  piazza  Colonna  e  il  traffico  procedeva
    lentamente.  C'era  aria  di  neve.  Torn  alla scrivania e spinse un
    bottone sul pannello. "Dimmi",  disse una voce dall'amplifono.  Scelse
    con  cura le parole: "Hanno trovato un uomo morto dentro Montecitorio.
    Con una pallottola in petto".
    6.
    Il sottosegretario lo accolse con un gesto ampio e benigno della  mano
    che  prima  si tese a stringere la sua e poi si pieg a indicargli una
    delle due poltroncine di fronte allo scrittoio.  Ragusa scelse  quella
    di  destra e Randi se ne torn al suo alto seggio dietro la scrivania,
    esaurendo  in  poche  battute   la   gratitudine   per   il   fastidio
    risparmiatogli.
    Sa,  la  Procura  uno di quei posti che un politico,  soprattutto se
    onesto,  non frequenta mai con profitto... Equivaleva  all'ammissione
    di un debito e Ragusa si affrett a sfruttare il vantaggio.
    Vede,  io spero che questo colloquio,  assolutamente informale, possa
    fornirmi qualche  spunto,  un  indizio  sulla  personalit  di  quella
    ragazza.  Insomma,  una traccia che mi faccia risalire alle ragioni di
    questo suicidio. Se di suicidio si tratta...
    Il sottosegretario parve sorpreso.  Ma  dice  davvero?  Potrebbe  non
    esserlo? La notizia che  uscita sui giornali lo dava praticamente per
    certo...
    Oh, disse Ragusa, i giornalisti...
    I giornalisti,  rise il sottosegretario, mi pare che abbiano sempre
    buone informazioni quando si tratta di indagini.
    Ragusa cap che a Randi piaceva giostrare di fioretto.  Ma  decise  di
    non stare al gioco.
    Se  vuol  dire che a parlare di suicidio con i giornalisti sono stati
    gli uffici della Procura, posso assicurarle che si sbaglia.
    Non mi fraintenda, disse il sottosegretario, scusandosi.  Non ho il
    minimo dubbio sul suo scrupoloso rispetto del segreto istruttorio.  Se
    ho accettato d'incontrarla,  pur in assenza di ogni atto  formale  nei
    miei   confronti,      anche  perch  confido  pienamente  nella  sua
    riservatezza.  E del resto lei converr che non esiste solo la Procura
    e  che non sempre i funzionari della polizia giudiziaria sono discreti
    come i magistrati.
    Ragusa  si  guard  bene  dal  convenire  e  torn  al  punto  che  lo
    interessava.
    Come le dicevo, il mio problema principale  di orientarmi nella vita
    di  quella  poveretta.  Lo  strano  sta  nel fatto che di lei se ne sa
    quanto si potrebbe sapere di un marziano appena sbarcato sulla terra.
    Esit un attimo.  Niente amici,  niente legami.  Perfino la madre  ne
    parla  come  di una estranea.  E',  come dire,  un'atmosfera singolare
    attorno a una donna delle pulizie.  Spero che qui,  forse,  nel  posto
    dove ha lavorato a lungo... Quanto a lungo, a proposito?
    Il  sottosegretario parve compiaciuto.  In attesa della sua visita mi
    sono fatto preparare un appunto.  Vediamo. Le  mani  magre  e  curate
    affondarono  tra  le  cartelle  sulla  massiccia  scrivania  di  noce,
    borchiata di lucidi bassorilievi d'ottone: ne estrassero un  foglietto
    sottile  su  cui  galleggiavano  poche righe dattiloscritte.  Allora,
    secondo quel che dice la mia segretaria  stata qui due anni circa. Se
    n' andata nel settembre  scorso.  Guadagnava...  Vuole  saperlo?  Non
    vorrei essere incriminato per reticenza...
    Sorrise,  ed  era  un'esplicita sollecitazione ad imitarlo.  Ragusa lo
    imit.   Ma  si  chiedeva  intanto  come  avrebbe   potuto   infilzare
    quell'anguilla  che  continuava a sgusciargli tra cortesie,  sorrisi e
    compassata bonomia. Il telefono trill in suo soccorso, offrendogli il
    tempo  necessario  per  riorganizzare  l'attacco.   Randi  sollev  la
    cornetta e si infil in una conversazione intessuta di monosillabi.
    Ragusa  lasci  correre  lo sguardo lungo lo studio,  che era ampio ed
    elegante,   moquettato,   informatizzato  e  superattrezzato  come  si
    conveniva  ad  un  moderno  professionista della politica.  Una grande
    porta-finestra che dava sul balcone gli garantiva tutta la luce di cui
    aveva bisogno.  E uno di  quegli  straordinari  panorami  romani,  che
    sembrano  costruiti negli studios della Metro Goldwyn,  alleggeriva le
    fatiche  del  sottosegretario  e  corrompeva  l'attenzione  dei   suoi
    visitatori.  Ragusa vide che era cominciato a nevicare e, anzi, doveva
    essere un bel po' che era cominciato perch  il  verde  del  Palatino,
    trionfante sul gelo di quella primavera contraffatta,  gi imbiancava,
    e imbiancavano anche i ruderi dei Fori.  Ricord quell'altra volta che
    era nevicato - nel '70?  nel '71?  - e la passeggiata sentimentale che
    lo aveva condotto tra  quei  macchioni,  sfidando  i  soliti  guardoni
    acquattati  nell'ombra perfino sotto la neve.  Le altre sue memorie di
    quei posti erano soprattutto di tipo politico-gastronomico. Proprio l
    sotto,   all'angolo  con  via  della  Consolazione,   sull'orlo  della
    scalinata,  c'era  la trattoria dove le sue serate di universitario si
    appesantivano di  ignobile  Frascati  e  di  involtini  al  gorgonzola
    indigesti quanto le fumisterie ideologiche dei suoi commensali. Eppure
    aveva  sopportato,  anche  gli  involtini,  perch  era  sempre  stato
    convinto che  non  si  pu  cambiare  il  mondo  senza  l'aiuto  degli
    imbecilli.  In  fin  dei  conti  era  anche  quella  una  teoria della
    democrazia.
    Ma doveva adesso onestamente riconoscere  che  gli  imbecilli  avevano
    prevalso.  Se  lo  disse risentito,  come se ne portasse una personale
    responsabilit.  E il risultato era che lui  si  trovava  a  scambiare
    sorrisetti  affilati con un sottosegretario democristiano.  Lo osserv
    con la coda dell'occhio mentre pilotava la telefonata verso  la  fine.
    Gli occhiali da miope,  sotto la fronte alta e stempiata, inquadravano
    uno sguardo intelligente.  E la piccola  biblioteca  alle  sue  spalle
    allineava   titoli   d'obbligo   per  un  intellettuale  cattolico  di
    formazione montiniana,  ma  rivelava  anche  qualche  spregiudicatezza
    laicista,  dai  classici di Weber ai pi recenti guru della sociologia
    americana.
    Ha visto come nevica?,  disse Randi posando il  ricevitore.  Qui  a
    Roma    sempre  uno  spettacolo  indimenticabile.  E poi,  con questo
    panorama, sembra quasi davvero troppo, non le pare?  Questo panorama,
    prosegu dopo un attimo di silenzio,  seduce tutti quelli che vengono
    qua,  nel mio ufficio.  E si capisce.  Credo che poche cose  al  mondo
    siano  in grado di suggerire tanta serenit,  un'armonia cos intensa.
    E' uno spettacolo che spinge alla meditazione.  E  per  me,  poi,  che
    patisco  quest'inclinazione...   Ma  torniamo  a  noi.  Padre  Capece,
    immagino, le avr gi detto tutto...
    S, tutto. La stima molto. E davvero lei, onorevole, ha dimostrato un
    grande spirito di solidariet accettando di assumere la figlia  di  un
    pregiudicato.  Anzi,  di  un  camorrista notorio.  Non le nascondo che
    questa circostanza ha un  po'  stimolato  la  mia  curiosit.  Ragusa
    sentiva di procedere a tentoni,  come se ogni passo dovesse indovinare
    il sentiero di solida terra nascosto sotto le  acque  di  una  palude.
    Voglio  dire:  non  ha  temuto  che  si  prestasse ad interpretazioni
    malevoli, o anche a semplici incomprensioni,  la presenza della figlia
    di un camorrista nello studio privato di un uomo politico come lei?
    Randi  fece  di  s  con la testa,  come a dire che aveva capito e che
    condivideva,  poi sorrise.  Sono anzitutto un cristiano.  E cerco  di
    essere  un  buon  cristiano.  Lei  pensa  forse che le colpe dei padri
    debbano ricadere sui figli? Santo cielo, il guaio della nostra societ
     che  affetta da strabismo. Ostenta il culto della libert, anche in
    forme talvolta estreme e perniciose,  ma non sa liberarsi  dei  vecchi
    pregiudizi.   Vede,   per  una  felice  abitudine  contratta  ai  miei
    vent'anni,  io continuo a riflettere spesso sulla lezione  di  Jacques
    Maritain, sul senso profondo del suo umanesimo integrale.
    Il telefono lo interruppe di nuovo. Randi fece un gesto di disappunto.
    Ma  appena  ebbe  il  ricevitore  all'orecchio se ne usc con una voce
    smielata.
    "Ugo,  mio caro.  Come stai?  Sono  felice  di  risentirti.  S,  stai
    tranquillo, la cosa procede."
    Ragusa  cominciava ad averne abbastanza delle telefonate e di tutto il
    resto.  Perci gli punt con intenzione  gli  occhi  addosso.  L'altro
    sostenne lo sguardo senza scomporsi.
    "Ma  s.  Te  lo  ripeto,  stiamo andando avanti.  E' vero,  c' stato
    qualche intoppo,  ma  una cosa normale.  Quei  nostri  amici  avevano
    sbagliato i timbri.  Ti spiegher.  Si,  bravo.  Come?  Certo,  per la
    spedizione.  Si  capisce.   Il  documento    assolutamente  regolare.
    D'accordo,  ti  richiamo  io  appena  sar  libero.  Diciamo tra venti
    minuti",  concluse,  e fiss Ragusa perch capisse che quello  era  il
    limite del tempo concessogli.
    Si scus comunque con lui, diffondendosi sulla difficolt e l'asprezza
    dei rapporti commerciali con l'estero,  che gli incombevano per delega
    del ministro. Poi, senza spiegazioni,  si alz in tutto il suo metro e
    novanta di grisaglia impeccabilmente tagliata,  mosse agilmente per la
    stanza il fisico di sessantenne  ben  portante  e  se  ne  torn  alla
    scrivania sfogliando un libro rintracciato su uno scaffale vicino alla
    porta.  Ma stavolta sedette, pi confidenziale, sull'altra poltroncina
    dal lato di Ragusa.
    Ecco, le dicevo di Maritain. Questo  un suo libriccino di molti anni
    fa. Consult il frontespizio.  Pensi,   un saggio del  '46,  subito
    dopo la guerra. Lei ha dimestichezza con il pensiero di San Tommaso?
    Confesso  di  ricordarne  poco,   a  parte  l'appellativo  di  Dottor
    Angelico.
    Randi sorrise con aria indulgente.
    E' gi qualcosa.  Comunque non  c'  bisogno  di  essere  esperti  in
    dottrina  tomista  per  apprezzare  la  lezione  spirituale  e morale,
    attualissima,  che ne deriva Maritain.  Mi permetta di leggerle queste
    poche  righe  sulle  quali  mi accade di tornare spesso.  "Per il solo
    fatto che io sono una persona e che dico me stesso a me, io domando di
    comunicare con l'altro e con gli altri nell'ordine della conoscenza  e
    dell'amore."
    Chiuse il libro e lo guard con aria ispirata.  Capisce perch per me
    non pu avere alcuna importanza ci che non  appartiene  alla  persona
    umana? O che, peggio ancora, si frappone alla crescita armoniosa della
    sua soggettivit verso l'assoluto?
    Nel  caso  di  quella  ragazza  mi  pare  che  la  crescita sia stata
    interrotta un po' troppo in anticipo. Randi si agit sulla  poltrona,
    ma Ragusa non gli lasci il tempo di reagire.  Francamente non riesco
    a vedere niente di armonioso nella sua morte.  Anche se devo rilevare,
    invece, che era molto armoniosa da viva.
    Che cosa vuol dire?
    Niente  di  particolare,  solo  che  la  Giannone  doveva  essere una
    splendida donna.
    Randi contrasse le mascelle. S?  Penso di s.  I miei rapporti con i
    dipendenti sono, come  ovvio, assolutamente formali.
    Le  assicuro  che  non avevo intenzione di metterli in causa.  Facevo
    solo una costatazione.
    Randi sembr rilassarsi, riprendendo un tono garbatamente distaccato.
    Temo che le abbiano raccontato qualche storia sul mio conto.  Roma  
    piena  di  chiacchiere,  su  tutto  e su tutti.  Sono riusciti a farne
    perfino su quel santo papa che fu Pio Dodicesimo.  Si figuri se io  mi
    curo di qualche pettegolezzo.  Per tengo alla stima delle persone per
    bene, e non dubito che lei sia onesto e in buona fede.  Certo,  non mi
    sono  risposato  dopo  l'annullamento  del  mio matrimonio.  Ma  solo
    perch rimpiango ancora mia moglie.  La nostra  unione    finita  per
    un'unica  ragione:  la  sua sterilit.  Era questo a spingerla a forme
    parossistiche di gelosia.  E mi sono imposto il grave sacrificio della
    separazione  perch  tenevo,  sopra  ogni altra cosa,  alla sua salute
    mentale e  spirituale.  Lo  so,  molte  malignit  nascono  dalla  mia
    preferenza ad avere collaboratori di sesso femminile.  Ma non cambier
    idea per questo: sul lavoro le donne sono pi fedeli,  pi efficienti,
    pi  svelte.  Purtroppo  non  tutte.  Quella ragazza ad esempio non lo
    era.
    Che cosa? Fedele o svelta?
    Quanto al fedele sinceramente non saprei,  ma non vedo  come  avrebbe
    potuto mettere a profitto la sua eventuale slealt.  Questa  una casa
    di vetro,  come ci esortava il buon Piccoli  tanti  anni  fa.  No,  mi
    riferivo alla sveltezza, di cui era decisamente poco dotata.
    E' per questo che l'ha mandata via?
    S.  Ma  ho cercato di procurarle un lavoro pi adatto alle sue reali
    possibilit.
    Forse il passaggio pu essere stato traumatico per lei?
    La solidariet che da persona umana  nutro  verso  le  altre  persone
    umane   non   pu   disgiungersi   da  un'etica  della  responsabilit
    individuale.  Se davvero si  tolta la vita,  che Dio la  perdoni.  Ma
    nessuno qui in terra pu esserne ritenuto responsabile. E io, mi pare,
    meno di ogni altro.
    S'intende che  fuori discussione. Ma io non pensavo a questo, disse
    Ragusa.  Non riusciva a cavarne molto.  Fece un ultimo tentativo. Lei
    non sa  nulla  della  sua  vita  privata?  Le  sue  amicizie,  le  sue
    frequentazioni...   Tutte   cose   che  sarebbero  utilissime  per  le
    indagini.
    Gliel'ho detto.  Solo rapporti formali:  una regola alla quale nelle
    relazioni di lavoro non mi sottraggo mai.
    La   cicalina   del  telefono  lampeggi  verdognola.   Randi  ripass
    dall'altra parte della scrivania prima di rispondere.
    "S? Buongiorno,  presidente.  Certo,  domani sera.  Ci saranno tutti.
    Pontade,  Signorello,  Evangelisti... Mi scusi un momento solo, saluto
    una persona che va via." Sospese  la  comunicazione  e  si  rivolse  a
    Ragusa con l'aria di uno che doveva tornare a cose importanti.
    Mi pare di averle detto tutto,  vero? Mi scusi se non l'accompagno ma
    ho l'onorevole Andreotti al telefono.
    Ripet il gesto benedicente dell'inizio ma non riprese a  parlare  nel
    microfono  fino  a  quando  il giudice non si fu tirato alle spalle la
    pesante porta di quercia, oltretutto insonorizzata.
    La segretaria lo guid verso l'uscita ancheggiandogli dinanzi a  ritmo
    di   samba.   E   lui   s'immerse,   piacevolmente   sorpreso,   nella
    contemplazione di quelle natiche che si  rivelavano  sode  e  vigorose
    sotto  la gonna di tweed grigio.  Arrivati alla porta lei si volt con
    un sorriso stereotipato sotto il caschetto dei capelli biondo-tinti  e
    gli  occhiali  firmati  Dior.  Ragusa  sent  evaporare il sussulto di
    eccitazione che l'aveva assalito qualche secondo  prima  e  la  blocc
    prima che posasse la mano sulla maniglia.
    Lei  da molto con l'onorevole Randi?
    Mi  pare  di  star  qui  da  sempre,  fece  la ragazza continuando a
    sorridere a lui, all'attaccapanni e alla stampa di Hogarth appesa alla
    parete.
    E potrebbe provare, per piacere, a circoscrivere questa eternit?
    Il  sorriso  si  stir  e  scomparve,  registrando  quasi  stupito  il
    fallimento di tanta seduttivit. Ci fu tuttavia un ultimo tentativo di
    civettuola  disinvoltura,  giocato  su un sapiente dilatarsi dei begli
    occhioni nocciola con corredo di lunghe ciglia finte.
    Ma  dottore,   allora  lei  mi  vuol   fare   un   vero   e   proprio
    interrogatorio.
    Se  preferisce  la  faccio  convocare per domattina in Procura,  cos
    forse le sembrer pi emozionante.
    Sbianc e si affrett a rispondere come una scolara un  po'  secchiona
    ansiosa di mostrarsi ligia e preparata.
    Cos  in questo studio da sei anni,  riassunse Ragusa. Quindi avr
    lavorato fianco a fianco con la Giannone, immagino.
    Non direi  proprio,  ribatt  lei  recuperando  all'istante  il  suo
    orgoglio  di  ex  allieva  delle  suore  del Sacr-Coeur.  Io sono la
    segretaria personale dell'onorevole e la Giannone non poteva definirsi
    nemmeno una dattilografa.
    Ragusa fece appello a tutta la sua pazienza.  Non intendevo dire  che
    aveste  le  stesse mansioni.  Ma lavoravate pur sempre l'una di fronte
    all'altra. Avrete in qualche modo allacciato un rapporto. O no?
    No di certo. Non ho l'abitudine di fare certe amicizie.
    Che vuol dire?  Che era una poco di buono?  Ma se non la  frequentava
    come fa a saperlo?
    Non ci voleva molto a capirlo. Passava la giornata al telefono: tutti
    ed esclusivamente uomini.  Questo non  mica un salone di coiffeur. Il
    guaio  che l'onorevole  troppo generoso. Io glielo dicevo che quella
    ragazza non era tagliata per un lavoro delicato come questo. Ma lui ci
    ha messo due anni a convincersene.
    E di tutti questi uomini lei non ne  ha  mai  visto  nessuno?  Magari
    qualche  volta  la Giannone avr dato appuntamento a qualcuno qui allo
    studio, oppure gi al portone.
    Qui no davvero, ci mancava solo questo. Gi per strada? Forse.  Ma io
    non ho certo tempo da passare alla finestra.  Comunque lei stava molto
    attenta ad evitare che l'onorevole si accorgesse  dei  suoi  traffici.
    Davanti  a lui recitava benissimo la parte della riservata.  Non credo
    che avrebbe corso rischi.
    Insomma  per  lei  gli  uomini  della  Giannone  sono  solo  fantasmi
    telefonici.
    Precisamente.  Qualche  volta  ero  io  stessa  a  doverle passare le
    telefonate, quasi sempre era lei che si precipitava sul ricevitore.  E
    gi le sciocchezze che pu immaginare,  con la solita conclusione: ora
    e posto dell'appuntamento.
    E non ricorda qualcuno di questi posti?
    Non stavo mica a  spiare  le  sue  conversazioni.  Se  uno  parla  al
    telefono  a  due  metri di distanza  inevitabile ascoltare.  Ma  una
    cosa automatica, uno non ci fa caso, mica si ricorda.  Non c' bisogno
    che glielo spieghi, credo. Fece un sorrisetto canzonatorio.
    Lasci che le spieghi io una cosa. Sto cercando di capire come  morta
    una  ragazza  di  vent'anni.  Mi  importa  poco  che  a  lei non fosse
    simpatica,  o che la giudicasse troppo volgare  per  lavorare  al  suo
    fianco.  Ma  se non la smette di girare attorno alle mie domande senza
    rispondere io la faccio mettere  sotto  torchio.  E  le  assicuro  che
    nessuno, dico nessuno, potr impedirmelo.
    Ragusa  s'accorse  che i miopi occhi nocciola ora andavano da lui alla
    porta di Randi,  come soppesando la possibilit di mettere subito alla
    prova le sue minacce. Poi tornarono a fissarsi di nuovo su di lui, con
    l'aria  da collegiale che avevano avuto poco prima,  e il giudice cap
    che aveva scelto di non correre il rischio.
    Ma deve capire,   passato tanto tempo.  E poi erano  posti  diversi.
    Come  posso ricordarli tutti?  Magari si trattava di una via,  o di un
    bar. Aspetti, ora che ci penso.  Sentivo spesso il nome di un bar,  ma
    non  credo  che  fosse  un  caff,  piuttosto una specie di night o di
    piano-bar,  insomma un posto notturno.  Lucky bar,  no,  non  Lucky...
    Ecco,  ci  sono.  Rusty's bar.  S,  mi pare proprio che il nome fosse
    questo.
    Immagino che non sappia da quale parte si trovi.
    Lei punt il piccolo mento grazioso verso l'alto, esibendo il distacco
    pi virtuoso che riuscisse a rappresentare.
    Non frequento posti del genere.
    La porta dello studio  di  Randi  si  spalanc  e  il  sottosegretario
    comparve sulla soglia.
    Bianca,  disse, e si ferm scorgendola con Ragusa nel vestibolo. Era
    chiaramente seccato e non si cur di nasconderlo. Lei  ancora qui?
    La signorina ha seguito il suo esempio e  ha  cercato  anche  lei  di
    aiutarmi,  disse sommesso Ragusa. Poi s'infil il loden blu mentre la
    ragazza apriva l'uscio delle  scale,  e  chin  impercettibilmente  la
    testa in un vago cenno di saluto.

    La  sorella  di  Massimo  Bianchi  lo  accolse  con  un sorriso mesto,
    aprendogli la porta di casa.  Gli tese la mano e si present,  un  po'
    goffamente.
    Piacere. Loredana Bianchi.
    Era una bella ragazza,  tendente alla pinguedine.  Indossava pantaloni
    all'ultima moda e una camicetta di seta nera.  Stringeva  in  mano  un
    fazzoletto  appallottolato  e aveva gli occhi arrossati.  Parl a voce
    bassa.
    Facciamo piano.  La mamma sta male.  Il dottore le ha dato i calmanti
    ma ogni volta che si sveglia comincia a piangere e a gridare.
    Mi dispiace, disse Ragusa.
    La ragazza apr una porta e gli fece un cenno.  La stanza era al buio,
    con le persiane serrate e lei si  affrett  ad  aprirne  una.  Era  un
    salottino pulito,  buffet, controbuffet, un divano azzurro e ninnoli e
    foto di famiglia sul tavolinetto di centro. C'erano due vecchie stampe
    incorniciate su una parete,  che  raffiguravano  panorami  della  Roma
    ottocentesca.  In una vetrinetta d'angolo coppe e trofei sportivi.  Su
    un'altra parete una grande foto  a  colori  di  un  giocatore  che  si
    apprestava  a colpire il pallone di testa,  svettando su un mucchio di
    avversari.
    Massimo, disse la ragazza, era un atleta,  uno sportivo.  Ci teneva
    tanto, lui...
    Era  sul  punto  di  cominciare  a  piangere e Ragusa la interruppe in
    fretta.
    Non voglio tormentarla,  signorina.  Ma lei sa che questo    il  mio
    dovere. Soltanto poche domande. Suo fratello abitava qui?
    La  ragazza  si soffi il naso.  S,  stava con noi,  con me e con la
    mamma,  voglio dire.  Ci voleva bene e non se ne sarebbe mai andato...
    eravamo rimasti senza pap...
    Che tipo era suo fratello, signorina?
    La  ragazza  alz su di lui uno sguardo aggressivo.  Certo non era il
    tipo da  suicidarsi.  Io  non  ci  credo  che  lo  abbia  fatto.  Quei
    giornalisti  a  me  non  me la danno a bere.  E quelli di Montecitorio
    chiss che hanno combinato, adesso hanno paura dello scandalo e dicono
    che si  ammazzato perch era un nevrotico depresso.  Ma  Massimo  non
    era  un  nevrotico.  Era  uno  tranquillo che pensava al lavoro,  allo
    sport. Ci teneva a fare bella figura, a vestire bene, ad essere sempre
    pulito e ordinato. Avrebbe fatto carriera alla Camera, se...
    Faceva una vita regolata?
    Stava sempre in casa.  Giocava  a  tennis  e  al  calcio  al  Circolo
    Montecitorio,  sa,  all'Acqua Acetosa. Certo, qualche volta usciva, la
    sera. Aveva ogni tanto una ragazza. Ma raramente.  Gli piacevano tanto
    le  telenovele  e la domenica eravamo tutti cos sereni: lui si vedeva
    le notizie sportive in televisione,  poi scherzava con mamma  che  gli
    preparava le fettuccine fatte in casa,  mangiavamo, guardavamo il film
    giallo...
    Lei  non  sa  se  per  caso  avesse   amicizie,   come   dire,   poco
    raccomandabili?
    Dottore,  Massimo  non  giocava  a  carte,  n  al  biliardo,  n gli
    piacevano le corse dei cavalli,  le scommesse.  Non aveva debiti.  Era
    molto tranquillo,  tanto riservato. Anche per questo, forse, non aveva
    amici: soltanto quelli con cui giocava al pallone, ma li vedeva per la
    partita, e via.
    E soldi? Guadagnava bene?
    Lo stipendio  quello della Camera.  Non  male,  ma chi non vorrebbe
    guadagnare di pi?  Le difficolt di oggi le conoscer anche lei.  Con
    qualche sacrificio ce la faceva.
    Lei ha detto che ogni tanto aveva una  ragazza.  Forse  qualcuno  era
    geloso?
    Parve riflettere, tirando su con il naso. Questo non lo so. Pu anche
    essere.  Prima no, ma ora potrebbe essere. Negli ultimi tempi mi aveva
    parlato di una ragazza bellissima che aveva conosciuto...  S,  un po'
    era cambiato,  soprattutto gli ultimi tempi.  Forse era geloso. Ma non
    era il tipo da mettersi nei pasticci per nessuno, stia certo.
    Per lei  convinta  che  lo  abbiano  ammazzato,  disse  dolcemente
    Ragusa.  Pensava che era difficile interrogare qualcuno su un omicidio
    dovendo fingere che fosse un suicidio.
    Un taxi  lo  port  agli  impianti  sportivi  dell'Acqua  Acetosa.  Il
    cancello  del  Circolo  Montecitorio  si  apriva  proprio  accanto all
    ingresso monumentale dei campi del Comune da dove  venivano  grida  ed
    applausi  mentre  gli altoparlanti chiamavano gli atleti ai blocchi di
    partenza. Il cancello era chiuso e Ragusa premette il pulsante accanto
    al  citofono:  poco  pi  in  alto  vide  l'occhio  della   telecamera
    dell'impianto di sicurezza. Si fece riconoscere e la serratura scatt.
    C'era  un  piccolo  slargo  con  al  centro  una  fontana azzurra dove
    nuotavano dei pesci rossi.  Sulla destra c'era un campo da bocce e uno
    scivolo  per i bambini.  A sinistra una fila alta di alloro nascondeva
    parzialmente i  campi  da  tennis  e  dall'altra  parte  del  vialetto
    spuntava una costruzione bassa e civettuola. Sul fondo, da un prato di
    quadrifoglio  nano  salivano due scalinate a semicerchio che portavano
    all'altra sezione del Circolo, sulla riva del Tevere.  Dalla scalinata
    Ragusa vide luccicare in basso, fra pini e oleandri, l'acqua verdastra
    della piscina.  Attravers lo stretto viottolo al termine della scala,
    dirigendosi verso la massiccia palazzina a due piani. Sulla porta,  ad
    aspettarlo,  c'era un signore di mezza et, dall'aspetto distinto, che
    indossava con noncuranza una pesante giacca di lana  all'ultima  moda.
    Gli tese la mano.
    Sono Lavagnini, disse. Sono il segretario del Circolo.
    Chiacchierarono seduti su due poltroncine davanti a una vetrata che si
    apriva  sull'ansa del Tevere.  Ragusa ebbe la conferma che Bianchi era
    considerato un bravo ragazzo. Forse teneva un po' troppo all'eleganza,
    forse era un po' fanfarone,  ma  niente  di  pi.  Allora  cominci  a
    scandagliare l'ipotesi pi verosimile. La sorella gli aveva parlato di
    una  ragazza  alla  quale  sembrava  tenesse  in  modo  particolare...
    Lavagnini lo guard curiosamente.
    Dottore, era quella ragazza che  morta...
    Oh, disse Ragusa, lo sa anche lei.
    C'era sui giornali.  A Montecitorio lo sappiamo quasi  tutti.  Almeno
    tutti quelli che leggono i giornali. Ma da domani lo sapranno tutti di
    certo.
    E lei la conosceva, quella ragazza?
    No.  Io  alla  Camera  ci  vado  poco.  Sono  in  pensione,  ho colto
    l'opportunit  del  pensionamento  anticipato  e  ho  ottenuto  questo
    incarico al Circolo. A Montecitorio ci vado ogni tanto per parlare con
    il Conservatore, per portare i rendiconti.
    Qui al Circolo la Giannone non  mai venuta?
    Qui possono venire soltanto i deputati,  i giornalisti parlamentari e
    i dipendenti della Camera.
    E non possono portare amici, familiari?
    S, certo... Il segretario sembrava imbarazzato. Sa, quella era una
    donna delle pulizie.  Forse Bianchi si vergognava  un  po'...  Qui  ci
    vengono ministri, personalit, la stessa presidente Jotti...
    Capisco.  Era  una bellissima ragazza.  Era una ragazza molto libera.
    Forse qualcun altro dei dipendenti di  Montecitorio  magari  un  altro
    commesso... Bianchi non era geloso, che a lei risulti?
    Dottore,  ci  metto  la mano sul fuoco.  L dentro quella ragazza non
    avrebbe potuto avere nessun'altra relazione  con  nessuno.  L  dentro
    tutti  si conoscono e le cose si risanno,  anche quelle pi personali,
    dopo dieci minuti.  Potrei raccontarle perfino io la vita  privata  di
    tutti  i  dipendenti  e  se  la  moglie  di  qualcuno  ha  cambiato la
    pelliccia... No, quella ragazza se la faceva soltanto con Bianchi. Lui
    era molto innamorato,  mi sembrava,  e mi sembrava che ci si  trovasse
    bene,  da  quel  pochissimo  che  diceva.  Negli  ultimi  tempi,  poi,
    sprizzava gioia da tutti i pori.
    Il segretario guard Ragusa.  Dottore,  posso chiederle una  cosa?  E
    proprio vero che si  suicidato pure lui?
    I giornali li ha letti, no?, disse Ragusa.

    Il Rusty's bar era in via del Governo Vecchio,  proprio di fronte alla
    sacrestia della  Chiesa  Nuova.  Due  lampioni  ottocento  segnalavano
    l'ingresso nel punto pi stretto della strada e una serpentina di neon
    violetto  ne  disegnava il nome su uno dei battenti di vetro incassati
    in un piccolo androne. Fuori stazionava un campionario ridotto, per la
    neve o perch la serata era ancora all'inizio,  della  fauna  notturna
    del  centro  storico.  Qualche  "macho"  di  borgata  abbronzato dagli
    ultravioletti,  negligentemente appoggiato al sellino  della  moto  di
    grossa cilindrata. Un paio di ragazzine nordiche dall'aria strafatta e
    lunghi spacchi sulle cosce inguainate in collant di lana. Un gruppetto
    di  arabi  riccioluti e scuri ma senza altri punti di contatto con gli
    immigrati clandestini via Mazara del Vallo: a giudicare  dai  giacconi
    di pelle,  dalle scarpe e dagli accessori vari questi dovevano avere i
    portafogli guarniti.  Ma riservarono egualmente occhiate di diffidenza
    al  corretto signore in cravatta e loden blu che mostrava l'intenzione
    di violare il loro spazio.
    L'esiguit dell'ingresso  ingannava  sulle  dimensioni  effettive  del
    locale,  che assomigliava a un imbuto. Subito oltre la porta l'interno
    si allargava gradualmente in un  vasto  salone  scandito  da  massicci
    pilastri.  Ragusa  intu  che fino all'inizio del secolo doveva essere
    stata la stalla del soprastante palazzo nobiliare.  Adesso,  al  posto
    delle lettiere di fieno,  divani profondi e multicolori occupavano gli
    spazi tra le colonne portanti, anfratti di gommapiuma per le effusioni
    delle  coppie.   La  penombra  riverberava  l'arancione   dei   filtri
    dell'illuminazione  e si rompeva soltanto attorno a una piccola pedana
    rotonda investita da fasci di luci psichedeliche.  I  bassi  del  rock
    rombavano  negli altoparlanti ma nessuno mostrava voglia di sostituire
    la ginnastica della danza a  quella  pi  eccitante  delle  effusioni.
    Ragusa and diritto al bancone del bar.  L,  vino neanche a parlarne.
    Avrebbe ingoiato un bourbon con due cubetti  di  ghiaccio.  Il  barman
    trov a colpo sicuro la marca richiesta e gli allung il bicchiere sul
    piano mormorando il prezzo della consumazione.
    Ragusa  si  sistem su uno sgabello,  deposit il cappotto su quello a
    fianco e infine si cacci la mano in tasca alla ricerca del denaro. Il
    barman teneva gli occhi fissi sul piano del banco ma Ragusa si accorse
    che l'osservava da sotto in su,  probabilmente  chiedendosi  come  mai
    fosse finito l dentro.  Era un ometto basso e tarchiato,  dai capelli
    lisci e folti sulla fronte bassa,  quasi fasciato nella stretta giacca
    bianca  di servizio.  Non aveva un'aria loquace,  e Ragusa si limit a
    pagare sperando che intanto servisse ad ammorbidirlo l'elargizione  di
    una  mancia sostanziosa: fu accolta da un "grazie" bofonchiato a mezza
    bocca.
    Fin la prima razione d'alcool completando contemporaneamente  l'esame
    del locale e della clientela.  Niente di speciale, un posto come cento
    altri.  Un po' di musica,  luci basse per favorire disinibizioni e  la
    solita folla mista dei night senza pretese.  Di sicuro il gioved sera
    si sarebbe riempito di domestiche somale e filippine in libera uscita.
    E di sicuro la droga era in libera uscita ogni  sera.  Il  suo  occhio
    esperto  individu  almeno  un  paio  di  candidati  certi al ruolo di
    spacciatore: se ne stavano in fondo alla sala,  ai margini delle  luci
    della pedana,  tra la porta dei gabinetti sulla sinistra e l'uscita di
    sicurezza sulla destra.
    Ragusa torn al suo bicchiere vuoto.  In quell'inchiesta  stava  forse
    esagerando?  Si  sorprese  a  rimproverarsi.  La  legge gli dava pieni
    poteri,  certo.  Le geremiadi  sul  garantismo  e  sull'invadenza  dei
    giudici erano finite dal giorno in cui un decreto governativo,  subito
    approvato  dalle  Camere,  aveva  trasformato  le  Procure  in  organi
    giudiziari  dell'esecutivo:  una  perdita d'autonomia compensata da un
    consistente ampliamento delle  facolt  discrezionali  dei  magistrati
    inquirenti. Ma lui sapeva che in questo caso non gli conveniva affatto
    approfittarne.  L'informazione sul night, dopo averla strappata con le
    tenaglie al biondo cerbero di Randi,  avrebbe fatto  bene  a  passarla
    pari pari nelle mani di Pincherle-Pescelesso.  O meglio ancora,  visto
    che la legge glielo consentiva,  in quelle di un uomo dei  servizi  di
    sicurezza.  Magari  quel  Daldona  conosciuto  a Montecitorio.  Perch
    cavolo, invece, aveva tirato le dieci di sera a un tavolo di trattoria
    per prendere finalmente un taxi e precipitarsi in quel posto  merdoso?
    Dovette  riconoscere  che lo faceva perch l'indagine lo incuriosiva e
    lo eccitava come non gli succedeva  da  secoli.  Procedeva  cautamente
    lungo un percorso che non lasciava nemmeno intravedere la via d'uscita
    ma sapeva che la verit era in fondo a quel labirinto,  e gli dava una
    sottile euforia  il  fatto  stesso  d'esserci  entrato  rifiutando  le
    tentazioni  e  le  suggestioni  comode  ma ingannevoli.  Con un po' di
    fastidio ricord che,  in ogni caso,  ci teneva alla promozione  e  al
    trasferimento a Ferrara.
    Ordin  un secondo bourbon.  Il barman ripet la sua rapida esibizione
    professionale ma stavolta Ragusa decise che era tempo  di  rompere  il
    suo  mutismo.  Si sent un po' ridicolo,  una cattiva imitazione - Sam
    Spade? Lew Archer? -, quando assieme ai quattrini estrasse dalla tasca
    anche  una  foto  di  Jolanda   Giannone.   La   present   all'ometto
    accompagnandola  con una moneta da cinquantamila.  Il barman lo guard
    in attesa di spiegazioni.
    E' una mia amica,  disse lui,  che ha cambiato indirizzo.  Sa  come
    sono  le  donne  quando perdono la testa...  Forse lei mi pu dare una
    mano, so che di solito veniva qui la sera.  Se la ricorda?  L'ha vista
    negli ultimi giorni? Magari con un amico, o un'amica.
    L'uomo  intasc  la  moneta e guard la foto.  Scosse subito la testa.
    No, non mi pare. Con tutto questo via vai...
    Un ragazzo con un giubbotto di pelle stinto e scucito mise  sul  banco
    una  monetina.  Il barman la fece scivolare in un cassetto e si spost
    subito a trafficare attorno a un intruglio a base di rum. Ragusa gett
    un'occhiata distratta sull'avventore abituale, cogliendo di profilo un
    naso camuso e una pelle olivastra sotto la barba di qualche giorno. Ma
    si fece attento quando s'accorse che il giovane aveva rigirato la foto
    di Jolanda abbandonata sul banco e la stava fissando con una  smorfia.
    Sembr  voler dire qualcosa,  ma non ne ebbe il tempo perch il barman
    gliela tolse di mano per rimpiazzarla con un  bicchierone  di  liquido
    ambrato.  Il  giovanotto  alz  le  spalle e si trascin con la bibita
    nell'angolo  pi  buio  del  locale.   Ragusa  aspett  che  si  fosse
    allontanato,  poi  riprese  la  foto e scese dallo sgabello.  Cappotto
    nella sinistra e bicchiere nella destra and a  cercarsi  un  tavolino
    libero in mezzo ai viluppi di corpi.  Manovr con destrezza tra i sof
    fino a quando si trov di fronte al ragazzo. Se ne stava semisdraiato,
    con gli occhi al soffitto e la mano stretta attorno al bicchiere ormai
    semivuoto.  Per sedergli a fianco Ragusa gli prese la  gamba  sinistra
    mollemente allungata sul divano e la spost. Lui non reag.
    Di' un po', tu la conosci quella ragazza della fotografia,  vero?
    L'altro  si  volt  a guardarlo e nella penombra Ragusa scorse,  in un
    viso lungo e scavato, un paio d'occhi dilatati in una paura perenne.
    Ma di che parli?, si decise a rispondere il giovane.
    Hai capito benissimo. Stavi per dire qualcosa quando il barista ti ha
    strappato la foto di mano. Allora, la conosci, s o no?
    E anche se fosse? Di che ti impicci? Devi essere una madama. Beh,  io
    non so niente e non ho niente da dire.
    In  silenzio  Ragusa  tir  fuori  un'altra  moneta  da cinquantamila,
    pregando Iddio che anche questa non  andasse  in  fumo.  La  pos  sul
    divano,  tra di loro.  Il ragazzo si drizz e si guard attorno ancora
    pi spaventato.
    Che fai, figlio di... Si morse le labbra. Vuoi farmi passare per un
    soffia?
    Forza,  non fare  storie.  Prenditela  e  dimmi  che  sai  di  quella
    bellezza. Con chi va. Da quando non la vedi.
    Una  mano si allung sotto la luce del faretto colorato,  per prendere
    la moneta.  Il dorso era cosparso di puntini rossi come tante  punture
    di  zanzare.  Solo che non era stagione di zanzare.  Il tossicomane si
    allung di nuovo sul divano,  ma stavolta quasi sfiorando col capo  la
    spalla del giudice. Parlava a voce bassssima.
    Affari tuoi.  E' una troia, ecco tutto. Si chiama Jolanda, il cognome
    non lo so.  Ma se hai una macchina sportiva e il portafoglio pieno  te
    la  porti a letto senza nemmeno chiederglielo.  Fa la schifiltosa solo
    con i poveracci come me.
    Ci hai provato e sei andato in bianco.
    Bravo cervellone. Sissignore, sono andato in bianco.  Ma prova un po'
    a  chiedere  a  quei  figli  di puttana d'arabi che frequentano questo
    posto con le tasche piene di soldi. Se la sono ripassata tutti,  te lo
    possono confermare 
    Beh, se non altro non aveva pregiudizi razziali.
    Il ragazzo non fece caso al verbo al passato. Sembrava che una schiuma
    di rabbia gli imperlasse le labbra.
    Oh no, che pregiudizi. Bianchi, neri, gialli. Le importa solo quello,
    i  soldi.  Noi  rognosetti  non contiamo.  E se provi ad allungare una
    mano, lei chiama l'arabo di turno e ti fa ammazzare di botte.
    E successo anche a te?
    Non ti sbagli mai,  sei  proprio  un  intelligentone.  Mi  piacerebbe
    vederla  morta,  quella  stronza.  Lei e il suo amico,  come cristo si
    chiama.
    Perch, ne ha uno fisso?
    Fisso? Non lo so.  Ma questo  uno che dura pi degli altri.  Scoper
    meglio,  avr  pi  soldi,  chi lo pu dire.  Di sicuro  un figlio di
    puttana.  Per spaventarmi una sera mi  venuto addosso con la  Porsche
    Quel  bastardo ha frenato a un centimetro dalla mia gamba.  Giusto per
    non ammazzarmi ma abbastanza per farmi fare un voletto.
    Non mi hai detto come si chiama questo tipo 
    Non mi ricordo bene. Questi sono tutti Al, Mohammed.  Lui per,  ora
    che ci penso,  mi pare che lo chiamino Ibrahim.  Per non sono sicuro.
    Avrai capito che non ci sono in confidenza.
    Da quando non lo vedi in questo posto?
    Boh, vallo a sapere.  Mica sto a contare le ore che manca.  Forse una
    settimana, dieci giorni.
    E lei, Jolanda?
    S,  anche lei,  non la vedo da un po'. Una settimana, o gi di li. E
    adesso amico, basta. Ho la gola secca e qualcosa di meglio da fare.
    Un'ultima cosa.  Il modello della Porsche,  e  meglio  ancora  se  ti
    ricordi la targa.
    Allora sei proprio una madama,  eh? Mi dispiace, non ho pi quel tipo
    di memoria.  Ti posso dire il colore della  macchina,  che    proprio
    strano. Dalle parti mie, in Toscana, si dice color ganzilloro. Non sai
    cos',  eh?  E' un insetto,  uno di quelli grossi.  Di una bella tinta
    verde-dorato.  Macchine cos non ce ne  saranno  tante  e  nuove  come
    quella,  poi.  Ti  basta?  Invece a me no,  quello che mi hai dato non
    basta proprio per tutta questa chiacchierata.  Dovresti scucire ancora
    un po'.
    Ragusa gli allung ancora un paio di monetine.  Tieni. Ma ti do anche
    un consiglio, e gratis. Fatti disintossicare.
    E tu fatti fottere.
    Il giudice prese la sua roba e si spost a un  altro  tavolo  nascosto
    dietro  uno dei pilastri del fondo sala.  Cos,  qualcosa cominciava a
    venire a galla.  Non era granch,  e non si capiva dove  portasse.  Ma
    almeno  quella  Giannone  non  era pi un fantasma sbucato dal nulla e
    tornato nel nulla.  Non sembrava che avesse avuto una vita  esemplare,
    ma era pur sempre una vita: un insieme di fatti,  di nomi, di volti, e
    non una pura espressione anagrafica, nata il tale giorno, morta il tal
    altro. Si adagi nel divano sentendosi improvvisamente esausto.
    Un cameriere gli port il terzo bourbon che  aveva  richiesto.  Se  lo
    scol  e pass subito al quarto.  Sapeva che non avrebbe smesso fino a
    quando non si fosse sentito abbastanza  ubriaco  da  cancellare  dalla
    memoria  l'immagine di Jolanda,  i consigli manzoniani del procuratore
    capo, l'altruismo di Randi e il sedere della sua segretaria.
    Si rimise in piedi solo quando,  un bicchiere dopo l'altro,  si  sent
    gonfio.  La  porta  dei  gabinetti era proprio di fronte,  a due metri
    dalla pedana destinata alle coppie  danzanti.  Incespic  nel  gradino
    della  pista  da  ballo  ma riusc ad evitare di finire per terra.  La
    toilette sembrava decentemente maiolicata sotto  la  lucina  fioca  da
    pochi  watt  e lui si infil nel primo sgabuzzino lasciandosi la porta
    aperta alle spalle.  Guardava in alto  verso  il  soffitto,  la  testa
    imbottita  di  bambagia,  ritto  sulle  gambe  solo in virt della sua
    esperienza di alcolista.  Rimase cos  per  un  tempo  che  gli  parve
    infinito.  E,  come al solito,  si ricord con rabbia dei rimproveri e
    della  compassione  di  Evelina.   Ma  poi  fu   lui   a   compatirla,
    confusamente. Magari anche adesso si star preoccupando...
    Si  sent  mancare  il terreno sotto i piedi e immagin che stesse per
    perdere l'equilibrio.  Fu solo quando si  ritrov  per  terra,  con  i
    pantaloni  ancora  slacciati,  che  si  rese  conto  delle  due mani a
    tenaglia che l'avevano afferrato per le  spalle  e  lo  avevano  fatto
    volare  sul  pavimento,  fuori  dallo  stambugio del water,  nel breve
    corridoio occupato da una coppia di lavandini. Cerc di capire,  ma un
    bullo alto e largo come un armadio gli fu addosso.
    Brutto stronzo esibizionista,  che ti credi?  Dove credi di stare? In
    un bordello per finocchi come te?  Ehi Claudio,  guarda questo frocio,
    mi ha mostrato l'uccello. Tieni finocchio, goditi questa carezza.
    Il  calcio  prese  in  pieno  Ragusa  nei genitali,  mentre tentava di
    rialzarsi.  S'accasci di nuovo sulle  piastrelle,  intontito  per  il
    dolore, e il secondo teppista alle spalle ne approfitt per piazzargli
    la  punta  dello  stivaletto in mezzo alle reni.  Un velo nero di pura
    sofferenza nascose agli occhi  del  giudice  il  fiorame  sudicio  del
    pavimento.  Perse  completamente  il  controllo  dei propri movimenti.
    Tentava a casaccio di riparare dai colpi la testa, la faccia, il sesso
    esposto a un umiliante accanimento.  Un tacco  gli  sfior  il  labbro
    superiore che cominci a sanguinare.  Un pugno lo raggiunse alla bocca
    dello stomaco tagliandogli il respiro.  Ragusa non  si  difendeva  pi
    quando  i colpi finalmente cessarono e la porta della toilette si apr
    lasciando irrompere il bruso e la musica della sala.
    Quanto tempo era rimasto per terra?  In piedi dinanzi allo specchio di
    una toeletta gli parve di sdoppiarsi.  Intravide l'immagine tremolante
    di un uomo biondo,  dal volto tumefatto,  che lo fissava tra il sangue
    dallo  specchio  di una toletta.  Lo vide attraversare un vasto locale
    lampeggiante  di  luci  colorate  senza  che  nessuno  gli  badasse  e
    barcollare nella notte,  ondeggiando e scivolando sul tappeto di neve.
    Soltanto quando il taxi si  mise  in  movimento,  l'immagine  torn  a
    fondersi  con  la  propria.  Era  ancora ubriaco e tra le fitte che lo
    percuotevano per tutto il corpo sent salire la voglia di vomitare. Si
    nascose il volto fra le mani lasciandosi  andare  all'indietro,  sullo
    schienale morbido dell'auto, trattenendo il respiro, dolorosamente.
    Con  mani  tremanti  riusc  a  infilare  la  chiave  nella toppa e ad
    accendere la luce nell'ingresso di casa.  Il telefono suonava e lui si
    trascin fino alla mensola.  Sent,  lontanissima, la voce di Mancuso:
    "Signor giudice,  signor giudice...  Scusi se la disturbo a quest'ora,
    lei  mi  aveva  detto  che era molto urgente ed  tutta la sera che la
    cerco.  Il numero che ha trovato nella borsetta...  Il prefisso    di
    Sabaudia e il telefono  quello della villa del sottosegretario Randi,
    al Circeo. Il posto si chiama Baia d'Argento".


    7.
    Persero un po' di tempo,  appena usciti dall'Eur, per via del posto di
    blocco alla confluenza della Pontina con la  Cristoforo  Colombo.  Due
    folte  pattuglie  di  militari  armati  di tutto punto,  due blindati,
    perfino un carro armato.  E da qualche giorno era cos  dovunque.  Uno
    spiegamento di forze che Ragusa,  riflettendo distrattamente,  giudic
    troppo vistoso  nonostante  tutto.  Evelina  guidava  la  vecchia  Uno
    grigia,  chiacchierando senza posa, arruffandosi i capelli, accendendo
    una sigaretta dopo  l'altra,  ridendo  e  sbuffando.  Lui  l'ascoltava
    appena.  Quel  mormorio  indistinto  di  parole  galleggiava  nel  suo
    abituale torpore mattutino,  sulle immagini fluttuanti della realt  e
    della  fantasia  che  si  mescolavano  e  si  sovrapponevano  nei suoi
    pensieri.  Il viaggio vol rapido attraverso uno scenario improbabile.
    Lasciando la Pontina e la Mediana,  la strada stretta attraversava ora
    il parco nazionale e c'era l'odore forte  e  vicino  del  mare,  delle
    querce  e  degli  eucaliptus,  ma  la neve cadeva sempre pi fitta e i
    sentieri che si perdevano nel bosco, al di l della recinzione,  erano
    bianchi.  Non  c'era  pi orizzonte,  sparite le grandi dune sabbiose,
    cancellate le case lontane e le giovani palme, svanita la linea labile
    del  promontorio  del  Circeo  ormai  vicino:  c'erano  soltanto  quei
    ghirigori di neve, quelle volute, quel turbinio, quei vortici sospinti
    e  stracciati dal vento.  Immaginazione o soltanto una stagione pazza?
    Oppure l'inclinazione dell'asse terrestre era  cambiata  -  a  mano  a
    mano,    impercettibilmente,   o   d'un   tratto?   -   e   cominciava
    un'irreversibile mutazione climatica,  la neve  sui  tiepidi  mari,  i
    ghiacci  perenni  in  disfacimento  e sulla banchisa spuntava il primo
    filo d'erba?
    Tu sei pazzo, gli stava dicendo Evelina. A Ragusa venne da ridere.
    Che stronzo, s'irrit lei. Io, se fossi in te, non riderei,  starei
    col sedere stretto dalla paura.  Secondo me,  caro giudice, sei pazzo,
    il vino ti ha fatto diventare un  mitomane.  Se  vuoi  sapere  la  mia
    opinione, stai facendo un'incredibile cazzata e finirai in galera.
    Ma no,  disse Ragusa sommessamente. Sono un magistrato e ho in mano
    roba sufficiente per muovermi, anche per rischiare qualcosa.
    Vuoi sapere che cosa hai in mano, tu? Un paio di palle. Ti cacceranno
    dalla magistratura.
    Speriamo di no.
    O ti ammazzeranno di botte. Sei ridotto uno straccio.  Quelle che hai
    preso non ti sono bastate per capire?
    E'  proprio  perch  non mi bastano per capire.  Io non lo so se quei
    due...
    Sai che ti dico, rise Evelina aggrappandosi al volante e sporgendosi
    in avanti per cercare di vedere qualcosa nel  baluginare  fitto  della
    neve.  Che  forse  hai  ragione tu e questa storia  un bene,  la tua
    salvezza.  Com' quella faccenda?  Autoidentificazione.  Tu fai questa
    cosa che non si fa,  te ne freghi del tuo capo e ti realizzi. Insomma,
    rubi la marmellata davanti alla mamma: capisci chi sei,  entri in pace
    con  te  stesso e ti realizzi.  Hai ragione,  ho sbagliato tutto.  Fai
    benissimo a violare la legge.
    La legge,  arross Ragusa,  in questa faccenda  sono  io.  Comunque
    diciotto secondi fa dicevi cose del tutto opposte.
    Dimenticale. Fai benissimo. Anche perch, vuoi saperla un'altra cosa?
    A me questi personaggi, questi politici, questi uomini rispettabili mi
    stanno sulle palle.  Sono ladri e puttanieri tutti quanti. Se qualcuno
    come te riesce a fregarli, sono felice.
    Tu non conosci mezze misure. Sei sempre eccessiva.
    Eccessiva un paio di palle.  Il pi pulito  ha  la  rogna.  E  quella
    poveretta di Montecitorio sono sicura che l'hanno ammazzata loro.
    Ma loro chi? Quella pistola se l' puntata addosso da s.
    Evelina  fece appena in tempo a raddrizzare la macchina,  sfiorando il
    fosso che correva lungo la strada. Si gir verso Ragusa inviperita.
    Ah,  s?   E  pure  quell'altro  poveraccio  del  fidanzato    morto
    d'indigestione  nei  sotterranei  di  Montecitorio?  Se le cose stanno
    cos,  sai dirmi per quale oscuro motivo stiamo andando  a  scassinare
    una villa?
    Perch,  disse paziente Ragusa, Jolanda aveva il numero di telefono
    di questa villa nascosto nella borsetta.  E perch Ottieri mi dice che
    non devo montare un caso su delle coincidenze,  ma io alle coincidenze
    non ci credo.  E perch nessuno sa niente.  La madre della ragazza non
    sa,  il padre non conosce Randi,  a Nanni non risultano porcherie,  il
    segretario generale non conosceva Jolanda...  E  perch  quel  Bianchi
    tanto perbene se ne andava in giro di notte con un coltello.  Anche se
    questo non vuol dire che sono tutti assassini.
    Potevi  almeno  cercare  di  fargli  firmare  un   mandato   al   tuo
    stronzissimo capo della Procura.
    Oh, beh, fece stancamente Ragusa. Me lo sono firmato da me.
    Evelina tacque,  mordicchiandosi le labbra. Ora la neve era meno fitta
    e dopo l'ultima curva,  sullo sfondo,  apparve d'improvviso il  fianco
    irreale   del   Circeo,   il   verde  della  vegetazione  mediterranea
    assurdamente argentato.  Sotto il boschetto di pini,  tra i campi,  la
    chiesa di pietra viva era sbarrata e il gruppo disordinato di casupole
    dalle tinte pastello sembrava abbandonato: finestre sprangate, vuoti i
    recinti degli animali, intatte le aie coperte di neve.
    Andiamo a mangiare sulle dune,  disse Ragusa con un brivido. Voglio
    vedere il mare.
    Si inoltrarono lungo il sentiero affondando tra la sabbia e  la  neve,
    attraversando quelli che nell'estate erano campi di cocomeri, di grano
    e  di papaveri ma che ora si aprivano come la propaggine senza confini
    di una tundra. L'auto costeggi per un tratto il bordo gelato del lago
    e i gabbiani si alzarono in volo quando  Evelina  ingran  la  seconda
    schiacciando  l'acceleratore per superare l'ultima e pi alta striscia
    di dune.
    Eccolo qua, disse spegnendo il motore.
    Ora non nevicava pi.  Il mare piatto e grigio si perdeva  nella  riva
    candida  e,   pi  lontano,  moriva  intorno  all'estrema  parete  del
    promontorio con una sottile  gradazione  di  toni,  senza  schiume  n
    fremiti.   Ragusa  scese  dalla  macchina  ed  Evelina  lo  abbracci,
    strofinando il naso contro il suo.
    Non voglio nemmeno guardare. Cos mi fa freddo e paura.
    Io invece vorrei che fosse sempre cos. Lo sai che non posso soffrire
    il sole. Districandosi da lei indic col capo: Se non mi sbaglio era
    quello il posto dove si mangiava.
    La costruzione sbilenca,  di legno,  poggiava su  palafitte  affondate
    parte nella spiaggia, parte nel mare. Dal comignolo sul tetto uscivano
    il  fumo  e  l'odore della legna verde bruciata.  Un'insegna scolorita
    pendeva da un chiodo su una parete.
    Una volta, disse Ragusa, questo era un posto ricercato.
    Io ci venivo con i miei amici e con mio marito, disse Evelina.  Poi
    anche con Fabrizio, prima di conoscere te.
    Vediamo un po' se ci si mangia ancora, disse Ragusa.
    Camminarono  su una passatoia di legno e la porta si apr prima che vi
    arrivassero davanti.  Un uomo calvo,  con un grembiule giallo  intorno
    alla vita, li guardava come se fosse scontento.
    Buongiorno,  fece  allegra  Evelina.  Non  ci  dica  che non si pu
    mangiare, non faccia il cattivo.
    L'uomo rest pensieroso qualche attimo. Si pu mangiare, ammise alla
    fine a malincuore.
    Ho una gran voglia di pesce, disse Evelina.
    Niente pesce, signora.
    Come sarebbe, niente pesce? Non  un posto di mare, questo qua?
    Bah, disse l'uomo. Lei  sicura che sia cos?  Non ha visto?  Lo sa
    che  la prima volta nella storia del mondo che nevica al Circeo? E in
    marzo...
    Cazzo, disse Evelina. Che c'entra questo con il pesce?
    Lascia  perdere,  Evelina,  mangiamo un'altra cosa,  disse in fretta
    Ragusa.
    E poi siamo fuori stagione, disse l'uomo.  Ormai da queste parti la
    gente ci viene poco anche d'estate. Figurarsi adesso. Dovrei tenere il
    pesce surgelato in frigorifero.
    Ha ragione,  disse Evelina, qui  proprio una cella frigorifera, un
    mortorio.
    La signora scherza, disse Ragusa. A me sembra un bel posto.
    A me no,  disse l'uomo.  Vi posso portare un po' di  gnocchi  e  il
    coniglio.
    E un litro di vino bianco, sorrise Ragusa.
    Meglio due, sorrise Evelina.
    Mangiarono  e  bevvero  il  vino  aspro  guardando in silenzio il mare
    grigio e immobile attraverso i vetri della  finestra.  L  dentro  era
    umido,  ma  Ragusa  sentiva  il consueto calore del vino scaldargli le
    vene, impigrirgli i pensieri e avrebbe chiuso volentieri gli occhi per
    addormentarsi un poco: ma riflett che era meglio non  perdere  troppo
    tempo.  Evelina,  del  resto,  cominciava  a  dar  segni d'impazienza,
    pestava i piedi,  gli pizzicava il lobo di un orecchio,  gli insinuava
    una  mano  tra  le  gambe.  Su un tavolo d'angolo,  sotto un tramaglio
    appeso al soffitto, il padrone faceva un solitario.
    Beviamo un altro po' di vino, sugger Evelina.
    Senta, disse Ragusa quando l'uomo glielo port, lei non sa per caso
    dove si trova la villa di Randi?
    Il padrone alz le spalle.  Il sottosegretario?  E come farei  a  non
    saperlo?  E' una vita che sto qua,  e prima di me c'era mio padre.  Li
    conosco tutti.
    Ecco,  fece Evelina,  perch non la riconoscevo.  Io conoscevo  suo
    padre, quando venivo a mangiare qua, e c'era lui.
    L'uomo  non  le  bad.  Fa presto a trovarla la villa.  Da qui non si
    vede,  ma  quella proprio sul fianco  del  Circeo,  dove  finisce  la
    spiaggia  e  comincia  il parco nazionale,  laggi,  appena passata la
    curva.
    Sul fianco della montagna?, si stup Ragusa. Nel parco nazionale?
    Che  domande,   disse  Evelina.   Altrimenti  che   sottosegretario
    sarebbe?
    Gi, disse l'uomo, proprio cos. Poi si gratt la testa. Non sar
    anche lei uno di quelli, per caso?
    Ma no,  cincischi Ragusa,  solo curiosit. E' che vorrei comperare
    una villa e mi hanno detto...
    Beato lei che se lo pu permettere.  Ma mi  pare  strano  che  quello
    voglia vendere. A lei chi glielo ha detto?
    Amici. Ma lei perch dice che  strano che voglia vendere?
    Bah,  qui c' un sacco di gente che non viene mai, le ville gli vanno
    in malora,  le usano soltanto l'estate,  magari  solo  agosto  e  sono
    proprio soldi sprecati.  Ma l'onorevole Randi i suoi fine settimana li
    passa quasi sempre qua, la villa la usa,  e come.  Ci viene con amici,
    gente  di Roma,  di Milano,  stranieri.  Perfino negri.  Un giorno che
    andavo  a  portargli  un  fritto  di  pesce  ne  ho  visti   due   che
    passeggiavano in giardino. Ma, insomma, sorrise complice, per lo pi
    ci  viene  in  buona compagnia.  Sa com' per i politici: a Roma hanno
    paura di farsi vedere con le donne, e lui a Roma fa la colombella e il
    lupo lo viene a fare qua...  Per questo dico che  strano  che  voglia
    vendere. Ma forse si  stufato e vuole cambiare.
    Senta,  disse Ragusa, lei pensa che possa vederla, questa villa? Ci
    sar qualcuno, adesso?
    Adesso?  No.  Oggi  gioved e la moglie del guardiano che  abita  al
    paese  ci  va  di  venerd,  se  l'onorevole telefona,  per mettere in
    ordine, accendere il riscaldamento e controllare le provviste. In modo
    che il sabato, quando lui arriva, sia tutto pronto.
    E ora,  disse Evelina  quando  furono  risaliti  in  macchina,  che
    intenzioni hai? Di fare il James Bond?
    Ma prima non dicevi che faccio bene?
    S,  ma  prima  ancora dicevo che facevi una cazzata.  Io sar un po'
    matta, ma tu sei suonato. Io ho paura.
    Andiamo a vedere, disse Ragusa.
    Il breve tratto  di  litoranea  era  diritto,  deserto,  una  striscia
    sottile,  tra il mare e il lago,  che correva fino all'alta parete del
    Circeo per poi girare lungo il lato del promontorio, costeggiandolo, e
    proseguire verso l'interno.  Subito dopo la curva Evelina  rallent  e
    Ragusa  cominci  a  guardare  attentamente  fuori del finestrino.  Le
    pendici della montagna coperte di alberi  si  innalzavano  bruscamente
    dal bordo stesso della strada.  La villa doveva essere l, sprofondata
    nel bosco per non dare troppo nell'occhio.  Quando Ragusa intravide il
    viottolo   che   s'inerpicava  e  di  sfuggita,   in  alto,   l'angolo
    biancheggiante  della  costruzione,   sent  la  torpidezza  del  vino
    defluirgli  dal  cervello e rimontare rancori assopiti.  Quella ferita
    nella montagna inferta senza troppe difficolt,  quei sugheri e quelle
    querce spazzati via come fuscelli: qualche telefonata,  la promessa di
    un appalto, un pacco di banconote? O un voto a favore?
    Evelina ferm la macchina poco distante, sull'altro lato della strada,
    lungo il bordo dell'antico canale romano che univa il  mare  al  lago.
    Poi lo prese sottobraccio.
    Andiamo a giocare alle spie, rise.

    Allora,  disse  De  Mita accomodandosi sul divano e facendo un cenno
    agli altri perch prendessero posto, di che cosa si tratta?
    E' fastidioso,  disse Piccoli,  e pu anche trattarsi,  invece,  di
    qualcosa  di preoccupante.  Io ho sempre sospettato che ci siano delle
    intercettazioni telefoniche,  non so da parte di chi.  Da  un  po'  di
    tempo  questa  mia  sensazione    andata aumentando.  E' una faccenda
    delicata, lo capisci. Ho voluto fare una piccola ricerca. Diteglielo,
    concluse rivolgendosi alle quattro persone che si erano  sedute  sulle
    poltrone, attorno al segretario.
    Bah,  disse Mancino,  so solo che dal mio ufficio non riesco a fare
    una telefonata urbana che duri pi di qualche minuto. Questa linea che
    cade mi fa nascere pi di un sospetto.
    Non ne ho le prove,  disse Tina  Anselmi,  ma  anch'io  temo  molto
    spesso di avere il telefono sotto controllo.
    Tanto  la  Anselmi  quanto  Mancino,  che da tempo immemorabile faceva
    fronte alle infinite difficolt che gli  venivano  dal  presiedere  il
    rancoroso  gruppo  dei  senatori  democristiani,  erano  sempre  state
    persone di stretta  fiducia  del  segretario,  caute  ed  estremamente
    equilibrate. De Mita aggrott la fronte, passandosi la mano destra sul
    capo.  Adolfo  Sarti  non  era cambiato per nulla e la sua giovialit,
    rimasta intatta nonostante le disavventure che gli erano toccate,  era
    ancora il suo ironico segno distintivo.
    Anch'io  ho  la  sensazione di avere il telefono controllato,  disse
    allegramente.  Per questo ne faccio un uso parsimonioso.  Ma la  vera
    fortuna  che non ho l'amante, altrimenti...
    Avete  sentito qualcun altro,  degli altri partiti?,  chiese De Mita
    dopo un breve silenzio.
    S,  disse  Piccoli.  Formica  mi  ha  detto  che  considera  sotto
    controllo il suo telefono.  Pajetta mi ha detto che si comporta sempre
    come se il suo telefono fosse sotto controllo.  Gualtieri ha detto che
    alcuni deputati gli hanno espresso i loro timori in proposito. Lagorio
    fa  fare delle bonifiche periodiche ai suoi telefoni.  Olcese pensa di
    avere il telefono sotto  controllo.  Patuelli  mi  ha  raccontato  che
    dall'isola  d'Elba ha chiamato la direzione del Partito liberale ed ha
    sentito invece  la  voce  di  un  deputato  comunista  che  concordava
    un'interrogazione con altri,  e che pi che un contatto questa gli era
    parsa un'intercettazione mal  fatta.  Reggiani  mi  ha  parlato  delle
    stranezze  dei  suoi  telefoni,     convinto  di  avere  il  telefono
    controllato, e ha scritto al Capo dello Stato. Vuoi che continui?
    De Mita volse lo sguardo interrogativo verso Martinazzoli che sembrava
    angosciato e si sosteneva  la  testa  con  una  mano  appoggiata  alla
    fronte.
    A  dir  la  verit,  disse  Martinazzoli con la sua voce profonda ma
    tanto bassa che quasi non si udiva,  un problema che non mi sono mai
    posto.  Ma a proposito di quel documento apocrifo della  Difesa  sulle
    intercettazioni,  voglio  fare  una  domanda:  perch  stato fatto un
    falso del genere?  Con un filo di ironia questo pu far supporre  che,
    non  so per quali fini,  sia pi efficace far sapere ad alcune persone
    che sono sotto controllo, che non l'intercettazione vera e propria.

    Il viottolo che saliva era breve,  irto di rovi.  C'era  una  curva  a
    gomito  e  subito  dopo  un  cancello.  La  villa  era stata costruita
    scavando in una lieve depressione, quel tanto che bastava perch fosse
    invisibile dalla strada.  Era una villa a due piani,  di pietra  rossa
    venata,  la  stessa  che  le  ruspe avevano strappato dal fianco della
    montagna.  Un porticato correva lungo il fronte della costruzione.  Le
    finestre  del  piano  superiore  si  aprivano  su  una  lunga terrazza
    orientata verso il mare,  in gran parte coperta da una rete  intricata
    di  rampicanti.   Il  giardino  era  grande,   all'italiana,  con  una
    pretenziosa  fontana  alla  confluenza   di   quattro   vialetti   che
    attraversavano  il  prato,  delimitati  da  siepi basse di alloro.  Il
    terreno era circondato da un muro ad altezza d'uomo: e sul muro i pali
    di un'inferriata  terminavano  con  una  aguzza  punta  ricurva  verso
    l'esterno.   Tutt'intorno  il  bosco  non  era  stato  toccato  e  una
    vegetazione selvaggia,  un  intreccio  di  cespugli  e  rami  e  felci
    gigantesche,  premeva sul recinto e qua e l addirittura lo scavalcava
    protendendosi verso l'interno.  La neve era caduta fitta e gli  alberi
    ne erano carichi, il prato del giardino era bianco, la fontana gelata.
    Stalattiti  di  ghiaccio  pendevano  dalla  terrazza  e dal tetto.  Il
    silenzio era profondo ed Evelina parl a bassa voce.
    Guarda, il cancello  aperto.
    Una catena e un lucchetto pendevano inutilizzati fra le sbarre. Ragusa
    spinse lievemente e il cancello  si  apr  senza  rumore.  Camminarono
    lungo  il  vialetto  coperto  di  neve  che scricchiolava sotto i loro
    passi. Le finestre che guardavano sul porticato erano chiuse, sbarrate
    da pesanti infissi di legno. C'era per una vetrata centrale, protetta
    soltanto da una grata di ferro robusta,  lavorata a martello: il vetro
    era spesso,  leggermente azzurrato,  ed Evelina si ferm per sbirciare
    all'interno,  tendendo la mano  a  Ragusa.  Nella  penombra,  la  sala
    sembrava molto grande,  il pavimento nascosto dai tappeti, due salotti
    bianchi e mucchi di cuscini e lumi moderni e una libreria che  copriva
    un'intera parete.
    La luce pomeridiana ora s'era infiochita, annunciava la sera precoce e
    Ragusa  ebbe un attimo di smarrimento,  come un capogiro.  Qual era il
    gioco nel quale si stava invischiando?  Si sent vagamente ridicolo  e
    molto stanco, pens che quella spossatezza era la prima e inseparabile
    compagna  di tutti gli alcolisti e lo colse un'improvvisa irritazione.
    Evelina aveva fatto il giro della villa e gli  veniva  incontro  quasi
    correndo, la veste che le svolazzava sulle gambe sottili.
    Ma che fai? Che ti sei messa in testa?
    Giudice,  disse  Evelina,  qua  non c' nessuno,  ma la porta della
    cucina  aperta.
    In una rientranza,  un angolo del muro era protetto da una tettoia  di
    tegole  scure,  con  un  vano  dove  erano  allineati i contatori e un
    piccolo locale sprangato da una porticina di ferro, per la caldaia del
    riscaldamento. La porta della cucina, a una sola anta, era semiaperta.
    Dentro era buio,  ma s'intravedevano i  lavelli,  il  frigorifero,  la
    lavastoviglie,  il  tavolo da lavoro incastonati nel legno chiaro,  in
    blocco unico con i pensili.  Tutto era in ordine,  ma  qualcuno  aveva
    lasciato  socchiuso  lo  sportello del frigorifero intorno al quale si
    disegnava una sottile riga di luce.
    Di, entriamo, disse Evelina.
    Un'anticucina spaziosa immetteva nella  sala  che  avevano  intravisto
    dalla   vetrata.   C'era  soltanto  il  chiarore  incerto  della  sera
    imminente,  il biancheggiare della  neve.  Rimasero  immobili  qualche
    istante  per  adattare meglio gli occhi alla penombra,  trattenendo il
    respiro.
    E adesso, disse Evelina, che dovremmo fare?
    Cerchiamo, disse Ragusa.
    Ma che cosa?
    Non lo so.
    Cercare qualche cosa che non si sa che , al buio,  il massimo della
    ragionevolezza, disse Evelina. Accendi almeno quel lume sul tavolo.
    E se da fuori...
    Giudice,  dalla strada non si vede niente.  E  poi,  la  porta  della
    cucina  non  era aperta?  E tu non sei un magistrato con un mandato di
    perquisizione?
    Gi. Ma non c' nessun ufficiale di polizia ad eseguirlo con me.
    E allora che cazzo ci siamo venuti a fare, qua?
    La luce della lampada moderna su un tavolo di cristallo creava  angoli
    accoglienti,  svelava poltrone e divani, la crema del cotto napoletano
    sul  pavimento  nei  pochi  spazi  lasciati  liberi  dai  tappeti,  il
    complesso  stereofonico  inserito  in  due  lunghi  esagoni di acciaio
    brunito che scendevano dal soffitto fino ad un piedistallo candido. Su
    due pareti d'angolo si  aprivano  nicchie  dai  ripiani  di  legno  ed
    Evelina soffoc un gridolino di meraviglia.
    Guarda. Guarda che roba.
    Sui  ripiani  erano posati,  fitti e in disordine,  oggetti antichi di
    ogni tipo e grandezza: cavalieri  dalla  lancia  spezzata,  figure  di
    donne,  animali  in  lotta,  lame  corrose,  piatti  e piccole anfore,
    collane e pettini. La patina verdastra che li ricopriva spandeva lievi
    riflessi. Ragusa tir il fiato.
    Etruschi. Nemmeno un museo...
    E qua invece c' la Cina,  disse Evelina che si era avvicinata  alla
    libreria. Indicava gli scaffali in basso: nei vani lasciati liberi dai
    libri c'erano vasi panciuti e colorati. Questi sono Ming.
    E tu che ne sai?
    Io so tutto della Cina e della dinastia Ming. Questi sono Ming.
    Ti  credo sulla parola.  Ci sarebbe quanto basta per mandare chiunque
    in galera. Questa  roba da tombaroli. Vediamo il resto della casa.
    C'erano,   accanto  al  salone,   due  camere  da  letto  e  un  bagno
    piastrellato  nero,  con una grande vasca incassata nella parete e una
    moquette bianca, morbida e folta, sul pavimento.  Nelle stanze c'erano
    due letti ordinati e statue spezzate, anfore greche e romane e vetrine
    ricolme di oggetti e gioielli antichi.  Al termine di un corridoio che
    portava ad una stanza pi piccola,  quella di servizio,  incombeva  un
    angelo secentesco di legno rosso e dorato che soffiava con enormi gote
    screpolate  dentro  una tromba del Giudizio.  Accanto all'angelo,  una
    scala di noce biondo saliva al piano superiore.
    Anche qui un corridoio.  C'erano sei porte,  tre camere da letto e tre
    bagni:  le  solite  stanze  ordinate,  i  soliti bagni hollywoodiani e
    ancora tappeti e statue e oggetti etruschi e teste romane di pietra  e
    miniature  orientali.  Vi  erano  armadi  a  muro anche questi di noce
    biondo e Ragusa apr scrupolosamente tutti i cassetti che  per  erano
    vuoti.  Soltanto  in  uno  scomparto,  in  una  delle stanze da letto,
    pendeva una giacca blu da yacht accanto ad alcuni abiti  femminili  da
    sera,  lunghi e fruscianti, che mandavano un lieve profumo. Evelina li
    guard senza toccarli.
    Roba seria, mica da stracciona come me. Hai trovato niente?
    Qua c' solo uno ricco e cafone che fa incetta di opere d'arte. Se se
    la spassa, dopo lava i piatti e mette a posto i letti.  Ce ne possiamo
    pure andare.
    Ragusa  provava un misto di sollievo e di delusione.  Forse era meglio
    cos: aveva fatto ci che  gli  sembrava  logico  fare  ma  se  avesse
    scoperto  davvero  qualcosa  quello  sarebbe  diventato  un periodo di
    fatica,  di intuibili grane,  di pressioni.  Forse quel biglietto  col
    numero  del  telefono  aveva  una  spiegazione  banale.  Pens con una
    sensazione di benessere al suo studio,  alla poltrona sotto la lampada
    a  stelo,  ai  libri  e al vino fresco che riempiva il frigorifero.  E
    pens  anche  che  la  sua  non  era   stata   ingenuit   n   rigore
    professionale,  ma  soltanto  il  solito  timore  che qualcuno volesse
    prenderlo per il naso. E poi, controllare  sempre giusto.
    Evelina si stava provando una collana etrusca  davanti  allo  specchio
    inserito  nell'armadio  a muro.  Lo guard distrattamente.  Giudice,
    disse,  sei un inquirente di merda.  Sei un povero,  e i  poveri  non
    possono  fare  niente,  nemmeno il tuo mestiere.  Se tu fossi abituato
    alle case dei ricchi, alle ville e a un certo modo di vivere non te ne
    staresti gi andando convinto di aver fatto il tuo dovere.
    Adesso che ti piglia?
    Le ville  dei  ricchi  hanno  tutte  un  piano  seminterrato  per  la
    discoteca o per il biliardo o per la sala giochi,  a seconda dei gusti
    del padrone di casa. Perch qui non dovrebbe esserci?
    Ecco.  Questa  una di quelle occasioni in  cui  il  tuo  intuito  mi
    sgomenta.  Non  pensi  che se fosse cos ci dovrebbe essere una scala,
    qui dentro, che dovrebbe portare alla discoteca, alla sala giochi o al
    biliardo come tu dici?
    Naturale. Io l'ho vista la scala.  Tu no,  stavi guardando un nudo di
    donna di qualche migliaio di anni fa,  i culetti ti emozionano ancora.
    Sta in fondo al corridoio.
    Spiritosa, disse Ragusa.
    La scala era stretta e ripida e terminava  con  una  porta  di  legno,
    chiusa. Evelina tent la maniglia che gir subito. C'era un corridoio,
    ma  il  buio  impediva  di  capire quanto fosse lungo.  Ragusa cerc a
    tentoni l'interruttore della luce ma le mani incontrarono il legno  di
    un'altra  porta.  Trov  la maniglia e la spalanc,  restando immobile
    sulla soglia.  L'oscurit era profonda e Ragusa sent  che  il  locale
    doveva  essere  grande.  Sent  anche  salirgli  lungo la schiena quel
    brivido sottile e tumultuoso,  quella sorta di premonizione che  altre
    volte  aveva  gi  provato.  C'era  una  presenza,  in  quella stanza,
    indistinta e inquietante. Anche Evelina doveva aver percepito qualcosa
    e si aggrappava, immobile, alle sue spalle.  Le dita di Ragusa corsero
    verso destra, lungo il muro, e sfiorarono l'interruttore.
    La sala era ampia, rivestita di tendaggi e damaschi rossi. La moquette
    sul  pavimento era nera.  C'erano mucchi di cuscini colorati sparsi un
    po' dovunque e un grande acquario lungo la parete di fondo  con  pesci
    variopinti  e  sonnolenti.  Sul  soffitto c'era un grande specchio;  e
    un'armatura metallica sosteneva,  tutto intorno,  una fila di faretti.
    In  un angolo c'era un treppiedi,  coperto.  E in mezzo alla stanza un
    letto basso e rotondo,  folto di pelli  di  guanaco.  Sulle  pelli  di
    guanaco c'era una donna, giovane e nuda.
    Dio,  morta, disse Evelina.


    8.
    La ragazza apr gli occhi e ammicc: Buongiorno, micione.
    Dio, non  morta, disse Evelina.
    Buongiorno, signora, disse Ragusa.
    Ce  ne  avete  messo  di  tempo  ad  arrivare. La ragazza cominci a
    piangere e si mise seduta sul letto.  Aveva due splendidi  seni  e  un
    ventre piatto, da adolescente. Singhiozzava e le lacrime le rotolavano
    lungo le guance.
    Non pianga, signora, disse Ragusa.
    Siamo venuti appena possibile, disse Evelina.
    Non  stata colpa nostra, disse Ragusa.
    La  ragazza  smise  di  piangere  e cominci a ridere sbirciando verso
    Evelina da sotto le ciocche dei capelli disordinati.  Lo sai,  bella,
    che sto aspettando da un sacco di tempo? Ma tu chi sei?
    Sono Evelina. E tu chi sei?
    Che vergogna, mi chiede chi sono. Che giorno  oggi?
    Gioved.
    La  ragazza  si fece pensierosa.  Poi guard con ostilit Ragusa.  Ma
    gioved dell'altra settimana o di questa?  Proprio non immaginavo  che
    fosse gioved. Io vengo di venerd.
    Tu, disse Evelina, sei la moglie del guardiano?
    Sciocchina. Io sono Eleonora.
    E'  perch,  spieg Ragusa,  anche la moglie del guardiano viene di
    venerd.
    Io vengo quando mi pare, disse la ragazza, di cattivo umore.  Io ho
    le chiavi, non sono mica l'ultima arrivata.
    Rivolse  a  Evelina  un  sorriso  splendente.  Lo sai che sei proprio
    bella?  Ma chi  questo che ti  porti  dietro?  Un  nuovo  amico?  Non
    fareste qualcosa per me?
    Dipende, disse Evelina.
    Per  esempio  una leccatina.  Una piccola leccatina. Batteva la mano
    sulla pelle di guanaco, invitante.
    Si pu vedere,  disse Evelina.  Ma non devi trattare  male  il  mio
    amico. Non vuoi chiacchierare un po' con lui?
    La  ragazza  soppes  Ragusa  con  lo sguardo e le lacrime ripresero a
    scorrerle lungo le guance. Chiacchierare, chiacchierare, disse fra i
    singhiozzi,  io sono a pezzi  e  questo  vuole  chiacchierare.  L'hai
    portata la roba?
    Niente roba, disse Ragusa.
    Merda. Non lo vedi che sto male?
    Sta alla rota, disse Evelina.
    Non  ho una lira e sono a secco da tre giorni,  piagnucol.  Tir su
    col naso. Sua eccellenza se la prender con te se mi trova cos.
    E' un po' che non vedo Francesco, disse Ragusa. Gli venne da ridere.
    Ma mica tanto, poi. Ci sar solo lui?
    Macch. Lo sai com'. Da un po' di tempo da solo non si diverte pi.
    Foto di gruppo con signora, disse Evelina.
    S, s. Eleonora sembr felice. Io sono molto fotogenica.
    Ma va', disse Ragusa.
    Questo stronzo non mi crede,  s'infuri la ragazza volgendosi  verso
    Evelina. Ora te lo faccio vedere.
    Si  mise  carponi sulla pelle di guanaco e cominci a tastare lungo il
    bordo del letto finch trov il pomello di una custodia. Vi frug e si
    rivolse trionfante a Evelina, porgendole un mucchietto di fotografie.
    Avanti, fagliele vedere.
    Che fosse fotogenica non c'era dubbio.  Si trattava di  capire  se  le
    espressioni del suo viso sconvolto dal piacere fossero naturali o roba
    da vecchia professionista.
    Guarda questa, notevole, disse Evelina.
    La  ragazza  era  inginocchiata sul letto di spalle,  ma volgeva verso
    l'obiettivo la faccia quasi interamente  coperta  dai  lunghi  capelli
    neri.  In primo piano c'erano le sue grandi natiche,  protese verso un
    sesso nerastro che si ergeva da un folto inguine.  Nella  parte  alta,
    dal  bordo  della  foto,  sbucavano il profilo schiacciato,  le labbra
    gonfie e semiaperte del partner. Un uomo di colore.
    Davvero non c' male, disse Ragusa.
    Guardale, guardale bene. Poi vedremo quello che sai fare te,  ghign
    la ragazza.
    Era  il  solito campionario da settimanale pornografico.  Eleonora era
    quasi sempre presente nelle varie versioni, tra grovigli di gambe,  di
    seni,  di  membri  invadenti.  In  qualche foto figuravano due ragazze
    egualmente impegnate.  In altre,  la bocca di Eleonora era sprofondata
    tra le gambe divaricate di una fanciulla bionda.  C'erano volti ignoti
    e scomposti e volti noti altrettanto scomposti: qualche  politico,  un
    industriale,  un capo di Stato Maggiore,  un generale della Finanza...
    Ragusa ebbe una lieve vertigine e  sedette  sulla  sponda  del  letto.
    Provava  ancora  sorde fitte di dolore al torace,  dove gli stivaletti
    dei due picchiatori avevano  infierito,  e  il  labbro  tumefatto  gli
    trasmetteva  uno  spasimo  sordo.  Ma  non  per quello il cuore gli si
    dilatava nel petto e batteva  con  violenza:  nel  labirinto  dove  si
    aggirava  aveva  forse  afferrato  un  filo  liberatore.  Sorrise alla
    ragazza.
    E' vero, sei proprio fotogenica. Sei brava.
    E' perch io godo davvero. Mica faccio la scena.  Mi piace,  lo farei
    sempre.  Aveva  infilato  una  mano  sotto  la  gonna di Evelina e le
    accarezzava una coscia: Vorresti farlo con me?.
    Per Francesco mi ha detto che come Jolanda non c'  nessuno,  disse
    Evelina. Eleonora ritir la mano.
    Balle. Chi  questa Jolanda?
    Ma di.  Jolanda, quella bellissima, alta e bruna. Sar venuta qui un
    milione di volte, disse Ragusa.
    Mai sentita.  Qui non c' nessuna Jolanda. La ragazza  si  morse  il
    labbro tremante.  Sei proprio cattivo,  lo fai per farmi piangere. Te
    ne approfitti perch sono a pezzi. Dammi almeno un Roipnol.
    Io non m'invento niente,  disse Ragusa.  Dalla tasca  interna  della
    giacca  tir  fuori  la  carta  d'identit di Jolanda e gliela mostr.
    Ecco,  questa qua. Non la conosci?
    La ragazza lo sbirci maligna. Poi fece una risata. Ehi... Lo sai che
    sembri proprio un poliziotto? Tu sei un poliziotto, di' la verit.
    Evelina fece per aprire bocca,  ma Ragusa la ferm con un gesto secco.
    Quel  copione lo aveva recitato tante volte,  l'ultima il giorno prima
    nello studio di Randi: era un copione inevitabile, arrivati a un certo
    punto, e spesso efficace pi dell'inganno. Fiss la ragazza,  nel modo
    pi severo possibile.
    Sono  il  sostituto  procuratore  Ragusa.  Senta  bene.  Le  conviene
    rispondermi e dire la verit.
    La ragazza si mise a ridere. E io sono Napoleone.
    Ragusa estrasse il suo  tesserino  e  glielo  piant  sotto  il  naso.
    Questo  lo  conosce?  Stia  attenta,  se  non  vuole che la incrimini
    subito.
    La  ragazza  si  tir  addosso  la  pelle  di  guanaco  e  lo   guard
    freddamente,   come   se  avesse  recuperato  la  sua  lucidit.   Era
    aggressiva.
    Ah, s? E per che cosa, mio bel micione?
    Pu farlo per reticenza, sugger amichevolmente Evelina.
    Muoio dalla paura, disse la ragazza.
    Ragusa sospir. Io non lo far per reticenza, ma lei andr dentro per
    molti anni per spaccio di droga.
    Io non spaccio. Io consumo soltanto.
    Qui corrono fiumi di droga,  disse  Ragusa.  Lei  e  i  suoi  amici
    andrete dentro e a lungo.
    La ragazza parve d'improvviso smarrirsi e afferr una mano di Evelina:
    Ti prego, non farmi fare del male. Diglielo te, io quella ragazza non
    l'ho mai vista. Oppure non mi ricordo Come vuoi che mi ricordi?.
    E va bene,  disse Ragusa.  Per chi sono gli uomini che vengono qua
    se lo ricorder. Oppure no?
    No, disse Eleonora.
    La ragazza della foto che ha visto  morta,  e non si sa come.  Vuole
    mettersi nei guai?
    Non  sono  sempre  gli  stessi.  Ora  sembrava  davvero  spaventata.
    Qualcuno lo conosco e qualcun altro no.
    Anch'io, disse Ragusa. I nomi. I nomi che si ricorda.
    La ragazza deglut a fatica. Beh, Francesco... Randi, voglio dire.
    Quello lo sappiamo. La casa  sua.
    Che bell'album di famiglia, disse alla fine Evelina.  Il taccuino di
    Ragusa   si   era   riempito  di  nomi.   C'era  pure  quello  di  Lia
    Kaltenbrunner.

    Daldona guard i due uomini che sedevano di fronte a lui e  scosse  il
    capo.  Secondo me, disse pensieroso, state mettendovi in un mare di
    guai.
    Il capitano di vascello Riccardo Daldona veniva  da  una  famiglia  di
    navigatori  che  affondava  le sue radici nella repubblica marinara di
    Amalfi. E lui aveva seguito,  sia pure controvoglia,  le tradizioni di
    casa.  Ma  era  troppo  bizzarro e troppo insofferente a quella rigida
    disciplina d'accademia perch potesse reggere a lungo,  e magari  fare
    carriera, sui ponti delle fregate e degli incrociatori. Una giovinezza
    assolutamente turbolenta lo aveva impegnato alternativamente nei letti
    ospitali  delle  mogli  di  qualche  ammiraglio,  negli scantinati dei
    sessantottini e tra gli attivisti di Comunione e Liberazione, dove era
    stato sul punto di fare voto  di  castit,  suggestionato  da  Roberto
    Formigoni.  Una  solenne  ubriacatura notturna aveva suggellato la sua
    crisi esistenziale e riaffermato la sua convinzione: era un uomo senza
    princpi in un mondo  di  princpi  confusi.  Qualche  anno  dopo,  la
    destinazione ai Servizi gli era parsa il pi naturale insediamento per
    la  propria  esistenza  e  per  le  proprie  attitudini  di  inesausto
    analizzatore, di fantasioso fabbricante di ipotesi.  Si era divertito.
    La storia nella quale era adesso coinvolto stuzzicava la sua curiosit
    e  stimolava  il  suo vago disprezzo per quel Centro contraddittorio e
    inafferrabile  che  manovrava  uomini  e  avvenimenti   senza   logica
    apparente,  senza  spiegazioni  e  senza grandi capacit.  Insabbiare?
    Possibile.  Ma ci si poteva divertire a creare  uno  spettacolo  nello
    spettacolo. Per intanto le cose dipendevano da lui e lui nuotava nello
    stagno.
    Un  breve  viaggio  sulla  Pontina  semideserta l'aveva portato appena
    fuori, ai margini della citt,  dove le provvidenze per il Mezzogiorno
    -  roba  tramontata,   ormai  la  "questione  meridionale",   definita
    "geografico-strutturale" non figurava pi nei programmi di  governo  -
    avevano   provocato   nel  passato  la  proliferazione  di  fabbriche,
    capannoni industriali,  piccoli agglomerati di uffici e di  magazzini.
    Una  sorta  di  edilizia extraurbana,  prima illegale,  poi tollerata,
    infine condonata e legalizzata, aveva mescolato caoticamente sbilenche
    casette in sommaria muratura e sterminati complessi speculativi.
    Daldona aveva rallentato per entrare,  da un breve svincolo,  oltre un
    recinto di lamiere.  Non c'era cancello,  ma sul fronte del capannone,
    in qualche punto sgangherato,  una scritta stinta di  vernice  azzurra
    annunciava: "Giovannelli Wilfredo & Figli". Era restato qualche attimo
    in piedi,  accanto all'auto,  a guardare.  La neve aveva cancellato le
    asprezze di quel panorama  in  disfacimento  e  perfino  il  capannone
    sembrava una costruzione fiabesca al centro di un candido lago. Ma qua
    e  l affioravano erbacce,  detriti e rottami contorti e Daldona,  con
    una smorfia, si era diretto verso il piccolo ingresso davanti al quale
    stazionava un camion. Dal retro veniva un rumore sordo e ripetuto,  lo
    sferragliare di un nastro di trasporto.
    Wilfredo Giovannelli era un uomo grande e grosso, con il cranio rasato
    a  zero  e  lunghi  baffi  bianchi.  Stomaco  e pancia smisurati erano
    costretti in una camicia bianca svolazzante sulla maglia di lana e  in
    un  paio  di  pantaloni di tela sorretti da bretelle rosse larghe come
    cinghie di paracadute.  Aveva accolto Daldona guardingo,  squadrandolo
    con occhi attenti quasi per valutarne il peso,  e stringendogli appena
    la mano. Cauto all'inizio,  era parso voler tagliar corto dopo,  quasi
    volesse  liberarsi  di  una  noiosa formalit,  senza ombra di timori.
    C'era da meravigliarsi se da molto tempo godeva di quella  convenzione
    con la Camera dei Deputati?  E perch mai? Era un operaio, lui, si era
    fatto da s,  aveva cominciato  da  giovane  a  raccogliere  la  carta
    straccia  e  piano piano aveva messo su quell'azienda,  che adesso era
    forse la pi forte sulla piazza, una delle principali fornitrici delle
    Cartiere del Liri. E aveva imparato come si sta al mondo e come si fa,
    anche con quei signori di Montecitorio,  a vincere ogni volta le  gare
    di appalto. Non era tutto cos, oggi? Lasciamo stare, non entriamo nel
    merito. I figli? Tre, e fannulloni, nonostante avesse sperato in loro.
    Il lavoro era semplice.  In citt c'era un piccolo esercito di barboni
    e svuotatori di cantine che lavorava praticamente soltanto per  lui  e
    c'erano  ministeri  e aziende,  negozi,  uffici e magazzini,  infiniti
    rivoli che facevano confluire sui suoi camion pacchi e casse di  carta
    da  macero.  Le sue presse ne facevano grandi balle dall'identico peso
    che gli autotreni dei clienti venivano a  ritirare.  Solo  in  qualche
    caso  era  lui stesso a provvedere alla spedizione e al recapito e per
    questo si serviva di autotrasportatori  privati.  Il  segreto  di  far
    funzionare le aziende sta tutto qui, poca mano d'opera e poche pretese
    personali.  No,  i  suoi  operai  addetti al ritiro a Montecitorio non
    erano  sempre  gli  stessi,  dipendeva  dai  turni.  Per  lui  poteva
    controllare  agevolmente  chi  fossero quelli di due giorni prima.  Ma
    perch il signore voleva saperlo, se era lecita la domanda?
    Semplici  controlli,  aveva  detto  Daldona  rassicurante,   i  soliti
    controlli  di  sicurezza.  E  se  poteva  chiamare  quei  due e magari
    lasciarlo solo con loro,  gliene sarebbe  stato  grato.  La  prassi  
    prassi,  sa com'. Cos Wilfredo Giovannelli l'aveva lasciato solo per
    qualche minuto nel piccolo ufficio dalle pareti di compensato  ed  era
    poi  tornato  tirandosi  dietro  un giovane filippino dall'espressione
    atona e un uomo anziano dall'aria smarrita. Questo  Giorgio,  aveva
    detto  indicando  il primo,  e allo sguardo perplesso di Daldona aveva
    fatto spallucce: Giorgio, lui dice di chiamarsi cos,  vacci a capire
    con questi qua. E quest'altro  Martino.
    Pochi  minuti erano bastati a Daldona per capire che i due frastornati
    personaggi seduti di fronte a lui,  dall'altra parte  della  malandata
    scrivania  del  padrone,  erano  del  tutto  inattendibili e sarebbero
    crollati al primo urto.  Si era tenuto sul vago,  senza  precisare  lo
    scopo  e il motivo delle sue domande e senza qualificarsi: e quelli lo
    fissavano attoniti,  rispondendo a monosillabi.  A  loro,  due  giorni
    prima,  non  era  successo niente di strano.  Avrebbero dovuto fare il
    solito lavoro, ritirare le cassette di carta alla Camera e portarle in
    sede: non sapevano perch quella mattina erano stati mandati via da un
    commesso. Non avevano visto nulla di particolare e non avevano parlato
    con nessuno.  Daldona decise che era venuto il momento di  forzare  un
    po'.
    Secondo me, disse pensieroso, state mettendovi in un mare di guai.
    Senza guardarli si accese una sigaretta e soffi in alto il fumo.  Poi
    sospir stancamente. State a sentire. Si rivolse verso il filippino,
    poi cambi opinione. Mi segua, Martino,  e faccia attenzione.  Adesso
    vi racconto una favola.  Dunque,  facciamo finta che una notte un uomo
    cattivo ammazza un bel giovanotto dentro Montecitorio. E che ti fa? Lo
    mette dentro una cassa della carta straccia. E perch mai,  santiddio?
    Tu che ne dici?
    Non lo so, disse Martino.
    Per lasciarlo l dentro? E allora perch mettercelo? Poteva lasciarlo
    dov'era, non ti pare?
    Non lo so, disse Martino. Mi pare.
    Appunto.  Allora  diciamo che l'uomo cattivo lo mette dentro la cassa
    della carta straccia per chiuderla, come le altre, e farlo portar via.
    Non ti pare?
    S, disse Martino.
    E chi, Martino, doveva portarla via?
    Non so, disse Martino.
    Daldona sospir di nuovo.  Fai uno sforzo,  Martino.  Gli  amici  del
    giovanotto  buono  ucciso dall'uomo cattivo direbbero che quella cassa
    doveva essere portata via... da chi, Martino?  Dalla ditta Giovannelli
    Wilfredo  e  Figli,  non ti pare?  E chi guidava il camion della ditta
    Giovannelli  Wilfredo  e  Figli,  Martino?  Proprio  un  certo  signor
    Martino, cio tu, e un certo signor Giorgio, cio lui. Che ne dici?
    Io  non so nulla,  disse Martino.  Era diventato pallido e gli occhi
    gli si erano infossati nelle orbite.
    E tu? Neppure tu sai nulla?
    No, signore, disse Giorgio in fretta.
    Fai uno sforzo, Martino. Prova ad immaginare che cosa succederebbe se
    questa non fosse una favola. E' omicidio.
    Io ho due figli, balbett Martino.
    Anche mio padre, disse Daldona.
    E' la rovina,  disse Martino.  Cominci a piangere  silenziosamente,
    coprendosi il volto con le mani.  Io... noi non abbiamo fatto nulla e
    adesso sono rovinato.
    Succede, disse Daldona, quando si fanno certe cose.
    Io molto bisogno, molto molto bisogno, disse Giorgio.
    Tu sta' zitto,  per ora.  Per chi lavorate?  Chi  ha  ammazzato  quel
    giovanotto? E perch?
    Martino scosse la testa, tir fuori un fazzoletto a quadri e si soffi
    il naso. Ma che ne so io, noi non c'entriamo. Lei parla di un morto e
    di chi lo ha ammazzato, ma noi non sappiamo niente, glielo giuro.
    Beh,  disse  Daldona  accendendosi  un'altra sigaretta,  raccontami
    questa storia. Ma se dici scemenze  peggio per te.
    Noi abbiamo prestato il camion e basta.
    A chi?
    Non li conosco. Li ho visti un paio di volte nel bar sotto casa mia.
    E allora?
    Due come me,  due poveracci,  sembrano.  Solo che sono pi giovani di
    me. Disoccupati, pu essere. Napoletani.
    Va bene. Allora non li conosci. E' cos?
    Io abito lontano, alla Storta, all'altro capo di Roma, e torno a casa
    tardi, la sera. Sono vedovo, i figli non ci sono mai e allora mi fermo
    sempre  al  bar a bere un goccio e a fare quattro chiacchiere prima di
    salire a casa.  Mi conoscono nel bar.  Magari chiacchiero  con  questo
    filippino, gli ho trovato una stanza in affitto da una famiglia che ha
    bisogno,  lui aspetta il permesso di soggiorno.  Lavoriamo in coppia e
    cos siamo affiatati.
    Si vede, disse Daldona. E allora?
    E allora stavamo al bar a bere un grappino e ci si avvicinano  questi
    due che ci chiedono se gli affittiamo il camion per la mattina dopo.
    E loro come lo sapevano che avevate un camion?
    Non lo so. Ma l ci conoscono tutti. Glielo avranno detto.
    E vi hanno spiegato a che cosa gli serviva?
    Dice che gli era capitata una buona occasione,  un trasloco di quelli
    rapidi, che c'era da guadagnare bene.
    Un momento, disse Daldona. Ma il camion non vi serviva per ritirare
    la carta straccia a Montecitorio?
    S,  disse Martino.  Le lacrime gli  solcavano  il  volto  sciupato.
    Glielo dissi e quelli mi risposero che appena sbrigato il trasloco ci
    avrebbero pensato loro a ritirare le cassette a Montecitorio.  Era una
    cosa rapida, il lavoro si faceva lo stesso.
    Aspetta,  disse Daldona.  Tu come avresti fatto a  portare  via  il
    camion di notte da dentro l'azienda?
    Martino  lo  guard sorpreso.  Da dentro l'azienda?  Ma no,  signore,
    quando dobbiamo fare servizi cos presto,  il  camion  gli  uomini  di
    turno se lo portano via la sera prima, proprio per non perdere tempo a
    fare avanti e indietro la mattina, capito?
    Camion con noi, sotto casa, sorrise Giorgio.
    Cos,  tu  e  il  tuo compagnuccio vi affittate di nascosto il camion
    dell'azienda.
    Martino chin la testa.  Ho due figli,  due figli che  studiano.  Con
    quello  che si guadagna a lavorare onestamente,  come ho sempre fatto,
    pu chiederlo al signor Wilfredo che mi conosce da vent'anni,  non  ci
    si  paga  nemmeno  l'affitto.  Mi  sono  fatto  tentare  e adesso sono
    rovinato.
    Quanto vi hanno dato quei due?
    Due milioni.  Un terzo di quello che prendevano  per  lo  scaso.  Due
    milioni non sono pochi...
    Dipende, disse Daldona. E cos gli avete dato il camion.
    Io paura, molto paura, ma dato camion, disse Giorgio.
    Sono  venuti a prendersi le chiavi a casa,  verso le tre.  E chi si 
    potuto addormentare?  Ci avevo ripensato  e  avevo  quasi  deciso  che
    quando  sarebbero  venuti  gli avrei ridato tutti quei soldi...  Ma mi
    hanno guardato brutto,  hanno detto  che  erano  scherzi  che  non  si
    potevano  fare,  soprattutto a loro.  Napoletani...  Sa,  c' da avere
    paura...
    E poi?
    Sono rimasto alla finestra ad aspettare. Sono tornati presto, saranno
    state le  sei  e  mezzo.  Il  trasloco  non  si  era  pi  fatto  e  a
    Montecitorio  li avevano mandati via.  Io ero cos contento che gli ho
    detto di riprendersi i soldi. Ma quelli hanno detto che non importava,
    che sarebbero tornati un'altra volta.
    Eh gi, disse Daldona. Naturale.
    Quando entr  nella  cabina  telefonica  al  distributore  di  benzina
    Daldona  aveva  gi  riflettuto  a  sufficienza su quella storia fuori
    dall'ordinario: ben  congegnata  ma  con  diversi  punti  deboli.  Dal
    centralino  della  Procura  si  fece  passare  l'ufficio del sostituto
    Ragusa   e   attese   a   lungo.   Infine   gli   rispose   una   voce
    dall'inconfondibile accento siciliano.
    Ufficio del giudice Ragusa.
    C' il giudice?
    Chi parla?
    Daldona. E' una cosa urgente.
    Spiacente, ma il giudice  fuori sede.
    Lei  Mancuso?
    Sono Mancuso.
    Senta,  il  giudice  mi  ha  detto  di  rivolgermi a lei,  in caso di
    necessit.  Sono il capitano Daldona.  Gliel'ha detto?  Mi pu dare il
    suo telefono di casa?
    S, rispose Mancuso, me lo ha detto.
    Anche  il  telefono  di  Ragusa  squill  a  lungo.  Daldona stava per
    rinunciare quando infine  qualcuno  stacc  la  cornetta.  Il  giudice
    parlava  con voce cos bassa che sul momento Daldona non lo riconobbe.
    Ragusa si scus: aveva avuto un paio di giornate un po'  dure  ed  era
    appena  tornato  da  fuori Roma.  Non gli sarebbe dispiaciuto andare a
    bere qualcosa a casa sua?  Era un po' lontano,  ma sarebbero stati  in
    pace. Arrivo, disse Daldona. Che pesce era quel Ragusa?
    Gli  aveva  spiegato  molto  dettagliatamente  l'itinerario ma dopo il
    grande raccordo anulare,  uscito dalla Nomentana,  Daldona si perse un
    paio  di volte nel buio prima di trovare la lunga strada alberata e il
    viottolo scosceso fra  le  colline:  s'intravedevano  peschi  e  ulivi
    carichi  di neve che continuava a cadere,  sempre pi fitta.  Distinse
    infine nell'oscurit la sottile recinzione e il cancello di legno.  Al
    di  l,  un  vialetto  fra due file di pini andava dal cancello fino a
    un'ala bassa della costruzione e un sentiero appena accennato  portava
    invece  al  piccolo  porticato  centrale  seminascosto fra gli alberi.
    Sent una porta che si apriva e una lama di luce inargent  il  prato.
    Da  lontano  venne la voce di Ragusa,  poi sullo sfondo apparve la sua
    sagoma. Venga, venga. Il cancello  aperto.
    Un posto magnifico,  disse Daldona stringendogli la  mano.  Un  po'
    difficile da trovare.
    Entri, che fa freddo, disse Ragusa. Indossava pantaloni di velluto e
    una camicia di flanella aperta sul petto. Nel caminetto, circondato da
    una  libreria che occupava due pareti fino al soffitto,  ardeva un bel
    fuoco.  Una lampada a stelo spandeva una luce  riposante  dal  vecchio
    cappello di seta a pieghe minute.  Su un tavolinetto basso di quercia,
    fra due poltrone di velluto  marrone,  c'era  una  piccola  scacchiera
    elettronica. Accanto ad una delle due poltrone, sul pavimento di cotto
    rosso, c'erano giornali sparsi, un bicchiere e un bottiglione di vino.
    C'erano  quadri  moderni  alle pareti,  un paio di mobili d'epoca e un
    tavolo ovale con alcune sedie  imbottite.  Daldona  si  avvicin  alla
    scacchiera.
    Sta infuriando una bella battaglia, disse.
    Lei gioca a scacchi?
    Un po'.
    Io,  disse  Ragusa  imbarazzato,  ci  passo  un  po'  di tempo.  Mi
    distende.
    Si direbbe che ne ha bisogno, disse Daldona sorridendo. Il labbro di
    Ragusa era gonfio e  screpolato,  il  taglio  sotto  lo  zigomo  aveva
    sfumature violette. Ragusa si port le dita alla faccia.
    Oh, non  niente, disse.
    Si vede. Sembra che abbia sbattuto contro un treno.
    Una  strana partita,  questa,  disse Ragusa indicando la scacchiera.
    Sembra una follia, ma  geniale.
    Vedo,  disse Daldona.  I pezzi sulla  scacchiera  avevano  posizioni
    innaturali, gli schieramenti sembravano sconvolti da una bufera.
    E' una partita famosa.  Queste macchinette sono molto sofisticate, ce
    l'hanno nella  memoria.  Ma  preferisco  ricostruirgliela  io,  se  la
    interessa.  Disattiv la scacchiera e mise in ordine i pezzi.  Avanz
    di due case il pedone davanti alla Regina. d 4, vede,  una partita di
    donna. Continu a muovere rapidamente i pezzi bianchi e neri. Ecco e
    6,  Cavallo f 3,  ecco f 5...  E poi Cavallo c 3 e Cavallo f 6.  Ecco,
    Alfiere e Alfiere,  ecco l'Alfiere che prende il Cavallo  e  l'Alfiere
    che  prende  l'Alfiere...  Ecco  lo  scambio  di pedoni,  l'Alfiere in
    fianchetto,  e ora attenzione,  ecco la Donna  bianca  che  esce  dopo
    l'arrocco del nero... Segue?
    S,  disse  Daldona.  Sembrava  affascinato dalle mani di Ragusa che
    percorrevano la scacchiera agili e sicure.
    Guardi  adesso.  Ragusa  sollev  su  di   lui   gli   occhi   pieni
    d'eccitazione. Che farebbe lei a questo punto?
    Credo,  disse  lentamente Daldona,  che cos su due piedi prenderei
    l'Alfiere con il Cavallo,  dando scacco  al  Re.  Potrebbe  essere  la
    migliore. Ma c' da pensarci.
    Questo era Lasker, amico mio. Lui sacrifica la Donna in h 7. Le mani
    di  Ragusa  si mossero velocemente e la Donna bianca cattur il pedone
    in h. Il Re nero cattur la Donna.
    Non vedo un matto in poche mosse, disse Daldona.  Sembra un attacco
    di megalomania del bianco.
    Qui  sta il bello.  Il bianco appare impotente dopo quella mossa che,
    ha ragione, sembra di un megalomane.  E invece si porter il Re nero a
    spasso per tutta la scacchiera, fino a trascinarselo dietro il proprio
    schieramento,   proprio  nella  prima  traversa,   con  una  serie  di
    scacchi...  Ecco,  Cavallo scacco,  pedone scacco,  ancora scacco  con
    l'altro  pedone in g 4,  e poi con l'Alfiere,  e poi con la Torre in h
    2...  E la stupenda stoccata finale,  elegante  e  definitiva:  grande
    arrocco del bianco con matto simultaneo.
    Fantastico, disse Daldona. Ma perch correre tanti rischi?
    Immagino una sfida con se stesso. Un divertimento.
    Ragusa  sembr  d'un  tratto  a disagio.  Sedette sulla poltrona quasi
    inciampando, poi si rialz. Scusi, sa. Sto qui a farle perdere tempo.
    Vuole del whisky? O preferisce un po' di vino bianco fresco?
    Il vino andr benissimo, disse Daldona.
    Aspetti, che questa si  scaldata. Ne prendo una dal frigo.
    Te la  porto  io,  disse  Evelina.  Era  comparsa  silenziosa  nella
    penombra in fondo alla sala e sorrideva allegra. Daldona si alz.
    Questa ...
    Mi  chiami Evelina,  disse lei.  Resta a cena con noi?  Siamo stati
    fuori e sono distrutta, ma qualche cosa l'arrangio.
    Questo  il capitano Daldona, disse Ragusa.
    Come sta, signora?  Ha una bellissima casa.  Grazie per la cena,  non
    vorrei disturbare di pi. Mi sono permesso... Il lavoro certe volte ci
    fa diventare poco educati.
    Non  si  preoccupi,  disse Evelina.  Spar e torn con una bottiglia
    imperlata di goccioline e due bicchieri.  Ne porse uno a Daldona e  lo
    riemp.  Poi  riemp  il  suo  e quello di Ragusa.  Glielo dica lei,
    disse, che  matto.
    Come dice?
    S, lei.  Non  uno zero zero sette?  Glielo dica che questa storia 
    bene lasciarla perdere.
    Evelina, disse Ragusa.
    C' di mezzo la politica e si figuri se non passer dei guai.  Gi lo
    hanno fatto nero di botte.
    Oh, disse Daldona. Il treno.
    Gi,  disse Ragusa.  Si volse a Evelina  con  voce  sorda.  Non  ti
    dispiace lasciarci soli?
    Cavolo,  disse  Evelina andandosene.  Fece un bel sorriso a Daldona.
    Glielo dica lei a questo scemo.
    Simpatica, disse Daldona.
    Qualche volta un po' troppo.
    Cos  stato aggredito.
    S.  Capitano,  io non so se questo c'entri con l'indagine che sto...
    che stiamo facendo. Ma ne ha tutta l'aria... Vedremo.
    Non so se vedremo, disse Daldona. Sua... moglie ha ragione.
    Non  mia moglie, disse Ragusa, irritato. Daldona alz le spalle.
    Ha ragione lo stesso.  Lei  troppo esperto per non capire che, oggi,
    una faccenda del genere gi di  per  s  comporta,  come  dire,  molti
    timori e conseguenti precauzioni agli alti livelli.
    Bah, disse Ragusa con noncuranza, pu ben trattarsi di una faccenda
    casuale.  Gelosia  forse.  Perch  tanta  paura? Procedeva a tentoni.
    Bisognava  sondare.  Avrebbe  potuto  aiutarlo?  Che  pesce  era  quel
    Daldona?
    Anche  se  cos fosse,  se l'immagina il presidente del Consiglio,  i
    capigruppo parlamentari, il presidente e i ras della Camera disposti a
    far divertire i giornali alle loro spalle? Niente di ufficiale, per il
    momento, ma sono pratico. Daldona esit un attimo. Vuot il bicchiere
    e lo tese a Ragusa che  lo  riemp,  insieme  con  il  suo.  E  poi,
    concluse  in  fretta,  le  cose non sono cos semplici come ipotizza.
    Sono venuto per questo.
    Lei,    disse   Ragusa   guardando   nel   bicchiere,    ha   fatto
    quell'accertamento?
    Oh,  s,  disse  Daldona.  E  non  mi  pare una storia di sesso fra
    impiegatucci. Piuttosto, una cosina ben preparata.
    Raccont di Giovannelli Wilfredo, di Martino e di Giorgio.  A me quei
    due  non  mi  sembra  che c'entrino,  disse alla fine.  Forse non la
    dicono tutta, ma dicono la verit.
    Bisognerebbe trovare quelli che gli hanno chiesto il  camion,  disse
    Ragusa.  E  poi capire perch l'assassino non ha finito di nascondere
    il cadavere. Forse l'arrivo dell'altro commesso... Aveva ascoltato in
    silenzio,  riempiendosi spesso il bicchiere.  Gli occhi bruciavano  un
    poco  e  le  frasi  uscivano lentamente dalla sua bocca,  ma la nebbia
    sottile che gl'invadeva il cervello  era  riposante.  Sapeva  di  pi,
    Daldona?
    Eh, gi, disse Daldona. Bisognerebbe. Sarebbe divertente.
    Ma lei lo farebbe?
    Daldona sorrise.  Vuole farmi perdere lo stipendio? A questo punto ho
    gi fatto troppo. Il mio divertimento  finito.  A pensarci bene non 
    nemmeno un gran divertimento. Magari  la solita truffa del segretario
    generale.
    Che fa, disse Ragusa, parla male delle istituzioni?
    Oh, le istituzioni, disse Daldona. Aveva anche lui la lingua un poco
    impastoiata.  Le  cose  gi  si  stanno  muovendo  ai vertici del mio
    Servizio.
    Bella roba, disse Ragusa.
    Niente di ufficiale, disse Daldona.
    Ragusa si decise. Le dir una cosa.  Lei ha visto giusto.  Una cosina
    preparata,  Ci sono due energumeni in un posto chiamato "Rusty's bar",
    che mi hanno massacrato senza motivo.  Non  robetta.  E' una  giocata
    forte. Non vorrebbe indagare un po'?
    Non  divertente, giudice.
    Le  dir una cosa.  C' una ragazza che  morta,  faceva le pulizie a
    Montecitorio, era la fidanzata di quel commesso.
    Ma guarda, disse Daldona. Cos  pi divertente, ma pericoloso.
    Ragusa gli riemp il bicchiere.  Pensi Lasker quanto ha rischiato per
    divertimento.
    Per  andato vicino al disastro, disse Daldona.
    Quella ragazza aveva lavorato per un sottosegretario.
    Ancora pi divertente.
    E  forse  lo  divertiva  in privato.  Sa com'.  Ammucchiatine e foto
    porno.
    E' il massimo del divertimento,  disse Daldona,  e il  massimo  del
    disastro. Ma a lei chi glielo fa fare, giudice?
    Mah,  disse Ragusa, il divertimento, immagino. Si alz con qualche
    incertezza.  Da una tasca della giacca appesa alla  spalliera  di  una
    sedia tir fuori le foto di Eleonora e le porse a Daldona.
    Questo, poi..., disse Daldona. Dovrebbe vergognarsi, alla sua et.
    Fece scorrere lentamente le foto, guardandole con attenzione e facendo
    piccoli  cenni  d'assenso col capo.  Infine si sofferm su quella dove
    appariva il profilo dell'uomo di colore e sorrise  a  Ragusa.  Certo,
    farebbero  la  gioia  di  qualche  giornale  scandalistico.  Piene  di
    eccellenze.  Questo signore,  poi,  cos intento  alla  sua  opera,  
    piuttosto notevole.
    Effettivamente, sogghign Ragusa,  molto dotato.
    Sporcaccione. Non dicevo per quello. Pi o meno da noi lo conosciamo.
    Almeno mi pare.
    E chi ?
    Come  dire?  Uno di quei personaggi che quando si tratta di forniture
    ufficialmente non esistono,  tutti sanno che ci sono ma fanno finta di
    non saperlo,  perch curano gli interessi personali dei loro sceicchi,
    emiri  e  ayatollah.  Macchinari,  armi,  petrolio,  commesse,   tutto
    regolare, naturalmente, ma certo non si deve parlare mai di tangenti a
    livello di delegazioni commerciali...  E poi c' il lavoro sott'acqua,
    quello illegale...
    Guarda un po'. E questo, come si chiama?
    Daldona fece un gesto vago con la mano. Questi qua, amico mio,  hanno
    un   nome   ufficiale  per  ogni  passaporto,   e  molti  altri  nomi.
    Naturalmente,  nessuno  quello  vero.  Quello  vero,  forse,  non  lo
    conosce nemmeno Spadolini. L'ultima volta si chiamava Yusuf.
    Mi piacciono le storie piene di stranieri, disse Ragusa.
    Siamo un paese turistico, disse Daldona.
    L'africano Yusuf con Randi, l'arabo Ibrahim con Jolanda...
    Ma guarda, disse Daldona. Un arabo che si chiama Ibrahim.
    Sarebbe possibile conoscerli meglio...
    Che idee,  disse Daldona. Lei  proprio matto. Queste sono "persone
    - sulle - quali - non - si - indaga". Una categoria speciale.
    A lei  non  d  fastidio  vivere  in  un  paese  pieno  di  categorie
    speciali?
    Ma no,  rise Daldona. Uno spettacolo continuo. In questo caso  per
    il. buon andamento della nostra bilancia dei pagamenti. In pi,  certe
    persone  riscuotono  tutta  la  mia ammirazione.  Lo sa che quel negro
    superdotato poco tempo fa ha incassato una tangente di  centocinquanta
    miliardi?


    9.
    L'Alfetta  blu  di  Randi  si  ferm  di  fronte  al  portone di corso
    Vittorio.  Sul marciapiede c'era trambusto  di  autisti  e  agenti  di
    scorta,  segno  dell'imminente  apparizione di Giulio Andreotti.  Alle
    6.45 esatte, con una puntualit codificata da decenni di abitudine. Si
    sarebbe affacciato sulla soglia sbirciando  verso  il  cielo  che  nel
    chiarore lontano,  sopra il fiume,  prometteva finalmente una giornata
    di  sole.  Oltre  il  ponte,   cento  metri  pi  avanti,   via  della
    Conciliazione  sembrava  offrire  la  prospettiva  dilatata e vacua di
    un'avenida sudamericana pi  che  suggerire  percorsi  metafisici  per
    anime  mistiche.  In  ogni  caso  non  c'era traccia di misticismo nei
    pensieri che angosciavano quella mattina  Francesco  Randi.  Fece  per
    scendere dalla macchina e scaten un pandemonio.  Urla, bestemmie, poi
    due marcantoni con le pistole spianate gli si  precipitarono  addosso,
    placcandolo  contro  lo sportello della vettura.  Nello stesso momento
    Andreotti comparve sulla soglia del portone di casa.  Osserv la scena
    senza  troppa  sorpresa  e le labbra sottili si piegarono appena verso
    l'alto, probabilmente in un sorrisetto divertito.
    Randi! Che ci fai qui sotto a quest'ora?
    Fece un gesto  e  subito  le  guardie  del  corpo  si  scostarono.  Il
    sottosegretario  gli  and incontro scuro in faccia,  aggiustandosi il
    nodo della cravatta e il cappotto strattonato.  Andreotti aveva ancora
    in  viso  una  smorfia  sorniona,  ma non dimentic di scusarsi per le
    maniere spicciative dei suoi angeli protettori.
    Spero che non ti abbiano troppo maltrattato.  Mi  dispiace,  ma  sono
    nuovi,  ancora  non  hanno imparato a distinguere gli amici.  Per non
    capisco nemmeno io... trovarti per strada cos presto. Che succede? Ma
    se eri proprio tu a sfottere,  che andare alla prima messa  sapeva  di
    Concilio tridentino,  di cattolicesimo antimodernista... Stai a vedere
    che ti sei convertito.
    Rise nel suo modo silenzioso.  Ma Randi non aveva  affatto  voglia  di
    imitarlo.
    No,  presidente,  la  mia strada verso il paradiso  certamente molto
    pi difficile della sua.  Ma non  il mio problema oggi.  O forse  s.
    Comunque  proprio per consultarla che sono venuto da lei cos di buon
    mattino.  Perch,  e  guard  l'orologio  con  enfasi teatrale,  s,
    esattamente tra quattro ore dovr trovarmi in Procura.
    Andreotti  non  si  scompose  e  Randi  si  rimprover  per  l'inutile
    tentativo di stupirlo.  Come se non lo conoscesse da trent'anni, e non
    avesse imparato in quei trent'anni la freddezza straordinaria  di  cui
    madre  natura  prima  e  Santa  Madre Chiesa poi avevano dotato il suo
    capo.  Sapeva che non avrebbe chiesto  spiegazioni.  Semplicemente  le
    avrebbe  aspettate  come un dovere che gli altri avevano verso di lui.
    Mille volte Randi era stato testimone di scene analoghe,  ma non aveva
    mai supposto che un giorno potesse essere lui a recitarle. Ora che gli
    toccava,  tutto gli appariva in una luce diversa, e Andreotti in primo
    luogo.
    Naturalmente  il  sottosegretario  aveva  sempre  saputo  che   quella
    sicurezza  glaciale,  tanto  ammirata,  rifletteva  anche una olimpica
    indifferenza verso gli altri.  In Giulio Andreotti la  politica  aveva
    trovato  il  suo fisico sperimentale,  lo scienziato pratico capace di
    comprimere i labili e pulsanti scenari delle idee  e  dei  partiti  in
    asettici  calcoli  di laboratorio.  I meccanismi dello Stato erano per
    lui qualcosa di simile agli anelli di  un  protosincrotrone,  lungo  i
    quali  gli  uomini  si  rincorrevano  e  si  scontravano  come stolide
    particelle elementari.  E come loro potevano essere misurati e pesati,
    la  loro  traiettoria prevista o deviata.  Ma ora,  per la prima volta
    dacch conosceva e idolatrava il suo capo,  la vicinanza del  pericolo
    spinse  Randi  a considerare da questo punto di vista anche ci che lo
    riguardava.
    Come rivelazione gli  apparve  subito  tardiva.  Scopriva,  quasi  con
    terrore,  quanto  la propria debolezza lo rendesse insignificante agli
    occhi di quel semidio,  proprio nel momento in  cui  la  pressione  di
    Ragusa incrinava seriamente le sue certezze d'impunit. Certo, lui non
    era ancora un naufrago. Ma sentendo che poteva diventarlo seppe anche,
    immediatamente,  che  nessuna  ciambella  di  salvataggio  gli sarebbe
    arrivata da Giulio Andreotti.  La luminosit cruda dell'ora gli mostr
    fuori dell'aureola della riverenza il volto del suo signore. S'accorse
    della consunzione dei tratti,  e la folta capigliatura nera gli sembr
    soltanto una beffa grottesca che la  natura  giocava  alla  vecchiaia.
    Pens  anche  che  quell'uomo,  nato  alla  politica  insieme  con  la
    Repubblica,  avrebbe ormai potuto recitare benissimo il ruolo del  suo
    becchino, anche se - ne era certo - non lo sarebbe stato mai. Lui o un
    altro,  del resto,  non faceva molta differenza,  n a Randi importava
    molto.  Al contrario si rendeva perfettamente conto che nelle mani  di
    Andreotti erano ancora,  nonostante tutto,  le sue residue possibilit
    di salvezza.  Bisognava fingere,  e  bene.  Se  l'altro  avesse  avuto
    sentore della sua paura, sarebbe stata la fine.
    Fece  uno  sforzo  per  controllarsi e mantenere alla conversazione un
    tono distaccato e tranquillo.
    Vedo che non  curioso,  presidente.  Ma  questo  lo  sapevo.  Mi  ha
    convocato  in  Procura  il sostituto Ragusa: conduce l'inchiesta sulla
    morte di una ragazza che  stata alle mie dipendenze prima di  passare
    ai servizi di pulizia di Montecitorio.
    S,  ho  letto  di  quella  poveretta,  un  trafiletto  sui giornali.
    Dovresti saperlo che io sono un uomo  d'archivio,  prevalentemente,  e
    poi  un  politico.  Ma  a  tempo  non  pieno. Randi colse nell'ultima
    battuta un rimprovero per la sua precipitosa visita mattutina. Ne ebbe
    subito la conferma.  Bene,  non capisco come  c'entri  tu  in  questa
    faccenda  ma  non  mi  pare una cosa cos urgente da alterare l'ordine
    della giornata. Vai a Montecitorio e aspettami l.  Ti raggiunger tra
    mezz'ora.  Il  parroco  di  Sant'Ignazio   il sacerdote pi preciso e
    puntuale che io conosca. Stai tranquillo, non tarder.
    Nella buvette deserta Randi consum di malavoglia,  dopo la nottata in
    bianco,  un caff ristretto e un croissant dolce appena sfornato dalle
    cucine. Poi fece un salto dal barbiere della Camera per farsi radere e
    dare un'aggiustatina ai capelli.  Torn alla buvette per  prendere  un
    altro  caff  giusto  mentre  ne  usciva  un commesso che inalberava a
    mezz'aria un vassoio con due bricchi d'argento.  L'uomo lo vide  e  si
    ferm.
    Buongiorno,  onorevole, la cercavo da parte dell'onorevole Andreotti.
    La prega di raggiungerlo nella sala dei ministri.
    Era in piedi vicino alla finestra e non si  mosse  fino  a  quando  il
    commesso non fu scomparso dalla scena. Poi invit il sottosegretario a
    sedere  sul  lato  in  ombra  del lungo tavolo e gli si mise a fianco,
    mescolando lentamente lo  zucchero  nella  tazzina  del  caff  appena
    macchiato  di  latte  caldo.  Aveva l'aria di un curato che si gode le
    attenzioni della perpetua dopo la levataccia per il mattutino.  Sedeva
    sulla  punta  della sedia un po' discosta dal tavolo,  ginocchia unite
    come  un'educanda  e  piedi  in  dentro.   La  penombra  della  stanza
    funzionava meglio di qualunque elisir di giovinezza, ridava elasticit
    e tono ai suoi movimenti. Volse leggermente la testa verso Randi e gli
    elarg una smorfia d'incoraggiamento, subito seguita dalla sua vocetta
    monocorde.
    Caro  Francesco.  Era  la  prima  volta  che lo chiamava col nome di
    battesimo,  e lui non seppe se allarmarsi o gioire.  Raccontami tutto
    come se lo scrivessi sul tuo diario. Lo so che probabilmente tu non lo
    tieni,  voi giovani non amate questi esercizi. Ma  un peccato, perch
    cos vi risparmiereste gli analisti.  E se  non  mi  sbaglio,  la  tua
    dev'essere  proprio  una  faccenda  di  divano. Ammicc con gli occhi
    puntuti,  mentre giungeva le mani sul tavolo divaricando i pollici  ad
    angolo retto.
    Il sottosegretario cominci a parlare.  Si sentiva a tratti soffocare,
    come  in  certe  angosciose  confessioni  della  sua  adolescenza.  Fu
    comunque  una  confessione quasi completa anche se non liberatoria.  A
    partire  da  Jolanda,  dalla  sua  bellezza,  dalla  sua  seduttivit.
    Andreotti  lo ascoltava fissandolo senza un battito di ciglia,  con un
    luccichio  nello  sguardo  che  a  Randi  sembr  all'inizio  di  puro
    divertimento.  Ma s'accorse presto che l'espressione andava cambiando,
    a mano a mano che le sue parole evocavano la villa del Circeo e i suoi
    segreti, gli incontri multipli, le foto di gruppo, i droga-parties. Si
    rese conto di usare,  in certi  passaggi  pi  crudi,  delle  ridicole
    perifrasi  da collegiale.  Ma di fronte a quell'uomo gli sarebbe parso
    ancora pi ridicolo  chiamare  ammucchiata  un'ammucchiata.  C'era  il
    rischio di incappare in una battuta fulminante.  Anche se,  alla fine,
    le  sopracciglia  lievemente  inarcate  e  la  mascella  serrata   non
    lasciavano supporre possibili scoppi d'ironia.
    Benedetto  figliolo.  Lo  disse  in tono cos tagliente che Randi si
    sent perduto.  E tu veramente ti illudevi che bastasse  arrivare  al
    Circeo  per  fare in tutta tranquillit le porcherie,  chiamiamole col
    loro nome,  che a Roma non sta bene fare?  Santa pace. Soffoc in  un
    silenzio  pesante la sua invocazione quasi chiamando a testimone della
    stupidit umana qualche  invisibile  abitatore  della  stanza.  Sembr
    voler  riflettere  prima  di  continuare,  e l'altro ne approfitt per
    trovare la forza di reagire.
    Presidente,  con la morte di quella  ragazza  io  non  c'entro.  Sono
    pronto a giurarglielo. E quanto alle preferenze sessuali, io le chiamo
    cos,  lei  sa benissimo che molti nostri amici di partito ne hanno di
    pi discutibili delle mie. Non credo che ci sia bisogno di far nomi.
    Ma che nomi vuoi fare? Le mani di Andreotti erano strette a tenaglia
    nello sforzo di controllarsi. Aveva appena alzato la voce e spalancato
    gli occhi.  Tutti i muscoli  del  volto  e  del  corpo  erano  restati
    immobili  e  la collera traspariva soltanto dal pallore accentuato del
    viso. Randi rest impietrito.
    Che nomi vuoi fare?, riprese Andreotti. Il tono era di nuovo basso e
    tagliente.  E di che preferenze parli?  Qui c' di mezzo un cadavere.
    Inutile  aspettarsi  che  il tuo nome non venga collegato.  L'ho detto
    cento volte: in Italia tutto  pubblico. Figuriamoci poi faccende come
    queste.  Tu dici di non sapere niente della morte di quella  ragazza,
    blocc  con  una  mano Randi che tentava di interromperlo,  ma non ti
    rendi conto che in un affare cos,  se  uno  vuole  costruire  con  un
    minimo  di  malignit,  ci tira su un castello?  Anzi non deve nemmeno
    fare fatica,  se lo trova gi bell'e pronto. Tir fuori dal  taschino
    della  giacca  il  fazzoletto  candido  e se lo pos delicatamente sul
    labbro superiore imperlato di minuscole goccioline.
    Non mi era parsa una situazione cos grave, prov a bluffare Randi.
    Almeno risparmiami le fesserie. Il fazzoletto  torn  ben  ripiegato
    nel taschino del doppiopetto blu notte. Se non ti fosse sembrata cos
    grave  non  ti  saresti precipitato da me all'alba.  E adesso lasciami
    riflettere.
    Il sottosegretario appariva inebetito.  Si alz e solo a  distanza  di
    sicurezza  si  accese una sigaretta.  La fum tutta,  in piedi dinanzi
    alla finestra su via dell'Impresa chiusa  dai  muri  ocra  di  Palazzo
    Chigi, prima che Andreotti lo richiamasse alla scrivania.
    Mio  caro Randi. Il cognome segnalava il ripristino della normalit.
    Il tuo  certamente  un  problema  serio.  Gli  parve  una  sentenza
    capitale.  Pilato lo consegnava al Sinedrio.  Ma non trov il coraggio
    di interrompere.  L'unico  consiglio  che  io  ti  posso  dare    di
    collaborare lealmente con questo magistrato.  Mi pare scontato, tu sai
    come la penso.  Se si tratta di  persona  per  bene,  come  io  voglio
    sperare,  dovrebbe capire. Se poi  un buon cristiano potrebbe perfino
    ricordarsi che Nostro Signore ha ordinato di perdonare. Mi chiedo solo
    se per caso non sia un cristiano magari troppo vicino a noi.
    Troppo vicino?
    Santa pace. S, troppo, Randi, troppo vicino. Sai benissimo che certe
    volte non sono i pi lontani a volerci  male  ma  proprio  quelli  pi
    prossimi.  Non  saprei  dire  se certi pettegolezzi,  qualche calunnia
    velenosa nei miei confronti,  siano stati opera di cerchie estranee  o
    di chi dovrebbe conoscermi meglio. "Interna corporis". Dovresti averne
    qualche esperienza, mi pare.
    Ma  certo,  si  capisce. Randi rispose nervosamente.  Non mi sembra
    per che si tratti del mio caso.  A giudicare dalla sua et e da  quel
    che so,  questo Ragusa deve essere spuntato fuori dalla mareggiata del
    '68.  Niente a che vedere con  il  nostro  partito,  lo  sa.  Fanatici
    cacciatori  di  utopie.  Anche  se  da quanto ho capito questo signore
    adesso non va pi a caccia di nulla.
    Ne sei sicuro?
    Che cosa vuol dire, presidente?
    Mio caro Randi, ripet Andreotti per tutta risposta.  Cacci la mano
    in una tasca interna della giacca e ne estrasse una stilografica nera.
    Poi  tir  fuori dalla sua cartella di pelle un foglio di carta e solo
    allora  riprese  a  parlare,   mentre  la  penna  si   muoveva   quasi
    automaticamente  in  agili  e  veloci  ghirigori Cerchiamo di fare il
    punto della situazione.  Tu non sei un privato  cittadino,  magari  un
    tantinello, diciamo cos, sporcaccione. No, non te la prendere. Che ci
    vuoi fare,  a Roma quelli come te li chiamiamo cos. Mi pare che voi a
    Napoli  usiate  una  parola  anche  pi  forte.   Ma  a  parte  queste
    sciocchezze,  pensa se solo qualche giornalista volesse ricamare sopra
    la nostra collaborazione.  Beh,  io non ho mai dimenticato le  lezioni
    della mia giovent piuttosto lontana. Sai che cosa voglio dire.
    Certo, ho capito. Lo scandalo, si corresse, il caso Montesi.
    Gi.  E non ce ne deve essere un altro. Soprattutto adesso che la mia
    vita  cos vicina al giudizio di  Nostro  Signore,  anche  se  voglio
    sperare che Lui non abbia nessuna fretta.
    E allora che cosa dobbiamo fare?
    Il problema va formulato pi correttamente. Abbiamo stabilito intanto
    che cosa devi fare tu: collaborare con la giustizia.  In fin dei conti
    si trovano anche i galantuomini. Speriamo che tu sia fortunato. Quanto
    a noi,  invece,  dobbiamo essere previdenti.  Nel nostro gruppo tu hai
    compiti delicati, funzioni importanti per la buona riuscita dei nostri
    sforzi  politici.  In  primo  luogo,  anzi,   importante sapere se il
    giudice  interessato o no a questa tua attivit.
    Fino a questo momento non ne ha fatto cenno.  Ma non era ancora stato
    gi al Circeo.  Anche se l,  pu credermi presidente, io non conservo
    nessun documento che riguardi il nostro gruppo.
    Andreotti spost lo sguardo sul tavolo. Randi si sent un nodo attorno
    al collo, ma si aggrapp a tutte le sue risorse di determinazione.
    Mi meraviglio molto, francamente,  disse piano Andreotti continuando
    a  fissare diritto innanzi a s.  E non so proprio di quali documenti
    parli.  Spero comunque che la tua coscienza non si lasci  mai  tentare
    dalla  tanta  malizia  che  ci  circonda.  Per  io capisco che la tua
    posizione  delicata e che noi,  la voce scese ancora di un  tono  in
    un'evidente  manifestazione  di  confidenza,  dobbiamo aiutarti.  "In
    primis" evitando di gravarti di responsabilit che,  oggi  come  oggi,
    potrebbero danneggiarti. Perci faremo cos: fino a quando la tempesta
    non  sar passata,  e io spero che si esaurisca nel classico bicchiere
    d'acqua,  sar Pontade a occuparsi dei problemi di organizzazione  dei
    nostri amici.  Quando tutto sar finito tu ritornerai al tuo posto.  O
    magari, chi sa, avrai responsabilit maggiori. Ricrdatelo sempre,  le
    vie della Provvidenza sono infinite e misteriose. Tu sei un peccatore,
     vero. Ma Sant'Agostino lo era forse meno di te?

    Daldona  diede  un'occhiata  alla  sveglia  elettronica sul comodino e
    allung una pacca molto poco erotica al  sedere  niveo  e  monumentale
    dell'americanina  che  gli  dormiva accanto.  La ragazza si rigir sul
    fianco, presentandogli il bel nasino pieno di efelidi, ma non apr gli
    occhi.  Lui armeggi un po' con la radio prima di catturare il segnale
    delle due pomeridiane.  La prima boccata di fumo coincise con la sigla
    del notiziario.  Naturalmente  la  consegna  del  silenzio  era  stata
    pienamente  rispettata.  Lo  speaker  vagol per un paio di minuti fra
    tutte le guerre del pianeta,  compianse  l'eroica  fine  degli  ultimi
    partigiani  afghani,  deplor l'aumento del consumo mondiale di droghe
    pesanti. Fu con evidente sollievo che pot riferire,  per quel giorno,
    notizie  italiane  se  non  innocue certo non straordinarie.  La breve
    cronaca dell'assalto al fast-food di piazza  di  Spagna  da  parte  di
    ambientalisti   guidati   da   Antonio  Cederna  e  Nicola  Caracciolo
    (arrestati); l'annuncio che mai in Italia si era scioperato cos tanto
    come nei primi tre mesi  di  quell'anno:  un  record,  che  stracciava
    quello  gi cospicuo raggiunto nelle due precedenti annate economiche.
    Fu a quel punto che Daldona reiter con pi forza la pacca sul  sedere
    di Katharine, a dispetto delle difficolt implicite nel cambiamento di
    posizione.
    Forza,  anima mia, sveglia. Questa volta le accarezz i contorni del
    viso e ottenne in cambio l'apertura di un  occhio.  Le  sorrise.  Non
    vorrai  per  caso  sottrarmi  allo  sforzo  produttivo nazionale? Lei
    richiuse l'occhio e gli si strofin contro.
    Da via de' Burr il puzzo di olio  fritto  della  trattoria  di  Mario
    arrivava  fin lass al quinto piano attraverso i vetri socchiusi della
    finestra.  Disgustoso,  ma ricord a Daldona che era ora di  mangiare.
    Scost  deciso  Katharine  e and all'altra finestra che affacciava su
    piazza Sant'Ignazio. Spalanc la persiana, offrendo le sue nudit allo
    sguardo della santa imprigionata in  un'estasi  marmorea  sul  timpano
    della  chiesa di fronte.  Cos,  aveva dormito tutta la mattina.  E si
    capisce, la piccola bostoniana pescata in casa di Charlie, il capitano
    Charlie, la sera prima,  si era rivelata parecchio esigente.  Mangiano
    troppe proteine,  scherz tra s.  Il risultato era che aveva bruciato
    in un sonno ristoratore met della sua giornata libera. Ma gli restava
    ancora abbastanza tempo.  And verso il bagno e apr i rubinetti della
    doccia.
    Si conged dalla ragazza,  con vaghe promesse telefoniche, sul portone
    di casa,  ai piedi di quel curioso palazzo  esagonale  tirato  su  nel
    cuore di Roma.  Lei aveva scoperto all'improvviso di aver fretta e non
    volle seguirlo verso il cornetto  e  il  cappuccino  del  vicino  bar.
    Daldona  si  guard  bene  dall'insistere  e  festeggi  la recuperata
    solitudine raddoppiando i croissants. Gett un saluto al barista amico
    e se ne usc per strada,  risalendola fino a piazza  Montecitorio.  Ma
    non  degn  di un'occhiata quello che poteva ben definire il suo posto
    di lavoro e finse di non vedere il saluto sull'attenti del carabiniere
    nella garitta sullo slargo.
    Tir dritto fino alla galleria Colonna, dove comper i quotidiani alla
    solita edicola.  Pens subito che al Centro dovevano avere il  mal  di
    pancia,  la  stampa non era tutta cos mansueta come la radio.  Spazi,
    titoli e scritti erano molto sobri sul "suicidio" di  Bianchi,  ma  su
    alcuni  giornali  condizionali e interrogativi si sprecavano.  Era una
    fortuna - o una sfortuna?  -,  che la  lingua  italiana  avesse  tante
    sfumature.  E  a dispetto dei loro grandi poteri i capi del Centro non
    avevano quello di cancellarle. Almeno non sempre. Non ancora. Si sent
    euforico al pensiero della mattinata furiosa che "loro" dovevano  aver
    trascorso,  per  consider  subito  dopo  che anche per lui avrebbero
    potuto esserci  problemi.  Attenzione,  si  esort.  Ci  voleva  molta
    attenzione per non rovinare il suo piacere sottile.  Lui non conduceva
    crociate,  anche se era stato arruolato  tra  i  cavalieri  del  Santo
    Sepolcro.  Giocava d'azzardo, perch quella era l'unica passione della
    sua vita.  Anzi,  l'azzardo era la sua vita.  Lo aveva scoperto a  sei
    anni,  quando  aveva  infilato  la  mano  sotto  le gonne della cugina
    Virginia in piena festa di parentado.  Non era stata  nemmeno  l'ombra
    del  desiderio  sessuale  a  spingerlo,  ma  semplicemente  un istinto
    misterioso che lo costringeva a sconfinare nel proibito, a giocare con
    i divieti e con la sorte.
    La sorte sotto specie  di  pallina  lo  aspettava  fra  tre  giorni  a
    Venezia.  Se  ne  ricord  ed  entr  nel  bar  sotto  la galleria per
    telefonare a Marco gli ultimi accordi del  loro  fine  settimana  alla
    roulette.  Stabilirono la partenza per venerd sera e Daldona fu anche
    tentato di avvertire  subito  Marina,  la  compagna  delle  sue  notti
    veneziane.  Ma riflett che aveva sempre tempo di farlo,  se ne avesse
    avuto anche la voglia.  Consult l'orologio,  le tre e  mezzo.  Ancora
    troppo presto per i suoi progetti. La libreria Colonna era gi aperta,
    l a due passi, poteva servire ad alleggerire l'attesa.
    Vagabond  all'inizio  tra i manuali di scacchi.  Ma erano quasi tutti
    roba vecchia che lui aveva letto e studiato nell'adolescenza quando la
    sua esaltazione lo aveva convinto che quel gioco potesse  mimare  ogni
    mossa, ogni astuzia dell'esistenza. Naturalmente dur poco, e anche il
    suo  interesse  per  gli  scacchi  tramont.  Dopo tanta pratica aveva
    conservato una discreta capacit di  analisi,  una  buona  visione  di
    partita, che comunque sperimentava molto raramente. Si rese conto che,
    inconsciamente,  era  stato il ricordo della conversazione con Ragusa,
    due sere prima,  a spingerlo verso  quello  scaffale.  Le  sofisticate
    architetture  concepite  da  Lasker,  come  se  la scacchiera fosse un
    foglio  di  carta  millimetrata  disposto  a  riprodurre  con   esatta
    simmetria  guglie  e  pinnacoli  di  una  visione  interiore,  avevano
    prodotto una specie di eco profonda nella sua  memoria.  I  libri  che
    aveva  davanti,  gli  schemi  che  fece scorrere rapidamente sotto gli
    occhi,  ebbero per l'effetto contrario.  Riconobbe  tutti  i  sintomi
    della noia montante e si allontan in fretta.
    Approd  al  settore  arti  figurative per puro caso.  In vita sua non
    aveva nemmeno una volta guardato un quadro con autentico trasporto. La
    pretesa di catturare un'espressione,  di bloccare nello spazio  esiguo
    di  una  cornice  il  mutare  inarrestabile  della  vita,  gli  pareva
    mortuaria.  Perci  si  teneva  lontano  da  gallerie  d'arte,  musei,
    pinacoteche.  E le pareti della sua casa erano bianche e nude, lisce e
    squadrate.  Sullo scaffale,  tra il  catalogo  dell'ultima  mostra  di
    Schiele  -  chi  cavolo era?  - e un volume sulla Secessione viennese,
    scorse per un album di foto veneziane di Fulvio Roiter e l'amore  per
    la  laguna  prevalse  sul suo disprezzo per l'arte delle immagini.  Lo
    apr cominciando il gioco  dei  riconoscimenti.  Si  sentiva  come  un
    viaggiatore  reduce  da  terre  lontane che la citt accoglieva con la
    conferma dei suoi ricordi e la rivelazione di cambiamenti inattesi. Fu
    sicuro che  dopo  se  ne  sarebbe  pentito  e  l'avrebbe  regalato  al
    portiere,  ma  si  arrese  all'impulso  di  acquistare quel libro.  Lo
    consegn alla commessa perch gliene facesse un pacchetto. Nell'attesa
    prese a sfogliare il primo volume che si trov sotto mano.
    Era un altro album di foto ma di soggetto piuttosto diverso.  L'autore
    era il celebre barone Wilhelm Gloeden, il tedesco che aveva "scoperto"
    Taormina.  E soprattutto,  gli efebi di Taormina.  Eccoli l,  sotto i
    suoi occhi,  i ragazzotti di Gloeden.  Daldona,  che ignorava  proprio
    tutto  del  genere  letterario noto come "viaggi in Italia",  si sent
    invece attratto da quella  sincera  e  appassionata  dichiarazione  di
    omosessualit.  Anche  perch  ricordava  distintamente  certi  vivaci
    resoconti che aveva sentito, ancora ragazzino,  dal nonno materno,  un
    aristocratico  dissipatore  che  aveva  goduto  della  Taormina inizio
    secolo e di una stretta amicizia  con  il  prussiano.  Gli  sembr  di
    indovinare  i desideri del barone nei ritratti fintamente arcadici dei
    figli dei pescatori e dei contadinotti imberbi.  Trov che alcune foto
    erano  suggestive e si accorse di fissarle affascinato.  Se ne scost.
    In fin dei conti,  roba porno per un mercato ancora puritano.  I primi
    del  secolo  non  offrivano  di  meglio.  Ghirlande,  glutei  e acerbe
    virilit. Si mise a ridere, senza accorgersene,  al pensiero che Randi
    magari  sarebbe  stato  felice di accogliere quella compagnia nei suoi
    personali teatri di posa.
    La ragazza al banco,  che aveva finito da un  pezzo  di  incartare  il
    libro  e  si  covava  con  gli  occhi  il  bel viso chiaro di Daldona,
    aggrott le sopracciglia, poi gett un'occhiata alle foto. Lo trov un
    buon pretesto per tentare l'approccio.
    La fanno ridere?, lo interrog speranzosa.
    Il capitano sollev gli occhi con la fastidiosa sensazione  di  essere
    stato  spiato.  E  non  gli  piaceva essere sorpreso,  anche per ovvie
    ragioni di coscienza professionale.  Si vide di fronte,  notandolo per
    la   prima  volta,   un  musetto  carino  e  ben  dipinto,   dall'aria
    promettente.  Ma era ancora sazio di Katharine e poi voleva essere lui
    a decidere se e quando giocare.
    No,  non sono loro a farmi ridere. Pensavo ad altro, rispose brusco.
    Pag e se ne usc su via del Tritone.

    Giancarlo Rovatti se lo trov dinanzi all'improvviso,  mentre  cercava
    di districare il suo corpaccione imprigionato tra una 128 e un'Alfetta
    blu  nel  parcheggio  di  piazzale  Clodio.  Lui  scendeva  dal sedile
    posteriore dell'Alfetta, alto,  elegante,  come avvolto in un mantello
    di  autorevolezza.  Rovatti  prima  si chiese dove avesse visto quella
    faccia, poi colleg e la curiosit professionale fece aumentare la sua
    abbondante sudorazione. Gli si mise alle costole a distanza,  e non lo
    moll fino alla porta che se lo inghiotti.  Dopodich Rovatti,  decano
    dei cronisti giudiziari romani,  si  precipit  -  per  quanto  glielo
    consentivano  i  suoi centoventi chili di carne e lardo - verso il bar
    all'interno del Palazzo di Giustizia,  dove  sapeva  che  a  quell'ora
    avrebbe  trovato  al  secondo bitter il suo amico e collega Crescioni.
    Ansimava quando gli arpion il braccio.
    Hai visto, dovette fermarsi a prendere fiato, che faccio bene io ad
    alzarmi tardi? Solo chi dorme prende pesci.
    L'altro lo guard sinceramente preoccupato.
    Rovatti. Che c'? Che hai? Un attacco d'asma?
    L'asma ce l'hai tu al cervello.  Tu ti gratti,  e io  corro  appresso
    alle notizie.  Ne ho una che, di questi tempi,  una bomba. Sai chi ho
    appena lasciato dietro la porta di quel matto di Ragusa?

    Nella  poltroncina  di  fronte  alla  scrivania  Randi   sedeva   come
    appollaiato.  Ragusa  lo  aveva  accolto  con la fredda cortesia della
    formalit. Niente strette di mano, solo l'indicazione un po' secca del
    posto che doveva occupare nella stanza. Appena dietro,  ma comunque in
    modo  da  poter  scorgere  ogni  cenno  del giudice,  si era sistemato
    Mancuso,  preoccupandosi di inserire subito un foglio nel rullo  della
    macchina da scrivere.
    Ragusa  sollev  gli occhi dalle carte e con la mano fece segno al suo
    aiuto di aspettare a battere. Poi si rivolse a Randi.
    Onorevole,   lei    qui  in  qualit  di  testimone   indispensabile
    nell'inchiesta sulla morte di Jolanda Giannone,  di anni ventidue, sua
    ex dipendente. Se ha obiezioni da muovere, la prego di farlo subito, e
    il mio segretario le verbalizzer.  Altrimenti voglia fornire  le  sue
    generalit complete, e io potr cominciare con le mie domande.
    Non  ho  obiezioni  da  consegnare  a  verbale.  Mi  permetta per di
    ricordarle,  in via assolutamente informale,  la mia qualit di membro
    del  governo.  La delicatezza della mia posizione,  in questo momento,
    coincide con quella degli  interessi  del  Paese  che  ho  l'onore  di
    servire.
    Non tema,  gli interessi del Paese non subiranno alcun danno.  Almeno
    non  da  questa  inchiesta,  sottoline  Ragusa.   Quanto  alla  sua
    posizione la legge le fornisce la protezione dovuta.  Lei,  ripeto,  
    qui come testimone in una vicenda grave come  un fatto di sangue.  La
    legge  mi  d facolt di interrogarla.  Solo se affiorassero possibili
    responsabilit  a  suo  carico   io   sarei   tenuto   a   trasmettere
    immediatamente il fascicolo alla Commissione Speciale.  Ma non mi pare
    che siamo a questo punto. Almeno per il momento.
    E sono sicuro che non ci arriveremo mai,  se  la verit  l'obiettivo
    di questa inchiesta, ribatt aspro Randi.
    Mi   pare   che  i  preliminari  siano  esauriti,   concluse  Ragusa
    ignorandolo. Le sue generalit per piacere.
    Mancuso  batt  rapidamente  nel  rituale  linguaggio  burocratico  le
    informazioni  fornite  con  aria  di  sufficienza dal sottosegretario.
    Ragusa ricominci, rassegnandosi al sottofondo sonoro del ronzio della
    macchina elettrica.
    Onorevole,  nel periodo in cui la predetta Giannone  lavor  nel  suo
    studio privato,  intrattenne con lei rapporti...  uhm, diciamo intimi?
    S, scrivi intimi, Mancuso.
    Nel modo pi assoluto, no. I rapporti tra me e i miei dipendenti sono
    ispirati sempre alla pi formale correttezza. Mi permetta di osservare
    che solo l'ipotesi di un diverso comportamento mi  pare  lesiva  della
    mia dignit.
    Sto indagando sulla morte di una ragazza di vent'anni,  onorevole.  E
    ho elementi per supporre che lei possa fornire un contributo  decisivo
    alla  verit.  Non posso farci niente se questo fa patire il suo senso
    della dignit.  Le ripeto  la  domanda,  e  la  invito  a  riflettere.
    Un'accusa di falsa testimonianza non credo le gioverebbe.
    Randi  lo guard come se lo stesse finalmente valutando.  Poi estrasse
    una piatta scatola d'argento dalla tasca interna  della  giacca  e  ne
    prese una sigaretta.  Ragusa annot di non averlo mai visto fumare nel
    loro primo colloquio.  Finalmente si decise  a  parlare,  piano,  cos
    piano da lasciar trasparire lo sforzo di dominarsi.
    Falsa testimonianza.  Che parole grosse, caro procuratore. Io capisco
    che quando si frequentano i  criminali...  per  dovere  d'ufficio,  si
    capisce...  spesso poi si possano prendere atteggiamenti sbagliati con
    le persone per bene.  Ma davvero le  sembra  che  un  uomo  della  mia
    posizione...
    Ragusa l'interruppe brusco.
    La prego di rispondere alla mia domanda.
    Come  vuole.  Confermo,  ancora  una volta,  di non aver intrattenuto
    nessun rapporto intimo con quella ragazza.  Per lei  io  ero  solo  un
    datore di lavoro.
    Ragusa  tir  fuori  da una bustina di plastica un pezzettino di carta
    scarabocchiato e lo mostr a Randi,  tenendolo  per  stretto  tra  le
    dita.
    Riconosce questo numero telefonico?
    Il  sottosegretario  finse  di  aver bisogno di cambiare gli occhiali.
    Frug in un'altra tasca.  Poi ci  ripens  e  rest  con  le  lenti  a
    mezz'aria.  Spense  la  sigaretta  ancora  a met nel portacenere e ne
    accese subito un'altra.
    S,  mi pare di s.  Dovrebbe essere quello della mia  abitazione  al
    Circeo.  Dico dovrebbe perch quel numero non lo faccio quasi mai.  Se
    c' da telefonare ci pensa la mia segretaria.
    Ma insomma,  il suo numero di telefono s o no?
    Mi pareva di essermi spiegato. Comunque, s, diciamo di s.
    Bene,  questo foglietto  stato trovato  nella  borsetta  di  Jolanda
    Giannone.  Anche  la scrittura  sua.  I periti lo hanno accertato.  E
    come mai aveva il suo telefono  privato,  dal  momento  che  i  vostri
    rapporti erano esclusivamente formali? Forse ora comincer a ricordare
    qualcosa,  onorevole.  Magari,  che so, un week-end passato con quella
    ragazza nella sua villa al Circeo...
    Come fa a essere certo  che  quel  numero  gliel'abbia  dato  io?  La
    Giannone  ha  lavorato  nel  mio  studio,  lo  sa  bene,  e  le agende
    telefoniche  erano  a  portata  di  mano:  potrebbe  benissimo  averlo
    ricopiato di nascosto.  Anzi, se le cose sono andate cos, mi viene il
    dubbio che quella signorina stesse macchinando qualcosa.  Certe volte,
    l'ereditariet...  E  poi,  potrebbe  anche  trattarsi  di  una banale
    coincidenza.  Forse la mia segretaria le  aveva  dato  il  numero  per
    trasmettermi qualche messaggio urgente. Comunque le assicuro che nella
    mia casa quella l non ci ha mai messo piede.  Ma adesso mi faccia una
    cortesia,   dottore.   Non  si  potrebbe  avere  un  caff?   Sorrise
    distensivo. O siamo gi passati al terzo grado?
    Randi aveva ancora alle labbra la tazzina di caff quando Ragusa, dopo
    un'assenza di cinque minuti,  rientr nella stanza.  Mancuso gli batt
    con gli occhi che non era successo nulla. Niente telefonate.  Il pesce
    non  si  era  spostato  di  un  centimetro  nella rete.  Il giudice si
    rammaric di non poter disporre, come i re di Francia,  di una "lettre
    de cachet" per la Bastiglia. Si accontent di chiedergli a bruciapelo,
    mentre  si sedeva: Da quanto tempo organizza quelle festicciole,  gi
    al Circeo?.
    Il  sottosegretario  pos  la   tazzina   vicino   al   portasigarette
    abbandonato sul tavolo.
    Naturalmente,  sapevo  che  ci  sarebbe arrivato.  Eppure,  se non mi
    sbaglio, una volta si diceva che a letto non esistono reati.
    Tranne quando qualcuno finisce ammazzato.
    Signor procuratore,  io capisco perfettamente la sua ansia di verit.
    Per...  Si  agit  leggermente  sulla sedia.  Non so come sia morta
    quella ragazza.  Ma comunque non posso credere che lei mi veda davvero
    nella veste di un possibile assassino.  N me n altri dei miei amici.
    Credo proprio che la sua inclinazione alle battute di spirito  l'abbia
    piuttosto trascinato.  Noi non ammazziamo nessuno. Immagino che non ne
    saremmo nemmeno capaci. Si guard le mani sottili e curatissime, come
    per una conferma.
    Di  ammazzare  forse  no.  Di  drogare  s.  Ragusa  fece  scivolare
    attraverso  la  scrivania  la foto di Eleonora e del suo partner nero.
    Questa ragazza, per esempio.
    Randi guard da lontano la foto e per un momento  sembr  lottare  con
    l'impulso di strapparla. Si massaggi la radice sottile del naso prima
    di rispondere.
    Senta,  in  casa mia entrano solo persone libere e adulte.  Ognuno sa
    quello che fa e gli piace farlo. Si consuma droga? Pu darsi,  ci sono
    degli  amici  a  cui  piace.  Ma  nessuno  certamente  li  costringe a
    prenderla.  E la legge,  mi pare,  non punisce il consumo personale di
    stupefacenti.
    Ne  prendono anche tutti quegli ospiti importanti che lei ha ritratto
    nelle sue feste? Perch il fotografo  lei, non  vero?
    Sono amici che si sono affidati alla  mia  discrezione.  Io  gliel'ho
    assicurata.  Non  mi  perdonerebbero  mai  se  sapessero  che   stata
    infranta. Adesso sembrava preoccupato sul serio.  Non cercava nemmeno
    di nasconderlo.
    Senta,  dottor Ragusa.  Le assicuro che io apprezzo moltissimo il suo
    impegno in quest'affare. E che personalmente,  se potessi,  l'aiuterei
    fino  in  fondo.  Ma  di  questa  morte  non so niente,  non posso che
    ripeterglielo.  Per vede,  lei ha messo  l'inchiesta  su  una  strada
    delicata, rischiosa. E' una pista che non la porter da nessuna parte,
    mentre potrebbe procurare molti fastidi.  A lei,  a me,  a persone che
    contano.
    Anche questo signore  uno che conta?,  disse Ragusa indicandogli il
    profilo scuro della foto.
    Vedo  che  non  vuole  darmi  retta.  Randi  sembrava aver ritrovato
    freddezza.  E anche evasivit.  Questo signore si chiama  Yusuf  ben-
    Aziz.  E' un importante uomo d'affari sudanese. Ma immagino che questo
    lei lo sapr gi benissimo.
    Appunto. Da lei mi piacerebbe sapere di che affari si occupa...
    Mediazioni, in generale.  Anche per conto di diversi governi africani
    e mediorientali.
    Mediazioni, in generale, ripet Ragusa. Anche di armi?
    Il sottosegretario scelse con cura le parole.
    Le  attivit  del signor ben-Aziz non rientrano nella sfera delle mie
    competenze.  Per me  unicamente un buon conoscente.  Nel campo  degli
    affari mi sono limitato a offrirgli qualche consiglio per investimenti
    in aree immobiliari, lungo un tratto della costa campana.
    Ragusa  prese  nota  mentalmente,  prima  di  alzarsi.  Aveva  sete  e
    l'orologio gli diede ragione,  giacch le  due  erano  passate  da  un
    pezzo. Sogn un bicchiere di bianco Gavi, fresco e trasparente.
    Un'ultima cosa. Conosceva il fidanzato della Giannone?
    Il fidanzato? Ma no, perch dovrei...
    Era un commesso di Montecitorio. Quello trovato morto alla Camera. Lo
    avr letto sui giornali. O no?
    Ah,  s,  disse  il sottosegretario.  Sostenne lo sguardo di Ragusa.
    Non sapevo che fosse il suo fidanzato.
    Per ora poteva bastare. Bene. Pu andare, onorevole.
    Randi recuper la sua imponenza assieme  al  cappotto,  e  lasci  che
    Mancuso  lo  scortasse  fino  alla  porta.  Solo  allora il giudice si
    accorse che il portasigarette era rimasto sulla sua scrivania.
    Onorevole...
    L'altro non lo sent nemmeno.  Fermo sulla soglia osservava angosciato
    i taccuini che,  da cronisti scrupolosi, Crescioni e Rovatti puntavano
    minacciosi contro di lui.

    Daldona passeggi distrattamente per via del  Tritone  fino  a  piazza
    Barberini.   Di   malavoglia   perch  detestava  quella  strada,   la
    considerava fuori del suo spazio vitale. Gli parevano insulsi i negozi
    per stranieri e pestifera l'aria satura dei gas di  scappamento  delle
    lunghe   colonne  di  autobus.   Sull'angolo  della  piazza  controll
    l'orologio e  decise  che  finalmente  poteva  fare  marcia  indietro.
    Ripercorse  il  Tritone  stavolta  a  passo  spedito.  In pochi minuti
    raggiunse l'incrocio con via della Panetteria.  La imbocc  sempre  ad
    andatura svelta,  superando sulla destra una viuzza che sbucava centro
    metri pi avanti a Fontana di Trevi. Scans un drappello di pellegrini
    polacchi col naso per aria dietro il loro prete e premette il pulsante
    di un anonimo portoncino di legno rossiccio. Era quasi alla fine della
    via,  ai margini  dello  spiazzo  che  si  schiude  improvviso  tra  i
    contrafforti  laterali  del  palazzo  del Quirinale.  Lo scatto di una
    molla, e il battente si apr su una stretta scala di pietra grigia.
    Aspetti, per piacere, non chiuda.
    Daldona,  che era gi nel piccolo androne,  si  volt  trattenendo  la
    porta.
    Grazie  signore,  molto  gentile,  gli  disse un vecchietto secco ed
    elegante, accennando a sollevare la distinta lobbia grigia in un gesto
    di saluto.  Il cappotto blu,  di  ottimo  taglio  per  quanto  un  po'
    antiquato, rivelava abbondanti percentuali di cashmere. Un bastone dal
    pomo  d'avorio  completava  il  ritratto di gentiluomo d'annata che lo
    sconosciuto animava con un sorriso aperto  e  il  rosso  acceso  delle
    guance  flosce.  Daldona voleva cedergli il passo sulle scale,  ma lui
    rifiut.
    La prego. Io dovr prendermela un po' comoda,  capir,  e sollev le
    spalle in segno di rassegnazione.
    Al  secondo  piano  il  capitano pigi di nuovo il campanello a fianco
    alla porta di vetro  opaco  istoriata  da  una  scritta  goticizzante.
    "Sauna".   Dall'interno   una  forte  luce  bianca  filtrava  fin  sul
    pianerottolo, scontornando le lettere nere. Un altro scatto, e Daldona
    si ritrov dentro.  Ma ebbe cura di lasciare la  porta  socchiusa  per
    l'anziano cliente che ansimava ancora sulle scale.  Lo spieg anche al
    gigante muscoloso che da dietro  un  bancone  gli  aveva  abbaiato  di
    chiuderla, e quello si rabbon. Lo guard anzi con interesse.
    Lei  gi stato qui, non  vero?
    Si sbaglia,  lo liquid Daldona.  L'altro ritir i soldi e gli pass
    uno scontrino,  un telo bianco di spugna e una chiavetta.  Lui si mise
    il  telo  e  il  libro appena acquistato sotto il braccio e si diresse
    automaticamente alla larga porta dipinta di  bianco  che  chiudeva  il
    breve corridoio sulla sinistra.
    Come fa a sapere da dove si entra,  se qui non ci  mai venuto?, gli
    gett alle spalle l'inserviente.
    Daldona si volt e gli restitu la smorfia.
    Non vedo altre porte, Mandrake.
    La sala era molto ampia e illuminata a giorno  dalle  alogene  fissate
    sotto  il  soffitto.  Il bianco delle pareti le dava un'aria vagamente
    ospedaliera, rafforzata dalla fila di armadietti lungo i muri.  Guard
    il  numero  stampigliato  sulla  sua  chiavetta  e si diresse verso lo
    stipo. Si tolse il cappotto,  poi sedette su una delle panche laterali
    per slacciarsi le scarpe e cominci a spogliarsi metodicamente.  Nella
    sala non c'era  nessun  altro  e  quando  finalmente  sulla  porta  si
    affacci  l'ometto  della  lobbia  Daldona  aveva  gi il telo avvolto
    attorno  ai  fianchi.  Il  vecchio  non  manc  comunque  di  lanciare
    un'occhiata ammirata alla sua muscolatura.
    Lui  fece  finta di niente e lasci la stanza dalla porta sulla parete
    opposta.  Si ritrov,  stavolta,  su un corridoio lungo.  Sul muro due
    frecce indicavano le saune sulla sinistra, i bagni turchi e i massaggi
    sulla  destra.  Prese  sulla sinistra e apr il primo dei piccoli usci
    che si inseguivano a intervalli  regolari.  Alle  pareti  della  sauna
    erano  addossati  lettini a castello.  Alcuni erano occupati.  Daldona
    scelse per s quello in alto accanto alla porta. Una volta lass imit
    gli altri e si denud del tutto.
    Sent che il caldo scioglieva i muscoli e disperdeva la stanchezza. Si
    lasci invadere da un benessere frammisto  a  un'eccitazione  sottile,
    vaga.  Prov  a  pensare  a Katharine e alle sue acrobazie,  ma sapeva
    benissimo che non era lei la fonte di  quella  voglia  indistinta.  Lo
    assal l'inquietudine che conosceva perfettamente.  E subito, assieme,
    i ricordi dei giochi infantili,  della penombra  nella  camerata,  dei
    corpi  nudi  del suoi compagni adolescenti sotto le docce comuni.  Non
    aveva mai dimenticato la vergogna provata per quel contatto.  Ribrezzo
    e desiderio lo accompagnavano da allora.  Anche l,  in quella stanza,
    corpi maschili sudavano e si agitavano attorno a lui e lui li seguiva,
    contratto, con la coda dell'occhio.  La virilit depressa dell'uomo di
    fronte,  i  muscoli  inflacciditi di quell'altro calvo.  Solo il terzo
    esemplare era un  bel  ragazzo  di  una  ventina  d'anni,  asciutto  e
    nervoso.  Daldona  s'impose  di ripescare dalla memoria le immagini di
    Katharine e  fece  sprofondare  quelle  che  definiva  con  se  stesso
    fantasie.
    Era  venuto per giocare una partita divertente ma difficile.  E l non
    c'era quello che cercava.  Perci si  riavvolse  il  telo  attorno  ai
    fianchi  e  scivol  dal  tavolaccio.  Nemmeno  il cigolio della porta
    distolse dai loro rituali i suoi occasionali compagni,  e  lui  se  la
    richiuse alle spalle soffocando una leggera vertigine.
    Scov  Ibrahim  nella terza stanzetta,  dove il calore era soffocante.
    Non c'era nessun altro.  L'arabo non mostr alcuna sorpresa.  Sembrava
    che il mondo intero non avesse pi sorprese per lui.
    Salve  capitano.  Il suo italiano era buono,  solo un po' gutturale.
    Non ci vediamo da molto tempo. L'ultima volta  stato proprio qui, mi
    pare.
    Daldona cerc di scrutare in quegli occhi nerissimi.
    Ti trovo bene,  Ibrahim.  Si vede che  Yusuf  ti  tratta  coi  dovuti
    riguardi.  Tu  ci campi da signore in Italia,  eh?  Macchine sportive,
    quattrini.  Peccato che ogni  tanto  ti  lasci  andare  e  ammazzi  le
    sgualdrinelle  che  ti  scopi.  Gli  sedette  a fianco ma si tenne in
    guardia.   Il  corpo  dell'arabo  era  una  pericolosa   macchina   da
    combattimento.
    Ibrahim  si sistem il telo di spugna steso sul grembo.  Era anche lui
    seduto e la mano  destra  si  strinse  sulla  grossa  coscia  depilata
    secondo l'uso dei lottatori.
    Che c' capitano? Il caldo ti d alla testa?
    Hai ragione,  ho esagerato. Di sgualdrine morte, finora ne conto solo
    una. Per, guarda caso, proprio quella era la tua amante.  E lascia da
    parte  i  nervosismi.  Sono  venuto  da  solo.  Da amico.  Voglio solo
    informazioni. Niente altro.
    La destra dell'arabo si apr.  Gli punt l'indice contro  il  petto  e
    rise.
    E  proprio  tu  vuoi  informazioni da me?  Se vieni da amico non devi
    prendermi in giro.  Non  un buon sistema.  So di che parli.  Sai bene
    che io non c'entro.
    Gi,  non c'entra nessuno a quanto pare. Dev'essere stato il diavolo.
    Io penso invece che sia stato qualche suo aiutante fatto  di  carne  e
    ossa.
    Fai  male  a non credere al diavolo,  capitano.  Tra voi cristiani ci
    sono troppi miscredenti.  Ha ragione  l'imam,  voi  occidentali  siete
    proprio figli del male. Forse  arrivato il tempo che una Guerra Santa
    ripulisca il mondo di voi demoni.
    Sei una rivelazione, Ibrahim. Non ti sapevo cos devoto. Da quando?
    Da  quando  Yusuf  arma  gli  eserciti  del santo imam,  e scoppi a
    ridere.
    Daldona rise anche lui.
    Ora ti riconosco, Ibrahim. Si fece serio.  Voglio il tuo aiuto.  In
    cambio ti assicuro che non rischierai niente.  Hai capito? Niente. Hai
    la mia parola. Per devo sapere,  molto importante.
    L'arabo gli offr il suo bel profilo di rapace.  Sul Corano  ti  dico
    che  non  l'ho  uccisa io.  E' stata con me l'ultima mattina della sua
    vita. Abbiamo fatto l'amore a casa mia. Mi piaceva,  quella donna. Lo
    disse  come  obbedendo a un'improvvisa nostalgia.  Aveva il fuoco nel
    corpo.  Mi piaceva.  Ma piaceva anche a troppi altri uomini. Si volt
    di  scatto  verso  Daldona.   Anche  uomini  importanti,   molto  pi
    importanti di me.
    Come Yusuf, per esempio?
    Il giovane strinse gli occhi, guardingo.
    O ti fidi di me o ti faccio ritrovare a Beirut domani sera.
    Va bene,  mi fido di te,  capitano.  Ma stai attento a non tradire la
    mia fiducia. Tu mi conosci.
    Allora. Anche uomini potenti come Yusuf?
    Anche.  Ma non solo. Era una puttana. Cara, molto cara. Diceva che se
    la volevo tutta per me dovevo far soldi, molti di pi d'adesso. Almeno
    come Yusuf, diceva. S,   stato proprio lui che me l'ha passata.  Lui
    si  stanca  presto delle donne.  L'ha usata per un poco con gli amici.
    Poi un giorno, un paio di mesi fa,  anche meno,  mi ha detto: Ibrahim,
    se  la  vuoi  prenditela.  Fino ad allora avevo potuto solo guardarla,
    ogni volta che li scortavo in macchina da qualche parte.
    E in una villa al Circeo li hai mai  accompagnati?  Tutti  e  due?  O
    anche Yusuf da solo?
    Il Circeo? E che posto ?
    Daldona s'accorse che l'altro si irrigidiva, in una specie di riflesso
    condizionato.
    E' inutile che fai il furbo. Ho le prove che Yusuf  stato laggi.
    Ce  l'avr  portato  qualcun altro,  non sono il suo unico aiutante,
    replic Ibrahim con aria testarda.
    D'accordo, lasciamo perdere. Toglimi un'ultima curiosit, amico.  Che
    cosa  ci fa il tuo principale qui in Italia?  E non dirmi che  venuto
    per la primavera romana perch tanto  non  ci  crederei.  Oltre  tutto
    nevica.  Voglio  sapere  che  affari ha in piedi.  E possibilmente con
    chi.
    L'arabo lo guard strafottente.  Lo dicevo che il caldo  ti  ha  dato
    alla  testa.  E  tu  pensi  davvero  che Yusuf mi metta al corrente di
    queste cose?
    Sappiamo tutti e due quali sono le cose che tratta il tuo  Yusuf.  Ti
    risulta che venda candeline di compleanno? Piantala, voglio sapere chi
      il  fornitore,  se    italiano  e chi  il cliente straniero.  Gli
    iraniani? L'hai detto tu prima...
    Ma no, stavolta non c'entrano proprio. Li avrei almeno visti.  Invece
    da  quando  siamo  qui  Yusuf  incontra  solo italiani o americani,  o
    comunque altri occidentali.  Quasi tutta gente  che  lo  frequenta  da
    molti anni.
    Ibrahim,  amico mio.  Io ti conosco,  ormai. E so che le tue orecchie
    sono molto lunghe.
    Pu essere, capitano, ma non voglio che me le taglino.
    Ti avrebbero gi tagliato anche la gola,  gli sciiti di Berri,  se  a
    Beirut io non ti avessi...
    L'arabo  lo  interruppe posandogli la mano sulla spalla nuda.  Il mio
    debito te l'ho pagato, mi sembra. Va bene,  vuol dire che adesso sarai
    tu a diventare mio debitore.  Non so se ti servir,  ma  una cosa che
    ho sentito in giro. Sai niente del raggio della morte?
    Di' un po', mi prendi per i fondelli?
    Ibrahim gli sorrise  di  nuovo,  un  po'  enigmatico.  E  chi  me  lo
    impedirebbe?  Comunque,  se  non  mi  credi,  prova a chiedere ai tuoi
    superiori.


    10.
    Si chiuse l'uscio alle spalle e per un attimo rest fermo sulla soglia
    della grande sala rettangolare. Con uno sguardo si accert che fossero
    gi tutti  li,  alcuni  in  piedi  sotto  il  ritratto  di  Gramsci  a
    discutere,  altri  sparpagliati ai lati del ferro di cavallo che i tre
    lunghi tavoli sistemati ad angolo retto disegnavano  al  centro  della
    sala.  A  passetti  rapidi  e nervosi Alessandro Natta si stacc dalla
    porta. Il suo volto era stanco e raggrinzito,  ma gli occhi non ancora
    spenti dalla vecchiaia.  Rispose con un largo cenno del capo al saluto
    dell'eterno   Bufalini,   seduto   a   leggere   faticosamente,   come
    d'abitudine,  i  giornali  di qualche giorno prima.  Strinse la mano a
    Reichlin e,  passando per lo stretto corridoio tra il tavolo destro  e
    la parete bianca opaca, raggiunse il suo posto, al centro del ferro di
    cavallo.  Il gruppetto in piedi si sciolse,  qualche poltrona strusci
    sul pavimento e i dieci uomini si disposero a semicerchio  intorno  al
    segretario. Da una cartellina giallastra Natta tir fuori una manciata
    di foglietti ricoperti da una grafia larga e ordinata e gir ancora lo
    sguardo sui suoi compagni.
    I  posti lungo i tavoli erano rimasti per due terzi vuoti.  La sala al
    secondo piano del  palazzo  di  via  delle  Botteghe  Oscure  ospitava
    abitualmente  le  riunioni  della  Direzione  del  partito,  molto pi
    numerosa dell'Ufficio  politico  che  il  segretario  aveva  convocato
    quella   sera.   Aveva  riflettuto  attentamente  sull'opportunit  di
    allargare la discussione.  Tra l'altro  sapeva  di  poter  contare  in
    Direzione,  per tutte le evenienze,  su una maggioranza pi certa.  Ma
    per quanto amasse ripetere che la prudenza lo faceva  sempre  parlare,
    perfino  nel suo studio,  come se fosse in piazza,  aveva concluso che
    affidare quell'affare alla  riservatezza  di  trenta  persone  sarebbe
    stato come passarlo direttamente ai giornali.
    No,  quella  storia  non  doveva uscire dalle mura del palazzo: almeno
    finch non avessero valutato con  attenzione  i  pro  e  i  contro,  i
    vantaggi  o  le perdite che potevano derivare dalla sua pubblicit.  I
    dirigenti che componevano  l'Ufficio  politico  non  avrebbero  aperto
    bocca,  soprattutto  con  i  giornalisti.  Di  questo  era sicuro.  Ma
    sarebbero stati d'accordo con lui? Questo era molto meno sicuro. Molti
    di loro avevano cercato di sbarrargli la  strada  per  la  segreteria,
    alla morte improvvisa di Berlinguer.  Al congresso del 1986 lo avevano
    rieletto  per  convenienza,   tutti  d'accordo.   Nel  '90  era  stato
    confermato  proprio  dalla  coalizione dei suoi avversari per impedire
    ancora una volta l'elezione di Occhetto.  Al successivo  congresso  la
    lotta  accanita  fra  le  varie  correnti aveva provocato uno stallo e
    Natta era stato pregato di restare.  Cos il professore genovese,  che
    avrebbe  voluto  ritirarsi  per  scrivere  libri gi nel lontano 1983,
    guidava il P.c.i.  da tempo immemorabile,  ma mai in  tranquillit.  E
    adesso,  dopo  i  risultati  delle  ultime elezioni politiche,  non si
    poteva dire che i rapporti al vertice si fossero fatti meno  tesi.  In
    quegli  anni  il gran corpo del P.c.i.  era andato logorandosi,  senza
    crolli  mortali  ma  come  internamente  corroso  dall'insidia   della
    senescenza.   Era   anche   il   risultato  dei  perenni  dilemmi  che
    continuavano a rimbalzare fra destra,  sinistra e centro del  partito:
    riformismo  o  riforme  di  struttura?  Migliorismo  o fuoriuscita dal
    capitalismo?  E quali i passaggi intermedi?  Ogni occasione era  buona
    per contestare il segretario.
    Nello  stesso  tempo  tutti sapevano che era necessaria molta prudenza
    anche e soprattutto nei rapporti  interni  per  affrontare  un  futuro
    divenuto via via pi incerto e rischioso, nella ragnatela di sottili e
    spesso   inafferrabili   ritocchi   al   sistema,   nel   disagio   di
    quell'esecutivo sempre pi spregiudicato. Il governo Brandimarte, nato
    dal lunghissimo e tormentato accordo fra democristiani  e  socialisti,
    aveva   finito   per   conquistarsi   di   fatto   una  vita  propria,
    incontrollabile  dai  due  partiti.   A   questo   risultato   avevano
    contribuito  anche  alcune  riforme  istituzionali approvate da tutti,
    sotto la spinta  di  intenzioni  e  speranze  diverse.  E  nemmeno  ai
    comunisti  era  spiaciuta  all'inizio  la  rivalutazione,  formalmente
    corretta,   dell'articolo  92  della  Costituzione  sui   poteri   del
    presidente del Consiglio.
    Perci  anche  gli  oppositori pi duri di Alessandro Natta avevano in
    sostanza accettato di subire ancora la sua segreteria:  teneva  almeno
    aperti gli spiragli di un dialogo e di un sottinteso compromesso tanto
    con  i  democristiani  quanto  con  i  socialisti,  evitava  il totale
    isolamento  e  consentiva  un  residuo  controllo  sul  presente.   Il
    complesso  e  delicato equilibrio politico che reggeva il paese poteva
    essere messo in discussione per una vicenda di  letto,  sia  pure  dai
    risvolti  drammatici?  Era  ipotizzabile  un  attacco al governo?  Non
    avrebbe  portato  a  un  suo  ulteriore  irrigidimento?   Non  avrebbe
    riproposto   vecchie  campagne  sulle  speculazioni  moralistiche  dei
    comunisti?  Natta  non  escludeva  la  necessit  della  prudenza:  ma
    stavolta sarebbe stata una scelta pericolosa.
    Pajetta  sbott,  impaziente: Non dovremo per caso discutere di nuovo
    dei debiti dell'"Unit"?,  e folgor un  sorrisetto  provocatorio  in
    faccia  a Ravelli,  il direttore del quotidiano ufficiale del partito,
    invitato alla riunione per la circostanza insieme con i due capigruppo
    parlamentari. Pajetta non era affatto cambiato: a un certo punto della
    sua lunga vita,  gli anni avevano come cessato di passare per lui  che
    non  aveva  pi  dato  segni  d'invecchiamento,  n fisico n mentale.
    Scheletrico  prima,   scheletrico  adesso,   irritabile,   polemico  e
    chiacchierone   oggi   esattamente  nella  misura  che  tutti  avevano
    conosciuto ieri.
    Le  guance  pienotte  e  lisce  di  Ravelli,   che  a   dispetto   dei
    cinquant'anni   tutti   continuavano  a  chiamare  "il  giovane",   si
    chiazzarono di rosso.  Ma non fece in  tempo  a  rispondere.  La  voce
    rotonda e sonora,  un po' cantilenante,  di Natta arriv prima, come a
    interporsi fra i due.
    No, caro Pajetta,  le palanche stavolta non c'entrano. Il segretario
    accompagn la frase con una sorta di gorgogliante risata che gli stir
    la  bocca  sottile,  quasi  un  ammiccare  involontario al suono della
    parola affiorata dal gergo familiare.  Curiosamente,  la  piega  delle
    labbra non mut quando Natta aggiunse in tono pi burocratico: Non vi
    ho  comunicato  l'ordine  del  giorno  di  questa riunione per evitare
    qualsiasi eventuale  fuga  di  notizie  attraverso  i  compagni  degli
    apparati  tecnici.  Sapete  che  io  non ho affatto l'ossessione della
    segretezza.  Ma l'affare che stiamo per discutere richiede che  ce  ne
    sentiamo tutti vincolati. Si tratta del caso Randi.
    S'interruppe per il rituale che gli altri conoscevano bene. Nella sala
    faceva  caldo:  tutti  attesero  in  silenzio  che lui si togliesse la
    giacca di tweed grigio sistemandola sullo schienale della poltrona,  e
    poi  si  arrotolasse  fino  a  met  degli avambracci le maniche della
    camicia bianca. Riprese a parlare, rapido.
    Ci sono delle rilevanti novit che Napolitano mi ha  riferito  e  che
    intanto  ho provveduto a integrare anche grazie ad alcuni nostri amici
    nella segreteria democristiana e in quelle socialista e  repubblicana.
    Non  so  se  tutti  voi  sapete  che  nei giorni scorsi  stata aperta
    un'inchiesta giudiziaria sulla morte di una donna, una certa Giannone,
    addetta alle pulizie della Camera dei  Deputati.  Ebbene,  l'inchiesta
    pare  aver imboccato nelle ultime ore una china sdrucciolevole e non 
    prevedibile,  al momento,  che il  sostituto  procuratore  che  se  ne
    occupa,  chin  un  istante  il capo sui foglietti davanti a s,  il
    dottor Ragusa, s, questo  il nome, si fermi prima di averla percorsa
    tutta.
    Il silenzio nella sala era profondo.  Natta fiss uno ad  uno  i  suoi
    compagni e riprese.
    Le  tracce  che  il  dottor  Ragusa  ha  trovato  portano lontano,  e
    soprattutto in alto.  Avete letto i giornali e potete immaginare a che
    cosa  mi  riferisco:  la  convocazione  del  sottosegretario  Randi in
    Procura e il suo interrogatorio. Ebbene, sono da mettersi in relazione
    alla morte della ragazza.  Per ora si sa poco ma,  avendo presenti  le
    responsabilit  e  gli  incarichi politici e di governo dell'onorevole
    Randi,  facile capire che esiste il rischio concreto e realistico,  e
    fino  a  pochi  giorni  fa  del tutto impensabile,  di una grave crisi
    politica con tutti i pericoli e le incognite immaginabili nell'attuale
    situazione.
    La luce verde del telefono che aveva a fianco  sul  tavolo  lampeggi,
    insistente.  Natta  fece  una  pausa e ne approfitt per accendere una
    delle sue sigarette superleggere;  poi afferr il ricevitore  con  uno
    scatto  che  gli  fece lancinare la vecchia frattura al gomito destro.
    "Cosa c',  Anna?  Avevo detto  che  non  dovevo  essere  interrotto."
    Ascolt per un attimo.  "Va bene, passamelo", disse infine. La smorfia
    abituale torn a piegargli le labbra mentre rispondeva  al  microfono:
    "S, pronto, come stai? Bene, grazie. Dimmi".
    Ci  fu  silenzio  per  un  paio di minuti.  Poi Natta parl ancora nel
    telefono.   "Ti  prego  di  scusarmi,   ma  in  questo  momento  mi  
    impossibile.  Ho  una  riunione.  Potremmo risentirci pi tardi,  o se
    credi domattina." Un'altra pausa e infine: "Sta bene. Ti saluto".
    Il segretario depose il ricevitore.  Attutito  dalla  distanza  e  dai
    pesanti  tendaggi  scuri alle finestre,  il rumore del traffico serale
    per via delle Botteghe Oscure arrivava smorzato nella  sala.  La  luce
    dei  tubi  al  neon  che  solcavano  il  soffitto  illividiva i volti,
    spazzava ogni ombra.  Natta spieg:  Era  Andreotti.  Ho  ragione  di
    ritenere  che  la  sua  telefonata  abbia  una connessione diretta con
    l'argomento di cui ci stiamo occupando.
    Veramente,  non sappiamo ancora esattamente di  che  cosa  ci  stiamo
    occupando,  bofonchi  Pajetta.  Natta  non lo sent,  o forse finse.
    Riprese dal punto esatto in cui il telefono lo aveva interrotto.
    Parlo del rischio di una crisi politica e forse anche  istituzionale.
    Nel  momento  attuale  uno  scandalo a sfondo sessuale,  con possibili
    coinvolgimenti penali,  risulterebbe deleterio per un  governo  che  
    nato  e si  rafforzato su un programma di restaurazione dell'ordine e
    del rigore in tutti gli aspetti della vita  del  paese.  Immagine  che
    crollerebbe,  o ne risulterebbe intaccata in modo oneroso, gravissimo,
    forse estremo.  Dobbiamo chiederci,  rispondendoci con franchezza,  se
    l'attuale  governo  accetterebbe  questo  fato  irrevocabile  o se non
    ricorrerebbe a mezzi e strumenti eccezionali per farvi fronte.
    Andiamo, lo interruppe Napolitano,  non penserai mica a un colpo di
    Stato.
    Non  ho  detto  questo.  Ma amministriamo ancora oggi grandi masse di
    popolo  e  sentiamo  ancora  oggi  tutta  la   nostra   responsabilit
    democratica. Un timore come quello che ho esposto mi sembra tutt'altro
    che  irragionevole.  "Adgnosco  veteris  vestigia  flammae": la nostra
    memoria storica ci aiuta a riconoscere certi sintomi.
    La citazione te la passo,  disse Bufalini sorridendo,  ma forse  in
    questo caso non  quella adatta...
    Natta ricambi il sorriso e continu.  Comunque,  ho detto che questo
    pu essere il motivo di una grave crisi.  Forse mi  sbaglio  e  questa
    faccenda  di  Randi  potrebbe  anche  restare circoscritta nell'ambito
    delle responsabilit individuali di dirigenti politici  di  rango  non
    primario.  Storie  di  donne,  di  debolezze  personali,  di  nevrosi.
    Valutiamo,  in ogni caso,  che anche se fosse  possibile  un  siffatto
    dimensionamento della vicenda,  noi avremmo comunque un problema. Pare
    vi siano  prove  obiettive  sul  coinvolgimento  in  essa  del  nostro
    deputato Perrone.
    Ve lo dicevo che i finocchi ci avrebbero portato alla rovina,  disse
    Accurati.  Il segretario della potente federazione romana era noto per
    la pesantezza delle sue battute e nessuno gli prest attenzione, salvo
    Bufalini  che  ridacchi:  Ma  questa    storia di donnette,  non di
    maschietti....
    Teniamo comunque presente,  tagli corto Natta,  che questa vicenda
    ha  troppi  lati  oscuri.  Questo Ragusa ha cominciato frugando tra le
    lenzuola,  disse lentamente  con  voce  pi  roca,  come  se  volesse
    evidenziare la crudezza della battuta,  e potrebbe finire dando fuoco
    a una polveriera.  Sulla base delle informazioni  ricevute  credo  che
    Pecchioli  sia  in  grado  di  farci  intendere  meglio quale scenario
    potrebbe far da sfondo a una faccenda tutto sommato  squallida.  Direi
    di ascoltarlo.
    Natta tacque,  rilassandosi sulla poltrona, e si volt verso Pecchioli
    che sedeva alla sua  sinistra.  Questi  aveva  gi  inforcato  i  suoi
    occhialetti  d'oro  da  presbite e stringeva tra le mani dei foglietti
    dattiloscritti.  Cominci a parlare senza leggerli,  con tono basso  e
    piatto.
    Se  sfogliamo  i giornali di stamane,  disse,  vediamo che tutti si
    limitano  a  dare,   con  maggiore  o  minore  evidenza,   la  notizia
    dell'interrogatorio  del sottosegretario Randi e,  in altra parte,  la
    notizia del  suicidio,  avvenuto  dentro  Montecitorio,  di  un  certo
    Bianchi,  un  commesso  affetto  da  mania  depressiva,  dicono.  Ora,
    possiamo pensare che  i  soliti  meccanismi  si  siano  gi  messi  in
    movimento e abbiano indirizzato i giornali in un certo modo. Ma sembra
    pi credibile, almeno in questa fase, che i giornali abbiano scelto un
    atteggiamento  cauto per doverosa prudenza,  visto che il pi assoluto
    riserbo caratterizza l'interrogatorio di  Randi,  e  forse  perch  un
    pietoso  suicidio induce a un certo rispetto umano.  Ecco qua: ecco il
    "Corriere",  con la sua cronaca fredda a pagina sei,  ecco la "Stampa"
    che  su  Randi  non  dice  quasi  nulla  ma che punta sugli aspetti di
    cronaca nera,  il "Messaggero" a pagina quindici,  ecco  "Repubblica",
    pure lei in pagina interna, anche se titola pi forte su Randi...
    Pecchioli  si  interruppe  un attimo,  frugando in mezzo al mucchio di
    giornali posato sul tavolo,  e tutti attesero senza  parlare.  Per,
    disse  lentamente,  guardate il "Gatto selvaggio".  Ha qui,  in prima
    pagina, un corsivo intitolato "La repubblica delle lenzuola". Ve ne do
    lettura. Aggiust gli occhiali sul naso e cominci a leggere.

    "Negli ultimi giorni sono comparse sui giornali tre notizie.  La prima
    riguarda  il suicidio di una donna delle pulizie di Montecitorio,  una
    bella ragazza trovata morta in un prato  dell'acquedotto  Felice.  Non
    l'ha pubblicata quasi nessuno,  nessun interesse.  La seconda riguarda
    il suicidio di  un  commesso  della  Camera,  che  pare  soffrisse  di
    depressione,  avvenuto  dentro Montecitorio.  Scarso interesse,  in un
    periodo in cui la depressione pare sia la  sindrome  pi  diffusa  nel
    paese.  La  terza  riguarda  un sottosegretario della Repubblica che 
    stato interrogato in Procura.  Non molto interesse,  in un periodo  in
    cui  l'impegno  prevalente  del  governo  e  di quasi tutti gli uomini
    politici  quello di avere stretti rapporti di collaborazione  con  la
    magistratura.
    "Tre notizie diverse e di scarso rilievo, come si vede. A meno che non
    ci  si  diverta  malignamente a collegarle nell'ambito del pi diffuso
    sport nazionale.  Tanti anni fa Eugenio Scalfari scrisse un fondo  dal
    titolo:  "La  Repubblica delle banane".  Non vorremmo che si arrivasse
    ora al feuilletton della Repubblica delle lenzuola  (che  quando  sono
    sporche, come noto, si lavano in famiglia)."

    Pecchioli  alz  gli  occhi  sul  piccolo  uditorio,  ma  nessuno fece
    commenti.
    Come vedete,  disse,  i goliardi del "Gatto selvaggio" hanno  fatto
    qualcosa,  ancora una volta,  che gli altri giornali,  per un motivo o
    per l'altro,  non hanno fatto: hanno collegato Randi alla morte  della
    ragazza, non solo, ma anche a quella del commesso di Montecitorio.
    Mi stupisco che la "Repubblica"..., disse Occhetto.
    Evidentemente  Scalfari non ci ha pensato,  disse Reichlin.  Magari
    domani esce a tutta pagina.
    Tutto questo, disse Napolitano,   suggestivo.  Ma pu anche essere
    la consueta leggerezza...
    Certo,   disse  Pecchioli.  Potrebbe  essere  una  pura,  maliziosa
    ipotesi.  Ma quest'ipotesi ha  alcune  caratteristiche  significative.
    Primo,  sembra realistica,  credibile. Secondo, ha tutta l'aria di una
    soffiata.
    Potrebbe essere una  provocazione,  le  solite  risse  interne  della
    D.c.,  disse  Bassolino.  Era  l'ultimo rappresentante della sinistra
    comunista nell'Ufficio politico. Chiaromonte alz le spalle.
    Stiamo ancora a pensare alle risse interne della D.c...
    Naturale,  disse Pecchioli.   Il punto sta  proprio  qui.  Dobbiamo
    arrivare alla conclusione che se la soffiata  esatta il fatto  molto
    pi  grosso di quanto non appaia: che bisogno c'era di tirare in ballo
    pure il commesso?  Randi era comunque uno ormai bruciato...  E  se  la
    soffiata  non    esatta,  e  si tratta di una provocazione,  dobbiamo
    chiederci che cosa questo significhi e nasconda.
    Pecchioli riordin i foglietti  dattiloscritti  e  ne  scelse  alcuni.
    Ecco  esattamente  quello  che sappiamo. Cominci a leggere con tono
    sicuro, sempre un po' piatto.  Le indagini di Ragusa scorrevano veloci
    e  dettagliate  nella  sua  esposizione.  L'abbondanza dei particolari
    lasciava pochi dubbi sulle vie traverse lungo le quali le scoperte del
    giudice erano arrivate fino a  Botteghe  Oscure  con  tanta  rapidit.
    Nessuno,  naturalmente,  se  ne  stupiva.  Sapevano tutti quali legami
    preziosi Pecchioli fosse riuscito a stabilire,  negli anni,  con certi
    settori dei Servizi. "Certi settori", sottolineava costantemente lui.
    Ma gi quest'implicita attenzione dei Servizi verso l'inchiesta chiar
    subito  per tutti la straordinariet del caso.  Se i passi del giudice
    potevano essere ricostruiti uno per uno,  voleva dire che uno per  uno
    erano stati seguiti. E tutto questo per qualche balletto rosa?
    Pecchioli fece un breve sorriso. Ma c' un altro elemento che forse 
    bene vi riferisca la compagna Jotti in persona.
    Nilde Jotti sembr,  come sempre,  perfettamente controllata,  la gran
    chioma bianca raccolta in un perfetto chignon.  La sua voce per trad
    un filo di emozione.
    E' una vicenda delicata. Mi sono assunta la responsabilit, d'accordo
    con il segretario generale della Camera, di non smentire, almeno per i
    primi  giorni,  la  versione che  stata data sulla morte del commesso
    Bianchi. La versione  quella che conoscete, del suicidio. La verit 
    che Bianchi  stato ucciso.
    Tutti si guardarono sbalorditi. Ucciso?  Un delitto a Montecitorio?,
    annasp Reichlin. E come, da chi?
    Le  indagini  ancora...,  rispose la Jotti.  Anzi,  ho preso la mia
    decisione proprio per favorire l'esito pi rapido dell'inchiesta.  Ma
    Occhetto la interruppe.
    E noi ci prendiamo la responsabilit...
    C' la responsabilit pi grande, l'interruppe a sua volta la Jotti,
    aspra,  che    quella  di preservare le istituzioni,  il Parlamento,
    contro i rischi di assurde speculazioni.  Quanto a noi dobbiamo  stare
    attenti  a  non  incollarci  addosso,  ancora  una  volta,  la vecchia
    immagine di un'opposizione di pura denuncia a tutti i costi.
    Natta si accese un'altra sigaretta. Ora,  disse guardandosi attorno,
    dobbiamo per l'appunto decidere quale atteggiamento tenere.
    Io, disse Napolitano, sarei molto prudente. Nilde ha ragione.
    Natta sollev il telefono. "Chiamatemi Spadolini", disse.

    Quando  Franco  Evangelisti  super  la  porta a vetri che dalle scale
    immetteva nella sala  delle  riunioni,  al  primo  piano  del  vecchio
    palazzo  Cenci-Bolognetti  in piazza del Ges,  gi sapeva che le cose
    non sarebbero state troppo facili per  il  suo  Giulio.  Riflett  che
    quell'impiccio  proprio  non  ci  voleva  e  maledisse  in cuor suo la
    stupidit di Randi e di gran parte dei membri della corrente.
    La grande sala rettangolare era  affollata.  Alla  riunione  informale
    convocata  in  fretta  e  furia da De Mita,  erano venuti quasi tutti,
    facendo impazzire  i  dipendenti  dell'Alitalia  o  terrorizzando  gli
    utenti  delle  autostrade  con  le loro potenti macchine superveloci e
    blindate. Al centro del ferro di cavallo formato da tre grandi tavoli,
    c'era gi De Mita che chiacchierava fitto con Flaminio Piccoli  seduto
    alla sua destra.  Forlani sedeva un po' discosto, protendendo verso di
    lui un anacronistico cornetto acustico.  Alla sua  sinistra  c'era  il
    presidente  del  Consiglio,  che  guardava  fisso nel vuoto dietro gli
    spessi  occhiali  da  miope.   Evangelisti  sapeva  perfettamente  che
    Brandimarte  era  presente  soltanto  per  ascoltare,  ma ne temeva il
    giudizio.  Del resto,  anche a stare soltanto all'atteggiamento  degli
    altri, era facile capire che l dentro si sarebbe svolta una battaglia
    nella  guerra  che  durava  da  sempre tra i grandi capi della D.c.  A
    Franco Evangelisti  non  interessava  tanto,  in  quella  contingenza,
    l'atteggiamento  degli  avversari  del  suo principe - che pure vedeva
    intenti a consultare appunti,  a parlottare,  a scambiarsi occhiate  e
    gesti  significativi  - quanto,  piuttosto,  quello del suo principale
    alleato.
    Il tempo era passato. Ed era ovvio, per Evangelisti, che il segretario
    aspettava solo l'occasione  per  liberarsi  di  un  sostenitore  ormai
    troppo ingombrante. Voleva farlo per nel modo pi indolore possibile:
    aspettando,  appunto,  che il "grande babbo" della D.c.  - come un po'
    tutti chiamavano Andreotti - facesse un passo falso di tale gravit da
    rendere impossibile la sua difesa e il suo salvataggio. Ed era proprio
    scrutando il volto impassibile ma tirato di De Mita,  seduto laggi in
    fondo alla sala, e quello immoto di Brandimarte che Evangelisti traeva
    pessimi auspici sui risultati di quella riunione.
    Va bene,  disse De Mita afferrando il microfono posto davanti a lui.
    Immagino che non ci sia bisogno di  spiegarvi  il  motivo  di  questa
    riunione.  Stamattina  i giornali ci vanno ancora cauti,  ma da domani
    sar un'altra  musica.  La  faccenda  di  Randi  pu  diventare  molto
    complessa.  Devo dirvi subito,  ma lo sapete benissimo,  che in questo
    momento proprio non ci voleva.
    Secondo  me,  disse  Donat-Cattin,   dobbiamo  intervenire  subito.
    Dobbiamo evitare il consueto linciaggio di uno dei nostri che magari 
    colpevole  soltanto  di essere capitato sotto il tiro di un magistrato
    che vuole farsi pubblicit.
    Eh, no, disse De Mita. Le cose non stanno proprio cos.  Ho parlato
    stamattina  con Ottieri.  Si tratta di una questione delicata che egli
    stesso sta cercando di ridimensionare,  ma  evidente che ci sono  dei
    limiti. Quanto a me, non sono un moralista ma penso che i responsabili
    di scandali provati debbano pagare.
    De Mita prese dal tavolo una copia del "Gatto selvaggio", poi si volse
    verso Donat-Cattin.  Vedi, Carlo. Questo non  il consueto linciaggio
    da parte di qualche giornalista irresponsabile.  Me lo  ha  confermato
    Ottieri. E in pi mi ha detto la verit sulla morte di quel commesso a
    Montecitorio. E' un omicidio, non un suicidio.
    Nella  sala ci fu un lungo bruso e De Mita alz la voce: Capite bene
    a quali conclusioni potrebbe arrivare  quel  sostituto  procuratore...
    Ragusa, s, Mariano Ragusa... che si sta occupando della faccenda.
    Questo Ragusa, disse Gava,  uno del Sessantotto.
    L'uomo  politico  napoletano  aveva fatto una lunga e solida carriera,
    fino ad arrivare alla  poltrona  di  ministro  dell'Interno.  Consult
    degli  appunti.  Ha fatto parte di gruppetti duri,   arrivato vicino
    alla lotta armata,  ma si  ritirato in tempo.  E'  un  cane  sciolto,
    conoscete  il  tipo,  l'idealista deluso che per vuole fare carriera.
    Guaglioni pericolosi, sorrise. I pi pericolosi.
    S,  ma non  un giudice d'assalto,  disse  con  fastidio  De  Mita.
    D'assalto  sembra  invece  proprio  il nostro amico Randi.  E per gli
    incarichi che ha,  di governo e  all'interno  di  una  componente  del
    partito,  potrebbe riaprire nei nostri confronti l'eterna speculazione
    sulla corruzione democristiana.  Un'immagine del nostro partito che in
    questi ultimi anni siamo riusciti faticosamente a sfumare.
    Ricordiamoci  dello  scandalo  Montesi,  disse  Franco  Evangelisti.
    Andreotti lo zitt con lo sguardo.
    Non  possiamo  ricorrere  sempre  a   quella   brutta   vicenda   per
    giustificare  tutto  e  tutti  e  chiudere  gli  occhi  di fronte alla
    realt, disse Bodrato.  Il vecchio deputato piemontese si volse verso
    Andreotti.  Io non so perch,  caro Andreotti, quando ci sono guai ci
    sei sempre di mezzo tu o qualcuno dei tuoi.  Non possiamo continuare a
    coprire le malefatte di tuoi amici e collaboratori...
    Io  non  vorrei che dietro una squallida storia di sesso si celassero
    cose diverse, interruppe Piccoli. Siamo sicuri che questo Ragusa non
    sia manovrato, magari dalla massoneria?
    Da questo punto  di  vista  noi  non  abbiamo  nulla  da  temere,  n
    scheletri nell'armadio, disse De Mita. Almeno mi auguro che sia cos
    per ciascuno di noi. Anzi, ne sono sicuro.
    Dobbiamo   prendere  posizione  pubblicamente,   condannare  Randi  e
    allontanarlo dal partito, tagli corto Granelli.
    Prima di una sentenza?,  esplose Evangelisti.  Veramente non so pi
    dove mi trovo. Gli amici sono amici e vanno difesi fino alla fine.
    Attenzione,  disse Forlani. Non so quanto di vero o di falso ci sia
    in questa storia.  Ma in ogni caso dobbiamo chiederci se non  nasconda
    una provocazione,  una manovra non tanto per indebolire noi, ma questo
    esecutivo.  Io invece credo che la gente abbia bisogno di stabilit  e
    che sia perci generale la convinzione che deve trovare spazi pi ampi
    il  potere  regolamentare  del  governo,  cos da rendere possibile la
    predisposizione  della  normativa  essenziale  per  l'attuazione   dei
    princpi nuovi, anche attraverso regolamenti di organizzazione.
    Salt su Evangelisti. Rieccolo, col governo forte! Ma che c'entra con
    le   scopate?  Si  volse  verso  Brandimarte  in  tono  provocatorio:
    Professore,  perch non ci dici la tua opinione,  visto  che  sei  il
    presidente  del  Consiglio  e  che  ogni  tanto  pure i presidenti del
    Consiglio si ricordano di far parte di un certo partito?.
    Brandimarte aveva gli occhi chiusi,  i gomiti appoggiati  sul  tavolo,
    una mano che sorreggeva la testa arruffata. Rest in quella posizione,
    senza  dar cenno di aver inteso,  cos a lungo che tutti si guardarono
    perplessi.
    Da quando era diventato presidente del Consiglio,  dopo il  ritiro  di
    Craxi  dalla  vita  politica,  il  giovane  tecnocrate  democristiano,
    impetuosamente venuto alla ribalta negli  ultimi  anni,  si  era  come
    trasformato.  Aveva  plasmato  la  propria  irritabilit,  l'irruenza,
    l'arroganza della preparazione  scientifica  in  una  sorta  di  nuovo
    impasto   fatto   di  cortesia,   di  totale  fermezza,   di  capacit
    decisionale, di assoluta indipendenza.  Il suo disprezzo per i partiti
    che,  volenti  o  nolenti,  si  erano piegati alla necessit di alcune
    rilevanti riforme istituzionali reclamate da Palazzo Chigi e suggerite
    dalla stessa presidenza della Repubblica,  era perfino  aumentato:  ma
    trapelava,  e discretamente, soltanto in rare occasioni. La burocrazia
    si  era  inceppata,   l'economia  andava   a   rotoli,   i   sindacati
    recalcitravano,   il  Parlamento  in  certi  casi  nicchiava,   ma  da
    Brandimarte venivano ormai soltanto pacati ammonimenti,  anche se  per
    lo  pi accompagnati da raffiche di decreti che chiudevano le bocche e
    smantellavano le resistenze. Era cambiato anche il suo rapporto con De
    Mita,  di cui  era  stato  un  tempo  consigliere  ascoltato  e  leale
    sostenitore:  si  era  a  mano a mano posto in una dimensione diversa,
    disinteressata e lontana dalle strategie e  dalle  beghe  del  proprio
    partito,  di totale riserbo per ci che riguardava problemi, politiche
    e decisioni del governo.
    Io,  disse infine a voce bassissima quando il silenzio si era  ormai
    fatto  insopportabile,  penso  che    una  vergogna  e che Andreotti
    farebbe bene a mettersi a riposo.  Potrebbe scrivere  molti  libri  di
    ricordi.  Ma  dico anche che dobbiamo impedire che questa storia venga
    drammatizzata,  usata per coinvolgere e indebolire il governo  di  cui
    Randi  fa  parte.  Dobbiamo  operare perch non dilaghi e perch dalla
    magistratura non vengano  indiscrezioni  e  chiacchiere.  Allontaniamo
    Randi,  ma senza scandali. E se gli organismi inquirenti capiranno, se
    ne riparler soltanto quando e se ci sar un processo.  E' una  storia
    di lenzuola, come dice il "Gatto selvaggio": dobbiamo mantenerla entro
    questi limiti.
    Solo alcuni,  intorno ai lunghi tavoli, diedero segni di apprezzamento
    e di consenso.  Sui volti dei pi si dipinsero sorrisi a mezza  bocca.
    Tutto il rigorismo del presidente del Consiglio svaniva nel momento in
    cui  sentiva minacciato il proprio governo.  Andreotti lo guard senza
    battere ciglio,  interrompendo  soltanto  per  un  attimo  il  proprio
    impegno nel prendere appunti.
    Bisogna  vedere,  disse  infine  De Mita.  Sono molto preoccupato e
    penso che Andreotti potrebbe intanto darci  delle  spiegazioni,  dirci
    qualcosa di pi.
    Andreotti fece un piccolo cenno.  Volentieri, disse avvicinandosi al
    microfono.  Nella sala si fece silenzio,  e lui cominci a parlare con
    voce tranquilla.
    Mi  si chiede di parlare per motivi sostanzialmente personali,  quasi
    che ciascuno di noi sia sempre responsabile dei comportamenti  altrui.
    Ma mi muovono alcune preoccupazioni che vanno oltre la mia persona, di
    cui  conosco  certamente i limiti ma sulla quale penso che il giudizio
    morale e politico si affidi,  dopo  cinquant'anni  di  vita  pubblica,
    all'informazione  genuina del popolo e dei suoi rappresentanti pi che
    ai filtri, spesso fuorvianti, di manipolatori pi o meno interessati e
    cangianti dell'immagine di chi abbraccia la vita politica.
    Tacque e indirizz al tavolo un pallido sorriso.  Sappiamo tutti  che
    la  vocazione  pubblica  comporta  l'obbligo di vivere entro pareti di
    vetro.  Ma non giova certo alla  trasparenza  l'inquinamento  polemico
    indiscriminato che purtroppo  un vecchio male della politica italiana
    ma che sembra riproporsi su ritmi inusitati,  come in questo caso, dal
    quale sicuramente alla fine,  se non lo blocchiamo,  non usciranno  n
    vincitori n vinti. Ma veniamo innanzi tutto al fatto.
    Tutti ascoltarono il resoconto che Andreotti fece del suo incontro con
    Randi  e  dell'invito rivoltogli a lasciare l'incarico nella corrente.
    Immagino,  disse,  che dovr tenere  lo  stesso  atteggiamento  per
    quanto  riguarda  il  governo,   ma  qui,  e  guard  con  intenzione
    Brandimarte che seguiva immoto le sue  parole,  ma  qui  decider  il
    nostro presidente del Consiglio che,  per altro,  mi pare orientato in
    modo singolarmente coraggioso e anticonformista.  C' una  cosa  dalla
    quale  a mio avviso ci dobbiamo guardare,  prosegu su un tono appena
    pi alto,  ed   di  arrivare  a  conclusioni  affrettate,  ingiuste,
    inopportune.  Randi  ammette  la  sua  conoscenza  con  quella  povera
    figliola, ammette peccati, debolezze, vizi.  Ma esclude ogni personale
    coinvolgimento  o  responsabilit  nel  suicidio della giovane e nella
    oscura fine di quel  commesso  di  Montecitorio.  Penso  che  dobbiamo
    credergli,  fino a certe e inattaccabili prove contrarie. Noi sappiamo
    che molte volte nel passato in sede giudiziaria si sono compiute gravi
    distorsioni,   introducendo  in  atti  processuali   atteggiamenti   e
    conclusioni che sarebbero poi rimbalzati nella stampa, dalla stampa in
    Parlamento,   dal  Parlamento  di  nuovo  in  sede  giudiziaria,   con
    straordinarie mobilitazioni dell'opinione pubblica.
    Andreotti fiss Brandimarte,  ostentatamente.  L'ombra di  un  sorriso
    sfior  le  labbra del presidente del Consiglio.  Caro amico,  disse
    Andreotti, vorrei poter sorridere anch'io come te,  che evidentemente
    hai un animo pi lieve e sereno del mio.  Ma un tempo io non conoscevo
    l'esistenza di giudici che si sostituivano  agli  altri  poteri  dello
    Stato o che facevano della toga uno strumento di lotta politicizzata o
    di  vendetta  di  classe.  Io  dico che dobbiamo stare attenti,  e che
    dietro  le  colpe  vere  di  Randi  e  dietro  quelle  presumibilmente
    fantastiche,  vi possono essere molte stravaganze,  molti tentativi di
    arricchire cornici gi fosche con ambigue o interessate  macchinazioni
    di cui, per nostra sventura, si sa sempre dopo.
    Io  chiedo  che  Andreotti  la  smetta  con i suoi rebus e si tiri in
    disparte, disse il giovane Pignotti.
    Io, disse Gava, sarei molto prudente. Brandimarte ha ragione.
    Franco Evangelisti sospir,  pensando a Fanfani.  Bei tempi quelli  in
    cui  si potevano fare e disfare alleanze e mettere tutti in difficolt
    ricorrendo ai fuochi d'artificio dell'altro grande vecchio della D.c.:
    oggi si poteva tutt'al pi rendergli visita  di  cortesia  nel  grande
    studio di Palazzo Giustiniani dove dipingeva, quasi immemore di tutto,
    rilasciando  consigli  e giudizi contraddittori e incomprensibili come
    responsi cumani.
    De Mita sollev il telefono. "Chiamatemi Spadolini", disse.


    11.
    Le grandi lampade voltaiche montate dalla scientifica illuminavano  da
    ogni  lato  la  Rover  nera.  L'avevano ritrovata un'ora prima,  negli
    ultimi bagliori del sole su Fiumicino.  Gli agenti  del  commissariato
    dell'aeroporto avevano fatto un buon lavoro.  Soprattutto perch erano
    stati abbastanza svegli da evitare di sfiorarla  anche  con  un  dito.
    Avevano  avvertito  Roma  e  in  attesa  che  San  Vitale inviasse gli
    specialisti avevano transennato tutt'intorno.  Impresa complicata,  il
    venerd sera.  Il fine settimana riempiva di vacanzieri e pendolari di
    lusso il parcheggio dell'aeroporto.  Negli ultimi  duecento  metri  la
    Giulietta  della  Mobile,  con  Ragusa  a bordo,  dovette innestare le
    sirene per farsi strada in mezzo all'ingorgo.
    Ecco l la macchina, disse il commissario Pincherle.
    Uhm, vedo, annu il giudice. Ma lui?
    La  segretaria  aveva  denunciato   la   scomparsa   di   Randi   solo
    ventiquattr'ore  prima.  Si  era presentata in Procura e aveva chiesto
    direttamente di Ottieri.  Il procuratore capo aveva poi fatto chiamare
    Ragusa e lei aveva ripetuto in tono sostenuto quello che probabilmente
    aveva  appena  finito  di  raccontare.  Non  vedeva l'onorevole da due
    giorni.  Pi precisa,  per piacere...  Quando l'aveva  visto  l'ultima
    volta?  Dopo  -  esit come cercando la parola giusta - dopo la visita
    del sottosegretario al procuratore Ragusa. Le era sembrato tranquillo,
    o c'era niente di strano? Beh, ecco, lei aveva avuto l'impressione che
    qualcosa fosse andata di traverso,  perch l'onorevole  era  piuttosto
    nervoso,  scuro  in  volto.  Era  rientrato in studio verso le sei del
    pomeriggio e le aveva ordinato di non passargli nessuna comunicazione,
    per nessun motivo. Anche questo era piuttosto strano, perch di solito
    faceva sempre qualche eccezione per certe persone,  come dire,  un po'
    speciali.  Persone  importanti,  precis.  Comunque  era  ancora nello
    studio quando lei,  alle otto,  gli aveva  chiesto  nell'interfono  se
    poteva  andar via.  Da allora pi niente.  E perch si era decisa solo
    allora ad informarli? Perch soltanto quella mattina aveva pensato che
    doveva  essere  accaduto  qualcosa:  aveva  cercato  di   rintracciare
    l'onorevole  a  casa,  in  via  Paisiello,  ma nemmeno la domestica ne
    sapeva  niente.   Allora  aveva  telefonato  al   Circeo,   anche   l
    inutilmente.  Aveva  chiesto  di  lui  al  partito,  al  ministero,  a
    Montecitorio.  Nessuno lo aveva visto.  Alla  fine  aveva  deciso  che
    avrebbe  aspettato  ancora  fino  al  pomeriggio,   se  per  caso  una
    telefonata, un biglietto... Alle sei in punto aveva chiamato un taxi e
    si era fatta condurre in Procura da sua eccellenza Ottieri che  sapeva
    in contatto con l'onorevole.
    Ragusa aveva avuto carta bianca per ritrovarlo. Perfino Ottieri questa
    volta  aveva  lasciato  perdere  le  raccomandazioni di una segretezza
    evidentemente  impossibile.   La  maggior  parte  dei  giornali  erano
    riusciti  ad  avere  nell'ultima  edizione  la  notizia dell'ordine di
    ricerca,  e quelli romani avevano potuto ribattere anche con  la  foto
    del sottosegretario scomparso.
    Diffusa  nelle  stazioni,  negli  aeroporti  e ai valichi di frontiera
    quella foto non aveva prodotto nessun risultato fino al pomeriggio  di
    venerd.  Ragusa aveva trascorso buona parte della giornata chiuso nel
    suo ufficio in  Procura.  Sperava  poco  in  un  colpo  di  scena.  Il
    ritrovamento  di  Randi  o  magari la sua riapparizione gli sembravano
    cos poco probabili quanto la passeggiata del profeta Elia sulla scala
    di fuoco verso il cielo. Era una scala, poi?  Gli pareva,  non era uno
    specialista di Antico Testamento.  Di questo genere,  comunque, furono
    le divagazioni che si concesse in  quelle  ore,  quando  sentiva  ogni
    tanto  la  necessit  di  tirarsi  fuori dalla faticosa immersione nel
    fascicolo della duplice inchiesta.
    Mancuso,  diligentemente,  aveva esaudito il suo desiderio e gli aveva
    disposto  tutti  gli  incartamenti a portata di mano,  sistemando come
    piano d'appoggio ausiliario, a fianco della scrivania, il tavolo della
    macchina da scrivere.  La macchina era finita per terra.  Alla ricerca
    di  tutti  i  possibili  nessi  logici  e  temporali  il giudice aveva
    rivoluzionato l'ordine cronologico dei documenti, riclassificandoli in
    mucchietti,  talvolta  anche  di  pochi  fogli,   sparsi  perfino  sul
    pavimento.  A  che cosa era servito?  Solo a convincerlo di quello che
    gi presentiva.  Quella scomparsa,  che pure avrebbe dovuto fornire la
    soluzione quasi naturale del mistero,  gli appariva invece altrettanto
    inspiegabile. Almeno a considerare freddamente le cose.
    La notizia del ritrovamento della  macchina  di  Randi  aveva  sospeso
    questo  dettagliato bilancio dell'indagine.  Mancuso si era assunto il
    compito  di   sistemare   i   documenti,   secondo   la   loro   nuova
    classificazione, in cartelline provvisorie. E lui era partito di corsa
    verso   Fiumicino.   Perfino  quel  mollusco  di  Pincherle,   che  lo
    accompagnava, sembrava stavolta scosso da un brivido di eccitazione.
    La Rover,  una S D turbo con targa napoletana,  era ferma nel  settore
    centrale del parcheggio, giusto a met strada tra l'aerostazione per i
    voli interni e lo scalo internazionale. Il muso puntava verso la torre
    di  controllo  lampeggiante di luci rosse e verdi.  Il rombo del Jumbo
    che si abbass in quel momento sulle loro teste copr  il  saluto  del
    dirigente  del  commissariato locale.  Le fotoelettriche intanto erano
    state piazzate e gli uomini della squadra  scientifica  si  misero  al
    lavoro.
    Per  forzare  la  serratura  non  ci  volle  molto.  Lo  sportello del
    guidatore si apr di scatto e un agente lo tenne spalancato perch  il
    maresciallo  della  scientifica,  le mani infilate in guanti di gomma,
    potesse piegarsi all'interno.  Si limit a dare un'occhiata e tir  la
    testa  fuori dell'abitacolo.  I ragazzi avrebbero passato l'interno al
    setaccio pi tardi in Questura, ora bisognava soltanto fare attenzione
    a non cancellare eventuali impronte. La tappezzeria della macchina era
    color avorio,  un vantaggio per i cacciatori di tracce.  A prima vista
    appariva  tutto in ordine,  una qualunque vettura parcheggiata per una
    sosta presumibilmente breve da un proprietario ordinato e  meticoloso.
    Dei  guanti  di pelle da guida,  come andavano di gran moda negli anni
    '60,  erano sistemati nella vaschetta  tra  i  due  sedili  anteriori,
    insieme  con alcune cassette di musica.  La radio,  in ottima evidenza
    nel suo alloggiamento sotto il cruscotto, rivelava completa noncuranza
    verso il rischio di uno scasso.  O  forse  si  trattava  solo  di  una
    distrazione.
    Ragusa  chiese  al maresciallo di aprire lo sportellino della plancia.
    Ne venne fuori  un  fascio  di  carte  spiegazzate.  La  solita  roba.
    Libretto di circolazione, manuale delle caratteristiche tecniche della
    macchina,  tagliandi di controllo. Ragusa sfogli rapidamente il pacco
    e lo restitu al poliziotto.
    Dottore, noi abbiamo finito con le impronte sull'esterno,  gli disse
    quello.  Se  per lei va bene,  adesso ce la portiamo a Roma,  e ce la
    passiamo ai raggi X.
    Il giudice si era chinato anche lui all'interno della  Rover,  con  la
    precauzione  di  tenere  le  mani  nelle  tasche  del  loden.   Studi
    attentamente  la  tappezzeria  dei  sedili  anteriori  e  del   divano
    posteriore.  Era  immacolata,  almeno  ad  occhio  nudo.  E  quanto al
    pavimento non si poteva dire  niente,  dal  momento  che  la  moquette
    grigio-antracite   avrebbe   nascosto  qualsiasi  macchia.   Ma  c'era
    qualcos'altro che colpiva,  qualcosa di indefinito,  e sul momento non
    riusc  a  collegare  questa  sensazione  con  i  risultati  della sua
    ispezione. Poi, ancora chino sui sedili, cap perch. Non era la vista
    ma l'olfatto a trasmettergli  un'informazione.  L'aria  dell'abitacolo
    sembrava  fresca  e  pulita.  Troppo pulita per una macchina che fosse
    rimasta ermeticamente chiusa per tre giorni.  E  non  c'era  odore  di
    fumo,  che lui dopo mesi d'astinenza avrebbe avvertito immediatamente.
    Solo allora sembr rendersi conto della domanda del maresciallo.
    Si, certo, Ribotti. Prtatela via. Per prima fammi un favore,  visto
    che hai i guanti. Mi controlli un momento il posacenere?
    Subito,  dottore,  e  si  chin di nuovo all'interno.  Sta cercando
    qualcosa di particolare? Fece scattare il coperchio. Comunque non la
    troveremo qui dentro. Qui non c' proprio niente. Nemmeno il mozzicone
    di una sigaretta.
    Gi, come pensavo.

    Enzo Ravida era giovane e ambizioso.  E molto orgoglioso,  come Ragusa
    cap  presto,  di  dirigere  a  meno  di quarant'anni un commissariato
    importante come quello dell'aeroporto di Roma.  Evidentemente riteneva
    anche  che l'importanza di un funzionario dello Stato si misurasse dal
    lusso e dal comfort del suo ufficio.  Quanto a questo,  Ravida non  si
    sarebbe  detto  nemmeno un funzionario dello Stato.  Il procuratore si
    diede un'occhiata attorno,  e pens  alla  sua  stanzetta  a  piazzale
    Clodio.  Il  commissario  lavorava  in  una  specie di salone da ballo
    arredato perfino con una punta di ricercatezza,  nello stile manager a
    cui Ravida cercava di ispirare anche il suo linguaggio. Gli spieg con
    aria  compiaciuta:  Sa,  lavorare  qui  in  aeroporto    faticoso ma
    comporta anche i suoi vantaggi.  Un ufficio  comodo,  per  esempio.  I
    dirigenti dell'Alitalia hanno insistito perch io godessi degli stessi
    standard di servizi riservati ai loro funzionari di grado equivalente.
    E naturalmente, non ho potuto rifiutare. Prego, si accomodi, dottore.
    Ragusa  sedette su uno dei due divani di pelle bianca,  di spalle alla
    vetrata insonorizzata che offriva a Ravida il panorama completo  della
    sala imbarchi dei voli nazionali,  dieci metri pi sotto. Un cameriere
    buss e depose sul tavolinetto di cristallo  un  t  e  un  caff.  Si
    servirono  e,  dopo aver tolto la bustina dell'infuso dalla tazza,  il
    commissario riassunse le sue informazioni.
    Vede,  dottore,  quando mi  arrivata la segnalazione della scomparsa
    dell'onorevole Randi, io ho subito pensato alla macchina. Se uno vuole
    arrivare  a Fiumicino senza farsi notare,  per qualunque ragione,  che
    fa? Certamente non prende il taxi,  dal momento che l'autista potrebbe
    riconoscerlo  e raccontare dove lo ha lasciato.  Per la stessa ragione
    evita l'autobus. Ammicc con aria d'intesa. E figuriamoci poi se uno
    di questi signori del governo sale su un autobus.  Perci che  rimane?
    E' chiaro,  la macchina,  la macchina personale.  Cos ho telefonato a
    quei geni di San Vitale e gli ho chiesto  di  accertare  se  per  caso
    insieme   con   l'onorevole   fosse  scomparsa  anche  una  delle  sue
    automobili.  Loro mi hanno  risposto  che  lo  stavano  gi  facendo.
    Sorrise beffardo,  per dire quanto ci aveva creduto.  E insomma, come
    Dio vuole, finalmente, mi hanno dato un numero di targa.  Quello della
    macchina  mancante.  Il  resto  stato un giochetto.  Ho preso due dei
    miei, due ragazzi svegli e di buona volont, e li ho mandati a battere
    tutti i parcheggi, leciti e illeciti, di Fiumicino. Hanno avuto fiuto,
    in capo a un'ora avevano trovato quello che cercavamo.
    Veramente cercavamo Randi,  sbott Ragusa che non ne poteva  pi  di
    quel pavone. Era irritato, infastidito dal tentativo di spacciare come
    risultato  di  una  ferrea  deduzione  un  semplice  colpo di fortuna.
    Ammesso che la fortuna o il caso ci avessero davvero parte. Era chiaro
    che il ragionamento del fanfarone faceva acqua da tutte le  parti.  Se
    davvero  il sottosegretario avesse voluto scomparire nel nulla,  senza
    che nessuno potesse immaginare la  sua  misteriosa  destinazione,  non
    avrebbe  lasciato  l  in  bella vista la sua macchina.  Avrebbe fatto
    insomma esattamente il contrario di quello che supponeva  Ravida.  Che
    per,  ragionando  all'inverso,  aveva  trovato  la Rover.  E la Rover
    poteva essere utile. Amen.
    Complimenti, comunque.  La macchina ci servir.  Forse ci ha gi dato
    qualche indizio,  fece Ragusa, anche con un eccesso di affabilit per
    rimediare alla battuta asprigna. Il commissario torn a illuminarsi.
    Qui siamo sempre a sua disposizione, dottore.  E stia tranquillo,  ho
    dato disposizioni precise a tutti gli agenti di frontiera e agli altri
    di pattuglia nelle aerostazioni.  Vigilanza raddoppiata,  occhi aperti
    giorno e notte. Ognuno dei miei uomini ha una foto di quel signore. Se
    si  riaffaccia  da  queste  parti,   non  ci  scappa.   Gli   strinse
    calorosamente la mano.

    La  bionda  guardiana  dello  studio  di Randi venne ad aprire con gli
    occhi arrossati.  Era stata preavvertita,  perci si fece da  parte  e
    lasci  che i quattro uomini le sfilassero davanti senza fare domande.
    Ritrov un po' di vivacit solo quando, in coda, comparve nel riquadro
    della porta la figura secca di  Ragusa.  Finalmente  lo  guard  senza
    velleit  di  conquista e senza alterigia.  Aveva paura e i suoi occhi
    glielo confessarono.  Lui vide che aveva pianto,  probabilmente  sulla
    propria  sorte  pi  che  su  quella,  per il momento ignota,  del suo
    protettore.  Il punto era proprio questo.  Quella donna  non  era  una
    stupida e aveva capito che Randi poteva essere vivo o morto, fuggito o
    rapito,  omicida  o  suicida  o  tutt'e due le cose insieme,  o magari
    nessuna delle due.  Ma di sicuro la sua fortuna e la sua potenza erano
    finite.  Tramontate per sempre.  Ragusa era convinto che lei piangesse
    soltanto gli anni consumati nell'ombra del  suo  capo.  Consumati  per
    niente.
    La segretaria biascic un buongiorno e lui rispose rigidamente, con un
    cenno  della  testa.  Poi  pos  il  cappotto  sulla  poltroncina  del
    vestibolo e attese che Pincherle adempisse le formalit  di  rito.  Il
    commissario,  attorniato dai suoi tre uomini rispettosamente arretrati
    di un passo,  annunci alla donna nel tono pi ufficiale che disponeva
    di  un  mandato  del  procuratore  della  Repubblica per perquisire le
    abitazioni  e  gli  uffici,  ministeriali  e  privati,  dell'onorevole
    sottosegretario  Francesco  Randi.  Lei  assent  col capo e chin gli
    occhi sul pavimento.
    La squadra diretta da Pincherle lavorava in maniera rapida e metodica.
    Stai a vedere che mi tocca rivalutare  Pescelesso,  pens  Ragusa  che
    seguiva  i  loro movimenti appoggiato allo stipite del balcone,  nella
    vasta anticamera.  Bianca - ricord alla fine il nome della ragazza  -
    se n'era andata alla sua scrivania,  proprio di fronte a lui. Aveva un
    libro sotto gli occhi,  ma vide che lo sfogliava con assoluta aritmia.
    Insomma,  non  aveva  l'aria  di  leggere  un  bel  niente.  Una volta
    s'accorse di essere osservata,  alz la testa  e  parve  prendere  una
    decisione. Lasci la scrivania e gli si accost.
    Signor procuratore,  io non vorrei che dopo il nostro primo colloquio
    lei mi avesse giudicato male. Aveva un'aria decisamente spaventata  e
    la sua voce non era mai stata cos umile.  Capisco che forse io posso
    esserle sembrata poco... non trovo il termine... ecco,  collaborativa.
    Ma  era perch davvero non sapevo,  non immaginavo... Cerc in fretta
    il fazzoletto nel taschino del tailleur e si soffi il naso.
    Ragusa la guard con aria incerta.  Non solo perch non  aveva  ancora
    un'idea  precisa  di  quale  ruolo  lei avesse giocato in tutta quella
    faccenda.   Ma  soprattutto  perch  non  aveva  mai   imparato   come
    comportarsi  con  le  donne,  in  particolare  quando  cominciavano  a
    piangere. In mancanza di idee in merito,  non prese alcuna iniziativa.
    Pincherle  sbirciava  curioso la scena mentre continuava a svuotare lo
    schedario.  La ragazza soffoc un mi scusi dentro  il  fazzoletto  e
    fil da qualche parte nel vestibolo, sicuramente verso il bagno.
    Rientr  nella  stanza  dopo  una decina di minuti,  quando met delle
    carte contenute nei classificatori erano gi imballate e sigillate sul
    pavimento, in attesa del trasporto in Procura.  Ragusa vide che si era
    rifatto il trucco, ma leggero, stile vedovanza.
    Mi  scusi  per  poco fa,  disse lei riavvicinandosi.  Di solito non
    piango,  nemmeno per i vecchi film di  Tyrone  Power.  Accompagn  la
    battuta con un tentativo di sorriso.  Mal riuscito.  Comunque, quello
    che mi premeva dirle  che pu contare su tutto il mio aiuto,  se  pu
    esserle  utile,  nell'esame  dei documenti e di tutto il materiale che
    riguarda l'onorevole.  Io sono stata una collaboratrice leale.  Ma non
    ho  mai  pensato  di  ostacolare  la  giustizia,  n  che  lui potesse
    desiderare una cosa del genere.
    Mi fa piacere costatare che il  suo  atteggiamento,  ora,  sia  molto
    pi...  come ha detto lei, poco fa?... ah s, pi collaborativo che in
    precedenza.   Comunque,   avremo  modo  di   verificarlo   appena   la
    interrogher, rispose asciutto Ragusa.
    Lei insistette.  Gliene ho gi dato la prova, se ricorda, anche prima
    della...  insomma,  di quanto  successo.  Le dissi  subito  quel  che
    sapevo sulla Giannone. Ad esempio, il nome del bar che frequentava...
    Eh,  s,    vero.  Per  un  momento  il  giudice  pens che volesse
    prenderlo in giro,  poi si rese conto che lei davvero non sapeva nulla
    del suo pestaggio al Rusty's bar,  e gli venne quasi da ridere.  Gi,
    per  quello  devo  proprio  ringraziarla.   Anzi,   vede?   Ha  subito
    l'occasione  di  chiarirmi  qualche  punto.  Quella  sera  lei  rifer
    all'onorevole Randi di avermi raccontato quella storia del Rusty's bar
    e tutto il resto?
    Lei non ebbe  nemmeno  il  bisogno  di  pensarci.  Certo.  Era  molto
    arrabbiato  per  il  fatto che mi fossi messa a parlare con lei.  E mi
    chiese un resoconto completo della nostra conversazione.  Era  il  mio
    datore  di  lavoro,  perci  la  sua  richiesta  mi  sembr  del tutto
    legittima.
    Ragusa si fece pensieroso. E lei se ne rimase l in piedi,  silenziosa
    e in attesa.
    Dottore, chiam Pincherle dall'altro capo della stanza, qui abbiamo
    finito.  C'  solo da fare il trasloco.  Noi ci spostiamo nella stanza
    dell'onorevole. Se le interessa...
    Un agente spalanc le pesanti tende di velluto  cremisi  tirate  sulla
    porta-finestra  e  la  luce  del  Palatino and a battere direttamente
    sulla scrivania monumentale di Randi.  Tutto era in ordine e  disposto
    con  la  meticolosit  che  lui  avrebbe  potuto  attendersi  se fosse
    ricomparso all'improvviso  sulla  soglia.  Il  commissario  and  allo
    scrittoio  e  con un cenno del capo indic ai suoi uomini gli scaffali
    delle librerie. Si distribuirono dinanzi alle varie colonne di libri e
    cominciarono uno sfoglio invariabilmente seguito da un  tonfo.  Presto
    piccoli  mucchi di volumi strapazzati crebbero ai margini del prezioso
    Kirman che copriva quasi tutto il pavimento.  Ragusa si  rivolse  alla
    segretaria, che li aveva seguiti l dentro.
    Immagino  che lei sappia dove l'onorevole conservava i suoi documenti
    pi riservati.  In questa stanza c' una cassaforte,  o  qualcosa  del
    genere? Oppure aveva una cassetta di sicurezza in qualche banca?
    Questo  non  lo so.  Non me ne ha mai accennato.  Qui c' una piccola
    cassaforte a muro, dove per lo pi conservava delle somme in contanti,
    non grossissime ma nemmeno da lasciare in  un  cassetto.  Certe  volte
    invece  la usava per custodire,  magari per mezza giornata,  documenti
    che si portava dietro dal ministero,  per  studiarli.  Attravers  la
    stanza  e si ferm dinanzi a una piccola tela sistemata in una pessima
    luce tra due scaffali di libri, alle spalle della scrivania. Ecco, la
    cassaforte  qui dietro.
    Il giudice si avvicin e fu colpito dalla grazia del dipinto  che  non
    aveva  notato  nella sua prima visita.  Era un Mafai che riprendeva il
    tema dell'acrobata.  Lo stacc con delicatezza dalla parete e comparve
    lo sportello blindato incassato nel muro. E la combinazione?
    Ah,  quella non la conosco proprio,  rispose la segretaria scuotendo
    la testa.
    Allora che si fa, Pincherle?
    Il commissario,  che aveva sospeso l'esplorazione dello scrittoio  per
    seguire   tutta  quella  manovra,   sorrise  incoraggiante.   Non  si
    preoccupi,  dottore.  Non avremo bisogno  della  dinamite.  Basta  una
    telefonata alla scientifica.  C' Pasculli che,  se volesse,  potrebbe
    aprire pure il caveau della Banca  d'Italia.  Per  fortuna  sta  dalla
    parte giusta... Lo chiamo subito.
    Per  Pasculli  sembr  trattarsi  effettivamente  di  uno  scherzo  da
    ragazzi. Gir leggermente la manopola, auscult, palp, torn a girare
    la manopola,  e lo sportello si apr come se  avesse  pronunciato  una
    formula magica. Ragusa si compliment, ma lui si scherm modestamente:
    Per carit,  signor procuratore,  queste sono solo trappole per topi.
    Non ci vuol niente. Prego, se si vuole accomodare.
    Nella cassaforte non c'era denaro.  E nemmeno documenti.  Ragusa  vide
    soltanto  la  canna  di  una pistola puntata esattamente contro la sua
    bocca.  Non tocc niente ma si ritrasse  spingendo  Pincherle  al  suo
    posto.  Il commissario prese il fazzoletto dalla tasca dei pantaloni e
    con quello afferr la pistola per la canna,  deponendola sul piano  di
    pelle della scrivania. Aspetti, c' dell'altro.
    Ripet  l'operazione e accanto alla pistola si allinearono una scatola
    di pallottole e una busta giallognola con  l'intestazione  Camera  dei
    Deputati.   Intanto  Pasculli  esaminava  attentamente  l'arma,  senza
    toccarla.  E' una Beretta,  disse a  nessuno  in  particolare,  una
    Beretta long-rifle. Dovrebbe essere una calibro 22. Infatti, aggiunse
    dopo un'occhiata alla scatola, le pallottole sono calibro 22.
    Ragusa   si   guardava  attorno  alla  ricerca  di  qualcosa  che  gli
    permettesse di  maneggiare  la  busta  senza  correre  il  rischio  di
    cancellare  eventuali  impronte.  La ragazza se ne accorse.  Ancheggi
    rapida verso l'altra  stanza  e  ne  torn  porgendo  al  giudice  una
    pinzetta d'argento.  Serve per le sopracciglia, comment sorridendo,
    ma forse pu tornare utile anche adesso...
    La busta non era  sigillata.  Il  lembo  superiore  era  semplicemente
    infilato all'interno e Ragusa lo sollev senza difficolt con la punta
    della  pinza.  Poi us l'aggeggio per estrarre delicatamente dal fondo
    una specie di tagliando.  Questa era  almeno  l'impressione  che  dava
    rovesciato.  Ma  quando lo pos sullo scrittoio,  voltandolo dal verso
    giusto, vide che era la matrice di un assegno circolare. A macchina vi
    era specificato l'importo.  Cinquanta milioni.  E  la  data,  l'ultimo
    giorno  di  febbraio.  La  dicitura  in  cima informava che a spiccare
    l'assegno era il Banco di Napoli: "Agenzia numero 1. Montecitorio".

    Fu a piazzale Clodio prima di mezzogiorno e and di filato da Ottieri.
    Il capo gli aveva detto che avrebbe  atteso  in  ufficio  i  risultati
    della  perquisizione.  Nell'anticamera  la  segretaria,  una  donnetta
    rigida dalle labbra strette, lo blocc.  Sembrava avercela con lui per
    quel sabato lavorativo.  Mi dispiace, dottor Ragusa, non pu entrare.
    Il professore  al telefono e ha dato ordine di non essere  disturbato
    per  nessuna  ragione.  Mi  ha detto di farla aspettare qui,  se fosse
    arrivato. Se vuol sedere...,  e gli indic con aria acida una vecchia
    poltrona di cuoio nell'angolo pi buio della stanza.
    Lui  vi  si  sprofond  sentendosi  addosso  all'improvviso  tutta  la
    stanchezza di quei giorni.  Pos la testa sulla spalliera e chiuse gli
    occhi.  Le  lamentele della segretaria lo riportarono nell'anticamera.
    Lei capisce,  dottore.  Col lavoro che facciamo si aspetta il  sabato
    per  tutte le cose che rinviamo nella settimana.  Il parrucchiere,  il
    bucato...  Di questi tempi,  poi,  beato chi se la pu permettere  una
    donna  di servizio.  E da quando sono rimasta vedova faccio pi fatica
    di prima. Il mio povero marito... Ah, ecco, pu andare dottore, diede
    finalmente un'occhiata alla spia luminosa del telefono, il professore
    ha finito di parlare.
    Ottieri fu cortese come al solito ma le sue buone  maniere  lasciavano
    filtrare questa volta un'aria preoccupata.  Non dovevano essere giorni
    facili nemmeno per lui, pens Ragusa. Il procuratore capo tagli corto
    ai preliminari. Allora?
    Ragusa lo imit.  Allora abbiamo trovato una pistola nella cassaforte
    dell'ufficio.  Con  una scatola di pallottole.  La segretaria,  quella
    Bormioli,  giura che non ne sapeva niente.  Perch l'onorevole  se  la
    fosse procurata, ancora non lo sappiamo. Paura? Minacce? Di sicuro c'
    solo che non la usava per il tiro al piccione.
    Ho l'impressione che lei abbia gi delle idee piuttosto precise sulle
    segrete inclinazioni venatorie di questo Randi. Lo guard fisso,  per
    fargli intendere che aveva capito. Ma Ragusa colse soprattutto l'altro
    messaggio.  "Questo Randi." L'aveva detto come se stesse parlando  del
    suo cameriere filippino.  Il sottosegretario,  vivo o morto che fosse,
    era davvero un uomo finito.
    S,  ho delle idee.  Per  preferirei  aspettare  l'esito  dell'esame
    balistico  prima  di  esporgliele.   Non  ci  vorr  molto.  Mi  hanno
    assicurato che  al  pi  tardi  verso  le  sette,  stasera,  avremo  i
    risultati. Luned mattina glieli porter, appena...
    Ottieri  lo  interruppe.  Luned  mattina?  La  stanchezza  ha un po'
    appannato la sua lucidit,  Ragusa. Sorrise indulgente.  Non creder
    per  caso  che  con  un affare del genere in piedi,  con il governo in
    subbuglio,  Palazzo Chigi che mi tempesta  di  telefonate,  i  partiti
    pronti  a  scatenarsi  contro  di  noi,  io  me ne vada a fare il fine
    settimana? Tra poco me ne andr a casa e non mi muover da l.  Appena
    avr in mano i risultati che aspetta, mi raggiunga.
    Senz'altro, signor procuratore.
    Ottieri  si  alz  e  fece il giro della scrivania mentre anche il suo
    sostituto si muoveva. Parl con una certa solennit.
    Ho l'impressione che tra non  molto  dovremo  farle  i  complimenti,
    disse.  Sembra  proprio  che il suo istinto le abbia fatto fiutare la
    pista giusta fin dall'inizio.
    Ragusa lo guard dubbioso. Non lo so, disse all'improvviso.  Non lo
    so.  Vede,  ci sono fatti, cose che non riesco ancora a spiegarmi. Non
    ho finito di  dirle  cosa  c'era  nella  cassaforte.  La  pistola,  le
    pallottole.  Ma  anche  la matrice di un assegno di cinquanta milioni.
    Vorrei proprio sapere a favore di chi.
    Tutto qui? Mio caro amico, non si perda nei dettagli,  se mi permette
    un consiglio.  Perch si meraviglia? Ma se proprio lei ha messo a nudo
    che razza d'uomo fosse questo signore che  per  la  verit  getta  una
    brutta luce sul nostro Parlamento.  Via,  un assegno...  Sarebbe stato
    strano che non ci fosse,  e sollev le sopracciglia in  un  misto  di
    rassegnazione e di condanna.

    Ai  tavoli  della  bottiglieria  dietro  la  Procura Ragusa trov poca
    gente,  come sempre il sabato.  Il fine settimana  era  sacro  per  la
    maggior  parte  dei  giudici,  cancellieri  e avvocati e la vita della
    bottiglieria si identificava con quella del tribunale. Era un peccato,
    diceva lui.  I vini di Rolando erano ottimi,  anche quelli pi a  buon
    mercato,  scovati magari in piccole aziende a conduzione familiare.  E
    anche la cucina,  che era arrivata solo da un paio d'anni proprio  per
    accompagnare  le bevute,  era buona.  Roba casereccia,  i piatti della
    vecchia Roma inventati dai carbonai e  dai  pastori  delle  colline  e
    riscoperti dietro il mattatoio di Testaccio.  L'amatriciana appunto, o
    la  coda  alla  vaccinara,  i  rigatoni  alla  paiata.  E  quell'altra
    squisitezza  che erano gli spaghetti al pepe e pecorino.  Ne ordin un
    piatto con una bottiglia di fresco Trebbiano d'Abruzzo.  E intanto  si
    sprofond  nella  lettura  dei  giornali che quel mattino aveva dovuto
    saltare.
    Salute, Mariano. Come stai?
    Sollev la testa e si trov di  fronte  lo  sguardo  miope  di  Sandro
    Valli.  Non lo aveva affatto visto entrare ma fu felice di incontrarlo
    e di alleggerire con lui la sua solitudine.  Si conoscevano dagli anni
    dell'universit e Sandro aveva fatto di tutto per evitargli "il calice
    amaro della magistratura",  come diceva.  Veniva da una ricca famiglia
    romana  in  cui  l'avvocatura  costituiva  una  tradizione  da   molte
    generazioni. Ma non aveva voluto aspettare la morte o il rimbambimento
    del  padre per diventare titolare di studio.  Aveva contato sull'aiuto
    di Ragusa per mettersi subito in proprio,  e  dopo  il  no  definitivo
    aveva  rotto  i  ponti con l'amico per un paio d'anni.  Gli era andata
    bene comunque,  perch un  infarto  fulminante  gli  aveva  consegnato
    l'eredit del padre prima ancora dei trent'anni.  E ormai Sandro Valli
    era uno dei pi noti  avvocati  romani  con  un  conto  in  banca  che
    cresceva di pari passo con il volume del suo ventre.
    Dall'alto del suo metro e ottanta fissava Ragusa con un sorriso un po'
    sfottente. Beh, non mi inviti nemmeno a sedere? Cazzo quante arie, da
    quando sei diventato famoso...
    Di  Sandro,  non fare lo scemo.  Mettiti a sedere e fatti portare un
    bicchiere. Rolando, chiam Ragusa, un'altra porzione di spaghetti.
    Un bicchiere?  Per fare che,  prendere il tuo veleno?  Ah no,  basta,
    assassino recidivo,  scherz Valli. Poi si fece subito serio. Lascia
    perdere,  Mariano.  Sono a pezzi e non bevo un  goccio  da  due  mesi,
    cristo santo.  Ma non ho alternative. Quella stronza di Myrta ha detto
    che mi pianta se non la finisco di  bere  e  non  dimagrisco.  Non  ho
    alternative. Se mi pianta dove la trovo un'altra moglie alla mia et e
    con questa pancia?
    E tutti i tuoi soldi? Non li conti?
    Figrati, se Myrta se ne va stai tranquillo che mi lascia in mutande.
    Vabb, lasciamo stare. Parliamo di te. Sei l'uomo del giorno.
    Sto  facendo  un'inchiesta  e  nelle  maglie  ci  incappato anche un
    politico di un certo rango. Tutto qui. Che c' di strabiliante?
    Oh niente,  figrati.  Solo che di te e della tua inchiesta si  parla
    perfino  nelle  riunioni  di segreteria del Partito socialista.  E per
    quello che posso immaginare, anche degli altri.
    Ragusa lo guard incuriosito: E tu che ne sai?.
    Valli ricambi con la sua aria di uomo di mondo. E' che tu sei troppo
    orso,  frequenti poco.  Se no sapresti che nel mio salotto si  possono
    incontrare i nomi pi grossi del vertice socialista. Che io sono amico
    personale di Claudio Martelli. E che ho l'onore di essere tra i legali
    di fiducia del Partito socialista.
    Tu? Il giudice toss per il vino che gli andava di traverso. Tu fai
    l'avvocato del P.s.i.? Ma se eri liberale...
    Beh,  e  allora?  Se  per questo,  lo era anche Martelli. Valli non
    sembrava affatto offeso per lo stupore dell'amico. Ma poi a te che ti
    frega? Lo sai che di politica non hai mai capito niente.  Solo utopie.
    In  ogni  caso  non stiamo parlando di me ma di te.  Ti interessa o no
    quello che si dice sul tuo conto?  Guarda,  scemo,  che ti  faccio  un
    favore a riferirtelo. Sono cose riservate.
    Risult  che  a  via  del  Corso l'inchiesta di Ragusa aveva suscitato
    serie preoccupazioni.  Perch mai,  obiett lui,  dal momento  che  il
    principale inquisito era un democristiano?  Valli scosse la testa come
    per  confermare  la  sua  scarsa  stima   nelle   capacit   politiche
    dell'amico.
    Ma non capisci?  Non ti conoscono,  non sanno che tipo sei. Metti che
    impazzisci e cominci  a  vedere  socialisti  dappertutto,  come  certi
    giudici di qualche anno fa?  E poi,  Mariano, non  il caso che fai il
    riservato anche con me.
    Che vuoi dire?
    Lo sai bene. Randi non era mica un eremita, aveva molti amici.  Anche
    tra i socialisti, magari. O no?
    Ragusa  sospir.  E  pensare  che  lui  si  era  sentito sollevato nel
    vederlo. Pos il bicchiere di vino con un sorrisetto agro. Guarda che
    se cerchi informazioni ti puoi risparmiare la fatica.  Non cambi  mai,
    Sandro. Sei sempre lo stesso figlio di puttana.
    Anche  tu  non  cambi.  Sei sempre lo stesso coglione.  Non so fino a
    quando continuer a volerti bene. Si alz  senza  guardarlo.  Afferr
    cartella e cappotto dalla sedia accanto e marci verso la porta mentre
    Rolando arrivava con due porzioni di spaghetti al pepe.

    Ottieri abitava sulla Camilluccia in una splendida villa circondata da
    un  giardino  maestoso,  in cima a via dei Colli della Farnesina.  Nel
    pomeriggio inoltrato ma ancora luminoso Ragusa god del panorama  come
    di   una   vacanza,   una   breve   evasione  dai  meandri  angosciosi
    dell'inchiesta.  Mancuso guidava piano sapendo  di  fargli  piacere  e
    l'Alfetta ronzava a basso regime su per la salita. Erano quasi le sei,
    il  sole scendeva verso l'orizzonte ricoprendo di oro rosso San Pietro
    e le altre cupole della citt.  Non amava mai Roma tanto come in  quei
    momenti.  Gli  sembrava  che  allora  un  potere  arcano  la sfiorasse
    riscattandola dalla volgarit, dal caos,  dalla corruzione.  Doveva ai
    tramonti  la  tenace  sopravvivenza  del  suo amore per Roma.  Mancuso
    s'accorse che la testa del suo capo veleggiava lontano e lo riport in
    via Colli della Farnesina: Siamo arrivati, dottore.
    La macchina imbocc il viale circolare che dal  cancello  della  villa
    portava  alla  casa  e tornava al cancello.  Correva tutt'attorno a un
    prato decorato di siepi di bosso e ingentilito da due fontane  gemelle
    a conchiglia. Nemmeno un uomo che sedeva, come Ottieri, ai vertici del
    potere   giudiziario   avrebbe   potuto   permettersi   una  residenza
    principesca  come  quella.   Il  procuratore  capo   aveva   rimediato
    sposandone  la  proprietaria,  discendente  di  un  ramo cadetto della
    famiglia Chigi.  Come dire i circoli pi  esclusivi  dell'aristocrazia
    romana.  Ragusa  aveva conosciuto donna Domietta l'unica volta che era
    stato ammesso  a  corte,  come  dicevano  tra  loro  i  sostituti,  in
    occasione   di  una  festa  data  da  Ottieri  per  celebrare  i  suoi
    quarant'anni  di   magistratura.   La   ricordava   come   una   donna
    straordinariamente affascinante a dispetto dell'et. E aveva catturato
    lo  sguardo  attento con cui il capo aveva seguito la moglie per tutta
    la serata.  Quella rivelazione  gli  era  parsa  la  conquista  di  un
    vantaggio, finalmente, su un uomo che si mostrava inespugnabile.
    Il   domestico   filippino   apr   la  porta  in  cima  allo  scalone
    rinascimentale e guid il  giudice  per  sale  e  gallerie  ricche  di
    panoplie, armature filigranate di argento e d'oro, ritratti ad altezza
    naturale,  arazzi.  Ragusa  seguiva  distratto  i  passi  dell'ometto,
    cercando di fissare i suoi  criteri  di  condotta  per  il  colloquio.
    Ottieri   interruppe   le   sue   riflessioni  venendogli  incontro  e
    conducendolo lui personalmente nel suo studio.  Tutti e  due  sapevano
    benissimo che si trattava di un segno speciale di benevolenza.
    Il  procuratore  capo  lo fece accomodare nella superba poltrona di un
    salotto Luigi Sedici e prese posto in quella di fronte.  Indossava  un
    impeccabile  abito  grigio  da  lavoro.   Lo  guard  coi  suoi  occhi
    penetranti. Credo di poter indovinare i risultati dell'esame,  disse
    in tono distaccato.
    S,  annu  Ragusa,  la  risposta  alla  nostra domanda  positiva.
    L'arma  quella che ha ucciso il commesso Bianchi.
    Ottieri si concesse un sospiro di sollievo, molto confidenziale. Vede
    che avevo ragione di congratularmi,  gi stamattina?  Lei ha fatto  un
    ottimo  lavoro.  E  le  assicuro  che  sar posta in debito rilievo la
    circostanza che questi risultati sono in gran  parte  frutto  del  suo
    personale spirito d'iniziativa, del suo acume investigativo.
    Ragusa arross davvero, come tutte le rare volte che parlavano bene di
    lui. Ma questo non gli imped di chiedersi dove l'altro volesse andare
    a  parare.  Questi  trasporti  non  erano  da lui.  E perch poi tanta
    soddisfazione?  L'ipotesi che un membro del governo fosse un assassino
    non  rappresentava certo una grana da poco.  A quanto pareva,  il capo
    leggeva nel pensiero,  perch riprese: Lei certamente  potr  trovare
    esagerato,  date le circostanze,  il mio sollievo. Ma se sapesse quale
    peso sono stati per me questi giorni.  Comunque lei merita  di  essere
    messo a parte delle mie valutazioni,  le saranno forse utili anche per
    il suo prossimo lavoro..., e sorrise promettente.
    Vede,   prosegu,   dover  incriminare  per  omicidio   un   membro
    dell'esecutivo,  e  mi  pare  che  non  ci  sia rimedio,   certamente
    spiacevole.  Ma rifletta: Randi  ormai un uomo bruciato,  l'inchiesta
    ha  messo  in luce che razza di depravato fosse.  In pi,  ha avuto il
    buon gusto di sparire dalla circolazione,  magari una volta per tutte.
    Ci sar un po' di chiasso ma il Paese capir.  Consideri ora l'ipotesi
    contraria,  che cio lei avesse avuto torto e Randi fosse stato invece
    estraneo  al delitto.  Noi saremmo ancora alle prese con un misterioso
    assassino annidato nel cuore delle istituzioni. Quale sarebbe stato il
    giudizio dell'opinione pubblica verso il nostro governo, verso di noi?
    Caro  Ragusa,   noi  dobbiamo  esserle  tutti  riconoscenti  per  aver
    consentito  una cos rapida ed efficace chiusura dell'indagine.  Anche
    superando certe comprensibili cautele.
    Cristo, perfino l'autocritica,  pens Ragusa.  Ma che succede?  Poi si
    fece coraggio. Professore, io le sono molto grato per la stima che ha
    voluto   testimoniarmi.   Comprendo   anche   perfettamente   le   sue
    preoccupazioni.  Per,  veramente...  ecco,  io non pensavo ancora che
    l'inchiesta potesse considerarsi conclusa.
    Non capisco. La risposta fu fredda, perentoria.
    Beh,  intanto  quella  pistola  una strana pistola.  Vuol sapere che
    cosa  risultato dal numero di matricola?  Che il suo proprietario era
    un  pensionato  ottantenne...  Si  frug  in  tasca  e ne estrasse un
    foglietto. Come si chiamava... ecco, Fernando Tancredi,  ospite di un
    gerontocomio,  morto  tre  anni fa.  Come quella pistola sia finita in
    mano a Randi... E poi, se permette, le spiego.  E vero,  io ho nutrito
    subito  sospetti  molto  forti sulle responsabilit di Randi in questo
    mistero.  Il rinvenimento della rivoltella nella  sua  cassaforte,  la
    prova che  l'arma che ha ucciso Bianchi, rafforzano gli indizi contro
    l'onorevole. Ma appunto, solo per quest'ultimo delitto. E che rapporto
    c'  tra questo e la morte della Giannone?  Sin dall'inizio mi  parso
    ovvio che fossero collegati,  ma non ho ancora  trovato  un  riscontro
    oggettivo. Una risposta soddisfacente. In pi...
    Aspetti  un momento,  un punto alla volta. Ottieri sembrava di nuovo
    rilassato.  E' questo che  l'angoscia,  il  collegamento  tra  i  due
    episodi?  Ah,  vede  qual    il  guaio delle nature troppo razionali,
    troppo matematizzanti come la sua?  La  fantasia,  l'immaginazione  si
    arrugginiscono.   Il  mondo,   caro  Ragusa,  non    governato  dalle
    simmetrie,  ma dall'estro.  Ebbene,  a me pare chiarissimo quel che  
    successo.  La ragazza,  s,  la Giannone,   stata corrotta da Randi e
    trascinata nei suoi squallidi giochi.  Quando si  resa conto di  quel
    che era diventata,  non ha retto e si  uccisa.  Lei lo sa, in borgata
    le armi circolano.  Bianchi,  il fidanzato,  ha reagito come tutti gli
    uomini  elementari:  ha cercato di vendicarsi di chi aveva rovinato la
    sua ragazza. Magari ricattandolo. Randi  stato pi deciso di lui.  E'
    andato  all'appuntamento a Montecitorio,  ma con la precisa intenzione
    di uccidere. E lo ha fatto. Poi, quando lei lo ha inchiodato, ha perso
    la testa ed  scappato.
    Io non l'avevo affatto  inchiodato,  signor  procuratore.  Non  avevo
    nessuna prova contro di lui. Almeno non per omicidio.
    Certo,  dal  punto  di vista legale poteva ancora difendersi.  Ma non
    aveva importanza.  Dal punto di vista politico  e  sociale  era  ormai
    spacciato.  Nemmeno  i  suoi  amici  di  partito  gli  avrebbero  dato
    appoggio.  In capo a pochi giorni lei avrebbe potuto spedirlo  dinanzi
    alla Commissione Speciale. Non gli  rimasto che sparire.
    Lasciando  qui sotto il nostro naso la prova del suo delitto.  Ma non
    ha senso, non ha senso... Ragusa scuoteva deciso la testa.
    Perch,  lei crede che un uomo costretto a fuggire  abbia  sempre  il
    tempo di ricordarsi dello spazzolino da denti?
    Ma qui,  altro che spazzolino.  Se lo prendiamo,  con una prova cos,
    sono almeno vent'anni.
    Se vuole la mia opinione, dettata dall'esperienza... Non lo troveremo
    mai. Almeno non vivo.
    Ragusa si blocc. Lei pensa?
    Gliel'ho  detto,  l'esperienza.  Un  uomo  di  quel  genere  non  pu
    adattarsi a vivere sottoterra,  come una talpa.  Quando capisce che ha
    perso, lascia la partita.
    E ha bisogno di prendere  l'aereo  per  farlo?  Perch  cavolo...  mi
    scusi,  sapeva  che  Ottieri  odiava  le  infrazioni alla correttezza
    formale,  insomma perch mai ritroviamo la sua macchina all'aeroporto
    di Fiumicino se lui invece  partito per l'ultimo viaggio?  E un'altra
    cosa: com' che nella macchina non c' traccia  di  fumo,  nemmeno  un
    mozzicone di sigaretta?
    Ottieri  lo  guard  perplesso.   Ma  che  dice?  Che  importanza  ha
    questo...
    Ma s,  lo so che non prova niente.  Per  l'ultima  volta  che  l'ho
    visto,   Randi  fumava  accanitamente,  una  sigaretta  dopo  l'altra.
    Sembrava che non riuscisse a controllare altrimenti la tensione. E nel
    momento del crollo,  mentre  costretto a scappare,  possibile che non
    senta pi il bisogno di fumare? Ecco perch mi chiedo se la macchina a
    Fiumicino non l'abbia portata qualcun altro.  D'accordo con lui oppure
    no? Questo mi pare il punto.  L'ipotesi che un aspirante suicida senta
    la necessit di prendere un aereo prima d'ammazzarsi,  mi scusi ma non
    quadra.
    Perch lei non vuol farlo quadrare.  Gliel'ho detto,  non pu dare  a
    un'inchiesta  la  forma  rigorosa di un'equazione matematica.  Vi sono
    incognite che  impossibile risolvere.  Noi non sappiamo se Randi  non
    abbia sentito il bisogno di vedere qualcuno lontano da Roma,  prima di
    decidersi all'ultimo passo.  O se il suo  cervello  non  abbia  ceduto
    dinanzi all'enormit della tragedia...
    Ragusa  cerc  di  cambiare  tattica.   Certo,   professore,  la  sua
    esperienza pu aver suggerito le ipotesi pi  fondate.  Tuttavia,  nel
    corso  di  questo  mio  lavoro,  come  lei  sa,  mi  sono imbattuto in
    personaggi,  in affari che vorrei chiarire.  Proprio per  scrupolo  di
    coscienza,  per tranquillit, prima di mettere la parola fine a questa
    storia. Lei pensi solo a quel mercante d'armi presente nei festini del
    Circeo. Che ci faceva? Perch era l?  E che cos' questa faccenda del
    raggio della morte, nella quale ritrovo di nuovo lui, l'africano amico
    di  Randi?  Insomma,  io  spero  che  lei non voglia esercitare i suoi
    legittimi diritti sull'inchiesta e mi permetta di continuarla  fino  a
    quando anche questi tasselli non andranno a posto.
    Ottieri  rest in silenzio,  riflettendo.  Ragusa sapeva che se avesse
    deciso  di  togliergli  l'indagine  non  avrebbe  potuto  opporsi.  Il
    procuratore  capo si pass una mano in mezzo ai folti capelli,  poi la
    riport sul bracciolo della poltrona. Vede,  disse infine,  io oggi
    volevo anche darle, in via assolutamente riservata, l'anticipazione di
    una  buona notizia.  Il Consiglio superiore della magistratura ha dato
    parere favorevole alla sua promozione.  Tra venti giorni lei  prender
    possesso del suo nuovo ufficio di procuratore capo a Ferrara.
    La  ringrazio,  la  ringrazio  molto,  balbett  Ragusa.  Si riprese
    subito.  Ma allora,  in questo caso,  il mio lavoro avr comunque una
    scadenza  fissata.  La prego,  mi dia ancora dieci giorni,  solo dieci
    giorni per concludere.  Le do la mia  parola  d'onore  che  tra  dieci
    giorni   consegner   gli   atti   al   giudice   istruttore   per  la
    formalizzazione.
    Caro Ragusa,  posso forse dire di no a  un  collega?  Ottieri  aveva
    deciso  e gli stava facendo toccare con mano la sua benignit.  E poi
    non oso contrastare il suo  fiuto.  Anche  se  temo  che  stavolta  la
    porter per tartufi.  Una sola raccomandazione,  la solita.  Prudenza,
    discrezione.


    12.
    Mancuso   lo   aveva   avvertito   subito,    quel   sabato   mattina,
    rintracciandolo  attraverso  le radiomobili della polizia nello studio
    di Randi. Ragusa lo aveva pregato di aspettarlo in Procura. Quando era
    tornato in ufficio  il  maresciallo  gli  aveva  consegnato  la  busta
    commerciale  sigillata  da  una striscia di scotch,  che Daldona aveva
    lasciato.  Ragusa,  quasi stravolto dalla  fatica  e  da  un  pungente
    bisogno di bere,  se ne era andato in trattoria.  Nella busta c'erano,
    fermate da un punto metallico,  alcune cartelle  dattiloscritte  e  un
    biglietto vergato a mano. Il biglietto diceva: "Mi  costato un giorno
    di meno a Venezia, ma tutto sommato anche questo  un gioco. Eccole un
    promemoria sulla base di quello che sono riuscito a ricostruire qui da
    noi. Non so se tutto ci abbia un significato. Buon divertimento. D."
    La sera,  a casa, Ragusa si accomod sulla poltrona, vers tre dita di
    vino bianco  nel  bicchiere  e  rilesse  il  promemoria  con  maggiore
    attenzione.

    "Quando  si  parla  di  raggio  della  morte,   si  fa  riferimento  a
    un'invenzione  basata  su  princpi  non  noti  e  su  caratteristiche
    tecniche segrete. Secondo il poco che se ne sa, la macchina realizzata
    produrrebbe  degli  antiatomi  in  base al programma che si predispone
    (carbone,  ferro,  silicio,  alluminio,   eccetera).   Occorre  perci
    conoscere  l'elemento  sul quale si vuole agire e la percentuale dello
    stesso presente nell'oggetto  sul  quale  si  vuole  operare.  Secondo
    sommarie  informazioni  di  cui  sarebbe in possesso l'amministrazione
    americana,  il sistema  non  comporterebbe  impiego  di  energia.  Per
    l'avviamento  consumerebbe  due  decimi di watt e produrrebbe in tempi
    infinitesimali (un milionesimo di secondo) dei "blocchi" di antiatomi,
    in cubi che vanno da 2 centimetri fino a 2 metri.  La distanza che gli
    antiatomi  potrebbero  percorrere muovendosi alla velocit della luce,
    dipende dalla vita che  stata programmata per loro:  andrebbe  da  un
    minimo  di 2 metri a un massimo di 1500 chilometri.  Per percorrere la
    distanza massima la vita da programmare  sarebbe  di  5  millesimi  di
    secondo.  Si  tratterebbe,  in  sostanza,  di un vero e proprio raggio
    antimateria.
    La storia  cominciata molti anni fa.  Appena finita la seconda guerra
    mondiale,  a Chiari,  in provincia di Brescia, fece ritorno un soldato
    che afferm di essere riuscito ad impadronirsi dei  piani  di  un'arma
    segreta  nazista  in  grado  di  distruggere la materia.  Naturalmente
    nessuno gli diede credito e la storia venne dimenticata.
    Se ne riparl oltre venticinque anni dopo,  quando fra gli abitanti di
    Chiari  gir  la  voce  che  il vecchio soldato aveva regalato i piani
    della macchina a un giovane  compaesano,  un  certo  Rolando  Pelizza,
    figlio  della  proprietaria  di  un  negozio  di  scarpe  con  fama di
    fantasioso spendaccione.
    Se ne riparl  ancora  qualche  anno  pi  tardi,  quando  il  Pelizza
    incontr un ex colonnello dei Servizi, Massimo Pugliese. Il colonnello
    Pugliese   s'interess   alla   faccenda:   offr  a  Pelizza  la  sua
    collaborazione e si mise in movimento,  tentando di interessare uomini
    politici   italiani   e   stranieri.    Pare   che,   direttamente   o
    indirettamente, vennero contattati Piccoli, Andreotti,  che era allora
    presidente del Consiglio,  forse il socialista Mancini e forse perfino
    l'allora presidente della Repubblica,  Leone.  Pugliese,  che  era  di
    sentimenti  e  di  conoscenze  monarchiche,  and  anche a Ginevra per
    ottenere  da  Vittorio  Emanuele  di   Savoia   un   appoggio   presso
    l'amministrazione americana.
    Gli  americani  si  mostrarono  subito interessati e Pugliese consegn
    all'ambasciata, a Roma, un videonastro registrato. Pare che Washington
    facesse sapere di aver stanziato un miliardo  di  dollari,  tanto  per
    "coprirsi"  nell'acquisto  del brevetto,  e 250000 dollari per i primi
    esperimenti,  chiedendo  per  altre  prove  preliminari.   Il  gruppo
    rappresentato  da  Pugliese  non  voleva,  com'  ovvio,  dare  troppi
    particolari,  n far vedere troppo,  prima di aver ricevuto un congruo
    acconto.
    Arriv allora in gran fretta a Roma un inviato speciale del presidente
    Ford,  Matthew Tutino. A nome dei ricercatori italiani Pugliese chiese
    una caparra che pare ammontasse a cinque milioni  di  dollari.  Tutino
    domand  che  prima,  come  prova  definitiva,  il  raggio della morte
    abbattesse un satellite americano ormai fuori uso.  Gli  inventori  si
    tirarono  indietro  e intensificarono i contatti col governo italiano.
    Allora Robert Parker,  del Dipartimento  di  Stato,  invit  Tutino  a
    stringere i tempi.
    Probabilmente  per avere il maggior numero possibile di agganci con il
    governo italiano,  il gruppo diretto da Pelizza  e  Pugliese  contatt
    anche il socialista Loris Fortuna, allora presidente della Commissione
    Industria della Camera. Comparve una societ con sede in Liechtenstein
    che  divent proprietaria del brevetto "raggio della morte".  Pugliese
    ne divenne procuratore e  Fortuna  -  che  poi  mor  nel  1985  -  il
    consulente legale.
    Da  allora  pi  nulla.  La cosa sembra caduta.  I personaggi sembrano
    volatilizzati.  E' possibile che si tratti di un tentativo di  raggiro
    in grande stile. Esisterebbero un paio di testimonianze di persone che
    avrebbero  personalmente assistito a un esperimento,  secondo le quali
    la macchina puntata contro una roccia distante seicento metri  avrebbe
    provocato  un  buco  di  notevoli dimensioni.  Secondo fonti riservate
    americane,  invece,  i pochi esami che sarebbero stati fatti avrebbero
    accertato  la presenza di potassio sul legno e di alluminio e magnesio
    sul ferro: il che farebbe ritenere che il  sistema  proposto  comporta
    l'impiego di sostanze chimiche e non di antiatomi".

    Ragusa pos il promemoria sul tavolinetto,  vers un altro po' di vino
    nel bicchiere e chiuse gli occhi. Dove diavolo era Evelina?  Possibile
    che  soltanto  fuori  di  casa  riuscisse a placare la sua frenesia di
    sentirsi viva, giovane e desiderata?  E quel vagare contraddittorio da
    un  amico  eroinomane  a  un  concerto  di  Vivaldi,  da un navigatore
    solitario e fanfarone alle conferenze sull'arte cinese,  da  un  poeta
    fallito alla ripresa di "Delitto e castigo"... Apr gli occhi e guard
    le pagine dattiloscritte sul tavolino.  La cosa pi razionale da fare,
    vista la ristrettezza del tempo che Ottieri gli  aveva  concesso,  era
    imboccare  subito  la  strada pi difficile ma pi diretta.  Di sabato
    sera come avrebbe potuto contattare Andreotti?
    Gli venne in mente che,  in quanto ex presidente del Consiglio,  molto
    probabilmente   Andreotti   fruiva  ancora  del  servizio  di  ricerca
    riservato della batteria di Stato collegata con Palazzo Chigi o con il
    ministero dell'Interno. La batteria aveva sempre tutti i recapiti dove
    era rintracciabile in qualsiasi momento un uomo politico  di  rilievo.
    Ragusa  cerc i numeri sulla sua agendina e form il primo.  Disse chi
    era e chi cercava e rest al microfono.  Dopo qualche minuto  la  voce
    dell'agente  di  servizio,  preceduta  da  un  "clic",  disse: "Dottor
    Ragusa?  Parli pure".  Ci fu qualche attimo di silenzio,  poi una voce
    femminile,  professionale ma cortese, gli chiese cosa desiderasse e se
    si trattava di una cosa assolutamente urgente.
    "Il presidente", disse la voce,  "questa sera non pu essere raggiunto
    e domattina parte per Bonn."
    "E molto urgente",  disse Ragusa. "Se il presidente potesse trovare un
    minimo di tempo, anche pochi minuti..."
    "Attenda un attimo", disse la voce.
    Ragusa aspett pazientemente,  sorseggiando  il  suo  vino.  La  linea
    sembrava caduta.  Infine si sent un nuovo "clic".  "Dottor Ragusa? Il
    presidente l'aspetta domattina nel suo ufficio alle otto in punto.  Ma
    non pi tardi, mi raccomando."
    "Grazie", disse Ragusa. "In piazza Montecitorio?"
    "In piazza Montecitorio al numero sei", conferm la voce.

    Dietro  la scrivania,  curvo su alcuni foglietti fitti d'appunti - una
    grafia minuta,  ordinata,  forse la sua - Andreotti gli  sembr,  alle
    otto  di  quella  domenica  mattina,  ancora pi sottile di quanto non
    apparisse nelle fotografie o in televisione,  quasi fragile.  Alz una
    mano e l'agit appena, lieve come una farfalla. Sorrise.
    Si  accomodi,  dottor  Ragusa.  Mi  dispiace di averla costretta a un
    appuntamento a quest'ora. Ma sa,  gli impegni dei politici...  Sono in
    partenza per il convegno dei democratici cristiani tedeschi.
    Ragusa pasticci qualche attimo cercando il fazzoletto,  poi si soffi
    educatamente il naso.  Aveva  la  sensazione  di  trovarsi  nel  posto
    sbagliato  con  la  persona  sbagliata,   e  quell'uomo  gli  incuteva
    soggezione.  Andreotti lo guardava con curiosit,  quasi con simpatia,
    gli parve, ma lui annasp un poco.
    Ho  creduto  che  avrei  fatto bene,  disse,  ...sa come sono certe
    questioni delicate... Qualche volta delle indiscrezioni possono essere
    fantasiose o false,  ma tutto pu servire per  chiarire  le  idee.  Le
    sarei veramente grato se potesse aiutarmi.
    Lo  dice  a me che sono cos pignolo.  Mi dica,  mi dica,  lo esort
    amichevolmente Andreotti.  Immagino,  aggiunse tranquillo,  che lei
    sia qui per quella triste vicenda dell'onorevole Randi.  Chi l'avrebbe
    mai creduto.
    Ragusa riprese coraggio. No, non sono qui per questo. Lo avrei fatto,
    molto probabilmente, onorevole, se la storia non si fosse conclusa nel
    modo che immagino sappia.  Oggi mi sembra  inutile.  Non  posso  certo
    pensare  che lei sa dove si nasconde Randi e che cosa,  quali molle lo
    abbiano spinto. S'interruppe un momento,  poi disse tutto d'un fiato:
    Il  fatto  ,  signor  presidente...  onorevole,  che  nel  corso  di
    un'indagine che sto conducendo  saltato fuori  il  suo  nome  in  una
    storia di armi davvero poco credibile.
    Il mio nome?  Una storia di armi? Andreotti sembrava divertito. Oh,
    Signore, ci mancava anche questa. E chi le avrebbe fatto il mio nome?
    Mi scusi, signor presidente. Il segreto d'ufficio...
    Lasci stare il signor presidente, che non lo sono pi da tempo. Ma di
    che si tratta?
    Il fatto , disse Ragusa cincischiando il fazzoletto, che non lo so
    bene nemmeno io. Dovrebbe trattarsi di una scoperta clamorosa, un'arma
    segreta. O forse una truffa.
    Un'arma segreta? Ah, forse ho capito,  sorrise Andreotti: Non so se
    posso parlargliene, non dico che sia una questione coperta dal segreto
    militare...  Ma tanto prima o poi salter fuori, questo  il paese del
    segreto di Pulcinella.  E poi....  Scroll il  capo,  a  mostrare  il
    proprio  scetticismo.  Deve  essere  la  storia della superarma,  del
    raggio della morte...  Per me  un superbidone.  Ma chi pu mai  dire.
    Che cosa vuol sapere?
    Tutto quello che sa, se  possibile. E che cosa c'entra lei.
    C'entro   perch  la  storia  risale  a  quando  ero  presidente  del
    Consiglio.  Mi pare di ricordare che un giorno venne da me l'onorevole
    Pedini, allora ministro della Ricerca scientifica, e m'inform di aver
    avuto  notizia di una scoperta di un gruppo di ricercatori privati che
    poteva essere di  grande  rilievo,  soprattutto  dal  punto  di  vista
    militare.  Si trattava, mi disse, di un raggio capace di distruggere a
    distanza anche materiale molto consistente.  Il ministro mi chiese  se
    era  possibile incaricare qualche organismo tecnico di valutare questa
    scoperta. Io pensai al presidente del Comitato nazionale per l'energia
    nucleare, il professor Clementel, e gli affidammo il compito.
    Cos, senza accertamenti preventivi?
    Dell'accertamento  incaricammo,   per   l'appunto,   Clementel,   uno
    specialista. Non le pare?
    Non mi fraintenda,  onorevole. Ma uno viene, parla di un raggio della
    morte e nessuno non dico si mette a ridere, ma insomma  scettico...
    Caro amico,  sorrise Andreotti,  io ero scettico perch ne ho viste
    troppe  nella  vita.  Ma  mi  ricordo sempre che esistono pi cose tra
    cielo e terra...  Comunque chi venne da me non era uno qualsiasi.  Era
    il  ministro  Pedini,  e Pedini  un uomo di scienza.  Del resto sulla
    questione venni sensibilizzato dall'onorevole Piccoli.  E poi anche da
    un altro, l'onorevole Fortuna... quello del divorzio, ricorda?
    A Ragusa sembrava di nuotare in mare aperto.  Piccoli,  Fortuna...  E
    loro che c'entravano?
    Anche a Piccoli, per quel che ricordo,  era arrivata l'informazione e
    aveva  giudicato  opportuno  interessarmi.   Non  so  come  gli  fosse
    arrivata.  Pu essere attraverso i Servizi Segreti,  magari ci conosce
    qualcuno. Pu essere andata cos. Fortuna invece mi disse di essere il
    legale delle persone titolari della scoperta. Ecco tutto.
    Ragusa  si  mosse  a  disagio  sulla poltrona.  Che poteva significare
    quella  storia?  Perch  Daldona  lo  aveva  messo  su  quella  pista?
    Andreotti  sembrava  desiderare  che  il colloquio finisse l,  ma non
    appariva seccato. Lui toss.
    Ah, la ringrazio. Per non so come and a finire la questione. Non le
    dispiace?
    Andreotti sospir brevemente.  In tutta franchezza non lo so,  dottor
    Ragusa, perch subito dopo passai le consegne. Non erano lunghe allora
    le stagioni di un presidente del Consiglio...  Comunque,  e sempre per
    quel che ricordo,  il professor Clementel in un primo tempo mi  rifer
    di   aver   visto   una   documentazione   cinematografica   piuttosto
    impressionante, sembrava trattarsi di antiatomi o qualcosa del genere,
    sa, diavolerie di cui francamente non so molto. E che i titolari della
    scoperta erano in contatto con gli  americani,  per  vendergliela.  Si
    parlava allora di cifre enormi...  Ma la cosa che mi rendeva scettico,
    oltre alla mia naturale inclinazione,  era che il gruppo - si  parlava
    di  un  gruppo  europeo  - era,  come dire,  gestito da un personaggio
    curioso, poco affidabile.
    Chi era, posso saperlo?
    Pensi un po'.  Il discendente  di  quel  grande  pittore...  come  si
    chiama,   Pelizza  da  Volpedo,   ecco,  si.  Un  discendente  un  po'
    chiacchierato,  che aveva avuto qualche impiccetto con  la  giustizia,
    che  frequentava  personaggi non chiari.  Ma,  le ripeto,  sembrava un
    affare  di  Stato  consistente  e  io  ho  imparato  a  non  lasciarmi
    trascinare  dalle  apparenze.  Fra  l'altro,  mi  pare  di  ricordare,
    qualcuno mi disse che il  nostro  Piccoli  si  era  detto  disposto  a
    partire  subito  per  Washington  e che aveva commentato: "E' l'ultimo
    sogno dell'uomo", o qualcosa del genere.  Comunque poi Clementel torn
    da me e mi rifer i suoi dubbi perch fra l'altro, avendo richiesto di
    esaminare  la  macchina  che produceva questo raggio della morte,  gli
    erano state opposte strane difficolt. E qui termina la mia conoscenza
    diretta dell'argomento perch,  come le ho detto,  la crisi di governo
    pose fine al mio mandato.
    Erano  molte  le  domande  che turbinavano nella testa di Ragusa ma la
    prima gli sembr quasi obbligata: In questa storia le risulta che  il
    sottosegretario Randi ci entrasse per qualche verso?.
    Lo  escluderei,   disse  Andreotti.  Non  parlo  per  abitudine  di
    questioni di governo con  i  miei  collaboratori  di  partito.  Randi,
    allora,  non  era  nemmeno  sottosegretario,  mi pare.  Anzi,  ne sono
    certo.
    Ora aveva serrato la bocca,  non sorrideva pi e aveva tutta l'aria di
    doversi  dedicare in gran fretta a un mucchio di cose urgenti.  Ragusa
    si alz e Andreotti gli tese a mezza  strada  quella  mano  morbida  e
    pigra,   scuotendo  appena  la  testa.   Strano  paese,   il  nostro.
    Arrivederla.

    Ragusa rest in casa fino al pomeriggio,  trascinandosi dal letto alla
    poltrona,  oppresso  da  un  lancinante mal di testa.  Aveva terminato
    molto presto il suo colloquio con Andreotti e si era  ritrovato  nelle
    strade vuote di quella Roma domenicale, con lo scampanio di San Pietro
    che  preannunciava il discorso del papa ai fedeli.  La sua depressione
    era aumentata e aveva ripreso la via di casa.  Evelina,  che  la  sera
    prima  era  tornata molto tardi,  dormiva ancora con la testa sotto il
    cuscino  e  lui  aveva  cercato  di  non   fare   rumore   armeggiando
    ripetutamente  in  cucina attorno alla macchinetta per il caff che si
    rifiutava di  funzionare.  Alla  fine  della  mattinata  la  luce  che
    filtrava  dalle  imposte  ancora sbarrate della sala al pianterreno si
    era fatta pi intensa e Ragusa si era deciso a sbirciare fuori.  Aveva
    aperto  la  porta  e il sole lo aveva investito ferendogli gli occhi e
    quasi strappandogli un gemito. Il cielo incerto del primo mattino, con
    nuvole corsare a minacciare Roma,  era stato spazzato  dal  vento  che
    l'aveva reso limpido.  L'aria era frizzante e pulita.  L'azzurro senza
    sbavature e il verde argentato degli alberi scintillavano  sulla  neve
    residua  dei prati.  Un filo di fumo si levava dalla valletta ai piedi
    della collina dove un bambino sorvegliava un gregge di pecore agitando
    una pertica.
    Ragusa  si  era  diretto  verso  la  costruzione  bassa  dove   teneva
    l'automobile  e  gli  attrezzi.  Aveva  preso un badile e cominciato a
    spalare la neve rimasta lungo i vialetti che dal cancello  conducevano
    al  garage-magazzino e al porticato.  Col sudore,  il mal di testa era
    andato attenuandosi.  Aveva pensato a lungo agli avvenimenti di quelle
    giornate,  alle  cose  che  aveva  saputo  e  a quelle senza risposta,
    cercando di inquadrare ogni elemento in un contesto  razionale.  C'era
    una  logica  o  aveva ragione Ottieri,  ed era lui a costruire scenari
    inesistenti?  Erano spezzoni  di  uno  stesso  enigmatico  spettacolo,
    oppure episodi slegati che disegnavano una prospettiva mistificante?
    Aveva  riflettuto  che  ormai  la sua ricerca sembrava non offrire pi
    nessun appiglio.  Il punto morto significava che era lui a  congegnare
    una commedia arbitraria?  In questo caso la sua era pura infatuazione,
    astioso gioco di rivalsa, conferma di nevrosi non risolte. Era tornato
    in casa,  aveva afferrato il telefono e formato  il  numero  di  Nanni
    Guercini.   Il  giornalista  si  era  scusato  con  lui.  Era  rimasto
    sbalordito di fronte alla vicenda di  Randi,  di  cui  quella  mattina
    erano  pieni  i  giornali.  Non  gli  aveva  mentito  dandogli  quelle
    informazioni la sera della festa a casa sua: fino  ad  allora  nessuno
    aveva potuto sospettare che l'immagine consolidata di un uomo politico
    da rispettare nascondesse quella di un maniaco sessuale.
    "Lascia  stare",  gli  aveva  detto Ragusa,  " pu capitare a tutti di
    sbagliare."
    "No, mio caro", gli aveva risposto Guercini.  "Tu sai benissimo che io
    non  guardo  troppo  per  il sottile e che frequento gente di tutte le
    risme perch mi serve.  Ma  segno che mi serve a poco,  se poi non ho
    le  informazioni  giuste e se non riesco a giudicare,  magari soltanto
    per intuito,  gli uomini politici che sono  il  mio  pane  quotidiano.
    Comunque  voglio  che  tu  sia certo che ti avrei detto la verit,  se
    l'avessi saputa e se il  mio  naso  non  avesse  preso  una  colossale
    cantonata."
    Ragusa  gli aveva chiesto il numero di telefono di Lia Kaltenbrunner e
    Guercini gli aveva dato quello privato: "E' domenica,  forse la  trovi
    in  casa".  Poi  aveva fatto una risatina: "Ti ha affascinato il mondo
    misterioso della parapsicologia, oppure qualcos'altro? Evelina  fuori
    Roma?".
    "Ha una bocca straordinaria", aveva risposto Ragusa, sornione.
    "In cambio", aveva detto Guercini,  "potresti dirmi se ci sono novit,
    per Randi."
    "Nessuna novit.  Tu invece potresti dirmi se questa storia sta avendo
    riflessi nel mondo politico.  Che succede  nei  partiti?  Faranno  una
    crisi?"
    "Beh,  puoi immaginartelo.  Le solite cose.  Bagarre nella D.c.  pro e
    contro Andreotti,  come sempre,  ma difesa del  governo  che  non  pu
    essere  implicato  eccetera,  conosci  la solfa.  Ai socialisti questo
    governo non  che piaccia tanto  ma  scrivono  sull''Avanti!'  che  si
    opporranno a ogni tentativo di speculazione.  I repubblicani darebbero
    volentieri una spallata,  ma Spadolini frena: la  questione  morale  
    fondamentale,  ma  non  si  pu  demonizzare  n governo n Democrazia
    cristiana. I comunisti sono nei guai,  come sempre.  Potrebbero aprire
    un forte scontro perch sono quasi tutti convinti che Randi  soltanto
    il  sintomo  di  una  situazione  che  va  marcendo: ma pensano che un
    attacco potrebbe isolarli e  portare  a  ulteriori  irrigidimenti  del
    presidente  del Consiglio.  Insomma,  sai come stanno le cose: c' chi
    pecca per interesse e chi per omissione."
    Ragusa aveva fatto, subito dopo,  il numero di Lia Kaltenbrunner.  Era
    parsa piacevolmente sorpresa e aveva accettato il suo invito.  No, non
    aveva niente da fare, potevano prendere un t da Babington,  alle sei.
    Evelina  si  era  alzata  di  pessimo  umore.  Nel frigorifero c'erano
    soltanto due uova e Ragusa  aveva  preferito  andarsene  a  letto,  in
    attesa che si facesse l'ora d'uscire,  per smaltire la stanchezza e il
    residuo mal di testa.  Quando si era alzato,  Evelina non era  pi  in
    casa:  qualcuno doveva esser venuto a prenderla perch la macchina era
    ancora nel garage.  Le aveva lasciato un vago biglietto,  non sapeva a
    che  ora  sarebbe tornato.  Alle sei meno un quarto aveva parcheggiato
    l'auto nell'immenso garage sotterraneo di Villa Borghese  e  le  scale
    mobili  lo avevano trasportato fino all'uscita fra le vecchie e nobili
    palazzine di piazza di  Spagna.  Alle  sei  in  punto  era  davanti  a
    Babington.
    La  vide  sbucare da via Frattina col suo incedere leggero e ieratico,
    fra la folla colorata della domenica,  e  prov  un'emozione  sorda  e
    violenta. Lia sorrise appena, arricciando le labbra e prendendogli una
    mano.  C'era  poca  gente  da  Babington  e  sedettero  nella penombra
    dell'angolo pi appartato.  Lia  continu  a  tenergli  la  mano  e  a
    guardarlo assorta, senza parlare.
    Desideravo molto rivederti, disse infine senza cambiare espressione.
    Cominciavo a pensare di non essere pi capace di mandare messaggi.
    La fiss stordito. Messaggi?
    Lia  indic  la  propria  fronte.  Trasmissione  del pensiero.  O hai
    dimenticato chi sono?
    Ragusa rise.  Sentiva il cervello in fiamme e il desiderio riaffiorare
    dai circuiti logorati. Non sarebbe mai riuscito in quella condizione a
    fare ci che doveva fare.
    Vorrei, disse, portarti a cena.
    E poi a letto?
    Ragusa avvamp e a ridere questa volta fu Lia.  Sono contenta. I miei
    messaggi funzionano ancora. Per prima vorrei cambiarmi.  Ogni momento
    ha il suo abito.
    Ragusa  aveva  lasciato  la macchina al parcheggio di Villa Borghese e
    Lia lo aveva pilotato fino a una Mini color argento,  nuova di  zecca.
    Poi  si  era svincolata dal traffico serale imboccando i sottopassaggi
    del Murotorto e sbucando  davanti  al  monumento  al  Bersagliere  che
    suonava la carica contro le mura di Roma papalina.  Lia abitava in una
    di quelle strade secondarie che s'intrecciano sul  lato  destro  della
    Nomentana,  subito dopo Porta Pia, aperte all'inizio del secolo pi in
    base alla comodit dei ricchi abitanti di quei villini isolati  che  a
    razionali   piani   regolatori.   Adesso  gli  spazi  tra  le  vecchie
    costruzioni  rossastre  si  erano  ristretti  e  le   bifore   leziose
    guardavano su minuscoli giardini soffocati dai palazzi moderni. Si era
    addentrata  in  un  piccolo giro vizioso e aveva infine fermato l'auto
    davanti a un cancello.  Dietro  le  sbarre  premeva  una  microscopica
    foresta   che   in  pochi  metri  quadrati  intricava  rigogliosamente
    rampicanti,  aceri  del  Giappone,   palme  nane  e  arbusti  di  rose
    selvatiche.  Erano  saliti  a piedi fino all'ultimo piano e poi ancora
    pi su, lungo una scala stretta, fino al superattico.
    Lia fece scattare ripetutamente la serratura di sicurezza e accese  la
    luce,  invitando Ragusa ad entrare con un piccolo gesto regale.  Abbi
    pazienza dieci minuti,  disse  lasciandolo  solo.  Intanto  guardati
    intorno e bevi qualche cosa. Le bottiglie sono l, nella libreria.
    La porta d'ingresso si apriva direttamente su un soggiorno al quale la
    sapiente   mano   di   un  architetto  aveva  accreditato  un'ampiezza
    inesistente,  puntando sui chiaroscuri delle pareti e  su  un  piccolo
    arco  candido  che  schiudeva  la  prospettiva di una terrazza pensile
    attraverso una parete  di  cristallo.  La  terrazza  aveva  lo  stesso
    pavimento del soggiorno,  di rustico cotto toscano,  e la luce dei due
    faretti nascosti tra i ciuffi di verde  si  perdeva  nel  buio  e  nel
    vuoto.  C'era una libreria incassata nel muro e di fronte un divano di
    tela grezza,  basso e largo,  con due grandi cuscini di  pelle  in  un
    angolo.  Nello  spazio  vuoto  creato  dal  piccolo  arco un tavolo di
    variegato massello di noce,  sorretto da uno stelo a  tre  piedi,  era
    circondato  da alcune seggiole rivestite di velluto rosso.  Dall'altra
    parte una scrivania in disordine, quasi interamente coperta di libri e
    di riviste,  con un lume a candelabro e  una  poltrona  rigida,  dallo
    schienale  alto.  C'era  un quadro soltanto,  su una parete bianca,  e
    Ragusa si sofferm a guardarlo.  Era un ritratto bizzarro,  il viso di
    un  uomo  dai  contorni  imprecisi  che  attraverso  un gioco di linee
    sottili e di macchie di colore lasciava intravedere,  o forse  intuire
    soltanto,  il  muso  di  una  capra.  Sullo sfondo,  dietro quel volto
    indecifrabile,  si estendeva uno spazio sconfinato e confuso,  in  una
    fuga  di  gigantesche  campate.  Ragusa ne prov un lieve disagio,  la
    sensazione spiacevole di un paesaggio noto e ostile,  e quasi sobbalz
    alla voce di Lia.
    Ho  avuto  un'idea.  Era ferma,  sulla soglia della porta che doveva
    immettere nella stanza da letto, e un sari viola di seta cruda formava
    intorno al suo corpo un'aureola  trasparente.  Sorrideva  composta,  i
    lunghi  capelli  striati di bianco sciolti lungo le spalle,  fino alla
    vita.  Mosse un passo verso Ragusa e gli pos le  mani  sulle  spalle.
    Perch  non mangiamo qui da me?  Ti preparer un piatto indiano.  Non
    voglio stare in mezzo agli altri.
    Io,  non voglio stare in mezzo  agli  altri.  E  non  voglio  nemmeno
    mangiare, mormor Ragusa.
    La voce di Lia era soltanto un alito di vento tiepido.  Vieni. Sent
    la mano di lei prendere la sua,  guidarla lungo  il  fianco,  premerla
    sulla vita e sul seno cedevole.  Le cerc la bocca, e lei sfugg, come
    quella notte sul terrazzo. No. Vieni, vieni di qua.
    La seta azzurra che rivestiva la stanza  mandava  un  luccichio  tenue
    alla  luce  di  una candela che profumava,  consumandosi,  su un basso
    tavolino di cristallo. Il letto era imbottito di piuma.
    Non muoverti, disse la voce impercettibile di Lia, voglio vederti.
    Rabbrivid di eccitazione e di pudore per il suo corpo pallido  mentre
    le  mani di lei lo sfioravano,  aprivano,  scioglievano.  La vide,  le
    labbra semiaperte,  gli occhi febbricitanti,  sfilare  la  camicia  di
    flanella,  inginocchiarsi.  Sent  le mani posarsi sul suo petto,  poi
    scendere ad armeggiare con la cintura,  slacciarla,  e la aiut perch
    lo liberasse dei pantaloni e dello slip.  Lia alz gli occhi smarriti,
    avvicinando la gota al suo sesso ma  lui  l'afferr  per  le  braccia,
    sollevandola.
    No. Adesso tu.
    Il  corpo  di  Lia sbocci dal sari,  nudo e dorato.  La sua pelle era
    liscia, compatta,  senz'ombra di lanugine sul ventre magro.  Gli occhi
    chiusi,  tremando, lasci che le mani di lui percorressero la schiena,
    i glutei duri e raccolti,  le cosce guizzanti di  muscoli  sottili,  i
    seni  da  fanciulla.  Si lasci piegare sul letto,  con un gemito,  le
    labbra aperte: ma quando lui le cerc,  allontan la faccia.  La bocca
    di Ragusa discese lungo il suo ventre e lei cominci a gridare.
    Gli  sembr di aver dormito un poco,  sfinito.  Lia,  in ginocchio sul
    letto, gli porgeva una sigaretta accesa,  sorridendogli.  Gli venne in
    mente  che  stava  cercando  di smettere di fumare e fece di no con la
    testa.  Guard il corpo nudo di lei e istintivamente si copr  con  un
    lembo  della  coperta  imbottita.  La  pelle di Lia mandava un profumo
    lieve.  La sua febbre non era svanita,  ma lo stordimento era passato.
    Le prese una mano e rise. Lei lo guard interrogativamente.
    Penso  a come siamo fatti.  Tu sei l'unica donna capace di farmi fare
    l'amore in qualsiasi momento.  Anche adesso,  che  lo  abbiamo  appena
    fatto.
    Non c' nulla di strano, disse Lia. Le prime volte  sempre cos.
    Non hai capito,  disse Ragusa. Io sono un po' particolare. Si rese
    conto  che  stava  per  dirle  cose  che  soltanto  lui   ed   Evelina
    conoscevano, ma continu a parlare. Io sono impotente.
    Non direi, sorrise Lia.
    Quasi del tutto. Con la mia... con Evelina mi riesce molto raramente.
    E non ho mai stimoli,  desideri.  Li ho riprovati con te, sul terrazzo
    di Guercini.
    Sia benedetto Guercini. Ti sei fatto vedere da un medico?
    Non c' bisogno.  So da che dipende.  Ma non  m'importa,  se  con  te
    funziona. Mi ecciti sempre, ogni volta.
    Anche  tu  mi  fai  quell'effetto.  Buon  per  te  che ci siamo visti
    soltanto due volte.
    Ma io, disse Ragusa, ti ho incontrato pi di due volte.
    Lei lo guard perplessa. Il tuo nome, prosegu lui lentamente, l'ho
    incontrato in una villa del Circeo,  dove si fanno foto di gruppo  con
    signori.
    Oh,  disse  Lia.  Capisco.  L'espressione  del  suo  volto non era
    cambiata,  gli occhi erano profondi e tranquilli.  Io ho detto che mi
    ecciti,  non  che  mi  ecciti  soltanto  tu.  Il  poco  e  il molto si
    bilanciano,  su questa terra.  Tu sei un po' impotente ed  io  un  po'
    ninfomane. Mi piace, mi piace farlo. E' peccato?
    No,  non era peccato,  disse malinconicamente Ragusa.  Ma lei che cosa
    sapeva di Randi, perch si trovava in quel giro?  Che domanda sciocca,
    i  suoi  amici  erano tanti,  nei salotti si conosce tanta gente.  Gli
    amici del sottosegretario, i frequentatori della villa al Circeo?  Oh,
    dal capo della polizia al presidente della Confindustria,  dal capo di
    Stato Maggiore della Marina al  ministro  della  Pubblica  Istruzione.
    Yusuf?  Mai sentito nominare questo arabo.  Di pelle nera?  Un paio di
    volte erano arrivati ragazzi di colore,  ma in quanto ai loro  nomi...
    No, Jolanda Giannone no. Quella bella ragazza la cui foto era su tutti
    i giornali non l'aveva mai vista prima.
    Tu,  disse  Ragusa,  non sai per caso se Randi avesse qualche altro
    recapito, a Roma, oltre quelli ufficiali? Magari un pied--terre per i
    suoi giochi proibiti?
    Aveva posto quella domanda ma la risposta quasi non  gli  interessava.
    Eleonora,  quel giorno al Circeo, era troppo spaventata per cercare di
    ingannarlo.  E nomi illustri ne aveva fatti,  forse anche sperando che
    potessero  essere per lei una difesa.  Ma non aveva citato - e sarebbe
    stato naturale farlo  -  quelli  dei  personaggi  altrettanto  potenti
    citati invece da Lia. Qualcosa non tornava.
    Un pied--terre?, disse Lia sorridendo. No, mai saputo.


    13.
    Tarcisio Melandri fu categorico. Accettava volentieri di incontrarlo e
    date le circostanze si stupiva,  anzi, di non averlo sentito prima. Ma
    se aveva tutta quell'urgenza allora  gli  poteva  concedere  solo  una
    mezz'ora,  tra una votazione e l'altra, a Montecitorio. Ragusa rispose
    che se la sarebbe fatta bastare e a mezzogiorno in punto varc per  la
    seconda volta in pochi giorni il portone della Camera dei Deputati.
    Il  commesso  dietro  il gabbiotto di vetro blindato lo inform che il
    segretario del ministro  per  il  Commercio  con  l'estero  gli  stava
    venendo  incontro.  Avrebbe  provveduto  lui  ad  accompagnarlo da sua
    eccellenza.  Ragusa,  che non riusciva mai ad afferrare i  nomi  nelle
    presentazioni,  anche  stavolta  non cap quello del ragazzone che gli
    porse una mano muscolosa mentre con  voce  baritonale  lo  invitava  a
    seguirlo.  S'accorse  che  il  giovanotto  ostentava,  insieme  con la
    cravatta regimental su completo fumo di Londra,  il passo noncurante e
    dinoccolato di un uomo fin troppo sicuro di s. Ma dal momento che non
    lo  interessavano  n  la  psicologia n le chiacchiere di quel signor
    Vattelappesca,   oppose  alle  sue  banalit  sul  tempo  un   mutismo
    sorridente che presto ebbe i suoi effetti.  Il giocatore di cricket si
    azzitt e lo guid senza altri commenti verso la sala in cui l'avrebbe
    raggiunto, appena libero, il ministro Melandri.
    Per  arrivarci,   nella  galleria  destra   del   palazzo,   dovettero
    attraversare  il  Transatlantico,  che  non  aveva adesso niente della
    solenne atmosfera apprezzata dal giudice nella  sua  prima  visita,  a
    fianco  al  segretario  generale.  La  confusione e il voco rombavano
    sotto le volte del salone gremito. Ragusa si chiese, maldisposto,  che
    cosa  in  realt stesse mercanteggiando quella moltitudine di distinte
    calvizie, punteggiata qua e l da colorati abiti femminili.
    Oggi c' presenza obbligatoria,  gli spieg il  suo  accompagnatore,
    per  questo    cos  affollato.  Si  vota  il  decreto  sui prodotti
    petroliferi.  E questi sono sempre provvedimenti  piuttosto  delicati.
    Che  vuole,  gli  articoli  sono  tanti,  le votazioni pure...  Pi di
    qualche deputato si potrebbe stancare,  andarsene a casa.  E magari la
    maggioranza finirebbe col diventare minoranza.  Cos, invece, tutti al
    palo, come dicono a Roma. Sorrise. L'onorevole Brandimarte fa bene a
    tenerseli tutti intorno,  i suoi  pulcini.  Con  le  buone  o  con  le
    cattive.
    Ragusa non si trattenne. Anche l'onorevole Melandri  un pulcino?
    Lui?  Stir la bocca da un orecchio all'altro e mostr di stare allo
    scherzo. Eh no, lui  una chioccia. Vedr da s.
    La  chioccia  arriv  quasi  subito,   seguto  da  un  drappello   di
    fedelissimi che licenzi bruscamente sulla porta.  Ora ho da fare, ne
    parliamo dopo.
    Di lui il giudice non sapeva molto.  Giusto quello  che  appariva  sui
    giornali.  Democristiano, cattolico con tendenza al bigotto, era stato
    per tutta la vita un disciplinato sergente di Amintore Fanfani. Fino a
    quando il generalissimo non si era ritirato tra le sue tele,  astratte
    ormai come i suoi vaghi pensieri. Allora anche Melandri aveva scoperto
    d'avere stoffa d'ufficiale. E di prepotenza si era inserito nel gruppo
    dei  diadochi  che avevano rilevato in eredit la guida della corrente
    fanfaniana e il suo potere.  Il  ministro  aveva  tutt'altro  che  una
    figura  da  condottiero.   Ma  Ragusa  trov  accattivante  la  faccia
    grassottella e piena di bonomia, saldamente piantata su un corpo breve
    e tondo. L'et era indefinibile.  Sessanta sicuri,  forse pi.  Ma gli
    occhi e il mento conservavano un vigore giovanile.
    Gli  strinse  la  mano con una certa cordialit,  lo invit a sedere e
    fece per andarsene. Torno subito, disse a Ragusa. Devo fare atto di
    presenza. Mi aspetti. Accese il collegamento audio con l'aula: E' il
    presidente del Consiglio. Se le interessa....
    Dall'altoparlante la voce di  Brandimarte  che  stava  terminando  una
    frase  venne coperta dal bruso,  e s'interruppe.  Arrivarono proteste
    confuse:  "...si  sta  esagerando!",  "Questo    autoritarismo!".  Lo
    scampanellio  del  presidente  riport  il  silenzio.  "Questo paese",
    riprese la voce di  Brandimarte,  tagliente,  "ha  bisogno  di  essere
    governato. E ha bisogno di ordine. Nessun autoritarismo, ma l'autorit
    dello Stato.  E' nostra intenzione assicurargliela.  Lo faremo." Ci fu
    un  nuovo  bruso  prolungato.   E  una  voce  grid:  "Preferisco  il
    disordine".  Ci  furono  ancora  proteste e risate coperte da un nuovo
    imperioso scampanellio. "Non qui dentro, onorevole collega",  disse la
    voce agrodolce della Jotti. "Sospendiamo la seduta per venti minuti."
    Melandri rientr in quel momento sorridendo.
    Ha sentito?  Bene.  Che cosa vuol sapere di Randi? Parli liberamente.
    Immagino che non sar piacevole per nessuno dei due. Ma del resto, non
    c' rimedio... Con  una  scrollata  di  spalle  lasci  la  frase  in
    sospeso.
    Devo  premettere  che  la  mia  prima domanda potr sembrarle strana,
    signor ministro.  Lei ha idea di una qualche ragione che potrebbe aver
    spinto  l'onorevole  Randi a sparire dalla circolazione?  Una ragione,
    dico, non ancora pubblica.
    Melandri portava lenti spesse e quadrate senza montatura,  sorrette da
    due  sottili  stanghette  d'oro.  Se  le  tolse e lo fiss con sincero
    stupore. Come? E proprio lei me lo chiede?
    Gliel'avevo detto che si sarebbe  sorpreso.  Per  devo  pregarla  di
    rispondere,  insist  un  po'  a  disagio  sotto uno sguardo divenuto
    all'improvviso diffidente.
    Mah,  francamente mi pare che di ragioni ce  ne  fossero  abbastanza,
    dopo  quello  che   emerso dalla sua inchiesta. Sembrava riflettere,
    sempre studiando il  giudice.  Poi  scand  lentamente:  Naturalmente
    capisco quello che lei vuol dire....
    Voglio  solo essere certo che non ci troviamo di fronte a coincidenze
    diaboliche, ribatt Ragusa.
    Certo,  capisco,  ripet l'altro.  Ma non sono io l'uomo  adatto  a
    darle le certezze che lei desidera.  Conoscevo troppo poco l'onorevole
    Randi.
    Se mi permette,  ora sono io a essere  un  po'  meravigliato,  signor
    ministro. Era un suo vice, lavorava al suo fianco...
    Lo interruppe, gentile ma deciso. Non immaginer per caso che l'abbia
    scelto io, come mio vice? Mostrava un'aria leggermente divertita.
    Non saprei. E' proprio per capire che sono qui.
    Allora  non ci metteremo molto,  signor procuratore.  Lei forse segue
    con attenzione,  come dire?,  solo relativa la nostra vita  pubblica.
    Lev   la  mano,   per  fargli  capire  che  riteneva  superflua  ogni
    spiegazione.  No,  no,  si figuri,  niente di strano.  Ognuno  fa  il
    proprio mestiere,  e la politica non  il suo.  S,  lo so, i giornali
    hanno esaltato come novit principale del governo di cui faccio  parte
    l'applicazione  dell'articolo  92 della Costituzione.  Ed  in effetti
    una gran bella cosa.  Ministri scelti per la  loro  competenza,  fuori
    dalle  meschine  spartizioni  di  poltrone  tra  partiti e correnti di
    partiti.  Una gran bella cosa. Si pieg leggermente in  avanti  sulla
    poltrona.  Per qui tra noi,  caro procuratore,  possiamo dircelo.  I
    giornali  sono  stati  forse  un  po'  troppo  generosi   nei   nostri
    confronti.
    Credo di capire, comment asciutto Ragusa. -
    Non  ne  dubitavo.  Melandri  torn  ad  affondare  rilassato  nella
    poltrona.  E d'altronde questi poveri partiti  che  ci  starebbero  a
    fare, se gli togliessimo pure la facolt di spartirsi qualche posto di
    sottosegretario?  Scopr  le  gengive  arrossate  in  una  smorfia di
    sarcasmo che trov Ragusa impreparato,  e lo costrinse a  valutare  la
    pericolosit di quell'uomo.
    Potrebbe  essere  di  qualche  interesse sapere chi ha caldeggiato la
    nomina di Randi, azzard.
    Ma lei si sbaglia, dottore, il tono si faceva pi confidenziale, se
    pensa che le cose funzionino cos.  Sono molto  pi  automatiche,  pi
    impersonali.  A  questo  punto  lei  avr  certo  saputo  che il Randi
    apparteneva al gruppo degli amici dell'onorevole...
    Andreotti. S, lo so, complet Ragusa.
    Ecco, appunto. Gli andreottiani avevano diritto a tre sottosegretari.
    E lui era il terzo. Tutto qui.  Per di pi si era costruita la fama di
    uomo efficiente,  svelto, capace. Non trasparivano ombre. E nessuno si
    oppose, me compreso, alla sua nomina.
    E quali erano le sue funzioni?
    Aveva... O Dio mio, ne parlo come se fosse... Insomma,  si sapeva che
    aveva  una  grande  competenza,  una  vera  e  propria  passione per i
    problemi  del  Medioriente.  E  anche  molte  amicizie  nei  Paesi  di
    quell'area  cos  importante per noi.  Cos fu lui stesso a candidarsi
    per seguire l'interscambio con gli Stati della regione.  Sotto la  mia
    diretta  supervisione,  si  capisce.  Lei  ha  idea  della quantit di
    imprese italiane che fanno affari in quella zona del mondo?
    I giornali dicono che compriamo petrolio  e  in  cambio  vendiamo  di
    tutto. Case, macchine, lavatrici, armi. Anche armi, vero?
    Anche, replic laconico il ministro. Ragusa non si era aspettato una
    reazione cos scontata. Forse lo aveva sopravvalutato.
    E l'onorevole Randi si  mai occupato di compravendita di armi?
    Si  occupava  di  trattative  commerciali di ogni tipo.  Dal punto di
    vista tecnico e giuridico non c' nessuna differenza tra la vendita di
    una partita di  trattori  o  di  uno  stock  di  missili  prodotti  da
    un'azienda di Stato.  Dal punto di vista della bilancia dei pagamenti,
    invece, la differenza c', e come. Pu non far piacere, lo capisco. Ma
    ormai l'Italia esporta pi armi che automobili.
    Anche grazie al sottosegretario Randi, immagino.
    Certo,  anche grazie a Randi.  Ma lei,  signor procuratore,  non  pu
    nemmeno  immaginare  quanto. Il ministro si port alla punta del naso
    le  mani  giunte  sporgendo  contemporaneamente  in  fuori  le  labbra
    carnose.  Doveva  essere un suo atteggiamento di meditazione perch se
    ne stette l senza una parola,  fissando  un  punto  alle  spalle  del
    giudice. Alla fine parl. E sembr che pronunciasse un elogio funebre.
    Gelido, distaccato. Povero Randi. E pensare che avrebbe avuto diritto
    alla  gratitudine  della  patria,  se  ancora  usasse.  Sar stato uno
    sporcaccione,  non dico di no.  Forse anche un assassino,  come le sue
    indagini, mi pare, abbiano appurato. Ma lo sa che questo Eliogabalo di
    provincia,  questo  maniaco  ci ha fatto risparmiare qualcosa come due
    miliardi di dollari di petrolio?  Ah,  l'eterno paradosso del  potere.
    Lei pensa che Machiavelli l'avrebbe condannato, il nostro Randi?

    L'archivista lo accolse con un certo allarme.  Era alto e allampanato,
    probabilmente prossimo alla pensione e abituato ad abbaiare ordini  ai
    suoi  impiegati come un caporalmaggiore a un gruppo di reclute.  Guid
    Ragusa  per  le  anse  del  sotterraneo  illuminato  senza  risparmio,
    precedendolo  sempre  di  mezzo  passo.  Il  giudice si accorse che lo
    osservava con la coda dell'occhio,  con un movimento ondulatorio della
    testa che lo faceva assomigliare a un pollo gi spennato.  Lo prese in
    contropiede, puntandogli d'improvviso lo sguardo addosso. L'archivista
    arross e pieg gli occhi per terra,  sul linoleum  nero  e  tirato  a
    lucido.  Dinanzi  a  un  ampio  scrittoio gli fece cenno di aspettare.
    Torn poco dopo,  seguito da uno schiavo in camice  nero  che  reggeva
    sulle braccia tre pesanti contenitori d'archivio. Il vecchio ordin di
    posarli  sul  tavolo  e specific: Qui c' tutto l'incartamento della
    pratica,  secondo gli ordini del capo gabinetto.  Noi qui non  abbiamo
    altro,  sottoline  ancora.  Ragusa non gli rispose e lui si decise a
    scomparire.
    Melandri era stato di parola.  Gli aveva assicurato  che  gli  avrebbe
    fatto  aprire gli archivi del ministero e aveva mantenuto la promessa.
    Almeno da quello che si poteva giudicare.  Certo,  Ragusa non  era  in
    grado  per  il  momento  di escludere l'esistenza di sezioni riservate
    dove difficilmente sarebbe  penetrato,  se  non  avessero  voluto.  Ma
    intanto poteva cominciare da l,  dalla storia documentata dell'ultimo
    prodigio di Randi.  Due miliardi di dollari di  petrolio  risparmiati.
    Due miliardi di dollari di armi vendute.
    La cifra esatta era veramente un po' inferiore, come risultava sin dai
    primi documenti.  Un miliardo e 248 milioni di dollari,  iniziali.  Ma
    con  l'aumento  dei  costi  la  cifra  a  fine  operazione   risultava
    maggiorata  di altri 441 milioni 218 mila dollari.  Un fiume di denaro
    che l'Arabia Saudita si impegnava a pagare sotto forma di oro nero. In
    cambio di un vero e proprio arsenale di armi italiane.
    L'affare era decollato nei giorni della  disastrosa  sconfitta  subta
    dall'Irak  nella  guerra  con  l'Iran.  Alcuni  documenti  diplomatici
    dell'epoca,   in  buona  parte  rapporti  d'ambasciata  destinati   ai
    negoziatori  e accompagnati da una nota conclusiva del ministero degli
    Esteri,   fornivano  uno  sfondo  geo-politico  abbastanza  preciso  e
    dettagliato.   Era   soprattutto   richiamata   in   primo   piano  la
    preoccupazione che la vittoria  militare  dell'Iran  sciita  provocava
    nello   schieramento  degli  Stati  arabi  moderati,   prevalentemente
    dell'Islam sunnita.  La pronta reazione di Siria,  Giordania e  Arabia
    Saudita  aveva  impedito  che i soldati di Khomeini arrivassero sino a
    Bagdad.  Ma era convinzione comune che la spinta offensiva iraniana si
    sarebbe a quel punto incanalata verso gli emirati del Golfo,  i ricchi
    staterelli affidati alla protezione  militare  saudita.  Il  conflitto
    sarebbe  stato  inevitabile.  E  se  l'Arabia Saudita voleva mantenere
    aperte le acque del Golfo alle  petroliere  degli  emirati,  doveva  a
    tutti  i  costi  rafforzare  la sua marina da guerra.  Soprattutto nel
    settore delle  unit  pi  leggere,  adatte  all'inseguimento  o  alla
    protezione delle coste.
    Ragusa scopr che la Finnavi,  impresa di propriet pubblica,  era tra
    le fornitrici pi apprezzate, su scala planetaria, di questo genere di
    naviglio.  La cosa non gli faceva veramente n freddo n caldo.  Aveva
    da tempo smesso di parteggiare per qualunque causa, pi o meno nobile,
    pacifismo compreso.  Per non riusciva a convincersi che la tecnologia
    italiana,  verso la quale nutriva profonda diffidenza,  avesse  potuto
    battere  concorrenti di prim'ordine come americani e tedeschi.  Eppure
    era andata proprio cos. Annot le date-chiave di una rapida sequenza.
    Dopo qualche mese di una guerra senza esclusione di colpi, documentata
    da telex,  lettere,  relazioni,  il governo saudita  aveva  scelto  il
    tricolore. Tripudio, anche questo documentato, di militari, politici e
    industriali,  e  invio  a  Riad di una delegazione governativa di alto
    livello.  Sotto la guida,  per decisione unanime,  del sottosegretario
    Francesco  Randi,  che  del resto aveva tirato fin dall'inizio le fila
    dell'affare.
    Ragusa ebbe desiderio di una sigaretta ma il  divieto  di  fumare  gli
    risparmi per fortuna ogni sforzo di volont.  Si ingolf di nuovo nel
    suo intrigo mediorientale, cominciando a capire in quale marmellata si
    fosse ostinato a infilare le dita.  Dunque,  dall'Arabia Saudita Randi
    era  tornato  vincitore,  con  una  lista della spesa destinata a fare
    felice non solo Finnavi ma  un  bel  gruppo  di  imprese  d'armamenti.
    Cannoni,  radar,  proiettili. La nota preparata dal sottosegretario in
    triplice copia,  per il suo ministro,  per quello delle Partecipazioni
    statali  e  infine  per  il  presidente  del Consiglio,  conteneva una
    pignolesca descrizione dell'ordinativo saudita.

    "A.  Quattro fregate della classe Lupo da  2500  tonnellate,  ciascuna
    dotata di sistema antimissile Dardo.  (N.  B. Le autorit saudite sono
    rimaste entusiaste della dimostrazione fornita da unit  della  nostra
    Marina:  radar  Orion  della  Lunari hanno individuato il bersaglio in
    avvicinamento a 10 chilometri,  e i cannoncini Breda,  collegati  agli
    strumenti    di    avvistamento,    hanno   sparato   automaticamente,
    abbattendolo.)
    B. Sei corvette da 650 tonnellate tipo Wadi. (N.  B.  L'esperienza che
    ne hanno fatto gli acquirenti libici sta producendo molto interesse in
    tutti i Paesi dell'area.)
    C. Una nave da rifornimento Stromboli da 8700 tonnellate.
    D.   Un   bacino   galleggiante   modulare   per  naviglio  di  grosso
    tonnellaggio".

    Subito dopo seguivano le note trionfali della sigla del contratto alla
    fine di un ping-pong di delegazioni ministeriali tra Roma e Riad.  Non
    c'era  naturalmente la firma di Randi,  n quella di nessun altro uomo
    politico.  Ma Ragusa non si stup,  Melandri gli aveva gi spiegato il
    meccanismo.  Il negoziato,  trattandosi di questioni che coinvolgevano
    la sicurezza  e  le  alleanze  dei  rispettivi  paesi,  poteva  essere
    condotto  solo  a  livello  di  Stati.  Formalmente  per  non  doveva
    rimanerne traccia,  come se mesi e mesi di  trattative  ufficiali  non
    fossero  state altro che una commedia di fantasmi.  Gi,  fantasmi.  E
    guarda caso,  uno di loro lo  diventato sul serio,  si disse  Ragusa.
    Richiuse   anche  il  secondo  contenitore,   che  non  offriva  altre
    rivelazioni: dinanzi a  quella  clamorosa  dimostrazione  dell'abilit
    commerciale  di  Randi,  poteva  comunque capire meglio le ambivalenti
    riflessioni di Melandri sul suo vice.  Non  immaginava  piuttosto  che
    cosa potesse esserci nel terzo contenitore,  dal momento che la storia
    aveva gi trovato il suo lieto fine.
    Un'occhiata distratta al primo documento della pila gli trasmise  quel
    nome,  scritto a lettere maiuscole. YUSUF BEN-AZIZ. E che ci faceva l
    in mezzo,  nella documentazione di una trattativa tra due Stati,  quel
    personaggio  vomitato  dalle  ombre  del  Circeo?   Un  mediatore,  un
    contrabbandiere d'armi,  come glielo aveva descritto  Daldona,  in  un
    protocollo  del  governo?  Ragusa  lesse avidamente.  Era un documento
    ufficiale, con tutto il dovuto corredo di timbri e formule giuridiche.
    Le due societ capofila dei consorzi incaricati della fornitura,  cio
    la  Finnavi  e  la  Oto  Melara,  tre mesi dopo la firma del contratto
    chiedevano     alla     speciale     commissione     interministeriale
    l'autorizzazione  al  pagamento  di  una  "commissione  di mediazione,
    fissata nella misura del 5,5 per cento sul contratto Finnavi e del 2,5
    per cento sul contratto Oto Melara,  in favore del signor  Yusuf  ben-
    Aziz".  In cifra tonda, come specificava lo stesso documento, qualcosa
    come 112 milioni 906 mila 990 dollari, "pari a Lit. 157 miliardi".
    Il giudice arriv in fondo al foglio,  lesse  le  firme  e  ricominci
    daccapo.  Non era davvero sicuro di aver capito.  E invece s. In quel
    breve protocollo non  c'era  solo  l'ammissione  di  qualcosa  che  la
    maggior  parte  dei  contribuenti  italiani  non  avrebbe  mai  potuto
    sognare,  e cio l'esistenza di una commissione governativa incaricata
    di erogare tangenti. Questo, con una dose minima di cinismo, si poteva
    perfino  capire e subire.  Ma il documento era soprattutto la prova di
    una gigantesca truffa,  di una specie di  gioco  di  prestidigitazione
    eseguito  sotto  gli  occhi  del pubblico.  Se la trattativa era stata
    condotta direttamente tra Stati,  a che titolo quell'arabo  pretendeva
    una  montagna  di denaro?  E perch aziende pubbliche erano disposte a
    darglielo?
    Ragusa  poteva  indovinare  la  risposta.  Melandri  probabilmente  la
    sapeva.  Questo avrebbe spiegato il documento successivo, molto secco:
    il puro e semplice no  opposto  dal  ministro  per  il  Commercio  con
    l'estero  al pagamento della tangente.  Ne era nata una guerra legale,
    le imprese premevano per pagare,  il ministro rifiutava il nulla-osta,
    gli  avvocati impazzivano.  Alla fine era scesa in campo la presidenza
    del Consiglio.  L'onorevole Brandimarte,  sulla base di alcuni  pareri
    giuridici,  si era assunto personalmente la responsabilit politica di
    far eseguire il pagamento. Melandri aveva dovuto obbedire e firmare il
    decreto esecutivo che autorizzava a versare su  una  banca  estera  la
    tangente in dollari a favore di ben-Aziz. E Randi? Ragusa not che nel
    carteggio  di  quella lunga schermaglia l'unico nome che non ricorreva
    mai era proprio quello del protagonista della trattativa.  La  giudic
    subito  un'assenza decisamente singolare,  date le circostanze.  C'era
    qualcuno che non voleva che Randi figurasse?  E perch?  Fu tentato di
    telefonare  a  Melandri per ringraziarlo.  Ma riflett che il ministro
    sicuramente si riteneva gi soddisfatto.

    Spadolini si alz in piedi,  dietro la scrivania,  levando in alto  un
    indice ammonitore.
    Lasci che le dica, caro procuratore, che apprezzo le sue intenzioni e
    ammiro il suo coraggio. Ma lasci che le dica anche che il mio coraggio
    si avvicina all'eroismo quando affermo pubblicamente,  e qui davanti a
    lei lo ribadisco,  che sta a noi compiere uno sforzo di moralizzazione
    contro  i mercanti d'armi che prosperano con inconfessabili baratti ai
    margini delle crisi politiche internazionali.
    Ragusa  lo  guardava  turbato,  con  un  misto  di  ammirazione  e  di
    sconforto. Era cos grande, cos severo e tumultuoso, cos certo di s
    e  del  proprio  destino.  Cos  splendido  e fatuo.  Non lo metto in
    dubbio, biascic. Anzi,  se mi permette,  sono venuto da lei proprio
    per questi motivi,  per la grande stima che la circonda.  Io penso che
    il suo aiuto in questa vicenda,  per veder  chiaro,  per  scoprire  il
    marcio... potrebbe essere determinante.
    Spadolini  torn  a  sedere dietro la scrivania.  Per un attimo i suoi
    occhi cerulei sfiorarono quelli del giudice, poi la bandiera tricolore
    accanto alla finestra, poi il ritratto del presidente della Repubblica
    appeso su una parete e infine,  pi in l,  quello di  Ugo  La  Malfa.
    Sorrise,  annuendo pensieroso. La questione morale. Anzi, l'emergenza
    morale,  quella che io misi al primo posto fra le emergenze del paese,
    quando  l'allora  presidente  della Repubblica Sandro Pertini,  cui va
    sempre il mio grato affettuoso pensiero,  mi fece l'onore di affidarmi
    l'incarico di guidare il primo governo a presidenza laica.  S, certo.
    Il groviglio di traffici illegali  destabilizzanti  diretti  verso  le
    zone calde del mondo, traffici che non possono essere pi ignorati...
    Appunto,  lo interruppe Ragusa,  cercando di frenare quel pericoloso
    torrente.  Per molti motivi,  ho la sensazione,  raggiunta nel  corso
    delle indagini che sto conducendo...
    Orribile,  degradante  vicenda.  "E  gli  uomini  han  perduto il ben
    dell'intelletto..."
    Gi. Come le dicevo,  la mia sensazione  che ci fosse una conoscenza
    molto,  come dire,  stretta,  fra Randi e questo Yusuf ben-Aziz. E che
    dietro queste colossali tangenti di  cui  ho  sentito,  apparentemente
    legali, ci sia appunto del marcio. Traffici illeciti, storie di orge e
    di droga, omicidi.
    La  prego,  replic  bonariamente  Spadolini.  Lei  si  occupa  del
    sudiciume,  vero o ipotizzabile,  di quel sottosegretario e dei  suoi,
    diciamo  cos,  amici  e  frequentatori.  Ma,  per quanto mi riguarda,
    quell'arabo che  le  sta  a  cuore  figura  in  molte  trattative  per
    contratti di forniture militari del tutto ufficiali e legittime.
    Appunto,  lo interruppe Ragusa. Non  un po' singolare che uno noto
    come contrabbandiere compaia in negoziati fra Stati?
    Spadolini sorrise: Si tratta, come ben immagina, di interessi corposi
    che riguardano l'Italia e paesi con caratteristiche e costumi  diversi
    dal nostro.  Gli affari,  purtroppo,  sono affari... E le tangenti, le
    famose provvigioni che qui da noi sono uno  scandalo,  e  giustamente,
    altrove  sono  elemento "d'habitude" di una trattativa anche a livello
    di altissimi personaggi che ovviamente non hanno alcuna intenzione  di
    figurare.  Nel  caso  di  quella tangente che lei mi ha citato,  posso
    dirle   che   il   presidente   del   Consiglio,    assumendosene   la
    responsabilit, autorizz il pagamento riservato che aveva suscitato i
    sospetti  e  la doverosa cautela del ministro per il Commercio estero.
    Il nome di  quel  mediatore  lei  lo  conosce.  Il  nome,  come  dire,
    ufficiale. Ma non ho alcuna difficolt a dirle che se qualcuno volesse
    sapere  chi  realmente quest'uomo e quali personaggi rappresenta,  il
    presidente del Consiglio sarebbe pi che giustificato se ricorresse al
    segreto di Stato. E se dipendesse da me consiglierei,  per il bene del
    nostro paese,  per l'equilibrio dei nostri rapporti internazionali, di
    non invischiare troppo personaggi come Yusuf ben-Aziz in cronache nere
    pi o meno scandalistiche.
    Un paio di morti  e  una  tangente  di  150  miliardi  non  sono  uno
    scherzo,  mormor Ragusa dopo qualche istante di silenzio.  Spadolini
    lo fiss.
    Se lei avesse delle prove che quel  signore  fosse  in  combutta  con
    Randi, e implicato in quelle due morti, non pensa che sarei il primo a
    intervenire?  Ma  lei  sul conto di questo mediatore ha soltanto delle
    ipotesi.
    Ragusa scosse il capo. E' vero.  Ma vede,  signor ministro,  io penso
    che  chi  riesce  ad  avere le mani in pasta in affari come questo fra
    l'Italia e l'Arabia Saudita...  navi da guerra,  bacini  galleggianti,
    armi  e  munizioni di ogni tipo...  insomma,  un personaggio cos bene
    inserito in certi giri del commercio di armamenti  difficile che  non
    abbia  un peso,  o magari soltanto interessi o quanto meno conoscenze,
    pure nell'altro traffico d'armi.  Quello illegale  e  destabilizzante,
    come  l'ha  benissimo  definito  lei,  e attorno al quale confluiscono
    anche gli interessi di vari gruppi  industriali.  E  forse  di  uomini
    politici...
    Spadolini taceva,  le labbra strette e protese in avanti.  Poi sospir
    rumorosamente e alz lo sguardo su Ragusa.  I suoi occhi erano freddi.
    Io  penso,  disse  lentamente,  che un responsabile uomo di governo
    debba opporsi a ogni demonizzazione dell'industria della difesa che  
    parte  cos  essenziale  di  una  societ industriale avanzata e della
    connessione  scientifica  e  tecnologica.  Perch  un'industria  della
    difesa?  Perch    la  Costituzione a definire la difesa sacro dovere
    degli italiani e perch la Costituzione definisce l'Italia  uno  Stato
    sovrano.  L'uno e l'altro principio costituzionale sarebbero disattesi
    se non avessimo armi  per  difenderci  o  se  dovessimo  dipendere  da
    stranieri per la nostra difesa.
    Ma  non  questo,  protest timidamente Ragusa,  io sto parlando di
    tutt'altro, qui c' in ballo...
    Aspetti,  aspetti un momento,  lo interruppe Spadolini.  Voglio che
    lei  abbia  un  quadro  chiaro.  Perch  vi sono cose che possono fare
    inorridire i nostri cuori,  ma trasformare la politica in  apostolato,
    in  poesia,    impossibile.  Si chin,  premette un tasto sul grande
    quadro lampeggiante inserito nella scrivania e disse  in  fretta:  "Mi
    mandi il professor Manzella con quei dati". Si appoggi allo schienale
    della  poltrona  e sorrise di nuovo,  asciugandosi la fronte imperlata
    con  un  fazzoletto  candido.   Il  professor  Manzella     il   mio
    collaboratore di maggior fiducia. Ascolti con attenzione i dati che le
    fornir.
    Ragusa  sentiva la situazione sfuggirgli di mano.  Un buco nell'acqua.
    Ma non fece in tempo a compiangersi perch la  porta  imbottita  dello
    studio si schiuse senza rumore e apparve un signore magrolino,  bruno,
    fasciato da un elegantissimo abito blu a doppio petto.  Aveva sotto un
    braccio una cartellina azzurra e il suo sorriso era cordiale.  Strinse
    energicamente la mano a Ragusa e sedette  con  grazia  sulla  poltrona
    rimasta libera posando la cartella sulla scrivania del ministro, senza
    mostrare di formalizzarsi troppo.
    Andrea, gli disse Spadolini, vuoi leggere quei dati al nostro amico
    sostituto procuratore?
    Oh,  sono  soltanto  alcuni,  ma  interessanti,  disse  il professor
    Manzella aprendo il fascicolo.  Certe cose uno non  le  immagina  fin
    quando  non  se  ne  occupa...  Pensi: fabbriche e fabbrichette che in
    Italia lavorano per la produzione militare sono circa duecento, con un
    fatturato che si aggira intorno ai settemila miliardi di  lire  e  con
    un'occupazione   che  oscilla,   a  seconda  delle  commesse,   tra  i
    settantamila  e  i  centoventimila   addetti.   I   conti   non   sono
    aggiornatissimi  ma dalle commesse militari dipende almeno il sessanta
    per cento dell'industria aerospaziale,  oltre il  quaranta  per  cento
    della cantieristica,  il quindici per cento dell'elettronica e un buon
    cinque per cento delle attivit delle aziende metalmeccaniche.
    Straordinario, disse Ragusa.
    Quel dato sull'esportazione, sugger Spadolini.
    L'industria militare esporta pi del sessanta  per  cento  della  sua
    produzione. L'anno scorso sono stati pi di quattromila miliardi.
    L'aiuto ai paesi sottosviluppati, disse Ragusa. Aveva capito dove si
    andava a parare.  Spadolini lo fiss alzando le sopracciglia. Manzella
    scosse amichevolmente la testa: Eh,  gi...  L'ottanta per  cento  di
    queste  esportazioni    destinato  per  l'appunto  ai paesi in via di
    sviluppo o del Terzo Mondo.  Sa,  nell'anno appena  trascorso  abbiamo
    esportato   pi  armi  che  automobili.   E  per  la  nostra  economia
    dissestata...
    L'ho gi sentito dire,  disse Ragusa.  Il desiderio  di  bere  stava
    salendo.  Al diavolo la cautela.  Ma se le posso parlare francamente,
    mi sembra una schifezza.
    Capisco la sua opinione, replic conciliante Spadolini.  Del resto,
    altrimenti,  che  laico  sarei?  Ma  sia  laico  anche lei e consideri
    l'altro punto di vista. Ci sono due elementi.  Primo: esportando armi,
    specialmente  nei paesi del Terzo Mondo,  svolgiamo di fatto un'azione
    benefica a favore dell'indipendenza degli Stati  acquirenti.  Secondo:
    la  vendita  di  un  solo aereo da caccia procura valuta estera quanto
    mille auto.  Comunque,  tutto ci le abbiamo detto,  in via riservata,
    perch lei capisca bene quanti pochi spazi vi siano,  talvolta,  per i
    governanti.  La sua indagine  senza dubbio importante ed io mi auguro
    che lei abbia successo e che possa fare luce piena su uno scandalo che
    getta  ombre,  nuove  ombre,  sulla classe politica italiana.  Ma,  in
    sincerit,   lei  ritiene  che  io  possa   rischiare   un   incidente
    diplomatico,  mettere in pericolo rapporti internazionali d'affari che
    portano migliaia di miliardi al paese e che contribuiscono a mantenere
    relazioni amichevoli, talvolta privilegiate, con altri Stati,  andando
    a  frugare  nella  vita  di un uomo di tale rilevanza?  E soltanto per
    delle ipotesi, dei sospetti che non  detto siano giusti?
    Capisco, disse Ragusa alzandosi.  Si sentiva stanchissimo,  lacerato
    dalla sete e dalla delusione.  Lei,  disse quasi balbettando, aveva
    parlato di sforzo di moralizzazione...
    Naturalmente,   lo  interruppe  ancora   Spadolini.   Ogni   sforzo
    possibile.   Ma   vorrei   ricordare  ci  che  disse  Mario  Soldati,
    conferendomi il massimo premio annuale del  Centro  Studi  di  Torino.
    Disse che il potere,  da qualsiasi ideologia provenga, sempre trascina
    con s pericoli e atrocit di cui non si pu  fare  a  meno.  E  molti
    uomini  politici,  anche  i pi miti,  sono coinvolti e travolti dalla
    politica.  Ma la politica  necessaria e la politica  sempre una cosa
    dura.  Si  pu  soltanto cercare di renderla tollerabile affidandola a
    persone che siano dei politici ma che nel profondo siano uomini e  che
    abbiano una cultura,  un ricordo della storia, che diano al loro agire
    il senso di un atto di fede nelle istituzioni sentite  come  passioni,
    secondo  lo  spirito  di Tocqueville.  Io dico di essere uno di quegli
    uomini, Soldati disse, corazzato di cultura.  E tutti quelli di questa
    tempra sono persone che passano attraverso il fuoco senza bruciarsi.
    Io  glielo  auguro,  disse  Ragusa,  stringendo la mano al professor
    Manzella che sembrava imbarazzato e gli  sorrideva  facendogli  strada
    verso la porta.  Si volt. Le chiedo scusa, signor ministro. Sa dirmi
    niente di un'invenzione,  un'arma,  che si chiama raggio della morte o
    qualcosa del genere?
    Santiddio,  disse Spadolini alzando la testa che aveva gi rituffato
    fra gli incartamenti sulla scrivania, ma lei insegue favole!  Era una
    truffa  che  venne  tentata  anni  fa  da  un gruppetto di ciarlatani.
    Qualche nostro uomo politico,  sorrise ammiccando,  non ci fece  una
    grandissima  figura.  Per  non  parlare  degli  americani.  "Unicuique
    suum"... L'ideatore scomparve e non se ne parl pi.

    Il colonnello Malgioglio era molto noto,  al comando della Guardia  di
    Finanza,  per  due  caratteristiche: la rapidit e l'efficienza con le
    quali sapeva  obbedire  agli  ordini  e  la  tranquilla  leggerezza  -
    qualcuno  la  definiva incoscienza - con la quale prendeva iniziative,
    quando  gli  sembravano  giuste,   senza  consultare  nessuno,   senza
    "coprirsi",  come  si  diceva  in gergo.  Forse proprio per questo non
    aveva fatto una grande  carriera  e  veniva  considerato,  ai  massimi
    livelli,  persona  stimabile  e  ottimo  militare  dal  quale per era
    prudente tenersi piuttosto a distanza.
    Quando al comando generale,  di primo pomeriggio,  arriv la richiesta
    del  sostituto  procuratore  Ragusa  di effettuare dei controlli sulla
    presenza a Roma del cittadino  saudita  Yusuf  ben-Aziz  e  sulle  sue
    attivit   commerciali,   presumibilmente   in  rapporto  a  forniture
    militari,  i dirigenti delle varie sezioni erano ancora fuori  per  la
    colazione  e  il  colonnello Malgioglio il pi alto in grado presente.
    Tanto per non perdere tempo,  in  attesa  che  arrivasse  in  sede  il
    generale Pacetti, dirigente dell'Ufficio Stranieri, il colonnello fece
    immediatamente   due   cose.   Si  mise  in  contatto  telefonico  con
    l'ambasciata dell'Arabia Saudita e chiese notizie ad  un  cortesissimo
    addetto  al  turismo ed all'immigrazione.  Ci doveva essere un errore:
    nessun Yusuf ben-Aziz figurava tra i  cittadini  sauditi  presenti  in
    quel  momento  in  Italia.  All'Ufficio  Stranieri  della  Questura lo
    pregarono  di  richiamare  dopo  una  mezz'ora,  il  tempo  perch  il
    casellario elettronico potesse dare la sua risposta. Dopo mezz'ora, la
    risposta fu la stessa: nessun Yusuf ben-Aziz risultava in Italia.
    Quando al comando arriv il generale Pacetti, il colonnello Malgioglio
    rifer  della  richiesta  del  procuratore Ragusa e dell'esito di quei
    suoi rapidi accertamenti.  Il giudice sembrava avere  molta  fretta  e
    sembrava  anche  sicuro  della presenza di quel personaggio nel paese:
    ambasciata saudita e Questura erano altrettanto certe che  la  persona
    in  oggetto  non  era in Italia.  Fiutando grane e fastidi il generale
    Pacetti chiese al colonnello Malgioglio se poteva occuparsi lui  della
    faccenda,  visto che ormai ci aveva messo le mani.  Malgioglio schizz
    via senza fare difficolt.
    Yusuf ben-Aziz,  riflett Malgioglio,  poteva essere in  Italia  sotto
    falso nome, se quel giudice aveva ragione. Cos procedette rapidamente
    e  con metodo.  Il maresciallo Frasconi fece diverse telefonate e dopo
    nemmeno due ore aveva accertato che presso gli uffici  centrali  della
    Banca  Commerciale  era  stata perfezionata un'apertura di credito per
    centomila dollari da parte della National Bank di Riad in favore della
    Flying  Enterprises  Co.  contro  fornitura  di  50000  asciugacapelli
    elettrici  marca "Sogno" prodotti dalla Elettricit Italia S.p.A.  con
    sede in Sesto San Giovanni. Si trattava soltanto di asciugacapelli, ma
    quella era l'unica partita commerciale in corso  in  quei  giorni  tra
    Italia e Arabia Saudita.
    All'indirizzo telefonico della Flying Enterprises Co.,  in via Veneto,
    non  rispondeva  nessuno.   Il  colonnello  Malgioglio   fece   allora
    rintracciare dal centralino il numero di telefono della ditta di Sesto
    San  Giovanni,  si qualific e chiese dell'amministratore.  Questi gli
    conferm  l'affare:  cento  casse  di  asciugacapelli  erano   gi   a
    Fiumicino,  pronte  per  essere imbarcate proprio il giorno dopo su un
    cargo delle linee aeree saudite. S, il mediatore per quell'affare era
    il rappresentante della Flying Enterprises Co.: si chiamava Yusuf,  ma
    non  ben-Aziz,  bens  Mahreb,  e  aveva provveduto al trasporto della
    merce con spedizionieri di sua fiducia.  Per quel che  gli  risultava,
    alloggiava al Grand Hotel di Roma.
    Io, disse Ragusa al colonnello, ringraziandolo per la collaborazione
    e lo spirito d'iniziativa,  se fossi in lei andrei a dare un'occhiata
    a quelle casse, Mahreb o Aziz che si chiami questo signor Yusuf, prima
    che prendano il volo.
    A Fiumicino il colonnello Malgioglio e il comandante del distaccamento
    della Finanza dell'aeroporto si trovarono di fronte a due sorprese.  I
    documenti   che  accompagnavano  le  casse  giacenti  al  deposito  di
    transito,  in attesa dell'imbarco,  davano come scalo di  destinazione
    Aden  e  non  Riad.  La seconda sorpresa era ancora pi considerevole.
    Disposti con cura e perfettamente  imballati  dentro  le  prime  casse
    perquisite   non  c'erano  asciugacapelli  marca  "Sogno"  ma  lucenti
    apparecchiature che il colonnello riconobbe subito per alcuni dei  pi
    sofisticati  sistemi  di  puntamento d'arma prodotti dalla Mambretti e
    Rossi,  una nota azienda italiana nel campo della produzione militare.
    Le  altre  casse,   freneticamente  controllate,   avevano  lo  stesso
    contenuto.
    Ragusa si congratul e gli chiese la massima riservatezza.  Poi chiam
    il  67.60  e preg il centralino di passargli il servizio di sicurezza
    della Camera. Daldona non sembr sorpreso di sentirlo.  Ha avuto quel
    mio appunto?
    S,  disse Ragusa.  Ma non  per questo che telefono. Ho bisogno di
    vederla un momento.
    Dall'altra parte del filo  ci  fu  qualche  attimo  di  silenzio.  Poi
    Daldona disse: Le va bene tra venti minuti da Giolitti? Le offrir un
    gelato.
    Davanti  alla vecchia pasticceria romana c'era la solita piccola folla
    di patiti del sorbetto che ingorgava ogni giorno via degli Uffici  del
    Vicario,    rendendola    quasi    impraticabile   per   il   traffico
    automobilistico.  L'antica stradina era stata resa ancora  pi  esigua
    dalle  misure  di sicurezza: catenelle e transenne di metallo piantate
    sul selciato delimitavano una zona di  rispetto  davanti  all'ingresso
    del  palazzo  dei gruppi parlamentari,  collegato alla Camera mediante
    una sorta di galleria pensile che scavalcava via  della  Missione.  In
    quel  budello  c'era  un  gran  trambusto e giovani e ragazze sedevano
    perfino per terra, succhiando i loro coni. Ma nella saletta interna di
    Giolitti c'erano poche coppie ai tavolini.
    Daldona  lo  ascolt  in  silenzio,   quasi  giocherellando  con   una
    gigantesca granita di limone.  Bene, disse infine. Questo Yusuf che
    ha fatto l'operazione ha tutta l'aria di essere il  nostro  Yusuf.  Ma
    lei  pensa  che  il  suo  procuratore  capo  le  dar  il  permesso di
    presentarsi con un paio di agenti al Grand Hotel per arrestarlo?
    Ci  mancherebbe  altro,  disse  Ragusa,  sorpreso.   E  perch  non
    dovrebbe...
    Pensavo,  disse  Daldona,  che  in  un  caso  del  genere  potrebbe
    preferire la prudenza,  una procedura un  po'  meno  vistosa,  non  le
    pare? Sembr riflettere,  incerto.  Poi si decise.  Anche per lei un
    po' di prudenza non guasterebbe. E' uno strano momento.
    Ragusa lo guard, sorpreso. Che cosa vuol dire?
    Daldona sorrise. Non lo so bene nemmeno io.  So soltanto che da noi 
    stato introdotto il Terzo Livello.
    Terzo Livello?
    S, disse malvolentieri Daldona. Il Terzo Livello di Sicurezza. Non
    circolano  pi  informazioni,  si  bloccano  gli scambi fra i Settori,
    l'accesso ai computers  riservato ai dirigenti di primo grado.  Per i
    contatti  si  attivano soltanto i circuiti d'emergenza.  Si applica in
    momenti di estrema delicatezza.
    Ragusa fece spallucce.  Ma intanto lei accetterebbe di venire con  me
    al Grand Hotel al posto dei poliziotti?
    Daldona  sembr  riflettere  ancora  una volta.  Beh,  disse infine,
    tutt'al pi mi faranno cambiare mestiere.  Se  il  suo  Ottieri  sar
    d'accordo, perch no?

    In   un   primo  momento  Ottieri  era  parso  irritato,   addirittura
    spaventato.  Questa  roba  da  Servizi  Segreti,  non  da  sostituti
    procuratori.  Dobbiamo semplicemente avvertire il sottosegretario alla
    presidenza  e  lavarcene  le  mani.   Ma   Ragusa   aveva   insistito
    testardamente.  Questo reato  saltato fuori nel corso dell'inchiesta
    che lei mi ha autorizzato a proseguire. Devo prima accertare se queste
    faccende sono collegate,  e ho motivo di ritenere di  s.  Interrogare
    quel  trafficante arabo  determinante.  Lasci che lo arresti e che mi
    accerti  se    proprio  lui  Yusuf  ben-Aziz.   Poi  informeremo   la
    presidenza. Ma non posso lasciarmi portar via un teste cos importante
    per il mio lavoro.
    Infine Ottieri aveva ceduto. Mancuso aveva pilotato Ragusa fin davanti
    a  Montecitorio  dove  Daldona gli aveva detto di aspettarlo.  Avevano
    attraversato il centro di  Roma  passando  per  il  Tritone  e  piazza
    Barberini. Poi avevano mostrato i rispettivi documenti al portiere del
    Grand  Hotel  che  aveva chiamato il direttore.  Il direttore li aveva
    guardati con sufficienza,  rigido nella corazza di fine panno blu  che
    avrebbe fatto svenire dall'invidia il duca d'Edimburgo.  S, il signor
    Yusuf Mahreb era sceso da loro, preceduto da una prenotazione arrivata
    direttamente da Riad,  per quel che poteva  vedere  dal  registro.  Ma
    aveva pagato il conto e lasciato l'albergo mezz'ora prima.
    Porca  puttana,  disse Ragusa.  Il direttore li guard con disgusto.
    Vediamo la stanza,  disse Daldona con un risolino.  A un  cenno  del
    direttore  nelle  mani  del  portiere  comparve un passe-partout.  E'
    inutile che raccomandi la massima discrezione,  disse il  panno  blu.
    Daldona fece un altro risolino.
    La stanza che l'arabo aveva occupato era al terzo piano. C'erano molti
    tappeti  e  sui muri carta da parati damascata.  Il grande armadio era
    spalancato e vuoto, e vuoti erano i cassetti lasciati aperti. Il letto
    era in disordine.  Sembrava che Yusuf avesse avuto improvvisamente una
    gran fretta di partire.
    E'  il nostro amico,  disse Daldona.  Aveva vuotato il cestino della
    carta straccia  e  teneva  fra  le  dita  una  bustina  di  fiammiferi
    interamente consumata. Sul dorso di cartoncino lucido era stampata una
    piccola  fotografia  a colori che mostrava Yusuf ben-Aziz nell'atto di
    brindare con una donna di cui appariva soltanto la testa bionda. Sullo
    sfondo si intravedevano tavoli affollati.  E'  un  giochino,  spieg
    Daldona, che fanno in un night qui a Roma. Souvenir per i clienti.
    Dal cestino uscirono vecchie riviste e alcuni fogli di carta intestata
    dell'albergo  gettati  alla  rinfusa.  I  fogli non erano stati usati.
    Ragusa sfogli le riviste, poi ne tese una a Daldona.
    Guardi, disse. Sul margine bianco della copertina c'era un appunto a
    matita: "D.C., Via Serio 27".


    14.
    Insomma,  niente da fare.  S,  ho capito.  Pazienza,  grazie tante.
    Mancuso  chiuse il telefono imprecando non tanto contro la sfortuna ma
    contro l'inettitudine e l'ipocrisia di tutti  i  poliziotti  d'Italia.
    Dal  comando  della Stradale avevano appena finito di confermargli che
    il loro computer era ancora fuori uso.  Le informazioni di  cui  aveva
    bisogno se le cercasse in altro modo.
    Era quello che gi stava facendo da una decina di giorni.  Il problema
    era la perdita di tempo.  Il cervellone della Stradale avrebbe  potuto
    fornirgli in mezz'ora, se non meno, le notizie che lui era costretto a
    scavare come un cercatore d'oro nelle viscere della cronaca cittadina.
    Non c'era altro sistema.  Ragusa era buono e caro,  si disse, ma aveva
    certe fisime... Questa ragazza sconosciuta, senza faccia e senza nome,
    che c'entrava con l'inchiesta?  Comunque l'ordine  era  stato  chiaro:
    "Mancuso mi devi trovare nome,  cognome,  indirizzo e parenti, insomma
    tutto quanto,  di una donna uccisa da un pirata della  strada.  Doveva
    essere  abbastanza  giovane.  Era  un'amica della Giannone.  Ma non so
    altro. Non so chi fosse, non so quando  stata uccisa, non so dove. E'
    probabile che sia successo a Roma,  e sicuramente  non  pi  tardi  di
    cinque  mesi  fa.  Perci tu comincia a cercare a Roma,  a partire dal
    mese scorso. E speriamo nella fortuna".
    La fortuna effettivamente sarebbe bastata  se  l'archivio  elettronico
    avesse  funzionato.  Invece  il maresciallo ci aveva dovuto aggiungere
    parecchio lavoro, senza nessun risultato. Appena riusciva a trovare un
    po' di tempo, tra le sue mansioni di aiuto, di segretario,  di autista
    del  giudice,  correva  a  via  del  Tritone  a  sfogliare  le vecchie
    collezioni del "Messaggero".  Anche quel mattino si accese  la  decima
    Nazionale  e  scese  le  scale  della  Procura  diretto  alla  fermata
    dell'autobus per via del Tritone.
    Si  fece  dare  la  collezione  di   dicembre.   L'archivista   voleva
    consegnargli il microfilm e lui lo respinse. La pellicola scorreva sul
    monitor  troppo  rapidamente  per  i  suoi  occhi presbiti.  Chiuse il
    librone della raccolta e se lo port a un leggo  illuminato  come  un
    tavolo anatomico da una lampada da 100 watt.  Preg il cielo di dargli
    una mano,  visto che febbraio e gennaio  gli  avevano  riservato,  nei
    giorni precedenti,  solo il fastidio di un viaggetto inutile fino alla
    borgata di Acilia: la ragazza "travolta e uccisa da ignoti" non  aveva
    nulla a che vedere con Jolanda Giannone.
    Da  Capodanno  gi  gi  sino  a  Natale,  procedendo  a ritroso nella
    ricerca,  Mancuso scivol via tra stelle filanti,  petardi e tappi  di
    champagne.  Morti  ce n'erano,  anche in quella settimana,  ma nessuno
    aveva i requisiti richiesti.  Gli venne solo il dubbio che la  notizia
    potesse non essere mai stata pubblicata: se l'incidente fosse avvenuto
    nei  tre  giorni  festivi in cui per tradizione i giornali non escono,
    difficilmente sarebbe stata ripresa nei numeri successivi.  Continu a
    sfogliare  e  nella  cronaca del 18 dicembre sembr finalmente trovare
    una candidata adatta al ruolo.  Anzi due,  come costat a una  lettura
    pi  attenta  del  grosso  titolo  di  centro-pagina.  La prima riga a
    effetto annunciava: MORTE SULLA STRADA. La seconda spiegava la ragione
    di un rilievo cos insolito: "Un'altra vittima dei pirati in 48  ore".
    Il  maresciallo  lasci  il  librone  aperto,  si  guard attorno alla
    ricerca di una  sedia  che  sostituisse  il  suo  scomodo  sgabello  e
    rassegnato si dispose a prendere appunti.
    Maria Adelaide Bertelli,  vent'anni,  abitante in via Rodolfo Lanciani
    69.  Aveva commesso l'imprudenza di attraversare il viale  sotto  casa
    proprio  mentre  due centauri decidevano di usarlo come pista di prova
    per le loro moto di grossa cilindrata.  Uno  dei  due  l'aveva  appena
    sfiorata  ma  era  bastato  per  farle  fare un volo di qualche metro,
    giusto fino alle nodose radici di un platano sui bordi della  via.  Si
    era  rotta  la  base  del  cranio,  spirando sul colpo,  mentre i suoi
    assassini  volavano  senza  nemmeno  voltarsi  verso  le  campate  del
    cavalcavia Lanciani.
    Ad  ammazzare  l'altra  ragazza,  appena  due giorni prima,  era stata
    invece una macchina,  ma i testimoni non erano d'accordo  nemmeno  sul
    tipo della vettura.
    L'incidente  era  accaduto  verso  le  nove  di  sera,   davanti  agli
    stabilimenti cinematografici Lucci,  sulla via  Tiburtina.  Elisabetta
    Revel,  in  arte  Jeanne  Goucher.  Il  cronista  faceva capire che si
    trattava  di  un'attricetta  di  poco  talento  e  ancor  meno  virt,
    specializzata  in  film che,  forse per un residuo pudore dinanzi alla
    morte,  si limitava a definire "audaci".  La macchina l'aveva presa in
    pieno mentre attraversava la Tiburtina,  molto buia in quel punto, per
    raggiungere la sua spider parcheggiata sull'altro lato  della  strada.
    Il  domicilio riportato dal giornale era via dei Chiavari.  Dev'essere
    in centro, pens Mancuso. Riprese a sfogliare il librone,  ma per quel
    mese non c'era altro.
    A  quel  punto  doveva  solo  decidere  da  dove cominciare,  e non fu
    difficile,  una volta consultato lo stradario.  Via Lanciani era verso
    la  periferia  est  della  citt,  via  dei Chiavari si trovava invece
    proprio alle spalle di  Campo  de'  Fiori,  sulla  direttrice  che  il
    maresciallo  doveva seguire per tornare in Procura.  Il 62 lo deposit
    su corso Vittorio,  di fronte al palazzo della  Cancelleria.  Torn  a
    piedi indietro di duecento metri e svolt nella piazzetta del Pallaro.
    In fondo,  tra gli angoli asimmetrici di due alti edifici secenteschi,
    si schiudeva la stradina che gli interessava.  Sembrava creata per  un
    gioco  di  quinte  teatrali.   Colorata,   stretta,   irregolare.  Era
    difficile, anzi impossibile, trovare due case che si allineassero.  Un
    succedersi  di spigoli e di anfratti,  di brevi slarghi improvvisi che
    subito si richiudevano a imbuto.  Da  Campo  de'  Fiori,  appena  alle
    spalle, arrivavano deboli echi del mercato all'aperto.
    Al numero 38 Mancuso trov un palazzo che aveva tutta l'aria di essere
    tra  i pi vecchi della via,  se non dell'intera zona.  E in realt un
    esperto avrebbe potuto confermargli che quel  parallelepipedo  grigio,
    stretto  e  alto  per  sei piani,  era stato nel Duecento una torre di
    difesa della potente famiglia Marcelli.  A fianco  e  alle  spalle,  a
    corona, erano venute su le casette basse degli artigiani e le botteghe
    dei  commerci.  Sette secoli dopo non era cambiato niente,  a parte il
    dettaglio che l'Immobiliare Presti,  51 per cento del Vaticano,  aveva
    trasformato  tutto in miniappartamenti per bohmiens facoltosi.  Nella
    corte luminosa,  dove Mancuso si ritrov una volta  varcato  il  lungo
    androne  d'ingresso,  era  sopravvissuto soltanto il laboratorio di un
    falegname.   And  diritto  alle  cassette  delle  lettere   sistemate
    all'esterno a fianco al portone. E sotto il nome Revel lesse il numero
    dell'appartamento.  Il 6. A che piano? Non gli restava che andare su a
    piedi.  E comunque non avrebbe avuto alternativa,  dal momento che non
    c'era ascensore.
    Primo piano. Secondo piano, con tre appartamenti, fino al numero 5. Si
    ferm e riprese fiato prima di cominciare l'ascensione verso il terzo.
    Invece  trov  la  porta del 6 a mezza strada,  dopo una sola rampa di
    gradini larghi  e  bassi.  Di  fronte  all'uscio  di  rovere  un  alto
    finestrone  convogliava  sulle  scale intonacate di bianco la luce del
    cortile e i rumori quieti della falegnameria.  Pigi il campanello  di
    ottone.  Dall'interno  echeggi un trillo modulato.  Aspett ma non ci
    furono altri rumori.  Suon di nuovo,  pi a lungo  stavolta.  Poi  si
    arrese  prendendosela  con  la  sua  eterna sfortuna.  A chi chiedere?
    Portieri l dentro non ce n'erano.  Gli venne in  mente  per  che  il
    falegname  occupava una posizione ugualmente strategica,  di fronte al
    budello d'ingresso. Si poteva tentare. E poi, semmai, con i vicini.
    L'uomo era molto gentile.  Doveva avere almeno  settant'anni  ma  dava
    ancora  dei buoni colpi di pialla.  La pos sul telaio di finestra che
    stava completando quando Mancuso gli disse chi era.  Si raddrizz  nel
    suo  camice da lavoro color cachi e protese curiosamente il mustacchio
    bianco. Aveva occhiali tondi su una faccia simpatica, un po' equina.
    Chi cerca? La ragazza dell'interno 6? Eh,  arrivato tardi. E' morta,
    quanto sar?... un paio di mesi. No, di pi. Insomma, era dicembre.
    Mi sono spiegato male,  fece Mancuso remissivo.  Lo so che  morta.
    Per io avevo bisogno di parlare coi parenti.  La madre, i fratelli se
    ce li ha. Pensavo di trovarli qua ma in casa non risponde nessuno.
    Qua? Il vecchio sorrise con aria tollerante.  Eh,  maresciallo,  ma
    quella non era una ragazza di famiglia.
    Che vuol dire? Una madre ce l'avr avuta pure lei.
    Questo  non  si discute.  Per i capelli bianchi serviranno a qualche
    cosa, no? Secondo me quella povera figlia si era svezzata presto dalla
    mamma. Forse pure troppo presto.
    Beh, si sa. Le attrici, specie se giovani...
    Lei vede dove ho la bottega, no?  Anche se non volessi,  per forza mi
    tocca vedere tutto quello che succede qui dentro.  Chi viene,  chi va,
    dove va... Non  per curiosit,  si figuri,  all'et mia.  A maggio ne
    faccio settantasei.
    Complimenti,  disse  paziente  Mancuso  che  lo  vide illuminarsi di
    vanit.
    Grazie. Per quanto ormai,  a quest'et...,  filosofeggi il vecchio.
    Uno non pu vivere in eterno,  dico io,  le pare?  Mi ricordo del mio
    povero  nonno,  faceva  pure  lui  il  falegname,   in  questa  stessa
    bottega...
    Scusi  tanto ma mi aspettano.  Stava dicendo della ragazza,  sugger
    affabile il maresciallo.
     Ah, s, s. La Revel. No, per carit, non  che fosse di quelle. Una
    come lei,  giovane,  bella...  l'ha vista in  fotografia?  Eh,  doveva
    vederla in carne e ossa,  che personale... una come lei poteva puntare
    in alto.  Magari sar vero che era un'attrice.  Fatto sta che in  casa
    sua  c'era  un via vai che non le dico,  a ogni ora del giorno.  Gente
    strana,  ogni tanto,  mi capisce.  Ma per lo  pi  erano  proprio  bei
    ragazzi.  Certo,  non  dico di no,  potevano pure esserci attori.  Per
    quello che ne so io...  Per  ci  credo  poco.  Ma  non  c'erano  solo
    giovanotti.
    Che vuol dire?
    Che  ci  veniva  pure gente non tanto pi giovane di me.  Ma pieni di
    grana,  si vedeva.  Certe  volte  con  l'autista  che  gli  apriva  lo
    sportello  della  macchina  qua sotto il portone.  E quando arrivavano
    quelli,  doveva sentirla lei...  Gli faceva certe accoglienze come  se
    fosse arrivato il papa,  si sentiva per tutte le scale.  Tesoro mio di
    qua, tesoro mio di l. Insomma, ha capito.
    S, s, ho capito.  Ho capito,  ripet Mancuso.  Ma quando  finita
    sotto  la  macchina qualcuno dei parenti si sar pure fatto vivo.  Per
    prendere la sua roba, chiudere la casa, queste cose qui.
    Ah, sicuro. Vennero in due,  una signora e un giovanotto.  Riempirono
    un paio di valigie,  un baule e via.  L'amica della signorina mi disse
    che erano la madre e...
    Aspetti un momento,  per favore. Il  maresciallo  prov  un  piccolo
    spasmo di piacere,  come gli succedeva ai tempi d'oro quando stava per
    mettere le mani su un evasore fiscale.  E quest'amica non sa per caso
    dove la posso trovare?
    Il vecchio lo guard un po' stupito.  Ma certo che lo so. Qua dentro.
    Abitavano assieme, lei e la Revel...
    Mancuso maledisse di nuovo la iella.  Si fosse  portato  appresso  una
    foto della Giannone...  Ma chi poteva prevedere.  Pazienza. Mi faccia
    capire, disse, questa ragazza vive ancora nel palazzo?
    Sicuro. Ci  rimasta male,  quando  morta l'altra,  si vedeva che le
    dispiaceva molto. E poi, siccome qua dentro le case costano parecchio,
    io  pensavo  che  magari  da  sola  non ce l'avrebbe fatta a mantenere
    l'appartamento.  Invece lei  restata,  almeno per ora.  Per  non  mi
    chieda come si chiama.  Con questa,  sa, io non ho tanta confidenza. E
    non c' manco il nome sulla cassetta delle lettere. Bella pure questa,
    non le dico. Ma gi che adesso sono tutte belle le donne che si vedono
    in  giro.   Ai  tempi  miei,   invece,   certi  mostri.   Mia  moglie,
    buon'anima...
    La  delusione  si  era  portata via anche gran parte della pazienza di
    Mancuso.  Evidentemente  la  coinquilina  dell'attricetta  non  poteva
    essere la Giannone,  a meno che non fosse resuscitata a loro insaputa.
    Non rimaneva che provare a via Lanciani,  ma  se  ne  sarebbe  parlato
    l'indomani.  Comunque  non  valeva pi la pena di stare a perder tempo
    con le chiacchiere del vecchio. Lo interruppe un po' ruvidamente.
    Senta, signor...
    Quintieri.
    Signor  Quintieri,   la  ringrazio  per  le   informazioni,   ma   ho
    l'impressione  che  non siano queste le persone che sto cercando. Gli
    tese la mano. Comunque, non si pu mai escludere.  Forse sar il caso
    di  sentire  anche questa coinquilina.  Di solito a che ora si trova a
    casa? Forse lei sa dirmelo.
    Mah,  da quanto ne so io non ha orari  regolari.  Certe  volte  torna
    mentre  chiudo  bottega,  la  sera  tardi.  Certe altre la incontro al
    mattino presto,  quando arrivo nel  cortile.  In  questi  giorni  deve
    essere proprio fuori,  in giro da qualche parte. Credo, almeno, perch
     un po' di tempo che non la vedo.  Mi faccia fare il  conto.  Eh  s,
    saranno dieci, quindici giorni.
    Oh,  Ges,  bofonchi  Mancuso  e finalmente ringrazi tra s la sua
    buona stella. Una decina di giorni! E me lo dice adesso,  rimprover
    con  un sorriso il falegname,  che lo guard smarrito senza capire che
    male avesse fatto.

    Evelina maledisse le giornate di riposo, soprattutto se piene di sole.
    Estese i suoi anatemi alla campagna,  alle  ville  isolate  e  lontane
    dalla citt,  alle manie bucoliche di Mariano. Avrebbe avuto voglia di
    fare una passeggiata.  Ma con chi?  Lui se ne stava a Roma a giocare a
    guardie  e  ladri  e da sola non le andava di uscire.  Certo,  avrebbe
    potuto procurarsi altra compagnia.  Ma sapeva come  sarebbe  andata  a
    finire.  E  con questo?  In fin dei conti non era mica una beghina che
    doveva combattere le tentazioni.  Si stacc dalla finestra del salotto
    e and in cucina,  ancora in camicia da notte. Si era appena alzata ma
    il riscaldamento  perennemente  acceso  manteneva  negli  ambienti  la
    temperatura tropicale di cui lei aveva bisogno. Si stup che Fernanda,
    la cameriera a mezzo servizio,  se ne fosse gi andata. Poi l'orologio
    elettrico della cucina le spieg che erano le due del pomeriggio e  la
    sua irritazione evapor. Il televisore portatile le fece compagnia con
    una telenovela brasiliana mentre cuoceva due uova sode e riscaldava un
    cespuglietto di spinaci in padella.
    Guglielmo  era uno stronzo o un genio?  Si guard attorno alla ricerca
    della saliera e dovette accantonare per un momento il dilemma. Dannata
    Fernanda, ma dove ficcava la roba?  Cerc inutilmente nei mobili della
    cucina,  nei  pensili,  dietro  i  vasetti delle spezie.  Niente.  Non
    restava che  il  sale  grosso.  Ne  prese  una  manciata  e  la  stese
    uniformemente  sul tagliere di legno.  Impugn un vasetto a portata di
    mano,  come pestello.  Al primo  colpo  i  grossi  cristalli  di  sale
    schizzarono dappertutto come chicchi di grandine. Imprec, poi scoppi
    a ridere.  Guglielmo l'avrebbe presa in giro fino alla fine dei secoli
    se gliel'avesse raccontato. Aveva proprio ragione lui. "Anima mia,  tu
    sei un'incapace.  Non sai fare niente e vuoi fare tutto. E vuoi sapere
    la verit?  In questa contraddizione sta  il  tuo  fascino."  L'ultima
    volta che gliel'aveva detto,  con l'aria definitiva di chi annuncia la
    scoperta di una legge fisica, lei era saltata fuori dal letto come una
    tigre.   Si  era  infilata  di  corsa   gonna   e   camicetta,   aveva
    appallottolato  in borsa calze e mutandine e sulla soglia della stanza
    si era voltata soltanto per gridargli: "Sono un'incapace?  Allora  fai
    da  solo".  Lui  era scoppiato a ridere ma non s'era mosso da sotto le
    lenzuola.
    E aveva perfettamente ragione, riflett Evelina affrontando il secondo
    uovo insipido.  Non aveva nessun bisogno di muoversi perch sapeva che
    lei sarebbe tornata,  magari il giorno dopo.  Le piaceva come da molto
    tempo non le succedeva con un uomo.  Non poteva certo dire  che  fosse
    tenero o affettuoso. Anzi, la sua perenne sicurezza di s aveva spesso
    il potere di irritarla.  Per l'affascinava anche, come la promessa di
    un ancoraggio pi saldo dopo anni di tempesta.  Si sentiva protetta  e
    desiderata.  Forse  sbagliava,  ma  certe  volte  si  lasciava tentare
    dall'idea che l'ironia,  le battute dell'amante fossero anche un mezzo
    per  incrinare  la  sua  corazza  di indifferenza.  O forse lo pensava
    proprio perch, con lui, la corazza si era gi incrinata.
    Torn nella sala inondata di sole per prendere il caff e fumarsi  una
    sigaretta sprofondata nella comoda poltrona di Mariano.  Gi, Mariano.
    Le venne in mente che all'inizio, quando si erano conosciuti, ridevano
    assieme su quel nome.  Lei diceva che avrebbe  dovuto  chiamarsi  come
    l'eroe  di qualche tragedia romantica,  uomini tormentati dai sensi di
    colpa e dall'esistenza di Dio,  cacciatori di  chimere  sconfitti  dal
    destino.  Lui  le  ribatteva  che  aveva  una cultura da liceale e una
    fantasia limitata. E quanto ai nomi, Evelina sembrava appena uscito da
    un film di telefoni bianchi.  Poi facevano l'amore.  Ma  tutto  questo
    succedeva molto tempo fa.
    Si  alz  e  and al telefono.  Guglielmo non c'era e nel nastro della
    segreteria automatica lei incise che sarebbe passata  dal  suo  studio
    verso  le  cinque.  Poi  form il numero diretto di Ragusa in Procura.
    Voleva avvertirlo che sarebbe  tornata  tardi.  Non  rispose  nessuno.
    Evelina  sorrise e scosse la testa.  Guardie e ladri,  come al solito.
    Vide che erano ancora le due e mezzo e se ne torn a letto.

    Ragusa sapeva che la chiave avrebbe girato nella toppa.  Lo  sapeva  a
    tal  punto  che si sent un po' a disagio,  come se fosse ricorso a un
    trucchetto da prestigiatore,  dinanzi all'occhiata sorpresa e ammirata
    che  gli  scocc  Mancuso.  Lo sapeva,  da prima ancora che il vecchio
    falegname riconoscesse nella foto di Jolanda il viso della sconosciuta
    inquilina dell'interno 6.  Quella chiave lo aveva tormentato per molti
    giorni,   dopo   il   ritrovamento   della  borsa  nell'armadietto  di
    Montecitorio.  Non era della  casa  in  borgata,  lo  aveva  accertato
    subito.  E  ricordava  benissimo  che l'unico domicilio noto era anche
    quello che la Giannone frequentava di meno.  La chiave  perci  doveva
    essere  di un rifugio segreto,  il teatro di una vita semiclandestina.
    Le pagine dell'inchiesta erano in proposito ostili e  lisce  come  una
    parete  di sesto grado.  Lo avevano soccorso gli appunti sul colloquio
    con Bianchi,  gettati gi a memoria dopo la morte  del  commesso.  Gli
    accenni  del  fidanzato  al dolore di Jolanda per l'amica uccisa da un
    pirata della strada sembravano contenere una traccia  promettente.  Il
    lavoro di Mancuso aveva fatto il resto.
    Siamo  stati pi fortunati di quanto mi aspettassi,  disse Ragusa al
    maresciallo mentre spingeva la porta. Ed era sincero,  anche se quello
    la prese per una ostentazione di modestia. Si trovarono in un ingresso
    piccolo e in penombra.  Non c'erano finestre e la luce arrivava, molto
    debole, dalla stanza di fronte. Mancuso premette un interruttore sulla
    parete e un faretto illumin il vestibolo. Sulla sinistra una scala di
    legno a chiocciola forava il soffitto,  sulla destra il marrone  scuro
    di  un'altra  porta  spiccava  contro  il  bianco del muro.  Ragusa si
    accinse a una prima ricognizione dell'appartamento:  poi,  semmai,  lo
    avrebbe  fatto  buttare  all'aria  dagli uomini di Pincherle.  Apr la
    porta sulla destra e la stanza,  al buio,  lo respinse con un tanfo di
    chiuso e di umidit. And verso la finestra e la spalanc, incrociando
    per un attimo lo sguardo del falegname gi in cortile.  Era una camera
    da letto di dimensioni ridotte e spoglia come una stanza di  ospedale.
    Macchie  pi  chiare  sulle pareti indicavano che i quadri erano stati
    portati via,  come del resto ogni oggetto personale.  Sul bel tavolino
    tondo  di mogano,  a fianco al letto in ferro battuto,  era rimasto un
    abat-jour rosa.  E nell'armadio di noce scuro dondolavano  solo  poche
    grucce  vuote.  I  parenti  della Revel avevano preso tutto,  tranne i
    mobili che probabilmente non appartenevano alla ragazza.
    La vita in quella stanza pareva interrotta, irrimediabilmente sospesa.
    Tornava   invece   a   scorrere   torpida   negli    altri    ambienti
    dell'appartamento. Soltanto una leggera patina di polvere testimoniava
    di  un'assenza piuttosto lunga degli abitanti.  Per il resto si poteva
    supporre che Jolanda fosse  uscita  di  casa  appena  quella  mattina.
    Nell'altra  camera  da letto,  la sua evidentemente,  le imposte erano
    socchiuse e lasciavano entrare il fascio di luce che si spandeva  fino
    al  vestibolo.  Camicette  e biancheria intima si ammucchiavano su una
    poltroncina rivestita di chintz.  Anche il letto era in disordine e su
    una  tolettina  come  quelle  in voga agli inizi del secolo dilagavano
    cosmetici di ogni specie.  I mobili  erano  quasi  identici  a  quelli
    dell'altra stanza, segno che molto probabilmente l'appartamento veniva
    affittato  gi  arredato.  Sul  tavolino  di  mogano  Jolanda e il suo
    fidanzato passeggiavano mano nella mano lungo la riva del mare, dentro
    una cornice d'argento,  e in Ragusa scatt un  riflesso  d'ammirazione
    per il corpo superbo della ragazza, nel ridottissimo bikini.
    Al  piano di sopra,  collegato con la scaletta interna,  li accolse un
    vasto locale a forma di L. Sul lato pi breve era disposto un divano a
    strisce multicolori. Sul braccio pi lungo della L;  che era anche pi
    largo,  un  altro  divano  tra  due  balconcini precedeva un tavolo da
    pranzo,  il solito fratino rifatto.  Una sottile  parete  separava  la
    cucina.  Nell'acquaio  c'era ancora una tazza sporca di caff e orlata
    di rossetto.  Il pranzo-salotto non offriva niente che Ragusa  potesse
    attribuire  con  sicurezza  all'una  o  all'altra  delle  due ragazze.
    Pochissimi libri su una  mensola,  manuali,  letteratura  di  consumo,
    biografie  di  divi  del  cinema  e  del  rock.  Il  resto dell'arredo
    rifletteva l'anonimato che hanno di solito gli ambienti comuni  a  pi
    persone.  Se  c'era qualcosa che da qualche parte poteva saltar fuori,
    non l'avrebbe trovata l. Se c'era qualcosa.
    Ridiscese nel vestibolo e and verso la camera di Jolanda.  Mancuso lo
    seguiva in silenzio.  Da dove cominciare? Ragusa escluse che in quella
    casa potessero esserci casseforti a muro  o  nascondigli  sofisticati.
    Cerc  piuttosto  di  immaginare  che  cosa  avrebbe fatto se si fosse
    trovato al posto di una  ragazza  convinta  di  essere  furba  ma  che
    probabilmente  lo  era  molto poco.  Apr l'armadio e pass in rivista
    gonne,  vestiti,  abiti da sera.  Fin qui tutto quadrava  con  le  sue
    ipotesi. Non si intendeva granch di abbigliamento femminile ma era in
    grado  di  capire  che  stava  esplorando  un guardaroba assolutamente
    incompatibile con l'abituale tenore di vita  di  una  qualunque  donna
    delle  pulizie,  foss'anche  a  Buckingham Palace.  Scart certi abiti
    lunghi che parevano fatti di niente,  immaginandone l'effetto  addosso
    alla ragazza.  Quella roba non era concepita per nascondere nemmeno la
    pelle, inutile perder tempo. Giacche,  gonne,  cappotti furono invece,
    con  l'aiuto  di Mancuso,  palpati,  sfoderati,  rivoltati sottosopra.
    Niente.
    Ragusa pass alle due valigie,  di una  pelletteria  prestigiosa,  che
    giacevano sul fondo dell'armadio. Afferr la pi piccola e la pos sul
    letto.  Il maresciallo si preparava a forzare il lucchetto,  ma non ce
    ne fu bisogno.  Era chiuso,  per attorno a uno solo  degli  occhielli
    delle cerniere.  Dentro la valigia,  ben ripiegato,  c'era un pullover
    bianco di lana grossa, di genere marinaresco. Il giudice lo tir fuori
    e qualcosa cadde sul pavimento.
    Si chin e raccolse un volume rilegato in pelle. Era un'agenda: di due
    anni prima,  secondo le cifre stampigliate  in  oro  sulla  copertina.
    Ragusa  sedette  sul  letto  e sganci la fibbia.  Alla data del primo
    gennaio Jolanda aveva scritto qualcosa con una  calligrafia  larga  ed
    elementare.

    "Anno  nuovo  vita  nuova!  Me lo ha detto anche lui.  Sar vero?  Per
    forza. So che gli piaccio, e anche lui  un bell'uomo, anche se un po'
    troppo vecchio. Pazienza. Non ho mai avuto tanti soldi per me. E mi ha
    anche regalato due meravigliosi orecchini col brillante."

    Brillante era sottolineato tre volte.

    "Fino a oggi non ho mai tenuto un  diario,  perch  non  mi  succedeva
    proprio niente.  Ma adesso ne ho tanti di fatti da raccontare e non so
    a chi dirli. Perci li scriver."

    Ragusa riconobbe un lieve sintomo di compassione.  Sollev gli occhi e
    si  trov  di  fronte  l'immagine  ridente  sul  tavolino.  Tutto  era
    cominciato cos,  dunque.  Se lo sarebbe studiato  bene,  quel  diario
    senza fantasia, partorito come un vendicatore inconsapevole. Ma poteva
    indovinare  quello  che avrebbe trovato.  Era gi tutto l,  implicito
    nella disarmante amoralit di quelle prime righe. Il resto non sarebbe
    stato che la marcia di avvicinamento a un'illusione  guasta,  troncata
    soltanto dalla morte.
    Riprese  a  sfogliare il diario,  trovando di tutto.  Appuntamenti dal
    dentista e resoconti galanti,  conti di fine  mese  e  confessioni  di
    stati  d'animo.  Le  annotazioni  non  seguivano  le date dell'agenda.
    Jolanda appuntava in cima al foglio giorno  e  mese  dell'avvenimento,
    cancellando  quelli  stampati.  Ragusa si trattenne dall'andare subito
    alla  fine  dell'agenda  dove  forse  avrebbe  trovato  la  verit  ad
    aspettarlo. Si impose invece di seguire l'ordine delle pagine, come un
    geologo  che  dalla diversit delle faglie ricostruisce la genesi e la
    storia della montagna sotto i  suoi  piedi.  La  relazione  con  Randi
    doveva  essere cominciata due o tre mesi dopo che la ragazza era stata
    assunta  nello  studio  del  sottosegretario.   Nel  corso  del  tempo
    l'atteggiamento  di  Jolanda,  all'inizio  quasi di grato stupore,  si
    faceva pi sicuro e intraprendente.  I segni di questo mutamento erano
    innumerevoli: a cominciare dalla caduta del velo di discrezione dietro
    il  quale nascondeva il nome dell'amante.  Ma gi a met febbraio,  un
    mese e mezzo dopo la prima annotazione,  al posto di un  vago  pronome
    personale  compariva  l'iniziale,  una  "R" appuntata che teneva banco
    fino al 6 maggio.  Quel giorno il  nome  Randi  entrava  in  scena  di
    prepotenza, accompagnato per da sentimenti un po' diversi.

    "Randi  un porco.  Era gi un po' che ci girava intorno,  e una volta
    mi aveva perfino letto una pagina di un libro dove erano  in  tanti  a
    fare  l'amore.  Io  avevo  pensato  che  alla sua et gli servisse per
    eccitarsi.  Ma questo pomeriggio dopo che siamo stati  insieme  mi  ha
    detto  che  voleva farmi conoscere degli amici.  Io ero contenta e lui
    allora mi ha fatto: guarda che forse non hai capito.  Allora s che ho
    capito.  E  gli ho detto quello che erano,  lui e i suoi amici.  Mi ha
    risposto che ci dovevo pensare bene,  se no con lui avevo chiuso.  Che
    devo fare?  Ho bisogno dei soldi.  Finalmente ho una casa mia, ma come
    faccio a pagarla se quel maiale non mi aiuta pi?"

    Ragusa sapeva che fine avevano fatto quei dubbi.  La breve nota del 13
    maggio  -  luned,  aveva  specificato Jolanda -,  gli sembr comunque
    agghiacciante.

    "L'altro ieri sono stata nella sua villa al Circeo.  C'erano altre due
    ragazze,  e  tre  uomini  di  mezza  et  che  avevano  tutti  un'aria
    importante.  Ho chiuso gli occhi e ho cercato di non pensare a niente.
    Alla  fine tutti erano molto soddisfatti.  Ci hanno coperte di regali.
    Poi ho detto a Randi che avevo bisogno di soldi.  Cinque minuti dopo 
    ricomparso  e  mi  ha  dato  una busta.  Dentro c'erano due milioni in
    contanti.  Lui era tutto sorridente,  e mi ha detto: hai visto che  ci
    guadagni?"

    Per  quell'anno  il  diario finiva l.  Sulla pagina seguente la data,
    scritta con un pennarello rosso, era del 12 marzo dell'anno dopo.  Non
    c'era  nessuna  spiegazione  dell'interruzione.  Ma  il tono era cupo.
    Probabilmente  la  ragazza  aveva  scoperto  nel  frattempo  di  avere
    sopravvalutato  la generosit dei suoi frequentatori.  Si lamentava di
    avere poco denaro, accusava Randi di lesinarglielo,  faceva i conti di
    quanto  le  fossero  costati  profumi,  cosmetici  e abiti adatti agli
    appuntamenti. Risultava anche chiaro, negli appunti successivi, che il
    giro degli incontri si era ampliato: gli amici di Randi,  ogni  tanto,
    non  si  accontentavano  di  aspettare i fine settimana al Circeo.  La
    cercavano e lei andava.
    Per non  sembrava  rassegnarsi  a  quella  vita.  Non  perch  avesse
    scrupoli morali, angosce da rispettabilit. Semplicemente aveva l'aria
    di  considerarlo un mestiere poco sicuro e comunque meno redditizio di
    quanto si era aspettata.  E in molti brani Ragusa cominci a leggere i
    segni dello scontento e della rabbia.  Ma anche Randi doveva essersene
    accorto: forse per questo non  sopportava  pi  di  vedersela  intorno
    anche  in  ufficio,  come  lei  lamentava  sempre  pi impaurita.  E a
    settembre infatti il sottosegretario le aveva annunciato il suo  nuovo
    lavoro  a Montecitorio.  Jolanda aveva reagito come poteva.  Si capiva
    che doveva aver pianto,  supplicato,  minacciato.  E Randi per tenerla
    buona  prometteva  senza  risparmio,  le spiegava che era soltanto una
    soluzione transitoria,  certe volte riusciva  perfino  a  convincerla.
    Probabilmente  perch  era  lei  a volergli credere.  Ma il giorno che
    aveva indossato il  grembiule  delle  pulizie  a  Montecitorio,  il  3
    ottobre, sul diario aveva scritto: "Me la pagheranno".

    Evelina  si  rizz di scatto a sedere sul letto.  Rest in ascolto per
    qualche secondo ma il rumore non si  ripet.  Si  ridistese  sotto  le
    coperte, lasciando fuori solo la mano sinistra che teneva dinanzi agli
    occhi  il  volumetto  di  racconti  della  Blixen.  Di nuovo.  Come un
    tintinnio di vetri,  sul lato della cucina.  Stavolta lo aveva sentito
    chiaramente.  Usc dal letto e si infil una vestaglia.  Non ricordava
    se aveva lasciato la finestra socchiusa gi in cucina e magari uno  di
    quei  maledetti  gatti  randagi  ci si era infilato.  Era sulla soglia
    della camera quando distinse i passi. Si sent gelare.
    Erano nettissimi, gi nella sala, per quanto i ladri si sforzassero di
    muoversi con la massima cautela. Sembravano avvicinarsi,  adesso erano
    ai piedi della scala che portava al primo piano.  Evelina fu presa dal
    panico. Sent scricchiolare il legno del primo gradino.  Non aveva vie
    d'uscita. Si guard attorno come se volesse confondersi con le porte o
    coi muri, in mancanza di un qualunque nascondiglio. E fu allora che le
    venne un'idea disperata. Si mise a gridare. Mariano, ci sono i ladri!
    Prendi la pistola! Fai presto!
    Per  un  attimo  trattenne  il  respiro,  nella speranza di sentire lo
    scalpicco di una fuga precipitosa.  Fu  invece  come  se  un  ciclone
    percorresse le scale, e prima ancora che se ne rendesse conto si trov
    di  fronte  un  uomo,  in  cima al corridoio.  Un uomo dalla faccia di
    scimmia,  rosea e raggrinzita.  La guard sogghignando e venne avanti.
    Lei  cacci  un  urlo  e arretr in camera da letto,  gettandosi sulla
    porta.  Ma non fece in tempo a chiuderla.  Vi si addoss con tutto  il
    peso,   avvertendo   con   terrore   che  cedeva  sotto  la  pressione
    dall'esterno.  Come in un incubo sent una voce bassa e  roca  che  la
    ammoniva, strascicando l'accento romanesco.
    Di bella,  non fare la scema,  che senn  peggio. Tanto lo sappiamo
    che stai sola in casa. E' inutile che chiami Mariano.
    Evelina cercava di puntellarsi con un piede contro il cassettone,  per
    reggere  alla spinta sulla porta.  E cercava anche di riflettere,  con
    una lucidit che mai avrebbe potuto immaginare in una  situazione  del
    genere.  Se  solo  avesse  potuto chiudere a chiave e correre verso il
    telefono,  l sul comodino Una spallata pi forte la fece  finire  per
    terra e sent una fitta lancinante alla caviglia.  Grid per il dolore
    mentre nella cornice della porta si inquadravano due  ceffi  dietro  i
    quali  continuava  a ghignare faccia-di-scimmia.  Rimase a osservarli,
    inchiodata al parquet da una nuova  ondata  di  terrore,  mentre  loro
    sembravano valutarla pezzo per pezzo.  Cap allora che cosa volevano e
    si sent  morire.  Si  mise  a  strisciare  per  terra,  all'indietro,
    sperando in un miracolo. Uno qualunque. Che almeno non si accorgessero
    della sua lenta marcia verso il telefono.  Le furono sopra in un lampo
    e lei lott con tutte le forze, mordendo e graffiando per liberarsi di
    quelle mani che la frugavano.  Vide il pi grosso  dei  tre,  tondo  e
    rubizzo,  gli  occhietti annegati nel lardo,  levare il braccio destro
    contro di lei.  Non riusc  a  parare  il  colpo.  Ricadde  per  terra
    stordita  e in due la sollevarono,  sbattendola sul letto.  Faccia-di-
    scimmia le si inginocchi vicino.  Le afferr i capelli e le soffi in
    faccia:
    Adesso  l'hai  capita  che  siamo  cattivi,  s o no?  Sai quello che
    vogliamo e ti conviene non fare storie. Senn  peggio, te l'ho detto.
    E poi che ne sai? Pu essere che ti piace...
    Anzi  sicuro, risero gli altri due.
    Evelina chiuse gli occhi,  svuotata di ogni energia.  Sent le lacrime
    scenderle  per  le guance mentre la vestaglia e la camicia da notte le
    venivano strappate via.

    Ottieri lo accolse in piedi dietro lo scrittoio.  Sembrava  avere  una
    gran fretta. E infatti glielo disse.
    Mi  spiace disturbarla,  replic Ragusa.  Ma mi  sembrato doveroso
    informarla subito. Due ore fa, in un appartamentino vicino a Campo de'
    Fiori, ho trovato questo. Pos sulla scrivania l'agenda di pelle. E'
    il diario di Jolanda Giannone.
    Il  procuratore  capo  inarc  le  sopracciglia.  Lo  ha  gi  letto,
    suppongo.
    L'ho letto.
    Allora  mi riassuma quello che ha trovato. Si mise a sedere e Ragusa
    lo imit.
    La Giannone ricattava Randi...
    Ottieri lo interruppe: Per via dei festini al Circeo, immagino.
    Per  via  dei  festini  al  Circeo,  conferm  lui.  Poi  picchiett
    leggermente sulla copertina di pelle. Ma qui dentro non si parla solo
    di  lui.  La ragazza ha messo nero su bianco i nomi di tutta l'allegra
    brigata.  E' un elenco che sembra quello degli invitati al ricevimento
    del 2 giugno nei giardini del Quirinale. Vuol vedere?
    Non  voglio vedere niente.  E forse sarebbe stato meglio se anche lei
    non avesse visto. Il tono  si  fece  severo,  lo  sguardo  duro.  Le
    ricordo che il caso  virtualmente chiuso.  Con la sua scomparsa Randi
    ha in pratica confessato di avere ucciso Bianchi.  A questo punto  non
    capisco  a  che  cosa  serva  questo morboso interesse verso affari di
    sesso tutto sommato banali.  La Procura  della  Repubblica  non    la
    Squadra del Buoncostume.
    Ragusa   respir   profondamente   prima   di  rispondergli.   Signor
    procuratore, lasci che le dica tutto quanto c' qui dentro, e pos di
    nuovo le mani sull'agenda.  Poi prender le sue decisioni. Vide  che
    l'altro  taceva,  e continu: E' vero,  abbiamo un assassino,  almeno
    presunto. Ma quanti sono gli assassini? Uno o due? O di pi?.
    Ma che dice,  Ragusa?  Ho l'impressione che lei  sia  davvero  troppo
    stanco.  In  queste  condizioni  non  vedo  come  potr  affrontare il
    trasferimento a Ferrara.
    Lui finse di non cogliere l'avvertimento. La prego, ancora un minuto.
    Questo diario non ci rivela solo che la Giannone ricattava  Randi.  Ci
    dice anche che Randi ha ceduto al ricatto. Aveva cominciato a pagare.
    Ottieri  adesso  lo  osservava  in  silenzio,  come se si sforzasse di
    indovinare le sue conclusioni. Pot proseguire con maggiore sicurezza.
    Riepiloghiamo i fatti. A met gennaio, due mesi fa, la ragazza scrive
    che... ecco, le leggo.

    "So finalmente come fargliela pagare a quegli schifosi.  I loro  nomi
    valgono  oro.  E me lo devono dare,  se non vogliono che parli.  E tu,
    caro diario, sei il mio biglietto della lotteria."

    Evidentemente minaccia di passarlo a un giornale, per spillare soldi.
    Ma capisce che il ricatto non  una cosa semplice,  che ha bisogno  di
    aiuto.  Si  decide e confessa tutto al fidanzato,  quel Bianchi che ha
    conosciuto a Montecitorio, tra novembre e dicembre,  stando al diario.
    All'inizio    una tragedia,  lui  proprio il tipico piccolo borghese
    ossessionato  dalla  rispettabilit.   Ma  poi  ci   ripensa.   Amore?
    Interesse?  Non lo so.  Comunque ai primi di febbraio ecco cosa scrive
    Jolanda.

    "Massimo  tornato.  Adesso so che mi ama davvero.  E capisce  che  
    giusto  che  quei porci mi risarciscano per quello che mi hanno fatto.
    Dice che  ho  ragione,  e  che  servir  a  farci  vivere  tranquilli,
    insieme."

    Dunque  avevo  visto giusto quando avevo immaginato che Bianchi fosse
    un  ricattatore,   lo  interruppe  Ottieri  con  un   sorrisetto   di
    superiorit.
    S,  certo, lo accontent impaziente Ragusa. Adesso non  ancora il
    turno di Bianchi,  adesso  ancora Jolanda a condurre direttamente  il
    gioco.  E  con successo.  Ricorda la matrice dell'assegno di cinquanta
    milioni, che abbiamo trovato nella cassaforte di Randi?  Aveva la data
    dell'ultimo giorno di febbraio.  Quella sera la ragazza esulta.  Ecco,
    senta.

    "Sono ubriaca. E felice.  Non sono mai stata cos felice in vita mia.
    Cinquanta  milioni!  Non  avevo  mai  visto tanti soldi tutti assieme.
    Quando lui mi ha dato l'assegno,  con la sua firma come  volevo,  sono
    corsa  a  depositarlo  in  banca.  Dio,  se me l'avessero rubato.  Con
    Massimo  abbiamo  fatto  stasera  una  grandissima  festa.   E'  stato
    meraviglioso.  Prima  a cena al ristorante francese,  poi a casa.  Una
    bottiglia di champagne in due! Ed  solo l'inizio."

    Ragusa era rosso, eccitato. Riprese fiato. Ecco,  qualcuno mi sa dire
    perch  una  ragazza  di  vent'anni  che  ha appena ricevuto cinquanta
    milioni e se ne  aspetta  altri,  nemmeno  sette  giorni  dopo  va  in
    periferia  e  si uccide?  Perch mai avrebbe dovuto farlo? Si rilass
    contro lo schienale della sedia.
    Ottieri tacque ancora. Poi chiese: Ha trovato dell'altro?.
    Lui torn a piegarsi in avanti.  Si sentiva di nuovo  forte.  Apr  il
    diario  alle  ultime pagine e cominci a sfogliarlo alla ricerca di un
    brano. Guardi qui, disse. C' una sorpresa.  La pi grossa.  Guardi
    questo nome.
    Il  procuratore  capo si sporse a sua volta verso di lui.  La spia del
    telefono si accese  proprio  allora  e  Ottieri  rispose  infastidito.
    Stette in ascolto, poi pass il ricevitore a Ragusa.
    E'  per  lei,  il  suo  Mancuso.  Dice  che   una cosa della massima
    urgenza.
    Il  maresciallo  sembrava  preoccupato  e  affannato.   "Dottore,   ha
    telefonato  la signora Evelina.  La prega di correre a casa.  Si sente
    male, molto male, ha detto... Se vuole l'accompagno io."
    Ragusa scatt in piedi, sotto lo sguardo stupito del procuratore capo.

    Lasci che Evelina singhiozzasse a lungo con la faccia premuta sul suo
    petto,  aggrappata spasmodicamente alla sua  nuca,  ai  suoi  capelli.
    Aveva  capito  cos'era successo quando le aveva visto il grosso livido
    sulla gota sinistra, e ai piedi del letto vestaglia e camicia da notte
    ridotte in brandelli.  Si era sentito assalire da una furia gonfia  di
    desiderio  di  vendetta.  Di  nuovo  giur  a se stesso che li avrebbe
    trovati e strinse pi forte Evelina.  Poi la dose  di  Valium  che  il
    medico  le  aveva iniettato in vena cominci a fare effetto e lei pian
    piano si rilass.
    Mariano, oh Mariano. Se sapessi..., balbett ancora tra le lacrime.
    Dormi  adesso,  non  devi  pensare  a  niente.   Dormi,   le  ripet
    accarezzandola. Abbiamo tutto il tempo per parlare.
    Lei  si  addorment,  con un respiro subito pesante.  Ragusa port una
    poltrona vicino al letto e le si mise accanto,  al buio,  sorvegliando
    il  suo sonno.  Sentiva Mancuso muoversi al piano di sotto cercando di
    sistemare la sala senza  troppo  rumore.  Un  paio  di  volte  squill
    lontano  il telefono ma il maresciallo non venne a chiamarlo.  Rest a
    lungo nell'oscurit,  senza sapere quanto tempo  fosse  passato,  come
    tramortito.  Evelina  si  svegli  con  un  sussulto  e le fu subito a
    fianco, prima che potesse chiamarlo.
    Che c'?  Stai tranquilla,  cerca di dormire.  Non avere paura.  Sono
    qui.
    S,  Mariano,  s.  Ma fammi una promessa, fammela subito. Promettimi
    che ce ne andiamo, che ce ne andiamo da Roma.  Quelli non erano ladri,
    Mariano,  riprese  a  piangere,  singhiozzando,  quelli  ci vogliono
    uccidere.  Hanno detto che torneranno,  hanno detto  che  ci  conviene
    andarcene...  Oh Mariano,  che bestie, erano delle bestie... Piangeva
    senza riuscire a fermarsi.  Lui si alz e vers in poca acqua le gocce
    che il medico aveva lasciato.  Le accarezz i capelli, la sostenne per
    le spalle e le port il bicchiere alle labbra.  Evelina bevve tremando
    e  si  ridistese mentre lui le tirava le coperte fino al mento.  Torn
    alla sua poltrona.
    Aveva sperato che non fosse andata cos.  Che fosse stato un maledetto
    episodio  di violenza tutto sommato casuale,  che la sua inchiesta non
    c'entrasse.  Ma quelle poche  parole  non  gli  lasciarono  dubbi.  La
    responsabilit  era  sua.  Se  era  lui che cercavano,  se era lui che
    volevano,  perch non l'avevano aspettato quella sera stessa  l,  sul
    cancello della villa? Era cos facile ammazzarlo, perch almeno non la
    facevano  finita?  Non potevano,  si disse.  Ecco perch non l'avevano
    fatto. Chiunque fosse il suo nemico, non poteva farlo ammazzare finch
    l'inchiesta  era  nelle  sue  mani.   Cercavano  di  spaventarlo,   di
    costringerlo a gettare la spugna.  Ma il rumore della sua morte era un
    lusso che ancora non potevano permettersi. Era la sola ragione per cui
    lo lasciavano vivere.


    15.
    Telefoni, disse l'uomo con la tuta blu. Non sembrava di buon umore e
    la donna con i bigodini,  affacciata alla finestra del primo piano del
    villino  in  via  Serio,  gli  fece un cenno.  Dopo qualche istante la
    serratura del cancello scatt e l'uomo entr nel giardinetto.  In cima
    alla  breve  scala  che  conduceva  al  portone d'ingresso comparve la
    donna. Era grassa,  guardava interrogativamente l'uomo e si accomodava
    i   bigodini.   L'uomo  disse  di  malagrazia:  C'  un  guasto  alla
    centralina. Il suo telefono funziona?.
    Fino a stamattina ha funzionato. Comunque si sente sempre male e cade
    la linea. Ma tanto con voi della Sip c' poco da fare,  non venite mai
    e quando venite lasciate tutto come prima.
    Adesso controlliamo, disse l'uomo salendo per le scale. Quando sono
    villini piccoli,  dove ci abita poca gente, gli uffici lasciano dietro
    le chiamate.  E' nei palazzoni che ci fanno correre,  senn l scoppia
    la rivoluzione e i nostri capoccioni finiscono sui giornali.
    Che  schifo,  disse la donna.  Gli fece strada in un piccolo androne
    dove si aprivano due porte.  Quella sulla sinistra era spalancata e la
    donna entr strascicando rumorosamente le ciabatte. L'appartamento era
    piccolo  e  puzzava  d'aglio.  Nel  tinello c'erano vecchi mobili e un
    tappetino liso sotto il tavolo.  Lei gli indic  il  telefono  su  una
    consolle.  Era un telefono moderno,  a tastiera, e strideva un poco l
    dentro.
    Queste  trappolette,   disse  l'uomo   sollevando   il   ricevitore,
    funzionano quando gli pare. Servono soltanto a far spendere pi soldi
    alla gente.
    Io lo trovo comodo,  disse la donna, piccata. Mica buttiamo i soldi
    dalla finestra, noi.
    L'uomo cominci ad armeggiare intorno al microfono.  Servono a chi fa
    molte telefonate e non vuole perdere tempo a rifare i numeri occupati.
    Questi  hanno  la  memoria.  Sono utili a chi li adopera molto o ha un
    lavoro impegnativo.
    Figurarsi,  disse la donna,  qui  il  lavoro  impegnativo  ce  l'ho
    soltanto io,  che devo pensare a tre ragazzini, alla casa e a tutto il
    resto.  Mio marito fa il pensionato.  Me lo diceva mia madre  che  non
    bisogna sposarsi un uomo pi vecchio.
    Andare  in  pensione  non    male,  disse  l'operaio riavvitando il
    ricevitore,  se uno poi continua a fare qualche cosa per conto suo  e
    non si ammuffisce.
    L'ha  detto.  Mio marito fa soltanto le parole incrociate e se ne sta
    sempre a letto o in poltrona. Adesso sta a letto.
    Conosco certe persone anziane.  Non vedono nessuno,  non hanno amici,
    non ricevono telefonate.
    Per questo il nostro telefono si guasta, disse la donna con rancore.
    Si ammuffisce, come lui.
    Per il vostro funziona,  disse l'uomo. Pos il ricevitore. Qui sul
    foglio di intervento figurano tre numeri.
    E gi,  disse la donna.  Ci sono tre appartamenti  qui,  da  quando
    hanno trasformato il villino.  Uno  la porta di fronte,  l'altro  al
    piano di sopra.
    All'appartamento di fronte venne ad aprire  un  ragazzo  in  maglietta
    bianca e blue-jeans. Era magro e pallido. Ondeggiava seguendo il ritmo
    che   gli   auricolari  gli  infilavano  nelle  orecchie.   Lo  guard
    impassibile, continuando ad oscillare.
    Telefoni,  disse l'uomo.  C' un guasto alla centralina.  Il vostro
    funziona?
    Il giovane si indic le orecchie. Non sento, disse. Poi si sfil gli
    auricolari. Come ha detto?
    Chiamami la mamma, disse l'uomo.
    Ti posso chiamare pap, disse il ragazzo.
    Il  padre  era  un  signore gentile,  dall'aria mite e i capelli radi.
    Indossava una giacca da camera di velluto sopra una camicia bianca dal
    collo aperto.  Lo introdusse  in  un  piccolo  studio  con  le  pareti
    interamente  occupate  da  scaffali  di libri.  Il telefono era su una
    scrivania pure sommersa di libri e riviste.
    Che bella cosa avere una cultura,  disse l'uomo della  Sip  con  una
    vena  malinconica.  Quando  ero piccolo mi piaceva molto leggere,  ma
    pap non aveva soldi, faceva l'operaio, e mi mand a lavorare, dopo la
    scuola dell'obbligo...
    Il signore lo guard con simpatia.  Era un  insegnante  di  liceo,  un
    professore  alla  vecchia  maniera,  e  nelle ore libere si dedicava a
    un'opera alla quale teneva molto,  una traduzione completa  e  moderna
    dei grandi poeti greci.  Vedeva poca gente e viveva ritirato da quando
    gli era morta la moglie,  un anno prima,  e lui era restato  con  quel
    figlio cos difficile da accudire.
    Oggi sono tutti difficili, disse l'operaio andandosene.
    Non  c'era  ascensore e l'uomo della Sip sal a piedi,  agilmente.  La
    rampa terminava su un pianerottolo ricavato da quello che a suo  tempo
    doveva essere stato un corridoio.  Sull'unica porta c'era una targa di
    metallo, e l'uomo la lesse prima di suonare. C'era scritto, in lettere
    maiuscole,  "ALDEBARAN  s.r.l.".  L'uomo  prov  ancora,   ma  nessuno
    rispose.  Allora ridiscese le scale e suon alla porta del professore.
    Fu di nuovo il ragazzo ad aprirgli, ma questa volta senza l'auricolare
    incollato alla testa. Non disse nulla e chiam ad alta voce:  Pap, 
    per te.
    No,  il professore non sapeva quando ci  sarebbe  stato  qualcuno.  In
    quella societ non gli sembrava che ci fossero orari molto precisi,  e
    del resto si trattava di una piccola ditta,  pi un ufficio che altro.
    Per  quanto  ne sapeva lui si occupava di transazioni commerciali e di
    vertenze col fisco. L'amministratore, un certo professor Dal Col,  era
    una persona molto cortese,  un vecchio gentiluomo di quelli che quando
    t'incontrano per le scale ancora si tolgono il cappello, e lavorava da
    solo.  Pi quella matta,  disse il ragazzo.  Il padre non  gli  fece
    caso.  Gi,  c'era  pure  quella  bella  signora  che doveva essere la
    segretaria.  Gli riferir che la Sip  ha  mandato  a  controllare  il
    telefono, disse il professore.
    L'uomo ringrazi. Non ce n'era bisogno, sarebbe tornato il giorno dopo
    o avrebbe mandato qualcun altro. La donna con i bigodini alla finestra
    del pianterreno lo vide chiudere con cura il cancello e salire a bordo
    di un furgoncino della Sip, che si mise in moto con un rumore di ferri
    vecchi.

    Lo aspettava nel suo ufficio.  Quando Mancuso lo fece entrare, Daldona
    vide che Ragusa era  pallido,  gli  occhi  cerchiati,  le  mani  quasi
    tremanti  posate  sulla scrivania.  Sembrava che guardasse nel vuoto e
    fece soltanto un cenno di saluto abbassando la testa.  Per  essere  in
    quelle  condizioni  doveva  averci  dato  dentro  col  vino  fin dalla
    mattina.  Lo aveva cercato  a  casa  ma  al  telefono  non  rispondeva
    nessuno.   Gli  sedette  di  fronte  sfoderando  il  suo  sorriso  pi
    accattivante. Meglio far finta di nulla.
    Giudice, disse allegramente, ho qui delle notizie per lei.
    Ragusa lo guard. Anch'io, per lei.
    Daldona lo fiss senza battere ciglio.  Ora  gli  avrebbe  raccontato.
    Ragusa era chiaramente fuori di s e lui era curioso di vedere come si
    sarebbe comportato.
    Ieri  pomeriggio,  disse  Ragusa  a  bassa  voce,  hanno violentato
    Evelina.
    L'approccio era stato cos brutale che Daldona rest senza parole. Poi
    riprese il controllo ma si accorse di dire la frase pi banale: Come,
    violentata?.
    Ragusa gli raccont tutto, con voce piatta. Soltanto le sue mani sulla
    scrivania avevano piccole contrazioni nervose.  Daldona lo  ascolt  a
    testa  bassa,  senza  interromperlo.  Tacque  anche  quando il giudice
    termin di parlare e apr un cassetto della scrivania.  Ne trasse  una
    scatola  di fiammiferi e un pacchetto di sigarette e se ne accese una.
    Aspir una boccata e poi la gett via, senza curarsi del portacenere.
    Che schifo, disse, queste sigarette.
    Daldona alz gli occhi su di lui.  Quell'uomo  gli  piaceva.  Gli  era
    piaciuto  fin  dal  primo momento.  Chiss perch,  nonostante fossero
    coetanei,  gli ricordava suo padre.  Gli sarebbe piaciuto  averlo  per
    amico,  e  giocare a scacchi con lui bevendo del vino fresco in quella
    tranquilla casa di campagna,  scambiandosi poche parole senza impegno.
    E invece la vita stava decidendo altrimenti.  Ragusa sembrava ormai al
    prologo della tragedia. E lui? Sospir.
    Adesso che cosa ha intenzione di fare?
    Oh, disse Ragusa. Andare avanti. Vorrei soltanto impiccare quei tre
    con le mie mani.  Vorrei strappargli gli  occhi.  Vorrei  prenderli  e
    spezzargli  le  braccia  e  le gambe.  Vorrei tenerli a casa e vederli
    morire lentamente.
    Lo so,  disse Daldona.  Ma tanto non lo farebbe.  Lasci che le dica
    una  cosa.  Lei lo sa,  immagino,  che prima o poi toccher a lei.  Ha
    messo le mani dove non doveva. Mi dia retta,  lasci perdere tutto e se
    ne vada.  Non deve andare a Ferrara? Quasi lo implorava. Se ne vada,
    Ragusa. Se ne vada via.
    Forse prima l'avrei fatto, disse Ragusa. Adesso mi sputerei proprio
    in faccia. Non mi va di sputarmi in faccia, non sono capace.
    Ecco gli stupidi idealismi, disse Daldona. Almeno si difenda, metta
    in moto i suoi amici. Non ha amicizie potenti, qualcuno fidato?
    Fidato? Lei dice qualche amico fidato.  E magari potente. Le mani di
    Ragusa  sulla  scrivania adesso erano immobili.  Rise silenziosamente.
    Proprio lei mi dice questo,  Daldona?  Chi c' dentro questa  storia?
    Posso fidarmi di un politico?  Di un ministro? Del capo della polizia?
    Di un alto magistrato? Oppure non posso fidarmi? Posso fidarmi di chi?
    Vorrei sapere chi di tutti  questi  fidati  fa  passare  per  suicidio
    l'assassinio di una ragazza.  E chi manda due picchiatori a bastonarmi
    e tre delinquenti a violentare la mia compagna. Chi fa scappare Yusuf?
    Chi ammazza un commesso dentro il Parlamento?  Oppure posso fidarmi di
    lei e dei suoi Servizi Segreti? Oppure non posso fidarmi di lei?
    Daldona impallid. Anch'io sto rischiando, disse con voce sorda.
    Ragusa tacque per qualche attimo.  Poi tir un lungo respiro.  Non lo
    so, Daldona. Non lo so.
    Anche Daldona respir profondamente.  Nel silenzio,  si sent al di l
    della  porta  il ticchetto incerto della macchina da scrivere.  Quel
    povero Mancuso lo fa lavorare come un negro,  disse infine Daldona in
    tono volubile. Potrebbe portarlo un po' in vacanza con s.
    Le vacanze le prender alla fine,  disse Ragusa.  Poi aggiunse senza
    sorridere: Spero che potr venirci anche lei.
    Visto che vuole per forza lavorare,  lavoriamo,  disse Daldona.  Le
    mie vacanze sono costose, sono uno spendaccione.
    Aveva detto di avere notizie per me.
    Il mio uomo,  disse Daldona,  andato a quell'indirizzo. Io le dico
    tre nomi,  vediamo se indovina quello che pu interessarci.  Scommetto
    che non l'indovina.
    Non gioco mai.
    Io invece sempre.  Primo piano,  signor Patrizi.  Primo piano, signor
    Muselli. Secondo piano, signor Dal Col. Allora?
    E' facile, disse Ragusa. D.C. uguale Dal Col.
    Ci sa fare.  Ero convinto che invece avesse seguito un'altra ipotesi.
    D.C. uguale Democrazia Cristiana.
    Se  Yusuf aveva qualcosa da fare con la D.c.  non avrebbe certo avuto
    bisogno di appuntarsene la sigla. Non le pare?
    Non mi umili pi, disse Daldona.
    La cacceranno dai Servizi.
    Non si allarghi troppo.  Lei riflette,  ma io ho memoria.  Ha idea di
    chi sia questo Dal Col?
    Questo proprio no.
    Un  marchese  Lamberti  Dal  Col era presidente di quella societ con
    sede in Liechtenstein che a un certo momento risult proprietaria  del
    raggio della morte. Ricorda?
    Nel suo promemoria questo nome non c'era.
    Tante  altre  cose  non  c'erano nel mio promemoria.  Che voleva,  un
    romanzo?
    Adesso,  disse Ragusa,  possiamo davvero fare qualche cosa. Si era
    improvvisamente animato. Alz su Daldona gli occhi febbrili. Mettiamo
    sotto controllo il telefono di questo Dal Col.
    Daldona   scosse   il   capo.   Non   era  in  grado  di  assicurargli
    un'intercettazione.   Un  camioncino  con  la  scritta  Sip   per   un
    sopralluogo  era facile da rimediare ma qui,  al minimo,  ci voleva un
    furgone attrezzato e non poteva certo rubarlo al  parco  macchine  dei
    Servizi  n  tanto  meno  chiederlo  come  se si trattasse di fare una
    scampagnata. Si poteva pensare di ricorrere alla polizia. Non aveva l
    qualcuno Ragusa?
    Una di quelle persone fidate? Daldona, non mi faccia ridere.
    Poi Ragusa si batt una mano sulla fronte e prese il telefono.  Chiese
    a  Mancuso  di  chiamargli il colonnello Malgioglio,  al comando della
    Guardia di Finanza. Fu una conversazione concisa.  Soltanto lui poteva
    continuare  quell'indagine  delicatissima che aveva cominciato in modo
    cos  brillante,   gli  disse  infine.   Se  la  sentiva  di  prendere
    quell'iniziativa in modo del tutto riservato?
    Il colonnello Malgioglio se la sentiva.

    La  signora  del primo piano,  tornando dal supermarket con una grossa
    busta di plastica rigonfia,  not il furgone della  Sip  fermo  dietro
    l'angolo  di  via  Serio  e  pens  che una volta tanto la societ dei
    telefoni si dimostrava efficiente. Pi avanti vide uscire dal cancello
    del villino quell'operaio giovane e simpatico che aveva controllato  i
    loro apparecchi. L'uomo con la tuta blu la salut allegramente.
    Lo vede? Non siamo noi che non lavoriamo, siete voi che non state mai
    a casa. Ma quando ci sono quelli al secondo piano? E' la seconda volta
    che faccio il viaggio a vuoto.
    Non ci sono tutti i giorni. E' stato sfortunato.
    L'uomo  alz le spalle.  Torner.  Tanto ne devo controllare diversi,
    qui intorno. Quando si guasta una centralina sono pasticci.
    La signora lo vide svoltare l'angolo dove aveva notato il  furgoncino.
    Non  lo  vide  schiudere  gli sportelli posteriori e infilarsi dentro.
    Riflett soltanto che alla Sip dovevano avere un'infinit di  furgoni:
    quello che aveva visto era nuovo, non un rottame come il precedente.
    L'uomo con la tuta blu stava risolvendo delle parole crociate a schema
    libero riservate ai "solutori pi che abili".  L'uomo anziano,  con la
    cuffia alle orecchie,  fissava immobile il quadro  dei  comandi.  Ogni
    tanto, con gesto meccanico, spostava lievemente il sintonizzatore e il
    volume.  Nell'interno  del  furgoncino  l'unica  luce  veniva  da  una
    lampadina azzurra del quadro che lampeggiava a  intermittenza.  L'uomo
    con  la  tuta  blu  cercava di fare in modo che quel riverbero cadesse
    sullo schema del cruciverba  dove  ogni  tanto  inseriva  una  parola.
    L'uomo  anziano  volt  la  testa  e  lo guard facendogli un cenno di
    diniego. Niente, gli sussurr.  In tutta la mattinata ci sono state
    tre telefonate in arrivo, ma nessuno ha risposto.
    Quando ascoltavo io ce n' stata una.  Che palle. Speriamo che arrivi
    qualcuno.
    E' il mestiere,  disse l'uomo anziano.  Voi dei Servizi ci dovreste
    essere abituati. Io mi ci sono abituato.
    Che belle carriere che si fanno alla Finanza, disse l'uomo in tuta.
    Senti  chi  parla,  si  risent  l'altro.  Io  gli ordini li prendo
    soltanto dal mio colonnello.  Abbiamo fatto insieme le operazioni  pi
    difficili.
    E il traffico dei petroli.
    L'uomo anziano alz le spalle. Il mio colonnello  pulito.
    Lo so,  disse l'uomo in tuta.  Per questo  rimasto colonnello.  Il
    mio invece  rimasto capitano.  Non lo so mica se  pulito.  Per  un
    simpaticone. Riflett un istante.  Chiss che va cercando adesso. Mi
    ha detto soltanto che devo tenere la bocca cucita.  Tanto,  in  questo
    periodo, la bocca cucita la tengono tutti.
    L'uomo  anziano  stava per replicare quando sul quadro la luce azzurra
    si spense e cominci ad accendersene,  a intervalli,  una rossa.  Una
    telefonata,  disse  in  un  soffio.  Dopo  un attimo sul quadrante si
    accese un'altra spia rossa e l'uomo spinse un  pulsante.  Sul  ripiano
    d'acciaio  che  sporgeva  dalla  parete  divisoria  fra  l'interno del
    furgone e la cabina di guida, il nastro della registrazione cominci a
    scorrere lentamente.

    Ragusa aspettava con impazienza,  i gomiti appoggiati sulla scrivania,
    reggendosi  la  testa  fra  le  mani.  Daldona,  che trafficava con un
    registratore, lo guard. Si tenga forte,  amico mio,  disse.  Per un
    po' dal registratore venne soltanto un lieve fruscio di fondo,  poi si
    sent un "clic".
    "Pronto", disse una voce maschile.
    "Societ Aldebaran? Volevo parlare con la segretaria",  disse una voce
    di donna.
    "La signora non c'. Arriver fra poco. Pu dire a me."
    "Oh,  niente  d'importante.  Sono  un'amica.  Potrebbe  dirle che l'ha
    cercata Michela?"
    "Certo", disse la voce d'uomo.
    Nuovo "clic" e nuovo fruscio di fondo dal registratore.  Ragusa guard
    interrogativamente Daldona, che gli fece cenno d'attendere. Un po' di
    pazienza.  C' un minimo di spazio fra una telefonata e l'altra. E' il
    nastro originale.
    Quella successiva non sembrava di maggior interesse.  La  voce  di  un
    uomo  raffreddato  si  scusava:  sarebbero  andati  a  cena insieme la
    settimana  successiva,  appena  si  fosse  rimesso.   Poi  ci  fu  una
    telefonata interurbana da parte di un avvocato che si chiamava Lafitte
    e parlava da Ginevra in cattivo italiano.
    "Non  pensa  di  fare  un  salto  qua?  C'  un  affare  di cui vorrei
    parlarle."
    "Lo sa", disse la voce che rispondeva,  "che io ormai non mi muovo pi
    personalmente.  Posso  vedere  di  farla contattare da una persona che
    conosco, di assoluta fiducia."
    "Mi ci lasci pensare. Semmai la richiamo."
    Potrebbe essere interessante, disse Ragusa. Chiss di che affare si
    tratta.
    Non si scaldi, disse Daldona. L'interessante viene dopo.
    Ci fu un'altra telefonata,  questa volta in partenza dal numero di via
    Serio. Il marchese Dal Col pregava qualcuno di preparargli qualcosa in
    bianco,  per  cena,  perch  aveva  un  po'  di  acidit.  E'  la sua
    trattoria,  ammicc Daldona.  Uno schifo.  Il marchese   decaduto.
    Fece un cenno a Ragusa. Attento adesso.
    Questa  volta  all'apparecchio rispondeva una donna.  L'altra voce era
    quella di un uomo. Bassa, suadente.
    "Ho voglia di vederti", diceva.
    "Anche a me farebbe piacere."
    "Abbiamo tante cose da dirci."
    "Oh, s", disse la voce della donna.
    "Facciamo domani sera? Alle nove?"
    Ci fu una risata un po' roca. "Al nostro posto romantico?"
    "S", disse la voce dell'uomo. "Ho una gran voglia di te."
    "Allora ci penso io. Ci vediamo direttamente l alle nove."
    "Vieni in forma."
    "Vieni in forma tu", rise la voce della donna. "A domani."
    Daldona arrest il nastro.  Ora,  disse,  non so chi   l'uomo  che
    parla, ma...
    Ragusa  fissava  un punto lontano,  oltre la finestra,  verso la verde
    collina di Monte  Mario.  Ma  io  s,  disse  come  trasognato.  E'
    Ottieri.
    Daldona aggrott le sopracciglia. Ottieri? Il suo capo? E' sicuro?
    Quella voce, disse Ragusa, non potrei non riconoscerla.
    Daldona fischiett. E lo sa chi  la gentile signora?
    S, disse Ragusa.  Conosco anche quella voce.
    Daldona aggrott le ciglia per la seconda volta. La conosce?
    Si chiama Lia. Lia Kaltenbrunner.
    Ma   che   bella  festa,   disse  Daldona.   E  lo  sa  chi    Lia
    Kaltenbrunner?
    Oh, s. Partecipava alle festicciole di Randi. Una ninfomane.
    Gi, disse Daldona. Una ninfomane. Un nostro agente.
    Ragusa si scosse  e  sgran  gli  occhi.  Un  vostro  agente?  Ma,  e
    Ottieri... Io pensavo...
    Daldona rise.  Pu star sicuro che in quel posto romantico che dicono
    non ci vanno certo per qualche prestazione erotica.
    Dio mio, disse Ragusa.  Aveva di nuovo lo sguardo perduto nel vuoto.
    Adesso capisco. Per... non potrebbe trattarsi proprio di quello?
    Ragionevole dubbio, disse Daldona. In fondo, le coincidenze qualche
    volta esistono davvero. Un dubbio che dobbiamo toglierci.
    Rimise  in  funzione  il registratore.  Si sent il solito "clic" e la
    voce di Lia.  "Vorrei prenotare un tavolo,  per domani sera alle nove.
    S. Un salottino riservato... Filippi, s, a nome Filippi. Grazie."
    La telefonata,  disse Daldona, era a Villa Niagara, ai Castelli. Un
    posto davvero romantico.

    Bettino Craxi li accolse allegro  ed  espansivo  nella  luminosa  sala
    della sua nuova villa, ad Hammamet. Indossava un paio di shorts chiari
    e una sahariana di tela leggera,  sbottonata,  lasciava intravedere il
    torace abbronzato. Sembrava in ottima forma e dietro gli occhiali, sul
    volto bruciato dal sole,  scintillava lo sguardo dei  tempi  migliori.
    Martelli  riflett  che  evidentemente  la  migliore  cura  il riposo
    mescolato alla tranquillit di spirito.
    Ci furono  molti  convenevoli.  Poi  la  signora  Anna,  che  sembrava
    imbronciata,  si  ritir  dopo  aver  fatto servire una fresca mistura
    locale. Faceva un salto a Tunisi, andava per compere.
    Allora, disse Craxi. Di che si tratta?
    Martelli gli spieg che avevano discusso a lungo prima di decidere che
    la cosa migliore da fare  era  di  rivolgersi  a  lui.  Cerc  di  non
    drammatizzare,  ma  i  fatti  erano  quelli che erano.  Il partito era
    diviso, lacerato e gruppi diversi si davano battaglia senza esclusione
    di colpi. Il governo sembrava sempre meno controllabile, il presidente
    Brandimarte sempre pi enigmatico  e  autoritario.  E  mentre  settori
    diversi  del  P.s.i.  chiedevano  che  si arrivasse a un chiarimento e
    magari alla rottura dell'alleanza, altri settori,  guidati da compagni
    che   ricoprivano   incarichi   ministeriali,   scatenavano  offensive
    sotterranee contro i partiti, compreso il Partito socialista.  E tutto
    ci in una situazione complessiva del paese che,  senza voler fare del
    catastrofismo, era pi che seria.
    Ora,  poi,  disse Martelli,  sono accadute  cose  che  possono  far
    saltare il coperchio della pentola. Formica ti dir di che si tratta.
    Credo di capire, disse Craxi. Qualche giornale lo leggo ancora.
    I  giornali  sanno  poco o comunque scrivono poco,  sorrise Formica.
    L'ex capogruppo del P.s.i.  era stato sbalzato dalla sua  poltrona  di
    presidente dei deputati socialisti da uno dei fedelissimi di Martelli,
    Vincenzo Balzamo,  che era cos tornato al vecchio incarico.  Ma aveva
    sempre un notevole peso nel  partito.  Di  lui  si  diceva  che  fosse
    addentro alle segrete cose per via delle sue infinite conoscenze,  dei
    suoi molteplici  legami,  della  sua  esperienza  al  ministero  delle
    Finanze  e  nel  disciolto Comitato interparlamentare per i Servizi di
    Sicurezza.
    Ti fornir, disse Formica,  un quadro il pi possibile preciso,  al
    di l di ci che pubblicano i giornali.  E capirai da te perch non si
    pu escludere che si arrivi a una traumatica crisi di governo,  se non
    ad  una  gravissima  crisi istituzionale,  nella quale potremmo essere
    travolti anche noi.
    Quando il "Gatto selvaggio" usc con  quel  suo  corsivo,  riassunse
    Formica alla fine di un dettagliato resoconto,  aveva visto giusto ma
    non aveva visto tutto,  n per la verit poteva vederlo fin  d'allora.
    Non sapeva delle orge,  non sapeva che la ragazza morta aveva lavorato
    da Randi,  n che era la fidanzata del commesso morto.  Non sapeva che
    il  commesso  morto  era  stato ammazzato e non si era suicidato.  Non
    sapeva che Randi sarebbe fuggito lasciando nella  cassaforte  del  suo
    studio  la prova che l'assassino era lui.  Fin qui siamo nel bel mezzo
    di una pochade del regime tramutatasi in tragedia.
    Mi pare un po' poco per temere crisi  istituzionali,  lo  interruppe
    Craxi.
    Arrivo al punto,  Bettino.  Questo giudice, questo Ragusa, ha trovato
    nella villa di Randi al Circeo, oltre a quel che sapete,  una serie di
    fotografie  pornografiche.  Ebbene,  su  una  di  queste  foto  figura
    un'immagine che solleva qualche  serio  interrogativo.  Si  tratta  di
    particolari  che  la  stampa  non  conosce  e  che  probabilmente  non
    conoscer mai.  Ma noi s.  C' un uomo di  cui,  oltre  al  dettaglio
    anatomico  di  maggior  interesse  per la sua occasionale compagna,  
    stato  ripreso  forse  casualmente  il  profilo:  e  quest'uomo    un
    personaggio di assoluto rilievo.  Il nome con il quale  conosciuto in
    Italia  Yusuf ben-Aziz, ma non ha importanza, perch si tratta di uno
    dei tanti nomi che usa.  E perch    di  assoluto  rilievo?  Per  due
    motivi. Primo:  un notissimo mediatore internazionale nel campo delle
    forniture  militari,  un  trafficante  che  ovviamente lavora anche in
    privato, nell'illegalit. Secondo: il governo italiano non ha in corso
    in questo periodo alcuna trattativa nel campo  dell'industria  bellica
    con  i  paesi  che  il  nostro  Yusuf  generalmente  rappresenta.   Di
    trattativa ce n' stata una,  di recente,  ma ormai conclusa.  E Yusuf
    non dovrebbe pertanto essere in Italia in questo periodo.
    Attorno al divano sul quale Craxi sedeva in silenzio, ci furono scambi
    di occhiate.
    Vorrei essere certo, disse infine Craxi, che non si sta montando un
    caso per nulla, magari in seguito a stupide coincidenze.
    Formica fece un gesto breve.  Coincidenze?  Pu darsi,  naturalmente.
    Per ti assicuro che  quell'intermediario  non  dovrebbe  trovarsi  in
    Italia. E poich invece c',  piuttosto difficile credere che l'unica
    ragione  della  sua presenza sia il fascino di qualche sgualdrinella o
    di qualche ammucchiata. Inoltre ti dir una cosa. Avrai letto forse di
    quella partita di materiale strategico che doveva partire da Fiumicino
    al posto di asciugacapelli elettrici... Fece un risolino.  Non me li
    so figurare questi sauditi che usano il fon...  Comunque, per quel che
    mi  risulta,  nell'affare  c'  lo  zampino  di  Yusuf  ben-Aziz,  per
    l'occasione trasformatosi in Yusuf Mahreb.  Beh,  l si trattava di un
    piccolo traffico, troppo piccolo per Yusuf.
    Continua, disse Craxi. Che cosa pensi?
    Penso che stia bollendo qualcosa di grosso sul mercato delle armi. Il
    mercato parallelo e illecito. Formica scand quelle parole e si tolse
    gli spessi occhiali affumicati. E anche i bambini sanno che in questi
    casi sono quasi sempre i Servizi ad avere la  parte  di  protagonista.
    Magari ricorrendo a qualche intermediario. Qui si tratta di capire chi
    sono  i venditori e chi gli acquirenti.  E che cosa stanno scambiando.
    C'entrano i Servizi? Pu essere. Ma pu anche essere di no.
    Formica vuol dire,  disse Intini,  che in realt dietro questo paio
    di morti,  dietro la colpevolezza di Randi e la sua scomparsa,  non ci
    sono balletti pi o meno colorati, storie di sesso e di gelosie, ma un
    traffico d'armi illegale.
    Non sono mica cretino, disse Craxi. Ho capito benissimo.
    Un traffico d'armi, disse Formica, illegale e colossale.  Quello di
    Fiumicino,  come ho detto,  era robetta da quattro soldi, un affaretto
    concluso forse di traverso, per fare contento qualcuno. Ma  difficile
    che Yusuf si muova per qualcosa di meno di un centinaio di milioni  di
    tangente.  Di  dollari,  naturalmente.  La  sua  ultima mediazione col
    governo italiano gli ha fruttato centocinquanta miliardi.  Tutti nelle
    sue tasche?
    Formica   pensa   sempre  che  alcuni  dei  nostri  partecipino  alla
    tavolata, disse Martelli.
    Caro Claudio,  disse Formica.  Tu pensi che io queste cose le  dica
    per  interesse  personale,  per  attaccare  qualcuno  all'interno  del
    partito.  Non  cos.  Io  mi  chiedo  che  fine  abbiano  fatto  quei
    centocinquanta  miliardi  di tangente che sono andati a Yusuf ben-Aziz
    per l'ultimo accordo con le industrie e con il governo  italiani.  Sei
    proprio convinto che tutti i nostri al governo non ne sappiano nulla?
    Sono  d'accordo  con te che alcuni nostri ministri fanno i pretoriani
    di Brandimarte e perseguono una politica  personale  disinteressandosi
    della  linea  del  partito.  Ma  il  tuo  sospetto  che siano legati a
    traffici, tangenti e manovre mi sembra ingeneroso, cos, senza prove.
    Proprio perch hanno disegni personali hanno bisogno di soldi, disse
    Formica.
    Pianttela di litigare,  disse Craxi.  Si rivolse a Giorgio  Ruffolo
    che fino a quel momento aveva taciuto, succhiando assorto la sua pipa.
    E tu che dici?
    Ruffolo sospir.  Bettino, sai come la penso. Non sono cambiato. E le
    cose, da quando c'eri tu, sono peggiorate. Questo governo non ha nulla
    a che vedere con noi, con i nostri ideali,  le nostre tradizioni.  Non
    ha   nulla   a  che  vedere  con  il  riformismo  socialista,   lascia
    incancrenire tutti i problemi.  Brandimarte nasconde sotto la  propria
    autorit  il peggiore autoritarismo.  Ed  sempre pi senza controllo,
    aiutato in  questo  dalla  situazione  del  paese  che    sempre  pi
    drammatica.  Io non so che cosa ci sia dietro la storia che Formica ti
    ha raccontato.  So che il partito dovrebbe  essere  unito,  in  questo
    momento,  per  pretendere  chiarezza,  per  far saltare fuori tutto il
    marcio che la vicenda di Randi lascia intravedere.  E  invece  abbiamo
    ministri  condiscendenti.  E Manca e La Ganga che si muovono per conto
    proprio.  E Formica che litiga con Martelli e Martelli che litiga  con
    il  gruppo  di  De  Michelis.  E nostri dirigenti di Enti pubblici che
    tollerano fallimenti e illeciti fra le mura  dei  loro  istituti.  Sai
    bene  che  tante  volte  sono  stato  in  disaccordo  con  te  e ti ho
    attaccato. Ora penso che tu debba tornare.
    Giorgio ha ragione,  disse  Martelli.  In  questo  momento  un  tuo
    ritorno  sarebbe  uno  shock salutare per l'opinione pubblica,  per il
    governo, per noi e per tutti i partiti.
    Io, disse Intini, figrati se non sono d'accordo.  Ma  con Ruffolo
    che  non  sono  d'accordo,  sulla  sua  analisi.  Ruffolo ci ripropone
    angosciosamente  un  vecchio  problema  che   proprio   tu,   Bettino,
    sdrammatizzasti  e  respingesti  pi  volte.  La  cosiddetta questione
    morale.  Io dico che  prima  della  questione  morale  ci  sono  delle
    questioni  politiche.   Questo  governo    insostituibile.   Vogliamo
    ricadere fra le braccia dei comunisti?  Non  dobbiamo  dimenticare  il
    tentativo  del  P.c.i.  e  dell'ultrasinistra  negli  anni settanta di
    vincere,  con strumenti non  strettamente  politici  ma  giudiziari  e
    scandalistici,  la  partita che sul piano politico hanno sempre perso.
    La D.c.  e in genere i partiti di governo  sono  stati  indicati  come
    bersagli  da  abbattere  e  da  sostituire  non  soltanto  per ragioni
    programmatiche e per un consuntivo politico negativo del loro operato,
    ma per una presunta questione morale.
    Non puoi liquidare cos strapoteri, scandali, vergogne che,  anche da
    parte nostra...,  disse Ruffolo. E poi, attento, l'hai detto tu: qui
    si tratta prima di tutto di una questione politica.  Che  cosa  ha  in
    testa Brandimarte?
    Intini   riprese   con  una  cadenza  da  inquisitore.   La  crociata
    moralistica  stata facilitata dalla presenza di una sostanziosa fetta
    di magistratura fortemente politicizzata e ideologizzata che ha  usato
    i  codici  come spada fiammeggiante contro l'establishment politico ed
    economico.  Sto parlando  di  una  particolarit  del  caso  italiano:
    l'assoluta  irresponsabilit  e  ingovernabilit  della  magistratura.
    Vogliamo prendercela col presidente del Consiglio se deve usare  pochi
    riguardi?   Vogliamo   essere   noi  a  creare  un  altro  caso,   che
    provocherebbe una gravissima crisi di governo,  sulla base di indagini
    portate  avanti  da  un sostituto procuratore che risulta essere un ex
    sessantottino, uno che ha sfiorato la lotta armata?
    Oddio,  non ricomincerai anche la polemica sul marxismo,  gi che  ci
    sei?, disse Ruffolo con aria soave.
    Il direttore dell'"Avanti!" lo ignor, infervorandosi. Ricominciamo a
    facilitare  polveroni  per qualche disonesto che pu essere del nostro
    partito,  per  qualche  provvigione  che  corre?  In  Italia  esistono
    centocinquantamila  consiglieri  comunali,  provinciali  e  regionali,
    ventimila funzionari del sindacato a tempo  pieno  e  quattrocentomila
    dirigenti   sindacali  eletti,   anch'essi  catalogabili  come  classe
    politica.  Esistono migliaia di attivisti e funzionari di partito  che
    sono certamente remunerati in modo non sufficiente. E leaders politici
    che  non  hanno accumulato patrimoni consistenti.  Dovremmo chiedere a
    quegli opinion makers i cui virtuosismi retorici sulla  moralizzazione
    sono  retribuiti  riga  per  riga,  e  talvolta  in nero,  che cosa ne
    pensano. E che cosa pensano del fatto...
    Vieni al dunque, lo interruppe freddamente Craxi.
    Di fronte a campagne del genere,  Bettino,  io penso che noi dovremmo
    reagire  non  gi  difendendoci  o  facendo  cadere  il  governo,   ma
    semplicemente impegnandoci di pi nel nostro lavoro,  senza perdere la
    testa.
    Intini, disse Formica. Ti ricordi il cavallo Gondrano? Quello della
    "Fattoria degli animali"?  Ogni volta che qualcuno cercava di aprirgli
    gli occhi  sulle  turpitudini  del  sistema  nel  quale  credeva,  lui
    rispondeva scrollando il testone: "Lavorer di pi".
    In questa situazione,  disse Craxi dopo un istante di silenzio, che
    cosa fanno i comunisti? E i repubblicani?
    Il P.c.i.  in fermento, disse Ruffolo.
    Martelli assent col capo.  Naturalmente sono divisi e non sanno  che
    pesci  prendere.  Per  lo  pi  pensano  che  dovrebbero attaccare con
    durezza.  So che debbono decidere nei prossimi  giorni,  una  riunione
    riservata  della Direzione.  Comunque se tu tornassi si potrebbe forse
    aprire un certo discorso con loro,  sui tempi lunghi  naturalmente.  I
    repubblicani,  lo  sai...,  fece  un sorrisetto maligno.  Ancora non
    muovono foglia,  hanno paura di attaccare il presidente del Consiglio,
    perch  la cosa si ritorcerebbe contro tutta la D.c.  Magari alla fine
    strilleranno un po',  faranno qualche corsivo sulla "Voce"  e  poi  si
    fermeranno.  Oltre  tutto  anche  loro  dicono,  e in questo una certa
    ragione ce l'hanno,  che l'attuale  governo    insostituibile  e  che
    nemmeno   le   elezioni  anticipate  porterebbero  delle  alternative.
    Soltanto La Malfa e Mamm sono pronti a rompere.
    Anch'io, disse Formica,  sono convinto che la tua presenza,  il tuo
    ritorno alla politica,  magari soltanto per un certo periodo di tempo,
    sarebbero determinanti.
    Craxi prese la caraffa colma della bibita e si  riemp  il  bicchiere.
    Sorseggiando  si  avvicin  alla  vetrata  e  guard  fuori.  Amici e
    compagni,  disse senza  voltarsi,  vi  dir  sinceramente  quel  che
    penso. Si gir. Vi ho ascoltato e vi ho guardato. Debbo ringraziarvi
    di  essere  venuti fin quaggi e debbo ringraziarvi anche perch avete
    rafforzato le mie vecchie convinzioni che voi,  per  altro,  conoscete
    benissimo.  Penso  che  il nostro  un paese ingovernabile,  dove sono
    tornati  perfino  inflazione  e  terrorismo  che  credevamo  di   aver
    sconfitto. Penso che si  arrivati a una situazione per la quale non 
    pi possibile risanare l'economia. Penso che soltanto un cancellierato
    di ferro potrebbe raddrizzare le cose. L'avevo capito fin dall'inizio,
    ma  io  ho  la sventura di essere un democratico.  Anche per questo mi
    sono ritirato. In pi penso che  ingovernabile il mio stesso partito.
    Penso che nel P.s.i. ci siano malfattori e palloni gonfiati come nella
    D.c.,  nel Partito comunista e  tra  i  repubblicani.  Pensando  tutto
    questo,  io penso anche di essere vicino ai sessanta.  Gallina vecchia
    fa buon brodo, direte voi. Bandiera vecchia onor di capitano, dico io.
    Ma aggiungo anche: "Tant va la cruche  l'eau  qu'  la  fin  elle  se
    brise".
    Cio?, sussurr Intini.
    Francese, disse Ruffolo. Tanto va la gatta al lardo...
    Craxi  sorrise  guardando  le facce interdette dei suoi interlocutori.
    Me la sono cavata nel passato e non ho alcuna intenzione di  fare  la
    fine  della  gatta.  Anche perch,  amici e compagni,  di tutte queste
    storie italiane io ne ho piene le palle. Perci grazie, arrivederci e,
    per favore, non tenetemi informato.


    16.
    Il professor Bassani si sent mancare.  Ragusa lo  fissava  tranquillo
    dall'altra  parte  della scrivania e non aveva certo l'aria di chi sta
    bluffando. Sembrava determinato e sicuro di s.
    Eppure, disse Ragusa, io sono certo che lei ha dimenticato di dirmi
    qualche cosa, quando ci siamo visti.
    Dimenticato?  Qualche  cosa?  Il  segretario  generale  tacque  come
    volesse  riordinare  le idee.  Pu essere,  disse infine pensieroso,
    sa, in momenti come quelli... Ma non mi pare...  Non mi pare proprio.
    Mi dica lei.
    Oppure mi ha mentito, disse Ragusa con tono leggero.
    Io?  Mentito?  Ma dico, signor procuratore, ma come pu... La fronte
    quadrata del segretario generale si  era  improvvisamente  coperta  di
    goccioline di sudore.
    Posso,  posso,  disse Ragusa.  Quando era entrato nell'ufficio aveva
    posato  davanti  a  s,  su  un  angolo  della  scrivania,  una  busta
    commerciale  rigonfia.  Allung  una  mano e cominci ad aprirla.  Si
    ricorda quando gi, nello spogliatoio femminile, trovai quel soprabito
    e quella borsetta?
    Il segretario generale annu.  Sentiva il sudore scendergli  lungo  la
    nuca, infilarglisi nel colletto.
    E  si  ricorder che le mostrai la carta d'identit di quella ragazza
    delle pulizie che era morta, Jolanda Giannone.
    S, disse Bassani, certo.
    Bene.  Non vorrei sbagliare,  ma mi pare proprio che lei mi disse  di
    non conoscerla.
    S, mi pare di s.
    Come,  "mi pare",  professore?  Non ne  sicuro?  Guardi, lei anzi mi
    spieg che se un segretario generale avesse dovuto conoscere  pure  le
    donne delle pulizie...
    Eh,  gi, disse Bassani. Il sudore gli correva lungo la faccia e non
    resistette.  Tir fuori il fazzoletto dal taschino e si  asciug.  Fa
    molto caldo, aggiunse e subito quelle parole gli parvero orribilmente
    ridicole.  Ragusa  aveva aperto la busta,  ne aveva estratto un'agenda
    rilegata in pelle e la stava sfogliando lentamente.
    Questo,  disse,   il diario di quella povera ragazza.  Vede questa
    data? Due giorni dopo Jolanda Giannone viene ritrovata in un prato con
    una pallottola nel cuore. Le legger che cosa ci scrisse, sotto questa
    data, senza sapere che sarebbe stata l'ultima.

    "Finalmente! Deve aver capito che faccio sul serio. Questa mattina il
    Segretario  generale  mi  ha  incontrato che spazzavo il corridoio dei
    ministri e mi ha detto di andare da lui domani sera quando finisco  il
    secondo  turno,  perch dice che Randi gli ha parlato di me e che vede
    di mettermi a posto.  Cos avr un lavoro buono e la smetter di  fare
    questa vita che sai,  caro diario. Mi ha detto di andare da lui tardi,
    quando gli altri se ne  sono  andati.  Per  evitare  pettegolezzi,  ha
    detto. Deve avere una grande paura dei pettegolezzi, magari dicono che
    mi  si voleva fare.  Sudava tutto.  Certo che Francesco si deve essere
    preso una bella fifa se si  deciso a farmi mettere a posto. Chi si fa
    pecora il lupo se lo mangia, caro diario,   proprio vero.  P.S.  Vuoi
    vedere che divento funzionaria?"

    Ragusa  fin di leggere e chiuse l'agenda.  Il professor Bassani aveva
    ascoltato a testa bassa e alz una mano con un gesto di rassegnazione.
    Caro dottore, lei si render conto che un dettaglio del genere...  Lo
    ammetto. Ha ragione. Vogliamo chiamarla una dimenticanza? Guardi, sar
    del tutto sincero con lei,  a questo punto.  Non  stata dimenticanza:
    vogliamo chiamarla una piccola simulazione a fin di bene?
    La definizione giusta  falsa testimonianza, disse Ragusa.
    Falsa testimonianza?  Signor giudice,  ma che  dice?  Il  segretario
    generale continuava a sudare copiosamente.  Sollev lo sguardo pallido
    e le sue orbite glabre luccicarono.  Si deterse di nuovo e strinse  il
    fazzoletto in mano, appallottolandolo. Ragusa aspett in silenzio.
    Signor giudice, cerchi di capirmi. Lei immagino che avr compreso, io
    non  ho  fatto nulla per nasconderglielo,  che guardo all'incarico che
    ricopro con  enorme  rispetto,  lo  stesso  che  nutro  per  tutte  le
    istituzioni della Repubblica. E che questo mio lavoro, cos delicato e
    di  tanto  prestigio,    per  me la cosa pi importante.  Lei non sa,
    signor giudice, le battaglie, le pugnalate alle spalle, le gelosie...
    So di  colpi  di  pistola,  disse  Ragusa.  Quell'uomo  gli  destava
    un'avversione di fondo, una sottile repugnanza.
    S,  lei  ha  ragione,  disse  Bassani.  Ma  provi a riflettere,  a
    mettersi nei miei panni.  Se io le avessi detto che quella ragazza  la
    conoscevo  e  che  anzi le avevo detto di venire nel mio studio,  qui,
    proprio la sera prima che la trovassero suicida... Ebbene, lei avrebbe
    sospettato chiss che cosa, mi avrebbe magari convocato in Procura per
    interrogarmi.  Pensi qui,  la presidente Jotti che   una  donna  cos
    rigorosa,   pensi  le  chiacchiere,   le  malignit,  i  pettegolezzi.
    L'assalto, s,  l'assalto contro di me di tutti quelli che aspirano al
    mio posto, e ce ne sono, oh se ce ne sono...
    Ma oggi, proprio quella sua bugia mi obbliga a sospettare di peggio.
    Di  peggio?  Il  volto  di Bassani era diventato color della cenere.
    Sembr sul punto di scoppiare in lacrime e fece il gesto di  afferrare
    la  mano  di  Ragusa dall'altra parte della scrivania.  Ragusa la tir
    indietro. Di peggio? Ma signor giudice,  che cosa vuol dire...  E poi
    non si trattava soltanto di me, ma anche del sottosegretario Randi che
    sarebbe  stato  tirato in ballo perch era stato lui a far prendere la
    Giannone come donna delle pulizie,  e dopo si era dato da fare  perch
    l'assumessi come impiegata qui alla Camera.
    Mi pare che questo Randi...
    Signor giudice,  ha ragione.  Ma chi poteva saperlo? Quando lei venne
    qua perch avevamo trovato il cadavere di quel povero Bianchi,  ancora
    sul conto di Randi non era saltato fuori che...  Insomma per me era un
    rispettabile uomo di governo, niente di diverso.
    Sul diario,  disse Ragusa,  c' scritto che lei disse alla Giannone
    di venire da lei,  "tardi,  quando gli altri se ne sono andati".  Dice
    proprio cos. Non lo trova un po' strano?
    Dottor Ragusa,  ma ha idea lei che cosa significa  assumere  qualcuno
    come  impiegato  alla  Camera dei Deputati?  Ci sono le precedenze,  i
    titoli di merito, gli eventuali concorsi...
    Le raccomandazioni...
    S. Anche le raccomandazioni. In casi del genere bisogna muoversi con
    prudenza se non si vuole far saltare su  il  sindacato...  Se  qualche
    commesso  o qualche impiegato avesse visto la Giannone che entrava nel
    mio ufficio...  Pu giurarci,  che sarebbe cominciata la  ridda  delle
    telefonate: "No, c' prima la mia", "No, c' mia figlia che aspetta da
    tre  anni"...  Oppure avrebbero pensato che fra me e quella ragazza...
    Lei capisce, vero?
    Io, disse lentamente Ragusa, capisco soltanto due cose. Primo,  che
    ho  fondati motivi per ritenere che la ragazza non si sia ammazzata in
    quel prato. E secondo, che fino a prova contraria lei  stato l'ultimo
    a vederla viva. Non so se mi spiego.
    Un momento,  un momento,  signor procuratore... Il professor Bassani
    sembrava  sull'orlo di un collasso.  Ma guardi che io non l'ho vista.
    Io le avevo detto di passare da me e l'ho anche aspettata per  un  po'
    dopo la fine dell'orario di lavoro, ma lei non  venuta. Glielo giuro,
    signor giudice.
    Uscendo  dal  palazzo  di Montecitorio Ragusa rifletteva intensamente.
    Certo, non toccava al professor Bassani dimostrare che non aveva visto
    Jolanda quella sera,  ma a lui provare  il  contrario.  Il  segretario
    generale sgusciava come un'anguilla, ma forse diceva la verit. Quella
    gelatina  tremolante  era  capace  di far fuoco contro una ragazza?  E
    l'assassinio di Bianchi sul conto  di  chi  andava  messo?  Il  quadro
    sembrava  ancora  troppo  confuso.   Certo,   il  segretario  generale
    conosceva Randi e si  era  dimostrato  pronto  ad  accogliere  la  sua
    pressione  perch  Jolanda  diventasse  un'impiegata della Camera,  da
    donna delle pulizie che era. Ma questo non provava automaticamente che
    fra i due ci fossero legami oscuri:  chiss  quanti  erano  stati  gli
    uomini  politici  che  gli avevano raccomandato qualcuno e che Bassani
    aveva accontentato.  N poteva sembrare credibile un personale  dramma
    della  gelosia  del professore: troppo attento e schiavo del prestigio
    per invischiarsi con una ragazza delle pulizie proprio dentro  il  suo
    "sancta  sanctorum".  Del  resto  il  nome del segretario generale non
    figurava tra quelli dei frequentatori della villa al  Circeo.  Non  ne
    aveva parlato Eleonora, e nemmeno Jolanda nel suo diario.
    Per  c'era  senza  dubbio  un  legame fra il segretario generale e il
    procuratore capo: non l'aveva forse svegliato nel  cuore  della  notte
    quando  era  stato  scoperto  il  corpo  del commesso,  per rivolgersi
    direttamente a qualcuno che poteva aiutarlo a soffocare lo scandalo? E
    Ottieri non aveva rapporti ancora indefinibili ma certo assai  stretti
    con Lia Kaltenbrunner,  agente "coperto" dei Servizi Segreti? Il tempo
    a disposizione non era molto,  ma bisognava saperne di pi  sul  conto
    del professor Bassani.

    All'Ufficio  distrettuale  delle  Imposte  Dirette  Mancuso  non  ebbe
    difficolt a rintracciare il vice ispettore Molinari.  Quando prestava
    servizio  nella Finanza,  prima di andare in pensione,  Mancuso si era
    giovato in pi  d'una  occasione  della  collaborazione  di  Molinari,
    allora   funzionario   alle   prime   armi.   Adesso  era  un  signore
    irreprensibile e di mezza et, fermo da tempo nella sua carriera.  Non
    aveva  appoggi  politici,  forse anche perch si diceva di lui che non
    avesse mai preso  una  bustarella  da  un  contribuente  infedele.  La
    denuncia  dei redditi dell'anno precedente fatta dal professor Bassani
    - quelle dell'ultimo anno erano ancora sperdute nel caos dei computers
    e dei controlli incrociati  -  non  aveva  nulla  di  particolare.  Il
    segretario generale della Camera non denunciava altri cespiti oltre lo
    stipendio  che  percepiva  per  il suo incarico.  Vi aveva aggiunto un
    compenso di cinque milioni ricevuto  per  una  consulenza  editoriale.
    Senza   molte   speranze  Ragusa  risped  il  suo  aiuto  all'Ufficio
    distrettuale: il modulo compilato da Bassani lo aveva informato che il
    segretario generale era sposato  con  la  signora  Adelaide  Fillucci,
    titolare di un reddito autonomo.
    Sulla   propria   denuncia   la   signora  Fillucci  si  era  definita
    "dirigente".   In  quell'anno  aveva  ricevuto  cinquanta  milioni  di
    emolumenti  da parte della "Mare azzurro S.p.A.",  con sede sociale in
    Roma.  Al Tribunale di Roma il fascicolo della societ era  smilzo  ma
    completo.  Capitale versato,  un miliardo. Data di costituzione: 1985.
    Attivit:  acquisto,   cessione  e  sfruttamento  di  terreni  e  aree
    fabbricabili;    costruzioni   civili   e   di   interesse   pubblico;
    compravendita di beni mobili e immobili.  Sede degli uffici: Marina di
    Camerota,  provincia  di  Salerno.  Inizialmente i soci erano tre.  Un
    certo Berti, di professione avvocato,  titolare del 49 per cento delle
    azioni;  un certo Pieraccini,  costruttore di Maratea, titolare del 41
    per cento  delle  azioni;  un  pubblicista  di  Taranto,  tal  Pialli,
    titolare del 10 per cento delle azioni. Due anni pi tardi c'era stato
    un  passaggio  di propriet: il pubblicista aveva venduto la sua quota
    alla  signora  Fillucci  per  duecento  milioni.  Qualche  tempo  dopo
    l'avvocato  Berti  aveva  ceduto  il  suo 49 per cento alla "Ippocampo
    S.p.A.", societ con sede in Milano.
    Dal Tribunale di  Milano,  via  telescrivente,  arrivarono  subito  le
    informazioni richieste.  La "Ippocampo" era stata costituita nel 1987:
    esplicava la  sua  attivit  nel  turismo,  nell'organizzazione  delle
    vacanze  e  del  tempo libero,  nella gestione di centri residenziali,
    camping e ostelli;  nella propaganda e  nella  vendita  all'estero  di
    prodotti  italiani  e  in  Italia di prodotti stranieri;  negli scambi
    culturali fra l'Italia e i  paesi  del  Terzo  Mondo.  Anche  qui  gli
    azionisti  erano  tre.  Due  cittadini italiani genericamente definiti
    operatori economici. E un cittadino saudita di cui non era indicata la
    professione.  Ragusa pos la striscia della telescrivente e chiuse gli
    occhi. La professione di un certo Yusuf Mahreb la conosceva benissimo.
    Sarebbe  stato  strano che non la conoscesse anche la gentile consorte
    del professor Bassani.
    I bilanci della societ depositati presso il Tribunale impiegarono  un
    po'  di  pi  per  arrivare  sulla scrivania di Ragusa,  trascritti in
    bell'ordine sulla striscia  della  telescrivente.  Tutto  sembrava  in
    regola,  compresa  la  denuncia di un utile ufficiale di 350 milioni e
    settecentoventicinquemila lire.  Gli allegati comportarono pi  tempo:
    c'erano stati acquisti di terreni sulla costa campana,  la costruzione
    e la vendita di trentadue miniappartamenti di un  complesso  costruito
    nei  pressi di Maratea,  la gestione di un ostello della giovent e di
    una decina di bungalows su un'isoletta della costa greca poco  lontano
    da  Itaca.  C'erano  diverse  operazioni  di export di prodotti finiti
    dall'Italia all'Arabia Saudita, al Mozambico e al sultanato dell'Oman.
    Frigoriferi,  apparecchiature  elettriche,   serrature  e  sistemi  di
    sicurezza.  C'erano  i  rendiconti di due crociere organizzate nel Mar
    Rosso e di alcuni voli charter in paesi europei e mediorientali.
    La lista degli stipendi corrisposti al personale  era  molto  semplice
    perch   la   "Ippocampo"  elencava  soltanto  cinque  dipendenti:  un
    direttore amministrativo,  due ragionieri-contabili,  una segretaria e
    un  legale  commercialista,  unico rappresentante di quello che veniva
    definito "Ufficio import-export". Una cifra considerevole figurava tra
    le spese per i collaboratori e i  consulenti  che  erano  una  decina.
    Compensi fra i tre e i dieci milioni, per un totale di circa cinquanta
    milioni,  erano  suddivisi  fra  otto persone.  Centocinquanta milioni
    erano invece andati a due consulenti  residenti  a  Venezia,  Goffredo
    Marin e Antonio Abbenanti. Ragusa prese il telefono e si fece chiamare
    la  Procura  di  Venezia.  Il  sostituto  procuratore  Giovannelli era
    entrato nella magistratura insieme con lui:  sarebbe  stato  lieto  di
    aiutarlo, gli disse, bastava che avesse pazienza una mezz'ora.
    Quando  Giovannelli  richiam,   Ragusa  era  meditabondo.   Quei  due
    personaggi erano ben noti alla Questura di Venezia. Prestavano soldi a
    usura ai giocatori del Casin con i  quali  la  sorte  non  era  stata
    benigna. Ragusa ringrazi e riattacc pi meditabondo di prima.

    Il Palazzo dello Sport dell'Eur non era molto affollato ma il parterre
    attorno  al ring era gremito.  C'erano anche nutriti gruppi di persone
    assiepate nei settori pi bassi  delle  tribune  e  qualche  banda  di
    giovanissimi  aveva  occupato  l'anello  che  percorre l'interno della
    cupola, a quindici metri d'altezza.  Appoggiato alla balaustra,  in un
    angolo  deserto,  un signore alto e biondo,  con un elegante soprabito
    blu,  guardava verso il ring,  fumando la pipa.  Sul ring si accalcava
    una  piccola folla attorno alla bandiera americana e a quella italiana
    mentre gli altoparlanti trasmettevano, raschiando,  gli inni incisi su
    vecchi dischi.  "America, America", cantava il coro. "Italia, Italia",
    incit la piccola folla che occupava le sedie di prima fila quando  il
    disco termin.  Sul quadrato comparvero,  tra applausi e fischi, i due
    pugili. Erano molto ben fatti e molto giovani. Quello che indossava la
    canottiera azzurra era  abbronzato  e  sorrideva  verso  il  parterre,
    agitando  un  guantone  in  segno  di  saluto.  L'altro  indossava una
    canottiera a stelle e strisce e guardava  incuriosito  verso  l'angolo
    dell'avversario.
    Questo  si  chiama Smith,  disse il signore biondo voltandosi appena
    verso l'uomo che era comparso al suo fianco,  poco  discosto.  E'  un
    ragazzo forte.  Lo chiamano Tombstone Smith,  pietra tombale. E' molto
    forte.  Ha voluto lui chiamarsi cos in ricordo di un altro  Tombstone
    Smith,  un nostro pugile degli anni cinquanta. Vinceva sempre per K.O.
    Questo  potrebbe  essere  pi  forte  di  lui.  L'anno  prossimo  sar
    senz'altro professionista.
    L'uomo che gli stava vicino annu.  Lo so che  forte. Ma il nostro 
    uno dei migliori dilettanti su piazza. Tra i dilettanti stanno venendo
    fuori ragazzi fortissimi.  Ve ne accorgerete questa sera che razza  di
    tipetti abbiamo.
    Il signore biondo storse la bocca. Voi italiani siete curiosi. Appena
    credete  di  essere forti in qualche cosa vi volete misurare con noi e
    vi fate male. Aveva parlato accentuando l'accento americano e  l'uomo
    accanto a lui rise. Era un omino stempiato, dall'aria innocua, vestito
    di grigio. Suon il gong e i due pugili mossero l'uno verso l'altro.
    Vorrei sapere se hai pi notizie di quel nostro amico pittore, disse
    l'americano, guardando verso il ring.
    Pittore? Anche l'omino guardava verso il basso.
    Ma  s,  non  ti ricordi?  Per lui mandammo in Italia il nostro amico
    Matthew Tutino ai tempi del presidente Ford.
    Ora ricordo, disse l'omino. Accenn col capo verso il ring.  Non mi
    pare  una  belva quel tuo ragazzo.  Per ora  stato l a guardare. Il
    pugile italiano teneva l'avversario a distanza usando a ripetizione il
    sinistro e ballandogli intorno.
    Ti risulta che si sia rifatto vivo con i vostri?
    Non ti capisco, disse l'omino. Per quel bidone?
    Il punto  questo, disse l'americano. Era un bidone?  Girano strane
    voci da noi. Hai sentito che Yusuf  in Italia?
    C'era, disse l'omino. Adesso credo che sia in immersione per via di
    un traffichetto con lo Yemen.
    Sul  ring  il  pugile  a stelle e strisce sferr un colpo che colse di
    sorpresa l'avversario.  Vedi  quel  colpo?  Si  chiama  "bolopunch",
    spieg l'americano.  Non  un colpo facile da portare. Lo usava molto
    Zulueta, un altro di quelli che ci sapeva fare. Hai detto con lo Yemen
    del Sud?
    Eh, gi.
    L'americano storse la bocca. Russi, disse. Non mi piace.
    Non ti mettere idee in testa,  disse l'omino.  L'americano  alz  le
    spalle.
    A  Langley  sono  preoccupati.  Non  capiscono  bene  che cavolo stia
    succedendo qui da voi. Perch avete messo in opera il Terzo Livello?
    Me lo sono chiesto anche io.  Non lo so.  Qualche operazione in corso
    ci deve essere. Ma notizie non ne girano.
    Appunto.  Quando  non  capiamo  ci  preoccupiamo.  Siamo preoccupati,
    pensiamo a quel pittore,  a quel suo raggio,  a come    aumentato  il
    traffico  d'armi  da parte vostra e a tutti i casini che vediamo.  Non
    scherziamo, amico mio,  il momento di tirar fuori quello che sai.
    I due pugili  avevano  ricominciato  a  boxare.  Guarda  che  succede
    adesso,  disse  l'americano  indicando  il ring.  Il ragazzo italiano
    stava   arretrando   senza   riuscire   a   sottrarsi    all'incalzare
    dell'avversario.  Questi  fint due volte il sinistro e lo colp corto
    di destro alla bocca dello stomaco con tutto il peso della spalla.  Il
    pugile  italiano spalanc la bocca e cadde sulle ginocchia.  L'arbitro
    cominci a  contare  mentre  il  pubblico  gridava  e  il  ragazzo  si
    trascinava  per  il  ring tentando di rialzarsi.  All'out dell'arbitro
    scivol bocconi sul tappeto e rest immobile.  I secondi corsero verso
    di lui e cominciarono a fargli annusare i sali.
    L'omino  sospir.  Forse  sei  sulla  pista  buona.  Ma non so dirti.
    L'unica cosa che ho saputo  che Yusuf  doveva  incontrarsi  con  quel
    marchese, come si chiama, Dal Col, che per, per quello che ne so, non
     pi titolare di niente. E ho sentito anche parlare di un esperimento
    segreto a Perdasdefogu. Ma non so se c'entra.
    Pensiamo,  disse l'americano facendo di s con la testa,  che forse
    il bidone non era un bidone...  Perch altrimenti Yusuf avrebbe  preso
    contatto con Dal Col?  Gli italiani fanno fuori noi dalla trattativa e
    magari Yusuf cerca di  comprare  il  giochino  per  conto  dei  russi,
    facendo fuori gli italiani. Potrebbe essere, no?
    Questa  volta  la  bocca  la  storse  l'omino.  Direi proprio che pu
    essere.  Tutto pu essere.  Ma i  miei  non  sono  mica  completamente
    scemi.
    Vedi  un  po',  disse  l'americano.  Sul ring erano saliti altri due
    pugili.  Hai detto Perdasdefogu,  eh?  La base in Sardegna.  Dovresti
    vedere  se riesci a sapere di pi.  C' troppo silenzio qui da voi.  A
    Langley dicono che quando voi italiani state zitti  un brutto segno.
    Langley  piena di chiacchieroni, disse l'omino.

    Villa Niagara era una dimora padronale affondata nel verde  dei  Colli
    Albani e circondata da un parco fitto di querce e di larici. Nei tempi
    andati  il  proprietario  era  un  imprenditore locale che aveva fatto
    fortuna, ma era stato poi travolto dalla crisi economica. La villa era
    stata venduta a un privato  che  l'aveva  trasformata  in  ristorante-
    albergo  per  clienti  danarosi e soprattutto amanti clandestini.  Dal
    belvedere coperto e dalle finestre a ovest di  notte  si  scorgeva  il
    chiarore lontano di Roma tra le colline e la pianura. Ragusa e Daldona
    si fermarono un attimo a guardare,  appena discesi dalla macchina. Poi
    entrarono nel  vecchio  portone  che  si  spalancava  al  termine  del
    vialetto ghiaioso.
    Il  signore  che si fece loro incontro era il direttore.  Si preoccup
    visibilmente quando Daldona gli disse chi era e che cosa si  aspettava
    da  lui,  ma  divent  molto  pi gentile e comprensivo quando vide il
    tesserino di Ragusa. S, aveva ricevuto una prenotazione per cena,  in
    un  salottino  riservato,  dai signori Filippi che gi erano stati pi
    volte loro ospiti.  S,  poteva senz'altro mettere a disposizione  dei
    signori  un  salottino  riservato  attiguo  a quello.  Era certo che i
    signori  sarebbero  stati  prudenti  e  che  non  ci  sarebbero  stati
    scandali. La fama della casa era basata sulla sua straordinaria cucina
    francese ma soprattutto sulla sua assoluta riservatezza.  Il salottino
    per i signori Filippi era stato prenotato per le  nove,  ed  erano  le
    sette.  Ragusa  guard  l'orologio  e tagli corto.  Le dispiacerebbe
    portarci di sopra?
    Lungo il corridoio dalla volta ad arco  i  loro  passi  si  smorzavano
    sopra  antichi  tappeti.  C'erano  soltanto  tre porte imbottite molto
    distanti l'una dall'altra e il direttore ne apr una.
    Questo  il salottino per i signori Filippi.  Tutti i locali,  qui da
    noi,  sono  arredati  con  mobili  d'epoca,  disse  senza  riuscire a
    trattenere un sorriso di compiacimento. E ogni appartamento ha il suo
    stile.  Qualcosa c'era gi nella villa,  ma tutto  il  resto    stato
    cercato e acquistato appositamente.
    Il  salottino  era  ampio,  diviso  in  due  vani da tre colonnine che
    andavano dal pavimento al soffitto.  Nel primo vano c'erano un  tavolo
    con  quattro  sedie,  un  trumeau  basso,  un  piccolo scrittoio e una
    vetrina dove erano esposti piatti antichi e caraffe d'argento.  Le tre
    colonnine  nascondevano,  nel  vano  pi interno,  un letto dalle alte
    sponde di  legno  posto  quasi  sbadatamente  accanto  a  una  soffice
    agrippina  verde  e  oro.  Il  verde,  l'oro e la crema del settecento
    veneziano  erano  i  soli  colori  presenti,   dai  mobili  al  grande
    lampadario, ai ricami dei folti tappeti chiari.
    Il vostro salottino,  disse il direttore,  quello accanto. Indic
    la parete dietro l'agrippina. Tutto Luigi quindici.
    Meno male, disse Daldona.  Perch intanto,  giudice,  non va a dare
    un'occhiata? Io vengo subito.
    Io,  disse il direttore quando Daldona li raggiunse, come devo fare
    per avvertirvi quando i signori Filippi saranno qui?
    Non si preoccupi,  disse Daldona.  Ce ne accorgeremo da  soli.  Lei
    faccia  apparecchiare  la  tavola  e  poi  veda  di fare arrivare meno
    camerieri possibile.
    Dio mio,  disse il direttore.  Spero proprio che non succeda nulla.
    Non  ci  pu  essere uno sbaglio?  Quel signore e quella bella signora
    sembravano tanto per bene.
    L'apparenza inganna,  disse Daldona.  Guardi me.  Le  sembro  forse
    James Bond?
    Poi non  detto, disse Ragusa. Pu essere una storia d'amore.
    Amore e morte, disse Daldona.
    Dio, come sono curioso, disse il direttore. Vorrei proprio sapere.
    Anche noi, disse Ragusa. Non le spiacerebbe lasciarci?
    Magari, disse Daldona, ci mandi su qualcosa di fresco.
    Un po' di champagne? Veuve Clicquot? Moet & Chandon? Grand Mumm?
    Marino, disse Ragusa. Se  quello vero.
    Due bottiglie di Marino, disse Daldona. E qualche sandwich.
    Benissimo  signori.  Il  direttore  guadagn  la  porta  con aria di
    riprovazione.
    Quando restarono soli Daldona pos sul tavolo la ventiquattrore nera e
    l'apr.  Ne estrasse un piccolo amplificatore inserito in una  scatola
    di  metallo  piatta e liscia.  Sul bordo anteriore c'era una minuscola
    manopola con accanto la barretta del selettore. Quando Daldona la fece
    scattare, sulla destra del ripiano si accese una spia luminosa.  Dalla
    valigetta estrasse due cuffie e inser le spine nelle prese laterali.
    Che vergogna, disse Daldona porgendo una cuffia a Ragusa. Spiare il
    proprio capo con questo strumento illegale.
    Io non vedo nessuno strumento, disse Ragusa. E nessun capo.
    Quando  il cameriere buss Daldona socchiuse la porta e prese sandwich
    e  bottiglie  senza  farlo  entrare.  Ragusa  si  era  seduto  su  una
    poltroncina tutta stucchi e dorature e Daldona prese posto di fronte a
    lui,  porgendogli  un  bicchiere  pieno  a  met  e  il  vassoio con i
    tramezzini. Ragusa li ignor e bevve a piccoli sorsi, socchiudendo gli
    occhi.  Restarono in silenzio,  bevendo il vino  freddo  e  amaro  dei
    Castelli e guardando verso il buio, al di l della finestra. Quando si
    sent  il  rumore  di un'auto che arrancava sulla strada tra le vigne,
    Daldona spense la luce.  I fari  dell'auto  sciabolarono  la  facciata
    della villa e la macchina si arresta, slittando un poco sulla ghiaia.
    E' Lia, disse Daldona, sbirciando verso il basso dalla fessura dello
    sportellone di quercia della finestra. Anche Ragusa, accanto a lui, la
    intravide  percorrere  i  pochi  metri  di  vialetto  prima  di uscire
    dall'angolo visuale.  Subito dopo si sent il motore di un'altra  auto
    che  saliva  fra  le  colline.  Coraggio,  disse Daldona.  La festa
    comincia,  mettiamoci questi cosi. Ma  Ragusa  rest  qualche  attimo
    davanti  alla  finestra.  Quasi  affascinato  aspett che lo sportello
    della Thema color marrone si aprisse.  Il cuore gli martell nel petto
    quando  vide  l'alta  figura  scendere  agilmente  e avviarsi lungo il
    vialetto.  Ottieri guardava davanti a s e si ravviava i  capelli  con
    una   mano.   Si  ferm  per  accendere  una  sigaretta  e  la  fiamma
    dell'accendino illumin per qualche istante i  suoi  tratti  alteri  e
    tranquilli, il naso sottile, i capelli folti e crespi. Emanava forza e
    sicurezza.
    I  microfoni  della stanza accanto trasmisero i passi leggeri di Lia e
    la voce del direttore  che  ordinava  ai  camerieri  di  preparare  la
    tavola.  Poi  la  voce  profonda  di  Ottieri  che salutava.  Ci fu il
    mormorio del direttore che ringraziava e  poi  un  po'  di  tramesto,
    qualche passo, il rumore delle stoviglie. Da lontano venne lo scroscio
    dell'acqua,  poi lo scatto della porta che si chiudeva. Ci fu un breve
    silenzio,  infine la voce di  Ottieri  col  sottofondo  di  una  sedia
    smossa: "Allora, vediamo di fare un po' i conti".
    Si  sent  la  risata  roca  di Lia.  "Pensavo che tu volessi mangiare
    qualcosa e poi fare l'amore con me. Eri cos romantico per telefono."
    Venne la voce di Ottieri.  "L'amore con te lo farei sempre volentieri.
    Ma certe volte penso di avere a che fare con degli irresponsabili. Non
    so se ti rendi conto del pericolo che stiamo correndo."
    Daldona  manovr  leggermente  la  manopola  dell'amplificatore  e  si
    aggiust la cuffia sulle orecchie.  Arriv la voce di Lia insieme  con
    il  tintinnio  delle  posate.  "Certo.  Ma leggerezze vengono anche da
    altre parti."
    "Che cosa vuoi dire?" La voce di Ottieri si era alterata.  "Non  posso
    mica togliere l'inchiesta dalle mani di Ragusa proprio adesso. Sarebbe
    una manna per certi giornali.  Non capisco invece come da voi qualcuno
    possa essere tanto rozzo e stupido.  Prima  mandate  due  scagnozzi  a
    pestarlo,  e  "transeat".  Ma poi fate quell'idiozia,  quei teppisti a
    giocare all'arancia meccanica,  la  violenza,  lo  stupro...  Ma  dove
    siamo?"
    "Cosa c', ti stai facendo tenero?"
    "Ma quale tenero. Nemmeno tu rifletti. Quel Ragusa..."
    "Oh s", venne il riso sommesso di Lia. "Un ubriacone che controlliamo
    fin dall'inizio. Niente male, ma un ubriacone. Cosa vuoi che faccia?"
    "Quell'ubriacone",  disse  la  voce soffocata di Ottieri,  " testardo
    come un mulo e pieno d'orgoglio.  Se prima potevamo avere la  speranza
    che si sarebbe stancato e avrebbe mollato,  adesso che gli avete fatto
    quello scherzo vergognoso..."
    "A la guerre comme  la guerre."
    "...adesso sar difficile levarcelo di torno."
    "Vedremo", disse la voce tranquilla di Lia.  "Per tu non sei riuscito
    a  fermarlo.  Non  potevi almeno evitare quella perquisizione al Grand
    Hotel?"
    "Non avevo la minima giustificazione.  E Yusuf  stato un cretino,  ha
    fatto  delle  sciocchezze  assurde.  Per accontentare qualcuno con una
    mancetta mette in piedi un affare da due lire e si fa beccare."
    "A proposito.  Sono partite le tranches degli accrediti sul  conto  di
    Zurigo."
    Ci fu qualche attimo di pausa.  Poi la voce di Ottieri riprese, ma pi
    sommessa,  quasi che il procuratore stesse ragionando fra s.  "Non mi
    piace,  non mi piace.  Proprio adesso non ci voleva. Ragusa ha intuito
    come  andata con la ragazza.  Sospetta  di  Bassani,  ha  trovato  il
    diario di quella l..."
    "Il diario?"
    "Ma s,  il diario con cui la ragazza ricattava Randi. Un altro pazzo,
    un maniaco irresponsabile. A proposito. Spero che almeno abbiate fatto
    pulizia nello studio di Randi.  Non  che salteranno fuori riferimenti
    a  Dal  Col  e  agli  esperimenti...  Ci  mancherebbe altro.  Siamo in
    dirittura d'arrivo, a Perdasdefogu so che l'esperimento  riuscito."
    "Perfettamente", disse la voce di Lia. "Mi dicono che  stata una cosa
    incredibile. Adesso... Ho un messaggio per te.  Domenica alle sette di
    sera tu e gli altri del Comitato dovete trovarvi al casale."
    "Alle  sette?  Va  bene.  Intanto  non  potreste  tenere  Ragusa sotto
    controllo pi stretto?  Fa cose che non so e ho l'impressione che  non
    mi dica tutto."
    "Daldona basta e avanza", disse la voce di Lia.
    "A  me  pare  che  il  tuo  Daldona si stia comportando in modo un po'
    strano."
    "Fdati'', disse la voce di Lia. Una sedia si mosse.  "Adesso non vuoi
    farmi giocare un po'?"
    Daldona sorrise strizzando l'occhio a Ragusa.


    17.
    Ragusa si stropicci gli occhi.  Erano stanchi e dolenti.  Albeggiava.
    Fece ruotare la poltroncina verso la  finestra  e  rest  per  qualche
    minuto  ad  osservare  la  macchia  di  luce che si spandeva sul cielo
    scuro.  Aveva voglia di un caff ma faceva troppo freddo per spingersi
    fino  all'unica macchina automatica funzionante,  su nel corridoio del
    terzo piano. Si tir sulle gambe le falde del cappotto di loden che si
    era infilato a met della notte e preg  che  accendessero  presto  il
    riscaldamento. Il cocuzzolo di Monte Mario, ancora striato dall'ultimo
    incendio  doloso,  emergeva dalle tenebre.  Sui fianchi,  per la rampa
    della strada panoramica,  Ragusa  vide  rapidamente  moltiplicarsi  il
    passaggio  di macchine e autobus in mezzo agli striscioni di un corteo
    di disoccupati,  diretto alla manifestazione nazionale in  piazza  del
    Popolo.  Si sent stanco e solo.  Aveva inciampato nel cadavere di una
    ragazza in un prato di periferia e  in  due  settimane  quel  cadavere
    l'aveva trascinato in un vortice.
    La  donna  delle  pulizie  entr canticchiando e ammutol quando se lo
    vide davanti pensoso e intabarrato. Uh, dottore, mi scusi. Non sapevo
    che fosse gi arrivato...
    Veramente non me ne sono mai andato,  fece lui contento di aprire la
    bocca dopo dieci ore di solitudine.
    Con  tutto questo freddo,  lo commiser lei.  Vuole che le porti un
    caff?
    Ragusa la benedisse in cuor suo. Grazie,  mi farebbe proprio piacere.
    Ecco, aspetti che lo do le monete per la macchina.
    Rimase  solo  di nuovo,  rigirandosi tra le mani il bicchiere di carta
    con la bevanda calda.  Non sapeva ancora se il lavoro di quella  notte
    fosse stato di qualche utilit. Comunque andava fatto. Aveva spulciato
    per  ore  tutte le carte,  pubbliche e private,  sequestrate in casa e
    nell'ufficio di  Randi  e  aveva  tirato  una  sola  conclusione:  che
    qualcuno  ci era arrivato prima di lui.  Oppure il sottosegretario non
    era stato  il  cassiere  degli  andreottiani  ma  l'amministratore  di
    un'opera   pia.   Di   raccomandazioni,   lettere   di  ringraziamento
    debitamente catalogate,  missive di suore e  sacerdoti,  suppliche  di
    orfane  e  carcerati  Ragusa ne aveva trovate a decine.  Ma gli pareva
    piuttosto strano che non  ci  fosse  un  solo  documento,  nemmeno  un
    appunto,   sui   tanti   affari   un  po'  meno  altruistici  trattati
    dall'onorevole  Randi.  Naturalmente  poteva  benissimo  averli  fatti
    scomparire  lui  stesso  prima  di  svanire  nell'aria.  Per  come si
    spiegava che si fosse preoccupato dei documenti e  non  della  pistola
    che  lo  accusava  di  assassinio?  O  forse  pensava che quelle carte
    potessero tornargli utili anche da lontano?
    Oltre al vasto campo di ipotesi che gli apriva l'assenza  di  ci  che
    avrebbe  dovuto esserci,  il giudice riflett sul possibile rilievo di
    ci che aveva trovato senza aspettarselo.  Si trattava di due  lettere
    d'amore.  Randi  le conservava nello scrittoio della sua abitazione in
    via Paisiello.  In cima ai foglietti di  elegante  carta  color  crema
    spiccava  il  monogramma D.S.,  intrecciato in un sobrio arabesco.  La
    firma chiariva che la D stava per Delfina. La S del cognome equivaleva
    invece a un punto interrogativo. Ma valeva poi la pena di rintracciare
    l'autrice di quelle lettere? Ragusa era convinto di s,  per quanto la
    corrispondenza non rivelasse altro che una donna di spirito e di buone
    letture.  Le  date  indicavano che la relazione tra lei e Randi doveva
    essere recente: la prima lettera risaliva a poco pi di  un  mese,  la
    seconda  a  due  settimane appena.  N l'una n l'altra contenevano il
    minimo accenno al dramma che stava per scatenarsi. Naturale,  ma forse
    un  po' troppo,  pensava il giudice.  Anche se aveva l'impressione che
    per quella signora il Randi del Circeo,  delle  orge  e  dei  traffici
    fosse   come  la  faccia  oscura  della  luna,   ignoto  e  del  tutto
    imprevedibile. Il fatto era che anche lei restava avvolta nella stessa
    oscurit.
    Un indizio, Ragusa ce l'aveva. I timbri sulle buste testimoniavano che
    tutte e due erano state impostate a  Roma.  La  signora  in  questione
    apparteneva  quindi con ogni probabilit alla buona societ romana che
    Randi   frequentava.   Se   la   conclusione   non   era   arbitraria,
    possibilissimo che,  partendo dal nome poco comune e dall'iniziale del
    cognome,  quella pettegola di Guercini fosse in grado di risalire fino
    all'identit della sconosciuta.  Il giudice sapeva che a quell'ora, le
    sette e un quarto, rischiava che Nanni lo mandasse al diavolo.  Ma non
    poteva  nemmeno  aspettare  la  sua  regale levata verso le undici del
    mattino.  Compose  il  numero  e  ordin  alla  cameriera  che  faceva
    resistenza  di svegliare subito il suo signore.  Nanni lo maledisse ma
    gli diede l'informazione.  Era cos addormentato  che  sbatt  gi  il
    telefono  senza  nemmeno  chiedergli,  come al solito,  a che cosa gli
    servisse.

    Delfina Serantoni,  dei conti  di  Guidonia  e  Casteldecima,  sorrise
    amabilmente  al  giudice e gli vers ancora del caff nella tazzina di
    Svres mentre spiegava che doveva  soltanto  al  matrimonio,  troncato
    purtroppo  da  una  recente  vedovanza,  la  sua  araldica di impronta
    papalina.  In effetti lei era,  a Dio piacendo,  di sicura discendenza
    lombardo-veneta,  ma s,  diciamolo,  Maria Teresa va cos di moda al
    giorno d'oggi-, e precisamente nata e cresciuta a Venezia in una casa
    tipo Buddenbrook.  Sa cosa voglio dire,  vero?  Mercanti  e  artisti,
    denari  e  cultura.  Dio,  i  miei  erano  cos  contrari all'idea che
    sposassi Marcantonio... Nobilt nera, dicevano,  figurati Delfina,  ti
    far dire il rosario tre volte al giorno, questa gente non va bene per
    noi... E invece, devo dire che mi manca adesso, il mio povero Totto.
    Ragusa  biascic alcune parole di rincrescimento ma senza sforzarsi di
    renderle  intelligibili,   perch   non   riusciva   assolutamente   a
    barcamenarsi  nella conversazione leggera e disinvolta della contessa.
    A tratti gli sembrava che il tono mondano  sollecitasse  complicit  e
    sorrisi distaccati anche verso i blasoni della famiglia,  a tratti che
    servisse al contrario a stabilire l'insormontabilit di  un'invisibile
    frontiera  tracciata  proprio in quella stanza,  tra le loro poltrone.
    Sedevano nel salottino privato della signora, una specie di bomboniera
    su tutte le sfumature del rosa,  con un'alta porta-finestra affacciata
    sui  tenui  profumi  di  Trinit  dei  Monti.  Gli  echi dei cortei di
    manifestanti che si riversavano come un fiume in  piena  nella  vicina
    piazza  del  Popolo arrivavano appena,  soffocati e striduli.  Delfina
    Serantoni (il cognome da ragazza Ragusa lo dimentic  subito)  esibiva
    quelle  buone  maniere  senza affettazione che il giudice attribuiva a
    una  tradizione  familiare  evidentemente  immune  dal  contagio   del
    generone romano.  Insomma,  quella donna un po' gli piaceva, un po' lo
    infastidiva.
    Giovane certamente non lo era pi.  Ma la datazione dell'opera sarebbe
    risultata ardua a qualsiasi expertise, dal momento che la sua bellezza
    aveva l'aria di ignorare l'indiscreta petulanza del tempo.  Conservava
    buona parte delle sue attrattive e probabilmente anche  della  durezza
    dei  suoi  antenati mercanti nei confronti della servit: a giudicare,
    almeno,  dallo sgomento della cameriera all'idea  di  svegliarla  cos
    presto  quando  lui si era presentato senza preavviso poco prima delle
    otto e mezzo.  La signora comunque era apparsa sorridente sulla soglia
    del  salottino,  la  pelle  diafana  senza il trucco,  i capelli rossi
    raccolti indietro e sparsi sui pizzi dell'ampia vestaglia.  E lo aveva
    invitato  a fare assieme la prima colazione: Dal momento che ormai mi
    ha svegliata,  lo  aveva  rimproverato  con  grazia.  Del  resto  mi
    aspettavo una visita come questa.
    Non aveva nemmeno pensato di negare la relazione con Randi.  Ragusa si
    era scusato di aver dovuto leggere le sue lettere,  lei aveva  sorriso
    per  fargli intendere che capiva e aveva preso a raccontargli tutta la
    storia. Nel frattempo continuava a passargli il piattino del burro,  a
    versargli  caff,  a  offrirgli  marmellata.  Dopo la notte nel freddo
    dell'ufficio il giudice  dovette  essere  severo  con  se  stesso  per
    trattenere  la  voracit  e  concentrarsi sul resto.  Aveva conosciuto
    quell'uomo  all'inizio  di  febbraio,  disse  lei,  in  una  casa  che
    veramente non aveva l'abitudine di frequentare spesso.  Insomma non si
    trattava proprio di amici,  era una coppia di architetti con  un  gran
    via  vai  di  politici  e  di  intellettuali:  specie romana,  quindi
    detestabili. Tutto sommato lei preferiva ancora le vecchie conoscenze
    di famiglia.  Randi le aveva fatto la  corte  quella  sera  stessa,  e
    doveva  ammettere  che  anche  a  lei  era  piaciuto subito.  Forse,
    aggiunse con sfoggio di autoironia,  perch cominciava a  pesarmi  il
    mio stato di vedovanza.
    L'orologio sulla mensola del camino comunic a Ragusa che era l ormai
    da  mezz'ora,   ed  era  tempo  di  interrompere  quel  minuetto.   Fu
    volutamente brutale.
    Lei  stata molto precisa, signora,  la ringrazio.  Devo chiederle di
    esserlo ancora,  su un argomento di cui non mi ha detto nulla.  Quelle
    coloritissime feste che il suo amico organizzava al Circeo.
    Gli scuri occhi verdi lampeggiarono  di  corruccio  e  si  arrestarono
    sullo sprezzante stabile quando infine lei rispose.
    Io detesto la promiscuit,  signor procuratore. In ogni circostanza.
    Sottoline la  frase,  caricandola  di  una  allusivit  irriguardosa.
    Credevo  che  l'avesse  capito  da  s.  La  sua  domanda  mi  sembra
    offensiva. Ma dal momento che l'ha fatta le risponder,  una volta per
    tutte, spero. Di quelle feste, come le chiama lei, non so nulla di pi
    di  quel  che  ho letto sui giornali.  E non ne sapevo niente prima di
    leggerlo.  Pu essere certo che in caso contrario quel...,  si  ferm
    come  per  respingere  una  tentazione,  e  in effetti la vinse perch
    continu: quel signore  non  avrebbe  sicuramente  goduto  della  mia
    amicizia. E tanto meno del mio affetto.
    Ragusa consider che la defunta guardia palatina di Sua Santit doveva
    aver  compiuto  un'accanita  opera  di conversione sull'amabile natura
    veneziana della consorte,  sradicandone  ogni  eventuale  inclinazione
    libertina.  Appariva anche abbastanza chiaro che Randi coltivava sulla
    contessa progetti di ampio respiro,  favoriti dallo stato  vedovile  e
    dalla  permanente predisposizione coniugale della signora.  Il giudice
    concluse che se non voleva inimicarsela doveva scusarsi  con  lei.  Lo
    fece, aggiungendo una richiesta di comprensione.
    Lei  pu capirmi,  purtroppo mi  difficile evitare una sgradevolezza
    che sta nei fatti. Io non intendevo affatto insinuare che a quei fatti
    lei avesse preso parte. Solo, si poteva pensare...  ecco,  non sarebbe
    stato  naturale  che  un uomo in difficolt come il Randi degli ultimi
    giorni cercasse un sostegno, o almeno la possibilit di confidarsi?  E
    con chi, se non con la donna che diceva di amarlo?
    Lei sorrise divertita. Ah, capisco, le lettere...
    Eh s,  signora, le lettere, conferm lui accomodandosi meglio nella
    poltroncina.
    Delfina Serantoni ritrov il suo tono svagato e  salottiero.  Lei  mi
    sembra  un  temperamento  piuttosto  romantico,   signor  procuratore.
    Dovrebbe sapere  che  in  certe  circostanze  si  preferisce  scrivere
    piuttosto  che  parlare.  E  si scrivono tante cose,  e non tutte sono
    necessariamente vere...  Lasci perdere quelle lettere,  non le saranno
    di  nessun  aiuto,  mi  creda.  La  verit  che Randi non mi ha detto
    assolutamente nulla dei suoi traffici.  Per la  semplice  ragione  che
    proprio  non  poteva.  Sapeva  che  da  me  non  avrebbe avuto nessuna
    comprensione.
    Si era fatta d'improvviso seria  e  gli  occhi  apparivano  stanchi  e
    infossati sopra la pelle tesa degli zigomi quando si alz per sfiorare
    appena il cordone del campanello. La cameriera comparve immediatamente
    e  sgomber  il  bianco  tavolino  veneziano  dalle  porcellane  della
    colazione. Silvia, accendi il fuoco, ordin la contessa,  nonostante
    la giornata soleggiata.
    Vede,  riprese  ignorando  la  cameriera  che  armeggiava attorno al
    caminetto di marmo rosa,  io non so se Francesco,  voglio dire Randi,
    sia  colpevole di quello che gli viene attribuito.  So solo che quando
    questa storia  finita sulle pagine dei giornali io  ho  benedetto  la
    mia  prudenza:  ero riuscita a tenere segreta la nostra relazione,  il
    mio nome sarebbe rimasto fuori dello scandalo.  Poi mi    tornata  in
    mente la sciocchezza delle lettere...  Ma allora,  mentre le scrivevo,
    come avrei potuto supporre,  immaginare?  Ho sperato che  lui  non  le
    avesse conservate. Non ho avuto fortuna. Finora, concluse fissandolo.
    Ragusa  avvert  il  magnetismo  di  quel  verde  cristallo  liquido e
    pulsante. Ma ora non la trovava pi tanto simpatica.
    Capisco, replic asciutto,  pensando che Randi se la meritava.  Lei
    non  ebbe  un  dubbio,  un'esitazione.  Non  si  chiese  nemmeno se il
    destinatario delle sue lettere infuocate fosse un assassino,  o magari
    no.  Le sarebbe parso di essere un po' troppo romantica,  mi sembra di
    capire. Cos pens solo alla sua reputazione.
    Precisamente, ribatt lei, agra e altezzosa. Stavolta non cambi pi
    tono, fino alla fine. Ma questo non la riguarda. E io non ho altro da
    dirle. Si alz,  ma  Ragusa  non  si  mosse.  Se  non  ha  altro  da
    chiedermi...
    Solo una cosa ancora,  rispose Ragusa rigido nella poltrona. Quando
    ha visto Randi per l'ultima volta?
    La sera prima della sua scomparsa.  Anzi ricordo di essermi sorpresa,
    quando non lo vidi arrivare, il giorno dopo. In quel periodo veniva da
    me tutte le sere.
    Quale periodo?
    Ma gliel'ho gi detto.  Tra la fine di febbraio e il giorno della sua
    scomparsa.  Salvo i fine settimana abbiamo passato  assieme  tutte  le
    serate.
    Tutte?
    Tutte.
    E si tratteneva a lungo?
    Si tratteneva a lungo, concesse lei passandosi la mano tra i capelli
    che le erano caduti sulla fronte.
    Mezzanotte? L'una?
    Delfina Serantoni lo guard come se avesse scoperto proprio allora che
    era  soltanto  un  piccolo  funzionario  noioso.  In  genere  fino al
    mattino. Ha finito? O vuole anche i particolari?
    Quelli li racconter  al  maresciallo  di  polizia,  ribatt  Ragusa
    finalmente  alzandosi.  Le  volt  le  spalle  divertito,  lasciandola
    interdetta, ed era gi sulla porta del salotto quando infine lei suon
    il campanello per la cameriera. Cos, se la contessa diceva la verit,
    Randi si trovava nel suo letto la  notte  in  cui  Bianchi  era  stato
    ucciso.

    La  domenica mattina uscendo dal piccolo albergo in via delle Carrozze
    Ragusa sent che l'ala  tiepida  della  primavera  si  era  finalmente
    posata  su  Roma.   Aveva  dormito  fino  a  tardi,  affidandosi  alle
    assicurazioni di Daldona.  E si affacci per strada che le dieci erano
    passate  da un pezzo.  L'aria era chiara,  di una trasparenza felice e
    l'azzurro abbacinante gli riemp gli  occhi.  Gli  bast  per  provare
    d'improvviso  una  grande  tranquillit.  Sembrava  impossibile  che i
    fantasmi  dell'inchiesta  avessero  smesso  di  ballargli  attorno,  e
    potesse  ancora  godere  di una pace che credeva non avrebbe ritrovato
    mai pi. Ebbe voglia di quei panini mignon,  imbottiti di funghi,  che
    il  Caff Greco offriva per colazione.  Ebbe voglia di passeggiare per
    le strade del centro in mezzo alla folla che sciamava  nella  giornata
    festiva.  E  si  ricord  invece  che  era costretto a nascondersi e a
    nascondere Evelina.  Lei nell'appartamento della sorella,  lui da  tre
    giorni  nella  cameretta singola di un albergo senza troppe pretese ma
    con il vantaggio di essere a pochi passi da piazza  di  Spagna.  Fermo
    sulla  soglia  pens  con  nostalgia  alla  propria casa in mezzo alla
    campagna.  Lo consolava il pensiero che in un modo o nell'altro  stava
    per mettere un punto fermo a tutta quella storia. Tanto valeva sfidare
    la sorte e godersi comunque un panino coi funghi. Via dei Condotti era
    a  cento metri e passando per piazza di Spagna avrebbe anche ritrovato
    il sapore delle oziose passeggiate dei giorni ancora tranquilli.
    Quando torn in albergo trov Daldona che gi lo aspettava. Daldona lo
    prese per un braccio e lo tir da parte.
    Dica un po',  ma lei  impazzito o si  messo a giocare a Nembo  Kid?
    Si  sbaglia,  se  crede  di  essere diventato invulnerabile. Sembrava
    davvero arrabbiato.
    Ragusa si mise  a  ridere.  Lo  avevano  riempito  di  botte,  avevano
    violentato la sua donna, era stato costretto a lasciare la sua casa, e
    quello  gli  faceva  una  scenata  come se lui non avesse capito quali
    rischi correva. Scroll le spalle.
    Stia tranquillo,  Daldona.  Non ho ancora voglia n di lapidi  n  di
    medaglie.  Ma  gliel'ho  spiegato.  Non possono uccidermi.  Non per il
    momento.
    Questo lo dice lei, ribatt l'altro. Comunque, faccia come le pare.
    Soltanto,   inutile che se ne stia nascosto in questo buco se poi  se
    ne va a mostrare il musetto sotto i baffi del gatto.
    Ragusa non disse niente e lo segu fuori dell'albergo. Daldona si mise
    al  volante di una Giulietta color crema ferma cento metri pi gi,  e
    il giudice prese posto sul sedile accanto.  La macchina volteggi  per
    le viuzze del centro, scansando pedoni e biciclette, infine attravers
    via  di  Ripetta  e  sbuc  sul  lungotevere  poco prima di piazza del
    Popolo.  Presero il sottopassaggio in direzione nord.  Il traffico era
    scarso  e scorrevole,  segno che il bel tempo aveva incentivato i fine
    settimana fuori Roma. In pochi minuti furono di fronte alle tonnellate
    di marmo del ministero degli Esteri, ai piedi della Farnesina.
    Daldona riprese a parlare, senza pi traccia di irritazione. Giudice,
    io l'ho avvertita.  Ma glielo ripeto di nuovo.  Questa  una  faccenda
    pericolosa,  pu  finire  male.  Lasci fare a me.  Ci vado io e poi le
    riferisco.
    Parla come mia madre quando mi  rifiutavo  di  mettere  la  maglietta
    della  salute,  capitano.  E poi quello che dice per me vale anche per
    lei. O non penser di essere lei Nembo Kid?
    L'altro scosse la testa.  Lei dimentica qual  il  mio  mestiere.  Io
    sono allenato a inseguire e quando c' bisogno a scappare.  Lei invece
    ha l'aria di uno che non fa nemmeno jogging a Villa Ada. E in vita sua
    non ha mai tirato un cazzotto, ci scommetterei.
    Va sul facile, eh?, ribatt lui. Si accese una sigaretta,  ne aspir
    due boccate e la gett via.
    Daldona  lo  guardava  con  la  coda dell'occhio,  affrontando i primi
    tornanti della salita. Come vuole,  mi arrendo.  Per sa che le dico?
    Che  tra  noi due,  il vero giocatore  lei.  E della specie peggiore:
    quelli che rischiano tutto.
    Spero di non perdere tutto, rispose Ragusa, che non aveva pi voglia
    di scherzare.
    Si fermarono in uno spiazzo a met della collina.  Il capitano  spense
    il motore.
    Aspetteremo qui. Vicino alla villa c' uno dei miei...
    Purch non si faccia vedere, lo interruppe Ragusa.
    Lei  non  ci  crede,  che  siamo  dei professionisti,  vero? ribatt
    Daldona.  Stia tranquillo,  in  macchina  con  lui  c'  una  ragazza
    impegnata  a  palparlo  come  la  pi  appassionata  delle innamorate.
    Nessuno sospetterebbe niente. Questa zona  piena di coppiette.  Ma se
    Ottieri esce, non ci pu scappare, e indic il radiotelefono sotto la
    plancia.
    Come, se esce?
    Potrebbe aver cambiato idea, no?
    Non  credo,  se  qualcuno  non  l'ha  avvertito...,  replic Ragusa.
    L'altro sembr divertito.
    Sono innocente, lo giuro.  Poi ci pens su e aggiunse semiserio: Ho
    l'impressione, caro giudice, che lei non mi dica tutto.
    Stavo per dirle la stessa cosa,  caro capitano,  fece Ragusa  su  un
    tono identico.
    Tre ore dopo erano ancora fermi in macchina.  Daldona, che sapeva come
    andava quel genere di cose,  si era fatto preparare dei tramezzini  al
    prosciutto  cotto  e  verso  l'una li addentarono pi per noia che per
    fame.  Poi ripresero a  leggere  tutti  i  giornali,  a  discutere,  a
    riflettere. Finalmente la spia rossa del telefono si accese. Ragusa si
    drizz   sul   sedile.   Il   capitano   mise   subito   in   moto   e
    contemporaneamente stacc  il  ricevitore  dalla  forcella.  Una  voce
    gracchi  nell'apparecchio:  "Sono usciti in questo momento,  lui e un
    altro che guida.  Lancia Thema  marrone  metallizzato.  Roma  M68353X.
    Direzione ovest, forse verso l'Olimpica".
    "Fatti  distanziare  e  va'  dietro.  Non li perdere di vista a nessun
    costo.  Ti raggiungo e ti  do  il  cambio.  Continua  a  segnalare  la
    posizione." Daldona si pos il microfono in grembo e fece schizzare la
    macchina su per le rampe.  Ragusa aveva annotato con prontezza targa e
    tipo della vettura.  Passarono  rombando  dinanzi  all'ingresso  della
    villa e proseguirono verso la cima della collina.
    La voce torn a guidarli. "Svoltiamo adesso su via Trionfale, verso la
    Balduina. Velocit moderata. L'amico non ha fretta."
    Li  raggiunsero a piazzale degli Eroi,  alle pendici borghesi di Monte
    Mario.  Daldona vide innanzi a s l'Alfetta verde del suo agente e pi
    avanti,  a  distanza  di sicurezza,  la Thema di Ottieri.  Il semaforo
    all'imbocco di via Cipro lampeggi il giallo e  la  macchina  rallent
    per  fermarsi.  Duecento  metri  dietro  anche l'Alfetta la imit.  Il
    capitano pens che era il momento buono e si port il  microfono  alla
    bocca.
    "Va bene, passo avanti io. Seguimi a un paio di chilometri. Manteniamo
    il contatto radio finch siamo in citt, poi dopo..."
    Non  fin  la  frase.  Aveva tenuto lo sguardo fisso sulla macchina di
    Ottieri e la vide d'improvviso scattare,  passare il semaforo  proprio
    mentre si accendeva il rosso e superare l'autotreno che aveva davanti.
    In  un attimo scomparve alla vista.  Daldona bestemmi schiacciando il
    pedale dell'acceleratore.  Con un'impennata la Giulietta sorpass d'un
    balzo l'altro inseguitore che non si era accorto di niente. Ma dinanzi
    al  semaforo  Daldona  dovette frenare alla disperata.  Una squadra di
    scouts,  ragazzi e ragazze da dieci anni in su,  sfilava senza nessuna
    fretta  sulle righe pedonali.  Ragusa maledisse Baden-Powell e tutti i
    suoi discepoli,  abbass il  finestrino  dell'auto  e  si  sporse  per
    gridare  qualcosa.  Il  riflesso  di Daldona fu istantaneo.  Si spost
    tutto sulla destra e sfior con  lo  specchietto  laterale  il  sedere
    dell'ultimo scout, mentre le ruote di destra salivano e scendevano dal
    marciapiede.  Grida  e  insulti  li inseguirono ma la macchina era gi
    lanciata sul rettifilo che si apriva davanti.  Non c'era  pi  nessuna
    traccia della Thema di Ottieri.
    Si  fermarono al semaforo rosso mezzo chilometro pi avanti,  e Ragusa
    era  furente.  Se  l'erano  perso,  cristo.  Stava  per  investire  il
    capitano, ma non ne ebbe il tempo.
    Si  metta  gi,  si  sent  ordinare,  mentre  una mano di ferro gli
    premeva le spalle. Sono davanti a noi, sulla traversa a destra. Se il
    suo capo la vede ce ne possiamo tornare a casa.
    Il giudice si chin rapidamente sul tappetino della macchina.  Daldona
    rifletteva  ad  alta  voce.  Non capisco se si sono accorti di essere
    seguiti.  Ma sarebbero dei principianti a farsi  ritrovare  in  questo
    modo.  E  allora  perch questo mezzo giro vizioso? Spost lo sguardo
    sul marciapiede e la sua attenzione fu attratta  dal  grande  cartello
    segnaletico   vicino   al   semaforo:   le  frecce  spiegavano  che  a
    quell'incrocio non si poteva svoltare a sinistra verso via Emo, ma chi
    voleva andare in quella direzione doveva girare a destra,  seguire una
    rotatoria  ad  U e tornare sui suoi passi per attraversare l'incrocio.
    Il capitano si mise a ridere.
    Che c' adesso?, fece Ragusa innervosito.
    Niente,  io pensavo chiss che  e  invece    solo  una  faccenda  di
    segnaletica. Gli spieg il mistero. Per, ci tiene al codice, il suo
    capo, scherz.
    Cerchi di non perderseli di nuovo, lo gel Ragusa.
    Fu l'inizio di un lungo reciproco mutismo.  Il silenzio era interrotto
    solo di tanto in tanto dallo scambio di messaggi con  la  macchina  di
    appoggio.  Per il resto Daldona sembrava completamente impegnato nella
    guida e il giudice assorto  nei  suoi  pensieri.  Avevano  ridotto  le
    distanze  con  la  Thema  approfittando della copertura che offriva il
    traffico sempre pi intenso verso l'Aurelia,  in direzione  del  mare.
    Quando  furono  finalmente sulla consolare,  lasciandosi alle spalle i
    lembi sfilacciati della citt,  si trovarono  in  un  vero  e  proprio
    ingorgo. Il serpentone di auto e di pullman strisci lentamente per un
    paio  di chilometri fino allo svincolo per Civitavecchia.  La Thema lo
    imbocc e loro le furono dietro.
    Sull'autostrada Daldona fu costretto di nuovo a farsi distanziare  per
    non  dare nell'occhio.  Le macchine,  su quei settanta chilometri,  si
    contavano come al solito sulla punta delle  dita.  Un  paio  di  volte
    lasci  che  lo superasse l'Alfetta verde del suo agente,  in modo che
    nello specchietto retrovisore l'autista di Ottieri non vedesse  sempre
    il  muso  della Giulietta.  Poi alla fine del tronco d'autostrada,  di
    nuovo  sull'Aurelia,   attuarono  la  manovra  concordata  via  radio.
    L'Alfetta super la Thema,  prendendo un consistente vantaggio, fino a
    perdersi quasi all'orizzonte.  Daldona e Ragusa rimasero in coda.  Non
    avrebbero pi cambiato quell'assetto di marcia. Cos non ci scappa di
    sicuro,  disse  il  capitano  come  se  rispondesse  un'ora dopo alla
    sgarbata osservazione del giudice.
    Ragusa non apr bocca e non cambi posizione. Se ne stava semisdraiato
    nel comodo sedile a osservare la campagna maremmana che sgranava sotto
    il sole le ferite di quell'inverno eccezionalmente freddo. Le gelate e
    poi la neve avevano bruciato alberi  e  colture.  Sulla  sinistra,  in
    lontananza,  il  blu  cobalto  del  mare sembrava contenere una remota
    promessa di benessere,  facendo affiorare nel giudice  il  ricordo  di
    certi piacevoli fine settimana sugli scogli di Porto Santo Stefano. Ma
    peschi  e  vigne,  a  destra dell'Aurelia,  richiamavano la durezza di
    quella stagione.  La neve si era ormai sciolta ma prima,  gelando  sui
    rami   carichi   di   gemme,   aveva  trasformato  le  piantagioni  in
    scheletriche foreste. Solo il giallo tenace della ginestra aveva vinto
    la battaglia contro il freddo.
    Erano in macchina  da  pi  di  due  ore.  Percorrevano  adesso,  dopo
    Orbetello,  un  tratto  dell'Aurelia  che  tornava  a restringersi sul
    tracciato  dell'antica  strada  romana,  costringendo  le  macchine  a
    rallentare  e  a  incolonnarsi  dietro  i giganteschi Tir.  Ragusa era
    stanco  ma  si  sentiva  stranamente  sollevato.  Non  era  certo  una
    scampagnata,  per l'uscita da Roma agiva su di lui come la rottura di
    un maleficio. Si mosse sul sedile, tirandosi su.  E contemporaneamente
    prov  di nuovo a fumare una sigaretta.  Niente da fare.  Questa volta
    arriv a tre boccate, prima di farla volare dal finestrino.
    Daldona lo osservava senza parere.  Ne  studiava  sul  volto  i  segni
    lasciati  dall'inchiesta,  nella  speranza  di riuscire a capire,  per
    un'illuminazione, che cosa ce lo avesse spinto dentro.  Quell'uomo era
    prevedibile  e sorprendente,  tenace ed emotivo: un tipo assolutamente
    non classificabile.  Sul suo conto aveva raccolto ormai molte  tessere
    ma pareva impossibile farle combaciare,  comporle in un mosaico dotato
    di senso. E lui?, si disse il capitano. Come era lui?  Scosse la testa
    senza accorgersene.
    Cos' che non va?, gli chiese Ragusa.
    Come?
    Scuoteva la testa...
    Ah. No, niente. Ero soprappensiero. Va tutto bene. Spero soltanto che
    il  nostro  amico  non  ci porti fino a Ventimiglia.  Per quanto,  non
    sarebbe poi male. Sanremo  di strada, potremmo fare una puntatina...
    Perch no? Lei ci mette i soldi, io la fortuna.
    Ci sto. Deve averne tanta, se ha salvato la pelle fino ad ora.
    Per carit. Non ricominci.
    Stia tranquillo,  non ci  penso  proprio.  Comunque,  lucidi  i  suoi
    amuleti, ho l'impressione che ci siamo.
    Mezzo  chilometro  pi  avanti la Thema aveva improvvisamente lasciato
    l'Aurelia, svoltando a destra nei campi.  Avevano da poco oltrepassato
    San  Vincenzo,  duecento  chilometri  a nord di Roma,  sulla costa del
    golfo di Baratti. Fra poco avrebbero trovato Donoratico,  che gi dava
    il  benvenuto con gialli cartelli multilingue agli improbabili turisti
    di marzo.  La zona era famosa e Ragusa ci era venuto pi di una volta.
    Non  tanto  per i cipressi di Bolgheri,  che Carducci aveva finito col
    fargli odiare,  ma piuttosto per i vini che allietavano le  tenute  di
    quella Toscana marittima.  C'era un bianchino,  vicino a Bolgheri, che
    solo pochi eletti amici del produttore,  un bresciano emigrato  l  in
    campagna,  avevano la fortuna di conoscere...  Dopo,  magari... Ragusa
    rise tra s. Incredibile,  non sapeva nemmeno bene in che pasticcio si
    stava cacciando e si metteva a sognare una bevuta.  Perch no?  In fin
    dei conti era pi che giustificato.
    Daldona aspett che svanisse la  nuvola  di  polvere  sollevata  dalla
    Thema sulla stradina sterrata,  prima di imboccarla a sua volta. Sulle
    colline pi  lontane,  in  linea  retta,  una  torre  malinconicamente
    dirupata  germogliava  di rampicanti selvatici nel cielo del tramonto.
    Secondo la tradizione del luogo era quella in  cui  i  pisani  avevano
    rinchiuso  il  crudele  Ugolino  coi  suoi figli.  Ragusa la indic al
    capitano.
    L'importante  che non ci chiudano anche noi,  rispose  Daldona  con
    aria  lieve.  Per  fortuna  comincia  a  far  buio.  L'orologio  del
    cruscotto segnava le sei e venti.  Ragusa si volt verso il mare  alle
    loro spalle, oltre l'Aurelia, e vide che la luce rossastra si spegneva
    rapidamente nell'acqua. Sent una stretta al cuore e si fece coraggio.
    Continuarono a inoltrarsi nei campi,  a passo d'uomo. Avevano lasciato
    senza preoccuparsene che la macchina di  Ottieri  sparisse  alla  loro
    vista.  Ai  bordi  del  viottolo  le  macchie  di  more si succedevano
    compatte,  senza traccia di passaggi.  Non c'era  altro  da  fare  che
    andare  diritti,  nella penombra che infittiva.  Attorno,  la campagna
    lievemente ondulata sembrava promettere sorprese  dietro  ogni  dosso.
    Non ne ebbero alcuna.
    Il  buio scese improvviso.  Dal finestrino,  che Daldona teneva aperto
    per farsi guidare dal lieve ronzio dell'altro  motore  in  lontananza,
    penetrava un'aria fresca e densa.  Ogni tanto un gracidio, un verso di
    uccelli,  e sempre il sottofondo dei rovi che strusciavano  contro  la
    carrozzeria della Giulietta.  Daldona aguzzava gli occhi,  evitando di
    accendere i fari.
    Giudice,  disse a un tratto col tono di chi ricorda  un  particolare
    importante, ce l'ha una pistola?
    E  che  ne farei?,  rispose lui continuando a scrutare dinanzi a s.
    Non so sparare.
    Cristo,  sospir il  capitano.  Ma  perch  non  ha  fatto  diritto
    amministrativo invece che penale?
    Ragusa rise silenziosamente. Ma torn subito serio. Guardi che quelli
    devono  essere  i  fanalini  di  coda.  La macchina sembra ferma.  Non
    capisco... Siamo in piena campagna.
    Ho visto, disse Daldona. Erano in cima a un breve dosso, protetti da
    un muro compatto di oscurit.  Le luci di  posizione  della  Thema  lo
    foravano,  in basso,  come inattesi fuochi fatui.  Da quella posizione
    leggermente  elevata  avrebbero  dovuto  vedere  il  terreno   dinanzi
    all'altra macchina,  illuminato dai suoi fari.  Invece anche l'autista
    di Ottieri aveva evitato di accenderli.  Il capitano se ne  chiese  la
    ragione.  No,  ecco.  Lo faceva in quel momento.  Il fascio di luce si
    apr la strada oltre una staccionata.  Ma brevemente.  Poi ancora  una
    seconda volta,  e una terza, a un intervallo pi breve. Infine il buio
    torn completo nella conca,  punteggiato dai latrati  di  un  paio  di
    cani.  Fu  per  poco.  Da  lontano  sembr che uno sciame di lucciole,
    quattro o  cinque  puntini  luminosi,  avanzassero  verso  l'auto  del
    procuratore capo, finch non la circondarono.
    Lo aspettavano,  comment Daldona abbassando istintivamente la voce.
    Per qualche secondo la scena non cambi.  Poi  gli  abbaglianti  della
    macchina  tornarono  a esplodere nel buio,  inquadrando una figura che
    apriva il cancello della recinzione.  I  fari  si  mossero  in  avanti
    lentamente e illuminarono a destra il fianco brullo di un altro dosso.
    Sulla sinistra del viottolo comparve per un attimo nel cono di luce lo
    spigolo  rustico  di  una  di  quelle basse costruzioni tirate su alla
    meglio dai pastori.  Alla fine anche  i  fanalini  rossi  della  Thema
    sparirono con un movimento singolare, come se si stessero inabissando.
    Le lucciole si mossero, sfiorandosi e confondendosi, verso il punto in
    cui doveva trovarsi la capanna.
    Fine della corsa, disse Daldona. Si continua a piedi.
    E la macchina?, obiett Ragusa. Qui potrebbero trovarla.
    Giudice,  quando  la  smetter di insegnarmi il mestiere? Era un po'
    infastidito.  Ci sto pensando.  Non mi piace granch,  ma non mi pare
    che ci siano altre soluzioni.  Torniamo indietro e appena troviamo dei
    cespugli pi bassi cerchiamo di infilarci nei campi.
    Corriamo il rischio di impantanarci, disse Ragusa perplesso.
    E anche di spaccare i semiassi o la coppa dell'olio. Ha altre idee?
    Direi di no.
    E allora...
    Lasciarono la Giulietta mezzo chilometro pi  indietro  apparentemente
    in   buona   posizione.   Dalla   strada   non  sarebbe  stato  facile
    individuarla, almeno fino al mattino. E per allora speravano di essere
    di ritorno. Anche se non sapevano da dove.
    Camminarono al centro del  viottolo,  in  silenzio.  In  pochi  minuti
    furono  sul  dosso  dal  quale  avevano  osservato  la scena gi nella
    valletta e lasciarono la stradina per entrare nei campi, al riparo dei
    muretti di pietra e delle macchie di rovi. Ragusa impugnava una torcia
    elettrica prelevata  fra  gli  attrezzi  dell'auto,  ma  rigorosamente
    spenta.  Fino  a  quando  glielo  dico  io,  gli  aveva raccomandato
    Daldona,   rivendicando  implicitamente  il   suo   ruolo   di   guida
    dell'operazione.  E  infatti  si  mise in testa,  la mano destra nella
    tasca del cappotto a stringere la pistola.  Non c'era un filo di vento
    ma l'aria era pungente.  Ragusa rimpianse di aver lasciato i guanti in
    macchina.
    Arrivarono  alla  staccionata  quasi  senza   accorgersene.   Non   la
    scavalcarono,  per.  I cani ogni tanto si facevano sentire e dovevano
    essere vicini. Dalla capanna di pietra, invece, non arrivavano rumori.
    Ma adesso  che  la  distanza  era  pi  che  dimezzata  fili  di  luce
    filtravano  dalle  fessure  della  porta  e  della stessa costruzione.
    Tentare di penetrare in quel punto non era prudente.  Si  consultarono
    in  un bisbiglio e piegarono a destra,  costeggiando la staccionata in
    mezzo all'erba alta. Gli occhi si erano abituati al buio, ma non tanto
    da evitare inciampi e graffi.  L'intuizione per era stata giusta: sul
    lato  opposto  quella  specie  di  collina rachitica sembrava priva di
    qualunque sorveglianza,  a parte quella affidata al  recinto,  ora  di
    pali  di  legno  ora  di  sassi.  Ragusa  e  Daldona ne ebbero ragione
    abbastanza facilmente e con danni limitati. I pantaloni del giudice si
    impigliarono in  un  chiodo  mentre  scavalcava  la  staccionata.  Lui
    smoccol  e si tast per capire dov'era lo strappo.  Rabbrivid quando
    l'ebbe scoperto.
    Problemi?, gli sussurr il capitano.
    No, niente. Stasera sono davvero un uomo fortunato.
    Ah s?  Guardi che io ci credo alla fortuna.  Vada avanti lei. Pass
    in testa. Non ci mise molto a raggiungere la cresta del dosso, guidato
    anche  dal tenue chiarore che veniva da quella direzione.  E subito si
    gett per terra. Daldona lo imit e gli strisci a fianco.
    Sotto di loro si apriva  un'altra  valletta,  molto  pi  ampia  della
    precedente  e  soprattutto  molto  pi  animata.  Il dislivello era in
    realt  minimo  ma  bastava  a  nasconderla  a  chiunque  si  trovasse
    sull'altra faccia del pendio.  Finch non lo si scavalcava,  non c'era
    modo di vedere il basso e largo casale che occupava  il  centro  della
    conca,  circondato  su  un  lato  da  rimesse  e  sull'altro da un'aia
    circolare.  Le finestre del corpo centrale della fattoria erano  tutte
    illuminate.  E  inutilmente i due nell'ombra sperarono che qualcuno si
    decidesse  ad  aprire  le  tende  che  difendevano  dagli   indiscreti
    l'interno della casa.  Un peccato,  perch immaginarono uno spettacolo
    di grande  interesse,  come  promettevano  le  vetture  di  lusso  che
    inzeppavano l'aia.
    Ragusa sfior Daldona. E adesso che si fa?
    E lo chiede a me?  Lei  voluto venire,  decida lei.  Se fossi qui da
    solo sarebbe facile... Gliel'avevo detto: mi lasci fare, vado, sento e
    riferisco. Ma cos...
    Cos un corno, disse Ragusa.  Quello che avrebbe fatto da solo,  lo
    faremo in due. Perci pensi qualcosa, e muoviamoci.
    Il capitano stava studiando la disposizione dell'edificio.  Noi siamo
    sul fianco della casa, disse alla fine. Se tentiamo di raggiungere il
    retro forse riusciamo a entrarci.
    E come?
    Con un po' della sua fortuna.  Io  credo  che  quella  scala  l,  la
    vede?... no, guardi sul retro, l.
    S, s, la vedo.
    Ecco,  questo  casale  avr sicuramente il granaio sotto il soffitto,
    come usa. Bene,  credo proprio che quella scala porti l sopra.  E una
    volta  arrivati  al  solaio  forse  troveremo  il  sistema  per capire
    finalmente che succede in questo posto.
    Ma come facciamo a  raggiungere  la  casa?  Da  qui  ci  sono  almeno
    duecento metri allo scoperto. Impossibile che non ci vedano.
    Perci  ho  invocato la sua fortuna.  Se la sorveglianza  poca ce la
    facciamo,  senn...  Beh,  spero che lei sia gi preparato al  peggio.
    Per sembra tutto tranquillo su questo lato. Le macchine ci serviranno
    da  scudo,   tanto  gli  autisti  credo  che  siano  tutti  l,  nella
    rimessa...,  e indic un locale dell'ala pi lontana della  fattoria.
    L'uscio spalancato lasciava intravedere parte di una tavolata.
    Va   bene,   muoviamoci  disse  Ragusa.   Ma  Daldona  lo  stratton
    violentemente, riportandolo per terra.
    Escono.
    A uscire in realt furono solo gli autisti.  In un minuto il rombo  di
    due  decine  di  motori  di grossa cilindrata lacer il silenzio della
    conca,  i fari illuminarono a giorno  l'aia  e  una  dopo  l'altra  le
    macchine ne sfilarono fuori. Una radura sul lato delle rimesse divenne
    il   nuovo   parcheggio.   Ma  l'aia  rest  illuminata:  due  potenti
    riflettori,  montati su pali opposti,  la inquadravano in  pieno  come
    un'arena da combattimento.
    Che diavolo succede?, s'innervos Daldona.
    Ascolti.  Il  borbottio  del  motore  si  sentiva  sempre pi forte,
    nell'aria. Istintivamente alzarono gli occhi, prima di capire che cosa
    fosse.  Fu ancora Ragusa che lo vide per primo.  Tir Daldona  per  un
    braccio  e  gli  indic  i fari che avanzavano nel nero del cielo.  Ma
    ormai il rumore delle eliche arrivava distintamente.  E non solo  alle
    loro  orecchie.  Dalla  casa cominciarono a uscire gruppetti di uomini
    che si diressero tutti  verso  l'aia  e  vi  si  schierarono  attorno.
    Continuavano  a  chiacchierare  tra loro mentre l'elicottero era ormai
    sulle  loro  teste,  e  la  luce  fortissima  permise  al  giudice  di
    riconoscere  la  nera  capigliatura  di  Ottieri.  Ma non solo.  Tre o
    quattro  delle  facce  che  finirono  col  trovarsi  proprio  sotto  i
    riflettori   appartenevano   ad   alte   cariche   dello   Stato.    E
    dall'elicottero,  finalmente atterrato,  avanzava  verso  di  loro  il
    presidente   del   Consiglio  dei  ministri.   Brandimarte  nella  sua
    inconfondibile persona.
    Ragusa strinse forte gli occhi,  li riapr sulla stessa scena  e  alla
    fine di questa ginnastica si volt verso Daldona sdraiato per terra al
    suo  fianco.  Il  capitano  non  muoveva un muscolo,  lo sguardo fisso
    sull'aia.  In bell'ordine,  come se si trovassero nella sala verde  di
    Palazzo  Chigi,  i  dignitari  sfilavano  incontro a Brandimarte,  per
    presentargli uno alla volta i loro omaggi.  Poi in corteo  rientrarono
    in casa. L'aia torna nel buio.
    Daldona sembr riscuotersi.
    Allora,  giudice.  Che ne dice? Nell'oscurit Ragusa immagin il suo
    sorriso sarcastico.  Io dico che  meglio se ce ne torniamo  a  casa.
    Non le pare?
    Fu tentato di dargli ragione.  Ma disse: No,  non mi pare,  capitano.
    Lei faccia quello che vuole,  non posso costringerla.  Io far  quello
    che lei ha suggerito. Mi arrampicher sul granaio.
    E' come mettere la testa nella trebbiatrice, sospir Daldona. Ma se
     questo che vuole, d'accordo. Ce la metteremo assieme.

    C'era  un caldo soffocante,  l sopra.  Ragusa pens che fosse effetto
    delle balle di fieno  accatastate  fino  al  soffitto,  che  rendevano
    l'aria  umida  e  pesante.  Respirava  affannosamente  e  il cuore gli
    saltava nel petto.  Aveva corso per quei duecento metri con lo  scatto
    dei suoi sedici anni, dopo qualche decennio di vita sedentaria. Adesso
    gli sembrava di morire.  Se usciva da quella storia,  jogging tutte le
    mattine.
    Daldona si era arrampicato per  primo  e  gli  aveva  fatto  cenno  di
    salire,  tenendogli  ferma  la  scala.  Una  volta in cima lo avvert,
    portandosi il dito sulle labbra,  di  non  aprire  bocca.  Poi  indic
    l'impiantito di legno da cui filtravano, nelle sconnessure delle assi,
    le  luci  e  il  bruso della sala sottostante.  La compagnia sembrava
    compostamente allegra, si sentiva il tintinnio di bicchieri e posate.
    Signori. La sala doveva avere un impianto di amplificazione,  perch
    la voce, una voce calda e bene educata, arriv sufficientemente chiara
    attraverso  il  soffitto.  Signori,  in  qualit  di padrone di casa,
    consentitemi di dare il benvenuto a  tutti  voi.  E  di  rivolgere  un
    saluto particolarmente grato e affettuoso all'ospite che ho l'onore di
    avere al mio fianco. Il presidente del Consiglio, il nostro presidente
    Brandimarte. Segu una breve salva di applausi. La voce riprese.
    E ora,  signori, al lavoro. Il giorno che abbiamo preparato con tanta
    cura  si  avvicina.   Abbiamo  pazientato   tanto   che   sopporteremo
    quest'ultima  attesa.  E  io  vorrei anzi fare un augurio.  Che questa
    nostra  riunione,  cos  informale  e  calorosa,  prefiguri  la  prima
    riunione  della  Giunta  di  governo della nuova Italia che stiamo per
    costruire. Lascio la parola al presidente Brandimarte.
    Grazie,  caro  Premoli,   esord  il  capo  del  governo  mentre  il
    presidente  dell'Associazione  degli  industriali  lombardi,   la  pi
    potente del  paese,  sedeva  rumorosamente.  Tuttavia,  come  lei  ha
    osservato,  non    ancora  arrivato il momento di celebrare il giorno
    della vittoria. La voce,  fredda  e  dottorale,  sembrava  riprendere
    degli  allievi  un po' superficiali.  Sar bene partire dai problemi.
    Numero uno: il finanziamento.  Siamo  stati  costretti  a  sacrificare
    Randi  in un momento estremamente delicato.  Abbiamo dovuto,  perch i
    pasticci che aveva provocato rischiavano di travolgere  alcuni  nostri
    amici  e  i  nostri progetti insieme con loro.  Ma  stata una perdita
    seria.  Nonostante i suoi difetti quell'uomo era il perno della nostra
    organizzazione  finanziaria.   In  sei  mesi  aveva  portato  duecento
    miliardi nelle nostre casse.  Il suo lavoro con  Yusuf  funzionava  in
    maniera eccellente.  Peccato.  Ma ora dobbiamo pensare a riparare.  Il
    nostro  amico  Lazzarino  si    prodigato  in   questi   giorni   per
    riallacciare  tutti  i  fili  interrotti.  L'Argentina  ci  ha chiesto
    missili,  l'Iran nuovi aerei.  Abbiamo  perci  buone  possibilit  di
    recuperare  in  fretta  le  ingenti cifre che ci abbisognano in questa
    fase  conclusiva.  Propongo,  visti  gli  eccellenti  risultati,   che
    Lazzarino sia confermato nell'incarico affidatogli in via provvisoria.
    Vi sono obiezioni?
    La sala tacque.  La proposta si intende approvata,  postilla Premoli
    che aveva evidentemente il compito di presiedere la riunione.
    Su nel granaio Ragusa ascoltava immobile come una statua di  sale.  Si
    chin  verso Daldona e gli soffi in un orecchio: Bisognerebbe vedere
    chi c' l sotto.
    Perch,  non  l'ha  ancora  capito?,  gli  sussurr  di  rimando  il
    capitano.  Si  chin per terra e scivol silenzioso lungo l'impiantito
    alla ricerca di qualche sorgente di luce.
    Cinque metri sotto i suoi piedi Brandimarte aveva ripreso  a  parlare.
    ...20 milioni di dollari, capt Ragusa. Non  una cifra eccessiva,
    aggiunse  il  presidente  del Consiglio,  se si tiene conto del grado
    elevato che il nostro  amico  occupa  nell'amministrazione  americana.
    Vedete,  signori,  non dobbiamo lasciarci indurre in errore dai nostri
    convincimenti.  Noi tutti siamo convinti che le finalit della  nostra
    azione la giustifichino ampiamente,  che la grandezza del nostro paese
    renda necessario e inevitabile  ci  che  ci  accingiamo  a  fare.  Ma
    questo,  naturalmente,  un argomento che nemmeno i nostri pi stretti
    alleati considererebbero con favore,  mentre  fuori discussione che i
    pi  influenti  tra  i  circoli "liberal" americani scatenerebbero una
    campagna contro di noi,  se non ci  preoccupassimo  di  bloccarla  sul
    nascere.   A   questo  proposito  credo  sia  utile  ascoltare  alcune
    informazioni che il prefetto Barbaresco pu darci. Prego, prefetto.
    Dal momento in cui la nostra operazione  entrata nella fase due,  ci
    siamo  preoccupati  di  intensificare il controllo sull'attivit della
    stazione americana in Italia.  Inizialmente  non  si    notato  alcun
    incremento nel flusso informativo,  ma nei primi mesi di quest'anno la
    situazione  cambiata. Barbaresco si interruppe,  come per assaporare
    il  silenzio  teso  prodotto  dalla  sua dichiarazione.  E su in alto,
    Daldona  immagin  il  suo  capo  mentre   accendeva   una   sigaretta
    soddisfatto dell'entrata in scena.
    Come  alcuni  di voi gi sanno,  riprese il prefetto,  in gennaio 
    arrivato a Roma un nuovo capostazione.  Direi che  ha  delle  tendenze
    decisamente hollywoodiane.  Gli piacciono i racconti spettacolari e si
     dedicato con accanimento a montarne uno su di noi per i  suoi  amici
    di  Langley.  C'  molta fantasia,  e per fortuna figurano soprattutto
    comparse.  Tuttavia i nostri analisti hanno l'impressione fondata  che
    alcuni elementi marginali della nostra azione siano stati ricostruiti.
    Il punto pi delicato  una nuova attenzione,  direi allarmata,  verso
    il raggio della morte.  Una fuga di notizie,  evidentemente.  Per  noi
    nessuna sorpresa,   ovvio.  Ma crediamo che sia risultata soprattutto
    inopportuna la presenza di Yusuf  in  Italia  negli  ultimi  tempi.  I
    segugi virginiani lo hanno fiutato subito e hanno trovato sue impronte
    ancora  calde  fin  dentro il parco di villa Abamelek...  Naturalmente
    questo  genere  di  frequentazioni  dell'ambasciata  russa  li   rende
    sospettosi e furenti verso di noi.
    Brandimarte  lo interruppe con evidente irritazione.  Lei aveva avuto
    l'incarico di formare una  squadra  di  suoi  agenti,  come  dite  voi
    specialisti?...  perch sporcassero le acque.  Ma non fino al punto da
    suggerire ai nostri migliori amici  la  tentazione  di  rovesciare  il
    vaso.
    Barbaresco si affrett a tranquillizzarlo.  Signor presidente,  posso
    rispondere soltanto dell'operato del mio gruppo,  che ha agito secondo
    gli ordini.  E ci stiamo adoperando per riparare i guasti. Abbiamo gi
    stabilito dei contatti utili.  Per rassicurare.  Per  riannodare.  Del
    resto non siamo certamente noi i responsabili dell'arrivo di Yusuf. E'
    stata una tipica variabile imprevista...
    E invece avreste dovuto prevederla.  E se necessario prevenirla,  lo
    rimbrott Brandimarte.
    Ci fu un silenzio imbarazzato. Poi il prefetto si decise a rispondere.
    Signor presidente,  le assicuro sulla mia parola che  stato fatto il
    possibile. E anche l'impossibile.
    Mi scusi,  Barbaresco.  Lei ne sar convinto, dal momento che impegna
    la sua parola... Ma se dovessi giudicare dal funzionamento degli altri
    settori del suo Servizio,  io sarei pi cauto. Ottieri aveva lanciato
    la sua voce nella sala come un guanto di sfida. Tra le balle di fieno,
    nel sottotetto, stavolta fu Daldona a trasalire.
    Che  cosa  vuol dire? La pronuncia blesa di Barbaresco si impose sul
    bruso di fondo.
    Credo che ci siamo intesi benissimo, rispose Ottieri.  Una serie di
    coincidenze,  ma anche di insipienze,  e calc la voce,  hanno fatto
    oggi dell'affare Randi la minaccia pi grave per i nostri progetti.
    Ci furono di nuovo esclamazioni e seggiole spostate.
    Ragusa si sent afferrare saldamente per un braccio e si  volta  verso
    Daldona, che indovinava nella penombra.
    Venga,  gli  disse  il capitano.  Cerchi di scivolare.  Un rumore e
    siamo perduti.
    La fessura si apriva in un angolo del solaio verso la  facciata  della
    casa.  Per  quanto  la  visuale fosse ridotta,  Ragusa pot passare in
    rassegna almeno il lato destro della tavola. Non li riconobbe tutti ma
    gli bastarono quelli a cui riusc a dare un nome.  Ottieri sedeva  tra
    il  capo  di  Stato  Maggiore  dell'Aviazione e il comandante generale
    dell'Arma dei Carabinieri.  Alla sinistra di Premoli spiccava la vasta
    calvizie del procuratore generale di Milano. Il capo di Stato Maggiore
    dell'Esercito  era sistemato pi oltre,  proprio vicino a Brandimarte.
    Vide ancora due tra i maggiori industriali del Nord  e  due  ministri,
    rispettivamente  a  capo  della  delegazione democristiana e di quella
    socialista nel governo. Immagin come sarebbero stati contenti De Mita
    e Martelli di saperli l,  quella  sera.  Ma  non  era  tutto.  Almeno
    quattro di quei nomi li aveva gi incontrati. Nel diario di Jolanda.
    Gi la discussione sembrava farsi accesa.
    Non  capisco,  diceva  Lazzarino,  questa  insistenza sui girotondi
    irrilevanti di un piccolo magistrato di nessun  merito.  Mi  pare  che
    continui  a inseguire fantasmi,  pi che altro.  Di questo passo potr
    presto dedicarsi allo spiritismo.
    Vorrei condividere la sua serenit,  ribatt Ottieri.  Ma temo  che
    lei  possa  aver  dimenticato  un particolare.  Ragusa possiede ora un
    documento che noi abbiamo cercato a tutti i costi  di  sminare.  Parlo
    del  diario  di  quella  ragazza,  lei sa quale.  Non pensa che quelle
    rivelazioni siano oggi ancora pi pericolose di ieri?
    Le sue preoccupazioni su  questo  punto  sono  giuste,  gli  replic
    Lazzarino.  Ma  penso  che  qui  gli  uomini  del prefetto Barbaresco
    possano rapidamente dimostrare le loro capacit.  E senza quel  diario
    il suo Ragusa, sottoline il possessivo con evidente malignit, avr
    ben poco da fare. Prima di non fare pi nulla, concluse.
    Ma vede, onorevole,  proprio questo il problema. Ragusa immagin il
    sorrisetto  agro  del  suo capo,  pi che vederlo.  A me pare che gli
    uomini  del  prefetto  Barbaresco  dimostrino  il   loro   acume   pi
    nell'aiutare   il   mio   Ragusa,   come   lo  chiama  lei,   che  non
    nell'ostacolarlo.
    Barbaresco sembr perdere le staffe. Come si permette?
    Non si inquieti.  Non discutiamo certo della sua buona fede.  Ma  un
    fatto  che  Ragusa  dispone  di informazioni che non avrebbe potuto in
    alcun modo procurarsi da solo.  Informazioni  riservate,  come  quelle
    sulle attivit meno note di Yusuf. O sul raggio della morte. Chi crede
    che possa avergliene parlato, se non fonti del suo Servizio?
    Questa  una illazione che respingo nel modo pi fermo.
    Brandimarte intervenne. Signori, prego. Siamo tutti comprensibilmente
    nervosi,  ma evitiamo di perdere la calma.  Mi pare che il procuratore
    Ottieri,  al quale pure abbiamo da  rimproverare  qualcosa  in  questa
    storia,  e la pausa sottoline il disappunto, abbia comunque ragione
    a chiedere il controllo pi rigoroso su tutti i possibili percorsi  di
    fuga  di  notizie.  Senza distinzione alcuna. Si guard in giro.  Vi
    prego di ricordare che il Terzo Livello di segretezza  introdotto  nei
    Servizi  dovrebbe  valere  anche  per  ognuno  di  noi  nel suo ambito
    particolare.   E  adesso  vediamo  i   piani   dell'Esercito   e   dei
    Carabinieri.

    Ragusa aveva smesso di sbirciare in gi,  e quanto a Daldona non aveva
    mai mostrato troppa curiosit.  Il giudice sedeva  sul  pavimento,  la
    schiena  contro  una  balla  di  fieno cedevole e pungente.  Il flusso
    inarrestabile delle voci continuava a salire fino alle sue orecchie  e
    lui  continuava  a prestargli il suo cervello.  La memoria per vagava
    lontano, tra formule giuridiche e remote prescrizioni etiche.  Cercava
    inutilmente  una  striscia  di  terra cui tenersi aggrappato mentre un
    sisma  inaudito  rovinava  torri  e  pinnacoli,  spianava  montagne  e
    sollevava  paludi.  In un'autentica allucinazione Ragusa sent la voce
    un po' stridula di Evelina che gli chiedeva perch mai se la prendesse
    tanto: non avrai mica creduto davvero alla storia dei servitori  dello
    Stato  e  stronzate  del  genere?  Ma no,  rispondeva lui scuotendo la
    testa,  si capisce che non ci aveva creduto,  non era stupido  fino  a
    quel  punto.  Per  scusa Evelina,  qualche regola dovr pur esserci a
    questo mondo,  o no?  E allora devi ammettere che l'idea di servire lo
    Stato,  per quanto detta cos faccia ridere, un nocciolo di verit, un
    nocciolo di giustizia ce l'ha. Insomma, vale la pena di crederci.
    Torn  in  s  sentendosi  compitare  in  punta  di   labbra   l'ovvia
    costatazione che la situazione era esattamente rovesciata, dal momento
    che  qui  era lo Stato a complottare contro se stesso.  La testa delle
    istituzioni era la testa della congiura.  Fece  il  conto  delle  alte
    cariche  che  a quel punto gli risultavano direttamente coinvolte,  ma
    smise presto.  Riflett che faceva prima a contare quelle che  non  lo
    erano.  Daldona  s'accorse  che  Ragusa  si stava sbriciolando e tent
    l'antidoto dello scherzo.
    Giudice,  gli sussurr,  che fa?  Scende ad arrestarli?  Si  pent
    della  battuta mentre la pronunciava.  Non poteva essere pi infelice,
    dato il momento.  Il suo maledetto cinismo gli aveva  preso  la  mano.
    Tent di rimediare,  tornando serio.  Se non ci sbrighiamo a tagliare
    la corda,  sono loro che arrestano noi.  E non conterei nemmeno un po'
    su un regolare processo.
    Davano  le  spalle  alla finestrella del granaio e nemmeno s'accorsero
    dell'ombra che per un attimo si stagli contro il cielo e subito spar
    dentro,  presto seguita da un'altra.  Quando sentirono il  rumore  era
    troppo  tardi.  Da  angoli  opposti  violenti  fasci  di  luce  gi si
    incrociavano su di loro, abbacinandoli. Ma non tutti e due.
    Agile come una scimmia Daldona si gett al riparo di una pila di fieno
    e contemporaneamente dette una violenta  spinta  a  Ragusa  che  cadde
    all'indietro.  Non  si  muova,  gli  intim  mentre  una grandine di
    pallottole si infilava nel parapetto di fieno sollevando polvere e  un
    profumo  acre  di  erba  secca  e  cordite.  Ragusa  si  appiatt  sul
    pavimento,  le braccia sopra la testa secondo un elementare istinto di
    conservazione,  e  cerc di raggomitolarsi su se stesso.  Cap che non
    avevano via d'uscita. Probabilmente arrendersi sarebbe servito solo ad
    allungare di poco la loro vita,  ma era comunque l'unica  possibilit.
    Invece vide la pistola nella destra di Daldona.
    Che fa,   impazzito?  E' inutile,  gli disse,  ma non era sicuro di
    averci messo anche la voce.  Allung la mano attraverso  il  pavimento
    per fermarlo.  Non arriv nemmeno a sfiorarlo, e non osava muoversi di
    un centimetro. In quel momento lui non era che un testimone, o cos il
    suo compagno lo faceva sentire.
    Lo vide all'improvviso scattare in piedi,  il braccio  teso  e  l'arma
    puntata  contro il faro sulla destra,  il profilo affilato e spettrale
    nella luce bianchissima.  Daldona fece fuoco una  volta  e  accec  il
    primo occhio sfolgorante di luce,  poi accenn una breve rotazione del
    busto e spar senza mirare sull'occhio superstite, all'altro lato.  Lo
    manc  e continu a sparare,  ma anche dal fronte opposto ora facevano
    fuoco.  Accucciato per terra,  osservandolo dal basso in alto,  Ragusa
    s'accorse  di  una  sua  improvvisa  contrazione,   poi  di  un'altra.
    Finalmente anche la seconda lampada esplose in frantumi nel buio e nel
    lampo che ne  precedette  la  fine  il  giudice  distinse  gli  ultimi
    movimenti  di  Daldona  come  staccati  l'uno  dall'altro,  simili  ai
    fotogrammi rallentati di un vecchio film muto.  Nell'oscurit sent un
    tonfo  a  fianco  a  s.  Chiam  pi  volte  sottovoce,  nel silenzio
    improvviso e irreale,  senza avere risposta.  Poi il tramesto riprese
    ma lui non ci fece pi caso.  Ancora steso per terra saggiava il corpo
    del capitano immobile sotto le sue mani,  risalendo dalle  braccia  al
    torace  ed  esplorandolo nella ricerca ossessiva del battito cardiaco.
    L dove avrebbe dovuto trovarlo,  la sua  destra  si  imbatt  in  una
    piccola pozza di un liquido caldo e appiccicoso.
    Il  granaio  fu  di  nuovo illuminato a giorno e dietro la barriera di
    fieno Ragusa sent  che  si  era  riempito  di  uomini,  di  voci  che
    minacciavano e gli intimavano di arrendersi. Non rispose. Osservava la
    grazia  inconsapevole  con  cui Daldona sembrava essersi accartocciato
    sul pavimento: gli occhi erano rimasti spalancati  e  pareva  che  gli
    ammiccassero in una specie di ironico rimprovero. Si mise in ginocchio
    e  poi  in  piedi,   lentamente.   Aveva  dimenticato  dov'era,  aveva
    dimenticato che una raffica di  pallottole  poteva  portargli  via  la
    testa  dal  collo.  Un  velo  gli  annebbiava lo sguardo ma non sapeva
    spiegarselo,  perch non s'accorse nemmeno che stava piangendo.  Venne
    fuori  dalla sua trincea vegetale,  avanti verso i fari,  le voci e le
    bocche delle pistole, ripetendo senza violenza: Assassini.  Maledetti
    figli di puttana assassini.  Fece ancora qualche passo nel turbine di
    luce rifratto e moltiplicato dalle sue lacrime. Avvert la presenza di
    qualcuno alle spalle.  Subito dopo gli sembr che anche la  sua  testa
    esplodesse, e ripiomb nel buio.


    18.
    I  globi lattei del lampadario oscillavano nel vento notturno.  Era un
    vento capriccioso.  Si era  alzato  all'improvviso  e  soffiava  senza
    regolarit.  La prima raffica aveva forzato la finestra socchiusa,  le
    altre a poco a poco avevano allargato lo spiraglio. Ora nervose folate
    di pioggia entravano nella stanza e si raccoglievano in piccole  pozze
    sul  pavimento.  Nel  sonno,  Ragusa  rabbrivid e si agit.  Mosse le
    braccia.  La mano destra gli rimand una sensazione  di  freddo  e  di
    impaccio. Apr gli occhi, una fessura appena, perch la luce lo feriva
    dolorosamente  alle  tempie.  Vertiginosi  mulinelli  di  memoria  gli
    restituirono schegge di immagini e di rumori.  I fari che  esplodevano
    nel buio. Il lampeggiare secco e acre della sparatoria. Seppe di nuovo
    che Daldona era morto e spalanc gli occhi. La sua destra sfiorava una
    pistola, nera, lucida, abbandonata accanto a lui. La fiss inebetito e
    si guard attorno. I disegni floreali di una comune carta da parati lo
    avvertirono  che non si trovava pi nel granaio sotto il tetto.  Tent
    di sollevarsi,  ma il corpo non gli  obbediva.  Dovette  compiere  uno
    sforzo, prima puntellandosi sui gomiti, poi sulle mani che affondavano
    in  un  soffice  materasso.  Volse  la testa ciondolante per mettere a
    fuoco il  mucchio  di  lenzuola  sul  lato  opposto  del  vasto  letto
    matrimoniale.  Per qualche attimo lo fiss impietrito. Poi si pieg su
    se stesso con un conato di vomito.
    Daldona era steso su un fianco. Impigliato nelle lenzuola macchiate di
    marrone rossiccio, lo contemplava con uno sguardo vuoto, rappreso come
    il rivolo di sangue che gli orlava le labbra.  Quando Ragusa trov  la
    forza  di  tornare  a fissarlo,  pens che la morte lo aveva spogliato
    anche della sua  faccia  intelligente,  imprimendovi  una  smorfia  di
    stolida  vacuit.  Tir  via  le  lenzuola  che  parevano incollate al
    cadavere e vide che era nudo. Completamente. Solo allora si rese conto
    che anche lui non aveva niente addosso.
    Sul torace liscio e bianco del capitano i fori delle pallottole -  tre
    o   forse   quattro,   non  riusciva  a  contarli  -  disegnavano  una
    costellazione purpurea tra il cuore e lo stomaco. Un altro colpo aveva
    trapassato la coscia  sinistra  che  sembrava  ancora  sanguinare.  La
    messinscena  era  perfetta.  Non  si poteva dubitare che Daldona fosse
    stato ammazzato proprio in quel letto.  Ragusa avrebbe voluto  gridare
    ma  la  sua  gola emise solo un rantolo angosciato.  La rivoltella era
    sempre l,  accanto alla sua mano.  E lui si aggrapp alle poche forze
    che  aveva  per scagliarla lontana,  furiosamente.  La pistola fece un
    rumore soffocato,  cadendo sul tappeto.  E  anche  Ragusa  croll  sul
    letto,  come  svuotato.  La droga tornava a corrergli per le vene,  il
    sopore lo lambiva invitante,  come lo sciabordo tranquillo  di  acque
    scure  e profonde.  Cerc di resistere,  brevemente.  Infine si lasci
    inghiottire.
    Lo riport a galla, ancora,  il freddo della notte.  Si pass una mano
    sul  viso,  strizzando gli occhi,  poi si massaggi la nuca dolorante:
    dove era stato colpito i capelli si erano  impastati  con  il  sangue.
    Dalla  parete  di fronte un vortice di rose,  lill e mimose si stacc
    per venirgli incontro.  C'era una crepa profonda e verticale sul muro,
    e  lui la segu per tutta la sua lunghezza,  in un tentativo inconscio
    di fissare un punto di riferimento per  il  suo  malcerto  equilibrio.
    Sedette  sul  letto.  Gli oggetti della stanza gli parvero ora ruotare
    pi  lentamente,  in  armonia  con  i  suoi  riflessi  appannati.   Il
    lampadario a tre globi, il cassettone di legno scuro, gli abiti sparsi
    per terra in un angolo come se avesse avuto fretta di liberarsene.  La
    nausea non finiva di tormentarlo ma riusc a controllarla meglio. Mise
    i piedi sul tappeto,  accanto alla  pistola.  E  si  alz,  inspirando
    avidamente   il   vento  freddo  che  entrava  nella  stanza.   Doveva
    raggiungere la finestra,  dall'altra parte del letto,  e fu una specie
    di circumnavigazione lenta ed esitante.  Scivol proprio alla fine sul
    pavimento bagnato,  sotto il davanzale.  Non si rialz subito,  lasci
    che  sul suo volto arrivassero spruzzi di acqua e di aria pulita.  Poi
    sent in lontananza il motore di un'automobile.
    La mensola del davanzale gli offr un buon appiglio.  Vi  si  aggrapp
    per  rimettersi in piedi e soprattutto per sporgersi fuori,  lasciando
    che  la  pioggia  gli  scorresse  sul  corpo.  La  luce  della  stanza
    raggiungeva solo un piccolo spicchio di cortile pavimentato, molto pi
    in basso.  Si poteva saltare giusto per ammazzarsi.  Ragusa spinse gli
    occhi oltre la breve zona rischiarata ma il  buio  del  temporale  era
    impenetrabile.

    "Brigadiere,  buonasera.  Sono Perelli,  il proprietario del Convento.
    S, l'albergo. Buonasera",  ripet l'uomo nella cornetta del telefono.
    Sedeva  dietro  la  scrivania  in un angolo della saletta morbidamente
    illuminata.  Le  volte  a  crociera  e  i  muri  di  mattoni  a  vista
    suggerivano  l'idea  di  un  restauro  sapiente,  accompagnato  da  un
    appropriato arredamento. Sedie savonarola sparse nella stanza, antichi
    oggetti di devozione alle pareti. Un caminetto monumentale ne occupava
    una intera. Era spento e scuro e gli alti pilastri di marmo, istoriati
    all'uso rinascimentale,  lo rendevano simile al portale di una  chiesa
    sconsacrata.  Sistemata  di  fronte,  una  poltrona  di cuoio sembrava
    sporgersi  su  quel  vuoto,   offrendo  alla  scrivania  solo   l'alto
    schienale.
    "Brigadiere,  c'  stata una sparatoria qui da me." La voce era calma,
    distaccata.  "Due clienti.  Forse ci  scappato il morto.  Non lo  so,
    abbiamo sentito litigare,  poi i colpi...  Non lo so, non siamo potuti
    entrare nella camera." Dall'altra parte lo interruppero.  Poi riprese.
    "No,  dalla camera non  uscito nessuno. Ho messo uno dei miei ragazzi
    di guardia dinanzi alla porta. S, faccia presto, per favore."
    L'uomo depose il ricevitore e continu a lisciarsi i baffi.  Li  aveva
    folti  e  amichevoli  e  tutto nella sua faccia dava un'impressione di
    compattezza e di cordialit.  I baffi bianchi sul  viso  giovane,  gli
    occhi  grigioazzurri.  Scost  dal  polso  la  manica  della giacca di
    velluto biondo  a  coste  e  consult  l'orologio.  Saranno  qui  tra
    mezz'ora, disse a voce alta. Alle tre e mezzo.
    Allora  io  vado.  La  testa  di  un  ometto pallido spunt oltre lo
    schienale della poltrona.  Avverti quelli di Bolgheri che  non  torno
    l, ma direttamente a Roma.

    I  calzoni erano stati la cosa pi difficile ma alla fine,  seduto sul
    bordo del letto,  era riuscito a infilarli.  Si abbotton la  camicia,
    ficcandola  alla  bell'e meglio nei pantaloni.  Indoss la giacca e si
    strinse il bavero attorno al collo nudo perch  la  temperatura  nella
    stanza  si  era  fatta polare.  Ma non voleva chiudere la finestra per
    paura di ripiombare nello stato di ebetudine al  quale  il  freddo  lo
    aveva  sottratto.  Non  sapeva  quanto  fosse durata quella complicata
    vestizione,  la pi difficile della sua vita,  ma per tutto il  tempo,
    mentre  si  concentrava  sulle asole della camicia e sui legacci delle
    scarpe,  il suo cervello non aveva mai  smesso  di  girare  attorno  a
    quella rappresentazione macabra. Poteva solo aspettare il finale.
    Ragusa  si  palp  le  tasche della giacca,  in un gesto automatico di
    controllo.  E rimase stupito quando quel rapido contatto gli  trasmise
    l'impressione  che  non  mancasse  proprio niente.  Infil la sinistra
    nella tasca interna dove portava abitualmente  il  portafoglio  con  i
    documenti  di  identit.  Lo apr.  Come al solito il suo tesserino di
    magistrato occupava il primo scomparto,  seguito in bell'ordine  dalle
    carte di credito e tutto il resto. Si accorse che gli mancava soltanto
    l'orologio  d'oro.  Rimise  il  portafoglio al suo posto e sollev gli
    occhi,  sfregandosi incerto le guance ispide di barba.  La scura porta
    di  quercia  pareva  molto  robusta.  E solo allora lui vide la chiave
    nella toppa.
    Esit un momento, poi and deciso verso l'uscio. Nessuno poteva averlo
    chiuso a chiave se la chiave era all'interno.  Gli sembrava assurdo ma
    tent  lo stesso la maniglia,  che si abbass dolcemente.  La porta si
    schiuse con un lieve  cigolo,  scivolando  sui  cardini  ben  oleati.
    L'apr del tutto.
    L'uomo era seduto proprio di fronte,  in fondo allo stretto corridoio,
    a non pi di cinque metri dalla stanza.  Giovane,  con una lunga barba
    rossiccia.  Impugnava  un  fucile - gli parve una vecchia doppietta da
    caccia -,  e lo teneva puntato proprio verso la sua  testa.  Non  apr
    bocca,  semplicemente  agit  la  sinistra  per  indicargli di tornare
    indietro.  Ragusa non cap subito.  L'uomo si alz e impugn l'arma  a
    due mani, facendo scattare minacciosamente i cani. Il giudice richiuse
    la porta, e si appoggi alla parete, improvvisamente madido di sudore.
    Non successe niente. Non era il suo boia ma solo il suo carceriere.
    And  di nuovo verso la finestra.  E un'altra volta incespic prima di
    arrivarci. Non cap subito di che si trattava. I pantaloni di Daldona.
    Ragusa  si  chin  a  raccoglierli  e  li  tenne  sospesi   nell'aria,
    studiandoli. Non c'era nessun foro. Erano intatti. E soprattutto erano
    color  antracite,  quasi  nero.  Ragusa  ricord  all'istante che quel
    giorno il capitano aveva addosso, quando si erano incontrati, un abito
    grigio perla. E si diede dello stupido.
    Certo,  avevano dovuto rivestire il corpo con abiti  diversi.  Poi  li
    avevano  riempiti  degli  effetti  personali di Daldona.  Nella giacca
    antracite,  piegata in due su una sedia,  il giudice trov  le  chiavi
    della  macchina,  l'accendino,  il  portafoglio.  Estrasse dalla tasca
    l'astuccio di pelle e  lo  apr.  Pass  rapidamente  in  rassegna  il
    contenuto. La patente, le solite carte di credito, alcuni biglietti da
    visita  e  in fondo un tesserino che certificava,  sotto la sua foto a
    mezzobusto,  l'identit del capitano  di  vascello  Riccardo  Daldona.
    Nient'altro,  n  speciali  documenti di riconoscimento n permessi di
    accesso a Forte Braschi.  L'appartenenza di  Daldona  ai  Servizi  era
    stata  completamente cancellata.  Da un ultimo scomparto vide sporgere
    un foglietto bianco.  Lo tir fuori.  Era una cambiale,  ripiegata  in
    quattro. La stese e lesse la cifra. Poi d'impulso pieg la testa verso
    il morto. Settanta milioni. Dove li aveva presi, i soldi per pagare?
    Dalla  finestra  giunse  distintamente  il  rumore di una macchina che
    forzava il motore su un pendio. Ragusa torn al davanzale in tempo per
    vedere una coppia di fari illuminare l'arco d'ingresso del cortile,  e
    subito  dopo  l'Alfetta  dei carabinieri entrare sgommando lievemente.
    Alla  luce  viola  della  sirena  sul  tetto  della  macchina,  Ragusa
    intravide  le  vecchie  mura che cintavano lo spiazzo ma questo non lo
    aiut a farsi un'idea pi precisa di dove si trovava.  Seppe  comunque
    che il finale era arrivato.
    Si  stacc  dalla  finestra e sedette sul letto ai piedi del cadavere.
    Aveva ancora in mano la cambiale.  Torn a guardarla,  distrattamente.
    La  grafia  di  Daldona era lo specchio delle sue nevrosi.  Intricata,
    storta,  le consonanti fuori misura.  Cerc di decifrare il  nome  del
    creditore, mentre dalla finestra gli arrivava il rumore delle portiere
    sbattute,  dei  passi  sul  selciato  e  l'eco  distinta  dei  saluti.
    Buonasera,  anzi ormai buongiorno,  maresciallo.  Vedo che    venuto
    anche lei. Un bel guaio. Buongiorno, signor Perelli. Allora come...
    Le voci si persero,  un portone fu richiuso. Ragusa li immagin salire
    per le scale.  Poi non se ne cur pi,  perch i  suoi  occhi  avevano
    finalmente  interpretato le volute di quella scrittura,  e il nome del
    creditore gli martellava le  tempie:  "Abbenanti  s.r.l.".  Abbenanti.
    Ragusa lo cerc nel casellario della sua memoria,  dove era sicuro che
    ci fosse.  E lo trov.  Oh Dio,  mormor.  Guard Daldona come se lo
    vedesse  per la prima volta.  La sua mano sfior le nude gambe fredde,
    in un gesto di piet.
    Con te stesso non ce l'hai fatta a barare, disse.  Poi sent i colpi
    violenti alla porta e qualcuno urlare: Apra.
    Si  ficc  la  cambiale  nella  tasca della giacca,  confusa tra altri
    fogli, prima di rispondere: E' gi aperto. Sono disarmato.
    Stia attento, maresciallo. Non sappiamo se ha sparato tutti i colpi,
    disse un'altra voce dietro la porta. Ci fu un attimo di silenzio.  Poi
    il primo uomo riprese a parlare.
    Mi  stia a sentire.  Venga fuori con le mani bene in vista.  Se fa un
    movimento strano, spariamo. Ha capito?
    Ragusa apr piano la porta e comparve nel  riquadro,  le  mani  alzate
    all'altezza  delle  spalle.  Si  vide  di  fronte un sottufficiale dei
    carabinieri,  la pistola spianata.  Sulla destra un altro graduato e a
    sinistra,  un  po'  in  disparte,  un uomo massiccio di media statura,
    vestito di  velluto  biondo.  Colpiva  la  stranezza  dei  suoi  baffi
    bianchissimi su una faccia giovane. Non c'era pi traccia, invece, del
    custode con la doppietta.
    Brigadiere,  perquisiscilo,  disse il carabiniere pi anziano. Anche
    lui aveva i baffi,  ma sottili e troppo neri per un  uomo  sicuramente
    vicino alla pensione.
    Il brigadiere si mosse e lo stratton violentemente, mettendolo faccia
    al  muro.  Era  un  giovanotto con gli occhi sporgenti e aveva le mani
    pesanti. Ragusa tent. Maresciallo,  tutta questa storia  un trucco.
    Sono   un  magistrato  e  glielo  posso  provare.   Hanno  cercato  di
    incastrarmi con un trucco.
    L'altro non  disse  niente.  Varc  la  soglia  della  stanza  seguito
    dall'uomo  in  velluto  che  se ne rest per vicino alla porta.  Dopo
    qualche minuto il maresciallo  venne  fuori.  Si  ferm  di  fronte  a
    Daldona  e  lo  guard duro.  Anche quello l dentro  un trucco? Il
    carabiniere pi giovane sogghign e il suo superiore parve compiaciuto
    dell'effetto della battuta.  Sciorti,  porta gi questo  signore.  Ma
    prima mettigli le manette.
    Ragusa  offr  i  polsi.  Le  guance  gli  bruciavano,  la  bocca  era
    impastata.  Nessuno poteva credergli,  anche ammesso che i carabinieri
    non fossero pure loro comparse di quello spettacolo. Decise di fare un
    ultimo tentativo.
    Maresciallo,  mi dia retta,  la prego. E' stato tutto predisposto per
    incolparmi.  Lo so che il mio amico  morto ed io sembro  l'assassino.
    Ma non  cos. E' tutta una messa in scena. Vede? La porta era aperta.
    E  le  sembra  possibile che in una situazione del genere uno lasci la
    porta aperta?
    L'uomo con i baffi bianchissimi rise: Che furbo.  L'ha aperta adesso.
    Prima era chiusa, eccome.
    Gli occhietti del maresciallo lo guardarono con ironia.  Ti sei fatto
    una bella sniffata, eh, amico, e poi,  pum,  pum...  Era il tuo amante
    quel poveraccio l dentro?
    Ragusa alz le spalle. Era inutile insistere.
    Forza,  Sciorti, portalo gi, disse il maresciallo. Poi si rivolse a
    Perelli.  Dove lo possiamo tenere finch arriva  l'ambulanza  per  il
    morto?
    Venga, andiamo nel mio studio.
    Il maresciallo prese posto dietro la scrivania e fece sedere Ragusa di
    fronte,  su  una  savonarola.  Per  qualche  minuto  se  ne  stette in
    silenzio.  Studiava le schede di ricevimento che Perelli,  sprofondato
    nella poltrona, gli aveva fatto portare.
    Qui  c'  scritto  che il signore si chiama Mariano Ragusa.  E il suo
    amico Riccardo Daldona.
    Sono le generalit che loro mi hanno dichiarato, rispose Perelli.
    Non ha controllato i documenti?
    La legge non lo richiede pi,  replic il proprietario dell'albergo.
    E poi qui siamo in piena campagna,  il paese pi vicino  il vostro e
    Siena sta a cinquanta chilometri.  Chi viene da me,  fin qui,  si vede
    che  vuole  discrezione.  E io devo offrirgliela,  non le pare?  Se mi
    mettessi a indagare anche su quei pochi  clienti  che  ricevo,  starei
    fresco...
    Contento lei...  Poi per non si lamenti se il suo albergo diventa il
    farwest dei finocchi,  bofonchi il carabiniere.  Continu rivolto  a
    Ragusa: Ce l'hai qualche documento con te?.
    Nel  portafoglio.  Tasca  interna  della  giacca.  Sciorti infil la
    manaccia e lo prelev. Il maresciallo lo apr ed estrasse per primo il
    tesserino di magistrato. Lo guard sospettoso.  Lo richiuse ed esamin
    il fregio dorato sulla copertina di pelle.  Lo riapr.  Studi la foto
    e,  contemporaneamente,  l'originale  che  aveva  di  fronte.   Sembr
    improvvisamente pi cauto.
    Allora lei sarebbe veramente un giudice...
    Gliel'avevo   detto.   E   le   ho  anche  detto  che  questa    una
    macchinazione.
    Il maresciallo era incerto. Si pass la mano sulla pelata, poi fece un
    cenno a Sciorti.  Perelli osservava la scena,  giocherellando  con  il
    pacchetto delle sigarette.  Il carabiniere si curv sulle manette e le
    apr. Ragusa pot massaggiarsi i polsi nuovamente liberi.
    Io sono il maresciallo Infantino,  dottore.  Mi dispiace,  ma intanto
    devo fare il mio dovere e dichiararla in arresto per omicidio. Se quel
    suo  documento  non    falso...  Di  manette,  con  lei,  non  ce n'
    bisogno... Sembrava ansioso di ristabilire buoni rapporti.
    Faccia quello che deve. Ragusa cerc di sfruttare la crepa inattesa.
    Io chiedo di essere ascoltato subito da un mio collega.  Per  favore,
    pu aprire la finestra? Sono stato narcotizzato, non mi sento bene.
    Infantino  ordin  al brigadiere di eseguire.  Un fiotto d'aria fredda
    entr nella stanza.
    Posso avere un po' d'acqua?
    Il maresciallo si volt verso Perelli. Per piacere...
    L'albergatore si alz.  Forse sua eccellenza preferirebbe  ancora  un
    bicchiere  di  quella  bottiglia  di  cognac  che si  scolato col suo
    amico, su in stanza...,  e sogghign prima di continuare: Obbedisco,
    vado a prendere l'acqua.
    L'ambulanza  entr  nel  cortile in quel momento.  Sentirono il motore
    arrestarsi, poi gli ordini secchi del medico.  Il maresciallo prese il
    berretto e se lo calc in testa.
    Sciorti, tieni gli occhi aperti. Segu Perelli fuori della stanza.
    Per  qualche  secondo  tutto  rest  immobile.  Il  carabiniere  stava
    impalato accanto alla sedia.  D'improvviso,  con  un  lamento,  Ragusa
    scivol in avanti,  urtando la fronte contro la scrivania.  Sciorti si
    pieg a soccorrerlo.  Lo afferr per le spalle ma il  corpo  ciondol,
    come disarticolato.
    Dottore che cos'ha, si sente male? Dottore...
    Il  giudice  non  rispose.   Ma  il  suo  pugno  colp  il  giovanotto
    nell'inguine con tutta la forza che poteva metterci.  E  poi  un'altra
    volta.  E  ancora.  Con  un  grido  strozzato il brigadiere croll per
    terra, torcendosi,  le mani tra le cosce.  Ragusa gli fu sopra e prese
    la  pistola  dalla  fondina  slacciata: Se gridi ti ammazzo.  Gliela
    punt alla tempia.  Poi  si  rialz  sempre  tenendolo  sotto  mira  e
    indietreggi fino alla finestra. Sedette sul davanzale, pass le gambe
    dall'altra  parte  e si lasci andare in un salto di un paio di metri.
    Lo accolse la terra molle e bagnata  dei  campi.  Cominci  a  correre
    all'impazzata  tra gli sterpi mentre la casa si riempiva di grida.  Il
    primo colpo di pistola lampeggi dalla finestra quando lui si era  gi
    perso nel buio.

    Se possibile,  il silenzio si fece ancora pi profondo.  Rubbi era uno
    di quelli che parlavano poco ma avevano sempre cose molto interessanti
    da dire.  Il responsabile del Dipartimento Esteri del  P.c.i.  era  un
    uomo  senza  et:  la  corporatura atticciata,  i capelli grigio-ferro
    tagliati a spazzola,  gli occhi ironici e attenti nel volto dai larghi
    zigomi  orientali  davano  un'impressione  di  vigore e di freschezza,
    rafforzata dal suo perenne buonumore.  Era vissuto a lungo  in  Unione
    Sovietica, forse molto pi a lungo di quel che si sapeva: lo si poteva
    intuire dai suoi saltuari e vaghi accenni a personaggi, fatti, misteri
    di  epoche  quasi  remote  di  quel  paese,  dove  godeva  di infinite
    conoscenze e di molte non secondarie  amicizie.  Le  sue  informazioni
    sugli avvenimenti erano sempre immediate e puntuali.
    Proprio per questo ci fu una sorta di sobbalzo collettivo quando Rubbi
    attacc citando un nome.  L'ambasciatore Saveljev,  che ho incontrato
    di recente,  mi ha chiesto che cosa sta accadendo in  Italia.  Gli  ho
    detto  quel  che  sappiamo e quel che temiamo ma lui non mi  sembrato
    convinto.  Sapete che Saveljev  sempre molto bene informato e  sapete
    anche che parla,  come dire, soltanto per sottintesi e per accenni. Ha
    cominciato a divagare, ironizzando sul K.G.B.  e sui bidoni che prende
    acquistando  informazioni  fantasiose  da agenti del K.G.B.  che fanno
    finta di essere agenti della C.I.A.  e che invece  sono  agenti  della
    C.I.A.  che  fanno  finta  di  essere  del  K.G.B.  Mi  ha detto che a
    Washington  sono  preoccupati  sul  conto   della   lealt   atlantica
    dell'Italia  e che a Mosca non capiscono questa preoccupazione: non ha
    senso,   dice,   perch  con  Brandimarte  i  rapporti  diplomatici  e
    commerciali fra Italia e URSS sono peggiorati.  Mi ha fatto uno strano
    discorso sulla  possibilit  che  qualche  paese  possa  diventare  un
    elemento  destabilizzante  nell'equilibrio  che  dura da un'epoca.  Ha
    ironizzato ancora dicendo  che  agenti  del  K.G.B.,  della  C.I.A.  e
    dell'M5 si stanno sgomitando per mettere le mani su un'arma misteriosa
    che sarebbe stata inventata da un pittore italiano. E mi ha chiesto se
    sapevo  che nei nostri Servizi Segreti  stato fatto scattare il Terzo
    Livello.  Poi  ha  cominciato  a  parlare  della  morte  di  quei  due
    dipendenti della Camera.
    Saveljev  non   uno che chiacchiera tanto per chiacchierare,  disse
    Pecchioli a mezza voce.  Aveva davanti un foglio bianco e vi tracciava
    dei ghirigori.
    Mi pare,  disse Natta,  una solida conferma dei nostri sospetti. Le
    morti di quella ragazza e di quel  commesso,  la  fuga,  o  meglio  la
    scomparsa  del  sottosegretario  Randi,   assomigliano  a  una  sirena
    d'allarme dei gravi pericoli che stiamo correndo. In questo periodo ci
    siamo  mossi  nel  modo  pi  riservato  possibile  sulla  base  delle
    decisioni  prese  in Direzione.  Abbiamo anche cercato di muoverci nel
    modo pi rapido possibile, visti gli ultimi sviluppi.
    Nella piccola sala,  dove in genere si tenevano le riunioni  informali
    della segreteria,  il silenzio era perfetto. Le poche persone presenti
    fissavano immobili il segretario generale. Soltanto Pecchioli sembrava
    assorto nei suoi ghirigori.
    Dietro l'omicidio  di  quel  commesso,  prosegu  Natta,  dietro  i
    balletti  rosa  del Circeo,  dietro la morte di quella ragazza - che 
    probabilmente un altro delitto  -  si  muove  un  gigantesco  traffico
    d'armi,  in parte,  per cos dire, legale, in parte illegale. Sappiamo
    che vi sono implicati diversi uomini di governo.  A che titolo  questi
    ministri  e questi sottosegretari partecipino a un mercato del genere,
    se  per  puro  interesse  personale,   se  per  disegni  di   politica
    internazionale,  se per finanziare attivit e progetti che attualmente
    ci sfuggono,  non sappiamo.  Sappiamo soltanto  che  il  tentativo  di
    bloccare  e  depistare  le  indagini   stato messo in opera,  ed  in
    opera, da parte di centri istituzionali che paiono muoversi in stretto
    raccordo. Si direbbe, dunque, non tanto cupidigia di denaro: ma affare
    di Stato.  Io credo,  compagni,  che non sia  pi  possibile  stare  a
    guardare  quello  che succede,  in un quadro complessivo gi di per s
    tanto preoccupante. La voce di quest'arma misteriosa  arrivata pure a
    noi.  Che cosa significa?  Quali cose ci sfuggono?  Penso che dobbiamo
    muoverci.
    Credo, disse Pecchioli senza alzare lo sguardo, che siamo giunti al
    limite. Questo governo bisogna farlo cadere. E al pi presto.
    Non mi sembra una cosa semplice,  disse Napolitano.  Non c' dubbio
    che questo governo stia portando a una situazione  di  tensione  molto
    preoccupante.  Ma ho l'impressione che anche i russi esagerino e siano
    troppo sospettosi.  Io ho preso contatto con Spadolini.  Anche  lui  
    preoccupato.  Ma  mi  ha  fatto  capire  che  non    assolutamente in
    condizione di appoggiare  una  crisi  di  governo  n  tanto  meno  di
    promuoverla,  e il perch mi sembra abbastanza evidente:  da un pezzo
    sotto  attacco  da  parte  dei  radicali  -  e   qualche   botta   non
    gliel'abbiamo  risparmiata  neanche  noi  -  per l'impulso che ha dato
    all'industria bellica e all'esportazione di forniture militari. Certo,
    lui non si occupa di forniture illecite: ma viene a  trovarsi  in  una
    posizione  "oggettivamente"  debole agli occhi dell'opinione pubblica.
    Sarebbe travolto anche lui.  E comunque la sua immagine,  che    come
    sappiamo la cosa alla quale tiene di pi, ne uscirebbe a pezzi. Se poi
    si  pensa  che  anche "oggettivamente" corresponsabile del fallimento
    della nostra economia,   facile capire che,  senza  almeno  il  pieno
    appoggio della D.c., non muover un dito.
    Forse, disse Natta, si pu fare a meno di Spadolini. Sappiamo tutto
    della  risposta di Craxi ai suoi.  Ma possiamo provare a premere su di
    loro.  Dobbiamo trovare una soluzione prima che la situazione  divenga
    forse irrecuperabile.
    Un momento. Un momento. Baldieri, segretario della forte Federazione
    milanese,  uno  degli emergenti,  aveva alzato il dito per chiedere la
    parola.  Cari compagni,  io credo che non dobbiamo perdere la  testa.
    C'  molto  disagio in questa nostra democrazia.  Lo sappiamo.  Io non
    escludo affatto che  la  situazione  sia  marcia  e  pericolosa.  Dico
    soltanto  che analisi e conclusioni affrettate rischiano di portarci a
    considerarla pi pericolosa di quanto sia in realt. E magari di farci
    prendere decisioni di cui, poi, potremmo amaramente pentirci. Se altri
    partiti,  e soprattutto se i compagni socialisti sono con noi,  si pu
    pure tentare la spallata.  Ma sono assolutamente contrario a procedere
    noi da soli.
    Se mi consentite,  disse Ingrao.  Se mi consentite.  Mi sembra  che
    questa discussione sia ancora prigioniera di una logica di vertice, di
    un'astratta  geometria  del  potere.  Ci  siamo  chiesti  che cosa sta
    avvenendo intorno a noi, fuori del Palazzo? Che fine stanno facendo le
    nostre alleanze sociali? Certo,   importante ci che dicono De Mita e
    Spadolini.  Certo, dobbiamo tener conto della necessit di un rapporto
    con loro e con il P.s.i.  Ma la nostra preoccupazione  prima  dovrebbe
    essere  quella  di suscitare un moto di reazione nel paese,  un grande
    movimento che renda le masse protagoniste di questo passaggio. Io sono
    preoccupato  come  Natta.  Ma  mi  chiedo  che  cosa  aspettiamo,   se
    consideriamo la situazione tanto grave,  ad aprire una grande campagna
    nel  partito  e  davanti  all'opinione  pubblica:  una   campagna   di
    mobilitazione  che faccia della consapevolezza delle masse il muro pi
    solido di fronte ad ogni velleit reazionaria.
    Ingrao tacque e Baldieri ribatt freddamente.  E che cosa  spieghiamo
    alle masse? Che nei balletti rosa del Circeo c' fino al collo uno dei
    nostri?
    L'abbiamo subito sospeso dal partito, protest D'Alema.
    Baldieri  alz le spalle.  Che cosa vuoi che conti...  Comunque io vi
    invito a riflettere.  Facciamo l'ipotesi che  le  cose  non  siano  in
    realt  arrivate  al  punto  estremo  di gravit che Natta e Pecchioli
    intravedono. E che noi si provochi uno sconquasso, senza per riuscire
    a fare cadere il governo perch nessuno ci segue. Che cosa accadrebbe,
    come resteremmo, dopo?  Una mossa sbagliata di tale gravit ci farebbe
    tornare cinquant'anni indietro.  E poi...  E poi,  compagni,  inutile
    nascondersi dietro un dito.  Ci sono le presidenze  delle  commissioni
    parlamentari, le poche giunte di sinistra rimaste che per significano
    sempre  alcune  centinaia di assessori e di sindaci,  le presidenze di
    consorzi e di cooperative, i consigli d'amministrazione di ospedali. E
    ci sono i nostri consiglieri negli istituti di credito  e  negli  enti
    dove  gi  fatichiamo  tanto  per  non  farci  escludere.   Provate  a
    riflettere: se qualcuno ordinasse alle banche di farci rientrare dalle
    nostre esposizioni, sapete che cosa accadrebbe, vero? Bancarotta.
    Ma  la  nostra  diversit    proprio  questa,  reag  violentemente
    Occhetto.  Abbiamo  sempre  saputo  guardare oltre i nostri interessi
    particolari, di partito.
    Ma non fino al punto  di  trascurarli,  obiett  Baldieri  con  tono
    pacato. Non ne guadagnerebbe nemmeno il Paese.

    Amico  mio,  disse  Marco  Sasso in tono comprensivo,  non penserai
    davvero di spaventarmi?
    Marco Sasso,  dopo una carriera fulminante  -  assessore,  sindaco  di
    Roma,  deputato,  membro  della  Direzione  socialista  era  diventato
    piuttosto tardi, passati i cinquant'anni,  ministro dei Problemi dello
    Stato.  E lo era diventato, si diceva, non soltanto in virt della sua
    rampante aggressivit,  ma anche perch era uno dei pochi che  avevano
    avuto  la  ventura  di  conoscere  il presidente Brandimarte fin dalla
    prima giovinezza,  fin dai tempi in cui  l'attuale  capo  del  governo
    brillava  come  genio  in erba nel duro collegio svizzero dove anche i
    ricchi genitori dello studente Sasso  avevano  iscritto  il  rampollo,
    destinato  ad  alti obiettivi.  Il grasso e occhialuto Brandimarte era
    cordialmente detestato dall'intero collegio,  fatto segno agli scherzi
    pi  malvagi  e  pesanti: finch Marco Sasso,  che godeva di notoriet
    come grande amatore e discreto atleta,  lo aveva preso  sotto  la  sua
    protezione.  Da allora fra i due era nato e rimasto un legame solido e
    quasi innaturale in persone all'apparenza tanto diverse.
    Giorgio Ruffolo lo fiss freddamente. Vedi tu, disse.
    Sei tu che non vedi niente,  disse Sasso.  Si accese una sigaretta e
    si alz in piedi. Sei un inguaribile ingenuo.
    Ruffolo non rispose e Sasso cominci a camminare per l'ufficio,  dalla
    scrivania alla porta,  otto passi avanti e otto passi indietro.  Cos
    tu  pensi  che questo governo ci porti alla rovina,  che il caso Randi
    sia ben altro che un episodio isolato e che queste forniture  militari
    servano  soltanto  a  coprire  illeciti  arricchimenti  e  chiss  che
    cos'altro 
    E' cos, disse Ruffolo. Proprio cos.
    Bene.  Ammettiamo che sia vero.  Tu pensi che questo ci  obblighi  ad
    aprire una crisi di governo.
    S.  In tempo per non esser travolti dal suo crollo,  quando ci sar.
    Oggi possiamo ancora tirarcene  fuori.  Dopo,  sarebbe  troppo  tardi,
    troppo pesanti le nostre responsabilit o le nostre ingenuit.
    In  tempo?  Che cosa significa in tempo?  Tu pensi che se per caso io
    facessi parte del gioco, e qualcuno andasse a riferirlo, o addirittura
    a provarlo, ai vertici del partito, io verrei liquidato? Lo pensi?  So
    che  alcuni dei nostri dirigenti sono convinti che questo governo deve
    essere buttato gi. Ma io dico che non lo faranno. E sai perch?
    Le posso immaginare, le tue spiegazioni.
    Oh,  no.  Non voglio che tu domani possa dire di non aver saputo.  Le
    conosco, le anime belle...
    Ruffolo non si scompose. Sto perdendo il mio tempo, vedo.
    Sasso rise.  Ti sbagli ancora. Ti spiego perch il nostro partito non
    toccher questo governo nemmeno con un dito.  Mi sai  dire  chi    il
    titolare del famoso conto Aurora presso la Federal Bank di Losanna?  E
    chi si nasconde dietro la Fedes Panama e dietro la  Rexton  Properties
    Anstalt?  E mi sai dire da quali casse sono usciti i finanziamenti per
    le  riviste  che   fiancheggiano   il   terrorismo?   Sapessi   quanti
    procedimenti penali la magistratura tiene sospesi grazie al presidente
    del  Consiglio...  Cos,  secondo  te,  il  nostro Claudio accuserebbe
    Brandimarte e compagni,  me e un altro paio di ministri  socialisti  e
    farebbe  cadere il governo?  E questo perch Natta ci propone di agire
    congiuntamente e ci offre il suo appoggio per un presidente socialista
    che guidi il solito governo di svolta? Giorgio, ti voglio bene.  Ma mi
    fai proprio ridere.
    Beato  te  che  ne  hai  voglia.  Io  so che se noi trovassimo questo
    coraggio,  le responsabilit di alcuni non  basterebbero  a  offuscare
    l'onest   del   nostro   gesto   dinanzi  all'opinione  pubblica.   I
    repubblicani a quel punto non potrebbero tirarsi indietro.  E anche De
    Mita   non  vede  vie  d'uscita  che  non  siano  strappi  profondi  e
    coraggiosi. Per una fase di assestamento,  di grande emergenza,  penso
    che anche lui sarebbe al nostro fianco.
    Al nostro fianco ci sarebbero i carabinieri, disse Sasso, un quarto
    d'ora dopo.  Con Brandimarte la mia prospettiva  diversa,  amico mio.
    So che Claudio non    fesso,  ma  potrebbero  venirgli  strane  idee:
    Palazzo Chigi gli piace molto. Perci dico che deve stare attento. Per
    quanto mi riguarda potresti riferire subito agli emissari di Natta che
     inutile che ci provino. E' pure pericoloso.


    19.
    L'acquazzone  batteva  violento  sulla capote della Mercedes ferma sul
    lungotevere  Prati.  Nanni  Guercini  fu  tentato  di  rimanersene  in
    macchina  ad aspettare che quel fragore di acqua e di vento finalmente
    si placasse.  Non era il caso di perdere tempo,  si disse scuotendo la
    testa.  Si stava cacciando in un bel guaio,  questo era sicuro.  E del
    resto: poteva sbattergli il telefono in faccia?  A Mariano Ragusa  non
    doveva  nulla,  d'accordo.  Per  se  mai  in  vita  sua aveva provato
    amicizia o qualcosa di simile per un  uomo,  quello  era  il  caso  di
    Ragusa.  Forse  non tanta da correre rischi del genere,  ma in fin dei
    conti aveva sempre l'etica professionale cui aggrapparsi.  Era o no un
    giornalista?  E allora.  Forza Savoia,  si rincuor come faceva sempre
    nei momenti di pericolo. Attraverso il parabrezza appannato scorse gli
    incredibili pinnacoli neo-gotici della chiesa,  cento metri pi avanti
    sul  lungotevere,  e  si  chiese  se  per  caso  il  giudice non fosse
    ammattito.  Come diavolo gli era saltato in testa  quel  posto?  Scese
    dall'auto  dalla  parte  del  marciapiede  per  cercare riparo sotto i
    balconi dei palazzi.  Una  grondaia  rotta  gli  rovesci  addosso  un
    torrente  d'acqua  prima  che  riuscisse  a far funzionare l'ombrello.
    Imprec  nell'impermeabile  inzuppato,   affond  i   piedi   in   una
    pozzanghera,  poi  in  un'altra,  finalmente si mise in salvo sotto il
    portale della chiesa.  Spinse il battente a molla  e  impieg  qualche
    secondo ad abituare gli occhi alla penombra dell'interno.
    Il  tempio era di piccole dimensioni,  una navata centrale pi larga e
    due laterali pi scure e strette.  Le  separavano  fasci  di  pilastri
    privi  di  grazia,  aspre  torri  di  cemento solcate da bande rosse e
    grigie.  Le pareti laterali avevano in alto lunghe  file  di  finestre
    policrome,  venerabili  figure di santi barbuti e di vergini estatiche
    che dai vetri sembravano vegliare perch nessun raggio di luce terrena
    potesse  penetrare  nella  sacra  oscurit  riservata  al  pentimento.
    Guercini  mosse  qualche  passo lungo la navata sinistra.  I banchi di
    legno erano vuoti,  la chiesa deserta,  solo il guizzo delle fiammelle
    votive agitava le ombre nelle rientranze degli altari laterali.
    Quel  posto  lo  metteva  a  disagio.  Si spost nella navata centrale
    meglio illuminata,  di riflesso,  dal trionfo di  oro  zecchino  della
    gigantesca   pala   sistemata   sopra  l'altare  maggiore,   in  fondo
    all'abside.  Sembrava che il  progettista  del  tempio  avesse  voluto
    concentrata  su quel quadro tutta la luce sottratta al resto della sua
    opera. Era un diluvio di splendori, un fuoco artificiale di aureole di
    santit,  uno scintillio di angeli,  e perfino  il  cuore  del  Cristo
    benedicente al centro del dipinto rifulgeva come una lampadina da 1000
    watt.  Il  pittore  doveva essere un pompiere di inizio secolo e aveva
    usato l'oro zecchino come vernice fosforescente, concluse Guercini che
    amava l'oro antico e increspato dei Senesi del  Trecento.  Disturbava,
    in quel quadro di sei secoli dopo,  l'esasperazione della maniera, che
    aveva   preso   la   mano   anche   all'architetto    della    chiesa.
    Quell'ossessione  di  ricopiare  nel  cuore  di  Roma e agli inizi del
    Novecento le grandi cattedrali gotiche,  e per di pi su scala ridotta
    come  nella  modellistica ferroviaria,  aveva il sapore di una pratica
    negromantica,  o peggio di una vocazione alla teatralit  incapace  di
    suscitare devozione.
    Guercini  si  riscosse  pensando  che  non  era l in veste di critico
    d'arte  e,  quanto  alla  devozione,  non  aveva  proprio  titoli  per
    parlarne.  Volt  le  spalle  all'abside  e  lo vide.  Nella navata di
    destra. O piuttosto, immagin che fosse lui.
    Era nell'angolo pi buio della chiesa,  a un  piccolo  banco  nascosto
    dalla  mole  di  un  pilastro.  L'oscurit  ne  velava  i  lineamenti,
    suggerendo solo i contorni della testa e del busto. Guercini risal la
    navata con gli occhi fissi su di lui.  Gli sembrava che la  figura  lo
    aspettasse in una immobilit forzata,  innaturale.  Solo quando gli fu
    di fronte vide il gesto con cui Ragusa lo invitava a sedergli accanto.
    Obbed senza aprire bocca ma continuando a guardarlo.  Appariva in uno
    stato pietoso. Nella penombra si intravedevano le guance ispide per la
    barba  non  rasata  e  gli  occhi febbricitanti.  Si accorse anche che
    tremava: la giacca,  infangata e col  bavero  alzato  fino  al  mento,
    doveva essere fradicia.
    Mi  siete rimasti tu e San Tommaso,  disse Ragusa a voce bassissima.
    Guercini lo guard perplesso.
    Che dici, Mariano?
    Oh niente,  ribatt lui sempre in un soffio.  Quando  sei  arrivato
    stavo pensando a una cosa,  una cosa strana... Sai, non avevo altro da
    fare,  sto qui dentro da quando ti ho telefonato...  A un certo  punto
    credo  di  essermi  pure  appisolato,  sono notti che non dormo.  Beh,
    comunque a un tratto mi sono ritrovato  con  gli  occhi  verso  quella
    finestra,  e indic i vetri colorati in alto alla loro destra, e chi
    ti vedo? Guarda tu stesso.
    Guercini sollev gli occhi verso il tenue chiarore,  filtrato dal  blu
    dei  mantelli  delle  figure  sui  vetri.  Poi  torn  a girarsi verso
    l'amico, con la fronte aggrottata.
    Che c' da vedere?  Uno  San Bonaventura,  c'  scritto  sul  vetro,
    l'altro  San Tommaso d'Aquino...
    Ecco, che ti avevo detto? San Tommaso. No, Nanni, non sono impazzito,
    stai  tranquillo,  disse  indovinando  la  costernazione sulla faccia
    dell'altro,   solo che in certi momenti della vita le coincidenze ti
    sembrano le maglie di una rete a cui non puoi sfuggire. Ma tu pensa...
    Sai  come    cominciata  tutta  questa  storia?  Con  un elogio della
    dottrina tomista. La prima volta che andai a trovarlo, Randi mi spieg
    che doveva agli insegnamenti di San Tommaso l'amore  per  gli  uomini.
    Randi  scomparso dal mondo dei vivi,  io ci resto ancora ma quasi per
    miracolo,  e dove  vado  a  nascondermi?  Sotto  il  mantello  di  San
    Tommaso.
    Che c' di strano? L'hai detto tu stesso,  una coincidenza.
    Certo,  pura e semplice casualit. Ma io me ne stavo qui da solo, nel
    buio, e mi chiedevo se certe volte noi non invochiamo il caso solo per
    rassicurarci,  per convincerci che non siamo personaggi di un  copione
    scritto da qualcun altro...
    Guercini  sembrava imbarazzato.  Ma coi guai in cui ti trovi,  non mi
    pare che tu abbia tempo per San Tommaso, disse dolcemente.
    Hai ragione.  Ma sono stanco.  Non ho pi  forze.  Senti,  Nanni.  Mi
    dispiace tirarti in questo pasticcio, per sei l'unico che possa darmi
    una  mano.  Ho  bisogno  di  un  posto dove nascondermi.  E di qualche
    vestito asciutto.  Ho bisogno di riposare un poco.  Poi non ti scoccio
    pi.
    Non  ti  preoccupare.  Ti aiuter.  Ma come hai fatto ad arrivare fin
    qui?  C' la tua fotografia su tutti i giornali,  mezza polizia ti sta
    dando la caccia...
    Si  vede  che  mi  sono  imbattuto  nell'altra met,  scherz quando
    proprio Guercini non se l'aspettava.  Ho corso tutta la  notte  nella
    campagna  sotto  la  pioggia,  lo  vedi come sono ridotto...  E poi la
    fortuna mi ha dato una mano.  All'alba mi sono  ritrovato  dietro  una
    stazione  di  servizio  sull'autostrada  Firenze-Roma,  all'altezza di
    Valdichiana. Ho inventato che si era rotta la macchina e un ragazzotto
    tedesco, uno di quelli che girano il mondo in moto, mi ha caricato su.
    Mi ha perfino equipaggiato di giacca a vento e  berretto  di  lana.  I
    poliziotti,  al  casello  di Roma Nord,  mi hanno preso per un turista
    qualunque. Mi ha lasciato a piazzale Flaminio e ti ho telefonato dalla
    prima cabina sulla strada.
    Mariano,  lo sai che per me sei sempre stato  l'uomo  pi  pulito  di
    questa terra.  Per questo voglio sapere.  La radio dice che hai ucciso
    un certo capitano,  Daldona mi pare,  o qualcosa del  genere.  Torbido
    delitto passionale, hanno detto...
    Mi hanno incastrato,  Nanni,  disse Ragusa. Hanno ammazzato Daldona
    quando li abbiamo scoperti,  poi ci hanno trasportati  in  un  albergo
    vicino a Siena e ci hanno infilati in un letto, come se... capisci? Ma
    io ero stato drogato come un cavallo, e lui era morto stecchito.
    Ma chi, Mariano? Chi sono? E questo Daldona da dove era sbucato?
    Era  un  capitano  dei Servizi Segreti che mi aiutava nell'inchiesta.
    Per il resto,  meno sai e meglio  per te.  Ho messo i  piedi  su  una
    bomba,  Nanni.  Stanno preparando un colpo di Stato,  e se ti dico chi
    non mi credi  nemmeno  tu.  Ragusa  parlava  rapido,  smozzicando  le
    parole.  Se avessi in mano delle prove, sarebbe diverso. Allora sarei
    io a chiederti di fare il tuo dovere di giornalista.  Ma le prove  non
    ce l'ho.  Non ce le ho ancora.  Ho bisogno di un supplemento di tempo.
    Se ce la faccio, entri in scena anche tu.
    Un colpo di Stato?  Cristo,  che dici? Si  ricord  dov'era  e  fece
    mentalmente  ammenda.  Era  un  libertino  con la paura dell'eternit.
    Mariano, se non sei impazzito e non stai inventando tutto, mica te ne
    puoi stare zitto... L'hai detto, io faccio il giornalista...
    Lo vedi, no? Tu stesso ti chiedi se in realt io non sia pazzo. E non
    ti ho ancora detto chi c' nell'operazione... No, dammi retta,  se non
    trovo le prove posso soltanto scappare. Se ce la faccio.
    Se  non sei pazzo,  sei comunque ostinato come un pazzo.  Fa' come ti
    pare. Io rischio di perdere uno scoop, ma tu di perderci la pelle.
    Se intanto mi eviti la polmonite,  poi vediamo  di  salvare  l'uno  e
    l'altra.  Sono  ore  che  questi  vestiti mi stanno facendo un impacco
    gelato. Me li devo togliere, Nanni. E devo dormire.
    S,  certo.  Ma dove diavolo ti ficco... Guercini  si  torturava  il
    labbro inferiore,  stringendolo tra l'indice e il pollice. A casa mia
    non si pu...
    Evidente.  Ho bisogno di un posto dove non ci siano  n  portieri  n
    camerieri. E possibilmente che sia fuori mano.
    S,  s,  ci  arrivo a questo.  Ma un posto cos non ce l'ho,  non mi
    viene in mente. Per i vestiti non c' problema. Te li compro.
    Va bene,  questo va bene.  Ci avevo pensato anch'io ma non me la sono
    sentita di rischiare a mettere piede in un negozio, cos combinato. Ma
    c' un'altra cosa che devi fare,  Nanni.  Telefonare a Evelina.  E' in
    casa della sorella da qualche giorno.  Le avevo chiesto di andarci per
    prudenza.  Ho  paura  per  che a questo punto la polizia sia arrivata
    anche l. Perci devi chiamarla tu.
    E se il telefono fosse gi sotto controllo?
    Tu intanto evita il tuo apparecchio.  Usa uno di quelli pubblici,  da
    una  cabina.  E  con  lei  mantieniti  sulle generali.  Dille che vuoi
    vederla per prendere  un  caff  insieme,  o  quello  che  ti  pare...
    L'importante    che  tu  le  dia  appuntamento  in un posto dove puoi
    controllare facilmente, quando arriva, se qualcuno la segue o no.
    Va bene. Ma ancora non so dove nasconderti...
    Vediamo dopo. Trova i vestiti, adesso.  Male che vada mi cambio nella
    tua  macchina...  Io aspetto che spiova,  e poi me ne vado da qui.  Mi
    faccio una passeggiata fino a Villa Borghese.  Ci troviamo  vicino  al
    galoppatoio. Ti aspetto nell'angolo di prato tra la pista e l'ingresso
    di Porta Pinciana. Ci dovrebbe essere una panchina, mi prenderanno per
    un barbone. Fai prima che puoi.
    Guercini si alz e sbirci intorno.  La chiesa era deserta come quando
    ci  era  entrato.  Si  allontan  rapidamente,  con  la  sua  andatura
    dinoccolata,  verso la porta.  Ragusa se ne rest seduto ancora un po'
    anche dopo che i passi dell'amico si furono spenti del tutto. Incroci
    le braccia strofinandosele energicamente per darsi un po'  di  calore.
    Batt i piedi per terra, troppo leggermente per ricavarne beneficio. E
    si  sent  mancare,  con  il  sangue  che gli defluiva dalle vene e la
    nebbia che invadeva il cervello.  Barcollando  si  rialz  e  quasi  a
    tentoni si diresse verso la sacrestia, sulla destra dell'abside.
    Spinse  uno  dei due battenti foderati di vinilpelle verde-bottiglia e
    diede un'occhiata dentro.  Il prete seduto nell'angolo opposto,  sotto
    una vetrinetta zeppa di opuscoli religiosi, sollev la testa dal libro
    che  teneva  aperto  sulle  ginocchia.   Il  breviario,  naturalmente.
    Indossava il clergyman ma la saletta era fredda e lui aveva conservato
    addosso anche il cappotto nero.  Sembrava che  stesse  l  in  attesa,
    vicino a una seconda porta di un comune legno chiaro.  Fiss su Ragusa
    duri occhi color carbone privi di simpatia.  Poi si alz  e  gli  and
    incontro.  Era di media statura, di taglia media, di mezz'et. Un uomo
    medio.
    Non  disse  buongiorno  n  sembr   interessarsi   delle   disastrose
    condizioni  del  visitatore.  Vuole vedere il museo del purgatorio?,
    chiese.  Aveva l'aria annoiata e distante di un qualunque  custode  di
    pinacoteche.
    Ragusa  si  era  ripreso.  Rest  un attimo interdetto.  Poi ripens a
    Guercini,  San Tommaso e le coincidenze e gli scapp un mezzo sorriso.
    Il prete lo interpret male e si accigli.
    Ma  qui per il museo?, ripet, stavolta in tono sospettoso.
    Per  tranquillizzarlo  il  giudice  cond  la sua risposta di tutta la
    rispettosit di cui era capace. Mi scusi, padre, non capisco.  Volevo
    soltanto  chiedere  un  bicchier  d'acqua.  Ho  preso  tanta di quella
    pioggia prima di  infilarmi  in  chiesa  e  mi    venuto  un  piccolo
    collasso...
    Gli  occhi  color  carbone presero finalmente in considerazione la sua
    faccia e il suo abbigliamento.  Ma senza che questo  producesse  alcun
    segno visibile di cordialit. Se non altro, pens Ragusa, mi risparmia
    l'affettazione della carit cristiana.  Il prete si limit a fargli un
    gesto con la destra,  indicandogli l'unica  sedia  nell'angolo,  e  si
    diresse  verso  la  terza  porta che il giudice dalla soglia non aveva
    potuto vedere,  nascosta dalla sporgenza del muro alla  sua  sinistra.
    Sedette beandosi del calore irradiato dalla stufetta elettrica.  Sper
    che il prete non tornasse subito ma non fece in tempo a  pensarlo  che
    se lo vide comparire davanti, un bicchiere in una mano e una bottiglia
    di minerale nell'altra. Riemp d'acqua il bicchiere e glielo porse.
    Ne vuole ancora?, s'inform quando Ragusa glielo restitu vuoto.
    No,  grazie,  basta cos. Ma l'altro non accenn a muoversi e Ragusa
    cap che voleva delle spiegazioni.  Invent l  per  l.  Sa,  quelle
    giornate  storte.  Pensi,  mi  si  fermata la macchina al ponte della
    Regina,  proprio  mentre  veniva  gi  il  diluvio,   e  io  avevo  un
    appuntamento qui vicino,  al Palazzaccio.  Non c'era un taxi e nemmeno
    un'anima che mi desse un passaggio.  Mi sono messo a correre sotto  la
    pioggia,  l'appuntamento  era per mezzogiorno e non potevo perdermelo.
    Invece  sono  finito  lungo  disteso  per  terra,   in  mezzo  a   una
    pozzanghera, pochi metri prima della chiesa. Ho mancato l'incontro, ho
    perso un vestito e magari mi prender una polmonite.  Grazie al cielo,
    lei  stato cos gentile...
    Il  prete  non  parve  per  niente  intenerito  dal  suo  catalogo  di
    disgrazie.  Gli  volt  le  spalle  senza  commenti  per  portare  via
    bottiglia e  bicchiere  e  ricomparve  subito  con  l'immutabile  aria
    musona.  Ragusa  decise  di fare un ultimo tentativo di ingraziarselo,
    nella speranza di potersene stare ancora un po'  al  caldo,  e  mostr
    un'educata curiosit.
    Padre,  non so se prima ho capito bene. Ha detto che qui c' un museo
    del purgatorio, o mi sbaglio?
    S, s, ha capito benissimo,  disse l'altro sbrigativo.  E indic la
    porta di legno chiaro accanto alla sedia. Ragusa si gir di tre quarti
    e s'accorse che proprio sopra la sua testa, a fianco allo stipite, una
    targa di plexiglass recitava, su tre righe:

    "Arciconfraternita del Sacro Cuore di Ges
    per il suffragio alle Anime Sante
    Museo cristiano d'Oltretomba".

    Museo   dell'Oltretomba?,   si   stup   Ragusa.   Non   riesco   a
    immaginare...
    Sono documenti e cimeli sull'apparizione di anime del purgatorio. Il
    prete continuava a fissarlo come volesse controllare la sua  reazione.
    Se davvero le interessa...
    Ragusa  pens  che  avrebbe  potuto trattenersi l ancora un po',  far
    passare il tempo senza correre  il  rischio  di  aggirarsi  per  Roma.
    Decise  rapidamente.  Sono  molto  incuriosito.  Se  non  le dispiace
    farmelo vedere...
    Come vuole.  Ma non s'aspetti chiss  che.  Ragusa  si  alz  mentre
    l'altro  apriva  la  porta  e  si  infilava  nel buio.  Poi un piccolo
    lampadario da tinello borghese illumin  una  stanzetta  rettangolare,
    intonacata  di  bianco  e  pavimentata  di comuni piastrelle rosa.  La
    parete di sinistra era occupata per la sua lunghezza da  una  teca  di
    vetro appesa a tre metri da terra, in modo che la cornice inferiore si
    trovasse pi o meno all'altezza della testa degli osservatori.
    E'  tutto qui,  disse il prete,  puntando il mento verso la vetrina.
    Immagino  che  rester  deluso.   Comunque,   qui  trover  tutte  le
    spiegazioni,  e gli consegn un foglio stampato sui due lati,  in una
    custodia di plastica trasparente. Poi se ne torn alla sua sedia nella
    stanza accanto.
    Ragusa consult lo stampato prima di passare in rassegna  gli  oggetti
    allineati  sotto  un  tubo  al neon che suppliva alla luce esangue del
    lampadario.  Visto che c'era,  cerc di fare attenzione.  Lesse che  a
    raccogliere i cimeli,  in giro per mezza Europa,  era stato agli inizi
    del secolo un tal missionario francese, Victor Jouet.  A lui si doveva
    anche  la fondazione dell'"Associazione del Sacro Cuore di Ges per il
    suffragio delle Anime Sante",  e in conseguenza "la costruzione di  un
    degno  santuario  (la  Chiesa  attuale)"  dal quale in modo speciale i
    membri dell'Associazione potessero "mantenere viva e diffondere tra  i
    fedeli  la  piet del suffragio per i defunti".  Tutto era cominciato,
    per l'esattezza,  il 15 novembre 1897,  quando  nelle  fiamme  di  una
    piccola cappella in cui il buon padre Jouet celebrava messa,  "a molti
    fedeli parve scorgere, sulla parete a sinistra dell'altare, l'immagine
    di  un  viso  sofferente".   Ne  conclusero  che  fosse  un'anima  del
    purgatorio:   anche   se,   specificava   il  foglietto,   "l'Autorit
    ecclesiastica non si pronunci in merito".
    Santa prudenza, comment tra s Ragusa.  La sua innata curiosit stava
    prendendo  il  sopravvento,  per  qualche  minuto dimentic la propria
    condizione e le proprie angosce.  Osserv la testimonianza  di  quella
    prima apparizione,  catalogata come reperto numero uno della raccolta:
    una foto dell'impronta lasciata dal  "viso  sofferente"  sul  pilastro
    dell'altare  che  poi,  abbattuta  la cappella provvisoria,  era stato
    inglobato nella chiesa attuale. Fatic non poco a evocare tratti umani
    dalle solite striature provocate sui muri dalle fiamme e dal  fumo,  e
    gli  venne  il  sospetto  che padre Jouet fosse l'equivalente in campo
    cattolico di Eusapia Palladino.  Lui non parlava con gli spiriti  come
    la  famosa  medium,  per  registrava  colloqui precedenti o ancora in
    corso.
    Se doveva giudicare dai risultati,  la Palladino era stata fortunata a
    non  vedersi andare in fumo il suo tavolino a tre gambe.  Perch tutta
    la  documentazione  raccolta  dal  missionario  confortava  l'idea  di
    un'accentuata inclinazione delle anime espianti verso la piromania.  A
    un rapido sguardo,  Ragusa costat che dal numero uno al numero nove i
    cimeli avevano comunque a che fare col fuoco: libri,  pezzi di stoffa,
    tavolette di legno su cui apparivano impronte roventi di qualche dito,
    le tracce  lasciate  dai  visitatori  soprannaturali.  Si  sofferm  a
    disagio dinanzi all'ultima tavoletta.
    Quella  era proprio una mano,  una mano sinistra.  Un'ombra nera e ben
    contornata che aveva scavato come un marchio  di  fuoco  il  pezzo  di
    legno  patinato  dal  tempo.  A  fianco  il segno della croce prodotto
    nell'identico modo.  Qualunque croce di ferro pu essere  arroventata,
    pens.  Ma  una  mano?  Chi  poteva  essere  tanto pazzo o fanatico da
    rosolarsi una mano nelle fiamme solo per  stamparla  su  un  pezzo  di
    legno? Anzi, non una ma due: vicino alla tavoletta, un pezzo di tonaca
    e  un  altro di tela recavano impressa l'impronta anche di una destra.
    Il foglietto diceva che appartenevano, l'una e l'altra,  a un abate di
    Mantova  tornato  su  questa terra il primo novembre 1731.  Ragusa non
    seppe spiegarsi perch,  ma nello  stesso  momento  i  suoi  occhi  si
    riempirono dell'immagine dell'unico quadro nel salotto di Lia.  Rivide
    nitidamente il volto irregolare che sfumava in un muso bestiale  sullo
    sfondo  di  gigantesche  arcate.  E  gli  venne  in  mente  che quelle
    gigantesche arcate ricordavano i sotterranei di Montecitorio.
    Si volt bruscamente e torn verso l'uscita, distratto, affascinato da
    quei  barbagli  di  incongruenza.  In  quella  esposizione  si  poteva
    facilmente supporre una buona dose di credulit e,  di conseguenza, di
    inganni pi o meno dolosi.  Tuttavia sentiva che anche questo giudizio
    era  forse  un  po'  troppo sbrigativo.  E gli risultava difficile non
    considerare la teca anche da un altro possibile punto di  vista:  come
    una  singolare dimostrazione di quel teorema delle coincidenze che lui
    stesso aveva poco prima enunciato a un Guercini sbalordito.
    Se non altro si era un po' asciugato, concluse tornando ai suoi guai e
    rimettendo piede nella prima saletta dove il prete era  immerso  nella
    lettura  del  breviario.  Si  alz  per  riprendersi lo stampato delle
    spiegazioni e Ragusa ebbe l'impressione  che  lo  guardasse  con  aria
    interrogativa. Gli rispose con un'altra domanda.
    E la Chiesa che cosa ne dice?
    Per  la  prima  volta  il nero custode ebbe un sorrisetto stinto.  La
    Chiesa  sempre prudentissima,  disse come confidando una  pena.  La
    Chiesa non pu sbagliare.  Mai.  E ci insegna cautela, anche contro le
    sante commozioni.
    Ragusa avrebbe voluto tagliar  corto:  ma  la  tentazione  era  troppo
    forte.  Mi  perdoni,  ma  detto  cos d l'idea che nemmeno la Chiesa
    trovi queste prove troppo convincenti. Probanti, appunto.
    Si sbaglia. La replica fu secca come una scomunica.  Lo  sa  chi  
    stato a volere la conservazione del museo? Proprio il Papa, quel santo
    Papa  che  fu  Pio  Decimo.  Quando  mor il padre Jouet sembr che la
    raccolta dovesse andare dispersa. Fu impedito dall'espressa volont di
    San Pio Decimo.
    E' passato quasi un secolo e ho l'impressione  che  i  miracoli  oggi
    sembrino impossibili anche a quelli che dovrebbero crederci.  Anche la
    Chiesa  cambiata.
    Io non ho parlato di miracoli.  Le parole vibrarono,  come  per  una
    scossa di angoscia.  La Chiesa non dice che si tratta di miracoli.  E
    la dottrina della Chiesa  la fonte dei miei giudizi.
    Non se la  prenda,  padre.  Non  volevo  mettere  in  dubbio  la  sua
    ortodossia.
    Il  prete  sembr  annaspare,  poi  il  giudice  stupefatto  lo  sent
    sibilare: Non parli di cose che non conosce. Non sfidi il sacro.
    Ma io non ci penso nemmeno... Quel tono lo urtava.  Rimane il fatto
    che se questi non sono miracoli, che sono? Truffe?
    Dio  la  perdoni.    Aveva  ripreso  il controllo su se stesso.  Le
    rispondo come risponde la  Chiesa  tanto  alle  negazioni  preconcette
    quanto agli entusiasmi superficiali.  Di fronte a ogni fatto che possa
    richiamare l'idea del miracolo noi  dobbiamo  attribuirvi  un  "valore
    puramente  umano".  Sono  parole  del  Santo Padre Urbano Ottavo,  tre
    secoli fa.  Perch noi sappiamo che Dio  imperscrutabile e dispone  a
    suo piacimento,  in modo che non ci  dato conoscere,  dello spirito e
    della materia. Cos, l'intenzione che ha guidato la raccolta di questi
    cimeli non  stata di provare alcunch. Ai cristiani basta la fede. Ma
    queste testimonianze vogliono solo  contribuire  a  tenere  desta  nei
    fedeli la piet religiosa dei defunti.
    In  modo  da incentivare le messe di suffragio,  concluse Ragusa,  e
    subito se ne pent.  Aveva esagerato.  Era  irritato  ma  non  avrebbe
    voluto offenderlo.
    Il prete non replic. Torn a sedere e riapr il breviario alla pagina
    indicata  da  una sottile striscia di cuoio.  Ragusa mormor appena un
    saluto, poi lasci perdere. Tir verso di s la porta di comunicazione
    con la chiesa.  E allora,  con una scelta di tempi da profeta biblico,
    la voce sorda del sacerdote lo raggiunse di nuovo.
    Ci  sono molti uomini come lei.  E non solo nel secolo ma anche tra i
    pastori di Cristo.  Uomini che hanno paura,  e si  comportano  come  i
    bambini dinanzi a quello che li spaventa. Chiudono gli occhi. O ridono
    per farsi coraggio.  Ma si ricordi che il soprannaturale esiste.  E se
    esiste, deve potersi manifestare. Ci spaventi o no.

    La Mercedes di Guercini  filava  silenziosa  davanti  a  loro,  tra  i
    condomni aggrappati ai bordi della via Cassia.  La corsia opposta era
    ingombra di veicoli ma alle quattro del pomeriggio era  ancora  troppo
    presto  perch  potesse  esserci  coda  anche  nella loro direzione di
    marcia, in uscita da Roma. Evelina guidava attenta,  preoccupandosi di
    non  perdere  il  contatto  con  Nanni che faceva da battistrada.  Sul
    sedile accanto Ragusa si era addormentato,  vinto dalla  stanchezza  e
    dal  tepore.  Respirava  pesantemente,  e  sussult  a una frenata pi
    brusca.  Si svegli di soprassalto,  sbattendo  gli  occhi  spaventato
    prima di ricordare dove si trovava.
    Scusami,  gli  mormor  Evelina.  A  furia  di  guardarti stavo per
    tamponare la macchina di Nanni. Gli sorrise,  poi gli tese la destra,
    cercando la sua mano,  e gliela strinse. Si erano scambiati solo poche
    parole da quando era salito sull'auto all'angolo di Villa Borghese. Lo
    aveva accolto in silenzio ma con gli occhi lucidi.  E  anche  lui  era
    riuscito  a  spiccicare  soltanto  uno  stentato "come stai".  L'aveva
    baciata rapidamente sulla bocca,  poi le  aveva  accarezzato  il  viso
    minuto, che lei adagiava nel palmo della sua mano. Il colpo di clacson
    lanciato  da  Guercini  che  li affiancava sulla sua macchina li aveva
    costretti a interrompere quel timido  cerimoniale  di  riconoscimento.
    Erano ripartiti, in carovana.
    Nanni  stava assolvendo in modo impeccabile il suo nuovo ruolo di uomo
    segreto. Fino a quel momento si era mostrato efficiente e attento come
    un professionista. Ragusa pensava che non fosse solo effetto della sua
    abilit camaleontica ma anche di una sacrosanta paura.  Comunque,  non
    aveva sbagliato una mossa.  Gli aveva comprato un vestito grigio,  due
    camicie,  biancheria,  un cappotto: il pacco avvolto nella  carta  del
    grande  magazzino stava ora sul sedile posteriore della Regata bluette
    che Evelina si era  fatta  prestare  da  un  amico.  Anche  questo  un
    risultato  dell'iniziativa  di  Guercini.  Le  aveva dato appuntamento
    nell'angolo pi isolato di piazzale delle  Muse,  nei  giardinetti  ai
    margini  del  quartiere  elegante  dei Parioli,  dove era praticamente
    impossibile che un eventuale pedinatore potesse seguirla  inosservato.
    Le  aveva fatto capire - usava un linguaggio allusivo,  non era sicuro
    che il telefono non fosse sotto controllo  -  che  doveva  evitare  di
    prendere  la sua vecchia Fiat.  E un'ora dopo lei si era presentata su
    una macchina "pulita", senza angeli custodi,  seguendo alla lettera le
    sue   istruzioni.   In  pochi  minuti  avevano  raggiunto  il  giudice
    all'angolo del parco su via Pinciana, dove Ragusa aveva trovato riparo
    dalla pioggiolina gelida all'interno della garitta sull'ingresso della
    Villa.  Una benedizione,  tutto sommato,  quel cattivo  tempo.  Teneva
    lontani passanti e poliziotti.
    Erano in macchina da mezz'ora. Verso nord il cielo cominciava solo ora
    a  mostrare  uno  spiraglio  in  mezzo a nubi nerissime.  Comunque non
    pioveva pi.
    Dove andiamo?, chiese Ragusa.
    Evelina  ebbe  un  attimo   di   esitazione.   Sembrava   imbarazzata,
    stranamente.  Da  un  amico,  disse  in  fretta.  Ha una casa sulla
    collina,  di fronte al lago di Bracciano.  L  non  viene  a  cercarti
    nessuno,   di   sicuro.   Tacque,   poi   riprese   come  se  volesse
    giustificarsi: Nanni non sapeva proprio dove metterti....
    E anche questa macchina  del tuo amico?
    S.
    Ragusa sfil la mano che era rimasta imprigionata in quella tiepida di
    lei. Si adagi contro lo schienale, chiudendo di nuovo gli occhi.  Non
    aveva bisogno di chiedere chi era, questo amico. Uno qualunque. Chiss
    quante volte ci era andata nella casa sul lago.  Quante volte ci aveva
    fatto l'amore.  Non che avesse molta importanza,  si disse.  E poi  si
    stup   di   questa   conclusione   e   di   quanto   potesse   essere
    contraddittoria, incontrollabile la dinamica dei sentimenti.  Per anni
    aveva  sofferto  dei  tradimenti di Evelina,  quando in realt provava
    indifferenza e stanchezza per il loro legame. E adesso, invece, che lo
    riscopriva come la sola cosa viva  e  salda  che  gli  fosse  rimasta,
    l'indifferenza  cambiava  oggetto  per  stendersi  come un mantello di
    polvere proprio su quei tradimenti.  Gli venne il sospetto che potesse
    trattarsi  di  un  riflesso di opportunismo: tu mi salvi la pelle,  io
    passo sopra al fatto che ti diverti.  Ma si convinse che non era cos.
    Anzi,  i  giorni  di lontananza,  i pericoli,  la violenza che Evelina
    aveva subto avevano alimentato in lui un affetto possessivo  che  non
    ricordava  di  aver  mai  conosciuto  fino ad allora.  Per questa era
    davvero l'unica emozione che distinguesse nitidamente.  Per il  resto,
    tutto  quanto  gli  stava  accadendo  intorno,   o  dentro,   sembrava
    considerarlo attraverso il diaframma di  una  maschera  di  vetro.  Si
    sentiva  una  specie di subacqueo che osserva affascinato il passaggio
    di pesci mostruosi o rilucenti,  ma certo senza nessuna commozione per
    la loro sorte.
    Riapr gli occhi,  sapendo che Evelina lo guardava.  E infatti.  Erano
    fermi,  in coda a una  colonna  di  macchine,  lei  lo  fissava  e  si
    mordicchiava le labbra.  Le sorrise.  Un sorriso appena accennato,  ma
    Evelina cap e parve tranquillizzarsi.  Poi aggrott la fronte  quando
    lui si rialz sul sedile,  lo sguardo oltre il parabrezza.  Si volt e
    vide che Nanni si accostava  al  bordo  della  strada  e  si  fermava,
    muovendo  il  braccio  perch  lo  imitassero.  Guercini  scese  dalla
    Mercedes e venne verso di loro.
    Ho l'impressione che ci sia un posto  di  blocco  pi  avanti.  Senn
    questa fila non si spiega. Voi restate qui. Vado a vedere.
    Evelina  richiuse  il  finestrino  mentre  Nanni risaliva la fila.  Lo
    videro parlare con un paio di altri guidatori  usciti  dalle  vetture,
    poi and ancora avanti e sost pi a lungo accanto a una Golf, attento
    alle  spiegazioni  che  gli  dava  una  donna.  Torn indietro a passo
    spedito, ma disinvolto.  Infil di nuovo la testa nel finestrino della
    Regata,  e annunci preoccupato: S,   un posto di blocco.  La gente
    dice che cercano un assassino.  Evelina fu scossa da un tremito e  si
    volt di scatto verso Ragusa. Ma noi li freghiamo. Venitemi dietro.
    Guercini  risal  sulla  Mercedes  e  senza  nessuna  fretta  fece una
    conversione a U,  molto dolce,  rimettendo il muso della  macchina  in
    direzione della citt.
    Che  diavolo  fa?,  protest il giudice.  A Roma l'unico posto dove
    posso nascondermi   in  fondo  al  Tevere.  Come  se  avesse  voluto
    rispondergli  la Mercedes fece lampeggiare la freccia di destra.  Poco
    dopo svoltarono su una  stradina  stretta,  malamente  asfaltata,  che
    affrontava tra buche e curve la campagna attorno alla Cassia.
    Allunghiamo,  disse Evelina, ma arriviamo ugualmente a Bracciano. E
    su questa via non credo che correremo rischi.
    Aveva ragione.  Furono a Bracciano,  sotto  un  cielo  miracolosamente
    sgombro di nubi,  molto prima che finisse il giorno. Attraversarono il
    paese,  poi la breve collina appena fuori,  su cui spuntava  solitario
    uno  chalet a due piani.  Era proprio uno chalet da valle alpina,  con
    tanto di tetto d'ardesia e di balconcino coi gerani al primo piano. Un
    po' incongruo in quel paesaggio, ma grazioso. Evelina scese dall'auto,
    solo lei a scanso di sorprese.  Guercini e Ragusa  aspettarono  seduti
    nelle macchine, mentre dalla quieta pozza del lago cominciava a salire
    verso  di  loro la brezza della sera.  Evelina riapparve sulla soglia,
    lanciando uno dei suoi secchi fischi che irritavano maledettamente  il
    giudice,  e anche loro si avviarono verso la casa.  Li aspettava sulla
    porta.
    Le chiavi le porti sempre con te?, le chiese Ragusa con intenzione.
    In questo periodo s. Fu quasi sgarbata.  Sembr pentirsene,  perch
    aggiunse  rapida: Sei tu quello che amo.  Lo tir dentro e gli gett
    le braccia al collo.
    Mi sei mancata, le sussurr.
    Sapessi che voglia ho di te, gli alit lei. La sua risata la offese.
    Si stacc.
    E' una cosa che fa tanto ridere?
    Direi proprio di s, anima mia. Perch,  se vuoi saperlo,  anch'io ho
    voglia di te. Mi fa ridere che proprio in un momento come questo, dopo
    tanto tempo mi torni... mi tornino...
    Evelina lo strinse di nuovo. Dovresti ammazzare pi spesso qualcuno,
    disse. Vieni?
    Sii  seria...  C' anche quel guardone... Accenn a Guercini che con
    molto tatto si dava da fare attorno alle tende delle finestre.
    Ah,  se  per questo...,  e si volt verso l'amico.  Nanni,  fai il
    bravo. Lasciaci soli.
    Guercini  sospir,   uscendo.  Vuol  dire  che  far  la  guardia  in
    macchina.

    Cos,  disse Misasi,  gli hai detto che siamo disponibili.  Avresti
    dovuto dirgli che "sei" disponibile.
    De  Mita  aggrott  la fronte e si pass la mano sulla testa.  Non mi
    dirai che non sei d'accordo, Riccardo.
    Riccardo Misasi era consigliere politico del segretario  democristiano
    fin dall'inizio della sua ascesa a piazza del Ges.  Un uomo accorto e
    dalle risorse inesauribili,  con una faccia abbronzata  da  bracciante
    meridionale.  Sorrise,  illuminandosi. Vuoi scherzare, Ciriaco? Certo
    che sto con te. Ma il problema non sono io. Io non conto.
    Sai, divag per un attimo De Mita, pensieroso, questo Natta...  Non
    mi  mai stato molto simpatico, e io non sono simpatico a lui. Per...
    Pensa  che  dopo  tanti anni che ci conosciamo per la prima volta si 
    lasciato andare,  mi ha raccontato perfino della  sua  giovinezza.  E'
    curioso, ma abbiamo molti punti in comune.
    Io te l'ho sempre detto. Ma insomma...
    Beh,  quello che ti ho riferito  ci che conta. Loro sanno le stesse
    cose che sappiamo noi.  Non ho capito bene se ne sanno qualcuna di pi
    o di meno,  ma non ha importanza.  E hanno gli stessi nostri sospetti.
    Il  giudizio  che  diamo  sul  governo  e  personalmente  sul   nostro
    Brandimarte...   Tacque  per  qualche  istante  e  sospir:  Diciamo
    nostro...  Il giudizio  praticamente  lo  stesso.  Troppo  pericoloso
    andare  avanti.  E  loro  hanno  fatto la stessa esperienza nostra.  I
    socialisti in parte sono legati a filo doppio a Brandimarte,  in parte
    temono  di  essere  fregati in un'alleanza con i comunisti: il resto 
    minoranza.  Spadolini tentenna: lo sai,  quella faccenda dei  radicali
    non lo fa dormire....
    E gli altri?
    De  Mita  fece spallucce.  Esistono gli altri?  Quelli non contano un
    cazzo. Riccardo, qui siamo alle frutta. Stiamo andando a rotoli. Natta
    ha detto una cosa che mi  ha  colpito.  Che  se  non  facciamo  subito
    qualcosa    segno  che  siamo condannati ad essere i notai del nostro
    stesso fallimento.  Come partiti e come uomini.  Ha  ragione.  Gli  ho
    detto di s.
    Un governo di salute pubblica, disse Misasi soprappensiero.
    S.  Con dentro anche i socialisti, i repubblicani e gli altri. Se la
    cosa parte da noi,  se hanno la certezza che non li vogliamo  fregare,
    anche Martelli e Spadolini potrebbero starci.  Prima o poi era scritto
    che dovevamo arrivarci.
    Forse, disse piano Misasi, abbiamo aspettato troppo.
    Le cose richiedono tempo,  disse De  Mita.  Anzi,  secondo  me,  la
    strada  che stiamo percorrendo  ancora prematura.  I comunisti devono
    fare ancora molti passi in avanti...  Comunque,  siamo  all'emergenza.
    Riprenderemo poi i rispettivi cammini.
    Ciriaco, disse Misasi. Temo che sia tardi.
    Che vuoi dire?
    Voglio  dire  che  tre  quarti della D.c.  ti si rivolter contro.  A
    cominciare dai tuoi amici. Troppi interessi, troppe compromissioni.
    De Mita fece spallucce. Le solite storie per quattro furtarelli,  per
    quattro spartizioni di posti.
    Tu continui a dire che chi ha sbagliato pagher. Ma sai benissimo che
    le cose non stanno cos.
    Se  ti  riferisci agli agostiniani,  sai quanto me che controllano il
    trenta per cento del partito. E in un modo o nell'altro ci devo fare i
    conti.
    Lo vedi? E c' un'altra cosa, Ciriaco.
    Misasi si alz e si avvicin alla  scrivania.  Dalle  tende  socchiuse
    davanti  alle antiche finestre entravano un chiarore smorto e il rombo
    soffocato del traffico su piazza del Ges e via del Plebiscito.  Da un
    cassetto  estrasse  una  cartellina  grigia e l'apr tornando a sedere
    accanto a De Mita.  Scelse dall'interno del fascicolo un mucchietto di
    fogli.
    Abbiamo  parlato  tanto male di Piccoli o di Andreotti...  Ma l'erede
    politico di Moro ci ha fatto uno scherzo dal  quale  non  ci  riavremo
    mai.  Siamo  nelle  mani  di Lazzarino e del presidente del Consiglio.
    Capisci, Ciriaco: noi, la D.c., il partito della difesa nazionale,  il
    baluardo...  Il  sottosegretario  Lazzarino  mi ha chiesto di andare a
    trovarlo. Ci sono stato. E mi ha dato questo.
    Sui  fogli  fotocopiati  che  De  Mita  andava   decifrando   c'erano,
    affiancate,  delle frasi in italiano, fra virgolette, e delle frasi in
    caratteri cirillici.  Le frasi in italiano erano battute  a  macchina,
    quelle in cirillico erano la riproduzione di brani stampati.
    Non capisco, disse De Mita.
    Oh,   semplice, Ciriaco. Quelle frasi in italiano erano contenute in
    un proclama dei terroristi.  E sono frasi che si trovano  ripetute  in
    quasi  tutti i precedenti messaggi.  Lazzarino,  penso con l'aiuto dei
    sovietologi dei Servizi,  ha fatto uno studio comparato.  Quelle frasi
    sono identiche nelle parti,  diciamo cos, pi incisive, a espressioni
    tipiche che figurano nei testi propagandistici e  nelle  pubblicazioni
    sovietiche.  Secondo  gli  esperti di Lazzarino questo gergo ufficiale
    contraddistingue gli allievi della Scuola del partito o dell'Accademia
    di Scienze Sociali presso il Comitato Centrale del P.c.u.s.
    Misasi scelse due fogli dalla cartellina e li porse a De Mita.

    PROCLAMA TERRORISTI:
    "Mentre riaffermiamo con forza..."

    "PRAVDA", novembre:
    ("MENTRE RIAFFERMIAMO CON FORZA gli interessi del socialismo...")

    "KOMMUNIST", luglio.
     ("Il P.c.u.s., MENTRE RIAFFERMA CON FORZA e coerenza la purezza della
    teoria  marxista-leninista,   considera  e   ha   sempre   considerato
    indispensabile...")


    PROCLAMA TERRORISTI:
    "... opportunisti di ogni colore...".

    "KOMMUNIST", ottobre.
    ("GLI  OPPORTUNISTI  DI  OGNI COLORE...  in linea di fatto agiscono da
    complici dell'imperialismo.")

    "POLITICIESKOJE SAMOOBRASOVANIE", marzo.
    ("...GLI OPPORTUNISTI DI OGNI COLORE,  i revisionisti di destra  e  di
    sinistra...")


    PROCLAMA TERRORISTI:
    "Gli uomini migliori e le avanguardie..."

    "KOMMUNIST", maggio.

    ("...in  questo  riveste  anche  non  poca  importanza l'esempio DEGLI
    UOMINI MIGLIORI, DELLE AVANGUARDIE...")

    "PRAVDA", maggio.
    ("La parola 'AVANGUARDIA'  entrata profondamente nella  nostra  vita.
    Sono  un  lontano  ricordo  del  passato  quelle  persone  isolate che
    limitavano il loro interesse al tornaconto personale...  La  qualifica
    di 'MIGLIORE' viene guadagnata in una competizione leale, sottoponendo
    senza riserve l'interesse personale...")


    PROCLAMA TERRORISTI:
    "Soldati della rivoluzione, soldati del partito..."

    "PRAVDA", giugno.
    ("Soldato della rivoluzione").

    "PRAVDA", giugno.
    ("Soldati del partito").


    PROCLAMA TERRORISTI:
    "Labirinto   di   contraddizioni...   nodo  di  contraddizioni...   Le
    contraddizioni dell'integrazione imperialista..."

    "PRAVDA", giugno.
    ("Labirinto di contraddizioni").

    "PRAVDA", settembre.
    ("Nodo di contraddizioni").

    "KOMMUNIST", dicembre.
    ("Le contraddizioni dell'integrazione imperialista").

    Ancora non capisco, disse De Mita sollevando la testa dai fogli. E'
    un buon lavoro e che  nel  terrorismo  ci  sguazzino  i  sovietici  lo
    abbiamo  pensato  da sempre,  pure negli anni settanta.  Ma questo che
    c'entra con noi?
    Come vedi,  il messaggio dal quale sono state tratte queste frasi  si
    direbbe  scritto  da  uno  specialista  russo  che conosce l'italiano.
    Oppure da un italiano che conosce il russo e che  imbevuto di  quelle
    dottrine. La rozzezza del linguaggio ormai la conosciamo. Lazzarino la
    spiega con efficacia,  citando quel che scrive in proposito la rivista
    sovietica "Autodidattica politica".  Ecco: "Nello  smascheramento  del
    nemico  imperialista  noi  adoperiamo  un  linguaggio grigio e piatto,
    stereotipato sul piano emotivo".
    Va beh, disse De Mita.  Ma questo Lazzarino che fa,  scopre l'acqua
    calda?
    Questo,  continu Misasi,  era il proclama numero millecento. Molto
    probabilmente,  forse a Mosca,  forse in Italia,  qualche specialista,
    studiando  con  calma  i  testi  del K.G.B.,  o comunque copiati dalla
    terminologia  ufficiale  sovietica,   si  deve  essere   accorto   che
    l'estensore  non  aveva badato troppo alla semantica ed aveva lasciato
    tracce che alla lunga potevano essere avvistate dagli esperti.  Cos 
    corso  ai ripari.  E qualcuno ha rivisto i testi in modo da evitare il
    ripetersi dell'inconveniente. Come vedi, il successivo proclama, e poi
    gli  altri  arrivati  dopo  questo,   sono  diversi,   hanno  cambiato
    espressioni,  non  usano  pi  la  fraseologia  della  "Pravda"  e del
    "Kommunist".
    Misasi porse a De Mita un'altra fotocopia.  Questa   la  minuta  del
    proclama dei terroristi successivo a quello in esame.  L'hanno trovato
    i carabinieri in un covo abbandonato  in  fretta  e  furia.  Vedi?  Le
    vecchie  frasi,   le  espressioni  stereotipate  della  "Pravda",  del
    "Kommunist" e delle altre riviste sono state tutte corrette,  A  MANO,
    vedi?,  da qualcuno.  Cos la frase: "Mentre riaffermiamo con forza" 
    stata sostituita con l'altra meno  enfatica:  "Ripetiamo  con  vigore"
    "Opportunisti  di  ogni  colore"    stato  corretto  semplicemente in
    "opportunisti".   La  frase  "soldati  della  rivoluzione"      stata
    modificata in "dirigenti e militanti". E via di questo passo. Insomma,
    qualcuno  ha  reso  il  testo,  il linguaggio di questi proclami,  pi
    italiano, non so se mi spiego. E qui di esempi ce ne sono a decine.
    De Mita lo guard socchiudendo gli occhi. E allora?
    Allora il nostro Lazzarino,  con gli esperti dei Servizi e con il suo
    computer,   ha  fatto  una  ricerca  su  quell'imprudenza,  su  quelle
    correzioni fatte a mano.  E poi mi ha detto che per quanto lo riguarda
    la  cosa  potrebbe  non avere seguiti spiacevoli per la D.c.  e che si
    potrebbe rimediare nel modo pi riservato possibile...  Ma mi ha fatto
    anche capire che, volendo, lui potrebbe anche agire in modo diverso...
    Lo sai di chi  quella calligrafia?
    Non me lo dire,  disse De Mita.  Si era preso la testa fra le mani e
    fissava il buio oltre le tende socchiuse.
    Beh,  disse  Misasi,    di  Ferrucci,  il  nostro  sottosegretario
    all'Interno.

    Evelina era sdraiata sul divano di chintz a fiori, la testa sul grembo
    di  Ragusa.  Seguiva  i disegni tracciati dalle macchie di umidit sul
    soffitto,   meravigliandosi  di  sentirsi  finalmente   libera   dalla
    sofferenza  di  quei  giorni.  Sollev  in  alto le gambe nel gesto di
    compiaciuta valutazione che le era abituale e la gonna larga e leggera
    le ricadde sui fianchi.  Prov una magnifica sensazione di  calore  al
    ricordo dell'ora appena passata. Avevano fatto l'amore con l'eccitante
    sorpresa  di  chi  si  appena conosciuto.  Poi ancora assieme avevano
    fatto la doccia,  e soltanto quando lei aveva preteso di  radergli  la
    barba. Mariano l'aveva cacciata dalla stanza da bagno. Erano ridiscesi
    nel  salotto  al  piano  terra e Guercini,  risospinto dentro casa dal
    freddo,  li aveva guardati come due pazzi.  Ragusa gli aveva detto  di
    tornarsene a Roma.  In qualche modo si sarebbe rimesso in contatto con
    lui.
    Avrei bisogno di un orologio,  disse a Evelina quando rimasero  soli
    sul  divano.  Lei si sfil il suo dal polso e glielo porse al di sopra
    della testa fulva.
     Puoi portarlo in tasca, se non altro.
    S,  va benissimo.  Se mi prendono pu essere considerato  una  prova
    della mia omosessualit, scherz lui.
    Ma io posso testimoniare il contrario.
    Non credo proprio che arriverei al processo.
    Evelina  si  mise  a  sedere,  improvvisamente  seria.  L'angoscia  la
    stringeva di nuovo alla gola. E adesso che facciamo, Mariano.
    Intanto ho cambiato idea e torniamo a Roma.
    A Roma? Ma se hai detto a Nanni che restavamo qui... Non penserai per
    caso...?
    No, non credo che possa fare il doppio gioco. E in ogni caso,  di lui
    devo fidarmi. Non ho alternative.
    Allora non capisco.  Poteva esserci utile...  E poi non voglio che tu
    torni a Roma. Che cos'hai in testa? Io non verr al tuo funerale.
    Ragusa le pass la mano in mezzo ai capelli. E' lui,  il tuo amico?,
    disse accennando a una foto sul tavolinetto vicino al divano.
    No, non puoi fare questo con me. Non puoi trattarmi anche adesso come
    se  fossi  una  bambina  che  porti  al  circo,  per  ammirare  le tue
    acrobazie.  Non cambiare discorso.  Io devo sapere.  Ho il diritto  di
    sapere quello che vuoi fare.
    Smettila.  Non posso starmene qui a guardare il lago.  Prima o poi ci
    finirei dentro,  ti sbagli se  ti  fai  illusioni.  Ho  una  carta  da
    giocare, ma devo farlo da solo. Se va bene, Nanni mi sar molto utile.
    Per  questo l'ho mandato via,  non voglio che rischi niente adesso.  E
    anche tu devi andartene via,  tornare da tua sorella.  Andiamo assieme
    fino  a Roma,  poi ti lascio a un posteggio di taxi.  Non devi tornare
    qui finch non mi faccio vivo io. Hai capito?, concluse brusco.
    Evelina scatt in piedi,  scalza.  Lo guardava furiosa.  Poi scosse la
    testa,  si  chin  a  infilare  le scarpe e lo guard di nuovo.  Punt
    l'indice verso la foto sul tavolino: S,    quello  il  mio  amico,
    disse.
    Ragusa  annu.  Guard  anche lui l'uomo ripreso sotto l'albero di una
    barca, spettinato dal vento.  Indossava una cerata giallo-paglia dello
    stesso colore dei capelli.  Aveva un viso magro e aperto,  abbronzato.
    Un bell'uomo.
    Indic le coppe sullo scaffale di fronte.  Immagino che questi trofei
    li abbia vinti lui 
    E' uno skipper in gamba, disse Evelina.
    Fa  un  sacco di cose quest'uomo in gamba.  Vedo anche un fucile e un
    coltello da caccia...
    Che cos'?  Ti preoccupi del destino della tua  futura  vedova?  Vuoi
    sapere se pu mantenermi? Tranquillo. E' un designer di successo. Gli
    volt  le spalle e and a mettere un altro ceppo nel caminetto.  C'era
    rancore nella sua voce quando riprese a parlare.
    Ti somiglia,  sai.  Magari  per questo che mi piace.  Certe volte ho
    l'impressione  che  per  gente  come voi camminare sia una fatica.  Vi
    trovate a vostro agio solo in salita,  sui fianchi delle montagne:  vi
    piace  spenzolarvi  nel  vuoto,  arrampicarvi  come ragni su pareti di
    sesto grado.  Siete coraggiosi,  certo.  E questo fa un grande effetto
    sulla  gente di pianura come me.  Pazienza se poi ci tocca di soffrire
    di vertigini al posto vostro.  Guglielmo almeno se  ne  accorge,  ogni
    tanto.  Dall'alto della sua montagna agita la mano, mi saluta. E mi fa
    sentire un po' pi tranquilla. Quello che tu non sei capace di fare.
    Ragusa la raggiunse, vicino al fuoco. Le pass il braccio attorno alle
    spalle senza che lei si ribellasse e la costrinse  a  voltarsi.  Stava
    piangendo, silenziosamente, lasciando che le lacrime le portassero via
    il trucco appena rifatto.
    Ti sei innamorata di lui?
    Evelina gli poggi il viso contro il petto e scoppi in un singhiozzo.
    Non lo so, Mariano, non so pi niente. Sono soltanto stanca di vivere
    cos. Ma non voglio perderti, non voglio perderti...
    Nemmeno io. Le accarezzava i capelli,  dolcemente. Senti. Non so se
    ne uscir, da questa storia.  E non so come.  Cercher di farcela.  Ti
    chiedo solo di avere pazienza. Ancora un po'.
    Si distacc da lui, asciugandosi gli occhi col dorso delle mani. Mosse
    la testa per dirgli di s. Scusami.
    Basta,  ora. Continuava a tenerla per le braccia.  Dobbiamo andare.
    Va' di sopra.  Lavati la faccia e rimettiti  a  posto.  Io  devo  fare
    qualche telefonata. Ho bisogno di un indirizzo.


    20.
    Aveva  consultato  lo  stradario  e aveva bene in mente il percorso da
    fare.  Ma quando arriv a met di viale Aventino,  si trov  sotto  un
    temporale furibondo.  Ragusa,  al volante della Regata, prov qualcosa
    di molto simile al panico. Guidare era sempre stato per lui uno sforzo
    logorante  e  in  quelle  condizioni  diventava  una  tortura.   Aveva
    attraversato  tutta  Roma,  scegliendo  le  vie  pi nascoste,  sempre
    aggrappato allo sterzo.  Ora la pioggia si frantumava sul cristallo in
    barbagli accecanti,  distorceva immagini e luci.  Imbocc via di Santa
    Prisca chiedendosi soltanto dopo se potesse salire in quella direzione
    o se fosse un senso vietato.  Ma la macchina si era gi immessa in una
    piazza  malamente  illuminata,  in lieve pendenza.  Ragusa si morse le
    labbra.  Non era quella,  non c'erano le arcate  di  cui  gli  avevano
    parlato.  Gli  occhi  incollati  al parabrezza,  fece il periplo dello
    slargo e finalmente,  al fondo di una leggera salita  sulla  sinistra,
    intravide il colonnato.  Acceler, imballando il motore, e si decise a
    cambiare marcia.  Si trov subito in piazza del Tempio  di  Diana,  in
    mezzo  a una rigida geometria di archi latini di fattura novecentesca.
    Il  ronzio  del  tergicristalli  si  confondeva  con   lo   scrosciare
    dell'acqua. La pioggia velava i vecchi lampioni dei primi del secolo e
    dalle  finestre  delle  case le serrande abbassate lasciavano filtrare
    rare strisce di chiarore.
    Manovr con cautela.  La macchina frusci tra le pozzanghere prima  di
    fermarsi  in  uno  spazio  vuoto,  al  buio.  Ragusa scivol fuori per
    riparare in fretta nell'ombra di  un  pilastro,  sotto  il  porticato.
    Bast   quell'attimo   perch   si  fradiciasse,   ancora  una  volta.
    Rabbrivid, per i pantaloni appiccicati alle gambe, la stanchezza,  il
    freddo.  La tensione che lo aveva sorretto croll lasciandolo esausto,
    in un lieve vaneggiamento.  Sull'isola di Montecristo volteggiavano  i
    gabbiani,  la marea sollevava i cigni nella baia di Donegal. Da quanto
    tempo  non  si  riposava?   La  rivoltella  che  aveva  strappato   al
    carabiniere gli pesava nella tasca del cappotto troppo grande per lui.
    I  fari di un'automobile saettarono per la piazza e Ragusa si appiatt
    nel buio.  La macchina pass oltre e scomparve.  Lui non ebbe il tempo
    di muoversi che ne arriv un'altra.
    La  berlina color crema si ferm accanto al marciapiede.  Dal posto di
    guida discese agilmente  un  uomo  avvolto  in  un  impermeabile.  Con
    l'ombrello  ripar  la  portiera  posteriore che si stava aprendo.  Il
    professor Bassani emerse dalla macchina cercando di saltare oltre  una
    pozza  d'acqua.  Disse  qualcosa  mentre afferrava l'ombrello e l'uomo
    rientr in fretta nell'auto,  che si mosse subito.  Le luci posteriori
    erano gi scomparse quando Bassani chiuse il parapioggia al riparo del
    porticato. Si mosse per attraversarlo, in direzione del piccolo slargo
    parallelo  di  piazza  Giunone  sul quale si affacciava il suo attico.
    Quando fu all'altezza della  prima  colonna  Ragusa  gli  si  par  di
    fronte,  la  pistola  tesa  in  avanti.  Non sapeva nemmeno dov'era la
    sicura.
    Bassani fece un balzo all'indietro e spalanc la bocca come se volesse
    urlare.  Ma emise soltanto un gemito mentre Ragusa lo  afferrava  alla
    gola  con  la  sinistra,  premendogli la canna della pistola al centro
    dello stomaco.
    Svelto, di qua. Una parola e l'ammazzo.
    Bassani  sembrava  paralizzato  dal  terrore.   Ragusa  lo   stratton
    violentemente, fino alla Regata.
    Apra lo sportello, sibil. Lo sbatt sul sedile di destra e s'infil
    al suo fianco. Lo spinse verso il posto di guida mentre gli tendeva le
    chiavi. Metta in moto.
    Il   segretario   generale   aveva   gli  occhi  sbarrati.   Respirava
    affannosamente,  a bocca aperta.  Ma  che  cosa  fa,  lei    pazzo,
    farfugli.
    Certo. Metta in moto. Lo sa dov' il giardino dei Cavalieri di Malta?
    Ci vada.  Su,  svelto.  Non faccia scherzi. Lo sa che non ho niente da
    perdere.
    Il volto di Bassani era  bagnato  di  pioggia  e  di  sudore.  Guidava
    lentamente,  stringendo tra i denti il labbro inferiore. Ecco, disse
    Ragusa, si fermi laggi, vicino a quegli alberi.
    Lei non oser farmi nulla,  balbett l'altro.  La  stanno  cercando
    dappertutto.  Non ha scampo.  Io potrei aiutarla,  aiutarla in qualche
    modo...
    Oh, s. Certo che mi aiuter. Il giudice parlava sommesso, gli occhi
    lucidi per la febbre e l'eccitazione.  Lo ha detto  lei  che  non  ho
    scampo. Se non fa quel che dico non ha scampo nemmeno lei.
    Non  avr il coraggio.  Lei non avr il coraggio di uccidermi.  Non 
    uno capace...
    Ragusa gli punt la pistola in mezzo agli occhi.
    No, gorgogli il segretario. No, la scongiuro.
    Ragusa allung la mano sinistra sul cruscotto,  dove aveva  posato  il
    magnetofono.  Ora  registriamo,  professore.  E  lei  mi dir tutto.
    Sottoline la frase appoggiandogli la canna sulla fronte.
    Bassani cominci a singhiozzare.
    Mi ascolti, la prego. Io non so niente...  mi lasci andare.  Io posso
    farla partire per l'estero, scomparire... Posso darle una fortuna...
    Gi, sua moglie fa molti buoni affari.
    Bassani ansim.
    Ecco,  mi racconti della societ Ippocampo,  per cominciare. Vi serve
    per pulire i soldi del contrabbando di armi, vero?
    Ma io non lo so, glielo giuro.  Non me ne occupo...  Sono attivit di
    mia moglie...
    Di sua moglie e del signor Yusuf Mahreb.  Alias Yusuf ben-Aziz, alias
    non so che cosa.  Trafficante d'armi,  socio d'affari dei  suoi  amici
    golpisti  e proprietario del pacchetto di maggioranza della Ippocampo.
    Vado avanti?
    Bassani era scosso da un tremito.
    Vede? Ormai conosco tutta la storia. Da lei voglio soltanto una bella
    confessione per... diciamo cos... riempire i dettagli. Perch per lei
    e per i suoi illustri compari la morte di due o  tre  esseri  umani  
    solo  un  dettaglio.  Io  far  in  modo che questo dettaglio vi costi
    l'ergastolo,  se i suoi amici non mi ammazzeranno prima. Lott contro
    l'impulso  di  premere  il  grilletto.  Lei  pazzo,  disse Bassani,
    intrecciando affannosamente le mani.
    Da quanto tempo avevate Daldona sul libro-paga?
    Daldona  morto. Lei sta inventando.
    Davvero?  Allora senta questa storia.  L'altr'anno la societ di  sua
    moglie  ha  versato  centocinquanta milioni a due strozzini veneziani,
    gente che salta alla gola dei giocatori del casin.  Quest'anno sempre
    quei  due  signori  hanno  ricevuto  dalla  Ippocampo  il saldo di una
    cambiale da settanta milioni.  E sa chi era il debitore?  Il  capitano
    Daldona.
    Lei non pu provare niente...
    Si  sbaglia.  La  cambiale da settanta milioni l'aveva ancora addosso
    Daldona quando i vostri giannizzeri lo hanno ammazzato. E adesso  nel
    mio portafoglio. Da quanto tempo lo pagavate?
    Il corpo di Bassani parve improvvisamente afflosciarsi sul sedile e la
    testa gli ricadde sul petto.  Infine dalla gola gli  usc  un  respiro
    roco.  Gli  abbiamo pagato una prima cambiale due anni fa.  Io sapevo
    che giocava e perdeva. Ma l'iniziativa non fu mia. Non sono stato io a
    reclutarlo. Ricevetti soltanto l'ordine di pagamento. E anche dopo, la
    Ippocampo    sempre  stata  per  Daldona  una  specie  di   sportello
    bancario.
    Ma l'ordine da chi veniva?
    Dai Servizi.
    Barbaresco?
    S, Barbaresco. O il suo aiutante. A seconda dei casi 
    E che bisogno c'era di tirare anche Daldona nel complotto?  I Servizi
    erano gi ben rappresentati...
    Era il capo della sicurezza a Montecitorio.  Un posto troppo delicato
    per non averci un uomo fedele.  A me non piaceva.  Il suo cinismo,  la
    mania per il gioco...
    Lasci stare. I fatti.
    A me non piaceva ma i suoi superiori me lo imposero.  E lui ha sempre
    preso  ordini  direttamente  da  loro.  Io  ho fatto solo da ufficiale
    pagatore.
    E lei da chi prendeva gli ordini, oltre che da Barbaresco?
    Ottieri.  E' stato lui a convincermi ad aderire.  E poi sempre lui  a
    darmi di volta in volta le indicazioni necessarie. Anche Randi, finch
    non si  messo nei guai... Si prese d'improvviso la testa tra le mani
    e cominci a piangere silenziosamente.  Sta affondando,  pens Ragusa.
    Torn a incalzarlo.
    I guai di Randi si chiamavano Giannone,  vero?  La ragazza comincia a
    ricattarlo, lui vi informa, decidete di farla fuori. Cos, lei convoca
    la sera tardi Jolanda nel suo studio e la uccide...
    Bassani sollev la testa di scatto.  No,  no, che dice..., biascic.
    Le mani si aggrapparono ai polsi di Ragusa, che continu implacabile.
    Lei la uccide e Daldona si sbarazza del cadavere.
    No,  non  vero,  url il segretario generale dilatando nel buio  il
    biancore  degli  occhi albini.  Non sono stato io.  Non avrei potuto.
    Daldona. L'ha uccisa Daldona.
    Glielo posso provare. Bassani parlava ora  freneticamente.  Sembrava
    ansioso  di  vincere  la  diffidenza  nel silenzio di Ragusa e ripet:
    Glielo posso provare.  Non per la ragazza,  con lei non  ha  lasciato
    tracce. Ma con il commesso  stato meno prudente, perch sapeva che il
    cadavere doveva scomparire...  La pistola che ha ucciso Bianchi...  E'
    quella di Daldona.
    Lei racconta  balle,  disse  piano  Ragusa.  La  pistola  l'abbiamo
    controllata. E' registrata a nome di un pensionato.
    Quel  pensionato sar sicuramente morto.  Non capisce?  E' il sistema
    che usano i Servizi.  Registrano le armi in dotazione ai  loro  uomini
    sotto nomi di copertura. Non inventati o fasulli, nomi veri, di vecchi
    ricoverati in ospizio,  a due passi dalla morte.  Cos, se qualcosa va
    storto, nessuno pu risalire fino a Forte Braschi...
    Allora anche la sua prova va a farsi benedire,  concluse bruscamente
    Ragusa. La voglia di vino si era fatta all'improvviso prepotente.
    Aspetti.  Esiste una lista delle coperture, capisce? I Servizi devono
    conservarla e aggiornarla,  come prescrive il regolamento.  Un  elenco
    dei  nomi presi a prestito e a fianco quelli degli agenti che usano le
    relative pistole...  Se riesce a mettere  le  mani  nell'archivio  del
    Forte, vicino al nome del suo pensionato trover quello di Daldona.
    Ragusa  teneva  lo  sguardo  puntato  sul segretario generale ma senza
    vederlo.  Aveva altre immagini  negli  occhi,  e  nelle  orecchie  gli
    tornavano  ossessivamente  le parole di Daldona,  in macchina,  mentre
    inseguivano Ottieri: "Lei non ci crede che io sono un esperto, vero?".
    Oh s, ora lo sapeva. Respir profondamente. Cos,  Daldona.  Si stup
    di  sentirsi quasi liberato,  di accettare quella rivelazione come una
    conferma temuta di vaghe intuizioni sfuggenti,  non  indagate.  Rivide
    per  un  attimo la misteriosa disposizione dei pezzi sulla scacchiera:
    l'apparente tortuosit del pensiero di Lasker,  il brivido del rischio
    incomprensibile  e  il tratto finale che spazzava ogni dubbio e faceva
    apparire chiara tutta la costruzione.
    Cos, Daldona. Ha ucciso Jolanda.
    Nel mio studio.  L'aspettava nascosto dietro la tenda.  Jolanda venne
    da me e lui l'aspettava nascosto dietro la tenda.
    E   non  avevate  altro  modo  per  metterla  a  tacere?   Era  tanto
    pericolosa?
    S.  Quella ragazza era una stupida. La voce aveva riacquistato  per
    un attimo l'arroganza e l'indifferenza del rango. Lei ricattava Randi
    minacciando uno scandalo per i balletti rosa.  E non sapeva che quello
    scandalo non l'avremmo potuto sopportare perch avrebbe messo sotto  i
    riflettori molti dei nostri. E qualcuno sarebbe potuto arrivare dove 
    arrivato lei.
    Infatti  la  vostra  Kaltenbrunner  cerc  di  portarmi  fuori strada
    snocciolandomi molti nomi di personaggi che non c'entravano.
    Se lei ci fosse caduto e avesse tirato in ballo  quei  nomi,  la  sua
    inchiesta  si  sarebbe  sgonfiata,   tutti  avrebbero  pensato  a  una
    montatura.
    Torniamo a Jolanda.
    Non potevamo rischiare di far fallire tutta l'impresa.
    L'impresa? Il colpo di Stato.
    S.
    E allora decideste di farla fuori.
    Non io, no. In vita mia,  non sono mai riuscito ad essere qualcosa di
    pi  di quello che ero,  un esecutore... Ebbe una specie di sussulto.
    Non io. L'hanno deciso in alto. Molto in alto.
    Lazzarino? Brandimarte in persona?
    Lazzarino, Brandimarte, Barbaresco... Non so. Randi mi ordin solo di
    convocarla e Daldona... Bassani sospir,  come se fosse molto stanco.
    Daldona  usc  dalla  tenda  come  un fantasma e prima che la ragazza
    potesse capire le appoggi la pistola sul petto e spar.  La  fulmin.
    C'era molto sangue sul tappeto e cancellai un po' le tracce...  Poi la
    mattina dopo ci feci cadere sopra una  tazza  di  caff  e  mandai  il
    tappeto a pulire.
    E il cadavere?  Come ci  arrivato nei sotterranei,  in quella specie
    di stanza della morte che  il deposito della carta straccia? Perch 
    da l che l'hanno portato via per simulare il suicidio, no?
    S, da l. Era stato tutto previsto. Daldona si caric il corpo sulle
    spalle e poi con il primo ascensore scese nei sotterranei.  Era tardi,
    Montecitorio era vuoto. Non potevano esserci difficolt.
    E lei aiut Daldona a mettere il corpo della ragazza in una di quelle
    casse e a coprirlo con la carta straccia...
    S. Bassani aveva rialzato la testa e fissava i ghirigori dell'acqua
    sul vetro.  Sembrava indifferente alle sue stesse parole. Erano stati
    i Servizi a organizzare la faccenda del camion...
    Daldona?
    No.  Aveva suggerito l'idea e gli fecero trovare le cose  gi  fatte.
    Lei lo ha conosciuto...  Lui ci rideva,  diceva che quelli dei Servizi
    erano dei dilettanti e che sarebbe bastato un bravo investigatore  per
    scoprire  tutto.  Ma  quella volta le cose le avevano fatte bene.  Due
    bulletti si portarono via la ragazza nella cassa senza  sospettare  di
    nulla e consegnarono il camion a due uomini dei Servizi che poi glielo
    riportarono.
    Dopo aver organizzato la messa in scena all'acquedotto Felice...
    S. Avevano fatto le cose per bene.
    Invece voi un po' meno. Lei e Daldona.
    E' vero. La ragazza non si era tolta il grembiule, prima di venire da
    me.  Cos  dovemmo  toglierglielo noi,  se volevamo far credere che si
    fosse suicidata fuori dal lavoro...  Ma non pensammo  al  cappotto.  E
    lei... Lei cap.
    S, disse Ragusa. E poi fu una catena, vero? Bianchi.
    Almeno quella ragazza era una miserabile, una sciocca corrotta...
    Lei  proprio un mascalzone, disse Ragusa.
    Bassani chin il capo.  Ma Bianchi,  Bianchi era uno che aveva sempre
    lavorato, una persona per bene... Forse,  a contatto con questo mondo,
    tra deputati e ministri,  deve aver perduto la testa... il senso della
    realt...  E ha cominciato lui a ricattare Randi.  Ha preso  il  posto
    della Giannone, capisce?
    Capisco benissimo. L'avevo gi capito.
    Randi  ci  avvert che Bianchi gli aveva telefonato.  Gli aveva detto
    che voleva parlare con lui a proposito delle feste al Circeo  e  della
    morte  di  Jolanda...  Pensava  di averlo terrorizzato,  di tenerlo in
    pugno...
    S,  disse Ragusa.  Ricordava l'aspetto azzimato del giovanotto,  il
    discorso  confuso  che  gli  aveva fatto quella mattina in Procura.  I
    dubbi, i sospetti a mezza bocca, il nome di Randi gettato l alla fine
    dovevano servire  ad  attirare  l'attenzione  sul  sottosegretario:  e
    questo  l'avrebbe  reso  pi  impaurito  e  malleabile se per caso non
    avesse ceduto subito al ricatto.  E pensava anche di essersi messo al
    sicuro,  venendo da me.  Se gli fosse successo qualche cosa, il motivo
    sarebbe stato evidente.  Ma il deterrente avrebbe funzionato  soltanto
    se  Randi  fosse venuto a sapere di quella visita.  E Randi invece non
    gli diede il tempo di dir nulla... O sbaglio?
    Non lo so. Ma penso che le cose andarono come dice lei.  Comunque,  a
    quel  punto  era  difficile fermarsi.  Era impossibile.  Non si poteva
    mettere tutto in forse per una storia di sgualdrine, per un giovanotto
    che sarebbe diventato arbitro di cose tanto pi grandi di lui...
    E decretaste la fine di Bianchi.
    Gliel'ho detto.  Non io,  conto poco  o  nulla.  L'ordine  venne  dai
    Servizi.
    A chi venne?
    A Daldona.  Bianchi aveva preteso di incontrare Randi alla Camera, di
    notte,  in biblioteca.  Lei sa che a  Montecitorio  c'  la  sala  dei
    ministri,  ci  sono gli uffici delle presidenze di commissioni,  tanti
    posti dove Randi avrebbe potuto nascondersi e aspettare che il palazzo
    chiudesse...  Bianchi pensava cos di essere al  sicuro:  chi  avrebbe
    potuto fargli del male proprio dentro Montecitorio? E invece...
    E invece vi aveva facilitato.
    Ucciderlo  fuori  avrebbe comportato rischi e maggiori complicazioni.
    Dentro Montecitorio il sistema della carta straccia avrebbe funzionato
    alla perfezione.  E stavolta il cadavere  sarebbe  sparito...  Poi,  a
    Montecitorio  c'era  gi  la  persona giusta,  che non avrebbe destato
    sospetti anche se fosse stato visto girare per il  palazzo  di  notte.
    All'appuntamento ci and Daldona,  al posto di Randi.  E per lui fu un
    gioco  aspettare  in  un  angolo  buio.   La  biblioteca  di  notte  
    completamente  isolata,  e  il  palazzo  pieno di passaggi segreti...
    Daldona,  si figuri,  li conosceva tutti.  Dopo mi raccont che  aveva
    calato  il corpo di Bianchi attraverso una botola che sta nella Manica
    Lunga. Dal corridoio sottostante gli era bastato prendere un ascensore
    per arrivare nei sotterranei.  Ma l qualcosa era andato  storto.  Non
    c' pi una regola,  nessuno fa pi il suo dovere,  nessuno lavora con
    coscienza...
    Commovente, disse Ragusa.
    Io le dissi che dentro il palazzo tutto funziona come un orologio. Ma
    invece...
    Stringa.
    Quei giri d'ispezione dovrebbero farli in  tre.  Invece  ormai  tutti
    hanno preso l'abitudine di fare il giro a turno,  uno per volta. E gli
    altri se ne restano a dormire.  Ora pensavamo che quella notte non  ci
    potessero proprio essere dei rischi.  Bianchi aveva fissato l'incontro
    con Randi,  perci avrebbe in ogni caso fatto in  modo  di  venire  da
    solo.  Ma  non avevamo pensato che le cose si sarebbero complicate per
    un altro stupido atto di indisciplina.  Chi fa la ronda  di  notte  sa
    che,  trovandosi  in  presenza  di  qualche  cosa di strano,  non deve
    assolutamente prendere iniziative,  ma avvertire subito  il  capo  dei
    Servizi  di Sicurezza.  Daldona.  Invece quella notte,  quando l'altro
    commesso,  il Marianini,  vide che Bianchi non tornava,  pens bene di
    andarsene  a  cercarlo  in giro per il palazzo.  Cos Daldona lo sent
    arrivare e dovette lasciare...
    Il lavoro a met, concluse Ragusa.
    Marianini vide quel braccio che sporgeva dalla cassa...  Il resto  lo
    sa.
    Bassani tacque e parve accartocciarsi sul sedile, sgonfiarsi, un sacco
    vuoto buttato in un angolo.  Ragusa fiss nella penombra quel viso che
    sembrava ora affilato e scavato,  come eroso dall'esplosione repentina
    di  un  male  devastante.  E si sent d'un tratto vecchio e sconfitto,
    troppo sfinito per continuare. Si pass la lingua sulle labbra secche.
    Un momento. E Randi, che fine ha fatto?
    Dal fagotto informe al suo fianco venne  un  respiro  breve.  La  sua
    inchiesta lo aveva bruciato. A quel punto si poteva scaricare tutto su
    di  lui.  L'idea di mettere la pistola nella cassaforte fu di Daldona,
    anche questa...  Con un colpo solo incastrava il sottosegretario e  si
    sbarazzava di un'arma che gli scottava addosso.  Poi,  non so che fine
    abbia fatto Randi.  Qualcuno se n' occupato.  Gliel'ho detto,  da  un
    certo momento non  stato pi possibile fermarsi... Ma non lo so...
    La voce si spense indistinta,  un mormorio sconnesso. Ragusa chiuse il
    piccolo Nagra che scorreva lentamente sul cruscotto.  Bassani alz gli
    occhi bianchicci su di lui.  Adesso...  mi lasci andare. Le giuro che
    non dir nulla, non far nulla.
    Lei  uno spergiuro, disse Ragusa.  Metta in moto.  Scenda verso il
    lungotevere.  Andiamo  a  fare  una  passeggiata. Gli mise ancora una
    volta la pistola sotto gli occhi.  Se se lo fosse dimenticato: non ho
    nulla da perdere.
    Seguendo  le  indicazioni  di Ragusa,  Bassani guid fino al fiume che
    s'intravedeva limaccioso oltre le spallette e  ne  segu  l'itinerario
    sui lungotevere: Aventino,  dei Cenci,  dei Tebaldi,  Tor di Nona,  in
    Augusta... Attravers il ponte Duca d'Aosta e infine da piazzale Ponte
    Milvio s'inerpic sulla breve rampa  iniziale  della  Cassia.  Poi  si
    tuff  fra  gli  alberi  che  da  un  lato delimitavano gli Orti della
    Farnesina,   dall'altro  la  vegetazione  spessa  dei  grandi   vivai.
    Proseguirono sulla strada statale finch case e palazzi si diradarono,
    subito  dopo La Storta,  e andarono avanti nel buio,  in un turbine di
    pioggia. Quando occhieggiarono in lontananza le luci rossastre di auto
    in sosta e i lampeggiatori blu del  posto  di  blocco,  Ragusa  ordin
    seccamente. Volti a sinistra, l.
    La  macchina  slitt leggermente imboccando la stretta stradina che si
    perdeva nei campi. Vada avanti, incit Ragusa. Procedettero a lungo,
    su e gi per  i  dossi  e  le  brevi  colline  che  interrompevano  la
    campagna. Fermi qua, disse Ragusa.
    Bassani  lo  fiss,  terrorizzato:  Che  cosa vuol fare,  per amor di
    Dio....
    Scenda.
    Chino sotto la pioggia,  Ragusa apr il bagagliaio e fece un cenno  al
    segretario generale. Si accomodi.
    L dentro? Ma soffocher...
    L'Avvocato  ha pensato a lei quando ha approvato il disegno di questa
    macchina. Ci star come in un salotto. Aspetti un momento.
    Che cosa vuol fare...
     Ragusa gli annod un fazzoletto sugli occhi, poi gli prese la cinghia
    dei pantaloni  per  imprigionargli  strettamente  le  mani  dietro  la
    schiena. Lo spinse contro il bagagliaio. Entri, adesso.
    Quando intravide dall'alto il luccichio del lago,  Ragusa tagli verso
    destra e si immise sulla provinciale.  S'arrampic di  nuovo  tra  gli
    alberi e ferm proprio davanti al cottage. Bassani gemette, ansimando,
    mentre lui lo aiutava a tirarsi fuori del bagagliaio.  Poi Ragusa apr
    la porta e lo sospinse dentro.  Tenendolo per un braccio lo guid fino
    alla piccola camera da letto del piano terra.
    Qui star bene. Si metta gi e riposi.
    Bassani  volse  verso di lui la testa bendata.  La prego...  che cosa
    vuol fare?
    Stia qui. Ragusa and in cucina,  apr il frigo  e  tir  fuori  una
    bottiglia. Prese due bicchieri e torn da Bassani. Beva.
    Bevve anche lui, a grandi sorsi, chiudendo gli occhi. Poi si riemp di
    nuovo il bicchiere e respir a fondo. Stava per crollare.
    Mi stia bene a sentire.  Non ho intenzione di ucciderla,  lo ha detto
    lei che non ne sarei capace. Ma prima,  in macchina,  se non mi avesse
    detto  tutto certamente l'avrei fatto.  Si ammazza tanta gente che non
    si conosce in guerra, immagini se per una carogna come lei... La terr
    qui.  E star qui anche domani,  e mi aspetter buono e tranquillo.  E
    non cerchi di fare qualcosa, perch oltre tutto ho il sonno leggero.
    Non  c' bisogno che mi leghi,  disse Bassani.  La sua voce era meno
    angosciata, ora.
    S invece. La legher al letto. Cos potr dormire.
    Ragusa pass il resto della notte in un doloroso dormiveglia  popolato
    di  incubi e d'immagini fluttuanti.  Ne emergeva di tanto in tanto per
    ricadere ogni volta nel torpore.  Sent il suo prigioniero muoversi  e
    agitarsi  ripetutamente  e  infine,  dalla  poltrona  su  cui  si  era
    sdraiato, vide trapelare dalle fessure delle imposte la prima luce del
    mattino.  Apr la finestra.  Non pioveva pi e la distesa d'acqua,  al
    fondo  della  conca  verde,  mandava  riflessi d'alluminio al chiarore
    dell'alba. Senza affrettarsi mise il caff sul fornello in cucina e ne
    aspir con volutt il profumo.  Poi in bagno rest a  lungo  sotto  la
    doccia,  alternando il getto caldo con quello freddo,  finch sent il
    sangue circolargli rapido nelle vene. Guard l'orologio. Ora si poteva
    anche chiedere l'appuntamento.  Pens a quello che stava per fare e il
    cuore  gli batt rapido e forte,  pieno di un'energia dimenticata,  di
    un'eccitazione fiduciosa. Non avrebbe potuto non ascoltarlo.  Forse la
    partita era ancora aperta, forse non era troppo tardi.
    Bassani,  dalla stanza vicina, sent Ragusa usare il telefono, parlare
    sommessamente con qualcuno.  E vide,  quando il giudice entr,  che il
    suo sguardo era determinato, quasi trionfante.
    La  scioglier  e le toglier la benda al mio ritorno,  gli annunci
    Ragusa.

    I Dioscuri stillavano umidit al sole incerto.  La piazza dal fondo di
    pietra  era deserta,  il traffico la sfiorava appena scorrendo dinanzi
    all'antico palazzo della Consulta,  alla chiesa e al  minuscolo  parco
    poco  pi  avanti.  Ragusa spinse la macchina sul lato opposto,  sotto
    l'arcata dell'ingresso  principale  del  Quirinale,  e  si  ferm:  il
    guardaportone era istantaneamente apparso nella sua impeccabile divisa
    nera e si chinava sorridendo verso il finestrino.
    Sono Martini. Ho un appuntamento...
    Il  signor  segretario  generale  la sta aspettando.  Prosegua con la
    macchina fino in fondo e  poi  percorra  tutto  il  viale,  fino  alla
    palazzina.
    Ragusa  ebbe  di  nuovo  la  sensazione  di  muoversi in un sogno.  La
    macchina andava lungo lo sconfinato androne coperto,  sprofondando nel
    cuore  della  costruzione.  Ogni  tanto  un  uomo  vestito  di  nero e
    sorridente gli faceva cenno di proseguire.  Al di  l  delle  colonne,
    sulla  sinistra,  apparivano  squarci  del  grande cortile lastricato,
    racchiuso fra le facciate interne del palazzo. In fondo, dopo un tempo
    che gli parve lunghissimo,  si apr un  varco  di  luce  e  Ragusa  lo
    attravers,  immettendosi  su  un  viale  di  ghiaia bianca.  Il viale
    procedeva  diritto,   parallelo  a  una  cancellata  dietro  la  quale
    premevano  i  giardini  verdi e folti,  gi opulenti di germogli.  Nel
    grande silenzio il motore dell'auto ronfava appena,  al  passo,  e  la
    ghiaia scricchiolava.
    Il  viale terminava con uno spiazzo rialzato,  l dove l'interminabile
    lato del palazzo piegava bruscamente ad  angolo  retto,  formando  una
    elle.  Di  fronte  a  Ragusa c'era un'alta porta spalancata e un uomo,
    questa volta in divisa verde,  gli fece cenno di lasciare la  macchina
    dove  voleva.  Poi,  quando  Ragusa  discese dall'auto,  sull'ingresso
    apparve la mastodontica figura dell'avvocato Zaccaria. Ragusa not che
    dall'ultima volta,  quando aveva avuto occasione d'incontrarlo  ad  un
    convegno di giuristi,  la sua mole era ancora aumentata: effetto forse
    della vita sedentaria che  aveva  scelto,  quando  si  era  deciso  ad
    accettare   quel  duplice  incarico,   di  segretario  generale  della
    Presidenza della Repubblica e di guida del comitato di  revisione  dei
    Codici di procedura.  Centotrenta chili di grasso,  pens in un attimo
    Ragusa, non soffocavano per il suo cervello.
    Zaccaria si limit ad accennare un breve  saluto  e  gli  fece  strada
    verso l'ascensore. Un valletto ne apr la porta e arretr, lasciandoli
    soli, a un gesto perentorio del segretario generale.
    Ho  dovuto suggerirle di usare un altro nome,  disse Zaccaria.  Una
    precauzione indispensabile,  anche per lei.  E avr anche capito  che,
    data  la  sua posizione,  il presidente ha accettato di incontrarla in
    via assolutamente riservata  ed  eccezionale  soltanto  per  l'estrema
    delicatezza di ci che lei mi ha accennato per telefono.
    Lo   so,   disse  Ragusa,   celando  a  stento  l'emozione  che  gli
    attanagliava lo stomaco. E la ringrazio.
    L'ascensore si arrest silenziosamente e un  altro  valletto  apr  la
    porta. Zaccaria si ferm all'imboccatura di un corridoio coperto da un
    folto  tappeto  rosso  scuro  e  guard  fisso  Ragusa che sostenne lo
    sguardo. Il segretario generale scosse la testa.
    Dottor Ragusa. Mi ricordo di lei come di un brillante allievo del mio
    corso. Mi  noto anche che  molto apprezzato come magistrato.  Ma lei
    sa  che  la garanzia straordinaria che le  stata concessa termina con
    la conclusione del suo colloquio.  Se non sar in grado di  convincere
    il  presidente,  non avremo altra scelta che segnalare la sua presenza
    di  ricercato  alla  polizia  e  farla  arrestare  appena  fuori   dal
    Quirinale.  In  ogni  caso immagino che dovremo farla arrestare,  alla
    fine dell'udienza: lei sar magari vittima di una macchinazione, ma la
    legge deve fare il suo corso, come sempre.
    Ragusa fece di s col capo.  Attraversarono una piccola anticamera con
    le  pareti  interamente  foderate  di  antichi  pannelli  cinesi,  poi
    Zaccaria si ferm davanti a una porta  alta  e  stretta  accanto  alla
    quale c'era un uomo immobile.
    Avr pazienza. Ma la perquisizione  obbligatoria.
    L'uomo,  con  un  gesto di scusa,  lo sfior con mani esperte e rapide
    lungo tutto il corpo.  Dalla tasca del soprabito estrasse  il  piccolo
    Nagra e guard interrogativamente il segretario generale.
    E' per il presidente, disse Ragusa. E' una prova.
    Zaccaria  assent e l'uomo fece un passo indietro.  Se vuole lasciare
    il cappotto,  disse cortesemente.  Lo  appese  dentro  l'anta  di  un
    piccolo armadio a muro. Poi Zaccaria indic la porta.
    Il presidente la aspetta. Si accomodi pure.
    Di fronte alla porta,  su un lato del grande studio, la luce entrava a
    fiotti dalla vetrata che guardava sui giardini.  Il presidente era  in
    piedi accanto alla scrivania Luigi Quindici,  la testa rasata china su
    alcuni fogli. Ragusa ebbe la sensazione che fosse anche pi piccolo di
    quanto non apparisse nelle fotografie o sull'alto  scranno  dal  quale
    era  solito inaugurare solennemente l'Anno giudiziario.  Le sue membra
    erano   straordinariamente   minute   ed   armoniose   e   sul   volto
    assottigliato,  coperto  da una lieve e fitta rete di rughe,  ardevano
    due profondi occhi neri.  Ragusa percep  il  fluido  che  emanava  da
    quello sguardo calmo e lontano.  Ricordava i suoi affascinanti scritti
    di economia politica,  prima che applicasse il suo prestigio e la  sua
    scienza alla guida della Banca Centrale.  E certe splendide conferenze
    sull'Alfieri e la libert,  sulla  funzione  della  personalit  nella
    Storia.  Si  sent  rassicurato  mentre  il  presidente prendeva posto
    dietro la scrivania indicandogli  senza  un  sorriso  la  poltrona  di
    fronte a lui. Quando parl la sua voce era fredda, ma cortese.
    Dottor Ragusa.  Lei ha chiesto di vedermi.  Naturalmente,   la prima
    volta che mi capita di ricevere al Quirinale un  magistrato  ricercato
    per  omicidio.  Ma lei ha detto al nostro segretario generale qualcosa
    che lo ha convinto.  Il nostro segretario generale  molto prudente ma
    anche  attento  e  non  si  lascia mai ingannare dalle apparenze.  Per
    questo mi sono convinto anch'io.  Ma lei,  da magistrato  qual  ,  sa
    benissimo...
    Lo so,  signor presidente. Il professor Zaccaria  stato molto chiaro
    con me.
    Bene. Mi corregga, se sbaglio. Lei ha accennato al professor Zaccaria
    di certe sue indagini che l'avrebbero condotto a scoprire un complotto
    contro le istituzioni repubblicane. E' cos?
    E' cos, signor presidente.
    E il delitto di cui lei si sarebbe macchiato  non    altro  che  una
    macchinazione   per   impedirle   di   parlare,   per  toglierle  ogni
    credibilit. E' cos?
    S, signor presidente,  cos.
    Il presidente fiss un punto oltre la  vetrata  e  tacque.  Dietro  la
    scrivania,  alle  sue spalle,  fra la bandiera italiana e lo stendardo
    blu e oro  della  Presidenza  della  Repubblica,  spiccava  un  grande
    Gobelin  con  un  triste  Don Chisciotte che fissava i mulini lontani.
    Ragusa si accorse in quei brevi istanti che un altro Gobelin,  con  un
    altro  Don  Chisciotte  accasciato  sulla  sella  del  suo scheletrico
    Ronzinante, occupava gran parte della parete di fronte,  in fondo allo
    studio.  Ne prov un vago malessere.  La voce del presidente lo spazz
    via.
    La ascolto.
    Ragusa  si  concentr,  quasi  dolorosamente.  Doveva  essere  rapido,
    stringato,  badare  all'essenziale,  non  disperdersi  nei particolari
    della vicenda.  Ma  doveva  essere  convincente.  Il  pi  convincente
    possibile. Alz la testa con orgoglio.
    Signor  presidente.  Sono stato incaricato di indagare sulla morte di
    una ragazza e di un giovanotto che lavoravano alla Camera. Si trattava
    di due delitti,  commessi per nascondere uno scandalo.  Una vicenda di
    corruzione  e  di  sesso.  Ma  le mie indagini hanno accertato che gli
    assassini hanno ucciso per impedire che venisse alla luce una congiura
    contro il regime democratico.
    Lei parla di due delitti.  La ragazza cui si riferisce non fu trovata
    suicida in un prato?
    S,  signor  presidente.  Ma in realt era stata uccisa.  E,  come il
    commesso,  dentro Montecitorio.  Mi sono accorto molto presto  che  si
    cercava in ogni modo di farmi desistere dalle indagini, di chiudere il
    caso senza approfondire troppo e con il minor rumore possibile. E a un
    certo  punto  si    costruito un colpevole su misura.  Lei avr letto
    della scomparsa del sottosegretario Randi e del rinvenimento dentro la
    cassaforte del suo studio dell'arma che aveva ucciso il  commesso.  Ho
    motivo  di ritenere che anche Randi sia stato ucciso: quell'assassinio
    non era stato commesso da lui, cos come non era stato commesso da lui
    il precedente, la ragazza con la quale aveva...
    Il presidente fece un piccolo gesto di impazienza.  Conosciamo questi
    dettagli.  Ma  immagino  che  lei  abbia  le  prove  di  ci  che  sta
    affermando.
    Le far ascoltare un nastro con una confessione,  signor  presidente.
    Le  mie  indagini mi hanno portato in un casale toscano: l'altra notte
    vi ho visto radunato il vertice dei golpisti,  li ho sentiti parlare e
    prendere le loro decisioni.  Si sono finanziati attraverso il traffico
    delle armi e basano la loro sicurezza,  anche di  fronte  a  eventuali
    dissensi  degli  alleati  atlantici,  sul  possesso di un'arma nuova e
    micidiale: il raggio della morte. E' un elemento da non sottovalutare,
    signor presidente.  Sembrava trattarsi di un raggiro,  di un tentativo
    di  truffa internazionale,  ma ho sentito che i congiurati hanno fatto
    eseguire in  gran  segreto  degli  esperimenti  conclusivi  e  che  il
    risultato    stato  positivo.   Ora,   signor  presidente,    facile
    immaginare quale peso potrebbe avere un'arma antimateria nelle mani di
    un gruppo di avventurieri. Il raggio della morte...
    Ne ho sentito parlare. E chi ha visto fra i congiurati?
    Gran  parte  delle  pi  alte  cariche  dello  Stato.   I  comandanti
    dell'Esercito  e  dei  Carabinieri,  i  dirigenti dei Servizi Segreti,
    ministri, editori,  industriali. Ragusa deglut.  E alla loro testa,
    signor presidente, il capo del governo, l'onorevole Brandimarte.
    Il  presidente  guard  di  nuovo  pensieroso oltre la grande vetrata.
    Immagino che abbia delle prove,  delle testimonianze inoppugnabili  e
    non soltanto un nastro.
    Ho  dovuto praticamente sequestrare un testimone,  signor presidente.
    Il segretario generale della Camera,  che faceva parte della congiura.
    Il nastro  quello della sua confessione.
    Altro?
    Nelle  indagini sono stato aiutato dal capitano Daldona,  dei Servizi
    Segreti. Ma  stato ucciso,  in quel casale in Toscana.  Io sono stato
    catturato,  drogato,  trasportato in un albergo,  infilato in un letto
    insieme con il cadavere di Daldona.  Tutto per poter mettere in  scena
    un dramma della gelosia fra omosessuali. Ma, signor presidente, c' un
    altro fatto: il capitano Daldona...
    Il presidente lo interruppe con un cenno. Quella registrazione. Vuole
    farmela ascoltare?
    Ragusa  accese  il Nagra che aveva posto sulla scrivania.  La sua voce
    venne limpida: "Ora registriamo, professore. E lei mi dir tutto!".
    Il nastro scorreva e il  presidente  ascoltava,  Ragusa  lo  scrutava,
    tentando  di  cogliere  le  sue  emozioni.  Ma  quegli  occhi  assorti
    fissavano il vuoto,  un punto indefinibile sul fondo dello studio e la
    ragnatela  di  rughe  sottili  sul  volto  era  pietrificata.  "Quello
    scandalo non l'avremmo potuto sopportare perch avrebbe messo sotto  i
    riflettori molti dei nostri..."
    La  voce  si  spense in un mormorio sconnesso e per qualche istante si
    sent soltanto il fruscio del nastro che correva nel registratore. Poi
    il "clic" dell'arresto. Gli occhi del presidente si mossero lentamente
    e Ragusa attese con il cuore in gola.
    Questo Daldona, disse il presidente.  Sembrava inseguire un pensiero
    lontano  e  tacque  per  qualche  secondo,  scuotendo appena la testa.
    Questo Daldona...  ma lei mi ha detto che le   stato  d'aiuto  nelle
    indagini...
    Daldona  era  uno  strano  personaggio,  signor  presidente,  che non
    credeva in nulla e concepiva tutto come  un  gioco.  Era  al  corrente
    della  congiura e vi partecipava,  ma certo senza alcun coinvolgimento
    profondo.  Forse solo perch aveva bisogno  di  quattrini.  Credo  che
    considerasse con disprezzo tutti gli altri.  Credo che lo affascinasse
    l'idea di mettere in scena una  commedia  nella  commedia.  Credo  che
    volesse misurarmi,  mettermi alla prova.  Credo che volesse dimostrare
    quanto poco ci sarebbe voluto per far crollare tutti i piani  segreti.
    Uccideva  e mi metteva sulle tracce dell'assassino.  Fece confessare i
    due operai che avevano fornito il camion per portare via  i  cadaveri.
    Trov subito chi gli parl del grande segreto del raggio della morte e
    mi mise sulla strada. Mi diede i mezzi per scoprire che della congiura
    faceva  parte  anche  il  mio  capo,  il  procuratore Ottieri...  Si 
    divertito fino all'ultimo,  signor presidente,  a camminare sulla lama
    di rasoio che aveva inventato. Poi...
    Ragusa  s'interruppe e scosse la testa come se fosse incredulo.  Poi,
    forse il gioco gli ha preso la mano. Oppure,  quando il filo del gioco
    si    spezzato,  in quel casale,  ha operato una scelta,  forse senza
    nemmeno rendersene conto.  Ha sparato sulle guardie dei  golpisti,  ha
    cercato di salvarmi la vita.  Chiss.  Eppure avrebbe potuto uccidermi
    lui stesso, dire che mi aveva seguto...
    Il silenzio cadde nello studio e Ragusa aspett  ansiosamente  che  il
    presidente  uscisse  dalle  sue  meditazioni.  Si  rendeva  conto  che
    nonostante tutto,  nonostante la concisione  del  suo  racconto  e  la
    sommariet dei riferimenti, era riuscito a fornire un quadro credibile
    e  sufficientemente  suffragato  della congiura.  Rest stupito quando
    infine il presidente parl, pensieroso.
    Un singolare personaggio davvero questo Daldona... Quasi un desiderio
    di autodistruzione.  Ha mai conosciuto nulla di pi insondabile  della
    psiche umana? E che cos' la coscienza? E il profondo?
    Il  presidente parlava a se stesso,  come se Ragusa non esistesse.  Si
    alz e and davanti alla vetrata. Rimase a lungo immobile,  il piccolo
    corpo  fasciato  nell'abito scuro,  le mani nelle tasche della giacca,
    dando le spalle a Ragusa.
    Lei  un bravo magistrato, disse infine, e ha fatto il suo dovere.
    La sua voce era tranquilla,  senza alterazioni.  Si volt e lo guard.
    Ma  lei,  dottor Ragusa,  forse si  rinchiuso nel suo lavoro come in
    una stanza buia.  Mi lasci dire.  Che cosa ha fatto  in  tutti  questi
    anni,  mentre  la  societ  cambiava  germogliando nuove esigenze,  le
    istituzioni si accartocciavano su se stesse ed esplodevano  conflitti,
    miserie, corruzione, crisi?
    Io,  signor presidente..., biascic Ragusa. Si sentiva confuso e non
    riusc a proseguire. Il presidente continuava a fissarlo.
    Mi ascolti.  Per quel che so,  lei ha creduto in qualche cosa,  nella
    sua  giovent,  ed  ha  anche combattuto.  Forse si era illuso che per
    giungere  alla  terra  promessa  bastasse  qualche  sciopero,  qualche
    bottiglia  molotov,  magari qualche bella battaglia in Parlamento.  Ha
    avuto le sue disillusioni e si  arreso. Si  ritirato.  Ha passato il
    suo  tempo  a  compiangersi senza pi dir nulla,  senza sentire nulla,
    senza vedere nulla. Senza capire.
    Il presidente torn a guardare oltre la vetrata. Io amo questo paese,
    dottor Ragusa.  E non ho il temperamento del perdente.  Che cosa  devo
    fare? Lasciare che vada a rotoli? La qualit del personale politico si
     attestata da anni su un livello di assoluta mediocrit. Le strutture
    dello  Stato  cadono  in  pezzi.  Nelle periferie stanno rinascendo le
    baraccopoli di cartone e dilaga il  terrorismo.  Ci  sono  milioni  di
    disoccupati.  E scioperi,  agitazioni,  cortei,  focolai di violenza e
    droga e immoralit.  E i  partiti  sono  immobili,  paralizzati  dagli
    interessi  contrastanti e dalle omert convergenti,  invischiati nella
    rete da essi stessi creata...
    Ragusa seguiva con attenzione spasmodica.  Le  parole  del  presidente
    turbinavano  nel  suo  cervello,  si  intrecciavano  evocando immagini
    confuse.
    Cos,  prosegu il presidente,  lei pu pensare davvero che  questo
    allucinante marasma possa essere ordinato,  quietato, rassettato con i
    mezzi che la nostra democrazia ci consente?  La nostra democrazia  era
    tale  all'inizio,  chiara  e  forte  all'atto  della sua nascita,  del
    concepimento di uno Stato moderno.  Ma  stata gradualmente  deformata
    attraverso un processo di vera e propria mutazione genetica. La nostra
    democrazia    ora  un gomitolo di filo spinato,  cos pungente,  cos
    aggrovigliato che nessuna forza al mondo potrebbe dipanarlo. O meglio:
    ci si potrebbe anche riuscire,  se il  nostro  popolo  fosse  forte  e
    saggio. Ma questo  soltanto un gregge spaurito e belante, incapace di
    coraggio, di dolore, di sentimenti.
    Il presidente continuava a parlare volgendogli le spalle.  Un gregge,
    Ragusa, deve essere quietato e disciplinato se si vuole ricostruire il
    suo stazzo.  Non lo si pu fare  nella  confusione  delle  pecore  che
    corrono  di  qua  e di l,  che si urtano,  che si rigirano alla cieca
    cadendo e rialzandosi,  che si strappano l'erba di bocca.  Ci vuole un
    pastore  duro  ed  esperto  che  con il suo lungo bastone le intruppi,
    queste pecore. E ci vogliono i cani, feroci e bene addestrati,  che lo
    aiutino  e  mantengano  l'ordine  mentre  lui  ricostruisce  il  nuovo
    stazzo.
    I cani,  disse Ragusa,  e il pastore... Non riusc  a  proseguire,
    paralizzato dall'orrore.
    Il presidente fece un cenno d'assenso col capo.
    Ma s,  vuole che non lo sappia?  Qualche volta i cani esagerano e la
    loro violenza cieca pu infastidire...  Ma io so che il  pastore  deve
    accettarli.  Non  ha una vita comoda,  il pastore.  Deve dormire poco,
    bagnarsi,  sporcarsi nel  fango,  guardarsi  dai  lupi  e  dai  ladri,
    nutrirsi male. Ma io non sono un perdente, Ragusa. E i cani che lei ha
    conosciuto  sono  i  meglio  addestrati  che  l'allevamento  ha potuto
    fornirmi.  Ma ho bisogno di raccogliere intorno a me  i  migliori  fin
    quando  non  avremo  costruito il nuovo Stato e potremo rimandare ogni
    pecora libera al pascolo.  I migliori  tecnici,  gli  specialisti  pi
    preparati,  i patrioti. Ci fu un istante di silenzio, poi la voce del
    presidente riprese, pi lieve, quasi gentile.  Io la lascio scegliere
    Ragusa.  Lei sa che non potr uscire tranquillamente da questo vecchio
    e nobile palazzo. E anche se la lasciassi andare,  certo che qualcuno
    l'ascolterebbe? Rifletta invece se mi ha capito davvero,  e non voglia
    tornare a occuparsi, insieme con noi, di un'impresa pi alta di quella
    che ha scelto.
    Ragusa  si  alz  in piedi.  Il presidente rimaneva immobile contro la
    vetrata e indic di fuori con  gesto  breve.  Laggi  c'  Roma.  Una
    grande citt imputridita, come tutto il paese.
    Ragusa guard la piccola testa calva,  quel corpo minuto e armonioso a
    due metri da lui  e  afferr  il  pesante  fermacarte  di  bronzo  che
    riluceva sulla scrivania.
    Signor presidente, disse. Signor presidente.
