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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume sesto.
Parte seconda.


Come ritirandosi gli Spagnuoli combatterono co' nemici che gli vennero adosso.
Fazioni de' brigantini. Come quella notte, delle tre parti d'acqua e delle
strade, le due furono rifatte, e con quanta difficolt le prendessero. La
cagione perch gli bisognasse ogni d ripigliar li ponti e argini; il pericolo
che avevano nel ritirarsi; e come gli altri due campi ebbero le cose prospere.

Attaccato il fuoco alle dette case, subitamente comandai che si sonasse a
raccolta, e fece che si ragunassero tutti i soldati, e, percioch l'ora era
tarda, ritornammo a' nostri alloggiamenti. Gli nemici, vedendo che noi ci
ritirammo, ci vennero adosso con una grandissima moltitudine, assaltando
l'ultima schiera de' nostri: ed essendo la via acconcia ed isgombrata, e
potendosi liberamente scorrere co' cavalli, andavamo loro adosso e sempre ne
ferivamo qualcuno, nondimeno gridandoci dietro non restavano di seguitarci. In
quel giorno mostrarono aver grandissimo dispiacere, vedendo che eravamo entrati
nella citt e che l'andavamo tuttavia dissolando e abbrucciando, e che contra
di loro combattevano gli abitatori di Calco, di Tessaico e di Sichilmico e
parimente quei d'Otumia, perseguitandogli e ciascuno gridando il nome della sua
patria mentre combatteva; e dall'altro lato quei di Tascaltecal, mostrando loro
i cittadini di Temistitan i quali erano stati tagliati in pezzi, e dicendo
volergli serbare quella sera per cena e la mattina seguente per desinare, s
come con effetto facevano. E cos giugnemmo a' nostri alloggiamenti e ci
riposammo, perch quel giorno avevamo portato grandissima fatica. Li sette
brigantini ch'io ritenevo appresso di me quel giorno entrarono per li canali
della citt, della quale abbrucciarono una gran parte. Li capitani degli altri
campi e sei altri brigantini quel giorno combatterono valorosamente, e delle
cose che accascarono loro potrei diffusamente a Vostra Maest narrare, le quali
lascio per fuggire la longhezza, e dico solamente che ritornarono ai loro
alloggiamenti senza pericolo di alcuno di loro.
Il giorno seguente, la mattina a buon'ora, col predetto ordine, dopo la messa
con tutte le genti ritornai alla citt, acci gli nemici non avessero tempo di
votar li ponti e di rifar gli argini. E bench io mi fusse levato a buon'ora,
nondimeno, di tre parti d'acqua e di strade che vi sono di mezzo, le due dal
nostro campo insino a quelle gran case e la piazza erano rifatte come il giorno
avanti: nel prendere delle quali fu difficolt s grande che si combatt da
otto ore insino ad un'ora doppo mezzogiorno, nel qual tempo mancarono tutte le
freccie e palle che avevano portate seco li balestrieri e gli schioppettieri. E
Vostra sacra Maest creda che entravamo in grandissimi pericoli ogni volta che
pigliavamo li predetti ponti, essendo necessit per pigliarli di passar
nuotando, onde li nostri non potevano molto adoperar le forze, che, stando gli
nemici su la riva, a colpi di spade e di lancie facevano resistenza che non
passassero. Nondimeno, non avendo essi da' lati le terrazze donde ne potessero
offendere, e dall'altra parte lanciando noi dardi contra di loro (percioch non
eravamo distanti l'uno dall'altro pi d'un tiro di sasso con mano), cresceva
tuttavia l'animo agli Spagnuoli e deliberavano di passare, s perch vedevano
che io cos avevo deliberato, s perch o cadendo o levandosi non bisognava
fare altramente.
Parr alla Maest Vostra, andando noi a pigliare li detti ponti e argini con
tanti pericoli, che fussimo negligenti in lasciargli e non tenergli, poich gli
avevamo con tanta fatica acquistati, per non trovarsi, volendogli di nuovo
ripigliare, ogni giorno in simili pericoli, i quali certamente erano
grandissimi. E senza dubbio alcuno cos parr a ciascuno che ne sia lontano;
nondimeno sappia la sacra Vostra Maest che in niun modo si poteva fare,
percioch a mandar ci ad effetto eravamo astretti a fare l'una delle due cose,
overo porre il campo in quella piazza e circuito delle torri degl'idoli,
overamente metter gente a guardare di notte li ponti; ma in ciascuno erano
grandissimi pericoli e le forze non ci bastavano. Se facevamo il campo dentro
nella citt, ogni notte e ogni ora, essendo gli nemici di numero infinito e noi
molto pochi, si sarebbe gridato mille volte all'arme e averiano combattuto con
noi, e le fatiche sarebbero state intollerabili; e d'ogni banda ci averebbero
potuto pi facilmente assaltare, perch il tenere di notte guardati li ponti
era quasi una cosa impossibile il poterla fare, percioch gli Spagnuoli la sera
erano s stanchi dal combattimento del giorno che in niun modo si potevano
mettere a guardarli: e perci eravamo astretti di nuovo pigliargli ogni giorno
che entravamo nella citt.
E avendo quel giorno medesimamente consumato il tempo in prendere e riempiere
quei ponti, non avemmo agio di far altro, se non che in una contrada che va
insino alla citt di Tacuba furono presi duo altri ponti e ripieni, e
abbrucciate molte e grandi e belle case di quella contrada. In questo mezzo
sopravenendo l'ora tarda e il tempo di ritirarsi, e allora ci trovavamo in
grandissimo pericolo, non minore che nel pigliar li ponti, percioch gli
nemici, vedendoci ritirare, prendevano tanto pi ardire, non altrimenti che se
essi avessero avuto vittoria e che noi ci fussimo dati a fuggire, onde era
necessario che i ponti fussero ben ripieni e il terreno pareggiato con la via
della contrada, accioch li cavalli potessero da ogni banda scorrere. E a
questo modo ritirandoci e perseguitandoci essi cos facilmente, alle volte
fingevamo di fuggire, e noi a cavallo ritornavamo contra di loro, e sempre ne
pigliavamo dodeci o tredici de' pi valenti: e a quel modo, e con alcune altre
insidie che facevamo loro, venivano ad esser molto da noi offesi. Ma certamente
questo era bello e degno di grandissima maraviglia, che, essendo loro notissimo
il danno che noi facevamo in perseguitargli, nondimeno non restavano di
seguitarci finch ci vedevano uscire della citt.
E cos ritornammo al campo, e i capitani degli altri campi mi fecero intendere
come quel giorno per la grazia d'Iddio avevano avuto ogni cosa prospera, con
una grandissima uccisione de' nemici e per acqua e per terra. Pietro
d'Alvarado, che stava nella citt di Tacuba, mi scrisse aver presi due overo
tre ponti, percioch, trovandosi egli in una via mattonata che esce dalla
piazza di Temistitan e arriva a Tacuba, avendo quelli tre brigantini ch'io gli
avevo dati da un lato potuto appressarsi alla detta strada, non era stato in
tanto pericolo quanto alli giorni passati. E dalla banda dove si trovava Pietro
d'Alvarado erano pi ponti e pi uscite di acqua in detta strada, bench le
terrazze non fussero cos spesse come negli altri luoghi.


Come gli abitatori della citt posta nel lago, avendo lungamente combattuto,
s'arrenderono e, cos richiesti, fecero fabricar molte casette d'alloggiare gli
Spagnuoli nel campo. E con che ordinanza dessero l'assalto alla famosa citt, e
come quel giorno e il seguente furono vittoriosi.

In tutto quel tempo che gli abitatori della citt d'Iztapalapa, di
Oichilubuzzo, Mechicacingo, Culuacan, Mezqueque e Cuitaguaca, le quali, come ho
detto di sopra, sono poste nel lago dell'acqua dolce, non volsero mai pace
meco, n in tutto quel tempo mi diedero travaglio o danno alcuno; ed essendo
gli abitatori di Calco fedeli vassalli alla Maest Vostra, e considerando essi
che noi avevamo molto da fare con quei di Temistitan, fecero lega insieme con
certe terre che sono sulla riva del lago, facendo a coloro che erano nel lago
ogni danno che fusse possibile. Ma, conoscendo che noi sempre avevamo vittoria
contra quelli di Temistitan, e considerando il danno fatto e che si poteva far
loro da' nostri amici, si arrenderono e vennero nel nostro campo, umilmente
chiedendo che io perdonasse loro li passati errori, e commettesse agli
abitatori di Calco e a' loro vicini che non gli danneggiassero pi. Risposi che
mi piaceva, e che queste cose non le riceveva se non da quelli di Temistitan. E
afinch io credesse la loro amist essere veramente di cuore, gli pregavo,
poich io avevo deliberato di non levar mai l'assedio finch pigliasse la citt
overo a patti overamente per forza, se essi avevano delle canoe con le quali mi
potessero dare aiuto, che apparecchiassero tutte quelle che aveano, insieme con
tutte le genti delle loro terre, per darmi nell'avenire tutto quello aiuto che
potevano per acqua; e gli pregavo ancora parimente che, avendo gli Spagnuoli
poche e cattive casette d'alloggiare nel campo, ed essendo i tempi piovosi,
procacciassero di fare quanto prima che potevano fabricare ne' nostri campi pi
numero di casette, e che menassero le loro sopradette canoe per poter condurre
pi facilmente travi e mattoni delle case della citt pi vicine alli campi.
Dissero che le case e gli uomini da combattere erano apparecchiati qualunque
giorno io volevo, e nel fabricare le casette furono molto diligenti, percioch
dall'uno e dall'altro lato di quelle due torri della via mattonata, dove io mi
ero accampato, ne fabricarono tante che dalla pi vicina alla ultima vi era lo
spazio di pi di tre o quattro tiri di balestra: e la Maest Vostra consideri
la larghezza della detta via, che  fondata nel pi profondo luogo del detto
lago; e dall'uno e dall'altro lato della via erano poste le dette case, e vi
rimaneva tanto spazio voto che le genti a cavallo e fanti potevano andare e
tornare commodamente a loro piacere. E nel campo, numerando gli Spagnuoli e
gl'Indiani che servivano loro, erano pi di duemila persone; il resto
degl'Indiani amici nostri alloggiavano in Cuioacan, che era lontana una lega e
mezza dal nostro campo. Gli abitatori delle dette terre molte volte ne davano
delle vettovaglie, delle quali avevamo grandissimo bisogno, ed erano
spezialmente pesci e ciregie, che ve ne sono in grandissima quantit, che
basterebbero cinque e anco sei mesi continui, e se ne trovano in queste parti
il doppio di pi.
Essendo per due o tre giorni continui entrati nella citt dalla banda del
nostro campo, eccettuando quegli altri tre o quattro d che eravamo entrati, e
sempre ottenuto vittoria de' nemici, e con l'arteglierie e schioppi e balestre
ne avevamo uccisi molti, aspettavamo ogni ora che venissero a dimandar la pace,
che la desideravamo come la propria salute: nondimeno niente gli giovava per
indurgli a farla. E per far loro maggior danni e astringergli a venire alla
pace con esso noi, deliberai di entrare nella citt ogni giorno e di
combatterla ogni ora con tutte le genti ch'io avevo da quattro luoghi,
comandando oltra di questo che tutte le genti delle citt che erano nel lago
venissero con le loro canoe: e in quel giorno la mattina per tempo si trovavano
nel nostro campo pi di centomila Indiani amici nostri. Ordinai che tre
brigantini con la met delle genti, che erano da mille e cinquecento, andassero
da una banda, e tre altri con il restante delle canoe dall'altra, per
circondare la citt e abbrucciarla e fare il maggior danno che si potesse; e io
me ne andai per la principale strada mattonata, e la trovai senza alcuno
impedimento insino alle case grandi, e niuno ponte era levato, e cos me ne
andai insino ad una strada mattonata, donde si sale ad una contrada per la
quale si va alla citt di Tacuba, che vi si trovavano da sei overamente sette
ponti. Quivi ordinai ad un certo capitano che andasse a pigliare un'altra
contrada con sessanta o settanta fanti e sette a cavallo dietro per loro
guardia, accompagnati da dieci overo dodecimila Indiani amici nostri, e
similmente comandai ad un altro capitano che dovesse occupare una altra
contrada; e io con i soldati che erano rimasi seguitai di andar per una
contrada per la qual si va alla citt di Tacuba, e pigliammo tre ponti
riempiendogli, e lasciando gli altri da pigliare il giorno sequente, per essere
l'ora tarda, e meglio e pi commodamente potendogli prendere il giorno
seguente. E invero che io sommamente desideravo di occupare quella contrada,
accioch gli soldati di Pietro d'Alvarado si potessero unire con noi e venire
dal loro campo al nostro, e il medesimo facessero anco li brigantini. Quel
giorno avemmo grandissima vittoria per acqua e per terra, facendo acquisto di
qualche preda degli abitatori della citt, e quei del campo di Pietro di
Alvarado e del maggiore esecutore ebbero medesimamente non picciola vittoria.
Il giorno sequente ritornai alla citt con quell'ordine ch'io vi andai il
giorno avanti, e finalmente Iddio ne diede vittoria, s che dovunque andavo con
i miei soldati non trovavo contrasto alcuno, e gli nemici si ritiravano con
tanta celerit che pareva loro che noi delle quattro parti della citt ne
avessimo prese le tre; e dalla banda del campo di Pietro d'Alvarado gli
stringevano grandemente. E senza dubbio in quel giorno e nel precedente pensavo
che dovessero venire a pace con esso noi, la quale io proponevo sempre, e con
la vittoria e senza: nondimeno non viddi mai in essi alcun segno di voler pace.
E avegna che quel giorno ritornassimo con grandissima allegrezza ai nostri
campi, pure avevamo grandissimo dispiacere che gli abitatori della citt
avessero del tutto deliberato di morire.


Come Pietro Alvarado prese gran parte della citt e fu constretto a fuggire,
e fu presi tre o quattro Spagnuoli.

Quei giorni passati Pietro d'Alvarado aveva presi di molti ponti, e per
guardargli vi teneva la notte e fanti e cavalli, e gli altri se ne tornavano al
campo, che era distante quasi una lega. Ed essendo cotal fatica intollerabile,
deliber di mettere il campo nel fine della strada mattonata che va alla citt,
a fine di prender la piazza, la qual piazza  pi larga di quella della citt
di Salamanca, e ha portici d'intorno intorno; e a poter giugnere alla detta
piazza non mancava altro che pigliar dua o tre ponti, che erano larghi e molto
difficili da prendere, onde a quel modo se ne stette per alquanti giorni, e
combattendo sempre ebbe vittoria. E quel giorno ch'io ho detto di sopra,
vedendo egli che gli nemici mostravano d'esser stanchi e ch'io di continuo
acerbamente gli combattevo, alzatosi per la vittoria d'aver presi li ponti e
gli argini, deliber di proceder pi avanti e di pigliar quel ponte della
strada mattonata gi guasta, che era di larghezza di sessanta passi e di
altezza della statura di pi d'un uomo e mezzo. E avendo cominciato
arditamente, quel giorno li brigantini gli furono di grandissimo aiuto, che
passarono l'acqua e pigliarono il ponte e perseguitarono gli nemici; e Pietro
d'Alvarado sollecitava di far riempiere quel luogo, acci li cavalli potessero
passare, e anco perch ogni d io l'esortava a bocca e per lettere che non
pigliasse pur un palmo di luogo se non fusse sicuro, e che li cavalli potessero
sicuramente entrare e uscire, percioch co' cavalli si fa loro grandissima
guerra. Li cittadini, vedendo che non erano passati se non quaranta o cinquanta
Spagnuoli e alcuni Indiani amici nostri, e che i nostri cavalli non potevano
passare s tosto, si rivoltarono di modo che gli forzarono a darsi a fuggire e
gettarsi in acqua, e fecero prigioni tre o quattro Spagnuoli, i quali subito
menarono a farne sacrificio a' loro idoli, e uccisero alcuni de' nostri amici.
E finalmente Pietro d'Alvarado se ne ritorn al suo campo.
Quel giorno, essendo io tornato al nostro campo, intesi quel che gli era
avenuto, di che presi grandissimo dispiacere, essendo ci un dare occasione a'
nemici di pigliare ardire, e di credere che a niun modo per l'avenire dovessimo
aver animo d'assaltargli. La ragione perch Pietro d'Alvarado aveva deliberato
d'espugnar quel luogo difficile fu perch, come ho detto, egli si vedeva per la
maggior parte aver presi i luoghi forti de' nemici, ed essi mostravano qualche
paura e stanchezza; e spezialmente fu perch coloro che erano nel suo campo
facevano grande instanza che egli prendesse la detta piazza, la quale essendo
presa, pareva che fusse presa quasi tutta la citt. E tutto ci avenne per il
desiderio e stimolo degl'Indiani che si trovavano presenti, i quali, essendo
nel detto campo e considerando li continui assalti ch'io davo alla citt,
pensavano che io pi tosto di loro prenderia la detta piazza: e perci Pietro
d'Alvarado era grandemente sollecitato. Il medesimo interveniva a me nel mio
campo, percioch gli Spagnuoli instantemente sollecitavano che entrassimo per
una delle tre vie che arrivavano nella predetta piazza, non avendo noi
impedimento alcuno; la quale si era presa, ci restava minor fatica. Io
dissimulavo in tutti li modi ch'io potevo, bench di ci non dicessi la
cagione: e questo era per li pericoli e disturbi che mi s'appresentavano,
conciosiach avanti l'entrata della piazza si trovassero molte terrazze, ponti
e strade guaste, di modo che tutte le case donde dovevamo passare erano come
isole nel mezzo del mare.
La sera essendo giunto agli alloggiamenti e avendo inteso la rotta di Pietro
d'Alvarado, il giorno seguente a buon'ora deliberai d'andare al suo campo, per
riprenderlo del passato errore e intender quel che egli aveva preso e dove
fusse accampato, e per avisarlo d'ogni cosa che appartenesse alla sua difesa e
all'offesa de' nemici. Giunto che fui nel suo campo, ebbi grandissima
maraviglia come avessero potuto prender s gran parte della citt e tanti e s
cattivi ponti, e, avendo ci visto, non lo riputai degno di tanta grave
riprensione quanto mi pareva prima; e, posto l'ordine di ci che si aveva da
fare, il giorno istesso me ne ritornai al mio campo.


L'ordine dato dal Cortese per dar l'assalto alla citt.

Dopo questo molte fiate entrai nella citt per i luoghi soliti, e in due luoghi
combattevano coloro che erano ne' brigantini e nelle canoe, e io nella citt in
quattro luoghi, avendo continuamente vittoria e morendo grandissimo numero de'
nemici, percioch ogni giorno veniva gran moltitudine di gente in nostro aiuto.
Indugiavo d'andar pi oltre, prima per veder se gli nemici lasciassero la
ostinazione e il mal animo che avevano, dipoi perch la nostra entrata non
poteva esser senza grandissimo pericolo, essendo essi molto uniti e allegri e
avendo deliberato di morire. Gli Spagnuoli, vedendo questa cosa prolungarsi
tanto, essendo gi passati venti giorni che non avevano mai mancato di
combattere, molto pi che si potesse credere mi erano importuni, come ho detto
di sopra, che entrassimo a prender la piazza: la quale essendo pigliata,
rimaneva a' nemici pochissimo spazio dove potessero mettersi a difesa, e se non
si avessero voluto arrendere sariano stati astretti a morirsi di fame e di
sete, non avendo da bere salvo che l'acqua salsa di quel lago. E facendo io mia
scusa, il tesoriero di Vostra Maest mi fece a sapere che tutti coloro che
erano nel campo erano di parere che io dovessi pigliar la piazza, onde e a lui
e ad alcuni altri uomini da bene che si trovavano presenti risposi che la loro
intenzione era ottima, e che io pi che gli altri desideravo cotal cosa;
nondimeno non la mandavo ad effetto solamente per la cagione che essi per la
lor grande instanzia mi sforzavano dire, la quale era questa, che avegna che
gli altri facessero ci di buon animo, nondimeno, essendo in questa impresa
grandissimo pericolo, che sariano molti i quali non la mandariano ad
esecuzione. E finalmente per la loro importunit acconsentii di fare ogni cosa
a me possibile in tal impresa, avendo prima comunicato il mio consiglio co'
soldati degli altri campi.
Il d seguente parlai con alcuni de' principali, e deliberai di far a sapere
all'esecutor maggiore e a Pietro d'Alvarado che 'l giorno seguente eravamo
apparecchiati d'entrar nella citt e affaticarci d'arrivare alla piazza; e
scrissi ci che essi avevano da fare dalla banda della citt di Tacuba, e oltra
le lettere mandai l due miei famigliari che li certificassero del tutto. E
l'ordine col quale doveva procedere ogni cosa era tale: che l'esecutor maggiore
con dieci cavalieri cento fanti e quindeci tra balestrieri e schioppettieri
andasse agli alloggiamenti di Pietro d'Alvarado, e ne' suoi rimanessero gli
altri dieci cavalieri, e tra loro ponessero ordine che 'l giorno vegnente, che
si doveva dar l'assalto, si mettessero in aguato dopo certe case e conducessero
le lor bagaglie non altrimenti che se volessero partirsi, acci gli abitatori
della citt uscissero a seguitargli e i cavalieri posti in aguato gli
assalissero dietro; e il detto esecutor maggiore con tre brigantini che aveva e
tre altri di Pietro d'Alvarado andasse a quel mal passo dove fu rotto il detto
Pietro, e sollecitasse di riempire il predetto passo, andando e prendendo
tuttavia pi avanti, n pi avanti andassero n prendessero se prima non
riempivano e acconciavano i luoghi presi; e se potevano senza lor gran pericolo
pigliare insino alla piazza, ne facessero ogni opera, percioch io ero per fare
il medesimo, e avertissero che se ben io gli facevo avisati di questo, che non
gli obligavo per a prender pur un passo della citt onde ne potessero venire
in danno alcuno.
Io dissi questo conoscendo loro esser tali che averiano poste le loro persone
dove io avessi comandato, bench avessero vista la morte manifesta. Espediti
che si furono da me, se n'andarono ai campi a trovar l'esecutor maggiore e
Pietro d'Alvarado, a' quali palesarono ogni cosa, come avevamo ordinato nel
nostro campo. E perch essi avevano da combattere un luogo solo, comandai che
mi mandassero settanta o ottanta fanti, accioch 'l giorno seguente insieme
convenissero ad entrar nella citt; i quali quella notte vennero ad alloggiare
nel nostro campo, s come io avevo comandato loro.


Come il Cortese entra nella citt; in che modo divise i soldati e
l'avvertimento che ei gli diede quando combattevano; come gli Spagnuoli furono
rotti. Il gran pericolo che scorse il Cortese e come si salv con le genti che
avea. Il numero di Spagnuoli e Indiani amici che nella battaglia furon uccisi;
come rest ferito il Cortese; il sacrificio fatto d'alcuni Spagnuoli.

Messo il predetto ordine, il d seguente dopo messa si mossero dal nostro campo
quei sette brigantini, accompagnati da pi di tremila canoe de' nostri amici, e
io accompagnato da venticinque a cavallo e dagli altri ch'io avevo nel campo, e
da quei settanta che erano venuti dal campo da Tacuba, seguitammo il nostro
viaggio ed entrammo nella citt, nella quale poich fui entrato, divisi li
soldati in questo modo. Erano tre contrade ne' luoghi presi per le quali era
aperta la strada alla piazza, che gli Indiani chiamano Tianguizco (tutto quel
sito dove  posta  nominato Tlatelulco), e di queste tre contrade la migliore
era quella per la quale s'andava alla detta piazza. Feci intendere al tesoriero
e al contatore di Vostra Maest che entrassero con settanta fanti e quindeci o
ventimila Indiani amici nostri, e per retroguarda tenessero sette over otto a
cavallo, e quanti ponti e argini pigliassero, subito gli riempissero, menando
seco dieci uomini con zappe e altri Indiani amici nostri, che ci erano di
grande aiuto a riempire li ponti. L'altre due contrade vanno alla piazza dalla
contrada di Tacuba, e sono pi strette, di strade pi spesse e di canali pieni
d'acqua: per la pi larga di quelle comandai che andassero due capitani, con
ottanta fanti e con pi di diecimila Indiani amici nostri. Nella bocca della
contrada di Tacuba lasciai due gran pezzi d'artegliaria, e alla guardia vi posi
dieci cavalieri. Ma io con otto cavalli e con cento fanti, tra' quali erano pi
di venticinque tra balestrieri e schioppettieri, e con un numero infinito
d'Indiani amici nostri, seguitai il mio viaggio per entrare quanto pi avanti
potevo in una altra contrada stretta; e nella bocca di quella ordinai che
stessero li cavalli, e comandai che per niun conto procedessero pi oltre o mi
seguitassero, se prima io nol comandassi loro. E smontato da cavallo a piedi
arrivai ad un argine, che avevano fatto dinanzi ad un certo ponte, e con un
picciol pezzo d'artegliaria da campo e con balestrieri e schioppettieri
avendolo pigliato, procedemmo avanti per quella strada mattonata gi guasta in
due o tre luoghi; e oltra che in quei tre luoghi combattevamo co' cittadini,
era s grande il numero degli Indiani amici nostri che salivano sopra le
terrazze, che ci pareva che non ci potesse esser fatto danno alcuno, e con essi
pigliammo quei due ponti, l'argine e la contrada.
Gli Spagnuoli e i nostri Indiani gli seguitarono per la medesima contrada senza
indugio alcuno, e io rimasi con forse venti Spagnuoli in una certa casa vicina
posta in isola, vedendo certi nostri Indiani mescolati co' nemici, che alle
volte gli sforzavano a ritirarsi, di maniera che si gettavano in acqua, e
confidando nel nostro soccorso vigorosamente andavano loro adosso. Oltra di ci
guardavamo che per certe vie attraverso gli cittadini non assalissero di dietro
gli Spagnuoli, che erano andati avanti in quella contrada; i quali in quel
punto mandarono a dire che essi avevano occupato una gran parte della citt, e
non esser lontani dalla detta piazza del palazzo, e ad ogni modo avere
determinato di proceder pi avanti, essendo quei del campo dell'esecutor
maggiore e di Pietro d'Alvarado venuti a battaglia co' nemici. Io mandai a dir
loro che in niun modo si movessero se prima li ponti non erano bene ripieni,
accioch, se per ventura fussero astretti a ritirarsi, l'acqua non gli
impedisse, conoscendosi che in questo consisteva tutto il pericolo; ed essi mi
mandarono a dire che tutto passava con buon ordine, e ch'io andassi l, che co'
proprii occhi vederei esser cos. Io, sospettando che non s'ingannassero e non
tenessero cura di riempire i ponti, andai l e trovai che avevano passata una
parte guasta d'una strada di larghezza di dieci o dodeci passi, e l'acqua
montava a tanta altezza quanta saria di due stature d'uomo, e quando passarono
v'avevano gettati legni e canne; e passando essi a poco a poco e con gran
desiderio, il legname non era andato a fondo, ed essi, per il piacer della
vittoria che ottenevano, erano tanti allegri che pensavano quei legnami dovere
star fermi e durar lungo tempo. E a quell'ora ch'io arrivai al ponte, trovai
gli Spagnuoli e molti altri de' nostri amici essersi messi in fuga, e gli
nemici come cani rabbiosi venirgli perseguitando; e vedendogli disordinati,
cominciai a gridar che si fermassero, e, avvicinatomi all'acqua, la viddi piena
di Spagnuoli e d'Indiani, di modo che non pareva che ci avessero gettato pur
una paglia. E gli nemici andavano addosso gli Spagnuoli con tanto impeto, che
seguitandogli si gettavano in acqua per andare a uccidergli, e le canoe de
nemici uscivano fuori di quei canali e facevano prigioni gli Spagnuoli: ed
essendo stata la cosa cos subita, e vedendo che uccidevano li miei soldati,
deliberai di fermarmi quivi e combattendo morire. Ma il maggior aiuto che
potessimo dare era il porger mano a certi meschini Spagnuoli, che uscissero
dell'acqua, i quali si sommergevano: e alcuni n'uscivano feriti, e alcuni mezzi
annegati e altri senza arme. E comandato loro che andassero avanti, era
sopravenuta tanta moltitudine di nemici che avevano circondato e me e dodeci o
quindeci che erano meco, percioch, essendo io attento a dare aiuto a coloro
che s'annegavano, non me n'avedevo, n mi ricordavo del danno che poteva
seguire; e alcuni Indiani nemici mi avevano gi preso e m'averiano menato via,
se non fusse stato un capitano con cinquanta soldati, il quale io solevo sempre
menar meco, e l'aiuto anco d'un giovane di quella compagnia, che dopo Iddio mi
liber dalla morte, e per salvar me egli valorosamente combattendo pass di
questa vita.
In questo mezzo gli Spagnuoli, che rotti erano fuggiti, se n'andavano per
quella via mattonata, la quale era breve e stretta ed equale all'acqua, avendo
gli nemici a posta fabricata di cotal maniera. Per la medesima n'andavano anco
messi in fuga ed isconfitti molti de' nostri amici indiani, onde la strada era
tanto impedita ed essi erano s lenti nell'andare, che davano tempo a' nemici
di poter passar l'acqua d'ogni banda, e pigliarne e uccidere quanti pareva
loro. Per la qual cosa quel capitano che era meco, nominato Antonio Evignone,
disse: "Partiamoci di qui e salviamo voi, essendo certi che, se vi perderemo,
niun di noi potr scampare". E appena pot far tanto ch'io mi partissi de l,
e, vedendo egli questo, con le braccia in croce mi pregava che tornassimo
adietro. E bench io desiderassi pi di morire che di vivere, nondimeno, per
esortazione del predetto capitano e degli altri soldati che vi erano,
cominciammo a ritirarci, combattendo a spade e rotelle co' nemici che ne
venivano a ferire. In questo tempo venne un mio servidore e apr alquanto la
strada; nondimeno subito da una terrazza assai bassa lo ferirono nella gola, di
modo che fu forzato a cadere. E trovandomi in tal combattimento, aspettando che
la gente passasse, acci si riducesse in luogo sicuro, venne un mio servidore
con un cavallo, afinch io vi montassi; ma era tanto fango in quella via
stretta, per la moltitudine di coloro che entravano e uscivano dell'acqua, che
niuno vi si poteva fermare. Io montai a cavallo, non gi per combattere,
percioch era impossibile quivi mettersi a combattere a cavallo. E se per
quella strada stretta fussi potuto andare all'isola, averia trovati quegli otto
cavalieri che vi avevo lasciati, che pi avanti non aveano proceduto, ma erano
stati forzati tornare adietro; ed essendo la tornata molto difficile, due
cavalle, sopra le quali venivano due miei famigliari, da quella via stretta
caddero in acqua: e una gli nemici l'uccisero, e l'altra la difesero certi
nostri fanti. Ed essendo un altro giovane mio famigliare, nominato Cristoforo
de Guzman, montato sopra un cavallo che mi mandavano coloro che erano
nell'isola, acci mi potessi ritirar sicuramente, gli nemici, prima che egli
potessi arrivar da me, l'uccisero insieme col cavallo; la cui morte fu di tanto
dolore a tutto 'l campo, che insino a questo giorno  fresco il dolor della sua
morte a tutti coloro che avevano avuto sua pratica e conoscenza.
E alla fine, con tutte le nostre fatiche, piacque all'onnipotente Iddio che
arrivassimo salvi alla via e contrada per la quale si va a Tacuba, che  molto
larga. Poi che si furono ridotti li soldati, io mi posi nell'ultima schiera con
nove cavalli; ma gli nemici erano tanto insuperbiti per la vittoria contra di
noi, che pareva che niuno potessi scampar dalle lor mani. E col miglior modo
ch'io potei ritirandomi, feci sapere al tesoriero e al contatore che in
ordinanza si riducessero in piazza, e il medesimo ordinai che fusse fatto
intendere alli due altri capitani che erano entrati in quella via e contrada
per la quale si va al palazzo; e ciascuno di loro aveva combattuto
valorosamente, pigliando molti argini e ponti, li quali avevano molto ben
ripieni: il che fu cagione che nel tornare adietro non patissero danno alcuno.
E prima che 'l tesoriero e 'l contatore ritornassero, gli nemici da un certo
argine dove si combatteva aveano gettate due o tre teste de' cristiani, bench
allora non sapessero se erano de' soldati di Pietro d'Alvarado o del nostro
campo. Essendo noi giunti alla piazza, concorreva da ogni banda tanta
moltitudine de' nemici, che avemmo grandissima fatica prima che gli potessimo
sforzare a voltarsi per certi luoghi, dove avanti questa battaglia non aveano
ardir d'aspettar tre a cavallo e dieci fanti: e subito in un'alta torre
dedicata a' loro idoli, che era vicina alla piazza, posero odori e profumi
d'una certa gomma la qual nasce in questi paesi, che essi offeriscono a' loro
iddii per segno di vittoria. E bench noi volessimo impedirgli, nondimeno non
avemmo mai potere di farlo, percioch li soldati con veloce passo andavano
verso il nostro campo. In questa battaglia i nemici uccisero trentacinque o
quaranta Spagnuoli e pi di mille Indiani amici nostri, e ferirono pi di venti
cristiani, e io ebbi una ferita nella gamba; e perdessimo quel picciol pezzo
d'artegliaria da campo che aveamo condotto, e pi balestre e schioppi, con
molte altre sorti d'arme.
Li cittadini, subito ottenuta la vittoria, per ispaventar l'esecutor maggiore e
Pietro d'Alvarado, condussero tutti gli Spagnuoli che avevano presi e vivi e
morti al Catebulco, dove  il palazzo, e in certe torri altissime vicine, e
quelli nudi gli sacrificarono, e aprirono i lor petti cavando loro i cuori per
offerirli agl'idoli. Le qual cose tutte gli Spagnuoli del campo di Pietro
d'Alvarado potevano molto ben vedere dal luogo dove combattevano, e vedendo
essi li corpi bianchi, conobbero che erano cristiani, di che ebbero grandissimo
dispiacere, e sbigottiti se ne tornarono al campo.
Dipoi otto d, e quel giorno e il seguente gli nemici con corni e timpani
mostravano grandissima allegrezza, di modo che pareva che rovinasse la citt, e
aprirono tutti li canali e li ponti, nelli quali scorreva l'acqua come da
prima, e vennero a tale che ponevano i fuochi e le lor guardie lontane due tiri
di balestra dai nostri campi. Ed essendo tutti rotti, feriti e disarmati,
avevamo di bisogno di ricreazione e di riposo. Con questa occasione gli
abitatori della citt ebbero spazio di mandare ambasciadori a diverse provincie
suddite loro a dar nuova dell'avuta vittoria, e d'aver uccisi molti cristiani,
e d'avere speranza di tosto mandarci del tutto in rovina, e che per niun modo
pigliassero amicizia con esso noi. E accioch fusse prestato lor fede, menavano
intorno due cavalli e portavano alcune teste de' cristiani, le quali mostravano
in quei luoghi che a lor pareva a proposito: il che fu di grandissimo momento a
far pi ostinati che prima coloro che s'erano ribellati.


Come il Cortese, cos richiesto, diede soccorso a quei di Quernaquacar, e
l'ordine che diede al capitano che vi mand, e vittoria ch'egli ebbe. La
mirabil fazione che fece il signor Chichimicatecle in uno assalto che diede
alla citt di Temistitan.

De l a due giorni, dopo la rotta, la quale gi era nota e n'era sparsa la fama
per tutti quei luoghi circonvicini, gli abitatori d'una terra nominata
Quernaquacar, che era suddita alla citt di Temistitan, e s'erano fatti nostri
amici, vennero nel nostro campo e mi fecero a sapere che quei della terra di
Marinalco, vicini, facevano grandissimi danni e guastavano la lor provincia, e
allora si volevano unire con gli abitatori della provincia di Guisco, la quale
 grandissima, e avevano fatto deliberazione d'andare ad assaltargli e
uccidergli, per essersi fatti sudditi di Vostra Maest e per aver presa
l'amicizia nostra. Oltra di questo dicevano che gli nemici avevano deliberato,
distrutto che avessero loro, d'assaltar noi. E bench la rotta che avevamo
avuta fusse fresca, e pi tosto avessimo di bisogno d'aiuto che darlo ad altri,
nondimeno, facendomene grande instanzia, deliberai di dar loro aiuto in parte,
bench in tal cosa fussero molti a contradirmi, affermando che io metterei in
ruina me stesso, mandando soldati fuori del campo. Ma io con tutto questo
mandai insieme con li predetti nunzii ottanta fanti e dieci cavalli, de' quali
feci capo Andrea di Tapia, al quale comandai che facessi tutto ci che vedessi
tornar commodo e utile al servizio di Vostra Maest e alla sicurezza nostra,
avendo riguardo alla necessit nella quale ci ritrovavamo, e nell'andare e nel
tornare non ponessi pi di dieci giorni. E partitosi con quest'ordine, giunse
ad una certa picciola terra, che  posta tra Marinalco e Coadnoacad. Quivi
trov gli nemici che gli aspettavano, onde, insieme con gli abitatori di
Coadnoacad e con quei soldati che menava seco, cominci a combatter contra di
loro s vigorosamente, che gli misero in fuga e ruppero e perseguitarono tanto
che gli forzarono entrar nella terra di Marinalco, che  situata in un colle s
alto che gli uomini a cavallo non vi potevano salire. Il che veduto, essi
distrussero ogni cosa che era nella pianura, e ottenuta questa vittoria, nello
spazio di dieci giorni assegnato loro, se ne ritornarono al nostro campo.
Uno degli signori della provincia di Tascaltecal, nominato Chichimecatecle, del
quale ho fatto menzione altre volte, che condusse le tavole per far li
brigantini che erano sute apparecchiate in quella provincia, dal principio
della guerra sempre era stato nel campo di Pietro d'Alvarado. Questo signore
dopo questa rotta, vedendo che gli Spagnuoli non andavano ad affrontar gli
nemici come solevano prima fare, deliber accompagnato da' suoi entrar nella
citt e combatterla, lasciando quattrocento arcieri de' suoi appresso un certo
ponte levato assai pericoloso, il quale egli aveva tolto a quei della citt, il
che non aveniva mai senza nostro aiuto. Egli and accompagnato da' suoi, che
mettevano gridi grandissimi, nominando la lor provincia e il lor signore. Quel
giorno fu aspramente combattuto, e da ogni banda ne rimasero molti feriti e
uccisi. E quei della citt credevano fermamente avergli chiusi in una gabbia,
percioch, essendo essi gente di tal natura che, mentre i lor nemici si
ritirano, bench non siano vittoriosi, perseguitano con animo ostinatissimo,
nel passar dell'acqua, dove suol esser evidente e certo pericolo, pensarono di
dover vendicar le loro ingiurie. E perci Chichimecatecle aveva lasciati al
passo dell'acqua li detti quattrocento arcieri, e venendo a ritirarsi, gli
nemici andaron loro adosso con grandissimo impeto, e le genti di Tascaltecal si
gettarono in acqua e con l'aiuto degli arcieri passarono. E gli nemici, vedendo
che facevano resistenza, si fermarono e maravigliaronsi grandemente dell'ardire
di Chichimecatecle.


Come il Cortese mand l'esecutor maggiore in soccorso a quelli di Matalcingo, e
la vittoria ch'egli ebbe. Come li signori di Matalcingo, Marinalta e Guiscon
vennero ad offerirsi.

Due giorni dopo la tornata degli Spagnuoli che erano andati alla guerra di
Marinalco, s come la Maest Vostra ha potuto intendere ne' precedenti
capitoli, vennero nel nostro campo dieci Indiani d'Otumia (e gli Otumiesi erano
scritti schiavi de' signori di Temistitan e, come ho detto, s'erano fatti
sudditi della Maest Vostra, e ogni d ci davano aiuto combattendo co' nostri
nemici), e mi fecero a sapere come li signori della provincia di Matalcingo, i
quali confinano con essi, facendo lor guerra, e avevano abbrucciato una certa
terra e menati prigioni alcuni di loro, e quanto potevano gli mettevano in
rovina, con animo d'assalire i nostri campi, accioch quei della citt
uscissero fuori e ne distruggessero del tutto. Noi prestammo lor fede,
percioch dopo alcuni giorni, ogni volta ch'entravamo nella citt per
combattere, ci minacciavano col nominar questi capitani della provincia di
Matalcingo; la quale, bench non ci fussi molto nota, nondimeno ben sapevamo
che era grande, e distante per spazio di venti leghe dal nostro campo. E per il
lamento che gli Ottumiesi facevano contra de' lor nemici, ci mostravano che
dessimo loro soccorso. E bench lo dimandassero in tempo molto strano,
nondimeno, confidandomi nell'aiuto divino, per rompere le ale dell'audacia
della citt, che ogni d ci minacciava per via di questi capitani di
Matalcingo, e mostravano speranza di dover avere aiuto da loro, e soccorso
d'altronde non poteva venire se non da quella banda, deliberai mandar Consalvo
di Sandoval esecutor maggiore con dieciotto uomini a cavallo e cento fanti, tra
i quali era un balestriere, da' quali tutti e da altri Ottumesi amici nostri
accompagnato si part. E Iddio  testimonio a che pericolo essi andavano, e in
quale restavamo noi; ma, bisognando mostrar maggior fortezza d'animo che mai
prima avessimo fatto e morir combattendo, dissimulavamo la debolezza delle
nostre forze e con gli amici e co' nemici. Nondimeno spesse volte gli Spagnuoli
l'un l'altro si confortavano a ripigliar finalmente vigore e a mostrarci
vincitori contra que' della citt, bench in essa e in tutte l'altre provincie
non dovessero conseguir utilit alcuna; onde si pu comprendere la fortuna e la
necessit nella quale eravamo posti col corpo e con l'animo.
L'esecutor maggiore quella notte and ad alloggiare ad una certa terra degli
Otumiesi che  all'incontro di Matalcingo, e il giorno seguente a buon'ora si
part e arriv alle stanze degli Otumiesi, le quali trov abbandonate e per la
maggior parte abbrucciate. E giunto nella pianura appresso un certo fiume,
trov una grandissima moltitudine di gente, che avevano gi finito
d'abbrucciare una altra terra, e avendo veduti li nostri cominciarono a
fuggire; e per la strada che passavano, dopo loro seguitavano molte some di
maiz e di piccioli fanciullini, che per vettovaglia menavano seco, e le avevano
lasciate subito che sentirono gli Spagnuoli esser arrivati. E poich ebbero
passato il fiume, che scorreva pi oltre, si cominciarono a fermar nella
pianura, e l'esecutor maggiore gli assalt con la gente a cavallo e gli ruppe;
ed essendosi messi in fuga, se n'andarono a diritto alla loro terra di
Matalcingo, che era lontana tre leghe, e gli seguit di continuo finch furono
astretti ad entrar nella terra; e quivi aspettarono gli Spagnuoli e gli amici
nostri, i quali andavano uccidendo coloro che le genti a cavallo avevano
rinchiusi tra loro e la fanteria e lasciati adietro: e in questa fuga furono
uccisi duemila de' nemici. Li fanti, essendo giunti al luogo dove s'era ferma
la gente da cavallo, e i nostri amici, che erano da sessantamila uomini,
cominciarono a caminar verso la terra, dove gli nemici fecero lor resistenza,
finch si conducevano le loro donne, li figliuoli e le robbe in una certa
fortezza posta in un colle altissimo quivi vicino. Nondimeno, subito che gli
assaltarono, gli costrinsero a ritirarsi nella rocca, che avevano in quella
sommit molto erta e forte; e misero a sacco e abbrucciarono la citt in
brevissimo spazio, fuggendosi gli nemici alla rocca, la quale l'esecutor
maggiore non volse che si combattesse, per esser gi l'ora tarda e la gente
molto stanca per la fatica, avendo combattuto tutto 'l d. Gli nemici
consumarono tutta quella notte in grandissimi gridi e strepiti di timpani e di
corni.
Il giorno seguente a buon'ora l'esecutor maggiore cominci a condurre li
soldati, acci salissero il colle per combattere con gli nemici ritirati nella
rocca, bench ci facessi con qualche paura, pensando che dovessero far
resistenza. Essendo giunti l suso, non trovarono alcuno de' nemici, e certi
Indiani amici nostri descendendo dal colle rapportarono che non vi era alcuno,
ma all'alba tutti s'erano partiti; e subito viddero nella pianura d'ogn'intorno
grandissimo numero di gente, che erano gli Ottumiesi. Li nostri da cavallo,
pensando che fussero nemici, andarono contra di loro e ne ferirono tre o
quattro: ed essendo il linguaggio degli Ottumiesi differente da quello di
Culua, non gli intendevano, se non che gettate l'armi ricorrevano agli
Spagnuoli, e nondimeno ne avevano feriti tre o quattro; ma essi ben conobbero
ci esser avenuto perch non erano stati conosciuti. E poich gli nemici non
aveano aspettato, gli Spagnuoli deliberarono di ritornare per un'altra lor
terra che similmente s'era ribellata, la qual, vedendo tante genti muoversi
contra di lei, gli ricevette benignamente. E l'esecutor maggiore parl col
signor della provincia, e gli fece intendere che egli ben doveva sapere che io
ricevevo benignamente tutti coloro che venivano ad offerirsi per vassalli di
Vostra Maest, avegna che avessero sommamente errato, e lo pregavo che parlasse
agli abitatori di Matalcingo, che venissero a trovarmi: e cos promise di fare,
e d'indurre anco gli abitatori di Marinalco a pacificarsi con esso noi.
L'esecutor maggiore, avuta questa vittoria, se ne ritorn al campo. E quel
giorno che egli arriv, alcuni Spagnuoli stavano combattendo nella citt, e li
cittadini fecero loro intendere che 'l nostro interprete andasse l, che
volevano trattar la pace, la quale (come poi si vidde) non la volevano se non
ci partivamo di tutta la provincia: e questo fecero accioch gli lasciassimo
riposare per qualche giorno, e per fornirsi d'alcune cose delle quali avevano
di bisogno, bench non gli trovassimo mai schifi del combattere. Mentre la cosa
si trattava per interprete, essendo li nostri vicini agli nemici, percioch non
v'era altro di spazio che un ponte alzato, un vecchio de' loro si cav di seno
alcune cose, che egli mangi, per mostrar che non erano astretti da necessit
alcuna, avendo noi fatto loro intendere che morirebbono di fame. E gli amici
nostri avisavano gli Spagnuoli che quella pace era finta e che dovessero
combattere con loro; nondimeno quel giorno non si combatt, percioch i
principali della citt commisero all'interprete che mi parlasse.
Circa quattro giorni dopo la tornata dell'esecutor maggiore dalla provincia di
Matalcingo, i signori di quella e di Marinalco e i signori della provincia di
Guiscon, che  larghissima e s'era anco ribellata, vennero al nostro campo e mi
pregarono umilmente ch'io perdonassi loro i passati errori, e mi promisero di
volerci servire e di mandare ad effetto le loro promesse: e continuamente insin
ora ci hanno servito.


Come i nemici vennero di notte ad assaltar il campo di Pietro d'Alvarado,
e, trovato esserli fatto resistenza, ritornorono nella citt. Deliberazione del
Cortese
di gettar a terra quanto prendessero della citt.

Mentre l'esecutor maggiore era absente nella provincia di Matalcingo, gli
nemici deliberarono d'uscir la notte e assaltar il campo di Pietro d'Alvarado,
e all'alba l'assaltarono; ma essendo stati sentiti dalle sentinelle e dalle
guardie, fu gridato all'arme, e coloro che si trovarono presenti andarono ad
affrontargli. Li nemici, uditi i cavalli, si gettarono all'acqua, e tra questo
mezzo i nostri s'appresentarono, e combatterono tre ore continue. Noi, stando
ne' nostri alloggiamenti, sentimmo un tiro d'un picciol pezzo d'artegliaria che
s'adoprava contra gli nemici, e perch avevamo sospetto che gli rompessero,
comandai che li soldati si mettessero in arme per entrar nella citt, accioch
gli nemici non ardissero di combatter contra Pietro d'Alvarado. E trovando che
era loro fatto resistenza gagliarda e valorosa, deliberarono tornarsene nella
citt, la quale noi altri quel giorno andammo a combattere.
In quel tempo noi che dalla prima rotta eravamo scampati feriti eravamo
risanati, e a Villa Ricca era giunta una nave di Giovanni Ponci da Leone, il
quale era stato rotto nella provincia dell'isola Florida, e gli abitatori della
citt mi fecero portar certa quantit di polvere con alcune balestre, delle
quali avevamo grandissimo bisogno; e gi per la grazia d'Iddio d'intorno
intorno non era provincia alcuna che non ci facesse grandissimo favore. E
vedendo io gli abitatori della citt tanto ostinati, e con maggior
dimostrazione e certezza di morire che mai si sia stata nazione alcuna, non
sapevo io stesso come dovessi portarmi con esso loro e in che maniera potessimo
scampar da tante fatiche e pericoli, e in che modo noi dovessimo fare per non
mettere in estrema rovina e loro e la citt, essendo la pi egregia e la pi
bella che sia in tutto l'universo mondo. N ci poteva giovare che noi li
facevamo avisati che non ci eravamo per partir di quel luogo n dal campo, e
che li brigantini non cessariano di fare ogni danno, e che avevamo rovinati gli
abitatori di Matalcingo e di Marinalco, e che in tutte le provincie non avevano
alcuno che desse loro aiuto, n avevano donde cavar maiz, carne, frutti e acqua
e finalmente niuna cosa appartenente al vivere; ma quanto pi facevamo loro
note cotal cose, tanto meno pareva che mancassero d'animo, anzi nel venir a
combattere e in tutte l'altre cose gli trovavamo pi animosi che mai fussero
stati. Onde io, vedendo la cosa andar di questa maniera e gi esser passati pi
di quarantacinque giorni che tenevamo assediata la detta citt, deliberai e per
nostra sicurezza e per poter meglio stancar gli nemici usare un rimedio, cio
che quanto pigliassimo della citt tanto gettassimo a terra da ogni banda, di
maniera che non andassimo pur un passo avanti che tutto non abbattessimo, e
dove era acqua facessimo terra ferma, se bene in ci fussimo astretti a
consumar gran tempo. E perci ordinai che si ragunassero i signori e i grandi
degl'Indiani amici nostri e palesai loro la mia deliberazione, richiedendogli
che per questo effetto chiamassero tutti li villani con li lor coi, che sono
una sorte di pali che usano in queste parti, s come in Spagna li zappatori
adoperano le zappe. Essi risposero che lo fariano volentieri e che era buona
deliberazione, e n'ebbero grandissimo piacere, essendo questo un modo da
gettare a terra tutta la citt, il che era da tutti grandemente desiderato.
Fra questo mezzo che si deliberava di queste cose passarono tre o quattro
giorni, e li cittadini si pensarono che noi trattassimo qualche gran cosa
contra di loro, e noi sospettammo che ancora essi, per quel che poi si vidde,
apparecchiassino ogni cosa possibile a lor difesa. E posto ordine co' nostri
amici che dovessimo andare a combatter la citt per acqua e per terra, il
giorno seguente doppo la messa cominciammo andare verso la citt, e giunti che
fummo al passo dell'acqua e all'argine che  nel principio delle case grandi
poste nella piazza, e volendolo noi combattere, i cittadini accennarono che ci
fermassimo, dicendo di voler venire alla pace; e io comandai a' nostri che
lasciassero di combattere, e feci intendere che 'l signor della citt dovesse
venir l a parlarmi, acci si potesse trattar la pace. E dicendo che alcuni
erano andati a chiamarlo, mi tennero a bada pi d'un'ora, non avendo essi
veramente desiderio alcuno di pace: e con veri effetti lo mostrarono, che,
essendoci noi posati, incontinente cominciarono a tirar freccie, bastoni
aguzzati e sassi contra di noi. Noi, veduto questo, cominciammo a combatter
l'argine e, avendolo preso, entrammo in piazza: e la trovammo piena di gran
sassi, che ve gli avevano messi accioch gli uomini a cavallo non potessero
scorrere, de' quali temono solamente in luogo fermo e aperto; e trovammo una
contrada serrata con sassi soli, e di sassi l'altra medesimamente ripiena, a
fin che li cavalli non potessero scorrer per tutto. E da quel giorno innanzi
riempiemmo quella via dove scorreva l'acqua e per la quale s'andava in piazza,
di maniera che dipoi gl'Indiani non la poterono mai pi votare, e poscia a poco
a poco cominciammo a gettare a terra le case e a riparar dall'acqua que' luoghi
che pigliavamo. Ed essendo i nostri centocinquantamila uomini combattenti, in
quel giorno si distrussero molte case, e poi si ritirammo al campo; e i
brigantini con le canoe de' nostri amici fecero gran danno alla citt, e ancor
loro si ritirarono per riposarsi.
Il d seguente entrammo nella citt col medesimo ordine, e, arrivato a quel
circuito e portici colonnati dove sono le torri de' loro idoli, comandai a
capitani che non dovessero far altro se non riempire li canali delle contrade,
nelle quali scorreva l'acqua, e acconciassero alcuni cattivi passi che avevamo
presi; e che gl'Indiani amici nostri, abbrucciate le case, le gettassero a
terra, e gli altri andassero a combatter contra gli nemici ne' luoghi soliti, e
li cavaleri tutti tenessero guardato che non ci assaltassero di dietro. Io
dipoi montai sopra una delle pi alte torri degl'idoli, che, essendo molto ben
conosciuto dagl'Indiani, sapea d'apportar loro gran dispiacere con la mia
salita, facendo io da quella torre animo agli amici, ordinando che ci dessero
soccorso quando la necessit lo richiedeva, percioch, combattendosi di
continuo, alle volte si ritiravano gli nemici e alle volte i nostri, i quali
subito erano sollevati da quattro da cavallo, che facevano lor animo che
andassero adosso agli nemici. A questo modo e con quest'ordine entrammo nella
citt cinque o sei giorni continui, e nella ritirata comandavamo sempre che li
nostri amici andassero avanti, e alle volte, ponendo in aguato alcuni Spagnuoli
in certe case, i cavalieri rimanevano e noi fingevamo di ritirarci per forza
per indurgli ad entrar nella piazza, e cos, col mettere in aguato li fanti,
ogni d al tardi ne ferivamo qualcuno. E un giorno tra gli altri erano in
piazza 7 over 8 cavalieri aspettando l'uscita de nemici, e non gli vedendo
uscire finsero di partirsi, e gli nemici, sospettando d'esser feriti nel
ritorno da que' cavalieri, come solevano fare, se ne stavano ascosi dopo li
muri e ne' cortili: ed era infinito il numero de' nemici che seguitavano questi
otto o nove, e avevano presa la bocca d'una strada che non li lasciava
offendere; onde i nostri furono astretti a ritornarsene e gli nemici,
insuperbiti per averli forzati a ritirarsi, a guisa di cani rabbiosi andavano
loro adosso. Coloro, che combattevano con riguardo, si ritiravano dove non
potessero patir danno; i nostri ricevevano gran danno da coloro che stavano
dietro i muri, s che furono astretti di ritirarsi e ferirono due cavalli, il
che fu cagione che io ordinai d'ingannarli con insidie, come racconto alla
Maest Vostra. E quel giorno ad ora assai tarda giugnemmo al campo, lasciando
sicuri i luoghi presi per esser gettati a terra: e gli abitatori della citt
erano molto lieti, pensandosi che noi ci fussimo partiti di paura. E quella
notte mandai messaggi all'esecutor maggiore, che avanti d con quindeci cavalli
tra' suoi e quelli di Pietro d'Alvarado venisse al nostro campo.


Astuzia che us il Cortese, per la qual furono uccisi gran quantit di nemici;
e come gli Spagnuoli trovarono in una sepoltura varie cose d'oro di gran
valuta.

Il giorno seguente a buon'ora l'esecutor maggiore arriv nel campo in compagnia
di quindeci cavalieri, e io n'avevo venticinque di quelli che erano alla
guardia di Cuioacan, ed erano in tutto quaranta cavalieri. E comandai a dieci
di loro che subito la mattina si partissero con tutti gli altri fanti, ed essi
insieme con gli altri entrassero a combattere, cercando di prendere e di
gettare a terra ogni cosa che potessero, percioch, mentre fusse venuto il
tempo di ritirarsi, sarei andato l con gli altri trenta uomini da cavallo; e
sapendo che la maggior parte della citt fusse abbattuta, seguitassero gli
nemici quanto pi potessero, finch gli forzassero ridursi in luoghi sicuri e
nelle contrade che hanno canali, dove suol correre l'acqua, e quivi dimorassero
insino a tanto che venisse il tempo di ritirarsi; e io insieme con quei trenta
a cavallo di nascoso mi metterei in aguato in certe case grandi, che sono
vicine a quelle grandi che sono nella piazza. I Spagnuoli mandarono ad effetto
quanto da me era stato imposto loro, e io un'ora dopo mezzogiorno con li trenta
cavalieri entrai nella citt, e giunto l li misi in quelle gran case, e
partito da loro montai sopra una gran torre, come era mio costume. E mentre io
dimoravo quivi, alcuni Spagnuoli aprirono una sepoltura, nella quale trovarono
varie cose d'oro, di valore di mille e cinquecento castigliani. Dipoi ordinai
che, quando fusse l'ora di ritirarsi, cominciassero a farlo con grandissimo
ordine, e che la gente da cavallo, poich si fusse ritirata alla piazza,
fingessero di volerli assaltare e poscia mostrassero di non aver ardire, e
questo facessero mentre fusse gran numero di nemici in piazza. Quelli che erano
posti in aguato desideravano sopra modo che venisse il tempo, e desideravano di
far riuscire la cosa bene, e gi era loro di molta noia il lungo tardare. Io mi
misi insieme con essi, e gi gli Spagnuoli cos a cavallo come a piedi si
ritiravano alla piazza, e anco gl'Indiani amici nostri, che gi avevano intesa
l'astuzia; gli nemici seguitavano con tante grida che pareva che avessero
ottenuta una grandissima vittoria. Quei nove cavalieri fingevano d'assaltargli
per la piazza e poi si ritiravano, e, avendo gi due volte fatto vista
d'assaltargli, li nemici avevano preso tanto ardimento che venivano a ferir fin
su la groppa de' cavalli; e finalmente gli condussero in quella contrada dove
erano posti gli aguati. Quando vedemmo gli Spagnuoli andare avanti e sentimmo
scaricare uno schioppo, che era il segno che avevamo ordinato tra noi,
conoscemmo esser venuto il tempo d'uscire e, chiamato il nome di san Giacomo,
di subito gli assaltammo e gli seguitammo fino in piazza, ferendogli e
gettandogli per terra e serrandone molti, i quali poi erano presi da' nostri
amici che venivano doppo noi, di modo che in tutti questi aguati che facemmo
furono uccisi pi di cinquecento de' nemici. E gli amici nostri quella sera
godettero d'una cena sontuosa fatta di carne de' corpi de' nemici, di quegli
dico che erano li primarii pi gagliardi e pi valorosi, percioch raccolsero i
corpi morti e gli portarono in pezzi per mangiarli a cena.
S grande fu la maraviglia che presero, quando si viddero in un subito rotti,
che non parlarono n gridarono in tutta quella notte, e cominciarono a non aver
ardir di comparire nelle contrade, n anco nelle terrazze, se non quando
vedevano manifestamente esser sicuri. E venendo la notte e partendoci, si vidde
che gli abitatori della citt mandarono certi loro schiavi a veder se ci
partivamo: e quando cominciarono a comparire in una contrada, dieci o dodeci
cavalieri gli assaltarono, e perseguitandogli fecero di modo che niuno scamp.
Gli nemici per questa nostra vittoria entrarono in tanta paura che non ebbero
mai ardir, durando questa guerra, di venire nella piazza quando ci partivamo,
bench in essa non vi fussero altri che un solo a cavallo, n ebbero ardimento
di perseguitar pi alcuno Indiano o fante de' nostri, pensandosi che di nuovo
gli avessimo poste insidie: e in vero che li fatti di quel giorno, e
medesimamente la vittoria che Iddio ne concesse, furono potentissima cagione
che prendemmo la citt molto pi tosto, percioch i cittadini furono soprapresi
da grandissima paura, e agli amici nostri crebbe l'ardire.
E cos ci ritornammo al campo, con ferma opinione di sollecitar di finir questa
guerra e non tralasciar giorno alcuno di entrar nella citt, fin tanto che se
ne venisse a fine. E quel d non avemmo danno alcuno nel nostro campo, salvo
che, uscendo noi dell'agguato, avenne che, scorrendo due cavalieri, cadde uno
di loro d'una cavalla, la quale se n'and a diritto nella schiera de' nemici,
che di molti colpi di freccie la ferirono: ed ella, sentendosi ferita, se ne
ritorn a noi e mor quella notte. Bench n'avessimo gran dispiacere, essendo
li cavalli e le cavalle molto a proposito per nostra salvezza, nondimeno non
tanto ci dolse quanto se fusse morta appresso li nemici, come pensammo che
dovesse esser con effetto, percioch, se cos fusse avenuto, averiano avuto
maggiore allegrezza che dolore della lor gente che avevamo uccisa. Quel giorno
medesimo li brigantini con le canoe de' nostri amici fecero grandissima
uccisione de' nemici, senza ricever danno alcuno.


Come il Cortese entr all'alba nella citt e fece gran danno a' nemici, molti
di loro uccisi e molti fatti prigioni con grandissima preda; prese del tutto la
strada che va a Tacuba, abbrucciate le gran case del signor Guautimucin e pi
altre, e molte gettate a terra.

Sapendo noi che li cittadini gi erano sbigottiti, da due di loro di mezana
condizione, li quali di notte erano usciti della citt e venuti nel nostro
campo cacciati dalla fame, intendemmo che la notte essi uscivano a pescar tra
le case della citt, e venivano in quella parte che avevamo presa, cercando
legne, erbaggi e radici da mangiare; e avendo ripieni molti canali delle
contrade dove scorreva l'acqua, e acconci molti cattivi passi, deliberai di
entrar nella citt all'alba e di far loro ogni danno che fusse possibile. Onde
li brigantini avanti giorno e io con dieci o quindeci a cavallo e alcuni fanti
e Indiani amici nostri entrammo dentro, avendo prima posti alcuni alla vedetta,
li quali, essendo noi messi in aguato, venuto il giorno ne fecero segno: e
assalimmo un numero infinito di gente, ma la maggior parte era della pi
miserabile della citt, e per lo pi erano donne e fanciulli, e tanto danno
facemmo loro in quei luoghi onde potevamo andar per la citt, che tra li morti
e li prigioni furono pi di ottocento. E similmente li brigantini presero di
molti nemici, insieme con le canoe con le quali essi pescavano, e fecero
grandissimo danno alla citt, li principali e capi della quale, vedendoci
passar di l ad ora non consueta, si maravigliarono grandemente, come prima
s'erano maravigliati dell'insidie che gi avevamo fatte loro, e niuno d'essi
ebbe ardire d'affrontarsi a battaglia con esso noi. E cos ritornammo al nostro
campo, portando grandissima preda e vettovaglia per li nostri amici.
Il giorno seguente, la mattina a buon'ora ritornammo nella citt, e gli amici
nostri vedendo il buon ordine che tenevamo per metterla in estrema rovina,
tanta era la moltitudine che sopragiugneva ogni giorno che non si poteva
numerare. E quel giorno ponemmo fine di prender la contrada onde si va a
Tacuba, e anco di riempire co' mattoni li cattivi passi che in quella si
trovavano, di modo che li soldati del campo di Pietro d'Alvarado potevano
venire ad unirsi con esso noi nella citt. Medesimamente pigliammo nella strada
per la quale si va in piazza due altri ponti, riempiendogli molto bene, e
abbrucciando anco le case del signore, nominato Guautimucin, giovane di
dieciotto anni, ch'era il secondo signor dopo la morte di Montezuma: nelle quai
case, per esser grandissime e fortificate e circondate d'acqua, gli nemici
avevano poste varie monizioni. Pigliammo anco due ponti d'altre strade che sono
appresso quella che si va in piazza, acconciando di molti cattivi passi, di
maniera che di quattro parti della citt n'avevamo prese tre: e gli nemici
niente altro facevano che ritirarsi a' luoghi pi sicuri, cio alle case che
erano poste in acqua.
Il giorno appresso, che fu la festa di san Giacomo, col predetto ordine
entrammo nella citt e, seguitando d'andare per quella contrada onde si va alla
piazza, pigliammo una strada larga nella quale era acqua, dove gli nemici si
pensavano esser molto sicuri: e veramente nel pigliarla dimorassimo assai e ci
trovammo in molti pericoli, n avemmo possanza in tutto quel giorno di far
tanto che, per esser ella molto larga, la potessimo riempiere del tutto, s che
li cavalli potessero passare all'altra strada. Ed essendo noi tutti a piedi e
gli nemici vedendo che li cavalli non erano passati, molti di loro de' pi
freschi e de' pi valenti ci vennero ad assaltare, ai quali di subito facemmo
resistenza; e avendo con esso noi molti balestrieri, gli nemici se ne
ritornarono agli argini e ripari che avevano fatti, bench molti ne morissero
feriti di saette; e in questa battaglia tutti gli Spagnuoli adoperorno le loro
aste, che in Spagna chiamamo picche, le quali io avevo fatte fare dopo la
nostra rotta: il che ne fu di grandissimo aiuto. Dall'altro lato in quel giorno
non attendemmo ad altra cosa che ad abbrucciare e a gettare a terra le case di
quella contrada, che era cosa miserabile da vedere; e non potendo far altro,
eravamo forzati a seguitar quell'ordine. Quando li cittadini sentivano e
vedevano tanto fracasso e rovina, per mostrare animo dicevano agl'Indiani amici
nostri che attendessero pure ad abbrucciare e a gettare a terra le case, che
poi essi a forza gliele fariano rifare: conciosiach, se essi ottenevano
vittoria, sapevamo molto bene dover esser cos come dicevano, e quando no, che
essi per nostro abitare sariano astretti medesimamente a rifarle. E piacque a
Iddio che nell'ultimo lor detto la cosa fusse verificata, avegna che essi
medesimi le rifacciano.


Come pi volte entrorono nella citt combattendo sempre. Fazione di Pietro
d'Alvarado, e come arriv nella strada ch'avea preso il Cortese, qual era piena
d'acqua col suo argine. La risposta che facevano i nemici essendo loro proposta
alcuna condizione di pace.

L'altro giorno, la mattina a buon'ora, con l'ordine solito entrammo nella
citt, e, quando arrivammo alla strada che 'l giorno precedente avevamo
ripiena, la trovammo nel modo che l'avevamo lasciata. E andati pi avanti per
due tiri di balestra, pigliammo due gran fossi d'acqua, che essi avevano cavati
nell'istessa strada soda, e arrivammo a una picciola torre consecrata a' loro
idoli, dove ritrovammo alcune teste di cristiani che avevano uccisi, di che
ricevemmo grandissimo dispiacere. E da quella torre era una strada diritta
insino al campo di Pietro d'Alvarado, e dal lato destro vi era una strada per
la quale s'andava alla piazza, dove era gi l'acqua, salvo che in una strada
che essi difendevano. Quel giorno non passammo pi avanti, ma combattemmo
aspramente e per molto spazio co' nemici: e concedendone l'onnipotente Iddio
aver ogni giorno vittoria, sempre essi restavano inferiori. Ed essendo gi
l'ora tarda, ce ne ritornammo al campo.
Il d seguente, avendo posto ordine d'entrar nella citt, a nona stando noi
ancora nel campo vedemmo uscir fumo di due torri della piazza, overo del
Tetebulco, ma non potevamo imaginarci quel che volesse significare; e vedendo
quel fumo esser maggiore che quando fanno profumi a' loro idoli, sospettammo i
soldati di Pietro d'Alvarado esser venuti l: e bench per la verit fusse
cos, nondimeno non pensavamo che potesse essere. E certamente quel giorno
Pietro d'Alvarado insieme co' suoi soldati si port valorosamente, percioch
gli restava da pigliar molti ponti e argini, e a difendergli v'andava sempre la
maggior parte della gente della citt; nondimeno, vedendo che dal nostro campo
noi stringevamo gli nemici, con tutti li modi possibili egli si sforz d'entrar
nella piazza, essendo quivi tutto lo sforzo loro. Ma con tutto ci non pot
passar pi avanti che alla vista di quella e pigliar quelle due torri, con
molte altre che erano vicine al palazzo, il quale era tanto largo quanto il
circuito di molte torri della citt; e gli uomini da cavallo ebbero grandissima
fatica e travaglio e furono costretti a ritirarsi, e ritirandosi furono feriti
tre cavalli: e cos Pietro d'Alvarado insieme co' suoi soldati se ne ritorn
nel suo campo. Noi quel giorno non volemmo pigliare un ponte e una strada onde
correva acqua, la qual sola ci restava da prendere per poter arrivare in
piazza, ma solamente attendemmo a riempire e acconciare certi cattivi passi;
nondimeno nella ritirata ci strinsero fortemente, bench tornasse pi tosto in
danno loro.
Il giorno vegnente, la mattina a buon'ora entrammo nella citt, e, non ci
avanzando altro da pigliare per giugnere in piazza se non una strada piena
d'acqua col suo argine, che era accosto la torre della qual parlai di sopra,
cominciammo a combatterla: e in questo un banderaio e tre o quattro Spagnuoli
gettati all'acqua, gli nemici subito lasciarono il luogo, e noi incontanente
cominciammo a riempierlo, di modo che li cavalli potessero passare. E mentre
ci si faceva, Pietro d'Alvarado arriv nella medesima strada, accompagnato da
quattro cavalieri: e veramente l'allegrezza che ebbero li soldati d'amendue li
campi fu incredibile, percioch quella era la via e 'l modo da metter presto
fine alla guerra. Pietro d'Alvarado si lasciava la guardia di dietro e dalle
bande, e per difesa della sua persona e dei luoghi acquistati. Subito che fu
acconcio quel passo, io, accompagnato da alcuni a cavallo, andai per vedere il
palazzo, e comandai a' soldati del nostro campo che a niun modo procedessero
pi avanti. E avendo passeggiato alquanto per la piazza, riguardando li portici
e le loggie piene di nemici, che, essendo la piazza s larga che vi si potevano
maneggiar li cavalli, non ebbero ardir d'avicinarsi, io montai sopra quella
gran torre vicina al palazzo, e in quella trovammo le teste de' cristiani che
ci avevano uccisi e offerti agl'idoli; dalla qual torre viddi quanta parte
della citt avevamo presa, e senza dubbio delle otto parti ne avevamo pigliate
le sette. E conoscendo tanta gran moltitudine di gente de' nostri nemici esser
ridotta in s stretto spazio, massimamente che quelle case dove si trovavano
erano molto strette, e ciascuna da per s posta sopra l'acqua, e principalmente
avevano grandissima carestia d'ogni cosa, percioch per le strade vedevamo che
avevano cavate le radice e le scorze degli arbori, deliberai non volergli
combattere per qualche giorno, ma proponer loro qualche condizione d'accordo,
accioch non fusse astretta a morir tanta moltitudine di gente: e in vero
m'arrecava dolore incredibile il danno che facevamo loro. Pur io di continuo
procuravo che fussero esortati a venire a pace con esso noi, ma essi
rispondevano che per niun modo volevano arrendersi, e che un solo che vi
rimanesse aveva da morir combattendo; e di tutte quelle cose che essi
possedevano, niente n'era per venire alle nostre mani, ma erano per
abbrucciarle e gettarle in acqua, dove non potessero esser viste n apparissero
mai. E io, per non render mal per male, dissimulavo e non lasciavo che fussero
combattuti dai nostri.


D'una machina che fecero fabricar gli Spagnuoli. Come il Cortese, confortati
pi volte i nemici alla pace, vedendo le lor risposte esser finte, combattete
con la citt, e furono uccisi pi di dodecimila de' nemici. Quel che dicessero
i primarii della citt al Cortese, qual mandorno a chiamar a parlamento.
Dell'idolo detto Ochilubo.

Trovandoci noi aver poca polvere d'artiglieria, quindeci giorni avanti avevamo
consigliato di fare una machina, o veramente edificio che vogliamo chiamarlo; e
se ben non v'erano artefici che la sapessero ben fare, nondimeno alcuni
legnaiuoli s'offersero di farla, ma picciola per, e avegna ch'io pensassi che
non potessero far cosa buona, nondimeno diedi lor licenza di fabricarla. Fu
finita in quei giorni che noi tenevamo gli nemici serrati in cos stretto
luogo, e la condussero per metterla in certo luogo fatto a guisa di teatro, che
 nel mezzo della piazza, fabricato con calcina e con pietre quadrate, alto
quanto saria la statura di due uomini e mezzo, e da un angolo all'altro vi pu
esser lo spazio di trenta passi. Questo luogo era stato ordinato da loro per
mettervi, quando si facevano feste e giuochi publici, coloro che
rappresentavano li giuochi, accioch tutte quelle persone che erano nel palazzo
e da basso e ne' portici potessero vedere quel che s'appresentava. Qui essendo
stata condotta la predetta machina, consumarono tre o quattro giorni prima che
l'allogassero, e gl'Indiani amici nostri minacciavano i cittadini, dicendo che
con quella tutti avevano da esser uccisi: e bench ci non fusse d'alcuno
giovamento, nondimeno assai era la paura che li nostri Indiani facevano agli
nemici, pensandosi che s'arrendessero. Ma non segu per n l'uno n l'altro,
percioch i legnaiuoli non finirono la machina, e li cittadini, avegna che
temessero grandemente, non mostrarono per segno alcuno di darsi a patto. E noi
dissimulammo il difetto della machina, dicendo che eravamo mossi a compassione,
che a fatto non fussero tutti uccisi.
Il giorno seguente, poich fu quivi posta la machina, ritornammo nella citt,
ed essendo gi passati tre o quattro d che non l'avevamo combattuta, trovammo
le strade donde passavamo piene di donne e di fanciulli e d'altre miserabili
persone che morivano di fame, e uscivano fuori deboli e mezzi morti, il che era
la pi miserabil cosa da vedere che si potesse trovare in tutto l'universo
mondo. Io comandai a' nostri amici che in modo alcuno non facessero loro danno,
ma niuno per veniva fuori atto a combattere, il quale meritasse d'esser
offeso: ben gli vedevamo nelle loggie con le loro vesti solamente e senza arme;
e tutto quel giorno sollecitai che fussero confortati alla pace, ma le lor
risposte erano finte, e cos la maggior parte del giorno ne tennero in
longhezza. Io feci loro intendere d'aver deliberato d'assaltargli, e che
comandassero alla lor moltitudine che si ritirasse, altramente lascierei che
gl'Indiani amici nostri gli uccidessero; ed essi risposero di voler la pace.
Diedi risposta loro che io non vedevo il signore, col quale ragionevolmente
doveva esser trattata, e quando egli fusse venuto, arei dato loro ogni
salvocondotto che avessero dimandato per venire a parlar della pace. E vedendo
che era una beffa, e gli nemici tutti apparecchiati, avendogli molte volte
amorevolmente confortati alla pace, io, per ridurgli in pi strettezza e
condurgli all'estremo, comandai a Pietro d'Alvarado che con tutte le sue genti
entrasse dalla banda d'una gran contrada, la qual tenevano gli nemici, che
aveva pi di mille case, e io dall'altra banda a piedi, non potendo a cavallo
far profitto alcuno, entrai accompagnato da tutte le genti del nostro campo. E
noi con gli amici nostri combattemmo s gagliardamente che pigliammo tutta
quella contrada, facendo s grande uccisione de' nemici che tra uccisi e presi
quel giorno furono pi di dodecimila; e gl'Indiani amici nostri usavano tanta
crudelt che non ne lasciavano vivo alcuno, ancora che noi gli reprendessimo
grandemente.
L'altro giorno appresso, ritornando noi nella citt, comandai ai nostri che non
combattessero, n facessero danno alcuno alli nemici; i quali, vedendo tanto
numero di gente muoversi contra di loro, e conoscendo i lor vassalli e che
coloro a' quali solevano comandare minacciavano d'uccidergli, e vedendosi
condotti all'estremo, e non avendo dove fermarsi se non sopra li corpi morti
de' lor cittadini, desiderando pur alla fine di levarsi da s acerba miseria,
gridando ne domandavano per qual cagione ormai non gli uccidevamo: e mostrando
d'aver desiderio di parlarmi, con gran prestezza mi fecero chiamare. E perch
tutti gli Spagnuoli sopra modo desideravano il compimento di questa guerra, e
avevano gran dispiacere di tanto danno che facevamo loro, ebbero grandissimo
piacere, pensando che volessero la pace; onde mi vennero a chiamare con
grandissima allegrezza, facendomi grand'instanzia ch'io andassi ad un certo
argine, nel quale erano alcuni de' primarii che volevano parlar meco. E bench
io vedessi la mia andata dover esser di poco profitto, nondimeno deliberai
andare a vedere come stesse la cosa, conoscendo io che l'arrendersi consisteva
tutto nel signor solo e in tre o quattro altri de' principali della citt,
percioch tutti gli altri gi desideravano d'esser posti fuori di quel luogo o
vivi o morti. Giunto che fui all'argine, mi fecero intendere, essendo io
figliuol del sole, s come essi tenevano di certo, e il sole nel breve spazio
d'un giorno e d'una notte girando attorno tutta la terra, per qual cagione io
anco nel medesimo spazio non gli uccidevo per cavargli fuori di tante pene,
desiderando essi ormai di morire e ascendere in cielo al loro Ochilubo, che l
suso gli aspettava per donar loro riposo. Ochilubo  un idolo, che gl'Indiani
l'hanno in grandissima riverenza. Io risposi loro con molte parole per indurgli
ad arrendersi, nondimeno nulla giovava, vedendo essi in noi, per divino aiuto
vincitori, quei segni di pace che essi vinti non mostrarono mai.


Come il Cortese mand uno de' primarii che era prigione per parlar col signore
e co' principali della pace, e il signor immediate lo fece uccidere e
sacrificare, e la risposta fu che combatterebbono aspramente. Come, dicendo i
nemici al Cortese che 'l signore verr a parlargli, ei gli fece apparecchiare
un letto da seder basso e da mangiare; e come vennero due altre volte, ma il
signore non volse venire, e per che cagione, e ci che li rispose il Cortese.

Avendo noi condotti gli nemici all'estremo, come dalle cose precedenti si pu
comprendere, io per rimuovergli dal lor cattivo proponimento, essendo l'animo
loro di morire, parlai con uno de' lor primarii che io avevo prigione, e prima
due o tre d l'avea anco tenuto il zio di don Ferdinando, signor di Tessaico,
mentre si combatt nella detta citt; e bench egli fusse ferito, lo dimandai
se voleva ritornar dentro in Temistitan. Ei mi rispose di s, onde il giorno
seguente, essendo noi entrati nella citt, lo mandai con alcuni de' nemici, che
l'appresentarono a' cittadini: e gi io gli avevo parlato diffusamente, che col
signore e co' principali della citt ragionasse del venire alla pace, ed egli
in ci promise di fare ogni cosa a lui possibile. Li cittadini lo ricevettero
con grandissima riverenza, come uno de' primarii, ma, subito che lo condussero
alla presenza di Guautimucin e che cominci a parlar della pace, detto signor
comand che allora allora fusse ucciso e sacrificato. E la risposta che ne
diedero fu che vennero con altissimi gridi a dire che volevano morire, e
cominciarono ad aventar saette, bastoni aguzzati e sassi contra di noi e a
combattere aspramente, s che n'uccisero un cavallo con un dardo, che essi
aveano fatto d'una spada la qual ci aveano tolta; ma alla fine cost lor caro,
percioch furono uccisi molti di loro. E cos ne ritornammo nel nostro campo.
Il giorno vegnente ritornammo nella citt, e gli nemici erano venuti a tale,
che una infinita moltitudine d'Indiani amici nostri aveano ardimento
d'alloggiar la notte nella citt; ed essendo noi venuti in faccia de' nemici,
non volemmo combattere con loro, ma solamente andammo per la citt indugiando,
percioch aspettavamo che d'ora in ora e di momento in momento dovessero venire
a noi pacificamente. E per indurgli all'accordo cavalcando me n'andai ad un
certo argine molto forte, e quivi chiamai alcuni de' primarii de' quali io
avevo conoscenza, che stavano ascosi dopo l'argine, e dissi loro, poich gi si
poteano veder rotti, e che se io volevo in un'ora potevo fargli uccider tutti,
s che non ne sarebbe rimaso vivo alcuno, per qual cagione Guautimucin lor
signore non veniva a parlarmi, che in vero io gli promettevo di non gli far
danno alcuno, se egli insieme con essi voleano pacificamente portarsi meco, e
sariano ricevuti e trattati da me amorevolmente. E molte altre cose parlai con
loro, per le quali gli mossi a compassione, e piangendo mi risposero di
conoscer molto bene il lor errore e rovina, e di voler anco andar a parlare al
lor signore, e che tosto ritorneriano con la risposta, richiedendomi che non mi
dovesse partir de l. Essi, essendosi partiti, non molto indugiarono a
ritornare, dicendomi che per esser l'ora tarda il lor signore non era venuto;
nondimeno pensavano che senza dubbio il d seguente sul mezzod saria venuto a
parlar meco nella piazza del palazzo. E cos ne ritornammo agli alloggiamenti.
Io ordinai che in quel luogo quadro che  nel mezzo della piazza fusse
apparecchiato un letto da seder basso per il signore e per li primarii della
citt, come essi sogliono avere, e oltra di ci apparecchiassero anco da
mangiare: e cos fu fatto.
Il giorno seguente, entrando nella citt, comandai alle nostre genti che
stessero apparecchiate, accioch se li nemici ci ponessero insidie, che non ci
trovassero disprovisti; e il medesimo fece intendere a Pietro d'Alvarado, che
ivi medesimamente si ritrovava. Subito che arrivammo al palazzo, ordinai che
fusse fatto a sapere a Guautimucin che io l'aspettavo in piazza; il quale, s
come poi si vidde manifestamente, deliber di non venirvi, e mand cinque de'
principali della citt, i nomi de' quali, non facendo molto a proposito, non
gli racconto. Giunti che furono, mi dissero che 'l lor signore mi faceva a
sapere e pregare che io gli perdonassi se non era venuto, che per paura egli
non ardiva di comparirmi avanti, e oltra di ci si sentiva mal disposto; e che
in vece sua erano venuti essi, e che io comandassi quel che io volevo, che lo
manderiano ad esecuzione. Noi, bench il lor signore non fusse venuto,
nondimeno avemmo grandissimo piacere della venuta delli sopradetti primarii,
parendoci che fusse la via da metter tosto fine all'impresa. Io gli ricevetti
benignamente, ordinando che fusse dato loro da mangiare e da bere, onde
mostrarono la fame che essi pativano. Poich ebbero mangiato, dissi loro che
parlassero al signore, che non temesse punto, ch'io promettevo loro la mia fede
che, se veniva alla mia presenza, non lo lascierei offendere, n in modo alcuno
saria ritenuto; e che in vero bisognava che egli venisse, non si potendo senza
la persona sua n trattare, n concluder cosa buona. Feci poi dar loro alcune
cose da mangiare, che le portassero per ristorarsi; e mi promisero in questa
facenda di fare ogni cosa a lor possibile, e con questo si partirono. De l a
due ore ritornarono portandomi alcune vesti di seta che essi usano, con dirmi
come Guautimucin lor signore aveva fatto deliberazione di non venire a parlar
meco, e ne faceva sua scusa. Io replicai che non sapevo la cagione perch egli
temesse di comparire alla mia presenza, poich vedeva ch'io mi portavo s bene
con quegli ch'erano stati la cagione e il nutrimento della guerra, lasciandogli
andare e tornare senza offesa alcuna. Dipoi gli pregai che tornassero a
parlargli e facessero ogni opera che egli venisse, poich la sua venuta gli era
per esser di tanto profitto, e io facevo tutto questo a suo commodo. Essi mi
risposero che cos fariano, e il d vegnente ritorneriano a me con la risposta;
ed essendosi partiti, noi tornammo al nostro campo.


Come il Cortese, vedendo che 'l signor non veniva a parlarli, circondati i
nemici li diede l'assalto, in modo che per terra e per acqua furono tra uccisi
e fatti prigioni pi di cinquantamila uomini, e per il bere dell'acqua salsa e
per la fame e puzzo ne morirono pi d'altri cinquantamila. E come Garzi Hulguin
capitano fece prigioni Guautimucin, signore di Temistitan, e il signor di
Tacuba.

Il giorno seguente, a buon'ora li primarii della citt vennero ai nostri
alloggiamenti, per farmi a sapere ch'io andassi alla piazza della citt dove 
il palazzo, che 'l signor voleva venire a parlamento meco. Io, pensandomi che
in vero cos fusse, montai a cavallo e andai, aspettandolo quivi per tre o
quattro ore; nondimeno non volse mai venire n comparirmi dinanzi. Onde vedendo
che era una beffa, ed essendo gi l'ora tarda, n il signore n anco gli suoi
nunzii ritornando, commisi che fussero chiamati gli Indiani amici nostri che
erano rimasi nell'entrata della citt, quasi una lega lontani da quel luogo
dove noi eravamo; ai quali avevo comandato che non venissero pi avanti,
percioch li cittadini m'aveano richiesto che nel parlamento della pace non vi
si dovesse trovar presente alcuno di loro. Essi ne vennero incontanente, come
anco fecero le genti di Pietro d'Alvarado. Giunti che furono, cominciammo a
combattere certi argini e alcune strade con canali pieni d'acqua che erano
ancora in poter de' nemici, che erano la maggior fortezza che fusse rimasa
loro, e insieme con gli Indiani amici nostri andammo tanto avanti quanto ci
parve. Ma quando io usci' degli alloggiamenti, ordinai a Consalvo di Sandoval
che entrasse dall'altra parte delle case, dove s'erano fortificati gli nemici,
di modo che gli tenessimo circondati, ma per non venisse a battaglia se prima
non sapeva che noi ci fussimo affrontati con loro. S che, essendo cos
circondati e ristretti, non avevano via alcuna da passare, se non sopra li
corpi morti e per le loggie e per li portici che ancora restavano in man di
loro, e perci non trovavano n saette, n bastoni, n sassi coi quali ci
potessero offendere; e con esso noi venivano gli Indiani amici nostri armati a
spade e rotelle. E quel giorno fu fatta s grande uccisione, per acqua e per
terra, che tra uccisi e presi furono pi di cinquantamila uomini; e le grida e
li pianti de' fanciulli e delle donne erano tali e tanti, che niuno era che non
si movesse a piet. E noi altri in ritener gli amici nostri, che non gli
uccidessero e non usassero tanta crudelt, avevamo pi da fare che nel
combatter contra gli nemici: e giudico che non si trovi, n mai si sia trovata
in nazione alcuna maggior crudelt che negli abitatori di queste provincie,
aliene da ogni naturale umanit e ordine.
Gl'Indiani amici nostri quel giorno fecero grandissima preda, i quali in nessun
modo potevamo ritenere, essendo noi Spagnuoli forse novecento ed essi pi di
centocinquantamila: ed era impossibile aver tanta cura e diligenza da potergli
impedire n ritirar dalla rapina, ancora che noi facessimo ogni cosa possibile.
E una delle ragioni perch'io ricusavo di venire a battaglia con gli abitatori
della citt, era percioch, se gli prendevamo per forza, essi avevano gettate
in acqua tutte le lor robbe; e se non ve le gettavano, gl'Indiani amici nostri
averiano messo a sacco ci che avessero trovato, overo la maggior parte, onde
consideravo che poco toccarebbe alla Maest Vostra di tante ricchezze che erano
in questa citt, appresso quelle che io avevo da prima per la Maest Vostra. Ed
essendo gi l'ora tarda, n potendo pi sopportare il puzzo de' corpi morti che
in quelle strade erano giaciuti per terra molti giorni, che era la pi
pestilente e brutta cosa che si potesse vedere, ce ne ritornammo nel nostro
campo. La sera posi ordine che 'l giorno seguente dovessimo entrar nella citt,
e che s'apparecchiassero tre pezzi d'artiglieria grossa che avevamo per
condurgli l, percioch mi pensavo che, essendo gli nemici tanto stretti che
non potevano volgersi, e volendo noi entrar senza combattere, essi averiano
potuto annegar gli Spagnuoli, onde io volevo da lontano battergli con
l'artiglieria per levargli dalla difesa contra di noi. Parimente ordinai
all'esecutor maggiore che 'l giorno seguente fusse apparecchiato ad entrar co'
brigantini per un certo lago molto grande che era fra le case, dove erano
ragunate tutte le canoe de' nemici: e tenevano s picciol numero di case dove
potessero stare, che 'l signor della citt con alcuni primarii se ne stava
nelle canoe, non sapendo che si fare. E noi quel giorno facemmo parlamento e
ferma deliberazione che dovessimo entrare nella citt.
La seguente mattina per tempo comandai che tutti stessero apparecchiati, e
fussero condotti que' due pezzi grossi d'arteglieria, avendo prima il giorno
innanzi mandato a dire a Pietro d'Alvarado che mi aspettasse in piazza, e non
combattesse co' nemici finch io non arrivasse l. Essendo noi gi ridotti
insieme, e stando li brigantini apparecchiati dopo le case nelle quali erano
gli nemici, comandai che, sentendo scaricare uno schioppo, entrassero da una
certa parte che mancava da prendere, e quivi facessero di modo che gli nemici
fussero forzati a gettarsi in acqua verso questa parte dove avevano da stare
apparecchiati li brigantini, imponendo loro che mettessero ogni cura e fatica
di pigliar vivo Guautimucin, percioch, subito che egli fusse preso, la guerra
sarebbe finita. Io montai sopra una loggia e, prima che entrassero a
combattere, parlai con alcuni primarii della citt conosciuti da me, dimandando
loro per qual cagione il lor signore non volesse venire alla mia presenza,
aggiungendo che, poich si vedevano giunti all'estremo, non dessero essi
medesimi occasione di morir tutti, ma che lo dovessero chiamar fuori senza
temer di cosa alcuna. Parve che due de' primarii andassero a chiamarlo, e poco
dopo ritorn con essi uno de' principali tra loro, nominato Ciuacoacin, che era
duce e governatore di tutti loro, per consiglio del quale erano indrizzate
tutte le cose della guerra. Io me gli mostrai grato e benigno, accioch,
lasciando la paura da parte, prendesse speranza e sicurt. Egli m'annunci che
'l signore a niun modo voleva comparir dinanzi a me, anzi pi tosto voleva
morire che condursi a far questo, ed esso n'aveva gran dispiacere, s che
facessi io quel che mi pareva. Avendo compreso l'animo suo, dissi che se ne
ritornasse a' suoi, ed egli con loro insieme s'apparecchiasse, ch'io volevo
entrar a combattere con loro e ucciderli tutti.
E avendo noi consumato pi di cinque ore in simili ragionamenti, li cittadini
tutti stavano sopra li corpi morti, e alcuni in acqua: alcuni notavano e alcuni
si sommergevano nel lago dove si ragunavano le canoe, che era molto largo. E s
grandi erano le lor miserie, che niuno saria bastante a poter pensare come le
potessero sopportare; e grandissima moltitudine di donne e di fanciulli
correvano a noi, e affrettandosi ciascuno d'esser il primo, e venivano a
gettarsi l'un l'altro in acqua e anco affogarsi tra li corpi morti. E parmi che
per l'acqua salsa che bevevano e per la fame e per il puzzo fussero assaliti da
s grave pestilenza, che ne morirono pi di cinquantamila uomini; li corpi
morti de' quali, accioch noi non conoscessimo la lor carestia e necessit, gli
gettavano in acqua di modo che li brigantini non li potessero trovare, e non
gli gettavano fuori, accioch noi altri nella citt non gli vedessimo: onde in
quelle strade nelle quali essi dimoravano trovammo i monti di corpi morti, di
modo che niuno poteva mettere il piede altrove se non sopra d'essi. Or io avevo
dato ordine che in tutte le strade stessero gli Spagnuoli, accioch gl'Indiani
amici nostri non uccidessero que' miseri cittadini che venivano a darsi nelle
nostre mani, i quali erano quasi senza numero; medesimamente feci avisati i
capitani de' nostri amici che a niun modo comportassero che fussero uccisi
coloro che ricorrevano a noi; ma non si pot fare tanto, n tanto resistere,
che in quel giorno non fussero uccisi e sacrificati pi di quindecimila uomini.
E fra questo mezzo tutti li primarii della citt, e gli altri tutti atti a
combattere, erano ristretti in certe loggie e case e acque, dove non giovava
loro fingere s che non vedessimo apertamente la lor debolezza e consumamento.
Ma essendo gi l'ora tarda e non volendo essi arrendersi, comandai che fussero
drizzati que' pezzi d'artegliaria contra di loro, per tentar se si volevano
arrendere, percioch averiano patito maggior danno dall'aver noi comportato che
gli Indiani amici nostri gli avessero assaliti, che dall'arteglierie, le quali
fecero loro pur danno in qualche parte. E questo giovando poco, comandai che
fusse scaricato un schioppo; al qual segno li nostri subito occuparono quel
canto che mancava lor di prendere, e, gettati in acqua coloro che vi erano, gli
altri che rimasero s'arrenderono senza combattere; e li brigantini, entrati
insieme in quel lago, assaltarono le canoe, e gli uomini che in quelle si
trovavano non ebbero ardire di affrontarsi a battaglia.
E piacque all'onnipotente Dio che un certo capitano dei nostri, nominato Garci
Holguin, si mise a seguitare una canoa, nella quale gli pareva che fussero
portati uomini di qualche riputazione; e avendo egli a proda due o tre
balestrieri, si apparecchiavano di saettare coloro che erano nelle canoe, i
quali accennarono che in quella canoa vi era il signore della citt, e perci
non volessero altrimenti contra di loro tirare saette. Allora essi di subito
corsero a pigliare il detto signore, che era Guautimucin, e anco il signore
della citt di Tacuba e molti altri che erano nella detta canoa; e incontanente
il predetto capitano Garci Holguin condusse prigione quel signore, insieme con
gli altri primarii, a quella loggia dove io stavo, che era appresso il lago del
signore della citt. Il quale, poich fu a sedere, non gli avendo io usato
asprezza alcuna, fattomisi vicino mi disse in suo linguaggio che aveva fatto
ci che era tenuto a fare per difendere se stesso e i suoi, di modo che era
condotto in simile stato, e che per l'avenire io disponessi di lui a mio
piacere; e ponendo mano ad un certo mio pugnale, mi preg che ficcandoglielo
nel petto l'uccidesse, ma io gli commandai che dovesse star di buon animo.
Preso che egli fu, cess tutta la guerra, alla quale piacque al sommo Iddio
d'imponer fine un marted, la festa di sant'Ippolito, a' tredici d'agosto 1521:
s che dal d che fu posto l'assedio alla citt e che fu presa, il che fu alli
30 di maggio del detto anno, insino alla espugnazione, v'andarono
settantacinque giorni. Onde la Maest Vostra comprender le fatiche, li
pericoli e le disgrazie che hanno avuto gli suoi vassalli; e quanto in ci
abbiano adoperato le loro persone, si pu molto ben dai fatti istessi
comprendere.


La somma dell'oro che fu raccolto in Temistitan. Come il signor della provincia
Michuacan mand ambasciatori al Cortese ad offerirsi, e, pigliata da quegli
informazione se per quella provincia si pu andar al mar d'Ostro, mand con
loro due Spagnuoli, che li conducessero l.

Di quelli settantacinque giorni che dur l'assedio, niuno ve ne fu che passasse
senza battaglia, o grande o picciola. E quel giorno che fu preso Guautimucin ed
espugnata la citt di Temistitan, poich furono raccolte le spoglie e la preda
che potemmo avere, ritornammo nel campo, rendendo grazia a Iddio della
misericordia che ci avea usata e della vittoria tanto desiderata, che
benignamente n'avea conceduto che ottenessimo. Stemmo quivi nel campo tre o
quattro giorni, mettendo ordine a molte cose che bisognavano; dipoi venimmo
alla citt di Cuioacan, dove fin ora ho dimorato, attendendo a dare ordine e
governo e a pacificar queste provincie. Raccolto l'oro e l'altre cose, per
consiglio degli ufficiali di Vostra Maest procurai di farlo fondere, ed
essendo fuso arriv alla somma di centoventimila castigliani, della quale ne fu
consegnata la quinta parte al suo tesoriero, senza la quinta parte che toccava
alla Maest Vostra s degli schiavi come dell'altre cose, s come pi
diffusamente apparir nella relazione di tutte le cose che apparteranno alla
Maest Vostra, che sar sottoscritta co' nostri nomi. L'oro che avanz fu
partito tra me e gli Spagnuoli, secondo che 'l costume, il servizio e la
qualit di ciascuno richiedeva, e oltra il predetto oro furono trovati alcuni
fregi d'oro, e de' migliori ne fu data la quinta parte al tesoriero di Vostra
Maest. Tra la preda che noi facemmo, avemmo certe rotelle d'oro e penne e
altri lavori fatti di penne, tanto maravigliosi che non si potria con i scritti
dimostrare, n si pu comprender la loro eccellenza se non da chi gli vede;
onde, essendo tali, non mi parve che si dovessero partire, ma donarli alla
Maest Vostra. Per la qual cosa comandai che si ragunassero tutti li soldati, e
li pregai ad essere contenti che fussero mandati alla Maest Vostra, e alla
Vostra Maest donassimo quella parte che a loro e a me perveniva: ed essi
lietamente lo concedettero, e cos mandammo alla Maest Vostra il detto dono
per li procuratori che manda il consiglio di questa Nuova Spagna.
Tenendo la citt di Temistitan il prencipato in queste provincie, ed essendo
ella di grandissima e illustrissima fama, parve che ad un certo potente signore
d'una grandissima provincia, che  lontana settanta leghe da Temistitan,
nominata Mechuacan, venisse a notizia come noi l'avevamo distrutta e gettata a
terra. E rivolgendosi per l'animo la grandezza del dominio e la fortezza della
detta citt, gli parve che, poich essa non aveva potuto farci resistenza,
niente ci potesse resistere; onde mosso da paura mi mand alcuni ambasciatori,
e in nome suo per interpreti mi fecero intendere che 'l loro signore aveva
saputo che noi eravamo vassalli d'un gran signore, e che, se io mi contentavo,
esso co' suoi desideravano d'esser vassalli della Maest Vostra e di tener con
noi strettissima amist. Io risposi loro esser vero che noi eravamo vassalli
d'un gran signore, che  la Maest Vostra, e a tutti quegli che ricusassero
d'essere avevamo deliberato di far guerra, e che 'l lor signore ed essi avevano
fatto bene a venire a darsi per vassalli della Maest Vostra. Ed essendomi da
un tempo in qua venuta notizia del mar d'India verso ostro, pigliai
informazione da loro se vi poteva andar per la lor provincia. Essi mi risposero
di s, e io gli pregai, per poter mandare informazione a Vostra Maest circa il
detto mare, che conducessero li due Spagnuoli per la lor provincia i quali
assegnerei loro. Mi risposero di volerlo far volentieri, ma per poter giugnere
al mare erano astretti passar per una provincia d'un certo gran signore, col
quale essi facevano guerra, e perci allora non potevano giugnere insino al
mare. Li sopradetti ambasciatori dimorarono appresso di me tre o quattro
giorni, e ordinai che in lor presenza le genti da cavallo facessero alcune
scaramuccie, acci poi le raccontassero nel lor paese; e avendo donato loro
alcuni fregi, gli spedi' insieme con gli Spagnuoli, che andassero alla detta
provincia di Mechuacan.


Come il Cortese mand quattro Spagnuoli, due in una parte e gli altri in
un'altra, con alcuni Indiani in compagnia, per scoprir il mar d'Ostro; i quali
ritornarono con la risposta di quanto aveano scoperto e particolare
informazione di tutte le cose, con le mostre dell'oro che trovarono nelle
minere di quelle provincie, condotti con loro alcuni abitatori di quelle marine
presa la possessione di quel mare in nome della sacra Maest e postovi alcune
croci per segno nel lito.

S come ho detto nel precedente capitolo, non molto prima avevo avuto qualche
notizia d'un altro mare australe d'India, e intendeva che in due o tre luoghi
era distante da dodeci, tredici o quattordeci giornate da questo luogo. E io
ero molto desideroso d'averne chiara notizia, sapendo che di ci n'era per
risultar grandissimo servigio alla Maest Vostra, massimamente che tutti coloro
che hanno scienza o vero esperienza delle navigazioni dell'Indie credono
fermamente che, se per aventura si scoprisse in queste parti il mare australe
dell'Indie, si scoprirebbono molte isole ricche d'oro e di gemme e d'ornamenti
e di spezierie, insieme con molte cose secrete e di meraviglia, e il medesimo
affermano tutti li dotti ed esperti nella cosmografia. Per questo desiderio
adunche, e accioch la Maest Vostra avesse da me questo servizio singulare e
degno di memoria, mandai quattro Spagnuoli, due in una parte e gli altri in
un'altra, con la conformazione del viaggio che dovessero tenere; e avendo dati
loro alcuni Indiani amici nostri che li guidassero, andando in lor compagnia,
si partirono, e comandai che non si fermassero fin che non giugnessero a quel
mare, e scoprendolo ne pigliassero la reale e personal possessione per nome
della Maest Vostra. E alcuni d'essi camminarono per spazio di centotrenta
leghe per molte buone provincie senza impedimento, e, andatisene al mare, ne
presero la possessione, ponendo per segno di ci alcune croci nel lito; e de l
ad alquanti giorni se ne ritornarono con la risposta del detto discoprimento,
dandomi particolarmente informazione di tutte le cose e conducendomi alcuni
abitatori delle dette marine. Similmente mi portarono mostre dell'oro di molte
minere, che trovarono in quelle provincie per le quali passarono, che con altre
mostre al presente mando alla Maest Vostra. Gli altri due indugiarono alquanto
pi, percioch fecero un viaggio di centocinquanta leghe da un altro lato,
finch giunsero al detto mare, del quale essi presero la possessione nel
medesimo modo, arrecando pienissima informazione di quelle marine e menandosene
alcuni abitatori di quelle. I quali insieme con gli altri io ricevetti
lietamente, e, data loro informazione della gran potenza della Maest Vostra,
se ne ritornarono nella lor patria.


Come il Cortese mand l'esecutor maggiore alle provincie Tatectelco,
Tuxtebeque, Guatuxto e Aulicaba, le quali s'erano ribellate, e al luogotenente
di Tepeaca mand soccorso per la guerra di Guaxacaque. Come ordin che nella
provincia Tuxtebeque fusse fabricata una citt, qual si chiamasse Modelin. Quei
della provincia Guxuca s'arrenderono.

Nell'altra relazione significai alla Maest Vostra come, nel tempo che gli
Indiani mi ruppero, e la prima volta che mi cacciarono di Temistitan, si
ribellarono alla Maest Vostra tutte le provincie suddite alla detta citt, e
ci aveano mosso guerra. Ella per via di questa relazione potr comandar che si
vegga come noi avemo astretti al suo real servizio la maggior parte delle
provincie che s'erano ribellate. E perch alcune provincie vicine al mar
d'India verso ostro per dieci, quindeci o trenta leghe dopo la rebellione di
Temistitan s'erano ribellate, e gli abitatori a tradimento avevano uccisi pi
di cento Spagnuoli, e non avendo io forze da poter mandare genti contra di
loro, ispediti quelli Spagnuoli che erano ritornati da scoprire il mar verso
ostro, deliberai di mandar Consalvo da Sandoval executor maggiore con trenta a
cavallo e dugento fanti a pi e gli Indiani amici nostri, con alcuni primarii
della citt di Temistitan, alle provincie di Tatactetelco, Tuxtebeque, Guatuxto
e Aulicaba. E datogli l'ordine che dovesse tenere in questa espedizione,
cominci a inviarsi per mandarlo ad effetto.
In quel tempo il luogotenente ch'io avevo lasciato nella citt della Securezza
de' Confini, che  nella provincia di Tepeaca, venne alla citt di Cuioacan per
farmi sapere come gli abitatori della detta provincia e delle altre a lei
vicina, vassalli di Vostra Maest, pativano gran danno dagli abitatori d'una
certa provincia nominata Guaxacaque, i quali facevano lor guerra per esser
nostri amici; e che, oltra il dar rimedio a questo male, era ottima cosa render
sicura la provincia di Guaxacaque, percioch per quella si passava al mar
d'India verso ostro; e che, se la mantenessimo pacifica, saria cosa molto
giovevole, s per la gi detta cagione come per molte altre, le quali poi dir
alla Maest Vostra. Il detto luogotenente mi disse che egli avea ottima
informazione particolarmente di tutta quella provincia, e che con pochi soldati
la potremo soggiogare, percioch, mentre io ero all'assedio di Temistitan, egli
vi era andato, avendogli fatto instanza gli abitatori di Tepeaca a far quella
guerra: e non avendo egli condotto pi di venti o trenta Spagnuoli, lo
costrinsero a ritornare, bench non a quel termine che egli averia desiderato.
Io, intesa che ebbi la sua relazione, gli assegnai dodeci uomini a cavallo e
ottanta fanti spagnuoli, e il detto esecutor maggiore insieme col luogotenente
si partirono co' lor soldati da questa citt di Cuioacan alli 30 d'ottobre del
1521; ed essendo giunti alla provincia di Tepeaca, fecero la rassegna de' lor
soldati, e ciascuno se n'and alla sua impresa.
L'esecutor maggiore indi a venti giorni mi scrisse che era giunto alla
provincia di Guatusco, e avenga che temesse di ricever qualche disturbo da'
nemici, essendo gente molto destra al combattere e avendo grandissime forze,
nondimeno piacque all'onnipotente Iddio che lo ricevessero pacificamente; e
ancora che non fusse passato all'altre provincie, istimava certamente che gli
abitatori di quelle dovessero arrendersi alla M.V. Dopo quindeci giorni ebbi
sue lettere, per le quali mi avisava che era passato pi avanti e che tutte
quelle provincie gi erano quiete; e parevagli che, volendo cavar di quella
gran frutto, vi si dovesse fabricare una terra, come molto prima avevamo
consigliato, e che io guardassi quel che volevo che egli in questo caso dovesse
fare. Risposi ringraziandolo della fatica presa da lui in quella espedizione
per commodo della Maest Vostra, e gli feci intendere che la sua opinione era
ottima in fabricarvi una terra e condurvi abitatori; onde gli ordinai che
facesse fabricare una citt per abitazione di Spagnuoli nella provincia di
Taxtebeque e le ponesse nome Medelin, e gli mandai la elezione de' giudici e
reggenti e d'altri officiali, a' quali tutti comandai che attendessero molto
bene a tutte le cose che fussero a commodo e a servizio di Vostra Maest, e che
li paesani fossero ben trattati.
Il luogotenente della citt della Sicurezza de' Confini se n'and co' suoi
soldati alla provincia di Guaxaca, con gran numero d'uomini circonvicini amici
nostri, e bench gli abitatori della detta provincia avessero cominciato a far
lor resistenza, e tre o quattro volte valorosamente venissero a combattere,
alla fine si arresero pacificamente, senza lor danno alcuno. E mi scrisse
d'ogni cosa particolarmente, avisandomi che la provincia era ottima e piena di
minere, delle quali mi mand finissime mostre, che insieme con l'altre cose
indirizzo alla Maest Vostra. Egli se ne rimase in quella provincia, aspettando
quel che io gli volessi comandare.


Come nella citt di Temistitan si fabricavano le case gi destrutte, compartiti
i fondi del terreno a coloro che deliberarono d'abitarvi. Il signor della
provincia Tatutebeque manda suoi baroni con presenti ad offerirsi. Come con gli
Spagnuoli mandati a Mechuacan vennero altri baroni di quel signor, chiamato
Calcucin, con circa mille uomini; e il presente che portarono, e come,
maravigliatosi delle cose che gli fece vedere il Cortese, lietamente se ne
ritornarono alla patria, col presente dato loro da portar al signore.

Io avevo posto ordine di soggiogar queste due provincie, vedendo il felice
successo, e avendo anco gi fatte fare tre colonie di Spagnuoli, la maggior
parte de' quali era appresso di me nella citt di Cuioacan. Ed essendoci
consigliati in qual luogo dovessimo porre un'altra colonia che fusse vicina al
lago, avendone grandissimo bisogno per sicurezza e quiete di tutte queste
provincie, ci parve che si dovesse porre nella citt di Temistitan, essendo
tutta gi abbattuta a terra: la quale, come abbiamo detto, era tanto famosa e
insin ora da noi tanto stimata. Per la qual cosa io compartii li fondi del
terreno a coloro che deliberavano di abitarvi, e furono eletti gli giudici e
reggenti per nome di Vostra Maest, come si suol fare ne' suoi regni. Insino
che si fabrichino le case, avemo deliberato dimorare in questa citt di
Cuioacan, dove al presente siamo da quattro o cinque mesi in qua, che si rif
la citt di Temistitan. E in vero  una bellissima citt, e creda la Maest
Vostra che ogni giorno diventa pi nobile e pi grande, di modo che, s come
ne' tempi passati  stata la principale e la signoria di tutte queste
provincie, cos speriamo ancora che abbia da esser per l'avenire. E si fa e
farassi di maniera che gli Spagnuoli stiano fortificati e sicuri, e molto pi
possenti de' cittadini, e di tal sorte che non possano esser offesi da loro.
Tra questo mezzo il signor della provincia Tatutepeque, che  vicina al mar
d'India verso ostro, per la qual passarono quei due Spagnuoli che andarono a
scoprire il detto mare, mi mand certi suoi baroni e per loro mezzo si offerse
per vassallo alla Maest Vostra, mandando alcuni doni, cio fregi e pezzi d'oro
e altri lavori fatti di penne, le qual cose tutte furono consegnate al
tesoriero di Vostra Maest. E io, ringraziando li predetti ambasciatori di
tutto ci che mi aveano esposto per nome del signore, diedi loro alcune cose da
portargli: e se n'andarono molto allegri.
In questo medesimo tempo arrivarono quei due Spagnuoli che erano andati alla
provincia di Mechuacan, per la quale, secondo che mi raccontavano gli
ambasciatori che mi avea mandato quel signore, si poteva andare al mar d'India
verso ostro, ma bisognava passar per la provincia d'un certo loro nemico. Venne
insieme con gli Spagnuoli il fratello del detto signore di Mechuachan con altri
baroni e famigliari, che erano da mille uomini, li quali ricevetti
benignamente; e per nome di Calcucin, signore della detta provincia, donarono
alla Maest Vostra un presente di rotelle d'argento che pesavano molte libre e
anco altre cose, le quali tutte furono consegnate al tesoriero di Vostra
Maest. E accioch vedessero li nostri modi e gli potessero raccontare al lor
signore, ordinai che, ragunatisi tutti gli uomini a cavallo in una certa
piazza, corressero in presenza loro, facendo alcune scaramuccie, e li fanti a
pi con la loro ordinanza facessero il medesimo, e alcuni di loro scaricassero
gli schioppi. Feci medesimamente battere una certa torre con l'artigliarie, di
modo che si maravigliavano grandemente delle cose che furono fatte intorno la
detta torre, s come anco quando viddero correr li cavalli. Oltra di ci
ordinai che fussero menati a veder la distruzione della citt di Temistitan, la
qual veduta, e compresa la sua potenza e fortezza, vedendola posta in acqua,
ebbero molto maggior maraviglia. Dopo quattro o cinque giorni, avendo date loro
molte cose da portare al signore, e anco a loro medesimi doni di cose che essi
ne fanno grandissimo conto, se ne ritornarono lietamente nella patria.


Come il Cortese ebbe lettere della venuta di Cristoforo Tapia venuto in quelle
parti per pigliar il governo di esse, e la risposta fattali, mandato a lui fra
Pietro Malgerzio per ordinar insieme quanto era ispediente al servizio della
sacra Maest. L'ordine che que' di Messico e Temistitan avean posto per
ribellarsi.

Io scrissi gi nell'altra relazione alla Maest Vostra del fiume Panuco, che 
nella marina di sotto la citt della Vera Croce per spazio di 50 o 60 leghe; al
quale gi due o tre volte erano arrivate le navi di Francesco di Garai, e
aveano anco ricevuto gran danno da quegli che abitano appresso quel fiume, per
la mala e sinistra maniera che tennero i capitani che egli avea mandati l in
contrattar co' detti Indiani. Io, vedendo che in tutto il mar d'India verso
tramontana  grandissima carestia di porti, e niuno  simile al porto di quel
fiume, e anco essendo gi prima venuti a me gli abitatori di quello e offertisi
per vassalli di Vostra Maest, e avendo fatto e facendo ora guerra a' vassalli
di lei e amici nostri, ho deliberato di mandar l un capitano con alcuni
soldati per tener in pace tutte quelle provincie, e, se vi fusse luogo buono,
fabricar quivi nella ripa del fiume una terra, percioch cos terrei quieti e
sicuri tutti i convicini. Ma, essendo noi pochi e divisi in tre o quattro
parti, vi era qualche contradizione, che io non dovessi cavar pi soldati di
questo luogo. Parte per aiutar gli amici nostri, e parte perch dopo la
espugnazione di Temistitan erano giunte certe navi, che avevano condotti alcuni
cavalieri, ordinai che si mettessero in ordine venticinque a cavallo e
centocinquanta fanti, e con loro un capitano, che andassero al detto fiume.
Quando spedivo il sopranominato capitano, vennero lettere dalla citt della
Vera Croce, che narravano esser giunta una nave al porto della detta citt,
nella quale era venuto Cristoforo da Tapia, riveditor delle fabriche dell'isola
Spagnuola. Dal quale ebbi lettere il giorno seguente, dove m'avisava della sua
venuta in queste parti non essere stata per altra cagione che per pigliar il
governo d'esse per nome della Maest Vostra; e di questo egli aveva le sue
reali commissioni, la copia delle quali non voleva dare in luogo alcuno, finch
non parlavamo insieme: il che egli averia voluto far subito, ma, per aver li
cavalli battuti dal mare, non si era posto in viaggio; ben mi pregava ch'io
mettessi ordine come ci potessimo trovar insieme, o venendo egli qua, o andando
io l alla marina. Ricevute le lettere, incontinente gli diedi risposta,
dicendogli ch'io grandemente mi rallegravo della sua venuta, e che niuno poteva
venire di commissione di Vostra Maest al governo di queste provincie del quale
io n'avessi maggior allegrezza, parte per la conoscenza che era stata tra noi,
parte per la pratica e vicinanza che avevamo avuta insieme nell'isola
Spagnuola. E perch lo stato pacifico di queste provincie non era ancora fermo
come si conveniva, e perch anco per ogni picciola novit daremmo occasione
agli abitatori di esse di cercar di ribellarsi, ed essendo fra Pietro Malgerzio
da Urea, commissario della crociata, stato presente a tutte le nostre fatiche e
conoscendo egli ottimamente in che termine qui stessero le cose, ed essendo
stata la sua venuta di molto utile alla Maest Vostra e la sua dottrina e
consiglio molto giovevole a noi altri, lo pregai con grande instanzia che
volesse pigliar fatica d'andar a parlare al detto Tapia, e vedesse le
commissioni di Vostra Maest; e poich egli meglio di alcun altro conosceva
quel che apparteneva al suo real servizio e al bene di tutte queste provincie,
egli insieme col detto Tapia ordinassero quelle cose che fussero convenevoli,
sapendo che io non mi torrei da quelle in niun modo. E di questo lo pregai in
presenza del tesoriero di Vostra Maest, il quale gli commise il medesimo. E
cos si part per andare alla citt della Vera Croce, dove dimorava il detto
Tapia; e accioch nella detta citt, e dovunque si trovasse il detto Tapia, gli
fusse provisto d'ogni cosa e ricevuto commodamente, spedi' il detto padre con
due o tre miei soldati. Ed essendo essi partiti, aspettavo la lor risposta, e
tra questo mezzo mi apparecchiavo alla partita, accommodando alcune cose che
appartenevano al servizio della Maest Vostra e alla pace e quiete di tutte
queste provincie.
De l a dieci o dodeci giorni i giudici e reggenti della citt della Vera Croce
mi scrissero che 'l detto Tapia aveva mostrate le commissioni della Maest
Vostra e de' suoi governatori, col suo real nome, ed essi gli avevano ubbidito
con ogni debita riverenza; ma, quanto al mandarle ad esecuzione, gli avevano
risposto che, essendo la maggior parte de' governatori qui appresso di me, per
essersi trovati all'assedio ed espugnazione di Temistitan, essi ne dariano loro
aviso, facendo tutti quel che pi pareva esser conveniente al servizio di
Vostra Maest e al bene delle provincie. Oltra di questo avisavano che 'l
sopranominato Tapia per la detta risposta prese qualche sdegno, e anco avea
tentato di fare alcune cose scandalose. E avenga che questo mi dispiacesse
molto, risposi loro pregandoli e ammonendoli che, riguardando principalmente al
real servizio della Maest Vostra, si sforzassero d'ubbidire al detto Tapia e
non dessero occasione che nascesse qualche discordia, percioch io mi
apparecchiavo al viaggio per andare a parlargli e adempire gli comandamenti
della Maest Vostra e fare quello che convenisse al servizio di quella. E
volendo gi partirmi, e avendo rimesso il viaggio di quel capitano al fiume
Panuco, conciosiach, partendomi io, fusse necessario lasciar qui una buona
guardia, li procuratori del consiglio di questa Nuova Spagna del mare Oceano mi
fecero una monitoria, con grandissimi protesti che non mi partisse di qui,
percioch le provincie di Temistitan e di Messico, che in breve tempo erano
ridotte a pacifico stato, per l'absenzia mia potrebbono far novit e tumulto,
onde ne nascerebbe grandissimo danno alla Maest Vostra e la provincia ne
verrebbe ad esser in disturbo. Nella detta monitoria si contenevano molte altre
cagioni, per le quali dimostravano che al presente non dovessi partir di questa
citt, dicendomi oltra di questo che essi con l'auttorit del consiglio
anderiano alla citt della Vera Croce, dove era il detto Tapia, e vederebbono
li provedimenti e commissioni della Maest Vostra, e fariano ci che vedessero
esser utile al real servizio di quella. E perch ci parve che bisognasse far
cos, e li detti procuratori si partivano, per loro scrissi al detto Tapia,
narrandogli tutte quelle cose che erano fatte, e che in mio luogo mettevo e
davo commissione a Consalvo di Sandoval esecutor maggiore, a Didaco di Sotto e
a Didaco di Valdenebro, che erano quivi nella citt della Vera Croce, che in
mio nome, insieme con quel comune e insieme co' procuratori degli altri comuni,
vedessero ed eseguissero quel che appartenesse al servizio di Vostra Maest e
al commodo delle provincie: e in vero essi erano e sono tali che non erano per
fare altramente.
Giunti che furono dove si trovava il detto Tapia, il quale gi si era messo in
viaggio col padre fra Pietro, gli dissero che tornasse adietro, e ritornarono
insieme alla citt di Cimpual; e quivi il detto Cristoforo mostr le
commissioni e provedimenti della Maest Vostra, alle quali tutti ubbidirono con
quella riverenza che si debbe alla Vostra Maest. Nondimeno, in quanto al
mandarle ad esecuzione, ne supplicavano alla Maest Vostra, giudicando cos
esser convenevole al suo real servizio, per le ragioni e cagioni contenute
nella supplicazione, dove hanno scritto pi diffusamente come tal cose siano
passate: la qual supplicazione li procuratori che vengono dalla Nuova Spagna la
portano, sottoscritta di mano di notaio publico. Dopo molte monitorie fatte
d'amendue le bande tra 'l detto Tapia e i procuratori, il Tapia mont sopra la
sua nave, essendogli stata fatta la monitoria che cos dovesse fare, percioch,
per la sua venuta e dimora in queste provincie, e per il publicarsi governatore
ed esser venuto per capitano d'esse, nasceva sedizione, e gli abitatori di
Messico e di Temistitan gi avevano posto ordine con queste provincie di
ribellarsi e far tradimento, dal quale sarebbe stato pi difficile scampare che
dal primo. E questo era ordito in questa maniera, che alcuni abitatori di
Messico avevano messo ordine, con gli abitatori di quelle provincie alle quali
io avevo mandato l'esecutor maggiore per soggiogarle, che venissero a me con
grandissima celerit, annunciandomi che intorno a quelle marine andavano
errando dieciotto navi con gran numero di gente, ma non prendevano terra; e
perch non poteva esser gente amica, se mi fusse piaciuto, loro si sarebbono
apparecchiati e l ne sariano venuti meco per darmi aiuto. E acci io prestasse
lor fede, mi portarono dipinte in carta le forme delle navi. E avendomi essi
avisato secretamente di questa cosa, di subito compresi l'animo loro, ed esser
un inganno e tradimento per levarmi di questa provincia; e percioch alcuni de'
primarii, vedendomi rimanere ora che io dovevo partire, aveano messo un altro
ordine, finsi di non me n'accorger, facendo poi metter in prigione alcuni di
loro che cotal cosa avevano trattate.
S che la venuta del Tapia e 'l non aver egli notizia del paese n degli
abitanti aveva suscitato grandissima sedizione, e veramente lo star suo qui
sarebbe stato danno incredibile, se Iddio non vi avesse dato rimedio. E senza
dubbio sarebbe stato pi utile a Vostra Maest che egli se ne fusse stato
nell'isola Spagnuola e avesse lasciato andar la sua venuta qua, e chiestone
consiglio da lei, e avisarla in che stato fussero le cose di queste provincie,
poich tutto egli aveva inteso per le navi ch'io avevo mandate alla sudetta
isola per chieder soccorso. Ed esso molto ben sapeva il rimedio che fu fatto
allo scandolo che intervenne per la venuta di Panfilo di Narvaez, spezialmente
per quelle cose le quali erano state ordinate dal consiglio e reggimento della
Maest Vostra, e che l'almiraglio, i giudici e gli ufficiali di Vostra Maest,
che fanno residenzia nella sopradetta isola Spagnuola, molte fiate avevano
ammonito il sopranominato Tapia che non attendesse a voler navigare a queste
provincie, se prima non fusse certificata la Maest Vostra di tutte quelle cose
che in quelle fussero intervenute, onde sotto certe pene gli vietarono il
venirvi; ma egli con alcuni modi che tenne con loro, considerando pi tosto il
suo particolare interesse che quel che fusse servizio di Vostra Maest, fece
tanto che rivocorono la proibizione della sua gi detta venuta. Ho dato aviso
d'ogni cosa alla Maest Vostra; ma quando il Tapia si part di questi paesi, n
io n li procuratori scrivemmo, non ne parendo conveniente portator delle
nostre lettere, e anco accioch la Maest Vostra creda e conosca che ella, non
essendo stato ricevuto il Tapia, ha conseguito grandissima utilit, come pi
chiaramente si dimostrer quando e quante volte far di bisogno.


Come Pietro d'Alvarado diede notizia al Cortese d'aver soggiogata la provincia
di Tatutepeque e, scoperto un certo tradimento, aver ritenuto quel signor e suo
figliuolo, e quella provincia esser copiosissima di minere; e come avea preso
la possessione di quel mare per nome della sacra Maest, mandate le mostre
delle minere e perle ch'avean cavate. Come fu scoperto il tradimento ch'era
stato posto d'uccider il Cortese, e condannato a morte Antonio di Villafagna.

In uno de' capitoli di sopra significai alla Maest Vostra come quel capitano
ch'io avevo mandato a soggiogar la provincia di Guaxaca la teneva
pacificamente, quivi aspettando quel che io gli comandasse. E perch avevo di
bisogno di lui, essendo egli luogotenente e giudice nella citt della Sicurezza
de' Confini, gli scrissi che gli ottanta fanti e i dieci cavalli che aveva seco
li consegnasse a Pietro d'Alvarado, il quale io mandavo a soggiogar la
provincia di Tatupeque, che  distante quaranta leghe dalla provincia di
Guaxaca, appresso il mar d'India verso ostro, e faceva guerra e danni
intollerabili a coloro che si erano dati per sudditi della Maest Vostra e agli
abitatori della provincia di Tatupeque, per averci essi promesso che noi
passeremmo per la lor provincia a discoprir il mare verso ostro. Il detto
Pietro d'Alvarado si part di questa citt all'ultimo di gennaio dell'anno
presente, e tra li soldati che trasse di qui e quegli che gli furono consegnati
in Guaxaca ragun insieme quaranta cavalli e dugento fanti, tra i quali n'erano
quaranta tra schioppettieri e balestrieri, e avevano due pezzi piccioli
d'artegliaria da campo. De l a venti giorni ebbi lettere dal detto Pietro
d'Alvarado, che narravano trovarsi in viaggio per andare alla detta provincia
di Tatutepeque, e mi certificava aver avuti prigioni certe spie abitatori della
detta provincia, ed esaminandoli gli avevano detto che 'l signor di Tatutepeque
insieme con le sue genti l'aspettavano alla campagna; ed egli andava con
intenzione di fare ogni cosa a lui possibile per quietar quella provincia, e
che oltra gli Spagnuoli menava anco seco molti e valorosi uomini. E aspettando
io con grandissimo desiderio il fine di questa impresa, alli quattro di marzo
del presente anno ricevetti lettere da Pietro d'Alvarado, nelle quali mi
avisava esser entrato nella provincia, e che tre o quattro terre avevano avuto
ardire di far resistenza, ma durarono poco; e che era entrato nella citt di
Tatuteque e, per quanto si pot vedere, fu ricevuto molto cortesemente, avendo
il signore voluto che egli alloggiasse in certe sue case grandi coperte di
paglia; nelle quali, per esser situate in luogo non molto commodo per la gente
da cavallo, non volse alloggiare, ma discese ad un'altra parte della citt, che
era pi piana. E lo fece anco perch gli era venuto all'orecchie che essi
avevano deliberato d'uccider lui e tutti i suoi compagni, attaccando il fuoco
la notte alle case, mentre gli Spagnuoli con lui vi fussero messi dentro ad
albergare: e avendogli Iddio discoperto questo tradimento, avea finto di non se
ne esser accorto, conducendo seco nel piano il signore della provincia insieme
col suo figliuolo, li quali aveva ritenuti e gli aveva in sua potest come
prigioni, e da loro avea avuto pi di venticinquemila castigliani. E secondo
che aveva inteso per relazione de' suoi sudditi, istimava che egli avesse
grandissimo tesoro, e che quella provincia era tanto pacifica che nulla pi,
percioch facevano le lor fiere e i lor traffici come erano gi soliti di fare,
e dicevano esser copiosissima di miniere, e in sua presenza averne cavate le
mostre, le quali mi mand; e che per tre o quattro giorni era andato al mare, e
di quello aveva preso la possessione per nome di Vostra Maest, e alla sua
presenza avevano cavata la mostra delle perle, la qual similmente mi mand: e
io insieme con quella delle minere la mando alla Maest Vostra.
Indirizzando l'onnipotente Iddio questa impresa ottimamente, si adempieva il
desiderio che ho di servire alla Maest Vostra in discoprir questo mare verso
ostro; ed essendo cosa di tanto momento, ho procurato diligentissimamente che
in uno de' tre luoghi dove scopersi il mare si fabrichino due mediocri
caravelle e due brigantini: le caravelle saranno per discoprire e i brigantini
per andar presso terra alle marine. E a questo effetto mandai quaranta
Spagnuoli, guidati da un uomo molto diligente, tra i quali erano legnaiuoli,
segatori di tavole e fabri e uomini pratichi del mare, comandando che nella
citt della Vera Croce si apparecchiasse di far chiodi, vele e altre cose che
faccino di bisogno per li detti legni: e solleciteremo quanto ne sar possibile
che si finischino e mettinsi in mare. La qual opera finita, creda la Maest
Vostra che sar cosa dalla quale risulter maggior commodo a Vostra Maest che
sia risultato di cosa alcuna, dapoi che sono state ritrovate l'Indie.
Essendo io nella citt di Tessaico, prima che n'uscissi per andare all'assedio
di Temistitan, ordinando e inviando quelle cose che erano opportune al detto
assedio, non ponendo cura a quel che alcuni trattavano, ne venne a me uno che
si era trovato presente a quel trattato, certificandomi che alcuni amici di
Didaco Velazquez, miei soldati, avevano trattato d'uccidermi a tradimento, e
gi tra loro avevano eletto chi dovesse esser capitano, podest e altri
ufficiali; e che in ogni modo io vi rimediasse, perch egli vedeva che, oltra
lo scandalo che ne succederebbe nella persona mia, era cosa certa che niuno
Spagnuolo saria potuto scampare, essendo noi l'uno l'altro contrarii; e che per
questo troveremmo non solamente apparecchiati gli nemici, ma ancora quegli che
pensavamo che ci fussero amici si affaticheriano ad ucciderne tutti. Subito che
io viddi discoperto cos gran tradimento, ringraziai Iddio, essendo in lui
posto ogni rimedio, e incontinente feci pigliare uno di quegli che ne era capo;
il quale spontaneamente confess che aveva deliberato e con molti, i quali egli
nella sua confessione nomin, posto ordine d'uccidermi o di farmi prigione, e
pigliar il governo delle provincie per Didaco Velazquez. E la verit era che
egli aveva determinato di fare Didaco capitano e giudice maggiore e se stesso
esecutor maggiore, e mi dovevano overo uccidere o veramente far prigione, e in
questo si erano accordati molti, de' quali ne aveva fatto una lista che fu
trovata nella sua casa, bench era squarciata, con alcuni di coloro ch'egli
nomin, co' quali aveva fatto il trattato. E non solamente queste cose erano
tutte trattate e consigliate nella citt di Tessaico, ma le avevano gi
cominciate a trattare mentre attendevano a far guerra nella provincia di
Tepeaca. Vista la sua confessione (egli era nominato Antonio da Villafagna, e
per origine era da Zamora), e avendola un giudice e io per vera e provata, lo
condennammo alla morte, e cos fu esequita la giustizia nella persona di colui.
E bench di questo ritrovassimo molti esser consapevoli, feci vista di non
saperlo, portandomi con loro amichevolmente, percioch, appartenendo il caso a
me, anzi meglio si potrebbe forse dire alla Maest Vostra, non volsi proceder
severamente contra di loro. Ma questa mia simulazione non molto giov,
conciosiach dipoi alcuni dalla parte del detto Didaco Velazquez cercassero pi
volte d'insidiarmi e secretamente far molte novit e scandali di modo che pi
mi bisognava guardar da loro che da' nostri nemici. Nondimeno l'onnipotente
Iddio indrizz tutte le cose di maniera che, senza alcun loro castigo,  tra
noi ogni pace e tranquillit: e se per l'avenire sentir cosa alcuna, gli
castigher come vorr la giustizia.


Della morte di don Ferdinando, signor di Tessaico, e come il governo fu
conceduto al suo fratel minore, il quale fu battezzato, e gli fu posto nome don
Carlo. Come certi Spagnuoli salirono sul monte dal quale esce una palla di fumo
a guisa d'una saetta, e ci che gli intravenne. Ordine posto dal Cortese per
conservazione e sostegno degli Spagnuoli.

Doppo l'espugnazione di Temistitan, mentre io dimoravo nella citt di Cuioacan,
pass di questa vita don Ferdinando, signor della citt di Tessaico: della cui
morte tutti avemmo grandissimo dispiacere, essendo egli fedel vassallo di
Vostra Maest e amicissimo de' cristiani. E per consiglio e consentimento de'
signori e primarii di quella citt e provincia, in nome di Vostra Maest fu
conceduto il governo al suo fratel minore, il quale si battezz, e gli ponemmo
nome don Carlo; e, come insin ora si pu vedere, egli seguita le vestigie di
suo fratello, e molto si diletta del nostro abito e costumi.
Nell'altra relazione diedi notizia alla Maest Vostra come appresso la
provincia di Tascaltecal e di Guaxacingo era un monte ritondo e alto, dal quale
quasi sempre usciva una palla di fumo, che a diritto a guisa d'una veloce
saetta saliva in alto. E percioch ci affermavano quella esser cosa piena di
pericolo, e che morivano coloro che salivano sul detto monte, comandai a certi
Spagnuoli che vi salissero e vedessero come stesse il monte nella cima. Poich
vi furono saliti, quella palla di fumo usc con tanto strepito che non poterono
n ebbero ardire d'arrivare alla cima, donde usciva quel fumo; e d'una bocca
all'altra era lo spazio di due tiri di balestra, percioch questo monte  di
circuito tre o quattro leghe, e di tanta altezza che non potevano veder la
parte da basso. Quivi trovarono molti pezzi di solfo gettati fuori dal fumo, e
una volta, mentre se ne stavano quivi, sentirono lo strepito del fumo che
veniva suso, e con tutto che molto s'affrettassero di smontare, prima che
scendessero a mezzo 'l monte cadevano gi rotolando gran numero di sassi, onde
si videro posti in grandissimo pericolo. E gl'Indiani riputarono esser un fatto
notabile l'andare l su, dove gli Spagnuoli salirono.
Per altre lettere ho dato notizia alla Maest Vostra che gli abitatori di
queste provincie sono di maggior capacit e ingegno di tutto il resto degli
abitatori dell'altre isole, e ci sono paruti di tanto intelletto e ragione
quanto mediocremente pu bastare all'uomo; onde allora non mi parve che
dovessero esser astretti a servir gli Spagnuoli come gli abitatori dell'altre
isole; e, mancando questo, gli acquistatori e le colonie che avemo poste in
queste parti non si potrebbono sostentare n nutrire. S che, per non
astringere allora gl'Indiani e per dar qualche compenso agli Spagnuoli, mi
pareva che la Maest Vostra dovesse commettere che, delle rendite le quali in
queste parti pervengono a lei, ne fussero alleggeriti per il vivere e per le
spese fatte; e in questo ordinasse che si facesse quella provisione che paresse
pi convenevole al suo servizio, come copiosamente gliene ho scritto. Ma poi,
vedute e considerate le grandissime e continue spese della Maest Vostra, e
dovendo pi tosto accrescere le sue entrate che dare occasione di diminuirle,
riguardando anco il lungo tempo che avemo atteso alla guerra, e la necessit e
li debiti da' quali eravamo astretti, e l'indugio che vi era fin che la Maest
Vostra potesse deliberar di cosa alcuna, e anco vedendo la importunit degli
ufficiali suoi e insieme di tutti gli Spagnuoli, sono stato quasi costretto
dare nelle loro mani i signori e abitatori di queste provincie, considerando i
servizii e le imprese che hanno fatte in queste parti per la Maest Vostra,
accioch, tra questo mezzo che ella comandi altro overo confermi questo
medesimo, li detti signori e abitatori servano agli Spagnuoli, provedendo a
ciascuno Spagnuolo il quale sar loro assegnato di quelle cose che gli faranno
di bisogno per suo sostegno. E fu preso quest'ordine per consiglio di molti che
molto ben conoscono e intendono li costumi di queste provincie, e non si pu
tener modo migliore n pi convenevole, s per sostenimento degli Spagnuoli,
come per conservazione degl'Indiani. E accioch le cose passino per buona via,
come pi appieno esporranno alla Maest Vostra li procuratori che verranno di
questa Nuova Spagna, per le cose e paghe di Vostra Maest sono consegnate le
provincie e le citt migliori e pi ricche. Supplico la Maest Vostra debba
commettere che in questo si faccia quella provisione che parr pi utile e
convenevole al servizio suo.


Catolico Signore, l'onnipotente Iddio conservi e accresca con accrescimento di
maggior regni e dominii la vita e real persona e il potentissimo stato di
Vostra cesarea Maest, come il suo real cuore desidera.
Della citt di Cuioacan di questa sua Nuova Spagna del mare Oceano, alli
quindeci di maggio, l'anno del Signore 1522.
Potentissimo signore, della Vostra cesarea Maest umilissimo servo e vassallo,
il quale baccia li real piedi e mani,

Fernando Cortese.


Potentissimo Signore, fa relazione alla Vostra cesarea Maest Fernando Cortese,
suo capitano e giustizia maggiore in questa Nuova Spagna del mare Oceano, s
come la Maest Vostra potr comandare che si vegga, percioch noi ufficiali
della Maest Vostra siamo tenuti a riferire ogni cosa e dar conto di tutto
quello che  successo in queste parti, e tutto si manda in queste lettere, e
questa  la pura verit: e perci non bisogna che non scriviamo pi
diffusamente, ma in tutto ci rimettiamo alla relazione del predetto capitano.

Invittissimo e catolico Signore, Iddio onnipotente conservi e accresca con
accrescimento di maggior regni e dominii la vita e real persona e il
potentissimo stato di Vostra Maest, secondo che 'l suo real cuore desidera. Di
Cuioacan, alli quindeci di maggio 1522.
Potentissimo Signore, della Vostra cesarea Maest umili servi e vassalli, i
quali bacciano li real piedi e mani della Maest Vostra,

Iuliano Alderete, Alfonso da Grado,
Bernandino Vazquez da Tapia.


Di Fernando Cortese la quarta relazione della Nuova Spagna.



Come l'algozin maggiore, andato alla provincia Guallacalco, la trov essersi
ribellata, e come prese una signora a cui tutti davano obedienza in quei
luoghi. Delle provincie di Tabasco, Cimaclan, Quechiula e Quizzaltepeque. Come
il Cortese mand un capitano per ridur quelle che s'erano ribellate e
castigarle.

Quando avisai Vostra Maest, col mezzo di Giovan di Riviera partito di qua,
delle cose accadutemi in queste parti, dopo li secondi avisi che gliene mandai,
le feci sapere come io avevo spedito con gente l'algozin maggior a causa di
sottometter di nuovo al servizio di lei le provincie di Guatusco, Tustepeque e
Guatasca, con l'altre convicine verso il mare di Tramontana, che si ribellarno
sin dalla sollevazion di questa citt, di quanto gli era occorso nel viaggio, e
come egli avea in commission da me di far una terra abitata in esse provincie e
chiamarla per nome terra di Medellino. Sapr ora la Maest Vostra che tal terra
fu fatta e si abita, e sottomesso tutto il paese: dove sendo pacificato mandai
pi gente, comandandoli ch'egli mandasse lungo il sito in suso sino alla
provincia di Guallacalco, 50 leghe lontana d'onde si situ Medellin, e di qua
centoventi. Per che, stando io qui nella citt di Temistitan mentre che
Montezuma signor d'essa era vivo, come quel ch'ero desideroso di voler sapere
tutti i segreti di queste parti per darne a Vostra Maest conto intero, avevo
mandato Diego d'Ordas, che al presente si trova cost in corte, il qual fu
raccettato da' signori e paesani di quella provincia molto volentieri,
sendoseglino offerti per vassalli e sudditi di Vostra Maest. Io tenevo aviso
qualmente si trovava un porto per navili molto buono in un fiume grande, il
qual passa per essa provincia ed esce nel mare, perch 'l medesimo Ordas e quei
che andarono con esso lui l'avevano riconosciuto. E il paese era attissimo ad
abitarvi, e, per mancar porti a questi liti, io desideravo trovarne un buono e
farvi abitare.
Comandai al suddetto algozin maggiore che, prima ch'egli entrasse in quella
provincia, mandasse dai confini alcuni suoi messi che li diedi io, nativi di
qui, a far saper a coloro come io lo mandavo, e ad intender da loro se
perseveravano nel buon animo che dinanzi avean mostrato e offerto al servizio
di Vostra Maest e all'amicizia nostra; con ordine ancora che ei facesse saper
loro che, per le guerre passate col signor di questa citt e con le sue terre,
io non gli avevo mandato a visitar di gi tanto tempo, ma nondimeno gli avevo
tenuto sempre per amici e vassalli di Vostra Maest, s che come tali si
credessero dover trovarmi ben animato a ci che tornasse lor bene; e che, a
fine di favorirgli e aiutargli in qualsivoglia bisogno loro, io mandavo l tal
gente per abitar in quella provincia. Andato l'algozin maggiore e con esso la
gente, e fatto secondo la commissione, non li trov di quel volere che ci
avevan mostro prima, anzi con gente ordinata a guerra e a vietargli l'entrata
nel lor paese; laond'egli tenne s bel modo in assalirgli di notte una, ove
prese una signora a cui davano tutti ubbidienza in quei luoghi, che si quiet
ogni cosa, mandando ella per tutti quei signori, ai quali comand che
ubbidissero in quanto venisse lor comandato a nome della Maest Vostra, perch
altrettanto farebbe ella. Cos arrivarono al sudetto fiume, ove quattro leghe
lontana dalla sua foce, non vi essendo sito pi vicino al mare, si edific da
fondamenti una citt, la qual nominossi lo Spirito Santo. E quivi fu per
alquanti d la residenza dell'algozin maggiore, per insino che furono quietate
e ridotte al servizio di Vostra catolica Maest molte altre provincie, delle
quali fu quella di Tabasco, ch' nel fiume della Vittoria, o di Grisalva che
lor chiamino, e quella di Cimaclan e Quechiula e Quizzaltepeque e altre che per
essere picciole non si dicono; i nativi delle quali si diedero e raccomandarono
alla sudetta terra, agli abitatori della quale han servito e servano insin ad
ora, ancor che si sieno ribellate di nuovo alcune d'esse, come Cimaclan,
Tavasco e Quizzaltepeque. Contro alle quali ho mandato un mese fa un capitan
con gente di questa citt, per ridurle al servizio della Maest Vostra e
castigarle per la ribellione, n per ancora ho saputo che sia successo di lui.
Credo bene che a Dio piacendo faranno assai, perch sono andati con buono
apparecchio d'artegliaria, di munizioni, di balestrieri e di cavalli.


Come il Cortese mand un capitano per riconoscer la provincia di Mechuacan, e
del presente che gli fu fatto. Della citt detta Huicicila e di Ciacatula.
Della provincia nominata Coliman, alla quale andato senza licenza il detto
capitano con la sua gente e altra d'amici, furono rotti e scacciati dal paese,
e come di ci ne fu punito il detto capitano.

Io feci saper medesimamente alla Maest Vostra, negli avisi mandatile per
Giovan di Riviera, come una provincia grande detta Mechuacan, il signor della
qual  chiamato Casulci, si era offerto con esso il signore e i suoi nativi di
star soggetta a Vostra Maest, e mi avevan portato certo presente, ch'io lo
mandai co' procuratori che di qui della Nuova Spagna vennero a lei. E per esser
essa provincia e dominio del Casulci grande, secondo mi avean riferito alcuni
Spagnuoli che io vi mandai, per avervisi veduti segni di gran ricchezza, sendo
cos prossima a questa gran citt, rassettatomi con alquanto pi gente e
cavalli, vi mandai un capitano con settanta cavalli e dugento fanti ben armati
con artiglieria, ad effetto che riconoscessero tutta quella provincia e suoi
secreti, e caso che fusse tale abitassero in Huicicila, citt quivi principale.
Arrivati l, furono ben raccolti da quel signor e paesani e alloggiati in essa
citt; alli quali, oltre alla provisione lor necessaria di vettovaglie, essi
diedero da tremila marchi d'argento misto con metallo, qual sarebbe mezzo
argento, e oro per circa seimila ducati castigliani misto similmente con
argento, di che non s' fatto il saggio, e panni di bambagia con altre cosette
che loro usano. D'onde tratto il quinto di Vostra Maest, si compart il resto
fra' Spagnuoli che andaron l, i quali, come non ben sodisfatti del paese per
abitarvi, si mostraron mal disposti a ci, e fecero inoltre qualche motivo di
che fur puniti. Per il che feci ritornar di l quelli che volsero tornare, e
agli altri comandai ch'andassero con un capitano nel mare di verso mezzod, ove
io ho fatto abitar una terra detta Ciacatula, cento leghe lontan da Huicicila:
e quivi tengo quattro navili fabricati di nuovo in terra, per scoprir quanto mi
sar possibile e sar servizio di Dio in quel mare.
Andando questo capitan e gente a Ciacatula, ebbero indizio d'una provincia
nominata Coliman, lontana cinquanta leghe dal viaggio ch'eglino avevan da fare
in su la man diritta verso ponente: dove and senza la mia licenza con esso tal
gente, e con molt'altra d'amici della provincia di Michuacan, ed entrovi
alquante giornate, con qualche incontro de' paesani suoi contrari. Donde, ancor
che fussero in tutto quaranta cavalli e pi di cento, chi con balestre e chi
con rotelle, a piedi, furon rotti e cacciati del paese, con morte di tre
Spagnuoli e di molti degli amici, e andorno a Ciacatula. Il che saputosi da me,
mi feci condurre e preso il capitano, lo punii per la disubbidienza.


Come Pietro d'Alvarado, mandato alla provincia Tutepeque, prese il signor di
quella col figliuolo; del presente che gli fecero. Della terra detta Segura la
Frontura, e in che modo il Cortese fece abitarla. Della setta che fecero i
reggenti di quella terra, per la qual fu disabitata, e come i ribelli furon
presi, e della loro condannagione. Come, morto il signor di Tatubeteque, la
qual con l'altre s'eran ribellate, il Cortese vi mand Pietro d'Alvarado col
figliuol del signor, e tutte quelle terre s'arresero.

Perch nel dar conto a Vostra Maest cesarea qualmente io aveo mandato Pietro
d'Alvarado nella provincia di Tutepeque, qual  sopra 'l mare di verso mezzod,
non mi occorse avisarla se non ch'egli vi era arrivato e vi avea preso il
signor d'essa col figliuolo, e che gli avevan fatto certo presente d'oro, con
alcune mostre fattegli d'oro di minere e perle, non ci sendo per allora altro
da scrivere; sapr Vostra Maest che 'n risposta di tal nuove avute da lui li
comandai ch'ei cercasse in quella provincia convenevol sito e vi facesse
abitare, commettendo io che gli abitatori della terra di Segura la Frontiera si
trasferissero ad abitar quivi, peroch quel che l si abitava non era pi
necessario, essendo quivi assai d'appresso. Il che fatto, chiamossi la terra
Segura la Frontiera, come il principio dell'altra fatto prima. E compartironsi
con esso gli abitatori di tal terra nativi di quella provincia, e di quella di
Guassaca e Coaclan e di Cosclahuaca, e di Tachquiaco e d'altre convicine, e
servivangli e gli profittavano molto volentieri. E rest quivi mio luogotenente
Pietro d'Alvarado.
Accadde che, mentre io conquistavo la provincia di Panuco, come io racconter
pi avanti li capi e reggenti di quella terra pregaron Pietro d'Alvarado a
venir con lor mandato a negoziar d'alcune cose meco che li raccommandarono;
qual accettato e venutosene, essi capi e reggenti fecero certa setta e lega,
chiamando la communit, e crearono un capo e, contra il volere dell'altro
lasciato quivi capitano dall'Alvarado, disabitorno la terra e vennono nella
provincia di Guassaca: il che fu cagion d'inquietar e alterar molto quei
luoghi. Avisato ch'io fui di questo da colui che quivi era rimaso capitano,
mandai l Diego di Campo, capo maggior di giustizia, accioch, informatosi
d'ogni cosa, ei castigasse i colpevoli. Il che inteso da loro, si fuggirono e
stettero parecchi d absenti, per insin ch'io li presi, ond'esso capo maggior
di giustizia non potette pigliare pi d'uno dei ribelli, il qual condann alla
morte, e quello appellossi a me. Io, avendo presi gli altri, li feci consegnare
al medesimo, il qual, proceduto contra di loro, li condann come l'altro.
Questi ancor appellaronsi, e son di gi conclusi dinanzi a me i loro processi
da sentenziarvi in seconda instanzia; gli ho veduti, e ben che sia stato grave
il lor fallo, per rispetto del lungo tempo che sono in prigione, penso di
commutar la pena del morir naturale, a che furon condannati, in morir
civilmente, che sar il dar lor bando da queste parti, con proibizione che non
ci entrino senza licenza di Vostra Maest, sotto pena d'incorrer nella pena
della prima sentenza.
Mor in questo mezzo il signor della provincia di Tequantepeque, la qual e
l'altre convicine si ribellarono. Vi mandai con gente, e col figliuolo di quel
signore tenuto presso di me, Pietro d'Alvarado, dove, bench in qualche
scaramuccie morissero alcuni Spagnuoli, quelle nondimeno s'arresono di nuovo a
Vostra Maest. Stannosi al presente pacifiche e servon in tranquillit e
sicurezza agli Spagnuoli a' quali son assegnate, se ben per mancar la gente non
si  tornato ad abitar la terra; n men fa bisogno adesso che si riabita,
percioch per il castigo avuto son rimase quelle genti cos ben dome, che per
ci che si comanda loro se ne vengon fino a questa citt.


Come Tequantepeque e Mezclitan provincie s'arresero, poi per la venuta di
Cristoforo Tapia danneggiarono grandemente i convicini, e, mandatovi un
capitano con molta gente, dopo alcune scaramuccie si pacificarono. E come di
nuovo si ribell Tequantepeque, e del gran danno che fece; come il Cortese la
racquist e il castigo che li dette.

Subito che questa citt di Temistitan col suo dominio fu ricuperata, si ridusse
in soggezione della sua corona imperiale. Due provincie verso tramontana,
lontana di qua 40 leghe, a' confini della provincia di Panuco, chiamate
Tequantepeque e Mezclitan, assai forte di paese e ben avezze nell'esercizio
dell'arme per li nemici che elle hanno d'ogni parte, vedendo quel che si era
fatto con questa gente, e che nulla si difendeva contra Vostra Maest, mi
mandarono messi ad offerirsi vassalli e sudditi di lei, quali io gli ricevei a
suo nome reale.
Tali si rimasero e tali sono stati fin alla venuta di Cristoforo di Tapia, che,
per li movimenti e inquietudini causate in quest'altre genti, non pur non
adempierono l'offerte loro di ubbidienza, ma danneggiorono assai i convicini al
paese vassalli di Vostra Maest, con incendii di molte terre e con l'uccisione
di molta gente. E posto che, per s fatto accidente, io non mi trovasse
abbondanza di gente per averla divisa in tante parti, conoscendo che 'l non vi
provedere ci dava gran danno, per tema che i confinanti con esse provincie non
si aggiungessero a loro, pel danno che ne ricevevano e perch eziandio non mi
sodisfaceva l'animo loro, mandai l un capitano con trenta cavalli e cento
fanti con balestre, schioppetti e rotelle, e con molta gente d'amici. I quali
andati, e scaramucciato con loro qualche volta, vi morirono certi de' nostri
amici e due Spagnuoli. Piacque al nostro Signor Dio che volontariamente vennero
a pacificarsi e mi condussero que' signori, a' quali io perdonai, per esser
venuti a me senza esser presi.
Stando io dipoi nella provincia di Panuco, mandarono fuori voce i nativi di
queste bande che io tornavo in Castiglia, laonde si caus alterazione e
ribellossi di nuovo Tequantepeque, ma dal cui tenitorio scese il signor di essa
con molta gente, e abbrucci pi di venti terre de' nostri amici, de' quali
ammazz e fece assai prigioni. Perci nel mio ritorno da Panuco li conquistai
di nuovo, e, quantunque all'entrarvi ci ammazzassero alcuni de' miei amici che
restavano adietro, e vi crepassero dieci o dodeci cavalli per l'asprezza delle
montagne, conquistossi tutta la provincia e fu fatto prigion il signore, con un
suo fratel garzone e con un suo capitan generale, che insieme col suo signore
fu incontinente impiccato. E fatti schiavi tutti i prigioni di quella fazione,
alla somma di 200 uomini, si bollorno e fur venduti all'incanto publico; di
che, tutto pagato il quinto pertinente a Vostra Maest, si divise il restante
fra' soldati di quella guerra, bench non vi fusse a bastanza per pagar i
cavalli che vi morirono, che, per esser la region povera, non vi fu altro
bottino. L'altra gente rimasta in detta provincia venne a pacificarsi, e cos
stassi, il cui signore  il garzon fratello del signor morto. Al presente per
non ci serve n giova punto, stante la povert del paese, in altro che
d'assicurarci che ei non ci sollevino coloro che ci servono; ove, per pi
assicurarmi, ho posti alcuni nativi di qui.


Come per la venuta di Giovan Buono da Quesso, qual port da cento lettere del
vescovo di Burgos per far admettere Cristoforo Tapia governatore, s'era
alterata la gente del Cortese, e come ei gli acquetasse, onde rimasero molto
contenti.

Arriv in tal tempo nel porto e terra dello Spirito Santo, di che adietro ho
fatto menzione, un brigantino assai picciolo venuto da Cuba, e con esso un
Giovan Buono da Quesso, venuto in qua per patron di navilio nell'armata
condotta da Pamfilo di Narvaez; il quale, com'egli appareva per gli spacci
ch'avea recati seco, veniva di commissione di don Giovanni da Fonseca, vescovo
di Burgos, credendosi che qui si trovasse Cristoforo di Tapia, ch'egli aveva
cerco per ambizione di farcelo venir governatore, per il contrasto che notoria
e ragionevolmente si tenea che ci dovesse esser in admetterlo. E l'avea mandato
il vescovo per l'isola di Cuba, accioch, come questo fece, communicasse la
cosa con Diego Velasco, che li diede il brigantino per questo passaggio. Costui
portava da cento lettere d'uno istesso tenore sottoscritte dal vescovo, e forse
in bianco, da doversi dare a giudizio suo a persone che qui si trovassero, in
che ei diceva loro che servirebbono molto alla Maest Vostra in far admettere
il Tapia, e che perci prometteva loro notabili premii, e che sapessero come
gli stavano meco in compagnia contra la volont di Vostra Maest, con altri
particolari troppo incentivi a' movimenti e stati inquieti. Il quale pur anco
scrisse a me una sua lettera, con dirmi il medesimo e con promettermi che, s'io
ubbidivo al Tapia, egli opererebbe che Vostra Maest mi gratificasse
grandemente, e, quando io facesse altrimente, mi promettesse al fermo che ei mi
saria nemico notabile.
Per la venuta di questo Giovan Buono e per le lettere portate da lui si alter
tanto la gente della mia compagnia, che io certifico la Maest Vostra che, s'io
non l'assicuravo con dir a tutti la causa perch cos scriveva loro il vescovo,
e che non temessero le sue minaccie, che non riceverebbe Vostra Maest maggior
servizio, n che maggiormente la movesse a far lor grazie, che 'l non
consentire che 'l vescovo n alcun di sua aderenza s'intromettesse in questi
affari, conciosiach egli procurasse questo per asconderne il vero alla Maest
Vostra e domandargliene grazie senza che ella sapesse ci che li desse, io
averei avuto troppo da fare in quietarli; sendo io massimamente stato informato
(il che dissimulai a tempo) che alcuni avevano praticato poich si metteva lor
paura in premio de' suoi servizii, che egli sarebbe bene sollevarsi qua a
commune, s come s'era fatto in Castiglia, per insin che Vostra Maest fusse
informata del vero, poich 'l vescovo era s valente in questa negoziazione che
ei faceva che ella non sapesse punto de' lor avertimenti, e aveva in baglia gli
ufficii della casa de' traffichi di Siviglia, dove gli agenti loro erano mal
trattati, sendogli tolte le relazioni e lettere e danari loro, e proibitogli il
venirgli soccorso di gente e d'armi n di vettovaglie. Imper, inteso da me il
sudetto, e che Vostra Maest non sapeva nulla di questo, e che fussero certi
che, saputosi da lei i suoi servigi, ne conseguirebbono le grazie che meritano
i buoni e leali vassalli che servono il re e signor suo, come essi hanno
servito, si acquetorno; e per la grazia che la Maest Vostra s' degnata farmi
delle sue reali provisioni son rimasi tanto contenti, e servono con tanta
affezione, quanto ne  testimonio il frutto de' lor servigi, per li quali
meritano che a lei piaccia far premiarli s del passato come del presente, e
per il buon animo di tutti in servirla. Io quanto a me la supplico di questo
umilissimamente, ch'io non ricever per minor grazia quella che si degner far
Vostra Maest a qualunque di loro che si facesse a me proprio, posciach io non
l'averei potuto servir senza loro come io l'ho servita. Io la supplico sopra
tutto molto umilmente che ella faccia scrivergli, con riconoscer in servizio i
loro travagli e offerirgli per tanto gratitudine, che, oltre a sodisfar con
questo al debito di Vostra Maest, vien a dargli animo d'affaticarsi da qui
inanzi con pi fervente affezione.


Come il Cortese, avisato che l'armiraglio don Diego Colon, Diego Velasco e
Francesco de Garai s'erano congiunti nell'isola Cuba come nemici per
danneggiarlo, con quarantamila uomini e assaltogli, gli ruppe e mise in fuga.
Come quei di l dal fiume assaltorono il campo del Cortese, e furono rotti e
incalzati pi d'una lega. Come trov gran numero di genti in agguato e
combatterono fieramente, e rotti tre o quattro volte si rimisero, pur furono
rotti. Dell'assalto dato a' paesani di l dal fiume alla sproveduta, e come si
arrenderono con tutti gli altri del paese.

Per una cedola che la Maest Vostra fece spedir ad instanza di Giovan di
Riviera per quello si appartenea all'adelantado Francesco de Garai, pare
ch'ella sia stata informata come io ero per andar o mandar al fiume di Panuco a
pacificarlo, per che si diceva esser buon porto in quel fiume, e perch quivi
avevano ammazzati di molti Spagnuoli, s di quelli di un capitano che vi mand
Francesco de Garai, come di un'altra nave che per tempesta diede in quel lito,
non ne lasciando vivo pur uno; e perch i nativi di l eran venuti ad iscusarsi
meco di tali uccisioni, dicendomi averle fatte per aver saputo che coloro non
erano delli miei e per esser stati mal trattati da loro, e che, volendo io
mandar l de' miei, essi gli stimerebbono molto e servirebbongli in quel che
potessero, e mi arebbono grado che io ve gli mandasse, peroch temevano non
ritornassero contra di loro quelli co' quali avean combattuto per vendicarsi; e
perch anco vi erano de' convicini nemici loro che li danneggiavano, onde ei si
aiuterebbono con gli Spagnuoli ch'io dessi loro. Ma per mancarmi la gente
quando ei mi domandaron questo, non potei compiacernegli, ma ben promise di
contentarli quanto prima io potesse, laonde si partirono satisfatti, restando
offerti vassalli di Vostra Maest. Dieci o dodeci luoghi abitati delli pi
propinqui a' confini de' sudditi di questa citt ritornorno da me pochi d
dapoi, instandomi molto che, poich io mandavo gli Spagnuoli ad abitar in molte
parti, ne mandasse ancora ad abitar quivi con esso loro, perch ei ricevevano
gran danno da que' suoi nemici e da quelli del medesimo fiume abitanti al lito
del mare, che, se ben era tutta una nazione, perch essi eran venuti da me, gli
era fatto da quelli mal trattamento. Per satisfar adunque costoro e per far
abitar quella regione, e per trovarmi aver ancor pi gente, disegnai mandar un
capitano con certi compagni a quel fiume; il qual sendo a punto per partirsi,
seppi per un navilio venuto dall'isola di Cuba come l'armiraglio don Diego
Colon e gli adelantadi Diego Velasco e Francesco de Garai s'erano congiunti
nella medesima isola e collegatisi, per entrar di l come miei nemici a
danneggiarmi il pi che potessino. Imper, per non lasciargli conseguire tanto
mal animo, io mi deliberai, lasciando in questa citt la miglior provisione che
potetti, d'andar in persona, accioch, in caso ch'eglino o alcun di loro vi
venisse, s'incontrassero pi presto in me che in verun altro, perch io potrei
meglio schivar il danno.
Partii dunque con centoventi cavalli e con trecento fanti e qualche pezzo
d'artigliaria, e circa quarantamila uomini da guerra di questa citt e de'
convicini. Arrivato a' confini della region loro, 25 leghe di qua dal fiume, in
luogo grande abitato detto Aintuscotaclan, mi assalt marciando molta gente da
guerra, con la qual combattemmo. Laonde, s per aver io tanta gente d'amici
quanti essi erano in tutto, come per trovarmi in pianura atta a cavalleria non
dur molto la battaglia, e, bench mi ferirno alcuni cavalli e Spagnuoli e vi
restar morti de' nostri amici, essi n'ebbero la peggiore, perch molti di loro
vi morirono e molti n'andarono in fuga. Io mi trattenni due d in quel luogo,
s per medicar i feriti, come per esser venuti ancora l da me quei che erano
venuti qua ad offerirsi vassalli di Vostra Maest, e mi seguitorno di l fin
ch'io arrivai al porto, e dal porto in l, servendo in tutto quel che potevano.
Io caminai a giornate per insin ch'arrivai al porto, n vi fu in parte alcuna
da contrastar con loro, anzi gli abitatori de' luoghi per dove io marciava mi
venivano a chieder perdono del loro eccesso e ad offerirsi al servizio di
Vostra Altezza.
Arrivato a quel porto e fiume, alloggiai in una terra discosto dal mare cinque
leghe chiamata Chila, disabitata e abbrucciata, perch quivi era stata la rotta
del capitano e della gente di Francesco de Garai. Io mandai in quella messi di
l dal fiume e per tutte le palude abitate da gran popoli, facendogli intendere
che non avessero paura d'esser danneggiati da me per causa del passato,
perch'io sapevo che s'erano rivoltati contra quelli nostri per esser stati mal
trattati da loro, onde loro non ne avevano colpa; n mai volsero passar da me,
anzi trattarono malamente i messi e n'uccisero ancor qualcheduno, e per esser
l'acqua dolce di che ci fornivamo di l dal fiume, si mettevano col in arme e
assaltavano i nostri che andavano a pigliarla. Cos stetti io pi di quindeci
giorni, credendo di poter tirargli a noi per amore, e che, vedendo come quelli
che s'erano riconciliati erano ben trattati, essi ancora si riconcilierebbono,
ma loro si confidavano tanto nel forte de' paludi ov'erano, che non se ne
mossero mai. Vedendo che nulla mi giovava operar per amore, cominciai a cercar
rimedio e, prese dell'altre canoe, che  una sorte di barche d'un pezzo, con
alcune che vi avevamo avute da principio, cominciai con esse una notte a passar
il fiume, tragettando cavalli e gente, de' quali nel far del giorno io tenevo
gi copia, senza essere stato sentito, su l'altra riva. Passai ancor io, con
lasciar nell'alloggiamento del mio campo buona provisione. Sentiti che ci
ebbero dalla banda loro, ne vennero contra con molta gente e ci dettero dentro
con tanta gagliardia che, dapoi ch'io sono in queste bande, non ho ancor veduto
dar l'assalto in campagna cos resoluto come quei dettero: nel quale assalto ci
ammazzarono due cavalli, e ne ferirono pi di dieci tanto malamente che non
poterono servir per quella giornata. Con l'aiuto di Dio li rompemmo, con
incalzarli pi d'una lega, con morte di molti, e io con trenta cavalli che mi
erano restati e con cento fanti seguitai la vittoria, e dormii la notte in un
luogo che ritrovai disabitato, tre leghe discosto dal mio campo. Quivi si
trovarono nelle moschee di molte cose tolte a' Spagnuoli che ammazzarono di
Francesco de Garay.
Cominciai il giorno seguente a caminare a canto ad una palude, per trovare
innanzi il guado da passarla, parendomi trovarsi della gente e luoghi abitati
dall'altra parte: e camminai tutto 'l giorno, non vi trovando guado n fine. E
sendo gi l'ora di vespro, se ne scoperse a vista un bel luogo abitato, verso
il quale prendemmo il viaggio, tuttavia a canto ad essa palude, dove
accostandoci in sul tardi non vi pareva gente; dove, per pi assicurarmi,
mandai dieci cavalli ch'entrassero nell'abitato, e con altri dieci mi vi posi
su un canto per di fuori verso la palude, non essendo per anco arrivata la
retroguardia degli altri dieci. Entrando nell'abitato, si scoperse gran
quantit di gente, messasi in aguato dentro alle case per pigliarne sproveduti,
la qual combatt s fieramente che ci ammazzarono un cavallo e ferirono quasi
tutti gli altri, insieme con molti Spagnuoli. E furono tanto ostinati nel
combattere, e duraronvi s gran pezzo, che, rotti tre o quattro volte, si
rimisero altrettante. E, fatto dell'ordinanza com'una mola rotonda, mettevansi
cos con le ginocchia in terra e aspettavanci senza parlare n alzar grido,
come sogliono far gli altri; n noi entravamo volta fra loro che non
c'investissero con molte freccie, e tante erano che, se non ci trovavamo ben
armati, ei si averebbono dato un bel vanto di noi altri, e per aventura non ne
scampava contra di loro alcuno. Volle Dio che certi di loro, pi acosto ad un
fiume che scorrea d'appresso in quella palude ch'io avea costeggiata il d,
cominciarono a gettarsi all'acqua, dietro alli quali si dettero a fuggire gli
altri pur al fiume, e cos furono rotti; ma non fuggirono pi lontano che di l
dal fiume, sopra lo quale stemmo, lor d'una banda e noi dall'altra, sino
all'oscurar della notte, che, per esser profondo il fiume, non potevamo passar
ad assaltargli, e non ci increbbe punto quando essi lo passarono. Di qui
n'andammo ad un luogo lontano un tratto di fromba dal fiume, dove stemmo quella
notte con la maggior guardia che potemmo, e vi mangiammo, per non esservi altro
cibo, il cavallo che ci avevano morto.
N'andammo il giorno appresso per una strada, non comparendo alcuni di quelli
del giorno avanti, per la qual arrivammo in tre o quattro luoghi abitati, dove
non si trov gente alcuna, n altro che cellari da vino il quale si fa da loro,
del quale trovammo molte tinaccie. Noi passammo quel giorno senza intoppo di
gente, e dormimmo in campagna, avendo trovati certi seminati di maiz, ch' il
lor formento, dove gli uomini e cavalli poterono alquanto rinfrescarsi. Cos me
n'andai due o tre d senza ritrovar gente, ancorch passassimo di molti luoghi
abitati, e perch pativamo per necessit di vettovaglie, non avendo avuto fra
tutti in questo tempo cinquanta libre di pane, ritornammo al campo, dove trovai
star bene e senza aver avuto contrasto la gente ch'io vi avevo lasciata.
Parendomi subito che tutta la gente paesana si stava dalla banda della palude
ch'io tutti avevo potuto passare, vi feci tragettar una notte fanti e cavalli
con le canoe, ch' una sorte di barche di un pezzo, con ordine ch'andassero
uomini con balestre e schiopetti lungo la palude e il resto per terra.
Assalirono in questo modo un gran luogo abitato e, per esser colto alla
sproveduta, vi ammazzarono molti; per il qual assalto loro s'impaurirono tanto,
in veder che essendo circondati dall'acqua gli avevamo assaltati senza esser
sentiti, che subito vennero a pace, e in poco men di venti giorni fecero il
medesimo tutti gli altri del paese, e offerironsi per vassalli di Vostra
Maest.


Come il Cortese edific una terra e chiamolla San Stefano del Porto. Come si
ruppe un navilio carico di munizioni. Della spesa che fece il Cortese in questa
andata.

Poi che si fu posta pace in tal paese, mandai persone che lo vedessero e
riconoscessero ben per tutto, dandomi riporto appresso delle terre e popoli che
v'erano. Il qual datomi, elessi il luogo che miglior mi parve e vi fondai una
terra, chiamandola San Stefano del Porto, assegnando a nome della Maest Vostra
que' luoghi abitati da mantenersi a coloro che vi volsero restar abitatori; e,
fattivi reggenti e capi di giustizia, vi lasciai un mio luogotenente d'un
capitano. Vi rimasono in tutto ad abitare trenta cavalli e cento fanti, a'
quali lasciai una barca con un naviliotto mandatomi dalla Vera Croce. Mi
mandava pur dalla Vera Croce un famigliar mio che vi sta un navilio carico di
munizioni di carne e pane e vino e olio e aceto, con altre cose, il qual si
perdette: e di quello si salvarono tre uomini in una isoletta nel mare, cinque
leghe lontana da terra, i quali mandai a levar con una barca, e trovarongli
vivi, sendosi mantenuti di vecchi marini, essendone in quell'isola molti, e di
frutti che dicono esser come fichi.
Io certifico la Maest Vostra ch'io solo in questa andata spesi pi di
trentamila ducati d'oro, s come, sendo cos servita, potr far vedere ne' miei
conti; n manco cost a coloro che vennono meco in cavalli, munizioni e arme e
ferramenti, perch la pesavano egualmente con l'oro overo a doppio peso con
l'argento. Imper, conosciuto ch'ella era tanto ben servita di quel viaggio,
ancor che si fusse occorsa maggior spesa, l'avressimo fatta molto volentieri;
perch, oltre al metter quegli Indi sotto 'l suo giogo imperiale, tal nostra
andata fece gran frutto, perch, arrivato subito l un navilio con gente e
robbe assai, diede in terra per non poter far di manco, e, se la regione non
stava in pace, non ne saria scampato niuno, come di quei dell'altro che prima
aveano morti, de' quali ritrovammo le pelli de' loro visi posti ne' loro
oratorii, acconcie s fattamente che se ne riconobbero molti. Quando ancor
arriv in essa regione l'adelantado Francesco di Garai, s come io narrer pi
avanti, non sarebbe restato vivo uomo delli suoi se non la trovavano in pace,
perch, forzati dal tempo, capitorno trenta leghe di sotto dal fiume di Panuco,
con perdita di qualche navilio, e si misero in terra molto malandati; ma
trovorno la gente pacificata, che li portava in collo servendogli per insin che
li posorno nell'abitato dagli Spagnuoli, che ancor senza aver guerra sariano
morti: tanto bene si caus loro dall'aver pace in tal parte.


Del soccorso mandato contra la provincia d'Impilcingo, e instruzione data al
capitano, e la cagione perch il detto capitano non conquistasse affatto la
detta provincia. E come, andato alla provincia di Coliman, pacificati alquanti
luoghi che non erano pacifichi, trov in punto molta gente da guerra; e, venuti
alle mani, gli Spagnuoli furono vittoriosi, in modo che non solo quella
provincia, ma molte altre ancora d'appresso s'offersero. D'un'isola abitata da
donne senza alcun maschio, molto ricca di perle e d'oro.

Ho detto ne' capitoli adietro come, dopo pacificata la provincia di Panuco nel
viaggio, fu conquistata la provincia di Tequantepeque, gi ribellatasi, e tutto
quello che vi si fece. Avendo aviso che un'altra provincia presso al mare di
Mezzogiorno, chiamata Impilcingo, della sorte di questa di Tepantepeque, per il
forte delle montagne e per la gente non manco bellicosa, dava con i suoi di
gran danni a' vassalli di Vostra Maest cesarea suoi confinanti, de' quali
alcuni mi si erano querelati con domandarmi soccorso, se ben la mia gente si
trovava poco riposata, sendo per quel viaggio dugento leghe da un mar
all'altro, io misi incontinente insieme venticinque cavalli e settanta over
ottanta fanti e li mandai con un capitano in quella provincia, commettendoli
nell'instruzion data che lui facesse opera di indurgli per amore a servirla, e
se ci ricusassero facesse lor guerra. Questi vi and e fu con essi alle mani,
e, per esser il paese asprissimo, non pot lasciarlo conquistato affatto. E
perch li diedi pur in instruzione che, fatto questo, egli andasse alla citt
di Ciacatula e con le sue genti e con quella di pi che potesse trovarne ne
andasse alla provincia di Coliman, dove ho detto negli altri capitoli
ch'avevano rotto il capitano e gente che andavano a quella citt dalla
provincia di Chichiuacan, e ch'egli operasse di amicarnegli overo, non potendo,
li conquistasse, egli si part: e, tra la gente avuta da me e quella ch'ei lev
di l, fece cinquanta cavalli e centocinquanta fanti. Se n'and a quella
provincia, posta sessanta leghe dalla citt di Ciacatula, al lito inverso del
mare di Mezzogiorno, pacificando di passata alquanti luoghi che non erano
pacifici. Arrivatovi, nel luogo ove avevano rotto l'altro capitano, vi trov in
punto molta gente da guerra che l'aspettava, con credere di portarsi cos ben
seco come con l'altro; perci serratosi contro dall'una e l'altra parte,
piacque a Dio dare la vittoria a' nostri senza morte d'uomo, bench de' cavalli
e d'essi nostri fussero feriti molti. E ben ci fu pagato da' nemici il danno
datoci, che tanto grave fu loro questo castigo, che senza altra guerra ci si
fece amico tutto il paese; n solo questa provincia, ma molte altre ancora
d'appresso s'offersero al vassallaggio di Vostra Maest: queste furono Aliman,
Colimonte, Ceguatate.

Di l mi scrisse egli tutto 'l successo. Li mandai commissione di cercar sito a
proposito e fondarvi una terra, da chiamarsi Coliman dal nome della provincia,
e gli mandai la nominazion de' capi e reggenti di giustizia da deputarvi,
comandandogli che andasse a visitar i luoghi abitati e le genti di quelle
provincie, per darne il riporto a me, con quella pi ampia informazione che
egli potesse darmi del tutto. Egli ritorn e portollami, con la mostra di perle
che vi trov, e io a nome di Vostra Maest divisi le terre e luoghi di tal
provincie agli abitatori rimasi l, che furono venticinque a cavallo e
centoventi a piedi. Tra l'altre cose che egli mi rifer, mi diede nuova d'un
bonissimo porto trovato in quel lito, di che, per esservene pochi, m'allegrai
molto. Mi rifer similmente de' signori della provincia di Ciguatan, i quali
affermasi molto ch'hanno un'isola tutta abitata da donne senza alcun maschio, e
che vi vanno a certi tempi uomini co' quali elle usano, e quelle di loro che
s'ingravidano, partorendo femine le serbano, e partorendo maschi li cacciano da
s; e che quest'isola  dieci giornate discosto da tal provincia, e molti di
loro vi sono andati e l'hanno veduta. Mi dicono in oltre ch'ella  molto ricca
di perle e d'oro, e com'io tenghi apparecchio procurer di saperne la verit e
darne pieno aviso alla Maest Vostra.


Come dalle citt di Uclacan e Guatemala vennero al Cortese con due Spagnuoli da
cento uomini nativi di quelle citt, di comandamento de' lor signori, ad
offerirsi; dipoi, informato che le dette citt e un'altra detta Chiapan erano
di mal animo, prepar le genti per mandar l e una armata per far abitazioni
nel promontorio over capo d'Higueras; fu avisato della venuta di Francesco di
Garai, che s'intitolava governatore della regione, e quello che ne successe.

Nel venir della provincia di Panuco in una citt chiamata Tuzzapan, arrivorono
due Spagnuoli ch'io avevo inviato con persone native di Temistitan e con altri
della provincia di Soncomisco, qual  sopra 'l mare di Mezzogiorno lungo, verso
il lito dove Pietro Arias  governator di Vostra Maest, lontana da questa gran
citt di Temistitan dugento leghe, a certe citt di che io di gi molti giorni
avevo notizia, dette Uclacan e Guatemala, poste altre sessanta leghe lontane da
questa provincia; co' quali Spagnuoli vennono circa cento uomini nativi di
quelle citt, per comandamento de' signori loro, offerendosi vassalli e sudditi
di Vostra catolica Maest. Io li ricevei a suo nome reale, con certificarli
che, volendo e facendo eglino quanto offerivano, sarebbono sotto il medesimo
nome ben trattati e favoriti da me e dalli miei, e diedi loro alcune cose delle
mie ch'essi pur prezzano, parte per se medesimi e parte per portar a' loro
signori, rimandando in sua compagnia altri due Spagnuoli per proveder loro di
cose necessarie a cammino. Sono dipoi stato informato da Spagnuoli ch'io ho
nella provincia di Soncomisco che tai citt con le sue provincie, e un'altra
detta Chiapan che v' d'appresso, non hanno la volont che mostrorono e
offerirono prima, anzi dicono che le fanno danno nei luoghi di Soncomisco,
perch ei ci sono amici; e mi scrivono essi cristiani che per altra via mandano
sempre a lor messi ad iscusarsi, ch'eglino non fanno questo, ma altri. Per
saper il vero di questo, io avevo spedito Pietro d'Alvarado con pi d'ottanta
cavalli e dugento fanti, fra' quali erano molti balestrieri e schioppettieri, e
con quattro pezzi d'arteglieria e molta munizione. Avevo medesimamente fatto
un'armata di navilii, mandandone capitano un Cristoforo Dolit che pass di qua
meco in compagnia, per mandarla lungo il lito di tramontana a far abitazioni
nel promontorio over capo d'Higuerras, il qual  sessanta leghe lontano dal
porto dell'Ascensione, la qual  a barlavento di quel che  chiamato Iucatan,
lungo il lito di terra ferma verso 'l Darien, s per esser stato informato che
quell' ricchissima regione, come per esser parere di molti pilotti, che egli
esca per quella baia lo stretto in l'altro mare: cosa ch'io desidero sopra
tutte l'altre che mi si scuopra, imaginandomi il gran servizio che Vostra
Maest n'averia.
Sendo gi in procinto questi capitani con ci che lor facea mestieri al viaggio
per ciascuno, ebbi un messo dalla terra di San Stefano del Porto, ch'io feci
abitar al fiume di Panuco, col qual mi avisavano i capi di quella come era
arrivato al fiume l'adelantado Francesco di Garai con centoventi cavalli e
quattrocento fanti e molt'artiglieria, e ch'ei s'intitolava governatore della
regione, e cos faceva intenderlo a' paesani per un interprete ch'egli avea
seco, dicendo di aver a far le lor vendette de' danni patiti per opera mia; e
gli invitava seco a cacciarne gli Spagnuoli ch'io avevo messo l e gli altri
ch'io vi fussi per mandare, ch'egli gli aiuterebbe a questo, con molt'altre
cose scandolose, d'onde li paesani stavano alquanto alterati. E per pi
accertarmi del sospetto avuto della sua lega con l'almiraglio e con Diego
Velasco, arriv pochi giorni dopo a quel fiume una caravella dell'isola di
Cuba, nella qual venivano degli amici e famigliari di Diego Velasco e un
servitor del vescovo di Burgos, qual dicesi che veniva fattore di Iucatan; il
resto della compagnia era di servitori e parenti di Diego Velasco e servitori
dell'almiraglio. La qual nuova intesa, cos debole com'io ero d'un braccio per
una caduta da cavallo, e nel letto, mi risolvei d'andarlo a trovare per schivar
quell'alterazione, e, mandato innanzi Pietro d'Alvarado con tutta la gente
ch'egli tenea in punto pel suo viaggio, ero per partirmi fra due giorni. Ed
essendo gi incaminato il mio carriaggio e letto, lontani dieci leghe da questa
citt, dove il giorno dapoi mi dovea trovare a dormire, arriv un messo dalla
terra della Veracroce in su la mezzanotte, con lettere d'un navilio arrivato di
Spagna, e con esso una cedola sottoscritta del nome reale della Maest Vostra,
per la qual comandava all'adelantado Francesco di Garai ch'ei non s'impacciasse
in quel fiume, n in parte alcuna ch'io avessi fatto abitare, perch'ella era
sicura ch'io la tenesse a suo nome reale: ond'io gliene bacio centomila volte i
piedi. Io cessai d'andare per questa cedola, n mi fu di poco utile alla
sanit, per essere stato sessanta giorni senza dormire e molto travagliato, tal
che, se mi partivo allora, non ci era sicurezza della mia vita: il che tutto
non curavo, eleggendo per il meglio di morire in questa giornata che, per
conservarmi vivo, esser cagione di molti scandoli e movimenti e altre morti che
si vedevano ben chiare.
Io spedii subito Diego di Campo, capo maggior di giustizia, con la medesima
cedola dietro a Pietro d'Alvarado, perch uno gli diede una lettera con ordine
che in modo alcuno ei non si avicinasse dove si trovava la gente
dell'adelantado, perch non s'attaccassero, comandando al capo maggior di
giustizia ch'egli intimasse tal cedola all'adelantado e mi rispondesse
incontinente quel ch'egli dicesse. Il qual, partitosi, presto arriv alla
provincia di Guatesque, dove era stato Pietro d'Alvarado, che di gi era
entrato innanzi nella provincia; e sapendo che gli andava dietro il capo
maggiore di giustizia e io restavo, li fece intender subito com'esso Pietro
avea saputo che un capitano di Francesco di Garai, chiamato Gonsalvo del Valle,
se n'andava con ventidua cavalli danneggiando i luoghi di quella provincia e
sollevando la gente, e ch'egli era stato avisato che tal capitano aveva messo
l'ascolte pel viaggio ch'egli avea da fare. Laonde era alterato l'Alvarado,
credendo che quel capitano Consalvo volesse offenderlo, per il che condusse la
gente sua tutta in battaglia, per insin che arriv ad un luogo abitato detto di
Laslaias, ove si trov Consalvo con la sua gente; col qual cerc di parlar
l'Alvarado, e li disse quel ch'avea saputo ch'esso andava facendo, e che si
maravigliava di lui, atteso che non era stata intenzione del governatore n de'
suoi capitani d'offenderli n far loro danno veruno, anzi ch'egli avea
comandato che fussero favoriti e proveduti di ci che era loro necessario. E
poich tanto s'era innovato da loro, accioch si potesse star sicuro che fra la
gente d'una parte e l'altra non venisse scandolo n danno, li domandava in
grazia ch'ei non avesse per male di far consegnar l'arme e cavalli della gente
che aveva seco, per insin che si mettesse ordine al tutto. Iscusavasi Gonsalvo
dal Valle che cos non era in fatti come quello era stato informato, ma che con
tutto questo li piaceva fare quanto egli era pregato. Cos stettero quelli e
questi insieme mangiando e godendo, s li capitani come tutta la gente, senza
essere fra loro disparere n rissa. Il che tosto che seppe il capo maggior di
giustizia, ordin che un mio segretario qual gli andava appresso, nominato
Francesco d'Ordugna, andasse l dove erano ambidue quei capitani, con
commissione di far restituir a chi l'aveva consegnate l'arme e cavalli,
facendogli intendere ch'io avevo animo di prestar lor ogni aiuto e favore
dovunque n'avessero bisogno, mentre non disordinassero in metterci scandalo nel
paese, comandando medesimamente all'Alvarado a favoreggiarli e a non interporsi
in niuna lor cosa, n farli sdegnare: il che egli ademp.


Come, ritrovandosi le navi di Francesco di Garai sopra la foce del fiume
Panuco, il luogotenente di San Stefano richiese i capitani e padroni che
venissero in porto e, avendo provvisioni dalla cesarea Maest, le mostrassero.
Quello che gli risposero i padroni, e che poi li mandorono a dir di secreto;
come il luogotenente and l. De' commandamenti che fecero l'una e l'altra
parte. Della retenzione e liberazione di Giovanni Grisalva, general
dell'armata.

Avenne in questo medesimo tempo che, trovandosi le navi d'esso adelantado in
mare sopra la foce del fiume Panuco circa tre leghe, come ad offesa degli
abitatori di S. Stefano, ch'io avevo quivi edificato, dove sogliono star surti
tutti i navili ch'arrivano in quel porto, per il qual rispetto Pietro di
Vallesia, mio luogotenente in quella terra, per assicurarla dal pericolo che
v'aspettava per l'innovazione di quelli tali navili, richiese certe cose a'
capitani e patroni di quelli, a fin che ne venissero suso in porto e vi
surgessero amichevolmente senza far aggravio n dar alterazione alla terra,
ricercandogli ancora che, se avessero provisioni dalla Maest Vostra d'abitare
overo entrar in tal terra, o in qualsivoglia maniera che stesse, le
presentassero, protestandogli che presentate s'esequirebbono in tutto e per
tutto, secondo ch'ella per esse comandasse. A che essi capitani e padroni
dettono certa forma di risposta, che in effetto concludeva come essi non
volevano far nulla di quanto il luogotenente avea ricerco; per il che esso fece
la seconda richiesta diritta a' medesimi capitani e padroni, mettendogli pena
per fargli esequir la prima richiesta e comandamento: al che di nuovo risposero
quel che prima aveano risposto. Vedendo in questo punto i padroni e capitani
come dallo star loro con li navili alla foce del fiume di gi due mesi e pi
risultava scandolo, tanto tra' Spagnuoli che quivi residevano come tra'
paesani, Castromachio, padron d'uno di quei navili, e Martin di S. Giovanni
Lipuzcano, padron d'un altro navilio, mandorono di secreto suoi messi al
luogotenente, a fargli sapere che volevano essergli amici, e ubidire a'
comandamenti della giustizia; onde li ricercavano ch'egli andasse a' lor
navili, che 'l riceverebbono e adempierebbono quel ch'egli comandasse,
aggiungendovi ch'ei terrebbono modo che gli altri navili, oltre a quei loro, si
metterebbono nel medesimo modo e amichevolmente in man di lui e farebbono ci
ch'egli comandasse.
Laonde deliberossi il luogotenente d'andarsene con cinque uomini a quelli
navilii, dove arrivato fu ricevuto da' padroni; di l mand al capitan Giovanni
di Grisalva, generale di quell'armata, che allora si trovava nella nave
capitana, ad effetto ch'egli seguisse in tutto le richieste e comandamenti
fattili dal luogotenente. A che egli non solamente non volle ubidire, ma
comand alle navi ivi presente che s'accompagnassero con la sua dove egli era;
e accompagnati ch'ei l'ebbe, eccetto le due sopradette, con esse navi insieme,
circondandole con la sua capitania, comand a' capitani di quelle che
sparassino l'arteglieria che avevano contro alli due navili, finch si
mettessero in fondo. Fatto quel comandamento publico, s che tutti l'udirono,
comand il luogotenente che tenesse in ordine l'artegliaria delli due navili
che gli avevano ubbidito; nel qual tempo non volsero ubidire al comandamento di
Giovanni di Grisalva le navi ch'erano intorno alla sua capitana, dove li
padroni e capitan di quelle. Ed egli in quel mezzo mand un suo scrivano,
chiamato Vicenzo Lopes, per parlar al luogotenente. Udita la sua imbasciata,
egli li rispose giustificando la sudetta causa sua, che 'l venir suo l era
stato solamente a fine di buona amicizia, per schivare scandoli e movimenti che
seguivano dallo star di que' navili fuori del porto dove si solea sorgere, come
corsali in luogo sospettoso a fare qualche assalto in terra di sua Maest, cosa
che stava molto male, con altre ragioni che venivano in proposito. Le quali
operarono tanto che lo scrivano, tornato con la risposta al capitan Grisalva,
l'inform di quanto il luogotenente gli aveva detto, inducendo il capitano ad
ubidirlo, poich egli era chiaro quelli esser sopra la giustizia in quella
provincia; e sapeva esso capitano che insino allora non s'erano mostrate
patenti n provisioni reali da parte dell'adelantado Francesco di Garai n da
parte sua, a che il luogotenente e abitatori della terra di S. Stefano avessero
ad offerirsi, e ch'era cosa assai brutta lo star di quella maniera come corsali
in stato della Maest Vostra. Mosso da queste ragioni, il Grisalva con gli
altri padroni e capitani di nave, ubidirono al luogotenente e vennono su pel
fiume innanti, dove sogliono sorgere gli altri navili; i quali entrati nel
porto, il luogotenente fece prender Giovan di Grisalva per la disubidienza
passata. La quale prigionia saputasi dal mio capo di giustizia maggiore, gli
mand l'altro giorno comandamento che fusse liberato e favoreggiato, con tutti
gli altri venuti in que' navili, senza toccare alcuna lor cosa: e cos fu
fatto.


Delle lettere e andata del capo maggior di giustizia a Francesco di Garai, il
qual, viste le patenti e provisioni del Cortese, con la cedola mandatali dalla
cesarea Maest, disse ch'egli era apparecchiato di adempire; e quello richiese
al detto capo, il che tutto fu fatto.
Delle lettere che 'l detto Francesco scrisse al Cortese, e come and a
trovarlo;
il grande accetto fattoli e il parentado che conclusero.

Scrisse medesimamente esso capo maggior di giustizia a Francesco di Garai, il
qual era lontano di l dieci o dodeci leghe in un altro porto, facendoli sapere
come io non potevo andar ad abboccarmi con lui, e ch'io mandavo esso capo con
mia procura di pigliar con lui ordine sopra di quel che fusse da fare, e
accioch si mostrassero le spedizioni d'una parte e l'altra e si ponesse
conclusione in ci che Vostra Maest fusse meglio servita. Poich tal lettera
del capo maggior di giustizia fu letta da Francesco di Garai, egli l'and a
trovare, e fu da lui ben ricevuto, e provistoli con tutta la sua gente di tutto
quel che lor era necessario. E ragionatosi fra loro in quel congresso, vedute
le nostre patenti e provisioni, e veduta la cedola di che Vostra Maest m'aveva
fatto grazia, l'adelantado la ubid, sendone cos richiesto dal capo maggior di
giustizia, e disse ch'egli era apparecchiato ad adempirla e che per tal
adempimento voler ritirarsi a' suoi navili con la gente sua, per girsene ad
abitar altro paese fuor del compreso in essa cedola di Vostra Maest; e poich
l'intenzione mia era di favorirlo, ch'ei lo pregava a farli raccor tutta la sua
gente, peroch molti di que' ch'avea condotti voleano restarsi e altri se
n'erano andati, e gli facesse proveder di vettovaglie, delle quali egli avea
bisogno per li navili e per la gente. Il che tutto fu fatto dal capo maggior di
giustizia, come gli aveano comandato. E and incontinente il bando in quel
porto, dove erano pi la gente d'ambe le parti, che tutte le persone venute con
l'armata di Francesco di Garai lo seguitassero e mettessersi in compagnia di
lui, sotto pena al contrafattore, s'egli fusse a cavallo, di perder l'arme e 'l
cavallo ed esser messo in prigione, e al fante a piedi d'aver cento frustate e
star similmente in prigione. Domand in oltre l'adelantado ad esso capo maggior
di giustizia che, avendo vendute alcuni de' suoi l'arme e cavalli nel porto di
S. Stefano e in quel dove erano e altrove in quel contorno, se gli facessero
restituire, perch senza tali arme e cavalli non si potrebbe servire della sua
gente. Cos ordin il capo maggior di giustizia che, dovunque si trovassero
arme e cavalli di tal gente, si togliessero a chiunque l'avea comperate, e fece
restituirle all'adelantado; egli fece in oltre che i suoi bargelli n'andassero
alla strada e ritenessino tutti coloro che se ne fuggivano, i quali diedi
prigioni all'adelantado, e furono molti. E gli mand ancora il bargel maggiore,
alla terra di San Stefano, qual  il porto, e con esso un mio secretario, ad
effetto che in quella terra e porto si facessero simili diligenzie, col far de'
bandi e raccor la gente che se n'andava, e se li rimandasse, e accioch
s'adunasse quanta vettovaglia si potesse per provederne le navi
dell'adelantado; e commisegli ch'ancor pigliassero tutte l'arme e cavalli
venduti, e si dessero pur all'adelantado.
Il che tutto fatto con somma diligenza, ritorn l'adelantado al porto per
imbarcarsi, e restossi con la sua gente il capo maggiore di giustizia, per non
mettere pi carestia nel porto di quella che vi era e perch essi si potessero
proveder meglio. E quivi stette da sei o sette giorni, per saper come
s'esequiva l'ordine mio e quel che egli aveva proveduto; e perch vi mancavano
le vettovaglie, scrisse il capo maggiore di giustizia all'adelantado se li
commandava pi cosa alcuna, perch ei se ne tornava alla citt di Messico, dove
io risiedo. E l'adelantado gli fece a sapere per un suo messo com'egli non
teneva apparecchio per andarsene, per aver trovato che se gli erano perduti sei
navili, e gli altri che gli erano rimasi non erano buoni da navigar con essi; e
ch'ei si stava facendo un'informazione per la qual mi constasse di tutto
questo, s come li mancava l'apparecchio per partire; e che egli mi faceva
ancor a sapere che la gente sua si metteva a liti e contese con esso lui, con
dire che ei non erano obligati a seguirlo, e che s'erano appellati dai
comandamenti fatti del mio capo maggior di giustizia, dicendo non esser tenuti
adempierli, per sedeci o diciassette cause ch'allegavano, una delle quali era
ch'alcune persone della lor compagnia erano morte di fame, e ve n'erano
dell'altre non troppo oneste contra la persona di lui. Li fece saper inoltre
che, con tutte le diligenze ch'ei faceva, non gli era possibile ritener la
gente, perch quella che vi era la sera non si trovava la mattina, perch
coloro che gli erano menati prigioni, posti ch'erano il giorno dipoi in
libert, se n'andavano; e che dalla sera alla mattina gli accad veder mancarsi
dugento uomini. S che ei lo pregava per tanto molto affettuosamente a non
partirsi per insin che giungesse da lui, perch'egli volea venir meco a
ragionamento in questa citt, e che, se lo lasciavano l, pensava di morirsi di
dolore. E veduta tal lettera di lui, si risolv il capo maggior di giustizia
d'aspettarlo. Cos ne venne a quello di l a due d doppo scrittogli, e di l
mi spedirono un messo, col qual mi faceva a sapere il capo sudetto che
l'adelantado veniva ad abboccarsi meco in questa citt, e venendosene a
picciole giornate sin ad un luogo abitato chiamato Cicoache, a' confini di
queste provincie, che aspettarebbono in quello la mia risposta. Mi scrisse
appresso l'adelantado, per aviso del mal apparecchio ch'egli avea e del mal
animo che la sua gente gli avea mostrato; laonde, perch ei credeva ch'io avrei
apparecchio da poter rimediarli, cos in provederlo della mia gente come nel
resto che li bisognasse, e perch conoscea di non poter esser aiutato n
sovvenuto per man d'altri, s'era risoluto di venir meco a ragionamento; e
m'offeriva il suo figliuolo maggiore con ci che egli aveva, e sperava di
lasciarmelo, ch'egli mi fusse genero, maritandosi con una mia figliuola
picciola.
Constando in questo medesimo tempo il capo maggior di giustizia, mentr'erano
per venir qua, ch'erano venute in quell'armata di Francesco di Garai certe
persone d'averne assai sospetto, come amici e servitori di Diego Velasco, i
quali s'erano mostrati contrarii alle cose mie, e vedendo che non era ben che
rimanessero in provincia, perch dal loro conversare s'aspettavano motivi e
inquietudini nel paese, in conformit d'un spaccio reale che la Maest Vostra
mi mand per cacciar del paese tai persone scandolose, comand che ne fussero
cacciati. Costor furono Gonsalvo di Figueroa, Alfonso di Mendozza, Antonio
della Cerda, Giovanni d'Avila, Lorenzo d'Uglioa e Taborda, Giovanni di
Grisalva, Giovanni di Medina e altri. Il che fatto, ne vennono sin al detto
luogo di Cicoache, dove giunse loro la mia risposta alle lettere che m'aveano
mandate, con le quali io gli avisavo allegrarmi molto della venuta
dell'adelantado: il qual venendo qua, s'attenderebbe molto volentieri a quanto
egli m'aveva scritto, e a far che conforme al suo desiderio egli si partisse
benissimo ispedito. Io proveddi appresso che la persona sua venisse ben
trattata nel viaggio, comandando a' signori de' luoghi che li dessero a
compimento tutto quel che li fusse necessario. E arrivato ch'ei fu a questa
citt, io lo raccolsi con tutta la bont dell'animo e dell'opere che si
richiedea e ch'io potei far per lui, s come averei fatto per un mio fratello,
che in vero m'increbbe assai della perdita de' suoi navilii e dello sviamento
della sua gente; per il che gli offersi la volont mia, come veramente ell'era,
di far per lui quanto mi fusse possibile. Egli, come molto desideroso di veder
effettuarsi tutto quello che m'aveva scritto intorno al maritaggio, cominci ad
importunarmi molto instantemente che lo concludessimo, e io, per farli piacere,
mi risolsi di fare quel di che egli mi pregava e desiderava tanto; sopra di che
si fecero di consenso d'ambedue le parti, con assai chiarezza e giuramenti,
certi capitoli che concludevano il parentado e quel che per eseguirlo si dovea
far dell'una e l'altra parte, con questo per, che sopra tutto, sendo la Maest
Vostra avisata di quanto avevamo capitolato, ne restasse ben servita. S che
noi, oltre la nostra antiqua amicizia, pel contratto e capitoli fra noi,
insieme con la parentela mediante i nostri figliuoli, restammo cos unanimi e
di par volont, che niun di noi attendeva ad altro che a quel che bene stava a
cadaun di noi, nella spedizione massime dell'adelantado.


Come la gente dell'adelantado, non volendo andar con lui, se n'and fra terra
ferma, e per gli suoi disordini si caus revoluzione del paese. Della morte del
detto adelantado.

Ho dato conto di sopra alla Maest Vostra del molto operare del mio capo
maggiore di giustizia, a fine che la gente dell'adelantado che andava sparsa
per il paese s'adunasse con quello, e delle diligenze usateli, le quali,
ancorch fossero molte, non bastarono per a levar loro la scontentezza
concetta contro ad esso Francesco di Garai. Anzi, credendosi dover esser
costretti conforme a' bandi e commandamenti ad irsene con lui, se n'andorono
fra terra ferma, spartiti in pi bande, a tre a tre e a sei a sei, e stettero
ascosi di quella maniera senza poter essere trovati: cosa che fu cagione di
alterar gli Indi di quella provincia, tanto per veder gli Spagnuoli sparsi in
pi bande, quanto per i disordini che ei facevano tra' paesani, togliendo loro
per forza le donne e 'l mangiare, con altre inquietazioni e motivi. Onde si
caus la revoluzione di tutto il paese, credendosi che, s come l'adelantado
aveva messa voce, fusse divisione fra Spagnuoli sotto diversi superiori: il che
ho racconto di sopra alla Maest Vostra, e di che tutto fu publicata la fama da
lui per interprete, che gl'Indi poterono molto ben intenderlo. Per il che,
avendo prima avuta informazione gl'Indi dove, come e in che parti si trovavano
gli Spagnuoli, tennero tal arte che di d e di notte diedero loro dentro, in
que' luoghi abitati dove eglino s'eran sparsi, e, s come li colsero sproveduti
e disarmati, ammazzarono gran numero di loro. E crebbero in tanto ardire
ch'arrivorno alla terra di San Stefano del Porto, dove dettono s gagliardo
assalto che misero gli abitatori in gran disagio, talch si tennero perduti, e
perdevansi, se non si fussero trovati provisti e uniti, laonde si poterono
fortificare e resistere a' suoi nemici, sin all'uscire fuori contra di loro
molte volte e romperli.
Le qual cose mentre si facevano, ebbi nuova da un uomo a pi ch'era campato da
tai rotte qualmente tutta la provincia di Panuco e suoi nativi s'eran
ribellati, e aveano ucciso gran numero di Spagnuoli che erano rimasi della
detta gente dell'adelantado, con altre del popolo della sudetta terra ch'io
v'avevo fondata a nome di Vostra Maest; e ch'ei credeva, considerata la rotta
grande di quelli, che niun Castigliano vi fusse restato vivo. Di che Iddio
benedetto sa quanto io mi contristai, vedendo massimamente che niuna
innovazione tale occorre in queste parti, che non ci costi troppo e che non le
ponga a rischio di perdersi. E tanto s'adolor l'adelantado di questa nuova, s
per parerli d'esser stato cagione di questo, come perch egli avea in quella
provincia un suo figliuolo con tutto quel che s'avea portato, che s'amal di
dolore, e di tal malattia mor fra spazio di tre giorni.


D'alcuni che furono assaliti alla strada. Come gli uomini del luogotenente
furono uccisi, fuori che lui e due a cavallo. Come il Cortese isped un
capitano con due altri della terra, con quindecimila uomini per uno, e l'ordine
datoli. Il capitano combatte in due luoghi e ha vittoria. Come della provincia
di Ganuco furon fatti prigioni da quattrocento tra signori e principali, oltre
il vulgo, i quali tutti, cio i principali, furono abbrucciati per giustizia, e
pacificata la provincia.

Ma perch la Maest Vostra s'informi pi particolarmente del successo dopo
avuto questa prima nuova, ci fu che, poich quello Spagnuolo port nuova della
sollevazion di quella gente di Panuco, perch egli non dava conto d'altro,
salvo che in un luogo detto Tacetuco, mentre che egli e tre altri a cavallo e
uno a piedi venivano a viaggio, que' di tal luogo gli assaltarono alla strada e
combatterono con loro, e vi furono uccisi due a cavallo e l'altro a piedi e il
cavallo dell'altro, e che ambidue s'erano salvati fuggendo, sopravenuta la
notte, e che avean veduto un alloggiamento di quel luogo, dove egli dovea
aspettar il luogotenente con quindeci cavalli e quaranta fanti, starsi tuttavia
abbrucciando, e che per i segnali vedutivi si credea che vi fusser rimasi tutti
morti, aspettai sei over sette d per altra nuova di questo. E mi giunse in tal
tempo un altro messo del luogotenente, i quali dicea restar in un luogo detto
Tenestechipa, della giuridizione di questa citt, che divide i confini da
quella provincia; il qual mi facea a saper per sua lettera come, trovandosi in
Tacetuco con quindeci cavalli e quaranta fanti, aspettando pi gente che s'avea
a congiunger con lui, perch egli andava dall'altra banda del fiume ad amicarne
certi luoghi che ancor non ci erano amici, una notte all'alba gli avevano
circondato l'alloggiamento con di molta gente e messovi fuoco. E per quanto
presto eglino avean cavalcato, stando alla sproveduta, per esser venuto insin
l tanto al sicuro com'erano venuti, gli avevano appressati tanto che gli
avevano uccisi tutti, da lui e da due altri a cavallo in fuori, che s'erano
salvati fuggendo, bench avessero morto a lui il cavallo, d'onde un altro se 'l
port via in groppa; e che si erano salvati peroch, di l a due leghe,
ritrovorno un capo di giustizia d'essa terra con certa gente che li raccolse,
bench non vi s'intertennero molto, ch'egli e loro uscirono fuggendo di quella
provincia. E non tenevano aviso n sapevano altro della gente rimasa in essa
terra, n dell'altra dell'adelantado Francesco de Garai, divisa in certe parti,
perch, s come ho detto alla Maest Vostra, dapoi che l'adelantado era venuto
l con quella gente e avea parlato a' paesani, dicendo ch'io non avevo da
impacciarmi con esso loro perch'egli era il governatore e quello al quale
dovevano ubbidire, e che unendosi essi con lui scacciarebbono tutti quegli
Spagnuoli ch'io avevo e que' di quella terra e quanto pi io ve ne mandasse,
essi s'erano alterati, n mai pi volsero servir bene a Spagnuolo alcuno, anzi,
n'avevano uccisi alcuni trovati a caso soli per le strade. Onde egli credeva
ch'ei si fussero congiurati a far quanto fecero, e come avevano battuto lui e
coloro che erano con lui, cos credea che avesser battuti tutti gli altri,
sparsi chi qua chi l, perch si stavano senza un minimo sospetto di quella
revoluzione, vedendo come insin allora essi avevano servito loro senza
risentimento di star soggetti.
Avendomi significato in oltre con questo aviso della ribellione de' nativi di
quella provincia, e sapendo l'uccisioni di quegli Spagnuoli, quanto pi presto
io potetti spedii subito cinquanta cavalli e cento fanti balestrieri e
schioppettieri con quattro pezzi d'artiglieria, con assai polvere e munizione,
sotto un capitano spagnuolo e con altri due di questa citt, quindecimila
uomini per uno, comandando ad esso capitano che con la maggior fretta ch'ei
potesse arrivasse in quella provincia e s'affaticasse d'entrarvi senza
intrattenersi altrove, non lo sforzando gran necessit, sino ad arrivar alla
terra di San Stefano del Porto, a saper nuova degli abitatori e gente che io
v'avevo lasciato, potendo essere che fussero assediati in qualche parte e
accioch desse lor soccorso: il che fu cos. E s'affrett il capitano quanto
pi pot ed entr nella provincia, e combatterono con lui in due luoghi; e
dandoli Dio vittoria, segu marciando per insin ch'egli arriv a quella terra,
dove ritrov ventidue cavalli e cento fanti tenuti quivi assediati e combattuti
sei o sette volte, ma difesesi con alcuni pezzi d'arteglieria che avevano,
ancor che 'l poter loro non era di pi oltre difendersi, n anco con poca
fatica. E se 'l capitano che io mandai indugiava tre d, non vi saria restato
uomo di loro, che ormai morivano tutti di fame; e avevano mandato un
brigantino, di que' navili che condusse l l'adelantado, alla Vera Croce per
darmi la nuova di l, che per altra via non potevano, e per vettovagliarsi con
quello, come dapoi si vettovagliorno, bench erano di gi stati soccorsi dalla
gente che io avevo lor mandato. Quivi seppero come la gente lasciata da
Francesco de Garai in un luogo detto Tamaguilche era sin a cento Spagnuoli a
pi e a cavallo, i quali erano stati tutti morti, non essendo scappato pi che
uno Indo dell'isola di Giamaica, il qual si fugg su per i monti, dal quale
s'informarono come gli aveano soprapresi di notte; e trovossi per conto esser
morti della gente dell'adelantado 200 e 10 uomini, e 43 degli abitatori ch'io
avevo lasciato in quella terra, i quali andavano per i luoghi raccomandati a
loro; e credesi ancora che furono pi di quei dell'adelantado, che di tutti non
si ricordano.
Con la gente menata l dal capitano, e che 'l luogotenente e capo di giustizia
avevano per la terra, si trovarono in tutto ottanta cavalli, e partiti in tre
parti fecero tal guerra in quella provincia, che ei fecero prigioni oltre al
vulgo da 400 tra signori e uomini principali: i quali tutti, cio i principali,
s'abbrucciorno per giustizia, avendo confessato com'essi erano stati i motori
di quella guerra, e che qualunque di loro s'era trovato alla morte o egli aveva
morti degli Spagnuoli. Il che fatto, liberarono degli altri che avevano
prigioni, co' quali ridussero la gente all'abitazion de' suoi luoghi, e
providde il capitano a quelli di nuovi signori a nome della Maest Vostra, in
persona di quelli che secondo il costume loro per successione doveano
ereditargli. In quest'ora ho ricevuto lettere dal medesimo capitano e d'altri
che sono con lui, con aviso che ormai, a Dio grazia, tutta la provincia 
pacifica e sicura e i provinciali servono bene, e credo che 'l disturbo della
rissa passata far pace per tutto l'anno.
Creda la Maest Vostra che queste nazioni sono tanto sollevabili, che
qualsivoglia novit o apparato di sollevazione che veggano le commuove, per
che di gi era loro in consuetudine il ribellarsi e sollevarsi contra i lor
signori, n vederanno mai occasioni a questo che non la piglino.


Come il Cortese, comprati cinque navilii e un brigantino e fatto quattrocento
uomini, li mand al capo over promontorio d'Hibuere, e con che ordine e per che
cagione, e ducati ottomila all'isola della Cuba. Le provisioni ed espedizioni
fatte per scoprir nuovi paesi e varie nazioni.

Io dissi ne' precedenti capitoli come, al tempo che io ebbi nuova dell'arrivo
dell'adelantado Francesco de Garai a quel fiume di Panuco, io avevo in esser
armata o gente da mandar al capo o promontorio de Hibuere, e le cause che mi
muovevano a questo; da che si soprased per tal arrivo, credendo che esso
adelantado d'autorit propria si volesse metter a possedere il paese, e che
volendo io resistere, s'egli l'avesse fatto, mi fu necessario tener tutta la
gente. Dopo finita quella spedizione con lui, se ben mi seguiva spesa grande
nel soldo de' marinari e fornimenti per navilii e nella gente che vi dovea
navigare, parendomi che di questo Vostra Maest ne fusse molto ben servita,
perseverai nel mio primo proposito e comperai altri navilii, oltre a quelli che
io avevo, che furono cinque pi grossi e un brigantino, e feci quattrocento
uomini; i quali forniti d'arteglieria, monizioni e arme e d'altre robbe e
vettovaglie, oltre a quello di che furono proveduti in questo luogo, io mandai
a due miei famigliari pi d'ottomila ducati di oro all'isola di Cuba, accioch
si comperassero cavalli e robbe, s da portar in questo primo viaggio, come
perch tenessero in punto da caricar i navilii alla tornata, accioch non
restassero di far l'effetto a che io li mandavo per mancamento di cosa alcuna,
e accioch in sul principio per mancamento di robbe non faticassino gli uomini
del paese, ma pi tosto gli dessino essi di quel che portavano che togliessino
il loro. Con tal ordine si sono partiti dal porto di S. Giovanni di
Chalchiqueca alli 11 di gennaro 1524 per andarsene all'Habana, che  la punta
dell'isola di Cuba, dove s'hanno da fornire di tutto quello che mancher loro,
e specialmente di cavalli, e quivi unire i navilii e dipoi con la benedizione
di Dio seguire il lor viaggio verso il detto paese; e arrivando al primo porto
di essa, saltare in terra e sbarcare tutta la gente, cavalli e monizioni e con
ci che portano in detti navilii, e dipoi nel miglior sito che parer loro
fortificarli con sua arteglieria, che portano molta e buona, e fondarvi una
popolazione; e subito le tre navi maggior che ho spedite per l'isola di Cuba al
porto della citt della Trinit, per esser luogo migliore da fermarvisi, dove
abbi da restare uno de' miei creati, per far provisione delle cose che li
fussino di bisogno e che 'l capitano mandasse a richiedere. Gli altri navilii
pi piccioli e il brigantino, col pilotto maggiore e con un mio cugino loro
capitano detto Diego Murtado, debbano trascorrere tutta la riviera del porto
dell'Ascensione, investigando di quello stretto che si crede esservi, e vi si
fermino tanto che non resti lor pi da vedere cosa alcuna, e veduta che
l'averanno ritornarsene dove sar il sudetto capitano Cristoforo Dolid. E di l
con uno de' navilii m'aviseranno di quel che averanno ritrovato, e che esso
Dolid aver saputo del paese e che li sar successo in quello, accioch di
tutto io possi dar copioso aviso alla Maest Vostra.
Io dissi ancora qualmente io avevo gente per mandare con Pietro d'Alvarado a
quelle citt d'Uclaclan e Guatemala, delle quali ho fatto menzione ne' capitoli
passati, e ad altre provincie delle quali ho notizia che sono innanzi a quelle,
e come s'era sopraseduto per l'arrivo del detto adelantado Francesco de Garai.
E perch'io tenevo gi fatto molta spesa, s de' cavalli e arme e artiglieria e
munizione, come di denari dati per sovenzione alla gente; e perch io credo che
di ci nostro Signor Dio e la Maest Vostra hanno da tenersi molto serviti; e
perch, secondo la notizia avuta, io penso scoprire per quella parte di molti e
molto ricchi e strani paesi e di molte e varie nazioni, son ritornato a
perseverare nel mio primo proposito. E oltre di quel che prima s'era provisto
per tal viaggio, io rifeci la provisione ad esso Pietro d'Alvarado, e lo spedii
di questa citt alli 6 di decembre del 1523, e condusse seco centoventi da
cavallo, con li quali e li carriaggi erano cento e settanta cavalli, e trecento
fanti, tra li quali sono centotrenta balestrieri e schioppettieri; e conduceva
anco quattro pezzi d'artegliaria, con assai polvere e munizione. E ne andavano
seco alcuni uomini segnalati, s de' nativi di questa citt come dell'altre di
questo contorno, e con loro dell'altra gente, non per molta, per esser tanto
lungo il viaggio.


Del giunger di Pietro d'Alvarado nella provincia Techantepeque. Quello che si
trovi aver speso il Cortese per il bisogno delle guerre. Del paese acquistato
verso il mare di Tramontana e per il mare a Mezzogiorno. Del guerreggiar de'
popoli Ciaputechi e Messi, e delle genti mandate contra quelli.

Ho avuto nuova di loro, qualmente alli dodeci di gennaro di quest'anno erano
arrivati nella provincia di Techantepeque, e che andavano sani: piaccia a
nostro Signor Dio di guidarli tutti secondo ch'egli ne sia servito, che ben
credo io, come essi vanno indrizzati al suo servizio e nel real nome di Vostra
Maest, non possin mancar di prospero e buon successo. Io al detto Pietro
commisi ancora ch'egli avesse particolar cura di darmi piena e particolar
notizia delle cose che gli accadessero di l, accioch si potessero mandar a
communicar con Vostra Altezza. E ho per cosa molto certa, secondo gli avisi e
disegni ch'io ho di quel paese, che esso Alvarado e Cristoforo Dolid sieno per
unirsi, se qualche stretto non li divide. Molti viaggi si sarebbono fatti a tal
paese, e molti secreti vi si sarebbono scoperti, se non m'avesse impedito il
disturbo dell'armate venute in qua: in che certifico la Maest Vostra ch'ella
ha ricevuto assai danno, e per non essersi scoperto paese assai, e per aversi
tralasciato d'acquistare alla sua camera reale gran somma d'oro e di perle.
Imper, se d'ora in poi non ne verranno pi, m'affaticher di ristorar il
perduto, n si rimarr da questo per fatica della persona mia n per spesa
della mia facult, che io certifico la Maest Vostra che, oltre ad aver speso
ci che avevo in denari, io son debitore dell'oro avuto delle sue rendite di
pi di settantamila ducati larghi, per i bisogni delle spese che le costeranno,
quando sar servita che si veggano i conti, senza altri dodecimila prestatimi
per le spese della mia casa da altre persone.
Ho detto ne' capitoli precedenti come le provincie convicine alla terra dello
Spirito Santo, e quelle che servivano agli abitatori di essa, s'erano in parte
ribellate e avevano uccisi alcuni Spagnuoli. Per ridurle adunque al real
servizio della Maest Vostra, e tirarvi insieme dell'altre vicine a quelle, non
bastando la gente che stava in tal terra per conservar l'acquistato e acquistar
queste, ispedi' un capitano con trenta cavalli e cento fanti, parte balestrieri
e parte schioppettieri, e con due pezzi d'artegliaria e provisione di munizioni
e polvere, i quali partirono agli 8 di decembre del 1523, n infino a qui ho
saputo altro di loro. Penso che faranno gran frutto, e che di questo viaggio si
far servizio grande a Dio e alla Maest Vostra e si scopriranno assai secreti,
per esser questo un pezzo di terra ferma tra la conquista di Pietro d'Alvarado
e di Cristoforo Dolid, quello che insino ad ora si stava pacifico verso il mare
di Tramontana; il quale come si  conquistato e fatto amico, perch  assai
poco, Vostra sacra Maest viene ad avere pi di quattrocento leghe di paese
amico e soggetto al suo real servizio a tramontana, tutto continuato senza
intermezo, e pel mare a mezogiorno pi di cinquecento leghe, tutto da un mare
all'altro, che serve senza contradizione alcuna, da due provincie in fuori,
poste nella provincia di Techantepeque e in quella di Chinanta e di Guassaca e
Gualzacalco, in mezzo a lor quattro, della cui gente chiamasi l'una i
Ciaputechi e l'altra i Missi. Le quali per esser tanto aspre che non vi si pu
pur camminar a piedi, con tutto che oramai due volte io abbi mandato gente per
conquistarle e non ci sia riuscito, per che hanno le forze gagliarde e il
paese aspro e l'arme buone, combattendosi da quelli con lancie di venticinque
in trenta palmi lunghe e assai grosse e ben fatte, le cui punte sono di selci
durissime, con che si sono difesi coloro, con morte di molti Spagnuoli ch'erano
andati l, e hanno dato e danno di gran danni a' luoghi prossimi sudditi di
Vostra Maest con assaltarli di notte, abbrucciargli e ammazzar di molte
persone, in maniera che s'hanno fatto che molti luoghi a loro prossimi si sono
ribellati e confederati con loro. E perch ci non proceda pi avanti, ancorch
non m'abbondava la gente, per averne mandata a tante parti, io posi insieme
cento e cinquanta uomini a piedi, li pi balestrieri e schioppettieri, non
servendo in que' luoghi i cavalli, e quattro pezzi d'artiglieria con la
munizione necessaria, e con provisione d'ogni cosa necessaria a' balestrieri e
schioppettieri; con i quali mandai per capitano Roderico Rangel, capo di
giustizia di questa citt, che un'altra volta era stato contra quelle genti e,
per essere allora di molte acque, non aveva potuto far nulla, e ritornosse
doppo esservi stato due mesi. Il qual capitano, insieme con tal gente, part di
questa citt alli cinque di febraro del presente anno.
Io credo, sendone cos Dio servito, che per andar egli ben provisto, e per
andar in tempo buono, e perch menai di molta gente atta da guerra nativa di
questa citt e de' suoi contorni, che si metter fine a questa controversia: da
che non ne risulter poco servizio alla corona imperiale di Vostra Altezza,
perch quelli non solamente non servono, ma fanno ancor danno grande a quei che
ci hanno buona volont, e il paese ha molta ricchezza e minere d'oro. Quando
costoro si stessero in pace, dicono quei lor vicini ch'essi anderebbono a
torgliene, per esser stati tanto ribelli, dapoi che sono stati invitati alla
pace tante volte, e sendosi offerti vassalli di Vostra Maest hanno ammazzato
gli Spagnuoli, e per aver fatti tanti danni s'hanno a pronunciar per ischiavi.
Cos comandai che quei che si potessero pigliar vivi si marchiassero del marco
di Vostra Maest, e, trattane la parte sua, si dividesse il resto fra'
conquistatori. Ella in vero pu credere molto certo che la minor di queste
entrate a che si va mi costi del mio pi di cinquemila ducati d'oro, e li due
dati a Pietro d'Alvarado non ci si numerano n si mettono a memoria; ma, come
s'impiega tutto in servizio di Vostra Altezza, se con questo insieme si
spendesse la persona mia, lo riconoscerei per maggior grazia, n mi si
presenter mai cosa in che poter metterla ch'io non ve la metta.


La cagione perch i navilii che gi furono cominciati a far nel mare di Mezzod
non siano al d d'oggi finiti.

Ho fatto menzione, s nella relazione passata come in questa, di quattro
navilii ch'io ho cominciato a fare nel mare a Mezzogiorno, i quali per esser
molto tempo che s'incominciorono, parer a Vostra Altezza ch'io sia stato
alquanto trascurato, non si essendo finiti al d d'oggi. Gliene dico la
cagione, ed  che, sendo il mar a Mezzogiorno, quella parte massime dove io
fabrico i navilii, lontano dal mar a Tramontana, dove si scarica ci che viene
a questa Nuova Spagna, dugento e pi leghe, e in parte mal portuosa per li
scogli e montagne e per esservi in altra parte di molti grandi e principali
fiumi, come di qui s'hanno a portar tutte le cose necessarie a' navilii, non
essendo luogo ond'elle si possino provedere, vi si sono portate e portansi con
difficolt grande. Intervenne di pi in questo che, poi ch'io avevo l nel
porto dove tai navilii si fanno tutto ci che v'era bisogno di vele, capi,
gomene, funi, chioderia, ancore, pece, sevo, stoppa, bitume, olio e altre cose,
vi s'appicci il fuoco una notte e s'abbrucci tutto, non ne rimanendo altro
che l'ancore, che non poterono abbrucciarsi. Ora di nuovo v'ho fatta la
medesima provisione, per essermi di gi due mesi arrivata una nave di
Castiglia, in che mi portarono cose necessarie a' navilii, che, per paura di
quel che m'intervenne, io avevo di gi mandato a domandarle. E io fo certa la
Maest Vostra che a quest'ora mi costano i navilii, non gli avendo per ancora
messi in acqua, pi di novemila ducati d'oro, senza altre cose necessarie. Ma
laudato ne sia nostro Signor Dio, perch stanno oramai in termine che a Pasqua
del Spirito Santo o a san Giovan di giugno potran navigare, se non mi mancher
bitume, che, sendosi abbrucciata quella ch'io avea, non ho avuto onde
provedermi. Io spero nondimeno che me la porteranno a tempo da cotesti regni,
per ch'io ho provisto che mi sia mandata. Io apprezzo tanto tai navilii che
non potrei significarlo, considerando per certissimo che col mezzo d'essi, se
Dio cos sar servito, sar cagione che Vostra sacra Maest sia padrona in
queste parti di pi regni e signorie di quei che sin oggi si sanno nella
nazione nostra: piaccia a lui d'aviar tutto secondo ch'ei si serve, e che
Vostra Maest pu conseguirne tanto bene, poi ch'io credo che col far io questo
non le rimarr altro da fare.


Come ora sia abitata e si va riedificando la citt di Temistitan; dell'arti,
traffichi e mercanzie di quella; d'un forte notabile che s' fatto in detta
citt.

Poich fu servito nostro Signor Dio che s'acquistasse questa gran citt di
Temistitan, mi parve di presente non esser ben a risedervi, per molti
inconvenienti che occorrevano, e mi trasferi' con tutta la gente ad un luogo
detto Cuyuacan, nella riviera di questa palude, di che ho gi fatta menzione. E
perch io desiderai sempre che tal citt si riedificassi, per la grandezza e
sito suo maraviglioso, m'affaticai di raccorre tutti i suoi terrazzani absenti
in molte parti, dalla guerra in qua, e quantunche io abbi sempre tenuto e
tenghi ancora il signor suo prigione, feci che un capitano suo generale nella
guerra, il qual io conobbi dal tempo di Montezuma, pigliasse carico di farla
riabitare: e accioch fusse di maggior autorit la persona sua, li diedi il
carico medesimo ch'egli avea in tempo del suo signore, il quale carico 
ciguacoat, che vuol dire come luogotenente del signore. E diedi altre cure di
governo in questa citt, soliti aversi fra loro, ad altri principali uomini
ch'io conoscevo prima, e diedi giuridizione di terre con che ei si mantenessero
a questo ciguacoat e agli altri: non per tanta quanta essi avevano prima, n
tanta che in tempo alcuno potessero offendere; e mi sono sempre studiato
d'onorargli e favorirgli, ed eglino si sono cos ben portati che sino oggi s'
riabitata la citt di pi di trentamila fuochi, e ci si serva l'ordine gi
consueto ne' lor mercati e traffichi. Io ho dato loro tanta libert ed
esenzioni che ogni d si riempie pi di popolo, perch vivono molto a piacer
loro. Gli artigiani, che vi  gran numero di mecanici, vivono per giornate
cogli Spagnuoli, come legnaiuoli, imbiancatori di case, tagliapietre, orefici e
simili arti; e i mercanti si tengono molto sicuramente le lor mercatanzie e
vendonle; e l'altre genti vivono alcuni di pescherie, che assai se ne spaccia
in questa citt, altre d'agricoltura, sendoci oggimai molti che hanno fatti
suoi orti e seminatici ortami di Spagna, de' quali s' potuto aver seme qua. E
certifico la Maest Vostra che s'eglino avessero piante e semi da orti di
Spagna, ed ella fusse servita di farceli mandare, come io la supplicai con gli
altri avisi, perch costoro si danno volentieri all'agricoltura e ad allevar
arbori, che in processo di poco tempo ne sarebbe qua copia grande; da che
ridonderebbe a lei non poco servizio, perch sarebbe causa di perpetuar di qua
e averci maggior entrata e dominio di quel che ora, la Dio merc, si possede da
Vostra Altezza. Al che fare ella si pu render ben certa ch'io non mancher
punto, e mi ci affaticher con tutte le forze e poter ch'io sar sufficiente.
Operai, subito che s'acquist questa citt, di farci una fortezza in acqua, in
parte d'essa dove io potesse tener sicuri i brigantini, e da quello offenderla
tutta, se volesse innovare, e dove fusse in mia libert l'uscire e l'entrare
quand'io volesse: e fecesi, ed  talmente fatto che, di quante cose d'arsenali
e forti io ho veduto (che ne ho vedute molte), non so a qual d'esse
l'agguagliare; e molti che ne han veduto pi di me affermano quel ch'io dico.
Egli  in questo modo: egli ha nella palude due torri ben forti, con le sue
cannoniere in luoghi convenienti; l'una di queste due torri si porge in fuori
dalla cortina verso l'una parte del forte, con cannoniere che spacciano tutta
una cortina, e l'altra verso l'altra parte nel medesimo modo. Dall'una
all'altra di queste due torri  un corpo di casa di tre vasi, dove stanno i
brigantini, la porta dei quali per l'entrata e per l'uscita  verso l'acqua fra
esse due torri; e in tutto questo corso di casa sono parimente le cannoniere,
in capo al quale verso la citt  un'altra molto gran torre, di molti
alloggiamenti al basso e all'alto, con le difese e offese per la citt. E
perch io ne mander il disegno alla Maest Vostra, onde si comprenda meglio,
non ne dir pi particolarit, se non ch'egli  tale che, tenendolo noi,  in
arbitrio nostro la pace e la guerra, quando ci piacer, mentre vi si tengono i
navili e l'artegliaria che or vi si tiene.
Fatta questa fortezza, parendomi che oramai io potevo adempir sicuramente il
mio desiderio di tirar popolo a questa citt, io ci venni con tutta la mia
compagnia, e si divisero i suoli per le case fra gli abitatori: nella qual
divisione io diedi un suolo per uno a tutti coloro che furono de'
conquistatori, in nome di Vostra Altezza, per la fatica passata, oltre a quello
che s'ha da dar loro come ad abitatori che hanno ad essere secondo l'ordine di
qua. Insino a qui si sono studiati tanto in far le case degli abitatori, che ce
n' gran quantit di fatte, e altre si trovano oramai a buon principio. E per
esservi copia di pietra, calcina e legnami e d'assai mattoni, che costoro del
paese fanno, essi fanno da tutti cos buone e grandi case che la Maest Vostra
pu credere che, di qua a cinque anni, questa sar la pi nobile e popolata
citt e di migliori edificii che alcun'altra sia, dovunque s'abita il mondo.
L'abitato da noi Spagnuoli  diviso da quel de' terrazzani, dividendoci un
braccio d'acqua, bench tutte le strade che attraversano l'abitato hanno ponti
di legname, per li quali si pratica dall'una parte all'altra. Fannosi due
mercati da' terrazzani: l'uno  nel lor abitato, l'altro in quel degli
Spagnuoli. In questi si portano d'ogni guisa vettovaglie e robbe che si trovino
in paese, dal qual tutto si concorre a vender qua, n qui manca cosa alcuna che
ci soleva essere in tempo di prosperit. Vero  che di gioie, d'oro, d'argento,
n di piume, n d'altra cosa di gran prezzo non ce ne sono come ci solevano
essere, con tutto che si scoprino qualche pezzo fatto d'oro e d'argento, ma
piccioli e non come prima.


Il modo che tenne il Cortese per aver artegliaria, e quanti pezzi ora se ne
truovi avere. Delle minere di rame, ferro e solfore che si sono ritrovate.

Per le differenze che Diego Velasco ha voluto aver meco, e per la mala volont
che per causa e intercessione di lui m'ha portata don Giovanni da Fonseca,
vescovo di Burgos, e per quelli gli ministri della casa de' traffichi di
Siviglia, alli quali egli avea cos commandato, e Giovan Lopez de Recalde,
computista di quella, in specie, da' quali dependeva il tutto in tempo del
vescovo, io non sono stato provisto d'artegliarie e arme come m'era necessario,
posto che molte volte io abbi mandato il denaro per averne. E perch non  cosa
che pi svegli l'ingegno umano che la necessit, io, come uomo che la provavo
tanto estrema e irremediabile, poich questi non lo lasciavano venire a notizia
di Vostra Maest, m'affaticai in cercar modo pel quale non si perdesse in
quella quel che con tanto travaglio e pericolo s'era guadagnato, d'onde ne
saria potuto venir tanto deservizio a nostro Signor Dio e a Vostra Maest
cesarea, e pericolo a tutti noi che ne troviamo qua. E mi sollecitai
grandemente di cercar rame in queste provincie, e accioch egli si trovasse pi
presto, lo pagai per assai riscatto, e avutane quantit feci che un maestro,
qual si trov qua per sorte, ne facesse artegliaria: e fecemi due mezze
colubrine, che sono riuscite cos buone che d'ugual misura non possono esser
migliori. E perch, trovato il rame, mi mancava ancor lo stagno, senza il quale
non si pu fondere, e per essi due pezzi n'avea trovato con difficolt grande,
costandomi molto, da qualcheduno che n'avevano piatti e credenze, n pi ne
ritrovavo di caro n a buon mercato, cominciai ad investigar per tutte le parti
s'egli ve n'era in qualcheduna. E volle Dio, che cura e cur sempre a proveder
al maggior bisogno, che tra nativi d'una provincia chiamata Tachco se ne
scoperse certi piccioli pezzi, in foggia di monete assai sottili, e, seguitando
d'investigare, io ritrovai che in quella provincia e anco in altre vi si
spendeva per moneta, e con procedere pi innanzi seppi al fine ch'ei si cavava
in tal provincia di Tachco, posta lontana da questa citt ventisei leghe. E
sapute le minere, incontinente io mandai l ferramenti e Spagnuoli, che me ne
portarono la mostra, e da quell'in poi ordinai in modo che me n'han cavato quel
che mi  bisognato, e se ne caver pi, secondo il bisogno, bench con assai
fatica. Cercandosi ancor di questi metalli, si scoperse una vena di ferro assai
grande, secondo m'informarono quei che dicono di conoscerla. Lo qual stagno
scoperto, io ho fatto e faccio ogni d qualche artegliaria.
Li pezzi che a quest'ora sono finiti sono cinque: due mezze colubrine e due
alquanto minori di misura e un cannone, e due sagri ch'io portai quando venni
in queste bande, e un'altra mezza colubrina ch'io comperai de' beni
dell'adelantado Giovan Ponce di Leon. De' navili venuti in qua io ho, tra tutte
l'artegliarie di metallo picciole e grandi maggiori de' falconetti,
trentacinque pezzi, e di ferro colato, tra bombarde e passavolanti e altri
tiri, sino a settanta pezzi: s che oggimai, laudato ne sia Dio, ci potremo
difendere. E non manco ci ha provisto Dio per la munizione, avendo noi trovato
tanto e s buono salnitro che ne potremo fare provisione per altre necessit,
caso che noi avessimo le caldaie da cuocerlo, ancorch assai se ne dispensa di
qua nelle molte imprese che si fanno. Quanto al zolfo, io ho di gi fatto
menzione a Vostra sacra Maest d'una montagna qual  in questa provincia, che
esala gran fumo, dalla qual, calatovi per la bocca in giuso uno Spagnuolo
settanta over ottanta braccia, se n' cavato tanto che insino a qui ci 
bastato; ma d'ora innanzi non aremo necessit a porci in s fatto travaglio,
per esser il luogo pericoloso, e io ogni volta scrivo che ce lo mandino di
Spagna, e Vostra Maest  stata servita che pi non vi sia vescovo che ce
l'impedisca.


Come, avendo il Cortese ritrovato due leghe discosto dal porto di San Giovanni
un bel sito per fondarvi una terra, con tutte le qualit che si richieggono, vi
ha fatto fabricar una citt, qual spera ch'abbi ad esser delle migliori della
Nuova Spagna.

Dopo aver situata la terra di San Stefano, che s'abit nel fiume di Panuco, e
aver posto fine alla conquista della provincia di Tequantepeque e aver spedito
il capitano che and agli Impilcinghi e a Coliman, di che tutto ho fatto
menzione in uno dei precedenti capitoli, innanzi ch'io venissi in questa citt
andai alla terra della Veracroce e a quella di Medellino, a causa di visitarle
e proveder ad alcune cose che n'aveano mestieri in quei porti. E perch io
trovai che, per non aver luogo abitato dagli Spagnuoli pi presso al porto di
San Giovanni di Chalchiqueca che la terra della Veracroce, andavano l a
scaricarsi i navili, e che, non essendo sicuro il porto come converria, per le
tramontane che regnano in quella spiaggia, se ne perdevano molti, andai ad esso
porto di S. Giovanni a cercarvi d'appresso alcuno sito per far abitarlo,
ancorch, nel tempo ch'io gi vi fui, ci si cercasse con gran diligenza e non
trovasse, per esser tutto montagne di rena ch'ogni volta si mutano. Ora io
stetti quivi qualche d cercandolo, e volle Iddio che si trov due leghe
discosto da quel porto buon sito, con tutte le qualit che si richiedono a
fondar terra, peroch vi sono di molta legne, acqua e pascoli, salvo che non vi
si trova legname n pietre da fabriche, se non molto lontano. Trovossi a canto
a questo sito un fiumicello, pel quale io mandai giuso un burchio per vedere se
si usciva per quello in mare, o se per quello potrebbono venir barche sino al
luogo che vi s'abitasse; e trovossi ch'egli metteva capo in un fiume che esce
nel mare, e trovossi in bocca del fiume essere un braccio pi d'acqua, in
maniera che, nettandosi il fiumicello, il qual  occupato d'assai legni
d'arbori, potriano venir le barche contra acqua a scaricarsi sin nelle case
degli abitatori. Vedendo dunque tal sito a proposito, e la necessit del
rimedio per li navili, io feci che la terra di Medellino, posta venti leghe fra
terra ferma nella provincia di Tatalptetelco, si trasferisse quivi; e cos
fecessi, che oramai vi si sono trasferiti tutti questi abitanti l, e vi
tengono fatte le case loro, e si mette ordine a nettar il fiumicello e a fare
casa de' trafichi in quella terra, che, ancorch si ritenghino i navili allo
scaricarsi, dovendosi andar due leghe in su per acqua, saranno nondimeno sicuri
che non si perderanno. E io credo certo che, dopo questa citt, quella sia per
essere la miglior terra che sia in questa Nuova Spagna, perch d'allora in qua
vi si sono scaricati navili, e le barche ne vanno con le mercanzie sino alle
case di quella, e vi vanno i brigantini. E io procurer per tanto di tenerlo s
ben in punto che vi scarichino senza una minima fatica, e starannovi da qui
innanzi i navili ben sicuri, perch 'l porto  molto buono. Affrettai
medesimamente di far le strade che di l vengono a questa citt, con che si
dar miglior spacio alle mercatanzie che infin adesso non s' dato, per che la
strada  migliore e si scurta una giornata.


Provisione fatta per il Cortese di caravelle, brigantini e altri navilii per
mandar a scoprir uno stretto per il qual si passi nel mar a Mezzogiorno, e
l'utilit che per quello, ritrovandosi, ne seguirebbe alla cesarea Maest.

Nei capitoli passati ho detto per quai parti io ho spedite gente, s per mare
come per terra, ond'io credo che, guidandola nostro Signor Dio, la Maest
Vostra si trover ben servita, e come io di continuo non occupo in altro il
pensiero che in considerar tutti i modi che si possino tenere per effettuar il
desiderio ch'io ho di servirla. Vedendo non mi restar altro a questo che saper
il secreto della riviera che ci resta a scoprire tra il fiume di Panuco e la
Fiorita, per la banda di tramontana, sino che s'arrivi alli Bacagliai, perch
si tiene per certo essere in quella riviera uno stretto per il qual si passi
nel mare di Mezzogiorno, e s'egli si trovasse, secondo un certo disegno che ho
io della navigazione dove  l'arcipelago che scoperse Magaglianes per
comandamento di Vostra Altezza, pare ch'egli uscirebbe molto d'appresso a
quello; e sendo servito nostro Signor Dio che per quella banda si trovasse tale
stretto, sarebbe il navigar sin d'onde s'hanno le specierie a' reami di Vostra
Maest molto buono e breve, tanto che sarebbe li due terzi manco del viaggio
che ora si fa, e senza risico n pericolo de' navili all'andare e tornare;
peroch sempre anderebbono per li reami e stati della Maest Vostra, che, in
qualunque necessit occorresse loro si potrebbono riparar senza pericolo in
qualsivoglia parte dove volessero pigliar porto, come in terra di Vostra
Maest. E per rappresentarmisi il gran servizio che di qui le resulta, ancor
ch'io sia consummato dalle spese e impegnato per li molti debiti e costi
dell'altre armate fatte per terra e per mare, e in mantener ordini di legname e
artegliarie ch'io ho in questa citt e ch'io mando in tutte le parti, e per
altre assai spese che m'occorrono tutto il d, sendosi fatte e facendosi tutte
a costo mio, ed essendo tutte le cose di che ci abbiamo da provedere tanto care
e di prezzo tanto eccessivo che, ancor che 'l paese sia ricco, l'interesse
ch'io ne posso avere non basta alle grandi spese ch'io ho; ma con tutto ci,
avendo rispetto a quel ch'io dico in questo capitolo, e postponendo ogni
necessit che me ne possa venire, se ben posso certificar la Maest Vostra che
a questo fine io piglio denari in prestito, ho determinato di mandar tre
caravelle e due brigantini in questa impresa, bench'io pensi dovermi costar pi
di undecimila ducati, e aggiunger questo agli altri servizii ch'io ho fatti,
perch'io 'l tengo per il maggiore se, com'io ho detto, si truova lo stretto. E,
posto che ei non si truovi, egli non  possibile che non si scuoprino molti
ricchi e gran paesi, onde Vostra Maest cesarea sia molto servita, e suoi stati
e regni s'aumentino grandemente. E di qui, quando anco non si trovasse tale
stretto, ne seguir che Vostra Altezza verr a sapere che egli non vi , e
ordinerassi in che modo per altre parti ella si serva de' paesi delle specierie
e di tutti quei che con essi confinano. E quanto a questa, io da ora me
l'offerisco che, sendo servita di comandar ch'io l'abbi (in caso che il stretto
non si ritruovi), operer che Vostra Maest rester servita e con manco spesa.
Piaccia a Dio che l'armata consegua il fine a che si fa, ch' di scoprir quello
stretto, che sarebbe il meglio: e questo credo io che succeder, poich nulla
si pu ascondere alla sua real ventura, e a me non mancher diligenza, n buono
ricapito, n volont per procurarlo.
Io penso altres di mandar li navili ch'io ho fatto nel mar a Mezzod, che a
Dio piacendo navicheranno alla fin di luglio del presente anno del 1524,
lontano la medesima riviera in cerca di tale stretto, che, s'egli vi , non si
pu ascondere a costoro per il mare a Mezzod, e agli altri per mare a
Tramontana: peroch costoro a mezzod scorreranno la riviera sin a trovarlo o
coniunger la terra con quella che scoperse Magaglianes, e gli altri a
tramontana sino a congiungerla con gli Bacagliai, s che o per una parte o per
l'altra non si rimanga di saper il secreto. Io certifico la Maest Vostra che,
secondo l'informazione datami de' paesi lungo il lito del mare di Mezzogiorno,
mandando per quella banda questi navili io vi averei fatto di gran guadagni;
ma, per saper il suo gran desiderio di conoscere il secreto di questo stretto,
e il notabil servizio che con scoprirlo si farebbe alla sua corona reale, io
pospongo ogni altro profitto e guadagno che mi  di qua assai chiaro, per
seguir quest'altra strada. L'incamini nostro Signor Dio com'egli ne sia pi
servito, e la Maest Vostra adempia il suo desiderio, e io parimente il mio, di
scoprirlo.


Supplica il Cortese che avendo egli speso da ducati sessantamila delle rendite
della cesarea Maest, e pi di cinquantamila de' suoi, per pacificar i paesi e
ampliare gli stati di lei, che, trovandosi esser cos, gli siano pagati per li
ministri ch'ella ha mandato per riveder i conti delle sue entrate reali.

Sono arrivati li ministri che la Maest Vostra ha fatto venire per attendere a'
negozii delle sue entrate e facult reali, e hanno cominciato a riveder i conti
a coloro che avevano dinanzi questa cura, datagli da me a nome di Vostra
Altezza. E perch tai ministri l'aviseranno del ricapito a che insin qui sono
state le cose, io non mi stender in darle conto particolar di tutto, ma mi
rimetter solo a quel che gliene sar dato da loro, qual io credo che sar tale
che si potr conoscer da quello la sollecitudine e vigilanza avuta sempre da me
in ci che s'appartenga al suo servizio reale, e che, se ben l'occupazione
delle guerre e la pacificazione del paese  stata tanta quanta il successo la
dimostra, io non per tanto mi sono dismenticato di tener special cura di
conservare e adunare tutto quel che mi sia stato possibile, di ci che le 
appartenuto e s' potuto applicarle. E perch per il calculo ch'essi ministri
ne mandano a Vostra Maest appare, com'ella vedr, ch'io ho speso delle sue
entrate, in pacificar paesi e in ampliar gli stati ch'ella ha in essi, pi di
sessantaduemila e tanti ducati d'oro, egli  bene che Vostra Altezza sappia non
essersi potuto far altro, perch, poi ch'io cominciai a spendergli, a me non
era gi rimaso altro da spendere, ed ero impegnato per pi di trentamila ducati
d'oro avuti in prestito da pi persone; e non potendosi far altro, n si
potesse eseguir altrimente il suo servizio, come la necessit e il mio
desiderio richiedevono, io fui forzato a spenderli: ma non credo che 'l frutto
gi redondato e che ne ridonder per l'avenire sia stato tanto poco, che non ci
renda pi di mille per cento. E perch i ministri di Vostra Maest, con tutto
che costi loro come per avergli spesi ella ne sia stato molto ben servita, non
me l'accettano ne' conti, con dire che non hanno commissione di questo, io la
supplico a comandare che, apparendo ch'eglino sieno stati bene spesi, mi sieno
accettati, e mi sieno pagati altri cinquanta e tanti mila ducati d'oro che io
ho speso della mia facult e ch'io ho tolti in prestito dagli amici, perch, se
non mi fussero pagati, non potrei satisfar a coloro che me gli hanno prestati e
resterei in grande necessit. Il che non penso io che sia permesso da Vostra
Maest, ma pi tosto che, oltre a far pagarmeli, ella ha da commettere che mi
si faccino di molte e grandi grazie, che, oltre all'esser lei tanto catolico
prencipe e cristiano, i miei servizii quanto a loro non ne sono indegni, e il
lor frutto d di ci testimonio.


Come, essendo state tolte le cose che 'l Cortese mandava all'imperatore, ei
procurer di mandargliene di pi preziose, e di quelle che ora li manda, tra le
quali vi  una colubrina d'argento, e dell'oro delle sue entrate ducati
sessantamila. De' sinistri portamenti di Diego Velasco.

Ho saputo da' sudetti ministri e da altre persone venute in compagnia loro, e
per lettere ricevute da cotesti regni, che le cose ch'io mandai alla Maest
Vostra per Antonio di Quignones e per Alfonso d'Avila, partiti di qua
procuratori di questa Nuova Spagna, non se le presentorno, perch furon
pigliate da' Francesi, per la mala provisione che mandorno quei della casa de'
traffichi di Siviglia, per accompagnarli fin dall'isola degli Astori. E bench
per il gran pregio e novit di tai cose io desiderasse che Vostra Maest
l'avesse vedute, peroch, insieme col servizio che a lei se ne faceva, i miei
servigi sarebbono ancor stati pi manifesti, e per questo me ne  incresciuto
assai, ma mi sono anco allegrato che le pigliassero, perch vien per tanto a
mancar poco alla Maest Vostra, e io procurer di mandargliene dell'altre molto
pi preziose e nuove, s come io n'ho nuova per alcune provincie che io ho di
gi mandato a conquistare e per altre dove io mander ben presto, avendo la
gente per questo effetto; e i Francesi e altri prencipi alli quali saranno
palesi le sudette cose, conosceranno per quelle la ragione ch'egli hanno di
sottoporsi alla corona imperiale di Vostra Maest, poich, oltre de' molti e
gran regni e stati ch'ella possiede in coteste parti, da queste tanto divise e
appartate, io, che sono il minor de' suoi vassalli, le posso far tanti e tai
servigi.
Per cominciamento adunque dell'offerte mie, io le mando ora per Diego de Soto,
mio famigliare, alcune cosette restatemi allora per rifiuto, come non degne
d'accompagnar l'altre, e alcune ch'io ho fatte d'allora in qua; che, se bene,
com'io dico, mi restarono per rifiutate, hanno pur qualche vista. Io mando con
esse una colubrina d'argento, nella qual fonditura vi sono iti 24 cantari e 50
libre, bench, per essersi fusa due volte, credo se ne sia perduto qualche
poco; e bench ella mi sia costata assai, perch, oltre al costo del metallo,
il qual fu di pi di quattromila e cinquecento ducati d'oro, a ragion di pi di
cinque ducati d'oro il marco, con le altre spese de' fonditori e d'altri e di
condurla sin al porto ci si sono spesi pi d'altri tremila ducati d'oro,
imper, essendo cosa di tanto prezzo, tanto da vedere e degna di tanto alto
prencipe ed eccellentissimo, mi diedi a farla e spenderci. Io supplico Vostra
cesarea Maest che accetti il mio picciol servizio, stimandolo quanto merita la
mia gran volont di farnele de' maggiori, s'io avesse potuto; perch, ancorch,
com'io ho detto di sopra, io fussi indebitato, io mi volsi ancor pi indebitare
pel desiderio mio ch'ella conosca quanto io desideri servirla, sendo io stato
cos mal fortunato che insin qui ho avute tante contrarietati innanti a lei,
che non m'hanno dato oportunit con che manifestarle tal mio desiderio.
Io mando medesimamente alla Maest Vostra oro per 60 e pi mila ducati di quel
che le  apertenuto delle sue entrate reali, secondo vedr per il conto che i
suoi ministri e io gliene mandiamo: e ne siamo arrischiati a mandarle tanta
somma in una volta, s per la necessit che appare che ella debba avere per le
guerre e altre cose, come perch Vostra Maest non si curi molto della perdita
del passato. Se ne mander dopo questo, qualunche volta ci sar il modo, tutto
quel pi ch'io potr. E creda Vostra Maest che secondo sieno indrizzate le
cose, e che in queste parti s'ampliano li suoi regni e signorie, ch'ella avr
in questi pi sicure entrate senza spesa che in nissun degli altri, salvo se
non ci occorrono disturbi, come quelli che infino a qui ci sono occorsi. Dico
questo per che due d fa arriv al porto di S. Giovanni di questa Nuova Spagna
Gonsalvo di Salar, fattor di Vostra Altezza, dal qual ho saputo che nell'isola
di Cuba, per dove ei pass, li dissero che Diego Velasco, luogotenente in
quella parte dell'almiraglio, avea tenuto modi col capitano Cristoforo Dolid,
spedito da me per nome di Vostra Maest a far abitare le Hibuere, e che s'erano
convenuti ch'egli si dichiararebbe col paese per esso Diego Velasco: caso che,
per esser tanto brutto e in tanto diservizio di Vostra Maest, non mi par da
credere. Per altra parte per lo credo, conoscendo i tratti che sempre ha
voluto usar Diego Velasco per farmi danno e disturbarmi s ch'io non servi,
che, quand'ei non pu far altro, procura che non venga gente in queste parti;
e, come ei comanda a quell'isola, prende coloro che vi vanno di qua e fa loro
di molte oppressioni e aggravii, togliendo lor quel che portano, e li fa provar
ci ch'ei vuole per liberargli, i quali per vedersi liberi dicono e fanno
quanto egli vuole. Io m'informer della verit, e, s'io trovo che cos sia,
penso di mandar per esso Diego Velasco e prenderlo e mandarlo preso a Vostra
Maest, perch, tagliandosi la radice di tutti questi mali, la qual 
quest'uomo, si seccheranno tutti gli altri rami, e io potr effettuar pi
liberamente i miei servigi cominciati e per incominciarsi.


Supplica il Cortese la cesarea Maest che, per esser alcuni di quelli paesi ben
disposti a convertirsi alla nostra santa fede catolica, vogli far valida e
gagliarda provisione in mandar persone religiose di buona vita ed esempio, e il
modo che li parrebbe doversi tenere per sostegno loro, e fabricar conventi e
altre cose necessarie. Dell'affittar delle decime.

Quante volte io ho scritto a Vostra sacra Maest, le ho detto della
disposizione che si truova in alcuni di questi paesi di convertirsi alla nostra
santa fede catolica ed esser cristiani, e ho fatto supplicarla che per ci
facesse provedere di persone religiose, di buona vita ed esempio. E perch sin
al presente ne sono venuti qua molti pochi o quasi niuno, e certo  che
farebbono frutto grandissimo, gliene riduco a memoria, e la supplico a farci
provisione quanto pi si possa in breve, che di ci sar molto servito nostro
Signor Dio, e s'effettuer il desiderio che Vostra Altezza ha in questo caso
come catolica. E perch i communi delle terre di questa Nuova Spagna e io
mandammo a supplicarla, per li detti procuratori Antonio di Quignones e Alfonso
d'Avila, che facesse proveder loro di vescovi e d'altri prelati per
l'administrazioni degli ufficii e culto divino, e ci parve allora che cos
convenisse, e consideratosi ora bene, mi  parso che Vostra Maest ci debba
proveder d'altra maniera, a fine che costoro di qua si convertino e possino
esser instrutti nelle cose della nostra santa fede. E tal maniera da tener in
questo caso a me par che sia ch'ella, com'io ho detto, faccia venir a queste
bande molte persone religiose e grandemente gelose del fine della conversione
di questa gente, e di lor si faccino conventi e monasteri, per le provincie che
a noi parranno convenienti, e si diano lor le decime per fabricar e sustentarsi
la vita, e l'avanzo di loro sia per le chiese e per ornamento de' luoghi dove
abiteranno Spagnuoli, e per servire in quelle de' sacerdoti. E queste decime si
ricuperino da' ministri di Vostra Maest, i quali ne tenghino conto e ne
provegghino ad essi monasteri e chiese, che baster per tutti, e ne avanzer
anche assai, da servirsene la Maest Vostra; e che ella supplichi sua Santit
che le conceda le decime di questi paesi per questo effetto, facendole a sapere
il servizio che si fa a nostro Signor Dio in convertir questa gente, il che non
pu farsi se non per questa via, per che, sendoci vescovi e altri prelati, ei
non cesserebbono dal costume che osservano oggid per i peccati nostri in
disporre de' beni ecclesiastici, con lo spendergli in pompe e altri vizii e in
lasciar patrimoni a' lor figliuoli e a' parenti. E ci sarebbe anco altro
maggior male, che, dove queste genti al tempo suo avevano persone religiose,
quali attendevano alli riti e cerimonie del paese, ed erano tanto ben composte
d'onest e castitade che, se si sentiva in qualcheduno cosa aliena da questo,
n'era punito con pena di morte, se ci vedessero le cose della chiesa e del
servizio di Dio in poter de' canonici e d'altre dignitati, e sapessero ch'ei
fussero ministri di Dio, e gli vedessero usar gli vizii e profanerie che or a'
tempi nostri usano in cotesti regni, sarebbe un disprezzar la fede nostra e
tenerla come da burla, e di tanto gran danno ch'io credo che non gioveria
predica alcuna che lor si facesse.
E poi ch'egli  di tanto momento, e l'intento principal di Vostra Maest  e
deve essere che queste genti si convertino, e noi residenti qua a suo real nome
dobbiamo eseguirlo e averne sopra ogni altra cosa cura, come cristiani, ho
voluto avisarnela e dirgliene il parer mio: il qual io la supplico ad accettar
come di suo suddito e vassallo, che, s come io m'affatico e m'affaticher con
le forze del corpo che li regni e stati suoi fra queste nazioni s'amplifichino,
e vi si dilati la sua real fama e poter grande, io non desidero meno, n
m'affaticher meno con l'anima, a fine che Vostra Altezza faccia seminar fra
loro la nostra fede santa, accioch ella meriti per questo la felicit di vita
eterna. E perch al dar gli ordini, al benedir le chiese e far li sacramenti e
altre cose, non sendo qua li vescovi, saria difficile andarne a cercar
provisione altrove, Vostra Maest dee medesimamente supplicar sua Santit che
dia sue facult di subdelegati in queste regioni a due principali persone
religiose che ci verranno, l'uno dell'ordine di S. Francesco e l'altro
dell'ordine di S. Domenico; e sieno le facult pi copiose ch'ella potr
impetrare, perch, per esser queste regioni tanto remote dalla chiesa di Roma,
e noi cristiani che ci stiamo e quei che ci staranno tanto lontani da' rimedi
per le conscienze nostre, e tanto soggetti a' peccati, come umani, gli 
necessario che sua Santit stenda le mani con noi altri in questo, in dare
ample facultadi a tai persone, e concedere che ancor l'abbino coloro che
succederanno qua residenti, quai saranno o il general o il provincial di
ciascuno di questi ordini in questi paesi.
Si sono affittate le decime in queste bande d'alcune terre, e dell'altre si fa
l'incanto, e affittansi dall'anno ventitre in qua, perch degli anni pi
adietro a me pare che non sia da curare, sendo stati pochi, e avendo coloro
ch'erano di qualche creanza in quei tempi, per rispetto delle guerre, speso pi
in mantenersi che non era il profitto che ne cavavano. Se altro comander
Vostra Maest che si faccia, si far quello che pi le sar di servizio. Si
summarono le decime di questa citt del detto anno e di questo del ventiquattro
per pi di cinquemila e cinquecentocinquanta ducati d'oro; quelle delle terre
di Medellino e della Veracroce si prezzano per pi di mille ducati d'oro dei
medesimi anni: non si sono sommate, e io credo che monteranno pi. Non ho
saputo se quelle dell'altre terre si sono prezzate, perch, sendo lontane, non
me n' venuta risposta. Si spenderanno di questi danari in far le chiese e
pagarne i rettori, i sagrestani e gl'ornamenti, e in altre bisogne d'esse
chiese; di che tutto terr il conto il computista e 'l tesoriero di Vostra
Maest, al qual tesoriere si depositer tutto il denaro, e quello che se ne
spender sar con mia licenza e sua.


Della proibizione fatta per li presidenti circa il trarre da quell'isole
cavalle e altre cose da moltiplicare. D'alcuni ordini fatti per il Cortese,
acci gli Spagnuoli e quelli abitatori si conservino, perpetuando.

Io sono anco informato, per li navili venuti ora dall'isole, che i giudici e
ministri di Vostra Maest residenti nell'isola Spagnuola hanno fatto proibire,
col mandar bando publico in quell'isola e nell'altre, che non si cavino di l
cavalle n altra cosa buona a moltiplicar in questa Nuova Spagna, sotto pena di
morte: il che hanno fatto a fine che noi abbiamo sempre necessit di comperar
le mandrie e bestiami loro, ed essi ce li vendono per prezzi disonesti. E non
dovrebbono per farlo, s per esser notorio il gran deservizio che si fa a
Vostra Maest in divietare che questa regione si empia di popoli e si
pacifichi, poich e' sanno quanto questo che ci proibiscono sia necessario a
sostentamento dell'acquistato e all'acquistar quel che ci rimane, come per la
cortesia dell'opere e magnificenze che quell'isole hanno ricevuto da questa
Nuova Spagna, e per aver essi in vero ben poca necessit da quello di che non
danno le tratte. Io supplico Vostra Maest che provegga a questo col mandar suo
spaccio reale a quell'isole, per il quale qualunque vorr possa estraer ci che
li piace senza incorrer alcuna pena, e quelli isolani non possino divietarlo,
perch, oltre che lor non mancherebbe nulla per questo, ella ne saria molto
deservita, peroch noi non potressimo far niente qua in acquistar cosa alcuna
di pi, n meno in conservar l'acquistato. Io mi sarei ben riscosso contra di
loro quanto a questo, tal che sarebbe lor stato in piacere riponer le
proibizioni e bandi, perch, col mandar io un altro bando che non si scaricasse
qua niente che si portasse da quell'isola salvo lo divietato da loro, sarebbono
contentissimi di liberare le tratte, tanto perch si ricevessero qua, quanto
per non aver provisione d'onde guadagnar ben niuno se non per li traffichi di
questa regione, i quali innanzi che cominciassero, non si trovavano tra tutti
gli abitatori di tali isole mille ducati d'oro, e posseggono ora pi che mai
possedessero. Ma, per non dar occasione a quei ch'hanno voluto esser maldicenti
di sciorre la lingua, ho voluto dissimular questo per insino ch'io lo
manifestassi alla Maest Vostra, accioch ella vi faccia provedere secondo le
pare che si richiegga al suo servizio.
Io ho similmente fatto saper a Vostra Maest cesarea la necessit di qua d'aver
piante di tutte le sorti, per la commodit del paese ad ogni uso d'agricoltura,
e, per non si esser proveduto sino ad ora di cosa alcuna, io la supplico di
nuovo, vedendo che ne sar ben servita, a comandar alla casa di traffichi di
Siviglia che non lasci partir navilio il qual non porti in qua certa quantit
di piante, che ci sar cagione suffficiente all'abitar e perpetuar di qua.
Io, come a chi si conviene procurar ogni buono ordine che si possa per far che
s'abitino queste terre, e che gli Spagnuoli abitatori e li nativi d'esse si
conservino perpetuando, e la nostra fede santa si radichi, poich Vostra Maest
mi ha fatto grazia di darmi cargo, e nostro Signor Dio  stato servito ch'io
abbi mezzo da venir conoscendolo, e sotto il suo giogo imperiale, ho fatto
certe ordinazioni e pubblicatole per bando: e perch ne invio l'esempio alla
Maest Vostra non mi accader dir altro, salvo che, per quanto io ho potuto
sentir di qua,  cosa convenevolissima ch'elle s'osservino. D'alcune di loro
non si satisfanno molto gli Spagnuoli residenti in queste parti, di quelle
massimamente che gli astringono a stabilirsi nel paese, pensando li pi di
passarsela con questi luoghi come se la passarono con l'isole che s'abitarono
prima, cio di fruttarsegli e struggerli e dipoi abbandonarle. E perch parmi
che saremmo degni di gran colpa, noi che abbiamo isperienza del passato, se non
rimediassimo al presente, e per non mancar di proveder alle cose che ci costa
aver rovinate tali isole, tanto pi essendo il paese qui, come io le ho molte
volte scritto, di tanta magnificenza e grandezza e da il quale tanto si possa
servir Iddio, e per accrescer le reali entrate di Vostra Maest, io la supplico
che si degni far vederle e m'invii la commissione di quello ch'io debba
eseguire, secondo che meglio ne sar servita, s nelle sudette ordinazioni come
in altre di pi che a lei sia servito che s'osservino ed eseguischino. E io
terr sempre avertenza d'aggiungere quel che pi mi parr convenirsi, per ch,
rispetto alla grandezza e diversit de' paesi che ogni d si scuoprono, e a'
molti secreti che ogni d conosciamo da quel che s' scoperto, convengono di
necessit a' nuovi avenimenti nuovi pareri e consigli. E se in qualcheduno
delli gi detti, o ch'io ar a dire a Vostra Maest nell'avenire, le parr
ch'io contradica alli precedenti, creda Vostra Maest che mi fa dar nuovo
parere il nuovo accidente.
Invittissimo Cesare, nostro Signor Dio guardi l'imperial persona di Vostra
Maest, e la prosperi e conservi in augmento di molti maggiori regni e stati
lunghissimo tempo al suo santo servizio, con quanto pi ella desidera.
Dalla gran citt di Temistitan di questa Nuova Spagna, il quindeci d'ottobre
del 1524.
Di Vostra sacra Maest molto umil servo e vassallo, che a lei bacia i reali
piedi e mani,

Fernando Cortese.



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Le relazioni di Pietro d'Alvarado e di Diego Godoy sul Guatemala


Di Pietro D'alvarado a Fernando Cortese


Lettere di Pietro d'Alvarado, nelle quali racconta le guerre e battaglie fatte
nell'acquisto di Ciapotulan, Checialtenego e Vilatan, e de' pericoli ne' quali
incorse, come fece abbrucciar li signori di Vilatan e parimente essa citt, e
constitu signori i loro figliuoli di due montagne, una d'allumi e l'altra di
zolfo.

Signor, da Soncomisco, scrissi a Vostra Signoria tutto quello che insin l
m'era successo, e qualche cosa ancora di quel che s'aspettava d'allora innanzi,
dopo aver mandato de' miei messi a questa terra, facendo saper qualmente io ci
venivo per conquistare e mettere in pace le provincie che ricusassero il
dominio di sua Maest, e domandando aiuto e favore a costoro qui e il passo per
il territorio loro, come a vassalli di quella, poich s'erano offerti tali a
Vostra Signoria: il che facendo, essi farebbono da leali e buoni vassalli di
sua Maest, e sarebbono molto favoreggiati e si manterebbe loro buona giustizia
da me e da tutti gli Spagnuoli; e che, se ci non volessero, io protestavo di
far loro guerra, come a traditori, ribelli e sollevati contra 'l servigio
dell'imperator nostro signore, e li dichiaravo per tali, dichiarando in oltre
per gli schiavi tutti coloro che si prendessero vivi nella guerra. Questo fatto
e significato a loro per messi della propria nazione, io feci mostra di tutta
la mia gente a pi e a cavallo, e la mattina del giorno seguente partii per
andargli a trovar nelle proprie case, e marciai tre giorni per un monte
disabitato. E avendo alloggiato il campo, le mie guardie pigliarono tre spie
d'un luogo del lor paese chiamato Ciapotulan, alli quali domandai quel
ch'andavano facendo, e mi risposero: "A raccor del mele", ancorch, come
apparve poi, essi erano notariamente spie; n con tutto questo io gli volsi
punire, anzi io feci loro buona ciera, e li rimandai con commissione e
richiesta simile alla sopradetta a' signori di Ciapotulan, dalli quali, quanto
a questo n ad altro, non ebbi mai risposta. Andato io dunque l, arrivato che
vi fui vi trovai tutte le strade aperte e molto larghe, cos la maggiore come
l'altre di traverso, e le strade che andavano alle contrade principali erano
turate, onde incontinente li giudicai di mal proposito e che avessero fatto ci
per combattere. Uscirono di l certi mandati a me, che mi dicevano da lontano
ch'io entrassi nell'abitato ad alloggiarmi, per combattercisi poi con pi lor
acconcio, s come avevano ordinato. Io mi accampai quel giorno accosto
all'abitato, tanto ch'io considerasse il territorio e vedesse che pensiero
fusse il loro, e loro subito quella sera non poterono ascondere il lor mal
animo, e mi uccisero e ferirono degli Indiani delle mie bande: di che avuto
aviso, mandai in quel punto gente a cavallo a stracorrere, la qual s'incontr
in molta gente da guerra e scaramucciarono, e ci ferirono certi cavalli. Il
giorno dopo andai a veder la strada che io avevo a fare, e viddi pur gente da
guerra, e il paese tanto montuoso di tante macchie e alberi, ch'egli era assai
pi forte per loro che per noi altri. Io mi raccolsi all'alloggiamento, e mi
partii il giorno appresso con tutta la gente per entrar nell'abitato. Eravi per
la strada un fiume cattivo da passare, e l'aveano occupato gli Indi: quivi
combattendo con loro ce 'l guadagnammo, e io sopra 'l pi alto della sponda del
fiume, in una pianura, aspettai la gente rimasa adietro, per essere il passo
pericoloso: e con tutto ch'io andasse col miglior ordine ch'io potesse, correvo
gran rischio. Stando in quello alto, loro vennero da molte bande per li monti e
m'assalirono di nuovo, e in quella facemmo loro resistenza, sino a tanto che
passarono tutte le bagaglie. Ed entrati che fumo nelle case, assalimmo quella
gente e seguitammo ad incalzarla meza lega oltre la piazza, e poi tornammo ad
alloggiar nella piazza istessa, dove stetti due giorni scorrendo per il paese,
dopo i quali mi parti' per andar ad un villaggio nominato Quecialtenago.
In questo giorno passai due fiumi pericolosi, che escono per un sasso tagliato:
quivi passai con gran fatica, e cominciai a montar un passo lungo sei leghe, e
a mezzo cammino feci gli alloggiamenti quella notte, perch era il passo tanto
aspro e malagevole che a fatica potemmo condurvi i cavalli. La vegnente mattina
segui' il mio viaggio, e andando trovai ad una picciola costa, ma erta assai,
una donna sacrificata e un cane: la qual cosa, per quanto mi disse
l'interprete, significava disfida; andando pi avanti, trovai un passo stretto
attraversato con uno steccato di pali molto forte, ma non vi era gente che lo
difendesse. Fornito di montar il passo, mandai avanti i balestrieri e la
fanteria, perch non vi potevamo mandar i cavalli, essendo la strada molto
aspra; in quella si mostrarono circa tre o quattromila uomini da guerra sopra
una elevatura, i quali assalirono i nostri amici, e quelli tirarono a basso, ma
noi li porgemmo subito aiuto. E io, stando alla parte di sopra per raccorre la
gente e rifarmi, viddi pi di trentamila uomini venire alla volta nostra, e
piacque a Dio che trovammo quivi certi piani, e, quantunque i cavalli fussero
stanchi e affaticati dal cammino, gli aspettammo finch ne poterono giugner con
le saette: e assaltandogli, essi, che mai avevano veduto cavalli, si
sbigottirono di sorte che gli incalzammo per buona pezza, s che sbandandosi
qua e l ne morirono molti di loro. Io aspettai quivi tutta la gente, e, posti
di nuovo in ordinanza, andammo ad alloggiare lontani una lega a certi fonti
d'acqua, perch non ne era in quei luoghi, e la sete ci affliggeva di maniera
che, essendo stracchi, ogni luogo ne faceva buon riposo. E per essere io quivi
il principale, mi posi nell'antiguardia con trenta a cavallo, e molti di noi
avevamo tolto cavalli freschi; tutta l'altra gente seguiva in un battaglione, e
io smontai a pigliar l'acqua. Ed essendo smontati a bere, vedemmo venirci sopra
molta gente armata, e lasciandogli avicinare, perch venivano per li piani, gli
assalimmo, e postigli in fuga li perseguitammo assai, e trovammo tra quella
gente che uno aspettava due uomini a cavallo. Noi li perseguitammo ben una
lega, finch giunsero ad una montagna, dove fecero testa. Io mi posi a fuggire
con certi cavalli per ritrarli al campo, e vi vennero con noi, finch giunsero
alle code de' cavalli: allora stringendomi con i cavalli mi voltai contra di
loro, e si fece grande uccisione, alla qual segu la vittoria, e vi mor uno
dei quattro signori di Vilatan citt, il quale veniva per capitano generale di
tutto il paese. E io mi ritrassi alle fonti, dove feci gli alloggiamenti,
essendo molto stanchi gli Spagnuoli e feriti alcuni cavalli.
La mattina seguente mi levai per andar a Quecialtenago, villaggio lontano una
lega, la qual per la passata uccisione trovai disabitata, di sorte che non vi
era persona. Quivi mi fermai ristorando me e l'esercito, scorrendo il paese,
che  non meno populato che Talcalteque, e n pi n meno quanto ai terreni
lavorati, ma  freddo oltra modo. E stato quivi sei giorni, un gioved a
mezzogiorno comparse gran numero di gente da pi parti, che, secondo che da
loro intesi, erano di quelli di dentro la citt da dodecimila, ma d'altri
luoghi circonvicini erano infiniti. E quando gli vidi, posi la gente in
ordinanza e andai ad assaltargli nel mezzo d'un piano, che era lungo tre leghe,
con novanta a cavallo, e lasciai l'altra gente che guardassino gli
alloggiamenti, e che potevano essere un tiro di balestra lontani dal campo.
Quivi li mettemmo in scompiglio e li perseguitai due leghe e mezza, sinch,
passando tra loro tutta la nostra gente, non avevamo pi alcuno davanti; dapoi
voltandoci sopra loro, i nostri amici e la fanteria facevano la maggior ruina
del mondo sopra di quelli in un torrente, e circondarono una montagna senza
alberi, ove quelli erano ricorsi: i nostri vi montarono suso, pigliandone
quanti vi erano ascesi. In questo giorno furono ammazzati e presi molti di
questi popoli, tra' quali erano assai capitani e signori e persone segnalate.
I signori di questa citt, quando ebbero inteso la sconfitta della lor gente,
s'accordarono con tutto il paese e, convocate altre provincie a questo effetto,
diedero ostaggi a' suoi nemici, i quali tutti disposero di unirsi con loro per
ammazzarci, e conclusero di mandarci a dire come di nuovo davano obedienzia
all'imperatore nostro signore, e ch'io andassi in Vilatan citt, dove poi mi
condussero con animo d'alloggiarmivi, e poi una notte appiccar fuoco nella
citt e arderci tutti senza che potessimo defenderci. E averebbono mandato ad
effetto il loro mal proposito, se non che Iddio nostro Signore non permesse
ch'avessino vittoria sopra di noi, perch la citt  fortissima, e ha solamente
due intrate, l'una di trenta e pi gradi di pietra molto alta, e dall'altra
parte una strada fatta a mano e lastricata, la qual era tagliata in pi parti:
e volevano finir di tagliarla quella notte, perch niuno cavallo vi potesse
passare: e perch la citt  molto spessa di case e ha le vie strettissime, non
potevamo a modo alcuno far difesa di non arderci o precipitarci dalle balze.
Poich vi fummo entrati e ch'io mi vidi nella citt, che era fortissima e che
non potevamo prevalerci dei cavalli, per esser le vie tanto strette e torte,
determinai di uscirmene al piano, bench quei signori mi dissuadevano, dicendo
che io mi assettassi a mangiare, e che dipoi mi potrei partire: ma questo
facevano per aver tempo di condur ad effetto la loro mala intenzione. Ma io,
vedendo in quanto pericolo stavamo, mandai subito a pigliar la via lastricata e
il ponte per ridurmi nel piano, la qual via stava in tal termine che appena vi
poteva montar un cavallo; ed era d'intorno la citt molta gente armata, i
quali, poich mi videro uscito al piano, si ritirarono, ma non gi tanto che io
non ricevessi danno da quelli. Ma io dissimulavo il tutto per pigliar i
signori, che gi s'erano assentati, e con destrezza ch'io usai e doni che gli
feci per assicurarli io li presi, e tenevoli prigioni nella mia stanza: ma non
per ci si rimanevano i suoi di combattermi d'intorno, ferendo e uccidendo
molti de' miei Indiani che andavano per erba; e ad un Spagnuolo, cogliendo erba
lontano un tiro di balestra dal campo, sopra un alto, tirarono d'una gran
saetta e l'uccisero. Ed  tanto forte il paese, per li molti dirupi che vi
sono, i quali hanno cento pertiche di fondo, che non potemmo per tali rotture
venir con loro alle mani, n castigarli come era il lor merito. Ma vedendo che
col scorrere per il paese e ardendolo potevo ritirarli al servizio di sua
Maest, determinai di arder i signori, i quali dovendo esser arsi dissero (come
si vede per le loro confessioni) che essi facevano far la guerra contra di noi,
e qual ordine doveano tenere per ardermi nella citt, dove m'aveano condotto
con tal pensiero, e che avevano comandato ai loro vassalli che non venissero a
dar obedienzia all'imperatore signor nostro, che non gli servissero, n
facessero per noi altra opera buona. Cos intendendo la loro trista volont
quanto al servizio a sua Maest, e anco avendo riguardo alla tranquillit del
paese, gli arsi e comandai che fusse arsa la citt, rovinandola da' fondamenti,
perch  tanto pericolosa e forte che pare pi tosto uno ridutto di ladri che
stanza di cittadini. Ma per cercarli mandai alla citt di Guatermala, lontana
dieci leghe da questa, a richieder per nome di sua Maest che mi mandassero
gente da guerra, s per conoscere la loro mente verso di noi, come ancora per
tenere il paese in spavento: la citt fu contenta di questa mia dimanda e mi
mand quattromila uomini, con li quali e con la gente ch'avevo entrai pi
avanti, e facendo correrie li cacciai di tutto il lor paese. Essi, vedendo
quanto era grande il danno che gli facevo, mi mandarono suoi messi, facendomi
intendere come gi si erano disposti di portarsi bene con noi, e s'aveano
errato, che questo gli era avenuto per commissione dei loro signori, e vivendo
quelli non sarebbono stati arditi di far altramente, ma che ora, poi ch'erano
morti, mi pregavano che li perdonasse. Io gli assicurai della vita,
commettendoli che venissero alle lor case e che abitassero nella citt, come
per il passato, a servizio di sua Maest; e per meglio assicurar il paese
liberai duoi figliuoli de' morti signori, ai quali diedi le signorie de' loro
padri, e credo che faranno quanto si conviene al servizio di sua Maest e a
beneficio del paese. Al presente non ho altro che dire circa le cose pertinenti
a questa guerra, se non che tutti coloro che si presero nella guerra sono stati
bollati e fatti schiavi, dei quali si diede il quinto di sua Maest a Baltasar
di Mendozza tesoriero, e questo quinto fu venduto all'incanto, accioch fusse
pi sicura la rendita di sua Maest.
Circa la terra, fo saper a Vostra Signoria che essa  temperata, sana, e da
gente robusta abitata. Questa citt  ben fatta a maraviglia, ha lunghi terreni
da seminarvi e assai gente soggetta, tutti i quali popoli a quella soggetti e i
popoli convicini lascio sottoposti al giogo e al servizio della real corona di
sua Maest. In questo villaggio  una montagna d'alume, una di vetriolo e
un'altra di zolfo, il miglior che sin ad ora sia stato ritrovato, e che, con un
pezzo che mi fu portato, senza affinarlo n farvi altro, ne cavai diciasette
libre di polvere molto buona. E perch mandai Argueta e lui non volse
aspettare, non mando a Vostra Signoria cinquanta some d'esso, ma gliele mander
al suo tempo, in quel modo e per chi meglio si potr.
Luned agli undeci d'aprile mi parto di qua per andar a Guatemala citt, dove
penso fermarmi, perch un villaggio posto in acqua, nominato Aticlan, ha guerra
con noi e mi ha morto quattro messi. Io penso, con l'aiuto del nostro Signore,
di ridurla tosto al servizio di sua Maest, perch, per quanto mi sono
informato, ho assai da fare pi avanti; per ci mi piglier fretta a caminare
per poter invernare cinquanta o cento leghe oltra Guatemala, dove mi dicono, e
s'intende dagli uomini di questo paese, che di l avanti sono maravigliosi e
larghi edificii e citt molto grandi. Parimente mi hanno detto che cinque
giornate oltre una citt molto grande, che  lontana di qua venti giornate, si
finisce il villaggio di questa regione, e cos mi affermano: il che se  cos,
tengo certissimo che ivi sia lo stretto. Piaccia a nostro Signor Iddio di darmi
vittoria contra questi infedeli, accioch io li conduca al suo servizio e di
sua Maest.
Non averei voluto mandarvi questa relazione cos spezzata, ma tutto
continuamente descritto dal principio sin al fine, perch averei avuto assai
pi che dire. La gente spagnuola ch' in mia compagnia, s a piedi come a
cavallo, s' portata s bene in la guerra, la quale se gli  presentata, che
tutti sono meritevoli di gran beneficii. Ora non mi resta a dire altro che
importi, se non che ci troviamo in paese di gente la pi robusta che fusse mai
veduta, e accioch nostro Signor Iddio ci dia vittoria, supplico V.S. che
faccia far processioni per la citt da preti e frati, pregando la nostra Donna
che ci aiuti, poich siamo tanto fuori d'ogni speranza d'aver soccorso, se non
viene per sua intercessione. V.S. parimente faccia sapere a sua Maest come la
serviamo con le persone e con le facult a nostre spese, e far questo prima per
scaricare la conscienzia di V.S., e poi accioch sua Maest ci premii come 
convenevole. Nostro Signore conservi lo stato magnifico di Vostra Signoria
lungo tempo, come quella desidera.
Di Vilatan, agli undeci d'aprile.

Perch lungo  quel viaggio ch'ho da fare, penso che mi mancher li ferri da
cavalli: se Vostra Signoria potr provedermi di quelli per la primavera futura,
sar molto bene e utile a sua Maest, perch ora vale tra noi pi di cento e
novanta ducati larghi la dozena, e cos li paghiamo ad oro. Bacio la mano a
Vostra Signoria.

Pietro Alvarado


Altra relazione fatta per Pietro di Alvarado a Fernando Cortese


Nella quale si contiene l'acquisto di molte citt e provincie, le guerre,
scaramuccie e battaglie, tradimenti e ribellioni che vi sono seguite; com'egli
edific una citt; di due montagne, una che getta fuoco, l'altra che esala
fumo; di un fiume che arde tutto e di un altro freddo; e come l'Alvarado d'una
saetta rimase storpiato.

Signor mio, circa quelle cose che sin a Vilatan mi sono successe, s nella
guerra come nella pace, ho dato copiosa relazione a Vostra Altezza; ora vi
voglio avisare di tutti i paesi per i quali sono andato e ho conquistato, e
d'ogni altra cosa che mi sia succeduta. Cio, che mi parti' da Vilatan citt e
venni alla citt di Guatemala, dove fui da que' signori s ben ricevuto che io
non saria stato meglio in casa de' nostri padri, e ci fu proveduto di quanto
faceva mestiero, di tal maniera che non ci manc alcuna cosa. Ed essendovi
stato otto giorni, seppi da' signori di quel luogo come, sette leghe lontano di
qua, era una citt molto grande sopra una laguna, che faceva guerra a Vilatan e
all'altre citt convicine per il commodo ch'aveva dell'acqua e delle barche
ch'aveva, e che di l veniva la notte ad assaltare il territorio di costoro;
perci essi, vedendo quanto danno vi facevano, mi dissero come erano verso di
noi di buon animo e che stavano alli servizii di sua Maest, e per questo che
non cercavano muover guerra senza mia licenzia, perci ch'io li provedesse. La
mia risposta fu che io li manderia a chiamare per nome dell'imperatore signor
nostro, e che, se venissero, li comanderei che non facessino guerra nel lor
paese come sin allora fatto avevano; quando che non venissino, io andarei in
persona da loro a farli guerra. Cos mandai subito due messi di que' del paese,
ed essi gli uccisono senza riguardo alcuno. Io, quando intesi la loro trista
intenzione, mi parti' di questa citt per andar contra quelli, con sessanta
cavalli e cento e cinquanta pedoni, e con li signori e gente di questo
villaggio; e vi andai con tanta fretta che quel giorno arrivai al suo
villaggio, e non mi venne alcuno incontro a ricevermi pacificamente, perci
entrai con trenta a cavallo nel loro paese per la costa nella laguna. Quando
giunsi ad un scoglio che era situato nell'acqua, vedemmo un squadron di gente
molto vicino a noi. Io gli assaltai con quelli cavalli ch'io mi ritrovavo, ma,
seguitandogli, essi entrorono per una via lastricata e stretta che conduceva
allo scoglio sopradetto, per la qual non potevano andar i cavalli; perci
smontando l i miei compagni tutti ristretti seguitorono gl'Indiani, e
arrivammo allo scoglio cos presto che non ebbero tempo di rompere i ponti,
perch levandoli non averemmo potuto entrarvi. Fra tanto giunsono molti de'
miei che venivano dietro, e pigliammo lo scoglio, che era ben abitato, e tutta
la gente di quel luogo si gett a nuoto verso un'altra isola: e ne fuggirono
molti, perch non giunsero cos subito trecento barche, d'un pezzo, che erano
de' nostri amici, le quali conducevano per l'acqua. Io al tardi usci' del
scoglio e alloggiai in un piano di maizzali, ove dormi' quella notte. E la
mattina seguente, ricomandandoci al nostro Signor Iddio, entrammo per il paese
abitato, il qual era molto forte per le molte roccie che vi erano, e lo
trovammo abbandonato, perch, avendo perduto quel forte ch'avevano in acqua,
non ardirono aspettarci in terra, bench tuttavia ci aspettarono alcuni al
confino del paese abitato: ma tanta  l'asprezza di que' luoghi, che non fu
ammazzato pi gente. In quel luogo posi gli alloggiamenti a mezzod e,
cominciando a far correrie per il paese, pigliammo certi Indiani del paese, tre
de' quali mandai per messi a' signori di quel villaggio, ammonendoli che
venissero a dar obedienzia a sua Maest, sottomettendosi alla sua corona
imperiale e a me in nome di quella, altramenti che io seguiria la guerra,
perseguitandoli sempre e cercandoli per i monti. Questi mi risposono che sin a
quel tempo non era stato sforzato il lor paese, n vi era entrata gente d'arme
per forza, ma che, essendovi entrato io, si contentavano di servir
all'imperatore nella maniera ch'io gli comanderei: e subito venendo si posono
in mio potere; e io gli narrai la grandezza e potenzia dell'imperatore signor
nostro, ma che sapessino come io in nome di sua Maest gli perdonavo tutti i
passati errori, perci che per l'avenire si portassino bene, non facendo guerra
ad alcuno de' convicini, i quali s'erano fatti vassalli di sua Maest. Cos li
mandai via e, lasciandoli sicuri e in pace, tornai a questa citt; dove essendo
stati tre giorni, vennero a me tutti i signori e principali capitani di detta
laguna con presenti, dicendomi ch'erano nostri amici e si recavano a gran
ventura d'esser vassalli di sua Maest, per levar via i travagli e le guerre e
le differenzie che erano tra loro. Io li raccolsi lietamente e, dategli delle
mie gioie, li rimandai al suo paese con molto amore: e sono i pi pacifici che
siano in questo paese.
Stando io in questa citt, vennero molti signori d'altre provincie della
riviera di mezzod, nominata dal mar del Sur, a dar obedienzia a sua Maest,
dicendomi che volevano esser suoi vassalli e non volevano guerra con alcuno, s
che io per questa loro causa gli accettassi per tali, e difendendoli gli
mantenessi in giustizia. Io gli accettai benignamente, com'era il dovere, e
dissi che in nome di sua Maest li darei favore e aiuto. Allora mi fecero
sapere come un altro villaggio, nominato Yzcuititepeche, posti assai infra
terra, non li lasciava venir a dar obedienzia a sua Maest, e che non solamente
impediva loro, ma che ad alcune provincie che sono in quel paese, e di buona
mente verso gli Spagnuoli, che vorrebbono venire a far amicizia con loro,
vietavano il passo, dicendogli dove andavano e che erano pazzi, ma che mi
lasciassero andar l, essi tutti guerreggiarebbono meco. Quando fui certo esser
cos il vero, mosso dal desiderio di satisfare a quelle provincie e a' signori
di questa citt di Guatemala, mi parti' con tutta la mia gente da piedi e da
cavallo, e per tre giorni dormi' in luogo disabitato. La mattina del quarto
giorno, entrando nel territorio di quel villaggio, che  tutta piena d'alberi
molto spessi, vi trovai le strade tutte serrate e molto strette, s che vi
erano solamente sentieri, perch non contrattava questo villaggio con persona
alcuna, n aveva strada aperta; perci, non vi potendo combattere i cavalli per
i molti pantani e boscaglie del monte, mandai avanti i balestrieri. Ma, perch
pioveva sconciamente, l'acqua era tanta che le loro guardie e scolte si
ritirarono al villaggio, e, non pensando ch'io giugnessi quel giorno sopra di
loro, stracurorono le guardie, n seppero della mia venuta finch mi ritrovai
con loro nel villaggio: e quando v'entrai, trovai i soldati che stavano tutti
al coperto per fuggir la pioggia. Quando volsero unirsi insieme non ebbero
spazio, bench alcuni di loro ci aspettarono, e ferirono alcuni Spagnuoli e
molti degl'Indiani amici che conducevo meco; e servendosi della foltezza degli
alberi e della molta pioggia, si posero per i boschi, senza che potessimo
fargli altro danno d'ardergli il paese abitato. Subito mandai messi a que'
signori, avisandoli che venissero a dare obedienzia a sua Maest, e a me in suo
nome, se non che li danneggierei assai nel villaggio e li darei il guasto a'
maizali. Essi vennero, dandosi per vassalli di sua Maest, e gli accettai,
commettendoli che per l'avenire fussero buoni. E stando in questo villaggio
otto giorni, vi vennero pi altri popoli e provincie per aver la nostra
amicizia, i quali s'offersero per vassalli dell'imperial signor nostro.
E desiderando penetrare nel paese e saper i secreti di quello, accioch sua
Maest fusse meglio servita e signoreggiasse a pi larghi paesi, determinai di
partirmi di l e andai ad un villaggio nominato Atiepar, dove fui raccolto da
que' signori e dagli uomini del paese: questa  una gente da per s, ch'ha un
altro linguaggio. Questo villaggio al tramontar del sole, senza che ne avesse
causa alcuna, rimase abbandonato, di sorte che non vi si trov uomo in parte
alcuna. Ma perch il cuore dell'inverno non mi sopragiungesse e m'impedisse il
camino, determinai lasciarli cos, e passai da lungi con buonissimo ordine
nella mia gente e nelle bagaglie, perch era mia intenzione d'entrar avanti
cento leghe e per strade pormi ad ogni impresa che mi si offerisse, fin ch'io
avesse veduto tanto paese, e poi dar volta sopra que' villaggi e pacificarli.
Il giorno seguente mi parti' di l e giunsi ad un villaggio detto Tacuilula, e
qua fecero il medesimo come quelli di Atiepar, cio che mi riceverono in pace,
e indi ad una ora se n'andorono. Di qui partitomi, giunsi ad un altro villaggio
nominato Tassisco, che  molto forte e copioso di gente, dove fui raccolto come
nelli sopradetti, e vi dormi' quella notte. L'altro giorno mi parti' per andar
ad un altro villaggio molto grande, nominato Nacendelan, e temendo di quella
gente, perch non l'intendevo, lasciai dieci cavalli nella retroguardia e altri
dieci nel mezzo della battaglia, e cos mi posi in camino. Non potevo essermi
allontanato da quel villaggio di Tassisco due o tre leghe, quando intesi come
era sopragiunta alla retroguarda gente armata, la quale aveva ucciso molti
degl'Indiani amici e toltomi parte delle bagaglie, tutte le corde delle
balestre e i ferramenti che io portavo per l'esercito, e non se li pot
resistere. Subito mandai don Georgio d'Alvarado mio fratello, con quaranta o
cinquanta cavalli, a cercar di riaver quello che ci avevano tolto; ed egli,
trovata molta gente armata, combattendo con quelli gli vinse, ma non si pot
ricuperar cosa alcuna delle perdute, perch gi avevano diviso il bottino, e
ciascuno portava nella guerra la sua particella. Georgio d'Alvarado, poich fu
giunto a Nacendelan villaggio, torn adietro, perch tutti quegli Indiani erano
fuggiti alla montagna. Subito mandai don Pietro con gente a pi che andasse
cercandoli nella montagna, per veder se poteva ridurgli al servizio di sua
Maest: e non puot mai far cosa alcuna, per le gran boscaglie che sono ne'
monti, e cos ritorn adietro; e io li mandai messi indiani de' suoi medesimi
con richieste, commissioni e protesti che, se non venivano, li farei schiavi,
ma con tutto questo non volsero venire essi n i messaggi.
Passati otto giorni che io stavo in Nacendelan, venne gente d'un villaggio
nominato Paciaco, la qual era lungo la strada ch'avevamo da fare, ad amicarsi
con noi: io gli accettai benignamente e, dategli alcune delle cose mie, li
pregai che fussero verso di noi fedeli. La mattina seguente mi parti' per
questo villaggio, ed entrando nel loro paese trovai le strade sbarrate e
alquante saette fitte in diversi luoghi; entrando per la gente, vidi che certi
Indiani facevano in quarti un cane in foggia di sacrificio. Dipoi nel villaggio
sopradetto levorono un alto grido, e vedemmo levarsi contra di noi molta gente
da terra, li quali noi assalimmo, tanto arditamente combattendo con loro che li
cacciammo del villaggio, e gli seguimmo incalzandoli quanto fu possibile. E
indi mi parti' per andar ad un altro villaggio, nominato Mopicalco, dove fui
raccolto come negli altri; ma quando giunsi al villaggio non vi trovai persona
niuna, perci andai ad un villaggio detto Acatepeque, dove non trovai persona
alcuna, anzi era tutto disabitato. E seguendo la mia intenzione di entrarvi a
vedere cento leghe di paese, mi parti' per andar ad Acasual, villaggio ch'
battuto dal mar del Sur, e quando giunsi mezza lega vicino al detto villaggio,
vidi i campi pieni di gente da guerra, con li suoi pennacchi, divise e arme da
difendere e da offendere, nel mezzo d'un campo che ci stava ad aspettare: e
giunto che fui vicino a quelli un tiro di balestra, mi fermai finch giungeva
la mia gente, la qual giunta e posta in ordinanza, mi avicinai a quelli mezo
tiro di balestra, e non viddi che facessero movimento alcuno di guerra. E
parendomi che stavano alquanto vicini ad un monte dove potevano fuggirsi da me,
comandai alla mia gente che si ritirasse l, la qual era cento a cavallo e
cento e cinquanta pedoni, e cinque o seimila Indiani nostri amici: cos
andavamo ritirandoci, e io rimasi nella coda per farli ritirare. Gli Indiani
ebbero tanto piacer di vederci ritirare che ci seguirono fin alle code dei
cavalli, e le lor saette giungevano quei davanti, e tutto questo si faceva in
un piano, dove n noi n essi potevano intopparsi. Quando mi vidi esser
ritirato il quarto d'una lega, dove ciascuno aveva da prevalersi delle mani,
diedi volta contra di loro con tutta la gente, e combattendo virilmente ne
facemmo s gran strage che, in poco spazio, non ne rimase alcun vivo di coloro
che ci erano venuti contra, perch erano tanto carichi d'arme che chi cadeva a
terra non poteva levarsi. Le loro armi sono casacche di cottone, grosse tre
deta, lunghe sin ai piedi, e saette e lancie lunghe, e quando cadevano i nostri
pedoni gli uccidevano tutti. In questo incontro ferirono molti Spagnuoli, e me
ancora con una saetta che mi pass la coscia e si ficc nella sella: della qual
ferita rimango stropiato, con una gamba pi corta che l'altra pi di quattro
deta. Fui astretto di fermarmi in questo villaggio cinque giorni per medicarmi.
Dipoi mi aviai a Tacuscalco villaggio, mandando a far la scoperta don Pietro
con altri cavai leggieri, i quali presero due spie, le quali mi dissero come
pi avanti era molta gente venuta dal detto villaggio e da altri suoi
convicini, che ci stava ad aspettare: e per meglio certificarci andarono sin a
vista della detta gente, e viddero che era gran moltitudine. Allora giunse
Gonzalo d'Alvarado con quaranta a cavallo, ch'avea l'artegliaria; ma perch'io
stavo ancor male della ferita, si stette in ordinanza sinch giungemmo tutti.
Cos raccolta la gente, io montai sopra un cavallo al meglio che puoti, per dar
ordine come si dovesse dar lo assalto, e vidi come i nemici erano un corpo di
gente da guerra in ordinanza: e mandai Gomez d'Alvarado che da mano sinistra
dovesse dar l'assalto con venti cavalli, Gonzalo d'Alvarado da man destra con
trenta cavalli, e che Giorgio d'Alvarado con il resto della gente assaltasse i
nemici, i quali veduti da lontano mettevano spavento, perch la maggior parte
aveva lancie lunghe trenta palmi tutte ritte. Io mi posi in un colle per veder
come andasse la battaglia, e vidi come tutti gli Spagnuoli giunsero ad un tiro
di dardo vicini agli Indiani, ed essi Indiani non fuggivano, bench fussero
assaliti da' Spagnuoli, s che rimasi stupito che gli Indiani fussero stati
tanto arditi d'aspettarli. Gli Spagnuoli non aveano dato l'assalto, pensando
che un prato qual era tra loro e gli Indiani fusse pantano; ma, quando viddero
come era sodo e fermo, entrarono tra gli Indiani e, avendoli rotti, li
perseguitarono per li luoghi abitati pi d'una lega, e fecesi di loro grande
uccisione. I popoli pi avanti, quando viddero di non poter resistere,
determinarono di levarsi e lasciarci i villaggi.
Stetti in questo villaggio due giorni a goder e ristorar la gente, dapoi mi
parti' per andar a Miguaclan, i cui abitatori, s come gli altri, fuggirono al
monte. E aviandomi ad Atecuan, ivi mi mandarono i signori di Cuscaclan suoi
messi, per dar obedienzia a sua Maest, e a dire che volevano esser suoi
vassalli e fedeli, e cos diedero a me obedienzia in nome di sua Maest: io gli
accettai, pensando che non dovessero mentire come fecero gli altri. Quando
giunsi alla citt Cuscaclan, trovai molti Indiani che mi raccettarono, ma tutta
la gente sollevata, e mentre che pigliamo alloggiamento non rimase uomo nella
citt, perch tutti fuggirono alla montagna. Quando io viddi questo, mandai a
dire a quei signori che non stessero ostinati, e che cos tornassero come
avevano dato obedienzia a sua Maest e a me per suo nome, assicurandoli a
venire, perch non venivo per offenderli n a pigliar il suo avere, ma
solamente per ridurli al servizio del nostro Signor Dio e di sua Maest. Essi
mi mandarono a dire che non conoscevano alcuno di noi, s che non volevano
venire, e che s'io volevo da loro qualche cosa, che mi aspettavano con l'arme.
Quando io vidi la perversa intenzione, mandai a comandargli e richiederli per
nome dell'imperatore signor nostro che non rompessero la pace e non si
ribellassero, poich gi s'aveano dati per suoi vassalli, e che, se
contravenivano a questo, io procederei contra di loro come traditori, sediziosi
e ribelli contra la servit che doveano a sua Maest, e che, facendoli guerra,
tutti coloro che fussero presi vivi sarebbono fatti schiavi e bollati, ma che
se fussero fedeli io li favorirei e defenderei, come vassalli di sua Maest: e
a questo aviso non tornarono i messi n risposta alcuna. Quando vidi la loro
ostinazione perversa, perch non rimanesse quel paese senza castigo, mandai
gente a cercarli per le montagne, i quali furono dai nostri trovati in arme, e
combattendo con loro ferirono alcuni Spagnuoli e Indiani miei amici; ma
finalmente fu preso un uomo principale di questa citt, il quale per mia
maggior giustificazione mandai a loro con un altro comandamento e richiesta,
alla quale risposero come prima. Subito ch'io vidi questo, feci processo contra
di loro e contra gli altri ch'aveano guerreggiato meco, e li chiamai per
publici banditori: ma non per tanto volsero venire. Perci, vedendo la loro
ribellione, e che 'l processo era concluso e fornito, gli sentenziai per
traditori, dannando i signori di queste provincie a morte, e che tutti gli
altri che fussero presi durando la guerra e dopo, finch dessero obedienzia a
sua Maest, fussero fatti schiavi, e che di loro o del suo avere fussero pagati
medici, cavalli che combattendo con loro aveano ammazzati e quanti ne
ammazzassino per l'avenire, e parimente pagassino l'arme e altre cose
necessarie a questo conquisto che si perdessero. Io passai diciasette giorni
sopra questo caso degl'Indiani di Cuscaclan, n mai per assalti che gli feci
dare n per messi che gli mandai, come ho detto, puoti indurli che venissino a
me, essendo difesi da folti boschi e gran montagne e dirupi, con altri loro
forti luoghi fabricativi dalla natura.
In questo luogo s'intese come erano gran paesi e luoghi abitati infra terra,
delle citt di pietra e calce, e intesi dagli uomini del paese come questa
terra non finisce nella regione dove , perci che, essendo grande e benissimo
popolata, vi farebbe mistiero di lungo tempo a conquistarla. Ma perch eramo
nel mezzo del verno, non passai pi avanti a conquistare, anzi determinai di
tornar in questa citt di Guatemala, e nel ritorno pacificar le terre che io
avevo lasciate di dietro; ma, per quanto feci e m'affaticai, non mai puoti
ridurgli al servizio di sua Maest, perch tutta questa riviera del mar del Sur
per la qual entrai  montuosa, e ha le montagne vicine, dove questi popoli si
riducono. Cos sono ridotto in questa citt per causa delle molte acque, dove,
per pacificar questo paese s grande e gente tanto valorosa, ho edificato in
nome di sua Maest una citt abitata da Spagnuoli, nominata Sant'Iago, perch
sin qua essa  nel mezzo di tutta la terra, e ha maggior e miglior apparecchio
per acquistare e per tener in pace e abitarvi il paese pi adentro. Ho eletto i
giudici ordinarii per mantenervi giustizia e quattro governatori, come Vostra
Altezza vedr li nomi loro che le mando.
Passati questi due mesi d'inverno che restano, e che sono i pi aspri di tutti,
uscir di questa citt a cercar la provincia di Tapalan, che  lontana di qua
quindeci giornate infra terra: e, per quanto sono informato, la sua citt 
grande come Messico, e ha grandi edificii di calcina e di pietra con terrazze
sopra il tetto. E oltre di questa ve ne sono molte altre citt, quattro e
cinque delle quali sono venute a dar obedienzia a sua Maest, e dicono che una
di quelle ha trentamila case; della qual cosa non mi maraviglio, perch,
essendo grande le citt di questa costa, non  fuor di ragione che siano ben
popolate come dicono quelle infra terra. La primavera seguente, piacendo al
nostro Signore, penso di passare avanti dugento leghe, ove per mio credere sua
Maest sar servita e aumentato il suo stato, e Vostra Altezza aver notizia di
cose nuove. Da Messico citt sin dove sono andato conquistando sono
quattrocento leghe, e credami Vostra Signoria che questo paese  meglio abitato
e da pi gente che tutto quello che Vostra Signoria sin ora ha governato.
In questa provincia abbiamo trovato una bocca di vulcano, cosa pi spaventevole
che mai sia stata veduta, la quale manda fuori pietre cos grandi come una
casa, ardendo in vive fiamme, e cadendo si fanno in pezzi e cuoprono tutta la
montagna di fuoco. Sessanta leghe pi avanti vedemmo un altro vulcano, che
manda fuori un fumo spaventevole che ascende sin al cielo, e il corpo del fumo
circonda mezza lega. Niuno beve dell'acqua di quei fiumi che descendono di l,
perch ha odore di zolfo. E specialmente viene di l un fiume principale molto
bello, ma tanto ardente che non lo poterno passar certa gente de' miei
compagni, che andavano per scorrere in certi luoghi; e cercando il guado,
trovarono un altro fiume freddo che entrava in questo, e l dove si univano
trovarono il guado temperato, di maniera che poterno passare. Circa le cose di
questo paese non ho pi che dire a Vostra Signoria, se non che mi dicono
gl'Indiani che da questo mare del Sur a quello di Tramontana  il viaggio d'un
inverno e d'una state.
Vostra Signoria mi fece grazia d'esser governatore di questa citt, e io aiutai
a conquistarla e la difesi quando vi ero dentro, con quel pericolo e fatica che
vi  manifesto. S'io fussi andato in Spagna, sua Maest me l'avrebbono
confirmata e fattomi altri beneficii, intesa ch'avesse la mia servit. Ma ho
inteso che sua Maest l'ha concessa ad altri, n gi me ne maraviglio, perch
non ha cognizion di me: e di questo niuno ha la colpa se non Vostra Signoria,
per non aver notificato a sua Maest ch'io sono e la mia servit in questo
paese dove io sono, quanto nuovamente gli ho conquistato, la volont mia di
servir per l'avenire, e come gl'Indiani m'hanno storpiato d'una gamba nel suo
servizio, quanto poco soldo sin ad ora io e questi nobili che vengono meco
abbino guadagnato, e il poco utile che ci  seguito.
Nostro Signore prosperamente cresca la vita e il magnifico stato vostro per
lungo tempo.
Di questa citt di Sant'Iago, a' ventiotto di luglio 1524.

Pietro d'Alvarado


Relazion fatta per Diego Godoy a Fernando Cortese


Lettere di Diego nelle quali tratta del scoprimento e acquisto di diverse citt
e provincie; delle guerre e battaglie che per tal causa furon fatte; la maniera
dell'arme da combattere e da coprirsi che usano quelli della provincia di
Chamula; di alcune strade molto difficili e pericolose; de' portamenti del
reggente, e della divisione de' beni che gi furono divisi in quelle bande.

Molto magnifico Signore, io scrissi a Vostra Altezza sin da Cenacantean quello
che sin allora mi pareva che si dovesse far sapere a Vostra Altezza, e questo
sar per avisarvi di quanto poi  succeduto, il che mi  paruto convenevole che
sia manifestato a Vostra Signoria. Saper adunque come marted, che fu il terzo
giorno della Resurrezione, a' 29 di marzo, la mattina si part di qua il
luogotenente con la gente per andar ad una terra nominata Guegueiztean, perch
di l era venuto a Cenacantean Francesco di Medina pacificamente, prima che vi
venisse il luogotenente, che ve l'avea mandato sin da Chiapa; e mand me con
sei cavalli e sette balestrieri per un altro cammino, perch andasse a visitar
un'altra provincia detta Chamula, perch medesimamente ero andato pacificamente
al luogotenente a Chiapa, per andar poi di l dove egli avea d'andare, perch
non  molto lontano un luogo dall'altro. E per la via che mi guidarono fino
alli cinque villaggi piccioli della detta provincia, che sono a vista l'uno
dell'altro, erano tre leghe di tristo cammino, per le quali poco potemmo andar
a cavallo, e giunti al primo villaggio trovammo come era disabitato, e che non
vi era una minima cosa da mangiare, n anco una pignatta n pietra. Questo
luogo era in una altura, e descendemmo da quello ad una valle stretta che
conduceva agli altri villaggi, che da questa parte ch'io dico ben si vedevano,
li quali stavano in un altro fianco molto alto e molto vicini l'uno all'altro,
dove per montarvi si faceva una costa alta e tanto aspra che i cavalli, menati
a mano, a fatica potevano montarvi. E cominciando a montare vedemmo nella cima
del monte, nella medesima strada, un squadron di gente da guerra con le lancie
inalberate e lunghe come lancie alla giannetta; e andando all'ins per la
costa, vedemmo che per la collina di quel fianco venivano a picciola squadra
gl'Indiani, correndo con le sue arme ad unirsi con gli altri che erano nella
strada, animandosi e chiamandosi a nome l'uno l'altro. Io vedendo questo, e che
il paese che io avevo lasciato adietro, dovendo io ritirarmi combattendo, era
tanto pericoloso che, venendo loro a combatter con noi, correvamo gran risico,
e correndolo noi lo correvano ancora gli altri Spagnuoli che stavano col
luogotenente, determinai per miglior partito di lasciar quell'erta e tornarmi
alla terra che mi lasciai di dietro, la qual dissi ch'era disabitata. E di qui
li mandai a dire per un Indiano di Cenecantean come s'erano portati male, non
acconciando le strade in tal modo che potessimo andar all'ins con li cavalli,
perch altrimenti non potevamo salirvi: perci che i signori e alcuni de'
principali venissino a trovarmi, dove li direi quanto il luogotenente ci aveva
comandato che li dicessimo e li facessimo a sapere. Essi mi risposero che non
volevano venire, che non andassimo l, e che cosa volevamo da loro: che
ritornassimo adietro, altramente che stavano in punto con le sue arme per
raccoglierci. Perci, vedendo questo e sovenendomi del caso d'Almesia, che mi
pareva simile a questo, accioch non accadesse qualche sinistro, come si pu
credere che sarebbe accaduto per quello che poi successe, s che sarebbe stato
un miracolo a salvarsi alcuno di noi, non potendo combatter a cavallo n
ritirarsi, tornarono indietro, perch il luogotenente con tutta la gente
ritornando poi sopra di loro gli avrebbe potuto castigar da vantaggio. E
tornando adietro la guida ci condusse per un traverso che abbrevi la strada,
s che al tramontar del sole riuscimmo dove era alloggiato il luogotenente, che
era lungo la strada in un bello e largo piano, vicino ad un fiume, circondato
da molti e bei pini, a vista di tre villaggi di Cenacantean posti nella
montagna che cominciava da questo primo, dal quale sin a Canatan erano due
leghe e mezza. Giunti che fummo, feci a sapere al luogotenente ci ch'avevamo
veduto, e ch'io ero di parere che quegli Indiani non restassero senza castigo:
il che pareva ancora a lui buon discorso.
La mattina seguente, a' 30 di marzo, di mercoled, ci partimmo per andar sopra
la gente di Chamula, e arrivando nel detto campo le bagaglie, e con loro
Francesco di Ledema reggitore a guardare gli alloggiamenti, ci guidarono per
un'altra via che conduceva al campo della detta provincia, e vi giungemmo ad
ore dieci del giorno. E prima che vi si giunga vi  una gran costa e molto
pericolosa per descendere, s che nel ritorno caddero molti cavalli molto
d'alto, ma tuttavia non pericolarono, perch non vi erano pietre e vi si
trovano certe macchie d'erbaggi grandi.
Signor mio, poich fummo scesi la costa d'intorno il villaggio, ch' posto in
alto, v' una stretta valle, e credendo che si potesse pigliar subito,
dividemmo i cavalli in tre picciole squadre, per circondar il villaggio e dar
sopra la gente che fuggisse. Avendo in compagnia de' nostri amici indiani, il
luogotenente con la fantaria e gli altri amici, non potendo per modo alcuno
montarvi a cavallo tanto era il pericolo, cominciai con destrezza a montar per
un fianco ch'aveva una via stretta e in alcuni luoghi tagliata nel sasso.
Giunto ch'io fui di sopra, prima che giungessi al villaggio, a canto di certe
case, fui con molti sassi e saette ricevuto e con le lancie sopradette: perch
queste sono le loro armi con le quali combatterono, e con certi scudi nominati
pavesi che gli cuoprono il corpo da capo a piedi, e quando vogliono fuggire
leggiermente gli aviluppano e se li pongono sotto il braccio, e quando vogliono
far testa gli stendono subito. Il luogotenente combatt con loro per buon
spazio, finch gli spinse dentro da un bastion molto forte e fatto di questa
foggia, che era alto due stature d'uomini e grosso quattro pi, tutto di pietra
e di terra interposta, tessuto con molti alberi e fatti per durar lungo tempo;
nella parte pi aspra era una scala di gradi molto stretta, che conducono sin
di sopra, per la qual vi entravano. Sopra quel bastione erano poste a lungo
tavole molto forti e alte come un'altra statura d'uomo, molto ben fermate e con
legnami dentro e fuori, e con forti radici ritorte e corde ligate; prima che si
giunga al detto bastione, era una palificata di legnami in terra e incrociata
una con l'altra, e ligata s forte che ne stavamo pieni di stupore. Dal
sopradetto bastione di pietra, dentro d'un picciol colle che era pieno di
macchie, combattevano s valorosamente e con tante sassate che non vi si poteva
entrare da parte alcuna. E stando le cose in tal termine, certi Spagnuoli
assalsero la scala credendo entrarvi, e non furono ancora giunti di sopra
quando li levarono di peso con le lancie e li fecero andar rotolando per la
scala: e il medesimo li fecero due o tre volte che diedero l'assalto per
entrarvi, il che era impossibile, perch di dentro era profondo, s che
valorosamente si difendevano, e ferivano molti Spagnuoli e degli amici; bench
con l'artigliaria e con le balestre se gli faceva gran danno, perch essi per
combattere si scoprivano, e non potevano far altramente e pochissimi colpi si
tiravano che non facessero rovina tra loro.
Noi, o Signore, che aspettavamo a cavallo a pi del colle, vedendo come i
nemici non volevano fuggire, determinammo di smontare e lasciar i cavalli:
cos, montati di sopra, combattemmo tutto quel giorno sin a notte, perch si
consum tutto 'l giorno a disfar lo steccato di legname che era avanti il detto
bastione. Il luogotenente mand al campo a pigliar accette, zapponi e pali di
ferro per rovinar il bastione di pietra, perch non vi era altro modo di
potervi entrare, perch non si dimostrava persona alcuna che non avesse venti
lancie contra la faccia. Venuta poi la notte, ci ritirammo in due o tre case,
dalle quali si combatteva tenendo tuttavia buone guardie; il che fecero ancora
quei di dentro, che tutta notte fecero gran strepiti e alti gridi, sonando
tamburi, e ci lanciavano spesso pietre e talora saette, e udivasi lo strepito
delle pietre che scaricavano.
Subito che fu giorno cominciammo a battere il bastione, e levando il sole
vennero l'accette, i zapponi e i pali di ferro, le quai cose avevamo mandato a
torre: cos cominciammo a rompere il bastione. E quando si cominci a rompere,
i nostri amici indiani vennero con facelle di paglia accese, e le lanciavano
alle tavole sopra il bastione per arderle; ma s tosto come le tavole
cominciarono ad ardere, vennero essi con vasi d'acqua ad estinguerlo. Ma prima
che questi venissero, avevano fatto una certa loro difesa, dalla quale
gettavano acqua bollente con cenere e calcina. Combattendosi in questo modo, ci
lanciarono fuori un pezzo d'oro, dicendo che ne aveano due masse, accioch
entrassimo a pigliarle, dimostrando in questo di far poca stima di noi. Ed
essendo passato mezzod e quasi ora di vespro, avevamo gi fatto due gran
bocche, per le quali entrando ci stringemmo di maniera con loro che
combattevamo a faccia a faccia con essi, e loro come fecero da principio
stavano fermi, s che i balestrieri senza torgli di mira appresentavano le
balestre ai lor petti, e scaricandole spesso gli atterravano. Durante questo
conflitto sopravenne una grandissima pioggia, con nugole tanto scure che non
vedevamo l'un l'altro, s che fu forza ritirarsi dal bastione alle case: e dur
la pioggia ben tre ore. E sparita che fu la nugola tornammo alla battaglia, ma
ci trovammo scherniti, perch, quanto si comprese, quando si viddero stringere
la notte passata e quel giorno, ad altro non avevano atteso che a levar le
robbe con le donne e fuggirsi: perci poich fummo ascesi sul bastione non vi
trovammo persona, ma, perch si credesse che vi fussero, lasciarono le lancie
appoggiate al bastione ritte e in modo che si vedevano di fuori. Noi entrammo
avanti nella terra, ma vi si andava con gran fatica, perch ad ogni cinque o
sei case vi era un forte, e i torrenti tanto grandi, perch era piovuto, che
non potevamo andar avanti senza cader spesso. I nostri Indiani seguirono i
nemici sin a basso, e presero donne, fanciulli e alcuni uomini. Medesimamente
aveano appoggiato le lancie alle case, per dare ad intendere che fussero
dentro. Stemmo qua il giorno e quella notte, dove trovammo robba assai da
mangiare: e ben ne avevamo bisogno, perch i due giorni passati non avevamo
mangiato, non ne avendo per noi n per li cavalli; ma non vi trovammo altra
cosa. Intendemmo da quei prigioni come il giorno avanti erano stati ammazzati
dugento uomini, e che in quel giorno ne erano morti tanti che non gli avevano
annumerati; e ci dissero come era stata con loro gente dell'altra provincia di
Guegueiztean.
Al primo d'aprile, di venere, tornammo agli alloggiamenti, e perch gli
Spagnuoli si riposassero, sendo feriti li pi di loro, e si facesse provisione
di cose necessarie, perch se n'era consumata gran parte, vi restammo anco il
sabbato appresso.
Domenica a' tre d'aprile, dopo udita messa, ci partimmo per andar al detto
villaggio e provincia di Guegueiztean. Il cammino sinch si giunge a vista di
questo villaggio, che  capo della provincia,  tutto buono e piano, con buoni
pini e un monte senza alberi; prima che si giunga alla provincia  una gran
costa che scende sin al basso, e il villaggio  sopra un alto. E vedemmo come
da un altro villaggio per una collina molta gente correva con le sue arme a
porsi nel detto villaggio, dove quando fummo giunti ci parvero molto grandi i
loro bastioni, ma non tanto forti come quei di Chamula; ma perch essi erano
informati di quanto s'era fatto in Chamula, abbandonando il villaggio e i
bastioni, molti di loro si posero a fuggire per un fianco di certi colli, e la
maggior parte per una bassa valle e seminata di maiz. Ma perch noi non vi
avevamo posto buon ordine, non ne furono ammazzati e presi pi di cinquanta, e
tutti uomini, perch il luogotenente non volse aspettare che fusse giunta tutta
la gente, ma si fece avanti con cinque o sei cavalli che eravamo con lui, e
seguimmo per la strada dietro a quelli che andavano per il fianco; ma perch ci
trovavamo nell'alta parte, e le strade erano molto aspre, ne aggiugnemmo pochi,
i quali uccidemmo, e furono prese molte donne. Quei che fuggivano da basso
empievano la valle, di maniera che camminavano con gran fatica, ma tard tanto
a giungere la nostra gente che tutti se n'erano andati. Tutti lasciarono
l'arme, come quelli che si tenevano perduti, e noi cinque o sei cavalli che
andavamo col luogotenente seguimmo, finch si giunse ad un altro villaggio
piccolo mezza lega avanti, e ben forte, dove aspettammo la gente, e per
commissione del luogotenente vi facemmo gli alloggiamenti.
L'altro giorno, che fu il luned, il luogotenente mand Alfonso di Grado con
certe gente ad uno villaggio che si vedeva sin di l, per una casa bianca
lontana due buone leghe, come narravano quei che v'erano stati, e dicevano che
ivi s'era raccolta assai gente: quel luogo li pareva molto forte, per esser
situato nella pi alta parte della montagna. E torn la notte seguente, dicendo
che non aveva trovato cosa alcuna. Da questo villaggio, che  capo di
Guegueiztean, si veggono dieci o dodeci villaggi d'intorno a quello, tutti
nella montagna, e sono a quello soggette. La valle a basso  molto bella e ben
coltivata, e scorre un picciol fiume per quella. Tutti i villaggi di questo
paese sono di tal qualit che guerreggiano l'uno con l'altro. Il luogotenente
mand di qua un Indiano di quelli ch'aveva, a dire a quei signori che venissero
a far la pace, e gli aspett quel luned e tutto 'l marted, ma non venne
persona.
Il mercoled, a' sei d'aprile, ci partimmo dalli sopradetti villaggi ritornando
a Canacantean, e seguimmo il cammino a Cematan, perch, vedendo come i villaggi
che si rendevano pacificamente cos tosto si ribellavano, tutti gli Spagnuoli
perderono la speranza; bench poi la ricuperassimo assai buona, vedendo come si
scoprivano molti luoghi abitati che venivano ad amicarsi con noi, donde gli
Spagnuoli erano spinti dall'ingordigia di chieder le stanze e possessioni in
quei luoghi. Cos, avendo mutato parere, dicevano come era bene passar avanti,
perch quel paese era tale che non vi era uomo il qual ardisse di pigliar
alcuno Indiano. Il luogotenente, vedendo questo, era della istessa mente,
perch non era uomo che non venisse ad affirmare quel medesimo: perci, come ho
detto, ritornammo adietro a Cenacantean, e di qua Alfonso di Grado and a
Chiapa, dove fu ben raccolto da altri Spagnuoli che erano andati a veder altri
luoghi dal luogotenente a loro assegnati.
Stando in Cenacantean intesi come Francesco di Medina era stato la causa che
queste due provincie si ribellassero: feci inquisizion contra di lui e,
presolo, tolsi il suo constituto. Ma perch, se fusse punito in questo luogo,
gl'Indiani non lo potrebbono sapere, perch mai non erano venuti a noi
pacificamente, perch stavamo per partirci, lo lasciai con sicurt che
giungendo a questo villaggio potesse proceder contra di lui. Ora, Signor, lo
tengo prigione con buona guardia, e si far giustizia. E perch sappi V.S. in
qual modo esso gl'indusse alla ribellione, mandovi la copia del processo, col
quale Vostra Altezza veder il tutto: perci non mi estendo a ragionar sopra di
questo caso.
Luned, che fu agli undeci d'aprile, ci partimmo da Cenacantean, e venne col
luogotenente il signor accompagnato da alcuni Indiani, e fu sempre con noi sin
a Cematan, e poi sin che giungemmo su quel de' nostri amici, accompagnandoci
sempre e molto volentieri. E in questo giorno andammo a dormire lontano tre
leghe, tra certi pini, a vista d'uno villaggio soggetto a Cenacantean, dove ci
aveano fatta buona compagnia e spianataci la strada: qua ci providero
gl'Indiani bene da mangiare. E il marted andammo avanti tre leghe ad altre
capanne, ove certi popoli ci portarono da mangiare, e da questi intese il
luogotenente assai cose, come faceva da ciascuno Indiano che li veniva avanti.
Io non ne do aviso a V.S. perch non le intesi.
Il mercoled camminammo tre leghe e mezza a certe capanne, e qua vennero certi
Nagatuti di Apanasclan provincia, i quali altre volte erano venuti ad amicarsi
con noi, e con loro certi Indiani di Michiampa, mandati dal luogotenente con li
detti Nagatuti. Questi ci portarono un poco d'oro e un carcasso con certi ferri
da saette, e dissero come quel Spagnuolo che era governatore in Sancomisco gli
avea comandato che le facessero per Pietro d'Alvarado: n so se questa
provincia o popoli che stanno d'intorno a Sancomisco gli sono soggetti.
Gl'Indiani che vennero erano di bonissimo animo verso gli Spagnuoli, il che
deve esser cosa buona, quanto noi tutti crediamo. Dissero ancora come Pietro
Alvarado era entrato in Velatan, e che, fattavi la guerra, aveva morto assai
gente; affirmarono ancora che dal suo villaggio sin a Velatan non vi erano pi
di sette giornate, da Chiapa al loro villaggio tre giornate, s che, per quanto
dicevano gl'Indiani, da questo villaggio a Velatan possono esser cento leghe o
poco pi. Vennero qua altri Indiani d'altri villaggi ad offerirsi per amici al
luogotenente, e d'un altro villaggio detto Guzitempan, e d'un altro nominato
Tesistebeque, che ci portarono un poco d'oro. Il luogotenente mand con costoro
duoi Spagnuoli a veder quei paesi.
Il gioved avanti ci partimmo da queste capanne e andammo a dormire lontano tre
leghe, dove erano anco altre capannuccie e spianata la strada. Ivi comparve una
persona di presenzia onorata, dicendo come era il signor di Catepilula ch'avea
fatto far tali capanne, e, portataci vettovaglia in copia, ci disse come avea
spianato il cammino sin al suo villaggio, s che gli comandasse quanto li
piaceva: di che il luogotenente gli rend molte grazie.
Il venerd ci partimmo da queste capanne per andar a Catepilula, che pareva
esser lontana tre leghe, ma peggior strada che fusse mai veduta; s che, se
gl'Indiani non l'avessero accommodata, era impossibile andar avanti, anzi di
certo saremmo tornati adietro, perch essa era piena di montagne alte e aspre,
con una lega e mezza di smontata, s difficile che non poteva esser pi
pericolosa, perch dalla parte d'un fianco erano certi profondi precipizii e,
dall'altra, il sasso tanto rozzo che non potevano i cavalli fermarvi i piedi.
Ma l'aveano essi Indiani tanto bene acconciata con palificate che la fermavano
alla smontata del fianco, e con grossi legnami fortemente ligata, e postavi
terra assai, tanto che l'opera era ridotta a quella perfezione che era
possibile, e in qualche parte aveano tagliato della istessa pietra, e tagliati
alberi infiniti per spianar il cammino che era da quelli impedito, e vi era
alcun albero che fu misurato nove palmi per diametro e altri alberi molto
grossi: il che manifestava come l'aveano fatta volentieri, e che vi si era
adoperata molta gente, e in vero, se vi si fussero adoperati gli Spagnuoli con
gl'Indiani a farla, non sarebbe stata meglio assettata. Discesi che fummo da
questo passo difficile, ci condussero ad alloggiare fuori del villaggio, a
certe capanne che ci aveano fatte, e il signore vi venne con un presente d'oro
e alquante penne, con certi uccelli morti che le fanno; molta della sua gente
ci port vettovaglia in copia e, servendoci di quanto faceva mestiero, ci
portavano acqua e legne. Questo villaggio e altri che li danno obedienzia sono
in una bella valle lungo un fiume, con montagne da un capo e dall'altro. E
vennero qua altri popoli per pacificarsi con noi, e portarono vettovaglia e
alquanto oro al luogotenente; e per aspettar gli Spagnuoli mandati dal
luogotenente a Guitempan, stemmo in questo luogo quattro giorni, sinch vennero
certi Indiani con una berretta di quei Spagnuoli, a dirci come quelli andavano
per altra via a riuscire ad un villaggio ove noi dovevamo andare. Vennero qua
certi Indiani dei Zapotechi, i quali erano andati ad abitar da Chiapa a
Quicula, perch  vicino a questo villaggio, e venivano a portar da mangiare
senza prezzo e veder che cosa gli fusse da noi comandata.
Il mercoled a' venti d'aprile ci partimmo da Apilula per seguir il nostro
cammino, e, allontanati due leghe, giugnemmo ad un villaggio lungo la riva del
fiume di Chapilula, posto tra certe montagne e soggetto ad un altro posto
avanti a Silusinchiapa: e poteva esser lontano due leghe da quel luogo, ove
giugnemmo in questo giorno. Fra queste due leghe sono altri piccioli villaggi
che li sono soggetti, e tutti posti su la istessa riviera del detto fiume tra
le montagne. La strada che conduce a questo villaggio Silusinchiapa  tanto
aspra che non so come poter narrarlo, quantunque in vero gli uomini del paese
l'aveano spianata e assettata al meglio ch'era stato possibile, avendo riguardo
alla qualit del luogo; tuttavia passammo con gran fatica, e i paesani ci
raccolsero amorevolmente, provedendoci di vettovaglia d'avantaggio, e
alloggiando noi in quel luogo la medesima notte. Il gioved e il venerd non
fece altro che piovere tant'acqua che il fiume crebbe di sorte che, essendo
questo villaggio tra montagne, e scorrendo il fiume lungo la strada molto
furibondo, non potemmo andar avanti n indietro. In questo spazio di tempo
gl'Indiani tutti di questo villaggio se n'andarono, n pi tornorno, n
comparve alcuno di loro: non saprei dire per qual causa se n'andarono, avendoci
tanto benignamente raccolti e affaticatosi a spianar la strada.
La domenica, poich fu cessata l'acqua, il luogotenente mand certi pedoni a
veder se potevano trovar alcune genti, i quali tornarono senza aver trovato
cosa alcuna. Nei giorni che stemmo qua, mentre che non piovve, cercammo per
questo fiume, parendoci che fusse di qualit di produr oro, e vi trovammo
alcune particelle tanto sottili che erano come nulla: ma vi si cerc come da
scherzo, perch non vi erano gl'istromenti da cavarlo. Il luogotenente mand
sin di qua un comandamento agli uomini d'un villaggio detto Clapa, pi avanti
di queste: come si dice,  soggetto a Cematan.
Il luned ci partimmo e andammo avanti due leghe e mezza, ad un villaggio
soggetto a Cematan, nominato Estapaguaioia, ch'aveva da cinquecento case. E
tutta quella strada si fa per il detto fiume, il qual si passa pi volte, s
che noi vi passammo con gran fatica, e alcuni Spagnuoli corsero gran pericolo
per esser la strada tutta piena di scogli, e il fiume, che corre
velocissimamente, ha di molte gran pietre. E veramente credo che i cavalli non
mai fecero il peggior cammino per tutto 'l mondo, e perch ci partimmo di
giorno, avemmo assai che fare a giungervi al tramontar del sole, senza mai
posarsi. Tutti i cavalli erano sferrati e stanchi dalla molta fatica, e ne
caddero alcuni nell'acqua, i quali corsero gran pericolo.
Questo villaggio  buono e molto dilettevole, e ha una buona piazza e case e
buoni alloggiamenti, con una bella valle di terreno coltivato lungo il detto
fiume, e con montagne da amendue i capi, ma non tanto alte come le passate. Il
giorno dietro, che fu marted, il villaggio rimase disabitato. Perci l'uomo,
quando pensa di non aver pi che domandare, allora comincia a mordere e
danneggiare, s che, quantunque ogniuno che vuol contrariar con lui stia bene
attento, nondimeno una volta overo un'altra lo far errare. Non so qual trista
sorte sia questa dell'uomo, che quando parla finge e inganna, tuttavia par che
lo faccia per bene, e quando l'uomo si tiene d'esser sicuro e fermo dell'amore
d'un altro, allora subito colui procura di farlo errare, con certi tratti che
la persona non sa come intenderla in bene o in male. E io credo veramente che
non potr vivere alcun in pace dove si trover un tal uomo, cos quest'uomo non
doveria stare se non dove sta Vostra Signoria, perch non sarebbe ardito a
muoversi: e tutti crediamo che, non stando lui in questo villaggio, viveremo
pacificamente, e non saremmo stati quando egli non vi fusse venuto. E credami
Vostra Altezza che l'uomo non si pu separare da lui, quantunque lo procuri. Io
vi scrivo questo perch gli  cos in effetto, e anco perch Vostra Signoria lo
conosce molto bene.
Io, Signore, partitomi di questo villaggio dal capo di Compilco venni avanti,
s perch ero indisposto del corpo, come per visitar alcuni piccioli villaggi
soggetti a Compilco, delli quali Vostra Signoria fece grazia a Pietro Castellar
e a me, in duoi delli quali non trovammo persona; nelli altri duoi erano circa
trenta uomini indiani per ciascuno, e ci diedero da centomila mandorle di massa
di mistura di metalli, che chiamano cacao, e circa quaranta ducati d'oro e di
rame, e dissero come tutta la gente era morta. Cos passai da lontano e venni a
questo villaggio, e avanti ad un poggio mi cadde morta una cavalla, di due
ch'aveva, e un cavallo ch'avea condotto per servirmene alla guerra: questo
cavallo ch'era mio, dei buoni del paese, quando mi parti' di questo villaggio,
ed era infermo a morte, la qual infermit egli aveva contratta per la molta
fatica ch'io gli diedi per il cammino. E sappia Vostra Altezza che quando ci
partimmo di questo villaggio tutti noi da cavallo, avanti il luogotenente, il
podest di giustizia e i reggitori, ci obligammo che se alcuna bestia morisse o
si storpiasse, non vi essendo da pagarla dell'entrata, che la pagassimo tra
tutti: e perch il luogotenente aveva diviso l'oro, non vi era pi di che
pagarlo. Dimandai che mi facessino pagare o di quello che sua Signoria aveva
avuto o tra tutti, come s'avevano obligato, e quantunque mi fusse costato
ducati ducento e trenta, e ne puoti avere ducento e cinquanta, tuttavia me lo
tassarono ducento, e alcuni cominciarono a dire che se la facevano pagare si
partirebbono da quel villaggio. Allora io dissi: non voglia Iddio che per
pagarmi una cavalla se n'andassero, e che non volevo far tal dimanda, perch
Vostra Signoria me la farebbe pagare, se fusse di giustizia. Vi supplico
adunque ch'avendo riguardo al disio col qual io andai a servire, con tanto
incommodo del mio cavallo che condusse quasi morto, e d'un poledro che mi cadde
d'una balza e si storpi d'una coscia, e d'un altro poledro che mi mor, poich
il guadagno il quale facciamo dagl'Indiani non lo concede, Vostra Signoria si
contenti che mi sia pagato dell'oro che s' avuto o di quello che si
obligarono. Scrivo al presente questo a V.S. acci quella lo sappia, ma io vi
mander prima informazione di questo, come tutti s'obligarono in persona,
perch io lo procurai, accioch Vostra Signoria mi faccia grazia di mandar un
comandamento a questo effetto.
Poich fummo venuti in questo villaggio, a me parve come sarebbe cosa buona che
venisse avanti Vostra Signoria un procuratore, ch'avesse relazione di tutti i
successi, e informassivi s circa le divisioni di ciascuna cosa e di chi ha e
chi non ha, per supplicarle e chiedere che Vostra Signoria ci facesse grazia di
quelle cose che questo villaggio ha bisogno; e parlai sopra di ci al
luogotenente e ai reggitori, i quali tutti conchiusero che gli era ben fatto, e
si rimase che l'altro giorno ci riducessimo insieme a ragionare di questo; ed
essendo uniti, trovammo Giovanni di Limpias e Bustamante molto dissimili di
parere, s che Vostra Signoria sia informata di quanto si conviene, come non
giov cosa alcuna a rimoverli della loro opinione, e volevano che si aspettasse
Mormoleo, il quale, come si disse qua,  andato l dove sta Pietro d'Alvarado.
Non so a chi assegnar questo, se non a poca cura che si pigliano di guardar a
quello che si conviene alla republica. Ed essi sono pi ricchi d'Indiani che
posseggono che qualunque altro di noi che abiti in questo villaggio, perch
Giovanni Limpias e suo fratello hanno il capo o frontiera di Quachula, ch' il
miglior luogo che sia qua, e un altro capo nominato Anaclansiquipila, villaggio
buono, Quenchula e altri villaggi soggetti a quello, e a canto a questo
villaggio il luogo di Cateclesiguata Sabion, nominato Anazanclan, che sono
villaggi s buoni come Caltiva; Bustamante solamente con una sua cedula ebbe da
Vostra Signoria per grazia la met di Ultapeche e de' suoi soggetti, in
compagnia di Tapia, e la met di Tilcecapan, che costeggia questo villaggio ed
 buon luogo. Ancora possiede a canto a Quenchula e a Teapa e di sopra altri
otto o dieci villaggi, delli quali Vostra Signoria non ne sa alcuni, perch,
quando facesti grazia di Ultapeche e di Tilcecoapan, questo avenne perch vi
dissero come non possedevano alcuno vassallo indiano, e ora egli possiede tanto
che non  venuto a notizia di Vostra Signoria, che potrebbe bastare a due de'
nostri abitatori in questo paese, come dicono tutti. Quando io viddi questo,
conobbi come ad essi non piaceva che si scrivesse a V.S. quel che era di
ragione che sapesti, perci determinai di scrivere il mio parere. Supplico
Vostra Signoria che accetti la mia sincera e buona volont, che  parata ad
ogni cosa che toccher al servizio di sua Maest e di V.S. e al bene della
republica. Quanto agl'Indiani e alle divisioni, sapr V.S. che molti abitatori
di questo villaggio gi pi giorni posseggono Indiani senza averne titolo
alcuno da Vostra Signoria, e credo ancora che non gli abbia assegnato loro
l'ufficiale maggiore per nome vostro. Alcuni tengono masnade di popoli, e
altri, perch non hanno Indiani, si partono da questo villaggio: e dico masnade
e gran copia di popoli perch gli  cos in fatto; e alcuni che non ne hanno
sono cos meritevoli e forse migliori d'averne che quelli che ne posseggono,
parlando tuttavia di coloro che ne hanno di soverchio, rispetto ad altri che
con la buona servit meritano pi di loro. S che, Signore, non intendo come
vadino le cose circa questi Indiani, n in qual modo alcuni di loro servono.
Veggo bene che da tutti si cava poco utile, ma ne cavano meno que' che non
hanno alcuno, e non ne avendo si partono di qua, i quali non si partirebbono
quando si satisfacesse loro di quello che ad altri sopravanza, perch,
conformandosi alle divisioni fatte a persone le quali Vostra Signoria vuol
ristorare, alcuni hanno di pi: ed  bene che tutti ne abbino, perch vi  il
modo di dargliene e di contentarli. Ma, dovendo Vostra Signoria sapere quanto
ciascuno possiede, questo non si pu far per via di visita n di assegnamento
che egli abbi avuto o che ordini Vostra Signoria, se quella non manda espresso
comandamento che si debba sapere chiaramente ci che possiede ciascuno, in qual
parte e con qual titolo, altramente V.S. non mai sar ben informata per poter
dar a tutti, come  di vostro desio e che ricerca la ragione, avendo riguardo a
quelli che se gli deve. E in questo comandi V.S. come pi le aggrada, ma, per
mio parere, quel che io dico sarebbe utile per quanto s'appartiene al bene
commune di questa republica, prima che V.S. confermi e faccia le divisioni;
perch, altramente facendo, quelli che non hanno qua la debita provisione se
n'andaranno, come vedrete per opera, e che gi cominciano a partirsi.
Io lascier di scrivere alcuna cosa in questa parte per non dir male d'alcuni,
ma perch mi spiace assai che alcuno sia ingrato a Vostra Signoria di que'
beneficii ch'essa gli fa, e per quanto s'appartiene a tutti gli abitatori di
questo villaggio, sappia Vostra Signoria che alcuni conoscono gli avuti
beneficii e alcuni no, e avisovi come, andando per questi viaggi passati,
Bustamante reggitore, quanto di lui si narra, disse pi volte che vorrebbe pi
tosto esser un cimice che reggitore di questo villaggio. Non creda Vostra
Signoria che se io l'avesse udito, che me ne fussi passato cos di leggiero, n
manco s'io l'udisse: ma perch l'avea detto avanti al luogotenente, me ne
tacqui per onore di quello. Ora son certo che egli l'ha detto, perch un giorno
Giovanni di Salamanca venendo in parole di questo con lui, e affermando
ch'aveva parlato male, Bustamante rispose che lo aveva detto per conoscere di
che animo fussero gli altri. Consideri adunque Vostra Signoria quanta cura si
piglier egli di far quanto s'appartiene al reggimento, oltra pi altre triste
qualit che sono in lui, delle quali Vostra Signoria si potr informare da
quanti vengono l; e vi aviso di questo perch so come V.S.  mal informata e
s'inganna di lui, non sapendo le sue astute arti ch'egli usa. Non niego ch'egli
non sia gentiluomo e che non meriti che V.S. gli faccia de' beneficii, ma dico
che, dandogli simil carico, vi caricher molto la conscienzia, non essendo
Vostra Altezza ben informata di lui. Non creda V.S. ch'io scriva questo
perch'io li porti odio, anzi tengo verso di lui buona intenzione; ma perch mi
doglio non veder riuscir bene quello che s'appartiene al servizio di Vostra
Altezza, mi son mosso a scrivervi quello che  pura verit, e tuttavia passo
altre cose che circa di questo si potrebbono scrivere.
Il quarto giorno che giungemmo in questo villaggio, venne il signor di
Uluisponal e quello di Tititepaque, e mi diedero una lettera di Vostra
Signoria, nella qual essa mi comandava che in ogni modo faccia la sua casa,
nella qual non  stato lavorato perch non sono stato qua, e parmi che 'l
signore al quale avevo comandato che trovasse i legnami non gli ha cercati, e
si scus d'esser stato gravemente infermo: e veramente io lo lasciai infermo,
come credo d'aver scritto a V.S. Egli stette qua cinque giorni, e feci chiamar
i principali del villaggio di Pietro di Castellar e mio, e, andando con loro,
stettero due giorni cercando legnami per li villaggi lungo il fiume all'ins, e
tornati mi dissero come aveano trovato quanto facea mestiero, e che vi verrebbe
la gente quando volesse. Io gli dissi che venissero dopo s. Giovanni, e cos
far che di subito dar principio all'opera al meglio che io potr, perch i
pavimenti da edificare sono in buon termine e sopra il fiume.
Parimente V.S. mi scrivea che uno Indiano venuto a Vostra Signoria avea detto
come io avevo dimandato oro a Luigi Marino: V.S. mi comand che non gliene
dimandasse, e io cos gli ho detto. Dissi al cacique quanto si conteneva nella
lettera, il quale si sbigott, e rispose che l'Indiano non sapeva quello che si
dicesse. Il signor mi disse ch'aveva raccolto moneta di metalli mescolati per
darla a Vostra Signoria, ma che non voleva mandarla finch io non vedesse, e
per servirvi lasciai di passar oltra 'l fiume per vederla e spedirla. Il giorno
dopo san Giovanni ander l, e la mander ad Horrera di Tustebeque, e la
maggior copia d'accette che io potr: gli Indiani ne hanno alcune, e sono
traportate dalli suoi villaggi ad Uluta e Titiquipaque. Io ne dimandai al
cacique e a Cristoval, e mi dissero di non ne avere. Ed  generale opinione che
l'avessino preso di quest'anno, che Giovanni Limpias disse publicamente come
gli Indiani suoi dicevano che Marino, quando venne, avea posto un tributo o
gravezza a tutti li villaggi di Spagnuoli e a ciascuna casa di quaranta
mandorle al giorno, e che egli avea detto che non dessero a noi oro n metallo
mescolato, ma solamente da mangiare, perch stavamo qua solo per guardar questo
fiume, perch l'oro era per Vostra Signoria e il metallo mescolato per Marino.
Ed  vero che Giovanni di Limpias disse questo pi volte, presente di me e del
luogotenente e di molti altri.
Gli schiavi ch'io condusse di V.S., che sono 34, perch sono donne e fanciulli,
se si conducessero alla citt morirebbono tutti per cammino. Perci mi parve
che al presente starebbono meglio in Oluta, sinch avisasse V.S. se vi paresse
meglio di condurli a Corusca o alla Villa Ricca, perch ivi avete case e roba
dove possono stare, per esservi tanto caldo, e vi staranno pi sani, overo se a
voi pare che si vendano: V.S. mi avisi di quello che pi le sar grato,
accioch si mandi ad effetto. Se V.S. comander che si vendino, supplico quella
ad ordinar ancora che si vendino a credenza, perch non  in questa villa uomo
che abbia un quattrino.
Non so che altro scrivervi al presente, o Signor mio, ma ben vi supplico che
facciate cessar il dividere i luoghi, sinch V.S. sia informata di quanto ho
sopra detto, perch in tal modo si giover a questo villaggio; altramente la
divisione sar come di furto. Cos ogni d verranno di qua persone a darvi
noia, come sempre hanno fatto per questa causa.
Iddio nostro Signore conservi la magnifica persona vostra, e vi aumenti lo
stato come quella desia.

Diego di Godoy.



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Relazione d'alcune cose della Nuova Spagna e della gran citt di Temistitan
Messico fatta per un gentiluomo del signor Fernando Cortese.



Il paese della Nuova Spagna  a guisa di Spagna, e quasi della medesima maniera
sono le montagne, le valli e le campagne, eccetto che le montagne son pi
terribili e aspre, da non potervisi ascender se non con infiniti travagli: e vi
 montagne, per quel che si sa, che durano meglio di dugento leghe. Sono in
questa provincia della Nuova Spagna gran fiumi e fonti d'acque dolci e molto
belli, gran boschi ne' monti e pianure d'altissimi pini, cedri, roveri e
cipressi, elci e molte diverse sorte d'alberi di montagne. I colli sono molto
ameni nel mezzo della provincia, e vicino alla costa del mare sono monti
spiccati dall'un mare all'altro. La distanzia che  dall'un mare all'altro per
il pi corto  di centocinquanta leghe, e per un'altra centosessanta, e
dall'altra dugento, e da un'altra passan trecento, e da un'altra banda presso
cinquecento; e pi sopra  distanzia cos grande e tanta che non se ne sa il
numero delle leghe, perch non si  veduto da Spagnuoli, e ci  da veder ancora
di qua a cent'anni, e ogni d si vede cosa nuova.
Sono in questa provincia mine d'oro e d'argento, di rame e di stagno, di
acciaio e di ferro. Vi sono molte sorte di frutti che paiono simili a quei di
Spagna, avenga che nel gusto non sieno in quella perfezione, n nel sapore, n
nel colore; ancora che ce ne sieno molti bonissimi, e cos buoni come sono quei
di Spagna, ma non generalmente. Le campagne sono dilettevoli, molto piene di
bellissime erbe, alte fino a mezza gamba. Il paese  molto fertile e
abbondante, e produce qualunque cosa che ci vien seminata, e in molti luoghi
rende il frutto due o tre volte l'anno.


Degli animali.

Vi sono molti animali di diverse maniere, come sono tigri, leoni e lupi, e
similmente adibes, che sono tra volpi e cani, e altri che sono fra leoni e
lupi. I tigri sono della grandezza o forse qualche poco maggiori che i leoni,
eccetto che sono pi grossi e forti e pi feroci; hanno tutto 'l corpo pieno di
macchie bianche. E niuno di questi animali fa male a' Spagnuoli, ancorch alle
genti del paese non faccino carezze, anzi se gli mangiano. Vi sono anco cervi e
volpi salvatiche, daini, lepri e conigli. I porci hanno l'ombelico sopra il fil
della schiena. E vi sono molti altri e diversi animali, e specialmente ve ne 
uno, che  poco maggior che il gatto, che ha una borsa nel ventre, dove asconde
i figliuoli quando vuol fuggir con essi, perch non gli sieno tolti: e quivi
gli portano senza che si conosca n si veda se vi porta cosa alcuna, e con essi
monta fuggendo sopra gli alberi.
La provincia di questa Nuova Spagna  molto ben popolata per la maggior parte:
vi sono di gran citt e terre, cos nella pianura come nelle montagne, e le
case sono fatte di calcina e pietre e di terra e quadrelli crudi, e tutte con
le sue terrazze, quei popoli per che vivon nel mezzo del paese; ma quei che
abitano vicini al mare hanno quasi tutti le case e pareti di quadrelli crudi e
terra e di tavole, col tetto di paglia. Solevano avere i naturali del paese
bellissime meschite con gran torri e abitazioni, nelle quali onoravano e
sacrificavano i loro idoli, e molte di quelle citt son meglio ordinate che
quelle di qua, con molto belle strade e piazze, dove fanno i lor mercati.


La sorte de' soldati loro.

La gente di questa provincia  ben disposta, pi tosto grande che picciola; son
tutti di color berrettino come pardi, di buone fazioni e gesti; sono per la
maggior parte molto destri, gagliardi e sopportatori delle fatiche, ed  gente
che si mantiene con manco cibo d'ogni altra.  gente molto bellicosa, e che
molto determinatamente hanno ardimento di morire. Solevano aver gran guerre e
gran differenzie fra loro, e tutti quei che si pigliavano nella guerra, o erano
mangiati da loro, o erano tenuti per schiavi. Se i nemici andavano a porre
assedio a qualche villaggio, se gli assediati se gli rendevano senza far
resistenza o guerra, restavano solamente vassalli de' vincitori; ma se erano
presi per forza, restavano per schiavi tutti. Hanno i loro ordini nella guerra,
che hanno i loro capitani generali, e hanno i particolari capitani di
quattrocento e dugento uomini. Ha ogni compagnia il suo alfiere, con la sua
insegna inastata e in tal modo ligata sopra le spalle, che non gli d alcun
disturbo di poter combattere n far ci che vuole: e la porta cos ligata bene
al corpo che, se non fanno del suo corpo pezzi, non se gli pu sligare n
torgliela mai. Hanno per costume di gratificare e pagar molto bene coloro che
servono ben su la guerra e che si faccino conoscere segnalatamente con qualche
opera virtuosa, che, ancora che sia il pi disgraziato schiavo fra loro, lo
fanno capitano e signore e gli danno vassalli e lo stimano, in modo che per
tutto dove lui va lo servono, e l'hanno in tanto rispetto e riverenzia come al
proprio signore. E nella persona propria di questo tale segnalato gli fanno un
segno ne' capegli, accioch sia conosciuto per quell'opera virtuosa che ha
fatto e ciascuno lo veda apertamente, perch essi non usano di portar berrette;
e ogni volta che fa qualche buona opera nuova, gli fanno addosso in testimonio
di virt qualche altro simile segnale, e da' signori se gli concede sempre
altre grazie.


L'arme offensive che portano e difensive.

L'arme difensive che portano in guerra sono certi saietti a guisa di giupponi
di cottone imbottiti, cos grosso come un deto e mezzo, e tali come due deta,
che vengono ad esser molto forti; e sopra d'essi portano altri giupponi e calze
che son tutti insieme e che si allacciano dalla parte di dietro, e sono d'una
tela grossa, e il giuppone e le calze sono coperte di sopra di piume di diversi
colori, che sono molto galanti: e una compagnia di soldati le portano bianche e
rosse, e altri azzurre e gialle, e altre di diverse maniere. I signori portano
di sopra certi saietti, come giacchi che fra noi si usano di maglia, ma sono
d'oro o d'argento indorati; e quel vestito che portano di piuma  forte al
proposito delle sue armi, accioch non riceva saette n dardi, anzi ritornano
adietro senza farvi colpo, n anco le spade non possono molto bene prenderne.
Portano in testa per difesa una cosa, come teste di serpenti o di tigri o di
leoni o di lupi, che ha le mascelle, ed  la testa dell'uomo messa nella testa
di questo animale, come se lo volesse divorare: sono di legno, e sopra vi  la
penna, e di piastra d'oro e di pietre preciose coperte, che  cosa maravigliosa
da vedere. Portano rotelle di diverse maniere, fatte di buone canne massiccie
che sono in quel paese, tessute con cottone grosso doppio, e sopra vi sono
penne e piastre rottonde d'oro: e sono cos forte che se non  una buona
balestra non la passa, per ve ne sono di tali che la passano, ma la saetta non
li fa male. E perch qua in Spagna sono state vedute alcune di queste rotelle,
dico che non sono di quelle che portano su la guerra, ma sono di quelle che
essi portano nelle loro feste e balli sollazzevoli, che usano di fare.
L'arme offensive che portano sono archi e frezze e dardi, che essi tirano con
un mangano fatto di un altro bastone; i ferri che hanno in punta sono o di
pietra viva o di un osso di pesce, che  molto forte e acuto. Alcuni dardi
hanno tre ferri con che fanno tre ferite, perch in una mazza inseriscono tre
punte di bacchette con loro ferri della sorte sopradetta, e cos d'un colpo
tirano tre botte in una lanciata. Hanno le spade, che sono di questa maniera:
fanno una spada di legno come a due mani, ancora che non sia s lunga la
impugnatura, ma larga tre deta, e nel taglio d'essa lasciano certe incavature
nelle quali inseriscono un rasoio di pietra viva, che taglia come un rasoio di
Tolosa. Io viddi che, combattendosi un d, diede uno Indiano una cortellata ad
un cavallo, sopra il qual era un cavalliero con chi combatteva, nel petto, che
glielo aperse fin alle interiora, e cadde incontinente morto; e il medesimo d
viddi che un altro Indiano diede un'altra cortellata ad un altro cavallo sul
collo, che se lo gett morto a' piedi. Portano frombe con le quali tirano molto
lungi, e molti o la maggior parte d'essi portano tutte queste sorti d'armi con
che combattono, ed  una delle belle cose del mondo vederli alla guerra in
compagnia, perch vanno maravigliosamente in ordine e galanti, e compariscono
cos bene quanto si possa vedere. Sono fra loro di valentissimi uomini e che
osano morir ostinatissimamente. E io ho veduto un d'essi difendersi
valentemente da due cavalli leggieri, e un altro da tre e quattro, n potendolo
essi uccidere, da disperazione un di loro gli lanci la lancia, ed egli prima
che gli arrivasse addosso la raccolse in aere e con essa combattette pi d'una
ora con esso loro, finch quivi giunsero due pedoni che lo ferirono di due o
tre saette, onde egli mossosi contra un di loro, uno di quelli pedoni
l'abbracci di dietro e gli diede delle pugnalate.
Nel tempo che combattono cantano e ballano, e tal volta danno i pi fieri gridi
e fischi del mondo, e specialmente se conoscano d'averne il meglio: ed  cosa
certa che, a que' che non gli hanno veduti combattere altre volte, mettono gran
terrore con le loro grida e bravura. Ed  gente la pi crudele che si trovi in
guerra, perch non perdonano n a fratello n a parente n ad amico, n gli
pigliano a vita ancora che fussino donne e belle, che tutte l'uccidono e se le
mangiano; e quando non posson portarsene la preda e le spoglie de' nemici,
l'abbrucciano. Solo i signori non  lecito d'uccidere, ma gli portano presi
sotto buona custodia. E dopo ordinate certe feste, in mezzo di tutte le piazze
della citt erano certi circuiti murati con calcina e pietre massiccie, tanto
alti quanto una statura e mezza d'uomo, che ascendevano in essi per gradi, e di
sopra era una piazza come un giuoco di tegola rotondo, e nel mezo di questa
piazza era una pietra rotonda ficcata con un buso in mezzo: e quivi montava il
signor prigione, e lo legavano lungo con una sottil corda al collo del piede, e
li davano una spada e una rotella, e cos veniva a combatter con esso lui colui
che l'avea preso: e se questo tale che l'avea preso di nuovo tornava a
vincerlo, era tenuto per valentissimo uomo, e gli davano un certo segno per la
valente prova ch'avea fatta, e il signore li facea grazia; e se il signor preso
vincea lui e sei altri, in modo che fussero in numero di sette, lo liberavano
ed erano obligati di restituirgli tutto quel che gli avessero tolto nella
guerra. E avenne che, combattendo un giorno quelli di una signoria chiamata
Huecicingo con que' d'un'altra citt chiamata Tula, il signor di Tula si pose
tanto fra gli nemici che si perse da' suoi, e ancora che facesse cose
maravigliose in arme, caricarono nondimeno tanto i nemici sopra di lui, che lo
presero e lo condussero alla citt loro: e fecero essi secondo il costume le
loro feste, ponendolo nel circuito, contra il quale vennero sette uomini a
combattere, li quali tutti uccise ad uno ad uno, essendo egli legato secondo
l'usanza. Veduto questo da quei di Huecicingo, fecero pensiero che, se essi lo
avessero sciolto, essendo egli cos valent'uomo e di gran cuore, non sarebbe
mai restato fin tanto che non gli avesse destrutti, onde si risolvettero di
ucciderlo, e cos fecero; del qual atto rimase a loro un'infamia grande per
tutto quel paese di traditori e di disleali, per aver rotta la legge e il
costume contra quel signore, e per non aver osservato con esso lui tutto quel
che si soleva osservare con tutti quelli ch'erano signori.


La maniera del vestire degli uomini.

I vestimenti loro son certi manti di bambagia come lenzuola, ma non cos
grandi, lavorati di gentili lavori di diverse maniere, e con le lor franze e
orletti, e di questi ciascun n'ha due o tre e se gli liga per davanti al petto.
Al tempo dell'inverno si cuoprono con certi pellizzoni fatti di una piuma molto
minuta, che pare che sia cremesino, come i nostri cappelli pelosi, de' quali
n'hanno rossi, neri e bianchi, berrettini e gialli. Cuoprono le loro parti
vergognose, cos di dietro come dinanzi, con certi sciugatoi molto galanti, che
sono come gran fazzuoli che si legano il capo per viaggio, di diversi colori, e
orlati di varie foggie e di colori similmente diversi, con i suoi fiocchi, che
nel cingerseli viene l'un capo davanti e l'altro di dietro. Portano scarpe che
non hanno tomara, ma solamente le suola e i calcagni, molto galanti, e di
dentro dalle deta dei piedi vengono al collo del piede certe correggie larghe,
che con certi bottoni si ligano quivi. Non portano in testa cosa veruna,
eccetto che nella guerra o nelle loro feste e danze, e portano i capelli lunghi
ligati in diverse foggie.


Del vestire delle donne.

Le donne portano certe lor camicie di bambagia senza maniche, ch'assomigliano a
quelle che in Spagna chiamano soprapelizze; sono lunghe e larghe, lavorate di
bellissimi e molto gentili lavori sparsi per esse, con le loro frangie o
orletti ben lavorati, che compariscono benissimo: e di queste portano due, tre
e quattro di diverse maniere, e una  pi lunga dell'altre, perch si vedano
come sottane. Portano poi dalla cintura a basso un'altra sorte di vestire di
bambagia pura, che gli arriva al collo del piede, similmente galante e molto
ben lavorate. Non portano sopra la testa cosa alcuna, specialmente in terra
fredda, se non che portano i capegli lunghi, e gli hanno belli, ancora che neri
e castagnini; onde con queste loro veste e i capegli lunghi sparsi, che gli
cuoprono le spalle, fanno bellissimo vedere. Ne' paesi caldi che sono vicini al
mare, portano le donne una foggia di velo fatto a reticello, di colore leonato.


La seta con che lavorano.

La seta con che lavorano  che pigliano i peli della pancia del lepre e conigli
e gli tingono in lana di quel colore vogliono, e glielo danno in tanta
perfezione che non si pu dimandare meglio; dopo lo filano e con esso lavorano,
e fanno s gentili lavori quasi come con la nostra seta, e ancora che si lavi
mai perde il suo colore, e il lavoro che si fa con essi dura gran tempo.


I cibi che hanno e che usano.

Il grano di che fanno il pane  un grano a guisa di cece, alcuni bianchi e
altri rossi, e altri neri e vermigli; lo seminano, e fa una canna alta come una
mezza lancia, e butta due o tre panocchie, dove  quel grano a guisa di panico.
Il modo con che fanno il pane  che mettono una pignatta grande sopra il fuoco,
che tiene quattro o cinque cantara d'acqua, e gli accendono sotto il fuoco, fin
che bolla l'acqua, e allora gli lievano il fuoco e dentro vi gettano il grano,
che da loro si chiama tayul, e sopra esso gettano poi un poco di calcina perch
gli lievi la scorza che lo copre; e l'altro giorno, overo de l a tre o quattro
ore, che si  raffreddato, lo lavano molto bene al fiume o in casa con molte
acque, onde resta molto netto della calcina, e doppo lo macinano con certe
pietre fatte a posta, e, secondo che lo vengono macinando, gli vengono gettando
l'acqua e si va facendo pasta: e cos in un punto macinandolo e impastandolo
fanno il pane, e cuoconlo in certe cose come tecchie grandi, poco maggiori che
un crivello. E cos facendo il pane, subito lo mangiano, per esser meglio caldo
che freddo. Hanno anco altri modi da farlo, che fanno certi pani buffetti della
massa e gli involtano in certe foglie d'erbe, e doppo li mettono in una gran
pignatta con poca acqua e la cuoprono molto bene, e quivi col caldo e col
tenerli stufati li cuocono, e anco in padelle con diverse cose che mangiano.
Hanno molte galline grandi a guisa di pavoni molto saporite e hanno molte
coturnici di quattro o cinque sorti, e sono alcune di esse come pernici; hanno
molte oche e anatri di molte sorte, cos domestiche come salvatiche, della
piuma delle quali fanno i loro vestimenti per la guerra e festa, e di queste
penne si prevagliono molto per pi cose, perch hanno diversi colori, e ogni
anno la levano a questi loro uccelli. Hanno pappagalli grandi e piccioli, che
gli tengono in casa, e si prevagliono similmente della loro penna. Occidono per
loro mangiare molti cervi, cavrioli, lepri e conigli, che in molte parti ce ne
sono molti. Hanno varie sorti d'erbe d'orto e da mangiar di diverse maniere, di
che essi sono molto amici, che le mangiano talor verdi e talora in varie
minestre. Hanno una sorte di pepe da condire che si chiama chil, che niuna cosa
mangiano senza esso. Sono genti che con manco cibo si sostentano e che meno
mangiano di quante altre sono al mondo.
I signori mangiano molto sontuosamente molte sorti di vivande, sapori e
minestre, focaccie e pasticci di tutti gli animali che hanno, frutti, verdure e
pesci, che hanno in buona quantit. Si portano ai signori tutte queste sorte di
cibi, e gliele portano innanzi ne' piatti e scodelle e sopra certe stuore di
palma molto gentilmente lavorate, e in tutti gli alloggiamenti ve ne sono, e vi
sono anco delle sedie di diverse sorti fatte, dove seggono, tanto basse che non
sono pi alte d'un palmo. Questi cibi gli mettono anco inanzi a' signori, e una
tovaglia di bombagia con che si nettano le mani e la bocca, e sono serviti da
duoi o tre scalchi e maestri di sala: e mangiano di quello che pi loro piace,
e doppo fanno che il restante sia dato ad altri signori suoi vassalli, che
stanno quivi a fargli corte.


Le bevande che usano.

Fanno il vino di diverse sorti che bevono, per la principale e pi nobile che
usano  una bevanda che si chiama cachanatle, e sono certi semi fatti del
frutto d'un albero, il qual frutto  a guisa di cocomero e dentro ha certi
grani grossi, che sono quasi della sorte dell'ossa de' dattili. L'albero che fa
questo frutto  il pi delicato di tutti gli altri alberi: non nasce se non in
terra calda e grossa, e prima che si semini seminansi duoi altri alberi che
hanno gran foglia, e come questi sono all'altezza di due stature d'uomini, in
mezzo a tutti duoi seminano quest'altro che produce questo frutto, accioch
quei duoi altri alberi, per esser questo delicato, lo guardino e difendino dal
vento e dal sole e lo tengano coperto. Sono questi alberi in grande stimazione,
perch quei grani sono tenuti per la principal moneta che corra in quel paese,
e vale ciascuno come un mezzo marchetto fra noi; ed  moneta la pi commune, ma
molto incommoda, doppo l'oro e l'argento, e che pi si costuma di quante sono
in quel paese.


Come si faccia il cacao.

Questi semi, che chiamano mandorle o cacao, si macinano e si fanno polvere, e
macinansi altre semenze picciole che hanno, e gettano quella polvere in certi
bacini che hanno con una punta; poi vi gettano l'acqua e la mescolano con un
cucchiaro, e doppo l'averlo molto ben mescolato lo mutano da un bacino
all'altro, in modo che leva una spuma, la quale raccogliono in un vaso fatto a
posta. E quando lo vogliono bevere, lo rivoltano con certi cucchiari piccioli
d'oro o d'argento o di legno e lo bevono: e nel bever si ha da aprir ben la
bocca, perch, essendo spuma,  necessario di darli luogo che la si venga
disfacendo e mandando gi a poco a poco.  questa bevanda la pi sana cosa e
della maggior sustanza di quanti cibi si mangiano e bevanda che si beva al
mondo, perch colui che beve una tazza di questo liquore potr, quantunque
camini, passarsene tutto il d senza mangiare altro; ed  meglio al tempo del
caldo che del freddo, per esser di sua natura fredda.


Un'altra sorte di vino che hanno.

Vi sono certi alberi, overo fra alberi e cardi, che hanno le foglie grosse come
il ginocchio e lunghe quanto un braccio, poco pi o meno secondo il tempo che
hanno, e gettano nel mezzo un tronco che si fa cos alto come sono due o tre
altezze d'uomo, poco pi o manco, e cos grosso come un fanciullo di sei o
sette anni. E in certo tempo dell'anno, che  maturo e ha la sua stagione, con
una trivella forano questo albero da basso, d'onde stilla un umore, che lo
mettono in conserva in certe scorze d'alberi che hanno: e de l ad un d o due
lo beono, cos smisuratamente che finch cadono in terra embriachi senza
sentimento non lasciano di bere, e si reputano onore grande beverne assai ed
embriacarsi. Ed  di tanta utilit questo albero che d'esso fanno vino e aceto,
mele, sapa, fanno veste per vestirsi uomini e donne, ne fanno scarpe, ne fanno
corde, legnami per case e tegole per coprirle, e aghi per cucire e serrare le
ferite e altre cose. E similmente cogliono le foglie di quest'albero o cardo,
che si tengono l come qua le vigne, e chiamanlo magueis, e mettono a cuocere
queste foglie in forni bassi da terra, e dipoi struccano con certo loro
artificio di legno dette foglie arrostite, levandoli via le scorze o radici che
sogliono avere. E di questa bevanda bevono tanto che si embriacano. Hanno
un'altra sorte di vino di grano che mangiano, che si chiama chicha, di diverse
sorti, rosso e bianco.


Il modo di fare i comandamenti.

Avevano queste genti un gran signore, che era come l'imperatore, e avevano poi
e hanno altri, come re e duchi e conti, governatori, cavalieri, scudieri e
uomini di guerra. I signori mettono i loro governatori e rettori nelle loro
terre, e altri ufficiali. Sono i signori tanto temuti e obediti, che non gli
manca altro che essere adorati come dii. Era cos gran giustizia fra loro che,
per il minor delitto che uno avesse fatto, era morto o era fatto schiavo.
Qualunque furto o assassinamento che si fosse fatto si castigava molto
severamente, e massimamente quando altri entravano nelle possessioni altrui per
rubbare frutti o il grano che essi hanno, che, per entrare in un campo e
rubbare tre o quattro mazzoche overo spighe di quel loro grano, lo facevano
schiavo del patrone di quel campo rubbato. E se qualche uno facea tradimento,
overamente commetteva delitto alcuno, contra la persona dello imperatore overo
re, era ucciso insieme con tutti gli suoi parenti fin alla quarta generazione.


La fede e l'adorazione che facevano e i loro tempii.

Avevano grandissimi e bellissimi casamenti dei loro idoli, dove gli facevano
orazione, sacrificavano e onoravano, e vi erano persone religiose deputate al
servigio d'esse, come vescovi e canonici e altre dignit, i quali servivano il
tempio e in esso viveano e residevano la maggior parte del tempo, perch in
essi loro tempii erano di buoni e grandi alloggiamenti dove potevano stare, e
dove si allevavano tutti i figliuoli dei signori, servendo i loro idoli, finch
erano in et di pigliar moglie: e in tutto il tempo che vi stavano, giamai si
partivano de l n si tagliavano i capegli, ma levandoli via allora gli
tagliavano che si maritavano. Queste meschite, over tempii, hanno le sue
entrate ordinate per riparare e provedere di quel che avevano di bisogno quei
religiosi che gli servivano. Gli idoli che adoravano erano certe statue della
grandezza d'uno uomo e maggiori, fatte d'una massa di tutte le semenze che essi
hanno e che mangiano, e le impastavano con sangue di cuori d'uomini: e di
questa materia erano i loro iddii. Gli teneano posti a sedere in certe sedie,
come cattedre, con la rotella in un braccio e nell'altro la spada, e i luoghi
dove gli tenevano erano certe torri della maniera che si vede nella figura a
fronte.


La sorte di queste torri.

Fanno uno edificio d'una torre in quadro di cento e cinquanta passi o poco pi
di lunghezza e cento e quindeci o cento e venti di larghezza, e comincia questo
edificio tutto massiccio, e doppo che  tanto alto come due stature d'un uomo,
per le tre parti all'intorno lasciano una strada di larghezza di duo passi, e
dalla parte del lungo cominciano a montare scalini; e doppo tornano a salire
con altre due stature d'uomo in alto, e la materia  tutta massiccia, fatta di
calcina e pietre, e quivi poi per tre parti lasciano la strada di duo passi, e
per l'altra saliscono gli scalini: e saliscono tanto in questo modo che vanno
in alto cento e venti e cento e trenta gradi, e di sopra resta una piazzetta
ragionevole, e in mezzo di essa cominciano altre due torri di dentro che vanno
in alto dieci o dodeci stature d'uomo, e nella cima vi sono le sue finestre. In
queste torri alte tengono i loro idoli molto ben ordinati e apparati, ed  anco
ben concia e ordinata tutta la stanza, e dove avevano il loro dio principale
(che secondo le provincie cos era il nome di esso, perch il dio principale
della gran citt di Messico si chiamava Horchilouos, e in un'altra citt che si
chiama Chuennila, Quecadquaal, e in altre di diversi nomi), e in quella stanza
dove stava questo idolo principale non era concesso a niuno l'entrarvi, eccetto
al sommo pontefice che hanno. E tutte le volte che facevano festa ai loro idoli
sacrificavano molti uomini, donne e fanciulli e fanciulle, e quando avevano
qualche necessit, come della pioggia, o che cessi di piovere quando piove
troppo, o che siano assediati dai loro nemici, o per altre necessit, gli fanno
i sacrifici in questo modo.


Il modo di sacrificare.

Pigliano quello che hanno da sacrificare e prima lo conducono per le strade e
per le piazze, molto bene adornato e con gran festa e allegrezza, e ciascuno
gli racconta i suoi bisogni, dicendogli che poich ha d'andare dove sta il suo
dio, che gli dica quel bisogno che ha accioch vi rimedii, e gli d qualche
cosa da mangiare o altra robba: e in questo modo raccoglie molte cose, come
sogliono avere coloro che portano in volta le teste di lupo, il che tutto viene
ai sacrificatori; e lo portano al tempio, dove fanno una gran festa e balli,
nella quale egli ancora festeggia e balla con esso loro. Dopo colui che l'ha da
uccidere lo spoglia e lo conduce allato alle scale della torre, dove  un idolo
di pietra, e lo appoggia sopra le spalle, ligandoli una mano e dall'altra parte
l'altra, e poi un piedi legato ad una parte e l'altro dall'altra, e quivi di
nuovo tutti ricominciano a ballare e cantare a torno a lui e gli dicono la
principale ambasciata che ha da fare a quello iddio loro. E viene il
sacrificatore, che non  il minor ufficio fra loro, e con un rasoio di pietra
che taglia come se fosse di ferro, per assai grande, come un gran coltello, e
in tanto quanto uno si farebbe segno di croce gli d con esso nel petto e
glielo apre, e gli cava il cuore cos caldo e bollente: il quale piglia
incontanente il sommo pontefice, e con il sangue d'esso unge la bocca del loro
idolo principale, e subito getta di quel sangue verso il sole o alcuna stella
(se  di notte), e dopo ungano la bocca agli altri idoli di pietra e di legno
che essi hanno, e la cornice della porta della cappella dove sta l'idolo
principale. Dipoi abbrucciano il cuore, riserbando la polvere d'esso per gran
reliquia, e similmente abbrucciano il corpo del sacrificato, e la polvere
d'esso conservano in un altro vaso separato da quel del cuore. Altre volte gli
sacrificano per punti e ore, e arrostiscono il cuore, e l'ossa delle gambe o
braccia, involti in molte carte, le conservano per una gran reliquia. E cos in
ciascuna provincia hanno gli abitatori il loro particolar modo e cerimonie di
idolatria e sacrificio, perch in altri luoghi adorano il sole, in altri la
luna e in altri le stelle, in altri i serpi e in altri i leoni o altri simili
feroci animali, delle quali cose tengono le imagine e statue nelle loro
meschite; e in altre provincie, e particolarmente in quella di Panuco, adorano
il membro che portano gli uomini fra le gambe, e lo tengono nella meschita e
posto similmente sopra la piazza, insieme con le imagini di rilievo di tutti i
modi di piaceri che possono essere fra l'uomo e la donna, e gli hanno di
ritratto con le gambe alzate in diversi modi.
In questa provincia di Panuco sono gran sodomiti gli uomini, e gran poltroni e
imbriachi, in tanto che, stanchi di non poter bere pi vino per bocca, si
colcano e alzando le gambe se lo fanno metter con una cannella per le parti di
sotto, fintanto che il corpo ne pu tenere.  cosa molto notoria che quelle
genti vedeano il diavolo in quelle figure che essi facevano e che tengono i
loro idoli, e che il demonio si metteva dentro a quelli idoli e de l parlava
con esso loro, egli comandava che sacrificassero e a loro dessero i cuori degli
uomini, percioch essi non mangiavano altra cosa: e per questo effetto erano
tanto solleciti a sacrificar uomini, e gli davano i cuori e il sangue d'essi; e
gli comandava ancora molte altre cose, che essi facevano pontalmente come
gliele diceva. Sono queste le pi devote genti e pi osservatrici della
religione loro di quante nazioni abbia create Iddio, in tanto che essi istessi
s'offerivano volontariamente a dover essere sacrificati, pensandosi di salvare
con questo modo l'anime loro, e si cavavano essi istessi il sangue dalle lingue
e dall'orecchie e dalle coscie e dalle braccia, per sacrificarlo e offerirlo
agli idoli loro. Hanno di fuora e per cammini molti eremitorii, dove i
viandanti vanno a sparger il lor sangue e offerirlo agli idoli, e n'hanno
ancora su le montagne altissimi di questi eremitorii, che erano luoghi di gran
devozione, sacrificandosi il sangue e offerendosi ai loro iddii.


Delle citt che vi sono e della maniera d'alcune d'esse.

Vi sono di gran citt, e specialmente quella di Tascala, che in alcune cose
s'assimiglia a Granata e in altro a Segovia, ancora che sia pi popolosa
d'alcuna d'esse;  signoria e governata da alcuni signori, ancorach in certo
modo s'abbia rispetto ad uno, che  il maggior signore, che tiene e tenea un
capitano generale per la guerra. Ha bel paese di pianure e montagne, ed 
provincia popolosa, e vi si raccoglie molto pane. A sei leghe lungi da questa 
un'altra citt piana e molto bella, che s'assimiglia a Vagliadolid, nella quale
io vi contai cento e novanta torri fra meschite e case de' signori, che
similmente  signoria, e governata da 27 uomini onorati, fra i quali tutti
avevano in riverenza e rispetto un vecchio che passava centoventi anni, ch'era
portato in lettiga. Ha paese e sito bellissimo e di molti arbori fruttiferi, e
spezialmente di cerase e pomi, e produce molto pane. A sei altre leghe lontano
v' un'altra citt chiamata Huezucingo, che sta in una costa d'un monte, che
s'assimiglia a Burgos; similmente signoria, che  governata da consoli, e ha
paese bellissimo e fertili pianure e colli ameni e buoni.


Il lago di Messico.

Da tutte le bande  circondata da montagne la citt di Temistitan Messico,
eccetto dalla banda fra tramontana e levante. D'alcun lato ha montagne
asprissime, che  quel del mezzogiorno, che  il monte di vulcano e
Pocatepeque, ed  simile ad un monte di grano rotondo, e ha quattro leghe
d'altezza o poco pi: nell'alto d'essa  un vulcano che tiene in circuito un
quarto di lega, per la bocca del quale due volte il d e qualche volta la notte
usciva d'esso la maggior furia di fumo del mondo, e andava per l'aere cos
intiero, ancorach facesse gran vento, fino alla prima regione delle nuvole, e
ivi si mescolava con esse e si dissolveva, n pi si vedeva intiero.  questo
monte undeci leghe lontano da Messico. Vicino a questa sono altre montagne
altissime, e quasi dell'altezza di quest'altra, che d'alcuna parte sono dieci
leghe lontane da Messico, e dall'altra sette o otto. Tutte queste montagne sono
coperte di neve la maggior parte dell'anno, e al pi d'esse da una parte e
l'altra sono di bellissime ville e villaggi abitati; l'altre montagne che vi
sono non sono molto alte, ma tra monti e pianure, e in tutte queste montagne da
una parte e dall'altra sono bellissimi boschi pieni di molti pini, elci e
roveri. E al pi di queste montagne nasce un lago d'acqua dolce, che si fa cos
grande che tiene trenta leghe di circuito o pi: la met d'esso verso la banda
di quelle montagne dove nasce  acqua dolce e molto buona, e come nasce con la
furia che mena va correndo verso settentrione, e dopo tutta l'altra met 
acqua salsa. E dove  l'acqua dolce vi sono molti canneti di cannevere e molto
bei luoghi abitati, come  Cuetavaca, che ora si chiama Veneziuola, che  un
luogo grande e buono; v' un altro luogo maggior che si dice Mezquique, e un
altro chiamato Caloacan, come gli altri di grandezza o poco meno; ve ne  un
altro, detto Suchimilco, che  maggiore che niun di tutti gli altri, e questo 
alquanto fuor dell'acqua, e pi vicino all'orlo del lago che niuno; v' un
altro villaggio che si dice Huichilusbusaco, e un altro chiamato Messicalcingo,
che  in mezo dell'acqua dolce e la salsa. Tutti questi luoghi abitati sono
nell'acqua dolce, come ho detto, e la maggior parte d'essi nel mezzo. Il lago
dolce  stretto e lungo, e il salso  quasi rotondo. Sono in questa parte di
acqua dolce certi pesci piccioli, e nell'altra salsa sono pi piccioli.


Della gran citt di Temistitan Messico.

Questa gran citt di Temistitan Messico  edificata dentro di questa parte del
lago che ha l'acqua salata, non cos nel mezzo, per alla riva dell'acqua,
circa un quarto di lega longe da terra ferma per il pi vicino. Pu aver questa
citt di Temistitan pi di due leghe e mezza e presso a tre, poco pi o meno,
di circuito; la maggior parte di coloro che l'hanno veduta giudica che vi sieno
meglio di sessantamila abitatori, e pi tosto pi che meno. Entrano in essa per
tre strade alte di pietra e di terra, ciascuna larga trenta passi o pi: una di
queste strade vien per l'acqua pi di due leghe fino alla citt, un'altra una
lega e mezza; queste due strade attraversano il lago ed entrano per mezzo della
citt, e nel mezzo si vengono a congiongere insieme, in modo che si potrebbe
dire che sono tutte una. L'altra strada vien dalla terra ferma qualche un
quarto di lega alla citt, e per questa strada vien per spazio di tre quarti di
lega una seriola o ruscello d'acqua alla citt da terra ferma, ch' dolce e
molto buona e pi grossa che il corpo d'un uomo, e arriva fin dentro la terra,
della quale bevono tutte le genti: e nasce al pi d'un sasso e colle e quivi si
fa uno fonte grande, e de l  poi stata tirata alla citt.


Le strade che vi sono.

Aveva e ha la gran citt di Temistitan Messico assai e belle strade e larghe,
ancora che ce ne sieno due o tre principali; tutte l'altre erano la met di
terra come mattonata e l'altra met d'acqua, e se n'escano per la parte di
terra e per la parte dell'acqua nelle lor barchette e canoe, che sono d'un
legno concavo, ancora che ce ne sieno di cos grande che agiatamente vi stanno
dentro cinque persone per ciascuna, e se ne vanno a solazzo le genti, altri per
acqua in queste lor barche e altri per terra ragionando insieme. Vi sono molte
altre strade pur maestre che tutte son di acqua, n servano ad altro che a
ricever barche e canoe secondo l'usanza loro che si  detto, perch senza esse
non possono entrare n uscir dalle lor case. E di questa maniera sono tutte
l'altre terre che abbiamo detto, poste in questo lago nella parte dell'acqua
dolce.


Le piazze e i mercati.

Sono nella citt di Temistitan Messico grandissime e bellissime piazze, dove si
vendono tutte le cose che s'usano fra loro, e spezialmente la piazza maggiore,
ch'essi chiamano il Tutelula, che pu esser cos grande come sarebbe tre volte
la piazza di Salamanca, e sono all'intorno d'essa tutti portici: in questa
piazza sono communalmente ogni d a comprare e vendere 20 o 25 mila persone, e
il d del mercato, che si fa di 5 in 5 giorni, vi sono da 40 o 50 mila persone.
Ha il suo ordine, cos in essere ogni mercanzia separata al luogo suo come nel
vendere, perch da una banda della piazza sono coloro che vendono l'oro e
dall'altra, vicini a questa, sono quei che vendono pietre di diverse sorti
legate in oro, in forma di varii uccelli e animali; dall'altra parte si vendono
i paternostri e gli specchi; dall'altra penne e penacchi d'ogni colore da
lavorare e cucir in veste, per portar alla guerra e nelle lor feste; dall'altra
parte cavano le pietre da rasoi e di spade, ch' cosa di maraviglia a vederle,
che di qua da noi non si pu intendere, e ne fanno le spade e rotelle. Dall'una
banda vendono i panni e vestimenti degli uomini di varie sorti e dall'altra i
vestimenti delle donne, e dall'altra si vendono le scarpe, e dall'altra parte i
cuori acconci di cervi e altri animali, concieri di testa fatti di capelli, che
usano tutte l'Indiane, e dall'altra il bambace; dove si vende il grano ch'essi
usano e dove il pane di diverse sorti, e dove si vendono pasticci, e dove le
galline e polli e le ova, e quivi vicino lepri, conigli, cervi, cotornici, oche
e annatre. In un'altra parte poi si vende il vino di varie sorti e nell'altra
l'erbe dell'orto di diverse sorti, il pepe in quella strada, in un'altra le
radici e l'erbe da medicine, che fra loro ve ne sono infinite, e in altra i
frutti varii, in altra legname per le case, e quivi vicino la calcina e
appresso le pietre, e finalmente ogni cosa sta da sua parte per ordine. E oltra
questa gran piazza ve ne sono delle altre, e mercati in che si vendono cose da
mangiare, in diverse parti della citt.


De' tempii e meschite che avevano.

Solevano essere in questa gran citt molte gran meschite o tempii ne' quali
onoravano e sacrificavano le genti a' suoi idoli, per la maggiore meschita era
cosa maravigliosa da vedere, percioch era cos grande quanto una citt. Era
circondata d'una alta muraglia fatta di calce e di pietra e avea quattro porte
principali, e sopra ogni porta era uno edificio di casa come fortezza, i quali
tutti erano pieni di diverse sorti d'armi, di quelle che essi portavano alla
guerra, che il signor maggior loro Montezuma quivi le teneva in conserva per
questo effetto. E di pi v'aveva una guarnigione di diecimila uomini di guerra,
tutti eletti per uomini valenti, e questi accompagnavano e guardavano la sua
persona, e quando si facea qualche rumore o ribellione nella citt o nel paese
circunvicino andavano questi o parte d'essi per capitani, e un'altra maggior
quantit, se era bisogno, si facea presto nella citt e fuora a' confini: e
prima che si partissero andavano tutti alla meschita maggiore, e quivi
s'armavano di queste armi che erano sopra queste porte, e faceano subito
sacrificio a' lor idoli, e pigliando la sua benedizione si partivano per andar
alla guerra. Era in quel circuito del tempio maggiore grandi alloggiamenti e
sale di diverse maniere, che v'erano sale dove poteano star senza darsi
fastidio l'un l'altro mille persone; v'erano dentro a questo circuito pi di 20
torri, che erano della sorte che ho gi narrato, posto che fra l'altre ce ne
fusse una maggior e pi lunga e larga e pi alta, che era lo alloggiamento
dello iddio principale e maggiore, nel quale aveano lor tutti maggior
devozione. E nell'alto della torre aveano i lor iddii e tenevangli in gran
venerazione, e in tutti gli altri alloggiamenti e sale stanziavano e viveano i
loro religiosi, che servivano al tempio, e i sacrificatori in altre stanze.
Nell'altre meschite d'altre terre cantano di notte come si dicessero i
mattutini, e in molte ore del d per ordine, intonando una parte d'essi da una
banda e una parte dall'altra, che dicono gli inni, e rispondono gli altri come
se dicessero vespro o compieta. E aveano dentro questa meschita fontane e
luoghi da lavarsi per servizio d'essa.


De' casamenti.

Erano e sono ancora in questa citt molte belle e buone case de' signori, cos
grande e con tante stanze e appartamenti, e con giardini alti e bassi, che era
cosa maravigliosa da vedere: e io entrai pi di quattro volte in una casa del
gran signor non per altro effetto che per vederla, e ogni volta vi caminavo
tanto che mi stancavo, e mai la fini' di vedere tutta. Aveano per costume che
in tutte le case de' signori, all'intorno d'una gran corte, fossero prima
grandissime sale e stanzie, per v'era una sala cos grande che vi potevano
star dentro senza dar l'un fastidio all'altro pi di tremila persone; ed era s
grande che nel corridore dell'alto d'essa casa v'era una s gran piazza, che
v'averebbono potuto giocar al giuoco delle canne, come in altra gran piazza,
trenta uomini a cavallo.
Questa gran citt di Temistitan  alquanto pi lunga che larga, e nel cuore e
mezzo di essa, dove era la meschita maggior e le case del signor, si riedific
la contrada e castello degli Spagnuoli, cos ben ordinato e di s belle piazze
e strade quanto d'altre citt che siano al mondo, che sono le strade larghe e
spaziose, e all'intorno d'essa vi sono edificii di belle e sontuose case di
calcina e mattoni tutte uguale, che l'una non  pi alta dell'altra, eccetto
alcune che hanno le torri, e per questa ugualit compariscono assai meglio che
l'altre della citt. Sono in questa contrada o castel di Spagnuoli pi di 400
case principali, che in niuna citt in Spagna per s gran tratto l'ha migliore
n pi grande, e tutte sono case forti, per esser tutte di calcina e pietra
murate. Vi sono due gran piazze, una grande, attorno alla quale sono molti
belli porticali: s' fatta una chiesa maggiore nella piazza grande, ed  molto
buona. Vi  un monasterio di S. Francesco, che  assai bell'edificio; v' un
altro monasterio di S. Domenico, che  uno de' grandi e forti edificii e buoni
che sia in Spagna: e in questi monasterii sono frati di buonissima vita, e gran
letterati e predicatori. Vi  un buono ospitale e altri eremitorii. Le
abitazioni degl'Indiani sono attorno a questo castello e contrada o cittadella
di questi Spagnuoli, in modo che stanno circondati da tutti i lati: e in esso
sono meglio di trenta chiese, dove i cittadini della citt nativi odano messa e
sono instrutti nelle cose della nostra fede.
La gente di questa citt e del suo territorio  molto abile per tutte le cose,
e i pi ingegnosi e industriosi di quanti sono al mondo. Sono fra essi maestri
in ciascuna sorte d'esercizio, e per far una cosa non hanno bisogno d'altro che
di vederla una volta fare ad altri. Ed  gente che stima meno le donne di
quante nazioni sono al mondo, perch non gli comunicherebbe mai i fatti loro,
ancora che conoscesse che il farlo gli potesse metter conto. Hanno molte mogli,
come i mori, per una  la principale e patrona, e i figliuoli che hanno di
questa ereditano quel che hanno.


Dei matrimonii.

Tengono molte moglie e tante quante ne possono mantenere, come i mori, per,
come si  detto, una  la principale e patrona, e i figliuoli di questa
ereditano e que' dell'altre no, che non possono, anzi son tenuti per bastardi.
Nelle nozze di questa patrona principale fanno alcune cerimonie, il che non si
osserva nelle nozze dell'altre. Hanno un costume gli uomini di pisciare stando
accosciati come le nostre donne, e le donne stanno in piedi.


Del sepellire.

Facevano una fossa murata di calcina e pietra sotto la terra, e quivi poneano
il morto assiso sopra una sedia, e gli poneano appresso la sua spada e rotella,
e con esso mettevano certe gioie d'oro: e io aiutai a cavar d'una sepoltura
tremila castigliani, poco pi o meno. Gli mettevano quivi cose da mangiare e da
bere per certi giorni, e se era femina gli mettevano appresso la roca e il fuso
e tutti i suoi instrumenti da lavorare, dicendo che l dove andava aveva da
attendere a fare qualche cosa, e che quel che gli ponevano da mangiare era per
sostentarsi nel camino. Molti altri poi abbrucciavano e sepellivano la polvere.
Tutti que' di questa provincia della Nuova Spagna, e ancora que' dell'altre
provincie della sua circonvicinanza, mangiano carne umana e la stimano pi che
tutte l'altre imbandigioni del mondo, tanto che molte volte vanno alla guerra e
pongono in sbaraglio le vite loro per uccidere qualcuno e mangiarselo. Sono,
come si  detto, per la maggior parte sodomiti, e bevono smisuratamente.



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Relazione che fece Alvaro Nunez, detto Capo di Vacca, di quello che intervenne
nell'indie all'armata della qual era governatore Panfilo Narvaez, dell'anno
1527 fino al 1536, che ritorn in Sibilia con tre soli suoi compagni.


A' dicessette di giugno del 1527 part del porto di San Lucar di Barrameda il
governator Panfilo di Narvaez, con potest e mandato dalla Maest Vostra, per
conquistare e governar le provincie che sono dal fiume delle Palme insino al
capo di Florida, tutte in terra ferma; e l'armata che il detto governatore
menava seco erano cinque navilii, ne' quali andavano da seicento uomini. Gli
ufficiali, perch d'essi s'ha da far particolar menzione nel libro, erano
questi: Capo di Vacca per tesoriere e agozino maggiore, Alonso Enriquez
contatore, Alonso de Solis per fattore di sua Maest e per riveditore; ed eravi
ancora per commissario un frate dell'ordine di San Francesco, chiamato fra
Giovanni Gottierrez, e seco altri quattro frati del medesimo ordine.
Arrivammo primieramente all'isola di S. Domenico, dove ci fermammo da 45 giorni
per provederci d'alcune cose necessarie, e principalmente di cavalli. Quivi ne
mancarono pi di centoquaranta de' nostri uomini, che volsero restare per le
promesse e partiti che li fecero quei del villaggio. Indi partiti arrivammo a
San Giacomo, che  porto nell'isola di Cuba, e quivi riposatici alcuni giorni,
il capitano si rifece di gente, d'arme e di cavalli. Avvenne in quel luogo che
uno gentiluomo chiamato Vasco Porcalle, vicino alla villa della Trinit, che 
nell'isola medesima, offerse al governatore di dargli alcune vettovaglie che
egli avea in detta villa della Trinit, la quale  lontana cento leghe dal
detto porto di San Giacomo, onde il governatore part con tutta l'armata alla
volta di quella villa. Ma, arrivati a mezo il cammino ad un porto che chiamano
il capo di Santa Croce, parve al governatore che fosse bene d'aspettar quivi, e
mandar solamente un navilio a pigliare quelle vettovaglie; e cos ordin ad un
capitano Pantoxa che v'andasse col suo navilio, e che per maggior sicurezza
v'andasse seco ancor io, ed egli si rimase quivi con quattro navilii, avendone
gi comprato un altro nell'isola di San Domenico. Arrivati noi co' nostri due
navilii al porto della Trinit, il capitano Pantoxa se n'and con Vasco
Porcalle per pigliare le vettovaglie alla villa, che  lontana dal porto una
lega, e io mi fermai quivi in mare co' pilotti, i quali ci dissero che quanto
pi presto fusse possibile ci disbrigassimo di quei luoghi, perch quello era
un molto mal porto e vi soleano perire molti navili. E perch quello che quivi
ci avenne fu cosa molto segnalata, parmi che non sia fuor del proposito
dell'intenzione mia in descriver questo viaggio e narrarla.
La mattina seguente il tempo cominci a dar tristi segni, cominciando a piovere
e il mare a turbarsi, in modo che quantunque io dessi licenza alla gente che
smontasse in terra, nondimeno, vedendo il tempo che faceva, ed essendo la villa
lontana una lega, molti di loro per non stare all'acqua e al freddo se ne
ritornarono in nave. In questo venne una canoa dalla villa, ove mi portavano
una lettera d'un vicino d'essa villa, che mi pregava ch'io andasse da lui, che
mi darebbe tutte quelle vettovaglie che bisognassero: ma io mi scusai con dir
che non potevo lasciare i navilii. Sul mezzogiorno ritorn la canoa con
un'altra lettera, nella quale con molta importunit mi pregava del medesimo che
con la prima, e menavano un cavallo che mi portasse. Io diedi la medesima
risposta che avevo data la prima volta, ma i pilotti e l'altra gente mi
pregarono molto ch'io vi andasse, per sollecitare che le vettovaglie si
portassero il pi presto che fusse possibile, per partirci subito di quel
porto, dove stavamo con molta temenza di perderci con tutti i navilii se vi
stavamo troppo. Laonde io mi disposi d'andarvi, e lasciai ordine ai pilotti
che, se si alzasse il vento ostro, col quale in quei luoghi sogliono spesse
volte rovinarsi i navilii, ed essi si vedessero in pericolo manifesto, dessero
co' navilii a traverso in parte che si salvasse la gente e i cavalli. E cos io
smontai in terra, e, quantunque volesse menare alcuni in mia compagnia, essi
non volsero venirvi, dicendo che pioveva troppo forte ed era troppo gran
freddo, e la villa stava assai lontana, ma che il d seguente, che era
domenica, essi con l'aiuto di Dio uscirebbono per udir messa. Un'ora dipoi che
io fui in terra, il mare cominci a divenire molto fiero, e la tramontana fu
tanto potente che i battelli non ebbero ardimento di dare in terra, n con
navilii poterono in alcuna guisa dare a traverso, per essere il vento in prua,
onde con molto gran travaglio, con due tempi contrari e con molta pioggia si
stettero tutto quel giorno e la domenica. La notte appresso, l'acqua e la
tempesta cominci a crescer tanto che non meno tormentava quei di terra che
quei di mare, perch caddero tutte le case e tutte le chiese, ed era di
mestieri che andassimo sette e otto uomini abbracciati insieme per poter
resistere al vento, che non ci portasse, e fuggire la rovina delle case;
fuggendo alla foresta, non minor tema ci davano gli arbori di quella che ci
avessero date le case, percioch ancor quelli cadendo ci tenevano in continuo
timore di ammazzarci. In questa tempesta e pericolo passammo tutta la notte,
senza trovare parte n luogo dove pure una mezza ora potessimo star sicuri; ma
principalmente dalla mezzanotte innanti udimo romori e gridi grandi, e suoni di
sonagli, di flauti e di tamburi e altri stromenti, che durarono insino alla
mattina, che la tempesta cess. In que' paesi non fu veduta giamai cosa tanto
spaventevole, e io ne feci fare una testimonianza o fede, la qual mandai alla
Maest Vostra. Il luned mattina ce ne scendemmo al porto, e non vi trovammo i
navilii; ma vedemmo de' suoi arnesi nell'acqua, onde conoscemmo che erano
perduti. E cos ci demmo ad andar per la costa cercando se ritrovassimo qualche
cosa, ma non ritrovando nulla ci mettemmo a cercar per i monti, e andati da un
quarto di lega lontani dall'acqua, trovammo la barchetta d'un navilio posta
sopra certi arbori, e pi oltre dieci leghe per la costa si ritrovarono due
persone del mio navilio, e alcuni coverchi di cassa: e quei due uomini erano s
fattamente trasfigurati e contraffatti da' colpi del lito e del mare, che non
si potevano riconoscere chi fossero. Trovammo ancora una cappa e una coltra
fatta in pezzi, n altra persona o cosa di pi si ritrov mai. Perderonsi in
que' due navilii sessanta uomini e venti cavalli, e que' che rimasero vivi
furono solamente da trenta, che il d medesimo che arrivammo in quel porto
scesero in terra insieme col capitano Pantoxa. Stemmo in tal maniera alcuni
giorni con molto travaglio e con molta necessit, perch il sostentamento e la
provisione di quel popolo era tutto perduto e andato in rovina con alcuni
bestiami, e il paese rimase in modo che era gran compassione a vederlo, caduti
gli arbori, brucciati i monti e rimasi senza frondi e senza erba. E cos
passammo insino a' cinque di novembre, che vi sopragiunse il governatore della
nostra armata co' suoi altri quattro navilii, i quali avevano ancor essi
passati gran pericoli e tormenti, ed erano scampati perch con tempo buono
s'erano ritirati al sicuro. La gente che egli avea menato seco e que' che vi
ritrov erano tanto spaventati e impauriti de' pericoli e danni passati, che
non s'assicuravano pi d'imbarcarsi d'inverno, e pregarono il governatore che
gli facesse posare in que' luoghi: e cos egli vedendo la volont loro e quella
de' vicini, cos fece, e a me diede il carico de' navilii e della gente, che
con essi me n'andassi ad invernare al porto di Sagua, che  12 leghe lontana da
quel luogo. E cos, andativi, stemmo insino a' 20 di febraro che segu.
In questo tempo arriv quivi da noi il governatore con un brigantino che aveva
comperato alla Trinit, e men seco un pilotto che si chiamava Miruelo, il
quale dicevano che era molto pratico e che era molto buon pilotto di tutta la
costa di tramontana. Lasciava oltre a ci il governatore nella costa di
Lassarte il capitan Alvaro della Cerda, con un navilio che esso governatore
avea quivi comprato, e con esso lasci quaranta uomini e 12 altri a cavallo.
Due giorni dipoi che il governatore arriv da noi, c'imbarcammo, ed eravamo in
tutto 400 uomini e ottanta cavalli sopra quattro navilii e un brigantino. Il
pilotto che di nuovo avevamo preso mise i navilii per le seccagne che dicono di
Canarreo, in modo che il d seguente ci trovammo in secco, e cos stemmo cinque
giorni, toccando molte volte il fondo de' navilii in secco. In fine di quei
cinque giorni, una fortuna di ostro spinse tant'acqua nelle seccagne che noi
potemmo uscire, ancorch non senza molto pericolo. Partiti di quivi, arrivammo
a Guaniguanico, dove ne assalse un'altra tempesta cos fiera che stemmo a gran
pericolo di perderci; al capo di Corrientes n'avemmo un'altra, dove stemmo tre
giorni. E passati questi intorniamo il capo di Santo Antonio, e con tempo
contrario andammo, finch arrivammo dodeci leghe vicine alla Havana; e stando
il d seguente per entrarvi, ci prese un tempo d'ostro che ci allung dalla
terra, e attraversammo per la costa di Florida, e arrivammo a' 12 d'aprile alla
terra Martes. Cos costeggiando la via di Florida, il gioved santo surgemmo
nella medesima costa, nella bocca d'una spiaggia, in capo della quale vedemmo
alcune case e abitazioni degl'Indi.
In quel giorno medesimo usc di nave il contator Alonso Enriquez, e si mise in
una isola che  nella medesima spiaggia, e chiam di quegli Indi, i quali
vennero e stettero con esso noi buona pezza, e per via di riscatto gli diedero
pesce e alcuni pezzi di carne di cervio. Il giorno appresso, che fu il venerd
santo, il governatore si sbarc con quanta gente poterono portare i battelli, e
andammo alle ville o case che avevamo vedute degl'Indi, le quali trovammo tutte
sgombrate e sole, perch la gente se n'era quella notte andata nelle loro
canoe. Una di quelle case era molto grande, che capiva pi di trecento persone,
le altre erano pi picciole: e vi trovammo una campanella d'oro tra le reti.
L'altro giorno il governatore alz le bandiere per Vostra Maest e prese la
possessione del villaggio nel suo real nome, e present le provisioni e fu
ricevuto e obedito per governatore, s come Vostra Maest ordinava. E cos
medesimamente presentammo noi altri le nostre provisioni avanti a lui, il quale
l'accett e obed come in esso si conteneva, e subito fece sbarcare il resto
della gente e i cavalli, che non erano pi che quarantadue, perch gli altri
per le molte tempeste e colpi di mare, e per la longhezza del tempo, erano
morti: e questi pochi che erano rimasi stavano tanto fiacchi e affaticati, che
per allora poco ce ne potemmo servire. Il d seguente gl'Indi di quei luoghi
vennero a noi, e quantunque ci parlassero, nondimeno non erano da noi intesi,
ma facevano molti segnali e minaccie, e ci parea che dicessero che noi ci
partissimo di quel villaggio, e cos senza farci veruno impedimento se
n'andarono.
Il d appresso il governatore volle entrar per il villaggio, per discoprirlo e
veder che cosa vi fosse. Fummo seco il commissario, il veditore e io con
quarant'altri uomini, tra' quali n'erano sei a cavallo, de' quali poco ci
potevamo valere. Prendemmo il cammino verso tramontana, e all'ora del vespro
arrivammo ad un golfo molto grande, che ci pareva che entrasse molto per dentro
il villaggio, e quivi fermatici quella notte, il d seguente ritornammo dove
stavano i navili e la gente nostra. Il governatore comand che il brigantino
andasse costeggiando la via di Florida, e cercasse il porto che il pilotto
Miruelo avea detto di sapere: ma gi l'aveva smarrito e non sapeva in che parte
noi fossimo, n dove era il porto; e fu ordinato al detto brigantino che, se
non trovava il porto, attraversasse alla Havana e trovasse il navilio che
teneva Alvaro della Cerda, e presa qualche vettovaglia ci tornasse a trovare.
Partito il brigantino, ritornammo ad entrar per il villaggio di quei medesimi
di prima, con alcuni di pi e costeggiammo il golfo che avevamo trovato, e
andati da quattro leghe pigliammo quattro Indiani e mostrammo loro del maiz,
perch insino a quel giorno non n'avevamo ancor veduto segnale alcuno: essi
dicessero di menarci dove n'era, e cos ci menarono al villaggio loro, ch'era
non lontano di l al capo del golfo, e quivi ci mostrarono un poco di maiz, che
ancora non era maturo da cogliersi. Trovammo quivi molte casse di mercatanti di
Castiglia, e in ciascuna di esse era un corpo d'uomo morto, coperti tutti di
pelli di cervi dipinti: al commissario parve che quella fosse spezie
d'idolatria, e bruci le casse con tutti i corpi. Trovammovi ancora pezzi di
tela di panni e pennacchi che parevano della Nuova Spagna, e alcune mostre
d'oro, e con segni domandammo a quegli Indiani onde avessero avute tai cose.
Essi pur a segni ci mostrarono che molto lontano di quivi era una provincia che
si chiamava Apalachen, nella quale era gran quantit d'oro: e facevano gran
segni per darci ad intendere che in detta provincia era molta copia di tutto
quello che dicevano, che in Palachen ve ne era molto, e a noi  tenuto in
pregio. Noi partiti di l andammo avanti, menando per guida quei quattro
Indiani che avevamo presi prima, e cos, lontano dieci o dodeci leghe di quel
luogo, trovammo un altro popolo di quindeci case, dove era una buona campagna
di maiz seminato, il quale gi stava da potersi cogliere, e trovammone ancor
del secco. Quivi ci fermammo duoi giorni, e dipoi tornammo dove stava il
contatore con la gente e navilii, e narrammo loro tutto quello che avevamo
veduto, e le nuove che quegli Indi ci avean date.
E il d seguente, che fu il primo di maggio, il governatore chiam da parte il
commissario, il contatore, il veditore e me, e un marinaro che si chiamava
Bartolomeo Fernandez, e uno scrivano chiamato Girolamo d'Alaniz, e a tutti
insieme disse che egli era d'animo d'entrar per la terra adentro, e che i
navilii s'andassero costeggiando finch trovassero il porto, e che i pilotti
dicevano e credevano che, andando alla via delle Palme, non potevano esserne
molto lontani: onde ci dimandava il parer nostro. Io risposi che per niun modo
mi pareva che si dovessero lasciare i navilii finch non fossero in porto
sicuro e popolato, e che considerasse bene, perch i pilotti non dicevano
alcuna cosa di certo, e non si fermavano in un parere, e non sapevano dove
fussino; e che, oltre a ci, i cavalli non stavano in modo che per alcun
bisogno che ci avenisse potessero servirci, e sopra tutto che noi andavamo muti
e senza lingua da poterci intendere con gl'Indi, n saper da essi quel che
cerchiamo; e che noi entravamo in paese del quale non avevamo relazione alcuna,
n sapevamo di che sorte fosse, n che cose vi si trovassero, n da che gente
abitata, n in che parte di quella stavamo, e sopra tutto non avevamo
vettovaglia per entrare in luoghi incogniti, perch, veduto quello ch'era ne'
nostri navilii, non si potea dare all'entrar per terra pi che una libra di
biscotto e una di carne di porco per persona; e finalmente che il parer mio era
che ci dovessimo imbarcare e andar a trovar porto e terra migliore e pi
popolata di quella che quivi avevamo veduta, la quale era tanto disabitata e
povera quanto altra che se ne potesse trovare in quelle parti. Al commissario
pareva tutto il contrario, dicendo che non era da imbarcarsi, ma che andando
sempre per terra costeggiando si cercasse il porto, poich i pilotti dicevano
che la via di Panuco non poteva esser lungi pi di dieci o 15 leghe, e che non
era possibile che andando sempre alla costa non lo trovassimo, perch dicevano
ch'era dodeci leghe dentro terra, e che i primi che lo trovassero aspettassero
finch arrivassero gli altri; e che l'imbarcarsi era un tentare Iddio, poich
dal d che ci eravamo imbarcati in Castiglia avevamo passate tante fortune,
tanti travagli, e perduta tanta gente e navilii: onde si dovea andar lungo la
costa fino che si trovasse il porto, e che i navilii con l'altra gente anderia
per l'istessa via, finch arrivasse al medesimo porto. A tutti gli altri che
quivi erano parve che fussi bene che cos si facesse, eccetto che allo
scrivano, il qual disse che, avanti che abbandonasse i navilii, gli doveva
lasciare in porto conosciuto e sicuro e in paese popolato, e che, fatto ci, si
poteva poi entrar per terra e far tutto quello che gli paresse. Il governatore
volle seguire il parer di se stesso e di quegli altri che l'aveano consigliato
prima. Io, veduta questa sua determinazione, lo richiesi da parte della Maest
Vostra che non si dovessero lasciare i navilii finch non fossero in porto e
sicuri, e cos richiesi lo scrivano che ne facesse testimonio. Il governatore
mi rispose che, poich egli seguiva il parer di pi altri ufficiali e del
commissario, io non ero parte sofficiente a farli questa richiesta, e domand
allo scrivano che facesse testimonianza come, non essendo in quel villaggio
sostentamento da potervi abitare, n porto per li navilii, egli levava quel
popolo che vi era e andavasene in cerca di porto e di paese migliore di quello:
e cos mand subito a far intendere a quei che dovevano andar seco che si
provedessero di tutto quello che giornalmente loro bisognasse. E doppo questo,
in presenzia di tutti coloro che quivi erano, mi disse che, poi ch'io tanto
disturbavo e tanto temevo l'entrar per terra, mi rimanesse e mi prendessi la
cura de' navilii e della gente, e che stanziasse e abitasse se arrivavo prima
di lui. Io mi scusai di non volerlo fare. Dipoi la sera medesima mi mand a
pregare ch'io volessi pigliarmi quel carico de' navilii, ma, vedendo che con
tutto quel suo importunamento io tuttavia ricusavo, mi domand per qual cagione
io cos stesse ostinato a non volerlo accettare. Al che io risposi ch'io
fuggivo quel carico perch tenevo per cosa certissima che n egli era per
riveder mai pi i navilii, n i navilii lui, e che questo giudicio io facevo
dal vedere che cos male in ordine e senza provisione s'entrava per la terra
adentro; onde io volevo pi tosto arrischiarmi al pericolo al quale
s'arrischiava egli e gli altri, e passar quello ch'essi passavano, che
prendermi il peso de' navilii e dare occasione che si dicesse che, doppo l'aver
contradetto all'entrar per terra, mi fussi rimaso per paura, e l'onor mio
andasse in disputa, volendo io pi tosto esporre la vita ad ogni pericolo che
mettere l'onor mio a condizione tale. Il governatore, vedendo che egli meco non
faceva frutto alcuno, fece che molti altri me ne pregarono, alli quali io
risposi il medesimo che a lui; e cos finalmente egli fece suo luogotenente per
li navilii uno alcalde che non aveva menato seco, e chiamavasi Caravallo.
Il sabbato, che fu il primo giorno di maggio, quel d medesimo che ci s'era
fatto, il governatore fece dare a ciascuno di quei che dovevano venir con noi
due libre di biscotto e mezza libra di carne di porco, e cos ci partimmo per
entrar per la terra adentro. La somma di tutti quei che vennero fu di trecento
uomini in tutto, tra li quali era il commissario fra Giovanni Sciuarez, e un
altro frate che si chiamava fra Giovanni de Palis, e tre cherici e gli
ufficiali; a cavallo noi eravamo 40. E cos, con quella provisione che avevamo
portato, andammo 15 giorni senza trovare altra cosa da mangiare, fuor che
palmizi alla guisa di quei dell'Andaluzia. In tutto questo tempo non trovammo
Indiano alcuno, n vedemmo casa n luogo abitato, e alla fine trovammo un
fiume, il qual passammo con molto travaglio notando e con zattere, e stemmo un
giorno a passarlo, perch correva con molta furia. Passati dall'altra riva del
fiume, ci vennero incontra da dugento Indiani, e il governatore nostro si fece
avanti e, dopo l'aver parlato loro per segni, essi ci fecero all'incontro tai
segni che ci attaccammo con esso loro, prendendone cinque o sei, i quali ci
menarono alle lor case, ch'erano vicine da mezza lega: e quivi trovammo gran
quantit di maiz che stava gi da potersi cogliere, onde rendemmo infinite
grazie a nostro Signore Iddio che ci avesse soccorso in cos estrema necessit,
percioch veramente, essendo noi ancor nuovi nei travagli, oltra alla
stanchezza che allora avevamo de' corpi, eravamo ancor molto sbattuti dalla
fame. Il terzo giorno dipoi che quivi eravamo arrivati, fumo insieme il
contatore, il riveditore, il commissario e io, e pregammo il governatore che
mandasse alcuni a cercar in mare, per veder se trovassimo porto, perch quegli
Indi dicevano che il mare non era molto lontano di quivi. Egli ci rispose che
non ci curassimo di parlare in ci, perch il mare era troppo lungo, ma, poich
io era quello che pi l'importunavo, mi disse che io andasse a scoprire il mare
e cercare il porto, e che andasse a pi con quaranta uomini. E cos il d
sequente io mi partii insieme col capitano Alonso del Castiglio e quaranta
uomini della sua compagnia, e cos andammo fino all'ora del mezzogiorno, che
arrivammo ad alcune spiaggette del mare, che pareva che si stendessero molto
dentro terra, e per quegli andammo da una lega e mezza con l'acqua fino a mezza
gamba, calpestando sopra ostriche che ci tagliavano tutti i piedi e ci fecero
molti disturbi, finch arrivammo a quel medesimo fiume che avevamo passato
prima, il quale entrava in quel medesimo golfo: e non lo potendo noi passare
per il tristo apparecchio che avevamo, ce ne ritornammo al governatore,
narrandogli ci che avevamo trovato, e come era di mestiero di ripassar di
nuovo quel primo fiume per quel medesimo luogo ove l'avevamo passato la prima
volta, per discoprir bene quel golfo e vedere se per quei luoghi vi fusse
porto. E cos il d appresso il governatore ordin al capitano Valenzuela che
con sessanta uomini a piede e sei a cavallo passasse quel fiume, e andasse
seguitandolo in giuso, fin che arrivasse al mare, e cercasse se vi fusse porto.
Colui di l a due giorni ritorn e disse che avevano scoperto il golfo, e che
tutto era spiaggia bassa fino al ginocchio: non si trovava porto; e che aveva
vedute cinque o sei canoe d'Indiani, che passavano da una parte all'altra e
portavano molti penacchi.
Saputo questo, il d appresso ci partimmo di quel luogo, andando sempre
dimandando di quella provincia che gl'Indiani ci avevano detto, chiamata
Apalachen, e menavamo per guida quelli che avevamo presi; e cos andammo fino
a' 17 di giugno, che non trovammo Indiani ch'ardissero d'aspettarci. Quivi
venne da noi un signore, che lo portava un Indiano in collo, ed era coperto
d'un cuoio di cervo dipinto, e menava seco molta gente, e davanti a lui
andavano sonando alcuni flauti di canna: e cos arriv al governatore e stette
un'ora seco, e per segnali gli facemmo intendere come andavamo ad Apalachen, e
per quei segnali ch'egli ci fece ci parve di comprendere ch'ei fosse nemico di
quei d'Apalachen, e che verrebbe ad aiutarci contra loro. Noi gli donammo
corone, sonagli, e altre cose tali, ed egli don al governatore il cuoio che
portava sopra, e cos diede volta indietro e noi li seguimmo appresso. Quella
sera arrivammo ad un fiume, il quale era molto profondo e molto largo e correva
molto forte, e non ci bastando l'animo di passarlo con zattere, facemmo una
canoa, e stemmo tutto un giorno a passarlo: e se gl'Indi ci avessero voluto
offendere, potevano agevolmente disturbarci il passo, e ancora, con tutto che
essi ci aiutarono, ci avemmo molto travaglio. Uno de' nostri a cavallo,
chiamato Giovan Velasco, ch'era nativo di Cuellar, per non volere aspettare
entr nel fiume col suo cavallo, ed essendo la corrente del fiume molto
gagliarda lo gett da cavallo, ed egli, attenendosi alle redine, affog se
stesso e il cavallo insieme. E quegli Indiani di quel signore, che si chiamava
Dulcancellin, trovarono il cavallo e ci dissero dove troveremo lui per lo fiume
a basso, e cos s'and a cercarlo: e la morte sua ci diede molto dispiacere,
perch fino a quel punto non ci era mancato niuno de' nostri. Il cavallo quella
notte diede da cenare a molti. E cos, passato quel fiume, il d seguente
arrivammo alla gente di quel signore, dove ci mand del loro maiz. La sera,
andando alcuni de' nostri a pigliare acqua, fu tirata una frezza dagl'Indiani,
e diede ad uno cristiano, ma piacque a Dio che non lo ferisse.
Il d seguente ci partimmo di quel luogo, senza che alcuno di quegli Indiani
comparisse, perch tutti s'erano fuggiti. Ma nell'andare avanti si viddero
alcuni Indiani che venivano di guerra, e quantunche noi li chiamassimo, essi
non vollono tardare n aspettarci, ma ritirandosi ci seguivano poi per la via
medesima che noi facevamo. Il governatore lasci fra via una imboscata d'alcuni
a cavallo, i quali, come quegl'Indi passarono, furon loro sopra e ne presero
tre o quattro, che de l avanti ci servirono per guida, e ci menarono per paese
molto travaglioso a camminare e maraviglioso a vedere, essendo monti molto
grandi e arbori altissimi, delli quali tanti n'erano caduti a terra che ci
intrigavano il cammino, di maniera che non potevamo passare senza girar molto
con gran nostro travaglio: e di quegli arbori ch'erano caduti, la maggior parte
erano fessi dall'un capo all'altro dalle saette che quivi caggiono, essendovi
sempre gran tempeste. Con questo travaglio camminammo insino al giorno doppo
san Giovanni, nel qual giorno arrivammo a vista d'Apalachen, senza che quelli
del villaggio ci sentissino. Rendemo noi molte grazie a Dio vedendoci cos
vicini a quel luogo, e credendo che fosse vero quello che ci era stato detto, e
sperando che quivi si finirebbono i nostri travagli grandi ch'avevamo passati,
s per il lungo e tristo cammino come per la gran fame che avevamo patito,
percioch, quantunche alcune volte trovassimo del maiz, nondimeno le pi volte
andavamo sette e otto leghe senza trovarne. E molti n'erano tra noi che, oltre
alla fame e alla stanchezza, avevano impiagate le spalle dal continuo portar
dell'arme, senza che degli altri travagli s'incontravano giornalmente. Ma pur
tuttavia, vedendoci arrivati dove desideravamo, e dove ci avevano detto ch'era
tanto sostenimento e tanto oro, ci era aviso d'avere passato gran parte de'
travagli e della stanchezza.
Arrivati cos a vista d'Apalachen, il governatore mi comand ch'io pigliassi
meco nove a cavallo e cinquanta a piedi ed entrasse nel villaggio: e cos
facemmo il reveditore e io, ed entrati non trovammo se non fanciulli e donne,
perch allora gli uomini non erano quivi; ma indi a poco, andando noi per
quelli luoghi, vennero e cominciarono a combattere e a saettarci, e ammazzarono
il cavallo al reveditore, ma alla fine fuggirono e lasciaronci. Quivi trovammo
gran quantit di maiz che stava gi per cogliersi, e assai del secco n'avevano
rimesso; trovammovi molte pelle di cacciagioni e alcune mante di filo, picciole
e triste, con le quali le donne cuoprono alcune parti della lor persona;
avevano molti vasi da macinare il maiz. In quel popolo erano quaranta case
piccole ed edificate basse e in luoghi raccolti, per tema delle tempeste grandi
che quel paese suole aver di continuo; le fabriche sono di paglia, e stanno
intorniati da monti molto spessi e grandi arboreti e molti pelaghi d'acqua ove
sono tanti e tanto grandi arbori caduti che intricano ogni cosa, e fanno che
non vi si pu camminare senza gran travaglio.
Il terreno, dal luogo ove noi sbarcammo insino a questo popolo d'Apalachen, per
la maggior parte  piano, e il suolo  d'arena duro e saldo, e per tutto si
truovano molti grandi arbori e monti chiari, ove sono noci e labrani e altri
che chiamano laquidambares; vi sono cedri e savine ed elci e pini e roveri e
palmizi bassi, come sono quei di Castiglia. Per tutto quel paese sono molte
lacune grande e picciole, e alcune ne sono molto travagliose a passare, s per
esser molto profonde, s ancora per molti arbori che vi sono caduti; il suolo
loro  d'arena, e quelle lacune che trovammo nella marca d'Apalachen sono molto
maggiori che tutte l'altre che avevamo trovate fino l. In questa provincia
sono molti campi del loro maiz, e le case sono sparse per la campagna, come
quelle delle Gerbe. Gli animali che vi vedemmo sono cervi di tre sorti,
conigli, lepri, orsi, leoni e altri s fatti, tra' quali ne vedemmo uno che
porta i figliuoli in una bolgia che ha nella pancia, e quivi li porta tutto il
tempo che sono piccioli, finch si sanno andar procacciando il mangiar da se
stessi: e se a caso i figliuoli stanno in cerca del mangiare senza la madre, e
a lei sopravenga gente, ella non fugge finch se gli ha raccolti nella sua
bolgia. Per que' luoghi la terra  molto fredda, e vi sono molto buoni pascoli
per greggie; vi sono uccelli di molte sorti, paperi in gran quantit, oche,
anatre, garze, tordi e altri uccelli di simil sorte, e vi vedemmo molti
falconi, grifalchi, sparvieri e altre molte sorti d'uccelli.
Duoi giorni dipoi che noi arrivammo in Apalachen, gl'Indi che n'erano fuggiti
ritornarono a noi con pace, dimandandoci i figliuoli e le donne loro: e noi li
demmo tutti, se non che il governatore si ritenne un lor cazique, che fu
cagione di fargli partir scandalizati. E il d seguente ritornarono come
nemici, e con tanta furia e prestezza ci assalirono, che arrivarono a mettere
fuoco fino alle case dove stavamo; ma come noi uscimmo fuori, se ne fuggirono e
si raccolsero alle lacune, che erano quivi molto vicine, onde per quelle, e per
li frumenti che v'erano molto grandi, noi non potemmo far loro alcun danno, se
non che n'ammazzammo un solo. Il d appresso altri Indiani d'un altro popolo,
che era dall'altra banda, vennero da noi e ci assalirono nel modo stesso che
aveano fatto gli altri prima, e nella medesima guisa se ne fuggirono, e fu
similmente ucciso un di loro. Stemmo quivi XXV giorni, ne' quali facemmo tre
entrate per la terra adentro, e trovammola molto povera di gente e molto
malagevole per camminare, per rispetto di tristi passi e monti e lacune che vi
sono. Noi a quel cazique che avevamo ritenuto, e agli altri Indiani che
menavamo con noi ed erano vicini e nemici di questi d'Apalachen, domandammo
delle qualit di quel paese, della gente e delle vettovaglie e altre cose
intorno a ci; e ciascuno appertamente ci rispose che il maggior popolo di
tutto quel paese era quello d'Apalachen, e che pi oltre era manco gente e
molto pi povera che loro, e tutto quel paese era mal popolato, e gli abitatori
stavano molto sparsi, e passando pi avanti si trovavano grandissime lacune,
monti spessi e diserti grandi e disabitati. Domandammo loro del paese che era
verso il sur, che popolo e mantenimenti tenesse, e ci risposero che, di quivi
andando verso il mare, a nove giornate era un popolo che si chiamava Aute, e
che gl'Indi di quel luogo aveano molto maiz, e che vi erano fagioli, che sono
simili a li nostri cesari, e zucche, e che per esser cos vicini al mare vi si
trovava del pesce, e ch'erano amici loro. Noi, veduta la povert del paese e
come fosse mal popolato, e intesa la mala relazione che ce ne davano, e che
quegl'Indi ci faceano guerra ferendoci le persone e i cavalli ne' luoghi ove
andavamo a pigliare acqua, stando essi di l dalle lacune e tanto al sicuro che
non gli potevamo offendere, ed essi ci frezzavano, e ammazzarono un signor di
Dezaico che si chiamava don Pietro, il quale il commissario menava seco, ci
accordammo finalmente di partirci de l, e andare a cercare il mare e quel
popolo d'Aute che coloro ci dicevano: e cos ci partimmo, in capo di XXV giorni
che quivi eravamo arrivati.
Il primo giorno passammo quelle lacune e tristi passi senza veder Indiano
alcuno, ma il secondo d ci venner sopra ad una lacuna di molto tristo passo,
che l'acqua ci dava fino al petto e vi erano molti arbori caduti: ed essendo
noi in mezo a quella gl'Indi ci assalirono, essendosi essi nascosti dietro
degli arbori perch non gli vedessimo, e altri n'erano sopra gli arbori caduti,
e cominciaronci a frezzare in modo che ci ferirono molti uomini e cavalli, e ci
tolsero la guida che menavamo: e questo fecero prima che noi uscissimo delle
lacune. Dipoi, essendone usciti, ci furono appresso perseguitandoci per
impedirne il passo, in modo che non ci giovava di spinger loro avanti, n di
farci forti e voler combattere con esso loro, perch essi subito si ficcavano
nelle lacune e quindi ci ferivano i cavalli e gli uomini. Il che vedendo, il
governatore comand che quegli a cavallo scendessero e gli assalissero a pi, e
cos fecero, e il contatore scavalc con essi, e assalitoli li posero tutti in
fuga, e se ne entrarono in una lacuna: e cos guadagnammo loro il passo. In
quella mischia rimasero feriti alcuni de' nostri, che lor non valsero le buone
arme che portavano, e vi furono di quei che giurarono d'aver veduto duoi
roveri, grossi ciascuno come la gamba, che erano dalle frezze di quegl'Indi
stati passati da banda a banda; il che perci non  cosa da maravigliarsene,
vista la forza con che le mandano, e io medesimo viddi una frezza in un pi
d'un alamo, che vi entrava dentro un sommesso. Quanti Indiani noi vedemmo dalla
Florida insino a quel luogo, tutti sono arcieri, ed essendo alti di corpo e
andando ignudi, paiono a vederli di lontano tanti giganti. Sono gente
maravigliosamente ben disposti, molto asciutti e di molta forza e leggierezza.
Gli archi che usano sono grossi come il braccio, d'undeci e dodeci palmi, e
tirano lontano dugento passi, e cos di mira e giusto che non tirano mai in
fallo.
Passato che avemmo questo passo, indi ad una lega arrivammo ad un'altra lacuna
della medesima sorte, se non che, per esser lunga da meza lega, era molto
peggior che la prima: questa passammo noi liberamente e senza disturbo
d'Indiani, percioch, avendo essi spesa tutta la munizione delle frezze loro in
quel primo assalto, non ne erano rimase loro da poterci assalir di nuovo.
L'altro giorno appresso, passando un altro passo tale, io trovai bestie di
gente che andava avanti, e ne diedi aviso al governatore che veniva nella
retroguardia, e cos, andando noi ordinati e provisti, non ci poterono
offendere. E usciti che fummo alla pianura, essi ci venivano tuttavia
perseguitando, onde noi rivoltici da due parti ne ammazammo duoi di loro, ed
essi ferirono me e duoi altri cristiani: e perch essi si tirarono alla
montagna, noi non potemmo far loro altro male. In questa guisa noi andammo otto
giorni, e da questo passo che ho detto insino ad una lega vicino al luogo dove
andavamo, non ci vennero a dar noia altri Indiani. Quivi ce ne usciron sopra
alcuni e senza esser sentiti diedero nella retroguardia, e al grido che diede
un ragazzo d'un gentiluomo de' nostri, chiamato Avellaneda, il gi detto
Avellaneda rivolgendosi corse a soccorrere, e gl'Indi lo colsero con una frezza
dalla costa della corazza, e fu tale la ferita che pass quasi tutta la frezza
per dietro la testa: e colui mor subito, e noi lo portammo cos morto fino ad
Aute.
Arrivammo in Aute il nono giorno doppo la partita d'Appalachen. Trovammo tutta
la gente di quel luogo fuggita, e avevano brucciate le case, e vi trovammo
molto maiz e zucche e fagioli, che gi stavano per cogliersi. Quivi ci
riposammo duoi giorni, e dipoi il governatore mi preg ch'io andassi a scoprire
il mare, poich gl'Indiani diceano che era tanto vicino, e gi ancor noi per
cammino l'avevamo scoperto per un fiume molto grande che fra via avevamo
trovato, e gli avevamo posto nome il fiume della Madalena. E cos il d
seguente io andai a discoprire insieme col commissario, col capitan Castiglio e
Andrea Dorantes, e con altri sette a cavallo e cinquanta a piedi; e camminammo
fino all'ora del vespro, che arrivammo ad un golfo o entrata di mare, ove
trovammo molte ostriche, e ringraziammo molto Iddio che ci avea condotti in tal
luogo. Il d appresso io mandai venti uomini a riconoscere la costa e
considerare la disposizione del luogo. Costoro tornarono la notte seguente, e
dissero che quegli golfi e spiagge erano molto grande, ed entravano tanto per
la terra adentro che disturbavan molto il poter discoprir quello che noi
cercavamo, e che la costa stava molto lontana de l. Sapute queste nuove, e
veduta la mala disposizione e apparecchio che quivi era per discoprir la costa,
io me ne ritornai dal governatore, e lo trovai ammalato con molti altri; e la
notte avanti gli Indiani gli avevano assaliti e dato loro molta noia, per
avergli trovati infermi, e avevano ucciso un cavallo. Io diedi conto al
governatore di quello che avevo fatto e della mala disposizione della terra, e
per quel giorno ci stemmo quivi.
Il giorno seguente ci partimmo d'Aute, e camminammo tutto quel giorno fino ad
arrivar dove io ero stato prima: fu il cammino molto travaglioso, perch n i
cavalli bastavano a portare gli infermi, n sapevamo che remedio pigliare,
perch ogni giorno s'amalavano pi, che certo fu cosa di molta gran compassione
e dolore a veder la gran necessit e travaglio in che stavamo. Arrivati vedemmo
il poco rimedio che vi era per passar avanti, per esser la maggior parte de'
nostri infermi, e in tal maniera che pochi ve n'erano che in alcuna guisa ci
potevamo valer di loro. Lascio io qui di narrar questo pi a lungo, perch
ciascuno pu considerar per se stesso come si stia in paese cos strano e
tristo, e senza alcun rimedio per fermarsi n per passare oltre. Ma, essendo il
pi certo rimedio Iddio Signor nostro, e di questo noi non ci sconfidammo
giamai, avenne quivi cosa che aggravava molto pi, e questo fu che la maggior
parte della gente nostra a cavallo si cominci a partir segretamente, pensando
di trovar da se stessi rimedio, e lasciare il governatore e gli infermi, che
stavano senza alcuna forza o potere. Ma pur tuttavia essendo tra loro molti
gentiluomini e persone da bene, non volsero che ci si facesse senza saputa del
governatore e ufficiali della M.V., e come noi biasmammo quel lor proposito e
lor facemmo vedere in che termine lasciassero il lor capitano e gl'infermi, e
sopra tutto ricordammo loro il servigio di V.M., s'accordarono di rimanere, e
che quello che avenisse ad uno di noi avenisse a tutti, n uno abandonasse mai
l'altro. Doppo questo il governatore li fece chiamar tutti, e a ciascuno
dimand il parere loro, come si potesse uscir di simil paese e trovar qualche
rimedio, essendo pi della terza parte de' nostri infermi: e potevamo tener per
certo che, seguendosi cos, d'ora in ora infermeriamo tutti, e non se ne poteva
sperare se non la morte, la quale per trovarci in que' luoghi ci dovea parer
pi grave. Finalmente, veduto e conservato molto bene questo e molt'altri
inconvenienti, e tentati molti rimedii, convenimmo tutti in un parer molto mal
agevole a metter in opera, e questo era di far navilii per andarcene. A tutti
pareva cosa impossibile, perch noi altri non gli sapevamo fare, n avevamo
ferramenti n fucina n stoppa n pece n sarte, n finalmente cosa alcuna di
tante che ne bisognano in tale esercizio, e sopra tutto non avendo che mangiar
fra tanto che si facessero. E cos, considerato tutto questo, ci accordammo che
si dovesse in ci pensar con pi tempo, e cos per quel giorno cess quella
pratica e ciascuno se n'and, raccomandandoci a Dio che c'indrizzasse come pi
gli fusse servizio.
Il d seguente piacque a Dio che venne uno de' nostri, il qual disse che egli
faria alcuni canoni di legno, e con alcuni pelli di selvaggine si farebbono
alcuni folli da soffiare. E trovandoci noi a tempo che qualsivoglia cosa che
avesse ogni poco di colore o d'ombra di rimedio ci pareva assai, dicemmo che si
facesse, e ci convenimmo che delle staffe e degli sproni e balestre e altre
cose di ferro che erano tra noi si facessero i chiodi, le seghe, l'accette e
altri ferramenti, poi che tanto bisognavano. E prendemmo per rimedio che, per
avere alcun sostentamento finch questo si mettesse in opera, si facessero
quattro entrate in Aute con tutti i cavalli e altri che potessero andarvi, e
che ogni terzo giorno s'ammazzasse un cavallo, il quale si compartisse tra quei
che lavoravano nel far delle barche e tra gli infermi. L'entrate si fecero con
quei cavalli e gente che fu possibile, nelle quali si portarono da quattrocento
stara di maiz, bench non senza contesa e questioni con quegli Indi. Facemmo
cogliere molti palmizi per poterci valere della lana e corteccie loro,
torcendole e indirizzandole per usare in vece di stoppa per le barche, le quali
si cominciarono a fare con un solo carpentiere che era nella compagnia nostra.
E tanta diligenza vi ponemmo che, essendosi cominciate a' quattro d'agosto, a'
venti del settembre prossimo furono finite cinque barche di ventidue codami per
una, e riempiemo le fessure e calcate con stoppe de' palmizi, e impegolammole
con certa ragia che un Greco chiamato don Teodoro port d'alcuni pini, e della
medesima robba de' palmizi, e delle code e crini de' cavalli facemmo corde e
sarte, e delle nostre camicie facemmo vele, e delle savine che quivi erano
facemmo que' remi che ci parvero esser necessarii. E tale era quel paese, nel
quale i peccati nostri ci aveano condotti, che non vi si trovavano pietre per
lastrigar le barche, n per tutto quel paese n'avevamo veduta alcuna.
Scorticammo similmente le gambe intere de' cavalli, e conciammo i cuoi per
farne vasi da portar acqua. In questo tempo alcuni de' nostri andavano
cogliendo tamarindi per gli angoli ed entrata del mare, ove gl'Indi in due
volte che gl'incontrarono ammazzarono X cristiani, cos vicini agli
alloggiamenti nostri che gli vedemmo e non gli potemmo soccorrere, e gli
trovammo da parte a parte passati con frezze, che, quantunque i nostri avessero
buonissime armature, non bastarono a resistere a' colpi loro, tirando
quegl'Indi con tanta forza e destrezza con quanta di sopra s' detto. E al
detto e giuramento de' nostri pilotti, della spiaggia alla quale ponemmo nome
della Croce insino a questo luogo noi andammo da dugentottanta leghe, poco pi
o meno, e in tutto quel paese non vedemmo montagne, n avemmo alcuna notizia
per alcuna via che ve ne fussero; e avanti che ci imbarcassimo, oltre a que'
che ci avevano uccisi gl'Indi, ci morirono pi di quaranta altri uomini
d'infermit e di fame. A' XXII di settembre si finirono di mangiare i cavalli,
che solamente uno ce ne rimase, e in quel giorno ci imbarcammo con questo
ordine: nella barca del governatore andavano quarantanove uomini, e nell'altra
ch'egli diede al contatore e al commissario andavano altrettanti; la terza
diede al capitan Alonso del Castiglio e Andrea Durante con quarantaotto uomini,
e altra ne diede a due altri capitani, che si chiamavano l'uno Telles e l'altro
Pignalosa, con quarantasette uomini; l'altra al veditore e a me con
quarantanove uomini. E dipoi che furono imbarcati le vettovaglie e gli arnesi e
cose nostre, alla barca non avanzava pi d'una quarta sopra l'acqua, e oltre a
ci andammo tanto stretti che non ci potevamo menare n rivoltare per la barca:
e tanto potette la necessit, che ci fece arrischiare ad andare in questa guisa
e mettersi in un mare cos pericoloso, senza che niuno di noi sapesse l'arte
del navigare.
Quella spiaggia onde partimmo ha per nome la spiaggia de' Cavalli, e andammo
sette giorni per que' golfi con l'acqua fino alla cintura, senza vedere alcun
segnale di costa, e al fine di quei sette giorni arrivammo ad un'isola che sta
vicina alla terra. La barca mia andava davanti, e vedemmo venir cinque canoe
d'Indiani, i quali le sgombrarono tutte e le lasciarono nelle nostre mani,
vedendo che noi andavamo verso loro. L'altre barche nostre passarono avanti e
diedero in alcune case dell'isola medesima, ove trovarono molte lize e ova
loro, che erano secche, e ci fu molto rimedio per la necessit in che noi
stavamo. Doppo questo passiamo avanti, e indi a due leghe passiamo uno stretto
che fa quell'isola con la terra, e lo chiamammo lo stretto di San Michele,
perch nel giorno di detto santo vi passammo. Usciti di quello stretto
arrivammo alla costa, ove, con le cinque canoe che io aveva tolte agl'Indi,
rimediammo ad alcune cose delle nostre barche, facendone falque e aggiungendole
alle nostre, in modo che uscirono due palmi sopra l'acqua. E con questo
tornammo a caminar lungo la costa per la via del fiume delle Palme, crescendoci
tuttavia la sete e la fame, perch le vettovaglie erano molto poche e stavano
molto al fine, e l'acqua ci manc, perch le botti che avevamo fatte delle
pelli de' cavalli subito furono marcie e non ci giovarono di nulla, e molte
volte entrammo per alcuno golfo e spiaggie che entravano molto per entro terra,
e le trovammo basse tutte e pericolose: e cos andammo XXX giorni, e alcune
volte trovammo alcuni Indiani pescatori, gente povera e miserabile. E a capo di
questi XXX giorni, che la necessit dell'acqua era estrema, andando noi vicini
alla costa, una notte sentimmo venire una canoa, e vedendola aspettammo che
arrivasse, ed ella, ancorch noi la chiamassimo, non volse venire n guardarci,
e per essere notte non la seguitammo e andammo al viaggio nostro. Nel far del
giorno vedemmo un'isoletta e andammovi per vedere se vi trovassimo dell'acqua,
ma ci affaticammo in vano, perch non ve n'era. Stando quivi surti ci prese una
tempesta molto grande, onde vi stemmo sei giorni senza aver animo di rientrare
in mare, e avendo cinque giorni che non avevamo bevuto, la sete era tanto
grande che ci fu forza di bevere dell'acqua del mare, e alcuni s'allargaron
tanto nel bevere che di subito ci morirono cinque uomini. Io racconto queste
cose cos brievemente perch non credo che sia di mestieri narrar
particolarmente le miserie in che ci trovammo, poich, considerando il luogo
ove stavamo e la poca esperienza d'alcun rimedio, ciascuno pu pensar da se
stesso in che termine ci ritrovassimo.
Finalmente, vedendo che la sete cresceva e l'acqua salata ci ammazzava, ci
disponemmo, se ben la tempesta non era ancor cessata, di raccomandarci a Dio
nostro Signore, e pi tosto arrischiarci al pericolo del mare che aspettar la
certezza della morte che la sete ci dava: e cos uscimmo per la via onde
avevamo veduta passar la canoa la notte che di quivi eravamo passati. In questo
giorno ci vedemmo molte volte annegati, e tanto perduti che non era alcuno di
noi che non ci tenesse per certa la morte. Piacque a nostro Signore Dio, il
quale nelle maggiori necessit suol mostrare il favor suo, che a posta di sole
voltammo una ponta che fa la terra, ove trovammo molta bonaccia e tranquillit.
Uscirono verso noi molte canoe, e gl'Indi che v'eran dentro ci parlarono e
senza mirarci se ne tornarono: erano gente grande di corpo e ben disposti, e
non portavano frezze n archi. Noi altri gli seguimmo insino alle case loro,
che stavano quivi vicini alla lingua dell'acqua, e saltammo in terra, e davanti
alle case trovammo molti cantari d'acqua e molta quantit di pesce condito, e
il signor di quella terra l'offer tutto al governatore, e pigliandolo per mano
lo men alla casa sua. Le case di costoro erano di stuore, molto bene
fabricate. E dipoi che entrammo in casa del cacico o signore loro, ci diede
molto pesce, e noi gli demmo del pane di frumento che portavamo, e lo
mangiarono in nostra presenzia e ce ne domandarono dell'altro, e noi ne demmo a
loro, e il governatore diede al caciche molte cosette. E stando seco nella sua
casa, intorno a mezza ora di notte gli Indi assaltarono noi e quegli altri de'
nostri che stavano molto male, gettati per quella costa, e assalirono ancora la
casa del cacico, dove era il governatore, e lo ferirono d'una pietra nel viso e
presero il cacico. Ma egli, avendo i suoi cos vicini, scamp via e lasci una
sua manta di pelli di mardole zibelline, che sono al parer mio le megliori di
tutto il mondo, e hanno uno odore che non pare se non d'ambra e muschio, e si
sente l'odore gran pezzo lontano: ve ne vedemmo ancor dell'altre, ma niuna ve
ne era che fusse come quella. Noi, vedendo il governatore ferito, lo mettemmo
nella barca e facemmo che seco si riducesse alle barche la maggior parte della
gente, e restammo in terra solamente cinquanta uomini per combattere con
gl'Indi, che quella notte ci assalirono tre volte, e con tanto impeto che ogni
volta ci facevano ritirare un tratto di pietra: e niuno vi ebbe de' nostri che
non fusse ferito, e io fui ferito nella faccia, e se, come essi si ritrovarono
con poche frezze, ne avessero cos avute molte, per certo ci averebbono fatto
troppo gran danno. L'ultima volta si posero in aguato i capitani Dorante,
Pegnalosa e Tellos con quindeci uomini, e diedero loro nelle spalle, e in modo
tale che gli fecero fuggire e ci lasciarono; e il d seguente io ruppi a loro
pi di venti canoe, che ci valsero per una tramontana che soffiava, e per tutto
quel giorno ci convenne star quivi con molto freddo, senza avere ardire
d'entrare in mare per la gran tempesta che vi era.
Doppo questo tornammo ad imbarcarci e navigammo tre giorni, e avendo presa poca
acqua, come pochi ancora erano i vasi che avevamo ove portarla, tornammo a
cadere nella medesima necessit di prima. E seguendo il viaggio nostro entrammo
nello stretto, ove stando vedemmo venire una canoa d'Indiani, e come noi li
chiamammo vennero, e il governatore, alla barca del quale s'erano accostati,
loro domand dell'acqua, ed essi gliene offersero, purch si dessero loro vasi
dove portarla. E un cristiano greco chiamato Doroteo Teodoro, del quale disopra
s' fatta menzione, disse che voleva andar con essi loro, e quantunque il
governatore e molti altri s'affatigassero di sconsigliarlo, egli tuttavia volle
andarvi, e men seco un nero, e gl'Indiani lasciarono per ostaggi due di loro.
La sera quelli Indiani tornarono e portaronci i nostri vasi senza acqua, e non
rimenarono i due cristiani nostri; e quelli due loro che erano rimasi per
ostaggi, tosto che essi parlarono loro, si volsero gettare in acqua, ma i
nostri che gli avevano in barca li ritennero, e cos gli altri Indiani se ne
fuggirono, e lasciaronci molto confusi e tristi per li due cristiani che
avevamo perduti.
La mattina seguente vennero da noi molte altre canoe d'Indiani, domandandoci i
duoi loro compagni che ci avevano lasciati per ostaggi: il governatore rispose
che li darebbe, purch essi ci rendessero i due cristiani. Con questa gente
venivano da cinque o sei signori, e ci parve la pi ben disposta e di maggiore
autorit e conserto di quanti altri ne avevamo trovati fin qui, bench di
persona non fussero cos grandi come gli altri che abbiamo contati. Portavano i
capelli sciolti e molto lunghi, ed erano coperti di mante di mardole della
sorte di quelle che di sopra si dissero, e alcune d'esse erano fatte di molto
strana guisa, avendovi alcuni lacci di lavoro di pelle leonate che parevano
molto belle. Ci pregavano che noi andassimo con esso loro, che ci darebbono i
nostri due cristiani e acqua e altre molte cose, e di continuo venivano sopra
noi molte canoe, procurando di pigliar la bocca di quella entrata, e cos per
questo come perch il luogo era molto pericoloso, ce ne uscimmo al mare, dove
stemmo con esso loro fino a mezzogiorno. Ma, non volendoci rendere i nostri
cristiani, e per questo non volendo ancor noi rendere loro i due ostaggi,
cominciarono a tirarci pietre con frombe, con mostrar di volerci frezzare,
bench tra essi non vedemmo se non tre o quattro archi. E cos stando, il vento
si rinfresc ed essi se n'andarono, e noi navigammo tutto quel giorno fino
all'ora del vespero, quando la barca mia che andava avanti discoperse una punta
che la terra faceva, e dall'altro capo si vedeva un fiume, e io feci sorgere in
una isoletta che faceva quella punta per aspettar l'altre barche.
Il governatore non volse accostare, ma si mise in una spiaggia che era quivi
molto vicina, ove erano molte isolette, e quivi si ragunammo tutti, e da dentro
il mare pigliammo acqua dolce, perch il fiume entrava nel mare di tratto e con
furia; e per poter brustolare un poco di maiz che portavamo, che gi due giorni
lo mangiammo crudo, saltammo in terra in quell'isola, ma, non trovando legne,
ci accordammo d'andare al fiume che era di dietro alla punta, una lega di
quivi. E andando era tanta la corrente del fiume che in niuna maniera non ci
lasciava arrivare, anzi ci rispingeva dalla terra, e noi altri affaticandoci e
ostinandoci per prenderla, la tramontana che veniva da terra cominci a crescer
tanto che ci rigett al mare, senza che potessimo fare altro: ed essendo a meza
lega in mare, misurammo e trovammo che con trenta braccia non potevamo prender
fondo, e non potemmo conoscere se la corrente era cagione che non potessimo
pigliare. E cos navigammo due giorni, travagliando tuttavia per pigliar terra,
e al fine di quelli duoi giorni un poco avanti l'uscita del sole vedemmo molti
fiumi per la costa, e affaticandoci per arrivar dove quegli erano, ci trovammo
in tre braccia d'acqua, e per essere notte non ardimmo di pigliar terra,
perch, avendo veduti tanti, credevamo che ci potesse avenir qualche pericolo,
senza che noi per la molta scorrenza potessimo vedere che facevamo: e per
questo determinammo d'aspettare alla mattina, e cos, essendo venuto il giorno,
ciascuna delle nostre barche si trov separata dall'altre, e io mi trovai in
trenta braccia. E seguendo il viaggio mio, all'ora del vespro viddi due barche,
e accostatomi alla prima viddi che era quella del governatore, il qual mi
dimand che mi parea che dovesse farsi; e io gli disse che mi pareva di
ricuperar quella barca che andava avanti, e che in niuna guisa non la
lasciasse, e che, unite tutte tre quelle nostre barche, noi seguissimo poi il
viaggio nostro ove Iddio ci guidasse. Egli mi rispose che ci non poteva farsi,
perch quella barca era molto dentro al mare, e vi volea prender terra, e che,
se io voleva esser seco, facesse che quei della barca mia prendessero i remi e
si sforzassero quanto poteano, perch a forza di braccia conveniva prender
terra: e a questo lo consigliava un capitano che era seco, chiamato il capitan
Pantossa, dicendo che se quel giorno non si prendeva terra, non si prenderebbe
poscia in altri sei, e tra tanto era necessario morir di fame. Io veduta la
volont sua presi il mio remo, e cos fecero tutti gli altri che erano nella
barca mia, e vogammo finch quasi fu tramontato il sole; ma, avendo il
governator nella sua la pi sana e gagliarda gente de' nostri, noi in niuna
guisa lo potemmo seguire. Il che vedendo, io gli domandai che per poterlo
seguire mi desse un capo della sua barca, ed egli mi rispose che essi non
farebbon poco se essi soli, quella notte, potessero arrivare a terra. E io gli
disse che, poi ch'io vedeva la poca possibilit che vi era da poterlo seguire e
far quello che esso avea comandato, mi dicesse allora che comandava ch'io
facesse: egli mi rispose che non era pi tempo di comandar uno ad altri, ma che
ciascuno facesse quello che li parea meglio per salvezza della vita sua, e cos
dicendo s'allung da noi con la barca sua. E non potendolo io seguire, arrivai
sopra l'altra barca che andava in alto mare, e trovai che era quella de'
capitani Pignalosa e Telles, e cos navigammo quattro giorni, mangiando
ciascuno per tassa mezo pugno di maiz crudo il d.
In capo di questi quattro giorni, ci prese una tempesta che fece prendere
l'altra barca, e per molta misericordia che Iddio ebbe di noi altri non ci
affondammo del tutto. Ed essendo il verno e grandissimo freddo, e tanti giorni
che pativamo fame, co' molti colpi che avevamo ricevuti dal mare, il d
appresso la gente cominci molto a cadere, in tal modo che, quando il sole si
colc, tutti quei che erano nella barca mia stavano caduti uno sopra l'altro,
tanto vicini alla morte che pochi ve n'avea che si sentissero, e tra tutti loro
non ve ne avea cinque che stessero in pi. E come fu fatta notte, non restammo
se non il maestro e io che potessimo maneggiar la barca, e alle due ore di
notte il maestro mi disse che io prendesse cura della barca, perch egli stava
tale che si tenea per fermo di morir quella notte; e cos io presi il timone, e
passata mezanotte andai a veder se 'l maestro era morto, ed egli mi disse che
pi tosto stava meglio e che governeria la barca fino al giorno. Io certamente
mi ritrovavo allora in tale stato, che molto pi volentieri averia pigliata la
morte, che veder tanta gente avanti a me in quella maniera che quegli stavano.
E dipoi che il maestro prese il carico della barca, io mi riposai un poco, ma
molto inquietamente, che allora non era cosa da me pi lontana che il sonno, e
appresso all'aurora mi parvi d'udire il tumulto e romor del mare, perch,
essendo la costa molto bassa, sonava molto; onde con questo io chiamai il
maestro, il quale mi rispose che credeva che gi noi fossimo vicini a terra, e
tentando ci trovammo in sette braccia, e gli parve che ci dovessimo stare in
mare insino al far del giorno. E cos io presi un remo e vogai dalla banda
della terra, che ci trovammo una lega vicini, e demmo la poppa al mare, e
vicino a terra ci prese una onda, che rigitt la barca in mare un buon tratto
di mano, e col gran colpo che diede quasi tutta la gente, che vi stava come
morta si risent. E vedendoci vicini a terra, ci cominciammo a levare e andar
con mani e con piedi, e usciti in terra facemmo del fuoco a certi fossi, e
cocemmo del maiz che portavamo e trovammo dell'acqua piovuta, e col calor del
fuoco la gente si riebbe e cominciarono a prender forza. E il d che quivi
arrivammo era il sesto di novembre.
Dipoi che la gente ebbe mangiato, io comandai a Lope d'Oviedo, il quale avea
pi forza ed era pi gagliardo di tutti gli altri, che s'accostasse a qualche
arbore di quei ch'erano quivi presso, che, salito in uno d'essi, discoprisse la
terra ove stavamo e vedesse d'averne qualche notizia. Egli cos fece, e vidde
che stavamo in isola, e che la terra era cavata alla sorte che suole star la
terra dove vada bestiame, e per questo gli parve che dovesse esser terra di
cristiani, e cos ce lo disse. Io gli replicai che tornasse a guardarla molto
meglio e particolarmente, e vedesse se vi era alcun cammino che fosse seguito,
ma che per non si dilungasse molto, per il pericolo che vi potrebbe essere.
Egli and e, dato in una stradela, and per quella avanti fino a meza lega, e
trov alcune capanne d'Indi che stavano sole, perch quegl'Indi erano andati al
campo, e cos egli prese un'olla e un cagnoletto picciolo e un poco di lize, e
se ne torn da noi. E parendoci che tardasse troppo, li mandammo appresso duoi
altri cristiani per cercarlo e veder che gli fosse avvenuto, e cos
l'incontrarono quivi appresso, e viddero che tre Indi con archi e frezze gli
venian dietro chiamandolo, ed egli chiamava loro per segni. E cos arriv dove
noi altri stavamo, e quegli Indi si fermarono un poco adietro assisi nella
medesima riviera; e indi a meza ora sopragiunsero altri cento Indi arcieri, i
quali ancorch fosser grandi, nondimeno il timore ce li faceva parer giganti, e
si fermarono intorno a noi altri, ove stavano quei tre di prima. Tra noi era
cosa vana il pensar che vi fusse chi si difendesse, perch appena ve ne erano
sei che si potessero alzar da terra. Il veditore e io ci accostammo verso loro
e chiamammoli, ed essi s'accostarono a noi, e, come potemmo il meglio,
procurammo d'assicurar loro e noi stessi: demmo loro corone e sonagli, e
ciascuno d'essi mi diede una frezza, che  segno d'amicizia, e per segnali
dissero che la mattina tornerebbono da noi e ci porteriano da mangiare, perch
allora non ne aveano.
Il d appresso, nel far del giorno, che era l'ora che gli Indi avevano detto,
essi vennero a noi e ci portarono molto pesce e alcune radici che essi
mangiano, e sono come noci, e qual pi e qual manco, e si cavano di sotto
l'acqua con molto stento. Al tardi ritornarono di nuovo e ci portarono pi
pesce e delle medesime radici, e menarono con essi loro le donne e i figliuoli,
perch ci vedessero, e cos se ne tornarono ricchi di corone e sonagli che loro
donammo, e l'altro giorno ci tornarono a visitare con le medesime cose che
l'altre volte. Ora, vedendo noi altri che eravamo gi provisti di pesce, di
quelle radici, d'acqua e d'altre cose che potemmo, ci accordammo d'imbarcarci e
seguire il viaggio nostro, e cavammo la barca dell'arena nella quale era fitta:
e ci bisogn spogliare nudi, e patimmo gran fatica per vararla in acqua, per
esser noi altri tanto deboli che cosa pi leggiera che quella ci averia dato
gran fatica. E cos imbarcati a due tratti di balestra dentro il mare, ci diede
tal colpo d'acqua che ci bagn tutti, ed essendo noi ignudi e il freddo molto
grande, rallentammo le mani ai remi, e un altro colpo che il mare diede la
barca si rivolt; onde il veditore e due altri uscirono fuora per scampar
nuotando, ma a loro avenne molto al contrario, perch la barca li colse sotto e
s'affogarono. Essendo quella costa molto brava, il mare con un'onda ci gett
tutti a terra nella medesima costa, tutti involti nell'acqua e mezzo affogati,
senza che di noi mancassero altri che quei tre, i quali la barca si aveva colti
sotto. Noi che eravamo rimasi vivi eravamo tutti nudi, con aver perduto quanto
avevamo, che, quantunque fosse poco, nondimeno a noi per allora era molto; ed
essendo allora il novembre e il freddo molto grande, e noi tali che agevolmente
ci potevano contar tutte l'ossa, parevamo divenuti propria figura della morte.
Di me io so dire che dal mese di maggio passato io non avevo mangiato altra
cosa che brustolato; alcune volte fui in tanta necessit che lo mangiavo crudo;
percioch, quantunque s'ammazzassero i cavalli mentre si facevano le barche, io
non ne potei mangiar mai, e non furono dieci le volte ch'io mangiassi pesce.
Questo dico perch ciascuno possi considerare come noi potessimo stare in quel
punto, e sopra tutto quel giorno aveva soffiato una tramontana, che stavamo pi
vicini alla morte che alla vita. Piacque a Dio che, cercando noi i tizzoni del
fuoco che quivi avevamo fatto avanti che c'imbarcassimo, vi trovammo lume, e
cos facendo grandi fuochi ci stavamo, chiedendo a nostro Signore misericordia
e perdono de' nostri peccati, con molte lagrime, avendo ciascuno di noi dolore
non solamente di se medesimo, ma di tutti gli altri che si vedeva nel medesimo
stato.
Al tramontar del sole gli Indi, credendo che noi non ci fussimo partiti
altrimenti, ci vennero a ritrovare e portaronci da mangiare, ma quando ci
videro cos, in abito tanto differente dal primo e in cos strana maniera, si
spaventarono tanto che si rivolsero indietro. Io andai verso loro e li chiamai,
e mi videro con molto spavento; feci loro intendere per segni come ci si era
affondata la barca e affogati tre uomini, e quivi essi medesimi videro due
morti, e gli altri che eravamo rimasi gi andavamo a quel cammino della morte.
Gli Indi, vedendo la disgrazia che ci era avenuta e il disagio in che stavamo
con tanta sventura e miseria, si misero tra noi altri, e col gran dolore e
compassione che n'ebbero, cominciarono a pianger forte e tanto di cuore che
lunge di quivi si poteva udire, e cos piansero pi di mez'ora: e certamente,
vedendo che questi uomini tanto privi di ragione e tanto crudi, a guisa
d'animali bruti, si dolevano delle nostre miserie, fece che in me e in tutti i
nostri crescesse molto pi la compassione e la considerazione delle nostre
sventure. Racquetato il pianto alquanto, io domandai ai cristiani che, se loro
paresse, io pregherei quegli Indi che ci menassero alle case loro. Al che
alcuni d'essi, che erano stati nella Nuova Spagna, mi risposero che di ci non
si dovesse far parola, perch se coloro ci menavano alle loro case, ci
averebbono sacrificati a' loro idoli; tuttavia, veduto che altro rimedio non vi
era, e che per qualsivoglia altra via la morte ci era pi certa e pi vicina,
io non curai di quello che costoro diceano, ma pregai gli Indi che ci volessero
menare alle loro case: ed essi mostrarono che loro piaceva molto, e che noi
aspettassimo un poco, che farebbono quanto noi volessimo. E subito trenta
d'essi si caricarono di legna e andarono alle loro case, che erano lontane di
quivi, e noi rimanemmo con gli altri insino che fu quasi notte, e allora ci
presero e menandoci con molta fretta andammo alle case loro: e perch temevano
che per il gran freddo nel cammino non ne morisse o spasimasse e assiderassesi
alcuno, aveano provisto che fra via si facessero quattro o cinque fuochi molto
grandi, posti a spazii, e a ciascuno di quelli ci scaldavano, e come vedevano
che avevamo preso un poco di forza e di caldo, ci menavano fino all'altro, con
tanta fretta che quasi non ci lasciavano mettere i piedi in terra. E di questa
maniera fummo insino alle case loro, ove trovammo che aveano fatta una casa per
noi altri, e in quella molti fuochi; e indi ad un'ora che eravamo arrivati
cominciarono a ballare e far gran festa, che dur tutta la notte, bench per
noi non vi era n festa n sonno, aspettando quando ci avessero a sacrificare.
La mattina ci tornarono a dar pesce e radici, e a farci tanto buoni portamenti
che ci assicurammo alquanto, e perdemmo in qualche parte la temenza del
sacrificio.
In quei giorni medesimi io viddi ad uno di quegli Indi uno riscatto, e conobbi
che non era di quei che noi gli avevamo dati; e dimandando onde l'avessero
avuto, essi mi risposero per segni che l'aveano dato loro altri uomini come
noi, che stavano di dietro a quel luogo. Io, veduto questo, mandai duoi
cristiani e duoi Indi che lor mostrassero quella gente, e andati s'incontrarono
in essi molto vicino, che venivano a cercar noi, perch gl'Indi di quei luoghi
aveano detto loro di noi altri. Questi erano i capitani Andrea Dorante e Alonso
del Castiglio, con tutta la gente della lor barca, e venuti da noi si
spaventarono molto di vederci nella guisa che stavamo, ed ebbono gran dolore di
non avere alcuna cosa che darci, perch non aveano altra robba che quella che
portavano vestita. E stettero quivi con noi altri, e ci contarono come a'
cinque di quel mese medesimo la barca loro avea dato a traverso, una lega e
meza lontano di quivi, ed essi erano scampati senza perdere alcuna cosa; e
tutti insieme ci accordammo di rassettare quella barca loro e andarcene in
essa, tutti coloro che avesser forza e disposizione da poterlo fare, e gli
altri rimanessino quivi finch si riavessero, e come potessero se ne andassero
lungo la costa e quivi aspettassero, finch Iddio gli avesse condotti con noi
altri a terra di cristiani. E s come divisammo cos facemmo, e avanti che
mettessimo la barca in acqua Tavera, un cavaliere della compagnia nostra, si
mor, e la barca che noi altri pensavamo che ci portasse fece ancor ella il fin
suo, e non pot sostenere se stessa e subito s'affond. Onde, stando noi nella
maniera che s' detto e nudi, e il tempo cos forte per camminare e passar
fiumi e golfi a nuoto, n avendo vettovaglia o sostentamento alcuno, n modo da
portarne, determinammo di far quello a che il bisogno e la forza ci stringeva,
cio d'invernar quivi; e accordammoci similmente che quattro de' nostri pi
forti andassero a Panuco, credendoci di starvi presso, e che, se a Dio nostro
Signore fosse piaciuto che vi arrivassero, dessero nuova come noi eravamo quivi
e della nostra necessit e travagli. Questi che andavano erano molto grandi
natatori, e l'uno si chiamava Alnaro Ferrante, portoghese, carpentiere e
marinaro, il secondo si chiamava Mendos, e il terzo Figheroa, che era natio di
Toleto, il quarto essendo natio di Zaffra e menavano seco un Indo che era
dell'isola de Avia.
Partiti questi quattro cristiani, indi a pochi giorni venne un tempo tale di
freddo e di tempeste, che gl'Indi non poteano trovar le radici, e de' canali
ove soleano pescare non cavavano frutto alcuno; ed essendo le cose cos triste
si cominciarono a morire molte genti, e cinque cristiani che stavano in Xamo,
nella costa, vennero a tale estremit che si mangiarono l'un l'altro, finch
rest un solo, per non aver chi lo mangiasse. I nomi loro sono questi: Siera,
Piego Lopes, Corral, Palatio, Gonzalo Ruis. Di questo caso si alterarono tanto
gl'Indiani e tanto scandalo ne presero, che senza dubbio, se l'avessero saputo
da principio, gli ammazzavano tutti, e tutti noi saremmo stati in grandissimo
travaglio. Finalmente, che in poco tempo di ottanta uomini che noi eravamo
restammo soli quindeci, doppo morti questi, venne agl'Indi una infirmit di
stomaco della quale mor la met di loro, e credettero che noi altri fussimo
quei che gli ammazzassimo, e tenendolo per cosa molto certa concertarono tra
loro d'ammazzarci tutti, quei pochi che eravamo rimasi. E gi venendo per
mandarlo ad effetto, un Indo che io tenevo disse loro che non credessero noi
altri fossimo quei che gli ammazzavamo, perch, se noi avessimo tal potere,
faremmo che di noi altri non ne morisse tanti, com'essi aveano veduto che ce
n'erano morti, senza poterli rimediare, e che gi eravamo rimasi molti pochi,
de' quali niuno facea loro danno n pregiudizio alcuno: onde il meglio era che
ci lasciassero vivi. E piacque a nostro Signore che gli altri seguirono questo
suo consiglio e parere, e cos si rimossero da quel proposito.
A questa isola noi mettemmo nome l'isola di Malfatto. La gente che quivi
trovammo sono grandi e ben disposti; non hanno altre armi che frezze e archi,
nel che sono sommamente destri. Hanno gli uomini una tetta forata dall'una
parte all'altra, e alcuni vi sono che l'hanno forate ambedue, e per il pertugio
che vi fanno portano una canna attraversata, di lunghezza di due palmi e mezzo
e grossa due deta. Portano similmente pertugiato il labro di sotto, e per entro
vi portano un pezzo di canna sottile come mezo deto. Le donne sono di molta
fatica. L'abitazione che essi fanno in quell'isola  da ottobre insino al fin
di febraro, e il mantenimento loro sono le radici che ho detto, cavate di sotto
l'acqua il novembre e il decembre. Hanno canali, ma non hanno pesce pi che per
questo tempo, e de l avanti mangiano le radici; al fin di febraro vanno in
altre parti a cercar da mangiare, perch allora le radici cominciano a nascere
e non sono pi buone.  gente che pi d'ogn'altra del mondo ama i figliuoli, e
miglior trattamento lor fanno: e quando accade che ad alcuno gli muore il
figliuolo, lo piangono il padre, la madre, i parenti con tutto il popolo, e il
pianto dura un anno intero, che ogni giorno avanti che esca il sole
incominciano prima a piangere i padri, e dipoi secondo tutto il popolo, e il
medesimo fanno a mezzod e all'aurora: e finito l'anno, li fanno loro esequie e
onori che si fanno ai morti, ed essi si lavano e mondano del lutto che
portavano. Tutti i morti loro piangono in questa guisa, fuor che i vecchi, de'
quali non fanno stima, perch dicono che gi han passato il lor tempo e che non
vagliono pi a nulla, anzi occupano la terra e tolgono il mantenimento ai
fanciulli. Usano di sepellire i morti, se non quei che tra loro sono fisici, i
quali brucciano, e mentre il fuoco arde tutti stanno danzando e facendo molta
festa, e fanno polvere dell'ossa; e passato l'anno, quando fanno gli onori ai
loro morti, tutti si rivolgono per terra, e ai parenti danno quella polvere
dell'ossa a bere in acqua. Ciascuno ha una moglie sua propria; i fisici sono
quei che hanno pi libert, e ne possono tener due e tre, ed  tra loro molto
grande amicizia e conformit. Quando alcuno marita la sua figliuola, colui che
la piglia, fino al giorno che si congiunge seco, tutto quello che prende
cacciando o pescando lo lascia alla moglie, che lo porti a casa del padre,
senza avere ardire di pigliarne n mangiarne cosa alcuna, e da casa del suocero
portano poi da mangiare a lui; e in tutto questo tempo n il suocero n la
suocera entrano in casa sua, n egli ha da entrare in casa loro n de' cognati,
e se a caso s'incontrano tra via si dilungano un tiro di balestra l'uno
dall'altro, e fra tanto che cos si vanno dilungando portano la testa bassa e
gli occhi in terra, perch tengono per cosa trista il vedersi e il parlarsi. Le
donne hanno libert di conversare co' suoceri e altri parenti. E questa usanza
hanno da quell'isola fino a pi di cinquanta leghe dentro terra. Un'altra
usanza hanno, e questa  che quando muore fratello o figliuolo loro, per tre
mesi non si procaccia da mangiare da quei della casa ove muore, anzi si
lasciariano morir di fame, se non che i parenti e vicini proveggono loro di
quello che hanno da mangiare; onde nel tempo che noi quivi stemmo, essendo
morta molta gente, era nella maggior parte delle case molta gran fame, perch
essi osservano molto bene l'usanze e cerimonie loro, e quei che ne
procacciavano da mangiar per loro, per essere in tempo cos forte, non ne
potevano trovar se non molto poco. E per questa cagione quegl'Indi che mi
teneano se ne uscirono dell'isola, e in alcune canoe se ne passarono in terra
ferma, ad alcune spiagge ove avevano molte ostriche: e per tre mesi dell'anno
non si mangia altro, e bevono molta trista acqua. Hanno gran carestia di
legnami e gran quantit di moscioni; le case loro sono edificate di stuore
sopra scorze d'ostriche, e sopra di esse dormono sopra cuoi d'animali, i quali
ancora non tengono se non a caso. E cos stemmo insino alla fine del mese
d'aprile, che andammo alla costa del mare, ove mangiammo more di tutto quel
mese, nel quale finiscono di fare i giuochi e le feste loro.
In quell'isola ch'io ho detto ci volevano far fisici senza esaminarci n
domandarci i titoli, perch essi medicano le infermit soffiando nell'infermo,
e con quello e con le mani gli sanano, e volsero che noi facessimo il medesimo
e servissimo in qualche cosa. Noi ci ridevamo di tal cosa, dicendo che era
burla e che non sapevamo medicare, onde ci levarono il mangiare, finch
facessimo quel che diceano: e vedendo la nostra perfidia, un Indiano mi disse
che io non sapea ci ch'io diceva, percioch le pietre ed erbe che nascono per
li campi hanno virt, e che egli con una pietra calda, menandola per sopra lo
stomaco, ne sanava il dolore, e che noi che siamo uomini  cosa certa che
dobbiamo aver maggior virt che tutte l'altre cose del mondo. Alla fine,
vedendoci in tanta necessit, ci fu forza di farlo, senza per sperare che ci
giovasse di nulla. La sorte e modo che essi tengono in curarsi  questa, che
vedendosi infermi chiamano un medico, al quale dipoi che sono sanati danno
tutto quello che hanno e procurano ancor altre cose da' parenti loro per
dargliene.
La cura che lor fanno i medici  dare alcuni tagli dove tiene il male o dolore,
e lo succhiano attorno; danno cauterii di fuoco, che tra loro  tenuta cosa
molto utile, e io lo provai e me ne succedette bene; doppo questo soffiano in
quel luogo che duole, e con questo credono che se gli levi il male. Il modo col
quale noi li curavamo era benedirli e soffiarli, e dire un Paternostro e un'Ave
Maria, e pregare come potevamo il meglio nostro Signor Iddio, che lor desse la
sanit e mettessegli in cuore di farci qualche buon trattamento. Piacque alla
sua misericordia che tutti quei per chi noi pregavamo, subito che gli avevamo
benedetti e santificati, dicevano agli altri che stavano sani e bene, e per
questo ci faceano molto buon trattamento, e lasciavano di mangiare essi per
darne a noi, e ci davano pelle e altre cosette. Fu tanto grande la fame in quel
luogo che molte volte io stetti tre giorni che non mangiai cosa alcuna, e cos
stavano ancor essi, e mi pareva impossibile di poter vivere, bench in molta
maggior fame e necessit mi trovai dipoi, come dir appresso.
Gl'Indi che teneano Alonso del Castiglio e Andrea Dorante e quegli altri che
erano rimasi vivi, essendo d'altra lingua e d'altro parentado, se ne passarono
ad altra parte di terra ferma a mangiar ostriche, e quivi stettero insino al
primo d d'aprile, e subito poi se ne ritornarono all'isola, che era vicina
fino a due leghe per lo pi largo dell'acqua: e l'isola tiene meza lega di
traverso e cinque di lungo. Tutta la gente di quel paese va ignuda, e solamente
le donne portano coperte alcune parti de' corpi loro con certa lana che colgono
da certi arbori, e le donzelle si cuoprono con cuoi di salvadigine.  gente
molto separata l'una dall'altra nella robba; tra loro non  signore alcuno, e
tutti quei che sono d'una stirpe vanno insieme. Abitano quivi due sorti di
lingue, una parte de' quali si chiamano di Capoques e l'altra di Han. Tengono
per usanza quei che si conoscono, quando si veggono di tempo in tempo, avanti
che si parlino star meza ora piangendo, e dipoi quello che  visitato s'alza
prima e dona all'altro tutto quello ch'egli possiede, e colui lo riceve e indi
a poco se ne va con quella robba: e alcune volte, dipoi che l'hanno ricevuta,
se ne vanno senza dir parola. Altri strani costumi e usanze hanno, ma io ho
contate le pi rare e le pi principali, per passare avanti a quello che a noi
avenne.
Dipoi che Dorante e Castiglio ritornarono all'isola, raccolsero tutti i
cristiani, che stavano alquanto sparsi, e se ne trovarono in tutto quattordeci.
Io, come ho detto, stavo dall'altra parte in terra ferma, ove i miei Indiani mi
aveano menato e dove mi avea presa una grande infermit, che gi, se alcuna
cosa mi avesse data speranza di vivere, quella bastava per levarmela in tutto.
E come i cristiani lo seppero, diedero ad un Indo la manta di martori che
avevamo tolta al cacico, come per avanti s' detto, perch li menasse dove io
era a vedermi: e cos ne vennero dodeci, perch gli altri due stavano tanto
deboli che non s'assicurarono a menarli seco. I nomi di que' che allora vennero
sono questi: Alonso del Castiglio, Andrea Dorante, Diego Dorante, Valdeviesso,
Estrada, Tostado, Caves Gottieres, Esturiano cherico, Diego di Huelva,
Estevanico il nero, Betines; e venuti che furono a terra ferma, trovarono un
altro de' nostri, chiamato Francesco del Leon. E tutti questi tredeci andarono
lungo la costa, e subito che ebbero passato gl'Indi che mi teneano me ne
diedero aviso, e come erano ancora in quell'isola Ieronimo d'Alaniz e Lope
d'Oviedo. L'infermit mia disturb ch'io non li potei seguire, e non gli viddi
altrimenti, e mi convenne star con que' medesimi Indiani dell'isola pi d'un
anno. E per il molto travaglio che mi davano e mal portamento che mi faceano,
mi determinai di fuggirmene e passar da quei che stanno ne' monti e in terra
ferma, che si chiamano Indi del Carruco, perch io non potevo soffrir la vita
che facea con quest'altri, che, tra molti altri travagli, mi conveniva cavar le
radici di sotto l'acqua e tra le canne dove stavano sotto terra: e da questo io
avevo le deta cos guaste che una paglia che mi toccassi me ne faceva uscir
sangue, e le canne mi rompevano per molte parti, essendone molte rotte, tra le
quali mi conveniva andare con la roba che di sopra ho detto ch'io portavo.
Laonde io operai di passarmene a quegli altri, e con essi stetti alquanto
meglio: e perch io mi feci mercatante, procurai di far quell'ufficio come
seppi il meglio, e per questo mi davano da mangiare e mi faceano buoni
portamenti, e mi pregavano ch'io andasse da un luogo all'altro per cose che lor
bisognavano, percioch, per rispetto della guerra che fanno di continuo tra
loro, non si camina n si negocia tra essi molto: e io gi con miei traffichi e
mercatanzie entravo per tutto il paese quanto volevo, e lungo la costa mi
stendevo 40 e 50 leghe. Il principal traffico mio erano pezzi di cochiglie di
mare e di lor cuori e conche, con le quali essi tagliavano un certo frutto, che
 come fasuoli, col quale si curano e fanno i balli e le feste loro, e questa 
la cosa di pi prezzo che sia tra loro, e corone di mare e altre cose tali: e
questo era quello che io portavo dentro terra. In cambio poi portavo cuoi e
almagra, con la quale essi si ungono e tingonsi il volto e i capelli; portavo
pietre focate per far punte di frezze, e colla e canne sode per farle, e alcuni
fiocchi che si fanno di peli di cervo, che le tingono e rimangono colorite. E
questo ufficio a me s'affaceva molto, perch io avevo libert di andar dove
volevo e non ero obligato a far cosa alcuna e non ero schiavo, e ovunque andavo
m'era fatto buon portamento e mi davano da mangiare per rispetto delle mie
mercatanzie; ma quello che pi m'importava era che, cos andando, io cercavo e
vedevo per dove me ne potesse andar avanti. E tra loro ero molto conosciuto e
avevano gran piacer di vedermi, e io portavo loro quello di che aveano bisogno,
e que' che non mi conosceano mi desideravano e procuravano di conoscermi, per
la fama che tra loro io avevo. Saria cosa lunga il narrare i travagli che in
questo tempo io passai, s per li pericoli come per la fame e per le fortune e
freddo che molte volte mi sopravennero alla campagna, ed essendo io solo, onde
pure io per gran misericordia di Dio scampai; e per questi rispetti io non
facevo tale ufficio il verno, per esser tempo che essi medesimi, stando nelle
lor capanne, non potevano valersi n muoversi.
Furon quasi sei anni quelli ch'io stetti con esso loro in quel paese, solo e
nudo come tutti vanno, e la cagione perch io stetti tanto fu per menar meco un
cristiano che stava nell'isola, chiamato Lope d'Oviedo, uno di quei due che
rimasero quando Alonso del Castiglio e Andrea Dorante con tutti gli altri si
partirono: l'altro compagno, che era chiamato Alaniz, mor subito che essi
furono partiti. E per cavar io il detto Lope andava ogni anno a quell'isola, e
lo pregavo che con quel miglior modo che potessimo ce ne andassimo in terra di
cristiani, ed egli ogn'anno m'intratteneva, dicendomi che l'anno appresso ce ne
anderiamo. E alla fine io lo cavai, e passai il golfo e quattro fiumi, perch
egli non sapea notare, e cos con alcuni Indi passammo avanti finch arrivammo
ad un fosso, che tira una lega a traverso e da tutte le parti  molto fondo: e
per quanto ce ne parve e per quanto ne vedemmo,  quello che chiamano dello
Spirito Santo. E dall'altro canto di quello vedemmo alcuni Indi, i quali
vennero a vedere i nostri, e ci dissero come pi avanti erano tre uomini come
noi altri, dicendoci i nomi loro; e domandandogli degli altri, ci dissero che
tutti erano morti di freddo e di fame, e che quegl'Indi davanti da se stessi e
per passatempo aveano uccisi Diego Dorante, Valdenieso e Diego de Huela, perch
se n'erano passati da una casa all'altra, e che gli altri Indi lor vicini, co'
quali ora stava il capitan Dorante, per un segno che aveano fatto aveano
ammazzati Esquinel e Mendes. Domandammoli come stavano i vicini; ci risposero
che molto mal trattati, perch i fanciulli e altri Indi che sono tra loro sono
molto fastidiosi e di mala condizione, davano lor molti sorgozzoni e buffetti e
bastonate, e che questa era la vita che con esso loro teneano. Volemmo
informarci della terra avanti e del sostentamento da vivere che vi era, e ci
risposero che era molto povera di gente e che non vi era che mangiare, e
morivano di freddo perch non avevano pelli n cosa con che coprirsi; e ci
dissero ancora che, se noi volevamo vedere que' tre cristiani, de l a due
giorni gl'Indi che li teneano verrebbono a mangiar noci una lega di quivi, alla
riviera di quel fiume. E perch vedessimo che quello che ci avevano detto del
mal trattamento degli altri era vero, stando noi cos con essi, diedero al
compagno mio buffetti e bastonate, e io non rimasi senza la mia parte, e di
molti pezzi di luto che ci tiravano; e ogni giorno ci mettevano le frezze al
petto sopra il cuore, dicendo che ci volevano ammazzare come gli altri nostri
compagni. E temendo questo, Lope de Oviedo mio compagno mi disse che voleva
ritornarsene, con alcune donne di quegl'Indi coi quali avevano passato il
golfo, le quali erano alquanto adietro: io contesi molto seco che non lo
facesse, ma per niuna via lo potei ritenere, e cos se ne ritorn, e io rimasi
solo con quegl'Indi, i quali si chiamavano Quevenes, e quei con chi Lope se
n'and si chiamavano Deaguanes.
Duoi giorni dapoi che Lope d'Oviedo se ne fu andato, gl'Indi che tenevano
Alonso del Castiglio e Andrea Dorante vennero al luogo che quegli altri ci
aveano detto a mangiar di quelle noci, delle quali si mantengono, macinando
alcuni granelli con esse, duoi mesi dell'anno senza mangiar altra cosa. E ancor
di queste non ne hanno ogni anno, perch tale anno ne nascono e tale no; sono
della grandezza di quelle di Galizia, e gli arbori sono molto grandi e ve ne
sono in gran numero. Un Indo mi avis come i cristiani erano venuti, e che,
s'io li voleva vedere, me ne fuggissi e m'ascondessi ad un canto d'un monte che
egli mi mostr, perch esso e altri parenti suoi avevano da venire a veder
quegl'Indi, e mi menerebbono con esso loro dove i cristiani stavano. Io mi
fidai di costoro e mi disposi di farlo, perch aveano altra lingua diversa da
quella de' miei Indiani; e cos avendo io fatto, essi il d seguente vennero e
mi trovarono nel luogo che m'aveano insegnato, e cos mi menarono seco. Ed
essendo gi vicini al luogo ove coloro avevano gli alloggiamenti, Andrea
Dorante usc a veder chi era, perch gl'Indi avevano detto anco a lui come
veniva un cristiano, e come mi vidde rimase molto spaventato, perch avea molti
giorni che mi tenevano per morto, che gl'Indi cos gli aveano detto.
Ringraziammo molto Iddio di vederci insieme, e quel d fu uno di quelli ne'
quali abbiamo avuto maggiore allegrezza nella vita nostra. E arrivati poi dove
stava Castiglio, mi domandarono ov'io andassi; risposi che l'intenzione mia era
di passare in terra di cristiani, e che questo andavo cercando e procacciando
di poter fare. Andrea Dorante rispose che molti giorni erano che esso pregava
Castiglio ed Estevanicco che passassimo avanti, ma che non si assicuravano di
farlo perch non sapevano notare, e che molto temevano i fiumi e golfi che lor
conveniva passare, essendone molti per quei paesi; onde, poich a Iddio Signor
nostro era piaciuto salvarmi tra tanti pericoli e infermit, e alla fine
condurmi alla lor compagnia, essi determinavano di fuggire, e io li porterei
per li fiumi e golfi che ritrovassimo. E avvertironmi che in niuna maniera io
mi lasciasse intendere dagl'Indi di voler passare avanti, perch subito me
ucciderebbono, e che per questo conveniva che io mi stessi con esso loro sei
mesi, che era il tempo nel quale quegl'Indi andavano in altro paese a mangiar
tune. Queste tune sono certi frutti della grandezza d'un ovo, rosse e nere e di
molto buon sapore: le mangiano tre mesi dell'anno, ne' quali non mangiano
alcun'altra cosa; e perch nel tempo che le coglievano venivano altri Indi pi
avanti con archi per contrattare e cambiar con essi, noi, quando coloro se ne
tornassero, fuggiremmo da' nostri e ce ne anderemmo con quelli.
Con questo appuntamento io mi rimasi quivi, e mi diedero per ischiavo ad un
Indo col quale stava Dorante. Questi Indi si chiamano Marianes, e Castiglio
stava con altri lor vicini, chiamati Iguales. E quivi stando mi raccontarono
che, dipoi che essi uscirono dell'isola di Malhado, nella costa del mare
trovarono la barca ove andavano il contatore e i frati a traverso, e che
passando quei fiumi, che sono quattro, molto grandi, le molte correnti lor
tolsero la barca con la quale se ne passavano al mare, e se n'affogarono
quattro d'essi, e gli altri con molto travaglio passarono il golfo; e che
quindeci leghe avanti ne trovarono un altro, e che, giunti che essi furono
quivi, gi s'erano morti duoi loro compagni, in sessanta leghe che avean fatte,
e che tutti gli altri stavano ancora a quel termine di morirsi, e che in tutto
quel cammino non avevano mangiato se non granchi ed erba di muri. E arrivati a
quest'ultimo golfo, dicevano d'aver trovati Indi che stavano mangiando more, i
quali come viddero i cristiani se n'andarono ad un altro capo, e cos stando
essi e procurando modo di passare il golfo, passaron da loro un Indo e un
cristiano, e arrivati conobbero che era Figheroa, uno de' quattro che avevamo
mandati avanti nell'isola di Malhado; ove egli cont loro in che maniera egli e
i suoi compagni fussero arrivati fino a quel luogo, ove due di essi e un Indo
s'erano morti tutti di freddo e di fame, perch erano venuti e andati nel pi
forte tempo dell'anno; e che gl'Indi aveano preso esso Figheroa e Mendes, il
qual Mendes se n'era poi fuggito, andando al meglio che potea verso Panuco, e
che gl'Indi l'aveano seguitato e ucciso. E che, stando cos egli con
quegl'Indi, seppe come con Marianes era un cristiano che avea passato
dall'altra parte, e l'avea trovato con quei che chiamano Quevenes, il qual
cristiano era Gernando d'Esquivel, natio di Badaioz, che veniva in compagnia
del commissario; e ch'egli da Esquivel seppe il fine ch'avea fatto il
governatore, il contatore e gli altri, dicendoli come il contatore e i frati
aveano gettata la barca loro ne' fiumi, e venendosene lungo la costa arriv il
governatore a terra con la gente sua, ed egli se n'and con la barca sua,
finch arrivarono a quel golfo grande, ove torn a pigliar la gente sua e
passolla dall'altro capo, e torn per il contatore e per li frati con tutti gli
altri. E narr come, stando cos sbarcati, il governatore aveva revocato la
potest di luogotenente suo che aveva il contatore, e dato tal carico ad un
capitano che andava seco, chiamato Pantossa; e che il governatore quella notte
se ne stava nella barca sua e non volse smontare in terra, e con esso rimasero
un maestro e un paggio che stava male, e nella barca non aveano acqua n cosa
alcuna da mangiare, e a mezzanotte sopravenne una tramontana tanto forte che
spinse la barca in mare, senza che alcuno la vedesse, perch non avea per
sostegno se non una pietra, e non ne seppero poi mai pi cosa alcuna. E che,
veduto questo, la gente che era rimasa in terra se n'and per lungo la costa, e
trovando tanto disturbo d'acqua fecero zattere con molto travaglio, e cos
passarono dall'altra parte, e andando avanti arrivarono ad una ponta d'un monte
in riva dell'acqua; e che trovarono Indi, i quali, come li viddero venire,
posero le lor cose nelle canoe e se ne passarono dall'altra parte della costa:
e i cristiani, vedendo il tempo che era, essendo di novembre, si fermarono in
quel monte, perch vi trovarono acqua, legne e alcuni gamberi, ove di freddo e
di fame si cominciarono a poco a poco a morire. E oltre a ci Pantossa, il
quale era rimaso per luogotenente, facea lor tristi portamenti, e non potendolo
soffrire Sottomagiore, fratello di Vasco Porcalle, quello dell'isola di Cuba
che nell'armata era venuto per maestro di campo, si rivolt contra di esso
Pantossa e diedeli di un legno, dal qual colpo Pantossa rimase morto: e cos si
vennero finendo, e que' che morivano erano fatti pezzi dagli altri, e l'ultimo
che mor fu Sottomagior, ed Esquevel lo fece, e mangiandolo si mantenne insino
al primo di marzo, che un Indo di quei che quivi erano fuggito venne a veder se
erano morti, e menossene poi Esquivel con lui. E stando in poter di questo
Indo, Figheroa gli parl e seppe da lui tutto quello che di sopra abbiamo
narrato, e pregollo che se ne venisse con lui per andarsene insieme alla via
del Panuco: ed Esquivel non lo volse fare, dicendo che da' frati egli avea
inteso come Panuco era rimaso adietro, e cos si rimase quivi, e Figheroa se
n'and alla costa ove solea stare.
Questo tutto ci raccont Figheroa per relazione a lui fatta da Esquivel, e cos
di mano in mano arriv da me: onde si pu vedere e sapere il fine che ebbe
tutta quella armata, e i casi particolari che a ciascuno degli altri avennero.
E disse di pi che, se i cristiani per alcun tempo andassero per quelle parti,
potrebbe essere che vedessero Esquivel, perch sapea che se ne era fuggito da
quell'Indo col quale stava, ad altri che si chiamano Maremaes, che erano quivi
vicini. E cos avendo finito di dire, egli e l'Asturiano se ne voleano andare
agli altri Indi che stavano pi avanti, ma sentendoli quegl'Indi che li teneano
uscirono e vennero a dar loro molte bastonate, e spogliarono l'Asturiano e
ferirongli un braccio con una frezza; ma pure alla fine se ne fuggirono, e gli
altri cristiani si rimasero, e fecero con quegl'Indi che li prendessero per
schiavi: bench, stando con esso loro e servendoli, furon trattati cos male
come mai fussero schiavi o altra gente del mondo, percioch, di sei che erano,
non contenti di dar loro continuamente molti buffetti, bastonate e pelar loro
la barba, per solo passatempo e spasso loro e per passar solamente da una casa
all'altra ne ammazzarono tre, che sono que' ch'io dissi di sopra, Diego
Dorante, Valdeniesso e Diego de Huelva, e gli altri tre che eran rimasi
aspettavano di fare ancor essi il medesimo fine. E per non soffrir quella vita,
Andrea Dorante se ne fugg ai Mareames, che erano quelli co' quali si era
fermato Esquivel, ed essi gli raccontarono come avean quivi tenuto Esquivel, il
qual poi se n'era voluto fuggire, perch una donna avea sognato che egli le
dovea ammazzare un figliuolo, e cos fuggendo gl'Indi lo seguitarono e
ucciserlo: e mostraron poi ad Andrea Dorante la spada sua, la corona, il libro
e altre cose ch'egli avea.
Questo costume hanno costoro d'ammazzar anco i medesimi figliuoli per sogni che
fanno, e le figliuole femine, nascendo, le lasciano mangiare a cani e le
gettano per que' luoghi. E la ragione perch lo fanno  che dicono che tutti
quei del paese sono lor nemici e hanno con esso loro grandissima guerra, onde,
se a caso maritassero le lor figliuole, moltiplicherebbon tanto i lor nemici
che li soggiogheriano e piglieriano tutti: e per questa cagione voleano pi
tosto ammazzarli che da lor medesimi avesse a nascere chi fusse nemico loro.
Noi altri li domandammo perch non le maritavano con lor stessi, e risposero
che era cosa brutta il maritarle co' lor parenti, e che era molto meglio
ucciderle che darle per moglie a' parenti e nemici loro: e questa usanza
osservano costoro e altri vicini loro che si chiamano Iaguazes, n altri di
quel paese se non essi l'osserva. E quando costoro hanno da tor moglie,
comprano le donne da' lor nemici, e il prezzo che ne pagano  un arco, il
miglior che possono avere, con due frezze; e se per sorte non hanno arco, danno
una rete larga un braccio e lunga altrettanto.
Dorante stette con costoro, e indi a non molti d se ne fugg; Castiglio ed
Estevanicco se ne vennero dentro terra ferma agli Iaguazes. Tutti questi sono
arcieri e ben disposti, bench non cos grandi come gli altri che adietro
avevamo lasciati, e portano le tette e i labri forati come coloro. Il
sostentamento lor sono principalmente radici di due o tre sorti, le quali
cercano per tutto il paese, e sono molto triste ed enfiano gli uomini che le
mangiano; tardano due d a rostirsi e molte d'esse sono molto amare, e con
tutto ci si cavano con molto travaglio, ma  tanta la fame che  in que' paesi
che non posson far senz'esse, e vanno due e tre leghe cercandone. Alcune volte
uccidono qualche selvadigina, e a' tempi pigliano del pesce, ma questo  tanto
poco e la fame loro tanto grande che mangiano ragni, ova di formiche, vermi e
lucerte e salamandre, serpi, vipere che col morso uccidono gli uomini, mangian
terra, legno e tutto quello che possono avere, sterco d'animali selvaggi e
altre cose ch'io lascio di raccontare: e credo per certo che, se in quel paese
fusser pietre, le mangierebbono. Servano le spine de' pesci e delle serpi che
mangiano, per macinarle dipoi tutte e mangiar quella polvere. Tra costoro gli
uomini non si caricano n portano pesi, ma tutto ci fanno le donne e i vecchi,
che sono la gente ch'essi manco stimano; non hanno tanto amore a' figliuoli
come gli altri che di sopra dicemmo; sono alcuni tra essi che usano peccato
contra natura. Le donne sono molto affaticante e sofficienti, perch delle 24
ore tra d e notte non hanno se non sei ore di riposo, e tutta la maggior parte
della notte passano in scaldare i loro forni per seccar quelle radici che
mangiano, e, come s'incomincia a far giorno, esse cominciano a cavare e a
portar legna e acqua alle case loro, e dan ordine alle altre cose di che hanno
bisogno. La maggior parte di loro sono gran ladroni, percioch, quantunque tra
loro sieno ben compartiti, nondimeno, nel volger il padre la testa o il
figliuolo, l'uno toglie all'altro ci che pu; sono gran mentitori e bugiardi e
gran ebbriachi, e a tale effetto beono una certa bevanda loro. Sono tanto usati
al correre che senza mai riposarsi, e senza stancarsi, corrono dalla mattina
alla sera seguendo un cervo, e in tal modo ne ammazzano molti, perch li
seguono finch gli straccano, e alcune volte li prendono vivi. Le case loro
sono di stuore poste sopra quattro archi, e le levano, e mutansi ogni due o tre
giorni per cercar da mangiare: niuna cosa seminano da poterne aver frutto. 
gente molto allegra, e per la molta fame che hanno non lasciano di ballare e di
far le lor feste; il miglior tempo che costoro hanno  quando mangiano le tune,
perch allora non hanno fame, e tutto il tempo passano in balli, e ne mangiano
notte e giorno tutto il tempo che ne hanno. Le stringono e aprono e le pongon a
seccare, e cos secche le mettono in alcune serte, come fichi, e le serbano per
mangiare per camino quando se ne tornano, e le scorze loro seccano e ne fanno
polvere.
Molte volte, stando noi con costoro, ci avenne di star quattro giorni senza
mangiare perch non ve n'era, ed essi, per farci stare allegri, ci dicevano che
non stessimo di mala voglia, che presto averemmo tune e ne mangeremmo molte e
beveremmo del succo loro, ed empiremmo molto bene il ventre, e staremmo molto
allegri e contenti e senza fame alcuna: e quando ci diceano questo, insino al
tempo delle tune vi erano cinque e sei mesi. E quando fu il tempo andammo a
mangiar le tune, e per camino trovammo molti moscioni di tre sorte, che sono
molto tristi, noiosi, e tutto il rimanente della state ci davano molta fatica.
E per difenderci da loro faceamo fuoghi di legne marcie e molli, perch non
ardessero, ma facessero fumo: ma questa difesa ci dava altro travaglio, perch
in tutta la notte non facevamo se non piangere dal fumo che ci dava negli
occhi, e oltre a ci il gran calore che i molti fuoghi ci davano; e uscivamo a
dormire alla costa, e se alcuna volta potevamo dormire, essi ci ricordavano a
bastonate il tornare a far ardere i fuoghi. Quei della terra pi adentro usano
per questi moscioni un rimedio cos incomportabile come questo e pi, cio
d'andar con tizzoni in mano bruciando i campi e i boschi ovunque si incontrano,
per farne fuggire i moscioni, e cos ancora per cavar di sotto la terra le
lucerte e altre cose tali per mangiarsele, e sogliono ancora uccidere cervi
intorniandoli con molti fuoghi; il che fanno ancora per togliere il pasto agli
animali, accioch sieno astretti d'andarne a trovare ov'essi vogliono, perch
non si fermano mai con le lor case se non dove sia acqua e legna. E alcune
volte si caricano tutti di questa provisione e vanno a cercare i cervi, che
molto ordinariamente stanno dove non  acqua n legna, e il giorno che arrivano
ammazzano cervi e qualche altra cacciagione che possono, e consumano tutta
l'acqua e la legna in acconciarsi da mangiare e ne' fuoghi che fanno per
cacciare i moscioni, e aspettano all'altro giorno per prender alcuna cosa da
portar per camino: e quando si partono, vanno cos conci da' moscioni che
paiono avere il mal di s. Lazaro. E in questa guisa si cavano la fame due o tre
volte l'anno, con tanto gran costo come ho detto: e per averlo io provato,
posso affermare che niun travaglio si trovi al mondo simile a questo. Per entro
il paese sono molte cacciagioni e uccelli e animali, di quei che per adietro
s' detto. Vi si trovano delle vacche, e io ne ho vedute tre volte e
mangiatene, e parmi che siano della grandezza di quelle di Spagna; hanno i
corni piccioli come le moresche e il pelo molto lungo, e alcune ne sono
berrettine e altre nere, e al parer mio hanno miglior pelli e pi grosse che
quelle de' nostri paesi: di quelle che non son grandi fanno gl'Indi veste da
coprirsi, e delle maggiori fanno scarpe e rotelle. E queste vengono di verso la
tramontana per la terra avanti insino alla costa di Florida, e stendonsi per la
terra adentro pi di quattrocento leghe, e in tutto questo camino per le valli
per onde elle vengono descendono le genti che ivi abitano e si mantengono di
loro, e mettono nel paese gran quantit di cuoi.
Quando furono finiti i sei mesi che io stetti co' cristiani, sperando di
mettere in effetto l'appontamento preso tra noi, gl'Indi se ne andarono a
mangiar tune, che possono esser lontani di quivi da trenta leghe. E stando noi
gi per fuggircene, gl'Indi co' quali noi stavamo vennero a questione tra loro
per una donna, e si diedero pugna e bastonate e si ruppero il capo, e per lo
sdegno e odio grande che ebbero si presero le case loro e ciascuno se n'and a'
suoi luoghi, onde bisogn che tutti i cristiani che quivi eravamo ci
separassimo con esso loro, e in niuno modo non ci potemmo riunire insino
all'altr'anno. E in questo tempo io passai molta fatica, s per la molta fame
come per li tristi portamenti che quegl'Indi mi faceano, che furon tali che tre
volte mi convenne fuggire da que' padroni che mi teneano: e tutti mi vennero a
cercare con diligenza per ammazzarmi, ma piacque a nostro Signor Iddio di non
me lasciar trovare e di guardarmi dalle lor mani, per sua infinita
misericordia.
Tornato che fu il tempo delle tune, noi cristiani ci ritrovammo insieme nel
medesimo luogo di prima, e avendo gi concertato di fuggircene e appuntato il
giorno, quel giorno medesimo gl'Indi ci separarono, e ciascuno se n'and al suo
luogo: e io dissi a' cristiani che gli aspetterei nelle tune finch la luna
fusse piena, e questo giorno quando ci lor dissi era il primo di settembre e
il primo della luna, facendoli certi che, se in tal tempo non venissero, io me
n'andrei solo e gli lascierei. E cos ci separammo e ciascuno se n'and co'
suoi Indi, e io stetti co' miei fino a' tredeci della luna, e la deliberazione
mia era di fuggirmene agli altri Indi quando la luna fusse piena. A' tredeci
del detto mese arrivarono da me Andrea Dorante ed Estevanicco, e mi dissero che
avevano lasciato Castiglio con altri Indi che si chiamavano Canagadi, che
stavano quivi vicini, e che essi avevano passato molto travaglio e s'erano
perduti fra via, e che il giorno avanti i nostri Indi s'erano mutati di luogo e
andati verso dove stava Castiglio, per unirsi con quei che lo tenevano e farsi
amici tra loro, essendo insino a quel giorno stati nemici e in guerra: e in
questo modo noi ricuperammo ancor Castiglio.
In tutto il tempo che noi mangiavamo le tune avevamo sete, e per rimedio
bevevamo del succo loro, il quale cavavamo in una fossa che facevamo in terra,
e come era piena ne bevevamo finch eravamo sazii:  dolce e di color di mosto
cotto; e questo si fa per non vi esser altri vasi dove metterlo. Vi sono molte
sorti di tune, tra le quali ve ne sono di molto buone, bench a me tutte mi
pareano buone, e la fame non mi lasci mai spazio da poter fare scelta e
giudicio di qual fusse migliore tra tutte. La maggior parte di tutta questa
gente beve acqua piovuta e raccolta in alcune parti, percioch, quantunque vi
sieno fiumi, nondimeno, perch essi non hanno mai stanza ferma, non hanno acqua
particolarmente da lor conosciuta o luogo assegnato ove prenderla. Per tutto il
paese son molte grandi e belli difese e di molto buoni pascoli per greggie, e
parmi che sarebbe paese molto fruttifero, se fusse lavorato e abitato da gente
che avesse ragione e conoscimento. Non vi vedemmo montagne, in tutto quel
paese, per tutto il tempo che vi stemmo. Quegl'Indi ci dissero che pi avanti
erano altri popoli, chiamati Camoni, che vivono verso la costa, i quali avevano
uccisa tutta la gente che veniva nella barca di Pignalosa e Telliz, e che tutti
erano cos deboli e languidi che, ancorch gli ammazzassero, non si difendevano
in modo alcuno, e cos gli finiron tutti: e ci mostraron robe e armi loro,
dicendoci che la barca stava quivi a traverso. Questa  la quinta barca che
mancava al conto, percioch di quella del governatore gi dicemmo che il mare
se la port, e quella del contatore e de' frati era stata veduta gettata a
traverso nella costa, ed Esquivel ce ne raccont il fin loro; le due ove
andavamo Castiglio, io e Dorante, gi abbiamo detto come all'Inda di Malfato si
ci erano affondate.
Dipoi che ci fummo mutati di luogo, de l a due d ci raccomandammo a Dio
nostro Signore e ce ne andammo fuggendo confidandoci che, quantunque la
stagione fusse gi tarda e le tune si finivano, nondimeno co' frutti che
rimanevano ne' campi saremmo potuti andar gran parte del paese. E andando cos
quel primo giorno, con molto timore che gl'Indi ci avessero a seguire, vedemmo
alcuni fumi, e andando verso quelli doppo vespero vedemmo un Indo, che come ci
vidde se ne fugg senza volerci aspettare. Noi gli mandammo appresso il nero, e
colui, come lo vidde solo, l'attese. Il nero gli disse che noi andavamo a
cercar quella gente che facean quei fumi, e colui rispose che quivi vicino eran
le lor case, e che egli vi ci guiderebbe: e cos lo seguimmo, ed egli and
correndo a dar aviso come noi andavamo. E a posta di sole vedemmo le case, e a
due tiri di balestra avanti che arrivassimo, trovammo quattro Indi che ci
aspettarono: ci riceverono benignamente. Dicemmo loro in lingua di Mareames che
andavamo a cercarli, ed essi mostrarono di rallegrarsi della compagnia nostra,
e cos ci menaron alle case loro, e posero Dorante e il nero in casa d'un
fisico, e me e Castiglio con alcuni altri. Costoro hanno altra lingua e si
chiamano Avavares, e sono que' che soleano portar gli archi a quei nostri primi
patroni, e a contrattare con esso loro; e ancorch sieno d'altra nazione e
lingua, nondimeno intendono la lingua di quelli con chi noi stavamo prima, e
quel d medesimo erano arrivati in quel luogo ancor essi con le case loro.
Subito il popolo ci offerse molte tune, perch gi aveano notizia di noi, e
come medicavamo, e delle maraviglie che 'l nostro Signore operava per nostro
mezzo; che quando mai altre non ce ne avesse fatte, assai grande era l'aprirci
il camino per paese cos disabitato, e darci compagnia di gente dove per molti
tempi non ve n'era stata, e liberarci da tanti pericoli e non permettere che ci
uccidessero, e sostentarci tra tanta fame, e mettere in cuore a quelle genti
che ci trattassero bene, come appresso diremo.
Quella notte medesima che noi arrivammo, vennero alcuni Indi a Castiglio e gli
dissero che stavano molto male della testa, pregandolo che li sanasse: e doppo
l'averli benedetti e raccomandati a Dio, in quel punto dissero che stavano bene
e che il male s'era partito, e andarono alle case loro e ci portarono molte
tune e un pezzo di carne di salvadigina, che ancor non sapevamo che cosa fusse.
Ed essendosi ci publicato tra loro, vennero molti altri infermi quella notte
perch li sanasse, e ciascun di loro portava un pezzo di salvadigina, e tanti
ce ne portavano che non sapevamo dove metterli. Noi ringraziammo molto Iddio,
che ogni giorno ci andava crescendo la sua misericordia e grazia. E finite che
furono le cure, incominciarono a ballare e a cantare i loro versi e feste, fino
all'altro giorno al nascer del sole: e dur tre giorni tal festa per la venuta
nostra. Dipoi li domandammo del paese avanti e delle genti e vittuarie che vi
si trovano, e ci risposero che per tutto quel paese sono molte tune, ma che gi
erano finite, e che non troveremmo gente alcuna, perch doppo l'aver colte le
tune ciascuno se n'era tornato alle sue case, e che era paese molto freddo e vi
si trovavano poche pelle. Noi, udendo questo e vedendo che il verno e tempo
freddo entrava, ci accordammo di farlo con costoro. E in capo di cinque giorni
da che eravamo arrivati, si partirono e andarono a cercar altre tune dove erano
altre genti d'altre nazioni e di lingue diverse; e andati cinque giornate con
molta fame, perch fra via non si trovano tune n altri frutti, arrivammo ad un
fiume, e quivi fermammo le case nostre, e dipoi ce n'andammo a cercare alcuni
frutti d'un arbore che  a somiglianza di fichi. E non vi essendo per tutti
quei luoghi strada alcuna, io m'indugiai pi degli altri in trovarle, e cos
essi se ne tornarono alle case e io rimasi solo, e venendo a cercare i nostri
quella notte mi smarrii, e piacque a Dio ch'io trovassi un arbore sotto il
quale era stato fatto fuoco, e al fuoco suo io passai il freddo di quella
notte. La mattina mi caricai di legna e pigliai duoi tizzoni e me ne tornai a
cercarli, e andai in questa guisa cinque giorni, sempre col mio fuoco e carico
di legna, perch, se il fuoco mi si spegnesse in parte dove non fusser legna,
come in molti luoghi non ve ne sono, io avesse come fare altri tizzoni e non
rimaner senza fuoco, che non avevo altro rimedio per il freddo, essendo io nudo
come nacqui. E per la notte io avevo questo rimedio, che me n'andavo appresso
qualche cespuglio de' boschetti ch'erano appresso i fiumi, e quivi mi fermavo
avanti che il sole si corcasse e facevo in terra una fossa, e in essa mettevo
molte legna, che si fanno d'alcuni arbori de' quali per quei luoghi  gran
quantit; e mettevo insieme molte legna di quelle che erano cadute e secche, e
intorno a quella fossa io facevo quattro fuochi in croce, e avevo pensiero di
venir d'ora in ora rifacendo i fuochi; e facevo alcuni fasci di paglia, che per
quei luoghi ve ne  molta, e con quella mi coprivo in quella fossa, e a questa
guisa mi difendevo dal freddo delle notti. E una notte il fuoco cadde sopra la
paglia che mi copriva, e stando io dormendo nel fosso, il fuoco cominci ad
ardere molto forte, e quantunque io saltassi fuori con molta furia, nondimeno
mi rimase nei capelli il segno del pericolo che avevo passato. In tutto questo
tempo io non mangiai boccone n trovai che mangiare, e andando scalzo m'usc
molto sangue dai piedi, e Iddio us meco gran misericordia, che in tutto questo
tempo non soffi mai la tramontana, che altrimenti non vi era rimedio alcuno
ch'io rimanessi vivo. In capo di cinque giorni arrivai ad una riviera dove
trovai i miei Indi, i quali insieme coi cristiani mi teneano gi per morto, e
sempre credettero che qualche vipera m'avesse morso. Ebbero tutti gran piacere
di vedermi, e principalmente i cristiani, e mi dissero che insino allora aveano
camminato con molta fame, e per questo non mi erano venuti cercando: e quella
notte mi diedero delle tune che aveano. Il d appresso ci partimmo di quivi e
andammo in luogo dove erano molte tune, con le quali tutte sodisfecero alla
gran fame che avevamo; e noi cristiani ringraziammo molto il nostro Signore
Iddio, che non ci mancava mai di rimedio.
Il d seguente, la mattina vennero da noi molti Indi, e menavano seco cinque
infermi che stavano attrati e molto male, e venivano a cercar Castiglio che li
medicasse; e ciascuno degli infermi offerse l'arco suo e le frezze, ed egli le
prese, e a posta di sole gli benedisse e raccommand a Dio: e tutti lo pregammo
con pi devozione che potemmo che lor desse sanit, poich vedevo che non vi
era altro rimedio per fare che quella gente ci aiutasse, e potessimo uscire di
cos miserabil vita: e la somma bont sua lo fece tanto misericordiosamente
che, venuta la mattina, tutti si levarono cos sani e gagliardi come se mai non
avessero avuto alcun male. Questo cagion a loro molta maraviglia, e a noi
risvegliamento a rendere infinite grazie a nostro Signore, e che pi
intieramente conoscessimo la gran bont sua, e tenessimo ferma speranza che ci
avesse da liberare e condurci in luogo dove lo potessimo servire; e di me io so
dire che sempre ebbi ferma speranza nella sua misericordia, che m'avesse da
levare di quella cattivit, e cos lo dissi sempre co' miei compagni. Come gli
Indi se ne furono andati via, e portati i loro infermi sani, noi ce ne andammo
dove stavano altri mangiando tune: e questi si chiamano Cacalcuches e
Maliconis, che sono d'altra lingua, e insieme con essi erano altri che si
chiamano Coaios e Susolas, e d'altra parte altri chiamati Ataios, e questi
tengono guerra coi Susolas, e si frezzavano ogni giorno tra loro. E perch in
quei luoghi non si ragionava se non de' miracoli che nostro Signore Iddio
operava per mezzo nostro, vennero da molte parti a cercarci perch gli
sanassimo, e in fin di due giorni che quivi eravamo vennero a noi alcuni Indi
de' Susolas, e pregarono Castiglio che andasse a curare un ferito e altri
infermi, dicendo che tra essi ve n'era uno che stava in fin di morte. Castiglio
era medico molto timoroso, e principalmente quando le cure erano gravi e
pericolose, e credeva che i suoi peccati avessero a fare che non tutte le cure
succedessero bene. Gli Indi mi dissero che andasse io a curarli, perch essi mi
volevano bene e si ricordavano ch'io gli avevo curati altre volte alle noci, e
che per quello mi aveano date noci e cuoi: e questo era stato quando io venivo
a unirmi co' cristiani; onde mi convenne andare con esso loro, e venner con me
Dorante ed Estevanicco e quando fummo arrivati vicino alle capanne che essi
teneano, io viddi l'infermo il quale andavamo a curare che gi era morto, e
intorno a lui stava molta gente piangendo, e la casa sua disfatta, che tra loro
 segno che il patron suo  morto: e cos, quando io arrivai, lo trovai con gli
occhi rivolti e senza alcun polso e con tutti i segnali di morto, e a me cos
parea che fusse, e il medesimo mi disse Dorante. Io gli levai una stuora che
teneva di sopra per coperta, e come potei il meglio pregai nostro Signore, che
mi desse grazia di dar sanit a quello infermo e a tutti gli altri che n'aveano
bisogno: e doppo ch'io l'ebbi benedetto e soffiato molte volte, mi portarono
l'arco suo e me lo diedero, e una cesta di tune, e mi menarono a curare molti
altri che stavano male di mazzucco, e mi diedero due altre ceste di tune, le
quali io diedi ai nostri Indi che erano venuti con noi. E fatto questo ce ne
tornammo agli alloggiamenti nostri, e i nostri Indi ai quali avevo date le tune
si rimasero quivi; e la notte se ne tornarono alle loro case ancor essi, e
dissero che colui che era gi morto, il quale io avevo curato in presenza loro,
s'era levato sano e avea passeggiato e mangiato e parlato con esso loro, e cos
tutti gli altri ch'io avevo curati erano rimasi sani, senza febre e molto
allegri. Questo cagion molta grande ammirazione e spavento, e per tutto quel
paese non si parlava d'altra cosa. Tutti coloro ai quali arrivava questa fama
ci venivano a cercare, perch li curassimo e benedicessimo i loro figliuoli. E
quando gl'Indi che stavano in compagnia de' nostri, che erano i Catalcuchi, se
n'ebbero da andare, avanti che si partissero ci offersero tutte le tune che
aveano per il lor cammino, senza che se ne lasciassero alcuna per se stessi, e
ci diedero pietre focate lunghe da un palmo e mezzo, con le quali essi tagliano
e tra loro son tenute in molta stima. Ci pregarono che ci ricordassimo di loro
e pregassimo Iddio che sempre stessero sani, e noi lo promettemmo di farlo, e
con questo se ne andarono i pi contenti uomini del mondo, avendoci dato tutto
il meglio di quel che avevano.
Noi stemmo con quegli Indi Avavares otto mesi, e questi conti facevamo con la
luna. In tutto questo tempo ci venivano molte genti a cercare, e diceano per
cosa certa che noi eravamo figliuoli del sole. Dorante e il negro fino allora
non aveano medicato, ma per la molta importunit di tante genti che ci
concorrevano da ogni parte divenimmo tutti medici, ancorch nella securezza di
prendere ogni cura era io il pi segnalato tra tutti: e niuno ne curammo mai
che non ci dicesse d'esser sano, e tanta confidanza teneano in noi che non
pareva loro potere essere sanati se non per nostra mano, e credeano che finch
noi stavamo con esso loro niuno d'essi potesse morire. Costoro e quei pi
addietro ci contarono una cosa molto strana, e per li segnali che ce ne fecero
parea che avesse 15 o 16 anni che era accaduto, e questo  che diceano che per
quel paese and attorno un uomo ch'essi chiamavano Mala Cosa, che era picciolo
di corpo e avea barba, bench non gli poterono mai vedere chiaramente il viso,
e quando veniva a qualche casa, a tutti quei che vi erano dentro s'arricciavano
i capelli e tremavano, e subito appariva alla porta della casa un tizzone
ardente: e allora quell'uomo entrava in casa e pigliava qual volea di loro, e
davali tre gran cortellate per li fianchi con una pietra focata molto aguza,
larga come una mano e lunga due palmi, e metteva la mano per quei tagli e
cavavagli le budella, e tagliavane da un palmo, e quel pezzo che tagliava
metteva a cuocere sopra le brascie; e subito gli dava tre altre cortellate in
un braccio, e la seconda gli dava per la salassatura, e staccavaglielo, e indi
a poco glielo tornava a rattaccare, e mettevali la mano sopra la ferita, e
diceano che subito colui ritornava sano. E che molte volte, mentr'essi
ballavano, quella Mala Cosa appariva tra loro, alcuna volta in abito di donna e
altra come uomo, e alcune volte pigliava la capanna o casa e alzavala in alto e
de l a poco cadeva insieme con essa e dava molto gran colpo. Ci dissero ancora
che essi gli davano da mangiare, ma che non mangi mai, e che lo dimandavano
donde veniva e in che parte avesse la casa sua, ed egli mostr loro una
fenditura della terra e disse che la casa sua era l sotto. Di queste cose che
essi ci narravano noi ce ne ridevamo molto e ce ne facevamo beffe, ed essi,
vedendo che non lo credevamo, ci menarono molti di coloro che diceano che
quell'uomo avea presi, e vedemmo i segnali delle cortellate che gli avea date
ne' luoghi che coloro ci aveano detto. Noi dicemmo loro che colui era un uomo
tristo, e nel meglio modo che potemmo demmo loro ad intendere che, se essi
credessero in Dio nostro Signore e fussero cristiani come noi altri, non
averiano timor di colui n gli averia ardire di venire a far loro quelle cose,
e che tenessero per certo che, mentre noi stessimo in quel paese, egli non
ardirebbe di comparirvi. Di questo essi si contentarono molto, e perdettero
gran parte della paura che aveano. Questi Indi ci dissero che avean veduto
l'Asturiano e Figheroa, con altri che stavano nella costa avanti, i quali noi
altri chiamavamo quei de' fichi.
Tutta questa gente non conoscevano i tempi per sole n per luna, n tengono
conto de' mesi n dell'anno, ma sanno le differenze de' tempi secondo che i
frutti vengono a maturarsi, e nel tempo che si muovono i pesci, e all'apparir
delle stelle, in che essi sono molto accorti ed esercitati. Con costoro noi
fummo sempre ben trattati, bench quello che avevamo da mangiare si conveniva
cavar con le nostre mani, e portar le nostre carche d'acqua e di legna. Le case
e sostentamento loro sono come quelle degli altri adietro, bench hanno molto
maggior fame, perch non hanno n maiz, n ghiande, n noci. Andammo sempre in
cuoio come essi, e di notte ci coprivamo con cuoi di cervi. Di otto mesi che
stemmo con esso loro, i sei patimmo molta fame, che n ancor pesce non si
trovava; e al fine di questo tempo gi le tune cominciavano a maturarsi, e
senza che quegli Indi ci sentissero noi ce ne passammo avanti ad altri, che si
chiamano Malicones.
Costoro stavano una giornata di l, dove io e il negro arrivammo, e in capo di
tre giorni io mandai il negro che menasse Dorante e Castiglio, e venuti ci
partimmo tutti insieme con quegl'Indi, i quali andavano a mangiare alcuni
fruttarelli di certi arbori, di che si mantengono dieci o dodeci giorni fra
tanto che vengono le tune. E quivi con costoro s'unirono altri Indi, che si
chiamano Arbadaos, e tra costoro trovammo molti infermi, deboli ed enfiati,
tanto che ce ne maravigliammo molto. E gl'Indi coi quali eravamo venuti se ne
tornarono per il medesimo cammino, e noi dicemmo di volerci rimaner con quegli
altri, di che essi mostrarono d'aver gran dispiacere; e cos ci fermammo nel
campo con coloro, vicino a quelle case, e quando essi ci viddero si ristrinsero
tra loro e, doppo l'aver ragionato un poco, ciascuno d'essi prese uno di noi
per mano, e ci menarono alle lor case. Con costoro noi patimmo maggior fame che
con quegli altri, che in tutto il giorno non mangiammo se non duoi pugni di
quei frutti, che eran verdi e avean tanto latte che ci brucciava la bocca, ed
essendoci carestia d'acqua dava molta sete a chi li mangiava: ed essendo la
fame s grande, ci convenne comperare da loro duoi porci, e in cambio loro
demmo certe reti e altre cose, e un cuoio col quale io mi copriva. Gi ho detto
come per tutto quel paese andammo nudi e, non essendovi noi avezzi per avanti,
mutavamo a guisa di serpi il cuoio duoi volte l'anno, e col sole e con l'aria
ci si faceva nel petto e nelle spalle alcune piaghe molto grandi, che ci davano
gran pena per rispetto delle carche che portavamo, molto grandi e pesanti, e
faceano che le corde ci si ficcavano per le braccia. E il terreno  tanto aspro
e serrato che molte volte facevamo legna de' boschi, che quando l'avevamo
finito di cavare ci correva il sangue da molte parti, per le spine e cespugli
dove intoppavamo, che ci rompevano ovunque toccavano. Alle volte m'avenne di
far legna e, dipoi l'avermi cavato molto sangue, non le poteva portare, n in
spalla n strascinando. Quando mi ritrovavo in questi travagli, non avevo altro
rimedio n consolamento che pensare nella passione del nostro Signor Gies
Cristo e nel sangue che per me egli sparse, e considerare quanto maggiore dovea
essere il tormento che egli pat dalla corona di spine, che quello ch'io
soffriva. Contrattavo io con questi Indi, facendo loro pettini, e con archi e
con frezze e con reti; facevamo stuore, che sono cose delle quali essi hanno
molto bisogno, e ancorch le sappiano fare, non voglion far nulla per cercar
fra tanto da mangiare, e quando si pongono a lavorare passano molta gran fame.
Altre volte mi faceano rader pelli e intenerirle, e la maggior prosperit ch'io
avessi tra loro era il d che mi davano a rader qualche cuoio, perch lo radevo
molto e mangiavo di quelle raditure, e quello mi bastava per due o tre giorni.
Ci avenne ancora con questi e con gli altri che avevamo lasciati adietro che,
dandoci essi un pezzo di carne, ce la mangiavamo cruda, perch, se l'avessimo
posta a cuocere, il primo di loro che fusse arrivato ce la avrebbe tolta e
mangiatola, onde ci pareva che non fusse bene d'arrischiarla a questo pericolo,
oltre che noi non stavamo di sorte che ci dessimo pensieri di volerla mangiare
pi cotta che cruda. Questa fu la vita che con questi Indi passammo, e quel
poco sostentamento che avevamo ce lo guadagnavamo con cosette che facevamo con
le nostre mani.
Dipoi che noi avemmo mangiati quei cani, parendoci d'aver qualche vigore da
poter passare avanti, ci raccomandammo a Dio nostro Signore che ci guidasse e
ci spedimmo da quegl'Indi, ed essi ci menarono ad altri della lor lingua che
stavano quivi vicini. E cos andando piovve tutto quel giorno, e oltre a ci
smarrimmo il camino e fummo a fermarci ad un monte molto grande, dove cogliemmo
molte foglie di tune, e le cocemmo quella notte in un forno che facemmo, e
demmo loro tanto fuoco che la mattina stavano da poterle mangiare; e doppo
l'averle mangiate ci raccomandammo a Dio e ce ne andammo, e ritrovammo il
cammino che avevamo smarrito. E passando il monte trovammo altre case
degl'Indi, e arrivati vi vedemmo due donne e alcuni fanciulli, che andavano per
quel monte: e vedendoci si spaventarono, e fuggirono a chiamare gl'Indi loro
che andavano per il monte. E venuti si fermarono a guardarci di dietro a certi
arbori, e noi li chiamammo e vennero con molta paura, e dipoi che avemmo
parlato loro, ci dissero che avevano gran fame, e che quivi vicino stavano
molte delle lor case, e dissero di menarci l e cos quella notte arrivammo
dove erano cinquanta case, e tutti si spaventavano molto di vederci e stavano
con molto timore, e dipoi che erano stati alquanti sbigottiti, si ci
accostavano e ci menavano le mani per il viso e per il corpo, e dipoi se le
menavano sopra il viso e corpo lor proprio. E cos stemmo quella notte, e
venuta la mattina ci menarono gl'infermi che eran tra loro, pregandoci che li
benedicessimo, e ci diedero di quello che aveano da mangiare, che erano foglie
di tune e tune verdi arrostite o secche: e per il buon portamento che ci
faceano, e perch quel poco che aveano ce lo davano volentieri, e aveano piacer
di star senza mangiar essi per darne a noi, ci stemmo con esso loro alcuni
giorni. E cos stando, vennero altri Indi di quei pi avanti, e quando se ne
vollono andare noi dicemmo ai nostri primi che ce ne volevamo andar con quegli
altri, il che dispiacque lor molto, e ci pregarono molto strettamente che non
ci partissimo; ma alla fine ci sbrigammo da loro, e lasciammoli piangendo della
nostra partita, della quale aveano grandissimo dispiacere.
Dall'isola di Malhado, tutti gl'Indi che in quel paese vedemmo hanno per
usanza, dal giorno che le donne loro si sentono gravide, non dormono con esse
finch sieno passati duoi anni dall'aver creati i figliuoli, i quali elle
allattano finch sono d'et di dodeci anni, che gi sono da sapersi da se
stessi procacciar da mangiare. Dimandavamoli noi per qual cagione cos gli
nodrissero, e ci rispondevano che lo faceano per la molta fame che era in quel
paese, dove, come noi vedevamo, alcune volte conveniva star tre e alcune volte
quattro giorni senza mangiare: e per questo gli lasciavano allattare, perch in
quei tempi non morisser di fame; e se pure ancora alcuni ne fussero scampati,
sarebbono stati troppo delicati e di poca forza. Se per sorte aviene che alcuno
tra loro s'infermi, lo lasciano morire in quei campi, se non  figliuolo, e
tutti gli altri, se non possono andar con essi, si rimangono; ma per un figlio
o fratello loro, essi se li caricano in collo e cos gli portano. Tutti costoro
hanno usanza di separarsi dalle mogli loro quando tra loro non  conformit o
accordo, e si rimaritano essi ed esse con chi vogliono: e questo si fa tra i
giovani, ma quei che gi hanno figliuoli non lasciano mai le lor mogli. E
quando contendono con altri popoli e fanno questioni un con l'altro, si danno
pugni e bastonate finch sono molto stanchi, e allora si spartono, e alcuna
volta gli spartono le donne entrando tra loro, perch uomini non entrano a
spartirli: e per qualsivoglia colera o passione che abbiano, non combattono con
archi n con frezze. E dipoi che si hanno dati pugni e bastonate e finita la
mischia, prendono le case e le donne loro e se ne vanno a vivere per i campi e
separati dagli altri, finch lor si passa lo sdegno e la colera; e quando gi
stanno cos senza colera, se ne tornano alla gente loro, e da indi inanti sono
amici come se mai non fusse stata tra lor cosa alcuna, n  bisogno che altri
s'interponga a far le paci o l'amicizie, perch in questa guisa le fanno da se
stessi. E se quei che fanno questioni non hanno mogliera, se ne vanno da altri
lor vicini, e se ben fussero lor nemici li ricevono benignamente e fanno loro
molte carezze, e danno loro di quel che hanno, di modo che, passata che  loro
la colera, se ne tornano al suo popolo ricchi. Tutti sono gente di guerra, e
usano tanta astuzia per guardarsi da' lor nemici, come farebbono se fussero
nodriti in Italia e in continua guerra. Quando sono in parte che i lor nemici
li possono offendere, posano le lor case alla radicie del monte pi aspro e pi
folto che quivi possin trovare, e allato a quello hanno un fosso, e quivi
dormono. Tutti quei che sono da combattere stanno coperti con legna minute, e
fanno le lor saettiere, e stanno tanto coperti e ascosi che, ancorch
gl'inimici lor sieno appresso, non gli veggono; e fanno una strada molto
stretta fino a mezzo dentro il monte, e quivi fanno luogo perch dormano le
donne e i fanciulli. E quando viene la notte accendono lumi nelle lor case,
perch, se gl'inimici tenessero spie, si credano che essi vi sieno, e avanti
l'alba accendono similmente fuochi: e se a caso i nemici vengono a dare in
quelle case, quei che stanno nel fosso escono fuori, e insino alle trinciere
fanno lor molto danno, senza che quei di fuori li veggano n li possano
trovare. E quando non vi sono monti dove possano in tal maniera nascondersi e
fare i loro aguati, si mettono al piano nella parte che loro par migliore, e
intorniansi di trincere coperte di legna minute, e fanno le lor saettiere, onde
saettano i nemici, e questi ripari essi fanno per la notte.
Stando io con gli Aguenes, a mezzanotte sopravenner loro i nemici
all'improvviso e assalirongli, e n'uccisero tre e ferironne molti, di sorte che
se ne fuggirono per il monte avanti; e poi, sentendo che i nemici se n'erano
andati dalle lor case, essi ritornarono, e raccolsero tutte le frezze che
coloro aveano tirate, e pi copertamente che poterono li seguirono. E quella
notte vennero alle lor case senz'esser sentiti, e vicino all'alba gli
assalirono e ne ammazzarono cinque de' loro, senza molt'altri che ne ferirono,
e gli fecero fuggire e lasciar le case e gli archi con tutta la roba loro: e
indi a poco spazio vennero le donne di quei che si chiamavano Quevenes, e si
poser tra loro e gli fecero amici, quantunque alcune volte elle sieno principio
della guerra. Tutte queste genti, quando tengono inimicizie particolari, se non
sono d'una stessa famiglia si uccidono di notte con aguati e tradimenti, e usan
tra loro gran crudelt.
Questa  la pi sollecita gente per una armata di quante io ne ho mai vedute al
mondo, percioch, se temono de' loro nemici, tutta la notte stanno svegliati
co' loro archi appresso e con una dozena di frezze, e colui che dorme tasta
l'arco suo, e se non lo truova in corda gli d la volta che gli bisogna. Escono
molte volte delle lor case e vanno bassi bassi per terra, in modo che non
possono esser veduti, e guardano e spiano per ogni parte per sentir che si fa,
e se alcuna cosa sentono in un punto sono al campo con gli archi loro e con le
frezze, e vanno scorrendo insino al giorno qua e l, dove veggono o sentono che
bisogni, o pensano che possano essere i nemici. Quando viene il giorno, tornano
a rallentare i loro archi, finch poi vanno a caccia; le corde degli archi loro
sono nervi di cervo. Il modo che tengono di combattere  d'andar bassi per
terra, e mentre si frezzano vanno parlando e saltando sempre da un capo
all'altro, guardandosi dalle frezze de' nemici, tanto che in luoghi tali
possono con tal modo di combattere ricevere molto poco danno di balestre o
d'archibugi, anzi gl'Indi se ne fanno beffe, perch tale arme non vagliono
contra loro in campi piani, dov'essi vanno sciolti, e solamente vagliono per
luoghi stretti e d'acqua. Nel resto i cavalli son quegli che gli hanno da
soggiogare, e quei che gl'Indi universalmente temono. Chi ha da combattere con
esso loro conviene che stia molto avvertito che essi non conoscano che sia
stanco o codardo, e mentre dura la guerra gli ha da trattare il peggio che pu,
percioch, se timore conoscessero in lui o alcuna codardia, quella  gente che
sa molto ben conoscere il tempo da vendicarsi, e prende ardire e forza dalla
temenza de' loro adversarii. Quando nella guerra si son frezzati e hanno
consumata la lor munizione, se ne ritorna ciascuno al cammino suo, senza che i
nemici gli seguano quantunque l'una parte fusser pochi e gli altri molti: e
questa  usanza loro. Molte volte si passano da parte a parte con le frezze, e
non muoiono se non toccano le trippe o il cuore, anzi sanano molto presto.
Veggono e odono e hanno i sentimenti pi acuti di quanti uomini io credo che
sieno nel mondo. Sono grandemente pazienti della fame e della sete e del
freddo, come quei che pi vi sono avezzi che tutti gli altri. Questo ho voluto
raccontare perch, oltre che ciascuno  desideroso di sapere i costumi e gli
esercizii degli altri, quei che alcune volte si verranno a veder con essi sieno
avisati de' lor costumi e arditezze, che sogliono molto giovare inverso tali.
Voglio similmente raccontare le nazioni e lingue che sono tra essi, dall'isola
di Malhada insino agli ultimi Cuchendadi. Nell'isola di Malhada sono due
lingue: questi si chiamano Cavoques, quegli altri di Han. In terra ferma, a
fronte a quell'isola, sono altri che si chiamano di Carruco, e pigliano tal
nome dai monti dove vivono; avanti nella costa del mare sono altri che chiamano
Deguenes, e in fronte a questi sono altri che chiamano di Mendica. Pi avanti
nella costa sono i Quevenes, e a fronte a questi dentro in terra ferma sono i
Mariames, e andando per la costa avanti sono altri chiamati Guaicones, e in
fronte a questi dentro in terra ferma l'Iguazes. In capo a questi sono altri
che chiamano gli Ataios, e dietro a questi altri che chiamano Acubadaos, e di
questi sono molti per questa riviera avanti. Nella costa vivono altri chiamati
Quitoles, e in fronte a questi dentro in terra ferma i Avavares, e con questi
si uniscono i Maliacones e i Cultalculches, e altri che si chiamano Susolas, e
altri chiamati Comos, e davanti nella costa stanno i Camoles, e nella medesima
costa avanti sono altri che noi chiamiamo quei de' fichi. Tutte queste genti
tengono abitazioni e popoli e lingue diverse: tra costoro  una lingua nella
quale, dicendo agli uomini "guarda qua", dicono arraca e ai cani dicono xo. E
in tutto quel paese s'imbriacano con certo fumo, che danno ci che hanno per
averne. Beono similmente un'altra cosa che cavano delle frondi degli arbori,
come d'elci, e le cuocono in alcune botti al fuoco, e dipoi che l'hanno cotta
empiono la botte d'acqua, e cos lo tengono sopra il fuoco, e quando ha bollito
due volte la buttano in alcuni vasi e la raffreddano con una mezza zucca: e
quando sta con molta schiuma, la beono quanta pi calda la posson soffrire, e
finch la cavano della botte e finch la beono stanno gridando "chi vuol
bevere". E quando le donne sentono questi gridi, subito si fermano senza aver
ardir di muoversi, se ben si trovassero d'esser molto cariche: e se per sorte
alcuna d'esse si movesse, la svergognano e danno delle bastonate, e con molto
sdegno e colera essi gettan via quell'acqua o bevanda che hanno fatta, e se ne
hanno bevuta la vomitano fuori, il che essi fanno molto agevolmente. La ragione
di questa loro usanza essi dicono che  questa, che se, quando essi vogliono
bere di quell'acqua, le donne si muovono da dove le prende quella voce, in
quella bevanda si mette una cosa trista, la quale entrando nel corpo in breve
spazio gli fa morire. E tutto il tempo che quell'acqua si cuoce, il vaso ha da
star bene turato e chiuso, e se per sorte stesse scoperto e venisse a passare
alcuna donna, la gettano via e non ne beono pi.  di color giallo, e la beono
tre giorni senza mangiare, e ogni giorno ne beono un'anfora e mezza. E quando
le donne hanno le loro purgazioni, non procacciano da mangiare se non per se
stessi, perch niun'altra persona mangia di quello ch'ella porta. Nel tempo
ch'io stavo tra costoro viddi un bruttissimo costume, cio un uomo che era
maritato con un altro: e questi sono alcuni uomini effeminati e impotenti, e
vanno vestiti e coperti come donna e fanno ufficio di donna, e non tirano archi
e portano molto gran pesi. E tra costoro ne vedemmo molti cos effeminati come
ho detto, e sono pi membruti e pi alti che gli altri uomini.
Dipoi che noi ci partimmo da quei che lasciammo piangendo, fummo con gli altri
alle case loro, e da essi fummo molto ben ricevuti, e ci menarono i figliuoli
loro perch toccassimo loro le mani, e ci davano molta farina di mesquiquez.
Questi sono alcuni frutti che quando stanno negli arbori sono molto amari, e
sono della sorte che sono le carobe, e mangiansi con terra, e con essa sono
molto dolci e buoni da mangiare. Il modo col quale li conciano  che fanno una
fossa in terra dell'altezza che vogliono, e dipoi che in questa fossa hanno
gettati i frutti, con un legno grosso come una gamba e lungo un braccio e mezzo
gli macinano molto bene, e pi che gli si attacca della terra della fossa, ne
pigliano dell'altra crivellata e la mettano nella detta fossa e tornano a
macinarla un altro poco; e dipoi la pongono in un vaso a modo d'una sporta, e
vi buttan sopra tanta acqua che basti a coprirla, in modo che l'acqua avanzi
per sopra, e colui che l'ha macinata la pruova in bocca, e se gli pare che non
sia dolce dimanda terra e la mescola seco, e questo fa finch la truova dolce.
E cos poi si mettono a sedere intorno intorno, e ciascuno vi mette la mano e
ne piglia quanto pu, e la sementa o amandole di quei frutti e cos le scorze
si gettano sopra d'alcuni cuoi, e colui che gli ha macinati le raccoglie e le
torna a metter poi tutte nella sporta, e gettali sopra acqua come prima, e
tornano a sprimer il sugo e acqua che ne pu uscire, e similmente tornano a
mettere le semenze e le scorze sopra il cuoio. E cos in questa guisa fanno tre
o quattro volte per ogni macinatura, e quei che si trovano a questo banchetto,
che per essi  molto grande, rimangono con la pancia molto enfiata per la terra
e acqua che beono. E di questo ci fecero gli Indi molta gran festa, e fecero
tra loro molti balli e feste fintanto che quivi stemmo, e quando la notte noi
dormivamo, alla porta della capanna dove stavamo vegghiavano sei uomini con
molta cura, non lasciando entrar da noi alcuno finch il sol fusse uscito. E
quando ci volemmo partir da loro, arrivarono quivi alcune donne d'altri che
vivevano pi avanti, e informati da loro dove stavano quelle case, ci partimmo
verso quella parte, ancorch coloro molto ci pregassero che per quel giorno non
ci partissemo, perch quelle case stavano molto lunge di quivi e non vi era
cammino per andarvi, e che quelle donne erano venute stanche, ma riposandosi
fino all'altro giorno verrebbono poi con noi e ci guiderebbono. Ma noi ce ne
spedimmo e andammo via, e indi a poco quelle donne che erano venute quivi, con
alcune altre di quei primi, se ne vennero dietro a noi; ma, non vi essendo
strada battuta n sentiero, subito ci perdemmo, e cos andammo quattro leghe,
in fin delle quali arrivammo a bere ad un'acqua dove trovammo le donne che ci
aveano seguito, e ci dissero il travaglio che aveano passato per ritrovarci.
Quindi partiti e menando quelle donne per guida, passammo un fiume in sul
tardi, e l'acqua ci dava insino al petto, e poteva esser largo come quel di
Siviglia e correva molto forte. E al colcar del sole arrivammo a cento case
d'Indi, e avanti che arrivassimo uscirono tutti a riceverci, con tanto grido
che era un spavento, e davansi gran palmate nelle coscie, e portavano zucche
forate con pietre dentro, che  l'istrumento delle lor maggior feste: e non le
cavano se non per ballare o per medicare, n  alcuno che l'ardisca pigliare in
mano se non essi. E dicono che quelle zucche hanno virt e che vengono dal
cielo, perch in quei paesi non ne nasce, n sanno onde vengano, se non che le
portano i fiumi quando vengono grossi. Era tanto il timore e la confusione di
costoro che, per accostarsi a noi pi presto l'un dell'altro e toccarci, ci
strinsero tanto che manc poco che non ci ammazzassero, e senza lasciarci
mettere i piedi in terra ci portarono alle case loro, e tanto ci caricavano
sopra e tanto ci stringea la calca, che ce ne entravamo nelle case che aveano
fatte per noi, e non consentimmo che per quella notte facessero pi festa con
noi. Tutta quella notte passarono tra loro in giuochi e balli, e il d seguente
a buon'ora ci menarono davanti tutta la gente di quel luogo, che noi li
toccassimo e benedicessimo come avevamo fatti agli altri co' quali eravamo
stati, e doppo questo diedero molte frezze alle donne dell'altro popolo, che
erano venute con le loro.
Il d appresso partimmo di quivi e tutta quella gente venne con noi, e come
arrivammo ad altri Indi, fummo molto bene ricevuti come dagli altri, e ci
diedero di quello che aveano, e i cervi che quel giorno avevano uccisi. E tra
costoro vedemmo una nuova usanza, cio che a quei che venivano da noi a
curarsi, coloro che erano prima con noi toglievano gli archi, le frezze, le
scarpe e le corone se ne aveano, e dipoi che cos l'avevano lor tolte ce li
menavano inanti perch li medicassimo, e medicati che gli avevamo se n'andavano
molto contenti, dicendo che erano sani. Cos ci partimmo da costoro e andammo
ad altri, da' quali fummo molto ben ricevuti, e ci menarono i loro infermi che,
benedicendoli noi, diceano che erano sanati: e chi non sanava credeva che
potessimo sanarlo, e per quello che lor diceano gli altri che noi curavamo,
faceano tanta festa e balli che non ci lasciavano dormire. Partiti da costoro
andammo dove erano molt'altre case, e qui cominci un'altra nuova usanza, cio
che, ricevendoci ciascuno molto bene, coloro che venivano con noi toglievano
loro tutta la robba e loro saccheggiavano le case, senza lasciar loro cosa
alcuna: il che a noi dispiacque molto, vedendo cos tristi portamenti verso
quei che con tanta cortesia ci riceveano, e temendo ancora che tal cosa
cagioneria qualche alterazione o scandolo tra loro. Ma, non essendo noi
bastanti a rimediarvi e a castigar quei che lo faceano, ci convenne per allora
soffrirlo, finch ci vedessimo d'aver tra loro pi autorit. E cos ancora quei
medesimi che perdeano le robbe, vedendo il dispiacer nostro, ci consolavano,
dicendo che di ci non ricevessimo dispiacere, che essi erano tanto contenti
d'averci veduti che aveano per bene impiegata la robba loro, e che avanti
sarebbono pagati da altri che erano molto ricchi. Per tutto questo cammino
avemmo molta noia per la gran gente che ci seguiva, e non potevamo separarci da
loro, con tutto che molto lo procurassimo, perch era molto grande la pressa
che faceano per venirci a toccare, ed era tanta l'importunit loro, che
passavano tre ore prima che potessimo fare che ci lasciassero. Il d seguente
ci menarono davanti tutta la gente loro, e la maggior parte sono sguerzi, e
altri sono ciechi da se medesimi, di che restammo molto maravigliati; sono ben
disposti e di buone maniere, e pi bianchi di tutti gli altri che fin qui
avevamo veduti. Quivi cominciammo a veder montagne, che pareano che venissero
verso il mare di Tramontana, e per la relazione che gli Indi ce ne fecero credo
che stieno quindeci leghe lungi dal mare.
Quindi ci partimmo con quegli Indi verso quelle montagne che ho gi dette, e ci
menarono dove stavano alcuni parenti loro, perch non ci voleano menare se non
dove fussero lor parenti, non volendo che i loro nemici avessero tanto bene
come parea loro che fusse il vederci. E quando fummo arrivati quei che venivano
con noi saccheggiarono gli altri, i quali, perch gi sapeano l'usanza, avanti
che arrivassimo aveano nascoste alcune cose; e dipoi che ci ebbero ricevuti,
con molta festa e allegrezza trasser fuori quello che aveano ascoso e ce lo
appresentarono, e queste erano corone, magra e alcuni ligazetti d'argento. Noi
secondo l'usanza nostra le demmo subito tutte agl'Indi che venivano con noi, e
cos, dato che ce l'ebbero, cominciarono i balli e le feste loro, e mandarono a
chiamare altro popolo che era quivi presso perch ci venissero a vedere, i
quali sul tardi venner tutti e ci portarono corone, archi e altre cosette, che
noi pure dividemmo tra quegli altri. E il d seguente, volendoci partire,
ciascuno ci voleva menar dagli amici loro, che erano alla punta delle montagne,
dicendo che quivi erano molte case e genti e che ci darebbono molte cose; ma,
per esser fuori del viaggio nostro, non volemmo andarvi altrimenti, e pigliammo
la via per la pianura vicina alle montagne, le quali credevamo che non dovesser
esser lontane dalla costa. Tutte quelle gente sono molto triste, e tenevamo per
meglio d'attraversar la terra, perch la gente che sta pi in dentro  meglio
condizionata e ci tratterebbono meglio, e tenevamo per certo che troveremmo il
paese pi popolato e di miglior sostentamento; e ultimamente lo facevamo ancora
perch, attraversando la terra, vedevamo pi particolarit, perch, se ad Iddio
nostro Signore fosse piaciuto di cavarci di quel paese alcuno di noi e condurci
in terra di cristiani, ne potessimo dar nuove e relazione. E vedendo gl'Indi
che noi eravamo determinati di non voler andare ond'essi voleano, ci dissero
che per donde noi volevamo andare non vi era n gente, n tune, n alcuna altra
cosa da mangiare, e pregaronci che ci stessimo quivi quel giorno: e cos
facemmo. Allora essi mandarono duoi Indi perch cercassero gente per quel
cammino che noi volevamo fare, e il d seguente ci partimmo, menando con esso
noi molti di loro; e le donne andavano cariche d'acqua, ed era tanto grande tra
loro l'autorit nostra, che niuno non ardiva di bere senza nostra licenza. Due
leghe di quivi incontrammo gl'Indi che erano andati a cercar gente, e dissero
che non ne trovavano, di che gli altri mostrarono d'aver dispiacere, e ci
tornarono a pregare che andassimo per la montagna. Noi non lo volemmo fare ed
essi, vedendo la volont nostra, si spedirono da noi, bench con molto lor
dispiacere, e lungo il fiume all'ingiuso se ne tornarono alle case loro. E noi
camminammo lungo il fiume in suso, e indi a poco incontrammo due donne, le
quali erano cariche, e come ci viddero si fermarono e discaricaronsi e ci
portarono di quello che aveano, che era farina del lor frumento, e ci dissero
che avanti in quel fiume troveremmo molte case e tune e di quella farina: e
cos ci spedimmo da loro, che andavano a quegl'Indi onde noi eravamo partiti.
Andammo insino a posta di sole e arrivammo ad un popolo di 20 case, dove fummo
ricevuti piangendo e con gran dispiacere, perch gi aveano inteso che ovunque
noi arrivavamo erano saccheggiati da coloro che venivano con noi; ma, come ci
viddero soli, perderono la paura e ci diedero tune e non altra cosa. Stemmo
quivi quella notte, e all'alba quegl'Indi che ci aveano lasciati il d avanti
diedero nelle case loro, e cogliendoli sprovisti e sicuri tolser loro quanto
aveano, senza che potessero asconder cosa alcuna: di che essi piansero molto, e
i rubatori per consolarli dissero che noi eravamo figliuoli del sole, e che
avevamo potere di sanar gl'infermi e d'ammazzarli, e altre lor menzogne
maggiori di queste, come essi sanno dire molto bene quando veggono che lor
bisognino. E soggiunsero che ci menassero con molto risguardo, e avesser cura
di non offenderci n disobedirci in alcun modo, e che ci dessero quanto aveano
e procurassero di menarci dove fusse molta gente, e che dove noi arrivassimo
essi rubassero e saccheggiassero tutto quello che gli altri aveano, perch cos
era usanza. E cos, doppo l'avergli informati e ammaestrati di quanto doveano
fare, se ne ritornarono e ci lasciarono con quelli, i quali, tenendo bene a
memoria quello che coloro avean detto, ci cominciarono a trattare con la
medesima riverenza e rispetto che gli altri.
E fummo con essi tre giornate, e ci menarono dov'era molta gente, e avanti che
arrivassimo diedero aviso a coloro come noi andavamo, e dissero di noi tutto
quello che gli altri avean loro insegnato e vi aggiunsero molto pi, perch
tutta questa gente indiana  molto amica di novelle, e sono gran bugiardi, e
tanto pi quando vi va qualche loro interesse. Quando noi arrivammo vicino alle
case, usc tutto il popolo a riceverci con molto piacere e festa, e tra le
altre cose duoi de' lor fisici ci diedero due zucche, e d'allora in poi
cominciammo a portar zucche con noi, e aggiungemmo all'autorit nostra questa
cerimonia, che con quelle genti  molto grande. Quelli che ci aveano
accompagnati saccheggiarono le case, ma, essendo le case molte ed essi pochi,
non poterono portarsene ogni cosa, ma ne lasciarono perdere la met. E di qui
per le falde del monte ce ne andammo, mettendoci per la terra adentro pi di
cinquanta leghe, in fine delle quali trovammo quaranta case, e tra le altre
cose che ci diedero ebbe Andrea Dorante un sonaglio grosso e grande di rame,
dove era un volto intagliato, e mostravano di tenerlo in grande stima, dicendo
che l'aveano avuto da altri loro vicini: e dimandatili donde coloro l'avessero
avuto, dissero che l'aveano portato di verso la tramontana, e che quivi valea
molto ed era tenuto in molto pregio. Noi conoscemmo che, dovunque fusse venuto,
dovea quivi esser l'arte di fondere e di tragettare.
E con questo ci partimmo il d seguente, e attraversammo un monte di sette
leghe, e le pietre che vi erano eran di schiuma di ferro. E la sera arrivammo a
molte case che eran poste alla riviera d'un vaghissimo fiume, e i signori di
quelle uscirono a mezza strada a riceverne con i lor figliuoli in braccio, e ci
diedero molti ligazetti d'argento e d'antimonio macinato, col quale essi
s'ungono il viso, e diederci molte corone e molte mante di vacca, e caricarono
tutti quei che venivano con noi di quanto essi aveano. Mangiavano tune e
pignuoli: sono per quei luoghi pini piccioli, le cui pigne sono come uova
piccole, ma i lor pignuoli sono migliori che quei di Castiglia, perch hanno le
scorze molto sottili, e quando son verdi li macinano e ne fanno pallotte, e se
sono secchi li macinano con le scorze e li mangiano in polvere. E quei che
quivi ci riceveano, come ci aveano toccati, si voltavano correndo verso le lor
case, e subito ritornavano verso di noi altri, e cos non restavano di correre
andando e venendo di continuo, e in questa guisa ci portavano molte cose per il
nostro cammino. Qui mi menarono un uomo, e mi dissero che era molto tempo che
era stato ferito d'una frezza nella spalla dritta, e avea la punta della frezza
sopra il cuore, e dicea che gli dava molta pena e che per quello stava sempre
infermo. Io lo toccai e sentii la ponta della frezza, e conobbi che la teneva
attraversata per la ternilla, e con un cortello ch'io avevo gli tagliai la
carne e aprigli il petto insino a quella parte dove viddi la ponta
attraversata, e viddi che era molto malagevole a cavarsi; tornai a tagliar pi
e ficcai la ponta del cortello, e con gran travaglio finalmente la cavai, che
era molto lunga, e con un osso di cervo, usando l'uficio mio di medicina, gli
diedi duoi ponti. E quando io ebbi cavata la ponta me la dimandarono, e la
donai loro, e il popolo corse tutto a vederla, e la mandarono per la terra
adentro perch tutti coloro la vedessero: e per questo fecero molti balli e
feste, come sono usati di fare. E indi a duoi giorni io tagliai i duoi ponti
all'Indo, e fu sano, e disse che non sentiva dolore n noia alcuna, e questa
cura ci diede tra loro tanto credito per tutto quel paese, quanto mai da loro
si potesse e sapesse stimare. Mostrammo loro quel sonaglio che portavamo, e ci
dissero che nel luogo dove quei si faceano erano molte lamine di quelle
sotterrate, e che quel sonaglio tra loro era cosa di molta stima, e che ivi
eran case fabricate: e questo credemmo noi che fusse il mare del Sur, di che
sempre avemmo notizia che quel mare era pi ricco che quello di Tramontana.
Da costoro noi ci partimmo, e andammo per tante sorte di gente e tanto diverse
lingue che non basta memoria d'uomo a raccontarle, e sempre l'un popolo
saccheggiava l'altro, e cos quei che perdeano come quei che guadagnavano
rimaneano contentissimi. Menavamo tanta compagnia che in niuna maniera ci
potevamo valer con essi. Per quelle valli onde passavamo ciascuno d'essi
portava un bastone lungo tre palmi, e andavano tutti in ala, e saltando alcuna
lepre, che per quel paese ne sono molte, l'intorniavano subito, e cadeano tanti
bastoni sopra di lei che era cosa maravigliosa, e in questa guisa la faceano
andar dall'uno all'altro, che per mio aviso era la pi bella caccia che si
potesse imaginare, perch alcune volte elle venivano insino alle mani: e quando
la notte ci fermavamo, erano tante quelle che ce ne aveano date che ciascuno di
noi altri ne portava otto o dieci. E quei che portavano archi non comparivano
tra noi altri, ma se ne andavano separati per la montagna a cercar cervi, e la
sera quando venivano ne portavano per ciascun di noi cinque o sei, e molti
uccelli e quaglie e altre cacciagioni; e finalmente quanto tutte quelle genti
prendeano ce lo metteano inanzi, senza che essi ardissero di pigliarne n
toccarne per se stessi alcuna cosa, ancorch si morissero di fame, che cos
l'aveano in costume da che venivano con noi altri, se prima noi non lo
benedicevamo. Le donne portavano molte stuore, delle quali ci facevano case, a
ciascuno la sua separatamente, e con tutta la gente conosciuta da lui; e quando
ci era fatto, noi comandavamo che si arrostissero quei cervi e quelle lepri e
tutto quello che aveano preso, il che si facea molto presto, in alcuni forni
che a tale effetto essi faceano. E di tutte noi pigliavamo primieramente un
poco, e il rimanente davamo al principale della gente, che lo spartisse tra
tutti loro: e come ciascuno avea avuta la parte sua, se ne venivano a noi che
la soffiassimo e benedicessimo, che altrimenti non avrebbono avuto ardir di
mangiarne. E molte volte menavamo con noi tre e quattromila persone, onde era
molto il travaglio nostro d'avere a soffiare e benedire il mangiare e bere di
ciascuno di loro; e d'ogni altra lor cosa che volean fare ci venivano a
dimandar licenzia, che si pu considerare quanto fusse il fastidio che ne
ricevevamo. Le donne ci portavano davanti le tune, i ragni, i vermi e tutto
quello che poteano avere, percioch, se ben si fussero morte di fame, non
avrebbono mangiato cosa alcuna che non l'avessero avuta di nostra mano. E cos
andando con costoro passammo un gran fiume, che veniva dalla parte di
tramontana, e passate alcune pianure di 30 leghe, trovammo molta gente che
molto di lontano veniva a riceverci, e uscivano alla via onde noi avevamo da
passare, e ci riceverono nel modo che aveano fatto gli altri.
Di qui avanti tennero altro modo di riceverci in quanto al saccheggiarsi,
percioch coloro che uscivano alla strada a portarci alcuna cosa non erano
saccheggiati da quei che venivano con noi, ma, dipoi che eravamo entrati nelle
case loro, da se stessi ci offerivano quanto aveano e le case ancora. Noi
davamo tutto ai principali, che la dividessero tra loro, e sempre quei che
rimanevano cos spogliati ci seguitavano, onde ci cresceva molta gente per
sodisfarsi della lor perdita, e diceano agli altri che si guardassero di non
asconder cosa alcuna, perch non potea esser che noi non lo sapessimo, e
faremmoli morir tutti di subito. Erano tanto grande le paure che loro metteano
che, i primi giorni che stavano con noi, stavano sempre tremando e senza ardir
di parlare n d'alzar gli occhi al cielo. Costoro ci guidarono per pi di
cinquanta leghe di paese diserto e montagne molto aspre, e per esser tanto
secche non vi era caccia alcuna, onde sopportammo molta fame. Alla fine,
passati un fiume molto grande, che l'acqua ci dava fino al petto, cominciarono
molti di quei che venivano con noi a lamentarsi per la molta fame e travaglio
che avevano patito per quelle montagne, le quali erano estremamente aspre e
travagliose. Costoro medesimi ci menarono ad alcune pianure in fine di quelle
montagne: vennero molta gente di lontano a riceverci, come i passati, e diedero
poi tanta robba a quei che erano con noi che, per non poterla portare, ne
lasciarono la met. E noi dicemmo a quegli Indi che l'avevano portata che se la
ripigliassero, perch non si perdesse, ed essi ci risposero che per niente non
lo farebbono, che non era usanza loro, dipoi che una volta aveano offerta la
cosa, ritornarsela poi a pigliare, e cos la lasciarono perdere.
A costoro noi dicemmo che volevamo andare verso dove il sole si colca, e ci
dissero che per quei luoghi stava la gente molto lontana. Noi comandammo che
mandassero a far loro intendere come noi andavamo, ed essi si scusarono come
meglio poterono, dicendo che coloro eran loro nemici e che non avrebbono voluto
che noi vi fossimo andati; ma non avendo ardimento di far contra la volont
nostra, vi mandarono due donne, l'una loro e l'altra che di quei lor nemici
teneano prigione: e mandarono queste perch le donne possono negoziare, se ben
tra gli uomini  guerra. E noi le seguimmo e ci fermammo in un luogo dove era
determinato che l'aspettassimo, ma esse tardarono 5 giorni a tornare, e gli
Indi diceano che non doveano trovar gente. Noi dicemmo che ci menassero verso
la tramontana, e ci risposero il medesimo, cio che per quei luoghi non vi era
gente se non molto di lunge, e che non vi era che mangiare, n vi si trovava
acqua: e con tutto questo noi ci ostinammo e dicemmo che di l volevamo andare,
ed essi tuttavia si scusavano del meglio modo che potevano. E per questo noi ci
sdegnammo, e io una notte me ne uscii a dormire in campagna separato da essi,
ma subito essi vennero dove io stavo, e tutta la notte non dormirono mai, con
molta paura, e parlandomi e dicendomi che non stessimo pi in colera, che, se
bene essi fussero certi morir fra via, ci menerebbono dove noi volessimo. Noi
altri fingevamo tuttavia di star colerichi, e perch la paura loro non si
levasse, avenne un caso molto strano, cio che in quel giorno medesimo
s'infermarono molti di loro, e il d seguente ne morirono otto; onde per tutto
il paese dove ci si seppe presero tanta paura di noi, che vedendoci pareva che
morissero di paura. Ci pregarono che non stessimo pi in colera e che non
volessimo che de' loro ne morissero pi, tenendosi per cosa certa che noi altri
gli ammazzassimo solamente col volere. Ma certamente noi di ci avevamo tanto
dispiacere che non si potrebbe dir pi, percioch, oltre il vederli morire, che
pur ci dovea dispiacere, temevamo che non si morissero tutti e ci lasciassero
soli per paura, e che tutti gli altri di quivi avanti ci fuggissero, vedendo
quello che a costoro fusse avvenuto: pregammo Iddio Signor nostro che ci
rimediasse, e cos cominciarono a risanar tutti quei che s'erano ammalati. E
vedemmo una cosa molto maravigliosa, cio che i padri, fratelli e le mogliere
di quei che morirono aveano grandissimo dolore di cos vederli, e dipoi che
erano morti non mostrarono alcun segno di doglia, n li vedemmo piangere, n
parlar l'un con l'altro, n fare alcun altro segno, n ardivano d'appressarsi
loro, finch noi comandavamo che li sepellissero; e per pi di quindeci giorni
che stemmo con esso loro, non vedemmo mai che l'uno parlasse con l'altro, n
ridere n piangere alcun fanciullino dei loro. Anzi, perch una pianse, la
portarono molto lontano di quivi, e con alcuni denti di surzo acuti gli dierono
de' tagli dagli umeri insino alle gambe: e io, vedendo questa crudelt e
sdegnatomene, dimandai perch l'avessero fatto, e mi risposero per castigarla
per avere ella pianto davanti a me. Tutte queste temenze che essi aveano di noi
le metteano ancora a tutti quei che venivano nuovamente a conoscerci, accioch
ci dessero quanto aveano, perch sapeano che noi non prendevamo nulla per noi,
ma davamo ogni cosa a loro. Questa fu la pi obediente gente e di miglior
condizione di quanta ne trovammo per tutto quel paese, e communemente sono
molto disposti.
Riavuti e risanati quei che languivano, ed essendo noi stati quivi tre giorni,
arrivarono le donne che avevamo mandate, e dissero d'aver trovata molto poca
gente, perch tutti erano andati alle vacche, che gi era il lor tempo. Noi
commandammo a quei che erano stati infermi che si rimanessero, e a quei che
stavano bene che venissero con esso noi, e che due giornate di l quelle due
donne anderebbono con due dei nostri a fare uscir gente alla strada, che ci
ricevessero. E cos la mattina seguente tutti quei che erano pi gagliardi
partirono con noi, e a tre giornate ci fermammo, e il d seguente part Alonso
del Castiglio ed Estevanicco il negro, insieme con quelle due donne per guida;
e quella che di loro era prigione li men ad un fiume che correva per entro una
montagna, dove stava un popolo tra i quali era il padre di lei, e questo furono
le prime case che vedessimo, le quali avessero forma e maniera di vere case.
Quivi arriv Castiglio ed Estevanicco, e doppo l'aver parlato con quegli Indi,
in capo di tre giorni torn Castiglio dove ci aveva lasciati, e men cinque o
sei di quegli Indi, e disse come avea trovate case di gente e di fabrica, e che
quella gente mangiava frigioli e zucche, e vi avea veduto maiz: questa fu la
cosa che pi d'altra del mondo ci rallegr, e ne rendemmo infinite grazie a
nostro Signore Iddio. E disse che il negro verria con tutta la gente di quelle
case ad aspettarci nel cammino quivi vicino, e per questo noi ci partimmo, e
andati una lega e mezza incontrammo il negro e la gente che veniva a riceverne,
e ci diedero frigioli e molte zucche per mangiare e per portar acqua, e mante
di vacca e altre cose. E perch questi erano nemici e non si intendeano, noi ci
partimmo dai primi, dando loro tutto quello che costoro ci avevano dato, e
andammo con questi altri; e indi a sei leghe, che gi si facea notte, arrivammo
alle case loro, ma ne aveano fatte dell'altre per noi. Quivi stemmo un giorno e
il seguente ci partimmo, menandoli con noi ad altre case fabricate, dove
mangiavamo quello medesimo che loro mangiavano.
E dapoi per il tempo avenir era un altro uso, che quelli che sapevano della
nostra venuta non ne uscivano all'incontro alle strade come faceano gli altri,
ma gli trovavamo nelle case loro, e ne tenevano fatte altre per noi: e stavano
tutti assisi, e tutti teneano volto il viso verso la parete, con le teste basse
e coi capelli davanti agli occhi, e tutta la robba loro ammontonata in mezzo
alla casa. E di qui avanti cominciarono a darci molte mante di cuoio, e non
aveano cosa che non ci dessero.  gente di miglior corpo di quante ne vedemmo,
e di maggior vivacit e agevolezza, e che meglio ci intendeano e rispondeano a
tutto quello di che gli domandavamo; e gli chiamammo quei delle vacche, perch
la maggior parte delle vacche che muoiono in quei paesi  quivi vicino, e per
quel fiume in suso pi di cinquanta leghe ne vanno ammazzando molte. Questa
gente vanno tutti nudi nel modo de' primi che trovammo; le donne vanno coperte
con alcuni cuoi di cervi, e cos alcuni pochi uomini, e particolarmente i
vecchi, che non servono per la guerra.  paese molto popoloso. E dimandatili
perch non seminavano maiz, dissono che lo faceano per non perdere quello che
seminassero, perch duoi anni adietro eran lor mancate l'acque ed erano state
le stagioni tanto secche che tutti aveano perduto tutto il maiz che aveano
seminato, e che non si assicureriano per alcuna guisa a seminare se prima non
avesse piovuto molto: e ci pregarono che noi dicessimo al cielo che piovesse e
ne lo pregassimo, e cos promettemmo di farlo. Volemmo similmente sapere onde
avessero trovato quel maiz che aveano, e ci dissero che l'aveano avuto da donde
il sole si colca, dove n'era per tutto il paese, ma il pi vicino era per quel
cammino. Dimandammoli per qual via noi andremmo bene a quella volta, perch noi
volevamo andarvi, e che ci informassero del viaggio: e ci dissero che il
cammino era per quel fiume in suso verso tramontana, e che per diciassette
giornate non troveremmo alcuna cosa da mangiare, fuor che certi frutti d'alcuni
arbori che chiamano sciacan, e nascono tra le pietre, e ancor doppo fatta tal
diligenza non si poteva mangiare, cos era aspra e secca. E ci era vero,
perch quivi ce ne mostrarono e non ne potemmo mangiare. E ci dissero ancora
che, fintanto che noi andassimo lungo il fiume, andremmo sempre tra gente che
erano nemici loro e parlavano la medesima lingua, e che non aveano cosa che
darci da mangiare, ma che ci riceveriano di molto buona voglia, e che ci
darebbono molte coperte di bombagio e cuoi e altre cose di quelle che essi
aveano, ma tuttavia lor parea che per niuna maniera noi non pigliassimo quel
cammino. Dubitando noi quel che dovessimo fare, e qual via prendere che pi
fusse al proposito e util nostro, c'intrattenemmo con costoro duoi giorni, e ci
davano da mangiar frigioli e zucche. Il modo col quale le cuocono  tanto nuovo
che l'ho voluto scrivere in questo luogo, perch si veggia e conosca quanto
diversi e strani sono gl'ingegni e l'industrie degli uomini. Essi non hanno
pignatte, e per cuocere quello che hanno da mangiare empiono mezza cocozza
grande d'acqua, e nel fuoco mettono molte pietre, di quelle che pi agevolmente
s'incendono, e quando le veggono infocate le pigliano con alcune tanaglie di
legno e le gettano in quell'acqua nella zucca, finch la fanno bollire con quel
fuoco di quelle pietre; e quando veggono che l'acqua bolle vi buttano quello
che hanno da cuocere, e in tutto questo tempo non fanno se non cavare una
pietra e mettere l'altra infocata, per far che l'acqua bolla e la cosa che
vogliono si cuoca.
Passati duoi giorni che quivi eravamo stati, ci determinammo d'andare a trovare
del maiz, e non volemmo seguire il cammino delle vacche, perch  verso
tramontana, e questo per noi era troppo gran giro, perch sempre tenemmo per
fermo che andando verso ponente troveremmo quello che desideravamo. E cos
seguimmo il viaggio nostro, e attraversammo tutta la terra finch uscimmo al
mar del Sur d'ostro, e non bast a distorcene il timore che ci aveano posto
della gran fame che avevamo da passare, come veramente la passammo per tutte le
diciassette giornate che ci aveano detto. Per tutte quelle del fiume in suso ci
diedero molte mante di vacca, e non mangiammo di quei lor frutti, ma il
sostentamento nostro era ogni giorno un pezzo di grasso di cervo grande quanto
una mano, che per questa necessit procuravamo d'aver sempre: e cos passammo
tutte le 17 giornate. E in fine di quelle attraversammo il fiume e camminammone
altre diciassette a ponente, per alcune pianure e tra alcune montagne molto
grande che vi si trovano, e quivi trovammo una gente che la terza parte
dell'anno non mangia se non alcuna polvere di paglia; e per esser quel tempo
quando noi vi passammo, ci convenne mangiarne anco a noi, finch finite quelle
giornate trovammo case stabili, dove era gran quantit di maiz: e di quello e
di farina ci diedero assai, e zucche e frigioli e mante di bambage, e di tutto
caricammo coloro che quivi ci aveano condotti, e se ne ritornarono i pi
contenti del mondo. Noi rendemmo molte grazie a Dio d'averci condotti quivi,
dove avevamo trovato tanto sostentamento. Tra queste case ve ne aveano alcune
che erano di terra, e tutte l'altre sono di stuore. E di quivi passammo pi di
cento leghe di paese, e sempre trovammo case e stabili e molto sostentamento di
maiz e frigioli, e davanci molti cuoi di cervi e mante di bambagio, migliori
che quelle della Nuova Spagna, e davanci molte corone, e di certi coralli che
nascono nel mare del Sur, molte turchine molto buone che vengono di verso
tramontana, e finalmente ci dieder quivi quanto aveano, e a Dorante diedero
smeraldi conci in punte di frezze. E con quelle frezze essi fanno i giuochi e
le feste loro, e, parendomi ch'elle fussero molto buone, gli dimandai onde
l'avessero avute, e mi dissero che le portavano d'alcune montagne molto alte
che sono verso la tramontana, e che le comperavano a baratto di pennacchi e
penne di pappagalli, e che quivi era popolo di molta gente e di case molto
grandi. Tra costoro vedemmo le donne pi onestamente trattate che in niun'altra
parte dell'India che avessimo veduto. Portano alcune camicie di bombagio insino
al ginocchio, e sopra quelle certe mezze maniche d'alcune faldiglie di cuoio di
cervo senza pelo, che toccano fino in terra, e le insaponano con certe radici
che nettano molto, e cos le tengono molto ben trattate; sono aperte davanti e
allacciate con alcuni nastri. Vanno calzate con scarpe. Tutta questa gente
veniva da noi che li toccassimo e benedicessimo, ed erano in ci tanto
importuni che ci davano molto fastidio, perch, infermi e sani, tutti voleano
andarsene benedetti; accadeva molte volte che delle donne che venivano con noi
altri alcune ne partorivano, e subito nate le creature ce le menavano, accioch
le benedicessimo e toccassimo. Ci accompagnavano finch ci lasciavano con altra
gente, e tra tutti questi popoli si tenea per cosa molto certa che noi venivamo
dal cielo percioch tutte le cose che essi non hanno, e non sanno onde vengano,
dicono che sono discese dal cielo.
Fra tanto che con costoro noi andammo, caminammo tutto il giorno senza mangiar
fino a notte, e mangiavamo tanto poco che si spaventavano di vederlo. Non ci
conobbero mai stanchi, e veramente noi eravamo tanto avezzi al travaglio che
non ci stancavamo quasi mai. Avevamo con esso loro molta auttorit e gravit, e
per conservarcela parlavamo loro poche volte: il negro era quello che parlava
sempre, e s'informava del cammino che volevamo fare, delle genti che vi erano,
e d'ogni altra cosa che volevamo sapere. Passammo per gran numero e diversit
di lingue, e con tutte nostro Signore Iddio ci favoriva, perch sempre ci
intesero e noi intendemmo loro, e gli domandavamo per segni ed essi ci
rispondevano, come se essi parlassero la lingua nostra e noi la loro;
percioch, quantunque noi sapessimo sei lingue, non potevamo valercene con
tutte, perch trovammo pi di mille differenzie di linguaggi. Per tutti quei
paesi coloro che aveano guerra tra essi si faceano subito amici per venirci a
ricevere e portarci quanto aveano, e in questa guisa gli lasciammo tutti, e
dicemmo loro per segni, che ci intendeano, come nel cielo era un uomo che
chiamano Iddio, il quale ha creato il cielo e la terra, e che esso adoravamo e
tenevamo per Signore noi altri, e facevamo quello che ci comandava, e che di
sua mano vengono tutte le cose buone, e che se essi facessero come noi se ne
troverebbono molto bene: e cos bene li trovammo disposti che, se avessimo
avuta lingua da farci intendere perfettamente, gli averemmo lasciati tutti
cristiani. Questo demmo loro ad intendere il meglio che potemmo, e de l avanti
sempre che levava il sole con molti gridi alzavano le mani al cielo e poi se le
menavano per il corpo loro, e il medesimo faceano quando il sole si colcava. 
gente ben condizionata e acconcia a seguir qualsivoglia cosa buona.
Nel popolo che ci diedero gli smeraldi, diedero a Dorante pi di seicento cuori
di cervo aperti, de' quali essi tengono sempre grande abondanza per sostegno
loro, e per questo li chiamammo il popolo de' cuori. Per questo paese s'entra a
molte provincie che stanno al mare del Sur, e se quei che vi vogliono andare
non entrano di qua si perdono, perch la costa non ha maiz, e mangiano polvere
di biete e di paglia, e di pesce che pigliano in mare con zattere, perch non
hanno canoe n barca alcuna. Le donne cuoprono le parti loro vergognose con
erbe e paglia;  gente molta dappoca e trista. Crediamo che vicino alla costa,
per la via di quei popoli che noi menammo, sieno pi di mille leghe di paese
popolato, e hanno molto da vivere, perch seminano tre volte l'anno fasuoli e
maiz. Vi sono tre sorti di cervi, l'una grande come manzi molto grandi di
Castiglia. Di tutta la gente le case da stanziare sono capanne. Hanno veneno, e
questo  d'una sorte d'arbori della grandezza di pomari, e non bisogna se non
cogliere il frutto e ungere la frezza con esso, e se non ha frutti, ne rompono
un ramo e con certo latte che ha fanno il medesimo. Vi sono molti di questi
arbori, che sono tanto venenosi che, se le foglie loro si pestano in qualche
acqua raccolta e non corrente, tutti i cervi e qualsivoglia altro animale che
ne beva subito crepano. Con questo popolo stemmo tre d, e indi ad un'altra
giornata ne era un altro, dove ci piovero tante acque che, per esser molto
cresciuto un fiume che vi era, noi non lo potemmo passare e ci intrattenemmo
quivi quindeci giorni.
In questo tempo Castiglio vidde al collo d'un Indo una fibia di cintura di
Spagna, e con quella cucito un chiodo da ferrare; gliela tolse, e dimandamogli
che cosa era quella, e risposero che era venuta dal cielo. E dimandati chi
l'avesse portata, risposero che l'aveano portata alcuni uomini che portavano
barba come noi, che erano venuti dal cielo, e arrivati a quel fiume con
cavalli: portavano lanze e spade, e aveano passati con la lancia duoi di loro.
Noi pi dissimulatamente che potemmo gli domandammo che fusse poi stato di
quegli uomini, e ci risposero che se ne erano andati al mare e che aveano poste
le lancie sotto l'acqua, e che ancor essi s'erano posti sotto l'acqua, e dipoi
gli aveano veduti andar per sopra l'acqua verso dove il sole si colca. Noi
ringraziammo molto nostro Signore Iddio per quello che intendemmo, perch gi
eravamo fuor d'ogni speranza d'aver pi nuove di cristiani, e d'altra parte ci
vedemmo in gran confusione e dispiacere, credendo che quella gente non saria se
non alcuni che erano venuti per lo mare a discoprire. Ma al fine, avendo cos
certa nuova di loro, affrettammo pi il nostro cammino, e sempre trovavamo pi
nuove di cristiani, e noi altri dicevamo che andavamo a trovar quei cristiani
per dir loro che non gli uccidessero n li facessero schiavi, n li togliessero
dalle terre loro, n lor facessero alcun altro male: di che essi aveano gran
contentezza. Andammo per molto paese e tutto lo trovammo disabitato, perch i
paesani se n'andavano fuggendo per le montagne, senza aver ardimento di tener
case n lavorare per tema de' cristiani. Ci diede gran dispiacere, vedendo il
paese molto fertile e molto bello e pieno d'acque e di fiumi, e vederli poi
cos solitarii e brucciati, e la gente cos debole e inferma, fuggita e nascosa
tutta: e perch non seminavano, con tanta fame si mantenevano solo con
corteccie d'arbori e radici. Di questa fame patimmo noi la parte nostra in
tutto questo cammino, perch mal ci potevamo provedere, stando tanto mal
condotti che parea che si volessero morir tutti. Ci portarono coperte e
paternostri, le quali essi aveano ascose per tema de' cristiani, e ce le
donarono, e ci raccontarono come altre volte i cristiani erano entrati per quel
paese e aveano distrutto e brucciati i popoli, e portatosene la met degli
uomini e tutte le donne e fanciulli, e quei che aveano potuto scampare dalle
mani loro andavano fuggendo. Noi, vedendoli cos impauriti che non
s'assicuravano di fermarsi in alcuna parte, e che non voleano n poteano
seminare n lavorare il paese, anzi erano determinati di lasciarsi morire, il
che lor parea meglio che aspettare d'esser cos mal trattati con tanta crudelt
come sino a quel tempo, e mostravano grandissimo piacer con noi altri; ancor
che temevamo che, arrivati noi a quei che stavano alle frontiere e in guerra
coi cristiani, non ci avessero da trattar male e farci pagar quello che loro i
cristiani faceano. Ma, essendo piaciuto a Iddio di condurci dove essi erano,
cominciarono a temerci e riverirci come i passati, e ancora qualche cosa di
pi, di che noi restammo non poco maravigliati: onde chiaramente si vidde che
questa gente, per esser tratti a farsi cristiani e obedienti alla imperial
Maiest, dovrebbono esser tolti con buoni portamenti, e che questa sola via 
la pi certa d'ogn'altra.
Costoro ci menarono ad un popolo che sta alla sommit d'una montagna, e vi si
conviene salire con molta asprezza de' luoghi, e quivi trovammo raccolta molta
gente per temenza de' cristiani. Ci riceverono molto volentieri e ci diedero
quanto aveano, e pi di duemila cariche di maiz, il quale noi demmo a quei
miserabili e affamati, che ci aveano seguiti e condotti fin l. E il d
seguente spedimmo quattro messaggieri per il paese, come eravamo usati fare,
perch convocassero e ragunassero gente pi che potessero ad un popolo che
stava lontano di quivi tre giornate. E fatto questo, il d seguente ci partimmo
con tutta la gente che quivi era, e sempre trovavamo traccia e segnali dove
aveano dormito cristiani; e a mezzogiorno trovammo i nostri messaggieri, che ci
dissero che non aveano trovata gente, perch tutti andavano per li monti ascosi
e fuggendo, perch li cristiani non gli ammazzassero e facessero schiavi, e che
la notte passata aveano veduti i cristiani, stando essi di dietro a certi
arbori guardando quello che faceano, e viddero che menavano alcuni Indiani in
catena. E di questo si alterarono molto quei che venivano con esso noi, e
alcuni d'essi se ne ritornarono per dare aviso per il paese come i cristiani
venivano, e molto pi avrebbono fatto se noi altri non avessimo lor detto che
non lo facessero e che non avessero paura: e con questo s'assicurarono, e
n'ebbero molta contentezza. Venivano allora con noi Indi di pi di cento leghe
lontani di quivi, e non potevamo far con loro che se ne ritornassero alle lor
case, e per assicurarli dormimmo quivi quella notte, e l'altro d caminammo e
dormimmo fra via. E il d seguente quei che avevamo mandati per messaggieri ci
guidarono dove aveano veduti i cristiani, e, arrivati all'ora del vespro,
vedemmo chiaramente che aveano detto il vero, e conoscemmo che le genti erano a
cavallo per li pali dove erano stati attaccati i cavalli. Da questo luogo, che
si chiama il fiume di Petutan, insino al fiume dove arriv Diego di Guzman, pu
essere fino a dove sapemmo de' cristiani da ottanta leghe, e di l al popolo
dove ci colsero l'acque dodeci leghe, e d'indi a quei che avevamo chiamati de'
cuori cinque leghe, e di quivi fino al mare del Sur erano dodeci leghe. Per
tutto questo paese, ovunque si trovano montagne, vedemmo gran mostre e segni
d'oro, di ferro, d'antimonio, di rame e d'altri metalli. In quei luoghi dove
sono case ferme  tanto caldo, che di gennaro vi fa caldo grande. Di quindi
verso il mezzogiorno del paese disabitato, insino al mare di Tramontana, 
molto scommodato paese e povero, dove passammo incredibile fame, e quei che vi
abitano sono gente crudelissima e di molto mala natura e costumi. Gl'Indi che
tengono case ferme, e cos gli altri, non fanno alcuna stima dell'oro n
dell'argento, n trovano cosa in che possa servire.
Dipoi che noi vedemmo vestigi certi di cristiani e intendemmo che eravamo cos
vicini, ringraziammo molto nostro Signore Iddio, che ci volesse liberare di
cos miserabile cattivit: e il piacere che di ci avemmo si pu giudicare da
ciascuno che si rechi a memoria il tempo che noi stemmo in quel paese, e i
pericoli e travagli che vi passammo. Quella notte io pregai uno de' miei
compagni che andasse dietro a' cristiani, che andavano per quei luoghi che noi
avevamo assicurati, e avevamo tre d di camino. Coloro non ebbero caro di far
tale ufficio, e si scusarono per esser molto stanchi e affaticati. E ancorch
ciascuno d'essi lo potesse far meglio che io, per esser pi gagliardi e pi
giovani, nientedimeno io, veduta la volont loro, il d appresso la mattina
presi con meco il nero e undeci Indiani, e per la traccia che trovavo seguendo
i cristiani passai per tre luoghi dove aveano dormito, e quel primo giorno
caminai dieci leghe, e la mattina seguente trovai quattro cristiani a cavallo,
che ebbero gran maraviglia di vedermi cos stranamente vestito e in compagnia
d'Indi: stettero guardandomi buona pezza, tanto attoniti che non ardivano di
parlarmi n di domandarmi cosa alcuna. Io dissi loro che mi menassero dove era
il loro capitano, e cos andammo mezza lega dove era Diego di Alcaraz, che era
il capitano; e doppo l'avergli io parlato, mi disse che egli stava quivi molto
perduto, perch era stato molti giorni senza poter prendere alcuni Indi, e che
non aveva onde andare, perch tra loro cominciava ad esservi molta necessit e
fame. Io gli dissi come di dietro erano rimasi Dorante e Castiglio, i quali
stavano dieci leghe di quivi con molta gente che ci avevano guidati, e gli
mand subito tre a cavallo e cinquanta Indi di que' che essi menavano; e il
nero se ne torn con essi per guidarli, e io mi rimasi qui, e lo richiesi che
mi facesse testimoniale dell'anno, mese e giorno che io ero arrivato in quel
luogo: e cos lo fecero. Da questo fiume fino al popolo de' cristiani che si
chiama S. Michele, che  del governo della provincia che chiamano la Nuova
Galizia, sono trenta leghe.
Passati cinque giorni, arrivarono Andrea Dorante e Alonso del Castiglio con
que' che erano andati per essi, e menavano con esso loro pi di seicento
persone, che erano di coloro che i cristiani aveano fatti salire a' monti, e
andavano ascosi per il paese: e quei che fin l erano venuti con noi gli aveano
cavati e accompagnati co' cristiani, ed essi aveano spedite via tutte l'altre
genti che fin quivi aveano menati. E arrivati ov'io stava, Alcaraz mi preg che
mandassimo a chiamar la gente che stava alle rive del fiume e andavan fuggendo
per li monti, e che comandassero che portasser da mangiare, bench questo non
era bisogno, perch essi sempre da se stessi ci portavano quanto poteano. E
cos mandammo subito i nostri messaggieri che li chiamassero, e vennero
seicento persone che ci portarono tutto il maiz che aveano, e portavanlo in
alcune pignatte coperte con luto, nelle quali l'aveano nascosto sotto terra: e
ci portarono tutto quello che aveano di pi, ma noi non volemmo pigliare se non
le cose da mangiare, e demmo tutto il resto a' cristiani che se lo dividessero
tra loro. E doppo questo avemmo molte contese con essi loro, perch ci voleano
fare schiavi quegl'Indi che noi menavamo con noi, e con questo dispiacere e
sdegno al partire lasciammo molti archi turcheschi che portavamo, e molte
bisaccie e frezze, e tra esse quelle cinque di smeraldo, che non ce ne
ricordammo e cos le perdemmo. Demmo a' cristiani molte mante di vacca e altre
cose che portavamo, e avemmo con gl'Indi molto travaglio per farli ritornare
alle case loro, e che si assicurassero e seminassero il maiz loro. Essi non
voleano venir se non con noi altri, finch ci lasciassero con altri Indi
com'era l'usanza, che altrimenti, se ne tornavano senza essere lasciati con
altri, temeano di morirsi, e venendo con noi non temeano i cristiani n le
lancie loro. Questa cosa dispiaceva molto a' cristiani, e facean lor dire in
lingua loro che noi altri eravamo de' loro medesimi, che da molto tempo ci
eravamo smarriti e perduti, e che eravamo gente di poca condizione e di poco
valore, e che essi erano i signori del paese, a' quali essi aveano da servire.
Ma di tutto questo gl'Indi faceano poca o nulla stima, anzi l'uno con l'altro
tra loro diceano che i cristiani mentivano, perch noi venivamo onde il sole
esce fuori ed essi onde il sole si colca, e che noi altri sanavamo gl'infermi
ed essi ammazzavano quei che erano sani, e che noi andavamo nudi e scalzi ed
essi vestiti, a cavallo e con lancie, e che noi non avevamo ingordigia alcuna,
anzi tutto quello che ci era dato lo tornavamo a dar subito ad altri e ci
stavamo con nulla, e i cristiani non aveano altro fine che di rubar quanto
trovavano e non davano mai cosa alcuna a veruno: e in questa guisa quegl'Indi
faceano giudicio di noi, e giudicavano tutte le cose nostre al contrario di
quello che faceano i cristiani, e cos risposero loro in lingua di cristiani, e
il medesimo fecero intendere agli altri per una lingua che era tra loro, con la
quale ci intendevamo, e que' che l'usano chiamammo Primhait, la quale trovammo
usata pi di quattrocento leghe del paese dove passammo, anzi non ne trovammo
altre per tutto il detto spazio di quattrocento leghe e pi. Finalmente non si
pot mai finir con quegl'Indi di farli credere che noi fossimo di quegli altri
cristiani, e con molta fatica e travaglio li facemmo ritornare alle case loro,
comandando che s'assicurassero e riducessero le genti loro, e seminassero e
lavorassero la terra, che per esser cos desolata era gi piena di boschi,
essendo veramente di sua natura la migliore e pi fertile e abondante di quante
ne sono in quell'Indie: e seminano tre volte l'anno, hanno molti frutti, e
molti bei fiumi e altre acque molto buone. Vi sono mostre e segnali grandi di
minere d'oro e d'argento. La gente  molto ben condizionata, servono i
cristiani che son loro amici di molto buon volere, sono molto pi disposti che
que' di Messico, e finalmente  terra che niuna cosa li manca ad esser
sommamente buona.
Spediti gl'Indi, ci dissero che farebbono quanto noi comandavamo e ridurriano i
loro popoli, se i cristiani gli lasciassero stare: e io cos dico e affermo per
cosa certissima che, se non lo faranno, sar per colpa de' cristiani. E dipoi
che gli avemmo mandati via, i cristiani ci mandarono con un alcaldo che si
chiamava Zebrero, e con esso altri tre cristiani, dove si vede quanto
s'ingannano i pensieri degli uomini, che noi altri andavamo a cercar libert
tra i cristiani e, quando pensavamo d'averla trovata, ci avvenne tutto il
contrario: e per separarci dalla conversazione degl'Indi, ci menarono per monti
desolati, accioch non vedessimo quello che essi facevano nei loro trattamenti,
perch aveano appuntato d'andare assaltare gl'Indi, che noi avevamo mandati via
assicurati e in pace, e cos fecero come aveano pensato. Menaronci per quei
monti duoi giorni senza acqua e senza sentiero, che pensammo di crepar di sete,
onde ci morirono sette uomini, e molti amici che i cristiani menavano con loro
non poterono arrivare fino a mezzo il d seguente, dove noi trovammo
dell'acqua; e caminammo con essi da venticinque leghe, in fine delle quali
arrivammo ad un popolo d'Indiani che erano in pace, e quivi l'alcaldo che ci
menava ci lasci; ed egli pass avanti tre leghe ad un popolo che si chiamava
Culiazzan, dove stava Melchior Diaz, alcaldo maggiore e capitano di quella
provincia. Egli, come seppe della venuta nostra, subito quella notte medesima
se ne venne a trovarci, e pianse molto con noi, lodando molto nostro Signor
Iddio per la misericordia che ci avea usata, e ci parl e tratt molto bene, e
da parte del governator Nunno di Guzman e sua ci offerse tutto quello che aveva
e poteva, e mostr di risentirsi molto del tristo trattamento che Alcaraz e gli
altri ci aveano usato: e tenemo per certo che, se egli vi si fusse trovato, non
si sarebbe fatto quello che si fece con noi e con gl'Indi.
E passata quella notte, il d appresso ci partimmo per Auhacan, e l'alcaldo
maggiore ci preg molto che ci stessimo quivi, che ne faremmo gran servizio a
Dio nostro Signore e alla M.V. perch il paese era desolato, senza lavorarsi e
tutto distrutto, e gl'Indi andavano ascosi e fuggendo per i monti, senza voler
venire a stanziar co' loro popoli, e che noi gli mandassimo a chiamare e
comandassimo loro, da parte di Dio e di V.M., che venissero e abitassero nella
pianura e lavorassero il paese. A noi parve questa cosa di molta fatica a
mettersi in effetto, perch non avevamo Indo alcuno de' nostri, e di quei che
ci soleano accompagnare e adoprarsi in simili ufficii. Tuttavia ci parve
d'arrischiarvi duoi Indi di quei che aveano quivi prigioni, che erano de'
medesimi di quel paese e si erano trovati co' cristiani quando la prima volta
arrivammo tra loro, e viddero la gente che ci accompagnava, e seppero da loro
la molta autorit e dominio che per tutti quei paesi avevamo avuto, e le cose
maravigliose che avevamo fatte, e gl'infermi sanati e molt'altre cose; e con
questi mandammo altri di quel popolo, che fussero insieme con loro a chiamar
gl'Indi che stavano per le montagne, e quei del fiume Patachan dove avevamo
trovati i cristiani, e che dicessero che venisser da noi, perch volevamo
parlare con esso loro. E per assicurare questi che andassero e gli altri che
venissero, demmo loro una zucca grande di quelle che noi portavamo in mano, che
era principale insegna e mostra di grande stato. E con questo andarono e
camminarono sette giorni, e al fine vennero e menarono seco tre signori di quei
che stavano fuggiti per le montagne, co' quali erano quindeci uomini, e ci
portarono corone, turchine e piume da pennachi; e i messaggieri ci dissero che
non aveano trovati quei del fiume onde eravamo usciti, perch i cristiani gli
aveano altre volte fatti fuggire ai monti. E Melchior Diaz disse all'interprete
che da parte nostra parlasse a quegl'Indi, e dicesse come noi venivamo da parte
di Dio che sta in cielo, ed eravamo andati per lo mondo nove anni, dicendo a
tutti quei che trovavamo che credessero in Dio e lo servissero, perch egli 
il Signore di tutte le cose del mondo; e che egli d il guiderdone e pagamento
a' buoni e pena perpetua di fuoco a' tristi, e che quando i buoni muoiono gli
inalza al cielo, dove poi non si muore mai pi, n vi si sente fame n freddo
n altra necessit, ma vi  la maggior gloria che si possa imaginare, e quei
che non gli voleano credere n obedirlo erano ficcati sotto la terra in
compagnia di demonii in grandissimo fuoco, il quale non finiva mai e li
tormentava di continuo ed eternamente. E oltre a ci, se essi volessero esser
cristiani e servire a Dio nel modo che noi diremmo, i cristiani li terrebbono
per fratelli e li tratteriano molto bene, e noi comandaremmo che non facessino
loro alcuno male, n li cavassero delle terre loro, ma fussero lor buoni amici;
ma, se essi non lo facessero, i cristiani gli tratteriano molto male e gli
meneriano per ischiavi in altri paesi. A questo essi risposero all'interprete
che essi sarebbono molto buoni cristiani e serviriano Iddio, e domandandoli che
adoravano e a chi sacrificavano, e a chi dimandavano l'acqua per le loro
semente e la salute per se stessi, risposero: "Ad un uomo che sta nel cielo"; e
dimandati come si chiamasse dissero: "Aguar", e che credevano che egli avesse
creato tutto il mondo e le cose sue. Tornammo a dimandarli onde avesser saputo
tal cosa; risposero che l'aveano detto loro i lor padri, e che di molto tempo
s'avea tra loro tal notizia, e sapeano che colui manda l'acqua e tutte le buone
cose. Noi facemmo dir loro che colui che essi chiamavano Aguar noi chiamavamo
Iddio, e che cos lo chiamassero ancor essi, e lo servissero e adorassero come
noi ordinavamo, che se ne troverebbono molto bene. Risposero che tutto aveano
molto bene inteso e che cos farebbono, e comandammo loro che scendessero dalle
montagne e vivesser sicuri e in pace, e che abitassero il paese e facessero le
lor case, e che tra esse facessero una casa per Dio, e all'entrata sua
mettessero una croce come quella che noi quivi tenevamo; e che quando venissero
i cristiani andassero loro incontro con le croci, senza archi e senza arme, e
gli menassero alle case loro e desser loro da mangiare di quello che aveano, e
in questa guisa non farebbono loro male alcuno, anzi sarebbono lor amici. Ed
essi dissero di cos fare, e il capitano diede loro delle mante e gli tratt
molto bene, e cos si partirono menando i duoi che prima erano prigioni, i
quali noi avevamo mandati per messaggieri. E tutto questo si fece in presenza
dello scrivano del governatore e d'altri molti testimonii.
Come gl'Indi se ne ritornarono, tutti gli altri di quella provincia che erano
amici de' cristiani ci vennero a vedere e ci portarono corone e piume, e noi
comandammo loro che facessero chiese e vi ponessero croci, perch insino allora
non l'avean fatte, e facemmo portare i figliuoli de' principali signori a
battezzarli: e subito il capitano fece voto e promessa a Dio di non fare n
lasciar fare entrata alcuna, n prendere schiavi n gente, per quei paesi che
noi avevamo assicurati, e che questo egli osserveria finch Vostra Maest, o il
governator Nunno di Guzman o il vicer in suo nome, provedessero quello che pi
fusse servigio di Dio nostro Signore e della Maest Vostra. Doppo battezzati i
figliuoli, noi ci partimmo per la villa di San Michele, dove arrivati vennero
gl'Indi e ci dissero come molta gente scendeva dalle montagne e abitavano nella
pianura, e faceano chiese e croci e tutto quello che loro avevamo comandato, e
ogni d avevamo nuove come ci si veniva tuttavia pi facendo e mettendo in
opera. E passati 15 giorni arriv Alcaraz coi cristiani che erano andati a
quella entrata, e contarono al capitano come erano scesi dalle montagne i
popoli e aveano fatte stanze nella pianura, e aveano trovata gente dove prima
era tutto abandonato e solo il paese; e che gl'Indi erano scesi a riceverli con
croci in mano e menatigli alle lor case e dato loro di quel che aveano, e che
aveano dormito con esso loro quella notte, tutti spaventati di tal novit, e
che gl'Indi dissero come gi stavano assicurati, ed egli avea comandato che non
si facesse loro male alcuno: e cos si spedirono.
A Dio nostro Signore piaccia che nei giorni della M.V. e sotto l'imperio e
poter suo questa gente venga ad essere veramente e con intera volont soggetta
al vero Signore, che gli ha creati e ricomperati: il che tenemo per certo che
sar fermamente e che la M.V. sar quella che lo metter ad effetto, che per
non sar cosa tanto malagevole a farsi, perch, duemila leghe che noi andammo
senza fermarci, non trovammo mai sacrificii n idolatrie. In questo tempo
attraversammo da un mare all'altro, e, per la notizia che con molta diligenza
procurammo d'avere, dall'una costa all'altra per lo pi largo possono essere
dugento leghe, e intendemmo che nella costa del mare del Sur sono perle e molte
ricchezze, e che tutto il migliore e pi ricco sta quivi vicino.
Nella villa di San Michele stemmo fino a' 15 del mese di maggio, e la cagione
perch tanto vi ci fermassimo fu perch di l insino alla citt di Compostella,
dove il governator Nunno di Gusman facea residenzia, sono cento leghe, e il
paese  tutto disabitato e di nemici, e convenne che venisser con noi altre
genti ad accompagnarci, tra' quali n'erano 40 a cavallo, e ci accompagnarono
fino a 40 leghe e de l avanti vennero con noi sei cristiani che menavano 500
Indi fatti schiavi. E arrivati in Compostella, il governator Nunno ci ricev
molto benignamente, e di quello che avea ci diede da vestire, il qual vestito
io per molti giorni non potevo portare, e non potevamo dormire se non in terra.
E passati dieci o dodeci giorni partimmo per Messico, e per tutto fummo ben
trattati da' cristiani, e molti ci uscivano a veder fra via, e ringraziavano
molto Iddio nostro Signore che ci avesse liberati da tanti pericoli. Arrivammo
a Messico la domenica, un d avanti della vigilia di san Giacomo, dove dal
vicer e dal marchese della Valle fummo molto ben trattati e ricevuti con molto
piacere, e ci diedero da vestire e ci offerirono tutto quello che aveano, e il
d di san Giacomo si fecero feste e giuochi di canna e tori.
Dipoi che in Messico ci fummo riposati duoi mesi, io me ne volli venire in
questi regni, e andando ad imbarcarmi nel mese d'ottobre, venne una tempesta
che diede col navilio a traverso e perdettesi: il che vedendo, io mi disposi di
lasciar passare il verno, perch in quelle parti  tempo molto forte per
navigare. Dipoi la quaresima ci partimmo di Messico Dorante e io per la
Veracroce per imbarcarci, e quivi stemmo aspettando tempo fino alla domenica
delle palme, che ci imbarcammo, e stemmo imbarcati pi di 15 giorni per
mancamento di tempo, e il navilio dove stavamo facea molta acqua. Io mi partii
di quello e andai in un altro di quei che stavano per partire, e Dorante si
rimase quivi. E a' dieci d'aprile partimmo del porto tre navilii e navigammo
insieme centocinquanta leghe, e per cammino i duoi navilii faceano molta acqua,
e una notte ci perdemmo dalla compagnia loro, percioch, per quanto dipoi si
conobbe, i pilotti non s'assicurarono di passare avanti con quei navilii e se
ne tornarono di traverso al porto onde eravamo partiti, e non ci fecero motto:
e noi altri seguimmo il viaggio nostro, e a' 4 di maggio arrivammo nel porto
della Havana, che  nell'isola di Cuba, dove stemmo aspettando gli altri due
navilii, credendo che verrebbono. E a' duoi di giugno ci partimmo, con molto
timore d'incontrarci con Francesi, che pochi giorni avanti avean quivi presi
duoi de' nostri navilii, e arrivati sopra l'isola di Belmada ci prese una
tempesta, che suol pigliare tutti quei che di quivi passano, la qual tempesta 
conforme alla gente trista che dicono che vi sta, e tutta una notte ci tenemmo
per perduti: piacque a Dio che, venuta la mattina, la tempesta cess, e
seguimmo il cammino nostro. In capo di 29 giorni che eravamo partiti dalla
Havana, avevamo navigato mille e cento leghe, che dicono che sono di quivi
insino al popolo degli Azore, e passando il d appresso per l'isola che
chiamano del Corvo demmo in un navilio di Francesi, il quale all'ora di mezod
ci cominci a seguire con una caravella che si menava drieto, tolta da'
Portoghesi, e ci diedero la caccia; e al tardi vedemmo altre nove vele, ma
stavano tanto lontano che non potemmo conoscere se fussero di Portoghesi o di
coloro medesimi che ci seguitavano. E come fu fatto notte il Francese stava
vicino a noi ad un tiro di bombarda, e come fu scuro noi demmo volta al cammino
per fuggirci da loro, ma, standoli cos vicini, ci vidde e venne verso noi: e
questo facemmo 3 o 4 volte, ed essi ci poteano pigliar se voleano, ma si
reservarono a farlo la mattina. Piacque a Dio che, come fu fatto giorno, il
Francese e noi ci trovammo intorniati dalle nove vele che ho detto che avevamo
vedute la sera avanti, e le conoscemmo esser dell'armata del re di Portogallo:
e ringraziai molto nostro Signor Iddio, che m'avesse scampato de' travagli
della terra e pericoli del mare. Il Francese, come le conobbe esser dell'armata
di Portogallo, sciolse la caravella che menava presa, la quale era carica di
negri, e la menavan seco perch credessimo che erano Portoghesi e gli
aspettassimo; e quando la sciolse disse al maestro e pilotto d'essa che noi
altri eravamo Francesi e di lor compagnia, e cos detto mise sessanta remi nel
suo navilio, e cos a remi e vele se ne cominci a fuggire, e camminava tanto
che non si pu credere. La caravella sciolta se n'and al galione e disse al
capitano che il nostro navilio e l'altro erano di Francesi, e andando il nostro
navilio per accostarci al galione, coloro, tenendo per certo che noi eravamo
Francesi, si posero in ponto di guerra e ci vennero sopra; ma, avendoli noi
salutati e conosciuti per amici, si trovarono beffati per esserci scampato quel
corsale con aver detto che noi eravamo Francesi e di sua compagnia: e cos gli
andarono dietro 4 caravelle. E accostatosi a noi il galione, dopo l'averlo
salutato, il capitan Diego de Silveria ci domand onde venivamo e che
mercatanzie portavamo. Gli rispondemmo che venivamo dalla Nuova Spagna e che
portavamo argento e oro, e domandatoci quanto poteva essere la somma, il
maestro gli disse che portava da trecentomila castigliani. Rispose il capitano:
"In buona f, che venite molto ricchi, per portate molto tristo navilio e
molta trista artiglieria. O figlio di puttana, can rinegato francese, che buon
boccone che avete perduto, per Dio! Ors, poi che siete scampati seguitemi e
non vi separate da me, che con l'aiuto di Dio vi metter in Castiglia". E indi
a poco ritornarono le caravelle che aveano seguito il navilio francese, perch
lor parve che camminasse troppo, e per non lasciar l'armata, che andava a
guardia di tre navi cariche di specierie; e cos arrivammo all'isola Terzera,
dove ci riposammo 15 giorni, pigliando rinfrescamenti e aspettando un'altra
nave che veniva caricata dall'India, ed era della compagnia di quell'altre tre
navi che erano con l'armata. E passati quei 15 giorni partimmo con l'armata, e
arrivammo al porto di Lisbona a' nove d'agosto, la vigilia di s. Lorenzo,
l'anno 1537. E per esser cos il vero come in questa relazione io ho detto,
l'ho sottoscritta del nome mio:
Capo di vacca.

(Era sottoscritta col nome suo, e col bollo dello scudo delle sue armi,
nell'originale onde questa copia si trasse).

E poi ch'io ho detto in questa relazione tutto il viaggio, con l'andata e
ritornata di quel paese insino al giunger in questi regni, voglio similmente
far memoria di quello che fecero i navili e la gente che in essi rimase, di che
di sopra non ho fatta memoria, perch non ne avemmo mai notizia finch fummo
ritornati, che trovammo molti di quelli che vi erano dentro nella Nuova Spagna
e altri qui in Castiglia, da' quali sapemmo il successo e tutto il fine loro.
Dipoi che lasciammo quei tre navilii (perch l'altro s'era perduto nella costa
brava), ch'erano rimasi a molto pericolo, con cento persone e con poco
sostentamento da vivere, erano tra quelli dieci donne maritate, e una d'esse
avea detto al governatore molte cose che avennero in quel viaggio, avanti che
avenissero. Costei gli disse, quando volea entrare per la terra adentro, che
non entrasse, perch ella credeva che niun di coloro che gisser con lui non ne
uscirebbe, e se pure alcuno ne uscisse saria per gran miracolo di Dio, ma che
credeva che fusser pochi quei che ne scampassero o niuno. E il governatore
allora le rispose che egli e tutti quei che andavano seco andavano per
combattere e per conquistar molte genti e terre strane, e che teneva per cosa
molto certa che conquistandoli vi aveano da morir molti, ma che quei che
rimanessero sarebbono di buona ventura e molto ricchi, per la notizia che esso
avea della ricchezza di quel paese; e pregolla che gli volesse dire da chi ella
avesse sapute le cose passate e presenti che essa gli avea dette. Ella gli
rispose che in Castiglia una mora de Hornachos gli avea detto tutto ci, e che
ella, avanti che partissimo di Castiglia, ci aveva predetto tutto il viaggio
che avevamo fatto, e che tutto ci era cos succeduto puntalmente. E dipoi che
il governatore lasci per suo luogotenente e capitano di tutti i navilii
Caravallo, natio di Cuenca de Huete, noi altri ci partimmo da loro, avendo il
governatore comandato loro che tutti si raunassero negli navilii e seguissero
il viaggio loro diritto la via del Panuco, andando sempre costeggiando la
riviera e cercando il porto al meglio che potevano, e trovato si fermassero e
ci aspettassero. In quel tempo che coloro si ragunavano nei navilii, dicono che
tutti viddero e intesero chiaramente come quella donna disse a tutte l'altre
che, poich i lor mariti entravano per la terra adentro e si metteano a tanto
pericolo, non facessero pi conto di loro, come se pi non fussero, e che
allora vedessero con chi s'avessero a maritare, perch cos volea fare essa: e
cos ella e tutte l'altre si maritarono con quei gioveni ch'erano rimasi nei
navilii. E dipoi partiti di quivi fecero vela e seguirono il viaggio loro, e
non trovando il porto avanti se ne tornarono adietro, e cinque leghe pi sotto
dove eravamo sbarcati trovarono il porto, che entrava sette o otto leghe dentro
terra: ed era quel medesimo che noi altri avevamo scoperto, dove trovammo le
casse di Castiglia, dove erano i corpi morti dei cristiani, come di sopra si
disse. E in questo porto e in questa costa i navilii, con l'altro che venne
dalla Havana e il brigantino, gli andarono cercando intorno ad un anno, e non
ci trovando se n'andarono alla Nuova Spagna. Questo porto  il miglior del
mondo ed entra fra terra da sette o otto leghe, e ha di fondo sei braccia
all'entrata e vicino a terra ne ha cinque, e il suolo suo  lama, e non vi fa
mare o tempesta fiera, e vi stanno sorti molti navilii; ha gran quantit di
pesci; distante cento leghe dalla Havana, che  un popolo di cristiani in Cuba,
e corre tramontana e mezzod con questo popolo, dove quivi di continuo regnan
quei venti detti brisas, e vanno e vengono dall'una banda all'altra in quattro
giorni, perch i navilii vanno e vengono a' quartieri col medesimo vento.
E poi ch'io ho data relazione de' navilii sar bene di dire di chi ei sono e di
che luoghi di questi regni, a' quali Dio nostro Signore piacque far grazia di
scampare di questi travagli. Il primo  Alonso del Castiglio Maldonato,
abitatore di Salamanca, figliuolo del dottor Castiglio e di donna Aldonsa
Maldonata. Il secondo  Andrea Dorante, figliuolo di Paolo Dorante di Beiar e
abitante di Gibraleon. Il terzo  Alvaro Nunez, Capo di Vacca, figliuolo di
Francesco de Vera e nipote di Pietro de Vera, che guadagn le Canarie, e sua
madre si chiamava donna Teresa Capo di Vacca, natia di Xarez della Frontiera.
Il quarto si chiama Estevanico, il negro arabo, natio di Azamor.


Il fine
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