ENCICLOPEDIA TASCABILE, IL SAPERE.
MASSIMO RENDINA.
ITALIA: 1943  1945;
GUERRA CIVILE O RESISTENZA?

Introduzione.

 La Resistenza italiana fa parte integrale, storicamente, della
lotta al nazismo condotta in Europa in tutte le nazioni invase dal-
le truppe del Terzo Reich tra il 1939 e il 1945. In questo senso ini-
zia pi tardi che negli altri paesi, 1'8 settembre 1943, con l'annun-
cio dell'armistizio firmato dall'Italia cinque giorni prima con gli
Alleati e l'attacco della Wehrmacht al nostro esercito. Diventa
resistenza anche ai fascisti il 23 settembre, al rientro in Italia di
Mussolini dalla Germania per costituire il governo collaborazio-
nista, quando la guerriglia  gia in atto.
 Gli storici revisionisti enfatizzano il significato della guerra
civile, guerra tra italiani, in contrasto con quanti invece negano
che si possa distinguerla dalla ribellione all'invasore - di cui le
milizie di Sal sarebbero state solo ausiliarie - anche se poi ricol-
legano la lotta di liberazione all'antifascismo (risalendo alla guer-
ra di Spagna quale momento significativo e preludio della lotta
armata, per la presenza di volontari italiani nelle Brigate inter-
nazionali, con la Repubblica contro Franco e i contingenti in-
viati a suo sostegno da Mussolini e Hitler).
 E nelle Brigate internazionali che prende corpo l'idea di tra-
sformare l'antifascismo in un movimento che crei le condizioni
per la rivolta armata in Italia. Carlo Rosselli, fondatore di Giu-
stizia e libert, nel battersi con i difensori della Repubblica spa-
gnola, si fa promotore dell'appello a tutti gli antifascisti: oggi in
Spagna, domani in Italia. Sar assassinato da sicari francesi con
il fratello Nello il 9 giugno del 1937, su mandato della centrale
repressiva di Roma, ma altri italiani combattenti in Spagna figu-
reranno tra gli organizzatori della Resistenza italiana.
 Con la guerra di Spagna il destino dell'Italia comincia a legarsi
indissolubilmente a quello della Germania. Il fuhrer si era sem-
pre dichiarato debitore nei confronti dell'ideologia fascista, anti-
tesi della democrazia, accusata, questa, di distruggere il senso
dello Stato e di essere causa di un gretto individualismo, premeS~
sa, secondo il nazifascismo, della disgregazione sociale. E ne ann~
mirava la politica in quanto, appunto, garante dell'ordine e fa~
trice di una gerarchia che in Hitler si collega direttamente con il
razzismo, teoria e religione della superiorit di una razza desti-
nata a salvare l'umanit dalle degenerazioni. Ma sino alla guerra
di Spagna le relazioni tra fascismo e nazismo, sia sul piano dottri-
nale che politico, erano state contraddittorie. E addirittura ostili
quando nel 1934 Mussolini aveva rafforzato i contingenti militari
sul confine austriaco per garantire il governo di Vienna dalla mi-
naccia dell'annessione facendo cos fallire il disegno che Hitler
potr attuare solo nel 1938. Nel convegno di Stresa (11-14 aprile
1935) con inglesi e francesi, l'Italia si era inoltre pronunciata deci-
samente contro la ricostituzione dell'aviazione e il ristabilimento
del servizio militare obbligatorio annunciati dalla Germania il 6
e il 16 marzo in violazione del trattato di pace della prima guerra
mondiale.
 La svolta awiene solo dopo qualche mese. Il 3 ottobre del 1935
comincia l'awentura italiana in Etiopia, conclusa il 9 maggio del
1936; il 17 luglio 1936 inizia la guerra civile spagnola, il 20 Ger-
mania e Italia firmano il patto d'aUeanza che sar chiamato Asse
Roma-Berlino. Primo atto: appunto il sostegno ai falangisti di
Franco, anch'essi di matrice fascista, con un corpo di spedizione
italiano (oltre 35.000 uomini) e con stormi dell'aviazione tedesca
(il bombardamento di Guernica, con il massacro della popola-
zione civile, anticipa emblematicamente gli orrori delle tecniche
distruttive della seconda guerra mondiale).
 Nel marzo del 1939 si conclude, con la vittoria di Franco, la guer-
ra civile in Spagna. E costata 800.000 morti. 3400 circa sono gli
italiani che hanno militato nelle Brigate internazionali, 600 sono
caduti, 2000 sono stati feriti. La fine della Repubblica spagnola
segna anche l'awio dell'espansione armata della Germania e
dell'Italia. In marzo Hitler aggredisce la Cecoslovacchia, in apri-
le Mussolini l'Albania.
 Il disegno di Hitler nella istaurazione del nuovo ordine in Eu-
ropa  la costituzione del grande Reich germanico, Gross-
deutchland. Vi saranno incorporate le zone territoriali a popola-
zione ariana. Le nazioni ed etnie da inserire nella costellazio-
ne verranno classificate a seconda dei criteri razziali e dell'atteg-
giamento assunto nei confronti del nazismo, base per una
graduatoria nella concessione dei diritti e per stabilire la misura
degli obblighi verso l'Herrenvolk, il popolo dei dominatori. Gli
appartenenti alle razze inferiori saranno destinati alla schiavi-
t, gli ebrei ed altre etnie ad essere eliminati (sei milioni di ebrei
e un milioni di zingari saranno sterminati, ma il p~ogetto di Hi-
tler ne prevedeva l'olocausto totale).
 L'idea della grande Germania aveva Co_o a reali~ars;
nel marzo 1938, come abbiamo scritto, con l'annessior~e dc ap
stria. In settembre seguir quella dei Sudeti. Si aggiun~e, nde I
pena Hitler scatena la guerra nel 1940, la germanizz.aziO~ell~
Lussemburgo e dell'A1sazia-Lorena, e poi della Boern;ator i
Moravia, di Eupen-Malmedy, sotto il controllo di g~ver~!~on\
(Gaulaiter). Dopo 1'8 settembre del 1943, uno dei prir~lj affJ~lmi~
nessi con l'occupazione tedesca dell'Italia  di estendere l'~on~
nistrazione del Reich alle province di Trento, Bolzano, e all~Ostr~
di Trieste (Goebbels avrebbe voluto che fosse sottratt~O al'It~
paese quanto era appartenuto all'Austria prima dell'~
lia). Ma per dar corso al soddisfacimento del Lebe~sraJ ave~
spazio vitale cui secondo l'ideologia nazista la Ger~an~i d~i
va diritto, Hitler pensava anche a grandi espulsioni di popSsch~
loro territori, per consentirvi l'insediamento di color~j ted pena
ad esempio nella parte occidentale della Polonia n~n aSl~
smembrata, e, una volta invasa la Jugoslavia nel 1941, nel~
venia.       
 Ripercorriamo brevemente la storia della prima P~rteledQ
 condo conflitto mondiale. Tra il 9 aprile del 1940 e il 1 7 ap~ani~
 1941, in poco pi di un anno, Hitler si impadronisce C~ella ,~bu~_
 marca, della Norvegia, del Belgio, dell'Olanda, del LusseGrQ
 go, della Francia, e, con gli italiani, della Jugoslavia, dell~i a~
 cia. In ognuno di questi paesi, nessuno escluso - come eraJni~
 caduto in Cecoslovacchia, in Polonia, e come accadr nellarq
 ne Sovietica - nasce e si sviluppa la Resistenza; inanil /it~
 Norvegia, Belgio, Olanda, Francia, inizialmente con attj~ers
 spionaggio, di assistenza ai prigionieri evasi, agli ebrej, ai1 nel
 guitati politici, e poi mediante attentati, sabotaggi, sciOpe~oria
 fabbriche che lavorano per il nemico, e con l'attivitedi~' Fra
 clandestina. Acquista via via caratteristiche di guerriglja jr~os~
 cia mentre esplode nei Balcani, sotto varie forme: dalle im'~m
 te condotte da piccole unit, a vere e proprie battaglje c~I'a~
 appoggiate dalla artiglieria e, da parte tedesca, anche daY
zione.       
 Il sabotaggio delle linee telefoniche, telegrafiche, ferrovjarj~'ar
 cisione di ufficiali nemici e di esponenti collaborazionistj, Irj in
 co improwiso a posti di blocco, ad unit poco numer~se eti
 sferimento, cercando di non impegnarle in combattimenr~pl
 lungati, e perci seguiti da rapidi sganciamenti, l'uso di espr
 per far saltare in aria depositi di munizioni e impiantj di J~ia
 zione al servizio del nemico, rappresentano la metodolOgj r
lotta partigiana ovunque si svolga.              
 A questo tipo di guerra - combattuta dalla quarta f~rZa~
chiamano gli inglesi la Resistenza, riconoscendone l ru~
canto alle forze armate di terra, del mare e dell'aria - ha dedica-
to la maggiore attenzione appunto il comando militare britanni-
co che sin dall'inizio del conflitto ha addestrato nuclei di specia-
listi, inquadrati nella Special Force, inviandoli, fortunosamen-
te e pi spesso paracadutandoli, tra i partigiani, per organizzare
reti di rifornimento e di informazioni e commandos di arditi sa-
botatori. La propensione alla guerriglia dell'esercito britannico
nasce probabilmente dalle esperienze vissute e subite nelle colo-
nie, ma va fatta risalire anche alla decisione di prepararlo nel-
l'eventualit dell'invasione delle isole, come era nei piani di Hitler,
impediti, questi, soprattutto dall'aviazione da caccia britannica no-
nostante le perdite gravissime. Anche la progettazione di un'arma
imprecisa, ma micidiale alla corta distanza con le sue raffiche
come lo Sten, di facile fabbricazione in grande quantit e di uso
e manutenzione molto semplici, va inquadrata in tale visione stra-
tegica. Altrettanto significativi sono certi congegni elementari
commissionati aOe fabbriche inglesi per mettere fuori uso gli scam-
bi ferroviari, e, ancora, i tipi di miccia a varia combustione e un
potente esplosivo in pasta malleabile.
 Il centro decisionale della Special Force  il SOE (Special Ope-
rations Executive) che per i rifornimenti di materiali e le sowen-
zioni in danaro alla Resistenza nei paesi europei dipende diret-
tamente dal ministro dell'Economia di guerra. Troviamo le mis-
sioni della Special Force installate in tutti i paesi sin daO'inizio
dell'occupazione tedesca. Spesso sono integrate da cittadini stra-
nieri gi rifugiati in Gran Bretagna. Analoghe unit verranno poi
formate dall'esercito americano sotto la sigla oss. Nella Resi-
stenza italiana saranno presenti missioni inglesi e americane -
composte, queste, in parte o interamente da italiani - e anche
qualche nucleo dipendente direttamente dalle nostre forze ar-
mate; il comando sar prima a Bari, poi a Salerno e infine, dopo
il 4 giugno del 1944, a Roma, con il principale centro di addestra-
mento presso gli Alleati, in Algeria.

1. Dal 25 luglio all'armistizio.

 La Resistenza italiana, che inizia 1'8 settembre 1943 con l'armi-
stizio e l'occupazione tedesca, ha i suoi presupposti nella cad~ta del
regime fascista, il 25 luglio. Si diffonde e aesce, quel giorno, la con-
vinzione tra la gente che la guerra debba presto finire e che il vero
nemico sia la Germania mentre i partiti si riorganizzano e si unisco-
no nel chiedere al re di far cessare il conflitto anche a costo dipren-
dere l armi contro i nazisti. Superate le diffidenze nei confronti dei
comunisti (secondo la decisione presa concordemente a Milan il 4
luglio, con la partecipazione dei rappresentanti socialisti, azionisti
liberali, democristiani e, appunto, comunisti), il Comitato deipartl~
ti che si erano opposti clandestinamente al regime nel Ventennlo~
gi la mattina del 25 luglio esamina, a Roma, la situazione in base
ad una relazione di Gronchi, della Democrazia cristiana, che ha
avuto inforrnazioni dettagliate sulla fine del fascismo decretata nel-
la notte. Il 28, tutti i delegati si pronunciano per la fine immediata
della guerra. Sar Ivanoe Bonomi, della Democrazia del la~Oro e
presidente del Comitato, a comunicarlo, la mattina stessa, al nuoV
capo del governo, il maresciallo Badoglio, ottenendo in riSpsta
solo l'assicurazione che ne sarebbe stato informato il sovranO.
 Le relazioni tra il Comitato e il governo Badoglio sono paradS~
sali perch i partiti sono ufficialmente proibiti. Sono quotidiane
sino al 25 agosto, ma non conducono ai risultati sperati dagli an
tifascisti (solo su richiesta di Roveda che  uno dei comrnisSarl
dei sindacati si proceder alla liberazione, e con lentezza buro-
cratica esasperante, dei detenuti politici; rimasero per in carce-
re alcuni anarchici e gli appartenenti ad un gruppo di minorarlza
slava triestina, che saranno consegnati ai nazisti dopo 1'8 settem-
bre): Badoglio non raccoglie gli inviti a considerare la probabili-
t che i tedeschi reagiscano alla fine di Mussolini e quindi a pre-
pararsi al peggio, ad organizzare la difesa del territorio, e soprat
tutto a predisporre un piano che preveda la partecipazione de
civili nella lotta se le cose dovessero precipitare.
 Numerosi testimoni affermano che il re e lo stesso BadogliO, se
da una parte conducevano trattative segrete con gli Alleati per ar
rivare al pi presto all'armistizio, dall'altra temevano la reazione
tedesca ma anche una rivolta popolare, certi che si sarebbe risol-
ta contro la corona e a favore delle sinistre. Con la dichiarazine
che, finito il fascismo e arrestato il duce, la guerra accanto all'al-
leato germanico sarebbe ugualmente continuata, il nuovo gover-
no aveva subito proibito l'attivit politica assieme agli assembra-
menti e alle manifestazioni di piazza. All'esplosione popolare
del 26 luglio, con l'abbattimento dei simboli del regime, gli ewi-
va al re e all'esercito, frammisti alle invocazioni alla pace, era se-
guita la disposizione perentoria ai militari di mantenere l'ordine
pubblico con le armi. La circolare del generale Roatta  agghiac-
ciante. Contro manifestanti e facinorosi occorre aprire subito il
fuoco anche con mortai e artiglierie come se si procedesse con-
tro truppe nemiche... Non  ammesso il tiro in aria... Si fucilino sul
posto gli istigatori di disordini.... Muoiono cos 9 operai, tra essi
una donna, a Reggio Emilia; 23 persone a Bari (70 sono ferite): pa-
renti di detenuti politici che ne chiedevano la liberazione davanti
alle carceri. I tribunali militari si sostituiscono a quelli ordinari.
Condannano 3500 manifestanti come delinquenti, con pene che va-
riano dai sei mesi ai 18 anni. 35.000 arrestati sono rilasciati dopo
qualche giorno di carcere e una severa ammonizione. Il coprifuoco
  imposto dalle 21 alle 6. Alla stampa  consentito scrivere degli
  scandali del regime fascista (si sapr cos anche di Mussolini e Cla-
  retta Petacci), ma la censura  ferrea sulle questioni politiche e mi-
  litari. Deve attenersi alle informazioni governative in cui  puntual-
  mente ripetuta la fedelt alla Germania. Vuoti e falsit degli scarni
  bollettini di guerra sono riempiti e corretti dalla stampa clandesti-
  na, a scarsa circolazione, e soprattutto da Radio Londra e dalla
  Voce dell'America, il cui ascolto continua ad essere rigorosa-
  mente proibito ma cresce capillarmente sino ad assumere un ruo-
  lo determinante nella formazione della coscienza popolare
 Il Comitato delle correnti antifasciste  praticamente senza voce.
Gli manca la possibilit di influire sull'opinione pubblica, preduso
l'unico canale d'informazione di massa, la radio, la stampa  sogget-
ta a censura. La preoccupazione principale del govemo  che si dia
pretesto ai tedeschi per compiere atti di forza. Tuttavia l'attivit del
Comitato  intensissima. Si riuniscono ogni giorno-Arpesani, Casa-
ti, Gallarati Scotti per i liberali, Amendola, Roveda e Marchesi per
i comunisti, Bauer e La MaLfa per gli azionisti, Bonomi, Ruini, Ce-
volotto per i democratici del lavoro, Pertini, Romita e Viotto per
socialisti, De Gasperi, Spataro e Jacini per i democratici cristiani.
Partecipano anche altri esponenti dei partiti, il socialista Zagari, il
cattolico Malavasi delegato del Comitato di Milano assieme al co-
munista Grilli... Delegazioni arrivano a Roma da ogni parte d'Ita-

     lia. La sensazione comune  che i tedeschi si stiano veramente
     preparando ad aggredire il nostro esercito. Reparti della Wehr-
     macht, a ritmo continuo, stanno affluendo in Italia.
     Gli scioperi si susseguono contrawenendo agli ordini governativi.
     C' molta agitazione specie nelle fabbriche del nord. Sale la tensio-
     ne per le dure condizioni del lavoro e della stessa vita cui sono sot-
     toposti specialmente gli operai e le loro famiglie, data la scarsit
     delle derrate alimentari acquistabili con la carta annonaria, mentre
     si fanno proibitive ai pi quelle del mercato nero. Alla esultazione
     popolare del 25 luglio per la fine del fascismo - che sembrava signi-
     ficare, per tutti, anche la fine della guerra -  subentrato lo scora-
     mento. Monta la rabbia contro i tedeschi, e si esaurisce in poche ore
     la popolarit di Vittorio Emanuele III cui si era attribuito impro-
     priamente il merito e il coraggio di essersi sbarazzato di Mussolini
     (per la verit, il regime si era autodissolto). L'intensificazione dei
     bombardamenti alleati non solo contro gli obiettivi militari ma an-
     che sugli agglomerati civili agisce, con le distruzioni, la morte, il ter-
     rore, quale drammatica intimidazione psicologica per far finire il
     conflitto con la richiesta di pace. Anche Roma continua ad essere
     colpita pi volte e con accanimento, nonostante sia la sede del papa.
      Circolano notizie, verso il 20 agosto, che Badoglio e il re avrebbero
     i giorni contati. Sarebbe in fase avanzata di preparazione una con-
     giura filotedesca con a capo il generale Ugo Cavallero, nemico giu-
     rato di Badoglio. Non deve essere solo un sospetto se il comando
     dei carabinieri riceve l'ordine di arrestarlo, e con lui alcuni ufficiali
     ed ex gerarchi fascisti. La retata ha luogo nella notte tra il 23 e il 24
     agosto. (Ettore Muti, ritenuto a torto tra gli organizzatori del com-
J    plotto,  ucciso a Fregene mentre cerca di sottrarsi all'arresto.)
     Contemporaneamente un gruppo di ufficiali in stretta relazione
     con il Movime~lto comunisti d'Italia - un gruppo cospirativo deciso
     e audace, ma numericamente trascurabile rispetto al Partito comu-
     nista dal quale si distingue per il rifiuto di collaborare con i movi-
     menti politici reazionari e borghesi - sta studiando la possibilit di
     far cadere con un colpo di mano la monarchia e di formare una
     giunta militare per agire contro i tedeschi. Un piano di cui si sa
     poco e che  probabilmente irrealizzabile. Lo aveva concertato il
   capitano Aladino Govoni (che sar fucilato per ordine dei nazisti il
     7 marzo del 1944), il quale sin dal '42 era esponente del gruppo ope-
     rativo Scintilla, confluito dopo 1'8 settembre in una delle forma-
     zioni pi attive della Resistenza romana, Bandiera rossa.
      La storiografia ufficiale ignora o quasi Bandie~a rossa. Ad essa
     invece va collegato anche il gruppo romano che si chiamava Cola
     di Rienzo, eterogeneamente composito, cui partecipavano co-
     munisti dissidenti, repubblicani, cristiano sociali, autore di un'ini-
ziativa autonoma dal Comitato delle correnti antifasciste per in-
dire una manifestazione in tutta Italia il primo settembre a soste-
gno di un presunto appello alla pace che il papa Pio Xll avrebbe
letto alle dieci di quel giorno alla radio vaticana. Secondo i mani-
festi affissi il 30 agosto, sfuggiti alla soneglianza della polizia e
delle ronde militari, ognuno avrebbe dovuto abbandonare il la-
voro e andare nella chiesa pi vicina alle dieci in punto facendo-
ne il luogo della protesta popolare.
 Non vi  traccia documentaria sulle effettive intenzioni del
papa di leggere il messaggio. Certo  che Badoglio pens prima
ad una provocazione ideata dai tedeschi, quale pretesto per agi-
re militarrnente contro l'Italia, poi che si trattasse del preludio
alla rivolta istigata dai comunisti (sempre paventata dal sovra-
no). Il 31 agosto diram un duro e minaccioso comunicato ricor-
dando che vigeva lo stato d'assedio. Chiese ed ottenne che il
Comitato delle correnti antifasciste deplorasse il manifesto del
movimento Cola di Rienzo.
 Badoglio era stato costretto dall'episodio a prendere contatto
col Comitato, dopo aver evaso con vari pretesti, dal 20 agosto, le
richieste di colloquio. Ma seguit nell'atteggiamento ambiguo,
evitando l'ultimatum sollecitato dalle delegazioni del nord che
avrebbero voluto fosse posto in termini perentori al re: o la pro-
clamazione della fme della guerra o la ripresa massiccia delle
manifestazioni di piazza.
 Questo era il clima che si era determinato mentre si stava profilan-
do, con le trattative in atto per l'armistizio, il dramma dell'8 settem-
bre. Varie iniziative erano state prese e si stavano svolgendo in modo
disordinato, convulso, caratterizzato da azioni parallele o interferen-
ti, in Vaticano, in Svizzera, in Spagna, anche da personalit che non
avevano la delega di Badoglio, ma ritenevano doveroso agire per
giungere alla pace: industriali, prelati, intelleKuali vicini a casa Savoia
(alla principessa di Piemonte), ex diplomatici. Incaricato da Vittorio
Emanuele III e Badoglio di prender contaKo wn gli angloamericani,
latore di una leKera dell'ambasciatore inglese presso la Santa Sede,
era il generale Giuseppe Castellano. Avrebbe dovuto agire con la
massima segretezza, ma i tedeschi erano informati di ogni partico-
lare. Il primo colloquio era stato fissato a Lisbona per il 16 agosto.
Ebbene, nell'incontro che il maresciallo Rommel e il generale Jodl
avevano avuto il giorno prima a Bologna con il generale RoaKa per
mettere a punto i piani di contenimento dell'offensiva in Sicilia de-
gli Alleati, ormai prossimi a Messina, i due si erano faKi proteggere
da una compagnia di granatieri. Erano stati awertiti che gli italiani si
apprestavano a tradire. Avrebbero dovuto fare anche attenzione al
cibo - a quanto scrive G.A. Sheppers in 17teIta~an Campaign - per-
ch poteva essere awelenato. La situazione  grottesca aledi-
tale che le cautele adottate daastellano a Lisbona non iml~One
scono ad un giornale inglese di pubblicare che una delega~
italiana  nella capitale portoghese per trattare l'armistizia'

Operazione Alarico

 Solo recentemente si  cominciato a rileggere la storia dell
sistenza italiana anche attraverso i documenti resi disponib

                                    i da-
                                   ebr-
lllVI It;U~;~;III. i~lp~l~llllU W  ; 1 alLUUIIIalIUU U~lli~itO C
macht aveva preparato i piani per disarmare il nostro eserJeniS,
occupare l'Italia militarmente ancora prima che Mussolinicau-
se esautorato dai suoi e fatto arrestare dal re Un piano P~ismo
zionale, sebbene l'ipotesi della fine cos repentina del fas~,
non fosse stata considerata da Hitler, anzi egli l'aveva total~fOba
esclusa. Quando gli era stata prospettata da Himmler come P~iferi-
bile, l'aveva seccamente respinta. Il capo delle SS gli avevap Eu-
to in aprile informazioni in tal senso ricevute dal colonnell, oma.
genio Dollmann, suo collaboratore e rappresentante a PiVici~
Dollmann aveva raccolto notizie in Vaticano, negli ambiena~n-
ni alla monarchia e tra gli stessi fascisti. Ne aveva tratto l~preCi
vinzione che si stava preparando un trabocchetto per farv~a era
pitare il duce. Non aveva ancora individuato gli autori, neUe
certo che alcuni gerarchi volevano rimettere ogni potere muo
mani del re. Sapeva inoltre che nella famiglia reale c'era chi s ssa di
veva per arrivare alla pace separata (in effetti la principe~scista
Piemonte era in contatto con esponenti della sinistra antifre del
e il duca d'Aosta, gi duca di Spoleto, aveva, sin dal dicemba Gi-
'42, fatto pervenire agli inglesi, tramite il consolato d'Itali~ncer
nevra, un messaggio nel quale proponeva agli Alleati di cC iaran
tare uno sbarco a sostegno delle forze armate italiane dich
dole disponibili a rovesciare il fascismo)-          and
 Dollmann riteneva che gli angloamericani stessero organiz~Jer fa~
 l'occupazione della Sardegna, piuttosto che della Sicilia, P~eva i~
 ne un ponte d'attacco alla penisola; nei suoi rapporti mctt~te del
 rilievo soprattutto l'insofferenza della gente, giunta al limiVeni
 la sopportazione nei confronti della guerra e del fascismo mazio
 va per regolarmente smentito dal capo del servizio inforrl ntele~
 ni tedesco generale Am e dall'addetto militare Von RlJ~a DO~
 che non negavano che la popolazione fosse esasperata, r~iadel
 avevano notato nell'aria sintomi di rivolta Anche alla vigil uSsoli
 la seduta del Gran Consiglio si dimostrarono ottimisti M~e~3
 ni dissero. citando anche il Darere di Farinacci, se ne sO
anzi, per rinsaldare il proprio prestigio e rendere pi stretti i rap-
porti con la Germania. Hitler credette loro, non a Himmler.
 Lutz Klinkhammer scrive in L'occupazione tedesca in Italia che
il capo delle SS era talmente convinto che Dollmann avesse ragio-
ne, da ordinare al tenente colonnello Kappler (lo stesso che ese-
guir il 24 marzo '44 il massacro delle Ardeatine) di prepararsi
a reagire a un colpo di Stato contro il regime. Sempre Klinkham-
mer racconta che la notizia della caduta di Mussolini ebbe su Hitler
l'effetto di un fulmine. Reag come se la fine del dittatore al-
leato prefigurasse la propria. Il fuhrer parl di doppio tradi-
mento, quello che gli italiani avevano gi compiuto contro il duce
e quello che si apprestavano a compiere certamente contro di
lui. Klinkhammer scrive ancora che la sera stessa del 25 luglio,
nonostante la dichiarazione italiana che la guerra sarebbe conti-
nuata a fianco dei tedeschi, furono attivate con fretta febbrile
tutte le disposizioni del "piano Alarico".
 Hitler avrebbe voluto compiere subito una rapida azione per libe-
rare Mussolini e catturare Vittorio Emanuele 111, Badoglio e quanti
altri alti ufficiali e gerarchi fascisti traditori fosse stato possibile
arrestare, e trasferirli in Germania. Ma i suoi servizi segreti non
avevano ancora individuato dove fosse l'ex capo del fascismo n era
stato possibile organizzare nell'immediato l'incontro con il re sug-
gerito da Hitler per farlo prigioniero. Rommel e Jodl consigliarono
di attendere che almeno otto divisioni fossero dislocate in Italia a
rafforzare il contingente impegnato quasi al completo sul fronte in
Calabria e sulle coste pi esposte alle possibilit di sbarchi.
 Il trasferimento in Italia di quattro comandi di corpo d'armata e
delle otto divisioni fu attuato entro la prima quindicina di agosto.
Mentre le unit tedesche eseguivano gli spostamenti e si insedia-
vano, i nostri comandi inviavano puntualmente le segnalazioni
allo stato maggiore. Ma questi non reagiva. L'ordine di Badoglio
era di subire senza dar adito a sospetti che gli italiani stessero trat-
tando la pace separata. Il generale Alessandro Trabucchi, capo di
stato maggiore della IV armata, dislocata tra la Francia e l'Italia,
dalla Provenza alla Liguria, scrive in I vinh hanno sempre torto che
gi ai primi di agosto avrebbe voluto impedire l'occupazione nel
suo settore anche ricorrendo all'uso della forza, ma non ebbe il con-
senso del comando supremo. I tedeschi chiedevano agli italiani di
lasciare le localit che loro intendevano occupare, si impadroniva-
no delle centrali di telecomunicazioni, delle stazioni ferroviarie Il
comando d'armata rifiutava - precisa Trabucchi - ma Roma auto-
rizzava [...] Tutto l'organismo dell'armata venne a poco a poco di-
sgregato attraverso la sottrazione di grandi e piccole unit awiate
ad altri settori... Quando il 20 agosto, ad occupazione tedesca pra-
ticamente ultimata, Ambrosio chiese a Badoglio di precisare i pia-
ni di contrattacco in caso di aggressione si sent rispondere (lo ri-
ferisce Monelli in Roma 1943) che era meglio non prepararli, non
potendo garantire il segreto. Ai suoi collaboratori avrebbe detto:
Ho previsto la perdita anche di mezzo milione di uomini, ma
non dobbiamo dare alla Germania la minima possibilit di veni-
re a conoscere i nostri intendimenti.


L'armisti~w

 E difficile elencare tutte le colpe, le manchevolezze e gli errori
che accompagnarono le fasi dell'armistizio. Badoglio ritiene che
l'annuncio non sar imminente, anche se il maggiore Marchesi lo
informa del contrario, a nome di Castellano. Il vice comandante
delle forze aviotrasportate americane che dovranno occupare gli
aeroporti attorno a Roma, generale Taylor, arriva nella capitale
la sera del 6 settembre, ma il generale Ambrosio, con il quale
deve concordare i piani operativi, non c'. E andato a Torino a
trovare la famiglia. Non basta. Gli italiani confessano, contraria-
mente a quanto garantito da Castellano a Cassibile tre giorni pri-
ma, di non disporre degli aeroporti della zona di Roma perch
occupati, in quelle ultime ore, dai tedeschi, nonostante dieci divi-
sioni italiane fossero concentrate attorno alla capitale. Badoglio
vuol ancora sapere da Taylor dove sar lo sbarco e pretende che
awenga a nord di Roma. Alla fine del colloquio, svoltosi la notte
del 7, il maresciallo, intuendo che l'operazione, anche se non sa
dove, inizier tra poco - le navi erano gi in navigazione verso
Salerno dai porti nordafricani - ne chiede il rinvio con un tele-
gramma in cui afferma che anche Taylor  d'accordo (ma questi
gli fa cancellare la frase). Il generale americano riparte con il so-
spetto che gli italiani facciano il doppio gioco. Si chiede perch mai
Badoglio avesse tanto insistito per conoscere il luogo dello sbarco.
 Siamo alle prime ore dell'8 settembre. Eisenhower annulla la
missione dei paracadutisti, ma non lo sbarco. E comunica a Ba-
doglio con un telegramma, inviatogli nel primo pomeriggio, che
dar l'annuncio dell'armistizio per radio alle 18.30. Come concor-
dato, radio Algeri aveva trasmesso nella mattinata una conversa-
zione sull'Argentina e musiche verdiane, i segnali premonitori,
ma invano: ai servizi d'ascolto italiani erano sfuggiti. In compen-
so l'agenzia giornalistica del regime, la Stefani, capta da Londra,
alle 17.45, la notizia della Reuter che anticipa la dichiarazione di
Eisenhower (il suo telegramma in codice ricevuto da Badoglio 
ancora in fase di trascrizione). Segue una riunione dei capi mili-
tari con il re. Alla proposta del generale Carboni di sconfessare
l'armistizio, ribatte duramente Guariglia. Il maggiore Marchesi,
aiutante di Castellano, sfidando le regole gerarchiche afferma che
 troppo tardi. Gli angloamericani potrebbero bombardare, come
non mai, Roma e mezza Italia. L'hanno fatto la notte precedente
scaricando tonnellate di esplosivo sui Castelli romani. L'obietti-
vo era certamente il quartiere generale di Kesselring, ma l'hanno
mancato colpendo invece duramente la popolazione. E poi c' di
mezzo la parola data. Il re  d'accordo. Tocca a Badoglio rag-
giungere al pi presto la sede dell'EIAR - la radio di Stato - per
incidere il disco con la frase secondo la quale l'esercito avrebbe
dovuto cessare i combattimenti contro gli Alleati ma non depor-
re le armi, per usarle contro gli attacchi da qualsiasi altra prove-
nienza. Erano le 19.45. La comunicazione radiofonica sar ripe-
tuta varie volte tra un brano e l'altro di musica classica.
 Badoglio avrebbe potuto disporre sul territorio nazionale di ol-
tre un milione e mezzo di militari, tra esercito, marina, aviazione
(altri 900.000 si trovavano in Francia e nei Balcani). Per quanto
avessero fatto affluire nuovi reparti, i tedeschi erano in netta in-
feriorit. In tutto avevano diciassette divisioni (nove corazzate e
motocorazzate, sei di fanteria, due di paracadutisti, una in alle-
stimento, oltre ad una brigata di montagna e ad altri reparti indi-
pendenti dai comandi di divisione). Non potevano per disto-
gliere dal fronte quelle impegnate contro gli angloamericani. In
pi temevano che, come sareWe stato logico, lo stato maggiore
italiano avesse predisposto la distribuzione delle armi ad un nu-
mero rilevante di civili organizzati in milizie ausiliarie, essendo a
conoscenza dei frequenti colloqui che Badoglio stesso aveva avu-
to, nei quarantacinque giorni, con i rappresentanti dei partiti.
 Scrive Dollmann in Roma nazista che, raggiunto il quartier ge-
nerale di Kesselring, a Frascati, alle 3 del mattino del 9 settem-
bre vi trov un clima di grande pessimismo: tutti si aspettavano
che Badoglio, il maresciallo della vittoria d'Abissinia, lanciasse un
proclama alla popolazione e assumesse il comando.... Se lo avesse
fatto, la decisione sarebbe riuscita fatale al maresciallo Kesselring,
data l'inferiorit numerica. Anche senza l'ausilio di un attacco ae-
reo anglosassone - aggiunge - il quartier generale di Frascati non
sarebbe stato in grado di resistere ad un energico colpo di mano.
Decapitati i vertici operativi, scompaginate le comunicazioni, colpi-
to al cuore il sistema militare, sarebbe venuta di conseguenza la ca-
pitolazione tedesca in Italia, anche per la pressione alleata su
due fronti, formata la testa di ponte di Salerno, ed essendo pre-
vedibili interventi di truppe aviotrasportate dietro le linee.
 Ascoltato l'annuncio di Badoglio, Kesselring aveva detto ai suoi
ufficiali: Non ci resta che batterci con onore. Si rese conto che
non tutto era perduto solo verso le sei del mattino. Il re con la sua
famiglia, Badoglio e i principali collaboratori avevano lasciato la
capitale da circa un'ora (esattamente alle 5.10). Dal ministero
della Guerra, in via XX settembre, dove si erano trasferiti per ti-
more di un attacco tedesco a villa Savoia, si stavano portando in
auto a Pescara per trasferirsi via mare a Brindisi, da poche ore li-
berata dai paracadutisti alleati.
 Non solo era evidente che il re non avrebbe ripetuto il gesto di
Caporetto dominando con fermezza la situazione mentre il ne-
mico stava invadendo l'Italia, ma anche che aveva lasciato l'eser-
cito in balia di se stesso. L'operazione Alarico stava proceden-
do, anzi, meglio del previsto. Molti reparti erano gi spariti; gli
ufficiali e i soldati in cerca di un mezzo per raggiungere la fami-
glia, avevano abbandonato, nei cortili e magazzini, armi e materiali
al saccheggio, senza curarsi che potessero finire in mani nemiche.
Altri si erano consegnati confidando nelle promesse di essere pre-
sto sciolti da ogni obbligo. Ma c'erano anche intere unit che si op-
ponevano all'intimazione tedesca di consegnare le armi e di render-
si prigionieri e che ingaggiavano combattimento e si battevano te-
nacemente. Da residui di contingenti disciolti si autocostituivano
formazioni militari che sembravano voler condurre una guerra tut-
ta loro e a cui partecipavano gruppi di cittadini completamente ine-
sperti ma audaci. Si trattava comunque, fossero o no le unit inte-
gre negli effettivi, di azioni scoordinate - scrive Dollmann nel citare
le informazioni che giungevano a Kesselring - mancando un piano
generale strategico. I tedeschi, al contrario, agivano secondo un di-
segno preciso, attuato e controllato mediante una efficiente rete di
comunicazioni. Il piano prevedeva la minaccia di distruzione degli
abitati con il massacro dei civili se le guarnigioni non si fossero arre-
se, l'uso di false disposizioni degli alti comandi perch fossero
deposte le armi, e soprattutto l'offerta di garanzie, anche ricorren-
do alla parola d'onore assicurando che ufficiali e soldati sarebbe-
ro stati liberi di tornarsene a casa. Un semplice espediente, dato
che la parola d'onore non aveva senso con i traditori.
 A tanti anni di distanza, il nostro ministero della Difesa  tutto-
ra impegnato nel riordino della documentazione di quei giorni.
D'altra parte era impossibile raccogliere allora, in uno sbanda-
mento che fu pressoch generale, tutte le testimonianze che
avrebbero potuto riempire i vuoti della memoria storica. Tra le
cause del rapido dissolvimento del nostro esercito va annoverata
la crisi di rilassamento morale e di annebbiamento dei senti-
menti migliori - come scriveva nel 1975 il capo dell'ufficio stori-
co dell'esercito, colonnello Rinaldo Cruccu -, ma si deve anche
riconoscere che in molti casi prevalsero, nel deporre le armi, la
preoccupazione e il proposito di salvaguardare le citt, gli abita-
ti, i monumenti, le tradizioni storiche, e specialmente di rispar-
miare, ripetiamo, la vita agli ostaggi.
 Ci sono particolari, per, non sufficientemente considerati da-
gli storici. Quale significato dare, ad esempio, all'ordine dirama-
to nella notte del 9 settembre dal generale Gambara dalla sede
dello stato maggiore ai comandi dell'esercito: Eventuali tenta-
tivi sedizione disordine et indisciplina siano immediatamente et
radicalmente repressi? C'erano ancora focolai di resistenza at-
tivi in molte parti d'Italia, in Jugoslavia, in Grecia, nell'Egeo. A
Roma, si~combatteva a Porta San Paolo, alla Garbatella, nei
dintorni. E legittimo chiedersi se Gambara non stesse eseguendo
disposizioni lasciategli dal re e da Badoglio nel timore, gi mani-
festatosi con il 25 luglio, che tra le forze armate potesse scatenar-
si la ribellione contro la monarchia, dando cos vita ad un movi-
mento rivoluzionario in coincidenza con l'opposizione armata
all'occupazione tcdesca. O va imputato a Gambara, gi tenuto in
grande considerazione dal fascismo per la parte avuta nella guerra
di Spagna, soltanto il proposito di cedere completamente ai te-
deschi impedendo la resistenza da parte di ufficiali e soldati sfug-
giti al programmato dissolvimento generale?
 All'idea della mancata pianificazione per respingere l'aggres-
sione tedesca, se ne pu contrapporre un'altra: che non si sia
trattato di insipienza, ma della volont del re e di Badoglio di la-
sciare l'esercito allo sbando, forse immaginando di risparmiare
cos altri lutti e distruzioni, e valutando certamente troppo scarse
le possibilit di Hitler di bloccare l'offensiva angloamericana,
una volta venuto a mancare l'appoggio italiano. Si prospettava
cos anche il rapido ritiro oltralpe delle forze germaniche. Scrive
Giorgio Bocca in Storia dell'Italia par~igiana: ...il governo regio
fuggiasco a Brindisi crede di poter tornare entro pochi giorni a
Roma, alla guida di un Paese conservato al re dall'abile congiura
dell'armistizio. Calcoli, comunque, profondamente errati, do-
vuti anche, ripetiamo, al convincimento che la combinazione mi-
litare e civile contro i tedeschi, redamata anche il 30 agosto da
Luigi Longo per iscritto a Badoglio - perch fossero organizzate
e armate squadre di volontari - sarebbe diventata una miscela
esplosiva contro la corona. Il rifiuto della maggior parte dei co-
mandanti delle piazze militari di consegnare armi ai civili duran-
te le ore che seguono l'armistizio e mentre gi infuriano i com-
battimenti, sarebbe stato dunque pienamente coerente con l'at-
teggiamento del re assunto nei confronti del Comitato delle cor-
renti antifasciste e mantenuto sino all'abdicazione.

II. 8 settembre '43, l'aggressione tedesca.





 Sulla fuga del re, di Badoglio e di gran parte dei suoi ministri e
alti ufficiali permangono molti interrogativi. Non tanto sulla le-
gittimit, riconosciuta anche in sede storica la pi critica, quanto
sulle modalit, dato che la colonna di autovetture che procedeva
verso Pescara senza scorta non venne intercettata dai posti di bloc-
co tedeschi. Dopo una notte trascorsa in casa dei duchi di Bovino,
ad Ortona a Mare, i reali e il seguito furono traghettati, ancora indi-
sturbati, su un peschereccio, per imbarcarsi sulla corvetta Baio-
netta diretta a Brindisi, a cercarvi la protezione angloamericana.
Tre le versioni: la prima attribuisce l'accaduto alla fortuna, la se-
conda ad un accordo con le autorit germaniche in cambio dello
spostamento di alcune unit in modo da rendere impossibile la di-
fesa della capitale, la terza alla considerazione fatta dai tedeschi che
il re se fuggiasco avrebbe suscitato sdegno, se prigioniero piet, sol-
levando la popolazione contro i carcerieri. Ma non esistono docu-
menti a favore di questa o quella tesi. Sorgono comunque perples-
sit e dubbi sulle disposizioni dello stato maggiore che stravolsero il
dispositivo difensivo di Roma nelle ore precedenti la partenza del
re. Erano tanto assurde o ripugnanti alla coscienza, che alcuni co-
mandanti di unit si rifiutarono persino di eseguirle. Altri lo fecero
solo parzialmente, per la maggioranza le attu integralmente de-
te~rminando cos la dissoluzione delle forze armate.
 E passata da poco la mezzanotte del 9 settembre e il generale
Cadorna che comanda la divisione meglio armata, l'Ariete, ri-
ceve l'ordine di spostarne una parte a sud di Roma (a garantire la
fuga del re?). Alle 5 del mattino il generale Tabellini deve far ri-
piegare su Tivoli l'intera divisione Piave. Assieme alla Gra-
natieri e alla Centauro avrebbero potuto fronteggiare per pri-
me le due divisioni germaniche disposte ad investire Roma: quella
corazzata che si stava muovendo da Viterbo, l'altra, incompleta,
di paracadutisti, ma con ben 15.000 uomini, proveniente da Pra-
tica di Mare. Sarebbe stato inoltre facile agli italiani, come ab-
biamo scritto, impadronirsi dello stesso quartier generale di Kes-
selring, a Frascati, praticamente sguarnito.
 E un reparto della Piave che, assieme a squadre improvvisate
di civili, affronta i paracadutisti tedeschi, un migliaio, che scesi su
Monterotondo sono costretti alla resa dopo aver perduto quasi
la met degli effettivi tra morti e feriti. Subito dopo deve rag-
giungere il grosso della divisione, gi a Tivoli. Alle 5.30 l'ordine
di spostarsi a sud  perentoriamente rinnovato anche a Cadorna,
ma questi ritarda l'esecuzione impegnando la 3- divisione di fan-
tena corazzata nelle zone di Monterosi e di Bracciano. Distrug-
ge una settantina di carri armati, un centinaio di autocarri, due
batterie di semoventi e mette fuori combattimento almeno cin-
quecento uomini. Continuano alla periferia di Roma, per tutto il
giorno 9, sino alle prime ore del 10, i focolai di resistenza nella
borgata della Magliana, e sulla via Ostiense. Il reggimento dei
lancieri Montebello e la Divisione granatieri si battono contro i
reparti germanici, costituiti prevalentemente dalla 2 divisione
paracadutisti, ma non hanno riserve e stanno esaurendo le muni-
zioni. Debbono cedere. Vano risulta il contrordine del generale
Carboni perch l'Ariete e la Piave riprendano le posizioni a
difesa di Roma. Le loro avanguardie sono in vista della capitale
quando alle 17 del giorno 10 viene firmata la capitolazione italia-
na, a conclusione delle trattative tra il generale Calvi di Bergolo,
genero di Vittorio Emanuele III e il capo di stato maggiore di
Kesselring, Westphal. L'incombenza della firma da parte italia-
na tocca al tenente colonnello Giaccone della divisione Cen-
tauro. L'accordo sancisce per Roma lo status di citt aperta,
con il divieto, quindi, di insediarvi truppe e di usarla per scopi mi-
litari, garante un comando di piazza affidato ad un ufficiale ita-
liano, lo stesso generale Calvi di Bergolo. Agli ufficiali e soldati
italiani in patria e all'estero, una volta disarmati, sarebbe stato
permesso di raggiungere, in pace e rispettati, le loro famiglie (un
tranello, come gi scritto, per farli prigionieri senza colpo ferire).
 Le trattative erano cominciate la mattina presto del 10 settem-
bre su iniziativa tedesca. Kesselring chiedeva una tregua d'armi.
Col passare delle ore divent un'intimazione di resa. Secondo
Klinkhammer il potenziale tedesco era stato estremamente so-
prawalutato dai Comandi supremi d'armata italiana... Il mito
della Wehrmacht mostr di essere la pi forte arma tedesca. Que-
sta errata considerazione che aveva gi portato il re a fuggire da
Roma, convinse anche lo stato maggiore ad autosciogliersi la mat-
tina del 9 settembre accelerando il disfacimento dell'esercito.
 Eppure lo stato maggiore italiano aveva elaborato dal 25 luglio
al 22 agosto del 1943 un dispositivo denominato Memoria 44
O.P. del quale alcune anticipazioni erano state fatte pervenire
ai comandi delle grandi unit, vincolandole al segreto e alla di-
struzione del carteggio, in attesa di un ordine dettagliato scacchie-
re per scacchiere. Secondo la ricostruzione delle ore che seguiro-
no l'armistizio fatta dal colonnello Mario Torsiello (nel numero
della Rivista Militare, marzo 1952) Ambrosio chiese a Badoglio,
verso le 23 dell'8 settembre, di dare il via all'applicazione della
Memoria 44 O.P., ma questi si rifiut. Alle richieste che perve-
nivano dai vari comandi su come agire a seguito della notizia
dell'armistizio che tutti avevano appreso solo dalla voce registra-
ta di Badoglio diffusa dall'ELAR, gli ufficiali dello stato maggiore
rispondevano che anche loro erano nella stessa situazione. Era-
no stati sorpresi dalla notizia, non avevano ordini da impartire e
da eseguire. (Non esistono d'altronde copie della Memoria 44
O.P., il cui originale venne bruciato alle 6.30 del 9 settembre nel
palazzo Caprara, sede del Comando supremo, con altri documen-
ti, perch non cadesse in mano nemica.)
 Dagli archivi tedeschi sappiamo invece che, ripetiamo, sin dalla
stessa notte del 25 luglio le unit tedesche in Italia erano state
istruite su come procedere al disarmo delle forze armate italia-
ne. Era awenuto persino un episodio grottesco che anticipava
quel che sarebbe accaduto 1'8 settembre. Lo racconta il generale
Mario Caracciolo di Feroleto nel libro E poi. Un ufficiale
dell'aviazione tedesca credette, la mattina del 26 luglio, che il di-
sarmo fosse un'operazione da eseguirsi immediatamente. Fece
aggredire i militari italiani che presidiavano con lui un aeropor-
to. Ci furono morti e feriti. Le nostre autorit ritennero che si fos-
se trattato solo di uno spiacevole malinteso.
 Nonostante la mancanza di ordini, combattimenti contro i te-
deschi attaccanti - si legge in una relazione dell'Ufficio storico
dello stato maggiore dell'esercito (7 aprile 1975) - ebbero luogo
in tutte le regioni d'Italia e oltreconfine, dalla notte dell'8 a tutto
il 10 settembre 1943, ove erano a contatto unit italiane e germa-
niche. E vengono elencati gli episodi pi importanti: in Liguria,
i reparti della piazza marittima di La Spezia impedirono che ve-
nisse bloccata la squadra navale italiana diretta a Malta (nella
zona c'erano tre divisioni tedesche); in Piemonte, combattimenti
divamparono al valico di Moncenisio (venne ostruita la galleria
facendo brillare una mina per ordine del generale Vercellino, co-
mandante della IV armata); ad Ormea e a Boves, a Gorizia, Trie-
ste, in varie localit del Friuli e del Veneto si ebbero scontri, spe-
cialmente a Gorizia per difendere i ponti sull'Isonzo (dove giun-
sero anche reparti di partigiani sloveni a dare man forte ai nostri
soldati); in Toscana si combatt a Pian della Futa, a Pisa e a Ma-
rina di Pisa, Calambrone, Cecina, Viareggio, Forte dei Marmi,
Pietrasanta, Apuania, Torre del Lago, Livorno e a Portoferraio;
a Piombino, il 10 settembre, un convoglio navale proveniente dal-
la Corsica venne accolto a cannonate da marinai e soldati cui si
affiancarono operai e lavoratori del porto: i morti tedeschi furo-
no circa 600, varie zattere da sbarco e due corvette colarono a
picco, rendendo impossibile l'ulteriore accesso alle banchine, un
cacciatorpediniere, colpito, prese il largo. Altri episodi si ebbero
nelle Marche, in Umbria, in Abruzzo e, oltre ai duri combatti-
menti per la difesa di Roma, in altre localit del Lazio.
 A Salerno, il generale Ferrante Gonzaga, comandante di una di-
visione costiera, fatto prigioniero da una pattuglia tedesca, inti-
matogli di ordinare la resa ai suoi soldati, pena la vita, si rifiut e
fu ucciso sul posto; uguale sorte subirono a Nola il comandante
del 48 reggimento di fanteria e alcuni suoi ufficiali. Altri scontri
armati si registrarono a Napoli  a Bari, dove il generale Bellomo
(fucilato poi dagli inglesi con l'accusa di aver provocato la morte
di un prigioniero) difese il porto, alla testa di soldati, ma anche di
volontari civili. In Sardegna, i tedeschi riuscirono ad impadronir-
si con un colpo di mano della Maddalena, ma dovettero abban-
donarla, duramente attaccati, anche qui, da soldati, marinai e ci-
vili - l'isola venne completamente liberata dalle unit delle tre
armi che conservarono strutture ed organici, poi inquadrati nelle
forze armate del sud.
 Cosa stava awenendo all'estero, ove erano stanziati reparti ita-
liani? La Corsica fu l'unica regione, fuori del territorio naziona-
le - scrive Battaglia - ove il nostro esercito oper conservando il
proprio ordinamento regolare, manovrando agli ordini del gene-
rale francese Louchet, senza crisi e tentennamenti. Le perdite
subite, circa 3000 uomini tra morti e feriti, costituiscono la prova
della volont combattiva, riscattando l'onta dell'aggressione fa-
scista alla Francia agonizzante; e il suo contributo di sangue fa
tutt'uno con quello dei numerosi italiani che gi combattono nel-
le file del "maquisfrancese. Il primo combattimento si ebbe a
Bastia, dove i tedeschi furono respinti duramente. Ma riuscirono
a far affluire rinforzi della 90' divisione dalla Sardegna e conqui-
starono la citt il 13ettembre. I reparti delle divisioni Cremo-
na e Friuli, con ifrancesi integrati da altre unit sbarcate
nell'isola, la ripresero-il 4 ottobre.
 Il colonnello RinaldCruccu, nella citata relazione del 1975,
scrive che veri e propri combattimenti contro gli attacchi dei te-
deschi si ebbero in Provenza, in Croazia, Slovenia, Dalmazia, in
Erzegovina, in Montenegro, in Albania, in Grecia, nelle isole
dell'Egeo. Le divisioni difanteria, Venezia, e degli alpini, Tauri-
nense resistettero tre mesi in Montenegro. Da queste proven-
nero i 18.376 partigiani della divisione Garibaldi che combat-
teranno con l'esercito popolare di Tito sino all'aprile del 1945. Ne
ritorneranno in Itlia, a guerra finita, poco pi di 4000 (4148).
 L'inganno, prima ancora della forza - commenta Renato Car-
li-Ballola nella sua Storia della Resistenza -  quasi sempre l'ele-
mento determinante del crollo di situazioni o dell'annientamen-
to di reparti, con larghe, o comunque non trascurabili, possibilit
di difesa. Cos - come awiene il 10 settembre in Grecia con la XI
armata -  il comando germanico che puntando sicuro sulla in-
certezza e sulla confusione che regnano fra i comandi italiani,
propone e sottoscrive un accordo -uno dei tanti accordi scritti sul-
la sabbia in quei giorni - che garantendo il rimpatrio dei reparti,
li pone alla sua totale merc. Intere divisioni, come la "Casale" e
la "Forl", si dissolvono nel giro di poche ore... Ma c' chi non
cade nel tranello. Il generale Infante che comanda la Pinerolo
rifiuta le offerte tedesche, risponde come pu all'attacco scate-
nato all'aereoporto di Larissa, concentra i reparti a Trikkala te-
nuta dai lancieri del reggimento Aosta, stabilisce l'intesa con i
partigiani greci dell'ELAs e, in accordo con la missione militare
inglese che  con loro, combatte i nazisti.
 In Albania, ancora inganni e raggiri da parte dei tedeschi. Al
gruppo di armate dell'est, il 10 settembre, offrono di imbarcare
tutte le unit per raggiungere l'Italia. Chiedono la consegna del-
le artiglierie e scatenano l'aggressione. Solo la divisione Bren-
nero si salva con i soldati gi sulle navi; la divisione Perugia
viene invece decimata, il comandante Chiminello e molti ufficiali
sono fucilati dopo la resa. Il comandante della Ix armata, Renzo
Dalmazzo, decide per la consegna totale alla Wehrmacht. Il ge-
nerale Arnaldo Azzi, che comanda la divisione Firenze di stan-
za nei pressi di Dibra, nella provincia macedone, rifiuta l'ordine
e si consulta con i suoi ufficiali. Punteranno su Durazzo, per cer-
care di rimpatriare. Dei giorni che seguirono abbiamo la cronaca
di Bruno Brunetti, che apparteneva alla brigata di fanteria, poi
partigiano assieme alla maggioranza dei commilitoni.
 Racconta Brunetti che un gruppo di partigiani albanesi, accom-
pagnati da un ufficiale inglese in missione, si offrirono di scorta-
re la divisione sino all'imbarco, e di combattere assieme dati i pre-
vedibili attacchi dell'ormai comune nemico. In cambio volevano
avere i materiali, armi, munizioni e viveri, intrasportabili. Ma il
progetto fallisce. La marcia verso la costa si interrompe. I tede-
schi, in forze, hanno bloccato le strade. Si decide una imponente
riunione, dopo una marcia forzata di oltre una settimana tra gli
stenti, le intemperie, la scarsit di cibo e lungo sentieri impervi:
ciascuno dovr dire se vuole continuare o darsi prigioniero, op-
pure scegliere la via dei monti con i partigiani. La stragrande mag-
gioranza sceglie la Resistenza. La divisione Firenze, rafforzata
da due battaglioni della Arezzo, dal 22 al 25 settembre parte-
cipa alla battaglia per occupare Kruja, una citt che si trova al
centro dell'Albania.
 Fu un impresa sfortunata. I tedeschi possedevano cannoni a
lunga gittata, mentre la nostra artiglieria, composta in gran parte
da pezzi sottratti agli austriaci nella prima guerra mondiale, non
raggiungeva le loro postazioni. Inoltre, i partigiani, italiani ed alba-
nesi, stavano per essere accerchiati da altri italiani ed albanesi,
passati ai nazisti. Con difficolt si aprirono un varco per ritirarsi,
lasciando sul terreno un numero elevato di caduti. Cos fin, nel
sangue, la divisione Firenze. I superstiti continuarono la lotta,
formando il battaglione Antonio Gramsci.
 In Dalmazia, fu quasi totale la decisione dei comandanti di divi-
sione di affiancare i partigiani di Tito. Scrive Carli-Ballola: Solo
il 27 settembre, e a prezzo di acerrimi combattimenti, i Tedeschi
potranno impadronirsi di Zara, difesa dai fanti della "Bergamo".
Si rifaranno fucilando gli animatori della difesa: i generali Ciga-
la-Fulgosi, Pelligra e Policardi, oltre a quarantasei ufficiali supe-
riori. I Tedeschi vengono poi impegnati a Ragusa dai reparti del-
la "Marche" e della "Messina".
 Giuseppe Maras, sottotenente dei bersaglieri e poi comandan-
te di divisione partigiana in Jugoslavia, medaglia d'oro della Re-
sistenza, scrive come si form la prima unit italiana, il 13 set-
tembre 1943: un battaglione anch'esso col nome prestigioso di Ga-
ribaldi. Ne sono animatori e organizzatori soprattutto degli uffi-
ciali dei carabinieri (i tenenti colonnelli Venerandi, Venosta, il
capitano Giancola, il tenente Mambor...). Nucleo centrale, 
rappresentato da oltre 200 militari dell'Arma accasermati a Spa-
lato. Il 15 settembre viene organizzata da ufficiali e soldati della
divisione Bergamo anche la Compagnia italiana, che diven-
ta un secondo battaglione Garibaldi (si chiamer poi Mat-
teotti). I due battaglioni aumenteranno di consistenza sino a for-
mare, appunto, la divisione partigiana Italia comandata da
Pino Maras (unit che scriver alcune tra le pi belle pagine
della storia della Resistenza italiana all'estero).
 Occorre ricordare, infine, una serie di episodi oscuri e altamen-
te drammatici: riguardano i presidii nel Dodecanneso. Ecco, bre-
vemente, la cronaca. Il 13 settembre i tedeschi ottengono la resa
di Rodi dall'ammiraglio Campioni, ma non dai rispettivi coman-
danti di Lero, Creta, Corf e Cefalonia lasciate dagli angloame-
ricani in balia di poderosi attacchi dal cielo e dal mare senza por-
tare agli italiani un bench minimo aiuto.
 Eppure, secondo quanto riconosce Eisenhower nelle sue me-
morie, la zona aveva un notevole valore strategico. Da ci anche
l'entit dell'impegno dei tedeschi, certamente non meno preoc-
cupati degli angloamericani di dover distogliere un certo nume-
ro di squadriglie aeree dagli altri fronti. Eisenhower afferma che
riteneva prioritario alimentare con ogni riserva il contingente
sbarcato a Salerno, gi ridotto al minimo dall'invio di uomini e
materiali in Inghilterra, in preparazione dell'attacco in Norman-
dia, decisivo per l'intero conflitto. In una conferenza dei co-
mandanti del Medio Oriente - scrive - delineai la situazione, come
la vedevamo noi, e dissi che la mia decisione sarebbe stata defini-
tiva, salvo parere contrario dei capi di stato maggiore collegati:
non potevamo e non dovevamo fare nulla per i contingenti italia-
ni nel Dodecanneso, i quali - e qui  forse la spiegazione - non
davano neppure serie garanzie (di aderire al nuovo corso irn-
presso dall'armistizio).
 Gli aerei tedeschi compirono 187 incursioni su Lero, avendone
ragione, sbarcati 3000 uomini, solo il 16 settembre; a Corf si
susseguirono aspri combattimenti, cui presero parte, uniti nella
inevitabile sconfitta, soldati italiani e partigiani greci; a Creta, un
certo numero di italiani riusc a rompere l'accerchiamento, tro-
vando rifugio in localit donde poterono darsi alle incursioni di
guerriglia.
 Cefalonia rester nella storia delle imprese pi feroci compiute
dai nazisti. L'isola era presidiata dalla divisione Acqui. I tede-
schi iniziano le trattative, tra lusinghe e minacce. Il generale Gan-
din  tutt'altro che disposto a cedere. I tedeschi protraggono al-
lora le discussioni per dar modo a gruppi di rinforzo di raggiun-
gere l'isola di nascosto. Scoperta la violazione della tregua, un
gruppo di ufficiali inferiori guidati dal capitano Apollonio deci-
de di reagire. Le batterie costiere della penisola di Lixuri aprono
il fuoco contro i mezzi da sbarco gi in prossimit della spiaggia
di Argostoli. E la mattina del 14 settembre. Il comando tedesco
intima la resa. Il generale Gandin, trascorsa una giornata in cui
ufficiali e soldati chiedono di combattere, risponde la mattina
del 15 che obbedendo agli ordini del comando supremo e per
volont dei suoi ufficiali e soldati la divisione Acqui non ce-
der le armi. Frase drammaticamente insolita, dove gi - e non 
retorica - si intrawede il senso della lotta popolare per la libert
e la dignit del popolo italiano.
 Seguiranno sette giorni di ininterrotti bombardamenti da parte
di squadriglie di Stukas, libere di colpire perch mancano le do-
tazioni di artiglieria antiaerea. Argostoli  completamente distrut-
ta. Le truppe da sbarco tedesche sono state facilitate dall'opera
dei bombardieri e possono avanzare iniziando il massacro. I su-
perstiti, circa 4500, tra ufficiali e soldati, vengono tutti disarmati
e uccisi, a colpi di fucile, raffiche di mitragliatrice, e a pistolettate
alla nuca. Complessivamente i caduti della Acqui a Cefalonia
sono 8400, tra morti in combattimento e barbaramente soppressi
(i cui resti - scrive Carli-Ballola - sarebbero rimasti insepolti se
la piet dei greci non li avesse raccolti, sfidando l'ira nazista).
 Vanno certamente comprese nell'ambito storico della Resi-
stenza anche le fasi di trasferimento della flotta navale ed aerea
al sud, le operazioni di contrattacco ai tedeschi che si svolsero ol-
treconfine, la prigionia dei militari deportati in Germania rifiu-
tatisi di aderire al nuovo esercito fascista che Graziani avrebbe
costituito per mandato tedesco, l'attivit del contingente italiano
delle forze armate del governo legittimo, impegnate in combatti-
mento accantO agli Alleati.
 La flotta navale prese il largo, nella notte tra 1'8 e il 9 settembre,
diretta a Malta o verso i porti africani, dalle due basi dove era
alla fonda, Taranto e La Spezia. Alle prime luci dell'alba la squa-
dra partita da La Spezia venne attaccata da aerosiluranti. La co-
razzata e nave ammiraglia Roma, centrata nei locali munizio-
ni, col a picco con tutto l'equipaggio, 1355 marinai e l'ammira-
glio Bergamini; anche l'Italia era stata colpita, ma pot prose-
guire. Due altre navi vennero affondate, il Vivaldi dalle
artiglierie costiere, il Da Noli da una mina. Raggiunsero ie
basi previste 5 corazzate, 9 incrociatori, 11 cacciatorpediniere,
22 torpediniere, 19 corvette, 37 sommergibili. Alcune unit era-
no state sabotate nei porti o affondate perch non cadessero in
mano nemica. Altre navi invece, con circa 25.000 marinai, riusci-
rono a lasciare i porti greci, albanesi e dalmati. Andarono perdu-
te tre torpediniere e tre navi da trasporto.
 Non cos compatta come la marina fu l'aeronautica. La maggior
parte dei piloti segu comunque le istruzioni. Raggiunsero gli ae-
roporti sardi, siciliani e pugliesi 246 velivoli, quasi tutti di tipo
sorpassato e solo un centinaio in grado di prendere parte ad ope-
razioni belliche. Molti degii addetti ai servizi riuscirono ad attra-
versare fortunosamente le linee del fronte e a raggiungere gli
aviatori nelle nuove basi.
 Nei giorni seguenti 1'8 settembre i tedeschi fecero prigionieri
oltre 600.000 militari italiani, convincendo ad arrendersi la mag-
gior parte assicurandoli in malafede, come abbiamo gi scritto,
che dopo aver consegnato le armi e firmato un documento in cui
si impegnavano a non pi riprenderle, erano liberi di tornarsene
a casa. I prigionieri venivano quasi sempre ammassati in condi-
zioni disumane nei campi sportivi di citt e paesi, o nei cortili del-
le caserme, con le mitragliatrici puntate dagli spalti e dalle fine-
stre. Poi caricati sui carri bestiame e trasferiti, i soldati in Germa-
nia, gli ufficiali in Polonia. Gli uffficiali inferiori divisi da quelli
superiori. Secondo i vertici del Reich ai prigionieri italiani e russi
non dovevano essere applicate le regole della convenzione di Gi-
nevra n concessa l'assistenza, ugualmente stabilita sul piano in-
ternazionale, della Croce Rossa.
 Le condizioni di vita erano tali che gente sana e robusta quali
erano i militari, quasi tutti giovani, venne falcidiata dalle malat-
tie e dalla debilitazione per scarsit di cibo. Il numero dei morti
oscilla tra i 30 e i 40.000 (pi vicino ai 40.000). Non si conosce la
cifra precisa, anche perch molti soprawissuti, tornati in patria,
non si sono pi ripresi cedendo definitivamente alla prostrazio-
ne cui erano stati ridotti.
 Eppure, nonostante le sofferenze, la frustrazione, la fame, le epi-
demie, la mancanza di notizie dei propri cari - che gli internati
sapevano soggetti a privazioni e ai bombardamenti - solo una spa-
ruta minoranza, circa 1'1,3 per cento, ader alla Repubblica di Sal
garantendosi la soprawivenza e un radicale cambiamento di
vita. Le delegazioni fasciste intervallavano blandizie, allettamenti,
richiami all'amor patrio, riferimenti ai familiari, a minacce, e in
qualche caso, percosse. Il ricatto consisteva soprattutto nella pro-
messa di strappare gli internati da quello stato di profonda indi-
genza.
 C~' una lettera conservata nell'Archivio centrale dello Stato,
trovata tra le carte di Mussolini, inviatagli da un ufficiale di ma-
rina che aveva ceduto alle promesse dei fascisti, e che, rientrato
in Italia, aveva sentito il bisogno, probabilmente per un atto di fi-
ducia nella umanit del duce, di raccontargli la sua esperienza.
La cita lo storico Vittorio E. Giuntella, internato in uno dei cam-
pi peggiori, e autore di saggi e ricerche sulla deportazione dei no-
stri militari. Nella lettera l'ufficiale racconta della visita di un ge-
nerale al lager, il quale - scrive - ci disse che chi aderiva aveva il
trattamento dei soldati e dell'ufficiale tedesco che mangia bene
ed  ben pagato. Gli altri sarebbero stati abbandonati al loro de-
stino: a servirli ci avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco.
Questo discorso - prosegue la lettera - fatto a gente che, affama-
ta, scarsamente coperta, era da pi di un'ora all'aperto, a parec-
chi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tri-
stezza e uno scoraggiamento infinito; ci si chiedeva di essere dei
mercenari, perch non della Patria ci si parlava, ma del soldo e
del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe
dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava
altri italiani di abbandonarli al loro destino. La fame e l'inverno
avrebbero pensato ad eliminare dei fratelli. Anche chi come il
sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ri-
tornare uomo e soldato sent un moto di ribellione in se stesso.
Aderirono su circa 2000 ufficiali 160 circa, di cui la maggior parte
malati gravi, invalidi e vecchi. I giovani dicevano apertamente
che aveva vinto la fame. (La percentuale delle adesioni citata
nella lettera  eccezionale rispetto a quelle che si ebbero negli al-
tri campi di internamento.)
 Scrive ancora Giuntella che tra gli internati erano stati costituiti
appositi comitati col compito di aiutare i prigionieri a lottare
contro se stessi, cio contro l'istinto naturale della soprawiven-
za. Restare nel lager quando si sarebbe potuto uscirne - e ci
senza limiti di scelta del momento, poich le offerte venivano ri-
petute con insistenza, anche negli ultimi giorni di agonia del na-
zifascismo - significava dawero votarsi quasi certamente alla
morte. Era una lotta condotta sino in fondo, affrontata come un
combattimento continuo, in condizioni fisiche sempre pi preca-
rie perch ad ogni rifiuto i nazisti aggravavano le condizioni di
vita.
 Quali le motivazioni? Spiega Giuntella: Anche se all'inizio non
vi  nella massa degli internati una chiara coscienza politica (la
fedelt al governo legittimo  per molti ancora il primo argo-
mento), vi  per in tutti la chiara consapevolezza che una gene-
rale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato di
una rottura con il passato, di una scelta che ha il valore di un
plebiscito politico da parte di una generazione che per la prima
volta viene individualmente e direttamente interpellata, sia pure
in unarave situazione di costrizione esterna.

3. Il mosaico della guerriglia.
 Per capire come l'esercito italiano si sia dissolto in soli tre giorni
occorre aggiungere che ove non iniziarono subito i combatti-
menti determinati dall'aggressione tedesca, il proclama di Bado-
glio, la sera dell'8 settembre 1943, a causa dell'ambiguit del te-
sto, provoc sia tra la popolazione che tra i militari la convinzio-
ne, anche se presto smentita dai fatti, che la pace fosse finalmen-
te arrivata, con l'accordo o almeno l'accettazione passiva della
Germania. Dai rapporti delle prefetture e questure inviate al mi-
nistero degli Interni - e conservati nell'Archivio di Stato - risulta
che vi fu, in molte localit dove ancora i tedeschi non erano pas-
sati all'attacco, un'ondata di entusiamo che fece scendere sino a
notte inoltrata la gente per strada. Anche molti uffici pubblici e
fabbriche rimasero chiusi il mattino dopo, in segno di festa. La
stessa euforia prese i soldati nelle caserme. D'altra parte gli ordi-
ni che Roma aveva impartito con i primi dispositivi della Me-
moria 44 O.P. escludevano ogni azione preventiva (non deve
essere presa iniziativa di atti ostili contro i tedeschi) awertendo
che solo in caso di <~violenza armata germanica era autorizzata
la reazione dei reparti italiani, ma da effettuarsi anche contro la
popolazione civile qualora intendesse armarsi, sempre nel timo-
re che una rivolta potesse allargarsi contro il potere regio. Le re-
sponsabilit del re e di Badoglio, non sono perci valutabili solo
sul piano militare dell'imprevidenza strategica, vanno giudicate
dal punto di vista etico e politico per aver escluso a priori la par-
tecipazione popolare alla difesa del paese.
 Per queste ragioni fu facile a Rommel a nord e a Kesselring a
sud, occupare l'Italia, consegnandola alle autorit politiche naziste,
dopo aver distrutto il nostro esercito, catturato 1.255.260 fucili,
38.333 mitragliatrici, 9986 pezzi di artiglieria, 15.500 automezzi,
67.600 tra cavalli e muli, vestiario per 500.0~0 uomini. (Nell'inven-
tario fatto dal generale Jodl figurano anche 4533 aerei e 970 mezzi
corazzati, cifre fortemente esagerate.) Va anche aggiunto, nell'esa-
me del disfacimento dell'esercito - come nota ancora Klinkham-
mer - che la maggior parte delle truppe italiane nell'Italia centrale
e meridionale pass nel giro di poche ore dalla parte degli Allea-
ti o fugg a casa... Anche nel nord molti soldati riuscirono a sot-
trarsi alla cattura per raggiungere la famiglia o nascondendosi
con l'aiuto della popolazione, oppure rifugiandosi in montagna
dando vita a quella che sarebbe stata la guerra per bande.
 Ma non c' accordo tra gli storici sul numero dei militari e civili
che subito dopo 1'8 settembre si raccolgono in formazioni im-
prowisate per combattere i tedeschi e poi, nata la Repubblica
sociale, fascisti e tedeschi, o attendono nascosti in montagna o in
pianura - fuori delle citt - gli angloamericani per dar loro man
forte nell'offensiva finale. Secondo le fonti germaniche non pi
di 1500:1000 al nord, 500 tra Toscana, Umbria, Marche, Abruzzo,
Lazio. Bocca fa salire la cifra a 3800. E probabile che siano notevol-
mente di pi. Migliaia di soldati erano sbandati nell'Italia setten-
trionale, soprattutto meridionali, costretti a cercare un rifugio sui
monti, qualche migliaio erano i prigionieri di guerra evasi. Ma ben
pochi partecipano alla guerriglia nei primi mesi. Un aumento con-
sistente si ha tra i partigiani, come abbiamo scritto, con la chiamata
alle armi della Repubblica sociale nel novembre '43 e un ulteriore
afflusso col bando del febbraio del '44 accompagnato dall'arruola-
mento obbligatorio dei lavoratori, dassi 1914-1918, da inviare in
Germania.
 Le fonti tedesche attribuiscono una grande importanza, forse de-
cisiva, agli apporti degli ex prigionieri alleati. Lo affermano in un
primo tempo anche i servizi informativi della Repubblica di Sal:
sono, per loro, slavi o russi, e altri professionisti del terrorismo, e
sabotatori inviati dall'Inghilterra gli autori delle azioni di guerri-
glia cittadina e degli attentati ai depositi e alle colonne lungo le stra-
de. Vi furono certamente ex prigionieri alleati (anche russi) tra le
file partigiane - e pure qualche decina di disertori tedeschi dei quali
non  rimasta che scarsissima memoria -, ma si tratta di un apporto
marginale, certamente non determinante, anche se ricordato dalla
Resistenza italiana con molto rispetto. Qualitativamente significa-
tiva  stata l'opera delle missioni inglesi e americane; sono docu-
mentati anche episodi di qualche ufficiale e soldato alleati che ol-
trepassate le linee, hanno preso parte alla guerriglia con i parti-
giani. (Tre ufficiali inglesi, Wigram, Filliter e Axley, hanno, ad
esempio, affiancato il comandante dei partigiani abruzzesi della
Majella, Troilo: lo hanno rifornito di armi e munizioni, accreditato
presso le unit alleate perch partecipasse con loro ad incalzare i te-
deschi sino al Po. Sono rimasti uccisi in uno scontro.)
 Ma la maggior parte dei prigionieri stranieri evasi dai campi di
concentramento riusc quasi subito a valicare le linee nemiche
raggiungendo i commilitoni nell'Italia meridionale o a passare in
Svizzera. Cento, duecento forse rimasero volontariamente con i
partigiani, ma mai con responsabilit di comando oltre il distac-
camento (da 30 a 40 uomini). La Resistenza, strutturata nelle
forze partigiane,  organizzata da italiani con la presenza decisi-
va di militari i quali per, anche quelli di carriera provenienti
dalle accademie, si trovano di fronte a tattiche nuove, a modi di
combattere, come abbiamo gi scritto, non previsti dai manuali.
Gli stessi ex combattenti della guerra di Spagna, che pure assu-
mono un ruolo di rilievo, debbono riconvertirsi sul campo. Ed
emergono anche comandanti e organizzatori che non hanno alcu-
na esperienza in fatto di armi e di tecniche di combattimento, e
soldati che diventano ufficiali superiori, e viceversa.
 La Resistenza italiana  d'altra parte un fenomeno complesso
sia per le motivazioni dei singoli che vi partecipano, sia per la sua
stessa evoluzione strutturale, militare, politica. Gli interessi ideo-
logici di parte, messi in luce nella storiografia, hanno teso spesso
a semplificarla, accentuando il peso dell'antifascismo tradiziona-
le e della classe operaia. Cos come altri valutano, come un gra-
ve pericolo fortunatamente scongiurato (soprattutto ad opera de-
gli alleati e in virt del tatticismo di Togliatti) la politicizzazione
in senso rivoluzionario marxista vista la consistenza preminente
delle brigate Garibaldi dipendenti dal comando militare comu-
nista. Fu invece un incontro, se cos si pu dire, tra varie cor-
renti, di gruppi sociali e culturali, nessuna delle quali pu vanta-
re il primato in quanto tutte hanno concorso, sia pure tra contra-
sti, riserve, rinviando per la stessa enunciazione del progetto
politico a guerra finita, a rendere unitario il movimento partigia-
no, sia militarmente che politicamente, senza dunque un preor-
dinato ordinamento della societ, concordemente delegato ad
una costituente, ripetiamo, una volta liberato il paese.
 Tra le componenti sociali andrebbe anche meglio considerata,
sotto il profilo storiografico, l'attivit del clero e dello stesso lai-
cato cattolico, sia nelle citt che nelle campagne e nei paesi di
montagna, per quell'azione capillare di solidariet ai resistenti
che contrib in modo determinante a fare della lotta partigiana,
appunto, una guerra di popolo, alla quale partecip la stragran-
de maggioranza degli italiani, con le armi, o con atti concreti di
assistenza, o solo con una presenza emotiva, isolando nelle co-
scienze il fascismo risorgente e condannando senza riserve inva-
sore e collaborazionisti. Per quanto riguarda il sacrificio di sacer-
doti e religiosi, 158 furono uccisi dai nazisti, la maggior parte fu-
cilati, 8 hanno avuto la medaglia d'oro alla memoria, 1 d'argento,
33 sono stati trucidati dai fascisti, o da fascisti e nazisti in opera-
zioni congiunte (altre 4 le medaglie d'oro alla memoria).
 Un capitolo a parte andrebbe dedicato al Vaticano e allo stesso
Pio XII. C' una documentazione, in gran parte rintracciata dal
gesuita padre Graham, che testimonia che Hitler voleva gi nel
1941 bandire la Santa Sede da Roma. Lo confermano anche
annotazioni e lettere scritte da monsignor Tardini, segretario di
Stato. Dopo il 25 luglio la minaccia si fece seria, venne previsto il
trasferimento del pontefice nel Liechtenstein, paese neutrale,
ma voci raccolte da ambienti vicini al fuhrer inducevano a ritene-
re che Pio Xll sarebbe finito prigioniero in Germania. Il generale
delle SS Wolffrivendica a s il merito di aver impedito che venis-
se attuata la deportazione, Poich Weizsaecker - Ernst von
Weizsaeker, ambasciatore tedesco presso il Vaticano - ed io era-
vamo d'accordo che si dovesse impedire ad ogni costo l'esecuzio-
ne di questo piano, gli assicurai il mio appoggio ed adoperai il
mio influsso presso i competenti uffici tedeschi perch non si ef-
fettuasse lo sfollamento forzato del papa, secondo i piani origi-
nali, in Germania o in un paese neutrale (testimonianza del ge-
nerale Wolff riportata da R.A. Graham).
 Quanto il papa fece per salvare, nascondere gli antifascisti e aiu-
tare la Resistenza  del resto documentato, ma forse non a suffi-
cienza per liberare Pio XII dai sospetti di essere stato troppo tie-
pido nei confronti del fascismo e specialmente del nazismo. C'era
un'organizzazione vaticana preposta a nascondere ebrei ed anti-
fascisti, guidata da mons. Ronca che ne rispondeva direttamente
al pontefice. Tra i pi stretti collaboratori di Ronca, l'allora gio-
vane prelato Pietro Palazzini, poi cardinale, ebbe il riconosci-
mento ufficiale di patriota.
 Alla Resistenza va riconosciuta dunque la forza di indirizzo uni-
tario e di maturazione politica, anche se il processo di autodeter-
minazione e chiarificazione coscienziale dei singoli nasce per lo
pi spontaneo nelle ore che seguono l'armistizio. Sul piano dell'op-
posizione armata, come abbiamo evidenziato, vi prendono subi-
to parte militari e civili. Li troviamo uniti nella difesa di Roma a
Monterotondo, a Porta San Paolo, alla Garbatella, ma altresi a
Bari, a Civitavecchia, a Teramo e in molte altre localit. Anche la
partecipazione dei civili non corrisponde ad un disegno preordi-
nato, deriva spesso da uno stato emotivo che coincide anche con
irrazionali sentimenti antitedeschi che fanno parte della storia
patria. Alcuni episodi precedono addirittura 1'8 settembre, nel me-
ridione, in prossimit del fronte, mentre si awicinano gli Alleati e le
truppe tedesche e italiane stanno ripiegando. Danno il via alle pri-
me ventate della ribellione, specialmente nell'Italia del sud, ma
con qualche analogia anche al centro e al nord del paese. I tedeschi
in ritirata vengono attaccati dalla popolazione in alcune localit
della Sicilia (nasce anche da uesto la leggenda della collabora-
zione della mafia data aglilleati per l'intervento del gangster
italo-americano Lucky Luciano). Si tratta, ripetiamo, di azioni
spontanee. Subito dopo l'armistizio, gli inglesi che sbarcano a Ta-
ranto si incontrano con civili armati e militari italiani che hanno ri-
volto le armi contro pattuglie dei granatieri della 16' divisione pan-
zer; il 14 settembre, anche reparti della divisione Legnano
ormai sbandata, agiscono di iniziativa assieme allapopolazione che
ha raccolto le armi dei fuggiaschi. Aprono il fuoco sui tedeschi. E
insieme un'operazione di guerra e di polizia. Ritirandosi, i tede-
schi rapinano, devastano, incendiano, mentre le avanguardie al-
leate stanno ancora per raggiungere Gioia del Colle. Pi tardi, il
21 settembre, a Matera, si avr una vera insurrezione che precor-
re quella, tutta popolare, delle quattro giornate di Napoli.


Da Matera alle quattro giornate di Napoli.

 Anche i fatti di Matera nascono come reazione alla brutalit
dell'esercito tedesco che si d al saccheggio della popolazione,
alle distruzioni di beni per il solo desiderio di esibire la propria
forza e sfogare la rabbia per il tradimento italiano. La rapina 
sistematica, dura da molti giorni, dodici per l'esattezza, dalle ore
dell'armistizio. I tedeschi hanno in mano alcuni ostaggi, rinchiusi
in un edificio fuori citt, sulla strada che va a Potenza. L'hanno
minato. Dicono che lo faranno saltare in aria con quelli che ci
sono dentro se qualcuno oser contrastarli.
 L'undicesimo giorno, il 21 settembre, alle cinque del pomerig-
gio, un sottufficiale e un soldato della Wehrmacht svuotano una
gioielleria. Due civili italiani aspettano che escano, uno scaglia
una bomba a mano, l'altro spara con una pistola. Cadono, si at-
tende la reazione e subito si radunano giovani, anziani, gente di
ogni condizione. Francesco Nitti distribuisce moschetti e munizio-
ni (ufficiale di complemento, si era fatto un deposito clandesti-
no). E l'insurrezione; I tedeschi sono messi in fuga ma riusciranno
ugualmente a far saltare in aria la caserma con gli ostaggi e altri
rastrellati. Tra le macerie muoiono 21 innocenti.
 In quei giorni accadono altri fatti sanguinosi in Lucania. Uno va
citato per un particolare. A Rionero in Vulture, il 16 settembre,
la gente non ne pu pi delle requisizioni che l'hanno costretta
alla fame. Assalta un magazzino militare. Ci sono morti e feriti,
ma - ecco il fatto straordinario - qualcuno ricorda anche un te-
desco che, rischiando pure lui la vita, aiuta una donna a trascina-
re un sacco di farina. Rionero in Vulture resta nella storia soprat-
tutto per la rappresaglia compiuta otto giorni dopo, forse la pri-
ma della lunga serie dei crimini tedeschi in collaborazione con
italiani. Un italiano paracadutista della Nembo ruba una galli-
na, un contadino gli spara e lo ferisce leggermente, ma  colpito
a sua volta, in modo grave. L'episodio potrebbe finire qui, ma i
tedeschi e quelli della Nembo afferrano il contadino ferito, lo
trascinano in piazza, gli schierano accanto 17 persone scelte a
caso e uccidono tutti a sventagliate di mitra.
 L'insurrezione di Napoli comincia il 27 settembre. Da quindici
giorni il colonnello Sholl governa la citt. Ha l'ordine di impe-
dire che diventi una base navale degli angloamericani. Far sal-
tare in aria le attrezzature portuali, ma abbisogna di molti uomi-
ni, giovani dai 18 ai 33 anni, precisa, da adibire ai lavori pesanti,
finiti i quali saranno deportati. Perch rispondano al bando, deb-
bono essere intimoriti. Fa precedere la chiamata da arresti, di-
struzioni - appicca anche il fuoco all'edificio dell'universit, covo
di ribelli -, fa fucilare un numero imprecisato di innocenti, si-
curamente 14 carabinieri, 9 donne, 14 operai, altri appartenenti
ai pi diversi ceti sociali. Ma nonostante tutto ci, Sholl non rie-
sce ad arruolare pi di 150 lavoratori. Decide i rastrellamenti,
strada per strada. Il 27, reparti tedeschi sono al Vomero, una
loro auto  presa d'assalto, un sottufficiale ucciso. Fucilano subi-
to sul posto cinque giovani per rappresaglia, ne rinchiudono cin-
quanta, come ostaggi, nei locali del campo sportivo. Passano al-
cune ore di calma apparente. La mattina del 28 si scorgono dal
lungomare e dalle alture alcune navi al largo. Si sparge la voce
che Ci sar uno sbarco alleato. Non esiste un centro, un comando,
un bench minimo sistema organizzativo che dia l'ordine di col-
pire, ma i focolai della rivolta si accendono dappertutto. Le armi:
fucili da caccia, moschetti, pugnali, coltelli, vecchie sciabole ga-
ribaldine, sassi, tegole, lastroni di pietra, bottiglie di benzina,
qualche rara mitragliatrice. Ci che ha dello straordinario  che
molti ragazzi sembrano essere stati addestrati alla guerriglia men-
tre l per l imparano, senza istruttori, come si adopera un mitraglia-
tore o un panze~aust strappati al nemico. Si formano squadre,
gruppi d'azione, si riconosce, sul campo, l'autorit di capi e aiutanti
di battaglia, Si stabiliscono organici e si distribuiscono funzioni e
ruoli; pochi hanno fatto il servizio militare, rari sono gli ufficiali; i
collegamenti tramite giovanissimi, addirittura bambini - d'altra
parte l'eroe emblematico delle quattro giornate, Gennaro Ca-
puozzo, aveva solo dodici anni - funzionano perfettamente; si im-
provvisano infermerie, ospedali da campo; le madri, le sorelle, le
mogli accanto, anche in prima linea, ai loro uomini.
 Dopo quattro giorni di combattimenti, nei quali i tedeschi im-
piegano artiglierie e carri armati, arriva la richiesta agli strac-
cioni di concedere la resa, da parte del comandante del presidio
germanico, maggiore Sakau. I tedeschi rilasceranno gli ostaggi,
se ne andranno dalla citt. Ma compiranno, sulla strada della ri-
tirata, altri delitti, altre distruzioni (sparano cannonate sull'abi-
tato, uccidono senza ragione dei giovani disarmati, in localit
Trombino, incendiano a San Paolo Belsito, presso Nola, solo per
sfogare il livore, l'archivio storico della citt di Napoli, distrug-
gendo una fonte documentaria insostituibile).
 Nel clima delle Quattro Giornate - scrive Battaglia -  da col-
locarsi quell'ignorata "rivolta del Mezogiorno" che s'accese
nella parte pi stretta della penisola fra il Tirreno e l'Adriatico
dalla fine di settembre alla prima met d'ottobre '43, prima che il
fronte si stabilizzasse definitivamente a Cassino. Dall'Irpinia e
dalla Terra di Lavoro al Molise e all'Abruzzo decine e decine di
episodi di lotta contro il tedesco, di rapidi scontri e di violente
rappresaglie contrassegnarono la tragica alba della guerra di li-
berazione, espressero la "collera" contro l'invasore tedesco, un
improwiso e quasi brusco risveglio ad un clima durissimo di com-
battimento e di sacrificio, eppure gi preannunciato e "anticipa-
to" dagli episodi di "rivolta contadina", anch'essi tutti da "risco-
prire" e da approfondire, verificatisi nelle stesse regioni durante
l'ultima fase del regime fascista.
 E dawero da notare la scarsa attenzione in sede storiografica e
politica rivolta alla Resistenza nel Mezzogiomo. Tra gli uomini di
governo del dopoguerra, ha colpito forse solo Aldo Moro, attento
osservatore dei fenomeni sociali nei quali egli trova un forte legame
tra lotta di emancipazione contadina e guerra di liberazione. E
Moro che nel discorso di Bari del 21 dicembre 1975, per il trenten-
nale della Liberazione, considera la Resistenza un fatto che tra-
scendendo la storia sia da considerarsi permanentemente propulsi-
vo e di guida dello sviluppo demoaatico e sociale del Paese. Nel
ricordare come alla Resistenza partecipassero larghe forze popo-
lari... (con il coinvolgimento ad un tempo del proletariato di fab-
brica che difendeva gli strumenti essenziali del suo lavoro e la realt
contadina), parla di una infinit di episodi spontanei, il pi delle
volte oscuri o poco noti che si accompagnano alle azioni gloriose
delle formazioni partigiane e del nostro corpo di liberazione: essi
rappresentano l'immediata risposta delle popolazioni alle sopraf-
fazioni delle brigate nere o dell'esercito nazista, una risposta data
anche fuori dei centri urbani, nei pi sperduti paesi rurali... Questa
Resistenza pi ramificata e diffusa si collega molto spesso alle lotte
lunghe e tenaci che le leghe contadine avevano condotto in tante
regioni: dal Veneto alla Toscana, all'Emilia, alle Puglie, contro lo
squadrismo agrario e le violenze nazionalistiche o fasciste degli
anni Venti e anche oltre [...] un dato vitale, una sorta di impegno
civile che ha immesso nella Resistenza fattori sociali connessi
con la storia delle grandi masse popolari, a lungo escluse dalla
partecipazione alla vita dello Stato unitario.
 Il riferimento di Moro ai molti episodi spontanei resistenziali
ci ricorda il largo contributo di sangue (circa 500 caduti) paga-
to daUa Terra di Lavoro, la strage di Nola, i combattimenti di Bar-
letta (34 morti, militari e civili), la rivolta di Capua, i massacri di Te-
verola (19 carabinieri fucilati dai tedeschi), di Bellona (un tedesco
violenta una donna, viene ucciso, i tedeschi rastrellano 54 persone,
le sopprimono a colpi di mitragliatrice). Come si fa a sostenere che
la lotta di liberazione fu fenomeno unicamente del nord e, ancora,
che, preso nella sua globalit non vi partecip che una stretta mino-
ranza di combattenti, rimanendo ad essi estranea, indifferente ai
partigiani e ai fascisti, la maggioranza degli italiani?
 A Nola, principali protagonisti di una tipica azione di guerriglia
sono un sottotenente dei carabinieri, Giuseppe Pecorari, un sacer-
dote, insegnante di scuola media, Angelo D'Alessio, tre giovani, An-
tonio Mercogliano e Costanzo Santaniello e suo frateUo Raffaele,
un ragazzo quattordicenne. Il 10 settembre i soldati del presidio
aprono il fuoco contro i tedeschi. Questi, il giorno dopo, riescono a
 sopraffarli, ordinano loro di mettersi in ginocchio nel cortile della
  caserma, li fanno assistere cos alla fucilazione di dieci ufficiali del
  48 reggimento artiglieria e di un contadino, Giuseppe Napole-
  tano, trovato con un fucile. Per gli ufficiali, il colpo di grazia alla
  nuca, il contadino  finito a baionettate.
 La notte, una settantina di volontari nolani vengono divisi in
squadre dall'ufficiale dei carabinieri Pecorari; il suo vice sar
Mercogliano, don D'Alessio comander un gruppo di studen-
ti. Costanzo e Carmine Santaniello compiono un sabotaggio alla
stazione ferroviaria; mentre tagliano i fili del telefono del comando
tedesco, sono scoperti, e presi a fucilate, Costanzo muore, Carmine
riesce a fuggire. Inizia l'attacco. I tedeschi, incalzati, abbandonano
Nola. L'improvvisata banda partigiana  rappresentativa della
composizione socile dei gruppi che si stanno formando sui monti
del nord e del centro Italia: alcuni, nella formazione nolana, sono
militari, anche carabinieri, i pi sono civili: 24 operai, 20 studenti, 3
contadini, 24 tra commercianti, impiegati, professionisti... Il grup-
po avr vita breve, non ha neppure un nome, il 2 ottobre arrivano
i carri armati alleati; i guerriglieri nolani saranno ancora qualche
giorno con gli angloamericani a fargli da guida; nell'impegnare
le retroguardie tedesche hanno sette feriti...
 Il fenomeno del ribellismo meridionale ha questo carattere im-
prowisato, si consuma a volte nel giro di poche ore, generoso ed
eroico. Giorgio Bocca lo definisce, ma non in senso spregiativo,
resistenza anarchica, per distinguerla da quella organizzata,
articolata, politica che gi si sta in parte modellando negli Abruz-
zi e ancor pi nelle altre regioni del centro e del nord. Nel Sud,
la volont di resistere  come una energia tellurica di cui non si
possono prevedere gli sbocchi, al centro e al nord  determinata
da forze diverse, ognuna con una fisionomia ancora propria, di-
stinta; in attesa alcuni reparti, rinchiusi a difesa delle valli, e pro-
tesi, altri, in avanti, a colpire, mentre stenta a delinearsi la guerri-
glia coordinata, per ottenere non solo risultati contingenti, ma
per seguire un unico disegno, nel quadro della guerra condotta
dagli Alleati: la liberazione dell'intero territorio, e la ricostruzio-
ne su nuove fondamenta e con nuove regole, della nazione.


Il periodo delle scelte tattiche.

 Le prime unit partigiane, sviluppate nel quadro generale del
dissolvimento dell'esercito, si danno, dunque, un assetto differente.
Alcuni reparti, con i loro ufficiali e la vecchia fisionomia tradiziona-
le, del regio esercito cercano, al centro e al nord del paese, di restare
compatti, non in grandi unit ma con organici limitati, cento, due-
cento uomini al massimo. Tranne che a Boves, in provincia di Cu-
neo, dove superstiti della Iv armata ricostituiscono una unit di un
migliaio di uomini. Non li spinge, qui la volont di combattere. Non
hanno ancora la coscienza del loro ruolo n di come potranno supe-
rare i mesi e forse gli anni che verranno. Molti sono meridionali,
consci dell'impossibilit di intraprendere il lungo viaggio del rientro
a casa sfuggendo ad una ferrea sorvedianza Hanno evitato, la-
sciando accampamenti e caserme, i posti di blocco per caso o abi-
lit, non hanno creduto alle profferte dei tedeschi; sanno degli
attacchi sferrati alle unit e ai presidii; qualcuno ha anche com-
battuto ed  riuscito a fuggire dopo una lotta impari.
 Sono soprattutto alla ricerca di luoghi - la montagna appare su-
bito la pi adatta - dove rifugiarsi per evitare la cattura sempre
incombente. Le armi che portano serviranno per difendersi, non
per attaccare; le scorte di viveri e di casermaggio - recuperate o
salvate dal saccheggio e dai baratti - per ricostituire una comuni-
t militare in localit inaccessibili o agevolmente difendibili. La
speranza che tutto sovrasta  rivolta alla capacit degli Alleati di
proseguire in fretta la risalita della penisola: che effettuino nuovi
sbarchi, che muovano in Italia e dalla Francia una offensiva ge-
nerale alla quale potrebbero anche loro prendere parte, l nella
loro zona, cogliendo il nemico alle spalle, ma come ultimo atto
della guerra cui per ora intendono sottrarsi.
 Questo atteggiamento, - una sorta di sogno che tedeschi e fascisti
interromperanno presto -  definito attendista (i suoi propugna-
tori sono chiamati nella storiografia attesisti) o opportunista, du-
ramente condannato da quanti, militari e civili volontari - racimola-
te le armi abbandonate nelle caserme e per strada dai soldati in fuga
- si sono costituiti in bande con ben altri intendimenti: scatenare
la guerriglia. (Non sanno ancora, in quei primi tempi, con quali
forze e modalit.) Intuiscono, quanti respingono l'attendismo,
che non  concesso dare tregua al nemico, occorre colpirlo nelle
retrovie, rendergli la vita difficile, logorarne il morale, affrontar-
lo quando non se l'aspetta... Ma ci vorranno dei mesi prima di
poter elaborare e attuare tecniche del genere, prima che si svi-
luppi dawero, con queste caratteristiche, la guerra partigiana.
 La frattura tra coloro che sentono l'urgenza di combattere e colo-
ro che ritengono doveroso - per evitare soprattutto nuove sciagure
alla popolazione civile - limitare la Resistenza a qualche atto di sa-
botaggio e all'attivit informativa onde facilitare l'attivit milita-
re alleata - e caso mai, ripeto, comparire, sulla scena della guerra
vera e propria nei momenti che precedono via via la liberazione
del territorio - si ha anche nei Comitati di liberazione nazionale.


I Comitati di liberazione nazionale.

 Il CLN (appunto, Comitato di liberazione nazionale)  istituito a
Roma il 9 settembre, in sostituzione dei Comitati delle opposizio-
ni al fascismo formati dai partiti nel 1942, a Roma, Milano e Napo-
li e poi riuniti il 27 luglio del '43 nel Comitato nazionale delle cor-
renti antifasciste. Il CLN Si struttura in altrettanti organismi perife-
rici, tutti facenti capo al CLN di Roma, Comitato centrale, rap-
prentato al nord dal CLNAI (CLN Alta Italia) con sede a Milano.
Nella prima riunione sono presenti Bonomi (indipendente), presi-
dente, De Gasperi per la Democrazia cristiana, Scoccimarro per i
comunisti, Nenni per i socialisti La Malfa per il Partito d'azione,
Casati per i liberali Zagari che sostitusce Pertini per i socialisti
Ruini per i demolaburisti. Debbono subito affrontare tre problemi.
come sostenere e alimentare la Resistenza, ma anche quale caratte-
re deve avere; e come risolvere la questione istituzionale: se, soprat-
tutto, il CLN deve rivendicare a s la titolarit di governo legittimo
ed esprimere subito la vocazione repubblicana che  maggioritaria.
 La questione dell'attendismo sarebbe stata presto superata da-
gli awenimenti: stava prevalendo tra i partigiani la tattica di tipo
offensivo; quella della titolarit sar risolta con il riconoscimen'
to del CLN da parte del governo e degli Alleati; la pregiudiziale isti~
tuzionale, sarebbe stata, come dire, aggirata - ma tra molte difficol~
t sino alla svolta di Salerno impressa da Togliatti nell'april6
dell'anno successivo -, stabilito che il CLN rappresentava il go'
verno legittimo del re, ma senza impegni per il futuro.
 Il 13 ottobre 1943 Vittorio Emanuele III dichiara guerra alla Ger'
mania dal Regno del Sud. Tre giorni dopo il CLN assume a Rom~
la funzione di governo dell'Italia occupata, su delega del governO
del sud, che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale degli Alleati, pr'
ma dall'Unione Sovietica, poi dalla Gran Bretagna, infine dagli Sta'
ti Uniti. L'Italia viene anche considerata nazione cobelligerante~7~
e ci per la guerra partigiana in atto e per l'allestimento di un contin'
gente dell'esercito da avviare al fronte assieme agli angloamericani
 Spetta al CNL dirigere la lotta, tra molte difficolt anche a caus~
dei precari collegamenti con le unit combattenti. Il 3 novembr~
Ferruccio Parri e Leo Valiani, membri del CLNAI, Si incontran~
in Svizzera con i rappresentanti degli angloamericani e impostan~
tutta la questione (dei rapporti con gli alleati) in termini cos luci
che resteranno validi per l'intera durata del conflitto. Essi chiedon~
aiuti non soltanto in danaro e in armi, ma l'inserimento dell'al~
tivit partigiana italiana nel quadro operativo della guerra, e op~
pongono, alle sollecitazioni degli interlocutori a mantenere un
semplice rete di nuclei di tecnici e di sabotatori, la volont [...] di ir~~
primere al movimento di Resistenza italiano il carattere di esercitP
di liberazione come organo di una guerra di popolo (Guido Qua~~
za,At~i del Convegno dei CLN, Torino, ottobre 1965).
 I partiti organizzano la propaganda politica antifascista e ant~~
nazista nei luoghi di aggregazione e tutte le attivit per aliment~~
re la Resistenza come movimento di partecipazione collettiva. .I
loro comandi militari indirizzano e coordinano l'azione delle r I .
spettive formazioni nel quadro degli indirizzi e delle decisio~l
strategiche del CLN. Soprattutto i comunisti riescono a stabilife
collegamenti nelle fabbriche e nelle campagne. Hanno maggiofei
facilit a mobilitare i lavoratori, a far s che gli scioperi per i sala, I
e le condizioni di lavoro diventino un'arma politica (il timore, d~.
resto fondato, dello smantellamento degli impianti industri~
per trasferirli in Germania  elemento importante nel coinvolg~
mento degli operai, le requisizioni di grano e bestiame da par~e
dei nazifascisti diviene motivo di incitamento tra i contadini
sottrarli nascondendoli, anche come atto politico e patriottico)z
comunisti hanno maggiore esperienza della vita cospirativa, qu~a~
dri che, ripetiamo, ricoprirono posti di responsabilit nella gue r-
ra di Spagna, come il comandante generale delle formazioni G~a-
ribaldi, Luigi Longo (Gallo) e il suo vice, Francesco Scotti (Au-
gusto). Ilio Barontini ha appreso proprio in Spagna come si con-
fezionano gli ordigni esplosivi con metodi artigianali ed ora istrui-
sce e guida i primi gappisti a Bologna, a Milano, a Torino; Giovan-
ni Pesce, medaglia d'oro della Resistenza effettua personalmen-
te molte delle imprese che renderanno famosi i GAP, Gruppi di
azione patriottica che operano nelle citt: eliminando alti uffi-
ciali, gerarchi, criminali delle varie polizie politiche al servizio
dei tedeschi per dare la caccia agli ebrei; e membri dei servizi di
sicurezza delle brigate nere, della Muti, della x MAS nei
cui uffici si pratica sistematicamente la tortura per ottenere le
confessioni da antifascisti, da appartenenti alla Resistenza, o
solo da malcapitati o, ancora, da vittime di false accuse.
 Sono i GAP che uccidono delatori e aguzzini nelle principali cit-
t e seminano il terrore con gli attentati dinamitardi. Anche i
gregari sono quasi tutti provenienti dalle file dei comunisti. E
sono sempre comunisti coloro che si oppongono con maggiore
veemenza all'attendismo, sia in sede di CLN, sia disapprovan-
do l'atteggiamento di quegli ufficiali provenienti dal disciolto eser-
cito che si dimostrano contrari ai metodi della guerriglia, prefe-
rendo arroccarsi su posizioni difensive montane in attesa che gli
Alleati siano abbastanza vicini per scendere a valle e solo allora
scontrarsi con il nemico (ottenendo nel frattempo lanci di vi-
veri, vestiario ed armamento).
 L'attendismo  una scelta precisa dello stato maggiore di Ba-
doglio che il 10 dicembre del 1943 avrebbe diramato da Brindisi
- quando gi la guerra partigiana star uscendo dalla fase di ge-
stazione - l'Ordine di operazione n. 333/1943 con il quale pre-
scriver ai militari nelle zone occupate dai tedeschi di non intra-
prendere azioni che si configurino come guerra partigiana, giu-
dicando il territorio italiano disadatto sia dal punto di vista oro-
grafico che ambientale. E perci di darsi all'attivit cospirativa o
solo nascondersi in attesa dell'arrivo degli Alleati ai quali dar man-
forte, esibendo, come chiaro segno di riconoscimento dei com-
battenti dell'ultima ora, una coccarda tricolore da portare sul ba-
vero della giacca, distintivo gi depositato presso gli uffici di Gi-
nevra preposti alle convenzioni internazionali.


Tipologia della guerriglia

 Furono i tedeschi, sin dal settembre '43, a fornire la prova pi
convincente e drammatica della inanit delle teorie degli atten-
disti. La prova si chiama Boves. Abbiamo scritto che l, sulla

         IL MOSAICO DELLA GUERRIGLL                  45

montagna che sovrasta il paese, si erano accampati circa mille mi-
litari, tra ufficiali e soldati, gi appartenenti alla IV armata. Ri-
producevano rigorosamente la vita del reggimento, suddivisi in
plotoni, compagnie; la mattina e la sera alza e ammaina bandie-
ra, ispezione al rancio dell'ufficiale di giornata, gli attenti con i
pollici lungo le cuciture dei pantaloni, busto eretto, sguardo fer-
mo ecc. ecc. Corre voce che altre unit si siano ricostituite sui
monti, che vi sia anche, intatta, l'intera divisione Pusteria, e so-
prattutto che gli alleati stiano per sbarcare sulle coste liguri. Si
dicono che presto finir l'occupazione germanica, non resta che
pazientare.
 Invece, il 17 settembre cadono dal cielo sulle pendici della Bi-
salta, lanciati da due aerei, manifestini che intimano la resa. Le
file si assottigliano: da 1500 gli accampati scendono a 500, poi il
19, quando attaccheranno le SS, resteranno non pi di un centi-
naio di soldati. La sera del 18, il comandante tedesco, maggiore
Joachim Peiper, fa sparare sulle borgate, dove peraltro non vi
sono militari italiani, con due cannoni da 88. Awerte la popola-
zione che se i ribelli non scenderanno dalle alture a consegna-
re le armi far fucilare tutti gli uomini. La mattina dopo, convinto
che di soldati italiani non ce ne sia pi nemmeno uno, invia una
macchina con due dei suoi ad osservare e riferire. Il motore
dell'auto giunta nella piazza di Boves si guasta, non riparte. Al-
cuni soldati italiani giunti dal campo (per la spesa) fanno pri-
gionieri i due tedeschi.
 La colonna tedesca  nel paese due ore dopo. Peiper ordina al
parroco Giuseppe Bernardi di fargli restituire i prigionieri pena
la vita sua e dei compaesani, e questi si fa dare la parola d'onore
che, avuti i due, Boves sar risparmiata. Ritorna con i prigionieri,
latore dell'impegno degli ufficiali che scioglieranno i reparti. An-
che Peiper giudica che gli italiani non meritano il rispetto della
parola data. Fa incendiare il paese, bruciare 44 case, uccidere 32
persone. Ordina che don Bernardi e il podest, l'industriale An-
tonio Vassallo, assistano da una camionetta ai roghi, uno per uno,
e terminato il percorso li fa cospargere di benzina e bruciare vivi.
 Qualche giorno dopo accadr qualcosa di simile in Abruzzo -
ma qui con un risvolto diverso -, a Bosco Martese, una trentina
di chilometri da Teramo, tra il 25 e il 26 settembre, sempre del
'43. Oltre un migliaio di giovani del luogo avevano dato vita ad
una banda ulteriormente ingrossata da 320 soldati sbandati, e
da un centinaio di slavi ed inglesi liberati o evasi dai campi di pri-
gionia italiani. Una colonna tedesca arriva a Teramo e vi sosta
prima dell'attacco. E composta da un migliaio di uomini autotra-
sportati, scortati da alcune autoblindo. La comanda il maggiore
           46                             ITALIA 1943-1945

Hartmann. Chiede personalmente qua e l informazioni. Parla
con un tale che conosce il tedesco. Costui sar ucciso, linciato poco
dopo a zoccolate da un gruppo di donne che hanno figli, mariti,
fratelli tra i partigiani.
 Gli uomini di un avamposto, presso un mulino, vengono sorpre-
si dai tedeschi che si fanno precedere da tre ostaggi, tenuti sotto-
tiro di fucile. La colonna prosegue a passo d'uomo. L'accoglie un
intenso fuoco di mitragliatrici e cannoni. I tre ostaggi si gettano a
terra; due ragazzi, sono feriti, il terzo, ex ufficiale, riuscir a fug-
gire. Il comandante tedesco si  spinto troppo avanti, rimarr
prigioniero. I tedeschi ripiegano, rinunciano all'azione. Fucilano
i sette partigiani che avevano catturato al mulino. I partigiani
passeranno per le armi il maggiore Hartmann.
 Anche Bosco Martese dimostra che la guerra partigiana non
pu essere n di posizione n condotta con forze troppo nume-
rose. Le unit debbono poter colpire e procedere a rapidi sgan-
ciamenti. E guerra, questa partigiana, di imboscate, colpi di mano.
In Abruzzo, imparata la lezione, agiranno cos d'ora in avanti. Sa-
ranno costituite unit leggere, distaccamenti autonomi, gruppi
adatti appunto a quella guerra per bande che il comando delle
Garibaldi sta intanto teorizzando, come appare dalle circolari e
pubblicazioni clandestine.
 Nel comando generale delle Garibaldi c' chi ha letto il breve
trattato di Mazzini sulla guerriglia, quello di Guido D'Orgivalle
e le istruzioni dello stesso Garibaldi (ai corpi franchi e alle
guardie mobili, nella campagna di Francia 1870-1871), e so-
prattutto una lunga relazione di un ignoto ufficiale dello stato
maggiore italiano sulle tecniche, i sistemi, l'organizzazione della
guerra partigiana che si stava combattendo in Jugoslavia, com-
prese le norme e i suggerimenti ai distaccamenti e alle brigate.
Ne esce un manuale esemplare, intelligentemente adattato alla
situazione italiana... Tuttavia, ciascun comandante di unit pen-
sa di avere un suo modo di concepire la guerriglia o  costretto, da
situazioni particolari, ad applicare, di volta in volta, tattiche im-
poste dagli obiettivi da raggiungere, correlandoli con l'ambiente
 Quando non  pi possibile servirsi di basi in montagna, - si
scelgono altre strutture organizzative, altra zona di combattimen-
to. Anche se tra le localit di montagna erano gi state individua-
te quelle pi adatte ai ripiegamenti e alle dispersioni - ciascun
uomo con indicazioni precise mandate a memoria per ricompor-
re, dopo il rastrellamento, le unit in altre zone prestabilite, dove
gi sono stati celati depositi di armi, munizioni, vestiario, viveri -
i blocchi del nemico a fondovalle, la scarsit del cibo, il gelo in-
vernale, impediscono quella quotidiana azione offensiva su cui si

          IL MOSAICO DELLA GUERRIGLIA                   47

deve basare la guerriglia E allora la brigata - pensiamo, ad esem-
pio, alla piemontese 19' Garibaldi - diventa una <~volante, dota-
ta di grande mobilit, su autocarri che hanno la parte anteriore
parzialmente protetta da lamiere d'acciaio e sono armati con mi-
tragliere da 12,7 mm (bottino dell'incursione all'aeroporto di
Venaria, distrutti gli aerei). Le munizioni? Si andr a requisir-
le, vestiti da tedeschi, nella caserma fascista di Moncalieri... E
cambia anche il territorio: dalle montagne della val di Lanzo alle
colline delle Langhe, nell'Astigiano.
 Uno dei primi ad applicare le regole della guerriglia fatta di at-
tacchi e rapidi sganciamenti, era stato Pompeo Colajanni, che
sarebbe divenuto il leggendario comandante Nicola Barbato.
Capitano di complemento di cavalleria, aveva costituito, ancor
prima del 25 luglio, una cellula antifascista nel suo reggimento,
di stanza a Pinerolo e a Cavour. Il 12 settembre  in montagna,
sul Bracco, seguito da un'ottantina di militari, tra ufficiali e sol-
dati, molti meridionali come lui, che  di Palermo. Dalla base
montana organizza nei paesi intorno sino alla periferia di Cuneo,
una intensa attivit di redutamento, e via via, mentre si costitui-
scono i presidi nazisti e fascisti, conduce contro questi veloci
azioni, ciascuna effettuata da pochi uomini, che conoscono, at-
traverso un efficiente servizio informativo, composizione, dislo-
cazione, armamento del nudeo nemico, ed hanno studiato i modi e
le vie per uno sganciamento altrettanto rapido. Il rapporto con la
popolazione  essenziale, come lo  l'ausilio di donne d'ogni et
che verranno denominate, non importa quale compito svolgano,
staffette. Non  difficile tale rapporto: la gente, di ogni condizio-
ne, sin dall'inizio della guerra di liberazione  con i partigiani. E
rischia la vita, la casa, gli averi (perch le rappresaglie sono fero-
ci e spietate, come dicono i manifesti tedeschi e fascisti che pro-
mettono danaro a chi denuncia i partigiani e morte e distruzione
a chi soltanto sapendo dove sono mantiene il segreto).


La mappa parhgiana del '43

 E impossibile, anche agli uffici storici regionali, tenere il conto
di tutti i gruppi costituitisi alla macchia tra il settembre e la fine
di dicembre del 1943. Molte formazioni non hanno lasciato trac-
cia documentaria. Sappiamo che in Piemonte, oltre alle bande
che abbiamo nominato, in val di Stura c' il gruppo di Italia li-
bera di Duccio Galimberti, atipico perch molti non hanno fat-
to il militare, non conoscono l'uso delle armi, neppure del fucile
da caccia. Si affideranno ad un ex sergente, per l'istruzione. Nel
Biellese  Gemisto (Francesco Moranino) la personalit di
maggior rilievo; nella Valsesia, Cino Moscatelli; in val di Lanzo,
Rolandino e Mario Foieri; in val d'Ossola, Filippo Beltrami.
 Gruppi di ex alpini sono presenti nelle Alpi e Prealpi feltrine e
bellunesi. Uno degli animatori  il tenente colonnello Zancana-
ro (sar fucilato con il figlio dai tedeschi e gli verr conferita la
medaglia d'oro alla memoria). Giovani bolognesi vogliono costi-
tuire una banda, ritengono poco adatte le montagne vicine, si tra-
sferiscono nel Veneto. Un'awentura di breve durata. Rientrati
nella loro citt, alcuni saranno i primi gappisti addestrati da Gio-
vanni Pesce. Lasciano alla piccola banda del Bellunese (ventidue
uomini, tra i quali due o tre russi e un paio di sloveni ex prigionie-
ri) le armi e 25.000 lire che si erano portate da casa.
 Bande si formano nell'Appennino parmense, la pi nota quella
di Lupo (Mario Musolesi); nell'Appennino ligure, opera Ci-
chero (un elemento di spicco  Bisagno). Altre prendono corpo
in Toscana, nelle Marche, in Umbria. Ad Ascoli Piceno viene
commesso lo stesso tragico errore di Boves. Alcuni ufficiali pre-
tendono di resistere ad oltranza a difesa di Colle San Marco,
perch dotati di un buon armamento. I tedeschi attaccano il 2 ot-
tobre dalla valle Castellana con cannoni e mortai. Distruggono il
reparto, si salvano in pochi sbandandosi. Intensa  l'attivit par-
tigiana nel Lazio; tra le imprese (accadute sempre nel 1943): l'as-
salto ad un convoglio tedesco a San Giovanni di Bieda da parte
della banda del Cimino, il 26 ottobre; la distruzione di altri due
il 20 dicembre, da parte dei partigiani dei Castelli.
 Il movimento partigiano ha, sin dagli albori del '43, i suoi mar-
tiri, i suoi eroi. Gtiamo un ragazzo ventenne, milanese sfollato in
Brianza, Giancarlo Puecher, perch dal suo atteggiamento da-
vanti al plotone d'esecuzione traspaiono pienamente i motivi
ideali che l'hanno spinto a prendere le armi. (Sembra di ritorna-
re al Risorgimento, ad una di quelle pagine che parlano di marti-
rio e spiritualit.) Puecher  catturato durante un rastrellamento
tra le colline di Erba. La lettera che ha scritto ai suoi prima
dell'esecuzione dice: Muoio per la Patria, ho fatto il mio dovere
di cittadino e di soldato, spero che il mio esempio serva ai miei
fratelli e compagni. Iddio mi ha voluto [...] L'amavo troppo la mia
Patria; non la tradite, e voi tutti giovani d'Italia seguite la mia via
e avrete il compenso della vostra lotta ardua nel ricostruire una
nuova unit nazionale....
 E davanti ai carnefici fascisti il 20 dicembre. Chiede il nome di
ciascuno, perch, dice, quando sar in paradiso, pregher per
loro. I giornali pubblicano un comunicato: Questa notte a Erba
veniva giustiziato un temibile fuorilegge, autore di numerose ra-
pine a danno di pacifici cittadini e mandante di svariati omicidi.
Il bandito, che era divenuto il terrore delle popolazioni vallassi-
nesi e brianzole, era un certo Giancarlo Puecher.


Forrnazioni politiche e aautonome~>

 In un primo tempo le bande e gruppi sono conosciuti coi
nomi di battaglia dei loro comandanti. Poi assumeranno nomi di
caduti e si distingueranno nelle uniformi portando al collo, sino
all'unificazione nel Corpo volontari della libert awenuta nel
'45, fazzoletti di diverso colore: rosso i garibaldini, verdi i GL, az-
zurro gli autonomi. Elemento principale  la brigata, da cento-
cinquanta a trecento uomini, a sua volta composta da distacca-
menti, spesso con larga autonomia, e questi da squadre, dalle quali
si formano occasionalmente anche gruppi d'azione composti
in generale solo di tre o quattro uomini, che scendono in citt in
borghese ad emulare i GAP, a compiere sabotaggi e disarmi - to-
gliendo mitra e pistole a tedeschi e fascisti affrontati anche in
mezzo alla strada -, eliminazione di spie e criminali al soldo del
nemico.
 All'inizio della primavera del 1944, verranno costituite le divi-
sioni, composte da pi brigate, generalmente quattro, e successi-
vamente dipendenti da un comando di zona che comprende tut-
te indistintamente le formazioni di quel territorio, geografica-
mente determinato dal comando generale. Le formazioni si chia-
mano Garibaldi su iniziativa dei comunisti, Giustizia e libert
degli azionisti, Fiamme verdi e Flamme azzurre dei demo-
cristiani, e, con altre varie denominazioni - formazioni autono-
me - dei liberali e monarchici o di altri apolitici. Alle brigate
Garibaldi viene aggiunto il termine d'assalto per dichiararne
l'aggressivit ma anche, implicitamente, la caratteristica propria
dei reparti di guerriglia, basata su azioni rapide e improwise.
 La suddivisione partitica non corrisponde, nella realt, alle scelte
politiche degli appartenenti a ciascuna formazione, neppure nei
gradi pi elevati, e - sembra un paradosso - se riferita agli stessi
commissari politici. L'appartenenza a questa o a quella forma-
zione partigiana  il pi delle volte o dovuta al caso, o ad una scelta
emotiva indipendente dalla esistenza o meno di una propensio-
ne o fede politica. Questa eterogeneit caratterizza tutte le forma-
zioni partigiane, e forse pi delle altre le stesse brigate Garibaldi.
IV. La tecnica depredatoria





 La macchina organizzativa per l'occupazione del nostro paese e
la depredazione sistematica delle risorse materiali (requisizioni
di generi alimentari, di vestiario, mezzi di trasporto, macchinari
e impianti industriali) e umane (rastrellamenti di lavoratori per
le fabbriche e l'agric~oltura in Germania) si mette in moto sin dal
10 settembre 1943. E l'applicazione degliAchse-Befehle, i dispo-
sitivi redatti a Berlino ai primi di luglio 1943 per amministrare l'Ita-
lia usando ogni mezzo coercitivo, una volta scorporate la zona
alpina (Alpenvorland) comprendente le province di Bolzano,
Trento e Belluno, posta alle dirette dipendenze del gauleiter del
Tirolo, Franz Hofer, e la zona adriatica con le province di Udine,
Gorizia, Trieste che assieme a Fiume, Pola e Lubiana formeran-
no l'AdriatischesKustenland, con a capo ilgauleiter della Carir~`zia
Friedrich Reiner.
 Plenipotenziario del Reich in Italia  Rudolph Rahn, che impe-
disce il totale trasferimento degli apparati industriali in Germa-
nia ritenendo di poterli ugualmente utilizzare a pieno ritmo; re-
sponsabile delle forze di polizia il generale delle SS Karl Wolff,
mentre al generale Leyers sono riservati i compiti delle requisi-
zioni e del reclutamento della manodopera che ben presto si far
in prevalenza forzato. Due sono i comandi militari, di Rommel
per le armate del nord, di Kesselring per quelle del centro e del
sud principalmente impegnate al fronte. Dovranno eseguire siste-
matici rastrellamenti per procurarsi le braccia necessarie alle
fortificazioni e per corrispondere alla richiesta delle autorit te-
desche che le esigono in Germania. Ma la ricomparsa di Musso-
lini sulla scena impone dei cambiamenti. Considerato il nuovo
regime fascista come una necessit sgradita - accettata soprat-
tutto dalla Wehrmacht solo perch  il fuhrer che lo ha voluto -,
occorre riconoscergli dei poteri anche se resteranno sostan-
zialmente solo formali. E Rahn che si impegna maggiormente a
garantirli - forte della stretta alleanza concordata con Wolff -
ma solo allo scopo di sottrarre autorit ai militari per meglio eser-
citare la propria sul governo di Sal, rendendolo strumento e og-

             LA TECNICA DEPREDATORIA                      51

getto di una serie di vessazioni: dall'imposizione del manteni-
mento corrente delle truppe tedesche, quale contributo delle spe-
se belliche, nonch di un contributo per l'industria di guerra,
all'annullamento dei vecchi debiti e al pagamento di supposti oneri
pregressi, sino ad arrivare al trasferimento delle riserve auree
della Banca d'Italia in Germania, a Franzenfeste.
 L'enorme divario tra entrate e spesa pubblica - con il concorso di
altri fattori, tra i quali, appunto, la confisca del tesoro - fece s che la
lira nell'aprile del 1945, poco prima della Liberazione, fosse al 3,5
per cento del valore che aveva nel 1938 (secondo i calcoli dell'Istitu-
to centrale di statistica). Le requisizioni di derrate alimentari con-
tribuirono in modo determinante ad affamare la popolazione e a ri-
durne molta parte in condizioni disumane, tanto da preoccupare gli
stessi occupanti, per il calo di produttivit nelle aziende e la cre-
scente partecipazione della gente, sotto forma di resistenza pas-
siva, ma anche di attiva solidariet alla lotta di liberazione.
 La situazione alimentare, provocata da oggettive carenze, ma
pure dalla scarsit delle consegne dei produttori agricoli agli am-
massi, con il conseguente sviluppo del mercato nero, port al pa-
radosso - registrato dalle fonti documentarie tedesche - che al
mercato nero fossero costrette ad approvvigionarsi sempre pi spes-
so anche la Wehrmacht e la Todt (organizzazione preposta all'ese-
cuzione dei lavori nelle opere militari e civili del Reich in Germa-
nia e nei paesi occupati). Rahn addebitava all'incapacit della
polizia fascista l'impotenza a stroncare il fenomeno delle vendite
clandestine. Pretese che venisse creata una speciale polizia an-
nonaria, ma ottenne risultati trascurabili.
 L'accordo di Wolff con Rahn, fece s che i due si spalleggiassero
a vicenda nei rapporti con i rispettivi capi di Berlino, Von Ribben-
trop e Himmler, sapendoli rivali, in competizione nella gerarchia
del Reich, e questo consent al generale delle SS di istallare in Italia
una fitta rete di sorveglianza e repressione (suddivisa per compe-
tenze tra Kriminalpolizei e Gestapo) con un settore che tuttavia
sfuggiva al suo diretto controllo, formato dai servizi di sicurezza del
generale Harster (in obbedienza al principio istaurato da Himmler
che i suoi collaboratori avrebbero dovuto controllarsi anche tra di
loro). Praticamente indipendente era un particolare gruppo opera-
tivo (Einsatzkommando) addetto esclusivamente alla ricerca e cat-
tura degli ebrei e al loro avvio ai campi di sterminio.
 Wolff, che i suoi collaboratori chiamavano supremo semplifi-
cando la qualifica di comandante in capo delle SS in Italia, ave-
va anche istituito una serie di comandi subalterni con compiti
di polizia soprattutto antipartigiana nelle zone della Resistenza
non appena essa cominci a presentarsi, nei primi mesi del 1944,
con aspetti preoccupanti, dopo essere stata sottovalutata. Tutti
gli uffici e reparti delle SS avrebbero dovuto concorrere, con le
unit dell'esercito addette alle azioni massicce di controguerriglia,
alle retate degli ebrei, e alla uccisione o cattura dei partigiani. Par-
ticolare compito della Kriminalpolizei e della Gestapo era di ar-
restare gli oppositori, i sospetti di attivit antinazifascista, i fami-
liari di partigiani o solo di renitenti al servizio militare o al servi-
zio del lavoro.


Ilfascismo di Sal

 La rinascita del fascismo - o, come vogliono alcuni storici, la na-
scita del secondo fascismo italiano - era awenuta in Germa-
nia il 14 settembre 1943. Il 12 settembre, Mussolini, isolato da
Badoglio nell'albergo sulla sommit del Gran Sasso, in Abruzzo,
era stato liberato da un plotone di paracadutisti tedeschi che era-
no atterrati senza che i carabinieri di guardia reagissero. La sera
stessa  a Vienna. Un piccolo aereo da ricognizione particolar-
mente adatto al decollo corto l'aveva portato a Pratica di Mare
perch proseguisse su un bimotore per raggiungere Hitler, a Ra-
stemburg nella Prussia orientale. Una sosta nella capitale austria-
ca, una a Monaco di Baviera, il 14  al quartier generale del fuh-
rer. Qui avviene l'investitura. Riesumare il fascismo non era stata
una scelta facile per Hitler. I suoi generali erano contrari. Avreb-
bero voluto aprire solo l'arruolamento agli italiani nella Wehr-
macht o, come chiedeva Himmler, nelle SS, nel timore che un
nuovo governo fascista significasse anche un nuovo esercito ita-
liano costoso e inaffidabile. I suoi pi stretti collaboratori politi-
ci, Goebbels in testa, ritenevano Mussolini troppo provato e ma-
lato per ritentare l'awentura. Ma il fuhrer si era dimostrato irre-
movibile. Quattro giorni dopo il duce parla agli italiani dalla ra-
dio di Monaco, la voce stanca ma il piglio  quello di sempre:
Camicie nere, italiani e italiane.... Bisogna riprendere le armi,
cancellare una pagina di storia obbrobriosa, stringersi attorno
alla Repubblica sociale, al Partito fascista repubblicano...
 La prima riunione del nuovo governo si svolge il 27 settembre
nella Rocca delle Caminate, vicino a Predappio, nel Forlivese, pae-
se natale di Mussolini - Alessandro Pavolini segretario del parti-
to, il maresciallo Rodolfo Graziani mirustrO alla Difesa -, in un
clima incerto, di diffidenza premonitrice. Racconta Bocca che il
castello - rimodernato e trasferito in prOpriet del duce durante
il Ventennio - si presenta come una pr4pone tedesca: le SS mon-
tano di guardia lungo il muro di cinta e agli ingressi. Lo stesso
accadr a Gargnano, sul lago di Garda, nella villa Feltrinelli dove
si trasferir il 10 ottobre. Ufficiali delle SS si alternano giorno e
notte nella sorveglianza, militari di collegamento affiancano i
gerarchi, il sistema di telecomunicazioni, telefoni interni com-
presi,  gestito dai tedeschi, anche il medico personale di Musso-
lini, Zachariae, g1i  stato inviato da Hitler. D'altra parte Rahn
ha avuto ordini da Berlino di nominare funzionari tedeschi come
consiglieri in ogni centro amministrativo, Wolff di sovrainten-
dere direttamente agli organi di polizia, compresi i carabinieri e
la Guardia di finanza, Leyers di sorveg1iare e indirizzare la pro-
duzione industriale.
 Diari, memoriali, carteggi rivelano l'insofferenza di Mussolini e
dei suoi collaboratori. I termini prigionieri dei tedeschi, diffi-
denza, umiliazione, prepotenza, sono ricorrenti. La prima
lettera che Mussolini scrive a Hitler, insediati i ministri, dice che
 insensato creare un'amministrazione che nulla ha da ammini-
strare e un governo che non deve governare. Ma non riceve ri-
sposta. Il problema pi importante da risolvere riguarda l'eserci-
to. Non meno urgente  dare un contenuto ideologico al nuovo
fascismo. Per quanto riguarda l'esercito gli ostacoli sembrano in-
sormontabili. Hitler stesso non lo vorrebbe, lascer che Mussoli-
ni lo formi creandogli non poche difficolt. L'ideologia della Re-
pubblica sociale sar fissata invece da una sorta di statuto in atte-
sa della Costituente (che non si sarebbe mai tenuta).
 Finalmente, alla fine di dicembre del 1943, Mussolini afferma
che sono state ricostituite le forze armate. Ma con quale consi-
stenza? La marina pu contare su quattro MAS (motoscafi anti
sommergibili), due cacciatorpediniere, dieci sommergibili, cinque
nella base di Betason, presso Bordeaux, alle dipendenze dell'am-
miragliato germanico, cinque in quella del Mar Nero, indisponi-
bili perch la Romania non li vuol restituire (ne ridar solo quat-
tro dopo sette mesi). L'aviazione ha solo qualche squadriglia,
pochissimi bombardieri, poche decine di caccia non certamente
in grado di contrastare le incursioni delle fortezze volanti. Le
cartoline precetto della chiamata alle armi delle classi '23, '24,
'25, consegnate il 9 novembre, sono 180.000. Si presentano
44.000 reclute (cui si aggiungono 6000 volontari). In compenso
abbondano gli ufficiali (pi di 60.000, molti dei quali, dato il nu-
mero, posti in congedo con stipendio), cui Graziani, dopo il di-
scorso pronunciato al teatro Adriano di Roma, il primo ottobre,
ha offerto alti emolumenti. Ma non ci sono armi, uniformi, og-
getti di casermaggio. I tedeschi restituiscono solo in minima parte
quanto confiscato. Degli ufficiali non si fidano, dei soldati richia-
mati o coscritti sanno che si sbanderanno alla prima occasione.
Hanno una relativa fiducia solo nei volontari. Tanto da procede-
re ad arruolamenti per conto proprio. Ma anche qui hanno una
cocente delusione. Dei 13.000 arruolati nelle SS tra i militari in-
ternati in Germania, 10.000 si danno alla macchia non appena
rientrati in Italia. Mussolini punta ugualmente sui reclusi nei la-
ger. Ottiene da Hitler di formare almeno 4 divisioni, per arrivare
progressivamente a 12. Dei soldati che i tedeschi addestreranno
nel Baden, in Sassonia, in Turingia, nel Wurttemberg, solo una
minima parte proviene per dai prigionieri, dato che il rifiuto 
stato - come abbiamo ricordato - pressoch totale: i reparti sa-
ranno integrati dai coscritti e volontari awiati dall'Italia.
 Graziani  ministro della Difesa e capo di stato maggiore gene-
rale, ma sfuggono al suo controllo numerose formazioni perch
inquadrate nelle forze armate tedesche o dipendenti dai loro co-
mandi, compresa la Milizia anche se, cambiato nome,  diventa-
ta, dall'ottobre '43, Guardia nazionale repubblicana, a tutti gli
effetti corpo militare dello Stato, quarta forza dopo marina, avia-
zione ed esercito. Quando l'efficienza militare della Repubblica
di Sal ha raggiunto il massimo, secondo un rapporto di Graziani
del 5 agosto '44, pu contare su 120.000 uomini. Dipendono in-
vece direttamente dai comandi tedeschi, oltre la GNR, la flotti-
glia x MAS del principe Junio Valerio Borghese (circa 10.000
uomini di cui 5~00 trasferiti alla divisione San Marco), i reggi-
menti Folgore, Nembo, il battaglione Azzurro (in tutto
circa 1500 uomini), oltre a reparti di SS italiane. Le brigate
nere, in via di formazione (non raggiungeranno le 10.000 unit)
sono il corpo armato di Pavolini, segretario del Partito fascista
repubblicano, espressione diretta delle federazioni. Ma le diser-
zioni sono all'ordine del giorno, anche tra i volontari. Un nuovo
bando che scade 1'8 marzo del 1944 ottiene scarsi risultati. Tra
coloro che rispondono alla chiamata c' chi - si legge nelle relazio-
ni ai comandi militari di Sal - fa opera manifesta di sobillazione.
Mussolini ordina di procedere con la massima severit: fucilazio-
ne di coloro che sono stanati dai nascondigli o deportazione nei
campi di lavoro in Germania. Per i disertori vige comunque la
pena capitale. Ma i bandi, nonostante le intimidazioni anche nei
confronti dei parenti dei renitenti, rafforzano le file dei partigia-
ni. Moscatelli, comandante garibaldino che opera nel Novarese,
arriver a far affiggere manifesti provocatori: Per favore basta
con i bandi, abbiamo i ranghi al completo.
 Il fascismo di Sal  costituito da fanatici, awenturieri, oppor-
tunisti e da qualche sognatore. Lo sorreggono anche personaggi,
come Junio Valerio Borghese, che non si dichiarano affatto fa-
scisti. Borghese combatte con i tedeschi, ai quali si lega con un
patto scritto per senso dell'onore sin dal 12 settembre del
1943. L'impegno  di ricostituire un reparto d'assalto della mari-
na, con mezzi distruttivi, i siluri umani che violarono il porto di
Alessandria, ma mancano le attrezzature tecniche e chi le fabbri-
ca. Allora la Decima, divisa in battaglioni (Barbarigo, Fulmi-
ne, Freccia, Sagittario, Lupo, Valanga) viene impiegata contro i
partigiani. I mar saccheggiano gli arsenali tedeschi (il coman-
dante della marina in Italia, Mentsell Boelken, si era rifiutato di
armarli, dicendosi certo che parte dei mitra e fucili sarebbe an-
data al mercato nero). Arruolano anche ragazzi giovanissimi,
poco pi che bambini. Si comportano come i pi spietati reparti
delle SS. Incendiano e uccidono. Compiono rappresaglie fuci-
lando cittadini inermi e incolpevoli. Qualche reparto  impiega-
to al fronte, nei pressi di Cisterna, a contrastare gli alleati sbarca-
ti ad Anzio per liberare Roma (4 giugno 1944), ma  ritirato per
rafforzare la lotta antipartigiana al nord.
 Borghese viene ricordato anche per tre episodi singolari. Mus-
solini lo convoca il 22 gennaio del '44 per contestargli l'insubor-
dinazione nei confronti del sottosegretariato alla marina (aveva
fatto rinchiudere in carcere due ufficiali da lui inviati in ispezio-
ne). Ne ordina l'arresto, ma nel timore delle reazioni dei mar
lo rilascia. A sua volta, qualche mese dopo (nel giugno) Borghe-
se vuol rifarsi con un colpo di mano contro il duce, ma non trova
complici. Quando gli Alleati superano la Linea Gotica si offre
loro per difendere il confine italiano dai partigiani di Tito. Invia
un messaggio al generale Wilson, riceve un secco rifiuto. Nuove
ricerche storiche sono orientate a provare che vi furono, in tal
senso, anche rapporti di Borghese con Badoglio.
 La storia del secondo fascismo  del resto costellata di awe-
nimenti curiosi, grotteschi e tragici, di lotte intestine e di spietate
vendette. La pi plateale  il processo di Verona, contro Galeaz-
zo Ciano, genero del duce, e gli altri membri del Gran Consiglio
che votarono il documento Grandi. Grandi e altri sono all'estero
(Bottai si  arruolato nella Legione straniera) o nascosti, nella
rete sono caduti solo i personaggi meno importanti, escluso ap-
punto Ciano, arrestato nonostante Mussolini lo avesse abbrac-
ciato e perdonato durante la sosta a Monaco, il 19 settembre,
nell'incontro promosso dalla figlia Edda. Davanti al tribunale spe-
ciale, 1'8 gennaio '44, compaiono oltre a Ciano, Gottardi, Cianet-
ti, Marinelli, Pareschi, De Bono. Sono condannati a morte, tran-
ne Cianetti, dopo tre giorni di un processo con l'esito gi sconta-
to, perch considerati colpevoli di alto tradimento. Non vi era
stato complotto, allo stesso Mussolini era stato sottoposto in let-
tura l'ordine del giorno Grandi alcune ore prima che venisse pre-
sentato al Gran Consiglio. Non c'erano basi giuridiche per il pro-
cesso. Quando dicono al duce che i condannati sono stati fucilati
nella fortezza di San Procolo, finiti con un colpo di pistola alla
nuca, non mostra rimorso n piet. Si compiace che il genero si
sia comportato coraggiosamente. Recenti testimonianze - quel-
la, ad esempio, di frau Beetz, la collaboratrice della Gestapo che
assistette Ciano negli ultimi momenti, con l'incarico di farsi dire
dove avesse nascosto i suoi diari - confermano che non furono
i tedeschi a premere sul duce perch Ciano venisse condannato.
 Subito dopo l'esecuzione del genero (gli altri sono comparse
- aveva commentato Edda Mussolini) il duce annuncia che il fa-
scismo deve tornare alle origini, un movimento socialmente
avanzato antiborghese e anticapitalista. Il 12 febbraio approva il
decreto della socializzazione delle aziende. Il primo passo su
questa nuova via - scrive Klinkhammer - doveva tendere a rigua-
dagnare al regime le masse operaie attraverso misure radicali nel
settore economico. Ma l'iniziativa incontra l'awersione degli
industriali, delle autorit naziste e degli stessi operai, nella mag-
gior parte ormai tenacemente ostili al fascismo vecchio e nuovo.
Mussolini parla anche di pacificazione con gli awersari poli-
tici consentendo una certa libert di critica, anche sui giornali
ma sempre all'interno del sistema, con l'effetto di acuire ancora
di pi i contrasti tra aperturisti e intransigenti, a tutto favore di
questi ultimi, sostenuti dai tedeschi.
 Il vero problema  per la Resistenza. Sin dai primi giorni della
sua costituzione il fascismo di Sal si trov a doverla fronteggia-
re, un impegno vieppi assillante anche per le richieste perento-
rie della Germania, certamente insoddisfatta della inefficienza di
Sal nella repressione e costretta a sopportarne il maggiore peso.


Guerrigl~a urbana

 Mentre in montagna e nelle campagne la guerra di liberazione
stentava - tra il '43 e il '44 - ad organizzarsi, aveva acquistato quasi
subito un ruolo attivo nelle citt, a Torino, Milano, Brescia, Bo-
logna, Firenze, Roma, e in altri centri. Protagonisti principali i
gruppi di azione patriottica. La prima azione dei GAP  nei pressi
di Milano, a Taliedo. Eugenio Rubini fa saltare il 2 ottobre '43
un deposito di munizioni. Passa solo qualche giorno e quattro
militi fascisti vengono uccisi a rivoltellate per strada a Novara. Il
29 viene colpito a morte a Torino il seniore della milizia Dome-
nico Giardina. Le eliminazioni si susseguono in molte citt, al-
ternate agli affi di sabotaggio. Il 14 novembre i fascisti si riuni-
scono a Verona per fissare i punti programmatici della Repub-
blica sociale, presiede Pavolini che interrompe l'assemblea per
annunciare che hanno assassinato il federale di Ferrara, Igino
Ghisellini. Segue la rappresaglia. Due squadre partono, una da
Verona, I'altra da Padova, le comanda Vezzalini. Con l'aiuto dei
fascisti di Ferrara prelevano undici persone dal carcere o colte a
casa nel sonno, ebrei, antifascisti o solo sospettati di esserlo. Le
fucilano davanti al castello. Lasciano l i cadaveri perch la gen-
te li veda quale ammonimento, ma il primo rapporto della que-
stura parla di ignoti uccisi da ignoti.
 A Firenze, il primo dicembre, perde la vita ad opera dei GAP il
comandante del distretto colonnello Gobbi. Il 18 muore, ucciso a
colpi di pistola da tre gappisti che lo affiancano in bicicletta, il fe-
derale di Milano Aldo Resega. I guerriglieri attaccheranno, il
giorno dopo, anche il corteo funebre. Per rappresaglia verranno
fucilati nove antifascisti nello stadio Arena. Il federale di Bo-
logna Eugenio Facchini cade sotto i colpi di pistola il 28 gennaio.
La rappresaglia colpisce nove innocenti. Un'azione lascia ancora
dubbi sulla sua opportunit: l'uccisione del filosofo Giovanni
Gentile, a Firenze, il 15 aprile del 1944. Ma occorre risalire al cli-
ma politico e psicologico di allora (Gentile era ritenuto il pi im-
portante ideologo anche del fascismo repubblicano).
 A Torino, Milano, Bologna alcuni combattenti nella guerra di
Spagna, Ateo Garemi (quasi subito catturato e ucciso con due dei
suoi), Ilio Barontini, Giovanni Pesce, avevano addestrato, come
abbiamo accennato, esigue pattuglie di giovani che fascisti e te-
deschi valutarono in alcune centinaia dato il numero delle azio-
ni; a Roma i comandanti gappisti sono Giorgio Amendola, Anto-
nello Trombadori e Carlo Salinari: non hanno alcuna esperienza
di guerriglia urbana e tuttavia riescono a portare a termine imprese
di grande efficacia, quasi senza perdite se non si contano quelle do-
vute a delazioni di inf~trati e soprattutto al tradimento di Gu-
glielmo Blasi che, catturato dalla polizia fascista, per aver salva
la vita si mette al servizio della banda Koch facendo arrestare
decine di partigiani, la maggior parte poi torturati e fucilati.
 Barontini (che dopo la Spagna  stato in Etiopia, ad organizza-
re gruppi di ribelli contro l'occupazione italiana) dopo 1'8 set-
tembre  a Milano dove dirige l'operazione che porta alla sop-
pressione di Resega, poi si trasferisce a Torino. E anche un esperto
di esplosivi. Insegna a fabbricare ordigni rudimentali - un tubo di
ferro o ghisa, chiuso ai due lati, un foro in mezzo per la miccia -,
ma micidiali. Il 2 gennaio '44 Pesce, con uno di questi tubi, fa sal-
tare in aria un locale di ritrovo per ufficiali tedeschi. E la prima di
una serie di azioni dinamitarde nel capoluogo piemontese.
 A Roma artificieri dei GAP sono Giulio Cortini, docente di fisi-
ca, Giorgio Lab, architetto, Gianfranco Mattei, chimico (Mattei
e Lab, catturati dalle SS il primo febbraio '44, saranno sottoposti a
terribili sevizie in via Tasso dagli uomini di Kappler; Mattei si
impiccher per il timore di non riuscire a resistere agli interroga-
tori degli aguzzini, Lab sar fucilato a Forte Bravetta il 7 marzo
'44). Il 18 novembre '43 una bomba viene collocata sotto il palco
del teatro Adriano. Graziani parla ai quadri della Repubblica so-
ciale, presenti i comandanti tedeschi Kesselring e Maeltzer. Ma
l'ordigno, un estintore a mano riempito con sei chili di tritolo
non scoppia, per un difetto del sistema di accensione. L'inizio
della attivit dei GAPva quindi posticipata di tre giorni, quando,
il 21, Mario Fiorentini, Franco Calamandrei e Rosario Bentive-
gna attaccano a colpi di pistola un gruppo di fascisti in uniforme
mentre escono da palazzo Braschi. Da quel giorno non si conta-
no gli attentati. Anche perch agiscono altri gruppi di partigiani, il
plU attivo e numeroso  Bandiera rossa, formato, ripetiamo, da
comunisti dissidenti, socialisti indipendenti, repubblicani, cristiano-
sociali e da qualche anarchico. Uno dei fondatori  Antonio Poce,
vecchio antifascista espulso con Bordiga dal PC nel 1926, accusato
di trotzkismo, animatore del Movimento comunista d'Italia.
 Gi nell'agosto '43 avevano aderito all'attivit cospirativa di Ban-
diera rossa ufficiali dell'esercito, tra i quali, come abbiamo scritto,
Aladino Govoni, figlio del poeta, Gino Rossi, Roberto Guzzo, tre
giornalisti, Felice Chilanti, Enzio Malatesta, caporedattore de n
Giomale d 'Italia, Carlo Merli e i due figli di Matteotti, Giancarlo
e Matteo, operai, professionisti, studenti. Alcuni di loro erano a
Porta San Paolo il 9 settembre. Tra i comandanti di zona e di
gruppo si distinguono Nicol Stame e Orfeo Mucci. Sono stabili-
ti collegamenti anche con i sacerdoti che nascondono ebrei, ex
militari, renitenti alla leva, prigionieri alleati evasi. La rete di
Bandiera rossa comprende reparti che operano nel Lazio e
bande speciali cittadine nelle societ dei telefoni, della luce
del gas, dcll'EIAR. Numerosissime le imprese compiute da questi
partigiani - sabotaggi, attentati dinamitardi, attacchi a reparti fa-
scisti e nazisti - per lo pi ignorate nei libri di storia, o non attri-
buite a Bandiera rossa, probabilmente per la frattura con il PC
che ha condizionato gli autori (non una sola parola nei libri di
Roberto Battaglia), oppure perch le bande operavano al di fuo-
ri delle strutture del CLN rendendo impossibile la documentazio-
ne, tutta in qualche memoriale ormai introvabile, di ricordi di-
retti, come quello di Roberto Guzzo (con lo pseudonimo di Gen-
zius, n torrnento e la gloria) o nel libro, frutto di ricerche attraverso
soprattutto le testimonianze orali, di Silverio Corvisieri (Bandie-
ra rossa nella Resistenza romana). Anche il numero dei caduti di
questa formazione, tra morti in-combattimento, sotto le torture
o fucilati,  incerto, data la difficolt, a causa delle regole cospi-
rative, di attribuire l'appartenza alle formazioni: 187 ma pi
probabilmente 224. Complessivamente i partigiani uccisi in com-
battimento dai fascisti o dai nazisti, morti sotto la tortura o fuci-
lati, a Roma, sono 1.735. Il numero non dice tutta la verit. Mol-
te altre persone, arrestate anche senza prove, risultano spari-
te, i cadaveri occultati e mai pi ritrovati o decedute in carcere
per malattia: erano morte invece per le percosse e le torture.
 Tra le azioni compiute da Bandiera rossa c' l'assalto alla scorta
tedesca del camion che nella notte del 30 novembre '43 trasportava
undici partigiani destinati ad essere fucilati nel Forte Bravetta. Fu-
rono liberati dopo un combattimento. Comandava la squadra par-
tigiana l'ex maresciallo dell'aeronautica Vincenzo Guarnera che
aveva assunto come nome di battaglia Tommaso Moro. Malatesta
venne arrestato, torturato, e poi fucilato il 2 febbraio '44 nel Forte
Bravetta con Merli, Rossi (architetto e tenente colonnello degli
alpini che si faceva chiamare Bixio) e altri otto partigiani. Aveva
24 anni. Gli  stata conferita la medaglia d'oro al valor militare.
Bandiera rossa continu ad operare sino alla liberazione di
Roma, quando ormai i GAP non esistevano quasi pi, falcidiati
dagli arresti, la maggior parte dovuti, come abbiamo scritto, al
tradimento di Guglielmo Blasi e in seguito ad un conflitto a fuo-
co di qualche giorno prima, awenuto alla fine di aprile (del '44).
 Tra le tante imprese dei GAP romani si ricordano le azioni, an-
che individuali di alcune donne; tra queste, studentesse poco pi
che ventenni, Carla Capponi, Marisa Musu, Maria Teresa Regard,
medaglia d'oro la prima, d'argento le altre due. Carla Capponi par-
tecip all'attentato di via Rasella. Se ne discute da quando venne
effettuato, tra contrasti ancora oggi vivaci a tanti anni di distan-
za, poich alcuni lo valutano un necessario e importante fatto di
guerra, e altri, tra gli stessi antifascisti, lo giudicano un insensato
atto terroristico, militarmente inutile anche perch compiuto
contro un reparto di anziani bolzanini territoriali, e soprattut-
to tale da scatenare una inevitabile e terribile rappresaglia. Tra
l'altro, si imputa agli organizzatori ed esecutori di non essersi
consegnati alla polizia per evitare la strage delle Ardeatine.
Un'obiettiva e documentata ricostruzione dei fatti  stata fatta,
ma nuovi elementi sono reperibili dagli archivi tedeschi.
 Nel marzo '44 gli Alleati erano impegnati su due fronti dai quali
irrompere verso Roma, Cassino e Anzio-Nettuno. I tedeschi li
contrastavano violentemente, praticamente bloccandoli sulle posi-
zioni. La Resistenza era sollecitata ad agire nelle retrovie e nella
stessa citt di Roma che pur essendo stata dichiarata citt aperta
veniva utilizzata dal comando germanico per farvi sostare le uni-
t in trasferimento e per depositarvi armi, munizioni e materiali.
Erano richieste azioni di sabotaggio e di guerriglia dovunque e
comunque. Nella capitale agivano pi missioni: per informare
i comandi angloamericani sull'attivit della Wehrmacht, per com-
piere direttamente sabotaggi, e per indirizzare i partigiani sugli
obiettivi da colpire. In contatto con il comando militare non era
solo il maggiore americano Tompkins, ma anche Alfredo Miche-
lagnoli, un ufficiale a capo di una missione di una decina di mi-
litari italiani, alle dipendenze dirette del comando alleato. Era
stato paracadutato nei pressi di Veroli, in provincia di Frosino-
ne, alla fine di febbraio. Aveva posto le sue basi tra Monteroton-
do e i Castelli romani, organizzandovi anche una pista di accogli-
mento dei lanci di armi ed esplosivi destinati alla Resistenza. I
rapporti tra Michelagnoli e la giunta militare romana erano assi-
curati da Aldo Natoli, un giovane medico, anche lui dei GAP.
 Organizzare le azioni rientrava nei compiti specifici dei coman-
danti di formazione, nel caso Giorgio Amendola comandante del-
le Garibaldi. Ma non c' dubbio che gli Alleati richiedessero pe-
rentoriamente, anche attraverso Michelagnoli, l'intensificazione
della lotta partigiana con qualche azione spettacolare. Occorre
inoltre considerare il dima di terrore istaurato dai nazifascisti,
che esacerbava la lotta. L'attacco di via Rasella awenuto il 23
marzo '44, era stato preceduto sin dall'ottobre '43 da una serie di
atti di barbarie compiuti dai fascisti e dai nazisti nella capitale e
nei paesi del circondario. C'era stata la richiesta di Kappler alla
comunit ebraica, per evitare la deportazione, di un forte ri-
scatto in oro, ottenuto il 16 ottobre mentre gi le SS preparava-
no il rastrellamento del ghetto, effettuato puntualmente due gior-
ni dopo. (Su 1053 deportati ad Auschwitz, tra i quali molti vec-
chi, donne, bambini, ne ritorneranno solo 16.) Si erano ripetuti
varie volte i blocchi di interi quartieri per arrestare quanti pi
uomini possibile da avviare in Germania nei campi di lavoro. Le
polizie fasciste avevano compiuto azioni delittuose, estranee
alla stessa repressione della Resistenza, compiendo furti, rapine,
tanto che la < banda di palazzo Braschi, comandata da Bardi e
Pollastrini, era stata sciolta dagli stessi tedeschi e i responsabili
arrestati. Via Tasso era diventata gi tristemente famosa per le
torture inflitte dalla Gestapo ai patrioti, come, del resto, altri
luoghi gestiti dalle polizie italiane autonome o dipendenti dalle
organizzazioni fasciste.
 Quando si arriva all'azione di via Rasella, Wehrmacht, SS, Gesta-
po e ausiliari italiani, hanno gi compiuto, ripetiamo, feroci rap-
presaglie nel Lazio contro la popolazione civile accusata di collu-
sione con i partigiani, a volte solo sospettata. Di ci ben poco 
riportato dai libri di storia Alcuni episodi: Vallerotonda, 28 no-
vembre '43, 40 inermi e innocenti massacrati (anche donne, vec-
chi, bambini, uno di sei mesi); Canale Monterano, 5 dicembre,
18 le vittime e tra ottobre e dicembre 32 a Saturnia, 14 a Blera il
20 ottobre e 40 il giorno dopo a San Martino; Velletri-Pratone,
19 febbraio '44,14 fucilati.
 La compagnia attaccata dai partigiani in via Rasella a Roma il
13 marzo '44 non era affatto costituita da territoriali, come molti
hanno affermato: apparteneva al 3 battaglione delle SS Bozen
voluto personalmente da Himmler con compiti di polizia anti-
partigiana. Solo recentemente, ripetiamo,  stato possibile con-
sultare gli archivi tedeschi. E il 1 battaglione di quel reggimento
cha ha compiuto la feroce repressione della guerriglia nelle zone
istriane di Fiume ed Abbazia, il 2 battaglione  autore delle stragi
di civili nelle valli del Bellunese, a Bois e a Falcade. Qui la documen-
tazione rivela che le azioni distruttive di uomini e cose sono state 87.
 Il 23 marzo i gappisti non si limitarono soltanto a far esplodere la
bomba celata in un carretto per le spazzature. Condussero un'at-
tacco militare. Allo scoppio, materialmente provocato da Rosa-
rio Bentivegna, segu una violenta sparatoria da parte di 16 par-
tigiani e il lancio di piccole bombe da mortaio modificate a mano.
I tedeschi uccisi furono 33, i feriti 38. Non ci fu richiesta da parte
del comando tedesco perch i partigiani si presentassero evitan-
do la rappresaglia. Il giorno dopo l'attacco gli uomini di Kappler
assassinarono con un colpo alla nuca 335 persone introdotte sei
alla volta in una cava di tufo sulla via Ardeatina, alcuni solo per-
ch ebrei, altri completamente estranei alla Resistenza. Occluso
con la dinamite l'ingresso della cava, il comando tedesco diede
l'annuncio dell'awenuta rappresaglia per radio e attraverso l'af-
fissione di manifesti. I partigiani, se si fossero consegnati, non
avrebbero dunque risparmiato la vita ad alcuno. Tale ipotesi, fu
esaminata e scartata dal Tribunale di primo grado a conclusione
della causa intentata da alcuni parenti delle vittime delle Ardea-
tine ai partigiani di via Rasella, il 9 giugno 1950, poi anche dalla
Corte di Appello e infine dalla Cassazione.il 19 luglio 1953. Le
sentenze confermano che si tratt di un legittimo atto di guerra.
In risposta ad una interpellanza parlamentare, il governo, nel corso
di una seduta alla Camera, richiamandosi alle tre sentenze afferm,
nel 1981, che era stato compiuto nell'interesse dalla nazione.
Carla Capponi fu insignita di medaglia d'oro, Salinari, Calaman-
drei, Bentivegna ebbero la medaglia d'argento. Presidente della
Repubblica era Giulio Einaudi, del Consiglio Alcide De Gasperi.
 In tutte le citt italiane la guerriglia , fuorch a Roma, ripetia-
mo, opera quasi esclusiva dei GAP anche se qualche partigiano
lascia la brigata, in borghese o travestito da milite fascista o da
tedesco, per uccidere un nemico o solo per sottrargli le armi e
rientrare al reparto dopo un giorno o due. E accaduto, ad esem-
pio, nel pieno centro di Torino, tra i garibaldini della 19'1 trasferi-
ta dalle valli di Lanzo nel Monferrato, ma si tratta di eccezioni.
Pi spesso un gappista braccato dalla polizia  inviato per qualche
tempo presso un'unit partigiana oppure  trasferito in un'al-
tra citt. Il modo di vivere e agire dei gappisti  tutto particolare.
La guerriglia urbana impone regole cospirative. Suddivisi in
gruppi di tre o quattro al massimo, i gappisti hanno nomi e docu-
menti falsi, non trascorrono quasi mai pi di una notte sotto lo
stesso tetto, conoscono soltanto quelli del proprio gruppo e spes-
so neppure la loro vera identit. Sono pochi, un centinaio, forse
centocinquanta, complessivamente tra tutte le unit, con i fiancheg-
giatori non arrivano a pi di 300. Una parte importante la svolgono
le donne, alcune impegnate a colpire il nemico, come gli uomini, al-
tre, pi sovente, a trasportare gli ordigni esplosivi e le armi da por-
gere ai guerriglieri prima dell'azione e ritirarle subito dopo. O a
mantenere i collegamenti tra i gruppi e tra questi e il comando.
 L'unico combattimento che in citt ha visto impegnato un nu-
mero rilevante di partigiani si  svolto a Bologna, tra via Riva
Reno e via delle Lame, il 7 novembre '44. Poco dopo l'alba i te-
deschi attaccano una base in via del Macello, impiegando mor-
tai, cannoni anticarro, mitragliatrici. Occupano il fabbricato verso
sera, ma i partigiani, una cinquantina, sono riusciti a sganciarsi.
Tuttavia sono in pericolo, accerchiati. Dall'ospedale Maggiore
parte una seconda colonna che costringe il nemico a ritirarsi. I
partigiani caduti sono 11, i feriti 14, le perdite tedesche ammon-
tano a 216 morti e ad un numero imprecisato di feriti.
 Una citazione a parte, nella storia della guerriglia urbana, meri-
ta Dante di Nanni. E giovanissimo, piccolo di statura, bruno, ope-
raio, uno dei gappisti di Pesce. A Torino, il 17 marzo '44, ferito da
una raffica di mitra alle gambe durante un'azione, riesce ugual-
mente a raggiungere la base, in un caseggiato di borgo San Pao-
lo, in via San Bernardino. Fascisti e tedeschi circondano la casa.
Qualcuno ha notato macchie di sangue lungo le scale e li ha av-
vertiti. I tedeschi sparano anche con un cannoncino anticarro. Di
Nanni risponde al fuoco con la pistola, ha solo venti colpi, getta
otto bombe a mano. Non ha pi nulla per colpire o difendersi
mentre i vigili del fuoco azionano una scala. Il ragazzo appare sul
vano della finestra coperto di sangue, alza il braccio con il pugno
chiuso e Si getta nel vuoto.

V. Rastrellamenti e stragi





 Oltre a temere, subire e a reprimere ferocemente la guerriglia
urbana, il comando germanico, come abbiamo scritto, cominci
a preoccuparsi sempre di pi dell'attivit partigiana in montagna
e in pianura dalla fine di febbraio 1944 (il generale Kesselring
avrebbe diramato una circolare il 17 marzo per proibire gli spo-
stamenti notturni delle truppe dato il pericolo rappresentato dai
ribelli). Non si trattava, come si era inizialmente calcolato, di
gruppi isolati di sbandati facilmente controllabili e annientabili
con qualche operazione di polizia. I servizi di controspionaggio
fornivano informazioni tali da imporre una sorveglianza capilla-
re specialmente dei nodi viari per impedire che la guerriglia
bloccasse i rifornimenti alle truppe nel caso di temuti nuovi sbar-
chi alleati lungo i litorali della costa ligure e toscana.
 Il movimento partigiano risultava rafforzato anche in Liguria,
Piemonte, Lombardia, Veneto, Venezia Giulia e nelle zone mon-
tane centrali, in Abruzzo, Marche, Umbria, oltre che in Toscana
e nel Lazio, qui principalmente nella Bassa Sabina, nel Reatino,
nel Frusinate e nella zona dei Castelli, in prossimit della stessa
capitale. Sorveglianza e pattugliamenti sono affidati prevalente-
mente a reparti della GNR (che nei documenti tedeschi risultano
peraltro poco affidabili) mentre i rastrellamenti - cui si annet-
teva importanza decisiva - alle SS e alla Wehrmacht, affiancate
di volta in volta da unit delle milizie e dell'esercito di Sal.
 Inizialmente, i tedeschi avevano adottato la tattica di bloccare il
fondo valle e occupare i paesi prossimi ai campi partigiani prose-
guendo poi a piedi verso i loro insediamenti. Non abbandonano
questo sistema di controguerriglia, ma sono costretti ad agire
con forze ingenti per evitare le improwise reazioni dell'awersa-
rio, il suo successivo rapido sganciamento e il vuoto. La prima
fase dei rastrellamenti in forze si sviluppa dal 3 marzo al 15 apri-
le: 14 azioni che secondo i tedeschi portano alla cattura di 1390
banditi, ma procurano agli attaccanti 4000 morti e un numero
imprecisato di feriti. Un rastrellamento con una intera divisione,
la 356a di fanteria,  effettuato contro le formazioni autonome
           64                             ITALL1943-1945

di Enrico Martini (un ex ufficiale effettivo, nome di battaglia
Mauri). La banda  insediata tra la Liguria e il Piemonte. Ha
ricevuto armi e munizioni paracadutate dagli inglesi in val Casot-
to. I tedeschi valutano le perdite nemiche in 1200 uomini, ma
Mauri le ridimensiona, nelle sue memorie, in 400, tra morti, feri-
ti e dispersi, sostenendo inoltre di aver inferto danni pi gravi:
oltre 2000, tra morti e feriti. (Bench decimata la banda Mauri
non scomparve, si trasfer nelle Langhe e in breve tempo divent
pi forte di prima.) Contemporaneamente i nazifascisti attacca-
no le valli piemontesi di Maira, Pellice, Lanzo, del Chisone, la
zona di monte Tobbio in provincia di Alessandria (qui, da fonte
tedesca i partigiani caduti sarebbero stati 145, i catturati e depor-
tati in Germania 360), e compiono azioni analoghe nel Veneto,
in Umbria, Toscana, nel T7io. Il movimento partigiano subisce
complessivamente gravi perdite, ma si riorganizza adattandosi a
nuove tecniche di guerriglia, fraziona i reparti e rafforza le reti di
avvistamento e di collegamento, con l'appoggio crescente della
popolazione civile.
 I tedeschi e i fascisti accompagnano ogni rastrellamento con
stragi di inermi, ostaggi, gente comune. I comandanti di reparto
hanno del resto carta bianca dai superiori (come  scritto negli
ordini di servizio) che anzi li sollecitano ad usare rappresaglia e
terrore anche come metodi preventivi. Il primo massacro si-
stematico avviene nel rastrellamento di Montefiorino, a sud di
Modena, il 18 marzo. Comanda il reparto esploratori dell divi-
sione paracadutisti Hermann Goering il capitano di cavalleria
von Loeben. Vengono uccisi tutti gli uomini, per lo pi contadi-
ni, circa 300, le case incendiate. Non c'era stato combattimento.
Nessuno degli assassinati era armato. Due giorni dopo l'incendio
 appiccato a due paesi poco distanti, Civago e Cervarolo, 78 gio-
vani in et di leva sono fucilati (c' un tenente, Riemann, che
non vuole partecipare all'esecuzione, non si sa se siano state pre-
se contro di lui misure disciplinari), il paese di Monchio viene di-
strutto a cannonate. I fascisti partecipanO in subordine alle ope-
razioni. Una delle poche azioni da essi compiute autonomamen-
te awiene nel Lazio, a Poggio Bustone, nel Reatino, il 3 marzo. Il
paese era stato occupato dai partigiani, il questore di Rieti vuole
liberarlo assieme a 200 militi, ma perde la vita con 13 dei suoi.
Gli altri, respinti dai patrioti e dalla popolazione, si ritirano.
 Sono sempre pi spesso gli ausiliari fascisti a svolgere i compiti
pi crudeli. Forniscono i plotoni di esecuzione anche dei con-
dannati dai tribunali germanici nelle citt, concludono i rastrel-
lamenti con altro spargimento di sangue. Fucilano il 7 aprile, un
centinaio di ragazzi, catturati dai tedeschi. Erano nascosti in un

RASTRELLAMENTI E STRAGI

vecchio convento abbandonato, presso Voltaggio, nell~Alessan-
drino, la Benedicta, quasi tutti per sfuggire alla chiamata di leva
scaduta 1'8 marzo. I cadaveri rimarranno alcuni giorni in unafos-
sa comune, esposti alle intemperie perch il prefetto di Alessan-
dria li ha giudicati indegni di sepoltura, una madre riconosce
due figli e due nipoti e dice: meglio morti che con gli oppressOri-
 Il flusso dei renitenti alla leva ha del resto gonfiato i reparti par-
tigiani di persone impreparate e perlopi disarmate, e facilitato
anche l'infiltrazione di spie. Probabilmente a ci si deve anche la
strage della Benedicta. Lo riconosce il comando del CLN. occor-
re intensificare la sorveglianza. Ma non sempre sono i partigia
a subire l'iniziativa. Molte delle battaglie difensive hanno succes-
so. Le perdite della Resistenza pur pesanti, sono inferiori a quel-
le che il nemico reputa, i reparti dispersi si riformano rapida~nen-
te. Ci ha un importante effetto psicologico. Convince tedeschi e
fascisti che la ribellione non  facilmente sopprimibile. Impegne-
r molte risorse, costringer il comando germanico a distogliere
unit dal fronte, creer nelle retrovie n clima costante di ap-
prensione, insicurezza.
 Il livore dei nazifascisti nei confronti della popolazione  dovu-
to soprattutto alla convinzione di essere isolati nella cnscienza
della gente che ha fatto una scelta irreversibile a favore della Re-
sistenza. Da ci i massacri, le distruzioni, le intimidazioni attra-
verso manifesti che promettono danaro ai delatori, il rientrO dal-
la Germania di un parente deportato per ogni partigiano den
ciato, e morte non solo ai patrioti combattenti, ma ai congiunti~
ai fiancheggiatori reali o presunti. C' una graduatoria di puni-
zioni, si va dalla sospensione delle tessere annonarie alla distrU-
zione dei paesi e casolari con tutti gli abitanti, donne e balnb
compresi.
 Anche l'evacuazione forzata dalle zone prossime al fronte assu-
me pi che carattere protettivo, punitivo. I tedeschi considerano
ormai la Resistenza guerra di popolo. Non distinguono pi tra ci-
vili e partigiani. Nella circolare che Kesselring il 23 giugno invia
ai comandanti di reparto mentre arretrano verso la Linea Gotica
si legge: La popolazione contribuisce attivamente alla lotta con-
tro le nostre truppe, tutti gli abitanti civili di sesso maschile tra i
18 e i 45 anni che si trovano sulla principale linea di combatti-
mento e sulla linea Siena-Ancona debbono essere arrestati nel li-
mite del possibile e messi al sicuro.
 I rastrellamenti si erano intensificati dopo la liberazione di Roma
e l'arretramento del fronte. I tedeschi approntano rCparti spe-
cializzati in controguerriglia, richiedono ai fascisti una maggiore
partecipazione, impiegano anche volontari russi inquadrati in
          66                             ITALIA 1943-1945

Ost-Bataillone (Battaglioni dell'est) da ufficiali della Wehrmacht
e delle SS. La 162a divisione di fanteria, impiegata soprattutto
contro le bande,  composta da 7800 soldati germanici e 9300
turcomanni, addestrati a fare terra bruciata. Anche un'altra di-
visione, distintasi per la crudelt con la quale ha condotto la lotta
antipartigiana in Istria  ora trasferita nell'Italia centrale, la 16a
meccanizzata SS comandata dal Gruppenfiihrer Simon. Da lui di-
pende il reparto esploratori del maggiore Walter Reder, autore
della strage di Marzabotto.
 Lo scopo dei rastrellamenti non  solo quello di annientare i
partigiani. La Germania ha un inestinguibile bisogno di mano-
dopera da adibire ai lavori forzati. Una circolare della direzione
per la sicurezza del Reich (sezione II D 5, aprile 1944) chiede sem-
pre pi insistentemente di fornire lavoratori. Non basta deporta-
re i patrioti combattenti, vanno bene anche i sospettati e persino
coloro per i quali esista il pericolo che possano entrare nelle ban-
de. E dunque, ripetiamo, questa caccia all'uomo che contribui-
sce a spingere soprattutto i giovani alla ribellione armata. Sia i
tedeschi che i fascisti sono costretti ad ammettere, alla fine della
campagna primaverile 1944, che la deportazione di civili aiuta la
Resistenza, ne ingrossa le file, aumenta l'odio contro i nazifasci-
sti. L'amnistia concessa da Mussolini ai partigiani (per chi si pre-
senter entro il 25 maggio)  stata un fallimento. Molti si sono ef-
fettivamente consegnati, ma i partigiani sono pochi, i pi sono
renitenti alla leva: il numero  oltretutto amplificato dalla propa-
ganda fascista. Per contro, le unit partigiane, ripetiamo, si sono
rafforzate. Nella sola Italia settentrionale i combattenti per la li-
bert sono quasi triplicati da febbraio-marzo a maggio-giugno
Raggiungono (secondo Roberto Battaglia) 70-80.000 (ma la ci
fra probabilmente  eccessiva). Da fonte tedesca sappiamo che
sono sempre pi frequenti gli attacchi ai posti di blocco, i sabo-
taggi, gli attentati ai convogli ferroviari, ai depositi di munizioni.
 Il comando germanico  costretto a riorganizzarsi in tre struttu-
re, dipendenti per l'Italia nordoccidentale dal Brigadefuhrer SS
Tensfeld, per quella settentrionale e parzialmente centrale dal-
I'Oberfi~*rer SS Hildebrand e per la centrale dall'Oberfuhrer SS
Buerger. I tre accentuano le disposizioni vessatorie. Liberata Roma
dagli Alleati, il fronte, gi dal 6 giugno,  lungo la Linea Verde (o
Linea Gotica) sugli Appennini. Dopo l'abbandono di Firenze e
Siena da parte germanica, l'attivit dei partigiani sulle montagne
appenniniche diventa quasi un secondo fronte. Scrive Klinkham-
mer (in base alla documentazione degli archivi del Reich)- A
questo punto il pericolo  cos forte che anche a giudizio della
Wehrmacht si deve ormai parlare di un movimento insurrezio-

RASTRELLAMENrl STRAGI                 e

nale pianificato e impostato militarmente, che non pl) Pia~PQ
re qualificato con disprezzo come mero banditiSm---~' ri~ol
del servizio informativo dell'OberJi~hrer Buerger de~
difficolt che incontrano i reparti antiguerriglia. NonnfJ~S
giani distruggono le linee telefoniche, le centrali e le.fca~ld~e `
ture dell'elettricit indispensabili per i lavon dl forts
per le comunicazioni, ma attaccano i convogli, le pattll~el,
minano le strade di chiodi a tre punte per lacerare i P
fanno saltare ponti e tratti di strada.          I~Ps~i
 La liberazione di Firenze  awenuta l~11 agostO, co~i p
mento del CLN, ma i combattimenti attorno alla citt 1 2 3
gono sino al 2 settembre, quando arrivano gli Alleati. I t~n~
sto i tedeschi avevano fatto saltare i ponti sull'ArnOje
Ponte Vecchio, vanamente contrastati dai patrioti del trdtQc
cittadine. Si erano ritirati al di di l del Mugnone mellre jl Q~
di franchi tiratori fascisti si erano appostati per semin~
re sparando dalle case. La popolazione civile si uniscelQ cOa~
ni. Affluiscono 1200 uomini dalle bande che operal1 difo`
line, la Arno, le tre brigate della Rosselli Si acc~a G~e~g~`
colai della guerriglia nei rioni e fuori, soprattutto VeiSciS~Jd~
I tedeschi sono costretti a ritirarsi, i franchi tiratori f~S
rendersi                            scj
 Le unit germaniche che ripiegano sulla Linea GotieraQja
no alle spalle una scia di sangue. Scrive Klinkhamrl~ht j d~li
stato difficile rintracciare negli archivi della WehrmaG l~te~a
cessari a ricostruire quegli awenimenti, data l'inco~tPeele
frammentariet degli scritti. Si  servito principalmel~~p
stimonianze dei pochi superstiti delle stragi che venn~enSCa~
te nel settore occidentale degli Appennini. Ma, sebb i
documenti tedeschi rivelano come la distruzione degJ 
massacro del~a popolazione fossero una precipu lpa,
guerra, in alternativa ai veri e propri combattimentJecr~lte~
giani, ad essa preferibili perch non comportantele
sostiene il generale Simon che lamenta per 4500 tra p
in soli quattro mesi.                    a I~e
 Seguiamo l'itinerario di distruzioni ed eccidi, da Ro~lOSI
e oltre, sino alle alture emiliane: 40 civili fucilati a GUb~ara
gi a Cortona vittime in un essiccatoio fatto saltare in Oe~s
cro di tutti gli abitanti di Civitella in val di Chiana (25dj~t'l1lj
77 uomini uccisi a Cecina (che si opponevano alla (~nn
della miniera di Niccioleta), 40 a Marradi, 314 persO~nd~lpd
gioranza donne e bambini, i pi piccoli sgozzati) a PJla
cecchio, un numero imprecisato di rrati della CertoS dd~ne
(accusati di aver ospitato parti~iani), 200 (molte le
           68                             ITALIA 1943-1945

loro bambini) tra Valdarno, Monte San Michele, Castelnuovo
dei Sabbioni e San Martino. Interi paesi sono dati alle fiamme e
distrutti. Specialista nel fare terra bruciata  il maggiore delle SS
Reder. Il 12 agosto uccide 560 persone (molti i vecchi, i bambini,
le donne) a Sant'Anna di Stazzema in Lucchesia, poi valica l'Ap-
pennino con il suo battaglione per sostare a Valla il 19 agosto.
Qui massacra 107 abitanti, la maggior parte donne e bambini in
tenera et. Si porta al seguito 53 ostaggi e li impicca a San Teren-
zio. Il 24 agosto  raggiunto a Vinca da un reparto delle brigate
nere. Distruggono il paese e le frazioni vicine. A Frigido, Reder
fucila 108 ostaggi fatti arrivare dal campo di concentramento di
Mezzano, presso Lucca. Rientrato nella zona di Apuania il 12
settembre elimina un numero imprecisato di civili, il 29 settem-
bre  di nuovo in Emilia dove compie, in due giorni, l'eccidio di
Marzabotto.
 Nella zona di Vergato-Marzabotto operava la brigata partigia-
na Stella rossa. Secondo il rapporto giornaliero del 2 ottobre
redatto dal comando della XIV armata tedesca, tre battaglioni
(SS, militari di un reggimento antiaereo e volontari russi) l'ave-
vano interamente annientata il 29 settembre, uccidendo 497 ban-
diti, 221 fiancheggiatori. Avevano inoltre catturato 456 civili
da inviare in Germania. Klinkhammer, consultati gli archivi, af-
ferma che si  trattato invece di una fredda e bestiale carnefici-
na di inermi. Gli uomini di Reder, entrati nella chiesa della fra-
zione di Casaglia dove si stava celebrando la Messa, uccisero il
sacerdote e tre uomini anziani che avevano tardato ad eseguire
l'ordine di uscire e raggiungere gli altri awiati al cimitero per es-
sere mitragliati: 28 famiglie sterminate con 50 bambini. Altri
bambini erano stati gettati tra le fiamme appiccate alla frazione
Caprara. Le SS non risparmiarono alcuno, strappando persino i
neonati dal seno delle madri e decapitandoli con le baionette. A
Cerpiano rinchiusero 24 donne, 19 bambini e tre vecchi in uno
stanzone uccidendoli a colpi di mitraglietta. Cercarono poi meti-
colosamente gli scampati di casolare in casolare: altre 103 vitti-
me, tra queste ancora un prete, due suore. A Creva i massacrati
sono 80 e pi; ancora due sacerdoti, gettati nel fiume vicino. Alla
fine si conteranno 1830 morti cui se ne dovranno aggiungere altri
6 ll 18 ottobre.
 Nella storiografia tedesca le stragi compiute dalle SS e dalla Wehr-
macht, se non vengono giustificate, sono tuttavia spiegate dall'im-
portanza militare assunta dalla Resistenza, come abbiamo scrit-
to, specie nella primavera-estate del '44. Anche se le perdite subi-
te negli attentati e nella guerriglia erano limitate - il capo di stato
maggiore della XXIV armata le calcolava per, nell'ottobre del

RASTRELLAMENTI E STRAGI

1944, a non meno di 10-15 uomini al giorno -, crescevatra i mil
tari, dai generali all'ultimo soldato, l'apprensione per un nemic~
che ad ogni istante poteva uscire dall'ombra per colpirli alle spal
le. Era cambiato anche il giudizio che gli ufficiali davan dei par
tigiani. Nei loro scritti, ad uso interno, non sono pi handiti rr
combattenti, anche se nei proclami ufficiali continuano ad e~
sere definiti volgari criminali. C' disprezzo per i fascisti e sp,esS~,
ammirazione per il coraggio dei patrioti. Ne riconoscono I eff,
cienza e la pericolosit. Si tratta, affermano, di formazioni corl~
patte, comandate militarmente, pronte ad intervenire giorno 
notte, il che costringe a progettare la controguerrigliaa llvello1,
stato maggiore richiedendo l'impiego di unit sempre plU conS,
stenti (da un rapporto del maggiore von Koeckritz, dello spl
naggio e controspionaggio della x armata, settembre 1944)-


Le <repubbliche partigiane

 Secondo lo stato maggiore fascista i combattenti partigiani son,
al 30 giugno del 1944, 82.000: 25.000 in Piemonte, 14.000 in Ligur), o
16.000 nella Venezia Giulia, 17.000 in Emilia e Toscana,ltre 5-
nella Venezia Euganea, altrettanti in Lombardia. Sono tanto att~
da indurre in errore il nemico sulla loro consistenza, certame~J
molto minore. Riescono nel corso dell'estate a completare I ocG /
pazione di intere vallate, istallandovi amministrazioni ciili- NaSGD/
no cos le zone libere o repubbliche partigiane. AlCune su~
ranno attacchi in profondit da parte dei nazifascisti, che lmp
gheranno anche forze corazzate, artiglierie ed aerei da osser
zione, come a Montefiorino (Emilia), in val d'Ossola (Lo
nelle Langhe (Piemonte), in Carnia (Friuli). Zone libere So~
organizzate anche nelle alte valli alpine: in Piemonte (~/alle Stu~,
Vermenagna, Grana, Gesso, Maira, Varaita, di Lanz, dl Ca
porcher, Cogne, Valsavaranche, parte dell'Astigiano); nella p~
nura lombarda dell'Oltrep pavese, e nella zona montag
collinare tra Genova e Piacenza (repubblica di Torriglia>>) r
Veneto  liberato l'altopiano del Cansiglio.         b~
 Se alcune repubbliche partigiane resistono anche solo po
giorni all'offensiva nazifascista (ma altre sino a tre mesi per
formarsi non appena cessati i rastrellamenti), servonO per.sp.
mentare le regole democratiche cui far cenno anche Lulgl ,~lv
naudi, a liberazione awenuta, ricordando il significat del.la P,,'O,
tecipazione popolare anche quale riferimento da Utilizzare m
di Costituente. Il movimento partigiano si configura del re~
come un laboratorio politico, testimoniato da molti giornall cl~
destini, ispirati dai partiti, ma espressione, anche, di sperimenta-
zione democratica locale, di paese, zona, vallata.
 Alcuni fatti d'arme, tra i pi significativi. In maggio i partigiani
valdostani distruggono il ponte di Ivrea, impediscono l'utilizzo
della zona mineraria e del silurificio di Cogne; in giugno, nelle valli
piemontesi, i garibaldini di Gemisto e di Moscatelli infliggono
dure perdite ai nazifascisti (nel Biellese e in Valsesia). I GL di
Marcellino occupano la val Chisone stabilendo un varco arco di-
fensivo con gli altri reparti di Giustizia e libert della val Pelli-
ce e val Germanasca. Hanno anche sei pezzi di artiglieria, di cui
due da 149/35. Il 26 luglio si svolge una vera battaglia in val di
Lanzo. Tedeschi e fascisti (1500 uomini) sono appoggiati da carri
armati. Due garibaldini tentano di danneggiarli con dell'esplosi-
vo al plastico, ci rimettono la vita saltando in aria. I 700 partigiani
di Rolandino, Batista e di Mario Foieri sanno di non poter re-
sistere. Sono in arrivo, chiamati d'urgenza, anche i reparti della
x MAS, comandati da Borghese, e della GNR con lo stesso segre-
tario del partito, Pavolini. Molti partigiani prendono la via dell'alta
montagna (si rifugeranno in Francia per affiancare il maquis o
faranno ritorno in valle per riprendere la lotta), altri si apposta-
no in piccoli gruppi, tenderanno imboscate ai nazifascisti (un ex
carabiniere, caposquadra garibaldino nella 19a brigata, riuscir a
centrare Pavolini, ferendolo ai glutei). Qualche giorno dopo un
gruppo di garibaldini della 2a divisione effettua un clamoroso
colpo di mano. Assalta la stazione di Ciri, si impadronisce di al-
cuni cannoni, li carica su un vagone ferroviario, supera il blocco
di Lanzo. I superstiti della 19a Garibaldi sanno per che sarebbe
un errore arroccarsi su posizioni montane. Si trasferiranno
nell'Astigiano, in prossimit delle Langhe ove si  istallato Mar-
tini-Mauri. Saranno raggiunti presto da gran parte degli uomini
di Barbato e di altre formazioni, GL e autonomi, che abbandona-
no la montagna dopo l'offensiva nazifascista dell'estate.
Is agosto, infatti, tedeschi e fascisti attaccano in forze le zone li-
   c del Cuneese (le valli Stura, Gesso, Varaita, Maira). Impie-
  ni. I GL della brigata Rosselli infliggono gravi
   F ` F~: _divisione corazzata granatieri, ma dopo sette gior-
  _-a ripiegare e a disperdersi in piccole unit; i ga-
   `ribal~Ba~b~o resistono in val Varaita e in val Grana, acco-
   gliendo le b~igate delbvaUivicine occupate dal nemico, ma anche
   qui dopo` strenui combattimenti (come riconoscono i tedeschi
   nei lorobollettini). Reparti dellaxMAs e della GNR affiancano le
   truppe germaniche che salgono lungo le valli dell'Alto Canavese
   duramente contrastati dalle brigate Matteotti di Italo Rossi e
   dalla 47a Garibaldi. Anche in Liguria, nelle valli prossime ad Im-
   peria, e lungo le pendici verso il confine francese, e in val Trebbia
   si hanno scontri molto duri, dai quali escono sconfitte le milizie
   fasciste impiegate contro la brigata Cichero nelle gole del Per-
   tuso e di monte Allegranza.
 Il comando alleato preme perch in piena estate aumenti l'atti-
vit partigiana specialmente nelle retrovie della Linea Gotica,
quello germanico deve impegnare, per fronteggiarla, unit di una
certa consistenza, in previsione dell'offensiva che gli angloame-
ricani preparano per settembre. In questo quadro si colloca la bat-
taglia di Montefiorino, il paese al centro di unavasta zona del Mo-
denese liberata in giugno, dove opera una divisione partigiana
forte di 5000 uomini. La comanda Armando Ricci. Una missione
inglese con il maggiore Johnson la rifornisce con continui lanci
notturni. Dovr apprestare anche la base per accogliere un bat-
taglione di paracadutisti.
 Il generale tedesco Messerle invia degli emissari per guadagare
tempo. Finge di voler trattare con i partigiani, ma Ricci rifiuta di
discutere. L'attacco delle SS, portato contemporaneamente da
tre colonne, inizia il 30 luglio. I combattimenti si protrarranno
sino al 12 agosto. I tedeschi subisco~no gravi perdite ma anche i
partigiani sono duramente provati. E comunque la popolazione
civile che paga il prezzo pi alto.
 Come abbiamo scritto, la guerra gi prevalentemente di monta-
gna si sta trasformando in Piemonte, Liguria e Lombardia in guer-
ra di collina e pianura soprattutto col profilarsi dell'autunno Si
intensificano i sabotaggi. Squadre di guastatori compiono raplde
puntate negli aeroporti, distruggono, come in Piemonte, anche
in Lombardia, decine di aerei, recuperano le mitragliatrici, fan-
no saltare in aria i depositi di munizioni.
VI. Estate e autunno 1944: svolta di Salerno
    e CVL





 Nella primavera-estate del '44 erano awenuti fatti decisivi sot-
to il profilo politico, tali da incidere profondamente sull'organiz-
zazione della guerra partigiana. Gi nella prima settimana di
marzo c'erano stati imponenti scioperi nelle fabbriche di Torino
e di Milano che non potevano spiegarsi solo con le difficili condi-
zioni di vita degli operai. I rapporti delle polizie fasciste e germa-
niche parlano di agitatori, soprattutto comunisti, e pongono le
manifestazioni in diretto rapporto con il Movimento di libera-
zione. Poi, il 22 aprile, c'era stata la svolta di Salerno, protago-
nista Palmiro Togliatti, giunto a Napoli da Mosca come leader
indiscusso dei comunisti italiani.
 La svolta di Salerno porta tutti i partiti antifascisti a collabo-
rare con la monarchia, accantonata la pregiudiziale repubblica-
na che sin dal 16 ottobre del 1943 aveva diviso i membri del CLN
E Togliatti che ha preso, appunto, l'iniziativa, dichiarando che
l'obiettivo da raggiungere  l'unit di tutte le forze antifasciste. E
inutile esaurirsi in sterili contrapposizioni. La scelta tra monarchia
e repubblica deve essere rinviata alla consultazione popolare di
un'Italia finalmente libera. Badoglio pu cos formare un nuovo
governo, nella capitale prowisoria, Salerno, chiamandovi tutti i
partiti a farne parte. E la premessa, d'altra parte, per la costitu-
zione di un comando unitario delle formazioni partigiane riunite
nel Corpo volontari della libert (CVL).
 Dalla caduta della pregiudiziale antimonarchica, per quanto li-
mitata al periodo della guerra, sortiva anche l'effetto di far supe-
rare le remore agli angloamericani nei confronti del CLN, soprat-
tutto di Churchill che riteneva Vittorio Emanuele Ill, nonostante
il passato, l'unica personalit affidabile, a garanzia della cobel-
ligeranza, formula adottata, ripetiamo, il 13 ottobre '43, con la
dichiarazione di guerra dell'Italia alla Germania, compromesso
per darle un ruolo inferiore a quello di alleata e consentirle tutta-
via di approntare un contingente militare contro i tedeschi.
 Dopo l'armistizio, marina e aviazione italiane trasferite al sud era-
no gi passate agli ordini diretti del comando angloamericano; nel

     ESTATE E AUrUNNO 1944: SVOLTA Dl SALERNO~. E CVL        73

novembre del '43 era stato concesso al governo Badoglio di costi-
tuire il primo raggruppamento motorizzato, composto da qual-
che battaglione e da alcune batterie di artiglieria, da inviare nello
scacchiere della v armata americana impegnata sul fronte di Cassi-
no. I nostri soldati diedero prova di grande disciplina e di indubbio
valore, sin da1 primo momento, quando furono impiegati nella con-
quista di Montelungo. Ma si dovette attendere sino al marzo del '44
perch il contingente, prima limitato a 5000 uomini, potesse essere
rafforzato, al comando del generale di brigata Umberto Utili, con
la denominazione di Corpo italiano di liberazione, CIL. Dalla fine di
maggio combatte nel settore adriatico. Partecipa alla liberazione di
molte localit dell'Abruzzo, delle Marche, della Romagna.
 Liberata Roma il 4 giugno, Vittorio Emanuele III, il giorno dopo,
abdica - come promesso in febbraio a Benedetto Croce e ad En-
rico De Nicola che ne avevano riferito al CLN - in favore del fi-
glio Umberto che assume la Luogotenenza del Regno. Il 10 giu-
gno Badoglio esce di scena Il nuovo governo di Roma  presie-
duto da un uomo del CLN, Ivanoe Bonomi. E il CLN che ha, dun-
que, la piena responsabilit del territorio che man mano gli
Alleati trasferiscono all'amministrazione italiana. Nella parte
occupata dai nazifascisti il CLNAI (Comitato di liberazione Alta
Italia), con sede a Milano, ha funzioni di governo clandestino e il
compito di dirigere la Resistenza (delega del resto gi attribuita
dal 18 gennaio). E da questa nuova situazione politica che nasce,
dunque, il comando unitario del CVL.
 Non tutti i partiti sono d'accordo che al suo vertice sia posto un
militare sopra le parti. Si oppongono soprattutto che sia Um-
berto di Savoia - come si prospetta - da paracadutare al nord. Si-
gnificherebbe dare alla monarchia l'opportunit di rivendicare a
s il merito della liberazione, assolvendola dalle gravi colpe stori-
che, dall'istaurazione del fascismo alla corresponsabilit della
dittatura, all'awentura etiopica, alla partecipazione alla guerra
accanto ai nazisti. Sono i comunisti che si adoperano nuovamen-
te per superare le difficolt insorte in seno al CLN, appoggiando
la nomina di Raffaele Cadoma. Il generale, paracadutato dagli Al-
leati nei pressi di Milano, , dal 19 giugno, l'autorevole consulen-
te del comando del CVL composto da Longo (PCI), Parri (GL), Mat-
tei (DC), Stucchi (PSIUP) e Argenton per gli autonomi. Il 3 no-
vembre diventer il comandante effettivo (vicecomandanti Longo
e Parri), anche qui tra dure polemiche accantonate anche perch
il generale aveva riconosciuto nel CLN - per la verit sin dal suo
arrivo a Milano - il solo detentore dell'autorit politica.
 Il CLN aveva vinto, quindi, forse la prova pi difficile dall'inizio
della guerra di liberazione (soprattutto considerata la diffidenza
              74                             ITALIA 1943-1945

degli angloamericani per il timore di una supremazia comunista)
dopo traversie che se da una parte l'aveva privato di dirigenti presti-
giosi, arrestati dai nazifascisti, alcuni deportati, altri uccisi (il 5 apri-
le erano stati fucilati quasi tutti i membri del comitato militare del
CLN piemontese: Perotti, Balbis, Bevilacqua, Biglieri, Braccini,
Giachino e Giambone), dall'altra non aveva potuto impedire che
insorgessero contrasti tra le stesse formazioni combattenti, accen-
tuati dagli Alleati, per il favore dimostrato nei confronti di gielli-
ni e autonomi e la diffidenza per i garibaldini, penalizzati siste-
mahcamente nella ripartizione dei lanci di armi e munizioni.
 La costituzione del Corpo volontari della libert prescrive che
tuttl i partigiani, pur continuando a far parte delle rispettive for-
mazioni, abbandonino le distinzioni partitiche. Essi dipenderan-
no militarmente dai comandi alleati che finanzieranno il CLN, ri-
forniranno indistintamente tutte le unit combattenti, ne coordi-
neranno l'attivit bellica attraverso il Comando unico CVL e me-
diante le missioni presso i comandi partigiani di zona.
 Gli accordi portati avanti, ricordiamo, sin dal 2 novembre del '43
in Svizzera, a Certenago, da Leo Valiani e Ferruccio Parri con Mac
Caffery e Allen Dulles, e poi da diverse delegazioni, senza arrivare
ad un protocollo organico, hanno finalmente la sanzione definitiva
il 7 dicembre 1944, delegati italiani ancora Parri con Pizzoni, Gian
Carlo Pajetta e Sogno (comandante dell'organizzazione Fran-
chi). Si stabilisce anche che sar il CLNAI a garantire il passaggio
alle autorit militari alleate e a quelle civili italiane dei territori li-
berati dai partigiani e a salvaguardare impianti e risorse econo-
miche nella fase di ritiro delle truppe nemiche. In tal modo il ge-
nerale Maitland Wilson, comandante alleato per il Mediterra-
neo, riconosce l'autorit e l'attivit anche civile e politico-ammi-
nistrativa del CLN, il che porta Bonomi, sempre in dicembre, a
ribadire le stesse prerogative di delega al CLNAI da parte del go-
verno di Roma.


n t7agico invemo '44-'45

 I protocolli d'intesa del dicembre '44 tra CLNAI e Alleati aveva-
no fatto seguito ad una serie di informazioni contraddittorie date
dai comandi angloamericani ai partigiani, come abbiamo scritto,
in preparazione dell'offensiva contro la Linea Gotica, e special-
mente col proclama di Alexander del 10 novembre. Le diretti-
ve impartite in settembre lasciavano pensare ad un attacco deci-
SIVO, in profondit: la Resistenza avrebbe dovuto mettere in cam-
po ogni riserva; il proclama di Alexander di novembre ha, in-

        ESTATE E AUTIJNNO 1944: SVOLTA Dl SALERNO E CVL        75

vece, un contenuto completamente diverso: l'offensiva  rinviata
alla prossima primavera, i-partigiani si mimetizzino, tornino a
casa a trascorrervi l'inverno. Decisioni, iniziative, atteggiamenti
profondamente sbagliati. Il primo perch gli Alleati non attuano
la strategia dello sfondamento delle linee nemiche, il secondo
perch  impossibile, per ragioni ideali, ma anche pratiche, la
pausa pressoch totale dell'attivit partigiana con il congedo
prowisorio della maggior parte dei suoi effettivi, i pi privi di un
rifugio sicuro o addirittura di un luogo ove nascondersi e soprav-
vivere.
 L'unificazione del comando militare CVL consente di porvi ri-
medio con disposizioni organiche, di vero coordinamento della
lotta armata. Evitano, queste, o almeno attenuano, i danni che
ne sarebbero derivati sia sul piano militare che su quello psicolo-
gico. Sul piano militare, il comando CVL awerte le forze partigiane
di non ritenere possibile l'offensiva alleata su tutto il fronte, ma solo
nel settore adriatico -  quindi prematuro attuare l'insurrezione ge-
nerale -; sul piano psicologico e strategico, quando il comandan-
te supremo alleato, Alexander, ordina la sospensione della guer-
ra partigiana, il comandocvL dispone di non tenerne conto.
 Riprendiamo la cronaca. In settembre, nell'ambito dell'offensi-
va settoriale, gli angloamericani puntano su Bologna, ma sono
arrestati sull'Appennino. I partigiani si impegnano in duri scon-
tri a ridosso del fronte. I tedeschi sono costretti a distogliere unit
dalle prime linee per rastrellare le retrovie. Attaccano il monte Pia-
naccio dove  la 36a brigata Garibaldi, e poi monte Battaglia, C d
Guzzo, monte Carnevale. Qui i partigiani combattono ormai assie-
me agli americani. (A C d Guzzo uno studente di medicina,
Gianni Palmieri, che cura i feriti, non li aWandona, sar ucciso con
loro.) Gli Alleati riconoscono nei bollettini di guerra il contributo
dato da 62a e 66a Garibaldi. L'offensiva si ferma alle porte di Bo-
logna, ma i rastrellamenti continuano. Li ha ordinati personal-
mente Kesselring aprendo una nuova fase contro la Resistenza
armata con l'impiego massiccio di numerose unit, 6 intere divi-
sioni tedesche con gli ausiliari di varie nazionalit, di cui 3 italia-
ne, con quanti pi militi fascisti  possibile raccogliere.
 Dal 10 al 14 ottobre svanisce il sogno della repubblica partigia-
na dell'Ossola. Caso raro, la maggioranza degli attaccanti  co-
stituita da fascisti (i tedeschi sono solo 500). Anche nel Veneto
brigate nere e militi della Tagliamento affrontano i garibaldi-
ni, i matteottini e gli autonomi del monte Grappa, ma le forze
pi consistenti sono le SS. I resoconti dicono che la maggior
parte dei centri abitati e dei casolari sparsi fu data alle fiamme;
moltissimi civili vennero uccisi, le donne violentate, il bestiame
razziato. Almeno 300 partigiani vi lasciarono la vita, in combat-
timento, fucilati, impiccati. 31 furono appesi agli alberi di Bassa-
no del Grappa, esposti a monito della popolazione civile. Le
azioni reppressive e di rappresaglia dei nazifascisti seguono nella
zona di Faedis, Nimis, Attimis, paesi che saranno interamente
distrutti. Falcidiato  anche un reparto della divisione autonoma
Osoppo le cui brigate resisteranno validamente con i garibaldini
all'offensiva portata nella Bassa Carnia dai nazifascisti con l'aiu-
to di mongoli e cosacchi, ma poi dovranno cedere.
 Innumerevoli sono le distruzioni. n movimento partigiano in quel-
le zone gi rigoglioso, ne esce pressoch annientato. Uguale sor-
te tocca ai partigiani dell'Alta Carnia. Vengono attaccati da al-
meno 30.000 uomini, tedeschi, miliziani fascisti, brigatisti neri
mar della X MAS, ustascia, francesi di Vichy, georgiani, cosacchi
del Don e del Kuban. Sbandati i pi, i partigiani sono rimasti-in
5000 al comando di Ninci (Lino Zocchi) e Andrea (Mario
Lizzero). Non possono protrarre una resistenza che nel corso di
tre mesi ha comportato continui combattimenti. Il 7 dicembre si
dividono in piccoli gruppi che continueranno autonomamente la
guerriglia. Hanno subito gravi perdite, ma ne hanno anche inflit-
te. Il comando germanico denuncia 1313 morti, oltre ai feriti e ai
dispersi.
 Nell'estate erano entrati nella lotta antipartigiana anche repar-
ti di 3 delle 4 divisioni dell'esercito di Sal addestrate in Germa-
nia: San Marco, Monterosa. Littorio (l'Italia valicher il
Brennero in dicembre). Non appena giunti in patria gran parte
di soldati e ufficiali aveva per disertato9 non pochi per unirsi ai
partigiani, armi e bagagli. E logico che i tedeschi non vogliano
al fronte con loro quanti restano (circa 40.000 uomini), non si fi-
dano, preferiscono impiegarli nella controguerriglia, integrati
con i rniliti della GNR e con le brigate nere, e strettamente sorve-
gliati. Ma tra i soldati italiani giunti dalla Germania vi sono an-
che dei fascisti fanatici. Sul modello delle SS italiane e della
x MAS costituiscono finti reparti partigiani. Si muovono per infil-
trarsi nella Resistenza, aggredire e uccidere i partigiani, ma il fe-
nomeno resta circoscritto.
 La principale azione antipartigiana delle tre divisioni Montero-
sa, San Marco e Littorio - complessivamente 8.000 uomini -
 stata compiuta congiuntamente dal 22 agosto al primo settembre
nella ricordata battaglia della val Trebbia condusa senza risultato
poich i partigiani di Cichero interpretano nel modo migliore la
tecnica della guerriglia. Si ritirano dopo aver inflitto dure perdite
rioccupando le posizioni non appena il rastrellamento  conclu-
so.                                        I

                                            l

VII. Riscossa e liberazione





 Wolff aveva tentato di barattare con gli Alleati la cessazione
delle ostilit in cambio del rientro in Germania delle divisioni
impegnate in Italia. Ma il generale Clark, sostituito Alexander
quale comandante dello scacchiere, vuole annientarle, nel qua-
dro della strategia generale antinazista. Sa che gli organici delle
unit nemiche sono fortemente ridotti, di possedere una potenza
di fuoco delle artiglierie superiore da tre a quattro volte, di avere
3100 carri armati contro 200, 5000 aerei contro 60, dunque pi
armi e uomini, soprattutto, questi, meglio motivati. O la resa
senza condizioni o l'attacco lungo tutta la Linea Gotica. L'ordine
 dato il 5 aprile 1945 nel settore tirrenico, il 9 al centro e su quel-
lo adriatico. Il 10, Clark comunica al comando militare partigia-
no che la battaglia finale  cominciata ma aggiunge: non fate
il gioco del nemico agendo prima del tempo [...] non lasciatevi
tentare dall'agire prematuramente.
 Dal 29 marzo il comando CVL  praticamente diretto da un
triunvirato insurrezionale (Longo, comunista, Pertini, sociali-
sta, Valiani, azionista), Cadorna dalla Svizzera  andato a Roma
con Parri (si incontreranno con gli Alleati, temi dei colloqui: il
destino di Trieste e della Val d'Aosta), il governo Bonomi ha fat-
to paracadutare quattro giorni prima nelle Langhe il sottosegre-
tario per le terre occupate Medici Tornaquinci col compito di
controllare l'operato del CLN. Questi definisce i Comitati di libe-
razione nazionale ad Antonicelli, che presiede quello piemonte-
se, organi solo consultivi. E un atteggiamento sconcertante,
dovuto soprattutto alle pressioni angloamericane, ma l'irnportan-
te per il triunvirato  coordinare subito gli attacchi nelle retro-
vie tedesche, isolare e distruggere i reparti fascisti, occupare pae-
si e citt e mantenervi l'ordine. I contrasti politici sono nnviati a
liberazione awenuta.
 Il 12 aprile quando gli Alleati entrano a Carrara, la citt  stata
gi da due giorni liberata dai partigiani. Nel settore adriatico
Boldrini (Bulow) con i suoi garibaldini combatte assieme ai ca-
nadesi (sar decorato di medaglia d'oro nella piazza di Ravenna
            78                             ITALIA 1943-1945

dal generale Richard McCreery, comandante dell'vlIIarmata). Nel
settore  impegnata anche la divisione Cremona. Tra gennaio e
marzo  stata schierata sulla Linea Gotica assieme alle altre tre
del nuovo esercito italiano, Friuli, Folgore, Legnano, circa
50.000 uomini distribuiti su sei gruppi di combattimento, di cui
quattro nel settore tosco-romagnolo. Prendono parte all'offensiva
generale non come unit organica, ma frazionati. Cos ha deciso il
comando alleato.
 Nel Parmense infuriano i combattimenti, i partigiani liberano tut-
ta la valle del Taro, dall'8 al 10 aprile. 6000 tedeschi vengono circon-
dati e fatti prigionieri nella sacca di Fornovo. Il 21 aprile l'VIII ar-
mata americana libera Bologna; con le avanguardie (composte dagli
italiani della Legnano e dai polacchi di Anders) vi sono reparti
partigiani. I GAP e i SAP con i patrioti scesi dalle alture, hanno for-
mato una divisione comandata da un medico, Aldo Cucchi (<~Jaco-
po) e facilitato l'attacco. Poche ore dopo insorge Ferrara, il 22
Modena e via via tutte le citt emiliane mentre le formazioni parti-
giane si muovono dalle loro basi su Genova, Torino, Milano.


La disfatta nazifascista

 I tedeschi stanno combattendo in Italia l'ultima, disperata bat-
taglia, i fascisti sono alla ricerca affannosa di una soluzione ormai
solo per se stessi. Non sanno che Wolff ha da tempo preso con-
tatto con gli angloamericani ignorando il governo di Sal. Gi in
febbraio Mussolini aveva chiesto al cardinale di Milano, Schu-
ster, di incontrare i membri del CLN per un accordo. Il CLN aveva
rifiutato richiedendo la resa senza condizioni. Adesso, a met
aprile, mentre gli giungono notizie sempre pi drammatiche dal-
la Germania - stretta dalle armate sovietiche e da quelle angloa-
mericane impegnate in una gara distruttiva del nemico con meta
Berlino - il duce  oggetto delle proposte pi disparate dei suoi
collaboratori cui aggiunge le sue, profondamente contradditto-
rie di minuto in minuto: fare della Valtellina l'ultimo ridotto fa-
scista, come da oltre un mese propone Pavolini, trovare riparo in
Svizzera, offrire le sue milizie agli esponenti dei partiti moderati
per mantenere l'ordine pubblico ed impedire ai comunisti di
prendere il potere, proporre un'intesa con questi ultimi contro le
destre, rivendicando l'idealit del socialismo di Sal per dare
vita ad un movimento di rinascita nazionale assieme al Partito
socialista di unit proletaria... Una ridda di ipotesi senza sbocco
Si trasferisce a Milano il 18, scortato dalle SS e si insedia nella
prefettura. Carlo Silvestri, ex socialista passato al fascismo dopo

            RISCOSSA E LIBERAZIONE                        79

1'8 settembre e coautore della Carta di Verona si vede da tem-
po con Corrado Bonfantini, membro autorevole del PSIUP. Sono
mesi che Silvestri fa il doppio gioco fornendo informazioni a
Bonfantini (si mostrer il 26 aprile con la fascia tricolore di pa-
triota al braccio). Assicura Mussolini che una sua lettera ai socia-
listi sar bene accetta; ma non  cos: Lelio Basso la respinge sde-
gnosamente. Allora Silvestri si incontra con gli azionisti Riccar-
do Lombardi e Leo Valiani. La risposta  sempre la stessa: resa
incondizionata, nessuna garanzia per i fascisti. Saranno giudicati
per i crimini commessi.
 Il penultimo atto della tragedia mussoliniana (l'ultimo si svol-
ger su un viottolo di Giulino di Mezzegra, il 28, con una scarica
di mitra) ha per sede il vicariato di Milano. Sono le 17 del 25 apri-
le, Genova  in mano ai partigiani, si combatte a Torino, anche a
Milano sono iniziati gli scontri alla priferia sin dalle prime ore
del mattino. Il CLNAI, nell'ordinare l'insurrezione, ha promulga-
to, nella riunione che si  svolta in un convento salesiano, alcuni
decreti precisando i compiti dei tribunali di guerra. Date le im-
putazioni,  scontato che Mussolini e gli alti gerarchi saranno
condannati a morte. Tuttavia il CLNAI accetta il colloquio nella
speranza che una resa senza condizioni eviti ulteriori spargimen-
ti di sangue. Lo rappresentano Cadorna, arrivato da poche ore da
Roma, Marazza per la DC, l'azionista Lombardi nominato pre-
fetto di Milano: sono raggiunti a riunione iniziata da Arpesani e
Pertini. Con Mussolini sono Barracu, Zerbino e Graziani. Marazza
non pone alternative: la resa incondizionata entro due ore. Il
duce promette di dare una risposta nei termini convenuti. Non la
dar. Non ha nulla da offrire in cambio, milizie ed esercito di
Sal sono scomparsi, gli sono rimasti solo alcuni reparti di preto-
riani. C' da pensare come e dove fuggire.
 L'epilogo della storia di Mussolini e del fascismo si avr, come
abbiamo scritto, il 28 aprile. Scoperto in un camion di tedeschi,
con un goffo travestimento da sottufficiale della Wehrmacht, men-
tre cerca di risalire la riva occidentale del lago di Como, il duce 
catturato dai partigiani. Sar ucciso l'indomani con Claretta Pe-
tacci da alcuni uomini inviati da Milano dal CLNAI. Al colonnello
Valerio (Walter Audisio) che li comanda erano stati impartiti
gli ordini di eseguire la condanna a morte (non comprendevano
per anche l'esecuzione della Petacci). I cadaveri dei due, con quel-
li degli altri gerarchi uccisi a Dongo, saranno esposti a piazzale
Loreto, luogo del martirio di partigiani e antifascisti. Un fatto
che, sebbene awenuto in clima esaperato dai crimini fascisti com-
piuti nella stessa piazza, verr disapprovato anche da molti espo-
nenti della Resistenza.
80                             ITALIA 1943-1945

Gli ultimi combattimenti

 Malgrado il fallimento dei negoziati tra Wolff e Clark, alla vigi-
lia dell'offensiva angloamericana, il comandante delle SS in Ita-
lia spera ancora nell'accordo. Il 25 aprile, in piena insurrezione, 
a colloquio in Svizzera con il delegato americano Allen Dulles
mentre il grosso dell'armata tedesca sta raggiungendo il Veneto,
il Trentino, l'Alto Adige e, in gran parte, ha gi valicato il Bren-
nero. L'avanzata alleata si  svolta troppo lentamente per non
sollevare il dubbio che Clark abbia voluto dar modo alle truppe
germaniche - forse per ordini superiori e cambiando la strategia
- di ripiegare senza subire gravi perdite. A contrastare i tedeschi
sono soprattutto i partigiani. La lotta  ancora pi dura perch il
comando della Wehrmacht ha proibito ai suoi soldati di arren-
dersi alla Resistenza, e gli ha ordinato di consegnarsi semmai, se
costretti dagli eventi, agli angloamericani.
 Sin dai primi di aprile, i partigiani mettono in atto le direttive
del CLNAI (concordate del resto con gli Alleati): attaccare i nazi-
fascisti, intensificare le azioni di sabotaggio, salvaguardare gli
impianti industriali e le vie di comunicazioni dalle distruzioni del
nemico in ritirata. Il 12 aprile occupano la centrale elettrica di
Teglia (La Spezia), poi quel!e piemontesi, lombarde, venete. Per
alcuni impianti i partlgiam dovranno combattere duramente,
come a Valgrosina (18 aprile) in provincia di Sondrio. Le SAP di
fabbrica salvaguardano gli edifici, i macchinari in tutti i centri in-
dustriali. Sminano le strade, i ponti, facilitando la marcia agli an-
gloamericani, o le interrompono e li distruggono per impedire al
nemico di transitare. (Se non ci fossero stati i partigiani italiani
- scriver Winston Churchill - noi avremmo avuto il doppio del-
le perdite e impiegato il doppio del tempo per raggiungere i no-
stri obiettivi.)
 La prima resa in forze dei tedeschi awiene a Genova, liberata
dalla Resistenza il 25 aprile, dopo cinque giorni di combattimen-
ti. La firma alle 19.30 il generale Gunther Meinhold. E senza
condizioni: consegna al comando del CLN 6000 uomini del presi-
dio cittadino, 12.000 delle postazioni sull'Appennino ligure. Ma
il capitano di marina Max Berninghaus non la rispetta. Riunisce
un tribunale militare composto da alti ufficiali che dichiarano
Meinhold traditore. Berninghaus si awale di sommozzatori del-
la x MAS per minare il porto, ma i partigiani riescono ad evitarlo
costringendo i germanici alla resa, il 27 aprile, con gli ultimi fa-
scist1! Gli Alleati sono ancora lontani.
A Venezia, i tedeschi sono costretti, il 25, a consegnare il porto

           RISCOSSA E LIBERAZIONE                       81

ai partigiani. Pu essere recuperata buona parte della flotta ita-
liana (un quarto del totale delle navi superstiti alle distruzioni
della guerra). Torino  liberata il 28 aprile. Il 25 sera c'era stato
un episodio ancora non del tutto chiarito in sede storica. A Bar-
bato, che al comando delle forze della VIII zona (il 19 era entrat
a Chieri e l'aveva presa dopo aver assaltato la sede delle brigate
nere e liberato alcuni prigionieri in fin di vita per le torture) si era
attestato sulla riva del Po, era giunta, alle 21, la disposizione tas-
sativa di non procedere verso gli obiettivi in citt in attesa di
nuovi ordini. Gli obiettivi erano alcune caserme dove si erano as-
serragliati fascisti e tedeschi (una, in via Asti, era il famigerato
luogo di detenzione e tortura della GNR comandata dal colonnel-
lo Cabras). I SAP delle fabbriche erano a loro volta assediati da
miliziani fascisti e da reparti tedeschi che usavano anche armi
pesanti, cannoni e mortai. I nazifascisti potevano contare` su
13.000 uomini dotati di mezzi corazzati.
 Ad ispirare l'ordine sospensivo dell'attacco partigiano era statO
un alto ufficiale britannico, il colonnello Stevens, comandante
della missione alleata. Resta da sapere se Stevens volesse ferma-
re i partigiani alle porte della citt per farvi giungere prima gli
Alleati o per timore di una strage tra la popolazione, dato che
due divisioni tedesche, la 34n e la 5n, con a capo il generale Schlem-
mer, con 35.000 uomini, carri armati, artiglierie, stavano awici-
nandosi al capoluogo piemontese. Barbato si assunse la respon-
sabilit di ignorare l'ordine (prima che una seconda staffetta gh
dicesse di non tenerne conto e che era addirittura falso). Investiti
e sopraffatti i posti di blocco periferici, i partigiani dovettero sni-
dare il grosso delle truppe nemiche che avevano costituito dei ca-
pisaldi tra corso Vittorio Emanuele, via Arcivescovado, via XX
Settembre, e predisposto nidi di mitragliatrici un po'dappertut-
to, mentre una ventina di carri armati facevano la spola da un po-
sto all'altro. Ma il 28 arrivarono altre unit partigiane e armi con-
trocarro furono prelevate dai depositi fascisti conquistati, ad in-
tegrare i bazooka. I nazifascisti debbono abbandonare le posta-
zioni. Torino pu finalmente festeggiare la libert, anche se
permangono le insidie dei numerososi cecchini che vanno snidati
uno per uno. Il giorno dopo incombe per ancora la minaccia del-
le due divisioni di Schlemmer. Il colonnello Stevens vorrebbe far
saltare i ponti sul Po. Il comando partigiano si oppone. Anche a
Schlemmer che chiede via libera  opposto un netto rifiuto. Il ge-
nerale tedesco cambia direttrice di marcia; contrastato, massa-
cra 58 garibaldini e sette civili a Grugliasco, si arrender il 3 mag-
gio agli Alleati le cui avanguardie sono entrate a Torino il prim
maggio.
 La liberazione di Milano era stata completata nella notte tra il
26 e il 27 aprile, sino alla vecchia cerchia dei Navigli. La resisten-
za fascista si era frantumata in numerosi focolai, ma la maggior
parte dei militi aveva gi abbandonato la citt consci che l'awen-
tura era finita per sempre. Anche i numerosi cecchini o erano stati
catturati o si erano arresi. I partigiani per liberare Milano hanno
avuto perdite molto relative: una trentina di caduti. Ma una scia
di altro sangue italiano accompagner i tedeschi oltre l'ora della
resa agli Alleati firmata il 2 maggio. Ancora il 7 maggio ci sono
combattimenti nei paesi del Bellunese e del Trentino. Il 27 e 28
aprile si erano avuti centinaia di morti partigiani nell'attacco alla
26a divisione germanica il cui comandante, von Arnim, venne
catturato assieme ad un altro generale, von Alten. Il 27, ad Ava-
sinis (Carnia) un solo partigiano aveva affrontato con una mitra-
gliatrice un reparto di SS. Era stato ucciso. Per vendetta, i tede-
schi, avevano trucidato 63 civili. Poco distante, altro massacro da
parte dei cosacchi in fuga, ad Ovaro, 23 abitanti passati per le
armi. A Spilimbergo nel Friuli pattuglie di partigiani guastatori
avevano anche osato attaccare dei Tigre che cannoneggiavano
il centro abitato (un giovane, Lorenzo Agosti, venne ucciso dopo
aver distrutto un carro con unpanzerfaust strappato al nemico).
Anche il campo di aviazione di Aviano era stato teatro di una
dura lotta, preso alle SS, perduto e ripreso. In dodici giorni, dal
20 aprile al 2 maggio, i partigiani veneti, friulani e giuliani hanno
avuto 2200 morti, 1800 feriti, hanno fatto 140.292 prigionieri,
hanno inflitto al nemico perdite, tra morti e feriti, calcolate in
14.511 uomini.
 La liberazione di Trieste  opera soprattutto dei partigiani di
Tito. Nella cronaca si debbono tener presenti alcuni elementi et-
nico-politici: il tentativo, riuscito, degli jugoslavi di precedere gli
Alleati nell'occupare la citt, premessa per rivendicarne il pos-
sesso, la loro ostilit nei confronti degli italiani, antifascisti com-
presi (furono gettati nelle foibe per solo odio etnico moltissimi
che nulla avevano avuto a che fare con il regime); per contro, il
tentativo del CLN triestino, non riuscito completamente, di at-
tuare l'insurrezione il 30 aprile per rivendicare davanti agli Al-
leati, ancora lontani, l'istaurazione del governo degli italiani an-
tifascisti e democratici. Quando gli uomini di Tito entrano a Trie-
ste il primo maggio, i tedeschi hanno ancora saldamente in mano
il castello di San Giusto, parte del porto, la stazione ferroviaria,
alcuni palazzi. Gli jugoslavi ignorano il presidente del CLN Fon-
da Savio che vuole stabilire un'intesa per snidare il nemico. Fon-
da SaviQ telegrafa al comando alleato denunciando la situazione.
Il co~ndantc iugoslavo non vuole italiani armati, non la colla-
borazione da chi ha la fascia tricolore al braccio, se non viene su-
bito sostituita con quella con la stella rossa ponendosi agli ordini
dei partigiani di Tito. Fa disarmare anche un drappello della
Guardia di finanza che combatte contro i tedeschi. Seguono al-
cuni scontri tra partigiani italiani e jugoslavi cui il CLN pone fine
per timore del peggio. Il generale alleato Freyberg arriva il 2
maggio. Non ha i poteri per prendere decisioni. La sorte di Trieste
rester per molto tempo sospesa.
 Quale l'esito dell'offensiva partigiana? In una relazione redatta
dal colonnello Hewitt per il comando alleato sono annotate in
ordine alfabetico tutte le localit che la Resistenza ha liberato
prima dell'arrivo degli Alleati, molto spesso con il concorso della
popolazione che aveva fornito squadre improvvisate di patrioti.
L'elenco comincia con Agordino, finisce con Voghera: centinaia
di citt e paesi, tra i quali grandi centri Bologna, Genova, Mila-
no, Torino, Padova, Venezia, parzialmente Trieste. Nel corso pi
cruento della liberazione, dal 21 aprile al 2 maggio, partigiani e
patrioti hanno avuto oltre 4000 caduti, hanno catturato almeno
200 mila tedeschi, alcune migliaia ne hanno uccisi, hanno fatto
un enorme bottino di armi, munizioni, materiale di casermaggio.
Non pochi tedeschi, dunque, si sono dowti arrendere ai partigia-
ni pur ritenendolo il massimo del disonore (emblematica  la
scena della cattura di uno dei pi spietati aguzzini, il vicecoman-
dante della Ordnungspolizei in Italia, generale von Kamps, sedu-
to sul ciglio di una strada nei pressi di Vittorio Veneto, disfatto
dalla fatica e dalla vergogna, con una valigetta accanto conte-
nente un pigiama a righe bianche e verdi; scrive su un pezzo di
carta Wir kapitulieren mit allen Waffen - ci arrendiamo con tutte
le truppe - e si consegna a due ragazzi, semplici garibaldini).
 La seconda guerra mondiale sarebbe terminata in Europa di l a
pochi giorni, il 9 maggio, con la firma da parte dei tedeschi, a Re-
ims, della resa incondizionata. Il comandante delle forze alleate
in Italia, Mark W. Clark avrebbe inviato alla Resistenza italiana
questo messaggio: Patrioti, ora che la guerra  finita, sento il
dovere di rivolgere a voi, che con la vostra azione avete tanto
contribuito al conseguimento della vittoria, il mio profondo
compiacimento. Siete stati degni delle nobili tradizioni lasciate
in retaggio dai martiri e dagli eroi del Risorgimento italiano. Ave-
te dato alla causa della civilt democratica quanto era in vostro
potere. Non sar dimenticato.
Condusioni





 La Resistenza italiana, pur a tanti anni di distanza, continua ad
essere oggetto, come abbiamo scritto nell'introduzione, di un
serrato dibattito, non solo per quanto riguarda la denominazio-
ne di guerra civile. Si contesta, ad esempio, che la maggioran-
za della popolazione ne abbia condiviso i motivi ideali e sostan-
zialmente l'abbia aiutata. Per taluni storici revisionisti la gen-
te, intesa nella sua globalit, non avrebbe preso posizione, sop-
portando con rassegnazione le sofferenze che le sarebbero state
inferte dall'una e dall'altra parte. Tesi smentita da quanti sosten-
gono che la Resistenza sarebbe stata impossibile se non fosse
stata alimentata, protetta, voluta da quasi tutti gli italiani, com-
presi i mendionali, questi ultimi per la lotta intrapresa nella pri-
ma fase della ribellione e perch rappresentati dalle decine di
migliaia di ex militari che al centro e al nord, e partendo dal sud,
con il rinnovato esercito italiano, il CIL, hanno contribuito alla li-
berazione della patria.
 Rilevante, a riprova del carattere popolare della Resistenza, 
la partecipazione femminile, non solo sul piano dell'assistenza
ma anche della lotta armata. Pi di duemila donne (2275) cadde-
ro in combattimento o vennero fucilate dai nazifascisti, 3000 furono
deportate (e ben poche ritornarono dai campi di sterminio).
 Giudizi divergono anche sulla valutazione delle componenti so-
ciali, poich, come abbiamo scritto, certa storiografia tende ad
esaltare il ruolo delle dassi pi umili e contemporaneamente a
sminuire l'apporto dei ceti borghesi. Anche se le statistiche
sono impossibili (non si sa su quali basi si sia potuto calcolare che
tra i partigiani il 30 per cento fossero operai, un altro 30 per cen-
to <~borghesi - studenti, professionisti, impiegati -, il 20 per cen-
to contadini, e il 15 artigiani) porre la questione sembra del tutto
inutile mentre  pertinente riconoscere alla Resistenza quel carat-
tere popolare che non vede affatto, ripetiamo, la supremazia di
un gruppo sociale sull'altro, ma la condivisione di ideali di libert
e di dignit umana che travalicano gli interessi di parte. Cos che
resta pure difficile accettare le conclusioni tratte da Calaman-
drei e altri (e riprese dalle Brigate rosse negli anni di piomboj
sulla Resistenza tradita, poich le premesse poste dai combat-
tenti della guerra di liberazione sarebbero state eluse dai gover-
ni reazionari succedutisi dopo la breve esperienza ciellenista
del ministero Parri. Se  in parte vero che soprattutto la vecchia
burocrazia fascista ha potuto riaffermarsi, non essendo stata at-
tuata l'epurazione (del resto non voluta principalmente dai co-
munisti e personalmente da Togliatti allora ministro della Giu-
stizia)  anche vero che nessun tradimento della Resistenza  po-
tuto awenire in quanto, come dice Garosci, in essa non vi fu
mai una prefgurazione della societ futura.
 (Pi che l'amnistia Togliatti di per se stessa, fu la sua applica-
zione, anche ai pi alti livelli della magistratura a sollevare criti-
che fondate. Esclusi dall'amnistia dovevano restare coloro che
avevano occupato cariche importanti nella Repubblica sociale e
soprattutto quanti si erano macchiati di gravi delitti, e tra questi,
gli autori di sevizie particolarmente efferate inferte ai prigio-
nieri. Ebbene, non solo personaggi importanti del regime,
compresa la stragrande maggioranza dei giudici del Tribunale
Speciale, godettero dell'amnistia ma anche gli aguzzini e i tortura-
tori. Mentre una sezione della Cassazione precisa che costituisco-
no sevizie particolarmente efferate - sulla base evidentemente di
precise testimonianze - l'assoggettare le vittime non soltanto a vio-
lenza mediante calci e percosse ma a torture raffinate per bruta'it
e inumanit, quali tratti di corda cinesi alla testa, calci al ventre, in-
trusioni della punta di coltello sotto le unghie dei piedi, scottature
in diverse parti del corpo avvicinando le persone alla stufa accesa, e
schiacciamento delle unghie dei piedi e delle mani, un'altra sezio-
ne della Cassazione non concretizza la fattispecie dell'efferatezza
appendere un partigiano al soffitto per i piedi e fargli fare il pendolo
con pugni e calci. Non solo, applica l'amnistia a un capitano delle
Brigate Nere che ha offerto una donna legata mani e piedi, col-
pevole di aver collaborato con i partigiani, alla 'ibidine dei suoi uo-
mini, che l'hanno violentata, bendata, l'uno dopo l'altro. Esempi
del genere sono molti e tutti documentati.)
 Altrettanto inutile dal punto di vista strettamente storico, sem-
bra l'esaltare olo sminuire la presenza dei militari tra le forze
partigiane. Proprio perch la guerra di popolo ha in certo modo
inglobato, ma anche annullato, livellato i gradi militari pregressi,
riproponendo in termini funzionali alla Resistenza, e sulla base
del prestigio conquistato sul campo, la personalit e la stessa pro-
fessionalit militare, anche se le funzioni di comando sono state
esercitate, per forza di cose, specialmente da quanti conosceva-
no gi bene l'uso delle armi. C' un dato inconfutabile in propo-
             86                             ITALIA 1943-1945

sito: dai fogli matricolari risulta che dei militari in servizio passati
alla Resistenza o finiti nei campi di prigionia sono morti in com-
battimento, fucilati, o di stenti in 86.000 mentre la cifra dei cadu-
ti partigiani e patrioti  di 54.700. Ci starebbe a testimoniare la
larga maggioranza di ex militari.
 Si sostiene, infine, sempre in certe sedi revisioniste, che irri-
levante sarebbe l'apporto che i partigiani avrebbero dato agli Al-
leati sul piano bellico. (E pertanto sarebbe stato meglio seguire
le direttive del re e di Badoglio contrari alla guerra partigiana e
favorevoli invece ad alcune limitate attivit di sabotaggio sorret-
te da ex ufficiali e militari alla macchia, da mobilitare all'ultimo
momento, a sostegno degli Alleati nelle varie tappe di risalita e li-
berazione della penisola. Tanto a salvare l'onore di cobelligeranti
ci avrebbe pensato il rinato esercito-suddiviso in gruppi di com-
battimento tra le unit angloamericane: 60.000 soldati, 75.000
marinai, 30.000 aviatori, 180.000 soldati ausiliari.)
 Certamente la Resistenza non avrebbe potuto sconfiggere le trup-
pe germaniche che avevano occupato il nostro paese, tanto era-
no numerose, bene armate, addestrate, appoggiate dalle milizie
fasciste. Basta tuttavia considerare il numero di uomini e mezzi -
almeno 7 divisioni - che il comando germanico dovette impegna-
re permanentemente nella controguerriglia per valutare come
niente affatto trascurabile il ruolo svolto dai partigiani nella guerra
di liberazione. Ruolo che  del resto ampiamente documentato
dai rapporti delle unit periferiche ai comandi germanici e fasci-
sti e dai loro servizi di spionaggio, riconosciuto ampiamente da-
gli alleati oss, SOE e dagli stessi generali Alexander e Clark.
Mancano statistiche complessive-sull'attivit partigiana. Esisto-
no per quelle relative ad un periodo - dal giugno '44 al marzo
'45 - che sebbene particolare per l'intensit della guerriglia, of-
fre la possibilit di effettuare stime generali. In quei dieci mesi
le formazioni partigiane effettuarono 6499 azioni di guerra, uc-
cisero 16.380 Tedeschi e fascisti, ne misero fuori combattimento
10.536, effettuarono 5571 azioni di sabotaggio, tra queste il dan-
neggiamento di 975 linee ferroviarie, la distruzione di 230 lOCO-
motive e 760 vagoni ferroviari, di 237 aerei, l'interruzione di 1472
linee elettriche e telefoniche, il crollo provocato di 276 ponti, l'in-
transitabilit di 235 strade. Nel periodo citato, il bottino di guer-
ra  stato di 60 mortai, 12 carri armati, 286 mitragliatrici pesanti
1107 fucili mitragliatori, 6506 fucili e mitra, 2483 pistole oltre a
notevoli quantit di bombe a mano e munizioni. Accanto alle di-
struzioni vanno annoverati, ripetiamo - come scrivono gli uffi-
ciali del SOE - gli obbiettivi sottratti dai partigiani al sabotaggio
nemico, di vitale importanza per una rapida avanzata.

CONCLUSIONI

Dati ufficiali complessivi sulla lotta partigiana:

PARTIGIANI E PATRIOTI RICONOSCIUTI DALLE COMMISSIONI RE-
GIONALI.

Abruzzo
Campania
Emilia
Estero
Lazio
Liguria
Lombardia
Marche
Piemonte
Toscana
Umbria
veneto*
Venezia
Giulia* *
Totali

       Partigiani                Civili

comb.      cad.    mut.  patr.     cad.  mut.   tot.
                   inv.                  inv.
7498       337      54    3192                 11081
  2632   260       219     600      717    17   4445
 49720  6084       3830  18104      704   132  78574
 30305  13831      3167   1428                 48731
 10863  1272       323    9961      187     4  22610
 17902  2794       2594   9915      685     2  33892
 20907  5048       2896  12839      820        42510
 13202   529       265    4604      387    37  19024
 33175  5598       4566  24029      600    30  67998
 16604  2089       1251  12567     4461   146  37118
  3725   486       204    1796       66     2   6279
 33690  6006       1635  24888     1328    42  67589
   746   387       164     890       25         2211

240969  44720  21168 124813        9980  412 442062

* Sono qui compresi i 17.800 partigiani friulani.
** Indipendentemente dai dati di questa tabella, che sono quelli ufficiali
forniti dal ministero della Difesa I~ANPI di Gorizia informa che la provin-
cia di Gorizia ha avuto 7500 partigiani e patrioti, 1179 caduti.


 Un ultimo richiamo storico: quando Alcide De Gasperi il 10 feb-
braio del 1947 Si rec a Parigi per firmare il trattato di pace tra
l'Italia e le Nazioni Unite non fu considerato un vinto da punire
anche se l'eredit fascista pesava ancora sul nostro paese: a De
Gasperi fu riconosciuto il diritto di parlare a nome di una nazio-
ne che, grazie al tributo pagato dall'antifascismo nel Ventennio e
alla libert conquistata a caro prezzo dalla Resistenza e dai soldati
italiani che avevano combattuto con gli angloamericani, poteva le-
gittimamente entrare nel novero delle nazioni democratiche.


Sintesi cronologica.

Dalla dichiarazione di guerra alla Resistenza

1940.10 giugno. Mussolini annuncia dal bacone di palazzo Venezia che l'ltaia  in
  guerra con la Francia e l'lnghilterra.
      14 giugno. Navi francesi e inglesi bombardano Genova
9 luglio. Gli inglesi infliggono gravi perdite alla flotta italiana (che manca di ra-
dar) nella battaglia di Punta Stilo.
19 luglio. Seconda battaglia navale, a Capo Spada (Creta), gli inglesi affondano
I'incrociatore Ba~tolomeo Colleoni.
      3-18 agosto. Truppe italiane conquistano la Somalia britannica
      27 settembre. Firma del patto tripartito tra Germania Giappone e Italia
28 ottobre. L'ltalia attacca la Grecia dal confine albanese, ma  respinta con gra-
vi perdite.
11 novembre. Aerei inglesi affondano tre corazzate italiane nel porto di Taranto.
27 novembre. Terza battaglia navae che si risolve con un~altra sconfitta itaiana
da pa~te inglese a Capo Teulada.
     1941. 9 febbraio. Nuovo bombardamento navale di Genova da parte degli inglesi.
24 marzo. Il generale Rommel al comando delle truppe itaogermaniche ricon-
quista la Cirenaica, tranne la piazzaforte di Tobruk che gli inglesi avevano sot-
tratto all'ltalia nell'offensiva iniziata 1'8 dicembre dell'anno precedente.
      28-29 marzo. Ancora una sconfitta navale italiana, a Capo Matapan.
      3 aprile. Anche la Slovenia  annessa all'ltalia.
      5 aprile. Inglesi e abissini rioccupano Addis Abeba.
6 aprile. Truppe tedesche iniziano l'invasione della Jugoslavia e della Grecia.
10 aprile. Mussolini annuncia che la Croazia  Stato satellite dell'ltalia.
-     22 giugno. La Germania attacca l'Unione Sovietica.
      26 giugno. Mussolini invia in Russia il corpo di spedizione CSIR.
      14 agosto. Roosevelt e Churchill sanciscono solennemente il diritto dei popoli di
      tutto il mondo a scegliersi democraticamente la forma di governo, proclamano la
      necessit della collaborazione economica e del disarmo internazionale.
      29 agosto. Hitler e Mussolini si pronunciano per l'istaurazione del nuovo ordi-
      ne in Europa.
      24 settembre. L'Unione Sovietica aderisce ai princpi della Carta Atlantica.
      30 settembre. La razione giornaiera di pane prevista nella carta annonaria, di-
      stribuita in Italia da }5 gennaio 1940,  ridotta a 200 grammi.
      18 novembre. Controffensiva inglese e riconquista della Cirenaica.
      27 novembre. L'ultimo contingente italiano in Abissinia, a comando del Duca
      d'Aosta si arrende agli inglesi a Gondar.
      7 dicembre. I giapponesi aggrediscono gli Stati Uniti senza preawiso, distrug-
      gendo con un attacco aereo la base navale di Pearl Harbor.
      8 dicembre. Dichiarazione di guerra del (~iappone a Stati Uniti e Inghilterra.
      11 dicembre. Dichiarazione di guerra italiana agli Stati Uniti.

18-19 dicembre. Azione di sommozzatori itaiani nel porto di Alessandria d'Egit-
to, danneggiate due corazzate inglesi.
1942.1 gennaio. Dichiarazione delle Nazioni Unite: le 27 nazioni della coalizione an-
  tinazifascista si impegnano a non concludere paci separate con il comune nemico.
20 gennaio. Hitler approva il piano di sterminio degli ebrei in Europa, la solu-
zione finale.
 21 gennaio. Rommel riconquista la Cirenaica.
 Febbraio. Nuovi contingenti italiani partono per la Russia per costituirvi l'ARMIR.
27 febbraio. Tuni gli italiani che non sono sotto le armi, dai 18 ai 55 anni, debbo-
no obbligatoriamente far pane del servizio civile.
 13 marzo. La razione giornaliera di pane scende a 150 grammi.
 22-23 marzo. Successo aero-navale italiano, battaglia della Sirte.
26-30 maggio. Rornmel avanza verso l'Egitto, raggiunta El Alamein  a 60 km da
Alessandria.
1~15 giugno. Secondo successo aero-navale italiano, a Pantelleria.
12 settembre. Inizia la banaglia di Stalingrado.
8 ottobre. Americani e inglesi sbarcano in Marocco, puntano sulla Tunisia.
23 ottobre. Banuto ad El Alamein, Rommel  costretto a ripiegare.
 19 novembre. L'armata di von Paulus  accerchiata a Staingrado.
1943. Gennaio. Le truppe italiane dell'ARMIR (7000 ufficiali, 220.000 tra graduati e
  soldati) sono costrene alla ritirata, 84.830 uomini cadranno o saranno dichiarati
  dispersi, 29.000 i congelati.
14-23 gennaio. A Casablanca, Roosevelt, Churchill e Stain decidono di chiedere
alla Germania la resa senza conoizioni e progettano lo sbarco in Italia.
 23 gennaio. Perduta Tripcli i resti delle truppe italogermaniche si ritirano in Tunisia.
2 febbraio. Von Paulus si arrende ai russi a Stalingrado:  la disfatta dell'armata
cui Hitler aveva ordinato di non cedere sino al'ultimo uomo.
5 febbraio. Mussolini riassume il dicastero degli Esteri, allontanandone Ciano
nominato ambasciatore presso la Santa Sede.
Marzo. Volontari italiaqi si uniscono ai partigiani sloveni che operano nel Friuli
e nella Venezia Giulia, formano il distaccamento Garibaldi, primo reparto ar-
mato che prelude alla Resistenza da parte degli italiaqi.
5 marzo. Gli operai delle grandi industrie del nord entrano in sciopero, prima a
Torino - alla Fiat Mirafiori - poi a Milano e in atre citt Da manifestazione
contro il carovita e le condizioni disagiate prende forma la protesta politica popola-
re contro il regime.
12-13 maggio. Tedeschi e italiani si arrendono agli angloamericani in Tunisia.
10-12 giugno. Gli ADeati sbarcano a Lampedusa, Linosa Pantelleria.
 10 luglio. Sbarco angloamericano in Sicilia.
17 luglio. Aerei alleati lanciano manifestini su Roma: Roosevelt e ChurchiD irmi-
tano gli italiani a dissociarsi dal fascismo.
19 luglio. Pesante bombardamento alleato della capitae. Colpiti i quartieri po-
polari anorno aqo scalo di San Lorenzo. Molte le vittime. Mussolini  a Feltre a
colloquio con Hitler.
24 luglio. Riunione del Gran Consiglio del fascismo, Mussolini, nella nonea
conclu~sione della seduta  esautorato con 19 voti favorevoli all'ordine del gior-
no Grandi, 8 contrari e 1 astenuto.
25 luglio. Il re fa arrestare Mussolini (sar tradotto nell'isola di Ponza, poi alla
Maddalena quindi a Campo Imperatore sul Gran Sasso), nomina primo ministro
Pietro Badoglio. Iniziano cos i quarantacinque giorni, nei quali pur annun-
ciando che permane l'aqeanza con la Germania e la continuazione della guerra,
VinOrio Emanuele 1ll inizia segretamente le trattative di pace con gli Alleati.-
27 luglio. Badoglio scioglie il Pa~tito fascista e le sue organizzazioni ma umpedisce la
ricostituzione dei movimenti politici, la libert di stampa, le pubbliche riunioni. Ma-
rlifestazioni di piazza sono represse con la forza (si hanno 93 morti e 536 feriti).
27-28 luglio. Si riunisce a Roma il Comitato delle correnti antifasciste, formato
dai rappresentanti della Democrazia cristiana, Panito d'azione, Partito comuni-
sta, Partito socialista, Partito del lavoro. Il Comitato riconferma la decisione che
gli stessi partiti avevano assunto il 26 luglio a Milano: richiedere perentoriamen-
te al re la costituzione di un governo rappresentativo di tune le forze politiche e
il ripristino delle libert democratiche.
3 agosto. Una delegazione del Comitato delle correnti antifasciste si reca da Ba-
doglio e gli chiede che l'ltalia giunga a pi presto alla pace.
7 agosto. Incontro itao-tedesco a Tarvisio. Gli italiani riassicurano la Germania
sull'alleanza e la continuazione della guerra.
8 agosto. Gli Alleati intensificano i bombardamenti, particolarmente gravi i dan-
ni a Torino
13 agosto. Roma (dichiarata citt aperta)  nuovamente bombardata. Ancora
incursioni su Torino e Milano.
15 agosto. A Bologna, incontro tra gli stati maggiori tedeschi e italiani.
15-16 agosto. Bombardamenti aerei, maggiormente colpita Milano.
17-18 agosto. Gli operai delle grandi citt del nord manifestano contro la guerra.
30 agosto. I partiti antifascisti costituiscono la giunta militare composta da Lon-
go (PCI), Pertini (PSIuP) e Bauer (PdA)
3 settembre 11 generale Castellano firma la resa presso il quartier generale allea-
to in Sicilia, a Cassibile. Gli angloamericani, attraversato lo streno di Messina,
sbarcano in Calabria.


Dall'armistizio alla Liberazione

1943. 8 settembre. Alle 19.45 Badoglio annuncia alla radio la resa. I tedeschi inizia-
  no l'operazione Alarico: disarmo dell'esercito itaiano e occupazione del pae-
  se. Il primo scontro  a Tarvisio. Il distaccamento della Guardia di finanza si ri-
  fiuta di farsi disa mare da un battaglione di SS. Soccombe dopo aver avuto 25
  morti e molti feriti. Inizia cos la Resistenza italiana.
8-9 settembre. L'esercito italiano senza direttive, si dissolve in poche ore: sul
territorio metropolitano, in Francia, in Jugoslavia, in Albania, Grecia nell'Egeo.
Pi di 600.000 uomini cadono prigionieri dei tedeschi, spesso con l'inganno, per
essere avviati ai lager in Germania e Polonia Alcuni reparti combanono eroica-
mente, a Roma e in altre localit anche affiancati da volontari civili. Si tratta di
iniziative isolate anche se, come a Cefalonia, intere unit non accenano la resa e
combattono disperatamente prima di essere sopraffane.
Oltre una met della flotta riesce a raggiungere Malta e altre basi alleate. Alcu-
ne unit si autoaffondano per non cadere in mano tedesca; altre, come la coraz-
zata Roma, con 1500 uomini, sono colate a picco dal'aviazione germanica.
9 settembre. Il re con Badoglio, la famiglia reale, i principali esponenti del gover-
no e dei comandi militari lasciano la capitale per inmbarcarsi a Pescara e raggiun-
gere, il giorno dopo, Brindisi.
Gli Alleati, sbarcati a Saerno, costituiscono una testa di ponte che verr conte-
nuta dal nemico al di l delle previsioni.
10 settembre. Si spengono i focolai dell'opposizione armata italiana sopraffana
dala preponderanza della Wehrmacht, ma si combatte ancora, particolarmente
a Gorizia, dove militari, operai di Monfalcone e civili di ogni condizione, aiutati
da partigiani slovem, impegnano le unit nemiche sino al 26.
12 settembre. Un commando tedesco di paracadutisti libera Mussolini dalla pri-
gionia a Campo Imperatore sul Gran Sasso.
16 settembre. Fatti d'anue locali nel meridione, protagonisti soldati italiani e ci-
vili. Feroci le rappresaglie tedesche, come a Rionero in Vulture (Potenza) dove
vengono trucidati 18 civili.

19 settembre. Boves (Cuneo), le SS incendiano il paese e massacrano 45 abitanti.
20 settembre. I tedeschm si impadroniscono della riserva aurea della Banca d'ltalia.
21 settembre. Insurrezione di Matera, 20 ostaggi uccisi dai tedeschi.
22 settembre. A Cefalonia, la divisione Acqui, dopo nove giorni di strenui
combattimenti, stremata, si arrende. I superstiti, 9000, saranno tutti barbaramen-
te uccisi. Seguiranno atri massacri. Il 4 ottobre, a Samo, verranno trucidati oltre
100 ufficiali della divisione Cuneo. 1116 novembre, esaurite le munizioni, ces-
ser la lotta anche il presidio di Lero che ha avuto 1200 caduti.
23 settembre. Nasce a Roma ufficialmente il nuovo governo fascista repubbli-
cano, che sar insediato da Mussolini a Rocca delle Caminate (Forl) il 27, per
poi trasferirlo in varie localit del lago di Garda. Sede del duce, villa Feltrinelli
a Gargnano.
25 settembre. Bosco Martese (Teramo), una banda partigiana composta da
militari e civili respinge un consistente reparto germanico. Si ritirer per evitare
la rappresaglia minacciata nei confronti della popolazione (il massacro di 100
abitanti della zona per ogni tedesco ucciso).
27-30 settembre. Insurrezione di Napoli. E una rivolta popolare in cui 311 combat-
tenti, quasi tutti giovanissimi, perdono la vita. I tedeschi sono costretti a lasciare
la citt. Gli angloamericani vi entreranno il primo ottobre.
29 settembre. Firma a Malta dei protocolli aggiuntivi dell'armistizio.
1 ottobre. Hitler sottrae all~ltalia le province di Trento, Bolzano e Belluno per
formare l'Alpenvorland, e quelle di Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Lubiana e
varie locait dell'lstria, incorporate nell'Adriatischen Kustenland, ammini-
strate dalla Germauia attraverso plenipotenziari.
2 ottobre. Il maresciallo Graziani annuncia, nel teatro romano Adriano, la nasci-
ta dell'esercito fascista repubblicano.
3 ottobre. La guerriglia comincia a svilupparsi con una miriade di piccoli episodi
nelle citt, nelle campagne, in montagna. Di una certa entit  lo scontro di Col-
le San Marco (Ascoli Piceno) con gravi perdite dei partigiani.
7 ottobre. I tedeschi disarmano e deportano dalla capitale 1500 carabinieri.
13 ottobre. L'ltalia dichiara guerra alla Germania ed  riconosciuta nazione co-
belligerante dagli Alleati.
16 ottobre. Il CLN approva un documento - scritto materilmente dal democri-
stiano Giovanni Gronchi - nel quale pone in discussione l'autorit del governo
Badoglio e della monarchia.
18 ottobre. Rastrellamento nel Gheno di Roma: 1035 ebrei sono deportati nei
campi di lavoro forzato e sterminio nazisti, ne ritorneranno 16 a guerra finita.
2 novembre. E resa pubblica la mozione della conferenza di Mosca (30 ottobre):
al popolo italiano - affermano Stati Uniti, Russia e Gran Bretagna - dovr esse-
ra data la possibilit di organizzare la nazione secondo i prmpi democratici, nel
ffattempo il governo dovr includere i rappresentanti dell'opposizione al fascismo.
8 novembre. Primo incontro in Svizzera (Certenago) di una delegazione del CLN
Alta Italia (Parri e Valiani) con rappresentanti inglesi e arnericani, per impe-
gnarli ad aiutare la Resistenza.
Novembre-dicembre. La guerra partigiana comincia ad assumere rilievo median-
te l'organizzazione di unit organiche alimentate anche dal flusso dei renitenti
alla chiamata alle anni del governo di Sal delle classi 1923-1924 (primo bando,
9 novembre). Trapi episodi di guerriglia: I'occupazione delle caserme di Villa-
dossola (Novara} 1'8 novembre, abbandonate dopo violenti scontri seguiti da
rappresaglie delle SS; combattimenti nella forteza di San Martino (Varese), nei
quali i nazifascisti impiegano l'aviazione per snidare i partigiani.
Alla guerra partigiana si affianca sempre pi consistente la resistenza passiva
della popolazione - la R _ disarmata - attraverso comitati di sostegno,
quali i Gruppi di difesa delaa.donna, e l'attivit degli operai nelle fabbriche e
dei contadini nelle campagne, con attivit di sabotaggio delle industrie militari e
scioperi contro le condizioni di vita (il primo sciopero massiccio si ha a Torino Mi-
rafiori il 15 novembre), e mediante l'imboscamento dei prodotti della campagna.
Operai e contadini si trovano fianco a fianco nello sciopero generale delle zone
dell'Ossola Biellese, Valsesia, il 10 dicembre. 1112 scioperano, per una settima-
na, le fabbriche di Milano e Genova.
 1 dicembre. I aAP uccidono il comandante del distretto militare di Firenze.
2 dicembre. I partigiani distruggono 32 aerei nell'aeroporto di Murello (Cuneo).
Analoga azione a Caselle (Torino).
18 dicembre. Aldo Resega, capo del fascio di Milano  ucciso dai GAP.
Kesselring assume il comando della Wehrmacht in Italia.
 28 dicembre. A Reggio Emilia i fascisti fucilano i sette fratelli Cervi.
31 dicembre. I tedeschi applicano la nuova tanica antiguerriglia con intere divi-
sioni. I primi massicci rastreDamenti iniziano neDe valli del Cuneese.
1944. Ai primi di gennaio gli Alleati investono la Linea Gustav ma non riescono
  a superare le difese sul Garigliano.
8-10 gennaio. A Verona si consuma la vendetta contro i traditori del Gran
Consiglio che il 25 luglio ha~mo posto fme al Fascismo e aUa dittatura mussolinia-
na. Alcuni sono riusciti a nascondersi, ma il genero del duce, Ciano, il pi odiato da
Pavolini e dai gerarchi, con De Bono, Marinelli, Pareschi, Gonardi sono condanna-
ti a morte (saramo fucilati nella schiena I'11).
22 gennaio. Gli ADeati sbarcano ad Anzio. Le difese nemiche sono inconsistenti.
Roma potrebbe essere liberata in un paio di giorni. Errori tanici e strategici, o il
calcolo di tranenere quante pi ttuppe germaniche possibile in Italia mentre si af-
frettano i tempi per lo sbarco in Normandia, fanno s che l'ingresso nella capitale
awenga solo il 4 giugno. Sono mesi di terribili sofferenze per la popolazione del La-
zio presa tra i due fronti, Anzio-Nettuno e Cassino, mentre la Resistenza romana
ha un numero altissimo di perdite. Infatti attua un crescendo di anacchi ai nazifasci-
sti ritenendo, anche in base alle informazioni degli ADeati secondo le quali la libera-
zione sia questione di ore.
25 gennaio. La Gestapo arresta a Roma il colomnello Giuseppe Cordero Lanza di
Montezemolo, capo del centro cospirativo militare. Sar ucciso nella rappresaglia
alle Fosse Ardeatine.
28 gennaio. Il CLN si riunisce a Bari per dare nuova forza alla Resistenza. Rinvia
la questione istituzionale al voto popolare nell'immediato dopoguerra, ma chie-
de l'immediata abdicazione di Vittorio Lmanuele m.
29 gennaio. Rappresaglia fascista a Bologna con la fucilazione di nove innocenti
per l'uccisione del federale fascista da parte dei GAP.
2 febbraio. Vengono fucilati undici partigiani nel forte romano Bravetta. Ap-
partengono ala formazione Bandiera rossa>(che conter 187 caduti, tra assas-
sinati e uccisi in combattimento). Tra loro vi sono i giornalisti Ezio Malatesta e
Carlo Merli.
3 febbraio. Banaglia di Pizoferrato, accanto agli Alleati combatte una brigata par-
tigiana, la Banda della Maiella.
 15 febbraio. Gli aerei alleati distruggono l'abbazia di Montecassino.
1-8 marzo. Grandi scioperi nell'ltaia del nord paralizano le industrie belliche. I
tedeschi, con la collaborazione dei militi fascisti, intensificano la caccia all'uomo
per alimentare il lavoro forzato in Germania.
7 marzo. Tedeschi e fascisti attaccano i panigiani nelle valli piemontesi di Lanzo
altri rastrellamenti, con almeno 10.(100 uomini artiglierie mezi blindati, vengo-
no compiuti in val Corsaglia, val Sotto e val dei Tanaro. Ii 18 inizia la tattica del-
la terra bruciata effenuata dai paracadutisti della divisione Goering. Stragi di
civili in Emilia, a Monchio, Castrignano, Susano (Modena).
8 marzo. I reparti del rinnovato esercito italiano che combattono con gli Alleati
assumono il nome di CIL, Corpo italiano di liberazione. 1131 il battaglione di al-
pini Piemonte assalter vittoriosamente il nemico sul monte Marrone.

23 marzo. Azione di 16 GAP a Roma in via Rasella, contro un reparto di polizia
delle SS che ha 33 morti.
24 marzo. Strage delle Ardeatine compiuta dai nazisti per rappresaglia dell'at-
tacco in via Rasella. I martiri sono 335.
4 aprile. La risiera di San Sabba, a Trieste, trasformata in luogo di sterminio da
una squadra di specialisti nazisti inizia l'attivit con la cremazione dei corpi di 70
fucilati a Opicina.
5 aprile. Fucilazione a Torino del generae Perotti con i componenti del coman-
do militare del CLN piemontese Babis, Braccini, Bevilacqua, Biglieri, Giachino e
Giambone.
6 aprile. Strage della Benedicta. Vicino ad Alessandria, nel comune di Bosio, i
nazifascisti raggiungono un antico convento dove sono nascosti dei giovani per
sottrarsi alla chiamata alle armi. Compiono una strage. 305 sono i caduti, tra
partigiani e civili, assassinati o deportati e poi morti nei lager.
7 aprile. Strage di Leonessa (Rieti), 23 fucilati dalle SS, 12 i civili bruciati vivi.
8 aprile. Roma, don Pietro Morosini, condannato a morte dal tribunale tedesco,
 ucciso a Forte Bravetta.
22 aprile. Palmiro Togliatti, leader dei comunisti italiani, si impegna a rinviare la
questione istituzionale al dopoguerra E la < svolta di Salerno, dove siede il govemo.
4 giugno. Liberazione di Roma. Ultirno gesto di barbarie dei nazisti in fuga: I'uc-
cisione, a La Storta, di 15 detenuti trattenuti in ostaggio, tra questi il sindacalista
Bruno Buozi.
5 giugno. Il re, rientrato a Roma, abdica a favore del figlio Umberto, quae
Luogotenente generale del Regno.
6 giugno. Sbarco degli Alleati in Normandia.
10 giugno. Si forma il governo Bonomi.
11 giugno. Soldati italiani del CIL entrano a Chieti. In Valsesia si forma la prima
repubblica partigiana.
13 giugno. I partigiani liberano L'Aquila.
Seconda repubblica pa~tigiana Montefiorino (Modena).
18 giugno. Reparti del CIL entrano ad Ascoli Piceno, preceduti da squadre dei GAP.
19 giugno. Tutte le formazioni partigiane sono riunite nel CVL (Corpo volontari
della libert)
Mentre si creano nuove zone libere (in Lombardia, Piemonte, nel Friuli, nel
Trevigiano e nel Bellunese) i nazifascisti compiono rastreDamenti accompagnati
da stragi. A CiviteDa val di Chiana i civili trucidati sono 161, il paese  dato alle
fiamme (29 giugno), a Fossoli verranno uccisi (12 luglio) 68 prigionieri nel cam-
po di concentramento.
3 luglio. I partigiani liberano Siena.
7 luglio. Reparti polacchi entrano a Osimo dove i partigiani, combattendo, si
sono gi impadroniti del centro della citt.
15 luglio. Il governo di Roma dichiara la Resistenza parte integrante dello sfor-
zo bellico della nazione.
16 luglio. I partigiani liberano Arezo.
18 luglio. Gli Alleati entrano in Ancona dove i partigiani hanno salvato, combat-
tendo gli impianti portuali dalla distruzione programmata dai tedeschi.
20 lug;io. Hitler scampa al'attentato di von Stauffemberg.
22 luglio. In varie localit del Friuli, strage di partigiani e civili, 75 i morti.
23 luglio. Montecchio (Vicenza), i partigiani occupano, con un colpo di mano, la
sede del Sottosegretariato all'aviazione della Repubblica sociale.
25 luglio. A Venezia i fascisti condannano a morte e passano per le armi 13 patrioti.
30 luglio. I nazifascisti attaccano in forze i partigiani di Montefiorino (Modena).
Tra luglio e agosto il Friuli subisce una vera invasione di truppe nazifasciste di
varia nazionalit, tra queste gli ausiliari cosacchi (circassi, georgiani, grusini)
cui Hitler ha promesso il territorio (Kosakenland).
            94                                        SINTESICRONOLOGICA

4 agosto. Inizio della battaglia per liberare Firenze. Si conduder solo il 2 set-
tembre con l'ingresso degli Alleati.
 11 agosto. I tedeschi in ritirata massacrano 70 abitanti di Quosa (Pisa).
12 agosto. Kesselring definisce le stragi delle popolazioni operazioni di guerra
da effettuarsi anche quale tattica preventiva. A Sant'Anna di Stazema (Luc-
ca) vengono uccisi o arsi vivi 500 civili di ogni et, sesso, condizione. Seguono si-
stematiche distruzioni di interi paesi con l'uccisione degli abitanti soprattutto in
prossimit della Linea Gotica.
28 agosto. Gli Alleati investono la Linea Gotica (280 km da Massa a Pesaro).
Liberano Urbino.
30 agosto. La brigata Maiella entra a Pesaro, combatte per quattro giorni co-
stringendo i tedeschi ad abbandonare la citt.
2-10 settembre. I partigiani attaccano Cannobbio, per costituire la Repubblica
deD'Ossola.
10 settembre. Con l'occupazione di Varzi, si ha la zona libera dell'Oltrep
pavese.
20 senembre. Inizia l'anacco degli Alleati aDa Linea Gotica. Sembra decisivo. La
guerriglia si mtensifica. Il comando generale del CVL fa precedere gli ordini di servi-
zio dal motto: Per l'onore e la salveza d'ltalia insurrezione nazionale. Gli operai
di Torino e di Milano e di altre cin entrano in sciopero. Le manifestazioni dei la-
voratori si ripetono da 21 al 28.1 nazifascisti vogliono rendere sicura la ritirata del-
le loro truppe spargendo il terrore, con distruzioni degli abitati e massacri di inermi.
26 settembre. Impiccagione di 31 patrioti a Bassano del Grappa.
27 settembre. 30 mila nazifascisti con due treni blindati e mezi corazati attacca-
no le formazioni pa~tigiane del Friuli orientae. Bruciano Nimis. Attimms, Faedis.
29 settembre. Due reggimenti SS e ausiliari italiani in uniforme germanica fanno
terra bruciata in Emilia. In quattro giorni uccidono 226 partigiani e circa 1500
civili, tra i quali donne, vecchi bambini, tra Guizana Monzuno e Marzabotto.
8 ottobre. 12.000 tedeschi attaccano i partigiani della Carnia che resistono sino a
met dicembre prima di disperdersi.
9 ottobre. Inizia la battaglia dell'Ossola. 20.000 nazifascisti impiegheranno 13
giorni per occupare la zona. La resistenza partigiana si conclude con lo sconfina-
mento in Svizera.
 19 ottobre. Le avanguardie dell'Armata rossa entrano in territorio tedesco.
27 ottobre. Gli Alleati rinunciano a proseguire l'offensiva alla Linea Gotica
bloccati dal nemico e dall'approssimarsi dei rigori invernali.
28 ottobre. 10.000 nazifascisti affrontano i partigiani della Valle d'Aosta. Gli
scontri si protraggono per oltre un mese.
3 novembre. Il generale Cadorna assume il comando del CVL, i due vicecoman-
danti sono Parri e Longo.
7 novembre. Bologna, battaglia di Porta Lame. Oltre 200 tedeschi e fascisti ri-
mangono sul terreno, 12 i partigiani caduti.
13 novembre. Proclama di Alexander. Il comandante delle truppe alleate invita i
partigiani a sospendere le attivit per tutto l'inverno. Il comando del CVL non ac-
cetta la disposizione. Diramer ordini operativi il 2 dicembre.
23 novembre. L'Oltrep pavese  investito dalle forze nazifasciste che attaccano
massicciamente anche l'Alto Monferrato.
3 dicembr. Duccio Galimberti, comandante delle brigate GL - Giustizia e liber-
t  catturato e fucilato a Cuneo.
4 dicembre. Liberazione di Ravenna ad opera congiunta degli Alleati e della 28'
brigata Garibaldi il cui comandante Arrigo Boldrini verr decorato di medaglia
d'oro sul campo.
7 dicembre. Con i procolli di Roma tra il CLNAI e il Comando alleato in Italia
il CVL passa alle dirette dipendenze degli angloamericani.
Per tutto dicembre continuano i rastrellamenti in varie localit, sempre accom-
pagnati da distruzioni, saccheggi, eccidi di inermi.
16 dicembre. Mussolini parla per l~ultima volta in pubblico, a Milano, nel teatro
Lirico.
21 dicembre. Il govemo fommaliza ufficialmente l'atto di delega con il quae il
CLNAMO rappresenta nei territori occupati e nella direzione della lotta contro i
nazifascisti.
 31 dicembre. Ferruccio Parri cade in mano dei nazisti a Milano.
1945. 6 gennaio. Secondo rastrellamento delle vaDi piacentine.
  1 febbraio. Il govemo sancisce il diritto di voto alle donne.
7 febbraio. Yalta (Crimea), conferenza tra Roosevelt, ChurchiD e Stalm sull'asset-
to del mondo dopo la guerra e sull'organizzazione che si chmamer Naziom Unite.
11 febbraio. 21 partigiani sono fucilati a Udine. I GAP avevano compiuto qualche
giomo prima un colpo di mano liberando 73 prigiomeri (militari alleati, religiosi,
partigiani).                 . . . ..
12-13 febbraio. I partigiani respingono attacchu nazlfasclstm n val Borblda e nel
Cuneese.
16 febbraio. Si moltiplicano gli assalti ai posti di blocco e apprestamenti neofa-
scisti. Numerosi anche gli attacchi aDe colonne in movimento.
22 febbraio. I nazifascisti sono respinti con gravi perdite in va Camonica. Lo
stesso accadr nel Monferrato nei giomi successivi.
 24 febbraio. A Milano viene assassinato Eugenio Curiel.
 27 febbraio. I partigiam assaltano e annientano il presidio di monte Penice.
3 mano. Prendono corpo le tranative segrete, gi avviate a dicembre, tra tedeschi e
ADeati. Ouesti chiedono la liberazione di Parri, che otterrano quanro giorm dopo.
 12 mano. Colpo di mano partigiano ad Ivrea per liberare dei prigionieri.
 14 mano. L'Oltrep pavese ritoma libero, sopraffatti i presidi nazifascisti.
19 mano. Si incontrano segretamente m Svizzera, ad Ascona, il generale Wolff e
i rappresentanti aleati per definire le modait di una eventuale resa. L'Unione
Sovietica protester per le trattative.
 28 mano. Scioperi a catena nei centri industriai del nord.
29 mano. A Milano, in seno al CLNAI, viene costituito il triunvirato insurrezio-
nale composto da Serem (PCI), Pertini (PSIUP), Valiani (rdA).
5-9 aprile. Inizio deD'offensiva aDeata finale, sul fronte tirrenico e su quello
adriatico. Continuano i massacri da parte nazifascista 29 partigiani sono passat
per le amfi nel cortile delle carceri di Udine.
10 aprile. Il generale Clark annuncia: E cominciata la battaglia decisiva. I par-
tigiani liberano Massa e Carrara.
12 aprile. Muore Roosevelt, nuovo presidente degli USA  Truman.
13 aprile. Attacco partigiano ad Alba
 18 aprile. Sciopero preinsurrezionale a Tormo.
20 aprile. Truppe del CIL, soldati polacchi, partigiani della brigata Maiella,
gappisti accampati suDe coDine entrano a Bologna.
Il CLN di Genova ordina l'insurrezione. La citt sar definitivamente liberata il
25 aprile con la resa del generale Meinhold che si consegner ai partigiani con
18.000 uomini.
 23 aprile Gli angloamericani anraversano il Po.
25 aprile Insorgono Milano e Tommo. Mussolini si incontra nell'arcivescovado di
Milano con i rappresentanti del CLNAI che gli chiedono la resa incondizionata. Si
riserva di rispondere entro due ore. Tenter, invece, di fuggire in Svizzera.
28 aprile. Le truppe deD'Armata rossa occupano Berlino. Mussolini, catturato il
27 a Dongo (lago di Como),  fucilato a Giulino di Mezzegra, per ordine del CLNAI.
2 maggio. Resa incondizionata deDa Wehrmacht in Italia
 9 maggio. Con la resa deDa Germania fine in Europa deDa seconda guerra mondiale.
fine.
