GIULIO RICCHEZZA.

ARNALDO DA BRESCIA.

Quella che vogliamo raccontarvi non  una storia di fatti, ma un avvicendarsi
d'ipotesi. Arnaldo da Brescia non  una figura storica ben definita,  un
dilemma vivente. I fatti, per quel che lo riguardano, sono pochi, gli effetti
della sua predicazione e del suo operare, molti.
Avremmo quindi potuto immaginare la figura di un monaco (o di un frate) con
tanto di barba, occhi accesi, magnetici, braccio teso verso la folla, gesto
ieratico: un eroe da fumetto insomma o un protagonista di feuilleton di cappa e
spada. Avremmo potuto descrivervi con una tavolozza ricca di colori... forti, la
marea delle genti osannanti, farvi udire il tintinnio delle armi in Campidoglio,
descrivervi scene di concili ecclesiastici, veri e propri tribunali, in preda
alle fazioni, darvi il quadro delle peregrinazioni di un vero predicatore
errante, oppure parlarvi con tono commosso del messaggio di un evangelico ante
litteram, un Altkatoliker insomma.
Invece no. Abbiamo preferito agire diversamente. D'accordo, per noi sarebbe
stato pi facile, forse qualcuno avrebbe letto quelle pagine con maggior
interesse, chiss, ma sarebbe stata una cattiva azione, un comportamento
scorretto nei confronti di quello che Arnaldo aveva inteso dire, del suo
messaggio in altre parole. Che  una parola la sua, la quale ricorre, ogni
tanto, nei secoli, e riesce ancora a trascinare i cuori, come al tempo della
repubblica romana di quarantottesca memoria.
Ecco perch abbiamo preferito gettare sulla tavola quelle poche notizie
veritiere, quegli scarni cenni che i documenti ci danno. Dati precisi, non
chiacchiere. Senza metterci in cattedra, senza giudicare. Le conclusioni, per
dirla altrimenti, le trarr chi legge, non deve anticiparle chi scrive.
I fatti, le vicende, sono altri. Sono quelli che costellano gli anni dal 1140 al
1146, forse fra i peggiori che mai memoria d'uomo abbia vissuto.
Quando scender sulla terra la coltre di gelo dell'inverno 1144, i contadini si
guarderanno negli occhi sgomenti. I campi, stretti in una morsa polare, non
possono conservare nel proprio seno i germogli. I semi sono morti dentro le
zolle. I fiumi sembrano essersi fermati per sempre, immobili nel biancore del
ghiaccio. Uragani di neve, bufere e mareggiate spazzano incessantemente le
coste. Ogni traffico  impossibile. Fame e carestia dilagano selvaggiamente.
Generi indispensabili come frumento, avena e orzo raggiungono cifre addirittura
spropositate. I morti d'inedia e di disperazione, di freddo e di crepacuore, non
si contano. L'et media della vita umana si  paurosamente abbassata.
Sigeberto di Gembloux annota nella sua cronaca che si tratta di un segno
rivelatore della collera divina, una collera che non conosce pi il perdono. Ma
l'inverno del '44 non  un fatto isolato. Sono anni che l'intero mondo pare in
preda alla follia, demenza degli uomini e scatenarsi degli elementi naturali.
Nel 1140 anche il Vesuvio si  improvvisamente ridestato. Valanghe di lapilli,
fiumane di lava, si sono rovesciate sui campi, spandendosi a valle e giungendo
fin quasi alla cittadina di Salerno.
Nel 1141 l'intera Europa  stata sconvolta dagli uragani; piene e inondazioni
hanno travolto tutto, armenti e cascine, uomini e cose; le ricchezze di intere
regioni sono state sepolte sotto un manto viscido di fango, distrutte per anni.
Intere popolazioni sono state gettate sul lastrico. Gli uomini abbandonano i
campi divenuti inospitali, gli occhi tesi al cielo a chiedere perch. Si cerca
una meta, qualsiasi. Nel 1139 l'Inghilterra vede approdare alle sue coste
centinaia di tessitori fiamminghi con le loro famiglie. Nella demenza collettiva
si pensa a una prossima fine del mondo.
Ma la follia non  solo dei pi, delle folle, delle turbe in preda al panico.
S'insinua anche nelle menti dei reggitori. Nel 1143 il re di Francia fa bruciare
la chiesa di Vitry: nel rogo immane periscono centinaia di persone.
E mentre nel vortice della disperazione si cerca una via d'uscita, fioriscono le
lotte intestine. Nel 1140 Roma inizia la sua lotta contro Tivoli, un duello
senza esclusione di colpi che avr fine solamente nel 1142: un esempio fra i
tanti.
Nel caos, molti vedono la via della salvezza nei monasteri, altri
nell'emigrazione; torna l'idea della strada che porta a Gerusalemme; il 25
dicembre 1145 il vescovo di Langres esorta la folla a soccorrere i fratelli
d'oriente. Altri si danno invece a ricercare... i responsabili, i colpevoli di
aver suscitato con la loro condotta la collera divina. Il monaco Raul (o
Rodolfo), uno dei mille predicatori erranti (uno dei flagelli dell'epoca, a
detta di Bernardo di Chiaravalle) istiga alla persecuzione contro gli israeliti.
Colonia e Magonza cadono in preda al furore bestiale della popolazione
inferocita. Gli ebrei vengono uccisi, perseguitati, messi al rogo, impalati.
Soltanto la citt di Norimberga con le sue possenti mura sembra offrire ancora
un baluardo contro questo omicidio collettivo organizzato. Inutilmente Bernardo
scrive, nel 1146, all'arcivescovo di Colonia di non darsi in balia a qualunque
invasato: non bisogna credere a chiunque; inutilmente, ch la folla sembra
impazzita.
Quanto pi il filo rosso dell'irrazionale sembra dominare le menti, tanto pi
circolano a migliaia, intabarrati nei loro sdruciti mantelli, monaci regolari e
no, che van predicando ed arringando i fedeli, ciascuno a modo suo. Fra costoro
c' anche un Italiano, probabilmente di Brescia, Arnaldo.
Sono indubbiamente anni duri, tempi difficili per tutti. Anche e soprattutto per
la Chiesa. Tempi con pochi spiragli di luce. Sono anni di calamit e di
sofferenze, anni d'incertezza e di smarrimento, anni di confusione e di ricerca
di nuove vie. La stessa fede  minacciata. Basta dare uno sguardo all'intorno,
fare un passo indietro, risalire un attimo nel corso del tempo; il male ha
infatti radici antiche, radici infette, che s'infiltrano nei terreni pi
impensati abbarbicandosi allo stesso soglio pontificio.
L'esempio  dato da un pontefice come Stefano VI. E' l'896. Stefano non si
perita di far dissotterrare il cadavere del suo predecessore, papa Formoso,
morto nove mesi prima. Fa mettere in piedi una macabra messinscena, rivestendo
quel corpo putrefatto dei simboli del potere papale, mettendolo su un trono e
imbastendogli di fronte un processo in piena regola. E il cadavere verr
condannato... a morte e all'amputazione delle tre dita della mano destra, quelle
con cui benediceva la folla. Dopo di che il morto due volte, una per volont
naturale l'altra per quella degli uomini,  scaraventato fuori dell'aula e dato
in pasto alla plebe che ne far scempio gettandone i resti nel Tevere.
Stefano far la fine che si merita; neppure un anno dopo, salito al soglio il
pontefice Romano, sar gettato in carcere e strozzato.
Poi Roma conoscer vampate di corruzione e di vituperio. Nel 904 il pontefice
Cristoforo viene deposto per lasciare il campo a un individuo corrotto, Sergio
III. Con l'ascesa di questi al soglio incomincia il periodo di dominio sulla
citt di una donna: Teodora.
Teodora  bella, profondamente dissoluta, marcia fin nelle midolla, senza il
bench minimo scrupolo. Sergio  un suo avversario; riuscir a trasformarlo in
complice, a renderlo innocuo, a convertirlo in una semplice pedina a trascinarlo
nel gioco pazzo, dietro il turbine delle sue ambizioni. Teodora infatti ha una
sola qualit sincera: la volont, il desiderio di potere. Il potere l'inebria,
l'esalta; per lei  pi necessario dell'aria stessa che respira. Vuole giungere
ad essere lei a nominare il vicario di Cristo, a mettere alla testa dei
cristiani un papa. Ed arriver a concedersi anche questa... debita soddisfazione
con Giovanni X, un individuo che si segnaler da un lato per i costumi, definiti
dagli storici riprovevoli, dall'altro per la sua decisione e per il suo spirito
guerriero.
Era quindi scritto che per anni il trono papale fosse tenuto dai fili retti,
dietro le quinte, da una donna. Ma l'esempio di Teodora sar seguito anche da
sua figlia. Se Teodora era bella, Marozia lo era ancora di pi. E superava sua
madre in tutto, nelle ambizioni e nella dissolutezza. La sua tenacia nel
mantenere il potere non conosceva limiti e arrivava a servirsi di ogni mezzo.
Sar Marozia a far arrestare Giovanni e a farlo uccidere dai suoi soldati...
E si potrebbe continuare. Ma si rischierebbe, attraverso le vicende dei
pontefici, di ricostruire quei travagliati anni della storia della nostra
penisola. Di perdersi insomma fra le mille fazioni, fra le centinaia di vicende
truculente, fra guerre fratricide, delitti e vessazioni che caratterizzarono
questi anni fatali. Nella rivalit che opponeva la potentissima famiglia romana
dei Crescenzi all'autorit imperiale (rappresentata dai tre Ottoni e da Enrico
II) avremo la cattedra di Pietro ridotta a un soglio... perpetuamente vacante e
continuamente occupato al tempo stesso. Avremo addirittura un papa adolescente,
Benedetto IX, avremo un antipapa, Silvestro III, e perfino un... contratto di
vendita del soglio fatto da Benedetto in favore dell'arcidiacono Graziano,
autodenominatosi Gregorio VI. Che volete di pi?
E che dire allora del concilio di Sutri in cui Enrico III depone Benedetto IX e
Silvestro III? O della rinuncia di Gregorio VI al pontificato? Un guazzabuglio,
un vero ginepraio.
Enrico era venuto, naturalmente, per avere lui la scelta del papa, per non
lasciarla in mano alle fazioni romane; tant' vero che imporr subito il suo
candidato, Clemente II, che altri non era se non il vescovo di Bamberga. E, dopo
di lui, morto nel 1047, ecco altri papi nominati direttamente dall'imperatore;
questi si arroga ormai ogni diritto in fatto di chiesa; manca poco che si metta
a stabilire nuovi dogmi... Certo si  che le scelte fatte dall'imperatore sono
tutte politiche, tutte in favore della sua famiglia e della politica del
momento. Un breve momento di vento favorevole per l'impero, di circostanze
fortunate. Poi interverr nell'elezione papale il marchese di Toscana, che si
trasciner dietro a Roma il vescovo di Firenze, eletto papa con il nome di
Nicol II.
Nel 1061 Nicol II muore. E a questo punto accade l'imprevedibile. Senza neppure
consultare l'imperatore, facendosi beffe della sua autorit, si elegge papa il
vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, con il nome di Alessandro II. A questa
elezione si oppone con tutte le sue forze la controparte, rappresentata
dall'imperatrice Agnese. E il risultato sar che Agnese fa eleggere un altro
papa, un antipapa se vogliamo, nella persona del vescovo di Parma, che prende il
nome di Onorio II.
Elezione naturalmente appoggiata dalla forza delle armi, con tanto di assedio
sostenuto da Alessandro II in Castel Sant'Angelo. Ma inutilmente l'imperatrice
prodigher se stessa: Alessandro sar confermato pontefice legittimo nel
concilio di Mantova del 1064.
Mantova non era certo una citt nuova ai concili. C'era gi stato quello
dell'anno 827, con la presenza di settantadue vescovi, e che aveva avuto il
compito di risolvere e di dirimere i numerosi problemi e le questioni relative
ai vescovati dell'Istria, contesi dai patriarchi di Aquileia e di Grado. Il
concilio aveva dato piena ragione al patriarca di Aquileia, con il risultato che
quello di Grado (non avendo... gradito il verdetto) aveva, come si direbbe oggi,
presentato ricorso. I vescovi erano stati quindi obbligati a riunirsi una
seconda volta, sempre nello stesso anno, ma la sentenza della volta precedente
era rimasta valida.
Poi vi era stato un secondo concilio all'incirca nel 1053. L'aveva indetto papa
Leone IX ed era naufragato nel caos e nella sommossa, a causa dei dissidi sorti
fra i vescovi; il curioso si  che fra i punti da discutere c'era appunto quello
relativo alla disciplina...
Sempre a Mantova ci sar poi quello contro l'antipapa Onorio II, ovvero contro
il gi vescovo di Parma, Cadaloo. E' il 1064. Tre anni dopo, vale a dire nel
1067, ecco un'altra volta comparire a Mantova Alessandro II, che deve
discolparsi dall'accusa di simonia e provare la validit della sua elezione. E'
questo il concilio in cui Alessandro si rappacifica con i vescovi lombardi o,
per dirla con una brutta cacofonia,  un concilio di riconciliazione; l'accusa
di simonia andr a cadere invece sul capo del rivale Cadaloo.
Morto Alessandro II nel 1073, sale al soglio Ildebrando. E si potrebbe
proseguire. Ma questa, nel profondo travaglio della Chiesa di Roma, non  solo
una storia di lotte di potere. E' anche una storia di profondi sommovimenti
sociali, d'incremento del commercio, del sorgere di un certo artigianato;  la
storia della nascita della borghesia come stato, dell'apertura dei traffici a
Oriente dovuta alla penetrazione dei Crociati. E se il vedere a volo d'uccello
la lotta delle investiture pu farci scuotere la testa pensosi (ma ricordiamoci,
nella storia non c' nulla di nuovo sotto il sole; pensiamo solo un istante a
quello che passer per il capo allo storico che in futuro si chiner perplesso
sui documenti della... nostra epoca) non deve farci scordare che proprio per
questo la predicazione di Arnaldo aveva dei fondamenti storici, aveva delle
validissime ragioni. Il succo del discorso  tutto qui.
Ma chi fu Arnaldo da Brescia? Fu un frate o un monaco? E' vero che fu fatto
bruciare da papa Adriano? E' vero che poi rappresent un vero esempio per i suoi
contemporanei?
Certo si  che fu un oppositore della cosiddetta chiesa feudalizzata e un uomo
che lasci dietro di s tutta una corrente di pensiero e di azione.
Milano, secolo XIII. La citt, fra le altre sette e correnti religiose che si
disputano il campo, annovera anche gli arnaldisti, ovvero coloro che si
professano seguaci delle teorie di Arnaldo da Brescia; chi ce lo dice  Stefano
di Bourbon.
Che l'arnaldismo sia un fenomeno tipicamente milanese  evidente; Milano nel
medio evo (et a torto considerata da una comoda storiografia zona buia, tutta
ombre, periodo di sonno della storia e della civilt) era un vero crogiolo di
idee, di aspirazioni; era gi, insomma, grazie anche alla sua posizione
geografica, il crossing point di mille strade, mille teorie. Chi non ha infatti
presenti alla mente quelle parole di Giovanni di Salisburgo che parlano di
heresia lombardorum. Ovvio quindi che fosse un lodigiano, e precisamente Ottone
Morena, a ricordare Arnaldo nella sua storia dedicata alle vicende lodigiane; e
anche se i termini con i quali si esprime non sono lusinghieri per i seguaci di
Arnaldo, tuttavia li descrive mentre si agitano all'assedio di Crema del 1109,
per impedire agli abitanti di manovrare attorno alle fortificazioni; turba di
poveracci dunque e anche di... agitatori sociali.
Poveracci non significa che fossero per esseri spregevoli; i patari o patarini
che dir si voglia, pezzenti insomma, insorgeranno contro i privilegi di certo
clero dal tenore di vita a dir poco lussuoso e contro l'aristocrazia. E dai
patarini proverr anche un pontefice, quell'Alessandro II ai cui funerali,
avvenuti il 21 aprile 1073, il popolino romano accorrer a frotte, acclamando
futuro pontefice il riformatore Ildebrando... E anche se pataria, a Milano, era
il mercato degli straccivendoli, pataria verr quasi ad essere sinonimo di lotta
contro il privilegio, contro la simonia.
E' noto che il feudalesimo aveva convertito i poveri abitanti delle campagne in
virtuali schiavi; i pochi che potevano vantare qualche diritto politico senza
appartenere ai ceti dominanti erano i cittadini delle grandissime citt (a quei
tempi non si poteva ancora parlare ovviamente di metropoli), come per esempio
Roma oppure anche Venezia. Nel secolo XI c' la famosa lotta fra i vescovi conti
e i valvassori, una lotta che mette sul terreno una forza nuova che s'inserisce
come un cuneo fra i due poteri rivali; questa forza  quella del popolo; popolo
 per una parola talmente generica che a dir poco non significa niente...
Oggi siamo abituati a pensare al popolo come a una categoria, una classe
insomma, formata da un ceto (sconosciuto prima dell'era industriale) e cio gli
operai, e dai contadini (il primo gruppo sociale apparso sulla terra con
caratteristiche ben definite e omogenee). Allora il popolo non era certo formato
soltanto dai contadini, ma vi erano anche gli artigiani, i mercanti di... scarse
finanze, i cittadini delle classi pi umili.
Ancora una volta Milano, con le note vicende del tempo del vescovo Ariberto,
dimostra di essere il sismografo della situazione nell'Italia settentrionale. Le
milizie cittadine con il loro intervento spesso determinante nelle lotte fra
impero da una parte e papato dall'altra, fanno capire che questa forza nuova
avr sviluppi impensati. Ma  ovvio che l'una o l'altra delle parti in lotta
veda anche nelle milizie cittadine un prezioso alleato. E per accattivarsi
l'appoggio di questi soldati, l'autorit di turno ricorrer a esenzioni e a
concessioni di privilegi.
Ovvio pertanto che le citt, vedendo i vantaggi che venivano dal partecipare in
un modo o nell'altro alla lotta, faranno di tutto per soffiare sulle braci della
discordia, mettendosi al servizio degli uni o degli altri, per impedire che la
loro autonomia, cos ricca di... soddisfazioni, venga a essere diminuita dalla
completa vittoria di uno dei due contendenti.
La spiegazione  semplicissima, per non dire umoristica, ma sostanzialmente
esatta. Tant' vero che l'autorit, una volta appannaggio dei vescovi conti,
finir per passare progressivamente agli eletti dai cittadini stessi.
Ecco quindi comparire sulla scena un personaggio nuovo, quello del console
eletto dal suffragio popolare. Il numero dei consoli varia a seconda della
citt. I consoli hanno sulle spalle il peso del governo cittadino e l'appoggio
di due consigli; nel cosiddetto consiglio grande, al quale prendono parte nobili
e borghesi, laici ed ecclesiastici, si decide sui pi gravi problemi, mentre nel
cosiddetto consiglio di credenza, vengono prese le decisioni sui rapporti del
comune con l'esterno e sulla finanza... locale.
Le milizie cittadine sono sempre presenti e provvedono alla difesa della citt,
difesa quanto mai necessaria, dato che si  in lotta con tutti o quasi. Milano 
per esempio in lotta con Lodi, Pavia, Como, Cremona, Novara...  Bergamo invece
s'accapiglia con Brescia, con Verona, con Padova. La potente Torino fa guerra
contro Susa o contro Chieri o, ancora, contro Asti...
Senz'altro la cosa presenta lati divertenti. Pensiamo infatti alla distanza che
vi  fra Milano e Lodi: eppure nel 1111 la cittadina, capoluogo del lodigiano,
venne presa e quasi completamente distrutta, mentre Como seguir pi o meno la
stessa sorte nel 1127, allorch dovr giurare obbedienza e pagare un grosso
tributo ai milanesi trionfanti che obbligheranno i comaschi a smantellare
perfino le mura, fatto, a quei tempi, considerato gravissimo. La stessa cosa si
potrebbe dire di Susa, oggi minuscola e sonnacchiosa cittadina incrocio delle
statali per il Monginevro e il Moncenisio, luogo insomma di transito per le
comitive di turisti francesi, cittadina tuttavia dalla storia antica e che ebbe
nei secoli passati uno splendore ormai definitivamente scomparso.
Ebbene, riesce difficile pensare ad una Augusta Taurinorum che fa guerra contro
i segusini, eppure guerra vi fu ed accanitlsslma. Comunque sia, pur
considerandosi pienamente autonomi, i comuni guardavano sempre all'imperatore,
portandogli quell'obbedienza che di solito  dovuta dal feudatario al re. Non
sempre per l'imperatore riesce ad essere presente con la sua autorit; spesso
basta la sua morte perch di potere regio non si senta pi parlare. E' ci che
avviene nell'anno 1125, una volta deceduto Enrico V. Il trono ora  conteso fra
i seguaci di Lotario di Suplimburgo, il pretendente guelfo, e Federico di
Hohenstaufen, rappresentante della parte ghibellina. Il primo viene eletto, ma
il secondo rifiuta d'inchinarsi al verdetto e prende le armi; per la Germania
ci vuol dire la guerra civile.
1133. Lotario discende in Italia per essere consacrato imperatore dal pontefice.
A questa venuta ne segue poco dopo, nel 1136, una seconda per imporre la sua
autorit sulle citt italiane e per cacciare dall'Italia meridionale il normanno
Ruggero II. Ma gli Italiani sembrano infischiarsene di questo Lotario e non gli
danno il bench minimo appoggio.
Cinque anni dopo la sua consacrazione, Lotario muore. La corona imperiale,
adesso,  disputata da Enrico di Baviera, il genero di Lotario, e da Corrado di
Hohenstaufen, fratello di Federico. Poco dopo ecco scendere in lizza anche
Guelfo IV. La guerra civile divampa pi che mai. Una guerra che durer senza
soluzione di continuit, in pratica, fino al 1152. L'unico vantaggio che ne
conseguir per l'Italia  il fatto che, in questo duello fra imperatori, per
circa quindici anni non vi sar un solo tedesco che si affacci sulla penisola ad
accampare diritti. La lotta fra guelfi e ghibellini d, ogni tanto, anche
qualche frutto.
Guelfi e ghibellini... due nomi che significano tutta una storia, un'epopea. Il
primo veniva da Guelfo, nome comunissimo nella casa di Baviera; il secondo era
la storpiatura di Weiblingen, il castello sede di Corrado III; dal fatto che la
casa di Baviera fosse filo-papale e che Corrado III fosse il rappresentante
dell'impero discender il relativo colore politico...
Ma torniamo in argomento. Diamo un'occhiata a Roma, quella Roma che tanta parte
avr nella storia di Arnaldo. L'elezione di papa Onorio II, succeduto sul trono
pontificio a Callisto II, era avvenuta in mezzo alla violenza di piazza. Mai i
romani si erano sentiti cos divisi, mai le vie della citt eterna erano state
cos sconvolte dai tumulti.
Alla morte di Onorio, altro putiferio. Innocenzo II e Anacleto II si disputano
la tiara. E dal fatto che due papi intendano salire contemporaneamente sul
medesimo soglio nasce un terribile scisma. Innocenzo basa la sua forza sul fatto
di essere riconosciuto da Francia, Inghilterra, Aragona, Castiglia, e per giunta
dall'avere l'appoggio dell'imperatore Lotario. Anacleto invece ha l'appoggio dei
romani, dei comuni lombardi, dei Normanni e degli Hohenstaufen. Ecco quindi
dipanarsi gli avvenimenti noti: Innocenzo II riporta la palma sul suo rivale,
che si ritira sconfitto. Innocenzo muore nel 1143 lasciando la via del
pontificato aperta: dopo due brevi apparizioni, quella di Celestino e quella di
Lucio sulle quali torneremo, ecco Eugenio III... Ed ecco, contemporaneamente, a
Roma, Arnaldo da Brescia...
Chi  questo Arnaldo? E' un uomo che a detta dei contemporanei non si cura n di
cibo n di sonno, perennemente all'inseguimento di un suo ideale di riforma ante
litteram. Ed  significativo, ad esempio, che i valdesi mettano fra gli
antesignani del loro movimento i seguaci di Arnaldo, gli arnaldisti.
Come pi tardi avverr con il movimento valdese, appunto, e con la Riforma,
l'istanza sociale finisce per far tutt'uno con l'esigenza di rinnovamento
religioso. Feudalesimo laico e feudalesimo ecclesiastico divengono la stessa
cosa. Non si distingue nella persona il vescovo dal conte, ma si combatte il
vescovo-conte. La lotta non conosce sfumature. Combattendo il potere religioso
si combatte quello nobiliare e viceversa. E dall'altra parte della barricata si
fa, come  ovvio, il ragionamento inverso. Guardiamo, per esempio, alle parole
di un personaggio come il gi nominato Sigeberto di Gembloux che, all'incirca
verso il 1074, si mette a lancia in resta contro i movimenti eretici del tempo
suo, definendoli nuove perfide astuzie del servo della gleba contro il legittimo
signore e fraudolente macchinazioni contro la potest ordinata da Dio.
Non per nulla l'eresia catara si diffonde a macchia d'olio fra i cardatori, i
texitores. Non per nulla ogni movimento religioso a carattere innovatore prende
di mira i tributi, le decime, accattivandosi cos immediatamente le simpatie del
popolino, per il quale decima  sinonimo di peste o gi di l.
Per diffondere idee nuove occorre per essere buoni oratori, tribuni in altre
parole; e tribuno, Arnaldo lo  e come. E' ancora un particolare, questo, che ci
viene confermato da Ottone di Frisinga. A quanto pare Arnaldo ha tutti i tratti
distintivi del capo-popolo;  frugale, disprezza il denaro, non ha nulla, e quel
poco che viene a possedere lo distribuisce ai poveri. E' abile oratore e sa
farsi interprete dei confusi sentimenti che agitano l'animo della plebe. E la
plebe accorre a udire una parola cos infiammata, cos diversa, che non promette
balzelli o castighi ma li invoca invece... per il capo del potente, del signore,
del vescovo.
Arnaldo  colto, giunge a far breccia anche negli spiriti meno rozzi,
rintuzzando efficacemente le accuse, che non mancano di certo e che saranno
quelle che a lungo andare decreteranno la sua morte. E' instancabile, non
conoscendo quello che significa la fatica fisica, la spossatezza.
Sono soprattutto le donne ad essere colpite, quasi affascinate dalla sua parola.
La donna di fronte all'oratore ha sempre un comportamento meno critico
dell'uomo, si lascia condurre dal suono e dalla melodiosit della frase; guarda
all'individuo, alla persona, pi che a quello che dice. E questo va precisato
anche se la storia, segnatamente quella moderna,  ricca (anche troppo) di
esempi contrari (come di spettacoli rattristanti: turbe di soldati gettate in
guerre spaventose dal magico potere della parola, davvero magnetica, di un
tiranno...)
L'aspetto di un Arnaldo oratore trascinante sar sottolineato anche dal
monumento eretto in Brescia, opera dello scultore Tabacchi. In esso Arnaldo 
raffigurato mentre predica a una folla di pitocchi, di gentucola, di donnette,
che lo sta ad ascoltare estasiata. Arnaldo non solamente predicava, ma anche
inveiva; inveiva contro il principato civile dei papi... contro l'autorit
politica dei vescovi... predicava d'altra parte quelle massime di assoluta
povert ecclesiastica che allucinarono (sic!) in ogni tempo i novatori vaghi di
riformare la chiesa...: sono parole del Gioberti.
Dove nasce, da chi, e quando Arnaldo da Brescia? Domande che esigono una
risposta. Purtroppo nessuno  in grado finora di darla. Su questi argomenti
everything is silence. Facciamo assieme una breve indagine; inutile dire che non
intendiamo scoprire nulla, ma semplicemente vedere quali prove abbiamo
sott'occhio per poter abbozzare un discorso sul personaggio, ch, indubbiamente,
questo Arnaldo fu davvero un personaggio e grosso per giunta.
Abbiamo gli annali della citt di Brescia, abbiamo le testimonianze di Bernardo
di Chiaravalle, dell'abate Ottone di Frisinga, di Giovanni di Salisbury; c'
anche quello che riporta il prevosto Gerhoh von Reichersberg.
Si potrebbe aggiungere un curialista, un biografo papale come il cardinale
Bosone. Ed anche Guntero monaco, il probabile autore del Ligurinus. Ma da tutte
queste fonti vien fuori piuttosto il quadro di una situazione politica e
sociale; quasi, saremmo tentati di dire, il ritratto di un'epoca; ma sull'uomo
poco o nulla.
Potremmo dire, per esempio, che Arnaldo fu un chierico nato fra la fine del
secolo XI e l'inizio del successivo e che venne, con tutta probabilit,
denunciato dalla rivalit di un vescovo bresciano a Innocenzo II, questo nel
1139... Che Arnaldo fosse proprio di Brescia ce lo dice Ottone di Frisinga.
Ottone  il figlio di Leopoldo von Babenberg, marchese d'Austria, e di Agnese,
la figlia dell'imperatore di Franconia Enrico V.
Dopo aver studiato a Parigi, Ottone si ritira in un'abbazia della Borgogna
appartenente ai monaci cistercensi. A venticinque anni  nominato vescovo di
Frisinga nome che gli rimarr addosso nei secoli.
Ebbene, Ottone, nel suo Gesta Friderici imperatoris, volume secondo, parla
appunto di Arnaldo come de civitate Brixia, della citt di Brescia. Insomma il
nostro personaggio avrebbe visto i natali in quella citt. Probabilmente, stando
alle ipotesi pi correnti, Arnaldo vi nacque fra il 1080 e il 1090.
Adesso si tratta di vedere se effettivamente fu un frate oppure, come
generalmente si suppone, un monaco. Qui le cose si fanno un tantino pi
complicate. Come vedete il nostro Arnaldo , almeno agli inizi, tutto un
mistero. Occorre pertanto procedere a tentoni. In primo luogo bisogna cercare di
vedere il contorno, l'alveo sociale e politico in cui Arnaldo sviluppa le
proprie tesi; poi, attraverso le fonti che abbiamo poco prima citato, far luce
per quanto  possibile sull'individuo.
Un suo biografo celebre, un arciprete, il Guadagnini, scrive che tornato in
patria, Arnaldo divenne monaco in uno dei nostri monasteri. Su questo aspetto
tace invece l'altra testimonianza, quella di Bernardo di Chiaravalle.
E il silenzio di quest'altro grossissimo personaggio  per lo meno strano.
Bernardo  un figlio di nobili, in politica quello che si direbbe oggi un
conservatore. Nasce presso Digione, a Fontaines, nel 1090. Nel 1113  al
convento di Citeaux, dove resta fino al 1116. In quell'anno Bernardo se ne parte
con altri monaci per fondare il nuovo convento di Clairvaux (Chiaravalle
appunto), dove rimane fino alla morte che sopravviene nel 1153. Bernardo  una
delle fonti pi preziose, sia per Arnaldo sia per il suo maestro Abelardo. Anzi,
a proposito di quest'ultimo, fra le prime parole che come una pennellata ti
descrivono la persona (Bernardo in questo  davvero un maestro) ti dice che si
tratta di un monaco sine regula, che anzi non ha nulla del monaco se non il nome
e l'abito: ...nihil habens de monacho praeter nomen et habitum...
Ora quello che ci riesce davvero difficile a capire  perch mai Bernardo non
dica la stessa cosa di Arnaldo. Se ci fosse stato alcunch da stigmatizzare,
crediamo che per prima cosa l'abate di Chiaravalle dovrebbe averlo detto, come
ha fatto insomma per Abelardo. E invece niente. Siamo perci daccapo. Silenzio
(sul fatto che fosse frate o monaco) anche da parte del papa Eugenio III, che
pure scriver parole di fuoco contro Arnaldo e che, nonostante muoia prima di
vedere il bresciano sul rogo, tuttavia ne preparer virtualmente la rovina.
Ottone di Frisinga dal canto suo sostiene che Arnaldo fosse un... persecutore di
monaci (monachorum persecutor) il che non  certo un modo di risolvere la
faccenda. Tuttavia Ottone gli concede un religionis habitum. Abbia pazienza chi
legge. E' una faccenda davvero noiosa. Ma anche se qui il linguaggio puzza
lontano un miglio di dispensa universitaria, pure si tratta di un dato di fatto
che va chiarito. E tuttavia questa precisazione del frisinghese non  certo
fatta per aprire gli orizzonti. Questo religionis habitum significa infatti che
Arnaldo indossava davvero una veste monastica o un semplice abito ecclesiastico?
E il dubbio, seminato inconsciamente da Ottone, trasciner dietro di s decine
di biografi i quali saranno indotti a credere che il bresciano fosse uno che
avesse, s, abbracciato l'ordine clericale, ma non fosse divenuto qualcosa di
pi di un lettore.
Ma lettore, con tutta probabilit, Arnaldo lo fu prima di recarsi in Francia...
E allora? Non ci resta che scomodare un'altra fonte, ma anche qui sarebbe meglio
non averla neppure sott'occhio. Si tratta infatti di Giovanni di Salisbury per
il quale il bresciano dovette essere addirittura... abate dell'ordine
agostiniano. E adesso davvero basta.
Tuttavia a noi moderni, onde inquadrare un personaggio storico, interessano
precipuamente due fatti: luogo e data di nascita, luogo in cui venne educato.
Pu darsi che sia decisamente arbitrario ragionare cos, ma  indubbio che una
figura storica sia meglio illuminata da questa luce indispensabile; capire dove
e quando  nata, significa riuscire a individuare molto della sua formazione,
dell'educazione assorbita nei primi anni di vita, ancora nell'ambito familiare.
Capire quali maestri ebbe, significa ritrovare le radici del suo pensiero.
Ebbene anche per questo secondo aspetto i pochi nomi che abbiamo citato come
fonte risultano malauguratamente muti.
Non potendo sapere a quale et divenne monaco, non possiamo neppure sapere quali
scuole abbia frequentato, n quali siano stati i suoi maestri. Certo che per
recarsi in Francia a studiare teologia presso una celebrit come Abelardo,
Arnaldo doveva aver ricevuto un insegnamento di prim'ordine. Non era da tutti,
infatti, ricercare quei maestri, noti soprattutto per la volont rinnovatrice.
Siamo nei dintorni di Nantes, precisamente a Pallet. E' il 1079. In quest'anno,
in questo borgo, nasce uno dei pi grandi spiriti che abbia dato il
cristianesimo. Non  certo un povero. Anche lui, infatti, come Bernardo di
Chiaravalle, nasce da una famiglia nobile. Il suo nome  Pietro Abelardo. E'
indubbiamente destinato, per la sua vivace intelligenza, a una folgorante
carriera negli studi. Eccolo insegnare filosofia prima, teologia poi, a Parigi.
Si trova sulla cresta dell'onda, quando scoppia lo scandalo del suo amore per
una bella studentessa, Eloisa. Lo scandalo lo travolge, gli manda all'aria la
carriera. Le conseguenze sono dure. Eloisa prende il velo, Abelardo si ritira
nell'abbazia di Saint-Denis, ove ricomincia il suo insegnamento.
Da Eloisa, Abelardo ha avuto anche un figlio, che viene affidato alla sorella di
Pietro. Ma  scritto che anche il soggiorno a Saint-Denis sia turbato dallo
screzio con i monaci, che non vedono di buon occhio la parola eterodossa di
Abelardo. Ecco che questi  costretto allora a fondare un monastero tutto suo,
il Paracleto, ove riprende a insegnare a una vera folla: sono studenti,
ammiratori, seguaci. La tradizione vuole anzi, a questo punto, che siano gli
stessi studenti ad erigere la costruzione in pietra (avendo Abelardo fatto
costruire solamente qualche baracca di legno).
Sul capo del filosofo la Chiesa, tramite il sinodo di Soisson del 1121, ha gi
fatto pendere la condanna, obbligandolo a bruciare con le proprie mani il suo
trattato sull'Unit e la Trinit, De unitate et trinitate divina.
A Soisson, Abelardo ha trovato due nemici: due professori di Reims, Alberico e
Rotulfe. Sono stati loro a denunciare il volume incriminato all'arcivescovo
Radulfe, interessando alla cosa anche Conon, legato pontificio in Francia.
Ovvio che il legato si sia subito occupato della faccenda e abbia cercato di
indire il concilio al quale Abelardo  costretto a intervenire, portando con s
l'opera giudicata non ortodossa dai due professori, seguaci rispettivamente di
Anselmo e di Guglielmo di Champeaux.
La scelta di Soisson non  casuale. La citt non  nuova ai processi contro gli
eretici e tempo addietro, anzi, si sono avuti dei casi in cui i davvero
ortodossi abitanti hanno provveduto da s a far giustizia degli eretici. Per
giunta l'opera di calunnia esercitata dai due professori nei riguardi del pi
illustre collega, ha dato i suoi frutti. Allorch Abelardo entra in citt, ci
manca poco che venga lapidato. Nonostante ci il filosofo di buon grado fa
esaminare il proprio testo dal legato pontificio. Questo  un atto che dimostra
la buona volont, ma il legato non sembra volerne tener conto; ingiunge,
infatti, ad Abelardo di sottoporre il testo, invece, al vescovo di Reims.
Durante il concilio poi non mancheranno gli incidenti, come quello che vede il
professore Alberic chiedere con insistenza al filosofo le prove che ha da
addurre in suffragio di una sua teoria. E candidamente Abelardo gli metter
sotto il naso una frase di Sant'Agostino che ripeteva parola per parola quello
che lui aveva inteso dire...
L'ultimo giorno del concilio, Geoffroi, il vescovo di Chartres, dir ai giudici:
Conoscete l'erudizione, la fede e il credito di cui gode quest'uomo. Attenti,
nel mettervi contro di lui, a non aumentare il numero dei suoi seguaci... Parole
profetiche, ma purtroppo vane.
Nonostante la fortuna del Paracleto, al ritorno a Parigi, Pietro Abelardo si
trova di fronte a un vero muro di opposizioni. A capo di esse c' forse la
massima autorit morale del tempo: Bernardo di Chiaravalle. E' a lui che
dobbiamo la nuova condanna del filosofo al concilio di Sens del 1140. Solamente
la protezione di Pietro di Cluny consentir ad Abelardo di rifugiarsi nel
priorato cluniacense di Saint-Marcel. Ed  qui che poco dopo si spegner: era il
1142.
Quanto ad Arnaldo da Brescia, questi con tutta probabilit accompagn Abelardo
al concilio di Sens. Abbiamo detto con tutta probabilit, dato che anche per
questo particolare non vi  certezza assoluta. E, con altrettanto fondata
probabilit di essere nel vero, diremo che questa non era certo la prima volta
che il bresciano si recava in Francia.
E' certo, infatti, che il monaco (tanto vale chiamarlo cos) non rimase in terra
di Francia, come hanno sostenuto alcuni, diciassette anni filati. Ma and e
venne pi volte, dall'Italia alla Francia e viceversa. Lo troviamo, secondo
molte fonti, a Sens, ma  presente al concilio lateranense nel quale  stato
accusato dal vescovo bresciano Maifredo, spalleggiato da altri abati brixienses.
Gli si imputa di aver turbato la chiesa della citt e di aver ingiustamente
accusato prelati ed autorit ecclesiastiche locali... Quindi Arnaldo, dopo aver
abbandonato Brescia per la prima volta, arriva in Francia e segue i corsi tenuti
da Abelardo, per poi tornare in Italia all'incirca verso il 1128 o 1129; poi
rieccolo nuovamente oltr'alpe. Ma torneremo sull'argomento.
Arnaldo dimostra comunque di aver recepito fin nel profondo l'insegnamento del
teologo francese. Si  immedesimato nella corrente rinnovatrice, lontano dai
difensori di una societ aristocratica che non hanno dimenticato le loro nobili
origini, come ad esempio lo stesso Bernardo. E' comunque persona dalla condotta,
come si direbbe oggi, rispettabilissima. E che abbia vita intemerata, al di
fuori di ogni sospetto, lo conferma lo stesso Bernardo.
Brescia, 1135. La cittadina  dilaniata dai contrasti e dalle discordie. Si
hanno dei fenomeni di corruzione, si verificano delle profonde divisioni per
ragioni di potere. Il risultato  quello che appare nella stringatissima cronaca
locale, negli annali cittadini insomma: vengono cacciati dalla cinta delle mura
due consoli, il cui governo non era stato dei pi esemplari.
Gli stessi annali ci dicono che, dieci anni prima, i bresciani avevano vissuto
momenti di potenza militare: avevano infatti distrutto il castello di Asola, di
propriet dei conti Maggi. E ci narrano ancora, poche parole a dire il vero,
della visita fatta nel 1132 da papa Innocenzo II. Per il resto nulla,
assolutamente nulla. Tacciono, muti, sulla figura di Arnaldo, sulle sue
arringhe, un misto fra la predica e il comizio, sulle folle che lo ascoltavano.
Tacciono anche sui reali motivi che conducono fin l papa Innocenzo.
Innocenzo vi  giunto per due scopi; il primo  quello di deporre il vescovo
Villano, il secondo quello di mettere una persona di sua fiducia sul seggio
vescovile e cio Maifredo. Per questo si trattiene in Brescia ben due mesi,
luglio e agosto. Ma per quale motivo Villano doveva essere deposto? Perch
mettere Maifredo in sua vece? E perch mai Innocenzo, circostanza quanto mai
sintomatica, era accompagnato da Bernardo di Chiaravalle?
Innocenzo, fra l'altro, deve proprio a Bernardo l'elezione al soglio pontificio,
un'elezione che in fondo  stata un sopruso, avendo riportato la palma del
suffragio Anacleto II (anche se il primo finir per avere, dopo s'intende, tutte
le ragioni).
Qual  il ruolo di Arnaldo in tutta la faccenda? E svolse, il bresciano,
effettivamente un ruolo? Ottone di Frisinga dice che la predicazione del monaco
aveva gi contagiato l'intera citt; noi abbiamo usato il verbo contagiare, lui
usa invece perturbare; ma  lo stesso, la sostanza non muta. Ma con tutta
franchezza non ci sentiamo di sottoscrivere questa tesi. Anzi crediamo che sia
poco probabile che Arnaldo avesse gi avuto modo di... sobillare i suoi
concittadini. Forse la sua predicazione prende invece l'avvio proprio
dall'allontanamento del vescovo Villano. Tant' vero che subito dopo, questo 
certo, si avranno i primi screzi fra Arnaldo e Maifredo. I due si vedevano come
cani e gatti. Uno era l'uomo dalle idee da difendere a prezzo della vita,
l'altro era il grigio burocrate imposto dall'alto e dalle circostanze. La
predicazione del monaco dovette quindi iniziare verso il 1133, o fors'anche pi
tardi. Di certo non si sa. Il Maifredo imposto da Innocenzo era comunque, come
abbiamo gi anticipato, colui che lo accuser al Concilio Romano del 1139. In
quell'occasione si dir che il giudizio di Innocenzo era stato davvero
salomonico: in pratica il papa aveva imposto al monaco un solo castigo: il
silenzio. Ma di fronte alla condanna papale, l'animo esacerbato di Arnaldo aveva
rifiutato la sottomissione, anzi aveva risposto raddoppiando lo zelo
missionario, la virulenza verbale. E Maifredo riuscir a ritornare in Brescia
solo dopo aver superato scogli a non finire, dato che questa volta la
popolazione della cittadina era stata davvero... sobillata.
Innocenzo  comunque il primo giudice di Arnaldo; ecco come si svolgono,
dettagliatamente, i fatti.
8 aprile 1139. Papa Innocenzo II indice il Concilio Laterano. Vi sono circa
mille prelati, patriarchi, vescovi, arcivescovi. Sono giunti da tutte le parti,
ma segnatamente dal nord. E' un Concilio che si pu dividere, grosso modo, in
quattro parti. Dapprima ci si preoccupa di annullare tutte le decisioni prese
dall'antipapa Anacleto II. Poi si discute del caso di Ruggero di Sicilia che
viene scomunicato per aver avuto l'ardire di accettare il titolo di re
dall'antipapa. Terzo, vengono condannati gli errori di Arnaldo da Brescia e di
Pietro de Bruis. Costui aveva sostenuto che il battesimo doveva essere riservato
ai soli adulti, questione che pi volte sar ripresa dagli eretici e che gi era
stata messa sul tappeto anni prima. Pietro de Bruis comunque l'aveva enunciata
press'a poco cos: il battesimo senza la fede, o la fede senza il battesimo non
servono a nulla; nessuno di essi, preso singolarmente, conduce alla salvezza
eterna (Baptismus sine propria fide, nec propria fides sine baptismo aliquid
potuit; neutrum sine altero salvat).
Contro i due viene comunque ripetuta, pressocch parola per parola, la condanna
che era stata formulata nell'articolo terzo del Concilio di Tolosa, un Concilio
indetto nell'anno 1119 da Callisto II. Quella condanna riguardava tutti coloro
che rifiutavano il sacramento del corpo e del sangue di Nostro Signore, il
battesimo dei fanciulli, gli ordini ecclesiastici, e il sacramento del
matrimonio; tutti costoro dovevano considerarsi eretici ed essere affidati al
giudizio secolare. Un verdetto duro, emesso dai vescovi della Provenza, della
Linguadoca, della Guascogna, della Spagna e della Bretagna.
Quarto, infine, venivano stigmatizzati gli abusi e il rilassamento dei costumi
che si potevano constatare nella Chiesa come conseguenza diretta dello scisma.
Era per anche un voler far tornare dalla finestra ci che poco prima si era
cacciato dalla porta. Non si trattava infatti di una delle accuse mosse da
Arnaldo contro il clero? Dire che questo lassismo, questa corruzione venivano
come conseguenza diretta di uno scisma, quasi che insomma prima non vi fossero,
era una valutazione abbastanza di comodo...
Il Concilio esaminava per questi quattro punti in ben trenta articoli, i pi
significativi dei quali, almeno secondo l'occhio curioso di chi li esamina
secoli dopo, erano i seguenti: Tutti coloro i quali sono stati ordinati con
l'avallo della simonia, ovvero hanno venduto oppure acquistato qualche beneficio
ecclesiastico vengono privati della dignit e dei benefici:  il contenuto dei
primi due commi.
Veniva poi affrontato (nel quarto comma) il problema dei prelati che sfoggiavano
vesti sontuose. Storia vecchia, storia che ritroviamo gi nella Italia di
Costantino, a dir poco. Storia che rispolverava anche Bernardo di Chiaravalle,
quando chiedeva ai colleghi vescovi che si sbrigassero a curare la luce che gi
serpeggia nel corpo della Chiesa e ammoniva papa Eugenio di non comparire in
pubblico con quel fasto che gli era abituale, altrimenti nessuno, proprio
nessuno, avrebbe creduto che fosse stato eletto pontefice senza ricorso alcuno
alla corruzione. Parole che, pi o meno simili, si leggeranno anche in Giovanni
di Salisbury, sdegnato contro il suo conterraneo Adriano IV.
Quanto a Bernardo, non contento di trattare l'argomento attraverso la
corrispondenza, arriver a scrivere due trattati, due opere d'accusa
implacabile. L'una  la famosa apologia a Guglielmo Abate, l'altra l'altrettanto
celebre De consideratione.
I vizi del clero, l'abuso del continuo appellarsi al papa per ogni sciocchezza,
le esenzioni di monaci e preti che si sottraggono all'autorit vescovile, ecc.:
ecco i temi trattati da Bernardo.
Un altro grosso problema era quello della messa; molti prelati erano
regolarmente coniugati, o vivevano tranquillamente more uxorio: la piaga era
oggetto del settimo comma nel quale, oltre a ribadire gli obblighi del celibato
ecclesiastico, si sottolineava come la messa celebrata dai coniugati o dai
concubini fosse nulla. Cos nel nono si diffidavano i membri della Chiesa dal
trar lucro dall'esercizio della professione medica o forense, recidendo alla
base con questa decisione le fonti di lucro per migliaia di ecclesiastici in
tutta Europa, considerato lo scarsissimo numero dei laici operanti nei settori
terapeutico e legale...
E non era, ovviamente, finito qui. Era prassi consueta l'acquisto o il dono di
benefici ecclesiastici da parte di laici. Non si contavano quelli che ne
godevano le decime. Con il comma decimo veniva appunto deciso che le rendite
spettassero soltanto alla Chiesa...
Non staremo adesso ad esaminare compiutamente tutti gli altri, altrimenti non la
finiremmo pi. Accenneremo soltanto ad altri due commi, il quattordicesimo e il
ventiseiesimo. Il primo riguardava i gladiatori: si proibiva d'ora in avanti
ogni combattimento di gladiatori nelle fiere, ordinando che i contendenti morti
in simile occasione venissero privati del beneficio della sepoltura
ecclesiastica. Nel secondo veniva fuori un problema spinosissimo, quello dei
falsi ordini monastici femminili; non appartenendo a nessuno dei pochi
regolarmente riconosciuti, essi servivano da pretesto per commerci poco nobili;
per dirla con le parole del Migne non erano suore quelle che vi appartenevano,
ma donne che si facevano passare per religiose e che sotto il pretesto
dell'ospitalit ricevevano persone di pessima reputazione. (Punto questo, della
difesa dello stato religioso femminile, che era argomento anche del comma
successivo, in cui si vietava alle suore di cantare con religiosi di sesso
maschile nella medesima cantoria...)
La citt di Brescia aveva visto Arnaldo agitarsi per oltre tre anni. Erano stati
anni in cui, verosimilmente, i rapporti con il vescovo, gi difficili sin
dall'inizio, si erano fatti impossibili. Non sono per chiare le vere ragioni
per le quali Maifredo fece all'improvviso appello al papa. E vero che il ricorso
alla mediazione del pontefice era divenuto addirittura un abuso (lo abbiamo
visto poco fa) ma ci che bolle in pentola  qualcosa di grosso, se una
cittadina come Brescia fa ricorso all'autorit centrale. Questioni economiche?
Paura di perdere notevoli benefici che la citt aveva sempre elargito ai suoi
reggitori? Va a sapere. Comunque Maifredo ottiene, l'abbiamo detto adesso, il
suo scopo. Arnaldo  condannato. In Brescia non c' pi posto per lui. O lui o
Maifredo insomma. E' la logica conseguenza del clima di un'epoca, di quell'aria
di fazione che gravita pesante sui comuni italiani. Arnaldo  perci obbligato
ad uscire dal territorio bresciano; ma dove va? Ottone di Frisinga dice che
valica le Alpi. Al di l c' una sola meta che Arnaldo gi conosce: la Francia;
c' una sola persona presso la quale recarsi: Abelardo.
Arnaldo attraversa la Svizzera, transita come un lampo a Zurigo, si precipita da
Abelardo ed ha modo di accompagnarlo al concilio di Sens. Questa la tesi
principale. Altri invece dicono che dopo aver soggiornato qualche tempo in
Svizzera vada incontro ad Abelardo e lo veda precisamente a Sens, vale a dire un
incontro a met strada dettato daile circostanze in cui era venuto a trovarsi il
filosofo francese.
Abbiamo appena accennato al problema della Svizzera. Questo paese ricorre pi
volte nella vita del bresciano. Svizzero (e non tedesco come dir qualcuno) 
l'amico Wetzel, che lo aiuter a suo modo, causandogli pi danni che altro
durante il periodo romano. E svizzeri sarebbero stati dei soldati che Arnaldo
avrebbe portato con s a Roma: c' chi dice che il monaco ne avesse raccolti
duemila, c', come vedremo, chi sostiene come se ne fosse trascinati dietro
addirittura diecimila. Folli balordaggini. Ma evidentemente quello della
Svizzera  un chiodo duro ad estrarre, se molti storici e biografi di Arnaldo
arriveranno a vedere in lui il vero precursore della riforma ginevrina. E ci
ricameranno sopra un sacco di teorie e di congetture, dimenticando che ci corre
un bel po' di anni da questo Arnaldo (indubbiamente un precursore, s, ma non
proprio della Riforma) ai tempi in cui Calvino e Zwingli staccheranno un altro
lembo d'Europa dall'egida romana.
Ma ecco comunque il nostro a Sens, nella Pentecoste del 1140, un anno dopo esser
stato, come dice Gunther monaco, o Guntero che dir si voglia, in concilio Romae
damnatus...
Ogni volta che si affronta un problema un po' remoto, che si cerca di far luce
in avvenimenti oramai trascorsi da tempo, ad ogni virgola, ad ogni passo ci si
imbatte in un interrogativo. E' logico che sia cos. Ci siamo sempre preoccupati
in primo luogo di distruggere, poi, se mai, di lasciare qualche vestigia,
qualche testimonianza, cio di costruire. La storia dell'umanit  una storia di
assassinii e di distruzioni, non certo una storia di progresso. (Non  essere
oscurantisti,  piuttosto un sentirsi pessimisti.. .)
Per quanto concerne questo Guntero, ecco quindi un altro ginepraio, un altro
busillis. Il suo poema, una specie di rifacimento di quanto aveva scritto Ottone
di Frisinga, si  cos trovato al centro di tutta una diatriba. Particolarmente
interessati a far luce, a gettare un fascio luminoso sull'autore del Ligurinum,
il Guerzoni e l'Odorici i quali alla fine dell'ottocento avevano intessuto un
fitto scambio di pareri sulla questione.
Chi aveva sostenuto a spada tratta l'esistenza di Guntero era stato il Guilliman
che aveva tirato in ballo un cronista svizzero del dodicesimo secolo, il Tehudi;
questi ci d, anzi, perfino la data di morte del monaco, il 1198. E partendo da
questa strada gi abbozzata, ecco i due storici muoversi con cautela avanzando
passo passo. Alla fine ne era scaturita una corrispondenza il cui succo , dal
pi al meno, questo: vede, aveva detto l'Odorici al Guerzoni,  vero che il
Guilliman sostiene questo, ma non bisogna dimenticare che il Wustenfeld ha
giudicato il poema del Guntero una vera impostura; e io al tedesco farei fede;
non per nulla si appoggia su quei rovistatori di cose medievali che sono i
redattori del Monumenta Germaniae del Perz. Anzi le dir che, secondo me,
l'autore dovrebbe essere un Corrado Celtes che scrisse al principio del
sedicesimo secolo o alla fine del precedente, tesi peraltro sostenuta anche dal
tedesco; dovrebbe quindi trattarsi di un rifacimento dell'opera di Ottone di
Frisinga.
Comunque, stia a sentire: non sarebbe certo il primo caso di falso storico. Io
stesso ci sono cascato. Per me il Ligurinum era autentico. Ma quanti altri hanno
commesso il mio stesso errore? E che dire allora di quei falsi prodotti,
confezionati su misura da quel guastamestieri del Biemmi, che ha causato tanto
scompiglio a chi si  occupato di cronache bresciane? E poi basterebbe citare il
caso della Cronichetta di Rodolfo Notaio, forse il falso pi azzeccato del
Biemmi, che trascin dietro di s un vero codazzo di storici a cominciare dal
Manzoni, che ci aveva visto addirittura un modello di semplicit e di candore
antico (figuriamoci le risatine... postume) e da Zamboni, seguiti poi dal
Brunati, dal Zaccaria e... da me. Comunque sia il Guntero  un bel falso, mi
creda...
E fermiamoci qui; lasciamo da parte Guntero, mettiamo un punto all'immaginario
dialogo e ritorniamo al nostro enigmatico personaggio: Arnaldo.
2 giugno 1140. Arnaldo  a Sens. Il concilio, presieduto dall'arcivescovo Errico
Sanglier,  stato indetto sotto un pretesto, quello di mostrare la ricca messe
di reliquie di cui il Sanglier ha addirittura riempito la sua cattedrale. Non
per nulla lo si  annunciato, questo concilio, come qualcosa di straordinario.
Un vero spettacolo, come dir Bernardo di Chiaravalle.
In realt l'oggetto numero uno da mostrare ai convenuti ... Abelardo, o meglio
 il suo pensiero, sul quale ci si dovr pronunciare: ci che ha scritto e detto
il filosofo francese  ortodosso o no?
I vescovi vengono da due province: Sens e Reims. Sono tutte persone che
garantiscono pieno appoggio al Sanglier e al collega di Reims Sansone. Sia
Sanglier sia Sansone sono poi favorevoli, dichiaratamente, a Bernardo di
Chiaravalle. Ecco quindi presenti Goffredo di Chartres, Elia d'Orlans, Ugo
d'Auxerre, Hatton di Troyes, Avise d'Arras, Goffredo di Chalons, Manasses di
Meaux e Josselin d'Auxerre; un bello schieramento non c' che dire. Tutti pronti
per le bordate contro Abelardo. Sono gi l, prevenuti di animo e di mente. Ecco
che allora il concilio di Sens diventa il vero trionfo dell'abilit di Bernardo
nei confronti del filosofo chiamato in giudizio. Quanto ad Arnaldo, questi non
rappresenta un vero pericolo ma piuttosto un incomodo, un vero seminatore di
zizzania e di scismi come lo definir Bernardo.
Al Concilio c' una folla notevole; ci sono religiosi e laici, professori di
teologia e dotti filosofi, abati e vescovi. C' perfino sua maest Luigi VII di
Francia, accompagnato dal conte Guglielmo di Nevers e dal conte di Champagne,
Thibaut. Non  pertanto cosa da poco. L'attacco contro Abelardo ufficialmente 
stato voluto da Guglielmo, colui che fino a poco tempo prima era abate di
Saint-Thierry e che al tempo in cui si indice il Concilio  cistercense a Signy.
Naturalmente Guglielmo  uno degli ammiratori pi ferventi di Bernardo di cui,
d'altra parte,  anche consigliere. Bernardo non ha per scaltramente, accolto
subito l'invito di misurarsi con Abelardo, preferendo aspettare. Abelardo  uomo
dalle molte relazioni, i cui fili, Bernardo lo ha anche scritto, arrivano fino a
Roma, in pieno collegio cardinalizio. L'influenza che il filosofo ha poi
esercitato a Parigi  grandissima, come pure potenti sono le relazioni che
mantiene la famiglia di lui.
Abelardo, ha dal canto suo, come si suol dire, mangiato la foglia. Se ne 
venuto, anche lui, con un bel codazzo di persone, per lo pi studenti o
discepoli pronti ad applaudirlo e a dargli man forte contro il potente
schieramento di vescovi. Spera che il dibattito venga presto trasformato in una
ridda di tesi e di invettive, in modo da poter far vedere, dalle divisioni, come
anche una tesi come la sua possa essere accettata. Fra i sostenitori di Abelardo
c' anche il monaco bresciano, che per si far notare, stranamente, per il
suo... silenzio.
E che ci sia necessit di difendersi, eccome, lo comprenderanno tutti, studenti
e partigiani del maestro allorch Bernardo di Chiaravalle, preso in mano il
lavoro abelardiano sulla teologia, comincer a scorrerne alcuni passi
confutandoli aspramente. Abelardo  il primo a capire che non c' nulla da fare.
Se Bernardo pu iniziare un attacco a fondo in quel modo, vuol dire che il
silenzio di tomba nel quale echeggiano le sue violente parole  un silenzio
d'assenso. Insomma  un tribunale quello, non un Concilio, e un tribunale per
giunta fasullo, essendo il verdetto gi chiaro nella mente di ciascuno.
Qualunque cosa Abelardo possa dire, qualsivoglia tesi possa sostenere a sua
discolpa, la partita  in ogni caso perduta; basta dare uno sguardo all'intorno,
su quei visi impenetrabili, basta considerare il mutismo ostinato del sovrano,
vedere la sicurezza del rivale Bernardo...
All'approssimarsi di quello scontro, all'avvicinarsi di quella data, 2 giugno
1140, Bernardo ha gi mosso tutte le pedine necessarie, ha fatto in modo che
Abelardo vi giungesse non come dialogante, come controparte, come giudicando, ma
come un giudicato, un condannato in partenza.
E bofonchiando qualche giustificazione, come scriver il Migne, Abelardo dir
solamente tre parole: Chiedo l'arbitrato pontificio. Basta. Ed altrettanto
rapidamente di come era venuto se ne uscir a testa alta, seguito dai discepoli.
Con ci crede di avere messo in ginocchio il Concilio; senza l'imputato cosa mai
possono giudicare tutti quei vescovi?
Ma, abilmente, il Concilio prosegue i suoi lavori. I partecipanti sottolineano
la differenza che va fatta fra la persona di Abelardo e i suoi scritti.
Allontanata la prima rimangono i secondi. E se per deferenza nei confronti del
giudizio pontificio, cui Abelardo vuole appellarsi, sospendono ogni giudizio
sulla persona, sull'uomo, si arrogano per il diritto e l'autorit di decidere
sulla dottrina. E' un colpo da maestro, un vero scacco di cavallo.
Ovvio che si troveranno poi tutti d'accordo nell'affermare la scarsa ortodossia
del pensiero del maestro parigino. E, a conclusione dei lavori, si stabilisce
che ciascuna delle due province rappresentate avrebbe fatto un esposto separato
al pontefice, una specie di relazione degli avvenimenti. Come  immaginabile, la
pi accanita, la pi pedante, la pi meschina si riveler quella redatta dai
vescovi di Sens, che riporteranno la palma nella disamina delle eresie
abelardiane. A conclusione, quei vescovi faranno anzi un lungo elenco di
richieste da sottoporre al pontefice.
In primo luogo domandano a Roma di avallare con la sua autorit le conclusioni
del consesso. Poi chiedono che venga stabilita una pena nei confronti di coloro
che d'ora in avanti sosterranno o diffonderanno qualcuna delle proposizioni
condannate dal Concilio: il caso Arnaldo era, cos, gi sistemato... In terzo
luogo ecco che desiderano che si proibisca al filosofo parigino di scrivere e di
insegnare; inoltre i suoi testi dovranno essere messi all'indice e considerati
alla stregua di perniciosissimo veleno.
E' vero altres che la volont di Abelardo di chiamare in causa a sua volta il
papa poteva rivelarsi gravida di pericoli, sempre per quelle influenze di cui
abbiamo gi parlato, influenze che il fondatore del Paracleto manteneva nei ceti
pi svariati. Un appello al papa di Pietro, dir il Migne, con le relazioni che
aveva e che nessuno ignorava, rappresentava una fonte di notevoli
preoccupazioni. Pensiamo che (Abelardo) fosse venuto a Sens decisissimo a non
risparmiare per la sua difesa n sforzi n artifici, n alcuno dei vantaggi che
il dibattito pi acceso e pi combattuto poteva fornire alla sua causa.
Sconcertato per dall'accoglienza ricevuta, da quello che aveva visto, aveva
scelto la via dell'appello come la prima scappatoia che si presentasse al suo
cervello, o come una risorsa che trascinando la faccenda per le lunghe gli
avrebbe permesso di cavarsela in maniera meno vergognosa, tramite i buoni uffici
delle persone che lo stimavano, ivi comprese coloro che appartenevano al
medesimo collegio cardinalizio. Grosso modo si tratta delle stesse conclusioni
che avevamo gi anticipato.
Ma non poteva darsi che l'appello di Abelardo significasse altra cosa? Con il
richiamarsi all'autorit papale veniva, o no, quasi a dire che non teneva
minimamente conto di quella dei partecipanti al Concilio, del cui giudizio
faceva volentieri a meno? Era o non era una volont di considerare i suoi
giudici inadatti a esprimere un parere sui suoi lavori?
Dunque Abelardo voleva rendere pan per focaccia a Bernardo, facendogli intendere
che le sue accuse non valevano nulla e che l'unica persona degna di esprimersi
in materia era lo stesso pontefice. Ma con questo suo comportamento, con questo
suo ritirarsi fin dall'inizio, apparentemente rifiutando il combattimento, in
realt Abelardo dimostrava una cosa sola: di aver sottovalutato l'influenza
dell'abate di Chiaravalle...
Prova ne sia che quest'ultimo lo brucer sui tempi, spedendo una valanga di
lettere a cardinali e al futuro papa, ovvero a Guido del Castello, colui che
salir al soglio con il nome di Celestino II. Bernardo tenta con tutti i mezzi
di creare il vuoto attorno al filosofo, al suo rivale, e ci riesce. Si tratta di
un desiderio di vedere allontanato lo scisma dalla Chiesa di Roma, oppure di
accanimento personale, astio contro colui che non aveva voluto chiarire in sua
presenza alcuni punti rivoluzionari del suo insegnamento? Chiss. Forse, con
ogni probabilit, si trattava delle due cose insieme. E' un nuovo problema
regalatoci dal silenzio dei cronisti. Pu darsi anche che abbia ragione il
Rmusat, il quale scrive che l'implacabile abate di Chiaravalle sotto il
cappello del frate ha le insegne di poliziotto, di custode del trono e del
santuario. Certo che i problemi posti dall'insegnamento di Pietro non erano
piccoli.
Tutti, Anselmo d'Aosta in primo luogo, dicevano: Non cerco di capire per
credere, ma credo per poter capire. Abelardo invece aveva detto: Non si pu
credere se prima non si  capito. Dal semplice rovesciamento della proposizione,
come si vede, nasceva una rivoluzione...
Ecco il motivo, ecco la ragione, il perch Abelardo si buttava a testa bassa
contro gli spiriti, da lui definiti presuntuosi e crudeli, che accettano una
dottrina senza esame. Abelardo era un cervello grosso cos. Difficilmente
riusciamo a immaginare la portata della sua speculazione ai tempi nostri; certo
se fosse vissuto fra noi dalla sua mente sarebbe scaturito il fuoco
d'artificio... E Abelardo era un vero cultore della ragione; non per nulla si
mette a sostenere a gran voce che per quello che la ragione riesce a capire non
 necessario ricorrere all'autorit. E scusate se  poco! Dunque non si doveva
credere perch quella era la parola di Dio, ma perch si era convinti che la
cosa stesse cos. E la verit la si pu, la si deve ricercare dappertutto: un
filosofo greco vale quanto un santo o un Padre della Chiesa. E mettendo
sull'altare la ragione e condannando la fede si compiva non una rivoluzione, ma
un cataclisma. Aveva dunque ragione Bernardo nell'attaccarlo ferocemente?
Ragionando con la mente volta a quei secoli, a quelle situazioni, pensiamo
proprio di s. Qualora per l'insegnamento abelardiano fosse stato il vincitore,
l'Europa (e non solamente essa) avrebbe evitato fiumi di sangue e lotte
fratricide. Con Abelardo (con lui s, non con Arnaldo) la Riforma poteva
diventare una realt gi nel primo medio evo.
Per Bernardo di Chiaravalle, Abelardo era per soprattutto un cocciuto e un
irrecuperabile. Un accanito nella difesa di quelli che, con ogni evidenza, erano
errori. E passi il fatto di averne sostenuto la validit sul piano teologico, ma
era mostruoso incaponirsi a tal punto nel sostenere tesi cos erronee.
C'era per una persona che non la pensava allo stesso modo e che oser per
giunta dichiararlo a piena gola. Questi era Berengario di Poitiers. Berengario
non solo attaccher violentemente le decisioni del Concilio di Sens, ma arriver
a fare della pesante ironia e perfino a gettare sulla bilancia un argomento che
non  mai tale, l'insulto. Per Berengario, Dio non era un fatto privato, non
poteva essere appannaggio di uno solo. Dio era al di sopra di ognuno ed
accessibile a chiunque, anche se questi non avesse voluto proclamarsi cristiano.
Era un parlar chiaro, un anticipare quella che sarebbe stata la tematica dei
secoli futuri.
Ma Bernardo non lanciava i suoi strali unicamente contro il fondatore del
Paracleto, bens anche contro o Arnaldum de Brixia, che con Abelardo si era
distinto come facitore di perfidi dogmi. E la duplice condanna verr pronunciata
da Innocenzo nel luglio del 1140 con una lettera nella quale i maggiori strali
erano per volti contro Abelardo, cui doveva essere imposto il silenzio
perpetuo.
Con la duplice condanna, Arnaldo, messo all'indice due volte, e nel giro di poco
pi di un anno,  cacciato di Francia. Si reca in Svizzera, a Zurigo. Ma non se
ne sta tranquillo. Neppure Bernardo di Chiaravalle lo lascia in pace. Gli errori
di Abelardo, segnati e dannati dalla Chiesa, Arnaldo li ha difesi, li difende.
E' un nemico della croce di Cristo, un seminatore di discordie, fabbricatore di
scismi, turbatore della pace, divulgatore di un coacervo di teorie erronee. Ma
c' di pi;  anche un dividitore di unit, i cui denti sono armi e saette, e la
lingua una spada acuta. Stia attento il vescovo di Costanza (cui la lettera 
destinata): ...appena avr attirato a s i poveri e i ricchi colle blande parole
e la simulazione della virt, (Arnaldo), sicuro della benevolenza mal guadagnata
e sorretto dalla familiarit di quelli, insorger contro il clero, contro lo
stesso vescovo, tempester d'ogni parte contro l'intero ordine ecclesiastico.
Ma Arnaldo non si poggia unicamente sulla validit della sua predicazione, su
quello che si suol chiamare il fascino della parola. Arnaldo non mancher di
appoggi pi validi, come quelli che trover nella nobilt minore, ordine, come
dir il Bonghi, in cui la Riforma di Zwingli e Lutero trover il primo e
principale appoggio qualche secolo dopo. Ch questa suol essere la classe nel
cui seno i germi delle rivoluzioni si depongono e fecondati germogliano,
quantunque poi quelli non vi si fermino...
Ma dove trovava Bernardo tanta autorit, donde gli veniva?
Bernardo,  sempre il Bonghi a dirlo, non rivestiva nessuna dignit
ecclesiastica, non possedeva nessun potere civile. Quello che egli era, l'aveva
da s; un'autorit morale smisurata, acquistata con la santit della vita
coll'ardore della convinzione, e per via di un'inclinazione di mente e di animo
tutta conforme alla ragione e all'indirizzo dei suoi tempi. Nell'animo suo
risplendevano di pi viva luce ed erano seguiti da una larga efficacia, gli
ideali che erano allora in cima nello spirito umano. E una siffatta autorit
morale, in una societ tutta ordinata a classi, in cui nessun potere spirituale
era scompagnato dal temporale e l'uno e l'altro si sentivano liberi d'operare,
occorrendo, con una violenza senza rispetto, non trovava nulla che le
resistesse, nulla n papi, n cardinali, n imperatori, n re, che non le si
piegasse davanti...
E la predicazione di Arnaldo di fronte a questo stato di cose non poteva non
fare proseliti in gran numero e non scontrarsi, appunto, contro l'autorit
morale di un Bernardo di Chiaravalle. Ed era scritto che la seconda fosse
superiore al primo, che con il peso delle sue argomentazioni Bernardo
schiacciasse, dopo aver sconfitto il maestro Abelardo, il discepolo Arnaldo.
Fra i seguaci di quella predicazione infiammata del bresciano ecco in primo
piano i militi, gli ordini nobili minori, che gli aprono la strada con la forza
delle loro famiglie. Che cosa s'intendesse con la parola militi  presto detto.
Nella storia di Milano si legge che i militi inflissero una tremenda sconfitta
ai popolani. Ora militi erano quei vassalli che avevano un qualche feudo e che
venivano censiti dopo i nobili. Erano sempre e comunque degli appartenenti alla
nobilt, quindi in continua lotta con la plebe. Qualche volta si vedr anche il
termine milite impiegato a distinguere chi non era valvassore, ma questa 
un'eccezione, dovuta unicamente al fatto che i valvassori ora appartengono agli
ordini maggiori ora ai minori. Anzi a dire il vero pi spesso militi  sinonimo
appunto di valvassori...
Come ogni classe non ben definita e dai privilegi non elevatissimi, quella dei
nobili minori era fra le pi turbolente, atta da un lato ad anticipare le idee
degli anni venturi, dall'altro a farle proprie e a diffonderle fra i ceti
inferiori, fra le classi rivali.
Lo spirito d'indipendenza che animava in genere la nobilt minore non poteva non
accogliere favorevolmente ogni tentativo di sottrarsi all'autorit maggiore ed 
ovvio che, dato lo stretto legame fra potere temporale e potere spirituale,
questo anelito verso l'indipendenza si traducesse in appoggio alle idee
innovatrici che di volta in volta sorgevano nel seno della religione. Ecco
perch i riformatori protestanti godranno soprattutto dell'appoggio di questi
militi, che vedranno nella loro predicazione un mezzo per spezzare l'egemonia di
Roma e per aumentare la propria indipendenza.
Si pu pertanto considerare il verdetto di Sens come moto spontaneo di
ribellione contro le idee nuove che rischiavano di sovvertire quel poco di
ordine rimasto dopo i travagli causati dalla lotta per le investiture.
Quest'ultima era ufficialmente terminata nell'anno 1122 con il celebre
concordato di Worms. Ma ci non voleva affatto dire che le discordie fossero
sopite. Anzi.
Poniamo mente per un attimo alla situazione romana dopo la morte di Innocenzo
II. Papa Innocenzo muore nel 1143. Gli succede Celestino II e dopo qualche mese
Lucio II. Roma  tutta un tumulto. Il popolo sembra impazzito, dichiara nullo il
magistero pontificio, proclama la repubblica, ristabilisce addirittura a governo
della citt un senato composto da cinquantasei membri e un patrizio, Giordano
Pierleoni, figlio del fratello del defunto antipapa, Anacleto II. E' una
situazione sulla quale torneremo. Quello che ci interessa anticipare qui  che i
nobili di fronte al pericolo faranno causa comune dimenticando le loro discordie
e le annose lotte di famiglia. I Frangipane, i Pierleoni, i Giordano si
schiereranno in un unico fronte contro la plebe. Non basta: allorch verr il
terribile Federico Barbarossa, le cui milizie uccideranno migliaia di cittadini
mettendo Roma a sacco, i nobili, con la loro cavalleria splendidamente bardata e
in perfetta efficienza, si ritireranno in Castel Sant'Angelo, standosene a
guardare la mischia fra Tedeschi e truppe della repubblica (e del papa), mentre
le loro donne pigramente adagiate sulle portantine seguiranno con occhio
distratto gli avvenimenti, lamentandosi unicamente del gran caldo. Un fenomeno
significativo. Come significativa sar la morte di Lucio.
E' il 15 febbraio 1145. Papa Lucio avanza in Campidoglio e cerca di ristabilire
alla testa delle truppe, finanziate dai nobili, la sua autorit. Nella
confusione e nella mischia subito accesasi, un sasso colpisce duramente al capo
il pontefice, facendogli rotolare lontano la tiara. Soccorso, Lucio II non
regger al colpo e morir pochi giorni dopo.
Questa storia potrebbe continuare; storia di lotte, di estrema confusione nelle
menti e nei cuori; storia di sangue e di ambizioni sfrenate, di brame di potere
e di vendette; storia di saccheggi e di distruzioni. Dunque la fine del
conflitto per le investiture non ha risolto proprio niente... Ma  quasi ora di
tornare ad Arnaldo.
Arnaldo aveva cucita a doppio filo sulle spalle la patente di eretico; era
stato, come abbiamo detto, condannato due volte. Ma  proprio vero che al
Concilio Lateranense la condanna fosse stata esplicita? A dire il vero il monaco
di Brescia  nominato unicamente nella prefazione al Concilio stesso in cui si
dice che, fra le altre accuse, figura anche quella contro di lui, considerato un
discepolo di Abelardo. Ma  cosa stanta questa, dato che gi prima di recarsi a
Roma, Maifredo lo segna a dito come tale.
Arnaldo per (o Arnoldo o addirittura Arnolpho come comparir nei vari documenti
coevi) dava estremamente fastidio. Perch?
Luglio 1440. Parte un secondo rescritto di Innocenzo destinato come il primo a
Enrico di Sens, Rinaldo di Reims e Bernardo di Chiaravalle. Come il precedente
reca su un angolo (facendo un... paragone con i documenti moderni) un bel top
secret. E' destinato infatti alla lettura pubblica solo in sede di colloquio, un
convegno da tenersi a Parigi. Ebbene, in questo rescritto Innocenzo II ordina
addirittura di rinchiudere separatamente nei luoghi religiosi ritenuti pi
idonei Pietro Abelardo e Arnaldo da Brescia come impugnatori della fede
cattolica.
L'ordine  dunque una specie di mandato di... carcerazione preventiva. Per
fortuna, nonostante sia stato inviato a tutti i vescovi, non incontrer nessuno
disposto a metterlo in pratica. E la prova ne  che Abelardo, messosi in cammino
per andare del papa, potr morire senza altri dolori due anni dopo a
Saint-Marcel-sur-Saone: il 12 aprile 1142.
Se Abelardo esce da Sens praticamente sconfitto, Arnaldo sente per le proprie
energie raddoppiate, anzich rassegnarsi come il filosofo, corre a Parigi a
predicare la dottrina di Abelardo. E dietro a lui convengono a frotte pitocchi e
studenti, attirati da quell'insegnamento che metteva in primo piano la vita
umile secondo i precetti delle pagine del Vangelo. Nelle infiammate parole del
bresciano vi sono strali per tutti, per il clero corrotto, per i giudici di
Sens, per quel Bernardo ritenuto invidioso della persona e dell'insegnamento di
Abelardo. E il bresciano si rivela in pieno un detrattore di vescovi e di preti,
come lo aveva definito Ottone di Frisinga: persecutore di monaci e adulatore di
laici. In nessun modo, andava predicando Arnaldo, avrebbero potuto salvarsi i
chierici, dato che avevano propriet; nessuna speranza potevano avere i vescovi,
dato che avevano regale; nessuna clemenza avrebbero potuto invocare
segnatamente i monaci con i loro possessi. Tutto ci che era materiale, ci che
rappresentava il possesso temporale doveva andare al principe, il quale ne
doveva usare a solo vantaggio dei laici...
Guardate i vescovi, diceva; essi sono individui avari, dediti a guadagni
illeciti e a dir poco vergognosi, gente debosciata, licenziosa, che si sforza di
edificare la Chiesa sul sangue. Parole queste che ai Parigini dovevano fare un
certo qual effetto, come quelle che udranno le stupite orecchie dei Romani
allorch Arnaldo se la prender con il collegio dei cardinali macchiato di
superbia, d'avarizia, d'ipocrisia, di turpitudini d'ogni sorta.
Quella di Roma non era una Chiesa di Dio, ma casa di traffico e spelonca di
farisei; e lo stesso papa non  ci che egli professa d'essere, un uomo
apostolico e un pastore d'anime, ma un uomo sanguinario che conforta
dell'autorit sua incendi e omicidi, un tormentatore di chiese, un calpestatore
dell'innocenza, che non fa altro al mondo se non pascer la carne e riempir la
borsa e vuotare l'altrui. Eccetto pochi, i sacerdoti tutti erano dei reprobi e
dei dediti alla simonia; mentre i monaci sbrigliati e mescolati sempre alle cose
mondane erano tutt'altro che degni del loro nome... Parole indubbiamente forti,
che tradivano l'indole accesa dell'uomo e che secoli dopo troveranno singolare
accoglienza nei cuori risorgimentali.
Da queste poche parole si vede quanto profonda fosse la differenza fra Abelardo
e il suo discepolo. Troppo divergenti erano i due temperamenti, troppo distanti
le vie imboccate da ciascuno. Se il primo badava soprattutto alla teoria
(chiamiamola cos), il secondo guardava in particolare alla prassi. Se il primo
accettava dopo mille ritrosie una disciplina che gli doveva costare molte
amarezze e che lo avrebbero di l a pcco condotto a morte, il secondo con il suo
no violento, mettendo in discussione ogni cosa, rifiutando ogni compromesso
gettava fascine sul proprio rogo: frangar non seqectar...
Arnaldo rappresenta una vera calamit. San Bernardo ne  convinto. Ecco che lo
comunica anche al gi nominato vescovo di Costanza, Ermanno. Stia attento gli
dice. Infatti dovunque quel diabolico frate compare, ecco sorgere strascichi e
problemi a non finire, scismi discordie. L'accusa  per di una genericit a dir
poco sconcertante. Il linguaggio  deludente, desolatamente povero.
Evidentemente allora la predicazione del bresciano non  poi cos condannabile,
un germe di verit ci deve essere; altrimenti perch non adoperare contro di lui
le stesse armi che erano servite per allontanare Abelardo? Perch non vagliare
il suo pensiero alla luce dell'ortodossia?
La verit  in queste parole: ...che gravi disordini macchiassero a quell'epoca
una porzione del clero,  cosa assai nota. Perci lo zelo d'Arnaldo non mancava
di fondamento e di campo ove esercitarsi, e poteva essere degno di lode, come
quello di San Bernardo e di altri contemporanei.
Sono parole insospettabili: le troviamo infatti aprendo un fascicolo di Civilt
Cattolica, in data 1851.
Allora? Allora quello che andava dicendo il bresciano era sostanzialmente
esatto; sfondava una porta aperta. La violenza del tono, l'invettiva era un
mezzo per arrivare con maggiore efficacia all'animo di un pubblico formato in
prevalenza da plebei, da incolti, da popolani; un linguaggio che veniva
immediatamente recepito; e le accuse, che questo linguaggio profferiva non
potevano essere, come si  visto, confutate. Altrimenti lo stesso Bernardo di
Chiaravalle, come si  gi detto altrove, avrebbe dovuto rispondere di calunnia.
Guardiamo tanto per fare un ultimo esempio a quello che accade nel 1151.
In quell'anno arrivano a Roma due arcivescovi; giungono da Colonia e da Magonza.
Non sono venuti per una missione di fede, ma per allontanare dal proprio capo
una tempesta, un processo a loro carico. Hanno con s parecchio denaro. L'idea 
quella di corrompere la corte pontificia e stornare da s l'incubo di quel
precesso. Ma Roma rifiuta di essere comprata e rimanda i due al loro destino.
Bernardo di Chiaravalle allora scrive: Davvero si tratta di una novit; da
quando in qua Roma rimanda indietro del denaro? ...e tuttavia l'abate di
Chiaravalle rimane scettico, perch malignamente aggiunge: se i due arcivescovi
se ne sono tornati indietro a mani vuote, di certo non lo si deve ai Romani.
Anche questo  un parlar chiaro. E non si tratta, badate, di un atteggiamento
sporadico; ecco altre parole dell'abate da un suo scritto gi citato: ...sia
dunque concesso a te, se sei buon servitore, di vivere con i proventi
dell'altare, ma non di servirti in modo disonesto di questi; non insuperbire;
non procurarti ornamenti d'oro, locali affrescati, calzari argentati, pellicce e
ornamenti purpurei per la persona. E tieni lontano dall'altare come empio e
sacrilego ci che non  semplice vitto e modesto vestire...
A che pro direbbe questo, se i... difetti da lui stigmatizzati non fossero al
tempo suo una prassi corrente? Ecco perch Arnaldo spezzer tante lance in
favore del rifiuto di pagare le decime, ccco perch trover tante orecchie
pronte a recepire il suo verbo, pronte a far proprie le accuse che la violenza
verbale del bresciano lanciava contro la Chiesa e i suoi ministri.
Ma che cosa otterr l'eloquenza d'Arnaldo? ...che ei fosse cacciato da Brescia e
dall'Italia, che fosse cacciato dalla Francia, che dovesse partirsi da Roma
sedente papa Eugenio, che tornatoci ne fosse espulso dai senatori gi suoi
protettori, e finalmente frutt a lui il capestro.
Simile all'eroe di Cervantes, cercava dappertutto avventure, e dappertutto
trovava sventure. Si  detto che niuno negher di ammirare la dottrina di
Arnaldo. L'ammirazione  cosa di sentimento, non di ragione... comunque  gi
molto che vi sia. Era un tributo in fondo necessario da parte della Chiesa: sono
infatti parole, quelle che abbiamo or ora riportato, tratte da un articolo di
Civilt Cattolica del 1857. Intorno ad Arnaldo da Brescia, mito e
considerazioni.
La dottrina dunque  salva. Si stigmatizza il modo, quello che ancora offende.
Certo, se vi fosse stata maggior moderazione, anche spiriti meno accesi di
quelli dei suoi seguaci avrebbero potuto gravitare intorno all'oratoria di
questo predicatore errante.
Guardiamo cosa dicce il protestante Mosemio: egli confessa che costui spingeva
troppo innanzi i suoi principi e li seguiva con un calore non meno imprudente
che eccessivo. Vediamo che senza chiamata ci risponde e si sobbarca ad un
ufficio non commesso, stende la troppo audace mano all'arca santa, viene ai
fatti, eccita divisioni e tumulti, e non frutta che turbazione alla Chiesa e
sciagura a se stesso...
E' in fondo il parere di Giovanni di Salisbury: (Arnaldo) diceva cose che si
adattano benissimo alla legge dei cristiani, ma si adattano malissimo a quella
della vita...  E il Bonghi dir che i tempi in cui Arnaldo operava non erano
ancora maturi per raccogliere il frutto di una predicazione come quella. Il
bresciano era un precursore, un estraneo al suo tempo e a coloro che lo
ascoltavano.
Bernardo di Chiaravalle, invece, aveva, come si direbbe oggi, i piedi poggiati
assai pi solidamente per terra. E questo pu spiegare anche il diverso destino
dei due uomini: Bernardo, scriver il Bonghi il 15 agosto 1882, mor il 12
gennaio del 1150, ammirato, venerato rimpianto da tutto il mondo cristiano;
Arnaldo mor in un giorno ignorato, cinque anni dopo, su una forca, imprecato da
molti e dai pochi settari suoi pianto con lacrime amare e nascoste. N avrebbe
giovato alla sua fortuna che egli fosse vissuto qualche giorno, qualche anno di
pi...
Ma lasciamo da parte, ora, per un attimo le vicende arnaldiane e vediamo di
introdurre, una breve apparizione, un personaggio nuovo, un tedesco che ebbe
modo di conoscere da vicino il bresciano...
Gerhoh von Reichersberg viene da Polling, in Baviera. Ha studiato a Frisinga, a
Moosburg, a Hildesheim. Ha avvertito sin da giovane una vocazione imperiosa,
profonda: quella della riforma del clero. Odia lo spettacolo dato dai prelati
corrotti, con il loro lusso, la vita libera, senza freni, il loro cinismo. Odia
la simonia in tutte le sue forme, come la vede praticare, cos, alla luce del
sole, sporco commercio di privilegi e di beni ecclesiastici.
Le sue invocazioni sono tutte per il papato e contro quel clero secolare che
considera feccia, gente indegna, inadatta a predicare la parola del Vangelo,
esseri spudorati che senza timore si servono della Chiesa come di un trampolino
sociale. E' Gerhoh a chiedere, nel 1142, a Innocenzo II la scomunica dei
concubini e dei simoniaci: coloro i quali rappresentano i mali maggiori in quel
periodo. Non  un mistero per nessuno, tanto meno per lui, che la castit 
divenuta una vuota parola, che in certi chiostri compiacenti tutto si fa fuorch
vivere secondo i precetti del Vangelo. Le leggi della carne e della corruzione
si sono finora rivelate le pi forti.
Quella che fa a papa Innocenzo  una richiesta che  gi stata inoltrata,
inutilmente, al suo predecessore Onorio II. Ma anche Innocenzo si rifiuta di
prendere in considerazione le tesi di Gerhoh. Costui , per esempio, favorevole
ad allontanare dalla Messa gli indegni; essi, diceva, seguendo in ci la linea
maestra tracciata da Umberto di Silvacandida, non possono celebrarla; solo i
sacramenti che hanno per oggetto la persona umana possono essere amministrati da
sacerdoti indegni, dato che ha valore in questo caso l'intenzione e la
disposizione d'animo di chi li riceve, non del celebrante... Invano, la tesi
verr inesorabilmente respinta.
1143... Gerhoh von Reichersberg accompagna il legato apostolico, cardinale
Guido, in Moravia e in Boemia. L'occasione gli permette di conoscere di persona
Arnaldo da Brescia. Questi  in ottimi rapporti con il cardinale, tant' vero
che lo ha seguito fin l. Da questo episodio, da questa protezione accordata da
un legato apostolico a un... reprobo, Bernardo di Chiaravalle trae il destro per
un'altra accusa diretta questa volta non contro la parola, o contro l'oratoria
del bresciano, ma contro  l'uomo, la persona.
Bernardo accusa infatti Arnaldo di essere divenuto un contubernalis di Guido.
Ora la parola latina non significa solamente domestico ma anche colui che vive
sotto lo stesso tetto, nella stessa camera. Ecco che quindi, con una certa
ambiguit, si veniva a gettare del fango sopra Arnaldo.
Il cardinale Guido non spinger per pi in l la sua protezione, come invece
avverr per Gerhoh von Reichersberg, che otterr da lui una raccomandazione per
l'omonimo del legato e cio Guido del Castello, salito pi tardi al soglio con
il nome di Celestino II. Per il bresciano invece niente. E' dunque vera l'accusa
lanciata da Bernardo? Certo che se adopera quell'espressione non  pensabile che
lo faccia a scopo unicamente di calunnia. Perch mai allora accusare Arnaldo di
essere un domesticus et contubernalis del legato pontificio? Mistero.
Ecco come vede la cosa il Bonghi, parlando appunto delle relazioni fra Guido e
Arnaldo: ...era nel 1142 andato legato del papa in Germania, un Guido, cardinale
diacono, diverso dal Guido del Castello che fu poi papa Celestino II. Questi,
gi scolaro di Abelardo e conoscente, probabilmente di Arnaldo, pure non aveva
potuto disconvenire che le loro dottrine fossero ereticali. Ora parrebbe che
cotesto Guido vedesse Arnaldo, forse a Zurigo, e gli mostrasse qualche cortesia.
Bernardo se ne allarma. Lo richiama a considerare, che se all'arte e al valore
di nuocere che ha gi Arnaldo, s'aggiunge il favore di un cardinal legato,
questa sar una triplice corda, difficile da spezzare. Egli aveva sentito dire
che il cardinale tenesse l'uomo con s; e non sa spiegarselo se non in uno di
questi due modi, o che egli non lo conoscesse o che ne sperasse l'ammenda...
E pi oltre aggiunge: ...s' visto che Bernardo dubitava, se il cardinale Guido
avesse chiamato a s Arnaldo, non gi perch non lo conoscesse, ma perch, pur
conoscendolo, sperasse di ricondurlo all'obbedienza, come Pietro il Venerabile
vi aveva ricondotto Abelardo. Secondo Bernardo, Arnaldo non era fuggito gi
d'Italia per sua scelta; ma il vigore apostolico aveva forzato lui, nato in
Italia, a transalpinare (sic!) e gli impediva di rimpatriare. Ora noi sappiamo
che Arnaldo a breve andare rimpatri.
E conclude qui la disamina della questione. Su di essa per non vi sono voci che
possano darci qualche chiarimento. Anche per questo caso, rimaniamo con il
nostro interrogativo, sospeso, cos, a mezz'aria, come per tutti gli altri
misteri (ch sono davvero tali) i quali circondano la vita del monaco bresciano.
Pur essendo un individuo che ad ogni evidenza dette filo da torcere per tutta la
sua vita, attorno a lui c' il nulla, il silenzio. Ogni fonte tace. E non 
ammissibile pensare che si tratti sempre di silenzio voluto o di documentazione
andata perduta. Per personaggi meno importanti c' anzi dovizia di informazioni,
c' la possibilit di ricostruire l'uomo, oltrech di metter le mani sulla sua
opera. Per Arnaldo non  cos. Abbiamo un cenno, lo seguiamo speranzosi e poco
dopo ci troviamo in pieno deserto, a brancicare nel buio nella vana ricerca di
una spiegazione...
Arnaldo dunque rimpatria. Stando alla tradizione giunge a Roma dietro esplicita
richiesta di papa Eugenio III. E' possibile? La cosa  per lo meno strana.
Eugenio III, ovvero Bernardo Pisano, era stato abate cistercense di
Sant'Anastasio, e come tale aveva avuto come superiore Bernardo di Chiaravalle.
Ora, conoscendo la... simpatia che Bernardo nutriva per Arnaldo, non crediamo
che le cose siano andate proprio cos. E' vero che come pontefice Eugenio III
veniva ad avere un'indiscussa autorit su Bernardo, ma a ben vedere questa
autorit era pi di nome che di fatto.
Non appena Bernardo Pisano viene fatto papa, Bernardo di Chiaravalle critica
aspramente la nomina di quell'ometto cisposo, una specie di lipposus Crispinus,
di buona memoria... Dopo di che gli scrive: Dicono che sia io ad essere stato
eletto papa, non tu.
Non  certo il linguaggio rispettoso di chi teme un'autorit, ma piuttosto il
tono di chi si sente ancora il superiore diretto. Per giunta non vi sono tracce
di un eventuale pentimento di Arnaldo e del conseguente reingresso fra i...
probi. Abbiamo invece una lettera di Bernardo al cardinale Guido, nella quale si
parla del suo segretario, certo Niccol, che viene definito peggiore d'Arnaldo
il che, evidentemente, doveva essere tutto dire. La lettera comunque  anteriore
alla morte di papa Innocenzo, avvenuta il 24 settembre del '43.
E questo lo si pu dire con certezza, dal fatto che dopo di essa vi sono altre
lettere indirizzate a papa Innocenzo. La tesi di un Arnaldo contrito e penitente
trova invece singolarmente credito in Giovanni di Salisbury, il quale arriva
addirittura a immaginare un Arnaldo che effettua una penitenza e giura di
osservare da quel momento in poi completa obbedienza. E' possibile anche questo?
E' ammissibile che Arnaldo, con il suo carattere, con la sua veemenza, con la
forza che gli veniva dal sapersi ascoltato e compreso, ma soprattutto seguito,
accettasse di rimettere in discussione tutto il suo operato, che pure gli era
costato tanti sudori e tante fatiche, tanto peregrinare e tanti dolori? Ne
dubitiamo; altrimenti non si spiegherebbero neppure gli avvenimenti successivi.
Se Arnaldo adunque fu chiamato, lo fu dai pochi amici che aveva in Roma, dai
suoi vecchi compagni della scuola d'Abelardo che ne avevano riportate in patria
le idee, trasportandole come Arnaldo dal campo della teoria in quello della
pratica, epper sostenitori di una politica pi risoluta e radicale tanto verso
il papato che verso l'impero, partigiani di una pi larga libert per il popolo
e perci discordi dalla fazione aristocratica che allora primeggiava, ma per
scarsezza di numero e di forze ridotti a tenere nel seno del partito
repubblicano il posto di minoranza e di opposizione... Cos il Guerzoni.
Certo che se minoranza vi fu, questa doveva senz'altro essere tutta attorno al
bellicoso monaco. Insomma si ripeteva a Roma quello che era gi accaduto a
Brescia. Ma la situazione romana era davvero simile a quella bresciana?
Diamo un piccolo sguardo a Roma. La citt del papa non ha ancora a quel tempo un
ceto mercantile. Il popolo fa press'a poco la vita che conduceva qualche secolo
prima, forse sta, tutto sommato, un po' peggio.
E' un popolo che non partecipa alla vita della citt se non quando lo si chiama
a forza, allettandolo nelle maniere consuete. Vita non politica, ecco. La
maggior parte s'arrangia, si mette sotto la protezione di questo o di quello. Il
maggiorente  quello che comanda, colui che pu. Rispetto a Milano, Roma 
parecchio indietro. Non ha quei fermenti che caratterizzano la vita religiosa
della citt lombarda. Gli arnaldisti, lo abbiamo visto, sono un fenomeno del
nord, non del centro e tanto meno del sud della penisola. E non perch Arnaldo
venga fatto nascere a Brescia o perch da Brescia le parole giungessero fin
nella citt di Ambrogio. (Noi crediamo che una polemica come quella fra Ambrogio
e Auscenzio avrebbe potuto svolgersi anche a Roma.) Le parole di Arnaldo si
espandono perch trovano nel milanese un terreno fertilissimo; altrimenti
sarebbero cadute nel nulla, non sarebbero state recepite. Ci che accadr poi a
Roma,  la conferma di questo, la prova, e davvero risolutiva.
Gregorovius mette l'accento sulla natura non industre della citt del papa. Dice
poi che le scuole degli artigiani stavano sotto la clientela dei maggiorenti,
che per la citt era utopia un reggimento popolare.
La borghesia non esiste. Non c'. Non ci pu essere. Mancano i presupposti. E
quel poco di ceto intermedio, che definire borghesia ancora non si pu ma che lo
 in embrione, gravita attorno alle potenti famiglie. E questo non solo al tempo
di Arnaldo;  realt anche dei secoli successivi. Guardiamo a ci che dice
Matteo Villani. Alla met del secolo quattordicesimo: dei buoni uomini del
popolo romano l'uno s'era accomodato da una parte, l'altro dall'altra dei loro
maggiori. E' quello che abbiamo detto prima, riferendoci al clima che Arnaldo
doveva trovare. Solo che qui, come si  detto, siamo nel secolo quattordicesimo.
Il popolo come voce non si  ancora fatto sentire. Tutto tace. Silenzio.
Il popolo lieve e domestico al giogo, dimenticata l'antica franchigia, dice
Matteo Villani parlando degli avvenimenti successivi al giubileo del 1350,
seguita la divisione dei principi i quali se ne stanno a battibeccare in senato.
Come dunque una democrazia, debole ancora alla met del secolo XIV, potette
trionfare in Roma due secoli prima?
La domanda se la pone il Paolucci. Ma  una domanda che sfonda, questa s, una
porta aperta. Una democrazia due secoli prima non vi poteva certo essere,
checch ne pensino certi amanti della volont popolare ad ogni costo.
Abbiamo parlato all'inizio della citt di Tivoli e delle sue lotte contro Roma.
Ebbene, Tivoli, ai tempi di Arnaldo da Brescia, era una piccola contea governata
dal vescovo. Nell'anno 1140 ecco la guerra con la citt del papa. Non 
precisamente una novit. Piuttosto  la recrudescenza di antichi rancori e non
sopite liti. I Romani vengono dapprima sconfitti poi, aumentati gli effettivi
(come si direbbe oggi) riescono a mettere l'assedio sotto le mura della citt
rivale e a costringerla ad arrendersi. Ma gli abitanti di Tivoli sanno per
esperienza che chiedere clemenza al vincitore  come dare la mano al lupo e si
sottomettono al papa, per l'occasione Innocenzo II. E' prassi consueta a quei
tempi. Prassi che seguono anche Lodi, Crema, Como, allorch vinte dai Milanesi,
piuttosto che dover sopportare il pesante giogo del vincitore, si mettono sotto
la protezione dell'imperatore.
Il papa, Innocenzo II come abbiamo detto, accetta naturalmente di buon grado la
sottomissione dei Tivolesi e il loro giuramento di fedelt. Immaginiamoci a
questo punto le potenti famiglie romane, il loro sdegno, la loro ira. Ma
immaginiamo anche il furor di popolo. Ecco che quindi la balda nobilt minore, e
il consueto codazzo di popolo, corre in gran furia al Campidoglio e vi instaura
un governo con il nome di Sacro Senato. E fra le prime decisioni, fra i primi
decreti c' quello di ricominciare daccapo la guerra contro Tivoli. E' il minimo
che potesse capitare.
Le grandi famiglie, quelle che abbiamo gi elencato, i Tuscolani, i Frangipane,
i Pierleoni, spaventate dagli avvenimenti, per loro estremamente
controproducenti, osteggiano subito la neonata repubblica e tengono bordone al
papa. Quindi nobili maggiori da una parte, nobili minori e plebe dall'altra. I
nobili minori sono naturalmente i militi, i valvassori e la lega dei cavalieri.
Da soli formavano gi una cospicua aliquota di cittadini, costituendo circa
quattordici rioni. I valvassori di Roma, nel 1143, si univano quindi contro i
maggiorenti locali. Insomma era pi o meno, o come dicevano i latini mutatis
mutandis, quello che era accaduto a Milano nel 1036. A Milano per accendere la
scintilla era bastata la privazione del feudo imposta a un valvassore. A Roma la
scintilla  data dalla vanificazione del frutto di una spedizione militare.
Una rivoluzione (chiamamola cos, per ragioni di comodo) che si appoggi su una
sola classe  per come un uomo senza una gamba che voglia ad ogni costo
procedere senza stampelle. Priva dell'appoggio esterno, senz'altre forze che
quelle che scaturivano dal proprio seno, la nobilt minore non poteva non
ballare sulla cresta degli avvenimenti come fa il sughero sull'onda. Ecco quindi
quell'alternarsi di vittorie e di sconfitte, di paci e di guerre fra senato e
papa.
Dopo la morte di Innocenzo, l'anno stesso della rivoluzione, gli succede
Celestino II. Un breve pontificato, poi, come abbiamo gi visto, ecco salire al
soglio lo sfortunato Lucio II.
Nel 1144 il senato elegge... un nobile, della nobilt maggiore, precisamente
Giordano Pierleoni, forse il solo della famiglia che appoggi la nuova
situazione. E Pierleoni governa quasi fosse un principe di nome e di fatto. Ce
lo dice Ottone di Frisinga, forse l'unica fonte davvero documentata sugli
avvenimenti che vedono protagonista Arnaldo, ma che purtroppo  costretto a
prendere appunti fra un accampamento e l'altro, in mezzo alle merci militari e
con il tempo che stringe, il che non gli consente di vagliare attentamente le
testimonianze. Non per nulla Ottone giunge in Italia al seguito del Barbarossa.
E, scusate, ma neppure ci  poco...
Gi dal fatto che un Pierleoni, anche se di fronda, sia giunto a presiedere quel
senato, si pu arguire come scarsa fosse la voce popolare e quanto poco contasse
questo popolo nelle vicende romane. E che il patrizio governasse davvero come
tale, ovvero in maniera assolutistica, lo si sa anche da un altro fatto. Il
senato abolisce le due potest, quelle papale e quella imperiale, e costringe
tutti i nobili e i potenti ad assoggettarsi alla volont di Giordano Pierleoni.
Ma le decisioni avvengono nella confusione. Mancando un mezzo per far rispettare
appieno la volont senatoriale, come sempre succede quando il potere non 
suffragato dalla volont di una classe abbastanza compatta e numerosa, Roma
piomba nella confusione, abbiamo detto, o per meglio precisare, cade nel caos,
sprofonda nel saccheggio. Si rovinano case, spogliandole d'ogni avere, sotto il
pretesto che appartengono a quella o quell'altra famiglia, si demoliscono torri,
si fa man bassa delle suppellettili dei palazzi cardinalizi, si compiono
vendette personali e ci andranno di mezzo perfino i pellegrini. A nulla serve la
scomunica che Lucio II fa piovere sul capo di Giordano Pierleoni. Solo
l'impossibilit di tenere a freno quella plebe impazzita convincer i nobili
minori che era meglio tutto sommato richiamare il papa, il quale si lascer
convincere e torner a Roma per benedire il senato.
Difficile stabilire che cosa abbia davvero fatto Arnaldo nei primi giorni della
sua venuta a Roma. Difficile anche vedere la portata del suo insegnamento, della
sua oratoria.
Guerzoni ci vede tutta un'epopea. E', se vogliamo, un difetto di quasi tutta la
storiograha risorgimentale o immediatamente successiva. Ecco che cosa, infatti,
scrive: ...percorrendo i sette colli, evocando dalle pagine di Livio e di Tacito
le ombre dei grandi eroi della libert e ridestando coi ricordi della passata
grandezza l'unica fibra che ancora desse un segno di vita nell'anima
incadaverita dei romani; prefiggendo alla rivoluzione immiserita in meschine
ambizioni un piano pi vasto e un ideale pi elevato, ma con un senno pratico
ammirabile, e pur non abbastanza ammirato, accordando la debita parte ai
legittimi interessi e persino ai pregiudizi men nocivi del suo tempo; amicandosi
i nobili con l'ampliamento del senato e la fondazione dell'ordine equestre,
specie di terzo stato introdotto nel meccanismo della costruzione; lusingando il
popolo con la risurrezione dell'autorit tribunizia, con la riedificazione del
Campidoglio, con la promessa restituzione dei beni superflui del clero e con la
proclamazione della separazione della societ religiosa dalla civile, spirando
nel corpo della sua repubblica l'anima di un grande principio, Arnaldo muta in
pochi anni la faccia delle cose: la rivoluzione si estende e si idealizza: il
partito popolare trova una bandiera e una disciplina, si riordina e si rafforza:
la minoranza sta per divenire maggioranza, fino a che nel 1152, aiutata da uno
stuolo di liberali della campagna, sbalza dal potere la fazione aristocratica
antipapale e afferra il governo della repubblica...
Insomma, allora Arnaldo non sarebbe stato solo il tribuno, ma anche il portolano
di una specie di repubblica romana alla medioevale, ante litteram. Abbiamo visto
infatti in quale stato di confusione versasse Roma dopo la morte di Celestino
II, avvenuta l'8 marzo 1144. Un pontificato brevissimo, come si  gi
sottolineato, essendo Celestino salito al soglio il 26 settembre 1142.
Poi in mezzo ai tumulti ecco Lucio II che riesce a durare fino al febbraio 1145.
Eugenio III trova perci un'eredit quanto mai pesante. La venuta di Arnaldo era
quindi un di pi; la persona del monaco bresciano poteva, s, far da
catalizzatore, ma non certo assumere tutte quelle prerogative che Guerzoni le
attribuisce, di capo-popolo, di virtuale dominatore della situazione pubblica
romana. Quale fu dunque l'importanza di Arnaldo a Roma? E' quello che cercheremo
di scoprire.
Ottobre 1152. Viene recapitata all'abate Wibaldo una lettera di papa Eugenio
III. In essa si traccia un quadro della situazione. Arnaldo da Brescia, senza
neppure consultare nobili e maggiorenti, aiutato dalla gente del contado (turba,
come la definisce) avrebbe riunito segretamente in citt circa duemila
congiurati. Non solo, ma i cittadini romani avrebbero addirittura pensato di
eleggere loro l'imperatore. Ma  possibile che questa negazione dell'impero
fosse accettata da Arnaldo?
Non  credibile, dice Guerzoni, che Arnaldo negasse apertamente e nel suo
principio l'alto dominio dell'impero, poich codesta sarebbe stata un'utopia,
nemmeno intesa al suo tempo. E' vero. Proprio cos.
L'idea dunque rimane. Ma i Romani vogliono farla propria. Che significa avere un
imperatore che se ne sta lontano, estraneo di lingua e di costumi, profondamente
diverso e privo al tempo stesso di comprensione per quelle che possono essere le
esigenze di una citt come Roma? Corrado III, prima della sua spedizione in
Palestina, aveva ricevuto, s, una lettera dai Romani nella quale questi ultimi
asserivano che quanto stavano facendo era negli interessi dell'impero.
Combattevano la nobilt maggiore,  vero, ma la loro restaurazione dei diritti
senatoriali era fatta in rispetto di quelli imperiali. Anzi chiedevano a lui,
Corrado, che giungesse, e si estendesse il regno suo fin nei pi lontani recessi
della penisola.
Ma Corrado III aveva rifiutato anche solo di ricevere i messi di Roma, che
Ottone di Frisinga vuole mandati da Arnaldo in persona; non solo ma aveva deciso
di intervenire piuttosto pesantemente nei confronti degli Italiani; e per questo
aveva indetto le diete di Ratisbona e Wurzburgo, del 1151. Invano i Romani
avevano cercato di perorare ancora la loro causa, allorch Corrado era ritornato
dalla sfortunata spedizione in Terra Santa; ancora una volta avevano trovato la
porta sbarrata.
E la morte di Corrado con la conseguente ascesa al trono di Federico I, suo
nipote, non aveva certo migliorato la situazione. Ianto pi che nelle menti dei
Romani si era fatta strada la tesi di un imperatore eletto da loro, pi
rispondente insomma ai loro interessi. Che questa idea fosse in avanzato stato
di maturazione  ancora la lettera di Eugenio III a dircelo. Papa Eugenio parla
infatti degli arnaldisti che si preparavano ad eleggere uno dei loro partigiani
imperatore, il quale avrebbe dovuto comandare e al senato e ai consoli e,
naturalmente, al popolo. Ma papa Eugenio pu benissimo aver caricato un poco le
tinte, aver calcato la mano sul pericolo rappresentato dagli arnaldisti. Un modo
come un altro per persuadere l'imperatore ad accorrere in suo aiuto.
Che Arnaldo possa aver avuto qualche voce in capitolo passi. Si pu anche
accettare l'ipotesi di Ottone di Frisinga che parla di un ordinamento giuridico
studiato dal monaco bresciano. Ottone anzi si spinge pi in l.
Dice che Arnaldo consigli addirittura ai Rornani di istituire la dignit
senatoria e l'ordine equestre, cosa evidentemente impossibile; la prima c'era
gi, almeno come tradizione; la dignit pertanto (che non vuol dire
necessariamente il potere che da essa deriva) non poteva giungere da chi
proveniva transfuga da oltralpe. (Bench ci sia stato anche chi parl di un
Arnaldo da Brescia giunto a Roma alla testa di... diecimila svizzeri...)
Quanto all'ordine equestre anch'esso era una parola vuota, retaggio di antiche
glorie ormai scomparse. Ad ogni modo questo dell'Arnaldo factotum della
repubblica romana  un personaggio che piacer a molti e non solo al Guerzoni.
Anzi lo troviamo anche nei versi del monaco Guntero; in esso Arnaldo 
presentato come: ...colui che potr rinnovare gli antichi attributi della citt
di Roma, rinnovare il patriziato, gli antichi quiriti; distinguere la dignit
equestre dalla plebe, ritrovare i diritti dei tribuni, la santit del senato,
reintegrare dall'antico le obliate e mute leggi, le case abbattute e non ancora
ripristinate dalle cadenti mura, restituire all'antico Campidoglio il primitivo
splendore...
Qualcosa di vero, dunque, nella denuncia del pontefice ci doveva essere. E
qualcosa deve essere stato senz'altro detto in proposito dal monaco bresciano.
Ecco ad esempio una lettera dello Svizzero, quel certo Wetzel, che si trova in
Italia, proprio a Roma e proprio fra i seguaci del monaco. Non si sa comunque se
Wetzel abbia conosciuto Arnaldo fin da prima e l'abbia seguito a Roma oppure si
tratti di una conoscenza casuale, avvenuta nella citt del papa. Comunque sia,
Wetzel scrive a Federico imperatore: dice che Roma deve essere la signora del
mondo, che tutti i poteri, ivi compreso quello di eleggere l'imperatore, devono
esserle concessi; naturalmente la potest imperiale va sopra ogni altro
pensiero.
A dire il minimo questo Wetzel doveva essere un ingenuo. Come pensare che
Federico avesse pazienza di leggere fino in fondo quello che era un atto
d'accusa nei suoi confronti (o per lo meno nei confronti dei suoi predecessori),
un volerlo quindi ridurre a meno di una comparsa dando (in virt di chiss
che...) un'indipendenza ai romani quasi assoluta?
Se Wetzel  discepolo di Arnaldo e se  vero che questo girovago predicatore
bresciano  l'ispiratore di simili tesi (forse Federico in cuor suo avr
definito le tesi esposte nella lettera vere corbellerie) tanto vale mandare
sulla forca, e non solo metaforicamente, il monaco. E puntualmente Federico
manterr il proposito.
8 luglio 1153. Muore Eugenio III. Il 12 luglio sale al soglio Anastasio IV. Un
pontificato che dura lo spazio di un mattino. Il 4 dicembre 1154  gi eletto
papa Adriano IV. Adriano era un inglese. Un temperamento rigido, duro, quasi
inflessibile. Era nato da pezzenti, da quasi servi della gleba. Un uomo davvero
venuto dal nulla, cosa incredibile in et in cui la nascita era tutto. Eppure
Adriano era la dimostrazione che attraverso la Chiesa si poteva giungere anche
alle altissime vette.
Era comunque la persona che ci voleva in un momento come quello attraversato
dalla citt, in preda alle fazioni e alle discordie. E questo sfortunatamente
per Arnaldo da Brescia, che sar costretto a fare macchina indietro. Ha volont
di comando e polso pesante Adriano, e lo dimostra subito.
Un cardinale, quello di Santa Prudenziana, viene colpito, come gi il pontefice
Lucio, da un sasso. Il cardinale muore. Adriano di colpo proclama l'interdetto.
Era la prima volta nella storia, la prima volta che un papa osava applicare una
simile misura nei confronti della citt eterna. Ecco come descrive allora
l'atmosfera di sgomento che colse i romani a quell'annuncio, il Bonghi: Pi
nessuna cerimonia religiosa. Pi nessuna preghiera pubblica, chiuse le chiese ;
le strade silenziose non pi percorse da processioni n gli animi rasserenati
dai canti dei sacerdoti. Era muta Roma e sgomenta. E la Pasqua s'avvicinava. Che
fare? Chi avrebbe poi impartito l'assoluzione? Si era improvvisamente stabilito
un braccio di ferro fra il popolo e il papa. Era giocoforza che, essendo
l'ascendente spirituale enorme, fosse il primo a dover cedere. E, come scriver
il cardinale d'Aragona nella sua vita di papa Adriano: ...i senatori indotti dal
clero e dal popolo vennero alla presenza dell'adirato pontefice... giurarono su
Dio e sul Vangelo che avrebbero senza indugio espulso l'eretico Arnaldo e i suoi
partigiani dalla citt e dal contado, n avrebbero avuto facolt di ritornare,
se non con il permesso o con l'ordine del papa...
Era l'ammaina bandiera. Con la cacciata del simbolo della rivolta con
l'allontanamento di colui le cui parole avevano incitato il popolo a resistere,
di chi voleva la netta divisione (gi allora...) del potere temporale da quello
spirituale, tutto era virtualmente finito. Lo dice anche il tono delle parole di
cui fa sfoggio il cardinale d'Aragona, parole di trionfo, di vittoria:
...accorrendo un'infinita moltitudine di popolo, secondo il costume, alla grazia
e alla gloriosa festivit della remissione dei peccati, il benigno Pontefice coi
fratelli suoi Vescovi e Cardinali e un'immensa folla di maggiorenti e di
cittadini, usc con grande sfarzo e decoro dalla citt leonina, dove aveva preso
dimora fin dal tempo della sua ordinazione; e passando per mezzo la citt, che
tutto il popolo ne godeva, giunse lietamente a palazzo lateranense; qui, il
giorno stesso e gli altri successivi il pontehce celebr in pompa magna...
Con questo rinnegare l'opera di Arnaldo, Roma otteneva un solo scopo: che il
bresciano si vedeva proscritto un'ennesima volta.
Dunque le parole del cardinale d'Aragona, o per meglio dire di quel gi citato
Bosone, sono esatte. Abbiamo detto parole di Bosone, perch la biografia di
Adriano IV fu tradizionalmente attribuita appunto al cardinale d'Aragona,
vissuto nel secolo quattordicesimo, mentre in realt si tratta dell'opera del
benedettino, prima scrittore apostolico poi camerlengo, legato, cardinale
diacono e ifihne cardinale prete sotto Alessandro III.
A questo punto della storia si potrebbero allora citare le parole dell'anonimo
lombardo, forse un bergamasco, che si chiede: Docte, quid, Arnalde, profecit
litteratura tanta tibi? Quid tot jejunia totque labores?
In sostanza: a che  servita tutta quella cultura, tutto quel macerarsi nello
studio, nei digiuni; tutte quelle fatiche, o Arnaldo, a che son servite? Un
pensiero indubbiamente... qualunquista, ma purtroppo sacrosantamente vero.
Arnaldo, dopo tutto quell'agitarsi, vedeva che il popolo di Roma sul quale aveva
tanto contato era il primo a voltargli le spalle. Ma non erano solo i Romani che
lo rattristavano, erano anche i Bresciani, o meglio era un Bresciano, un diacono
di San Niccol, un certo Odone o Oddone che Adriano gli aveva sguinzagliato
dietro. L'inseguimento si conclude a Bricola in Val d'Orcia, un paesino non
lontano da San Quirico, nella diocesi di Montalcino, gi di Chiusi.
Se ne parla anche negli annali camaldolesi. Un feudo imperiale dei Visconti e
dei conti Aldobrandeschi di Soana e Grosseto, spettanti alla famiglia di Santa
Fiora: Arnaldo dunque viene catturato in Toscana. Evidentemente papa Adriano non
aveva nessuna intenzione di lasciarselo scappare. Ma Arnaldo, grazie alla
complicit di un nobile del luogo, viene liberato dalle grinfie del persecutore.
Una liberazione che era effimera, il canto del cigno.
Nel frattempo il grande Federico, puntualmente seguito da Ottone di Frisinga,
stava ultimando la sua opera di pacificazione. Messa a ferro e fuoco Chieri,
distrutta Asti, piegata Susa, Torino era forse la sola citt che per il momento
poteva non temerlo. Infatti Federico discende nella penisola lungo la valle
dell'Adige:  l'ottobre del 1154. Si ferma nella piana di Roncaglia, presso
Piacenza, e vi riceve l'omaggio di vassalli e legazioni di numerosi comuni.
Ciascuno vi manda il suo postulante: il vassallo s'appella all'imperatore contro
il comune e il comune contro il vassallo o contro il comune rivale. Il marchese
del Monferrato arriva da Federico a lagnarsi delle sfortunatissime Chieri ed
Asti. I deputati dei comuni di Como, Lodi e Pavia, s'appellano all'imperatore
contro Milano. E' insomma un coro di geremiadi, un invito a nozze per Federico e
per i suoi soldati che non aspettano che il momento di saccheggiare e di
incendiare (sarebbe stato il colmo che fossero venuti in Italia per niente!)
Morale, Federico toglie le tende e si mette subito all'opera: sembra un rullo
compressore, una macchina di distruzione; devasta il milanese, incendia i
castelli di Rosate, Trecate, Galliate, tutti dipendenti da Milano, e i suoi
soldati si spandono per le campagne come cavallette del deserto, facendo il
vuoto dietro le proprie file.
1155. Federico Barbarossa attraversa il Ticino. Si spinge nel novarese, lo
oltrepassa, giunge in Piemonte dopo aver passato al rastrello il vercellese,
mette a ferro e a fuoco Chieri ed Asti (manco a dirlo) e piega su Tortona. Per
mala sorte la valorosa Tortona anzich piegarsi subito ai voleri del potente
imperatore tedesco cerca di resistere, anzi, osa tenergli testa per due mesi.
Allorch la citt cade per fame e per sete, non per mancanza di valore dei suoi
cittadini, i Tedeschi vi fanno irruzione come diavoli. Quei pochi abitanti che
riescono a scampare alla furia emigrano a Milano. A saccheggio avvenuto, tutto
viene dato alle fiamme. Tortona ha cessato di esistere.
Tornato a Pavia, Federico vi riceve la corona regia:  il 17 aprile 1155. La
chiesa  quella di San Michele.
Soddisfatto, adesso Federico pu tranquillamente occuparsi della citt eterna.
Giunge a Piacenza, poi a Bologna e di qui balza in Toscana e corre, gi a rotta
di collo, verso Roma. Vi entrer il 18 giugno 1155...
La rapidit, davvero strabiliante per quei tempi, con la quale Federico aveva
pacificato l'Italia, aveva messo nella costernazione e nel terrore numerosi
signorotti, fra cui quello presso il quale era ospite Arnaldo. Nella biografia
di Adriano IV, si legge che fu lo stesso Federico a consegnare il monaco
bresciano ad alcuni cardinali e basta. Ora se vogliamo unire questi due fatti,
considerando il secondo come lo svolgimento logico del primo, si ha che il papa
si interessa a fondo del suo uomo e risolve di mandare addirittura dei cardinali
al potente Federico; questi deve aver verosimilmente chiamato quel nobile tanto
timoroso della sua autorit ed essersi fatto consegnare il prigioniero, o per
meglio dire, l'ospite.
E' l'interpretazione del Bonghi: Adriano, che non si era ancora inteso con lui
sui patti della venuta sua, era uscito di Roma, e s'era accostato verso i luoghi
dond'egli giungeva. Il 17 di maggio era a Sutri; il 1 giugno a Viterbo; e di
qui, appunto in quel giorno, gli mand incontro a un castello, Tintinniano
sull'Orcia, tre cardinali, per esplorarne l'animo, per fermare le condizioni, e
in ispecie per chiedergli Arnaldo, e che lo consegnasse nelle lor mani. Nessuna
domanda parve a Federico pi discreta e facile di quest'ultima. Appena egli
l'ebbe udita l'accolse; e mandati i suoi messi, ordin che gli portassero
davanti uno di quei visconti in casa di cui era Arnaldo. Ebbe il visconte tanto
sgomento che senza indugio mise Arnaldo nelle mani dei cardinali, i quali lo
trassero seco a Viterbo: dove il papa commise a Pietro, prefetto della citt,
ch'era seco, il farne giudizio. E fu presto fatto. Pietro lo condann
all'impiccagione; il cadavere bruciato: le ceneri sparse nel Tevere...
Dopo queste parole si potrebbe fare anche punto e terminare qui, dato che il
Bonghi anticipa gi la fine fatta dal monaco. Ma la tesi di Ruggero Bonghi 
indiscutibilmente una delle tante e precisamente quella di Ottone di Frisinga. A
questa narazione aggiunger, qua e l, qualche tocco, qualche particolare,
l'anonimo lombardo. Si deve dunque Arnaldo fermo e sdegnoso di fronte ai suoi
carnefici che gli impongono di rinnegare le sue dottrine... Poi, domandato un
po' di tempo per confessare le sue colpe, si mette in ginocchio e levate le mani
al cielo chiede un muto perdono. La folla intorno  commossa; lo sono perfino la
guardie che distolgono gli occhi dallo spettacolo. Poi ecco il cappio cingergli
il collo... lo strattone... il corpo che penzola e si dimena nel vuoto prima di
essere avvolto dalle fiamme.
Altre fonti invece sostengono che il rogo non ci fu. Che si tratt di una
semplice impiccagione. E si arriver perfino a dire che non  stata la citt di
Roma il luogo del supplizio. Di certo non si sa nulla, come abbiamo gi altre
volte detto. Ed  un peccato. Dal canto nostro non possiamo perci che
lamentarci, come gi fece sconsolato Gregorovius: es fehlen die Quellen!
mancano, purtroppo, le fonti...
FINE.
