GIULIO RICCHEZZA.

LA CONGIURA DEI PAZZI.

INTRODUZIONE DI BERNARD MICHAL E FRANCO MASSARA.

Il Rinascimento italiano ha sempre esercitato uno strano fascino sui posteri,
per quel che di grandioso, di elegante e di ferino insieme si ritrova nelle
sue vicende e nelle sue testimonianze.
Epoca ricca di enigmi storici quant'altra mai, il Rinascimento  come una
lente che ingrandisce tutte le qualit umane, tanto le buone che le cattive,
senza mai deformarne la sostanziale armonia.
Non a caso dunque il protagonista del primo episodio di questo libro  un uomo
passato alla storia col soprannome di il Magnifico. In lui le qualit
dell'uomo rinascimentale si trovano commiste in notevole misura, cos da
giustificare tutti i giudizi espressi dai posteri, che lo hanno descritto di
volta in volta come un sensuale gaudente o un raffinato esteta, un poeta di
valore o un mediocre orecchiante, un signore magnanimo o un crudele
calcolatore.
Per gettare un po' di luce su questo enigmatico personaggio abbiamo perci
voluto analizzarne il comportamento in quel fatto storico che ebbe in s il
potere di distruggerlo o di esaltarlo: la congiura dei Pazzi.

LA CONGIURA DEI PAZZI.

14 aprile 1492. Bologna. Un giovane, Bartolomeo Dei, scrive allo zio che si
trova in Ferrara. Lo zio  quel Benedetto Dei che rimarr nella storia come
uno dei pi fedeli cronisti degli avvenimenti che si sono svolti in Firenze.
La lettera dava, per filo e per segno, i particolari della morte di un uomo,
avvenuta sei giorni prima e di quella di uno stimato medico che aveva avuto la
sfortuna di non poter far nulla per evitare il decesso del suo paziente.
Le cose erano andate cos.
La notte fra il 7 e l'8 aprile la citt di Firenze era stata flagellata da un
violento uragano; quell'anno, dicevano le vecchie timorate e coloro i quali in
gran segreto praticavano l'astrologia, era un anno maledetto; bastava vedere
l'accanimento delle forze naturali e la virulenza delle epidemie, soprattutto
febbri, che avevano colpito la popolazione fiorentina ai primi caldi. Per
giunta quella notte la tempesta che si era abbattuta sulla citt aveva causato
guai a non finire; un fulmine aveva perfino danneggiato la chiesa di Santa
Reparata, presagio da molti ritenuto gravissimo e funesto.
Nelle silenziose stanze della severa villa di Careggi,
Lorenzo il Magnifico, intanto, premurosamente assistito dal suo medico, Pier
Leoni da Spoleto, stava lottando con la morte. Era da parecchio tempo che
Lorenzo sentiva vicina l'ora, che avvertiva la propria salute peggiorare di
giorno in giorno. Spazzata dalla pioggia insistente la villa pareva
disabitata. C'era un andirivieni sommesso e silenzioso della servit che
pareva una processione di fantasmi. Sui volti, un sentimento di piet ma anche
di paura, paura di quello che sarebbe successo dopo, qualora Lorenzo non fosse
riuscito a superare la crisi. Il Magnifico rantolava; la sua voce, gi roca e
aspra, pareva adesso uno spezzato ansimare di animale feroce, davvero
disumano. Il medico per era ottimista. Ci voleva un po' di tempo, borbottava,
ma Lorenzo si sarebbe ripreso; la fibra era robusta e quel male non poteva
certo condurlo alla morte. (E per dimostrare quanto si sentisse sicuro di
quello che andava dicendo, dopo un po' se n'era perfino andato a letto.)
Ma Lorenzo era ormai in coma e al mattino la notizia aveva fatto, rapida come
la folgore, il giro della villa. Pier Leoni l'aveva accolta come una mazzata.
Era rimasto inebetito. Senza dire una parola era uscito, cupo e accigliato.
Poi si era recato a San Servagio, presso i Martelli. Qui aveva ricevuto
ospitalit per la notte. Ma persisteva nel suo mutismo carico di significato.
Per tutta la notte dell'8 si era rigirato fra le lenzuola senza riuscire a
trovar pace. La mattina, prestissimo, aveva chiesto a una fantesca un
asciugamano e con quello si era recato al pozzo. Si era imbattuto in un
contadino e gli aveva chiesto quant'acqua c'era. C'era il pozzo colmo, aveva
risposto quello, e Pier Leoni era rimasto solo con i suoi pensieri appoggiato
al bordo, gli occhi fissi sulla carrucola. Poco dopo un'altra fantesca era
arrivata con un gran secchio, per attingere acqua; ma aveva appena afferrato
la corda che aveva cacciato un urlo di terrore e buttato per terra il secchio,
precipitandosi poi a corsa pazza verso la villa. Gli urli della donna avevano
fatto venir fuori tutti. L, in fondo al pozzo, gli occhi fuori dalle orbite,
giaceva il cadavere di Pier Leoni.
Disgrazia o suicidio? Non si sa. Qualcuno arriver perfino a dire che un
sicario dei Medici, forse mandato dal figlio di Lorenzo, Piero il Fatuo, lo
aveva seguito passo passo, pronto a cogliere il momento propizio per
sopprimerlo. Questa versione, aggravata dalle accuse che da ogni parte del
clan mediceo si levavano contro il medico (imputato d'aver avvelenato
Lorenzo), verr scritta in tutte lettere solamente trentasei giorni dopo la
morte del Magnifico. Ma pi probabilmente Pier Leoni s'era davvero ucciso,
atterrito per le possibili vendette dei Medici che mai avrebbero creduto alla
sua buona fede, mai avrebbero pensato che lui stesso, Pier Leoni, era rimasto
cos spiacevolmente sorpreso di quella morte...
Si dice che per capire bene l'indole di una persona, per leggerne sul viso i
tratti del carattere, si debba ricorrere a un piccolo accorgimento. Si osserva
cio prima la met sinistra (rispetto a chi guarda, beninteso) poi la destra e
ci si immagina due visi, l'uno composto di sole zone facciali sinistre,
l'altro di sole destre.
Prendiamo cio una fotografia, la dividiamo longitudinalmente in met,
tagliando insomma in due il ritratto che abbiamo davanti agli occhi,
componiamo due distinti ritratti capolvogendo specularmente la met sinistra
del viso e accostandola alla sua gemella, e facendo altrettanto per la destra;
poi guardiamo questi due volti nuovi...
E' ovvio che occorre prima di tutto avere un soggetto fotografato
frontalmente. Cos facendo, dicono gli psicologi, un errore di valutazione
delle varie componenti del soggetto esaminato  difficile. Noi non sappiamo
fino a che punto questo metodo empirico sia esatto; certo  che guardando i
due volti cos costruiti di Lorenzo de' Medici non possiamo non avere
confermata l'impressione di disagio dataci dall'osservazione della sua
espressione e dei tratti del suo volto. Di Lorenzo ci rimangono una maschera
mortuaria e una statua molto fedele, pi altri ritratti, quasi tutti di
profilo per e quindi non adatti al... processo che abbiamo adesso spiegato.
La met sinistra, accostata alla sua gemella capovolta specularmente ci d il
quadro di un uomo sagace, calcolatore, buon psicologo, dagli occhi grandi ma
indagatori; quella destra ci fa vedere un carattere inquietante, un disturbato
nella sfera psichica, un assassino anche, o un pervertito...
Dove sta dunque la verit? Quale fu la vera natura di Lorenzo?
Fu davvero l'ago della bilancia italiana? Fu il sensuale gaudente accusato di
lussuria dal bigotto ottocento? Fu l'intellettuale del Rinascimento che
gareggiava coi migliori poeti del tempo o viceversa fu un orecchiante dotato
di mediocre cultura? Fu un signore magnanimo o un crudele calcolatore?
Alcune di queste domande avranno la loro risposta; l'avranno anzi in maniera
drammatica, durante l'opera di repressione di una congiura, la congiura dei
Pazzi. Mai come in questa occasione volont di vendetta, crudelt, astuzia
politica e ossequio ai potenti emergeranno commisti dall'animo di Lorenzo; mai
li vedremo cos indissolubilmente uniti e spudoratamente manifestati.
La congiura , se vogliamo, un fatto accidentale, il coronamento di una
rivalit prima economica poi politica. Fra Medici e Pazzi, due famiglie
potenti, due banche, enormi interessi in gioco, c' pi della semplice
concorrenza e, come succede ancor oggi in certi Stati, la spietata concorrenza
cessa solo con la sopraffazione totale di uno dei concorrenti, sopraffazione
che vuol dire una cosa sola: eliminazione fisica. Il dittatore si avvale dei
suoi avversari per giungere al potere; una volta ben insediato al posto di
comando per prima cosa elimina dalla scena le comparse o i protagonisti pi
pericolosi per la propria ambizione... Cos Lorenzo, despota fiorentino, con
la soppressione della congiura e dei suoi corifei otterr due scopi: la
scomparsa fisica dei suoi avversari e l'annientamento di un pericolo costante
sul suo orizzonte economico.
Si  spesso scritto che i mali di cui soffre l'Italia in questo periodo sono
quelli dell'et che va sotto il nome di Rinascimento. Allontanatosi il rigore
e l'impulso religioso del Medio Evo, viziato il vivere dai veleni del
risorgente paganesimo, corrotti i costumi da una corsa sfrenata al piacere
materiale e al benessere, il Rinascimento avrebbe permesso e favorito questo
farsi avanti di uomini senza scrupoli, che avrebbero in breve ridotto la
penisola a un solo campo di battaglia o, meglio, di duelli all'ultimo sangue.
Nulla di pi falso. Indipendentemente dalla sovrastruttura culturale del
momento, la vita rinascimentale non  molto diversa da quella delle et che
l'hanno preceduta o seguita. Affermare che il Medio Evo non ricercava i
piaceri materiali, non  che ingenuit o colpevole menzogna. Se Dante (non
certo quello che si chiamerebbe, ci si perdoni l'espressione popolaresca, uno
stinco di santo) stigmatizza le scollacciate donne fiorentine, lo fa a...
ragion veduta e non certo per anticipare le orme di Don Chisciotte. Basta
vedere poi la spietata concorrenza fra i regnanti, lo scandalo dei vescovi
conti, tutti i retroscena insomma delle lotte delle investiture la corruzione
del clero, il problema (una vera piaga per la Chiesa) del concubinato,
eccetera.
E ci fermiamo qui, dato che chiunque voglia controllare quello che abbiamo
detto non deve far altro che aprire, ad esempio, le pagine di un'obiettiva
storia della monarchia feudale...
Vediamo adesso brevemente i fatti di cui cercheremo una spiegazione, quelli
che porteranno alla distruzione della famiglia fiorentina dei Pazzi. Questi da
secoli facevano il bello e il cattivo tempo in Firenze e da secoli avviano
prestato denaro a ogni parte o fazione, badando unicamente agli interessi da
riscuotere.
Dall'altra parte della barricata i Medici, quasi dei buoni in confronto ai
loro rivali, ma comunque gente che con la spregiudicatezza e la tenacia si era
fatta strada a gomitate fino al potere. L'uomo che decreter la sconfitta dei
rivali era nato sul finire del 1448 in un solido palazzo affacciato sulla
centralissima Via Larga. Lorenzo, questo il suo nome, era nato dal figlio del
vecchio Cosimo de' Medici, Piero il Gottoso, e da sua moglie Lucrezia
Tornabuoni. Che il figlio di Lucrezia nascesse proprio con l'anno nuovo era
considerato di buon auspicio. Cos pensava la stessa madre, nella camera degli
arazzi, nel lusso pazientemente costruito in tutti quegli anni, fin da quando
il nonno di Cosimo, Averardo, aveva con i suoi commerci gettato le basi della
fortuna medicea.
La vita in Firenze scorreva sui binari di un lusso notevole per quei tempi,
anche se non mancavano le discordie e le lotte sia fra le fazioni e i notabili
del luogo sia con l'esterno. Le famiglie che contavano erano numerose. C'erano
gli Strozzi, i Pazzi, i Ridolfi, gli Acciaioli, gli Albizzi, i Bardi, gli
Alberti, i Rinuccini e tante, tante altre i cui nomi ricorrevano spesso nelle
cronache cittadine. Alcune avevano ricevuto lustro dalla parte guelfa, altre
erano legate al partito ghibellino, altre ancora, poi, ricevevano una quasi
patente di nobilt dal censo o dall'essersi trovate in mezzo ad avvenimenti
decisivi per la storia del comune. Era quello che era accaduto, ad esempio,
dopo il celebre tumulto dei Ciompi i quali, per festeggiare la loro rivolta
coronata da vittoria contro le arti maggiori, avevano nominato oltre una
sessantina di nuovi cavalieri, fra i cui nomi ricorrevano quelli di
commercianti (vinattieri, come si diceva, o biadaioli), di artigiani o di
speziali onorati insieme con i vari Strozzi, Bardi, Alberti, Albizzi, Medici.
Cos accanto a un Silvestro di Alamanno dei Medici e a un Tommaso di Marco
degli Strozzi, c'era il vinattiere Matteo di Federico Soldi, il biadaiolo
Giovanni di Mone, lo speziale Giovanni Dini, il biadaiolo Jacopo di Bernardo,
il vaiaio (conciapelli) Frosino Spinelli, il fornaio Meo del Grascio,
eccetera.
Battaglie, tumulti, e conseguenti onorificenze non mancavano. Per tutti
arrivava prima o poi la sospirata cavalleria, le cui insegne erano regolate da
un codice quanto mai preciso e pignolesco. Ci che era accaduto, ad esempio,
il 22 aprile 1376, allorch in ringraziamento dei servigi resi alla cosa
pubblica erano stati fatti venire in presenza dei gonfalonieri, delle societ
del popolo e del consiglio dei dodici, otto personaggi per udire dai priori
l'offerta della cavalleria. Quelli che avrebbero accettato sarebbero stati
creati cavalieri nello stesso mese d'aprile da uno o pi sindaci nominati dai
priori e dal gonfaloniere di giustizia. Si erano stanziati cento fiorini d'oro
per il rituale pranzo, mentre a quelli che avessero accettato la nomina a
cavaliere venivano destinati ben duecento fiorini d'oro in moneta o in valori
equivalenti. Coloro i quali non avessero accettato avrebbero ricevuto in
compenso, come equivalente, insomma della nomina a cavaliere, due nappi,
dodici cucchiai in argento e una confettiera pure d'argento per un valore
complessivo di cento fiorini d'oro. In pi C'erano stati scudi e pennoncelli
con le insegne per i neoeletti con la garanzia che figli e discendenti
avrebbero potuto fregiarsi di detta insegna...
Non tutte le cose andranno lisce naturalmente: della sessantina e passa dei
cavalieri creati dopo il tumulto dei Ciompi, parecchi vedranno la propria
frettolosa investitura invalidata, mentre altri saranno costretti a chiedere
al Comune conferma... cos da oltre sessanta soltanto trentuno potranno
fregiarsi con ratifica del comune del titolo ambito. Ma queste son cose di
scarsa importanza. Fatti storici che, a volte, cadono nell'aneddotico o nel
comico, come quella cronaca dei fatti di un cavaliere fiorentino della
famiglia dei Bardi che se ne va per i fatti suoi da Firenze a Padova.
Attraversando Ferrara, tutto impettito nonostante la statura mingherlina,
s'imbatte, per sua disgrazia, in un cavaliere teutonico che sul cimiero ha
un'insegna uguale alla sua. Immediatamente il tedesco lo sfida a duello
sbraitando che il fiorentino gli ha rubato l'insegna e non ha il minimo
diritto di pavoneggiarsene. Il fiorentino, che  gi molto se riesce a
starsene in equilibrio sul cavallo, capisce subito la brutta piega che sta
prendendo la situazione e decide di venire a patti: d'accordo l'elmo suo reca
un'insegna uguale a quella del tedesco ma gli caschino gli occhi se non  vero
che l'ha pagata cinque fiorini dopo averla commissionata al pittore Luchino;
quindi se il tedesco la vuole che se la tenga, ma gli renda i cinque fiorini e
lo lasci andare in pace a Padova dove lo attendono gli affari...
Che la fortuna di una famiglia come quella dei Pazzi fosse dovuta all'onesto
commercio e risultasse monda da pecche, mentre quella dei Medici avesse la
coscienza sporca  un altro di quei falsissimi luoghi comuni che ogni tanto
compaiono, chiss perch, nelle biografie o nei pamphlet storici. Basta
leggere le cronache dell'anno 1294 allorch i Pazzi di Valdarno, essendo in
auge la parte ghibellina, avevano costretto con la violenza gli abitanti di
Castelnuovo Valdarno a versare annualmente alla famiglia alcune staia di grano
e a pagare dodici denari ogni qualvolta un maschio della casata fosse stato
armato cavaliere o una donna della famiglia fosse convolata a nozze. Gli
abitanti pazienteranno fino al 1267; poi, essendo prevalso il partito guelfo,
insorgeranno come un sol uomo. Ma a quelli di Castelnuovo male gliene
incoglier, perch i Pazzi metteranno tutto a ferro e a fuoco, minacciando di
uccidere i prigionieri caduti in loro mani se gli ultimi resistenti non
verranno a patti. E non essendo stato pronto l'ossequio alla volont del
potente, la minaccia sar ugualmente messa in pratica. Posti a tacere con la
forza, quelli di Castelnuovo dovranno per giunta sopportare anche la beffa.
Infatti nominato un arbitro per comporre la vertenza, questi verr scelto
nella persona di Guglielmo, vescovo d'Arezzo, zio paterno della terribile
famiglia, il quale tuteler con mano... ferma e parziale gli interessi dei
Pazzi. Solo l'intervento deciso del comune fiorentino ridar un po' di fiducia
agli sventurati abitanti di Castelnuovo.
L'episodio, preso cos a casaccio fra i tanti, non solo dimostra che la
potenza delle famiglie non poteva essere sfidata impunemente, ma getta anche
una luce sui metodi con i quali venivano rinsaldate le fortune del clan.
Quello del clan, nell'Italia dei secoli bui,  un discorso che porta lontano.
Nella societ italiana il clan familiare, come in tutte le societ arcaiche e
patriarcali, ha un ruolo fondamentale. La fortuna o la sfortuna di uno dei
suoi membri coinvolge tutti gli altri. Lo dimostra anche la storia di una
famiglia che si trover sulla strada dei Medici ad ostacolarne il cammino e
che tanta parte avr nella congiura dei Pazzi: i della Rovere.
La storia dei della Rovere ha inizio in quel di Albisola. Nella cittadina
ligure c' un cimatore di panni, Leonardo della Rovere, appunto, che gode di
buona reputazione. Ha sposato Luchina Monleoni che presto lo lascer vedovo,
consentendogli d'accasarsi in seguito con un ottimo partito: Selvaggia di
Giuliano di Valditaro.
Leonardo della Rovere  un uomo al quale piacciono le famiglie numerose; altra
caratteristica, questa, delle persone del tempo suo. Il clan familiare,
infatti, tanto pi risulta potente quanto pi numerosi son figli e parenti;
colui che fra loro giunger ad una posizione influente far dunque
l'impossibile per far ricoprire cariche e privilegi ai membri della famiglia
da cui proviene, onde garantirsi dalla concorrenza spietata degli altri clan e
mettere anche un buon cuscinetto fra la propria vita e le spade altrui. Sono
tempi in cui morire di morte naturale  un lusso; quando non  la peste o
l'uricemia a mietere vittime  il pugnale del sicario, il duello o il veleno a
far sparire l'imbarazzante antagonista. La prassi del nepotismo, una vera
necessit per i potenti,  per possibile a patto che... i nipoti (e non solo
loro) siano molti. Prassi che trova, per ignoranza e per fatalismo, un seguito
anche fra i ceti inferiori e fra i diseredati, dove i figli rappresentano
altrettante braccia da lavoro.
Ecco quindi che da Leonardo e le sue due mogli nasceranno ben sette figli, due
maschi e cinque femmine. Con una politica accorta di matrimoni e con il fare
abbracciare a uno dei maschi, secondo la prassi corrente, la carriera
ecclesiastica, Leonardo potr ampliare notevolmente la potenza del proprio
clan.
La figlia Luchina sposa infatti un notaio la cui agiatezza gli consentir
l'acquisto dei marchesati di Bistagno e Monastero. Dei loro figli uno,
Gerolamo, sar cardinale e porter a termine la costruzione del santuario di
Loreto. La figlia Bianca, invece, donna di grande bellezza, volger gli occhi
languidi su uno dei migliori partiti della nobilt, vale a dire Gerolamo
Riario che, preso al laccio, la sposer; dai due nascer la figlia Violante,
unica femmina di tre figli; sui due maschi, Pietro e Girolamo, peser per,
per secoli, il sospetto d'esser nati dall'amore incestuoso di Bianca con il
fratello Francesco. Ora questo Francesco, colui che aveva abbracciato la
carriera ecclesiastica, un uomo d'ingegno notevole e di grande acume, arriver
nientemeno che al soglio pontificio con il nome di Sisto IV e sar appunto
colui che spianer la strada a un colosso del papato, il famoso Giulio II,
ovvero Giuliano della Rovere, nato dal matrimonio del secondo figlio di
Leonardo, Raffaello, con Teodora di Giovanni Manirola...
Ma Sisto IV sar anche il pontefice che metter la zappa fra le ruote ai
Medici...
Sisto IV nasce a Celle, e precisamente il 21 luglio 1414, nella casa di
campagna dei della Rovere a Pecorile. A nove anni  gi nel collegio dei frati
minori a seguire la strada tracciata per lui dall'avvedutezza paterna. Lo
troviamo poi a Savona, Chieri, Pavia e Bologna, sempre distinguendosi negli
studi. Il 14 aprile 1444 Francesco della Rovere si laurea in teologia, dopo di
che insegna a Siena, Firenze, Perugia. Dopo l'ascesa al soglio pontificio di
Paolo II (il 30 agosto 1464) Francesco della Rovere comincia la sua
vertiginosa carriera che lo porta, nel settembre del 1467, al cardinalato; 
infatti porporato di San Pietro in Vincoli; godendo dell'appoggio delle pi
potenti famiglie romane, verr eletto papa il 9 agosto 1471 con il nome
appunto di Sisto IV.
Questa in breve la storia. E gli attriti con i Medici verranno dal volere,
Sisto IV, appoggiare la famiglia rivale, i Pazzi, a scapito dei Medici,
appoggio effettuato con il favorire e servirsi di una banca piuttosto che
dell'altra. L'azione del papa della Rovere non si fermer qui, giungendo ad
avere parte non indifferente nella celebre congiura oggetto della nostra
indagine. Ma su questo punto avremo modo di parlare pi avanti...
Vediamo adesso di tornare a quel personaggio dal quale abbiamo preso le mosse
e che abbiamo lasciato in fasce, al suo primo incontro con il mondo, Lorenzo.
Giustamente  stato osservato che nella famiglia de' Medici, una delle molte
famiglie italiane che hanno virtualmente scritto la storia della penisola, vi
 stata una curiosa alternanza di buoni e di cattivi, non beninteso nel senso
di moralmente probi e no, ma di abili e inesperti reggitori delle fortune
domestiche.
Guardiamo al ritratto del figlio di Lorenzo (colui che verr definito l'ago
della bilancia italiana, colui che dar all'Italia dal 1486 al 1492 una pace
che il paese non aveva conosciuto da tempo), guardiamo dunque a questo figlio
che dei Medici porta solo il cognome e che per la sua stolidit viene
soprannominato il Fatuo.
Nulla d'inquietante sul suo viso, dagli occhi a mandorla e dallo sguardo
spento, il mento lungo degli sciocchi, l'aria fra l'arrogante e l'infantile;
il volto incerto, pieno di quei segni che significano debolezza: ecco Piero il
Fatuo, una persona che disperder in un amen quello che era costato sangue e
fatiche di anni.
Guardiamo ancora al figlio di Cosimo il vecchio, al padre di Lorenzo, insomma:
un gottoso, un inetto, un imbelle... Tanto il padre varr poco quanto il
figlio varr molto e viceversa;  la legge dei Medici, strano scherzo
dell'ereditariet a un clan che, data la situazione politica del tempo,
avrebbe avuto bisogno di mille cervelli come quello di colui che sar chiamato
il Magnifico. Lorenzo si trover al centro di un groviglio di intrighi e in un
guazzabuglio di interessi cos complessi che, come dir uno dei suoi biografi,
l'ipotesi di un uomo il quale, per quanto abile e spregiudicato, potesse non
dico riuscire, ma soltanto pensare a servirsi di quella massa enorme
d'interessi contrastanti al solo scopo di mantenersi padrone di una citt,
appare inverosimile e assurda...
Eppure, per quanto inverosimile e assurda, l'ipotesi  esatta... Quando alla
morte del fratello Piero verr fatto l'inventario delle sostanze familiari, si
scoprir che per il solo reggimento del potere si erano spesi 663.755 fiorini,
senza contare tutto il resto, una somma davvero astronomica che indubbiamente,
dato l'investimento, doveva assicurare un giro d'affari certamente gigantesco;
tanto pi in quanto quella spesa si riferiva unicamente agli anni dal 1434 al
1471.
Per aumentare questo giro d'affari si ricorrer a ogni mezzo, a ogni
sotterfugio. E' proprio nella rivalit con i Pazzi che questo ingegno
dell'espediente, della misura adatta, dell'artificio per imbavagliare la
concorrenza verr massimamente sfruttato da Lorenzo de' Medici. Se l'opulenza
dei concorrenti era stata pi grande di quella della sua famiglia, il
Magnifico, giunto al potere, penser mille e uno espedienti per annullare
completamente e cancellare dalla scena economica e politica i suoi rivali.
Ecco che ricorrer perfino a una legge speciale per privare i suoi antagonisti
della possibilit di ereditare, una legge che far levare gli scudi da tutti i
Pazzi, tanto pi furenti in quanto un giovane della loro casata, Guglielmo,
aveva sposato la sorella di Lorenzo, Bianca. Che con un Medici come Lorenzo al
potere vi fosse ben poco da sperare, l'aveva peraltro capito subito Francesco
de' Pazzi, che aveva lasciato Firenze senza rimpianti, adducendo a
giustificazione del suo agire la sprezzante frase che i Medici gli
disturbavano la vista. Ma uscire da Firenze non significava affatto
abbandonare la lotta e tanto far Francesco che, attraverso le pressioni sul
papa della Rovere, riuscir a infilarsi nel Vaticano con la carica di
tesoriere del soglio pontificio e a trovare in Sisto IV pi di una protezione,
addirittura una complicit nelle sue mene contro i Medici.
La rivalit doveva poi sfociare nella congiura, ma su questo punto torneremo.
Per ora ci basti questo accenno e vediamo di seguire gli avvenimenti che
riguardano il protagonista, lui, Lorenzo.
Lorenzo nei primi mesi di vita non si pu certo dire un bel bambino; n si
potr dire che si far un bel ragazzo e tanto meno un uomo attraente; brutto
fuor di misura anzi. Da piccolo poi con quel naso schiacciato, il labbro
inferiore sporgente, gli occhi enormi, pareva un rospo uscito dallo stagno. Ma
Cosimo, il nonno, era ugualmente contento. Vedeva le spalle solide e rotonde e
capiva che il neonato avrebbe goduto di ottima salute. Il fatto poi che fosse
al centro dell'attenzione di regnanti e di blasonati, di ricchi mercanti e di
influenti prelati, faceva passare in second'ordine le perplessit d'origine...
estetica. Lorenzo, il nipote, portava lo stesso nome del defunto fratello di
Cosimo, morto otto anni prima; erano stati anni, quelli che avevano preceduto
la nascita del futuro Magnifico, piuttosto tribolati. La rivalit era allora
con gli Albizzi e soprattutto con un loro esponente, Rinaldo, che era riuscito
perfino a gettare in carcere il vecchio Cosimo. Questi per, abile psicologo e
corruttore, era riuscito a comperarsi per mille fiorini il gonfaloniere
Bernardo Guadagni, che peraltro era stato eletto grazie alla protezione
proprio degli Albizzi; costoro, infatti, speravano che Guadagni chiedesse per
Cosimo (accusato di peculato e in particolare di frode allo Stato continuata
ed aggravata ai tempi della guerra contro Lucca) la pena capitale: la morte.
Ma Bernardo, dopo aver intascato i fiorini dei Medici, aveva fatto orecchie da
mercante alle pressioni di Rinaldo e aveva chiesto per Cosimo l'esilio,
salvandolo cos dal capestro.
Cavatasela per il rotto della cuffia, Cosimo era corso difilato a Venezia,
dove aveva cominciato a tessere le fila del movimento che lo avrebbe riportato
al potere di l a un anno. Un potere tale da fargli ottenere il soprannome di
padre della patria. Ma, contrariamente a quanto si pu pensare, per tutta
soddisfazione (anzich riempire dell'immagine di s l'intera Firenze e di
governare da sultano locale) s'era tenuto in disparte; facendosi invece
dipingere un'allegoria dall'abile Benozzo Gozzoli; si trattava del ritorno di
Cicerone a Roma, un Cicerone tutto rinascimentale per e che per giunta aveva
la faccia di Cosimo.
Se non fosse stato per la figlia dei Tornabuoni, Lucrezia, che era divenuta,
grazie al matrimonio con Piero, sua nuora, Cosimo de' Medici avrebbe per
potuto dichiarare forfait. Piero era quel che si dice la negazione della
comunicativa e l'uomo meno adatto a reggere uno Stato come quello fiorentino.
Prima di tutto era vessato dall'artrosi e dall'uricemia, tanto da essere
soprannominato il gottoso, secondariamente la sua gracilit fisica si
traduceva in totale disinteresse per le cose dello Stato. Di carattere
malinconico, era rintanato in qualche angolo delle case di campagna e solo le
grandi occasioni, come la nascita del figlio, potevano spingerlo in citt;
allora se ne veniva entro una portantina come un sultanotto orientale,
benedicendo quei fiorentini che motteggiavano a pi non posso alle sue spalle.
Adesso per tutto prometteva di cambiare; quel bambino robusto e sano come un
pesce cresceva bene; le preoccupazioni dei Medici sembravano quelle di una
qualunque famigliola dell'epoca. E' questo anche un tratto tipico del focolare
mediceo; nonostante tutti i difetti, i maschi della famiglia si dimostrano
attaccatissimi alla prole; anche Lorenzo il Magnifico far di tutto per venire
incontro e per proteggere i suoi figli.
Quando il piccolo Piero, colui che non aveva ancora per sua sfortuna meritato
l'appellativo di fatuo, se ne stava in campagna, mandava sempre argute lettere
o biglietti al padre e questi rispondeva con premura ed affetto. Un giorno vi
sar un fitto scambio di corrispondenza perch Piero desiderava con insistenza
un cavallino che tardava a venire; ecco quindi che chiede ironicamente al
padre se quel cavallo non si sia per caso ammalato, posto che la strada da
Firenze alla masseria di campagna non  poi cos lunga... Letterine scritte
mezzo in latino, mezzo in italiano, cos simpatiche che si direbbero opera di
un ragazzino sveglio, attivo, un figlio che da grande avrebbe dovuto essere
l'opposto di quel che poi divenne.
Cos anche Cosimo si mostra premuroso con il nipotino Lorenzo. Ma ancor pi
sollecita di lui sar la sua consorte, la nonna, quella Contessina dei Bardi
la quale scriver al figlio Piero, il padre del piccolo Lorenzo, il 6 febbraio
1450, allorch, appunto, non aveva che un anno: Di' alla Lucrezia ch'io far
rifoderare il gamurrino (gonnellino) del fanciullo; l'avr luned foderato; et
ch'ello lo facci sollecitare della poppa; et abbiate cura di tutti codesti
fanciulli; se la Lucrezia e tu volete nulla, avisatemene...
I fanciulli cui la nonna allude sono, oltre al poppante, le sue sorelline:
Maria, Bianca, Nannina; Giuliano, il prediletto da Lorenzo nascer tre anni
dopo. Si tratta comunque di una lettera indicativa non solo di un modo di
concepire la vita, ma anche di una certa parsimonia da parte della donna,
nonostante fosse moglie di chi, ancor prima di prendere il potere, era stato
tassato fra i primi cittadini di Firenze, nonostante facesse l'impossibile per
trasformarsi in un vero... evasore fiscale. Una donna parsimoniosa la moglie
di Cosimo e anche pia: Raccomandati a queste sante reliquie, scriver ancora,
et perdoni cost et massime al sudario, che ti renda santo...
Montevecchio, Careggi, Cafaggiolo... la vita nei ritiri campestri dei Medici
scorreva lenta e al riparo da sorprese; nonostante si vivesse davvero in tempi
bui, pure un angolino tranquillo esisteva sempre, un luogo dove porsi al
riparo dalle calamit umane e naturali; queste, presenti ove vi fosse un luogo
densamente abitato, erano soprattutto le terribili malattie come la peste,
dovuta pi che altro alle scarse condizioni igieniche, le febbri tifoidi, le
epidemie da virus che spazzavano dall'oggi al domani intere popolazioni.
Cresciuto fra gli agi e l'opulenza, vezzeggiato dal nonno, coccolato dalla
madre, Lorenzo cresceva a vista d'occhio. Piovuto nel mezzo di una famiglia
che non lesinava certo i quattrini per la cultura e il culto dell'arte,
Lorenzo fin da piccolo  seguito dai migliori ingegni del tempo: dalla musica
alla filosofia platonica, dalla poesia alla complessa arte di reggere gli
Stati, tutto gli diviene in breve tempo familiare; e alla frequentazione dei
migliori dotti si unisce quella dei pi brillanti artisti. Nel frattempo sulle
giornate sempre piene di studi e svaghi, sempre varie, c' perennemente
l'occhio vigile della nonna che si preoccupa anche e soprattutto della salute;
allorch le giungono sentori o voci di malanni s'affretta a scrivere: Emmi
stato detto che cost  delle febri, come fu in questa estate passata;
priegoti, se vedessi non vi fosse buona stanza, che tu te ne venga imperocch
coteste sono mal febri. Vedi quanto Bartolommeo di Nanni di Nettolo n' avuto
assai; non aspettare di fare come fece Piero a Ferrara...; oppure: Noi
sentiamo la mortalit fa cost danno e pure in persone da bene; ti vorrei
pregare per Dio e per quanto bene io ti voglio che tu volessi tornare il pi
presto che tu potessi, ch sai quanta passione portiamo, Cosimo ed io, della
istanza tua cost: cos n' grande passione il tuo fratello...
E di Lorenzo la buona donna soleva dire che era uno buono garzone. Difficile
immaginare un quadro pi affettuoso di questo, un carattere pi sollecito e
umanamente comprensivo di quello della moglie di Cosimo il vecchio.
Purtroppo a turbare quello che sembrava un pacifico tran tran domestico verr
la morte del fratello di Piero, Giovanni, un uomo sul quale il vecchio
sostegno della potente famiglia contava assai di pi che non sul troppo
malandato Piero. Con la perdita dello zio, Lorenzo intuisce che fra breve il
peso di tutto il complesso edificio eretto da Cosimo cadr sulle sue spalle.
Il vecchio infatti, si fa sempre pi triste; va errando come un'ombra per le
stanze del palazzo di Via Larga, dicendo che la casa  troppo grande per una
famiglia cos piccola, proprio mentre le altre (i Pazzi, i Pitti, gli
Acciaiuoli) si fanno sempre pi prepotenti... Si cerca allora l'alleanza; e la
sorella di Lorenzo, Bianca, verr maritata a uno dei Pazzi, Guglielmo. Quanto
all'ancora giovane Nannina, era gi stata promessa a Bernardo Rucellai. Le
nozze di Nannina, il vecchio Cosimo non potr, per, vederle.
Infatti fin dai primi tempi del 1464 si era notato un grave decadimento della
salute dell'anziano leone; poi all'improvviso era successo il tracollo; e a
met anno, precisamente il 1 agosto 1464, Cosimo, aveva chiuso gli occhi per
sempre.
La sepoltura di quell'uomo sarebbe per stata la dimostrazione della reale
potenza della famiglia; anche se in scarso numero, i Medici avrebbero fatto
vedere a chiunque come non intendessero affatto considerarsi secondi a
nessuno. E quando il corteo arriver nella chiesa di San Lorenzo i fiorentini
rimarranno a bocca aperta, tanti saranno i nomi dell'altissima aristocrazia,
dei potenti, che seguiranno quel feretro.
Lo spettacolo doveva essere superato solo dalle nozze di Nannina con Bernardo
Rucellai, nozze che verranno celebrate di l a due anni, l'8 giugno 1466, con
uno sfarzo degno di una corte orientale; cosa strana questa per un uomo avaro
come Piero, un uomo che, mal consigliato fin dagli inizi del suo reggimento
della famiglia, aveva gi cominciato a compiere marchiani errori inimicandosi
i tre quarti della citt. Da qui la fama di avaro, esoso e tirchio che si era
subito acquistata; da qui gli odi sotterranei che tanto fastidio e tante
preoccupazioni daranno a Lorenzo, odi determinati proprio da una condotta
quanto meno diplomatica si potesse immaginare. Le cose erano infatti andate
cos: alla morte di Cosimo era salito in auge Diotisalvi Neroni, un
consigliere che Cosimo teneva accanto a s e che aveva messo alle costole del
figlio perch non saltassero fuori delle sciocchezze da parte di quest'ultimo;
ma la crescente potenza dei concorrenti dei Medici da un lato e la scarsa
familiarit di Piero con le cose pratiche dall'altro, aveva fatto s che
Diotisalvi Neroni avesse cercato con ogni mezzo di consigliare Piero nella
maniera peggiore, desiderando pi la sua rovina che la sua salvezza. Fra le
peggiori misure e i pi infelici provvedimenti da lui fatti adottare
all'incauto gottoso, c'era quello di esigere tutti i crediti dai privati
cittadini di Firenze, crediti elargiti a piene mani da Cosimo; ma mentre
quest'ultimo li aveva considerati pi che crediti delle vere e proprie
donazioni per legare a s persone e famiglie, Piero, riuscendo a vedere la
cosa unicamente come un'operazione commerciale, aveva proceduto con mano di
ferro, guastando ogni cosa; coloro i quali avevano quindi lautamente vissuto a
spese di Cosimo, garantendogli in compenso pieno appoggio nelle sue mire,
giureranno adesso guerra all'ultimo sangue ai Medici; nulla pu infatti
irritare di pi della restituzione di un dono, e tanto pi se esso 
cospicuo...
Queste sono per cose che interessano relativamente per quello che ci
concerne, gettando s una luce interessante su alcuni aspetti della famiglia
medicea, ma poco servendoci a far capire quando e come era sorto il fossato
che avrebbe per sempre diviso i Medici dai loro antagonisti principali: i
Pazzi.
Ma non erano solo loro a mettere il bastone fra le ruote a Piero e a suo
figlio Lorenzo. Mentre Piero s'incupiva sempre di pi, i suoi avversari (i
Pitti, gli Acciaiuoli, Diotisalvi Neroni e Niccol Soderini) avevano creato il
partito del Poggio, dal fatto che le case dei Pitti erano situate sulle
pendici di San Giorgio; per converso i fautori della casa dei Medici, la cui
abitazione principale era, come si  detto, in via Larga, si chiameranno
quelli del Piano. E tanto poteva l'odio... concorrenziale suscitato da quelli
del Piano che i congiurati del Poggio penseranno addirittura di eliminare
Piero dalla faccia della terra; questo nel 1466. L'appoggio esterno sarebbe
venuto da Ercole d'Este, il fratello di Borso, il quale garantiva che in
qualunque momento sarebbe intervenuto a favore dei Pitti.
23 agosto 1466. Siamo nella villa di Careggi. Piero vi  da tempo, sempre pi
legato alla sedia dai suoi mali. Le sue apparizioni a Firenze, sulla lettiga
naturalmente, sono divenute una rarit. Quella mattina si trascinava
stancamente da una stanza all'altra, allorch erano venuti ad annunciargli che
erano giunti in villa, a breve distanza l'uno dall'altro, due cavalieri
mandati da Giovanni Bentivoglio. Il signore di Bologna, tramite loro, avvisava
Piero che si tenesse in guardia. Ercole d'Este alla testa di milletrecento
cavalieri era entrato nel territorio di Pistoia e stava dirigendosi alla volta
di Firenze.
Occorreva agire e subito; questo l'avviso di Lorenzo il quale sorvegliava da
vicino e con preoccupazione le mosse dei congiurati. Restarsene a Careggi non
era neppure da prendere in considerazione. Esser lontani in un frangente come
questo da Firenze voleva significare infatti lasciare la citt in balia degli
avversari, con il risultato di non potervi rientrare mai pi. Ma non era da
dubitare che i congiurati avrebbero atteso al varco Piero cercando di
sorprenderlo sulla via che portava in citt. Occorreva quindi aguzzare
l'ingegno e prendere in contropiede quelli del Poggio. Per prima cosa, quindi,
Lorenzo decise di mandare messi, sguinzagliandoli ovunque si potesse chiedere
aiuto; ecco allora un uomo fidato andare a sollecitare duemilacinquecento
cavalieri del ducato di Milano, che si trovavano in quel momento in Romagna,
perch si mettessero in marcia, a tappe forzate, verso la citt. Ecco altri
partire verso il regno di Napoli il cui sovrano, Ferdinando, si era mostrato
molto benevolo nei confronti del giovane erede della fortuna del vecchio
Cosimo.
Soprattutto si sarebbe dovuto far giungere Piero nel suo palazzo di Via Larga
senza che la parte avversa se ne avvedesse. Come fare? Ecco il trucco; sulla
sua portantina Piero sarebbe stato trasportato lungo le pendici del Morello
fino al Mugnone e da l sarebbe poi giunto in via Larga. Nel frattempo tutti i
partigiani fedeli al partito mediceo sarebbero scesi in piazza adunandosi nei
pressi del palazzo in attesa dell'arrivo di Lorenzo. Questi sarebbe giunto
alla testa di altri fidi lungo la strada principale che sfociava in via degli
Spadai. Poi, presentatosi in consiglio, Lorenzo avrebbe mostrato le lettere
del Bentivoglio facendo vedere il pericolo che correva la citt qualora le
truppe di Ercole d'Este avessero avuto libero accesso e minacciando a sua
volta l'intervento di quelle del ducato di Milano; c'era di che mettere
Firenze a soqquadro per una settimana. Di fronte al pericolo, i notabili del
comune risolsero di tentare ad ogni costo un arbitrato, mandando messi
all'Estense perch si astenesse da qualunque intervento nei confronti della
citt. Infine, non si sa bene in seguito a quali pressioni n con che mezzi,
Lorenzo riusc a trarre dalla sua parte... Luca Pitti, l'anima del complotto
antimediceo; era una mossa da maestro e per meglio suggellare la nuova
amicizia Lorenzo lo convincer a dare in sposa sua nipote allo zio materno, il
gi attempato Giovanni Tornabuoni.
Per coloro che si trovavano immersi fino al collo nelle beghe antimedicee,
questa era una vera mazzata sul capo. E nella incredibile confusione, la
congiura che sarebbe dovuta terminare con l'assassinio di Piero cadde nel
ridicolo. Piero, da parte sua, che gi si vedeva immobilizzato fino alla fine
dei suoi giorni, le membra deformate orribilmente dall'artrosi, non volle
nessun spargimento di sangue n accett quei consigli di vendetta che Lorenzo
non lesinava, essendo il giovane desideroso, molto pi dell'infermo padre, di
far piazza pulita degli incomodi avversari. Tuttavia, a furor di popolo,
qualcuno ci rimise ugualmente la pelle, senza che naturalmente Lorenzo facesse
veste di sapere alcunch...
Ai fuorusciti non rimaneva quindi che ricorrere alla protezione e all'appoggio
di signori d'altri Stati; li ritroveremo infatti a Roma e a Venezia a tessere
le fila di incredibili complotti. Ma se quelli del Poggio riusciranno a
smuovere i veneziani, che d'accordo con i ferraresi assalteranno il borgo di
Dovadola, dal canto loro i Medici non rimarranno di certo con le mani in mano.
Da un lato vi sar l'alleanza cui abbiamo gi accennato con il re Ferdinando
d'Aragona e in particolare con il figlio di questi, Alfonso; dall'altra vi
saranno gli accordi con Galeazzo, duca di Milano. Ci sar perfino una
battaglia che, iniziatasi per lo meno come tale, terminer in una semplice
scaramuccia, la cosiddetta battaglia della Molinella. Poi interverr Paolo II
a metter pace fra i due contendenti. Ma per i nemici dei Medici usciti di
Firenze non vi sar mai pi possibilit di ritorno e andranno raminghi per le
citt d'Italia.
Ma Lorenzo, che era riuscito a prevalere cos bellamente sui suoi avversari,
esigeva un trionfo. E questo sar effettuato in occasione della celebre
giostra del 7 febbraio 1469, tenutasi in Santa Croce e costata un vero
patrimonio, qualcosa come diecimila fiorini. La giostra verr a coronare la
virtuale propriet della signoria, dato che nel sorteggio del 26 agosto del
'66 erano risultati vincitori tutti partigiani dei Medici; la vittoria veniva
a lenire un poco lo sdegno di Lorenzo per aver visto l'Acciaiuoli, il Neroni e
il Soderini condannati soltanto all'esilio ventennale... condanna ratificata
ufficialmente solo il 6 settembre di quell'anno.
Nel frattempo erano state portate avanti alcune trattative concernenti il
matrimonio del futuro magnifico. Dopo aver guardato un po' dovunque, si pens
di mettere gli occhi su Clarice Orsini, romana, figlia di Giacomo Orsini e di
sua moglie Maddalena. Lucrezia Tornabuoni, la madre di Lorenzo, era andata
apposta a Roma per vedere la futura sposa del figlio e ne aveva tratto alcune
conclusioni che, per quanto esulino un poco dall'argomento, riportiamo
ugualmente, essendo molto interessanti per conoscere non solo la mentalit e
il costume del tempo, ma anche il carattere della consorte di Piero.
Scrive infatti Lucrezia da Roma: ...La Clarice era in una gonna stretta alla
romana e senza lenzuolo: e stemoci gran pezzo a ragionare; e io posi ben mente
a detta fanciulla. La quale, come dico,  di recipiente grandezza e bianca et
 s dolce maniera, non per s gentile come le nostre: ma  di gran modestia
e da ridurla ai nostri costumi. Il capo non  biondo, perch non se ne  di
qua; pendono i suoi capegli in rosso e n' assai. La faccia del viso pende un
po' tondetta, ma non mi dispiace. La gola  isvelta confacentemente, ma mi
pare un po' sottiletta, o, a dir meglio, gentiletta. Il petto non potemo
vedere perch usano ire tutte turate; ma mostra di buona quantit. Va col
corpo non ardita come le nostre, ma pare che lo porti un po' inanzi; e questo
mi stimo proceda perch si vergognava; ch in lei non vedo segno alcuno se non
per non star vergognosa. La mano  lunga e isvelta. E tutto racolto,
giudichiamo la fanciulla assai pi che comunale; ma non da compararla alla
Maria, Lucrezia (cio la Nannina) e Bianca. Lorenzo, lui medesimo, l'ha vista;
e quando esso se ne contenti tu lo potrai intendere. Come ti dico per lettera
di mano di Giovanni noi abbiamo visto la fanciulla con buono modo e senza
dimostratione; e quando la cosa non n'abia avere effetto, non ci si metter
nulla del tuo, ch nullo ragionamento s' avuto. La fanciulla ha due buone
parti, che  grande e bianca; non ne ha uno bello viso, n rustico;  buona
persona. Lorenzo l'ha veduta: intendi da lui se la li piace; ch ci  tante
altre parti che s'ella soddisfacessi a lui, ci potremo contentare...
Quanti scrupoli, quante premure, quanto osservare! Si duole la pia Lucrezia
Tornabuoni di non esser riuscita a esaminarla bene tutta; il petto soprattutto
le romane sogliono tenerlo tutto coperto... E poi si duole che non sia bionda
come sperava, ma a Roma di bionde non c' traccia;  rossiccia di capelli, di
carnagione chiara, ha mani sottili, il comportamento timido... Ma prima di
impegnarsi Lucrezia vuole sapere se Lorenzo la giudichi favorevolmente o no.
Tutto insomma dipende da lui se la li piace...
E Lorenzo la giudicher benevolmente, anche se il suo cuore batte altrove, per
la precisione sta a Firenze, nella famiglia Donati. C' appunto una giovane
che Lorenzo ha conosciuto da bambina e che gli ha trafitto per sempre il
cuore;  Lucrezia. L'amore (e di amore bisogna parlare anche se alcuni
commentatori della vita del magnifico hanno tirato in ballo la... amicizia
platonica) era incominciato quando il figlio di Piero aveva 16 anni e la
ragazzina (allora) 11. E sar al suo fianco che Lorenzo si presenter in tutte
le occasioni conviviali di Firenze, anche quando il fidanzamento con la
Clarice, sar cosa ufficiale. E come si era presentato al suo braccio nel
convito di nozze, celebrate nella primavera del 1466, fra Braccio Martelli e
Costanza dei Pazzi cos, tre anni dopo, in occasione della giostra, garegger
con i colori dei Donati e brandendo la ghirlandetta di lei... Ora la giostra
, come si  detto, del 7 febbraio 1469; il fidanzamento  invece del dicembre
del 1468... Per fortuna al tempo della tenzone la bella romana era appunto a
Roma, altrimenti chiss quanta tristezza le sarebbe scesa in cuore vedendo il
suo promesso sposo gareggiare con i colori di una donna che si pavoneggiava in
tutta la sua bellezza provocante proprio in faccia ai giostratori! Luigi Pulci
dovendo qualche anno pi tardi parlare in versi dell'avvenimento, non potr
fare a meno di... tirare in ballo la sposa di Lorenzo, la quale si trovava a
Firenze ormai da sei anni, e lo far con un garbo un po' birichino. Ecco,
infatti, quello che scriver: ...e se vi fosse stata allor Clarice, non f la
mia citt mai s felice. Non ti manc nulla altro d'ornamento che certo al mio
parer, donna s degna...
Quello che oggi si chiamerebbe un contentino. Tanto per la cronaca
aggiungeremo che Clarice sopporter tranquillamente la cosa, tanto da far poi
da madrina al primo figlio di Lucrezia, donna alla quale rimarr legata da
tenera amicizia... Misteri dell'umana natura.
Grosso modo le date da ricordare per quel che riguarda gli avvenimenti di cui
dobbiamo parlare sono le seguenti: 1 agosto 1464, morte di Cosimo il Vecchio;
2 dicembre 1469 morte di Piero de' Medici; 9 agosto 1471, elezione di
Francesco delle Rovere al soglio pontificio; 2 novembre 1474, lega fra Milano,
Venezia, Firenze; e infine la legge fiorentina sull'eredit dei Pazzi del
1476. Come si vede sono pochi punti, pochi tratti essenziali per una vicenda
abbastanza complessa, pi un problema politico che economico, pi
un'espressione degli appetiti di una turbolenta consorteria, come si esprimer
un biografo di Lorenzo il Magnifico. Una consorteria rappresentata dal binomio
Pazzi-Salviati, che non cap che lavorava per interessi altrui e che la sua
vittoria sarebbe stata la fine della libert fiorentina, nel senso di
indipendenza politica ed economica.
E che ci si trovasse di fronte a un problema pi politico che economico 
evidente, anche se le ragioni economiche non dovranno per questo essere messe
in disparte.
La maggior parte dei biografi del Magnifico ha infatti parlato di inettitudine
per le imprese commerciali di quest'ultimo, tanto sagace politico e protettore
delle arti, quanto poco abile negli affari. Stando alle loro parole, Lorenzo,
dopo aver ridotto a mal partito le finanze della famiglia, avrebbe anche
compromesso quelle dello Stato. Ma non sempre, evidentemente, ci fu da parte
di Lorenzo poca cura per gli affari; a volte basta una particolare congiuntura
perch anche la collaudata abilit di un finanziere si trovi di fronte a
problemi davvero insolubili e si pu ben dire che, al tempo del Magnifico,
Firenze vivesse in clima di... congiuntura perenne. Ci non dev'essere
sottovalutato. Poi c'era il problema non piccolo delle filiali medicee
all'estero, come quella di Londra, per esempio, o di Bruges, e dei complessi
rapporti con le finanze papali.
A Bruges c'era a rappresentare Lorenzo, e i Medici, Tommaso Portinari. Mentre
nel 1471 Lorenzo far chiudere la filiale di Londra, ordiner nel contempo di
intervenire presso quella di Bruges affinch potesse rivelare le pendenze
lasciate dal banco londinese. Da Firenze la casa madre sar perci costretta a
pagare al banco belga la bellezza di cinquantunmila fiorini. Dopo
quest'intervento, Lorenzo si disinteresser del banco belga la cui gestione,
continuata dal Portinari, chiuder peraltro in attivo. C' per da osservare
che a Bruges operava un altro banco, quello dei Pazzi, che verr confiscato
nel 1478 e le cui sostanze erano assai cospicue... Quello che insomma si
perdeva da una parte veniva reintegrato dall'altra. Adesso non rimane che
trarre le implicite conclusioni...
Potremmo inoltre aggiungere anche l'episodio della confisca dei beni del Monte
all'epoca dell'affare di Volterra; ma questo ed altri episodi consimili non
farebbero che confermarci il quadro di un Lorenzo preoccupato di ottenere, con
l'abilit o con la forza, ci di cui abbisognava per aumentare i beni della
famiglia. Mecenate, s, ma anche despota. E tanto per aprire un'altra
parentesi, diremo che per poter mantenere questo dispotico dominio, Lorenzo
ricorrer, una volta giunto al potere, a una fitta rete di confidenti,
organizzati in piccole ma efficienti polizie segrete, ognuna delle quali non
subodorava neppure l'esistenza dell'altra. Lo dir il figlio della sorella di
lui, Bianca, e di quel Guglielmo dei Pazzi che si salver dall'ecatombe
familiare grazie appunto alla parentela: Lorenzo... ad altro pareva non
attendesse, il d e la notte, mettendovi tutto l'ingegno e l'industria... e
usando a tal fine varie arti, con sette segrete e compagnie, che l'una non
sapeva dell'altra...
Dopo aver visto qualche tratto essenziale del Magnifico  per giunta l'ora di
vedere da vicino i suoi antagonisti. I Pazzi erano i veri interpreti del
diffuso malcontento che serpeggiava fra i mercanti e gli uomini d'affari
fiorentini, dato che Lorenzo de' Medici cercava con ogni mezzo, come abbiamo
gi detto, d'indebolire i suoi avversari e per avversari intendeva chiunque
non s'adeguasse ai suoi voleri o desse ombra con le sue ricchezze.
Il pi importante fra i Pazzi era senza dubbio Jacopo di Andrea, uomo gi
avanti negli anni, ricco e stimato. Era stato priore della citt nel 1453 e
nel 1463; aveva fatto parte dei cosiddetti Otto nel 1457, nel 1460 e nel 1468;
infine era stato pi volte ambasciatore presso l'imperatore e presso il re di
Napoli. Jacopo aveva ricevuto nel 1469 il cavalierato.
La cerimonia si era svolta il 24 febbraio dopo la decisione presa il 21. Nel
'69, Jacopo era gonfaloniere di giustizia, si stabiliva che il membro della
famiglia rivale dei Medici potesse essere onorato delle insegne di popolo e di
quelle di parte guelfa. Poi, il 24 appunto, su un palco eretto nella chiesa di
San Giovanni Battista, di fronte agli ambasciatori di Ferdinando d'Aragona e
di Galeazzo Maria Sforza, e del duca di Modena, Borso d'Este, e al cospetto di
numerosi cavalieri, finita la messa cantata, Bartolomeo Scala aveva fatto la
perorazione; si era levato a parlare il sindaco che aveva chiesto a Jacopo se
accettava la cavalleria; Jacopo aveva acconsentito; allora il sindaco gli
aveva chiesto di prestare giuramento; quindi, come voleva la prassi, gli aveva
cinto la spada, mentre Giovanni di Antonio Canigiani e Luigi di Piero
Guicciardini gli avevano calzato gli speroni. Finita la laboriosa investitura,
Jacopo aveva sguainato con fierezza la spada e l'aveva porta al sindaco che
gli aveva battuto con l'elsa sui fianchi, come voleva il rito, e gliel'aveva
restituita.
Con queste stesse parole, nel latino del tempo, la cronaca tramandava
l'investitura e il suo rituale; per Jacopo di Andrea de' Pazzi era stato
quello un giorno di grande soddisfazione morale. Soddisfazione che gli leniva
un poco l'amarezza di tutta la sua vita, quella di non aver avuto figli da
quella Maddalena di Antonio Serristori che aveva sposato nel 1442. La gioia
della paternit, ma era una gioia che non arrecava altro che una mesta
consolazione, gli era stata data da un'altra donna, dalla quale aveva avuto
una figlia, Caterina, natagli nel 1463, e che era gi destinata al convento di
Monticelli.
I rapporti che Jacopo di Andrea aveva tenuto con i Medici erano stati quanto
mai complessi anche se in apparenza, almeno per i primi tempi, da parte di
Lorenzo il Magnifico c'era stata una forma di cortese condiscendenza nei suoi
riguardi, forse dato l'indirizzo che intendeva dare ai legami stabiliti da
Cosimo con il matrimonio della gi nominata Bianca de' Medici e Guglielmo de'
Pazzi. In sostanza la condotta del Magnifico sembra esser stata questa:
riguardi e cortesie poggianti anche su quel matrimonio e fintanto che nessuno
dei Pazzi intendesse minimamente intralciare l'attivit dei Medici.
D'altronde non era tanto Lorenzo ad aver bisogno del pi anziano Jacopo,
quanto quest'ultimo del primo, il che  evidente. Nonostante le apparenti
garanzie di tutela del cittadino, con tanto di priori, consiglio degli Otto,
eccetera, la signoria medicea si discostava di poco dalla monarchia assoluta;
quello che era il pensiero di Lorenzo diveniva volont espressamente
ratificata dagli organismi comunali. Tant' vero che nel 1474 Jacopo sar
costretto a scrivere da Avignone al Magnifico per ottenere degli sgravi
fiscali. Pi di cos...
Come uomo Jacopo poi era universalmente ben visto, sia per la probit
dimostrata negli affari, sia per le sue donazioni alle persone bisognose con
le quali mai si era mostrato avaro. E tuttavia questo quadro era ben diverso
da quello che si faceva tendenziosamente in casa Medici, dove venivano messe
alla berlina le sue passioni: il gioco e una sostanziale avarizia che
contraddiceva la liberalit nei riguardi dei meno abbienti. Su di lui
circolava, infatti, tutta una serie di epigrammi e di versi in cui veniva
messo alla berlina e che trovavano credito presso la parte pi rozza ed
incolta del popolo fiorentino: ...messer Jacopo, indegno cavaliere, padre di
tutti gli huomini bestiali, bestemmiator di Dio e barattiere privo di core e
gentilezza, homo arrabbiato col cervel leggiere... nei quali per lo meno
l'ultima accusa era davvero falsissima.
Jacopo aveva poi fatto costruire un bellissimo palazzo, ancora oggi visibile e
situato all'angolo fra via degli Albizzi e via del Proconsolo, un edificio che
aveva quindi subito degli ampliamenti con l'intervento anche di un nome
illustre quale quello di Giuliano da Maiano.
Altrettanto influente di Jacopo e senz'altro pi potente dal punto di vista
economico, era Francesco di Antonio de' Pazzi. Francesco, contrariamente a
Jacopo, aveva rifiutato di starsene, come si  detto, a Firenze e aveva
preferito la vita romana pi ricca di soddisfazioni e di agi di quella che
Lorenzo gli avrebbe consentito. Banchiere di prim'ordine, si era subito messo
dalla parte del papa e del conte Girolamo Riario, consentendo con il peso del
suo denaro, all'acquisto di Imola. Aveva insomma tentato di fare da
contraltare alla politica di Lorenzo, il quale aveva cercato di frenare le
mire espansionistiche romane, timoroso, e in questo vedeva giusto, che prima o
poi il papato avrebbe messo gli occhi su Firenze. Lorenzo aveva fatto quindi
pressioni con ogni mezzo sui Pazzi perch evitassero di rendersi mallevadori
delle mire pontificie e soprattutto perch non fornissero al lungimirante
Francesco della Rovere, di cui abbiamo gi parlato, quei trentamila ducati che
per l'occasione doveva versare al duca di Milano. Ma i Pazzi avevano invece
visto in ci una splendida occasione per sottrarsi alla pesante ipoteca
medicea e avevano confidato al papa le pressioni e i ricatti cui erano stati
fatti oggetto da parte di Lorenzo. Da qui il passaggio ai Pazzi della
tesoreria pontificia, che privava cos la banca dei Medici
dell'amministrazione dei beni della curia e danneggiava in particolare quel
commercio dell'allume romano da cui la casa medicea traeva lauti guadagni.
Ecco quindi la prima, vera e profonda ragione di frattura fra le due fazioni,
ora rivali non solamente sul piano finanziario, ma anche su quello politico.
Da questo momento Lorenzo non sentir volare mosca che non ritenga opportuno
intervenire con mano davvero pesante. Ecco dunque il motivo che aveva spinto
da un lato i Pazzi a far lega con un nemico giurato dei Medici come Girolamo
Riario, dall'altra i Medici a far pressioni su tutte le famiglie fiorentine
per boicottare la politica dei Pazzi. Poi ecco la famosa legge sull'eredit.
Giovanni de' Pazzi, fratello di Francesco, aveva sposato una Borromei, cui
sarebbe passato l'ingente patrimonio paterno, essendo l'unica erede diretta di
quella casata. I Pazzi, una volta che Giovanni avesse posto mano sulla fortuna
della moglie, sarebbero stati di gran lunga i pi ricchi cittadini di Firenze
e i Medici, avrebbero dovuto ben presto battere in ritirata. Supremazia
economica significava infatti potere politico a brevissima scadenza. Occorreva
dunque correre ai ripari. Ed ecco allora Lorenzo proporre quella legge che
richiedeva d'esser ratificata, cosa che avverr quasi immediatamente; una
legge per cui le donne non potevano ereditare i beni paterni. Naturalmente
Lorenzo non aveva agito da solo, ma di conserva con i parenti lontani dei
Borromei, i quali avevano intentato causa a Giovanni de' Pazzi... E' a questo
punto che nella mente di Francesco si fa strada l'idea di togliere di mezzo
quell'incomodo bastone rappresentato da Lorenzo e di cancellare ogni traccia
dei Medici; avrebbe dunque fatto sparire anche il meno pericoloso Giuliano...
Occorreva per l'aiuto di Girolamo Riario.
Girolamo era quello che si direbbe oggi un bell'uomo. Aitante, la fronte
leggermente stempiata, gli occhi grandi, chiari e trasparenti come l'acqua, il
naso sottile, l'espressione altera e maschia. Dotato di una tenacissima
ambizione, verr dipinto come una specie di mostro. In realt non fu n pi
crudele n pi cinico di tutti i potenti del tempo suo, Lorenzo de' Medici
compreso. Non aveva forse la formazione culturale di quest'ultimo, bench si
sia voluto vedere anche in quella pi posa che altro; non ne aveva, certo, il
talento politico e, come possiamo dire, il fiuto. Aveva per sposato una vera
serpe in gonnella, la terribile Caterina Sforza. Di antico lignaggio, si era
servita del suo parente, Francesco della Rovere, per salire in alto nella
scala dei valori del tempo. E Francesco aveva favorito con tutte le sue forze
questa ambizione, confermando nelle loro supposizioni, coloro che sostenevano
che lui e suo fratello Pietro erano nati da un'incestuosa relazione del
pontefice, allora non ancora tale, con la sorella Bianca, come si  gi detto
nelle pagine precedenti.
Il matrimonio con una Sforza aveva comunque reso saldissima la posizione di
Girolamo, tanto salda da potergli far pensare di estendere le sue mire
piuttosto al di l dei ristretti orizzonti di Imola. L'odio di Girolamo per
Lorenzo de' Medici non aveva limiti. Disprezzava profondamente quell'uomo dal
naso larghissimo e schiacciato, con quegli occhi che parevano posti a casaccio
in quel viso rozzo da una madre natura improvvisamente impazzita, con quella
voce roca e gracchiante, con quella miopia che gli faceva socchiudere di
continuo le palpebre; insomma, oltre a una rivalit, c'era una vera e propria
antipatia fisica. E a noi rimarr sempre il dubbio se i due si odiassero per
troppa diversit di carattere o per... eccessiva affinit. In ogni caso Riario
sar una delle anime della congiura e dietro di lui si profiler la mano
inanellata del pontefice, pronta a balzare sul territorio del comune di
Firenze, grazie al cavallo di Troia rappresentato dai Pazzi. Insieme ai Pazzi
e al Riario si era subito schierato dalla parte della congiura anche il
potente arcivescovo Salviati, seguito dai membri della famiglia.
Francesco di Bernardo Salviati era stato creato arcivescovo di Pisa il 14
ottobre 1474. Aveva di fatto sostituito Filippo de' Medici e la nomina non era
piaciuta a Lorenzo, il quale non era stato neppure interpellato al riguardo.
Soprattutto Lorenzo aveva intuito fin dal principio che in Salviati avrebbe
trovato un nemico e non fra i meno ostili. Ma siccome l'assenso del Magnifico
era pur sempre indispensabile, ecco che costui lo aveva fatto attendere per
ben tre anni, suscitando un infaticabile andirivieni di messi della curia e
facendo sorgere un vero vespaio che aveva mandato fuori dei gangheri il della
Rovere, senza contare che alla morte di Pietro Riario, arcivescovo di Firenze,
morte avvenuta agli inizi dello stesso 1474, Lorenzo il Magnifico aveva fatto
di tutto perch quell'arcivescovato, con le sue laute prebende, venisse
assegnato a suo cognato Rinaldo Orsini, e non certo unicamente per
accontentare la bella Clarice...
E il Salviati, che aveva scelto come propria citt Roma, aveva subito ripagato
di uguale moneta l'eccessivamente ambizioso Lorenzo, mettendosi a brigare
contro di lui. La vera lotta s'era quindi trasportata sul terreno romano, dove
non passava, si pu dire, giorno senza che qualcuno dei futuri congiurati non
venisse fatto segno alle poco benevoli attenzioni dei sicari sguinzagliati dai
Medici. Quindi, contrariamente a quanto vorranno far apparire le compiacenti
biografie di Lorenzo, la congiura dei Pazzi non sar altro che un voler
rendere pan per focaccia, con il gravissimo errore di voler realizzare
l'impresa pubblicamente e di persona. Non per nulla saranno loro infatti a
dover pagare per primi...
Jacopo d'Andrea, Francesco d'Antonio, Francesco di Bernardo Salviati, Girolamo
Riario e, dietro le quinte, Sisto IV che, come scrisse il Guicciardini, faceva
tenere le fila della congiura per rispetto dello onore suo, al conte Girolamo
Riario... Ma non  finita qui la lista dei partecipanti al complotto. Ecco
quindi dare il suo appoggio anche Jacopo di Jacopo Salviati, cugino
dell'arcivescovo, che se ne era sempre stato dalla parte dei Medici e che per
la verit parteciper solo marginalmente, quasi casualmente, cosicch le sue
responsabilit non saranno certo pesanti come quelle del suo omonimo, Jacopo
figlio di Poggio Bracciolini. Jacopo Bracciolini uno dei quattro figli di
quella malalingua d'umanista, era segretario presso il cardinale Raffaello
Riario Sansoni il quale a sua volta, essendo nipote del conte Girolamo Riario,
era stato messo da costui sotto la tutela dell'arcivescovo Salviati, che sin
da principio aveva fatto assegnamento sul giovane, considerato dai Medici come
un chiacchierone, un dissipatore e un pettegolo...
Ma fra tutti, gli altri quello che maggiormente spiccava, e che avr una parte
di primo piano, quando dal complotto si passer all'azione pratica, era
Bernardo Bandini de' Baroncelli, un individuo che, stando al Poliziano,
avrebbe partecipato alla congiura unicamente per sete di denaro, essendo la
situazione finanziaria sua addirittura disperata. E forse, in questo caso per
lo meno, conviene credere alla parola di uno che milit sempre dalla parte dei
suoi mecenati e che, dovendo parlare della congiura nella quale ci rimetter
la vita Giuliano de' Medici, pronuncer giudizi frettolosi, dividendo il campo
in pro-Medici (quindi persone oneste) e pro-Pazzi (quindi disonesti e complici
d'assassini). Cos il Poliziano. Ma sar proprio il suo frettoloso giudicare,
la sua superficialit di giudizio, a far nascere in molti legittimi dubbi...
La lista dei protagonisti non sarebbe completa se si omettesse la figura di un
vero mercenario, un uomo di ventura, un condottiero come Giovan Battista da
Montesecco. Marchigiano, aveva combattuto dalla parte del papa (Paolo II)
contro i Malatesta, e Francesco della Rovere aveva voluto dare un
riconoscimento a questa sua fedelt alla causa papale, nominandolo capitano
della fanteria di Castel Sant'Angelo. Il Montesecco era forse quello che, fra
tutti, ci vedeva pi chiaro; aveva lucidamente intuito che portare l'ostilit
in casa del nemico era una pazzia. Finch si fosse trattato di sopprimere
prima un Medici poi l'altro nel corso di qualche uscita delle vittime
predestinate fuori delle mura fiorentine, passi, ma pensare di voler contare
sul sollevamento della popolazione contro i Medici, per lui era semplice
illusione; un'illusione che si poteva, per, pagare anche cara. Sapeva
benissimo, il Montesecco, che specie negli strati pi bassi della popolazione
quelli del piano godevano di maggiore credito e che solamente la ricca
borghesia e i mercanti potevano schierarsi dalla parte di quelli dei Pazzi, ma
che d'altra parte non sarebbero stati certo i mercanti a scoprire le proprie
carte prima che la situazione fosse risultata chiara, prima di aver visto con
i propri occhi, cio, quale parte risultasse vincente...
Tuttavia, sotto le pressioni e del papa e dell'accesissimo Girolamo Riario (il
quale era del parere che si dovesse agire subito o mai pi), Montesecco aveva
finito per accettare, pur non mancando di sollevare a ogni pie' sospinto le
proprie riserve; signori miei, aveva infatti detto, vedete quel che voi fate:
io vi certifico che questa  una gran cosa; n so como costor se lo possan
fare, perch Fiorenza  una gran cosa, e la Magnificenzia di Lorenzo ci  una
grande benevolenzia, secondo io intendo... E aveva inteso perfettamente...
Poi c'erano le comparse, o per lo meno quelli che non svolgeranno un ruolo ben
definito; fra costoro Napoleone di Antonio di Niccol Franzesi da Staggia e
Giovanni di Domenico, detto il Brigliaino. Il primo era una persona devota
anima e corpo al partito dei Pazzi, il secondo un vero bravo.
C'era poi, viceversa, un personaggio come il piovano Stefano di ser Niccol da
Bagnone in val di Magra, il quale frequentava abitualmente la casa di Jacopo
Pazzi avendo fatto da precettore per la figlia di lui, quella Caterina che
abbiamo gi nominato. Costui, originariamente una comparsa, arriver, come
vedremo, al ruolo di comprimario.
Ma  giunto il momento di vedere nell'insieme i fatti.
L'anno 1478 rappresenta indubbiamente una svolta nella storia medicea. Una
svolta tanto pi significativa in quanto la congiura viene a colpire la casa
reggitrice delle sorti fiorentine proprio mentr'era al massimo dello splendore
e della potenza. Ecco perch difficilmente si poteva prestar fede
all'ottimismo di Sisto IV, il quale si dichiarava certo della sollevazione
popolare; ecco perch era impensabile riuscire ad attuare, poniamo, un duplice
arresto, quello di Lorenzo e di suo fratello. Se la partita doveva essere
giocata, ci era possibile unicamente sul piano della violenza pi cieca e
bestiale. Il pi radicato in questo voler scegliere la via del delitto era
l'arcivescovo Salviati. E sar appunto il suo parere a farsi strada,
contrariamente alla tattica temporeggiatrice di Montesecco. Prender credito,
dunque, l'idea di assassinare Giuliano e Lorenzo in un banchetto.
Montesecco, dal canto suo, era gi andato pi volte a Firenze per studiare la
situazione ed era stato accolto benissimo da Lorenzo il Magnifico. Il
condottiero era inoltre rimasto piuttosto impressionato dalla personalit del
tiranno e aveva fatto partecipi di queste sue impressioni i compagni. Dietro
le sue insistenze venne allora deciso di attirare a Roma con un pretesto
Lorenzo. Ma questi, o per aver sempre conservato una naturale riluttanza ad
abbandonare la citt o per la sua diffidenza che non lo lasciava un solo
istante, aveva accampato le pi diverse ragioni per non doversi recare nel
feudo del papa. Il conte Girolamo Riario risolse allora di tornare a Imola
tenendosi pronto per ogni evenienza. Francesco de' Pazzi sarebbe peraltro
tornato a Firenze per superare le ultime resistenze del vecchio Jacopo, poco
incline, anche lui, a uno spargimento di sangue. Inoltre Girolamo Riario
aveva... schierato in campo anche il prefetto di Imola, il condottiero
Giovanfrancesco di Giambattista Mauruzi da Tolentino, che avrebbe
fiancheggiato l'opera del Montesecco e di Lorenzo di Amedeo Giustini, di Citt
di Castello, altro uomo d'arme.
Il ruolo maggiore lo avrebbe sostenuto il Montesecco, che sarebbe entrato in
Firenze con trenta balestrieri a cavallo e cinquanta fantaccini, in alta
uniforme come si direbbe oggi, sotto il pretesto di accompagnare a Roma il
nipote del... nipote di papa Sisto, ovvero di Girolamo Riario. Gli altri due,
con circa mille armati complessivamente, si sarebbero mossi come per caso,
contemporaneamente, oltrepassando i confini dello stato fiorentino l'uno dalla
Romagna e l'altro dal territorio di Arezzo, pronti a prevenire qualunque
tentativo di sollevazione da parte delle truppe medicee. Costoro, come 
facile immaginare, non appena giungeranno loro le prime avvisaglie del
fallimento della congiura faranno precipitosamente macchina indietro e
torneranno donde erano venuti.
Inutile aggiungere a questo punto che sia Giovanfrancesco Mauruzi, sia Lorenzo
Giustini erano creature devote anima e cuore a Sisto IV.
Nella suddivisione dei vari ruoli da sostenere nella realizzazione pratica
della congiura, Jacopo, al momento opportuno, sarebbe dovuto montare a cavallo
e, seguito da numerosi soldati, cercare di sollevare la popolazione contro i
Medici.
Nel frattempo l'arcivescovo Salviati si sarebbe recato al palazzo del comune
e, dopo aver arrestato il gonfaloniere di giustizia e gli altri che erano
presenti, avrebbe dovuto proclamare il governo provvisorio. Montesecco, dal
canto suo, si sarebbe incaricato d'uccidere Lorenzo, mentre Francesco de'
Pazzi, coadiuvato da Bernardo Bandini, quell'individuo che abbiamo gi
nominato e che secondo le parole del Poliziano da noi riferite avrebbe
partecipato alla congiura unicamente per sete di denaro trovandosi in una
situazione finanziaria senza via d'uscita, avrebbe cercato di assassinare
Giuliano de' Medici. Occorreva adesso trovare il pretesto e l'occasione
propizia. Non ci volle molta fantasia per sceglierne una che poteva servire
ottimamente allo scopo.
A Pisa era scoppiata la peste. Raffaello Riario Sansoni, quel cardinale appena
diciottenne che abbiamo gi nominato, colui che era nipote di Girolamo Riario,
aveva lasciato la citt divenuta troppo pericolosa e in compagnia
dell'arcivescovo Salviati si era recato a Firenze. I due si erano sistemati
nella magnifica villa di Montughi, fatta edificare da Jacopo de' Pazzi nello
stesso luogo su cui una volta sorgeva la casetta di Brunetto Latini. Raffaello
era in veste ufficiale e in qualche modo, nonostante l'et, era pur sempre un
legato pontificio. Ecco quindi che Lorenzo in persona va a porgergli omaggio,
invitandolo a sua volta nella propria villa di Fiesole per passarvi una
giornata in amabile compagnia. Inutile dire che il cardinale aveva accettato
subito l'invito, mai capitato pi propizio. Infatti, subito nel seguito del
cardinale si erano infilati i congiurati al completo. E tutta la balda
comitiva aveva raggiunto la villa medicea, seguendo la cosiddetta via vecchia
fiesolana. Adesso non rimaneva che far trascorrere le ore in attesa
dell'arrivo dei Medici. Ma con grave disappunto dell'accanita combriccola,
quel giorno Giuliano de' Medici non si fece vedere. Era scritto nel libro del
destino che la sua salute desse qualche motivo di preoccupazione e che
pertanto si fosse giudicato opportuno trattenerlo in Firenze. Giuliano
soffriva infatti di una grave affezione agli occhi, oltrech del male di
famiglia e cio l'uricemia.
Al diciottenne cardinale non rimaneva che accomiatarsi da Lorenzo,
dichiarandosi assai dispiaciuto di non aver potuto godere della compagnia di
Giuliano e formulando i pi vivi auguri per la salute di quest'ultimo. Lorenzo
dal canto suo prometteva un nuovo incontro, anzi, decise l per l che si
sarebbe potuto fare per domenica 26 aprile. E su questo appuntamento, su
questa scadenza per la morte ci si lasci. Era il 19...
Il giorno 26 ci fu l'orribile e spaventevole caso della morte di Giuliano de'
Medici... Con queste parole, ma nell'italiano del tempo suo, beninteso,
comincia il resoconto della congiura dei Pazzi, Piero di Marco Parenti nella
sua Storia fiorentina.
Un evento, tuttavia, che anche quella volta non sarebbe accaduto senza la
precisa volont dei congiurati di passare ad ogni costo all'azione. Infatti
anche quella volta Giuliano aveva accampato delle scuse. La sua salute, la sua
gamba, l'umore nero gli impedivano di far parte della lieta brigata. Avrebbe
potuto tutt'al pi partecipare alla messa della mattina, ecco. Ma era il
massimo che poteva fare. Lorenzo, dal canto suo, continuava a non sospettare
di nulla, o per lo meno niente faceva immaginare che avesse gi avuto sentore
della congiura, anche se la presenza dei balestrieri e dei fanti di Montesecco
avrebbe potuto metterlo sull'avviso.
Questi ultimi dal canto loro si comportavano esattamente come un drappello di
accompagnamento, accontentandosi di far bella mostra di s, tutti bardati a
festa.
I congiurati risolsero allora di agire nella chiesa; anzi avrebbero colpito i
due fratelli al momento dell'elevazione, quando, essendo entrambi a capo
chino, non avrebbero potuto accorgersi di nulla. Ma la prima difficolt venne
dal Montesecco. Che lui dovesse uccidere Lorenzo, sta bene, ma che si dovesse
farlo in chiesa... no; non solo lo riteneva un sacrilegio, ma soprattutto
presentava dei tremendi rischi. Quello stesso edificio, la chiesa di Santa
Reparata dove i Medici erano soliti ascoltare la messa, poteva trasformarsi in
una trappola mortale per i congiurati. Eppure non c'era altra scelta;
rimandare avrebbe significato far sapere subito a Lorenzo che cosa si stava
tramando contro di lui, infatti le truppe dei due condottieri che dovevano
fiancheggiare l'azione del Montesecco erano gi in marcia, e mille armati non
passano certo inosservati. Non solo, ma i Pazzi erano tanti e il loro continuo
andirivieni aveva fatto alzare le sopracciglia per lo stupore a molti che li
avevano sempre visti in atteggiamenti schivi e riservati. C'era anzi da
chiedersi come mai Lorenzo con le sue innumerevoli polizie non fosse gi stato
messo sull'avviso e non fosse gi passato al contrattacco.
Se Montesecco rifiutava, occorreva sostituirlo all'istante, e l'incarico di
uccidere Lorenzo venne quindi affidato a due insospettabili, due congiurati
che per l'abito talare mai avrebbero messo sul chi va l il Magnifico: Antonio
Maffei e Stefano Bagnone. Di Stefano di ser Niccol da Bagnone abbiamo gi
parlato. Il piovano per la famiglia dei Pazzi avrebbe fatto qualunque cosa.
Antonio Maffei rappresentava invece la... riserva, l'ultima pedina sulla quale
poter contare. Antonio di Gherada Maffei di Volterra, scrittore della camera
apostolica, era stato trasferito a Pisa da poco tempo; fino ad allora infatti
Antonio se n'era stato all'ombra del padre nella curia romana; a Pisa c'era
stato mandato per recare il cappello cardinalizio al giovanissimo Raffaello
che il giorno lo dicembre del '77 era entrato a far parte del sacro collegio.
E a Pisa il giovane era stato subito tratto nella rete dei congiurati, senza
che risulti ben chiaro quali fossero i motivi che l'avevano indotto a
cacciarsi in una simile avventura. Forse si trattava di una pedina troppo
piccola per potersi sottrarre alle pressioni cui probabilmente era stato fatto
oggetto. Ed ecco che, con l'improvvisa decisione di affiancarlo a Stefano
Bagnone, il meno interessato e implicato dei congiurati viene a svolgere il
ruolo principale. Ci serve forse a spiegare come mai, mentre i colpi
destinati a Giuliano giungeranno tutti a segno, quelli inferti al Magnifico
non gli causeranno che una superficiale scalfittura al collo, probabilmente a
causa della scarsa persuasione con la quale venne portato l'attacco.
Quando alla fine dell'ottocento verranno riesumati gli scheletri dei Medici,
si vedr che il cranio di Giuliano recava dei solchi profondi, nella regione
occipitale e in quella temporale, segno che il pugnale dei sicari l'aveva
anche e ripetutamente colpito al capo. Il che  tanto pi comprensibile se si
tien conto del fatto d'essere Giuliano a capo chino al momento
dell'elevazione. Ma il numero delle ferite dimostra anche la feroce
determinazione con la quale avevano colpito Francesco de' Pazzi e il suo
compare Bernardo Bandini. Determinazione che raggiunger lo scopo, al
contrario dei tentennamenti di Antonio Maffei e di Stefano Bagnone.
Ecco pertanto quella mattina i congiurati riuniti al gran completo nella
chiesa di Santa Reparata. La cerimonia religiosa aveva gi avuto inizio;
Lorenzo era arrivato puntuale, riverito e ossequiato come sempre, ma Giuliano
non si vedeva; i congiurati erano nervosi, soprattutto Francesco continuava a
guardare all'ingiro nella speranza di vedere il giovane Medici; ma per quanto
aguzzasse gli occhi non riusciva a scorgere niente; anche questa occasione
sarebbe dunque andata sprecata? Allora diede di gomito al Bandini e con lui si
precipit fuori della chiesa senza far notare a nessuno la manovra. I due si
diressero poi tranquillamente a casa del giovane come si trattasse di andare a
prelevare un riluttante o un ritardatario. Francesco scherzava come nulla
fosse e i due parevano amici d'una lieta brigata in caccia d'avventure.
Arrivati nelle stanze di Giuliano, trovarono quest'ultimo che se ne stava
tranquillamente a chiacchierare con una donna, la gamba dolente appoggiata a
uno sgabello. Francesco e Bernardo lo apostrofarono, dicendo che un giovane
come lui non doveva lasciarsi trascinare dall'ipocondria, ma esser vivo, stare
con gli amici. A queste esortazioni, sia pur dopo aver tergiversato e con
molta riluttanza, Giuliano risolse d'accompagnare Francesco e Bernardo in
chiesa. Aveva cos firmato la sua condanna a morte. Nell'uscire, i due
congiurati lo presero sottobraccio, mentre Francesco di quando in quando gli
dava delle leggere pacche sulle spalle e sul petto per accertarsi con questo
gesto confidenziale che il de' Medici non avesse una cotta di maglia sotto il
giustacuore o non fosse armato.
Il terzetto era entrato in chiesa, infilandosi fra la calca, mentre i presenti
facevano subito ala. Suon la campanella dell'elevazione e improvvisamente, al
segnale convenuto, Bernardo Bandini trasse il pugnale e colp a morte, con
tutta la sua forza, Giuliano; la lama penetr profondamente nel torace;
Giuliano barcoll e senza un gemito precipit in avanti mentre Francesco si
gettava su quel corpo gi privo di vita crivellandolo di colpi con un
accanimento tale da sbagliare perfino una mossa e da cacciarsi profondamente
il pugnale in una gamba...
La confusione era al culmine; molte donne erano svenute; la gente urlava,
cercava di guadagnare l'uscita, non essendosi ancora resa conto esattamente di
quello che stava succedendo. Lorenzo si era visto dal canto suo venire addosso
il Maffei ma l'aveva schivato e aveva fatto dietro front, cercando di
guadagnare la sacrestia subito inseguito dal Maffei che attraverso la calca
cercava di raggiungere il suo avversario. Lorenzo s'era di colpo strappato il
mantello dalle spalle e se lo era avvolto al braccio, cercando cos di
fronteggiare il suo indemoniato inseguitore; ma, nel voltarsi, un colpo del
Maffei l'aveva raggiunto di striscio al collo.
Poi era intervenuto anche il Bandini che s'era accorto di come Lorenzo stesse
sfuggendo all'attentato. Si doveva assolutamente ucciderlo; guai se avesse
raggiunto la sacrestia e fosse riuscito a svignarsela! Ma davanti al Bandini
si para un amico di Lorenzo, Francesco Nori, mentre altri favorevoli ai Medici
fanno scudo della propria persona. Il Bandini trafigge in pieno Francesco Nori
che s'accascia in un rantolo disumano. Il cardinale Riario, intanto, si 
cacciato nell'angolo dell'altare e se ne sta l tutto tremante, pallido come
un morto, incapace di qualunque reazione. Bernardo Bandini  quasi su Lorenzo,
ma all'improvviso, spinta dagli amici del Medici, la pesante porta della
sacrestia gli viene chiusa in faccia; Lorenzo  per il momento in salvo...
Tutta la scena non  durata che qualche frazione di secondo, il tempo di
balzare dietro la porta e di barricarvisi dietro. Le urla salgono alle stelle.
Da fuori comincia ad accorrere gente. Altri si sono precipitati all'esterno
come ossessi, gridando sconclusionatamente in preda allo choc. Antonio
Ridolfi, un partigiano del Medici, prontamente succhia la ferita di Lorenzo,
per evitare che l'eventuale veleno presente sulla lama del pugnale del Maffei
infetti il sangue.
Jacopo de' Pazzi intanto percorre le vie di Firenze con il suo seguito di
armati, urlando come un indemoniato per fare sollevare i cittadini. E'
persuaso, dato le voci che ha udito, che i due Medici siano entrambi morti. Ma
con dolore s'accorge che la popolazione non lo segue e che all'apparire di
quella turba strepitante si chiude anzi in casa con il catenaccio. Il dolore
comincia a tramutarsi, nell'animo di Jacopo, in triste presentimento. Poi,
improvvisamente, l'irreparabile.
La chiesa si  riempita di partigiani dei Medici che cercano di calmare
Lorenzo il quale d in smanie, sembra impazzito. Il cardinale  tratto a forza
dall'angolino dell'altare e trasportato da alcuni sacerdoti nella canonica.
Francesco de' Pazzi, che per la ferita che si era inferto perdeva
abbondantemente sangue, aveva visto i partigiani dei Medici accorrere a
frotte; era allora svicolato verso casa, prontamente imitato dal Bandini, il
quale, accortosi della brutta piega presa dagli avvenimenti, non aveva che un
pensiero: fuggire da Firenze al pi presto.
Ma mentre Lorenzo, liberato dalla volontaria prigione, s'avviava barcollando
verso il palazzo di Via Larga, la congiura doveva subire un'ultima
umiliazione, quella, che aspettava l'arcivescovo Salviati e Jacopo
Bracciolini.
Il Salviati, che aveva all'inizio le idee chiarissime, al momento di passare
all'azione se l'era viste intorbidare; giunto al palazzo comunale con pochi
armati e desiderando fare in modo che nessuno dall'esterno s'accorgesse di
nulla, s'era fatto ricevere con un pretesto dal gonfaloniere di giustizia,
Cesare Petrucci. Aveva gi davanti agli occhi il discorsino pronto; veniva da
parte del papa per una comunicazione urgente che un messo gli aveva recato
quella mattina. Ma aveva appena cominciato a bofonchiare qualche parola,
quando si ud il rumore di una serratura che scattava; i pochi armati che
Salviati aveva fatto silenziosamente salire le scale, e che stavano attendendo
in una camera attigua a quella in cui s'era recato l'arcivescovo, si erano
involontariamente chiusi dentro; le stanze del palazzo avevano infatti delle
serrature a scatto che non si potevano aprire, n dall'interno n dall'esterno
se non colla chiave in possesso dell'usciere; erano in altre parole prive di
maniglia. All'udire quel rumore, il Petrucci era balzato in piedi e aveva
guardato con sospetto il Salviati, il quale era improvvisamente impallidito e
aveva cercato di trattenere con balorde scuse il gonfaloniere, ma questi con
una subitanea intuizione era corso d'un botto alla porta e si era trovato di
fronte al Bracciolini. Con uno spintone lo aveva sbattuto a terra e si era
messo a gridare con quanto fiato aveva in corpo chiamando le guardie.
I polli del Salviati intanto strepitavano e cercavano inutilmente di abbattere
la porta a spallate; niente da fare: si erano davvero cacciati in trappola e
il Salviati non aveva avuto il coraggio di affrontare il gonfaloniere ma se
l'era data a gambe. Per il terribile Petrucci era ben deciso a non lasciarlo
scappare, e dopo un furioso inseguimento per i corridoi del palazzo era
riuscito ad acciuffarlo e a consegnarlo alle guardie. E mentre nella piazza
accorrevano i soldati comandati da Jacopo Pazzi, quelli del comune facevano
strage dei bravi del Salviati. Solo uno di essi riuscir a salvarsi, perch
essendo sgusciato di sotto alle gambe dei compagni era riuscito, chiss come,
a raggiungere le cucine dove si era cacciato dietro la legnaia, e qui, pi
morto che vivo, verr ritrovato per puro caso tre giorni pi tardi e graziato,
considerato i patimenti sofferti...
Era quindi scritto che neppure l'intervento degli armati di Jacopo Pazzi
potesse risollevare le sorti della congiura. Infatti, mentre i soldati fedeli
alla famiglia cercavano di sconfiggere le guardie comunali, erano giunti in
piazza della Signoria le truppe dei Medici e un folto stuolo di loro
partigiani che avevano attaccato alle spalle i seguaci di Jacopo. Questi aveva
subito fatto dietro front, si era diretto verso una porta della citt, quella
che dava sulla via di Romagna, aveva fatto aprire sotto la minaccia delle armi
e si era gettato a briglia sciolta lungo il cammino.
Come se non bastasse, le guardie comunali avevano gi fatto giustizia sommaria
impiccando alle finestre del palazzo Jacopo Bracciolini, il quale ora pendeva
orrendamente, le mani legate dietro la schiena, il viso stravolto dall'agonia,
a monito della sorte che attendeva gli altri congiurati. A quel segnale la
plebe inferocita, gridando palle, palle, a significare che era dalla parte dei
Medici, si era data a una furibonda caccia all'uomo, aizzata dai partigiani di
Lorenzo. Il Salviati, tenuto conto che poteva rappresentare un conveniente
ostaggio, era stato gettato per il momento in carcere.
Poi era comparso, sanguinante e nudo come un verme, Francesco de' Pazzi, che
era sospinto pi morto che vivo dalla folla assetata di sangue. Francesco era
stato issato a braccia al cappio ed era stato appeso cos, come Adamo lo aveva
fatto, dopo che i fiorentini gli avevano strappato di dosso gli abiti. Infine,
per dargli una conveniente compagnia, a furor di popolo il Salviati era stato
tratto fuor della prigione e appeso anche lui. Negli spasmi, calciando a
destra e a manca, il Salviati arriver, con gran sollazzo e sghignazzate dei
presenti, a mordere il petto nudo del suo compagno di capestro, Francesco.
Ma non doveva finire qui. Francesco morto, il Salviati in agonia, il
Bracciolini cadavere, mancava ancora Jacopo. Il vecchio era stato subito
fermato dagli armigeri di Lorenzo che lo avevano trascinato come un trofeo in
citt e fra le grida di palle, palle, le risate macabre, il ludibrio popolare,
eccolo poco dopo pendere anche lui come gli altri.
E fu il segnale dell'eccidio. Dopo che il corpo di Jacopo ebbe dondolato
nell'aria, sempre con quelle grida ossessionanti che oramai riecheggiavano per
tutta la citt, ci fu la caccia a chiunque fosse stato solamente amico o servo
della sventurata famiglia dei Pazzi. E per le strade furono trascinati
cadaveri fatti a pezzi, teste inalberate sulle picche, membra umane lorde di
sangue, trasportate in trofeo. Ancora nella stessa mattinata venti del seguito
del cardinale (che probabilmente non sapevano neppure dell'esistenza della
congiura) furono, nonostante le loro disperate proteste, messi a morte e
squartati. Un sacerdote che non faceva nemmeno lontanamente parte del seguito,
fu fatto a pezzi e cos smembrato trascinato per la citt. Cinquanta
sconosciuti i cui nomi e le cui attivit rimarranno per sempre un mistero,
erano stati impiccati a far compagnia ai responsabili. In mezzo agli
strangolati verr notato anche il cadavere di Renato di Piero de' Pazzi,
colpevole unicamente di portare il cognome della famiglia e che, vista la
situazione, inutilmente aveva cercato di travestirsi da umile cittadino per
evitare la cattura. Le case della famiglia rivale dei Medici vennero
saccheggiate da cima a fondo, le donne e le fantesche ripetutamente
violentate, mentre nell'orgia di saccheggi e di stupri cominciarono a
serpeggiare le fiamme; poco dopo tutto il patrimonio immobiliare dei Pazzi era
ridotto a un immenso rogo. E non era ancora finita.
Per quanto riguarda l'arresto di Jacopo Pazzi, occorre tuttavia tener presente
anche quanto dice il Rinuccini, secondo il quale il capo della famiglia
sarebbe stato catturato solamente il 27 aprile sopra San Godenzo. La cattura
non sarebbe avvenuta senza difficolt, avendo i soldati che erano con lui
opposto una tenace resistenza, per cui nella mischia accanita, molti sarebbero
stati uccisi e dalla parte dei seguaci dei Pazzi e da quella dei Medici.
Sembra inoltre che qualche seguito fra gli abitanti della campagna Jacopo
Pazzi l'avesse trovato, quello insomma che gli era stato negato dai
fiorentini, gli sarebbe stato concesso dagli abitanti di Niposcano in val di
Sieve. Qui, dov'era stato inviato da Lorenzo de' Medici il commissario
Girolamo di Luca di Messer Maso degli Albizzi, Jacopo Pazzi sarebbe stato
riportato la notte dal 27 al 28. La mattina Jacopo sarebbe stato costretto a
salire su una lettiga, dato che le sue condizioni di salute non gli
permettevano un ritorno a cavallo a Firenze, e sarebbe stato trasportato in
citt nel pomeriggio. Condotto alle 3 circa nel palazzo della Signoria,
avrebbe subito un processo in piena regola, conclusosi con il riconoscimento
della totale colpevolezza e con il verdetto di condanna a morte. La sentenza
sarebbe stata eseguita verso le dieci di sera alla luce delle torce, il che
reca una nota ancor pi macabra al quadro. Per altri storici gli abitanti
della campagna non sarebbero stati poi tanto favorevoli, ch anzi la cattura
del Pazzi sopra San Godenzo sarebbe potuta avvenire solo grazie alla
collaborazione dei contadini di Castagno, una frazione sopra il monte. Per il
Machiavelli, Jacopo avrebbe pi volte impetrato dai suoi carcerieri la grazia
della morte prima di giungere a Firenze, onde non dover subire l'onta del
processo e dell'impiccagione, ma non sarebbe stato ascoltato. Verr comunque
impiccato, con le mani legate sul davanti con una cinghia di cuoio bianco che
da lontano sembrava un farsetto, alla stessa finestra dove gi pendeva esanime
l'arcivescovo Salviati.
Il 7 maggio il podest emaner una sentenza in base alla quale i fratelli di
Renato di Piero de' Pazzi venivano condannati, insieme col loro cugino
Giovanni di Antonio de' Pazzi, al carcere perpetuo; dopo questa condanna
all'ergastolo, scoperti attraverso una delazione Stefano da Bagnone e Antonio
Maffei in una abbazia benedettina, i due verranno trascinati di fronte al
tribunale, che sentenzier il taglio del naso e delle orecchie e quindi la
decapitazione. I malcapitati, con le orecchie e il naso mozzati, la faccia
ridotta a una sconcia maschera di sangue, subiranno la mannaia.
Illustrazione: Uno dei congiurati impiccato ad una finestra del Palazzo della
Signoria. (schizzo eseguito da Leonardo da Vinci).
Non c'era proprio pi nessuno contro cui sfogare la furibonda ira? Il
diciottenne cardinale era in prigione, considerato che non era opportuno
calcare troppo la mano contro il papa, che era estremamente apprensivo nei
riguardi della sorte del nipote del conte Girolamo. Ma se non c'erano pi vivi
contro cui soddisfare il proprio odio, dato che Bandini era riuscito a farla
franca, almeno per il momento, e di Napoleone Franzesi non si era trovata
traccia, rimanevano pur sempre i morti.
Ecco allora che il cadavere del povero Jacopo venne tirato fuori dalla
cappella dei Pazzi che si trovava in Santa Croce e gettato in una fossa fuori
le mura per sommo scherno. Ma, istigati chiss da chi, al mattino dei ragazzi
andarono a riscavare quella tomba e tirarono fuori nuovamente il cadavere di
quel vecchio e gli fecero fare il giro della citt coprendolo d'insulti e di
grida di scherno poi, arrivati di fronte al portone sfondato della casa gi
appartenuta al morto, gli avevano pi volte sbattuto il cranio contro gridando
a squarciagola: Aprite! Il padrone vuol rientrare!
Era davvero troppo; ma era destino che il povero Jacopo neppur da morto
potesse aver riposo. Quel corpo dilaniato, tumefatto, verr gettato nelle
acque dell'Arno e per pi giorni vi sar qualcuno che dir d'averlo visto
galleggiare ora contro questo o contro quel pilone, finch dello sventurato
Jacopo Pazzi non si parler pi.
Solo una persona potr ringraziare la propria figlia per aver avuto salva la
vita. Questi sar Pietro Vespucci, colui che aveva aiutato Napoleone Franzesi
a svignarsela (detto qui per inciso, Napoleone morir, probabilmente di peste,
mentre serviva come militare il duca di Calabria).
Ginevra, questo il nome della fanciulla che allora aveva vent'anni ed era gi
maritata, cos scriver al potente Lorenzo: Amatissimo come padre, il motivo
di queste mie dolenti parole  per il fatto che non ebbi modo di parlavi come
avrei voluto per potervi ricordare l'amore e la benevolenza che avete portato
a questa casa, e le parole e promesse fatte a me, e l'umanit dimostratami,
quando mi chiamaste sorella; e per vi prego vogliate accettare i miei
prieghi, e ogni amore e promesse (...) abbiate compassione e misericordia di
noi tutti. Vorrei che voi poteste considerare la condizione di mio padre e
farlo con il pensiero rivolto a me (...) che mi facciate questa grazia; e
questa consiste nel rendermi il padre mio e che la penitenza del suo peccato
sia quella che ha gi avuta: ch quando penso alla sua et, allo stato suo di
salute, al fatto di essere febbricitante, con le catene ai piedi... quando vi
penso, mi scoppia il cuore. Vi prego abbiate pazienza se queste mie parole vi
giungeranno importune, e vi supplico solamente di mandarmi una risposta
cortese, dato che chi misericordia fa, misecordia deve aspettarsi; e prego Dio
che possa rivederlo; fosse il Cielo lo rivedessi questa sera; e se fossi
vicino a voi tanto vi pregherei finch voi me lo restituiste; ho saputo
inoltre che  stato di nuovo sottoposto al supplizio della corda... Vi
scongiuro non ci vogliate pi gettare nella disperazione... Ginevra
sventurata.
Una lettera che abbiamo qua e l modificata, nella forma s'intende, non nella
sostanza, e che dimostra quanto anche le persone vicine all'ambiente mediceo
avessero da temere. Una lettera che con i suoi accenti commoventi raggiunger
comunque il suo scopo.
La sorte pi incredibile  quella che capiter al Bandini.
Per lui  proprio il caso di parlare di sfortuna nera. Il Bandini era uscito
fra i primi, come si ricorder, dalla chiesa di Santa Reparata, da Santa Maria
del Fiore insomma, lungo le rive dell'Arno, riuscendo a sgattaiolare fuori
della citt senza farsi scorgere da alcuno. Aveva cos raggiunto le truppe di
Lorenzo di Citt di Castello che erano quasi sul punto di fare dietro front,
visto che dalla citt non giungeva nessun messo mandato dai congiurati. Con la
scorta dei soldati di Lorenzo era quindi riuscito a mettersi al sicuro fra le
mura di Siena, dove gli erano giunte le terribili notizie della repressione,
che naturalmente erano state alquanto gonfiate pur essendo gi di per s
spaventevoli. Ma sembrava, stando alle voci che circolavano in piazza del
Campo, che il Medici avesse addirittura disseminato l'Italia di spie per la
ricerca delle persone le quali avessero dato anche il minimo appoggio ai
congiurati.
Il Bandini aveva allora pensato bene di lasciare anche Siena e di mettere
quante pi leghe fosse possibile fra la propria persona e la vendetta di
Lorenzo, il quale lo stava davvero cercando per mare e per terra.
Cos era giunto nel napoletano, naturalmente in incognito, diffidando delle
soldatesche dell'amico di Lorenzo per eccellenza... Imbarcatosi come
clandestino, era giunto a Costantinopoli, dove si era subito adeguato ai
costumi locali, con giubbetto ricamato d'oro e pantaloni alla turca. In
seguito a delazioni, non si sa bene se di fiorentini che col risiedevano o di
chiss chi, era stato per trascinato di fronte ai commissari di Maometto II,
che volendo far cosa grata aveva scritto subito al Medici.
Lorenzo aveva allora immediatamente spedito a Costantinopoli Antonio di
Bernardetto de' Medici, che aveva preso in consegna l'ex congiurato dopo
averne ottenuto, come si direbbe oggi, l'estradizione. Tradotto a Firenze il
14 dicembre 1479, fu impiccato, dopo un sommario processo e la tortura, alle
finestre del palazzo del Bargello.
Ci accadeva molti mesi dopo un'altra esecuzione destinata a far epoca, quella
del Montesecco, avvenuta il 4 maggio. Il condottiero dovette fare una specie
di resoconto dei preparativi di fronte al tribunale mediceo, preparativi che
avevano condotto i congiurati in Firenze. Questo lungo memoriale venne...
stenografato da cinque frati. Forse per l'illusione di potersi salvare dalla
condanna capitale, forse per far buon viso a cattivo gioco, fatto si  che
nella sua lunga descrizione il Montesecco lascer cadere a ogni pie' sospinto
fior di lodi per il Magnifico e la sua politica. Ma non gli servir a nulla e
perder ugualmente la testa. Della sua relazione, che si meriter le... Iodi
di letterati, verr fatto un estratto e numerose copie saranno distribuite a
cura dei Medici.
Marco Vespucci, fratello di Pietro di Giuliano Vespucci, verr invece
condannato, non si sa bene perch, sei giorni dopo la sentenza contro il
Montesecco, al confino perpetuo. Era la beffa che si aggiungeva allo scorno.
Infatti Marco Vespucci era stato il marito della bella Simonetta, l'amante di
Giuliano de' Medici, donna che era morta precocemente consunta dalla tisi. Nel
1477 il Vespucci aveva poi sposato una Capponi.
Guglielmo de' Pazzi, cognato di Lorenzo il Magnifico, ebbe invece, come
abbiamo gi detto altrove, salva la vita proprio grazie alla sua parentela; ma
dovr andarsene per sempre da Firenze.
Quanto ai beni della ormai scomparsa famiglia, dal momento che i suoi membri
erano stati uccisi o gettati in carcere con una condanna a vita o esiliati per
sempre da Firenze, questi beni, in virt di un decreto del gonfaloniere
Giacomo degli Alessandri del 13 maggio, che veniva dopo la confisca del 5
maggio (confisca seguita dalla vendita all'incanto di ogni cosa), saranno
definitivamente polverizzati con la cancellazione dell'insegna sopra la porta
delle case, con il divieto a chiunque di portare il cognome o lo stemma, con
il divieto d'accedere ai pubblici uffici da parte di chi era imparentato con
loro o avesse sposato un loro parente. Quanto alle loro ricchezze, che erano
come abbiamo visto notevoli, esse verranno passate alla zecca di Stato, ovvero
ai Medici, mentre le loro filiali europee, come quella di Bruges, verranno
chiuse o incorporate in quelle medicee...
Una repressione spietata e sproporzionata come quella effettuata da Lorenzo
era destinata a sollevare nella citt quella levata di scudi che non c'era
stata al momento della congiura. Era bene colpire, ma un conto era far
giustizia dei colpevoli, un altro il proibire di svolgere un'attivit ai molti
parenti, anche lontani, che una famosa e illustre famiglia come quella dei
Pazzi aveva. Inoltre, operando con mano cos brutale, Lorenzo aveva dimostrato
di vedere ovunque minacce e azioni sospette nei propri confronti.
Dal momento della fine della congiura, e con lo stesso inizio della vendetta,
anche Lorenzo si avvier verso giorni tribolati e non privi di pericoli. La
congiura dei Pazzi aveva avuto se non altro alcuni meriti: quello di mostrare
il marcio che c'era sotto la compiacente figura del mecenate e del protettore
delle arti, di mostrare l'orrore sotto l'orpello del lungimirante uomo
politico rinascimentale e ancor di pi di far vedere a noi, cos lontani da
quel tempo, quanta falsit vi sia stata in certa compiacente storiografia che
tende alla semplificazione e che cerca di inquadrare in comodi e facili schemi
la complessa (e, in fondo, poco piacevole) realt di una spietata lotta di
potere...

FINE.
