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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume sesto.
Parte terza.

Discorso sopra la relazione di Nunno di Gusman.


Essendo fatto cos gran prencipe e signor di tanti paesi e provincie il signore
Ferrando Cortese, e con tanto oro, argento e gioie ch'era fama che l'avesse
guadagnato nella presa del Messico, l'era accresciuta tanta invidia nella corte
dell'imperatore per le lettere che ognora venivano scritte, che tutti gli suoi
amici e fautori lo consigliarono che 'l venisse alla corte, e sopra gli altri
don Garzia di Loysa, confessore dell'imperatore e presidente de las Indias, che
fu poi cardinale, affermandosi che sua Maest lo vederia volentieri e con la
sua presenzia si acquieteria il tutto. Questa fu una delle cause che lo fece
venir in Spagna, appresso la qual fu anco per pigliar moglie, ritrovandosi
oramai di molti anni: e cos se ne venne e arriv in Spagna nella fin dell'anno
MDXXVIII, con grandissimi presenti d'oro e argento che 'l port a donar
all'imperatore, e all'arrivar del quale si dice che tutta la Spagna si mosse
per venir a vederlo, tanto era famoso il suo nome e desiderato da tutti.
L'imperatore li fece grandissimi onori, e fra gl'altri fu che, essendo venuto
amalato per causa del viaggio, sua Maest lo volse andar a visitar in persona
fin al letto; fecegli poi infinite grazie degne di tante fatiche e sudori, e
fra le altre marchese di Tutantepeche, come lui medesimo dimand, e Guatemala e
molti altri paesi sopra il mar del Sur, con titolo di capitano generale della
Nuova Spagna e di tutta la costa del detto mare, come discopritor di quello,
assegnandogli entrate grande per s e suoi eredi. Detto signor Ferrando li
domand il governo del Messico, ma sua Maest non glielo volse dare, perch
avanti il suo arrivare v'avea ordinata una audienzia e cancelleria, etiam
auditori e presidenti, dove potessero ricorrer quelli che dimandassero
giustizia; e avea comandato a Nunno di Gusman, che era governatore nella
provincia del Panuco, che dovesse andarvi per presidente con quattro dottori.
Costui, essendo inimico del Cortese, giunto che fu in detta citt cominci a
fargli processo contra, qual era partito per Spagna, n si sapeva ancor del suo
arrivare. E and la cosa tanto avanti e con tanta rigorosit, che 'l venne fino
a confiscargli i beni e mettergli all'incanto, e perch il signor Pietro
Alvarado, che era amico del Cortese, dicea ben di lui e lo difendea, lo fece
ritenere e mettere in prigione, tanto era l'odio estremo che 'l detto Nunno con
i suoi compagni portavano al prefato Cortese. Or queste operazioni non poterono
durar lungamente, che essendo state scritte alla corte insieme con molte
ingiustizie e rapine che 'l prefato Nunno e suoi compagni facevano, che sua
Maest lo remosse dal detto governo e pose in luogo suo Sebastian Ramirez.
Nunno, vedendo aver persa la grazia dell'imperatore, pens di volerla
recuperare con qualche segnalata impresa, e, trovandosi assai oro e argento,
avendosi informato da quelli che erano ritornati dal viaggio del Capo di Vacca
delli gran paesi per li quali erano passati, come per avanti si  veduto,
deliber d'andar ancor lui a discoprir qualche gran provincia. E fatto un
esercito di Spagnuoli a cavallo e d'Indiani amici a piedi, si mise ad andar
verso li popoli Chichimechi, che confinano con la Nuova Spagna, e pass per
Mechuacan, dove prese il signor Cazotia, al qual tolse duoimila marche
d'argento e molto oro basso, e appresso si fece dar quattromila Indiani per
portar le cariche delle vettovaglie e bagaglie dell'esercito e viaggio: e acci
che 'l detto signore non potesse mai dolersi n querelarsi alli ministri di sua
Maest, lo fece abbrucciar con diverse calumnie. Entr nella provincia di
Xalisco, qual nomin la Nuova Galizia per esser regione aspra e li popoli
feroci, dove fece abitar una citt detta Compostella, per conformarsi col nome
di Spagna, e alcune altre dette dal Spirito, Conceptione e San Michiel, quale
corrono sotto gradi trentaquattro. Quivi stette alcuni anni, fino che venne
vicer della Nuova Spagna il signor don Antonio di Mendoza, qual giunto nel
Messico, insieme con la cavalleria, mandorono a ritenerlo per farlo andar in
Spagna a dar conto delle operazioni sue, n mai pi lo lasciaron tornar nella
detta provincia che egli avea acquistato. E questa fu la fine del detto Nunno
di Gusman.



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Relazione di Nunno di Gusman, scritta in Omitlan, provincia di Mechuacan della
Maggior Spagna, nel mdxxx alli otto di luglio.




Nunno di Gusman entra nella provincia di Mechuachan per scoprire e conquistar
del paese; ivi giunto, vi pianta tre croci e prende la possessione in nome di
sua Maest, e per molte querele condanna al fuoco Caconci, signore del
Mechuachan.

Scrissi fin da Mechuacan a Vostra Maest, doppo averli scritto da Messico, come
io me n'andavo per quel paese con 150 uomini a cavallo, altritanti pedoni ben
armati, e con dodeci pezzi d'artiglieria minuta e con sette o ottomila Indiani
amici, provisti di vettovaglia e di tutte le cose necessarie, per andare a
scoprire il paese e conquistarlo da' Terlichichimechi che continovano con la
Nuova Spagna, e tutto quel pi che mi venisse occasione di pigliare, con animo
di vedere d'arrivare al passo del fiume di Nostra Donna della Purificazione di
Santa Maria: cos questo nome gli fu imposto per averlo passato in quel giorno.
E per esser questa terra de' nemici, determinai di piantarvi tre croci grandi
che io portavo con esso meco, lavorate e fatte con buona proporzione, le quali,
doppo l'aver detto messa, in processione con trombe i capitani e io la portammo
in spalla, e l'una piantammo sopra il fiume, e l'altra innanzi una chiesa della
Purificazione di Nostra Donna che gi fu cominciata ad edificare, e l'altra in
fronte d'una strada per dove io avevo da passare, alle quali doppo con ogni
devozione facemmo la debita orazione. E ci fatto, si cominciarono a levar gli
stendardi della croce del nostro Signor Gies Cristo in terra da questi
infedeli, che anco non s'era giamai posta doppo che i cristiani c'erano
entrati. Incontinente ci vennero ad incontrar alcuni popoli in atto di pace,
rendendocisi e promettendo servit. In questo tempo si fin la chiesa,
circondata di muraglia, accioch dentro potessero alloggiar quindeci o venti da
cavallo: quivi si disse messa e si predic, e doppo furono lette certe
ordinazioni per il buon concerto che si avea da tener nello esercito. Ci
fatto, alli sette di febraio fu tolta la possessione in nome di V.M. di quel
nuovo scoprimento, e alli 14 del detto mese si fece la richiesta che
s'accostuma di fare. In tanto io mandai duoi capitani di cavalli a scoprir il
paese, per vedere da qual parte s'avea da entrare. E similmente, per molte
querele e accuse che s'eran fatte del Caconci, signor di Mechuacan, e
particolarmente per una informazione fatta contra di lui d'essersi ribellato
con una parte di quella provincia, con aver congiurato di voler ucciderci se
avesse potuto, io procedetti contra di lui, e trovato esser vera la rebellione
della gente e il disegno suo oltre l'informazione, con la verificazione di
molti altri gravi ed enormi delitti ch'avea commessi in sacrificar Indiani e
cristiani, come era solito di far per innanzi prima che fusse cristiano, io lo
sentenziai al fuoco, come si potr veder nel processo fatto contra di lui. Or
con la giustizia fatta di questo uomo, e con l'aver io mandata alcuna gente a
quei popoli che s'erano ribellati per persuaderli a lasciar l'arme, si
quietarono, e ora servano bene e lealmente. Questo signor era stato per innanzi
molte volte accusato e mai castigato, perch chi era l per questo si pigliava
poca cura di castigar gli suoi eccessi.


Nunno con l'esercito parte del Mechuachan e gionge nella provincia Cuinao; ivi,
fatto scoprire il paese, ritrova le genti di quello con l'armi per far
resistenza, gli ricerca di pace e, non consentendo, da molte parti gli assalta
e resta superiore.

Venuti i capitani adunque e da loro inteso il cammino che s'avea da pigliare,
fatta rassegna della mia gente mi parti', lasciando in quella fortezza che fu
fatta per gli Indiani uno Spagnuolo abitator di Mechuachano, e camminai sei
giorni per cammino non abitato, la met d'essi per il fiume a basso, lasciato
in ciascuno alloggiamento una croce piantata. Il sesto giorno giunsi lunge due
leghe da una provincia chiamata Cuinao, piena di buone terre e abondante di
vettovaglia, di che cominciavo aver gi gran necessit. E il giorno innanzi
ch'io ci arrivasse, che fu il sabbato alli venti di febraio, mandai Perar
Mildez Chirino, riveditore della M.V., e un luogotenente di capitano generale,
che  capitano di trenta cavalli, a riconoscere il paese e i nemici, e acci
vedesser che genti v'erano, essendomi stato riferito che erano in punto con
l'arme per voler farci resistenza; e perch gli ricercassero che volesser
venire con la pace, ci mandai anco il commendator Barrio per il medesimo
effetto. Costoro, giunti al luogo, non ritrovaron gente alcuna con l'arme, per
senza far altro gli fecero la richiesta che io avevo lor imposto, e fu la
risposta che tutti fuggiron alle montagne; i cavalli leggieri presero alcuni di
quei pi pigri a fuggire, per non senza aver fatta qualche difesa. Ci fatto,
il detto riveditor entr nel luogo, dove non trov persona alcuna. E tornati
adietro quella notte, mandai lor a dir per messaggieri che non avesser paura,
ma che dovesser ritornar alle case loro a servire e dare l'obedienza, che altro
non voleam da loro: i quali mi mandarono per risposta che essi m'aspettavano
l'altro giorno con i loro archi e frezze. Onde mi parti' la domenica da
mattina, fatti tre squadroni della mia gente, cos di Spagnuoli come degli
Indiani, e quando arrivai ad un fossato grande che era innanzi la terra, dove
pensavo che mi aspettassero, non trovai alcuno, n meno dentro la terra, perch
come viddero l'ordine e la molta gente che io avevo con meco non ardirono
d'aspettarmi. In questo luogo si rinfrescarono le genti e i cavalli, per
l'abondanza del maiz e altre vettovaglie del paese; e quel medesimo giorno,
dopo il mangiare, mandai il detto riveditor da una parte e il capitano
Cristoforo d'Ognate con sua gente da cavallo dall'altra, e io con gli
assaltatori fui loro alle spalle. Il riveditore non trov gente alcuna, eccetto
femine e fanciulli; Cristoforo d'Ognate s'incontr con presso a cento uomini
con loro archi e frezze, che se gli opposero e gli ferirono due cavalli e tre
uomini, bench non fusse cosa di pericolo; ma d'essi rimasero molti morti e
altri presi, con molte donne e fanciulli, che potevano esser in tutto presso a
cinquecento persone, le quali feci raccogliere tutte insieme acci quegli
Indiani che avevo con me non gli sacrificassero, come sogliono fare.
Quivi me ne stetti riparando la gente e i cavalli fino al gioved, sempre
mandando messaggieri al cacico, accioch venisse con me in atto di pace, perch
mi dissero che s'era ritirato ad un'altra provincia vicina a quella, chiamata
Cuinaquiro, che  d'un'altra signoria e d'un altro linguaggio. Ma veduto che
non volea venire, io mi parti' per cercarlo, essendomi stato detto che aveva
molta gente con seco, avendo lasciato nel campo il capitan Francesco Verdugo,
uomo molto onorato e antico conquistatore di quei paesi; e avendo quel giorno
medesimo passato una selva e un monte, i cavalli scoprirono molta gente di
guerra in una costa d'esso e n'uccisero certi. Io posi in ordine la gente e
segui' il cammino che mi fu detto che aveano tenuto, ma giamai m'incontrai con
essa, per esser la selva molto folta.


Nunno entra nella provincia Cuinaquiro seguendo il cacique di Cuinao, per
viaggio e luoghi molto difficili: la scuopre con molte terre abitate e
abondantissima di frutti, vede molti Indiani sacrificati, molte volte combatte
e ne riporta vittoria.

Entrai nell'altra provincia che ho detto, dove erano molte terre abitate e
grande abondanzia di maiz e frutti del monte, e vi trovammo molta gente morta
sacrificata che era della provincia passata, che quivi s'era ritirata per tema
di noi, con molte membra di carne che usano essi di mangiare, che ai nostri non
dispiaceva di mangiarne, bench alcuni dicessero esser castroni, come dir poi.
Si trov qualche gente di quella provincia, cos d'uomini come di donne, la cui
lingua niuno intendeva, e molto pi della provincia passata; portano gli uomini
di questa provincia barbe di paglia. Quel giorno giunsi da una banda sopra una
rottura di monte che facea un fiume, che mi pareva che andasse nell'abisso,
dove diceano che erano passati gli nemici dall'altra parte, che  un'altra
provincia. Consumai tutto quel giorno nel descendere per la detta rottura, e
viddi esser la gente fermata dall'altra parte, e me ne passai quella notte con
grandissima abondanzia di maiz e uccelli di quel paese. L'altro giorno mandai
al campo meglio di diecimila persone d'uomini, donne e fanciulli che quivi se
n'erano fuggiti, e gli altri della medesima provincia, che poteano esser
qualche trecento, li rimandai ai lor parenti e amici, accioch conoscessero che
io non ero quivi venuto per ucciderli. Io, passata la rottura, me n'entrai per
mezzo del paese e venni in una selva, dove mi fu detto che s'era ritirata una
parte de' nemici, e seguendo il mio cammino pervenni alla cima d'un'alta
montagna, che avea una discesa di quasi una lega, la pi aspra che io abbia
ancor veduta, per la quale ci assicurammo di descendere in una valle, dove
appariva un altro gran luogo abitato, dove non si trov persona alcuna. E dopo
l'aver rinfrescato la gente, cavalcai passando il guado, dove trovai gente
morta, sacrificata per quei di quella provincia, la quale era del paese che
prima avevamo passato, e insieme alcuni vivi che vi erano fuggiti: e per il
poco amore che era fra loro, essendo differenti di linguaggio, gli usavano
questa caritevole ospitalit di sacrificarli.
Sul tardi arrivai quel giorno sopra un'altra rottura, che mi parve peggior
della prima, per dove corre un fiume di onesta larghezza; e per essere l'ora
tarda e non vi essere albero alcuno, me ne tornai alla prima terra di quella
valle, il nome della quale fino a quest'ora non ho potuto sapere, per non aver
saputo intendere quel parlare ed essersene gli abitatori fuggiti, e per non
avere interprete del paese. Quivi piantai il campo e il giorno seguente, che fu
il sabbato, mandai il riveditore e Cristoforo d'Ognate, ciascuno dal suo canto,
a cercar la gente di quel paese, che mi era stato detto essersi ritirata in
certe falde d'una montagna che si vedeva. Cristoforo non ritrov niuno, ma il
riveditor incontr da un lato della rottura circa trecento Indiani da guerra
con suoi archi e frezze, che il giorno innanzi aveano morti quattro Indiani
amici nostri, e menavano prigione un moro d'un scudiero morto, che s'era
allontanato dagli altri: di che molto allegri, cantando diedero fra i nostri, e
combattendo uccisero d'una frezza passato per il petto un cavallo, e d'essi
rimasero morti presso a cento; il rimanente per avere la detta rottura vicina,
ancora che pericolosa, si salvarono in essa, bench non senza pericolo. In
questo tempo non essendo io molto lungi da questo luogo, senti' dare all'arme,
ed essendovi corso trovai i miei smontati a terra, tagliando in pezzi il caval
morto, acci non fusse quivi trovato e veduto da' nemici segno d'esso, onde
avessero considerato che fusse potuto morire.
Quel medesimo giorno mandai il mastro di campo Antonio di Viglia Roel a cercar
il guado nel fiume della rottura, il quale trovato, pass dall'altra parte a
riconoscere che terra era e se vi era luogo abitato. E avendo finito di montar
la costa del monte, s'incontrarono in lui tre Indiani armati dei loro archi e
frezze, e un di loro si mosse contra di lui con una spada a due mani di legno,
e gli men due colpi, con uno de' quali lo fer in una mano: e al fine rimase
l'Indiano in terra morto. Questo ho voluto dire alla M.V. accioch sappia che
molti d'essi sono animosi, e hanno cuore d'affrontare qualunque nostro
Spagnuolo. Ci fatto, mi spinsi innanti e scopersi molti luoghi abitati.
E la domenica vegnente mandai il riveditore con la sua gente a veder chi era
dall'altra parte, pensando che tutta la gente di quella provincia che non si
vedeva, e quella che quivi s'era ridotta fuggendo dall'altre provincie, si
fusse in qualche luogo forte unita insieme. Mandai poi un'altra compagnia di
fanti di Cristoforo di Barrio a cercar la rottura, per essermi stato detto che
in essa vi s'era ridotta una gran gente nascosta, e costoro non ritrovarono
persona alcuna. Il riveditore s'incontr in uno squadrone d'Indiani armati,
senza bagaglie o altra cosa che l'impedisse, e senza aspettare o dir cosa
alcuna si misero ad assaltarlo con molte frezzate, e ferirono due cavalli e il
mastro di campo che andava con esso lui in una gamba, e di loro rimasero morti
pi di cento. E perch s'era ordinato che dovessi ritornar adietro quella
medesima notte, non pass pi oltre, ancora che vedesse di molte gran ville
poste in una pianura; e trovarono molti membri d'Indiani morti, che dovean
esser dei fuggiti in quella provincia, e condusse via molte donne.
Hanno tutte queste provincie molto maiz, fasuoli, galline, pappagalli e
palmetti.  paese dove nasce gran quantit di bambaso;  abitato da molta
gente, e si crede, considerata la qualit e disposizion del sito di queste
provincie, che vi sia oro e argento, perch se ne ritrov presso ad alcuni
abitatori. Ma perch cominciava a mancare vettovaglia e altre cose necessarie,
determinai di ritornarmene al campo, dove arrivai il giorno di carnovale.

Nunno al cacique di Cuinaquiro lungamente ragiona delle cose di nostra fede, e
dell'obedienza che egli  tenuto prestare al re di Castiglia. Rispondegli il
cacique umilmente e si sottomette. Gli dona tutti gli Indiani in guerra presi,
e ivi per S.M. tolto il possesso, passa nella provincia di Ciuseo, dove con
quegli Indiani combatte felicemente.

E incontinente diedi opera di far venire quivi il cacique, e cos venuto con
tutta la gente principale, i quali tutti io ricevetti con molte carezze, e feci
loro un parlamento con dargli ad intendere che cosa fusse Iddio e il papa, e
quel che aveano da far per salvarsi, e come il re di Castiglia era ministro di
Dio in terra e signor di tutte quelle parti a lui soggiette, e come a me in suo
real nome aveano da dar l'obedienza e servire, e che s'astenessero di
sacrificare e adorare gli idoli e i diavoli come aveano fatto per l'adietro,
percioch solo Iddio era quel che essi aveano da adorare, temere e servire, e
doppo servire e obedire in terra il re di Castiglia. Mi rispose il cacique che
fin a quell'ora non avea mai saputo cosa alcuna di quel ch'io avea detto, n
mai l'aveva udito da persona alcuna, se non da me che glielo avevo dichiarato,
per che avea gran piacer d'averlo inteso, e che da indi adietro teneria per
Dio il re di Castiglia e adoraria. E io gli risposi che non l'avea da fare,
percioch il re di Castiglia era uomo come noi altri e mortale, ma che era
superiore e signore di tutti noi, e datoci da Dio perch ci regga e governi, e
noi l'abbiamo da servire e obedire; e solo Iddio, quel che cre i cieli e la
terra e tutte le cose che si vedono e non si vedono,  quello che ha da esser
adorato, temuto e servito sopra tutte l'altre cose, per esser quel che ci d, e
dalle sue mani tenemo la vita e l'essere che abbiamo, ed  potente per torcela
quando gli piace. In questo modo e con queste parole rimase avisato di quel che
dovea fare, ancora che la capacit e l'ingegno che hanno sia molto poco, e la
volont di farlo molto lontana, per l'antica consuetudine che han da servir il
diavolo. Ma essendo che tutte le cose vogliono principio e fatica, e in questo
pi che nel resto ha da intervenirci la grazia di Dio e lo Spirito Santo che la
infonda loro, e si de' credere e sperar della sua infinita clemenza e
misericordia che, poi che ha indrizzata V.M. a far scoprir questo paese e
conquista, in virt della quale e buona fortuna, doppo quella di Dio, si far
tutto prosperamente, e permetter di dar a questa gente cognizione della
verit; e se non fia cos presto, sar almeno aperto il cammino, e il paese
conversato e abitato da cristiani che adorano e lodano il suo santo nome, dove
era prima il demonio adorato con tante idolatrie, e restando fissi gli
stendardi della sua santissima croce per tutte queste contrade, accioch,
quando gli piacer di mandar la sua grazia, sieno quelle genti disposte a
riceverla.
Io donai a questo cacique tutta quella gente che s'era presa, e cominciarono
tutti a riabitar le case loro. E posta dopo una sontuosissima croce in quel
luogo, e tolta la possession da quelle provincie in nome della Maest Vostra,
mi parti' il sabbato per la strada d'un'altra provincia chiamata Cuiseo, che 
posta dall'altra parte d'un gran fiume, che esce d'un gran lacume: da questa
parte del fiume sono alcune terre abitate soggiette al detto Cuiseo. Prima che
io giongesse a questa provincia, vennero i corridori a riferirmi come aveano
trovate gente in atto di guerra, onde poste in punto quelle che io conduceva,
cominciai a camminare, avendo mandati innanzi quattro cavalli leggieri degli
assaltatori e duoi altri dalla banda del fiume che esce dal detto lacume, i
quali trovarono molti Indiani armati che gli cominciarono a tirar delle frezze
dentro certe case, e ferirono un di loro in una gamba: ma furono morti alcuni
d'essi, e menarono uno interprete prigione, dal qual seppi che era gran gente
de' nemici in punto aspettandomi. Cos galoppando giunsi dall'altra parte, che
lo circonda un altro fiume, che non ha guado ed entra nell'altro maggiore.
Quivi m'assaltarono da quattrocento Indiani nascosi in certe case, ed entrai in
contesa con esso loro: si ritirarono all'acqua, donde mi tiravano con le frezze
con tutto lo sforzo che poteano, e quei che erano dall'altra parte facendo il
medesimo; onde non volsi che niuno da cavallo passasse, perch senza molto
pericolo non poteano farlo, e similmente perch alcayde delle fortezze, che
s'era messo nell'acqua dietro certi Indiani, era stato per affogarsi e con
fatica se n'usc fuori notando. Vedute queste difese, io feci porre in ordine
l'arteglieria e gli schioppettieri con i balestrieri per torgli da quel luogo,
e con questo rimedio gli feci abandonar quell'acqua e andar a passar l'altra
riviera grande alla principal terra di Cuyseo. Ci fatto me ne venni a questa
maggior riviera, e gli Indiani adversarii con gran bravura ci tiravano delle
frezzate dall'altra parte, ma avevamo questo vantaggio, che era il tratto s
lontano che appena ci giungevano. Feci porre in punto l'arteglieria e si
cominci a far zattere per passarla dall'altra banda; in tanto mandai alcuni
cavalli leggieri a basso, perch cercassero il guado per combattergli, bench
non si ritrovasse.

Il cacico di Cuiseo manda un interprete a Nunno ad offerirgli vettovaglie e
sapere ci che con la sua gente in quella provincia ricerca. Risposta di Nunno,
e come con l'esercito passa un fiume, e felicemente con molta quantit
d'Indiani fatti forti sopra un'isola di quello combatte, e fra li prigioni fa
abbrucciare un Indiano sodomito.

Mentre che eravamo in questo, veduto da quei dell'altra parte l'apparecchio che
si faceva per espugnarli, pass dalla nostra banda uno interprete loro a
guazzo, al luogo dove io stavo, e mi disse quel che volevamo e a che effetto io
venivo, che se cercavamo vettovaglia, che il cacique suo signore ce n'avrebbe
proveduto. Io gli feci dire che venivamo per avergli per amici e per prendere
il possesso di quel paese in nome del re di Castiglia, e che intendevo di
passare oltre per sapere in che luogo fussero dall'altra parte, e ancora per
dare il debito castigo a quei che avevano avuto ardire di tirarmi con le
frezze. Egli mi rispose che mi pregava a non volere passar oltre per quella
sera, perch il cacique m'averebbe mandato vettovaglia a bastanza; e avendogli
risposto che non potevo fare di meno di non passare oltre, mi dissero che
poich cos mi ero determinato di fare, che dovesse passare in buon'ora, ma che
prima lo lasciasse andare per fare apparecchiare la vettovaglia per la gente:
il che fece subito. Fra questo mezzo furono fatte alcune zattere di canne,
nelle quali passarono venti uomini da cavallo e quaranta pedoni insieme col
riveditore, ai quali providdero quei del paese abondantemente di vettovaglia,
il medesimo facendo a me ancora. Non consentii che alloggiassero nella terra,
perch non facessero loro qualche danno, essendo grande e molto abitata e bella
da vedere. Seppi quella notte che nel fiume vi era un guado lunge tre leghe da
quel luogo, e determinai d'andarvi con tutta la gente, onde feci intendere ai
miei che erano passati che, senza entrare nella terra, se n'andassero lungo il
fiume a basso per averci ad incontrare nel guado, e posti in cammino trovammo
che per tutte quelle tre leghe di qua e di l dal fiume erano luoghi abitati, e
pieni di molti alberi abondanti di frutti di quel paese.
Prima che io arrivasse al passo, mandai il capitano Ognate e il mastro di campo
per vedere se con effetto c'erano, e ve lo trovarono, ancora che cattivo e
petroso, e viddero dall'altra parte un buon luogo e qualche dugento Indiani con
i loro archi e frezze, che gli dissero che passassero: il che fecero essi senza
che mai fusse loro tirato, anzi s'appartarono da loro e se ne fuggirono. E io
in tanto giunsi e passai il guado con tutta la gente, e me n'andai ad
incontrarmi con il riveditore, che ancora non era arrivato, e lo trovai a mezza
lega lontano, che menava alcuni Indiani uomini e donne che aveva presi; i quali
tutti con uno interprete che era con esso loro rimandai alle case loro, e a
trovare il signore e dirgli che non dovesse aver paura alcuna, ma che venisse a
vedermi. E quando giunsi alla terra dove era tutta la gente, fermato il campo,
dierono all'arme, e uscito per lungo il fiume presi molti Indiani e fanciulli e
donne, che se n'andavano fuggendo, e si mettevano a nuoto nel fiume per passare
dall'altra parte della man diritta ad una isoletta che era nel fiume, dove
s'era ridotto fuggendo da trecento Indiani con l'arme: e di qua era uscito il
rumore dell'arme. E andando dietro gli altri, saputo che in quel luogo s'erano
fatti gli adversarii forti, comandai al riveditore che dovesse andarsene l, e
giuntovi, si cominciarono essi a difendere bravamente, pensandosi d'essere
quivi sicuri per essere circondati dall'acqua, che quantunque fusse molto alta,
che copriva le selle dei cavalli, entr il riveditore con alcuni da cavallo, e
il capitano Vazquez che  di gente a piedi con alcuni balestrieri. Ma gi
perci gli Indiani non restavano di difendersi quanto poteano, resistendo la
entrata dei nostri per essere la salita alta, e stettero pi di due ore a
combattere, che mai poterono essere rotti, difendendosi con archi, spade e
bastoni contra i nostri balestrieri. Al fine s'entr in quel forte, dove fu
ferito il capitano Vazquez di due frezzate, l'una delle quali fu molto cattiva;
similmente Diego Mignez, cirurgico di questo esercito, e altri compagni. Fu
morta la maggior parte d'essi, e l'altra si gett per il fiume a nuoto, donde
non rimaneano di tirare frezze con tanto sforzo e animo come se fussero stati
Spagnuoli; e incontraronsi nel capitano Verdugo, che era stato mandato a star
dall'altra parte fin che passasse il campo, che gli fin di rompere e uccidere,
e men prigione molti con assai donne e fanciulli.
Tra gli altri che si difesero in questa isoletta fu veduto combattere un uomo
in abito di donna, cos bene e s animosamente che fu l'ultimo che fusse preso,
onde tutti rimasero ammirati come in una donna potesse essere tanto cuore e
valore, che per tale era reputato dall'abito che portava. Ma conosciuto per
uomo doppo che fu preso, volendo sapere io la cagione perch cos vestisse,
confess che fin da piccolino l'aveva costumato, e che guadagnava il vivere suo
con gli uomini facendo officio di donna, onde comandai che fusse abbrucciato: e
cos fu fatto.

Nunno alli signori di Ciuseo usa cortesia e se gli dimostra amico, esponendogli
voler prender il possesso di quelli luoghi per il re di Castiglia, e in quali
errori si ritrovano servendo il demonio. Obedienza de' detti signori e
confessione de' loro errori. Della terra detta Guanzebi; e possesso preso della
provincia in nome di sua Maest.

Ritornato al campo diedi opera di far venire da me i signori principali del
paese, i quali vennero, ancora che paurosi per le cose avenute, e quivi gli
pacificai, fece lor donare vestimenti e tutta la gente che era stata presa, de'
quali alcuni si partirono di mala voglia e specialmente le donne, e doppo
l'aver comandato che venissero ad abitare le lor case, dando loro ad intendere
(come sempre si fa a tutti) che io venivo a torre la possessione di quei paesi
da parte del re di Castiglia, che n'era signore e ministro di Dio in terra; nel
quale Iddio il re e tutti gli uomini del mondo aveano da credere, adorarlo e
temerlo e servire come a solo Iddio, fattore e creatore di tutte le cose, e in
terra essere vassalli e ubidire a' comandamenti del re di Castiglia come suo
ministro, e a me in suo real nome, e che non aveano da adorare idoli n
mangiare carne umana. Risposemi che cos volevano fare e che, se fin a
quell'ora avevano sacrificato agli idoli, era proceduto per non sapere che cosa
fusse Iddio, e perch il demonio commandava loro a dover tenere quelle figure,
onde sacrificavano, perch gli chiedeva sangue e carne, dando loro ad intendere
che era signor di tutto il mondo: peroch per paura avevano fatto questo
errore, che per l'avenire averebbono cessato di farlo. Gran peccati sono quelli
di tutti i viventi, poich permette Iddio che s grandi e abominevoli si
commettino contra la sua maest divina, negando la deit sua e non essendo
conosciuto per Dio fattore di tutte le cose, ma il demonio, che procura di
dannarci e distruggerci come cosa che poco gli importi, non ci avendo n creati
n redenti, e che tanta moltitudine d'anime si perda e stia cieca e ingannata
come bestie insensibili, e peggio, poich esse seguono il lor naturale e questi
l'hanno del tutto perso; perch alcuni non solamente publicano essere ingiusta
la guerra che si fa loro, ma ancora procurano disturbarla, essendo la pi degna
e santa opera e di pi merito (col castigare questa gente) che cosa che in
servizio di Dio si possa far maggiore, ancora che sia fatta per le mani di gran
peccatori, e specialmente da me che sono il maggiore di tutti, poich niuno 
che s'asconda dal calor suo. E come misericordioso e datore d'ogni bene, spero
nella sua infinita clemenza che ricever il mio tepido desiderio e picciola
fatica e opera in diminuzione de' miei peccati, e permetter per la sua
infinita bontade e grazia, e per fare Vostra Maest per servizio di Dio tutto
quel che fa, poich suo  il carico di guidare l'impresa, di tal maniera che si
comincia a manifestare il suo nome dove prima quel del nemico era servito
totalmente e adorato
Saper la Maest Vostra che, in qualunque parte che io arrivo, a tutta la gente
do ad intendere che cosa sia Dio e che sia la Vostra Maest, quello che sono
obligati di fare: e questo sia detto per sempre alla Maest Vostra.
La terra che  sopra di questo guado si chiama Guanzebi, dove si piant una
croce. E quivi avendo lasciato l'esercito, me ne ritornai alle frontiere e
principio della provincia di Cuiseo, cos per vederla e pigliare la possessione
in nome di quella, come per mandare il mastro di campo a passare il fiume con
alcuni cavalli contra certe terre che s'erano ribellate, e che 'l Caconci gli
avea fatti sollevare e cos si serviva d'essi, come si fa, e similmente per
scoprire se ci erano altri luoghi abitati all'intorno del detto lagume; e
mandai fra terra il reveditore per veder se ci era altre abitazioni. Giunto a
Cuiseo, dove stette duoi giorni, e pacificati quelli Indiani, presi il possesso
di quella provincia, e posta la croce in un colle molto alto e brucciati gli
idoli, che erano molti, ordinando che fusse mandato al campo gran quantit di
maiz e bambasine, di che  in quel paese grande abbondanzia, me ne ritornai
all'esercito.

Nunno, partito di Cuiseo, divide il suo esercito: l'una parte manda nella
provincia di Cuinaccaro per pacificarla e avere il signore di quella, con
l'altra entra nella provincia di Tonola; dove giunto, quelli Indiani fingendo
voler pace l'assaltano e valorosamente combattono, quantunque restino
perditori, e danno ubidienza a sua Maest.

Donde mi parti' poi con esso il luned seguente verso la provincia di Tonolan,
lontano otto leghe di quivi, della quale ebbi informazione essere molto buona,
e mandai il riveditore con la sua compagnia e un'altra da pi dall'altra banda
del fiume alla provincia di Cuinaccaro, dove io ero stato prima, perch mi
conducessero il signore e la pacificasse, fornendo di vedere che cosa era; con
ordine che poi si venisse ad unire con meco dall'altra parte del fiume il
giorno che io fussi entrato in Tonola, accioch, se que' del paese mi fussero
usciti incontro con guerra, io da una banda ed egli dall'altra avessimo
assaltati i nemici. Quel giorno alloggiammo col campo in una costa d'un monte
presso il fiume, dove mi vennero messaggieri da parte della signoria di quella
provincia (perch non ha particolar signore), a dirmi che ella sapeva la venuta
mia e che stava ad aspettarmi con buona volont di ricevermi con pace e darmi
ci che io avesse voluto, ancora che i suoi vicini che abitavano dall'altra
parte del fiume, che erano tre provincie, Coiula, Coiutla, e Cuynacaro, fussero
pazzi e non avessero voluto pace, e che il giorno inanzi erano usciti a far la
guerra, perch s'era risoluta di ricevermi pacificamente. Io, quantunque
m'avedessi che questa era una finzione, risposi loro che la signoria dovea fare
tutto quel che potea per stare in pace, e che gli altri che non la volevano gli
avrei castigati della lor pazzia in non fare il medesimo.
Il giorno seguente spinsi a quella volta il campo, mandando innanzi il maestro
di campo con alcuni cavalli leggieri a riconoscer il sito, e prima che io
arrivasse mi vennero altri messi con galline da parte della signoria a dire che
dovesse andare, perch la vettovaglia era in ordine, ancora che quei vicini
contra sua volont s'erano messi in punto presso la terra sua per farmi
contrasto, di che ella avea dispiacere di non potere impedirglielo; e il
maestro di campo che lo vidde mi mand a dire il medesimo, e che la signoria
aveva in essere molta vettovaglia. Onde caminando col campo giunsi ad una costa
che era vicina alla terra, e perch non avesser danno i miei quivi, feci far
alto e trasse tutta la gente da guerra, cos da cavallo come da pi, con animo
di non menare con me Indiani amici, accioch non distruggessero quel luogo per
il quale io ero per passare; ma gli lasciai in ordine con comandamento che non
dovessero partirsi, e spinsi oltra per vedere il sito e lo squadrone
degl'Indiani, ch'era in un colle spogliato e sassoso, dove era un passo a loro
giudicio molto forte, ancora che ci si potesse montare a cavallo. Io, ci
visto, mandai a loro uno interprete perch volessero lasciare l'arme, al quale
risposero che essi non solevano dare galline, ma frezzate, per che i cristiani
dovessero andare a trovargli, che gli aspettavano: onde io di nuovo tornai a
cacciar fuori la gente e alcuni di quelli Indiani amici, parendomi essere ben
fatto di menargli, lasciato in guardia del campo il capitan Barrio, e feci tre
squadre della gente da cavallo e una de' pedoni. E mandai alcuni di quelli
Indiani amici a pigliar loro la costa del colle dalla banda che pendea verso il
fiume, lontan mezza lega, con disegno che se fussero fuggiti da quella banda
gli pigliassero il passo; dall'altra costa del colle contraria mandai il
capitano Verdugo con un'altra parte d'Indiani, e io presi il mezzo per
dirittura d'esso colle con l'artiglieria e la compagnia de' pedoni che sono in
guardia della mia persona, accostandomi tuttavia a' pi del colle, dove andai
innanzi agli altri con lo scrivano a protestarli che lasciassino l'arme. La
risposta che essi mi fecero fu un gran grido, e alcuni cominciorno a calar a
basso per le spalle del colle: e veduto che non conformavano i fatti con le
parole, cominciai ad andare verso di loro con la gente, e ciascun con la sua
fece il medesimo, e quando giunsi al colle tutti s'erano gettati a basso
voltando le spalle; e io, pensandomi che volessero pace, andavo loro dicendo
che dovessero aspettare e non temere, perch fra loro era ch'intendeva il
parlare di Messico, e a' cristiani comandai che non fusse uomo che ammazzasse
alcuno di loro, finch io viddi che combattevano valorosamente con gl'Indiani
nostri amici e che si rivoltavano, affrontando i cristiani con gran cuore. In
questo modo si cominci a dare in essi da molte parti, onde incontinente si
divisero per varii sentieri, fra certi grandi arbori di frutti e seminate che
duravano pi di due leghe; e in questo modo si ritrovarono pochi insieme quel
giorno, e i nostri, con l'avidit che aveano di seguitargli, non gli lasciavano
in posa. Ed essi combatterono cos bene e con tanto ardire, che vi furono molti
Indiani che un solo di loro faceva testa ad un cavallo leggiero, e gli pigliava
la lancia con l'una mano, e con l'altra, armata d'una certa mazza che sono
soliti di portare di legno, gli dava di gran bastonate; e altri pigliavano i
freni de' cavalli e con gli archi davano di gran colpi. E venendo solamente con
me il capitano Ognate e suo fratello, che ha carico dello stendardo reale,
trovai l'alcaide, che era caduto col suo cavallo in un fosso fra pi di dugento
Indiani, dai quali s'era valorosamente difeso, e con l'arrivar mio se gli
levarono da dosso. E secondo quel che dicono coloro che si sono trovati nella
Nuova Spagna e nell'altre parti con questa gente, non si sono visti ancora i
pi coraggiosi n valenti Indiani di questi; portano archi e frezze, mazze e
spade a due mani di legno, fromba e alcune rotelle, e loro molto impiumati e
tinti, perch si pensano che col farsi cos brutti, ancorch di lor natura non
sieno molto belli, parendo diavoli, hanno da mettere paura ai cristiani. E
alcuni de' nostri che quivi caddero da cavallo vennero alle braccia con esso
loro, e se non si fussero aiutati con i pugnali si sarebbono trovati in gran
travaglio; e uno Indo con una pietra tirata con una fromba che essi fanno di
bambagio roppe una costa ad un uomo a cavallo, e recuper uno Indiano al quale
era stato passato il corpo con una lancia da una parte all'altra, e fer tre
cavalli. Questo dico perch, ancora che si sia visto che mille di loro abbino
paura di tre a cavallo, nondimeno si  visto ancora esservi stato alcuno di
loro che ha avuto ardire di aspettare uno da cavallo e afferargli la lancia,
quantunque sia malamente ferito. Ferirono pochi cristiani e niuno cavallo vi
mor, e pochi degli Indiani amici, e delli loro scamparono alcuni, ma non
molti, per rispetto della rottura del fiume, dove si ridussero da mille di loro
dei pi valenti, che ben si conobbe nel combattere. Temono molto i cavalli,
perch hanno opinione d'essere mangiati da loro. Si ritirarono da due leghe,
sempre combattendo.
Dapoi raccolsi il campo e quattro o cinque cavalli che andavano senza i lor
padroni, e ritornai all'alloggiamento due ore presso il mezzod con tutta la
gente, rendendo grazie a Dio per la grazia che m'avea fatto. E penso che
giovasse molto quel che si fece, perch incontanente vennero tutti i signori e
tutto il paese a servire e dar l'ubidienza, portando molta vettovaglia, ancora
che nella terra ce ne fusse fatta grossa provisione.  paese molto buono, ben
popolato e abondante del vivere, e credo che se si facesse una residenzia in
mezzo di questi popoli sarebbe gran bene, e l'uomo gli potrebbe ben reggere e
se ne potrebbe ben servire.  questo paese temperato, pieno di molti uccelli;
sono gran sacrificatori; hanno argento e qualche poco d'oro e vestimenti,
ancora che da principio tutti lo niegano: e ora io non mostro d'aver voglia di
volerlo n che venga per oro, e ancora che tutti mandino a dire che lo daranno,
io ho lor mandato a dire che io non ho bisogno d'oro, ma che sieno buoni e
servino, n sieno sacrificatori.

Della Vittoria della Croce e Santa Maria, chiese fabricate nella provincia di
Tonola, e del possesso di quella preso da Nunno. E come, di quivi partito,
riconosce con l'esercito molte citt: Zapatula, Ixtatlan, Atacotla, Contla,
Tolilitla, Michetlant (contra gl'Indiani della quale combatte), Theulcano e
Xelpa, e dell'oro che ivi si ritrova.

Il giorno seguente sopragiunse il reveditore dall'altra parte, che non era
potuto arrivare prima, perch s'era occupato in esaminare ben il sito di quella
provincia, dove si incontr con alcuni del paese. E venuto, determinai di
mandarlo con altri capitani, con la gente da piedi e Indiani amici, a passar
dall'altra parte del fiume e a cercar quella rottura, dove avevo avuto
relazione esservi ridotti molti Indiani fuggiti della battaglia, i quali
mandavano a minacciare di volere sacrificare gli uomini di quella signoria,
perch m'avevano raccettato con pace; ma non poterono passare a quella parte
per essere forte e aspera per le molte pietre, e i pedoni, non ritrovandovi la
gente, si ritornarono adietro.
Nel colle dove s'erano ridotti questi Indiani fu fatta una chiesa assai bella,
che si chiama la Vittoria della Croce, e vi si piant una croce di sessanta
piedi lunga, che si vide lunge pi di quattro leghe, con i suoi gradili assai
sontuosi. E un'altra chiesa si fece nella terra, che si chiama Santa Maria, e
ho poi inteso che gl'Indiani l'hanno finita con porvi un'altra croce ben
grande, e nello alloggiamento mio ne fu alzata un'altra.
Si tolse la possessione di quella provincia alli 25 di marzo, e il giorno
seguente mi parti' e me n'andai a dormire a Zapatula, che m'usc incontro in
atto di pace, che  questa una buona terra di quella provincia di Tonola,
dandomi vettovaglia e Indiani per servigio del campo. Di quivi me n'andai
l'altro d a Aximocuntla, che la trovai disabitata, ancora che mi mandasse
molta vettovaglia, mandandomi a dire che per tema non aveano voluto aspettarmi.
Il d che venne poi venni a dare sopra la rottura per il pi faticoso e
disperato cammino del mondo, per una costa che dura una lega e mezza sino al
fiume, che appena che si potevano sostenere i piedi, per dove i miei cavalli e
mule traboccavano: e quivi me ne stetti la notte presso una terra chiamata
Ixtatlan, dove mi portarono certa vettovaglia in segno d'ubidienza. E il d poi
venni ad Atacotla, che trovai senza gente, ancora che molti Indiani, uomini,
donne e fanciulli, si trovassero nascosi fuori di essa terra, che  grande e
molto abitata, quando non  il sospetto;  cinta di molti boschi di frutti, ma
con tutto ci ha carestia d'acqua, e quella  molto cattiva. Di quivi me ne
venni a Cotla, passando per un luogo dove il reveditore era gi stato e l'avea
abbrucciato, quando gli imposi che passasse il fiume, che  della provincia di
Cuynaccaro. Prima che giungesse a Cotla, quei che erano andati col mastro di
campo a scoprire dierono in alcuni pochi Indiani di Chichimecas, che s'erano
arrisicati a dar nelle bagaglie delle genti da cavallo, e uccisero alcuni di
essi. Quivi fu tagliato un piede ad un mio staffiere per aver tagliato mezza
una mano ad un altro, della quale ferita rest quasi libero, e perch restasse
il pi sotterrato si piant una croce. Quindi partendomi, pervenni col campo il
d che venne poi a Tolilitla, che  in un alto e in un sasso quasi tagliato da
tutte le parti, del qual luogo  signora una donna che  patrona d'un gran
paese. Gli trovai in un sito non forte, e perci credo che rimanessero di
uscirci contro con l'arme, e ci dierono vettovaglia.
Il giorno seguente, che fu il venerd, pervenni a Michetlan, dove m'era stato
detto che erano molti uomini di guerra con l'arme in mano per assaltarmi. Io
gli mandai il giorno innanzi messaggieri indiani a persuadergli che fussero
voluti venire pacificamente all'ubidienza che io cercavo da loro, dei quali,
prima che giungessero a loro, alcuni che erano andati in compagnia vennero
fuggendo e malamente feriti, riferendomi che aveano uccisi i messaggieri che io
avevo lor mandati, come si verific poi, e che m'aspettavano per resistermi con
l'arme. Ordinata adunque la gente, comandai che andassero innanzi con alcuni
corridori il mastro di campo, e doppo io mi spinsi innanzi con uno mio creato
per riconoscere il sito e la gente da un colle che mi era innanzi, e viddi che
s'andava ritirando al monte, e i nostri amici, che sempre erano innanzi pi
degli altri, pi per rubbare che per combattere, gli andavano seguitando col
favor de' cavalli leggieri, senza i quali non avrebbono animo di farlo. E
avendo aggiunto il mastro di campo presso alla terra, lo mandai a quella volta,
accioch gli facesse spalle, e io lo seguitai, e si presero quel d alcuni
Indiani. Sono tre contrade insieme in distanzia di una lega, le pi bene
popolate che in tutto quel paese si sieno vedute ancora, e di buonissima sorte
di case, di terra migliore e maggior lavoro che si possino vedere, dove si
ritrovarno zappe di rame con che lavorano la terra.
Mi riposai il sabbato che venne e la domenica, per esser opera in che si serve
a Dio. Dopo mandai il proveditore con una compagnia da pi in un luogo chiamato
Teulchano, ch' un capo di quella provincia de' principali, di che parler poi,
ch'era lungi dodeci leghe de l; dall'altra parte trovai il capitan Verdugo e
Barrio ad un'altra gran terra che si chiama Xelpa, posta sopra un fiume. E il
luned vegnente mandai certi che trovarono le miniere in quel luogo del fiume,
dove trovarono una ponta d'oro che pesava tre o quattro reali, e seguendo
l'alto del fiume dierono in una compagnia di donne e fanciulli, la quale
essendo soccorsa da' mariti, che non erano molto lontani, gli cavatori dell'oro
se ne tornarono adietro lasciando di pi cercar oro. Si crede, secondo la
disposizione del paese, che ce ne sia. Il giorno seguente mandai il capitan
Ognate a cercargli, e ne trov pochi, e la maggior parte donne e fanciulli; e
il mercord che venne i capitani Verdugo e Barrio tornarono dal lor viaggio e
condussero gran moltitudine di persone, ma per il pi fanciulli e donne,
percioch i lor mariti non avevano avuto voglia di por in aventura le proprie
vite loro per riscattarle. E per il camino che tennero nella tornata trovarono
un'altra terra grande nella medesima riva del fiume, ma gli abitatori d'essa
non l'aspettarono punto.


D'alcune zuffe accadute tra gl'Indiani e Spagnuoi; e quanto siano gl'Indiani;
quantunque fatti cristiani, pertinaci in sacrificare gli uomini.

Quel giorno al tardi, cavalcando io vicino al campo dalla parte contraria d'un
monte molto abitato, mezza lega lontano, si arrisicarono di venire qualche
cinquecento uomini giovani, destri, a provedersi di maiz, che in quel luogo ne
avevano in grande abondanzia, e nel luogo dove si erano ridotti ne dovevano
aver carestia; ed essi spinsero innanzi verso il nostro campo qualche cento,
perseguitando gl'Indiani del nostro esercito che erano usciti fuori
inconsideratamente, de' quali ne uccisero due o tre, e giunsero qualche un tiro
di archibuso vicini alli nostri steccati: e penso che quei morti furono
raccomandati a' loro demonii. Nel tempo che mi ritornavo adietro con due o tre
che venivano con meco, senti' il rumor dell'armi, e giunto al campo, doppo che
fui armato cavalcai, e mandai in tanto alcuni cavalli avanti, fra i quali due
miei creati spinsero inanzi agli altri e giunsero cento che si ritiravano in su
la sera, de' quali uccisero sette o otto, e il resto di essi se ne fuggirono
per essere oggimai buio. Io in tanto giunsi con alcune genti al monticello e
passai dall'altra parte, ma per non essere ora di seguire i nemici me ne
tornai; e al quarto dell'alba mandai il capitano Ognate a cercargli, credendo
non dovere essere molto lontani, e io prima che fusse giorno usci' con gli
assaltatori a fargli spalle due leghe innanzi. All'entrata di un monte diedi
d'incontro in cinquecento o seicento uomini, i quali si difesero e combatterono
quanto potettono; al fine rimasero di essi morti da centoventi o centotrenta, e
il rimanente di essi si ritir alla montagna e altri alle rotture. Ferirono di
frezze cinque cavalli, e due di quelli morirono de l a dieci giorni, e credo
pi tosto per negligenza e mala cura di coloro che gli governarono, che per
essere pericolose le ferite.
In questo modo caminando io oltre per seguirgli, mi fu fatto a sapere che
avevano i nostri dato in essi, e al galoppo della gente gli giunsi vicino ad
una lega, che gi si ritornavano adietro: e quantunque paresse a me che non si
potessero pi giungere n ritrovare, spinsi tuttavia pi innanzi a cercar certe
rotture che si vedevano di lontano, dove mi parea che si fussino potuti
ritirare. E doppo l'essere andato oltre mezza altra lega senza scoprir cosa
veruna, trovandomi sotto il cavallo tutto stanco e il medesimo avenendo agli
altri, feci alto per raccogliere i miei, e in questo che due miei creati
andavano per far questo effetto, dierono in una gran frotta d'alcuni
Chichimecas, che davano la caccia a certi degli Indiani amici nostri, e
all'arme che dierono io mi rivolsi adietro sopra di loro seguendogli a tutto
corso del cavallo. E l'alcayde e un altro mio allievo, che quivi si trovavano
insieme e andavano innanzi, dierono in un luogo dove erano pi di quattromila
persone che erano quivi nascosi, fra donne e fanciulli, e con tutta la robba
loro, le quali tosto che gli viddero si posero in fuga: e quando io giunsi
viddi le pedate loro, e camminando trovai il sangue di alcune donne e fanciulli
che gl'Indiani nostri amici aveano uccisi e sacrificati, che  cosa impossibile
di rimediare che non gli faccino per molto castigo che io gli dia, ancora che
molti affermano che sono buonissimi cristiani. E creda Vostra Maest che cos
fanno al presente tempo come facevano prima, se ben lo fanno nascosamente, e
per questa e per altre giuste cagioni che ho scritto alla Maest Vostra non si
doveria dar loro tanta libert, n pi di quella che al stato e vivere loro si
costumava, perch far altrimenti  un dar loro occasione di essere pi cattivi
e fargli sacrificar pi tosto un uomo che niun'altra cosa, che di quelle
persone che usano la loro libert franca, e non hanno virt n umanit nel
vivere, n verit in bocca, che con essa possino emendare le vite loro ed
essere migliori cristiani, massimamente che  di tal natura questa gente, che
bisogna che stieno molto soggetti e che temano perch sieno buoni cristiani. E
tenga Vostra Maest per fermo ci che le dico.
Or doppo l'aver seguita la vittoria e scorso per molte parti il campo, ed
esserci stata molta gente, mi ritornai a mangiare a quel fiume, e de l me ne
venni poi all'esercito, avendo trascorso undeci o dodeci leghe.


Dell'obedienza data da quelli di Xalpa, e possesso di quella da Nunno pigliato.
Sito della terra di Tespano, di Amec monte disabitato, della terra di Theulican
e de' suoi edificii.

Il giorno vegnente poi ritorn il riveditore dal suo camino e impresa, nella
quale non ritrov resistenza, perch la gente era fuggita alle montagne, e
quella che vi ritrov era inutile e poca. In questo tempo attesi a mandar di
continuo messaggieri e cercar i signori del paese, con presenti d'alcune cappe
di panno, perch venissero con meco a pace: de' quali alcuni ritornavano, e
altri rimanevano l e mi rispondevano che sarebbono venuti. Di Xalpa mi vennero
tre ambasciatori a dire che volevano gli abitatori di quel luogo venire a
trovarmi in atto di pace e per servir i cristiani, con certe lame d'argento in
dono che erano di poca valuta, e con un idolo fatto di bambace e pieno di
sangue, e un rasoio di pietra nel mezzo con che sacrificano, che penso che essi
s'immaginassero che si avessino a destrugger tutti; ma non pot diffendersi dal
fuoco, che non lo brucciasse al cospetto loro, di che rimasero molto
spaventati. Questo fu il giorno dell'olive, e per esser la settimana santa e il
paese abondante molto di maiz, determinai di farla quivi, e far l'ufficio in
una chiesa che si fece in un giorno di canne, coperta di paglia assai buona,
con una croce innanti e i suoi gradili in mezzo di buona grandezza; e un'altra
ne feci piantar sopra il monticello che ho detto, che si vedea di lontano da
tutti quei di quel paese. Si celebr l'ufficio al meglio che potemmo per esser
in luogo di guerra, e il sepolcro di nostro Signore della pi nuova maniera che
si fusse veduto giamai, perch tutto fu fatto di penne ricche, e per le
stazioni avemmo cinque altre case di eremitorii con alcune gran croci, che in
esse rimasero: e si fece il gioved santo una devota processione di
disciplinanti di pi di trenta. E quivi lasciata tutta la gente che era stata
pigliata e tolta la possessione di quella terra, mi parti' il marted di
Pasqua, e quel giorno feci l'alloggiamento in un monte disabitato; e di quivi
pervenni poi ad una terra che  chiamata Tespano, che  situata sopra un fiume
assai buono, piena di molte case e buone, dove era gi stato il riveditore e
gl'Indiani del nostro campo e l'aveano brucciata. In mezzo di essa terra  un
monticello fortissimo e abitato; questo  uno paese abondante di molto maiz e
bambace, e dicono che vi si cava dell'oro. Si trovarono in una sepoltura certi
braccialetti d'argento buono.
Da questa terra di Tespano feci l'altra giornata in un monte disabitato
chiamato Amec, per il pi tristo e malagevol camino che si sia mai visto in
quelle contrade, donde traboccarono molti Indiani e cavalli, e cadevano certi
pezzi di pietra che gli infrangevano, chiamate da loro golghe. Montammo poi una
montagna molto aspera a pi. Da Amec venni a Teulincha, dove era gi stato il
riveditore, luogo posto in un monticello il pi forte che si sia visto ancora,
per esser tutto di sasso tagliato all'intorno: e mostra esser cosa di molta
grandezza, percioch per il pi v'erano edificii molto sontuosi, che ciascuno
signor di quella provincia ve ne dovea aver uno per andarvi a fare i suoi
sacrificii, e cos dicono tutti gli abitatori d'esso che v'era un idolo d'oro
grandissimo, il quale era stato fonduto e destrutto in altri tempi di guerra. I
palazzi ed edificii erano di pietra intagliata molto buona, dove erano pezzi di
dieciotto palmi, con statue di uomini grandi di pietra, dove si sacrificava, e
molte altre cose simili a quelle di Messico, che i Messicani che erano nel
campo dicevano che erano conformi alle loro. Erano i cortili de' palagi molto
spaziosi e belli, con molte fontane d'acqua buona. Mi riferiva il riveditore,
che v'era stato prima, che era un gentil luogo da vedere innanzi che gli
Indiani nostri lo avessero brucciato, che non fu chi glielo potesse proibire,
che fanno di queste simili insolenzie assai, ancora che si faccia di loro gran
giustizia. Ha questo luogo all'intorno un paese, bench non molto abitato, con
un fiume che gli passa vicino, il quale signoreggia molto paese, e si vede da
molte strade che escono da molte parti, se non che, come ho detto, dicono che
fu destrutto.

Nunno manda a riconoscer la terra di Saltenango, ed egli prende il possesso di
Teulicano. E del suo esercito fa due parti: l'una manda a scoprire la provincia
di Mecuacano, contermine al mar del Sur; l'altra per s ritenuta, perviene ad
Atlan e poi a Guaxaca, e d'indi a Guatatlan, a Cinagtlan, Hespa, Tetitlan, e
alla provincia Xalisco e a Tepeque.

Di qui mandai il capitan Verdugo ad una terra chiamata Saltenango, lontana sei
leghe, soggetta a quel luogo, e dicono che dura la valle sei leghe per il fiume
a basso, le tre delle quali son piene d'abitazioni. Vi trov poca gente, che
tutta si era quasi ritirata alle montagne, e gli fu detto che ci erano altre
terre pi innanti cos grandi come era quella, ma, percioch io gli avevo
imposto che non si dovesse spingersi pi oltre, se ne ritorn adietro senza
vederle. Condusse seco alcuni Indiani prigioni, e alcuni che s'erano mossi a
tirar con le frezze ad alcuni amici indiani, che avea con esso lui, lo pagarono
caramente. Piantai una croce nel pi alto di quel monticello, dove si disse una
messa, perch fusse Iddio lodato e adorato dove il demonio era stato tanto
tempo servito e avea tanti sacrificii ricevuti. E presa la possessione per la
Maest Vostra, lasciai quivi tutte le donne e fanciulli che erano stati presi.
E doppo determinai di far due parti della gente, e mandai per una strada il
riveditore con il capitano Verdugo e il capitano Proagno, capitani di fanteria,
con alcuni dei nostri Indiani, che uscissero alla provincia di Mechuacano, che
 un'altra diversa da quella della Nuova Spagna e sta vicina al mare del Sur, a
quel luogo dodeci giornate di cattivo cammino, e specialmente per i cavalli,
che quasi pareva impossibile il passarlo. E ci feci perch ebbi relazione che
era abitato molto, acci venissero con informazione di quel che era e sapessero
dar relazione di ci che si ritrovava in quella parte, perch alle volte le
cose non vedute ci si rendono pi impossibili di quel che sono, e specialmente
per questa gente, a cui non piace la compagnia nostra. Il paese si mostrava
molto doppio e montuoso, e se lo ritrovavano di tal disposizione che non
l'avessero potuto passare, avevano in commissione che lo attraversassero e si
venissero a congiunger con meco.
Quel medesimo giorno mi parti' anch'io, che fu il luned, e andai a far
l'alloggiamento in una rottura d'un fiume, non per miglior cammino che avessero
avuti gli altri; e l'altro giorno fui ad alloggiare ad un monte assai
piacevole, dove gli amici nostri indiani andando a buscar da saccomannare,
dierono in una valle dove erano molte genti di quelle che erano fuggite da quei
luoghi, e condussero al campo assai donne e fanciulli, che io lasciai in quel
luogo. Il giorno seguente me ne venni, per cammino non men difficile e montuoso
dell'altro, a tornar a passar la rottura di prima, che il parlar della asprezza
e malignit sua sarebbe fastidioso, percioch, oltre l'esser lunga e faticosa,
 pericolosa per i molti sassi che cadono da l'alto. La smontammo a piedi e
facemmo l'alloggiamento alla met d'essa, e il giorno che venne poi giungemmo
al fiume, con gran pericolo e fatica delle nostre persone e cavalli. E passato
il fiume pervenimmo ad un luogo disabitato chiamato Atlan, che  vicino alle
terre, e tornai a ripigliar il cammino, acci tutti non fussimo alla ventura
per il mal sentiero che aveva pigliato il riveditore; dove aspettai le bagaglie
e il bestiame che conducevo con meco per uso del campo, del qual se ne perd
qualche parte, e il resto tard a raggiungerci tre giorni per il passaggio
aspro del monte, che era due leghe di tratto. E per questi monti e luoghi
disabitati si pat qualche poco di fame. Quivi fermati tre d, e doppo l'aver
piantata una croce in un monticello posto sopra un fiume, mi parti' e giunsi ad
una terra disabitata, e il d che venne poi pervenni ad un luogo chiamato
Guaxaca, che era in arme, dove, per esser poca cosa e star gl'Indiani alle
montagne, non volsi fermarmi ad Ispano. E tutti questi tre giorni per molto
perversi cammini di montagne me ne venni ad uno altro luogo, dove gli abitatori
mi vennero incontro in atto di pace, e mi dierono molta vettovaglia. L'altro d
che venne poi giunsi a Guatatlan, passato per Cinagitlan e Nespa, che sono di
due caciqui o signori, ciascuno per da per s, in una valle molto abitata e
che avea molta vettovaglia.
Da Guatatlan, dove io stetti quattro giorni, e vi lasciai piantata una croce
sopra un colle, giunsi a Tetitlan, accompagnato da tutti i caciqui di quelle
terre: e la gente d'esse era fuggita quasi tutta alle montagne. Da Tetitlan
venni due giornate per paese inabitato, e l'altro d, prima che io giungesse ad
una provincia chiamata Xalisco, mandai il mastro di campo innanzi, per veder se
gli abitatori stavano in arme per voler guerra. E quivi seppi che il riveditore
era due leghe lontano de l, e passato oltre me lo fece intendere, e quando
venne a Xalisco l'incontrai, che m'era venuto a rincontrar su la strada. E
quantunque il viaggio di quel giorno fusse stato onestamente grande, pur me
n'andai con esso lui quel giorno medesimo, che era venerd, a Tepique, dove
egli era alloggiato gi tre giorni innanzi, che vi era giunto per un cammino il
pi aspro e il pi difficile che si sia mai trovato, perch in quattordeci o
quindeci giorni che vi consum non and tre d a cavallo, per non poter
andarvisi se non a piede, e gli trabocc al basso un cavallo che se gli roppe
il collo, oltre che pat gran necessit di vettovaglie, perch non trov mai
niuna terra abitata di quelle che mi fu riferito che si sarebbono trovate: e
ben mostravano i cavalli e le persone il gran patir che aveano fatto. Perderono
per strada gran parte del bestiame che si conduceva per vivere alla giornata,
che qua  tutto il capital nostro e mantenimento, che, ancora che sia il paese
molto abondante di galline, nondimeno non se ne trovano sempre, perch le
ritiravano ne' luoghi nascosi e secreti dei monti.


Nunno, non volendo rendergli ubidienza gli signori di Xalisco, con l'esercito
per combattere gli va a ritrovare, e passa per molti luoghi contermini al mar
del Sur, e di quello per S.M. prende il possesso. Poi, gionto a Mutoche, terra
con buon porto, li detti signori con pace vengono a prestargli ubidienza.

In Tepique stetti io il sabbato e feci chiamar i principali e signori di
Xalisco, a' quali feci la richiesta che si costuma, perch quando io passai
trovai che erano ritirati alla montagna, e non erano voluti venire, n meno
aveano voluto farlo quando gli mandai il riveditore, prima che io arrivassi,
anzi lo mandavano a minacciare che lo avrebbono sacrificato insieme con
gl'altri. E quando arriv il riveditor dall'altra parte, prima che io
giungesse, non lo poteano credere, pensando che fusse impossibile poter venire
per il cammino che venne, e non credendolo, quando i lor vicini glielo fecero a
sapere, diceano che non erano uccelli i cristiani. E accioch questi signori
non pigliassero fatica e sospetto in venir a trovarci, io determinai di
prevenirgli, e il d innanzi, prima che venisse il giorno, mandai il riveditore
con il capitano Barrio e il capitano Proagno da una parte a torgli la montagna,
e da un altro lato d'un altro monte mandai il capitano Ognate e il capitano
Vazquez, e io con la gente che mi accompagnava e con la gente da pi fui dietro
al luogo nello schiarir dell'alba, lasciato in campo il capitano Verdugo. Dove
giunto non vi trovai niuno, perch tutti si erano ritirati alle montagne con le
lor donne e figliuoli, per aver avuto aviso dell'andata mia, onde io determinai
d'andar a trovargli, percioch mi indovinavo che gli avrei incontrati. Cos me
n'andai tutto quel giorno attraversando monti e valle asprissime e faticose, ma
del resto trovai luoghi ben abitati e d'artificiosa struttura secondo la
qualit del paese, che cos sono tutte quelle terre di pi sottili lavori che
si sieno ritrovati ancora, oltre i molti giardini di frutti.
Venni a dar quella notte, doppo l'aver camminato meglio di dieci leghe, a certe
picciole villette due leghe lontane dal mare, per un sentiero il pi aspro per
una parte che si fusse trovato ancora, e tal che niun cavallo poteva andarvi.
Il riveditore se ne ritorn quel giorno in campo, e il medesimo fece il
capitano Barrio, con una gran quantit di prigioni che aveano avuti gl'Indiani
amici, avendo fatto un grandissimo danno per tutto il paese; e il capitano
Vazquez e Ognate se ne vennero con meco quella notte, ma per il mal cammino
pochi ci poterono seguire, percioch, per il luogo che io ascesi il monte, si
erano arrisicati da sette o otto cavalli a montare, e gli altri non poterono
giamai tenergli dietro. Ma l'altro giorno mi raggiunsero poi, e, per trovarmi
cos vicino al mare, determinai d'andarvi per pigliar la possessione di esso in
nome della Maest Vostra, come si fece. E camminando la costa di sopra verso
tramontana pi di due leghe, entrando i corridori in un spesso bosco, vennero a
scoprir un monticello posto sopra il mare, dove erano da sessanta case e pi di
dugento uomini, e avendogli colti allo improviso si risolverono di fuggire, che
in altro modo se fussero stati da loro veduti o sentiti, sarebbe stato
impossibile di prenderli. Quivi entrati i nostri, ne fuggirono molto sicuri
quegli Indiani per quelle selve folte. Si trov in quel luogo quantit grande
di pesce e ostrighe e di tutto il resto di vettovaglia necessaria, e di mele,
cera e molto bambaso; e chiamasi quel luogo Mutochel, ed  soggetto a questa
provincia dove mi ritrovo ora, stando sopra un porto, giudicato da noi esser il
migliore che si sia in quelle parti veduto ancora. Non potette misurar il fondo
che avea, per non aver con meco instrumenti apparecchiati per farlo.
Di qua tardai a tornar al campo duoi giorni per un perverso e assai malagevol
cammino, e a due leghe lontano dal campo incontrai il capitano Barrio, che per
ordine del riveditore andava per veder da qual parte si avea a passare il fiume
grande della rottura, di che ho parlato un'altra volta, che era otto leghe
lunge da Tepique. Dove giunto ritrov molta gente di guerra in guarnigione, e
passato il fiume per un guado assai facile da passare, diede in quella gente, e
ancora che fussero pochi gli dierono che fare, essendo con esso lui pochissimi,
non essendo egli uscito ad altro effetto che per ritrovar quel guado. Alla fine
si ritir, avendo morti alcuni dei nimici e de' suoi restati feriti tre o
quattro Spagnuoli e un cavallo, e ci fece perch si avvidde che calava per
dargli la carica molta gente, e gli aveano fatte due imboscate; onde preso il
passo del fiume, port certe cinte d'oro e d'argento tolte a' nemici, che le
portano cinte in fronte, nelle braccia e alla cintura, e coloro che vi furono
dicono che tutti ne avevano. Doppo che io giunsi a Tepique i signori di
Xalisco, che son duoi, vennero in atto di pace e a prestar ubidienza, come
l'altre tre buone terre che son poste vicine al mare, dove si dice esser minere
d'oro. Dimorai in questo luogo di Tepique tre settimane, cos per rifar i
cavalli, che dai viaggi passati erano molto fiacchi e travagliati, come perch
io aspettavo certa gente che mi veniva da Messico, perch potessero passar
sicuri.

Officiali fatti da Nunno nelle terre di Xalisco e Tepique, delle quali preso il
pacifico possesso, con la sua gente parte e perviene ad Atacla, e d'indi al
fiume del Spirito Santo, vicino al quale scopre un esercito d'Indiani inimici,
contra i quali combattendo valorosamente riporta vittoria.

Quivi io feci officiali in nome di Vostra Maest, finch provede a quel che 
espediente perch sia pi servita, per esser nuova scoperta e conquista
separata dalla Nuova Spagna, e accioch vi fusse chi avesse cura delle cose di
Vostra Maest e ricevesse i suoi quinti e altri dritti che gli appartengono.
Feci contador Cristoforo d'Ognate, che in absenzia del contador ha fatto questo
ufficio in Messico, persona onorata e di buona qualit, e che ha molto ben
servitala negli affari suoi di Messico, e di chi si pu in tutto fidare. Feci
tesoriero il capitano Francesco Verdugo, uomo di molta reputazione, e degli
antichi conquistatori della Nuova Spagna, e del numero di quei che l'ha ben
servito. Fattore feci Giovanni Disamano, cugino di Giovanni Disamano secretario
della Maest Vostra; riveditore Ferrando Chirino, nepote del riveditore
Peramildez Chirino, che tanto la serve e ha servito in questa impresa e nelle
cose passate, come Vostra Maest sa, informato dalla audienza, e come si vedr
per la residenzia, che per saperlo io e conoscerlo mi assicurai a condurlo con
meco in questo viaggio in suo servigio, e per il zelo che so che tiene alle
cose sue.
Furono poste due croci in Xalisco e altre due in Tepique, che  un luogo
temperato e pieno di molte fontane, e sito molto dilettevole per il qual passa
un buon fiume;  paese molto abondante di vettovaglia e d'ogni sorte di frutti,
e produce bombaso assai. Restovi per far un alloggiamento per gli Spagnuoli che
vi capitassero, e quivi feci rassegna della gente; e presa con essa la
possessione, veduto che quella che s'aspettava tardava molto a venire, mi
parti' il venerd innanzi la Pasqua dello Spirito Santo, e venni a dormire ad
Ataclapa, un buon luogo soggetto a Tapique. E il sabbato che venne piantai il
campo in un luogo pieno di palme, lunge una lega e mezza dal fiume grande,
avendo mandato quella mattina il maestro di campo a veder in che termine si
trovava il fiume, pel luogo dove l'avea passato il capitano Barrio quando
l'and a vedere; e in tanto che si ponea il campo, accomodandosi gli
alloggiamenti, presi quindeci cavalli leggieri e con essi me n'andai a veder il
fiume da un'altra parte, e nella strada presi uno Indiano che portava legna al
suo campo, il qual mi disse che dall'altra parte vi era gente di guerra. E
giunto al fiume e trovato il passo buono, comparsero sopra il fiume alcuni
Indiani, che gridarono e si misero dentro un boschetto che quivi era, dove
erano alcune case: penso, per quel che mi avvidi il giorno seguente, che mi
volevano adescare e farmi passare, poco stimandoci, come aveano mandato a dire
agl'Indiani di Tepique che dovessimo andar a trovargli, che eravamo tanti
vecchi e che ci averiano tutti mangiati; e per fargli star men vigilanti, e
accioch pensassero che io non passavo per paura, non volsi farlo.
L'altro giorno, che fu la domenica dello Spirito Santo, prima che si facesse
giorno si part il campo ad aspettarmi al fiume, e doppo l'aver udito messa e
ricevuto il santo Sacramento mi parti', e giunto al fiume, ordinai che non
passassero le bagaglie, e che restassero i capitani Verdugo e Barrio con le
genti loro a cavallo, e Vazquez con le sue da piedi: e io con tutti i miei
Indiani di guerra, il riveditore e Cristoforo d'Ognate con le compagnie loro,
con Proagno e il capitano Villalva della mia guardia con le loro, passammo il
fiume e nel mezzo pigliammo la possessione per la Maest Vostra, ponendogli
nome il fiume dello Spirito Santo, e il conquistamento dello Spirito Santo
della Maggior Spagna, perch senza il suo lume e grazia mal si pu far cosa
veruna, massimamente in terra non conosciuta e cos strana. Supplico Vostra
Maest similmente che confermi questi nomi cos dovuti, poich in tal giorno se
gl'imposero, e tutti gli altri che io ho posti in questo paese in nome suo.
Passato il fiume e finito di pigliar la possessione in terra con le cerimonie
solite, furono con tromba banditi questi nomi e publicati, e incontanente feci
armar tutta la gente e la posi in ordinanza; e perch dai lati dove passava
l'esercito vi erano selve spesse e folte, ancora che il resto del sito sia
piano, posi dalla mano sinistra una diffesa d'uno squadrone d'Indiani amici, e
dalla man dritta un altro squadrone dei medesimi guidato dal riveditore (perch
l'altro lo governava il capitano Ognate). Io poi con le compagnie da pi e con
l'arteglieria andai nel mezzo, e perch subito si cominci a scoprir gente
inimica, che fin allora non s'era mai veduta, mandai sei corridori perch
riferissero quel che era, comandandogli che in conto alcuno non dovessero
combattere. Questa generazione ci stimava s poco che lo squadrone che era
innanzi a me per antiguardia, che dicono che erano pi di duomilia Indiani,
s'era gettato in terra perch noi non l'avessimo a vedere, accioch per paura
non ci ponessimo a fuggire: e secondo quel che ci riferirono i corridori, tosto
che ci viddero s'accennavano l'un l'altro che si dovesse star cheti, perch
potessimo appressarci. E subito che i corridori se gli ritrovarono vicini,
volendo tornar adietro per darci aviso della cosa, cominciarono a tirargli
delle frezze, e perci, non potendo ritornar adietro senza dar in essi,
assaltati posero mano all'arme, e fu cagione che ne scampassero assai, non si
potendo trovar con meco tutta la gente da pi per poter dar in essi. E cos
stando viddi duoi squadroni de' nimici dai lati della strada, uno che parea di
pi gente che quella dello squadrone contra il qual mi drizzai io, e tutti duoi
aveano assaltato il riveditore e Ognate nell'uscir d'un boschetto, dove s'erano
messi per assaltarci alle spalle, pensandosi che niun di noi dovesse scampar
dalle lor mani. Io feci loro intendere che si rivoltassero contra di loro e
diedi nel mezzo, ma i nemici gi s'erano messi contra di me, con tanto ardire
come se fussero stati Spagnuoli assuefatti tutto il tempo della vita loro alla
guerra, sapendo cos ben schifare i colpi delle lancie e scostarsi dagli urti
dei cavalli come soldati accostumati in quello esercizio: e passando i nostri
cavalli, subito poneano le frezze e gli archi contra i cavalli o i cavalieri.
Dur il combatter due ore, che sempre andammo mescolati fra loro, i quali
aveano buone arme: archi, frezze e rotelle di tartaruche assai grande, e lancie
e mazze; e ancora che le lor rotelle fusser molto forti, non perci mancarono
quel giorno braccia da passarle con le lancie, insieme con chi le portavano.
Avevano certe altre rotelle alcuni d'essi d'un cuoio che pareva di vacca,
pensiamo che sia di danta, si fece una mortalit grande di loro, perch alcuni
Indiani che furono prigioni riferirono che del squadrone che venne contra di me
innanzi ne erano pochi scampati, e degli altri duoi similmente ne rimasero
pochi, e pi se ne sarebbono uccisi, se non che si ripararono in certi
boschetti. I pi scelti e i pi valenti di tutta la provincia vi morirono,
insieme con molti loro signori. Erano benissimo adobbati di vestimenti e di
pennacchi molto leggiadri, con carcassi di frezze di bel lavoro, ancora che non
ci si vedesser l'oro e l'argento che diceano, e affermavano che non ci  niun
quasi di loro che stia senza quelle cinte. Essendo cos a combatter con essi,
venne a darci sopra uno squadrone di pi di mille Indiani nelle bagaglie che
erano gi da questa parte del fiume, e come uscirono quei da cavallo contra di
loro, si gettarono nel fiume uccidendone alcuni. E in vero sempre si pensarono,
come ho detto, che non ne scampasse un vivo di noi, cos ben aveano ordinato
l'assalto. Io segui' poi le reliquie dei nemici posti in rotta una lega, e
tornai a raccogliere la mia gente e gl'Indiani amici, per dar grazie a Dio
della vittoria che ci avea concessa lo Spirito Santo, per esser suo il
conquistamento, in pagamento del picciolo servigio che quel giorno gli avevamo
fatto.

Del danno qual pat Nunno nella gente e ne' cavalli combattendo contra
gl'Indiani. Come, doppo l'aver ringraziato Dio della vittoria, si parte e
perviene ad una terra detta Sila, e d'indi al fiume della Trinit, e poi alla
terra d'Omitlan, capo della provincia di Mecuacan: descrizione e fertilit di
quel paese. Relazione della provincia d'Atztatlan e del regno delle Amazone.

Non fu questa vittoria cos franca per noi che non restassino dal canto nostro
feriti cinquanta cavalli, dei quali ne son morti sei, penso ben per non esser
sofficientemente medicati, e a me ne toccaron duoi: e faccio sapere a V.M. che
vale un cavallo quattrocento pesi di mine e pi, e per questa cagione faccio
menzione d'essi. Feriron l'alcayldo nella faccia d'un mal colpo di frezza, il
capitan Ognate in un fianco, che gli entr il ferro assai dentro, e il capitan
della mia guardia rimase ferito in una spalla, e al capitan dell'artiglieria fu
passato un braccio, e ad un servitore tocc una frezzata nel viso, e uno lo
colse nell'inguinaglia giungendo fin alla camisa, ad altri furon passate le
mani e ad uno una gamba con una lancia, e agli altri non mancaron frezzate
ancora che non ricevessero danno. Degl'Indiani nostri amici moriron qualche
dieci o dodeci, e alcuni d'essi di lanciate uscite di mano di cristiani per non
conoscergli, e molti altri di loro furon feriti, e fra gli altri Tapia, Indiano
signor di Messico, fu ferito nella bocca dello stomaco d'una frezza. Ma 
piaciuto a Dio che si sieno tutti risanati, quantunche si temesse molto
d'alcuna erba velenosa, percioch in terra avevamo veduta un'erba che si
assimigliava ad una del nostro paese di Messico velenosa: e in vero si prese
dei feriti una diligente cura, prima che s'attendesse a far altro.
Dopo essendo giunti ad un luogo che  posto vicino al fiume, quivi feci
medicargli, e il giorno seguente si fece una processione con un Te Deum
laudamus, rendendo grazie a Dio per la vittoria e la grazia che ci avea fatta
in virt della M.V., che in vero io la tengo per cos grande, secondo il mio
poco merito e per quel che dicon tutti, che mai viddero gente indiana affrontar
i nostri cavalli senza esser prima essa affrontata, come fecero costoro.
Passata la Pasqua determinai di venir ad un luogo che si chiama Sila, due leghe
lontano de l, dove si diceva che vi era gente di nemici, ma non ve la trovai,
ma s bene vi vennero alcuni in atto di pace a portarmi vettovaglia. Il giorno
seguente venni a passar un altro gran fiume, il quale nominai il fiume della
Trinit, e porre il campo qui dove sto ora, che si chiama Omitlan, capo di
tutta questa provincia, per aspettarvi la gente che venia da Messico, e anco
accioch le mie genti e li cavalli si riposassero e medicassero; dove sempre
son venuti alcuni paesani a portarmi vettovaglia, di che  abondantissimo tutto
questo paese, che fa tre volte l'anno il maiz e i frutti, e ha molto pesce,
vicino dieci leghe dal mare. La terra  calida fuor di modo, e i fiumi son
pieni di caimani, che son certe lagarti d'acqua, e vi son molti scorpioni, che
sono velenosi. Da questo luogo mandai alcuni cavalli a Topique a metter la
gente che aspettavo, e il sabbato, la cui festa celebrammo del Corpo de Cristo,
con molta pioggia ancora che l'ordinassimo molto bene, e tanto quanto si fosse
potuto far nella citt di Messico, vennero quei ch'io aspettavo. Quivi si 
fatta una buonissima chiesa intitolata dello Spirito Santo, e piantatevi due
croce, l'una innanzi d'essa e l'altra al fiume. Mi ho da partire con l'aiuto di
Dio fra quattro o cinque giorni, ancora che l'acque cominciano a farsi grande e
venghino i fiumi gonfii da mare a mare, dove mi sono affogati due Spagnuoli,
uno da cavallo e l'altro da pi, e ce ne son molti per queste provincie. Me
n'ander nella provincia di Aztatlan, che intendo esser molto grande ed esservi
molta gente che mi aspettano con la guerra, che  longe di qui tre giornate.
Di qua mediante la sua grazia me n'ander a ritrovar l'Amazone, che intendo
esser lontane a dieci giornate. Alcuni mi dicono che abitano dentro il mare, e
altri che stanno in una parte d'un braccio di mare, e che sono ricche e son
tenute dagli abitatori del paese per dee, e son pi bianche che queste altre
donne; portano archi, frezze e rotelle. Hanno commerzio in un certo tempo
dell'anno con gli uomini lor vicini, e quel che nasce di loro, se  maschio
dicono che l'uccidono, e riserbano le donne; hanno molte terre e grandi. Prima
che s'arrivi ad esse, di quivi mediante la volont di Dio entrar dentro la
terra verso il mare di Tramontana, e altri mander per la costa del mar del Sur
di mezzod, a scoprir quel che ci fosse di pi, donde dar aviso a V.M., la
qual supplico con quella umilt che vasallo e servo deve a suo signore che
riceva questi piccioli servigi per tali, poich si fanno con ogni fedel e
sincerit d'animo, la quale mai mancher in me fino alla morte. E cos creda
che tale sono state l'opere mie in tutto il tempo che sono stato nella Nuova
Spagna e Panuco, e pareggiandole con quelle di quei che han voluto informare,
per lor passioni e interessi, trover che son molto limpide e degne della
grazia che V.M. mi far; e perch non fa a proposito che in ci dica pi in
questa relazione, lo diffinir da dirlo in un'altra lettera che scrivo a V.M.,
la qual supplico a volerla leggere senza volerlo udir per relazione, con tutto
il rimanente che sempre scriver.
Da Omitlan, provincia di Mecuacan della Maggior Spagna, a' otto di luglio del
MDXXX.



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Relazione dello scoprimento di Francesco di Ulloa

Discorso sopra la relazione di Francesco Ulloa.


Giunto il signor Fernando Cortese in Spagna, come  sopra detto, si marit con
la signora Gioanna di Zunica, figliuola del conte di Aguillara don Carlo
Arellano, e aveva molti fratelli, molto favoriti dell'imperadore. Questo
parentado nobilit molto il signor Fernando. Don alla sposa cinque smeraldi,
fra molti altri che l'aveva, quali furon stimati centomila ducati, e perch
questi pezzi furono i pi nobili che sieno stati portati di quelle Indie in
Spagna, e per dir la forma di essi, secondo che raccontano coloro che gli
viddono in potere della detta signora: uno d'essi era intagliato a modo d'una
rosa con le foglie; l'altro come un cornetto; il terzo in forma di pesce con
occhi d'oro, opera tutta d'Indiani molto maravigliosa; la quarta era una
campanella con una perla grossa per batocchio; la quinta era una tazzetta tutta
di smeraldo col piede d'oro, con quattro catenelle per alzarla, attaccate ad
una perla grossa per bottone: per questo sol pezzo, che era il pi grande e il
pi bello, alcuni Genovesi gli volsero dare quarantamila ducati, sperando di
venderlo al gran Turco per molto maggior prezzo. Queste furon le gioie che don
alla signora Gioanna di Zunica, la quale men seco al Messico, dove giunto, non
pens di fare altro che andare a discoprire per il mar del Sur le specierie, e
fece fare molte navi nel luogo detto Acapulco. E la prima armata che egli fece
fu del 1532, e il giorno del Corpo di Cristo fece uscire di detto porto verso
ponente due navi, capitano Diego Urtado di Mendozza, suo germano, l'una delle
quali si chiamava S. Michele e l'altra S. Marco. Prese il viaggio verso ponente
ed entr nel porto di Xalisco per far acqua, e Nunno di Gusman, che allora
governava quel paese, come  detto di sopra, mand gente a proibirglielo,
perch era nemico del Cortese. Pass avanti forse dugento leghe, costeggiando
la terra meglio che pot, e in questo viaggio si sollevorono molti della sua
compagnia, i quali fece prendere e mettere in un navilio e mandarli alla Nuova
Spagna; con l'altra nave segu il suo viaggio, ma non fece cosa che sia da
contare, ancora che navicasse e stesse molto tempo che di lui non si sapesse
cosa alcuna. Mand la seconda volta due altre navi, e capitano Diego Bezera di
Mendozza, i quali similmente non fecero cosa alcuna, ma furono quasi tutti
morti dagl'Indiani nell'isola di S. Tomaso, quale  in gradi 20 sopra
l'equinoziale, nel fiume detto Vermiglio, come si vedr: e questo fu dell'anno
1532. Poi dell'anno 1539 arm tre altre navi, capitano Francesco Ulloa, come
per relazione che qui sotto sar scritto si vedr. Spese per quel che fu detto,
per queste armate e discoprimenti, al conto che lui dava pi di 200000 ducati,
perch mand pi gente di quelle che al principio si pens.


Relazione dello scoprimento che nel nome di Dio va a far l'armata
dell'illustrissimo Fernando Cortese, marchese di Valle, con tre navi; chiamata
l'una Santa Agata, di grandezza di dugentoquaranta botte, l'altra la Trinit,
di grandezza di settanta, e la terza di San Tomaso, di quaranta; della quale
armata fu capitano il molto magnifico cavaliero Francesco di Ulloa, abitator
della citt di Merida.


Francesco Ulloa, capitano del Cortese, con l'armata parte del porto di Capulco
e va a discoprire terra incognita, passa la costa di Cacatala e Motino, per
fortuna scorre a Guaiavale, nella provincia di Culiacano. Si ferma nel porto di
Santa Croce, ove lungo la sua costa scopre tre isolette, e doppo tre giornate
il fiume di San Pietro e Paolo, e non molto distante duoi fiumi maggiori quello
di Guadalchivir di Siviglia, con la loro origine.

Primieramente noi c'imbarcammo nel porto del Capulco agli 8 di luglio dell'anno
1539, invocando Iddio onnipotente perch ci avesse a guidar con la sua santa
mano in parte donde fusse servito e inalzata la sua fede santa, e ce n'andammo
camminando dal detto porto per la costa Cacatala e Motino, la qual  aerosa e
dilettevole per i molti alberi che ci sono e fiumi che ci passano, di che molte
volte rendevamo grazie a Dio che l'avea fatta. Cos navigando pervenimmo al
porto di S. Giacomo, nella provincia di Colina, ma, prima che vi arrivassimo,
da una burrasca di vento che ci sopragiunse ci si ruppe l'albero della nave di
S. Agata, onde cos senza esso ci bisogn andarcene fin al porto. Tardammo dal
porto di Capulco fin a questo di Colina 20 giorni. Quivi ce ne stemmo a rifar
l'albero, pigliando certa vettovaglia, acqua e legna, 27 d, e uscimmo del
detto porto a' 23 d'agosto; e navigando all'incontro dell'isole di Xalisco, a'
27 del detto mese o a' 28 fummo assaltati da una tempesta molto gagliarda, per
la quale pensammo di aver a perire, e andammo sbattuti e corremmo fina al
Guaiavale, che  nella provincia di Culiacano. Questa fortuna ci fece perdere
la nave di S. Tomaso, e per averla smarrita arrivammo al porto di Santa Croce,
perch, mentre che eravamo cos sbattuti dalla tempesta, il pilotto d'essa nave
ci avea detto che la sentiva sdrucire e che di gi vi entrava molta acqua e
tanta che s'annegava, onde per rimediarla e per poter riunirci insieme in porto
conosciuto, se per sorte la tempesta ci avesse separati, come ci separ, gli
avevamo detto che si ritirasse al porto di S. Croce, dove avremmo dato rimedio
al fatto loro e nostro.
In questo luogo adunque arrivati tutti, vi dimorammo 5 d e pigliammo acqua
senza che mai comparisse questa nave nostra smarrita, onde il capitano prese
risoluzione ch'avessimo da seguitar il nostro viaggio, e perci demmo vela a'
12 di settembre, e navigando vedemmo lungo la costa di detto porto tre isole,
delle quali il capitano non volse far conto, parendogli che in niuna d'esse
potesse esser cosa buona: quest'isole non mostravano d'esser grandi, per
ordin a' maestri e pilotti che seguissero il cammino e non si perdesse tempo
senza utilit. cos navigando in due giornate e mezza arrivammo al fiume di S.
Pietro e di S. Paolo, trovando prima che vi entrassimo una isoletta sopra esso
fiume, distante 4 o 5 miglia da terra; nei lati di questo fiume si vedevano
gentile e vaghe pianure grande, piene di molti alberi verdi e molto
dilettevoli, e pi dentro in terra si vedeano altissime montagne piene di
boschi e dilettevole molto a' risguardanti. Corremmo da questo fiume, navigando
sempre la costa, fina a 15 leghe, nel qual cammino trovammo due altri fiumi, al
parer nostro cos grandi o maggiori del fiume di Siviglia. Tutta la costa per
questi fiumi  piana come la passata, con molti boschi, e similmente dentro in
terra vi si scorgeano gran montagne coperte di boschi e belle a vedere, e al
basso nella pianura si comprendevano lagumi d'acqua. Da questi fiumi navigammo
fin a 18 leghe, e trovammo pianure molto amene, e certe lagune grande, le cui
entrate e uscite andavano al mare. Quivi parse al capitano di voler sapere che
lagune erano quelle, e per veder se quivi fusse alcun porto, dove potesser
surger le navi o pigliarci alcun riparo se qualche fortuna ci sopragiungesse, e
comand che si gettasse un battello in mare con un patrone in compagnia di 5 o
6 uomini che andasser a vederle, tastando il fondo per veder quanto ce n'era: i
quali v'andarono e trovarono la costa molto bassa, e cos le bocche delle
lagune, onde non se ne fece conto, non gi perch avesse la terra cattiva
disposizione, ma per esser cos bassa. Quivi la notte vedemmo alla riva 10 o 12
Indiani con fuochi. Questi fiumi sopradetti son distanti l'un dall'altro due
leghe, poco pi o meno, e come ho detto sono grandi, e nell'ultimo montammo su
le gabbie e vedemmo lagumi assai, e fra gli altri un grandissimo, e di questo
gran lagume si presumea che nascessero come dagli altri ancora questi due
fiumi, perch vedemmo il cammino d'essi ciascuno per la sua strada, pieni di
molti boschi e molto segnalati. Si conoscea il corso dell'acque di questi fiumi
dentro in mare 3 leghe, e nell'ultimo d'essi fiumi v'erano molti pali piccioli
per segno d'essi. La costa  piana e arenosa, ed  paese molto dilettevole.


Navigano per la costa de' duoi fiumi maggiori di Gualdachivir, scopreno tre
bocche di lacune con paese dilettevole, giungono a capo Rosso, e prendono la
possessione di quelli stati per sua Maest. Narrazione de' belli porti che sono
in quelle costiere, e delle molte isole che si veggono avanti che si gionga al
capo delle Piaghe

Questo giorno ce n'andammo camminando per quella costa fin a 16 leghe, e nel
mezo di questo viaggio si fa un seno di 4 o 5 leghe molto bello, con alcuni
argini dentro, di che pigliammo noi gran piacere in mirarlo. La notte che segu
surgemmo in 20 braccia e l'altro giorno seguimmo il nostro viaggio alla via di
tramontana, ed essendo camminati 3 o 4 leghe, vedemmo tre bocche di lagune che
entravano tutte dentro fra terra, dove si fanno a guisa di stagni. Surgemmo noi
una lega lungi da queste bocche in sei braccia per veder quel che erano, e il
batello v'and con alcuni per vedere se vi fusse stata entrata per le navi,
perch a mezza lega della terra non avea il mare fondo pi di un braccio o due.
Quivi furono veduti da 7 o otto Indiani. Vi sono erbe fresche, ancora che
differente da quelle della Nuova Spagna; il paese  piano, e dentro da lungi vi
si scorgono montagne grandi e picciole che continuano in lungo tratto, molto
belle e vaghe da vedere. Il giorno che venne facemmo il nostro cammino sempre a
vista della costa piana verso il vento maestrale, per dieci o quindeci braccia
di fondo, e, avendo camminato ben sei leghe, trovammo dentro della terra alla
riva uno seno di qualche cinque leghe, dal quale tornava ad uscir la costa
verso maestrale: e potemmo camminar questo giorno da 16 leghe. Tutta quella
costa  piana e non cos aggradevole come la passata; vi sono alcuni
monticelli, ma non molti alti, come avevamo trovato per innanzi. Cos navigammo
tutta la notte per la via di maestro, e fino al mezzod che venne poi, che
trovammo sopra un capo d'arena bianca, che, per l'altezza che si prese quel d,
eravamo in 29 gradi e tre quarti. Questo capo fu da noi nominato capo Rosso.
Tutta la costa  piana e d'arena bella e netta, e dentro in terra si vedeano
alcuni pochi alberi non molto grandi, e alcuni monti e selve lunge 3 o 4 leghe
da questo capo; e si vidde quivi una bocca d'un fiume, il quale, per quel che
si potea scorgere, faceva certi laguni dentro in terra: dalla bocca d'essa fino
ad una lega in mare parea che fusse molto basso, perch rompea molto l'acqua
marina. Quivi vedemmo in terra tre over quattro fiumi.
In questo modo ce n'andammo navigando al nostro viaggio per la via di
tramontana, e, per non aver buon tempo, surgemmo la notte in un gran porto che
quivi si faceva, dove vedemmo esser alla riva alcune pianure, e dentro in terra
alcune montagne non molto alte. E continuando il nostro viaggio alla via di
tramontana, tre leghe di questo porto trovammo un'isola di giro di qualche una
lega dalla entrata d'esso porto, e seguendo pi oltre trovammo un porto ch'ha
due bocche di mare, per una delle quali entrammo, che fu quella di tramontana,
che pu aver da 10 o 12 braccia di fondo, e cos andava sminuendo fino a 5,
dove surgemmo in certa concavit che fa il mare: cosa maravigliosa da vedere,
perch si faceano dentro la terra tante entrate e bocche d'acque e porti che
tutti ci stupimmo, e sono quei porti fatti da natura i migliori che si
potessero vedere al mondo, dove si trovan di molti pesci. Quivi surgemmo, e
usc il capitano in terra e prese la possessione, facendo quelle diligenzie e
cerimonie che si ricercano. Si trovavano quivi peschiere fatte manualmente
dagl'Indiani, e alcune picciole capanne, ove eran pezzi di pignatte cos
sottili come quelle di Castiglia. Quivi sopra un monticello fu piantata una
croce per ordine del capitano, e la pose Francesco Prezzato. Vedeasi in questo
luogo la terra piena di molta erba fresca e verde, quantunque differente da
quella della Nuova Spagna, e dentro in terra pareva paese di grosse montagne e
molto verdeggianti: a tutti noi ci parse giocondo e dilettevole questo paese,
per esser cos verde e bello, e considerammo che dentro in terra fosse molto
popolato.
Da questo porto uscimmo al nostro cammino di maestro con buon tempo, e
cominciammo a trovare vicino alla lingua dell'acqua del mare altissime montagne
machiate di bianco, e in esse vedemmo molti uccelli, ch'aveano i nidi in certi
buchi di quei sassi: e caminammo 10 leghe fino alla notte, nella quale sempre
fummo in calma. Il d seguente ripigliammo la nostra via con buon tempo verso
maestro, e da quel d in poi cominciammo a vedere per quest'altra via del porto
di S. Croce isole o terre alte, di che noi avemmo gran piacere. E cos
navigando ci incontrammo in un'isola di grandezza di fino due leghe, e
dall'altra parte sempre scoprendosi il paese di terra ferma e isole, caminammo
fino a sera 15 leghe, sempre trovando alla costa del mare montagne altissime
spogliate e senza alcuna erba, sempre vedendo dall'altra banda del porto pi
chiara la terra, onde furono tra noi varii giudicii e pareri che questo porto
fusse terra ferma, e che si venisse a congiungere con la terra ferma che
tenevamo per larghezza della Nuova Spagna; altri dicevano di no, ma che erano
solamente isole che erano da quella banda. E in questo modo seguimmo il nostro
viaggio, avendo terra dall'una parte e l'altra, e tanta che ci faceva
maravigliare tutti. Potemmo navigar questo d qualche quindeci leghe, e ponemmo
nome a questo capo il capo delle Piaghe.


Dello stretto scoperto nella costa del capo delle Piaghe, e del vago paese che
si ritrova avanti che si pervenga agli scogli detti Diamanti. Della
maravigliosa bianchezza di quel mare, col suo flusso e reflusso, e delle molte
isole e terre che sono avanti il porto Santa Croce.

Il d che venne poi caminammo fin alla notte con buon tempo, che fin a sera
potemmo far viaggio di 20 leghe; tutta quella costa lungo la terra  piena di
picciole montagne senza erba e senza alberi, e quella notte surgemmo in 20
braccia. L'altro d poi facemmo il nostro viaggio, cominciando a navigare
innanzi all'apparir del d alla via di maestro, e venimmo a veder a mezzo d'uno
stretto e bocca di qualche 12 leghe da una terra all'altra, il quale stretto
aveva nel mezzo due isole, lontane 4 leghe l'una dall'altra: e quivi vedeasi la
terra piana con alcune montagne, e pareva che per la pianura venisse una
rottura di acqua, come una fiumana. Questo stretto, per quel che si potea
considerare, era profondo molto, perch non ci sapemmo trovar fondo, e quivi
vedemmo terra molto longa d'un capo all'altro, e dal capo del porto di Santa
Croce era la terra pi alta, di montagne molto spogliate. Seguimmo il d
vegnente il nostro cammino verso settentrione, e potemmo andar qualche 15
leghe, e trovammo in mezzo del cammino un circuito o seno di sei leghe adentro
in terra, con molte calette o porticelli. E il d che segu poi, facendo la
continuazione della nostra via, camminammo qualche dieci leghe, e la costa di
quella giornata era di montagne molto alte, tutte spogliate e pellate, senza
niuno albero. Son rasente la costa gran fondi. E in quella notte ci bisogn
fermarci per il vento ch'aveamo contrario, ma il d che venne poi, prima che
venisse il giorno, facemmo vela tuttavia per la costa al maestro fin alla
notte, e potemmo camminare qualche 15 leghe: in tutta quella costa si vedevano
assai buone montagne dentro in terra, e molte pianure e colli con alcuni pochi
alberi, e la riva del mare era tutta arenosa. In mezzo di questo viaggio
trovammo dentro in mare certi piccioli scogli lontani da terra 4 leghe, dove fa
la detta terra una gran ponta dentro in mare, e quivi ci riposammo quel che ci
era restato della notte, con una pioggia che ci dette sopra assai grande.
Seguimmo il viaggio nostro poi il d che venne, e camminammo fin a notte per un
giro o volta qualche 8 o 9 leghe, e vedemmo dentro in terra poche montagne e
senz'albero alcuno, ma s ben scorgendo di continuo chiaramente il sole, che
per quel che si potea vedere erano molto grandi, dalla banda del porto di Santa
Croce. Quivi ci fermammo la notte, perch vi trovammo pochissimo fondo, e vi
vedemmo il mare molto bianco e quasi a guisa di calce, in modo che ci fece
maravigliar tutti. Il d che venne ripigliammo il nostro cammino longo la costa
alla via di maestro, e camminammo 8 leghe, e vedemmo altra terra che era
esposta al maestro e piena d'alte montagne. Seguendo tuttavia questo cammino,
andavamo attenti per veder s'era uscita tra l'una terra e l'altra, perch in
mezo non vedemmo terra, e cos andando sempre trovammo manco fondo, e il mar
era torbido, nero e molto fangoso, e venimmo a dar in fondo di cinque braccia.
E veduto questo, ci risolvemmo d'appressarci alla terra dall'altra parte che
avevamo veduta, e quivi anco trovammo cos poco fondo e forse meno, onde
surgemmo la notte in fondo di cinque braccia, e sentivamo correre il mare con
tanto empito verso la terra che era cosa di grande ammirazione, e con la
medesima furia ritornava col reflusso adietro, nel qual tempo ci trovammo in
fondo di undeci braccia: ed era il flusso e reflusso di sei in sei ore.
Il giorno seguente salirono il capitano e il pilotto sopra le gabbie, e vidder
tutta la terra piena d'arena che si faceva in circuito e andava a congiungersi
con l'altra terra, e cos bassa che, essendo una lega lontani da essa, non la
potevamo veder bene, e pareva che facesse dentro una entrata di bocche di
lagune, per donde entrava e usciva il mare. Si fece fra noi varii giudicii, e
fu pensato che quel corrente entrasse dentro di quelle lagune, e che ancora
poteva esser che lo causasse qualche fiumana grande che vi fosse. E veduto che
non avea uscita, e che non si scorgeva che fosse quel paese abitato, and il
capitano a prendere la possessione d'esso con certi de' nostri. Questo medesimo
d, con il reflusso del mare ci venimmo a ritirar in fuori dall'altra costa
dalla banda della Nuova Spagna, ancora che sempre avessimo e vista la terra
ferma e altre isole da mano stanca dalla banda del porto di Santa Croce, perch
vi erano tante isole e terre, a quel che si potea scorgere, che era cosa di
gran maraviglia, che dal detto porto e dal parizo di Culiacan quasi sempre
avemmo terra da una banda e dall'altra, e tanto che giudico che, se cos
continuano dentro alquanto, ci  paese da conquistar per mille anni. Quel
giorno avemmo il vento contrario, e surgemmo fin che crebbe la marea, che fu
dopo il mezzod, e navigammo similmente col vento contrario fin alla
mezzanotte, che surgemmo. Il d che segu poi partimmo, pigliando la via verso
la costa al garbino fin alla notte con poco vento, e vedemmo dentro in terra
montagne alte con alcune aperture: e potemmo navigar qualche tre leghe, e tutta
la seguente notte fummo in calma. E l'altro d continuammo il viaggio poco
tempo, perch non navigammo pi di cinque leghe, e tutta notte stemmo in calma,
e vedemmo la terra piena di molte montagne spogliate e alte, e alla mano stanca
vedemmo paese piano, e di notte vi vedemmo alcuni fuoghi.


Discendono sopra un'isola per discoprirla, e vi vedono molti fuochi quali
uscivano di alcune montagne, e molti lupi marini; vi prendono un Indiano, n
possono il suo linguaggio intendere. Scorrendo poi un'altra ne discoprono, e
per sua Maest il possesso ne prendono, e la chiamano il porto di Santo Andrea.

Seguitando poi l'altro d il nostro cammino, vedemmo che si faceva un gran
porto con una isola dentro in mare, a parte da terra ferma qualche un tiro di
balestra, e in questa isola e in terra ferma furon veduti molti fumi, al
giudicio di tutti. Onde parve al capitano che fosse bene che smontassimo in
terra per chiarirci di quel che erano questi fumi e fuoghi, in un battello
dieci o dodeci di noi con il capitano, e arrivati alla terra e isola trovammo
che i fumi erano di certe montagne e rotture di terra brucciata, della quale si
levava in aere un polverino che ascendeva fino a mezzo del cammino tra il cielo
e la terra, tanto che non pareva al giudicio di ogni uno se non che di ciascun
fumo si brucciassero venti cariche di legna, di che rimanemmo tutti molto
stupiti. Era in questa isola una tanta abondanzia di lupi marini che era cosa
di gran meraviglia. Quivi ci fermammo quel giorno, uccidendo gran numero di
questi lupi, co' quali avemmo qualche fatica, perch eran tanti e s'aiutavano
cos bene che era cosa di stupore, perch ci avenne che, essendo occupati in
ammazzarne alcuni con bastoni, si mettevano insieme venti o trenta di loro che,
alzandosi con i piedi dinanzi, ci venivano affrontare in un drapello, e
buttaron due o tre de' nostri compagni in terra: onde lasciati quei che avevano
tra le mani, essi con gli altri ci si fuggivano entrando in mare, ancora che
con tutto ci ne uccidemmo molti, i quali erano cos grassi che era maraviglia.
Aprendone alcuni per avere il figato, trovammo nel corpo alcuni sassetti neri,
che ne restammo molto maravigliati.
L'altro giorno ce ne stemmo qui sorti per non aver buon tempo per navigare, e
per questa cagione determin il capitano d'uscir in terra con altri nove o
dieci compagni, per vedere se vi era gente o segno che ve ne fosse. E trovaron
in terra ferma sette o otto Indiani come i Chichimechi, che andavano a pescare
e avevano una zattera di canne, i quali tosto che ci viddero saltare a terra si
posero a fuggire, ma, seguitati da' nostri, al fine ne fu preso uno, che era
d'un linguaggio molto strano, che non si pot mai intendere. Il suo vestire non
era cosa veruna, perch era ignudo; portavano costoro l'acqua in utri di pelle
di bestie salvatiche, pescavano con ami d'osso: gli trovammo quantit di quei
pesci, de' quali noi gliene togliemmo tre o quattro dozzine. L'Indiano prigione
tosto che si vidde nelle nostre mani non facea se non piagnere, ma il capitano
lo chiam e l'accarezz molto, dandogli certi paternostri con una beretta e
certi ami de' nostri, poi lo lasci andare; e parve che tornato a' suoi dovesse
riferire come da noi non gli era stato fatto male veruno, mostrando loro quel
che gli era stato donato, onde essi deliberarono di venire verso noi alla
barca: ma per esser gi notte e trovarsi le navi molto apparate, non ci curammo
d'aspettargli, massimamente parendoci il passo molto cattivo e di non molto
buona disposizione. Questo paese ha nella costa del mare alte montagne pelate,
con alcuna erba a guisa delle nostre scope in alcuni luoghi, overo come selve
d'erbe marine.
L'altro d andammo vicini alla costa da questa mano con pochissimo vento e
quasi come calma, n camminammo pi di cinque leghe, e tutta la notte che venne
stemmo in calma, e furono da noi veduti in terra cinque o sei fuochi: la terra
 alta e d'altissime montagne senza erba, con alcune grotte. E l'altro giorno
similmente con parte della notte che segu ci ritrovammo in calma, e il d che
venne poi seguimmo il viaggio per la medesima costa ed entrammo per entro una
isola, grande e piena d'altissime montagne, e la terra ferma, dove vedemmo un
porto molto grande in terra ferma, nel quale andammo a surgere per veder ci
che era. E surti, usc il capitano quel d con alcuni di noi a terra per veder
se ci fosse gente alcuna e acqua, e trovammo certe capanette coperte d'erba
secca con certi piccioli bastoni attraversati, e andammo un pezzo per il paese,
che era molto arido, per certi sentiretti piccioli e molti stretti, e trovammo
un ruscello o picciolo fossato, ma secco e senza acqua alcuna. E quivi prese il
capitano la possessione per il marchese da Valle in nome di Vostra Maest, e
doppo ce ne ritornammo alla nave, e la notte vedemmo in terra quattro o cinque
fuochi. Il giorno vegnente determin il capitano per aver veduti questi fuochi
uscire in terra, e ce ne andammo con due barche e quindeci o venti di noi a
certe piaggie incurvate e lunghe due leghe dal luogo dove stavano le navi, e
dove avevamo veduti i fuochi, e trovammo due Indiani di grandissima statura,
tanto che ci dettono gran maraviglia: portavano i lor archi in mano e le
frezze, i quali, tosto che ci viddono saltar in terra, fuggirono, e gli
seguimmo fino dove erano le stanzie e alloggiamenti loro, che erano certe
cappanne d'erba e frasche, e vi trovammo pedate di molte persone picciole e
grande, n avevano niuna sorte di vettovaglia se non pesce polpi che vi
trovammo. La disposizione del paese pareva cattiva alla costa del mare,
percioch non vi si vedevano alberi n erba verde; vi erano alcuni piccioli
sentieri mal usati, e lungo la costa del mare si vedevano molte pedate
d'adibes, lepri e di conigli; si vedeano vicino a terra in certe isolette
alcuni lupi marini. Chiamasi questo porto il porto di Santo Andrea.


Scuoprono un'isola montuosa molto grande, e appresso alcune altre, con paese
vago, verde e dilettevole. Compariscono certi Indiani in canove di canne, con
voce come fiaminga, co' quali non possono avere commerzio.

Il giorno vegnente ripigliammo il nostro viaggio fra la terra ferma e una
isola, che credemo che abbia di circuito pi di cento e ottanta leghe, vicini a
terra quando una lega e quando due. Il paese di questa isola  di certe
montagne non molto alte con alcune grotte, e, per quanto si potea scorgere alla
costa, non mostrava segno che ci fusse pianura di niuna sorte. Quivi da quel
giorno cominciammo ad aver paura, considerando che avevamo da ritornar al porto
di Santa Croce, perch si giudicava che da Culiacan fin al detto porto fusse
tutta terra ferma, e similmente perch avevamo la terra ferma sempre dalla mano
nostra, e va girando al detto porto; ma molti avevamo opinione e speranza che
qui vicino fussimo per trovar alcuna bocca o porta per dove potessimo uscire a
quell'altra costa, e quel che succedea lo metteremo in relazione qui sotto.
L'altro d, che fu il gioved, navigammo con poco buon tempo, che quasi fu
calma, e uscimmo da questa isola grande, restandoci sempre la terra ferma alla
man dritta, e come dico, molto vicina ad essa; e il giorno seguente navigammo
similmente con poco vento, quasi calma, e andammo vicino alla costa per certi
porti inarcati e certe punte che facea la terra, che era di buono aspetto,
alquanto verde, e mostrava esservi qualche grotta. Questa notte seguente del
venerd camminammo tutti con vento fresco, e nel far del giorno ci ritrovammo
tra la terra ferma e una isola alla mano sinistra, che era alquanto grande, per
quanto potevamo scorgere; nella terra ferma si faceva uno gran seno, e innanzi
si faceva una punta che usciva assai dentro in mare. La terra ferma mostrava
esser pi verdeggiante e di miglior disposizione che l'altre lasciate adietro,
con molte ripe e montagne non molto alte, ma di bella sorte, terra per quanto
si potea considerar piacevole e vistosa, che tutti desideravamo uscir in essa e
caminarla due e tre giornate, per vedere e sentire se era abitata; dentro
vedemmo nella costa di quel seno duoi fuochi. La notte seguente, che fu sabbato
a notte, la camminammo tutta con vento prospero e fresco, e tanto che si trasse
la bonetta alla vela maggiore, e in questo modo andammo fino allo schiarar del
giorno, la domenica a' dodeci d d'ottobre, che ci trovammo circondati da un
capo all'altro di terra: alla man dritta della terra ferma, che cingea per
davanti e di dietro, e alla mano stanca una isola di qualche una lega e mezza,
e in mezzo della terra e dell'isola in mare era una isolettina picciola, e tra
la terra ferma e l'isola eran due bocche, per dove si mostrava l'uscita donde
noi poi uscimmo. Questa terra ferma era assai pi fresca e verde che l'altra
che avevamo lasciata adietro, e con alcune pianure e punte di montagna di vaga
veduta, piene similmente d'erbe verde. Quivi vedemmo tutta la notte duoi o tre
luoghi assai grandi, e vedemmo sul far del giorno una canova, o battello di
canne, che usciva di terra da una rottura e vogando contra di noi, e noi stemmo
cheti finch arriv vicino a quei che erano dentro, e cominciarono a parlar in
suo linguaggio, che niuno gl'intendeva, con una voce come di Fiammenghi: ed
essendo chiamato si ritorn con gran prestezza in terra, e noi restammo con
gran pena, per non esser il nostro battello andatogli dietro.
Quivi ci avenne una molto strana cosa, e fu che, cos come questo Indiano
ritorn in terra, in certe di queste lor rotture dove era un numero d'altri
Indiani, stando cos a por mente a quella parte, vedemmo uscir cinque canoe che
venivano vogando verso di noi, onde ci mettemmo ad aspettar di veder ci che
volevano fare. In tanto si congiunse la nave capitana nostra con noi, che era
vicina a terra, percioch l'avea vedute, e cos messi insieme demmo fondo,
ponendo mente a quel che facevano quelle canoe. In tanto comand il capitano
che si mettesse in punto la nostra barca e s'armasse di remi e gente, per veder
se si potesse far sforzo di pigliar qualche uno di loro, per poter aver notizia
di loro e per donargli di quelle cosette che si portavano, e massimamente degli
ami e paternostri, per domesticarsegli amici. Gl'Indiani con le loro cinque
canoe s'approssimarono ad un tiro o due di pietra a noi, e quivi ci
cominciarono a parlar molto forte, con linguaggio molto strano, sempre stando
sopraviso per dar con prestezza la volta adietro. Ci veduto dal capitano, e
come non si volevano appressare a noi, anzi s'andavano ritirando, ordin dalla
poppa della nave che entrassero sei marinai, ed egli con essi usc con la
maggior prestezza che si pot alla volta loro. Gl'Indiani si rivoltarono alla
volta della terra con tanta prestezza che pareva che volassero con quelle
picciole canoe di canne, nondimeno si us s gran diligenza che ne fu giunta
una e l'invest; ma l'Indiano che v'era dentro, vedutosi gi preso, si gett
nell'acqua, e i nostri gli andaron con la barca sopra per prenderlo, ma egli
come si vedea in poter loro si gettava col capo sotto la barca e cos
gl'ingannava, poi tornava di sopra, ed essi con i remi e con bastoni gli davan
qualche colpo per spaventarlo, ma nulla gli rilevava, che come eran per dargli
poi la mano adosso egli di nuovo si gettava sotto, e con le mani e co' piedi si
veniva accostando alla terra, e come riusciva in alto chiamava gli altri che
stavano in sicuro a por mente, dicendo "Belen" con voce alta. E cos s'and
travagliandolo e combattendolo presso un'ora, essendo gi vicini a terra, e
sempre egli andava chiamando gli altri che lo venissero a soccorrere, onde de
l a poco usciron per aiutarlo altre tre canoe, co' loro archi e frezze in
mano, gridando in voce alta che uscissimo in terra. Erano questi Indiani grandi
di statura e barbati, grassi, ben disposti e di mediocre colore. Questo veduto
dal capitano, acci non gli ferissero di frezze qualcuno de' suoi, si ritorn e
subito comand che si dessero le vele, e tosto ci partimmo.
Quivi ci manc il vento quel giorno e tornammo a surger nel medesimo luogo, e
la capitana s'appart da terra ferma verso l'isola, e noi che eramo nella nave
della Trinit restammo vicini a terra, e prima che apparisse il giorno ci
partimmo con vento fresco. E prima che disboccassimo da quella bocca, vedemmo
una certa erba assai alta e verde in terra, onde un marinaro e il pilotto
montarono sopra la gabbia, e viddero una bocca di fiume che entrava per quella
verdura a dar in mare. Per andare la capitana a tutte vele assai lontana da
noi, non potemmo dirle di questo fiume, dove avremmo pigliata acqua, della
quale avevamo qualche bisogno, e per esser assai buon porto da smontar per
prenderla: e per senza averne seguimmo il nostro camino. Il luned ci
partimmo, come dico, da questo porto come lagume, perch da tutte le parti
eravamo circondati dalla terra, avendo la terra ferma inanzi e di dietro e
dalla parte diritta, e dalla stanca l'isola; e uscimmo per quelle bocche gi
dette, che mostravano uscita al largo del mare. In questo modo navigando
venivamo sempre considerando il sito di quel paese, restando consolati tutti in
vederlo, perch sempre pi ci aggradava, vedutolo ognora pi verde e ameno, e
l'erba che trovavamo vicino alla riva era vaga e dilettevole, ma non molto
alta, che non passava una spanna al parer di tutti. Similmente le montagnuole
che noi vedevamo, che erano molte, con assai colline, ci rallegravano molto la
vista, massimamente che si giudicava che fra l'una e l'altra vi fussero d'amene
valli e grotte.


Scuoprono un seno di mare assai grande, con quattro isolette: ivi prendono la
possessione. Navigando e discoprendo varie isole pervengono al porto di Santa
Croce, ove non potendo aver cognizione di quelli Indiani, bench ponessero
aguati nel luogo di Griflua, partendo, hanno pericolosa e lunga fortuna, qual
cess poich viddero santo Ermo.

Nell'uscire di queste bocche cominciammo a trovare un seno con un porto assai
grande, circondato di molti monticelli, con selve similmente verdeggianti e
d'aggradevol vista. In questo seno e spiaggia erano vicine a terra due
isolette, l'una delle quali era a guisa d'una tavola da mensa, di grandezza
d'una mezza lega, e l'altra era un colle rotondo, quasi della medesima
grandezza. Queste isole ci serviron solo in contentarci la vista, che nel resto
la passammo senza fermarci, con poco vento, il luned di mattina. Seguimmo
tutto quel giorno il nostro viaggio con il medesimo vento debole, e indi a poco
ci si mostr tutto contrario, in modo che fummo costretti di surgere nella
punta di questo porto; e nel venir del giorno il marted facemmo vela, ma poco
caminammo tutto il giorno, per esserci similmente il vento contrario, bench
molto debole. La notte seguente stemmo in calma poco innanzi della punta di
questo porto, ma da mezzanotte dipoi cominci il vento a rinfrescarsi, e il
mercoled da mattina ci trovammo sette leghe lungi da quella punta. Questo
paese mostrava (come era) pi piano degli altri, con alcuni piccioli colli
selvosi, e nell'altra punta, che innanzi si scorgeva, si mostrava esser quel
sito pi vago e pi dilettoso degli altri lasciati adietro; nell'ultimo al par
della punta erano due picciole isolette. E questo medesimo mercoled dalle nove
ore ci si rinfresc il vento, e potemmo caminar fino al tardi da sette in otto
leghe, e giungemmo all'incontro d'un paese non molto alto, ove si vedevano
certe rotture non molto aspre, che ciascuna pareva che avesse un fiume, perch
era la terra molto verde, e con certi alberi assai pi grandi di quei che
avevamo trovati per l'adietro. Quivi usc il capitano con cinque o sei uomini,
e presa la possessione salt in uno di quei fiumi, e su l'arena trov molte
pedate d'Indiani; viddero alle rive del fiume molti alberi fruttiferi, come di
cerase e di piccioli pomi, con altre piante bianche; trovarono tre o quattro
animali, detti adibes dentro il bosco. Ove quella medesima notte demmo la vela
col vento di terra, che avevamo molto fresco, e tanto che ci fece levar il
trinchetto, e alle nove ore, venendo il d sedeci d'ottobre, ci ritrovammo
vicino ad una punta di certe montagne alte. Questo giorno, che fu il gioved,
camminammo poco perch cess il vento, e la notte ci si rinfresc, onde nel far
del giorno del venerd ci trovammo innanzi quella punta sei o sette leghe
lungi: la terra pareva che fosse montuosa molto, con certe punte acute, n
pareano molto erbose, ma alquanto spogliate d'erba. Si vedeano alla mano stanca
due isole, l'una di qualche una lega e mezza e l'altra non s grande, e parea
che ci trovassimo vicini al porto di Santa Croce, onde andavamo di mala voglia,
perch avevamo sempre imaginatoci che fussimo per trovar uscita al mar largo da
qualche parte di quella terra, e che 'l detto porto fosse la medesima, e che
per la detta costa avevamo da ritornare al detto porto di Santa Croce, e che
s'era fatto error grande di non voler accertarci del secreto, se era uno
stretto o un fiume quel che ci lasciavamo adietro nel medesimo seno. Camminammo
tutto il venerd col vento cos scarso, con la seguente notte, e il sabbato nel
far del giorno ci trovammo fra due punte che fanno un seno, nel quale si vedea
per davanti e per poppa quattro o cinque isole grande e piccole. La terra aveva
di molti colli ed era montuosa, della quale parte era con erba e parte no; per
dentro verso la terra si vedevano pi montagne e colli. E gi ci ritrovammo in
questo luogo vicini al detto porto di Santa Croce, il quale  tutto terra
ferma, eccetto se nel cantone non fa qualche stretto o fiume grande che lo
parta, che, per non aver procurato di saperlo, sentivamo non picciol dispiacere
tutti che avevamo fatto questo viaggio. Ed  s lunga questa terra ferma che
non lo saprei esprimere, percioch fin da Capulco sempre avevamo avuto la costa
d'essa terra ferma alla mano, finch ci mettemmo nella gran correntia del mar
bianco e rosso, e quivi, come ho detto, non si seppe il secreto di questa
correntia, se lo causava o fiume o stretto; e cos, pensando che era chiusa la
costa che avevamo alla mano, ci ritornammo adietro, sempre descendendo per i
nostri gradi, finch ritornammo al detto porto di Santa Croce, trovando per la
costa paese ameno e piacevole, e sempre vedendoci fuochi d'Indiani con battelli
di canne.
In esso porto di Santa Croce s'era determinato di pigliar acqua dolce, per
correre per lungo la costa e saper quel che vi fosse, se Iddio fosse servito.
Quivi ci posammo e mangiammo delle prune e pithayas, ed entrammo nel porto di
Santa Croce la domenica alli diciotto d'ottobre, e in essa dimorammo otto
giorni a pigliar acqua e legna, riposandoci per tutto questo tempo, accioch la
gente ripigliasse forze e si rinfrescasse. Determin il capitano che si
dividessero fra noi certe vesti di taffet e cappe e saii e una pezza di
taffet, e similmente ordin che uscissimo in terra per prender un par
d'Indiani, perch parlassero col nostro interprete, e posseder quel linguaggio;
onde uscimmo in numero di tredeci compagni la notte fuor delle navi e andammo a
poner l'aguato in un luogo che si chiama il pozzo di Grisalva, dove aspettammo
fino al mezzogiorno fra certe strade nascose, n mai vedemmo o sentimmo Indiano
alcuno, onde ce ne ritornammo alle navi con i duoi cani che avevamo menati con
esso noi per poter pi facilmente pigliar l'Indiani. E nel ritornare trovammo
in certe carrezze nascosi duoi Indiani, quivi venuti per spiare quel che noi
facevamo, ma percioch noi venivamo insieme con i cani stanchi e senza
pensieri, usciron fuori de' carrezzi questi Indiani fuggendo, e noi ci mettemmo
a seguitargli, e i cani giamai gli viddero: per, per la spessezza de' cardoni
selvatici e delle spine e macchie, e per essere stanchi, non gli potemmo
aggiungere giamai. Ci lasciarono certi bastoni molto ben lavorati, che era cosa
bella da vedere, considerando come eran ben fatti, col manico e corda da
lanciare.
Alli ventinove d'ottobre, che fu il mercoled, noi demmo le vele a' venti per
questo porto di Santa Croce, con vento scarso, e nel venir per il canale dette
in secco la nave della Trinit in certe basse: e fu questo a mezzod, che era
il mar basso, e con tutti i remedii non la potemmo trar fuori, onde fummo
costretti d'appuntarla e aspettar l'altra marea. E cos, come poi cominci a
tornar il reflusso, cominciammo a far ogni opera per tirarla e mai potemmo, di
che ricevemmo non poco affanno tutti insieme col capitano, perch ci pensammo
di perderla quivi, n lasciammo d'affaticarci con ogni sforzo, operandoci duo
battelli e il canape e l'argano. Al fine piacque a Dio che a mezzanotte, che
fin d'empire la marea, con lo sforzo grande che facemmo per riaverla la
tirammo fuor dell'arena, del che ringraziammo Iddio molto, e stemmo surti tutto
quel che ci rimase della notte, aspettando che il giorno ci facesse il lume,
per non dare in qualche altro inciampo con qualche altra disgrazia. E comparso
il d ci levammo con vento fresco e ripigliammo il nostro viaggio, drizzando la
punta al mare spazioso, per veder se Iddio fosse servito di poterci far sapere
quel che vi fosse; ma, o che alla sua gran bont non piacque, o per i nostri
peccati, stemmo dal porto fin all'uscir della punta otto giorni, che non vi
potemmo rivoltare per i venti contrarii e pioggie, che furono assai grande, e
fulgori e oscurit ogni notte: e crebbero i venti cos furibondi e gagliardi,
che ci faceano tremare tutti e chiamare Iddio in soccorso continuamente. E
insieme con ci portavamo apparecchiate le gomene e l'ancore, e con ogni
diligenza il pilotto maggiore comandava che si desse fondo, e in questo modo
passavamo i nostri travagli; e altre volte, col veder venire il vento cos
impetuoso, e non essere noi surti in parte sicura, con ogni prestezza faceva
levar via l'ancore e seguire il cammino dove ci guidava il vento. E in questa
maniera ce ne passammo quelli otto giorni, ritornando adietro di notte quel
cammino che avevamo fatto il giorno, e altre volte tornando a camminare di
notte quel che avevamo disavanzato il d, non senza gran desiderio di tutti
d'aver a vedere vento che ci portasse innanzi al nostro viaggio, afflitti dai
travagli che pativamo di tuoni, fulgori e acqua, di che eravamo tutti bagnati
di sopra e di sotto, per le fatiche che facevamo in levare e mettere l'ancore
secondo che ci pareva dover essere il bisogno. E una notte di queste, che fece
una oscurit grande e tempesta e vento con acqua, per il che pensammo di dover
perire, essendo massimamente vicini a terra, pregammo Iddio che si degnasse
d'aiutarci e salvarci, senza por mente ai nostri peccati: vedemmo incontanente
sopra la gabbia della Trinit una candela, che dava di s uno splendore e lume
che ci rallegr tutti infinitamente, e tanto che non ci saziavamo di dare
grazie a Dio, onde ci confirmammo nell'animo che per sua clemenzia ci avesse da
guidare e salvare, e che non avevamo da perire. S come avenne, perch l'altro
d avemmo buon tempo, e tutti i marinari dissero che quella fu la luce di santo
Ermo che era apparsa in su la gabbia, e la salutarono con i loro canti e
orazioni. Queste pioggie ci colsero tra l'isole di San Giacomo e San Filippo e
l'isola delle Perle, all'incontro della terra ferma.


Navigando scuoprono paese dilettevole e per loro giudicio molto abitato, e la
costa del mare molto profondo. Vanno a riconoscere l'isola delle Perle, e per
correntia una lor nave dall'altre si separa, e con grande allegrezza doppo tre
giorni la riveggono; e seguendo il viaggio scuoprono piani grandi, verdi e
dilettevoli.

Cominciammo a navigar alli sette di novembre o alli otto lungo la costa, sempre
vedendo essa terra molto verdeggiante d'erba dilettevole a vedere, con alcune
pianure alla costa, e per adentro molto piacevoli colline di selve e d'alcune
valle, in modo che restammo infinitamente sodisfatti e maravigliati della
grandezza e bella disposizione di quel paese; e sempre la notte vedevamo
fuochi, che mostravano essere paese molto abitato. Continuammo adunque il
nostro viaggio fino alli dieci del detto mese di novembre, avendo sempre la
costa alla mano del mar grande, e quanto pi ci avanzavamo sempre trovavamo
paese pi dilettevole e pi vago, cos per vederlo verdeggiante, come in
mostrare alcune pianure e valloni di fiumi, che discendeano al basso verso la
terra dentro di certe montagne e colline di selve grande, ma non molto alte,
che si vedeano dentro in terra. Quivi ci ritrovammo cinquantaquattro leghe
lontani dalla California, poco pi o poco meno, sempre dalla parte di garbino,
vedendo la notte tre o quattro fuochi, per i quali si dimostrava essere il
paese abitato e da molta gente, percioch la grandezza della terra cos lo
mostra: e pensiamo che dentro in terra non pu essere che non siano gran citt
abitate, ancora che in ci fra noi sieno differenti opinioni. Tutta questa
costa  mare profondo, che quasi in cinquantaquattro braccia non trovavamo
fondo; nella maggior parte d'essa sono montoni d'arena molto bianca, e mostra
parimente che debbe esser costa brava e che vi sia gran reflusso, perch
l'arena ne d segno, per dieci in dodeci leghe, perch cos dicevano i pilotti.
Questo giorno di sabbato ci rinfresc il tempo e fummo a riconoscere l'isola
delle Perle, che  da questa parte del seno, e si vede una rottura profonda,
tutta coperta d'arbori e di pi bella vista che dall'altra parte, e ci trovammo
dentro il porto di Santa Croce. Dalli X di novembre fin alli XV non navigammo
pi di dieci leghe, percioch avevamo venti contrarii e con grande acque, e
insieme con ci ci avvenne un'altra disgrazia, di che ricevemmo non poca pena,
imperoch la nave della Trinit si smarr da noi, n la vedemmo per tre giorni
mai, onde sospettammo che se ne fosse ritornata adietro nella Nuova Spagna o
andatasene dispersa; onde avemmo dispiacer infinito di vederci rimasi cos
soli, e sopra tutti che s'attrist fu il capitano, quantunque non restasse
d'inanimare noi a dover seguitare il nostro viaggio, dicendo che non dovevamo
perci restare di dar fine all'impresa cominciata di questo cammino, e che
quanto manco fussimo stati, pi avremmo meritato e pi saremmo stati stimati. E
tutti gli rispondemmo che non dovesse pensare che alcuno di noi si fosse mai
perduto d'animo per non volere seguirlo, fintanto ch'egli avesse veduto che con
ragione non si dovea proseguire pi quella impresa, e che fussimo stati in
pericolo di perderci, per che fino a quell'ora eravamo pronti; ma ben lo
persuadevamo che, doppo l'aver veduta la difficult di potere ire pi innanzi,
saria stato bene di ritornar a dar conto del successo all'illustrissimo signore
il marchese della Valle. E ci fatto, ci fece egli un sermone e ragionamento,
nel quale ci disse ch'egli non potea credere n men sapeva per qual cagione si
fosse la nave della Trinit ritornata nella Nuova Spagna, n meno di sua
volont appartatasi da noi e itasene in altro luogo, e che egli si pensava per
ragion naturale che qualche corrente l'avea segregata dalla vista nostra, e che
per i tempi contrarii e tempestosi non ci avea potuto arrivare; e che, non
ostante questo ch'avevamo fatto per questo viaggio, aveva avuto una instruzione
che, se per aventura ci avesse la tempesta separati, il modo che si aveva da
tenere per tornarci a riunire insieme era di ritornare adietro a ricercarci
otto o dieci leghe, oltra a certe punte che v'erano di mare: per che era bene
di andare a ritrovarla adietro. Piacque il parere a tutti, e cos ritornando
per cercarla la vedemmo due leghe lungi da noi, con un venticello fresco, che
veniva arrivandoci, di che ricevemmo non poco contento. Riunitici adunque
insieme, per quel giorno surgemmo perch i tempi ci si mostravano molto
contrarii, e il capitano riprese coloro della poco diligenza loro nel navigare,
perch s'erano cos da noi appartati; ed essi fecero la lor scusa, che non
avevano potuto fare di manco, percioch una corrente gli aveva fatto correre
pi di tre leghe, onde non ci avevano poi potuto raggiunger mai.
L'altro giorno, che fu a' sedeci del mese di novembre, ci levammo, ma poco
navigando, perch la tramontana e il maestrale ci erano contrarii: quivi
scoprimmo alcuni piani, al mio parere molto grandi e verdi, e per innanzi non
si vedevano montagne alcune n selve, di che ci maravigliammo, veduto cos bel
paese. E ci si fece incontro uno Indiano con una canova alla ripa dove si rompe
il mare, e ci stette a guardare un gran pezzo, e molte volte si sollevava in
alto per poter meglio vederci, e doppo si ritorn adietro lungo la costa: e da
noi s'usava ogni diligenza in vedere se si fosse disviato molto dalla riva, per
dargli la caccia e vedere di pigliarlo, ma egli molto prudentemente ci guard
senza punto approssimarcisi, e se ne ritorn in terra con la sua canova. Quivi
non vedemmo la sera se non un fuoco, n sapemmo se ci fu per accortezza
degl'Indiani, per non darci ad intendere che ci fosse gente, o se lo faceano
perch veramente cos fosse. Dal detto giorno XV di novembre fino alli XXIIII
del detto mese non potemmo seguir il cammin nostro se non per dodeci o quindeci
leghe, e, veduta la nostra carta, trovammo che potevamo essere lontani dallo
Xaguges del porto di Santa Croce fino a settanta leghe. Ora alli detti XXIIII,
che fu il luned, molto di buon'ora cominciammo a risguardare molto ben per
quel paese, e sempre alla costa vedemmo molte gentile pianure con alcuni solchi
fatti in mezzo a guisa di certe mezze piane, sempre dentro nella terra
scorgendosi la medesima pianura e dilettevol campagna, per essere l'erba che
produceva di bello essere minuta e verde, come erba da pascoli per bestiame,
ancora che, per trovarci cos surti di lontano, non potessimo distintamente
giudicare qual sorte d'erba fosse: ma a vederla era molto corta e verde e senza
spine. Queste pianure alla man dritta facevano un seno d'una valle che pareva
un pezzo di monte; nel resto tutti i piani si vedeano senza niun cardo o altra
erba salvatica, ma piena d'erba da pascere animali, verde e bella, come ho
detto.


Una nave per fortuna dall'altre si separa, poi, congiunte insieme, fa relazione
la terra per la bocca d'una laguna riuscire al ponente; gli pilotti vengono in
diversi pareri dello stato di questa costa, abitata da Chichimechi, e che sia
male abitata per il gran freddo che vi si sente. Entrano in porto per prender
acqua dolce, e sono da due squadre d'Indiani all'improviso assaltati:
valorosamente si difendono, e il capitano con altri soldati restano gravemente
feriti.

Alli ventisei di questo mese, che fu mercoled notte, ci dette addosso una
tramontana che sempre si veniva pi rinfrescando, e tanto che ci affann molto,
perch ci dur duoi giorni, nei quali il mare sempre si mostrava turbato. E in
questa notte di nuovo ci si smarr la nave della Trinit, sbattuta da questa
tramontana che ho detto, e la avevamo veduta il luned alli XXIIII, di che
sentimmo molto dolore tutti, cos il capitano come i soldati e marinari, perch
ci pareva di ritrovarci soli; e la nave Santa Agata, nella quale noi eravamo,
non era troppo ben condizionata, e di questo avevamo pi affanno che per la
fatica del mare adirato, pensando che se la Trinit ci mancava o ci avesse
fatto qualche tristizia, che per aventura non avremmo potuto seguir il viaggio
conforme alli desiderii del capitano e nostri. Questo detto luned alli XXIIII
vedemmo un paese di alti monti verso maestro, e pareva che sempre pi oltre
apparisse terra, di che ci rallegrammo infinitamente, perch ci pareva che ci
si allargasse il paese e che ci avevamo da incontrare in qualche buona cosa,
aspettando perci con desiderio che Iddio fesse servizio di darci tempo buono
per navigare, che per l'adietro avevamo sempre avutolo contrario, quasi che in
ventisei d non avevamo camminato pi di settanta leghe: e questo con gran
fatica, or surgendo or levandoci, e cercando rimedii e commodit della terra
per non pericolare. In questo paese che trovammo alli ventisei sempre vedemmo,
come ho detto, per la costa e dentro in terra pianure belle e senza albore
alcuno, e nel mezzo d'esse si faceva uno lagume o una raccolta d'acqua del
mare, che al parer nostro poteva essere meglio di dodeci leghe di grandezza, e
andava a marina verso le montagne che ho detto.
E questo medesimo giorno vedemmo la nave nostra della Trinit che stava surta
due gran leghe lontana da noi, la qual tosto che ci vidde fece vela, e ci
riunimmo insieme e facemmoci gran festa. Portavano essi gran quantit di pesce
pardos e d'un'altra sorte, perch alla punta di quelle montagne avevano trovato
una peschiera che era cosa maravigliosa, percioch si lassavano pigliare a
mano, e i pesci erano s grandi che ciascuno aveva che fare di trovar luogo
dove mettere il suo; avevano parimente trovato in quella punta un fonte d'acqua
dolce, che discendeva da quelle montagne, e ci dissero che nel medesimo luogo
avean trovato una calle per dove entrava il mare in quel lagume. Ci rallegraron
molto col raccontarci queste cose e con dirci che la terra riusciva al ponente,
perch pensava il pilotto maggiore, e l'altro pilotto era del medesimo parere,
cio che si saria trovato buon paese, quantunque altri fossero di contraria
opinione, che per quella costa non si avea da ritrovare cosa buona fino alla
China, ma sempre in questo modo paese poco abitato e da Chichimechi: e questo
giudicio si faceva perch quivi trovammo s gran freddo che non ci potevamo
durare, con una tramontana che vi soffiava che ci seccava la faccia, il naso e
tutte le membra, che non ci giovava di coprirci n con saii n con pelle, calze
e scarpe, che tuttavia tremavamo di freddo. La notte ci levammo per andarcene a
questa punta, per pigliar acqua, che ci mancava, e per vedere questo lagume, e
fare andar qualche gente in terra, e doppo la mezzanotte ci sopragiunse una
tramontana s gagliarda che non ci potevamo restare, onde fummo costretti di
ritirarci pi in alto mare, e per la medesima strada tornammo poi alla volta di
terra, con non poca fatica, e venimmo a surgere assai pi adietro donde noi ci
eravamo levati. E quivi ce ne stemmo dal mezzod del gioved con questa
tramontana cos aspra, e il venerd sul mezzogiorno, nel tempo che pi
pensavamo che dovesse mancare, cominci a crescere di nuovo, di che sentimmo
gran discontento, vedutoci il tempo cos contrario, sempre con speranza che
dovesse cessare e vedere che venisse qualche vento di terra, con che avessimo
potuto pigliare la punta di terra per fare acqua dolce e chiarirci se a torno a
quel lagume era gente alcuna.
Quivi ci stemmo temporeggiando dalli XXVI del detto mese fino alli ventinove,
intratenendoci per mare con l'aggirare a poco a poco, finch pigliammo il
riparo di quelle montagne; e preso quel riparo, surgemmo alli XXIX del detto
mese a mezza lega di quelle montagne selvose che avevamo vedute dentro in mare.
In questo luogo ce ne stemmo la domenica a piacere, e Giovanni Castiglione,
pilotto maggiore, usc quel giorno con sette compagni col battello in terra, e
smontarono vicino al mare, e in certa bassa trovarono quattro o cinque Indiani
Chichimechi grandi di corpo, e si misero alla volta loro, i quali si ritirarono
fuggendo a guisa di cervi spaventati. Doppo il pilotto and alquanto per la
costa del mare e poi torn a rimbarcarsi, e gi che s'imbarcava con i compagni
vidde da quindeci Indiani similmente di grande statura, con i loro archi e
frezze, che gli parlarono in voce alta e forte accennando con gli archi; ma il
pilotto non si cur dei fatti loro, anzi se ne venne alle navi e raccont ci
che gli era advenuto con quelli Indiani. Comand quel medesimo giorno il
capitano che fossero apparecchiate le botte e le vasa per prender acqua il
giorno vegnente di mattina, che fra tutte dua le navi ci potevamo trovare vote
25 botte. Il primo di decembre e l'altro giorno di mattina, che fu il secondo,
usc il capitano con amendue le barche a terra con qualche dodeci soldati, e
similmente con la maggior parte dei marinari, che bisognavano per pigliar
acqua, lasciando nelle navi le genti ch'erano di bisogno: e saltati che fummo
al luogo dell'acqua, fece il capitano trar fuori le botti con diligenza,
accioch si pigliasse l'acqua. E mentre tornavano a trar fuori i barili delle
navi e le botticelle, il capitano con i soldati diede una volta lungo della
costa un tiro o duoi di balestra, e doppo uscimmo per alcune di quelle montagne
per vedere la disposizione della terra, e in verit che in quel luogo la
trovammo molto cattiva al parer nostro, percioch era asprissima, piena di
selve e grotte e tutta petrosa, che con gran fatica potevamo camminarci. Saliti
all'alto poi trovammo certi monticelli di selve e ripe non cos aspre, ancora
che molto faticose da camminarle, e dalla vista di questi monticelli ci pareva
di non vedere pi montagne, anzi giudicammo che da quello in l si sarebbono
trovate di gran pianure. Il capitano non consent che di qua passassimo pi
oltre, percioch per essi luoghi avevamo veduti alcuni Indiani che ci parevano
dover essere spie, e quasi avedutosene ci command che ce ne ritornassimo alla
marina, dove avevamo da pigliar l'acqua, per far presto quel che s'aveva a
fare: e ordin che accioch l'acqua si potesse mettere nelle botti pi
agiatamente si facessero certi pozzi, e poste le nostre guardie o sentinelle si
cominci a pigliar l'acqua. Fra tanto prese il capitano alcuni soldati e mont
sopra un colle alto, dal quale si vedeva una gran parte del mare e d'un lagume
che si fa dentro in terra, perch v'entra una bocca di mare di presso una lega,
e tutto all'intorno teneva di pescagione, ed era il lagume cos grande che ci
pareva che avesse di circuito presso a trenta leghe, percioch noi non potevamo
vedere il fine d'esso.
Doppo ce ne ritornammo al basso, non con men fatica quasi di quella con che
avevamo salito il poggio, per l'asprezza del sito, e alcuni vi furono che lo
discesero rotolandosi al basso, con non poca risa degli altri; e giunti al
luogo dove si pigliava l'acqua ad ora tarda, ch'era gi passato il mezzogiorno,
apparecchiandoci per voler mangiare, sempre posto in sentinella qualcuno di noi
fino che fossimo chiamati a mangiare, e gi che fummo chiamati noi e lassatevi
sempre due uomini. E poteva esser gi le dua ore doppo il mezzod, quando,
stando il capitano e gli altri senza pensar pericolo alcuno d'assalto
d'Indiani, s perch ci pareva il sito cattivo e s per aver le sentinelle ai
passi, diedero sopra di noi dua squadre d'Indiani molto secrete e copertamente,
percioch l'una venne per una valle grande per dove discendeva l'acqua che
pigliavamo, e l'altra venne per la parte di quel colle grande dove eravamo
ascesi per veder il lagume, e tutti vennero cos coperti che le nostre
sentinelle non gli poteron n vedere n sentire, e noi non ce ne avedevamo se
non che, alzando a caso un soldato gli occhi, disse: "All'armi, signori, che ci
vengono addosso molti Indiani!" Questo udito, il capitano salt in piedi con
non poco dispiacere, perch le guardie erano state transmutate, e con la spada
e la rotella, seguiti da un soldato che si chiama Haro, e poi dagli altri. Per
il capitano e quel soldato vanno alla volta d'una porticella di certi sassi per
dove noi altri avevamo da montare, percioch, se gl'Indiani ci avessero tolto
quel luogo, noi saremmo incorsi in gran risico, che ci avrebbono ben uccisi la
maggior parte di noi, n sarebbono scampati se non coloro che per ventura
fossero potuti salire su le barche: e il reflusso era cos grande che, se non
fosse stato notator pi che eccellente, non si sarebbe niun salvato. Finalmente
il capitano seppe usar tanta destrezza, e con prestezza tale, qual fosse stata
possibile ad usarsi: preso dunque che ebbe con Haro la porticella, dietro loro
montarono gli altri soldati; per il capitano e Haro si voltarono agli Indiani
e gli mostrarono faccia, e gli Indiani investirono in essi con tante pietre,
frezze e aste che era una cosa maravigliosa, che la rotella che aveva il
capitano nel braccio gliela ridussero in pezzi, e in oltre lo feriron d'una
frezza nella piegatura del ginocchio, che, ancora che la ferita non fosse
grande, si sentiva egli per molto doglioso. Cos, stando a resister all'impeto
loro, percossero con una pietra Haro, che era dall'altra banda, s fortemente
che lo gettorno disteso in terra, e incontinente arriv un altro gran sasso al
medesimo che gli fracass la rotella, e d'un altro colpo di frezza dierono al
capitano e gli passaron una orecchia netta; venne un'altra frezza e fer un
altro soldato, chiamato Graviello Marchese, in una gamba, di che si sentiva
gran dolore e andava zoppicando. Giunse in tanto Francesco Preciato con alcuni
degli altri soldati, e s'un con gli altri dal lato stanco del capitano,
dicendogli: "Signor, tiratevi fuora, che voi sete ferito; non abbiate affanno,
che al fin sono Indiani e non ci posson nuocere". In questo modo cominciammo a
metterci fra loro sopra una costa d'un sasso, sempre guadagnandoli terreno, di
che sentivamo crescerci molto animo, e quando cominciammo a farli ritirare
guadagnammo un monticello di selva, dove noi ci assicurammo, percioch per
innanzi essi ci tiravan dall'alto, perch ci erano a cavaliero alla scoperta a
lor salvo, e noi con niuna cosa potevamo offender loro per allora, se non col
fare sforzo d'arrivargli con le nostre rotelle nelle braccia e le nostre spade
in mano. Dall'altra banda il giongerli e accostarsi a loro era affaticarsi in
vano, essendo veloci come capre di montagna.
In questo tempo s'era levato in piedi Haro, e postosi un panno in testa, onde
gli era uscito assai sangue, e s'era unito con noi altri, e da lui ricevemmo
non poco aiuto. Si fecero in tanto forti gli Indiani in un sasso d'uno scoglio,
donde ci facevan non poca guerra, e noi parimente ci facemmo forti in un
monticello per il quale si calava al basso nel forte loro, e fra loro e noi era
una valletta, che dalla parte di sopra non era molto profonda. Quivi eravamo
col capitano sei soldati e due negri, e tutti eramo di parere che non si
passasse questo luogo, accioch per esser gli Indiani molti non ci uccidessero
tutti, perch il rimanente dei nostri soldati, che stavan da basso alla punta
del monticello facendo faccia all'altro squadrone degli Indiani, disturbavan
che non facessero danno a coloro che stavano a prender l'acqua nella spiaggia,
e similmente non rompessero le botti dell'acqua. Ed essendo noi pochi, fu
concluso che quivi ci fermassimo e stessimo cheti, fortificandoci bene,
massimamente per non aver da niuno dei canti aiuto alcuno, percioch Berciillo,
che era quello che ci avea da aiutare, era molto malamente ferito di tre
frezzate e per conto alcuno non voleva appartarsi da noi: e fu questo cane
ferito nel primo assalto, quando s'appressarono a noi gli Indiani, e si port
molto bene aiutandoci valentemente, perch gli affront e ne disordin otto o
dieci di loro, che gli fece lassar fuggendo molte frezze. Ora, come  detto, al
fin fu ferito, in modo che n per burla n da dovero lo potevamo far partire da
noi per andare pi ad affrontar gli Indiani; e gli altri duoi cani pi tosto ci
facevano danno che utile alcuno, perch, se andavano contra di loro, essi si
mettevanci a tirargli con gli archi, e noi per voler difendergli ricevemmo
danno e fatica. S'era in tanto enfiata la gamba al capitano nel raffreddarsi,
che gliel'avevamo fasciata con un panno, e zoppicava molto. E stando cos cheti
gli Indiani, una parte di loro cominci a far balli e cantare e gridarci, dipoi
tutti insieme si caricarono di pietre, e por negli archi le frezze, e a venir
al basso verso di noi, molto determinati d'affrontarci, e con molte grida
cominciarono a tirar le pietre e frezze.
In questo tempo si rivolt Francesco Preciato al capitano e disse: "Signor,
questi Indiani conoscono o pensano che abbiamo paura di loro, e invero che 
grand'errore il dar loro questa baldanza. Sar meglio che determinatamente con
questi cani facciamo sforzo e gli affrontiamo su in questa costa, accioch non
sentan che in noi sia vilt d'animo alcuna, che al fin sono Indiani e non ci
aspetteranno, e guadagnato il forte di quel colle, Iddio ci dar grazia per
tutto il rimanente". Il capitano rispose che gli parea ben fatto e che cos si
facesse, ancora che nel resto a lui pareva di doversi far altra cosa. Stando in
questo, Francesco Preciato imbracci la sua rotella e con la spada in mano
salt dall'altra parte della valle, che gi da quel canto non era molto alta,
dicendo: "Or su, signori, sant'Iago, a loro"; e dietro lui saltaron Haro,
Teraza, Spinosa e un balestriero chiamato Montagno, e doppo gli segu il
capitano, ancora che molto zoppo, con un moro e un soldato che andava con lui,
inanimando e confortando che non gli dovessero temere. In questo modo gli
riducemmo fin al luogo dove s'erano fatti forti e donde erano discesi, e noi
pigliammo un altro colle all'incontro di loro, lungi una tirata di dardo; e
riposati che fummo alquanto, giunse il capitano che ci disse: "Or su, signori,
addosso, prima che si riabbino in quel colle, che gi notoriamente vedemo che
temono di noi, poich ogni volta noi gli scacciamo dai loro forti". E subito
tre o quattro di noi andammo alla volta loro, molto coperti delle nostre
rotelle, al pi del forte dove essi s'erano raccolti, e dietro ci seguirono gli
altri. Gli Indiani rincominciarono a mostrarci la faccia e a tirarci molte
pietre e frezze, e noi con le spade nelle mani ci mettemmo fra loro in tal modo
che, avendo veduto con quanto empito noi gli combattevamo, abandonarono quel
forte e per la costa a basso come cervi se ne passarono al colle dall'altra
parte, dove stanziava l'altro squadron d'Indiani, da' quali furono raccolti. E
si misero a parlar fra loro, ma in voce bassa, e si posero a sei a sei
accoppiati, e a otto a otto, e fecero fuoco e si scaldavano: e noi all'incontro
guardavamo questo stando cheti.


Il capitano ferito con altri suoi soldati, doppo la zuffa, vedendo partire gli
Indiani vanno alle navi; il giorno seguente nell'istesso luogo prendendo acqua,
manda i marinari a scandigliare la bocca della lacuna. Di quivi partiti
giungono nel porto di Santo Abbate e provano pericolosa fortuna di mare;
approssimati poi alla costa per prender acqua dolce nel detto porto, vengono
alcuni Indiani pacifici.

Era gi l'ora s tarda che si cominciava a far notte, e ci vedendo gli Indiani
di quivi ad un pochetto determinaron d'andarsene, e ciascun d'essi o la maggior
parte prese un pezzo di legna infocato in mano, e si ritirarono per luoghi
difficili. Questo vedendo il capitano comand che dovessimo ritornar per
imbarcarci, essendo gi notte oscura, ringraziandoci tutti per il ben che gli
avevamo fatto; e gi non si potendo sostener sopra la gamba, appoggi un
braccio sopra di Francesco Preciato, e con questo modo ce ne ritornammo a'
battelli, dove ci imbarcammo con non poco travaglio per la gran marea e il gran
reflusso dell'acqua, che era tanta che in ogni ondata ci si empievano i
battelli. In questo modo, molto stanchi e bagnati e alcuni feriti, come s'
detto, ciascuno se ne ritorn alla sua nave, dove i letti che vi ritrovammo e
il refrigerio e l'apparecchio della cena non ci dieron molto conforto ai
travagli passati. Quella notte ce la passammo in questo modo, e l'altro giorno,
che fu il marted, il capitano si ritrov molto travagliato delle sue ferite, e
maggiormente per quella della gamba, percioch per averci camminato se gli era
molto infiata. Ci erano restate da empiere dodeci botti d'acqua e i barili fra
tutte le navi, e il capitano voleva uscir per fargli empire, ma non glielo
consentimmo, e perci quel giorno fu lasciata questa impresa; ma ordin che si
mettessero in punto le balestre e duo archibusi assai buoni, e il giorno che
seguit del mercoled, di buonissima ora, comand a Giovan Castiglioni, pilotto
maggiore, che uscisse con ciascuno battello e con tutti i soldati e marinari
che si potesse, avendo ordinato il d innanzi che la Trinit s'accostasse a
terra quanto pi potesse, e apparecchiassero alcuni masti d'artiglieria,
accioch, se gli Indiani fossero comparsi, gli impaurissero e gli facessero
danno quanto potessero. Il mercoled adunque uscimmo fuori tutti i soldati,
eccetto i feriti, e alcuni marinai meglio in ordine che potemmo, e andammo a
pigliar il primo colle dove noi ci eravamo fatti forti, stando tutti sopraviso,
finch si prese l'acqua e che fummo chiamati, che giamai comparse Indo veruno.
In questo modo ce ne imbarcammo a piacer nostro, almeno senza sospetto degli
Indiani, quantunque il gran reflusso del mare ci desse un gran travaglio,
perch ci investiva molte volte con assai acqua dentro le barche. Era questo il
mercoled, ad tre di decembre.
Il d innanzi, non avendo noi a niun patto consentito che il capitano fosse
uscito fuori, per esser cos mal disposto, per finir di portar l'acqua, in
altro non ci occupammo che in mettere all'ordine gli archibusi e balestre, e
far dei verrettoni, che il giorno innanzi s'eran consumati; e per non perder
tempo il capitano comand a Giovan Castiglione, pilotto maggiore, che pigliasse
un battello con alcuni marinari che pi li fosse parso al proposito e andasse a
veder la bocca della laguna, per veder se era tonda nella entrata, in modo che
ci fosser potute entrar le navi. Egli, preso il battello della capitana con
otto marinai e il nostro della Trinit, andarono a scandigliar l'entrata, e nel
pi basso del banco di fuori trovaron tre braccia di fondo, e pi innanzi
quattro e pi oltre cinque, crescendo sempre fino a dieci o dodeci, quando eran
cos innanzi le due punte del detto lagume, che era di larghezza d'una punta
all'altra una lega, e tutto era piacevolissimo fondo. Doppo s'accostarono alla
punta di sirocco, e quivi viddero una zattera grande, la quale volsero pigliare
per portarla alle navi. Stando in questo viddero non so quante capanne, onde il
pilotto determin d'andarle a vedere, ed essendogli gi vicino viddero tre
altre zattere con tre Indiani dentro, lontane dalle capanne qualche una tirata
o due di balestra, e salt in terra con quattro compagni marinari. E stando a
guardare quelle capanne, viddero uscir d'un monticello molti Indiani da guerra
con i loro archi e frezze, onde si determinaron di ritornare ad imbarcarsi e
ritornarsene alle navi; e non erano appena appartatosi dalla costa del mare un
tiro di pietra, quando sopragiunsero gl'Indiani a tirargli delle frezze, e per
esser disarmati non si curaron di loro, non essendo iti ad altro effetto che
per scandigliare quella bocca ed entrata di quel lagume.
Gioved, alli quattro del mese di decembre, facemmo vela con un venticello
fresco e navigammo qualche otto o dieci leghe, e giungemmo a certe bocche, che
a tutti ci parsero che dovessino esser isole, e noi entrammo per una d'esse e
ci ritrovammo dentro uno porto chiamato di Santo Abate, tutto serrato e
circondato dalla terra, che era una delle belle cose che si potesse vedere: e
all'intorno d'essa, massimamente da due bande, era terra verde e di bella
veduta. Scorgemmo verso quella parte che si mostrava verde certi fiumi e perci
ci ritornammo adietro, uscendo per la bocca donde eravamo entrati, sempre con
vento contrario: per si affaticarono molto i pilotti per guadagnar cammino; e
vedemmo davanti per la prora certi monticelli selvosi, e innanzi d'essi alcuni
piani. Questo vedemmo il venerd, che fummo alli cinque del detto mese, fino al
marted, che fummo alli nove. Nell'avvicinarci che facemmo a queste selve,
mostrava esser molto dilettevole, ed eranvi colli ameni e spaciosi, ed erano
innanzi d'essi verso il mare alcune pianure, e in tutta la provincia si
vedevano di queste selve. Dal giorno innanzi, che fu la Concezion della nostra
Donna, vedemmo molti fumi grandi, di che ci maravigliammo assai, facendo fra
noi varii giudicii se potevan esser di gente abitatrice o no. All'incontro di
quelle selve si faceva la notte tanta rugiada, che ogni mattina che ci levavamo
era la coperta della nave cos bagnata che, fra tanto che il sole non era ben
alto, sempre facevamo fango passeggiando per la coverta.
Stemmo surti all'incontro di queste selve dal marted mattina che ci levammo
fino al gioved alla mezzanotte, che ci sopragiunse un maestrale molto furioso,
che, ancora che non volessimo, ci fece levare: e fu s grande che la nave Santa
Agata cominciava a dar volta per la prua, finch si ruppe il canape, e la nave
se n'andava al traverso, e subito con gran furia si ruppero il trinchetto e la
mezzana, sempre crescendo pi il vento maestrale; indi a poco si ruppe la
maggior vela, e a gran furia, perch ci trovavamo fra le due punte, che i
soldati, il capitano e tutti eravamo intenti in acconciar le vele; e convenne
di far il medesimo alla Trinit, perch andando aggirando sopra l'ancora, gi
che stava a picco, si ruppe il canape, in modo che vi perdemmo due ancore,
ciascuna nave la sua. Venimmo a ritrovar il porto di Santo Abate, che ci
eravamo vicini presso venti leghe, e in questo d arrivammo vicini a quattro
leghe, n potendo attragerla per il vento grande contrario, surgemmo al riparo
di certe montagne e colli pelati e con poca erba, presso una spiaggia tutta di
arena in montoni. Quivi vicino trovammo un luogo da pescare presso un ponte,
dove gettato lo scandaglio per veder che fondo v'era, fu preso da un pesce per
la bocca e lo cominci a tirare, e colui che avea lo scandaglio, gridando e
manifestando ai compagni la presa, che lo dovessimo aiutare, gi che l'avea
sopra l'acqua lo prese e sciolse la corda dello scandaglio, tornando a gettarlo
in mare per veder se v'era gran fondo, e di nuovo gli fu presa, onde ricominci
a gridare che l'aiutassimo, e tutti cominciammo a gridare d'allegrezza. Cos
tirando il pesce ci si ruppe la corda dello scandaglio, che era assai grossa;
pur avemmo al fin il pesce, molto bello.
Quivi ce ne dimorammo dal venerd che arrivammo fino al luned, che parve al
capitano che ci dovessimo accostare al luogo dell'acqua dolce, donde potevamo
esser lontani sei leghe, per pigliar dodeci botte d'acqua che avevamo bevuta e
consumata, per non saper se da l innanzi ne avevamo da trovare: e gi che si
trovasse era dubbio che, per il gran reflusso dell'acqua che era in quella
costa, per aventura non l'avemmo potuta pigliare. Giungemmo vicini a quel luogo
il luned di notte, nel quale vedemmo alcuni fuochi d'Indiani. E comparso il
marted, comand il capitano che la nave della Trinit s'avvicinasse pi presso
alla nostra nave e a terra che avesse potuto, accioch bisognando ci avesse
aiutati coi masti o code d'artiglieria; e avendogli dato tre o quattro girate
per accostarle al rivo dell'acqua, vennero al lito quattro o cinque Indiani,
che si posero a guardarci come fusse gettato il battello e l'ancora, ponendo
anco mente come andava il sughero sopra dell'acqua. E come il battello venne
alla nave, si gettarono dua di loro in mare e vennero al sughero e lo
guardarono gran pezza, poi presero una canna da frezze e ligarono a detto
sughero una conca marina assai bella e lucente delle perle, poi se ne
ritornarono in terra vicini al rivo dell'acqua dolce.


Con molte cosette presentano gli Indiani, quali sono sopra il lito a vedergli,
e, col mezzo del loro interprete chichimeco non potendo il loro linguaggio
intendere, vanno per prendere acqua dolce. Francesco Preciato con molti cenni e
baratti trapassa con loro il tempo, e per la loro moltitudine temendo, con suoi
compagni prudentemente si ritira, e si salva nelle navi.

Questo veduto dal capitano e da noi altri, giudicammo che costoro fossero di
pace, onde prese il capitano la barca o battello con quattro o cinque marinari,
portando seco alcuni paternostri da barattare, e and a parlar loro; intanto
ordin che si chiamasse dal capitan l'Indiano nostro interprete chichimeco,
acci parlasse con esso loro. E il capitano s'accost al sughero, e gli pose
sopra certe cose di baratto e gli fece cenno che venisser a torle, e l'Indiano
con le mani, con le braccia e la testa fece loro cenno che non gli intendevano,
per che s'appartassero de l; onde il capitano si tolse da quel luogo col
battello alquanto, e di nuovo essi accennorono che si dovesse allontanare pi,
onde appartatisi pi longi assai, gli stessi Indiani si gettarono nell'acqua e
s'accostaron al sughero, presero quelli paternostri e ritornaronsi adietro in
terra. E poi s'avicinarono agli altri tre e tutti insieme, veduti i nostri
baratti, dierono un arco e certe frezze ad un Indiano e lo mandorono molto
correndo per la spiaggia, e ci fece cenno che aveano fatto intendere al signor
loro le cose che gli avevamo date, e che sarebbe venuto quivi. Indi a poco
ritorn il medesimo Indiano correndo come prima, e ci ricominci a far cenni
che gi veniva, e cos stando vedemmo assommare per la spiaggia dieci o dodeci
Indiani, che vennero a congiungersi con gli altri, e incontanente vedemmo
comparire un'altra squadra d'altri dodeci o quindeci e congiungersi tutti: e di
nuovo ci ritornaron a far cenni che dovessimo uscir l col battello, e ci
mostravano di molte conche in cima ad alcune canne, accennandoci che ce ne
avrebbono date. E veduto questo, comand il capitano che si mettesse in punto
la barca ed entr in essa con i detti marinari, e pass a certo sasso in forma
di scoglio, che era dentro in mar vicino a terra; e quivi entrorono prima dua o
tre Indiani e ci posero una di quelle conche e una ghirlanda fatta di penne di
pappagalli o di passeri, come dipinte di color rosso, e vi posero anco certi
pennacchi di penne bianche e altre di color quasi azzurro. In tanto si vedeano
comparire ogni ora Indiani alla spiaggia di dieci in dieci, e cos a poco a
poco in squadre venivano, e uno di lor, tosto che vidde quella barca, cominci
a saltare innanzi e indietro con tanta leggierezza che veramente a tutti ci
parve uomo di molta destrezza, e ci dette sollazzo a vedergli fare quelle
rimesse; ma gli altri Indiani che erano alla bocca di quell'acqua dolce corsero
da lui e gli gridarono che non dovesse far quei salti, percioch noi eravamo
quivi in atto di pace, e in questo modo se n'and insieme con gli altri al
luogo dell'acqua, dove pian piano in questa guisa si ragunarono meglio di cento
di loro, tutti in ordine e con alcuni bastoni con le corde da lanciare e con i
loro archi e loro frezze, e tutti dipinti. In tanto venne l'interprete
chichimeco dell'isola California, e il capitano comand di nuovo ad un marinaro
che si spogliasse e tornasse a porre in quello scoglio certi sonagli e pi
paternostri, e nel porvegli gl'Indiani fecero cenno che si levassero de l, ed
essi entrarono a pigliarli e s'accostarono con la barca. Il capitano comand
che l'Indiano nostro chichimeco gli parlasse, ma mai l'intesero, in modo che
tenemmo al fermo che non intendesse il linguaggio dell'isola California.
Questo giorno, che fu il marted, fino a notte stettero gli Indiani in
quell'acqua, pigliando da noi alcuni di quelli piccioli paternostri e dando a
noi di quelle lor piume e altre cose, ed essendo l'ora tarda si partirono; e il
capitano comand che la mattina seguente di buona ora, che fu il mercoled, si
ponessero in punto le botti, perch prima che venisse il giorno, e che gli
Indiani comparissero a pigliar il colle che soprastava alla fontana, noi
fussimo in ordine usciti in terra. Il che fu esequito, percioch uscimmo con
tutti quei che poterono venire, eccetto quei che aveano la cura di pigliar
l'acqua e quei che aveano da restare nelle navi, che potevamo ascender tutti
fino alla somma di quatuordeci o quindeci uomini, meglio ordinati che ci fosse
stato possibile, che vi avemmo quattro balestrieri, duoi archibusieri e otto o
nove con rotelle, i quali per la maggior parte portavamo presso di noi le
frombe assai ben ordinate, e ognuno una dozzina e mezza di pietre di fiumi. E
la invenzione di queste arme ritrov il capitano per averci la prima volta
molto mal trattati gli Indiani con le molte pietre che ci tirarono, e noi non
avevamo con che difenderci, eccetto col rimedio delle nostre rotelle, e cercar
di guadagnarli i forti donde ci danneggiavano: gli parve che con le frombe
avremmo potuto offendergli, e a noi parve anco buona pensata, perch,
provandoci con esse, le tiravamo molto bene e arrivavamo assai pi lungi di
quel che ci pensavamo, perch essendo le frombe di canapo tiravamo molto. Or
giunti al luogo dell'acqua il detto mercoled nello spuntar dell'alba,
pigliammo il forte d'esso fonte, che erano certi sassi o scogli che gli
soprastavano, fra' quali era una apertura o vallata profonda per donde passa
questa acqua, che non  molta, ma un roscello quanto  la larghezza d'un
braccio.
Cos stando tutti all'ordine, vennero altri quattro o cinque Indiani, che,
tosto che ci viddero smontati in terra e sopra il luogo dell'acqua, si
ritirarono ad un monticello che era dall'altra parte, perch la vallata era in
mezzo fra loro e noi; n tardaron molto a cominciar a giungere, come il giorno
passato, a dieci a dieci e a quindeci a quindeci, questi Indiani tutti
riducendosi in quello alto colle, dove ci facean cenni. E Francesco Preciato
chiese licenzia al capitano di poter parlar con quegli Indiani e poter dargli
qualche cosa, di che si content egli, vietandogli che non se gli dovesse loro
molto accostare, n si ponesse in luogo dove lo potessero dannificare. Se
n'and dunque Francesco in un luogo piano sotto il colle dove stavano gli
Indiani, e quivi per assicurargli pose gi la sua rotella e la spada, solo
restando con un pugnale drieto alla cintura e in uno fazzoletto che portava al
collo certi di quei paternostri da far baratto, pettini, ami e confetti, e
cominci a sallir su per il colle e a mostrargli di quella sua mercanzia. Gli
Indiani, posto che ebbe egli in terra quelle cose e ritiratosi alquanto,
discesero al basso, e le pigliarono e portarono all'alto, perch fra essi
pareva che dovesse essere il signor loro, e gli portaron quelle cosette; dopo
ritornarono al basso, e posero per dare a lui nel medesimo luogo una conca
marina e due penne come d'astore, accennando al Preciato che dovesse venire a
torle: il che fece, e di nuovo vi mise una filza di sonagli e un amo grande e
certi paternostri. Ed essi, presili, ritornaron a metterci un'altra conca e
certe altre penne, ed egli vi rimise altri paternostri, duoi ami e pi
confetti, e gli Indiani vennero a torle e s'avicinarono assai pi che l'altre
volte, e tanto che con una asta d'una picca si sarian potuti toccare. Poi si
misero a parlar insieme, e sopravennero altri sette o otto di loro, e Francesco
Preciato gli fece cenno che non dovessero calar pi a basso; ed essi
incontanente posero gli archi e le frezze in terra, e lasciatele se ne vennero
pi a basso, e quivi a cenni, insieme con quei che v'eran prima, si misero a
parlare con esso lui, e gli domandavano calzoni marinareschi e veste, e sopra
tutto lor piaceva molto una beretta di rosato che il detto Francesco portava in
testa, e gli domandavano che la dovesse por quivi. E dopo alcuni gli
accennavano se volea cosa alcuna da fornicare, accennandogli col deto quelle
poltronarie e atti disonesti, e fra gli altri si trasse avanti un Indiano
grande tinto tutto di nero, con certe conche al collo e in testa, e parlando
per cenni a Francesco Preciato sopra l'istesso atto di fornicare, mettendo il
deto per un pertugio, gli dicea che se voleva donna alcuna, che gliela avrebbe
condotta: ed egli rispose che gli piacea, per che gliela dovesse condurre.
Stando in questo, dall'altre parte dove stava il capitano con i compagni si
vidde affacciare un altro squadrone d'Indiani, per il che il capitano con i
compagni tumultu e si misero in punto per combattere, onde convenne a
Francesco Preciato di ritirarsi al basso per congiungersi col capitano e con
compagni. E quivi gli ultimi che vennero cominciarono a far cenni che volessimo
porre per contracambiare qualche cosa, ch'essi avrebbono dato loro delle
conche, le quali avean portate in certe bacchette: e con questo si veniano
molto accostando a noi, di che non restavamo sodisfatti molto; e Francesco
Preciato disse al capitano che, se egli voleva, averebbe fatto che tutti
gl'Indiani si fussero congiunti insieme e fermati sopra quel colle alto, e gli
rispose che era meglio che si fussero uniti, perch gi i nostri aveano finito
di pigliar l'acqua e il batello ci aspettava. Onde Francesco, preso una corona
di paternostri, n'and verso la valle donde veniva l'acqua al par degl'Indiani,
e a quelli fece cenno che dovessero chiamar gli altri e che tutti si fussero
messi insieme, perch egli sarebbe andato l a porgli le cose da cambiar in
terra come prima; ed essi risposero che dovesse farlo, ch'aveano chiamati gli
altri e si sarebbe fatto come voleva, e cos fecero, perch gli chiamarono che
dovessero andar da loro, il che fecero, e Francesco pass similmente solo,
avendo ordinato il capitano in tanto che si cominciassero ad imbarcare.
Francesco, arrivato al luogo, cominci a por gi quelle sue mercanzie da
contracambiare, e poi fece lor cenno che dovessero aspettar quivi, perch egli
sarebbe ito alle navi per portarne dell'altre, e se ne ritorn dove era stato
il capitano, e trov ch'esso capitano e tre o 4 altri in fuori essersi tutti
imbarcati; e il capitano finse di dar altre cosette al Preciato, che le dovesse
portare agl'Indiani, e lontanatosi alquanto lo chiam, e a tutto questo
stettero gl'Indiani sempre cheti. E venuto a lui, noi pian piano ce n'andammo
alle barche e intrammo dentro a nostro bell'agio, senza far pressa niuna, e
quindi ce n'entrammo nella nave.
Gl'Indiani, avendoci veduti cos imbarcati, calarono alla spiaggia dove era il
rivo dell'acqua, e ci chiamarono che dovessimo salire nei batelli e venire a
terra, e che portassimo de' paternostri, perch ci avrebbono dato delle loro
conche; ma noi, che gi ci eravamo posti a mangiare, non ci curammo di loro,
onde cominciarono a tirarci delle frezze alla nave e, se bene giungevano
vicine, non per ci arrivavano. In questo uscirono con il batello alcuni
marinari per prender l'ancore, onde, veduti dagl'Indiani che s'andava verso di
loro n si portava cosa veruna, cominciarono per scherno a mostrarci le
natiche, facendo cenni che gli baciassimo di dietro: e questi doveano essere di
quei che erano venuti ultimamente. Il capitano, veduto questo, comand che si
tirasse un pezzo di moschetto o due, e che si ponesse ben la mira. Essi, veduto
che si maneggiavano questi pezzi, si levarono alcuni d'essi e andarono a tirar
le frezze ai marinari che andavano a ripigliare l'ancore, e allora comand il
capitano che si tirasse presto l'arteglieria, onde furono tirate tre o 4 botte,
e ponemmo mente che uccidemmo un di loro, percioch lo vedemmo per cosa certa
morto nella spiaggia, e credo anco che alcuni ne rimanessero feriti. Essi,
udito quello strepito e veduto colui morto, si misero a fuggire quanto
poterono, chi per la spiaggia e chi per le valli, nascondendosi fra quegli
scogli, portandosene strascinando l'Indiano morto; n doppo apparse pi veruno
di loro eccetto dieci o dodeci che s'affacciarono con le teste fra quei sassi,
onde fu tirato un altro pezzo d'arteglieria all'alto dove erano, n mai pi ve
ne vedemmo niuno.


Alla ponta della Trinit pescando e con altri sollazzi dimorano tre giorni, poi
navigando scuoprono dilettevoli paesi e montagne nude d'erbe, e una isola poi
detta dei Cedri, non discosto alla quale patiscono aspro freddo e pioggie, e
per salvarsi fanno a lei ritorno.

Incontinente demmo la vela a' venti per venire a congiungerci con la nave di S.
Agata, ch'era pi di mezza lega in alto mare longi da noi: e fu questo il
mercord a' 17 di decembre. Unitici insieme, perch faceano venti contrarii ci
accostammo alla ponta della Trinit, e quivi ci fermammo pescando e pigliandoci
solazzo due o tre giorni, ancora che sempre con gran piova. Doppo cominciammo a
navigare a poco a poco, e la notte venimmo a surgere al par di quelle montagne
dove ci restarono l'ancore, e conosciuto il luogo ricevemmo non poco contento,
veduto ch'aveamo camminato qualche 35 leghe, che poteano esser dal luogo dove
pigliammo l'acqua: n  maraviglia che cos ci rallegrassimo, percioch la
paura che avevamo de' venti contrarii ci faceano star cos contenti del cammino
che faceamo. Il giorno della Nativit santa del nostro Signore, che fu il
gioved a' 25 del detto mese, ci cominci Iddio per sua misericordia a farci
grazia di darci un vento fresco quasi alla poppa, che ci fece passare il
pareggio di quelle montagne di dieci o 12 leghe, trovando sempre la costa
piana, e per dentro a due leghe, che passavamo cos di longo per la terra, e
fra queste montagne era molto spazio di terra piana, agli occhi nostri molto
appariscente, ancora che altri fussino d'altra opinione
Cominciammo dal giorno di Natale a navigare a poco a poco con certi venticelli
di terra, e cominciammo fra notte e giorno fare fino a sette, overo otto leghe,
che non ci parve d'aver fatto poco, pregando sempre Iddio che ci confermasse
quella grazia e lodando il suo santo Natale: e tutti i giorni di quella pasqua
ci dissero messa i frati nella capitana, e ci predic il padre frate Raimondo
che ci diede non picciola consolazione con lo inanimarci al servizio d'Iddio.
Venimmo a surgere il sabbato al tardi, che fummo alli ventisette del detto
mese, presso una ponta che per la costa si vedeva essere tutta terra piana e
per di dentro montagne alte con alcune selve, le quali con le montagne andavano
traversando la terra e per il lungo continuavano per monticelli acuti in cima,
e trovasi alcune vallette fra quelle montagne: paesi che in vero a me pareva
che, guardato con buoni occhi, secondo la lunghezza e larghezza che mostrava,
non poteva esser se non buono, e che vi fussero gran cose, cos d'abitazioni
d'Indiani come d'oro e d'argento, percioch mostrava al sembiante che ve ne
fusse. Questa notte vedemmo un fuoco ben dentro in terra verso quelle montagne,
che ci faceva credere che fusse il paese tutto abitato. L'altro giorno, che fu
domenica e il d degli Innocenti, a' ventiotto del detto mese, nel far del
giorno ci levammo e camminammo fino alle nove e le dieci ore tre o quattro
leghe, e ci si mostr una punta che usciva verso ponente, che ci dette qualche
allegrezza per parerci sito ameno. Dalli ventiotto di decembre camminammo fino
al gioved d'anno nuovo 1540, e potemmo andare qualche quaranta leghe per certe
rivolte e seni che erano in quella costa e certe montagne alte coperte di certe
erbe di colore di ramerino, da una banda pur verso il mare molto pelate e arse,
e pi verso la cima si vedeva sassi che tiravano in color rosso; e pi innanzi
a queste si vedeva certe montagne bianche, e cos si mostrava esser tutto quel
che si vedeva, fino ad una punta che si scorgeva innanzi, di montagne cos arse
e rosse e bianche e senza niuna sorte di erba n albero, di che ci
maravigliammo pur assai.
Questo d d'anno nuovo vedemmo vicino a terra due isolette picciole, e sentimmo
gran piacere di vederle, percioch andavamo paurosi molto che i venti contrarii
non ci facessino ritornare adietro in un d quel che avevamo navigato in dieci,
che, se ci avessero assaltati, non ci potevamo difendere. Camminammo dal primo
d di gennaro fino al luned, che furono cinque giorni: sempre la terra correva
verso il maestro di queste montagne che ho detto, e la domenica vedemmo per la
prora da lontano un paese alto, alquanto appartato dall'altra terra della
costa, e tutti cominciammo a far giudicio ch'era la terra che si rivoltava al
maestrale, perch da quella banda i pilotti dicevano che avean speranza di
trovar miglior paese. E il detto luned, che fu ai cinque di gennaio, arrivammo
a questo paese alto ch'io dico, ed erano due isole, l'una picciola e l'altra
grande: passammo longi da queste due isole qualche sei leghe, e parevano verdi,
e nella cima apparivano molti alboretti alti, e al parer nostro poteva essere
questa isola di circuito fino a venti leghe. La passammo per sei leghe di
lunghezza senza vedere n sapere altro d'essa, ma avevamo innanzi a noi terra
alta che usciva a tramontana, dove stemmo il luned a notte, e fino a otto o
dieci leghe. Venimmo a camminare dal gioved, che fu anno nuovo, fino al d
d'oggi, che  luned, fino a 35 leghe, e in questo pareggio sentimmo gran
freddo che ci dava molta pena, massimamente essendo assaliti da due o tre
pioggie con vento, che col freddo ci afflissero molto. Stemmo al par di questa
terra due o tre notte surti, vedendocela innanzi molto vicina, sempre facendo
la guardia per ore compartite i marinari e soldati tutta la notte, molto
vigilanti.
Il marted, che fu la festa de' Re, giungemmo qualche tre o quattro leghe da
questa terra che avevamo veduta il giorno innanzi, la quale secondo il giudicio
nostro mostrava d'essere molto amena, percioch mostrava verdura, con alberi
verdeggianti di comune grandezza, e si vedeva molte valli, delle quali
surgevano certe picciole nebbie che continuano per lungo spazio in esse, onde
noi facemmo giudicio che uscissero da qualche fiume. Vedemmo quella mattina con
nostro gran piacere le fumate grande, quantunque fussimo lontani da esse meglio
di quattro leghe, e il capitano non si curava molto che noi ce gli
appressassimo, n che si sentisse o sapesse quel che vi fusse: e forse perch
esso capitano non si trovava allora nella nave Santa Agata, ma s'era trasferito
nella Trinit, come era sua usanza d'andarvi a stare talora duoi o tre giorni,
cos per passar tempo come per dar ordine a quel che le bisognasse. In questo
paese ci pareva che fusse l'inverno e il piover naturale di quel di Castiglia.
Ce ne stemmo la notte surti lungi due o tre leghe da terra, e su verso la sera
vedemmo cinque o sei fuochi, di che ci rallegrammo tutti, n ce ne
maravigliammo, percioch il sito di quel paese dimostrava esser abitabile, per
essere ameno, dilettoso e tutto verdeggiante, e parimente perch l'isola che ci
avevamo lasciata adietro, di venti leghe di grandezza in circuito, come si 
detto, dava segno che fusse ben popolata. Venuto il giorno del mercoled, noi
ci trovammo a largo alla terra per il mare altre tre o quattro leghe, e
ricominciammo a vedere altri duoi fuochi, e perci ci certificammo dover essere
il paese molto ben popolato, e che per lo innanzi avevamo sempre trovatolo pi
domestico. E 50 leghe adietro vedemmo sempre andar per mare alcune zattere
d'erba, di grandezza d'una nave e dua per larghezza, rotonde, piene di zucche,
e di sotto di queste erbe v'erano molti pesci, e sopra d'alcune molti uccelli
come coccali bianchi: crediamo che queste zattere naschino di qualche scoglio o
roca posta sotto acqua. Ci trovammo in 30 gradi d'altezza.
Dai sette di gennaio camminammo fino alli nove sempre con venti contrarii, e il
venerd sul mezzogiorno si lev una tramontana e greco che ci convenne
ritornare al riparo a quella isola che avevamo lasciata adietro, della quale
eravamo lontani meglio di venti leghe: e quella sera del venerd al tardi ne
camminammo pi di dodeci, e per esser notte ci riparammo a quel traverso del
mare, dove ricevemmo non poca pena noi e le navi, che in tutta notte niuno uomo
dorm mai, ma tutti stemmo vigilanti. La mattina seguente, che fu il sabbato, a
buon'ora ci mettemmo in viaggio e pigliammo la detta isola al riparo, surgendo
in trenta braccia: e da quella parte dove surgemmo trovammo montagne alte e
chiuse con argini d'una terra tutta cenere e arsa, e in altri luoghi arsiccia e
nera come 'l carbone e come schiuma di ferro, e per altre parte bianchetta e
intessuta di colline colorate, di che ci maravigliammo noi fuor di modo,
attento che quando noi passammo ci parve terra domestica, piena d'alberi, e ora
non se ne mostrava tronco da questa parte. Tutti giudicammo che dall'altra
banda verso terra ferma fusser gli alboreti che noi vedemmo, ancora che, come
dissi, andavamo lontani da essa 4 o 5 leghe. Ce ne stemmo quivi al riparo di
queste montagne il sabbato, la domenica e il luned, sempre avendo questo vento
di tramontana, cos gagliardo che credemmo che, se ci avesse colti in mare, ci
saremmo annegati.


Aggirano e smontano nell'isola dei Cedri per scoprirla e avere acqua e legna;
sono dagli Indiani assaltati, e molti di loro con i sassi feriti; al fine
restati superiori, vanno alle lor capanne e, scorrendo pi adentro l'isola,
ritrovano varie cose abandonate nella lor fuga.

Marted, che fummo a' 13 di febraio, comand il capitano che si tirasse fuori i
battelli e smontassimo in terra, il che si fece, andandocene per la costa fino
a mezza lega buona, ed entrammo per una vallata, che, come ho detto, tutto
questo paese era di monti molto alti e pelati della qualit che s' detto: e in
questa e in altre picciole basse trovammo alquanto d'acqua e che avea del
salso, e non molto lungi certe capanne d'erba a guisa di scope, e parimente
trovando pedate di Indiani piccioli e grandi: onde restammo fortemente
maravigliati che in terra cos aspra e indiavolata, per quel che potea vedersi,
fusse gente. Quivi ce ne stemmo tutto il d facendo 4 o 5 ingegni da pigliar
acqua, che ci mancava, n per esser cattiva e poca si lasci di pigliarla, e
cos, essendo gi l'ora tarda, tornammo ad imbarcarsi e ce ne venimmo alle
navi, che stavano surte ben circa una lega da terra. L'altro d, che fu il
mercoled a' 24 del detto mese, sul far del d il capitano comand che
facessimo vela, e ce ne venimmo circondando la medesima isola per la medesima
banda per donde noi eravamo venuti dalla Nuova Spagna, percioch avevamo veduti
quando arrivammo 5 o 6 fuochi, onde se voleva veder d'intender s'era abitata.
Nel capo adunque di questa rivolta o seno dove eravamo surti, ci usc innanzi
una canoa dove erano 4 Indiani, che venivano vogando con certi piccioli remi, e
s'accostaron per riconoscerci molto vicini; onde dicemmo al capitano che
sarebbe stato ben fatto che fussero alcuni di noi usciti su qualche uno de'
nostri battelli per pigliar questi Indiani, o qualcuno di loro, per donargli
qualche cosa, acci vedessero che noi eravamo buone genti. Ma egli non volse
farlo per non s'aver a fermare, avendo allora un poco di buon vento per poter
circondar questa isola, con pensare che per innanzi avremmo potuti trovarne e
pigliarne degli altri da poter parlargli e dargli quel che avessimo voluto
verso la terra; e gi che andavamo pi approssimandoci, vedemmo un colle grande
pieno di belli alberi, della grandezza degli alberi e cipressi di Castiglia. In
questa isola trovammo pedate di salvaticine e conigli, e vedemmo un pezzo di
legno di pino, onde considerammo che in quel paese ce ne fussero assai. Cos
navigando vicini a terra, vedemmo un'altra canoa con altri quattro Indiani che
veniva verso noi, ma non s'accostava molto, e allora guardammo per prora e
vedemmo verso una punta che avevamo innanzi, assai vicina a noi, altre tre
canoe: una parte al capo della ponta fra certe bassure, altre pi dentro in
mare, per poter conoscer senza approssimarsici molto; parimente fra certi poggi
che erano presso la punta si mostravano dove tre e dove quattro di loro, e dopo
vedemmo un squadroncello insieme di qualche venti, in modo che tutti ci
rallegrammo molto in vedergli. Si vedeva da quel lato la terra verde con pezzi
di pianura che era vicina al mare, e similmente tutte quelle coste di colline
si mostravano verdeggianti e di molti alberi, ancora che non molto spessi.
Quivi vicini a terra surgemmo questo d al tardi vicino a quella punta, per
veder se avessimo potuto parlar con quelli Indiani, e similmente per veder di
pigliar acqua dolce, che gi ci mancava: e sempre, dopo che fummo surti,
vedevamo apparir Indiani in terra vicini a' loro alloggiamenti, venendo
similmente a vederci con una canoa e riconoscersi, a sei o sette alla volta, di
che ci maravigliammo, perch non ci pensavamo mai che una canoa ne capisse
tanti. In questo modo ce ne stemmo aspettando quel che fusse successo, ed
eravamo lontani dal luogo dove stemmo surti da questa terra, dove trovammo
questi Indiani con queste canoe, qualche due leghe scarse; onde ci
maravigliammo non poco di veder che in s poca distanzia di paese fusse tanta
mutazione, cos in veder tuttavia scoprirsi terra verdeggiante e con alberi,
dove dall'altra banda non ve n'erano, come per esser cos popolata di questi
Indiani, e aver tante canoe, che erano di legno per quel che potevamo vedere, e
non zattere o balse, cos chiamate da loro quelle che sono tutte di canna
distese.
Il d seguente, che fu il gioved alli 15 del detto mese, sul far del giorno
apparsero a capo della punta 4 o 5 Indiani, i quali subito che ci viddero si
rimisero dietro la ponta e a certe macchie in piccioli colli che quivi erano,
dove riuscivano e terminavano tutti i poggi e monti verdeggianti di quel
pareggio, onde si comprendeva che quivi dovessero costoro aver l'alloggiamento
loro, per la commodit dell'acqua e diffesa dal mal tempo e l'agio del pescare.
Nello apparir del sole si viddero comparir Indiani in maggior frotta e porsi su
in quelle colline in piccioli squadroni o compagnie, e di quivi si mettevano a
guardarci; incontanente vedemmo uscire in mare cinque o sei canoe ben
sequestrate da noi, e quei che erano dentro si vedevano spesse volte salir in
pi per vederci e riconoscerci bene. Noi all'incontro a tutti questi loro atti
non facemmo una minima mutazione, se non starcene cos cheti surti, e il
capitano mostrava d'aver poca voglia che si pigliasse niuno di loro, anzi la
mattina a buon'ora di questo medesimo giorno comand al contramaestro che lo
trasportasse all'altra nave della Trinit. In questo stato erano le cose,
quando all'ora decima si vidde uscir tre canove a largo in mare a pescare quasi
vicino a noi, onde si potea pigliar gran piacere. A ore 12 ritorn il capitano
dalla nave Trinit e comand che si mettesse in punto il battello e la gente,
cos soldati come marinari, e che uscissimo in terra a veder se si trovasse
qualche pezzo di legna e acqua, e per veder se si poteva pigliar un di quelli
Indiani, per aver la lingua loro se fosse possibile: e in questo modo entr nel
battello della capitana tutta la gente apparecchiata, e noi ce n'andammo alla
nave della Trinit, la quale insieme con l'altre ebbe in questo tempo un
venticello fresco, col quale entrarono pi dentro della ponta, e discoprimmo
gli alloggiamenti e case degli Indiani, e vedemmo vicino alla lingua dell'acqua
quelle cinque o sei canoe, che da prima erano uscite per vederci, tirate a
terra. E a questo paro tornarono a surger le navi a trenta e trentacinque
braccia, ed eravamo assai vicini a terra, onde ci maravigliammo molto di trovar
tanto fondo cos presso la riva.
Entrati ne' battelli, ce n'andammo alla volta di terra all'incontro del
villaggio degl'Indiani, i quali, tosto che ci viddero in atto di voler
smontare, abandonarono un colle dove stettono a por mente a quel che noi
facevamo, e se ne vennero alla spiaggia dove eravamo indrizzati per pigliar
terra; ma prima che ci venissero contra fecero fuggire le donne con i fanciulli
e la robba alla volta delle montagne, e poi se ne vennero diritti verso di noi
e cominciarono a gridar forte, minacciando con certi bastoni grossi che
portavano nelle mani, lunghi un braccio e mezzo, pi grossi che lo spazio della
congiuntura della mano: ma avedutisi che non per questo noi tuttavia restavamo
d'accostarci alla riva del mare per smontare in terra, si cominciarono a
caricare di sassi e a tirarci fieramente, e ferirono quattro o cinque uomini,
fra' quali colsono il capitano con due sassate. Arriv in tanto l'altro
battello alquanto pi basso, onde, veduto da loro esser forzati di dividersi
per andar a diffendere lo smontar a quelli altri, si cominciarono a perder
d'animo, non offendendo pi tanto il battello del capitano, il quale cominci a
far smontar i suoi con non poco travaglio, perch, ancora che fusse vicino a
terra, cos come saltavano s'affondavano, perch non trovavano luogo da posar
il pi fermo. E in questo modo, nuotando o in qual altra via che potevano,
smont in terra un soldato che si chiamava Spinosa, e dietro lui il capitano e
poi alcuni degli altri, e cominciarono ad affrontarsi con gli Indiani: ed essi
se ne venivano passo passo con quelli bastoni nelle mani, che altra sorte
d'arme non se gli vidde, eccetto archi con frezze di pino. Non aveano altra
sorte di cibi se non pesce e un mascalmonte. In breve spazio combattendo
disfecero in pezzi le rotelle al capitano e a Spinosa.
In questo tempo quei dell'altro battello s'erano sbarcati, non per senza gran
travaglio, per le spesse pietre che di continuo piovevano sopra di loro, e
ferirono Terazzo nella testa d'una mala botta: e se non fossero state le
rotelle, si sarebbono veduti molti feriti, e si sarebbono i nostri trovati in
gran necessit, ancora che i nemici non fossero in numero grande. In questo
modo uscirono tutti a terra, similmente a nuoto e con grande affanno, e se non
fosse stato che l'un l'altro s'aiutavano, se ne sarebbe affogato qualcuno.
Smontati adunque, e di poco anco che smontassero quelli di questo battello, gi
gli Indiani se n'andavano fuggendo, pigliando il camino verso le montagne, dove
aveano indrizzate le lor donne, i fanciulli e le robbe loro; dall'altra banda
noi ci mettemmo a seguitargli, e su la spiaggia fu morto uno Indiano di quelli
che si vennero ad affrontare col battello del capitano, e ne furono feriti
altri due o tre, e anco si disse di pi. In questa maniera perseguitandogli,
Berecillo nostro cane aggiunse uno non molto lungi da noi, che per esser cos
bagnati non potevano correre molto, e lo gett a terra avendolo ben afferrato,
e veramente lo averebbe tenuto fin tanto che noi fussimo giunti, se non fosse
avenuto che dietro quell'Indiano che il cane avea sotto veniva un altro suo
compagno, e con un bastone che portava nelle mani diede al cane una fiera
bastonata su la schena, e senza punto fermarsi se ne tir al diritto come un
cervo, onde a Berecillo per il dolore convenne di lasciarlo: n a pena se gli
tolse da dosso che l'Indiano si lev in piedi, e si mise a fuggire al monte di
s buona voglia che in pochissimo spazio raggiunse colui che l'aveva liberato
dalle branche del cane, il quale egli ancora, per quel che si vedeva, non
perdonava alle gambe; e in questo modo raggiunsero gli altri che non erano
discesi alla spiaggia, che poteano essere qualche venti, e fra tutti fino a
cinquanta o sessanta. Noi doppo l'aver ripigliato alquanto il fiato, guardando
le capanne dove stavano, ch'erano certi coperti d'erbe come scope e rosmarini
con alcuni legni ficcati in terra, e disse il capitano che cos unitamente
senza allargarci dovessimo alquanto andare verso quelle montagne, per vedere se
vi fosse acqua e qualche poco di legna, perch di tutto avevamo necessit
grande, e caminando oltre vedemmo verso certe picciole basse la robba che le
donne aveano nel fuggire quivi lasciata, percioch gli Indiani, tosto che
viddero che noi gli seguitavamo, gli raggiunsero e per paura commisero loro che
scampassero con i figliuoli, lasciando quivi quei loro mobili. Ce n'andammo a
questo bottino e ci trovammo buona quantit di pesce fresco e secco e alcuni
otri della grandezza di pi d'una roba di pesce macinato e secco, e molte pelli
di lupi marini, la maggior parte concie con bel reverscio bianco, e altri poi
molto mal ordinate; v'erano anco instrumenti da pescare, come d'ami d'alcune
punte d'erbe e legno. Quivi togliemmo questi cuoi senza lassarvene pur uno, e
poi ce ne tornammo al mare, per essere oggimai notte o almeno molto tardi, e
trovammo i battelli che ci aspettavano.


Descrizione delle canoe degl'Indiani dell'isola de' Cedri, e come, aggirandola
per aver acqua dolce, la ritrovano, e pi desiderandone smontano in terra e
dagl'Indiani sono con l'arme variamente travagliati; fanno cristiano un vecchio
Indiano e ritornano alle navi.

I battelli o canoe che avevano costoro erano certi legni di cedri grossi,
alcuni d'essi della grossezza di due uomini e di tre braccia di larghezza, n
aveano niuna incavatura, ma cos distesi uniti insieme li buttavano in mare, e
non erano manco bene spianati, perch non trovammo niuna sorte d'instrumento da
tagliare, eccetto se non erano certe pietre acute che trovammo in certi scogli
molto taglienti, che con quelle facemmo giudicio che dovessero tagliare e
scorticare quei lupi marini. E giunti alla spiaggia, fu trovata certa acqua,
della quale empiemmo utri fatti delle pelle di quei lupi marini, che ciascuno
teneva meglio di una gran secchia d'acqua. L'altro d comand il capitano che
dessimo la vela a' venti, onde navigando con tempo fresco a due leghe di terra
di questa isola, andando circuendola per vedere il capo d'essa e similmente per
avicinarci alla terra ferma in certificarne di quel che fosse, per averci visti
cinque o sei fuochi, la circondammo, perch venivamo con ci a far due o tre
cose buone, che per essa noi ritornammo al nostro dritto viaggio, e ci
certificavamo se della costa di terra ferma usciva fiumana veruna, e se v'erano
alberi e se si vedeva quantit d'Indiani o no. In questo modo andandocene
navigando tutto il venerd, alli sedeci di gennaio, essendo gi notte e volendo
spuntare la punta di questa isola, ci sopragiunse una tramontana cos gagliarda
e contraria che ci fece ritornare quella notte al par degli alloggiamenti e
abitazioni degli Indiani, e quivi ce ne rimanemmo il sabbato, nel quale ci si
smarr di nuovo la Trinit: per al tardi la vedemmo poi la domenica alli
diciotto, e cominciammo a seguire il nostro cammino per circundar quell'isola,
se fosse piaciuto a Dio di darci buon tempo.
Domenica, luned e marted, che fummo alli venti d'esso mese di gennaio,
navigammo con venti deboli e contrarii, e al fin giungemmo fin quasi al capo
della punta dell'isola, chiamata l'isola dei Cedri perch nella cima delle
montagne d'essa vi  una selva di questi cedri, molto alti, come  la natura
d'essi. Questo giorno la nave Trinit scoperse una villa e ridotto di Indiani e
acqua, perch la domenica di notte l'avevamo nuovamente smarrita, e non la
vedemmo fino al marted, che stava surta vicino a terra e presso a queste
capanne d'Indiani; e incontanente che la vedemmo ce n'andammo a trovarla, n
l'avevamo anco arrivata quando scoprimmo tre canove d'Indiani che si venivano
accostando alla detta nave Trinit, tanto che toccava quasi l'orlo d'essa, e
gli donarono del pesce, e i nostri all'incontro donarono loro robba di baratto,
e parlato che ebbero con loro se ne tornarono a terra gli Indiani. In questo ad
un tempo giungemmo noi colla nave capitana e surgemmo presso d'essa, e tutti ci
salutarono, dicendo che gli Indiani gli erano stati vicini e quel che avean
fatto con esso loro, di che prese il capitano e noi altri gran piacere; ci
dissero poi che avevano trovato acqua dolce, che ci fecero accrescere
l'allegrezza grande, percioch ne avevamo gran bisogno, che nell'altro luogo
degli Indiani ne avevamo potuto avere se non poca. Cos stando, vedemmo che
usc una canova in mare con tre Indiani dalle lor capanne, e se n'andarono ad
un luogo da pescare fra certa grande erba e alta che nasceva in questo mare fra
certi scogli, che la maggior parte d'essa  in quindeci o in venti braccia di
fondo, e con molta prestezza presero sette o otto pesci, e con essi se ne
tornarono alla Trinit e glielo dierono, ed essi in contracambio donarono a
loro alcune cosette di baratto. Quivi doppo se ne stavano gli Indiani alla
poppa della nave guardandola pi di tre ore, e pigliati i remi del battello si
provavano a vogare, di che pigliavano gran piacere, e noi che eravamo nella
capitana in tanto non facevamo motto n movimento alcuno, accioch pi
s'assicurassero e non fuggissero, anzi vedessero che noi non gli volevamo far
male alcuno e che eravamo buone genti. Incontanente che fummo surti e guardato
ben tutto quel che gli Indiani faceano con quei della nave Trinit, gi che se
n'erano andati nelle lor canove di travi a terra, comand il capitano che gli
fosse condotto il battello che teneva di fuori e, venuto, v'entr egli con
Francesco Preciato e altri dua compagni, e ce n'andammo alla Trinit. Gli
Indiani, avendo veduto che di questa altra nave era entrata gente nella
Trinit, mandarono due canove alla poppa della nave e ci portarono un utro
d'acqua, e noi all'incontro donammo loro certi paternostri, e ce ne stemmo a
parlare con essi loro un pezzo; ma venuta l'ora tarda, si rinfresc pi l'aere,
ancora che il paese sia sempre ordinariamente freddoso; gli Indiani se ne
ritornarono a terra nei loro alloggiamenti, e il capitano e noi altri ci
riducemmo alla nostra nave.
Il giorno seguente, che fu il mercoled, sul far del giorno comand il capitano
che dovessimo passare alcuni di noi nel battello, e che saltassimo in terra per
vedere se si vedea roscello o fonte d'acqua dolce negli alloggiamenti degli
Indiani, parendogli che non fosse possibile che dimorassero quivi senza aver
acqua da bere. Vi usc in compagnia similmente il padre fra Raimondo,
percioch, essendo il giorno innanzi venuti essi alla poppa della nave e
parlato con noi altri, gli parve che con la medesima famigliarit avrebbe
potuto parlare con loro qualche poco; uscirono parimente molti marinari e
soldati col battello della Trinit. E tutti insieme con le nostre arme andando
verso terra, alquanto pi sopra degli alloggiamenti degli Indiani, ed essendo
di molto buon'ora, essi guardarono i battelli e s'aviddero che noi volevamo
pigliar terra, onde mandarono le moglie e fanciulli con alcuni di loro,
portandone la robba, verso certi balze altissime e valloni, e vennero alla
volta nostra cinque o sei di loro, benissimo disposti e di buona statura: i dua
d'essi con archi e frezze, e altri dua con duoi bastonacci grossi assai pi che
la congiuntura della mano, e gli altri dua con due aste lunghe come zagaglie,
con le punte molto acute. E si vennero a porre assai vicini a noi, che gi
eravamo smontati in terra, e cominciando a farci con cenni fiere bravate, e
s'accostarono tanto che quasi vennero a dar con una di quelle aste nella
rotella ad uno dei nostri soldati, chiamato Garzia, di nobil nazione: ma il
capitano gli comand che si tirasse adietro, e che non facesse a niun di loro
alcun dispiacere. In questo il detto capitano e frate Raimondo si misero
innanzi, portando il frate per il mantello involto al braccio, perch aveano
prese le pietre nelle mani e temean che non gli facesser dispiacere; poi tutti
duoi cominciarono a parlar loro per cenni e con parole che stessero cheti, che
non gli voleano far male, ma solo erano venuti per pigliar acqua, e il frate
gli mostrava una scodella; ma nulla pot mai giovare a far che essi non
bravassero pi sempre e tirassero delle pietre. E stando pur il capitano in
quel pensiero di non volergli far male, disse a' suoi che si venisser sempre
con dolcezza accostando a loro, e che con cenni tutti mostrassero che non gli
voleano nuocere in conto alcuno, ma solo eravamo smontati per prender acqua;
dall'altra banda essi, senza punto voler intender queste cose, s'insuperbivano
ognora pi, onde Francesco Preciato persuase il capitano di lasciar che se ne
uccidesse uno, perch tutti gli altri se ne sarebbono iti fuggendo, onde
agiatamente si sarebbe potuto pigliar acqua: ma egli rispose che non si
facesse, ma s bene si sciogliessero duo cani, Berecillo e Acchillo. Furon
dunque lasciati questi cani, e tosto che essi gli viddero si dileguaron di
subito, mettendosi a correre e fuggir per que' bricchi come cavalli, e si
posono in fuga parimente altri, che venivano dall'alto in soccorso loro. I cani
aggiunsero due di loro e gli morderono alquanto, e noi correndo gli pigliammo:
ed erano in vista cos fieri come feroci animali e indomiti, perch erano tre o
quattro a tener un di loro per accarezzargli e assicurargli e per voler dargli
qualche cosa, ma nulla giovava, perch ci mordeano le mani e s'abbassavano per
pigliar delle pietre per darci con esse. Gli conducemmo in questa guisa un
pezzo e giungemmo alle abitazioni loro, dove il capitano fece uno editto che
non fusse persona che toccasse cosa veruna, comandando a Francesco Preciato che
avesse cura che s'osservasse l'ordine suo in non torgli cosa alcuna, ancora che
per la verit poco ci fusse, perch le donne e gli Indiani fuggiti l'aveano
portate via.
Quivi ritrovammo un vecchio in una grotta, e di tale vecchiezza che era cosa
maravigliosa, che non poteva vedere n camminare, tanto era gobbo e curvato. Il
padre frate Raimondo disse che sarebbe stato ben fatto, poich era cos
vecchio, che l'avessimo fatto cristiano, e cos facemmo. Il capitano don agli
Indiani prigioni due para d'ornamenti da orecchie e certi diamanti, e
accarezzatigli gli lasci andare a piacer loro: e in questo modo a passo a
passo se ne tornarono agli altri in quella montagna. Noi pigliammo l'acqua di
quella villa, che era poca, onde comand il capitano che dovessimo tornarcene
alla nave, perch non avevamo mangiato ancora, e dopo il mangiare facemmo vela
verso un seno che si faceva pi innanzi di quel villaggio, dove si vedeva un
vallone molto grande, e quei della Trinit dicevano averci veduta quantit
d'acqua e a bastanza per noi. Surgemmo adunque vicini a questo vallone, e salt
in terra il capitano con amendue i battelli e la gente che era uscita in terra
la mattina, con i duoi padri, frate Raimondo e frate Antonio, e, andati qualche
un tiro di balestra per quel fosso, trovammo un roscello d'acqua assai
picciolo: pur era a bastanza per il nostro bisogno, che n'empiemmo la sera dua
botti, lasciando gli instrumenti da pigliarla in terra per l'altra mattina; n
fummo poco allegri d'aver trovata questa acqua, percioch era dolce, e l'acqua
che pigliammo per l'adietro era stata un poco salsa, e ci avea fatto gran danno
al corpo e al gusto.


Prendono dell'isola de' Cedri per sua Maest la possessione. Indi partiti, sono
dalla fortuna di mare diversamente travagliati, e all'istessa isola come a
sicuro porto si riducono.

L'altro giorno, che fu il gioved a' 22 di gennaro, molto di buon'ora ordin il
capitano che saltassimo in terra, dove si portasse il nostro desinare e si
pigliasse il resto dell'acqua: il che facemmo, empiendone 17 botte, senza veder
un Indiano mai. Il giorno vegnente, volendo pur uscir per empiere otto o nove
vaselli che ci erano restati da empiere, ci sopragiunse un maestrale molto
gagliardo, onde dalle navi ci fu fatto cenno che con ogni prestezza
ritornassimo dentro, perch rinforzava tuttavia pi il vento, e i patroni
aveano paura che non si rompessero i canapi, cos ci trovavamo alla scoperta.
Rientrati adunque, non senza gran travaglio, ci ritornammo adietro all'incontro
del villaggio degli Indiani dove prima avevamo ucciso l'Indiano, e percioch si
plac alquanto il vento su la mezzanotte, i pilotti non tornarono a surgere, ma
si tennero al riparo di questa isola, la qual si chiama, come si disse, l'isola
dei Cedri ed  una delle tre isole di San Stefano, la maggiore e pi
principale, dove il capitano pigli la possessione. Quivi stando a mezzanotte,
venendo il venerd alli 23 del mese, senza surgere, ci venne improvvisamente
addosso un sirocco fresco molto favorevole per il nostro viaggio, e quanto pi
s'andava innanzi pi soffiava, in modo che fra quella notte e l'altro d di
sabbato, che era il 24 del detto mese, camminammo diciotto buone leghe, che
cos navigando ci si mut il tempo in tanto contrario e s impetuoso che ci
convenne rivoltar le briglie alle navi, a mal grado nostro, e tornammo indrieto
venti leghe, ripigliando per riparo un'altra volta la punta degli alloggiamenti
degli Indiani dove fu ammazzato quello Indiano. E quivi ce ne stemmo luned e
marted e il mercoled, che sempre soffiava quel vento, chiamato maestrale, e
maestro e tramontana insieme, con disegno di non ci muover di quivi fintanto
che non vedessimo il tempo buono per il nostro viaggio bene indrizzato,
percioch per quel paese regnan tanto questi venti, che temevamo che quivi non
ci facesser tardar pi giorni che non avessimo voluto, che gi eravamo tanto
stracchi che ogni giorno di cammino ci parve un mese: e fa tanto freddo quando
soffiano questi venti, che non ci bastava di porre adosso quanti panni potevamo
sopportare, che sempre tremavamo.
Ci fermammo surti in questo riparo il gioved, il venere e il sabbato fino a
mezzogiorno, che fu l'ultimo di gennaio, mese e anno del 1540. Sul mezzod poi
cominci a soffiare un garbino non molto gagliardo, onde il capitano disse ai
pilotti che sarebbe stato bene che ci fussimo accostati alla costa di terra
ferma, dove con qualche vento di terra e con la grazia di Dio saremmo iti
qualche poco innanti; in questo modo facemmo vela e camminammo fino a sera tre
o quattro leghe, perch ci manc il vento e restammo in calma. Venuta la notte
ci si lev vento contrario, e di pura necessit ci riducemmo di nuovo al
medesimo riparo dell'isola dei Cedri, dove stemmo fino alla domenica di
carnovale, nel qual tempo tornammo a ripigliar due botticelle d'acqua che
avevamo bevuto. In questi otto giorni tentammo di rimetter vela due o tre
volte, ma, come uscivamo un poco fuor della punta della detta isola, trovavamo
tanto vento e s contrario, e il mar cos alterato, che per forza ci bisognava
ridurci al riparo dell'isola, e molte volte ci vedemmo in grandi affanni per
dubbio di non poterci rientrare. In questo medesimo tempo che non potevamo
andare, ci mettemmo a far un poco di pesca per la quadragesima.
Dalla domenica di carnovale, che fu agli otto di febraio, nel qual d facemmo
vela, camminammo con pochissimo vento e pi calma fino al d di carnovale, che
arrivammo a vista della terraferma, donde tornammo indietro le 20 leghe, che
potevamo aver camminato in questi due d e mezzo qualche 20 leghe scarse, e
stemmo a vista della detta punta di terra ferma; e il marted restammo in
calma, aspettando che Dio per sua misericordia ci soccorresse con qualche vento
prospero per andar innanzi. La notte di carnovale avemmo per far buona cera un
vento con acqua cos grande, che non rest cosa che non si mollasse nelle
nostre navi, e uno aere cos freddo che ci gelavamo vivi. Il mercoled delle
cenere nel spuntar del sole amainammo appresso la punta dove eravamo arrivati,
alquanto pi basso, in uno gran seno che si fa in questa terra ferma, e questo
 il luogo dove vedemmo li cinque o sei fuochi; e nell'uscir del sole essendo
vicini alla terra, che ben la potevamo vedere e guardare a nostro piacere,
vedemmo che era molto amena, perch ci scorgevamo, per quanto potevamo arrivare
con gli occhi, gentili valli e monticelli, con macchie verdeggianti e di
dilettevole aspetto, ancora che senza niuno albero. Il sito mostrava la sua
grandezza e larghezza. Quivi comparse il giorno con poco vento e quasi calma,
di che sentendo non poca pena, e il padre fra Raimondo ci disse messa secca e
ci dette la cenere, predicandoci conforme al tempo e stato in che ci
ritrovammo, del qual sermone restammo molto consolati. Dopo il mezzod con
vento contrario, il qual ci era sempre nemico per tutto il cammino, almeno
dalla punta del porto di Santa Croce, quivi ci bisogn surgere in cinque
braccia di fondo, e dopo l'esser surti ci ponemmo a guardare la terra,
pigliandoci piacere in contemplarla, quanto era dilettevole e vaga, e vicino al
mare ci pareva di veder una valle di terra bianca. Venuta poi la notte, ci
sopravenne una traversia cos grande con acqua e vento, che fu una cosa tanto
spaventevole e travagliosa che non si potrebbe dir maggiore, perch ci
trasportava a dare a traverso in quella costa; e il pilotto maggiore fece
gettare un'altra grande ancora in mare, e con tutto questo non bastava, perch
con tutta due non potea fermarsi la nave, onde tutti domandavamo misericordia a
Dio, aspettando di veder quel che disponeva di noi. Il quale si degn per sua
gran bont di fare che, mentre eravamo in questo pericolo, s'allarg il tempo
un poco, e con molta prestezza comand il pilotto maggiore a' marinari che
gettassino il legno al cabestrante, e il capitano comand e preg tutti i
soldati che aiutassero a girare il cabestrante, di che non furono pigri a
farlo, e in questo modo cominciammo a levar l'ancore. E levandone una, che era
molto maggiore dell'altra, essendo cos alterato il mare, forz il cabestrante
con le genti che non lo poteron tenere, e percosse in modo un moro del capitano
che lo gett in terra disteso, e similmente un marinaro, e percosse col focone
uno dei legni, che lo gett atraversato in mare. Pur con tutti questi travagli
ci levammo e ponemmo a navigare, e con tutto che avessimo nel mare gran
fortuna, non per la stimammo niente, rispetto al contento che avemmo di
vederci liberati da quel pericolo di dare a traverso con le navi in quella
costa, essendo massimamente su la mezzanotte, nel qual tempo niuno sarebbe
scampato se non per mero miracolo di Dio.
Andammo per il mare gioved e venerd fino a che venne giorno, che fu ai
quattordeci di febraio, e i colpi dell'onde ogni volta ci bagnavano sopra la
coperta. Alla fine il sabbato, nel far del giorno, non potemmo trovare rimedio
veruno ai venti contrarii, ancora che il capitano si ostinasse molto a voler
tenersi al mare, non ostante che fusse turbato, per non avere di nuovo a dare
indietro. Ma non vi valse diligenza n rimedio alcuno, perch i venti erano
cos grandi e cos contrarii che non potevano essere maggiori, e il mare
s'andava di continuo pi inalzando e insuperbendo, e tanto che avemmo paura
grande di annegar tutti; onde parve ai pilotti che fusse ben fatto di dover
ritornare all'isola dei Cedri, dove gi tre o quattro altre volte eravamo
arrivati per questi medesimi venti contrarii, perch avevamo questa isola per
nostro padre e madre, ancora che d'essa non cavassimo beneficio alcuno, se non
questo di ridurci in essa in queste necessit e provederci d'acqua e d'alcuno
picciol pesce. Arrivati adunque in questa isola e surti in quella coperta,
sempre soffiavano venti contrarii molto gagliardi; pigliammo l'acqua che
bevevamo e la legna che brucciavamo, ed eravamo posti in gran desiderio che i
venti ci fossero pi favorevoli nel passare innanzi, e quantunque stessimo
sotto questa coperta dell'isola, sentivamo nondimeno il grande empito di quei
venti e l'alterazione del mare, n le nostre navi cessavano di ballare. Nel far
del giorno, che fu ai venti di febraio, trovammo il canape della capitana
spezzato, onde con molta tristezza ci convenne metterci alla vela e chinarci
pi basso per spazio d'una lega, e la nave della Trinit si venne a congiungere
con noi altri.


Smontano sopra l'isola dei Cedri, prendono diversi animali e si danno al riposo
e piacere; sono dal vento maestro stranamente travagliati, e pi volte tentando
partire, per non provare varii disagi, sono sforzati per porto ivi ricorrere.

Alli 22 del mese di febraio, che fu la seconda domenica di quaresima, salt il
capitano a terra con tutta la maggior parte delle genti e i frati, presso d'una
vallata che vedevamo innanzi. E udita messa in terra, entrorono per essa
vallata alcuni soldati e marinari, con alcuni cani che avevamo con esso noi, e
ci incontrammo in alcuni cervi, de' quali pigliammo una femina picciola, ma
grassa, il pelo della quale s'assimigliava pi a camozza che a cervo; e ci
pareva che non fosse legitimamente cervo, che avea quattro poppe a guisa di
vacca piene di latte, che ci dette gran maraviglia, e doppo, avendo scorticata
la pelle, ci parea la carne pi tosto di capra che di cervo. Ammazzammo
similmente un conello berrettino naturale, come quel della Nuova Spagna, e un
altro nero come ebano. Nelle capanne pi di sopra, al paro dove ci si roppe il
canape, trovammo quantit di pigne aperte, che al parer mio dovevano gli
Indiani averle colte per mangiare i pinochi di quelle. Il luned a' ventitre
del detto mese noi stemmo surti, pigliandoci piacere e sollazzo col pescare, e
cominci a soffiare il vento maestrale, il quale crebbe tanto da poco innanzi
la mezzanotte che era cosa di gran maraviglia, in modo che, quantunque fussimo
a coperta di quella isola e molto difesi da questo vento, nondimeno era cos
foribondo, e il mare s'era tanto turbato e travagliato, che conquassava molto
le navi, e stavamo in gran paura che non ci si rompessero i canapi, dei quali
invero avevamo bisogno grande, imperoch, avendo consumato pi tempo in questo
viaggio che non ci pensavamo, ci se ne erano rotti due e avevamo perdute due
ancore, le migliori che ci fossero. Regn questo vento cos impetuoso fino
all'altro giorno, che fu marted a' ventiquattro, nel quale saltammo in terra
con i frati, che ci dissero messa, e ci raccomandammo a Dio e la sua benedetta
Madre, pregandola che le piacesse di soccorrerci e aiutarci con qualche buon
tempo, per poter ire innanzi al nostro viaggio in parte che lo potessimo
servire. E tuttavia erano i venti cos gagliardi e furiosi che parea che i
demonii si fossero sciolti per l'aere, e per questo i pilotti fecero calare
tutti gli alberi al basso, accioch non pigliassero vento, e levar tutte le
sarti, e fecero similmente disfare le camere delle poppe per allargare pi le
strade in sicurezza delle navi, e con tutto ci non restavamo di stare in gran
travaglio.
Il marted che fu alli X di marzo, poteva esser mezzanotte o poco pi, essendo
surti nella medesima isola con questo affanno, venne uno empito di maestrale, e
alla nave capitana s'allung il canape e alla Trinit si roppe il suo, e pi si
saria perduto se Iddio per sua misericordia non ci avesse proveduto, con la
diligenza che usarono i pilotti in dar le vele dei trinchetti e la mezzana, con
che uscirono in mare, e sursero con un'altra ancora fino al giorno, che venuto,
and la gente di tutte dua le navi per trovare con le barche l'ancora fino al
mezzod; la quale si trov al fine e si riebbe, non senza gran travaglio e gran
diligenza che si us in tastarla, che fino al mezzod dur il cercarla, e nel
voler riaverla ci vedemmo in molto affanno. Dopo procurammo di acconciare le
sarti e tutte le cose necessarie per navigare, accioch, se Iddio fosse
servito, fossimo in viaggio, per non dimorare sempre in quel luogo come persi e
disperati. In questo modo il mercoled doppo il disnare di due o tre ore demmo
le vele ad un poco di siroco, che avemmo favorevole per il nostro cammino,
assai scarso, e con non picciola paura dei pilotti e di tutti noi altri che ci
avesse a durar poco. Cominciammo adunque a camminare, ancora che innanzi gli
occhi ci paresse di veder che allo spontare dell'isola avremmo trovato vento
contrario di tramontana e maestro. Questo giorno, gi che cominciava a farsi
notte, le navi andavano discoprendo la punta di questa isola dei Cedri, quando
cominciammo a sentire questi venti contrarii e ad insuperbirsi il mare, che era
cosa di gran terrore a vederlo; e quanto pi passavamo innanzi, pi
rinfrescavano i venti, in modo che ci posero in gran necessit, andando sempre
con le corde della vela maggiore e del trinchetto nelle mani, all'erta e con
molta diligenza, levando le aggiunte di tutte le vele per assicurarle pi,
perch il vento non le potesse molto caricare. Con tutto questo parse a'
marinari che dovessimo tornare adietro, e che a niun patto ci dovessimo
scoprire al mare, percioch correvamo un estremo pericolo, onde pigliammo il
consiglio loro, riducendosi quasi al luogo donde ci eravamo partiti; di che
sentimmo tutti non poco dolore, per non potere proseguire il nostro viaggio, e
cominciammo a patire di molte cose degli apparecchi delle navi.
Alli otto di marzo, il luned, comand il capitano sul mezzogiorno che ci
mettessimo alla vela, perch veniva un poco di vento da ponente, che era quello
che pi ci bisognava a seguitare il nostro viaggio, che ci rallegr tutti, pel
gran desiderio che avevamo d'uscir di quel luogo. Cominciammo adunque a
camminare e a uscire alla punta dell'isola e a pigliare la via della costa di
terra ferma per vedere il sito d'essa, e navigammo fino a notte, e gi che
uscivamo dall'isola, fra essa e la terra ferma cominci a soffiar il maestrale,
vento contrario, che crebbe a poco a poco tanto che bisogn levare le bonette
delle vele per assicurarle amainandole molto: e la Trinit, come vidde il mal
tempo, se ne ritorn incontanente al luogo donde eravamo usciti, e la capitana
and aggirando in mare tutta la notte, finch venne il giorno, che, veduto dal
pilotto maggiore che a niun patto potevamo andar innanzi senza pericolare, se
pi quivi ci fossimo fermati, determin che noi ci riducessimo di nuovo a
quella coperta, dove ce ne stemmo surti fino al gioved. E il venerd a mezzod
rimettemmo la vela con vento scarso, e nell'uscire alla punta dell'isola di
nuovo ci si scoperse il maestrale, vento contrario, onde correndo tutta notte
verso la terra ferma, ci si fece giorno il sabato di Lazaro sopra essa, che fu
alli tredeci di marzo, che tutti ci rallegrammo col vederla, e avremmo voluto
noi soldati smontarvi volentieri. La notte venne gran pioggia, simile a quella
di Castiglia, e tutti ci trovammo bagnati la mattina. Prendemmo gran piacere di
vedere il sito di quella terra ferma, per essere verde e scoprirsi una valle
amena di buona grandezza, e pianure, le quali parevano circondate d'una
ghirlanda di montagne. Al fin per tema delle traversie, veduto il mare alto,
non ardimmo di star quivi o arrivare alla terra, e per aver gran bisogno di
canapi e ancore ci convenne dare un'altra volta al mare, e postici in esso,
sentendosi pur quei venti contrarii, giudicorono i pilotti che non ci fosse
altro rimedio se non di nuovo ridurci al nostro riparo, e in questo modo ce ne
ritornammo, ma alquanto pi sopra del luogo primo. La domenica surgemmo qui con
gran dolore di tutti, veduto quanto pativamo, n potevamo spontare innanzi, che
questo ci era un affanno che niuno altro ci poteva essere pi intollerabile.
Sentivamo questo giorno doppo l'essere surti grandissimo vento maestrale,
nostro contrario e nemico capitale, e a notte chiusa cominci a rinforzarsi
sempre maggiore, tanto che le navi travagliavano molto, e dopo la mezanotte, al
quarto dell'alba, si ruppero duo canapi alla nave Trinit, che tenevano due
ancore che aveva: e vedutasi cos in abandono, and volteggiando per mare fin
al giorno, che se ne ritorn a surgere presso di noi con una ancora che gli era
rimasa. Questo giorno ci mettemmo tutti per cercar queste ancore perdute, e con
tutta la diligenzia che ci usammo non se ne pot trovar pi che una. Stemmo
tutto il d surti fino alla notte, che di nuovo alla Trinit si ruppe un canape
che certi scogli troncarono, onde commise il capitano che non surgesse pi, ma
che se n'andasse torneggiando, in quel modo a vista di noi altri, il che fece
ella tutto il d e la notte, che fu a surger all'incontro d'una acqua dolce pi
a basso; e noi ce n'andammo a surger vicino ad essa, dove ce ne stemmo fino
alla domenica. La domenica dell'Olive uscimmo in terra con i padri, che ci
dissero la Passione e la messa, e andammo in processione con rami in mano, e
cos, consolati per aver veduto Iddio nostro Signore, ce ne ritornammo alle
navi.


Ritornandosi nell'isola de' Cedri, travagliati e con le navi mal condizionate,
concludemmo che la nave Santa Agata facesse ritorno nella Spagna. Delle balene
che navigando ritrovano; con la descrizione e figura d'un'erba, qual nasce fra
l'isole di quelli mari.

Quivi ce ne stemmo fermi fino al mercoled santo, a' 24 di marzo, nel qual d
si ragion fra noi che, per esser le navi mal condizionate e che gli mancavano
gli apparecchi necessarii, non potevamo passare innanzi, che sarebbe stato bene
di ritornarcene alla Nuova Spagna, e similmente perch i nostri panni
s'andavano consumando; ma il capitano non mostr d'aver voglia di tornar
adietro, ma di seguir il cammino. E al fin fu determinato che poich le due
navi non poteano andar pi innanzi per gli instrumenti che avevano perduti,
come per aver bisogno d'esser risarcita alquanto Sant'Agata, perch v'entrava
di molta acqua, che si dovesse ritornar adietro, ma prima spingerne le due pi
mal in arnese indietro per avisare il marchese di quel che era successo in
questo viaggio, e il disturbo che ci causava a non poter proseguirlo, e nel
termine che ci trovavamo sforniti degli apparecchi necessarii; e percioch la
nave della Trinit era la pi spedita ed era meglio in punto di tutte l'altre,
fu concluso che si mettesse in ordine quanto pi si fusse potuto, e che con
essa andasse innanzi il capitano con quei che li fussero parsi, e gli altri si
fussero ritornati in buon'ora. Con questa determinazione adunque andammo sotto
una punta di questa isola, per esser luogo atto per dar carena alla nave, e nel
pigliar quella punta ci consumammo il mercoled e gioved fino al venere a
mezzogiorno, e ancora non la spuntammo bene fino alla domenica di Pasqua sul
mezzod. Quivi surgemmo molto vicini a terra, e in una valle trovammo una
gentilissima acqua dolce, della quale facemmo gran festa, e ce ne stemmo fermi
tutte le feste di Pasqua per metter mano a risarcir la nave Trinit, e doppo se
gli di principio per duoi maestri molto sofficienti spalmatori, l'uno de'
quali fu Giovanni Castigliano, pilotto maggiore, e l'altro Peruccio di Bermes,
che la finirono in cinque giorni cos bene che fu una maraviglia, perch in
niun lato si potea imaginare che vi dovesse entrar gocciola d'acqua. E dopo si
vennero risarcendo l'altre nave, dal sabbato fino al luned; nel qual tempo si
confessarono tutti quei che restavano a confessarsi e si communicarono, e per
ordine dei confessori fu risoluto che si rendessero tutte quelle pelli di lupi
marini che erano state tolte agl'Indiani, e il capitano diede assunto a
Francesco Preciato che dovesse tutte restituirle, incaricandogli nella propria
conscienzia: in questo modo si raccolsero e si dierono in mano di quei padri,
che le avessero in custodia finch ritornassero al luogo di restituirle.
In questa maniera il luned innanzi il mezzogiorno ci licenziammo dal capitano
Francesco di Ulloa e con la gente che rest seco, con non poche lagrime di quei
che restarono, e pigliammo per capitano nella nave S. Agata mastro Giovanni,
pilotto maggiore, cos della nave come di noi, e facemmo vela questo d 5
d'aprile, conducendo il nostro battello ligato alla poppa, fino al giunger al
paro delle capanne dove furono tolte le pelle de' lupi marini.
Eravamo lontani dal paese di cristiani e dal porto di Colima (ch' il primo
porto dove aveamo risoluto di far la prima scala) qualche 300 leghe, e nel
passar oltre una lega dalla nave Trinit, il capitano Giovanni Castigliano
ordin che salutassimo con tre colpi d'arteglieria, ed ella ci rispose con
altri tre, e dopo noi rispondemmo a lei ciascuna con due tiri. Navigammo il
luned e marted fin al mezzod con vento contrario a vista dell'isola, e al
mezzod ci diede vento fresco in poppa, che ci port allo incontro delle
capanne degl'Indiani, dove togliemmo quelle pelle de' lupi marini: e quivi
saltarono nel battello alcuni soldati e marinari col padre frate Antonio di
Melo, portando i cuoi, e gli gettarono in dette capanne donde erano stati gi
tolti, e se ne ritornarono alla nave. Questo giorno si calm il tempo, onde ci
bisogn quivi surgere incontanente, temendo di ritrovarci in affanno se le
vettovaglie ci fussero mancate per stare quivi in lungo tempo; ma Iddio, che 
vero rimediatore, ci rimedi meglio che noi non meritavamo n pensavamo, che,
passata la mezzanotte cos surti e venuto il mercoled, innanzi le dieci ore ci
cominci a favorire un vento fresco di siroco che ci tir in mare, dove usciti
ci sopragiunse un maestrale cos buono e durabile che in sei giorni ci condusse
fino al capo della punta del porto di Santa Croce, di che demmo infinite grazie
a Dio per averci fatto s gran bene, e quivi cominciando a mangiar pi
largamente che non avevamo fatto per l'adietro, percioch, per tema che ci
mancasse la vettovaglia, avevamo mangiato molto parcamente. Prima che
giungessimo a questa punta del porto di Santa Croce, a sei o sette leghe
vedemmo in terra fra certi valloni alcune fumane grandi, e gi che lasciavamo
la punta di questo porto, piacque al capitano nostro che dovessimo traversar il
mare, entrando nel mare grande. Per, cos navigando alla spedita, ci vennero
ad attraversare in due o tre squadre in spazio d'un'ora pi di cinquecento
balene, e cos grande che era cosa d'ammirazione, e in tal modo alcune d'esse
si venivano ad accostarsi con la nave, che sotto essa nave passavano da una
parte e l'altra, onde avevamo gran paura che non ci facessero qualche danno: ma
non poteano, percioch la nave aveva un vento prospero e buono e caminava
molto, onde non potea ricever danno veruno, ancora che se l'accostassero o
l'urtassino.

[vedi figur_31.gif]

Fra quest'isole  tanta quantit di queste erbe, la figura delle quali  qui di
sopra ritratta, che, se alcune volte ci bisognava di passar sopra di esse, ci
ritenevan le navi: nascono in fondo di 14 o 15 braccia, e con le cime vengono
sopra l'acqua 4 o 5 braccia. Il color d'esse  come di cera gialla, e il
festuco proporzionatamente grosso;  quest'erba assai pi bella che non 
dipinta, e non  da maravigliarsi, perch il pittore e artefice d'essa  molto
eccellente.
Questa relazione si tolse da quella che port il Preciato. Dopo queste navi del
capitano Ulloa si part e ritorn adietro anco ella a' 5 d'aprile, e arriv al
porto di Sant'Iago di Buona Speranza a' 18 dell'istesso mese, e pass avanti,
dopo l'essere stata quivi 4 o 5 d: e fino ad oggi, 17 di maggio di questo anno
del 1540, non ho avuto aviso ne' nuova d'essa.

Discorso sopra i tre viaggi susseguenti


Essendo stato mandato l'illustrissimo Giovanni Antonio di Mendozza dalla Maest
cesarea vice re del Messico e della Nuova Spagna, e avendo inteso che 'l signor
Fernando Cortese avea mandato molti navili per la costa della Nuova Spagna a
discoprire paesi per trovar le Moluche, venne voglia di fare ancor a lui il
medesimo come vice re della Nuova Spagna, e per questo si fecero nemici l'uno
dell'altro, perciocb il Cortese dicea che era capitano generale e discopritore
del mare del Sur, e cbe toccava a lu a far fare quei viaggi; dall'altro canto
il signor don Antonio dicea come vice re della Nuova Spagna appartenersi a lui
questo scoprimento, di sorte cbe vennero alle mani e il Cortese ritorn in
Spagna a lamentarsi a Cesare. E don Antonio fra questo mezzo, avendo avuto
notizia del viaggio che aveva fatto Andrea Dorantes (che fu uno di quelli
restati, come si legge nella relazione del Capo di Vacca), volse mandare fra
Marco da Nizza insieme con il detto a discoprire quel paese; qual tornato e
datogli notizia di quello che egli aveva trovato, mand il capitano Francesco
Vaschez di Coronado con molti Spagnuoli a cavallo e Indiani a piedi, e
similmente mand un'armaia, capitano il signor Fernando Alarcon, come si veder
per le relazioni infrascritte.



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Sommario di lettere del capitano Francesco Vasquez di Coronado, scritte ad un
secretario dell'illustrissimo don Antonio di Mendozza, vicer della Nuova
Spagna, date a Culnacan del 1539, agli 8 di marzo.


Dice come fra Marco da Nizza arriv alla provincia di Tropera, dove trov tutti
gl'Indiani fuggiti alle montagne per paura de' cristiani, e che per amor suo
tutti discesero per trovarlo con grande allegrezza e sicurt. Sono uomini ben
disposti e pi bianchi che gli altri, e le donne pi belle. Non vi sono citt
grosse, nondimeno le case son fatte di pietra e molto buone, e in quelle hanno
dell'oro assai, ch' come perso, per non se ne servire di quello in alcun uso.
Gli abitanti portano smeraldi e altre gioie di valore sopra la persona; sono
valenti, e hanno armi fatte d'argento molto forte, fatte in diverse figure
d'animali. Adorano le cose ch'hanno in casa, come saria a dir erbe e uccelli,
per suoi dei, e gli cantano orazioni nella sua lingua, la qual  poco
differente da quella di Culnacan. Dissero al frate che volevano esser cristiani
e vassalli dell'imperadore, perch loro stavano senza governo, con condizione
che non gli facesse danno, e che cambiariano quell'oro in quelle cose che gli
mancano e non hanno appresso di loro.  stato comandato che siano ricevuti
senza fargli dispiacere.
Appresso di questa v' un'altra provincia, che si chiama Xalisco, gi
discoperta per gli nostri, dove gli uomini vanno nudi senza alcuna cosa
davanti. Questi molto difficilmente si fanno cristiani. Son valenti e bravi; le
sue abitazioni son di paglia, non attendono ad altra ricchezza se non a pascere
bestiami. Vanno a' tempi ordinati a' suoi sacrificii in una valle che  in
quella provincia, abitata da genti che per quelli del paese vengono reputati
come santi e sacerdoti, e gli chiamano Chichimecas, i quali abitano alla
foresta senza case, mangiano quello che gli danno quelli della terra per
elemosina, vanno nudi e tinti di caligine, portano il membro ligato con una
cordella al ginocchio, e le femine similmente nude del tutto. Hanno alcuni
tempii coperti di paglia, ne' quali vi sono alcune finestrelle tonde, piene di
teste d'uomini morti; davanti il tempio v' una gran fossa tonda, e la bocca di
quella  circondata da una figura di serpente fatta d'oro e d'argento e altra
mistura di metalli, che non sanno ci che sia, e ha la ponta della coda messa
nella bocca. E di tempo in tempo buttano le sorti sopra di loro quelli della
valle, qual ha da toccare d'esser sacrificato, e a quello a chi tocca gli fanno
conviti e con gran festa lo coronano di fiori, e sopra un letto acconcio nella
detta fossa tutto di fiori e erbe odorifere, dove lo distendono e gli mettono
da ciascun lato molte legne secche, e gli accendono il fuoco da una parte e
l'altra, e cos muore. Quivi costui sta tanto cheto, senza esser ligato, come
facesse alcuna cosa che gli desse piacere: e dicono che quello  santo, e
l'adorano tutto quell'anno e gli cantano laudi e inni, e poi mettono la sua
testa con l'altre nel tempio in quelle finestre. Sacrificano anco i prigioni,
ma gli brusano in un'altra fossa pi bassa, e senza quelle ceremonie. Scrivono
gli Spagnuoli che si trovano in Xalisco ch'hanno speranza che, facendogli buona
compagnia, quelli popoli si faranno cristiani. Il paese  molto buono e
fruttifero, con molte acque e buone.


Copia delle lettere di Francesco Vazquez di Coronado, governatore della Nuova
Galizia, al signor Antonio di Mendozza, vice re della Nuova Spagna, date in San
Michiele di Culnacan, agli otto di marzo mdxxxix.


Della difficile navigazione da San Michiel di Culnacan a Topira; descrizione di
quella provincia e di un'altra a lei vicina, molto ricca d'oro e pietre
preciose; numero delle genti che seco condusse il Vazquez per andarvi, e quanto
sia onorato fra Marco da Nizza dagl'Indiani di Petatlan.

Con l'aiuto del Signor Iddio io partir da questa terra di S. Michiel di
Culnacan per Topira alli dieci d'aprile, e non potr esser avanti, perch
allora sar venuta la polvere e la corda che mi manda Vostra Signoria, e penso
che debbi esser gi in Compostella; e oltra di questo ho da camminare tante
leghe all'intorno di montagne altissime che vanno in cielo, e un fiume ch' al
presente cos grosso e gonfio che non v' luogo dove si possi guadarlo, e
partendo al tempo sopradetto dicono che si potr guazzare. Mi avevano detto che
di qui a Topira non v'erano pi di cinquanta leghe, e ho saputo che ve ne sono
pi di ottanta. Non mi ricordo se ho scritto a Vostra Signoria la relazione che
tengo di Topira, nondimeno, ancorch l'abbi fatto, perch dapoi qui mi sono
informato d'alcune cose di pi, mi par di scriverle a Vostra Signoria in queste
mie. Sappia adunque quella che mi dicono che Topira  una provincia molto
popolata, posta fra due fiumi, e che vi sono pi di cinquanta luoghi abitati, e
che pi avanti di lei v' un'altra provincia maggiore (e non mi seppero dire
gl'Indiani il nome di quella) dove vi sono molte vettovaglie di maiz, fasoli e
axi, melloni e zucche, e copia grande di galline del paese. Portano adosso gli
abitatori oro, smeraldi e altre pietre preziose, e si servono ordinariamente
con oro e argento, col quale cuoprono le case; e li principali portano a torno
al collo catene d'oro grosse e ben lavorate, e vanno vestiti con coperte
dipinte. E vi sono molte vacche, ma non domestiche. E mi dicono che non vadi a
trovargli, per aver poche genti di quelle di questo paese, perch gl'Indiani
sono molti e valenti uomini. Questo che io dico l'ho inteso per due altre
relazioni d'Indiani vicini a quelli.
Io mi partir al tempo che ho detto, e meno meco 150 uomini a cavallo, e dodeci
cavalli a mano, e 200 fanti a piedi, balestrieri e schiopettieri; conduco
porci, castrati e tutto quello che ho potuto trovar da comperare. Vostra
Signoria sia certa ch'io non ritorner al Messico fintanto che non possi dire a
quella quel che vi sar con maggior certezza, e se trover cosa sopra la quale
si possi far frutto, mi fermer fino che avisi Vostra Signoria, accioch
comandi quello che s'abbi da fare. E se per disgrazia non vi sar cosa alcuna,
procurer di dar conto d'altre 100 leghe avanti, dove spero in Dio che ivi sar
cosa per la qual Vostra Signoria potr adoperar tutti questi cavalieri, e
quelli che sopravenissero. Io penso che non potr far che non mi fermi l, e
l'acque, i tempi e la disposizione del paese e quello che trover mi dir
quello che aver da fare.
Fra Marco entr nella terra pi dentro, e con lui Stefano, a' sette del mese
passato di febraro. Quando mi parti' da loro, gli lasciai in poter pi di cento
Indiani di Petatlan, e da quel capo che erano venuti, portavano il padre in
palma di mano, facendoli tutti i piaceri che possibili fosse. Non si potria
dimandare n dipingere la sua intrada meglio di quello che  stato fatto in
tutte le relazioni fatte per mie lettere in Compostella e in San Michiele: le
scrissi le maggior che potessero essere, e ancorch sian la decima parte  gran
cosa. Con questa mando a Vostra Signoria una lettera che ho ricevuto dal detto
padre. Mi dicono gli Indiani che tutti ivi l'adorano, e cos credo che 'l
potria andar duemila leghe avanti. Dice che trovando buon paese mi scriver:
non v'andr senza farlo a sapere a Vostra Signoria. Spero in Dio che per una
parte o per l'altra siamo per trovar alcuna buona cosa.



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Lettere scritte dall'illustrissimo signor don Antonio di Mendozza, vice re
Della Nuova Spagna, alla Maest dell'imperatore.


Delli cavalieri i quali con lor gran danno si sono affaticati per scoprire il
capo della terra ferma della Nuova Spagna verso tramontana; il gionger del
Vazquez con fra Marco a San Michiel di Culnacan, con commissione a quelli
reggenti d'assicurare e non far pi schiavi gl'Indiani.

Nelle navi passate, nelle quali fu Michiel Usnago, scrissi alla Maest Vostra
come avevo mandato due religiosi dell'ordine di San Francesco a discoprir il
capo di questa terra ferma che corre alla parte della tramontana, e perch la
sua andata  successa di maggior qualit di quel che si pensava, dir questa
materia dal suo principio. Vostra Maest debbe aver memoria quante volte gli ho
scritto ch'io desideravo saper dove finisse questa provincia della Nuova
Spagna, per esser cos gran pezzo di terra e non aversi notizia di quella: e
non son stato io solamente che ho avuto questo desiderio, perch Nunno di
Gusman usc di questa citt con quattrocento uomini a cavallo e quattordecimila
uomini da pi delli naturali di queste Indie, la miglior gente e meglio ad
ordine che s'abbia visto in queste parti, e fece tanto poco con loro che quasi
tutti si consumorno nella impresa, e non pot penetrare n sapere pi del
passato. Dopo questo, stando il detto governatore nella Nuova Galizia, mand
alcune volte capitani con gente da cavallo, li quali non fecero maggior frutto
di quello che egli avea fatto. Similmente il marchese de Valle, Hernando
Cortese, mand con un capitano due navi per scoprir la costa, le qual navi e
lui insieme si perdettero. Dipoi torn a mandar due altre navi, una delle quali
si separ dall'altra, e il pilotto con alcuni marinari s'impatronirono della
nave e ammazzorono il capitano; fatto questo arrivarono ad un'isola, nella qual
dismontando il pilotto con alcuni marinai, gl'Indiani della terra gli
ammazzarono e presero la barca, e la nave ritorn con quelli che erano rimasi
in essa alla costa della Nuova Galizia, dove dette al traverso. Degli uomini
che vennero in questa nave ebbe notizia il marchese della terra che avean
discoperto, e allora, o per discontento che gli aveva col vescovo di S.
Domenico e degli auditori di questa real audienzia, o veramente per esserli
successo tanto prosperamente tutte le cose in questa Nuova Spagna, senza
guardar d'avere maggior certificazione di quello che era in quella isola, con
tre navi e con alcune genti da pi e da cavallo, non molto ben provisto delle
cose necessarie, se n'and a quel camino; il quale gli successe tanto a roverso
da quello che pensava, che la maggior parte della gente che gli avea seco li
morisse di fame, e ancorch gli avesse navi e la terra molto propinqua con
abondanzia di vettovaglie, mai per pot trovar modo di poterla conquistare,
anzi pareva che Dio miracolosamente gliela levasse davanti, e senza far altro
se ne ritorn a casa.
Dopo questo, avendo qui in mia compagnia Andrea Dorantes, che  uno di quelli
che furono con l'esercito di Pamfilo Narbaez, praticai con lui molte volte,
parendomi che poteva far gran servizio a Vostra Maest, mandandolo con quaranta
over cinquanta cavalli per saper il secreto di quelle parti. E avendo ad ordine
quel ch'era necessario per il suo camino, e spesi molti danari per questa
causa, non so come la cosa si disfece e cess di farsi tal impresa, e delle
cose che erano apparecchiate per far questo effetto mi rest un nero che venne
con Dorante, e certi schiavi che avevo comprato, e alcuni Indiani ch'avevo
raccolti naturali di quelle parti, li quali mandai con fra Marco da Nizza e un
suo compagno religioso dell'ordine di San Francesco, per esser uomini che gi
gran tempo stavano in queste parti, esercitati nella fatica e con esperienzia
delle cose dell'Indie, e persone di buona vita e conscienzia. Li domandai al
suo provinciale, e cos se n'andorono con Francesco Vazquez di Coronado,
governatore della Nuova Galizia, fin alla villa di S. Michiel di Culiacan, ch'
l'ultimo redutto di Spagnuoli verso quella parte, ducento leghe di questa
citt. Arrivato che fu il governator in quel luogo, con li religiosi mand
certi Indiani di quelli ch'io gli avevo dato, che ammaestrassero nelle sue
terre e dicessero alle genti di quelle che dovessero sapere che V.M. aveva
ordinato che non si facessero pi schiavi, e che non avessero pi paura e
ritornassero alle case sue e vivessero pacificamente in quelle, perch per il
passato erano stati molto travagliati per li trattamenti che gli erano stati
fatti, e che V.M. faria castigare quelli che erano stati causa di questo. Con
questi Indiani in capo di venti d ritornarono da circa quattrocento uomini, i
quali, venuti avanti il governatore, li dissero che loro venivano da parte di
tutti gli abitatori a dirli che desideravano vedere e conoscere quelli che li
facevano tanto bene, come  lasciarli ritornar a casa sua, e che seminassero
maiz per poter mangiare, perch erano molti anni che andavano fuggendo per li
monti, nascondendosi come fiere salvatiche per paura che non li facesser
schiavi, e loro e tutti erano apparecchiati di far quel che li fosse comandato.
Li quali il governatore consol con buone parole, e feceli dar da mangiare, e
ci tenne seco tre o quattro d: e in quelli giorni i religiosi frati
gl'insegnarono a farsi la croce e nominare il nome di Ies Cristo nostro
Signore, ed essi con grande efficacia procuravano di saperlo. Passati questi
giorni li rimand a casa sua, dicendoli che non avessero paura ma che stessero
cheti, donandoli veste, paternostri, coltelli e altre cose simili, le quali io
gli avevo date per simili effetti. Li detti se n'andarono molto contenti, e
dissero che, ogni volta che li mandasse a chiamare, loro e molti altri verriano
a far quello che li comandasse.
Preparata l'entrata di questa maniera, fra Marco col suo compagno, passati
dieci o dodeci giorni, col nero e con altri schiavi e Indiani che io gli avevo
dati si partirono. E perch io similmente avevo notizia d'una provincia che si
chiama Topira, situata tra montagne, e avevo ordinato col governatore che
tenesse modo di saper quel che l'era, tenendo questo per cosa principale,
determin d'andar in persona a vederla, avendo posto ordine col detto religioso
che per quel luogo della montagna daria la volta a congiungersi con lui ad una
villa dimandata Deloz Corazones, 120 leghe da Culiacan. E andato lui in questa
provincia, trov essere, come ho scritto in altre mie lettere, gran mancamento
di vettovaglie, e tanto aspra la montagna che per niuna via trov camino per
poter andar avanti, e fu forzato ritornarsene a San Michiel; di maniera che
nell'elleggere l'andata, come di non poter trovar strada, par a tutti che 'l
nostro Signor Dio vogli serrar la porta a tutti quelli che hanno per vigor di
forze umane voluto tentar questa impresa, e mostrarla ad un frate povero e
scalzo. E cos cominci ad entrar nella terra dentro, il quale, per trovar
l'entrata tanto ben preparata, fu molto ben ricevuto. E perch quello che gli 
successo in tutto il viaggio egli lo scrisse sotto la instruzione che io li
detti per far questo camino, non mi estender pi avanti, ma trascriver a
Vostra Maest quanto per lui fu notato.



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Relazione del reverendo fra Marco da Nizza

Fra Marco da Nizza parte da Culnacan, e, gionto a Petatlan, riceve molte
cortesie da quegli Indiani. Di quivi partito, avuta relazione di molte isole e
d'un paese grande abitato da gente civile, perviene a Vacupa. Mentre ivi
dimora, gli  dato relazione di Cevola, e dello stato delle sette citt, e
d'altre provincie e isole ricche di perle, quali corrano a tramontana dietro la
costa.

Con l'aiuto e favor della sacratissima Vergine Maria, nostra Signora, e del
serafico nostro padre san Francesco, io fra Marco da Nizza, professo
dell'ordine di San Francesco, per esecuzione dell'instruzione di sopra
contenuta dell'illustrissimo signor don Antonio di Mendozza, vicer e capitano
generale per sua Maest nella Nuova Spagna, parti' dalla villa di San Michiel
della provincia di Culnacan venerd alli 7 del mese di marzo 1539, avendo per
compagno fra Onorato e menato meco Stefano di Dorante, negro, e alcuni Indiani
di quelli che 'l detto signor vicer ha fatto liberi, e li compr per questo
effetto, li quali mi consign Francesco Vazquez di Coronado, governator della
Nuova Galizia, e con altra gran quantit d'Indiani di Petatlan e della villa
che si chiama del Cuchillo, che pu esser da cinquanta leghe da Petatlan, li
quali vennero alla valle di Culiacan mostrando grandissima allegrezza per
averli certificati gl'Indiani liberati, che 'l detto governator mand avanti a
farli a saper la sua libert, che non si doveva far pi alcuni schiavi di loro,
n farli guerra n mal trattamento alcuno, dicendoli che cos vuole e ordina
sua Maest. E con questa compagnia ch'io dico presi il mio cammino, fin ch'io
arrivai al popolo di Petatlan, trovando nel cammino grandi ricevimenti e
apparecchi da mangiar, con rose e fiori e altre cose di questa qualit, e case
che mi facevano di creta con rami infrascati, in tutte le parti dove non erano
abitazioni. In questo popolo di Petatlan riposai tre giorni, perch il mio
compagno fra Onorato s'ammal di sorte ch'io fui astretto a lasciarlo l, e
secondo la detta instruzione seguitai il mio cammino per dove mi guidava il
Spirito Santo, senza alcuno mio merito, e venendo meco il detto Stefano
Dorantes negro e alcuni degl'Indiani liberati, e molte genti del paese
facendomi in tutte le parti ch'io arrivavo grandi ricevimenti e allegrezze e
frascate d'arbori, dandomi da mangiar di quel che avevano, ancor che fusse
poco, perch dicevano che erano tre anni che non vi aveva piovuto, e perch
gl'Indiani di quel paese avevano pi atteso a nascondersi che a seminare, per
paura de' cristiani della villa di San Michiel, che fino l solevano
trascorrere facendoli guerra e menandoli schiavi.
In tutto questo cammino, che possono essere da venticinque in trenta leghe da
quella parte di Petatlan, non vidi cosa degna da notare, eccetto che mi vennero
a trovar alcuni Indiani dall'isola dove and Fernando Cortese, marchese di
Vales, dalli quali mi certificai come la era isola e non (come alcuni vogliono
dire) esser terra ferma: passavano sopra alcune zattare, e dalla terra ferma
all'isola v' il spazio di mezza lega di mare, poco pi o meno. Similmente mi
vennero a vedere alcuni Indiani d'un'altra isola maggior di questa, la qual 
posta pi avanti, dalli quali ebbi relazione esservi altre 30 isole piccole,
abitate da gente e povere di vettovaglia, eccetto due che tengono del maiz.
Questi Indiani avevano intorno al collo molte cappe grandi, madre di perle. Io
li mostrai perle che portavo con me per mostra: mi dissero che di quelle ve
n'erano molte e molto grosse nell'isole, nientedimeno non ve ne viddi alcuna.
Seguitai il mio cammino per un luogo disabitato da 4 giorni, venendo meco
gl'Indiani cos dell'isole come de' monti che lasciavo adietro, e in capo di
questo paese disabitato trovai altri Indiani, che si maravigliavano di vedermi,
perch niuna notizia tenevano de' cristiani per non esser contrattazion alcuna
con quelli da dietro, essendo tanto paese disabitato. Questi mi fecero
grandissimo ricevimento e mi dettero molto da mangiare, e procuravano di
toccarmi in la vesta, e mi chiamavano hayota, che vuol dire nella sua lingua
"uomo dal cielo"; alli quali meglio che potette feci intender l'interprete
quanto si contiene nella instruzione del conoscimento del nostro Signor Dio nel
cielo e sua Maest.
In queste terre e sempre, per tutte le vie e mezzi che potevo, procuravo di
saper paese dove fussero molte citt e gente di pi civilit e intelletto di
quelli che m'incontravano, e non ebbi nuova alcuna, ma mi dissero che dentro
fra terra quattro o cinque giornate, dove s'abbassano le falde de' monti, si fa
una pianura larga e di gran paese, nella qual mi dissero esser molte grandi
abitazioni, dove  gente vestita di cottone. E mostrandoli io alcuni metalli,
che portavo per prender instruzione delli metalli della terra, presero il
metallo dell'oro e mi dissero che di quello v'erano vasi tra quella gente della
pianura, e che portano attaccate alli buchi del naso e all'orecchie certe cose
tonde verdi, e che tengono certe palette di quell'oro, con le quali si radono e
tirano via il sudore, e che nelli tempii i pareti stanno coperti di quello e
che l'usano in tutte le cose di casa. E perch questa pianura s'apparta dalla
costa del mare, e la mia instruzione era di non partirmi da quella, determinai
di lasciarla per la ritornata, e che allora si potria veder meglio, e cos
andai per tre giorni per luoghi abitati dalle dette genti, dalle quali fui
ricevuto come da quelli da drieto. Arrivai ad un ragionevole ridutto che si
chiama Vacapa, dove mi fecero gran carezze e mi dettero ben da mangiare e
abbondantemente, perch  terra fertile e che si pu adacquare. Sono da questa
abitazione fino al mare quaranta leghe, e per trovarmi tanto a largo dal mare,
e per esser duoi giorni avanti la domenica di passione, determinai di star
quivi fino a Pasqua, per certificarmi dell'isole che di sopra ho detto averne
avuto notizia. E cos mandai alcuni messi indiani al mare per tre vie, alli
quali ordinai che mi menassero Indiani della costa e d'alcune di quelle isole
per informarmi da loro, e per un'altra parte mandai Stefano Dorantes negro, al
qual dissi che andasse per il dritto della tramontana cinquanta o sessanta
leghe, per veder se per quella via si potesse aver relazione d'alcuna cosa
notabile di quelle ch'andavamo cercando; e composi con lui che se egli avesse
notizia di terra popolata e ricca che fosse cosa grande, che 'l non andasse
avanti, ma che 'l se ne tornasse in persona, over che 'l mandasse Indiani con
questo segnale che convenimmo insieme, cio che se la cosa fosse ragionevole mi
mandasse una croce bianca d'un palmo, e se la fosse grande di duoi palmi, e se
la fusse cosa maggior e migliore della Nuova Spagna mi mandasse una gran croce.
E cos si part il detto Stefano da me la domenica di passione dopo desinare, e
de l a quattro giorni vennero li messi di Stefano con una croce grande di
statura d'un uomo, e mi dissero da parte di Stefano che in quell'ora mi
partisse seguitandolo, perch gli aveva trovato gente che li davano relazione
d'una provincia grandissima, e che gli aveva seco Indiani che erano stati in
quella, e mi mand un di loro, e mi disse che v'erano trenta giornate da quel
luogo dove stava Stefano fino alla prima citt della terra, che si nomina
Cevola. Afferma che in questa provincia vi sono sette citt molto grande, tutte
sotto un signore, e di case fatte di pietra e calcina molto grandi, e la pi
piccola con un solaro di sopra, e altre di duoi e tre solari, e quella del
signor di quattro, tutte l'una appresso l'altra per il suo ordine; e in li
portali delle case principali vi sono molti lavori di pietre turchese, delle
quali disse che ve n'erano in grande abondanzia, e che le genti di queste citt
vanno molto ben vestite, e che vi sono altre provincie pi avanti, ciascuna
delle quali disse esser molto pi grande che queste sette citt. Io gliel
credette, perch lo viddi uomo di buon intelletto, e cos differiti il mio
partir a seguir Stefano Dorantes pensando che 'l mi aspettaria, e anco per
aspettar li messi che avevo mandato al mare, quali vennero il d di Pasqua
fiorita, e con loro gente della costa del mare e di due isole, dalli quali
seppi l'isole che di sopra dico esser povere di vettovaglia, come l'avevo
saputo avanti, e che sono abitate da gente che portano cappe di perle sopra la
fronte, e dicono di tener perle grosse e molto oro. Mi certificorono di
trentaquattro isole una appresso l'altra. La gente della costa del mar dicono
aver poca vettovaglia, cos loro come quelli dell'isole, e contrattano un con
l'altro con zatte. Quella costa corre alla tramontana quanto si pu vedere.
Questi Indiani della costa mi portarono rotelle di cuoi di vacca molto ben
lavorate, tanto grande che li coprivano dalla testa fin alla punta de' piedi,
con un buco in cima dell'imbracciatura per poter veder di drieto di quelle;
sono tanto forte ch'io credo che non le passaria una balestra.


Da certi Indiani, detti Pintados, ha di nuovo relazione delle sette citt e
d'altri tre regni, detti Marata, Usacus e Totonteac, paesi molto ricchi di
turchese e cuoi d'animali. Seguendo il viaggio per quelli luoghi, prende per
sua Maest il possesso, ed  dagl'Indiani molto onorato e di vettovaglie
servito.

In questo giorno mi vennero a trovare tre Indiani di quelli che chiamano
Pintados, che aveano dipinto il volto, il petto e le braccia: questi stanno in
alto alla parte di levante, e vengono a confinar alcuni di loro circa delle
sette citt; quali dissero che mi venivano a vedere perch ebbero notizia di
me, e tra l'altre cose mi dettero notizia delle sette citt e provincie che
l'Indiano di Stefano mi aveva detto, quasi per la medesima maniera che Stefano
mi aveva mandato a dire. E cos licenziai le genti della costa, e duoi Indiani
dell'isole dissero che volevano venir meco sette over otto d, e con quelli e
con li tre dipinti ch'io dico mi parti' da Vacapa il secondo d di Pasqua
fiorita, per il cammino che tenea Stefano, dal qual avevo ricevuto altri messi
con un'altra croce della grandezza della prima, la qual mi mand dandomi pressa
e affirmandomi esser la terra la qual io cercavo la maggior e miglior cosa che
sia in quelle parti; i quali messi particolarmente mi dissero senza mancar in
cosa n punto alcuno di quello che mi disse il primo, anzi dissero molto pi e
mi dettero pi chiara relazione. E cos camminai quel giorno secondo di Pasqua
e altri duoi d per le medesime strade ch'era andato Stefano, in capo delle
quali mi dissero che de l s'anderia in trenta giorni alla citt di Cevola,
ch' la prima delle sette: e non mi disse questo un solo, ma molti, e molto
particolarmente mi dissero la grandezza delle case e la maniera di quelle, come
m'avevano detto i primi, e mi dissero che di pi di queste sette citt vi sono
altri tre regni, che si chiamano Marata, Vacus, Totonteac. Volsi sapere perch
andavano cos da lungi delle sue case; mi dissero che andavano per turchese,
per cuoi di vacche e altre cose, e che dell'una e l'altra vi si ha in questo
paese gran quantit. E similmente volsi saper con che modo e via si avevano; mi
dissero che col servizio e sudore delle sue persone, che andavano alla prima
citt, che si chiama Cevola, e che servano l in lavorare la terra e altri
servigi, e che li danno cuoi di vacca di quelli che hanno in quel luogo e
turchese per il suo servizio. E questi di questa citt portano tutti turchese
attaccate all'orecchie e alli buchi del naso, finissime e buone, e dicono che
di quelle sono fatti lavori nelle porte principali delle case di Cevola. Mi
dissero che la maniera delle vesti degli abitanti in Cevola  una camicia di
cotton lunga fino alla punta de' piedi, con un botton alla gola e un cordon
lungo che pende da quello, e le maniche di queste camicie larghe tanto disopra
come disotto; dicono che vanno cinti con cinture di turchese, e che sopra
queste camicie alcuni portano buone vesti, altri cuoi di vacca ben lavorati,
quali tengono miglior vestir di quel paese, dove n' gran quantit. Il medesimo
le donne vanno vestite, e ben coperte fino alli piedi ancor lor similmente.
Questi Indiani mi ricevettero molto bene, e volsero saper con diligenza il
giorno che mi parti' da Vacapa, per potermi proveder nel viaggio al ritorno del
vivere e del dormire. Mi menavano avanti alcuni ammalati accioch gli sanassi,
procuravano di toccarmi la veste, mi dettero alcuni cuoi di vacca, tanto bene
acconci e lavorati che da quelli si poteva estimar essere stati fatti da uomini
molto civili, e tutti dicevano che venivano da Cevola. L'altro giorno seguitai
il mio cammino menando meco li Pintadi, quali non mi volsero lasciare. Arrivai
ad un altro villaggio, dove fui ben ricevuto dalle genti di quello, i quali
similmente procuravano di toccarmi la veste, e mi dettero notizia della terra
la qual io sapevo cos particolarmente come avevo avuto da quelli per avanti, e
mi dissero come da quel luogo era andata gente con Stefano Dorantes quattro o
cinque giornate: e qui trovai una croce grande, che Stefano mi aveva lasciato
per segno che la nuova della buona terra cresceva, e ordin che mi dessino
molta pressa, perch m'aspetteria al capo del primo del disabitato. Qui io posi
due croci e presi il possesso conforme alla instruzione, perch quella terra mi
pareva esser migliore di quella ch'avevo lasciato adietro, e che mi conveniva
fino l far un atto di possessione. E in questa maniera andai cinque giorni,
trovando sempre luoghi abitati e grande ospitalit e ricevimenti, e molte
turchese e cuoi di vacca, e la medesima relazion della terra. Quivi intesi che
doppo due giornate ritroveria un paese disabitato, dove non v' da mangiare, ma
che gi era stato prevenuto di farmi case e portarmi vettovaglia: per il che
sollecitai il cammino, pensando di trovar al fin di quello Stefano, perch in
quel luogo mi mand a dire che 'l mi aspetteria. Avanti che arrivassi al
disabitato, mi trovai in un villaggio fresco per molte acque, che vi sono
condotte per adacquare: qui mi vennero incontro molte genti, s uomini come
donne, vestiti di cottone, e alcuni coperti con cuoi di vacca, che generalmente
tengono per miglior vestito che quello di cottone. Tutti quelli di questo
villaggio vanno in caconados, cio con turchese che gli pendono dalli buchi del
naso e orecchie, e chiamano queste turchese cacona; fra li quali veniva il
signor di questo villaggio e duoi suoi fratelli, molto ben vestiti di cottone,
ancor loro in caconados, col suo collar ciascuno di turchese al collo, e mi
appresentarono molte salvaticine, come conigli, coturnici, maiz, pignoli, e
tutto in grande abbondanzia, e mi offersero molte turchese e cuoi di vacca, e
vasi da bevere molto belli e altre cose, delle quali non volsi tor cosa alcuna.
E io avevo la mia veste di panno berretin, che si chiama in Spagna da Xaragosa,
e questo signor di questo villaggio e altri Indiani toccorono l'abito con le
mani, e mi dissero che di quello ve n'era molto in Totonteac, e che lo
portavano per vesti gli abitatori di quel paese; del che io mi risi, e dissi
che non saria se non di quelle vesti di cottone che loro portano, e loro mi
dissero: "Pensa che noi sappiamo che quello che tu porti e quelle che noi
portiamo  differente. Sappi che in Cevola tutte le case sono piene di questa
robba che noi portiamo, ma in Totonteac sono alcuni animali piccoli, dalli
quali levano quello col quale si fa quel che tu porti", Io volsi informazion
pi particolarmente di questo; mi dissero che gli animali sono della grandezza
di duoi bracchi di Castiglia, che menava seco Stefano, e dicono che di detti
animali ve ne sono molti in Totonteac.


Entra in una valle disabitata, e dagl'Indiani non gli  lasciato patire alcuno
incommodo. Seguendo il viaggio entra in paese fertile, e gli  dato certezza,
s come prima, del stato di Cevola e di Totonteac, e che la costa del mare a
trentacinque gradi volge molto a ponente, e delli regni di Marata e Acus.

L'altro d entrai nel disabitato, e dove avevo a desinare trovai case fatte,
vettovaglie a bastanza appresso ad un rivo d'acqua, e alla notte trovai case e
similmente vettovaglia, e cos trovai per quattro d che dur il disabitato, al
capo delli quali entrai in una valle molto ben abitata da gente. Nel primo
villaggio mi vennero incontra molti uomini e donne con cose da mangiare, e
tutti avevano turchese che li pendevano dalli buchi del naso e dell'orecchio, e
alcuni avean collari di turchese, della sorte che portava il signore e gli suoi
fratelli del villaggio avanti il disabitato, eccetto che quelli che gli avevano
d'una sola volta e questi 3 e 4, con buona veste e cuoi di vacca, e le donne le
medesime turchese nelli buchi del naso e dell'orecchie, e molte buone naguas e
camicie. Quivi era tanta notizia di Cevola come nella Nuova Spagna di
Temistitan e nel Per del Cusco, e tanto particolarmente raccontavano la
maniera delle case, delle abitazioni, strade e piazze di quelle, come persone
che v'erano state molte volte e che si fornivano da quelle delle cose
necessarie per servizio di casa sua, s come quelli di drieto facevano. Io li
diceva che non era possibile che le case fussero della maniera che mi dicevano,
e loro per darmelo ad intendere prendevano terra o cenere e li buttavano sopra
acqua, e mi mostravano come mettevano le pietre e cresceva lo edificio in suso,
mettendoli in quello le pietre fino che gli andava in alto. Io li domandavo se
gli uomini di quella terra avevano ale per montar sopra quelli solari; si
ridevano, e mi mostravano la scala, cos ben come io la potria designare.
Prendevano un legno e se lo mettevano sopra la testa, e dicevano che quella
altezza era da solaro a solaro. Similmente ebbi qui relazione del panno di lana
di Totonteac, dove dicono che vi sono case come quelle di Cevola e migliori e
molto pi, e che  una cosa grande e che non tien capo. Qui seppi che la costa
del mare si voltava verso ponente molto forte, perch fin alla intrata di
questo primo disabitato ch'io passai sempre la costa s'andava mettendo verso
tramontana: e come cosa che importa molto il voltar della costa, lo volsi saper
e vedere, e cos fui in dimanda di quella, e viddi chiaramente che l a 35
gradi la volge al ponente, del che minor allegrezza non ebbi che della buona
nuova della terra. E cos mi ritornai a proseguire il mio cammino, e fui per
quella valle cinque giorni, la qual  abitata da bella gente, e tanto abondante
di vettovaglie che basteria per dar da mangiare a pi di tremila cavalli;
adacquasi tutta, ed  come un giardino. Sono li borghi e casali mezza lega e un
quarto di lega, e in ciascuno di questi villaggi trovavo molto larga relazione
di Cevola, e tanto particolarmente mi raccontavano di quella, come gente che va
ogni anno a guadagnar il suo vivere.
Qui trovai un uomo naturale di Cevola, il qual disse esser venuto l fuggendo
il governatore o la persona che v' posta per il signore, perch il signore di
queste sette citt vive e tiene la sua residenzia in una di quelle, che si
chiama Ahacus, e nell'altre tien posto persone che comandano per lui. Questo
abitator di Cevola  uomo bianco, di buona disposizione, alquanto vecchio e di
molto pi intelletto che gli abitatori di questa valle e di quelli dell'altre
adietro; mi disse che 'l voleva venir meco, accioch gli facesse perdonare.
M'informai particolarmente da lui. Mi disse che Cevola  una gran citt, nella
quale v' molta gente e strade e piazze, e che in alcune parti della citt vi
sono certe case molto grandi, che hanno dieci solari, e in queste si riducono
li principali certi giorni dell'anno. Dice che le case sono di pietra e
calcina, della maniera che mi dissero quelli disopra, e che le porte e pilastri
delle case principali sono di turchese, e li vasi con li quali si servono e
altri ornamenti sono d'oro, e che della forma di questa citt sono l'altre
sette, alcune maggiori, e che la pi principale di quelle  Ahacus. Dice che
dalla parte di sirocco v' un regno che si chiama Marata, e vi solevano essere
assai citt e molto grandi, le qual tutte erano fatte con case di pietra e
solari, e che questi hanno fatto guerra e la fanno col signor delle sette
citt, per la qual guerra si ha sminuito in gran parte questo regno di Marata,
ancor che tuttavia stia in piedi e mantenga la guerra contra questi altri.
Similmente dice che alla parte di ponente v' il regno nominato Totonteac, qual
dice essere cosa grandissima e d'infinita gente e ricchezze, e che nel detto
regno vestono panno della sorte che  quello che io porto, e d'alcuni pi
delicati, che si cavano dagli animali che di sopra mi designarono, e che la
gente  molto civile e differente dalla gente che ho veduto. Similmente mi
disse che v' un'altra provincia e regno molto grande, che si chiama Acus,
perch v' Acus e Ahacus con l'aspirazione, ch' una delle sette citt, la pi
principale, e senza aspirazione Acus  regno e provincia da per s. Mi disse
che le veste che portano in Cevola sono della maniera che per avanti m'aveano
detto, e che tutti gli abitatori della citt dormono in letti alti dal suolo,
con coltre e padiglioni disopra che coprono li letti; e mi disse che veneriano
con meco in Cevola e pi avanti, se volesse menarlo. La medesima relazione mi
fu data in questo villaggio per altre molte persone, ma non cos
particolarmente.
Io camminai per questa valle tre giorni, facendomi gli abitatori di quella
grandissima festa e accoglienza. In questa valle viddi pi di mille cuoi di
vacche eccellentissimamente acconci e lavorati; viddi molto maggior quantit di
turchese e collari fatti di quelle in questa valle, che in tutte quelle che
avevo lasciato adietro; e dicono che tutto viene dalla citt di Cevola, della
qual tengono molta notizia, e similmente del regno di Marata e di quel di Acus
e di Totonteac.


D'un animale molto grande, qual ha un corno in fronte, e delle cortesie quale
da quelli Indiani per il viaggio gli furno usate. Stefano Dorantes con suoi
compagni quanto fussero mal trattati nel giungere a Cevola da quel signore.

Qui mi mostraron un cuoio, la met maggiore di quello d'una gran vacca, e mi
dissero ch'era d'un animale che tien un sol corno nella fronte, e che questo
corno si torze verso il petto, e che de l volge una ponta dritta, nella quale
ha tanta forza che niuna cosa, per forte che la sia, non lascia di rompere se
'l s'incontra con quella, e che di questi tal animali ve ne sono molti in quel
paese. Il color del cuoio  come d'un caprone, e il pelo tanto grosso come il
detto. Qui ebbi messi da Stefano, li quali da sua parte mi dissero che gli
andava gi nell'ultima parte del disabitato, e molto allegro, per andare molto
pi certificato della grandezza del paese; e mi mand a dire che, dapoi che 'l
si part da me, mai non aveva trovato gl'Indiani in alcuna bugia, perch fino
l il tutto aveva trovato della maniera che gli avevano detto, e cos pensava
di trovar nell'avenire in questa valle, come negli altri villaggi da dietro. Io
posi croci, e feci gli atti e diligenze che si convenivano, conformi alla
instruzione. Li paesani mi pregorono ch'io dovesse riposar qui tre o quattro
giorni, perch fino al disabitato vi erano ancora quattro giornate da quel
luogo, e dal principio di quello fino all'arrivar alla citt di Cevola vi sono
larghi quindeci giorni di camino, e che mi voleano far da mangiare e
apparecchiarmi le cose necessarie per quello; e mi dissero che con Stefano nero
erano andati di quel luogo pi di trecento uomini per accompagnarlo e portargli
dietro il vivere, e che meco similmente volevano venire molti per servirmi,
perch pensavano che torneriano ricchi. Io gli ringraziai e gli dissi che lo
mettessero ad ordine presto, e cos stetti tre giorni senza passar avanti,
nelli quali sempre m'informai di Cevola e di tutto quel pi ch'io potevo, e non
facevo altro se non chiamar Indiani e interrogarli a parte ciascun da per s: e
tutti si conformavano in una medesima cosa, e mi dicevano della moltitudine
grande di gente, e l'ordine delle strade, la grandezza delle case e la forza
delli portali, il tutto come quelli per avanti mi avean detto. Passati li tre
giorni si misero insieme molti per venire meco, delli quali presi fino a trenta
delli principali, molto ben vestiti e con quelli collari di turchese, che
alcuni di loro tenevano cinque o sei volte, e con questi la gente necessaria
che portasse il vivere per loro e per me, e mi posi in camino, ed entrai nel
deserto a' nove di maggio, e cos andammo il primo d per un camino molto largo
e usato. Arrivammo a desinare appresso un'acqua, dove gl'Indiani mi avevano
apparecchiato, e a dormire appresso un'altra acqua, dove trovai una casa che
aveano compita di fare per me, e un'altra stava fatta, dove dorm Stefano
quando egli pass, e molte capanne vecchie, molti segnali di fuoco della gente
che andava a Cevola per questo camino. E con questo medesimo ordine caminai
dodeci d, sempre ben proveduto del vivere, di salvaticine, lepri e pernici,
del medesimo colore e sapore che sono quelle di Spagna, ancorch non siano cos
grandi, perch sono un poco minori.
Quivi arriv un Indiano, figliuolo d'un principale di quelli che venivano meco,
il qual era andato in compagnia di Stefano, qual veniva tutto spaventato,
avendo tutto il viso e il corpo coperto di sudore, e mostrava grandissima
tristezza nella persona. E mi disse che, una giornata avanti che Stefano
arrivasse a Cevola, mand il suo gran cappel di zucca con suoi messi, come
sempre costumava di mandare avanti, accioch sapessero come lui veniva, il qual
zuccon avea una filza di sonagli e due penne, una bianca e l'altra di color,
che  in segnal di dimandar sicurt e mostrar che non si vien per far danno; e
come arrivorono a Cevola, avanti la persona che 'l signor tien l posto per
capo, li dettero il detto zuccon: lui lo prese nelle mani e, visti li sonagli,
con gran'ira e noia trasse il zuccon per terra, e disse alli messi che subito
si partissero via, perch conosceva che gente era quella, e che li dicessero
che non dovessero entrar nella citt, perch facendo altramente tutti gli
ammazzeria. Li messi ritornarono e dissero a Stefano come la cosa passava, il
qual gli rispose che questo non era d'importanza, e volse proseguire il suo
viaggio fino all'arrivare alla citt di Cevola, dove trov gente che non li
permisero entrar dentro e lo misero in una casa grande, qual era posta fuori
della citt, e gli tolsero subito tutto quello che 'l portava per contrattare,
e alcune turchese e altre cose che gli avea avuto per camino dagl'Indiani; e
che gli stette quivi quella notte senza darli da mangiare n da bere, e che
l'altro d da mattina questo Indiano ebbe sete e usc della casa a bere in un
rio ch'era l appresso, e de l ad un pochetto vidde Stefano andare fuggendo, e
dietro di lui v'andava gente della citt, e che ammazzavano alcuni di quelli
che erano andati in sua compagnia: e come questo Indiano vidde questa cosa,
s'and a nascondere sopra del rio, e dipoi attravers il camino del deserto. Le
quali nuove udite dagl'Indiani che venivano meco, subito cominciorno a
piangere, e io per cos triste e cattive nuove dubitai di perdermi, e non
temevo tanto di perder la vita, quanto era di non poter ritornare a dar aviso
della grandezza della terra, dove il nostro Signor Iddio possi esser servito. E
subito tagliai le corde delle valigie che portavo con le robbe da contrattare,
che fin allora non avevo voluto fare, n dar cosa ad alcuno, e cominciai a
partir quanto ch'io portavo con li principali, e li dissi che non temessero e
venissero meco, e cos fecero. E andando per il nostro camino una giornata da
Cevola, trovammo altri due Indiani di quelli ch'erano andati con Stefano, i
quali venivano insanguinati e con molte ferite: e come arrivarono, quelli che
venivano meco cominciorono a far un gran pianto. Dimandai alli feriti di
Stefano, e, conformandosi col primo Indiano in tutto, dissero che, dapoi che
gli avean tenuti in quella casa senza darli da mangiare n da bere tutto quel
giorno e la notte, tolsero a Stefano tutto quel che lui portava: "L'altro
giorno, essendo il sole alto una lancia, usc Stefano della casa e alcuni de'
principali con lui, e subito venne molta gente dalla citt, e come lui li vidde
cominci a fuggire e noi altri similmente, e subito ne dettero delle frezze e
ferite, e cademmo, e sopra noi caddero alcuni morti. E cos stemmo fino la
notte senza ardir di muoversi, e udimmo di gran voci nella citt, e vedemmo
sopra le terrazze molti uomini e donne che guardavano, e non vedemmo pi
Stefano: e crediamo che l'abbino infrezzato, come hanno fatto tutti gli altri
che andavano con lui, sich non  scampato se non noi soli".


Sito e grandezza della citt di Cevola, e come di quella e altre provincie fra
Marco ne prende il possesso, nominandola il Nuovo Regno di S. Francesco; e di
quivi partito, preservato dal nostro Signor Dio in s periglioso viaggio,
giunge in Compostella.

Veduto io quello che gli Indiani dicevano, e il mal ordine che era per seguire
il mio viaggio come desideravo, non volse consentire di perder la mia vita
insieme con quella di Stefano, e dissi che 'l nostro Signor Dio castigheria
quelli di Cevola, e come il vicer sapesse quel che fosse intravenuto, manderia
molti cristiani che gli castigheriano: e non me lo volsero credere, perch
dicevano che niuno era bastante contra il potere di Cevola. E con questo gli
lasciai e mi discostai un tratto o duoi di pietra, e quando ritornai trovai un
Indiano mio ch'io menai da Messico, nominato Marco, il qual piangeva, e mi
disse: "Padre, costoro si sono consigliati d'ammazzarci, perch dicono che per
te e per Stefano sono stati morti i suoi padri, e che non ha da restar di tutti
loro uomo n donna che non sia morto". Io tornai a repartire fra costoro alcune
altre cose che mi restavano per mitigarli: con questo si placarono alquanto,
ancorch tuttavia mostravano gran dolore per la gente ch'era stata morta. Io
pregai alcuni di loro che volessero andar a Cevola, a vedere s'era scampato
alcuno altro Indiano, e questo accioch sapessero alcuna nuova di Stefano, la
qual cosa non potette impetrare da loro. Visto questo, io gli dissi che in ogni
caso io volevo vedere la citt di Cevola; mi dissero che niuno vorria venire
con me, e alla fine, vedendomi determinato, duoi de' principali mi dissero che
verriano meco, con li quali e con gli miei Indiani e interpreti seguitai il mio
cammino fin alla vista di Cevola, la qual  posta in una pianura alla costa
d'un monte ritondo, e fa una bella mostra di citt, e pi bel sito d'alcuna che
in queste parti io abbia veduto. Sono le case all'ordine secondo che gl'Indiani
mi dissero, tutte di pietra, con gli suoi solari e terrazze, a quel che mi
parve di vedere da un monte, dove mi posi a guardare la citt.
La citt  maggior che la citt di Temistitan, la qual passa ventimila case; le
genti sono quasi bianche, vanno vestiti e dormono in letti, tengono archi per
arme; hanno molti smeraldi e altre gioie, ancor che non apprezzino se non
turchese, con le quali adornano li pareti delli portali delle case e le vesti e
li vasi, e si spende come moneta in tutto quel paese. Vestono di cottone e di
cuoi di vacca, e questo  il pi apprezzato e onorevole vestire; usano vasi
d'oro e d'argento, perch non hanno altro metallo, del quale vi  maggior uso e
maggior abondanza che nel Per, e questo comprano per turchese nella provincia
delli Pintadi, dove si dice che vi sono le minere in grande abondanza. D'altri
regni non potette avere instruzione cos particolare. Alcune volte fui tentato
andarmene fino l, perch sapevo che non arrisigavo se non la vita, e questa io
avevo offerta a Dio il primo d ch'io cominciai l'andata; alla fine mi venne
paura, considerando il mio pericolo, che, se io morivo, non si poteva aver
relazione di questa terra, che al mio parere  la maggiore e miglior di tutte
le discoperte. E dicendo io alli principali quanto bella mi pareva Cevola, mi
risposero che l'era la minor delle sette citt, e che Totonteac  la maggior e
miglior di tutte, per tante case e gente che tiene, che non v' fine.
Vista la disposizione e sito del luogo, mi parve di nominar quel paese il Nuovo
Regno di San Francesco, nel qual luogo feci con l'aiuto degl'Indiani un gran
monton di pietre, e in cima di quello vi posi una croce piccola e sottile,
perch non avevo modo di farvela maggiore, e disse che quella croce e monton
mettevo in nome dell'illustrissimo signor don Antonio di Mendozza, vicer e
capitano generale della Nuova Spagna per l'imperator nostro signore, in segno
di possession, conforme alla instruzione; la qual possession disse ch'io
prendevo in quel luogo di tutte le citt, e delli regni di Totonteac, di Acus,
di Marata. E cos ritornai con molto pi paura che vettovaglia, e andai fino
ch'io trovai la gente che era adietro restata, con la maggior pressa ch'io
potette; alli quali arrivai in due giornate di cammino, e con loro venni fino a
passar il diserto, dove non mi fu fatto tante carezze come per avanti, perch
cos gli uomini come le donne facevano gran pianto per le persone che gli erano
state ammazzate in Cevola. E con paura mi esped dalla gente di quella valle, e
camminai il primo d 10 leghe, e cos andai a otto e 10 leghe senza tenermi
fino al passare il secondo luogo disabitato ritornando: e ancor ch'io avessi
paura, determinai d'arrivare alla campagna della qual disopra dico che avevo
relazione, dove s'abbassarno le montagne, e in quel luogo intesi che quella
campagna  abitata per molte giornate verso levante. Non ardivo entrare in
quella, parendomi che, se avevo da venire ad abitare questa altra terra delle
sette citt e regni ch'io dico, allora si potria meglio vedere, senza metter a
pericolo la mia persona e lasciar per questo di dar relazione delle cose
vedute: solamente viddi dalla bocca della campagna sette villaggi ragionevoli,
alquanto lontani, in una valle di sotto molto fresca e di molto buona terra,
onde uscivano molti fiumi. Ebbe informazione che in quella era molto oro, e che
gli abitatori l'adoperano in vasi e palettine, con le quali si radono e levano
via il sudore; e che sono gente che non consentono che quelli d'altra parte
della campagna contrattino con loro, e non mi seppero dir la causa. Qui posi
due croci e tolsi il possesso di tutta la campagna e valle, per la maniera e
ordine delli possessi tolti da me di sopra, conforme alla instruzione; e de l
prosegui' il ritorno del mio viaggio con la maggior pressa ch'io potei, fin
ch'io arrivai alla terra di San Michiele della provincia di Culiacan, credendo
trovar in quel luogo Francesco Vazquez di Coronado, governator della Nuova
Galizia: e non trovandolo, prosegui' il mio cammino fino alla citt di
Compostella, dove lo trovai. Non scrivo qui molte altre particolarit, perch
non sono pertinenti a questo caso; solamente dico quello ch'io viddi e mi fu
detto delle terre per dove andai e di quelle che ebbi informazione.



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Relazione che mand Francesco Vazquez di Coronado, capitano generale della
gente che fu mandata in nome di sua Maest al paese nuovamente scoperto: quel
che successe nel viaggio, dalli ventidue d'aprile di questo anno MDXL, che
part da Culiacan per innanzi, e di quel che trov nel paese dove andava.


Francesco Vazquez con esercito parte di Culiacan e, doppo il patire diversi
incommodi nel mal viaggio, gionge alla valle dei Caraconi; la ritrova sterile
di maiz: per averne manda nella valle detta del Signore; ha relazione della
grandezza della valle di Caraconi, e di quelli popoli, e d'alcune isole poste
in quelle costiere.

Alli ventiduoi del mese d'aprile passato, parti' dalla provincia di Culiacan
con parte dell'esercito e con l'ordine che io scrisse a V.S., e secondo il
successo tengo per certo che s'indovin a non metter tutto l'esercito unito in
questa impresa, perch sono stati cos grandi i travagli e mancamento della
vettovaglia, che credo che in tutto questo anno non si potesse effettuar
l'impresa, e gi che si effettuasse sarebbe con gran perdita di gente; perch
come scrissi a V.S. io feci il viaggio di Culiacan in 80 giorni di strada, la
quale io e quei gentiluomini a cavallo miei compagni portammo su le spalle e
ne' nostri cavalli un poco di vettovaglia, in modo che da questa in poi non
portammo niuno di noi d'altre robbe necessarie tanto che passasse una libra, e
con tutto ci, e con l'essersi messa in questa poca vettovaglia che portammo
tutta quella regola e ordine possibile, ci manc: e non  da farsene
maraviglia, perch il cammino  aspro e lungo, e fra gli archibusi che si
portavano, nel salir delle montagne e coste e nel passar dei fiumi, ci si
guast la maggior parte del maiz. E perch io mando a V.S. dipinto questo
viaggio, non le dir in ci altro per questa mia.
Trenta leghe prima che s'arrivasse al luogo che il padre provinciale nella sua
relazione cos ben diceva, mandai Melchior Diaz con quindeci da cavallo
innanzi, ordinandogli che facesse di due giornate una, accioch avesse
esaminato il tutto quando io giongesse. Il quale cammin quattro giorni per
certe montagne asprissime, e non trov quivi n da vivere, n gente, n
informazione d'alcuna cosa, eccetto che trov due o tre povere villette di
venti o trenta capanne l'una, e dagli abitatori d'essa seppe che da l avanti
non si trovava se non asprissime montagne, che continovavano, disabitate da
tutte le genti: e perch era cosa perduta, non volse di qui mandar di ci messo
a V.S. Diedi dispiacere a tutti i compagni che una cosa tanto lodata, e di che
il padre aveva detto tante cose, si fosse trovato tanto al contrario, e si fece
giudicio che il rimanente fosse tutto di quella sorte; e veduto io questo,
procurai di rallegrargli al meglio che io potei, dicendogli che V.S. sempre
ebbe opinione che questo viaggio fosse una cosa gettata via, e che dovessimo
metter il nostro pensiero in quelle sette citt e l'altre provincie di che
avevamo notizia, che quivi sarebbe il fine della nostra impresa. E con questa
resoluzione e disegno tutti camminammo con allegrezza per molto mal cammino,
che non si poteva passar senza o farne uno o rindrizzare quel sentiero che
v'era, di che non eran poco afflitti i soldati, veduto che tutto quel che aveva
detto il frate si trovava al roverscio, perch fra l'altre cose che il padre
diceva e affermava era che il cammino fosse piano e buono, e che non ci era se
non una picciola costa di mezza lega. Ed  vero che vi sono montagne che, con
tutto che si racconciasse ben la strada, non vi si poteva passare senza gran
pericolo di trabboccarvi i cavalli, ed era tale che del bestiame che V.S. mand
per provisione dell'esercito ve ne rimase gran parte in questo viaggio, per
l'asprezza del sasso: gli agnelli e castrati lasciavano l'unghie per terra, e
di quei che condusse da Culiacano la maggior parte lasciai nel fiume di
Lachimi, perch non potevano camminare; e perch venissero pian piano rimasero
con essi 4 uomini a cavallo, che son arrivati ora, n avean condotti pi di 24
agnelli e quattro castrati, che il rimanente rimase morto per quella balza, se
ben non si cammin se non due leghe. E riposatoci qualche d, arrivai poi alla
valle dei Coraconi, alli ventisei d del mese di maggio, e da Culiacano fino l
non mi prevalse se non d'una gran massa di pane di maiz, perch, non essendo i
maizali stagionati, mi convenne lasciarli tutti.
In questa valle de' Coraconi trovammo pi gente che in niuna parte di tutto il
paese che avevamo lasciato adietro, e gran quantit di semenze, ma non ci  fra
loro maiz da mangiare; ma s ben intesi esserne in un'altra valle, chiamata del
Signor, che non volsi molestar con forza, ma vi mandai con robba di baratto per
averne Melchior Diaz, per darne agl'Indiani amici che conducevamo con noi, e
per alcuni che avevan perdute delle bestie nel viaggio, e non avevan potuto
portarsi vettovaglia dietro, che condussero fuor di Culiacano fin l. Piacque a
nostro Signor che s'ebbe con questi baratti qualche poco di maiz, con che si
remediarono gl'Indiani amici e alcuni Spagnuoli. E fino a questa valle di
Coraconi rimasero morti di stracchezza qualche dieci o dodeci nostri cavalli,
perch, portando gran carichi e mangiando poco, non poteron sopportar la
fatica; similmente ci si partirono alcuni nostri mori e alcuni Indiani, che non
ci fu di poco mancamento per il servigio della impresa. Questa valle dei
Coraconi mi dicono esser lunga cinque giornate dal mare di ponente. Mandai a
chiamare gl'Indiani della costa per informarmi dell'esser loro, e in tanto che
gli aspettavo si riposassero i cavalli; e vi dimorai quattro giorni, ne' quali
vennero gl'Indiani del mare, che mi dissero che due giornate da quella costa di
mare erano sette o otto isole al dritto di loro, ben popolate di gente ma
povere di vettovaglia, ed era gente brutta, e mi dissero aver veduto passare
una nave non molto lungi da terra, che non so pensar se era di quei che
andavano a scoprir il paese o pur di Portogallesi.


Giungono a Chichilticale; doppo l'avere preso due giornate di riposo, entrano
in paese molto sterile di vettovaglie e difficile viaggio per trenta leghe,
oltra 'l quale ritrovano paese assai ameno e il fiume detto del Lino;
combattono contra gl'Indiani, essendo da lor assaltati, e con vittoria
acquistata la lor citt, si sollevano dal disagio della fame.

Mi parti' dai Coraconi, e sempre m'accostavo pi al mare al mio giudicio e con
effetto sempre me gli ritrovavo pi lontano, in modo che, quando giunsi a
Chichilticale, mi ritrovavo lungi dal mare quindeci giornate, e il padre
provinciale diceva che v'era distanzia solamente da cinque leghe e che egli
l'avea veduto. Ricevemmo tutti grande affanno e confusione con vedere che ogni
cosa trovavamo al roverscio di quel che aveva detto a V.S. Gli Indiani di
Chichilticale dicono che, se vanno mai al mare per pesce e altre cose che
portano, vanno traversando e vi fan dieci giornate, e mi par che fosse vera
l'informazione ch'io ebbi dagl'Indiani. Il mare si rivolta a ponente a quel
dritto dei Coraconi per dieci o dodeci leghe, dove compresi che fussero
comparse le navi di V.S. che andavano a cercare il porto di Chichilticale, che
il padre disse che stava in trentacinque gradi. Iddio sa la pena che io ne ho,
perch temo che non gli avvenga qualche disgrazia. E se essi seguiranno la
costa, come dissero, fin che loro durer il vivere che portano con esso loro,
di che io gli lasciai provisione in Culiacano, e se non saranno incorsi in
qualche contrariet, sperer bene in Dio che abbin gi scoperto qualche cosa
buona, e con questo se gli perdoner il tardar che hanno fatto.
In Chichilticale mi riposai duoi giorni, e sarebbe bisognato che ce ne fosse
stato pi, secondo che ci trovavamo stanchi i cavalli, ma perch ci mancava la
vettovaglia non ci fu dato luogo a riposar pi. Entrai nel fine del paese
disabitato la vigilia di san Giovanni, e per refrigerio dei travagli passati
nei primi giorni non trovammo erba, ma peggior cammino di montagne e cattivi
passi che non avevamo fatto per l'adietro; e venendo i cavalli stanchi, se ne
sentirono molto, in modo che in questo ultimo deserto perdemmo pi cavalli che
non avevamo fatto per l'adietro, e mi morirono alcuni Indiani amici, e uno
Spagnuolo che si chiamava Spinosa, e duoi mori che morirono mangiando certe
erbe per esserli mancata la vettovaglia.
Da questo luogo feci andar innanzi a me una giornata il mastro di campo don
Garzia Lopez di Cardena con quindeci cavalli, perch discoprissero il paese e
perch ridrizzasser il cammino, al quale si  affaticato da quel uomo che egli
, e conforme alla confidanza che Vostra Signoria aveva nella sua persona. So
che non gli manc da fare perch, come gli ho detto, il cammino  tristissimo,
almeno le trenta leghe e pi, per esser montagne inaccessibili; ma passate
queste trenta leghe, trovammo fiumi freschi e dell'erba come quella di
Castiglia, e specialmente d'una sorte che noi chiamiamo scaramoio, molti alberi
di noce e di mori, ma le noci sono differenti da quelle della Spagna nella
foglia, e vi era lino massimamente alla riva d'una fiumana, e perci si chiama
il fiume del Lino. Non si trov quasi niuno Indiano fino a una giornata; di
quivi poi uscirono quattro Indiani in atto di pace, dicendo che eran stati
mandati fino a quel luogo deserto a dir che noi fossimo i ben venuti, che
l'altro giorno saria uscita alla strada tutta la gente con vettovaglia. E il
mastro di campo diede loro una croce, dicendogli dovesser dire a quei della lor
citt che non dovesser temere, e che dovesser pur lasciar che la gente se ne
stesse nelle proprie case, perch io venivo solamente in nome di sua Maest per
difendergli e aitargli; e ci fatto ritorn Ferrando Alvarado a dirmi che erano
venuti certi Indiani in atto di pace, e che duoi d'essi mi aspettavano col
mastro di campo, onde io andai a loro e gli donai dei paternostri e certi
mantelli, dicendogli che ritornassero alla citt e dicessero che dovessero star
tutti cheti nelle lor case e che non dovessero temere. E ci fatto ordinai al
mastro di campo che andasse a veder se vi fosse qualche mal passo che gli
Indiani avesser potuto difendere, che lo pigliasse e difendesse fino all'altro
d, che io vi sarei giunto: e cos and e trov nella strada un passo ben
cattivo, dove avremmo potuto ricever gran male, onde quivi si pose egli con la
gente che conduceva. E quella medesima notte vennero gl'Indiani a pigliar quel
passo per difenderlo, e, trovatolo preso, assaltarono i nostri quivi e, secondo
che mi dicono, gli assaltaron da uomini valorosi, ancora che alla fine
ritornassero adietro fuggendo, perch il mastro di campo vegghiava ed era
all'ordine con i suoi: toccarono una trombettina gl'Indiani in segno di
raccolta, e non fecero alcuno danno negli Spagnuoli. La notte medesima mi diede
di ci aviso il mastro di campo, onde il d seguente col miglior ordine che
potei parti', con tanto mancamento di vettovaglia che pensai che, dovendo
aspettar pi un giorno, saremmo morti di fame tutti, massimamente gl'Indiani,
perch fra tutti noi non avevamo due mine di maiz, onde mi convenne spinger
oltra senza tardare. Gl'Indiani a passo per passo facevano i lor fumi, e gli
era da lungi risposto con tanto concerto quanto avessimo saputo far noi,
accioch si fosse dato aviso come noi andavamo e dove eravamo giunti.
Subito che io arrivai a vista di questa citt, mandai don Garzia Lopez, mastro
di campo, frate Daniello e frate Luigi e Ferrando Vermizzo alquanto innanzi con
alcuna gente da cavallo, perch ritrovassero gl'Indiani e gli dicessero che la
venuta nostra non era per far lor danno, ma per difendergli in nome
dell'imperatore signor nostro il ricercamento, in forma come sua Maest comanda
per instruzione, il che si diede ad intender per interprete ai naturali di quel
paese; ma essi lo stimaron poco, come gente superba, perch pareva lor che noi
fossimo pochi e che non avrebbono avuto difficult d'ucciderci, e feriron fra
Luigi d'una frezza nell'abito, che piacque a Dio che non li fece male. In
questo giunsi io con tutto il resto dei cavalli e pedoni, e trovai in campagna
gran parte degl'Indiani, che si mossero a tirarci con le frezze, e io per
obedire il parer di Vostra Signoria e del marchese non volse che si desse
dentro, proibendo a' compagni che mi sollecitavano a farlo che non dovessero
muoversi, e che quel che facevano i nemici non era niente, e che non era
d'affrontar s poca gente. Dall'altra banda gl'Indiani per veder che noi non ci
movevamo pigliavano maggior animo e alterezza, tanto che s'appressavano alle
gambe dei nostri cavalli a tirarci delle frezze, onde, veduto che non era pi
tempo da stare e che cos pareva ai religiosi, diede dentro, e ci fu poco che
fare, perch subito fuggirono in parte alla citt, che era vicina e ben
fortificata, e altri per la campagna, dove gli guidava la ventura. E morirono
alcuni Indiani, e pi sarebbono morti se io l'avesse consentito che si fussero
seguitati; per, veduto che di ci ci poteva venir poco frutto, perch
gl'Indiani che erano fuori eran pochi, e quei che s'erano ritirati nella citt
con quei che v'erano rimasi prima erano molti, dove era la vettovaglia di che
avevamo tanto di bisogno, raccolsi tutta la mia gente e la divisi come meglio
mi parve per combatter la citt, e la circundai. E perch la fame che noi
avevamo non pativa dilazione, io smontai con alcuni di questi gentiluomini e
soldati, e comandai che i balestrieri e archibusieri facessero empito e
levassero dalle diffese i nemici, accioch non ci facessero danno, e io
assaltai le mura da una banda, dove mi dissero ch'era stata appoggiata una
scala levatoia e che v'era una porta. Ma a' balestrieri si romperono tosto le
corde delle balestre, e gli archibusieri non fecero nulla, percioch venivano
cos deboli e fiacchi che quasi non si potevano sostenere in piedi: e in questo
modo le genti che erano all'alto per difendere non ebbero disturbo alcuno di
poter far sopra di noi il danno che potevano, onde a me mi gettaron due volte
in terra con infinite pietre grandi che gettavano dall'alto, e se io non fosse
stato difeso da una buonissima armatura di testa che io portavo, penso che mi
sarebbe successo male; tuttavia mi tolsero di terra con due picciole ferite in
faccia e una frezza nel piede, e con molte sassate nelle braccia e gambe, e in
questa maniera usci' dalla battaglia ben stanco. Penso che se don Garzia Lopez
di Cardena, la seconda volta che mi gettarono per terra, non m'avesse aiutato
con por la sua persona come buon cavaliero sopra la mia, averei corso assai
maggior pericolo di quel che corsi. Ma piacque a Dio che gl'Indiani ci si
resero, e fu nostro Signor servito che si prese questa citt, e si trov in
essa tanta abbondanza di maiz quanto la nostra necessit ricercava.
Uscendo il mastro di campo e don Pietro di Tovar e Ferando d'Alvarado e Paulo
di Melgosa, capitani della fanteria, con alcune sassate, ancora che non fussino
feriti niun d'essi, fu ferito Agoniez Quarez in un braccio di una frezzata, e a
Torres abitator di Panuco in faccia d'un'altra, e altri duoi pedoni furon
feriti di due frezzate ancora picciole. E perch eran le mie armi dorate e
rilucenti, tutti caricavano addosso a me, e per questa cagione rimasi pi
ferito degli altri, non per aver fatto pi e messomi pi innanzi degli altri,
perch tutti questi gentiluomini e soldati si portarono cos bene come si
sperava di loro. Io ora sto bene, lodato sia Iddio, ancora che alquanto pesto
dalle pietre. Nella battaglia che avevamo in campagna similmente rimasero
feriti duoi o tre altri compagni, e vi rimasero morti tre cavalli, l'un di don
Lopez e l'altro di Vigliega e il terzo di don Alfonso Manrich, e vi furono
altri sette o otto cavalli feriti: ma ora cos gli uomini come i cavalli sono
guariti e ben sani.


Del sito e stato delle sette citt dette il regno di Cevola, e de' costumi e
qualit de' suoi popoli, e degli animali che quivi si ritrovano.

Restami ora a dar conto delle sette citt e regni e provincie, di che il padre
provinciale diede relazione a Vostra Signoria, e per non dilattarmi molto posso
dirle in verit che in niuna cosa che disse ha detto il vero, ma  stato tutto
al roverscio, eccetto nel nome delle citt e delle case grandi di pietra,
perch, avvenga che sian lavorate di turchino, n di calcina n di mattoni
sono, nondimeno buonissime case, di tre, di quattro e di cinque solari, dove
sono buoni alloggiamenti e belle stanze con corridori, e certe stanze sotto
terra assai buone e mattonate, le quali son fatte per l'inverno e sono quasi
alla maniera delle stufe, e le scale che hanno per le lor case son quasi tutte
levatoie e portatili, che si levano e mettono quando lor piace, e son fatte di
due legni con i lor scaloni come le nostre. Le sette citt sono sette terre
picciole, tutte di queste case che io dico, e stan tutte vicine a quattro
leghe, e si chiamano tutti regno di Cevola e ciascuna ha il suo nome, e niuna
si chiama Cevola, ma tutte insieme si chiamano Cevola; e questa che io chiamo
citt gli ho posto nome Granata, cos perch ne ha qualche simiglianza, come
per la memoria di Vostra Signoria. In questo dove io sto ora alloggiato possono
esservi qualche dugento case, tutte circondate di muro, e parmi che con
l'altre, che non sono cos, possono arrivare a cinquecento fuochi. V' un'altra
terra vicina, che  una delle sette ed  alquanto maggior di questa, e un'altra
della medesima grandezza di questa, e l'altre quattro sono alquanto minori, e
tutte io le mando dipinte a Vostra Signoria con il viaggio: e pergamino dove va
la pittura si trov qui con altri pergamini.
La gente di queste terre mi pare ragionevolmente grande e accorta, per non
l'ho per tale che mi paia che arrivi col giudicio e intelletto a saper far
queste case nel modo che sono; per la maggior parte van tutti nudi, per
coperti delle vergogne loro, e hanno mantelli dipinti della maniera che io
mando a Vostra Signoria. Non raccolgono bombaso per esser il paese
frigidissimo, per ne portano mantelli, come ella vedr per la mostra, ed 
vero che si ritrov nelle lor case certo bambaso filato. Portano in testa
cappelli come quei di Messico, e sono tutti ben creati e disposti, e hanno
delle turchine, penso in quantit, le qual col rimanente delle robbe che
aveano, eccetto il maiz, avevan fuggito quando io giunsi, perch non vi trovai
donna alcuna, n giovane di quindeci anni a basso, n da sessanta in su,
eccetto dui o tre vecchi quivi rimasi per comandar a tutti gli altri giovani e
uomini da guerra. Si trovaron in una carta due punte di smeraldi e certe
picciole pietre rotte che tirano al color di granate, assai cattive, e altre
pietre di cristallo ch'io diedi a riporre a un mio creato per mandarle a V. S.:
e le ha perdute, secondo che mi dicono. Si trovaron galline per poche, pur ce
ne sono; in tutte queste sette terre mi dicono gl'Indiani che non le mangiano,
ma che solo le tengono per prevalersi della penna: io non glielo credo, perch
son buonissime e maggiori che quelle di Messico.
Il tempo che  in questo paese e la temperie dell'aere  quasi come quella di
Messico, percioch ora  caldo e ora piove, per non ho veduto insino a qui
piover mai, ma s ben  venuta una piovegina picciola con vento, come quelle
che soglion cader in Spagna. Le neve e i freddi sogliono esser molto grandi,
perch cos dicono i nativi del paese, e par ben che sia cos e nella maniera
della terra e nella sorte delle stanze loro e le pelli e altre cose che queste
genti tengono per difendersi dal freddo. Non v' niuna sorte di frutti, n
d'alberi d'essi.  paese tutto piano, e da niuna banda si scorge esser
montagne, ancora che vi sia qualche poggio e passo cattivo. Uccelli ve ne son
pochi: debbelo causar il freddo, e per non vi esser montagne vicine. Quivi non
sono molti alberi per far legna, posto che per abbrucciarne per loro uso ve ne
abbino a bastanza a quattro leghe lungi da una selva di cedri molto picciole.
Si trov buonissima erba ad un quarto di lega di qua per i nostri cavalli, cos
per pascerli in passata in erba come segata per fieno, di che avevamo gran
bisogno, per esser giunti quivi i nostri cavalli cos stanchi e lassi. La
vettovaglia che hanno quelli di questo paese  il maiz, di che ne hanno essi
grande abbondanzia, e di fasuoli e cacciagione, che essi debbono mangiare,
posto che dicono che no, perch si trovaron molte pelle di cervi, di lepri e di
conigli. Mangiano le migliori tortelle che io abbia veduto in alcuna parte, e
le mangian generalmente tutti. Hanno il pi bello ordine e politezza nel
macinare che si sia veduto altrove, e macina tanto una Indiana di quelle di
questo paese quanto quattro di quelle di Messico. Hanno buonissimo sale in
grano, che levano da un lagume che  longi una giornata di qua.
Niuna notizia  appresso di loro del mare del settentrione n di quel di
ponente, n saprei dir a Vostra Signoria a qual siamo pi vicini, posto che
ragionevolmente siam pi vicini a quel di ponente: e al pi vicino mi truovo
lontano da esso a centocinquanta leghe, e quel di settentrione deve esser assai
pi lontano. Veda Vostra Signoria quanto s'allarga qui la terra. Vi sono di
molti animali, orsi, tigri, leoni e porci spinosi, e certi castrati della
grandezza d'un cavallo, con corni molto grandi e code picciole: ho veduto i
corni d'essi, che  cosa di maraviglia la sua grandezza. Vi sono delle capre
salvatiche, delle quali ho similmente vedute le teste, e le branche degli orsi
e le pelli dei cingiali. Vi sono cacciagioni di cervi, pardi, cavrioli molto
grandi, e tutti hanno giudicato che ve ne sieno alcuni maggiori di quel animale
di che V.S. mi fece grazia, ch'era di Giovan Melaz. Fanno otto giornate verso
le campagne al mare di settentrione. Quivi sono certe pelli ben concie, e la
concia e pittura gli dan dove uccidon le vacche, che cos riferiscono essi.


Dello stato e qualit delli regni di Totonteac, Marata e Acus, in tutto
contraria alla relazione di fra Marco. Il parlamento che hanno con gl'Indiani
della citt di Granata, da lor presa, i quali aveano gi cinquanta anni
preveduto l'andata de' cristiani ne' loro paesi; relazione che da lor hanno
d'altre sette citt, delle quali  la principale Tucano, e come mandano a
discoprirle; presente di varie mostre avuto in quelli stati, dal Vazquez
mandato al Mendozza.

Il regno di Totonteac tanto lodato dal padre provinciale, che diceva che
v'erano cose s maravigliose e tante grandezze, e che vi si facevano panni,
dicono gl'Indiani esser un lago caldo, a torno al quale sono cinque o sei case,
e che ve ne solean esser certe altre, per che sono state rovinate per le
guerre. Il regno di Marata non v', n gl'Indiani hanno d'esso notizia alcuna.
Il regno di Acus  una citt sola picciola, dove si raccoglie bombaso, che 
chiamata Acucu, e dico che questa  una terra, perch Acus con aspirazione n
senza non  vocabolo del paese, e perch mi pare che Acucu voglian tirarsi da
Acus, dico che  questa terra, nella quale si  convertito il regno di Acus.
Pi oltre di questo popolo, dicono che ve ne sono altri piccioli, che stanno
vicino ad un fiume, che io l'ho veduto e ho avuto per relazione dagl'Indiani.
Iddio sa s'io avessi voluto aver miglior nuova da scriver a Vostra Signoria:
per ho da dir il vero e, come l'ho scritto da Culiacano, cos del prospero
come dell'avverso io l'ho d'avisare. Per sia certo che, se quivi fossero tutte
le ricchezze e tesori del mondo, io non averei potuto far pi in servizio di
sua Maest e di Vostra Signoria di quel che ho fatto in venire dove mi ha
comandato, portando i miei compagni e io sopra le spalle trecento leghe la
vettovaglia e nei nostri cavalli, e molti giorni camminando a piedi, facendo
cammini per balze e aspre montagne, con altri travagli che io lascio di dire;
n penso di partirmi fino alla morte, se sua maest o Vostra Signoria sar
servita che cos sia.
Passati tre giorni che si prese questa citt, vennero alcuni Indiani di quei
popoli ad offerirmi pace, e mi portarono alcune turchine e mantelletti cattivi:
e io gli ricevetti in nome di sua Maest con tutte le miglior parole ch'io
potetti, dandogli ad intendere il fine della mia venuta in questo paese, che 
in nome di sua Maest e per comandamento di Vostra Signoria, perch essi e
tutti gli altri di questa provincia debbono essere cristiani, e conoscono il
vero Iddio per lor Signore e sua Maest per re e per lor signore terreno. E con
questo se ne ritornarono alle lor case, e subito il giorno seguente posero in
ordine le robbe e sostanze loro, donne e figliuoli, e se ne fuggirono ai colli,
lasciando quasi abbandonate le terre loro, che non vi rimasero se non alcuni
pochi di loro. Veduto questo, de l a otto o dieci giorni, che fui finito di
guarire delle mie ferite, me n'andai alla terra che ho detto che  maggior di
questa, e vi trovai pochi di loro, a' quali dissi che non dovessero aver paura
e che chiamassero a me il signor loro, ancora che, per quel che ho inteso e
compreso, niuna di queste terre lo abbi, che non vi ho veduta niuna casa
principale, dove si conosca niun vantaggio dall'altre. Venne poi un vecchio,
che disse che era il signore, con un pezzo di mantello fatto di molti pezzi,
col quale io ragionai alquanto, che rest con meco e disse che de l a tre
giorni sarebbe venuto egli e il resto dei principali della terra a vedermi e a
dar ordine del modo che si ha da tener con esso loro. Il che fecero, perch mi
portarono certi mantelletti rotti e alcune turchine: rimasero di aver a
descendere dai loro poggi e ritornarsene con le lor moglie e figliuoli alle lor
case, e che sarebbono cristiani, e che averiano riconosciuto sua Maest per lor
re e signore. E fin qui ancora tengono in quei lor forti le donne e figliuoli e
tutto il bene che hanno. Gli comandai che mi volessero dipinger un panno degli
animali di che hanno notizia in quel paese, e, cos cattivi pittori come sono,
mi dipinsero presto due tele, una degli animali e l'altra d'uccelli e pesci.
Dicono che condurranno i loro figliuoli, accioch i nostri religiosi
gl'insegnino, e che desiderano di saper la nostra legge; e affermano che sono
pi di cinquanta anni che si disse fra loro che doveva venire una gente della
sorte di noi altri, e dalla banda che siamo venuti, e che avea a soggiogar
tutto questo paese. Quel che adorano questi Indiani, secondo che s'ha inteso
fin qui,  l'acqua, perch dicono che la gli genera il lor maiz e gli sostenta
la vita, e che non sanno altra ragione se non che cos facevano gli antichi
loro.
Ho procurato con ogni sforzo possibile di sapere dai naturali di questi popoli
se hanno notizia d'altre genti, provincie e citt, e mi dicono di sette terre
che stanno lontane di qua, che sono come queste, ancora che non abitano case
come queste, ma sono di terraccia e picciole, e che fra loro si raccoglie molto
bombaso. Il primo di questi quattro luoghi di che hanno notizia dicono che si
chiama Tucano, e non mi danno chiarezze d'altri, e credo che non mi dicano il
vero, con pensiero che in ogni modo io mi abbia da partir presto da loro e
tornarmene adietro: ma di ci rimarranno presto ingannati. Mando don Pietro di
Tovar a vederlo con la sua compagnia e con alcuni altri da cavallo, e non
averei spacciato questo plico alla Signoria Vostra finch non avesse saputo
quel che n', se avessi considerato che in dodeci o quindeci giorni si fosse
potuto aver nuova da lui, perch per il meno si tarder trenta d: ed esaminato
che questa notizia importi poco e che gi i freddi e l'acque si avicinano, mi
parve di dover fare quel che Vostra Signoria mi comandava per sua instruzione,
che  che subito che io fosse quivi la dovesse avisare, e cos faccio con
mandar la sola relazione di quel che ho veduto, che  ben cattiva, come ella
vedr.
Io ho determinato di quivi mandar per tutto il contorno per avere notizia
d'ogni cosa, e patir prima ogni esterminio che lasciare questa impresa, di far
il servizio di sua Maest, se qua si trover a farlo, e non mancarvi di
diligenza, intanto che Vostra Signoria mi ordini quello che aver a fare. Noi
abbiamo gran carestia di pascoli, e saperete anco che fra tutti quei che son
quivi non v' una libra d'uva passa, n zucchero, n olio, n vino, eccetto
qualche mezza quarta che v' riserbata per le messe, che tutto s' consumato e
parte perduto per la strada. Ora ella potr provederci di quel che le parer, e
se penser di volerci mandare bestiame, sappia che bisogner per il meno tardar
un anno nel cammino, che in altro modo e pi presto non vi verr niuno. Io
averei voluto mandar a Vostra Signoria con questo spaccio molte mostre di cose
che sono in questo paese, per il viaggio  s lungo e aspro che mi  difficile
a farlo. Per mandole dodeci mantelli piccioli, di quei che le genti del paese
sogliono portare, e una veste ancora che a me pare che sia ben fatta: guardila,
che a me par che la sia molto ben lavorata, perch non credo che in queste
Indie sia stata veduta cosa alcuna lavorata ad ago, se non doppo che gli
Spagnuoli vi abitano. E le mando anco duoi panni dipinti degli animali che sono
in questo paese, ancora che come dico la pittura sia molto mal fatta, perch in
dipingerla non vi consum il mastro pi d'un giorno: io ho vedute altre pitture
nelle mura delle case di questa citt, con assai miglior proporzione e meglio
fatte. Le mando una pelle di vacca, certe turchine e duoi pendenti d'orecchie
delle medesime, e quindeci pettini degl'Indiani, e alcune tavolette guarnite di
queste turchine, e duoi canestretti di vimene lavorati, di che g'Indiani hanno
grande abbondanza. Le mando similmente due coroglie, di quelle che accostumano
quivi le donne portar in testa quando portano l'acqua dalla fontana, alla
maniera di quei di Spagna: e una Indiana di queste, con una di queste coroglie
in testa, porter un cantaro d'acqua senza toccarlo con mano su per una scala.
Le mando similmente la mostra dell'armi con che combattono i naturali di questo
paese: una rotella, una mazza e un arco con alcune frezze, fra le quali ve ne
sono due di certe ponte d'osso che, secondo che riferiscono questi
conquistatori, non se ne sono vedute simili. Per quel che posso considerare,
non mi pare che vi sia speranza d'aver oro n argento, per spero in Dio che,
se ve ne sar, noi ne averemo, n si restar per mancamento di cercarne. Dei
vestimenti delle donne non posso dir a Vostra Signoria certezza alcuna, perch
gl'Indiani le tengono con tanta guardia che fin qui non ho veduto se non due
vecchie, e queste aveano due camicie lunghe fino a' piedi, aperte davanti e
cinte, e sono affibbiate con certi cordoni di bambaso. Domandai agl'Indiani che
me ne dessero una di quelle che portavano per mandargliela, poi che non mi
volevano mostrare le donne, e mi portarono duoi manti, che son questi che gli
mando, quasi come dipinti; hanno duoi pendenti, come le donne di Spagna, che
pendono alquanto sopra le spalle.
La morte del moro  cosa certa, perch qua si sono trovate molte cose di quelle
che portava, e mi dicono gl'Indiani che l'uccisero quivi perch gl'Indiani di
Chichiticale gli dissero che era un tristo, e non come i cristiani, perch i
cristiani non uccidono le donne a niuno ed egli le uccideva, e perch anco
toccava le donne loro, che gl'Indiani l'amano pi che se stessi: per
determinaron d'ucciderlo, ma non lo fecero nel modo che fu riferito, perch non
uccisero niuno altro di quei che venivan con esso lui, n feriron quel
giovanetto che era seco, della provincia di Petatlan, ma ben lo presero, e
l'han tenuto con buona guardia fino adesso. E quando io ho procurato di averlo,
si sono escusati duoi o tre d di darlo, dicendomi che era morto, e altre volte
che l'avevano menato via gl'Indiani d'Acucu; ma al fine, dicendogli io che mi
adirerei molto se non me l'avesser dato, me lo dierono. L'interprete, ancora
che non sia atto a parlare, per intende molto bene.
In questo luogo s' trovato alquanto oro e argento che quei che s'intendon di
miniera non l'han reputato per cattivo: fin qui non ho potuto cavar da queste
genti donde se lo cavino, e vedo che niegano di dirmi il vero in tutte le cose,
con pensare che io in breve, come ho detto, mi debba partir di qui, per spero
in Dio che non potran pi scusarsi. Supplico Vostra Signoria che faccia
relazione a sua Maest del successo di questo viaggio, perch per non aver pi
di quel che ho detto e fintanto che piacer a Dio che c'incontriamo in quel che
desideriamo non lo faccino. Nostro Signor Dio guardi e conservi Vostra Signoria
illustrissima.
Dalla provincia di Cevola e da questa citt di Granata, il terzo d d'agosto
1540.
Francesco Vazquez di Coronado bacia le mani di Vostra Signoria illustrissima.



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Relazione della navigazione e scoperta che fece il capitano Fernando Alarcon
per ordine dello illustrissimo signor don Antonio di Mendozza, vice re Della
Nuova Spagna, data in Colima, porto della Nuova Spagna.

Fernando Alarcon, doppo aver patito fortuna, giunge con l'armata nel porto di
Sant'Iago e di quivi al porto Aguaiaval. Scorre molto pericolo nel voler
scoprir un golfo; di quello uscito, scopre un fiume nella costa con gran
correntia; in quello entrato, scorrendo scuopre gran numero d'Indiani armati,
con cenni ha con quelli commercio, e temendo di qualche pericolo fa ritorno
alla nave.

La domenica che fu alli nove di maggio del 1540 diedi vela con due navi, l'una
chiamata San Pietro, che era la capitana, e l'altra Santa Caterina, e ce
n'andammo ricercando il porto di Sant'Iago di Buona Speranza, dove prima che
giungessimo avemmo una fortuna terribile, per la quale coloro che si trovavano
nella nave di Santa Caterina, essendo pi spaventati di quel che era il dovere,
gettarono via nove pezzi d'artiglieria, due ancore, un canape e molte altre
cose, cos necessarie per l'impresa in che andavamo come la nave istessa.
Giunti che fummo al porto di Sant'Iago, mi rifeci del danno che avevo ricevuto
e mi providdi delle cose necessarie, e tolsi nelle navi la gente che quivi
m'aspettava, e drizzai il cammino verso il porto d'Aguaiavale: e quivi arrivato
intesi come il generale Francesco Vazquez di Coronado era partito con tutta la
sua gente, onde, tolta la nave chiamata San Gabriel, che andava con vettovaglia
per l'esercito, la condussi meco in esecuzione dell'ordine della S.V. Doppo
segui' il cammino per la costa senza partirmi da quella, per vedere se potevo
trovare segno alcuno o qualche Indiano che mi potesse dar notizia d'esso, e per
andar cos vicino a terra venni a scoprire altri porti assai buoni, perch non
viddero n trovarono le navi che conduceva il capitano Francesco di Ulloa per
il marchese di Valle; e arrivati alli luoghi bassi donde erano ritornate le
dette navi, parve cos a me come agli altri aver terra ferma innanzi, ed esser
cos pericolose e spaventose quelle basse che era forte cosa di pensar anco con
battelli poter entrare per esse: e i pilotti e l'altra gente volevan che
facessimo il medesimo che aveva fatto il capitano di Ulloa. Ma, per avermi
Vostra Signoria comandato che io gli avesse a rapportare il secreto di quel
golfo, determinai, ancora che avessi saputo di perder le navi, per cosa alcuna
non restare di vedere il capo, e perci comandai a Nicola Camorano, pilotto
maggiore, e a Domenico del Castello, che pigliassero un battello per uno e lo
scandaglio in mano ed entrassero per quelle basse, per vedere di trovarvi il
canale onde potessero entrar le navi: a' quali pareva che le navi potessero,
ancora che con gran fatica e pericolo, passar innanzi. E in questo modo io
insieme con lui cominciai a seguir il cammino che essi presero, e indi a poco
ci ritrovammo con tutte tre le navi piantate nell'arena, di maniera che uno non
poteva soccorrer l'altro, n i battelli potevan anco darci soccorso, imperoch
era il corrente cos grande ch'era impossibile accostarsi l'uno all'altro; onde
corremmo tanto gran rischio che stette molte volte l'orlo della capitania sotto
l'acqua, e se non fosse miracolosamente venuto un gran colpo di mare, che ci
ridrizz la nave e la fece respirare, noi ci saremmo annegati; e similmente
l'altre due navi si ritrovarono in assai gran rischio, pur, per essere minore e
ricercare meno acqua, non fu tanto quanto il nostro.
Or volse Iddio che crescendo la marea ritornarono le navi a nuoto, e con questo
andammo innanzi, e ancora che la gente volesse ritornare adietro, tuttavia
determinai che s'andasse oltre e si seguisse il viaggio preso, e passammo
innanzi con gran fatica, girando la prora or di qua or di l per vedere di
ritrovar il canale: e piacque a Dio che in questo modo venimmo a dare nel capo
del seno, dove trovammo un fiume molto potente, che menava cos gran furia di
corrente che a pena potevamo navigare per esso. In questo modo determinai
d'andare al meglio che si potesse per il detto fiume, e con due barche,
lasciando l'altra con le navi e con venti compagni e io in una d'esse con
Rodrigo Maldonato, tesoriero di questa armata, e Gaspar di Castilleia,
contadore, e con alcuni pezzi d'artiglieria minuti, cominciai a montare il
fiume e comandai a tutta la gente che niuno si movesse n facesse segno alcuno,
se non colui a ch'io l'ordinassi, ancora che trovassimo Indiani.
Quel medesimo giorno, che fu il gioved a' ventisei d'agosto, seguendo il
navigar nostro col tirar dell'alzana andammo tanto quanto saria sei leghe, e
l'altro giorno, che fu il venere nell'apparir dell'alba, cos seguendo il
cammino all'ins, io viddi alcuni Indiani che andavano a certe capanne vicine
all'acqua; i quali subito che viddero noi, si levaron qualche dieci o dodeci di
loro alteratamente, e gridando a gran voce quivi concorsero altri compagni fino
al numero di cinquanta, che a gran fretta trassero fuori ci che avevano nelle
capanne e lo portavano sotto certi boschetti, e molti di loro venivano correndo
verso quella parte donde noi venivamo, facendoci gran cenni che ci tornassimo
adietro, con farci fiere minaccie, correndo chi da una banda e chi dall'altra.
Io, vedutogli cos alterati, feci ridurre le barche nel mezzo del fiume, perch
quegl'Indiani s'assicurassero, e andai a surgere, e posi la gente in ordine al
meglio che io puoti, comandando che niuno parlasse n facesse segno o movimento
alcuno, n si movesse dal suo luogo, n si alterasse per cosa che gl'Indiani
facessero, n mostrasse maniera di guerra: e con questo modo gli Indiani si
venivano ogni volta accostando pi al fiume a vederci, e io me ne andai a poco
a poco dove il fiume mostrava maggior fondo verso di loro. Tra questo mezzo
erano in esser meglio di dugentocinquanta Indiani con i suoi archi e frezze e
con certe bandiere in atto di guerra, nella maniera che usano quelli della
Nuova Spagna, e veduto che io andavo verso terra, vennero con gran gridi alla
volta nostra, con archi e frezze poste in essi e con le lor bandiere alzate; e
io mi posi alla prora della barca con lo interprete che menavo meco, al qual
comandai che li parlasse: e parlando n essi lo intendevano n egli loro,
ancora che per vederlo esser al modo suo si ritenessero. E veduto questo mi
accostai pi a terra, ed essi con gran gridare mi vennero a pigliar la riva del
fiume, facendo cenni che io non dovesse passar pi avanti, mettendomi pali fra
l'acqua e la terra piantati: e quanto pi io tardavo, pi gente di continuo si
vedea giunger di loro. Al che avendo io posto mente, cominciai a far lor segni
di pace e, presa la spada e la rotella, le gettai in terra nella barca
ponendovi sopra i piedi, dando lor ad intender con questo e altri segni che io
non volevo guerra con esso loro, e che essi dovessero fare il medesimo; presi
doppo una bandiera e l'abbassai, e feci che la gente che avevo meco
s'abbassasse similmente, e pigliando delle cose da contracambiare che io
portavo meco gli chiamavo per dargliele: ma con tutto ci niuno di loro si
mosse per venire a pigliarne, anzi si misero insieme e cominciarono a fare fra
loro un gran mormorio. E subito usc uno fra di loro con un bastone nel quale
erano poste certe cappe, ed entr nell'acqua a darmele, e io le tolsi e gli
feci cenno che mi s'appressasse: il che avendo egli fatto, io l'abbracciai, e
gli diedi in contracambio alcuni paternostri e altro. Ed egli, tornato con essi
a' suoi, cominci a guardarli e a parlare fra loro, e indi a poco vennero alla
volta mia molti d'essi, a' quali feci cenno che dovessero abbassare le bandiere
e lasciare l'armi, il che fecero incontanente; poi gli accennai che le
mettessero tutte in un luogo e appartassero da loro, il che similmente fecero,
e a quegli Indiani che quivi comparivano di nuovo gliele faceano lasciare e
porle insieme con l'altre.
Doppo questo io gli chiamai che venissero da me, e a tutti quei che venivano io
davo qualche cosa da contracambiare, trattandogli amorevolmente, e di gi erano
tanti quei che mi s'appressavano che mi parea di non stare quivi pi ormai
sicuro, e feci lor cenno che si ritirassero e che si mettessino tutti da una
parte d'un colle che era quivi, fra una pianura e il fiume, e che non
s'appressassero a me pi di dieci alla volta: e incontanente i pi vecchi di
loro gli chiamarono in voce alta, dicendo loro che dovessero farlo, e vennero
dove ero qualche dieci o dodeci d'essi. Onde, vedutomi quasi sicuro, determinai
smontare in terra per pi assicurargli, e per pi assicurar me gli acennai che
s'assentassero in terra, il che fecero essi; ma veduto che dietro mi venivano
in terra dieci o dodeci de' miei, s'alterarono, e io accennai loro che fra noi
sarebbe pace e che non dovessero temere, e con questo si quietarono, che si
remisero a sedere come dinanzi. E io m'accostai a loro e gli abbracciai dando
loro alcune cosette, commettendo al mio interprete che li parlasse, perch io
desideravo molto intendere il modo del parlar loro e il gridare che mi
facevano; e per sapere che sorte di cibo avevano, feci lor cenno che avevamo
voglia di mangiare, e mi portarono certe mazoche di maiz e un pane di
mizquiqui. E mi accennarono che voleano veder tirare un archibuso, il quale io
feci disserare, e tutti si spaventarono con maraviglia, eccetto due o tre
vecchi di loro che non fecero movimento alcuno, anzi gridavano agli altri
perch avevano avuto paura, e per il dire di uno di quei vecchi cominciavano a
levarsi di terra e a ripigliare le loro armi: il quale volendo io placare, gli
volsi dare un cordon di seta di variati colori, ed egli in gran colera si
morsic il labro da basso forte, e mi diede con un gombito nel petto, e torn a
parlare alla gente con maggior furia. Io, doppo che viddi alzare le bandiere,
determinai di ridurmi dolcemente alle mie barche, e con un poco di vento feci
dar vela, con che potemmo rompere il corrente, che era molto grande, ancora che
a' miei compagni dispiacesse dover andare innanzi. In tanto gl'Indiani se ne
venivano seguitandoci longo la riva del fiume, facendo cenni che dovesse
saltare in terra, che mi darebbono robba da mangiare, succiandosi le deta
alcuni, e altri entravano nell'acqua con alcune mazoche di maiz a darmele nella
barca.


Degli abiti, arme e statura degl'Indiani scoperti. Relazione di molti altri co'
quali egli ha con cenni commerzio, vettovaglia e molte cortesie.

In questo modo andammo due leghe, e arrivai presso ad una rottura di monte,
sopra la quale era una frascata fatta di nuovo, dove mi accennavano gridando
che io dovesse andare, mostrandomela con le mani e dicendomi che quivi era da
mangiare. Io, veduto che il luogo era atto per esservi qualche imboscata, non
vi volsi andare, ma segui' innanzi il mio viaggio. Indi a poco uscirono di
quivi pi di mille uomini, armati dei loro archi e frezze, e poi comparsero
molte donne e fanciulli, a' quali io non volsi approssimarmi, ma, gi che era
per tramontare il sole, io sursi in mezzo il fiume. Venivano questi Indiani
adornati in differente foggie: alcuni venivano con un segnal che gli pigliava
in coperta la faccia a longo, altri coperta la met di essa, ma tutti tinti di
carbone e ciascuno come meglio gli pareva. Altri poi portavano grembiali
innanzi del medesimo colore che avevano l'insegna della faccia; portavano in
testa un pezzo di cuoio di cervo, di larghezza di duoi palmi, posto a guisa di
cimiero, e sopra certe bacchette con alcune penne. L'armi loro erano archi e
frezze di legno duro, e due e tre sorte di mazze di legno brustolato. Questa
gente  grande, ben disposta e senza alcuna corpulenzia; hanno il naso da basso
forato, dove sono attaccati alcuni pendenti, e altri ci portano cappe, e
l'orecchie forate con molti busi, nelli quali attaccano paternostri e cappe.
Portano tutti, piccoli e grandi, un cordone all'ombilico fatto di varii colori,
e in mezzo v' legato un mazo di penne ritondo, il quale gli cade di dietro
come coda; similmente nella polpa delle braccia hanno un cordone stretto, al
quale danno tante volte che viene ad esser di larghezza d'una mano. Portano
certi stecchi d'osso di cervo ligati al braccio, con li quali si nettano il
sudore, e nell'altro certe cannelle di canna; portano similmente certi
sacchetti lunghi, di larghezza d'una mano, legati al braccio sinistro, che gli
servano ancora per braccialetto per l'arco, pieni di certa semenza, della quale
fanno un lor beveraggio. Hanno il corpo segnato col fuoco, i capegli tagliati
dinnanzi, e quelli di dietro fin alla cintura. Le donne vanno ignude, e portano
un gran rinvolto di piume di dietro e davanti dipinto e incollato, e i capelli
come gli uomini. Erano fra questi Indiani tre o quattro uomini con il medesimo
abito delle donne.
Or l'altro giorno, che fu sabbato di buon'ora, io mi mise a seguir il mio
cammino montando il fiume, avendo tolti fuori duoi uomini per ciascuno battello
perch tirassero l'alzana, e nel spuntar del sole udimmo un grandissimo gridar
d'Indiani da una banda e l'altra del fiume con le lor armi, per senza bandiera
alcuna. A me parve ben fatto d'aspettargli, cos per veder quel che voleano,
come per veder se il nostro interprete gli avesse potuti intendere. Costoro,
giunti al dritto nostro, si gettavano dall'una e l'altra riva nel fiume con i
lor archi e frezze, e parlando l'interprete non gl'intendeva, onde io cominciai
a far lor cenno che dovessero lasciar l'arme, come aveano fatto gli altri.
Alcuni lo facevano e alcuni no, e quei che le lasciavano io gli facevo accostar
a me e donavo loro alcune cose di cambio, onde, questo veduto dagli altri, per
averne anco essi la parte loro le lasciavano similmente. Io, giudicando esser
sicuro, saltai con esso loro in terra e mi posi in mezzo d'essi, i quali,
conoscendo che io non volevo guerra, mi cominciarono a dar di quelle concole e
paternostri, e chi mi portava alcune pelle ben aconcie, e altri del maiz e una
torta del medesimo maiz macinato, in modo che niuno vi fu che non venisse con
robba: e prima che me la dessero, alquanto da me appartati cominciavano a
gridar forte e faceano cenno col corpo e con le braccia, e poi s'appressavano a
darmi quel che portavano. E gi che era tramontato il sole, io mi feci alla
larga e sursi in mezzo il fiume.
Il giorno seguente, che ancora non era d chiaro, quando dall'una e l'altra
parte del fiume si sentivano maggior gridi e di pi Indiani, i quali si
gettavano nel fiume a nuoto e venivano a portarmi alcune mazoche di maiz e di
quelle torte che ho detto: io mostravo a loro grano e fava e altre semenze, per
veder se n'avean alcuna d'esse, ma mostravano di non ne aver notizia e di tutto
si maravigliavano. E per cenni venni io a conoscer che quello che aveano in
maggior stima e riverenza era il sole, e io davo ad intender loro che venivo
dal sole, di che essi si maravigliavano, e allora si mettevano a contemplarmi
dal capo alle piante, e mostravanmi maggior amor che prima; e domandandogli io
da mangiare, me ne portavano tanto che fui sforzato d'alleggerir duoi volte le
barche, e da qui avanti di tutto quel che mi portavano ne lanciavano una parte
al sole, e poi si voltavano a me a darmi l'altra. E cos fui sempre meglio
servito ed istimato da loro, cos in tirar dell'alzana come in darmi da
mangiare, e mi mostravano tanto amore che nel fermarmi ci voleano portar di
peso su le braccia alle lor case, e in niuna cosa eccedevano quel che io
comandavo loro. E per mia sicurezza gl'imposi che non dovessero portar arme al
mio cospetto, e avean tanta avvertenza di farlo che, s'alcuno veniva quivi di
nuovo con esse, subito gli andavano incontro a fargliele lasciare molto lontane
da me, e io mostravo che aveo di ci grandissimo piacere: e ad alcuni d'essi
de' principali io davo alcuni mantelletti e altre cosette, perch se io avessi
avuto da dar in generale a tutti, non saria bastata tutta la robba della Nuova
Spagna. Avvenia talora, tanto era l'amor e buona volont che mi mostravano, che
se per sorte venivano Indiani quivi di nuovo con arme, e alcuno avisato di
lasciarle per negligenza o non intender alla prima parola non l'avesse
lasciate, correvano essi e gliele levavano per forza e gliele spezzavano alla
mia presenza; poi pigliavano l'alzana con tanta amorevolezza, e a ragatta l'un
dell'altro, che non era necessario di comandarglielo, onde, se non fusse stato
questo aiuto, essendo il corrente del fiume grandissimo e chi tirava l'alzana
mal pratichi, sarebbe stato impossibile di montar il fiume cos contra acqua.
Io, veduto che m'intendevano ormai in tutte le cose, e che similmente intendevo
io loro, mi parve di vedere per qualche via dar buon principio per far sortir
buon fine al desiderio che io avevo, e d'alcune bacchette e carta feci fare
alcune croci, e fra gli altri dove io gliele davo per cose pi stimate, e le
basciavo io, accennando loro che le dovessero onorare e apprezzar molto, e che
se le portassero al collo, dando loro ad intendere che quel segno era dal
cielo. Ed essi le pigliavano e baciavano e l'alzavano in alto, e mostravano di
sentirne grande allegrezza e contento quando faceano questo; e questi io talora
mettevo nella mia barca, mostrando loro amor grande, e talora davo lor delle
cosette che io vi portavo. E venne poi la cosa a tanto, che non bastavano n
carta n bastoni per far croci.
In questo modo fui quel d assai bene accompagnato, finch, venuta la notte, mi
volse allargar nel fiume e venni a surger nel mezzo, ed essi veniano a
domandarmi licenza per partirsi, dicendo che sarebbono tornati a vedermi il
giorno seguente con vettovaglia. E cos a poco a poco si partirono, che non vi
restarono se non da cinquanta, i quali fecero fuochi all'incontro di noi e
stettero quivi tutta notte chiamandoci, n era ben chiaro il giorno quando si
veniano a gettare a nuoto nell'acqua a domandarci l'alzana: e noi gliela
dessimo di buona voglia, ringraziando Iddio del buono apparecchio che ci dava
di poter montare il fiume, perch erano gl'Indiani tanti che, se avessero
voluto impedirci il passaggio, ancora che noi fussimo stati assai pi di quei
che eravamo, l'avrebbono fatto.


Uno degli Indiani, avendo inteso il linguaggio dell'interprete, fa a quello
diverse dimande dell'origine degli Spagnuoli: gli dice che il loro capitano 
figliuolo del sole e che da quello  a loro mandato, e lo vogliono accettare
per loro signore. Togliono tale Indiano in nave, e da lui hanno molte relazioni
di quel paese.

In questo modo navigammo fino al marted al tardi, andando come solevamo,
facendo parlare dal mio interprete alla gente, per vedere se a caso alcuno
l'avesse inteso. Senti' che uno li rispose, onde feci fermare i battelli e
chiamai colui che intendevo, imponendo al mio interprete che non dovesse
parlare n rispondere pi, se non quel tanto ch'io li dicesse. E viddi, cos
stando, che quell'Indiano cominci a parlare a quella gente con gran furia,
onde tutti si cominciarono ad unire insieme, e l'interprete mio intese che
colui, che venia nella barca, diceva loro che voleva sapere che gente eravamo e
donde venivamo, e se eravamo usciti di sotto l'acqua o della terra o caduti dal
cielo: e a questo dire si mise insieme infinita gente, che si maravigliava di
vedermi parlare, e questo Indiano ritornava di volta in volta a parlar loro in
altra lingua, che il mio interprete non intendeva. A quel che mi domand chi
eravamo, risposi che noi eravamo cristiani, e che venivamo di longe a vedergli;
e rispondendo all'interrogazione di chi mi mandava, disse essere mandato dal
sole, mostrandolo a cenno come prima, perch non mi pigliassero in bugia. Mi
ricominci egli a dire come m'avea mandato il sole, andando egli per l'alto n
mai fermandosi, ed essendo molti anni che n egli n i vecchi aveano veduti
altri tali come noi, de' quali mai aveano avuto notizia veruna, n il sole fino
a quell'ora avea mai mandato alcun altro. Io li risposi che era vero che il
sole cominciava cos da alto e che giamai si fermava, per che essi poteano ben
vedere che al coricarsi e al levarsi la mattina si veniva appressarsi alla
terra, dove era il suo domicilio, e che sempre lo vedeano uscire d'un medesimo
luogo, e che mi aveva creato in quella terra e paese donde egli usciva, in quel
modo che avea ancora creati molti altri che egli mandava in altre parti; e che
allora avea mandato me a visitare e vedere quel fiume e la gente che vi abitava
vicina, perch io le dovesse parlare e li congiungesse in amicizia meco e li
desse di quel che non aveano, e che li dicesse che non dovessero far guerra fra
loro. Al che rispose egli che li dovesse dire la cagione perch il sole non
m'avea mandato prima per quietar le guerre, che erano fra loro di molto tempo,
e si uccideano molti; io li risposi essere proceduto perch'io ero stato
fanciullo. Poi domand all'interprete se noi lo conducevamo forzatamente, che
l'avessimo pigliato nella guerra, o pur egli vi veniva di sua buona volont; li
rispose che era con noi di sua propria volont, e molto sodisfatto della
compagnia nostra. Torn a dimandare perch non menavamo con noi se non lui solo
che gl'intendesse, e perch noi non intendevamo tutti gli altri, poich eravamo
figliuoli del sole; li rispose che 'l sole ancora avea generato lui e gli avea
dato linguaggio per potere intender lui e me e gli altri, che il sole sapeva
bene che essi dimoravano quivi, ma che, per avere da fare molte altre cose ed
essere io piccolo, non m'avea mandato prima. Ed egli rivolto a me disse subito:
"Vieni dunque tu qua per esser signor nostro, e che ti abbiamo a servire?" Io,
pensando che non li dovesse piacere che li dicesse di s, li risposi che non
per signore, ma ben per fratello, e per dargli di quel che avesse. Mi domand
se mi avea generato il sole come gli altri, e se ero suo parente o suo
figliuolo; li risposi che ero suo figliuolo. Seguit egli a domandare se gli
altri che erano meco erano figliuoli anch'essi del sole; risposegli che no, ma
che s'erano creati con me nella medesima terra dove io m'ero allevato. Allora
egli grid con voce alta e disse: "Poich ci fai tanto bene e non vuoi che
facciamo guerra e sei figliuolo del sole, e vogliamoti tutti tenere per signor
nostro e servirti sempre, per ti preghiamo che tu non te ne vada n ti parta
da noi". E subito si volt alla gente e gli cominci a dire come io ero
figliuolo del sole, e per tutti m'eleggessero per signore. Quegl'Indiani,
udito questo, rimasero stupefatti oltre modo, e si veniano accostando tuttavia
pur a guardarmi. Mi fece quell'Indiano anco altre domande, che per evitare
d'essere troppo longo io non le narro, e con questo ce ne passammo il giorno.
E gi che s'approssimava la notte, incominciai ad affaticarmi col miglior modo
che potette di metter quell'uomo con esso noi nella barca, ed egli recusando di
farlo, gli disse l'interprete che l'averemmo lasciato dall'altra parte del
fiume, e con questa condizione egli v'entr: e quivi io gli feci molte carezze
e il miglior trattamento che potette, assicurandolo tuttavia, e quando giudicai
che si fosse tolto d'ogni sospetto, mi parve di domandarli qualche cosa di quel
paese. E tra le prime che io li domandasse fu se mai per innanzi aveva veduti
altri come noi, o sentito nominargli; rispose di no, eccetto che aveva inteso
dalli vecchi che molto lontano di quel paese v'erano altri uomini bianchi e con
barbe come noi, e che altro non sapeva. Gli domandai se avea notizia d'un luogo
che si chiamava Cevola e d'un fiume che si chiamava Totontoac, e rispose di no,
onde io, veduto che non mi potea dar nuova di Francesco Vazquez n della sua
gente, determinai d'interrogarlo delle cose di quel paese e del loro modo di
vivere, e cominciai a dirgli se teneano che vi fosse un Dio creator del cielo e
della terra o pur alcun idolo: e risposemi che no, ma che tenevano il sole in
maggior stima e venerazione di tutte l'altre cose, perch gli scaldava e gli
facea nascere le loro semenze, e che di tutto quel che mangiavano gliene
lanciavano un poco all'aere. Dissegli poi se aveano signore, e rispose di no,
ma che ben sapeano che v'era un grandissimo signore, ma non aveano notizia a
qual parte fusse; e io li disse che stava nel cielo e che si chiamava Gies
Cristo, e non mi curai di stendermi in pi teologie con esso lui. Gli domandai
se aveano guerra e per qual cagione; mi rispose di s e molta grande e sopra
cose leggierissime, perch, quando non aveano causa da farle, s'univano
insieme, e qualunque di loro dicea: "Andiamo a far guerra in tal parte", allora
tutti si moveano con l'armi.
Gli disse chi di loro comandava alla gente; rispose che li pi vecchi e i pi
valenti, e che quando questi dicevano che non facessero pi, subito si
ritiravano dalla guerra. Gli domandai che mi dicesse che facevano di quegli
uomini che uccidevan in battaglia; risposemi che ad alcuni cavavano il cuore e
se lo mangiavano e altri brucciavano, e soggiunse che se non fosse stato per la
mia giunta in quel luogo, che gi essi sarebbono in guerra: e perch io gli
comandavo che non la dovessero fare e lasciassero l'armi, per, fin tanto che
io non dicesse loro che le repigliassero, non si sariano mossi a guerreggiare
con altri, e che fra loro diceano che, poi ch'io ero venuto a loro, aveano
rimossa la volont di far guerra e aveano animo buono di seguire la pace. Si
lament d'alcuni che restavano adietro in una montagna, che faceano loro gran
guerra e uccideano molti di loro; gli risposi che da l avanti non dovesser pi
temere, perch io gli avevo comandato che stessero in pace, e che quando non
l'avesser fatto li castigaria e ammazzeria. Mi rispose in qual modo, essendo
noi s pochi ed essi in tanto numero, li potria uccidere. E percioch era
oggimai tardi, e gi vedevo che riceveva molestia di stare pi meco, lo lasciai
uscire fuori e ne lo mandai molto contento.


Da Naguachato e altri principali di quelli Indiani ricevono molte vettovaglie;
oprano che piantino nelle loro terre la croce e insegnagli ad adorarla. Hanno
relazione di molti popoli, di loro diversi linguaggi e de' costumi circa il
matrimonio, come puniscono l'adulterio, delle opinioni che hanno de' morti e
delle infermit che patiscono.

L'altro giorno di buon'ora venne il principal loro, detto Naguachato, e dissemi
che io uscisse in terra, perch avea gran vettovaglia da darmi: e percioch mi
vedevo in parte sicura, lo feci senza indugio. E incontinente venne un vecchio
con torte di quel maiz e certe piccole zucche, e chiamandomi ad alta voce e
facendo molti atti con la persona e con le braccia si venne ad accostarmisi, e
fattomi rivoltar verso quella gente e similmente rivoltatosi anch'egli le
disse: "Sagueyca", e tutta quella gente a gran voce rispose: "Hu", e offerse al
sole di quel che avea quivi d'ogni cosa un poco, e cos a me un altro poco
(bench poi mi desse il restante), e il medesimo ordine tenne con tutti quei
che erano meco. E venuto fuori l'interprete, io per suo mezzo gliene resi
grazie, dicendo loro che, per esser le barche cos picciole, non avea condotte
meco molte cose da poter dar loro in contracambio, ma che ritornando un'altra
volta l'avrei fatto, e che, se fussero voluti venire con meco in quelle barche
alle navi che avevo a basso del fiume, gli avrei dato molte cose. Essi
risposero che l'avriano fatto, molto allegri in vista.
Quivi per mezzo dell'interprete volse lor dare ad intendere che cosa era il
segno della croce, e imposi loro che mi portassero un legno, del quale feci
fare una gran croce, e comandai a tutti quei che erano meco che nel farla
l'adorassero e supplicasser il nostro Signor, che gli desse la grazia che tanta
gente venisse in cognizione della sua santa fede catolica. E fatto questo disse
loro per l'interprete che io gli lasciavo quel segno in segnal che io gli
tenevo per fratelli, e che me lo guardassero con diligenzia finch io fusse
ritornato, e che ogni mattina si dovessero tutti inginocchiare nel levar del
sole innanzi d'esso: ed eglino la tolsero incontanente, e senza toccar terra la
portarono a piantare nel mezzo delle case loro, dove tutti la potessero vedere;
e disse loro che sempre la adorassero, perch quella sarebbe che gli
guardarebbe da male. Mi domandarono fino a quanto l'aveano essi a metter sotto
terra, e io glielo mostrai. Fu molta la gente che and ad accompagnarla, e quei
che quivi restarono m'interrogarono in qual modo aveano da giungere le mani e a
che guisa s'aveano da inginocchiare per adorarla, e mostravano d'aver un gran
pensiero d'impararlo.
Questo fatto, presi quel principale della terra e con esso entrato nelle barche
mi mise al mio cammino nel fiume, e tutti di qua e di l della riva
m'accompagnavano con grande amorevolezza, e mi servivano in tirar l'alzana e
tirarci dalla ghiaia dove spesso entravamo, percioch in molti luoghi trovavamo
il fiume cos basso che non v'era acqua per le barche. Cos andando, venivano
degl'Indiani che io avevo lasciati a basso a dirmi che io gl'insegnasse bene la
maniera come che aveano da giungere le mani nell'adorazione di quella croce,
altri mostravano se le stavan bene poste in quel modo, in modo che non mi
lasciavan riposare. Vicino all'altra riva del fiume era maggior quantit di
gente, che a gran fretta mi chiamavano, che dovesse pigliar delle vettovaglie
che mi portavano. E perch m'accorsi che l'uno aveva invidia all'altro, per non
lasciar costoro discontenti lo feci, e quivi comparse un altro vecchio come il
passato, che mi port della vettovaglia con le medesime cerimonie e offerte, e
volse da lui intender qualche cosa come dall'altro. Costui similmente diceva
all'altra gente: "Questo  il signor nostro. Gi voi sapete quanto tempo  che
noi sentimmo dire dagli antichi nostri che al mondo era gente barbata e bianca,
e noi ce ne facevamo beffe. Io che sono vecchio e altri che qui sono non
abbiamo giamai veduta altra simil gente come questa, e se non lo volete
credere, guardate quelle che sono in questo fiume. Diamogli adunque da
mangiare, poich essi danno anco a noi dei cibi loro; serviamo di buon animo
questo signore che ha buona volont, e vieta che non dobbiamo far guerra, e
tutti ci abbraccia; e hanno bocca, mani e occhi come abbiamo noi, e parlano
come noi". A costoro diedi similmente un'altra croce, come avevo fatto a quei
da basso, e disse lor le medesime parole: le quali ascoltarono essi di miglior
voglia, e usavano maggior diligenza di imparare quel che io gli dicevo.
Passando poi pi sopra trovai altra gente, dai quali l'interprete non intendeva
cosa alcuna, onde io diedi loro ad intender per cenni le medesime cerimonie
dell'adorazione della croce che agli altri. E quel principale uomo che io avevo
tolto meco mi disse che pi alto avrei trovata gente che avrebbe inteso
l'interprete mio; ed essendo gi tardi, alcuni di questi uomini mi chiamarono
per darmi della vettovaglia, e fecero il medesimo che gli altri, facendo feste
e giuochi per darmi piacere. Io volsi intender che gente vivevano alla riva di
questo fiume, e da quello uomo intesi che era abitata da ventitre linguaggi, e
questi erano i vicini al fiume, senza altri poco lontani, e che v'erano oltre
questi ventitre linguaggi sul fiume anco altri, che egli non conosceva. Gli
domandai se ogni popolo era in un solo ridotto, e mi rispose che non, ma che
erano pi case sparse per la campagna, e che ogni popolo aveva il suo paese
separato e conosciuto, e che in ogni abitazione era gente assai. Mi mostr una
villa che era in una montagna, che diceva esservi gran moltitudine di gente e
di mala sorte, che faceva a coloro continua guerra, che, essendo senza signore
e abitando quel luogo deserto, dove si raccoglieva poco maiz, descendeano alla
pianura a pigliarlo a baratto di pelle di cervo, delle quali andavano vestiti,
con veste lunghe, le quali tagliavano con rasoi e le cucivano con aghi fatti
d'osso di cervo; e che aveano le case grandi di pietra. Io li domandai se quivi
v'era persona alcuna di quel paese, e trovai una donna che portava un
vestimento come una mantellina, che le pigliava dalla cintura fino in terra, di
cuoio di cervo ben concio. Gli domandai poi se la gente che abitava la riva di
quel fiume stava sempre ferma quivi, o pur a qualche tempo andava a viver
altrove; mi rispose che di state facevano l'abitazione quivi e vi seminavano, e
fatto il raccolto se n'andavano ad abitar ad altre case che avevano alla falda
della montagna, lontani dal fiume: e m'acenn che le case erano di legno,
interrazzate dalle parti di fuori, e seppi che facevano una stanza tonda dove
dimoravano tutti insieme, uomini e donne. Lo domandai se essi avevano donne a
commune; mi disse di no, che colui che si maritava aveva da tener una sola
moglie. Volse intender l'ordine che teneano nel maritarsi, e dissemi che,
s'alcuno aveva qualche figliuola, se n'andava dove era la gente e diceva: "Io
ho una figliuola da maritare, ci  qui persona alcuna che la voglia?" E se
quivi era chi la volesse, rispondea volerla e si concertava il matrimonio; e
che il padre di quel che la voleva portava qualche cosa a donar alla giovane, e
da quell'ora avanti s'intendeva esser fatto il matrimonio, e che cantavano e
ballavano, e venuta la sera i parenti li pigliavano e li lasciavano soli in
luogo che niuno li potesse vedere. E seppi che non si maritavano fratelli con
sorelle n con parenti, e che le donne, prima che fussero maritate, non
praticavano n parlavano con gli uomini, ma se ne stavano in casa loro e nelle
sue possessioni a lavorare; e che, se per caso alcuna aveva avuto commercio con
gli uomini prima che si maritasse, il marito la lasciava e se n'andava in altri
paesi, e che quelle che cadevano in questo errore erano tenute cattive femine;
e che, se dopo che eran maritati alcuno fusse stato trovato con altra donna in
adulterio, l'uccidevano, e che niuno poteva aver pi che una moglie, se non
nascosa. Mi dissero che abbrucciavano i morti, e quei che rimanevano vedovi
stavano mezzo anno o uno senza rimaritarsi. Volse intender ci che credevano
dei morti; mi rispose che se n'andavano all'altro mondo, ma che non avean n
pena n gloria. La principale infirmit di che quelle genti muoiono  di gettar
sangue per la bocca; e hanno i medici che gli curano con parole e soffiar che
gli fanno. L'abito di costoro era come degli altri di sopra; portano le sue
cannelle a farsi profumi, come li popoli tavagi della Nuova Spagna. Volse
intendere se costoro avevano signore alcuno, e seppi che no, ma che ciascuna
casa faceva il suo signor da per s. Costoro hanno di pi del maiz certe zucche
e un'altra semenza a guisa di miglio; hanno pietre da macinare e pignatte,
nelle quali cuocono quelle zucche e pesce del fiume, che l'hanno assai buono.
Da qui innanzi non pott venir l'interprete, perch diceva che quei che noi
avevamo da trovar nel cammino pi oltre erano suoi nemici, e perci io lo
rimandai adietro molto sodisfatto. Non tard molto che viddi venir molti
Indiani, gridando a gran voce e correndo drieto di me. Io mi fermai per saper
quel che volevano, e mi dissero che la croce che io avevo lor data avean posta
in mezzo l'abitazioni loro, s come io gli avevo ordinato, ma che io dovesse
sapere che, quando il fiume inondava, soleva arrivar fin l: per che io li
desse licenzia per poterla mutar e collocar in altra parte, dove non potesse
aggiunger il fiume e portarla via. Il che io gli concessi.


Da un Indiano di quella riviera hanno relazione dello stato di Cevola e della
qualit e costumi di quelle genti e del lor signore, e parimente delle terre,
ivi non molto distanti, dette l'una Quicama e l'altra Coana. Da quelli di
Quicama e da altri Indiani indi non molto distanti ricevono cortesia.

Cos navigando giunsi dove erano molti Indiani, e un altro interprete, il quale
io feci entrare con meco nella barca. E perch faceva freddo e la gente veniva
bagnata, saltai in terra e comandai che si facesse fuoco, e stando cos a
scaldarci, arriv un Indiano che mi dette nel braccio mostrandomi col deto un
bosco, fuor del quale viddi uscire duoi squadroni di gente con le lor armi, e
mi mostr come venivano a darci alla fronte: e io, perch non volevo rompermi
con niuno, raccolsi la mia gente nei battelli, e gl'Indiani che erano con esso
meco si gettarono a nuoto e si salvarono all'altra riva. Io in tanto domandai a
quello Indiano che avevo con meco che gente era quella che era venuta fuor del
bosco; mi disse che erano suoi nemici, e per che questi altri nel giunger loro
senza dir motto s'erano messi nell'acqua, e ci avean fatto perch voleano
tornar adietro, trovandosi senz'armi, per non l'aver portate nel venire con
esso loro, avendo inteso il comandamento e voler mio, che non volevo che si
portassero. Volsi domandare a questo interprete il medesimo che avevo domandato
all'altro delle cose di quel paese, perch in alcuni popoli io avevo inteso che
un uomo usava d'avere molte moglie, e in altri non pi d'una. Or seppi da lui,
che era stato in Cevola, che ci era il cammino d'un mese dalla terra sua, e che
da quel luogo agiatamente per un sentiero che andava seguitando quel fiume
s'andava in quaranta giorni, e che la cagion che lo mosse ad andarvi era stata
solo per vedere Cevola, per esser cosa grande, che aveva le case altissime di
pietra di tre e quattro solari, e con finestre da ciascuna banda, circondate
all'intorno d'un muro d'una statura e mezza d'uomo d'altezza, e che disopra e
da basso erano abitate da gente; e che usavano le medesime armi che usavano
quegli altri che avevo veduti, cio archi e frezze, mazze, bastoni e rotelle, e
che avevano un signore; e che andavano vestiti di mantelli e con cuoi di
vacche, e che i loro mantelli avevano una pittura a torno. E il signor portava
una camicia lunga molto sottile cinta, e di sopra pi mantelli, e le donne
vestivano vestimenti molto lunghi, e che erano bianche e andavano tutte
coperte; e che ogni giorno stavano alla porta del signor molti Indiani per
servirlo, e che portavano molte pietre azzurre, le quali si cavano d'una rocca
di sasso, e che costoro non avevano pi d'una moglie con chi si maritavano; e
quando che morivano i signori, si sepelivano con esso loro tutte le robbe che
avevano, e similmente, nel tempo che mangiano, vi stanno molti de' suoi alla
lor tavola a corteggiarlo e a vederlo mangiare, e che mangiano con tovaglie, e
che hanno bagni.
Or gioved nel far del giorno venivano gl'Indiani col medesimo grido alla riva
del fiume, e con maggior volont di servirci, portandomi da mangiare e
faciendomi la medesima buona cera che mi avevano fatto gli altri, avendo inteso
chi io ero, e dando loro le medesime croci col medesimo ordine che agli altri.
E camminando poi pi in su, pervenni ad una terra dove trovai miglior ordine,
percioch obediscono totalmente gli abitatori che vi sono ad un solo.
Or ritornando a parlare di nuovo con l'interprete dell'abitazioni di quei di
Cevola, mi disse che quel signore aveva un cane simile a quel ch'io menavo.
Volendo io poi mangiare, viddi questo interprete portar innanzi e indietro
certi piatti, onde mi disse che il signor di Cevola n'aveva di simili
anch'egli, ma che erano verdi, e che niun altro v'era che n'avesse se non il
signore, e che erano quattro, i quali aveva avuti con quel cane e altre cose da
un uomo nero che portava la barba; ma che egli non sapeva da qual banda fosse
quivi capitato, e che il signore poi lo fece uccidere, per quanto egli aveva
inteso dire. Gli domandai se sapeva che alcuna terra fosse quivi vicina; mi
rispose che nel montare del fiume ne sapeva alcune, e che fra gli altri v'era
un signore d'un luogo chiamato Chicama, e uno d'un'altra terra chiamata Coana,
e che aveva sotto di loro molta gente. E dipoi, datomi questo aviso, mi chiese
licenzia per potere ritornare dai suoi compagni.
Di qua mi posi a navigare di nuovo, e appresso ad una giornata trovai un luogo
disabitato, dove essendo io entrato, sopravennero forse cinquecento Indiani con
suoi archi e frezze, e insieme con loro era quel principale indiano detto
Naguachato ch'io avevo lasciato, e mi portarono a donare certi conigli e yucas:
e avendo fatti a tutti buona cera, volendo partirmi, gli diedi licenzia di
ritornare alle lor case. Passando il diserto pi innanzi arrivai a certe
capanne, donde m'usc incontro molta gente con un vecchio innanzi, gridando in
linguaggio che il mio interprete ben intendeva, e diceva a quegli uomini:
"Fratelli, vedete qui il signore; diamogli di quel che avemo, poich ci fa del
bene, ed  passato per tante genti discortesi per venirci a vedere". E detto
questo offerse al sole e poi a me medesimamente, come aveano fatto gli altri.
Costoro avevano certi sacchi grandi e ben fatti di scorze di bessuchi, e intesi
che era questa terra del signor di Quicoma, i quali veniano solamente a
raccogliere il frutto delle loro semenze quivi la state; e fra loro trovai uno
che intendeva molto bene il mio interprete, onde io con molta facilit feci a
costoro il medesimo officio delle croci, che avevo fatto con gli altri da
basso. Avevano queste genti del bambaso, ma non pigliavano molta cura di farlo,
per non essere fra loro persona che sapessi tessere per farne vestimenti. Mi
domandarono come avevano da piantare la croce quando fossero ritornati a casa
loro, che era alla montagna, e se era bene di farle una casa a torno acci non
si bagnasse, e se gli dovevano porre cosa alcuna alle braccia; io gli dissi di
no, e che solo bastava che la ponessero in luogo che da tutti fusse veduta,
finch io ritornasse. E se per caso venisse alcuna gente da guerra, mi
offersono di mandare meco pi gente, dicendo che erano cattivi uomini quei che
io troverei disopra, ma io non volsi accettarla; tuttavia vi vennero venti di
loro, i quali, nell'avicinarmi a quei che erano nemici loro, me ne avisarono, e
io trovai le loro sentinelle poste alla guardia nei loro confini.
Sabbato da mattina trovai un gran squadrone di gente assisa sotto una frascata
grandissima, e un'altra parte di fuori, e veduto che non si levavano in pi, io
me ne passai di longo al mio viaggio. Ci veduto da loro, si lev in piedi un
vecchio che mi disse: "Signore, perch non vuoi pigliare da noi da mangiare,
avendone pigliato dagli altri?" Io gli risposi che non pigliavo se non quel che
mi era dato, e non andavo se non da quei che mi domandavano. Quivi senza
indugiare mi portarono molta vettovaglia, dicendomi che poich non entravamo
nelle case loro, e ci stavamo di d e di notte nel fiume, ed essendo io
figliuolo del sole, tutti mi dovessino tenere per signore. Io feci lor cenno
che si ponessero a sedere, e chiamai quel vecchio che intendeva l'interprete
mio, e gli domandai di chi era quella terra e se quivi era il signore; mi
risposero di s, e lo feci chiamare, e venuto l'abbracciai monstrandogli grande
amore. E vedendo io che tutti avevano piacere delle carezze ch'io gli facevo,
lo vesti' d'una camicia e gli donai altre cosette, e ordinai all'interprete che
dicesse a quel signore il medesimo che avevo detto agli altri; doppo gli diedi
una croce, la quale egli prese di molto buona voglia come gli altri. E questo
signore se ne venne un gran pezzo con meco, fintanto che fui chiamato
dall'altra parte del fiume, dove stava il medesimo vecchio con molta gente,
alla quale io detti un'altra croce, dicendogli il medesimo che avevo detto agli
altri, cio quel che ne aveva a fare.
Seguendo poi il mio cammino incontrai un'altra moltitudine di gente, co' quali
venne il medesimo vecchio che intendeva l'interprete mio, e veduto il signor
loro che mi mostrava, lo pregai che se ne volessi venire con meco nella barca:
il che egli fece di buona voglia. E cos me n'andavo per il fiume sempre
montando, e il vecchio mi veniva mostrando quali erano i signori, e io parlavo
loro sempre con grande affezione, e tutti mostravano d'aver grande allegrezza e
dicevano molto bene della mia venuta. La notte mi ritiravo nel largo del fiume,
e domandavogli di molte cose di quel paese, e trovai in lui cos buona voglia e
disposizione nel dirmele, come in me desiderio di voler saperle. Gli domandai
di Cevola, e mi disse che egli v'era stato e che era una nobil cosa, e il
signor d'essa era molto ubbidito, e che v'erano altri signori all'intorno co'
quali egli aveva continua guerra. Gli domandai se avevano argento e oro, ed
egli, veduti certi sonagli, disse che n'aveva del color di quelli; volsi
intendere se lo facevano l, e mi rispose di no, ma che lo portavano d'una
montagna dove stava una vecchia. Gli domandai se aveva notizia d'un fiume che
si chiamava Totonteac; mi rispose che no, ma s ben d'un altro fiume
grandissimo, dove si trovavano lagartos s grandi che di loro cuoi si facevano
rotelle; e che adorano il sole, n pi n meno come gli altri passati, e quando
gli offeriscono dei frutti della terra li dicono: "Piglia, poich tu ce gli hai
generati"; e che l'amavano molto perch gli scaldava, e che quando non usciva
sentivano freddo. Quivi poi nel ragionare cominci a dolersi alquanto,
dicendomi: "Non so perch il sole usi questi termini con noi, che non ci d
panni, n chi gli fili, n chi gli tessa, e altre cose che d a molti altri"; e
si lamentava che quei del paese non gli lasciavano entrare dentro e non gli
volevano dare delle loro semenze. Io gli dissi che ci averei dato rimedio, di
che egli rimase molto sodisfatto.


Dagl'Indiani hanno relazione perch li signori di Cevola uccisero il moro qual
and con fra Marco, e altre molte cose; e della vecchia detta Guatazaca, qual
vive in una lacuna senza prender cibo. Descrizione d'un animale, con la pelle
del quale fanno targhe. Sospizione che di lor prendono che siano di quelli
cristiani veduti in Cevola, e come accortamente si salvano.

L'altro d, che fu la domenica, non era anco ben giorno quando incominci il
gridar come si soleva, ed era di tre o quattro popoli che avevano dormito
vicino al fiume aspettandomi, e prendevano il maiz e altre semenze in bocca e
mi spargevano con quelle, dicendo che quella era la maniera del sacrificio che
facevano al sole; doppo dieronmi di questa vettovaglia da mangiare, e fra
l'altre cose di molti fasuoli. Io donai a costoro la croce, come avevo fatto
agli altri, e in tanto quel vecchio diceva loro cose grandi del fatto mio, e mi
segnalava col deto dicendo: "Questo  il signore, figliuolo del sole"; e mi
facevano pettinar la barba e ben ordinare la veste che io portavo addosso. E
tanto era la credenza che avevano in me, che tutti mi dicevano le cose che
erano passate e passavano fra loro, e l'animo buono o cattivo che avevano l'uno
all'altro; io gli domandai per qual cagione essi dicevano a me tutte le cose
loro, e quel vecchio mi rispose: "Tu sei signore, e al signore non si debbe
tener celato cosa veruna". Doppo queste cose seguendo il cammino, ricominciai a
domandargli delle cose di Cevola, e se sapeva che quei di quel paese avessino
veduto mai gente simili a noi; mi rispose di no, eccetto un negro, che portava
a' piedi e alle braccia certe cose che sonavano. Vostra Signoria debbe avere in
memoria come stava questo negro che and con fra Marco, che portava li sonagli
e le penne nelle brazza e gambe, e che 'l portava piatti di diversi colori, e
che era poco pi d'un anno che era capitato quivi. Gli domandai la cagione
perch fu morto, ed egli mi rispose che il signore di Cevola gli aveva
domandato se aveva altri fratelli: gli rispose che n'aveva infiniti e che
avevano molte arme con loro, n erano molto lontani de l; il che udito, si
misero in consiglio molti signori e concertaron d'ucciderlo, accioch non
avesse da dar nuova a questi suoi fratelli dove essi stavano, e che per questa
cagione l'uccisero e ne fecero molti pezzi, i quali furono divisi fra tutti
quei signori acci sapessero del certo esser morto, e che similmente aveva un
cane come il mio, il quale fece anco uccidere de l a molti giorni.
L'interrogai se quei di Cevola avevano nemici, e mi disse che s, e mi raccont
quattordeci o quindeci signori che avevano guerra con esso loro, e che avevano
mantelli e gli archi proprii delli sopradetti: ben mi disse che averei trovato,
nel montar su pel fiume, gente che non aveva guerra alcuna, n con vicini n
con altri. Dissemi che avevano tre o quattro sorte d'alberi di buonissimi
frutti da mangiare, e che in una certa laguna abitava una vecchia, la quale era
molto osservata e servita da loro, e stanciava in una certa casetta che quivi
era, e che non mangiava giamai, e che quivi si facevano di quelle cose che
sonavano, e che a lei erano donati molti mantelli, piume e maiz; gli domandai
del nome, e mi disse che si chiamava Guatuzaca; e che erano in quel contorno
molti signori che nel lor vivere e morire usavano li medesimi costumi di quei
di Cevola, i quali avevano loro abitazioni di state con mante dipinte, e
d'inverno abitavano in case di legname di duoi o tre solari d'altezza, e che
tutte queste cose aveva egli vedute, eccetto che la vecchia. E ritornando a
domandargli anco pi cose, non volse rispondermi, dicendo che era stanco di me.
Ed essendosi posti molti di questi Indiani all'intorno, dicevano fra loro:
"Guardiamolo bene, perch lo riconosciamo quando ritorner".
Il luned seguente era il fiume circondato di gente della medesima maniera, e
io ricominciai a domandare il vecchio che volesse dirmi la gente che era in
quel paese, il quale mi rispose che pensava che gi me ne fusse dimenticato, e
quivi mi raccont d'una infinit di signori e di popoli, che passavano dugento:
e ragionandomi dell'armi, mi disse che alcuni di loro avevano certe rotelle
grandissime di cuoio, grosse pi di due deta. Gli domandai di che animali le
facessero, e mi descrisse una bestia molto grande, a guisa di vacca, ma pi
d'un gran palmo pi longa, e li piedi larghi, i bracci grossi come una coscia
d'uomo, e la testa di lunghezza di sette palmi, il fronte di tre spanne, e gli
occhi pi grossi che un pugno, e le corna della longhezza d'uno schinco, delle
quali uscivan punte acute lunghe d'un palmo, i piedi e le mani grandi pi di
sette palmi, con una coda torta ma molto grossa: e distendendo le braccia sopra
'l capo, diceva che era anco pi alta. Mi diede poi notizia d'un'altra vecchia,
che abitava dalla banda del mare.
Questo d consumai in dar delle croci a quelle genti, come avevo fatto agli
altri. Quel mio vecchio smont a terra e si mise a parlamento con un altro, che
quel giorno l'aveva chiamato molte volte, e quivi amendui facevano nel parlare
molti atti, maneggiando le braccia e mostrandomi. Io mandai perci fuori il mio
interprete, perch si ponesse a lato di loro e gli ascoltasse, e indi a poco lo
chiamai e gli domandai di che parlavan coloro; ed egli disse che colui che
faceva quelli atti diceva all'altro che in Cevola erano altri simili a noi con
le barbe, e che dicevano che erano cristiani, e che amendui dicevano che tutti
dovevamo esser una cosa medesima, e che sarebbe stato bene d'ammazzarci,
accioch quegli altri non sapessero cosa alcuna di noi, onde venissero a farci
noia. E che il vecchio gli aveva risposto: "Costui  figliuol del sole e signor
nostro, ci fa del bene, n vuol venire alle case nostre, ancora che ne lo
preghiamo; non ci toglie cosa niuna del nostro, non vuole le donne nostre"; e
che finalmente aveva dette molte altre cose in mia lode e favore, e con tutto
ci l'altro si ostinava che noi dovevamo esser tutti una cosa medesima; e che
il vecchio disse: "Andiamo da lui e domandiamogli se  cristiano come gli altri
o pur figliuol del sole". E il vecchio se ne venne a me e dissemi: "Nel paese
che voi mi domandasti di Cevola dimoran altri uomini della qualit vostra?" Io
feci allora del maraviglioso, e risposi che non era possibile, ed essi mi
affirmaron che era vero, e che avean veduti duoi uomini venuti di l, i quali
referivan che portavano come noi tiri di fuoco e spade. Io li dimandai se
coloro gli avevan veduti co' proprii occhi, e mi risposero di no, ma che gli
avevan veduti certi suoi compagni. Allora mi domand se io ero figliuolo del
sole, e gli risposi di s; essi dissero che il medesimo dicevan quei cristiani
di Cevola, e io gli risposi che sarebbe ben potuto essere. Mi interrogarono poi
se quei cristiani di Cevola fossero venuti a congiungersi meco ci che avremmo
fatto, e io risposi loro che non dovevano temere di cosa veruna, perch se essi
fossero figliuoli del sole, come dicevano, sarebbono miei fratelli e avrebbon
usato verso di tutti la medesima cortesia e amore che io facevo: onde con
questo parve che rimanessero sodisfatti alquanto.


Gli  detto che sono distanti da Cevola dieci giornate, e che vi sono delli
cristiani che a quelli signori fanno guerra. Della sodomia che esercitano
quegli Indiani, con quattro giovani a tal servigio dedicati, quali portano
abito muliebre. Non potendo dar di s novella a quelli di Cevola, a seconda del
fiume fanno ritorno alle navi.

Gli richiesi poi che mi dicessero quante giornate era quel regno di Cevola che
dicevano lungi da quel fiume, e quell'uomo rispose che ci era uno spazio di
dieci giornate senza abitazione, e che da l avanti egli non ne faceva stima,
perch vi si trovavano gente. Io con questo aviso venni in desiderio di dar
notizia di me al capitano, e lo communicai con i miei soldati, fra' quali non
ritrovai niuno che volesse andarvi, ancora che io offerisse loro molte cose da
parte della Signoria Vostra: solo uno schiavo moro, ancor di mala voglia, mi si
offerse d'andarvi; ma io aspettavo che venissero quegli Indiani che mi era
stato detto, e con questo ce n'andammo al nostro cammino pel fiume contra
acqua, con il medesimo ordine di prima. Quivi mi mostr il vecchio per cosa
maravigliosa un suo figliuolo vestito in abito di donna, esercitando il suo
officio. Io gli domandai quanti ve ne era di quei tali fra loro, e dissemi
ch'erano quattro, e che quando qualcuno di essi moriva, si faceva descrizione
di tutte le donne gravide che erano nella terra, e che la prima di esse che
partoriva maschio, era deputato a dover far quell'esercizio muliebre, e le
donne lo vestivano dell'abito loro, dicendo che, poich aveva da far quel che
dovevano far esse, si pigliasse quel vestimento. Questi tali non possono aver
commercio carnale con donna alcuna, ma s ben con essi tutti i giovani della
terra che sono da maritarsi; costoro non ricevono cosa veruna per questo atto
meretricale da quei del luogo, percioch hanno libert di pigliar ci che
trovano in ciascuna casa per bisogno del viver loro. Viddi similmente alcune
donne che conversavano disonestamente fra gli uomini, e domandai il vecchio se
erano maritate; il quale mi rispose di no, ma che erano femine del mondo, che
vivevano separatamente dalle donne maritate.
Io venivo pur con questi ragionamenti sollecitando che venissero quegli Indiani
che dicevano d'esser stati a Cevola, e mi dissero che erano lontani a otto
giornate de l, per che vi era ben fra loro uno che era compagno d'essi e che
gli aveva parlato, essendosi incontrato in loro quando andaron per veder il
regno di Cevola, e gli dissero che non dovesse ir pi oltre, imperoch quivi
avrebbe trovata una gente brava come noi e delle medesime qualit e fatezze
nostre, la quale aveva molto conteso con gli uomini di Cevola, perch gli
avevano ucciso un lor compagno moro, dicendo: "Perch l'avete voi morto? Che vi
ha fatto egli? Vi ha forse tolto il pane o fattovi altro male?" e simili
parole. E dicevano di pi che questi tali si chiamavano cristiani, che
abitavano in un gran casamento, e che molti d'essi avevano delle vacche come
quelle di Cevola e altri piccoli animali neri e con lana e con corna, e che ne
avevano alcuni che loro cavalcavano, che correvano molto; e che un giorno prima
che si partissero non avevano fatto altro, dal nascer al tramontar del sole,
che arrivar questi cristiani, e tutti si fermavano quivi dove stanziavano gli
altri, e che questi duoi si erano incontrati in duoi cristiani, che gli avevano
domandato donde erano e se avevano luoghi seminati, ed essi gli avevano detto
che erano di paese lontano e che avevano le seminate; e che allora gli donarono
una picciola cappa per uno, e gliene dierono una che la dovessero portare agli
altri compagni loro, il che promisero essi di fare e si partirono tosto. Questo
inteso, di nuovo parlai con i miei compagni per vedere se qualcuno volesse
andarvi, ma gli trovai del medesimo volere di prima, e mi opposero maggiori
inconvenienti. Doppo chiamai il vecchio, per veder se mi avesse voluto dar
gente da menar con meco e vettovaglia per quel deserto, ma mi mise innanzi
molti inconvenienti e disagi in che io avrei potuto incorrere in quel viaggio,
mostrandomi il pericolo che era in andar avanti per un signor di Cumana, il
quale minacciava di venire a far loro guerra, perch i suoi erano entrati nel
suo paese per pigliar un cervo, e che io non dovevo perci partirmi di qui
senza castigarlo. E replicando io che ero forzato d'andare in ogni modo a
Cevola, ed egli mi disse che io lasciasse di farlo, perch s'aspettava che in
ogni modo questo signore veneria ai danni loro, e per non potevano essi
abbandonare la sua terra per venire meco; e che sarebbe meglio che io avessi
dato per loro fine a quella guerra, e poi avrei potuto andare accompagnato a
Cevola. E sopra di ci venimmo a contendere tanto che ci cominciammo a
scorrocciare, e in colera volse uscire della barca; ma io lo ritenni e con
buone parole l'incominciai a placare, veduto che importava molto averlo amico,
ma per carezze che io gli facesse non potei levarlo dal suo volere, nel quale
rimase sempre ostinato. Io in tanto avevo gi mandato un uomo alle navi, per
dargli notizia del cammino che avevo disegnato di fare; doppo richiesi il
vecchio che lo facesse tornare, perch determinai che, gi che non vedevo alcun
ordine di poter andare a Cevola, e di non ritardare pi fra quella gente acci
non mi scoprissero, e similmente volsi tornare in persona a visitare le navi,
con determinazione di ritornare un'altra volta per il fiume ad alto, menando
con esso meco altri compagni, e lasciarvene altri che mi s'erano ammalati. E
dicendo al vecchio e agli altri che io sarei tornato, e lasciandogli al meglio
sodisfatti che potette, ancora che sempre dicessero che io mi partivo per
paura, me ne tornai per il fiume a Cevola, e quel cammino che avevo fatto in
montare il fiume contra acqua in quindeci giorni e mezzo, feci nel ritornare in
duoi d e mezzo, per essere il corrente grande e rapido molto. In questo modo
camminando per il fiume a basso, veniva alle rive molta gente a dirmi: "Perch
ti parti, signore, da noi? Che dispiacere ti  stato fatto? Non dicevi tu che
avevi da startene sempre con esso noi ed esser signor nostro? Ritorna adietro,
che se alcuno dalla banda di sopra ti ha fatto ingiuria alcuna, noi verremo con
le nostre armi teco per ucciderlo", e simili parole piene d'amorevolezza e
cortesia.


Giunti alle navi, il capitano fa nominare quella costa la campagna della Croce,
e vi fa edificare un oratorio a nostra Signora, e il fiume chiama Buona Guida,
e all'ins di quello fa ritorno. Pervenuto a Quicama e a Coano, da quelli
signori gli  usata molta cortesia.

Giunto che io fui alle navi, trovai tutta la mia gente in buon essere,
quantunque molto afflitta per rispetto del lungo tardar mio, e anco perch il
gran corrente gli aveva spezzati quattro sartie, e avevano perso due ancore, le
quali si ricuperarono. Ragunate le navi insieme, le feci mettere sotto un
riparo, e dar carena alla nave San Pietro e redrizzar tutto quello che era
necessario. Quivi fatta adunanza di tutta la gente, gli esposi loro la notizia
che avevo avuto da Francesco Vazquez, e come potrebbe esser che, in quel tempo
delli sedeci giorni che io ero ito navigando per il fiume, egli per aventura
avrebbe avuto notizia di me, e che ero d'animo di ritornar su un'altra volta,
per veder se si fosse potuto trovare qualche mezzo di congiungermi con esso
lui: e ancora che mi fusse contradetto, feci metter in ordine tutte le barche,
perch per il servizio delle navi non erano necessarie. L'una di esse io feci
empiere di robba con cose da contracambiare, di formento e altre semenze, con
galline e galli di Castiglia, e mi parti' su per la fiumana, lasciato ordine
che in quella campagna chiamata della Croce facessero un oratorio over
cappella, e lo chiamassero la chiesa della Madonna della Buona Guida, e che
chiamassero quel fiume la Buona Guida, per esser la divisa di Vostra Signoria.
Menai con esso meco Nicola Camorano, maggior pilotto, perch prendesse
l'altezze, e parti' il marted che fu il quattordeci di settembre; e il
mercoled giunsi nelle abitazioni dei primi Indiani, i quali corsero per
vietarmi il passo, credendosi che fussimo altre genti, percioch conducevamo
con esso noi un piffero e un tamburino, e io ero vestito di diversi panni da
quei che portavo quando mi viddero la prima volta: e quando mi conobbero si
fermarono, ancora che non potesse ridurmeli buoni amici, onde io andavo lor
dando di quelle semenze che io portavo, insegnandogli in qual modo le dovevano
seminare. E navigato che ebbi tre leghe, mi venne a trovare fin alla barca il
primo interprete con grande allegrezza, al quale domandai perch mi avea
lasciato: disse che certi suoi compagni lo avevano disviato. Io gli feci buona
ciera e miglior trattamento, accioch fosse venuto di nuovo con meco, veduto
quanto m'importava d'averlo appresso. Si scus poi ch'era quivi rimaso per
portarmi alcune penne di papagallo, le quali mi diede. Gli dimandai che gente
era quella e se aveva signor alcuno, e mi rispose di s, e me ne nomin tre o
quattro, appresso a quegli ventiquattro o venticinque nomi di popoli ch'egli
sapeva, e che aveano le case dipinte di dentro, e che costoro aveano
contrattazione con quei di Cevola, e che in due lune giungeva in quel regno.
Dissemi oltre di questo molti altri nomi di signori e d'altri popoli, i quali
io ho descritti in un mio libro, che io porter in persona a Vostra Signoria;
ma questa relazione summaria ho voluto dar in questo porto di Colima ad
Agostino Guerriero, accioch la mandi per terra a Vostra Signoria, alla quale
ho da dire molte altre cose di pi.
Ma tornando al mio cammino giunsi a Quicama, donde quegli Indiani uscirono a
ricevermi con molto piacere e gran festa, dicendomi che il signor loro mi stava
aspettando; al qual giunto, trovai che avea seco cinque o seimila uomini senza
arme, dai quali s'appart con forse dugento solamente, che tutti portavano
vettovaglia. Si mosse verso di me, ed egli veniva innanzi gli altri con grande
auttorit, e innanzi d'esso e a lato erano alcuni che facevano venire scostando
la gente, facendogli strada per donde potesse passare. Portava una veste
serrata dinanzi e di dietro e aperta dai lati, allacciata con bottoni, lavorata
a scacchi bianchi e neri: era di scorze di bessugos, molto sottile e ben fatta.
Gionto che fui all'acqua, i suoi servitori lo presero a braccia e lo misero
nella barca, dove fu da me abbracciato e ricevuto con gran festa, mostrandoli
molto amore: del qual atto la sua gente, che quivi stava a vedere, mostrava
grande allegrezza. Questo signore si rivolse a' suoi, dicendoli che ponessero
mente alla mia cortesia, che egli essendo entrato alla libera con tal gente
straniera, potevano vedere quanto io fosse da bene e con quanto amore io lo
trattavo, e perci sapessero che io ero suo signore, onde tutti mi avevano da
servire e far quanto io gli avesse comandato. Quivi lo feci sedere a mangiare
di alcune conserve di zucchero che io portavo, e disse all'interprete che lo
ringraziasse in mio nome del favor che mi aveva fatto in venire a vedermi,
raccomandandogli l'adorazione della croce e tutto il rimanente ch'io avevo
raccomandato agli altri, cio che vivessero in pace e lasciassero le guerre, e
che fossero fra loro buoni amici sempre. Egli rispose ch'era gran tempo che fra
loro continuava la guerra con vicini, ma che da l avanti egli comanderia che
fosse dato da mangiare a tutti quei che passassero per il suo regno, e che non
gli facessero male alcuno; e che, se pur qualche popolo venisse a farli guerra,
egli gli diria come io avevo comandato che si vivesse in pace, e che se non la
volessero il se difenderia, e che mi prometteva che giamai non andrebbe a
cercar guerra, s'altri non venissero a dargliela. Quivi io gli donai alcune
cosette, cos delle semenze che io portavo come delle galline di Castiglia, di
che ricevette grandissimo contento. E partendo menai con esso meco alcuni de'
suoi per contraere amicizia fra loro e quegli altri popoli che erano di sopra,
e quivi venne a me l'interprete per ritornarsene a casa sua, e io gli donai
alcuni doni, con che si part molto contento.
Il giorno seguente giunsi a Coano, e molti non mi conobbero, vedendomi con
altri panni vestito, ma il vecchio che quivi era, incontanente che mi
riconobbe, si gett nell'acqua dicendomi: "Signore, ecco con esso meco l'uomo
che mi lasciasti"; il quale comparse quivi allegro e molto contento, dicendomi
le gran carezze che gli avean fatto quella gente, dicendo che combattevano
insieme ciascuno in volerlo menar a casa sua, e che era cosa incredibile il
pensiero che avevano, nello apparire del sole, di giunger le mani e
inginocchiarsi innanzi la croce. Io donai loro di quelle semenze,
ringraziandogli molto del buon trattamento che avean fatto al mio Spagnuolo, ed
essi mi pregarono che lo volesse lasciare con loro: il che gli concessi io fin
alla mia tornata, ed egli vi rimase molto contento fra loro. In questo modo me
ne montai il fiume, conducendo con meco quel vecchio, il quale mi rifer che
erano venuti due Indiani da Cumana a domandar de' cristiani, e che egli aveva
risposto che non gli conosceva, ma che ben conosceva il figliuolo del sole, e
che l'avevano persuaso che si fosse unito con esso loro per uccider me e i miei
compagni. Io gli disse che mi dessi due Indiani, e che gli andassero a dire
come io andrei a trovarli, e volevo la sua amist, ma che se essi all'incontro
volevano guerra, che io gliela faria di modo che saria loro dispiaciuto. E cos
andavo fra tutta quella gente, e alcuni mi venivano a dire perch non davo loro
la croce, come avevo fatto agli altri, e cos gliene davo.


Smontano in terra e veggono che i popoli adoravano la croce che gli avevano
data. Da un Indiano fanno dipingere quel paese, mandano una croce al signor di
Cumana, e discende a seconda del fiume giungono alle navi. Dell'errore che
presero i pilotti del Cortese in situare quella costa.

L'altro giorno volsi saltar in terra a vedere certe capanne, e trovai molti
fanciulli e donne con le mani giunte e inginocchiati innanzi ad una croce che
io gli avevo data. Quivi giunto che fui, feci il medesimo anch'io, e parlando
col vecchio mi cominci a dar informazione di pi gente e pi terre che egli
sapeva. E venuta l'ora tarda, chiamai il vecchio che venisse a dormire alla
barca; mi rispose di non voler venire, perch io lo stancheria interrogandolo
di tante cose. Io gli risposi che non gli averei domandato altro se non che in
una carta mi notasse ci che egli sapeva di quel fiume, e di che esser era la
gente che abitavano su le rive di esso da tutti i lati, il che egli fece
volentieri; e doppo mi disse ch'io gli dipingessi il mio paese in quel modo che
egli mi aveva dipinto il suo, e per contentarlo gli feci far una pittura
d'alcune cose. E il giorno che venne poi entrai in certe montagne molto alte,
fra le quali caminava quel fiume molto stretto, e le barche vi passarono
faticosamente, per non aver chi tirasse l'alzana. Quivi mi vennero a dir alcuni
Indiani che ci erano gente di Cumana, e fra gli altri v'era un incantatore, che
domandava per qual luogo noi averiamo da passare: e dicendoli che per il fiume,
andava ponendo dall'una e l'altra riva del fiume certe canne, fra le quali noi
passammo senza ricever danno alcuno, che pensavano essi di farci. Cos
caminando giunsi alla casa del vecchio che veniva con meco, e quivi feci porre
una croce molto alta, e in essa feci metter lettere come io v'ero arrivato: e
ci feci perch, se per caso fosse quivi capitata gente alcuna del generale,
potesse aver notizia di me.
Veduto finalmente poi che non potevo venir a cognizione di quel che io
desideravo di sapere, determinai di ritornarmene alle navi, ed essendo in punto
di partire, sopragiunsero quivi due Indiani, che per interpretatori del vecchio
mi dissero che essi venivano per ordine mio, che erano di Cumana, e che il
signor per esser da quel luogo lontano molto non potea venire, per ch'io gli
dicesse quel che volevo. Io gli dissi che si ricordasse di voler sempre pace, e
come io andavo per visitare quel paese, ma, essendo forzato di ritornarmene per
il fiume a basso, non lo facevo, ma che ritorneria, e che in tanto essi dessero
quella croce al suo signore: il che mi promisero di fare, e che se n'andavano
diritto a portarli la croce, con certe penne che in quella v'erano. Da costoro
io volsi intendere che gente abitava le rive del fiume di sopra, i quali mi
dierono notizia di molti popoli, e dissonmi che il fiume montava assai pi che
io non avevo visto, ma che essi non sapeano il principio d'esso per venir molto
lontano, e che in esso entravano molti altri fiumi.
Ci fatto, l'altro giorno da mattina me ne venni per il fiume a basso, e il d
seguente giunsi dove avevo lasciato lo Spagnuolo, al quale parlai e dissi che
le cose m'eran passate bene, e che in questa e l'altra volta ero entrato dentro
in terra pi di trenta leghe. Gl'Indiani da quel luogo mi domandarono della
cagione perch io mi partivo, e quando saria la mia tornata, a' quali risposi
che sarebbe presto. Cos navigando a basso, una donna si gett nell'acqua
gridando che la dovessimo aspettare, ed entr nella nostra barca mettendosi
sotto una banca, donde mai la potemmo far uscire. Seppi che ci faceva perch
il marito ne teneva un'altra, della quale avea figliuoli, dicendo che non
intendeva di star pi con esso lui, poich n'avea un'altra. Cos ella e un
altro Indiano se ne vennero con meco di lor buona voglia. In questo modo giunsi
alle navi, e fattele por in ordine ce ne venimmo al nostro viaggio,
costeggiando e molte volte saltando in terra, entrando adentro per gran spazio,
per vedere se si poteva intendere qualche cosa del capitano Francesco Vazquez e
sua compagnia, della quale non avemmo altro indicio se non quel che intesi in
quella riviera.
Io porto con meco molti atti di possessione di tutta quella costa, e per il
fiume, e per l'altezza che presi trovo che quella che fecero i patroni e
pilotti del marchese  falsa, e s'ingannarono di due gradi. E son passato pi
oltra di loro meglio di quattro gradi. Montai per il fiume ottantacinque leghe,
dove viddi e intesi tutto quel che ho detto e molte altre cose, delle quali,
concedendomisi di poter venir a baciar le mani alla Signoria Vostra, le dar
lunga e intera relazione. Mi riputai aver gran sorte in aver trovato don Luigi
di Castiglia e Agostino Ghenero nel porto di Colima, percioch la galeotta
dell'adelantado se ne veniva sopra di me, qual era ivi con la sua armata e
voleva che si calasse le vele: e parendomi cosa nuova, n sapendo in che stato
fussero le cose della Nuova Spagna, mi posi in ordine di difendermi e non
farlo. In questo tempo arriv don Alvise di Castiglia in un battello e mi
parl, e io sorsi dall'altra parte del porto dove stava detta armata, e li
detti questa relazione, ed essendo di notte volsi far vela per levar via gli
scandoli: la qual relazione io portavo scritta in sommario, perch sempre ebbi
presupposito di darla toccando terra di questa Nuova Spagna, per avisar Vostra
Signoria.

Discorso sopra il discoprimento e conquista del Per.


Ora che abbiamo finite le narrazioni che da noi si son potute aver del
discoprimento e conquista della Nuova Spagna fatta per il signor Fernando
Cortese, si comincier a dire di quella parte di terra ferma sopra il mar del
Sur chiamata il Per, la quale al presente  discoperta intorno intorno con
diverse navigazioni, e tien di larghezza mille leghe e di lunghezza 1200 e di
circunferenza 4065. Dico, cominciando da quella parte di detta terra ferma che
si ristringe tanto fra il mar del Nort e quello del Sur, che non vi  di spazio
pi che 60 leghe, cio dalla citt del Nome di Dio, ch' verso levante, a
quella del Panama, che  verso ponente, il qual Panama sta in gradi otto e
mezzo di sopra dell'equinoziale: e se questo stretto di terra di 60 leghe fussi
tagliato, tutto il Per della grandezza che abbiamo detto sarebbe isola e corre
da questi gradi otto e mezzo di sopra l'equinoziale fino a 52 sotto il polo
antartico, dove  il stretto di Magalianes. Ora di questo gran pezzo del mondo
di nuovo trovato vi sono stati varii discopritori, perch di quella parte che
guarda verso levante nel mare del Nort si son vedute varie navigazioni nel
libro del signor Pietro Martire, e della terra del Brasil per le navi de'
Portughesi, e della navigazion scritta per il signor Antonio Pigafetta; e
avendosi letto il discoprir che fece Vasco Nunez di Balboa del mar del Sur, si
proseguiranno le narrazioni del conquistare del detto paese del Per, fatto
d'alcuni capitani spagnuoli. E per dico, avendo Pedrarias d'Avila fondato la
citt del Panama, come s' letto, si trovarono fra gli abitatori di detto luogo
due cavalieri ricchissimi per l'imprese passate, che, desiderosi di non stare
in ozio, s'accordarono di mandar a discoprire pi oltre la terra che correva
sopra il detto mar del Sur verso ponente: e questi furono Francesco Pizarro e
Diego d'Almagro; e determinarono che un di lor andasse in Spagna a farsi dar la
governazion della terra che scoprissero, che fusse commune fra loro; e andatovi
il Pizarro, promettendo gran tesori alla Maest cesarea, fu fatto capitano
generale e governatore del Per e della Nuova Castiglia, che cos fu chiamato
detto paese. Condusse di Spagna detto Francesco quattro suoi fratelli, cio
Ferrando, Gonzalo e Giovan Pizarro e Francesco Martin d'Alcantara, fratello di
madre. Giunti questi Pizarri nel Panama con gran fausto e pompa, non furon ben
veduti dall'Almagro, qual si vedea escluso dagli onori e titoli, essendo
compagno dell'impresa: e furono in grandissima discordia; pur, intravenendo
molti gentiluomini, e specialmente quelli venuti di Spagna nuovamente,
s'accordorno insieme, promettendoli il Pizarro di procurargli un'altra
governazione nella detta terra.
Or l'Almagro, acquietatosi, dette 700 pesi di oro, l'armi e vettovaglie che
avea al Pizarro, qual and a far l'impresa, come si vedr nelle sotto scritte
tre narrazioni. E veramente questi due capitani meriterebbono grandissime lodi
di questa cos gloriosa impresa, se alla fine per avarizia, accompagnata con
l'ambizione, non si fossero ribellati contro alla Maest cesarea, e tra loro
non avessin fatto molte guerre civili con li Spagnuoli medesimi, le quali
ebbero infelice e sfortunato esito. E tutti quelli che si trovarono alla morte
del caciche Atabalipa, nominati nelle infrascritte relazioni, fecero cattivo
fine, come si vedr nel quarto volume di queste navigazioni. E accioch si
sappin le condizioni di detti due cavalieri, dico che Diego d'Almagro era
nativo della citt d'Almagro in Spagna, il padre del qual non si seppe, ancor
che lui procurasse d'intenderlo, poich si vidde ricco. Non sapeva leggere, ma
era valente, diligente e amico d'onore, e desideroso d'esser lodato, e sopra
tutto liberalissim,. e per questa causa tutti i soldati l'amavano fuor di
misura, perch dall'altro canto era molto aspro e di parole e di fatti. Don
pi di centomila ducati del suo a quelli che furono con lui all'impresa de
Chili: liberalit pi tosto di prencipe che di soldato. Alla fine per ambizione
di signoreggiare venne alle mani con Francesco Pizarro, qual lo fece prender da
Hernando Pizarro suo fratello e, posto in prigione nel Cusco, lo fece
strangolare, e poi in su la piazza gli fece tagliar la testa, nell'anno 1538.
Mai ebbe moglie, ma di una Indiana nel Panama ebbe un figliuolo del suo nome
medesimo: fecegli insegnare e ammaestrarlo con ogni diligenza, riusc un
valente cavaliero e pi che alcuno altro nato d'Indiana, ma alla fine fu fatto
morir per le mani di detti Pizarri.
Francesco Pizarro fu figliuolo naturale di Gonzalo Pizarro, capitano in
Navarra. Nacque nella terra di Trugillo, e fu da sua madre posto sopra la porta
d'una chiesa: pur, riconosciuto dal padre doppo alcuni giorni, lo pose a stare
in villa alle sue possessioni. Non seppe leggere, e vedendosi in quel stato,
essendo grande, sdegnatosi si part e venne in Sibilia, e de l nell'Indie.
Stette in S. Domenico, e pass ad Uraba con Alfonso d'Hoieda e Vasco Nunez di
Balboa, a discoprire il mar del Sur, e con Pedrarias d'Avila nel Panama. Costui
possedette pi oro e argento che alcun Spagnuolo over capitano che sia mai
stato per il mondo; non era liberale n scarso, n si vantava di quel che
donava, ma era sollecito molto del util del re; giocava largamente con ogni
sorte d'uomini senza far differenza d'alcuno. Non vestiva riccamente, ancorch
alcune fiate portassi una vesta foderata di martori, che Fernando Cortese li
mand a donare; si dilettava di portare le scarpe e il cappello di seta di
color bianco, perch cos portava il gran capitan Consalvo Ferrando. Fu uomo
grosso, non seppe leggere, fu animoso, robusto e valente, ma negligente in
guardare la sua vita, perch li fu detto e fatto intendere che Diego d'Almagro,
al quale avea fatto morire il padre, come  detto, trattava di farlo ammazzare,
ed egli non lo volse mai credere, finch i congiurati non gli furono adosso
nella citt de los Reyes e con le spade lo finirono: e fu del 1541, a' 24 di
zugno.
Gonzalo Pizarro, dapoi la morte di Diego d'Almagro e di Francesco suo fratello,
si ribell contra alla Maest cesarea e si fece chiamar re del Cusco; e dapoi
molti conflitti con capitani di Cesare, fu preso e fattogli tagliar la testa
nella citt de los Reyes del 1548. E non  fuor di proposito di considerare
come tutti i capitani che furon al discoprimento del Per e alla morte del
cacique Atabalipa feciono mala fine: perch Giovan Pizarro, fratello di
Francesco, fu morto dagli Indiani nel Cusco; e Francesco Pizarro e suoi
fratelli feciono strangolare Diego d'Almagro; e Diego d'Almagro suo figliuolo
fece ammazzare Francesco Pizarro; e il licenziado Vacca di Castro fece tagliar
la testa al detto Diego; e Blasco Nunez Vela fece prigione Vacca di Castro, il
qual non  ancor fuor di prigione di Spagna; Gonzalo Pizarro amazz in
battaglia Vasco Nunez; e Gasca giustizi Gonzalo Pizarro, e mand preso in
Spagna l'auditore Cepeda, perch gli altri suoi compagni erano morti: di sorte
che chi volesse andare dietro raccontando troveria pi di 150 capitani, uomini
con carico di governo e di giustizia e d'eserciti, esser periti, alcuni per
mano d'Indiani, altri combattendo fra loro, ma il pi di lor fatti appiccare.
Gl'Indiani di quel paese, uomini vecchi e prudenti, e molti Spagnuoli dicono
queste morti e guerre procedere dalla constellazione della terra e dalla
ricchezza di quella; ma li pi prudenti l'attribuiscono alla malizia e avarizia
degli uomini, ancorch dicono che, dapoi che s'arricordano (ancora che abbino
cento anni), mai manc la guerra nel Per, perch Guainaca, Opanguy suo padre,
ebbero continuamente guerra co' suoi vicini per signoreggiar soli quella terra,
e Guaxcar e Atabalipa fratelli combatterono sopra il dominare quanto potettono,
e Atabalipa ammazz Guaxacar suo fratello maggiore, e Francesco Pizarro amazz
e priv del regno Atabalipa per traditore. E quanti procurarono la morte del
detto fecero la sua fine infelice e dolorosa, come  sopra detto; e il
reverendo fra Vicenzio Valverde, che fu alla presa del Cusco, come si legger,
fu fatto vescovo del Cusco, e alla fine, fuggendo da Diego d'Almagro, fu fatto
morir dagl'Indiani dell'isola della Puna. Hernando di Soto, partito dal Per e
andato nel paese della Florida, fu morto dagl'Indiani; e Hernando Pizarro, se
ben non si trov alla morte d'Atabalipa, pur fu mandato prigion in Spagna in la
Mota di Medina del Campo, per causa della morte d'Almagro.
Sopra tutta questa regione del Per sono state fondate diverse citt, alle
quali  stato posto i nomi di quelle citt di Spagna, e a ciascuna assegnato il
suo vescovo, come la citt de los Reyes sopra il mar del Per  fatto
arcivescovado, e li suoi suffraganei sono il vescovo del Cusco, del Quito,
Carcas e Tumbez, e ogni d si va nobilitando. Tutta questa regione del Per 
divisa in tre parti, cio pianura, montagna e andes. La pianura  molto calida
e arenosa e s'estende lungo la marina, e cominciando da Tumbez non vi piove n
tuona n vi vengono saette, e corre di costa 500 leghe o pi, e di larghezza
fino in dieci o dodeci, fin al piede della montagna; e gli uomini si servon,
tanto per il bere quanto per lo irrigare i terreni lavorati e seminati, delli
fiumi e fontane che descendon dalli sopradetti monti, quali non s'allontanano
15 o 20 leghe dal mare. La montagna  una schiena di monti altissimi che corre
700 o pi leghe, su le quali vi piovono grandissime acque e vi nevica in gran
copia, ed  molto fredda; e gli abitatori che stanno fra quel freddo e caldo
sono per la maggior parte guerci o ciechi, ed  gran maraviglia che fra tanti
uomini non ve se ne trova a pena due soli che non sieno ciechi o guerci. Queste
son le pi asprissime montagne che si trovino al mondo, e hanno principio nella
Nuova Spagna e pi oltra, ed entrano fra il Panama e il Nome di Dio, e
s'estendon sino al stretto di Magalianes; da' quali monti nascon grandissimi
fiumi, che descendon nel mar del Sur e nel mar del Nort, com' il fiume della
Plata e del Maragnon. Andes son valle molto popolate e ricchissime d'oro e
d'argento e d'animali, ma non s'ha di queste tanta notizia come della montagna
e della pianura.

E questa narrazione con brevit abbiamo voluto discorrer per satisfazione de'
lettori, la qual pi distintamente leggeranno nel 4 volume.



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Relazione d'un capitano spagnolo della conquista del Per.


Come il signor Francesco Pizarro e il signor Hernando suo fratello, desiderosi
di scoprir cose nuove nel mar del Sur, partitisi di Panama, dopo trovate molte
terre e citt, venuti in notizia d'Atabalipa cacique, il qual aveva distrutto
il paese del Cusco suo fratello e minacciava i cristiani, mandorono contra lui
Hernando di Soto capitano. E de' costumi di quelli abitatori.

S come nelli precedenti libri s' veduto chiaramente nella terra ferma
dell'Indie occidentali, gradi sette sopra la linea dell'equinoziale, nelle
provincie d'Esquegua e Uracca  la terra tanto stretta che da mar a mar non 
pi di diciotto in venti leghe, che a miglia quattro per lega sariano circa
ottanta miglia, di modo che chi stesse in su la pi alta sommit delle montagne
d'Esquegua e guardasse verso tramontana vederebbe il mar che si chiama del
Nort, e voltandosi all'opposito verso mezzod vederebbe il mar del Sur. Nelle
quali parti sono stati fatti abitar dal signor Pedrarias, capitano
dell'imperatore, duoi porti molto commodi nella navigazione di quelli mari,
cio nel mar del Nort, qual vien verso Spagna, una citt con un porto detto il
Nome di Dio, e nell'altro mar del Sur Panama, citt e porto antico degli
Indiani, ma al presente pieno di cristiani con il suo vescovo. In questa citt
adunque trovandosi il valoroso cavaliero Francesco Pizarro capitano, con suo
fratello il signor Hernando Pizarro, desiderosi di scoprir cose nuove in questo
mare del Sur, cio di mezzod, fabricorono alcuni navilii, avendovi abbondanzia
grandissima di legnami e altre cose necessarie a tale impresa, e pensorono
d'andar tanto navigando che trovassero l'isole delle Molucche, dove nascono
tutte le specierie. Ma la fortuna fu loro molto pi favorevole di quel che
pensorono, perch avanti trovorono tanti ori e argenti che dimenticorono
d'andar a trovar dette Molucche, e fu il viaggio in questo modo, secondo che da
persona prudente e pratica che vi fu presente brevemente  descritto.

Nel anno 1531 del mese di febraio noi imbarcammo nel porto di Panama, il quale
 in terra ferma dell'Indie gradi sette sopra l'equinoziale, nel mar del Sur,
cio verso mezzod, e fummo dugentocinquanta uomini a pi e ottanta a cavallo,
sotto il capitano e valoroso cavalier Francesco Pizarro. E navigando per il
detto mare quindeci giorni, dismontammo in una spiaggia che al presente si
chiama San Matteo, e dismontati in terra andammo circa cento leghe, che a
quattro miglia per lega sono quattrocento miglia, conquistando sempre molti
luoghi abitati da Indiani, e arrivammo ad una terra chiamata Coaque, qual 
sotto la linea equinoziale, dove trovammo qualche poco d'oro e qualche pietra
di smeraldo. In questa terra s'ammalorno assai delli nostri. E quindi passammo
ad una isola allora chiamata la Pugna, oggi Sant'Iago, due leghe lontana da
terra ferma, di circuito di leghe quindeci, molto popolata e ben cultivata, e
per questo abondantissima di vettovaglie: e il cacique dell'isola, volendoci
far piacere, ci mandava delle vettovaglie, e avanti di quelli che le portavano
erano persone che sonavano di diversi instrumenti; nella qual stemmo cinque o
sei mesi, dove morirono otto o dieci de' nostri. De l con navili attraversammo
e arrivammo in terra ferma alla citt di Tumbez, dove stemmo tre mesi, e di
quindi andammo ad una terra detta Tangarara, nella quale facemmo un ridotto per
abitare, qual chiamammo San Michele; nel qual luogo cominciammo aver notizia
d'un gran cacique over signor nominato Atabalipa, e d'un suo fratello chiamato
Cusco, con il qual faceva guerra, e dalli capitani d'Atabalipa fu seguitato con
grande esercito, tanto che fu fatto prigione. In questo tempo che costoro
guerreggiavano, arriv il signor Francesco Pizarro con sessanta cavalli e
novanta fanti, perch gli altri restorono nel ridotto di San Michele. Quando
Atabalipa intese che venivano li cristiani, mand un capitano a spiar che gente
eravamo. Questo capitano venne verso il nostro campo, e non gli bast l'animo,
con le genti che aveva, combatter con esso noi, ma subito ritorn indreto a dar
risposta al suo signore, con dirgli che se gli desse pi gente, che ritorneria
a combattere. Il cacique gli rispose, secondo che dipoi ci fu detto, che pi
sicuramente prenderia li cristiani quando loro arrivassero dove lui era.
Intendendo il signor governator Francesco Pizarro che questo cacique andava
acquistando quel paese con gran numero di gente, determin d'andarlo a trovar
con quella poca gente che avea, che eravamo in tutto 150, tra li quali erano
circa sessanta a cavallo; e cos andammo a trovar questo cacique, il quale
minacciava di venire ad assaltarci, onde il governator volse andar a trovar
lui. E giunti ad un luogo detto Piura, il governator trov un capitano suo
fratello, qual avea mandato avanti con quaranta tra fanti e cavalli, e da lui
seppe come tutti quelli caciqui over signori lo minacciavano con Atabalipa. Qui
s'inform il governatore dagli Indiani, dalli quali intese come questo cacique
Atabalipa stava in una terra chiamata Caxamalca, dove l'aspettava con molta
gente; e dimandando del cammino e come il paese era abitato, intese da quelli e
da una Indiana che menavamo con esso noi che in quel cammino erano assai luoghi
disabitati, e che v'era una montagna nel passar della quale, per esser molto
alta, si sentiva gran freddo per cinque giornate, e che duoi giorni non
troveremmo acqua. Nientedimeno il signor governator si part con le sue genti
molto allegro, ma sette delli suoi fanti se ne ritornorono al ridotto, avendo
paura del cammino, per esser cattivo e con poca acqua: ma il gran desiderio del
signor governator e della sua compagnia, che avevano da servir la cesarea
Maest, fece che non ricusorno a travaglio o a fatica che potessino avere. E
andorono ad un luogo lontano da quello due leghe, dove quattro giorni avanti
era arrivato il signor capitano Hernando Pizarro per pacificare quel cacique.
Quando il governator arriv a questo luogo, intese che tre giornate lontano da
quel luogo era una terra detta Caxas, nella quale erano alloggiati molti
Indiani, uomini da guerra, e avevano accumulati molti tributi, con li quali
Atabalipa forniva il suo campo. Hernando Pizarro volse andarlo a trovare, ma il
governator non gli volse dar licenzia e mand Hernando di Soto, con molto
sospetto per la poca gente che avevano, e gli dette cinquanta over sessanta
uomini, con dirli che l'aspetteria in un luogo che si chiama Caran, e che lo
venisse a trovare o gli mandasse alcun fra dieci giorni.
Il capitano Hernando di Soto si part con la detta gente verso il detto luogo
di Caxas, e arrivandogli appresso seppe che la gente di guerra era stata sopra
una montagna aspettandoli, donde s'erano partiti. Arrivarono costoro al luogo,
ch'era grande, e in alcune case molto alte trovarono gran quantit di maiz,
ch' uno grano come ceci bianco del quale fanno pane, e molte scarpe, e l'altre
case erano piene di lana; e trovorono pi di cinquanta donne, che non facevano
altro che vesti, e similmente vino di maiz, cio di quel grano, per gli uomini
da guerra, del qual vino per le case non era poca quantit. Le vesti che
facevano erano di tale finezza che noi pensavamo che fussino di seta, lavorate
con figure d'oro tirato o battuto, benissimo commesso. Le donne vestono veste
lunghe, talmente che le strascinano per terra; gli uomini portano certe camicie
corte senza maniche e son brutti. Il mangiar loro  quasi di cose crude,
eccetto il maiz, che cuocono. Sacrificano ogni mese le pi care cose che
abbino, e alcuna volta li proprii figliuoli, ad uno idolo, il volto del quale
bagnano con il sangue, e ancora le porte delle moschee. Questa terra era molto
destrutta per la guerra che gli avea fatto Atabalipa, e sopra gli arbori erano
molti Indiani ascosi, li quali non se gli erano voluti dare: tutti questi
popoli avanti erano sotto il Cusco, e quello tenevano per signore e pagavangli
tributo. Il capitano allora mand a chiamar il cacique di quel luogo, qual
subito venne, dolendosi molto fortemente d'Atabalipa, che cos gli aveva
destrutta la terra e mortogli molta gente, che di dieci o dodecimila Indiani
che aveva non gli eran rimasti pi che tremila; e che nelli giorni passati era
la gente da guerra in quel luogo e, come seppono che vi venivano li cristiani,
per paura di quelli se n'erano partiti. Allora il signor capitano disse a tutti
che stessero in buona pace con li cristiani e fussero vassalli dell'imperatore,
e che non avessero paura d'Atabalipa. Il cacique ebbe molto piacere di tal
cosa, e subito aperse una casa di quelle ch'erano serrate e poste in guardia
per Atabalipa, e cav di quella quattro o cinque donne e dettele al capitano,
perch servissero alli cristiani in apparechiarli da mangiar per il cammino.
Dell'oro dissero che non ne avevano, perch tutto l'aveva tolto Atabalipa; pur
gli dette quattro o cinque tegole, che sono piastre tonde d'oro di minera.


Del presente mandato per Atabalipa a' cristiani, e quello gli fu dato e
risposto all'incontro. E come il governatore, passate certe montagne molto
difficili, arriv alla citt chiamata Caxamalca, dove era il campo del detto
cacique.

In questo mezzo venne un capitano d'Atabalipa. Il cacique ebbe gran paura e
levossi in piede, non avendo ardimento di star a sedere avanti quello, ma il
signor Hernando di Soto se lo fece sedere appresso. Questo capitan portava un
presente alli cristiani da parte d'Atabalipa: il presente era due fontane di
pietra fatte a modo di fortezza, per bere, e due some d'uccelli che parevano
oche scorticate secche, delli quali in quel paese fanno gran conto, perch ne
fanno polvere e con quella si profumano. Il capitan Hernando di Soto si part
di quel luogo, men seco quel capitano d'Atabalipa e and a trovare il
governatore, qual ebbe molto piacer di veder quel capitano, e dettegli una
camicia molto ricca e due coppe di vetro, le quali presentasse al suo signore,
e gli dicesse che egli era suo amico e che averia piacer di vederlo, e che se
aveva guerra con alcuno, che l'aiutarebbe. Partissi il capitano alla volta del
suo signore, e dopo duoi giorni si part il governatore per andarsi ad
incontrar con Atabalipa. E trov per il cammino destrutto quasi tutto il paese,
e i caciqui fuggiti, che tutti erano ridotti con il suo signore; e andando per
quel cammino, ch'era la maggior parte fatto con argini di terra da ogni banda e
pien d'arbori che facevano ombra, di due in due leghe trovavano alloggiamenti
con alcuni condotti d'acque per commodit delli viandanti. E arrivando appresso
alla montagna, Hernando Pizarro e Hernando di Soto andarono avanti con alquanta
gente, e passarono un fiume grande notando, perch avevano inteso che in un
luogo avanti era molta ricchezza. Arrivati al luogo circa al far della notte,
trovammo la maggior parte della gente ascosa, e mandammo a dirlo al
governatore. L'altro giorno la mattina pass il fiume il governatore con tutta
la gente. E avanti che arrivassimo al luogo pigliammo duoi Indiani, li quali,
per saper nuova del cacique Atabalipa, il capitano ordin che fussero legati a
duoi pali, perch avessero paura, nel domandarli. Uno di quelli disse che non
sapeva cosa alcuna d'Atabalipa, ma che l'altro pochi giorni avanti aveva
lassato con Atabalipa il cacique di quel luogo. Dall'altro sapemmo che nel
cammino che va alla provincia del Cusco erano gran terre e abbondanti, e che in
una bellissima valle era una citt chiamata Caxamalca, dove stava il gran
cacique Atabalipa, figliuolo del gran Cusco vecchio, il quale era il maggior
signore che si trovasse fra gli Indiani; e che quella Caxamalca era la maggior
terra di quella provincia del Cusco, o vero Per, e che Atabalipa con molta
gente aspettava li cristiani in essa; e che molti Indiani guardavano duoi mali
passi ch'erano in su la montagna, e che portavan per bandiera la camicia che il
governatore aveva mandato al cacique Atabalipa, e che non sapeva altra cosa pi
di quello ch'aveva detto: n con fuoco n con altro tormento disse pi di
questo. I capitani dissero al governatore quello che dalli duoi Indiani avevano
sentito; duo giorni dapoi partimmo da quel luogo.
Il governator lasci quel buon cammino fatto con gli argini sopradetti e prese
altro cammino, che non era tanto buono, e arrivando a pi della montagna fece
la sua retroguarda, e lasci con quella un capitan chiamato Salcedo, perch 
uomo di buona guardia e ardito nella guerra, e lui si part con altri capitani
e gente pi espedita, raccomandandosi a Dio. E incominci a montar su per la
montagna, ch'era molto alta, e nel montar trov una forte terra murata, la qual
passata, al far della notte arriv ad un luogo una lega di l da quella
fortezza, dove eran case fatte di calcina e pietre per alloggiar il signor di
quella terra: e la retroguarda arriv la sera alla fortezza. Il seguente giorno
restava una montagna molto alta ch'era sopra quel luogo, e il cammino era per
quella; partimmoci avanti al levar del sole, accioch gli Indiani non
c'impedissero la strada, dove era un passo molto cattivo, al qual fu ordinato
che fussero tutti li capitani con le sue genti. Dapoi che avemmo montato, ebbe
il signor governator molto piacere, perch pensava che gl'Indiani l'avessino
preso, come l'Indiano che tormentammo col fuoco ci aveva detto: e quivi aspett
il governator la retroguardia, accioch andassimo tutti uniti, parendoci aver
montato il pi alto della montagna fredda, e subito la retroguardia arriv. In
quella notte vennero duoi Indiani con dieci overo dodeci pecore, per
comandamento d'Atabalipa, e quelle detteno al governatore, il qual li dette
molte cose e li rimand. In quella montagna dimorammo cinque giorni, dipoi
partimmo alla volta del campo d'Atabalipa, e un giorno avanti che arrivassimo
al campo, venne da sua parte un messo e port un presente di molte pecore cotte
e pan di maiz e vasi con vino detto chicha. E avendo il governator mandato un
Indiano, il qual era cacique de' luoghi dove eravamo alloggiati, grande amico
delli cristiani, questo cacique and fino al campo d'Atabalipa, le guardie del
quale non lo lascioron passare, anzi lo domandorono donde veniva il messaggier
de' diavoli, ch'erano venuti per tanto cammino e non trovavano chi gli
ammazzasse. Il cacique gli preg che lo lasciassino andar a parlar con
Atabalipa, perch quando alcun nunzio andava alli cristiani gli era fatto molto
onore. Loro per questo non lo lasciarono andar avanti, e quella notte torn a
dormir dove il governator era arrivato con la sua gente, e fece avisato il
governatore che nissuna cosa da mangiar che Atabalipa mandasse mangiassero: e
cos fu fatto, che tutta la vivanda che Atabalipa mand fu data agli Indiani
che portavano le bagaglie. Avanti l'ora di vespro arrivammo a vista della
terra, che  molto grande, e trovammo molti pastori e beccari del campo
d'Atabalipa, e vedemmo che sotto la terra circa una lega era una casa
circondata d'arbori, intorno della qual da ogni banda era coperta d'alcuni
panni bianchi come tende o padiglioni pi che mezza lega. Quivi era il campo
dove Atabalipa stava ad aspettare alla pianura, e cos arrivammo alla terra.


Della citt di Caxamalca e del palazzo d'Atabalipa; del vestire ed esercizii
delle donne e degli uomini di quel luogo.

Questa terra Caxamalca  la principale di questo luogo, posta a pi d'una
montagna, in una valle circundata da colline, ed  di circuito circa quattro
miglia. Passangli appresso duoi bellissimi fiumi, sopra ciascuno de' quali  un
ponte, per il quale s'entra nella citt per due porte; ma da una banda, avanti
che s'entri nella terra,  un gran palazzo circundato da muri ad uso di tempio,
nella corte del quale, ch' grande, sono piantati varii arbori, li quali fanno
ombra: e questo palazzo dicono esser la casa del sole, quale adorano, nella
quale quando entrano si scalzano, e simile a questa se ne trovano quasi avanti
a ciascuna terra grande. Ma dentro alla terra sono circa 2000 case distinte in
strade diritte a filo, la lunghezza delle quali  circa passi 200, con muri di
pietra forti e alte passa tre; dentro sono ben partite, con fonte d'acque,
molte belle. In mezzo  una piazza maggior che alcuna di Spagna, tutta serrata
intorno, avanti la quale  una fortezza di pietre, con una scala per la quale
si va di piazza alla detta fortezza. Da una banda di questa piazza  il palazzo
del signore Atabalipa, molto maggiore di tutti gli altri, con giardini e loggie
grandissime, dove il signore stava tutto il giorno; le abitazioni tutte eran
dipinte di diversi colori, e fra gli altri d'uno colore rosso che pareva
cinabro. In una delle abitazioni over loggia erano due grandi fontane ornate di
piastre d'oro, in una delle quali per uno cannone entra acqua calda, talmente
che non vi si poteva tener la mano, nell'altra entra acqua freddissima. Escono
queste acque della montagna vicina, ed entrano nel palazzo per cannoni, de'
quali escono e mescolansi insieme e si spargono per tutta la terra, e servono
alli servizii necessarii per ciascuno. Gli abitatori sono gente assai netta e
le donne molto oneste, le quali portano sopra lor veste certe cinture lavorate
sottilmente, con le quali si fascian quasi tutto il corpo; sopra queste portano
a modo d'un manto, il quale le cuopre dalla testa insino a mezza gamba; gli
uomini vestono certe camiciette senza maniche. Gli esercizii loro sono tingere
in casa lane e bambagia, per fare quel tanto di tele che gli fa di bisogno;
fanno ancora calze di lana e altre, in tal modo che gli scusano scarpe.
E primieramente entr il signor Hernando Pizarro con alquanta gente, e faceva
tempesta molto grande. Nella terra era molto poca gente, che potevan esser da
quattrocento in cinquecento Indiani, che guardavan le porte delle case del
cacique Atabalipa, ch'erano piene di donne che facevano chicha, cio vino, per
il campo d'Atabalipa. Subito s'alloggi il signor governator con le sue genti,
con molto timor della quantit grande degl'Indiani che erano nella pianura.
Ciascuno delli cristiani dicevano che fariano pi che Orlando, perch non
aspettavano altro soccorso se non quel di Dio.


Come il signor Hernando Pizarro e Hernando di Soto andorono a parlar al cacique
Atabalipa, e in che modo trovarono ordinati gli squadroni e tutto il campo, e
quello esercito esser da ottantamilla uomini.

Il signor Hernando Pizarro e Hernando di Soto domandarono licenzia al signor
governator, che li lasciasse andar con cinque o sei a cavallo e con il
turcimano a parlar con il cacique Atabalipa, e vedere come stava alloggiato il
suo campo. Il governator li lasci andare, bench contra sua voglia, e loro
andorono al campo, che era una lega lontano. Tutto il campo dove il cacique
stava da una parte e dall'altra era circundato da squadroni di gente,
picchieri, alabardieri e arcieri, e un altro squadrone era d'Indiani con
frombe, e alcuni con certe mazze di lunghezza d'un braccio e mezzo e grosse
come una asta di giannetta, con una palla tonda in cima grossa un pugno, nella
quale sono fitte cinque o sei punte di pietra dura grosse un deto: e queste
adoprano a due mani. Li principali portano le mazze e alcuni accette d'oro e
d'argento, altri portano lancette per tirare a modo di partigianette, quelli
della retroguardia portano lancie lunghe circa palmi trenta, e in un delli
bracci portano una manica ripiena di bambagia; e alcuni hanno in testa celate
che gli cuoprono infino sopra gli occhi, fatte di canne tessute con molta
bambagia, tal che di ferro non sarebber tanto forti. Li cristiani che andavano
passorono per mezzo di loro, senza che alcuno facesse movimento, e arrivorno
dove stava il cacique, e trovaronlo che sedeva alla porta del suo
alloggiamento, con molte donne dietro: e niuno Indiano ardiva stargli a torno.
E arriv Hernando di Soto con il cavallo sopra di lui, e lui stette quieto
senza far movimento alcuno: e gli arriv tanto appresso che il cavallo con le
nari gli sventolava un fiocco che lui teneva legato in su la fronte, di lana,
tanto fino che pareva di seta chermisi, e mai si mosse. Il capitan Hernando di
Soto si cav uno anello di deto e glielo dette, in segno di pace e amore da
parte delli cristiani, e lui lo prese con poca estimazione. E subito venne
Hernando Pizarro, che era rimasto alquanto adietro, per metter tre over quattro
cavalli in un luogo dove era un mal passo; e portava in groppa del cavallo un
Indiano, che era il turcimano. E arriv al cacique, con poca paura di lui e
delle sue genti, e gli disse ch'alzasse il capo, qual teneva molto basso, e gli
parlasse, poich era suo amico e lo veniva a vedere, e pregollo che la mattina
poi fusse a veder il governator, che desiderava molto di vederlo. Il cacique li
disse con la testa bassa che andrebbe la mattina a vederlo. Disse il capitano,
perch venivan stracchi del cammino, ch'ei comandasse che li fusse dato da
bere. Il cacique chiam due Indiane, qual portarono due gran coppe d'oro per
dargli da bere: e quelli per contentarlo finsono di bere, ma non beverono, e si
espedirono da lui. Hernando di Soto rimesse il cavallo molte fiate alla volta
d'uno squadrone de' picchieri, e loro si ritirorno un passo indrieto. Dapoi,
partiti li cristiani, loro pagorono bene quelli che s'erano ritirati indrieto,
che ad essi e sue mogliere e figliuoli comand il cacique che fusse tagliata la
testa, dicendoli che dovevano andar avanti e non tornar indrieto, e che a tutti
quelli che ritornasseno indrieto comanderia fusse fatto il medesimo. Li
capitani ritornorno al signor governatore, e li disseno quel che era seguito
del cacique, e che li pareva che la gente ch'egli aveva potriano esser da
quarantamila uomini da guerra: e questo dissono per dar animo alla gente,
perch erano pi di ottantamila, e dissono ancora quello che gli aveva detto il
cacique.


Come Atabalipa mosse il suo campo contra il governatore, e in che modo fusse
ordinato l'uno e l'altro campo, e come s'appicc la battaglia, nella qual
furono rotti e posti in fuga gl'Indiani e preso il signore.

Alloggiata quella notte la gente, non fu picciolo n grande, a piedi n a
cavallo, che tutta quella notte non andassino con le sue arme facendo le
guardie, e similmente il buon vecchio del governatore, qual andava facendo
animo alla gente, che in quel giorno tutti fussero valenti. L'altro giorno da
mattina non faceva altro che andare e venire messi al campo di Atabalipa, qual
una volta diceva di voler venire con le armi, altra volta di venir senza
quelle. Il governatore gli mand a dir che venisse come volesse, che gli uomini
parevano buoni con le sue armi. All'ora di mezzogiorno si cominci a partire
con il suo campo, con tanta gente che tutti i campi erano pieni; e tutti questi
Indiani portavano una diadema grande di oro e d'argento, come una corona, in
testa, e venivano tutti vestiti con gli suoi vestimenti. All'ora di vespro
erano arrivati tutti alla citt, alla porta della quale era fermo il cacique, e
ivi stette aspettando le sue genti accioch tutti intrassero uniti; il quale,
quando tutti furono arrivati, fatta la sua ordinanza, mosse con tutta la sua
gente per andar avanti in questo modo. Avanti andavano quattrocento Indiani
vestiti tutti ad una livrea, li quali niente altro facevano che nettare la
strada, levando via tutte le pietre o paglia che trovavano per il cammino donde
doveva passar il signor, portato in lettica; e sotto quelle veste a livrea
portavano certe mazocchie secretamente, con giubboni forti, con frombe e pietre
fatte a posta per quelle. Dopo questi venivan tre squadre vestiti ad un'altra
livrea, li quali andavano cantando e ballando; questi seguitava altra gente
armata e con diademe d'oro e d'argento in testa: fra questi era il gran cacique
Atabalipa, vestito d'una veste di lana finissima, che pareva di chermis, con
oro tirato over battuto benissimo tessuto. La lettica sopra la quale era
portato era molto alta e maravigliosa, perch era foderata di penne di
pappagallo di diversi colori e ornata di pietre preciose tutte legate in oro e
argento, portata da Indiani vestiti di penne di pappagallo di diversi colori;
dietro alla quale venivan due altre ricchissime, nelle quali eran altri
personaggi principali appresso il signore, bench avesse qualche sospetto lui e
tutta la sua gente. Il signor governator li mand subito un uomo, pregandolo
che venisse dove lui stava, dandoli sicurt che non riceverebbe alcun danno n
dispiacere: per tanto che ben poteva venir senza paura, ancor che 'l cacique
non mostrasse averne.
Il governator avea alloggiate le sue genti in case molto grandi, che era lunga
ciascuna di quelle pi di dugento passi, e uniti in una di queste case stava il
signor Hernando Pizarro con quatordeci o quindeci a cavallo, nell'altra stava
il signor Hernando di Soto con altri quindeci o sedeci a cavallo, similmente
stava Belcazar con altretanti, poco pi o manco; nell'altra stava il signor
governator con duoi o tre a cavallo e con venti o venticinque uomini a piedi; e
tutta l'altra gente stava alla guardia delle porte d'una fortezza molto forte,
che alcun non intrasse dentro, la qual era in mezo la piazza: e in quella
Pietro di Candia, capitano per sua Maest, con otto o nove schiopetti e quattro
pezzi piccioli d'artiglieria che guardavan quella fortezza, qual tenevan per
comandamento del governatore, il quale avea loro comandato che se fino a dieci
indiani intrassero in quella, che gli lasciasse intrare, ma pi no. Quando il
cacique arriv in su la piazza, disse: "Dove sono questi cristiani? Mi pare che
siano tutti ascosi, che non ne appar alcuno". In questo mezzo introrono sette o
otto Indiani in quella fortezza, e un capitano con una picca molto lunga, con
una bandiera, fece un segnal che venissero con le armi, percioch li picchieri
che venivano adietro portavano le picche di quelli che andavano avanti, e cos
parevano senza armi, e pur venivano con quelle. Allora un frate dell'ordine di
S. Domenico, con una croce in mano, volendoli dire alcuna cosa di Dio, gli and
a parlare e gli disse che li cristiani erano suoi amici, e che 'l signor
governator desiderava che lui venisse nel suo alloggiamento a vederlo. Il
cacique gli rispose che 'l non passaria pi avanti, fintanto che li cristiani
non gli rendessero tutto quello che gli avean tolto in tutta la terra, e che
poi faria tanto quanto gli venisse in volont. Lasciando il frate tal pratiche,
con un libro qual portava in mano gli cominci a dir le cose di Dio che li
parevano a proposito, ma lui non le volse accettare, e domandandogli il libro,
il padre glielo dette pensando che lo volesse baciare, e lui presolo lo butt
addosso le sue genti. L'Indiano che era turcimano, sendo presente quando gli
diceva quelle cose, subito corse e prese il libro e dettelo al padre, il quale
si ritorn subito indrieto gridando: "Saltate fuora, saltate fuora, cristiani,
e venite a questi nemici cani, che non voglion accettar le cose di Dio, che
m'ha gettato il cacique in terra il libro della nostra santa legge". In questo
il governatore fece sonar le trombe e dette segno al bombardiero che scaricasse
l'artiglieria, il che fu fatto; e gli Spagnuoli a piedi e a cavallo uscirono
con tanta furia addosso agli Indiani che quegli, udito lo spaventevole strepito
dell'arteglieria e veduto l'impeto delli cavalli, si misono in fuga, e quelli
che erano montati in su la fortezza non discesero donde eran montati, ma ne
furon buttati a terra; e similmente usc il governatore con quella gente a
piedi che avea seco, e and a drittura alla lettica nella quale era il signor
Atabalipa. E molti di quelli a piedi che andavano avanti si ritirarono alquanto
da lui, vedendo che con il signor governatore erano molti Indiani suoi nemici,
per il che il signor governatore s'approssim con le sue genti alla lettica,
ancorch non lo lasciassero arrivare, perch molti Indiani, alli quali eran
state tagliate le mani, con le spalle tenevano la lettica del signore: ma poco
giov il loro sforzo, perch tutti furono morti, insieme con altri signori li
quali eran portati in lettica, e il signor fu preso per il governator, il
quale, fatto cuore, con quelli pochi pedoni che aveva e con la gente a cavallo
usc alla campagna. E molti di loro si misero a seguitare gl'Indiani che
andavano fuggendo, li quali eran tanti che per fuggir detteno in un muro di sei
piedi di grossezza e pi di quindeci di lunghezza e altezza d'un uomo, e quello
rovinorno, sopra le quali ruine caddero molti da cavallo; e in spazio di due
ore, che non era pi giorno, tutta quella gente fu posta in rotta, e veramente
non fu per le nostre forze, che eravamo pochi, ma solo per la grazia di Dio.
Rimasero in quel giorno morti da sei over settemila Indiani, oltra molti che
aveano tagliate le braccia e molte altre ferite; e in quella notte and
circuendo la gente a cavallo e a piedi la terra, perch si vedevan cinque overo
seimila Indiani in una montagna che soprastava alla terra, delli quali avevamo
qualche sospetto. E accioch li cristiani si tornassero in campo, comand il
governatore che si tirasse un colpo d'artiglieria, il qual tratto, subito
ritornorno quelli che erano sparsi per il campo, dubitando che gl'Indiani non
gli assaltassero e similmente gli uomini da piedi.


Come il signor governatore fece gran carezze al cacique Atabalipa, e la
grandissima quantit d'oro e d'argento che esso cacique promise per suo
riscatto; e come, essendo cos prigione, intendendo che dalle sue genti era
stato preso un suo fratello chiamato Cusco, al quale di gi aveva tolto il
regno, lo fece ammazzare.

Essendo passate quattro o cinque ore della notte, il governatore stava molto
allegro per la vittoria che Dio gli aveva dato, e al contrario il cacique stava
molto maninconioso. Al qual domandando il governatore la causa, e dicendogli
che non doveva aver affanno di noi altri cristiani, che noi non eravamo nati
nelle sue terre, ma molto lontani da quelle, e che per tutte le terre donde
eramo venuti erano molto gran signori, li quali tutti ci avevamo fatti amici e
vassalli dell'imperatore per pace o per guerra, e che lui non avesse paura per
esser stato preso da noi, il cacique rispose mezzo ridendo che non stava
pensoso per quello, ma perch ebbe pensiero di prender il governatore, la qual
cosa gli era riuscita al contrario, e per tal causa stava con tanto dolore; ma
che di grazia domandava al signor governatore che se ivi era alcun Indiano de'
suoi, che lo facesse venire, perch voleva parlar con lui. Subito comand il
signor governatore che fussero menati duoi Indiani principali di quelli che
aveva presi nella battaglia, a' quali il cacique gli domand che quantit di
gente era morta della sua; loro risposono che tutti li campi erano pieni di
morti. Allora quello subito mand a dire a tutta la gente che era rimasta che
non fuggissero, anzi che lo venissero a trovare, poich non era morto, e che
era in mano delli cristiani, li quali gli pareva fussero buona gente: per tanto
comandava loro che lo venissero a servire. Il governatore dimand al turcimano
quello che aveva detto il cacique, quale gli dichiar il tutto. Il governatore
allora, fatta una croce, la dette al cacique, dicendogli che ordinasse che
tutta la sua gente, cos unita come separata l'un dall'altro, ne portasse una
in mano simile a quella, perch li cristiani a cavallo e a piedi usciriano la
mattina seguente al campo e amazzariano tutti quelli che trovassero senza quel
segnale.
Quella sera il signor governatore fece sedere alla sua tavola questo gran
cacique Atabalipa con gran carezze, e volse che fusse servito dalle sue donne,
che erano state prese, e comand che gli fusse parato un ricco letto in quella
camera dove dormiva lui, lasciandolo dislegato, ma con guardie. Era questo
signore d'anni trenta in circa, ben disposto della persona, un poco grasso, con
labra grosse e con occhi incarnati come di sangue, e parlava con molta gravit.
Il padre fu chiamato Cusco, signor di quel paese, il quale era di circuito di
circa trecento leghe, del quale cavava gran tributo. La patria e signoria sua
non era questa provincia, ma una altra lontana molto di qui, chiamata Guito,
della qual partendosi e arrivando in questo paese ci si volse fermare, per
averlo trovato bello, abbondante e ricco, e pose nome ad una delle citt
principali Cusco, dalla quale fu poi cos chiamata tutta la provincia. Fu
temuto e ubbidito, e doppo la morte fu tenuto per iddio, e in molte terre gli
furon fatte statue; ebbe cento figliuoli fra maschi e femine, fra' quali fu
Atabalipa e un altro chiamato parimente Cusco, lasciato dal padre erede della
signoria, con il quale in questo tempo Atabalipa faceva guerra, e avevagli
tolto tutto lo stato.
L'altro giorno da mattina uscirono tutti li cristiani al campo con molto
ordine, e trovorono molti squadroni d'Indiani: il primo di tutti portava in
mano una croce, per gran paura che avevano. E si ragun assai oro, che era in
alcuni padiglioni e sparso per li campi, e similmente molti panni: questo
medesimo ragunorno li negri e Indiani da servizio, perch gli altri stavano in
ordinanza guardando le sue persone. E accumul cinquantamila pesi d'oro, che
val ciascun peso un ducato largo e duoi carlini, e settemila marche d'argento,
e molti smeraldi; di che il cacique mostrava esser contento, e disse al
governatore che questi ori erano della sua credenziera per la sua tavola, che
ben sapeva quel che andavano cercando. Il governator rispose che dalla gente di
guerra non si cercava altro che oro, per s e per il suo signor imperadore. Il
cacique disse che lui gli daria tanto oro quanto staria in una stanza da parte
che ivi era, fino un segno bianco che v'era, tanto alto che un uomo ben grande
non v'arrivava ad un palmo appresso: ed era di 25 pi di lunghezza e quindeci
di larghezza. Allora gli dimand il governatore quanto argento gli daria. Il
cacique rispose che condurria diecimila Indiani, che fariano un serraglio in
mezzo della piazza, e che lo impieria tutto di vasi d'argento, cio olle,
pignatte, secchi e altri vasi: e questo li daria accioch lo rimettesse in sua
libert. Il governator gli promesse, ma con questo, che non facesse alcun
tradimento a' cristiani, e li dimand in quanti giorni faria portar quell'oro
che diceva; al quale rispose che in quaranta d seguenti si porteria, e perch
la quantit era molta, che manderia ad una provincia chiamata Chinca, e da
quella faria portar l'argento che aveva comandato. In questo pass un spacio di
venti giorni, che non venne oro, in capo delli quali portorono otto cantari
fatti d'oro, che sono come pignatte grandi, con molti altri vasi e altre
piastre.
Allora intendemmo come questo cacique aveva preso Cusco, suo fratello di padre,
ma non di madre, qual era maggior signor di lui. E il medesimo Cusco, venendo
condotto preso, seppe come li cristiani avevano preso suo fratello Atabalipa, e
disse a quelli che lo menavano: "Se io vedessi li cristiani io saria signore,
per questo ho gran desiderio di vedergli; e io so che mi vengono a cercare, e
che Atabalipa ha lor promesso gran quantit d'oro che io avevo per dar loro, ma
io gli daria quattro volte tanto e loro non mi ammazzeriano, come penso che
costui far". Subito che Atabalipa intese quel che suo fratello Cusco aveva
detto, ebbe gran paura che, sapendo questo, li cristiani non lo facessino
subito morire e facessino signor suo fratello. Per questo comand che
subitamente fusse morto, e cos fu fatto, che non li giov il molto timor messo
ad Atabalipa dal governatore, quando seppe che un suo capitano lo tenea
prigione, con dirgli che non lo lasciasse ammazzare, ma che lo facesse venir al
loro alloggiamento. Atabalipa si pensava esser signore perch aveva conquistato
quel paese, e pochi giorni avanti, in una provincia che si chiama Gomacuco,
aveva fatto morir assai gente e aveva preso un altro suo fratello, qual aveva
giurato di bever con la testa del detto Atabalipa: ma, per il contrario,
Atabalipa bevea con la sua, il che io viddi, e tutti quelli che si trovorno con
il signor Hernando Pizarro. E viddi la testa con la pelle, la carne secca e li
suoi capegli, e aveva li denti serrati, e tra quelli aveva una cannella
d'argento, e in cima della testa teneva una coppa d'oro appiccata, con un buco
che entrava nella testa: quando li veniva in memoria della guerra che suo
fratello l'aveva fatta, mettevano gli schiavi la chicha in quella coppa, la
qual usciva per la bocca e per la cannella, donde bevea Atabalipa.


Come il signor Hernando Pizarro, andando ad una moschea, qual si diceva esser
molto ricca d'oro, trov in diversi luoghi grandissima quantit d'oro, datogli
per alcuni capitani d'Atabalipa per riscattarlo. E come spogliorono il tempio
del Sole, coperto di lastre d'oro, e similmente molte case e pavimenti e muri,
i quali erano coperti d'oro e d'argento.

In questi giorni fu portato certo oro, e di gi il signor governatore aveva
inteso come in quella terra era una moschea molto ricca, nella quale era molto
pi oro di quello che 'l cacique gli aveva promesso, perch tutti li caciqui di
quelli paesi adoravano in quella, e similmente il detto Cusco, li quali
venivano ad intendere quello che avevano a fare, e molti d dell'anno venivano
ad un idolo che avevano fatto, e gli davano da bere in uno smeraldo concavo.
Sapendo questa cosa il signor governatore e tutti gli altri cristiani che
v'erano presenti, il signor Hernando Pizarro dimand di grazia al governator
suo fratello che li desse licenzia di poter andar a quella moschea, perch
voleva veder quel falso iddio, o per dir meglio quel demonio, poich aveva
tanto oro. Il governator li dette licenzia, e menorono alcuni Spagnuoli con
loro, con i quali il demonio poteva aiutarsi molto poco: e questo fu l'anno
1533. Il signor governatore e tutti quelli che restammo ci trovavamo ogni
giorno in molto travaglio, perch il traditor d'Atabalipa faceva continuamente
venir gente contra di noi, quali venivano, ma non bastava lor l'animo
d'assaltarci.
Arriv il signor Hernando Pizarro ad un luogo detto Guamacuco, e vi trov oro
che portavano per riscatto del cacique Atabalipa, che poteva esser da 100 mila
castigliani d'oro, e scrisse al governatore che mandasse per quello oro,
accioch venisse con buona guardia. Il governatore mand tre uomini a cavallo
che lo accompagnassero, a' quali arrivati consegn l'oro, e pass avanti al
cammino della moschea, e coloro si tornorono al governatore. E nel cammino
accad che li compagni che portavano l'oro vennero insieme alle mani per alcuni
pezzi d'oro, e uno tagli un braccio all'altro: il che non averia voluto il
governatore per tutto il detto oro.
Stando nella citt di Caxamalca quaranta giorni il governator senza speranza
d'aiuto, venne Diego d'Almagro con cento e cinquanta Spagnuoli in nostro
soccorso, dal quale intendemmo che voleva far abitare un porto vecchio detto
Cancebi, ma, come intese che noi avevamo trovato tanto oro, come fedel servitor
dell'imperadore venne in nostro soccorso. Il cacique Atabalipa in questo tempo
disse al governatore che l'oro non poteva venir cos presto, perch, stando lui
prigione, gli Indiani non lo ubbidivano, e che mandasse tre cristiani al paese
Cusco, che questi portariano molto oro e disforniriano certe case che di lame
d'oro erano coperte, ne portariano ancora molto che si trovava in Xauxa, e che
potevano andare sicuri, perch tutto il paese era suo. Il governatore vi mand
uomini, raccomandandogli a Dio, li quali cristiani menorono assai Indiani che
li portavano in hamacas, quale  a modo d'una lettica, ed erano molto ben
serviti. E arrivorono al luogo detto Xauxa, dove stava un grande uomo, capitano
di Atabalipa, qual era quello che prese il Cusco, e aveva tutto l'oro in suo
potere, e dette alli cristiani trenta cariche d'oro, delle quali ciascuna
pesava libre cento. E loro ne fecero poco conto e, mostrando che avevano poca
paura di lui, gli dissero che era poco, e lui ordin che li fussino date altre
cinque cariche d'oro, il qual oro mandorono dove stava il signor governator,
per un suo negro che avevano menato seco. E li detti volsero andar avanti e
arrivarono alla citt del Cusco, dove trovarono un capitano d'Atabalipa che si
chiamava Quizquiz, che vuol dir in quella lingua barbiero. Costui fece poca
stima delli cristiani, ancora che si maravigliasse non poco di loro, e per
questo fu uno delli nostri che volse approssimarsi a lui e dargli delle ferite,
pure non lo fece per la molta gente che teneva. Allora il capitano disse loro
che non gli dimandassero molto oro, e che se non volevano restituir il cacique
per quel tanto che gli dava, che lui l'andarebbe a tuor di sua mano: e subito
gli invi ad uno tempio del Sole, che loro adorano. Questo tempio era volto a
levante, coperto di piastre d'oro. Li cristiani andorono al detto tempio e
senza aiuto d'alcuno Indiano, perch loro non gli volevano aiutare, essendo
quello tempio del Sole, dicendo che moririano, li cristiani determinarono con
alcuni picchetti di rame disfornir quel tempio, e cos lo spogliarono, secondo
che poi di bocca loro ci dissono. E oltra questo furono ragunate ancora molte
olle o pignatte d'oro, con le quali usano cucinare in quel luogo, e portate
alli cristiani per riscatto del suo signore Atabalipa.
In tutte le case dove abitorono dicono che vi era tanto oro che era maraviglia.
Entrorono in una casa dove fanno li loro sacrificii, dove trovarono una sedia
d'oro: questa sedia era tanto grande che pesava 19 mila pesi, nella quale
potevano seder duoi uomini. In un'altra casa molto grande, nella quale giaceva
morto il Cusco vecchio, il pavimento della quale e li muri eran coperti di
piastre d'oro e d'argento, trovarono molti cantari over giarre di terra coperte
di lame d'oro che pesavano molto, e non gli volsono rompere per non far
dispiacere agli Indiani; nella qual casa erano molte donne, ed eranvi duoi
Indiani morti, a modo d'imbalsamati, appresso delli quali stava una donna con
una maschera d'oro sul viso, facendogli vento con uno ventaglio per la polvere
e per le mosche, e li detti Indiani morti avevano in mano un baston molto ricco
d'oro. La donna non volse che intrassero dentro se non si discalzavano, e
discalzandosi andarono a veder quelli corpi secchi, e levarono loro datorno
molti pezzi d'oro; n del tutto gli spogliorono, perch il cacique Atabalipa
gli aveva pregati che non gli spogliassero del tutto, dicendo che quel era suo
padre, il Cusco vecchio: e per questo non ne volsero tuor pi. E cos
caricorono il suo oro, e il capitan che v'era li dette tutte le cose necessarie
per condurlo via. Li cristiani trovorono in quel luogo tanto argento che
dissono al governatore che v'era una casa grande quasi piena di cantari e
tinacci grandi e vasi e molte altre pezze, e che molto pi n'avrian portato, ma
temevano di non dimorar troppo, perch erano soli e pi di dugento e cinquanta
leghe lontani dagli altri cristiani; ma dissero che avevano serrato la casa e
le porte di quella, e messovi un sigillo per la Maest dell'imperatore e per il
governatore Francesco Pizarro, e ordinatovi guardie d'Indiani. E fatto un
signore in quel luogo, come gli era stato comandato, presono il suo cammino con
le pezze dell'oro bellissime che portavano, tra le quali era una fontana grande
d'oro fatta di molti pezzi, la qual pesava pi di dodecimila pesi. Questa e
molte altre cose portarono.


Di certi ponti sopra i fiumi, e come le ferrature, per averne mancamento,
furono fatte d'oro e d'argento. Della citt di Pachalchami e sua moschea, e le
cose in quella ritrovate. Della citt di Xauxa e d'un luogo grandissimo. Come
Chulicuchima capitano col signor Hernando portarono l'oro del riscatto
d'Atabalipa, e con quanta riverenzia vadino gl'Indiani al suo signore.

Lascio di parlare di costoro, che venivano per il suo cammino, e dir del
signor Hernando Pizarro, il quale andava alla volta della moschea. Nel qual
viaggio, che fu di molte giornate, trovarono molti fiumi, sopra ciascuno delli
quali sempre trovorono duoi ponti fatti vicini l'uno all'altro, in questo modo:
avean fatto nel mezzo del fiume una pila, la quale appariva molto sopra
l'acqua, per sostegno del mezzo del ponte, perch da una parte e dall'altra del
fiume erano appiccate corde fatte di stroppe di salcio, grosse come un
ginocchio, le quali alle rive eran legate a grossi sassi, discosto l'una
dall'altra la larghezza d'un carro; a queste per traverso eran legate corde
forti e ben tessute di cotone, e, perch il ponte stesse forte, appiccavano
dalla parte di sotto a queste corde sassi molto grandi. Uno di questi ponti
serviva alla gente comune e stava sempre aperto, l'altro alli signori e
capitani, e questo stava sempre serrato, e fu aperto quando pass il signor
Hernando Pizarro. E arriv con molto travaglio, perch pensorono non condur mai
alcuni cavalli, per mancamento di ferrature per il mal cammino, perch
passorono per molte montagne, la strada delle quali era fatta a mano come una
scala; ma il signor Hernando comand agli Indiani che facessino ferrature d'oro
e d'argento, e cos li chiodi, e in questo modo condussero li suoi cavalli al
luogo dove era la moschea, ad una citt la quale  maggior di Roma, detta
Pachalchami. Nella qual moschea  una camera molto brutta e sporca, dove  un
idolo fatto di legno molto brutto, il qual dicono essere lo Dio loro, e che
questo fa nascere tutto quello di che vivono, alli piedi del qual tengono
offerte alcune gioie, massime smeraldi legati in oro; e hannolo in tanta
venerazione che vogliono che sol quelli lo vadino a servire che da quello (come
dicono) son chiamati, e dicono che nessuno  degno di toccarlo con mano, n
ancora li muri della casa sua. Non  da dubitar che il diavolo non entri in
quel idolo e parli con quelli suoi ministri, e dichi loro quel che hanno a dir
per il paese. Vengono a questo idolo con grandissima divozione gl'Indiani di
lontano trecento leghe, e gli offeriscono oro e argento e gioie, e subito che
arrivano presentano il dono al portinaro, e lui entra dentro e parla con
l'idolo e porta fuora la risposta. Avanti che alcuno ministro vadi a servirlo,
bisogna che 'l sia puro e casto, e che digiuni e non tocchi donna. Tutto il
paese di Catamez che  l intorno  devotissimo di questa moschea, e per questo
vi portano ogni anno tributo, e l'idolo fa loro intendere che lui  loro Iddio,
e che tutte le cose del mondo sono nelle man sue, e che niente adviene agli
uomini che non sia di sua volont: per il che gli Indiani della moschea e della
citt di Pachalchami erano in grandissima paura, perch il capitano Hernando
Pizarro con gli Spagnuoli senza alcun rispetto erano entrati a vederlo, e per
questo dubitavano gli Indiani che, dapoi usciti gli Spagnoli, l'idolo non gli
distruggesse.
Di questa moschea cavorono molto poco oro, perch l'avevano tutto ascoso, e
trovorono una cava molto grande donde avevano tratto l'oro, e li luoghi dove
stavano li cantari che gli aveano levati, di sorte che mai poterono trovare
dove l'oro fusse. In un'altra casa viddero un poco d'oro ad una Indiana che
guardava la casa, che l'aveva gettato in terra; trovorono similmente certi
morti che erano in detta moschea; tal che non poterono averne pi di trentamila
pesi, e da un cacique di Chicha ne ebbero tanto che arrivorono alla somma di
quarantamila pesi. E stando quivi gli mand Chilicuchima, che era il capitano
che prese il Cusco, messi, e fecegli intendere che avea molto oro per portar
per riscatto del suo signore Atabalipa, e che si partirebbe da quel luogo di
Xauxa, quale  una citt molto grande fondata in una bella valle, e ha l'aere
molto temperato, e che s'accompagneria con il signor Hernando Pizarro, e che
insieme anderiano a veder il governatore. Hernando Pizarro si part, pensando
che fusse la verit quel che gl'Indiani dicevano, ma, essendo andato quattro o
cinque giornate, seppe che non veniva il capitano, e deliber con la gente che
aveva andarsene al luogo del capitano, che era con gran gente, e cos fece, e
trovatolo gli disse che venisse a veder il signor governatore e il suo cacique
Atabalipa. Lui rispose che non voleva partirsi di quel luogo, essendogli stato
cos comandato dal suo signore. Allora Hernando Pizarro gli disse che, se non
voleva venire, lo menerebbe per forza, e mise in ordine quella poca gente che
avea, perch era in una piazza grande e pensava, ancora che fussero molti, di
vendicarsi di loro, perch quelli che erano con lui erano valenti uomini. Il
capitan indiano, quando vidde quella gente messa in ordine, deliber andar con
lui. Il quale partito, avanti che arrivasse dove stava il signor governator in
Caxamalca con il cacique Atabalipa, sei leghe lontano, trov un lago d'acqua
dolce, che era di circuito circa dieci leghe, con le rive tutte piene d'arbori
verdissimi e tutto abitato intorno da casali d'Indiani, quali sono pastori, con
pecore di diverse sorti, cio alcune picciole come le nostre e altre tanto
grandi che l'adoperano in portare le cose che gli fa di bisogno, per somieri.
In questo lago sono uccelli di diverse sorti e similmente pesci, dal quale
nasce un fiume bellissimo, il qual si passa con un ponte fabricato nel modo
detto di sopra, dove stanno certi Indiani a torre un certo tributo da tutti
quelli che passano. Giunti a Caxamalca, dove era il governatore e Atabalipa, il
capitano Chilicuchima, avanti che entrasse nella stanza dove sedeva il cacique
Atabalipa suo signore, prese da un Indiano di quelli che lui menava seco una
carica mezzana e se la messe sopra le spalle, e il medesimo fecero tutti gli
altri principali che lo seguitavano; ed entrati dentro, subito come lo vidde
alz tutte due le mani verso il sole, ringraziandolo che gli avesse fatto veder
il signore suo, e subito piangendo si butt in terra e con molta riverenzia
pian piano s'accost a lui e gli baci le mani e i piedi, e il simile fecero
gli altri Indiani principali. Atabalipa allora mostr grandissima maest e,
ancora che sapesse che non aveva uomo in tutto il suo paese che lo amasse pi
di Chilicuchima, non lo volse per guardare nella faccia, ma stette con una
gravit mirabile, n fece alcun atto o dimostrazione, non altrimenti che se gli
fusse venuto avanti il pi vil Indiano suo suddito. Questo atto di caricarsi le
spalle quando vanno a veder gli suoi signori dimostra una gran riverenzia che
gli hanno.


Come Chilicuchima, doppo molte minaccie, confess dove fusse l'oro del Cusco
vecchio. Della provincia chiamata Guito. Come Atabalipa aveva deputato molte
case per fondere l'oro e l'argento; come si cavi l'oro delle minere del piano e
in alcune montagne.

Questo cacique Atabalipa non ebbe grata la venuta del suo capitano, ma, essendo
molto astuto, finse d'averne avuto piacere. Il governatore gli dimand dell'oro
del Cusco, perch quel capitano era quello che l'aveva preso: quello rispose,
s come Atabalipa l'aveva avisato, che non avevano altro oro, e che quello che
avevano tutto l'avevano portato. Tutto quel che diceva era falso, e tirandolo
da parte Hernando di Soto lo minacci che, se non diceva la verit
l'abbrucciarebbono; lui gli rispose quel che prima aveva detto, donde subito
ficcorono un palo, al qual lo legorono, e portorono molte legne e paglia,
dicendo pure che se non dicesse la verit l'abbrucciarebbono. Chilicuchima fece
chiamar il suo signore, il qual venne con il governatore, e parl con lui, e
finalmente gli disse che voleva dire la verit alli cristiani, perch non
dicendola l'abbrucciarebbono. Atabalipa gli disse che non dicesse cosa alcuna,
perch essi tutto quello facevano per farli paura, che non avriano ardimento
d'abbrucciarlo: e cos gli dimandorono un'altra volta dell'oro, e lui non lo
volse dire. Ma, subito che gli misero un poco di fuoco intorno, disse che
menassero via quel cacique suo signore, perch lui gli faceva cenno che non
dicesse la verit: e cos lo menorono via, e subito disse che per comandamento
del cacique Atabalipa lui era venuto tre o quattro volte con molta gente per
assaltare li cristiani, il qual dipoi ordinava loro che tornassero indietro,
per paura che, conoscendo i cristiani li suoi tradimenti, non l'ammazzassero.
Similmente gli dimandorono un'altra volta dove era l'oro del Cusco vecchio. Lui
gli disse che nel medesimo luogo del Cusco era un capitano chiamato Quizquiz, e
che questo capitano aveva tutto l'oro, perch niuno ardisce accostarsi a lui,
che, ancora che sia morto, fanno il suo comandamento cos integramente come se
'l fusse vivo, e cos gli danno da bere e spandono tutto quel vino che gli
vogliono dar a bere l intorno, dove il corpo del Cusco vecchio  posto; e
similmente disse quel capitano indiano che in quella terra pi a basso, dove il
cacique Atabalipa suo signor aveva alloggiato il suo esercito, era un
padiglione molto grande, nel quale il cacique aveva molti cantari over ghiare
grandi e altre diverse pezze d'oro di molte sorti. Questo e molte altre cose
disse quel capitano indiano alli cristiani che quivi erano, le quali io non
sapria dire, per non essermi trovato presente. Poich costui ebbe cos detto,
subito lo menorono alla casa del signor Hernando Pizarro, e gli facevano una
diligente guardia, perch cos era necessario, imperoch pi ubbidiva la
maggior parte della gente al comandamento di questo capitano che al medesimo
Atabalipa suo signore, perch era molto valent'uomo in guerra e aveva fatto
molto male in quella provincia: ed era il detto capitano molto sdegnato contra
Atabalipa suo signore, dicendo che per sua causa l'avevano mal trattato. Il
cacique non gli mandava da mangiare n altra cosa alcuna, per causa del molto
sdegno che contra lui teneva per quel che aveva detto, ma il signor capitano
che l'aveva in casa gli dava ben da mangiare, e lo faceva servire e davagli
quanto gli faceva di bisogno; e ancor che fusse cos mezzo abbrucciato, molti
di quelli Indiani l'andavano a servire, perch erano suoi famigliari. E questo
capitano era nativo d'una provincia chiamata Guito, della qual il medesimo
Atabalipa era signore.
Questo paese  molto piano e ricco, gli uomini sono molto valenti: con queste
genti conquist Atabalipa la terra del Cusco, della qual gente usc il Cusco
vecchio, quando cominci a signoreggiare tutta quella provincia. In su questo
ragionamento il cacique Atabalipa disse che aveva molte case deputate a fonder
l'oro e l'argento, e che l'oro delle minere del piano era minuto, perch le
mine del paese del monte erano di quelle bande del Cusco, ed erano pi ricche,
perch cavano di quelle l'oro in maggiori grani, e non bisognava lavarlo, ma lo
ricoglievano nel fiume lavato; e come in alcune montagne cavano l'argento con
poca fatica, e che un uomo ne cava in un giorno cinque o sei marche. Cavasi
mescolato con piombo, stagno e zolfo, e poi si fa ben netto; e per cavarlo gli
uomini appiccano fuoco grandissimo nelli monti, e subito che il zolfo  acceso
l'argento scorre in pezzi.


La grandissima quantit d'oro portata al signor governatore, e il presente per
lui mandato alla cesarea Maest, e come fu diviso detto oro e quanto toccasse a
ciascuno. Del tradimento ch'aveva ordinato Atabalipa e della morte di quello, e
come fu fatto signor di quella terra il figliuol maggiore del Cusco vecchio,
con gran sodisfazione e giubilo di tutta la citt.

Lascio di parlare pi oltre di questo. Dir delli cristiani che vennero dal
Cusco, li quali entrorono in campo del governatore con pi di cento e novanta
Indiani carichi d'oro, e ne portorono venti cantari e altre pezze grandi, che
v'era tal pezzo che con fatica dodeci Indiani lo portavano, e similmente
portorono altri pezzi che cavorono delle case. Dello argento ne portorono poco,
perch cos comand loro il signor governatore, che non portassero argento ma
oro, perch il cacique si doleva che non trovava Indiani che portassero l'oro,
del quale alli giorni passati era stato portato non poca quantit. Aveva il
signor governatore mandato duoi uomini al padiglione che il capitano indiano
gli aveva detto, quali tornorono similmente con assai oro, del quale in una
casa grande avevano in molti luoghi trovati monti grandi di diversi caratteri e
pezzi minuti. Il governatore fece fondere tutto il minuto, tra 'l quale furono
alcuni grani grandi come castagne e altri maggiori, e alcuni di peso di libra e
altri di maggior peso: e di questo fo fede, perch io ero guardiano della casa
dell'oro e lo viddi fondere; ed eravi pi di 90 tegole come piastre d'oro di
minera, che alcune erano di buoni caratti: molte se ne fonderono, e furono
fatte verghe, e altre si spartirono tra la gente. In questa casa erano pi di
200 cantari d'argento grandi che aveva fatti portare il cacique, ancor che il
governatore non l'avesse ordinato, ma v'erano molte pignatte e cantari piccioli
e altri pezzi molto belli: e parmi che l'argento che io viddi pesare fusse
cinquantamila marche, poco pi o manco. Era oltra questo in questa casa ottanta
cantari d'oro tra grandi e piccoli, e altri pezzi molto grandi; eravi ancora un
monte pi alto d'un uomo di quelle piastre, che erano tutte fine, di molto buon
oro; ben che, per dire il vero, in questa casa in tutte le stanze erano monti
grandi d'oro e d'argento.
Messe insieme il signor governatore tutto quell'oro e fecelo pesare, presenti
gli officiali di sua Maest; il che fatto, furono elette persone che facessino
le parti per la compagnia. E mand il governatore un presente alla Maest
cesarea, che fu di centomila pesi, poco pi o manco, in certe pezze che furono
quindeci cantari e quattro pignatte, che tenevano duoi secchi d'acqua per
ciascuna, e altre pezze minute che erano molto ricche: ed  la verit che,
dapoi partito il signor capitano, fu portato molto pi oro di quello era
restato, che fu partito. Il signor governatore fece le parti, e tocc a
ciascuno fante a pi quattromila e ottocento pesi d'oro, che sono ducati 7208,
e agli uomini a cavallo il doppio, senza altri vantaggi che gli furono fatti.
Dette il signore governatore alla gente che venne con Diego d'Almagro dell'oro
della compagnia, avanti che fussero fatte le parti, venticinquemila pesi,
perch n'aveva di bisogno; e a quelli cristiani che erano restati in quel luogo
dove aveva fondato il ridotto di San Michele dette duamila pesi d'oro, accioch
lo partissero, che ne tocc dugento pesi a ciascuno. E dette a tutti quelli che
erano venuti con il capitano molto oro, di sorte che ad alcuni mercatanti dette
due o tre coppe grandi d'oro, accioch ciascuno n'avesse parte, e a molti di
quelli che l'avevano guadagnato dette manco di quello che lor meritavano: e
questo dico perch a me cos fu fatto. Subito ne furono molti, tra li quali fui
io, che domandarono licenzia al signor governatore per venirsene in Castiglia,
alcuni per dar relazione alla Maest dell'imperadore del paese, altri per veder
suo padre e sua mogliera: e fu dato licenzia a venticinque compagni, quali si
partirono.
In questi d, come seppe il cacique che volevano portar via l'oro del paese,
comand molte genti per molte parti, alcuni che venissero contra li cristiani
che andavano ad imbarcarsi, e altri per venir contra il campo del governatore,
per veder se poteva esser liberato: e questa era una gran moltitudine di gente,
per la maggior parte veniva per forza o per tema che avevano. Come il signor
governator fu di tal cosa informato, parl al cacique adirato, dicendogli che
li portamenti suoi erano molto tristi, poich senza causa faceva venir gente
contra di noi. Pochi giorni avanti erano venuti al nostro campo duoi Indiani
figliuoli del Cusco vecchio, fratelli di Atabalipa da canto di padre e non di
madre: questi vennero molto ascosamente, per timor di suo fratello. Quando il
governatore seppe che erano figliuoli del Cusco vecchio, fece loro molto onore,
perch nell'aspetto mostravano esser figliuoli di gran signore. Dormivano
costoro appresso il governatore, perch non avevano ardimento di dormir in
altra parte, per timor di Atabalipa. Un di questi era natural signore di quella
terra, la quale gli rimaneva doppo la morte di suo fratello. In questi medesimi
giorni vennero nuove che la gente di guerra era molto propinqua, e per tal
causa noi stavamo molto vigilanti: e una notte vennero alcuni Indiani fuggendo
d'un luogo che era l vicino, dicendo che gli Indiani venivano per far guerra e
che avevano rovinati loro li maizali, che sono campi dove nasce il grano del
maiz, e che venivano per assaltare il campo de' cristiani, e che per questo
loro venivano fuggendo. Come questo seppe, il signor governatore fece consiglio
con li suoi capitani e con gli officiali di sua Maest, e determinorono di far
morir subito Atabalipa, il qual lo meritava. Menoronlo adunque al far della
notte nella strada e legoronlo ad un palo, e per comandamento del signor
governatore lo volsero abbrucciar vivo; ma volse Iddio convertirlo perch disse
che voleva esser cristiano, e per questo lo fecero strangolare in quella notte,
la qual con molte altre era passata che le nostre genti non avevan dormito, per
timor degli Indiani e di questo cacique. Il governator providde che fusse fatto
la guardia al detto cacique morto, e il giorno seguente da mattina il
sepelirono in una chiesa che avevano quivi, dove molte femine indiane si
volevano sepelir vive con lui.
Venti giorni avanti che morisse Atabalipa, non si sapendo cosa alcuna
dell'esercito che aspettavano, ed essendo Atabalipa una sera molto allegro e
parlando con alcuni Spagnuoli, apparse in aere verso la citt del Cusco a modo
d'una cometa di fuoco, la quale stette gran parte della notte, e come Atabalipa
l'ebbe veduta disse: "Presto morir un gran signore di quel paese". E questo fu
lui. Della morte di questo cacique s'allegr tutto quel paese, e non potevan
creder che fusse morto; subito che la nuova and alla gente di guerra,
immediate ciascuno torn a casa sua perch erano venuti per forza. Il signor
governator fece far signor di quella terra il figliuolo maggiore del Cusco
vecchio, con condizione che restassino, lui e tutta la sua gente, per vassalli
dell'imperadore: e cos loro promisero di fare. Subito che il figliuol del
Cusco vecchio fu fatto signore, le genti del paese alzorno le mani al sole,
ringraziandolo che gli avea dato il suo signor naturale; e fu messo in
possessione dello stato, e messongli un fiocco molto ricco legato con una
cordella intorno alla testa, il quale gli veniva tanto su la fronte che gli
copriva quasi gli occhi: e questa  la corona che porta quel che  signor del
paese del Cusco, e cos portava Atabalipa. Il che poich fu fatto, venne gran
moltitudine di gente per servirci, e questo per comandamento di questo signor
nuovo. Similmente s'allegr della morte d'Atabalipa il capitan Chilicuchima,
dicendo che per causa sua era stato mezzo abbrucciato, e che daria tutto l'oro
di quella terra, che n'avevan gran quantit, e molto pi di quello che
Atabalipa aveva dato, perch quello che avevan fatto signore era natural
signore di quella terra: e in quel giorno menorono quattro cariche d'oro e
certe coppe grandi.
Alcuni giorni avanti che Atabalipa morisse, aveva ordinato che fussero portati
una statua d'un pastor con le pecore d'oro e altri pezzi molto ricchi: e questo
tutto veniva per conto della gente nostra di campo; ma il signor governatore fu
consigliato che non facesse portar allora quell'oro, accioch quelli che si
partivano e tornavano in Castiglia non n'avessero la lor parte. Il che inteso
dal cacique, come io e molti altri udimmo dire, disse al signor governatore che
non facesse ritornar quell'oro indietro, perch n'aspettava ancora molte
maggior pezze, le quali dovevan portar pi di dugento Indiani. Alle quali
parole d'Atabalipa rispose il governatore che erano per andar in quel paese, e
che tutto lo raccoglierebbeno: e tutto questo faceva accioch non s'avesse a
partire con quelli che andavano in Castiglia. Io dico che viddi restar una gran
casa piena di vasi d'oro e altri pezzi, dapoi che fu fatta la sopradetta
divisione, li quali vasi si doveano partire fra noi che tornavamo in Castiglia,
essendoci trovati nella battaglia, con tante fatiche con quante di sopra 
stato narrato. E pi dico che io viddi pesare e restar l del quinto di sua
Maest, senza quello che port il signor Hernando Pizarro, pi di cento e
ottantamila pesi.


Del paese chiamato Collao, dov' un gran fiume dal qual si cava oro, e come si
raccolga, in una isola del qual fiume si dice trovarsi una casa grande
fabricata tutta d'oro. E come il signor governatore mand all'imperadore la
parte dell'oro e argento aspettante a sua Maest, quali furono discaricati in
Sibilia con grande admirazione di tutta la citt.

Questo non voglio restar di dire, che disse il cacique Atabalipa che era un
paese detto Collao, dove  un fiume molto grande, nel quale  una isola dove
sono certe case, tra le quali n'era una molto grande tutta coperta d'oro, fatto
in modo di paglia, della quale alcuni Indiani venuti da quell'isola ne
portarono una brancata; li travi e tutto il resto ch'era in casa, tutta era
coperta di piastre d'oro, e che v'era il pavimento fatto con grani d'oro, cos
come lo trovavano nelle minere. E questo udi' dire al cacique e alli suoi
Indiani, che erano di quella terra venuti a vederlo, presente il signor
governatore. Disse di pi il cacique che l'oro che si cava di quel fiume non lo
ricogliono con bateas, che sono a modo d'uno bacil da barbiere con li manichi,
dove lavano l'oro nell'acqua; anzi fanno in questo modo, che mettono la terra
cavata della minera in un luogo a modo d'una fossa appresso l'acqua, e con una
ruota cavano l'acqua del fiume e la fanno andar in quella fossa, e cos lavano
la terra: la qual lavata levano via l'acqua e ricogliono i grani dell'oro, che
sono molti e grandi. E questo io l'ho udito dire molte volte, perch tutti
quelli Indiani della terra di Collao, li quali io domandavo, dicevano cos
esser la verit.
Il governator Francesco Pizarro dette a noi che venivamo in Castiglia tutto
l'oro e l'argento che era della parte della Maest dell'imperadore. E dalla
provincia del Cusco over del Per, donde partimmo per andare ad imbarcarci alla
marina, camminammo dugento leghe per terra, dove arrivati montammo in nave e
navigammo per il mare del Sur fino al porto della citt di Panama in quindeci
giorni, dove dismontati fummo accettati con grandissima allegrezza e
ammirazione di tutti, per la gran quantit dell'oro che viddero. Il signor
governatore Pedrarias ci providde di tutte le cose necessarie per portar detto
oro e argento quelle ottanta miglia per terra fino alla citt del Nome di Dio,
che  sopra l'altro mar del Nort, che vien in Spagna, come nel principio di
questo libro  detto. Giunti che fummo alla citt del Nome di Dio e imbarcati,
venimmo all'isola Spagnuola e arrivammo alla citt di San Domenico, che  nella
parte dell'isola che guarda verso mezzod: e questo viaggio facemmo in otto
giorni. Dove, tolti li rinfrescamenti necessarii per venir alla volta di
Spagna, voltammo le prore verso levante, tenendole sempre tra greco e levante,
e navigammo da cinquantadui giorni, e facemmo 1350 leghe fino alli liti di
Spagna, dove  San Luca di Barameda in sul fiume di Guadachibir, secondo la
ragione che facevano li pilotti nostri, ancorch io penso che fussero molte
pi: e avemmo buonissimo tempo, e arrivammo alla citt di Sibilia, dove tutte
le navi sogliono discaricare le robbe che portano dall'Indie. In questo viaggio
dall'isola Spagnuola non toccammo se non l'isole delle Canarie, ancorch alcuni
tocchino l'isole degli Azori, e come fummo allontanati da terra cinquecento in
seicento miglia, trovammo il mar basso, n dubitammo pi di fortuna, perch i
venti non fanno fortuna se non appresso terra, cio appresso l'isola Spagnuola
over appresso i liti di Spagna, dove il mar  profondissimo; e navigammo gran
parte con l'instrumento del quadrante, con il sole, finch, appressandoci al
nostro abitabile, cominciammo a reggerci con la tramontana. Questa navigazione
 molto sicura, per infiniti pilotti che sono pratichi di quella. Arrivammo in
Sibilia alli quindeci giorni di gennaio 1534, dove furono discaricati tutti gli
ori e argenti, con grandissima ammirazione di tutta la citt e d'infiniti
mercatanti fiorentini, genovesi e veniziani, li quali tutti corsono a veder tal
cosa: e dipoi, avendone scritto per il mondo, io non ne dir altro, salvo che
tutti noi con la parte delli nostri ori partimmo e andammo a casa nostra, dove
fummo ricevuti con quella allegrezza che ognun si pu pensare.

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