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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume sesto.
Parte quinta.

Come li nostri piantarono una gran croce sopra la punta dell'entrata del porto,
e venuto il capitano di quei salvatichi, dopo un lungo sermone finalmente
acquietato dal nostro capitano, rimase contento che due suoi figliuoli
andassero con lui.

Alli 24 del detto mese facemmo far una croce alta trenta piedi, e fu fatta in
presenza di molti di loro sopra la punta dell'entrata di detto porto; nel mezzo
della quale mettemmo uno scudo rilevato con tre fiori di giglio, e sopra una
scrittura intagliata nel legno in lettere maiuscole, dove era scritto "VIVE LE
ROY DE FRANCE". Dipoi la piantammo in sua presenzia sopra la detta punta, la
qual riguardavano nel farla e piantarla; e avendola poi levata in alto, ci
inginocchiammo tutti con le man giunte adorandola avanti di loro, e li facemmo
segno, risguardando e mostrandoli il cielo, che da quella pendeva la nostra
redenzione: della qual cosa si fecero grandissima admirazione, voltandosi fra
loro e poi risguardando la detta croce. Ma, essendo noi ritornati alle nostre
navi, venne il capitano lor, vestito d'una pelle vecchia d'orso nero, in una
barca con tre suoi figliuoli e un suo fratello, quali non s'accostorono tanto
appresso la riva come erano soliti, e ci fece un lungo sermone, mostrandoci
detta croce e facendo il segno della croce con due deta; poi ci mostrava la
terra tutta intorno di noi, come s'avesse voluto dire che tutta era sua, e che
noi non dovevamo piantar detta croce senza sua licenza. Avendo egli finito, li
mostrammo una manara, fingendo di volergliela dar in cambio della sua pelle: a
che egli attese, e cos a poco a poco si accost a riva delle nostre navi. Ma
un de' nostri compagni, che era dentro il battello, messe la mano sopra la
barca, e subito salt dentro con 2 o 3 altri, e subito lo costrinsero ad
entrare nelle navi. Del che restorno tutti attoniti, ma immediate il capitano
gli assicur che non arebbero male alcuno, mostrando loro gran segno
d'amorevolezza, facendogli mangiare e bere con grande accoglienza. Dipoi li fu
mostrato con segni che detta croce era stata piantata per far dar segno e
cognoscenza come s'avesse da entrar in detto porto, e che noi volevamo ritornar
quivi presto, e porteremmo delli ferramenti e dell'altre cose; e che volevamo
menare con noi due de' suoi figliuoli, e che dipoi li ritorneremmo in detto
porto. E cos vestimmo due de' detti suoi figliuoli di due camicie e saii di
colore e berrette rosse, mettendo a ciascuno una catenella d'ottone al collo:
delle quali cose si contentarono molto, e dettero li suoi vecchi panni a quelli
che ritornavano indietro. Poi donammo alli tre che rimandammo a ciascuno un
manaretto e de' coltelli, del che ebbero allegrezza grande. Essendo costoro
ritornati a terra e detto le nuove agli altri, circa a mezzod ritornarono sei
barche a riva della nave con 5 o 6 uomini per una, quali venivano per dir a Dio
alli duoi che avevamo ritenuti, e li portorono del pesce, facendoci molte
parole che non intendevamo, con dimostrarci che non leverebbono via detta
croce.


Come, partiti dal porto sopradetto, facendo il cammino dietro quella costa,
andarono a cercar la terra ch'era posta verso scirocco e maestro.

Il d seguente, 25 di detto mese, si lev buon vento e ci partimmo dal detto
porto. Ed essendo noi fuora del detto fiume, andammo verso greco levante,
imperoch dopo l'entrata di detto fiume la terra  tutta circondata e fa un
golfo in forma d'un mezzo circolo, donde dalle nostre navi vedevamo tutta la
costa, dietro la qual facendo il camino venimmo a cercar la terra ch'era posta
verso scirocco e maestro, il pareggio della quale era distante dal detto fiume
da venti leghe.


Del capo di Santo Alvise e capo di Memoransi, e d'alcune altre terre. E come
una delle nostre barche tocc un scoglio e subito pass oltre.

Dopo il luned 27, essendo il sole per il tramontare, andammo lungo da terra,
come detto abbiamo, posta a scirocco e maestro, sino al mercoled che vedemmo
un altro capo dove la terra incomincia a voltarsi verso levante: e andammo
lungo di quella da 15 leghe, e dapoi detta terra comincia a voltarsi verso
tramontana, e a tre leghe di detto capo v' di fondo 24 braccia a piombo. Il
forzo di dette terre sono piane, e le pi nette e scoperte da boschi ch'abbiamo
trovato n veduto, con belle praterie e campagne verdissime. Detto capo fu
chiamato capo di Santo Alvise, percioch in detto giorno era la sua festa, ed 
in gradi 49 e mezzo di latitudine e in longitudine. Il mercoled da mattina noi
eravamo verso levante di detto capo, e andammo verso maestro per accostarsi a
detta terra ch'era quasi notte, e trovammo che la risguardava tramontana e
ostro; doppo detto capo Santo Alvise sino ad un altro, chiamato capo di
Memoransi, circa 15 leghe, la terra comincia a voltarsi verso maestro. Noi
volemmo scandagliar il fondo da tre leghe intorno da detto capo, ma non ve lo
potemmo trovar con 150 braccia; pur andammo lungo di detta terra circa da 10
leghe, fino alla latitudine di 50 gradi.
Il sabbato seguente primo d'agosto, al levar del sole, avemmo notizia e vista
d'altre terre che ne restavano verso tramontana e greco, le quali erano
altissime e tagliate, e parevano montagne, fra le quali v'erano dell'altre
terre basse con boschi e fiumi. Noi andammo attorno dette terre tanto da una
banda quanto dall'altra, tirando verso maestro per vedere s'era golfo overo
passaggio, sino alli cinque del detto mese. Dall'una terra all'altra vi sono
circa quindeci leghe, e il mezzo  cinquanta e un terzo gradi di latitudine. E
avemmo difficult grande di poter andare avanti pi di leghe cinque per li
venti grandi e marea contraria che ivi regnano, e non fummo avanti pi di
quelle cinque leghe, di dove si vedeva facilmente la terra dall'un canto
all'altro, qual comincia a slargarsi. Ma perch non facevamo altro che discader
e andar sotto vento, per ce n'andammo verso terra, per volerci condur sino ad
un altro capo di terra che  verso l'ostro, ch'era il pi da lunge e pi in
fuora verso il mare che potessimo vedere, distante intorno quindeci leghe. Ma,
essendo giunti quivi, trovammo ch'erano rocche, sassi e fondo di scogli; il che
non avevamo trovato in tutti li luoghi nelli quali avanti siamo stati verso
ostro, dopo il capo di San Giovanni. E in quell'ora v'era la marea che contra
vento ci portava verso ponente, di sorte che navigando lungo la detta costa una
delle nostre barche tocc sopra un scoglio, e subito pass oltre, ma ci
convenne tutti saltar fuori per metterla a seconda della marea.


Come, consultato quel ch'era pi espediente a fare, deliberorono di ritornarsi.
Del destretto nominato San Pietro e del capo di Tiennot.

Avendo noi navigato lungo detta costa due ore in circa, ecco che la marea
cominci a venirci incontro, con tanto impeto che non fu mai possibile con
tredici remi andar innanzi la lunghezza d'un tratto di pietra: s che ci
convenne lasciar dette barche e parte della gente per guardia, e andar per
terra dieci o dodeci uomini sino a detto capo, dove trovammo che detta terra
comincia inchinarsi verso garbin. Il che avendo veduto, ritornati alle nostre
barche ce ne venimmo alle navi, quali erano a vela, sperando sempre di poter
andar innanzi, ma erano discadute di pi di quattro leghe sotto vento dal luogo
dove l'avevamo lasciate; dove essendo noi giunti, congregammo insieme tutti li
capitani, marinari, maestri e compagni, per aver l'avviso e opinione di quel
ch'era pi espediente di fare. Ma, dipoi che l'un dopo l'altro ebbe detto,
considerato che i venti grandi da levante cominciavano a regnar e soffiare, e
il flusso era tanto grande che non facevamo altro tutta ora che discadere, e
che non era possibile al presente di guadagnar cosa alcuna, e le fortune
cominciavano a regnar in quel tempo alla Terra Nuova, ed eravamo molto da lungi
n sapevamo li pericoli che restavano nel ritorno, e per ch'era tempo di
ritirarsi overo fermarsi quivi per tutto il resto dell'anno; oltre di ci
discorrevamo che, se una mutazione de' venti da tramontana ne pigliasse, non
saria possibile di partirsi. Le quali opinioni udite e considerate, deliberammo
al tutto metterci in via di ritornare.
E percioch nel giorno di san Pietro noi entrammo in detto distretto, per
chiamammo il destretto San Pietro, dove, avendo scandagliato in molti luoghi,
trovammo in alcuni centocinquanta braccia, in altri cento, e appresso terra
sessanta col fondo netto. Doppo detto giorno sino al mercoled avemmo vento
prospero e grande, che circondammo la detta terra di tramontana, levante,
scirocco, ponente e maestro, che tal  il suo sito, eccetto una longhezza d'un
capo di terre basse ch' pi voltata verso scirocco, discosto intorno a
venticinque leghe da detto stretto. In questo luogo vedemmo de' fumi che la
gente di detto paese faceva sopra il detto capo, ma, percioch il vento ne
spingeva verso la costa, non ci accostammo. E loro, vedendo che non ci
accostavamo, vennero con due barche con dodeci uomini in circa, quali
s'accostarono alle nostre navi cos liberamente come se fossero stati Francesi,
e ne dettero ad intendere che venivano dal Golfo Grande e ch'era capitano suo
Tiennot, qual era sopra quel capo, facendone segni che si ritiravano nel loro
paese, donde noi con le navi eravamo partiti, ed erano carichi di pesci. Noi
chiamammo il detto capo capo di Tiennot. Dapoi detto capo tutta la terra 
posta verso levante, scirocco, ponente e maestro: e tutte queste terre sono
basse, belle, tutte circondate di sabbioni, dove  il mare con paludi e secche
per spazio di venti leghe; e poi comincia la terra a voltarsi di ponente a
levante e greco, tutta quanta circondata da isole, discosto da terra circa due
o tre leghe, nelle quali, per quello che ne parse, vi sono delle secche
pericolose, pi di quattro o cinque leghe longi da terra.


Come alli nove d'agosto entrarono dentro Bianco Sabbione, e alli cinque di
settembre arrivorono al porto San Mal.

Dopo detto mercoled sino al sabbato avemmo vento grande da garbin, che ne fece
tirar verso greco levante, e arrivammo quel giorno alla terra di levante di
Terra Nuova, fra le Grange e capo Doppio. Quivi cominci il vento da levante
con fortuna, con impeto grande: per il che voltammo il capo verso maestro e
tramontana per andar a veder la banda di tramontana, che , come detto abbiamo,
tutta circondata d'isole. Ed essendo presso dette isole e terra, si cambi il
vento e venne da ostro, che ne condusse dentro detto golfo, s che il d
seguente, alli nove d'agosto, entrammo dentro Bianco Sabbione, per la Dio
grazia. E questo  quanto abbiamo scoperto.
Dipoi alli quindeci d'agosto, la festa dell'Assunzione della Madonna, ci
partimmo di conserva dal porto di Bianco Sabbione dopo ch'avemmo udita la
messa, e con felice tempo ce ne venimmo sino a mezzo il mare ch' tra la terra
nuova e Bertagna, nel qual luogo corremmo tre giorni continui con fortuna
grande e con venti da levante; la qual per con l'aiuto e laude di Dio
sopportammo, e dipoi avemmo tempo buono, di sorte che alli cinque di settembre
nel detto anno arrivammo al porto San Mal, donde eravamo partiti.

Linguaggio della terra nuovamente scoperta chiamata
la Nuova Francia.




Iddio
il sole
isnez
idella
suroe
cielo
giorno
camet
notte
aiagla
acqua
ame
sabbione
estogaz
vela
aganie
testa
agonaze
gola
conguedo
naso
hehonguesto
denti
hesangue
unghie
agetascu
piedi
ochedasco
gambe
anoudasco
morto
amocdaza
pelle
aionasca
quello
yca
un manaretto
asogne
molve pesce
gadogoursere
buon da mangiar
quesande
carne
amandole
anougaza
fighi
asconda
oro
henyosco
il membro natural
assegnega
un arco
latone
aignetaze
la fronte
ansce
una piuma
yco
luna
casmogan
terra
conda
vento
canut
pioggia
onnoscon
pane
cacacomy
mare
amet
nave
casaomy
uomo
undo
capelli
hochosco
occhi
ygata
bocca
heche
orecchie
hontasco
braccia
agescu
donna
enrasesco
mallato
alouedeche
scarpe
atta
una pelle da coprire le parti vergognose
ouscozon uondico
panno rosso
caboneta
coltello
agoheda
sgombro
agedoneta
noci
caheya
pomi
honesta
fave
sahe
spada
achesco
una frezza
cacta
arbore verde
haueda
un pittaro di terra
undaco


Breve e succinta narrazione della navigazione fatta per ordine della Maest
cristianissima all'isole di Canada, Hochelaga, Saguenai e altre, al presente
dette la Nuova Francia, con particolari costumi e cerimonie degli abitanti.


Nell'anno del Signore 1535, la domenica di Pasqua di Pentecoste, alli sedeci
del mese di maggio, di comandamento del capitan Iacques Carthier e di commune
consenso ci confessammo tutti devotamente e communicammo insieme nella chiesa
episcopale di S. Mal, e dopo ricevuto il santo sacramento, entrati nel coro di
detta chiesa per presentarci al conspetto del reverendissimo padre in Cristo
monsignor di San Mal, il quale in abito episcopale ci dette la benedizione. Il
mercoled seguente, a' diecinove di maggio, levossi buono e conveniente vento:
per il che facemmo vela con tre navi, cio la Grande Hermina, di portata di
cento in centoventi botte, nella quale era il detto capitano generale, e per
patrone messer Thomas Frosmont, Claudio di Ponte Briand, figliuol del signore
di Montcevel e coppiere di monsignor lo dolfino, Carolo della Pommerayes,
Giovan Poullet e altri gentiluomini; nella seconda, chiamata la Picciola
Hermina, di portata di sessanta botte, era capitano sotto detto Carthier Mace
Salobert, e messer Guiglielmo il Marie; nella terza nave, chiamata Hemerillon,
di portata di quaranta botte in circa, era capitano messer Guiglielmo il
Bretton e messer Giacomo Maingare.
Navigammo dunque con buon tempo fino alli venti del detto mese di maggio, nel
qual voltossi il tempo in fortuna e tempesta, la quale con venti contrarii e
oscurit ci dur tanto quanto mai abbino patito navi che passassero il mare,
senza mai punto acquietarsi: di sorte che alli 25 di giugno per il detto
cattivo tempo e oscurit ci perdemmo tutte le tre navi di vista, n pi
sentimmo nuova l'una dell'altra sino alla Terra Nuova, dove avevamo limitato di
trovarsi insieme. Dapoi che ci perdemmo, fummo con la nave generale per il mar
or qua or l battuti da contrarii venti fino alli sette di luglio, nel qual d
arrivammo alla terra nuova e smontammo nell'isola detta degli Uccelli, la qual
 distante dalla terra grande 44 leghe. Questa isola  tanto piena d'uccelli
che tutte le navi di Francia facilmente potrebbono caricarsene, e nondimeno non
si conoscerebbe esserne stato tolto pur uno: noi ne pigliammo due barche piene
per parte delle vettovaglie nostre. Essa isola  nell'elevazione del polo di
gradi 49, minuti 40.
Alli otto del detto mese facemmo vela, e con buon tempo venimmo al porto di
Bianco Sabbione, qual  nel golfo detto de' Castelli, nel quale avevamo
determinato d'aspettarci e trovarci insieme alli 15 del detto mese. Ivi dunque
stemmo aspettando i compagni nostri, cio l'altre navi, sino a' 26, nel qual d
amendue arrivorono insieme. Giunti che furono i compagni, mettemmo ad ordine le
navi, pigliando acqua e legne e altre cose necessarie. E dapoi, alli 29 del
detto mese, sul ponto dell'alba facemmo vela per passar pi oltra, e navigando
lungo di quella costa di tramontana, la qual corre verso greco levante e
ponente garbino, fino ad un'ora e mezza di notte intorno: e allora amainammo
per traverso di due isole, quali si distendono fuora pi che l'altre isole, che
chiamammo di San Guiglielmo, distante intorno venti leghe e pi dal porto di
Brest. Tutta questa costa dalli Castelli sin qui  posta verso levante ponente,
greco e garbino, avendo per mezzo parecchie isole e terre tutte sterile e
sassose, senza alcun terreno n arbore da certe valli in fuori.
Il seguente d, penultimo del detto mese, andammo verso ponente per avere
notizia d'altre isole che ne restavano discosto intorno 12 leghe e mezza, tra
le quali  una staria grande verso tramontana. tutta piena d'isole e golfi
grandi, dove par che siano parecchi buoni porti: e le chiamammo isole di Santa
Marta, fuori delle quali intorno da una lega e mezza in mare v' una secca
molto pericolosa, dove vi sono 4 o 5 scogli, che restano per il traverso de'
detti golfi nel camino di levante e ponente delle dette isole di Santa Marta da
circa 7 leghe. Alle quali arrivammo il detto giorno un'ora dopo mezzogiorno, e
da quell'ora insino a mezzanotte navigammo da quindeci leghe per traverso d'un
capo d'isole basse, le quali chiamammo di San Germano, verso scirocco, del
quale da circa tre leghe v' una secca molto pericolosa. Similmente tra il
detto capo di San Germano e Santa Marta v' un banco d'arena, fuora di dette
isole intorno da due leghe, sopra del quale non  alta l'acqua pi di quattro
braccia: per il che vedendo il pericolo di detta costa calammo le vele, n pi
avanti andammo quella notte.
Il seguente giorno, ultimo di luglio, andammo lungo detta costa, qual corre
levante e ponente quarta di scirocco, che  tutta circondata d'isole e secche e
in somma  molto pericolosa, la qual  lunga dal capo dell'isole di San Germano
fino al fin di dette isole intorno a diciasette leghe e mezza; nel fine delle
quali v' una molto bella terra bassa piena di grandi e alti alberi, quantunque
il resto di detta costa sia circondato di sabbione, senza alcun segno o
apparenza di porto, insino al capo di Thiennot, qual si rivolta verso maestro
da circa sette leghe da dette isole: il qual capo di Thiennot noi conoscemmo
nel precedente viaggio. E per tanto noi navigammo tutta quella notte verso
ponente e maestro fino al giorno, che 'l vento si volt in contrario, per il
che andammo a cercar un porto da metter le navi, e trovammone uno assai buono
oltra il capo Thiennot d'intorno sette leghe e mezza, il quale chiamammo il
porto di San Nicol, ed  in mezzo di quattro isole che s'estendono nel mare,
sopra la pi propinqua delle quali piantammo una croce di legno per segno. E
nota che bisogna voltar la detta croce verso greco, e poi andar alla volta di
quella e lasciarla da man manca, e troverai di fondo sei braccia, e per dentro
di detto porto quattro braccia, ma bisogna avertire di due secche che restano
da due bande in fuora mezza lega: e tutta questa costa  molto pericolosa e
piena di secche, e quantunque paia in vista esservi molti buoni porti, non v'
per altro che secche e sabbioni.
Noi ci fermammo nel detto porto per fino alla domenica al settimo d'agosto, nel
qual giorno facemmo vela e ce ne venimmo a trovare alla terra della banda di
qua verso il capo di Rabast, distante dal detto porto intorno di venti leghe,
greco tramontana, ostro garbin. Ma il seguente giorno levosse vento contrario,
e percioch non trovammo niun porto nella terra verso mezzod, ce n'andammo
scorrendo verso tramontana oltra il sopradetto porto da circa dieci leghe, ove
trovammo un molto bello e gran golfo, pieno d'isole e buone entrate e passaggi
verso qual vento si possi fare. Per notizia di questo golfo v' una grande
isola, che  come un capo di terreno, che esce pi in fuora che l'altre, e
sopra la terra intorno da due leghe v' una montagna fatta a guisa d'un colmo
di grano. Noi chiamammo detto golfo San Lorenzo.
Il duodecimo d del detto mese ci partimmo dal detto golfo San Lorenzo andando
verso ponente, e venimmo a trovare un capo di terra verso ostro, che corre
verso ponente una quarta di garbin dal detto porto San Lorenzo circa
venticinque leghe. E dalli duoi salvatichi che avevamo presi nel precedente
viaggio ci fu detto che questa era della terra verso mezzod, e che v'era
un'isola, dalla parte della qual di mezzod v'era la via d'andare a Honguedo,
dove l'anno precedente gli avevamo presi, in Canada, e che a due giornate dal
detto capo e isola incominciava il regno di Saguenay, nel paese verso di
tramontana tirando verso di Canada. E al traverso dal detto capo intorno tre
leghe v' di fondo pi di cento braccia, n credo che mai siano state vedute
tante balene quante noi ne vedemmo questo giorno al traverso del detto capo. Il
seguente giorno della Madonna d'agosto, a' quindeci del detto mese, avendo
passato il destretto la notte innanzi, avemmo notizia di terre che ci restavano
verso mezzod, che  un paese pieno di grandi e molto alte montagne: s che 'l
capo sopradetto fu chiamato da noi isole dell'Assonzione, e un capo de' detti
paesi alti riguarda greco levante e ponente garbin, tra' quali  distanzia di
venticinque leghe in circa; e veggonsi li paesi verso tramontana ancora pi
alti che non son quelli verso mezzod per pi di trenta leghe.
Noi andammo all'intorno di dette terre di verso ostro, dopo il detto giorno,
sino al marted a mezzogiorno, che 'l vento venne di ponente: per il che
voltammo verso tramontana, per andare a trovare le terre gi da noi vedute.
Quivi giunti, trovammo dette terre congiunte e basse verso il mare, e le
montagne verso tramontana, che sono sopra le dette terre basse, che corrono
verso levante e ponente quarta di garbin. Li nostri salvatichi ci dissero che
quivi era il principio di Saguenay, e terra abitabile, e che di quivi viene il
rame rosso da loro chiamato caignetdaze. V' tra le terre d'ostro e quelle di
tramontana la distanzia di trenta leghe in circa, e pi di dugento braccia di
fondo. Ci dissero anco i detti salvatichi e certificorono quivi essere il
cammino e principio del gran fiume di Hochelaga e strada di Canada, il qual
fiume s'andava sempre restringendo a poco a poco fino a Canada, e che poi si
trovava l'acqua dolce, la quale andava tanto in su che mai non avevano udito
dire che uomo alcuno vi fosse stato sino al capo, e che non v' altro passaggio
se non con piccioli battelli. Per il che il capitano nostro, vedendo il loro
parlare, e che affermavano non esservi altro passaggio, non volse andar pi
oltre fin che 'l non aveva veduto il resto delle terre e costa verso
tramontana, le quali aveva pretermesso di vedere dapoi il golfo di San Lorenzo,
per volersi chiarire se nelle terre verso mezzod avessino scoperto alcuno
passaggio.


Come il nostro capitano fece ritornar le navi indietro per aver notizia se nel
golfo di San Lorenzo v'era alcun passaggio verso tramontana.

Il mercoled seguente, a' diciotto d'agosto, il nostro capitano fece ritornar
le sue navi indietro e metter il capo all'altra riva, s che circondammo la
detta costa di tramontana, la quale corre greco garbino facendo uno mezzo arco,
che  una terra molto alta non tanto per quanto quella del mezzod. Il gioved
seguente arrivammo a sette isole molto alte, le quali chiamammo l'isole
Rotonde: sono queste isole distanti dalle terre dell'ostro intorno 40 leghe, e
si stendono fuora nel mare da tre in quattro leghe, pi e manco. Incontro
queste v' un principio di terre basse, piene di begli arbori, le quali terre
noi circondammo il venerd con le nostre barche. Per traverso di queste terre
vi sono parecchi scagni di sabbione pi di due leghe nel mare, molto
pericolosi, i quali quando il mare  basso si scoprono. In capo di quelle basse
terre, quali durano e contengono dieci leghe, v' un fiume d'acqua dolce, che
con tanto impeto sbocca in mare che pi d'una lega l'acqua  tanto dolce in
mare quanto se la fosse di fontana. Noi entrammo in detto fiume con le nostre
barche, e trovammo nell'entrar l'acqua pi alta d'un braccio e mezzo. E sono in
questo fiume parecchi pesci, quali hanno forma di cavallo, e vengono la notte
in terra e il giorno stanno nell'acqua, s come ci dissero i nostri duoi
salvatichi: e di detti pesci ne vedemmo gran numero in detto fiume.
Il seguente giorno, a' ventuno del detto mese, la mattina all'apparir dell'alba
facemmo vela, e scorremmo lungo d'essa costa tanto ch'avemmo notizia del
restante di detta costa di tramontana, che non avevamo ancora veduto, e
dell'isola dell'Assunzione, che eravamo stati a trovar al partir della detta
terra. Ma, subito scorsa detta costa e certificati che non v'era passaggio
alcuno, ritornammo alle nostre navi, le quali avevamo lasciate a dette sette
isole, dov' assai buono sorgitor a diciotto o venti braccia d'acqua e sabione.
In questo luogo siamo stati, senza poterne uscire n far vela per causa de'
venti contrarii e caliggine, sino alli ventiquattro del detto mese, che ci
partimmo e andammo ad arrivar ad un porto della costa di mezzod, distante
circa ottanta leghe da dette sette isole. Questo porto  per traverso di tre
isole piatte, quali sono per mezzo d'un fiume, percioch a mezza strada di
dette isole e porto, verso tramontana, v' un fiume molto grande, qual  tra
l'alte e basse terre, e fa parecchi scagni dentro nel mare pi di tre leghe:
ch' luogo molto pericoloso, perch sono due braccia a manco d'acqua, e
appresso la costa di detti banchi vi sono quindeci e venti braccia da riva a
riva. Tutta quella costa di tramontana corre greco tramontana e garbino ostro.
Il porto predetto, nel qual ci fermammo alla terra d'ostro,  porto dell'acque
del flusso e di poca valuta. Noi le chiamamo l'isolette di San Giovanni,
percioch nel giorno della decollazione del detto santo noi v'entrammo. E
avanti che s'arrivi al detto porto v' un'isola verso levante, da esso distante
intorno a cinque leghe, dove non v' passaggio alcuno fra terra ed essa,
eccetto per barchette picciole. Detto porto dell'isolette San Giovanni disecca
tutte l'acque del flusso, le quali crescono per il flusso sino a braccia due.
Il miglior luogo da metter navi  verso l'ostro d'una picciola isoletta, qual 
per mezzo di detto porto, e fa la riva di detta isola.
Noi ci partimmo di detto porto il primo di settembre per andar verso Canada, e
intorno quindeci leghe da detto porto verso ponente e garbin sono tre isole per
mezzo del detto fiume, per traverso delle quali v' il fiume molto profondo e
corrente, quale  quello per il qual si va nel reame e terra di Saguenai, s
come ne fu detto dai duoi salvatichi del paese di Canada. E questo fiume passa
per alte montagne di nuda pietra, dove non  se non pochissima terra, e
nondimeno v' gran quantit d'arbori di molte sorti, i quali crescono sopra
detta pietra nuda n pi n manco che sopra buon terreno, di sorte che n'abbiam
veduto uno cos grande che saria bastante di far arbore da nave di trenta
botte, e cos verde quanto sia possibile di vedere, il quale era sopra una
roccia di pietra, senza aver alcun nutrimento di terra. Nell'entrar di quel
fiume scontrammo quattro barche di salvatichi, quali venivano verso di noi con
gran paura e timore, di sorte che una parte d'essi ritorn indietro, e l'altra
venne tanto appresso che poteron intendere uno de' nostri salvatichi, qual gli
disse il suo nome e fecesi conoscere, e li fece venir sicuramente.
Il d seguente, a' duoi di settembre, uscimmo fuora di detto fiume per andare
alla volta di Canada, e trovammo il flusso del mare molto corrente e
pericoloso, percioch verso l'ostro di detto fiume sono due isole, nel circoito
delle quali a pi di tre leghe l'acqua non  alta pi di due braccia, e vi sono
infiniti sassi e pietre grandi come tonnelli e botte. E il flusso per dentro
dette isole  molto inconstante e inganna, di maniera che fummo in pericolo di
perder il nostro galione, se non fosse stato il soccorso delle nostre barche: e
alla costa di dette secche  alta l'acqua pi di trenta braccia. Passato detto
fiume di Saguenai d'intorno 5 leghe verso garbin, trovasi un'altra isola dalla
banda di tramontana, nella quale sono alcune terre molto alte, per traverso
delle quali pensammo di metter l'ancore per fermarci contro il reflusso: e non
potemmo trovarvi fondo con cento e venti braccia ad un trar d'arco da terra, di
sorte che fummo constretti di ritornar verso detta isola, ove trovammo
trentacinque braccia e pi di fondo. Il d seguente da mattina facemmo vela e
ci partimmo per passar oltre, e avemmo notizia d'una certa sorte di pesce non
pi veduta da alcuno n conosciuta. Sono questi pesci cos grossi come
marsovini, senza per simigliarli punto, e assai ben formati di corpo, e hanno
il capo come un can levriero, tutti bianchi come neve, senza macchia alcuna: e
ve n' quantit grande dentro detto fiume, i quali vivono tra il mare e l'acqua
dolce. Quelli del paese li chiamano adhothuys, e ne hanno detto che sono molto
saporiti e buoni da mangiare; e pi dicono e affermano che altrove che nella
bocca di detto fiume non se ne trova.
Il sesto giorno del detto mese, essendo il tempo bello, andammo all'ins del
detto fiume da quindeci leghe, e venimmo a sorgere ad un'isola che riguarda
alla volta di tramontana e fa un picciolo porto e staria di terra, nella qual
sono innumerabili e grande testuggini, che se ne stanno intorno a questa isola.
Similmente d'intorno di detta isola fassi gran pescheria di adhothuys dagli
abitanti di quel paese, e vi  cos gran correntia come in Bordeos di flusso e
reflusso. Questa isola ha di lunghezza intorno tre leghe e di larghezza due, ed
 terra molto buona e grassa, piena di belli e grandi arbori di parecchie
sorti: e tra gli altri vi sono molti nosellari domestichi, quali trovammo tutti
carichi di noselle pi grosse e saporite che non sono le nostre, ma un poco pi
durette; per il che la chiamammo l'isola de' Nosellari.
Il settimo giorno di detto mese, la vigilia della Madonna, dopo udita la messa
ci partimmo di detta isola per andar all'ins di detto fiume, e arrivammo a
quattordeci isole distanti dall'isole de' Nosellari intorno sette in otto
leghe: e quivi  il principio della provincia e terra di Canada; delle quali
isole ve n' una grande di longhezza da dieci leghe e cinque di larghezza, la
qual  molto abitata da persone che fanno gran pescheria d'ogni sorte di pesce
che si trova per dentro detto fiume, secondo la loro stagione. Avendo noi posta
l'ancora tra questa grande isola e la terra di tramontana, dismontammo e
menammo li detti duoi nostri salvatichi, e trovammo molti di quel paese, i
quali non volevano punto accostarsi a noi, anzi fuggivano, insino che i detti
due nostri uomini cominciarono a parlargli e dirli ch'essi erano Taignoagny e
Domagaya: e allora, subito riconosciuti, li cominciorono a far allegrezza,
ballando e facendo molte cerimonie. E vennero alle nostre barche alcuni de'
principali, portandoci pur assai anguille e altre sorti di pesci, con due o tre
cariche di miglio grosso, del qual essi fanno il suo pane in detta terra, con
molti e grossi melloni. In questo giorno vennero anco molte barche piene di
gente di quel paese, s uomini come donne, per veder e far accoglienza alli
detti nostri duoi uomini; quali tutti furono cortesemente ricevuti dal nostro
capitano, che li fece carezze quanto li fu possibile, e per farseli amici li
don alcuni piccoli presenti di poca valuta, de' quali per rimasero
contentissimi.
Il seguente giorno il signor di Canada, chiamato Donnacona per nome (ma per
signore il chiamano agouhanna), venne con dodeci barche, accompagnato da molta
gente, appresso le nostre navi: e fattene ritirar dieci indietro, s'accost con
due solamente alla banda delle nostre navi, accompagnato da sedeci uomini. Poi
cominci detto agouhanna all'incontro della pi picciola delle nostre navi a
far una predica secondo il modo loro e usanza, movendo tutto il corpo e le
membra di strana e maravigliosa sorte, la qual cosa  cerimonia e segno
d'allegrezza e sicurt. Essendo poi giunto appresso la nave generale, nella
quale erano Taignoagny e il suo compagno, parl con loro ed eglino con lui,
cominciandoli a narrar quello ch'aveano veduto in Francia, e il buon
trattamento fatto loro: delle qual cose detto signor fu molto allegro, e preg
il capitano che li porgesse il suo braccio per baciarlo e metterselo sul collo,
che  il modo come fanno carezze in quella terra. Allora il capitano entr
nella barca di detto agouhanna e fece portar pane e vino, per far bere e
mangiar detto signor con la sua compagnia, il che fu fatto, e loro rimasero
molto contenti e sodisfatti: e per allora non li fu fatto presente alcuno,
aspettando tempo e opportunit. Dopo queste cose tolsero licenzia e si
partirono l'un dall'altro, e detto signor si part con le sue barche per
ritirarsi al suo luogo, e il capitano fece apparecchiar le sue barche per
passar oltre e andar al ins del detto fiume con flusso, per cercar luogo e
porto sicuro da metter le navi. E andammo al contrario per detto fiume intorno
di dieci leghe, costeggiando detta isola, e in capo di quella trovammo un gorgo
d'acqua bello e ameno, nel qual luogo  un picciol fiume e porto, dove per il
flusso  alta l'acqua intorno a tre braccia. Ne parve questo luogo commodo per
metter le nostre navi, per il che quivi le mettemmo in sicuro, e lo chiamammo
Santa Croce, percioch nel detto giorno v'eramo giunti. Presso di questo luogo
 un villaggio del qual  signor detto Donnacona, il qual quivi fa la sua
residenzia. Chiamasi questo luogo Stadacona, terra tanto buona quanto sia
possibile di vedere, ed  molto fertile, piena di bellissimi arbori della sorte
di quelli di Francia, come sarebbeno quercie, olmi, frassini, nogare, nassi,
cedri, vigne, spini bianchi, i quali producono il frutto cos grosso come
susini damaschini, e di molte altre specie d'arbori, sotto de' quali vi nasce e
cresce cos bel canapo come quel di Francia: e nondimeno vi nasce senza semenza
e senza opera umana n lavoro alcuno. Avendo considerato detto luogo e
trovatolo buono, si ritir il detto capitano con la sua gente per ritornare
alle navi. Ma, mentre uscimmo di detto fiume, ecco che trovammo a riscontro di
noi uno de' signori di detto villaggio di Stadacona, accompagnato da molta
gente, s uomini come donne e piccioli fanciulli, il quale cominci a far una
predica all'usanza e modo del paese, in segno d'allegrezza e sicurt. Le donne
cantando ballavano tuttavia, e nondimeno erano in acqua sino alle ginocchia. Il
nostro capitano, conoscendo il loro buon animo e amorevolezza, fece accostare
la barca nella quale essi erano, e gli dette de' coltelli e picciole corone di
vetro: delle qual cose ebbero maravigliosa allegrezza, di sorte che, essendo
noi partiti da loro e discosto intorno a tre miglia, li vedevamo ballare e
udivamo cantare, dimostrandosi lieti per la venuta nostra.


Come il capitano and a veder la grandezza dell'isola e natura di quella, e
ritorn alle navi e le fece menar al fiume Santa Croce

Dipoi che fummo giunti con le barche alle navi, ritornati dal fiume Santa
Croce, il capitano comand che s'apparecchiassero le barche per andar a terra
in detta isola e vedere gli arbori, i quali in vista parevano bellissimi, e
considerare la natura e qualit del terreno d'essa isola: il che fu fatto, e la
trovammo piena di molti begli arbori della sorte de' nostri, similmente vigne
pur assai, cosa non pi veduta in tutto quel paese da noi, per il che la
chiamammo l'isola di Bacco. Ha questa isola di lunghezza intorno dodeci leghe,
ed  molta bella in vista, ma piena di boschi, senza esservi lavorata parte
alcuna, eccetto che in alcuni luoghi vi sono certe casuzze dove stanno a
pescare, s come per innanci avemo fatta menzione. Il d seguente ci partimmo
con le navi per menarle in detto luogo di Santa Croce, e v'arrivammo alli
quattordici del detto mese, e ne vennero incontro li detti Donnacona,
Taignoagny e Domagaya con venticinque barche piene di quelle genti, quali
venivano dal luogo d'onde eravamo partiti e se n'andavano a Stadacona, dove 
la loro stanza. E tutti quanti vennero alle nostre navi facendo e mostrando
parecchi segni di gioia e allegrezza, eccetto li nostri duoi ch'avevamo menati
con noi, cio Taignoagny e Domagaia, i quali parevano mutati di pensiero e
animo, n pi volevano in modo alcuno intrar nelle nostre navi, non obstante
che fossero molte volte pregati: per il che incominciammo a dubitar di loro n
pi fidarsi. Il capitano gli domand se volevano secondo che gli avevano
promesso d'andar con lui ad Hochelaga, ed essi risposero de s, e che ci
avevano deliberato, cio d'andarvi, e allora ciascuno si ritir.
Il d seguente, che fu alli quindeci, il detto capitano and a terra per far
piantar pali e marche, per pi sicuramente metter le navi a salvamento. Ed ecco
che quivi vennero incontra molti di quel paese, tra i quali v'era il detto
Donnacona e i nostri duoi uomini con la lor compagnia, i quali si tennero da
parte sotto una punta di terra, qual  sopra la riva d'un fiume, senza che
alcun di loro venisse a noi, s come facevano gli altri che non erano dalla lor
banda. Ma il capitano, intendendo che v'erano, comand a parte della sua gente
che lo seguitassero, e andossene verso di loro sotto detta punta, dove ritrov
li detti Donnacona, Taignoagny, Domagaia con parecchi altri. E dapoi salutatisi
insieme, Taignoagny si fece innanzi per parlar col capitano, dicendo che detto
signor Dannacona si ramaricava percioch esso capitano con li suoi portassero
arme da guerra, percioch dal canto loro nessuno ne portava: al che rispose il
capitano che, quantunque dispiacesse loro, non lascierebbe per di portarle, e
che quella era l'usanza di Francia, s come egli sapeva. Ma nondimeno, con
tutte queste parole, non restarono detto capitano e Donnacona di parlar insieme
l'un con l'altro lietamente e farsi grata accoglienza. Allora ci accorgemmo che
quanto aveva detto Taignoagny non procedeva da altri che da lui e dal suo
compagno, percioch, avanti che si partissero di detto luogo, detto capitano e
Donnacona fecero una securit e amicizia di maravigliosa sorte: del che tutto
il popolo di detto signor Donnacona ad un tratto gett e fece tre gridi grandi
a piena voce, che fu cosa orribile ad udire. E, presa licenzia l'una parte
dall'altra, noi ci ritirammo a riva per quel giorno.
Il d seguente del detto mese noi mettemmo le due pi grandi navi dentro detto
fiume e porto, dove, essendo l'acque alte, v' fondo di tre braccia, e quando
sono basse di mezzo braccio; il galione lasciammo fuora del sorgitore per
menarlo ad Hochelaga. Subito che dette navi furono dentro il porto e in
sicurt, ecco che vedemmo Donnacona, Taignoagny e Domagaia con pi di
cinquecento fra uomini, donne e fanciulli piccolini: ed entr dentro le navi
detto signore con dieci o dodeci de' pi grandi personaggi del paese, i quali
furono tutti cortesemente accarezzati dal capitano e da tutti li suoi, e
furonli dati certi presenti piccioli. Poscia Taignoagny disse al capitano che
detto signore si doleva percioch egli voleva andar in Hochelaga, e che non
voleva punto ch'esso che gli parlava andasse con lui, percioch il fiume non
era d'importanza. Il capitano li rispose che con tutto questo non lascierebbe
d'andarvi, se li fusse possibile, imperoch aveva comandamento dal re suo
signor d'andar pi inanti che fosse possibile, e che s'egli, cio Taignoagny,
voleva andarvi, s come aveva promesso, gli sarebbe fatta buonissima compagnia
e un presente del quale rimarrebbe contento, e che 'l non arebbe da far altro
che andar e venir da Hochelaga. Al che Taignoagny rispose che non voleva
andarvi punto. E subito si ritirorono alle loro case.
Il d seguente, che fummo a' 17 di settembre, Donnacona e gli altri ritornorono
come prima, portando seco molte anguille e altre sorti di pesci che si prendono
in gran quantit in detto fiume, come diremo di sotto, e subito giunti presso
le navi cominciorono a cantar e ballar secondo ch'erano soliti. Fatto questo,
Donnacona fece metter tutte le sue genti da una banda, dipoi fece un cerchio
sopra del sabbione, dentro del qual fece metter il capitano e tutta la sua
gente, e allora incominci una predica, tenendo in una delle sue mani una
fanciulla d'et di dieci o dodeci anni, la quale present al nostro capitano: e
subito tutto il popolo di detto signore si messe a far tre gridi e urli grandi,
in segno d'allegrezza e colliganza. Poscia di nuovo li fece un presente di dua
piccioli fanciulli di minor et, un dopo l'altro, per i quali fecero simil
gridi e cerimonie, s come disopra aveano fatto: de' quali presenti il nostro
capitano ringrazi molto detto signore. Allora Taignoagny disse al capitano che
uno de' detti fanciulli era suo fratello e la fanciulla era figliuola della
sorella del detto signore, e che gli erano fatti questi presenti da loro acci
ch'egli non andasse punto ad Hochelaga. A questo rispose il capitano che se gli
avevan dati con questa intenzione e fine, che s'egli non voleva, che li
ripigliassero, e che per cosa alcuna non voleva restar d'andarvi, percioch
cos gli era stato comandato. Ma sopra di queste parole Domagaia, compagno del
detto Taignoagny, disse al capitano che detto signor gli aveva fatti questi
presenti di fanciulli in segno d'amorevolezza e sicurt, e che esso era
contento d'andar con lui ad Hochelaga. Sopra il che vi furon di gran parole fra
detti Taignoagny e Domagaia.
Allora ci accorgemmo chiaramente che Taignoagny era un tristo, e che non
pensava altro che male e tradimento, s per questo atto come eziandio per
altri, li quali avevamo veduto fare. Dopo questo il capitano fece metter detti
fanciulli nelle navi, e fecesi portar due spade e duoi bacini di rame, uno
piano e schietto, l'altro lavorato, da lavar le mani, e ne fece un presente al
detto signor Donnacona, il quale molto se ne content e resene grazie al
capitano. E subito comand detto Donnacona a tutta la sua gente che cantassero
e ballassero; poscia preg il capitano che volesse far tirar un colpo
d'artiglieria, percioch detti Taignoagny e Domagaia ne facevano gran conto e
aveangli detto cose grandi, e anco perch n esso n gli altri mai pi ne
avevano sentito n veduto. A questo rispose il capitano che volentieri, e
subito comand alli suoi che tirassero dodeci cannoni con le balle per traverso
del bosco qual era presso dette brigate e navi: per la qual cosa rimasero tanto
stupefatti e attoniti, e pensarono che 'l cielo gli fosse caduto adosso, per il
che si misero in tanta paura e gridare e urlare che pareva quivi esser aperto e
votato l'inferno. Ma, avanti che si partissero, Taignoagny fece dir per
interposte persone che quelli del galion che era restato nel sorzidor avevano
ammazzati duoi della sua gente con un colpo d'artiglieria, per il che si misero
a fuggire con tanta furia come se gli avessimo voluti amazzare: il che poi non
si trov esser la verit, percioch in tutto quel giorno quelli del galione non
avevano tirato artiglieria alcuna.


Come li detti Donnacona e Taignoagny e altri s'imaginarono una astuzia, e
fecero vestir tre uomini in forma di diavoli, i quali fingevano esser venuti da
parte del loro iddio Cudruaigni per impedirne il viaggio d'Hochelaga.

Il seguente giorno, 18 del detto mese di settembre, sforzandosi costoro
tuttavia d'impedirne il viaggio d'Hochelaga, s'imaginarono uno inganno, come si
dir. Eglino acconciorono tre uomini in forma di diavoli, con le corna lunghe
un braccio e in dosso pelle di cani negri e bianchi, e il viso dipinto di negro
com' il carbone, e li fecero metter dentro in una delle lor barche
nascosamente da noi; n con la lor compagnia secondo il solito vennero presso
le nostre navi, ma stettero ascosi dentro del bosco senza mostrarsi alcuno da
circa 2 ore, aspettando che la marea crescesse accioch potesse arrivar detta
barca. La qual ora venuta, tutti quanti uscirono del bosco e si presentarono
dinanzi alle navi, senza per accostarsi punto, s come prima solevano. Allora
Taignoagny cominci a salutar il capitano, qual li dimand se voleva il
battello; egli rispose di no per allora, ma che de l ad un pezzo entrerebbe
nelle navi. E incontinente arriv detta barca con li detti tre uomini, che
parevano tre diavoli, avendo cos gran corne sopra la testa, e veniva quello di
mezzo facendo un maraviglioso sermone. Passorono al longo delle nostre navi
senza voltar punto il viso verso di noi, e andarono a dar in terra con detta
barca: e subito detto signore Donnacona e la sua gente la presero insieme con i
detti tre uomini, quali s'erano lasciati cascar sopra il fondo di quella come
se fossero morti, e il tutto insieme portorono dentro del bosco, che era
distante de l un trar di pietra; n vi rest pur un solo davanti le navi, che
tutti non si ritirassero con gli altri nel bosco. Dove stando cominciorono a
far una predica e sermone, la qual udimmo dalle navi, che dur intorno di mezza
ora; la qual finita, uscirono detti Taignoagny e Domagaia venendo verso le
nostre navi, tenendo le mani giunte in alto e il cappello sotto la lor vesta,
mostrando grande ammirazione. E Taignoagny cominci a dire, alzando gli occhi
verso il cielo, tre volte: "Iesus, Iesus, Iesus". Poscia Domagaia, anch'egli
levando gli occhi verso il cielo come l'altro, disse: "Ies Maria, Iacques
Carthier". Il capitano, vedendoli far simili atti e cerimonie, li domand quel
che aveano, e che cosa vi fosse intravenuta di nuovo; ed eglino risposero che
v'era soppragiunta una cattiva nuova, dicendo in francese: "Nenni est il bon",
cio "Non  ella bona". Il capitan dimand loro un'altra fiata che cosa fosse,
e allora risposero che l'iddio loro, chiamato Cudruaigni, aveva parlato in
Hochelaga, e che quelli tre uomini erano venuti da parte sua per dir loro la
nuova, che v'era tanto ghiaccio e neve che coloro i quali v'andarebbono
morrebbono tutti quanti. Le quali parole udendo, noi tutti ce ne ridemmo e
femmoci beffe, dicendoli che 'l loro iddio Cudruaigni era un matto e scempio e
che non sapeva quello che si dicesse, e che facessero intender a detti
messaggieri da parte nostra che Ies li difenderebbe tutti dal freddo se
volessero creder in lui. Allora detto Taignoagny e il suo compagno dimandorono
al capitano s'egli avesse parlato a Gies; rispose di no, ma che i suoi preti
gli avevano parlato, e detto che farebbe bel tempo. Delle qual parole
ringraziorono il nostro capitan, e se n'andorono nel bosco a dir la nuova agli
altri, i quali subito uscirono fuora fingendo d'esser lieti per quelle parole
ch'aveva detto il capitano: e per dimostrare che n'avevano avuta allegrezza,
subito che furono dinanzi alle navi, fecero tutti insieme tre gran gridi e
urli, e si misero a cantare e ballare s come erano soliti, volendo dimostrarsi
lieti. Ma per resoluzione Taignoagny e Domagaia dissero al capitano che 'l
detto signore Donnacona non voleva punto che alcuno di loro andasse con lui a
Hochelaga, s'egli non dava ostaggio che restasse in terra con detto Donnacona;
il capitano li rispose che se non volevano andarli di buona voglia, che
restassero in pace, e che per loro non lasciarebbe di sforzarsi d'andarvi.


Come il nostro capitano, con tutti li gentiluomini e cinquanta marinari, si
partirono col galione e le due barche della provincia di Canada per andar ad
Hochelaga; e narrasi anco quello che fu visto nel cammino sopra il detto fiume.

Il seguente giorno, 19 del detto mese di settembre, facemmo vela e ci partimmo
col galione e le due barche per andar su il detto fiume col crescer della
marea, dove cominciammo a veder da tutte e due le rive tanto bel paese quanto
possibil sia di vedere, e tutto continuato e pieno di pi belli arbori del
mondo, con tante vigne cariche di raspi d'uva lungo detto fiume, che paiono pi
presto esser state piantate di mano d'uomo che altramente. Vero  che, per non
esser coltivate n tagliate, non producono li raspi n tanti grossi n cos
dolci quanto li nostri. Similmente trovammo di molte case sopra il detto fiume,
le quali sono abitate dagli uomini che ivi pescano ogni sorte di pesci, i quali
venivano alle nostre navi con tanta domestichezza e amorevolezza come se noi
fussimo stati del paese, portandone pesci in quantit e altre cose di quelle
che avevano, per aver della nostra mercanzia: e levando le mani al cielo
facevano molti segni d'allegrezza. Ed essendo noi fermati in un luogo distante
di Canada intorno venticinque leghe, chiamato Ochelai, il qual  dove si
ristringe con gran correntia il detto fiume, e per  pericoloso s de' sassi
come anco dell'altre cose, vi vennero parecchie barche alla banda, e tra
l'altre vi venne un gran signor del paese, il qual veniva facendo una gran
predica, e, giontoci appresso, mostrava evidenti segni con le mani e altre
cerimonie che poco pi alto il detto fiume era molto pericoloso, avisandone che
ci dovessimo guardare. Present detto signore duoi de' suoi figliuoli al
capitano, de' quali accett il capitano una fanciulla d'et di circa sette in
otto anni, e non volse accettar un puttino di dua o tre anni, percioch egli
era troppo picciolo. Detto capitano accarezz detto signore e la sua compagnia
con quella cortesia che pot, donandoli certi piccioli presenti, e cos si
partirono e n'andorono a terra; e dipoi venne detto signor con la sua moglie
sino a Canada a visitar la sua figliuola, portando qualche presente al
capitano.
E da li 19 fino alli 28 del detto mese andammo tuttavia navigando all'in suso
per detto fiume, senza mai perder pur un'ora di tempo; nel qual spazio trovammo
cos bel paese e terre cos unite quanto possibil sia desiderare, piene, s
come abbiamo detto, di bellissimi arbori, cio quercie, olmi, nogare, cedri,
abeti, frassini, boies, salici e vigne in quantit grande, nelle quali era
tanta abondanza d'uva che i compagni ne venivano tutti quanti carichi a riva.
Vi sono similmente molte grue, cigni, oche, anetre, fagiani, pernici, merli,
ruzzetti, tortore, gardolini, lugarini, rosignuoli, passare solitarie e altri
uccelli, s come in Francia e in grande abondanza. Nel detto giorno 28 di
settembre arrivammo ad un gran lago e pianura di detto fiume, largo intorno
cinque o sei leghe e lungo dodeci, e navigammo tutto quel giorno all'ins
contra acqua, n trovammo pi di due braccia di fondo egualmente, senza alzarsi
n abbassarsi. Ed essendo arrivati all'uno de' capi di detto lago, non vedemmo
passaggio alcuno n uscita, anzi pareva che 'l fosse tutto serrato e chiuso
senza alcuna uscita d'alcun fiume, n trovammo al capo d'esso pi di braccia
uno e mezzo di fondo. Per il che ne fu bisogno di metter l'ancora fuori e
fermarsi, e andar con le barche cercando qualche uscita: e trovammo che vi sono
quattro o cinque rami, i quali, usciti dal detto gran fiume, entrano in detto
lago e vengono da Hochelaga. Ma in essi rami, per l'impeto grande col qual
escono, per il corso dell'acque fanno certe sbarre e traverse, e non v'era per
allora salvo che un braccio. Passate poi dette sbarre, trovammo quattro o
cinque braccia, ed era il tempo delle pi basse acque dell'anno, secondo che
conoscemmo per il flusso di dette acque, le quali crescono pi di tre braccia
d'altezza. Tutti questi rami circondano cinque o sei belle isole, le quali
fanno il capo di detto lago, poscia si riuniscono tutti in uno da 15 leghe di
sopra. Questo giorno andammo ad una di quelle, e trovammo cinque uomini che
pigliavano delle bestie salvatiche, quali vennero alle nostre barche cos
domesticamente e senza paura alcuna, come se avessero fatta tutta quanta la lor
vita con noi: s che, essendo le nostre barche presso alla riva, uno di loro
tolse il nostro capitano nelle braccia e portollo a terra, cos leggiermente
come se stato fosse un puttino di cinque anni, tanto era costui grande e
robusto. Noi trovammo che avevano un gran fascio di sorzi salvatichi, che
vivono nell'acqua e sono grandi come conigli e buonissimi da mangiare, de'
quali fecero un presente al capitano; ed egli dette loro de' coltelli e corone
in ricompensa. Noi li domandammo con cenni se quella era la strada d'Hochelaga,
ed essi risposero di s, e che era distante ancora tre giornate ad arrivarli.


Come il capitano fece acconciar le barche per andar ad Hochelaga e lasciar il
galion per la difficult del passaggio, e come noi v'arrivammo, e
dell'accoglienza che ne fece il popolo alla venuta nostra.

Il d seguente, vedendo il capitano che non era possibile che per allora il
galion passasse pi oltre, fece acconciar le barche e mettervi dentro tanta
munizione e vettovaglie quanta eran capaci di portare, e partissi con quelle
accompagnato da gentiluomini, cio Claudio del Ponte Briant, coppiere di
monsignor dolfino, Carolo della Pommeraye, Giovanni Gouion, Giovanni Poullet
con ventiotto marinai, e Mace Iallobert e Guiglielmo il Breton, i quali avevano
il carico delle due altre navi sotto il capitan, per andar all'ins di detto
fiume pi che fosse possibile. E navigammo con buon tempo sino alli 19 ottobre,
che arrivammo in detta terra d'Hochelaga, distante dal luogo dove era restato
il galione 45 leghe; nel qual luogo d'Hochelaga e nel cammino che facemmo
trovammo molta gente di quel paese, che ne portavano de' pesci e altre
vettovaglie, ballando e rallegrandosi grandemente della nostra venuta. Il
capitano, per innescarli e tenerli in amicizia con noi, li dava per ricompensa
coltelli, corone e altre cose minute, delle quali restavano molto sodisfatti.
Ed essendo noi giunti presso d'Hochelaga, ne vennero incontro e presentoronsi
avanti di noi pi di mille persone, s uomini come donne e fanciulli, i quali
ne fecero quella accoglienza e carezze e con tanta allegrezza che far potrebbe
il padre al figliuolo, percioch gli uomini da una banda ballavano, le donne
dall'altra, e similmente i fanciulli da un'altra; e doppo questo ne portorono
gran quantit di pesci e del suo pane fatto di miglio grosso, gettandolo nelle
barche, di sorte che pareva che cascassero dall'aria. Il che vedendo, il nostro
capitano discese a terra con molti della sua compagnia. Subito ch'egli fu
disceso in terra, tutti quanti si ragunarono in frotta intorno di lui e di
tutti gli altri, facendone carezze grandissime, portando i lor piccioli
fanciulli in braccio per farli toccare dal nostro capitano e dagli altri,
facendo festa e allegrezza che dur pi di mezza ora. E vedendo il capitano la
loro amorevolezza e grata accoglienza, fece seder all'ordine tutte quante le
donne, e dette loro delle corone di stagno picciole e altre cose minute, e a
parte degli uomini de' coltelli. Poi si ritir verso le barche per cenare, e
passammo quella notte, la qual quanto dur stette quel popolo a riva del detto
fiume, quanto pi pot presso delle nostre barche, facendo tuttavia fuochi
grandi e balli, e dicendo ognora "Aguyaze", che significa appresso di loro
salute e allegrezza.


Come il capitano e cinque gentiluomini con venti uomini armati e ben in ordine
andorono alla terra d'Hochelaga, e il sito d'essa.

Il d seguente da mattina, molto a buon'ora, il capitano adornatosi fece anche
metter la sua compagnia ad ordine, per andar a veder la terra e abitazione del
detto popolo, e una montagna ch' posta appresso la detta citt; alla qual
andorono col capitano li gentiluomini con 20 marinari, lasciando il restante
per guardia delle barche, e tolse tre uomini d'Hochelaga per condurne al detto
luogo. E camminando noi trovammo la strada cos battuta e frequentata quanto
dir si possa, e il pi bello e miglior paese che possibil sia di vedere, e
tutto pieno di cos belle quercie come siano in qualsivoglia selva di Francia,
sotto le quali era la terra tutta coperta di ghiande. E avendo noi camminato
intorno quattro miglia e mezzo, trovammo nella strada uno de' principali
signori di detta citt, accompagnato da molta gente, il quale ne fece segno che
bisognava riposarsi in detto luogo, presso d'un fuoco ch'avean fatto sopra
detta strada: il che facemmo. Essendo noi quivi fermati, cominci detto signore
a far un sermone e predica, s come gi di sopra s' detto esser la loro usanza
di far per allegrezza e amicizia, dimostrando col viso allegro un buon animo
verso detto capitano e la sua compagnia; il qual li dette due manerette, un
paro di coltelli, con una croce che li fece baciare, poi gliela messe al collo:
de' quali presenti egli rese grazie al detto capitano. Fatto questo, andammo
pi oltre, e intorno un miglio e mezzo da l cominciammo a trovar li campi
lavorati, e belle e grandi campagne, piene di formento del lor paese, il qual
formento  tale qual  il miglio di Bresil, e cos grosso e pi di quel che son
i piselli; del qual miglio vivono s come viviamo noi del formento. In mezzo di
quelle campagne  posta la terra d'Hochelaga, appresso e congiunta con una
montagna, coltivata tutta a torno e molto fertile, sopra la qual si vede molto
lontano. Noi la chiamammo il monte Regal.
La terra d'Hochelaga  rotonda e serrata di legnami, con tre man di steccati un
appresso l'altro, che son fatti in forma d'una piramide, incrociati di sopra, e
il steccato di mezo  fatto diritto a linea perpendicolare; i quali steccati
poscia sono orditi di legni distesi in terra per lungo, e congiunti e cuciti
bene insieme secondo il modo loro. Ha d'altezza questo serraglio circa due
lancie, e non v' se non una porta ed entrata, la qual si serra con pali e
sbarre; sopra della qual porta, e anche in molti luoghi di detto serraglio, vi
sono come corridori e scale per potervi montare, tutti forniti e pieni di
sassi, pietre e cuogoli, per guardia e difesa di quella. Sono in questa terra
circa cinquanta case, lunghe da cinquanta passi e larghe dodeci o quindici,
fatte tutte di legno, coperte e guarnite di scorze grandi di detti legni, che
son cos larghi come tavole, benissimo e maestrevolmente cucite. Dentro di
queste case vi sono molte stanze e camere, e in mezzo di ciascheduna v' una
corte grande in terra, dove fanno il fuoco. Vivono in commune, poscia si
ritirano mariti e moglie e fanciulli ciascuno nelle lor camere. Similmente di
sopra delle loro case hanno granari, dove mettono quel loro formento del qual
fanno il suo pane, qual chiamano carraconny, il qual pane fanno nel modo
seguente. Hanno certe pile di legno come sono quelle da pestar canape, e con
pestoni di legno pestano detto grano in polvere, e poi ne fanno pasta, e di
quella fogazze over torte, quali mettono sopra una pietra larga calda; dipoi la
cuoprono con cuogoli caldi, e in questo modo cuocono il lor pane in vece di
forno. Fanno similmente parecchie minestre di detto formento, e anche di
piselli e fave, de' quali hanno abbondanza grande; cos melloni assai e
cocomeri grandi, e di molti altri frutti. Hanno similmente nelle loro case vasi
grandi come botte, dove mettono il pesce in conserva, il qual l'estate fanno
seccar al sole, poscia ne vivono l'inverno: e di questi fanno gran munizione,
come abbiamo visto per esperienzia. Tutti i loro cibi sono senza gusto e sapore
alcuno di sale. Dormono sopra scorze d'arbori distese sopra la terra, con pelli
triste d'animali salvatichi, de' quali anche fanno le lor vesti e coperte. La
cosa pi preciosa che abbino in questo mondo la chiamano esurgny, il quale 
bianco quanto la neve, e lo pigliano nel detto fiume in cornibotz, nel modo che
seguita. Quando qualcuno ha meritato la morte, overo hanno preso alcuno de' lor
nemici in guerra, l'ammazzano, poi con gran coltellate li tagliano le culatte,
le coscie e le spalle, e calano detto corpo sin al fondo del fiume, dov' detto
esurgny, e ve lo lasciano dieci o dodici ore. Poi lo tirano su, e tra le
tagliate e sfesse trovano detti cornibotzi, de' quali fanno a modo de
paternostri, e questi usano come facciamo noi dell'oro, dell'argento, e stimano
la pi preziosa cosa del mondo: e hanno questi cornibotz propriet di far
stagnare il sangue del naso, che noi abbiamo esperimentato. Tutto questo popolo
non si d ad altro che all'agricoltura e a pescar per vivere, percioch d'altri
beni di questo mondo non fanno stima alcuna, imperoch non n'hanno conoscenza,
non partendosi mai del lor paese n essendo vagabondi come quelli di Canada e
di Saguenay, bench detti di Canada sieno loro soggetti, con otto o nove altri
villaggi posti sopra detto fiume.


Come noi arrivammo in detta terra d'Hochelaga e dell'accoglienza che ne fu
fatta, e come il capitano fece loro presenti, e di pi altre cose.

Essendo noi arrivati appresso la terra, presentossi dinanzi a noi gran numero
degli abitanti, i quali secondo il modo loro e usanza ne fecero buona
accoglienza; e dalle nostre guide e conduttori fummo menati in mezzo della
terra, dove tra le case v' una piazza grande e spaziosa circa un trar di
pietra in quadro, cio da ciaschedun canto: e fecero segno che ivi ci dovessimo
fermare. E in un subito si ragunoron tutte le fanciulle e donne della terra,
parte delle quali erano cariche di fanciulli piccioli in braccio, e ci vennero
a fregar il viso, le braccia e l'altre parti del corpo che ci potevano toccare,
lagrimando di tanta allegrezza ch'aveano di vederci, e facendoci la miglior
ciera che gli era possibile, mostrandoci con segni che ci piacesse toccar li
loro fanciulletti. Dopo queste cose, gli uomini fecero ritirar le donne, ed
eglino sederono attorno di noi in terra, come se avessimo voluto recitar
qualche comedia o qualche altro misterio; e subito ritornorono le donne, e
ciascuna portava una stuora quadra in forma di tapeto, e distendendole in mezzo
detta piazza ci fecero seder sopra di quelle. Fatto questo, fu portato da nove
o dieci uomini il loro re e signor del paese, il qual nella lor lingua chiamano
agouhanna, qual sedeva sopra una gran pelle di cervo: e lo posero sopra le
dette stuore in mezzo la piazza, appresso il nostro capitano, accennandoci che
costui era il loro re e signore. Era questo agouhanna d'et d'anni cinquanta
intorno, n era punto meglio vestito degli altri, eccetto che aveva intorno il
capo a modo di fazzuolo rosso in vece di corona, fatto di pelli d'animali detti
ricci, ed era detto signor tutto quanto paralitico e attratto delle sue membra.
Dopo ch'egli ebbe con cenni salutato detto capitano e la gente, e fattogli
evidenti segni di buonissima accoglienza e che fossero benissimo venuti, mostr
le sue gambe e le braccia a detto capitano, facendoli segno che li piacesse di
toccarle: il qual con le proprie mani le freg, e allora detto agouhanna tolse
quella cinta e corona ch'aveva in capo e la dette al capitano. Dipoi furono
menati avanti detto capitano molti ammalati, come ciechi, orbi, zoppi e
impotenti, e persone tanto vecchie che le palpebre degli occhi pendevano loro
sino sopra le gote, mettendoli e distendendoli presso detto nostro capitano,
acci fossero da lui toccati, di sorte che pareva che Iddio fosse quivi disceso
dal cielo per guarirli. Il nostro capitano, vedendo la miseria, piet e fede di
questo popolo, recit l'evangelio di san Giovanni, cio l'In principio, facendo
il segno della croce sopra degli ammalati, pregando Iddio che gli piacesse di
dar a costoro conoscenza della nostra santa fede, e grazia di ricever il
cristianesimo e battesimo. Poi detto capitano prese l'ufficio e ad alta voce
lesse di parola in parola la passione del nostro Signore, s che tutti li
circonstanti lo poterono udire: dove tutto questo povero popolo fece gran
silenzio e stette maravigliosamente attento, riguardando il cielo e facendo le
medesime cerimonie che ci vedevano fare. Dopo questo fece il capitano metter
tutti gli uomini da una banda in ordinanza e le donne da un'altra, e similmente
li fanciulli dall'altra, e dette alli principali delle manerette e agli altri
de' coltelli, e alle donne delle corone, de' paternostri e altre cose minute;
poscia gett in mezzo la piazza dove erano i fanciulli degli anelli e agnusdei
di stagno: delle qual cose fecero una maravigliosa allegrezza. Dipoi fatto
questo, comand il capitano che sonassero le trombe e altri instrumenti di
musica, de' quali il detto popolo fu forte rallegrato, e dopo questo, presa
licenzia da loro, ci ritirammo. Il che vedendo le donne si misero dinanzi di
noi per ritenerci, portando de' loro cibi, quali n'avevano apparecchiati, come
pesci, minestre, fave e altre cose, pensando di farci mangiare e desinare in
detto luogo; ma perch le loro vivande, non avendo alcun sapore di sale, non
erano al nostro gusto n ci sapevano buone, noi li ringraziammo, facendo segno
che punto non avevamo bisogno di mangiare.
Dipoi usciti fuora di detta terra, parecchi uomini e donne ci vennero a
condurre e menar sopra la montagna qui dinanzi detta, la qual chiamammo monte
Regal, distante da detto luogo poco manco d'un miglio, sopra la quale essendo
noi vedemmo e avemmo notizia di pi di trenta leghe attorno di quella: e verso
la parte di tramontana si vede una continuazione di montagne, le quali corrono
levante e ponente, e altretante verso il mezzogiorno, fra le quali montagne 
la terra pi bella che sia possibile a vedere, tutta continuata, piana e atta
ad esser coltivata. E in mezzo di queste campagne vedemmo il fiume, molto pi
oltre del luogo dove erano restate le nostre barche, nel qual v'era una caduta
d'acqua la pi impetuosa che possi esser veduta: ed era tanto grande, larga e
spaziosa quanto potevamo distendere la vista, e andava verso garbino, passando
presso di tre belle montagne ritonde, le quali noi vedevamo, e facevamo
giudicio che fossero discoste da noi intorno da 15 leghe. E ci dissero e
mostrorono con segni gli uomini del paese che ci avevan guidati che v'erano tre
altre cadute d'acqua simili in detto fiume, come quella appresso la quale erano
rimase le nostre barche; ma perch non intendevamo la loro lingua, non potemmo
saper quanta distanzia fosse tra l'una e l'altra caduta. Poscia ci mostrorono
con segni che, passate dette tre cadute, si poteva navigar per detto fiume lo
spazio di tre lune, e che lungo di dette montagne che sono verso tramontana v'
un fiume grande, il quale descende da ponente come il detto fiume: noi pensammo
che quello sia il fiume che passa per il reame di Saguenay. E senza che li
facessimo dimanda o segno alcuno, presero la catena del subbiotto del capitano,
che era d'argento, e il manico del pugnale de uno de' nostri compagni marinari,
qual era d'ottone giallo quanto l'oro e li pendeva dal fianco, e ci mostrorono
che quello veniva di sopra di detto fiume, e che vi sono di agouionda, che vuol
dire malvage genti, i quali vanno armati fino in cima delle deta, mostrandoci
anco la forma dell'arme loro, le quali sono fatte di corde e legno lavorate e
tessute insieme, dandoci ad intendere che detti agouionda di continuo fanno
guerra tra loro; ma, per difetto di lingua, non potemmo intender da loro quanto
spazio v'era sino in detto paese. Il capitan mostr loro del rame rosso, qual
chiamano caignetadze: dimostrandoli con segni, voltandosi verso detto paese, li
dimandava se veniva da quelle parti, ed eglino cominciarono a crollar il capo,
volendo dir no, ma ben ne significarono che veniva da Saguenay, qual  dalla
banda contraria del precedente. E dopo che vedemmo queste cose e intendemmo da
loro, ci ritirammo alle nostre barche, accompagnati da una gran moltitudine di
detto popolo: e parte di loro, quando vedevano i nostri compagni stracchi, li
toglievano sopra le loro spalle come sopra cavalli e li portavano. Ed essendo
noi arrivati alle barche, facemmo vela per ritornar al nostro galione,
dubitando che non avesse avuto qualche sinistro. La partita nostra molto
rincrebbe e dispiacque a tutto detto popolo, percioch quanto mai ne poteron
seguitare descendendo per detto fiume ne seguitorono; e noi tanto navigammo che
alli quattro d'ottobre, il luned, arrivammo dove era il detto nostro galione.
Il marted seguente, a' 5 del detto mese, facemmo vela e ci partimmo col
galione e barche per ritornar alla provincia di Canada, al porto Santa Croce,
nel qual erano restate le nostre navi. E il 7 giorno venimmo a mettere per
mezzo d'un fiume, il qual viene di verso tramontana ed entra nel fiume,
nell'entrar del quale vi sono quattro picciole isole, piene di belli arbori: il
qual fiume noi chiamammo il fiume di Fouez. Ma perch una di queste isole si
stende in detto fiume e vedesi di lontano, fece il capitano piantar una bella
croce grande sopra la punta di quella, e comand che s'apparecchiassero le
barche per andar in su col flusso, cio col crescer dell'acque, e veder la
qualit di detto fiume: il che fu fatto, e navigammo quel giorno all'ins di
detto fiume. Ma perch fu trovato di nulla importanza, e anco non v'era fondo,
ritornammo e facemmo vela per andar in gi.


Come noi arrivammo in detto porto di Santa Croce e in che essere trovammo le
nostre navi, e come il signor del paese venne a visitar il nostro capitano e il
capitano lui, e d'alcuni costumi di quelle genti in particolare.

Il luned 11 d'ottobre arrivammo a detto porto Santa Croce, nel qual erano le
nostre navi, e trovammo che li padroni, con li marinari li quali quivi erano
restati, avevano fatto uno steccato dinanzi le dette navi, tutto quanto chiuso
di pezzi grandi di legno piantati diritti, legati e giunti tutti insieme; dipoi
avevano munito detto steccato tutto quanto attorno d'artiglieria e d'ogni altra
cosa necessaria per difendersi contra la possanza di tutto il paese. E subito
che 'l signor del paese intese il nostro ritorno, venne il d seguente, cio 12
del detto mese, a visitarci, accompagnato da Taignoagny e Domagaia e da
parecchi altri, i quali, fingendo d'aver allegrezza grande per la venuta
nostra, fecero maravigliose carezze al nostro capitano; ed egli similmente fece
loro buona e grata accoglienza, quantunque non l'avessero meritato. Il detto
Donnacona preg il capitano che volesse andar il d seguente a veder Canada, il
che li promesse; onde alli 13 giorni del detto mese il capitano, accompagnato
da' suoi gentiluomini e da 50 compagni ben in ordine, and a veder detto
Donnacona e suo popolo, qual era distante di dove erano le navi una lega: e
chiamasi detto luogo dove stanziano Stadacona. Ed essendo noi arrivati presso a
detto luogo, ne vennero degli abitanti incontro di lontano dalle lor case un
tratto di pietra, pi presto pi che manco, e quivi si misero in fila e per
ordine come sono usi di fare, gli uomini da una banda e le donne dall'altra, in
pi, cantando e ballando tuttavia senza cessare. E dopo che si furon salutati
insieme e fatta accoglienza l'un con l'altro, il capitano don agli uomini de'
coltelli e altre cose di poco valore, e si fece passar tutte le donne e
fanciulle dinanzi, e dette a ciascuna uno anello di stagno: delle quali cose lo
ringraziorono. Fu poi menato detto capitano da Donnacona e Taignoagny a veder
le lor case, le quali secondo la lor qualit erano molto ben provedute di
vettovaglie della sorte del paese per passar l'invernata; e ci furno poi
mostrate le pelli delle teste di cinque uomini, distese sopra legni come le
pelli di carta pergamina, il qual Donnacona disse ch'erano pelli di Toudamani,
popoli abitanti verso mezzod, i quali di continuo li fanno la guerra. E ne fu
detto che gi eran passati due anni che detti Toudamans li vennero a dar
l'assalto sino dentro detto fiume, in una isola la quale  a riscontro di
Saguenay, dove erano stati a passar la notte detti paesani, volendo andar a far
la guerra in Honguedo, con 200 persone fra uomini, donne e fanciulli; li quali
dormendo la notte in un forte ch'avevano fatto, furono soprapresi da detti
Toudamani, li quali messono fuoco attorno del forte, e come volevano uscire per
scampare gli ammazavano, eccetto 5, i quali scapolorono: della qual rotta ancor
se ne lamentavano, mostrandone che ne farebbono la vendetta. E dopo queste cose
noi ci ritirammo alle nostre navi.


La forma del vivere del popolo di quella terra, e di certe condizioni di fede,
costumi e usanze loro.

Questo popolo non crede punto in Dio, anzi crede in uno che chiamano
Cudruaigny, e dice che spesso parla loro e li dice il buono o cattivo tempo
ch'ha da essere. Pi dicono che, quando egli con loro s'adira, li getta della
terra negli occhi. Credono similmente che quando muoiono vadino nelle stelle, e
che de l se ne venghino calando gi fino all'orizonte, come fanno esse stelle,
e che poi se ne vadino in belli campi verdi e pieni di belli arbori, fiori e
frutti preciosi. Le qual cose avendoci loro detto e fatto intendere, noi li
dimostrammo l'error loro, e detto Cudruaigny esser uno demonio e spirto maligno
che gl'inganna, affermandoli che non  altro che uno Iddio, il qual  in cielo
e ci d tutte le cose che ci bisognano, essendo lui creatore del tutto, e che
in questo debbiamo creder solamente, e che ci bisogna esser battezzati,
altrimenti che ci convien esser dannati all'inferno. Queste e molte altre cose
della nostra fede li furono dimostrate, le quali facilmente credettero,
chiamando il lor Cudruaigny agouiada, di sorte che pregorno molte volte il
nostro capitano che li facesse battezzare: e vennero il detto signore e
Taignoagny e Domagaia e tutto il popolo della lor terra, sperando d'esser
battezzati. Ma perch non sapevamo la loro intenzione e animo, che per allora
non v'era chi li dimostrasse la fede, ci scusammo con loro, dicendo a
Taignoagny e Domagaia che li facessero intendere che ritorneremmo un'altra
fiata, e condurremmo e preti e della cresima, facendoli intendere per iscusa
che senza cresima non si pu battezzare alcuno: la qual cosa credettero,
percioch li detti Domagaia e Taignoagny hanno veduto battezzar parecchi
fanciulli, in Bertagna; e della promessa fattali del ritorno nostro ebbero
grandissima allegrezza.
Questo popolo vive in commune, e son forniti a bastanza de beni, della qualit
che hanno gli abitatori della terra del Bresil. Si vestono delle pelli
d'animali salvatichi, assai miseramente; l'inverno portano calze e scarpe fatte
di pelli, la state vanno a piedi nudi. Osservano la forma di matrimonio,
eccetto che tolgono due o tre donne, le qual dopo che 'l marito  morto mai non
si rimaritano, anzi portano bruno tutto il tempo della lor vita per detta
morte, e imbrattano il viso di carbone pestato con grasso, alto quanto  la
schena d'un coltello: e da questo si conosce che sono vedove. Hanno un'altra
molto vituperosa usanza circa le loro fanciulle, qual  questa: dapoi che le
loro fanciulle sono d'et di congiugnersi con l'uomo, le mettono tutte quante
in una casa del luogo publico di meretrici, in libert d'ogniuno che vuol copia
di loro, sino che abbino trovato partito. E di questo parlo avendone veduto per
esperienzia le case piene di dette fanciulle, n pi n meno come le scuole che
si veggono in Francia, piene di fanciulli d'imparare lettere. Oltre di ci il
sbaraglio, secondo il modo loro che usano in dette case,  molto grande, perch
quivi giuocano quanto hanno sino alla coperta delle parti vergognose. Non sono
costoro di fatica grande, e lavorano le loro terre con piccioli legni di
grandezza d'una meza spada, nelle quali terre nasce il loro frumento, qual
chiamano ofici, il qual  grosso quanto sono i piselli: e di questa medesima
sorte n' gran quantit nel Bresil, perch quivi cresce assai. Similmente hanno
grande abondanza di melloni grossi, cocomeri, zucche, piselli, fave, e d'ogni
colore, ma non della sorte delle nostre. Nascevi anco una certa erba, della
qual fanno gran munizione tutto il tempo della state per l'inverno, la qual
apprezzano e stimano grandemente, e ne usano solamente gli uomini nel modo e
forma che seguita. La fanno seccare al sole e la portano al collo rivolta in
una picciola pelle d'animale, in modo di sacchetto, con un cornetto di pietra o
di legno; poscia a tutte l'ore fanno polvere di detta erba e la mettono in uno
de' capi di detto cornetto, e disopra pongono un carbone di fuoco, e dall'altro
canto e capo del cornetto succiano tanto che s'empiono di tal maniera il corpo
di detto fumo, che poscia ne esce per la bocca e per le nari s come per una
tromba di camino: e dicono che questo effetto li tien caldi e sani, n mai
vanno senza detta polvere. Noi avemo esperimentato detto fummo, e avendonelo
posto in bocca ne parve aver posta tanta polvere di pepe, di cos fatta maniera
 caldo.
Le donne di questo paese s'affaticano molto pi e senza comparazione che gli
uomini, s nel pescare, del qual fanno gran facende, come nel lavorare la terra
e far altre cose. Sono, cos gli uomini come le donne e fanciulli, pi duri e
resistenti al freddo che le bestie, percioch nel tempo del pi gran freddo
ch'abbiam veduto, il qual era stupendo e aspro, venivano ogni giorno da noi
alle nostre navi nudi sopra la neve e ghiaccio: cosa che par quasi incredibile
a chi non l'ha veduta. Pigliano al tempo che la neve  in terra e il ghiaccio
gran quantit d'animali salvatichi, come sono daini, cervi, orsi, lepri,
martori e volpi e altre bestie, de' quali mangiano le carni crude, dopo che
l'hanno un poco seccate al fummo: e il simile fanno de' pesci. A quello che
abbiamo potuto vedere e intendere di questo popolo, parmi che sarebbe cosa
facile di ridurlo a dimestichezza, in qual forma e costumi che si voglia. Il
Signor Dio per la sua misericordia vi voglia metter la sua mano. Amen.


Della grandezza e fondo di detto fiume, e delle bestie, uccelli, pesci e altre
cose vedute, e il sito de' luoghi. Cap XI.

Il detto fiume incomincia passata l'isola dell'Assunzione, a riscontro
dell'alte montagne di Honguedo e delle sette isole, e v' di distanzia per
traverso intorno 35 o quaranta leghe. V' in mezzo pi di dugento braccia di
fondo: la parte pi sicura da navigare  dalla banda dell'ostro. E verso
tramontana, cio da dette sette isole, vi sono sette leghe distante da un canto
e dall'altro, dove sono duoi fiumi grandi, i quali descendono de' monti di
Saguenay, e fanno parecchi banchi nel mare molto pericolosi. Nell'entrar de'
detti fiumi, vedemmo molte balene e cavalli di mare. Per traverso di dette
sette isole v' un picciol fiume, qual va intorno tre o quattro leghe,
scorrendo sopra quel terreno de paludi, nel qual fiume v' grandissimo numero
d'ogni sorte d'uccelli aquatici. Dal principio di detto fiume sino ad Hochelaga
v' pi di trecento leghe, ed  il suo principio nel fiume che viene da
Saguinay, il quale sorge e nasce tra alte montagne, ed entra dentro detto fiume
avanti che arrivi nella provincia di Canada, dalla banda di tramontana: ed 
quel fiume molto profondo e stretto, e molto pericoloso da navigare. Dopo detto
fiume seguita la provincia di Canada, nella qual provincia sono molti popoli e
abitanti in borghi e ville non chiusi. Sono anco nel contorno e circuito di
detta Canada per dentro detto fiume molte isole, s grandi come picciole, tra
le quali ve n' una che contiene pi di dieci leghe di lunghezza, piena di
belli e alti alberi e anco di molte vigne. Vi si pu entrare da tutte due le
bande, ma il pi sicuro passaggio  verso la parte dell'ostro. E alla riva e
lito di quell'isola verso ponente v' un gorgo di acque molto bello e
dilettevole, e convenientemente da mettere navilii, dove  uno stretto del
detto fiume molto corrente e profondo, ma non  lungo pi d'un terzo di lega
intorno; per traverso del qual vi  una terra tutta di colline di buona altezza
tutta quanta lavorata, coltivata e tanto buona quanto sia possibile di vedere.
Quivi  la stanza e la terra di Donnacona e de' nostri duoi uomini che erano
stati presi nel primo viaggio, e chiamasi il luogo Stadacone; ma prima che vi
si arrivi si trovano quattro popoli e ville, cio Ayraste, Starnatan, Tailla,
qual  sopra una montagna, e Scitadin, poscia detto luogo Stadacone. Sotto la
qual alta terra verso tramontana  il fiume e porto di Santa Croce, nel qual
luogo e porto siamo stati dalli quindeci di settembre fino alli sedeci di
maggio 1536, nel qual luogo le navi rimasero in secco, come innanzi dicemmo.
Passato detto luogo trovasi l'abitazione e popolo Tequenondahi, qual  sopra
un'alta montagna, e la valle di Hochelay, la quale  in paese piano.
Tutto quel paese da' duoi lati del fiume, sino ad Hochelaga e oltre,  tanto
bello e piano quanto mai uomo abbia veduto. Sono alcune montagne discosto assai
da detto fiume, che si veggono sopra le dette terre, e delle quali descendono
parecchi fiumi, quali entrano in detto fiume grande. Tutto questo paese 
coperto e pieno di boschi di varie sorti e di molte vigne, eccetto che intorno
i luoghi abitati, avendo essi disboscate quelle parti per lavorarle e farne le
loro abitazioni e stanze. Sonvi cervi in gran quantit, daini, orsi e altri
simili animali, e molti conigli, lepri, martori, volpi, lontre, castorei,
schilati, sorzi, i quali sono fuora di modo grandi, e altre salvaticine. Si
vestono delle pelli d'animali, non avendo altro da farsi vestimenti. Sonvi anco
molti uccelli, cio grue, cigni, outardes, oche salvatiche bianche e berettine,
anatre, merli, ruzzetti, tortore, colombi salvatichi, ramieri, gardellini,
stornelli, lugarini, faganelli, rosignuoli, passare solitarie e altri uccelli,
come in Francia. Similmente detto fiume, come dinanzi s' detto,  il pi
abondante di pesci d'ogni sorte che da memoria d'uomo mai s'abbia veduto n
udito dire, percioch dal principio sino al fine trovarete, secondo le
stagioni, la pi parte e specie de' pesci d'acqua dolce e di mare. Trovarete
anco sino in detta Canada assai balene e marsovini, cavalli di mare, adhothuis,
ch' una specie di pesce qual mai non avevamo veduto n udito parlarne. Sono
questi pesci grandi come marsovini, bianchi quanto la neve, e hanno il corpo e
capo a guisa d'un levriero: e sogliono stare tra il mare e l'acqua dolce, che
incomincia tra il fiume di Saguenay e Canada.


D'alcuni avvertimenti a noi dati per quelli del paese dopo il nostro ritorno di
Hochelaga.

Noi, dopo il ritorno nostro di Hochelaga, abbiamo conversato e praticato con li
pi vicini popoli delle nostre navi in pace e amorevolezza, eccetto che qualche
volta avevamo differenza con certa trista gente, la qual cosa molto dispiaceva
agli altri. E intendemmo dal signor Donnacona e dagli altri che 'l detto fiume
si chiama il fiume di Saguenay, e va fino a Saguenay, qual  pi lontano dal
principio una lega di strada verso ponente maestro, e che, passate otto o nove
giornate, non ha fondo se non per piccioli battelli; ma che la diritta e buona
strada di detto Saguenay  per il fiume sino ad Hochelaga, in un fiume qual
descende di detto Saguenay ed entra in detto fiume, e che d'indi v' ancora una
luna per andarvi. Pi ci hanno detto e fatto intendere che vi sono genti
vestite di drappi come noi, e che vi sono molti popoli e terre e gente da bene,
e che hanno gran quantit d'oro e rame rosso; e che all'intorno della terra,
dipoi il detto primo fiume, sino ad Hochelaga e Saguenay  una isola, qual 
circondata da detto fiume e anco da altri fiumi; e che, passato Saguenay, entra
detto fiume in duoi o tre laghi grandi, poscia che si trova un mare d'acqua
dolce, del qual non si trova uomo che abbia mai visto il capo e fine, per
quello che hanno udito dire da quelli di Saguenay, imperoch loro, per quanto
ci hanno detto, non vi sono stati. Oltre di ci ci hanno fatto intendere che,
dove avevamo lasciato il nostro galione quando andammo ad Hochelaga, v' un
fiume qual va verso garbino, dove similmente fanno una luna per andare sino ad
una terra nella qual non si vede mai neve n ghiaccio, ma di continuo gli
abitanti di quella fanno guerra tra loro l'un contra l'altro: nella qual terra
sono naranzi, mandorle, noci, pomi e altre sorte di frutti in abondanza; e che
gli uomini e donne di quella terra sono vestiti di pelli come loro. Noi li
dimandammo se v' oro e rame rosso; ci risposero di no. Io penso che questo
luogo sia verso la Florida, per quanto ho potuto intendere dalli lor segni e
indicii.


D'una malattia grande che venne nel popolo di Stadacone, della quale per aver
praticato con loro siamo stati presi, di sorte che della nostra compagnia ci
sono morti sino a 25.

Nel mese di decembre intendemmo che la peste era venuta nel popolo di
Stadacone, di sorte che sino allora che ne fussimo avvertiti n'era morti,
secondo la loro confessione, pi di cinquanta: per la qual cosa li proibimmo il
nostro forte, e che pi non ci venissero intorno n appresso. Ma, quantunque
gli avessimo scacciati, cominci detta malattia incognita a distendersi fra
noi, della pi strana sorte e non mai pi intesa n udita che mai fosse,
percioch alcuni perdevano le forze di sostenersi in piedi, e diventavano le
loro gambe grosse e infiate, li nervi attratti e neri come carbone, e ad altri
si vedevano le carni macchiate a modo di gocciole di sangue pavonazze; montava
poi detta malattia nell'anche, coscie, spalle, alli brazzi, al collo, e a tutti
diventava la bocca tanto puzzolente e marcia nelle gingive che tutta la carne
vi cascava sino alle radici de' denti, li quali cascavano anche essi quasi
tutti. E di cos fatta maniera si distese detta malattia nelle nostre tre navi
che a mezzo febraro, di centodieci uomini che eravamo, non ve n'erano dieci
sani, di modo che uno non potea soccorrere l'altro: cosa molto orrenda e
compassionevole a vedere, considerando il luogo nel qual ci trovavamo,
imperoch ogni giorno le genti di quel paese venivano innanzi il nostro forte,
dove vedevano poca gente, che, oltre che gi ve n'erano otto morti, ve n'erano
pi di cinquanta de' quali non si aveva speranza alcuna di vita. Il capitano,
vedendo la nostra miseria, e che questa malattia s'era tanto sparsa e accesa,
ordin che tutti si mettessero in devozione con prieghi e orazioni, e fece
metter una imagine, ch' rimembranza della Vergine Maria, sopra un albero
distante dal nostro forte circa un tirare d'arco, per mezzo la neve e ghiaccio,
facendo a sapere che la domenica seguente quivi si direbbe la messa, e che
ognuno che potesse caminare, o sano o amalato, vi dovesse andare in processione
cantando li sette salmi di David con letanie, pregando la detta Vergine che li
piacesse pregar il suo carissimo Figliuolo che avesse compassione di noi.
Finita la messa e celebrata, dinanzi detta imagine fece voto il detto capitano
d'andar alla Madonna di Rocquemado, se Iddio li facesse grazia di ritornare in
Francia.
In quel giorno mor Filippo Rougemonte, nativo di Ambosia, d'et d'anni
ventidue intorno. E perch la malattia c'era incognita, fece il capitano aprir
il corpo, per vedere se in qualche modo potessimo aver notizia di quella e
preservare il resto della compagnia, se possibil fosse: e fu trovato aver il
cuor bianco e putrefatto, circondato tutto di pi d'un boccale d'acqua rossa
come dattoli. Il fegato era bello, ma il polmone tutto nero e mortificato, e
s'era ritirato tutto il sangue sopra del cuore, percioch, quando fu aperto,
usc grande abbondanza di nero e marcio per disopra il cuore; similmente aveva
la milza verso la schiena un poco tocca circa duoi deta, come se la fosse stata
fregata sopra una pietra rozza, il che veduto, li fu aperta una coscia, la qual
di fuori pareva forte nera, ma dentro la carne fu trovata assai bella. Il che
fatto, fu sepolto meglio che ne fu possibile. Iddio per la sua grazia vogli
perdonar all'anima sua e a tutti gli altri morti.
E dapoi da un giorno all'altro di tal sorte continuava detta malattia, che tal
ora era che fra tutte tre le navi non ve n'erano tre sani, di maniera che non
vi si trovava uomo che avesse potuto andar sotto coverta a pigliar del vino per
bere, n per s n per i compagni; e tal ora ve n'erano parecchi di morti, li
quali ci convenne per debolezza sepelir sotto la neve, percioch eravamo tanto
deboli che non c'era possibile d'aprir allora la terra agghiacciata. Oltre di
ci avevamo grandissima paura che la gente di quel paese non s'accorgesse della
nostra debolezza e miseria. E per coprire detta malattia il capitano, qual
sempre Iddio ha preservato in pi, usciva fuori incontro di loro quando
venivano presso al nostro forte, con duoi o tre uomini s sani come ammalati,
quali faceva uscire dopo di lui; dipoi, quando li vedeva fuora del forte,
gridava loro, fingendo di volerli battere e gettandoli bastoni adosso e
mandandoli dentro, mostrando con segni a' detti salvatichi che faceva lavorar
tutta la sua gente dentro delle navi, parte in calefattar le navi, altri in far
pane e altri lavori, e che non era bisogno che venissero fuori: e loro lo
credevano. E poi, per far la cosa verisimile, faceva batter e far romori con
bastoni e pietre a' detti ammalati dentro delle navi, fingendo calefattare. E
allora eravamo tanto oppressi da detta malattia ch'avevamo quasi persa la
speranza di mai pi ritornare in Francia, se Iddio per la sua infinita bont e
misericordia non ci avesse risguardati con l'occhio di piet, e datone
conoscenza d'un remedio singulare e pi eccellente contra ogni malattia che mai
fosse visto n trovato sopra la terra, s come diremo nel seguente capitolo.


Lo spazio di tempo che siamo stati nel porto e luogo di Santa Croce dentro la
neve e il ghiaccio, e il numero de' morti dal principio di questa malattia sino
a mezzo marzo.

Da mezzo novembre sino a mezzo aprile siamo stati di continuo serrati nel
ghiaccio, alto e spesso pi di due braccia, e sopra la terra la neve era alta
quattro piedi e pi, di sorte che era pi alta che le bande delle nostre navi;
la qual neve e ghiaccio durorono sino al detto tempo, di maniera che le nostre
bevande erano tutte quante agghiacciate dentro le botte, e per dentro delle
navi era il ghiaccio pi di quattro deta di grossezza, tanto di sopra quanto di
sotto, attorno le tavole delle navi: ed era tutto detto fiume, quanto comprende
l'acqua dolce, agghiacciato sino a detta Hochelaga. Nel qual spazio di tempo
passorono di questa vita venticinque persone, de' principali e migliori
compagni che avessimo, e allora ve n'erano pi di cinquanta de' quali non
s'aveva speranza che dovessero scampare, e il resto tutti ammalati, eccetto che
tre o quattro. Ma Iddio per grazia sua ne risguard con pietoso occhio, e ne
mand la conoscenza e rimedio della cura nostra e sanit, nel modo e forma che
ragionaremo nel seguente capitolo.


Come per la Dio Grazia noi avemmo conoscenza d'una sorte d'albero del qual
usando tutti guarimmo, e il modo d'usarlo.

Un giorno il capitano, essendo la detta malattia tanto accesa, cresciuta e
irritata, e la sua gente da quella tanto oppressa, usc fuori del forte, e
passeggiando sopra il ghiaccio scoperse una frotta di brigata che veniva da
Stadacone, tra li quali era Domagaia, il quale il capitano avea veduto dieci o
dodeci giorni avanti ammalato di detta malattia ch'avevano anche i suoi,
percioch egli aveva una delle sue gambe nel ginocchio grossa quanto un
fanciullo di duoi anni, e tutti li nervi di quella attratti, li denti guasti e
persi, le gingive marze e puzzolenti. Il capitano vedendo detto Domagaia sano e
gagliardo fu allegro, sperando intendere da lui in che modo fusse guarito,
acci potesse dar soccorso alla sua gente; per il che subito che furono giunti,
gli domand in che modo fosse liberato da quel suo male, ed egli rispose che
aveva cavato il succo e feccia delle foglie d'uno albero, col quale egli s'era
guarito, e che era singular rimedio contra questa malattia. Il capitano gli
dimand se quivi appresso ne fosse punto, e che glielo mostrasse, per guarir un
suo servitore quale mentre stava in Canada con Donnacona aveva presa detta
malattia: non volendo scoprir il numero de' suoi ammalati. Allora Domagaia
mand subito due donne per toglierne, le quali ne portorono nove o dieci rami,
e ci mostrarono in che modo bisognava usarne, cio levar via la scorza e foglie
di detto albero e far il tutto bollire insieme, poi bere di quella decozione un
d s e l'altro no, e la feccia metterla sopra le gambe enfiate e ammalate; e
che detto albero aveva virt di guarir d'ogni malattia. E si chiama detto
albero ameda nella lor lingua. Subito poi il capitano fece far del beveraggio
per far bere agli ammalati, de' quali non v'era nessuno che ne volesse cercare,
eccetto che uno o duoi, i quali si misero in risigo d'esperimentarlo: e si
trov essere vero che questo miracoloso albero aveva tal virt, imperoch, in
due o tre volte che beverono della detta bevanda, furono liberati della loro
infirmit. Il che vedendo i compagni ne beverono ancora loro, e recuperorno la
sanit e guarirno da qualunque malattia erano presi, di sorte che v'era tale
tra questi che gi cinque o sei anni avanti questa malattia aveva il mal
francioso, e con questa medicina  interamente guarito e risanato. Poi che fu
trovata questa cosa esser vera, v' stato tanto gran concorso sopra la detta
medicina ch'erano quasi per ammazzarsi le brigate, volendo ciascuno essere il
primo ad averne: di maniera che un albero, tanto grande e grosso quanto
qualsivoglia quercia che sia in Francia,  stato adoperato in manco di sei
giorni, e ha fatto tal opera che, se tutti li medici di Montepellier e di
Lovanio vi fussero stati con tutte le droghe d'Alessandria, non avrebbono fatto
tanta opera in un anno quanto detto albero ha fatto in sei giorni, percioch
talmente n'ha giovato che quanti n'hanno voluto usare hanno per Dio grazia
recuperata la sanit.


Come il signor Donnacona, accompagnato da Taignoagny e parecchi altri, fingendo
d'andar alla caccia di cervi e daini, stette duoi mesi a ritornare, e al suo
ritorno men gran moltitudine di gente che non eravamo soliti a vedere.

Mentre durava e regnava detta malattia nelle nostre navi, si partirono
Donnacona, Taignoagny e molti altri, fingendo d'andar a pigliar cervi e daini,
li quali essi nella lor lingua chiamano aiounesta e asquenoudo, percioch la
neve e ghiaccio eran gi rotti nel corso del fiume, di sorte che potevano
navigar per quello. E ci fu detto da Domagaia e altri che non starebbono pi di
quindeci giorni, il che credevamo, ma stettero pi di duoi mesi avanti che
ritornassero. Per la qual cosa avemmo sospizione che non fossero andati a far
gente contra di noi per farci dispiacere, percioch ci vedevano tanto demessi e
debilitati, avenga che avevamo usato tal ordine e diligenza nel nostro forte
che, se tutta la possanza del loro paese vi fosse stata attorno, non arebbe
potuto farne altro che risguardarci. E fra questo tempo che stettero fuori,
venivano ogni d molte genti alle nostre navi, portando carne, come erano
soliti, fresca di cervo, daini, e anco di pesci e molte altre cose: le quali
vendevano molto care, portandole pi tosto indrieto che darle a buon mercato,
percioch loro avevano pi bisogno e necessit di vettovaglie, per causa
dell'inverno quale era stato lungo.


Come Donnacona ritorn in Stadacone con gran numero di gente, e finse d'esser
ammalato per non venir a visitar il capitano, pensando che 'l capitano dovesse
andar verso di lui.

Alli ventuno del detto mese d'aprile, Domagaia venne a riva accompagnato da
molti altri belli e robusti uomini, i quali non eravamo soliti a vedere, e ne
disse che 'l detto signor Donnacona verrebbe il seguente giorno, e porterebbe
carne di cervo e altre salvadicine in abondanza. E il d seguente 22 venne
detto Donnacona, il quale men seco gran numero di gente in Stadacone, n
sapevamo per che causa n a qual fine. Ma dice il proverbio: "Chi da tutti si
guarda da qualcuno scampa"; il che n'era molto di bisogno, imperoch noi
eravamo tanto debilitati, s per la malattia come per quelli ch'erano morti,
che ci convenne lasciar una delle nostre navi in detto luogo di Santa Croce. Il
capitano fu avvertito della loro venuta, e anco come avea menato molta gente,
percioch Domagaia li venne a dir, senza voler passar oltra del fiume ch'era
tra noi e Stadacone: il che non essendo solito di fare, ne dette sospizione di
tradimento. Il capitano, vedendo questo, mand un suo servitore accompagnato da
Giovan Poullet, i quali da detto popolo erano pi amati che gli altri, per
veder con chi v'era e che cosa vi si faceva. Finsero adunque detto Poullet e il
servitore d'esser andati per visitar detto Donnacona e portarli qualche
presente, percioch erano stati molto tempo con lui nella sua terra: ma, subito
che Donnacona intese la loro venuta, si messe in letto fingendo d'esser
ammalato. Fatto questo, andorono a casa di Taignoagny per vederlo, dove per
tutto trovorono tanto pien di brigate che non vi si potevano volgere n in qua
n in l, le quali per non erano soliti a vedere. N volse Taignoagny
permetter che 'l detto servitore andasse nell'altre case, anzi fece loro
compagnia verso le navi per fino a mezza strada, e disse loro, se 'l capitano
li voleva far questo piacere di pigliar un signor del paese chiamato Agonna,
dal qual aveva ricevuto dispiacere, e menarlo in Francia, che gliene restarebbe
obligato e farebbe quanto volesse detto capitano, e che detto servitor
ritornasse il d seguente per dirgli la risposta. Essendo il capitano avvertito
di tanta gente ch'era in detto luogo, n sapendo a che fine, deliber di fare
una burla, cio di pigliar il lor signore e Taignoagny, Domagaia e de'
principali, considerato anco ch'egli gi innanzi aveva deliberato di menar
detto signor in Francia per dir al re quello che aveva veduto ne' paesi
occidentali e maraviglie del mondo, percioch egli n'avea detto e certificato
esser stato nel paese di Saguenay, nel qual sono infiniti rubini, oro e altre
ricchezze, e vi sono uomini bianchi come in Francia e vestonsi di panni di
lana. Pi dice aver veduto ed esser stato in altro paese dove le persone non
mangiano punto n digeriscono, n hanno quella parte d'andar del corpo, ma
solamente rendono acqua per la verga; pi dice esser stato in altro paese di
Picquemyans e altri luoghi dove le persone non hanno salvo che una gamba, e
simili altre maraviglie e favole lunghe da scrivere. Il detto signor  uomo
vecchio, e cominciando da tenera et mai non ha cessato d'andar per paesi, s
per acqua e fiumi come eziandio per terra.
Avendo i detti Poullet e servitor fatta la sua ambasciata e narrato al capitano
quanto gli avevan da dire da parte di Taignoagny, il capitano rimand il d
seguente il suo servitore, per dir al detto Taignoagny che venisse a visitarlo
e dirgli quel che voleva, che li farebbe carezze e parte del suo volere.
Taignoagny li mand a dire che verrebbe il d dopo, e che menerebbe seco il
signor Donnacona e colui che gli avea fatto dispiacere: il che non fece, anzi
stette duoi giorni, n in questo mezzo venne alcuno di Stadacone alle nostre
navi come erano soliti, anzi ne fuggivano n pi n manco come se gli avessimo
voluti amazzare, s che allora ci accorgemmo della loro malvagit. Ma perch
intesero che quelli di Sidatin ci praticavano, e che noi avevamo abbandonato il
fondo d'una nave che volevamo lasciar per averne li chiodi vecchi, vennero il
terzo d seguente da Stadacone, e passarono dall'altra riva del fiume con
piccioli schifi senza difficult la maggior parte di loro, ma detto Donnacona
non vi volse passare. Taignoagny e Damagaia stettero pi d'un'ora ragionando
insieme, avanti che volessero passare: finalmente passorono e vennero a parlar
al capitano, e pregollo detto Taignoagny che li piacesse pigliar detto uomo e
menarlo in Francia. Il quale ricus questo carico, dicendo che 'l re suo
padrone gli avea proibito di menar n uomo n donna in Francia, ma che
solamente potesse menar duoi o tre giovanetti per imparar la lingua, e che
volentieri li menerebbe in terra nuova e li metterebbe in una isola. Queste
parole diceva il capitano per assicurarli, e perch menasse detto Donnacona, il
qual era rimaso di l dall'acqua; delle qual parole fu molto allegro
Taignoagny, sperando di non mai pi tornare in Francia, e promesse al capitano
di ritornar il d seguente, ch'era il d di santa Croce, e menar seco detto
signor Donnacona e tutto il popolo di detto luogo.


Come il d di santa Croce il capitano fece piantar una croce dentro del nostro
forte; e come detti signor Donnacona, Taignoagny e Damagaia vennero con la lor
compagnia, e della presa del detto signore.

Il terzo d di maggio, giorno e festa di santa Croce, per la solennit della
festa il capitano fece piantar una bella croce alta da 35 piedi, sotto la
croscetta della quale fece poner uno scudo, nel qual era l'arma di Francia,
sopra del qual era scritto in lettera antica: "Franciscus Primus Dei gratia
Francorum rex regnat". E in questo giorno sul punto di mezzod venne molta
gente di Stadacone, s uomini come donne e fanciulli, i quali ci dissero che 'l
suo signor Donnacona, Taignoagny e Domagaia e altri in sua compagnia venivano:
il che molto ci piacque, sperando di ritenerli. Vennero dunque su le due ore
dopo mezzogiorno, ed essendo loro giunti presso le navi, il capitano and a
salutar Donnacona, qual similmente li mostr lieto viso e allegro, quantunque
avesse tuttavia l'occhio al bosco con grandissima paura. Poco dipoi giunse
Taignoagny, il qual disse a Donnacona che punto non intrasse nel nostro forte,
e allora fu portato fuoco da un de' suoi fuora del forte, e acceso da detto
signore. Il capitano lo preg di venir a bere e mangiar dentro le navi come era
solito; similmente ne preg Taignoagny, il qual disse che de l ad un pezzo
entrerebbe: il che fecero. Entrorono adunque dentro, ma prima era stato
avvertito il capitano da Domagaia che Taignoagny avea detto mal di lui, e
ch'aveva detto al signor Donnacona che non entrasse dentro le navi. Il che
vedendo, il capitano usc fuori del forte nel qual era, e vidde che le donne se
ne fuggivano per l'avertimento di Taignoagny, e che non vi restavano se non gli
uomini in gran numero: per il che comand subito alli suoi che pigliassero
Donnacona, Taignoagny e Domagaia e duoi degli altri principali, ch'egli accenn
e mostr; poscia comand che facessero ritirar gli altri. Poco dipoi detto
signor entr dentro il forte col capitano, ma subito venne Taignoagny per farlo
uscire, e vedendo il capitano che non v'era altro ordine, si mise a gridar che
li pigliassero: alla qual voce e grido usc la gente del capitano, e prese
detto signor e altri ch'aveano deliberato di pigliare. Vedendo li Canadiani la
presa del suo signore, cominciarono a fuggire e correre a guisa di pecore
avanti del lupo, alcuni per traverso del fiume, altri per mezzo il bosco,
procurando ciascuno il suo avantaggio. Fatto questo si ritirorono gli altri, e
li prigioni furono posti con buona e sicura guardia.


Come detti Canidiani vennero la notte avanti le navi cercando gli suoi, e tutta
quella notte urlavano e cridavano come lupi. Del ragionamento e conclusione che
fecero il d seguente, e de' presenti che fecero al nostro capitano.

Quella seguente notte vennero dinanzi le nostre navi (essendo per il fiume fra
noi in mezzo) battendo, gridando e urlando tutta la notte come lupi, gridando
tuttavia "Agouhanna", pensando parlar con lui: il che non volse il capitano per
allora, n anche il d seguente sino intorno mezzogiorno, per il che ne
facevano segni che noi gli avevamo appiccati e uccisi. E intorno da mezzogiorno
ritornorono in un tratto cos gran numero in una frotta come mai gli vedemmo,
andando dentro del bosco a nascondersi, eccetto alcuni di loro, quali cridavano
e chiamavano ad alta voce Donnacona che parlasse loro. Il capitano allora
comand che facessero montar detto Donnacona in alto per parlar con loro, e
dissegli che stesse di buona voglia, che dopo ch'avrebbe parlato col re di
Francia, e narratoli quello ch'aveva veduto in Saguenay e altri paesi, che
ritornerebbe fra dieci o dodeci lune, e che 'l re li farebbe un gran presente.
Delle qual cose Donnacona fu molto allegro, e parlando con gli altri glielo
disse, il quale ne fecero tre maravigliosi cridi in segno d'allegrezza: e
allora detto Donnacona e il popolo fecero molti ragionamenti tra loro, i quali
non  possibile descrivere per mancamento d'interpreti. Il capitano disse a
Donnacona che gli facessi venire sicuramente dall'altra riva, per poter meglio
ragionar insieme, e ch'egli gli assicurasse; il che fece Donnacona, e sopra di
questo venne una barca piena de' principali alla banda delle navi, i quali
cominciorono di nuovo altri ragionamenti e dicerie, dando lode al capitano; e
li fecero un presente di 24 collane d'esurgni ch' la pi grande e pi preziosa
ricchezza ch'abbino in questo mondo, imperoch le stimano pi che oro e
argento. Dopo ch'ebbero molto ben ragionato insieme, vedendo detto signore che
non v'era ordine di schifar l'andata di Francia, comand che gli portassero il
d dietro delle vettovaglie per mangiare e vivere nel viaggio. Il capitano fece
un presente a detto Donnacona di due padelle di rame e otto manerette e altre
picciole cose, come coltelli e corone: delle quai cose, secondo che mostrava,
fu allegro, e mandolle alle sue donne e figliuoli. Similmente dette il capitano
alcuni piccioli presenti a coloro ch'erano venuti a parlar col detto Donnacona,
de' quali ringraziorono molto il capitano, e cos si ritirorono alle loro
stanze.


Come il seguente d, a' cinque di maggio, detto popolo ritorn a parlar col suo
signore, e come vennero quattro donne a riva a portargli vettovaglie.

Alli cinque del detto mese, la mattina molto a buon'ora ritorn detto popolo in
gran numero per parlar al suo signore, e mandarono una barca, la qual chiamano
nella loro lingua casnoni, nella quale erano quattro donne sole senza uomo
alcuno, avendo paura gli uomini d'esser ritenuti. Portorono queste donne
vettovaglie assai, cio miglio grosso, ch' la sua biada di che vivono, carne,
pesci e altre provisioni al modo loro. Giunte queste donne, il capitano fece
loro molta accoglienza, e Donnacona preg detto capitano che dicesse alle dette
donne che fra dodeci lune egli ritornerebbe, e menerebbe seco detto Donnacona a
Canada: e questo diceva per contentarle. Il che fece detto capitano, donde le
dette donne mostrorono in vista allegrezza grande, s con segni come con parole
a detto capitano, che ritornando e menando seco detto Donnacona gli farebbero
molti presenti: e allora ciascheduna d'esse dette al capitano una collana
d'esurgni. Poscia se n'andorono all'altra riva del fiume, dove era il popolo di
Stadacone, li qual togliendo licenzia dal suo signore si ritirorno.
E il sabbato a' sei del detto mese, noi ci partimmo del detto porto di Santa
Croce, e venimmo ad alloggiare a basso dell'isola d'Orliens, circa dodeci leghe
dal detto luogo di Santa Croce. E la domenica venimmo all'isola de' Nosellieri,
dove stemmo per fino alli sedeci del detto mese, lasciando passar la furia
dell'acque, le quali aveano per allora troppo gran correntia ed erano troppo
pericolose per venir a seconda del detto fiume: e quivi aspettammo il buon
tempo. Fra questo spazio di tempo vennero molte barche de' popoli sudditi a
detto Donnacona, quali venivano dal fiume Saguenay, ma, essendo avvertiti da
Domagaia della presa del loro signore e come era condotto in Francia, restorono
tutti stupefatti; ma non restorono per questo di venir verso le navi a parlar
con Donnacona, il qual disse loro che fra dodeci lune ritornerebbe, e che era
ben trattato dal capitano e compagni e marinari: del che ad una voce
ringraziarono il capitano. E dettero al detto Donnacona tre fasci di pelle di
bivori e lupi marini, con un gran coltello di rame rosso che viene di Saguenay
e altre cose, e similmente detteno al detto capitano una collana d'esurgni; per
li quali presenti li furon dati da parte del capitano dieci o dodeci manarette,
delle quali rimasero contenti e allegri, e ne ringraziorono il capitano.
Il d seguente, sedeci del detto mese di maggio, facemmo vela da detta isola
de' Nosellieri e arrivammo ad un'altra isola distante da quella da quindeci
leghe, la qual  di lunghezza da cinque leghe, e ivi ci fermammo quel giorno
per riposar la notte, sperando il d seguente passare e schifar li pericoli del
fiume Saguenay, li quali sono grandi. Quella sera descendemmo a terra, dove
trovammo gran moltitudine di lepri, e ne pigliammo molti: per il che la
chiamammo l'isola de' Lepri. La notte il vento si lev contrario con fortuna
grande, di sorte che fummo constretti di voltar verso l'isola de' Nosellieri,
donde eravamo partiti, percioch non v'era altro passaggio tra dette isole. Qui
dunque ci fermammo sino alli 21 del detto mese, che venne buon vento, e tanto
facemmo navigando che passammo sino ad Honguedo, il qual passaggio per fin ad
ora non era stato scoperto, e facemmo scorrer sino al traverso del capo di
Prato, che  il cominciamento del porto del Calor: e perch il vento era buono
e convenevole, navigammo tutto il d e la notte senza fermarci, e il d
seguente arrivammo nel mezzo dell'isola di Bryon, il che non avevamo animo di
fare per abbreviar la strada. E sono queste due terre poste a scirocco e
maestro, quarta di levante e ponente, e v' distante dall'una all'altra
cinquanta leghe; ed  detta isola a gradi 47 e mezzo di latitudine.
Il gioved 26 del detto mese, giorno e festa dell'Ascensione di nostro Signore,
noi traversammo per andar ad una terra e sabbione di basse arene, quali sono
verso garbino da otto leghe di detta isola di Bryon, sopra delle quali vi sono
di gran campagne piene d'arbori e terre, e anco un mar chiuso, del qual non
vedemmo adito alcuno n apertura per entrarvi. Il venerd seguente, ventisette
del detto mese, percioch 'l vento si mutava nella costa, ritornammo a detta
isola di Bryon, dove stemmo sino al primo di giugno. E vedemmo una terra verso
scirocco di detta isola, la quale ci pareva esser una isola, s che la
costeggiammo intorno 2 leghe e mezza; la qual strada facendo, avemmo notizia di
tre altre isole alte, che restarono verso l'arene. Conosciute queste cose,
ritornammo al capo di detta terra, la qual si divide in due o tre capi
mirabilmente alti: e l'acqua v' molto alta, e il flusso del mare tanto
corrente che non  possibile di pi. Noi arrivammo quel d al capo di Lorena,
ch' a quindeci gradi e mezzo verso l'ostro, nel qual capo v' una bassa terra
e pare che vi sia qualche introito di fiume, nondimeno non v' porto che
vaglia. Per di sopra di queste terre vedemmo un altro capo di terra verso
l'ostro, e lo chiamammo il capo San Polo, qual  a 47 gradi e una quarta.
La domenica a' quattro del detto mese di giugno, il giorno e festa della
Pentecoste, avemmo notizia della costa di levante e scirocco della Terra Nuova,
distante dal detto capo intorno circa 22 leghe; e perch il vento era contrario
andammo ad un porto, qual chiamammo il porto di San Spirito, dove ci fermammo
sino al marted, che d'indi ci partimmo. E navigando lungo detta costa sino
all'isole di San Pietro e facendo questa strada, trovammo lungo di detta costa
parecchie isole e secche molto pericolose, le quali tutte sono nel camino di
levante scirocco e ponente e maestro, 23 leghe dentro del mare. Noi fummo in
dette isole di San Pietro, dove trovammo molti navilii s di Francia come di
Bertagna, e stessemo dopo il d di san Barnaba, undecimo di giugno, sino alli
16 del detto mese, che ci partimmo di dette isole di San Pietro e venimmo al
capo di Ras: ed entrammo in un porto chiamato Rognoso, dove pigliammo acqua e
legne per traversare il mare, e ivi lasciammo una delle nostre barche. Poi ci
partimmo di detto porto il luned 19 del detto mese, e con buon tempo siamo
andati navigando per il mare, di sorte che alli 6 di luglio 1536 siamo arrivati
al porto di San Mal, per la grazia del Creatore, il quale preghiamo, qui
facendo fine della nostra navigazione, che ne dia a tutti la sua grazia e il
paradiso in fine.

Amen.


Seguita il linguaggio de' paesi e reami di Hochelaga e Canada, da noi chiamati
la Nuova Francia, e prima li nomi de'numeri.

1
segada
2
tigneni
3
hasche
4
hannaion
5
ouiscon
6
indahir
7
aiaga
8
addigue
9
madellon
10
assem


Seguita li vocaboli delle parti dell'uomo.


il capo
aggonzi
la fronte
hergueniascon
gli occhi
higata
l'orecchie
abontascon
la bocca
esahe
li denti
esgongai
la lingua
osnache
la gola
agonhon
la barba
hebehm
le coscie
hetnegradascon
li ginocchi
agochinegodascon
le gambe
agouguenehonde
li piedi
onchidascon
le mani
aignoascon
le deta
agenoga
le unghie
agedascon
il membro dell'uomo
ainoascon
il viso
hegouascon
li capelli
aganiscon
le braccia
aiayascon
le alette, scagli
hetnanda
li fianchi
aissonne
lo stomaco
aggruascon
il ventre
eschehenda
la natura della donna
castaigne
un uomo
aguehum
una donna
agruaste
un putto
addegesta
una putta
agnia questa
un fantolino
exiasta

Seguitano altri vocaboli.

una veste
cabata
un giubbone
caioza
calze
hemondoha
scarpe
atha
camicia
amgoua
una berretta
castrua
formento
osizi
pane
carraconny
acqua
ame
carne
quahouascon
passi
queion
susini
honnesta
una manaretta
adogne
un arco
ahenca
una saetta o freccia
quahetan
andiamo alla caccia
quasigno donnascat
un cervo
aionnesta
pedaini montoni
asquenondo
un lepore
sourhanda
un cane
agayo
oche
sadeguenda
la strada
adde
fichi
absconda
uva
ozoba
noce
quahoya
una gallina
sahomgahoa
lampreda
zisto
un salmone
ondacon
una balena
ainne honne
una anguilla
esgneny
un scoiattolo
caiognem
una biscia
undeguezi
testuggini o gaiandre
heu leuxime
legni
conda
foglie d'arbori
hoga
Iddio
cudragny
datemi da bere
quazaboa quea
datemi da far colazione
quazaboa quascaboa
datemi da cena
quazaboa quatfriam
andiamo a dormire
casigno agnydahoa
buon d
aignag
andiamo a giuocar
casigno caudy
venite a parlarmi
assigni quaddadia
risguardatemi
quagathoma
tacete
aista
seme di cocomeri o melloni
casconda
domani
achide
il cielo
quenhia
la terra
damga
il sole
ysmay
la luna
assomaha
le stelle
signehoham
il vento
cahoha
il mare
agogasy
le onde del mare
coda
una isola
cahena
una montagna
ogacha
il ghiaccio
bonnescha
la neve
camsa
freddo
atahu
caldo
odazani
fuoco
azista
fumo
quea
una casa
canoca
fave
sahe
una terra
canada
mio padre
addathy
mia madre
adanahoe
mio fratello
addagrim
mia sorella
adhoasseue
andiamo con la barca
casigno casnouy
datemi un coltello
buzabca agoheda
cannella
adhotathny



Quelli di Canada dicono che si sta una luna a navigar da Hochelaga insino ad
una terra dove si coglie il cinamomo e il garofano.



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Viaggio di messer Cesare de Fedrici nell'India orientale e oltra l'India per
via di Soria.



L'anno della redenzione umana 1563, ritrovandomi io Cesare de' Fedrici in
Venezia, oltra modo desideroso di vedere le parti del Levante, m'imbarcai con
diverse merci su la nave Gradeniga, patronigiata da Giacomo Vatica, qual andava
in Cipri. Ove giunto, passai in Tripoli di Soria con un vassello minore; n qui
fermatomi, presi il camino alla volta d'Aleppo, ove si va con le carovane in
sei giornate di gambelo. In Aleppo si fa poi prattica co' mercanti armeni e
mori, per andar in lor compagnia in Ormus; e cos con essi d'Aleppo partitomi,
giungessimo in due giornate e mezza al Bir.


Bir.

Il Bir  una picciola cittade, ma molto abbondante di vettovaglia, e appresso
le sue mura corre il fiume Eufrate. Fanno in questo luogo i mercanti diverse
compagnie, secondo la mercanzia che portano; e ogni compagnia fa fare delle
barche, overo ne compra di fatte, per andare con esse in Babilonia, pagando
ciascun mercante per ratta della sua mercanzia i patroni e i marinari che le
conducono. Sono queste barche in foggia di burchielle col fondo piano, ma
forte, n si possono adoperare se non per un solo viaggio all'andare a seconda
del fiume, percioch, essendo il fiume impedito in molti luoghi da' sassi e da
discese, non possono esser ricondotte indietro; ma, servitosi d'esse sin ad una
villa chiamata la Feluchia, si disfanno, e vendendole se ne cava poco prezzo,
percioch quello che costa al Bir quaranta e cinquanta cecchini si d per sette
e per otto. Quando poi i mercadanti ritornano indietro, se essi hanno mercanzie
da dazio fanno il viaggio quaranta giornate in circa per il deserto, passando
essi per questa strada con assai manco spesa; ma non avendo roba da dazio
vengono per la via del Mosul, per dove si fanno molto spesse le caravane e
compagnie. Dal Bir alla Feluchia, luogo ove si sbarca, posto all'incontro di
Babilonia, quando il fiume ha buona acqua si va in quindeci o dicidotto giorni;
ma occorse nel mio viaggio ch'erano passati molti giorni senza pioggia e
l'acqua del fiume era bassissima, talch vi stessemo quarantaquattro giornate,
percioch, urtando noi spesso in secco, ne conveniva scaricare la barca e
passare cos vuoti, e indi ritornarla a caricare. Non bisogna partirsi dal Bir
per questo viaggio con una barca sola, ma se ne conducono due o tre, accioch,
caso ch'una si rompesse, s'abbia ove caricar la mercanzia sino che si racconcia
la barca; che, se si mettesse in terra, saria difficile il difenderla la notte
dalla gran moltitudine degli Arabi che vanno rubando. E quando la notte si sta
ligati alle rive, bisogna farsi buona guardia, per rispetto degli Arabi, che
son ladri formicheri: non amazzano, ma rubbano e fuggono; e contra questi sono
molto buoni gli archibugi, temendone essi grandemente. Per il fiume Eufrate dal
Bir alla Feluchia sono alquanti luoghi ove si paga di dazio tanti maidini (cio
grossetti per soma), qual dazio  del figliuolo d'Aborise, signore degli Arabi
e di quel gran deserto; e ha questo deserto alcune citt e ville su le rive del
fiume.


Feluchia e Babilonia.

La Feluchia, ove sbarcano quelli che vengono dal Bir,  una villa, di dove si
va in Babilonia in una giornata e mezza. Ed  Babilonia una citt non molto
grande, ma ben popolata e di gran negozio di forestieri, per esser un gran
passo per la Persia, per la Turchia e per l'Arabia, e spesso v'entrano e
n'escano caravane per diverse bande.  assai abbondante di vettovaglia, che vi
viene d'Armenia gi per il fiume Tigris, il qual bagna le mura della citt.
Vengono queste robbe sopra alcune zattare fatte d'utri gonfiati e ligati
insieme, sopra i quali distendono delle tavole, e sopra esse caricano la roba,
che giunta in Babilonia e scaricata, disgonfiano gli utri e gli portano
indietro con i gambeli, per servirsene dell'altre volte in altri viaggi. Giace
questa citt nel regno di Persia, ma da un tempo in qua  signoreggiata dal
Turco. Ha dalla banda che guarda verso l'Arabia, oltra il fiume, all'incontro
della citt, un borgo con un bello bazarro e assai fonteghi, ove alloggiano la
maggior parte de' mercanti forestieri che vi arrivano. Si passa da questo borgo
alla citt sopra un lungo ponte fatto di barche incatenate insieme con grosse
catene; ma quando il fiume per le pioggie s'ingrossa troppo, fa bisogno aprire
questo ponte in mezzo, una parte del quale s'accosta alle mura della citt e
l'altra s'appoggia alle rive del borgo. E in questo tempo si passa il fiume con
barche, ma con grandissimo pericolo, percioch, essendo le barche picciole e
caricandole essi troppo, spesso si ribaltano o sono dalla correntia del fiume
inghiottite, e vi s'annegano molte persone, come ho veduto occorrere nel tempo
che ho dimorato in questa citt pi di una volta.


Torre di Babilonia.

La torre di Nembrot  posta di qua dal fiume verso l'Arabia in una gran
pianura, lontana dalla citt intorno a sette overo otto miglia, qual  da tutte
le bande ruinata e con le sue ruine s'ha fatto intorno quasi una montagna, di
modo che non ha forma alcuna; pur ve n' ancora un gran pezzo in piedi,
circondato e quasi coperto affatto da quelle ruine. Questa torre  fabricata di
quadrelli cotti al sole, a questo modo: hanno posto una man di quadrelli e una
di stuore fatte di canne, tanto forti ancora che  una maraviglia, ed 
smaltata di fango in vece di calcina. Io ho caminato intorno al piede di questa
torre, n gli ho trovato in alcun luogo intrata alcuna: pu circondare, al mio
giudicio, intorno ad un miglio, e pi tosto manco che pi. Fa questa torre
effetto contrario a tutte l'altre cose che da lontano si vedono, percioch esse
da lontano paiono picciole, e quanto pi l'uomo si gli avicina pi grande si
dimostrano; ma questa da lontano pare una gran cosa, e avvicinandoseli manca
sempre pi l'apparente grandezza. Io stimo che sia cagione di questo l'esser
posto essa torre in mezzo ad una larga pianura e non avere all'intorno cosa
alcuna rilevata, fuor che le ruine ch'intorno si ha fatte, e per questo
rispetto scoprendosi da lontano quel pezzo di torre ch'ancora  in piedi, con
la montagna fattasi all'intorno con la materia da essa caduta, fa mostra assai
maggiore di quello che poi avvicinatosi si trova.
Di Babilonia mi parti' per Basora, imbarcandomi in barche che vanno per il
fiume Tigris da Babilonia a Basora e da Basora a Babilonia, che sono fatte a
guisa di fuste con speroni e con la poppa coperta; non hanno sentina perch non
gli bisogna, non facendo n anco una goccia d'acqua, per la molta pegola che li
danno, avendone essi grandissima abondanza. Percioch due giornate di qua da
Babilonia, appresso il fiume Eufrate,  una citt che si chiama Ait, vicino
alla quale giace una pianura tutta piena di pegola che in essa nasce, ed  cosa
maravigliosa da vedere una bocca che di continuo getta verso l'aere la pegola
con una spessa fumana, la qual si va poi spargendo per quella campagna, di modo
che n' sempre piena. Dicono i Mori che quella  bocca dell'inferno, e in vero
 cosa molto notabile. E per questo hanno que' popoli gran commodit
d'impegolar bene le lor barche, che da essi sono chiamate danec e safine.
Quando il fiume Tigris ha pur assai acqua, in otto o nove giornate si va da
Babilonia a Basora; noi vi stessemo la met pi, perch l'acque erano basse; e
si naviga di giorno e di notte a seconda d'acqua, e vi sono per il viaggio
alcuni luoghi ove si paga di dazio tanti maidini per soma. E in 18 giorni in
Basora giungessemo.


Basora.

Basora  citt dell'Arabia e la signoreggiavano anticamente gli Arabi Zizaeri,
ma ora dal Turco  dominata, il quale vi tiene con gran spesa un grosso
presidio. Possedono questi Arabi Zizaeri un gran paese, n possono essere dal
Turco sottoposti, percioch sono in esso diversi canali che vengono dal mare,
crescendo e calando, di maniera che par tutto diviso in isolette, e per non vi
si pu condurre esercito n per acqua n per terra; e sono i suoi abitatori
gente molto bellicosa. Prima che si giunga a Basora forsi una giornata, si
trova una picciola fortezza chiamata Corna, qual  fondata su una ponta di
terra che fanno il Tigris e l'Eufrate nel congiungersi insieme; li quali cos
congiunti fanno un grosso e gran fiume, e vanno a scaricare le lor acque nel
golfo di Persia, verso mezzogiorno. Basora  distante dal mare intorno a
quindeci miglia, ed  citt di gran negocio di speziarie e di droghe, che
vengono d'Ormus, e vi  gran quantit di frumento, di risi, di legumi e di
dattili, che nascono nel territorio. M'imbarcai in Basora per Ormus, e si
velleggia per il mar Persico seicento miglia da Basora in Ormus, con certi
navilii fatti di tavole cusite insieme con aco e corda sottile, e in vece di
caleffattarli cacciano tra una tavola e l'altra una certa sorte di paglia, onde
fanno molta acqua e sono molto pericolosi. Partendosi da Basora si passa
ducento miglia di colfo col mare a banda destra, sino che si giunge nell'isola
di Carichi, di dove fina in Ormus si va sempre vedendo terra della Persia a man
sinistra, e alla destra verso l'Arabia si vanno scoprendo infinite isole.


Ormus.

Ormus  un'isola che circonda intorno a venticinque o trenta miglia, ed  la
pi secca isola che al mondo si trovi, percioch in essa non si trova altro che
sal, e acqua e legne e altre cose all'uman vitto necessarie vi si conducono di
Persia, indi dodeci miglia distante, e dall'altre isole circonvicine, in tanta
abbondanzia e quantit che la citt n' copiosamente fornita. Ha una fortezza
bellissima, vicina al mare, nella qual risiede un capitano del re di Portogallo
con una buona banda di Portoghesi, e inanzi alla fortezza  una bella spianata.
Nella citt poi abitano i suoi cittadini, uomini maritati, soldati e mercadanti
di ogni nazione, tra i quali assai Mori e Gentili. Si fanno in questa facende
grossissime d'ogni sorte di speziarie, di drogarie, sete, panni di seta,
broccati e di diverse altre mercanzie, che vengono di Persia; e tra l'altre
gran trafico  quello de' cavalli, che di qui si portano in India. Ha questa
isola un proprio re moro, di generazione persiano, il qual per vien creato
capitano della fortezza in nome del re di Portogallo. Io mi trovai alla
creazione d'un re di questa isola e viddi le cerimonie che s'usano. Morto il
re, il capitano n'elegge un altro di sangue reale, e si fa questa elezione
nella fortezza con assai cerimonie; ed eletto che egli , giura fedelt al re
di Portogallo, e allora il capitano li d il scetro regale in nome del re di
Portogallo suo signore, e indi con gran pompa e festa l'accompagnano al palazzo
reale posto nella cittade. Tiene detto re onesta corte e ha sofficiente entrata
senza fastidio alcuno, percioch il capitano li difende e mantiene le sue
ragioni; e quando cavalcano insieme l'onora come re, n pu detto re cavalcare
con la sua corte se prima non lo fa sapere al capitano. Si fa e comporta questo
perch cos  necessario di fare per il negozio di quella citt, la propria
lingua della quale  la persiana.
M'imbarcai in Ormus per Goa, citt dell'India, in una nave che portava ottanta
cavalli. Avertisca il mercante che vuol passar d'Ormus a Goa d'imbarcarse su
nave che porti cavalli, che vi passano anco nave e navili che non portano
cavalli; percioch tutte le navi che portano da venti cavalli in su sono
privilegiate, che tutta la mercanzia che 'n essa si ritrova, e sia pur di chi
esser si voglia, non paga dazio alcuno; ove la mercanzia ch' caricata sopra
legni che non portano cavalli  sottoposta a pagar di dazio otto per cento.


Goa, Diu e Cambaia.

Goa  la principal citt ch'abbiano i Portoghesi in India, ove risiede il vice
re con la corte e ministri regii. E da Ormus a Goa vi sono novecento e novanta
miglia di passaggio, nel quale la prima citt che si trova dell'India si chiama
Diu, posta in una picciola isola del regno di Cambaia, ove  la miglior
fortezza che sia in tutta l'India. Ed  picciola citt, ma di gran facende,
perch vi si caricano assai nave grosse di diverse robbe, e per lo stretto
della Mecca e per l'isola d'Ormus; e queste sono nave de' Mori e de' Cristiani,
ma i Mori non possono navigare per quei mari senza il cartacco, cio licenzia
del vice re di Portogallo, altramente si pigliarebbono per contrabando. Vengono
le robbe che si caricano su queste navi da Cambaiette, porto di Cambaia, sopra
navilii e legni piccioli, non potendovi andare n navi n navilii grossi per
rispetto che le acque vi sono molto basse; ed  questo un pareggio d'intorno a
cento e ottanta miglia di golfo e stretto, che in lor lingua chiamano maccareo
di Cambaia, perch corrono qui l'acque fuori d'ogni misura a parangon degli
altri luoghi, eccettuando che nel Pegu vi  un altro maccareo ove corrono con
empito maggiore. La citt reale di Cambaia si chiama Amadavar ed  una giornata
e mezza fra terra da Cambaiette;  citt grande e ben popolata, e per citt de'
Gentili  molto bene edificata, con belle case e strade e piazze larghe con
assai botteghe, ed  quasi su l'andar del Cairo, ma non  cos grande.
Cambaiette  sul mare ed  assai bella citt, nella quale io mi son ritrovato
in tempo di calamit di carestia, e ho visto i padri e le madri gentili andar
pregando i Portoghesi che comprassero i loro figliuoli e figlie, e gli
vendevano per sei, otto e dieci larini l'uno; e un larino, ridotto alla nostra
moneta, pu valer intorno ad un mocenigo. Con tutto questo, s'io non l'avesse
veduto, non avrei creduto le grande e grosse facende di mercanzia che vi si
fanno. E ogni luna nuova e ogni luna piena  il tempo ch'entrano ed escono i
vasselli, percioch in quei due punti l'acque gonfiano; d'altro tempo sono
l'acque tanto basse che non si pu navigare. Entrano nella volta e nel tondo
della luna col crescente dell'acque assai navilii piccioli carichi d'ogni sorte
di spezie, di seta della China, di sandolo, di dente d'elefante, verzini,
veluti, gran quantit di panina, che vien dalla Mecca, zechini, moneta e
diverse altre mercanzie. Escono poi di qui navilii carichi d'una quasi infinita
quantit di tele di bombaso, bianche, stampate e dipinte, grandissima quantit
d'endighi, zenzari secchi e conditi, mirabolani secchi e conditi, boraso in
pasta, assai zuccaro, molto cottone, assaissimo anfione, assa fetida, puchio e
molte altre sorti di droghe, li turbiti si fanno in Diu, pietre grosse, come
corniole, granate, agate, diaspri, calcidonii amatisti e anco qualche sorte di
diamanti naturali.
Una usanza  in Cambaiette alla quale niuno  sforzato, ma per da tutti i
mercadanti portoghesi  osservata, la qual  questa. Sono in questa citt
alquanti sensari gentili e di grande autorit, ciascuno de' quali ha quindeci e
venti servitori, e' mercadanti che sono usi nel paese hanno il suo sensaro del
quale si servono, e quelli che non vi sono pi stati sono dagli amici di questa
usanza informati, di qual sensaro si debbano servire. Or ogni quindeci giorni,
come di sopra ho detto, che le flotte de' navilii entrano in porto, vengono
questi sensari a marina, e li mercadanti, sbarcati che sono, danno le pollize
di tutta la lor mercanzia a quel sensaro del qual servir si vogliono, insieme
col segnal delle lor balle. E indi fatto sbarcar i fornimenti di casa
(percioch per tutta l'India bisogna che i mercanti portino seco tutti i mobili
pi necessarii di casa, poi che in ogni luogo gli conviene far casa nuova), il
sensaro ch'ha da loro avuto la poliza fa che i suoi servitori caricano questi
fornimenti di casa sopra alcune carette assai deboli e, dicendo al mercante che
vadi a riposare, gli manda nella cittade, ove ogni sensaro ha diverse case
vuote, nette e polite, per alloggiare i mercanti, fornite solo di lettiere,
tavole, carieghe e vasi da acqua. Resta il sensaro con la poliza alla marina,
fa sbarcar la mercanzia, la dispaccia dal dazio e la fa portare con carette
alla casa ove  alloggiato il mercadante, senza ch'esso sappia cosa alcuna n
di dazio n di spesa fatta. Condotta che  la mercanzia a questo modo in casa
del mercante, gli dimanda il sensaro s'egli fa pensiero di vendere allora per
il prezzo corrente, e volendo vender gliela fa subito dar via, dicendogli: "Voi
averete tanto di cadauna sorte di mercanzia, netto d'ogni spesa e in dinari
contanti"; e se 'l mercante vuol investire il dinaro in altre mercanzie, gli
dice: "La tal e la tal cosa vi costar tanto posta in barca", senza sentire
alcuna sorte di spesa. E il mercante, intesa la proposta, fa i suoi conti e, se
li par di vendere e comprare per i prezzi correnti, gli ordina che facci botta,
e se ben avesse robba per ventimila ducati, in quindeci giorni tutta si
smaltisse senza alcun suo pensiero o fatica. Quando poi non li pare poter dar
la sua roba per quelli prezzi, pu aspettar quanto li piace, ma la mercanzia
non pu esser venduta per altre mani che di quel sensaro che l'ha spedita di
doana; e alle volte aspettando qualche tempo a vendere si guadagna e alle volte
si discaveda, ma per il pi, in alcune sorte di mercanzie che non vengono ogni
quindeci giorni, aspettando si fa assai meglio.
I navilii ch'escono di questo porto carichi vanno al Diu a caricar le navi, che
de l vanno poi alla Mecca e in Ormus, e parte vanno a Chiaul e a Goa, con la
scorta sempre dell'armata de' Portoghesi, per rispetto de' molti corsari che
vanno corseggiando e robando tutta quella costa dell'India, per tema de' quali
non  sicuro il navigarvi se non con navi ben armate overo con la scorta
dell'armata portoghese. In somma il regno di Cambaia  luogo di gran traffico e
di grosse facende, con tutto che da un tempo in qua sia in mano de' tiranni.
Percioch, essendo gi sessantacinque anni stato ammazzato il suo vero re
gentile, chiamato sultan Badu, all'impresa del Diu, quattro o cinque capitani
si partirono il regno fra loro e ciascuno tiranneggiava la sua parte; ma gi
dodeci anni il gran Magol re moro d'Agra e del Deli, infra terra da Amadavar
quaranta giornate, si  impatronito di tutto il regno di Cambaia senza
contrasto alcuno, percioch, essendovi esso con grand'empito e sforzo di gente
entrato e trovandolo diviso, non fu chi se gli opponesse, ma fu subito obbedito
da tutti; e sono gente molto bestiale e tiranna. Mentre io dimorai in
Cambaiette vidi cosa che mi fece molto maravigliare, che fu il quasi infinito
numero de' maestri che del continuo fanno manini di denti d'elefanti lavorati a
varii colori per le donne gentili, le quali tutte ne portano piene le braccia,
e vi si spende ogni anno assai migliara di scudi; e la cagione  che, quando li
muore alcun parente,  costume che le donne per segno di dolore si spezzano
tutti i manini che hanno intorno alle braccia, e subito poi ne comprano degli
altri, percioch stariano pi presto senza mangiare che senza manini.


Daman, Basain e Tana.

Passato il Diu si trova Daman, seconda citt de' Portoghesi, posta nel
territorio di Cambaia, lontana dal Diu cento e venti miglia. Non  luogo di
mercanzia, fuor che di risi e di frumento; ha molte ville sotto di s, le quali
in tempo di pace sono godute da' Portoghesi, ma in tempo di guerra sono da'
nemici con le spesse correrie ruinate, di modo che i Portoghesi niuna o poca
utilit ne cavano. Dopo Daman si trova Basain, con molte ville dell'istessa
condizione di quelle di Daman; n di questa altro si cava che risi, frumento e
molto legname da far navi e galee. Oltra a Basain poco distante  una isola
picciola, chiamata Tana, con una terra assai popolata da' Portoghesi, da' Mori
e da' Gentili. Qui non fanno altro che risi, e vi sono molti telari da far
ormesini e gingani di lana e di bombaso, che sono dell'andar dei mocaiari, neri
e colorati.


Chiaul, e l'albore "palmar".

Oltra a questa isola si trova Chiaul in terra ferma, e sono due cittadi, una
de' Portoghesi, l'altra de' Mori. Quella de' Portoghesi  posta pi a basso e
signoreggia la bocca del porto, ed  murata e posta in fortezza, discosto dalla
quale un miglio e mezzo  quella de' Mori, signoreggiata da Zamalucco, re moro;
ma in tempo di guerra non possono andar legni grossi alla citt de' Mori,
percioch sono battuti e messi a fondo dall'artiglieria della fortezza
portoghese, inanzi alla quale convengono passare. L'una e l'altra sono porto di
mare e vi si fanno molte facende d'ogni sorte di spezie e di droghe, sete,
panni di seta, sandolo, marfin, verzin, porcellane della China, veluti e
scarlatti, che vengono di Portogallo e dalla Mecca, e molte altre mercanzie. Vi
vengono ogni anno di Cochin e di Canenor dieci e quindeci nave cariche di noci
grosse curate e di zuccaro dell'istessa noce, chiamato giagra. L'arbore che
produce questa noce si chiama palmar e per tutta l'India, massime da Goa in
l, ve ne sono boschi grandissimi; ed  molto simile al dattolaro, n in tutto
il mondo si trova arbore della bont di questo, e che se ne cavi pi utilit;
n in esso  cosa alcuna da abbrucciare. Del suo legname solo, senza
mescolarvene d'altra sorte, si fanno i navilii, delle foglie si fanno le vele,
e del suo frutto si caricano, che sono noci, zuccaro, vino e aceto, che si fa
del vino. Qual vino si cava del fiore in mezzo all'arbore, che getta di
continuo un liquor bianco come acqua, e, tenendoli un vaso sotto, ogni mattina
e ogni sera si leva pieno, e fatto lambicare al fuoco diventa potentissimo
liquore; nelle botte del qual postovi una certa quantit di zibibbo, o nero o
bianco, in poco tempo  fatto perfettissimo vino, e se ne fa gran quantit.
Della noce poi si cava oglio assai; dell'arbore si fanno tavole e travi per gli
edificii; della scorza si fanno gomene e corde d'ogni sorte per le navi,
migliori che quelle di canevo; degli rami si fanno lettiere per dormire, overo
scafacci per la mercanzia; le foglie si tagliano minute e, tessendole, se ne
fanno vele per ogni legno, overo finissime stuore; del primo scorzo della noce
pestato si fa stoppa perfettissima da calefattar navi e navilii, e della scorza
dura se ne fa cucchiari e altri vasi da manestrare; di modo che non si getta n
si abbruccia altro di questo arbore se non la sola radice. E quando la noce 
fresca  piena d'un'acqua eccellentissima da bevere, e, per gran sete che abbia
un uomo, con una di queste noci se la cava; quando poi la noce si matura,
quell'acqua diventa tutta noce.
Escono di Chiaul per tutta l'India, per Malacca, per Portogallo, per lo stretto
della Mecca, per la costa di Melindi e per Ormus, una quasi infinita quantit
di robe, che si cavano del regno di Cambaia, come sono panni di bombaso
bianchi, stampati e depinti, assai endego, amfione, gottoni, sete fine e d'ogni
sorte, assai boraso in pasta, assa fetida, assai ferro e frumento e molte altre
mercanzie. Il re Zamaluco  moro ed  molto potente, come quello che ad ogni
sua requisizione mette in campagna ducentomila persone da guerra, e ha molta
artiglieria fatta di pezzi, alcune d'esse dico, che per la lor grandezza non si
potriano condurre e per sono fatte di pezzi, ma talmente accommodati che
s'adoprano benissimo, le cui balle sono di pietra: sono state mandate di queste
balle in Portogallo a mostrare al re, come cosa di gran maraviglia. La citt
ove il re Zamalucco fa la sua residenza  infra terra da Chiaul sette overo
otto giornate, e si dimanda Abdeneger. Sessanta miglia da Chiaul verso l'India
si trova Dabul, porto del Zamalucco, di dove a Goa sono cento e venti miglia.


Goa.

Goa  la principal citt ch'abbian i Portoghesi in India, nella quale stanzia
il vice re con la corte regia, ed  in una isola che pu circondare da
venticinque in trenta miglia.  cittade con i suoi borghi onestamente grande, e
per citt dell'Indie assai competentemente bella; ma pi bella  l'isola, come
quella che  piena di giardini e di boschi de' palmari detti di sopra, su per
la quale sono ancora alcune villette.  questa citt di grandissimo negozio di
tutte le sorte di mercanzie che 'n quelle parti si trafficano; e la flotta che
viene ogn'anno di Portogallo, che sono quattro, cinque e sei grosse navi, viene
a dirittura a Goa, e giungono ordinariamente dalli sei alli dieci di settembre
e si fermano in Goa intorno a cinquanta giorni; indi partono per Cochin, ove
caricano per Portogallo, e molte volte caricano una nave in Goa per Portogallo
e le altre vanno a caricare a Cochin, distante da Goa trecento miglia. 
situata Goa ne' paesi del Dialcan, re moro qual sta infra terra intorno ad otto
giornate, la cui citt real si chiama Bisapor, ed  re molto potente. Io mi
ritrovai in Goa l'anno del 1570, quando venne detto re ad assediarla,
essendoseli accampato sotto (ma per di l dal rio) con un esercito qual si
diceva passar ducentomila persone; vi tenne l'assedio quattuordeci mesi, in
capo al qual tempo fece pace, si dice per il gran danno che ebbe la sua gente
per una infermit mortale che l'inverno l'assalse, quale uccise anco molti
elefanti.
Del 1566 io mi parti' di Goa per Bezeneger, citt reale che fu del regno di
Narsinga, otto giornate da Goa infra terra; andai in compagnia di due mercanti,
che conducevano al re trecento cavalli arabi. Percioch i cavalli del paese
sono piccioli, pagano bene i cavalli arabi, e bisogna venderli bene, perch vi
va molta spesa a condurli dalla Persia in Ormus e da Ormus in Goa, ove
dell'entrare non pagano gabella alcuna; anzi nelle navi che portano da venti
cavalli in su passa franca anco tutta l'altra mercanzia, ove quelle che non
portano cavalli sono tenute a pagare otto per cento d'ogni sorte di mercanzia.
Nello uscir poi i cavalli arabi di Goa si paga di dazio quarantadue pagodi per
cavallo, e ogni pagodo val otto lire alla nostra moneta, e sono monete d'oro;
di modo che li cavalli arabi sono in gran prezzo in que' paesi, come sarebbe
trecento, quattrocento, cinquecento e fina mille ducati l'uno.


Bezeneger.

La citt di Bezeneger fu messa a sacco l'anno del 1565 da quattro re mori e
potenti, che furono il Dialcan, il Zamaluc, il Cotamaluc e il Veridi; e si dice
che il poter di questi quattro re mori non era bastante ad offendere il re di
Bezeneger, qual era gentile, se non vi fosse stato tradimento. Aveva questo re
tra gli altri suoi capitani due capitani mori, ciascun de' quali commandava a
settanta e ottantamila persone. Trattarono questi due capitani, per esser d'una
istessa legge, co' re mori di tradire il suo re; e il re gentile, che non
stimava le forze de' nemici, volse uscir della citt a far fatto d'arme co'
nemici alla campagna; qual dicono che non dur pi di quattro ore, percioch li
due capitani traditori nel pi bello del combattere voltarono le sue genti
contra al suo signore, e misero in tal disordine il suo campo, che i Gentili
confusi e sbigottiti si posero in fuga. Gi trenta anni era stato occupato
questo regno da tre fratelli tiranni, li quali, tenendo il vero re come
prigione, una sol volta all'anno lo mostravano al popolo, ed essi il tutto a
lor voglia governavano. Erano stati questi tre fratelli capitani del padre del
re da loro tenuto prigione, qual avendo alla sua morte lasciato questo re
picciolo fanciullo, essi del regno s'impatronirono. Il maggiore di questi tre
fratelli si chiamava Ramaraggio, e questo sedeva nel trono regale e chiamavasi
re; il secondo avea nome Timaraggio, qual si aveva preso l'officio di
governatore; il terzo, chiamato Bengatatre, era capitano generale della
milizia. Si ritrovarono tutti tre questi fratelli in questo fatto d'arme, nel
quale il primo e l'ultimo si dispersero, che non si trovarono pi n vivi n
morti, e Timoraggio fugg con un occhio manco. Venuta che fu la nuova di questa
rotta nella cittade, le donne e i figliuoli di questi tre tiranni, insieme col
legittimo re da essi tenuto prigione, fuggirono cos spogliati come si
trovarono; e i quattro re mori entrarono in Bezeneger trionfando e vi stettero
sei mesi, cavando fina sotto le case per ritrovar i dinari e l'altre cose
ascose, e indi a' suoi regni tornarono, percioch non averiano potuto
mantenersi tanto paese e tanto da' suoi regni lontano.
Partiti i Mori, Timaraggio torn in Bezeneger, fece ripopolare la cittade e
mand a dire a Goa alli mercanti che, se gli avessero condotti delli cavalli,
esso gli avrebbe pagati bene: e per questo i predetti due mercanti e io con
loro in Bezeneger andassemo. Fece eziandio il detto tiranno andare un bando,
che chiunque li menasse cavalli del suo bollo, che nella guerra gli erano stati
presi, ch'esso glieli pagaria quello che volessero, dando in oltre
salvocondotto generale a tutti quelli che gliene conducessero. Vidi che gliene
furono menati assai in pi volte, ed esso dette buone parole a tutti fina che
vide che non gliene poteano essere condotti pi, e poi licenzi i mercadanti
senza dargli cosa alcuna; onde i poveretti andavano per la citt piangendo e
disperandosi, quasi matti per il dolore.
Mi fermai in Bezeneger sette mesi, quantunque in un mese io mi spedi' da tutte
le mie facende, ma mi convenne starvi per esser rotte le strade da' ladri; nel
qual tempo vidi cose stranie e bestiali di quella gentilit. Usano primamente
abbrucciare i corpi morti, cos d'uomini come di donne nobili; e se l'uomo che
muore  maritato, la moglie  obligata ad abbrucciarsi viva col corpo del
marito: e assai domandano tempo uno, due e tre mesi, e gli  concesso. E il
giorno che si deve abbrucciare va questa donna la mattina a buon'ora fuor di
casa a cavallo, overo sopra un elefante, overo in un solaro, qual  uno stado,
sopra i quali vanno gli uomini di conto, portato da otto uomini; e in uno di
questi modi, vestita da sposa, si fa portare per tutta la citt, con i capegli
gi per le spalle, ornata con fiori e assai gioie, secondo la qualit della
persona, e con tanta allegrezza come vanno le novizzie in trasto in Venezia.
Porta nella sinistra mano uno specchio e nella destra una frezza, e va cantando
per la citt e dicendo che va a dormire col suo caro marito, da' parenti e
amici accompagnata, sino alle diecinove o venti ore; indi esce dalla citt e
caminando lungo il fiume Negondin, che passa appresso alle sue mura, giunge in
una pradaria, ove si sogliono fare questi abbrucciamenti di donne restate
vedove.  gi apparecchiata in questo luogo una cava grande fatta in quadro,
con un poggiolo appresso, nel quale si saglie per quattro o cinque scalini, e
detta cava  piena di legne secche. Giunta quivi la donna, accompagnata da gran
gente che vanno a vedere, gli apparecchiano bene da mangiare, ed essa mangia
con tanta allegrezza come se fosse a nozze, e, come ha mangiato, si mette a
ballare e a cantare ad un certo loro suono quanto li pare, e dapoi ella istessa
ordina che s'impicci il fuoco nella cava. E quando  in ordine se gli fa
intendere ed essa, subito lasciata la festa, d mano al pi stretto parente del
marito e vanno ambidue alla riva del fiume, ove essa nuda si spoglia e d le
gioie e i vestimenti a' suoi parenti, e se gli tira dinanzi un panno, accioch
non sia veduta nuda dalle genti, e si caccia tutta in acqua, dicendo i meschini
che si lava i peccati. Uscita dell'acqua, si rivolge in un panno giallo lungo
quattuordeci braccia e, dato di nuovo mano al parente del marito, sagliono
ambidue cos per mano tenendosi sopra il poggiolo, ove essa ragiona alquanto
col popolo, raccomandandoli i figliuoli, se ne ha, e i suoi parenti. Tra il
poggiolo e la fornace tirano una stuora, accioch essa non veda il fuoco, ma ne
sono assai che fanno subito tirar via detta stuora, mostrando animo intrepido,
e che di quella vista non si spaventano. Ragionato che ha la donna quanto li
pare, un'altra donna li porge un vaso d'oglio ed essa, presolo, se lo sparge
sopra la testa e se ne unge tutta la persona, e getta il vaso nella fornace e
tutto ad un tempo se gli lancia dietro. E subito la gente che sta intorno alla
fornace li gettano con forza grossi legni addosso, talch tra per il fuoco e
per i colpi de' legni essa presto esce di vita; e allora la tanta allegrezza si
converte tra quei popoli in s dirotto pianto, che mi era necessario a correre
via, per non sentir tal terremoto di pianto e d'urli. Io n'ho viste abbrucciare
assai, percioch la mia stanzia era appresso a quella porta per la quale esse
uscivano ad abbrucciarsi. Quando poi muore qualche grande uomo, oltra la
moglie, tutte le schiave con le quali esso ha avuta copula carnale con esso
s'abbrucciano. In questo istesso regno tra persone basse  un'altra usanza,
percioch, morto che  l'uomo, lo portano al luogo ove gli vogliono far la
sepoltura, e con essi vien la moglie, e il corpo  posto su qualche cosa a
sedere e la moglie se gli inginocchia dinanzi e, gettateli le braccia al collo,
qui si ferma. E fra tanto i muratori li fanno un muro attorno ad ambidue e,
quando il muro  arrivato al collo della donna, viene un uomo di dietro alla
donna e li storcie il collo, e, morta ch'essa , il muro si finisce e restano
ambidue ivi sepolti. Oltra queste vi sono altre infinite bestialit, qual io
non mi curo di scrivere. Volsi intendere perch cos si facessero queste donne
morire, e mi fu detto che fu fatta anticamente questa legge per provedere alli
molti omicidii che le donne de' lor mariti facevano, percioch, per ogni poco
di dispiacere che esse avessero da' mariti, li attossicavano per pigliarne un
altro; onde con questa legge le rendettero a' mariti pi fedele e fecero che le
vite dei mariti al par delle sue avessero care, poich con la lor morte ne
seguiva anco la sua.
Del 1567 si dispopol Bezeneger, avendo per cattivo augurio per essere stato
saccheggiato da' Mori, e il re con la corte and ad abitare in Penigonde, qual
 una fortezza fra terra, otto giornate distante da Bezeneger. Sei giornate
lontano da Bezeneger si cavano i diamanti; io non fui l, ma dicono esser un
luogo grande circondato di muro, e che 'l terreno si vende a misura, un tanto
il quadro, con limitazione quanto debbano andare sotto; e i diamanti da una
certa caratta in su son del re. Sono molti anni che non si cavano per i gran
disturbi del regno, e maggiormente da un tempo in qua, che 'l figliuolo del
Timaraggio, re tiranno, ha fatto morire il re legittimo che teneva prigione, e
i baroni poderosi del regno non lo vogliono conoscere per re, di modo che 'n
detto regno sono assai re e gran divisione. La citt di Bezeneger non 
distrutta, anzi  con tutte le sue case in piedi, ma  vota, n gli abita anima
viva se non tigri e altre fiere. Si dice che circonda ventiquattro miglia e ha
dentro alle mura alcune montagne; le case sono tutte a pi piano e murate di
fango, fuor che i tre palazzi de' tre tiranni e i pagodi, che sono fatti di
calcina e di marmori fini. Ho visto molte corti di re, ma non vidi tal
grandezza come tiene il re di Bezeneger, dell'ordine dico del suo palazzo,
percioch aveva nuove porte prima che s'entrasse ove abitava il re, cinque
grandi con guardia di capitani e di soldati e quattro con guardia di portieri.
Fuori della prima porta era un portico, ove stava alla guardia di giorno e di
notte un capitano con venticinque soldati, e dentro alla porta ve ne era un
altro con guardia simile; di dove s'entrava in una piazza assai grande, in capo
alla quale era l'altra porta, guardata come la prima, e indi un'altra piazza: e
in tal modo erano le prime cinque porte, da dieci capitani guardate. Si
trovavano poi l'altre quattro porte minori con portieri alla guardia, che
stavano la pi parte della notte aperte, percioch  costume dei Gentili di far
le lor feste e negozii pi di notte che di giorno. La citt era sicurissima dai
ladri, e i mercanti portoghesi dormivano per il caldo su le strade, cio sotto
i portici di quelle, n gli era mai fatto danno alcuno.
In capo ai sette mesi io mi deliberai d'andare a Goa con altri dui compagni
portoghesi che erano alquanto indisposti, li quali tolsero dui palanchini, che
sono come lettierette, con li quali si va in viaggio molto commodamente, con
otto fachini per cadauno palanchino che lo portano, scambiandosi a quattro per
volta; e io comprai dui buoi, uno per mio cavalcare e l'altro per la compagnia
da portar i drappi e la vettovaglia. Si cavalcano in quei paesi i buoi con
buone bastine, staffe e briglia, e hanno un commodo e buon passo. Da Bezeneger
a Goa sono d'estate otto giornate di viaggio; ma noi lo facessimo di mezo
l'inverno, il mese di luglio, e penassimo quindeci giorni a venire sino in
Ancola sul lito del mare. E in capo agli otto giorni persi i dui buoi: quello
che portava la vettovaglia s'indebol di maniera che, non potendo pi caminare,
ne bisogn lasciarlo; e quello ch'io cavalcava, nel passare un fiume, noi su un
ponticello ed egli a nuoto, trov egli in mezo al fiume un'isoletta piena
d'erba fresca e ivi si ferm, n potendo noi in alcun modo passarvi, per forza
convenissimo lasciarlo: ed era in quel punto una grossissima pioggia, onde mi
convenne andare a piedi sette giornate con travaglio grandissimo, e avessimo
ventura in ritrovar fachini che ne portarono le robbe. Passassemo per questi
giorni gran fortune, percioch, essendo quel regno tutto sottosopra per le gran
dissensioni che in esso erano, ogni giorno eravamo fatti prigioni e, volendo la
mattina caminare inanzi, bisognava pagare per nostro riscatto quattro o cinque
pagodi ogni mattina per testa. Un altro travaglio anche avessimo, che ogni
giorno entravamo in terre di nuovi signori, tutti per tributarii del re di
Bezeneger, ciascun dei quali fa batter moneta di rame una diversa dall'altra,
talch la moneta d'un giorno l'altro non era buona. Con l'aiuto di Dio
giungessimo finalmente in Ancola, terra della regina di Garcopan, tributaria
del regno di Bezeneger.
Le mercanzie ch'andavano ogn'anno da Goa a Bezeneger erano molti cavalli arabi,
veluti, damaschi, rasi e ormesini di Portogallo, e anche pezze di China,
zafaran e scarlatti; di l si cavava per Goa gioie e ducati pagodi d'oro. Il
vestir di Bezeneger era cavaie sopra le camise, over zuppe ugnole, overo
imbottite, di veluto, raso, damasco, scarlatto, overo panni bianchi di bombaso,
secondo la qualit degli uomini, con berette lunghe in testa, da essi chiamate
colae, di veluto, di raso, di scarlato o di damasco, cingendosi in vece di
poste con alcuni panni di bombaso fini. Portavano braghesse quasi alla
turchesca e anche salvari; portavano in piede alcune pianelle alte, dette da
loro asparche, e all'orecchie portavano attaccato assai oro.
Ora al mio viaggio ritornando, giunti che fossemo in Ancola, un dei miei
compagni, che non aveva cosa alcuna da perdere, tolse una guida e andossene a
Goa, ove si va in quattro giornate. L'altro compagno, essendo alquanto
indisposto, volea fermarsi per quell'inverno in Ancola (l'inverno di quelle
parti dell'India comincia a mezzo maggio e dura sina a parte del mese
d'ottobre); ma, stando esso in Ancola, vi giunse un mercante da cavalli da
Bezeneger in un palanchino, e vi giunsero anche duoi soldati portoghesi che
venivano di Seilan e dui porta lettere cristiani nativi dell'India. Fecero
tutti questi compagnia insieme per andare a Goa, ond'io mi deliberai d'andar
con essi e, fattomi fare un palanchino assai povero di canne, misi ascosamente
in una delle sue canne tutto il mio poco avere, ch'erano gioie, e secondo l'uso
presi 8 fachini che mi portassero. E un giorno intorno alle 19 ore si
mettessemo in viaggio e alli 22, nel passare una montagna che divide il
territorio d'Ancola dal regno di Dialcan, essendo io dietro a tutti gli altri,
fui assaltato da 8 ladroni, quattro dei quali avevano spada e rotella e gli
altri quattro archi e frezze. Quando i fachini che mi portavano sentirono il
rumor degli assassini, lasciando cascare il palanchino si misero subito in
fuga, e io restai solo in terra involto nei drappi del palanchino. Mi furono
subito i ladri adosso e mi spogliarono con suo commodo tutto nudo, e io per non
abbandonare il palanchino mi finse esser amalato; e perch io avevo fatto sul
palanchino un letticello delli miei drappi, li cercarono i ladri sottilmente e,
avendovi trovato due borse ben ligate nelle quali aveva io posta la moneta di
rame di quattro pagodi ch'in Ancola avevo cambiati, credettero essi che fossero
tanti pagodi e non cercarono pi, ma, fatte abbracciate di tutti i drappi, nel
bosco si cacciarono. E volse Dio che nel partirsi gli casc un lenzuolo,
ond'io, levatomi del palanchino, tolsi detto lenzuolo e me gli rivoltai dentro.
E in questo i miei fachini furono tanto da bene che tornarono a trovarmi, non
sperando io in loro tanta bont, percioch, essendo essi pagati (che cos si
usa di pagargli inanzi tratto) e avendoli dati in Ancola sette pagodi, non
sperava pi di rivederli; ma avevo determinato di cavar la canna delle gioie
del palanchino e, mostrando di servirmene per bordone, condurmi a piedi a Goa.
Ma la fedelt di quelli uomini mi cav di questo travaglio, e mi portarono in
quattro giorni a Goa; nel qual tempo la feci molto stretta del mangiare, perch
non m'era restato n dinari, n oro, n argento, n pagodi, n moneta, e
mangiava solo qualche cosa che per compassione mi era data dai fachini; ma,
giunto in Goa, gli pagai ogni cosa onoratamente. Di Goa mi parti' per Cochin,
qual  pareggio di trecento miglia, e tra l'una e l'altra di queste due cittadi
sono molte fortezze de' Portoghesi.


Onor, Mangalor, Barzelor e Cananor.

La prima fortezza de' Portoghesi che si trova per andar da Goa a Cochin si
chiama Onor, qual  posta nel paese della regina di Batecala, tributaria del re
del Bezeneger: qui non si fa trafico alcuno, ma  solo di spesa per il capitano
e presidio che vi si tiene. Passata questa s'arriva in Mangalor, picciola
fortezza e di poco negozio, di dove si cavano poca quantit di risi; indi si va
alla fortezza di Barcelor, picciola, ma se ne cava assai risi per Goa. Indi si
giunge a Cananor, citt picciola, un tiro d'archibugio distante dalla quale 
la citt del re di Cananor, re gentile, ed egli e il suo popolo sono mala
gente; stanno volentieri in guerra coi Portoghesi, e, quando stanno in pace,
stanno per lor interesse, per dar spacio alle loro mercanzie. Esce di Cananor
tutto il cardamomo, assai pevere e zenzaro, assai mele, navi cariche di noci
grosse, gran quantit d'areca; qual  frutto della grandezza della noce
muschiata, e si mangia in tutte quelle parti dell'India e oltra l'India con la
foglia d'un'erba che si chiama betle, che s'assomiglia assai la foglia della
nostra edera ma  pi sottile, e la mangiano impiastrata con calcina fatta di
scorze d'ostreghe. E per tutta l'India ogni giorno si spende gran quantit di
denari in tal composizione, e tanti che chi nol vede li par quasi cosa
incredibile, e grand'utile cavano i signori dei dazii che di questa erba hanno.
Masticandola, fa i denti negri e rende il sputo del color del sangue; dicono
che fa buono stomaco e buon fiato, ma io giudico che l'usino pi tosto per
poltronaria, percioch questa erba  calidissima e li rende pi potenti al
coito. Da Cananor a Crangenor, ch' un'altra picciola fortezza de' Portoghesi
in le terre del re di Crangenor, re gentile, e luogo di poca importanza, sono
cento e cinque miglia; ed  tutta terra di ladri, sottoposta al re di Calicut,
re gentile e gran nemico de' Portoghesi, coi quali sta sempre in guerra, ed 
nido e refugio di tutti i ladri forestieri, che si chiamano Mori di carapuza,
perch portano in testa una beretta lunga rossa. E questi ladri fanno parte al
re di Calicut delle prede che fanno in mare, e lui permette che chi vuol andare
in corso vada, di modo che per quella costa sono tanti corsari che non si pu
navigare, se non con buone navi grosse ben armate, overo con la scorta
dell'armata portoghese. Da Grangenor a Cochin sono quindeci miglia.


Cochin.

Tiene Cochin il primo luogo dopo Goa tra le citt ch'hanno i Portoghesi in
India, e vi si fanno molte facende di spezie, di droghe e d'ogni altra sorte di
mercanzia per il regno di Portogallo: e qui infra terra  il regno del pevere,
del qual si caricano le navi che vanno in Portogallo a refuso e non posto in
sacchi. Il pevere che va in Portogallo non  cos buono come quello che va
nello stretto della Mecca, percioch i ministri del re di Portogallo gi molti
anni fecero l'appalto col re di Cochin per nome del re di Portogallo e posero
il prezzo al pevere, qual per convenzioni fatte insieme non si pu n crescere
n callare, ed  prezzo molto basso, di modo che i paesani gli lo danno mal
volentieri, e verde e molto sporco; ma i mercadanti mori pagandolo meglio, gli
 dato megliore e meglio condizionato. Tutto il pevere per e altre droghe che
vien per il stretto della Mecca passa di contrabando. Cochin sono due cittadi:
quella de' Portoghesi  vicina al mare e un miglio e mezzo fra terra  la citt
del re di Cochin, e ambedue sono poste su la riva d'uno istesso fiume grande e
di buona acqua, che viene dalle montagne del re del pevere, re gentile e nel
cui regno sono molti Cristiani di san Tomaso. Il re di Cochin  re gentile e
molto amico e fedele al re di Portogallo e alli cittadini portoghesi, che
abitano e sono maritati in Cochin de' Portoghesi, e con questo nome di
Portoghesi chiamano in India tutti i Cristiani che vengono di Ponente, siano o
Italiani, o Francesi, o Allemani. E tutti quelli che si maritano in Cochin si
acquistano un'entrata secondo le facende che fanno, per li gran privilegi
ch'hanno i cittadini di quella cittade; percioch delle due principali
mercanzie che si contrattano in quel luogo, che sono le molte sete che vengono
della China e i molti zuccari che vengono di Benagala, non pagano i cittadini
in quella citt maritati dazio alcuno, dell'altre sorti di mercanzie pagano
quattro per cento al re di Cochin con ogni lor commodit; quelli che non vi
sono maritati e i forestieri pagano in Cochin al re di Portogallo otto per
cento d'ogni mercanzia. Mi ritrovai in Cochin in tempo che 'l vicer travagli
assai per rompere i privilegi ai detti cittadini e per farli pagare come pagano
gli altri, e proprio in quel tempo si pesavano d e notte i peveri per caricare
le navi portoghese; e il re di Cochin, avisato di questa cosa, fece subito
restar di pesare il pevere, onde in un tratto furono licenziate le mercanzie,
n pi si parl di fargli questo torto.
Il re di Cochin non  molto potente rispetto agli altri re delle Indie, n
mette in campagna pi di sessantamila uomini da guerra. Ha uno gran numero
d'amochi, che sono gli suoi gentiluomini, chiamati anche Nairi, li quali non
apprezzano punto la vita, ove va il servizio o l'onore del suo re, anzi
l'espongono ad ogni pericolo, quando fossero eziandio certi di morire. Sono
uomini che vanno nudi dalla centura in su, con un panno cento e rivoltato infra
le gambe; vanno scalci, hanno i capegli lunghi e rivoltati in cima alla testa,
e sempre portano la spada nuda e la rotella. Hanno questi Nairi le lor donne
commune tra loro, e quando alcuno d'essi entra in casa d'una di queste donne,
lasciano la spada e la rotella appresso la porta su la strada, e mentre sta l
quella spada e rotella non  alcuno ch'ardisca entrarvi. I figliuoli dei re non
succedono nel regno, percioch hanno questa opinione, che potriano non esser
generati dal re, ma da qualcun altro; accettano per re un figliuolo di sorella
del re o d'altra donna della stirpe regia, percioch dicono esser certi quelli
esser veramente di sangue regale. Li Nairi e le lor donne usano per gentilezza
farsi grandissimi buchi nelle orecchie, e tali che par impossibile il crederlo,
tenendo per pi nobili quelli che hanno i buchi pi grandi: ebbi licenza da un
di loro di misurargli la circonferenza di esso buco con un filo, nel qual
postovi poi il braccio, vi and tutto sina alla spalla, e dico il braccio cos
vestito. Sono in effetto mostruosamente grandi, e per farli cos grandi si
forano l'orecchie da piccioli e vi attaccano un peso grande, o d'oro o di
piombo, e nel foro mettono una certa sorte di foglia che cos larghi li fa.
Si caricano in Cochin le navi che vanno in Portogallo e anche in Ormus; vero 
che quelle d'Ormus non portano pevere, se non di contrabando. Della canella
facilmente hanno licenza di levarne; di tutte l'altre speziarie e droghe
possono liberamente levarne, cos per Ormus come per Cambaia, e cos di tutte
l'altre mercanzie che da diverse bande vi sono portate. Ma del proprio regno di
Cochin si cavano assai peveri, che vanno in Portogallo, gran quantit di
zenzari secchi e conditi, canella salvatica, molta areca, assai cordovaglia di
cairo, fatta del scorzo dell'arbore della noce grossa, ed  meglio che quella
di canevo, della qual se ne porta anche assai in Portogallo. Si parteno
ogn'anno le navi da Cochin per Portogallo dal fin di decembre sina per tutto
genaro. Or seguitando il viaggio dell'India, da Cochin si va a Coilan, distante
da Cochin settantadue miglia, qual  fortezza picciola del re di Portogallo,
posta nelle terre del re di Coilan, qual  re gentile;  luogo di poco negozio,
vi si carca solo mezza nave di pevere, che va poi a Cochin a finir di carcare.
Di qui a Cao Comeri si fanno settantadue miglia, e qui finisse la costa
dell'India; e per tutta questa costa appresso al mare, e anche da Cao Comeri
alle basse di Chilao, che sono intorno a ducento miglia, sono quasi tutti
venuti alla cristiana fede e vi sono assai chiese dei padri di San Paulo, i
quali fanno in quei luoghi gran profitto in convertire quei popoli e gran
fatiche nell'ammaestrarli nella legge di Cristo.


Pescaria delle Perle.

Il mare che giace tra la costa che si distende da Cao Comeri alle basse di
Chilao e l'isola di Seilan si chiama la Pescaria delle Perle, qual pescaria si
fa ogn'anno cominciando di marzo o d'aprile e dura cinquanta giorni; n ogni
anno si pesca in un istesso luogo, ma un anno in un luogo e l'altro in un altro
di detto mare. Quando s'avicina il tempo di pescare, mandano buoni nuotatori
sott'acqua a scoprire ove  maggior quantit d'ostreghe, e su la costa
all'incontro piantano una villa di case e bazarri di paglia, che tanto dura
quanto dura il tempo del pescare, e la forniscono di quanto  necessario: e ora
si fa vicino ai luoghi abitati, ora lontano, secondo il luogo ove vogliono
pescare. I pescatori sono tutti Cristiani del paese, e va chi vuole a pescare,
pagando per un certo censo al re di Portogallo e alle chiese dei padri di San
Paulo che sono per quella costa. Mentre dura il tempo di pescare, stanno in
quel mare tre o quattro fuste armate, per diffendere i pescatori dai corsari.
Io mi ritrovai qui una volta di passaggio e vidi l'ordine che tengono a
pescare. Fanno compagnia due, tre e pi barche insieme, che sono dell'andare
delle nostre peotte e pi picciole; vanno sette overo otto uomini per barca; e
holle viste la mattina a partire in grandissimo numero e andare a sorgere in
quindeci sina dicidotto passa d'acqua, che tale  il fondo di tutto quel
contorno. Sorti che sono, gettano una corda in mare, nel capo della quale 
ligato un buon sasso, e un uomo, avendosi ben stretto il naso con una moleta e
ontosi con oglio il naso e l'orecchie, con un carniero al collo overo un cesto
al braccio sinistro, gi per quella corda si calla. E quanto pi presto pu
empie il carniero o il cesto d'ostreghe che trova in fondo del mare, e indi
scorla la corda, e i compagni che stanno attenti in barca tirano su detta corda
in pressa, e con essa anche l'uomo. E cos vanno d'uno in uno a vicenda, sinch
la barca  carica d'ostreghe, e poi la sera vengono alla villa. E cadauna
compagnia fa il suo monte d'ostreghe in terra, distinti uno dall'altro, di modo
che si vede una fila molto lunga di monti d'ostreghe, n si toccano sin che la
pescaria non  compita; e allora s'acconciano ogni compagnia attorno il suo
monte ad aprirle, che facilmente s'aprono, percioch sono gi morte e fragide:
e s'ogni ostrega avesse perle, saria una gran bella preda, ma ne sono assai
senza perle.
Finita la pescaria, e visto se  buona ricolta o cattiva, vi sono certi uomini
periti, che si chiamano chitini, li quali metteno il prezzo alle perle secondo
la lor carrata, facendone quattro cernide con alcuni crivelli di rame. Le prime
sono le tonde e si chiamano l'aia de' Portoghesi, perch i Portoghesi le
comprano; le seconde, che non sono tonde, si chiamano l'aia di Bengala; la
terza sorte, che sono manco buone, chiamano l'aia di Canara, cio del regno di
Bezeneger; la quarta e ultima sorte, che sono pi triste e pi minute, si
chiama l'aia di Cambaia. Messo il prezzo, vi sono tanti mercadanti di diverse
parti che con dinari stanno aspettando, che in pochi giorni ogni cosa si compra
a prezzo aperto, secondo la carrata di dette perle.
In questo mare della pescaria delle perle  una isoletta chiamata Manar,
abitata da' Cristiani del paese, che prima erano gentili, con una picciola
fortezza de' Portoghesi, situata all'incontro dell'isola di Seilan; tra le
quali passa un canale non troppo largo e con poco fondo, per il qual non si pu
navigare, se non con vascelli picciolli, e col crescente dell'acqua nel voltar
della luna overo nel tondo. E con tutto ci bisogna anche scaricar detti
vascelli in barchette, e passare alcune secche voti e poi tornare a caricare: e
questo fanno li navilii che vanno in India; ma quelli che vanno d'India verso
levante per la costa di Chiaramandel passano dall'altra banda per le basse di
Chilao, che sono tra l'isola di Manar e terra ferma. E andando d'India per la
costa di Chiaramandel, si perdeno alcuni navilii, ma voti, percioch si
scarcano ad una isola detta Peripatan e mettonsi le mercanzie in barchette
picciole, chiamate tane, che sono piane di fondo e pescano poco, e per possono
passare sopra ogni secca senza pericolo di perdersi. Aspettano in Peripatan il
buon tempo da partirsi per passar le dette secche, e si partono i navilii e le
tane di compagnia, e, navigato ch'hanno trentasei miglia, arrivano alle secche;
e perch tal volta il tempo carca assai con vento fresco e bisogna per forza
passare, non essendo ove salvarsi, le tane passano sicure, ma i navilii, se
fallano il canale, urtano nelle secche e si perdono. Al venire in qua non si fa
questa strada, ma si passa per il canal di Manar detto di sopra, il cui fondo
non essendo altro che fango, ancorch i navilii restino in secco, gran sorte 
che ne pericoli alcuno. La cagione perch non si fa questa strada pi sicura
all'andare in l  perch a quel tempo, per i venti ch'allora regnano tra Manar
e Seilan,  tanta secca d'acqua che non si pu a modo alcuno passare. Da Cao
Comeri all'isola di Seilan sono cento e venti miglia di traverso.


Seilan.

Seilan  un'isola grande, e al mio giudicio assai maggiore di Cipro; su la
banda che guarda verso l'India per ponente  la citt di Colombo, fortezza de'
Portoghesi, ma fuora delle mura  de' nemici, ha solo verso il mar il porto
libero. Il re legitimo di questa isola sta in Colombo, fatto cristiano e privo
del regno, sostentato dal re di Portogallo. Il re gentile a chi si apparteneva
il regno, chiamato il Madoni, avendo dui figliuoli, il principe nomato Barbinas
e il secondo nomato Ragiu,  stato con astuzia dal figliuolo minore privo del
regno, percioch, avendosi esso fatta benevole tutta la milizia, a dispetto del
padre e del prencipe suo fratello si ha usurpato il regno, ed  gran guerriero.
Aveva prima questa isola tre re: il Ragiu, col padre e Barbinas suo fratello,
re della Cotta con li suoi conquisti; il re di Candia in una parte dell'isola
che si chiama regno di Candia, qual aveva onesta possanza ed era grande amico
de' Portoghesi, e dicevasi che secretamente viveva da cristiano; aveva il re di
Gianifanpatan. Da tredeci anni in qua, il Ragiu s' impatronito di tutta
l'isola e si  fatto un gran tiranno.
Nasce in questa isola la canella fina, assai pevere e zenzero, gran quantit di
noce e arecca; vi si fa assai cairo da far cordovaglia, produce assai cristallo
e occhi di gatta, e dicono che vi si trovano anche rubini, ma io ve n'ho
venduti assai bene di quelli ch'un viaggio vi portai dal Pegu. Io ero
desideroso di veder come la canella si cavava dall'arbore che la produce, e
tanto pi che quando mi ritrovai su l'isola era la stagione che si cavava, del
mese d'aprile, onde, quantunque i Portoghesi fossero in guerra col re
dell'isola, e che per io correva un gran pericolo ad uscir della cittade,
tuttavia volsi pur questa mia voglia contentare e, uscito fuori con una guida,
andai in un bosco lontano dalla citt tre miglia, nel quale erano assai arbori
di canella, mescolati per per il bosco con altri arbori salvatichi.  questo
arbore sottile e non troppo alto, e ha la foglia simile a quella del lauro. Del
mese di marzo o d'aprile, quando gli arbori vanno in amore, si cava la canella
da questi arboscelli a questo modo: tagliano la scorza di sotto e di sopra da
un nodo all'altro intorno all'arbore, indi gli danno un taglio per il lungo, e
con la mano pigliando la scorza facilmente la levano d'intorno all'arbore, e la
mettono nel sole a seccare e per questo si torce nella maniera che noi la
vediamo. Non si secca per questo l'arbore, anzi torna a fare un'altra scorza
per l'anno seguente, e la canella buona  quella che ogn'anno si scorza,
percioch quella di due o di tre anni  grossa e manco buona. Nasce in questi
istessi boschi anche molto pevere.


Negapatan.

Da Seilan per dentro dell'isola si va a Negapatan in terra ferma, con navilii
piccioli, e vi  settantadui miglia di strada.  citt assai grande e ben
popolata, parte da' Portoghesi e da' Cristiani del paese e parte da' Gentili; 
terra di non troppo negozio, n vi si cava altro che buona quantit di risi e
alcune sorti di panni di bombaso, ch'in diverse parti si portano. Fu gi terra
abondantissima di vettovaglia, ora  assai manco; e la sua grande abondanza
mosse assai Portoghesi ad andare ad abitarvi, e a fabricar case in paese alieno
per vivervi con poca spesa. La citt  d'un gran signore gentile del regno di
Bezeneger, nondimeno e i Portoghesi e gli altri Cristiani vi stanno assai bene,
con chiese e un monasterio di S. Francesco di gran divozione, e ben accommodati
di casamenti. Pur alla fine sono in terra de tiranni, ch'a ogni lor voglia gli
possono far qualche dispiacere, come occorse l'anno 1565, se mi ricordo bene,
che il Naic, cio il signor della citt, li mand a domandare certi cavalli
arabi, e avendoglieli essi denegati, di l a pochi giorni venne voglia al
signore di vedere il mare; onde i poveri cittadini, per esser questa cosa
insolita, dubitarono che per sdegno venisse a saccheggiar la lor cittade e
imbarcarono tutto il meglio ch'avessero, i mobili, mercanzie, dinari e gioie, e
fecero slargar i navilii dalla terra. Volse la lor sorte cattiva che la notte
seguente fece una gran burasca in mare, che cacci tutti i navilii a rompersi
in terra, e tutto quello che si puot ricuperare fu dipredato dall'esercito che
col signore era venuto e che sul lito del mare era attendato, senza ch'essi
avessero pensiero alcuno di fare un tal buttino.


San Tom.

Da Negapatan seguitando il viaggio verso levante cento e cinquanta miglia, si
trova la casa del ben avventurato San Tom, qual  una chiesa di grandissima
divozione ed  molto rispettata eziandio dai Gentili, per la notizia ch'essi
hanno dei molti miracoli fatti da quel benedetto apostolo. Appresso a questa
chiesa hanno fabricato i Portoghesi una cittade, in le terre del regno di
Bezeneger, la quale, quantunque non sia molto grande,  al parer mio la pi
bella di quante ne sono in quelle parti dell'India. Ha bellissime case
accommodate di vaghi giardini, ha strade larghe e dritte, con molte belle e
divote chiese; sono le case serrate una all'altra, con le porte picciole, e
ogni porta ha il suo bastione, di modo ch' sufficiente fortezza per il paese.
Non possedono i Portoghesi altri stabili che le case e i giardini che sono
dentro alla citt. I dazii sono del re di Bezeneger, i quali sono molto buoni,
percioch  terra d'assai ricchezza e di molte facende: n'escon e vi entran
ogni anno due navi grosse, molto ricche, oltra i molti altri navilii piccioli.
Delle due navi una va a Pegu e l'altra a Malacca, carche di panni fini e d'ogni
sorte di bombaso dipenti; la quale  veramente cosa molto vaga, percioch
pareno smaltati di diversi colori, e quanto pi si lavano, tanto pi restano
vivi i colori; e altri panni pur di bombaso tessudi a diversi colori, di gran
valuta. Di pi si fanno in San Tom assai filati cremesini, tenti con una certa
radice che chiamano saia, e anche questi per lavare mai perdono il colore, anzi
pi se gli aviva il cremesino; si portano questi filati per la maggior parte a
Pegu, percioch l si adoperano nel tessere i loro panni a loro usanza ed  di
manco spesa. Spaventosa cosa  chi non ha pi visto l'imbarcare e sbarcar le
mercanzie e le persone a San Tom, percioch  costa brava, n si pu servire
d'alcun navilio n delle barche delle navi a far questo servizio, perch tutte
andarebbono in pezzi; ma adoperano certe barchette fatte aposta molto alte e
larghe, ch'essi chiamano masudi, e sono fatte con tavole sottili, e con corde
sottili cusite insieme una tavola con l'altra. Quando s'imbarca, s'imbarcano le
persone e le robe su queste barchette in terra, e poi li barcaruoli le gettano
cos cariche in mare, e con prestezza si mettono a vogare contra le grossissime
onde del mare, sin che alle navi sorte, si conducono. E cos medesimamente
venendo dalle navi o dai navilii in terra con queste barchette carche d'uomini
e di mercanzia, li barcaruoli, quando sono vicini a terra, saltano in acqua per
tenere il masudi dritto, che non si ribalti, e l'onde del mare gettano il
masudi in terra, talch li passagieri e la roba si discarca a pi sutto; e alle
volte se ne ribalta qualcuno, ma con poco danno, perch poco si carcano; e
tutta la mercanzia che va per fuora si imboglia benissimo con buone pelle di
manzo, percioch se si bagnasse patirebbe gran danno.
Al mio viaggio ritornando, del 1566 mi parti' di Goa per Malacca, in un galione
del re di Portogallo ch'andava a Banda a carcare noci muschiate e macis, e da
Goa a Malacca si fanno mille e ottocento miglia: si passa di fuora dell'isola
di Seilan, e si passa per il canale di Nicubar overo per quello del Sombrero,
li quali sono per mezzo l'isola Sumatra, detta Taprobana. E da Nicubar sina a
Pegu  una catena d'isole infinite, delle quali molte sono abitate da gente
selvaggia, e chiamansi l'isole d'Andeman. Chiamo i suoi abitanti gente
selvaggia percioch mangiano carne umana: guerreggiano un'isola con l'altra con
alcune lor barche, e pigliandosi si mangiano una con l'altra; e se per
disgrazia si perde in queste isole qualche nave, come gi se n'ha perso, non ne
scampa alcuno, che tutti gli amazzano e mangiano. Non ha questa gente commercio
con alcuno, ma vivono con quello che l'isole producono; pur si avvicinano alle
volte alle navi che di l passano, come occorse in un viaggio ch'io da Malacca
veniva per il canal del Sombrero: se ne avvicinarono alle navi due lor
barchette carche di frutti, cio muse e noci di quelle fresche, e molti ignami
cotti alesso, qual  frutto che assimiglia il nostro navone, ma molto dolce e
buono da mangiare. Non vogliono ad alcun modo entrare in nave, n vogliono dei
lor frutti danari, ma li barattano con qualche straccia di camisa o di
braghesse: se li callano i stracci con una corda in barca, ed essi danno
all'incontro quei frutti ch'a lor par che meriti; e si dice ch'alle volte per
uno straccio di camisa si ha avuto a baratto buoni pezzi di ambra.


Sumatra.

L'isola di Sumatra  una grande isola, ed  da molti re signoreggiata, ed 
divisa da molti canali che per essa passano. Sul capo verso ponente  il regno
del re d'Assi, re moro e molto potente, come quello ch'oltra il suo gran regno
possede anche molte fuste e galee; nasce nel suo regno assai pevere e zenzaro e
molto belzuin.  nemicissimo de' Portoghesi, ed  stato alcune volte a
combatterli in Malacca e gli ha fatto gran danni nelli borghi; ma la citt si 
sempre valorosamente difesa, e fattoli anche con l'artigliarie molto danno
nell'armata. Io giunsi finalmente alla citt di Malacca.


Malacca.

Malacca  una grandissima scala d'infinite mercanzie, che vengono da diverse
parti, percioch tutte le navi e navilii che per quei mari navigano sono
obligati di fare scala a Malacca e pagar il dazio, ancorch non vogliano
discarcar cosa alcuna; e se per fuggir di pagar detto dazio passassero oltra di
notte senza far scala, cascano in pena di pagar poi in India doppio dazio. Io
non son passato pi inanzi di Malacca verso levante, ma quello ch'io ne parlar
sar per buona informazione che n'ho avuto da quelli che vi sono stati. La
navigazione da Malacca in l non  commune a tutti (dal viaggio della China e
del Giapan in fuora, al quale pu andar ciascuno), ma  sol del re di
Portogallo overo de' suoi gentiluomini per grazia a lor concessa, overo di
giuridizione del capitano di Malacca, al qual eziandio s'aspetta di sapere i
viaggi che di l da Malacca si fanno. I viaggi del re sono questi, ch'ogni anno
si partono due galioni, uno per le Malucche a carcare di garofoli e l'altro per
Banda a carcare di macis e di noci muschiate. Si carcano questi dui galioni per
lo re, n levano roba d'alcun particolare, dalle portade de' marinari e de'
soldati in fuora; e per questo non sono viaggi per mercadanti, perch andando
l non avriano su che carcar la lor roba di ritorno, oltra che n anche il
capitan del galione levaria alcun mercadante per niuno di questi luochi. Vi
vanno bene delli navilii de' Mori della costa della Giava, che vengono a
smaltir la roba nel regno d'Assi, e questi sono il garofoli, macis e noci, che
vengono per lo stretto della Mecca. Li viaggi di grazie che fa il re ai suoi
gentiluomini sono quello della China e dalla China al Giapan, e dal Giapan di
ritorno alla China e dalla China in India, e il viaggio di Bengala a Sonda con
carico di panni fini e d'ogni sorte di bombaso: ed  Sonda un'isola de' Mori
appresso la costa della Giava, e ivi caricano poi peveri per la China. La nave
che va ogni anno dall'India alla China si dimanda la nave delle droghe, perch
porta l diverse droghe di Cambaia, ma il pi si  argento.
Da Malacca alla China sono mille e ottocento miglia, e dalla China a Giapan va
ogni anno una nave grossa d'importanza, carca di sete, ch'al ritorno porta
argento in verghe, il qual si smaltisce in la China. Sono dalla China a Giapan
duimila e quattrocento miglia; sono diverse isole non troppo grande, nelle
quali i padri di San Paulo per grazia d'Iddio fanno molti cristiani e buoni. Da
queste in l sin ora non  stato scoperto, per le gran secche che si trovano.
Hanno i Portoghesi fatta una picciola cittade in una isola vicina ai liti della
China, chiamata Macao, le cui chiese e case sono di legno, e ha vescovato; ma i
dazii sono del re della China e vanno a pagarli a Canton, bellissima cittade e
di grande importanza, distante da Macao due giornate e meza; li cui Gentili
sono tanto gelosi e timidi che non vogliono che forestiero alcuno passi niente
adentro per il paese, e, quando vanno i Portoghesi a pagarli i suoi dretti e a
comprar delle mercanzie, non consentono che dormino nella citt, ma li mandano
fuora nei borghi. Il paese della China  la gran Tartaria, ed  paese di
Gentili grandissimo e di grande importanza, per quanto si pu giudicare dalle
molte e preziose mercanzie che di quello escono, delle quali non credo sian in
tutto il mondo le migliori e la maggior quantit; che sono prima assai oro che
viene portato in India in pani a guisa di navicelle, di bont di ventitre
caratti, grandissima quantit di seta fina, di panni damaschini e di taffet,
gran quantit di muschio, molto rame in pani grandi, molto ottone in verghe,
gran quantit d'argento vivo e di cenaprio, assai canfora, una infinit di
porcellane in diverse sorti di vasi, gran quantit di panni dipinti e di
quadri, una infinit di radici di China. Ogni anno vengono della China in India
due o tre navi grosse cariche di ricchezze e preziose mercanzie; il reubarbaro
vien per terra per via della Persia, percioch ogn'anno va di Persia alla China
una grossa caravana, che camina sei mesi prima ch'arrivi alla citt di Lanchin,
citt nella quale risiede il re con la sua corte. Ho parlato con un Persiano,
qual mi ha detto esser stato tre anni in detta citt di Lanchin, e ch'essa 
una gran citt e di grand'importanza.
I viaggi di Malacca che sono di giuridizione del capitano della fortezza sono
ch'egli manda ogn'anno un naviglio a Timor a caricare di sandolo bianco, e il
buono vien tutto da questa isola; ne viene anche da Celor, ma non  cos buono;
e manda eziandio ogn'anno un navilio a Cochinchina a caricare di legno d'aloe.
E il legno aloe vien tutto di questo luogo, che  terra ferma contigua al regno
della China; n si pu saper come ch'ei nasca, percioch non permettono quei
popoli che i Portoghesi smontino in terra se non a far acqua e legne e qualche
altro servizio per il navilio bisognando: tutto il resto, cos la provisione
del vivere come la mercanzia, gli  portato con barchette al navilio, di modo
ch'ogni giorno si fa la fiera del navilio, sina ch' finito di caricare. Va
eziandio ogn'anno per l'istesso capitano un navilio in Asion, a caricare di
verzino. Tutti questi sono i viaggi del capitano della fortezza di Malacca, e
quando non li vuol fare, vende la sua giurisdizione a qualcun altro.


Sion.

Fu gi Sion una grandissima citt e sedia d'imperio, ma l'anno MDLXVII fu presa
dal re del Pegu, qual caminando per terra quattro mesi di viaggio, con un
esercito d'un million e quattrocentomila uomini da guerra, la venne ad
assediare; e prima che la pigliasse vi tenne ventiun mese l'assedio, con gran
perdita delle sue genti. E lo so io percioch mi ritrovai in Pegu sei mesi dopo
la sua partita, e vidi che li mandarono cinquecentomila uomini per supplimento
di quelli che gli erano mancati; e con tutto questo, se non vi fosse stato
tradimento, non l'avrebbe presa. Una notte li fu aperta una porta della citt,
per la quale con grande empito entrato, se ne fece patrone, e l'imperator di
Sion, quando si vide essere stato tradito e che 'l nemico era nella citt, col
veneno si uccise; i cui figliuoli e le donne e altri signori, che non furono in
quel primo empito uccisi, furono menati schiavi nel Pegu; ove io mi ritrovai
quando il re vincitore con trionfo fece l'entrata, e tra l'altre gran pompe
bella cosa da vedere furono la gran squadra degli elefanti, carichi d'oro,
d'argento, di gioie, e di signori prigioni.
Ritornando al mio viaggio, io mi parti' da Malacca sopra una nave grossa
ch'andava a San Tom, citt posta su la costa di Chiaramandel; e perch il
capitano della fortezza di Malacca per aviso avuto stava in aspettazione di
guerra, e che li venisse sopra il re d'Assi con grossa armata, non voleva dar
licenza che questa nave partisse; onde si partissemo di notte senza far
acquata, e vi erano su detta nave quattrocento e pi persone, con intenzione
d'andare ad una certa isola a far acqua. Ma il vento non ne lass pigliar detta
isola, di modo ch'andassemo settantaquattro giorni persi per mare, e fossemo a
scoprir terra oltra San Tom pi di cinquecento miglia, ch'erano le montagne
del Zergelin, appresso il regno d'Orisa. E cos fossemo a Orisa con assai morti
di sete e molti amalati, che fra pochi giorni morirono, e io per un anno ebbi
sempre la gola tanto arsa che non mi poteva saziar di bevere acqua: io credo
che ne fossero cagione le suppe fatte in oglio e aceto, con le quale molti
giorni mi sostentai. Biscotto non ne mancava, n anche vino, ma sono vini tanto
gagliardi che senza acqua uccidono la gente, n si pu continuare il beverli.
Quando si cominci a patir d'acqua, vidi alcuni officiali mori che ne venderono
ad un ducato la scudella ben picciola; dipoi ho visto che uno volse dar un bar
di pevere, che sono dui quintali e mezzo, per una mezaruola d'acqua, e non
gliela volse dare. Credo certo che ancor io sarei morto, insieme con un mio
schiavo solo ch'avevo in quel tempo, qual mi era molto caro; ma quando previddi
il pericolo che si era per scorrere, vendei il schiavo per la mett meno di
quello che valeva, per avanzar per me quello ch'egli bevuto avrebbe.


Orisa, e fiume Gange.

Orisa fu gi un regno molto bello e sicuro, per il quale caminare si poteva con
l'oro in mano senza pericolo alcuno, sina che regn il suo re legitimo, qual
era gentile, e stava sei giornate infra terra nella citt di Catheca. Amava
questo re grandemente i forestieri e i mercadanti, che entravano e uscivano del
suo regno con le lor mercanzie senza pagar n dazii, n alcuna altra sorte di
gravezze: solo le navi secondo la lor portata pagavano una certa poca cosa; e
ogni anno nel porto d'Orisa si carcavano venticinque e trenta navi tra grosse e
picciole, di risi, di diversi panni bianchi di bombaso, fini d'ogni sorte,
oglio di zerzelin, qual si fa d'una semenza ed  assai buono cotto e da
frigere, assai butiro, lacca, pevere longo, zenzari, mirabolani secchi e in
conserva, assai panni di erba, qual  una seta che nasce ne' boschi senza
fatica alcuna degli uomini: solo quando le boccole sono fatte, e sono grosse
come ogni grossa naranza, hanno pensiero d'andare a raccoglierle. Sono intorno
a sedeci anni che questo regno fu preso e distrutto dal re di Patane, che fu
anche re di gran parte di Bengala, e subito vi pose il dazio di venti per
cento, come nel suo regno si pagava; ma poco lo godette questo tiranno, perch
di l a pochi anni fu soggiogato da un altro tiranno, dal grande Magol re
d'Agra, del Deli e di tutta Cambaia, senza quasi metter mai mano alla spada.
Io mi parti' d'Orisa per Bengala al porto Picheno, qual  distante de qui cento
e settanta miglia verso levante; si va cio scorrendo la costa cinquantaquattro
miglia, indi s'entra nel fiume Ganze, dalla bocca del qual fiume sino a
Satagan, citt ove si fanno i negozii e ove i mercadanti si riducono, sono
cento e venti miglia, che si fanno in dicidotto ore a remi, cio in tre
crescenti d'acqua, che sono di sei ore l'uno. Quando poi l'acqua le sei ore
calla, non si pu far viaggio, perch l'acque corrono troppo di furia e, ancora
che le barche siano leggiere e ben fornite di remi e in foggia di fuste, non si
pu andar inanzi, ma bisogna legarsi per non esser portati adietro dal
reflusso. Si chiamano queste barche bazaras e patuas, e si vogano alla
galeotta cos bene come abbia mai visto. Una buona marea prima che si arrivi a
Satagan, si trova un luogo che si chiama Bettor, e da l in su non vanno le
navi grosse, perch il fiume ha poca acqua. Qui in Bettor ogni anno si fa e
disfa una buona villa con case e boteghe di paglia, fornite di tutte le cose
necessarie a usanza loro; e dura questa villa sina che le navi parteno per
India, e, partite che sono, tutti vanno alle sue terre e danno fuoco alla
villa. Mi fece questa cosa molto maravigliare, perch nell'andare a Satagan
vidi questa villa con grandissimo popolo e infiniti bazarri e botteghe, e al
ritorno, essendo restato degli ultimi, e con l'ultima nave, la qual di qui era
partita e aviatasi inanzi, venivo gi in una barca col capitano della nave, e
restai stupido quando vidi quel luogo campagna rasa e con solo i segnali
dell'abbrucciate case. Li navilii piccioli vanno a Satagan e ivi carcano.


Satagan

Nel porto di Satagan si carcano ogn'anno trenta e trentacinque vascelli, tra
nave e navilii, di risi, di panni di varie sorti di bombaso, lacca, grandissima
quantit di zuccari, zenzari e mirabolani secchi e conditi, pevere longo,
buttiro assai e oglio di zerzelin e molte altre mercanzie. La citt di Satagan
 onestamente bella per citt di Mori, ed  molto abondante. Fu signoreggiata
dal re Patane, ubbidisce ora al re Magol. Io stetti in questo regno quattro
mesi, ove assai mercadanti per loro utile comprano una barca, over la pigliano
a nolo, e con essa vanno per il fiume alle fiere, comprando con assai maggiore
avantaggio, percioch tutti li giorni della settimana hanno fiere, ora in un
luogo ora nell'altro; e per ancor io tolsi una barca, e andando su e gi per
il fiume di notte, ho veduto molte stranie cose. Il paese di Bengala da un
tempo in qua  quasi tutto in poter de' Mori, tuttavia vi  ancora grandissimo
numero de' Gentili (per tutto ove dico Gentili intendasi idolatri, e ove dico
Mori s'intenda macomettani), massime quelli infra terra. Hanno tutti in
grandissima venerazione l'acqua del Gange, e quando sono infermi si fanno
portare di lontani paesi su la riva di detto fiume e, fabricatavi una casetta
di paglia, ogni giorno con quell'acqua si bagnano; onde assai ne muoreno, e
morti che sono pongono i corpi su un monte di frasche, e dattoli il fuoco
lasciano che siano mezzi arrostiti; indi, attaccatogli un vaso grande al collo,
nel fiume gli precipitano. Questa cosa ogni notte l'ho vista per due mesi,
ch'andai su e gi per il fiume a trovare i mercati e fiere; e questa  la
cagione che i Portoghesi non vogliono bevere di quell'acqua, con tutto che sia
eccellentissima e perfetta al paro di quella del Nilo.
Dal porto Picheno detto di sopra andai a Cochin e da Cochin a Malacca, di dove
mi parti' per il Peru, ottocento miglia distante, qual viaggio si suol far
ordinariamente in venti o venticinque giorni, e noi stessemo su questa strada
quattro mesi. E in capo di tre mesi, essendo ormai il navilio con poca
vettovaglia, disse il peotta che per il suo sol eravamo a fronte della citt di
Tenasari, citt del regno del Peru; e il suo detto era vero, ma eravamo in
mezzo a molte isole picciole o scogli disabitati. E alcuni Portoghesi dicevano
che conoscevano la terra e che sapevano ove era detta citt di Tenasari, la
qual  citt delle ragioni del regno di Sion, posta infra terra due o tre
maree, sopra un gran fiume che viene d'infra terra del regno del Sion. E ove il
fiume entra in mare  una villa chiamata Mergi, nel porto della quale ogn'anno
si caricano alcune navi di verzino, di nipa, di belzuin e qualche poco di
garofoli, macis, noci, che vengono dalla banda di Sion; ma il sforzo della
mercanzia  verzino e nipa, qual  un vino eccellentissimo che nasce nel fior
d'un arbore chiamato niper, il cui liquor si distilla e se ne fa una bevanda
eccellentissima, chiara come un cristallo, buona alla bocca e migliore allo
stomaco: e ha una gentilissima virt, che s'uno fosse marcio da mal francese,
bevendone assai, in poco tempo si risana. E io n'ho veduto l'effetto,
percioch, stando io in Cochin, era un mio amico al qual cascava il naso da mal
francese e fu consigliato da medici ch'andasse a Tenasari a' vini nuovi e che
ne bevesse giorno e notte quanto pi poteva, inanzi per che si destillasse,
che 'n quel stato  delicatissimo, ma destillato  gagliardo e bevendone assai
va alla testa: and questo uomo e ne bevve, e io l'ho visto dapoi con
buonissimo colore e sano. Questo vino  molto apprezzato in India, ma per venir
di lontano  assai caro; nel Peru ordinariamente  buon mercato, per esser
vicino al luogo ove si fa e facendosene ogni anno quantit grande.
Ora al proposito ritornando dico che, ritrovandosi noi lontani da terra fra
quei scogli all'incontro di Tenasari con molta carestia di vettovaglia, e per
detto del peotta e de' due Portoghesi tenendoci al fermo esser all'incontro di
detto porto, fu determinato d'andar con la barca a proveder di vettovaglia, e
ch'il navilio n'aspettasse in un luogo designato. Si partissemo ventiotto
persone con la barca su l'ora del mezogiorno, credendoci al fermo di giunger
inanzi sera nel porto detto di sopra, ma vogassemo tutto quel giorno, gran
parte della notte e tutto il giorno seguente, senza trovar porto n segnale
alcun di buona terra: e questo avvenne per il cattivo commando de' dui
Portughesi, che errarono, e si lasci il porto indietro, di modo che perdessemo
la terra popolata e anche il navilio con ventiotto persone, senza aver in barca
sorte alcuna di vettovaglia. Volse il Signor Iddio ch'un marinaro aveva portato
un poco di risi, da barattare in qualche cosa, quali non erano tanti che tre o
quattro persone non gli avessero mangiati in un pasto. Io con licenza di tutti
presi il dominio de' risi, promettendogli che, con l'aiuto di Dio, quei risi ne
sariano un intertenimento sina che la sua bont n'averia fatto grazia di
ritrovar qualche luogo abitato, e la notte io dormivo con essi in seno,
accioch non mi fossero rubati. Andassemo nove giorni cos persi scorrendo la
costa senza trovar altro che paese disabitato e isole diserte, che se avessemo
trovato erba ne saria parsa un zuccaro, ma non trovammo se non alcune foglie
d'arbori grosse e tanto dure che non si potevano masticare. Avevamo abbondanza
d'acqua sola e di legne, n potevamo far viaggio se non col crescente
dell'acqua, e quando l'acqua callava si fermavamo al lito di qualcuna di quelle
isole. Trovassemo solo in questi nove giorni una covata d'ova di tartaruga, che
furono cento e quarantaquattro, li quali ne furono di grande aiuto: sono grandi
come ova di gallina, n hanno altro scorzo che una tenera pelle; e ogni giorno
facevamo un caldarone di brodo con un pugno di risi. Piacque a Dio ch'in capo
al giorno nono scoprissemo su le ventidue ore alcune peschiere, e indi a poco
alcune barchette, che per esse andavano. Non credo che fosse mai pi stata
altratanta allegrezza in alcun di noi, percioch eravamo ormai tanto afflitti
che appena si potevamo regger in piedi, e alla regola sina allora osservata
avevamo ancora risi per quattro giorni. La prima villa che trovassemo era nel
colfo di Tavai, sottoposto al re del Pegu, ove trovassemo vettovaglia in
abondanza, ma per dui o tre giorni non si lasci mangiare a cadauno se non
molto poco, e con tutto questo ne stettero assai in ponto di morte.
Da Tavai al porto di Martavan del regno del Pegu sono settantadui miglia.
Carcassemo la barca di vettovaglia, che per sei mesi abondantemente averebbe
bastata, e si partimmo per il porto e citt di Martavan, ove in poco tempo
giungessimo; ma non vi trovassemo il nostro navilio, secondo che pensavamo di
trovare, onde spedissemo subito diverse barche a cercarlo. E fu trovato in gran
calamit e bisogno d'acqua, sorto con tempo cattivo e vento contrario, ed era a
cattivo termine, percioch era un mese ch'era privo della barca, che d'acqua e
di legne lo provedeva; qual, con la scorta della barca che trovato l'aveva,
giunse anch'esso per grazia di Dio a salvamento in detto porto.


Martavan.

Trovassimo nella citt di Martavan intorno a novanta Portoghesi, tra mercadanti
e uomini vagabondi, li quali stavano in gran differenza co' rettori della
citt, per aver certi Portoghesi vagabondi uccisi cinque fachini del re. Era
forsi un mese che 'l re di Pegu era andato con un millione e quattrocentomila
persone all'acquisto dell'imperio del Sion, e perch  costume in quel regno,
che sia il re ove si voglia fuora del regno, ch'ogni quindeci giorni li va dal
Pegu una caravana di fachini con cesti in testa pieni di diversi rinfrescamenti
e panni netti, occorse che, passando essi per Martavan e riposandosi quivi una
notte, vennero alquanti di loro a parole con alcuni Portoghesi e indi ai pugni;
e perch parve che i Portoghesi n'avessero il peggio, la notte seguente
dormendo i fachini alla campagna, andarono i Portoghesi e tagliarono la testa a
cinque di loro.  una legge nel Pegu che, se uno ammazza un altro, si compra il
sangue sparto con tanti dinari, secondo la qualit dell'ucciso; ma, per esser
questi fachini ne' servizii del re, non ardirono i rettori d'accommodare questa
cosa senza saputa del re, e per li fu necessario farglielo sapere. Venne
ordine dal re che i malfattori fossero ritenuti sino alla sua venuta, perch
egli allora, inteso che avesse come il fatto era passato, averebbe integramente
amministrata giustizia; ma il capitano de' Portoghesi non gli volse presentare,
anzi, messisi tutti i Portoghesi in arme, andavano ogni giorno per la citt col
tamburro e l'insegna spiegata, percioch la citt stava assai vuota d'uomini da
guerra, essendo quasi tutti andati nell'esercito del re.
Tra questi rumori noi quivi giungessimo, e a me parve molto stranio di veder
che i Portoghesi facessero queste insolenze nell'altrui citt; e dubitando di
quello che poteva intervenire, non volsi metter le mie robbe in terra, per
esser pi sicure nella nave, la maggior parte del carco della quale era del
parzenevole che stava in Malacca; vi erano bene diversi mercadanti, ma con roba
di poca importanza. Tutti questi mercadanti a me si riportavano, n volevano
sbarcar la roba s'io non cominciava; ma dapoi lasciato il mio consiglio misero
la roba in terra e tutta la persero. Mi fecero un giorno chiamare il rettore e
i daziari, e mi adomandarono perch io non metteva la roba in terra e non
pagava il suo dretto alla doana. Gli risposi che io era mercadante venuto qui
di nuovo e che, vedendo la terra andar in tal rivolta co' Portoghesi, dubitava
perder la mia roba, che mi costava tanti sudori; e che per avea deliberato di
non metterla in terra, se prima sua signoria non m'assicurava in nome del re
che se qualche cosa intervenisse co' Portoghesi, che n la mia persona n la
mia mercanzia fosse a modo alcuno offesa, poich io non avevo parte n
interveniva in questi rumori e differenze. Parve buona la mia ragione al
rettore e mand subito a chiamare il bargite della citt, che sono gli uomini
di consiglio, e mi promisero sopra la testa del re che per cosa che fosse
potuta succeder coi Portoghesi, che la mia persona e la mia roba saria sicura e
salva; della qual promessa ne fu fatto nota negli atti pubblici. E io andai e
feci subito portar le mie robe in terra, e pagai il dazio, qual in quel regno
si paga dell'istessa roba che si porta a dieci per cento, e per pi mia maggior
sicurezza presi casa all'incontro della casa del rettore. Il capitan maggiore
de' Portoghesi e quasi tutti li mercadanti stanziavano di fuora ne' borghi;
solo io e da ventidui altri Cristiani portoghesi, povere persone e officiali
de' navilii portoghesi, avevamo la nostra abitazione nella citt.
Avevano gi i Gentili ordinata la vendetta contra i Portoghesi, ma non
l'esequivano, aspettando che prima il nostro navilio si discarcasse, e per,
subito che fu la roba in terra, giunsero la notte seguente dal Pegu quattromila
soldati con alcuni elefanti da guerra; e prima che si levasse il rumore, mand
il rettore a far intendere a casa per casa a tutti i Portoghesi ch'erano nella
citt che, sentendo rumore, non dovessero per cosa alcuna e per suo bene uscir
de' loro alloggiamenti. Alle quattro ore di notte si sent lo strepito e rumor
grande di gente e d'elefanti, che gettavano per terra le porte delle case e de'
magazeni de' Portoghesi e le case di legne e di paglia; nel qual rumore furono
feriti alcuni Portoghesi e uno ucciso, e gli altri, senza far prova alcuna
degna dell'orgoglio i passati giorni mostrato, vergognosamente si posero in
fuga e si salvarono sui navilii che in porto erano surti. Tutta quella notte si
careggi la mercanzia de' Portoghesi nella citt, di modo che tutti quelli che
stavano nel borgo persero tutta la roba loro e molti di loro, trovandosi a quel
punto in letto, con la sola camisa fuggirono. Un altro errore fecero poi i
Portoghesi, che dopo imbarcati, avendo ripreso animo, vennero con un buon vento
a metter fuoco nelle case del borgo, che essendo di tavole e di paglia, e il
vento gagliardo, in poco tempo abbrusci il borgo e quasi mezza la citt; con
la qual fazione persero in tutto ogni speranza di ricuperar la roba loro, la
quale poteva montar intorno a sessantamila ducati, percioch, se non avessero
fatto questo danno, si teneva per certo che sariano stati reintegrati del
tutto, perch si seppe che questa fazione non era stata ordinata dal re, ma dal
suo luogotenente e dal rettor della citt, che n'erano poi malcontenti,
parendogli d'aver fatto un grande errore. La mattina seguente cominciarono i
Portoghesi a battere la citt con l'artigliaria delle navi, e la batterono
quattro giorni continui, ma indarno, percioch i colpi non ferivano nella
citt, ma nell'alto della montagna a lei vicina. Quando il rettore vide che
principiarono a far la batteria, fece subito prender ventiun Portoghesi
ch'erano nella citt e mandolli 4 miglia fuori d'essa, ove stettero fina che i
Portoghesi se n'andarono, e poi senza offenderli li lasci in libert. Io
stetti sempre nella mia casa con una buona guardia postavi da' rettori,
accioch non mi fosse fatto oltraggio alcuno, osservandomi quanto promesso
m'avevano; ma non volsero ch'io di qui mi partisse sina alla venuta del re, il
che mi fu di gran danno, percioch io stetti ventiun mese sequestrato, senza
poter vendere la mia mercanzia, la quale era pevere, sandolo e porcellane della
China. Giunto che fu pur finalmente il re, gli appresentai una supplica e
subito fui licenziato.


Pegu.

Da Martavan mi parti' per andare alla citt reale del Pegu, chiamata anco essa
col nome del regno; qual viaggio si fa per mare in tre over quattro giornate.
Si puol andare anco per terra, ma a chi porta mercanzia  pi commodo e manco
spesa l'andar per mare; e in questo viaggio si passa il maccareo, qual  una
delle maravigliose cose che faccia la natura e che 'n questo mondo si possa
vedere; e a chi non ha visto parer dura cosa il credere il gran crescimento e
callo che in un attimo fa l'acqua, e l'orribil terremoto e strepito col quale
essa si muove. Si parte da Martavan col crescente in alcune barche che sono
come peotte, le quali vanno come una frezza vogando a seconda d'acqua fina che
dura tutta la marea, e quando conoscono che la marea sia in colmo, si tirano
fuori del canale in un luogo alto e quivi sorgeno, e quando l'acqua  callata
restano in secco e tanto alto dal vaso del canale quanto  alta ogni gran casa.
Si fa questo perch, se una nave grossa restasse nel canale a basso,  tal
l'empito col quale l'acqua comincia a crescere, che la ribaltaria; e con tutto
che la barca sia tanto alta fuora del vaso, e che prima che l'acqua aggiungi l
abbia perso gran parte della sua furia, tuttavia rende gran spavento e bisogna
tenerli la prova contra, altramente si perderia con tutte le persone. Quando
l'acqua  per cominciare a crescere, si sente strepito cos grande che pare un
terremoto, e indi in un subito fa tre onde; la prima, con tutto che la barca
sia tanto distante, la bagna da poppe a prova, la seconda  manco terribile, e
alla terza si leva in pressa l'ancora, e per sei ore che l'acqua cresce si voga
con tal velocit che par che si voli; n bisogna perder punto di tempo, perch
 necessario aggiunger all'altra posta ove si sorge prima che l'acqua daga
volta, altramente bisognerebbe tornare di dove si fosse partiti; e queste poste
sono pi pericolose una dell'altra, secondo che sono pi e manco alte. Quando
poi si ritorna dal Pegu a Martavan, non si camina se non mezza marea alla
volta, per restar in alto, per la ragione detta di sopra. Non ho mai potuto
intendere la cagione di questo strepito, crescere e callare dell'acque. Un
altro maccareo  anco in Cambaia, ma si pu riputar niente rispetto a questo.
Con l'aiuto del Signore io giunsi a salvamento al Pegu, che sono due citt, la
vecchia e la nuova. Nella vecchia stanno i mercadanti forestieri e anco gran
parte dei terrieri, e quivi si fa il sforzo delle facende; la citt non 
troppo grande, ma ha borghi grandissimi, e le sue case sono fatte di canna e
coperte di foglie e di paglia; e le case de' mercadanti hanno tutte un
magazeno, che si chiama godon, fatto di pietre cotte, nel qual ripongono le lor
mercanzie e tutta la roba di valuta, per salvarle da' spessi incendii che
occorrono in case di tal materia fatte. Nella citt nuova sta il re e tutti i
suoi baroni e altre persone signorili e gentiluomini, e al mio tempo fu questa
citt finita di fabricare;  citt molto grande, piana e fatta in quadro
perfetto, murata d'intorno e con fosse che la circondano, piene di molta acqua,
nella qual sono molti cocodrilli; non ha ponti levatori, ha venti porte, cinque
per ogni quadro, con assai luoghi da sentinelle di legno indorate. Le sue
strade sono pi belle di quante io abbia mai visto, perch tutte sono dritte a
linea da una porta all'altra, e stando su una porta in una occhiata si scuopre
sina all'altra, e per esse si possono cavalcare dieci e dodeci uomini al paro;
e anco quelle che sono per traverso sono cos belle e dritte ma non sono
salicate; da una banda e dall'altra delle strade sono piantate all'incontro
delle porte delle case noci d'India, che fanno un'ombra molto bella e commoda.
Le case sono fabricate di legno e coperte di coppi, fatte in un solaro, assai
buone a lor usanza. Il palazzo del re  in mezzo alla citt, fatto in fortezza
murata, con le sue fosse intorno piene di acqua; e l'abitazioni dentro sono di
legno indorate, con alcune grottesche, overo piramidi con gran fatture coperte
d'oro di foglia: sono veramente case da re. Dentro alla prima porta  una larga
piazza, da una banda e dall'altra della qual sono le stanze degli elefanti pi
poderosi e pi belli, destinati al servizio della persona del re; e tra gli
altri n'ha 4 bianchi, cosa talmente rara che non si trova altro re che ne
abbia, e trovandosene qualcuno in qual parte si sia, gli  subito mandato a
donare. E al mio tempo in due volte gliene furono menati due di lontani e
diversi paesi, e mi son costo eziandio a me qualche cosa, percioch obligano
tutti li mercadanti ad andarli a vedere e donare una cortesia a quello che li
conduce; e gli officiali de' mercadanti metteno a questo effetto una tansa, che
pu importar mezzo ducato per testa, che viene ad esser gran summa, per i molti
mercadanti che 'n quella citt si trovano; e pagata che si ha la tansa, si pu
anco lasciar star d'andarli a veder per quella volta, perch quando sono poi
nelle stalle regie si posson veder quanto si vuole, ma si va quella volta
perch si sa che 'l re ha caro che se li vada. Questo re tra gli altri suoi
titoli si chiama re degli elefanti bianchi, e si dice che, s'egli sapesse
ch'altri re n'avesse, metteria tutto il suo stato in pericolo pi tosto che non
lo conquistare. Fa egli tenere questi elefanti bianchi con servit e politezza
grandissima, cadaun dei quali sta in una casa indorata, e se gli da da mangiare
in vasi d'argento e d'oro; ve n' uno negro che, per essere il pi grande che
mai sia stato visto,  tenuto con commodit simile, e veramente  tanto grande
e tanto grosso ch' una meraviglia, e la sua altezza  di nove cubiti. Si dice
che questo re ha quattromila elefanti da guerra, cio armati de' denti, in cima
a dui delli quali li mettono dui spontoni di ferro, imbroccati e con annelli
che li tengono fermi, percioch con i denti questi animali fanno la guerra; ne
ha poi assai di gioveni, che non hanno ancora fatti i denti.
Ha questo re la pi bella caccia da pigliar gli elefanti salvatichi che al
mondo sia. Dui miglia lontano dalla citt nuova ha fabricato un palazzo
bellissimo tutto indorato, con una bella corte dentro e intorno ad essa molti
corritori, nei quali pu star infinita gente a veder la caccia. Quivi appresso
sono grandi e foltissimi boschi, per i quali vanno di continuo i cacciatori del
re a cavallo d'elefante femine ammaestrate in questo negozio, e ogni cacciatore
ne mena cinque o sei, e si dice che gli ongono la natura con certa
composizione, ch'annasata che l'hanno gli elefanti salvatichi la seguitano, n
posson pi lassarla. Quando i cacciatori hanno a questo modo adescato qualche
elefante, s'aviano verso il detto palazzo, qual chiamano il Tambel e ha una
porta che con ingeno s'apre e si serra, dinanzi alla quale  una strada lunga e
dritta con arbori da una banda e dall'altra, che coprono la strada a guisa di
pergola in volto scura, affine che l'elefante salvatico entrando in questa
strada si creda esser nel bosco; in capo a questa strada  un campo grande.
Quando i cacciatori hanno la preda, prima ch'arrivino a questo campo mandano a
darne aviso alla citt, e subito n'escono cinquanta o sessanta uomini a cavallo
e circondano quel campo, e le femine gi amaestrate vanno alla volta d'imboccar
la strada; e come gli elefanti salvatichi sono dentro, gli uomini a cavallo si
metteno a cridare quanto che possono e a far strepito, per farli entrar dentro
alla porta del palazzo, qual in quel tempo sta aperta, e subito che sono
entrati la porta senza veder come si serra, e si trovano i cacciatori con
l'elefante femine e il salvatico nella corte detta di sopra. E a poco a poco
l'elefante femine una dopo l'altra escono della corte, lasciando solo
l'elefante salvatico, che, quando s'accorge esser restato solo, fa tante pazzie
che non  il maggior solazzo al mondo: per due o tre ore piange, urla, corre e
giostra per tutta quella corte, e urta nel corritore di sotto per amazzar
quella gente che quivi sta a vedere; ma i legni sono tanto spessi e grossi che
non possono offendere alcuno, ma ben alle volte si rompeno in essi i denti.
Finalmente si straccano tanto che restano tutti bagnati di sudore, e allora si
pongono la tromba in bocca e si cavano del corpo tanta acqua, che ne spruzzano
i riguardanti sino all'ultimo corridore, con tutto che molto alto sia. Quando
poi vedeno ch'egli  stracco ben bene, escono alcuni officiali nella corte con
canne lunghe e aguzze, e pungendolo lo fanno con gran travaglio entrare in una
delle molte casette che sono fatte a posta intorno alla corte, lunghe e di modo
strette che, come l'elefante  dentro, non pu voltarsi per ritornar fuora; e
bisogna che questi uomini stiano bene avvertiti ed esser veloci, percioch,
quantunque le canne siano lunghe, l'elefante gli ammazzarebbe se non fossero
presti a salvarsi. Quando poi pur finalmente l'hanno in una di esse fatto
entrare, stando in alto li congegnano alcune corde sotto la pancia, al collo e
alle gambe, e lo fanno star cos ligato quattro o cinque giorni senza dargli da
mangiare n da bevere; in capo al qual tempo lo disligano e lo mettono appresso
ad una femina, e gli danno da mangiare e da bevere, e in otto giorni diventa
domestico affatto.
Non credo sia al mondo animale di pi intendimento di questo, che fa tutto
quello che gli dice l'uomo che lo governa, n altro par che li manchi che 'l
parlare umano. Si dice che le forze in che pi si fida il re del Pegu sono
questi elefanti, e quando vanno in battaglia li mettono addosso un castello di
tavole, legato con buone cente sotto la pancia, nel qual vi stanno commodamente
quattro uomini, che combattono con archibugi, frezze, dardi e altre arme da
lanciare; e si dice anco che la sua pelle  s dura che resiste ad un colpo
d'archibugio, eccetto se non lo giungesse in un occhio, in una tempia o in
altri luoghi teneri. E oltra questa gran forza degli elefanti, hanno anco
bellissima ordinanza in battaglia. Ho veduto io in alcune feste che si fanno
fra l'anno, nelle quali il re trionfa, cosa rara e degna d'ammirazione in quei
barbari, la bella ordinanza del suo esercito, distinto in squadre d'elefanti,
di cavalleria, d'archibugieri e di picche. Sono in vero grandissimo numero, ma
debole e triste sono l'armi loro, cos quelle di dosso come l'armi offensive,
che sono triste picche e spade come cortelli, lunghe e senza punta;
perfettissimi sono gli archibugi, e dir si pu migliori dei nostri: tra buoni e
cattivi ascendono gli archibugieri al numero di ottantamila, e da un tempo in
qua del continuo crescono, percioch ogni giorno vuole il re che si tiri al
pallio, col qual continuo esercitarsi si fanno eccellenti archibugieri; e si
trova l'istesso re eziandio artegliaria di metallo. Concludo che non  in terra
re di possanza maggiore del re del Pegu, percioch ha sotto di s venti re di
corona e ad ogni suo volere pu mettere in campagna un milion e mezo d'uomini
da guerra, tutti del suo stato; cosa che parer dura da credere, rispetto a
considerare la vettovaglia che faria bisogno a mantenere cos gran numero di
gente, ma chi sa la natura di quelle nazioni facilmente la creder. Ho veduto
coi proprii occhi ch'essi mangiano di quante sorti d'animali  sopra la terra,
sia pur sporco e vile se sa essere tutto fa per la lor bocca, sina i scorpioni
e le serpi, e di pi d'ogni erba si pascono, onde ogni grosso esercito, pur che
non li manchi acqua e sale, in un bosco si mantenerebbe lungo tempo di radici,
di fiori e di foglie degli arbori; portano del riso per viaggio come per
confetto.
Non ha il re del Pegu potere alcuno in mare, ma in terra di gente, di paese,
d'oro e d'argento avanza di gran lunga la possanza del Turco; tiene alcuni
magazeni pieni d'oro e d'argento, e ogni giorno ve n'entra e mai non se ne
cava, ed  signore delle minere de' rubini, de' safili e delle spinelle.
Appresso il palazzo regio  un tesoro inestimabile, del qual par che non se ne
facci conto, rispetto che sta in luogo dove puol andare ciascuno a vederlo ad
ogni sua voglia.  questo luogo una gran piazza, d'ogni intorno serrata di
muro, con due porte, le quali di giorno sempre stanno aperte; in questa piazza
sono quattro case indorate e coperte di piombo, in ciascuna delle quali sono
alcuni pagodi, cio idoli, grandi e di gran valuta. Nella prima  una statua di
un uomo grande d'oro, con una corona in testa d'oro, piena di rarissimi rubini
e safili, intorno alla quale sono quattro statue di quattro fanciulli d'oro.
Nella casa seconda  una statua d'un uomo d'argento di moneta a sedere, qual
supera con la testa, tanto  grande, cos a sedere l'altezza d'una casa d'un
solaro (io misurai i suoi piedi e li trovai cos lunghi come io tutto sono),
con una corona in testa simile alla prima.  nella terza una statua di rame
dell'istessa grandezza e con simile corona di gioie in capo. Nella quarta e
ultima casa  un'altra statua cos grande fatta di ganza, che  un mettallo di
che fanno le lor monete, fatte di rame e di piombo mescolato insieme; qual
ancor essa ha in capo una corona simile alla prima. Sta questo tesoro cos
grande in luogo aperto, come si disse, e ogni uomo a sua voglia pu andar a
vederlo, che coloro che gli fanno la guardia non proibiscono l'entrarvi ad
alcuno.
Dissi disopra che questo re ogni anno in certe feste trionfa, che per esser
cosa bellissima da vedere, mi par di doverla scrivere. Va il re sopra un carro
trionfante tutto indorato, qual tirano sedeci belli cavalli, ed  alto, con una
bella cuba; dietro gli caminano venti signori con una corda in mano per
ciascuno al carro ligata, per tenerlo dritto e che ribaltar non si possi. Sta
il re in mezzo al carro, e su l'istesso carro li stanno intorno quattro signore
da lui pi favorite; inanzi e dietro camina il suo esercito in ordinanza come
di sopra si disse, e in mezzo a questo intorno al carro tutta la nobilt della
sua corte e de' suoi regni: cosa maravigliosa certo a vedere tanta gente, tanta
richezza e tanto bell'ordine. Ha il re di Pegu una moglie principale, e in un
serraglio ha intorno a trecento concubine, delle quali dicono che sin ora ha
novanta figliuoli. D ogni giorno audienza in persona, ma non se li parla se
non con suppliche a questo modo. Siede il re in una gran sala sopra un alto
tribunale, e i suoi baroni intorno a lui, ma pi bassi; quelli che dimandono
audienza entrano in una piazza inanzi al re, e si pongono a sedere in terra
quaranta passi lontani dalla persona del re, n in questo si fa differenza a
persona alcuna, con le sue suppliche in mano, che sono foglie d'un arbore
lunghe pi d'un braccio e larghe intorno a due deta, scritte con la punta d'un
ferro fatto a posta; e insieme con la supplica tengono anco in mano un
presente, secondo l'importanza della lor dimanda. Vengono gli scrivani e
pigliano queste suppliche e le leggono, e poi vanno a leggerle dinanzi al re:
se pare al re di farli quella grazia o giustizia che essi adimandano, manda a
pigliar il presente; ma quando li pare che la domanda sia ingiusta, gli fa
mandar via senza pigliare il presente.
In India non  mercanzia alcuna che buona sia da portare al Pegu, se non si ha
alcuna volta sorte a portarvi amfion di Cambaia; portando dinari se gli
perderia assai. Solo da S. Tom  buono andarvi, percioch quivi si fa gran
quantit di panni che s'usano nel Pegu, che sono tele di bombaso dipinte e
tessute, cosa rara, che quanto pi si lavano rendono i colori pi vivi, e se ne
fanno di molta importanza, che una balla molto picciola valer mille e duemila
ducati; vi si portano anco da San Tom filati di bombaso cremesini, tenti con
una certa radice che chiamano saia, qual fa un colore che mai si smarisse;
delle qual robbe ne va ogni anno da San Tom al Pegu una nave carica,
ch'importa gran valuta. Si parte alli dieci overo undeci di settembre, e, se ne
sta sino alli dodeci, porta pericolo di bisognar ritornare senza far il
viaggio. Solito era di partirsi agli otto ed era viaggio sicuro, ma perch gli
 gran travaglio in quelle tele, di ridurle a perfezione e che siano ben sutte,
e anco per l'ingordigia de' capitani, che vogliono straguadagnare e aspettano
assai per aver pi noli, con credenza che 'l vento gli abbia da servire, si
tarda alle volte tanto che la cola de' venti si volta (percioch l sono cole
de' venti ad un certo tempo prefisso, con le quali si va al Pegu sempre col
vento in poppa, e non essendo giunti prima che il vento si volti alla costa del
Pegu e preso fondo, bisogna per forza ritornare adietro), percioch la cola che
poi contra si volta suol durare tre o quattro mesi; ma se, prima che 'l vento
volti, s'avicina tanto alla costa che si pigli fondo, quantunque poi si volti,
avendo terra, si travaglia tanto che non si perde il viaggio. Va un'altra nave
da Bengala al Pegu, pur carca di tele di bombaso bianche, fine e d'ogni sorte,
ch'entra in porto al tempo che quella di S. Tom si parte, come anco quella di
San Tom entra quando quella di Bengala si parte. Il porto nel quale entrano
queste due navi  una citt chiamata Cosmin. Di Malacca a Martavan, porto del
Pegu, vengono assai navilii carichi di pevere, di sandolo, di porcellana di
China, di canfora di Bruneo e d'altre mercanzie. Nel porto del Cirion entrano
le navi che dalla Mecca vengono, con panni di lana, scarlatti, veluti, anfione
e cecchini, ne' quali si perde, e li portano per non aver altro che portare che
sia buono per il Pegu, ma non gl'importa niente, perch si rifanno col grosso
guadagno che fanno nelle robe che di quel regno cavano; e in questo istesso
porto vengono anco vasselli del re d'Asia, carichi di pevere.
Dalla banda di San Tom e di Bengala del mar della Bara al Pegu sono trecento
miglia, e si va tre e quattro giorni su per il fiume col crescente dell'acqua
sino alla citt di Cosmin, e qui si discaricano le navi; ove vengono i daziari
del Pegu a pigliar tutta la roba in nota e sopra di s, co' segnali e bolli di
ciaschedun mercante, ed essi hanno pensiero di farla condurre a Pegu, nelle
case del re, nelle quali si fa doana di dette mercanzie. Quando i daziari hanno
ricevuto tutta la roba e postala nelle barche, licenzia il rettore della citt
i mercadanti che possino pigliar barca e andarsene a Pegu con le lor
massarizie, e s'accordano tre e quattro mercanti per compagnia e, tolta insieme
una barca, al Pegu se ne vanno. Guardi Dio ognuno da far contrabandi, perch
per picciolo che 'l fosse saria affatto ruinato, percioch il re l'ha per
grandissimo affronto, e tre volte si vien diligentemente cercati: quando si
sbarcano della nave, quando si vogliono partir di Cosmin con la barca e quando
sono giunti a Pegu. Questo cercar quando si esce di nave lo fanno per i
diamanti, perle e panni fini, che pigliano poco luogo, percioch tutte le gioie
ch'entrano nel Pegu e che non vi nascono pagano dazio; ma li rubini, li safili
e le spinelle, che vi nascono, non pagano n all'entrare n all'uscire. Ho
tocco altre volte che i mercadanti che vanno attorno per l'India convengono
portare seco tutte le massarizie che sono pi necessarie per servizio d'una
casa, percioch in quelle parti non sono ostarie n camere locande, ma, come
s'arriva in una citt, la prima cosa si piglia una casa a fitto, o per mesi o
per anno, secondo che si disegna di starvi: e nel Pegu  costume di pigliarla
per moson, cio per sei mesi. Or da Cosmin si va alla citt di Pegu col
crescente di sei ore in sei ore, e le sei ore che l'acqua calla bisogna ligarsi
alla riva e ivi aspettare l'altro crescente.  bellissimo e commodissimo
viaggio, trovandosi da una banda e dall'altra del fiume spessissime ville, cos
grosse che le chiamano citt, nelle quali per buon mercato si comprano galline,
oche, anatre, colombini, ova, latte e risi. Sono tutte pianure e bel paese, e
in otto giorni si fa commodamente il viaggio sina a Maccao, distante da Pegu
dodeci miglia, e qui si sbarca, e si mandano le robe a Pegu sopra a carette
tirate da' buoi; e i mercadanti sono portati in delingi, qual  un panno
attaccato ad una stanga, nel qual sta l'uomo disteso con cosini sotto la testa,
ed  coperto per difesa dal sole e dalla pioggia, e l'uomo pu dormir se n'ha
voglia: lo portano quattro fachini correndo, cambiandosi due per volta.
Il dazio del Pegu col nolo della nave pu montare venti, ventiuno, ventidua e
sina ventitre per cento, secondo che si  pi e manco rubati, e il giorno che
si fa doana bisogna avere l'occhio a penello e star all'erta e aver molti
amici, percioch, facendosi doana in una sala grande del re, vi vengono molti
signori a vedere, accompagnati da gran numero de' suoi schiavi; n si tengono
questi signori a vergogna che i lor schiavi rubano o panno o altro nel mostrar
la roba, anzi se ne ridono, e con tutto che i mercadanti si serveno uno con
l'altro a far la guardia alle cose loro, non si pu tanto guardare che a
ciascuno non sia qualche cosa rubato, a chi pi e a chi manco, secondo che ne
hanno pi commodit. Ed  nell'istesso giorno un'altra gran pena, percioch,
mettiamo che si abbia tanti occhi che si passi senza esser rubati da' schiavi,
non si pu l'uomo difendere di non esser rubato dagli officiali di doana,
percioch, pagandosi il dazio dell'istessa roba, pigliano essi spesse volte
tutto della meglio che si abbia, e non per ratta d'ogni sorte come doverebbono,
con che si viene a pagar pi del dovere. Spedita finalmente a questo modo la
roba di doana, il mercadante se la fa portare a casa e ne pu disporre a sua
voglia. Sono in Pegu otto sensari del re, che si chiamano tareghe, li quali
sono obligati di far vendere tutte le mercanzie che vanno a Pegu per il prezzo
corrente, volendo per i mercadanti a quel prezzo allora vendere, e hanno per
lor provisione dui per cento d'ogni mercanzia, ma sono obligati far buone le
ditte, perch il mercadante vende per sua mano e sotto la sua fede, e molte
volte non sa a chi si dia la roba, ma perder non pu, perch il sensaro 
obligato in ogni caso a pagar lui. E se il mercadante vende senza adoperar
questi sensari, bisogna nondimeno che li paghi li dui per cento, e corre
qualche pericolo del pagamento, ma questo rare volte occorre, percioch la
moglie, i figliuoli e i schiavi sono al creditor obligati; e come passa il
termine del pagamento pu il creditor pigliare il debitor per mano e menarlo a
casa sua e serrarlo in un magazeno, onde subito pagano; e non si trovando da
pagare, pu il creditore pigliarsi la moglie, i figliuoli e i schiavi del
debitore, che tale  la legge di quel regno.
Corre in questa citt e per tutto il regno del Pegu una moneta che chiamano
ganza, fatta di rame e di piombo; non  moneta del re, ma ogn'uomo ne pu far
battere, pur che abbia la sua giusta partison, perch se ne fa anco di falsa,
con assai piombo, e questa non si pu spendere. Con questa ganza si compra
l'oro, l'argento, i rubini, il muschio e ogn'altra cosa, n altro dinar corre
tra loro, e l'oro e l'argento e mercanzia, e vale ora pi ora manco, come
l'altre merci. Va questa ganza a peso di bize, e questo nome di biza corre per
il conto e per il peso; e communemente una biza di ganza vale a conto nostro
intorno a mezo ducato, e pi e manco secondo che l'oro e l'argento  pi o
manco in prezzo, ma la biza non muta mai: ogni biza fa cento ticaii di peso, e
cos il numero degli denari sono bize. Quelli che vanno a Pegu per comprar
gioie, volendo far bene il fatto suo, conviene che vi stiano almanco un anno
per negociar bene, percioch, volendo tornar con quella nave con la qual si va,
per la brevit del tempo da negoziare non si pu far cosa buona; percioch
prima che in Pegu si faccia doana della nave di San Tom  quasi il Natale, e
fatta la doana si vendono le robe in credenza un mese e un mese e mezzo e al
principio di marzo la nave si parte. Li mercadanti di San Tom pigliano per
pagamento oro e argento, qual mai non manca, e otto e dieci giorni prima che
sia il tempo di partirsi sono tutti sodisfatti; si troveriano anco rubini in
pagamento, ma non mette cos conto. E quelli che vogliono invernar l per un
altro anno bisogna che siano avertiti, quando vendono la roba loro, di
specificar nel patto il termine di due o tre mesi del pagamento, e che vogliono
che gli sia fatto in tanta ganza e non altro, n oro n argento, perch con la
ganza si compra ogni cosa con molto pi avantaggio; come gli bisogna anco
avertir, quando  il tempo di riscuoter il pagamento, a che modo piglia la
ganza, perch chi non sta avertito potria far grande errore, cos nel peso,
come che ve ne potria esser di falsa. Nel peso potria esser ingannato perch da
un luogo all'altro cresce e calla assai, e per, quando si ha da fare un
pagamento, bisogna pigliar un pesador publico qualche d avanti, al qual si d
di salario due bise al mese; il qual  tenuto a far buono il denaro e per buono
mantenerlo, percioch esso lo riscuote e bolla i sachetti del suo bollo, e lo
porta o fa portare, quando  assai, nel magazen del principale. Quella moneta
pesa assai, e quaranta bize sono una gran carga da facchino. E medesimamente,
quando il mercante ha da far qualche pagamento di robe da lui compre, il
pesador lo fa, talch con la spesa di due bize al mese il mercadante riscuote e
spende il suo denaro senza fastidio alcuno.
Le mercanzie che escono di Pegu sono oro, argento, rubini, safili, spinelle,
muschio, belzuin, pevere lungo, piombo, lacca, risi, vin di risi, qualche poco
di zuccaro, percioch, quantunque se ne faccia assai, assai anco nel regno se
ne consuma in canna che si fa mangiare agli elefanti, ed eziandio i popoli ne
mangiano. Gran quantit se ne consuma ancora in quel regno nelle lor varelle,
che sono gli suo pagodi, de' quali ve n' gran quantit di grande e di
picciole: e sono alcune montagnuole fatte a mano, a guisa d'un pan di zuccaro,
e alcune d'esse alte quanto il campanil di S. Marco di Venezia, e al piede sono
larghissime, talch ve ne sono alcune di quasi mezzo miglio di circonferenza.
Dentro sono piene di terra, d'intorno murate con quadrelli e fango in vece di
calcina, ma li fanno poi sopra della cima sino al piede una coperta di calcina
nuova e di zuccaro, in che se ne consuma gran quantit, perch altramente
sariano dalla pioggia distrutte. Si consuma in queste istesse varelle anco gran
quantit di oro di foglia, perch gli indorano a tutte la cima, e vi sono
alcune che sono indorate dalla cima sino al fondo; in che vi va gran quantit
d'oro, percioch ogni dieci anni bisogna indorarle di nuovo, per rispetto che
le pioggie lo consumano, e se tanto in questa vanit non se ne consumasse,
saria l'oro nel Pegu in assai miglior mercato.
Maraviglia parer a sentire che nel comprare le gioie nel Pegu cos spende bene
i suoi dinari uno che non ha cognizione alcuna di gioie, come qualunque
esercitato e prattico in questo negocio, e pur  cos, per il modo che hanno
trovato i venditori di venderle con pi reputazione e pi care; percioch, se
non comprassero gioie nel Pegu se non quelli che se n'intendono, saria poco il
numero de' compratori e nel Pegu non saperiano che fare de' tanti rubini che in
quel regno si cavano, e gli bisogneria darli per prezzo vilissimo; il qual modo
 questo. Sono nella citt di Pegu quattro botteghe di sensari gioielieri,
uomini di gran credito, che si chiamano tareghe; per le man di questi quattro
passano quasi tutti i rubini che si comprano e si vendono, e nelle lor botteghe
si riducono sempre i compratori e i venditori; e quelli mercadanti che non
s'intendono di gioie trovano uno di questi tareghe e li dicono che hanno tanti
danari da investire in rubini, e che se esso li far far buona spesa, che
compraranno, quando che no, che lasciaranno star di comprare.  costume in
questa citt generalmente che, quando si ha comprato una quantit di rubini, il
compratore fatto l'accordo se gli porta a casa, e sia di che valuta esser si
voglia, e li vede e rivede due o tre giorni, e non se n'intendono, sono sempre
nella citt molti mercanti che se n'intendono, co' quali si pu consigliare e
mostrarglieli; e trovando di non aver fatto buona spesa, li pu ritornare al
tarega che glieli ha fatto torre senza perdita alcuna, la qual cosa  di tanta
vergogna al tarega che ha fatto quel mercato, che vorrebbe che li fusse pi
tosto dato uno schiaffo. E per s'affaticano sempre questi tarega di far fare
buona spesa, massime a quelli che non se n'intendono, n lo fanno tanto per
bont, quanto per non perdere il credito. Quando poi compra alcuno che facci
professione d'averne cognizione, essi non hanno colpa alcuna se comprano caro,
anzi nel trattare il mercato favoriscono quanto pi possono i suoi che vendono;
ma per  buona cosa l'intendersene. Bello eziandio  il modo che si tiene in
far mercato delle gioie, percioch saranno assai mercadanti a veder far un
mercato di centenara e migliara di bizze, n alcun d'essi pu saper il prezzo
che si promette e domanda e che al fin si conclude se non quello che vende,
quello che compra e il tarega, percioch si fanno i mercati con toccarsi i deta
delle mani ascose sotto un panno, avendo ogni deto e ogni groppo di ogni deto
il significato di qualche numero; percioch, se i mercati si facessero a parole
che tutti intendessero, nasceriano assai contrasti e disturbi.
Or ritrovandomi io in Pegu il mese d'agosto del 1569 e trovandomi aver fatto un
buon guadagno, mi venne un desiderio grande di ritornare alla patria, e volendo
far la strada di San Tom, bisognava ch'io aspettasse sina al marzo seguente;
onde fui consigliato e mi risolsi di far la strada di Bengala, con la nave che
presto era per andare a quel viaggio, la qual parte da Pegu per Bengala a
Chitigan, il gran porto di dove vanno poi i navilii piccioli a Cochin prima che
la flotta si parta per Portogallo, per la qual strada avevo fatto deliberazione
di venire a Venezia. Fatta questa determinazione, m'imbarcai su detta nave di
Bengala, e volse la sorte che quello fu l'anno del tufon; e per dire che cosa
sia questo tufon, si ha da sapere che ne' mari dell'India ordinariamente non
fanno le fortune cos spesse come in questi nostri mari, ma ogni dieci, undeci
o dodeci anni fa una fortuna oltra ogni creder terribile, n si sa fermamente
qual anno sia per venire: e tristi quelli che a quel tempo si ritrovano in
mare, percioch pochi ne scampano. Ne tocc a noi esser in mare con simil
fortuna, e fu ventura che la nave era stata foderata da nuovo, ed era vota, che
non aveva altro che la savorna e oro e argento, che dal Pegu per Bengala non si
porta altra mercanzia. Dur questa orribil fortuna tre giorni e tre notte, che
ne port via l'antenne con tutte le vele e anco perdessimo il timone, e perch
la nave travagliava assai, tagliassimo l'arbore grande, che fu assai peggio,
perch la nave senza arbore cadeva ora da una banda ora dall'altra, e s'empiva
d'acqua di modo che tre d e tre notte non fecero altro sessanta uomini che
seccare l'acqua che di sopra vi entrava, perch il fondo era buono, n per esso
ve n'entrava pur una goccia: venti d'essi attendevano a vodar la sentina, venti
nel converso e venti da basso, e tutti con secchie e zare non facevano altro
che di continuo gettar il mar nel mare. Finalmente andando ove dal vento e dal
mare eravamo portati, si ritrovassimo una notte su le quatro ore con una
scurit grandissima in cima di una secca, senza che il giorno avessimo scoperto
terra da banda alcuna, n che sapessimo dove che fussimo. Volse la divina bont
che venne un'onda grandissima che ne port oltra la secca, senza alcun danno
della nave, e quando fussimo dall'altra banda della secca tutti resuscitassimo,
percioch v'era pochissimo mare, onde, buttato il piombo, trovassimo dodeci
passa d'acqua, e fra poco ne trovassimo se non sei; onde dessimo subito fondo
con un'ancora picciola che n'era avanzata, che l'altre si erano perse nella
fortuna. Non venne giorno che restassimo in secco, e subito che la nave tocc
terra fu pontellata da una banda e dall'altra, accioch non si ribaltasse.
Venuto il giorno eravamo in secca, e vedessimo che 'l mare era un buon miglio
lontano da noi e molto basso, essendo cessato il tufon e che avevamo per proda
molto vicina una grande isola.
Andassemo per terra a veder che isola era questa, e trovassimo ch'era luogo
abitato, e al parer mio il pi abondante che in tutto il mondo si possa
trovare; la qual isola  in due parti divisa da un canale d'acqua salsa, che
passa da una banda all'altra dell'isola. Avessimo molto che fare a condurre a
poco a poco col crescente dell'acqua la nave in questo canale, e su questa
isola si fermassimo quaranta giorni a ristorarci; e subito che fussimo su
l'isola, ne fu fatto da quelle genti un bazarro con molte botteghe di cose da
mangiare all'incontro della nave, che in tanta copia ve ne condussero e tanto
buon mercato ne fecero che restavamo stupiti. Io comprai assai vacche da salare
per monizione della nave, per mezzo larin l'una, che sono dodeci soldi e mezzo,
per grassa che fosse; quattro porci salvatici grandi e fatti netti per un
larin, le galine grandi e buone per un bezzo l'una (e ne fu detto che nelle
galine eravamo stati ingannati della met), un sacco di risi fini per una
miseria, e cos di tutte l'altre cose da mangiare era un'abondanza incredibile.
Si chiama questa isola Sondiva, di ragione del regno di Bengala, lontana dal
porto di Chitigan, ove era il nostro viaggio, cento e venti miglia. I Mori sono
i suoi popoli, e vi era un governatore molto da bene per Moro, perch, s'egli
fosse stato tiranno, n'averebbe potuto rubar tutti, percioch il capitano
maggiore e i Portoghesi che erano in Chitigan stavano in guerra con i rettori
di quella citt, e ogni giorno s'ammazzavano; onde stavamo ancor noi con non
poco spavento su quella isola, facendo la notte le guardie e sentinelle secondo
che s'usa, e il governatore ne fece intendere che non temessemo di cosa alcuna
e che sicuramente si riposassimo tutti percioch, se bene i Portoghesi che
stavano in Chitigan avesseno anco ammazzato il governatore di quella citt, noi
non ne avevamo colpa alcuna. E veramente ne fece egli sempre far cos buona
compagnia quanto far si puote, che il contrario era da giudicare, poi ch'egli e
quelli di Chitigan erano tutti vassalli d'uno istesso re.
Partissemo di Sondiva e giungessemo in Chitigan, il gran porto di Bengala, in
tempo che gi i Portoghesi avevano fatto pace o triegua con i rettori della
citt, con questa condizione, che il capitano maggiore si partisse con la sua
nave, che essi allora dariano il carco a tutti gli altri vasselli de'
Portoghesi, che erano dicidotto navi grosse e altri navilii minori. E il
capitano, qual era gentiluomo generoso e d'anima, si content di partirsi con
la sua nave vota, accioch tante navi e mercadanti non perdessero la ventura di
carcare, e tanto pi che era vicino il tempo di tornare in India; onde, avendo
tutte quelle navi qualche poco di carco, per ricompensare questa sua
generosit, gli dettero la notte tutto il carco che avevano. E mentre egli
stava per partirsi, gli venne un messo del re di Rachan, che li disse da parte
del suo re che, avendo inteso della sua valorosit, lo pregava che volesse
andare nel suo porto, che gli saria usata ogni cortesia: vi and, e rest di
quel re molto sodisfatto. Questo re di Rachan ha il suo stato in mezzo la costa
tra il regno di Bengala e quello del Pegu, ed  il maggiore nemico che abbia il
re del Pegu, che giorno e notte si va imaginando come soggiogarlo; ma non 
possibile, percioch per mare il re del Pegu non ha potere, e questo di Rachan
puol armare sin a ducento fuste, e per terra ha certe prese d'acqua con le
quali ad ogni sua voglia pu allagare un gran paese, con che taglia la strada
al re del Pegu di poter venire col suo gran potere ad offenderlo. Dal gran
porto di Chitigan esce per l'India gran quantit di risi, molti panni di
bombaso d'ogni sorte, zuccaro, frumento e molte altre mercanzie.
Per esser stato quell'anno la guerra in Chitigan, tardarono tanto i navilii
piccioli a partirsi che non giunsero, secondo ch'eran soliti gli altri anni di
fare, a Cochin prima che la flotta per Portogallo si partisse; anzi, essendo io
sopra un navilio ch'era dinanzi a tutti gli altri, nel discoprire Cochin,
scopersi anco l'ultima nave di Portogallo che, partita di Cochin, andava a
velo. Di che restai io molto sconsolato, poich per quello anno non era pi
rimedio di venir in Ponente per la via di Portogallo; onde, giunto che fui a
Cochin, mi deliberai di ritornare a Venezia per la strada d'Ormus. E in quel
tempo la citt di Goa era assediata per terra dal Dialcan, ma si aveva per
opinione che questo assedio fosse per durar poco; m'imbarcai per tanto in
Cochin sopra una galea per Goa, per imbarcarmi poi quivi per Ormus, ma, quando
fui giunto in Goa, trovai che il vice re non lasciava partire niuno Portoghese
per rispetto della guerra. N stetti troppo in Goa, che cascai in una infermit
che mi dur quattro mesi, la quale mi cost intorno ad ottocento ducati, perch
mi convenne vendere una partita di rubini, che se bene valeva mille ducati, fui
dal bisogno sforzato a darla per cinquecento, e di questi quando mi cominciai a
risanare me n'erano molto pochi restati per rispetto della gran carestia ch'era
d'ogni cosa, e una polastra ben trista si pagava sette e otto lire, oltra le
gran spese de' medici e delle medicine. Passati li sei mesi si lev l'assedio e
si cominci a negociare, e le gioie erano saltate di prezzo, onde io, vedendomi
un poco disbarratato, mi risolsi di vender il resto delle gioie ch'io mi
trovavo e di ritornare a fare un altro viaggio al Pegu. E perch quando io mi
parti' da Pegu l'anfion era in gran prezzo, andai in Cambaia per fare qui una
buona investita in anfion, e vi comprai sessanta man d'anfion, che mi cost
duemila e cento ducati serafini, che a nostro conto possono valere cinque lire
l'uno; e di pi spesi ottocento serafini in tre balle di tele di bombaso, che
sono buone per il Pegu. E perch il vice re avea fatto gran pena che il dazio
dell'anfion andassero tutti a pagarlo in Goa, qual pagato si poteva poi
portarlo ove si voleva, pur che si portasse in paese di pace, io imbarcai le
tre balle di tela in Chiaul sopra una nave che andava a Cochin, e io andai a
Goa a pagare detto dazio; e da Goa mi parti' per Cochin con la nave del viaggio
del Pegu, qual va ad invernare a San Tom, e in Cochin seppi che la nave su la
quale erano le mie tre balle di tela si era persa, talch persi in questo gli
ottocento serafini.
Si partissimo di Cochin per San Tom, ma nel pigliar la volta intorno all'isola
di Seilan il peotta s'ingann, percioch il capo di Galli dell'isola di Seilan
butta assai in mare, e il peotta una notte si pens d'aver passato detto capo e
tenne il viaggio a poggia, talch la mattina si trovassimo dentro a detto capo,
senza rimedio per cagione de' venti di poterlo pi montare, n di far il
viaggio con detta nave. E per fu necessario tornar indietro a Manar, e che la
nave quivi restasse sorta tutto quello inverno senza arbori, e con poca
speranza che si potesse salvare; pur si salv, ma con gran danno del capitano
maggior d'essa nave, perch li fu necessario nolizare un'altra nave in San Tom
per Pegu con interesse grande. Io m'accordai con alcuni miei amici a Manar e
pigliassimo quivi una barca che ne conducesse a San Tom, e cos fecero tutti
gli altri mercadanti. Giunto che io fui a San Tom, vi trovai una nuova venuta
dal Pegu quivi per terra per via di Bengala, che in quel regno l'anfione era in
grandissimo prezzo, e in San Tom non era quell'anno altro anfione da passare
al Pegu che 'l mio, di modo che 'n San Tom ero tenuto da tutti quei mercadanti
per richissimo: ed era la verit, se la fortuna non mi fosse stata tanto
contraria. Si era partita di quei giorni una nave di Cambaia con grandissima
quantit d'anfione per andare al re d'Assi, e ivi caricar di pevere, alla qual
dette per viaggio una fortuna che la fece poggiare ottocento miglia e venire al
Pegu, ove giunse un giorno prima che arrivasse io, di modo che subito l'anfion
venne a vil prezzo, e quello che si vendeva 50 bizze venne a valer solo due
bizze e mezza, per la quantit grande che n'aveva portato quella nave. Onde io
per non discavedar convenni star due anni in Pegu, in capo a' quali di duemila
e 900 ducati che avevo investito in Cambaia mi ritrovai esser venuto in solo
mille ducati. Mi parti' di nuovo dal Pegu per l'India e per Ormus con molta
lacca; da Ormus tornai in India a Chiaul, e da Chiaul a Cochin, e da Cochin a
San Tom, e da San Tom a Pegu. Persi in Chiaul un'altra volta l'occasione di
farmi ricco, perch potevo comprar molto anfion e ne comprai poco, spaurito
dalla mala ventura dell'altra volta; e in questa poca quantit feci un buon
guadagno, e allora di nuovo mi deliberai di venire alla patria, e partitomi da
Pegu venni ad invernare a Cochin, e indi, lasciata l'India, me ne venni in
Ormus.
Mi pare, prima che finisca di narrare il mio viaggio, di ragionare alquanto
sopra le cose che produce l'India e l'altre parti del Levante, e di dir la lor
istoria e nascimento. Il pevere e il zenzaro sono spezie che nascono per tutta
l'India, e anco in alcuni luoghi di l dall'Indie. La gran quantit del pevere
nasce per i boschi salvatici, senza farli intorno sorte alcuna di fatica, se
non andare al suo tempo a raccoglierlo; e l'arbore che produce il pevere 
un'erba in tutte le sue parti simile alla nostra edera, la quale si rampega ad
alto sopra gli arbori, e se agli arbori non s'attaccasse, sia di qual sorte
esser si voglia, cascaria in terra e si marciria. Fa questa erba i corimbi o i
graspi come fa l'edera, e quelli sono i grani del pevere, il qual quando si
raccoglie  di color verde, ma mettendolo al sole a seccare diventa nero. Il
zenzaro si coltiva, e la sua erba  giusto come il nostro panizzo, la cui
radice  il zenzaro; e queste due spezie, come dissi di sopra, nascono in
diversi luoghi. I garofoli tutti vengono dalle Malucche, le quali sono sette
isole non molto grande, e l'arbore che li produce  simile al nostro lauro. Le
noci muschiate e il macis, ch' della medesima noce, vengono portate tutte
dall'isola di Banda, il cui arbore tien gran somiglianza con l'arbore delle
nostre noci, ma non troppo grande. Tutto il sandalo bianco buon si porta
dall'isola di Timor. La canfora composta vien tutta dalla China, e quella che
nasce in canna viene tutta da Bruneo; non pare a me che di questa canfora ne
venga in queste parti, percioch se ne consuma in India e vale assai. Il buon
legno aloe viene di Cochinchina; il belzuin vien dal regno di Sion e dal regno
d'Assi; il pevere lungo nasce in Bengala, nel Pegu e nella Giava. Il muschio
tutto vien di Tartaria, quale a questo modo si fa, per la buona informazione
che n'ho avuta dai mercadanti ch'al Pegu lo portano. Dicono ch'in Tartaria sono
gran copia di certi animali della grandezza d'una volpe, li quali animali
pigliano vivi con i lacci e gli ammazzano con le bastonate, accioch il sangue
se li sparga per tutta la persona, poi gli scorticano e, tiratali fuora l'osse,
pestano la lor carne mescolata col sangue minutissimamente; della pelle fanno
le borse e l'empieno di questo pestume, e questo  il muschio. L'ambra non si
sa veramente di che si faccia, e sono d'essa diverse opinioni; questo solo si
sa di certo, che dal mar  gettata in terra e in sui liti di quello si trova.
Li rubini, i safili e le spinelle si trovano nel regno del Pegu. I diamanti
vengono da diversi luoghi, e io so di tre soli; le schiappe vengono di
Bezeneger; le ponte naturali d'infra terra del Deli e dalla Giava, ma quelli
della Giava sono di maggior peso. Non ho mai potuto intendere da che parti
vengano i balassi. Le perle in diversi luoghi si pescano. Di Cambaia escono
diverse droghe. Il spodio si congela d'acqua in alcune canne, e io n'ho trovato
assai nel Pegu, quando facevo fabricar la mia casa, percioch, come altra volta
ho detto, quivi tutte le case si fanno di canna sfessa e tessuda.
Di Chiaul si negozia anco per la costa de Melindi in Etiopia, infra terra della
quale  la Caferaria, e sul mare sono assai porti de' Mori. Vi portano i
Portughesi alcune sorti di panni di bombaso di poca spesa e quantit grande de'
paternostri di vetro tristi, a sua usanza, che si fanno in Chiaul; e di l
cavano per India denti d'elefanti, schiavi caferi e qualche poco d'ambra e
d'oro. Su questa costa  Mozenbich, fortezza del re di Portugallo, la quale 
dell'importanti fortezze che sia in India nei luoghi a questo re sottoposti; e
il capitano di detta fortezza ha alcuni viaggi alla Caferaria, nei quali non
possono andare altri mercadanti che gli agenti di esso capitano, quali vanno in
certi porti fra terra con navilii piccioli e contrattano coi Caferi senza
parlare a questo modo. Portano a poco a poco sul lito la lor roba e si
ritirano, e il mercadante cafero viene a veder la roba, e li mette tanto oro
appresso quanto li par di volerla pagare e si ritira: va allora il Portughese a
veder l'oro e, se gli par di vender bene, piglia l'oro e lo porta in barca; e
il Cafero tornando e non trovando l'oro da lui posto, si piglia la mercanzia e
la porta via. Ma, se vi trova l'oro, questo  segnale che il Portoghese non si
contenta, e s'al Cafero pare d'avergli dato poco, vi aggiunge tanto oro quanto
disegna di voler finalmente spendere; n bisogna ch'i Portughesi stiano duri,
perch i Caferi, quando li par di pagar il dovere e che i Portoghesi non se ne
contentano, si sdegnano, si ripigliano l'oro, n vogliono pi contrattare,
percioch ancor essi sono inviziati, essendo molti anni che a questo modo
negoziano. E con questo trafico permutano in quel luogo i Portoghesi tutta la
lor mercanzia in oro, e ritornano con esso a Mozembich, qual  un'isola poco
distante da terra ferma della Caferaria, su la costa d'Etiopia, tra Portogallo
e l'India:  distante dall'India duamila e ottocento miglia.
Ora seguendo di raccontare il mio viaggio, trovai in Ormus messer Francesco
Beretin da Venezia e nolizassemo di compagnia un navilietto per Basora per
settanta ducati, sul qual levassemo alcuni mercadanti che n'aiutarono a pagar
il nolo; e molto commodamente a Basora arrivassemo, dove si fermassemo quaranta
giorni aspettando che si facesse caravana di barche per Babilonia, percioch
non vanno due o tre barche su per il fiume, ma bisogna che siano venti,
venticinque e trenta; percioch, non si potendo di notte andare inanzi, bisogna
legarsi alle rive e ivi farsi buona e grossa guardia ed esser ben provisti
d'arme, per rispetto dei ladri che vengono per spogliare i mercadanti.
Partendosi da Basora si va in su qualche poco a velo, ma per il pi bisogna
tirar l'alzana, sul qual viaggio sino a Babilonia stessemo cinquanta giorni;
ove bisogn fermarsi quattro mesi, sino che si fece caravana da passar il
deserto per Aleppo. E in questa citt s'accompagnassemo sei mercadanti insieme,
cinque Veneziani e un Portoghese, che furono messer Fiorin Nasi con un suo
cugino, messer Andrea di Polo, il Portoghese, messer Francesco Beretin e io; e
si fornissemo di vettovaglia per noi e di biava per le cavalcature per quaranta
giorni. Comprassemo cavalli e mule, e se n'ha buonissimo mercato: io comprai un
cavallo per undeci zechini, che vendei poi in Aleppo 30 ducati; comprassemo
anche un pavion da campo, che vi stessemo sotto molto commodi. Avevamo fra
tutti trentadue some di gambelo, delle quali pagassemo di porto sette ducati
per gambelo; e d'ogni dieci gambeli ne danno uno di bando, che tollendone dieci
se n'ha undeci, che tale  l'usanza, credo io per portare con quello da poter
governar gli altri. Pigliassemo tre bastasi, che sono usi andare in quel
viaggio, a cinque ducati per ciascun di loro, e sono obligati a servirci sino
in Aleppo, di modo ch'eravamo benissimo serviti senza aver fastidio alcuno:
come la caravana metteva gi, il nostro pavione era dei primi drizzati. Fa la
caravana poco viaggio al giorno, come saria intorno a venti miglia; si lieva
due ore inanzi giorno e mette gi intorno alle diecinove. Avessemo ventura che
nel nostro viaggio piove alcune volte, onde non ne manc mai acqua, e quasi
ogni giorno trovassemo buona acqua, bench non potevamo patire perch ne
portavamo sempre un gambelo carco per ogni rispetto; ma in tutto quel deserto
non avessemo bisogno n d'acqua n d'altro che in quelle parti si trovi,
percioch venivamo ben forniti d'ogni cosa. E ogni giorno mangiavamo carne
fresca, percioch venivano con noi molti castrati coi pastori che li
governavano, e i castrati avevamo comprati in Babilonia e ogni mercadante aveva
bollato i suoi col suo bollo, e ai pastori per la lor fatica si d un maidino
per ogni castrato ch'essi amazzano, percioch essi erano obligati d'amazzarli e
governarli, e oltra il maidino per castrato avevano anco le teste, le pelli e
l'interiora d'essi castrati da loro amazzati, li quali erano tenuti di
amazzarli quando gli era dai mercadanti ordinato. Per la nostra compagnia dei
sei detti di sopra comprassemo venti castrati, e quando giungessimo in Aleppo
n'erano ancora sette vivi: son questi castrati molto grandi e grassi e per,
con tutto che fossemo tanta gente, un castrato ne faceva due giorni; ed  una
usanza nelle caravane, che le compagnie s'imprestano la carne una con l'altra,
per non portarsi dietro la carne cruda per viaggio, e s'accommodano tra loro
che chi amazza un giorno un castrato l'impresta mezzo, e il giorno seguente gli
 restituito.
Da Babilonia in Aleppo sono quaranta giornate di strada, delle quali se ne fa
trentasei per il deserto, che non si vede se non pianura aperta e disabitata e
senza segnale alcuno di strada: caminano inanzi i peotti e la caravana gli
seguita, ed essi sanno le poste dove s'ha da fermarsi, nelle quali sono pozzi;
e quando essi si fermano, tutta la caravana mette gi. Dico che sono trentasei
giornate per il deserto perch, da Babilonia partendosi, si camina due giorni
per luoghi abitati, sino che si passa il fiume Eufrate; e similmente due
giornate vicino ad Aleppo si trovano villaggi e luoghi abitati dagli uomini. Va
sempre con la caravana un capitano che fa giustizia, e la notte si fanno
guardie intorno alla caravana. Giunti in Aleppo, andassemo a Tripoli, ove
messer Fiorin e messer Andrea di Polo e io, con un frate di San Francesco,
noleggiassemo una barca per andare in Ierusalem. Partiti di Tripoli per il
Zaffo, fossemo dai venti contrarii trasportati in Cipro al capo delle Gatte, di
dove traversassemo il golfo e andassemo al Zaffo, dal qual luogo a Ierusalem 
una giornata e mezza per terra. Ordinassemo che la barca qui n'aspettasse sino
alla nostra tornata e andassemo in Ierusalem, ove stessemo quattordeci giorni,
per veder quei luoghi santi commodamente. Indi tornati al Zaffo, andassemo a
Tripoli, e qui s'imbarcassemo su la nave Ragazzona, e giungessimo con l'aiuto
divino dopo tanti travagli finalmente a Venezia ad cinque di novembre del
millecinquecentoottantauno.
Se fosse alcuno ch'avesse animo d'andare in quelle parti dell'India, non si
sbigotisca nel leggere gli travagli grandi e piccioli che io vi ho passati,
percioch io mi posi a sbaraglio in molte cose, per esservi andato molto
povero, percioch io mi parti' di Venezia con mille e ducento ducati investiti
in mercanzie. E quando fui in Tripoli mi ammalai in casa di messer Regulo degli
Orazii, e il detto messer Regulo di mio ordine mand la mia roba con una
caravana picciola che andava in Aleppo: la caravana fu robata e tutta la mia
roba si perse, da quattro cassoni di diversi vetri in fuora, che mi erano
costati settanta ducati, li quali fur poi da me trovati rotti e anche in essi
molti dei vetri rotti, percioch, pensandosi i ladri che fosse altra mercanzia,
gli avevano rotti per cavarla, ma trovando esser vetri la lasciarono stare. E
con questo solo capitale di questi pochi vetri mi posi a far il viaggio
dell'Indie, e con cambii e recambii e fatiche e viaggi Dio mi aiut che mi
ridussi in buon capitale. Non voglio restare di ricordare a quelli che sono per
far questo viaggio il modo di conservar la lor facolt in caso di morte, che
sicuramente sar data ai loro eredi, secondo ch'essi averanno ordinato. In
tutte le citt ch'hanno i Portoghesi in India  una scuola che chiamano la
scuola della Santa Misericordia, le quali tutte si rispondono una con l'altra e
hanno gran privilegi, n il vicer pu far contra gli ordini loro. Bisogna per
tanto che, quando la persona  giunta in India in una di queste citt, facci in
sanit il suo testamento e lasci la scuola della Santa Misericordia sua
commissaria, con lasciargli qualche elemosina per le fatiche loro, e, fattasi
far una copia del testamento, bisogna che sempre la porti con s, e
massimamente passando i mercadanti di l dall'India in paesi de' Mori e de'
Gentili, nei quai viaggi sempre  sui vascelli un capitano maggior portoghese
per amministrare giustizia e ragione tra i Cristiani: e ha anco questo capitano
autorit di ricuperare le facolt dei mercadanti che muoreno in quelli viaggi,
che non hanno fatta questa provisione, se bene in tal caso per i pi questi
capitani sogliono mangiare o giuocare queste facolt, che poco o niente ne
tocca agli eredi. Va in questi istessi viaggi sempre qualche mercadante
commissario di questa scuola della Santa Misericordia, con ordine che se muore
qualche mercadante ch'abbi il suo testamento e che la scuola sia commissaria,
di ricuperare la sua facolt e mandarla in India alla Santa Misericordia, e ivi
la scuola vende dette robe e manda i dinari per lettera di cambio alla scuola
della Santa Misericordia di Lisbona, insieme con la copia del testamento; e di
Lisbona fanno quelli intendere in qual parte se sia della cristianit agli
eredi del tale che, portando le lor fede d'esser quelli, vadino a pigliare la
valuta dei suoi beni. Di modo che non si perde cosa alcuna, se non quelli che
moreno nel Pegu, che perdono il terzo della sua facolt, per antico costume di
quel regno che, qualunque forestiero vi muore, il re con gli suoi ministri
restino eredi d'un terzo dei suoi beni; n mai si ha trovato che sopra questo
sia stata usata fraude o fatto ingiuria ad alcuno. Ho veduto io molti ricchi
che, doppo l'essere stati molti anni nel Pegu, nella loro decrepit hanno
voluto andare a morire nelle patrie loro, e si sono con tutte le loro facolt
partiti, senza esser punto molestati overo impediti.
Vestono nel regno del Pegu tutti ad una guisa, cos i signori come il popolo
minuto: vi  solo differenza nella finezza de' panni, che sono tele di bombaso
pi fine una dell'altra e di pi prezzo. Portano prima una cavaia di tela di
bombaso bianca, che serve per camisa, e si cingono poi un'altra tela di bombaso
depinta di quattordeci braccia, la quale tra le gambe si ravoltano; portano
anco in testa una tocca, picciola di tre braccia di tela, rivolta a guisa d'una
mitria; alcuni anco vanno senza tocca, ma portano una zazzaretta la quale non
gli passa sotto la ponta dell'orecchia, facendosela da quello in gi tosare.
Vanno tutti scalzi; vero  che i signori mai non vanno a piedi, ma o si fanno
portare in un solaro da otto uomini, con gran riputazione, con un sombrero
tessuto di foglie che gli difende dal sole e dalla pioggia, o vanno a cavallo
coi piedi nudi nelle staffe. Le donne tutte, siano di che condizione esser si
vogliano, portano una camisetta sino alla centura, di dove sino al collo del
piede si cingono un panno di tre brazza e mezzo aperto dinanzi e tanto stretto,
che non possono far il passo che non mostrino le coscie quasi fino in cima,
quantunque caminando fingono di voler con le mani tenersi coperte, ma non 
possibile per la strettezza del panno. Dicono che fu questa invenzione d'una
regina, per rimuovere gli uomini dal vizio contra natura, che molto vi s'usava,
e incitarli con questa vista ad attendere alle donne; le quali anch'esse vanno
scalze, con le braccia piene di cerchii d'oro carichi di gioie e le deta di
preziosi annelli, con i capegli rivolti intorno alla testa, e molte di loro
portano su le spalle un panno, che serve come per ferraruolo. E per compimento
di quanto ho sin qui scritto, dico che quelle parti dell'India sono paesi molto
buoni, percioch e facil cosa di mente fare assai; solo bisogna essere e farsi
conoscere per uomini da bene, perch a tali non mancano maneggi da fare assai
bene, ma chi  vizioso non vi vada altramente, perch sar sempre povero e
mendico.


Io, don Bartolomeo Dionigi da Fano, da un memoriale del soprascritto messer
Cesare ho cavato il presente viaggio e fedelmente in questa forma disteso, che,
letto pi volte dall'istesso autore, come vero e fedele, ha voluto a commune
delettazione e utile al mondo publicarlo.



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Tre navigazioni fatte dagli Olandesi e Zelandesi al settentrione, Nella
Norvegia, Moscovia e Tartaria verso il Catai e regno de' Sini, dove scopersero
il mare di Veygatz, la Nuova Zembla e un paese nel 80 grado creduto la
Groenlandia.



Con una descrizione di tutti gli accidenti occorsi di giorno in giorno ai
naviganti.
Cap. I.

S come a pena si pu trovare o pensar cosa che pi sia di accrescimento al
beneficio publico, specialmente in queste regioni, dell'arte del navigare,
percioch quelli che hanno poter in mare non solamente possono a s tirare i
frutti della terra per sostentare la vita, ma ancora tutte le cose necessarie
all'uso umano; imperoch con questo mezzo possono condurre dall'estremo del
mondo tutte le cose che loro mancano, e all'incontro mandar col quelle di che
essi abondano, il che per questa commodit del navigare si pu fare senza
difficult alcuna; e s come anco la fabrica e apparecchio di esse navi va a
poco a poco di giorno in giorno accrescendo, con maraviglia non solamente di
coloro che hanno vedute le navigazioni e fornimenti di navi de' nostri avi, ma
di quegli ancora che fanno paragone di quelle che sono fatte a sua memoria con
quelle che si fanno al d d'oggi; cos ancora ogni giorno si va ritrovando di
nuove navigazioni, le quali per non la prima n la seconda volta, ma dopo la
terza solamente si conducono al desiderato fine, e allora finalmente se ne
tragge il frutto. Per non dovrebbe dolersi alcuno delle fatiche e difficult
che si incorrono, bench non cos tosto, n, come ho detto, la prima n la
seconda solamente, ma solamente la terza e forse pi tardi consegua il suo
desiderato intento. Percioch qual pi utile e lodevole fatica si pu chiamare
di quella che si sopporta per beneficio universale, bench ad ignoranti invidi
e maligni al principio appaia vana, quando sortisce buon fine? Che se quegli
illustri e generosi nocchieri, Colombo, Cortese e Magaglianes e altri molti,
che hanno scoperto tanti e s lontani regni e regioni, nel primo, secondo o
terzo viaggio che non successe loro felice e prospero avessero ancor essi
abbandonata l'impresa, non avrebbero poi mai pi colto il frutto delle loro
fatiche.
Il grande Alessandro, dopo ch'ebbe occupata l'Asia minore e la maggiore,
essendo caduto nell'estrema India in molte difficult e angustie in un certo
luogo disse: "Se non ci fussimo posti a tentare quello che ad altri pareva
impossibile, ci troveremmo ancora ne' confini della Cicilia, onde ora abbiamo
acquistato tutte queste s ampie regioni"; percioch non fu mai in uno istesso
tempo ritrovata una cosa e ridotta a perfezione, n meno cominciata e finita. A
questo proposito dice saggiamente Cicerone: "Iddio non concesse ad un solo
secolo ogni cosa, accioch anco a' posteri rimanesse in che si potessero
esercitare". Per non  da fermarsi a mezzo il corso per fino che vi resta cosa
che sia secondo il desiderio e che si possa sperare, percioch i maggior tesori
sono pi difficili da ritrovare. Ma per non mi scostar molto dalla proposta
materia, quanto al procurare che tutto d si fa della navigazione utile, la
quale non senza grandissime spese, difficult e fatiche  stata fornita, fatto
il conto dopo quante lunghe e difficili fatiche e col continuar i viaggi sia
finalmente stata fermata la navigazione nell'India orientale e occidentale,
nell'America, Brasilia e in molte altre provincie e regioni e isole non mai pi
udite, per lo stretto di Magaglianes e per lo mare Australe passando una e due
volte oltre l'equatore, consideriamo un poco il mar Bianco, nel qual oggid 
cos frequentata la navigazione alla parte settentrionale della Moscovia, con
quanto travaglio e pericolo  stato dal principio aperto. E che cosa ha fatto
ora quella navigazione cos facile e commune? Non  ella la istessa e cos
lunga come anco avanti che fosse cos bene conosciuta e terminata?  certo, ma
quel dritto passaggio o corso, che prima si doveva cercare in quelle lunghe e
torte navigazioni da una provincia all'altra, e che ora si  trovato e che si
pu tener dritto, ha fatta questa navigazione di difficile facile.
Queste poche parole mi  paruto di dover dire per una breve introduzione e
disposizione del lettore, avendo deliberato di scrivere queste tre navigazioni
settentrionali, che in questi tre anni continui sono state prese a fare oltra
la Norvegia e la Moscovia, verso i regni del Cataio e della China (nelle due
ultime delle quali vi sono stato in persona), bench non abbiano avuto quel
fine che speravamo: primieramente per dimostrar la nostra assidua e diligente
fatica in ricercare il dritto viaggio, quantunque non lo abbiamo potuto
trovare, s come speravamo e desideravamo, ma forse anco l'avremmo ritrovato
se, come abbiamo tenuto torto, cos avessimo tenuto dritto il camino, e se
l'angustia del tempo, i gran ghiacci e le gravissime fortune non ce lo avessero
impedito; e poi anco per chiuder la bocca a quelli che vanno dicendo che questa
nostra impresa era inutile e vana: ma forse che per l'avenire apporter qualche
beneficio, percioch non  da farsi beffe di chi tenta una cosa tenuta per
impossibile, ma ben di chi per dapocagine non si mette ad impresa alcuna perch
gli paia difficile. Invero abbiamo conosciuto che ci ha dato grande impedimento
e contrasto alla nostra navigazione la quantit grande di ghiaccio che trovammo
intorno alla Nuova Zembla, sotto l'elevazione di gradi settantatre,
settantaquatro, settantacinque, settantasei, che per non era s grande nel
mare istesso tra l'una terra e l'altra; onde si comprenderanno che non la
vicinit del polo artico, ma del gran ghiaccio che va fluttuando e rifluttando
nel mar di Tartaria inverso la Nuova Zembla ci apport quel gran freddo che
patimmo. Non ci avendo adunque la vicinit del polo quello apportato, se
avessimo potuto seguire il nostro viaggio, che dal ghiaccio non fussimo stati
impediti, forse avremmo verso l'aquilone ritrovato qualche passo. Ma qual
costituzione di cielo fusse intorno questa Nuova Zembla non lo potemmo sapere
fin che non lo provammo, e quando con l'esperienza lo conoscemmo, non ci fu poi
pi rimedio di cangiar camino; nientedimeno non si pu sapere che cosa ci
poteva incontrare se volgevamo il corso verso greco, poi che niuno ancora ha
tentata questa navigazione.
 cosa certa che in quella regione che ha il polo elevato ottanta gradi, che
noi giudichiamo che sia la Groenlandia, vi regnano e crescono erbe e frondi,
delle quali si pascono diversi animali selvaggi, come rangiferi, cervi e altri
simili; e per il contrario nella Nuova Zembla non nascono n erbe n frondi,
ove anco non si trovano animali di sorte alcuna fuori che fiere che vivono di
carne, come sono orsi e volpi, bench essa Nuova Zembla si scosti dal polo
verso l'ostro pi della gi detta regione quattro, cinque e sei gradi.  oltre
di ci noto che dal lato australe e bovale dell'equatore il sole, tanto da una
parte quanto dall'altra, tra tutti due i tropici nell'elevazione di gradi
vintitre e mezo  tanto caldo quanto sotto l'equatore: qual maraviglia dunque
sarebbe che intorno al polo artico, tanto dall'una parte quanto dall'altra,
nella stessa quantit di gradi non fusse minor rigor di freddo che sotto
l'istesso polo? Io non propongo ci per certo, perch non abbiamo fatto prova
del freddo che si trova sotto l'un lato e l'altro del polo artico, come
l'abbiamo fatta del calore nell'una e l'altra parte dell'equatore; ma voglio
solo inferire che, se noi non abbiamo seguito il dritto e determinato corso
verso greco, non si deve per far giudicio che 'l freddo debba impedire per
costa la navigazione, percioch non il mare n la vicinanza del polo, ma il
ghiaccio che trovammo intorno il continente, come s' detto, ci ha apportato
tutto l'impedimento: percioch, tantosto che ci allargammo dal continente in
mare, bench fossimo pi vicini al polo, subito tornammo di nuovo a sentir
caldo. Onde per cotesta s subita mutazione mor il nostro patron di nave
Guglielmo di Bernardo, il quale, non ostante il crudelissimo e insupportabil
freddo che aveva patito, e non s'era per perduto d'animo, ma pi volte con
molti de' nostri volle far alle scommesse che, quando avesse drizzato il camino
dal promontorio Bovale, avrebbe con l'aiuto di Dio condotto a fine il suo
cominciato corso.
Ma, lasciando ci da parte, venimo omai alla descrizione delle tre gi dette
navigazioni; le quali per l'autorit e promozione dei potenti ordini generali
di queste tre provincie confederate e dell'illustrissimo prencipe Maurizio, del
prencipe d'Aurnico, come general del mare, e della famosissima piazza di
Amsterdamo furono prese e condotte fino a quei luoghi che si dir, e alla quale
potr il lettore trarne a suo beneficio quanto stimer che si debba abbracciare
o fuggire.
Primieramente adunque l'anno MDXCIIII quattro navi fornite di tutto, due in
Amsterdam, una in Zelandia e una in Encusa, per gir ad aprire pi commoda
navigazione ai regni del Camio, e della China dietro la boreal Norvegia,
Moscovia e Tartaria; delle quali delle due di Amsterdamo era patrone Guglielmo
di Bernardo, marinaro eccellente, famoso e molto prattico, e il giorno delle
Pentecoste fece vela da Amsterdam verso Tesselia.
A' 5 di giugno da Tesselia fecero vela e con prospero corso giunsero a' 23
dell'istesso mese a Kildwin in Moscovia, ma, per esser questa navigazione assai
nota, non ne diremo altro.
A' 29 di detto mese, quattro ore dopo mezzogiorno fecero vela da Kildwin, e nel
principio si drizzarono verso greco per tredeci o quattordeci miglia, con vento
da maestro tramontana e tempo scuro.
Poi voltarono le vele verso greco levante a' 30 di giugno, fin che 'l sole si
trov nella bocca di siroco, per 7 miglia con vento da greco, spiegate le due
vele maggiori senza le mezane. Qui, gettato lo scandaglio per cento braccia,
non poterono trovar fondo. L'istesso giorno navigarono mezod per 4 levante
greco, per cinque miglia con vento da tramontana, con le due vele maggiori, e
gettato lo scandaglio ivi non trovarono fondo per cento braccia. E continuata
la navigazione l'istesso giorno da mezod a vespero per 4 di levante e greco e
per levante, fin che 'l sole fu nel punto di maestro, per 13 miglia, gettato lo
scandaglio trovarono 120 braccia d'altezza d'acqua e fondo paludoso e fangoso.

Luglio 1594.

Il primo di luglio, fatto viaggio di quattro miglia verso la quarta di levante
greco e per levante, gettato lo scandaglio la mattina per tempo, trovarono
fondo di sessanta braccia, di sabbia minuta e paludosa. L'ora seguente, gettato
lo scandaglio, si trov fondo di 52 braccia, di sabbia bianca mista poca nera
paludosa. Caminati poi per due miglia verso levante, trovarono fondo di 38
braccia, d'arena rossa mista con nera, sendo il sole in 4 levante siroco e
spirando greco tramontana.
Poscia volta la navigazione verso quarto di siroco levante e siroco per tre
miglia, fino a mezzogiorno, quando il sole era d'altezza di gradi settanta e un
sesto, e gettato lo scandaglio, fu trovato il fondo di trentanove braccia, di
renelle di color di cenere, distinte di punti neri e di fragmenti di
conchiglie. Continuato poi il corso per siroco per due miglia, lo volsero poi
verso settentrione, spirando greco levante; e fecero vela da ore 3 dopo
mezogiorno fin che 'l sole fu in maestro tramontana verso greco, per sei
miglia, spirando siroco, con grandissimo freddo. E gettato lo scandaglio,
trovossi il fondo di 60 braccia, di renelle di color di cenere paludose
alquanto negreggianti, con gran gusci di conchiglie.
L'istessa sera si navig ancora fino al primo quarto di greco levante, per
cinque miglia, e tenendo l'istesso corso fino alli 2 di luglio la mattina per
cinque miglia, fu trovato il fondo intorno 65 braccia, di fango nero paludoso.
Fu navigato poi dall'alba fino a mezogiorno, tenendo verso greco levante, per
tre o quattro miglia, soffiando un gagliardissimo siroco, s che si convenne
levar via il trinchetto e con una sola vela lasciarsi andar a seconda; con
tempo nubiloso fino a vespero per tre o quattro miglia, tenendo il corso verso
levante e 4 di greco levante, poi voltando il vento da garbino. Intorno le
cinque ore dopo mezogiorno fu gettato lo scandaglio fino a 120 braccia, n si
pot trovar fondo.
Presso vespero fece sereno e si navig con vento prospero da greco levante per
quasi tre ore cinque miglia, e di nuovo torn ad innuvolarsi l'aria, s che non
ebbero ardir di andar pi avanti e, voltatisi al vento, gettato lo scandaglio,
fu trovato fondo di 125 braccia, di fango nero: e ci fu la domenica a' 3 di
luglio, essendo il sole in greco. Di l navigarono verso greco levante per otto
miglia, fin che 'l sole fu in siroco, e, gettato lo scandaglio per cento e
quaranta braccia, si trov fondo nero fangoso. Allora, presa l'altezza del
sole, fu trovata esser gradi settantatre e minuti 6, e subito gettato lo
scandaglio per cento e trenta braccia, fu trovato fango nero.
Poi navigando ancora verso greco levante per sei miglia o sette fino che 'l sol
fusse in maestro, in giorno di domenica, che fu alli 3 di luglio, sendo un
giorno molto sereno e spirando maestro tramontana, Guglielmo di Bernardo trov
il meridiano in questa guisa.

Nota.

Tolse col raggio astronomico l'altezza del sole, essendo in siroco, dove lo
trov alzato gradi 28 e mezo, ed era passato oltre la 4esima di ponente maestro
che ancora teneva l'istessa altezza di 28 gradi e mezo sopra l'orizonte, tal
che vi era differenza solo di cinque rombi e mezzo, i quali divisi, rimangono
ancora due rombi e tre quarti d'un rombo; s che la bussola da navigare era
mutata due rombi con tre quadranti d'un rombo, come si vide manifestamente
l'istesso giorno, ritrovandosi il sole nella sua maggior altezza nel mezo tra
ostro garbino e 4 ostro garbino, percioch il sole avanti che tramontasse era
giunto alla 4esima d'ostro garbino e aveva trovato l'altezza di gradi 73 e
minuti 6.
Di nuovo fu navigato verso la 4esima levante greco per quattro miglia, fino al
quarto giorno di luglio di mattina, e allora, gettato lo scandaglio per 125
braccia, fu trovato fondo fangoso. La seguente notte fu nubilosa e nell'aurora
tir vento da levante; dipoi navigarono verso 4 d'ostro siroco fin che 'l sole
fusse in oriente, e, gettato lo scandaglio per 108 braccia, trovossi fango
nero. Allora voltandosi alla tramontana navigarono verso greco e 4 greco
tramontana per sei miglia, fin che 'l sole arriv a garbino; allora, veduta la
Nuova Zembla discosta da loro verso 4 levante siroco sei o sette miglia, fu
quivi trovato fondo nero fangoso di 105 braccia.
Dipoi voltato il corso verso ostro, navigarono verso 4 garbin ostro per 6
miglia, fin che 'l sole fu in maestro, ove trovossi fondo di 68 braccia e rena
fangosa, come la precedente, e vento da siroco. Poscia volgendo il corso al
levante, navigarono per sei miglia verso siroco. Allora Guglielmo di Bernardo
misur col suo raggio astronomico il sole alli 4 di luglio presso al vespero,
essendo allora la sua maggior declinazione, cio tra greco tramontana e quarto
levante greco, la cui elevazione sopra l'orizonte era di gradi sei e un quarto,
e la sua declinazione era di gradi 22 e minuti 55; dai quali sottratta
l'elevazione, rimangono gradi 16 e minuti o scrupuli 35, i quali sottratti da
95, rimangono gradi 73, minuti 25. Ci fu fatto circa cinque o sei miglia
lontano dalla Nuova Zembla.
Di nuovo volto il corso al levante e navigando verso la tramontana d'ostro
siroco e siroco levante per cinque miglia, pervennero ad una longa punta, come
conio, alla quale diedero nome di Langene; e in quel conio o punta verso
levante era un gran seno, nel qual entrati con il copano andarono in terra, ma
non vi trovarono vestigio alcuno umano.
Tre miglia o quattro lontano da Langeres verso greco levante era un picciol
cantone o conio, e per un miglio lontano da quel cantone verso levante un gran
seno, e da levante di quel seno uno scoglio poco sopra acqua eminente; da
ponente pur di esso seno un colle acuto per una commoda veduta. Davanti a
questo seno era un fondo di venti braccia, e solo di piccioli e neri sassolini
di grandezza d'un pisello. Da Langenes fino al promontorio umile, detto capo
Basso, verso greco levante sono miglia quattro.
Da capo Basso fino al canton occidentale del seno detto Lombsbay verso 4 greco
levante sono cinque miglia, tra' quali sono due grand'archi. Lombsbay  un seno
grande dal cui lago occidentale  un nobil porto profondo sei, sette e otto
braccia, e sotto arena nera: quivi s'accostarono con la fregata, e vi posero
per segno un arbore vecchio che quivi trovarono. Questo seno di Lombsbay cos
chiamarono da una certa sorte di uccelli, chiamati lombs, de' quali quivi
trovaro copia grande.


Della navigazione fatta da Kildwin fino all'isola d'Urangia da Guglielmo di
Bernardo prima che tornasse dal primo viaggio, nella quale vi  il porto di
Lombsbay, cos detto da certi uccelli quivi in gran copia ritrovati, di corpo
grande, ma con picciolissime ale, che a pena si pu credere che li sostengano,
quali s'annidano in certe rotture di monti per assicurarsi dalle fiere e fanno
un solo ovo, n hanno alcun timore d'uomini.
Cap. II.

Il corno orientale del seno Lombsbay  basso e sconosciuto, al quale  vicina
una picciola isola distesa in mare; era oltre ci dalla parte di levante di
questo picciol corno un largo e ampio giro. E questo seno di Lombsbay  in
altezza di gradi 74 e un quarto.

Da Lombsbay al corno dell'isola alla quale diedero nome d'Admiralit fecero
vela verso quarto greco tramontana per sei o sette miglia; ma l'isola
dell'Admiralit  dal lato d'oriente brutta ma di lontano piana, e per longo
spazio da fuggirsi. Oltre di ci  molto ineguale, percioch in un tiro di mano
si trovava una profondit di dieci braccia e di l un altro solamente 6 e
subito dicono di 10, 11 e 12, e il flusso del mare faceva grandissimo strepito
negli scagni.
Dal lato orientale dell'isola della Admiralit al promontorio Nero navigarono
verso greco levante intorno cinque o sei miglia. Per un miglio oltre il
promontorio Nero era il fondo fangoso come in Panfio, alto 70 braccia; al
dirimpeto del promontorio Nero verso levante sono due aguzzi monti in quel
seno, facili da conoscere.
A' 6 di luglio, essendo il sole in tramontana, arrivarono al promontorio Nero
con tempo chiaro e sereno:  situato questo in gradi 75 d'altezza e 20 minuti.
Dal promontorio Nero fino all'isola di Guglielmo navigarono per sette o otto
miglia verso greco levante, dove ritrovarono una picciola isola, distanti l'una
dall'altra circa mezo miglio.
A' 7 di luglio partirono dall'isola di Guglielmo, e Guglielmo di Bernardo cerc
col suo astrolabio grande l'altezza del sole, la qual trov essere sopra
l'orizonte in quarto ostro garbino di gradi 55 e minuti 5, e la sua
declinazione di gradi 22 e minuti 49; la qual aggiunta a gradi 55 e minuti 5,
fanno in tutto gradi 75, minuti 54. Questa era la vera altezza del polo di
quella isola. Nell'istessa isola ritrovarono gran quantit di legni, che
andavano a seconda, e molti rosmari, da' marinari chiamati walruschen, animali
o mostri marini che hanno grandissimi denti, quali si adoprano in vece
d'avorio. Quivi anco  una buona stanza o porto per le navi, di dodeci o
tredeci braccia di fondo, guardato da ogni vento, eccetto che da garbino e
ponente. Quivi trovarono anco certi fragmenti d'una nave di Russia.
A' 8 di luglio ebbero vento da greco levante e tempo nubiloso.
A' 9 di detto mese navigarono alla Battaglia detta dell'Orso, sotto l'isola di
Guglielmo nel porto o stazione delle navi, dove ritrovarono un orso bianco,
qual veduto i marinari subito si ritirarono nel suo copano e con uno archibugio
lo passarono; nientedimeno l'orso mostr forze maravigliose, che quasi superano
quelle di qualsivoglia animale, e tali che non furono udite giamai n d'un
leone n di qualsivoglia altra ferocissima fiera. Percioch, quantunque fusse
passato dallo schioppo, levossi in piedi e smontando nell'acqua si mise a
nuotare, e i marinari nel battello vogando lo perseguitarono, e, gettatoli un
laccio al collo, tirandolo verso la nave si posero a vogar indietro, perch,
non avendo mai pi veduto un orso simile, si pensavano di poterlo tirar vivo in
nave, e quello poi condotto in Ollanda far alle genti per un mostro vedere. Ma
quegli in maniera tale esercit le sue forze, che riputarono sua gran ventura
essersi da lui liberati, contentandosi della sua pelle, percioch mand fuori
tai gridi e fece tanti sforzi che a pena si potrebbero riferire; onde
lasciandolo riposar alquanto e allentando la corda con la quale era legato, lo
tirarono cos pian piano per stancarlo, e Guglielmo di Bernardo talora con un
bastone lo percoteva, ma l'orso nuotando verso il coppano mise in quello una
zampa. Allora disse Guglielmo: "O vuol riposare un poco"; ma altro disegnava
l'orso, percioch con tal impeto si gett sopra il batello che gi era col
corpo mezo dentro, onde cos si sbigottirono che si misero a fuggir verso la
prora, e quasi che si gettarono nell'acqua, disperando della loro salute. Ma
furono da un maraviglioso caso liberati, imperoch la corda o laccio che gli
avevano gettato al collo si intric nelli gangheri del timone, s che non pot
passar pi avanti e cos fu ritenuto. Or quello cos intricato, uno de'
marinari, riprendendo animo e ritornando dalla prora verso lui, con una mezza
asta gli diede una spinta e fecelo ricadere nell'acqua, e cos vogando verso la
nave se lo rimurchiavano o strascinavano dietro, fin che a fatto perdette le
forze: allora poi ammazzandolo lo scorticarono, e ne portarono la pelle in
Amsterdam.


Dichiarazione dell'isola di Guglielmo, dell'isola della Croce, della rocca
dell'Orso, ove un orso bianco mostr maravigliose forze e ardire, poi che,
quantunque passato da banda a banda con l'arcobugio, mand quasi in ruina il
copano della nave, insieme con li marinari, se da un maraviglioso accidente non
fusse stato ritenuto ed essi liberati, i quali poi lo uccisero e gli cavarono
la pelle.
Cap. III.

A' 10 di luglio dalla Battaglia dell'Orso, isola di Guglielmo, fecero vela e
l'istesso giorno di mattina arrivarono all'isola della Croce, alla quale con la
fregata s'accostarono, ma trovarono quella molto sterile e sassosa. Quivi
trovato un picciolo porto, con essa fregata vi entrarono.  quest'isola longa
circa un miglio, da levante a ponente distesa, e ha dalla parte dell'occidente
una certa linguella di sasso lunga quasi la terza parte d'un miglio, e cos dal
levante ancora un'altra linguella di sasso similmente. Nella medesima isola vi
sono due gran croci, ed  distante da terra quasi due gran miglia; e sotto il
cantone orientale vi  un commodo porto per le navi di 26 braccia di fondo
fermo, e pi vicino al lito di 9 di fondo sabbioniccio.
Dall'isola della Croce fino alla punta di Nassovia navigarono verso levante e
4 levante greco per 8 miglia in circa.  questa punta bassa e piana, qual si
deve schifare, per che quivi sono delle secche per 7 braccia lontano dal
continente, ed  situata sotto a 76 gradi e mezo in circa.
Dal confin occidental dell'isola di Guglielmo fino all'isola della Croce vi
sono tre miglia, e bisogna drizzar il corso verso greco.
Dalla punta di Nassovia fecero vela verso quarto siroco levante e siroco
levante per cinque miglia, e allora parendo loro di vedere terra verso 4 greco
levante, navigarono verso l per cinque miglia, drizzando il corso verso greco,
per iscoprirla, percioch pensavano che fusse altra terra dalla parte
settentrionale della Nuova Zembla situata. Ma, levatosi un vento cos terribile
da ponente che era loro necessario calare il trinchetto, e rinforzando sempre
maggiore, bisogn subito serrar tutte le tele, e talmente era il mar conturbato
che, per lo spazio di sedeci ore continue, furono sforzati lasciarsi portare
per nove o dieci miglia verso greco levante.
Alli 11 di luglio la loro nave da carico dalla gran fortuna del mare fu
separata e perduta, ed e' portati senza vele drizzando il corso verso 4 siroco
levante per cinque miglia, essendo a pena il sole in siroco si volt il vento
da maestro e cominci la fortuna alquanto a cessare, ma per era l'aere molto
oscuro. Allor di nuovo inalzate le vele tornarono a navigare, sin che 'l sole
presso notte entr in 4 tramontana greco, per quattro miglia, dove era fondo
di 60 braccia fangoso, e cominciarono a scoprire pezzi di ghiaccio.
A' 12 di luglio si voltarono verso ponente, drizzato il camino verso maestro, e
navigarono per un miglio, spirando maestro; dipoi navigarono verso garbino per
gir a ricercar la nave da carico, per tre o quattro miglia, spesso rivolgendo
il corso. Poi si voltarono di nuovo alla via del vento e navigarono per quattro
miglia verso siroco, fin che 'l sole si trov in garbino: allora giunsero
appresso al continente della Nuova Zembla, la qual si estende da 4 levante
greco in garbino ponente; indi di nuovo si voltarono fino alla terza ora dopo
mezogiorno, per tre miglia, verso 4 tramontana maestro. Navigarono poi dalla
detta ora terza dopo mezogiorno fin che 'l sole fu in maestro, per tre miglia,
tenendo dritto verso 4 maestro tramontana; poi voltaronsi verso levante e
veleggiarono per quattro o cinque miglia verso 4 greco levante.
13 luglio di notte diedero in una gran quantit di ghiaccio, la qual poterono
veder dalla gabbia di lontano, che pareva che tutto il mare fusse di ghiaccio
coperto. Onde, voltandosi dal ghiaccio all'occidente, caminarono circa quattro
miglia tenendo il camino verso garbino, fin che 'l sole pervenne in 4 levante
greco, e si videro il continente della Nuova Zembla allo incontro verso ostro
siroco; dipoi, voltandosi di nuovo verso tramontana, navigarono fino che 'l sol
arriv a siroco levante per due miglia, e di nuovo diedero in molti ghiacci;
poi veleggiando tennero il corso verso 4 garbino ponente per tre miglia.
14 di luglio di nuovo si volsero a tramontana, e, veleggiando con due vele sole
verso 4 tramontana greco e greco tramontana per cinque o sei miglia, fino
all'altezza e gradi 77 e un terzo, di nuovo diedero nel ghiaccio, il qual
occupava cos largo spazio quanto con l'occhio si poteva mirare. Gettato lo
scandaglio per 100 braccia, non si trov fondo alcuno, e spirava un maestro
gagliardo. Indi voltandosi verso ostro, fecero vela verso ostro garbino per 7 o
8 miglia, e di nuovo ritornarono presso il continente, il quale si pot
conoscere da 4 o 5 molto alti monti; allora, voltandosi di nuovo al
settentrione, fecero vela fino al vespro verso tramontana per sei miglia, ove
tornarono un'altra volta a dar nel ghiaccio. Indi tornando a voltarsi all'ostro
fecero vela verso 4 garbin ostro, tenendo il corso per sei miglia, e ancora
diedero nel ghiaccio.
15 luglio, voltatisi ancora verso ostro e tenendo l'istesso corso di prima per
sei miglia ancora, tornarono al continente della Nuova Zembla, essendo la
mattina il sole in greco. Poi tornando a voltarsi a tramontana, veleggiarono
verso 4 tramontana greco, drizzando il corso per sette miglia, e pur diedero
nel ghiaccio.
Poi alli 16 del detto tornando verso ostro, sendo il sole presso ponente,
drizzando il corso verso garbino e ostro garbino, caminarono per otto o nove
miglia.
17 detto, volti a tramontana, fecero vela verso 4 tramontana greco per miglia
4, dipoi tenendo il viaggio al ponente verso 4 garbino ponente per miglia 4 e
verso maestro tramontana. Di nuovo poi voltossi il vento in tramontana,
portando un grandissimo freddo; allora, voltisi al levante, fecero vela fino a
mezod verso levante per tre miglia, e poi verso 4 siroco levante altri tre
miglia.
Indi voltandosi di nuovo a greco tramontana, presso la notte feron vela verso
4 greco tramontana per miglia 5, sino a' 18 di luglio la mattina, e navigando
verso 4 tramontana maestro per 4 miglia diedero in grandissima quantit di
pezzi di ghiaccio, che ci fu bisogno voltarsi all'ostro. E gettato lo
scandaglio, sendo vicini al ghiaccio, per 150 braccia, non si trov fondo.
Navigando poi circa due ore verso siroco e siroco levante con tempo nubiloso,
pervennero ad un mar di ghiaccio, che con la vista degli occhi non si pot
oltrepassare, non spirando vento alcuno, ma stringendoli il freddo; e navigando
poi lungo il ghiaccio quasi per due ore, gli coperse una cos folta nebbia che
non poteano vedere ci che avevano d'intorno, e furon portati per due miglia
verso garbino. Il giorno medesimo Guglielmo di Bernardo tolse l'altezza del
sole col suo astrolabio, e trov esser il polo elevato 77 gradi e un quarto; e
navigando verso ostro per sei miglia, si videro all'incontro il continente
verso ostro.
Poi fecero vela fino alli 19 di mattina verso garbino per sei o sette miglia,
spirando maestro, con tempo nubiloso. Indi tirando il camino verso garbino e 4
ponente garbino per sette miglia, sendo l'altezza del sole gradi 77 meno 5
scrupuli, dipoi navigando ancora per due miglia verso garbino, giunsero per
mezzo il continente della Nuova Zembla, intorno al promontorio di Nassovia.
Indi volgendosi di nuovo a tramontana e verso l il corso tenendo per otto
miglia, spirando vento da maestro e con aere nubiloso, e alli 20 ancora di
luglio di mattina tenendo il viaggio verso greco tramontana, per tre o quattro
miglia, e ritrovandosi il sole circa l'oriente, di nuovo volgendosi al ponente,
fecero vela fino a notte, tenendo il viaggio verso garbino per 5 o 6 miglia con
tempo nubiloso, e dipoi verso 4 ostro garbino per sette miglia, fino alli 21
di mattina.
Dipoi volto il corso di nuovo a tramontana, fecero vela dalla mattina fino a
sera verso maestro ponente per nove miglia, con tempo nubiloso, e verso 4
maestro tramontana per tre miglia; e tornato ancora il corso all'ostro, fecero
vela fino alli 22 di luglio di mattina verso ostro garbino per tre miglia a
cielo nubiloso, e dipoi fino a notte verso 4 garbin ostro per 9 miglia sempre
con aere nubiloso.
Allora voltato ancora il corso a tramontana, navigarono verso 4 maestro
tramontana per tre miglia, e per due verso 4 tramontana maestro. Allora
voltossi il vento da maestro, la mattina 23 di luglio, e calarono lo scandaglio
per 48 braccia, e trovarono fondo fangoso. Poi fecero vela per due miglia verso
tramontana e 4 tramontana greco, e altri due miglia verso greco, avendo fondo
di 46 braccia; e voltandosi a ponente fecero vela verso 4 ponente maestro, per
sei miglia, con fondo fangoso di 46 braccia.
Dipoi voltato il corso a levante, fu fatto vela verso 4 levante greco per tre
miglia, e 9 o 10 verso levante e 4 sciroco levante, e di nuovo 5 o 6 miglia
verso l'istesse parti del cielo, e 5 o 6 verso 4 siroco levante, fino a notte,
24 luglio; dipoi per quattro miglia verso 4 levante siroco, spirando greco
levante.
Poi volto di nuovo il corso verso tramontana, facendo vela fino alla mattina 25
di luglio verso tramontana e 4 tramontana maestro, per quattro miglia,
trovarono 130 braccia di fondo fangoso; e pi oltre andando verso tramontana
trovarono fondo di 100 braccia, e videro il ghiaccio verso greco. E passati
ancora per due miglia verso 4 tramontana maestro, si volsero di nuovo verso
ostro e verso il ghiaccio, e facendo vela per un miglio verso siroco e poi al
settentrione verso tramontana per sei miglia, diedero in pezzi di ghiaccio
tanto spessi che rimanevano da quelli circondati, n dalla gabbia potevano
veder il fine d'esso ghiaccio, e, facendo pur sforzo contra quello, non lo
poterono mai superare. Perci verso la sera rivolsero di nuovo il corso verso
ostro, e dietro il ghiaccio fecero vela verso 4 garbin ostro per cinque
miglia, e altri tre verso d'ostro siroco.

25 di luglio verso la notte, sendo il sole vicino all'occaso tra greco
tramontana e 4 greco tramontana, fu tolta la sua altezza sopra l'orizonte e fu
di sei gradi e un sesto. La sua declinazione era di gradi 19 e minuti 50, da'
quali sottratti sei e un sesto, rimangono gradi 12 e minuti 5, li quali
detratti di 90, restano 77 meno 5 minuti.
26 detto fecero vela la mattina, fin che 'l sole fu in garbino, per sei miglia
verso siroco, e per altri sei miglia tenendosi verso ponente garbino,
arrivarono presso la Nuova Zembla intorno un miglio; e poi, volto il corso dal
continente, fecer vela per cinque miglia verso 4 tramontana maestro con vento
da levante. Ma presso la notte voltato di nuovo il camino all'ostro, navigando
verso 4 di ostro siroco per sette miglia, furon condotti presso al continente;
allora voltandosi a tramontana veleggiarono per due o tre miglia verso greco, e
indi all'ostro volgendosi verso ostro siroco per due o tre miglia, ritornarono
al continente presso il promontorio di Consolazione. Allora voltandosi dal
continente verso greco circa un miglio, furono portati nelli scagni in fondo di
quattro braccia tra gli scogli e 'l continente, dove  altezza di 10 braccia,
il fondo  di sassolini neri; e facendo vela per un pezzo verso maestro,
trovarono di nuovo fondo di quarantatre braccia fermo e saldo.
27 detto facendo vela di l verso greco, spirando siroco, per quattro miglia si
voltarono all'ostro, dove trovarono fondo di 70 braccia cretoso, e navigando
per quattro levante siroco per quattro miglia, pervennero ad un grand'arco. Un
miglio e mezzo di l, era uno scanno di 18 braccia, con fondo cretoso e
sabbioniccio. Tra lo scanno e 'l continente era fondo di 50 e 60 braccia, e la
riviera si estendeva da oriente ad occidente secondo la bussola.
Verso notte voltandosi alla tramontana, fecero vela verso greco per tre miglia,
con cielo or chiaro or nuvoloso, intorno alla notte sereno. Di modo che
Guglielmo di Bernardo misurando l'altezza del sole col suo astrolabio lo
ritrov alto sopra l'orizonte gradi 5 e minuti 40, e la sua declinazione era
gradi 19, minuti 25, da' quali sottrato la elevazione di gradi 5, minuti 40,
restavano gradi 13, minuti 25; qual numero detratto da 90, fu trovata l'altezza
del polo gradi 76, minuti 31. E caminando verso greco tramontana per tre
miglia, fino a' 28 di luglio, e voltando verso ostro per sei miglia verso ostro
siroco, si trovarono ancora esser lontani dal continente tre o quattro miglia.
28 luglio, ricercata l'altezza del sole con l'astrolabio, fu trovata di gradi
57, minuti 6 sopra l'orizonte, la sua declinazione gradi 19, minuti 18, quali
sumando fanno gradi 76, minuti 24. Ci occorse intorno 4 miglia lontano dalla
Nuova Zembla, la qual si vedeva tutta coperta di neve, al cielo sereno e
soffiando levante. Poi, quando il sole era in garbino, voltandosi a tramontana
e verso greco, veleggiando circa un miglio, e voltatisi per un altro miglio
verso siroco, ritornarono verso tramontana per quattro miglia, caminando verso
greco e 4 greco levante. Presso vespero, l'istesso giorno fu trovata l'altezza
del sole gradi 76, minuti 24. E caminati ancora per tre miglia verso greco, e
poi verso quarto greco levante per quattro miglia, di nuovo urtarono nel
ghiaccio a' 29 di luglio
Nel qual giorno di 29 luglio, ricercata l'altezza del sole con l'astrolabio e
quadrante, fu trovata esser sopra l'oriente gradi 32, la sua declinazione di
gradi 19, li quali sottratti dall'altezza, rimangono gradi tredici
dall'equatore; sottratti quei 13 da 90, restano 77. Allora era loro dirimpetto
verso oriente l'estrema punta settentrional della Nuova Zembla, chiamata punta
o capo del Ghiaccio. Quivi trovarono certi sassolini lucidi come l'oro, che per
ci li nominarono d'oro; quivi anco  un bel seno con fondo arenoso.
L'istesso giorno voltandosi all'ostro e caminando per due miglia verso 4
siroco ostro fra il continente e il ghiaccio, dipoi della parte di levante
della punta del Ghiaccio fatto camino per sei miglia fino all'isole d'Orangia,
torcendo il corso tra 'l continente e il ghiaccio, sendo l'aere tranquillo e
piacevole, vi arrivarono alli 31 del detto. Ad una delle quali accostati,
trovarono circa dugento mostri marini, ch'essi chiamano walruschen e Olao Magno
rosmari, che si volteggiavano al sole per l'arena. Sono questi mostri o belve
marine assai maggiori de' buoi, le quali vivono anco in mare, e armate d'un
cuoio, come le foche o balene, o con corto pelo, con faccia leonina: per il pi
abitano sopra il ghiaccio. Hanno quattro piedi, ma non hanno orecchi, e con
difficult si ammazzano, se non si pestano e frangono loro le tempie.
Partoriscono uno o due figliuoli alla volta. Se per caso sono scoperte da
pescatori sopra il ghiaccio con li suoi figliuoli, gettano prima quelli
nell'acqua e poi, saltandovi anch'esse dentro, gli ripigliano in braccio, e
cos, or attuffandosi, or fuori dell'acqua ergendosi, se ne fuggono. Che se
vogliono far resistenza, deposti gi i figliuoli, con grand'impeto e forza
nuotano e assaltano le barche, come una volta, con non picciolo pericolo e
spavento, provarono i nostri.


De' rosmari, mostri marini molto gagliardi efieri, che voltano talora sossopra
le barche de' pescatori, e d'un combattimento fatto da' marinari con forse
dugento di cotale bestie ridotte sopra l'arena al sole; intorno alle quali
guastarono e spezzarono tutte l'armi, n ve ne poterono uccidere pur una, onde
risolvendosi di gir a prender l'arteglieria per conquistarle, fu loro dalla
fortuna di mare vietato.
Cap. IIII.

Percioch uno di questi rosmari aveva quasi posti i denti nella puppa della
barca per tirarla a s, ma, inalzato da' nostri un grido, si part impaurito,
tornando a pigliar in braccio i suoi figliuoli. Hanno due denti che gli
avanzano dall'uno e l'altra parte della bocca, longhi circa un braccio,
apprezzati non meno dell'avorio, spezialmente in Moscovia e Tartaria e in quei
luoghi circonvicini dove sono conosciutti: e sono n pi n meno bianchi, duri
e lisci come l'avorio. Or giudicando i marinari che questo branco di bestie
cos volteggiantisi per l'arena non potessero cos bene in terra diffendersi,
gli assaltarono per far acquisto de' lor denti; ma cominciando a ferirli
ruppero tutte le spade, lance e accette o menare e ogni sorte di arme, n pur
uno ne poterono uccidere: ad uno solo gli gettarono un dente di bocca, qual si
portarono via. Non avendo adunque da questo combattimento potuto conseguir cosa
alcuna, si deliberarono di tornar in nave per tor fuori gli archibugi e
artiglieria e con quella combatter questi animali, ma levossi un vento cos
grande che cominci a rompere il ghiaccio in pezzi grandissimi, s che furono
sforzati abbandonar quella impresa.
Quel giorno istesso trovorono un grand'orso bianco che dormiva, il quale con un
arcobugio passarono da un canto all'altro; nientedimeno fuggendo si gett
nell'acqua, ma i marinari perseguitandolo con la barca lo ammazzarono, e
tiratolo sopra il ghiaccio, ficcata in esso ghiaccio forte una mezz'asta, a
quella saldo l'alligarono, con intenzione di portarlo via di l quando fussero
tornati con l'artiglieria ad espugnar i rosmari. Ma rinforzando sempre maggiore
il vento, e cominciandosi a spezzar il ghiaccio, non fu fatto altro.
Ma alla fine essendo Guglielmo di Bernardo (il quale, come s' detto, a' 5 di
giugno 1594 aveva fatto vela da Tessella e a' 23 del medesimo mese era giunto a
Kildwin in Moscovia, e indi drizzando il camino alla parte settentrionale della
Nuova Zembla col successo che abbiamo raccontato) arrivato il primo d'agosto
all'isola di Orangia; nientedimeno vedendo che con le fatiche prese
difficilmente poteva condur a fine la incominciata navigazione, tanto pi che
ai marinari cominciava ad increscere la lunghezza del tempo, n desideravano
andar pi oltre, parvegli ispediente di tornar adietro e tornar alle altre
navi, che avevano dirizzato il camino verso Weygats, overo golfo di Nassovia,
per intender che sorte di passaggio avessero per di l ritrovato.

Augustus 1594.

E perci il primo d'agosto, partendosi dall'isola d'Orangia, voltarono il corso
e navigarono per sei miglia verso ponente e 4 garbin ponente fino alla punta o
canton del Ghiaccio; dalla detta punta al promontorio di Consolazione, verso
ponente e alquanto di ostro, per 30 miglia. Tra questi luoghi  molto alta la
terra, ma il promontorio di Consolazione  basso, e nel suo fianco occidentale
sono quattro o cinque neri colli a guisa di tugurii da villani.
Il 3 d'agosto, volti dal promontorio detto a tramontana, navigarono per 8
miglia verso maestro tramontana; sul mezzogiorno poi voltandosi all'ostro,
veleggiarono fino a notte verso 4 garbin ostro e ostro garbin, e giunsero
all'umil angolo del promontorio di Nassovia. Verso notte di nuovo volti al
settentrione, fecero vela verso 4 tramontana greco per due miglia, e
voltandosi il vento da tramontana, perci voltati verso ponente caminarono
verso maestro tramontana per un miglio.
Ma cambiato il vento in levante, fecero vela il 4 d'agosto da mattina fino a
mezogiorno verso 4 ponente maestro per cinque o sei miglia, e per cinque
miglia ancora fino a notte verso garbino; poi di nuovo due miglia verso
l'istesso garbino, e giunsero ad un luogo basso, nel cui lago orientale v'era
un segno bianco.
5 del detto si fe' vela verso ponente garbino per 12 miglia, e verso garbino
per 14, e altri tre ancora verso ponente, fino al 6 d'agosto.
6 d'agosto si volse verso ponente garbino per due o tre miglia, e verso garbino
e 4 ostro garbino per 4 o cinque miglia, e verso il medesimo per tre miglia e
ancora tre altri verso l'istesso, e di nuovo verso ponente garbino e 4 ostro
garbino per tre miglia, fino al settimo del detto.
7 detto fin mezzod si navig verso ponente garbino per tre miglia e tre verso
ponente; dipoi voltati verso ostro, fino a notte, verso siroco e 4 levante
siroco per tre miglia, e verso garbin per due, e tre miglia ancora verso ostro,
sino a otto del detto di mattina, con vento da ostro garbino.
8 detto fecero vela verso 4 ostro siroco per dieci miglia; il qual corso
seguendo, fino a sera, per cinque miglia, giunsero ad una terra bassa distesa
verso ostro garbino e 4 greco tramontana. Il qual corso seguirono ancora per
cinque miglia, e per due miglia sopra quel continente era fondo di 30 braccia e
d'arena nera; e caminando verso il continente, con fondo di 12 braccia, mezo
miglio discosto dal continente era il fondo sassoso. Di l verso ostro per tre
miglia si estende il continente, fino ad un altro basso cantone od angolo,
presso al quale era un scoglio nero; e di l ancora si stende verso ostro
siroco, per altri tre miglia, fino ad un altro angolo, presso al quale era una
picciola isola, e circa mezzo miglio lungi dal continente era piana e il fondo
8, 9 e 10 braccia: alla qual isola demmo il nome di Nero, perch tale era la
superficie della terra. Allora levossi una molto folta nuvola, onde seguitando
il vento navigarono per tre miglia verso ponente maestro, ma fatto sereno
voltaronsi di nuovo verso il continente: essendo il sole in ostro, ritornarono
presso alla istessa isola Nera, veleggiando per siroco. Quivi misur Guglielmo
l'altezza del sole e la trov 71 grado e un terzo. Ove trovarono uno
grand'arco, il qual Guglielmo giudic che fusse quello dove prima fu Olivier
Brunello, chiamato Constinsarch.
9 d'agosto caminarono dalla isola Nera per tre miglia verso ostro e 4 siroco
ostro, fino ad un altro arco, al quale per una croce in lui trovata diedero
nome di punta o canton della Croce. Qui ancora trovarono un seno molto piano,
il cui guado era di 5, 6, 7 braccia, il fondo di rena soda e ferma. Dalla punta
della Croce, caminando lungo il lito verso ostro siroco per miglia 4,
pervennero ad un altro angolo ignobile, dietro del quale verso levante steso
era un largo giro: a questo diedero nome del Quinto promontorio, overo di San
Lorenzo. Dal Quinto angolo veleggiando alla punta del Propugnacolo, verso ostro
siroco per tre miglia, trovarono un lungo scoglio nero vicino al continente,
sopra il quale era posta una croce, e di nuovo diedero nel ghiaccio, per il
qual schivare si allargarono in mare.
Avevano disegnato di veleggiare lungo il lito della Nuova Zembla verso Weygats,
ma, avendo dato nel ghiaccio, voltandosi all'ostro a' 9 d'agosto verso sera
fecero vela, fino alli 10 di mattina, verso 4 ponente maestro per undeci
miglia, e altri quattro ancora verso ponente maestro e verso 4 maestro
ponente, con vento da tramontana. A mezzogiorno di nuovo volti a levante,
fecero vela verso levante e 4 siroco levante fino a notte per dieci miglia, e
altri quattro pur per l'istesso vento; ove viddero il continente, ed entrando
nel seno col battello s'accostarono al continente, e trovarono un bel porto di
5 braccia di fondo arenoso. Questo seno ha nel lato settentrionale tre angoli
neri; nel terzo  un ricetto di navi, il qual per si deve fuggire per esser
pieno di scogli, e tra il secondo e terzo angolo v' un altro bel seno, difeso
da' venti di maestro, di tramontana e di greco; il suo fondo  nero e arenoso.
A questo seno diedero nome di San Lorenzo, dove fu trovata l'altezza del sole
70 gradi e un sesto.
Dal seno di San Lorenzo alla punta del Propugnacolo fatto vela verso siroco per
due miglia, fu trovato un picciolo basso e nero scoglio vicino al continente,
nel quale era piantata una croce, e condotti col copano al continente, vi
trovarono pi indizii d'uomini, li quali vedutili si erano fuggiti; percioch
qui trovarono sei sacchi pieni di farina in terra ascosi e un grumo di pietre
presso la croce, e di l ad un tiro d'arcobugio un'altra croce, con tre case di
legno fatte all'uso de' Settentrionali, nelle quali case anco trovarono molte
doghe di barili, onde fecero congiettura che qui si facesse la pescagione de'
pesci salmoni. Quivi anco furono trovate cinque casse o sepolture piene d'ossa
di morti, che erano distese l sopra terra coperte di sassi; quivi anco
trovossi rotta una nave di Russia, la sentina della quale era longa piedi 44,
ma non poterono veder uomo alcuno. A questo bel porto, difeso da ogni vento,
diedero nome di porto della Farina, per la farina quivi ritrovata.
Dallo scoglio nero, nel quale era la croce, lontana due miglia verso ostro
siroco era una picciola isola distesa alquanto in mare, dalla qual fecero vela
verso ostro siroco per nove o dieci miglia, essendo il sole in ostro garbino,
la cui altezza a' 12 d'agosto fu trovata di gradi 70, minuti 50. Da
quest'isola, radendo il suo lido, navigarono per 4 miglia verso 4 levante
siroco e giunsero a due altre picciole isole, delle quali la pi in fuori era
lontana dal continente un miglio: questa chiamarono l'isola di Santa Chiara.
Poi di nuovo ancora dando nel ghiaccio ritornarono in mare, accommodandosi al
vento; e facendo vela fino a notte, drizzando il camino verso garbino per
quattro miglia, facendo vento da maestro, verso la notte il cielo s'annubil
del tutto, e trovarono fondo per ottanta braccia. E tornando a far vela verso
4 ponente garbino e garbino per tre miglia, trovarono fondo di 70 braccia, e
continuarono il corso fino alla mattina 13 d'agosto verso 4 ponente garbino
per 4 miglia, avendo trovato due ore avanti fondo di 56 braccia, e la mattina
45 e fondo fangoso.
Dipoi pigliando il corso fino a mezzogiorno verso garbino per sei miglia,
trovarono fondo nero arenoso di 24 braccia, e un'ora dopo d'arena nera, braccia
per 22; e passati ancora sei miglia verso l'istesso vento, d'arena rossa per
15, e per altri due miglia di 15 ancora e d'arena rossa. Allora si vide il
continente, e servando l'istesso corso fino a notte, quando furono un miglio
discosti da terra, fu trovato il fondo arenoso di 7. Era quel continente
ignobile, e avea un argine basso tirato da oriente ad occidente. Poi, volto il
corso da terra, fecero vela per quattro miglia verso tramontana e 4 tramontana
greco, indi volto il corso verso il continente e caminando fino a' 14 d'agosto
per 5 o 6 miglia verso garbin presso il continente, qual conobero esser l'isola
Colgoien; indi fecero vela lungo la terra verso il levante per 4 miglia, dipoi
verso levante e 4 siroco levante per 3 miglia. Levossi una nebbia cos folta
che gli tolse la vista di terra, e l'acqua era di altezza solo 7 e 8 braccia,
onde, serrata la vela della gabbia, si lasciarono a discrezion del vento, fino
che la nebbia si dissolvesse; n sendo ancora il sole in ostro garbino, volendo
vedere il continente, trovarono l'altezza dell'acqua 100 braccia e fondo
arenoso.
Indi fatta vela verso levante per sette miglia, poi verso siroco e 4 levante
siroco per due miglia, e fino a' 15 d'agosto di mattina per 9 miglia verso
siroco, e tenendo l'istesso corso dall'aurora fino a mezzogiorno per 4 miglia,
vennero sopra un scanno 9 o 10 braccia alto di fondo arenoso, n poteron vedere
il continente. Intorno la 2a ora avanti il mezzogiorno, cominciarono ad aver
maggior fondo, cio di 12 o 13 braccia, e fu fatto vela verso siroco per tre
miglia fino che il sole fu visto in garbino. Sendo adunque il sole in garbino,
l'istesso giorno misur Guglielmo di Bernardo la sua altezza e trovollo elevato
sopra l'orizonte 35 gradi; la sua declinazione era 14 gradi e un quarto; vi
mancavano 55 gradi a fornir li 90, i quali uniti fanno gradi 69, minuti 15.
Questa fu l'altezza del polo, e il vento era da maestro, col quale caminati
altri due miglia verso levante, vennero all'isola Matfle e Delgoy. Poi la
mattina diedero nelle altre navi compagne, cio la zelandica e l'enchusana, le
quali l'istesso giorno erano venute d'Weygats, e narrarono ognuno fin dove
erano arrivati.
Gli Enchusani avevano passato Weygats e dicevano aver trovato, oltre lo stretto
d'Weygats, uno spazioso mare e aver in quello navigato verso levante 50 overo
60 miglia, talch giudicavano esser arrivati fino intorno alla lunghezza del
fiume Obi, che esce di Tartaria, e che 'l continente della Tartaria di nuovo si
stendeva verso greco; onde facevano congiettura d'essere stati poco lontani dal
promontorio Tabin, il quale  l'estremo della Tartaria, voltandosi indi verso
il regno del Cataio verso siroco e poi all'ostro. E parendo loro d'aver
scoperto assai ed esser tempo omai di ritornare, sendo stato dato loro
commissione solamente di cercar commodit di passare e che tornassero a casa
avanti il verno, perci erano tornati verso lo stretto di Weygats, ed esser
capitati in una isola larga intorno cinque miglia verso siroco d'Weygats e al
lato di Tartaria, a cui diedero nome isola degli Ordini, nella quale avevano
ritrovato molte pietre di cristallo nativo, che somigliavano una spezie di
diamanti.
Essendosi adunque ritrovati insieme, come s' detto, per segno d'allegrezza
scaricarono l'arteglieria; ma giudicavano che Guglielmo di Bernardo, avendo
circondata la Nuova Zembla, fusse per lo stretto d'Weygats ritornato.
Communicato adunque fra di loro ci che avessero osservato, e dati segni della
commune allegrezza, si accordarono e s'apparecchiarono al ritorno.


Della riunione delle navi presso Weygats, cio di quella di Guglielmo di
Bernardo con la sua fregata, che veniva da tramontana dalla Nuova Zembla, con
la zelandica ed enchusana da Weygats; e come rivolgono il corso verso casa, non
essendo stato per altro ispedite che per scoprire il sito, la lunghezza e lidi
del mare di Tartaria.
Cap. V.

Alli 16 d'agosto giunsero alla stazione delle navi sotto l'isole Matfle e
Delgoy, perch spirava vento da maestro, e qui si fermarono fino alli 18.
Alli 18 fecero vela verso maestro, drizzando per il corso verso 4 ponente
maestro per 12 miglia, poi verso 4 garbin ponente per sei miglia, e da maestro
furono spinti in uno scanno a pena d'altezza di cinque braccia; poi verso la
notte voltandosi verso tramontana, fecero vela verso greco levante per sette od
otto miglia. Ma tirando vento da tramontana, volgendosi di nuovo a ponente,
fecero vela fino a' 19 del detto di mattina verso ponente per due miglia, e
ancora per due miglia verso garbino, e un'altra volta ancora per due miglia
verso siroco.
Indi di nuovo volti a ponente navigarono fino a notte con bonaccia, ma,
levatosi un vento da levante, drizzarono al principio il corso verso maestro e
4 maestro ponente per sei o sette miglia, avendo altezza d'acqua per braccia
12, e poi fino a' 20 d'agosto di mattina seguendo l'istesso corso per 7 miglia,
spirando levante, e altri sette ancora, e verso maestro per 4 miglia, e dipoi
con bonaccia condotti fino a notte. E dipoi fatta vela verso maestro e 4
maestro ponente per sette miglia, urtarono la notte in secche di 3 braccia di
fondo presso il continente, e costeggiando il lito per un miglio, nel principio
verso tramontana, poi per tre miglia verso maestro, s'inalzava il continente in
monti arenosi e in scoscese punte.
Nientedimeno seguitarono il loro corso lungo il lito, con fondo di 9 o 10
braccia, fino a mezogiorno 21 agosto, verso maestro per cinque miglia: allora
la punta occidentale del continente, detta Candinaes, era loro in faccia verso
maestro, per distanzia di 4 miglia. Indi fecero vela per 4 miglia verso maestro
e per altri 4 verso 4 tramontana maestro, e poi per tre altri miglia verso
maestro e quarto tramontana maestro, e ancora per quattro miglia verso maestro,
fino a' 22 d'agosto.
22 d'agosto di mattina fu fatto vela verso maestro per sette miglia, e
continuato il corso verso maestro e 4 maestro ponente fino a notte per 15
miglia, spirando tramontana; dipoi per altri 8 miglia verso maestro, e poi,
servato il medesimo corso, fino alli 23 d'agosto per undeci miglia.
L'istesso giorno a mezzod era l'elevazion del sole sopra l'orizonte gradi 31 e
un terzo, mancavano 58 gradi con due terzi di 90; aggiungendo adunque la
declinazion di 11 gradi e due terzi a 58 gradi e due terzi, fu l'elevazion del
polo a punto gradi 70 e un terzo.
Dipoi fatto vela verso maestro e 4 maestro ponente fino a notte per otto
miglia, e verso quarto maestro ponente e maestro per cinque miglia, e ancora
fino alli 24 d'agosto di mattina verso quarto maestro tramontana per sei
miglia, e dipoi verso ponente e garbino per tre miglia, giunsero presso l'isola
chiamata Wachruysen alla stazione delle navi.
La navigazione fatta da Wachruysen verso qua, sendo assai nota, non abbiamo
giudicata necessaria da scrivere, se non che partirono di l insieme per tornar
a casa; per tanto navigarono in conserva fino a Tessela, di donde la nave
ollandica pass pi oltre, ma Guglielmo di Bernardo con una fregata ai 6 di
settembre, l'istesso giorno delle feste, arriv inanzi ad Amsterdam, e
l'enchusana ad Enchusa, di donde erano state ispedite. I marinari di Guglielmo
di Bernardo portarono fino nella citt di Amsterdam lo rosmaro, mostro marino
di maravigliosa forma, il quale sopra un pezzo di ghiaccio avevano preso e
ucciso.

Il fine della prima navigazione.



Brevissima narrazione della seconda navigazione, che fu fatta l'anno 1595.



Oltra la Norvegia, Moscovia e Tartaria, verso i regni del Cataio e della China.
Cap. I.

Dopo che furono ritornate le preddette quattro navi l'anno 1594 nel mese di
settembre, si prese grandissima speranza di poter condur a fine la cominciata
navigazione per lo stretto d'Weygats, spezialmente per la relazione di quelli
che andarono sopra la nave zelandica ed enchusana, della quale era capitano
Giovanni Hugone di Linsohoten, il quale narrava tutto il successo pi
diffusamente; di modo che i potenti ordini delle provincie confederate, insieme
con l'illustrissimo prencipe d'Orangia, deliberarono al far della primavera di
mettere all'ordine alquante navi, non solamente come nella prima navigazione
per investigare e aprire la strada al levante, ma per condurvi anco delle
mercanzie che i mercanti, secondo che loro fusse paruto commodo, avessero sopra
quelle caricate, aggiungendoli soprastanti che avessero a distribuire in quei
luoghi dove arrivassero quelle merci libere ed esenti da nolo e ogni sorte di
gabella. Pietro Planco, cosmografo famoso, fu uno de' principali che promosse
questa navigazione, e che diede loro in scritto e limit l'ordine preciso del
camino che aveano a tenere, insieme col disegno delle riviere, delle regioni di
Tartaria, del Cataio e della China; ma quel che si debba intorno a ci
giudicare ancora non si pu bene sapere, perch le tre navigazioni gi fatte
non sono state condotte a quel fine che si desiderava, percioch le strade da
lui designate non si poterono del tutto osservare, per certi impedimenti che
per la scarsezza del tempo non si poterono levare. Che mo' certi vogliano
inferire che la impresa sia difficile, anzi impossibile, allegando con autorit
di certi autori antiqui che dall'una parte e dall'altra del polo per pi di 305
miglia, il mare non sia navigabile, ci si dimostra chiaramente esser falso,
percioch il mar Bianco e anco pi appresso il polo si naviga e vi si esercita
la pescagione contra l'opinione di tutti gli antichi scrittori: anzi, dove non
si naviga ora che a quelli non fusse incognito? Cos ancora non sarebbe
maraviglia, s come anco nel principio della prima navigazione abbiamo detto,
se dall'una e l'altra parte del polo artico per 23 gradi fusse l'istesso freddo
che  sotto il polo stesso, bench ancora non sia stato ben conosciuto. Chi
crederebbe che ne' monti Pirenei e nelle Alpi, che si stendono per la Spagna,
per la Francia, per l'Italia e per la Magna, fosse cos eccessivo freddo che
quivi la neve mai si disfacesse, essendo molto pi vicine al sole che queste
provincie belgiche, situate presso il mare Artico? Onde nasce quel rigor cos
grande ne' monti? Non altronde certo che dalla profondit delle valli, nelle
quali la neve  tanto alta, che 'l sole non pu penetrar cos basso per
l'altezza de' monti, che tengono i raggi del sole da quelle lontani. Cos
ancora, per mia opinione, aviene del ghiaccio che si trova nel mare di
Tartaria, chiamato anco il mar del Ghiaccio, intorno la Nuova Zembla, nel quale
il ghiaccio che da' fiumi di Tartaria e del Cataio in quello scorre non pu per
la quantit grande dileguarsi, e perch il sole sopra quei luoghi non s'inalza
molto, non pu dar tanto calore che si possa cos facilmente disfare. E questa
 la cagione per la quale quivi duri sempre il ghiaccio, s come la neve ne'
predetti monti di Spagna, e cos rende maggior freddo che nel mare aperto pi
vicino al polo. Ma ci sia detto per modo di discorso, perch, non essendo
ancor stato scoperto, non pu esser cos certo come se fusse stato conosciuto.
Ma vegniamo oggimai alla narrazione della seconda navigazione verso il polo
artico.
L'anno 1595 dagli ordini generali di queste provincie confederate e
dall'illustrissimo prencipe Maurizio, come general di mare, furono messe in
punto sette navi per far vela per il mare o stretto d'Weygats o di Nassovia al
regno del Cataio e della China: due in Amsterdam, due in Zelandia, due in
Enchusa e una a Roterodam; sei delle quali furono caricate d'ogni sorte di
merce e di denari, aggiungendo loro agenti ad esercitar la mercanzia. Alla
settima, che fu una fregata, fu dato commissione che, quando le altre navi
avessero passato il promontorio Tabin, che tiene l'ultima punta della Tartaria,
overo gli fussero tanto vicine che potessero voltar il camino verso l'ostro, e
che avessero superato tutti i ghiacci, se ne ritornasse adietro e ne riportasse
la nuova di tal viaggio. Ond'ora io, come quello che fui in persona sopra la
nave di Guglielmo di Bernardo, che era il patron maggiore, e Giacopo
Heinscherch, principal legato o commissario, descriver puntualmente la
navigazione che facemmo e 'l corso che tenimmo, come ho fatto anco dell'altra
navigazione.
Primieramente adunque, fatta la rassegna davanti Amsterdam e dato da noi debito
giuramento, facemmo vela a' dieciotto di luglio verso Tessela, per congiungerci
con le altre navi, che dovevano in tal determinato giorno quivi trovarsi, e col
nome del Signore cominciar la nostra navigazione.

Luglio 1595.

A' 2 di luglio intorno al levar del sole partimmo da Tessela, tenendo il corso
per 4 tramontana per sei miglia in circa; dipoi fatto vela verso 40 maestro
fino a' 3 del detto all'altezza (secondo la congiettura) di gradi 55 per miglia
18, e poi con ponente maestro e 4 maestro per lo pi tranquillo verso ponente
e 4 di garbino ponente fino a' 4 del detto di mattina circa quattro miglia.
Dipoi spirando 4 maestro a tramontana, inclinando verso ponente e 4 ponente
maestro, navigarono fino a' 5 di luglio la mattina circa miglia quindeci, e
ancora otto fino che 'l sole fusse in ponente.
Poi voltando il corso verso greco levante fino a' 6 di luglio di mattina a
nostro giudicio per 10 miglia, tenendo l'istesso fino a' 7 di luglio, sendo il
sole in ostro, per miglia ventiquattro in circa, e continuato l'istesso corso
fino a mezanotte per circa otto miglia; dipoi voltisi a caminar verso ponente
garbino fino a' 9 di luglio di mattina per miglia quattordeci in circa, e
voltati verso greco tramontana fino a sera per miglia dieci in circa. Dipoi
fatto vela fino a' dieci di luglio di sera verso greco circa 18 miglia, poi
volto il camino a ponente garbino fino a' 11 di luglio, fin che 'l sole fu in
siroco, per circa otto miglia; e poi voltammoci verso tramontana e greco
tramontana fino a' 12 di luglio, sendo il sole circa il mezzogiorno, per sedeci
miglia, e dipoi verso maestro tramontana per 10 miglia.
A' 13 di luglio di nuovo voltammo verso ponente garbino e garbino, fin alla
terza ora avanti sera, per dieci miglia; e poi voltammo verso greco levante
fino a' 14 di luglio, sendo il sole in ostro siroco, per 10 miglia in circa, e
verso 4 tramontana greco e tramontana greco fino alli 15 di mattina, per circa
miglia 18; dipoi verso 4 tramontana greco fino a sera per dodeci miglia in
circa: allora fu da noi veduta la Norvegia. E navigammo verso 4 tramontana
greco fino a sera delli 16, essendo il sole in maestro, per 18 miglia in circa,
e dipoi alli 17 voltando il corso verso greco e greco tramontana, fin che 'l
sole fu in occidente, per 24 miglia in circa, poi ancora verso greco fin alli
18, sendo il sole in maestro, per circa 20 miglia, e poi verso 4 maestro
tramontana fino alli 19, essendo il sole all'occidente, per 18 miglia in circa.
Indi voltammo il corso verso 4 di greco tramontana e greco fino alli 20 di
luglio, fino a tre ore del primo quarto, e aspettammo la nostra fregata, che
non ci poteva tenir dietro per l'impeto de' venti. Passato il quarto, vedemmo i
nostri compagni che fermavano il corso per aspettarci, e fatti loro pi vicini
seguimmo il nostro camino fino a vespro per 30 miglia in circa.
Allor facemmo vela per 4 di levante siroco fino alli 21, messe le sentinelle,
per circa 26 miglia. E continuato il camino fino alli 22, essendo il sole in
ostro siroco, per 10 miglia in circa, dopo il mezogiorno, essendo il sole in
ponente garbino, vedemmo al dritto dinanzi la prora una grandissima balena
addormentata, la quale dallo strepito della nave che andava a vela e dal grido
de' marinari desta nuot via, altrimenti era forza che la nostra nave passasse
per il mezzo del suo corpo. E cos si continu il corso per miglia 8 fino che
'l sole fu in maestro tramontana.
A' 23 di luglio navigossi verso 4 di levante siroco fin che 'l sole fu in
garbino, per miglia 15 in circa, e vedemmo terra da noi lontana circa 4 miglia;
poi voltandosi da terra, sendo il sole in garbino, facemmo vela fino alli 24
che 'l sole era in maestro, per miglia 24 in circa.
Indi voltandosi a tramontana facemmo vela fino a' venticinque del detto a
mezzogiorno per 10 miglia, e poi fino a mezzanotte verso maestro tramontana per
otto miglia; poi di nuovo voltosi il corso verso siroco levante e ostro siroco
fino a' 26 di luglio, sendo alzato il sole al meridiano, gradi 711 e un 4.
Sendo poi il sole in ponente garbino, si voltammo verso greco tramontana, fino
a' 27 di luglio, e al mezzogiorno fu trovata l'altezza del sole gradi 72 e un
terzo. Dipoi fu dirizzato il corso verso un 4 di tramontana greco fino a' 28
di luglio, sendo il sole in oriente, per sedeci miglia, secondo la nostra
congiettura; e poi voltammo verso quarto di levante greco per otto miglia in
circa, e verso quarto d'ostro siroco fino alli 29 a mezzanotte per circa 18
miglia. Poi volto il camino verso quarto di levante greco fino a' 30 di luglio,
sendo il sole in tramontana, si camin per otto miglia in circa; e indi volti
verso ostro garbino, avemmo per la maggior parte tranquillit fino a' 31 di
luglio, sendo il sole in quarto di maestro tramontana, e ci trovammo avanti
miglia 6 in circa.

Augustus 1595.

Indi fatto vela verso levante fino al primo d'agosto a mezzanotte per otto
miglia, e con tranquillit e ciel sereno, vedemmo l'isola di Trompsont, sendo
il sole circa il settentrione, opposta a noi verso siroco dieci miglia lontano
dal continente; e facemmo vela fin che 'l sole fu in oriente, tirando un
leggier vento da greco levante, e poi da siroco, fino che 'l sole arriv a
maestro, per miglia nove e mezzo.
Dipoi, sendo distanti da terra mezzo miglio, voltammo il cammino verso quarto
di levante greco fino a' 3 d'agosto, sendo il sole in garbino, per circa miglia
3, e lungo la riviera maritima circa miglia 5; e dipoi volgemmo il corso di
nuovo per cagione che una linguella estesa circa un miglio e mezzo fuori del
continente, sopra la quale Isbrando, vicecapitano o viceammiraglio, fece vela e
vi si piant grandemente, ma per la commodit del vento si sbrig. Egli allora
ci andava un poco avanti, ma sentito il suo grido e veduta la sua nave, che era
in gran pericolo, subito voltammo il corso, per che spirava vento da greco
levante e da siroco, e spezialmente greco levante e ostro, fino che 'l sole
and in ostro a' 4 d'agosto: e fu fatto vela circa cinque miglia lontano da
terra, e secondo la congiettura per sei miglia.
Allora fu tolta l'altezza del sole a gradi 71 e un quarto, e fu una grandissima
tranquillit fino a mezzanotte. Poi facendo vento dall'ostro, andammo verso 4
di levante greco fino a' 5 d'agosto, sendo il sole in siroco e 'l promontorio
Settentrionale per due miglia opposto a noi da levante; e sendo il sole in
maestro, ci erano opposti verso ostro per quattro miglia gli scogli chiamati
communemente "la madre con le figliuole", e fu fatto vela allora per 14 miglia.
Sendo poi andati pi oltre verso greco levante fino alli 6 d'agosto, fino che
il sole fu in 4 di maestro tramontana, si ricongionse con noi la nave
d'Isbrando viceammiraglio e per molto tempo insieme impedendosi facemmo vela
per circa dieci miglia, poi calammo le vele fin che 'l sole fu in maestro. Poi
di nuovo le spiegammo, spirando levante e greco levante, inviandosi verso 4 di
garbin ostro fino a' 7 d'agosto, finch 'l sole fu in siroco, e allora ci si
fe' incontro la nave enchusana che veniva dal mar Bianco, e secondo la
congiettura avevamo fatto 8 miglia circa allora che 'l sole era nell'ostro. Ci
era opposto il promontorio Settentrionale intorno ad un miglio e mezo verso la
4esima ostro garbino, e gli scogli chiamati la madre con le figliuole circa tre
miglia verso garbino.
Poi facendo vento da greco levante veleggiammo verso 4 di tramontana greco
fino alli 8 d'agosto, finch il sole fu in garbino, per 14 miglia; poi volto il
corso verso 4 siroco ostro fino a' 9 d'agosto, sendo il sole in ostro, vedemmo
la punta alta del continente opposta a noi da siroco, e l'altro capo altissimo
del medesimo continente a noi in faccia verso garbino per 4 miglia lontano,
secondo la congiettura, e seguimmo questo corso per 14 miglia in circa. Poi di
nuovo volti a 4 greco tramontana, fino alli 10 d'agosto, sendo il sole in
oriente, caminammo per otto miglia in circa; e di nuovo volti all'ostro, finch
il sole fusse in maestro, si fece viaggio per 10 miglia in circa.
Poi di nuovo si volse il corso quando il promontorio Settentrionale ci fu
discosto verso 4 garbin ponente per 9 miglia in circa, e l'isola di Nordtchien
a 4 garbin ostro per tre miglia in circa: caminammo verso greco tramontana
fino alli 11 d'agosto, per una folta nebbia, fin che 'l sole fu in ostro, per
circa dieci miglia. Indi volto il corso a 4 ostro siroco, facendo vento da
greco levante, veleggiammo fino a' 12 d'agosto, sendo il sole in garbino, per 8
miglia in circa. Dipoi sendo lontani dall'isola di Nordtchien da 4 ostro
garbino per circa otto miglia, si conducemmo con tranquillit fino a' 13
d'agosto, sendo il sole in garbino, per 4 miglia in circa.
Poi fu fatto vela verso 4 levante siroco per circa due ore, e la nave chiamata
Porto di ferro co' suoi marinari e mercatori drizz il corso all'ostro, e noi
facemmo vela fino a' quattordeci di agosto, finch il sole fu in ostro, per 18
miglia in circa, seguitando per il pi l'istesso viaggio fino a' 15 di agosto,
sendo il sole in levante; poi calammo lo scandaglio per 70 braccia, e seguimmo
il camino, finch 'l sole fu in ostro, per miglia 38.
Sendo poi il sole al mezzogiorno, fu trovata la sua altezza gradi 70 e minuti
47. Poi la notte, gettato lo scandaglio, si trov fondo d'altezza di 40
braccia, e fondo arenoso; e sendo il sole in maestro, di nuovo gettato lo
scandaglio, non si trov fondo per 60 braccia. E scorremo verso siroco levante
fino a' 16, sendo il sole in greco, e qui, gettato lo scandaglio per 80
braccia, per non aver pi lunga corda, non si trov fondo. E dipoi volto il
corso verso levante e siroco levante, e gettando spesso lo scandaglio per 60 e
70 braccia, pi o meno si fe' vela, finch il sole fu in ostro, per circa 36
miglia.
Dipoi facemmo vela verso levante fino a' 17 d'agosto, sendo il sole in oriente,
e gettossi lo scandaglio per 60 braccia, in fondo cretoso; e poi fu tolta
l'altezza del sole, sendo in 4 d'ostro garbino, di gradi 69, minuti 54. E
vedemmo una gran quantit di ghiaccio lungo il lido della Nuova Zembla, e,
gettato lo scandaglio per 75 braccia, si trov fondo fermo e sodo; e si fece
viaggio circa 24 miglia.
Poi prendemmo diversi camini per rispetto del ghiaccio, or verso 4 levante
siroco, or verso siroco levante, fino a' 18 agosto, sendo il sole in oriente,
per 18 miglia in circa. E mandato gi lo scandaglio 30 braccia, si trov fondo
saldo, e due ore dopo in 25 sabbia rossa distinta di spesse macchiette nere;
un'ora e mezza dopo, in 20, l'istessa arena. Poi ci apparvero due isole, alle
quali gli Enchusani diedero nome d'Orangia dal prencipe Maurizio e suo
fratello, le quali erano opposte a noi da siroco lungi circa 3 miglia ed erano
basse di terra; e si veleggi fin che il sole fu in ostro per 8 miglia in
circa. Dipoi caminati verso levante, e calato diverse volte lo scandaglio,
trovossi fondo di 20, 19, 18, 17 braccia, per la maggior parte sodo, distinto
di nere macchie; e sendo il sole in occidente, si vidde lo stretto d'Weygats
dirimpetto a noi verso greco levante, distante circa cinque miglia, e avevamo
fatto intorno miglia otto.
Poi fu fatto vela da gradi 70 fino ad Weygats, la maggior parte per il ghiaccio
spezzato; ove pervenuti, gettato lo scandaglio, per un gran pezzo di tempo
trovammo altezza di 13 e 14 braccia e fondo saldo, sparso di macchie nere. Poco
dopo, gettato lo scandaglio, fu trovata altezza di 10 braccia, tirando vento da
tramontana, e continuamente stavamo tra 'l ghiaccio, ed eravamo portati dalla
quantit grande di esso ghiaccio fino alla mezzanotte in circa. Poi ci bisogn
voltare a tramontana per rispetto di certe linguelle a noi opposte dal lato
australe di Weygats, lontane un miglio e mezzo, alte 10 braccia, e mutato
camino per due ore navigammo verso maestro tramontana. Dipoi di nuovo mutammo
corso verso levante e verso 4 siroco levante, e giungemmo ad Weygats: e
gettato lo scandaglio, si trovava ogni tratto fondo di 7, 8 braccia, poco pi o
meno, fino alli 19 agosto; poi, sendo il sole in siroco, entrammo in Weygats
nella stazion delle navi, facendo vento da tramontana.
Quello stretto tra la punta delle Imagini e la region de' Samuiti era pieno di
ghiaccio, s che a pena si poteva tentare il passaggio, e a questo modo
navigammo per la stazion delle navi, la quale chiamammo il seno del Grasso,
percioch quivi trovammo molto grasso. Questo seno  molto commodo contra il
corso del ghiaccio e sicuro quasi da tutti i venti, nel quale si pu navigare a
suo piacere in altezza di 5, 4, 3 braccia di fondo saldo e fermo; dal lito
orientale  pi alta l'acqua.
A' 20 agosto si cerc con l'astrolabio l'altezza del sole, qual trovossi sopra
l'orizonte esser di gradi 69, minuti 21, essendo egli in ostro garbino, nella
sua maggior altezza, overo avanti che cominciasse a declinare.
21 agosto alquanti de' nostri smontati nel continente d'Weygats per gir a
investigar quel sito, caminati circa due miglia adentro in essa regione,
trovammo diverse carrette cariche di pelle, di grassi e simil mercanzie, e anco
vestigie d'uomini e di rangiferi; dalle quali cose potemmo far congiettura che
ivi vicino dovessero abitar degli uomini, overo quivi venire per negoziare. La
qual congiettura maggiormente ci si confermava dalla gran quantit delli
pellami che nella punta o capo delle Imagini, cos da noi chiamato, ritrovammo.
Il che dieci giorni dopo da' Samiuti e Russiani pi pienamente intendemmo,
quando con essi avemmo ragionamento, come nelle narrazioni seguenti
dimostreranno.
Come poi fummo entrati nel continente d'Weygats, cominciammo a cercar con ogni
mezo e via come potessimo trovar qualche abitazione, o qualche sorte di genti,
da' quali intendessimo la via pi commoda di navigare ai luoghi vicini, e dipoi
fummo avisati da' Samiuti che e in Weygats e nella Nuova Zembla vi abitavano
degli uomini; nientedimeno non trovammo quivi alcuno, n edificii, n alcuna
altra cosa. Onde, per trovarne qualche indicio e averne qualche informazione,
andammo con alcuni de' nostri un poco pi lungi verso siroco e verso il lito
del mare. Col andando trovammo un sentiero nel palude profondo fino a mezza
gamba, che tanto cacciamo gi un piede; si trovammo poi fondo saldo, ma dove
era minor profondit passava poco sopra la scarpa. Come arrivammo poi al lido,
s'allegramo tutti, per che ci parve di vedere certa apertura per la quale
potessimo passare, perci che quivi vedevamo poco ghiaccio, e tornando verso
vespero alli nostri, riportammo ci loro per una lieta novella. I nostri
marinari anch'essi avevano mandato fuori il copanetto che si spinge a remi, per
investigar se 'l mare di Tartaria era aperto, ma non poterono per il ghiaccio
penetrare nel mare; e arrivati alla punta della Croce, lasciato quivi il
copano, se n'andarono per terra alla punta del Contrasto, di donde videro che
'l ghiaccio, che veniva dal mar di Tartaria alla costa della Russia, nella
punta d'Weygats era del tutto ammassato e stivato.


Del sito e della grandezza d'Weygats, detto altrimenti lo stretto di Nassovia;
l'isole degli Ordini, il golfo del Grasso, il promontorio delle Imagini, il
promontorio della Croce, e quello del Contrasto o Separazione; l'altezza delle
linguelle e de' loro luoghi vicini, che sono in Weygats e pi oltre verso il
levante nel mar di Tartaria.
Cap. II.

Alli 23 d'agosto trovammo una navetta di Pitozre, da loro chiamata lodgie,
collegata insieme con cordicelle, la quale era navigata verso tramontana per
portar di l denti di rosmari, grassi e ocche da caricare le navi ch'avevano da
venire di Russia per Weygats, s come con noi parlando dissero; le quali navi
avevano da far vela nel mar di Tartaria, oltra il fiume Obi, fino ad un luogo
detto Ugolita in Tartaria, per starvi poi tutta la vernata, secondo il suo uso
di ogn'anno. Riferivano appresso che quello stretto fra 9 o dieci settimane
s'aveva tutto a congelare, e che, come si comincia a indurare, tutto si unisce
e cresce, e allora si pu scorrere fino in Tartaria su per il ghiaccio oltre il
mare che essi chiamano Mermare.
A' 24 del detto, la mattina a buon'ora s'accostammo alla loro nave per intender
pi a pieno di quel mare, che  dal lato orientale di Weygats, e restammo a
pieno sodisfatti d'ogni nostra dimanda.
25 agosto tornammo di nuovo alla nave de' Russi e con essi amichevolmente
ragionammo, e vicendevolmente anco dal canto loro trovammo amorevolezza grande,
percioch essi primieramente ci donarono otto oche molto grasse, delle quali
nella loro nave, in luogo scoperto, ne avevano copia grande; e facendo noi
prova se uno di loro volesse venir nella nostra nave, ce ne vennero con noi
sette con grande allegrezza. Entrati nella nave, si fecero maraviglia grande
della sua grandezza e del nobilissimo fornimento; e dopo che ebbero veduto bene
e la puppa e la prora e ogni cosa, ponemmo loro inanzi della carne, del butirro
e del cascio, ma tutto rifiutarono, dicendo che quel giorno digiunavano; ma
avendo veduto un pesce salato se lo mangiarono tutto, divorando anco la testa e
la coda di quello. Poi che ebbero mangiato, donammo loro un bariletto pieno di
pesci salati, per lo quale ci renderono molte grazie, andandosi imaginando fra
loro in che cosa ci potessero contracambiare s grato presente; e toltili di
nuovo nel nostro copano, nel seno del Grasso li riconducemmo.
A mezogiorno facendo vento da tramontana si partimmo, standosi Weygats verso
levante fino al capo della Croce, poi di l verso greco fino al capo del
Separamento, che piega un poco al levante, e poi a greco tramontana e
tramontana greco, poi a tramontana un poco verso ponente. Facemmo vela verso
greco piegando un poco verso levante per due miglia, oltre il capo dello
Spartimento, ma per la quantit grande del ghiaccio bisogn tornar adietro e
drizzar il corso alla detta nostra stanza delle navi. Nel ritorno trovamo
presso la punta della Croce un luogo assai commodo da gettar quella notte le
ancore.


Dei Samiuti col loro re, il sito, il vestire; delle loro carrette co'
rangiferi, che velocissimamente le tirano.
Cap. III.

26 d'agosto la mattina, levate le ancore, facemmo vela, serrando il trinchetto,
alla nostra stazione da navi vecchia, per aspettar quivi miglior tempo.
28, 29, 30 d'agosto, fino a' 31, per la maggior parte fece vento da garbino, e
Guglielmo di Bernardo nostro patrone fece vela verso il continente del lato
australe d'Weygats, ove trovammo alcuni uomini come selvatichi, chiamati
Samiuti, circa un miglio adentro della regione (ma per non molto selvatichi,
percioch venti di loro vennero a ragionamento con nove de' nostri). Onde non
pensavamo trovar alcuno, essendo che avanti nel continente d'Weygats non
avevamo trovato alcuno, e ne trovammo due compagnie, sendo un'aria nubilosa, ed
erano cinque per compagnia insieme, e andammo loro molto vicini prima che se
n'accorgessimo. Allora il nostro interprete fecesi un poco avanti per
chiamarli, il che vedendo anch'essi ne mandarono uno de' suoi incontra, il
quale avvicinatosi al nostro cav fuori del turcasso una freccia, minacciando
di tirargli. Il nostro, essendo disarmato e avendo paura, grid in lingua
russiana: "Non tirar, che siamo amici". Ci udito, egli gett in terra l'arco e
la freccia, volendo con tal segno dar ad intendere che volontieri avrebbe
ragionato col nostro interprete; il che vedendo il nostro grid di nuovo:
"Siamo amici"; a cui rispose quell'altro: "Siate dunque li ben venuti". E cos
iscambievolmente all'usanza russiana si salutarono, inchinando l'uno e l'altro
il capo a terra. Con questa occasione lo dimand il nostro del sito della
regione e del mare verso oriente per Weygats; al che rispose egli graziosamente
dicendo che, passato un promontorio, che  lontano di qua circa cinque
giornate, stendendo la mano verso greco, si trovava poi un gran mare, stendendo
poi la mano verso siroco, aggiungendo che egli aveva buonissima cognizione di
esso mare, perch fu mandato col dal suo re uno con una compagnia d'uomini,
della quale egli era stato capo.
La foggia delle vesti che usano questi Samiuti  simile a quella che i nostri
pittori danno e fingono agli uomini selvatichi, ma non sono punto selvatichi,
ma hanno un buonissimo intelletto. Circondansi adunque di pelle di rangiferi da
capo a piedi, eccetto i primari e maggiori, i quali, bench si coprano come i
predetti, tanto gli uomini quanto le donne, portano per il capo coperto di
panno tinto di qualche colore, fodrato di pelle. Gli altri portano un capello
od oreglino fatto di pelle de' rangiferi, col pelo di fuori, e stringendosi
bene il capo si lasciano crescere una lunga capigliata, qual senza pettinare
lasciano cadere sopra le vesti cos intricata e lunga. Per la maggior parte
sono di picciola statura, di faccia larga e piana, con occhi piccioli, gambe
corte e torte, e sono agili al correre e al saltare. Si fidano poco di
stranieri, percioch, quantunque mostrassimo loro ogni sorte di amorevolezza,
nondimeno poco ci credevano, come se ne accorgemmo il primo di settembre, la
seconda volta che andammo al continente, che dimandando uno de' nostri ad essi
un arco per vederlo, gli fu negato, facendo segno che non lo volevano dare.
Quello che essi chiamavano re aveva intorno le guardie dispensate ad osservare
e spiar quello che da noi si faceva, ci che si comprava o si vendeva. Alla
fine uno de' nostri, accostandosegli per far con lui amicizia, lo salut
cortesemente secondo il loro usato costume, e insieme gli porse un pezzo di
biscotto. Egli con riverenzia grande l'accett e subito si pose a mangiarlo,
nientedimeno, mentre che lo mangiava e inanzi e dopo, dava d'occhio a quello
che si faceva. Le loro carrette o slite senza rote erano sempre all'ordine, con
uno o due rangiferi giunti sotto, li quali, per uno e due uomini in esse
montati e assisi, li tirano con tanta velocit di corso che non si pu loro
comparare alcuno de' nostri cavalli. Uno de' nostri scaric un arcobugio da
posta verso il mare, dal quale cos furono impauriti che correvano e saltavano
come pazzi; nondimeno da se stessi si acquietarono e pacificarono, avendo
veduto che non era stato scaricato con cattivo animo. E ci gli facemmo anco
sapere per l'interprete, e che in vece d'arco usavamo cotal istrumento; per il
che molto si maravigliavano per il gran strepito e tuono che faceva. E
appresso, perch vedessero quanto fusse il colpo di quest'arma, uno de' nostri
prese una pietra piana di mezo palmo di larghezza e la pose sopra un collicello
assai da s lontano. Essi, accorgendosi che con quella noi volevamo far qualche
cosa, 50 o 60 di loro scostandosi alquanto si accommodarono in cerchio o
corona: allora quello che aveva lo schioppo scaricollo verso la pietra e
coltala col colpo la mand in pezzi, onde rimasero maravigliati pi che prima.
Poi si partimmo, fatta dall'una parte e dall'altra molte riverenze, ed entrati
nel battello di nuovo tutti, cavandosi li capelli, piegandoci facemmo loro
riverenza, e facemmo dar un tocco alla trombetta; ed essi vicendevolmente
secondo il costume loro resa la riverenza, se ne andarono alle loro carrette.
Quelli cos licenziati e alquanto scostati, uno d'essi cavalcando venne al lito
a torre una roza statua, che i nostri avevano tolta dal lido e posta nel
copano. Quegli, entrato nel battello, vide la statua e con segni ci diede ad
intendere che avevano fatto male a portarla via; noi, ci considerando, gliela
restituimmo; quegli come l'ebbe la pose sopra un tumulo vicino alla riva del
mare, n la port altrimenti seco, ma mand una carretta a torla, che la
portasse. Da tutte queste cose che potemmo osservare facemmo giudicio che
quelle statue overo imagini di legno fossero da loro adorate per dei, percioch
allo incontro di Weygats, in quel luogo che chiamammo capo delle Imagini, ne
trovammo alquante centinaia di simili imagini di legno grossamente lavorate,
cio dalla parte di sopra rotonde con un poco di rilievo nel mezo in segno del
naso, di sopra del quale dall'una parte e dall'altra avevano due tagli,
separati uno dall'altro, in vece degli occhi, e sotto il naso un'altra fissura
in luogo della bocca; e trovammo anco dinanzi ad esse molte ceneri e ossa di
rangiferi, dalle quali cose si pu far congiettura che quivi facessero i loro
sacrificii.
Essendo partiti dalli Samiuti, mentre il sole poteva esser in ostro, Guglielmo
figliuol di Bernardo, nostro patrone, parl di nuovo al governatore intorno il
far vela per passar pi oltre, non per con s lungo ragionamento come aveva
fatto il giorno precedente. Udito il suo parlare dal governatore e dal suo
vicario, rispondendo l'ammiraglio e quasi ridendo disse: "Guglielmo di
Bernardo, che cosa ti pare che s'abbia a fare?" Rispose Guglielmo: "Mi pare che
sia bene a far vela, a me, e seguir la nostra navigazione". Alle quali parole
soggiunse l'ammiraglio: "O Guglielmo, guarda bene quello che tu dici". Ci
occorse intorno all'entrar del sole in maestro.
A' 2 di settembre, poco inanzi al levar del sole salpamo le ancore per uscire,
percioch spirava garbino, vento prospero alla nostra navigazione e contrario
allo star quivi, perch la costa della terra era bassa. Ci vedendo,
l'ammiraglio e 'l suo vicario cominciarono anch'essi a salpare le sue e far
vela. Il sole era in 4 siroco levante quando stringemmo sotto il nostro
trinchetto e facemmo vela fino al capo della Croce: quivi si gett il ferro per
aspettar la fregata dell'ammiraglio, il qual poi con gran fatica e longo tempo
si pot levare fuori del ghiaccio; al fine pur levossi.
Essendo la sera arrivata a noi, la mattina circa due ore inanzi il levar del
sole facemmo vela, e col levar del sole giungemmo circa un miglio verso oriente
lontani dalla punta del Contrasto, tenendo il camino verso tramontana fino che
'l sole fu in ostro, per sei miglia. Poi per rispetto della gran quantit del
ghiaccio e per le nebbie e per il vento che non era stabile ci fu di bisogno
voltar camino, ma non perci lo potemmo tenir dritto e fermo, ma ogni tratto ci
conveniva cambiarlo, or per cagione del ghiaccio, or per l'istabilit del
vento, e perch anco l'aere era tutto oscuro; in modo che il nostro viaggio era
del tutto incerto, e quando credevamo esser caminati verso mezogiorno alla
region de' Samiuti, tenendo il corso verso garbino fin che l'Orsa minore (la
quale i marinari chiamano Vigili) fusse in maestro, pervenimmo alla costa
orientale dell'isola degli Ordini, intorno a un tiro di moschettone lontano da
terra, in fondo di 13 braccia.
A' quattro di settembre la mattina, levate le ancore, per rispetto del ghiaccio
fu fatto vela tra l'isola degli Ordini e 'l continente, e accostandoci
all'isola in quattro o cinque braccia di fondo gettammo un capo di corda in
terra per assicurarsi dal ghiaccio, smontando spesso in terra per gir a tirare
alle lepri, delle quali quivi n' copia grandissima.


Della crudele e miserabil strage che un fiero e orribil orso bianco fece di due
de' nostri dilacerandoli e devorandoli, contra il quale due volte con tutte le
nostre forze combattemmo, prima che lo potessimo uccidere.
Cap. IIII.

A' sei di settembre la mattina andarono nel continente alcuni marinari a cercar
pietre di spezie di diamanti, de' quali anco nell'isola degli Ordini se ne
trova in gran quantit. Mentre sono intenti a la cerca di quelle, occorse che,
essendo due di loro insieme, un orso bianco macilente quatto quatto loro
addosso venne, e uno ne prese per la collottola. Costui, non sapendo che ci
fosse, cominci a gridare: "Chi mi prende per la collottola?" Il compagno di
costui, che gito era in una spelonca a cercar di quelle pietre, lev la testa
fuori per veder chi fusse, e vedendo che era un orrendo orso, inalzando il
grido: "O fratello, - disse, - egli  un orso", e tuttavia cos dicendo si mise
a fuggire quanto pi veloce pot. L'orso subito co' denti franse a quel misero
il capo e gli succi il sangue. Gli altri marinari che erano andati
nell'istesso continente corsero subito col al numero di 20 per liberar il
compagno, o almeno per tor il cadavero all'orso. Quando questi con archibugi e
arme d'aste apparecchiate s'accostarono all'orso occupato in divorar quel
corpo, l'orso fiero e intrepido, fatto impeto contra di loro e separandone uno
dagli altri, lo squarci in pezzi in maniera orribile e miserabile, il che
vedendo gli altri fuggirono di subito. Noi di su le navi e dalla fregata
vedendo fuggire li nostri al lido, temendo di qualche male, subito saltammo nel
copano e con ogni prestezza co' remi l'accostamo al continente per salvarli,
dove arrivando vedemmo quel miserando spettacolo de' nostri, come crudelmente
erano dall'orso lacerati. Onde l'un l'altro inanimandosi d'andar insieme uniti
ad assaltar l'orso con spade, schioppi e arme d'aste, n alcuno dovesse
ritirarsi, non fummo tutti d'accordo, percioch dicevano alcuni: "I nostri
compagni sono di gi morti, n potressimo far altro che prender o uccider
l'orso, bench ci mettiamo in cos manifesto pericolo. Se potessimo liberarli
dalla morte, allora dovremmo far ogni sforzo e affrettarci, ma ora che occorre
che pi si affatichiamo od affrettiamo? Pure bisogna prenderlo, bisogna dunque
andar circospetti e guardinghi, percioch abbiamo da fare con una bestia feroce
e vorace". Allora tre de' marinari andarono un poco pi inanzi, continuando
nondimeno l'orso a devorar quel cadavero, non facendo stima alcuna della nostra
moltitudine, perch eravamo in numero trenta. Quei tre che si fecero inanzi
furono Cornelio figliuol di Giacomo, patron della nave di Guglielmo di
Bernardo, Guglielmo di Ghisa governator della fregata, e Giovanni da Nuffelem
scrivano di Guglielmo di Bernardo. Avendo questi scaricato tre volte i loro
archibugi senza far botta n frutto alcuno, lo scrivano fattosi ancora pi
appresso, tanto che gli fusse vicino d'un tiro, pass con la palla il capo
all'orso intorno agli occhi; nientedimeno l'orso lev la testa, tenendo per il
cadavero per la collottola, pur cominci a poco a poco a vacillare. Allora lo
scrivano e un certo Scotto con le coltelle tanto lo pestarono che le ruppero,
n per l'orso voleva ancora lasciar la preda; finalmente occorsevi Guglielmo
di Ghisa e col calcio dello schioppo con quanta forza pot menando spezz
all'orso il naso. Allora solamente si lasci l'orso in terra cadere con
grandissimi urli, e Guglielmo di Ghisa, saltandoli sopra il petto, gli seg le
canne della gola. Dipoi, sepelliti i corpi de' compagni nell'isola degli Ordini
a' sette di settembre, trassero la pelle all'orso, la quale portarono in
Amsterdam.
Alli 9 di settembre facemmo vela dall'isola degli Ordini costeggiando l'orlo
della terra, ma trovammo tanto ghiaccio e con tanto impeto corrente che non ne
potevamo riuscire, talch fu forza verso la notte di nuovo ritornar all'isola
degli Ordini. Spirando ponente, la fregata dell'ammiraglio di Roterodamo
s'intric in certe secche, pur senza danno si sbrig.
A' 10 del detto di nuovo facendo vela dall'isola degli Ordini verso Weygats,
mandammo inanzi due copani al mare, ad osservar il ghiaccio, e presso vespro
insieme andammo ad Weygats, ove gettammo l'ancore presso il promontorio del
Separamento.
11 settembre a mattina un'altra volta facemmo vela nel mar di Tartaria, ma
un'altra volta ancora dammo in moltissimo ghiaccio, s che ci fu forza tornar
ad Weygats e gettar l'ancore presso il promontorio della Croce. Circa la
mezanotte vedemmo una nave di Russia, che faceva vela dall'angolo delle Imagini
verso la region de' Samiuti.
A' 13 di settembre levossi una fortuna, intorno al sole in ostro, da ponente
garbino scuro e umido con un gran carico di neve; la qual fortuna giva tanto
crescendo che da quella eravamo spinti e portati.
A' 14 detto cominci la fortuna a bonazzare e 'l vento voltarsi da maestro,
scorrendo pur il flusso dal mare di Tartaria con grand'impeto, e fessi il cielo
sereno fino a vespro, spirando allora greco. L'istesso giorno andarono li
nostri all'altra banda d'Weygats al continente ad investigar la profondit
dell'alveo, e penetrarono del tutto nell'arco dietro la linguella dell'isola,
dove trovarono una casetta di legname e un gran torrente d'acque. L'istesso
giorno di mattina salpamo il ferro, e inarborando facevamo pensier di nuovo
dover seguitar la nostra navigazione; ma sendo l'ammiraglio d'altro parere, ci
fermammo quivi fino alli 15. L'istesso giorno di mattina cominci di nuovo a
scorrer il ghiaccio verso il lido orientale d'Weygats, di modo che fummo
sforzati levar le ancore di subito e l'istesso giorno partirsi dal lato
occidentale d'Weygats e con tutta l'armata voltar verso casa; s che quel
giorno stesso passammo l'isole Manfle e Delgoi, e tutta la notte navigammo
verso maestro ponente per 12 miglia, fino al sabbato di mattina. La notte si
volt il vento da siroco e navig.
17 settembre, dall'aurora fino a notte si fe' vela verso maestro tramontana per
18 miglia, in 42 braccia di fondo. Cadeva la neve folta, il vento tirava
gagliardissimo da greco. Nel primo 4 fu trovato fondo da 40 braccia. La
mattina non vedemmo di tutta l'armata nave alcuna.
Dipoi fu fatto vela tutta la notte, fino a' 17 settembre di mattina, con le due
vele maggiori verso maestro ponente e maestro tramontana, per dieci miglia.
L'istesso giorno nel secondo quarto, trovammo fondo di 50 braccia, e la mattina
di 30, di fondo arenoso distinto di macchie nere.

La domenica mattina voltossi il vento da tramontana e maestro tramontana molto
gagliardo. Allora venne a noi la fregata dell'ammiraglio, la qual fece vela con
noi dall'aurora fino vespro, con una sola vela spiegata, verso ostro garbino e
4 ostro garbino per sei miglia; poi fu da noi visto il capo di Candynas a noi
in faccia dalla parte di siroco. Il fondo era di 27 braccia, di sabbia rossa di
neri punti distinta. La domenica di sera fu aperto da nuovo il trinchetto, e
volto a tramontana, e fatto vela tutta la notte fino al luned mattina verso
greco e greco levante, per 7 overo 8 miglia.
18 settembre la mattina non vedemmo pi la nostra fregata che ci seguitava, la
qual cercando fino a mezzogiorno non potemmo ritrovare, e andavamo verso
levante per tre miglia da mezzogiorno sino a notte; poi continuammo ancora il
nostro viaggio verso 4 tramontana greco, per quattro miglia.
Poi da luned sera fino al marted mattina verso 4 greco tramontana per 7
miglia, e dall'aurora fino a mezzogiorno continuammo l'istesso corso per 4
miglia; dal mezzod poi sino a notte verso 4 tramontana greco, per cinque o
sei miglia, con profondit di 55 braccia. L'istessa sera si voltarono le vele
verso ostro e si navig fino all'aurora.
20 settembre drizzossi il corso verso 4 garbin ostro e ostro garbino per sette
od otto miglia, con fondo di 80 braccia di fango nero. Poi si camin
dall'aurora fino a mezzod, spiegati anco li due trinchetti, cio le due vele
delle cime degli arbori, verso 4 garbin ostro, per cinque miglia, e da
mezzogiorno fino a vespro 4 garbin ponente, per cinque altri miglia.
21 settembre da vespero fino al gioved mattina per 4 ponente, dipoi fino alla
luce verso ponente, per 7 miglia, in altezza di 64 braccia di fondo caliginoso;
dal far del giorno fino a mezod verso garbino per cinque miglia, con fondo di
65 braccia di fondo caliginoso. Sul mezod si volse il corso a tramontana e si
fe' vela per tre ore verso greco, per due miglia, e poi di nuovo si volt il
camino verso ponente e si fe' vela fino alla seconda 4esima di notte con le due
maggiori verso garbino e 4 ostro garbino per sei miglia. Dipoi nella seconda
quarta di nuovo voltato corso a tramontana, si fe' vela fino al venerd
mattina, 22 settembre, verso 4 tramontana greco e greco tramontana per quattro
miglia, dipoi dall'aurora fino a mezogiorno verso greco per 4 miglia.
Poi voltato il camino verso ponente, si fe' vela verso maestro ponente e
maestro per tre miglia, dipoi per il primo quarto verso maestro ponente per tre
miglia, e il secondo quarto verso 4 ponente maestro per 4 miglia; dipoi fino
al sabbato all'aurora, 25 settembre, verso ponente garbino e 4 ponente garbino
per miglia 4; dal sabbato mattina fino a vespero con le due vele maggiori verso
garbino e 4 ponente garbino, per sette overo otto miglia, con vento da maestro
tramontana.
Verso la notte voltati a tramontana, facemmo vela fino alla domenica mattina,
24 settembre, con le due vele maggiori verso levante, soffiando gagliardamente
maestro tramontana, per otto miglia, e dallo spuntar del d fino a mezogiorno
verso 4 siroco levante per tre miglia, soffiando tramontana. Poi voltandosi a
ponente facemmo vela fino a vespero verso ponente garbino per tre miglia, e
tutta la notte fino al luned mattina, 25 settembre, verso 4 ostro garbino per
sei miglia, spirando tramontana. La mattina nell'aurora voltato il vento da
greco, facemmo vela fino la notte verso ponente e 4 ponente maestro per dieci
miglia, e, gettato lo scandaglio per sessanta braccia, fu trovato fondo
arenoso.

Da quella sera fino al marted all'alba, 26 settembre, caminammo verso ponente
per 10 miglia: allora si trovammo vicini al continente circa tre miglia dalla
parte orientale di Kildwin. La mattina, voltandosi da terra, si ritirammo
indietro per lo spazio quasi di tre ore; poi di nuovo si voltamo verso il
continente, stimando d'entrare in Kildwin, ma fummo portati di sotto; onde di
nuovo dopo mezogiorno si ritirammo dal continente e facemmo vela fino a vespero
verso greco levante, per cinque miglia.
Di poi ancora da vespero fino a due ore avanti l'alba del marted 27 settembre
verso levante per 6 miglia; poi voltati a ponente facemmo vela per otto miglia
fino a vespero verso 4 ponente maestro, e circa la notte arrivammo di nuovo
appresso Kildwin. Allora voltati da terra per due quarti facemmo vela verso 4
greco levante e greco levante, per sei miglia.
Poi, intorno al far del giorno di venere 28 settembre, voltandosi facemmo vela
con vento molto vario ora da una parte e ora dall'altra fino a vespero, facendo
congiettura che Kildwin ci fusse discosto verso ponente quatro miglia, e,
soffiando greco levante, facemmo vela verso maestro tramontana e verso 4
maestro tramontana fino all'alba del giorno di sabbato per dodeci o tredici
miglia.
29 settembre, la mattina navigammo verso maestro ponente per 4 miglia. Tutto
quel giorno fino a notte fu l'aere chiaro e bonazza e il sole
risplendentissimo. A vespero facemmo vela verso ponente garbino e arrivammo
circa sei miglia lontani dal continente, e continuammo il corso fino alla
domenica 30 del detto mese verso maestro tramontana, per 8 miglia; poi voltato
il camino verso il continente, giungemmo quel giorno in Waerhuys, e quivi si
fermammo fino alli 10 d'ottobre.
10 d'ottobre partendosi da Waerhuys, arrivammo in Mosa 18 novembre, n abbiamo
voluto qui descriver il camino n le miglia da Waerhuys fino in Ollanda, come
non necessarie, percioch quella navigazione si fa ogni giorno.

Il fine della seconda navigazione.



Narrazione della terza navigazione, la quale fu instituita l'anno 1596.



Verso il Settentrione ai regni del Cataio e della China.
Cap. I.

Dapoich, come  stato riferito, quelle sette navi ritornarono dalla
navigazione settentrionale, ben che non con quel frutto che si sperava, i
potenti ordini, considerato bene quanto era da considerare, misero in consulta
se si doveva a nome delle provincie la terza volta far alcuna sorte di
apparecchio per condur la cominciata navigazione al desiderato fine. E dopo
dispute diverse e diversi pareri si venne finalmente dagli ordini a questa
deliberazione, che se v'era alcuno, o cittadino o mercante, che volesse di
nuovo a sue spese esperimentar tal navigazione potesse a suo beneplacito ci
fare, e finita la navigazione, per la quale apparesse chiaramente che si
ritrovasse passo aperto per naviganti, gli avesse ad esser fatto a nome delle
provincie un ricco e onorato donativo, constituendo anco per tal effetto una
certa summa di denari. Con cotali condizioni furono dall'onorando senato
d'Amsterdam al principio dell'anno apparecchiate e fornite due navi e condotti
li marinari, alli quali furono proposte questi due partiti, cio che cosa erano
per avere se ritornavano senza aver fatto nulla e che cosa anco avessero a
conseguire se avessero potuto passare, fattali di ci solenne promissione, che
quando avessero commoda e utilmente fornita la navigazione sarebbe stato fatto
loro un presente non volgare, per incitar gli animi de' marinari, ricordando
loro che si sforzassero pi che fusse possibile di trovar uomini che non
fussero maritati, perch dall'amore e desiderio delle mogli e de' figliuoli
fussero meno travagliati e distolti dal fornire la navigazione.
Con queste condizioni adunque furono al principio di maggio apparecchiate e in
punto a far vela; in una delle quali fu patrone Giacopo Heemscherch figlio di
Enrico, al quale anco fu dato il carico delle mercanzie e del negocio, e
Guglielmo di Bernardo governatore maggiore; nell'altra poi Giovanni Rijp
figliuolo di Cornelio per nochiero o patrone, al quale anco fu data la cura
delle merci che i mercanti avessero posto nella nave. Onde alli cinque di
maggio 1596 fu fatta la rassegna o mostra delli marinari dell'una e dell'altra
nave, e alli 10 facendo vela da Amsterdam, giungemmo alli 13 in Ulie.
Alli 16 di maggio facemmo vela da Ulie, ma, cessando il crescer del mare e
spirando vento da greco, fummo sforzati a ritornar dentro; e la nave di
Giovanni di Cornelio diede in secco, ma si liber, e di nuovo gettammo le
ancore al lito orientale d'Ulie.
A' 18 di maggio di nuovo facemmo vela da Ulie con vento da greco, tenendo il
corso verso maestro levante.
A' 22 del detto vedemmo l'isole d'Hitland e Feyeril, spirando greco.
A' 24 avendo trovato vento prospero facemmo vela verso greco, fino a' 29; poi
avemmo il vento contrario da greco, che ci gett gi il trinchetto.
A' 30 del detto spirando di nuovo vento prospero si fece vela verso greco, e si
tolse l'altezza del sole, qual era sopra l'orizonte gradi 47 e minuti 42, la
declinazione gradi 21, minuti 42. Cos adunque era l'altezza del polo gradi 69,
minuti 24.
Primo di giugno non avemmo niente di notte, e alli 2 di nuovo trovammo vento
contrario, ma alli 4 avemmo maestro tramontana favorevole andando verso greco.
Essendo il sole circa ostro siroco, vedemmo un maraviglioso segno nel cielo,
percioch dall'una parte e dall'altra del sole appareva un altro sole, e due
iridi tramezzavano quei tre soli; poi apparevano due altre iridi, una che
circondava a largo il sole e un'altra che partiva quella per mezo, e la parte
inferior di quella maggiore, che circondava il sole, era alta sopra l'orizonte
28 gradi. Al mezogiorno, sendo il sole nella sua maggior altezza, fu trovato
con l'astrolabio alto sopra l'orizonte gradi 48, minuti 43, s che avevamo il
polo alto gradi 71.
La nave di Giovanni di Cornelio ci toglieva il vento, che a noi non veniva, ma
gli andammo incontro per un rombo tirando verso greco, perch ci pareva di
piegar troppo verso ponente, come dipoi si vide, altrimenti avremmo drizzato il
corso verso greco; e presso vespero arrivandoci, gli dicemmo che dovressimo
tener pi verso levante, perch andavamo troppo verso ponente, ma il governator
della sua nave ci rispose che non voleva entrar nel golfo di Weygats. Il camin
loro era verso 4 greco levante, e noi eravamo quasi 60 miglia in mare lontani
dal continente, quando dovevamo tirare verso greco, poi che vedevamo il
promontorio Settentrionale: e perci sarebbe allora stato meglio caminar verso
greco levante che verso greco tramontana, percioch avevamo tanto piegato verso
occidente, accioch di nuovo ritornassimo nel dritto corso la navigazione.
Perci riprendendoli dicevamo che noi dovemo pi tosto drizzar il camino
all'oriente almeno per alquanti miglia, finch di nuovo fussimo ridotti nel
dritto corso, il che per lo spirar de' venti contrarii era perduto, e perch
anco spirava vento da greco; ma che loro dicessimo o consigliassimo, non
volsero tener altro viaggio che verso greco tramontana, perch, come dicevano,
se verso oriente andavamo, noi saremo arrivati in Weygats. Ma non potendoli con
tali e pi aspre parole persuadere, noi facemmo vela alla destra loro per un
rombo lontano.


D'un maraviglioso segno veduto in cielo alli 4 di giugno 1596, d'un sole che
aveva un altro sole per banda e due archi baleni che partivano quei tre soli e
due altri, uno che circondava al largo il sole e l'altro che traversava quel
gran cerchio, del quale la parte inferiore era alta ventiotto gradi sopra
l'orizonte.
Cap. II.
Alli 5 di giugno si scoperse a noi il primo ghiaccio, del che molto si
maravigliammo, stimando al principio che fussero cigni bianchi, percioch uno
de' nostri, caminando sopra i tavolati, cominci cos improviso a gridare che
quivi nuotavano cigni bianchi; il che udendo, quelli che erano di sotto subito
saltarono fuori, e scorgerono che erano pezzi di ghiaccio rotti dai pezzi
grandi che andavano ondeggiando, che niente differenti da' cigni ci parevano,
perch gi cominciava a far sera. A mezanotte facemmo vela per il ghiaccio, e
'l sole era alto sopra l'orizonte quasi un grado.
Alli 6 presso vespero, intorno alla 4esima ora, di nuovo dammo nel ghiaccio, in
tanta quantit che non lo potemmo penetrare, ma convenimmo voltar il camino
verso 4 garbin ostro per lo spazio di 4 ore. Dipoi seguimo il preso corso
verso greco tramontana, navigando lungo il ghiaccio.
A' 7 detto misurammo l'altezza del sole, la qual fu sopra l'orizonte gradi 51,
minuti 22; la sua declinazione era gradi 22, minuti 38, i quali aggiunti
all'altezza trovata fanno gradi 74, e tanto era elevato il polo. Quivi trovando
ghiaccio tanto grosso che a pena si potrebbe con parole esprimere, prendemo il
camino dietro quello come se veleggiassimo tra due continenti, e l'acqua era
non men verde dell'erba, in modo che giudicavamo esser presso Gruenlandia, e
quanto pi lunge andavamo, trovammo sempre il ghiaccio pi grosso.
Alli 8 arrivamo ad un cumulo di ghiaccio cos grande che per la estrema
grossezza non lo potemmo passare, perci volgemmo il corso verso 4 ponente
garbino per lo spazio d'un'ora, e per mez'ora verso garbino, e poi ancora per
altra mez'ora verso ostro, s per arrivar ad una isola che vedevamo, come per
schifar il ghiaccio.
9 giugno trovamo un'isola posta sotto il 74o grado e minuti 30, larga, come
giudicavamo, 5 miglia.
10 detto, tratto fuori il copano, s'inviamo otto verso l'isola, ma, passando
presso la nave di Giovanni di Cornelio, entrarono altri otto uomini di quella
insieme col loro governator nel nostro copano. Allora ci dimand Guglielmo di
Bernardo, nostro governator maggiore, se eravamo caminati troppo verso
occidente, ma quegli non lo volse liberamente confessare, onde furono fatte
molte parole dall'una parte e dall'altra, perch Guglielmo voleva mostrar il
contrario di quello che era in fatto.
Il detto, giunti in terra, trovammo molte ova di gavie. Quivi incorremmo in un
gran pericolo della vita, percioch, essendo ascesi sopra un alto e scosceso
monte coperto di neve, nel discendere credevamo dover venir gi a rompicollo o
precipitarsi, cos era il monte scosceso ed erto; ma ponendo gi le natiche ci
lasciammo a poco a poco sdrucciolar gi per lo liscio del ghiaccio, in modo
tale che anco a chi ci stava a mirare mettevamo terrore e spavento, percioch,
sendo alle radici di quel monte moltissimi scogli, poco vi manc che non
venissimo in quelli a precipitare e a fiaccarsi il collo o farsi in pezzi. Ma
con l'aiuto di Dio discendemmo senza farsi alcun male: tra tanto Guglielmo di
Bernardo, che dal copano, dove ci aspettava, ci vedeva in quel modo gi
rovinare, si trovava in maggior spavento di noi. Indi spingendo co' remi il
battello andammo alla nave di Giovanni di Cornelio, e qui mangiammo le ova.
12 giugno di mattina vedemmo un grand'orso bianco, onde, entrati nel copano e
co' remi spingendolo, si ponemmo a seguitarlo, stimando, gettatoli un laccio al
collo, di poterlo prendere. Ma, fatti a quello vicini, lo vedemmo tanto robusto
e terribile che non ci bast l'animo d'assaltarlo; onde tornammo alla nave a
tor degli altri uomini e dell'armi, e poi tornammo di nuovo a perseguitarlo con
archibugi, scurre romane (che volgarmente dicono allabarde) e altre scurre
communi, e ci accompagnarono anco i marinari della nave di Giovanni di
Cornellio per darci aiuto. Cos dunque ben forniti d'uomini e d'arme spingemmo
i due copani co' remi verso l'orso, col quale quasi per due ore combattemo, che
a pena lo potemmo con le nostre arme toccare. Finalmente con una menara grande
gli fu dato una ferita cos grande e con tanta forza ch'ella gli rest dentro
attaccata, nientedimeno con la scurre nuotava; ma seguitandolo noi sempre, pur
al fine gli fu con una scurre franto il capo, s che convenne morire. E poi,
portatolo nella nave di Giovanni, gli fu cavata la pelle, la quale fu longa 12
piedi; volemmo anco gustar della sua carne, ma ci fece male.


D'una maravigliosa battaglia fatta con un ferocissimo orso da due barche piene
di uomini, nella quale ruppero tutte le armi prima che lo potessero uccidere,
dal quale fu dato il nome all'isola.
Cap. III.

13 giugno partimmo dall'isola, e andavamo verso settentrione piegando alquanto
all'oriente, facendo vento da ponente e garbino, con prospero viaggio, s che,
sendo il sole in settentrione, avevamo fatto a nostro giudicio dall'isola verso
settentrione 16 miglia.
14 detto, intorno al sole in tramontana fu calato lo scandaglio per 113
braccia, n fu trovato fondo, e fu fatto vela pi inanzi fino alli 15 sendo il
sole in ostro, con aere nubiloso e brina, verso tramontana e 4 tramontana
greco. Intorno alla sera fatto l'aere alquanto pi chiaro, vedemmo non so che
di grande che andava ondeggiando per mare: a principio giudicavamo che fusse
una nave, ma fatti pi presso s'accorgemmo che era una gran balena, sopra la
quale vi erano delle foliche in gran numero, e d'odor molto fetente. Allora
avevamo fatto altri venti miglia.
16 detto, facendo vela con tal progresso verso 4 tramontana greco, con aere
nubiloso, sentivamo il ghiaccio prima che lo vedessimo. Finalmente
rischiarandosi l'aere lo vedemo e da quello si scostammo, avendo, secondo il
nostro giudicio, navigato per 30 miglia.
17 e 18 di giugno di nuovo vedemmo una gran quantit di ghiaccio, lungo 'l
quale fu fatto vela fino ad una punta di esso ghiaccio, la quale non potemmo
passare, perch il vento da siroco ci era all'incontro e la punta del ghiaccio
ci era opposta verso ostro. Navigammo un pezzo volteggiando, ma indarno.
19 detto di nuovo vedemmo terra. Allora, tolta l'altezza del sole, la trovammo
sopra l'orizonte gradi 56 e minuti 45; la declinazione era di gradi 23 e minuti
26, li quali aggiunti alla altezza trovata fanno l'altezza del polo gradi 80,
minuti 11. Questa terra era molto ampia, lungo la quale facemmo vela fino a
gradi 79 e mezo, ove trovammo un commodo ricetto da navi; n potevamo
accostarsi a terra, percioch spirava dritto da terra greco. Il seno era steso
al dritto in mare verso ostro.
21 detto gettamo l'ancora dinanzi al continente, e noi andammo co' marinari di
Giovanni di Cornelio al lato orientale di quella terra per trovar savorna. E
tornando con la savorna alle navi di nuovo vedemmo un altro orso bianco, che
nuotava verso la nostra nave, il che fu cagione che lasciando il nostro
servizio smontassimo nella scaffa, e cos parimente i marinari di Giovanni di
Cornelio, e spingendo co' remi la barca seguitassimo l'orso, il quale, toltali
la strada dal continente, spingevamo in fuori e perseguitavamo mentre nuotava
verso l'altro mare. E perch la nostra barca andava troppo lenta, tiramo fuori
anco il battello per seguitar pi presto il corso, ma quello era gi nuotato
quasi un miglio in mare; nientedimeno con la maggior parte de' marinari e con
tre barche lo seguitammo, e ci affaticamo assai in bastonarlo e ferirlo, s che
avevamo rotto la maggior parte delle arme. Quegli una sola volta pose l'unghe
nel nostro battello, s che vi lasci anco il segno, e ci nella prora, che se
cos avesse posto il piede nella banda forse l'avrebbe travolto, cos robuste e
forzate aveva l'unghie. Finalmente, avendolo buona pezza stancato, tra tutte
tre le barche lo vincemmo e l'uccidemmo, e tirato nella nave lo scorticammo: e
fu la sua pelle lunga 13 piedi.
Dipoi col nostro copano o battello navigammo quasi un miglio verso il
continente, ove trovammo un commodo porto e buon fondo e saldo, ma dalla parte
orientale era il fondo arenoso. Calato lo scandaglio, si trov altezza di 16
braccia, e poi di 12 e 10. E continuando la navigazione trovammo dal lato
orientale due isole, che scorrevano in mare verso oriente; dal lato occidentale
anco vi era un gran seno, che quasi aguagliava l'isola. Allora navigando
all'isola di mezo trovammo molte ova di barnicole o ocche (le quali gli
Olandesi chiamano rotgansen), e le ocche stesse che le covavano, le quali
fugate gridavano rot rot rot (onde hanno avuto il nome); e tirato un sasso ne
ammazzammo una, la qual cotta mangiammo, con circa 60 ova che portammo in nave.
Queste barnicole o ocche erano le vere ocche dette rotgansen, delle quali ne
vengono e se ne pigliano ogn'anno intorno Wieringen quantit grande, che fin
ora non si era ancora saputo dove ponessero l'ova o allevassero i polli loro: e
quindi  avenuto che molti autori non si siano vergognati a scrivere che
nascano in Scozia d'alberi, de' cui rami stessi sopra l'acqua i frutti che
cadono nell'acqua si generano i polcini di queste ocche, che subito nuotano
via, ma quelli che cadono in terra si corrompono, n fanno frutto alcuno: il
che ora si conosce esser falso. N deve esser maraviglia che fin ora non
s'abbia saputo dove questi uccelli mettono l'ova, poi che niuno, che si sappia,
 mai pi arrivato alli 80 grado, n mai pi  stata conosciuta quella regione
in quel luogo, e molto meno quelle ocche trovate a covar l'ova.
Questo anco  degno di considerazione, che quantunque questa regione, la qual
noi facciamo giudicio che sia la Groenlandia, sia situata sotto 80 gradi e anco
pi, abonda nondimeno di alberi e d'erba, e nutre animali che vivono d'erba,
come sono rangiferi e altri che qui vivono; e nella Nuova Zembla, la quale 
sotto il 76o grado, non vi si trova n fronda n erba, n meno animali che di
ci vivono, ma solo di quelli che mangiano carne, come orsi, volpi e simili,
essendo nondimeno 4 gradi pi lontana dal polo della Groenlandia.
23 giugno, levate le ancore, facemmo vela in mare verso maestro, ma per non
potemmo navigar molto lontano, perch ci convenne fuggir il ghiaccio: e
ritornammo nell'istesso luogo di donde eravamo partiti, e ficcammo le ancore in
altezza di 18 braccia d'acqua. Dipoi levate di nuovo le ancore, navigammo lungo
l'orlo occidentale della terra, e li nostri marinari uscirono in terra per
osservar la variazione della lanzetta del bussolo da navigare. In tanto un orso
bianco nuotava verso la nave, e sarebbe in essa montato se non avessimo gridato
e tiratoli d'arcobugio; per il che partitosi dalla nave nuotava verso l'isola,
dove erano li nostri. Il che vedendo noi facemmo vela verso terra e fortemente
gridammo, in maniera che i nostri giudicavano che avessimo dato in qualche
scoglio ed erano molto impauriti, e l'orso anch'egli spaventossi in modo che di
nuovo torn a nuotare lungi dal continente e abbandon i nostri: di che ne
sentimo non picciola allegrezza, per esser li nostri senz'arme. Quanto al
variar della bussola, perch erano smontati in terra per meglio misurar il
sito, trovarono gradi 16 di differenza.

L'istesso giorno arrivammo in un'altra isola, nella quale trovammo la
variazione della bussola del tutto diversa, di modo che ne potemmo indi trar
poca congiettura. Quindi, tolte alquante ova, tornammo a remi alla nave.
24 giugno, facendo vento da garbino, non potemmo passar quell'isola, e per ci
tornando indietro, trovammo un altro porto quattro miglia distante dal primo
dalla parte occidentale del porto maggiore, e quivi mandamo gi l'ancore in
dodeci braccia d'altezza. Co' remi andammo per un gran spazio in dentro, e
smontati in terra trovammo due denti di rosmari, li quali insieme pesavano sei
libre; ne trovammo anco molti altri pi piccioli, e con essi tornammo alle
navi.
25 detto, levate di nuovo le ancore, facemmo vela lungo la terra verso ostro e
verso garbino, con vento da greco tramontana, fino al grado 79. Ove trovato un
gran seno, navigammo in quello intorno 10 miglia verso ostro, ma osservammo non
esser navigabile, mandando talor lo scandaglio fino a 10 braccia; ma ci fu
forza con corso obliquo uscire, percioch spirava vento da tramontana e noi a
tramontana avevamo da andare. E s'accorgemmo che s'estendeva al continente, il
che di lontano, perch era la terra bassa, non ce ne potemmo accorgere: perci
facemmo vela quanto pi presto potemmo, fin che s'accorgemmo che con obliqua
navigazione avevamo ad uscire di nuovo alli 27.
Alli 28 del detto passammo la punta verso occidente, ove era tanta frequenza
d'uccelli che volando da stupidit davano nelle nostre vele, e navigammo verso
mezzogiorno per circa dieci miglia, e poi verso occidente per schifar il
ghiaccio.
29 detto fu fatto vela longo la terra verso siroco, piegando alquanto verso
levante, fino a gradi 76, minuti 50, perch bisogn allargarsi da terra per
rispetto del ghiaccio.
30 giugno navigammo verso ostro, piegando alquanto verso levante. Poi fu tolta
l'altezza del sole, la quale fu di gradi 51, minuti 40 sopra l'orizonte; e la
declinazione era gradi 23, minuti 20, li quali aggiunti alla altezza trovata ci
mostrano che eravamo stati sotto 75 gradi.

Luglio 1596.

Il primo di luglio di nuovo ci apparve l'isola degli Orsi. Allora Giovanni di
Cornelio, con quei che nella sua nave avevano qualche carico, venne alla nostra
e ci parl di mutar camino, e s come eravamo d'altro parere che lui, cos fu
determinato che noi dovessimo seguire il nostro camino ed egli il suo, cio
ch'egli s come desiderava di nuovo navigasse verso 80 grado, perci che gli
dava l'animo di poter facilmente penetrare al lato d'oriente di quella terra
situata sotto l'80o grado. E a questo modo ci separammo l'uno dall'altro,
percioch essi navigarono verso il settentrione e noi verso l'ostro, per
rispetto del ghiaccio, facendo vento da siroco.
Alli 2 del detto navigammo verso oriente, avendo la elevazione di gradi 74, con
vento da maestro tramontana, e si voltammo all'altra punta, soffiando greco
levante, e navigammo verso il settentrione. Verso sera, sendo il sole in 4
maestro tramontana, di nuovo volgemmo il corso per cagion del ghiaccio, tirando
vento da levante, e facemmo vela verso ostro siroco. E circa il sole in siroco
levante di nuovo si mut camino per rispetto del ghiaccio, ma sendo poi il sole
in ponente garbino si voltammo di nuovo verso greco.
3 di luglio avemmo l'altezza di gradi 74, con vento da 4 levante siroco, e
facemmo vela verso 4 di greco tramontana; dipoi spirando ostro voltandosi
navigammo verso siroco, fin che 'l sole fu circa maestro; poi cominci a
rinforzar il vento.
4 dell'istesso demmo le vele verso 4 levante greco, n trovammo ghiaccio, di
che ci maravigliammo, navigando noi in tanta altezza; ma circa il sole in ostro
ci fu bisogno di voltare per cagione del ghiaccio, e ci drizzammo verso
ponente, spirando tramontana. Dipoi, sendo il sole in tramontana, spirando
maestro navigammo verso siroco.
5 del detto facemmo vela verso greco tramontana fin che 'l sole fu in ostro,
dipoi voltammo il camino a siroco, spirando greco. Poi fu cercata l'altezza del
sole, la qual fu sopra l'orizonte gradi 50, minuti 27; la declinazione era di
gradi 22, minuti 53; giunti questi all'altezza trovata, si trov ch'avevano il
polo elevato gradi 73, minuti 20.
7 luglio calammo lo scandaglio con tutta la corda ove era attaccato, n si
trov fondo; ed eravamo portate da quarto greco levante verso quarto siroco
levante, ed eravamo sotto l'elevazione di gradi 72, minuti 30.
8 luglio, spirando favorevole quarto tramontana maestro, navigammo verso quarto
levante greco, con un'ora alquanto pi fresca, e pervenimmo alla elevazione del
polo di 72 gradi e minuti quindeci.
9 detto, spirando ponente, facemmo vela verso quarto levante greco. Alli dieci
poi, circa il sole in ostro garbino calato lo scandaglio per 160 braccia
d'altezza, spirando quarto greco tramontana navigammo verso 4 siroco levante,
all'elevazione di gradi 72.
11 dell'istesso avemmo fondo di 70 braccia, n trovammo ghiaccio: allora
facemmo congiettura che eravamo diritto tra ostro e tramontana all'incontro di
Candinas, che  il promontorio orientale del mar Bianco, il qual ci era opposto
dall'ostro, e avevamo un fondo arenoso. Era poi una lingua di arena stesa in
mare, s che non avemmo dubio alcuno che fussimo sopra la lingua del mar
Bianco, percioch in tutta quella riviera non avevamo mai trovato fondo
arenoso, eccetto quel sopra detta lingua. Spirava vento da 4 siroco levante, e
navigavamo verso ostro e 4 siroco ostro, sotto l'elevazione di gradi 72;
trovato poi di nuovo ostro siroco, drizammo il camino verso maestro, accioch
potessimo passare essa lingua. La mattina se n'andavamo con tranquillit
grande, e trovammo esser sotto l'elevazione del polo di gradi 72; e di nuovo
trovato siroco, circa il sole in garbino, facemmo vela verso greco. E calato lo
scandaglio si trov 150 braccia d'altezza di fondo cretoso, e avevamo passato
la lingua, la quale era angusta, s che nello spazio di ore sette, sendo il
sole in greco tramontana, la passammo.

12 di luglio, spirando levante, navigammo verso 4 tramontana greco. La notte,
sendo il sole circa greco tramontana, voltato il corso, perch faceva greco
tramontana, si fe' vela verso 4 siroco levante fin che scorse il primo 4.
13 del detto, spirando greco tramontana, navigammo verso levante, e, tolta
l'altezza del sole, la trovammo gradi 51, minuti 6 sopra l'orizonte; la
declinazione era gradi 21, minuti 54, li quali aggiunti alla trovata altezza,
si vide che l'altezza del polo era gradi 73. E di nuovo dammo nel ghiaccio, ma
non molto, e giudicammo esser vicini alla terra di Willebuys.
14 del medesimo, soffiando maestro tramontana, facemmo vela verso greco e,
mentre che dur il desinare, per il ghiaccio; e calato lo scandaglio fra mezzo
il ghiaccio, trovammo profondit di 90 braccia. All'altro quarto, tornato gi
lo scandaglio, si trov altezza di 100 braccia, e andammo tanto lontano per il
ghiaccio che pi non potevamo, perch non si vedeva apertura alcuna, ma con
gran fatica ci convenimmo districare fuori del ghiaccio, voltando or qua or l
il corso, spirando ponente. Poi avemmo l'altezza di gradi 74, minuti 10.
15 di luglio andavamo con tranquillit fra mezzo il ghiaccio, e calato lo
scandaglio si trov fondo di 110 braccia, e spirando levante navigammo verso
garbino.
16 luglio, usciti del ghiaccio, vedemmo un grand'orso che sedeva sopra quello,
il quale vedutoci salt nell'acqua: e noi fatta vela seguitandolo, di nuovo
ritorn sopra il ghiaccio, pure li tirammo una archibugiata. Navigando poi
verso siroco levante non trovammo ghiaccio alcuno, e facevamo giudicio che non
eravamo molto discosti dalla Nuova Zembla, per aver veduto l'orso assiso sopra
il ghiaccio, e gettato lo scandaglio trovammo profondit di 100 braccia.
17 del detto osservammo il sole esser elevato sopra l'orizonte gradi 37, minuti
55; la declinazione era gradi 21, minuti 15, i quali detratti dall'elevazione,
rimangono gradi 16, minuti 40; quali detratti di 90, dimostrarono l'elevazione
del polo esser gradi 74, minuti 40. Sendo il sole circa l'ostro vedemmo il
continente della Nuova Zembla intorno a Lomsbay, ma io prima d'ogni altro;
allora, mutato il cammino, navigammo verso quarto greco levante, e stringemmo
tutte le vele, eccetto il trinchetto davanti e la mezana.
18 di luglio ci apparve di nuovo terra, avendo altezza di gradi 75 e facendo
vela per 4 greco tramontana, soffiando maestro; passammo la punta dell'isola
detta della Admiralit, spirando ponente e navigando verso greco levante, ma la
terra  stesa verso greco levante.
19 detto, arrivando all'isola della Croce, cos chiamata da due croci in quella
piantate, non potemmo andar pi oltre per rispetto del ghiaccio, il quale
ancora giaceva presso la riviera: e il vento da ponente spirava diritto in
quella riviera. L'altezza del polo era 76 gradi e minuti 20.
20 dell'istesso di sotto dall'isola gettammo l'ancore, percioch per rispetto
del ghiaccio non potemmo gir pi oltre. Perci, tratto fuori il copano, si
vogammo otto di noi a terra e andammo verso una di quelle croci, appresso la
quale si riposammo alquanto; e mentre poi andavamo all'altra, nel viaggio
scoprimmo due orsi appresso l'altra croce, ed eravamo del tutto disarmati. Gli
orsi s'inalzarono appoggiandosi alla croce per poterci meglio vedere, percioch
hanno migliore odorato che vista, e perci come ci ebbero sentiti a naso si
levarono, e poi vennero alla nostra volta. Laonde fummo presi da non leggier
spavento, e di nuovo ritornammo al nostro battello, voltandoci spesso indietro
a vedere se ci seguitavano, e ci apparecchiavamo a fuggire se 'l patrone non ci
avesse ritenuti gridando: "Il primo che si mette a fuggire, io con questo
langhiero (il qual aveva in mano) lo passo, perch  meglio star insieme uniti
e far prova se col nostro grido potiamo far loro paura". Per tanto se ne
tornammo pian piano al copano e in quello ci salvammo, con somma allegrezza
d'aver fuggito cos gran pericolo e poterlo altrui narrare.
21 di luglio, misurata l'altezza del sole, fu trovata sopra l'orizonte gradi
35, minuti 15; la declinazione era gradi 21. Questi detratti dall'altezza
trovata, rimangono gradi 14, li quali detratti da 90 fanno l'altezza del polo
gradi 76, minuti quindeci: e trovossi che l'ago della bussola errava di gradi
ventisei intieri. L'istesso giorno due de' nostri marinari andarono di nuovo
verso la croce, n trovarono impedimento alcuno d'orsi. Noi li seguimmo con
armi, temendo per l'infortonio passato, e sendo giunti alla seconda croce
trovammo ancora due pedate d'orso, dalle quali comprendemmo quanto lungi ci
seguitassero, e vedemmo che erano arrivati cento piedi lontano dal loco dove ci
eravamo fermati.
22 luglio, che fu in luned, piantammo quivi un'altra croce, nella quale vi
scolpimo le nostre insegne; e ci fermammo intorno ad essa croce fino alli 4
d'agosto, e in terra lavammo le nostre camicie e l'asciugammo.
30 detto, essendo il sole intorno al settentrione, venne un orso presso la nave
per un trar di mano, quello a punto a cui con lo schioppo avevamo ferito un
piede, s che se ne fugg zoppicando.
31 luglio, sendo il sole intorno greco levante, noi sette in numero ammazzammo
l'orso, il cui cadavero, levateli la pelle, gettammo in mare. Sul mezzogiorno
col nostro astrolabio trovammo che la lancetta della bussola errava di gradi
17.

Agosto 1596.

Il primo d'agosto di nuovo vedemmo un orso bianco, il qual fugg subito.
Il 4 del detto, districandoci del ghiaccio, arrivammo all'altro lato
dell'isola, ove fermandoci portammo nella nave il copano pieno di sassi, non
senza gran fatica e difficult.
5 d'agosto, di nuovo facendo vela verso il capo del Ghiaccio, spirando levante,
andavamo verso ostro siroco e greco tramontana, n trovando ghiaccio intorno
terra, tenimmo lungamente il corso a longo quella. E alli 6 passammo il
promontorio Nassovico, e navigammo verso levante e 4 siroco levante lungo
l'orlo della terra.
Alli 7 d'agosto, spirando ostro, facemmo vela dietro la riviera della terra
verso siroco e 4 levante siroco, e trovando poco ghiaccio giungemmo al
promontorio di Consolazione, al quale gi un pezzo avevamo aspirato. Verso
sera, spirando vento da levante e levatasi una nebbia, fu forza fermar la nave
ad un pezzo di ghiaccio, il quale andava sott'acqua quasi 36 braccia e avanzava
di sopra quasi 16, cio ch'era grosso 52 braccia, percioch toccava il fondo
dove era l'acqua d'altezza di 36 braccia.
8 del detto la mattina spirava ancora levante e la nebbia stava ferma.
9 del medesimo, stando noi accosto a quel gran pezzo di ghiaccio, cominci a
nevigar una neve foltissima, ed era il cielo nuvoloso, sendo il sole circa
l'ostro. E passeggiavamo sopra la coperta o tavolati, s come eravamo soliti a
far le sentinelle, e 'l nocchiero ancor egli caminando sent uno animale a
rispirare, e guardando fuori vide un grand'orso che giaceva appresso la nave: e
gridando ad alta voce "l'orso, l'orso", tutti montamo di sopra la coperta o
tavolato e vedemmo l'orso presso 'l nostro battello, che s'affaticava co' piedi
dinanzi di montar in quello. Ma levato da noi un gran grido, impaurito nuot
lontano, ma subito ritornato s'ascose dietro quel gran pezzo di ghiaccio al
qual eravamo attaccati, e montato sopra quello senza timore se ne veniva alla
nostra volta per passar nella nave. Ma noi avevamo tesa la vela della barca
sopra il zocco dell'ancora, dietro la quale stavamo nascosi con quattro
archibugi, dalli quali ferito se ne fugg via; ma per la folta neve che
fioccava non potemmo osservare dove andasse, ma sospettavamo che si fusse posto
a sedere sopra un certo tumulo, che molti n'erano sparsi su per quei pezzi di
ghiaccio.
A' 10 d'agosto, che fu il d di sabbato, cominci il ghiaccio in copia ad andar
fluttuando, e allora solamente ci accorgemmo che quel pezzo di ghiaccio al
quale eravamo fermati s'appoggiava sul fondo, perch gli altri pezzi di
ghiaccio scorrevano oltra, per la qual cosa non poco tememmo che quel ghiaccio
non ci fracassasse e affogasse. Perci usammo gran diligenzia e fatica per
uscir di l, e perch si trovavamo in gran pericolo, ed essendosi gi tutti
posti in opera intorno al far vela, fu portata la nave con tanto impeto nel
ghiaccio che fece rimbombar tutti i luoghi d'intorno, e pervenimmo ad un altro
gran pezzo di ghiaccio, al quale gettata l'ancora ci fermammo fino a sera. E la
sera, avendo gi cenato, nel primo quarto cominci quel gran pezzo di ghiaccio
impensatamente a spezzarsi, con cos orrendo strepito che a pena si pu dire,
percioch con quella gran spezzatura and in pi di 400 pezzi: e sendoci a
quello accostati con la prora, lentando la corda ci liberammo. Sott'acqua quel
pezzo dove toccava fondo era grosso 10 braccia e sopra acqua avanzava due, il
qual creppando fece uno strepito orrendo tanto sott'acqua quanto sopr'acqua, e
quei fragmenti si sparsero qua e l. Liberati da quel gran pericolo, di nuovo
fummo portati ad un altro pezzo di ghiaccio grande, che andava sott'acqua 6
braccia, dall'uno e dall'altro lato del quale fermammo le corde. Dipoi ne
vedemmo un altro gran pezzo alquanto da noi discosto in mare, che stava erto in
alto a guisa d'una piramide o d'una torre, al quale accostati, mandato gi lo
scandaglio, trovammo che andava gi fino al fondo per venti braccia, e sopra
acqua avanzava quasi dodeci.
11 d'agosto, giorno di domenica, andammo co' remi ad un altro pezzo di
ghiaccio, il qual trovammo, mandato gi lo scandaglio, che andava sotto acqua
fino al fondo diciotto braccia e sopra acqua avanzava dodeci.
12 detto facemmo vela pi presso terra per sollevarci dal ghiaccio, perch,
nuotando pezzi di ghiaccio cos grossi e cos profondi, vicino a terra in fondo
di 4 o 5 braccia eravamo da quelli pi sicuri: e quivi era una gran discesa di
acque dai monti. E un'altra volta fermammo la nave ad un pezzo di ghiaccio, e
quella punta del ghiaccio la chiamammo la punta minore.
13 dell'istesso di mattina dalla punta oriental della terra venne un orso
presso la nave, al quale uno de' nostri marinari tir una archibugiata, e gli
scavezz un piede; nientedimeno con tre piedi saltando ascese sopra un monte,
ma noi seguitandolo poi l'ammazzammo, e cavatali la pelle la portarono nella
nave. Indi spirando leggier vento facemmo vela, ma sempre torcendo il corso.
Finalmente cominci a spirar maggior vento dall'ostro e da ostro siroco.
Alli 15 detto giungendo all'isola d'Orangia, presso ad un gran pezzo di
ghiaccio, fummo cinti dal ghiaccio, s che andammo a pericolo grande di perder
la nave, nondimeno con gran fatica arrivammo ad essa isola. E spirando vento da
levante eravamo sforzati di condur la nave altrove, intorno al che occupati,
gridando ad alta voce, si dest un orso che quivi dormiva e venne a noi verso
la nave, s che ci convenne lasciar l'opera e difendersi da quello: ma ferito
d'un'archibugiata fugg verso l'altro lato dell'isola, e nuotando mont sopra
un pezzo di ghiaccio e quivi fermossi. Ma vedutici che con la barca a remi lo
perseguitavamo, salt di nuovo in acqua e cominci a nuotar verso terra, ma
serrandogli la strada con una scurre gli ferimmo il capo; ma egli ogni volta
che alzavamo noi la scurre per ferirlo sempre si tuffava sott'acqua, s che con
gran difficolt lo potemmo uccidere, poi tiratolo in terra gli levammo la
pelle, qual portammo in nave. Dipoi conducendo la nave ad un gran pezzo di
ghiaccio, a quello la fermammo.
17 d'agosto, dieci di noi con la fregata passammo a remi nel continente della
Nuova Zembla e tirammo la barca sopra il ghiaccio, dipoi montando sopra un alto
monte osservammo il sito del continente a noi opposto, qual trovammo che molto
si stendeva a siroco e ostro siroco, e dipoi voltar molto verso ostro, onde
prendemmo diffidenza grande che quella terra fusse tanto stesa all'ostro. Ma
veduta l'acqua aperta a siroco e siroco levante, di nuovo sentimmo allegrezza
grande, stimando esser gi fornita la navigazione, n sapevano trovar mezo o
via di tornar alla nave assai presto per poter ci riferire a Guglielmo di
Bernardo.


Come presso l'isola d'Orangia fummo serrati dal ghiaccio con pericolo grande, e
come un terribil orso che dormiva presso la nave, svegliato dai nostri gridi,
ci diede da fare, s che, lasciata l'opra, bisogn combatter con quello e con
difficult si vinse e uccise.
Cap. IIII.

18 del detto apparecchiamo il tutto per far vela, ma con vano disegno e inutil
fatica, che quasi perdemmo l'ancora e due corde grosse nuove, e dopo molti
stenti indarno sofferti ci fu necessario ricorrer in quel luogo istesso onde
eravamo partiti, percioch un gran crescente del mare rifluttuava e il ghiaccio
correva velocissimamente fin sopra le corde lungo la nave, in modo che
pensavamo di perder quanto avevamo di fuori della nave, e n'erano pi di
dugento braccia di fuori della nave. Ma Iddio tutto rivolg in bene, s che
tornammo onde ci partimmo.
19 del detto, sendo aere assai queto e spirando garbino e correndo ancora il
ghiaccio, facemmo vela con vento assai favorevole e venimmo presso il capo del
Desiderio, onde di nuovo non picciola speranza prendemmo. Passata la punta,
caminammo verso siroco in mare e drizzammo il corso verso maestro, fin che di
nuovo giungemmo alla terra che si stende dal capo o punta del Desiderio fino
alla punta del Capo verso 4 garbin ostro per sei miglia. Dall'angolo del
promontorio fino al promontorio Ulissingese si stende la terra verso 4 garbin
ostro per tre miglia, e dal promontorio Ulissingese si stende in mare verso
siroco levante; e di nuovo dal promontorio Ulissingese fino al canton
dell'Isola si stende verso 4 ostro garbin e garbin per tre miglia, e dal
canton dell'Isola fino al canton del Porto del Ghiaccio verso ponente garbino
per quattro miglia; dall'angolo poi del porto del Ghiaccio fino al seno del
Flusso e l'umil terra verso 4 garbin ponente 4 greco tramontana per 7 miglia,
poi la terra  stesa verso levante e ponente.
21 detto navigammo longamente nel Porto del Ghiaccio e quivi s'annottammo. La
mattina poi, correndo la crescenzia del mare grandemente verso levante, di
nuovo uscimmo e un'altra volta navigammo verso la punta dell'isola, ma, sendo
l'aere nubiloso, fummo portati ad un pezzo di ghiaccio, al quale fermammo la
nostra nave, percioch garbino e ostro garbino cominciavano a soffiare
grandemente. Montando sopra il ghiaccio, non potevamo mirarlo a bastanza, tanto
bella e graziosa cosa ci pareva, la superficie del quale era coperta di terra,
e in quella trovammo quasi 40 ovi. Era dissimile dall'altro ghiaccio, e di
color azurro come il puro cielo, in modo che tra i nostri erano diverse
opinioni, altri affermando che fusse vero ghiaccio, altri terra congelata dal
freddo: percioch molto avanzava sopra acqua, e arrivava al fondo di quasi 18
braccia e dieci sopra acqua avanzava. Quivi ci fermammo mentre dur la fortuna
e spir 4 ponente garbin.
23 agosto partimmo dal ghiaccio verso siroco caminando in mare, ma di nuovo
subito dammo nel ghiaccio, e ritornammo al Porto del Ghiaccio. Il giorno
dietro, spirando impetuosamente maestro tramontana e scorrendo grandemente il
ghiaccio, stammo con gran travaglio, e levandosi il vento maggiore il ghiaccio
maggiormente caminava, s che la bertoella del timone e parte del timone ci fu
portato via, e il copano tra 'l ghiaccio e la nave fu fracassato e fatto in
pezzi, n aspettavamo altro se non che anco la nave si spezzasse.
25 agosto cominci a bonazzarsi l'aere, e facemmo di gran fatica in spinger via
il ghiaccio che ci stringeva, ma ogni fatica fu vana. Sendo poi il sole in
garbino, cominci il ghiaccio col flusso del mare a scorrere, e facevamo
pensiero d'andare verso ostro per far vela verso Weygats, circondando la Nuova
Zembla; ma avendo passata la Nuova Zembla, n trovando apertura alcuna, ci
togliemmo di fantasia di poter pi passare ed eravamo d'opinione di tornar a
casa. Ma venendo al seno del flusso bisogn per rispetto del ghiaccio
ritornare, il qual era quivi fermato saldo, e quella stessa notte si gel
talmente che non potemmo a pena passare, cos denso spirava il vento da
tramontana.


Come, cinti un'altra volta dal ghiaccio, avendo mandato gli uomini fuori a
spinger via esso ghiaccio, ne perdemmo quasi tre dopo mosso il ghiaccio da sua
posta a scorrere, che se non s'appigliavano alle corde della nave erano portati
gi del ghiaccio.
Cap. V.

26 d'agosto cominci il vento a soffiar ad ogni verso, perci disegnavamo di
ritornare verso la punta del Desiderio e indi a casa, poich per Weygats non
potevamo passare; ma sendo pervenuti appresso il porto del Ghiaccio, cominci
il ghiaccio cos ad ondeggiare che rimanemmo da quello cinti, bench
gagliardamente ci affaticassimo per penetrare, ma ogni fatica fu gettata. E se
il ghiaccio avesse tenuto il suo corso, avremmo quasi perduto tre uomini che
stavano sul ghiaccio per farci strada, ma sendo noi portati adietro e tornando
similmente adietro il ghiaccio sopra il quale erano li tre uomini ed essendo
essi agili e presti di mano, passando presso la nave il ghiaccio,
s'appigliarono uno alle corde ove sta attaccata la vela maggiore, l'altro alle
corde dell'arbore, e il terzo ad una corda che pendeva della poppa: e cos
fortunatamente con tal destrezza e agilit con un salto poi vennero nella nave,
onde resero molte grazie a Dio, percioch ognuno credeva pi tosto che
dovessero esser portati dal ghiaccio, ma con l'aiuto di Dio e per la loro
agilit uscirono di quel pericolo, il qual spettacolo a chi 'l vide parve
formidabile.
L'istesso giorno verso sera giungemmo al lato occidentale del porto del
Ghiaccio, ove ci bisogn stare tutta la vernata fredissima in gran miseria,
penuria e rincrescimento, e spirava allora vento da greco levante.
27 d'agosto il ghiaccio ondeggiando e fluttuando cinse del tutto la nave, ed
essendo piacevol aura andammo nel continente, e sendo andati un pezzo inanzi,
cominci a spirar un siroco assai veemente, il qual con tanto impeto spinse il
ghiaccio nella prora della nave che la lev quasi 4 piedi in alto, e la poppa
stava come nel fondo, in modo tale che tenevamo per certo che ella fusse
ispedita. Per il che quelli che erano nella nave, subito messa fuori la scala
per salvar la vita, spiegando una bandiera al vento ci diedero segno che
tornassimo alla nave. Noi, vedendo la bandiera volteggiar al vento e la nave
cos inalzata e torta, con quanta fretta potemmo maggiore a quella andammo,
giudicando che ella fosse rotta; ma, giunti l, trovammo il tutto in miglior
stato di quello che credevamo.
28 del detto, cedendo alquanto il ghiaccio, cominci la nave a drizzarsi; ma
avanti che si drizzasse Guglielmo di Bernardo e il vicario del governatore
erano andati sotto la prora a vedere come stava la nave e quanto fusse alzata,
ed essendo intorno a ci occupati, appoggiandosi e co' ginochi e con li gomiti
a misurare, levossi la nave con tanto strepito che si stimarono morti, non
sapendo dove ritirarsi.
29 dell'istesso, ridotta la nave in stato commodo, facemmo un apparecchio
grande di mazze e pali di ferro e altri stromenti per spezzar quei pezzi di
ghiaccio ch'erano spinti un sopra l'altro, ma con fatica vana e senza speranza
alcuna, s che raccomandammo il tutto a Dio a da lui solo aspettavamo aiuto.


Come la nave fu alzata con la prora in alto dalli gran pezzi di ghiaccio, che
venendo gi si cacciavano l'un sotto l'altro sotto essa nave, s che la puppa
stava quasi per fondo; e come Guglielmo e 'l suo vicario, che erano andati a
misurare quanto era levata, nel tornar gi furono in gran pericolo, e come
ancora in tal pericolo libarono alquanti vasselli di biscotto, tirandoli in
terra col battello.
Cap. VI.

30 d'agosto cominciaron di nuovo i pezzi di ghiaccio a spingersi un sopra
l'altro verso la nave, spirando terribilmente garbin ostro e cadendo una
foltissima neve; per il che la nave del tutto si ferm e si caric, onde tutto
d'intorno a quella cominci a crepare e la nave stessa a spezzarsi in cento
parti, il che e a vedere e ad udire era spaventevole, in modo che ci si
arricciavano li capelli. In tal pericolo fu la nave. Poi, sendo mandati sotto
acqua quei fragmenti di ghiaccio che cos di ogni intorno la stringevano, fu
spinta in alto, s che parve che fusse levata con qualche ordegno di ferro.
31 d'agosto, di nuovo scorrendo gi il ghiaccio con tanto impedito, fu levata
la prora della nave in alto quattro o cinque piedi, e la poppa era cacciata in
una fessura del ghiaccio, onde giudicavamo che cos il timone dovesse esser
salvo dall'impeto del ghiaccio che correva; ma correa con tanta furia che si
spezz e 'l timone e le bartovelle dove era attaccato, e se cos la poppa come
la prora fusse stata volta al corso del ghiaccio, sarebbe stata tutta la prora
coperta o forsi sommersa, di che molto temevamo. E prima ponemmo la scaffa col
battello nel ghiaccio per potersi in caso di pericolo salvare, ma intorno 4 ore
dopo il ghiaccio da sua posta torn adietro, per il che sentimmo non poca
allegrezza, non altrimenti che se fussimo liberati dalla morte, percioch la
nave di nuovo scorreva liberamente. Dipoi, accommodato di nuovo il timone e la
sua bartovella, lo appiccammo di fuori dell'uncino, perch se occorresse di
nuovo che fossimo cos levati fusse libero.

Settembre 1596.

Il primo di settembre, che fu sacro al Signore, sendo occupati a far orazione,
cominci di nuovo il ghiaccio a spingerci talmente che la nave tutta si lev
quasi due piedi in alto, stando per ancor ferma. Al mezogiorno, venendo gi
ancora il ghiaccio e montando l'un pezzo sopra l'altro, si preparammo a tirar
la scaffa e il battello sopra il ghiaccio in terra, spirando siroco.
2 settembre, spargendo la tramontana una spessa neve, cominci di nuovo il
ghiaccio a stringer la nave, onde scoppiava grandemente, talch si consigliamo
in tal fortuna di tirar il copano e battello in terra con tredeci vascelli
pieni di biscotto e due di vino, per sostentarci nel bisogno.
3 del detto, il vento spirava al solito gagliardo da greco tramontana, ma non
menava cos folta neve, e ritirandoci di nuovo dal ghiaccio, che ci stringeva
talmente che spingeva il legno della prora fuori, ma le tavole con le quali era
fortificata la nave lo tennero, s che pendeva gi da quelli. E fu rotto anco
un pezzo dell'arbore, insieme con un capo di corda nuovo col quale eravamo
legati al ghiaccio, per il gran carico, nientedimeno stete ancora saldo
congelato in esso ghiaccio: perch la nave stava ferma, il che era da
maravigliare, perch il ghiaccio veniva gi con tal impeto che venivano gi
monti di ghiaccio non minori de' monti di sale che si veggono in Spagna, e un
tiro solo d'arcobugio lontano dalla nave, onde stavamo con gran spavento
4 dell'istesso, addolcendosi il vento e di nuovo risplendendo il sole, sendo
per l'aere freddo e spirando tramontana, pur ci bisogn star quivi.
5 detto, sendo un sole come ammalato e tranquillit, dopo cena di nuovo il
ghiaccio ci venne ad assediare, s che molto ci stringeva, e la nave cominciava
tutta a levarsi e patir grandemente: pur per grazia di Dio stette ancor salda.
Perch in somma temevamo che la nave ci mancasse, in cos gran pericolo ci
trovavamo, in tal difficult giudicamo esser bene portar in terra il nostro
trinchetto vecchio, la polve d'artiglieria, il piombo, gli schioppi e
falconetti e tutte l'altre arme, per drizzar un padiglione intorno alla nostra
barca, che avevamo tirata in terra; prendemmo appresso pane e vino e
instrumenti fabrili per riparar la nostra scafa, accioch nelli bisogni ci
potesse servire.
6 di settembre fu assai buon aere e tranquillo, e col sol chiaro spirava vento
da ponente, s che alquanto rispirammo, sperando che 'l ghiaccio si dovesse
consumare s che potessimo indi partire.
7 del detto, bench fusse assai buon aere, non vedemmo per apertura alcuna
dell'acqua, ma stavamo fermi stretti nel ghiaccio, in modo che non si poteva
trar goccia d'acqua d'intorno la nave. L'istesso giorno cinque de' nostri
andarono in terra, ma due tornarono e altri tre andarono inanzi circa due
miglia, i quali trovarono un fiume d'acqua dolce, e appresso a quello copia di
legni condotti l dal fiume; e osservarono anco pedate di rangiferi e alci,
come essi giudicavano, percioch erano pedate fesse in due parti e l'une
maggiori dell'altre, onde fecero tal congietura.
8 del detto spirava greco levante gagliardo, a noi del tutto contrario e
discommodo per batter in pezzi il ghiaccio, onde ognora pi eravamo stretti: il
che ci era di gran travaglio.
9 dell'istesso fece vento da greco spargendo una neve minuta, il che cagion
che la nostra nave fusse del tutto stretta dal ghiaccio, percioch il vento
spingeva con grand'impeto il ghiaccio nella nave, s che per tre o quattro
piedi eravamo calcati e il legno da poppa qualche volta creppava, e di pi la
nave dalla parte dinanzi cominciava un poco ad aprirsi, ma non per con gran
pericolo. La notte vennero presso la nave due orsi, ma dal suonar delle trombe
e dallo strepito degli archibugi che si scaricarono, bench non li toccassero
per esser scuro, impauriti fuggirono.
10 di settembre, bench facesse l'istesso vento, non fu per cos grande e fu
un poco pi piacevol ora.
11 dell'istesso fu bonazza, e noi andati otto in terra ben forniti d'arme, a
vedere se era vero quello che ci avevano riferito quei tre, cio che vi fossero
legna appresso un fiume, perci che, poi che tante volte e tanto tempo eravamo
andati vagando, ora intricandosi nel ghiaccio e ora districandosi e tante volte
mutando camino, e adesso poi vedendo non potersi cavar fuori del ghiaccio, ma
convenir star fissi in quello, e gi soprastarci l'autunno e la invernata, la
necessit istessa ci sforzava a procurare con la opportunit del tempo di
provedersi per passar quivi il verno, aspettando quella riuscita che piacesse a
Dio di concederci. Deliberammo adunque, per pi facilmente difendersi e
assicurarsi contra il freddo e contra le fiere, di fabricar una casa, per
abitare e trattenersi al meglio che potessimo e il resto rimetter nella mano di
Dio; al che fare andammo ad osservar il sito della terra, per trovar luogo
commodo per fabricar tal abitazione, non avendo noi materia alcuna, percioch
in quella terra non si trovavano arbori di sorte alcuna, n altra cosa di che
si potesse fare una fabrica. Ma, come che l'estrema necessit non lascia cosa
senza tentare, sendo andati alcuni de' nostri pi adentro nella regione per
cercar luogo a proposito per fabricar e veder che ventura loro incontrasse, ci
si offerse una inspirata commodit, che alla riva del mare trovammo alquanti
arbori con le loro radici, s come ci avevano riferito quei tre uomini, che
potevano esser stati qui condotti a qualche tempo o di Tartaria o di Moscovia o
d'altra regione, perch dove eravamo non vi nasce arbore alcuno. Di questa
commodit, come a noi da Dio mandata, prendemmo allegrezza grande, sperando
anco che per l'avenire pi oltra ci avrebbe concesso della sua grazia, perci
che questi legni non solamente ci furono commodi per il fabricare, ma anco a
far fuoco, de' quali si servimmo tutta la vernata: altrimenti per il gran
freddo senza dubbio alcuno eravamo tutti per morire.
12 di settembre, sendo ancor l'aere tranquillo, i nostri andarono in un'altra
parte a cercar legna in qualche luogo pi vicino, ma ne trovarono molto poche.
13 del detto fu anco l'aere tranquillo, ma molto scuro di nubi, s che non
potemmo far nulla, percioch per quelle nebbie sarebbe stato molto pericoloso
il passar nella regione pi adentro, per rispetto de' crudeli orsi che non
potremmo vedere, ed essi noi sentirebbono a naso, avendo come ho ancor detto
miglior odorato che vista.
14 dell'istesso fu giorno sereno, ma un freddo molto acuto; per andati nella
regione accumulammo quantit di legna, perch non fussero coperte dalla neve,
per poterle trovare da portar al luogo dove avevamo disegnato di fabricare.


Di tre orsi che vennero ad assaltar la nave, e come uno fu ammazzato mentre
voleva tor un pezzo di carne fuori d'un mastello, che avevamo messa all'aere;
ove cadendo morto, l'altro lo stava ad odorare e mirare, e poi se n'and, e
ritornato, ergendosi in due piedi per far impeto ne' nostri, fu ucciso.
Cap. VII.
15 di settembre, giorno di domenica, nell'aurora, facendo uno la guardia,
furono veduti venir tre orsi, un de' quali si gett gi dietro un pezzo di
ghiaccio, gli altri due venivano alla nave: per si apparecchiamo a tirar loro
d'archibugio. Era a caso sopra il ghiaccio un mastello o catino con carne
esposto all'aere, perch presso la nave non era acqua, e uno di quegli orsi
pose il capo nel catino per tor un pezzo di carne; ma, scaricato un schioppo,
gli fu passato il capo, s che subito cad morto, senza pi muoversi niente.
Qui ci occorse uno spettacolo maraviglioso, percioch l'altro orso si ferm a
sedere tacito, quasi maravigliandosi, e ogni tratto nasava quel ucciso, ma
vedendolo giacer morto alla fine si part; ma noi, prese l'armi, come allabarde
e schioppi, stavamo aspettando se tornava. Finalmente venne verso di noi, e
levandosi sopra i piedi di dietro per far impeto contra di noi, uno de' nostri
lo pass con lo schioppo per mezzo il ventre, s che cad sopra i piedi dinanzi
e si mise con grand'urli a fuggire. Quello che era morto, l'aprimmo e gli
cavammo gli interiori, dipoi acconcio sopra tutti quattro i piedi lo lasciammo
congelare, disegnando di portarlo in Ollanda, se potevamo liberar la nave.
Acconciato in tal modo l'orso in piedi, cominciammo a fabricare un carro matto
per condur li legni al luogo dove volevano fabricare. In quell'istesso tempo
l'acqua salsa del mare si congel quasi alla grossezza di due deta, percioch
era freddo grande e spirava vento da greco.
16 di settembre era sole, ma verso sera si fece nubiloso tempo, spirando greco.
Allora ci mettemmo all'ordine per far il primo viaggio di condur i legni, e
quel giorno conducemmo col carro matto per il ghiaccio e per la neve 4 travi
quasi per un miglio. E congelossi l'acqua quella notte all'altezza di due deta.
17 detto, andammo 13 di noi con dui carri matti a condur legni, cinque per
carro deputati a tirare e tre a tenir i legni sopra i carri, per condurli pi
facilmente, facendo per il pi dui viaggi al giorno, accumulando i legni in
quel luogo dove s'aveva a fabricare.
18 dell'istesso, spirando ponente e cadendo una folta neve, di nuovo andammo
all'usato ufficio di condur legni. Al mezzogiorno fu bel tempo con aere
tranquillo.
19 detto fu anco buon tempo, e conducemmo dui carri di legni per sei miglia e
due volte al giorno.
20 detto facemmo ancora due volte, bench fusse nuvolo, ma era bonazza.
21 fu aere nubiloso, ma dopo mezogiorno sereno, e ancora in mare il ghiaccio
andava ondeggiando, non per cos spesso n con tant'impeto come prima; ma era
l'ora molto fredda, s che ci convenne portar il nostro armaio a basso nel mezo
della nave, percioch di sopra ogni cosa si gelava.
22 settembre splendeva il sole ed era sereno, ma molto freddo, spirando
ponente.
23 detto conducemmo due carri di legni per la fabrica, con tempo nuvoloso, ma
queto, spirando levante e greco levante. In quel giorno mor il nostro
marangone, la sera che tornavamo alla nave, il quale era da Purmerent.
24 dell'istesso lo sepellimmo sotto arena e sparto marino, in una fissura d'un
monte, presso il corrente d'un'acqua, percioch non potevamo cavar la terra per
il gran ghiaccio e freddo. E quel giorno conducemmo due carri di legni co'
nostri carri matti.
25 detto si fe' nuvolo e soffiarono ponente, ponente garbino e garbino, e il
mare anco si cominci ad aprire e correr oltra il ghiaccio, ma non longo tempo,
percioch, essendo corso per un tiro d'artiglieria, si ferm di nuovo nel
fondo, attaccandosi in altezza di 3 braccia. Ma dove era fermata la nostra nave
il ghiaccio non scorreva, perci che era stretta a mezo il ghiaccio: che se
fussimo stati in mare aperto avremmo fatto vela, bench il tempo fusse troppo
tardo per navigare. In quel giorno accommodammo e squadrammo i travi per la
nostra fabrica, la quale andava avanti; ma se la nostra nave fusse stata libera
dal ghiaccio, lasciata la fabrica, avremmo riparata la parte di dietro della
nave, acci fussimo all'ordine per far vela se si avesse potuto per via alcuna,
perci che ci era troppo dura cosa il convenir passar quivi cos la vernata,
che ben sapevamo che sarebbe stata aspra sopra modo. Ma sendoci tolta ogni
speranza ci bisogn fare, come si dice per volgar proverbio, di necessit
virt, e con pazienzia esporci ad aspettar quella riuscita che fusse stata in
piacer di Dio di darci.
26 settembre spirando ponente si apr il mare, nientedimeno la nostra nave
stava chiusa dal ghiaccio, onde sentivamo pi dispiacere che allegrezza; ma,
piacendo cos a Dio, bisogn acquietarsi alla sua volont, e cominciammo fra
tanto a serrar il nostro edificio. Parte de' nostri era occupata a condur legna
per abbrucciare e parte intorno alla fabrica, de' quali ancora ne erano di vivi
16, percioch il nostro marangone era morto, e de' vivi ogni tratto qualcheduno
s'ammalava.
27 detto, di nuovo il vento da greco fu molto gagliardo e fu un freddo
crudelissimo, talmente che, tenendo un chiodo in bocca, s come de' marangoni 
usanza, volendolo poi cavare, sendo attaccato alle labra ne faceva spicciare il
sangue. L'istesso giorno anco venne un orso vecchio col suo orsacchio, e
andando insieme tutti all'edificio, percioch separati non osavamo andare, si
ponemmo ad andar a combatter con lui e tirarli delle archibugiate, ma fugg
via. Il ghiaccio di nuovo cominci a correr molto forte, e 'l giorno era molto
sereno, ma in somma freddo, s che con gran difficult potevamo far opera
alcuna: ma pur la gran necessit ci sforzava a farlo.
29 dell'istesso fu giorno sereno, commodo e tranquillo, spirando ponente, e il
mare pareva aperto, ma pur la nostra nave stava serrata tra 'l ghiaccio. Quel
giorno venne un orso alla nave, ma vedutici fugg, e noi andammo alla fabrica.


Come ci fu necessario fabricare una casa per ripararsi dal freddo e dalle
fiere, e come Dio ci provide di legnami in luogo dove non si trova n arbore n
erba, quali ci convenne condur per due miglia lontano sopra un carro matto, per
quindeci giorni due volte al giorno.
Cap. VIII.

29 settembre la mattina spirava vento da ponente, e a mezzogiorno poi levante.
Allora apparvero tre orsi tra la nave e l'edificio, cio un vecchio con dui
gioveni; nientedimeno non restammo di tirare quel che ci faceva bisogno alla
fabrica, desiderando di farli voltare, ma ci venivano allo incontro, n
volevamo loro cedere, ma mandato un grido ci sforzavamo di farli fuggire; ma
vedendo che non mutavano passo, anzi che ci venivano al dritto, allora inalzato
da noi e da quelli che erano su la fabrica un grido, cominciarono gli orsi a
fuggire, di che niente si pentimmo.
30 del detto spirarono levante e siroco, e tutta quella notte sparsero una
folta neve e tutto quel giorno ancora, s che i nostri non poterono condur
legni, talmente era ella folta. Accendemmo dinanzi all'edificio un gran fuoco
per liberar la terra dal ghiaccio e per assettarla intorno all'edificio,
accioch il freddo passasse dentro meno; ma fu vana la nostra fatica, percioch
la terra era talmente rigida e tanto in gi congelata che non fu mai possibile
disghiacciarla, e avrebbe bisognato consumar troppa legna: perci si rimanemmo
da tal impresa.

Ottobre 1596.

Il primo d'ottobre spirava vento da greco molto terribile la mattina, e a
mezzogiorno tramontana con fortuna e neve grandissima, s che con difficult
grande si poteva andar contra il vento, anzi a pena si poteva spirare, cos ci
era spinta la neve nella faccia, n si poteva vedere lontano quanto sono lunghe
tre navi.
2 d'ottobre avanti mezzogiorno fu sole, ma dopo mezzogiorno di nuovo fu tempo
tenebroso con neve, ma per con aere quieto, spirando prima tramontana e poi
ostro. Eretto l'edificio, gli ponemmo per l'insegna neve congelata in vece di
frondi.
3 del detto fu aere tranquillo e sereno, ma talmente freddo che a pena si
poteva sopportare. Al mezzogiorno tir vento da ponente portando tal rigore
che, se fusse durato, sarebbe stato forza abbandonare il lavoro.
4 dell'istesso fece vento da ponente e sul mezzogiorno tramontana gagliarda,
spargendo una molto folta neve, la quale di nuovo imped l'opera nostra. Allora
portammo la nostra ancora con la corda sopra il ghiaccio, per star pi saldi,
percioch eravamo distanti solamente un tiro d'arco dall'acqua libera dal
ghiaccio, cos era andato gi il ghiaccio.
5 ottobre, spirando gagliardamente maestro fu scacciato del mare il ghiaccio,
quanto si pot vedere, ma per la nostra nave non era meno stretta che prima e
serrata anco sopra il ghiaccio per due e tre piedi; n potevamo veder altro, se
non che ella era fino al fondo circondata e stretta dal ghiaccio per quattro
braccia. L'istesso giorno rompemmo la parte dinanzi, nella quale sta l'arbore
della nave, e con quelle tavole tessemmo l'edificio, in mezzo un poco pi alto,
per dar la discesa all'acqua: e per la maggior parte l'avevamo chiuso e
stivato, pur il freddo non si rimetteva.
6 d'ottobre spir ancora vento da ponente gagliardo e garbino, ma intorno sera
maestro tramontana, spingendo una folta neve, che a pena niuno poteva metter
fuori il capo della porta, per il gran freddo.
Alli 7 fu aere assai piacevole, ma molto freddo, e diligentemente andammo
turando e calcando il nostro edificio, e rompemmo la parte di dietro della nave
dove  l'arbore, per serrar meglio l'edificio dalla parte di fuori. Il vento
quel giorno circond tutto il mondo.
8 detto, la notte precedente e tutto quel giorno fu cos terribil vento, con un
nembo di neve, che se alcuno usciva gli pareva soffocarsi; anzi niuno avrebbe
potuto, ancor che vi fusse stato pericolo della vita, allontanarsi la longhezza
della nave, percioch era impossibile di star fuori della casa o della nave per
un momento.
9 d'ottobre spirava ancora tramontana, e portava anco neve spessissima, come
anco il giorno precedente: e quando soffiava vento da terra, bisognava star
tutto il giorno serrati in casa per il gran freddo.
Alli 10 la mattina fu un poco pi piacevol aura e tranquilla, spirando garbino,
e l'acqua era gonfiata quasi due piedi pi alta del solito, il che giudicammo
che fusse per il troppo soffiar di tramontana. L'istesso giorno ancora cominci
ad indolcirsi l'aere, s che ardivamo uscir di nave. E occorse che ad un certo
della nostra nave uscito venne incontro un orso, ch'egli non se n'era accorto,
e quasi diede in lui prima che lo vedesse, onde subito corse verso la nave, e
l'orso lo seguit. Ma, come giunse al luogo dove avevamo drizzato in pi l'orso
ammazzato per lasciarlo indurare, che poi era nella neve sepolto, ma per gli
avanzava fuori un piede, subito si ferm, col qual indugio il nostro uomo
pervenne alla nave impaurito, e gridando ad alta voce "l'orso, l'orso",
eccitati dal suo gridare venimmo sopra il tavolato per tirarli delle
archibugiate; ma avevamo gli occhi serrati dal fumo continuo il quale, chiusi
nella nave per l'asprezza dell'aere, avevamo patito, che non si avrebbe
sofferto per qualsivoglia premio, se non fusse stato il gran freddo e la neve
che ci sforzava, se volevamo salvar la vita: altrimenti, stando sopra il
tavolato o coperta della nave, senza dubbio saremmo morti di freddo. Ma l'orso
non si ferm quivi troppo, ma subito part. Spirava poi greco, e usciti
l'istesso giorno di nave verso sera, sendo assai buona aura, andammo
all'edificio portando nosco gran parte del pane.
11 ottobre, sendo l'aere quieto e spirando leggiermente ponente, ma poco pi
caldo, mettemmo in terra il vino e il resto della mesa. Ma, mentre eravamo
occupati in levar fuori il vino della nave, un orso che stava ascoso dietro un
pezzo di ghiaccio, desto forse dal nostro gridare dal sonno, venne alla nave:
l'avevamo noi veduto steso, ma lo stimavamo un pezzo di ghiaccio. Or questo a
noi venendo, con una archibugiata lo ferimmo, ma, fuggendo egli, noi seguimmo
il nostro lavoro.
12 detto, spirando tramontana e qualche volta saltando da ponente, mezi de'
nostri andarono nell'edificio e quivi passarono la prima notte, ma patirono un
gran freddo, percioch non erano ancor fatte le lettiere n avevano molta copia
di schiavine, e poi anco perch non potevano accender il fuoco per non esser
fatto ancora il camino, per rispetto del gran fumo.
13 dell'istesso, spirando di nuovo fieramente tramontana e maestro, andammo tre
alla nave e caricammo il carro matto d'una botte di cervosa, la qual mentre
desideravamo di tirare alla casa, si lev improviso cos orribil vento con
tempesta e ghiaccio che, non potendo star fuori, ci fu forza di nuovo ritornar
in nave e lasciar la cervosa di fuori sopra il carro: e nella nave patimmo gran
freddo per penuria di coperte.
14 detto, usciti di nave, trovammo il vascello della cervosa (la qual era
dantiscana) lasciata fuori sul carro esser creppato nel fondo per il rigor del
freddo, e la cervosa che era uscita congelata e talmente attaccata al fondo del
vascello, come se fusse attaccata con visco. Tirammo adunque quel vaso di
cervosa all'edificio e lo voltammo dritto in piedi, ma, volendo bevere la
cervosa, bisogn prima disghiacciarla, percioch a pena nel vascello era rimasa
senza congelarsi, e in quell'umore consisteva tutta la forza di essa cervosa,
in modo che per la sua forza non si poteva bevere; quella poi che era congelata
era tanto insipida come se fusse acqua, pur disciolta e mescolata con l'altra
non gelata la bevevamo, ma era molto debile e insipida.
15 ottobre spir tramontana, levante e siroco levante, ed era l'aere
tranquillo. In quel giorno, levati tutti gli impedimenti, spingemmo via con i
pali la neve per metter le porte all'edificio.
16 ottobre, spirando siroco e ostro e sendo il ciel tranquillo, la notte
precedente un orso entrato nella nave verso il giorno si part, avendo sentito
la gente. Allora disfacemmo il conclave del patron della nave per tor quelle
tavole per far la porta e l'entrata.


Come cominciammo a fabricare alla usanza de' Settentrionali, ponendo li travi
l'un sopra l'altro per traverso e stivando bene e serrando gli spazii fra mezzo
per difendersi dalla neve e dal freddo, con la parte di sopra quadrata per il
pi e coperta di tavole, col suo camino e portico dinanzi le porte.
Cap. IX.

17 e 18 fummo occupati in fornir la casa e portar dentro massericcie.
19 detto, soffiando tramontana, sendo due soli uomini in nave, venendo un orso
voleva entrar per forza in nave: se bene con legni apparecchiati per
abbrucciare lo percuotevano, nientedimeno si faceva loro incontro ferocemente,
onde impauriti si misero a fuggire quei due nel fondo della nave, e il putto
mont in cima l'albero, non lasciando cosa alcuna per salvar la vita. Tra tanto
andando alcuni de' nostri alla nave, l'orso audacemente si fe' lor incontro, ma
ferito da loro con un moschettone si fugg.
20-21 attendemmo a portar vino, vettovaglia e altro nella casa. 22 fece neve
grande. 23 e 24 menamo un amalato di nave alla casa e la scafa della nave
ponendola riversa per serbarla a tempo nuovo da potersi valere; e il sole a noi
utilissimo e desideratissimo si cominci a lasciare.
25 ottobre andammo a torre tutte le arme e instrumenti necessarii per la barca
e copano, ed essendo occupati in quell'ultimo viaggio intorno alle corde a
tirare, il nocchiero voltandosi vide tre orsi dietro la nave che a noi
venivano, e subito spaventato cominci a gridare per far loro paura, e noi
subito sbrigandosi dalle corde ci preparammo a far resistenza: e per sorte
sopra il carro erano due scurre romane, una delle quali prese il nocchiero e io
l'altra per difendersi a tutto potere. Ma gli altri si misero a fuggire quanto
potevano, e fuggendo uno d'essi cad in una fessura di ghiaccio il che ci fu
orribile a vedere, percioch pensavamo che un orso facendo impeto in lui lo
divorasse; ma Iddio provide egli che gli orsi si voltassero verso di quelli che
fuggivano nella nave, e tra tanto noi, presa l'occasione, con quello ch'era
caduto nel ghiaccio andassimo verso la nave e ci salvassimo. Gli orsi, vedendo
che eravamo cos campati, s'accostarono ferocemente alla nave, ma noi non
avevamo altre arme che le due dette scurre, e perch non ci fidavamo molto
d'esse, andavamo trattenendo gli orsi con tirargli delli bastoni e altro, che
essi andavano seguitando non altrimenti che i cani un sasso tirato loro. Tra
tanto mandammo uno de' nostri da basso ad accender il fuoco e un altro a
pigliar delle arme d'asta, ma non si pot mai accender fuoco che potessimo
scaricar gli schioppi, ma come gli orsi arditamente ci assaltavano, tirando
loro delle allabarde ne ferimmo uno nella bocca: quello sentendosi ferito pian
piano si part da noi, il che vedendo gli altri, che erano minori, si partirono
insieme. Noi poi, rese grazie a Dio che ci avesse in tal modo da quelli
liberati, tirato il carro all'abitazione senza impedimento alcuno, riferimmo
agli altri quanto ci era occorso.
26 vedemmo il mare aperto, ma la nostra nave ancora serrata.


Come, mentre eravamo occupati a tirar robbe della nave alla casa, sendo
assaltati da tre orsi, parte fugg alla nave, parte rest al carro,
difendendosi con le allabarde; e come uno caduto in una fessura del ghiaccio
fuggendo fu in gran pericolo, ma, sendo voltati gli orsi verso gli altri che
fuggivano, si salv con gli altri nella nave, ove cercando d'entrar gli orsi
con bastoni e con allabarde furono scacciati.
Cap. X.

27 ottobre fu un nembo di neve, e i nostri con lo schioppo ammazzarono una
volpe bianca, le carni della quale scorticate e rozze mangiarono, e le
trovarono simili d'odore alli conigli. Acconciammo anco quel d il nostro
orologio, che sonasse con la campana, e accommodammo anco una lucerna per far
luce la notte, per la quale accender ci servimmo del grasso dell'orso
liquefatto.
28 detto, spirando tramontana, i nostri uscirono a portar legna, ma si lev
tanta tempesta e tanta neve che furon sforzati ritornare. Circa il vespero
mitigandosi l'aura, tre de' nostri andarono per cavar li denti all'orso che
avevano messo a congelare, ma lo trovarono tutto coperto di neve; e subito si
lev tanta tempesta e nembo di neve che furono sforzati a ritornar correndo in
casa, alla quale con difficolt pervennero, percioch cos densa cadeva la neve
che a pena poteano vedere, onde poco vi manc che non fallassero la strada e
andassero tutta la notte errando per quel orrendo freddo.
29 detto andammo a ricercar dello sparto marino misto nell'arena nel lito, per
spargerne la vela che avevamo stesa sopra l'edificio per serrar e stringer pi
il tetto e render la casa tanto pi calda, percioch le tavole non erano troppo
ben congiunte, per esser stati impediti a ci fare dal gran freddo.
30 d'ottobre il sole faceva il suo corso vicino a terra poco sopra l'orizonte.
31 detto, neve grande, che non si poteva por il capo fuor della porta.

Novembre 1596.

Primo novembre vedemmo la luna levare in levante, cominciando gi a venir le
tenebre e sendo il sole ancora sopra l'orizonte, s che si vedeva, bench quel
giorno non lo vedessimo per lo aere nuvoloso e per la neve; n si pot far cosa
alcuna per il gran freddo.
2 novembre spirava ponente verso ostro piegando, la sera poi tramontana, e con
l'aere tranquillo vedemmo il sole a levar in ostro siroco e tramontar in
garbino: la sua rotondit non si vedeva tutta sopra terra, ma si vedeva come
andarla lambendo sopra l'orizonte. Quell'istesso giorno fu ammazzata una volpe
con un colpo di manara e mangiata. Avanti non fu vista da noi volpe alcuna, se
non ora partendo da noi il sole, e allora gli orsi si partirono.
3 detto, spirando maestro con aere tranquillo, si vide il sole in 4 levante
siroco verso ostro a levare, e tramontare in 4 garbin ostro piegando
all'ostro: e solamente la parte di sopra del sole appareva sopra l'orizonte,
bench la terra dove eravamo, quando misuravamo l'altezza sua, fosse alta
quanto l'albore della nostra nave. E allora era il sole in gradi 11 e minuti 48
dello Scorpione; la sua declinazione era gradi 15, minuti 4 dal lato australe
della linea equinoziale.
4 detto, sendo l'aere chiaro, il sol pi non ci apparve perch non montava pi
sopra l'orizonte. Allor il nostro chirurgo fece apparecchiar un mastello, d'un
vascello da vino, per far un bagno per ristorar le membra, facendoci entrar
dentro un dietro l'altro, il qual bagno trovammo che molto ci giovava per
fortificare le membra e conservare la sanit. L'istesso giorno pigliammo una
volpe bianca, percioch raro apparevano, pure allora pi spesso che prima,
perci che, s come gli orsi si partivano col sole n ritornavano se non con
lui, cos al contrario le volpi venivano quando gli orsi si partivano.
5 novembre, spirando tramontana, vedemmo molta acqua nel mare, ma la nostra
nave stava pur stretta dal ghiaccio; e avendoci il sole abbandonati, in sua
vece vedevamo la luna, che n giorno n notte tramontava, essendo nella sua
maggior elevazione.
6 di novembre i nostri condussero un carro di legna da abbrucciare, ma era gran
scuro, avendoci lasciato il sole.
7 novembre era buon aere, ma tanto oscuro che a pena si discerneva il d dalla
notte, e spezialmente perch il nostro orologio allora s'era fermato. Onde li
nostri quel giorno non si levarono di letto se non per orinare, non conoscendo
che fusse giorno, se ben era giorno, e per tal cagione non sapevano se la luce
che vedevano era del giorno o della luna: onde si lev una gran disputa di
diversi pareri, chi diceva che era giorno e chi la luna, ma considerato bene si
trov che era quasi mezogiorno.
8 detto condussero delle legna, e si prese un'altra volpe, e vedemmo acqua nel
mare. Quel giorno fu diviso il pane tra noi, 4 libre e oncie 10 per uno alla
settimana, s che ogni cassa di pane o vascello ci facea 8 giorni, onde prima
non durava pi di 5 o 6. La carne e il pesce non fu ancora bisogno di partire.
La bevanda poi non bastava, onde era necessario di metterla insieme e partirla,
percioch la nostra cervosa per la maggior parte per il freddo era guasta,
isvanita e insipida, e buona parte era uscita.
9 detto, furono grandissime tenebre, s che a pena appareva luce.
10 novembre, sendo aere tranquillo, li nostri andarono alla nave a vedere in
che stato si trovava, e trovarono molta acqua dentro, che era congelata fino di
sopra la savorna, onde non potero tirar fuori la secchia.
11 detto, spirando maestro, fu assai buon'aura. Quel giorno di spaghi di corde
tessemmo un instrumento a guisa di rete per pigliar le volpi, accommodato in
modo che, come erano sotto, si tirava stando in casa e si pigliavano: e quel
giorno ne prendemmo una.
12 novembre fu aere torbido; e quel giorno cominciammo a partire e limitare il
vino, s che ogniuno ne bevesse due volte al giorno, e poi del restante
bevessero dell'acqua di neve liquefatta.
13 detto, fu molto travagliato tempo e neve.
14 fu chiaro e sereno, s che si potevano veder tutte le stelle.
15 fu nubiloso e oscuro.
16 fu buona e tranquill'aura.
17 di nuovo nuvoloso e oscuro.
18 fu molto tristo tempo, e il patrone tagli in pezzi un rotolo di panno
grosso, dandone ad ognuno quanto li faceva bisogno per difendersi meglio dal
freddo.
19, similmente cattivo tempo, e fu aperta la cassa delle tele e distribuite fra
i marinari per farsi delle camicie, percioch il tempo ricercava che si
attendesse per ogni via a conservar li corpi.
20 detto, sendo buon aere, lavammo le nostre camicie, ed era tanto il freddo
che torcendole per spremer fuori l'acqua si congelavano, talmente che,
accostandole ad un gran fuoco, si disghiacciavano ben da quella parte, ma
dall'altra si congelavano, s che pi tosto si squarciavano che si potessero
spiegare: e perci era necessario ritornarle nell'acqua calda per scioglierle
dal ghiaccio, cos grande era il freddo.
21 fu similmente buon tempo. Allora fu deliberato che ognuno, un pezzo per uno,
dovesse fender delle legna al cuoco per sollevarlo da quella fatica, il quale
aveva pur troppo che fare a cucinar due volte il giorno e a liquefar della neve
per bevere: dalla qual fatica per furono esenti il nocchiero e il governatore.
22 sereno. Quel d, avendo ancora 17 pezze di cascio di vacca, ne mangiamo una
alla tavola in commune, poi le altre furono distribuite uno per uno per sua
porzione, che se lo compartissero a lor modo.
23 detto, essendo buon aere, offerendosi la occasione che si vedevano assai pi
volpi che prima, si valemmo di quella, perci facemmo di certe tavole grosse
alcune trappolle, sopra le quali vi ponemmo delle pietre, e intorno le
circondammo di pali cacciati ben a fondo, perch non potessero di sotto far de'
cuniculi: e a questo modo ne prendemmo alquante.


Delle trappolle fatte per pigliar le volpi.
Cap. XI.

24 detto, sendo un aere crudo, di nuovo ci apparecchiamo il bagno, percioch
alcuni erano risentiti: perci noi quattro entrammo nel bagno, e usciti il
chirurgo ci diede una purgazione, la qual ci fece assai beneficio. E quel
giorno prendemmo quattro volpi.
25 sereno, e prendemmo due volpi con le trappolle.
26 fu crudel aere e vento con fortuna e neve grandissima; s che di nuovo ci
convenne serrare in casa, dove fumo dalla neve sepolti, s che non potevano
uscire pur ad orinare n far altri bisogni, che ci convenne far in casa.
27 novembre fu sereno, perci facemmo pi trappolle per pigliar delle volpi,
perch bisognava valersi dell'oportunit, perch ci era utile per il mangiare:
e non avendo vettovaglia a bastanza, pareva che Dio ce le mandasse.
28 di nuovo fu aere crudo con gran fortuna e neve, s che di nuovo fummo
serrati in casa, n potevamo uscire, perch tutte le porte erano assediate
dalla neve.
29 fu d sereno e 'l ciel chiaro, perci spingemmo via la neve co' pali e
facemmosi strada da uscire. Usciti trovammo tutte le trappolle e lacci sepolti
nella neve, quali fatti mondi di nuovo li tendemmo a pigliar delle volpi, e
quel giorno ne prendemmo una, la quale non solo fu a proposito per mangiare, ma
della sua pelle e delle altre cose ci facemmo de' capelli e ci stringemmo bene
il capo per preservarsi dall'aspro freddo.
30 novembre spirando ponente fu sereno; ed essendo le stelle dell'Orsa minore
intorno garbino, che fu secondo la nostra congiettura intorno mezod, andammo
sei alla nave ben forniti d'arme, a vedere in che stato erano le cose. Venendo
sotto il tavolato, prendemmo una volpe viva.

Decembre 1596.

1 decembre fu una aspra giornata, cadendo gran quantit di neve, dalla quale
di nuovo fummo del tutto confinati in casa, per il che si lev tanto fumo che
con difficult potevamo accender il fuoco; per il che per il pi se ne stemmo
ne' nostri letti, ma il cuoco era necessitato a far fuoco per cuocer il
mangiare.
2 detto, perseverando l'asprezza del tempo ci tenne ancora in casa, e a pena
per il gran fumo potevamo stare appresso il fuoco, e perci la maggior parte
ancora stava nel letto, scaldando delle pietre, le quali davamo agli altri che
stavano ne' suoi luoghi per scaldarsi i piedi, perci che n il freddo n il
fumo si poteva tolerare.
3 decembre, continuando pur l'istesso freddo, stando nelli nostri letti
sentimmo un orrendo strepito di ghiaccio in mare, il quale ci era discosto
quasi mezzo miglio, s che giudicavamo che quei gran mucchi di ghiaccio che la
state avevamo veduti, grossi tante braccia, si spingessero l'un sopra l'altro.
E per non poter quei due o tre giorni accender il fuoco come prima, per il
crudel fumo, penetr nella casa cos orrendo freddo che alle tavole e a' pareti
era attaccato il ghiaccio due deta grosso, anzi nelle stesse lettiere dove
giacevamo quasi altrotanto. Per quei tre giorni che fummo serrati in casa
mettemmo in pi un orologio da sabbia di dodeci ore, il quale come era uscito
subito lo voltavamo, osservandolo con grandissima diligenza, per non errar
nell'osservar del tempo, percioch tanto grande era il rigore che anco
l'orologio si agghiacciava, n poteva caminare, bench gli aggiungessemo doppio
peso.
4 detto fu sereno, e cominciammo per ordine e scambievolmente a parar via la
neve che impediva la porta, perch, vedendo che ci bisognava tornar tante volte
a ci fare, non era dovere che parte soli ci facessero; ma furono esenti anco
da ci il nocchiero e il governatore.
5 dell'istesso fu similmente sereno, onde attendemmo a nettar le trappolle.
6 decembre di nuovo fu aere crudo e un freddo che quasi non si poteva
tollerare, s che si guardavamo con piet l'un l'altro, temendo che se
continuava cos il freddo crescendo avessimo di quello a morire, perch, se
bene facevamo un gran fuoco, non si potevamo per scaldare. Anzi il vino di
Spagna pi grande che sia, che  tanto caldo, fu del tutto gelato, s che
bisognava dileguarlo al fuoco dopo mezzogiorno per darne ad ognuno la sua
porzione, la quale si distribuiva ogni due giorni d'una picciola misura circa
un quarto, della quale convenivamo sostentarci tanto tempo e poi d'acqua, la
quale in cos acuto freddo non era troppo a proposito: n bisognava rifrescarla
con neve o ghiaccio, ma con la neve liquefarla.
7 dell'istesso, perseverando quell'aere crudele, e levatosi un nembo da greco
che port un orribilissimo freddo, non sapevamo che ingegnarsi di fare per
conservarci da quello; e consigliandoci insieme che cosa in somma si dovesse
fare, uno de' nostri disse che in questa estrema necessit prendessimo quei
carboni che di nave avevamo portati in casa, e di quelli facessimo fuoco,
perch danno calor grandissimo e durabile. La sera dunque facemmo un buon fuoco
di quelli carboni, il qual certo fece un gran calore, ma non ci avevamo
rimediato ad una gran disgrazia, perch, sentendo noi che quel calore cos ci
ristorava, ci andammo imaginando come lo potevamo ritener lungo tempo, onde
trovammo di chiuder tutte le porte e il camino per conservarlo: e se n'andamo
tutti ne' nostri letti, allegri per aver ricuperato il calore, e ragionammo
lungamente insieme. Alla fine ci venne una gran vertigine, ma pi all'uno che
all'altro, la qual prima scoprimo in uno ch'era ammalato e perci sentiva
maggior offesa, e poi in noi sentivamo una grande ansiet, s che quelli che
erano pi gagliardi saltando gi del letto aprirono prima il camino, dipoi la
porta; ma quello che apr la porta, sendo isvenuto, cad con gran strepito
sopra la neve, il che udendo io, che aveva il letto pi vicino alla porta,
corsi l e, trovatolo che gli era venuto fastidio, subito gli portai dell'aceto
e gli sparsi la faccia, s che rivenne. Aperte le porte, tutti da quel freddo
fummo risuscitati, e quello che era stato cos crudel nemico avanti, allora ci
apport la salute, perch senza dubbio morivamo tutti d'agonia. Dipoi il
nochiero, come fummo rivenuti, ci diede ad ognuno un poco di vino per confortar
il cuore.
8 decembre, durando quel rigido aere, bench spirasse una crudel tramontana e
fredda, nondimeno non osavamo accender pi carboni, percioch la disgrazia
occorsa ci aveva resi accorti, per fuggir un male in uno peggiore.
9 detto fu un lieto e sereno giorno, lucendo molto le stelle; onde aprimmo a
fatto la porta, che era molto calcata di neve, e di nuovo apparecchiammo le
trappolle per le volpi.
10 dell'istesso fu anco ameno e sereno, con splendor delle stelle. Pigliammo
due volpi, a noi molto utili perch la vettovaglia s'andava forte scemando, e
le pelli furono buone pel freddo che andava sempre crescendo.
11 fu sereno, ma estremo freddo, che chi non l'ha provato nol pu credere, s
che le scarpe si induravano in piedi come corni; per il che non le potemmo usar
troppo, ma bisogn adoprar zoccoli e pantofole larghissime, la coperta delle
quali era di pelle di pecora, e bisognava portarne tre e quattro paia alla
volta caminando per fomentar i piedi.
12 sereno e lucido, ma estremamente freddo, s che i pareti e le lettiere erano
coperte di ghiaccio grosso un deto, anzi le stesse vesti che avevamo indosso
biancheggiavano di brina e ghiaccio. E bench alcuni persuadessero che di nuovo
accendessimo de' carboni per scaldarci, e lasciar aperto il camino,
nientedimeno non osavamo, spaventati dall'accidente passato.
13 sereno similmente, e prendemmo una volpe, facendo di gran fatica in
acconciar le trappolle, percioch, se stavamo un tantino fuori, ci venivano
sopra la faccia e sopra gli orecchi dal gran freddo le broggie.
14 giorno ameno, e il cielo pieno di lucenti stelle. Allora tolta l'altezza
dell'omero destro di Orione, sendo in ponente garbino, piegando a ponente, che
allora era la sua maggior altezza, secondo il nostro quadrante, ed era alto
sopra l'orizonte gradi 20 e minuti 28. La sua declinazione era gradi 6 e minuti
18 dal lato boreale dell'equatore; qual declinazione tratta dall'altezza
trovata, restano gradi 14, i quali detratti di 90 fanno l'altezza del polo
gradi 76.
15 detto sereno ancora, e allora non avevamo pi legna in casa, ma fuori
intorno la casa ne erano delli cumuli, ma a fatto dalla neve coperti, onde con
gran fatica bisogn gettar co' pali via la neve e cavarne fuori: il che a due
alla volta facevamo e presto, perch non bisognava star troppo fuori per
l'indicibile e insopportabil freddo, bench avessimo la testa coperta di pelli
di volpi e due vesti indosso.
17 fu anco sereno, ma talmente eccessivo freddo che tra noi dicevamo: "Se una
botte di Gant piena d'acqua stesse una sol notte di fuori, si agghiacciarebbe
del tutto".
18 decembre, perseverando il freddo, sendo il ciel sereno, andammo sette alla
nave a vedere come stava, ed entrati sotto la coperta turammo tutti i fori,
stimando di trovar delle volpi, ma non ne vedemmo niuna. E andati nel largo a
basso, battuto fuoco per veder se era cresciuta l'acqua, trovammo quivi una
volpe, la qual portata a casa la mangiammo; ma vedemmo che in quei 18 giorni
che non eravamo pi stati alla nave l'acqua era cresciuta un deto grosso
(bench non era acqua, ma ghiaccio, che cos come cresceva s'indurava) e i
vascelli ancora ne' quali si conservava l'acqua portata d'Ollanda erano
agghiacciati fino al fondo.
19 detto, spirando ostro, fu sereno cielo; perci si rallegravamo che il sole
aveva gi passato la met del suo corso, s che a noi faceva ritorno, il quale
molto desideravamo, percioch ci era molto increscevole l'assenza di cos
illustre e grata creatura di Dio, che tutto il mondo nutrisce e allegra.
20 avanti mezod fu il ciel sereno, e pigliammo anco una volpe, ma verso sera
cominci a levarsi cos gran fortuna di tempesta mista con grandissima neve,
che tutta la casa intorno fu assediata di neve.
21 fu sereno, e aprimmo l'uscita e rendemmo le insidie alle volpi, che se ne
prendevamo alcuna ci sapeva da caccia.
22 di nuovo rigido aere con gran neve, serrandoci a fatto la porta, s che
bisogn di nuovo spingerla via, il che ci conveniva fare quasi ogni giorno.
23, perseverando l'istessa rigidezza d'aere e neve, ci consolavamo nondimeno
che 'l sole di nuovo a noi tornava, percioch secondo il nostro conto quel
giorno doveva esser nel tropico di Capricorno, il quale  l'ultima linea alla
quale si stende il sole dal lato australe dell'equatore, di donde di nuovo
ritorna verso il settentrione. Giace questo tropico di Capricorno 23 gradi e 28
minuti dal lato australe dell'equatore.
24 decembre, che fu il giorno avanti Natale del nostro Signore, fu aere ameno,
e di nuovo cavammo l'entrata della casa; e volti gl'occhi al mare, vedevamo
molta acqua aperta e sentivamo lo stridor del ghiaccio che correva gi, e
bench non fusse luce alcuna di giorno, nondimeno potevamo vedere tanto
lontano. Verso sera si lev gran vento con nembo di neve, s che quel che
avevamo cavato si torn ad empire.
25 fu aere crudo, spirando maestro, e bench fusse tal aria, nientedimeno
udimmo le volpi correr su per la casa. Il che dicendo alcuni che era cattivo
augurio, nacque una questione perch fusse cattivo augurio, e fu risposto
perch non erano nella pignatta o nello schidone, che cos sarebbe stato buono.
26 detto, perseverando l'aer freddo e l'istesso vento, fu cos gran freddo che
non ci potevamo scaldare, bench cercassimo ogni mezzo, e accendendo il fuoco,
e coprendosi con molte schiavine, e mettendo pietre e palle di ferro calde ai
piedi e ai lati delli nostri letti; nientedimeno la mattina dietro tutte le
coperte biancheggiavano come se fussero state sparse di brina, in modo che di
nuovo si guardavamo l'un l'altro compassionevolmente, pur consolandoci pi che
potevamo che gi eravamo nello smontare del monte, cio che 'l sole di nuovo a
noi si voltava, affermando per prova che quel volgar proverbio era vero, che i
giorni quanto pi sono longhi sono tanto pi freddi, ma che la speranza
allegerisce il dolore.
27 decembre perseverava pur l'istesso aere, s che stammo tutti quei tre giorni
chiusi in casa, n osavamo porger pur il capo fuori della porta. In casa poi
era tanto freddo che, quantunque stessimo sedendo dinanzi ad un gran fuoco e
quasi abbrucciandosi gli stinchi, di dietro poi ci aggiacciavamo e parevamo
sparsi di brina, a guisa de' villani d'Ollanda, quando la mattina entrano nella
citt avendo tutta la notte caminato.
28 detto, perseverando l'istesso tempo, verso sera si cominci a mitigare, s
che uno de' nostri marinari, fatto un foro nella porta se n'usc a veder in che
stato fossero le cose; ma stanto poco, tornando dentro ci rifer che la neve
era di gran lunga pi alta della nostra casa, e che se stava pi fuori senza
dubbio perdeva l'orecchie per il freddo.
29 si levarono nebbie e scuro; nel qual giorno a chi toccava per sorte apriva
la porta, e cavando la neve fece un'apertura per la quale si potesse uscire 7 o
8 passi fuor di casa, a guisa che nelle cantine si fanno i gradi alti un pi
l'uno, apparecchiando di nuovo i lacci e le trappole per pigliare le volpi,
delle quali per alquanti giorni non ne avevamo avuto. E uno de' marinari,
quelle apparecchiando, n trov una morta in una trappolla, dura come un sasso;
la qual portata in casa, l'appendemmo al fuoco a disghiacciare e li cavamo la
pelle, e alcuni ne mangiarono.
30 detto, di nuovo ci fu molesto il tempo con tempesta e neve, in modo che fu
gettata la fatica del giorno avanti a far i gradi da uscire e l'acconciar delle
trappolle, poich ogni cosa di nuovo fu nella neve sepolta, e pi alta di
prima.
Ultimo del detto, perseverando l'istesso tempo fummo chiusi in casa come in
prigione, e fu cos gran freddo che a pena il fuoco dava calore, percioch
ponendo i piedi al fuoco ci abbrucciavano le calze prima che scaldarsi, s che
perpetuamente bisognava star sul tappezzarle; anzi, se non avessimo sentito
prima col naso l'odore, le avremo prima arse tutte che veduto n sentito il
calore.

L'anno 1597.

Passato cos l'anno con grandissimo freddo, gran pericoli e grandissime
incommodit, entrammo l'anno 1597 della Nativit del nostro Signore, il quale
ebbe lo stesso principio e simile al fine del 96, percioch dur l'istesso
aere, con la neve, s che il primo di gennaro ci convenne star chiusi in casa.
Allora fu cominciato a distribuire il vino con una picciola misura per uno e
ogni due giorni una volta, e perch dubitavamo di star quivi molto tempo prima
che avessimo potuto partire, il che molto ci affannava, molti conservavano la
loro parte di vino pi che potevano, perch, se durava molto quel tempo,
avessero in occasione di bisogno qualche cosa in pronto.
2 gennaro spir similmente ponente cos rigido, menando gran tempesta e neve e
freddo, s che per quattro o cinque giorni non potemmo por fuori il capo. E
avevamo quasi consumato tutte le legna che erano in casa, nientedimeno temevamo
ad uscir di casa per portarne, percioch era cos grande e cos acerbo il
freddo, che niuno poteva durar fuori. Pur cercando diligentemente trovammo
alquante tavolette, le quali spezzamo, e appresso fendemmo un zocco nel quale
solevamo pestare il pesce indurato, aiutandoci con quello che potevamo.
3 detto, durando pur la neve e il freddo intensissimo, stammo ancora in casa
serrati, avendo a pena legna da far fuoco.
4 detto, continuando l'istesso tempo, convenimo star chiusi, ma per saper che
vento faceva cacciammo fuori del camino una mezza asta con un poco di ala di
tela legata per banderola; ma fu necessario di veder subito onde veniva il
vento, che tanto tosto che fu messa fuori la banderola subito s'indur al paro
dell'asta, n si poteva volgere, perci l'uno all'altro diceva: "Che crudel
freddo deve esser di fuori".
5 genaro, addolcitosi alquanto l'aere, di nuovo aprimo la porta per poter
uscire, e portammo fuori ogni immondizia e sporchezzo che s'era raccolto per
quel tempo che stammo chiusi, e apparecchiato il tutto portammo dentro delle
legna e le fendemmo, spendendo in ci tutto quel giorno, per aver in pronto poi
quanto facesse di bisogno, temendo esser di nuovo rinchiusi. E perch nel
nostro portico vi eran tre porte e la casa era tutta sepolta nella neve,
levammo via la porta di mezzo, e fuori della casa cavammo una gran fossa nella
neve a guisa d'una volta o d'una cella, nella quale andavamo ad orinare e far
altri nostri bisogni, e gettavamo tutte le immondizie. Essendo adunque tutto il
giorno occupati a ci preparare, ci venne in memoria che era vigilia de' tre
Magi, perci richiedemmo il nostro nocchiero che quel giorno tra tante miserie
ci fusse concesso di star allegri, e per ci ci volesse conceder quella parte
di vino che si soleva dar in due giorni, che anco noi avremmo posto in commune
quello che si sparmiavamo: cos quella notte ci ricreammo alquanto e celebrammo
la notte della Pifania. Aggiungemmo due libre di farina, la quale era destinata
ad incollar le carte, della quale facemmo delle lasagne con l'oglio, e le
cocemmo nella fressora e ogniuno mangi del biscotto bianco in suppa in vino,
parendoci di esser a casa nostra e tra parenti e amici, n stammo meno allegri
che se a casa fussimo stati invitati ad uno buon banchetto, cos ci parve
saporita. Partimmo anco e distribuimmo le nostre carte o polize dove erano
scritti li nomi de' carichi e ufficii, e al nostro contestabile tocc quella
per la quale era dichiarato re della Nuova Zembla, la quale si stende in
lunghezza tra l'un mare e l'altro dugento miglia.
6 detto, sendo sereno, usciti di casa riparammo le trappolle per le volpi, le
quali ci erano come per selvaticine; e cavammo una gran fossa nella neve, sotto
la qual erano sepolte le legna da fuoco, la qual cavammo in modo di arco o di
volta, dalla quale potevamo cavar legna quando ci faceva bisogno.
7 fu aere crudo, con neve e freddo grande, onde non picciol tema ci assalse di
dover di nuovo rimaner chiusi in casa.
8 fu di nuovo sereno, perci di nuovo si apparecchiarono le trapolle per la
nostra caccia, della quale eravamo molto desiderosi. Poi dalla luce pi chiara
cominciavamo ad accorgersi che 'l sole a noi ritornava, il qual pensiero ci
apportava non poca allegrezza.
9 di nuovo l'aere crudo ci fu molesto, per non fu cos intenso il freddo come
i giorni precedenti, ma potevamo star qualche poco fuori, ad accommodar le
trappolle; nientedimeno non ci fu bisogno di ricordo al tornar dentro,
percioch il freddo ci avisava a bastanza.
10 genaro, la tramontana di nuovo ci apport buon tempo, e sette di noi andammo
ben forniti di arme alla nostra nave, alla qual giunti la ritrovammo nello
stesso stato che la lasciammo l'ultima volta che l fummo. Osservammo anco
molte vestigie d'orso grandi e picciole, onde appareva che ne fussero stati pi
d'uno o due; e andando da basso nella nave, e battuto fuoco e accesa la
candela, trovammo l'acqua accresciuta un piede d'altezza.
11 detto, sendo sereno e spirando greco, fu un poco pi rimesso il rigor del
freddo, s che talora pi liberamente ardivamo uscire di casa e scorrere circa
un quarto di miglio fino al monte, a pigliar delle pietre per scaldarle e porle
ne' letti per tenirci caldi.
12 detto, perseverando il buon tempo e spirando ponente, la sera fu molto
sereno e 'l cielo di lucidissime stelle adorno; perci prendemo l'altezza
dell'occhio del Tauro, risplendente e molto ben nota stella, la quale fu alta
sopra l'orizonte gradi 20, minuti 54. La sua declinazione era gradi 15, minuti
54 dal lato boreale dell'equatore, e detratta la declinazione dell'altezza
trovata, rimangono gradi 14, i quali cavati di 90 rimangono gradi 76: che la
misura di quella stella e di certe altre si confrontano con quella del sole, e
ci mostravano che noi quivi eravamo sotto altezza di gradi 76 o poco pi.
13 detto fu sereno e tranquillo aere, spirando ponente, e potemmo vedere che la
luce del giorno si accresceva alquanto, s che uscendo potevamo giocare alla
palla, della quale avanti non potevamo vedere n 'l corso n il voltarsi.
14 dell'istesso fu aere quieto, ma torbido; nel qual giorno prendemmo due
volpi.
15 detto fu sereno, e sei di noi andamo alla nave, ove trovammo che quella
veste da marinari fatta a guisa di sacco con due fori per cacciar fuori le
braccia, la qual l'ultima volta che eravamo stati l avevamo posta in un buco
per tirarlo per prender delle volpi, era stata di l cavata e portata lontana e
squarciata dagli orsi, s come dalle vestigia comprendemmo.
16, spirando tramontana, di nuovo avemmo sereno, s che qualche volta uscimo e
caminammo alquanto per far un poco di esercizio col camino, col corso e col
tirar di pietre, per non ci addormentar le membra. E sul mezogiorno osservammo
un certo rossore nell'aere, come precursore del vegnente sole.
17 genaro, spirando tramontana, essendo il ciel sereno pi e pi scoprivamo che
'l sole a noi si avicinava, e tra 'l giorno sentivamo qualche poco pi di caldo
che quando stavamo presso al fuoco, s che qualche volta cadevano pezzi grandi
di ghiaccio gi da' pareti e da' nostri tetti stillava gi l'umore, il che
avanti non era occorso per gran fuoco che facessimo; ma la notte di nuovo ogni
cosa si gelava.
18 detto fu anco sereno, e le legna cominciavano a scemare, s che tornammo ad
accender del carbone e aprir il camino, perch non fusse pericolo di
soffocarsi; nientedimeno stimammo esser meglio conservare il carbone ed
isparmiar anco un poco pi le legna, percioch i carboni per l'avenire, quando
nella nave tornassimo a casa al discoperto ci sarebbono bisognati e stati
migliori.
19 tramontana ci apport serenit, ma il pane cominciava a sminuirsi, perch i
vascelli non erano di giusto peso, perci il misurato bisognava che scemasse
non poco; onde quelli che avevano sparagnato del misurare allora lo usavano, e
alcuni de' nostri col sereno andando alla nave ne toglievano di nascosto uno o
due biscotti del vascello scemato, il quale disegnavano di serbare in caso di
necessit.
20 fu nuvolo, ma aere tranquillo; pur stammo in casa, e fendemmo delle legna
per far fuoco, e rompemmo anco alquanti vascelli vuoti, gettando sopra il tetto
i cerchi di ferro.
21 fu sereno. La presura delle volpi si cominci a scemare, il che ci fu come
un pronostico che presto avremmo veduto degli orsi, come poi vedemmo con
esperienza, perci che tanto che gli orsi stettero ascosi comparvero, e poi
cominciarono a venir pi rare, quando cominciarono a venir gli orsi.
22 fu anco serenit; perci di nuovo uscimmo di casa a trar le palle, e vedendo
accrescer la luce del giorno dissero alcuni che presto si vederebbe il sole, a'
quali disse Guglielmo di Bernardo che a pena fra due settimane sarebbe apparso.
23, sendo anco sereno, andammo quattro alla nave, confortandoci l'un l'altro e
rendendo grazie a Dio che fusse gi passata la parte pi fredda del verno,
sperando che ci avrebbe concesso vita acci che, ritornando alla patria,
potessimo tutte queste cose riferire. Entrati nella nave osservammo che l'acqua
cresceva, e togliendo ognuno uno o due biscotti tornammo a casa.
24 di genaro, sendo sereno il cielo, io e il nostro patrone di nave, Giacomo
Henscherch, e un terzo andammo verso il lito del mare dal lato australe della
Nuova Zembla, ove contra la nostra opinione io prima di tutti vidi i raggi del
sole: perci subito tornammo a casa per riferir ci a Guglielmo di Bernardo e
agli altri compagni per lieta novella. Guglielmo di Bernardo, strenuo ed
esercitato governatore, non ci voleva dar fede alcuna, per esser giorni 14 pi
tosto di quello che 'l sole potesse esser quivi e in quella altezza potesse
apparire; noi all'incontro affermavamo d'aver veduto il sole, s che di ci
erano diverse dispute.
25 e 26 fu aere nubiloso e oscuro, s che non apparve, perci quelli che erano
di contraria opinione stimavano d'aver vinto; ma alli 27, sendo sereno, tutti
il vedemmo pieno di tutto tondo sopra l'orizonte, da che apparve chiaro che
alli 24 noi l'avessimo veduto. E a questo modo furono sentiti diversi pareri,
cio che ci ripugnava all'opinione di tutti gli antichi e nuovi scrittori,
anzi all'ordine della natura e alla rotondit della terra e del cielo, e quindi
alcuni presero occasione di dire, perch eravamo stati molto tempo senza luce
di giorno, che avevamo dormito, sendo nondimeno certissimi che ci non ci 
avenuto; ma quanto s'aspetta al caso, s come Iddio in tutte l'opere sue 
maraviglioso, cos lo riferimo alla sua omnipotenza e agli altri lo lasciamo a
disporre. Ma perch alcuno non stimasse e noi di ci dubitassimo se la
lasciassimo sotto silenzio, abbiamo qui voluto dir liberamente la ragione
perch non abbiamo errato nel nostro calcolo.
 dunque da sapere che il sole, quando prima ci cominci ad apparire, era in
gradi 5, minuti 25 di Acquario in quella elevazione di 76 gradi che eravamo e
secondo la nostra prima opinione non doveria esser apparso se non in gradi 16 e
minuti 27. Sopra questi contrarii non potevamo maravigliarci a bastanza, e
dicevamo a vicenda se per caso avessimo fallato nell'osservazione del tempo, il
che ci pareva impossibile, essendo che ogni giorno senza lasciarne uno avevamo
notato quanto fusse stato fatto, e sempre avevamo usato il nostro orologio e,
quando quello si fermava per il freddo, la nostra clepidra di 12 ore; oltre di
ci ci siamo valuti di diversi altri mezi, con li quali potessimo ritrovar
questa distinzione e vera certezza del tempo. Considerate tutte queste cose che
erano da considerare, ci consigliammo di veder l'Efemeridi di Giosefo Scala
stampate a Venezia dell'anno 1589 fino al 1600, nelle quali trovammo a 24 di
genaro, nel qual giorno ci apparve il sole, in Venezia all'ora prima di notte
esser la congiunzione della luna e di Giove. Perci usammo diligente
osservazione, quando in quella casa che eravamo si facesse tal congiunzione, e
fatta molto diligente osservazione trovammo che quel d 24 genaro era l'istesso
nel quale a Venezia fu fatta l'istessa congiunzione, all'ora prima di notte, e
appresso di noi la mattina intorno il sole in levante; perci che continuamente
gettati gli occhi a questi due pianeti li vedemmo a poco a poco farsi pi
vicini, fino che la luna e Giove si stavano dritto un sopra l'altro, ambidue
nel segno del Toro: e ci la mattina a ora sesta. A quel tempo furono e la luna
e Giove sopra il quadrante presso la nostra casa congiunti in 4 tramontana
greco, e l'ostro del quadrante era in garbino: quivi avemmo l'ostro dritto nel
giorno gi 8 della luna, dalle quali cose tutte appare che la luna e 'l sole
sono separati l'uno dall'altro otto rombi. Ci occorse circa l'ora 6a matutina,
ed  differente da Venezia in longhezza ore cinque, dal che si pu far il conto
quanto pi piegavamo verso l'oriente che Venezia, cio cinque ore: contando per
ciaschedun'ora gradi 15, eravamo adunque 75 gradi pi vicini all'oriente che
Venezia. Dalle quali tutte cose si pu chiaramente comprendere che noi nel
nostro conto non abbiamo preso errore, e che anco avemmo trovato la nostra vera
longhezza dalli predetti due pianeti, percioch la citt di Venezia  in gradi
37, minuti 25 di lunghezza, e la declinazione gradi 46, minuti cinque; onde
segue che 'l luogo nel quale nella Nuova Zembla eravamo era in gradi 112,
minuti 25 di longhezza, nel 76 grado dell'altezza del polo: quella  la dritta
longhezza e larghezza. Dipoi dall'estremo angolo orientale della Nuova Zembla
fino al promontorio Tabin, estrema punta di Tartaria, il quale si volta
all'ostro,  differenza di longhezza gradi 60, intendendosi ci, che i gradi
non sono cos grandi come sotto l'equatore, percioch sotto l'equatore un grado
comprende giusto 15 miglia, ma ritirandosi o verso il settentrione o verso
l'ostro si sminuiscono i gradi nella longhezza: s che quanto pi presso si va
o all'artico o all'antartico polo, tanto pi corti sono i gradi, in modo che
sotto l'altezza di gradi 76 verso il settentrione, ove passammo il verno, i
gradi non sono maggiori di tre miglia e un sesto. Dal che si pu facilmente far
il conto che avevamo da fare solamente vela per 60 gradi fino al detto
promontorio Tabin, che fa insieme 220 miglia, se quel promontorio  in
longhezza di 172 gradi, s come stimamo; il qual passato,  da giudicare che
saressimo stati nello stretto d'Anian, di donde avressimo poi potuto far vela
liberamente verso all'ostro, secondo la lunghezza della terra. Ma quanto a
quello che s' detto, cio che 'l sole, sotto la detta altezza di gradi 76,
alli quattro di novembre sparve da noi e alli 24 di genaro di nuovo sia stato
da noi veduto, lasciamo da disputare a quelli che di ci fanno professione: a
noi basti aver dimostrato che nella supputazione del tempo non abbiamo preso
errore.
25 genaro, spirando ponente, fu coperto il cielo di nubi. Si torn in dubbio se
'l giorno inanti avevamo veduto il sole, e si fecero diversi contrasti,
osservando spesso se 'l sole era per mostrarsi. Quel giorno stesso un orso di
nuovo fu veduto venir da garbino verso noi, non ne essendo mentre st ascoso il
sole apparso alcuno; ma, levato da noi il grido, non venendo pi inanti si
part.
26 detto fu sereno il cielo, ma nell'orizonte si lev un nuvolo oscuro, il
quale ci tolse il vedere il sole, s che gli altri marinari credevano che ci
fussimo ingannati e che non avessimo altrimenti veduto il sole, e ci beffavano;
ma noi affirmavamo sicuramente d'averlo veduto bench non pieno il suo tondo.
Verso sera il nostro ammalato era fatto molto debile, e sentiva un gran dolore
per esser stato longamente discommodo; noi per quanto potevamo lo confortavamo
ed esortavamo a sperare, ma poco dopo la mezanotte pass di questa vita.
27 fu sereno. Noi presso la casa cavammo una fossa nella neve, ma era cos
intenso il freddo che non potevamo star fuori longamente, in modo che ognuno
vicendevolmente cavava un poco e subito poi andava al fuoco, succedendo un
altro in suo luogo, fin che fu 7 piedi profonda per sepellir il morto; dipoi
fatta come una predica funebre, leggendo e cantando Salmi gli facemmo il
funerale e lo sepelimmo, e poi tornati in casa desinammo. Tra tanto ragionando
della folta neve che ogni giorno cadeva, e che, se di nuovo la casa si serrava
dalla neve, in un bisogno non potremmo uscir per il camino, il nostro nocchiero
volse provare se di l poteva passare: perci corr subito uno de' nostri
marinari fuori della casa, a veder se il nocchiero usciva dal camino. Quegli
arrivando sopra la neve vide il sole e ci chiam tutti: noi, subito usciti,
vedemmo tutti il sole col suo pieno tondo poco sopra l'orizonte. Allora fu
levato ogni dubbio se ci fusse apparso alli 24, perci tutti pieni di
allegrezza rendemmo molte grazie a Dio per la sua misericordia, che quel s
illustre pianetta di nuovo a noi fusse levato.
28 genaro, spirando ponente con sereno cielo, uscimmo qualche volta e si
cominciammo a esercitar caminando, correndo e tirando di schioppo, per quanto
potevamo vedere, per ricuperar le forze e farci pi agili, per esser stati s
longo tempo indarno: e perci molti erano divenuti gialli.
29 di nuovo ci fu noioso l'aer crudo, spirando maestro un gran nembo di neve,
s che di nuovo la casa fu serrata.
30 fu aere oscuro, spirando levante; e di nuovo per la porta facemmo un foro
nella neve, gettando per la neve solamente nel portico, percioch, subito che
vedevamo che aere era di fuori, non ci veniva volont alcuna di uscire.
31 fu aere tranquillo e sereno, spirando levante; perci liberammo il portico
dalla neve, la qual gettamo sopra la casa, e usciti vedemmo il sol chiaro e
risplendente, di che si colmammo di allegrezza. Tra tanto vedemmo un orso venir
verso la casa, ma noi ritirandoci tacitamente dentro e aspettandolo, come ci fu
appresso gli tirammo una archibugiata e lo cogliemmo; pur ancora fugg.

Febraio 1597.

1 febraio, il giorno avanti la Purificazione della B. Vergine, spirando
maestro, fu un grave aere con gran tempesta e neve, s che di nuovo fu cinta la
casa e si serr dentro.
2 detto persever l'istesso rigore, onde, vedendo che 'l sole non aveva ancora
levato via quel freddo, in un certo modo talvolta ci disperavamo, perch con
speranza di miglior tempo non avevamo portato in casa quella quantit di legna
che facevamo prima.
3 detto, spirando levante, di nuovo fu il ciel sereno, ma dipoi molto nubiloso,
s che non potevamo vedere il sole, n ci allegravamo troppo, facendosi maggior
nuvolo che la vernata non avevamo veduto; ma, cavata per la porta la neve,
portammo dentro le legna che erano appresso la porta, che con gran difficult
ci convenne cavare di sotto la neve.
4 di nuovo aere crudo, con un gran refluo di neve dalla quale fummo di nuovo
chiusi; ma per non spendemmo tanta fatica in aprir la porta ogni tratto, ma
quando la necessit ci astringeva ad uscire, per il camino uscendo, fatto
quello che ci bisognava, per quello ritornammo dentro.
5, spirando levante e spingendo un gran carico di neve, fu aere crudele, che ci
serr in casa e ci serr ogni uscita fuori che per il camino. Quelli che non
potevano uscire facevano dentro li loro negocii come potevano.
6, durando l'istesso rigore con tempesta e neve, sendo gi assuefatti ad uscir
per il camino, il che ad alcuni de' nostri era facile, non prendevano pi
quella fatica di cavar ogni giorno la neve via dalla porta.
7, continuando l'istesso tempo con neve, ci bisogn ancora star in casa, il che
ci era pi noioso che inanzi, quando ci era tolto il sole; ma ora, avendolo
veduto e gustato il suo dolce aspetto, ci rincresceva grandemente il dover
restar di lui privi.
8 detto, spirando maestro, cominci a mitigarsi l'aere e farsi sereno, e allora
vedemmo il sole levar in ostro siroco e tramontar in garbino, secondo per il
quadrante che avevamo fatto in casa di piombo e avevamo quivi drizzato al
giusto meridiano; altrimenti secondo il nostro quadrante commune vi era
differenza di due intieri.
9 fu sereno e ameno giorno, nientedimeno non potemmo vedere il sole, percioch
era una nebbia verso ostro, dove il sole doveva levare.
10 fu similmente sereno e tranquillit grande, s che non potevamo vedere onde
spirasse il vento, e cominciavamo talora sentire il calor del sole; ma verso
sera cominci a spirar non poco ponente.
11 detto, spirando ostro, fu sereno e tranquillo; e circa il mezogiorno venne
un orso verso la casa, il quale aspettavamo con gli archibugi, ma non venne
tanto vicino che gli potessimo tirare. La stessa notte di nuovo sentivamo il
gamito delle volpi, le quali dopo che gli orsi erano comparsi si vedevano di
rado.
12 febraio fu sereno e tranquillo, per il che di nuovo nettammo le trappolle
delle volpi. Tra tanto venne verso la casa un grand'orso, il qual veduto tosto
si ritirammo in casa, e stavamo su la porta a quello intenti armati di schioppi
semplici e doppi, che volgar chiamano moschettoni; e venendo al dritto verso la
porta, ferito nel petto e passatosi, che la palla gli usc fuori presso la
coda, cos schiacciata e piana come una moneta battuta col maglio. L'orso
sentendosi ferito con gran sforzo salt indietro, e fuggendo circa venti o
trenta piedi lontano cad. Allora uscendo tutti fuori andavammo alla volta di
quello, e lo trovammo ancor vivo, s che levando il capo verso noi lo volgeva
quasi volesse vedere chi l'aveva ferito; ma non si fidando noi di lui, di cui
avevamo veduta la forza, lo passammo con due moschettoni, dalli quali fu morto.
Aperto il corpo, gli cavamo gli interiori, e lo tirammo presso la casa e lo
scorticammo, e gli cavammo quasi cento libre di songia, la quale liquefacemmo
per uso delle lucerne, il che ci venne molto a tempo; onde pi largamente damo
nutrimento alle lucerne, s che ardessero tutta la notte, il che avanti non
potevamo fare per penuria di oglio, anzi ogniuno a suo piacere tenne al suo
letto una lampada ardente. La sua pelle fu longa piedi nove e larga sette.


Della uccisione d'un ferocissimo orso, del quale cavammo quasi cento libre di
songia, che ci serv per le lucerne, che tutta la notte da indi in poi tenimmo
accese.
Cap. XII.

13 febraio fu sereno, ma soffiava un gagliardissimo ponente; onde, avendo
maggior lume in casa per le lucerne accese, si ritirammo a leggere e fare
alcune cose, e passavamo cos pi commodamente il tempo che quando per
l'oscurit non potevamo conoscer il giorno dalla notte, n avevamo perpetuo
lume.
14 febraio, avanti mezogiorno spirando gagliardamente ponente, fu sereno, ma
dopo mezogiorno tranquillo aere; perci andammo cinque di noi alla nave a veder
in che stato si trovava, la qual con poco pi del solito piena d'acqua.
15, sendo crudel aere con tempesta e neve, fu di nuovo tutta la casa assediata.
La notte vennero le volpi al cadavero dell'orso che era dinanzi la casa, onde
temevamo che tutti gli orsi vicini fossero per venir a noi; perci deliberammo
quanto prima si poteva uscir di casa, e di sepelire quel cadavero sotto la neve
ben profondo.
16 detto, seguendo l'istesso vento, seguit anco la neve e il freddo. Ed
essendo quel giorno il d di carnevale, ci reficiammo in tanta mestizia
alquanto, mettendo ogniuno un poco del suo vino datoli a misura in commune, in
memoria che veniva il fine dell'inverno e che la gioconda primavera era in
viaggio.
17 fu aere quieto, ma scuro, spirando vento dall'ostro. Noi aprendo la porta
gettammo via la neve, e sepellimo l'orso nella fossa dove avevamo cavato le
legna e lo coprimo bene, per levar l'occasione d'inescar verso noi gli orsi, e
riparammo di nuovo le trappolle per le volpi. L'istesso giorno andammo cinque
alla nave e la trovammo nello stesso stato, vedendo in quella molte pedate
d'orsi, quasi che per la nostra assenza se n'avessero di quella preso il
possesso.
18 spirando maestro fu crudel aere, con molta neve e gran freddo. La notte
ardendo le lampade e alcuni de' nostri sendo stati pi tardi a gire a letto,
sentirono sopra il tetto il caminar di animali, che pareva loro maggiore che di
volpi, cos creppava la neve e faceva strepito; onde pensavamo che fussero
orsi, ma, come fu giorno, non trovammo altre pedate che di volpi. Ma la notte,
per se stessa oscura e orrida, le cose che sono orribili rende ancora
maggiormente orribili.
19 fu l'aere sereno e tranquillo. Quel giorno prendemmo l'altezza del sole, che
per tanto tempo non avevamo potuto, perch l'orizonte non era chiaro, e perch
anco non era tanto alto n faceva tanta ombra quanta era necessaria al nostro
astrolabio. Noi avevamo fabricato uno stromento a guisa d'una meza sfera,
avendo notati in una meza parte 90 gradi, al quale appendemmo un filo con un
pezzetto di piombo a punto come si fa nella livella, e con quello misurammo
l'altezza del sole, essendo nella sua maggiore altezza, e lo trovammo sopra
l'orizonte tre gradi. La sua declinazione era 11 gradi e 16 minuti, i quali
giunti all'altezza fanno gradi 14 e minuti 16; i quali battuti di 90, rimane
l'altezza del polo gradi 75 e minuti 44. E perch la detta altezza di 3 gradi
era stata tolta dall'infimo angolo del sole, bisogna aggiunger minuti 16
all'altezza del polo, e cos resteranno precisamente 76 gradi, s come avevamo
trovato in tutte l'altre dimensioni.
20 cattivo tempo, con gran nembo di neve spinta da ponente dalla quale fummo
serrati in casa.
21 cattivo tempo, gran venti e folta neve, della quale pi s'attristavamo che
prima, perch eravamo a fatto senza legna, e ci bisogn romper e abbrucciare
quelli che calcavamo co' piedi e sprezzavamo quando ne avevamo abondanza: s
che quel giorno e la notte la passammo come potemmo.
22 febraro fu sereno e quieto, e ci preparammo a cercar una caretta di legna,
che la necessit ci spingeva a quel negocio, perci che si dice volgarmente che
la fame caccia il lupo fuori del bosco. 11 adunque di noi ben forniti d'arme
andammo ad un luogo dove speravamo trovare delle legna, ma non ne potemmo cavar
niente per esser troppo sotto la neve, per bisogn andar pi lontano, ove con
gran fatica ne cavammo qualche poco; e il ritorno ci fu cos amaro che quasi
l'anima ci lasciamo, perch per il gran freddo e longo e per le incommodit
patite eravamo rimasi cos debili e stanchi che ci mancavano le forze, n
speravamo pi poterle ricuperare, n poter pi condur legna: il che se
occorreva morivamo di freddo. Ma la necessit presente e la speranza di star
meglio ci somministrava forza, s che facevamo pi di quello che potevamo.
Venendo presso casa vedemmo molt'acqua in mare, che per gran tempo non avevamo
veduto, il che anco ci ritorn l'animo e ci aggiunse speranza di miglior
successo.
23 fu tranquillo aere, ma oscuro; e prendemmo due volpi, che ci furono in vece
di selvaticine.
24 fu l'istesso tempo, e avevamo preparate le nostre tese per le volpi, ma non
ne prendemmo alcuna.
25 di nuovo pessimo tempo con neve, e fummo serrati in casa.
26 fu oscuro, ma tranquillo; e aperta la porta esercitammo il corpo col camino
e col corso, per addestrar le membra che dall'ozio erano quasi addormentate.
27 fu aere tranquillo, ma freddo crudele, e le legna si scemavano molto, onde
eravamo molto affannati rivolgendo nella mente quanto acerba era stata questa
ultima vettura, e che di nuovo bisognava tornare, se non volevamo morir di
freddo.
28 continu l'aere tranquillo, e andato io quel giorno, conducemmo una volta di
legna, con non minor fatica e travaglio dell'altra, percioch uno de' nostri
non ci poteva aiutare per esserli guasto dal freddo l'ultimo articolo del deto
grosso d'un piede.

Marzo 1597.

Primo di marzo fu sereno e quieto aere, ma grande e crudel freddo, e ci
bisognava isparmiare le legna, percioch era cos dura fatica l'andarle a
cercare. Il giorno adunque per quanto ci concedevano le forze ci esercitavamo
per scaldar il corpo col correre, saltare e passeggiare, e a quelli che erano
nel letto porgevamo delle pietre calde da scaldarsi, e verso la sera
accendevamo un buon fuoco, di che eravamo contenti.
2 marzo fu sereno e freddo. Quel giorno, tolta l'altezza del sole, sendo nella
sua maggior esaltazione, lo trovammo alzato sopra l'orizonte gradi sei, minuti
48. La sua declinazione era gradi sette, minuti 12, i quali insieme fanno 14;
il qual numero detratto di 90, riman l'altezza del polo gradi 76.
3 detto fu sereno e tranquillo, s che i nostri ammalati si ricuperarono
alquanto, e cominciarono a sedere sopra i loro letti a far qualche cosa per
passar il tempo; il che poi non torn loro bene, per esser levati prima che
dovessero.
4 fu aere tranquillo; nel qual giorno ancora venne l'orso verso la nostra casa,
e noi con gli archibugi aspettandolo come prima lo ferimmo, nientedimeno fugg.
E noi ancora andammo cinque alla nave, e trovammo che gli orsi avevano gettato
sossopra ogni cosa e avevano rotta la porta della cucina, bench fusse sepolta
sotto altissima neve, pensando sotto quella fusse ascoso qualche cosa, e
portato un pezzo di quella un gran pezzo lontano dalla nave, ove poi lo
ritrovammo.
5 fu crudo aere, e verso la sera mitigato alquanto, uscendo di casa vedemmo
maggior quantit d'acqua in mare che prima, onde si allegrammo sperando con
tempo averci a partire.
6 persever l'istesso crudo aere, con gran tempesta e nembi di neve; e quel
giorno alcuni de' nostri, montando sopra il camino, videro in mare e presso il
continente gran quantit d'acqua.
7 persever l'istesso aere e vento, s che del tutto fummo confinati in casa, e
chi voleva uscire gli conveniva uscire per il camino, il che ci era molto
famigliare. E vedevamo sempre pi acqua aperta in mare e presso il continente,
e stimavamo in queste fortune e corso di ghiaccio che la nave si potesse
spinger fuori del ghiaccio, mentre eravamo in casa, che poi fuori non potevamo.
8 continu l'istesso aere con tempesta e neve, s che non vedevamo pi ghiaccio
in mare verso greco, onde facevamo congiettura che da quella parte dovesse
esser il mar libero.
9 fu ancora crudo aere, ma meno de' due giorni passati e con manco neve, s che
vedevamo assai pi lontano l'acqua aperta in mare verso greco; ma verso
Tartaria appareva ancora il ghiaccio nel mare di Tartaria, overo congelato,
facendo congiettura non esser molto di l lontani, perci che sendo il ciel
sereno ci pareva di vedere il continente e spesso l'uno all'altro ci lo
mostravamo verso ostro e ostro siroco, opposto alla nostra casa, come una
regione montana, come communemente appaiono le regioni quando si possono veder
egualmente.
10 spirando tramontana fu aere sereno, e perci facemmo netta la casa, e cavata
la neve e usciti vedemmo il mare al largo aperto, s che uno diceva all'altro:
"Se la nave fusse libera, potremmo provar di far vela"; ma con la scafa o col
copano sarebbe stato incommodo, per il gran freddo che quivi durava. Presso
sera nove di noi andammo alla nave, menando il carro per condur delle legna da
quella, avendo consumato quelle che avevamo in casa, e trovammo la nave ancora
ferma nel ghiaccio.
11 marzo, spirando greco, fu freddo e sereno con sole chiaro; perci togliemmo
la sua altezza con l'astrolabio, e lo ritrovammo 10 gradi e minuti 19 sopra
l'orizonte, e la sua declinazione gradi 3, minuti 41, i quali giunti con
l'elevazione fanno gradi 14 come avanti: questi cavati di 90, riman l'altezza
del polo gradi 76. Dipoi noi 12 menando la caretta andammo a tuor delle legna
al luogo usato, ma sempre con maggior fatica, percioch ogni giorno si facevamo
pi debili. Ritornati a casa e grandemente stanchi, dimandammo al nocchiero la
nostra parte di vino, il qual ottenimmo, e con quello reficiati e corroborati
fummo per l'avenire pi pronti alle fatiche, le quali erano quasi intolerabili
se la necessit non ci avesse fatto animo e forze; anzi spesso diceva l'uno
all'altro, se le legne si trovassero da comprar con danari, le avremmo
volentieri compre con li nostri salarii di mese in mese.
12 marzo spirando greco fu un aere crudo, e di nuovo cominci a tornar il
ghiaccio che garbino aveva scacciato, e si lev tanto freddo che in tutto il
verno non sentimmo il maggiore.
13 detto, durando l'istesso vento, dur anco l'istesso aere con neve, e il
ghiaccio correndo gi si andava urtando un pezzo con l'altro con gran strepito,
s che metteva terrore anco a chi l'udiva.
14, spirando impetuosamente greco levante e durando l'istesso crudo aere, il
mar di nuovo fu a fatto congelato e levossi un gran freddo; s che i nostri
ammalati, i quali col tempo indolcito troppo tosto s'erano esposti all'aere, di
nuovo s'affliggevano.
15 tramontana fece sereno; nel qual giorno di nuovo aprimo la casa, s che si
potesse uscire, nientedimeno il freddo ogni giorno cresceva e si faceva pi
aspro.
16 fu sereno molto, ma molto freddo, e a noi pi molesto, perch quando
credevamo da quello esser liberati ci assaltava di nuovo cos fieramente.
17 l'istesso sereno, spirando l'istesso vento, e insieme l'istessa asprezza di
freddo, s che da questa perseveranzia eravamo molto afflitti, non sapendo
ancora che cosa ci aveva a succedere, sendo il freddo intolerabile.
18, continuando pur l'istesso vento, aere e freddo, il ghiaccio sempre pi si
ingrossava e stringeva con gran fragore, il quale potevamo anco udire stando in
casa, ma mal volontieri.
19 non solamente persever l'istessa asprezza di freddo, ma di pi un gran
nembo di neve sopragiunse, che del tutto serr la casa, s che non si poteva n
uscire n vedere.
20, stando pur il vento e l'aere nello stesso stato, e cominciando le legna a
mancare, non sapevamo pi che fare, percioch senza legna ci bisognava morir di
freddo, ma ci erano tanto mancate le forze che non ci bastava pi l'animo di
andarne a condurre.
21 detto, essendosi tranquillato il vento, non era per cessato il freddo; ma
sendo quel giorno entrato il sole nell'Ariete, sul mezogiorno prendemmo la sua
altezza, la quale trovammo 14 gradi sopra l'orizonte, e sendo nella linea di
mezzo distante egualmente dall'uno e l'altro tropico, non vi era declinazione
alcuna verso l'ostro o verso tramontana. Tratta questa altezza di 90, riman
l'altezza del polo gradi 76. Quel giorno stesso de' nostri cappelli, ci facemmo
de' stivali o scoffoni, quali tirammo sopra le calze, percioch non potevamo
star longamente nelle calze e scarpe per il gran freddo, perch erano indurate
come corno, e con gran difficult conducemmo un viaggio di legna,
perseguitandoci un asprissimo freddo come se marzo volesse tor congiedo. Pur
questa speranza ci consolava, che 'l freddo, bench fusse asprissimo, non era
per durar sempre.
22 fu sereno e tranquillo, ma con l'istesso freddo, onde alcuni, sendo molesto
e difficile il condur legna, ricordarono di far una volta il giorno fuoco di
carboni.
23 fu un crudelissimo aere e asprissimo freddo, s che fu forza far un fuoco
assai maggiore che prima, percioch il freddo era assai pi aspro del solito, e
s'attacc il ghiaccio grosso alle tavole e pareti della casa di dentro.
24 tramontana men l'istesso aere e ghiaccio con grandissima neve, s che a
fatto fummo ristretti in casa, e i carboni che prima ci diedero tanto incommodo
ora ci furono molto utili.
25, bench spirasse ponente, non per si sminu il rigore n dell'aria n del
freddo, ma stette nel suo stato, onde in certo modo eravamo disperati.
26 marzo fu aere sereno e tranquillo; perci aprimmo la porta e uscimmo, e
conducemmo una caretta di legna, perch avevamo in cos gran freddo consumate
quelle che avevamo.
27, durando l'istesso tempo, di nuovo cominci il ghiaccio a scorrere, s che
apparve dell'acqua; pur la nave rimaneva stretta nel ghiaccio.
28, continuando l'istessa serenit, il ghiaccio cominci a spingersi
gagliardamente e aprirsi pi il mare; e andati sei alla nave la trovamo come
prima, ma gli orsi avevano rivoltato molte cose.
29, bench durasse l'istesso sereno, torn per a scorrer il ghiaccio. Quel
giorno conducemmo un'altra caretta di legna, se bene ogni giorno ci pareva pi
duro per la nostra debolezza.
30 detto, durando il tempo medesimo e spirando levante, il ghiaccio scorreva
grandemente. A mezogiorno due orsi, passando presso la casa, lasciando noi
andarono alla nave.
31 fu l'istesso tempo sereno, spirando greco, il qual ogni giorno menava gran
quantit di ghiaccio, s che i pezzi rottisi l'un l'altro e cavalcandosi si
levarono a guisa di monti.

Aprile 1597.

1 aprile, spirando gagliardamente levante, dur l'istesso sereno e freddo; per
il che facemmo fuoco di carboni, perch il condur delle legna ci era troppo
faticoso.
2 detto, sendo sereno e chiaro, tolta l'altezza del sole, qual fu gradi 18 e
minuti 40, e detratto quanto di sopra, si trov l'altezza del polo gradi 76
come di sopra.
3 detto, sendo l'istesso tempo, facemmo una mazza da giocar alla palla per far
le membra pi agili con l'esercizio, per il quale esperimentavamo ogni cosa.
4 fu sereno, ma vento incerto; nel qual giorno andati tutti alla nave cavammo
la corda dell'ancora e l'allentamo, accioch, se per sorte la nave si
sciogliesse dal ghiaccio o cominciasse ad ondeggiare, potesse levarsi.
5 detto, un gagliardo vento dal greco di nuovo men un tristo tempo e spinse
grandemente il ghiaccio, s che, montato l'un pezzo sopra l'altro, grandemente
stringerono la nave.
6 detto dur l'istesso tempo. La notte venendo un orso verso alla casa, ci
preparavamo di tirarli di schioppo, ma sendo la polve umida non volse prender
fuoco; ma l'orso descendendo per li gradi si sforzava d'entrar ardito in casa,
e serrando il nocchiero la porta, per fretta e timore non poteva metterle il
catorcio, ma l'orso vedendo che la casa era serrata si part. Poi due ore dopo
torn e, circondando la casa e al fine montando sul colmo, mand cos fiero
grido che metteva orrore a udirlo; finalmente, accostandosi al camino, cominci
con tanta forza a cavarlo che temevamo che lo aprisse, e squarci la vela con
la quale era cinto il camino, ma per esser notte non gli facemmo resistenza.
Per la oscurit finalmente lasciandoci si part.
7 era ancora crudo aere, e, poste all'ordine le nostre arme e due schioppi,
stavamo aspettando l'orso, ma non venne; poi, montati sopra la casa, vedemmo
con quanta forza aveva squarciato le vele cos saldamente attaccate.
8 detto, perseverando l'istesso tempo, di nuovo scorse gi il ghiaccio e s'apr
il mare, onde di nuovo, come tante altre volte, prendemmo speranza d'uscir un
giorno di cos molesto luogo.
9 fu sereno, ma presso sera fu molto turbato; ma durando l'istesso vento il
mare sempre pi si apriva, e noi prendevamo allegrezza, rendendo grazie a Dio
che ci aveva liberati dal freddo passato e da quel orribile e intolerabil
verno, sperando che in breve ci avrebbe concesso una benigna uscita.
10 aprile fu aere crudele, suscitando greco una gran tempesta e un gran carico
di neve, onde il ghiaccio che era scorso gi di nuovo tornando in su coperse
tutto il mare.
11 detto fu sereno, crescendo il vento, per il che i pezzi di ghiaccio montando
l'un sopra l'altro s'inalzavano grandemente.
12 detto l'istesso e li due precedenti giorni.
13 fu sereno e tranquillo, onde, calzati gli scoffoni fatti de' cappelli di che
sentimmo utilit grande, conducemmo delle legna in casa.
14, perseverando il sereno, bench spirasse ponente, cos alti monti di
ghiaccio avevano cinto d'intorno la nave che era una cosa orribile a vedere, e
meraviglia grande che non andasse in minuti pezzi.
15, spirando tramontana, fu sereno e tranquillo, nel qual giorno andammo sette
alla nave per veder in che stato fusse, e la trovammo nello stato di prima.
Ritornando, ci venne incontro un grand'orso, al quale ci apparecchiamo far
resistenza, ma ci vedendo cesse. Andando poi al luogo di donde era venuto,
osservammo se vi fusse qualche spelonca, e trovammo una gran grotta nel
ghiaccio profonda l'altezza d'un uomo, angusta nell'entrata, ma dentro ampia
molto, nella quale avendo cacciate le nostre aste volemmo far prova se vi era
dentro altra bestia; ma non vedendovi niente uno de' nostri entr nella grotta,
ma non discese troppo a basso, percioch era troppo orribile a vederla. Indi
caminando lungo la costa del mare vedemmo il ghiaccio aggrumato tant'alto l'un
pezzo sopra l'altro, verso la fin di marzo e il principio d'aprile, che
parevano citt intiere con le sue torri e bastioni.
16 aprile, spirando maestro, l'aere freddo cominci alquanto a sminuire il
ghiaccio.
17 aprile, ponente fece sereno; perci sette di noi andammo alla nave, alla
qual pervenendo vedemmo l'acqua aperta nel mare, onde per argini di ghiaccio e
monti quanto pi commodamente potemmo caminando giungemmo all'acqua, la quale
per 6 mesi o 7 non avevamo veduto. Osservammo nell'acqua un picciolo uccello
che notava, il quale vedutici si tuff sott'acqua. Ci a noi fu augurio che 'l
mare era pi aperto che innanzi, e gi s'approssimava il tempo che si avesse a
dileguar il ghiaccio.

18 detto, durando l'istesso aere e vento, misurammo l'altezza del sole, la qual
trovammo gradi 25 e minuti 10. La sua declinazione fu gradi 11, minuti 12, i
quali detratti della altezza ritrovata, restano gradi 13, minuti 58; quali
detratti di 90, l'altezza del polo si trova di gradi 76, minuti due. Dipoi noi
11 conducemmo una carretta di legna a casa. La notte l'orso mont su la nostra
casa, ma, sendo usciti tutti con arme di diverse sorti, udito lo strepito
fugg.
19 tramontana fece sereno. Quel giorno cinque di noi entrammo nel bagno, dal
quale grandemente fummo ricreati e restituite le forze.
20 detto, continuando l'istessa serenit, bench spirasse ponente, cinque di
noi, andati al luogo dove toglievamo le legna, portammo sopra la carretta una
caldaia con altre cose necessarie per lavar le camicie, percioch quivi avevamo
le legna in pronto, e vi era bisogno d'abondanzia per disfar il ghiaccio e
scaldar l'acqua e poi di nuovo ad asciugar le camicie, percioch manco faticoso
o difficile ci pareva ci fare che condur le legna a casa.
21 detto, spirando levante fu ancor sereno, e similmente il giorno dietro; cos
il 23 e 24 e 25, nel qual giorno venne un orso alla casa, il quale sendolo
tirato d'un schioppo fugg, e lo seguit un altro che era quivi vicino.
26 e 27 fu anco sereno, ma il vento da greco suscit una gran tempesta.
28 detto, sendo sereno e quieto, fu tolta l'altezza del sole, la qual fu gradi
28 e minuti 8.
29, perseverando l'istesso tempo, ci esercitammo col trar la palla e l'asta,
dalla casa fino alla nave e indi a casa, per render le membra pi robuste e
agili.
30 fu sereno, bello e tranquillo giorno, spirando garbino; e la notte verso
tramontana sendo il sole nella sua maggior altezza, lo potemmo ancora vedere
sopra l'orizonte, s che allora primieramente cominci a risplenderci il sole e
'l giorno e la notte.

Maggio.

Il primo di maggio fu sereno, spirando ponente. Quel giorno fu cotto tutto il
resto di carne che avevamo, dalla quale s'avevamo astenuto longo tempo, ed
essendo ancora sana non ci fu meno saporita che al principio: vi era solamente
un difetto, che non ne avessimo pi.
Il 2 fu cattivo tempo, sendo levata da maestro una fortuna, s che 'l mare per
la maggior parte fu liberato dal ghiaccio; per il che ci cominciava ad entrar
desiderio di quinci partire, sendovi pur troppo fermati.
3 del detto, spirando l'istesso vento, rimase l'aere freddo, s che del tutto
era il ghiaccio cacciato, ma pur ancora cingeva fortemente la nave. Ma perch
ci mancavano i cibi pi nutritivi, come sono le carni e la vena mondata e gli
altri che ci facevano forza, e ci bisognava esser robusti e gagliardi per
sopportar le fatiche che ci avevano a venir adosso, dovendo partire, il
nocchiero tutto quel poco di carne di porco salata che era rimasa in un
picciolo vascello tra noi divise, s che ognuno ne prendesse due oncie al
giorno per tre settimane continue avanti che fussero consumate.
4 detto, bench spirasse l'istesso vento, fu buon tempo. Quel giorno cinque di
noi andati alla nave la trovammo serrata da maggior quantit di ghiaccio che
inanzi, percioch a mezo marzo era lontana dall'acqua aperta solamente passa
75, e adesso era circondata da pi di 500 passa di ghiaccio in grumi alti a
guisa di monti, s che non picciol timore si comprese, come potessimo tirar la
scaffa e il battello fino all'acqua quando fussimo per partire. La notte di
nuovo un orso venne alla casa, ma, udito il nostro moto, uno de' nostri che
guardava dal camino lo vide subito mettersi in fuga, s che pareva che loro
fusse stato messo paura, che non osavano pi cos arditamente venir alla nostra
casa, s come facevano inanzi d'adesso.
5 detto, bench fusse bonazza, il vento da levante nondimeno apport neve; ma
la sera e la notte vedemmo il sole alquanto sopra l'orizonte, essendo nella sua
maggior altezza.
6 di maggio fu sereno, ma spir garbino molto gagliardo, s che vedevamo il
mare tanto verso levante quanto verso ponente aperto; s che tutti
s'allegrammo, desiderando grandemente di tornar a casa.
7 fu aere crudo, menando tramontana una folta neve, s che di nuovo si
chiudemmo in casa; per il che i marinari infastiditi dicevano: "Questa
inequalit d'aere non ci abbandoner mai, per sar bene quanto prima sar
aperto il mare levarsi di qua".
8 detto, ponente men un crudo aere con densissima neve; perci alcuni marinari
si consigliarono di dir al nocchiero che era pi che tempo di quindi partire,
ma a niuno bastava l'animo di ci dirli, percioch l'avevano udito dire che
voleva differire fino alla fine di giugno, cio fino a meza la state, se per
sorte allora fusse libera dal ghiaccio.
9 fu sereno e assai buon aere, perci maggior desiderio s'accresceva ne'
marinari di partire, e deliberarono di pregar Guglielmo di Bernardo che
persuadesse al nocchiero che fusse tempo di partirsi di cost; ma quegli con
dolcezza lo fren e rimosse dal loro pensiero con ragioni che i marinari
accettarono.
10 fu similmente sereno; e la notte, sendo il sole in greco tramontana nella
sua maggior bassezza secondo il quadrante commune, togliemmo la sua altezza, la
qual trovammo gradi 3, minuti 45, la sua declinazione gradi 17, minuti 45:
detratta l'altezza restano gradi 14, quali detratti di 90, fu l'altezza del
polo gradi 76.
11 fu aere crudo con tempesta da maestro, s che l'apertura del mare andava
crescendo, e insieme la nostra speranza.
12 garbino men sereno, e 'l mare fu del tutto aperto; perci i marinari di
nuovo avisarono Guglielmo che facesse sapere al nocchiero la loro intenzione,
il che promise di fare con la prima occasione.
13, bench fusse aere quieto, nientedimeno venne di gran neve da maestro.
14, sendo sereno, conducemmo l'ultima carrettata di legna in casa, tenendo pur
in pi gli scoffoni di pelli, sentendo che ci facevano servizio; nel qual
giorno i nostri marinari ricordarono a Guglielmo che avisasse il nocchiero che
bisognava cercar mezo di tornar a casa, il che promise di fare il giorno
seguente.
15, sendo sereno, furono mandati fuori tutti li marinari a far esercizio con
correr, saltar e altro per corroborar le membra. Tra tanto Guglielmo fece
sapere al nocchiero la intenzione de' marinari, il quale rispose che non
avrebbe differito il partire pi che alla fine di quel mese, e che allora,
quando non si avesse potuto liberar la nave, s'avrebbe fatta ogni provisione
per partir con lo schiffo e copano.
16 fu molto sereno tempo, e si allegrarono i marinari della risposta del
patrone, bench paresse loro che gli aveva differito troppo. Ma vi bisognava
molto tempo ad accommodar lo schiffo e battello, s che fusse buono da navigar
in mare, perci parve ad alcuni che fusse bene a segarlo per mezo per
allongarlo: il che, se bene pareva commodo, nondimeno avrebbe apportato
incommodit, perch, quanto fusse stato pi commodo al far vela, sarebbe stato
pi faticoso a portarlo sopra il ghiaccio, come ci convenne poi fare.
17 e 18 fu ancor sereno, e cominciammo ad annoverar i giorni fin che
apparecchiassimo di partire.
19 fu sereno e tranquillo, e 4 de' nostri andarono alla nave e alla riva del
mare, a vedere per dove fusse miglior strada per condur le barche nell'acqua.
20 maggio fu aere crudo, spirando greco, il quale di nuovo fece tornar in su il
ghiaccio. Sul mezogiorno chiamammo il nocchiere e gli dicemmo che omai era
tempo che apparecchiassimo ogni cosa, acci, se ci fusse data commodit di
partire, qualche cosa non ci avesse trattenuto. Rispose egli che gli era cos
cara la sua come a noi la nostra salute, ma che apparecchiassimo fra tanto le
vesti e altre massericie e che le rappezzassimo, che ci poi non ci
trattenesse, e che cos aspettassimo il fine di maggio, e poi che metteressimo
all'ordine e lo schiffo e il copano.
21 fu sereno, ma greco faceva pur tornar su il ghiaccio; nientedimeno ci
andavamo ponendo ad ordine delle cose necessarie intorno alli nostri corpi,
perch non ci mancasse o trattenesse cosa alcuna.
22 fu sereno, e mancando le legna rompemmo un muro di legno dell'entrata della
casa per far fuoco.
23 sereno, perci alcuni de' nostri andarono a lavar le loro camicie al luogo
delle legna.
24 similmente sereno e tranquillo, ma poca acqua aperta.
25, sendo sereno, togliemmo l'altezza del sole, il quale era alto gradi 35, e
il polo 76.
26 sereno e bello, ma gran tempesta da greco; poi levata aggrum di nuovo
foltissimo ghiaccio.
27 spirando gagliardamente greco men un crudo aere, e il ghiaccio veniva in su
in gran furia; perci a richiesta de' marinari concesse il nocchiero che col
primo tempo s'apparecchiasse il partire.
28 di maggio la mattina fu aere crudo da greco, ma sul mezogiorno pi rimesso;
e sette di noi andammo alla nave a pigliar quanto era necessario per
apparecchiar la scaffa e copano, cio un trinchetto vecchio a proposito per far
vela nelle barche, di pi levate via le tavole dalli pareti, corde e pi cose
altre.
29 di mattina fu buon tempo, e dieci de' nostri andarono per tirare il copano
presso la casa per accommodarlo; ma lo trovammo sepolto molto in gi sotto la
neve, e con gran fatica lo cavammo, e volendolo poi tirar alla casa non
potevamo, per la magrezza e debolezza, per il che molto s'attristavamo, temendo
di aver a morire nelle fatiche. Ma il nocchiero ci esortava e inanimava a far
qualche cosa di pi delle forze nostre, percioch da quello dipendeva la salute
nostra e la vita, percioch, se non tiravamo quel copano e lo riparavamo, ci
bisognava star quivi e diventar cittadini della Nuova Zembla, e quivi averci a
sepellire. Non ci mancava certo l'animo, ma le forze, onde bisogn allora
abbandonar quell'impresa, ma con grandissimo dolore d'animo, quando pensavamo
che cosa avevamo a fare.


Come ci preparammo a racconciar il battello per tornar con quello a casa, non
potendo liberar la nave dal ghiaccio, ma, essendo tanto distrutti dal freddo e
dalla fame che non avevamo pi forza da tirarlo a casa, ci convenne abbandonar
l'opera, quasi disperati di dover ivi morire da disagio.
Cap. XIII.

Poi che cos stanchi e quasi disperati dopo mezogiorno tornammo a casa, un poco
dopo riprendendo animo ci esortammo l'un l'altro a rivoltar lo schiffo che era
presso la casa riverso, il qual cominciammo a riparare perch ci fusse pi
commodo a navigar per mare, percioch ci dava l'animo che avevamo a far un
longo e increscevole viaggio, nel quale ci sarebbono incontrate di gran
difficult: perci, bench facessimo il meglio che sapevamo, non per ci
compiacevamo in ogni cosa. Essendo poi intorno questa fattura, venne a noi un
ferocissimo orso, ma noi, andando alla casa, quivi l'aspettavamo sopra tutte
tre le porte armati di schioppi, e un altro sopra il camino con un moschettone;
ma quel pur a noi se ne veniva senza alcuna paura, e meno che nessun altro mai,
percioch venne fino al limitar d'una porta, e quel ch'era su quella porta non
lo vedeva, perch aveva volta la faccia all'altra porta. Ma quei che erano in
casa, vedendogli l'orso quasi adosso, molto impauriti gridarono, e quegli, a s
rivolto, vedutolo, impaurito gli tir dello schioppo e lo pass per mezo, onde
voltosi fugg: e vi manc poco certo che non morisse, percioch l'orso gli era
gi sopra che non lo aveva veduto, e se anco lo schioppo lo fallava, come
talora avviene, senza dubbio periva e forse anco l'orso sarebbe entrato in
casa. L'orso ferito fuggendo cad poco lontano dalla casa: subito tutti con
schioppi e altre arme gli fummo dietro e l'ammazzammo, e aprendoli la pancia
gli trovammo i pezzi con la pelle e i peli ancora d'una foca, che gi non molto
tempo aveva divorata.


Come di nuovo inanimati, per non morir ivi sepolti dal ghiaccio vivi, ci
ponemmo ad accommodar il battello con alzarlo e allungarlo, per poter con esso
passar pi di trecento miglia di mare, prima che aggiungessimo dove si trovasse
gente e altri navilii.
Cap. XIIII.

30 maggio fu assai buon aere, non troppo freddo, ma scuro, e tutti quelli che
erano buoni da fabricare erano intorno ad acconciar lo schiffo; gli altri
dentro accommodavano le vele e le altre cose necessarie al viaggio. Tra tanto
quei che erano di fuori intorno allo schiffo, venendo a loro un orso,
lasciarono il lavoro e l'uccisero. Dipoi levate le tavole dalla casa alzammo
alquanto pi lo schiffo, e cos sollicitavamo l'opera, perci che tutti erano
gagliardi alla fatica desiderata tanto tempo, e anco pi che le forze non
comportavano
31 fu sereno, ma l'aere alquanto pi freddo del solito, spirando maestro, il
qual spingeva il ghiaccio. E stando poi noi continuamente nel lavoro, venne un
altr'orso, quasi che s'accorgessero a naso ch'avevamo a partire, volendoci
prima gustare, perch per tre giorni continui ferocemente ci assaltavano: e
lasciando il lavoro e ritirandoci in casa ci seguit, e noi aspettandolo con
tre schioppi separati in uno stesso tempo l'uccidemmo. Ma la sua morte ci fu
pi dannosa che la vita, percioch apertolo mangiammo il suo fegato cotto, il
quale fu buono di sapore, ma tutti che ne mangiammo cademmo in una infirmit,
spezialmente tre che pensavamo avessero a morire, percioch dal capo ai piedi
cadeva loro da dosso la pelle. Pur furono risanati, del che rendemmo grazie a
Dio, perch, se per questo male quei tre uomini ci mancavano, forse non
potevamo quindi partire, percioch per il poco numero non saremmo stati atti a
tollerar le fatiche.

Giugno 1597.

Primo di giugno, bench fusse bel tempo, perch per la maggior parte de'
nostri marinari era ammalata per il mangiar del fegato dell'orso, come si 
detto, quel giorno non poterono far nulla intorno al riparar dello schiffo; ed
essendo ancora la pignatta al fuogo dove era il fegato, il nocchiero la gett
fuor della casa. Dipoi quattro de' nostri pi gagliardi andarono alla nave a
vedere se vi era pi cosa alcuna che ci facesse bisogno al viaggio, e trovarono
un vascello pieno di pesci chiamati geep, simili quasi alle anguille, i quali
furono distribuiti fra li marinari, s che ne ebbe ogniuno due, e ci seppero
molto buoni.
2 giugno, la mattina fu sereno spirando maestro, e sei di noi andammo verso il
mare a vedere per qual strada potessimo trasportar all'acqua le barche,
percioch il ghiaccio era per tutto tanto alto e cacciato l'un sopra l'altro,
che ci pareva impossibile di poter menar per esso la barca; nientedimeno
giudicammo che fusse pi breve e pi commoda strada al dritto dalla nave
all'acqua aperta, bench fusse tutta inequale e montuosa e che con gran fatica
bisognava appianarla: ma per la brevit ci parve pi commoda.
3 del detto, spirando ponente fu sol chiaro; ed eravamo alquanto ricuperati dal
male e fatti pi gagliardi, s che diligentemente attendevamo a riparar lo
schiffo, onde il sesto giorno dopo fu fornito. Verso sera spirando
gagliardamente ponente l'acqua fu del tutto aperta, onde prendemmo gran
speranza che in breve avesse a succeder la nostra liberazione, che una volta
pur partissimo da quel noioso angolo.
4 detto fu sereno e sol chiaro, n molto freddo. E sendo il sole in siroco,
andamo undeci al nostro copano, il qual era nel lido in luogo coperto d'arena e
sparto marino, e lo tirammo alla nave con minor fatica e difficolt che quando
lo convenimmo lasciare: e la cagione giudicammo che fusse la neve che allora
era pi ferma, e forse anco perch con maggior animo eravamo tornati a quello,
vedendo anco l'acqua aperta, onde speravamo aversi a partire. Per tanto tre ne
furono lasciati al battello, che lo acconciassino, e perch l'avevamo usato a
portar pesce salato e aveva la puppa agguzza, gliela acconciarono alquanto e
gliela fecero piana, perch fusse pi commoda alla navigazione in mare, e
l'alzarono anco alquanto e ridussero in quella pi commoda forma che poterono.
Gli altri marinari in tanto nella casa attendevano a preparar tutte le cose
necessarie al viaggio, e tirarono due carette di vettovaglia e altre bagaglie
alla nave, la quale era quasi a meza strada tra la casa e l'acqua, per poterle
tirar poi pi tosto all'acqua quando fussimo per partire. E ogni fatica ci
pareva tanto pi lieve, quanto che speravamo di partire da quella deserta,
orrida e noiosa regione.
5 detto fu aere crudo con spessa tempesta e neve, spirando ponente, il quale
apriva il mare; perci non potemmo far niente di fuori, ma in casa
apparecchiamo tutto, vele, remi, arbori, antenne, timoni e quanto ci faceva di
bisogno.
6 detto, la mattina fu buon aere, spirando greco; perci con i legnaiuoli
andammo alla barca a finirla, e insieme tirammo due carrette di vettovaglia e
d'altro alla nave. Poi si lev una gran fortuna mista con neve, tempesta e
pioggia, che per molto tempo non avevamo sentito, s che i fabri convennero
lasciar l'opra e tirarsi con noi a casa, dove non avevamo n anco luogo
asciutto per stare, perch avevamo tolte le tavole per acconciar le barche ed
era sola la vela tesa; e la neve appresso aveva cominciato a disfarsi ed empiva
la strada, s che bisogn lasciar gli scoffoni fatti di pelle e porsi le
scarpe.
7 giugno, facendo vento gagliardo da greco, vedemmo di nuovo il ghiaccio tornar
in su, ma sendo il sole in siroco fu chiaro; e di nuovo i fabri tornarono alla
nave a fornir la barca, e noi mettemmo insieme le merci de' negociatori, quelle
che ci pareva di voler levare, cio le migliori e di maggior prezzo, e le
involgemmo e coprimo per difenderle dall'acqua del mare, poich avevamo a
condurle nella barca scoperta.
8 detto, sendo sereno, tirammo alla nave quelle merci che avevamo
apparecchiate, e i fabri avevano fabricato la barca, che la sera fu quasi
compita. L'istesso giorno noi tutti tirammo lo schiffo alla nave, e
l'allegrezza ci dava maggior forza e potere.
9 di giugno fu anco buon tempo. Quel giorno lavammo le nostre camicie e gli
altri panni di lino, accioch tutto fusse apparecchiato quando fusse a partire,
e i fabri fornirono le barche.
10 detto tirammo quattro carrette di merci alla nave. In casa eravamo occupati
in apparecchiar il tutto, e gettammo anco il vino che ci era rimaso in piccioli
vascelli per dividerlo in tutte due le barche, e perch anco potremmo esser
serrati dal ghiaccio, il che sapevamo che ci doveva occorrere, e per poterlo
espor sul ghiaccio col resto e tornarlo, come ci poteva occorrere.
11 detto fu rigido aere, s che tutto 'l giorno non potemmo far nulla; e molto
dubitavamo che dalla fortuna fusse portato via il ghiaccio che cingeva la nave
insieme con essa nave (il che poteva avvenire), con nostra grandissima miseria,
percioch tutte le nostre robbe e drappi e la vettovaglia erano in nave, ma per
providenza di Dio niente di ci occorse.


Della strada da noi con grandissima fatica fatta per condur le barche
accommodate per navigare al mare, convenendo appianar le montagne di ghiaccio
con manarre, zapponi, badili, mazzi e pali di ferro e altri stromenti,
tagliando, spezzando e spingendo via le lastre e tocchi di ghiaccio; e come un
orso ci venne anco a disturbare tal opera, s che quasi ci tolse un uomo, se
con una archibugiata non fusse fatto allargare e al fin ucciso.
Cap. XV.

12 giugno fu assai buon tempo; perci uscimmo tutti con manarre e zappe e altri
stromenti necessarii ad appianar la strada per dove avevamo a tirar la barca
all'acqua dietro i monti di ghiaccio, nella qual opera facemmo di molta fatica,
tagliando, spezzando, cavando e gettando via co' pali. E quando pi eravamo sul
colmo dell'opera, venne verso noi un grande e macilento orso dal mare uscito,
qual giudicavamo fusse venuto di Tartaria, imperoch l'avevamo osservato vinti
e trenta miglia in mare; e sendo senza schioppi doppi, eccetto quello che aveva
il nostro cirugico, io subito andai alla nave per pigliarne uno o due. L'orso,
vedendomi correre, velocemente mi seguit, e forse m'avrebbe giunto se i
marinari, ci avvertendo, lasciando il lavoro non si fussero posti a
seguitarlo; il che vedendo l'orso, me lasciando, voltossi verso loro, e mentre
va verso loro dal cirugico ferito con lo schioppo si fugg. Ma, sendo il
ghiaccio ineguale e alto, non pot cos fuggire che i nostri non lo arrivassero
e con lo schioppo passassero, e sendo ancor vivo gli gettarono i denti fuori di
bocca.
13 fu bel tempo, e il nocchiero accompagnato dai fabri andato alla nave,
apparecchiarono del tutto la barca e lo schiffo, s che non mancava altro che
tirarle all'acqua; ma vedendo il mare aperto e spirar ponente prospero, egli
torn a casa e disse a Guglielmo di Bernardo, che gi un pezzo era ammalato,
che gli pareva che sarebbe bene e che ora si offeriva l'occasione di partirsi,
e fu statuito allor communemente tra i marinari di tirar l'una e l'altra barca
all'acqua e apparecchiarsi nel nome di Dio a partire dalla Nuova Zembla.
Guglielmo di Bernardo per avanti aveva scritto una memoria e l'aveva appiccata
al camino in una misura di carica da schioppo, nella quale narrava come eravamo
l venuti d'Ollanda per far vela verso il regno della China, e ci che ivi ci
era occorso e le nostre avversit, acci, se per caso alcuno dopo noi l
capitasse, intendesse tutto quello che ci era occorso, e come sforzati dalla
necessit avevamo fabricata quella casa, nella quale eravamo stati dieci mesi,
e come poi con due barchette scoperte ci bisogn esporsi in mare e mettersi in
una navigazione maravigliosa e pericolosa molto. Il nocchiero anco scrisse due
lettere, alle quali la maggior parte di noi sottoscrisse, s come noi quivi nel
continente per molto tempo e somma miseria e travaglio eravamo stati, sperando
che la nave si liberasse dal ghiaccio e con quella di nuovo doversi indi
partire; ma perch ci non avveniva, restando la nave fermamente fissa nel
ghiaccio, e che 'l tempo scorreva e la vettovaglia mancava, sforzati dalla
necessit per conservar la nostra vita ci era bisogno abbandonar la nave e far
vela con dui battelli, mettendosi alla speranza di Dio. Gli esempi di queste
due lettere furono posti in tutte due le barche, acci, se per qualche fortuna
fussero disgiunte o per qualche altro infortunio fussero perite, almeno in una
sola salva si trovasse qual fusse stato il nostro viaggio e partita. Passate
tutte queste cose, tirando lo schiffo in acqua vi lasciammo dentro un uomo, e
poi l'altra barca, di pi undeci carrette cariche di vettovaglia e vino che ci
era rimaso e le merci, mettendovi ogni diligenza per condurle salve quanto
potessimo: cio sei fasci di panno fino di lana, una cesta piena di tele, dui
fasci di panni di seta, dui scrignetti con denari, due botte piene d'arme e
massericie da marinari, camicie e altro, una botte piena di cascio, mezo porco,
due botte d'oglio, sei di vino, due d'aceto, e a rifuso vestimenti di marinari
e robbe d'ogni sorte; le quali messe a grumo niuno avrebbe giudicato n
s'avrebbe potuto persuadere che potessero entrare nelle barche. Tutte queste
cose portate nelle barche, andati a casa conducemmo sopra la entrata Guglielmo
di Bernardo all'acqua, dove erano le barche, dipoi Nicol d'Andrea, l'uno e
l'altro ammalato: e a questo modo entrammo nelli battelli, pigliando uno
ammalato per barca. Allora il nocchiero command che si dovesse congiunger ambe
le barche, e ci diede a sottoscriver l'una e l'altra lettera che aveva scritto,
come  detto di sopra, l'esempio delle quali  questo.

Lettera de' marinari.

S come noi fino al d d'oggi abbiamo aspettato, sperando che la nave si
dovesse liberar dal ghiaccio, ma oggi vi  poca o niuna speranza che ci possa
essere, percioch ella  da quello saldamente cinta, poich verso il fine di
marzo o 'l cominciar d'aprile il ghiaccio crescendo s' spinto un sopra
l'altro, per trovar mezo e via come possiamo tirar lo schiffo e il battello
all'acqua e dove trovaremo luogo commodo, e s come quasi par impossibile che
la nave sia liberata dal ghiaccio, perci io con Guglielmo di Bernardo,
governator maggior della nave, e altri che hanno qualche carico e con gli altri
proponemmo la cosa in consulta per conservar noi con alquante merci di
mercanti; n potemmo trovar miglior mezo che riparar il nostro schiffo e
battello e trovar tutte le cose necessarie, quanto fusse possibile, accioch
preparate non perdiamo niun tempo commodo che Dio ci potrebbe concedere, perch
bisogna tor il tempo pi commodo, altrimenti saremmo morti da freddo e da
necessit: il che s'ha da temere che ancora accada, poich ne sono tre o
quattro de' nostri e de' maggiori dalli quali non potemo aspettar aiuto alcuno,
talmente sono esausti dal freddo e dalla incommodit che non hanno forza per
mezo uomo. Ed  da dubitare che le cose non siano per andar meglio, s per il
lungo viaggio che abbiamo da fare o s perch il pane non  per passar il mese
d'agosto, e facilmente potrebbe accadere, se nella navigazione ci interviene
qualche sinistro, che avanti quel tempo non possiamo arrivare a region alcuna
dove possiamo comprar cosa alcuna, bench da quest'ora tentiamo ogni cosa:
perci saria il nostro consiglio di non aspettar pi tardo, perch la natura
c'insegna che dobbiamo procurar di conservarsi. Questa in questo modo conchiusa
e da tutti noi sottoscritta il primo di giugno 1597, sendo adunque il d d'oggi
preparati e avendo trovato vento da ponente favorevole e il mare aperto, noi
nel nome del Signore si mettemmo all'ordine da partire, e perch la nostra nave
sta ancora fermamente serrata, stretta dal ghiaccio, e bench nel nostro
apparecchio abbiamo avuti molti gagliardi venti da ponente, da tramontana e da
maestro, nientedimeno non vedendo niuna mutazione in meglior stato, quella
finalmente abbandonammo.
Data alli 13 di giugno 1597.

E la sottoscrissero



Giacopo Heemscherch
Pietro figliuol di Cornelio
Leonardo figliuol d'Enrico
Pietro figliuol di Primo Vos
Giacopo figliuol di Giano Sterronburch
Giacopo figluol di Iano Schiedain
Maestro Giovanni Vos
Guglielmo figliuol di Bernardo
Gimo figliuol di Rinieri
Lorenzo figliuol di Guglielmo
Ghirardo di Veer.



Del modo del tirar delle barche all'acqua, e i carri di merci carichi e di
vettovaglia, e di due ammalati, uno per carretta.
Cap. XVI.

Dipoi, raccomandandosi alla misericordia di Dio, con vento da maestro
tramontana e mare assai aperto, si ponemmo a far vela.
14 giugno, la mattina, sendo il sole in levante, in nome di Dio con la scaffa e
battello si partimmo dalla Nuova Zembla e da quell'altro ghiaccio. Spirando
ponente e drizzando il corso verso greco levante, quel giorno navigammo fino
alla punta dell'isole per miglia cinque; ma il principio della nostra
navigazione non and troppo bene, perch di nuovo dammo in foltissimo ghiaccio
che era ancora quivi attaccato e fermato, onde ci assal una gran paura. Quivi
fermatisi, quattro de' nostri andammo nel continente ad investigar quel sito, e
riportammo quattro uccelli gettati da noi gi degli scogli con li sassi.
15 era alquanto allargato il ghiaccio, perci spirando ostro facemmo vela, e
passammo la punta del promontorio e il promontorio Ulissingese, steso per la
maggior parte verso greco e poi verso tramontana, fino al promontorio del
Desiderio per tredeci miglia in circa, ove si fermammo fino alli sedeci.
16 di nuovo facemmo vela, e arrivammo all'isole d'Orangia spirando ostro,
lontane dal promontorio del Desiderio otto miglia. Quivi andammo nel continente
con due barilette e una caldaia per liquefar della neve e porla nelle
barilette, e a cercar degli uccelli e dell'ova per gli ammalati. L giunti,
accendemmo il fuoco con legna ivi trovate e liquefacemmo la neve, ma non
trovammo uccelli. Tre altri marinari andati in un'altra isola per il ghiaccio
presero tre uccelli, e nel ritornare il nocchiero, che era uno delli tre, cad
nel ghiaccio con gran pericolo della vita, percioch quivi era un gran fondo;
ma per l'aiuto di Dio fu liberato e venne a noi, dove asciug le vesti al fuoco
che avevamo fatto, al quale anco cuocemo gli uccelli, i quali portati in barca
diemmo a li nostri ammalati. Tornati adunque alle barche, facemmo di nuovo vela
con vento da siroco e con torbido e umido aere, s che al tutto si bagnamo,
perch le nostre barche non erano coperte, e drizzammo il corso verso ponente e
garbin ponente fin che giungemmo alla punta del Ghiaccio. Presso quella punta
congiunte le barche, il nocchiero chiamando Guglielmo di Bernardo gli dimand
come stava. "Bene, - rispose egli, - spero che finir il mio corso prima che
giungamo ad Wacrhuys". E volto a me: "Gherardo, - disse, - siamo ancora
appresso la punta del Ghiaccio? Levami un poco, ch'io voglio veder ancora una
volta questa punta". Allora dall'isole d'Orangia fino alla punta del Ghiaccio
avevamo fatto circa miglia 5, e, volto il vento da ponente, fermammo le barche
ad un pezzo di ghiaccio e prendemmo un poco di cibo; ma l'aere si faceva sempre
pi torbido e umido, s che di nuovo fummo cinti dal ghiaccio e bisogn quivi
fermarsi.
17 giugno la mattina preso alquanto di cibo, il ghiaccio di tal maniera ci era
spinto adosso che ci faceva spavento, s che non potevamo regger n l'una n
l'altra barca e pensavamo che quella fusse l'ultima nostra navigazione,
percioch cos terribilmente eravamo portati insieme col ghiaccio scorrente, e
cos eravamo stretti e calcati dal ghiaccio, che pareva che le barche andassero
in mille pezzi: per il che noi guardandoci l'un l'altro con piet non speravamo
pi salvarsi, perch ad ogni momento avevamo la morte dinanzi agli occhi.
Finalmente in tanto intrico e pericolo fu proposto che, se avessimo potuto
gettar una corda e saldarla nel ghiaccio fermo, con l'aiuto di quella avremmo
potuto tirar le barche a quello, e per questa via saremmo liberi dai pezzi di
ghiaccio che ondeggiavano. Il consiglio fu veramente buono, ma con gran
pericolo della vita congiunto: e se ci non si faceva si vedeva chiaramente che
la nostra vita era spedita, niun per aveva ardimento di ci tentare, temendo
di non esser absorto, bench la necessit ci astringesse a farlo e dovesse il
minor pericolo ceder al maggiore. Stando adunque noi in tal pericolo, io come
il pi leggiero di tutti presi sopra di me il carico di portar la corda al
ghiaccio fermo, per tanto appigliandomi a un pezzo di quel ghiaccio ondeggiante
all'altra con l'aiuto di Dio arrivai al ghiaccio fermo, e alligai la corda ad
un mucchio grande e alto: allora con l'aiuto di quello quelli che erano nelle
barche le trassero al ghiaccio fermo, e a quel modo pot pi un solo uomo che
inanzi tutti congiunti insieme. Approssimati che fumo al ghiaccio con le
barche, presto trasportammo sopra quello gli ammalati, messovi prima sotto gli
strammazzi e altre cose dove potessero giacere; dipoi metemmo fuori tutta la
robba, e tirammo anco le barche sopra il ghiaccio. Con questo mezo allora
liberati dal ghiaccio e da quel gran pericolo, ci riputammo cavati di mano alla
morte.


Del modo del tirar delle barche in sul ghiaccio fermo, perch dall'urtar e
stringer delli pezzi di ghiaccio che andavano ondeggiando per mare erano quasi
rotti, e insieme tutte le robbe con gli ammalati esposti sul ghiaccio, ove il
giorno dietro in una stessa ora spirarono.
Cap. XVII.

18 detto riparammo di nuovo le nostre barche, percioch erano molto conquassate
dalle percosse del ghiaccio: e bisogn calcar tutte le fissure e giunture delle
tavole e fortificarle con diversi pezzetti di tavole impecciate, al qual
bisogno Dio provide di legna, acci che potessimo liquefar la pece e preparar
quanto faceva bisogno. Dipoi alquanti de' nostri andarono nel continente a
cercar delle ova, per i nostri ammalati molto bramate, ma non ne potero trovare
alcuno; nondimeno portarono quattro uccelli presi con pericolo della vita tra
'l ghiaccio e 'l continente, rompendosi ogni tratto il ghiaccio sotto ai piedi.
19 fu assai buon'aria, spirando maestro e sul mezogiorno ostro, nientedimeno
stavamo stretti dal ghiaccio, n vedevamo apertura alcuna in mare, giudicando
sempre non potersi mai quindi liberare; nientedimeno ci consolavamo di nuovo
ricordandoci che Dio molte volte fuori della nostra speranza ci aveva aiutati e
liberati, con la qual speranza ci facevamo animo l'uno all'altro.
20, spirando ponente, fu assai buon tempo. Ed essendo il sole circa in siroco,
cominci Nicol d'Andrea a peggiorare, s che conoscevamo che non aveva a viver
molto, percioch il vicario del governatore, venuto alla nostra barca, ci narr
in che stato s'attrovava esso Nicol, e che si vedeva che non aveva a viver
troppo. Allora Guglielmo di Bernardo disse: "Anco a me pare ch'io non abbia a
viver molto"; ma noi non pensavamo che 'l suo male fusse cos grande, perch
ragionava con noi e leggeva sul giornale ch'io aveva fatto della nostra
navigazione, e avevamo discorso di pi cose. Finalmente posto da parte il
giornale, a me rivolto disse: "Gherardo, dammi da bere"; e come ebbe bevuto gli
venne uno accidente cos grande che subito volti gli occhi spir, n vi fu
tanto tempo di mezo che io potessi chiamar il nocchiero dall'altra barca prima
che morire, s che mor prima che Nicol d'Andrea, il quale poco dopo lo segu.
Questa morte di Guglielmo di Bernardo ci apport non poca malinconia, percioch
egli era il governator maggiore, nel quale noi si confidavamo; ma non si pu n
dee resistere alla volont di Dio, alla quale anzi  nostro dovere
d'acquietarsi.
21 giugno, il ghiaccio cominci di nuovo a scorrere e Dio ci mand una certa
apertura di mare, spirando garbino, ma sendo il sole intorno a maestro,
cominci a far vento da siroco assai gagliardo, e perci si apparecchiamo a
partir di qua.
22 detto la mattina, spirando un gagliardo siroco, il mare fu aperto tutto; ma
ci bisogn tirar le barche su per il ghiaccio con grandissima fatica e
difficult, percioch bisogn tirarle prima, con tutte le cose che vi erano
dentro, su per un pezzo di ghiaccio lungo quasi 50 passi e pararle nell'acqua,
e poi tirarle sopra un altro ghiaccio e di nuovo per altri 300 passi su per
quello tirarle, prima che fussero nell'acqua dove potessimo far vela. Alla
quale sendo giunti, confidati nella misericordia di Dio demmo le vele al vento,
sendo il sole con greco levante, spirando mediocremente ostro e ostro siroco,
tenendo il corso verso ponente e garbin ponente fin che 'l sole fu in ostro.
Allora di nuovo fummo assediati dal ghiaccio, il quale non potemmo passare, ma
bisogn in quel fermarsi; nientedimeno poco dopo il ghiaccio da per s si
separ, per lo quale passammo navigando dietro la rena. Ma di nuovo subito
fummo chiusi dal ghiaccio, e sperando pur qualche apertura, prendemmo in questo
mentre un poco di cibo, percioch il ghiaccio non scorreva come prima. Dipoi si
ponemmo con tutte le forze a spinger il ghiaccio, ma indarno; nondimeno
alquanto tempo dopo da per s si fece una certa apertura, per la qual passammo,
e facemmo vela longo l'orlo della terra verso garbin ponente.
23 detto seguimmo la nostra navigazione verso garbin ponente fin che 'l sole fu
in siroco, e giungemmo al promontorio di Consolazione, distante dalla punta del
Ghiaccio miglia 25; n potemmo andar pi inanzi, percioch quivi era il
ghiaccio cos grosso spinto l'un sopra l'altro, ben che fusse sereno. Quel
giorno stesso prendemmo l'altezza del sole con l'astrolabio e con l'anello
astronomico, la qual trovammo gradi 37, e la sua declinazione gradi 23, minuti
30; la qual detratta dall'altezza, restano gradi 13, minuti 30; questi detratti
di 90, riman l'altezza del polo gradi 76, minuti 30. E bench il sole molto
splendesse, il suo calore per non fu tanto che potesse dileguar la neve, s
che avessimo dell'acqua per bere: per tal causa adunque e il baccino di stagno
e altri vasi di rame che avevamo empimmo di neve e li ponemmo al sole, perch
ai suoi raggi si disfacesse la neve per far dell'acqua, percioch, quantunque
prendessimo della neve in bocca per cacciar la sete, non ci faceva servizio
alcuno, anzi avevamo pi sete che prima.


Descrizione del viaggio che tenimmo della casa nella quale passammo il verno,
lungo il lato settentrionale della Nuova Zembla, fino allo stretto d'Weygats,
il qual passammo verso la riviera della Russia, e appresso de' porti overo seni
del mar Bianco fino alla citt di Cola, s come si dimostra nella tavola
precedente.
Cap. XVIII.

Dal luogo del domicilio fino al seno del Mare  viaggio verso levante e ponente
per 4 migl.
Dal seno del Mare fino al porto del Ghiaccio  camino verso 4 levante greco
per 3 m.
Dal porto del Ghiaccio fino alla punta dell'Isola  viaggio verso greco levante
per 5 m.
Dalla punta dell'Isola fino al promontorio Vlissingese  camino verso 4 greco
levante
per 3 m.
Dal promontorio VIissingese fino all'angolo del Promontorio verso siroco 
camino
per 4 m.
Dall'angolo del Promontorio fino all'angolo del Desiderio verso ostro e
tramontana  corso
per 6 m.
Dall'angolo del Desiderio fino all'isole d'Orangia verso maestro
per 8 m.
Dall'isole d'Oranga fino all'angolo del Ghiaccio verso ponente e 4 garbin
ponente
per 5 m.
Dall'angolo del Ghiaccio fino al promontorio di Consolazione verso ponente e 4
garbin ponente
per 5 m.
Dal promontorio di Consolazione fino al promontorio Nassoviese verso 4 ponente
maestro
per 10 m.
Dal promontorio Nassoviese al conio orientale dell'isola della Croce verso 4
ponente maestro
per 8 m.
Dal conio dell'isola della Croce fino all'isola di Guglielmo verso 4 garbin
ponente
per 5 m.
Dall'isola di Guglielmo fino all'angolo Negro verso ponente garbino
per 6 m.
Dall'angolo Negro fino al conio orientale dell'isola de l'Admiralit verso
ponente garbino
per 7 m.
Dal conio orientale dell'isola dell'Admiralit fino al suo conio occidentale
verso ponente garbino
per 5 m.
Dall'angolo occidentale dell'isola dell'Admiralit fino al promontorio di
Plancio verso 4 garbin ostro.
per 10 m.
Dal promontorio di Plancio fino al seno di Lombsbay verso ponente garbino
per 8 m.
Dal seno di Lombsbay fino all'angolo degli Ordini verso ponente garbino
per 10 m.
Dall'angolo degli Ordini fino al promontorio del Priore overo Langenes verso 4
ostro garbino
per 14 m.
Dal promontorio Langenes fino al promontorio di Cani verso 4 ostro garbino
per 6 m.
Dal promontorio di Cant fino all'angolo dello Scoglio negro verso 4 garbin
ostro
per 4 m.
Dall'angolo dello Scoglio negro fino all'isola Negra verso ostro siroco
per 3 m.
Dall'isola Negra fino a Costintsarch verso oriente e occidente
per 2 m.
Da Costintsarch fino all'angolo della Croce verso ostro siroco
per 5 m.
Dall'angolo della Croce fino al seno di S. Lorenzo verso siroco
per 8 m.
Dal seno di S. Lorenzo fino al porto della Farina verso ostro siroco
per 6 m.
Dal porto della Farina fino alle due isole verso ostro siroco
per 16 m.
Dalle due isole onde noi facemmo vela verso Russia fino a Matfloo e Delgoy
verso garbino
per 30 m.
Da Matfloo e Delgoy fino al seno nel qual navigando circondammo un cerchio di
quadrante e finalmente fummo condotti nell'istesso luogo
per 22 m.
Da quel seno fino a Colgoy verso maestro tramontana
per 18 m.
Da Colgov fino all'angolo orientale di Candenas verso maest~o tramontana
per 20 m.
Da Candenas fino al lato occidentale del mar Bianco verso maestro tramontana
per 40 m.
Dal lato occidentale del mar Bianco fino alle 7 isole verso maestro
per 14 m.
Dalle 7 isole fino all'angolo occidentale di Childvin verso maestro
per 20 m.
Da Childvin fino a quel luogo nel quale Giovanni figliuolo di Cornelio ci trov
verso 4 maestro ponente
per 7 m.
Dal luogo dove Giovanni di Cornelio ci trov fino a Cola verso ostro per il pi
per 18 m.
Noi dunque col battello e scaffa scoperti facemmo viaggio parte tra 'l ghiaccio
e parte sopra il ghiaccio tirando e in alto mar facendo vela
per 383 m.


24 giugno, circa il levar del sole andammo a remi di qua e di l per il
ghiaccio a cercare per dove potessimo passare, ma non trovammo niuna apertura;
ma intorno al mezogiorno prorompemmo in mare, per il che rendemmo gran grazie a
Dio che fuori della nostra speranza ci avesse concesso l'uscita, e spirando
levante facemmo vela con gran progresso, s che facemmo congiettura di dover
passar il promontorio Nessoviese. Nondimeno fummo impediti dal ghiaccio, nel
qual dammo, s che ci bisogn restare al lato orientale del promontorio
Nassoviese alla riva del continente, s che facilmente potevamo vedere esso
promontorio, il quale giudicavamo che ci fusse discosto intorno tre miglia.
Quivi sei de' nostri usciti nel continente trovarono certe legna e le portarono
nelle barche, ognuno quanto si pot caricare, ma per non si trov uccello n
ovo alcuno; ma facendo fuoco delle legna cossero una polenta in acqua, che noi
chiamammo matsammore, per metter nello stomaco qualche cosa di caldo. E spirava
un vento molto gagliardo dall'ostro.
25 giugno ancora grandemente soffiava, e per non esser molto fermo il ghiaccio
al qua, e erravamo accostati, dubitavamo grandemente che rompendosi quello
fussimo portati in mare: e per il vero circa il tramontar del sole, rotto quel
pezzo di ghiaccio, ci bisogn mutar luogo e fermarsi ad un altro pezzo di
ghiaccio.
26 detto si lev ancora una gran fortuna dall'ostro, la quale ruppe in molti
pezzi quel ghiaccio al quale eravamo accostati, s che eravamo spinti in mare
n potevamo pi attaccarsi al ghiaccio fermo, ed eravamo in pericolo
grandissimo di perire. E fluttuando in mare, con tutte le forze adoprammo i
remi, ma non potevamo arrivar al continente, perci bisogn spiegar il nostro
trinchetto e far vela; ma l'arbore a cui era appeso esso trinchetto due volte
si ruppe, perci stavamo peggio che prima. E bench il vento spirasse prospero
e gagliardo, fummo nondimeno sforzati a calar il trinchetto, ma il vento
soffiava cos gagliardo in quello che, quando non si avesse tirato gi con
estrema prestezza, senza dubbio saremmo stati dall'onde inghiottiti, overo
empir la barca d'acqua andare a fondo, percioch l'acqua cominciava ad entrar
nella barca ed eravamo lontani in mare, il quale era poi sopra modo turbato, n
avevamo altro dinanzi agli occhi che la morte presente. Ma Iddio, che tante
volte di tanti e cos gran pericoli ci aveva liberato, di nuovo ci fu in aiuto,
e improvisamente ci dest vento da maestro, il quale, bench con gran pericolo,
di nuovo ci port ad un fermo ghiaccio. Liberati adunque da tal pericolo, non
sapendo dove i nostri compagni si fussero ritirati, facemmo vela per un miglio
lungo il ghiaccio, ma non li trovando ci pensavamo qualche male di loro,
temendo che fussero sommersi. Tra tanto si levarono folte nuvole, cos facendo
vela longo la terra, n trovando li compagni, scarcammo uno moschettone: essi
uditici risposero con un'altra sparata, nientedimeno non ci potevamo vedere.
Tra tanto fatti pi vicini e sparita alquanto la nebbia, noi ed essi di nuovo
sparati gli schioppi vedemmo il fumo che esalava, e finalmente gli andammo a
ritrovare, e li vedemmo tra il ghiaccio corrente e il fermo fermati. Fattici a
loro vicini, andammo ad essi per il ghiaccio, e gli aiutammo a portar sopra il
ghiaccio quello che avevano nel battello e a tirar esso battello sul ghiaccio,
e con gran fatica e difficult li ritornammo nell'acqua aperta del mare. Mentre
erano cos trattenuti nel ghiaccio, ricercammo sul lito del continente delle
legna, con le quali acceso il fuoco, sendo congiunti insieme facemo una panata
di pane e acqua per metter qualche cosa nello stomaco, e ci fu molto saporita.
27 soffiando prospero levante facemmo vela, e passammo il promontorio
Nassoviese circa un miglio al lato occidentale di esso promontorio, ove di
nuovo trovammo vento contrario, s che di nuovo bisogn serrar le vele e andar
a remi. Tra tanto, mentre navigamo lungo il ghiaccio fermo e il continente,
trovammo tanta copia di rosmari a giacere sopra il ghiaccio che non ne vedemmo
mai tanta, n si pot contar il numero, con gran numero appresso d'uccelli,
nelle quali scaricando insieme dui schioppi, con quel colpo ne cogliemmo 12, li
quali li portammo nelle barche. Navigando noi in questo modo, levossi uno
nuvoloso aere, onde di nuovo incorremo nel ghiaccio che scorreva, s che ci fu
forza tornar al ghiaccio fermo e ivi fermarsi fino che fussero sgombrate le
nebbie. Il vento poi che ci era contrario soffiava da maestro tramontana.
28 detto, circa il levar del sole sponemmo sopra il ghiaccio tutto quello che
avevamo nelle barche, nel quale poi tirammo anco esse barche, percioch eravamo
cos stretti da ogni parte dal ghiaccio e il vento veniva dal mare, temendo di
esser cos stivati intorno che non trovassimo pi uscita. Delle vele tendemmo
sopra il ghiaccio un padiglione, sotto il quale ci dammo un poco al riposare,
lasciando la cura ad uno di far la guarda. Sendo il sole intorno alla
tramontana, vennero tre orsi al dritto alle nostre barche, i quali visti dalla
guarda, subito grid: "Tre orsi, tre orsi!" Il che udito, saltammo fuori de'
padiglioni con li nostri moschettoni, caricati di ballini per pigliar uccelli,
li quali non avendo tempo di caricarli altrimenti gli scaricammo; e bench non
li potessimo gravemente ferire, nientedimeno si ritirarono lontani, e ci
diedero assai buon spazio di tempo per caricarli, s che di tre ne uccidemmo
uno. Gli altri ci veduto fuggirono, ma intorno due ore dopo ritornarono, ma
fatti vicini e udito il nostro strepito fuggirono. Spirava ponente e 4 ponente
maestro, s che grandemente il ghiaccio scorreva verso oriente.
29 giugno, circa il sole in ponente garbino, i due orsi che erano fuggiti
ritornarono al luogo dove giaceva l'orso ucciso, e uno di essi, presolo con la
bocca, lo tir per quel ghiaccio ineguale assai lontano e lo cominci a
divorare. Noi ci vedendo sparammo in essi un moschettone, ma quelli, udito il
tuono, lasciato il cadavero fuggirono. E noi quattro andati col trovammo
l'orso in cos poco tempo mangiato mezo, e quel restante tirammo sopra un monte
di ghiaccio per poter veder dalle nostre barche se tornavano e tirargli: e si
maravigliammo della gran forza di quell'orso, che solo quel cadavero intiero
cos grande cos facilmente aveva tirato tanto lontano, percioch noi quattro
quella met con gran difficult avevamo potuto strascinare. Ma spirando ponente
gagliardo, spingeva ancora il ghiaccio verso oriente.


Come, di nuovo cinti e stretti dal ghiaccio corrente, fummo sforzati ad espor
sopra il ghiaccio fermo tutte le robbe e tirar anco le barche, coprendole con
le vele per riposare alquanto, mettendo uno a far la guarda; e come vennero la
notte tre orsi, e avendone ammazzato uno gli altri fuggirono, ma il giorno
dietro tornando strascinarono l'orso morto un pezzo lontano, e cominciandolo a
divorare furono da noi con gli archibugi fugati.
Cap. XIX.

30 detto, la mattina, sendo il sole circa 4 levante greco, era similmente
spinto da ponente verso levante. E due orsi sopra un pezzo di ghiaccio corrente
verso noi venivano, i quali corseggiando qua e l pareva che si mettessero ad
ordine per assaltarci, saltando nell'acqua, il che non fecero; per il che noi
giudicammo che fussero quegli stessi che prima erano stati qua, percioch,
circa il sole in ostro siroco, un altro orso ancora per il ghiaccio fermo dove
eravamo veniva al dritto a noi, ma fatto pi vicino e udendo lo strepito fugg.
Spirava ponente garbino e disfaceva alquanto il ghiaccio, ma perch era tempo
nubiloso e vento gagliardissimo non osammo fidarsi all'acqua, ma deliberammo
d'aspettar miglior tempo.

Luglio 1597.

Il primo di luglio, sendo assai buon aere, spirando maestro tramontana, la
mattina intorno il levar del sole un orso venendo dal ghiaccio corrente nuotava
al fermo nel quale eravamo; ma, uditici, non si accostando fugg. Ma sendo il
sole in siroco, fu con tant'impeto spento dall'onde un pezzo di ghiaccio nel
fermo dove eravamo con le barche e quello che avevamo messo fuori che lo spezz
in molte parti, le quali si cacciavano l'una sopra l'altra, onde non poco ci
attristammo, percioch la maggior parte delle robbe cad in acqua. Nondimeno
usammo ogni diligenzia per tirar la scaffa sopra il ghiaccio pi verso il
continente, dove si stimavamo pi sicuri dalla calca del ghiaccio scorrente; ma
ritornando a quelle cose che avevamo lasciate da portare, cademmo quasi nella
maggior difficult che provassimo giamai, percioch, quando volevamo levar un
fasce, l'altro subito cadeva nel ghiaccio, anzi spesse volte sotto i nostri
piedi si rompeva il ghiaccio, s che non sapevamo pi che fare ed eravamo quasi
disperati non ci vedendo fine alcuno. Questa fatica adunque superava la
malinconia, percioch, sforzandoci di tirare lo schiffo, il ghiaccio si
spezzava sotto i piedi, e con la barca e il resto eravamo portati dal ghiaccio
scorrente, e volendo salvar la robba, il ghiaccio si frangeva sotto i piedi.
Poi la barca si ruppe, spezialmente da quella parte dove era stata acconcia;
l'arbore ancora e lo scagno dell'arbore stava male, e una cestella con denari,
la qual con gran pericolo della vita anco levammo, percioch il ghiaccio dove
eravamo in pi si cacci sotto l'altro ghiaccio, onde poco vi manc che non si
spezzassimo e le gambe e le braccia. Perci, stimando che 'l battello fusse
tratto del tutto, ci guardavamo l'un l'altro di mala voglia, non sapendo che
fare, percioch da quello pendeva la nostra vita. Pur con l'aiuto di Dio
cominci il ghiaccio a separarsi, onde senza indugiare andammo alla barca, e
qual si fusse la tirammo sopra il ghiaccio presso la scafa, ove meglio si
poteva conservare. Dur questa difficile e noiosa fatica dal sole mentre era in
ostro fin che giunse in ponente garbino, senza mai riposarsi, per il che molto
restammo afflitti; ma si trattava del caso nostro, e ci era pi orrendo che
quando mor Guglielmo di Bernardo, e quasi ci sommergemmo. Perdemmo quel giorno
due botte di biscotto, una cesta piena di panni di lino, la botte piena d'arme
e tutto il meglio de' marinari con l'annello astronomico, un fascio di panno di
grana, un vascello d'oglio e uno di vino e alquante pezze di cascio.
2 luglio, intorno al levar del sole di nuovo venne a noi un orso, il quale
udito il nostro strepito fugg. Sendo poi il sole circa ponente garbino, si
lev un bel tempo, onde subito cominciamo a riparar il battello con le tavole
con le quali avevamo fatto il tavolato del corpo. Essendo adunque tre di noi
occupati intorno al riparar il battello, gli altri sei andarono pi verso il
continente, s per trovar legna come per portar qualche pietra da por sopra il
ghiaccio per accender il fuoco, per liquefar la pece per impeciar il battello,
e s ancora per veder se trovassero qualche legno che fusse buono per far un
arbore per esso battello: il qual trovarono, con alcuni sassi, e tutto
portarono dove si lavorava. Ritornando poi ci riferirono aver trovato qui
alcuni legni tagliati, e portarono anco li conii co' quali si fendono le legna,
onde appareva che quivi fussero stati uomini. S'affrettavamo poi quanto
potevamo ad accender il fuoco, e disfar la pece, e far il resto che era
necessario intorno al riparar di quel copano, s che l'avemmo accommodato circa
il sole in 4 tramontana greco. Cuocemmo anco gli uccelli che con gli schioppi
uccidemmo e li mangiammo.


Come talmente fummo dal ghiaccio stretti che 'l battello and in pezzi, onde
fummo in gran pericolo della vita e perdemmo molte robbe, e se volevamo prender
una cosa ci cadeva l'altra e andava sotto il ghiaccio, che si spezzava sotto ai
piedi, e quasi ci scavezz le gambe e ci affog sotto.
Cap. XX.

3 di luglio, la mattina intorno il levar del sole due de' nostri marinari
andarono verso l'acqua, ove di nuovo trovarono due de' nostri remi, con il
braccio del timone, la balla di panno di grana, la cesta di panni di lino e del
vascello delle arme, da che comprendemmo il vascello esser rotto. Essi,
pigliando quello che potevano portare, ritornarono a noi e ci avisarono che
quivi erano ancora molte robbe; allora il nocchiero con cinque de' nostri, col
andati, riportarono ogni cosa sopra il ghiaccio fermo, per metterli al nostro
partire nella barca. La cesta veramente e la balla di panno per la gravezza,
percioch erano pieni d'acqua, non poterono portare, ma furono sforzati lasciar
cost fino che fussimo per partire, acci in questo mezzo stillasse fuori
l'acqua. Sendo il sole in garbino di nuovo venne a noi un orso, e quello che
faceva la guarda, non lo avendo veduto, sarebbe quasi stato preso se uno de'
marinari, vedendo dalla barca l'orso, non avesse gridato alla guarda che si
guardasse dall'orso, il quale udito il grido fugg. Tra tanto all'orso
tiratogli di schioppo fugg.
4 di luglio fu sereno e bel giorno, s che in tutto il tempo che stemmo nella
Nuova Zembla non avemmo il pi giocondo, spirando vento da ponente e ponente
garbino; perci i panni di seta che erano bagnati d'acqua salsa lavammo in
acqua di neve liquefatta, e poi asciugati tornammo a involgerli.
5 fu ancora bel tempo, spirando ponente garbino; nel qual giorno mor Giano
figliuol di Francesco Harlamese, zio di Nicol d'Andrea (che mor l'istesso
giorno con Guglielmo di Bernardo), e mor circa all'ora che il sole era in
maestro tramontana. Il ghiaccio poi di nuovo veniva verso noi in gran furia, e
sei marinari andarono nel continente e portarono delle legna per far fuoco, per
cuocer il mangiare.
6 luglio fu aere nubiloso, ma intorno sera soffiando siroco cominci a farsi
sereno; per il che si reficiammo alquanto, nientedimeno stammo fermi sul
ghiaccio.
7 luglio fu bel giorno misto per con leggier pioggia, spirando ponente
garbino, ma verso sera 4 ponente maestro. Andati verso l'acqua aperta,
uccidemmo 13 uccelli che stavano sul ghiaccio scorrente, li quali portammo
sopra il ghiaccio fermo.
8 detto fu nubiloso e umido aere; poi degli uccelli uccisi e cotti aveamo fatto
un buon banchetto. Verso sera cominci a far vento da greco, che ci diede
speranza di partir di qua.
9 di luglio di mattina cominci il ghiaccio a scorrer gi, s che intorno
l'orlo della terra avevamo l'acqua aperta, e similmente il ghiaccio fermo dove
eravamo fermati cominci a muoversi. Perci il nocchiero and a pigliar la
cestella e il fascio di panno lasciato nel ghiaccio e portarli nella barca, e
tirammo essa barca nell'acqua per distanza di passa 340, il che ci fu molto
difficile, per l'estrema fatica e imbecillit nostra. Facemmo poi vela circa
all'ora che 'l sole era in ostro siroco, spirando levante; ma intorno al
tramontar del sole di nuovo ci bisogn voltar il corso verso il continente e il
ghiaccio fermo, percioch quivi ancora non era andata via, spirando ostro da
terra, il qual ci diede buona speranza che sarebbe scacciato il ghiaccio e noi
avremmo potuto seguir il nostro camino incominciato.
10 luglio, molto ci affaticammo dall'ora che 'l sole era in greco levante fino
che arriv in levante a penetrar per il ghiaccio, il qual rotto demmo a' remi
fin che di nuovo ritornammo tra due gran pianure di ghiaccio, le quali tra s
congiunte ci serrarono la strada, s che bisogn tirar lo schiffo e il battello
sul ghiaccio, cavato prima quello che vi era dentro, e poi mandarlo gi
nell'altra acqua dall'altro lato aperta per distanzia di cento passi, e poi
portar l le robbe: il che ci fu molto difficile, ma era necessario, e ci
bisognava persuadere da per noi di non esser stanchi. Come fummo in acqua, con
grandissima forza spingemmo le barche co' remi, e non molto dopo di nuovo
arrivando tra due gran pianure di ghiaccio corrente, che presto presto dovevano
congiungersi, con l'aiuto di Dio e per la nostra diligente vogata ne uscimmo
prima che si unissero. Passato quel ghiaccio, trovammo un gagliardo ponente
quasi a noi del tutto contrario, s che ci fu forza con ogni nostro potere di
spinger con i remi le barche verso il ghiaccio fermo, che era contiguo al
continente, al quale con gran pericolo arrivammo. L arrivati, pensammo di
andare ancora pi oltra, vogando lungo il ghiaccio verso un'isola che vedevamo,
ma per il vento a noi contrario non si pot. Perci di nuovo ci bisogn tirar
le barche con quello che vi era dentro sopra il ghiaccio, e aspettar quella
riuscita che fusse piaciuto a Dio di concederci; nientedimeno ci cadeva
l'animo, dando tante volte nel ghiaccio temendo per s frequenti e lunghe
fatiche che convenivamo sopportare di dover del tutto perder le forze, e cos
restar inutili a seguire il viaggio.
11 di luglio la mattina, sendo fermati sul ghiaccio, circa all'ora che il sole
era in greco, un grande e grasso orso uscito dell'acqua a noi correva, e noi
con tre moschettoni ver lui drizzati l'aspettammo; e come ci fu lontano 30
passi, sparati li schioppi insieme, cad morto, colandogli il suo grasso fuori
per le ferite e nuotando sopra l'acqua come oglio. L'orso adunque cos
ondeggiante, montati sopra un pezzo di ghiaccio scorrente, seguitando gli
gettammo un laccio al collo e lo tirammo sul ghiaccio, e trattili fuori i denti
misurammo la sua grossezza, la qual fu piedi 8. Spirava poi ponente ed era aere
oscuro, e circa mezogiorno cominci a rischiararsi, e tre de' nostri marinari
andarono all'isola a noi opposta; alla quale pervenuti viddero l'isola della
Croce verso ponente a loro opposta, e, fatto tra loro consiglio, andarono a
vedere se alcuno di Russia quella state era stato l lungo il ghiaccio fermo
che era tra l'una e l'altra. L giunti non poterono accorgersi che fusse stato
alcuno dopo noi, ma trovarono in essa circa 70 ova di barnicle, quali non
sapevano come portarle. Finalmente uno di loro tratte fuori le bracche e
legatele insieme da basso, vi posero dentro l'ova, e quelle poi due portarono a
mezza una asta pendenti e il terzo uno schioppo, e cos tornarono, poi che
furono stati 12 ore fuori, s che non potevamo imaginarsi che cosa fusse lor
occorso. Ci raccontavano poi che erano caminati per acqua fino al ginocchio e
per il ghiaccio tra l'una isola e l'altra, e che tra l'andare e ritornare
avevano fatto quasi sei miglia, onde ci maravigliavamo che avessero avuto
ardire di far tanto, sendo tutti debili. Delle ova portate avemmo un buon
banchetto, s che tra i nostri affanni e dolori facevamo talora qualche
allegrezza. In quel tempo dividemmo tra noi quel poco di vino che ci era
rimaso, s che ad ogniuno ne tocc intorno un conzo e mezo.
12 luglio, la mattina circa il levar del sole, cominci levante e poi greco
levante a soffiare e a farsi l'aere nubiloso. Verso sera poi li nostri andarono
a cercare delle gioie, e ne trovarono alquante, ma non troppo fine, e nel
ritorno ognuno port un fascio di legna.
13, sendo sereno, 7 di noi andammo verso il continente di nuovo a cercar gioie,
delle quali ne trovammo alquante.
14 detto fu similmente sereno, spirando soavemente ostro, s che il ghiaccio
cominciava a partirsi dal ciglio della terra, onde speravamo che 'l mare
s'avesse ad aprire; ma perch il vento di nuovo si volse da ponente, il
ghiaccio si ferm. Circa all'ora che il sole era in garbino, tre de' nostri
andarono nella isola vicina dirimpetto a noi, nella quale ammazzarono un'anitra
salvatica con lo schioppo: e tornati la dietro in comune, percioch tutte le
nostre cose erano communi.
15 detto, sendo aere nubiloso e spirando la mattina siroco, verso il tramontar
del sole cominci a piovere, mutato il vento in ponente e ponente in garbin.
16 venne a noi un orso dal continente, il quale lasciando venir vicino perch,
sendo bianco come la neve, al principio non potevamo comprendere se fusse orso,
ma dal moto lo conoscemmo, vicino fatto, scaricato lo schioppo lo toccammo, ma
subito fugg. La mattina spir ponente e poi greco levante e turb l'aere.
17, circa all'ora che 'l sole era in ostro siroco, cinque de' nostri andarono
di nuovo nell'isola vicina a veder se vi era alcuna apertura d'acqua; quali
videro molta acqua aperta, ma tanto lontana da terra e dal ghiaccio fermo che
quasi cadevano in agonia, pensando che ci sarebbe stato impossibile tirar per
tanta distanzia le barche con la robba che v'era dentro, percioch le nostre
forze di giorno in giorno si scemavano e li travagli delle fatiche crescevano.
Ritornando alle barche ci ci narrarono, ma noi dalla necessit prendemmo
animo, ci esortammo l'un l'altro a tirar le barche e le robbe all'acqua, e
dipoi a remi andar a quel ghiaccio che bisognava passare per pervenire al mare
aperto. Andati al ghiaccio scaricammo le barche, dipoi le tirammo sopra il
ghiaccio separatamente fino all'acqua, e poi le robbe, quasi per mille passi,
la qual cosa ci fu cos grave e molesta che quasi dubitavamo di mancar nel mezo
all'opra; pur, avendo superato tante difficolt, prendevamo speranza di poter
superare anco questa, desiderando che quella fusse l'ultima. Pervenimmo adunque
con gran difficult e travaglio all'acqua aperta, circa all'ora che 'l sole era
in garbino: allora facemmo vela fin che 'l sole fu in 4 garbin ponente, e di
nuovo demmo in un altro ghiaccio, sopra del quale ci bisogn tirare le barche.
In quella stando potemmo vedere l'isola della Croce, la qual per congiettura
stimavamo lontana da noi un miglio. Spir quel giorno levante e greco levante.
19 luglio, stando noi cos sul ghiaccio fermati, sette de' nostri circa il
levar del sole andarono all'isola della Croce, di donde vederono verso ponente
molta acqua aperta; onde molto allegri tornammo alle barche, cogliendo circa
100 ova che trovarono. Ritornati narrarono aver veduta tanto a largo aperta
l'acqua quanto potessero con gli occhi, sperando che questa fusse l'ultima
volta che portassero le barche sopra il ghiaccio, n poi doverne trovare, e
per che dovessimo far buon animo. Cuocemmo l'ova trovate e tra noi le
dividemmo, e subito ci apparecchiamo, circa all'ora che 'l sole era in garbino,
per tirar le barche in acqua, bench le avessimo a spingere per circa 270
passi: il che facemmo con grand'animo, sperando che avesse ad esser l'ultima
fatica. Poi con l'aiuto del benigno Iddio facemmo vela, spirando levante e
greco levante molto prosperi, s che circa il tramontar del sole passammo
l'isola della Croce, distante dal promontorio Nassoviense 10 miglia; e poco
dopo ci lasci il ghiaccio, che non ne vedevamo pi niente, se non certo poco
in mare, il quale non ci diede impedimento alcuno, ma seguitammo il nostro
corso verso ostro garbino con perpetuo vento da levante e greco levante, s che
facemmo congiettura che ogni 12 ore facevamo 18 miglia. Onde non
picciol'allegrezza sentivamo, rendendo grazie a Dio che di tante difficult e
fatiche, alle quali dubitavamo soggiacere, ci avesse liberato, confidandoci
appresso che anco per l'avenire ci fusse per prestare il suo benigno aiuto.


Come di nuovo ci convenne tirar le barche gi del ghiaccio fermo in acqua, al
lato orientale dell'isola della Croce, e poi facemmo vela per 60 miglia, s che
non credevamo pi trovar ghiaccio.
Cap. XXI.

20 luglio, continuato il prospero corso, circa il sole in siroco pervenimmo
inanzi all'angolo Negro, lontano dall'isola della Croce miglia 12 andando verso
ponente garbino, e circa il tramontar del sole fu da noi veduta l'isola
dell'Admiralit, la qual passammo sendo il sole circa tramontana, distante dal
Negro angolo 8 miglia. E facendo vela longo essa, vedemmo circa 200 rosmari
sopra un pezzo di ghiaccio a giacere li quali navigando loro all'incontro gli
scacciamo, ma quasi con nostro danno percioch, s come i mostri marini sono
molto gagliardi, nuotarono verso di noi con grand'impeto, quasi che volessero
far vendetta del riposo da noi turbatoli, e circondarono la barca con gran
fremito, quasi che ci volessero divorare. Nondimeno scappolammo avendo vento
secondo, pur non fu prudenza la nostra a svegliar, come si dice, i cani che
dormivano.
21 passammo il promontorio di Plantio, sendo il sole circa greco levante,
lontano dall'isola dell'Admiralit verso ponente garbino 8 miglia; e sendoci
greco molto favorevole navigammo, sendo il sole circa garbino, dinanti
Langenes, distante dal detto promontorio di Plantio nove miglia, ove 'l
continente per la maggior parte si stende verso garbino.
22 luglio, continuato il prospero corso, arrivando intorno al promontorio di
Cant, uscimo nel continente per cercar degli uccelli e delle ova, ma non
trovando niente seguitammo il nostro corso. Dipoi circa al mezogiorno vedemmo
uno scoglio coperto d'augelli, al quale drizzate le barche andammo, e tirate
delle pietre ne prendemmo 22, e 15 ova da uno de' nostri trovate nello scoglio:
e se ci volevamo fermar un poco pi avressimo pigliato 100 e 200 uccelli, ma
perch il nocchiero ci era lontano nel mar adentro e ci aspettava, per non
perder quel prospero vento, seguimmo la nostra navigazione lungo il continente.
E sendo il sole con garbino di nuovo venimmo ad una certa punta, nella quale
pigliamo quasi 125 uccelli che covavano nelli lor nidi, e con le mani e con le
pietre, s che cadessero nell'acqua.  necessario che questi uccelli non
avessero mai veduto uomini, n alcuno si fusse provato di prenderli, altrimenti
sarebbero volati via, e che non si schifassero se non dalle volpi e altri
selvaggi animali che non potevano montar in quegli altissimi e precipitosi
scogli, e perci avevano fatto quivi i lor nidi e stavano sicuri che qui non
sarebbe asceso alcuno: e certo non fummo in picciol pericolo di spezzarsi le
gambe e le braccia, spezialmente nello smontare per il precipizio dello
scoglio. Avevano poi questi uccelli un ovo solo per ciascuno, posto sopra il
nudo scoglio senza strame o cosa altra alcuna aggrumata: il che  da ammirare,
che in cos orribil freddo avessero potuto far ova, ma pur  verisimile che
facciano un ovo solo, accioch il calor che covando mandano sia pi potente ed
efficace in un solo ovo, nel quale penetra tutto, che se fusse diviso in molti.
Trovamo anco qui molte ova, ma la maggior parte guaste. Quindi partendosi,
trovammo vento a fatto contrario e tempestoso da maestro, e anco molto
ghiaccio, qual ci sforzammo di superare, ma indarno. Finalmente torcendo il
corso or in qua e ora in l dammo nel ghiaccio, nel qual stando vedemmo verso
il continente molt'acqua aperta, alla quale volgemmo il corso. Il nocchiero,
che col suo battello era penetrato pi in mare, vedendo noi in mezo al ghiaccio
stim che stessimo male, perci dricciava il corso qua e l fuor del ghiaccio;
ma vedendo al fine che noi facevamo vela, si di a credere che noi vedessimo
qualche apertura alla quale drizzassimo il corso, come era il vero, e cos
voltato a noi al continente appresso noi venne, ove trovammo un commodo porto
quasi da tutti i venti sicuro, ma prese il continente dopo noi quasi due ore.
Poi smontammo insieme in terra, ove trovammo alquante ova e cogliemmo delle
legna per far fuoco, col quale cuocemmo gli uccelli da noi presi; ma spirava
maestro e turbava l'aere.
23 fu nebuloso e oscuro, spirando tramontana, s che ci convenne fermar in quel
porto. Tra tanto alcuni de' nostri marinari andarono nel continente a cercar
uova di uccelli e gioie, ma poche uova trovarono, ma pietre buone alquante.
24 fu sereno, spirando ancora tramontana; perci ci bisogn star ancora quivi.
Sul mezogiorno misurando l'altezza del sole trovammo che era sopra l'orizonte
gradi trentasette, minuti vinti, la declinazione vinti e minuti dieci; quali
sottratti dell'altezza trovata, restano gradi 17, scrupuli dieci; quali se
detraggi di 90, aveva l'altezza del polo gradi 73, minuti dieci. E perch ci
bisognava star qui, alquanti de' nostri spesso andarono a cercar gioie, delle
quali ne trovarono di cos buona sorte come avessero trovato mai.
25 luglio fu nuvolo e scuro, soffiando tanto gagliardo tramontana che bisogn
star nel lido.
26 cominci l'aere a purgarsi e farsi sereno, qual non avevamo avuto gi molti
giorni, continuando tramontana. Si slegamo di l circa il mezogiorno, ma, sendo
il seno ampio, ci bisogn far vela quasi per quattro miglia verso il mare
avanti che potessimo passare il corno del seno, percioch per la maggior parte
avevamo vento contrario, s che era mezzanotte inanzi che l'avessimo passato. E
quello a vela e a remi passato, tirammo gi le vele e andammo a remi lungo la
riva della terra.
27, con sereno e tranquillo tempo andammo a remi un giorno intiero tra pezzi di
ghiaccio lungo il continente, spirando maestro, e verso la notte circa il
tramontar del sole arrivamo ad un luogo dove era una gran crescenza di mare,
per il che noi stimavamo esser circa Costinsarch, percioch vedevamo anco un
gran seno: per tanto facevamo congiettura di finir nel mare di Tartaria, ma il
nostro corso era per il pi verso garbino. Circa il sole in tramontana passammo
l'angolo della Croce e facemmo vela tra 'l continente e una certa isola, e
drizzammo il corso verso ostro siroco, spirando maestro, s che andavamo a
seconda di vento. Ma il nocchiero col battello ci andava molto avanti, ma
arrivato alla punta dell'isola ci aspett: ivi arrivando, si fermammo per
alquanto tempo presso uno scoglio, sperando di pigliar qualche uccello, ma non
ne prendemmo alcuno. E avevamo allora fatto camino dal promontorio di Cant,
sopra Costinsarch, fino all'angolo della Croce per 20 miglia verso ostro
siroco, spirando maestro.


Come dopo un longo e difficil giro arrivammo a due navi russiane, ove fummo
conosciuti da uomini che l'anno precedente erano stati nella nostra nave allo
stretto d'Weygats, e come molto caramente ci riceverono e ci compassionavano: e
furono i primi uomini che nello spazio di tredici mesi vedemmo.
Cap. XXII.

28 luglio, con sereno cielo e vento da greco facendo vela presso il lito, sendo
il sole in garbino pervenimmo inanti al seno di S. Lorenzo overo angolo del
Propugnacolo, e tenimmo il corso verso ostro siroco per sei miglia, dove
arrivando trovammo dietro la punta due navi russiane: per il che molto ci
allegrammo di esser finalmente giunti in luogo dove si trovavano degli uomini,
e per il contrario anco dubitavamo, perch erano in tanto numero, percioch ne
vedevamo ben 30, n sapevamo se fussero selvatichi o fieri. Ma con gran fatica
venimmo al continente, ed essi, lasciato il suo lavoro, vennero a noi
senz'arme: noi andammo loro incontra quanti potemmo per la infirmit, percioch
molti stavano molto male per mal di bocca. Fatti vicini ci salutammo
scambievolmente, essi secondo la loro usanza e noi secondo la nostra; dipoi,
guardandoci molto compassionevolmente, alquanti di essi ci conoscerono e noi
loro, ed erano quelli che l'anno precedente, quando passammo lo stretto
d'Weygats, erano stati nella nostra nave; onde a ragione li potevamo vedere
attoniti e ammirativi di noi, poi che allora ci trovarono che avevamo una cos
grande, magnifica e d'ogni cosa ben fornita nave, e ora ci vedevano in cos
misero stato venire in barchette scoperte. Due di loro amichevolmente ci
diedero della mano sopra le spalle al nocchiero e a me, come ancora
conoscendoci dall'altra volta che ci incontrarono, percioch niun altro allora
eccetto egli e me era stato in Weygats, e ci dimandarono della nostra crable,
cio nave, che cosa ne fusse. Noi al meglio che potemmo, non avendo interprete,
davamo loro ad intendere che avevamo lasciata la nostra nave nel ghiaccio.
Allora dissero quelli: "Crable propal?", il che interpretammo: "Avere perduta
la nave?"; e noi rispondemmo: "Crable propal s", cio: "Avemo perduta la nave
s". Ma non potemo ragionar insieme molto, percioch non ci intendevamo, ma con
ogni gesto e segno mostravano che si dolevano e ci avevano compassione, che
fussimo stati col per inanti con tal apparato di nave e che ora fussimo in
cos misero stato, e mostravano che allora avevano bevuto nella nostra nave del
vino, dimandandoci che bevanda fusse ora la nostra. Onde uno de' marinari,
correndo alla barca, cav fuori dell'acqua e la porse loro a gustare; quelli
crollando il capo dissero: "No dobbre", cio: "Non  buono". Allora il nostro
nocchiero, fattosi pi presso, mostrava loro la bocca aperta, volendo
significare che pativamo di mal di bocca e se conoscevano qualche rimedio. Essi
stimando che fussimo oppressi dalla fame, e uno di loro correndo alla nave,
port un pan di segala tondo che poteva pesar circa 8 libre, con alquanti
uccelli secchi, li quali noi accettammo con grato animo, e dammo loro incontro
sei biscotti. Il nostro nocchiero men due di loro de' primarii al suo
battello, e fece loro un brindisi del vino che gli era rimaso. Intanto mentre
stammo con loro conversammo con essi domesticamente, andammo alla loro
abitazione, e al loro fuoco cuocemo alquanti biscotti nell'acqua per metter
qualche cosa di caldo nello stomaco: e molto ci rallegravamo della loro
conversazione, percioch per lo spazio di 13 mesi dopo che eravamo separati da
Giovanni di Cornelio, non avevamo mai veduto uomo alcuno, ma solamente feroci e
voraci orsi. S che eravamo allegri che eravamo vissuti tanto che fossimo
ritornati negli uomini, dicendo l'un l'altro: "Ora sar salva ogni cosa, poi
che siamo giunti negli uomini", rendendo grazia a Dio della sua gran
misericordia, che ci avesse serbati in vita fino a quell'ora.
29 luglio fu assai buon aere, e la mattina cominciarono i Russiani ad
apparecchiarsi a far vela, cavando fuora dello sparto del lito misto con arena
alquanti vascelli di grasso di pesce, li quali avevano ascoso: e li portammo
nelle loro navi. Noi, non sapendo verso dove facessero vela, vedemmo che
facevano vela verso Weygats, onde ancor noi fatto vela li seguimo; ma, mentre
che essi ci andavano inanti e noi li seguitavamo lungo il lito, si lev una
nebbia che ci tolse la vista loro, n sapemmo dove andassero, o verso il
continente in qualche seno ritirandosi, overo fussero andati pi oltre.
Nientedimeno noi seguitammo il corso verso ostro siroco, con vento da maestro,
e anco verso siroco tra due isole, fin che di nuovo fummo assediati dal
ghiaccio, n vi vedemmo esito alcuno, per il che giudicavamo esser circa
Weygats e che il vento da maestro avesse cacciato in quel seno il ghiaccio. In
questo modo assediati dal ghiaccio, n apparendo alcun passo, con gran
difficult e fatica ritornammo fino alle dette due isole; alle quali giunti
circa il sole in greco, fermamo le nostre barche ad una isola, percioch il
vento ognora pi si faceva maggiore.
30 luglio, sendo noi a quell'isola cos fermati e spirando similmente maestro
gagliardo, e cadendo una gran pioggia e sendo tutto l'aere perturbato, avendo
tese le vele sopra le barche, n anco sotto quelle potevamo esser sicuri di non
bagnarsi: il che a noi era insolito, percioch per molto tempo non avevamo
avuto pioggia, nientedimeno ci bisogn stare tutto quel giorno.
31 detto la mattina, sendo il sole circa greco, andammo a remi da quell'isola
all'altra, nella quale erano due croci, per la qual cosa giudicammo che qui
fussero stati degli uomini per cagione di mercanzia, come gli altri Russiani di
sopra, ma non vi trovammo nessuno. Soffiava ancora greco, per il che il
ghiaccio n pi n meno era spinto con furia verso Weygats. Quivi smontammo nel
continente, Iddio l senza alcun dubbio menandoci, percioch quivi trovammo
l'erba detta volgarmente delle lumache, la quale ci fu molto giovevole, essendo
molti de' nostri ammalati, anzi quasi tutti, dal fongacio e mal di bocca, s
che a pena potevano pi durare e con l'uso di quest'erba cos evidentemente e
presto furono aiutati che noi stessi ci maravigliammo, per il che rendemmo gran
grazie a Dio che, come anco spesse volte per avanti, improvisamente ci aveva
aiutato. Noi di quella ne mangiammo abondantemente solo percioch presso noi
avevamo sentito lodar molto le sue virt, ma molto maggiori le trovammo, e pi
efficaci di quello che pensavamo, con la sperienza istessa.

Agosto 1597.

Il primo d'agosto, spirando gagliardamente maestro, il ghiaccio che gi per
molti giorni era spinto nel seno d'Weygats si fermava, ma cos grande erano
l'onde della fortuna che fummo sforzati a trasportar le nostre barche
dall'altro lato dell'isola, per esser pi securi dall'onde marine. Qui di nuovo
andammo nel continente a pigliar delle foglie della coclearia, della quale
avevamo sentito tanto beneficio, e la nostra sanit si confermava maggiormente,
e cos tosto che si maravigliamo, percioch alcuni cominciarono subito a
mangiar del biscotto, il che prima non potevamo fare
2 d'agosto, circa all'ora che 'l sole era in tramontana, fu nubiloso e oscuro
aere, spirando ancora gagliardamente maestro. E la nostra mesa si sminuiva
molto, percioch non avevamo altro che un poco di pane e acqua e alcune poche
formette di cascio, s che molto ci rincresceva il longo dimorar quivi, ove
avevamo sempre l'animo alla partita per paura della fame, per la quale le
nostre forze ancora s'indebolivano, e nientedimeno avevamo a sopportar di gran
fatiche, le quali due cose erano molto ripugnanti, e ci era bisogno pi tosto
di pi cibo per ristorarle che di sobriet.
3 d'agosto circa il sole in tramontana, essendo alquanto miglior tempo,
prendemmo consiglio di passar dalla Nuova Zembla nella Russia, e con l'aiuto di
Dio faccemmo vela con vento da maestro verso garbino, fin che 'l sole fu in
levante: e di nuovo dammo nel ghiaccio, il qual molto ci attrist, percioch
pensavamo gi averlo passato e gli avevamo detto a Dio, non istimando che cos
tosto ci avesse a impedire. Cos tra 'l ghiaccio andando con tranquillit, s
che poco giovavanci le vele, le calamo gi e comminciamo a dar di mano a' remi
con grande e noiosa fatica per quel ghiaccio, e sendo il sole circa a garbino
lo passammo, pervenendo in un largo mare nel quale non vedemmo pi ghiaccio,
avendo fatto tra a vela e a remi 20 miglia. Facendo noi a quel modo vela,
pensavamo d'esser presso alla Russia, ma essendo il sole in maestro di nuovo
dammo nel ghiaccio, sendo l'aere molto freddo; onde eravamo molto confusi,
dubitando non aver mai ad uscire di queste fatiche. E perch la nostra barca
andava alquanto pi lenta, non potevamo passar quell'ultimo capo del ghiaccio:
fummo sforzati dar in quello, parendoci di veder certa apertura come fummo in
esso entrati, ma la difficult era come lo potessimo rompere, percioch era
molto indurato. Alla fine trovammo commodit di passarlo, il che fatto ci
ritrovammo in poco miglior stato, e con gran fatica arrivammo nell'acqua
aperta. Il nostro nocchiero, che era nella barca e aveva miglior vela, pass
l'estremo capo del ghiaccio, e aveva gran pensiero di noi, che fussimo cos
serrati dal ghiaccio; ma per l'aiuto di Dio lo passammo tanto tosto quanto egli
lo circond, e a questo modo di nuovo ci unimmo.
4 d'agosto, sendo il sole circa siroco, liberati dal ghiaccio facemmo vela
insieme con vento da maestro la maggior parte verso ostro, e circa il
mezzogiorno vedemmo il lito della Russia, di che molto ci allegrammo. Fatti pi
vicini, abbassate le vele, co' remi andammo al lito, qual vedemmo molto piano,
a guisa di quei luoghi che talora sono bagnati dal mare. Quivi ci fermammo fin
che il sole and a monte, ma vedendo che non era commodo porto, s come
dall'angolo della Nuova Zembla onde eravamo partiti fino a quel luogo avevamo
fatto vela per 30 miglia, quindi, sendo il sole intorno a garbino, seguitammo
il nostro corso lungo il continente della Russia con assai prospero vento. E
sendo il sole circa tramontana, di nuovo vedemmo una nave russiana, alla quale
andammo per parlar con quelli che vi erano dentro: essi, vedutici andare a
loro, vennero tutti di sopra, e gridando noi "Candinas, Candinas", volendo dire
se eravamo presso Candinas, ci risposero "Pitzora, Pitzora", quasi volessero
dire che noi si trovavamo presso Pitzora. E s come poco fa navigavamo lungo un
lido molto arido, pensando di navigare verso quarto ponente maestro per passar
la punta di Candinas, per un quadrante che avevamo errammo quasi per lo spazio
di due rombi, avendo drizato il corso pi verso ostro di quello che pensavamo,
anzi verso levante, percioch pensavamo esser vicini a Candinas e nondimeno
eravamo distanti pi di tre giornate, come poi trovammo. Ma vedendo noi aver in
questo modo errato, ci trattenemmo quivi aspettando il giorno.
5 d'agosto, stando qui, uno de' nostri marinari and nel continente e, vedendo
che quivi v'era dell'erba con alcuni arbuscelli, ci chiam fuori invitandoci a
venir co' schioppi, percioch quivi si ritrovavano delle selvaticine. Per il
che molto ci rallegrammo, percioch la nostra mesa era quasi consumata, n ci
era rimasto altro che un poco di pane muffo; onde eravamo tutti disperati, s
che alcuni dicevano che bisognava abbandonar le barche e andar nel continente
pi adentro, altrimenti semo morti di fame, percioch ogni giorno pi cresceva
il bisogno, e la fame era cos grave che con difficult l'avremmo potuta
tolerare troppo a lungo.
6 del detto fu l'aere pi benigno, perci ci esortammo l'un l'altro (ad ogni
modo avevamo il vento contrario) di andar a remi per uscir di quel seno verso
siroco, onde veniva il vento. E andati per tre miglia, non potemmo gir pi
oltre, s perch il vento ci era contrario, come perch eravamo molto stanchi e
debili, e il continente si stendeva pi verso greco di quello che giudicavammo;
laonde ci guardavamo pure di mala voglia l'un l'altro, percioch la cosa era
gi quasi disperata, poi che la mesa era quasi del tutto consumata.
7 d'agosto, il vento da maestro tramontana ci fu favorevole ad uscir fuori di
quel seno, e facemmo vela verso 4 levante greco, fin che uscissimo del seno e
arrivassimo all'angolo del continente, nel quale eravamo stati prima. Qui di
nuovo ci fermammo, percioch maestro ci era del tutto contrario, per la qual
cosa i marinari si perdevano d'animo, non vedendo mezzo onde di l potessero
partirsi. L'infermit, la fame e 'l non veder strada alcuna di poter uscire ci
affliggeva e consumava del tutto: se la compassione avesse potuto apportar
rimedio alcuno alle cose nostre, senza dubbio sarebbono state in miglior stato.
8 detto non era ancor fatto niente miglior tempo, ma il vento era ancora
contrario, ed eravamo assai l'uno dall'altro discosti, cercando ognuno miglior
luogo che potesse; ma spezialmente nella nostra barca era maggior miseria,
percioch alquanti n'erano molto affamati, che non potevano sopportar pi
avanti e quasi disperati bramavano la morte.
9 detto, stando il tempo nell'istesso essere e il vento del tutto contrario,
fummo sforzati quivi fermarsi, percioch non si vedeva esito alcuno, e
l'increscimento si faceva sempre maggiore. Finalmente due andarono dalla barca
al luogo dov'era il nocchiero, il che vedendo gli altri, ne andarono due ancora
nel continente, quasi per un miglio lontano, e viddero un rivo fuori del quale
usciva l'acqua, onde stimarono che fusse quel fiume nel quale i Russiani erano
entrati tra Candinas e il continente di Russia. Ritornando trovarono una foca
di mare morta e fetente, e la tirarono fino alla barca, pensando d'aver trovato
una buona selvaticina per mangiare, per la gran fame che li premeva; ma noi gli
dissuademmo, dicendo loro che mangiandone senza dubbio sarebbero incorsi in
pericolo di morte, e che pi tosto si astenessero, percioch era ancor vivo
quel Dio che tante volte fuori d'ogni speranza ci aveva soccorso, e perci
sperassero che non ci avrebbe in tutto scordati, ma oltre ogni nostro pensiero
aiutati.
10 d'agosto, continuando l'istesso vento con nebbia e oscurit, ci bisogn
quivi ancora stare, ma con qual animo lo pu considerare ognuno.
11 detto la mattina fu buon aere e quieto, e, sendo il sole circa greco, il
nocchiero ci mand ad avvertire che ci dovessimo metter ad ordine per navigare,
ma per eravamo preparati e gi navigammo verso lui; e io, essendo debile
grandemente, non potendo vogar troppo a longo la barca, che era molto pi grave
del battello, fui tolto nel battello e posto a governar il timone, succedendo
in mio luogo un altro pi gagliardo. S che poi navigavamo insieme, e cos si
and a remi fino a mezzogiorno, e avendo allora trovato buon vento, posti i
remi da parte, si fece vela con assai felice corso; ma verso sera, soffiando
troppo gagliardo il vento, fu forza calar le vele e co' remi andar verso il
continente e approssimar la barca al lido, ove andati a cercar acque corrente,
non ne fu trovata alcuna. E non potendo gir pi oltre, accommodammo le vele a
guisa di padiglione per ricoverarsi sotto, percioch faceva una gran pioggia, e
su la mezanotte grandissimi tuoni e lampi con pioggia assai maggiore: il che
molto attristava i nostri marinari, vedendo che non giungeva mai il fine, anzi
andavamo sempre di male in peggio.


Come arrivammo ad una nave russiana e come ci diede della vettovaglia, come
farina, lardo, butiro e mele, e ci insegnarono il viaggio verso Candinas,
credendo noi averlo passato, e anco il mar Bianco.
Cap. XXIII.

12 agosto, sendo l'aere chiaro, vedemmo verso l'oriente una nave russiana andar
a piene vele, onde grandemente ci rallegrammo ed esortammo il nocchiero a
navigar verso quella, per parlar con quelli che v'erano sopra e comprar qualche
poco di vettovaglia. Perci quanto pi potemmo gettammo il battello in mare e
facemmo vela verso la nave, alla qual giunti, il nostro nocchiero mont in essa
e dimand quanto eravamo lontani da Candinas; ma, non intendendo la loro
lingua, non potemmo sapere ci che ci rispondessero, bench porgessero fuori
cinque deta della mano, ma dipoi ci immaginammo che ci volessero mostrare che
in quella vi erano cinque croci fisse. Tolsero fuori anco la loro bussola da
navigare, con la quale ci mostrarono che ella era lontana da noi verso maestro,
il che ci mostrava anco la nostra, e anco noi avevamo fatto quel conto. Ma non
potendo intender altro dal loro parlare, il nocchiero, additando loro un barile
di pesci salati che avevano nella nave e mostrando una moneta d'argento che
valeva otto reali, con cenni li ricerc se l'avrebbero venduto; il che
intendendo, essi ci diedero cento e due pesci con alquante picciole fette di
polenta, mentre cuocevano li pesci. Tolti questi pesci, intorno a mezogiorno ci
partimmo da loro allegri d'aver trovato un poco di vettovaglia, percioch gi
molto tempo non avevamo avuto altro che quattro sole oncie di biscotto al
giorno e un poco di acqua per il nostro vivere. Quei pesci furono divisi
egualmente tra tutti, s che tanto n'ebbe il minore quanto il maggiore.
Partendosi dalla nave con vento dall'ostro e da quarto siroco ostro, seguitammo
il corso verso quarto ponente maestro, e circa il sole in ponente garbino si
lev di nuovo un gran tuono con pioggia, ma dur molto poco, s che poco dopo
torn buon tempo. A questo modo seguitando il viaggio, vedemmo il sole, secondo
la nostra bussoletta commune, tramontar in quarto tramontana maestro.
13 d'agosto, di nuovo trovammo vento contrario da maestro, avendo noi a gire
verso 4 ponente maestro, perci bisogn di nuovo andar verso il continente.
Quivi fermatici, due de' nostri marinari andarono nel continente ad esaminar il
suo sito, se la punta di Candinas quivi per sorte si stendesse in mare,
percioch ci stimavamo a quella vicini. Quelli ritornando ci riferirono di aver
veduta nel continente una casa, ma vuota, n aver potuto comprender altro, se
non che quella era la punta di Candinas che noi avevamo veduta. Onde ripreso
animo, ritornati nelli battelli, andammo cos lungo il lito a remi, e la
speranza ci faceva ancora maggior animo, s che facevamo assai pi che non
avremmo fatto, percioch indi pendeva la conservazione della nostra vita.
Navigando adunque cos lungo il continente, vedemmo di nuovo una nave russiana
che era l sul lido rotta, passata la quale poco dopo vedemmo una casa nel
lito, alla quale sendo andati alquanti de' nostri non trovarono alcuno, ma solo
una tegghie, e ritornando alli battelli portarono dell'erba delle lumache.
Navigando poi dietro la punta trovammo ancora buon vento da levante, s che
facendo vela andammo pi oltre. Dopo mezzogiorno, sendo il sole circa maestro,
osservammo che quella punta che avevamo veduta si voltava all'ostro, perci
tenivamo per certo che quello era l'angolo o punta di Candinas, dal qual
facendo vela pensavamo di passar la porta del mar Bianco. Con questa opinione
coniungemmo le barche e facemmo parte insieme delle candele e di quanto altro
potemmo iscambievolmente che ci avesse ad esser necessario, e allargandoci dal
continente verso la Russia caminammo per passar, come speravamo, il mar Bianco.
Facendo vela cos con vento prospero, si lev da tramontana circa la mezanotte
una gran fortuna, la quale ci sforz a stringer le vele, legando a mezo la vela
due cordicelle; ma i nostri compagni, che avevano miglior vela, non sapendo che
noi avessimo serrata la nostra seguitarono il lor viaggio, s che ci separammo
l'un dall'altro, perch anco era tempo oscuro.
14 detto, la mattina, sendo assai buon aere, drizzammo il corso con vento da
garbino verso maestro tramontana, e cominci di nuovo a farsi sereno, s che
potessimo ancora vedere li nostri compagni e facessimo ogni sforzo per
arrivarli, ma per una nebbia che si lev non potemmo altrimente; ma dicevamo
tra noi: "Seguimo pure il nostro viaggio, che gli arrivaremo bene al lato
settentrionale del mar Bianco". E andavamo a maestro tramontana con vento da 4
ponente garbino, e sendo il sole circa garbino non potemmo passar pi oltre per
il vento contrario, s che bisogn abbassar le vele e dar di mano a' remi. E
cos vogando fino al tramontar del sole, di nuovo si lev vento favorevole, s
che tornammo a caminar con le vele aperte, vogando pur tuttavia con due remi,
fin che 'l sole fu in maestro tramontana; al qual tempo soffiando levante e
siroco levante assai pi gagliardi, deposti i remi facemmo poi vela verso
maestro tramontana.
15 detto, vedemmo levar il sole in greco levante, s che pareva che la nostra
bussoletta declinasse alquanto, e sendo il sole circa levante si fece quieto
l'aere, perci bisogn tirar a basso le vele e dar di mano a' remi; ma non dur
molto la tranquillit, che, levato vento da siroco, facendo di nuovo vela
drizzammo il corso verso 4 garbin ponente. Portati cos adunque da vento
prospero, circa il mezzogiorno ci apparve il continente, giudicando gi esser
giunti al lato occidentale del mar Bianco, passato Candinas; e venendo incontro
il lito vedemmo sei navi di Russia, alle quali appressandoci gli chiamammo,
dimandando loro quanto fussimo lontani da Childvin. E ben che non ci intendemmo
troppo bene, pur ci mostrarono cos che noi eravamo ancora lontani, come quelli
che eravamo al lito orientale di Candinas: allargando una mano dall'altra, ci
volevano dar ad intendere che bisognava prima che passassimo il mar Bianco, e
che 'l nostro battello era troppo picciolo, che ci mettevamo a gran pericolo se
volevamo con tali barchette per quello navigare, e che Candinas era ancora da
noi lontano verso maestro. Tra tanto dimandammo loro del pane e ce ne diedero
uno, il quale mangiandolo cos asciutto vogando lo consumammo; ma non potevamo
credere di esser ancora in quel luogo che essi giudicavano, perch tenevamo per
certo d'aver passato il mar Bianco. Ma partiti da loro andammo co' remi lungo
l'orlo della terra, spirando tramontana; ma sendo il sole circa maestro, avendo
trovato un siroco prospero, facemmo vela cos lungo la riviera del continente,
e vedemmo alla man destra una gran nave russiana, la qual giudicammo che fusse
venuta dal mar Bianco.
16 agosto, la mattina, caminando verso maestro, ci trovammo esser entrati in un
certo seno, e drizzando il corso alla nave russiana che avevamo veduta a mano
destra, a quella con gran difficult e fatica pervenimmo. Giunti a quella,
sendo il sole circa siroco con gagliardo vento, interrogammo quei Russiani se
eravamo vicini alla Nuova Zembla di Col overo Kildwin, ma quelli crollando la
testa ci mostravano che eravamo a Zembla di Candinas; nientedimeno non davamo
loro fede, ma dimandammo ad essi qualche cosa da mangiare, e ci diedero
alquanti passeri secchi al vento, per li quali il nocchiero cont loro la
moneta. Noi partendo da quelli facemmo vela per passar quel luogo dove erano,
s come scorreva in mare, onde vedendo essi che noi erravamo, sendo per la
maggior parte passato il crescente del mare, mandarono due de' loro a noi in
una barchetta picciola con un pane grande qual ci diedero, e ci fecero segno
che tornassimo alla lor nave, perch volevano con noi ragionar di pi cose e
informarci di quel mare. Noi, volendo render loro la cortesia, gli dammo una
moneta d'argento in un panno di lino, ma stando quelli appresso noi fermati,
quei che erano nella nave alzavano in alto del lardo e del butiro per invitarci
a tornar a loro. Andammo adunque, e ci dimostrarono che eravamo ancora al lato
orientale di Candinas, ma tratta fuori la nostra carta da navigare la mostrammo
loro, e con essa ci fecero vedere che eravamo al lato orientale del mar Bianco
e a Candinas; il che intendendo restammo molto di mala voglia, vedendo che
ancora avevamo da fare cos lungo viaggio e passare il mar Bianco, e sentivamo
molto travaglio delli nostri compagni che erano nello schiffo, e di pi che
noi, bench avessimo gi navigato per 22 miglia in mare, non fussimo passati
pi inanzi, e che adesso solamente avessimo a passare il porto del mar Bianco,
con cos poca mesa o vettovaglia. Perci il nocchiero, prima che si partisse,
compr da' Russiani tre sacchi di farina, cinque quarti di carne di porco, un
vaso di terra pieno di butiro di Russia e un bariletto di mele, per vettovaglia
per noi. E sendo cessata la crescenza del mare, facendo vela col calar
dell'acqua, uscimmo per l'istesso esito per il quale venne a noi la loro
picciola barchetta, ed entrati in mare con vento prospero da siroco navigamo
verso maestro tramontana, e osservammo quella punta che si stendeva in fuori,
che pensavamo che fusse Candinas; ma, seguitando il camino, vedemmo che il
continente si voltava verso maestro. Verso sera, sendo il sole in maestro,
vedendo che co' remi facevamo poco viaggio e che 'l flusso del mare era
alquanto cessato, ci fermammo quivi, e cuocemmo una polenta di farina in acqua,
alla quale aggiunto un poco di lardo e di mele, ci parve molto saporita; ma
eravamo molto sopra pensiero de' nostri compagni, non sapendo dove fussero.
17, stando in ancora, nel far dell'aurora vedemmo una nave russiana che usciva
del mar Bianco, la qual veduta, andammo a remi verso quella per pigliar qualche
informazione. E vedendoci quei che erano in quella andar verso loro, subito da
loro stessi ci offersero del pane, e ci diedero ad intendere come potevano
d'aver parlato co' nostri compagni, e che erano sette uomini in uno schiffo: e
perch noi con difficult potevamo ci intendere o credere, ce lo fecero sapere
con pi chiari indicii, cio inalzando sette deta e mostrando il nostro
battello, volendo dire che era una barca di quella sorte cos scoperta, e che
avevano loro venduto del pane, della carne, del pesce e altro. Ed essendo
presso la loro nave, vedemmo una bussoletta da marinari e la conoscemmo, che fu
gi del regolator della nostra navigazione, e ce la mostraranno anco. Inteso
benissimo tutte quelle cose, dimandammo loro quanto aveva che ci era occorso e
dove gli avevano trovati: ci mostrarono che era stato il giorno avanti. In
somma ci mostrarono grand'amorevolezza, onde ringraziandoli molto ci partimmo
allegri che i nostri compagni avessero avuto da loro vettovaglia, percioch di
ci eravamo molto addolorati, sapendo quanto poca ne avevano quando da noi si
separarono. Dammo adunque gagliardamente ne' remi per arrivarli, percioch
temevamo che avessero presa poca vettovaglia da' Russiani e desideravamo di
partir con essi la nostra, e avendo con gran fatica tutto quel giorno caminato
a remi lungo l'orlo della terra, circa la mezanotte trovammo un rivo d'acqua
dolce, e perci usciti bevemmo dell'acqua fresca, e cogliemmo anco delle foglie
della lumacaria. Ma quando ci preparavamo per partire bisogn quivi fermarci,
percioch il crescente dell'acqua era passato, e guardavamo pure con diligenza
se vedevamo Candinas e le 5 croci che ci avevano detto li Russiani, ma non
vedemmo niente.
18 d'agosto, la mattina, sendo il sole circa il levante, per mettersi a
caminare levammo il sasso che usavamo in vece d'ancora, e caminammo a remi
longo il continente fino a mezzogiorno. Poi vedemmo una punta stesa in mare con
l'ombra di alcune croci, alle quali appressandoci perfettamente le conoscemmo,
e, sendo il sole circa il ponente, comprendemmo manifestamente che 'l
continente si voltava verso ponente e maestro: e da quei segni conoscemmo
chiaramente che quello era il promontorio di Candinas allo ingresso del mar
Bianco, il quale avevamo da passare e che tanto avevamo desiderato. Questo
promontorio o punta di Candinas si pu facilmente conoscere s per le cinque
croci sopra esso piantate, come per i suoi due fianchi: sono volti l'uno a
siroco e l'altro a maestro. E volendo ormai navigare di l verso il lato
occidentale del detto mar Bianco verso la Norvegia, trovammo che un vaso
d'acqua era uscito, onde facevamo pensiero di tornar nel continente e pigliar
dell'acqua fresca; ma, perch l'onde cominciavano d'ogn'intorno a crescere, non
ci bast l'animo, e avendo trovato vento prospero da siroco, che non era da
perdere, nel nome di Dio ci partimmo, sendo il sole circa maestro. E facemmo
vela tutta quella notte e il giorno seguente con felice camino, s che in tutto
quel tempo prendemmo i remi solamente per un'ora e meza, e la seguente notte
ancora fu prospera la nostra navigazione, s che il giorno seguente circa il
sole in greco levante vedemmo il continente dal lato sinistro del mar Bianco,
il quale per comprendemmo dal fremito del mare rotto nel lido, prima che lo
vedessimo; e vedendo appresso che la terra era piena di scogli e diversa da
quella del lato orientale del detto mare, la quale era piana e arenosa e con
pochi monti, tenimmo per certo d'esser giunti al lato occidentale del mar
Bianco, ai confini della Lappia, rendendo grazie a Dio che nello spazio di
circa 30 ore ci avesse condotti oltre il mar Bianco, largo intorno 40 miglia.
Il nostro viaggio veramente fu verso ponente con vento da greco.


Come dopo molti errori arrivammo al lato occidentale del mar Bianco, ove
trovammo una nave russiana con 13 uomini, dalli quali fummo ricevuti nelle loro
case e dato da mangiare, e due Lapponi con le mogli e figliuoli mendicanti, e
il loro abito e costumi, e come quivi anco improvisamente arrivarono i nostri
compagni che s'erano da noi discostati.
Cap. XXIIII.

20 d'agosto, giunti dinanti al continente, il vento da greco ci abbandon e
cominci a soffiare gagliardamente maestro, onde, vedendo che eravamo per far
poco viaggio, ci risolvemmo intanto di tirarci dietro certe rupi. Fatti vicini
al continente vedemmo alquante croci e segni a quelle attaccati, da' quali
intendemmo che quivi era un commodo ricetto per le navi, onde entrammo dentro,
ed entrati un poccolino vedemmo una gran nave russiana quivi fermata, alla
quale con ogni potere ci appressammo, e di pi alcune case abitate. Fermammo la
nostra barca presso la nave e, perch gi cadeva la pioggia, tiramo la vela
sparta di sopra via; poi usciti nel continente andammo a quelle case, dove
fummo molto benignamente ricevuti, percioch ci menarono nella loro stuffa e ci
asciugarono le vesti bagnate, e mettendoci inanzi un pesce cotto a lesso ci
invitarono amichevolmente a mangiare. In queste casette vi erano al numero di
tredeci persone, e ogni giorno la mattina andavano con due barchette a pescare,
delle quali due di loro erano patroni: viveano molto parcamente, mangiando
pesce con pesce. Verso la notte apparecchiandoci noi a tornar nella barca,
invitarono il nocchiero e me a restar nelle lor case: il nocchiero
ringraziandoli ritorn alla barca, e io quella notte stetti con esso loro.
Oltre quelle tredeci persone, vi furono quivi anco due Lapponi con tre donne e
un fanciullo, i quali vivevano miserissimamente delle reliquie che i Russiani
davano loro, come un boccone di pesce e qualche testa di pesce gettata in terra
da' Russiani, le quali cose essi prendevano con gran ringraziamenti; s che
molto si maravigliammo e compassionammo la povert e miseria loro, bench il
nostro stato fusse allora forse pi misero: ma, a quel che si poteva
comprendere, quella era la vita loro cotidiana. Or quivi bisogn fermarsi,
percioch spirava allora maestro, a noi contrario.
21 detto, quasi tutto il giorno piov, ma pi leggiermente verso mezogiorno. E
il nostro nocchiero compr del pesce fresco, il qual poi cotto, ne mangiammo
fin che fummo sazii, il che gi gran tempo non avevamo potuto fare; facemmo
anco una polenta di farina e acqua, la quale mangiavamo in luogo di pane, s
che eravamo alquanto allegri. Dopo mezogiorno cessando un poco la pioggia,
entravamo nel continente un poco pi adentro a cercar delle foglie di erba
delle lumache, e in quel mentre vedemo due uomini sopra il monte, onde dicevamo
tra noi: "In questi contorni vi deve esser assai gente"; e questi ci venivano
incontro, ma non avendo posto loro fantasia ritornavamo alla nostra barca e a
quelle case. E quei due uomini che erano sul monte (che erano de' nostri
compagni) vedendo la nave russiana discesero del monte per comprar qualche cosa
da mangiare, ma sendo l venuti a caso e sendo senza denari s'avevano
deliberato di cavar un paio di brache, percioch se n'avevano calzato due e tre
paia, e cambiarle per tanta robba da mangiare; ma come furono discesi del monte
e fatti pi vicini videro la nostra barca presso la nave, e noi vedendoli
venire gli riconoscemmo, onde ed essi e noi molto ci rallegrammo e ci
raccontammo iscambievolmente le nostre disgrazie, noi che eravamo stati in gran
pericolo e miseri ed essi che avevano patito assai maggior sciagure di noi,
ringraziando per Iddio che non ci avesse abbandonati, ma ci avesse conservati
in vita e di nuovo ricongiunti. E prendemmo insieme un poco di cibo, e bevendo
di quel che corre nel Reno presso Colonia, deliberammo che venissero a noi, e
cos insieme ci partissimo.
22 agosto, vennero i nostri compagni da noi sendo il sole circa siroco, per la
qual venuta molto ci rallegrammo, e chiamammo allora il cuoco de' Russiani e lo
ricercammo che ci volesse far un poco di pane di un poco di farina che avevano
in un sacco e cuocerlo, che l'avremmo pagato: il che ci promise di fare.
Intanto ritornati i pescatori dal mare, il nostro nocchiero compr da loro
quattro asinelli de' maggiori, li quali cotti mangiammo, e mangiando noi venne
il capo de' Russiani, e, vedendo che avevamo carestia di pane, and a prenderne
e ce ne diede. E bench gli invitassimo a mangiar con noi non vollero
accettare, percioch era un lor giorno di digiuno, e noi avevamo sparso sopra
il pesce cotto alquanto di grasso e butiro; anzi non li potemmo a modo alcuno
indurre a bever pur con noi, percioch al nostro bicchiero era attaccato
qualche poco di ontume, cos sono superstiziosi osservatori della loro
religione e digiuni; n meno ci volsero prestare uno delli loro bicchieri,
perch non lo imbrattassimo di grasso.
23 detto, il cuoco fece il pane e lo cosse; e quietandosi alquanto l'aere ci
preparammo alla partita, e il nostro nocchiero diede al capitano de' Russiani
ritornato da pescare per le cortesie usateci un presente da non sprezzare, e al
cuoco la sua mercede, ed essi molto ci ringraziarono. Il capitano poi de'
Russiani dimand al nostro nocchiero alquanta polve d'artiglieria, qual gli fu
data, e ci ringrazi assai. Or, preparati a partirsi, trasportammo fuori del
battello un sacco di farina e lo ponemmo nello schiffo, acci, se per caso ci
separassimo pi l'un dall'altro, avessero anco quelli dello schiffo che
mangiare. Verso notte, sendo il sole circa ponente, facemmo vela sendo il colmo
del crescente, con vento da greco, lungo l'orlo della terra verso maestro.
24, durando ancora il vento da greco, giungemmo sendo il sole in levante alle 7
isole, dove trovammo molti pescatori, i quali dimandati di Cool e Kildwin ci
dimostravano verso ponente, per quanto intender potevamo; e mostrandoci
amorevolezza ci gettarono nella barca un asinello, il prezio del quale,
percioch andavamo con buon vento, non potemmo loro contare, ma ringraziandoli
ci maravigliammo della loro gentilezza. Caminando adunque in questo modo con
buon vento prospero, sendo il sole circa maestro passammo quelle isole, e
trovammo lungo la riviera alquanti pescatori, i quali, fattisi presso noi co'
remi, ci dimandarono dove era la nostra crable, cio nave; e noi al meglio che
potemmo alla russiana rispondemmo loro: "Crable propal", che avevamo lasciata
la nave. Essi ci intendendo gridarono: "Cool brabanse crable", dal che
intendemmo che in Cool erano alquante navi di Fiandra; ma noi per non davamo
orecchia molto a tai parole, percioch avevamo disegnato di far vela alla volta
di Waerhuysen, per tema che i Russiani o il loro principe ne' loro confini non
ci dessero travaglio.
25, soffiando vento da greco, veleggiando lungo il lido intorno al mezzogiorno
avemmo dirimpeto Kildwin, andando verso maestro tramontana. Facendo adunque
vela tra Kildwin e il continente, sendo il sole circa garbino, giungemmo alla
punta occidentale di Kildwin. Quivi guardavamo diligentemente intorno se
vedessimo uomini o casa alcuna, n vedemmo altro che alcune navi tirate sul
lito, presso le quali trovammo luogo commodo da fermar la nostra barca, per
intender se quivi stavano uomini: e perci il nostro nocchiero discese nel
continente, e trov cinque o sei tugurii abitati da Lapponi, li quali
interrogati se quello era Kildwin risposero che s, e che in Cola si
ritrovavano delle crable, cio navi, di Brabanzia, due delle quali erano quel
giorno per far vela. Noi, avendo disegnato di far vela verso Waerhuysen, di l
ci partimmo sendo il sole in ponente garbino, spirando greco; ma facendo vela,
rinforz cos gagliardamente e terribilmente che non ci bast l'animo di star
la notte in mare, percioch erano talmente concitate l'onde che ogni momento
dubitavamo che le barche si dovessero affondare, onde ci ritirammo verso il
continente dietro dui scogli. L giunti trovammo una capannuccia con tre
uomini, con un can grande, dalli quali fummo ricevuti amichevolmente,
dimandandoci dello stato nostro e come eravamo l capitati; rispondemmo loro
che avevamo perduta la nave, e che eravamo andati l per trovar qualche nave
sopra la quale potessimo condurci in Ollanda. Quelli ci dissero l'istesso che
ci avevano detto prima i Russiani, cio che quivi erano tre navi, due delle
quali erano quel giorno per partirsi. Allora dimandando loro se volessero
venire con uno de' nostri per il continente a Cool, a veder se quelle navi ci
volessero condur in Ollanda, che gli avremmo pagati, si scusarono che non
potevano di l partirsi, ma che ci avrebbero menati oltre il monte, ove poi
avressimo trovato alcuni Lapponi, che essi credevano che sarebbero venuti
nosco. Il che fu vero, percioch il nocchiero, tolto uno de' nostri, ascese con
quelli il monte, e trovarono alcuni Lapponi, de' quali ne tolsero uno accioch
andasse con uno de' nostri, avendo proferto loro per mercede due monete
d'argento che valevano otto reali. Il Lappone, preso lo schioppo, and col
nostro, che aveva un langhiere, l'istesso giorno ancora verso sera spirando
levante e greco levante.


Dichiarazione di Kildwin e di Cola, ove fu condotto uno de' nostri da un
Lappone per pagamento, e come quivi trov Giano figliuol di Cornelio, che
l'anno passato si separ da noi con la tramontana, il qual ci diede quanto ci
faceva di bisogno, pane, vino, cervosa, butiro, zucchero e altro, e con esso
andammo in Cola, ove nelle case de' mercanti lasciammo per memoria i nostri
battelli. E come i Russiani, volendo passar da un fiume all'altro, portano le
loro barche in spalla.
Cap, XXV.

26 d'agosto, sendo sereno e bel tempo e spirando vento da greco, strascinammo
le nostre barche sopra il continente e tirammo fuora tutto quello che v'era
dentro, stendendolo all'aere. Noi poi andammo da' Russiani a scaldarsi e a
cuocer quei cibi ch'avevamo, e di nuovo tornammo a mangiare due volte il
giorno, percioch vedevamo che da qui inanzi avremmo trovato pi spesso degli
uomini. Bevemmo della loro bevanda, la quale essi chiamano quas, fatta di
tocchi di pane muffito, la quale ci parve che avesse buon sapore, percioch gi
gran tempo non avevamo bevuto altro che acqua. Alcuni di noi, sendo andati pi
adentro nel continente, trovarono certe pomelle col frutto del rubo o spino
d'Ida, le quali cogliendo mangiammo, e non le trovammo inutili o nocive,
percioch manifestamente ci sentimmo liberar dal fongaccio o mal di bocca. E
continuava a soffiare il vento da siroco.
27 fu tempo torbido e gran fortuna da tramontana e maestro tramontana, talch
eravamo fermati in luogo troppo basso e fummo costretti a strassinare,
massimamente nel colmo del crescente del mare, le barche pi in alto sopra la
terra; le quali poste in sicuro in luogo pi alto, andammo pi lontani da'
Russiani a scaldarci al loro fuoco e cuocer le cose a noi necessarie. In tanto
mand il nocchiero uno de' marinari al lido e alle barche, che accendesse il
fuoco nella focaia che quivi era, accioch quando ivi andassimo trovassimo
fuoco senza fumo; ma, mentre il marinaio venne qui e un altro gli venne dietro,
crebbe talmente l'acqua e si gonfi s che portava via ambedue le barche con
gran pericolo che perissero, percioch nel battello vi erano solamente due
uomini e tre nello schiffo, i quali con gran pericolo e difficult tenivano
allargate dalla ripa le barche, perch non si rompessero. Noi ci vedendo
eravamo molto affannati, n loro potevamo giovare; nientedimeno ringraziavamo
Dio che ci aveva condotto in luogo tale che, quando avessimo anco perduto i
battelli, avressimo potuto andar pi inanzi, per quanto si vedeva. Quel giorno
e la seguente notte fu una gran pioggia, che ci dava un gran travaglio, poi che
si bagnavamo tutti, n ci potevamo difendere o coprire; ma quelli che erano nei
battelli erano ancora in maggior pericolo, poich con tal tempo erano sforzati
a star sul nudo lido.
28 d'agosto, con buon tempo tirammo i battelli in terra, per cavar fuori quello
che in essi era rimaso e schifar il pericolo in che erano stati, percioch
soffiava gagliardissimo il vento da tramontana e da maestro tramontana. Tirati
i battelli in terra, spiegammo i padiglioni per ricoverarci sotto, percioch
ancora erano nebbie e pioggia, aspettando con gran desiderio il ritorno del
nostro, che era andato insieme col Lappone per intender se in Cola vi erano
navi con le quali potessimo ritornar in Ollanda. Intanto, mentre quivi ci
fermammo, andavamo ogni giorno nel continente a coglier di quelle bacche o
pomelle turchine e del rosso d'Ida, l'uso delle quali ci trovammo molto
giovevole.
29, sendo l'aere ancora quieto, aspettavamo con pazienzia qualche buona novella
di Cola: e ogni giorno alzavamo gli occhi verso il monte d'ogn'intorno,
guardando pure se vedevamo spuntare il Lappone col nostro. E occorse che quel
giorno tornammo un'altra volta dalli Russiani per cuocer il nostro mangiare al
fuoco loro, e poi ritornammo alli battelli per star ivi la notte. Intanto
vedemmo scender dal monte il Lappone senza il compagno, di che molto si
maravigliammo e ci prese gran pensiero; ma avicinato a noi ci mostr una
lettera scritta al nostro nocchiero, la quale, aperta alla presenza nostra,
conteniva che quello che l'aveva scritta s'era grandemente maravigliato della
nostra venuta cost, poich egli non pensava pi altro de' casi nostri, se non
che gi gran tempo fussimo morti, e che molto si allegrava del nostro arrivo, e
che subito sarebbe venuto a noi e ci avrebbe portato quanto ci fusse stato di
bisogno per ristorarci. Ma non potevamo a bastanza maravigliarsi chi fusse
costui che ci mostrava tanta amicizia e benevolenza, n ci potevamo ridur a
memoria chi fusse, e nientedimeno dalla lettera si vedeva che era noto: e
bench fusse la sottoscrizione di Giano figliuol di Cornelio Ryp, non ci
potevamo per indur nell'animo a credere che fusse quel Giano figliuol di
Cornelio che l'anno precedente, con l'altra nave, aveva preso a far con noi
questa navigazione e presso l'isola degli Orsi s'era da noi separato. Avuta
questa buona novella, dammo al Lappone la sua mercede e appresso alcuni
vestimenti, come calzoni e altro, s che del tutto era vestito alla ollandese,
percioch ci pareva gi d'esser in porto. Dipoi avendo cenato allegramente, se
n'andammo a dormire. Non  da tralasciar quivi ancora il presto ritorno del
Lappone, percioch nell'andare, come ci rifer il nostro compagno, caminando
anco di buon passo stettero due giorni e due notte avanti che arrivassero in
Cola, e nel ritorno non stette pi d'un giorno, il che ci fu di maraviglia,
percioch vi era differenza d'un giorno, s che tra noi dicevamo che doveva
aver qualche arte; e ci port anco una pernice che con lo schioppo aveva
uccisa.
30 d'agosto, sendo assai buon aere, stavamo ancora dubitando chi fusse questo
Giano figliuolo di Cornelio che aveva scritta questa lettera, e, tra diversi
ragionamenti e discorsi fatti dell'uno e dell'altro, fu detto che poteva esser
quello che l'anno passato s'era messo con noi a far questa navigazione; ma
questa opinione non dur molto, percioch non meno disperavamo della sua vita
di quello che egli facesse della nostra, e stimavamo che gli fusse occorso
assai peggio che a noi, e in somma che gi gran tempo fusse morto. Finalmente
disse il nocchiero: "Voglio un poco vedere le lettere che mi sono state
scritte, tra le quali ve n' una scritta di sua mano, la quale se si
confronter di carattere ci lever ogni dubbio". Trovata e spiegata la lettera
e confrontata, trovossi che era quell'istesso Giano figliuol di Cornelio,
laonde non meno ci rallegrammo della sua salute che egli facesse della nostra.
Intanto, mentre stammo in questo ragionamento, e alcuni ancora non si potevano
dare ad intendere che questo fusse il nostro figliuol di Cornelio, ecco venir a
remi un battello russiano, nel quale era Giano figliuol di Cornelio insieme col
nostro compagno che fu mandato col Lappone: e smontati nel continente, ed essi
e noi fummo colmati d'infinita allegrezza, come se ci avessimo veduto l'una
parte e l'altra liberate da morte, perch ed egli noi e noi lui ci tenemmo che
gi gran tempo morti. Portocci un vaso di cervosa, vino, aceto, pane, carne,
lardo di porco, pesce salmon, zucchero e molte altre cose che molto ci
giovarono e restaurarono, e godemmo estremamente di cos insperata e
scambievole salute e ricongiunzione, rendendo a Dio infinite grazie della sua
gran misericordia.
31, durando l'istesso tempo spirava vento da levante, ma verso sera cominci a
far vento da terra, e perci ci preparammo a partirci verso Cola, ringraziando
prima infinitamente i Russiani che ci avevano cos benignamente ricevuto, e con
un presente rimunerandoli. La notte, sendo il sole circa tramontana, con colmo
d'acqua di l si partimmo.

Settembre 1597.

Il primo di settembre, la mattina, sendo il sole circa levante, arrivammo al
lato sinistro di quel fiume che bagna Cola, dipoi facemmo in esso vela e
adoprammo anco i remi fino che cessasse il crescente; poi, gettato il sasso che
ci serviva in vece d'ancora, ci fermammo presso una certa punta finch tornava
il flusso del mare. Dipoi circa il mezzogiorno col crescente dell'acqua facemmo
vela e co' remi spingemmo il battello, quasi fino a mezanotte; poi, di nuovo
calata la nostra ancora di pietre, ci fermammo fino all'alba del seguente
giorno.
2 settembre, la mattina dammo di mano a' remi andando a contrario del fiume, e
vedendo certi arbori verdi nella ripa del fiume ci sentimo empir d'allegrezza,
come se fussimo entrati in qualche nuovo mondo, percioch per tutto quel tempo
che eravamo stati lontani non avevamo mai veduto arbore alcuno. Ma arrivando
intorno un certo luogo dove si fa il sale, circa tre miglia di sotto di Cola,
fermandoci quivi alquanto ripigliammo animo e poi caminammo oltre; e sendo il
sole circa maestro tramontana, arrivammo alla nave di Giano figliuol di
Cornelio, sopra la qual montando bevemmo un tratto. Quivi di nuovo fu pigliato
un poco di ricreazione da quelli che erano venuti col battello e da quelli che
avevano navigato con Giano di Cornelio, dopoi caminando inanzi giungemmo la
sera a Cola: alcuni andarono nella citt, e alcuni si fermarono nelli battelli
a far la guarda a quello che vi era dentro, a' quali fu mandato da mangiare
alcune cose fatte di latte e altro. E grandemente si rallegravano e
ringraziavano Dio, che per sua bont e misericordia gli avesse liberati di
tanti pericoli e difficult e quivi condotti, percioch allora ci pareva
d'esser in luogo assai sicuro, bench una volta appresso noi fusse cos
sconosciuto che quasi si stimava che fusse fuori del mondo: ma allora ci pareva
veramente d'esser a casa.
3 del detto portammo ogni cosa in terra, e quivi respirammo al fine da tante
fatiche e difficult passate nel viaggio, dalla fame e miserie sofferte, per
ricuperare la sanit e le forze perdute.
11 detto, con permissione del presidente del granduca tirammo il nostro
battello e la scaffa nelle case de' mercanti, e quivi gli lasciammo quasi come
trofei in memoria di cos lunga n mai pi navigata via, che con s picciole e
scoperte barchette avevamo avuto ardir di fare quasi per quattrocento miglia in
mare e lungo i suoi liti fino a Cola: il che gli abitanti di quella non
potevano a bastanza maravigliarsi.
15 settembre noi tutti, con le robbe che avevamo, con una nave russiana si
conducemmo a seconda del fiume alla nave di Giano di Cornelio, la quale era
lontana di l circa un miglio; sul mezogiorno poi facemmo vela con essa nave
fino quasi a meza strada, fin che passassimo tutte le difficult, ove
aspettammo Giano di Cornelio insieme col nostro nocchiero, il quale ci avesse
detto di seguirci il giorno dietro.
17 detto, presso sera, vennero Giano di Cornelio e il nostro nocchiero, e il
giorno seguente, sendo il sole circa il levante, facemmo vela con l'aiuto di
Dio nel fiume di Cola verso casa. Usciti del fiume, veleggiammo lungo la
riviera con vento da garbino verso 4 di maestro tramontana.
19 circa il mezzogiorno arrivammo all'incontro di Waerhuysen, ove gettamo
l'ancora, e descendemmo nel continente, percioch Giano di Cornelio voleva
levar nella nave diverse merce: e quivi si fermamo fino alli 6 d'ottobre, nel
qual tempo fecero di grandissimi venti da tramontana e da maestro. Intanto,
mentre quivi stammo, ci ricuperammo assai pi, e con maggior cura e governo ci
liberammo dalle nostre infirmit e ci facemmo pi gagliardi, percioch in vero
avevamo bisogno di tempo e di riposo, percioch eravamo troppo anichilati ed
esausti.
6 d'ottobre intorno al vespro, sendo il sole in garbino, partendoci col nome di
Dio da Waerhuysen facemo vela verso casa, e perch quella navigazione  gi
assai conosciuta, non m' paruto di doverne fare altra descrizione, se non che
a' 29 d'ottobre arrivammo in Mosa con vento da greco levante. E la mattina
seguente usciti in Masland, ci conducemmo per i Delfi in Aga e Arlem, e il
primo di novembre circa il mezzogiorno in Amsterdam, vestiti degli stessi
vestimenti che usavamo nella Nuova Zembla, co' nostri cappelli foderati di
pelle di volpe bianche, ed entrammo nella casa di Pietro Hasselaer, il quale
era allora uno de' governatori della citt, deputato al fornire queste due
navi, cio di Giano di Cornelio e del nostro nocchiero: ove molti si
maravigliarono vedendoci ritornati, avendoci gi gran tempo tenuti per morti.
Questa voce sparsa per la citt pervenne anco nella corte del prencipe, ove
allora i magnifici signori il cancelliere e l'ambasciatore del serenissimo re
di Dania, di Norvegia, de' Gotti e Vandali erano assisi ad un sontuoso
banchetto. Perci fummo dal podest e da duo altri del magistrato mandati a
chiamare, e quivi alla presenza del detto ambasciatore e de' consoli raccontamo
la nostra navigazione, i pericoli scorsi, e le fatiche e miserie sopportate. E
dipoi quei che erano della citt si ridussero a casa, e gli altri furono
condotti ad un alloggiamento a loro destinato, ove fermati per alquanti giorni,
avuta la loro mercede, se n'andarono ai luoghi loro.

I nomi veramente di quelli che sono ritornati da questa navigazione sono
questi:


Giacopo Heemscherch, nocchiero e governatore;
Pietro figliuolo di Pietro Volpe;
Gherardo di Vera; M. Iano Volpe cirugico;
Giacopo figliuolo di Iano Steremburgh;
Leonardo figliuolo d'Enrico;
Giacopo figliuolo d'Everardo;
Lorenzo figliuolo di Guglielmo;
Iano figliuol d'Ildebrando;
Giacopo figliuolo di Iano alto Pier;
Pietro figliuolo di Cornelio;
Iano da Buysen.

Il fine


Punti cardinali, rosa dei venti e orologio astrale


PUNTI
CARDINALI

ROSA
DEI VENTI
OROLOGIO
ASTRALE
N
Tramontana
22.30
NNE
Greco tramontana
24
NE
Greco
1.30
ENE
Levante greco
3
E
Levante
4.30
ESE
Levante scirocco
6
SE
Scirocco
7.30
SSE
Scirocco ostro
9
S
Ostro
10.30
SSW
Ostro garbino
12
SW
Garbino
13.30
WSW
Garbino ponente
15
W
Ponente
16.30
WNW
Ponente maestro
18
NW
Maestro
19.30
NNW
Tramontana maestro
21

FINE VOLUME SESTO.
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