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Giovanni Battista Ramusio

Navigazioni e viaggi

Volume primo

/:/LIBRO DELLA ETIOPIA

Nessuna cosa  pi necessaria a quelli che, per utilit commune e per fare immortal il suo nome, scrivono istorie o ver narrano li siti delle regioni e paesi del mondo, che di tener avanti gli occhi e aver sempre fisse nella memoria le cose che nelli libri superiori hanno (per non esservi l'occasione) pretermesso di dire, acci che, dimenticandosi di alcuna di esse, non diano causa a' curiosi lettori di accusarli di negligenzia e di oblivione. E perch nel principio di questo libro, dove si tratt dell'Etiopia, non mi par che fosse a bastanza detto di quella, per nel fine di questa mia faticosa peregrinazione, essendo il luogo opportuno, si narrer di molti luoghi e isole che nel ritorno mio si viddono, non pretermettendo li pericoli e le fortune ch'io passai.


Di varie isole nel mar Oceano meridional della Etiopia.

Alli 6 di decembre pigliammo il nostro cammino verso l'Etiopia, e passammo il colfo, che sono circa tremila miglia di passaggio, e arrivammo all'isola di Monzambich, la qual  del re di Portogallo. E innanzi che arrivassimo alla detta isola, vedemmo molte terre le quali sono sottoposte al serenissimo re di Portogallo, nelle qual citt il re tiene buone fortezze, e massime in Melinde, ch' reame, e Mombaza, la qual il vice re la messe a fuoco e fiamma; in Chiloa vi tiene una fortezza e una se ne faceva in Monzambich; in Ceffalla v' un'altra fortezza. Io non vi scrivo quel che fece il valente capitano il signor Tristan da Cugna, ch'al venire che fece in India prese Goa e Pate citt, e Brava isola fortissima, e Zacotara bonissima, nella quale tien il prefato re buone fortezze: la guerra che fu fatta non vi scrivo, perch non mi vi ritrovai. Taccio ancora molte belle isole che trovammo pel cammino, fra le quali v' l'isola del Cumere, con sei altre isole d'intorno, dove nasce molto zenzero e molto zuccaro, e molti frutti singulari, e carne d'ogni sorte in abbondanza. Ancora vi dico d'un'altra bella isola chiamata Penda, la qual  amica del re di Portogallo ed  fertilissima d'ogni cosa.


Di Monzambich isola, e degli abitatori nella terra ferma sopra la Etiopia.

Torniamo a Monzambich, dove il re di Portogallo (come ancora in Ceffalla isola) cava grandissima quantit d'oro e d'avolio, il qual vien portato da terra ferma. Noi stemmo in questa isola cerca 15 giorni, e la trovammo esser piccola. Gli abitatori della quale sono negri e poveri, e hanno qui poco da mangiare, ma il tutto li vien da terra ferma, la qual  molto prossima; nondimeno qui  bonissimo porto.
Alcuna volta noi andavamo a piacere per la terra ferma, per vedere il paese, dove trovammo alcune generazioni di genti tutte negre e tutte nude, salvo che gli uomini portano il membro nascoso in una scorza di legno, e le donne portano una foglia davanti e una di drieto. E questi tali hanno li capelli ricci e corti, le labbra della bocca grosse due dita, il viso grande, li denti grandi e bianchi come la neve. Sono costoro molto timidi, massime quando veggono gli uomini armati: vedendo noi queste bestie esser pochi e vili, ci mettemmo insieme circa cinque o sei compagni, molto ben armati con schioppi, e pigliammo una guida nella detta isola che ci men per il paese, e andammo una buona giornata in terra ferma. Per questo cammino trovammo molti elefanti in frotta, e colui che ci guidava, per rispetto di questi elefanti, ci fece portar certi legni secchi accesi di fuoco, li quali sempre faceano fiamma: e quando gli elefanti vedevano il fuoco fuggivano, salvo una volta che trovammo tre elefante femine le quali aveano li figliuoli drieto, che ci dettero la caccia per fino ad un monte, dove ci salvammo. E camminammo per il detto monte ben dieci miglia, poi discendemmo giuso dall'altra banda e trovammo alquante caverne, dove si riducevano li detti Negri, li quali parlano in un modo che a gran fatica ve lo saper dar ad intendere: pur sforzarommi di dirvelo meglio che potr con esempio. Quando li mulattieri vanno drieto alli muli in Sicilia e vogliono cacciarli innanzi, posta la lingua sotto il palato fanno un certo verso stranio e un certo strepito, col qual fanno camminar li muli: cos  il parlare di queste genti e con atti assai in tanto se intendono.
La nostra guida ne dimand se volevamo comperar qualche vacche e buoi, che ne faria aver buon mercato; noi respondemmo che non avevamo danari, dubitando che non s'intendesse con quelle bestie e farne robare. Disse costui: "Non vi bisogna danari in questa cosa, che loro hanno pi oro e argento che voi, perch qui appresso lo vanno a trovar dove nasce". Dimandammo noi la guida: "Che vorriano adunque essi?" Disse: "Loro amano alcuna forficetta piccola e un poco di panno per ligarselo intorno; hanno molto caro ancora qualche sonaglio piccolo per li suoi figliuoli e qualche rasoio". Rispondemmo: "Noi gli daremo parte di queste cose, pur che ci vogliano condurre le vacche alla montagna". La guida disse: "Io far che ve le condurranno per fino in cima della montagna, e non pi oltra, per ch'elli non passano mai pi avanti. Ditemi pur ci che gli volete dare". Un nostro compagno bombardiero disse: "Io li dar un buon rasoio e un sonaglio piccolo"; e io, per aver carne, mi cavai la camicia e dissi che li daria quella.
Allora la guida, vedendo quello che volevamo dare, disse: "Chi condurr poi tanto bestiame alla marina?" Rispondemmogli tanto ci dessero quanto ne condurremmo, e la guida pigli le cose sopradette e dettele a cinque o sei di quegli uomini, e dimandolli trenta vacche per esse. Costoro, che son come animali, fecero segnale che volevano dar quindeci vacche; noi dicemmo che le pigliasse, ch'erano assai, pur che non ci gabbassero. Subito li Negri ci condussero fino in cima della montagna quindeci vacche; ma, quando fummo un pezzo dilungati da loro, quelli che eran restati nelle caverne cominciarono a far rumore, e noi, dubitando che non fossen per venirne drieto, lassammo le vacche e tutti ci mettemmo in arme. Li duoi Negri che conducevano le vacche ci mostravano che non avessimo paura con certi suo' segni, e la nostra guida disse che doveano far questione, perch ciascuno aria voluto quel sonaglio. Noi ripigliammo le vacche e andammo per fin in cima del monte, e li due Negri poi tornorono al suo cammino. Al dismontar nostro per venire alla marina, passammo per un boschetto di cubebe cerca cinque miglia, e scontrammo parte di quegli elefanti che trovammo all'andare, li quali ci misero tanta paura che fu forza lasciar parte delle vacche, le quali fuggirono alla volta delli Negri; e noi tornammo alla nostra isola.
E quando fu fornita la nostra armata di quanto gli era bisogno, pigliammo il cammino verso il capo di Buona Speranza, e passammo infra l'isola di S. Lorenzo, la qual  distante da terra ferma LXXX leghe: e presto credo che ne sar signore il re di Portogallo, perch ne hanno gi pigliate due terre e messe a fuoco e fiamma. Per quello ch'io ho visto dell'India e dell'Etiopia, a me par che 'l re di Portogallo (piacendo a Dio e avendo vittoria come ha avuto per il passato) sar il pi ricco re che sia al mondo. E veramente egli merita ogni bene, perch nell'India, e massime in Cochin, ogni giorno di festa si battezzano X e XII gentili e mori alla fede cristiana, la qual ogni giorno per causa di detto re si va aumentando: e per questo  credibile che Dio gli abbia dato vittoria, e per l'avenire continuamente lo prosperer.


Del capo di Buona Speranza.

Torniamo al nostro cammino. Passammo il capo di Buona Speranza, e cerca dugento miglia lontani dal detto capo si lev una gran fortuna di vento, e questo perch v' a man manca l'isola di San Lorenzo e molt'altre isole, dalle quali suol nascer grandissima furia di venti: e questa fortuna dur per sei giorni, pure con la grazia di Dio la scampammo. Passato che avemmo poi dugento leghe, ancora avemmo grandissima fortuna per altri sei giorni, dove si perdette tutta l'armata un dall'altro, e chi and in qua e chi in l. Cessata la fortuna, pigliammo il nostro cammino e per fino in Portogallo non ci vedemmo pi.
Io andava nella nave di Bartolomeo Marchioni, Fiorentino abitante in Lisbona, la qual nave si addimandava San Vicenzo e portava settemila cantara di spezie d'ogni sorte. E passammo appresso d'un'altra isola chiamata Santa Elena, dove vedemmo duoi pesci che ciascun di loro era grande come una gran casa, li quali, ogni volta che veniano sopra l'acqua con la bocca aperta, parea che discoprisseno il viso e che alzassino le sopraciglie della fronte, a modo di uomo armato quando alza la visiera, e quella poi abbassavano quando volevan camminare sotto acqua, la qual fronte era larga quasi tre passa. Dall'empito de' quali ne l'andare sotto acqua fummo tutti spaventati, in modo che scaricammo tutta l'artiglieria per farli dipartire di quel luogo. Poi trovammo un'altra isola chiamata l'Ascensione, nella quale trovammo certi uccelli grossi come anitre, li quali si posano sopra la nave, ed erano tanto semplici e puri che si lasciavano pigliare con le mani; ma quando erano presi, parevano molto bravi e feroci, e prima che fussero presi guardavano noi come una cosa miracolosa: e questo era per non aver mai pi visto uomini, perch in questa isola non v' altro che pesce e acqua e questi uccelli.
Passata la detta isola, navigando alquanti giorni, cominciammo a vedere la stella tramontana. E nondimeno molti dicono che, non vedendosi la tramontana, non si pu navigare se non col polo antartico: lassateli dire, noi navigammo sempre con la tramontana, e ben che non si veda la detta stella, nientedimeno la calamita fa sempre l'officio suo e tira al polo artico. Dapoi alcuni giorni arrivammo in un bel paese, cio all'isole degli Astori, le quali sono del serenissimo re di Portogallo; e prima vedemmo l'isola del Pico e quella di San Giorgio, l'isola dei Fiori, quella del Corvo, la Graziosa, l'isola del Faial, e poi arrivammo all'isola Terziera, nella qual stemmo duoi giorni: queste isole sono molto abbondanti.
Poi partimmo de qui e andammo alla volta di Portogallo, e in sette giorni arrivammo alla nobile citt di Lisbona, la quale  una delle nobili e buone ch'io abbia visto. Lo piacere e l'alleggrezza ch'io ebbi, giunto ch'io fui in terra ferma, lo lasso pensar a voi, o miei lettori benigni. E perch il re non era in Lisbona, subitamente mi posi in cammino e andai a trovarlo in un suo luoco, chiamato Almada, a riscontro della quale  Lisbona. Dove arrivato, fui a basciar la mano a sua Maest, la qual mi fece molto carezze e tennemi alquanti giorni alla sua corte, per saper le cose dell'India. Passati alquanti giorni, mostrai a sua Maest la carta di cavalleria, la qual me avea fatta il vice re in India, pregandola (se le piaceva) de volermela confirmare e signar di sua mano, mettendovi il suo sigillo. Visto ch'ebbe detta carta, disse che era contento, e cos mi fece fare un privilegio in carta membrana, signato di sua mano col suo sigillo e registrato. E pigliata che ebbi licenzia da sua Maest, me ne venni alla volta della citt di Roma.



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La navigazione di Iambolo mercatante, dai libri di Diodoro Siculo, tradotta di lingua greca nella Toscana.


Ora brevemente abbiamo da narrare della isola ritrovata nell'Oceano verso mezzogiorno, e di quelle cose che in essa dicono esser fuori d'ogni credenza, e anco per qual cagione ella fosse ritrovata.
Un Iambolo greco, il quale dalla prima fanciullezza fu nutrito e ammaestrato nelle buone lettere, dopo la morte del padre, che fu mercatante, si diede anch'egli ad attendere alla mercanzia. E passando in quelle parti di Arabia dove nascono le spezierie, co' suoi compagni insieme fu preso da' ladroni, e primamente con uno de' suoi conservi fu posto a guardar bestie, dipoi con esso lui fu un'altra volta preso da' Negri e menato di l in quella parte dell'Etiopia ch' vicina al mare. Costoro, essendo forestieri, furon presi per farne espiazione, cio per purgar i peccati di quel paese. Era un costume appresso i detti Negri che abitavano in quei luoghi, lasciato loro dagli antichi tempi per voce dell'oracolo degli dei e osservato gi per venti progenie, cio per seicento anni, conciosiach una progenie si compiva in trenta anni, che dovessero far questa espiazione con due uomini forestieri. Tenevano apparecchiata una barchetta di conveniente grandezza, atta a sopportar la fortuna del mare, e che potesse esser governata da due uomini, e vi mettevano dentro tanta vettovaglia quanta fosse bastante a due uomini per sei mesi, e conducendogli sopra commettevan loro che, secondo il comandamento dell'oracolo, drizzassero la barchetta verso mezzogiorno, percioch anderiano ad una isola felice e ad uomini benigni e piacevoli, dove viveriano beatamente. E nel modo medesimo, se essi giugnessero salvi nella isola, la lor patria staria seicento anni felice e pacifica; ma se, spaventati dalla lunghezza del mare, si volgessero indrieto, come empi e cagione della ruina di tutta la sua gente sariano puniti con grandissimi supplicii. E dicono che li Negri stanno ai lidi del mare faccendo gran feste e sontuosi sacrificii, e coronando quelli che mandan via, accioch si faccia la solita espiazione e che i due uomini abbiano prospera navigazione.
Iambolo adunque e il suo compagno, dopo il quarto mese, travagliati da molte fortune, furono trasportati all'isola sopra nominata, la cui forma era ritonda, di cinquemila stadii di circuito, cio 625 miglia. Dove essendosi avicinati, alcuni degli abitanti andando loro incontro tiravano la barchetta a terra, altri correvano maravigliandosi della venuta de' forestieri, e benignamente e con amorevolezza gli riceverono, faccendo loro partecipi di quelle cose che si ritrovavano avere. Gli abitatori di questa isola sono molto differenti, nelle propriet del corpo e nel modo del vivere, da quelli che abitano nei nostri paesi, che, ben che siano simili nella figura, nondimeno nella grandezza avanzano i nostri quattro cubiti. Le loro ossa si piegano alquanto e poi ritornano, a similitudine dei luoghi nervosi; hanno i corpi molli oltra misura, ma pi gagliardi e forti dei nostri, percioch, prendendo essi con le mani cosa alcuna, nessuno gliela potr cavar fuor delle dita. Non hanno peli salvo che nel capo, nei sopracigli, nelle palpebre e nel mento: le altre parti del corpo sono tanto polite che non vi appar pur un minimo pelo. Sono belli e graziosi, e di corpo molto ben formati. Hanno i fori degli orecchi molto pi larghi che i nostri, s come sono anco da noi dissimili nella lingua, percioch la loro ha non so che di particolar concedutole dalla natura, e dal loro ingegno poi aiutato, avendola divisa fino ad un certo termine, talmente ch'ella  doppia fin alla radice. Usano parlar tanto vario che non solamente imitano ogni umana favella, ma contrafanno la variet del cantar degli uccelli e universalmente ogni diversit di suono; e quel che par cosa pi maravigliosa  che ad un tratto parlano insieme con due uomini perfettamente, e rispondendo e ragionando a proposito d'ogni particolar circonstanzia, percioch con una parte della lingua parlano ad uno e con l'altra all'altro.
E dicesi ivi esser lo aere temperato come appresso quelli che abitano sotto l'equinoziale, e non sono travagliati n dal caldo n dal freddo. E tutte le stagioni dell'anno sono per la temperie sempre nel suo vigore, e, s come scrive Omero,

Quivi si vede il pero sopra il pero
farsi maturo, e 'l pomo sopra il pomo;
qui l'uva acerba e in fior a tutte l'ore
dolce diviene, e 'l fico sopra il fico.

Oltra di ci dicono che sempre il giorno  pari alla notte. Intorno al mezzod niuna cosa fa ombra, percioch il sole batte perpendicolarmente sopra la testa. Vivono a parentele e communanze, le quali per insieme non trapassano il numero di quattrocento. Abitano nei prati, producendo la terra da se stessa, senza esser coltivata, gran copia di frutti per il vivere, percioch, per la virt natural dell'isola e per il temperamento dell'aere, nascono i frutti da se stessi in maggior quantit di quello che a loro faccia di bisogno. Nascono appresso di loro molte canne, che producono frutti in gran copia simili a ceci bianchi: raccolti che gli hanno, vi spargono sopra acqua calda, infin che crescano alla grandezza delle uova di colombi, quali poscia, schizzati e impastati con arte e cotti, mangiano per pane, per esser eccellenti di dolcezza. Nell'isola sono anche fonti molto grandi, dai quali in parte escono acque calde, che usano per bagni e per levar la stanchezza del corpo, e in parte sono fredde e sommamente dolci, di molto giovamento alla sanit.
Attendono allo studio di ogni dottrina e massimamente all'astrologia. Usano lettere che in virt di significare sono ventiotto, ma in caratteri sono sette, ciascuna delle quali in quattro modi si trasformano; non scrivono le righe a traverso come noi, ma d'alto a basso per linea diritta. Sono di lunghissima et, percioch vivono fin 150 anni, e per lo pi senza veruna infirmit: se alcun si storpia o li viene alcun altro mancamento nel corpo, per certa legge severa lo constringono a morire.  costume appresso di loro di viver insino a una certa et, la qual compiuta che , volontariamente moreno in diversi modi. Si trova appresso di loro una erba di tal virt, che chiunque sopra quella si mette a giacere, da soavissimo sonno addormentato, non accorgendosi muore. Le donne non si maritano, ma a tutti sono communi, e i figliuoli che nascono come communi sono allevati e da tutti equalmente amati. I bambini sono spesse fiate cambiati dalle donne che gli allattano, accioch le madri non riconoschino i propri figliuoli, onde aviene che, non essendo appresso di loro ambizione alcuna n particolar affezione, vivono unitamente senza discordia.
Sono oltra di ci nella detta isola certi animali di forma piccoli, ma di natura di corpo e per la virt del sangue maravigliosi. Sono di forma ritonda, simil alla testuggine, e sopra la schiena segnati con due linee gialle in croce, e nel fine di ciascuna hanno un occhio e una bocca, di sorte che vedono con quattro occhi e con altretante bocche mangiano. Nondimeno il cibo va in una gola sola, e per quella poi passa in un ventre solo, dove ogni cosa vi concorre; similmente gli altri interiori sono semplici e non multiplicati. Hanno molti piedi intorno della circonferenzia, coi quali possono andar a che parte vogliono. Il sangue di questi animali affermano esser di maravigliosa virt, perch ogni corpo tagliato (pur ch'egli abbi vita) bagnato in tal sangue subitamente si ricongiunge, e similmente una mano (per modo di parlar) troncata si riattacca insieme, fin che la ferita  fresca, e medesimamente le altre parti del corpo, pur che non siano di membri principali che tengono vita.
Ciascuna communanza nutrisce un grandissimo uccello d'una estratta e particolar natura, col qual fanno prova di che disposizion di animo siano per esser i lor figliuoli piccolini, percioch pongono i bambini sopra gli uccelli, e se, volando in aere, i bambini stanno fermi senza spaventarsi gli allevano, ma se si inturbano per paura come stupidi e attoniti gli gettono via, come quelli che non siano per viver lungo tempo e non siano atti ad alcuna virt dell'animo. In ciascuna communanza il pi vecchio come re comanda agli altri, al quale tutti rendono ubbidienza: e avendo finiti cento e cinquanta anni, egli stesso secondo la legge si priva di vita, e dopo lui il pi vecchio piglia il principato.
Il mare che circonda l'isola, per la correntia grande, fa grandissimo crescer e discrescer, e al gusto  come dolce. Le stelle della nostra tramontana e molte altre che qui da noi si veggono, ivi non appareno. Sonvi altre sette isole vicine, della medesima grandezza e distanti una dall'altra equalmente, e le genti di quelle usano li medesimi costumi e le medesime leggi. E ancor che abbiano grandissima abbondanza di tutto ci che fa di bisogno al vivere, e che la terra da se medesima lo produchi, nondimeno modestamente usano di queste delizie, amando i cibi simplici e cercando di nutrirsi quanto lor sia a bastanza. Mangiano carni e altre cose lesse e arroste; delli sapori che dalli cuochi con tanta arte sono stati trovati, e con tanta variet preparati, del tutto ne sono ignoranti. Adorano li dei, e colui che contiene il tutto, e il sole e l'altre stelle. Pigliano pesci e uccelli d'infinite e diverse sorti; vi nascono anche spontaneamente infiniti arbori fruttiferi, e olivi e viti, dalle quali ne cavano gran copia d'olio e di vino. L'isola produce grandissimi serpenti, ma non fanno dispiacer agli uomini, ed essendo le loro carni di maravigliosa dolcezza, sono usate per cibo. Si fanno le veste d'una molle e lucente lana, cavandola di mezzo d'alcune canne, la qual mettendola insieme e tingendo con ostriche marine, fanno vestimenti di color di porpora eccellenti. Vi sono varii animali, ed essendo fuori d'ogni openione, non  facilmente creduto.
Servano un fermo ordine di vivere, contentandosi ogni giorno d'un cibo solo, percioch un giorno  determinato a mangiar pesce, l'altro uccelli e alcune fiate animali terrestri; tal volta usano olive e altro cibo solo simplice. Si danno a far diversi esercizii per vicenda: alcuni servono l'un l'altro, alcuni pescano, alcuni esercitano l'arti e altri sono occupati intorno ad altre cose per commodit della vita; alcuni altri (eccetto i vecchi), compartendo le fatiche fra loro secondo che tocca la lor volta, attendono a servire. Nei sacri giorni della festa cantano inni in laude degli dei, massimamente del sole, a cui hanno se stessi e le isole dedicati. Sepeliscono i morti nel lito, faccendo la fossa nell'arena dove  calato il mare, acci nel crescer il luogo sia ricoperto. Dicono che le canne, delle quali colgono il frutto sopra detto, crescono e diminuiscono secondo la luna. L'acqua dei fonti  dolce e sana, e mantiene la sua calidit se non vi  mescolata o acqua fredda o vino.
Iambolo e il suo compagno, essendo gi sette anni stati nell'isola, finalmente dicono che furono cacciati via per forza, come uomini malvagi e di cattivi costumi. Apparecchiata adunque una barchetta e messovi dentro delle vettovaglie, furono costretti a partirsi, e in quattro mesi arrivorono in India, a certi luoghi arenosi e paludosi. Il compagno di Iambolo, in una fortuna che ebbero, si mor ed egli, capitato a una certa villa, fu dagli abitatori condotto al re nella citt di Palimbrotta, lontana dal mare il cammino di molte giornate. Il qual re, portando grande affezione a' Greci e faccendo molta stima della lor dottrina, diede assai doni a Iambolo, e poi sicuramente il fece prima accompagnare in Persia, poscia a salvamento mandarlo in Grecia. Dipoi Iambolo di queste cose lasci memoria, e scrisse di molte altre dell'India, che per lo adrieto dagli altri non erano state sapute.



Discorso sopra la navigazione di Iambolo, mercante antichissimo.


Diodoro Siculo nacque nell'isola de Sicilia, nella citt di Agira, ch'al presente si chiama San Filippo di Agirone in Val Demona, e scrisse in lingua greca grande e mirabile istoria, percioch'egli abbrevi tutti gli scrittori antichi, s greci come latini e barbari, e cominciando dal principio del mondo, secondo l'opinion de' gentili, pervenne infino alla et di Augusto, nel qual tempo visse. Divise detta istoria in XL libri, delli quali (per ventura grande) ne sono rimasi infino a' tempi nostri quindeci integri. E conciosiacosach nel fine del secondo scriva la navigazion di un Iambolo, Greco antichissimo, il qual fu trasportato ad una isola posta sotto la linea dell'equinoziale nel mar Indico, esistimandola degna d'esser letta, mi  parso di trascriverla doppo tant'altre navigazioni, e insieme raccontar quanto sopra quella udi' altre volte parlarne da un gentiluomo portoghese, il qual aveva fatto gran fatiche nelle buone lettere e si dilettava grandemente di cosmografia, e per essere stato molti anni in la India orientale e massimamente in la citt di Malacha, la quale  sopra l'Aurea Chersoneso a riscontro dell'isola di Sumatra, parlava molto particolarmente delli paesi che sono fra li tropici.
Costui adunque diceva aver fermissima openione che la navigazion di Iambolo sia stata vera, e che arrivasse all'isola sotto l'equinoziale, e che dapoi ritornato in Grecia ne facesse memoria. Ma che gli parve di finger una republica quanto meglio ordinata che si seppe imaginare di quel paese, dove non era cognizion che mai alcun vi fosse stato, n pensava che per l'advenire vi dovesse andare, e perch fu infiniti anni avanti che Platone scrivesse la sua "Republica", per, secondo il costume degli istorici del suo tempo, vi pose tante favole di uomini e animali, conciosiacosach li detti non credevan che li loro scritti dovessero aver credito o riputazione, se non eran in qualche parte simili alli poeti, che mescolavan sempre la verit con molte meraviglie. E per tanto, essendo veramente il paese fra li tropici, come il detto gentiluomo affermava, e temperato di aere, e tutto abitato e pieno di genti, e che per la temperie in tutto il tempo dell'anno vi son frutti maturi e immaturi sopra gli arbori, non era da dubitar punto che Iambolo non vi fosse stato.
Aggiungeva ancora detto gentiluomo a proposito delle sopradette cose che, avendo letto la poesia d'Omero (che per la sua antichit fu da sapientissimi uomini riputata la prima filosofia, e da quella presero tutti i loro principii), esso trovava che detto poeta aveva avuto grande cognizione del sito della terra, e massimamente da quella parte ch' posta fra li tropici; e che aveva molte volte pensato, sopra la descrizion del giardino maraviglioso di Alcinoo, re dell'isola di Corf, nel qual dice che non vi mancavan sopra gli arbori n per freddo n per caldo i frutti tutto 'l tempo dell'anno, e che vi spirava un'aura dolce di zefiro che di continuo gli faceva nascer, fiorir e maturar, e che il pero sopra il pero, il pomo sopra il pomo, l'uva sopra l'uva e il fico sopra il fico si maturavano, che questo giardino cos fatto per suo giudicio si doveva intender con pi abstruso e profondo sentimento di quello che fin ora era stato inteso. E ancor che l'officio di poeti sia di far le cose che descrivono maravigliose e grandi, nondimeno il pi delle fiate si conosce che esprimono la verit sotto queste tal forme di parole: e per tanto egli teneva per certo che per questa descrizione il poeta designasse, nella sua idea, la temperie dell'aere e fertilit della terra che si trova fra li tropici e sotto la linea, confrontandosi le sue parole tanto a punto con le stagioni che di continuo egli ha veduto nelli detti paesi.
Ma ritornando all'isola di Iambolo, si vede in questa scrittura cos antica la particolar descrizione di quel miglio grosso, simile ai ceci bianchi, col qual al presente tutta l'Etiopia, tutte l'isole e terra ferma dell'India occidentale si sostentano, e lo chiamano maiz, e i Portoghesi miglio zaburro, e in Italia ai tempi nostri  stato veduto la prima volta. E volendo dimostrar sopra che parte dell'Etiopia fosse lasciato andar la barca col detto Iambolo, si fece portar una carta da navigare fatta per loro Portoghesi, molto bella e particolare, e diceva che, ancor che fosse cosa molto difficile da dire, per non esservi nominata n citt n luogo alcuno, nondimeno si poteva andar discorrendo per congietture. E conciosiacosach Iambolo fusse preso la prima volta con li compagni in l'Arabia Felice e fatto pastore, e dapoi la seconda volta dalli Negri fu condotto di l in quella parte dell'Etiopia ch' vicina al mare, era necessario di dire che costui, dapoi preso la seconda volta, fosse fatto passar lo stretto del mar Rosso e condotto sopra quella parte dell'Etiopia detta anticamente Trogloditica, la qual a' tempi nostri  abitata da molti popoli passati dell'Arabia, ed  molto civile per esservi molte citt e luoghi di signori arabi, macomettani e del Prete Ianni cristiano. E quivi dimostrava sopra la carta dove pass Iambolo il mar Rosso, cio alla bocca, esservi in mezzo un'isola larga da terra tre miglia da una banda, tre dall'altra, detta Bebelmandel, che appresso agli antichi si chiama Diodori Insula, in gradi XII di altezza, com' graduato similmente detto stretto. Di qui poi bisogna congietturare che fosse condotto o alla citt di Zeila, alla quale per la commodit del porto a tutta l'Etiopia concorrendo, come insino al presente vi concorreno, tutte le navi che vengono dall'Indie con spezie,  opinione d'alcuni che dagli antichi fosse chiamata Aromata Emporium (ma li gradi dell'altezza non si confanno); overamente, per conformarsi con le parole di Diodoro, ch'ei fosse condotto pi lungo cammino fra terra e penetrasse fin nel regno di Magadaxo, ch' sopra la marina dell'Etiopia verso mezzod in gradi 2 di altezza, che facilmente  quel luogo che Ptolomeo chiama Opone, pur gradi 2; e che quivi li Negri, avendo aspettato il vento di ponente, che per sei mesi continui ogni anno suol soffiare, a quel tempo lasciassero andar la barca con Iambolo.
Circa veramente l'isola dove il detto dopo quattro mesi arrivasse, discorreva il detto gentiluomo in questo modo, che essendo scritto ch'ella era di circuito cinquemila stadii, e posta sotto l'equinoziale, perch vi erano i giorni sempre equali e perch l'Orsa del nostro polo non si vedeva, bisognava dire ch'ella fosse l'isola di Sumatra. Conciosiacosach dimostrava sopra detta carta che, partendosi dalli lidi sopradetti dell'Etiopia e scorrendo al diritto per levante sotto la linea, non si trova alcuna altra isola che quella di Sumatra che sia grande, la qual veramente  la Taprobane, discoperta a' giorni nostri; ben vi sono in questo pareggio isole infinite, ma piccole e deserte. E s'alcun dubitasse come si pu congietturare che questa isola Taprobane cos grande fosse quella che Iambolo diceva esser di grandezza di cinquemila stadii, detto gentiluomo rispondeva che Strabon, auttor antico, parlando della Taprobane diceva che Onesicrito, capitano di Alessandro Magno, la descrive di grandezza di cinquemila stadii, senza dire n la lunghezza n la larghezza; e ch'ella era lontana dalli popoli Prasii sopra il Ganges la navigazion di vinti giornate, e che le navi malamente vi navigavano, s per causa delle triste vele come perch non avevano il fondo di taglio; e che fra detta isola e l'India vi sono altre isole, ma che questa pi d'alcun'altra era esposta verso mezzod. E similmente dice Plinio dipoi della detta Taprobane, per l'auttorit di Eratostene, che era longa seimila stadi e larga cinquemila; e continuando racconta che al tempo di Claudio imperatore era stata scoperta esser molto maggiore e quasi riputata un altro mondo, e ch'un re di detta isola mand ambasciatori al detto imperatore, e che quelli che vi navigano non si governano per stelle, perch non vi si vede il nostro polo. Di modo che si conosce chiaramente che la Taprobane, per le parole di Strabone e di Plinio, veniva reputata dagli antichi non pi grande di cinquemila stadii nel detto mar Indico e sotto l'equinoziale, cio avanti che fosse scoperta la sua grandezza; e le particularit e condizioni medesime confermano le navigazioni di loro Portoghesi alli tempi presenti, cio l'isola Sumatra in detto mar Indico esser grandissima, e che la linea vi passa sopra il mezzo. E per questo si comprendeva certo che l'isola di Iambolo anticamente era la Taprobane, la qual al presente  detta Sumatra, della qual diceva il prefato gentiluomo che non erano state scoperte se non quelle parti delle marine che cominciano gradi cinque sopra la linea, verso il vento di maestro, e scorrono per scirocco altri gradi cinque di sotto la linea verso il polo antartico, che sono da seicento miglia, cio cinquemila stadii in circa.
Iambolo veramente, ancor che si sforzasse di navigar verso mezzod, nondimeno fu trasportato verso levante per questa cola di vento ordinario di ponente, e parte anche dalla fortuna, e arriv alle parti di detta isola che guardano verso ponente e che sono sotto detta linea. E che sia il vero, dice che non si vedeva l'Orsa del nostro polo, perch l'orizonte del luogo dove lui giunse passava per li dui poli del mondo. Diceva ancora il prefato gentiluomo che Zeilam, isola grande ch' all'incontro del capo di Cumeri, promontorio meridional della costa di Calicut, non poteva esser quella che trov Iambolo, perch'ella  in gradi sette sopra l'equinozial, dove si pu veder l'Orsa del nostro polo. Le sette isole ancora che dicono esser vicine alla detta dove arriv Iambolo, della medesima grandezza e di pari distanzia l'una dall'altra, sono grande argomento ch'ella sia l'isola di Sumatra, percioch vi  vicina prima l'isola della Giava maggiore, della qual non  sta' discoperta la met per esser grandissima, quella poi chiamata la Minore, l'isola di Borneo, di Timor e molte altre dette le Maluche, ch' cosa maravigliosa a pensare che gi tante migliara di anni se ne avesse cognizione, e che poi sian andate in oblivione e di nuovo a' tempi nostri state scoperte. Si conferma ancora che Iambolo arrivasse in Sumatra perch nel ritorno si narra che, doppo quattro mesi, fu gittato alli lidi dell'India, conciosiacosach, partendosi dall'isola di Sumatra e navigando per tramontana, si vien diritto nel sino Gangetico, che ora  detto di Bengala, dove sbocca nel mar Meridionale il fiume Ganges, ed  gradi XXI sopra l'equinozial.
E quindi poi fu condotto fra terra per molte giornate alla citt di Palimbotra, in gradi XXVII, del sito della qual, per esser molto famosa e nominata, non sar fuor di proposito se diremo di quelle cose che si trovano scritte appresso gli antichi scrittori greci, conciosiacosach sono simili a quelle che si narrano nelli libri del nobel M. Marco Polo, dove parla delle citt orientali del regno del Cataio. La citt di Palimbotra, ultima in oriente, dicono esser posta sopra il fiume Ganges, il qual in quella parte  di larghezza di miglia XII e profondo XX passa, ed  distesa lungo la ripa di quello per lunghezza di X miglia e due di larghezza, tutta cinta di legname sbusato, per il qual si pu sicuramente tirar saette; ha dall'altra parte una fossa, ch' per fortezza e per ricever tutte le immondizie della citt. Il re di questa citt  obbligato, oltra il suo nome proprio, chiamarsi Palimbotro; i popoli che abitano quel paese si chiamano Prasii. In questa regione nascono tigri il doppio maggiori che non sono i leoni, e scimie maggiori di gran cani, che sono tutte bianche, eccetto la faccia ch' negra. Vi si cavano ancora alcune pietre di color dell'incenso, che son pi dolci di fichi e del mele. Vi si trovano serpenti di due braccia con le ali a modo di nottole, i quali volano di notte, e dove lasciano andar alcuna gocciola d'orina, ammazzano quel sopra di chi ella cade. Sonvi similmente scorpioni molto grandi con ale, e vi nascon molti arbori di ebano. I loro cani sono di tanta ferocit che, preso alcuno animal co' denti, non lo lasciano se non si getta lor dell'acqua nelle nari del naso, e son tanto gagliardi che tengono coi denti un lione e un toro, se s'attaccan al mostaccio, e quello non lasciano insino a tanto ch'ei muoia. Nasce ivi un fiume nella parte montana, detto Silia, e cosa alcuna (per leggiera ch'ella sia) non pu star sopra la sua acqua, e per questo non si pu navigare.
Questo  quanto col debil nostro ingegno abbiamo potuto ritrarre e dai libri degli auttori antichi e dalle parole del gentiluomo portoghese sopra il viaggio di questo Iambolo mercatante.