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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume sesto.
Parte prima.


Di Fernando Cortese la seconda relazione della nuova spagna, perch la prima da
lui fatta, bench da noi diligentemente ricercata, non abbiamo potuto insino a
oggi ritrovare.

Al serenissimo e invitissimo imperatore Carlo Quinto.

Come nella Nuova Spagna vi sono assaissime cose notabili. Della citt di Vera
Croce. Scusa del Cortese al re catolico di non poterli dar minutissima
informazione delle cose ivi per lui ritrovate.

Con quella nave che ho spedito alli 16 di luglio del 1519 da questa Nuova
Spagna di Vostra Maest, mandai all'Altezza Vostra piena e particolare
informazione di tutte quelle cose le quali dopo la venuta mia sono state fatte
e sono avvenute in questi luoghi, la quale informazione diedi ad Alfonso
Fernando Porto Carrero e Francesco da Monteio, procuratori della citt della
Vera Croce, che io da' fondamenti ho fatta fabricare a nome di Vostra Maest. E
dipoi, perch non ho avuto occasione s per mancamento di navilii, s anco
perch mi sono trovato sommamente travagliato e occupato in acquistare e farci
benevole queste contrade e provincie, e perch della predetta nave e
procuratori non avevo io inteso cosa alcuna, non diedi pi avanti aviso a
Vostra Maest di quelle cose che si trovano in questa patria e che sono state
fatte, le quali sono tante e tali che, s come altre volte nelle prime
informazioni mandate a Vostra Maest ho dimostrato, meritamente ella puote
essere chiamata imperadore d'un nuovo mondo: e forse che questo titolo non  di
esser riputato minore di quello d'Alemagna, il quale per lo aiuto de Iddio
ottimo massimo e per le sue chiare virt al presente  posseduto dalla Vostra
catolica Maest. E se io cominciassi a narrar particolarmente tutte quelle cose
che in queste parti si trovano, non ne verrei mai a fine, e perci, se per
avventura, s come l'Altezza Vostra desidera e io son tenuto di fare, non le
dar piena notizia, ella benignamente degner di concedermi perdono, essendo io
non molto atto a questo carico dello scrivere e non avendo commodit del tempo.
Nondimeno con tutte le forze del mio ingegno mi affaticher di narrar la verit
della cosa, e oltra di ci ancora tutto quello che conoscer che a Vostra
Maest faccia bisogno di sapere. E supplico che Vostra Altezza mi perdoni se io
appunto non le racconter come e quando le cose siano state fatte, e se
tralascier alcuni nomi di citt, di ville e de' loro signori, i quali, udito
il nome di Vostra Maest, spontaneamente s'offeriscono al servizio di quella e
se le diedero per sudditi e per vassalli, percioch per una grave disavventura
la quale nuovamente ci  intravenuta, s come nel processo della nostra
narrazione alla Vostra Altezza sar pi pienamente manifesto, e gli scritti e
l'istorie tutte che con gli abitatori di questi paesi io avea insieme raccolte
con altre varie cose le ho perdute.


Del potente signor Montezuma. Della partita del Cortese da Cimpual; della
guardia per lui posta alla citt di Vera Croce, e cura di fabricarvi una
fortezza; la fidelt degli uomini di Cimpual verso l'imperatore. De' fanciulli
sacrificati agl'idoli. De' soldati ch'avevano deliberato ribellarsi al Cortese,
e gli congiurati, quai furono puniti, e come il Cortese fece tirar le navi in
terra.

Nella prima relazione, invitissimo e serenissimo Imperatore, io aveva detto
delle citt e delle ville che al servizio di Vostra Maest si erano offerte, e
di quelle che io tenea acquistate da me. Oltra di ci le dava aviso che mi era
stato referto d'un certo potente signor nominato Montezuma, il quale gli
abitatori di questa provincia secondo il lor conto stimavano che fosse lontano
dal lito del mare e del porto, dove io era arrivato, per ispazio di 90 o 100
leghe. Confidandomi nell'aiuto d'Iddio e nella fama dell'onorato nome di Vostra
Altezza, aveva determinato di passare a tutti que' luoghi che sono soggetti a
lui. Oltra di questo mi ricordo, in quanto all'acquisto di cos gran signore,
essermi offerto a far sopra le mie forze, percioch io aveva ingenuamente
promesso all'Altezza Vostra che l'averei o fatto prigione o ucciso o del tutto
fatto suddito alla vostra real corona. E con questa opinione dalla citt di
Cimpual, la quale mi  piaciuto chiamar la Siviglia, mi parti' alli 16 d'agosto
con quindeci cavalli leggieri e cinquecento fanti de' meglio apparecchiati e
pi atti al combattere che io potei trovare, e alla guardia della Vera Croce
lasciai centocinquanta fanti e due cavalli leggieri, i quali avessero cura in
tutti i modi di fabricar quivi una fortezza, o vogliamo dire una rocca, la
quale  gi quasi finita. E lasciai pacifica e quieta quella provincia di
Cimpual e le montagne vicine alla detta citt, ne' quali luoghi stimo che vi
siano da cinquantamila uomini da guerra e cinquanta ville e castella fedeli e
sinceramente soggetti alla Maest Vostra, s come per fin ora sono state e anco
sono al presente; imperoch alla venuta mia erano soggette al signor Montezuma
e, s come essi mi raccontavano, non erano stati soggetti a lui per molto
tempo, e subito che udirono la fama della grandissima e real potenzia della
Maest Vostra, gridarono di volere esser sudditi di quella e desiderar
l'amicizia mia, pregandomi oltra di questo che io gli difendessi dal predetto
Montezuma, il quale gli aveva tenuti soggetti per forza e con tirannia, e che
pigliava i loro figliuoli per sacrificargli agli suoi idoli. E certamente sono
sudditi fedeli alla Vostra Altezza, e tengo che perseveraranno in fede, e per
esser liberati dalla tirannia del sopradetto signore, e anco perch fin ora
sono stati ben trattati da me e ho fatto loro grandissimi favori. E per maggior
sicurezza di coloro che rimanevano nella citt, menai meco alcuni de'
principali con alcuni altri, i quali nel viaggio mi furono di non picciolo
giovamento.
E percioch, s come penso, io aveva nella prima relazione dato avviso alla
Maest Vostra, alcuni che con esso meco erano venuti a questo viaggio, allievi,
famigliari e amici di Diego Vellazquez, avevano dispiacere che io con animo
valoroso e felicemente mandassi ad effetto cotal cose ad onore di Vostra Maest
e accrescimento dello stato suo, certi di costoro volsero ribellarsi da me e
partirsi di questa patria, e massimamente quattro Spagnuoli, i nomi de' quali
sono Giovanni Scutifero, Diego Armeno, Consalvo Dumbria, nocchieri o vogliamo
dire pedoti, e Alfonso Pennato. I quali, come essi volontariamente hanno
confessato, avevano fatto deliberazione di robbare un bergantino, il quale
stava in porto fornito di pane e di carne salata, e ucciso il nocchiero col
predetto bergantino andarsene all'isola Fernandina, per dare aviso a Diego
Velazquez che io mandava una nave a Vostra Maest, e farlo anco avvertito di
tutte quelle cose di che ella era carica e donde aveva da passare accioch il
detto Diego Velazquez ponesse le sue navi in aguato per prenderla; come egli
poi mostr con effetto, percioch, subito che ebbe notizia che la mia nave era
passata, comand ad una sua caravella che la dovesse seguitare per prenderla:
il che non pot mandare ad esecuzione, imperoch la nostra nave era troppo
avanti trapassata. Oltra di ci, confessarono esser degli altri della medesima
opinione di fare avisato Diego Velazquez della predetta nave. Veduta la
confessione de' predetti malfattori, gli ho puniti secondo che ricercava la
giustizia, la necessit del tempo e il servizio di Vostra Maest, percioch,
oltra i famigliari e allievi e amici di Diego Velazquez, altri ancora
desideravano sommamente d'uscire della provincia, che, vedendo il detto paese
tanto grande e pieno di tante genti, e il poco numero di Spagnuoli, avevano la
medesima opinione. Io, giudicando che, se le navi fossero rimase quivi, coloro
che desideravano di ribellarsi e di uscir della provincia facilissimamente con
quelle l'averiano potuto fare, e io sarei quasi rimasto solo, onde potriano
esser impedite quelle cose che io aveva operato in queste parti nel servizio
d'Iddio ottimo massimo e della Maest Vostra, finsi che quelle navi non erano
atte a navigare e procurai di farle tirare in terra. Per la qual cosa
abbandonarono ogni speranza di partirsi da que' luoghi, e io pi sicuramente e
senza timore feci il mio viaggio, percioch, partito ch'io fussi dalla citt,
la gente postavi da me alla guardia non mi poteva mancare in modo alcuno.


Della venuta delle navi di Francesco de Garai. Dell'ambasciata de' nunzii al
Cortese, e la risposta e offerte per lui fatteli, e l'astuzia ch'egli us per
conoscer l'intenzione del detto Francesco, e della partita e ritorno delle sue
navi. E come Panuco signore manda un ambasciatore con presenti al Cortese.

Passati 10 d poich ebbi fatto tirar le navi in terra e mi fui partito dalla
citt della Vera Croce, e giunto alla citt di Cimpual, che  lontana quattro
leghe dalla citt della Vera Croce, per seguitare il mio incominciato viaggio
(e una lega  4 miglia italiane), gli abitatori della citt della Vera Croce mi
diedero aviso che per quelle riviere andavano vagabonde quattro navi, e che 'l
capitano che io avea lasciato nella citt della Vera Croce, essendo montato in
un battello, era andato a trovarle, al quale dissero come erano navi di
Francesco de Garai, luogotenente e capitano nell'isola di Iamaica, e venivano a
discoprir nuove provincie; e che 'l medesimo mio capitano a que' delle dette
navi fece palese come io in nome di Vostra Maest avea preso ad abitar quella
provincia, ed edificatovi una citt lontana per una lega da quel luogo dove le
navi s'erano ferme, e che ivi se ne potevano andar seco, e che esso piglieria
cura d'avisar me della loro venuta e, se avessero bisogno di cosa alcuna, quivi
si potriano provedere e ristorarsi. Soggiunse il medesimo capitano che egli col
suo battello andaria avanti di loro per guidargli in porto, e accennando con
mano lo mostr loro: e quei che erano nelle navi risposero di aver veduto il
predetto porto, percioch erano passati avanti d'esso, e che seguirebbono il
suo consiglio. E avendo il capitano col suo battello preso il cammino verso il
porto, le navi nol seguitarono, n andarono al porto ch'era loro stato
mostrato, ma andavano tuttavia pi oltre vagando per quella costa.
Io subito mi parti' per andare a quel villaggio dove aveva inteso le navi star
surte, il quale era lontano circa tre leghe sotto la citt della Vera Croce, e,
non essendo alcuno de' predetti Spagnuoli dismontati in terra, me n'andai per
la medesima costa per saper la lor volont e intenzione. E gi io era lontano
una lega dalle sopradette navi, quando d'esse mi vennero incontra tre compagni:
il primo come publico notaio, e due altri come testimoni, erano venuti per
farmi una monitoria per nome del lor capitano, la quale avevano portata in
scrittura, dove si conteneva che egli mi certificava per mezo loro che esso era
arrivato primo in quella contrada e che in quella aveva deliberato di abitare,
e perci mi faceva avisato ch'io dovessi metter i termini tra me e il predetto
capitano, percioch esso voleva poner la sua citt e nuova abitazione cinque
leghe sotto la villa di Nautel, lontana dodeci leghe dalla citt la quale al
presente  chiamata Almeria. Dapoi che ebbi intesa la loro imbasciata, risposi
che dovessero dire al loro capitano che dovesse venir da me personalmente,
arrivando con le sue navi al porto della Vera Croce, dove parlaremo, e allora
conoscerei qual fusse la sua intenzione e, se per avventura le sue navi
overamente i suoi soldati si ritrovassero in qualche necessit, procurerei in
tutti modi di dar loro aiuto, massimamente poich erano al servizio di Vostra
Maest, e io niun'altra cosa pi desiderava che aver occasione di poter far
cosa grata all'Altezza Vostra: la quale occasione pensava che fusse venuta se
io dava aiuto al suo capitano e ai suoi soldati, che si trovavano seco in
servizii di Vostra Maest. Essi mi risposero che a nessun modo il loro capitano
o alcuni de' comiti voleva smontare in terra, o ridursi dove io fussi.
Io, dubitando che avesser fatto qualche danno al luogo dove si erano ferme,
venuta la notte secretamente mi posi nel lito del mare all'incontro del luogo
dove le navi erano surte, e quivi stetti in aguato insino alle dodeci ore del
giorno seguente, pensandomi che 'l Capitano o alcuno de' patroni di nave
dovesse pigliar terra, per poter intender da loro che cosa volessero fare e che
paesi avessero cercati, e, se avessero fatto danno alcuno in quei luoghi, io ne
potessi render certa la Maest Vostra. Nondimeno, n egli mai n alcuno de'
comiti discese in terra. E poich niuno smontava, comandai a quei tre che erano
venuti da me con la predetta monitoria che si spogliassero le lor vesti, e di
quelle feci vestire tre de' miei soldati, i quali, andati subito al lito,
fecero segno e chiamarono quei che eran nelle navi: e subito che furono veduti,
vennero a riva con un battello dodeci uomini che erano nelle navi, armati di
balestre e di schioppetti. Li Spagnuoli che gli avevano chiamati si
discostarono dal lito, e, non altrimenti che se avessero bisogno di stare
all'ombra, maliziosamente si ridussero quivi ad un boschetto vicino. E cos
quattro saltarono fuori del battello, due armati con balestre e gli altri di
schioppetti, i quali, circondati da' miei soldati che io aveva posti in aguato
nel lito, furono tutti presi: e un di questi prigioni, che era nocchiero,
avrebbe ucciso il capitano che io aveva posto al governo della citt della Vera
Croce, con lo schioppo, se 'l fuoco non fusse mancato alla corda. Coloro che
erano rimasti nel battello andarono alla volta delle navi, le quali, prima che
a loro giugnesse il battello, avevan fatto vela senza aspettar di intender cosa
alcuna da essi.
Dai medesimi quattro rimasi prigioni appresso di me, intesi come erano arrivati
ad un certo fiume da basso circa trenta leghe sotto Almeria, e gli abitatori
gli avevano volentieri e benignamente ricevuti, e per li lor danari gli avevano
dato ogni cosa necessaria; e avevano visto anco dell'oro che gli abitatori
avevano loro portato, ma in poca quantit, percioch solamente avevano ricevuto
circa tre pesi d'oro in cambio d'altre cose; e non erano arrivati al lito, ma
da presso avevano veduto alcune terre poste nella ripa del fiume, essendo tanto
vicine che facilissimamente si potevano vedere dalle navi: non vi era edificio
alcuno di pietra, ma tutte le case erano di paglia, e hanno le porte fabricate
molto alte. Le qual cose tutte dipoi pi chiara e ampiamente intesi da quel
gran signor Montezuma e da certi altri della detta patria i quali egli teneva
seco, e da un Indiano il quale era nelle medesime navi, abitatore d'un luogo
del detto fiume: e io l'aveva ritenuto prigione appresso di me, e lo mandai
insieme con gli ambasciadori del predetto gran signore Montezuma al signor di
quel fiume, nominato Panuco, accioch gli parlassero e lo tirassero al servizio
e divozione di Vostra Maest. Il qual Panuco mi mand ambasciadore uno de' suoi
baroni e, come dicono, signore d'una citt, il quale da parte sua mi don
alcune veste, ornamenti di ricami e varie penne, dicendomi oltra di ci che
quel signore con tutto il suo paese desiderava grandemente d'esser suddito di
Vostra Maest e di aver l'amicizia mia. Io all'incontro gli feci parte di
quelle cose ch'io aveva portate di Spagna, delle quali prese grandissimo
piacere, e tanto che quando le navi di Francesco de Garai, delle quali ho di
sopra fatto menzione, ritornarono a quei luoghi, subitamente procur di farmi
avisato le dette navi esser lontane dal predetto fiume per ispazio di cinque
giornate, e che io gli dovessi dare aviso se le genti che erano nelle navi
fussero della mia patria, percioch egli darebbe loro ogni cosa necessaria, e
gi aveva fatto portare alle navi alcune femine e galline.


Della provincia chiamata Sienchimalen. Di un monte alto e difficile da salire.
Come quelli Indiani danno al Cortese le cose al viaggio necessarie. Del monte
del Nome d'Iddio, cos chiamato, e del castello Teyxnacan.

Tre giorni continui, serenissimo e potentissimo Signore, ho camminato per la
provincia di Cimpual, in tutti i luoghi benignamente ricevuto. Il quarto giorno
entrai in un'altra provincia, chiamata Sienchimalen, nella quale  una terra
fortissima posta in luogo sicuro e alto, percioch  al lato d'uno monte
asprissimo e non vi si pu andare se non per un luogo a simiglianza di scala,
dove possono salire solamente i fanti a piedi, ed essi difficilmente, se gli
abitatori vogliono difendere il luogo. Nel piano sono assaissime ville e
borghi, che fanno insino a cinquecento, trecento, ducento e cento fuochi, e
questi luoghi tutti sono sottoposti al signor Montezuma. Fui ricevuto
gratissimamente da loro e mi diedero le cose necessarie a seguitare il mio
viaggio, e mostrarono che molto ben sapevano che noi andavamo a vedere il lor
signor Montezuma, e avessi per certo quello essermi sinceramente amico, e che
esso aveva comandato loro che mi ricevessero gratissimamente. Io satisfeci loro
di tutto quel che ci avevano dato, e gli ringraziai infinitamente del loro
animo grato verso di noi e de' benefici che ci avevano fatti; e oltra di ci
dissi che la fama di quel signore era pervenuta all'orecchie di Vostra Maest,
e perci ella mi aveva veramente imposto che a nome di lei dovessi visitarlo, e
che io andava solamente per visitar lui. E cos passai la cima del monte, che 
nel fine di questa provincia, e la chiamammo la cima del monte del Nome
d'Iddio, essendo stata la prima che avemo passata in queste parti; ed  tanto
alta e difficile che non mi penso che in Spagna, in quanto alla difficolt del
passare, se ne ritrovi una pari a questa, nondimeno la passai sicuramente. E
nel discendere di detto monte si trovano altre ville, soggette ad un certo
castello nominato Teyxnacan, gli abitatori delle quali ne ricevettero non meno
benignamente di quei di Sienchimalen, e ci dichiarorno il buon animo del lor
signor Montezuma verso di noi, e molte altre cose delle quali gli altri di
sopra ci avevano avisati: e io parimente a ciascuno del tutto satisfeci.


Come alcuni Indiani morirono per il gran freddo. Della cima d'un monte nella
cui sommit v' una torre con idoli. Della valle chiamata Cartenai e case di
quella ottimamente fabricate. Di un signore che neg al Cortese di dargli oro.

Quindi partiti, per ispazio di tre giorni camminammo per luoghi inculti e
disabitati, per essere sterili, e per mancamento d'acqua e per li gran freddi.
Iddio, conoscitore de' cuori,  testimonio quali e quante cose abbiamo patite,
massimamente per sete e per fame, e per la grandissima tempesta di grandine e
d'acqua, la qual ci colse in quel paese disabitato e per la qual pensai molti
de' nostri dover morir di freddo; nondimeno morirono pi Indiani, i quali con
esso noi avevamo menati dall'isola Fernandina molto ben vestiti. Dopo que'
giorni che stemmo nel deserto, passammo un'altra gran cima di monte, non tanto
difficile come era stata la prima, nella sommit della quale era una torre di
mezana grandezza, quasi simile a colonne di pietra nelle quali appresso di noi
nelli crociali delle vie e altri luoghi si mettono le sacrosante e venerande
imagini, nella qual torre avevano posti i loro idoli; ed era circondata di
molte legne tagliate e messe in catasta, forse oltra mille carri, e da cotale
effetto la chiamammo la sommit della legna. Nella discesa della quale era una
valle molto abitata, posta tra due monti asprissimi, e, s come potemmo
comprendere, gli abitatori erano assai poveri.
E avendo camminato circa due leghe per luoghi sempre abitati, giunsi in un
paese pi piano, nel quale ci parve che dovesse far residenza il signor di
quella provincia, essendo le case quivi meglio fabricate che in altro luogo
dove siamo stati: erano tutte di pietre quadrate e nuovamente fatte, percioch
in esse erano molto belle, grandi e magnifiche sale e stanzie ottimamente fatte
e bene ordinate. Questa valle con le sue terre si chiamano Cartenai, il signor
delle quali e gli abitatori similmente ne ricevettero con molta allegrezza e
n'albergarono commodamente. Poich gli ebbi parlato a nome di Vostra Maest ed
espostogli le cagioni della venuta mia in questi paesi, gli dimandai se era
sottoposto al signor Montezuma overo se fusse d'altra fazione; al quale la mia
dimanda fu di grandissima maraviglia, e rispondendo disse: "Chi non  suddito e
soggetto al signor Montezuma?", accennando che egli signoreggiasse quasi tutto
il giro della terra. Allora io gli raccontai copiosamente le forze, la
potenzia, e anco le varie genti e nazioni e i larghissimi imperii di Vostra
Maest, e assaissimi signori pi potenti del Montezuma ubbidire alla Vostra
Altezza, il che gli fu molto grato udire; e similmente bisognava che facesse il
signor Montezuma e gli altri abitatori di quelle provincie. E subito lo
ricercai che si desse per vassallo di Vostra Maest, aggiugnendo che, se egli
si dava per vassallo di Vostra Altezza, ne conseguirebbe grandissimo favore e
onore; e accioch Vostra Maest degnasse di riceverlo benignamente, gli
dimandai in segno di ubbidienza qualche quantit d'oro da mandare a Vostra
Maest. E replic che egli aveva dell'oro, ma neg di volermene punto dare se
'l suo signor Montezuma non glielo commetteva: e se quel signore glielo
comandasse, era apparecchiato di spendere la propria vita, l'oro e ci che
possedeva, e che io non lo molestassi n astringessi a lasciar la sua impresa e
opinione. Io il meglio che potei di tutto feci vista di non curare, e gli
risposi che tosto il signor Montezuma gli avrebbe comandato che ci dovesse far
parte e dell'oro e dell'altre cose che egli possedeva e che ci poteva dar
commodamente.


Come altri signori andarono a visitar il Cortese, e doni per loro fatteli. Di
una rocca fortissima della provincia Tascaltecal, e come quei popoli sono
nemici del signor Montezuma. D'una muraglia mirabilmente fabricata
dagl'Indiani. Della guerra continua tra la provincia Tascheltecal e 'l signor
Montezuma. Consiglio dato al Cortese dagli uomini di Cimpual. L'entrata de'
Spagnuoli nella provincia di Tascaltecal.

Vennero quivi due altri signori per visitarmi, i quali tenevano signoria nella
medesima valle, l'uno per ispazio di quattro leghe nel descendere, l'altro di
due nell'ascesa di detta valle. Mi donarono certe catene d'oro, nondimeno di
poco valore e momento, e otto schiavi. Stemmo quivi cinque giorni, e
lasciandoli sodisfatti venimmo ad un luogo dove era la residenza d'uno de'
sopradetti signori, lontan due leghe nella salita della valle Yztalmastitam. Il
suo dominio e citt era di spesse case ed edificii insiememente congiunti e
vicini, continuata per ispacio di quattro leghe nella ripa d'un certo fiume,
che discorreva per quella valle. Nel colle vicino fa residenzia il signore in
una secura e buonissima rocca, tal che non si potrebbe trovar simile nel mezzo
della Spagna: la rocca  circondata di mura e di antimura molto forti e di
profondissimi fossi. Nella cima del colle  una terra quasi di cinquemila
alberghi, e sono le case molto ben fabricate; quivi gli uomini si vedevano
alquanto pi ricchi che que' pi da basso. In questo luogo stessimo bene, e il
signor d'esso faceva professione d'esser vassallo del signor Montezuma.
Quivi dimorai tre giorni, parte per ristorare i soldati dalle fatiche che
avevano sostenuto nel passar la sopradetta provincia disabitata, parte per
aspettare quattro uomini del paese di Cimpual i quali venivano meco, e gi da
Catamian gli aveva mandati ambasciadori in quella gran provincia che la
chiamano Tascaltecal, la quale affermavano non esser molto lontana: il che
dipoi si vidde chiaramente. E mi dissero che gli abitatori di detta provincia
erano molto loro amici e nemici mortalissimi del signor Montezuma, e tutta
quella provincia confinava col paese del detto signore, e di continuo quelle
due provincie tenevano guerra l'una contra l'altra; e pensavano che essi
sommamente si allegrarebbono della mia andata, e che erano per farmi ogni
possibile favore, se 'l signor Montezuma volesse trattar cosa alcuna contra di
me overo impedirmi e contrapormisi. Nondimeno in que' d i quali stemmo nella
predetta valle, che furono otto, i detti nunzii non tornarono mai. Allora io
da' principali di Cimpual che si trovavano presenti dimandai per qual cagione i
detti nunzii non fossero ritornati; essi mi risposero che, essendo per aventura
quella provincia molto lontana, e in s breve tempo non potevano tornare.
Io, vedendo il loro ritorno prolongarsi, e que' di Cimpual proponermi in ogni
modo e con ogni sicurezza l'amist della detta provincia, mi partii per
andarvi. E nell'uscita della valle era fabricato un muro di pietra lavorata, e
di altezza era quanto saria la statura d'un uomo e mezzo, il qual cominciava
dall'uno de' monti e si stendeva insino all'altro, ed era venti piedi di
larghezza, nella sommit del qual muro avevano fatto un grado circa un piede e
mezzo, nel qual potessero fermarsi a gettar sassi quando facesse bisogno di
combattere; e la sua entrata non era pi larga di dieci passi, e a questa
entrata era raddoppiato il muro a guisa di antimuraglia, e l'entrata era non
diritta, ma torta. Io dimandai a che fine fosse stato fatto quel muro; mi
risposero che era stato fabricato per esser ne' confini della provincia di
Tascaltecal, la quale contrastava col signor Montezuma e gli era nemica, e gli
abitatori della detta valle facevano loro continua guerra. Mi confortarono,
poich io andava a visitare il signor Montezuma, che a nessun modo toccassi il
paese de' suoi nemici, percioch erano pessimi e forse potrebbono far qualche
dispiacere a me e ai miei, e che essi piglieriano carico di sempre guidarmi per
il paese del signor Montezuma, e in quello sempre sarei ottimamente ricevuto e
commodamente albergato. Ma que' di Cimpual mi fecero avertito che per nissun
modo io obedissi a' loro consigli, ma che dovesse seguitar il camino per la
provincia di Tascaltecal, percioch tutto ci che essi mi ricordavano lo
facevano con animo di separarmi dall'amicizia di quella provincia, e che tutti
quelli di Montezuma erano malvagi e traditori, e, se io dessi credenza alle lor
parole, mi condurrebbono in luogo donde poi non sarei potuto uscire. E perch
io prestava pi fede agli uomini di Cimpual che a que' di Montezuma, mi
accostai al lor consiglio, seguitando il cominciato viaggio per il territorio
di Tascaltecal. Conduceva i miei soldati con quella maggior cura e diligenza
che si pot fare, e per aventura io andava inanzi quasi una mezza lega
accompagnato da sette cavalli, pensando meco stesso d'andar vedendo il paese,
accioch, si avenisse caso alcuno, come poi intervenne, io potesse aver tempo
di ragunare e mettere in ordinanza i soldati e combattere.


Battaglia tra gli Spagnuoli e Indiani di Tascaltecal. Come gl'Indiani mandano
ambasciatori al Cortese e la risposta per lui fattali, e come un'altra volta in
grandissimo numero vengono a battaglia con Spagnuoli. Della uscita d'essi
Spagnuoli degli alloggiamenti a' danni de' nemici, e come centocinquantamila
Indiani combatterono detti alloggiamenti.

Poich io fui andato per ispazio di quattro leghe, nel salir d'un picciol colle
due de' miei viddero venire alcuni Indiani che portavan penne in testa, le
quali sogliono per ornamento usare andando alla guerra; erano armati di spade e
di piccole rotelle, i quali, subito che viddero i nostri cavalli, si diedero a
fuggire. Allora corsi verso loro e comandai che fussero chiamati adietro,
avisandogli che non dovessero punto aver paura: e a questo modo n'andammo a
loro. Erano quindeci, i quali subito si strinsero insieme per combatter con noi
e cominciarono a gridare ad alta voce, accennando che quegli che erano ascosi
in una certa valle verriano in loro soccorso; e combatterono contra di noi
tanto valorosamente, che n'uccisero due cavalli e ne ferirono tre e due uomini.
In questo mezo usciron fuori da cinquemila, e in tanto erano giunti otto de'
nostri a cavallo. Entrammo a combattere, e alle volte gli sforzammo ritirarsi,
finch venissero gli Spagnuoli, ai quali aveva mandato a dire per uno de' miei
cavalieri che s'affrettassero. E in quella battaglia facemmo loro qualche
danno, avendone di loro uccisi circa sessanta senza alcuna perdita o
incommodit de' nostri, bench da valent'uomini e arditamente combattessero;
nondimeno, essendo noi a cavallo, potevamo andar loro adosso con furia e
urtargli e sicuramente ritirarci. Intesa la venuta de' nostri si partirono,
percioch erano pochi.
Doppo la lor partita vennero da noi ambasciadori che dicevan esser mandati dai
signori di quelle provincie, e con esso loro erano due di quegli ambasciadori i
quali ho detto ch'io mandai alla provincia di Tascaltecal, affermando che i
signori delle provincie erano del tutto innocenti delle cose che erano
successe, percioch erano communit, e ci era stato fatto senza lor consiglio
e se ne dolevano grandemente, offerendosi a pagare i cavalli uccisi, e che
sommamente desideravano la mia amicizia, e ch'io andassi da loro senza paura
d'inganno alcuno, che mi riceverebbono con lieto e grato animo. Risposi che io
gli ringraziava infinitamente e voleva sodisfare a lor desiderio. In quella
notte io e i compagni fummo astretti alloggiare in campagna, per ispazio d'una
lega lontano dal luogo dove era intervenuto il fatto, appresso un certo
torrente, s perch l'ora era tarda, s ancora perch i soldati erano stanchi
per la fatica del viaggio. Quivi, poste le guardie e le sentinelle de' fanti a
pi e de' cavalli, stemmo fino al giorno, e de l poi in ordinanza, con
l'antiguarda e retroguarda e con alcuni che scorrevano avanti per riconoscere
il paese, mi partii. E al levar del sole, essendo giunto ad un picciolo
castello, gli altri due sopradetti ambasciadori di Tascaltecal piangendo mi
vennero incontra, e dissero che quelle genti gli avevano fatti prigioni per
ucciderli ed essi quella notte ascosamente se n'erano fuggiti.
Per ispazio non compiuto di due tiri di sasso con mano si scopr una
moltitudine d'Indiani bene armati, e alzati i gridi cominciarono a combatter
con noi, aventando freccie e dardi. Io, chiamati gl'interpreti che menava meco,
in presenza del notaio cominciai ammonirgli e dir che desiderava aver pace con
esso loro: e quanto pi gli ammoniva, tanto pi fortemente ci venivano adosso
con l'arme. Veduto che le buone parole non giovavano, cominciammo a difender
noi e offender loro quanto potevano le nostre forze, e cos combattendo ci
trovammo tra quasi centomila armati guerrieri, i quali ne avevano circondato
d'ogni banda. Combattemmo in quel giorno aspramente sino all'ora avanti il
tramontar del sole, percioch a quel tempo gli nemici si ritirarono; e con sei
bombarde, sei schioppi, quaranta balestre, tredici uomini a cavallo che erano
rimasi, e co' sopradetti fanti a piedi, feci gran danno e messi grande spavento
agli nimici senza danno e perdita de' miei, salvo la fatica del combattere, la
sete e la fame. E veramente si pu dire che Iddio ottimo massimo combattesse
per noi contra i nostri nimici, conciosiach in tanta moltitudine d'uomini,
mossa con animo tanto acceso e con tanta destrezza alla guerra, e fornita di
tante sorti d'armi, rimanessimo liberi senza offesa alcuna. Quella notte
ponemmo gli alloggiamenti appresso una certa picciola torre posta nella cima
d'un colle vicino, la quale era consecrata ai loro idoli.
Venuto il giorno, percioch io moveva guerra loro, lasciai negli alloggiamenti
l'artegliarie con duecento uomini, e con tredici cavalieri e cento Spagnuoli e
quattrocento Indiani che aveva menati meco dalla provincia di Cimpual me
n'andai a danneggiar gli nimici; e prima che avessero tempo di ragunarsi,
abbruciai sei villaggi, che ciascuno d'essi era quasi di cento case, e avendo
fatto prigioni forse trecento persone tra maschi e femine, rimenai salvi i miei
soldati negli alloggiamenti, insino a' quali ne seguitarono combattendo con
esso noi. La mattina seguente a buon'ora forse centocinquantamila uomini
assalirono i nostri alloggiamenti, e tanta era la moltitudine de' nimici che
n'era coperta tutta la campagna, e con tanto ardire e tanto valorosamente ci
assalivano che alcuni d'essi v'entrarono dentro, dove combattevano co'
Spagnuoli. Andammo loro adosso e, dandoci aiuto il sommo Iddio, gli uccidemmo,
e in ispazio di quattro ore fortificammo i nostri alloggiamenti di maniera che,
standovi noi, in niun modo ci potevano far danno, bench spesse volte ci
dessero l'assalto. E cos ci tennero combattendo insino a notte, la quale
essendo venuta, si ritirarono.


Gli Spagnuoli escono un'altra volta a danno de' nimici. I signori di quelle
provincie gli mandano ambasciadori dimandando pace. Come a cinquanta Indiani
ch'erano andati per ispiar detti alloggiamenti il Cortese fece tagliar le mani,
e la prudenzia ch'egli us prima che gl'Indiani gli assaltassero, e come di
nuovo usciti solamente con cavalli gli sconfisse.

Il secondo giorno dopo che io posi gli alloggiamenti appresso la detta torre,
innanzi d, con s gran silenzio di tutti che niuno de' nimici sent, io usci'
fuori con li cavalli, con cento fanti e con li miei amici indiani, e scorrendo
abbruciai da dieci terre, una delle quali arrivava a tremila case: e con gli
abitatori di questa avemmo da combattere, che eccetto essi nessuno ci dava
molestia, percioch gli altri erano absenti. E perch si portavano avanti
l'insegne della santa croce, e combattevamo per la fede cattolica e per
servizio della Vostra reale Altezza, Iddio omnipotente felicemente ne prestava
tante forze che uccidemmo senza nostro incommodo molti di loro, e innanzi
mezzogiorno, sopragiugnendo infinita moltitudine di nemici, ottenuta gi la
vittoria ci eravamo ritirati negli alloggiamenti. Il terzo d dai medesimi
signori delle dette provincie i nemici vennero a noi ambasciatori, dicendone di
voler essere soggetti a Vostra Maest e amici a me, pregando oltra di questo
ch'io perdonassi loro i commessi falli; e ne portarono vettovaglie e altre cose
lavorate di piume e di penne che essi usano, le quali appresso di loro sono in
grandissimo prezzo. Io diedi loro benigna risposta, mostrando che non avevano
fatto bene, nondimeno gli riceveva per amici e perdonava a tutti ci che
avevano fatto contra di me.
Il quarto giorno entrarono nei nostri alloggiamenti cinquanta Indiani, e per
quanto potei ritrarre erano tra tutti i paesani di grandissima auttorit, i
quali fingevano d'essere venuti per portar vettovaglie, e diligentemente
guardavano l'entrata e l'uscita de' nostri alloggiamenti e certe tende che noi
abitavamo. Ma quei di Cimpual secretamente mi fecero a sapere che io avessi
buona cura, percioch coloro erano di cattivo animo, e per niun'altra cagione
erano venuti ne' nostri alloggiamenti che per ispiare in che modo ci potessero
offendere, e che tenessi per certo non esser venuti per altro effetto. Io
procurai che secretamente fusse preso uno d'essi, e tanto secretamente che
niuno de' compagni se n'avidde, e, chiamati gli interpreti, lo minacciai che mi
dovesse dire il vero di quelle cose ch'io gli dimandarei: il quale mi confess
che Sintegal, gran capitano di quella provincia, conducendo gran numero di
gente stava ascoso dopo un colle all'incontro de' nostri alloggiamenti, per
assaltarci alla sprovista la notte seguente, percioch diceva che gi tre
giorni aveva fatto prova di combatter con noi e non aveva potuto fare alcun
buono effetto, e che desiderava grandemente di notte venire alle man con esso
noi, accioch i nostri cavalli, l'artegliarie e le spade non mettessero
spavento ai suoi soldati; e che esso gli aveva mandati per vedere i nostri
alloggiamenti, e i luoghi onde facilmente potessero entrare, e in che modo
abbrucciar quelle tende. Subito ordinai che fusse pigliato un altro di quei
cinquanta, e ancora il secondo raccont l'istesse cose ch'io aveva intese dal
primo, e con le medesime parole. E poich questi due erano conformi, diedi
commissione che ne fussero presi altri cinque, e finalmente tutti i cinquanta,
e feci lor tagliar le mani e mandogli via, accioch dicessero al lor signore
che di giorno e di notte e ogni volta che venisse provarebbe quali noi fussimo
per dover essere.
Facemmo i nostri alloggiamenti pi sicuri e allogai i soldati ne' luoghi
necessari, e di questa maniera stemmo finch sopravenisse la notte, la qual
venuta gli inimici gi cominciavano discendere il colle da due valli, alle
quali pensavano di venir secretamente per circondarne e venirne appresso, per
mandare ad esecuzione quel che si avevan proposto nell'animo. Ed essendo gi
provisto e apparecchiato ad ogni cosa, mi parve, se io gli lasciava avicinare
ai nostri alloggiamenti, che facillissimamente ci saria potuto avenir qualche
danno, e percioch di notte, non vedendo i soldati che fussero meco, senza
paura alcuna ci assalirebbono, e ancora perch i nostri soldati spagnuoli non
vedendo averiano pi paura; oltra di ci avendo sospetto che in qualche modo
non gettassero il fuoco nelle nostre tende, il che se fusse avenuto, ne saria
stato di tanto danno che niun di noi saria potuto scampare, deliberai co'
cavalli d'assalir gli nemici per ispaventargli e disordinargli. La qual cosa ne
successe secondo il nostro disegno, conciosiach, subito che ebbero sentito noi
arditamente andar contra di loro co' cavalli senza temere e senza gridare,
lasciate l'armi si gettarono gi per li monti, e tanta fu la moltitudine di
coloro che vi si gettavano, che n'erano pieni d'ogn'intorno tutti i luoghi
vicini. Lasciarono anco le vettovaglie che con esso loro avevano portate, per
rinfrescarsi quando in quella notte ci avessero vinti ed estinti del tutto: e a
questo modo rimanemmo sicuri. Fatto questo, ce ne stessimo dentro gli
alloggiamenti per alquanti giorni e non ne uscimmo, se non quivi attorno, per
difender che non v'entrassero certi Indiani che con grandissimi gridi
scaramucciando ci assalivano. E stemmo alquanto di tempo negli alloggiamenti,
non senza maninconia.


Come il Cortese la terza volta esce degli alloggiamenti di notte a' danni de'
nemici, onde gli Indiani gli dimandarono pace. E come gli Spagnuoli furono da
gran paura soprapresi, e, confortati dal Cortese, conclusero voler seguitarlo.

Dapoi una notte con cento fanti, con tutti li cavalli e amici miei indiani,
dopo l'ore della prima guardia me n'usci' degli alloggiamenti, dai quali
essendo lontano per spazio d'una lega, cinque cavalieri con le cavalle che
cavalcavano cascarono, di modo che non poterono andar pi avanti. Io gli
rimandai agli alloggiamenti, esortandomi li compagni che ancor io dovessi
ritornar con loro, attribuendo cotal accidente a cattivo augurio. Ma io,
rivolgendomi nell'animo Iddio esser sopra la natura, seguitai il cominciato
viaggio, e prima che venisse giorno assaltai due terre, nelle quali furono
uccisi molti; ma non comportai che fussero abbrucciate, accioch l'altre che
erano vicine, vedendo il fuoco, non si pensassero ch'io fussi appresso. Ed
essendo venuto il giorno diedi l'assalto ad un'altra, tanto grande che, avendo
poi fatta diligente investigazione, conobbi che in quella erano ventimila case.
Essi, sprovisti e non apparecchiati a tal cose, uscivano fuori delle case
disarmati, e si vedevano per tutte le contrade femine nude co' fanciulli, e gi
aveva cominciato a far loro del danno. E vedendo che a nessun modo potevano
resistere, alcuni de' principali di detta terra umilmente vennero a me,
pregandomi che io non lasciassi far loro pi danno, percioch volevano farsi
soggetti alla Maest Vostra ed esser miei amici, e che molto ben conoscevano
essi medesimi essere stati cagione del lor danno, per non aver dato fede alle
mie parole, ma che d'allora innanzi chiaramente conoscerei che essi ubbidiriano
ai miei comandamenti e sariano fedeli e veramente sudditi alla Maest Vostra.
E, poste gi l'arme, vennero alla mia presenza da quattromila uomini, e
appresso un certo fonte ne portarono ottime vettovaglie. E cos, lasciandogli
in pace, me ne ritornai agli alloggiamenti, dove trovai tutti stare in
grandissima paura, sospettando che non ci fusse intervenuto qualche male per la
caduta de' sopradetti cavalieri, che con le lor cavalle erano tornati negli
alloggiamenti: i quali, intesa la vittoria che la clemenzia d'Iddio n'aveva
conceduto, e che le predette terre erano congiunte in amist con esso noi,
ebbero grandissima allegrezza.
E sappia la Maest Vostra che niuno de' nostri era che non avesse grandissima
paura, vedendoci esser penetrati tanto avanti nella provincia di costoro, e fra
tanta e tal moltitudine d'uomini e senza alcuna speranza di soccorso, di
maniera che con le proprie orecchie ho udito che dicevano nei loro ragionamenti
privati, e in pubblico Pietro Carbonero, che io gli aveva condotti in luogo
donde non n'uscirebbono mai; e di pi, parlando insieme i soldati in una certa
tenda e non vedendo me ebbero ardimento di dire che, se io era poco prudente e
volessi condurgli in luogo donde non potessero uscire, non dovessero seguitarmi
ma ritornare alle navi, e se io voleva andar con loro io poteva farlo, e quando
che no mi dovessero quivi lasciare: e pi volte cercarono con diligenza di
farmi acconsentire alla loro opinione. Io gli confortava a star di buon animo e
a ricordarsi esser sudditi di Vostra Maest, e che gli Spagnuoli non avevano
mai in altro luogo mancato d'animo, ed eravamo in tal felicit che potremmo
acquistare alla Maest Vostra maggior regni e imperii che si trovino in tutto
il circuito della terra; e tali bisognava che ci dimostrassimo essere quali
convien che siano i buoni cristiani combattendo contra gl'infedeli, e che
nell'altro mondo acquisterebbono la somma felicit, e in questo otterremmo
maggior onore e gloria che abbia conseguito insin ora nazione alcuna; e
considerassero che Iddio ottimo massimo, al quale niuna cosa  impossibile, ci
era favorevole, il che pi chiaro che la luce potevano vedere dalle vittorie
che per suo aiuto avevano ottenute, nelle quali erano morti tanti nemici e de'
nostri non pur uno. Oltra di ci dissi molte cose in questo tenore, e
certamente per lo real favore di Vostra Maest cominciarono grandemente a
ripigliare ardimento, e tirai loro nella mia opinione e me gli feci ubbidienti,
e gli disposi ad essere apparecchiati a metter fine alla nostra cominciata
impresa.


Come Sicutengal, capitano della provincia di Tascaltecal, venne al Cortese
dimandandoli pace. E come Tascaltecal per avanti sempre era stata libera, e da
qual provincie sia circondata, e come in quella non si usa sale, n vesti di
seta. Con la risposta fatta al detto capitano dal Cortese.

Il giorno seguente a dieci ore venne a trovarmi Sicutengal, capitano e prefetto
di tutta quella provincia, con cinquanta de' lor principali e magiscacin, che 
la prima dignit di tutta quella provincia, e, per nome d'altri assaissimi
prencipi e signori che sono in essa, mi pregarono ch'io gli ricevessi nel real
servizio di Vostra Altezza e nella mia amicizia e perdonassi ai loro passati
errori, percioch essi per avanti non avevano avuto notizia n pratica alcuna
di noi, n chi noi fussimo avevano conosciuto. Nondimeno in tutti i modi e di
notte e di giorno avevano fatto prova di non esser sottoposti ad alcuno, non
essendo mai detta provincia in nessun tempo stata serva, n aveva avuto n
aveva altro forestiero per signore, ma, dapoi che vi  ricordanza di uomini,
sempre erano vivuti liberi e sempre si erano difesi da quel potente signor
Montezuma e da suo padre e avolo: e bench quella provincia fusse tutta
soggetta a lui, nondimeno non gli aveva mai potuti far suggetti loro, se ben
erano da ogni banda circondati e non avessero uscita alcuna dalla patria. E non
usavano punto di sale, non se ne facendo nella lor provincia, n permettendo
che si vada fuori della provincia a comprarne; e non usavano vesti di seta, non
nascendo in quel luogo per i gran freddi i vermi che la fanno, e mancavano
d'altre assaissime cose necessarie all'uso umano, percioch erano serrati
d'ogni lato: le qual cose tutte senza noia e di buon animo comportavano per non
farsi soggetti ad alcuno, e meco fare il medesimo avevano tentato con tutte le
lor forze. Ma vedevano apertamente che n tutte quelle cose che avevano provate
n anco le forze avevano lor potuto giovare, e volevano pi tosto esser
sottoposti alla Maest Vostra che esser crudelmente uccisi, e le lor case
ruinate e distrutte, e menate via le mogliere e i figliuoli.
Io risposi che potevano conoscere come essi medesimi erano stati cagione de'
lor danni, e io pensava di venire nella lor provincia come amico, benigno e
favorevole, s come quelli di Cimpual molte volte ci avevano raccontato che
ella era e che desiderava d'essere; e perci io avanti aveva mandato loro li
miei ambasciadori, che li facessero certi della mia venuta e mostrassero
l'amichevole animo mio verso di loro, ed essi ne avevano gran contento, s come
aveva inteso da quei di Cimpual; e che, andando io senza alcuna risposta e
senza alcuna paura, mi avevano assaltato e ucciso due de' miei cavalli e gli
altri feriti; e poich avevano combattuto meco, mi avevano mandati i loro
ambasciadori, facendomi sapere e affermare tutte quelle cose essere state fatte
senza lor saputa, e che non erano procedute da lor volont o consiglio, e che
certe communit senza farne motto a loro si erano mosse, e che essi gi
l'avevano riprese e desideravano la mia amist. E io aveva creduto tal parole
esser venute da buon animo: aveva lor risposto che mi piacevano le cose
proposte da loro, e liberamente il vegnente giorno andai ad alloggiar con loro
come con amici, e che il d seguente nel viaggio mi combatterono finch
sopravenne la notte. E raccontava tutte l'altre cose che li medesimi avevano
fatte e commesse contra di me, le quali, per non offender le sacre orecchie di
Vostra Maest, lascier di dire. In somma sono rimasi sudditi di Vostra Maest,
e le hanno offerto e se stessi e le lor facolt, e tali gli ho trovati insin
ora e per l'avenire spero di trovargli, s come nel procedere avanti pi
chiaramente sar manifesto a Vostra Maest.


Come i signori di Tascaltecal pregorono il Cortese ch'entrasse nella citt, e
come v'entr con gli Spagnuoli. Del bel sito e piazza maravigliosa e
abbondanzia di detta citt, e come si governa a republica. Di una dignit loro
detta magiscacin, del modo che osservano in punir i ladri; e della provincia
chiamata Gnasincango.

Appresso quella torre ne' medesimi alloggiamenti me ne stetti sei giorni, non
mi fidando ancora di loro, n mi volsi partire, bench pi volte con grande
instanzia di prieghi mi richiedessero che io andassi ad una certa gran citt,
dove tutti i baroni e signori di quella provincia facevano residenza, insin che
tutti quei signori vennero ne' miei alloggiamenti a pregarmi ch'io entrassi
nella citt, che in essa meglio che nel campo ci fornirebbono delle cose
necessarie; e dicevano aver gran dispiacere che, poich io era diventato lor
amico, avessi cos tristo albergo. Onde vinto dai lor prieghi entrai nella
citt, la quale era lontana sei leghe dal detto nostro campo e torre dove era
alloggiato.
La citt  tanto grande e maravigliosa che, bench molte cose io lasci che
potrei raccontare, nondimeno questo parer ancora incredibile, percioch
giudico che di circuito sia maggior della citt di Granata, e pi forte, e
d'edificii tanto belli e forse pi ricchi, e pi piena di popolo che non era
Granata in quel tempo che i nostri la tolsero delle mani de' Mori, e molto pi
abbondante di quelle cose che sono nella nostra patria, come di pane,
d'uccelli, di pesci s di fiumi come di laghi, similmente di cacciagioni, e
d'altre cose che usano, ottime secondo il lor vivere. In questa citt  una
piazza nella quale ogni giorno si veggono pi di trentamila persone vendere e
comprare, oltra l'altre piazze picciole che sono nella citt. In questa piazza
vi si trovano da vendere tutte le sorti di vestimenti che essi usano; quivi son
luoghi ordinati per vendere oro, argento, gioie e altre sorti d'ornamenti e di
penne, tanto bene acconcie che in niun altro mercato o piazza di tutto 'l mondo
si potriano ritrovar le pi belle. Son quivi luoghi tanto atti alla caccia che
non debbono cedere ai migliori di Spagna. Vi si vendono erbe e da mangiare e
medicinali, e legne e carboni in buona quantit; vi sono anche bagni, e
finalmente tra di loro apparisce una vista d'ogni buon ordine e regola. Ed 
gente molto ragionevole, e talmente che la miglior che sia in Africa non  con
questa d'esser posta in comparazione. Questa provincia ha valli e pianure
acconcie, lavorate e seminate, s che niente v' che non sia coltivato.
Secondo che ha potuto comprendere, questa gente seguita il governo de'
Veneziani, de' Genovesi e de' Pisani, percioch non hanno signore particolare,
ma sono molti signori, che tutti dimorano nella medesima citt. Gli abitatori
del paese sono lavoratori, e sono sudditi a questi signori, ciascuno de' quali
ha le sue proprie citt, ma uno ne ha pi dell'altro; e secondo le facende e
guerre che nascono, si ragunano tutti insieme e deliberano e proveggono alle
lor cose. Pensiamo anco i medesimi nell'amministrar giustizia e nel castigare i
tristi tener qualche ordine, percioch un certo de' loro abitatori aveva
rubbato non so che oro ad uno de' nostri: lo denunziai al loro magiscacin, che
 la lor maggior degnit; usarono ogni diligenza e procurarono di farlo
seguitare insino ad una certa citt nominata Churultecal, vicina a quella
provincia, e lo rimenarono e lo diedero nelle mie mani insieme con l'oro, e mi
dissero ch'io lo punissi. Io gli ringraziai che avessero usata cotal diligenza,
e risposi che, poich essi erano nella lor provincia, lo castigassero secondo
il lor costume, e trovandomi nel lor paese non voleva impacciarmi di punire i
loro uomini. Essi lo ripigliarono, e mandando avanti un pubblico trombetta che
ad alta voce raccontava il suo delitto, ed era costretto andare attorno la
predetta gran piazza; e cos fatto comandarono che fusse fermo appresso un
certo grande edificio fatto a guisa di teatro, che stava nel mezzo della detta
piazza, e di nuovo ad alta voce publicava il delitto e sceleratezza di colui, e
con un legno fatto ritondo nella sommit a guisa d'un martello gli percossero
la testa, finch alla presenza del popolo uscisse di vita. Vedemmo oltra di ci
assaissimi tenuti in prigione, e dicevano esser ritenuti e per furti e per
altre loro commesse sceleraggini. In questa provincia, secondo il conto ch'io
feci far diligentemente, sono pi di centocinquantamila case, insieme con
un'altra picciola provincia a lei vicina chiamata Gnasincango, che vive con le
medesime leggi e costumi, senza signore: e sono non meno sudditi alla real
corona di Vostra Maest che siano quelli della provincia di Tascaltecal.


Ambasciatori e presenti mandati dal signor Montezuma al Cortese; come quei di
Tascaltecal confortano il Cortese a non fidarsi del detto signore; e della
citt Rultecal.

Essendo io in campo, serenissimo e potentissimo Signore, e facendo guerra con
le genti di questa patria Tascaltecal, quattro dei pi potenti vassalli del
signor Montezuma vennero a trovarmi con ducento suoi famigliari, e dissero che
venivano per farmi ambasciata come il lor signore desiderava esser suddito di
Vostra Maest e far amicizia meco, e quel che io voleva constituire che egli
dovesse pagare ogn'anno di tributo a Vostra Maest, tanto in oro, argento,
veste di seta, quanto in altre cose delle quali la provincia avesse abbondanza,
che di tutte ne faria parte, pur che io non entrassi nella sua provincia: e
questo desiderava solamente perch ella era sterile e non aveva copia di
vettovaglie, e che averia dispiacere che io insieme co' miei soldati patissi
qualche incommodo e carestia. E per li medesimi mi mand a donare quasi mille
pesi di oro e altrettante vesti di seta, le quali essi sogliono molto usare.
Costoro stettero meco nella maggior parte di quella guerra, e molto ben
poterono vedere di quanto valor siano gli Spagnuoli, e si trovarono presenti
quando facemmo pace e convenzione con quei signori di Tascaltecal, e a quei
servizii di Vostra Maest s'erano offerti i signori e tutti i paesani. E pareva
che essi n'avessero gran dispiacere, percioch in varii modi tentarono di
menarmi seco, affermando quelle promissioni e offerte che avevano fatte quei
signori e sudditi non dover essere con animo buono, n aver fatto amicizia
sinceramente, ma questo fingevano a fine ch'io liberamente mi fidassi di loro,
per poter poi usar insidie contra di me, standomene sicuro ed isprovisto. Ma
quei di Tascaltecal pi volte mi avevano avvertito che in nessun modo mi
fidassi dei sudditi del signor Montezuma, percioch erano veramente traditori e
ogni cosa facevano con fraude, e il lor signore aveva soggiogata tutta quella
provincia con inganni: e me ne avevano voluto fare avvertito come sono tenuti
di fare i veri amici, e che hanno per lungo tempo conosciuto il Montezuma.
Vista la dissensione e gli odii d'ambedue le parti, ebbi non picciolo piacere,
percioch io conosceva ci esser molto utile alle cose mie, che averei
facilissima strada a soggiogarli, secondo quel comune proverbio che dice: "Dal
monte nasce quel che 'l monte abbruccia". Mi rivolgeva anco per la mente quel
detto del sacro Evangelio: "Ogni regno che in se stesso  diviso sar mandato
in ruina". Nondimeno ora io parlava di secreto con questi, ora con quelli, e
rendeva grazie a ciascuno del lor ottimo animo, consiglio e ammonizione, e
mostrava d'amar pi coloro che mi erano presenti e co' quali io parlava, che
coloro che erano absenti e de' quali dicevano male.
Dimorammo in questa famosa citt venti giorni, e gli ambasciatori del signor
Montezuma, i quali di sopra ho detto che erano appresso di me, mi confortarono
che io dovessi andare alla citt di Churultecal, che era lontana circa sei
leghe, e i cittadini e abitatori di quella erano collegati di strettissima
amist col lor signor Montezuma, e quivi pi facilmente potrei comprendere il
suo animo, se egli desiderasse ch'io andassi nella sua provincia, e che alcuno
di quella potrebbe andare a parlare al lor signore Montezuma per dirgli quelle
cose ch'io comandassi e ritornar con risposta: e tenevano per certo che in
quella mi aspettavano altri ambasciatori per parlar con loro. Risposi che mi
piaceva andarvi, ma che ci partissimo un certo giorno che io determinai.


Come i signori di Tascaltecal parlano al Cortese circa l'andar al signor
Montezuma e gli manifestano il tradimento. Venuta degli ambasciatori di
Churultecal al Cortese, e la risposta e minaccie che ei gli fece; e come poi
vennero gli signori istessi, e il Cortese delibera d'andar a detta citt.

Poich li signori di Tascaltecal riseppero le cose ch'io aveva trattate con li
predetti ambasciatori, e che aveva deliberato di andare a quella citt, pieni
di maninconia mi vennero a trovare, pregandomi che a niun modo io dovessi
andarvi, percioch gi mi aveano poste insidie per uccidermi insieme co' miei
soldati: e a questo effetto esso Montezuma dalla provincia vicina alla detta
citt aveva mandati da cinquantamila uomini, e si erano fermi presso a due
leghe lunge dalla sopradetta citt; e avevano prese le strade usate onde io
doveva passare e n'avevano fatto una nuova, piena di alte fosse nelle quali
avevano fitti pali aguzzi, e coperte con la terra, accioch vi precipitassero i
cavalli e a questo modo si ferissero; e a posta avevano serrate molte contrade,
e nell'alte e discoperte terrazze delle case avevano per tutto ragunato de'
sassi, a fine di poterci prendere, entrati che fussimo nella citt, e far di
noi ogni lor piacere. E per conoscer questa verit, io usassi questa ragione,
che li signori di quella citt non erano mai venuti n a vedermi n a parlarmi,
essendo gi molto tempo che erano venuti quei di Gnasancigo, i quali erano pi
lontani di loro; e ch'io mandassi a chiamargli, e vedrei se venissero.
Io gli ringraziai infinitamente, e dimandai che mi dessero alcuni che a mio
nome gli andassero a pregare che dovessero venire a trovarmi, percioch io
aveva alcune cose da communicar con loro pertinenti al commodo di Vostra
Maest; e a' medesimi nunzii esposi a cagione della mia venuta, che gliela
dicessero. I quali andati esposero la mia ambasciata ai signori di quella
citt, e con loro vennero tre persone di non molta stima e riferirono esser
venute da parte dei signori di quella citt, e che essi non erano potuti venire
per esser ammalati, e ch'io esponessi loro la mia intenzione, che la
riferirebbono a quei signori. Ma quei di Tascaltecal mi avisarono quelle
persone tra i lor cittadini esser di niuna auttorit, e pareva che li predetti
cittadini mi beffassero, e che non prestassi lor fede se personalmente i
signori della citt non venissero a trovarmi. Io ascoltai li detti ambasciatori
e risposi che l'ambasciata di s alto e possente prencipe, quale  la Maest
Vostra, non  convenevole di palesarla a persone basse, e non solamente ad essi
ambasciatori, ma appena i lor signori erano di tanta dignit che io dovessi
esponer la detta ambasciata: e perci comandava che in spazio di tre giorni
comparissero avanti di me per dare ubbidienza a Vostra Maest e a lei darsi per
sudditi, protestando prima che, se non comparissero nel termine assegnato,
anderei con le mie genti contra di loro come contra ribelli di Vostra Maest e
ricusanti esser soggetti al suo imperio. E per questa cagione mandai un
comandamento di mano propria, sottoscritto dal notaio, con larga commissione di
Vostra Maest, nel medesimo commemorando la cagione della mia venuta, e che
queste provincie e molte altre erano soggette alla Maest Vostra, e quegli che
di buona volont volessero esser soggetti a lei sariano ben trattati da me, e
faria loro grandissimi onori e favori, e il contrario farei ai ribelli.
Il giorno seguente vennero a me quasi tutti i signori della detta citt
iscusandosi che, se non erano venuti prima, affermavano ci esser avenuto
perch quegli della provincia dove io dimorava erano lor nemici, e non avevano
avuto ardimento di andarvi, pensando di non dover esser sicuri. Ed istimavano
che essi dovevano avergli rapportato qualche cosa contra di loro, ma che io non
dovessi crederla, come detta da nemici del lor nome, e che non era cos; e
s'andassimo con esso loro alla citt, quivi conoscerei le cose dette dai lor
nemici esser false, e vere quelle che essi proponevano; e da ora innanzi si
rendevano soggetti a Vostra Maest e avevano animo di perseverare, e che
ubbidiriano, apparecchiandosi a contribuire tutte quelle cose che a nome di
Vostra Maest io avessi imposte loro: e di tutto ci per via d'interpreti fu
fatta scrittura dal notaio. Allora io deliberai d'andarvi, parte per non parer
d'esser mancato d'animo, parte perch io sperava di poter quivi pi felicemente
trattar le cose che aveva da far col signor Montezuma, percioch, s come mi fu
riferito, quella citt  vicina a quella provincia, conciosiach i sudditi del
Montezuma vi vadano sicuramente, e cos all'incontro, non essendo al loro
andare impedimento alcuno.


Come quei di Tascaltecal disconfortarono il Cortese dell'andar a Churultecal, e
l'accompagnarono con centomila uomini fuori della citt, e seimila andarono con
lui. Come entr in Churultecal e trov quei segni che gli dissero quelli di
Tascaltecal.

Il che avendo inteso, li signori di Tascaltecal si dolsero grandissimamente e
molte volte mi dissero che io faceva grande errore, e, poich s'erano dati alla
Maest Vostra e avevano presa l'amicizia mia, volevano venir meco e in ogni
cosa che avenisse darmi aiuto, non curando ch'io molto ricusassi e con prieghi
contendessi che non venissero, non facendo in modo alcuno di bisogno; nondimeno
mi seguitarono da centomila uomini da combattere, e mi fecero compagnia per
spazio di due leghe lontano dalla citt, dal qual luogo con miei grandissimi
prieghi, eccetto seimila uomini, se ne ritornarono adietro. In quella notte
posi gli alloggiamenti presso ad un certo fiume, due leghe discosto dalla detta
citt, parte per licenziare gli uomini di Tascaltecal che erano venuti meco,
accioch tanta moltitudine non apportasse qualche scandalo alla citt, parte
perch s'avicinava la notte e a quell'ora io non voleva entrar nella citt. Il
giorno seguente tutti i cittadini mi vennero incontra con trombe e tamburi per
ricevermi, con molte altre persone che appresso di loro sono religiose, vestite
con le lor solite vesti, cantando e salmeggiando come sogliono fare nelle loro
moschee, che essi tengono per chiese; e con quella solennit ci condussero
infino all'entrata della citt, e ne misero in una ottima casa, dove io insieme
con tutti i miei compagni fui albergato commodamente e secondo il nostro
desiderio, e ne portarono vettovaglie, ma leggieri per. E mentre caminavamo
per andare alla citt, c'incontrammo in molti di quei segni che n'avevano
palesato quei di Tascaltecal, percioch trovammo la solita via serrata e
un'altra fatta di nuovo, e fosse alte nelle quali cascavano gli uomini, e nella
citt alcune strade chiuse e sassi ragunati nelle terrazze scoperte delle case:
le quai cose ne fecero star pi apparecchiati e pi vigilanti.


Come alcuni ambasciatori del signor Montezuma si partono dal Cortese; e come,
scoperto il tradimento, li signori di Churultecal furono presi e legati, e il
Cortese s'impatronisce della citt di Churultecal, e quelli signori si scusano
con lui e promettono di riducere il popolo nella citt. E descrizione della
citt di Churulthecal.

Quivi trovai alcuni nunzii mandati dal Montezuma accioch parlassero con quegli
ambasciatori che erano appresso di me; nondimeno dissero di non aver cosa
alcuna da trattar meco, ma solamente esser venuti per intender dagli
ambasciatori quel che avessero fatto e deliberato meco, acci lo potessero
riferire al lor signore: e avendomi cos parlato si partirono, e uno de'
principali ambasciadori del Montezuma, che era meco, se n'and con esso loro. E
in quei tre giorni che dimorai quivi mi diedero pochissima vettovaglia, e ogni
d s'andava peggiorando, e rade volte i signori e principali della citt
venivano a visitarmi o a parlarmi. E mentre per questo eravamo in qualche
sospetto e paura, al mio interprete ordinario, che  una femina di quelle
indiane, la quale presi a Putuncha, fiume di Grizalva, della quale feci
menzione nella prima relazione mandata a Vostra Maest, fu fatto palese da uno
abitante di Tascaltecal come non molto lontano si era insieme ragunata una
grandissima moltitudine di uomini, sudditi del signor Montezuma, e che tutti
gli abitatori della citt avevano menato fuori le moglieri, i figlioli e le
facult, e desideravano d'assaltarne e ucciderne tutti; e che, se ella voleva
andar con esso lui, la salvarebbe. Le qual tutte cose raccont a quel Ieronimo
Agillari che io ebbi in Iucatan, e del quale altre volte ho fatto menzione alla
Maest Vostra, ed egli poi le rapport a me: e procurai che subito fosse preso
quell'uomo di Tascaltecal, il quale, avendolo posto in luogo secreto,
l'esaminai diligentemente, e mi pales quelle cose che aveva dette a quella
femina di Churultecal mia interprete. E perci dagl'indicii precedenti, che
prima nel viaggio avevamo visti, deliberai che fusse meglio d'assalir loro che
essi assalissero me. Procurai di ragunar tutti i signori della citt con scusa
di voler parlar con loro, i quali poich si furono ragunati, gli misi in una
certa gran sala; e in questo mezzo comandai a' soldati che stessero in arme, e
apparecchiati ad ogni cosa subito assaltassero quel numero degl'Indiani che
erano nel mio albergo e nel luogo pi vicino. E cos avenne, percioch, poi che
i signori si furono ragunati, quivi gli lasciai legati; montato a cavallo ed
iscaricato uno schioppo, facemmo talmente che in spazio di due ore uccidemmo da
tremila uomini. E appresso sappia la Maest Vostra anco il modo che si erano
apparecchiati contra di noi. Prima che io uscissi del mio albergo, avevano
serrate quasi tutte le contrade e tutti stavano in ordine; e nondimeno, perch
gli assaltammo alla sprovista, fu facil cosa mettergli in rotta, massimamente
mancando i lor capitani, i quali io teneva legati nella sala. Comandai che
fusse messo fuoco in certe torri e case fortificate nelle quali si difendevano,
e combattendo io andai per tutta la citt, avendo nondimeno lasciato ottima
guardia nell'albergo: e a questo modo per spazio di cinque ore sforzai tutto il
popolo uscir della citt, con l'aiuto di quattromila uomini di Tascaltecal e di
quattrocento di Cimpual.
Dopo il mio ritorno all'albergo parlai con quei signori della citt che tenevo
prigioni, e dimandavo loro per qual cagione avessero procacciato d'uccidermi
cos a tradimento. Mi risposero la cagione non esser proceduta da loro, ma
dagli abitatori di Culua, sudditi del signor Montezuma, i quali con lor
lusinghe gli avevano sospinti a commetter simile sceleratezza; e che 'l signor
Montezuma, lontano da quella citt per spazio d'una lega e meza (come essi
potevano pensare), aveva poste in ordine da cinquantamila persone per mandar la
cosa ad effetto, ma che gi conoscevano essere stati ingannati. E mi pregavano
ch'io volessi lasciare uno o due di loro, che promettevano di riducere il
popolo ch'io aveva discacciato, e le donne e li figliuoli e le robbe che
avevano tratte fuori; e umilmente mi pregavano ch'io perdonassi loro,
promettendo che per l'avenire da niuno mai pi si lascieriano ingannare, e
volevano esser veri e fedeli sudditi di Vostra Maest. E poich io ebbi
biasimati e ripresi grandemente i loro errori e sceleraggini, lasciai andar due
di loro. Il giorno seguente la citt pareva abitata e piena di donne e di
fanciulli, e il popolo pacifico, non altramente che se non fusse avenuto cosa
alcuna; e liberai tutti gli altri signori della citt, avendo promesso d'esser
perpetuamente servitori di Vostra Maest. E in quei venti giorni ch'io dimorai
quivi fu la citt molto pacifica, e non altramente pareva che se niuno fusse
stato ucciso o mancasse, e andavano alle piazze ed esercitavano le lor
mercanzie per la citt, come prima solevano fare. E feci che quei di
Churultecal e Tascaltecal facessero insieme lega e amicizia e di nemici
diventassero amici, che da pochi anni il Montezuma gli aveva fatti benevoli a
s e nemici a quei di Tascaltecal.
Questa citt di Churultecal  posta in un luogo piano, e dentro delle mura ha
ventimila case e altrettante nei borghi. Sono signori da per s e hanno i
confini separati, e non ubbidiscono ad alcuno, n alcuno riconoscono per
signore o superiore, e hanno il governo simile agli abitatori di Tascaltecal.
Questa gente usa migliori ornamenti che non fanno quei di Tascaltecal. Tutti,
dopo questa rotta, e sono stati fedeli sudditi alla real Maest Vostra, e spero
che anco nell'avenire persevereranno. Questa provincia  fertilissima,
percioch ha il paese e i confini molto larghi, e per la maggior parte luoghi
che si possono inacquare. La citt  bellissima da veder di fuori, percioch 
molto piena di case e ha assaissime torri: e dico il vero a Vostra Maest che
io, guardando da un'alta torre di certa moschea, numerai quattrocento torri di
moschee nella detta citt. E di tutte le provincie che insin ora io ho vedute
in questi paesi, questa  pi accommodata all'abitar di Spagnuoli, percioch vi
sono pascoli e acque buone per nutrir animali, che gli altri luoghi per li
quali fin ora siamo passati non l'hanno; percioch nell'altre provincie  tanta
copia di persone che niuna parte di quelli paesi, ancora che minima, si lascia
che non sia coltivata, e nondimeno in molti patiscono carestia di pane; vi sono
anche molti poveri, e vanno mendicando alle case e alle lor moschee, s come
soglion fare in Spagna e in altri luoghi.


Lamento del Cortese agli ambasciatori del signor Montezuma, e la risposta a lui
data per essi ambasciatori Doni mandati dal detto signor al Cortese.
Panicacap, che sorte di bevanda sia. Delle provincie Acanzigo e Izuchan. Come
detti ambasciatori pregano il Cortese che non entri nella provincia del signor
sopradetto, e la risposta per lui fattali.

Parlai agli ambasciatori del Montezuma intorno al tradimento che avevano
apparecchiato di farmi i signori di Churultecal, e qualmente i predetti signori
affermavano esser avenuto e aver avuto principio dalla persuasione di
Montezuma, e che simil tradimento non mi pareva degno di tanto uomo quale era
il lor signore, che da una banda mi mandava onorati ambasciatori offerendomi la
sua amicizia, e dall'altra cercava a tradimento insidiarmi con l'altrui forze,
per poter coprire il delitto ed iscusarsi quando le cose non succedessero
secondo il suo desiderio; e che, poich egli aveva rotta la promessa fede n
attesa la promessa, io ancora mi era mutato d'opinione e, se prima io
desiderava d'andar nella sua provincia solamente per cagione di visitarlo e di
parlar seco e per pigliar sua amicizia e pratica, ora io m'affrettava
d'entrarvi come nemico, desiderando di fargli tutti quei danni e incommodi che
un nemico pu fare; la qual cosa mi dispiaceva sommamente, percioch mi saria
stato molto caro averlo amico e seco consigliarmi di tutte quelle cose ch'io
ero per fare in quelle parti, ed esequire il consiglio datomi da lui. Gli
ambasciatori mi risposero che erano stati appresso di me lungo tempo e che di
simil tradimento a loro non era pervenuta notizia alcuna, e che a niun modo si
potevano persuadere che le cose che erano state fatte fussero state esequite di
ordine e consiglio del signor Montezuma; e mi ricercavano che, prima che
deliberassi di rifiutar la sua amicizia e prender guerra contra di lui, s come
io diceva, dovessi prima molto bene intendere ogni cosa e far ogni prova per
trovar la verit, e che io dessi licenzia ad un di loro, che andarebbe a
parlare al suo signore e ritornarebbe tosto. Sono da questa citt al luogo dove
fa residenza il Montezuma venti leghe. Risposi che mi piaceva e licenziai
alcuni di loro.
Ed essi, insieme con un altro che prima si era partito, ritornarono dopo sei
giorni e mi portarono a donare dieci piatti d'oro fino e millecinquecento
vesti, e vettovaglie di galline e panicacap, che  una sorte di bevanda che
usano. E riferirono il lor signore Montezuma aver avuto a dispiacere che quei
di Churultecal mi avessero fatte insidie, e che certamente io non credessi che
esso avesse prestato consiglio e favore in simil negozio, percioch egli mi
dava la sua fede la cosa non esser cos, e quella gente esser sua ed essersi
ragunata dove si  detto di sopra, nondimeno di propria volont, non di suo
comandamento, a persuasione di quei di Churultecal; perch erano di due
provincie, l'una delle quali  chiamata Accancigo, l'altra Izuchan, che sono
vicine al paese di Tascaltecal, e per la vicinit aver fatto una certa
confederazione tra di loro di aiutarsi l'una l'altra, e per questa cagione
s'erano ragunati insieme, ma non per suo comandamento; e per l'avenire vederei
dalle sue opere se quelle cose ch'io gli aveva mandate a dire sarebbono vere o
no. E di nuovo mi pregava con grande instanzia ch'io non dovessi andare alla
sua provincia, perch, essendo sterile, potrei patir di molte cose; ma dovunque
io fussi mandassi a chiamarlo, che in ogni cosa adempirebbe il voler mio.
Risposi che 'l mio viaggio per la sua provincia non si poteva schifare,
percioch io era tenuto a dar particolarmente aviso a Vostra Maest e d'esso
Montezuma e di tutta la sua provincia; e fingeva di credere quelle cose che mi
avevano riferito gli ambasciatori. E perch non si poteva ci fare se io non
andava a visitarlo, che non l'avesse a dispiacere; e se pensasse di fare
altramente gliene potrebbe avenire male, e mi dispiacerebbe che gli fusse fatto
danno o incommodo alcuno.
Egli, poich conobbe che io aveva determinato d'andare a vederlo, rispose ch'io
andassi con buona ventura, e che mi aspettarebbe in quella citt dove al
presente si ritrovava, e mi mand molti de' suoi che l mi accompagnassero,
percioch gi io era entrato nella sua provincia. Desideravano di condurmi per
quei luoghi e vie nelle quali pensai che mi avessero posto insidie per
trattarci malamente, come si comprese per le cose che dipoi avennero; percioch
molti Spagnuoli, i quali aveva mandati per quella provincia a diversi negozii,
avevano veduti pi ponti e vie strette, per le quali se fussimo andati,
facilissimamente averiano potuto mandare ad effetto la loro intenzione. Ma
Iddio ottimo massimo, il quale ha difeso insin dai teneri anni la Maest
Vostra, vedendo noi essere intenti al servizio di quella, ne mostr altro
viaggio, e bench fusse pi aspro, nondimeno non era sottoposto a tanti
pericoli come era quello per il quale si sforzavano di condurci. Il quale ci fu
mostrato in questa maniera.


Di due monti freddissimi e d'una palla di fumo che esce dalla cima d'uno di
quelli,
e come il Cortese vi mand uomini per investigar tal secreto, e quello che
riportarono.
Della provincia detta Chalco.

Discosto da questa citt di Churultecal sono due monti altissimi e freddissimi,
e nel fine del mese d'agosto vi sono tanto gran nevi, che nelle lor cime non si
vede altro che neve. E da uno di quelli, il quale  pi alto, molte volte,
tanto di giorno quanto di notte, esce una gran palla di fumo a guisa d'una gran
casa, e sopra la cima di quello si lieva insin alle nuvole, tanto dirittamente
e con tanta velocit che una saetta non lo vincerebbe di prestezza; e bench
nella sommit di quei monti regnino grandissimi e fortissimi venti, nondimeno
non han forza n di rompere n di piegare quella palla di fumo. Ma perch
sempre ho desiderato di tutte quelle cose che sono in questi luoghi riferire a
Vostra Maest particolarmente la verit, parendomi nel veder tal cosa vedere un
miracolo, a fine d'investigar tal secreto vi mandai con alcuni di quel paese
dieci de' miei soldati spagnuoli, di quegli ch'io giudicava esser atti a tale
investigazione, e da dovero comandai loro che in ogni modo salissero sul detto
monte e investigassero il secreto di detto fumo e donde e come uscisse. E
quanto a lor fu possibile s'affaticarono di salirvi, nondimeno non poterono mai
farlo, essendo impediti dalli spessi rivolgimenti di venti con le ceneri che
escono dal detto monte, e dalle gran nevi ed estremi freddi che vi sono.
Nondimeno si avicinarono alla cima, di modo che, mentre erano quivi, cominci a
uscir fuori quella palla di fumo, con tanto impeto e strepito che pareva che 'l
monte ruinasse; e senza far altro se ne ritornarono, portando molta neve e
ghiaccio, percioch pareva loro che, essendo in queste parti cos calde,
avessimo da veder cosa nuova, secondo l'opinione de' nocchieri, che affermano
questa provincia esser posta nel ventesimo grado, che  nel parallelo
dell'isola Spagnuola, dove continuamente sono grandissimi caldi. E mentre
andavano per cercar questo secreto trovarono una certa strada, e dimandando
dagli uomini del paese che aveva mandati con esso loro dove s'andasse per
quella via, dissero che de l s'andava a Culua, e per andarvi quella era la
buona strada, e non quella per la quale gli uomini di Culua ci volevano
guidare. E gli Spagnuoli camminarono per quella insino al fine de' monti,
percioch la strada  nel mezzo d'essi; finalmente cominci a vedersi la
pianura di Culua e la gran citt di Temistitan e i laghi che sono in quella
provincia, i quali di sotto racconter all'Altezza Vostra.
E quegli Spagnuoli ch'io aveva mandati ad investigare il secreto co' compagni
se ne ritornarono tutti allegri, avendo trovato la buona strada; ed essendo da
loro e da quei della provincia stato fatto certo della nuova buona via
ritrovata, parlai agli ambasciatori del Montezuma, ammonendogli che mi dovesser
conducere a quella provincia per la via ritrovata, e non per quella che essi
avevano disegnato. Risposero che ella era pi piana e pi breve, e la cagione
perch non mi guidavano per quella dissero che era per aver noi a passare per
la provincia Guasacingo, li cui abitatori erano nemici del lor signor
Montezuma, e in quella non potevamo trovar vettovaglie n cose necessarie come
nei luoghi del lor signore; ma poich io aveva deliberato di passar per quella
via, essi procureriano di portar la vettovaglia d'altronde. E passammo con gran
sospetto, temendo che non volessero perseverar nella lor malignit e di nuovo
insidiarci; e perch gi era venuto a notizia di tutti che io voleva passar di
l, non pareva a proposito di tornare adietro, acci non ne fusse attribuito a
paura e vilt.
In quel giorno che ci partimmo da Churultecal, avendo camminato quattro leghe,
arrivammo a certi villaggi sottoposti alla citt di Guasacingo. Quivi fui ben
visto dagli abitatori, e mi donarono certi schiavi e vesti e alcuni piccioli
pezzetti d'oro, le qual cose tutte erano di pochissimo momento, percioch non
ne hanno nella lor provincia. Seguitano la fazione di quei di Tascaltecal, e
d'ogni lato sono chiusi dal paese del signor Montezuma, tal che non hanno
commerzio alcuno se non con gli abitatori della propria patria, e perci vivono
miseramente. Il seguente giorno salimmo su la foce posta tra li due monti che
ho detto a Vostra Maest, e nel discender di quella, poich agli occhi nostri
si mostr la provincia del signor Montezuma, venimmo per una certa provincia
che  chiamata Chalco. Per spazio di due leghe avanti che venissimo a' luoghi
abitati, trovammo un ottimo albergo, nuovamente fabricato di travi e di paglia.
In quello alloggiai commodamente insieme con tutti i miei compagni e con tutti
gl'Indiani che aveva condotti meco, che erano da quattromila uomini di queste
provincie, cio di Tascaltecal, di Guasacingo, di Churultecal e di Simpual. Ne
diedero le cose necessarie al vivere, e avemmo in tutte le abitazioni fuochi
fatti con legne abbondantemente, percioch vi erano grandissimi freddi, essendo
circondati da due monti altissimi, ne' quali era grandissima copia di neve.


Dono di quattromila pesi d'oro fatto al Cortese in nome del signor Montezuma,
con pregarlo che non andasse alla sua citt, e la risposta ch'ei gli fece.

In questo luogo mi vennero a trovare alcuni in nome del Montezuma, i quali mi
parevano baroni, e tra loro dicevano esser venuto il fratello del Montezuma, e
mi portarono quattromila pesi d'oro da parte del lor signore Montezuma,
pregandomi ch'io mi levassi dell'animo di proceder pi innanzi per andare a
quella citt, percioch la sua provincia pativa carestia di vettovaglie, ed era
difficile la strada d'andarvi, essendo tutta circondata d'acque, n vi poteva
esser condotto se non con le canoe (canoa  una barca d'un legno solo
incavato), che usano per traghettare; gli abitatori le chiamano accaler.
Fingevano molte altre cose difficili nel viaggio, dicendomi che gli facessi
sapere ci che io dimandava da lui, che volentieri, ovunque io mi trovassi,
egli procureria senza dubbio di mandarmi, e insino al mare e dove mi piacesse,
in segno di tributo, tutte quelle cose che gli chiedessi. Io con benignit e
amichevolmente gli ricevetti, e donai loro alcune cose ch'io aveva portate di
Spagna, le quali appresso di loro erano tenute in grandissima stima, e
massimamente appresso di colui che dicevano esser fratello del Montezuma.
All'ambasciata fatta per nome del signor loro risposi con queste parole: "Io,
se fusse in mia potest il partirmi di questa provincia, per compiacere al
vostro magnanimo signore pi volentieri lo farei ch'egli non lo desidera. Ma
perch i commandamenti della sacra cattolica Maest del mio signore e re non mi
concedono poterlo fare, di ordine suo io son venuto in questo paese; e tra
l'altre cose che la catolica Maest e il grande imperatore mi ha dato in
commissione, fu principalmente ch'io dessi aviso a sua Maest del magnanimo
vostro signore Montezuma e della citt sua tanto famosa, la cui fama gi fa
molto tempo  pervenuta alle sacre orechie di sua Maest. E di questo vi voglio
pregare, che da parte mia diciate al vostro signore che riceva la mia venuta a
lui con buono e lieto animo, percioch n a lui n alla sua provincia puote
arrecar danno o incommodo alcuno, ma pi tosto molta utilit, onore e
accrescimento. E poich aver parlato al vostro signore, se non vorr tenir mia
pratica me ne torner subito adietro, che mi sar a bastanza il parlar con esso
lui, per determinar tra noi con che modi si possino in queste parti indirizzar
i negozii del mio sacratissimo e potentissimo re; il che non si potrebbe
determinare per via di persone mezane, bench idonee e alle quali si dovesse
prestar grandissima fede". E avuta questa risposta si partirono.
In questo albergo del quale ho fatto menzione di sopra, s come per indicii e
apparecchi potette comprendere, avevano pensato d'offenderci in quella notte e
farci qualche danno: il che avendo io compreso, vi trovai rimedio. E perci,
poich conobbero ch'io aveva mutata opinione, di nascoso commandarono a quelle
genti che erano ne' monti ascose dovessero andare al predetto albergo, e vedute
dalle mie guardie e sentinelle si partirono.


Della terra detta Amaqueruca, e il dono di mille pesi d'oro e schiavi fatto al
Cortese per il signor di quella. In che luogo quelli del signor Montezuma
s'apparecchiorono ad offender gli Spagnuoli. Come le spie furono uccise e
vennero dodeci de' primarii del detto signore, e le parole che usorono al
Cortese e la risposta fattali. D'una citt posta nel lago e una via con molto
artificio fabricata, e delle citt Izapalapa e Cannalcan.

Il giorno seguente camminando giunsi ad una certa terra, che la chiamano
Amaqueruca, che  sottoposta alla provincia di Chalco, la quale fra la
principal terra e fra le ville per due leghe d'intorno ha pi di tremila case:
e in questa terra fummo alloggiati molto bene in una bella casa del signore.
Vennero molti a vedermi, che mi parevano de' primarii, affermando d'essere
stati mandati dal lor signore per aspettarmi quivi e provedere per me e per le
mie genti di tutto ci che facesse di bisogno. Il signore di questa provincia
mi don mille pesi d'oro e quaranta schiavi, e quivi stemmo due giorni
commodamente, e abbondantemente ci fornirono di tutte le cose che ne
bisognavano.
Il seguente giorno, essendo venuti a me alcuni de' principali, mi certificarono
che 'l signor Montezuma m'aspettava. Mi partii, e in quella notte giugnemmo ad
una certa picciola terra, lontana de l forse quattro leghe, appresso un
grandissimo lago: e quasi la met d'essa si sporge in acqua, e verso terra
ferma ha un asprissimo monte di ripe e sassi grandissimi. E quivi con tutti li
modi s'apparecchiavano d'offenderci, ma la cosa avenne altramente di quel che
cercavano. Avevano deliberato di assalirci la notte alla sprovista, ma, essendo
io notte e giorno diligente e vigilantissimo, feci tornar vani i lor pensieri.
In quella notte posi per tutto le guardie, talmente che le loro spie, e quelle
che venivano per acqua con le canoe e quelle che scendevano dal monte, poterono
conoscere se avessero possuto mandare ad effetto la loro intenzione. La mattina
furono trovate circa venti spie uccise dai nostri, di modo che poche ne
ritornarono ai signori che l'avevano mandate; e vedendo che noi eravamo
apparecchiati e pronti ad ogni cosa, deliberarono di mutare opinione e condurne
come amici.
Il d seguente, la mattina a buon'ora, avendo determinato di partire, mi
vennero innanzi dodeci uomini de' primarii, come dipoi compresi, tra i quali di
maggior dignit era un giovane di venticinque anni, che principalmente tutti lo
riverivano di maniera che, quando discendeva della lettica nella quale era
portato, gli altri tutti andavano innanzi levando li sassi e le paglie del mezo
della strada donde aveva da passare. Ed essendo venuti a trovarmi, dissero
esser venuti da parte del lor signor Montezuma per accompagnarmi nel viaggio, e
che io dovessi perdonare al lor signore se esso non mi era venuto incontra sino
a quel luogo, percioch si trovava ammalato, e che la sua nobil citt non era
molto lontana; e poich io aveva deliberato di andare a trovarlo, averemmo
potuto parlare a bocca e conoscere di che animo fussero verso di Vostra Maest.
Nondimeno con grandissimi prieghi mi chiedeva che non vi andassi, imperoch
averei patito molta fatica e carestia, e molto minacciava che egli quivi non
averia potuto procurare che mi fusse stato proveduto delle cose necessarie nel
modo che aveva in animo: e in questo perseveravano e s'affaticavano grandemente
i predetti ambasciadori, s che altro non restava se non che dicessero
apertamente che se io seguitava di volervi andare, che volevano farmi
resistenza.
Ma io risposi loro benignamente e con parole pi umili che mi fu possibile,
affermando che di questa mia andata non gliene poteva succedere incommodo
alcuno, ma ben molta utilit. E avendo donate loro alcune di quelle cose che
avevo arrecate meco di Spagna, gli licenziai, e subito mi partii accompagnato
da molta gente, percioch m'accompagnavano uomini i quali, s come poi si
vidde, erano di grandissima auttorit. E sempre camminavamo vicino della ripa
di quel gran lago.
E andato appena una lega lontano dalla casa nella quale era stato alloggiato,
viddi nel detto lago una picciola citt, che era tanto lontana da noi quanto
sariano due tiri di balestra:  posta nel detto lago e ha insino a duemila
case, e non si vedeva strada alcuna d'andarvi per terra e, per quanto potevamo
scorgere, aveva molte torri. Camminato che ebbi una lega, entrai in una via
fatta a mano e artificiosamente fabricata nel detto lago, larga quanto  lunga
una lancia spagnuola da uomo d'arme, per la quale avendo camminato quasi una
lega arrivammo ad una citt, della quale insin ora non abbiamo veduta la pi
bella, bench non fusse di gran circuito. In questa picciola citt erano
bellissime case, e non tanto ci maravigliavamo delle case cos ben fabricate
quanto dei fondamenti di esse, i quali con maraviglioso artificio erano posti
in acqua, che, s come  detto, la citt  situata nel lago. In questa, che ha
quasi duemila case, stemmo commodissimamente e molto sontuosamente ne
ricevettero; e i primarii e il signore della citt desideravano grandemente che
quella notte io riposassi quivi, ma gli ambasciatori del signor Montezuma mi
dissero che io non dovessi star quivi, ma per spazio di tre leghe andare ad una
citt nominata Iztapalapa, la quale  suddita ad un de' fratelli del signor
Montezuma. L'uscita di questa citt dove noi desinammo, il cui nome ora non mi
sovviene,  per un'altra simile strada fatta a mano, la quale conduce sino in
terra ferma per spazio d'una lega. E avicinandomi alla citt, il signore di
quella, insieme con un gran signore d'un'altra che  lontana da quella tre
leghe, che la chiamano Canaalcan, e molti altri baroni e signori che quivi
m'aspettavano, mi vennero incontra e mi portarono quattromila pesi d'oro e
certe vesti di seta, e mi ricevettero umanissimamente.


Sito della citt Iztapalapa, e de' bellissimi palazzi e giardini e d'un
maraviglioso belveder di quella. Delle citt di Temistitan, Mesicaloingo,
Hyciaca e Huchilohuhico, e come vi si faccia il sale. Il numero de' baroni che
vennero a visitar il Cortese e le cerimonie che usarono.

Iztapalapa, la quale  al lato d'un gran lago d'acqua salsa, ha per fino a
quindecimila case, e la maggior parte sono in acqua e altre sono in terra
ferma. Il signore ha certi palazzi alti che ancora non sono finiti, e sono s
grandi e s belli come si possino trovare in tutta la Spagna, dico de' grandi e
ben fabricati, tanto di pietre quanto di travi e di pavimento e d'ogn'altra
cosa necessaria in fabricar palazzi e d'altri ornamenti di casa, eccetto che di
lavori di legname e di figure e d'altre cose ricche, di pareti e di palchi
usati appresso di noi, i quali quivi nelle abitazioni di sopra non sogliono
usare. Da basso hanno giardini dilettevoli pieni d'arbori e di fiori odoriferi,
e oltra di ci peschiere o vero vivai molto ben fabricati, con le scale di
pietra da sommo insino a basso. Appresso il detto palazzo ha un gran giardino,
nel quale  un belvedere con varie e belle sale e loggie. E nel giardino  un
lago d'acqua dolce tirato in forma quadrangolare, fatto di pietre concie, e
intorno al lago  una larga loggia con un bellissimo pavimento fatto di
mattoni, e tanto larga che quattro uomini di pari facilissimamente senza
incommodarsi vi potrebbono passeggiare, e ciascuna parte di essa  quattrocento
passi e tutto 'l circuito  mille e seicento. La parte della loggia vicina al
giardino  fatta di canne, dopo le quali sono degli arbori e di varie erbe
odorifere. Nel lago si veggono nuotare assaissimi pesci d'ogni sorte e uccelli,
come sono anetre, foliche e altri assai, di modo che alle volte cuoprono il
lago.
Il giorno seguente, partendomi da questa citt, avendo camminato mezza lega
entrai in un'altra strada mattonata che divideva il lago per mezo, per la qual
in spazio di tre leghe si perviene a quella famosa citt di Temistitan, posta
nel mezo del lago. Questa strada  tanto larga quanto sariano lunghe due lancie
spagnuole di uomini d'arme congiunte insieme, per la quale otto uomini a
cavallo di pari insieme commodamente potriano passare. Dall'uno e dall'altro
lato di detta strada sono tre citt, una delle quali  chiamata Mesicaloingo,
che per la maggior parte  posta in detto lago, e l'altre due, cio Hyciaca e
Huchilohuhico, che cos sono dette, sono situate appresso il lago; e molte case
delle predette citt sono bagnate dall'acqua. Dicono che la prima arriva a
tremila case, la seconda a seimila, l'ultima a cinquemila; in ciascuna delle
quali sono ottime case e torri, massimamente quelle dove abitano i signori, e
le lor chiese, che le chiamano meschite, o vogliamo dir moschee, dove fanno
loro orazioni e metton i loro idoli. Qui si fa gran mercanzia di sale, che lo
soglion fare dell'acqua del detto lago e del fior della terra dal lago
inondata, che, come ella  bollita, la riducano in masse in forma di pane, e lo
vendono cos a' paesani come a' forestieri.
Per spazio di mezza lega prima che si venga a quella famosa citt di
Temistitan, dove un'altra via fatta in simile maniera sottentra alla prima che
viene da terra ferma,  un muro fortissimo con due torri circondate di muro di
larghezza di due stature d'uomo, con un antimuro e con torrioni per tutto il
circuito, il qual muro riceve ambedue le predette strade. La citt di
Temistitan ha solamente due porte: una per la quale entrano, l'altra per la
quale escono. Vennero qua ad incontrarmi da mille baroni della citt, con abito
d'una istessa livrea, secondo il lor costume e usanza. E mentre s'appressavano
ciascuno di loro usava la ceremonia della patria, che  tale: ciascuno, secondo
che si trovava nell'ordine, quando veniva a salutarmi toccava la terra con mano
e dipoi se la basciava, per segno di grandissima riverenza. E quivi consumammo
un'ora, prima che ciascuno finisse la ceremonia. Non lunge dalla citt era un
ponte di legno di larghezza di dieci passi: qui  interrotta la detta strada, e
questo ponte  per il crescimento e mancamento dell'acque (percioch l'acque di
questa palude crescono e scemano come quelle del mare), e anco per sicurezza e
difesa della citt, conciosiach quelle travi lunghe delle quali  fatto il
ponte le mettino e lievino come a lor piace. E a simiglianza di questo ne sono
molti altri per tutta quella famosa citt, s come dir pi largamente nel
processo della mia relazione.


Con quanta pompa venne il signor Montezuma a parlar al Cortese,
e il parlamento ch'ebbero insieme.

Poich ebbi passato il detto ponte, mi venne incontra quel potente signor
Montezuma per ricevermi, e con esso lui ducento signori co' piedi nudi e con
altro pi ricco abito di livrea che li primi; e andavano a due a due in modo di
processione e s'accostavano molto ai muri delle case, ancora che la strada
fusse agevole, larga e dilettevole, essendo quasi per una lega tutta diritta, e
tanto diritta che potevamo veder dal principio insino all'ultimo di detta via;
e da ambidue i lati d'essa sono case ottime e grandi, parte per uso di moschee
e parte per abitare. Il signor Montezuma andava in mezzo di due gran baroni,
l'uno de' quali era quel gran signore di cui feci menzione di sopra, che mi
venne a parlare portato in lettica, e l'altro era il fratello del signor
Montezuma, che signoreggiava la citt dalla quale quel giorno istesso mi era
partito: e questi tre vestiti d'una medesima livrea, salvo che il signor
Montezuma portava le scarpe e gli altri andavano co' pi nudi, bench tutti gli
abitatori usino scarpe; uno dalla destra e l'altro dalla sinistra sostenevano
le braccia al signor Montezuma. E appressatomi smontai da cavallo per andare ad
abbracciarlo, ma due di quei signori con le mani m'accennarono che ci io non
dovessi fare, n anco toccarlo. E primamente il signor Montezuma, e dipoi quei
due signori, fecero la predetta ceremonia della lor patria, la qual finita
comand al fratello che prima accompagnava lui d'allora innanzi dovesse far
compagnia a me, ed egli accompagnato dall'altro signore se n'andava un poco
avanti. E dove mi aveva parlato vennero anco gli altri ducento signori che ho
detto di sopra a salutarmi ordinatamente, e, fatta la cerimonia, ciascuno
ritornava al luogo donde si era partito. E quando parlai al signor Montezuma,
mi cavai una collana ch'io portava al collo, di gioie e di diamanti di vetro, e
la gettai al collo al signor Montezuma; e avendo camminato alquanto, venne un
suo famigliare portando due collane lavorate a modo di piccioli gambari marini,
involte in un panno ricamato di porcellette rosse, le quali essi stimano
grandemente, e da ciascuna collana pendevano otto gambari d'oro di maravigliosa
perfezione, di larghezza d'un palmo: e subito me le gett al collo. E
seguitando il cammino di donde s'era partito, and con l'ordine e abito detti
di sopra, finch giugnemmo ad un grande e bel palazzo apparecchiato per nostro
alloggiamento. E subito, pigliatomi per le mani, mi condusse in una gran sala,
che era avanti il cortile dove eravamo entrati, e mi pose a sedere in una ricca
e ornata sedia, la quale egli aveva ordinato che fusse apparecchiata per me, e
dissemi che quivi io dovessi aspettarlo.
E poco dopo, avendo avuto i miei ottimi alloggiamenti, se ne torn a me con
varie e diverse cose, e ornamenti d'oro e d'argento, e cose lavorate di penne e
di piume molto vagamente, e con cinquemila vesti di seta in varii modi e
preziosamente lavorate e ricamate. Delle qual tutte cose poich m'ebbe fatto
parte, si pose a sedere in un'altra sedia non molto distante dalla mia, che
egli si aveva fatta apparecchiare, e parl in questo tenore: " gran tempo che,
per l'istorie e scritture de' nostri antichi, abbiamo per certo che io e tutti
quegli che abitiamo in questa provincia non siamo discesi di qui, ma siamo
forestieri, e venimmo qua da lontani paesi del mondo; e sappiamo che noi
arrivammo in questa provincia condotti da un gran signore e capitano, del quale
eravamo sudditi.
E lasciando qui noi, se ne torn a riveder la patria, e non molto tempo dopo se
ne ritorn a noi, e ne trov tutti aver tolte per moglie le native di questo
paese, e aver preso ad abitar le terre, e oltra di ci aver generati figliuoli.
Egli tentava con ogni sforzo di levarci di questa provincia, il che noi
ricusammo di fare, n pi lo volemmo ricever per signore e capitano; onde egli
si part, e insin ora avemmo creduto di certo che i suoi successori dovessero
venire a soggiogare e queste provincie e noi, come proprii e veri sudditi suoi.
E considerando il luogo onde voi dite di esser venuti, e le cose che predicate
del grande e potente signore e re il quale vi ha mandato qua, credemo veramente
che egli sia il nostro vero signore, e tanto pi che voi dite che egli sa noi
aver per longo tempo abitati questi luoghi. Per la qual cosa proponetevi che
noi siamo per ubbidirvi del tutto e ricever voi per signore, in luogo e nome di
colui il quale affermate avervi mandato qua, e in questo non vi mancheremo, n
vi useremo inganno. E potete comandare a vostro piacere a tutta la provincia
che  sottoposta all'imperio mio, percioch tutti vi saranno ubbidienti, e
potete come vi piace servirvi di tutto ci che noi possediamo, essendo voi
nella vostra propria casa e provincia. State di buon animo e riposatevi, che so
di certo che avete patito diverse fatiche, s per il viaggio, s per le spesse
battaglie che insin ora vi  accaduto di fare. So molto bene le cose che da
Pannachanaca fin qua vi sono intervenute. N dubito punto che quei di
Churultecal e di Cimpual vi aranno detto male di me. Vi prego che non crediate
pi di quel che per pruova e co' proprii occhi vedete, massimamente essendo
cose dette da miei nemici, de' quali alcuni erano miei sudditi e per la vostra
venuta mi si sono ribellati, e per ottener favore e grazia da voi dicono simili
cose. Io so certamente che essi v'hanno affermato ch'io aveva le case con le
mura d'oro, e d'oro la sedia e tutte le masserizie d'oro, e parimenti ch'io era
Iddio e per Dio mi riputavano, e altre simil cose. Le case vedete voi stessi
esser di pietre di calcina e di terra". E cos detto s'alz le vesti mostrando
il corpo e dicendo: "Non vedete voi ch'io son fatto di carne e d'ossa, mortale
e palpabile? Vedete che gi essi hanno mentito. Io certamente ho alcune
masserizie che i miei antiqui mi lasciarono: tutte quelle che aver siano
vostre, e di quelle disponete a vostro piacere. Io me n'ander in altre case
dove soglio abitare, e aver cura che vi sia proveduto d'ogni cosa conveniente
a voi e ai vostri compagni. E non pigliate dispiacere alcuno, anzi
rallegratevi, che sete in casa vostra e nella vostra patria".
Io risposi con poche parole, e toccai principalmente quelle cose che mi
parevano a proposito del fatto nostro, e spezialmente di metter loro in animo
che la Maest Vostra fusse veramente quel signore che pensavano dover venire.
Finito che ebbi di parlare si part, e dopo la sua partita ci portarono pane,
galline, varii frutti e altre cose pertinenti all'uso di casa e dell'albergo.
Stemmo quivi sei giorni, molto ben trattati, e spesse volte i signori di quella
provincia mi venivano a vedere e parlare.


L'inganno che us il signor della citt di Almeria contra il governator della
Vera Croce, e come gli Spagnuoli presero per forza la detta citt di Almeria.

Gi nel principio di questa mia narrazione esposi a Vostra Maest ch'io, quando
mi partii dalla citt della Vera Croce per intender diligentemente di questo
potente signor Montezuma, quivi avea lasciati centocinquanta Spagnuoli per
finir la fortezza incominciata da me, e anco avevo lasciate molte ville e
castelli vicini alla detta citt della Vera Croce, sudditi alla sacra Maest
Vostra, e gli abitatori veramente fedeli. Ma, essendo io nella citt di
Churultecal, mi furono portate lettere del governatore ch'io aveva posto quivi
in mio luogo, per le quali mi dava aviso che Qualpopoca, signore della citt
chiamata Almeria, per li suoi ambasciatori aveva fatto intendere al detto
governatore che desiderava esser vassallo di Vostra Maest, e se insino a
quell'ora non gli aveva prestata quella ubbidienza che era tenuto di fare, e se
non era venuto con tutta la sua provincia ad offerirsegli, era restato perch
gli bisognava passare per una provincia che gli era nemica e, temendo di
ricever offesa nel passare, non aveva potuto mettere in esecuzione quanto
desiderava: e perci lo richiedeva che degnasse mandargli quattro Spagnuoli, i
quali andassero seco per le provincie de' nemici, che, essendo guidato da
Spagnuoli, aveva fidanza di andar sicuramente al detto governatore e a questo
modo gli potrebbe render la debita ubbidienza. Il qual governatore, prestando
fede alle parole che gli erano riferite in nome del detto Qualpopoca, e che
verrebbe a rendergli ubbidienza come avevano fatto ancora gli altri, gli mand
quattro de' suoi Spagnuoli, i quali, poi che furono in casa del detto
Qualpopoca, fingendo di non esser lui cagion della morte, procur che fussero
uccisi: e n'avevano uccisi due, e gli altri feriti erano scampati per li monti.
Il detto governatore, avendo ci inteso, con cinquanta fanti spagnuoli e duoi a
cavallo e diecimila Indiani amici nostri era da nemico andato contra la citt
d'Almeria, e, venuti a combatter co' nemici, furono uccisi sette Spagnuoli; ma
alla fine avevano preso per forza la detta citt d'Almeria, e avevano uccisi
molti cittadini e gli altri mandati fuori, e abbruciata e distrutta la citt:
ed essendo gli Indiani che aveva menati seco cotali nemici degli Almeriani,
avevano in ci usato ogni diligenza. Ma che Qualpopoca e gli altri suoi
confederati e quegli che in questo gli avevano prestato favore fuggendo si
erano salvati, e che da certi fatti prigioni aveva dimandato chi fussero stati
coloro i quali avevano dato aiuto alla citt e a Qualpopoca, e perch avevano
commesso tal delitto, e che cosa gli avessero spinti a uccidere gli Spagnuoli
che egli aveva mandati al detto Qualpopoca. Essi risposero quel delitto essere
stato commesso per comandamento del signor Montezuma, e che gli altri signori
che avevano dato aiuto alla citt erano venuti quivi di commissione del
Montezuma, accioch, dapoi che io fussi partito dalla citt della Vera Croce,
andassero contra coloro che ivi erano rimasi e contra coloro che a lui si erano
ribellati e venuti alla divozione di Vostra Maest, e che usassero ogni
diligenza che fusse possibile di uccidere gli Spagnuoli quivi lasciati,
accioch non si potessero l'un l'altro dar favore n aiuto: e che perci erano
cotal cose avenute.


Con che buon modo il Cortese ritenesse il signor Montezuma.

Passati li sei giorni dopo la mia entrata nella famosa citt di Temistitan, e
poich ebbi vedute alcune cose di quella, bench minime rispetto alle molte che
si possono vedere, considerate le cose che si hanno nella provincia, giudicai
grandemente appartenere all'utile e accrescimento dello stato di Vostra Maest
e alla nostra difesa e fortezza se il detto signore Montezuma venisse nelle mie
mani e che del tutto non avesse la sua libert, acci non gli occorresse di
mutar l'animo inclinato a servir Vostra Maest; e tanto maggiormente che noi
Spagnuoli siamo alquanto fastidiosi e importuni, e se loro si sdegnassero
contra di noi, ci potrebbono far qualche incommodo e danno, e tanto che niuno
di noi rimarrebbe vivo da riportar nuova di tanto male; parte perch sono
grandissime potenzie e parte perch, se io lo riteneva appresso di me, l'altre
provincie che erano suddite a lui pi facilmente si sariano date a Vostra
Maest, come dipoi avenne. Deliberai di ritenerlo in quella casa dove io
abitavo, riputando che ella fusse assai forte e sicura, e pensando io che,
mentre cerco di farlo prigione, non ne nascesse qualche scandalo o tumulto, mi
venne nell'animo il delitto commesso nella citt d'Almeria, del quale per
lettere mi aveva fatto intendere il governatore ch'io aveva lasciato nella
citt della Vera Croce, s come ho narrato nel precedente capitolo, e come io
aveva certezza tutte le cose ivi fatte esser seguite di ordine e comandamento
del detto signor Montezuma. E poste le guardie nelle vie strette, me n'andai al
palazzo del signor Montezuma, come altre volte io soleva fare, e per alcuno
spazio cianciai con esso lui e parlammo di cose piacevoli. E poich ebbe dato a
me alcuni presenti d'oro e sua figliuola, e le figliuole degli altri signori a
certi miei soldati, gli esposi per ordine quel che era avenuto nella citt di
Nautecal over di Almeria, e che avevano ucciso gli Spagnuoli. Oltra di ci
soggiunsi che Qualpopoca e gli altri avevano con inganni ordinate cotal cose di
suo comandamento: affermavano non l'aver fatte di loro libera volont, e non
avevano avuto ardimento di non ubbidire al lor signore; che in modo alcuno io
non poteva credere tal cose essere state fatte di suo consiglio e commissione,
come Qualpopoca e gli altri affermavano; che mandasse a chiamare il detto
Qualpopoca con li signori che con lui erano confederati, accioch apparisse la
verit e i malfattori patissero le meritate pene, e la Maest Vostra
conoscerebbe il buon animo di lui verso di lei; e che per questo la Maest
Vostra, in cambio del ringraziamento che ella dovesse commettere che gli fusse
fatto, allo incontro non fusse astretto a dar commissione che gli fusse fatto
qualche danno e dispiacere, poich la verit nasceva da quel che dicevano
Qualpopoca e i suoi confederati.
Egli subito comand che certi de' suoi venissero a lui, a' quali diede il
sigillo, che era di gioie e lo portava al braccio, e comand loro che andassero
alla citt di Almeria, la quale  distante dalla famosa citt di Temistitan
settanta leghe, e menassero il detto Qualpopoca con gli altri che avevano
ucciso gli Spagnuoli; e se non volessero venire spontaneamente gli menassero
legati per forza, e se facessero loro resistenza chiamassero in aiuto certe
communit, le quali mostr, che erano vicine alla detta citt d'Almeria, e
procurassero che fussero presi per forza, e a niun modo tornassero a lui senza
i predetti: e per ubbidire al suo comandamento si partirono. I quali essendo
gi messi in viaggio, resi grazie al signor Montezuma dell'accurata diligenza
usata da lui in provedere che li sopranominati fussero presi, percioch io ero
astretto render conto a Vostra Maest di tutti gli Spagnuoli che meco avevano
passato il mare; e accioch io potessi render vera ragione a Vostra Maest, era
necessario ch'egli venisse e dimorasse nel mio albergo insin che la verit
venisse in luce, e sin a tanto che si mostrasse esso non aver di ci colpa
alcuna. E gli chiedevo che non l'avesse a male e non ne prendesse dispiacere
alcuno, percioch in casa mia non era per esser prigione, ma in ogni parte
libero; e che io avevo fatto ferma deliberazione non m'intramettere in modo
alcuno nelle sue ubbidienze e governo, ed era in suo arbitrio di elegger qual
parte voleva del palazzo nel quale io dimoravo allora; e gli promettevo la fede
mia che di questa retenzione non gliene poteva avenire fastidio n molestia
alcuna, e oltra il servizio de' suoi vi si aggiugnerebbe ancora quel de' miei,
e a tutti senza dubbio potrebbe comandare come gli piacesse. Intorno a questo
per molto spazio stemmo a contendere, e ci che fu detto dall'una e dall'altra
parte sarebbe lungo a raccontare. Finalmente acconsent di venir meco a casa
mia, e comand che gli fusse apparecchiato e guarnito un luogo nel mio palazzo;
il quale apparecchiato, s'appresentarono molti gran signori e, cavatesi le
vesti e alzate le braccia, co' pi nudi conducevano la sua lettica non molto
ornata, e con grandissimo silenzio piangendo lo posero in lettica, e andammo al
nostro palazzo senza tumulto alcuno, bench poi il popolo cominciasse a
tumultuare. Nondimeno, subito che ci venne all'orechie di Montezuma, tosto
comand che tutti si dovessero acquietare: e cos tutto il popolo in quel
giorno e sempre, mentre il signor Montezuma stette appresso di me ritenuto,
visse pacificamente, perch era ottimamente albergato e riteneva il medesimo
servizio che prima in casa sua, il che fu gran cosa e degna di ammirazione, s
come racconter poi. E anco i miei compagni gli facevano ogni commodit e
servizio che potevano.


Come Qualpopoca e altri furon condotti prigioni e dati nelle mani del Cortese,
e come furono abbruciati publicamente in piazza, e il signor Montezuma posto in
ceppi,
i quali poco dipoi gli furon cavati.

Mentre il signor Montezuma stava ritenuto da me, coloro che erano andati a
menar Qualpopoca e gli altri compagni che avevano uccisi gli Spagnuoli
ritornarono, menando il predetto Qualpopoca con uno de' suoi figliuoli e altri
uomini, che si diceva essersi ritrovati alla morte de' detti Spagnuoli.
Condussero Qualpopoca in lettica, all'usanza di gran signore, e lo diedero
nelle mie mani insieme con gli altri; il quale con gli altri insieme comandai
che fusse posto in prigione e legato con le manette e co' ceppi. E poich
ebbero confessato di avere uccisi gli Spagnuoli, dimandai loro se erano sudditi
al signor Montezuma. Il predetto Qualpopoca rispondendo mi dimand se si
trovava altro signore a cui dovesse esser suggetto, quasi volesse dire che niun
altro ne era al quale dovesse esser suggetto, e che era vassallo del signor
Montezuma. Dipoi ricercai dai medesimi se quel che avevano fatto fusse stato di
loro spontanea volont o di comandamento e consiglio del lor signor Montezuma.
Tutti dissero che di lor volont, non di comandamento del lor signore, bench
dapoi, mentre si mandava ad esecuzione la sentenzia data contra di loro e
dovevano essere abbruciati, gridassero tutti ad una voce aver commesso tal
delitto per consiglio del lor signore, e di suo comandamento l'avevan fatto. E
a questo modo furono abbruciati publicamente nella piazza, senza alcun tumulto
e sedizione.
E nel giorno medesimo che furono arsi, perch avevano confessato il signor
Montezuma essere stato cagione del predetto omicidio commesso negli Spagnuoli,
commandai che egli fusse posto nei ceppi: per la qual vista si sbigott
grandissimamente, bench il giorno istesso, poich ebbi molto parlato seco,
ordinai che gli fussero levati i ceppi, il che gli ritorn lo smarrito animo e
apportogli grandissima allegrezza. E poi di continuo attesi con ogni
diligenzia, per quanto mi era possibile, fargli piacere in ogni cosa, e
spezialmente perch in publico in ciascun luogo io confessavo, tanto a' sudditi
quanto a' signori delle provincie che mi venivano a trovare, sommamente piacere
a Vostra Maest che 'l signor Montezuma regnasse come prima soleva regnare,
nondimeno con questa condizione, che riconoscesse la Maest Vostra per
superiore e per signore, come Vostra Maest  riconosciuta da tutti gli altri,
e che quei sudditi fariano cosa grata a Vostra Maest se per l'avenire lo
tenessero per signore e superiore nella maniera che avevano fatto avanti la mia
venuta. E mi portai seco tanto bene e s bene gli satisfeci che pi volte
pregandolo gli commessi che se n'andasse a casa sua, nondimeno sempre mi dava
risposta che egli stava bene in quella casa appresso di me, non gli mancando
cosa alcuna, non altrimenti che se fusse in casa sua; percioch, se in casa sua
fusse, facilissimamente potrebbe avenire che li signori delle provincie, presa
occasione, lo solleciteriano e induceriano contra il suo volere ad operar
qualche cosa contra di me, che ritorneria in danno di Vostra Maest, alla quale
gi egli aveva deliberato per quanto poteva di sempre servire; e fin che egli
certificasse i suoi di quel che avesse in animo, era bene che stesse appresso
di me, e, bench sopra di ci gli proponessero alcuna cosa, poteva
facilissimamente rispondere che esso non era in sua potest e a questo modo si
poteva scusare. E molte volte mi dimand di poter andare a sollazzo, e da me
non gli fu mai negato di potere andar solazzandosi nell'altre case, le quali
erano fabricate per andarvi a piacere; e alle volte usciva a sollazzo fuori
della citt per due leghe, accompagnato da quattro o cinque Spagnuoli, e ogni
fiata che ritornava pareva contento e di allegro aspetto. E quando usciva
donava varie gioie e vesti tanto agli Spagnuoli quanto a quegli del paese, che
sempre era accompagnato da grandissima moltitudine, che almeno erano tremila
uomini, e la maggior parte erano baroni e signori di quella provincia; e si
dilettava di far continuamente magnifici conviti e feste e balli, i quali poi
in vero dovevano esser da tutti con grandissime laudi meritamente commendati.


Come il signor Montezuma, cos richiesto dal Cortese, manda alcuni suoi
famigliari in ciascuna provincia dove si cava oro. Delle provincie Cuzzula,
Tamazalapa, Malinaltebeque e Tenis, e del signor di quella detto Coatelicamat,
e di molti fiumi dalli quali si cava oro, e della provincia Tuchitebeque.

Poich io conobbi ch'egli di cuore desiderava d'esser nel real servizio di
Vostra Maest, lo pregai, acci io potessi mandar pi piena relazione a Vostra
Maest di quelle cose che sono in questi luoghi e provincie, che procurasse che
mi fussero mostrate le minere dell'oro: il che con allegro volto e parole
dimostr di piacergli. E in quell'ora egli comand che fussero chiamati alcuni
suoi famigliari, e in ciascuna provincia dove si cavava l'oro mand due di
loro, pregandomi che in lor compagnia io mandassi altrettanti Spagnuoli, i
quali vedessero con che ingegno si cavava l'oro; il che facilmente gli
concessi, e a ciascuna provincia assegnai due Spagnuoli che accompagnassero gli
Indiani. E le provincie erano quattro.
Alcuni di loro vennero ad una certa provincia che la chiamano Cuzula, la quale
 distante dalla famosa citt del Temistitan ottanta leghe. Gli abitatori di
questa provincia sono sudditi al signor Montezuma, ed essi mostrarono tre
larghi fiumi, e da tutti portarono mostre d'oro purissimo, bench poco ne
portassero, perch non avevano gli altri stromenti, ma solamente quegli co'
quali gli Indiani sogliono cavarlo. E, s come gli Spagnuoli mi hanno riferito,
sono passati per tre provincie piene di molti borghi, ville ed edificii, tali
che nella Spagna non se ne troveriano migliori. Sono in quelle provincie molte
citt e terre in gran numero, e m'affermarono aver vista una certa abitazione
con una rocca, la quale  pi grande e pi forte del castello della citt di
Burgos di Spagna. E gli abitatori d'una di queste provincie, la qual  chiamata
Tamazalapa, portano abiti pi ornati e pi ricchi dell'altre provincie che
abbiamo viste insin ora, e sono di grandissima prudenzia.
Li secondi se n'andarono ad una provincia nominata Malinaltebeque, distante
dalla detta gran citt di Temistitan per leghe settanta, e volgesi pi alla
marina, e quegli portarono le mostre dell'oro da un gran fiume che per quella
trascorre. I terzi andarono in un'altra provincia, che ha diverso linguaggio
dalla vicina provincia di Culua, e la chiamano Tenis, il signor della quale 
chiamato Coatelicamat. E perch ha la provincia fra monti grandissimi, non
rende ubbidienza al detto signor Montezuma, e anco perch gli suoi sudditi sono
bellicosi e combattono con asta di lunghezza di venticinque e di trenta palmi.
E percioch questi non sono sudditi del signor Montezuma, gl'Indiani che erano
andati co' Spagnuoli non ebbero ardimento di entrare in quella provincia, se
della lor venuta non ne facevano prima avisato il signor di quella e da lui
ottenessero il salvocondotto, dicendo d'esser venuti per domandargli grazia di
poter vedere le sue minere dell'oro, e che in mio nome e del signor Montezuma
si degnasse di mostrarle. Coatelicamat rispose che gli Spagnuoli andassero
sicuri e liberamente e vedessero le minere e ci che piaceva lor di vedere, ma
quegli di Culua, che sapeva esser mandati da parte di Montezuma, faceva avisati
che non entrassero nella sua provincia, percioch gli aveva in luogo di nemici.
Gli Spagnuoli stettero grandissima pezza con animo dubbioso se dovevano andar
soli o no, massimamente che gl'Indiani che avevano menati seco gli confortavano
a non andare, perch introduceva lor soli a fine di potergli pi facilmente
uccidere; nondimeno gli Spagnuoli d'animo invitto deliberarono di proceder pi
avanti. Furono bene e cortesemente ricevuti da' paesani e dal lor signore, e
furon lor mostrati sette over otto fiumi, da' quali dicevano cavar oro. Gli
Spagnuoli insieme con gl'Indiani cavarono oro e portarono le mostre de'
predetti fiumi; e co' medesimi Spagnuoli il detto Coatelicamat mi mand suoi
ambasciadori, per mezzo de' quali offeriva al servizio di Vostra real Maest se
stesso e la sua provincia, e mandommi per li medesimi certi fregi d'oro, e
veste di quella sorte che molto usano gli abitatori di quella provincia.
Gli ultimi passarono in una provincia nominata Tuchitebeque, che nella medesima
dirittura si volge al mare per dodeci leghe dalla provincia Malinaltebeque,
nella quale gi ho detto di sopra essere stato trovato dell'oro, e li paesani
mostrarono loro due fiumi, da' quali parimente arrecarono mostre d'oro. E per
quanto potete intendere dagli Spagnuoli che vi andarono, quella provincia 
molto accommodata a potervi fare abitazioni e a cavar l'oro.


Come a richiesta del Cortese nella provincia Malinaltebeque furon fabricate due
grandi abitazioni con una peschiera, e il signor Montezuma fece dipingere in un
piano le marine e golfi di quel mare con li fiumi che sboccano in quello, e il
Cortese mand dieci Spagnuoli per cercar quei liti, se vi trovassero golfo dove
potessero entrar le navi. Del porto Chalchilmera, detto Santiuan. Della
provincia Quacaltalco, del signor di quella, detto Tuchintecla, e doni e
offerte sue.

Ricercai dal signor Montezuma che nella provincia Malinaltebeque, perch mi
pareva pi commoda al fabricare, fusse fatta una abitazione per la Maest
Vostra: e in farla fare pose ogni possibil diligenza, e tale che per spazio di
due mesi in quel luogo gi avevano seminato sessanta misure, che noi Spagnuoli
chiamiamo anegas, d'una certa semenza nominata da loro maiz, della quale fanno
pane, e similmente dieci misure di ceci e di cacap, che  un frutto simile alla
mandorla, il qual ridotto in polvere l'usano in luogo di vino; e in quella
provincia  di tanta stima, che con quello in vece di danari nelle piazze e ne'
mercati e in ogni luogo comprano tutte le cose necessarie. Quivi procur che
fussero edificate due grandi abitazioni, e in un'altra abitazione vi fecero una
peschiera, dove avevano a posta messe cinquecento oche, le quali qui sono in
grandissimo prezzo, percioch ogn'anno le pelano e si servono delle lor penne e
della piuma. Nella detta abitazione misero anco oltra mille e cinquecento
galline e altre cose assaissime necessarie per l'uso di casa. E molte volte gli
Spagnuoli che hanno vedute le dette abitazioni, e considerati diligentemente
gli ornamenti, hanno giudicato valer da ventimila ducati castigliani.
Similmente dimandai al medesimo signor Montezuma che mi volesse dire se nella
costa di quel mare fusse fiume o golfo alcuno, dove le navi che ivi arrivassero
facilmente potessero entrare e sicuramente fermarsi. Il qual mi rispose che di
tal cosa egli nulla sapeva, nondimeno che gli farebbe dipingere in un panno le
marine e i golfi di quel mare e i fiumi che v'entrano, e che io poi averia
potuto mandare i miei Spagnuoli a cercare e veder diligentemente, ed esso
Montezuma eleggerebbe per lor guide i paesani di detta provincia: il che poi
fece con effetto, percioch il giorno seguente mi portarono in un panno di lino
dipinte tutte le marine e golfi del mare, e i fiumi che sboccano in quello. Ivi
si vedeva un certo fiume maggior degli altri, s come da quella si poteva
comprendere, il quale entrava in mare e pareva che scorresse tra due monti, che
sono chiamati Sanmyn, in un certo golfo, insino al qual luogo i nocchieri
pensavano che si dividesse la provincia chiamata Mazamalco. E mi disse ch'io
mandassi chiunque mi piacesse, e cos mandai dieci Spagnuoli, tra i quali
alcuni ve n'erano che molto valevano nell'arte marinaresca. E andati con le
guide che avea date loro Montezuma, cercarono tutte quelle marine dal porto
Chalchilmera, che lo chiamano Santiuan, dove io ero arrivato con le mie navi: e
tutto questo viaggio  pi di 60 leghe; e non trovarono fiume n golfo alcuno
dove potessero entrar navi, bench in detta costa ve ne siano molti e
grandissimi. E portati dalle canoe, mandata al fondo la sonda, andavano
tastando per tutti quei fiumi, e cos vennero alla provincia Quacalcalco, per
la quale il sopradetto fiume trascorre.
Il signor di quella provincia, nominato Tuchintecla, gli ricevette benignamente
e ordin che fossero loro date delle canoe, con le quali potessero entrare nel
fiume; nella cui bocca trovarono l'acqua esser profonda quanto sariano due
stature e mezza d'uomo, ed era al tempo che l'acque erano grandemente
abbassate. E navigarono su per il detto fiume dodeci leghe, e la minor
profondit che si truova in detto spazio  quanto sariano sei stature d'uomo,
e, per quel che potevano giudicare, andava pi di trenta leghe con tal
profondit. Nella ripa del fiume sono molte e gran citt, e tutta quella
provincia  in pianura, fertile e abbondante di tutte quelle cose che suol
producer la terra. Le genti sono quasi infinite, e non sono suddite al signor
Montezuma, anzi sono acerbissimi suoi nemici; e parimente, allora che gli
Spagnuoli andarono a lui, volse avisargli che que' di Culua a niun modo
entrassero nella sua provincia, percioch erano suoi nemici. Quando quegli
Spagnuoli ritornarono a farmi relazione di tal cose, insieme con esso loro
mand certi suoi ambasciatori per li quali mi mand alcune cose d'oro e molte
pelle di tigri, e molte cose tessute di piuma e vestimenti; e mi affermarono
che il lor signore Tuchintecla molto tempo fa aveva inteso della mia fama,
percioch que' di Puchunchan, che  un fiume di Grisalva, sono grandissimi suoi
amici, e gli avevano fatto sapere che io era passato di l ed ero venuto alle
mani con loro, perch mi vietavano di smontare in terra e d'andare nella citt,
e come anco dipoi eravamo diventati amici ed essi s'erano sottoposti
all'imperio della Maest Vostra. Ed egli ancor s'offeriva con tutta la sua
provincia al real servizio di Vostra Maest, e mi pregava ch'io lo ricevessi
per amico, nondimeno con questa condizione, che gli abitatori della provincia
di Culua per niun modo entrassero nel suo paese, e chiedessi di quelle cose che
si truovano in quella provincia, percioch era apparecchiato di fargli parte di
tutto quel che io gli avessi dimandato.


Come il Cortese, avuta relazione dagli uomini per lui mandati della qualit
della provincia,
mand a fabricarvi una fortezza, e quanto fusse a grado al signor Tuchintecla
che gli Spagnuoli si fermassero nella sua provincia.

Poi che mi fu riferito da quegli Spagnuoli che ritornavano da veder quella
provincia quella essere atta e commoda per edificarvi una nuova citt, e anco
aver trovato un porto, ebbi grandissima allegrezza, percioch da quel tempo che
io arrivai in questi paesi sono stato sempre in travaglio di cercar porto in
queste marine, e anco poter trovare un luogo vicino a quello che fusse commodo
per farvi abitazioni; nondimeno insino a quell'ora non l'avevano potuto
ritrovare, dal lito over costa che comincia dal fiume di Sant'Antonio, che 
vicino al fiume Grisalva, fino al fiume Panuco, che  nella costa pi bassa,
dove alcuni Spagnuoli per commissione di Francesco di Garai avevano posta la
lor nuova citt, de' quali far poi menzione. E per aver pi certa informazione
delle cose di quella provincia e del porto sopradetto, e degli animi de'
paesani verso di noi, e d'altre cose necessarie ad abitar ivi, ordinai ancora
che alcuni altri de' miei soldati idonei a simili imprese, co' medesimi
ambasciadori che Tuchintecla, signor di quella provincia, con presenti mi aveva
mandati, andassero portando alcuni doni a quel signore. Dal quale benignamente
ricevuti, di nuovo andarono a riguardare il detto porto e a tentar, come fecero
gli altri, e trovarono luogo idoneo a fare abitazioni e a porre una citt; e di
tutto mi rapportarono il vero, e dissero esservi ogni cosa necessaria per fare
una citt, e che 'l signor della provincia se ne rallegrava grandemente, e che
aveva gran desiderio di servire a Vostra Maest. I quali essendo ritornati con
tal relazione, subito mandai un governatore in quel luogo a fabricarvi una
fortezza: e a fabricarla s'era offerto il signor della provincia, e parimente
tutte le cose delle quali noi avessimo di bisogno per nostro abitare e quelle
che io gl'imponessi. E subitamente, dove io aveva determinato che si fabricasse
la citt, egli procur che fussero edificate sei case, e dimostr che egli era
grato che si fermassero nella sua provincia e che la prendessero ad abitare.


Della provincia Aculuacan; delle citt Tescucu, Acuruma e Otumpa; e come
Cacumacin, signor di dette citt, si ribell, e in che maniera fu fatto
prigione e dato nelle mani del Cortese, il qual fece render ubbidienza a
Cucuzcacim, fratello del detto signore.

Ne' precedenti capitoli della narrazione, potentissimo Signore, io raccontai
che in quel tempo che io andavo alla famosa citt di Temistitan mi era venuto
incontra un certo grande e potente signore, il qual diceva d'esser stato
mandato dal signor Montezuma e, come intesi poi, era suo parente; e la
provincia la quale egli signoreggiava era vicina a quella di Montezuma, ed era
chiamata Aculuacan. Il capo di tal provincia  una citt vicina ad un lago
salso, e da quella per il lago alla gran citt di Temistitan con le canoe sono
sei leghe solamente, ma chi andasse a piedi vi ha dieci leghe: e questa citt
la chiamano Tescucu e ha pi di trentamila case. Il signor di quella vi ha
maravigliosi palazzi e abitazioni, moschee e luoghi da fare orazioni molto
grandi e ben fatti, e signoreggia anco due altre citt: una  distante dalla
citt di Tescucu per ispazio di tre leghe, nominata Acuruma, l'altra per spazio
di quattro, che la chiamano Otumpa; ciascuna di queste ha da quattromila case.
Oltra di ci la detta provincia di Aculuacan ha borghi e ville assai;  terra
fertilissima per coltivare, e tutto il paese che signoreggia da un lato confina
con la provincia di Churultecal, della quale gi feci menzione.
Questo signore, nominato Cacamacin, doppo la ritenzione che lo feci della
persona del signor Montezuma, s'era ribellato e dalla Maest Vostra, alla qual
si era fatto suddito, e anco dal signor Montezuma; e bench molte volte io
l'ammonissi che volesse rendere ubidienza e real servizio a Vostra Maest,
nondimeno, ammonito e da me e dal signor Montezuma, non ha voluto mai ubidire,
anzi superbamente rispondendo diceva che, se alcuno voleva da lui qualche cosa,
andasse nella sua provincia, e quivi proverebbe quanto egli potesse e qual
fusse il real servizio che era tenuto a fare. Aveva poste in ordine, come io
gi avevo inteso, grandissimo numero di gente molto bellicosa. E poich io non
lo potette indurre con ammonizioni, parlai col signor Montezuma e gli dimandai
quel che in questo caso gli pareva che dovessimo fare, accioch non andasse
senza pena della ribellione fatta contra di noi. Mi rispose che il volerlo
espugnar per forza era grandissima difficolt, percioch era tenuto gran
signore e potente e molto ben fornito di gente da guerra, e senza grandissimo
pericolo e perdita di soldati non pensava che si potesse espugnare; ma che esso
Montezuma aveva nella provincia di Cacamacin molti de' principali che
dimoravano appresso di lui e da lui avevano stipendio, e che aveva deliberato
di parlar con loro, che essi corrompessero alcuni de' soldati del detto
Cacamacin, i quali, dando noi loro la nostra fede che sariano sicuri e salvi,
favorissero la nostra parte: e a questo modo facilmente lo potremmo espugnare.
S come avvenne, percioch il detto signor Montezuma oper di maniera con loro,
che persuasero al detto Cacamacin che con loro insieme si volesse ridurre nella
citt di Tescucu, ed essi come principali attenderiano a provedere alle cose
pertinenti al commodo del lor signore, e che averiano gran dispiacere, se egli
facesse cosa alcuna onde pericolasse e potesse cadere nell'ultima ruina. E cos
insieme si ragunarono in un grande e bel palazzo del detto Cacamacin, che 
nella ripa del lago, e fu di maniera fabricato che vi si pu passar di sotto
con le canoe e uscire nel lago. Quivi avevano messe alcune canoe apparecchiate
secretamente, e in quel luogo medesimo avevano ordinati molti uomini, accioch,
se Cacamacin facesse resistenza e non si lasciasse pigliare, lo potessero
prender per forza. Ed essendosi ragunati tutti li principali congiurati,
presero Cacamacin prima che fusse udito da' suoi e, postolo in una canoa, lo
condussero per il lago alla gran citt, la quale, come dissi di sopra, 
lontana sei leghe, e condotto lo misero in una lettica, come si conveniva ad un
tanto signore, e me lo diedero: il quale comandai che subito fusse messo in
ceppi e ben guardato. E, consigliatomi col signor Montezuma, posi al governo di
quella provincia in nome di Vostra Altezza il fratello del ritenuto, che era
nominato Cocuzcacim, e procurai in tutti i modi che gli fusse resa la debita
ubidienza da tutte le communit e signori di detta provincia come al lor
signore, finch fusse ordinato altramente da Vostra Maest. E cos fu eseguito,
percioch nell'avvenire tutti l'ubidirono come signore, e nel modo che prima
avevano ubidito il detto Cacamazin; ed egli volentieri e fedelissimamente
esegu tutto ci che gli comandai in nome di Vostra Maest.


Come il signor Montezuma fece ragunare tutti li signori delle sue provincie, e
le parole che gli us per render l'ubidienza all'imperatore, e la gran quantit
d'oro e d'argento e di diversi bellissimi e molto ricchi ornamenti di casa dati
al Cortese per mandarli a sua Maest.

Alquanti giorni doppo la presa di Cacamacin il signor Montezuma comand che
tutti li signori delle sue provincie e citt vicine si ragunassero, e, ragunati
che furono, mi fece avisato ch'io dovessi andar l, e dapoi che fui giunto
parl di questa maniera: "Carissimi fratelli e amici, lungo tempo  che
ottimamente sapete voi tutti, vostri padri e maggiori, essere stati sudditi a
me e agli antecessori miei, e da me e da loro essere stati trattati ottimamente
e ornati con ogni sorte d'onore; e voi ancora a me e ai miei antichi avete resa
quella ubidienza che sono tenuti a render i buoni e fedeli vassalli ai lor
signori. E anco penso che teniate a memoria quel che abbiamo avuto da' nostri
antichi, che la nostra schiatta non piglia origine da queste provincie, ma 
venuta da lontani paesi; percioch i nostri maggiori gli condusse qua un certo
signore il quale gli lasci qui e partissi, e doppo lungo tempo ritorn e trov
che li nostri padri avevano fatte citt in questi paesi, e tolte per moglie le
paesane e di quelle generati figliuoli, di maniera che non volsero pi andar
con lui, n riceverlo per signore. Ed egli partendosi promise o di tornare
personalmente o mandar altri qua in nome suo, con tante genti, potenzia e forze
che potrebbe costringerci alli suoi servizii. Sapete che insin ora di giorno in
giorno l'abbiamo aspettato, e per le cose che 'l presente suo capitano ci ha
racconte di quel re e potente signore il quale afferma che l'ha mandato qua, e
per il luogo donde fa professione d'esser venuto, tengo per fermo, e similmente
voi dovete tenere, che questo veramente  quel signore che noi aspettavamo, e
massimamente che 'l suo capitano afferma che egli gi lungo spazio di tempo
avea avuto notizia di noi. Ma poich i nostri antichi non fecero quel che erano
tenuti di fare verso i loro signori, bisogna che lo facciamo noi, e rendiamo
grazie alli nostri Iddi che quel che abbiamo aspettato s gran tempo sia venuto
a' nostri giorni. E perci voglio pregarvi tutti, poich quel che vi ho narrato
gi molto fa  a tutti voi notissimo, che, s come insin qui avete tenuto me
per signore e a me avete ubbedito, da ora innanzi rendiate obbedienzia a questo
grandissimo e potentissimo re, e lui in ogni conto abbiate per signore, poich
egli  vostro signor naturale, e in luogo suo abbiate per signore, onoriate e
osserviate questo suo capitano; e tutti li tributi e servigii che fin al
presente siate soliti di rendere a me, rendetegli a questo suo capitano,
percioch ancor io parimente sono astretto di contribuire e ubbedire a tutti
gli suoi comandamenti; e da ora innanzi esequite e fate ogni cosa che
legitimamente a signore siate tenuti di fare, e in questo mi farete cosa
gratissima".
Tutte queste parole disse spargendo molte lacrime, e traendo dal profondo cuore
maggior sospiri che alcuno potesse mai dire. Gli altri signori tutti
accompagnavano le lacrime di Montezuma con lacrime tanto spesse, che stettero
assai buono spazio prima che potessero rispondere. E certamente, serenissimo
Signore, niuno degli Spagnuoli si trov presente che non gli avesse grandissima
compassione. Finalmente, asciugate le lacrime, risposero che essi gli si erano
dati per sudditi e lo riputavano e tenevano per signore, e perci promettevano
di dovere esequire tutte le cose che egli ordinasse; e per questa cagione e per
le ragioni addutte da lui volevano mandare ad esecuzione con lieto animo gli
suoi comandamenti, e da quell'ora si davano in perpetuo sudditi a Vostra Maest
e offerivanseli per vassalli. E quivi ciascun di loro promise di far quanto in
nome di Vostra Maest gli fusse imposto, e dar tutti li tributi e servizii che
erano soliti rendere al detto signor Montezuma, e tutte l'altre cose che loro
fussero comandate per nome della Vostra real Maest: le qual cose tutte furono
scritte per alcuni publici notarii e fattone publico instrumento, la copia del
quale vi mandai, essendo presenti molti Spagnuoli.
Poich tutti gli predetti signori si erano dati per sudditi a Vostra Maest,
parlai al signor Montezuma e gli narrai che Vostra Maest aveva di bisogno di
qualche quantit di oro per finire certe sue imprese, e lo pregavo che egli
alcuni de' suoi, e io similmente alcuni de' miei, mandassimo per le provincie e
abitazioni di quegli signori che in quel giorno si erano offerti,
confortandogli che di quella quantit d'oro e d'argento che avevano oltra il
lor bisogno ne servissero Vostra Maest: e a questo modo si mostrerebbe ch'essi
gi avessero cominciato a far servizio, e la Maest Vostra conoscerebbe il lor
nobile animo in servirla; e similmente il signor Montezuma di quel che egli
avea mi faria parte, percioch avea deliberato mandar tutte quelle cose a
Vostra Maest per li primi nunzii ch'io era per mandar con altre cose a Vostra
Altezza. E in quel punto mi dimand che io gli assignassi due Spagnuoli, i
quali mand ad esequir la cosa in diverse provincie, i nomi delle quali,
percioch ho perdute tutte le mie scritture, non mi vengono in mente, essendo
assaissime e diverse: alcune di quelle della detta citt di Temistitan sono
lontane ottanta e alcune cento leghe. Insieme con li predetti Spagnuoli ordin
che v'andassero alcuni de' suoi, a' quali comand che andassero a' signori
delle dette provincie e dicessero che a ciascuno io imponeva che desse una
certa somma d'oro che esso aveva ordinato. E cos fu mandato ad esecuzione,
percioch tutti que' signori a quali andarono dettero la comandata somma e di
ornamenti, e d'oro in masse e in foglie, e d'altre cose che essi possedevano. E
avendo fuso quello che poteva fondere, della quinta porzione delle cose che 
dovuta a Vostra Maest furono trentaduemila e quattrocento pesi d'oro, senza le
masserizie d'oro e d'argento, e gli lavori fatti di penne, le rotelle e le
gioie e molte altre cose di grandissimo valore: le qual tutte ho consegnate e
poste da banda per Vostra Maest, che ascendono al valore di centomila ducati.
Erano oltra di ci tali e tanto maravigliose che per la lor variet e novit
erano inestimabili, n giudico s'abbia da pensare che appresso tutti gli
prencipi, tanto cristiani quanto infedeli, de' quali al presente s'abbia
notizia, si possano trovar simil cose.
E certamente elle non debbono a Vostra Maest parer troppo grandi, poich la
verit sta cos, che di quelle cose che si possono trovar in mare e in terra, e
di quelle che esso aveva qualche cognizione, ne aveva l'imagini secondo la vera
forma e d'oro e d'argento e di gioie e di penne, in tale eccellenzia e
perfezione che a chiunque le vedeva parevano vive; delle quali mi fece non
picciola parte per la Maest Vostra, senza l'altre che io gli diedi dipinte,
che tutte le fece far d'oro, come sono l'imagini del Salvator crocifisso, li
ricami, le collane, le medaglie e molte altre cose delle nostre, simili alle
quali egli se ne fece fare. S'aggiunse anco alla porzione di Vostra Maest
dell'argento ricevuto, oltra cento marche, quello che ho distribuito in far
varii piatti, s piccioli come grandi, e scodelle e tazze e cucchiari. E oltra
queste cose il detto Montezuma mi don molti ornamenti de' suoi, che erano tali
che riguardando che erano in tutto di seta e senza seta, in tutto 'l mondo non
se ne potria fare n tessere di simili, n di tanti diversi e fini colori e
lavori, e tra quegli erano alcune sorti di veste da donne e da uomini
maravigliose. Oltra di ci v'erano fornimenti da camere, a' quali quegli che
sono fatti di seta non si possono agguagliare; v'erano altri fornimenti, i
quali si potriano usare nelle chiese e nelle sale; v'erano coperte da letti e
di penne e di seta di varii e maravigliosi colori, e infinite altre cose che,
essendo tali e tante, non le so esprimere a Vostra Maest. Mi offerse anco
dodeci cerbottane: cerbottana  un legno longo concavo, col quale andiamo
uccellando ai piccioli uccelletti, da quello mandando fuori col fiato alcune
picciole palle, come fave, che sono fatte di creta; la bellezza di queste
cerbottane io non posso esprimere, percioch elle erano fatte con pitture e
colori perfettissimi, ed era nel mezzo e nelle estremit oro di altezza d'un
palmo lavorato con arte maravigliosa; e una scarsella tessuta di fila d'oro, e
le palle sopradette da mettervi, che mi promise darmele d'oro, e per farle mi
diede la forma, che era medesimamente di oro, e altre cose di numero infinito.


Siti e della provincia dove  posta la citt di Temistitan e d'essa citt.
Delle varie e molte sorti d'ogni maniera di mercanzie che si vendono nelle
piazze, e ciascuna sorte di mercanzia ha la sua ruga propria, senza
mescolamento d'altre merci. D'un palazzo dove si rende ragione, e la diligenza
che usano nel ricercare quel che si vende e le misure.

Per render certa la Maest Vostra, potentissimo Signore, delle varie e
maravigliose cose di questa citt di Temistitan, del dominio che ha questo
signore e della ubbidienza che gli  resa, dell'usanza e costume che hanno i
paesani, dell'ordine e governo s di questa citt come dell'altre sottoposte al
detto signor Montezuma, bisognerebbe starvi lungo tempo e aver molti in tal
cosa esercitati che le sapessero raccontare. Io non ne potrei raccontare delle
mille parti l'una, ma il meglio ch'io potr di quelle che io ho veduto ne dir
alcune, e, se ben le dir rozzamente, nondimeno saranno di tanta maraviglia che
con difficult potranno esser credute, percioch noi, essendo presenti e
vedendole co' proprii occhi, appena le possiamo comprender con l'intelletto.
Nondimeno sappia la Maest Vostra che, se io mancher in parte alcuna nella
relazione delle predette, pi tosto peccher nel diminuire che nell'accrescere,
tanto in queste quanto in altre cose che racconter alla Vostra Altezza,
parendomi che sia giusto che, dovendo riferir queste cose al mio re e signore,
le venga a raccontare avendo sempre innanzi la verit, senza accrescere o
diminuire o interporre alcuna cosa.
Ma, prima ch'io cominci a narrar le cose di questa famosa citt di Temistitan e
l'altre che ho dette nel precedente capitolo, mi pare, accioch meglio il tutto
si possa intendere, esplicare il sito della provincia di Messico, dove  posta
la detta gran citt e dove  la sedia e corte del signor Montezuma. Questa
provincia  circondata di altissimi e asprissimi monti, e, in quella  una
pianura che di circuito  settanta leghe; nella qual pianura sono due laghi che
quasi l'occupano tutta, percioch ambidue tengono lo spazio di cinquanta leghe:
e uno de' laghi  d'acqua dolce, l'altro, che  maggiore,  d'acqua salsa. Ma
quella pianura da un lato  divisa da certe picciole colline che sono nel mezzo
della pianura, e i detti laghi nel fine si coniungono in una certa stretta
pianura che  tra le dette colline e gli alti monti, nella quale lo stretto si
stende per un tratto di balestra, e per quella l'un lago entra nell'altro, e
gli uomini senza toccar terra con le canoe passano alle citt e terre che sono
in detti laghi. Ma perch quello che  d'acqua salsa  grande, ha il
crescimento e mancamento dell'acqua a similitudine del mare: ogni volta che 'l
detto lago cresce, l'acqua salsa entra nel lago d'acqua dolce, e tanto
violentemente quanto se vi entrasse un grande e rapidissimo fiume; e per il
contrario, quando cresce l'altro lago, entra in quello dell'acqua salsa. E la
ricca citt di Temistitan  fondata in quel gran lago salso, e da terra ferma,
dalla quale insino alla detta citt  il cammino di due leghe, ha quattro
entrate per vie fatte a mano, larghe quanto saria lunga un'asta spagnuola
d'uomo d'arme. La citt  grande quanto Siviglia o Cordova. Le principali
contrade di quella sono larghissime, e veggonsi esser poste con diritto ordine,
e anco tutte l'altre: e la met d'alcune  in acqua e l'altre in terra, per le
quali si passa con le canoe, e tutte le contrade hanno le loro uscite, accioch
dall'una all'altra possa trapassar l'acqua. Tutte queste uscite, delle quali
alcune sono larghissime, hanno travi grandi ottimamente ripuliti, e tali che in
alcuni luoghi per esse potriano passare dieci uomini a cavallo giunti insieme.
E considerando che se 'l popolo volesse far congiura contra di me lo potrebbe
far commodamente, essendo la citt posta in quel golfo, come ho detto di sopra,
e levando via i ponti che sono entrata e uscita della detta citt
facilissimamente ci averiano potuto far morir di fame, prima che potessimo
arrivare in terra ferma, subito entrato feci far quattro bregantini: e furono
fatti s tosto e tali che con essi potevo mettere in terra ducento uomini coi
cavalli ogni volta che mi piacesse.
Ha questa illustre citt assaissime piazze, dove continuamente fanno i lor
mercati e traffichi per vendere e comprare.  nella medesima citt una piazza
il doppio maggiore di quella di Salamanca, che ha portici d'intorno intorno,
dove ogni d si veggono pi di sessantamila uomini vendere e comprare, dove si
trovano tutte le sorti di mercanzie che si possono trovare in quelle provincie,
e per mangiare e per vestire. Vi si vendono cose d'oro, d'argento, di piombo,
di rame, d'ottone, di gioie, d'ossi, di cocchiglie, di coralli, e lavori fatti
di penne. Vi si vende calcina, pietre lavorate e non lavorate, mattoni crudi e
cotti, legni puliti in varii modi e non puliti. Evvi una contrada nella qual si
vendono tutte le sorti di uccelli che uccellando si pigliano, come galline,
pernici, coturnici, anatre, tordi, foliche, tortore, colombe e passare,
tenendole col collo stretto nelle canne, e pappagalli e nibbi piccioli,
ascioni, tinunculi, sparvieri, falconi, aquile, e certi di questi uccelli che
vivono di rapina, con le piume, col capo, becco e unghie. Vi vendono conigli,
lepri, cervi, cani castrati piccioli, i quali allievano per mangiare. Vi sono
contrade da vendere erbe, e sonvi tutte l'erbe e radici medicinali che nascono
in tutta la provincia. Vi sono luoghi da vender medicine, s di quelle da
prender per bocca, come d'unguenti e d'empiastri. Vi sono barberie, dove gli
uomini si fanno lavare la testa e si fanno radere. Vi sono anco abitazioni dove
con pagamento si riducono a mangiare e a bevere. Vi sono assaissimi bastagi,
come in Spagna, i quali a prezzo portano carichi da casa di coloro che hanno
venduto a casa de compratori.
Vi sono molte legne, carboni, fornimenti da fuoco, stuore di varie sorti per
far letti, altre pi sottili per ornar le panche e le camere e le sale. Vi 
ogni sorte di erbaggi e massimamente cipolle, porri, agli, agretto, tanto
terrestre quanto aquatico, cauli, acetosa e cardi. Vi sono varii frutti, tra'
quali sono le ciriegie, le susine, che sono similissime a quelle di Spagna; vi
sono pomi, uva e altri frutti assaissimi, che quella provincia produce molto
eccellenti. Vendono mele d'api, cera e mele di canne di maiz, le quai canne
hanno tanto mele e sono cos dolce come quelle delle quali si fa il zuccaro.
Vendono mele di certi arbori che nell'altre isole sono chiamati magney, ed 
pi dolce del mosto cotto, e vendono anco il vino che si fa di questo mele.
Vendono varie sorti di filo in matasse di varii colori, ed  simile alla ruga
dove in Granata si vendono le cose di seta, ma in maggior quantit. Vi si
vendono colori per pittori d'ogni sorte, come in Spagna, e tanto belli e fini
che migliori non si potrebbon fare. Vi si vendono pelli di cervo ottimamente
concie, col pelo e senza, bianche e tinte di varii colori. Vi si vendono molti
vasi di terra e molto ben vetriati; vi si vendono zare grandi e picciole,
fiaschi, pignatte e altre infinite sorti di vasellami, e per la maggior parte
vetriati. Vendono assai maiz, e crudo in semenza e cotto fattone pane, e di
questo maiz ne fanno gran mercanzia, e in semenza e in pane, che ritiene il
medesimo sapore che suole avere nell'altre isole. Vendono pasticci fatti
d'uccelli e di pesci freschi e salati, crudi e cotti. Vendono ova di galline,
di oche e d'uccelli in grandissima copia; vendono focaccie d'ova; e finalmente
in dette piazze vendono ci che nasce e cresce in quelle provincie. Le quai
cose, oltre quelle che ho detto, sono tali e s diverse che per la lunghezza e
perch non mi ricordo de' lor nomi non le racconter. E ciascuna sorte di
mercanzia ha la sua propria ruga, senza mescolamento di altre merci, e in
questo tengono ottimo ordine; e tutte le cose si vendono ben contate over ben
misurate, e per fin ora non si  visto che vendano cosa alcuna a peso.
In questa gran piazza  un'ampia casa a modo di luogo da tener ragione, dove
sempre dimorano 10 o 12 persone che giudicano e determinano d'ogni cosa che
interviene in detta piazza e delle differenze che vi nascono, e comandano che
li malvagi e delinquenti siano castigati. Praticano in dette piazze altre
persone che di continuo diligentemente vanno ricercando quel che si vende, e
guardano le misure con le quali vendono.


Delle moschee della citt di Temistitan, e de' religiosi, e abiti e costumi
suoi. Del vestir de' figliuoli di quelli primarii. Come il Cortese fece levar
via tutti gl'idoli d'una grandissima e bellissima moschea e porvi l'imagini
della gloriosa Vergine e altri santi, e con che forma di parole gli fece
rimover dal culto e sacrificio degl'idoli. Del costume di quelle genti nel far
l'imagini de' loro idoli e del sacrificarli.

In questa citt sono assaissimi edificii e parrochie e contrade loro, e nelle
pi onorate stanno gli uomini che secondo la loro usanza sono tenuti per
religiosi, e continuamente vi fanno residenza, per li quali, oltra i luoghi
dove pongono i loro idoli, si trovano ottime abitazioni. Tutti quei lor
religiosi usano vesti nere, e non si tagliano i capelli n si pettinano dal
giorno che entrano nella religione insino che n'escono. Quasi tutti i figliuoli
de' primarii della citt e de' signori della provincia vanno con quell'abito
dalli sei e sette anni fin che i padri averanno deliberato di maritargli, e
questo aviene ne' primigeniti e in quegli che succedono nelle eredit pi
spesso che negli altri. Mentre dimorano in quei luoghi non possono andare a
donne, n a donne  lecito andare in quei luoghi; s'astengono da alcuni cibi,
ma pi in un tempo che in un altro.
Tra le moschee ve n' una principale, la cui grandezza e le parti e le cose che
vi sono non potrebbe esprimer lingua umana, percioch la sua grandezza si
estende tanto che dentro d'essa, che  circondata di muro altissimo e
fortissimo, si potria mettere una citt di cinquecento case. Vi sono dentro nel
circuito intorno intorno bellissime abitazioni, nelle quali sono gran sale e
loggie, nelle quali stanno i religiosi quivi messi. Sono in quel circuito
quaranta torre altissime e ben fabricate, alla parte di dentro delle quali si
va per cinquanta gradi: e la minor di esse  di tanta altezza di quanta  la
torre della chiesa catedrale di Siviglia. E sono s ben fabricate, e di pietre
concie e di travi, che non si potriano far pi polite di quelle o fabricare in
alcun luogo, percioch tutte le pietre lavorate delle capelle dove mettono i
loro idoli sono scolpite di varie imagini, e i soppalchi e le travi tutte che
ivi si veggono sono ornate e lavorate di varie pitture e fregi. E tutte le
sopradette torri sono sepolture de' signori di questa provincia, e le capelle
che in quelle sono fatte, ciascuna  dedicata al suo idolo a cui hanno pi
divozione. In questa cos gran moschea sono tre grandissime sale, nelle quali
sono assaissimi idoli di maravigliosa grandezza e altezza, con varie figure e
arti scolpite e nelle pietre e ne' soppalchi. E nelle dette sale sono altre
piccole cappelle con le porte molto strette, e le cappelle non hanno lume
alcuno dal cielo, e non v'entrano se non religiosi, e i religiosi non tutti; in
quelle sono imagini e statue d'idoli, bench ancora di fuori ve ne mettano,
come ho detto di sopra.
Le pi degne statue de' detti idoli, e di quei a' quali hanno pi devozione,
feci levar dalle loro sedie e gettare a terra, e le cappelle dove erano state
commessi che fussero mondate e lavate, essendo tutte lorde del sangue degli
uomini uccisi in sacrificio, e quivi posi le imagini della gloriosa nostra
advocata santa Maria e degli altri santi. Delle qual cose tutte il signor
Montezuma e il popolo ebbe grandissimo dispiacere, e da principio m'avisarono
che io non dovessi far tal cose, che, se ci si divulgasse nell'altre communit
e luoghi, facilissimamente mi si potriano ribellare; percioch e' si pensavano
tutti i beni temporali esser dati loro e conceduti dai predetti idoli, e, se i
popoli comportassero che fussero loro fatte tali ingiurie, si sdegnarebbono e
non dariano loro pi cosa alcuna, e i frutti della terra si seccarebbono, onde
le genti sariano astrette a morir di fame. Io di continuo per via
degl'interpreti gli amoniva, dicendo che s'ingannavano grandissimamente a por
la loro speranza in quegl'idoli, i quali essi con le proprie mani d'immondizie
gli avevano fatti, e che bisogna che sappiano un solo Iddio essere universal
signore di tutti, il quale aveva creato il cielo e la terra e tutte l'altre
cose visibili e invisibili, e parimente aver creati loro e tutti noi altri; e
Iddio esser senza principio e immortale, e che doveano a lui solo credere e lui
solo adorare, e non alcun'altra creatura o cosa. E altre cose dissi loro che in
tal occasione seppi dire per rimuovergli dalla loro idolatria e ridurgli alla
cognizione del vero, sommo e omnipotente Iddio. Tutti, e spezialmente
Montezuma, risposero che essi gi avevano detto di non avere origine da questa
provincia, e gi  grandissimo spazio di tempo che i loro padri antichi vennero
in queste provincie, e ben poteva accadere che essi fussero caduti in qualche
errore circa le cose che adoravano, essendo gi s gran tempo che erano usciti
della lor patria; e come io, che ultimamente era venuto, doveva meglio
ricordarmi di quel che essi avevano da credere e d'adorare, e che dovessi farne
lor parte e ammaestrargli; e si offerivano apparecchiati a far quelle cose che
io proponessi loro come migliori. E il detto Montezuma e molti altri de' primi
erano presenti quando gettava a terra gl'idoli delle cappelle e mentre le
faceva far nette e vi poneva nuove imagini, e, per quanto potetti comprendere,
tutti ne mostravano allegrezza. E da dovero comandai loro che per l'avenire non
sacrificassero pi gli fanciulli agl'idoli, percioch simil cosa molto
dispiaceva a Iddio, e Vostra Maest nelle sue sacre leggi ordinava che ciascuno
che uccide sia ucciso. Subito si rimossero da quella usanza di sacrificare, e
in tutto quel tempo che io dimorai in quella citt non fu mai visto fanciulli
esser uccisi o sacrificati agl'idoli.
L'imagini le quali costoro adorano sono di maggior altezza che non  la statura
di qualunque grandissimo uomo. Le fanno di tutte le semenze e legumi che essi
usano, pesti e mescolati insieme, e l'incorporano col sangue de' cuori di
coloro che sono stati uccisi per sacrificio: e i detti cuori gli cavano fuori
del petto di coloro che sacrificano mentre sono ancora vivi, e del sangue
uscito dai cuori n'impastano farina in tanta quantit che pu bastare a far
quelle statue cos grandi; e finite che l'hanno e poste nelle cappelle,
offeriscono molti cuori d'uomini e gli sacrificano, e del sangue che n'esce ne
ungono loro la faccia. E per ciascuna necessit che pu avenire all'uomo hanno
gli proprii idoli, secondo il costume antico de' gentili, che ne' tempi passati
adoravano i loro idoli, s che per ottener buona fortuna nella guerra hanno un
idolo, per la coltivazione delle lor biade un altro; dipoi, per ciascuna cosa
che cercano o desiderano che abbia felice successo, hanno un particolare idolo,
il quale adorano.


Delle case della citt; di due acquedutti; come conducono l'acque dolce e
quella vendono per tutta la terra. Del modo che tengono nella ubbidienza, nel
vivere e nelle constituzioni loro.

In questa famosa citt sono molte grandi e ottime case, e vi sono tanti be'
palazzi, percioch tutti i principali signori di quelle provincie e vassalli
del signor Montezuma vi hanno le loro abitazioni, e vi abitano ad un certo
tempo dell'anno; oltra di ci gli primi della citt sono ricchissimi; e
similmente bellissime case, oltra le quali hanno di vaghi giardini pieni di
varii fiori, tanto nelle abitazioni di sopra quanto in quelle di sotto. Per una
delle quattro vie mattonate per le quali s'entra nella citt s'estendono due
acquedutti la larghezza de' quali  circa due passi e la altezza quanta saria
la statura d'un uomo; e per uno di quelli si conduce acqua dolce d'ottimo
sapore, per canali di grossezza quasi d'un corpo umano, la qual passa per mezzo
la citt, e ne bevono e l'usano per altre cose necessarie. L'altro acquedutto 
voto, e mentre da uno di loro vogliono mandar fuori l'immondizie, conducono
l'acque per l'altro, finch sia netto. E percioch passa per i ponti, per
rispetto degli ispazii per li quali entra ed esce l'acqua salsa, conducono le
predette acque dolci per certi canali di grossezza d'un gran bue, i quali
s'estendono quanto le travi di detti ponti, e quella  comune a tutti gli
abitanti. Conducono acqua da vendere per tutto con le canoe, e la pigliano da'
canali in questo modo: mettono le canoe sotto i ponti, ne' quali stanno gli
uomini, ed empiono le canoe d'acqua, e pagano coloro che l'empiono, e
similmente in tutte l'entrate della citt e dove scaricano le canoe. Il luogo
dove la maggior parte delle vettovaglie che sono portate entrano nella citt
sono picciole casette, nelle quali stanno guardiani che, per ciascuna cosa che
entra overo  portata nella citt, piglia un certo che di dazio; ma non so se
pervenga al signor Montezuma over particolarmente alla citt, non avendo insin
ora cercato d'intenderlo; nondimeno credo che sia del signore, percioch nelle
fiere dell'altre provincie quel dazio si vede esser riscosso per utile de'
signori delle provincie. In tutte le publiche piazze di questa citt ogni
giorno si trovano assaissimi lavoranti e maestri di ciascun'arte, aspettando
chi gli conduca a lavorare.
Gli abitatori di questa citt hanno miglior modo e sono pi sottili circa il
vivere e altre cose domestiche che non sono quegli dell'altre provincie e
citt, percioch, dimorando sempre in quella il signor Montezuma e venendovi
spesso tutti i vassalli delle provincie di quel signore, avevano in tutte le
cose miglior ordine e governo. E per non esser pi lungo nel raccontar le cose
di questa gran citt, non me ne potendo tosto spedire, non seguir pi oltre se
non questo, che nelle ubbidienze e vivere tengono il modo servato nella Spagna,
e similmente nelle loro ordinazioni e constituzioni. E bench queste genti
siano barbare, e tanto lontane dalla cognizione del sommo Iddio e dalla pratica
dell'altre nazioni,  gran maraviglia vedere il modo che osservano in ogni lor
cosa.


Della magnificenzia, ricchezza e gran dominio del signor Montezuma. Del fiume
Putunchan, detto Grisalva. Della citt Cumatan. Di molti gran palazzi, tra'
quali n' uno con dieci peschiere magnifiche e con gran numero d'uccelli
aquatici, al nutrir de' quali sono deputati trecento uomini; un altro dove sono
animali, tanto volatili quanto da quattro piedi, alla guardia de' quali stanno
trecento uomini; e un altro con gran copia d'uomini e donne monstruose.

Ma bisogna scriver qualche particella circa i servizii domestici d'esso signor
Montezuma e le cose maravigliose che egli aveva per magnificenza del suo stato:
e prometto ingenuamente che non so donde incominciare n come possa impor fine,
s che ne possa dir una minima parte, percioch, come ho riferito altre volte a
Vostra Maest, qual potenza o ricchezza d'un barbaro signore come questo
potrebbe esser maggiore, che nel suo stato potesse possedere imagini d'oro e
d'argento e di penne e di gioie e d'ogni sorte che siano sotto il cielo? E
l'imagini d'oro e d'argento tanto bene scolpite che niuno scultore le potrebbe
far meglio; quelle che sono fatte di gioie, umano giudizio non potrebbe
indovinare con che istrumento tanto perfettamente siano fatte; quelle che sono
di penne erano tali che n in cera, n in cose ricamate di seta si potrebbono
far pi maravigliose.
Non ho potuto intendere quanto s'estenda lo stato del detto signor Montezuma.
Egli veramente dalla sua gran citt per tutto manda nunzii con suoi
comandamenti per ispazio di ducento leghe, a' quali ognuno ubbidisce, bench
avesse certe provincie circondate dalle sue con le quali faceva guerra. E, s
come potei comprendere, il suo regno  tanto grande quanto  tutta la Spagna,
percioch da sessanta leghe oltra il Putunchan, che  il fiume Grisalva, mand
i suoi nunzii ad una citt chiamata Cumatan, accioch venisse a rendere
ubbidienza alla Maest Vostra, che  lontana dalla gran citt ducento e venti
leghe; ma insino alle centocinquanta comandai alli nostri Spagnuoli che essi
andassero a vedere. Quasi tutti li signori di queste provincie, e massimamente
gli circonvicini, fanno residenza per la maggior parte dell'anno in questa
citt, come ho detto di sopra, e per lo pi li detti signori tengono i loro
figliuoli primogeniti al servizio del signor Montezuma. E ciascuno di quei
signori ha ne' suoi luoghi castelli, e in essi tiene i suoi soldati e li
riscuotitori e governatori dell'entrate e de' servizii che a loro pervengono di
tutte le provincie, e hanno il conto di tutte le cose che ciascuna provincia 
obligata a contribuire. Hanno certi caratteri e figure in carta che fanno, le
quali essi intendono. Ciascuna provincia ha il suo servizio e tributo separato,
secondo la qualit della servit, di modo che venivano alle mani del signor
Montezuma ogni sorte di cose che si potevano trovare in dette provincie, e da
presso e da lontano lo temevano tanto che non credo signor alcuno in terra sia
pi temuto.
Ha dentro della citt e di fuori molti palazzi per andare a piacere, meglio
fabricati che dir si possa, e che veramente sono degni di gran prencipe e
signore. Ha nella citt per suo uso palazzi s grandi e maravigliosi che mi
pare impossibile raccontar la grandezza, la magnificenza e la bont di quelli:
e perci non mi metter a dirne cosa alcuna, ma quest'una sola dir, che in
Spagna non ve ne sono simili. Ha un altro palazzo, quasi non men bello di
quello, nel quale era un bellissimo giardino, con certe loggie sopra, e i marmi
e gli altri ornamenti erano di diaspro egregiamente lavorato. In quel palazzo
erano stanze da poter albergar due gran prencipi con le loro corti; in questo
erano dieci peschiere, dove tenevano ogni sorte d'uccelli acquatici di queste
provincie, li quali erano molti e varii, e di tutti gli animaletti da
ingrassare. Per gli uccelli che si nutriscono in mare erano peschiere d'acqua
salsa, per quegli che usano ne' fiumi erano d'acqua dolce: le quali acque ad un
certo tempo determinato le cavavano fuori per mondar le peschiere, dipoi co'
lor canali le riempievano. E ad ogni sorte d'uccelli compartivano il cibo che
era lor proprio, di maniera che a quegli che si nutriscono di pesce davano
pesci, a quei che di vermi vermi, a quei di maiz maiz, a quei che di minute
semenze semenze minute davano. E racconto cose certe a Vostra Maest, che agli
uccelli che mangiano pesce davano ducento e cinquanta libre ogni giorno di quei
pesci che si pigliavano in detto lago; a nutrir questi uccelli attendevano
trecento uomini, che di niun'altra facenda aveano cura, e oltra di questi vi
erano altri uomini posti a dar medicamenti agli uccelli. In ciascuna peschiera
erano loggie e caminate belle e magnifiche, dove il detto signor Montezuma
soleva andare a solazzo. In una picciola parte di questo palazzo teneva uomini,
donne e fanciulli dal nascimento bianchi di faccia, di corpo, di capelli, di
sopracigli e di palpebre.
Avea un'altra casa larghissima e fortissima, nella quale era un largo chiostro
con colonne, che avea il pavimento di pezzi di marmi eccellenti lavorato a modo
di tavole da scacchi, e le stanze erano profonde quasi la statura di un uomo e
mezzo e per quadro di grandezza di sei passi. E nel mezzo di ciascuna di queste
stanze si vedevano uccelli che vivono di rapina, cominciando dal tinnuncolo
insino all'aquila, e di quante sorti se ne trovano in Spagna e di molte che in
Spagna non furono mai vedute, e di ciascuna sorte gran copia. E in ciascuna di
queste stanze era una stanga, sopra la quale si posano gli uccelli, e un'altra
di fuori sotto una rete: e in una si posavano gli uccelli di notte, quando il
tempo era piovoso, nell'altra potevano stare uscendo al sole e all'aria, mentre
hanno qualche male. A tutti questi uccelli per lor cibo compartiscono galline e
non altro. In questo medesimo palazzo pi a basso sono certe gran sale piene di
gabbie grandi, di legni grandi fatte e congiunte insieme: e per lo pi in
quelle tenevano leoni, tigri, lupi, volpi e gatti varii. E di tutti questi
animali, tanto de' volatili quanto di quattro piedi, ve ne era grandissima
copia, a' quali davano a mangiar galline finch si saziavano: e alla guardia di
questi animali erano trecento uomini. Avea un altro palazzo dove tenea gran
copia d'uomini e di donne mostruose, nani, gobbi, contrafatti e altri uomini di
grandissima bruttezza, e ogni sorte di mostro avea le sue stanze separate, ed
erano uomini eletti ad aver cura delle loro infermit. Lascio andar gli altri
palazzi nella detta citt fatti per pigliar solazzo, che ve ne sono molti e
diversi.


Del modo del vivere e vestir del signor Montezuma, l'ordine che teneva
nell'uscir del palazzo,
e con quante cerimonie era servito.

L'ordine del suo servizio era tale. La mattina a giorno andavano al suo palazzo
cinquecento o seicento uomini de' primarii, parte de' quali sedeva, parte
passeggiava per le sale e per le loggie che erano nel palazzo, e quivi
dimoravano, ma non entravano dentro al signore; i loro servidori e coloro che
l'accompagnavano occupavano due o tre cortili del palazzo e una gran contrada;
e questi dimoravano quivi tutto 'l giorno e non si partivano se non venuta la
notte. E nell'ora medesima che 'l signor Montezuma si poneva a tavola per
mangiare, vi si mettevano ancora essi, e avanti a loro erano posti cibi non
meno delicati che dinanzi al signore, e ne facevano parte a' loro famigliari; e
le dispense e le cantine erano aperte a tutti che venivano, e a tutti che
avevano fame e sete davano da mangiare e da bere. Nel portar da mangiare al
signore si servava quest'ordine: trecento o pi giovani portano gran numero di
vivande, s a desinare come a cena, d'ogni sorte di cose da mangiare e di carne
e di pesce le quali si possono aver in quel paese; e per il freddo che vi 
ciascun piatto e scodella avea sotto uno scaldavivande con carboni accesi,
acci le vivande per il freddo non diventassero cattive; e le ponevano tutte
insieme in una gran sala dove era solito mangiare, e quasi tutta la sala,
ornata di stuore e netta, era ripiena di vivande. Il signore sedeva in un
picciolo cussino di cuoio eccellentemente lavorato. Nel tempo che esso
mangiava, discosto da lui mangiavano cinque o sei vecchi, a' quali egli porgeva
delle vivande poste dinanzi a s. Eravi uno de' servidori che poneva e levava
le vivande, e dagli altri che erano di fuori domandava i cibi che pi piacevano
al signore. Egli si lavava le mani nel principio e fine del desinare e della
cena; di quello sciugatoio col quale una volta s'asciugava le mani non si
serviva pi. Similmente era vietato metter pi le vivande in quei piatti e
scodelle nelle quali erano state portate una volta, se non si facevano di
nuovo, e il medesimo modo si servava negli scaldavivande. Si vestiva quattro
volte il giorno, e non usava mai la medesima veste.
Ciascuno che entrava nel palazzo bisognava che v'entrasse co' piedi nudi, e
quando chiamati s'appresentavano a lui andavano con a testa e con gli occhi
bassi, con la testa inclinata e col corpo inclinato, e parlandogli non gli
guardavano la faccia, il che era segno d'onore e di riverenza: e conobbi che lo
facevano per tal cagione percioch alcuni signori di quella provincia
riprendevano gli Spagnuoli che, quando mi parlavano, tenendo la testa alzata mi
guardavano, il che attribuivano a poco rispetto e riverenza. Quando il signor
Montezuma usciva di palazzo, la qual cosa rade volte aveniva, tutti coloro che
lo accompagnavano e che in lui si incontravano si schifavano di guardarlo,
volgendosi con la faccia in altro lato, e in modo alcuno non lo guardavano, e
tutti, finch egli passava, stavano fermi senza punto muoversi. Di continuo gli
andava innanzi uno de' suoi portando tre verghe sottili e diritte, il che
pensai che si facesse per significare che il signore veniva; e mentre scendeva
della lettica egli portava in mano una di queste verghe, e la teneva fin che
era giunto al luogo determinato. Erano tante e s diverse le cerimonie e modi
che questo signore voleva che si servassero nel servirlo, che averei di bisogno
di pi ozio che io non mi ritrovo al presente e di pi salda memoria per
potermi ricordare di tutte. In vero io non penso che niuno de' soldani o de'
signori infedeli de' quali abbiamo cognizione serva tante e tali cerimonie ne'
suoi servizii.
Fui in questa famosa citt per provedere alle cose che appartenevano al
servizio di Vostra Altezza, e per acquietar la provincia e per tirar a devozion
di Vostra Maest i paesi e luoghi abitati, con molte e grandissime citt, ville
e castelli, e per investigar le minere d'oro e intender li secreti delle
provincie, tanto di esso signor Montezuma quanto degli altri che gli erano
vicini e co' quali ha intendimento. Le cose sono tali e s maravigliose che mi
par che debbano parere incredibili. E queste cose erano fatte da me con suo
consentimento e de' paesani, non altrimenti che se da principio avessero
conosciuto Vostra Altezza per loro vero re e proprio signore; n men volentieri
facevano ci che da me era lor commandato in nome di Vostra real Altezza. E
stetti quivi occupato in certe cose utili al servizio di Vostra Maest dagli
otto di novembre 1519 insino all'entrata del mese di maggio dell'anno presente
1520, nel quale io me ne stavo nella predetta famosa citt quieto e
tranquillamente, e avevo compartito molti Spagnuoli per tener quieti varii e
diversi paesi e per fabricar nuove citt in queste provincie. Ero in
grandissimo desiderio e aspettavo una nave, con la risposta della relazione la
quale da questi paesi avevo da principio mandato a Vostra Maest, per poterla
far partecipe di ci che ora le mando e di tutte quelle cose d'oro e di tarsie
ch'io avevo avute qui per la Maest Vostra.


Come il Cortese, avisato del giunger di diciotto navi, sped diversi nunzii per
intender chi fussero, e in che forma scrivesse al capitano di quelle. Inteso
poi ch'erano venute per ordine di Didaco Velazquez con mal animo contra di lui,
in che modo rescrivesse a Pamfilo Narvaez, capitano predetto. E come il dottor
Roderico di Figueroa, giudice della presidenzia di Villa Nuova, mand ad
amonire e comandare a Didaco sopradetto che non andasse a quella impresa.

Vennero a me alcuni abitatori di questa provincia, vassalli del signor
Montezuma, di quegli che sono vicini al mare, annunciandomi che appresso gli
monti di San Martino, i quali sono nel lito avanti il porto overo stazio di S.
Giovanni, erano arrivate diciotto navi; e chi fussero dicevano di non saperlo,
percioch subito che l'ebbero viste vennero in fretta ad avisarmene. E doppo
questi giunse un altro dell'isola Fernandina e mi port lettere di uno
Spagnuolo ch'io aveva lasciato nella costa di detto mare, affinch, se quivi
giungessero navi, procurasse di dar loro notizia e di me e di quella citt
ch'io aveva tolta ad abitare appresso al porto, accioch non andassero vagando,
non sapendo in che luogo mi trovasse. Mi port, dico, lettere, qualmente un
giorno era stata vista una sola nave avanti il porto di San Giovanni, e quanto
egli avea potuto stendere la vista diligentemente aveva guardato per la costa
del mare e niun'altra n'aveva veduta, e pensava che fusse quella nave che aveva
mandata a Vostra Maest, avicinandosi gi il tempo del suo ritorno; e per
certificarsi aspettava finch la detta nave arrivasse o entrasse nel porto, per
aver informazione da quella e subito venirsene correndo ad avisarmi d'ogni
cosa. Lette queste lettere spedii due Spagnuoli, che uno andasse per una via e
l'altro per un'altra, acci non avenisse che coloro i quali per aventura
fussero mandati dalla detta nave non s'incontrassero in essi, e comandai loro
che non si fermassero mai finch arrivassero al detto porto, e intendessero
quante navi erano venute e di che patria fussero e quel che portassero, e
ritornassero a dirmelo. Un altro ne mandai alla citt della Vera Croce per dare
aviso di quelle cose ch'io aveva inteso delle predette navi, e ordinava che
essi ancora investigassero e riferissero quel che avessero trovato. L'altro
mandai a quel governatore al quale, come di sopra ho dichiarato a Vostra
Maest, avevo ordinato che andasse a fondare una nuova citt nella provincia e
porto di Quacucalco, al quale comandai per mie lettere che, in qualunque luogo
il nunzio lo trovasse, si fermasse quivi n pi oltre andasse finch avesse da
me altra commissione, percioch io diceva essermi stato avisato certe navi
essere arrivate in porto: il quale, s come poi si vidde, gi aveva inteso
della lor venuta prima che gli fussero rese le mie lettere.
E doppo la lor partita, stemmo quindeci giorni continui che del tutto non
intendemmo cosa alcuna, n d'alcuno di loro ebbi risposta: di che pigliai non
picciola maraviglia. I quali giorni essendo passati, vennero altri Indiani,
vassalli anco del detto signor Montezuma, i quali mi certificarono le dette
navi essere surte in porto, e che gli uomini erano discesi delle navi: e ne
portavano seco il numero loro, che erano ottanta cavalli e ottocento fanti e
dieci o dodeci pezzi d'arteglieria; e tutte queste cose si vedevano dipinte in
una carta fatta in quel paese per mostrarla al detto signor Montezuma; e mi
avisarono che quello Spagnuolo il quale aveva lasciato sopra il lito e gli
altri nunzii che io aveva mandati erano appresso gli uomini che erano smontati
di nave, e avevano ordinato a' detti Indiani che mi riferissero che 'l loro
capitano non gli aveva lasciati ritornare. Inteso questo deliberai di mandare
un prete, il quale avevo menato meco, e con mie lettere e con quelle de'
giudici e reggenti della citt della Vera Croce, i quali erano meco nella
predetta citt; le qual lettere erano indrizzate al capitano e uomini che erano
giunti in porto, facendo loro noto tutte quelle cose che m'erano avenute in
queste parti, e che io aveva soggiogate e acquistate molte citt, ville e
castella, e quelle riteneva pacificamente suddite al real servizio di Vostra
Maest, e che teneva prigione il principal signore di queste provincie, e che
io dimorava in quella famosa citt, e della qualit di essa, e dell'oro e delle
tarsie che io teneva per la Maest Vostra, e che gi a lei aveva mandato la
relazione di queste provincie. E gli pregava che mi dessero aviso chi essi
fussero, e se erano de' regni e stati di Vostra Altezza, e scrivessero se erano
venuti a queste provincie di suo real comandamento, o per fondare nuove citt e
dimorare in quelle, overo s'erano per andar pi oltre, overo volevano tornare
adietro, e se avevano necessit di cosa alcuna, che farei ogni opera che
fussero sovvenuti; e se non fussero de' regni di Vostra Altezza, similmente mi
facessero avisato se erano oppressi da cosa alcuna, che mi offerivo, potendo,
di dar loro rimedio; e quando che no, io per nome di Vostra Altezza comandavo
loro che si partissero dalle nostre provincie n dismontassero in quelle: e
s'altramente avessero fatto, con tutte le mie forze e degli Spagnuoli e de'
paesani gli assalterei e userei ogni diligenza che fussero uccisi o presi, come
forestieri che abbiano avuto ardire di impacciarsi de' regni e stati del nostro
re e signore.
E dopo la partita del detto prete con le sopradette lettere a loro indirizzate,
il quinto giorno vennero a me, essendo nella citt di Temistitan, venti
Spagnuoli di quegli ch'io avevo lasciato alla citt della Vera Croce, menando
il prete e i due secolari trovati nella detta citt della Veracroce. Da' quali
conobbi l'armata e gli uomini che al detto porto erano giunti, ed erano venuti
per commissione di Didaco Velazquez, il quale  governatore dell'isola
Fernandina, e il luogotenente e duce e capitano di quell'armata era un certo
Pamfilo di Narvaez, abitatore della detta isola; e aveva menati seco ottanta
cavalli e molte artegliarie e ottocento fanti, tra' quali dicevano esservene
ottanta che portavano schiopetti e centoventi con balestre. E veniva capitano
generale e luogotenente e governatore di tutte queste provincie in vece e nome
del predetto Didaco Velazquez, e quello aver commissione da Vostra Maest; e
che lo Spagnuolo ch'io avevo lasciato al lito e i nunzii mandati da me erano
appresso il predetto Narvaez, il quale non gli lasciava partire. E aveva inteso
da loro che io in quella provincia avevo posta nuova citt lontana dal detto
porto dodeci leghe, e le genti che erano in quella, e parimente che uomini io
avevo mandati nella provincia di Quacucalco, e che erano distanti trenta leghe
nella provincia chiamata Tuchitebeque, e tutte le cose ch'io avevo fatte in
questi paesi a servizio di Vostra Altezza, e le ville e le citt che gli avevo
acquistato e rendute pacifiche, e la famosa citt di Temistitan, e l'oro e le
tarsie che avevamo avute in dette provincie; e volse esser certificato da me di
tutto ci che insino allora mi era intravenuto. E il detto Narvaez gli aveva
mandati alla citt della Veracroce, accioch vedessero di poter parlare con
loro che in essa dimoravano e gli persuadessero a seguitar lui e a pigliar
l'armi contra di me; e portarono seco forse cento lettere, che erano mandate
dal detto Narvaez ai suoi compagni che dimoravano nella detta citt, nelle
quali si conteneva che dovessero prestar ferma fede a tutto ci che 'l predetto
prete e altri suoi compagni dicessero, promettendo di trattar bene coloro che
ci facessero, e minacciava di castigare chi non ubbidisse, e molte altre cose
che erano contenute in dette lettere.
Questo espose il predetto prete e quegli che erano venuti seco, e quasi nel
medesimo punto sopravenne un altro Spagnuolo, di quegli ch'io avevo mandato
nella provincia di Quacucalco, e mi port lettere di Giovanni Velazquez da
Leone, lor capitano: e per quelle mi avisava che quella gente la quale era
arrivata in porto era Pamfilo di Narvaez, il quale veniva qua con commissione
del detto Didaco Velazquez, con soldati che menava seco. E le lettere che 'l
detto Narvaez aveva date ad un certo Indiano, indirizzate a quel capitano come
parente del detto Didaco Velazquez e cognato del detto Narvaez, procur che mi
fussero per il medesimo mandate; nelle quali era scritto che egli da' miei
nunzii aveva inteso il detto mio capitano essersi quivi fermato con quei
soldati, e gli persuadeva che egli subito co' soldati se n'andasse al medesimo
Narvaez, il che se ei seguisse farebbe quel che doveva ed era tenuto di fare; e
che molto ben sapeva che egli stava per forza appresso di me. Il qual capitano,
come uomo obligato al servizio di Vostra Maest, non solamente rifiut di far
ci che gli era proposto nelle lettere dal detto Narvaez; avendo scritto a me,
subito per unirsi meco si part con tutti i soldati, avendo avuta ottima
informazione dal detto prete e dalli suoi due compagni di molte cose, e di ci
che avevano pensato il detto Didaco Velazquez e Narvaez, e qualmente con
quell'armata e uomini s'era mosso contra di me per avere io mandato la
relazione e le cose di questa provincia alla catolica Maest Vostra, e come con
cattivo animo venivano per far morir me insieme con molti ch'io avevo meco, i
quali gi avevano banditi.
Oltra di ci avevo io inteso il dottor Roderico di Figueroa, giudice della
presidenzia dell'Isola Nuova, i giudici e gli altri ufficiali di Vostra Altezza
che in quell'isola fanno residenza, subito che venne loro all'orecchie il detto
Didaco Velazquez apparecchiar quell'armata, veduto con che animo egli la
mandava, essendo loro palese e manifesto l'incommodo e il danno che di tal
successo ne potrebbe resultare a Vostra Maest, aver mandato il dottor Luca
Vasquez Alion, uno dei predetti giudici, con procura ad ammonire e comandare al
detto Didaco Velazquez che in niun modo mandasse la detta armata. Il quale,
andato l, trov il detto Didaco Velazquez con l'armata e con gli uomini
nell'entrata di detta isola Fernandina che s'apparecchiava di far vela, e
ammon lui e tutti coloro che andavano con detta armata che non dovessero
venire, percioch di questo la Maest Vostra era per patirne incommodo e danno,
e oltra di questo v'aggiunse la pena: le qual cose non lo ritenendo, n tutte
quelle che per il detto dottore gli erano state comandate, n anco
l'ammonizione, aveva comandato che l'armata si partisse. E affermava che 'l
dottore era nel detto porto, e che esso era venuto con l'armata con intenzione
di poter rimuover il danno che di tal viaggio risulterebbe, essendo ottimamente
noto a lui e a tutti con che animo e mente la detta armata avesse fatto vela.
Gi mandai il sopradetto prete con mie lettere, per le quali gli significavo
ch'io avevo inteso dal prete e da quegli che erano venuti seco che esso aveva
il carico di governar quelle genti le quali erano condotte con quella nave, di
che me ne rallegrava grandemente, percioch pensava altramente, non ritornando
i nunzii che io avevo mandati; e che io mi maravigliavo che, poich egli aveva
inteso che io mi trovavo in queste provincie per servizii di Vostra Maest, non
m'avesse mandato n lettere n nunzio per avisarmi della sua venuta, sapendo
egli di certo che, avendone aviso, me ne saria sommamente rallegrato, parte
percioch per lo passato avevamo tenuta stretta amicizia insieme, parte perch
stimava anco loro esser venuti qua per servir la Maest Vostra, di che niuna
cosa mi poteva accader pi grata. Ma all'incontro avevo grandissimo dispiacere
che egli mandava seduttori, come facea, e lettere persuasive a' miei soldati,
che sono al servizio di Vostra Maest, che pigliassero l'armi contra di me e se
ne fuggissero a lui, non altrimenti che se alcuni di noi fussero cristiani e
alcuni infideli, overo altri fussero di Vostra Maest e altri no; e lo pregavo
che per l'avenire non usasse pi cotal via, ma dovesse palesarmi le cagioni
della sua venuta. E che coloro m'avevano detto che si chiamava general
capitano, luogotenente e governatore per Didaco Velazquez, e che publicamente
avea comandato in tutta quella provincia esser chiamato con tal nome, e che gi
aveva constituiti giudici e reggenti e avea amministrato giustizia: il che era
contra il servizio di Vostra Maest, essendo a lei sottoposte queste provincie
e da' suoi sudditi abitate; ed essendo ordinati chi rendesse ragione e li
reggenti, non dovea usar que' titoli, non essendo stato ricevuto d'alcuno,
bench avesse avuto commissione da Vostra Maest d'esercitar tal cose. E io gli
dimandava ed esortava che la mostrasse a me e al reggimento della citt della
Vera Croce, alla quale e io e gli reggenti eravamo apparecchiati d'ubbidire
come a' comandamenti del nostro re e vero signore, e con effetto si faria
quanto fusse utile al real servizio di Vostra Maest; percioch io ero in
quella citt, dove io tenea prigione il signore, e in quella avevo ragunato
grandissima quantit d'oro, e per la Vostra Altezza e per coloro che erano meco
e per me stesso, il quale non avevo ardir di lasciare, temendo che dopo il
partir mio di quella citt gli abitatori non mi si ribellassero, e tal citt e
quantit d'oro e copia di tarsie si perdesse: la qual citt perduta che fusse,
tutte quelle provincie si ribellariano. E similmente diedi lettere al detto
prete drizzate al detto dottore Ailon, il quale, come poi riseppi, quando il
prete arriv quivi, il detto Narvaez l'aveva preso e rimandatolo indietro
prigione con due navi.


L'aviso ch'ebbe il Cortese delle provincie che s'erano ribellate e datesi a
Narvaez, e massime Cimpual, per il che deliber andarsene al detto Narvaez. Le
lettere che per il viaggio gli furono presentate e quello contenevano. I mezzi
che tenne detto Narvaez per corrompere il signor Montezuma. Il patto ch'ei
facea al Cortese, volendo egli partirsi, e la risposta. Come l'un l'altro
fecero i salvicondotti per abboccarsi, e l'insidie che pose Narvaez per uccider
il Cortese nel parlamento, onde il Cortese procur di pigliar Narvaez.

Nel giorno medesimo che 'l detto prete si part, mi venne un nunzio di quelli
che erano nella citt della Vera Croce, per il quale mi significavano tutti gli
abitatori di quelle provincie essersi ribellati e datisi al detto Narvaez, e
massimamente quegli di Cimpual e gli confederati con loro, e niuno degli
abitanti di dette provincie voler pi andare alla detta citt a far servizii,
s nella rocca come nell'altre cose che prima erano soliti fare; percioch
affermavano Narvaez aver detto loro ch'io era un cattivo uomo, e che egli era
venuto per prender me e tutti i miei soldati e menarcene prigioni, e
lasciarebbe la provincia libera; e che aveva menato seco molte genti e le mie
erano in poco numero, e che aveva menati molti cavalli e pi artegliarie che
non erano le mie, ed essi volevano seguitar le parti del vincitore. E dicevano
di pi che avea avuto notizia dalli medesimi Indiani che 'l detto Narvaez
doveva venire ad alloggiare nella citt di Cimpual, che sapevano molto bene
quanto era lontana dalla citt della Vera Croce, e pensavano, considerato il
mal animo del detto Narvaez verso di tutti, da quel luogo dover muover le genti
contra di loro, e massimamente tenendosi per amici gl'Indiani di quella citt;
e perci avisavano che erano per abbandonarla e salire il monte per andare ad
un certo signore vassallo di Vostra Altezza e nostro amico, e quivi stariano
finch io avisassi quel che dovessero fare.
Considerato il gran danno che soprastava, essendo cominciate a ribellarsi le
dette provincie per la persuasione del detto Narvaez, mi parea che, se me
n'andava l dove egli fusse, molto raffrenarei gli paesani, vedendomi presente,
n averiano ardire di pigliar l'armi contra di me; e anco pensavo trovare il
modo di poter dar rimedio al male incominciato. Il medesimo giorno mi parti' de
l, lasciando la fortezza piena di maiz, con centoquaranta uomini, acqua e
alcuni pezzi di artiglierie; e con gli altri che io avevo quivi, che erano
sessanta, seguitai il mio viaggio, accompagnandomi alcuni baroni del signore
Montezuma, al quale prima che io partissi parlai longamente, proponendogli che
considerasse d'essere vassallo di Vostra Altezza, la quale ora gli aveva da
rendere grazie di tutti quei servizii che egli le aveva fatti. Quegli Spagnuoli
che rimanevano glieli raccommandavo grandemente, con l'oro e con le tarsie che
egli m'aveva donato per l'Altezza Vostra e comandato che anco gli altri mi
dessero, percioch io volevo andare a veder chi fussero coloro che erano
arrivati al nostro porto, che in fin allora io non sapevo chi fussero;
nondimeno giudicavo quegli esser uomini malvagi e non punto sudditi di Vostra
Altezza. Egli promise che a coloro ch'io lasciavo si sarebbe provisto di tutte
le cose a lor necessarie, e che terrebbe guardate le cose lasciate da me,
appartenendo ci a Vostra Maest; e quegli che verrebbono meco mi condurriano
per camino tale che io non uscirei delle sue provincie, e attenderiano che mi
fusse proveduto d'ogni cosa. E mi pregava con grande instanzia che, se io
trovavo coloro esser uomini scelerati, subito gliene dessi aviso, che in un
momento ragunarebbe grandissimo numero di genti, le quali anderiano a
combattergli e a cacciargli della provincia. Io lo ringraziai d'ogni cosa e
liberamente gli affermai che Vostra Maest per questo gli userebbe qualche
gratitudine, e donai di molte gioie e vesti ad uno de' suoi figliuoli e a molti
altri signori che si trovavano appresso di lui.
Nella citt di Churultecal mi venne incontra Giovanni Velazquez, il quale altre
volte ho detto che era partito e l'avevo mandato a Quacucalco, che veniva a
trovarmi con tutti i soldati, se non alcuni che erano infermi, i quali ordinai
che andassero nella citt. Io con lui insieme e con quegli altri seguitai il
cominciato viaggio, e quindeci leghe di l della citt di Churultecal trovai il
prete, che era uno de' miei compagni che avevo mandato a cercare chi fussero
coloro che erano entrati nel porto con l'armata, e mi present le lettere del
detto Narvaez, nelle quali si conteneva che egli aveva alcune commissioni che
gli fussero consegnate dette provincie a nome di Didaco Velazquez, e che subito
andassi da lui per ubbidire a quelle, e che egli gi aveva edificato una citt,
e ordinati giudici e reggenti. E intesi dal detto prete come aveva fatto
prigione il detto dottore Aylon e il suo cancelliere ed esecutore, e posti
sopra due navi gli aveva mandati via, e con doni aveva richiesto lui che
volesse confortare alcuni de' nostri compagni che volessero fuggirsene al detto
Narvaez; e che aveva fatto la mostra di certi Indiani che erano venuti seco,
tanto de' cavalli quanto de' fanti, e aveva fatto trarre tutta l'artegliaria,
s quella che era nelle navi come quella che era nel lito, per metter loro
spavento, dicendo: "Considerate in che modo vi potrete difender da noi, se voi
non ci darete ubbidienza". Raccont anco aver veduto appresso il detto Narvaez
uno de' signori di questa provincia, vassallo del signor Montezuma, al quale
aveva dato carico di tutte le sue provincie da' monti insino alla marina; e
seppi che egli parl a Narvaez in nome del detto signor Montezuma, e che gli
aveva donato alcuni ornamenti d'oro, e all'incontro Narvaez aveva dati a lui
varii doni. E similmente sapeva che egli da quel luogo aveva mandati alcuni
nunzii al signor Montezuma, promettendo di liberarlo, e che era venuto in
questi paesi per prender me co' miei soldati e subito partirsi e lasciare star
le provincie, n desiderava oro, ma solamente preso me co' miei soldati
ritornarsene, donando la libert alle provincie e agli abitatori di quelle.
Ultimamente, avendo compreso la sua opinione essere di mettersi in questi
luoghi per propria auttorit, non essendo ricevuto da alcuno, e, non volendo n
io n i miei soldati riceverlo per capitano e per giudice, assaltarci e
combattendo vincerne, e a questo effetto essersi collegato con gli abitatori
delle provincie, e principalmente col detto signor Montezuma per via de' suoi
nunzii; e vedendo manifestamente l'incommodo e 'l danno che dalle predette cose
potria nascere a Vostra Maest, bench mi riferissero che veniva con
grandissima forza e che aveva commissione dal detto Didaco Velazquez che me e
alcuni de' miei, i quali gi aveva banditi, se venivamo nelle sue mani subito
ne facesse impiccare, non recusai d'andar pi avanti, e, pensando di mostrargli
in qualche modo il grandissimo incommodo e danno che faceva a Vostra Maest, e
di poterlo rimuovere dal cattivo animo e pensiero, seguitai l'incominciato
viaggio. E per quindeci leghe avanti ch'io arrivassi alla citt di Cimpual,
nella qual dimorava il detto Narvaez, ritorn a me quel prete, il qual dissi
che li soldati della citt della Veracroce m'avevano mandato, e al quale io
avevo date lettere indirizzate a Narvaez e al dottor Aylon, in compagnia d'un
altro prete e d'un certo Andrea de Duero, abitante dell'isola Fernandina, che
era venuto quivi col detto Narvaez. I quali, in cambio e luogo di risposta alle
mie lettere, m'imposero da parte di Narvaez che del tutto dovessi andare a
rendergli ubbidienza e averlo per capitano e a lui lasciar la provincia,
altramente me ne potrebbe avenir grandissimo danno, affermando il detto Narvaez
aver grandissimo potere e noi piccolissimo e quasi niuno, e oltra gli Spagnuoli
che aveva menati seco ancora li paesani lo favorivano. E se io deliberassi di
consegnargli le provincie, mi promettevano a mio piacere le navi e la
vettovaglia, e che io potevo partirmi senza impedimento alcuno, con tutti
coloro che desideravano venir meco e con tutto ci che volessimo portare. E
l'altro prete mi disse cos essere stato ordinato da Didaco Velazquez che
facessero questo patto meco, e a tal fine aveva data la procura al detto
Narvaez e insiememente a quegli due preti, e intorno a questo erano
apparecchiati a pattuir meco in qualunque modo mi piacesse. Risposi ch'io
voleva vedere la commissione di Vostra Maest ch'io dovessi dare le dette
provincie, e se alcuna n'avevano la mostrassero a me e alli reggenti della
citt della Veracroce, come  l'ordine e l'usanza nella Spagna, percioch era
per ubbidirgli e per mandargli ad effetto; e per fin che io non la vedevo
m'avevo proposto a niun modo acconsentire a ci che avevano detto, ma io e i
miei soldati tutti eravamo apparecchiati a metter la vita per difesa delle
provincie, poich l'avevamo e le tenevamo pacifiche e sicure per la Maest
Vostra, che mostrarci traditori e infideli al nostro re. Oltra di ci mi
proposero pi condizioni per tirarmi nella loro opinione; nondimeno io non
volsi acconsentire ad alcuna di quelle, se prima non vedevo la commissione di
Vostra Altezza, la quale non volsero mai mostrare.
Finalmente quegli due preti, Andrea de Duero e io fummo d'accordo che 'l detto
Narvaez, accompagnato da dieci uomini, e io da altretanti, mandandoci i
salvicondotti l'un l'altro parlassimo insieme, e quivi se avesse commissione
alcuna la mostrasse, e io gli dovessi rispondere. Io gli mandai il
salvocondotto sottoscritto ed egli similmente mi mand il suo, sottoscritto di
sua propria mano. Il quale Narvaez, come poi si vidde, m'aveva poste insidie
per uccidermi in quel parlamento, e a questo negozio avea eletto due di que'
dieci che aveva determinato di menar seco, e gli altri combattessero con quegli
che io dovevo menar meco, percioch diceva che, morto che io fussi, averebbe
posto fine al negozio. Come veramente saria stato, se il sommo Iddio, che in
simil cose suol dar soccorso, non vi avesse trovato rimedio, imperoch ne fui
fatto certo nel medesimo tempo che quegli che avevano congiurato contra di me
mi portarono il salvocondotto. Il che inteso, subito per mie lettere feci
sapere al detto Narvaez che io avevo conosciuto il suo mal animo verso di me, e
che io non volevo andar l dove ci eravamo convenuti di trovarci insieme. E in
quell'ora ordinai che in mio nome gli fusse fatta una monitoria e comandamento,
col quale ammoniva il detto Narvaez che, se egli aveva commissione alcuna da
Vostra Maest, me la dovesse presentare, e insino a tanto non si usurpasse il
nome di capitano n di giudice, n, sotto la pena impostagli, s'impacciasse in
cosa alcuna pertinente a' detti officii. E nel detto commandamento commandavo a
tutti coloro che erano venuti con Narvaez che per niun modo lo tenessero per
capitano o veramente l'obbedissero come capitano o giudice, anzi fra un certo
termine assegnato nel commandamento dovessero comparire avanti di me per
intendere ci che avevano da fare in servizio di Vostra Altezza, protestando
che, se facessero altramente, procederei contra di loro come contra di ribelli
e traditori e perfidi e malvagi sudditi, che si ribellano al lor re e usurpano
le provincie e gli stati di quello, e desiderano darne il possesso a coloro che
non v'hanno n ragione n azione alcuna. E se per vigore di tal commandamento
non comparissero e non esequissero ci che si conteneva in esso, procederei
contra di loro secondo la forma della giustizia.
E la risposta che mi diede fu che mise in prigione il notaio e colui che con la
mia procura era andato a mostrare il mio commandamento, e certi Indiani che
avevano con esso loro, i quali furono ritenuti finch sopragiunse un altro mio
nunzio, ch'io avevo mandato per saper dove si trovassero: in presenza de' quali
di nuovo fecero la mostra di tutti i soldati, e minacciarono loro e me se non
gli consegnammo le provincie. E conoscendo non poter schifar tanto male e
scandalo, e vedendo che gli abitatori delle provincie gi avevano cominciato a
tumultuare e ogni d pi se ne levavano contra, raccommandandomi a Iddio e
ponendo gi la paura del danno che ne poteva seguire, deliberando meco istesso
morir per servizio del nostro re e per difesa delle sue provincie, e se io non
le lasciassi usurpare ne poteva nascere a me e a' miei soldati grandissima
gloria, ordinai a Consalvo di Sandoval, mio maggiore esecutore, che procurasse
di pigliare Narvaez e tutti coloro che volevano esser chiamati giudici e
reggenti, e gli diedi ottanta de' miei soldati, a' quali comandai che dovessero
seguitarlo e pigliassero coloro. Io con gli altri centosettanta, che in tutto
erano ducentocinquanta, senza artegliaria n cavalleria, ma solo co' fanti a
pi, andai dopo il detto mio maggiore esecutore, per dargli soccorso se 'l
detto Narvaez e gli altri non si lasciassero pigliare.


Come Cortese and a Cimpoal, e in qual modo combattendo fece prigion Narvaez.

Il giorno medesimo che 'l detto maggiore esecutore e io insieme arrivammo alla
citt di Cimpoal, dove Narvaez s'era fermo co' suoi soldati, subito che egli
intese la nostra venuta, con ottanta cavalli e cinquecento fanti, oltra quegli
che aveva lasciati nell'albergo, usc fuori della citt. Era il suo albergo una
moschea, la maggior che fusse in quella citt, la quale era molto ben
fortificata. Egli, accompagnato da questa cavalleria e fanteria, venne due
leghe vicino al luogo dove io ero. E se egli avea presentita la mia venuta,
l'avea intesa per relazione degl'Indiani, e non mi avendo trovato, pensandosi
che l'avessero beffato, se ne ritorn al suo albergo, nondimeno sempre tenendo
in ordine gli suoi soldati; e lontano quasi una lega dalla citt avea lasciato
due sentinelle. E perch io desideravo grandemente schifar gli scandoli, mi
parve che pi commodo e minore scandalo fusse andarvi la notte, s'era
possibile, che sarei entrato s tacitamente che non m'ariano sentito e saremmo
andati diritto all'albergo di Narvaez, il quale ben sapeva io e i miei solati,
per pigliarlo. Il qual preso, stimavo che non avria pi altro scandalo,
percioch giudicavano gli altri dover esser ubbedienti alla giustizia, e
massimamente che la maggior parte di loro v'era venuta astretta, e per forza
che aveva fatto loro Didaco Velazquez, e per paura che il detto non togliesse
loro gli schiavi che avevano nell'isola Fernandina.
E cos avvenne, imperoch il giorno della Pentecoste, poco dopo mezzanotte,
assaltai il detto albergo; nondimeno trovai prima le sentinelle che 'l detto
Narvaez aveva poste nella strada, e coloro ch'io avevo mandato avanti ne
presero una, e l'altra fugg, dalla qual compresi che ordine tenessero; e
accioch la sentinella che era fuggita non giugnesse l prima di me,
m'affrettai quanto potette, ma non potei tanto affrettarmi che egli non
arrivasse prima per ispazio di mezza ora. E quando arrivai Narvaez e tutti li
compagni s'avevano messe l'armi e apparecchiati i lor cavalli, e molto bene
apparecchiati per ciascun de' quattro cantoni dell'albergo stavano vegghiando
ducento uomini. E arrivammo quivi tanto quietamente che, mentre intesero noi
esser giunti e che fu gridato all'arme, gi io ero entrato nel cortile del suo
albergo, nel quale tutti albergavano e insieme ragunati dimoravano, e avevano
preso tre o quattro torri che erano in quello e l'altre stanze fortificate.
Nelle scale d'una delle dette torri, dove abitava Narvaez, erano posti 19 pezzi
d'artegliaria di bronzo; ma fummo tanto presti nel salire che non poterono dar
fuoco all'artegliarie, salvo che ad un pezzo, il quale per volont d'Iddio non
mand fuori la palla e non fece danno ad alcuno. E cos salimmo nella predetta
torre fin che arrivammo alla stanza di Narvaez, la quale egli in compagnia di
cinquanta soldati difendeva valorosamente, combattendo col maggior esecutore e
co' suoi compagni. Bench molte volte li confortasse a rendersi prigioni alla
Maest Vostra, nondimeno non volsero acconsentire, fin che non fu posto fuoco
alla torre, e stringendoli il fuoco si renderono. Mentre il detto maggiore
esecutore faceva ogni sforzo di prendere Narvaez, io, insieme con gli altri che
erano rimasi meco, difendeva l'ascender la torre contra coloro che gli davano
soccorso. E feci pigliar tutte l'artegliarie e con esse mi fortificai, di
maniera che senza uccisione d'uomini, salvo che di due che morirono di colpo
d'artegliaria, per spazio d'una ora tutti quegli ch'io voleva prendere vennero
in poter mio e gli altri tutti, date l'arme, promisero ubbidire a me e alla
giustizia e alla Maest Vostra, affermando essere stati ingannati, percioch
insin a quell'ora egli aveva detto loro aver commissione da Vostra Altezza, e
che io insieme con la provincia m'avevo ribellato ed era traditore di Vostra
Maest, e molte altre cose che avevano detto loro. E avendo conosciuta la
verit, e il cattivo animo e intenzione per la quale Didaco Velazquez e Narvaez
s'erano mossi, ebbero grandissimo piacere che Iddio avesse permesso che cos
fusse avenuto.
E rendo certa la Maest Vostra che, se Iddio per la sua solita misericordia e
piet non avesse posta la mano in questo negozio, e che 'l detto Narvaez avesse
ottenuto vittoria, ne saria seguito maggior incommodo e danno che gi per molto
tempo a comparazione sia seguito tra Spagnuoli, percioch averia ubbidito al
comandamento di Didaco Velazquez d'appiccarmi insieme con molti miei compagni,
accioch niuno ve ne restasse che de' lor fatti dessi notizia alcuna.
Imperoch, s come poi intesi dagl'Indiani, se per aventura il detto Narvaez
avesse preso me, come egli aveva lor manifestato, non si potendo far senza
danno suo e de' suoi, e che molti de' suoi e de' miei soldati non perissero,
avevano determinato che fra questo mezzo quelli uccidessero coloro ch'io avevo
lasciati nella citt, come anco avevano cominciato, e dipoi tutti insieme
ragunandosi assaltar coloro che qui fussero rimasi, di maniera che tutte le
loro provincie rimanessero libere e non vi restasse ricordanza di Spagnuoli. E
la Maest Vostra non ha da dubitar punto che se cos avessero fatto e avessero
eseguito la loro intenzione, che per le provincie ora soggiogate e quietate non
si vincerebbono e non si quietarebbono per spazio di venti anni.


Come il Cortese, mancando la citt di vettovaglie, isped in due luoghi due
capitani con trecento uomini per ciascuno, e ducento ne mand alla citt di
Veracroce. Poi, inteso che in Temistitan gl'Indiani combattevano la fortezza e
avevano abbrucciati i quattro brigantini che avea fatto fare, gli fece tornar
adietro.

Tre giorni doppo la presa di Narvaez, non si potendo nutrir tanta moltitudine
nella citt ed essendo gi quasi distrutta, perch Narvaez co' suoi compagni
l'avevano saccheggiata, non vi essendo gli abitanti, ma solamente le case,
ispedi' due capitani e a ciascuno di loro diedi trecento uomini: uno ne mandai
alla nuovamente cominciata citt nel porto, della quale ho gi fatto menzione a
Vostra Maest; l'altro inviai a quel fiume nel quale dicevano aver vedute le
navi di Francesco de Garay, percioch io quel luogo fermamente lo tenevo per
mio. E dugento ne mandai con gli altri soldati alla citt della Veracroce, dove
tutte le navi che aveva menato il detto Narvaez io avevo inteso che stavano
surte, e quivi provederei a quelle cose che io stimassi appartenere al commodo
di Vostra Maest; e mandai un nunzio alla citt di Temistitan, per il quale
davo nuova di tutte quelle cose che mi erano avenute agli Spagnuoli ch'io avevo
quivi lasciati. Il quale per spazio di dodeci giorni ritorn e portommi lettere
del mio capitano e da' soldati, che mi certificavano che gl'Indiani con grande
sforzo avevano combattuto la fortezza e in molti luoghi avevano messo fuoco e
fatte alcune mine, e che erano stati in grandissima fatica e pericolo, e
sariano stati uccisi se il signor Montezuma non avesse comandato loro che si
levassero da detta impresa; e nondimeno affermavano che erano ancora assediati,
bench non fussero combattuti, e per due passi fuori della fortezza gl'Indiani
non lasciavano uscire nessuno di loro, e avevano tolto una grandissima parte
della vettovaglia ch'io avevo lasciata, e avevano abbrucciati li quattro
brigantini che io avevo fatti fare nella detta citt di Temistitan, e si
trovavano in grandissima carestia d'ogni cosa, pregandomi che sollecitasse di
dar loro aiuto. Io, veduta la loro necessit, e considerato che oltra gli
Spagnuoli uccisi si perderebbe tutto l'oro e l'argento e le gioie che s'erano
avute dalle provincie, e si perderia la migliore e pi nobile citt che sia in
tutto il mondo nuovamente ritrovata; la qual perduta che fusse, si perdevano
tutte le cose che insin ora io avevo acquistate in queste provincie, essendo
ella la principale, alla qual tutte l'altre rendevano ubbidienza; subito
commandai che li nunzii seguitassero i capitani che erano andati co' sopradetti
soldati, raccontando loro tutto ci che i soldati spagnuoli m'aveano scritto da
quella citt, e che subito, ovunque gli trovassero, gli facessero tornare
adietro per la pi breve strada che si potesse fare alla citt di Tascaltecal,
per congiungermi con loro insieme co' soldati che erano meco e con tutte
l'artigliarie ch'io potetti e con settanta a cavallo. E poi che furono giunti
l, io feci far la mostra di tutti i soldati, che erano settanta a cavallo e
cinquecento a pi, e con questa compagnia, con la maggior prestezza ch'io
potessi, me n'andai verso Temistitan.
In quel viaggio nessuno de' sudditi del signor Montezuma mi venne incontra, s
come prima erano soliti di fare, e tutte quelle provincie erano in tumulto, e
le case quasi tutte disabitate. Per questa cosa io ero in grandissima
sospizione che gli Spagnuoli ch'io avevo lasciati nella detta citt di
Temistitan gi fussero stati uccisi, e che tutti i popoli delle provincie si
fussero ragunati e mi aspettassero in qualche luogo difficile o in qualche
strettezza, dove pi facilmente mi potessero nuocere: e per questo sospetto
tenni i miei pi apparecchiati che possibile mi fusse, finch giunsi alla citt
di Tesnacan, la quale, come ho detto di sopra,  nella ripa del lago, e
dimandai certi paesani quel che fusse avenuto degli Spagnuoli che avevo
lasciati in Temistitan. Mi risposero che erano vivi. Comandai loro che mi
menassero una canoa, percioch con quella voleva mandare uno Spagnuolo a veder
Temistitan, e che, mentre egli andava l, bisognava che uno degli abitanti
dimorasse appresso di me. Uno degli abitatori della detta citt, il quale mi
pareva de' principali, perch gli altri co' quali io avevo pratica non
apparivano, procur che fusse condotta una canoa, e allo Spagnuolo ch'io
mandavo diede per compagnia certi Indiani, ed egli rimase meco. E mentre il
detto Spagnuolo montava nella canoa per andare alla citt di Temistitan, vidde
andarvi anco un'altra canoa e l'aspett, accioch gli andasse pi appresso. In
quella vi era uno Spagnuolo di quegli che io avevo lasciati in detta citt, e
da lui intesi che tutti gli Spagnuoli erano vivi, se non quattro o sei che
erano stati uccisi dagli Indiani, e gli altri erano assediati e non gli
lasciavano uscir della fortezza, e non era loro dato alcuna cosa se non con
molti danari, bench, avendo udito la mia venuta, gli Indiani gli avevano
cominciati a trattar meglio; e che Montezuma non desiderava altro che la mia
venuta, per poter aver libert d'andare a solazzo per la citt come prima era
solito di fare, e che bene egli considerava che io gi avevo risaputo le cose
le quali erano successe nella citt, e per ci essere sdegnato e andar l con
animo di far qualche danno; e con molti prieghi mi pregava ch'io diponessi lo
sdegno, imperoch egli n'aveva ricevuto non minor dispiacere di me, e che niuna
cosa era stata fatta di suo consentimento o volont. E diede commissione che mi
fussero esposte molte altre cose, per rimuovermi dallo sdegno che s'imaginava
ch'io avessi conceputo per le cose commesse, e che andasse alla citt tale
quale io era stato prima, percioch al presente mandariano ad esecuzione i miei
comandamenti non meno di prima e a quelli ubbidiriano. Risposi che io non avevo
conceputo sdegno alcuno contra di lui, conoscendo il suo buon animo e stimando
di certo esser tale.


Come il Cortese giunse a Temistitan ed entr nella fortezza, e come gli Indiani
con infinita moltitudine di gente vennero ad assaltargli; e il Cortese and ad
affrontargli, e combatterono gagliardamente. Come i nemici posero fuoco nella
fortezza e come fu estinto.

Il giorno seguente, la vigilia di san Giovan Battista, mi parti' e alloggiai
tre leghe lontano da Temistitan, e l'altro giorno, dapoi che ebbi udita la
messa, seguitai il mio viaggio e quasi avanti mezogiorno entrai nella citt, e
vi viddi non molti uomini e alcune porte nei crociali delle vie esser state
levate; il che non mi piacque punto, nondimeno pensai che l'avessero fatto per
timore delle cose che avevano commesse, e accioch giunto quivi gli facessi
sicuri. Ma io me n'andai diritto alla fortezza, nella quale, e nella moschea
maggiore a canto alla fortezza, alloggiarono tutti coloro che erano venuti
meco. Quelli Spagnuoli che erano assediati nella fortezza ne ricevettero con
quella allegrezza che se avessimo data loro la vita, overo donata di nuovo,
pensandosi gi d'averla perduta. Quel giorno passammo con gran letizia e festa,
sperando d'aver quiete.
L'altro d, dopo la messa, mandai un nunzio alla citt della Vera Croce a dar
buone nuove che gli cristiani ancora erano vivi, e ch'io era entrato nella
citt e in quella me ne stava sicuro; il qual nunzio fra lo spazio di due ore
ritorn con molte ferite, gridando che tutti gli Indiani della citt atti a
portar arme ne venivano ad assaltarci, e aver levati via i ponti della citt. E
dopo lui seguendo una infinita moltitudine di gente da ogni banda
n'assaltarono, di maniera che nelle contrade, nelle terrazze, nelle strade per
il gran numero delle genti si vedevano, che ne venivano co' maggiori urli e con
li pi terribili gridi che si potessero imaginare; e tanti erano li sassi che
con le fionde gettavano nella fortezza che pareva che 'l cielo piovesse sassi,
ed era tanto il numero delle freccie e de' dardi che tutte le mura e li cortili
n'erano pieni, s che non vi si poteva andare. Io uscito di casa andai ad
affrontarli, e combatterono contra di noi gagliardamente; e da una banda era
uscito della fortezza uno de' miei capitani con ducento uomini, e prima che
potessi ritirarsi furono uccisi quattro de' suoi, e ferirono il capitano con
molti altri. Ma noi potevamo uccider pochi di loro, percioch si ritiravano di
l da' ponti, e co' sassi n'offendevano grandemente dalle terrazze, delle quali
n'espugnammo e abbrucciammo alcune; nondimeno erano tanto spesse e tanto
fortificate, e piene di tanti uomini e di sassi e d'altre varie sorti d'armi,
che non eravamo potenti a combatterle tutte e a difenderci, che non ci
potessero offender come piaceva loro. Combatterono tanto fortemente la nostra
fortezza che in varii luoghi vi posero il fuoco, e in uno se n'abbrucci la
maggior parte prima che gli potessimo dar soccorso, finch lo schifammo col
tagliar li pareti, e col violento gettare a terra de' pareti il fuoco fu
estinto. E se quivi non avessi posto grandissima guardia, cio uomini con
balestre, con schioppetti e altre artegliarie, certamente col lor subito
assalto, non potendo noi far resistenza, sariano entrati nella fortezza.
Consumammo tutto quel giorno insino alla notte scura; nondimeno, essendo
venuta, non fummo sicuri dai loro gridi e romori finch sopragiunse il giorno.
Tutta quella notte attesi a rifar tutto ci che essi avevano ruinato, e ad
apparecchiar molte altre cose che la fortezza mi pareva che avesse di bisogno;
e accommodai alcuni forti, e in quello allogai gli soldati che gli difendessero
e nel giorno seguente avessero da combattere. Furono medicati i soldati feriti,
che erano pi d'ottanta.


Come i nemici diedero un altro terribile assalto alla fortezza, e uscito il
Cortese uccise assai di loro e abbrucci certe case: furono feriti cinquanta
Spagnuoli. Delle macchine che gli Spagnuoli fabricarono. Come il signor
Montezuma fu crudelmente percosso con un sasso e mor.

Venuto il d, gli nemici ne combatterono pi gagliardamente che non fecero il
giorno avanti, e vi era concorsa tanta moltitudine e ai bombardieri non faceva
di bisogno usare diligenza in pigliar a mira con arte, ma solamente, veduta la
moltitudine degli Indiani, dar fuoco all'artegliarie. E bench con quelle
facessero loro gran danno, percioch oltra gli schioppi e le balestre
adoperavamo contra gli nemici quattordeci pezzi d'artegliarie, nondimeno tutti
quegli facevano s leggier danno a tanta moltitudine che ci pareva di non
offendergli punto, percioch, tirato un pezzo d'artegliaria, a dieci o dodeci
che ne venivano uccisi ne sottentravano degli altri. Avendo lasciato nella
fortezza conveniente guardia e quella che ci si poteva lasciare, usci' subito
fuori e presi alcuni ponti, e abbrucciai certe case, e uccidemmo assai di loro
che si sforzavano di difenderle. Ed era tanta la moltitudine che, bench
avessimo fatta grandissima uccisione, nondimeno pareva che poco si diminuissero
le lor forze, conciosiach noi fussimo astretti a combattere tutto 'l giorno
intero ed essi per spazio di poche ore, avendo modo da potersi cambiare: e
tuttavia crescevano, e in un medesimo d ferirono cinquanta o sessanta
Spagnuoli, ancora che non ne morisse alcuno. Combattemmo insino a notte, e
stanchi ritornammo alla fortezza.
Considerato il grandissimo danno fattoci da' nemici, e che essi stando in luogo
sicuro ne ferivano e uccidevano, e il danno che noi facevamo loro non si
vedeva, essendo la moltitudine infinita, quella notte e il giorno seguente
consumammo in fabricar tre macchine di legno, in ciascuna delle quali potevano
star dentro venti soldati, che non potevano esser offesi da' sassi che gli
Indiani gettavano dalle terrazze. E di quegli che vi erano dentro alcuni
portavano schioppi o balestre, e altri martelli aguzzi di ferro e vanghe e
zappe, per cavare e rompere le case e guastar li ripari che avevano fatti per
le contrade. Quando noi attendevamo diligentemente a far le macchine, gli
nemici per non mancavano di combatterci, di maniera che, mentre noi non
uscivamo della fortezza, essi facevano ogni sforzo d'entrarvi: a' quali,
accioch non vi entrassero, con grandissima difficolt e fatica potevamo
resistere. Ma il detto Montezuma, il quale sempre insieme col figliuolo e con
molti baroni ritenuti da principio era dimorato appresso di noi, disse che lo
conducessimo nella terrazza della fortezza, che aveva deliberato di parlare ai
capitani di quel popolo, e sperava di fare che si rimarriano da tale assedio.
Comandai che fusse cavato fuori, e, affacciatosi ad una volta per parlar con
loro di quivi, i suoi gli percossero la testa con un sasso, e gli fecero s
crudel ferita che per spazio di tre giorni se ne mor. Comandai a due Indiani
ch'io teneva prigioni che lo cavassero fuori della fortezza: essi lo portarono
al popolo, nondimeno quel che avenisse non lo so; ma per questo non cess il
combattimento, anzi ogni giorno s'accresceva e diventava pi gagliardo e
maggiore.


Come gli Indiani chiamano il Cortese a parlamento, e quello gli dissero e la
risposta fattali. Come i Spagnuoli uscirono con le macchine e combatterono
longamente. I nemici prendono una gran moschea e fanno gran danni ai Spagnuoli.
Il Cortese, uscito della fortezza, prende una torre e la moschea e v'appicc il
fuoco.

In quel medesimo d, a quell'istesso luogo dove avevano ferito il signor
Montezuma, chiamarono me con dirmi ch'io andassi l, che alcuni de' lor
capitani desideravano parlar meco: e cos feci. Parlammo di molte cose, e
dimandai perch m'assediassero, non avendo cagione alcuna, e che guardassero
quanto bene avevano avuto da me e quanto mi fussi portato bene con esso loro.
Rispondevano che s'io mi partiva della provincia subito cessarebbe l'assedio,
altramente io tenesse di certo che volevano o tutti morire o del tutto mandar
noi in ruina; i quali, s come poi si vidde, dicevano cos in fin che io
uscissi della fortezza, e nell'uscir della citt a lor piacere ritenermi tra i
ponti. Risposi che non dovevano pensare ch'io dimandasse la pace perch'io
temesse di cosa alcuna, ma per dispiacermi e aver dolore del danno fatto loro,
e d'esser costretto a distruggere s famosa citt come era quella. Mi davano la
medesima risposta, che non lasciariano il predetto assedio se non uscisse della
citt.
Fornite le machine, subito usci' fuori per combattere alcune terrazze e ponti,
mandando avanti gl'Indiani, e dopo loro quattro pezzi d'artegliaria, e molti
altri con balestre e rotelle, e pi di tremila Indiani che erano venuti meco
delle provincie di Tascaltecal e servivano gli Spagnuoli. Poich fummo arrivati
al ponte, accostammo le machine alle mura di certe terrazze, e le scale che
avevamo portate per salirvi; ma tanta moltitudine d'uomini difendeva il ponte e
le terrazze, e tanto spessi e grossi erano i sassi che essi a forza gettavano,
che fracassarono le nostre machine, e uccisero uno Spagnuolo e molti ne
ferirono: e bench gagliardamente si fusse combattuto, nondimeno non potemmo
avere uscita alcuna. Combattemmo dalla mattina a buon'ora insin a mezzogiorno,
e con grandissimo nostro dispiacere ne ritornammo alla fortezza, onde gli
nemici presero tant'animo che ardivano di scorrere fino alle porte della
fortezza, e presero quella gran moschea. E forse cinquecento uomini de' primi
salirono in una delle pi alte e gran torri di quella, e vi portarono di molta
vettovaglia, come pane e acqua e altri cibi, e grandissima copia di sassi, e la
maggior parte di loro aveva le aste con le punte di pietra larghe pi delle
nostre e non meno aguzze, e da quella torre offendevano grandemente i nostri
che erano nella fortezza congiunta con quella.
A questa torre gli Spagnuoli diedero l'assalto invano due o tre volte, e per
salirvi fecero arditamente ogni sforzo: ed essendo alta e difficile da salire,
che era pi di cento gradi, e coloro che stavano di sopra essendo forniti di
sassi e di molte altre sorti d'arme, e avendo preso maggiore ardire per non
aver noi potuto occupare alcuna delle terrazze, non cominci mai a salirvi
alcuno degli Spagnuoli che scendendo non ne cadesse, e ne ferivano molti.
Coloro che vedevano far queste cose prendevano tanto animo, che senza paura
davano l'assalto alla fortezza. Io, vedendo che, se essi tenevano longamente
quella torre, oltra i danni ogni giorno fattici crescerebbono d'ardire per
offenderci, uscii della fortezza, bench poco mi potesse prevaler della man
sinistra per una ferita datami da loro il primo giorno. Legatami la rotella al
braccio, con certi Spagnuoli che mi seguitarono m'appressai alla torre e
procurai che diligentemente il pi di quella fosse circondato, e coloro che la
circondavano non riposavano, anzi da ogni lato combattevano co' nemici, e per
dar soccorso a quegli che stavano nella torre corsero molti. Noi cominciammo a
montar su le scale, e bench con ogni sforzo difendessero il salirvi, tre
solamente o quattro Spagnuoli gettarono gi dalle scale. Vi salimmo finalmente,
con l'aiuto del Salvator nostro e della beatissima sua madre Maria, e
combattemmo tanto gagliardamente nella parte di sopra della torre, che gli
sforzammo dalla detta torre saltare in una loggia che circondava la torre, di
larghezza d'una statura d'un uomo. Ed erano d'intorno alla torre tre simili a
quella, distanti quasi quanto sariano tre stature d'uomini. Alcuni di loro
cadettero dalla cima al pi della torre, i quali, oltra che pativano per la
caduta, quivi erano uccisi dagli Spagnuoli; ma quegli che erano fermi nelle
dette loggie combatterono tanto gagliardamente con noi che consumammo tre ore
prima che gli potessimo uccidere, de' quali niuno scamp, ma tutti furono
uccisi. E Vostra sacra Maest presti fede alle mie parole, che fu cosa tanto
difficile l'espugnar questa torre che, se Iddio non avesse tolto loro le forze
e l'animo, venti di loro facilissimamente averiano potuto vietare il salirvi a
mille spagnuoli, bench fortemente avessero combattuto insino alla morte.
Procurai di metter fuoco a quella torre e a tutte le cose che erano nella detta
moschea, dalle quali gi avevano levate tutte l'imagini che noi vi avevamo
poste.


Come gl'Indiani avevano al tutto deliberato d'uccider gli Spagnuoli. Come gli
Spagnuoli uscirono e abbrucciorono assaissime case, terrazze e torri e presero
quattro ponti, e come gli riempierono, e molti Spagnuoli furono feriti.

Espugnata che fu questa torre, perdettero alquanto l'ardire, e talmente che in
molti luoghi si ritirarono. Io allora ritornai a quella terrazza e chiamai quei
capitani che prima m'avevano parlato, i quali parevano alquanto avere abbassato
l'ardire per le cose che avevano viste, e subito s'avicinarono; e dimostrai
loro che ormai non mi potevano resistere, e che noi ogni d facevamo loro
grandissimo danno e assaissimi n'erano uccisi, e abbrucciavamo e distruggevamo
la lor famosa citt, n cesseremmo finch di lei e di loro vi fusse vestigio
alcuno. Risposero che ben vedevano il gran danno che ricevevano da noi e che
molti ne morivano, nondimeno che essi avevano del tutto deliberato d'ucciderne;
e mi dicevano ch'io guardassi le contrade, le piazze e le terrazze tutte piene
d'uomini, perch affermavano aver fatto conto che se di loro ne morissero
ventimila e de' nostri uno, che tosto ne ridurrebbono a niente, dicendo noi
esser pochi e che erano essi senza numero, e ne certificavano tutte le strade
mattonate per le quali s'andava in terra ferma esser state guaste, come con
effetto erano, salvo una, e da niuna parte ci era aperta la via se non per
acqua; e ben dovevamo sapere che non avevamo abbondanza di vettovaglie n
d'acqua, e non poter resister molto, che moriremmo di fame, ancora che essi non
n'uccidessero. E certamente dicevano il vero, che, se non avessimo avuto altro
combattimento che la fame e la carestia delle vettovaglie, era a bastanza a
farne morire. Contendemmo assai, e ciascuno difendeva la sua causa.
Venuta la notte uscii in compagnia d'alcuni Spagnuoli e, trovando gli Indiani
alla sprovista, per forza prendemmo una contrada e in quella abbrucciammo pi
di trecento case; e mentre vi concorreva la moltitudine me ne ritornai per
un'altra, e a questo modo abbrucciammo pi case di quella contrada, e
massimamente certe terrazze vicine alla nostra fortezza, dalle quali
n'offendevano grandemente. Per le cose fatte in quella notte mettemmo loro
qualche spavento, e nella medesima notte attesi a rifar quelle machine di legno
che l'altro giorno ci avevano fracassate, per attendere alla vettoria che
l'onnipotente Iddio ci donava. Andai alla medesima contrada dove il giorno
avanti ci avevano guaste le machine, e quivi non men gagliardamente che con
valoroso animo ne fecero resistenza. Nondimeno, trattandosi della vita e
dell'onore, essendo quell'una sola strada rimasa intera di quelle che
conducevano in terra ferma, bench prima che avessimo potuto giugnere a quella
vi fussero di mezzo due grandissimi e alti ponti e tutta la contrada fusse
fortificata di pareti altissimi, di case e di torri, ci venne lume di tanto
vigore e ardimento e combattemmo di maniera che, prestandoci Iddio e favore e
aiuto, pigliammo in quel giorno quattro ponti, e furono abbrucciate tutte
quelle terrazze e case e torri insino all'ultima; bench la notte avanti
avevano fatti molti ripari di mattoni crudi e di creta ne' detti ponti, per le
cose avenute la precedente notte, di modo che l'arteglierie e le balestre non
potevano lor nuocere; i quali quattro ponti riempiemmo di terra e di mattoni
crudi, e di molti sassi e di travi delle case abbrucciate. Nondimeno non si
pot far tanto che non fossero feriti molti Spagnuoli. Usai gran diligenzia
quella notte in guardar quei ponti, accioch di nuovo non ce gli ritogliessero.


Come gli Spagnuoli pigliano gli altri ponti; i nemici fanno patto dell'accordo;
i detti ponti pi volte per l'una e l'altra parte si pigliano e ripigliano. Del
ponte che fece fabricar il Cortese, e come a compiacenzia de' suoi soldati usc
della citt, consegnato l'oro e le gioie della sacra Maest alli giudici e
reggenti. Come nel passar combatterono fortemente e gli Spagnuoli perdettero
l'oro, le gioie, le vesti e l'artegliarie ch'avevano cavate, e andorno a
Catacuba citt, sempre combattendo.

Il giorno seguente, la mattina a buon'ora uscii e Iddio onnipotente mi
concedette buon successo, percioch, avegna che fusse infinita la moltitudine
che difendeva gli altri ponti, e v'erano di mezzo e fossi e argini grandissimi,
noi gli pigliammo ed empiemmo, e alcuni a cavallo perseguitarono gl'Indiani
sino in terra ferma seguitando la vettoria. Mentre io faceva acconciar li ponti
e riempierli, vennero a chiamarmi con gran prestezza, dicendo che gl'Indiani
che avevano combattuto la fortezza desideravano la concordia e la pace, e che
aspettavano certi lor signori e capitani. Quivi lasciati tutti i miei soldati e
certi pezzi d'artegliaria, con tutta la cavalleria andai a vedere quel che
volessero quei baroni, i quali affermarono che, se io prestassi lor fede e
perdonassi loro i commissi falli, non combatterebbono pi contra di me, e di
nuovo procureriano di far rifar i ponti e le strade ruinate, e sariano al
servizio di Vostra Maest come avevano fatto prima; e che io facessi menar
quivi un certo de' lor religiosi prigione appresso di me, il quale essi onorano
come generale della lor religione. Venuto che fu, parl loro, e tra loro e me
conferm il patto. E subito si vidde, come egli affermava, che avevano
comandato a' soldati, i quali stavano ne' forti, che subito si rimanessero del
combattere la detta fortezza e da ogn'altra offensione: e con questo patto ci
partimmo.
Entrato nella fortezza, avevo cominciato a desinare quando mi fu nunziato che
gl'Indiani di nuovo avevano pigliati i ponti, i quali in quel giorno noi gli
avevamo guadagnati loro, e avevano uccisi alcuni Spagnuoli; per la qual nuova
Dio sa quanto dispiacere mi s'aggiugnesse, percioch m'aveva pensato che, presi
li ponti, avendo l'uscita libera in terra ferma, non mi restasse gran
difficolt. Con la maggior prestezza ch'io potei cavalcai l, e quanto pi
tosto potei, con alquanti a cavallo che mi seguitarono, camminai tutto quello
spazio e senza fermarmi in luogo alcuno di nuovo corsi in mezzo degl'Indiani, e
ripresi li detti ponti e perseguitai loro sin in terra ferma, che, essendo i
miei fanti a pi stanchi per la fatica e feriti e impauriti, e vedendo il
presente pericolo, niuno di loro seguit. Onde avenne che, volendo io poi
ritirarmi, trovai li ponti gi presi dagl'Indiani, e avevano gi tolta via gran
parte di quella materia dai ponti della quale io gli aveva fatti riempiere, e
nella citt si vedeva ogni cosa piena di moltitudine, e per terra e per il
luogo nelle canoe; la qual moltitudine aventava tanto spesso da ogni banda e
dardi e sassi sopra di noi che, se l'onnipotente Iddio miracolosamente non ci
avesse liberati da quel pericolo, era impossibile scampare: e gi publicamente,
tra' Spagnuoli che erano rimasi nella citt, s'era sparsa la fama ch'io ero
morto. Ed essendo giunto all'ultimo ponte vicino alla citt, trovai tutti li
cavalieri i quali erano venuti meco esser in quello caduti, e un cavallo sopra
'l quale non era alcuno, e non lo potei passare, e io solo fui astretto ad
assalire gli nemici: e a questo modo i cavalieri ebbero spazio di poter passare
il ponte, il quale trovai esser vacuo e passai con gran pericolo, percioch
dall'una e dall'altra parte, per tanto spazio quanto saria la statura d'un
uomo, bisognava saltar col cavallo. E mentre io usciva del ponte, percotevano
me e 'l cavallo con bastoni; nondimeno, essendo bene armati, altro male non ci
fecero pi che 'l dolore che pativamo per la percossa, onde rimanemo vincitori,
avendo presi quattro ponti. Agli altri quattro avendo lasciato buona guardia,
me n'andai alla fortezza, e feci fabricare un ponte di legno, che commodamente
lo potevano portar quaranta uomini.
Considerato il gran pericolo nel quale eravamo e il grandissimo danno che ogni
giorno ci facevano gli Indiani, e temendo che non guastassero, come aveano
fatto l'altre, anco quella via mattonata che vi era sola rimasa, la quale
essendo guasta saremmo astretti a morire; e anco perch molte volte fui pregato
da' miei soldati che ci partissimo della citt, che la maggior parte di loro
erano feriti, e s malamente che non potrebbono pi combatter co' nemici;
quella notte deliberai di compiacer loro e, pigliato l'oro della Maest Vostra
e le gioie che si potevano cavare, in quella sala in picciole some le consegnai
agli ufficiali di Vostra Maest, i quali io avevo ordinati per nome di lei, e
ai reggenti e ai giudici e altri che si trovavano esser presenti, e gli pregai
e confortai che dessero favore e aiuto a cavarle fuori. E a questo effetto
diedi loro una mia cavalla, sopra la quale ne posero quella parte ch'ella
poteva portare, e ordinai che certi Spagnuoli e miei famigliari e d'altri
andassero accompagnare detta cavalla, e il resto del detto oro gli ufficiali, i
giudici e i reggenti e io lo demmo e compartimmo tra Spagnuoli, che lo
cavassero fuori. E lasciata la fortezza con gran richezze e della Altezza
Vostra e de' Spagnuoli e mie, per lo pi secreto modo che potemmo uscimmo, e
menammo con noi uno de' figliuoli e le figliuole del detto Montezuma, e
Cacamacin, signore in Aculuacan, e suo fratello, che io avevo fatto signore in
luogo suo, e i signori d'altre provincie e citt, i quali io tenevo prigioni.
Ed essendo giunto ai ponti occupati dagli Indiani, nel primo gettammo il ponte
che avevo fatto portar con esso noi senza molta fatica, percioch niuno ci
faceva resistenza, eccetto alcune guardie che stavano nel ponte, le quali si
misero a gridare. E prima che io arrivassi al secondo ponte, si ragun infinita
moltitudine de' nemici, e da ogni banda, e per acqua e per terra, si studiava
d'offenderci. Io subito passai con cinque a cavallo e forse cento fanti, co'
quali nuotando passammo tutti i ponti, e gli avevo occupati tutti sino in terra
ferma; e lasciati a fronte i fanti, ritornai al secondo ponte a coloro che
erano nell'ultima squadra, dove trovai che si combatteva s fortemente che non
si pu estimare il danno che gli Indiani facevano, e agli spagnuoli e agli
Indiani di Churultecal che erano venuti con esso noi, i quali gli avevano quasi
tutti uccisi, e anco avevano uccise molte donne che servivano agli Spagnuoli,
insieme con gli Spagnuoli e cavalli. E gi avevano perduto l'oro e le gioie e
le vesti, e molte altre cose che noi cavamo fuori, e tutte l'arteglierie.
Ragunai quegli che erano rimasti vivi e comandai che essi andassero avanti, e
io, accompagnato da forse cinque a cavallo e settanta fanti, che avevano avuto
ardire di restar meco, rimasi dopo loro, sempre combattendo co' nemici, finch
arrivammo ad una certa citt nominata Catacuba, la quale  posta fuori oltra
tutta la strada mattonata. Dove Iddio mi  testimonio quanta fatica e pericolo
io sostenessi, percioch, ogni volta che andavo addosso a' nemici, ne ritornavo
pieno di freccie e percosso da ogni banda da' bastoni e da' sassi, conciosiach
dall'uno e l'altro lato vi fusse il lago, e coloro che erano nelle canoe
sicuramente ne potevano ferire, e quegli che pigliavano terra, subito che
andavo loro adosso, si gettavano in acqua e a quel modo pativano poco danno, se
non alcuni che, essendo la moltitudine grandissima e l'uno urtando l'altro,
cadevano e s'uccidevano. Con tal fatica e travaglio gli condusse tutti alla
detta citt, che non ferirono se non uno a cavallo che veniva dopo me. E
combattevasi con grande sforzo per fronte e per fianchi, ma con maggior impeto
alla coda, percioch la moltitudine che era nella citt sempre sottentrava a
combattere pi fresca.


Il contrasto ch'ebbe il Cortese partendosi di Catacuba, e fortificatisi in un
colle furono longamente combattuti. Il numero degli Spagnuoli e suoi Indiani e
Indiane che si trovarono mancare. Il figliuolo e figliuole del Montezuma furono
uccisi. Come, posti i soldati in ordinanza, e caminarono tutto il giorno
combattendo, e arrivati ad uno ottimo albergo si fortificarono.

Ed essendo giunto alla detta citt di Catacuba, gi essendo giorno, trovai i
nostri soldati in una delle piazze della citt che s'erano ristretti insieme,
dicendo di non saper dove s'andare, a' quali comandai che s'affrettassero
d'uscir della citt, prima che il numero degli nemici crescesse e occupasse le
terrazze, che da quelle ci potevano offendere grandemente. Quegli che erano
posti alla fronte dissero di non saper dove andare; io gli misi alla coda, e io
andai alla testa finch uscissimo della citt. Gli aspettai in certi campi
lavorati, e quivi essendo giunti quegli ch'erano rimasi alle spalle, intesi che
avevano ricevuto grandissimo danno, e che erano stati uccisi alcuni Spagnuoli e
Indiani, e rimaso nel viaggio molto oro, il quale gli nemici andavano
raccogliendo. Quivi combattei con gli Indiani finch i miei passassero avanti:
gli sostenni finch i nostri occuparono un colle, nel quale era una torre e un
albergo assai forte, e l'occuparono senza nostro danno, percioch non mi partii
de l, n lasciai passar gli nemici, finch i nostri non presero il colle. Dove
sa Iddio che fatica abbiamo sopportata, conciosiach gi niuno de' cavalli, che
n'erano rimasi ventiquattro, poteva correre, n cavalieri che potessero alzar
le braccia, n alcuno de' fanti non infermo che si potesse mover pi. Ed
entrati in quello albergo, in esso ci fortificammo, e quivi fummo combattuti
insino a notte, di maniera che non potevamo riposar un'ora. Di questo
travaglio, fatta la rassegna, trovammo che erano morti degli Spagnuoli
centocinquanta, e tra cavalle e cavalli quarantasei, e pi di duomila tra
Indiani e Indiane che servivano a' Spagnuoli: tra' quali uccisero il figliuolo
e le figliuole di Montezuma e gli altri che menavamo prigioni.
A mezzanotte, pensando di non esser uditi da alcuno, tacitamente ne partimmo
dall'albergo, lasciandovi dentro molti fuochi: e niuno era tra noi che sapesse
dove fussimo o dove dovessimo andare, se non uno del paese di Tascaltecal, che
affermava di volerci guidare nella sua provincia, se 'l viaggio non ci fusse
impedito. Appresso il detto albergo erano state poste molte sentinelle, che,
subito che ci sentirono, gridando chiamarono in aiuto le citt vicine, e da
quelle fu mandata fuori gran moltitudine d'Indiani, la quale ne seguit insino
al giorno. E cinque a cavallo, che andavano avanti per discoprire, andarono
adosso ad una squadra d'Indiani che nel viaggio s'era fatta loro incontra, e
n'uccisero alcuni di essa, i quali, non servando l'ordine, si erano sparsi, che
si pensavano che seguitassero pi cavalli e fanti. E percioch d'ogn'intorno
crescevano gli nemici, di tutti i soldati che erano tra noi feci scelta de' pi
sani e gli misi in ordinanza, ponendogli alla fronte, alle spalle e a' fianchi,
e ordinai che li feriti stessero in mezzo, e compartii gli uomini a cavallo: e
con quell'ordine camminammo tutto 'l giorno combattendo d'ogni banda, di
maniera che in quella notte e in tutto 'l giorno non andammo pi di tre leghe.
E per grazia d'Iddio, venendo gi la notte, vedemmo una certa torre e un ottimo
albergo dove ci fortificammo; e quella notte si rimasero di combatterci, bench
quasi all'alba avessimo qualche tumulto, avegna che non sapessimo che altro
aver pi da temere che la moltitudine la qual ne perseguitava.


Come il Cortese, quindi partendosi, fu perseguitato di giorno in giorno sempre
combattendo, e ogni d pi acrescendo la moltitudine di quelle genti. Come
trov un aguato e combattette con loro e fu ferito da due colpi di sassi, e il
seguente giorno gli Spagnuoli furono assaltati da un'altra molto maggior
moltitudine, e gli misero in rotta e sconfissero, e morti assaissimi de' lor
principali e ucciso il capo loro.

Il giorno seguente alla prima ora del giorno col medesimo ordine mi partii
menando i soldati e alla coda e alla testa apparecchiati; nondimeno dall'uno e
l'altro lato gli nemici ne perseguitavano, gridando e chiamando per tutta
quella provincia, la quale era molto abitata. E bench fussimo pochi a cavallo,
pur gli assaltavamo; nondimeno poco danno facemmo loro, che, essendo quel colle
aspro, in quello si ritiravano. E cos in quel giorno camminammo a lato a certi
laghi, finch arrivammo ad una certa citt, dove pensavamo aver qualche
contrasto con gli abitatori di quella: e subito che giugnemmo, abbandonate le
case, se n'andarono ad altre citt vicine. E quivi dimorammo quel giorno e
l'altro, percioch e li sani e gl'infermi erano stanchi per la fatica e per la
fame e arsi per la gran sete, e i cavalli non si potevano pi sostenere in pi;
e quivi trovammo del maiz, del quale mangiammo, e lesso e arrostito ne portammo
con noi in viaggio. Il giorno seguente mi partii, essendo sempre seguitato da'
nemici, i quali e di dietro e davanti di continuo ci assalivano con altissimi
gridi. Seguitammo il cammino, per il quale ne conduceva uno di Tascaltecal,
dove patimmo varie fatiche e travagli, perch molte volte eravamo astretti ad
uscire e traviare dal dritto cammino. E avicinandosi la sera venimmo ad una
certa pianura, nella quale erano alcune picciole abitazioni, e quella notte
alloggiammo incommodamente e con carestia di vettovaglie.
L'altro giorno, la mattina a buon'ora, cominciammo indirizzarci al viaggio, nel
quale non eravamo ancora entrati quando gli nemici ne cominciarono a seguitare,
e con loro scaramucciando arrivammo ad una gran terra, al cui sinistro lato, in
cima d'un picciolo colle, erano alcuni Indiani. Noi pensando di potergli
prendere, essendo vicini al nostro cammino, e per certificarne se fussero pi
di quelli che si vedevano, me n'andai l accompagnato da cinque cavalli e
dodeci fanti, circondando il colle; dopo il quale era una grandissima
moltitudine d'uomini posti in aguato, co' quali combattemmo tanto che, essendo
il luogo dove si erano fermi alquanto aspro e sassoso, e la gente infinita e
noi pochi, fu necessario ritirarsi verso la terra dove erano i nostri, e de l
mi partii malamente ferito da due colpi di sassi. Poich m'ebbi legate le
ferite, ordinai agli Spagnuoli che si partissero della terra, percioch non mi
pareva che l'alloggiamento fusse sicuro, e procedendo di questa maniera,
seguitati dagl'Indiani, andammo ad un'altra terra che dalla sopradetta era
distante due leghe: e quivi nel viaggio un numero infinito d'Indiani ci
assalt, e combatterono con noi talmente che ferirono quattro o cinque
Spagnuoli e altrettanti cavalli, e un cavallo uccisero. E bench il mancamento
di quello ci fusse di grandissimo incommodo e ci gravasse molto la sua morte,
che dopo Iddio non avevamo difesa alcuna se non li cavalli, nondimeno ci
ristor grandemente, e mangiammo la sua carne e la sua pelle, di modo che nulla
vi rimase, tanto eravamo stretti dalla fame; percioch, dopo la nostra partita
dalla gran citt, non avevamo mangiato cosa alcuna se non maiz lesso e
arrostito, ma di maniera che mai non ne restavamo satolli, e similmente erbe
che coglievamo ne' campi.
E considerato che ogni giorno crescevano le genti de' nemici e noi ogni giorno
scemavamo, quella notte, medicati li feriti e gl'infermi che menavamo, ordinai
che alcuni fussero posti a cavallo, ad alcuni feci metter le crocciole sotto le
braccia, e feci fabricare altre sorti di sostegni e aiuti per far viaggio,
accioch gli Spagnuoli che erano senza infermit o ferite fussero liberi al
combattere. E penso che Iddio mi concedesse tal providenza, s come per prova
si vidde il giorno seguente, percioch, essendomi quella mattina partito dal
detto albergo, ci assalt una grande e infinita moltitudine d'Indiani e tanta
di dietro, dinanzi e da' fianchi che niente appariva di vacuo della campagna
che mi era posta davanti; e attaccarono con noi d'ogni banda s aspra battaglia
che noi non ci potevamo conoscere l'un l'altro, tanto camminavamo stretti e
mescolati insieme. E certamente credemmo quello esser l'ultimo giorno della
vita di tutti noi, considerando la moltitudine de' nemici e la debolezza che
trovarono in noi da resister loro, essendo tutti quasi feriti e mezzi morti;
nondimeno l'onnipotente Iddio si degn mostrar la sua misericordia, percioch
con la nostra stanchezza rompemmo la ferocit e superbia loro, e de' loro
principali furono morti assaissimi, essendo tanta la moltitudine che
combattendo s'impedivano l'un l'altro. Camminammo con questa fatica la maggior
parte del giorno, finch l'onnipotente Iddio ne fece grazia che fusse ucciso
colui che era il capo tra' nemici, il qual tolto via cess ogni combattimento:
e a quel modo stemmo alquanto spazio quieti, bench ne seguitassero andandone
sempre toccando insino ad una certa picciola casa che era nella pianura, dove
quella notte alloggiammo al sereno, donde vedevamo certi monti della provincia
di Tascaltecal. Della qual cosa presi non picciolo piacere, conoscendo la
provincia e verso qual luogo dovevamo andare, ancora che non tenessimo per
certo gli abitatori di quella provincia esserci fedeli amici, percioch
credevamo, vedendoci cos debili, dovessero esser quelli che ponessero fine
alla nostra vita per conseguir la pristina libert: il qual sospetto ci arrec
tanta afflizione quanta n'avevamo quando combattevamo co' nemici.


Come il Cortese arriv nella provincia di Tascaltecal alla citt di Gualipan,
dove fu benignamente ricevuto e visitato da tutti i signori di quelle
provincie; e, fattoli molte offerte, l'accompagnarono ad una citt poco
distante, acci si riposasse e ristorassesi, dove intese che un suo famigliare,
che li portava oro e altre cose al valor di trentamila pesi d'oro, fu ucciso
dagli Indiani di Culua, e che gli Spagnuoli che erano rimasi nella citt di
Veracroce erano salvi.

Il giorno seguente, la mattina all'alba, cominciammo ad entrare in una via
piana per la quale a diritto s'andava alla provincia di Tascaltecal, e per la
quale pochi de' nemici ne seguitarono, bench quivi fussero vicine assaissime e
grandissime citt; nondimeno da quelle picciole colline alcuni da lontano ne
gridavano dietro. E cos in quel giorno, che fu di domenica, agli otto di
luglio 1520, uscimmo di tutta la provincia di Culua e arrivammo ai luoghi della
detta provincia di Tascaltecal, alla citt di Gualipan, che ha quasi
quattromila case; dove fummo dagli abitatori ricevuti benignamente, e ci
ristorammo alquanto dalla fame e dalla stanchezza che pativamo, bench molte
cose da viver che ne davano ne le davano per danari, e alcuni non volevano se
non oro, ed eravamo a forza costretti a darlo per la necessit che pativamo.
Qui stemmo tre giorni, dove mi vennero a vedere il magiscacin di Secutengal e
tutti i signori di quelle provincie, e si sforzarono di consolarmi circa le
cose che m'erano intervenute, dicendo che spesso mi avevano avisato che quegli
di Culua erano traditori, e che mi dovessi guardar da loro, nondimeno che io
non avevo voluto mai prestar lor fede. Ma, poi che io avevo scampata la vita,
dovessi rallegrarmi, che erano per darmi aiuto finch avessero lo spirito, per
ristorarmi del danno che quei di Culua mi avevano fatto, perch, oltra l'obligo
che erano sudditi dell'Altezza Vostra, si dolevano e attristavano della morte
di molti lor fratelli e figliuoli che nella mia compagnia erano stati uccisi, e
d'altre varie ingiurie fatte da quegli a loro ne' tempi passati. E che io
tenesse per certo che mi sariano fedeli e veri amici, e perch io e gli altri
miei compagni tutti eravamo feriti, dovessimo andare ad una citt che era
distante quattro leghe da quella terra, e quivi ci riposaressimo, e che
provederiano che fussimo medicati e ristorati delle nostre fatiche e
stanchezza. Gli ringraziai e acconsentii alla lor richiesta, e feci lor parte
d'alcune tarsie di quelle che avevamo portate, bench poche, delle quali ebbero
gran piacere. Andai con loro alla citt e avemmo buono albergo, e 'l magiscacin
providde che mi fusse portato un letto composto di legni con alcuni ornamenti
che essi usano, dove io dormi', che non ne avevamo portato alcuno con esso noi;
e ci fece parte d'ogni cosa che aveva e poteva per nostro ristoro.
In questa citt alcuni miei famigliari e altri della mia compagnia, quando
passai andando alla citt di Temistitan, lasciarono alcune cose (cio argento,
vesti e altri ornamenti di casa, e alcune cose da vivere, che le facevo condur
meco) acci fussimo pi ispediti nel viaggio, se cosa alcuna c'intervenisse,
che non fussemo impediti d'alcun altro peso che delle proprie vesti e arme. E
intesi che uno altro mio famigliare venuto dalla citt della Veracroce mi
portava vettovaglie e altre cose, e con lui esser cinque a cavallo e
quarantacinque fanti oppressi da malatia, i quali similmente avevano portate
certe cose ivi rimase, e gi erano risanati, e tutto l'argento e altre cose e
mie e de' miei compagni, e settemila pesi d'oro colato (contiene il peso
dell'oro il valor quasi di due fiorini), i quali io avevo lasciati ivi in due
casse, e altri fregi e ornamenti, oltra gli altri quattordecimila castigliani
in pezzi d'oro che aveva avuti nella provincia di Teuchitibeque quel capitano
ch'io mandavo a fabricar nuova citt in Quacucalco, ed egli quivi gli avea
lasciati, e molti altri, al valor di pi di trentamila pesi d'oro. E li
predetti Indiani di Culua l'avevano ucciso nel viaggio insieme co' detti
Spagnuoli, e gli avevano tolto ogni cosa che portavano, e alcune scritture che
io avevo raccolte insieme con gli abitatori di queste provincie. Similmente
intesi che avevano uccisi pi Spagnuoli nel viaggio, che andavano alla citt di
Temistitan, pensandosi che io quivi me ne vivesse pacificamente, e che le
strade fussero sicure come solevano esser prima. Per la qual cosa (io dico il
vero alla Maest Vostra) tutti s fortemente ci attristavamo e dolevamo che
nulla pi ci potevamo dolere n attristare, percioch, oltra la perdita de'
detti Spagnuoli e dell'altre cose, che erano molte, vi fu il ritornarci alla
mente la morte degli Spagnuoli uccisi nella gran citt e ne' ponti e ci che
poi n'intervenne nel viaggio, e massimamente che mi avevano messo in sospetto
che avessero assaliti ancora quegli che erano rimasi nella citt della
Veracroce, e coloro che erano amici nostri, udita la nostra rotta, si fussero
ribellati. E subito ispedi' alcuni nunzii con certi Indiani che gli guidassero,
a' quali ordinai che non andassero insino a quella citt per le strade comuni,
e che tosto mi avisassero di ci che ivi si faceva. Piacque all'altissimo Iddio
che fussero trovati salvi gli Spagnuoli, e tutti li paesani che avevamo per
confederati star pacifici e quieti: la qual nuova apport grandissimo
alleviamento alla nostra perdita e maninconia, e all'incontro essi presero
dispiacere della nostra rotta.
Stetti in questa provincia di Tascaltecal venti giorni attendendo a far medicar
le mie ferite, le quali erano cresciute e per la longhezza del viaggio e per
non averle medicate, e massimamente quelle della testa; il simile facendo delle
ferite de' miei compagni, de' quali alcuni morirono in parte per le ferite e in
parte per le patite fatiche, e alcuni rimasero storpiati o zoppi per le ferite,
e pochi medicamenti e ripari si trovavano per rimedio, e io rimasi storpiato di
due deta della mano sinistra.


Come il Cortese, esortato da' Spagnuoli d'andar alla citt di Veracroce, non
volse acconsentirli, ma se n'and alla provincia Tepeaca, dove gli si fecero
incontro assaissime genti con arme, i quali, venuti alle mani, furono in gran
parte uccisi; e il Cortese in venti giorni soggiog molte citt e terre,
scrisse per ischiavi alcuni degli abitatori, e perch. Del giunger di Francesco
di Garai al porto di Veracroce, mal in punto, uccisi e feriti molti de' suoi.

Li miei compagni, vedendo gi molti esser morti e quegli che erano rimasi vivi
esser deboli e pieni di ferite, divenuti pi timidi per li pericoli e per le
fatiche nelle quali si erano ritrovati, temendo delle cose future, mi
richiesero ch'io dovessi andare alla citt della Veracroce, e quivi ci
fortificaremmo prima che gli abitatori delle provincie amici nostri, sapendo la
nostra rotta e le picciole forze, facessero lega co' nostri nemici e
occupassero gli stretti e li passi per i quali dovevamo andare, e ne
assalirebbono da un lato, e dall'altro quei della citt della Veracroce; ed
essendo noi uniti, e anco essendo quivi le navi, saremmo pi sicuri e meglio ne
potremmo difendere se ne volessero assalire, finch mandassimo all'isole per
dimandar soccorso. E vedendo che, se io mostrasse a' paesani e massimamente
agli amici paura alcuna, potrebbe esser cagione che pi tosto n'abbandoneriano
e si leveriano contra di noi, e tenendo a memoria che sempre la fortuna aiuta
gli audaci, e che noi eravamo cristiani, e confidatomi nella divina bont e
misericordia, che del tutto non moriremmo, e si perderebbono tante e s nobili
provincie che s pacificamente possedevo per la Maest Vostra, e in tale stato
che le pacificaremmo; n si lasciarebbe tal servizio continuando la guerra che
si faceva, per via della quale doveva seguir la quiete di tutte quelle
provincie, come era stato prima; perci deliberai per niun modo passar li monti
verso 'l mare, ponendo da banda tutte le fatiche e disagi che potessimo patire,
e dissi ch'io non volevo rimanermi da questa guerra, percioch, oltra il
biasimo e la vergogna che ne risultava alla mia persona e miei compagni, era
cosa di molto pericolo a Vostra Maest, e pareva che noi facessimo congiura
contra di lei. Anzi, io avevo determinato in tutti i modi a me possibile
ritornar contra gli nemici e offendergli in tutto ci che io potevo. E cos,
essendo dimorato venti giorni in questa provincia, non guarito ancora delle
ferite, co' compagni deboli, andai ad un'altra provincia nominata Tepeaca, che
era confederata con quegli di Culua nostri nemici, nella quale io avevo inteso
che erano stati uccisi dieci Spagnuoli che venivano dalla citt della Veracroce
alla gran citt di Temistitan, percioch per quella provincia era il dritto
viaggio a Temistitan. La provincia di Tepeaca confina con Tascaltecal, la quale
 grandissima provincia. E nell'entrar della provincia di Tepeaca ci si fecero
incontra con l'arme assaissime genti, e ne vietarono l'entrata con ogni loro
sforzo, ponendosi ne' luoghi difficili e forti. E per non andar raccontando
particolarmente ogni cosa che ne occorse in quella guerra, percioch sarei
molto lungo e molto accrescerei il libro, fatta l'ammonizione che dovessero
venire a dar ubbidienza a' comandamenti fatti loro circa la pace per nome di
Vostra Maest, e non gli volendo essi seguire, facemmo lor guerra, e spesse
volte vennero alle mani con esso noi. Nondimeno, per divino aiuto e per la real
fortuna di Vostra Maest, facemmo loro gran danno e molti n'uccidemmo, ed essi
in quella guerra non ferirono n uccisero Spagnuolo alcuno. E bench questa
provincia sia larghissima, nondimeno per spazio di venti giorni soggiogai molte
citt e terre di quella e pacifica e quietamente, e li signori e baroni di
quelle vennero ad offerirsi per vassalli a Vostra Maest, e da tutte quelle ne
cacciammo via molti di Culua, che erano venuti in quella provincia per
infiammar gli animi degli abitatori di quelle a far guerra, e impedire che n
per forza n liberamente pigliassero nostra amicizia: di maniera che insin ora
sono stato sempre occupato in questa guerra, la quale non  ancora finita, che
ci rimangono ancora certe ville e terre da pacificare, le quali spero in breve
col favor d'Iddio di metterle sotto la real signoria di Vostra Maest.
In una parte di questa provincia, dove uccisero quei dieci Spagnuoli, ho
scritto per schiavi alcuni degli abitatori, de' quali la quinta parte  stata
consegnata agli ufficiali di Vostra Maest, percioch in quella gli abitatori
sono sempre stati bellicosi e molto ribelli, e furono presi per forza d'arme; e
oltra il delitto commesso d'aver uccisi gli Spagnuoli e di ribellarsi alla
Maest Vostra, tutti mangiano carne umana, e percioch questo  publicamente
manifesto, non mando cosa alcuna a Vostra Maest. E anco mi son mosso a
scrivergli per schiavi per metter qualche paura agli abitatori di Culua: e ne
sono in quella provincia molti non dissimili a questi, e se per aventura non
fussero severamente castigati, non si partirebbono mai dal mal fare. In questa
guerra ci hanno dato aiuto gli abitanti di Tascaltecal, di Churultecal e di
Guasucingo, che hanno con noi confermata l'amicizia, e crediamo che sempre
serviranno come fedeli vassalli della Maest Vostra.
Quando stavamo in questa provincia di Tepeaca impacciati in questa guerra, mi
furono portate lettere della citt di Veracroce, per le quali mi era dato aviso
che due nave di Francesco di Garai erano arrivate al porto della Veracroce
tutte battute: e, come gi si vede, il detto Francesco di Garai di nuovo aveva
mandato a quel fiume del quale gi di sopra feci menzione a Vostra Maest, e
gli abitatori di quella provincia avevano combattuto con esso loro, e di loro
n'avevano uccisi sedici o diecisette e molti feriti, e uccisi anco sette
cavalli; e coloro che erano scampati nuotando erano entrati nelle navi e
fuggendo si erano salvati. Il capitano ed essi erano gravemente battuti e
feriti, e il luogotenente ch'io avevo quivi lasciato al governo gli aveva
ricevuti benignamente e fatti medicare, e acci meglio si risanassero aveva
mandato una parte de' predetti Spagnuoli ad un certo signor di quella
provincia, vicino alla detta citt e nostro amico, dove egli ben provedeva loro
di tutto. La qual cosa non fu di non minor dispiacere che li nostri patiti
disagi. E forse che non gli sariano intervenute cotal cose se altre volte fusse
venuto da me, come di sopra ho raccontato a Vostra Maest, percioch,
conoscendo tutte le cose che sono in queste provincie, ne poteva esser
certificato da me e non gli sariano intervenute le cose che gli erano accadute,
conciosiach 'l signore di quel fiume e della provincia, il qual si chiamava
Panuco, si fusse dato per suddito a Vostra Maest, e per segno d'ubbidienza mi
aveva mandati suoi ambasciatori con certi presenti alla citt di Temistitan,
come dissi di sopra alla Maest Vostra. Scrissi che, se quel capitano di
Francesco di Garai si volesse partire, gli facesse ogni favore e gli desse ogni
aiuto, acci si potesse ispedire con le sue navi.


Come il Cortese, fatto consiglio con gli ufficiali, per molte ragioni deliber
di edificar una citt nella provincia di Tepeaca qual si chiamasse Securezza
de' Confini; e ordin giudici, reggenti e altri ufficiali, e dove la citt fu
cominciata procur di fabricarvi una rocca.

Poich ebbi racquietata una parte di questa provincia, la quale fin ora sta
pacifica e soggetta al real servizio della Vostra Altezza, io insieme co' suoi
ufficiali facemmo consiglio che ordine si doveva tenere per conservazione di
quella provincia. E vedendo che gli abitatori di quella, poich si erano fatti
sudditi di Vostra Altezza, se gli erano ribellati e avevano uccisi li detti
Spagnuoli, e anco essendo per quella provincia il viaggio e il passo di tutte
le mercatanzie dai porti maritimi all'altre provincie in terra ferma, e se la
detta provincia rimanesse sola, come prima, gli abitatori della provincia e lo
stato di Culua che confina con loro di nuovo gli induceriano e persuaderiano
che di nuovo si levassero contra di noi e si ribellassero alla Maest Vostra;
onde nasceria impedimento e danno incredibile e alla difesa di queste provincie
e al servizio di Vostra Altezza, e cessariano le mercatanzie, e massimamente
che in tutta quella marina non vi erano se non due porti, e quegli molti aspri
e difficili, che sono vicini a quella provincia, e gli abitatori d'essa
facilmente possono andare a quelli: e per queste e per molte altre ragioni che
fanno al proposito ne parve, per ischifar le sopradette cose, che in luogo pi
accomodato di questa provincia Tepeaca si dovesse edificare una citt, dove
concorressero le qualit e cose necessarie per gli abitatori. E per mandar la
cosa ad effetto ponemmo nome alla citt Securezza de' Confini, e ordinai li
giudici, li reggenti e gli altri ufficiali, s come  costume di fare; e per
maggior fortezza degli abitatori di questa citt, in quel luogo dove ella fu
cominciata, procurai che fussero portate le cose necessarie per fabricare una
rocca, percioch in questa provincia si trovano cose ottime, e in questa user
quella maggior diligenza che mi sar possibile.


Delle provincie Guacabula e Messico, e come quelli signori vennero a darsi al
Cortese e fargli intendere come erano in arme da trentamila uomini di Culua.
Gli Spagnuoli che accompagnavano i detti signori, avertiti di certo inganno,
gli fecero prigioni e mandarongli al Cortese; e come furono relassati, e il
Cortese s'invi alla volta di Culua per ispedir quella guerra.

Mentre io scrivevo questa relazione, mi vennero a trovare gli ambasciatori d'un
signore d'una certa citt, la qual si dice che  lontana quindeci leghe da
questa provincia, che  chiamata Guacachula, ed  nella foce d'un monte, per la
qual si passa nella provincia nominata Messico. E per suo nome mi esposero che
da pochi giorni in qua erano venuti per render la dovuta ubbidienza alla sacra
Maest Vostra e se gli erano dati per sudditi e vassalli, e non gli riprendessi
pensandosi che fusse di suo consentimento, perch mi facevano certo che in
quella citt erano albergati molti capitani de' soldati di Culua, e in quella e
per due leghe intorno erano in arme da vinticinque in trentamila uomini, stando
a guardare la foce e il passo acci non potessimo passar di l, e anco per
vietar gli abitatori della detta citt e dell'altre provincie confederati con
quella, acci non facessero servizio all'Altezza Vostra n pigliassero amicizia
meco: e alcuni gi sariano venuti al servizio di Vostra Maest, se coloro non
gli avessero impediti. E mi confortavano a dar rimedio a questa cosa,
percioch, oltra l'impedimento fatto loro, che erano di buon animo, gli
abitatori della detta citt e tutti i circonvicini pativano grandissimo danno,
essendo infinita moltitudine di gente atta alla guerra, e n'erano sommamente
gravati e trattati da loro malamente, e che toglievano le lor robbe e moglieri
e altre cose: che guardasse io quel che voleva che essi facessero. Soggiunsero
che, se io prestava lor favore, eseguirebbono i miei comandamenti. Poich gli
ebbi ringraziati del loro aviso e offerta, assegnai loro tredici a cavallo e
ducento fanti e trentamila Indiani amici nostri, e promisero di condurgli per
luogo che gli nemici non ne potrebbono aver notizia, e, giunti che fussero
appresso la citt, il signore e gli abitanti di quella, li vassalli e li
confederati seco sariano apparecchiati e circondariano gli alberghi dove erano
alloggiati li predetti capitani, e gli arebbono o presi overo uccisi prima che
le lor genti potessero soccorrerli e aiutarli: e mentre la moltitudine delle
genti compariria, gli Spagnuoli sariano gi entrati nella citt e combatteriano
con loro, e a quel modo gli vincerebbono.
Essi partendosi passarono per la citt di Churultecal e per qualche parte della
provincia di Guasucingo, che confina con la provincia di questa citt
Guacachula. Lontano quattro leghe da quella, e in una certa terra della detta
provincia di Guasucingo, dicono essere stati avertiti gli Spagnuoli che gli
abitatori della detta provincia erano confederati con quegli di Guacachula e
con quei di Culua, e con questa scusa menavano gli Spagnuoli a questa citt,
per assalir tutti gli Spagnuoli insieme e uccidergli. E rinovandosi la paura
che ne misero quegli di Culua nella lor provincia e citt, e questo aviso
apport gran timore alli Spagnuoli, i quali andarono investigando ed
esaminando, e, poich ebbero intesa la cosa, fecero prigioni tutti li signori
di Guasucingo che andavano con esso loro, e similmente gli ambasciatori della
citt di Guacachula. E avendogli fatti prigioni, se ne ritornarono alla citt
di Churultecal, che era lontana quattro leghe da quel luogo, e de l mi
mandarono tutti li prigioni accompagnati da alcuni cavalli e fanti, con
l'informazione avuta; e li capitani scrivevano che li nostri soldati erano
diventati molto timidi, e pareva loro quella guerra pericolosa. Poich furono
venuti, ogni giorno parlava loro per interpreti e, usata ogni diligenza per
trovar la verit, mi parve che gli Spagnuoli non avevano ben compreso; e subito
comandai che fussero liberati e feci loro molte carezze, affermando che io del
detto veramente credeva loro esser fedeli vassalli della Maest Vostra, e che
io voleva andare a combatter con quei di Culua. E per non mostrar vilt e paura
agli abitanti delle provincie, s amici come nemici, mi parve, poich avevo
cominciato a far lor guerra, di non rimanermene; e similmente per levar la
paura che era entrata agli Spagnuoli, deliberai di lasciar li negozii e
l'espedizioni alle quali attendevo per la Maest Vostra, e subito pi tosto
ch'io potesse mi partii. E in quel giorno andai alla citt di Churultecal, che
da quella citt  lontana otto leghe: quivi trovai gli Spagnuoli, i quali
ancora affermavano che essi tenevano per certo il tradimento. Nel medesimo
giorno albergai in una terra suddita alla provincia di Guasucingo, dove quei
signori erano stati fatti prigioni.


Come, avicinandosi il Cortese a Guacachula, quegli abitatori combatterono gli
alloggiamenti dove erano i capitani di Culua, uccidendo quelli che erano
alloggiati per la citt; e come, venendo da trentamila uomini benissimo in
ordine per aiutar li loro, cominciando a metter fuoco in quella banda
ch'entravano nella citt, furono assaltati dal Cortese con la cavalleria e
aiuto d'Indiani, e ritiratisi sopra un monte furono per la maggior parte
uccisi, e i loro alberghi, ch'erano grandissimi, furono dati a sacco e a fuoco:
e con questa vittoria discacci gli nemici.

Il giorno seguente, posto l'ordine con gli ambasciatori di Guacachula donde e
in che modo dovessimo entrare nella detta citt, mi partii de l un'ora avanti
giorno, e quasi a dieci ore di giorno arrivammo a quella dove andavamo. E due
leghe lontano mi vennero incontra per ricevermi alcuni ambasciatori della detta
citt, e mi avisarono che gi tutta era apparecchiata all'impresa e che gli
nemici non avevano intesa la mia venuta, percioch le spie e le vedette che
avevano poste nella strada, le quali erano degli abitatori della citt, le
avevano fatte prigioni, e similmente l'altre tutte che li capitani di Culua
avevano ordinato che salissero sopra le mura e torri, donde potessero guardar
la pianura: e perci tutta la gente nemica stava sprovista e in ozio,
confidandosi nelle guardie che avevano poste, e che io mi potevo appressare
senza loro saputa. E mi affrettai per arrivar l prima che intendessero la
nostra andata, percioch noi camminavamo per la pianura e facilmente ne
potevano vedere dalla citt. E con effetto si conobbe che noi fummo visti dagli
abitatori della citt, che, vedendoci esser vicini, subito circondarono gli
alloggiamenti ne' quali erano i capitani di Culua, e cominciarono a combattere
con gli altri che erano alloggiati per la citt; ed essendo io lontano da
quella quasi un tiro di balestra, mi vennero incontra menandomi quaranta
prigioni. Nondimeno sempre sollecitavo d'entrar nella citt, nella quale si
sentivano grandissimi gridi di coloro che combattevano co' nemici per tutte le
contrade. Guidato da uno della citt, giunsi all'albergo dove stavano li
capitani, il quale era circondato da tremila uomini che combattevano per
entrarvi e occupavano tutti li luoghi alti e le terrazze. E li capitani e
coloro che si ritrovavano seco combattevano gagliardamente e con molto ardire,
s che non vi potevano entrare, bench fussero di poco numero, percioch, oltra
che combattevano forte e valorosamente, il loro alloggiamento era fortificato.
Nondimeno subito arrivati entrammo, e seguit dopo noi tanta gente della citt
che per niun modo potemmo riparare che non uccidessero alcuni di quei di Culua:
e io desiderava di pigliarne vivo qualcuno, per certificarmi dello stato della
gran citt e intendere chi ne fusse rimasto signore dopo il signor Montezuma, e
desideravo di sapere molte altre cose. Non ne potetti aver se non uno quasi
mezzo morto, dal quale fui certificato come dir di sotto.
Nella citt furono uccisi molti di quegli che v'erano albergati, e coloro che
erano rimasti vivi, quando io entrai nella citt, intesa la mia venuta, se ne
fuggirono dove era l'esercito di quei di Culua, e seguitandogli n'uccidemmo
molti. E tanto tosto fu udito il romore da coloro che stavano per dar soccorso,
trovandosi esser in luogo alto ed eminente che d'ogn'intorno soprastava alla
citt e alla pianura, e quasi tanto presto vennero alla citt per aiutare i
loro, come uscirono quegli che erano dentro: e venivano in lor soccorso da
trentamila uomini, la qual gente era pi in ordine che alcun'altra che fin ora
abbiamo veduto. Portavano molti ornamenti e fregi d'oro, d'argento e di penne.
Ed essendo la citt grande, cominciarono a metter fuoco in quel luogo dove
entravano, il che mi fu riferito dalli terrazzani; e perci subito, essendo li
fanti a pi per la fatica stanchi, me n'andai l co' cavalli e assaltammo gli
nemici, li quali si ritirarono ad un passo difficile. Nondimeno lo pigliammo e
gli seguitammo nella salita, ferendone molti con le lance, salendo nell'alto
monte: e tanto alto che, mentre giugnemmo alla cima, n noi ne alcuno de'
nemici si poteva muovere, e molti di loro oppressi al gran caldo morivano senza
esser feriti in parte alcuna, e due de' nostri cavalli si arrestarono, de'
quali uno mor. Ci diedero soccorso molti Indiani amici nostri, e con l'aiuto
loro facemmo grandissimo danno agli nemici, percioch, essendo loro oppressi
dalla stanchezza e i nostri freschi dal riposo, facevano poca resistenza, di
modo che 'l campo, il qual prima si vedeva pieno di vivi, n'era voto ed era
ripieno di morti. Venimmo alle lor casette e alberghi, fatti da loro nuovamente
in tre luoghi, ciascuno de' quali occupava lo spazio d'una gran citt; e oltra
li soldati avevano gran numero di servidori, e avevano quivi fatti molti
apparecchi per il campo, percioch tra loro erano molti baroni: e lo misero a
sacco e a fuoco gl'Indiani amici nostri, de' quali (dico la verit alla Maest
Vostra) ve n'erano venuti pi di centomila. E con questa vittoria discacciammo
tutti gli nemici dalla provincia, insino a certi passi di ponti e uscite
difficili che essi tenevano. Noi ritornammo nella citt, dove da' cittadini
fummo benignamente ricevuti, e quivi ci riposammo per tre giorni, che invero ne
avevamo bisogno di riposo.


Come alcuni cittadini d'Ocupatuio, i quali ad instanzia del lor signore avean
seguito la fazion di quelli di Culua, vennero ad offerirsi al Cortese,
pregandolo che volesse perdonargli e che 'l fratel del signore tenesse lo
stato, e la risposta a loro fatta. E sito della citt di Guacachula.

Fra questo mezzo vennero a trovarmi i cittadini d'una gran citt, offerendosi
al servizio della Maest Vostra; la qual citt  situata nella cima di quei
monti, lontana dal sopradetto campo de' nemici per due leghe, e anco dal piede
del monte, dal quale gi ho detto che usciva quella palla di fumo: questa citt
 nominata Ocupatuio. E mi fecero a sapere che 'l signore che prima gli
governava aveva seguitati quegli di Culua, nel tempo che noi fummo per quei
luoghi, pensandosi che noi non ci dovessimo fermare finch venissimo alla sua
citt; e gi molti giorni avevano cercato di pigliar la mia amicizia, e sariano
venuti a render ubbidienza a Vostra Maest, ma il lor signor non aveva voluto
n l'aveva comportato, bench molte fiate l'avessero richiesto. Ora essi
volevano sottoporsi al servizio di Vostra Altezza; e che ivi era rimasto il
fratello del detto lor signore, il qual era sempre stato di quella opinione e
parere, e che io dovessi volentieri comportare che egli al presente tenesse lo
stato, e, bench quello ritornasse, io non acconsentissi che fusse ricevuto per
signore, percioch n anco essi lo riceverebbono. Risposi che, avegna che essi
fin ora avessero seguitato la fazione di quei di Culua e si fussero ribellati
dal servizio di Vostra Maest, nondimeno io avevo deliberato di perdonare e
alle persone e alle facolt loro, essendo venuti e avendo palesato che 'l
signore era stato capo e guida della lor ribellione e temerario ardire. Io per
nome della Vostra Altezza perdonavo loro li passati errori e li ricevevo al suo
real servizio, e volevo che, se per l'avenire cadessero in simili errori,
fussero da me castigati e puniti gravemente; ma se fussero fedeli vassalli di
Vostra Altezza, io per nome di Vostra Maest prestaria loro ogni favor e aiuto:
e cos promisero.
Questa citt di Guacachula  situata in una pianura, da un lato accostata a
monti grandi e asprissimi, e dall'altro ha attorno attorno due fiumi distanti
tra loro un tiro di balestra, che circondano la pianura. Ciascuno d'essi ha
profonde e altissime spelonche, di maniera che impediscono che da quel lato non
vi si pu andare, se non per alcune poche vie, e quelle sono difficilissime da
salire e a cavallo appena vi si pu andare. La citt  circondata di fortissime
mura fatte di pietre concie e di calcina, d'altezza di quattro stature di uomo
di fuori della citt; ma di dentro sono eguali alla terra, e attorno attorno le
mura  alzato un muro alto quanto saria la statura di mezzo uomo, il quale 
per difesa de' combattenti. Ha quattro entrate tanto larghe quanto vi pu
commodamente entrare uno a cavallo, e ciascuna entrata ha tre o quattro
rivolgimenti nelle mura, dove una parte del muro entra nell'altra. Nelle mura
vi  sempre grandissima copia di sassi, li quali usano per combattere. La citt
contiene pi di cinque o seimila case, e altrettante nelli borghi a lei
sottoposti;  di grandissimo circuito, percioch vi sono di molti giardini con
varii frutti.


Dell'acquisto della citt Izzuacan, e come le citt circonvicine vennero ad
offerirsi al Cortese. Che, essendo contesa circa la successione dello stato di
Izzuacan, fu data l'ubbedienza ad un nepote del signor naturale; e il sito
d'essa citt.

Poich noi fummo riposati in questa citt per spazio di tre giorni, n'andammo
ad un'altra nominata Izzuacan, la quale  distante da Guacachula quattro leghe,
percioch avevo inteso che in quella vi erano alla guardia molti de' nostri
nemici di Culua e gli abitatori di detta citt e degli altri luoghi
circonvicini sudditi favorivano grandemente quelli di Culua, avendo il loro
signore origine da Culua ed essendo parente del signor Montezuma. Venivano meco
tanti paesani di quelle provincie vassalli di Vostra Maest, che quasi
coprivano gli campi i quali noi potevamo vedere, e in verit vi erano concorsi
pi di centoventimila uomini. Arrivammo alla detta citt Izzuacan quasi a dieci
ore: era vota di donne e di fanciulli, e vi stavano dentro cinque o seimila
soldati molto ben in ordine; ed essendo gli Spagnuoli alquanto andati innanzi,
cominciarono a difender la citt, nondimeno tosto l'abbandonarono. E perch
quel luogo per il quale fummo guidati per entrarvi era debile e facile, gli
seguitammo per tutta la citt, e gli sforzammo gettarsi gi dalle mura nel
fiume che dall'altro lato circonda tutta la citt, i ponti del qual fiume essi
gli avevano tutti rotti e gettati a basso, onde mettemmo alquanto d'indugio in
passarlo; e gli seguitammo pi d'una lega e mezza, e di quegli che fuggendo non
si salvarono pochi stimo che ne rimanessero vivi.
Ritornato nella citt, mandai due cittadini che io tenevo prigioni accioch
parlassero ai principali della citt (percioch il lor signore aveva seguito
que' di Culua, che vi erano stati posti alla guardia), che gli confortassero a
tornar dentro: e io, per nome di Vostra Maest, promettevo loro che se per
l'avenire erano per esser fedeli vassalli di Vostra Maest, che sariano ben
trattati da me. Tre giorni dopo la lor partita mi vennero innanzi alcuni dei
principali, dimandandomi perdono dei loro falli, iscusandosi non aver potuto
fare altramente, avendo avuto necessit di esequire gli commandamenti del lor
signore; e poich egli se ne era partito e gli aveva lasciati, promettevano da
quell'ora innanzi bene e fedelmente voler servire a Vostra Maest. Io promisi
loro la mia fede, e commisi che sicuramente ritornassero a casa e conducessero
le loro moglieri e figliuoli, che erano in altri luoghi e ville della medesima
fazione. Ordinai ancora che parlassero con gli abitatori di quella provincia,
che venissero da me, che perdonarei loro i commessi errori, e non aspettassero
che io gli andassi ad assalire, percioch ne patirebbono grandissimo danno e io
n'avrei dispiacere. E cos avenne, conciosiach dopo due giorni li cittadini se
ne ritornarono in Izzuacan, e tutte le citt circonvicine vennero ad offerir
servizio a Vostra Maest e se stessi per vassalli, e quella provincia rimase in
grandissima amicizia e stretta confederazione con quelli di Guacachula.
Fu ben discordia intorno al determinare a cui appartenesse lo stato di quella
provincia, in absenzia del signore, che si era partito e andato a Messico. E
bench fussero alcune contese e fazioni tra un certo figliuolo bastardo del
signor naturale di detta provincia, che era stato ucciso dal signor Montezuma,
e vi aveva messo colui che ora signoreggiava e gli aveva data una sua nipote
per moglie, e tra 'l nipote del detto natural signore, che era figliuolo d'una
figliuola legitima che era maritata nel signore di Guacachula e aveva generato
quel figliuolo, nepote del signor naturale di Izzuacan finalmente si
accordavano tra loro che quel figliuolo del signor di Guacachula avesse la
eredit, che discendeva da legitima linea del vero signore di quello stato: e
bench quell'altro fusse figliuolo, essendo bastardo non dovea succedere nello
stato. E in presenza mia resero ubbidienza al detto nepote, fanciullo di et di
dieci anni; e perch non era di et che fusse atta a regnare, ordinarono che
quel suo zio bastardo e tre altri primarii, uno della citt di Guacachula e due
d'Izzuacan, fussero governatori della provincia e tenessero il fanciullo in
potest loro finch fusse di et atta al governare.
Questa citt d'Izzuacan ha da mille e cinquecento abitazioni, ed  molto
vagamente fabricata nelle sue contrade; aveva cento case appresso le moschee e
luoghi da far orazione ai loro idoli, fortissime, con le torri, le quali tutte
furono abbrucciate. Ella  posta in una pianura a pi d'un mezzano colle, dove
da una parte  una fortezza molto ben fornita, e dall'altra verso la pianura 
circondata da uno profondo fiume che passa al lato delle mura; e il fiume 
circondato da una spelonca la quale  di grandissima profondit, e sopra la
spelonca  un picciolo muro d'altezza quanto saria mezza statura di uomo, nel
quale erano raunati molti sassi. Ha una valle rotonda e abbondantissima di
frutti e di vermi da seta, percioch ne monti sopradetti non ne nascono per li
gran freddi: e quivi  il paese pi caldo, il che aviene per esser circondato
da' monti. Tutta questa valle  bagnata da assaissimi rivi ben fatti e
ordinati.


Come i signori di Guagucingo e d'un'altra citt dieci leghe lontana vennero ad
offerirsi,
e altre otto citt delle provincie Caastraca, Cucula e Tamacula,
e come gli abitatori di quelle citt parimente si offerirono.

In questa citt dimorai finch ritornarono ad abitarla come prima, dove vennero
ad offerirsi per vassalli di Vostra Maest il signor una citt chiamata
Guagucingo e gli signori d'un'altra, che sono lontane da questa citt di
Izzuacan dieci leghe e confinano con la provincia di Messico. Ne vennero anco
da otto citt di quella provincia Caastraca, che  una di quelle provincie
delle quali ne' precedenti capitoli ho fatto menzione, che l'avevano vista gli
Spagnuoli che io avevo mandati a raccorre dell'oro alla provincia Cucula; nella
quale, e in quella di Tamacula, che gli  vicina, dissi esser grandissime citt
e ben fabricate, e di migliori pietre concie che insin ora abbiamo viste in
alcuna di queste parti. La qual provincia Castraoceaca  lontana quaranta leghe
dalla citt di Izzuacan. Gli abitatori delle dette citt similmente si
offerirono per vassalli di Vostra Altezza, e affermarono che anco erano quattro
citt nella detta provincia le quali tosto verriano, dicendomi che io
perdonassi loro se non erano venuti prima, percioch non avevano avuto ardir di
venire temendo quegli di Culua, e che essi non avevano mai prese le armi contra
di me, n si erano trovati alla morte d'alcun Spagnuolo: e dopo che avevano
resa ubbidienza, erano sempre stati di buon animo e fedeli vassalli di Vostra
Maest, nondimeno non avevano avuto ardire di mostrarlo per tema di que' di
Culua, come prima avevano detto. Di modo che prometto alla sacra cesarea e
catolica Maest Vostra che, se piacer al sommo Iddio e alla fortuna di Vostra
Altezza, in breve racquisteremo ci che abbiamo perduto o parte di quello,
percioch ogni giorno vengono molte provincie e citt ad offerirsi al servizio
di Vostra Altezza, le quali gi erano soggette allo stato del signor Montezuma,
e coloro che fanno questo sono ricevuti e trattati da me benignamente, e quelli
che ricusano di giorno in giorno sono distrutti.


Come il fratello di Montezuma ottenne lo stato di suo fratello.
Le provisioni che 'l Cortese faceva per la guerra.

Da coloro che erano stati presi nella citt di Guacachula, e massimamente da
colui che io dissi aver preso pieno di ferite, particolarmente intesi le cose
di Temistitan, e seppi che dopo la morte del signor Montezuma suo fratello, che
era signor della citt d'Iztapalapa, aveva ottenuto lo stato: ed era nominato
Cuetrauacin, del qual gi ho fatto menzione. E successe egli nel principato
perch ne' ponti appresso la citt di Temistitan era mancato un figliuolo
primogenito del detto Montezuma, e due altri che vivevano non erano atti a
signoreggiare, essendo (come dicevano) l'uno pazzo e l'altro paralitico; e per
questo si diceva che suo fratello aveva conseguito la signoria, e anco perch
era stimato di gran valore, feroce nella guerra e parimente savio. E intesi che
essi fortificavano cos la gran citt come gli altri luoghi del suo stato, e in
molte parti facevano nuove mura e fossi, e apparecchiavano varie sorti d'arme,
e massimamente lance lunghe, che chiamiamo picche, contra li cavalli: delle
quali ne vedemmo alcune, che furono trovate in questa provincia Tepeaca, di
coloro che combattevano contra di noi in quelle grandi abitazioni dove
alloggiavano in Guacachula, e similmente ne trovammo alcune ne' detti
alloggiamenti. E intesi assai altre cose, ch'io lascio per non esser tedioso
all'Altezza Vostra.
Mando quattro navi all'isola Spagnuola, affine che imbarchino soldati e cavalli
e subito ritornino in soccorso nostro, e altre quattro che nella detta isola
comprino cavalli, arme, balestre e polvere d'artegliaria, percioch in queste
parti n'abbiamo pi di bisogno, perch li fanti urtati da tanta moltitudine
poco vagliano a far resistenza con picciole rotelle, e in queste parti si
trovano fortificate molte e grandi e nobili citt e fortezze. Oltre di ci
scrivo al dottor Rodorico de Figueroa e agli ufficiali di Vostra Altezza che
fanno residenza nella detta isola Spagnuola, che prestino ogni possibil favore
e aiuto a questa impresa, essendo ci appartenente al servizio di Vostra
Maest, e alla conservazione dell'acquisto fatto in queste parti, e alla difesa
e sicurezza delle nostre persone; percioch, poich sar giunto il detto
soccorso, ho animo di ritornare a quella gran citt di Temistitan, e spero nel
divino aiuto che in breve la ridurr in poter mio, come l'avevo prima, e
racquisteremo le cose perdute. In questo mezzo sollecito che siano fabricati
dodeci brigantini e altre imfrate navi per passare il lago, e ora ci
affatichiamo intorno a' chiodi, alle tavole e agli altri legni, le qual cose
tutte provederemo che siano portate per terra, per poterle subito mettere
insieme: e a questo sono apparecchiate le vele, la stoppa, la pece, li remi e
ogn'altra cosa necessaria. E rendo certa la Maest Vostra che, in fin che non
adempio questo mio desiderio, non penso di potere aver riposto n rimanermi di
cercare tutte le vie a me possibili, non recusando pericolo alcuno n spesa che
si possa fare.


Venuta d'una nave picciola di Francesco di Garai nel porto della Vera Croce,
qual il Cortese mand a ricercar le due navi nel fiume Panuco, temendo non
patissero qualche danno. Apparecchio del signor di Temistitan contra gli
Spagnuoli.
Necessit che aveva il Cortese per dar aiuto agli amici.

Gi sono due giorni che mi furono portate lettere del mio luogotenente nella
citt della Vera Croce, per le quali intesi una picciola nave esser arrivata in
porto con trenta uomini, computando gli marinai e gli soldati, e si diceva
esser venuta a cercar coloro che Francesco de Garai aveva mandati in queste
provincie, de' quali altre volte ho detto a Vostra Maest; e affermavano aver
patito grandissima carestia di vettovaglie, e tale che, se quivi non era dato
lor aiuto, sarebbono tutti morti di fame. E intesi che erano arrivati a porto
Panuco, e in quello avendo indugiato quaranta giorni, e nel fiume e nella
provincia non aver veduto mai alcuno, e perci dalle cose che successero
stimavano che quella provincia fusse rimasta disabitata; e parimente li
medesimi avevano detto che subito dopo loro dovevano venire due navi del detto
Francesco di Garai con soldati e cavalli, e credevano che gi fussero passati
alla costa da basso. E per mi  paruto appartenere al servizio di Vostra
Altezza che quella nave e quegli che erano in essa non si perdessero, avendolo
prima avisato delle cose fatte nella provincia, percioch gli abitatori di
quella potrebbono fargli pi danno. Comandai che la detta nave dovesse andare a
cercare l'altre e le certificasse delle cose che erano successe, e venissero al
porto della detta citt della Vera Croce, dove il capitano che prima il detto
Francesco di Garai aveva mandato gli aspettava. Piaccia a Iddio ottimo massimo
che li ritrovino avanti che smontino in terra, percioch gli abitatori della
provincia hanno avertito a questo, ma non gi gli Spagnuoli: temo che non
caschino in qualche gran ruina, il che saria contra il servizio
dell'onnipotente Iddio e dell'Altezza Vostra, e questo saria uno accrescer
l'audacia delli detti cani di assalire gli altri che per l'avenire fussero per
dovere andare in que' luoghi.
Nel precedente capitolo narrai che io avevo inteso dopo la morte del signor
Montezuma essere stato fatto signore un suo fratello nominato Coretacuacin, il
quale metteva insieme varie sorti di arme e fortificava la gran citt e tutte
le altre vicine al lago. Ora da pochi giorni in qua sono stato avisato che
Coretacuacin aveva mandato gli suoi nunzii a tutte le provincie e citt a lui
suddite, a far noto a' suoi vassalli che esso per grazia rimetteva loro tutti
li tributi e servizii che erano tenuti a fargli, che non gli diano o paghino
cosa alcuna, pur che in tutti li modi che potessero facessero guerra a'
cristiani, finch o gli uccidessero o cacciassero fuori della provincia, e
similmente facessero guerra a tutti gli abitatori di queste provincie che
tengono amist o confederazione con esso noi. Nondimeno confido in Dio ottimo
massimo che niente succeder secondo i lor desiderii; pur mi trovo in
grandissima necessit, per dare aiuto agl'Indiani amici nostri, concorrendone
ogni giorno da molte citt e terre a dimandar soccorso contra li paesani di
Culua e loro e nostri nemici, i quali con ogni sforzo facevano lor guerra, per
aver essi amicizia e confederazione con esso noi. Io veramente non posso, come
vorrei, dar soccorso a tutti i luoghi; nondimeno, s come ho detto, a Iddio
onnipotente piacer di supplire alle nostre picciole forze e mandarci il suo
aiuto, e quello che ho mandato a chiedere dall'isola Spagnuola.


Il Cortese, per la similitudine del luogo, chiama le terre per lui scoperte
Nuova Spagna
del mare Oceano; supplica l'imperatore che mandi un uomo
a cui per nome di sua Maest si presti piena fede.

Per le cose ch'io ho vedute e ho potuto comprendere circa la similitudine che
hanno tutte queste provincie con la Spagna, s nella fertilit come nella
grandezza e ne' freddi che vi sono, e in molte altre cose nelle quali a quella
si possono aguagliare, mi  paruto non potersi metter loro nome pi conveniente
che Nuova Spagna del mare Oceano, il qual nome fu posto per nome della sacra e
catolica Maest Vostra, la qual supplico si degni acconsentire al detto nome e
cos dia commissione ch'ella sia nominata.
Ho scritto alla Maest Vostra, bench rozzamente, la verit di tutte le cose
avenute in queste parti, e quelle massimamente che pi fa di bisogno che ella
sappia; e mando con le altre mie alligata una supplicazione, che sia mandato
qua un uomo, al quale per nome di Vostra Maest si abbia da prestar piena fede,
che prenda informazione d'ogni cosa.
Altissimo e potentissimo Principe, Iddio ottimo massimo conservi la vita e la
real persona e il potentissimo stato di Vostra catolica Maest, e l'accresca
per lunghi tempi con accrescimento di maggior regni e signorie, come il suo
real cuore desidera.
Della citt della Securezza de' Confini della Nuova Spagna del mare Oceano,
alli 30 d'ottobre 1520.


Di Fernando Cortese la terza relazione della Nuova Spagna.


Come il Cortese, avuto aviso che le provincie Cecatami e Xalacingo s'erano
ribellate, mand a quella ispedizione un capitano. Quello che oper nella citt
detta Chucula a satisfazione di quegli abitatori. Come, giunto in Tascaltecal,
trovato morto il magiscacin, primo tra quelli signori, invest di quello stato
un suo figliuolo.

Per Alfonso Mendoza da Medelino, il quale alli 5 di marzo dell'anno passato
1521 lo ispedi' da questa Nuova Spagna, e mandai alla Maest Vostra la
relazione di tutte le cose che erano avenute in questa provincia, la qual
relazione io l'aveva finita alli 30 d'ottobre l'anno 1520. E perch il tempo
non era buono e le navi ch'io avevo, tre avevano patito naufragio, una per
mandare alla Maest Vostra la detta relazione, l'altre per mandare a condurre
il soccorso dall'isola Spagnuola, perci si  prolungata assai la partita del
predetto Alfonso Mendoza, s come per il medesimo pi a pieno ne ho dato aviso
alla Maest Vostra. E nel fine di detta relazione io le facevo a sapere che,
dapoi che gl'Indiani abitatori della famosa citt di Temistitan ci aveano di
quella cacciati fuori per forza, avevano mosso guerra alla provincia di
Tepeaca, la quale era loro suddita, e ribellatasi a Vostra Maest. Io, con
quegli Spagnuoli che erano rimasi vivi, insieme con gl'Indiani amici nostri,
avevo mosso lor guerra e ridutteli al servizio della Maest Vostra. E tenendo
ancora fisso nella memoria il passato tradimento, il grandissimo danno e la
tanto fresca uccisione degli Spagnuoli, avevo deliberato d'assaltar quegli
della predetta citt che erano stati cagione di tanta ruina, e a questo effetto
cominciavo ad apparecchiare tredici brigantini per danneggiar la detta citt
quanto mi fusse possibile per la via del lago, quando essi perseverassero nel
lor cattivo proposito. Scrissi alla Maest Vostra che, mentre si fabricavano li
predetti brigantini, e ch'io e gl'Indiani amici nostri apparecchiavamo
d'assaltargli, io mandavo all'isola Spagnuola per far condurre in nostro aiuto
uomini, cavalli, artegliarie e armi: e per questo io scrivevo agli ufficiali di
Vostra Maest che in quella isola fanno residenza, e mandavo danari per ogni
spesa; e anco feci a sapere a Vostra Maest ch'io non pensavo di riposarmi n
volevo cessare finch conseguivo la vittoria de' nemici, e in ci ero per
metter ogni possibil diligenza, non curando n spesa n fatica n pericolo
alcuno che me ne potesse avenire, e con quest'animo apparecchiavo di partirmi
dalla provincia di Tepeaca.
Similmente diedi aviso alla Maest Vostra come nel porto della citt della
Veracroce era giunta una nave di Francesco di Garai, luogotenente e governatore
dell'isola Iamaica, con grandissima carestia d'ogni cosa; nella qual nave erano
forse da trenta uomini, e riferivano che due altre navi aveano fatto vela per
andare al fiume Panuco, dove era stato rotto un certo capitano di Francesco de
Garai: e temevamo, se andavano l, che ricevessero qualche danno dagli abitanti
appresso il detto fiume. Feci ancora sapere a Vostra Maest come subito ordinai
che una nave la dovesse seguitare e farle avisate del tutto. E poich ebbi
scritto, piacque a Iddio che alla citt della Veracroce arriv una delle dette
navi, nelle quali erano forse centovinti uomini, e fui fatto certo che quel
capitano di Francesco de Garai che era venuto da prima era stato rotto, e
avevano parlato col medesimo capitano, che si era trovato presente alla rotta:
e lo feci avvertito che, s'andavano l, non poteva essere senza suo gran danno
e ruina. E mentre stavano in porto con ferma opinione di andare al detto fiume,
si lev una fortuna con gagliardissimo vento accompagnata, e rotte le funi
sforz la nave ad uscir fuori, e prese porto nella costa di sopra, lontano
dodeci leghe dalla citt della Veracroce, nel porto di Santo Iuan; ed essendo
smontati di nave con otto cavalli e altretante cavalle che menavano seco,
tirarono la nave in terra, percioch ella pigliava troppa acqua. Subito ch'io
l'intesi, scrissi al lor capitano, certificandolo che mi erano di grandissimo
dispiacere i mali che gli erano intervenuti, e come avevo dato commessione al
mio luogotenente, ch'io avevo lasciato nella citt della Veracroce, che
ricevesse benignamente lui e gli uomini che menava seco, e facesse lor parte di
tutte le cose necessarie, e vedesse quel che voleva deliberare e, se tutti o
alcuni di loro volessero ritornare alle navi che erano quivi, assicurandogli
con la scorta gli lasciasse andare e desse loro ogni aiuto. Il detto capitano e
coloro che erano seco avevano deliberato di rimanere, e vennero a trovarmi;
dell'altra nave insin ora non abbiamo inteso cosa alcuna, ed essendo ci stato
gi molto tempo, molto dubitiamo della sua salute. Piaccia a Iddio che ella sia
salva.
Avendo deliberato di partirmi dalla provincia di Tepeaca, mi venne novella che
due provincie chiamate Cecatami e Xalacingo, le quali sono sottoposte al signor
di Temistitan, si erano ribellate; e perch dalla citt della Veracroce si pu
passare a quelle parti, avevano in quella uccisi alcuni Spagnuoli, e gli
abitatori si erano ribellati e avevano pessima intenzione. E accioch la strada
fusse sicura, e per dar loro qualche castigo, se non volessero vivere
pacificamente, ispedi' un capitano con venti uomini a cavallo e ducento fanti a
pi con gli Indiani amici nostri, al qual feci espresso comandamento che
dovesse ammonire gli abitatori delle dette provincie che concordevolmente si
dessero per vassalli di Vostra Maest, come avevano fatto dell'altre volte, e
in questo usasse ogni possibil diligenza: e se non lo volessero ricever
pacificamente facesse lor guerra, la qual finita che egli avesse, e prese anco
le due provincie, con tutti gli soldati se ne ritornasse alla citt di
Tascaltecal, dove io l'aspettarei. E cos nel principio di decembre, l'anno
1520, egli and seguendo il suo viaggio alle gi dette provincie, le quali da
quel luogo sono lontane venti leghe.
Finite queste cose, al mezzo del mese di decembre del detto anno, io mi parti'
dalla citt della Securezza de' Confini, che  nella provincia di Tepeaca,
nella quale io lasciai un capitano con sessanta soldati, essendone stato con
grande instanza di prieghi richiesto dagli abitatori di quella. Ordinai che
tutti li fanti andassero alla citt di Tascaltecal, dove si fabricavano li
bregantini, la quale  lontana dalla provincia di Tepeaca nove o dieci leghe, e
io quella notte andai a dormire ad una citt nominata Chulula, percioch gli
abitatori di quella desideravano grandemente la mia andata, per esser molti
signori di quella morti del mal di variole: la quale infermit suol prender
spesso gli abitatori di queste provincie, s come fa ancora quegli dell'isole.
Essi desideravano che, per loro e mio consiglio, in luogo de' signori morti ne
fussino rimessi degli altri. Ed essendo giunti l, fummo ricevuti molto
commodamente, e fatto ci che ho detto di sopra, e avendo satisfatto al lor
desiderio, feci lor a sapere che 'l mio viaggio era per andar a far guerra alle
provincie di Messico e di Temistitan. Io gli pregai che, essendo vassalli di
Vostra Maest, dovessero procurare in tutti i modi di mantener l'amicizia con
esso noi, e a noi si conveniva fare il medesimo insino che avessimo la vita; e
gli richiesi che, in tutto quel tempo ch'io era per tener guerra contra le
sopradette provincie, mi dovessero dare aiuto di gente, e con quegli Spagnuoli
ch'io mandassi nella lor provincia, overo in quella abitassero, si portassero
come son tenuti di fare gli amici con gli amici. E avuta la promissione da loro
di cos dover fare, dopo due o tre giorni mi partii andando verso Tascaltecal,
che  distante per spazio di sei leghe, ed essendo arrivato l trovai che vi
erano tutti gli Spagnuoli, insieme con gli abitatori della citt, i quali
grandemente si rallegrarono della mia venuta. Il giorno seguente tutti li
signori della predetta citt e provincia vennero a parlarmi, e mi fecero a
sapere che 'l magiscacin, il quale  tenuto il primo tra gli altri signori
della detta provincia, era morto del male di variole, e molto ben sapevano che
la sua morte mi saria dispiaciuta, avendo egli avuto meco s stretta amicizia;
nondimeno aveva lasciato un figliuolo di et di dodeci anni, al quale dicevano
appartenersi la signoria che tenne il padre, e sopra modo mi pregavano ch'io
volessi investirlo dello stato come legitimo erede: satisfeci al lor desiderio,
onde ne presero grandissimo piacere.


Come, trovati li maestri solleciti a finir i brigantini, fece provisione
dell'altre cose necessarie. Dello acquisto delle provincie Cecatami e
Xalacingo, e come il Cortese perdon ad alcuni signori che s'erano ribellati.

Essendo giunto in questa citt, trovai i legnaiuoli e maestri de' bregantini
molto sollecitar di finir di lavorare il legname e le tavole per fargli, e aver
fatto ci che in detta opera era di bisogno; e subito procurai che dalla citt
della Veracroce fusse portato e ferro e chiodi che io avevo quivi, e vele e
sarte e altre cose necessarie per finirgli. E perch non avevo pece, ordinai
che certi Spagnuoli andassero a raccoglierla in un alto monte che ivi era assai
vicino, accioch tutti gli apparecchi per finir li detti bregantini potessero
esser in ordine, onde poi con l'aiuto d'Iddio, mentre io fussi nelle provincie
di Messico e di Temistitan, potesse proveder di fargli condurre, percioch le
dette provincie sono lontane dieci o dodeci leghe dalla citt di Tascaltecal.
In tutti quei quindeci giorni che dimorai quivi, non attesi ad altro che a
sollecitar diligentemente li maestri de' detti bregantini, e cercar
d'apparecchiar l'armi, e a metter ordine per fare il nostro viaggio.
Due giorni avanti la festa del Natale di nostro Signore, ritorn il capitano
coi fanti e coi cavalli che erano andati alla provincia di Cecatami e di
Xalacingo, e intesi che una parte degli abitatori aveva combattuto con loro, e
l'altra alla fine in parte volontariamente e in parte a forza esser venuta alla
pace; e mi condussero alcuni signori di quelle provincie, alli quali, avenga
che fussero degni di grandissimo castigo per la lor ribellione e per aver
uccisi li cristiani, avendomi promesso da ora innanzi dover essere ottimi e
fedeli vassalli di Vostra Maest, io in nome di lei gli ho perdonato, e ho dato
lor licenza di ritornarsene nella patria. E cos concludemmo in quel giorno, il
che risult in grandissimo servizio di Vostra Maest, s per la quiete degli
abitatori delle dette provincie, s ancora per la sicurezza degli Spagnuoli, ai
quali per andare e tornare dalla citt della Veracroce era necessario passar
per le dette provincie.


Come il Cortese fece la rassegna de' suoi soldati e le parole che gli us, per
le quali essi ripigliorono le forze e l'ardire. Le grandi offerte che li fecero
gli signori di Tascaltecal di darli aiuto con tutte le forze delle lor
provincie. Come si part e arriv alla terra detta Tezmoluca.

Il secondo giorno di Natale nella detta citt di Tascaltecal feci la rassegna
di tutti i soldati, e trovai aver quaranta uomini a cavallo e
cinquecentocinquanta fanti a pi, de' quali ottanta adoperavano balestre e
schioppetti; e avemmo otto over nove pezzi d'artegliaria da campo e un poco di
polvere. Divisa la cavalleria in quattro squadre, ciascuna delle quali n'aveva
dieci, alli fanti preposi nove capi, e a ciascuno di loro assegnai sessanta
fanti. E parlai a tutti insieme, rammentando loro come io ed essi tutti avevamo
preso ad abitar queste provincie per servire alla Maest Vostra, e che tutti
gli abitatori d'esse s'erano dati per vassalli di Vostra Maest, e per qualche
tempo avevano perseverato d'esser vassalli, tra noi facendo scambievolmente di
buone opere; e similmente que' di Culua, che abitano la famosa citt di
Temistitan, e tutti gli abitatori dell'altre provincie suddite a quella, senza
cagione alcuna non pur s'erano ribellati alla Maest Vostra, ma avevano uccisi
molti nostri amici e parenti e ne avevano discacciati di tutta la lor
provincia. E oltra di ci si ricordassero quanti pericoli e fatiche avevamo
patite, e guardassero quanto importasse alle cose della nostra religione e
della Maest Vostra se di nuovo ricoverassimo ci che avevamo perduto,
massimamente movendoci a far questo per giusta cagione, percioch facevamo
guerra per accrescer la nostra sacrosanta fede e contra genti barbare, e per
commodo di Vostra Maest e per sicurezza delle nostre persone, e alla fine per
esser noi favoriti e aiutati a questa impresa da molti nostri amici abitatori
delle dette provincie, i quali a far ci dovevano render gli animi nostri molto
pi arditi. Per la qual cosa io gli pregava che, posta gi la paura,
ripigliassero le forze e l'ardire; e avendo io fatti alcuni ordini per nome di
Vostra Maest appartenenti alla guerra che si aveva da fare, procurai che
fussero publicati, e gli pregava che dovessero osservargli, essendo per
servizio dell'onnipotente Iddio e di Vostra Maest. E di comune consentimento
promisero di cos voler fare e di mettergli ad esecuzione, e volentieri esporsi
alla morte per servizio della nostra sacrosanta fede e di Vostra Maest, e
racquistare le cose perdute, e far vendetta del tradimento degli abitatori di
Temistitan e de' loro confederati fatto contra di noi. Io per nome di Vostra
Maest gli ringraziai infinitamente, e cos con grandissima allegrezza ce ne
ritornammo ne' nostri alberghi.
Il giorno seguente, che fu il d di s. Giovanni Evangelista, comandai che tutti
gli signori della provincia di Tascaltecal dovessero ridursi insieme e, ridutti
che furono, dissi loro come gi potevano ben comprendere ch'io era per muovere
il mio esercito contra gli nemici e per entrare nella lor provincia, e molto
ben potevano vedere che la citt di Temistitan non poteva espugnarsi senza que'
brigantini ch'io faceva fabricare, e perci gli ricercava che dovessero far
partecipi gli legnaiuoli e gli Spagnuoli ch'io lasciavo quivi di tutte le cose
necessarie, e con loro si portassero di quella maniera che insin allora si
erano portati con esso noi, e stessero apparecchiati (se l'onnipotente Iddio ne
facesse grazia di ottenere auttorit) quando dalla citt di Tessaico io
mandassi per le travi, tavole e altri apparecchi per gli detti brigantini. Ed
essi promisero di cos fare, e similmente dissero di voler mandar soldati meco,
e quando si condurriano li brigantini essi medesimi signori volevano venire in
campo contra gli nemici con tutte le forze delle loro provincie, e morire
quando facesse di bisogno, o veramente vendicarsi contra que' di Culua, nemici
mortalissimi. L'altro giorno, alli 28 di decembre, che fu il d degl'Innocenti,
mi partii con le genti in ordinanza e andai ad alloggiare sei leghe lontano
dalla citt di Tascaltecal, ad una certa terra nominata Tezmoluca, sottoposta
alla provincia di Guasacingo, gli abitatori della quale hanno tenuto e tengono
la medesima amicizia e confederazione con esso noi che hanno quegli di
Tascaltecal; e quivi ci riposammo quella notte.


Partita del Cortese di Tezmoluca, e il grande impedimento che trovarono per il
camino. Come assalirono alcune squadre d'Indiani che se gli contraposero,
ferendo e uccidendo alcuni di loro, e come alloggiarono in Coatabeque.

Nell'altra relazione diedi aviso alla Maest Vostra che gli abitatori di
Messico e di Temistitan apparecchiavano molte armi, e in tutte le lor provincie
facevano cavare infinite fosse e far argini e altre sorti di difese, per
poterci fare e resistenza e danno, percioch essi gi avevano inteso che io era
per muover guerra contra di loro. E avendo io ci risaputo, e conoscendo quanto
fussero ingegnosi e arditi nelle cose da guerra, spesse volte mi andavo
rivolgendo per la mente per la qual provincia potessimo entrare per trovargli e
offendergli in qualche parte alla sprovista; ed essi molto ben sapevano che noi
avevamo buona notizia di tre vie e passi, per li quali potevo entrare nella lor
provincia. Deliberai di assalirgli per questa via di Tezmoluca, percioch,
essendo ella passo pi aspro e pi pieno di sassi che non sono gli altri, io
pensavo che meno per questa via venissero a farci resistenza e non tanto
attendessero a guardarla. Il seguente giorno dopo la messa ci partimmo dalla
detta terra di Tezmoluca, e io stavo all'avantiguarda con dieci a cavallo e
sessanta fanti destri e atti al combattere, e seguimmo l'incominciato viaggio,
salendo il monte vicino con ogni ordine e apparecchio a noi possibile. E la
sera andammo ad alloggiare lontano quattro leghe dalla detta terra nella cima
del monte, dove sono gli confini di Culua; e bench fussero grandissimi freddi,
facendo fuoco con molte legne, delle quali ivi  grandissima copia, quella
notte ci difendemmo dal freddo.
Il d vegnente, la domenica mattina, cominciammo a seguitare il nostro viaggio
per la pianura della foce, e ordinai che quattro a cavallo e tre o quattro
fanti a pi andassero avanti a riconoscer la provincia. Noi seguitando il
nostro cammino cominciammo a descender dal monte, e comandai che la cavalleria
andasse innanzi, e dopo lei senza intervallo alcuno seguitassero gli
schioppettieri e i balestrieri e gli altri secondo il lor ordine, acci pi
facilmente potessimo alla sprovista offender gli nemici; nondimeno io stimavo
che essi dovessero assalirci, tenendo per certo che ci avessero posto qualche
aguato e fussero per usar qualche astuzia per poterci offendere. Mentre li
quattro a cavallo e li quattro fanti a pi procedevano pi avanti, trovarono il
cammino impedito e serrato con arbori e con rami, e tagliati molti e gran pini
e cipressi e in quello attraversati, li quali parevano allora allora tagliati;
e pensandosi che 'l resto del viaggio non dovesse esser impedito, seguitarono
di andare avanti, e quanto pi andavano, tanto pi trovavano il cammino
impacciato di pini e di rami. Ed essendo tutta la cima del monte piena di
spessi arbori e di grandissime siepi, andavano innanzi con gran difficolt, e
vedendo cotale strada entrarono in gran paura, pensandosi che dopo ciascuno
arbore stessero nascosti gli nemici, e anco perch non potevano maneggiar li
cavalli per l'impedimento degli arbori tagliati: e quanto pi avanti andavano,
tanto pi cresceva la paura. Ed essendo per alquanto spazio andati di questa
maniera, un di loro parlando agli altri disse: "Fratelli, se vi par giusto e
onesto, non procediamo pi innanzi, ma ritorniamo adietro e diamo nuova al
nostro capitano dell'impedimento che abbiamo trovato e nel pericolo che noi
entriamo, non potendo adoperar li cavalli; e quando cos non vi paia, andiamo
pure, che la mia vita  sottoposta alla morte come quella di tutti gli altri,
finch ponghiamo fine a questa cominciata impresa". Gli altri risposero che 'l
suo consiglio era ottimo, ma a loro non pareva ben fatto ritornar prima che
vedessero alcuno dei nemici, o sapessero fin dove arrivava quella strada. E
ricominciarono a seguitare il cammino, e, vedendo che tuttavia si estendeva pi
avanti, si fermarono e mandarono un fante a piedi a farmi intendere ci che
avevano trovato. Ed essendomi posto nella fronte dell'ordinanza co' cavalli, ci
raccomandammo all'onnipotente Iddio e camminammo pi avanti per quel cattivo
sentiero, e ordinai che fussero fatti avisati coloro che seguitavano
nell'ultima schiera che s'affrettassero, che tosto arrivariano nella pianura; e
subito ch'io trovai li quattro a cavallo, cominciammo a procedere innanzi,
nondimeno con grande impedimento e difficolt, per ispazio di mezza lega.
Piacque al sommo Iddio che scendessimo nella pianura, e quivi mi fermai per
aspettar gli altri, a' quali arrivati che furono, feci intendere che dovessero
render grazie all'onnipotente Iddio che n'avesse conceduto di giugner salvi
insino a quel luogo, onde cominciammo a vedere tutta la provincia di Messico e
di Temistitan, che sono e dentro ne' laghi e all'intorno di essi. E bench con
grandissima allegrezza le riguardassimo, nondimeno, considerando il passato
danno che in quel giorno avevamo patito, ci apport qualche dispiacere, e tutti
d'un animo congiurammo di non ci partir mai di quella provincia senza vittoria,
overamente lasciarvi la vita. E con questo proponimento camminavamo allegri,
non altramente che se dovessimo andare a far cosa che fusse d'infinito piacere.
Subito che gli nemici l'intesero, cominciarono a far grandissimi fumi per tutta
la provincia, e io di nuovo pregai gli Spagnuoli che per l'avenire si
portassero come per il passato avevano fatto, e io speravo che dovessero fare,
e niuno uscisse dell'ordinanza, che ogni cosa procederia con ottimo ordine nel
viaggio. E gi gl'Indiani cominciavano a chiamare da alcune abitazioni e
picciole ville, facendo segno agli abitatori che si ragunassero insieme per
offenderci in alcuni ponti e vie strette che vi erano; nondimeno noi tanto
sollecitammo che, prima che si ragunassero, eravamo giunti alla pianura, e
uscendo in quella ci si contraposero alcune squadre d'Indiani. Io comandai a
quindeci cavalieri che andassero ad urtarle, e veramente gli assalirono senza
essere offesi, ferendone e uccidendone alcuni di loro. E seguitammo
l'incominciato viaggio verso la citt di Tessaico, che  delle maggiori e pi
belle che siano in tutte queste provincie, bench tutte l'altre siano
bellissime. Ed essendo li fanti a pi alquanto stanchi per la fatica del
viaggio, e avicinandosi gi la notte, alloggiammo in una citt chiamata
Coatebeque, la qual e suddita alla citt di Tessaico e da lei  lontana tre
leghe. Noi quella notte la trovammo tutta vota, ed essendo questa citt e
quella provincia, che  chiamata Aculuacan, grandissima e piena di tanti
uomini, e in vero possiamo credere che a quel tempo ve ne fussero
centocinquantamilla, pensammo che ci volessero assalire. Io con dieci a cavallo
feci la prima guardia, e comandai che tutti li soldati stessero in ordine.


Come gli vennero incontra quattro Indiani con una bandiera d'oro in nome del
signor Guanacacin chiedendo pace, e la risposta che gli fece il Cortese. Delle
terre Coatincan e Guaxuta. Come giunse in Tessaico, e il bando che fece far per
il trombetta.

Il giorno seguente, che fu il luned, l'ultimo d di decembre, seguitammo il
nostro viaggio con l'ordine solito, e lontano quattro leghe dalla detta citt
di Coatebeque, andando noi dubbiosi e ragionando se ne riceverebbono
pacificamente o pur combatteriano con noi, ci vennero incontra quattro Indiani
de' primarii con una bandiera d'oro in una verga di peso di quattro marche
d'oro, con la qual bandiera davano segno che venivano a noi per chieder pace: e
Iddio ci  testimonio quanto noi la desiderassimo e quanto n'avessimo di
bisogno, essendo noi in numero s pochi e lontani da ogni soccorso e posti fra
nemici. E avendo visto quei quattro Indiani, tra' quali era uno ch'io
conosceva, comandai a tutti i soldati che si fermassero e me n'andai a loro. E
salutatici l'un l'altro, mi riferirono esser venuti in nome del signore di
quella citt e provincia, nominato Guanacacin, e da sua parte umilmente mi
pregavano ch'io non facesse n comportasse che fusse fatto danno alcuno nella
sua provincia, percioch de' danni che noi avevamo patiti se ne doveva dar la
colpa a quei di Temistitan e non a loro, ed essi desideravano di esser vassalli
di Vostra Maest e stringersi in amicizia con noi e sempre osservarla per
l'avenire, e che entrassimo nella citt e dalle loro opere conosceremmo l'animo
loro. Io per interpreti risposi che la lor venuta mi era stata molto grata e
pigliavo grandissimo piacere della loro pace e amicizia. E poi che ebbero fatta
la scusa circa l'assedio e combattimento fatto contra di me nella citt di
Temistitan, dissi che essi molto ben sapevano che lontano sei leghe da quel
luogo e dalla citt di Tessaico, in certe terre a quella soggette, altre volte
mi avevano uccisi cinque cavalli e quaranta o cinquanta fanti spagnuoli e
trecento Indiani di Tascaltecal, i quali erano tutti carichi e n'avevano tolto
molto argento, oro, vesti e altre cose. E poich non se ne potevano scusare ne
fussero puniti con la pena di renderci le nostre cose, e a questo modo, bench
fussero degni di morte per aver uccisi tanti Cristiani, averei fatto pace con
loro, poich essi la dimandavano; altramente io procederei contra di loro con
tutta quella crudelt ch'io potessi. Risposero che tutto ci che quivi n'era
stato tolto li signori e primarii di Temistitan se l'avevano portato; nondimeno
che essi fariano cercare, e tutte quelle cose che si trovassero delle nostre ce
le restituerebbono. E mi dimandarono se quella notte anderei alla citt overo
se alloggerei in una di quelle terre, che sono come borghi della citt,
nominate Coatincan e Guaxuta, che sono distanti per una lega e mezza dalla
detta citt, e le abitazioni sono tuttavia continuate: il che essi desideravano
grandemente, secondo che si pot comprendere dalle cose che dipoi successero.
Risposi non mi voler posare fin che non giugnessi alla detta citt di Tessaico.
Mi dissero ch'io andassi in buon'ora, e che volevano andare avanti per
apparecchiar gli alloggiamenti per gli Spagnuoli e per me, e cos si partirono.
Ed essendo giunti alle dette terre, ci vennero incontra alcuni de' primarii di
quelle, e ne ricevettero benignamente e ne dettero le cose necessarie al
vivere.
A mezzogiorno giugnemmo alla citt e andammo alla casa dove avevamo
d'albergare, spaziosa e larghissima, la quale era stata del padre di
Guanacacin, signore della citt. E prima che entrassimo nell'albergo, essendo
ancora tutti insieme, comandai al trombetta che facesse un bando che, sotto
pena della testa, niuno senza mia saputa si partisse dall'albergo n dalla
detta casa; la quale  tanto larga che in essa tutti noi Spagnuoli commodamente
potevamo alloggiare, ancora che fussimo stati pi d'altritanti. E questo
ordinai accioch gli abitatori della detta citt si fidassero e stessero in
casa, percioch mi pareva di non vedere la terza parte della moltitudine che
soleva essere nella detta citt, e non si vedevano n donne n fanciulli, il
che era segno che pensavano di non esser sicuri.


Come gli abitatori di Thessaico insieme col signore abbandonarono la citt. Li
signori di Coatican e Guaxuta e Autengo vengono a parlare e offerirsi al
Cortese, e la risposta loro fatta. Quelli di Tessaico, udita l'imbasciata de'
signori de Messico e Temistitan, presero gli nunzii e menarongli al Cortese:
quel che dissero e ci che gli fu risposto, e come furono sciolti e per qual
cagione.

Quel giorno che entrammo in questa citt, nell'ora di vespero dell'anno nuovo,
attendemmo ad accommodarci, e vedendo il poco numero degli abitatori, e quegli
essere inquieti, ci maravigliammo e credemmo veramente che, sbigottiti, non
avessero ardir di comparire n camminare per la citt: e per questa cagione ce
ne stavamo alquanto disprovisti. Ed essendo venuta la sera, alcuni Spagnuoli
salirono sopra certe terrazze, dalle quali potevano veder tutta la citt, e
s'accorsero che tutti si partivano, e portando via le lor robbe con le lor
canoe, che essi chiamano acaler, si mettevano nel lago, e alcuni se n'andavano
ai monti. E bench io avessi dato commissione che fusse impedito loro il
viaggio, nondimeno, essendo l'ora tarda e venuta la notte, ed essi
affrettandosi molto, niente giov. E cos il signor della detta citt, il quale
insieme co' primarii d'essa io desiderava per nostra salvezza aver nelle mani,
se n'and alla citt di Temistitan, che da quel luogo per il lago  lontana sei
leghe, e se ne portarono via le lor robbe. E per mandare ad effetto la cosa che
s'avevano pensata secondo il lor desiderio, ci vennero incontra quei quattro
dei quali ho detto di sopra, per disturbarmi, ch'io non facessi loro alcun
danno, e in quella notte abbandonarono e noi e la lor citt.
Avendo noi dimorato in questa citt per spazio di tre giorni, senza esserci
fatto contrasto alcuno dagli Indiani (percioch essi allora non ardivano
d'assaltar noi, e noi non cercavamo d'assaltar loro da lontano, avendo io
sempre avuto opinione, quando avessero voluto portarsi meco benignamente, di
volergli ricevere in pace e cercar pace da loro in ogni tempo), mi vennero a
parlare i signori di Coatincan, Guaxuta e Autengo, le quali sono terre
grandissime e, come ho detto, sono vicine e molto appresso della detta citt, e
mi pregarono ch'io perdonasse loro il fallo dell'essersi fuggiti dalle lor
terre, e che certamente essi non avevano combattuto contra di noi di propria
volont, e avevano deliberato di sottomettersi a tutto ci che io comandassi
loro per nome di Vostra Maest. Io per via di interpreti risposi che essi molto
ben sapevano ch'io gli avevo molto cortesemente trattati, e dell'avere
abbandonata la lor patria e d'altre cose essi medesimi se n'avevano dato
cagione; ma, poich promettevano d'esser nostri amici, se ne stessero in casa
loro e riconducessero le mogliere e i figliuoli, che da me sariano trattati
secondo l'opere loro. E, s come potemmo comprendere, si partirono non molto
contenti.
Subito che li signori di Messico e di Temistitan e tutti gli altri signori di
Culua (sotto questo nome di Culua s'intendono tutte le provincie di questi
paesi suddite al dominio della citt di Temistitan) intesero li signori di
quelle terre essersi offerti per vassalli e sudditi a Vostra Maest, mandarono
nunzii facendo loro sapere che non avevano fatto bene, percioch, se l'avevano
fatto mossi da paura, dovevano ben sapere che essi erano di numero infinito e
di grandissimo potere, s che tosto erano per uccider tutti noi Spagnuoli
insieme con gli abitatori di Tascaltecal; e se avevano fatto ci per non
abbandonar la patria, l'abbandonassero e se n'andassero alla citt di
Temistitan, percioch essi concederiano loro terre maggiori e migliori, nelle
quali potrebbono e vivere e abitare. Questi signori di Coatincan e Guaxuta
presero gli nunzii e fecero condurgli legati dinanzi a me, e subito in mia
presenza confessarono quelle cose che erano venuti a dire per nome de' signori
di Temistitan; nondimeno dissero d'esser venuti per andar l per poter esser
mezzani, poich erano diventati nostri amici, di componer le cose pacificamente
tra me e li signori di Culua. Ma quei di Guaxuta e Coatincan affermavano il
fatto non andar cos, e che quei di Messico e di Temistitan ad ogni modo
avevano deliberato di far guerra; nondimeno, bench cos stesse la verit,
finsi di credere alli nunzii, percioch io desideravo di tirar li signori della
famosa citt a pigliar l'amicizia nostra, conciosiach da questo pendesse la
pace e la guerra di tutte l'altre provincie che s'erano ribellate dalla Maest
Vostra. Comandai che fussero sciolti e feci lor sapere che non temessero, ch'io
volevo che tornassero alla citt di Temistitan, e li pregavo che dicessero alli
signori della citt ch'io non desideravo guerra con esso loro, bench n'avessi
giusta cagione, e che saremmo amici come solevamo esser prima. E per poterli
meglio indurre al servizio di Vostra Maest, mandai a dir loro ch'io molto ben
sapevo esser gi morti coloro i quali erano stati cagione della guerra fatta
contra di me, e che lasciassino andar le cose passate, e non volessero dare
occasione che le lor provincie e citt fussero distrutte, che io n'avevo
dispiacere. Sciolti che furono, si partirono, promettendo di tornare a darmi
risposta. Li signori di Coatincan e di Guaxuta e io per cos buona opera
rimanemmo amici e confederati, e io in nome di Vostra Maest perdonai loro li
passati errori, ed essi n'ebbero grandissima allegrezza.


Come il Cortese and alla citt Iztapalapa, donde fu scacciato dal fratello di
Montezuma. Gli Indiani se gli appresentarono, co' quali and combattendo fin
che arriv a detta citt, non ostante che nel lago dolce cominciasse ad uscir
acqua con grandissimo impeto per spazio di mezza lega. Entr insieme con gli
nemici nella citt e, fatto grandissimo danno e postovi dentro fuoco, usc,
ricordatosi dell'argine rotto; e trovata molto grande acqua, la pass in
grandissima fretta e ritorn in Tessaico.

Noi stemmo in questa citt di Tessaico sette overo otto giorni senza battaglia
alcuna o contrasto, fortificando il nostro albergo e ponendo ordine alle cose
necessarie e opportune alla nostra difesa e a poter offendere li nostri nemici.
Vedendo che non si movevano contra di noi, uscii della citt con ducento
Spagnuoli, tra i quali n'erano diciotto a cavallo, trenta con balestre e dieci
con gli schioppi, e tre o quattromila Indiani amici nostri, e me n'andai alla
riva del lago insino ad una certa citt nominata Iztapalapa, che  lontana due
leghe dalla famosa citt di Temistitan e sei da Tessaico, la qual citt
contiene diecimila case, e la met d'essa e forse delle tre parti le due sono
poste in acqua. Il signore, che era fratello di Montezuma, il quale gli Indiani
dopo la morte del detto Montezuma l'avevano fatto signore, fu il primo che ne
facesse guerra e ne cacciasse della citt, s che per questo, e anco perch
avevo conosciuto che gli abitatori della detta citt erano di cattivo animo
verso di noi, deliberai d'andar l. E avendo essi presentito la mia venuta, per
spazio di due leghe prima che io arrivassi l, in un subito mi s'appresentarono
gli soldati indiani, alcuni nella pianura e alcuni nel lago portati dalle
canoe, e cos tutto quello spazio di due leghe andammo insieme mescolati,
combattendo e contra quegli che erano in terra ferma e contra quegli che
uscivano del lago, insin che arrivammo alla detta citt. E prima quasi per due
terzi d'una lega aprivano una strada mattonata, che  tra il lago dell'acqua
dolce, e 'l lago dell'acqua salsa a guisa di riparo o d'argine, s come per la
figura della citt di Temistitan che mandai alla Maest Vostra si pu vedere;
la quale strada o riparo essendo rotto, dal lago salso nel lago dolce cominci
ad uscir l'acqua con grandissimo impeto, bench siano distanti per spazio di
pi di mezza lega. E non ci accorgendo noi di cotale inganno, per il desiderio
della vittoria che ottenevamo, passammo via e gli seguitammo tanto che,
mescolati insieme co' nemici, entrammo nella detta citt. E perch gi erano
avisati, tutte le case che erano situate in terra ferma erano vote, e le
persone tutte con le lor robbe erano andate nelle case poste nel lago, e quivi
si fermarono coloro che fuggivano e aspramente combatterono contra di noi.
Nondimeno l'onnipotente Iddio si degn di prestarci tanto di forze che entrammo
insin dove entravano nell'acqua, alle volte insino al petto e tal volta
nuotando, e pigliammo assai case di quelle che erano poste in acqua, e appresso
pi di seimila tra uomini, donne e fanciulli, percioch gl'Indiani amici
nostri, veduta la vittoria che n'aveva conceduta l'onnipotente Iddio, non
avevano altra cura che attendere a fare uccisione da ogni lato. Ed essendo gi
venuta la notte, raccolsi li soldati e attaccai fuoco in alcune case; e mentre
s'abbrucciavano, parve che Iddio allora movesse lo spirito mio e mi ritornasse
a memoria la via mattonata over l'argine rotto ch'io avevo visto nel viaggio,
sovvenendomi il grandissimo danno che da quello poteva venire, onde in fretta
co' miei soldati posti in ordinanza uscii della citt.
Essendo gi la notte scura, e giunto a quell'acqua che poteva gi esser nove
ore di notte, e ne era uscita tanta e con s grande impeto che ci fu forza di
passarla con grandissima fretta, e s'affogarono degl'Indiani amici nostri, e
perdetti tutta la preda ch'io avevo tolta della detta citt. E senza dubbio
racconto il vero alla Maest Vostra, che, se noi non fussimo passati quella
notte overo avessimo indugiato tre ore di pi, niuno di noi scampava, percioch
eravamo circondati dall'acque, senza aver passo alcuno donde potessimo uscire.
Ed essendo venuto il giorno chiaro, vedemmo l'un lago esser pieno come l'altro,
e l'acqua non correva pi, e tutto il lago dell'acqua salsa era pieno di canoe,
nelle quali erano portati uomini da combattere, che si pensarono di poterci
prendere in quel luogo. Io quel giorno istesso me ne tornai alla citt di
Tessaico combattendo alle volte con quegli che uscivano del lago, bench poco
danno potessimo far loro, percioch subito si ritiravano nelle lor canoe. Ed
essendo giunto alla citt di Tessaico, trovai li soldati che furono lasciati
quivi ben sicuri, n avevano patito travaglio alcuno, e ricevettono grandissimo
piacere per la nostra tornata e per la ottenuta vittoria. Il giorno seguente,
poich fummo arrivati, mor quello Spagnuolo il quale era venuto ferito, e fu
il primo che gl'Indiani uccisero insino a quell'ora.


Gli ambasciadori della citt d'Otumba e di quattro altre citt vicine vengono
al Cortese ad offerirsi, chiedendo perdono de' passati errori; e come si
scusorono, e quello ch'ei gli rispose.

Il d seguente mi vennero a trovare certi ambasciadori della citt d'Otumba e
di quattro altre citt a quella vicine, le quali sono distanti quattro, cinque
o sei leghe da Tessaico, e umilmente mi pregarono ch'io perdonassi loro li
passati errori commessi nella passata guerra, percioch quivi in Otumba si
ragunarono tutte le forze di Messico e di Temistitan, quando ci partimmo da
quella e rotti e messi in fuga, pensandosi di poterci del tutto mandare in
ruina. E ben conoscevano gli abitatori d'Otumba che non si potevano scusare,
bench si scusassero con dire che cos era stato loro commesso, e per muovermi
e tirarmi pi facilmente nella loro amicizia, dissero che li signori di
Temistitan avevano loro mandati ambasciadori per tirarli a seguitar la lor
parte, e a confortargli a non pigliare in modo alcuno l'amicizia nostra,
altramente fariano lor guerra e gli distruggerebbono: ma essi avevano eletto
d'esser vassalli della Maest Vostra e d'eseguir li miei comandamenti. Risposi
che molto ben sapevano di qual castigo fussero degni circa le cose passate, e
se volevano ch'io perdonassi loro e credessi che le cose dettemi venissero da
sincero animo, mi menassero prima prigioni quegli ambasciadori che avevano
detto esser venuti a loro, e tutti quegli di Messico e di Temistitan che si
trovassero nella lor provincia, altramente io non perdonarei loro; e che se ne
ritornassero a casa, e si portassero di modo che dalle loro opere potesse
conoscere esser fedeli sudditi di Vostra Maest. E bench adducessero molte
altre ragioni, nondimeno da me non poterono ottenere altro, e se ne ritornarono
nella lor provincia promettendo di volere eseguir li miei comandamenti, e cos
dipoi sempre sono stati e sono fedeli sudditi di Vostra Maest.


Come Ispasuchil altrimenti detto Cucascacin, gi signor di Tessaico, fugg di
prigione, e come fu ucciso. Il Cortese manda Consalvo, esecutor maggiore, per
accompagnar i suoi nunzii e per assicurar la provincia d'Aculuacan e altri
effetti. Come, assaliti da' nemici e tolta loro la preda, il capitano quivi
arrivato co' cavalli urtarono aspramente i nemici e, uccisi molti, li misero in
fuga. Come, andando alla provincia detta Calco, ruppero le squadre dalle quali
furono assaliti; e come quelli di Calco vennero a trovar il Cortese, e il
presente che gli fecero e le parole che insieme usorono.

Nell'altra relazione, fortunatissimo ed eccellentissimo Signore, significai
alla Maest Vostra che, in quel tempo che mi misero in fuga e discacciarono
dalla citt di Temistitan, io menavo meco un figliuolo e due figliuole del
signor Montezuma, e anco il signor di Tessaico, che era nominato Cacamacin, e
due suoi fratelli e molti altri signori ch'io tenevo prigioni; e come tutti
erano stati uccisi dagli nemici, bench fussero della lor nazione, e alcuni
anco de' lor signori, eccetto due fratelli carnali del detto Cacamacin, che per
buona ventura appena poterono scampare, l'uno de' quali era chiamato
Ispasuchil, e anco in un altro modo Cucascacin: il quale gi a nome di Vostra
Maest, consigliatomi col signor Montezuma, l'avevo fatto signore della detta
citt di Tessaico e della provincia d'Aculuacan. Tenendolo io prigione nella
citt di Tascaltecal, ed essendosi sciolto, se ne fugg e se ne torn alla
detta citt di Tessaico, e gi avevano creato un altro signore suo fratello,
nominato Guanacacin, del quale di sopra ho fatto menzione. Dicono che egli
commise che 'l detto suo fratello Cucascacin fusse ucciso, e la cosa pass in
questo modo: subito che Cucascacin entr nella provincia di Tessaico, i
guardiani lo fecero prigione e ne fecero avisato Guanacacin lor signore, ed
esso lo fece sapere al signor di Temistitan, il quale, inteso che ebbe il detto
Cucascacin essere arrivato, pensandosi che egli non avesse potuto romper la
prigione ed esser fuggito, ma esser andato a nostra istanzia accioch ne
potesse dar qualche aviso, subito comand al detto Guanacacin che uccidesse
Cucascacin suo fratello, ed egli senza indugio esegu il comandamento. L'altro
lor fratello, che era minor di loro, il quale rimase appresso di noi, essendo
fanciullo apprese li nostri costumi e divent cristiano, e gli ponemmo nome don
Fernando. E mentre mi partii della provincia di Tascaltecal alla volta delle
provincie di Messico e di Temistitan, lo lasciai quivi con alcuni Spagnuoli,
del quale e di quel che di lui avvenne a pieno narrer poi alla Maest Vostra.
Il giorno seguente, dapoi che fui tornato dalla citt di Iztapalapa alla citt
di Tessaico, deliberai di mandare Consalvo di Sandoval, esecutor maggiore di
Vostra Maest, capitano con venti a cavallo e dugento fanti armati con
balestre, schioppi e rotelle, per due necessarii effetti. L'uno era per
accompagnare alcuni nunzii fuori della detta provincia, ch'io mandavo alla
citt di Tascaltecal, per sapere a che termine fussero quei tredici brigantini
i quali s'apparecchiavano quivi, e apparecchiare altre cose opportune s per
coloro che erano rimasi nella citt della Veracroce, s anco per quegli che
erano meco.
L'altro era per far sicura una parte della provincia, s che gli Spagnuoli
potessero sicuramente andare e tornare, percioch a quel tempo non potevamo
uscir della provincia d'Aculuacan, se non passavamo per li luoghi de' nemici, e
gli Spagnuoli che dimoravano nella citt della Veracroce e altrove non potevano
venirci a trovare senza grandissimo pericolo. E commisi al detto esecutor
maggiore che, dopo che gli avesse condotto gli nunzii in luoghi siuri,
arrivasse fino a una certa provincia nominata Calco, la qual confina con questa
provincia di Culuacan, percioch io tenevo per cosa certa che gli abitatori
d'essa, bench fussero della fazione di quelli di Culua, volevano farsi sudditi
di Vostra Maest, e non avevano ardir di farlo per paura d'una certa guardia
che vi tenevano quei di Culua. Il detto capitano si part, e fu accompagnato da
tutti quegl'Indiani di Tescaltecal i quali avevano condotte quivi le nostre
some, e d'alcuni altri che erano venuti per darci soccorso e avevano fatto
qualche preda nella guerra. Subito che cominciarono ad inviarsi, il capitano
giudic che nel marchiare gli nemici non averiano ardir di assaltargli, se gli
Spagnuoli stessero per retroguarda; ma gli nemici, che erano nella terra del
lago e su per la riva, assaltarono la schiera delle genti di Tascaltecal e
tolsero loro la preda e n'uccisero alcuni. Ed essendo quivi arrivato il
capitano co' cavalli, urtarono gli nemici aspramente e ne ferirono e uccisero
molti; quegli che rimasero si misero in fuga, e si ritirarono all'acqua e alle
terre che sono su la riva del lago. E gl'Indiani di Tascaltecal se n'andarono
nella patria con le cose che erano avanzate loro, e similmente gli nunzii ch'io
mandavo a Tascaltecal; i quali poich furono giunti in luogo sicuro e fuor
d'ogni paura, il detto Consalvo di Sandoval dirizz il suo cammino alla detta
provincia di Calco, che era vicina. E il giorno seguente, la mattina a
buon'ora, molti de' nemici si misero insieme per riceverlo con l'arme, ed
essendo l'una e l'altra parte in campagna, li nostri assalirono gli nemici e
co' cavalli ruppero due squadre, di maniera che in breve spazio ottennero la
vittoria e andarono abbrucciandogli e uccidendogli.
Il che fatto e assicurato quella strada, gli uomini di Calco uscirono e
benignamente ricevettero gli Spagnuoli, e l'una e l'altra parte ebbe
grandissima allegrezza. E i lor baroni mi fecero a sapere che volevano venire a
parlarmi, e partendosi vennero ad alloggiare nella citt di Tessaico. E giunti
quivi con due figliuoli del signor della detta provincia di Calco mi vennero a
trovare, e mi donarono trecento pesi d'oro in pezzi, e mi dissero che 'l lor
padre era morto e che morendo egli aveva detto loro che niun maggior dispiacere
sentiva che morir prima che m'avesse veduto, e che m'aveva aspettato lungo
tempo, e aveva comandato loro che, subito ch'io giugnessi a quella provincia,
venissero a farmi riverenza e a parlare e mi tenessero in luogo di padre; e
che, avendo intesa la mia venuta alla citt di Tessaico, subito desiderarono di
venire a trovarmi, nondimeno non ardirono di farlo per paura di quei di Culua,
e che n anco allora averiano avuto ardimento di venire, se quel capitano ch'io
avevo mandato non fusse giunto nella lor provincia; e similmente, acci
potessero ritornar sicuri, bisognava ch'io gli facessi accompagnare da
altrettanti Spagnuoli. Oltra di ci mi dissero ch'io molto ben sapevo che essi
non m'erano stati mai nemici, n in guerra n fuor di guerra, e anco sapevo
che, mentre gli abitatori di Culua assediavano la fortezza e la casa nella
citt di Temistitan, e gli Spagnuoli che io avevo lasciati quivi mentre andai a
Cimpoal a parlare a Narbaez, e anco due Spagnuoli che erano nella lor provincia
per guardia di certa quantit di maiz che io avevo mandato a ricogliere nella
detta provincia, gli avevano cavati fuori di quella insino alla provincia di
Guasucingo, percioch conoscevano gli abitatori di quella esser nostri amici,
acci quelli di Culua non gli uccidessero, s come avevano uccisi tutti quegli
che avevano trovati fuori della fortezza nella citt di Temistitan. E con le
lagrime sugli occhi mi dissero queste e molte altre cose. Io gli ringraziai e
del loro buon animo verso di noi e buoni effetti, e promisi di fare ogni cosa
che essi desiderassero, e che sariano ben trattati da me. E d'allora innanzi
sempre mostrarono buon animo verso di noi, e rendono ubbidienza in tutte quelle
cose che io comando loro in nome di Vostra Maest.


Come Ferdinando, fratello di Cacamacin,  creato signor della provincia
Aculuacan.

I figliuoli del detto signor di Calco e quegli che erano venuti con esso loro
dimorarono quivi un giorno, e, perch desideravano di ritornar nella patria, mi
pregavano che io dessi loro dei miei soldati che gli conducessero sicuri. E
Consalvo di Sandoval accompagnato da alcuni cavalli e fanti se n'and con loro,
a' quali comandai che, poich gli avessero accompagnati nella provincia,
arrivassero a Tascaltecal e menassero certi Spagnuoli che dimoravano quivi, e
anco don Ferdinando, fratello del detto Cacamacin, del quale di sopra ho fatto
menzione. E dopo quattro o cinque d ritorn il detto maggior esecutore con li
detti Spagnuoli e men il detto don Ferdinando. E de l a pochi giorni intesi
che, essendo egli fratello de' detti signori della detta provincia, a lui
apparteneva tal dominio, bench avesse altri fratelli, s che per questa
cagione, e anco perch la detta provincia era senza signore (avendo Cacamacin
signor di quella lasciato ogni cosa e fuggitosene alla citt di Temistitan), e
similmente perch egli era molto amico de' cristiani, procurai in nome di
Vostra Maest che lo ricevessero per signore. E gli abitatori di quella citt,
bench fussero pochi, lo ricevettero e gli resero poi ubbidienza, e molti che
s'erano partiti e fuggiti ritornarono nella detta citt e provincia d'Aculuacan
e servivano al detto don Ferdinando, e cominciossi poi a riformare e abitar la
detta citt.


Come li signori di Coatincan e Guaxuta vennero ad avisar il Cortese
dell'apparecchio de' nemici,
e quello ch'ei li rispose. Come due terre si ribellarono: il Cortese and dove
scorrevano i nemici e molti n'uccise; que' delle dette due terre vengono a
chieder perdono ed  loro concesso,
e quello ordin per poterlo soccorrere.

Dopo questo, de l a due giorni mi vennero a trovare li signori di Coatincan e
di Guaxuta, e mi dissero ch'io tenessi per certo che tutte le forze di que' di
Culua si movevano contra di me e contra degli Spagnuoli, e tutto 'l paese era
pieno di nemici; e ch'io dicessi loro se dovevano menar le moglie e figliuoli
dove io era, overo ne' monti, percioch essi stavano in grandissima paura. Io
gli confortai a star con animo ardito, e che non temessero, e dimorassero in
casa loro n si movessero, percioch di niuna cosa pigliavo maggior piacere che
di combattere contra di que' di Culua; e che stessero apparecchiati e
mettessero le guardie in tutta la lor provincia, e, vedendo e sentendo gli
nemici venire, subito me lo facessero a sapere. E cos si partirono, avendo in
animo di voler esequir quel che io avevo ordinato. Quella notte misi in ordine
i miei soldati e posi le guardie dove conobbi che facesse di bisogno, e quella
notte noi non andammo a dormire, n attendemmo ad altro; e tutta quella notte e
l'altro giorno stemmo aspettando, giudicando che dovesse avenire ci che ne
avevano detto que' di Guaxuta e di Coatincan. Il giorno seguente mi fu riferito
che gli nemici andavano trascorrendo per la riviera del lago con intenzione di
pigliar qualcuno degl'Indiani di Tascaltecal, che andavano e tornavano per
portar le cose necessarie all'esercito; e avevo inteso che avevano fatto lega
con due terre suddite alla citt di Tessaico, che erano vicine al lago, per
farci da quella via ogni danno che potevano, e per fortificarsi facevano argini
e fossi e diverse altre cose per loro difesa.
Udito questo, il giorno seguente, con dodeci cavalli e dugento fanti e due
piccioli pezzi d'artegliaria da campo, me ne andai dove gli nemici andavano
scorrendo, il qual luogo  lontano dalla citt per spazio di una lega e mezza.
Ed essendo uscito, trovai certe spie mandate da' nemici, e altri che erano
posti in aguato, e andammo loro adosso e perseguitandoli ne uccidemmo alcuni;
quegli che rimasero si gettarono all'acqua, e noi abbrucciammo una parte delle
dette terre, e allegri per la ottenuta vittoria ritornammo alla citt. Il
giorno seguente tre de' principali di dette terre vennero umilmente a
dimandarmi perdono, pregandomi che io non volesse pi distruggerli, e mi
promettevano per l'avenire di non ricevere pi alcuno di que' di Temistitan: ed
essendo costoro persone di non molta importanza, e sudditi di Ferdinando, per
nome di Vostra Maest perdonai loro. Un altro giorno vennero altri abitatori
delle dette terre, feriti e mal trattati, e mi diedero nuova che quegli di
Messico e di Temistitan erano di nuovo tornati alle loro terre, e, non vi
essendo stati ricevuti cos benignamente come prima erano soliti, gli avevano
malamente trattati e alcuni n'avevano menati prigioni, e se io non gli
difendevo gli avrebbono menati via tutti: e mi pregavano che io fussi pronto e
apparecchiato a dar loro aiuto, se per aventura di nuovo vi ritornassero, che
essi certamente credevano che vi dovessero tornare con maggior esercito per
condurgli all'ultima ruina. E avendogli consolati, ordinai che stessero attenti
e provisti di maniera che, mentre quegli di Temistitan si movessero contra di
loro, io lo potesse sapere a tempo per potergli soccorrere. E avuto questa
risposta se ne ritornarono nelle loro terre.


In che modo fusse avisato il Cortese del soccorso che era giunto alla Vera
Croce. Come, richiesto d'aiuto da quei di Calco, non li potendo egli a quel
tempo abilmente soccorrere, gli mise in lega con que' di Guasucingo e
Guadacacula, e come dipoi sempre s'aiutarono l'un l'altro.

Gli uomini ch'io avevo lasciati nella citt di Tascaltecal per fabricar gli
brigantini avevano inteso che nel porto della citt della Vera Croce era giunta
una nave, nella quale oltra li marinai erano trenta o quaranta Spagnuoli, otto
cavalli, alcune balestre e schioppi e polvere; e non sapendo ancora come
andassero le cose in quella guerra, n confidandosi di potere venire a noi,
s'attristavano grandemente. Erano in quella citt certi Spagnuoli che non
ardivano di venirmi a trovare, bench grandemente desiderassero di portarmi
questa buona nuova; ma subito che un mio servidore, ch'io avevo lasciato quivi,
intesi che alcuni voleano tentar di venire a trovarmi, feci fare un bando con
gravissima pena, che niuno si partisse di quel luogo finch non avessero
commissione da me. E il mio servitore, conoscendo che di niuna cosa io potevo
aver maggior piacere che della venuta di quella nave e soccorso che ne
conduceva, ancora che 'l viaggio non fusse sicuro, si part di notte e venne
alla citt di Tessaico: e noi in vero ci maravigliammo grandemente come egli
fusse potuto giugner l vivo, e di simil nuova ci rallegrammo sommamente,
percioch avevamo grandissimo bisogno d'aiuto.
Il d medesimo arrivarono nella citt di Tessaico certi uomini da bene nunzii
de' signori di Calco, e mi fecero intendere che, per essersi dati per vassalli
a Vostra Maest, tutti quegli di Messico e di Temistitan venivano contra di
loro per distruggerli e uccidergli; e per questo avevano convocati tutti e i
lor convicini e ordinato che stessero provisti, e pregavano me che io gli
aiutassi in tal necessit, percioch pensavano, non gli aiutando io, di dover
patir grandissimo danno. E liberamente confesso a Vostra Maest, s come altre
volte nell'altra relazione le ho detto, che oltra le nostre fatiche e necessit
il maggior mio carico e dolore era il non poter dar aiuto agli amici nostri, i
quali, per essersi fatti sudditi di Vostra Maest, erano gravissimamente
molestati da' nostri nemici di Culua. E bench io e tutti i miei soldati
usassimo in ci ogni diligenza, parendoci in niuna cosa pi compiacere alla
Maest Vostra che in dar favore e soccorso a' sudditi suoi, nondimeno, perch
'l tempo che vennero que' di Calco a trovarmi non mi lasciavo conceder loro
quel che desideravano, dissi che allora volevo mandar a condur gli brigantini,
e a questo s'apparecchiavano tutti gli abitatori di Tascaltecal, donde doveano
esser condotti in pezzi li detti brigantini, e a questo effetto era forzato
mandare alquanti cavalli e fanti; e sapendo io che gli abitatori delle
provincie di Guasucingo, di Churultecal e di Guadacacula erano vassalli di
Vostra Maest e amici nostri, ordinai che se ne andassero a loro e in mio nome,
essendo lor vicini, da essi dimandassero aiuto e soccorso, acci fra questo
mezzo potessero esser sicuri finch io stesso gli soccorressi, percioch allora
io non potevo altramente provedere. E avenga che tal cose non fussero loro cos
grate come saria stato lo aver mandato alquanti Spagnuoli, nondimeno mi
ringraziarono e dimandarono ch'io dessi loro lettere di credenza, acci fosse
prestato lor fede e pi sicuramente potessero richiedergli, percioch tra gli
abitatori di Calco e l'altre due provincie, essendo di diversa fazione, sempre
era stata nemicizia. E per aventura, quando io trattavo questo negozio, vennero
certi ambasciadori dalle dette provincie di Guasucingo e di Guadacacula, e in
presenza degli ambasciatori di Calco dissero che li signori delle dette
provincie non avevano avuto nuova alcuna di me, dapoi che m'ero partito dalla
citt di Tascaltecal, e che tenevano le lor vedette nella cima de' monti che
soprastanno a tutta la provincia di Messico e di Temistitan, accioch, subito
che vedessero fumi spesso, i quali sono indizii di battaglia, venissero co' lor
sudditi e soldati per darmi aiuto: e percioch in poco tempo avevano visti pi
fumi del solito, erano venuti per intendere come io mi ritrovavo, e,
bisognandomi soccorso alcuno, subito potessero fare un esercito. Io gli
ringraziai e risposi che, per favor d'Iddio, tutti gli Spagnuoli e io insieme
stavamo bene, e sempre avevamo avuto vittoria de' nostri nemici; e oltra il
piacer ch'io pigliavo del lor buon animo e presenza, mi rallegravo
infinitamente della lor venuta per mettergli in lega con que' di Calco, che
erano presenti, e gli pregavo, essendo tutti vassalli di Vostra Maest, ad
esser buoni amici e aiutar l'un l'altro contra gli abitatori di Culua, che sono
uomini malvagi e pessimi: e massimamente allora dovevano farlo, che quelli di
Calco avevano bisogno del loro aiuto, percioch que' di Culua volevano
assalirgli. E a questo modo rimasero amici e confederati. E avendo essi
dimorato quivi due giorni meco, si partirono tutti molto allegri e contenti, e
d'allora innanzi l'un l'altro si diedero aiuto.


Come, andando Consalvo per condur i brigantin, fece molti prigioni d'una terra
li cui abitatori avevano ucciso cinque Spagnuoli, e nondimeno, avanti che si
partisse, fece ragunar detti abitatori e abitar la lor terra. Come furono
condotti i detti brigantini, e con qual modo e ordinanza.

De l a tre giorni, avendo saputo che gi erano finiti tredici bregantini, e
gli uomini che gli dovevano condurre essere apparecchiati, mandai Consalvo di
Sandoval esecutor maggiore con quindeci cavalli e ducento fanti, acci avessi
cura di fargli condurre; al quale diedi ordine che distruggesse e del tutto
rovinasse una gran terra suddita a questa citt di Tessaico, che confina con la
citt di Tascaltecal, percioch gli abitatori di quella avevano uccisi cinque
de' nostri cavalieri che dalla citt della Veracroce andavano alla famosa citt
di Temistitan, quando io vi stavo assediato, in niun modo pensando che ci
potesse esser fatto un simil tradimento. E quando la prima volta entrammo in
questa citt di Tessaico, trovammo negli oratorii e moschee della detta citt i
cuoi delli detti cinque cavalli, co' piedi e co' ferramenti, cuciti e s bene
acconci che non potria imaginar di far meglio; e per segno di vittoria e quegli
e molte robbe e varie cose di Spagnuoli avevano offerto a' loro idoli, e
trovammo il sangue de' compagni e fratelli nostri sparso e sacrificato in tutte
quelle torri e moschee. Questa cosa ne fu di tanto dispiacere, che ci fu forza
rinovare tutte le nostre fatiche e travagli. E gli uomini di quella terra e gli
altri circonvicini, allora che li detti cristiani passarono de l, finsero,
come fanno i traditori, di ricevergli benignamente, accioch si dessero a
credere d'esser sicuri, per poter essi usar verso di loro la maggior crudelt
che alcuno giamai usasse; percioch li sudetti cristiani, scendendo da una
certa piaggia e camminando per un sentiero difficile, furono astretti a montar
da' cavalli e menargli per le briglie, ed essendo cos impacciati furono
rinchiusi da' nemici da ogni banda in quel luogo difficile, dove s'erano posti
in aguato. Di questi cinque alcuni n'uccisero e altri tennero prigioni, per
condurgli alla citt di Tessaico e sacrificargli e cavar loro il cuore dinanzi
a' loro idoli. Noi crediamo che cos avenisse, conciosiach, passando di l il
detto maggiore esecutore, certi Spagnuoli che andavano seco, in una casa d'una
terra che  tra la citt di Tessaico e quella terra dove furono uccisi e presi
li predetti cristiani, in un muro biancheggiato trovarono scritte queste
parole: "Qui fu preso lo sfortunato Giovanni Iusta". Era costui un gentiluomo
dei sopradetti cinque a cavallo. Il quale spettacolo senza dubbio a coloro che
'l viddero apport grandissima maninconia e dispiacere.
Essendo arrivato l il maggiore esecutore, subito gli abitatori di quella terra
conobbero il loro grande errore e sceleraggine, e fuggendo cominciarono a
cercar di salvarsi; ma li nostri fanti e cavalli e gli Indiani amici nostri gli
perseguitarono e n'uccisero molti, ed ebbero prigioni assaissime donne e tanti
fanciulli quanti poterono avere e gli fecero schiavi; bench, mosso a piet,
non volse che si facesse tanta uccisione n tanta ruina quanta poteva, e prima
che si partisse comand che si ragunassero e abitassero nella lor terra. E al
presente v'abitano, e sono del loro errore pentiti grandemente.
Il detto maggiore esecutore and pi avanti cinque o sei leghe, ad una certa
terra della provincia di Tascaltecal che  la pi vicina alli confini di Culua,
e quivi trov gli Spagnuoli e gli uomini che conducevano li brigantini. E il
giorno seguente si part con le tavole e con le travi, che le portavano con un
bell'ordine pi di ottomila uomini: ed era cosa mirabile da vedere, e cos
penso che sia maravigliosa da credere, il portar dieci brigantini per terra per
spazio di diciotto leghe. E riporto il vero alla Maest Vostra, che dalla prima
all'ultima schiera vi era lo spazio di tre leghe. E quando cominciarono a
camminare andavano avanti otto Spagnuoli a cavallo e cento fanti; dai fianchi
vi erano a difesa pi di diecimila uomini della provincia di Tascaltecal, de'
quali erano capi Iutecal e Teutipil, che sono due signori de' principali della
detta provincia; alla retroguardia erano cento Spagnuoli, e oltra li fanti e
otto a cavallo forse diecimila uomini da combattere, de' quali era capo
Chichimecatecle, che  de' primarii di quella provincia, con altri capitani che
menava seco. Quando si partirono, nella prima ordinanza conducevano le tavole e
nell'ultima le travi; e come entrarono nella provincia di Culua, maestri de'
brigantini comandarono che nella prima ordinanza fussero poste le travi e le
tavole nell'ultima, percioch quelle erano per esser di maggiore impedimento
quando fusse avenuto accidente alcuno, e, se doveva avenire, era ragionevole
che dovesse essere nella prima ordinanza. Cichimecatecle, che conduceva le
tavole e insin allora con i suoi soldati aveva tenuta la prima schiera, stette
ostinato e fece grandissima resistenza, e vi fu molta difficult a far che egli
andasse all'ultimo luogo, imperoch esso voleva mettersi ad ogni pericolo che
ne potesse avenire; ma, conceduto che ebbe questo, non voleva patire che alcun
Spagnuolo stesse nell'ultima schiera, che, essendo egli uomo di gran valore e
fortezza, cercava d'aver cotale onore. Li predetti capitani menavano duemila
uomini carichi di vettovaglie, e con quell'ordine e maniera seguitarono il lor
viaggio, nel quale stettero tre d. Il quarto d entrarono in questa citt con
grandissima allegrezza e festa e con suoni di timpani, e io andai loro incontra
per ricevergli. E, come ho detto di sopra, quella moltitudine s'estendeva tanto
che, dall'ora che cominciarono ad entrar li primi, pass lo spazio di sei ore
prima che gli ultimi entrassero, non si rompendo mai le file di coloro che
entravano. Appressato che mi fui a loro, e ringraziati che ebbi quei signori
de' beneficii che ne avevano fatti, assegnai loro gli alloggiamenti e feci
provedere delle cose necessarie il meglio che si pot. E mi dissero che
desideravano d'azzufarsi con quei di Culua, e vedessi io quel che mi piacesse
comandar loro, e che essi, con gli altri i quali avevano menati seco, erano
venuti con quell'animo, e volevano o morire insieme con gli Spagnuoli o
vendicarsi. Io gli ringraziai e dissi che si riposassero, che tosto satisfarei
al lor desiderio.


Come il Cortese, uscito fuori della citt, trov un squadrone de' nemici, quali
mise in fuga, molti di loro uccisi. Come giunsero alla citt Xaltoca e
combattendo entrarono e, discacciati i nemici, n'abbrucciorono parte. Il
seguente giorno, trovati i nemici, gli perseguitano, e arrivorono alla citt
Guantican, a Tenainca e Acapuzzalco. Appresso la citt Atacuba assaltano i
nemici, entrano nella citt, v'appiccano il fuoco; e perch abbrucciorono la
quarta parte dell'albergo dove alloggiorono.

Poich tutti questi di Tascaltecal si furono riposati tre o quattro giorni
nella citt di Tessaico, i quali certamente in comparazione degli uomini di
questi paesi sono valorosissimi, comandai che si mettessero in ordine cinque
cavalli, trecento fanti e cinquanta tra balestrieri e schiopettieri, e sei
piccioli pezzi d'artegliaria da campo; e senza che niuno sapesse dove
andassimo, a nona ci partimmo da questa citt, e vennero meco li predetti
capitani con forse trentamila uomini, con le loro schiere molto ben ordinate
secondo la loro usanza. Lontano da questa citt quattro leghe, essendo gi
l'ora tarda, trovammo una schiera di nemici, e noi a cavallo gli andammo adosso
e gli mettemmo in fuga; quegli di Tascaltecal, essendo destri e leggieri, ne
seguitarono, e uccidemmo molti nemici. Quella notte stemmo sempre in campagna e
al sereno, con grandissime guardie e del tutto apparecchiati. Il d seguente,
la mattina a buon'ora, cominciammo a seguitar l'incominciato viaggio: e insin
ora io non avevo palesato ad alcuno dove io volessi andare, e ci avevo fatto
guardandomi da certi di Tessaico che venivano con esso noi, accioch non lo
manifestassero a que' di Messico e di Temistitan, che ancora non mi fidavo
molto di loro. Giugnemmo ad una terra nominata Xaltoca, che  situata nel mezzo
del lago, e d'intorno di quella trovammo e molte e gran fosse d'acqua, e
attorno attorno facevano forte la detta terra, che non ci potevano entrar i
cavalli; e gli nemici mettevano grandissimi gridi, e aventavano contra di noi
bastoni acuti nella cima e dardi. Li fanti, bench con gran fatica, pur
v'entrarono e gli cacciarono fuori della terra, e abbrucciarono gran parte
d'essa. E quella notte andammo ad alloggiare lontano de l una lega.
Venuto il giorno, seguitando il nostro viaggio trovammo gli nemici, li quali da
lontano cominciarono a gridare, come  lor costume di fare nella battaglia: e
cotai gridi sono orribili da sentire. Noi cominciammo a perseguitargli, e
perseguitandogli arrivammo ad una grande e bella citt nominata Guantican, e la
trovammo disabitata, dove dimorammo quella notte. Il giorno seguente, essendo
andati pi avanti, arrivammo ad una citt nominata Tenainca, nella quale non
trovammo ostaculo alcuno. Ed essendoci riposati, andammo poi anco ad una altra
citt, il cui nome  Acapuzalco, la quale  tutta posta nel circuito del lago,
e in quella non ci fermammo troppo, desiderando io grandemente arrivare ad
un'altra citt detta Atacuba, che  vicina alla citt di Temistitan. Ed essendo
avicinati a quelle, trovammo d'intorno intorno molte fosse d'acqua, e gli
nemici molto pronti e apparecchiati. E subito che noi e gl'Indiani amici nostri
gli vedemmo, andammo ad assaltargli, ed entrammo nella citt uccidendogli e
cacciandogli fuori; ed essendo gi l'ora tarda, non facemmo altro che metterci
nell'albergo, il quale era tanto grande che commodamente vi potemmo stare.
Venuto il giorno, gl'Indiani amici nostri cominciarono a guastare e abbrucciare
la citt, salvo l'albergo dove noi alloggiavamo, e in questo usammo tal
diligenzia che fu abbrucciata la quarta parte del nostro albergo; e ci fu
fatto percioch un'altra volta, quando ci partimmo dalla famosa citt di
Temistitan essendo stati rotti, gli abitatori di questa citt, insieme con que'
di Temistitan, in quella ci combatterono aspramente e uccisero molti Spagnuoli.


Come, dimorando in Atacuba, fecero molte scaramuccie, con gran danno de' nemici
e senza lesion degli Spagnuoli. Parole che usarono il Cortese e Spagnuoli con
li nemici, e le pronte risposte che li furon fatte. Come, ritornando a
Tessaico, essendo perseguitati da' nemici, si rivolsero loro adosso e molti
n'uccisero, s che si restarono di pi oltre perseguitargli.

In quei sei giorni che stemmo in questa citt d'Atacuba, niun giorno fu che non
venissimo alle mani con li nemici e non facessimo scaramuccie; e li capitani di
quei di Tascaltecal e i loro soldati facevano molti duelli con quegli di
Tascaltecal, e combattevano tra loro e forte e valorosamente, e passavano tra
loro di molte cose, e si minacciavano e dicevano villania l'uno l'altro, che
senza dubbio era cosa degna da vedere. E in tutto questo tempo morirono molti
dei nemici, senza morte di alcuno dei nostri, percioch assai volte entrammo in
quelle strade mattonate e nei ponti della citt, bench, avendo tanti ripari,
facessero gagliarda resistenza. E spesse fiate fingevano di ritirarsi a fin che
entrassimo nella citt, con dire: "Entrate, entrate, acci possiate darvi
piacere". Alcune volte dicevano: "Vi pensate forsi che vi sia un altro
Montezuma che satisfaccia a' vostri desiderii?" E mentre la cosa passava di
questa maniera, arrivai una volta ad un certo ponte ch'io avevo espugnato, ed
essendo essi de l da quel ponte, feci segno a' miei che si fermassero, e
similmente essi, vedendo il mio segno, accennarono ai loro che tacessero; e
dissi loro per che cagione fussero diventati s pazzi che volessero esser
distrutti, e che, se tra loro si trovava alcuno de' principali della citt,
dovesse venir l, ch'io desideravo di parlargli. Essi mi risposero che tutta
quella moltitudine d'uomini ch'io vedevo erano signori, e perci io dicessi l
in mezzo tutto quello ch'io volevo. E non avendo dato loro alcuna risposta,
cominciarono a venire alle villanie, e certi de' nostri dissero loro che
morirebbono di fame, e non gli lascieremmo uscir de l per andare a cercar
vettovaglie; risposero che non n'avevano di bisogno, e se n'avessero di bisogno
mangiarebbono noi Spagnuoli e gli uomini di Tascaltecal.
E perch l'andata mia a questa citt di Tacuba era stata principalmente per
venire a qualche convenzione con quei di Temistitan, e per intender che
intenzione avessero, e vedendo che 'l mio dimorar quivi nulla giovava, dopo sei
giorni deliberai di tornare a Tessaico per sollecitar che fussero finiti li
brigantini, per poter assediargli per terra e per acqua. Il giorno che ci
partimmo venimmo la sera ad alloggiare alla citt di Coantincan, della quale di
sopra ho fatto menzione, e gli nemici sempre ne perseguitarono, e noi co'
cavalli spesse volte andammo loro adosso, e cos alcuni rimasero nostri
prigioni. Il giorno seguente cominciammo a seguitare il nostro viaggio, e gli
nemici, vedendo che ci partivamo, pensandosi che lo facessimo per paura, si
misero insieme molti di loro e cominciarono a seguitarne. Io, vedendo questo,
comandai a' fanti che andassero innanzi, e quando si fermassero nella loro
ultima schiera stessero cinque cavalli; e io rimasi con gli altri venti e
comandai che sei a cavallo andassero in un certo luogo a far imboscata, e altri
sei in un altro e cinque in un altro, e io con tre in un altro, e subito che
gli nemici fussero passati, pensandosi tutti noi insieme essere andati avanti,
quando sentissero gridar "San Giacomo" saltassero fuori e gli andassero alle
spalle. Ed essendo venuto il tempo, saltammo fuori e gli cominciammo a ferir
con le lanze, e per due leghe gli perseguitammo sempre in una pianura che era
bella da vedere, e cos perirono molti di loro, uccisi parte da noi e parte
dagl'Indiani amici nostri, e si rimasero senza seguitarne pi oltre. Noi ci
ritirammo e arrivammo i nostri, e quella notte alloggiammo in una nobil terra
nominata Aculman, che  lontana due leghe dalla citt di Tessaico, onde ci
partimmo il giorno seguente, e a mezzod arrivammo alla citt di Tessaico.
Fummo ricevuti allegramente dall'esecutor maggiore, il quale io avevo lasciato
al governo, e anco da tutti gli altri, avendo grandissimo piacere della nostra
ritornata, percioch, dopo la nostra partita de l, non avevano avuto mai
novella alcuna di noi n ci che ne fusse intervenuto, e pur grandissimamente
desideravano saperlo. Il giorno dopo che noi fummo arrivati, li signori e
capitani di Tascaltecal mi richiesero d'esser licenziati, e se n'andarono alla
lor citt molto lieti, avendo avuta qualche preda de' nemici.


Come il Cortese mand soccorso a quei di Calco, e, andati ad una terra detta
Guastepeque, fecero gran danno a quei di Culua; dipoi combatterono pi e pi
volte, con danno sempre de' nemici. Poscia, andati ad una fortissima citt
chiamata Acapichtla, finalmente la presero per forza, con tanta uccisione de'
nemici che 'l fiume che la circonda corse tutto sangue; e lasciate dette due
terre pacifiche, gli Spagnuoli ritornarono in Tessaico.

Due giorni dopo che noi fummo entrati nella citt di Tessaico, vennero a
trovarmi alcuni Indiani, ambasciadori de' signori di Calco, e mi dissero che i
lor signori gli avevano mandati per dirmi a nome loro che quegli di Messico e
di Temistitan gli volevano assaltare, e assaltargli per distruggerli, e mi
pregavano ch'io dovessi mandar loro soccorso, come altre volte m'avevano
dimandato. Io subito procurai di mandarvi Consalvo di Sandoval con venti
cavalli e trecento fanti, al quale comandai che sollecitasse l'andare e, giunto
che fusse l, provedesse in tutti li modi di dare aiuto e prestare ogni
possibil favore a quei vassalli di Vostra Maest e amici nostri. Ed essendo
giunto, trov quivi essersi raunati molti delle provincie di Guassucingo e di
Guacachula che stavano aspettando, e, messe le cose in ordine, si partirono per
andare ad una terra nominata Guastepeque, dove erano quei di Culua, donde
facevano gran danno a quei di Calco. E molti de' nostri nemici uscirono fuori
d'una certa terra che era nel viaggio, e gl'Indiani amici nostri, essendo in
gran numero, confidandosi ne' cavalieri spagnuoli unitamente gli assalirono e
presero il lor campo. E quella notte si fermarono a quella terra vicina a
Guastepeque, e il d vegnente si partirono. Essendo giunti appresso
Guastepeque, quegli di Culua cominciarono a combatter con gli Spagnuoli,
nondimeno in poco spazio messi in fuga, uccisi e cacciati della terra. Li
cavalieri si fermarono per dar da mangiare a' cavalli e per albergare, e,
stando cos sprovisti, gli nemici arrivarono insino alla piazza che era dinanzi
all'albergo, gridando e tirando sassi, bastoni e freccie. Gli Spagnuoli,
pigliate l'armi, insieme con gl'Indiani amici nostri andarono loro adosso e gli
discacciarono della detta terra, e gli seguitarono per spazio d'una lega e
n'uccisero molti. E quella notte, essendo molto stanchi, se ne ritornarono a
Guastapeque, dove si riposarono due giorni.
Allora l'esecutor maggiore intese che in un'altra terra pi in l, nominata
Acapichtla, s'era ridotta una grandissima moltitudine di nemici, e determin di
andare l per veder se volevano darsi pacificamente e aver pace. Questa terra
era molto forte e situata in un luogo alto, dove non potevano esser n
molestati, n offesi da' cavalli. Quivi essendo giunti gli Spagnuoli, subito
gli nemici cominciarono a venire alle mani e dal luogo alto gettar sassi, e
bench col detto maggiore esecutore molti de' nostri amici, considerando la
fortezza del luogo, non aveano ardire di dar l'assalto, subito che 'l detto
esecutor maggiore e gli Spagnuoli viddero questo, deliberarono o di morire o di
salir per forza sopra quel luogo e, raccomandatisi a san Giacomo,
incominciarono a salire. E piacque a Iddio dar loro tante forze che, bench gli
nemici facessero grandissima resistenza, vi salirono pure, ma ne furono feriti
molti; e dopo loro seguitarono gl'Indiani amici nostri, e gli nemici si viddero
gi esser vinti. E inondava tanto il sangue s di coloro che erano uccisi per
mano di Spagnuoli, s anco di coloro che cascavano da alto, che tutti quelli
che vi si trovarono presenti affermano che un picciol fiume, che circondava
quella terra, corse tutto rosso di sangue de' morti; e dipoi stettero assai
prima che potessero cavarne acqua buona da bevere, che, essendo gran caldo,
avevano grandissimo bisogno d'acqua. Avendo il predetto esecutor maggiore posto
fine a questa impresa, lasciando le due sopranominate terre quiete e punite col
meritato castigo, perch da prima rifiutarono la pace, se ne ritorn in
compagnia di tutti alla citt di Tessaico. E creda la Vostra sacra cattolica
Maest che questa  stata una vittoria notabile, nella quale gli Spagnuoli
hanno molto ben mostrato le loro forze.


Come il Cortese mand un'altra volta l'esecutor maggiore in soccorso a que' di
Calco, e, avanti che arrivasse l, trov che avevano fatto la giornata co'
nemici e fatti molti prigioni. Come, fatta sicura la strada, quei della Vera
Croce mandarono al Cortese balestre, schioppi e polvere, e gli fecero sapere
che erano giunte tre navi con soldati e cavalli.

Gli abitatori di Messico e di Temistitan, avendo inteso il grandissimo danno
fatto alle loro genti dagli Spagnuoli e da quelli di Calco, deliberarono di
mandar contra di loro certi capitani con grandissimo esercito. Il che avendo
saputo quelli di Calco, me lo fecero a sapere, pregandomi che subitamente io
dovessi mandar loro soccorso: e io di subito spedi' il detto esecutor maggiore
con certi fanti e cavalli. Nondimeno, quando egli arriv l, gli nemici nostri
di Culua avevano fatto giornata con gli amici nostri di Calco, e piacque a
Iddio che quegli di Calco ottenessero la vittoria e uccidessero molti de'
nemici; e ne fecero prigioni quaranta, tra i quali era un certo capitano di
Messico e due altri de' primarii, i quali tutti furono da quelli di Calco
consegnati al detto esecutor maggiore, che gli conducesse a me. Alcuni de'
quali me gli mand, gli altri ritenne appresso di s, percioch volse rimanere
alla guardia di quelli di Calco in una certa terra ne' confini di Messico; e
poich gli parve la sua dimora non esser necessaria, ritorn a Tessaico, e men
seco gli altri prigioni che erano rimasi appresso di lui. In questo mezzo
facemmo assai altre scaramuccie e zuffe con gli abitatori di Culua, le quali
tutte lascio di raccontare per fuggire la lunghezza.
Essendo gi sicura la strada dalla citt della Vera Croce a questa, e potendo
quegli della detta citt andare e tornar sicuri, ogni giorno intendevano
qualche cosa di noi, e noi similmente di loro, il che prima non si poteva fare.
E per un certo nunzio mi mandarono certe balestre e schioppi e polvere, di che
pigliammo grandissimo piacere, e de l a due giorni, mandandomi un altro
nunzio, mi fecero a sapere esser arrivate in porto tre navi, nelle quali erano
stati portati molti soldati e cavalli, e che subito ce gli mandarebbono. Noi,
avendo s gran bisogno di aiuto, credemmo che ci fusse stato mandato da Iddio.


Come il Cortese mand in Temistitan due de' primarii di detta citt, che erano
prigioni di quei di Calco, a pregar quei signori che si rendessero. Del
soccorso mandato a quei di Calco. Come vennero ambasciadori di Tazapan,
Mascalango e Neuten ad offerirsi.

Io cercava per tutti i modi possibili di tirare all'amicizia nostra gli
abitatori di Temistitan, parte acci per lor cagione non fussero distrutti, e
parte per riposarci dalle fatiche delle passate guerre, e massimamente che di
ci io giudicavo venirne grandissima utilit alla Maest Vostra: e dovunque io
potevo avere alcuno di quegli della citt, lo rimandavo dentro, accioch
confortasse gli altri a darsi pacificamente. E il mercord santo dell'anno 1521
comandai che venissero alla presenza mia que' primarii di Temistitan che erano
stati fatti prigioni da quei di Calco, e feci loro intendere se alcuno di essi
volesse andare nella citt e per mio nome parlare ai signori di quella, e
pregargli che non cercassero pi di far guerra meco e si dessero per vassalli
di Vostra Maest, come avevano fatto prima, percioch io non desideravo di
ruinargli, ma di tenergli per amici. E bench non andassero volentieri, temendo
che, se portassero tale ambasciata, sariano uccisi da loro, nondimeno due
d'essi deliberarono di andare e mi dimandarono lettere; e se ben non
intendevano le cose che in quelle si contenevano, nondimeno sapevano esser tale
usanza che, giunti che fussero l, gli cittadini prestariano lor fede. E per
feci loro palesare dagl'interpreti ci che nelle dette lettere era contenuto,
cio quel che aveva imposto a lor medesimi, e a quel modo si partirono, e
comandai a cinque cavalieri che gli accompagnassero fin che giugnessero in
luogo sicuro.
Il sabbato santo gli abitatori di Calco e i loro confederati e amici ebbero
cura d'avisarmi che quegli di Messico si movevano contra di loro, e in un certo
panno bianco mi mostrarono dipinte tutte le terre che andavano contra di loro e
le vie per le quali dovevano andare, e mi supplicavano che ad ogni modo io
dovessi mandar loro soccorso. Risposi che de l a sei giorni lo manderei, e se
tra questo mezzo fussero astretti da bisogno alcuno, me lo facessero sapere,
che gli aiuterei. Il terzo giorno di Pasqua ritornarono a pregarmi ch'io
mandassi il soccorso prestissimamente, percioch gli nemici s'avicinavano con
quella maggior prestezza che potevano. Io dissi di volere andare a soccorrerli,
e feci comandare a suono di tromba che si mettessero in ordine venticinque
cavalieri e trecento fanti a piedi.
Il gioved avanti che fusse questo, vennero alla citt di Tessaico, certi
ambasciadori dalle provincie di Tazapan, di Mascalango e Neuten e d'altre
provincie, e mi fecero sapere che erano venuti a darsi per vassalli di Vostra
Maest e per pigliare amicizia con esso noi, non avendo essi ucciso mai alcuno
Spagnuolo, e n essendosi volti mai contra il servizio di Vostra Maest.
Portarono certe vesti di seta. Io gli ringraziai e promisi loro, quando fussero
buoni e fedeli, di trattargli bene, e cos se ne tornarono tutti allegri.


Come il Cortese usc di Thessaico con trentamila uomini e alloggi in
Tamanalco; il parlar che fece a' signori di Calco; come nel viaggio s'unirono
con lui da quarantamila combattenti. Dell'assalto che diede da tre bande ad un
monte asprissimo e molto erto, in cima del quale era gran moltitudine di gente;
come assalt quelli ch'erano nella pianura, ferendone e uccidendone molti.

Il giorno seguente, che fu il venerd il quinto d'aprile del detto anno 1521,
mi partii da questa citt di Tessaico in compagnia di trenta cavalieri e
trecento fanti, a' quali diedi per capitano Consalvo di Sandoval, esecutor
maggiore, e meco uscirono da ventimila uomini di Tessaico. E in ordinanza
andammo la sera ad alloggiare ad una terra della provincia di Calco, nominata
Tamanalco, dove fummo ricevuti e albergati ottimamente: e quivi perch  luogo
fortissimo, poi che quegli di Calco diventarono amici nostri, sempre tennero la
guardia, essendo ne' confini della provincia di Culua. Il giorno seguente
pervenimmo a Calco ad ora di nona e non indugiammo punto, se non quanto
parlammo a' signori di quel luogo, a' quali palesai l'animo mio, che era una
volta circondare il lago, pensando che passato quel giorno, che era di gran
momento, quei tredeci brigantini sariano finiti e apparecchiati da potergli
mettere nel lago. E avendo parlato co' signori di Calco, ad ora di vespro ci
partimmo e arrivammo ad una lor terra, dove s'unirono con noi da quarantamila
uomini combattenti amici nostri, e quivi ci riposammo quella notte. E perch
gli abitatori di quella terra mi dissero che quei di Culua m'aspettavano in una
pianura, comandai che all'alba tutte le genti fussero in arme ed espedite, e il
d seguente dopo la messa cominciammo a marchiare. Io ero nell'antiguardia con
venti cavalli, e nella retroguarda ne rimasero dieci, e a questo modo passammo
un'altra cima di montagna.
Dopo mezzogiorno arrivammo ad un erto e alto monte, nella cui cima era una gran
moltitudine di donne e di fanciulli, e dalle bande erano uomini armati, i quali
subito cominciarono a gridare e a far molti fumi, con frombe e senza, aventando
contra di noi sassi, freccie, dardi e bastoni aguzzati, di modo che, mentre ne
giunsero appresso, avevamo patito assai gran travaglio. E bench avessimo visto
che non avessino avuto ardir d'aspettarci nella pianura, mi parve, ancora che
altrove doveva esser il nostro viaggio, che fusse segno di poco animo andar pi
avanti senza far loro qualche danno, accioch gli amici nostri non si
pensassero che lasciassimo di farlo per vilt. Riguardai il monte, che di
circuito era quasi una lega, e veramente era tanto forte per natura e tanto
erto che pareva sciocchezza il volervi salire e prenderlo, e bench io avesse
potuto assediarli e astringergli ad arrendersi, nondimeno non potevo quivi
molto soggiornare. Stando cos in dubbio, deliberai di salirvi da tre luoghi
ch'io avevo veduti, e diedi commissione a Cristoforo Coral, alfiero di sessanta
fanti, il quale sempre m'accompagnava, che con la sua insegna gli andasse ad
assalire, e salissero sopra del luogo pi erto, e comandai ad alcuni
schioppettieri e balestrieri che arditamente lo seguitassero; e similmente
ordinai che il capitano Giovanni Rodriguez da Villa Forte e a Francesco Verdugo
che co' lor compagni e con certi balestrieri salissero da un altro luogo, e che
'l capitan Pietro Dircio e Andrea da Monioraz dessero l'assalto da un'altra
banda con alquanti schioppettieri e balestrieri. E ordinarono tutti nel sentire
il tiro d'uno schioppo di salire, o di morire overo ottener la vittoria. E
avendo sentito il tiro dello schioppo, subito cominciarono a salire il monte, e
tolsero a' nemici due giri del monte; e non poterono salir pi avanti,
percioch n con piedi n con mani si potevano sostenere, essendo incredibile
l'asprezza e altezza del monte. E da alto gettavano di molti sassi con le mani,
i quali, bench si rompessero, facevano grandissimo danno; e tanto fu gagliarda
la difesa de' nemici, che n'uccisero due Spagnuoli e ne ferirono pi di venti,
e per niun modo potemmo passar di l. Io, vedendo esser impossibile di far pi
di quello che avevamo fatto, e che si ragunava gran moltitudine de' nemici per
soccorrer quelli ch'erano nel monte, di modo che tutta la pianura n'era piena,
comandai a' capitani che si ritirassero, ed essendo discesi a basso assaltammo
quegli che erano nella pianura, ferendogli e uccidendogli: e cotal battaglia
dur pi d'un'ora e mezza. Ed essendo la moltitudine de' nemici quasi infinita,
gli uomini a cavallo si sparsero in varie parti, ed essendosi ridotti insieme,
fui certificato da loro s come erano andati per spazio d'una lega lontani da
quel luogo, e aveano visto un altro monte ripieno di molte genti; nondimeno non
era tanto erto, e nella pianura d'intorno erano assaissime terre, e due cose
non sariano mancate ivi che qui ne mancavano: l'una era l'acqua, e l'altra che,
essendo il monte non cos erto, non fariano tanta resistenzia. E perch quelle
genti non si potevano pigliar senza pericolo, e vedendo di non poter ottener
quella vittoria, ci partimmo de l con grandissimo dispiacere e andammo ad
alloggiare ad un'altra terra appresso il detto monte, dove patimmo grandemente,
percioch quivi non potemmo trovare acqua, e tutto quel giorno n noi n gli
cavalli ne toccammo goccia. E cos stemmo tutta quella notte, sentendo timpani
e corni e gridi.


Come, dato l'assalto ad un altro erto e difficil monte, quelli che v'erano
sopra s'arrenderono, e parimente quelli ch'erano su l'altro monte vennero a
dimandar perdono. Come serrorno i nemici in una terra detta Giluteque e molti
ne uccisero, poi misero fuoco in la terra. Quelli di Iattepeque vennero a
pregar il Cortese che perdonasse loro i commessi errori.

Essendo venuta l'alba, io insieme con certi capitani vedemmo un monte che non
era meno erto del primo: egli aveva le rupi certamente pi alte, nondimeno non
difficili a salire, dove molte genti atte a combattere stavano per vietare
chiunque avesse voluto salirvi. E li capitani e io, con altri gentiluomini che
si trovavano presenti, pigliate le rotelle, a piedi (percioch aveano condotti
i cavalli per dar loro da bevere lontano una lega da quel luogo) andammo insin
l per vedere almeno il sito del monte e donde lo potessimo combattere, e gli
altri, bench non fusse loro commesso cosa alcuna, cominciarono a seguirne.
Subito che arrivammo al monte, coloro che stavano su le rupe, pensandosi che io
volessi dar l'assalto nel mezzo, lasciarono le rupi per dar soccorso ai loro.
Io, subito che viddi il lor mal ordine, e pensando s'io pigliavo quelle due
rupi potevo far loro di molto danno, chetamente comandai ad un capitano che co'
suoi soldati salisse sopra una di quelle, e occupasse la pi erta e difficile;
e io insieme con gli altri cominciai a salire il monte da quella parte dove gli
nemici erano pi spessi. E piacque a Iddio ch'io prendessi un giro del monte, e
ci ponemmo in luogo tanto alto che quasi agguagliavo quello dove combattevano,
il qual pareva impossibile di poterlo pigliar per forza, se non con grandissimo
pericolo e danno. Gi uno de' capitani aveva posta la sua bandiera nella pi
alta parte del detto monte, e de l cominci a batter gli nemici con le
balestre e con schioppi. Essi, vedendo il danno che pativano e considerando ci
che poteva seguire, accennarono di volersi arrendere e posero gi le armi in
terra. Ed essendo l'animo mio stato sempre di mostrar loro, bench fussero
degni di grandissima pena, che noi non gli volevamo offendere n far danno
alcuno, massimamente poich volevano esser vassalli di Vostra Maest, ed
essendo gente di tanta ragione che molto bene intende tutte queste cose,
comandai che si rimanessero da offendergli. E quando vennero a parlarmi io gli
ricevetti con lieto volto, ed essi, avendo veduto quanto benignamente ci
portavamo con esso loro, ne diedero aviso a quelli che erano nell'altro monte;
i quali, bench fussero rimasti vincitori, nondimeno deliberarono di darsi per
vassalli alla Maest Vostra, e vennero dimandando perdono de' lor commessi
errori. In quella terra appresso il monte stemmo due giorni, e de l feci
condur li soldati feriti alla citt di Tessaico.
Essendoci partiti de l, arrivammo a dieci ore di giorno alla citt di
Guastapeque, della quale di sopra  fatto menzione, e fummo tutti alloggiati
nella casa del giardino del signore. Il qual giardino  il maggiore e il pi
bello di tutti che siano stati mai visti in alcun tempo, percioch egli 
quattro leghe di circuito, per il mezzo del quale passa uno notabile fiume, e
di luogo in luogo a due tiri di balestra vi sono case co' loro giardini
piccioli, con varii arbori di diversi frutti e con erbe e fiori odoriferi. E
certamente  cosa bella da vedere la vaghezza e grandezza di questo giardino,
nel quale alloggiammo in quel giorno; e gli abitatori ne fecero ogni possibil
servigio. Il giorno seguente ne partimmo, e a otto ore del giorno arrivammo ad
una gran terra nominata Iattepeque, nella quale n'aspettava un gran numero di
gente nemica: ed essendo noi giunti l, parve che volessero portarsi con noi
pacificamente, o da paura oppressi o per ingannarci, percioch subito senza
venire a convenzione alcuna cominciarono a fuggir e abbandonar la terra. E io
non mi curai punto di dimorare in essa, ma con que' trenta cavalli gli
perseguitammo per spazio di due leghe insin che gli serrammo in un'altra terra,
la quale  chiamata Giluteque, dove molti ne ferimmo e uccidemmo, trovando gli
abitatori molto sprovisti, percioch noi arrivammo l prima che giungessero le
loro spie, e alcune di loro furono uccise. Pigliammo assai donne e fanciulli;
tutti gli altri fuggendo scamparono. Io dimorai in quella terra due giorni,
pensandomi che 'l signor di quella dovesse venire per rendersi suddito a Vostra
Maest; e non essendo venuto, nel partir mio ordinai che fusse dato fuoco alla
terra. E prima che mi partissi de l vennero da me certi d'un'altra terra che
era pi avanti, nominata Iattepeque, e umilmente mi pregarono che io perdonassi
loro i loro errori, poich volevano esser vassalli di Vostra Maest: e io gli
ricevetti benignamente, essendo stati gi castigati secondo che meritavano.


Dell'acquisto della citt chiamata Coadinabaced, e come l'abbrucciorono. In che
modo si scusassero i nemici perch cos tardi si rendessero. Come gli Spagnuoli
presero la miglior parte della bellissima citt detta Sichimilco e dipoi,
andati adosso a' nemici che s'erano ragunati in gran numero, gli fecero voltar
le spalle; e il pericolo che scorse il Cortese.

Il medesimo giorno ch'io mi partii, giunsi dinanzi ad una certa terra
fortissima nominata Coadinabaced, nella quale erano molti uomini da combattere;
e la terra era molto forte, essendo circondata di monticelli e di spelonche di
tanta profondit quanta saria l'altezza della statura di dieci uomini insieme,
e a cavallo non vi si poteva andare se non da due luoghi, i quali allora non
gli sapevamo, e per poter entrar da quei luoghi era necessit d'andare attorno
per spazio di una lega e mezza. Potevamo anco entrar per ponti di legno, ma gli
avevano levati via, ed erano posti in s alto luogo e sicuro che, se fussimo
stati dieci volte tanti, ci averiano stimati per niente; e quando ci
approssimavamo, ne aventavano molte freccie, sassi e bastoni aguzzati. Mentre
combattevamo di questa maniera, un certo Indiano di Tascaltecal, non visto da'
nemici, salt oltra per un luogo molto difficile. Subito che gl'Indiani lo
viddero, si pensarono che gli Spagnuoli fussero entrati de l, e a questo modo
soprapresi da maraviglia e da spavento si diedero a fuggire, e quell'Indiano e
quattro miei servidori gli perseguitarono; e due capitani poi, subito che
viddero l'Indiano passato, lo seguitarono e passarono anch'essi. Io co'
cavalieri cominciai andare attorno quei luoghi insino al monte per poter
trovare l'entrata nella terra, e gl'Indiani nemici nostri sempre tiravano
contra di noi e freccie e bastoni aguzzati, percioch tra loro e noi non v'era
se non lo spazio d'una spelonca in modo d'una fossa. Ed essendo intenti alla
battaglia cominciata con noi, e non avendo ancora visti quei cinque cavalieri
spagnuoli, furono da loro assaliti di dietro alla sprovista e cominciati a
ferire. Ed essendo stati trovati tanto sprovisti, e non si pensando di poter
esser offesi di dietro, percioch non avevano saputo che li compagni avessero
abbandonato il passo donde quell'Indiano e gli Spagnuoli erano passati, stavano
maravigliati e non avevano ardir di combattere, e gli Spagnuoli n'uccidevano
qualcuno; ma poich viddero la verit della cosa, cominciarono a darsi a
fuggire. E gi li nostri erano entrati nella terra e l'avevano cominciata ad
abbrucciare, e gli nemici tutti fuggivano, e cos fuggendo si ritirorno al
monte, bench molti di loro ne morissero, e li cavalieri spagnuoli n'uccisero
molti.
Poich avemmo trovata l'entrata nella terra circa a mezzogiorno, ci fermammo in
quella in una certa casa posta in un giardino, percioch gi la terra era del
tutto abbrucciata e l'ora gi tarda. Il signor della terra e alcuni de'
principali, vedendo che in luogo s difficile e sicuro non s'erano potuti
difendere, temendo che salissimo il monte per uccidergli, deliberarono di
venire ad offerirsi per vassalli di Vostra Maest, e io per tali gli ricevetti,
e mi promisero d'esser nostri amici per l'avenire. Questi Indiani e gli altri
che venivano a sottomettersi per vassalli di Vostra Maest, dopo
l'abbrucciamento delle case e il saccheggiamento delle robbe, dissero che la
cagione d'aver s tardi presa l'amicizia nostra era stata perch credevano far
la penitenza de' commessi errori, quando patissero d'esser prima danneggiati,
pensandosi che, avendo essi patito danno, noi non dovessimo portar loro pi
odio.
Quella notte alloggiammo in quella terra, e il giorno seguente seguitammo il
nostro viaggio per provincia e ville disabitate e senza acqua, la qual
provincia e anco la cima d'un monte trapassammo con grandissima fatica e stenti
e senza aver da bevere, di maniera che molti degl'Indiani che erano con esso
noi morirono di sete. E sei leghe lontano da quella citt ci riposammo in una
certa abitazione. E all'alba avendo seguitato il nostro viaggio, giungemmo in
vista d'una bellissima citt nominata Sichimilco, la quale  posta in un lago
d'acqua dolce; e gli abitatori di quella, avendo molto prima inteso la nostra
venuta, avevano fatti molti argini e fossi, e avevano levati li ponti di tutti
li luoghi donde s'entrava nella detta citt, che  lontana dalla famosa
Temistitan tre o quattro leghe; e in essa erano molti uomini valorosi, li quali
avevano determinato o di difendere la citt o di morire. Quivi essendo giunto e
avendo posti li soldati in ordinanza, smontai da cavallo e in compagnia
d'alquanti fanti arrivai ad un certo argine che avevano fatto, doppo il quale
era nascoso gran numero di gente; e quando cominciammo a combatter l'argine,
percioch li balestrieri e gli schioppettieri facevano loro grandissimo danno,
l'abbandonarono, e gli Spagnuoli entrarono in acqua e, passati avanti,
trovarono terra, e per spazio di mezz'ora che combattemmo con loro pigliammo la
miglior parte della citt. E gli nemici ritirandosi montarono nelle lor canoe e
combatterono con noi fin che sopravenne la notte, e alcuni dimandavano la pace
e altri per questo non lasciavano di combattere, e molte volte accennavano di
voler la pace, ma non vennero mai ad effetto, onde ci trovammo beffati da loro:
e questo facevano prima per trasportar fra questo mezzo le lor robbe, e poi per
indugiar tanto che quegli di Messico e di Temistitan giugnessero in lor
soccorso. In quel giorno uccisero due Spagnuoli, i quali per far preda s'erano
separati dagli altri, e furono in tanta strettezza che non si pot mai dar loro
aiuto.
La sera gli nemici cominciarono a pensar come potessero far che non potessimo
uscir mai vivi dalla lor citt, e raunatosi un gran numero di loro deliberarono
di assalirci da quella parte donde eravamo entrati. E vedendogli venire ci
maravigliammo grandemente del lor valore e prestezza, e sei cavalieri e io, che
eravamo pi apparecchiati degli altri, andammo loro adosso. Essi, sbigottiti
per lo strepito de' cavalli, voltarono le spalle, e cos gli perseguitammo
fuori della citt uccidendone molti, bench stessimo in grandissimo pericolo,
percioch combattevano s vigorosamente che molti di loro ebbero ardire
d'aspettar li cavalli con le loro spade e rotelle. Ed essendo noi mescolati con
loro e avendogli perseguitati per molto spazio, essendo gi stanco il mio
cavallo cadette, e gli nemici vedendomi a piedi, alcuni di loro si mossero
contra di me: io cominciai a difendermi con la lancia, e un Indiano di
Tascaltecal molto conosciuto da me, vedendomi serrato in quel pericolo, corse
per aiutarmi, ed esso col mio servidore che venne levarono suso il cavallo. E
in quel punto sopravennero gli Spagnuoli e gli nemici se ne fuggirono, e io
insieme co' cavalieri, essendo gi stanchi, ritornammo nella citt. E bench
s'avicinasse la notte e noi ci dovessimo riposare, nondimeno comandai che tutti
i ponti alzati da' quali passava l'acqua fussero serrati, ripieni con sassi e
cespugli che quivi si trovavano, accioch i cavalli potessero entrar nella
citt e uscir senza fatica o pericolo; e non mi parti' de l finch quelle
cattive strade non furono racconcie, e quella notte la passammo con grandissimo
ordine di guardie.


Come i nemici deliberarono circondar Sichimilto per terra e per acqua, e in che
modo il Cortese li ruppe, e dipoi rotti e messi in fuga due altri squadroni, e
il Cortese, fatta abbrucciar la citt, si part.

Il giorno seguente tutti gli abitatori di Messico e di Temistitan, conoscendo
che noi eravamo nella citt di Sichimilco, deliberarono di circondarne in
qualche modo per terra e per acqua, pensandosi che noi non potessimo scampare.
Io montai sopra una torre dedicata ai loro idoli, per guardar che ordine
tenessero e donde ne potessero assaltare, per dar rimedio a quanto bisognava. E
avendo apparecchiato ogni cosa, venne un grandissimo numero di canoe, che
arrivava a pi di duemila, nelle quali erano pi di dodecimila uomini, e per
terra veniva tanta moltitudine che copriva tutta la pianura; e i lor capitani
che andavano avanti portavano in mano delle nostre spade, gridando: "Messico,
Messico! Temistitan, Temistitan!" e dicendone molte villanie, e minacciando di
volerne uccidere con quelle spade, che ne aveano tolte nella citt di
Temistitan. E avendo gi ordinato qual luogo dovesse tener ciascun capitano,
perch di verso terra ferma veniva infinito numero di nemici, gli assaltai con
25 a cavallo e 500 Indiani di Tascaltecal; e dividendoci in tre parti comandai
che, poich avessero combattuto, si ritirassero alle radici d'un monte, il
quale era distante per spazio di mezza lega, percioch anco molti de' nostri
nemici quivi s'erano fermi. Essendo cos divisi, ciascuna schiera da per s
assalt gli nemici, e avendogli combattuti e feriti, e anco uccisone molti, ci
ritirammo alle radici del monte, dove comandai a certi fanti miei famigliari
che gi m'avevano servito, i quali erano molto destri, che provassero di salire
il monte da quella parte che paresse pi aspra, e io co' cavalli circonderei il
monte dove il luogo era pi piano, e cos gli torremmo in mezzo: come avvenne,
percioch, mentre viddero che li Spagnuoli salivano il monte, pensandosi di
poter fuggire sicuramente, voltarono le spalle e s'incontrarono in noi, che
eravamo 15 a cavallo. Insieme con quelli di Tascaltecal andammo loro adosso, di
modo che in breve spazio furono uccisi pi di 500 di loro, e gli altri tutti
scamparono e fuggirono a' monti. Gli altri nostri sei a cavallo per sorte erano
entrati in una strada larga e piana, ferendo i nemici, e lontano una lega e
mezza da Sichimilco trovarono una schiera di soldati che venivano per soccorrer
gli nemici, e, avendone feriti molti, gli misero in rotta.
Noi, essendo gi tutti ridotti insieme, circa a dieci ore di giorno ritornammo
nella citt di Sichimilco, dove ritrovai molti Spagnuoli che aspettavano il
nostro ritorno per sapere quel che ne fusse avvenuto: e mi esposero che erano
stati in grandissimo pericolo e avevano fatto ogni loro sforzo di cacciar via
gli nemici, de' quali n'aveano ucciso grandissimo numero; e mi donarono due
spade che i nostri l'avevano tolte agl'Indiani, dicendomi che li balestrieri
non aveano pi saette, n gli schioppettieri pi polvere. E stando cos, prima
che smontassimo da cavallo, sopravenne un grandissimo squadrone di nemici per
una strada larga mattonata, con grandissime grida. Noi subito andammo loro
adosso, ed essendo il lago dalle due bande della strada, essi vi si gettarono
dentro, e a quel modo gli rompemmo: e cos, ridotti insieme li soldati, essendo
noi molto stanchi, ce ne ritornammo nella citt, e comandai che tutta fusse
abbrucciata, salvo l'albergo dove noi alloggiavamo. Stemmo tre d in questa
citt, n passammo giorno alcuno senza combattere; finalmente, lasciandola arsa
e distrutta, ne partimmo. E veramente ella era bella, essendovi molte case e
torri dedicate a' loro idoli, fatte di pietre quadrate; ma, per non esser pi
lungo, lascio molte cose maravigliose che erano in questa citt.


Come, partendosi gli Spagnuoli, gli abitatori di Sichimilco gli assalirono di
dietro, e il Cortese gli affront e combattette, di maniera che furono sforzati
saltar in acqua. Come giunse a Cuioacan citt, la quale era vota di abitatori.
Visto e considerato il sito della citt, e andati alla riva del lago, presero
uno argine con grande uccisione di nemici. Vanno alla citt di Tabuca; sono
presi due giovani del Cortese; assaltorno un'altra volta i nemici e ne uccidono
molti.

In quel giorno che io mi partii, uscii fuori della citt ad una certa piazza
che  in terra ferma appresso la citt, nel qual luogo gli abitatori fanno i
lor mercati; e ponevo ordine che dieci a cavallo tenessero la prima schiera, e
10 altri la schiera de' fanti nel mezzo, e io con 10 altri l'ultimo squadrone.
Gli abitatori di Sichimilco, vedendo che noi marciavamo, pensandosi che noi ci
partissimo per paura, ci assalirono di dietro con grandissimi gridi, e io
insieme con dieci a cavallo gli affrontammo, combattendo di maniera che gli
sforzammo saltare in acqua, s che non ne perseguitarono pi avanti. E a questo
modo seguitammo il nostro cominciato viaggio, e a dieci ore di giorno giugnemmo
alla citt di Cuioacan, che  lontana due leghe da Sichimilco e dalle citt di
Temistitan, Culuacan, Uchilubuzco, Iztapalapa, Cuitagnaca e Mizqueque, le quali
tutte sono poste in acqua, e di queste niuna  distante l'una dall'altra pi
d'una lega e mezza. Noi trovammo la predetta citt vota di abitatori, dove
alloggiammo nel palazzo del signore della citt, e quivi stemmo e quel giorno
che v'entrammo e il seguente. E avendo deliberato, finiti li bregantini,
d'assediar la citt di Temistitan, volsi prima vedere il sito di questa citt,
e donde s'entrava e usciva, e in che luogo gli Spagnuoli potessero offendere ed
essere offesi. Il giorno dopo ch'io fui arrivato, insieme con cinque a cavallo
e dugento fanti andai alle rive del lago, che era appresso la via mattonata che
entra nella citt di Temistitan, e vedemo tante canoe piene di soldati, che 'l
lor numero era quasi infinito. E giunti all'argine che avevano fatto in quella
via mattonata, i fanti cominciarono a combatterlo, e bench fusse gran
combattimento, e facessero gran resistenza, e fussero feriti dieci Spagnuoli,
nondimeno alla fine lo presero con grande uccisione de' nemici, avenga che li
balestrieri e gli schioppettieri rimanessero senza polvere e senza saette. Da
questo argine vedemmo la detta via mattonata a diritto cammino per acqua andare
alla citt di Temistitan per spazio d'una lega e mezza, la quale, insieme con
quella che va alla citt d'Iztapalapa, era piena d'infinito numero d'uomini. E
considerato ci che io desideravo di vedere, percioch in quella citt aveva da
stare la guardia de' cavalli e de' fanti, ragunai li nostri e cos ritornammo,
abbrucciando le case e le torri de' loro idoli.
E il giorno seguente ci partimmo da questa citt, andando alla citt di Tacuba,
che  distante due leghe; e giugnemmo l a dieci ore di giorno combattendo da
ogni banda, percioch gli nemici uscivano dell'acqua per assalir gli Indiani
che portavano le nostre bagaglie, ma si trovavano ingannati, s che ne
lasciavano andare in pace. Ed essendo, come ho detto, l'opinion mia d'andare
attorno tutto 'l lago, per vedere e conoscer meglio il sito della provincia e
anco per dar aiuto agli Indiani amici nostri, non volsi dimorare in Tacuba.
Quando gli abitatori di Temistitan, che gli  vicina (percioch tanto si
estende la citt che arriva insino alla terra ferma della detta citt di
Tacuba), viddero che noi andavamo pi oltra, crebbe loro l'animo, e con
grandissima allegrezza cominciarono ad assalire le nostre bagaglie; ed essendo
noi a cavallo, e molto bene in ordinanza, e nella pianura, senza nostro
disaggio facevamo gran danni a' nemici. E correndo or l or qua, io ero alle
volte seguitato da certi giovani miei intrinsechi famigliari, e una volta fra
l'altre due di loro non mi seguitarono, ma andarono in luogo dove furono presi
da' nemici. Per la qual cosa ci pensammo che gli dovessero punire
grandissimamente, come sogliono fare, e Iddio mi  testimonio quanto dolore io
n'avessi, s perch erano cristiani, s anco perch erano valent'uomini, e in
questa guerra avevano molto ben servito alla Maest Vostra. Essendo noi usciti
di questa citt, cominciammo a seguitare il nostro viaggio per l'altre terre
circonvicine, e, appressandoci alla moltitudine, ivi conobbi gli Indiani aver
fatti prigioni quei miei giovani. Io per vendicar la lor morte, e perch anco
gli nemici ne perseguitavano con le maggior grida che si possano dire, con
venti a cavallo andai a pormi in aguato dopo certe case. Gli Indiani, vedendo
gli altri dieci a cavallo con le bagaglie e il resto delle genti andare avanti,
sempre gli seguitavano per una strada che era larga e piana, senza sospettar di
cosa alcuna. E avendo veduto gi esserne passati alcuni, diedi il segno
chiamando il nome di san Giacomo e gli assaltammo vigorosamente, e prima che ne
conducessero alli fossi, che erano vicini, avevamo uccisi di loro pi di cento,
e de' principali e valorosi: e non ne volsero seguitar pi oltra.
Quel giorno andammo a riposarci alla citt di Coatincan, tutti stanchi e
bagnati, essendo piovuto assai: e gi l'ora era tarda, e trovammo la citt vota
d'abitatori. Il giorno seguente ricominciammo a seguitare il nostro viaggio,
sempre combattendo con qualcheduno degli Indiani che gridando ne venivano ad
assaltare. La sera andammo ad alloggiare ad una certa terra nominata
Gilotepeque, e la trovammo tutta disabitata. E l'altro giorno a dodeci ore del
d arrivammo alla citt d'Aculman, che  sottoposta al signore di Tessaico,
dove ci riposammo quella notte; e fummo molto ben ricevuti dalli Spagnuoli, e
si rallegrarono grandissimamente della nostra ritornata, percioch dopo la
partita mia da loro non n'avevano avuto mai nuova alcuna insino a quel giorno
che noi arrivammo, ed erano stati con molti sospetti nella citt, avendo i
cittadini ogni giorno fatto loro intendere che quei di Messico e di Temistitan
erano per far guerra contra d'essi, mentre io andavo vedendo quei luoghi. E
cos fu deliberato in quel giorno (il che fu cosa maravigliosa), nel quale la
Maest Vostra acquist grandissima utilit, per molte ragioni che poi
racconteremo.


Come gli Spagnuoli ch'erano in Tepiaca ebbero aviso e lettere dalli Spagnuoli
ch'abitavano Chinanta, le qual lettere quel governatore mand al Cortese.

In quel tempo, Signor potentissimo e invitissimo, ch'io dimoravo nella citt di
Temistitan, dal principio che arrivai l, come nella prima relazione ho narrato
alla Maest Vostra, in due o tre provincie assegnate a questo si facevano per
nome di Vostra Maest certe case per abitazioni de' lavoratori, e altre cose
simili a quelle che si costuma di fare nella patria. Ad una di quelle, che 
nominata Chinanta, mandai due Spagnuoli, la qual provincia non  sottoposta a
Culua. E nell'altre che gli erano suddite, nel tempo che io ero assediato nella
citt di Temistitan, avevano uccisi quegli Spagnuoli che dimoravano in quei
luoghi, e fecero preda di tutte le lor cose che ivi si trovavano, le quali,
avendo riguardo al luogo, erano di gran momento. E delli Spagnuoli che erano
rimasti a Chinanta pass un anno prima ch'io n'udissi nuova alcuna, percioch,
essendosi ribellate tutte quelle provincie, essi non potevano aver novella di
noi, n noi di loro. Questi abitatori di Chinanta, essendo vassalli di Vostra
Maest e nemici di quei di Culua, fecero intendere alli predetti cristiani che
per niun conto si partissero dalla lor provincia, perch quei di Culua ne
avevano combattuti grandemente, e pensavano che di noi fussero rimasti pochi o
nessuno. E cos li detti Spagnuoli si fermarono in quella provincia, e fecero
capo uno di loro, che era giovane e bellicoso; e fra questo mezzo insieme con
essi assaltava gli nemici, e il pi delle volte esso e gli abitatori di
Chinanta avevano vittoria. Ed essendoci per l'aiuto d'Iddio alquanto rifatti, e
avendo cominciato ad aver qualche vittoria de' nemici, che n'avevano battuti e
cacciati della citt di Temistitan, gli abitatori di Chinanta fecero a sapere a
quegli Spagnuoli che essi avevano inteso gli altri Spagnuoli esser nella
provincia di Tepeaca; e se essi desideravano saper la verit, mandassero due
Indiani, e, avendo da passar per molte provincie de' nemici, dovessero tener
cura d'andar di notte e fuori della strada ordinaria, finch giugnessero a
Tepeaca. E uno degli Spagnuoli, che era pi prudente degli altri, ne mand
lettere del seguente tenore.


Lettere degli Spagnuoli che abitavano in Chinanta agli Spagnuoli ch'erano in
Tepeaca.

Nobili Signori, ho scritto alle nobilt vostre due o tre lettere, ma non so gi
se vi siano state portate: io non ho avuto risposta alcuna d'esse, e parimente
dubito questa non poter pervenire alle vostre mani. Faccio intendere alle
nobilt vostre che tutti gli abitatori di Culua si sono ribellati e fannoci
guerra, e ne hanno assaltato pi volte; nondimeno a laude dell'onnipotente
Iddio abbiamo ottenuto vittoria, e continuamente facciamo guerra con gli
abitatori di Tuxtebeque e confederati di Culua. Li sudditi e vassalli della
sacra Maest, che sono sette citt della provincia di Tenez, e io e Nicol che
siamo stati sempre in Chinanta, la quale  la principale, desidereriamo
grandissimamente saper dove si trovi il capitano, per potergli mandar lettere e
renderlo certo di tutte le cose che qui sono state fatte. E se mi darete aviso
dove si trovi e mi manderete venti o trenta Spagnuoli, volentieri me ne verr
l con due abitatori di queste provincie, i quali similmente desiderano vedere
il capitano e parlargli: il che saria molto a proposito, percioch,
sopravenendo gi il tempo di raccogliere il cacap, quegli di Culua facendone
guerra non lo permetteranno. Il Signore conservi le vostre nobili persone, come
esse medesime desiderano.
Di Chinanta, non so qual d d'aprile 1521.
Al servizio delle S.V.
Ferdinando di Aartuntos.

Subito che li detti Indiani giunsero alla provincia di Tepeaca con la sopra
scritta lettera, il governatore ch'io avevo lasciato quivi con alcuni Spagnuoli
sollecit che mi fusse portata alla citt di Tessaico. La qual ricevuta avemmo
grandissimo piacere, imperoch, se ben io conoscevo il fedelissimo animo di
quei di Chinanta, nondimeno istimavo che, se si fussero confederati con quei di
Culua, ariano uccisi quegli Spagnuoli che ivi si trovavano. A' quali subito
risposi, avisandogli di tutte le cose che erano avenute, e che sperassero,
bench fussero circondati d'ogn'intorno, che col favor d'Iddio tosto sariano
liberi e securamente potrebbono entrare e uscire.


Come il Cortese, fatta una machina per condur i brigantini nel lago, e fatta la
rassegna de' soldati, e quelli esortati a portarsi valorosamente contra nemici,
mand nunzii a Tascaltecal, Guasucingo e Churultecal, che venissero a trovarlo
con quel pi numero di gente e pi fiorite che li fusse possibile: e cos
vennero, secondo l'ordine dato loro, con pi di cinquantamila combattenti.

Poich fummo andati attorno al lago, dalla qual vista comprendemmo pi modi da
potere e per acqua e per terra assediar Temistitan, dimorai nella citt di
Tessaico, apparecchiando il meglio che si pot e genti e arme, e usando
diligenza in far fornire i brigantini e una certa machina da condurgli al lago,
la quale fu cominciata a fabricare subito che arrivarono le travi e le tavole
di detti brigantini, in un certo fossato che era dinanzi alle case della citt
e scorreva tanto che entrava nel lago. E da quel luogo dove furon fatti li
brigantini e la detta machina, insino al lago vi  la distanzia quasi di mezza
lega. E a quest'opera attesero ogni giorno da ottomila uomini degli abitatori
d'Aculuacan e di Tessaico, percioch quella machina era di altezza quanto saria
la statura di due uomini, di modo che li brigantini potevano esser condotti al
lago senza pericolo e fatica: la qual opera fu grande e degna di maraviglia.
Finiti li brigantini e posti sopra la machina, alli XXVIII d'aprile del
predetto anno feci la rassegna di tutte le nostre genti e trovai ottantasei
cavalieri, cento e diciotto fra balestrieri e schioppettieri, e settecento e
pi fanti con le spade e rottelle, e tre gran pezzi d'artegliaria di ferro, e
quindeci piccioli di bronzo, e dieci centinaia di polvere. E avendo fatto la
mostra, comandai a tutti gli Spagnuoli che quanto fusse possibile e servassero
e adempissero gli ordini che io avevo posti tra loro per le cose della guerra,
e stessero di buon animo e prendessero forze e ardire, vedendo che Iddio ci
dava il modo d'aver la vittoria contra gli nemici nostri. E molto ben sapevano
che noi, quando entrammo nella citt di Tessaico, non avevamo pi di quaranta
cavalli, e Iddio ci avea dato migliore aiuto che noi non pensavamo, e che erano
venute navi piene di cavalli e d'uomini e d'arme; delle qual cose tutte essi
aveano certa notizia, e principalmente conoscevano che, combattendo noi per
favore e accrescimento della nostra santa fede, e per costrignere a servizio di
Vostra Maest tante citt e provincie le quali si erano ribellate, essi
meritamente dovevano deliberare o di vincere o di morire. Risposero e
mostrarono d'esser apparecchiati a questo, e con gran desiderio. E quel giorno
che fu fatta la rassegna de' soldati stemmo in grandissima allegrezza e
desiderio di veder l'assedio e finir questa guerra, dalla qual dipendeva tutta
la pace e ruina di queste provincie.
Il giorno appresso mandai nunzii a quei della citt di Tascaltecal, di
Guassucingo e Churultecal, per avisar che li brigantini erano finiti e che io
con tutti li soldati ero apparecchiato per andar all'assedio di Temistitan; per
la qual cosa gli pregavo che, avendogli io avisati, e avendo le lor genti
apparecchiate, essi con le maggiori e pi fiorite genti venissero a trovarmi
alla citt di Tessaico, dove io gli aspetterei dieci giorni: e per nulla
dovessero mancare, percioch sariano di grandissimo impedimento a tutto ci che
io avevo disegnato di fare. Essendo arrivati li nunzii ed essendo le genti
apparecchiate, e desiderando d'affrontarsi con quei di Culua, gli abitatori di
Guassucingo e di Churultecal andarono alla citt di Calco, percioch io avevo
ordinato che dovessero entrar da quella parte per assediar la citt. Li
capitani delle genti di Tascaltecal, accompagnati da valorosi soldati e atti
alla guerra, se n'andarono alla citt di Tessaico cinque o sei giorni avanti la
Pasqua dello Spirito Santo, che fu il tempo a loro assegnato. E sapendo io il
giorno che s'approssimavano, andai loro incontra con grandissima allegrezza; ed
essi venivano tanto allegri e ordinati che non si potrebbe dir meglio, e
secondo che ci fu detto da' capitani erano pi di cinquantamila combattenti, i
quali furono ricevuti da noi benignamente e bene alloggiati.


L'ordinanza che fece il Cortese della fanteria e cavalleria; i capitani e le
genti loro assegnate per guardia di tre citt, cio Tacuba, Culoacan e
Iztapalapa; dove di passo in passo alloggiarono le genti. Come un capitano
messe in rotta i nemici, tolse l'acqua che entrava nella citt di Temistitan.
Come fecero acconciar le strade, ponti e fossati ch'erano intorno il lago,
e ogni giorno facevano battaglie e scaramuccie co' nemici.

Il secondo giorno dopo Pasqua comandai che tutta la fanteria e cavalleria si
ritrovasse nella piazza di questa citt, per metterla in ordinanza e assegnare
a' capitani quel numero di gente che dovevano menare alla guardia di tre citt,
le quali era necessario di guardare, essendo elle attorno la citt di
Temistitan. E d'una delle guardie feci capitano Pietro d'Alvarado,
assegnandogli trenta cavalieri, diciotto tra balestrieri e schioppettieri e
cinquanta fanti con le spade e rotelle, e pi di venticinquemilla uomini da
combattere di quei di Tascaltecal, i quali dovevano porre il campo nella citt
di Tacuba. Alla seconda guardia diedi per capitano Cristoforo Dolid, al quale
assegnai trentatre a cavallo, diciotto fra balestrieri e schioppettieri e
centosettanta fanti armati a spada e rotella, e pi di ventimila uomini indiani
amici nostri: e questi dovevano mettere il lor campo alla citt di Cuioacan.
Della terza guardia feci capitano Consalvo di Sandoval, esecutor maggiore, e a
lui assegnai ventiquattro a cavallo, quattro schioppettieri e tredici
balestrieri e centocinquanta fanti con spada e rotella, tra' quali erano quei
cinquanta giovani eletti ch'io avevo sempre appresso di me, e tutte le genti di
Guassucingo, di Churultecal e di Calco, che arrivavano alla somma di trentamila
uomini: e questi dovevano andare alla citt d'Iztapalapa per distruggerla, e
dipoi andar pi avanti per la via mattonata, con l'aiuto de' brigantini, e
congiugnersi con la guardia posta alla citt di Cuioacan, accioch, entrato
ch'io fussi ne' brigantini, il detto maggiore esecutore s'accampasse con le sue
genti in luogo pi commodo e pi conveniente che fusse possibile. Per li
brigantini co' quali io dovevo entrar nel lago lasciai trecento uomini, per lo
pi assuefatti al mare e destri, di modo che in ciascun brigantino erano
venticinque Spagnuoli, e ogni brigantino aveva il suo capitano e il suo
nocchiero, e sei tra balestrieri e schioppettieri.
Dato il sopradetto ordine, due capitani che dovevano essere con le genti nella
citt di Tacuba e di Cuioacan, avendo avuta la instruzione di tutte le cose che
avevano da fare, si partirono dalla citt di Tessaico alli dieci di maggio, e
la sera andarono ad alloggiare distante de l due leghe e mezza, ad una buona
terra nominata Aculman. E quel giorno intesi che tra' capitani era stato
contesa circa gli alloggiamenti, e la sera subito vi posi fine pacificando ogni
cosa, percioch in quel giorno mandai uno che gli riprese. E il d seguente si
partirono e andarono ad un'altra terra nominata Gilotepeque, la qual trovarono
disabitata, che gi erano entrati nelle provincie de' nemici; e il d seguente
seguitarono il viaggio con le lor genti in ordinanza, e la notte si riposarono
in una certa citt nominata Coantican, della quale ho fatto menzione alla
Maest Vostra, e parimente la trovarono disabitata. E il medesimo giorno
trapassarono due citt e due terre nelle quali non era persona alcuna, e ad ora
di vespro entrarono nella citt di Tacuba, che similmente era disabitata, e
alloggiarono nelle case del signor di quella, le quali sono e belle e grandi: e
bench fusse l'ora tarda, andarono alle strade mattonate che conducono a
Temistitan e combatterono per tre ore con quei della citt, ma, essendo
sopravenuta la notte, se ne ritornarono senza alcun pericolo nella citt di
Tacuba.
Il giorno seguente, la mattina a buon'ora, quei due capitani si consigliarono
in che maniera potessero volgere altrove l'acqua dolce che entrava per canali
nella citt di Temistitan, e uno di loro and al nascimento del fiume,
accompagnato da venti cavalli e da alquanti balestrieri e schioppettieri. Era
il fiume lontano una quarta parte d'una lega, e quivi tagli e ruppe li canali,
che erano di legno e di pietre quadrate, e cominci una crudel battaglia co'
nemici che l'impedivano per acqua e per terra; finalmente gli mise in rotta e
isped quel che egli era andato per fare, cio per toglier l'acqua che entrava
nella citt: la quale impresa fu veramente d'uomo ardito e valoroso. Il
medesimo giorno i capitani providdero che fussero acconcie alcune male strade e
ponti e fossati che si trovavano quivi intorno al lago, accioch li cavalli
potessero scorrere qua e l. Finito questo, in che bisogn dimorar tre o
quattro giorni, nei quali pi volte si venne a scaramuccie con quei di
Temistitan, nelle quali alcuni Spagnuoli furono feriti e molti de' nemici
uccisi, e li nostri presero assai argini e ponti, e nacquero parlamenti e
duelli fra gli abitatori della citt e quei di Tascaltecal (il che era cosa
mirabile), subito il capitan Cristoforo Dolid, che doveva esser alla guardia
nella citt di Cuioacan all'assedio, la quale  distante due leghe da Tacuba,
si part co' suoi soldati; e il capitan Pietro d'Alvarado rimase all'assedio
della citt di Tacuba, dove ogni d facevano qualche battaglia e scaramuccia
con gli abitanti della citt.
E quel giorno che Cristoforo Dolid si part per Cuioacan, esso co' compagni
giunsero a dieci ore di giorno, e fermarono d'alloggiare nel palazzo del signor
della citt, la qual trovarono vota d'abitatori. Il giorno seguente se
n'andarono alla via mattonata per la quale si va in Temistitan, accompagnato da
venti a cavallo e da alcuni balestrieri e forse da settemila Indiani di
Tascaltecal, e trovarono gli nemici con grandissimo apparecchio, e la via
mattonata tutta disfatta e fatti molti argini; ed entrati a battaglia con loro,
i balestrieri ne ferirono e uccisero alcuni, e per spazio di sei giorni fu
sempre fatta qualche battaglia e scaramuccia. Una notte tra l'altre le
sentinelle de' nemici andarono a gridare appresso gli alloggiamenti de' nostri,
e le sentinelle degli Spagnuoli gridando all'arme, li soldati uscirono degli
alloggiamenti, ma non trovarono alcuno dei nemici, percioch le grida erano
state molto lontane dagli alloggiamenti: il che messe a' nostri qualche paura.
E per trovarsi divisi in tante parti, li capitani delle due guardie
desideravano la mia andata coi bregantini come lor propria salute, e con quella
speranza stettero alquanti giorni, fin che io arrivai, come dir di sotto. In
questi sei gioRNi li soldati delli due campi ogni giorno si mettevano insieme,
e la gente a cavallo, essendo vicini l'uno dell'altro, andava scorrendo per le
provincie, ferendo e uccidendo de' nemici; e per uso del campo conducevano
molto maiz, che  il pane che usano in questi paesi, ed  migliore di quello
che nasce nell'isole.


Come il Cortese, mandato l'esecutor maggiore ad Iztapalapa, mont sui
bregantini, e vedendo che si abbrucciava la detta citt, sopra la quale stava
gran moltitudine d'uomini de' quali niun scamp, se non le donne e fanciulli.
Come, ridotto gran numero di canoe nel lago, gli Spagnuoli con vento prospero
gli assaltarono e molti ne affogarono, e uccisero gran numero de' nemici, i
quali furono altres perseguitati dagli Indiani di Tascaltecal e dagli
Spagnuoli, onde alcuni restarono morti e alcuni si gettarono in acqua.

Nelli precedenti capitoli ho racconto ch'io mi trovo nella citt di Tessaico
con trecento soldati spagnuoli e tredici bregantini, percioch, quando sapessi
le guardie essere in quei luoghi nei quali dovevano metter li lor campi, io
sarei montato sui bregantini e per far qualche danno alle canoe e per veder la
citt. E bench io desiderassi grandemente andar per terra per metter ordine
nelli campi, nondimeno, essendo i capitani tali che mi potevo molto fidar di
loro nelle cose ch'io avevo ordinate, ed essendo l'impresa de' bregantini di
molta importanza e ricercando grandissimo ordine e ingegno, deliberai di
montarvi suso, poich maggior ventura e sorte s'aspettava per acqua, non
ostante che li miei principali soldati mi facessero un protesto, secondo la
forma che si richiede in farlo, ch'io andassi con le guardie, istimando essi
che in questo fusse maggior pericolo.
Il giorno seguente, dopo la festa del Corpo di Cristo, all'alba comandai a
Consalvo di Sandoval, esecutor maggiore, che uscisse della citt di Tessaico
con le sue genti verso Iztapalapa: e intorno a mezzod arrivarono l, che era
lontana per spazio di sei leghe, e cominciarono ad abbrucciarla e a combatter
con gli abitatori, li quali, vedendo la potenza che aveva il detto esecutore
maggiore, percioch aveva pi di quarantamila uomini indiani amici nostri, si
ritirarono all'acqua e montarono su le canoe. L'esecutore maggiore, con tutte
le sue genti che menava, entr nella detta citt, e quivi dimor tutto quel
giorno, aspettando il successo della mia impresa. Avendo io licenziato
l'esecutor maggiore, subito montai sui bregantini e n'andammo a vele e remi; e
quando egli combatteva e abbrucciava la citt d'Iztapalapa, arrivammo in vista
d'un colle alto e forte che  presso alla citt d'Iztapalapa, ed  tutto in
acqua e fortissimo, sopra 'l quale stava grandissima moltitudine d'uomini e
delle terre circonvicine e degli abitatori di Temistitan, avendo essi molto ben
compreso che mi sarei messo prima a combatter Iztapalapa. Eransi fermi su
questo colle per difendersi da noi e per offenderci se potessero, e vedendoci
arrivar l cominciarono a gridare e far fumi, accioch tutte le citt poste nel
lago, vedendogli, intendessero e stessero apparecchiate. E bench la mia
opinione fusse d'andare a combatter quella parte della citt d'Iztapalapa che 
appresso al lago, nondimeno assalimmo quegli che erano nel detto colle, e
smontai con centocinquanta uomini: e se ben era erto e alto, pur cominciammo a
salirvi con gran difficolt, e per forza pigliammo gli argini che avevano fatti
per lor difesa, e cos entrammo, di modo che niun di loro scamp, se non le
donne e i fanciulli. Furono in questa battaglia feriti venti Spagnuoli,
nondimeno ottenemmo la vittoria.
Avendo gli abitatori d'Iztapalapa mandati fuori li fumi da certe torri d'idoli,
che erano poste in un colle alto e vicino alla lor citt, quegli di Temistitan
e dell'altre citt poste nel lago conobbero ch'io entravo nel lago co'
brigantini, e subito si ridusse insieme gran numero di canoe per assalirci e
venire a tentar che cosa fussero li brigantini, e, s come potei comprendere,
erano pi di cinquecento. E vedendo che venivano alla volta nostra, io e quegli
che eravamo saliti sopra il colle scendemmo de' brigantini con grandissima
prestezza, e comandai a' capitani de' brigantini che per niun modo si
movessero, accioch coloro che erano nelle canoe deliberassero d'assaltarci e
credessero che noi avessimo paura non avendo ardir d'assaltargli: onde
cominciarono con grande impeto a dirizzar le canoe contra di noi, nondimeno a
due tiri di balestra si fermarono. E rivolgendomi per l'animo come potessi nel
primo assalto ottener la vittoria, e far di modo che mettessimo un grandissimo
spavento agli nemici, essendo in loro posta la somma di tutta la guerra, e
pensando donde essi potevano da noi e noi da loro ricevere il maggior danno per
acqua, piacque a Iddio che, mentre stavamo a guardarci l'un l'altro, si levasse
un vento da terra molto a noi favorevole e prospero, di modo che potevamo andar
loro adosso: e subito comandai a' capitani che dessero l'assalto alle canoe,
perseguitandole finch entrassero in Temistitan. Essendo il vento prospero,
bench fuggissero quanto potevano, entrammo con impeto nel mezzo de' nemici e
rompemmo di molte canoe, e uccidemmo e affogammo gran numero de' nemici,
perseguitandogli quasi per spazio di tre leghe, finch gli forzammo entrar
nelle case della citt. E cos piacque all'onnipotente Iddio che ottenessimo la
maggiore e pi bella vittoria, che noi medesimi non avevamo dimandata n
desiderata.
Coloro che erano all'assedio della citt di Cuioacan e che potevano meglio
vedere di che maniera eravamo portati da' brigantini, quando viddero li tredeci
brigantini in acqua andar con vento prospero, e che battevamo tutte le canoe
de' nemici, s come poi mi raccontarono, ne ricevettero grandissimo piacere. E
come ho detto di sopra, ed essi e coloro che erano all'assedio della citt di
Tacuba desideravano grandemente la venuta mia, e ragionevolmente, percioch
l'uno e l'altro esercito era circondato da tanta moltitudine de' nemici che
miracolosamente Iddio dava l'ardire a loro e lo toglieva a' nemici, che non
uscissero ad assaltare il lor campo; il che se fusse avenuto, non poteva esser
senza danno degli Spagnuoli, bench stessero sempre apparecchiati e avessero
deliberato o di morire o d'ottener la vittoria, come quegli che erano lontani
d'ogni soccorso, salvo da quello che speravano aver da Iddio. Mentre coloro che
erano all'assedio di Cuioacan viddero che noi perseguitavamo le canoe, la
maggior parte della gente a cavallo e de' fanti che ivi era cominci a inviarsi
verso la citt, e aspramente combatt con gl'Indiani, e prese la strada
mattonata e gli argini che avevano fatto. E li fanti e i cavalli passarono
molti ponti, i quali gi avevano levati, e con l'aiuto de' brigantini, che
andavano insino alla strada mattonata, gl'Indiani di Tascaltecal amici nostri e
gli Spagnuoli perseguitavano gli nemici, de' quali alcuni restavano morti e
alcuni si gettavano in acqua dall'altro lato, dove non erano i brigantini. E
con questa vittoria gli seguitarono pi d'una lega, finch giunsero al medesimo
luogo dove io mi ero fermo co' brigantini, come dir di sotto.


Il Cortese prende due torri; vengono i nemici a mezzanotte e cominciano a
combattere. Di diverse battaglie che in pi volte furon fatte con gran danno
de' nemici. S'abbruccia una citt e molte case del borgo; al maggior esecutore
 trapassato un piede.

Avendo seguitato le canoe co' brigantini per spazio di tre leghe, quelle che
scamparono entrarono fra le case della citt. Ed essendo gi passata l'ora di
vespro, comandai che i brigantini si riducessero insieme, e con essi arrivai
alla strada mattonata, e quivi deliberai di smontare in terra accompagnato da
trenta Spagnuoli, per espugnar due picciole torri dedicate a' loro idoli, che
erano cerchiate di muro non troppo alto di pietre quadrate: e quando
smontavamo, combattevano crudelmente contra di noi per difenderle. E finalmente
con gran pericolo e fatica avendo pigliate le dette torri, subito feci metter
su la riva due pezzi d'artegliaria di ferro che portavo ne' brigantini,
percioch il resto della via mattonata da quel luogo insino alla citt (che
poteva esser lo spazio di mezza lega) era piena di nemici, e da amendue li lati
della detta via era lago, e ogni cosa era piena di canoe, nelle quali erano
genti da combattere. Comandai che fusse dirizzato un de' predetti pezzi
d'arteglieria per la detta strada, col tiro del quale fu fatto gran danno a'
nemici, e per negligenza di colui che metteva a segno l'arteglieria s'abbrucci
la polvere che quivi avevamo, bench non fusse gran quantit: ed essendo venuta
la notte, mandai un brigantino a Iztapalapa, dove si era fermato l'esecutor
maggiore, che poteva esser lontana da due leghe, per condur tutta la polvere
che egli aveva. E se bene da principio la mia opinione era, subito ch'io fussi
entrato nel lago co' brigantini, d'andare alla citt di Cuioacan e proveder che
ogni cosa andasse con buon ordine, facendo ai nemici il maggior danno che si
potesse fare, subito che quel giorno smontai in quella strada mattonata e presi
quelle due torri, deliberai di porre quivi il campo, e che li brigantini
stessero appresso quelle torri, e la met delle genti poste all'assedio della
citt di Cuioacan e cinquanta fanti dell'esecutor maggiore il giorno seguente
andassero l. Avendo ordinato la cosa a questo modo, quella notte stemmo
vigilanti, percioch eravamo in grandissimo pericolo, concorrendo tutta la
moltitudine della citt l a quella strada e discorrendo per il lago; e a
mezzanotte venne un grandissimo numero di gente nelle canoe e per la strada per
assalire il nostro campo, e certamente ne misero grandissima paura e spavento,
specialmente essendo di notte, nel qual tempo essi non sogliono mai venire alle
mani co' nemici, n si  veduto mai che siano venuti a battaglia di notte,
salvo che quando hanno veduto la vittoria manifesta. E trovandoci noi
apparecchiati, cominciammo a combatter con loro, e contra di loro tiravamo
l'artegliaria dai brigantini, essendone un picciol pezzo in ciascheduno,
facendo il medesimo anco li balestrieri e gli schioppettieri, onde non ebbero
ardire di passar pi oltra; ma tanto s'erano appressati che ne fecero qualche
danno. E ci fatto, senza proceder pi avanti, consumammo il rimanente della
notte.
Il giorno seguente all'alba vennero al nostro campo, che era posto in quella
strada mattonata dove io stavo, quindeci tra balestrieri e schioppettieri e
cinquanta con spade e rotelle e sette over otto a cavallo di quegli che stavano
all'assedio di Cuioacan: e quando essi arrivarono, gi gli nemici e per acqua e
per terra combattevano con esso noi, e tanta era la moltitudine della gente e
per acqua e per terra che non vedevamo altro che gente, e con tanti rumori e
gridi che pareva che rovinasse il mondo. Noi cominciammo a combatter con loro
in quella strada, e pigliammo un ponte che avevano levato e un argine che
avevano fatto nell'entrata del ponte, e con le arteglierie e co' cavalli
facemmo tanto danno, che gli sforzammo quasi entrar nelle prime case che si
trovano andando alla citt. E perch dall'altro lato della strada non si
potevano condur li brigantini, vi erano molte canoe, e con saette e con bastoni
aguzzati ne facevano grandissimo danno, aventandogli contra di noi che eravamo
nella strada; della quale feci rompere una parte, facendo passar quattro
brigantini, i quali passati forzarono le canoe ritirarsi fra le case della
citt, di maniera che in niun modo aveano ardir di uscir pi fuori dell'altro
lato della strada. I soldati che erano negli altri otto brigantini combattevano
con l'altre canoe, e le cacciarono fin alle case della citt, ed essi entrarono
in mezzo di quelle: e se prima non avevano avuto ardir d'entrarvi, fu per
esservi molti luoghi bassi d'acqua che gli impedivano l'entrata; ma avendola
trovata poi e profonda e sicura, combattevano con quegli che erano nelle canoe,
e pigliarono alcuni di loro, e abbrucciarono molte case di quel borgo. E
consumammo tutto quel giorno in combatter nel modo che ho detto.
Il d seguente l'esecutor maggiore, con tutte le genti che teneva in
Iztapalapa, e Spagnuoli e Indiani amici nostri, se n'and verso Cuioacan: e de
l fino in terra ferma  una via mattonata lunga una lega e mezza. E avendo
camminato per una quarta parte d'una lega, arriv ad una certa citt, che
similmente  posta nel lago, e per pi luoghi di quella pu entrar gente a
cavallo; e gli abitatori cominciarono a combatter con loro, ma il predetto
maggiore esecutore gli mise in fuga, e n'uccise molti, e distrusse e abbrucci
la citt. E perch io avevo inteso che gli Indiani avevano disfatta una gran
parte della detta strada, e quella gente non poteva commodamente passare,
ordinai che dovessero andar l due brigantini che nel passare dessero loro
aiuto: de' quali ne fecero ponti, e passarono di l a piedi, e passati che
furono andarono ad albergare nella citt di Cuioacan. E il maggiore esecutore
con dieci a cavallo per la via mattonata arriv al nostro campo, dove essendo
giunto ne trov a combattere co' nemici, onde esso, insieme co' cavalieri che
erano venuti seco, diedero l'assalto entrando a combattere con gli uomini che
erano in quella strada, co' quali noi eravamo mescolati. E quando egli cominci
a combattere, gli nemici gli trapassarono un piede con un bastone aguzzato; e
bench quel giorno ferissero e lui e molti altri de' nostri, nondimeno con le
balestre e con gli schioppi facemmo loro grandissimo danno, di modo che n
coloro che erano nella strada, n quegli che erano nelle canoe, ebbero ardir
d'appressarsi tanto quanto facevano prima, e mostravano aver tema e minor
audacia del solito. Stemmo in questo modo sei d, combattendo con esso loro, e
gli bregantini andavano attorno la citt abbrucciando tutte le case che
potevano; e trovarono una entrata d'acqua alta onde potevano circondar la citt
e tutti li borghi e passar dentro in quella, il che ci fu di molto aiuto,
avendo in quel modo impedito la venuta delle canoe, percioch nessuno aveva
ardire d'appressarsi al nostro campo per spazio d'un quarto d'una lega.


Come il Cortese, inteso per qual vie uscivano ed entravano gli abitatori di
Temistitan, mand l'esecutor maggiore a quella volta. Come circond la citt
per darvi l'assalto. Le citt che s'erano ribellate e aiutavano i nemici. Come
presero molti argini, torri e ponti, e due volte la piazza; quanto aspramente
combatterono e con quanto pericolo; come uscirono combattendo, lasciato il
fuoco alle pi belle case di quella contrada.

L'altro giorno Pietro d'Alvarado, che era capitano delle genti lasciate
all'assedio della citt di Tacuba, mi fece intendere come dall'altro lato della
citt, per la via mattonata che conduce a certe terre poste in terra ferma e
per un'altra picciola a quella vicina, gli abitatori di Temistitan entravano e
uscivano a loro piacere, e aveva opinione che uscissero tutti da quel luogo
forzatamente. E bench io desiderassi la loro uscita pi che essi medesimi,
potendo noi pi facilmente far lor danno trovandogli alla campagna che nella
fortezza che avevano in acqua, nondimeno avevo caro che fussero d'ogni banda
circondati, e in niuna cosa potessero aver commodit alcuna di terra ferma; e
avegna che l'esecutor maggiore fusse ferito, gli ordinai che andasse con le sue
genti ad una picciola terra, dove arrivava una delle vie mattonate. Egli si
part accompagnato da ventitre a cavallo, da cento fanti e diciotto tra
balestrieri e schioppettieri, e mi lasci quei cinquanta fanti ch'io solevo
sempre condur meco; e il giorno seguente arriv l, e in quel luogo dove io gli
avevo comandato pose gli suoi alloggiamenti, s che fu attorno attorno posto
l'assedio alla citt di Temistitan, di maniera che niuno poteva uscir per quei
luoghi donde per le vie mattonate si usciva in terra ferma.
Io avevo, potentissimo Signore, nel mio campo, che era posto in quella via,
dugento fanti spagnuoli, tra i quali erano venticinque tra balestrieri e
schioppettieri, senza li soldati messi alla guardia de' brigantini, che erano
pi di dugentocinquanta. E tenendo noi gli nemici alquanto serrati, e avendo
meco molti de' nostri amici indiani, uomini atti a combattere, ordinai d'entrar
nella citt per la detta via mattonata quanto pi gagliardamente potevo, e che
li brigantini fussero apparecchiati dall'uno e dall'altro lato, acci potessero
fare spalle a' soldati. Dipoi comandai ad alcuni a cavallo e a' fanti a pi, di
quegli che dimoravano nella citt di Cuioacan, che venissero al nostro campo
per dar l'assalto alla citt insieme con esso noi, e dieci cavalli tenessero
l'entrata di quella via, facendo spalle a noi mentre combattevamo; e alcuni ne
rimasero nella citt di Cuioacan, percioch gli abitatori delle citt di
Sichimilco, Culuacan, Iztapalapa, Chilubusco, Mechichalcingo, Guitagnaca e
Mizqueque, poste nel lago e gi ribellatesi, aiutavano quei di Temistitan; e
volendo essi assaltarne alle spalle, eravamo sicuri, difendendoci li detti
dieci o dodeci a cavallo, i quali ordinai che andassero scorrendo per quella
via, e altrettanti n'erano sempre nella citt di Cuioacan, oltra li diecimila
Indiani amici nostri. Similmente ordinai all'esecutor maggiore e a Pietro
d'Alvarado che uscissero de' loro alloggiamenti e assaltassero la citt, che
dal mio lato prenderei d'essa la maggior parte ch'io potessi.
E con quest'ordine la mattina a buon'ora uscimmo de' nostri alloggiamenti e a
piedi n'andammo per quella via mattonata, e appresso trovammo gli nemici che
stavano in quella per difenderne una parte che n'avevano ruinata, di tanta
larghezza quanto  lunga una lancia spagnuola, e di tanta altezza avevano fatto
un argine: e combattendo insieme con loro valorosamente, alla fine lo
pigliammo, e gli seguitammo insino all'entrata della citt, dove era una torre
dedicata a' lor idoli e a pi di quella un gran ponte alzato, sotto 'l quale
passava un'acqua alta con un altro argine molto forte. Quando noi arrivammo l,
cominciarono a combatter con esso noi; nondimeno lo pigliammo senza pericolo,
avendo d'ogni banda li brigantini, senza l'aiuto de' quali saria stato
impossibile di prenderlo. E avendo essi cominciato ad abbandonare l'argine,
coloro che erano ne' brigantini smontarono in terra e noi altri passammo
l'acqua, e similmente fecero gli abitatori di Tascaltecal, di Guassucingo,
Calco e Tessaico, che erano pi di ottantamila persone. E mentre empievamo quel
ponte di sassi e di mattoni crudi, gli Spagnuoli presero un altro argine, che
era in una contrada delle principali e pi larghe che siano in tutta la citt,
il quale non essendo fortificato con l'acqua, fu cosa facilissima da prenderlo.
E perseguitammo gli nemici per la medesima contrada, finch arrivammo ad un
altro ponte che avevano levato, salvo la trave larga, per la quale passavano:
ed entrando per quella e per l'acqua sicuramente, presto lo pigliammo.
Nell'altra parte del ponte avevano fatto un altro grande argine di cespugli e
di mattoni crudi, ed essendo noi giunti l, non potevamo passar se non ci
gettavamo in acqua, e questo era con grandissimo nostro pericolo, massimamente
combattendo gli nemici molto vigorosamente: e da l'uno e l'altro lato della
detta contrada era una infinita moltitudine di nemici, che con grande ardire
combattevano dalle terrazze. Ed essendo arrivati l molti balestrieri e
schioppettieri, e tirati due pezzi d'artegliaria per quella contrada, facevamo
loro grandissimo danno; e sapendo questo, alcuni Spagnuoli si gettarono
all'acqua e passarono all'altra riva, e stemmo due ore combattendo prima che
potessimo pigliar quell'argine. E gli nimici, vedendo che passavano,
abbandonando l'argine e le terrazze, si diedero a fuggir per quella contrada: e
cos pass tutta la gente, e io subito feci riempiere il detto ponte e disfar
l'argine.
Tra questo mezzo gli Spagnuoli con gl'Indiani amici nostri seguitarono gli
nemici per quella contrada per spazio d'un tiro di balestra insino all'altro
ponte, che  vicino alla piazza e al palazzo, che  tra li principali alberghi
della citt. Questo ponte non l'avevano levato, n fattovi argine alcuno,
percioch si avevano pensato che noi quel giorno non dovessimo pigliar punto di
quel che pigliammo, n anco noi pensavamo di poterne prender la met. E
nell'entrata della detta piazza posi un pezzo d'artegliaria, che faceva gran
danno agli nemici, che erano di s gran numero che non capivano nella piazza.
Gli Spagnuoli, vedendo che non vi era acqua, nella quale suol esser pericolo,
deliberarono d'entrar nella piazza. Li cittadini, vedendo che la deliberazione
si mandava ad effetto, e vedendo la grandissima moltitudine degl'Indiani nostri
amici, bench ne facessero poca stima senza la presenza degli Spagnuoli,
nondimeno si diedero a fuggire, essendo gli Spagnuoli e dagl'Indiani amici
nostri seguitati tanto che gli sforzarono entrare in una piazza dove stanno i
loro idoli, la qual  circondata di muro e, come si  detto nell'altra
relazione,  di s gran circuito che si potrebbe far dentro una citt di
quattrocento case. Questa piazza subito fu abbandonata da loro, e gli Spagnuoli
e gli Indiani amici nostri la presero e si fermarono alquanto in quelle torri.
Li cittadini, vedendo che non c'erano i cavalli, andarono addosso agli
Spagnuoli e per forza gli cacciarono delle torri e della piazza, per la qual
cosa li nostri si viddero in grandissimo pericolo, ed essendosi ritirati si
fermarono pi a basso ne' portici della detta piazza; ma, essendo gravemente
battuti da' nemici, ritornarono alla piazza, della quale essendo discacciati
furono costretti a tornar nella contrada, di modo che ne tolsero un pezzo
d'artegliaria che vi era. Gli Spagnuoli, non potendo sostener l'impeto de'
nemici, con grandissimo pericolo si ritirarono: e con effetto sariano stati in
grandissimo pericolo, ma piacque a Iddio che in quell'ora sopragiunsero tre a
cavallo ed entrarono nella piazza. Gli nemici, avendogli visti, pensando che
fussero maggior numero, si misero in fuga, e i nostri presero il cortile e la
piazza della quale di sopra ho fatto menzione. Nella pi alta torre d'essa (la
quale era pi di cento gradi insino alla sommit) dieci o dodeci de' principali
della citt si fortificarono, e quattro o cinque Spagnuoli vi salirono: e
bench si difendessero valorosamente, nondimeno gli Spagnuoli la presero e gli
uccisero tutti. Dipoi vennero cinque o sei altri a cavallo, e gli ultimi
insieme co' primi si posero a far insidie ai nemici, e n'uccisero pi di
trenta. Ed essendo gi l'ora tarda, comandai che si sonasse a raccolta.
Mentre li soldati si ritiravano, sopraveniva tanta moltitudine di nemici che,
se li cavalli non soccorrevano gli Spagnuoli, era impossibile non cadere in
grandissimo danno. E perch io avevo molto bene acconci e li luoghi stretti e
le strade mattonate, dove era il pericolo nel tempo che si ritiravano, si
poteva per quelle scorrere agevolmente con li cavalli, e, quando gli nemici
assalivano la nostra retroguarda, li nostri cavalieri gli andavano addosso e
sempre ne ferivano e uccidevano qualcuno. Ed essendo la contrada assai lunga,
poterono tre o quattro volte andar loro addosso: e bench gli nemici vedessero
farsi gran danno, nondimeno come cani rabbiosi tanto fieramente ci venivano
addosso, che in niun modo gli potevamo sostenere n resistere, n far che non
ci seguitassero. E averemmo in simil contesa consumato tutto quel giorno, se
gli nemici non avessero preso di molte terrazze che soprastavano alla detta
contrada, donde ci potevano offendere di sorte che li cavalli andavano a
grandissimo pericolo. E a questo modo per la medesima via mattonata ritornammo
alli nostri alloggiamenti, senza perdita di alcuno Spagnuolo, avenga che molti
ne fussero feriti; e lasciammo il fuoco attaccato alle maggiori e pi belle
case di quella contrada, accioch un'altra volta ritornandovi non ci potessero
offendere dalle terrazze.
Il giorno medesimo l'esecutor maggiore e Pietro d'Alvarado combatterono
aspramente co' nemici della citt, ciascuno dalla banda de' suoi alloggiamenti,
e mentre combattevamo eravamo lontani per una lega e mezza, che tanto si
estendevano i luoghi abitati della citt. Bench fusse picciolo spazio, gli
amici nostri, che appresso di loro erano di numero infinito, combatterono
vigorosamente, e si ritirarono agli alloggiamenti senza aver in quel giorno
ricevuto danno alcuno.


Del soccorso dei trentamila uomini che mand don Fernando agli Spagnuoli, e
agli altri due eserciti s'aggiunsero ventimila uomini. Gli abitatori di
Sichimilco e d'Otumia vengono ad offerirsi. Come il Cortese mand tre
brigantini all'esecutor maggiore e tre a Pietro Alvarado. Come gli Spagnuoli
presero gli argini e aspramente combatterono, e attaccarono il fuoco nelle
maggiori e pi belle case della piazza, dove solevano alloggiare.

Tra questo mezzo don Fernando, signor della citt di Tessaico e della provincia
di Aculuacan, del quale di sopra io ho fatto menzione, procurava di far
diventar nostri amici tutti gli abitatori della citt e provincia a lui
sudditi, e massimamente de' principali, percioch insino allora non erano
confermati, come ultimamente si confermarono; e ogni giorno andavano al detto
don Fernando varii signori e fratelli suoi, con intenzione di favorirci e
combattere con quei di Temistitan e di Messico. Ed essendo il detto don
Fernando giovane e molto affezionato, e conoscendo li benefici che gli ha fatti
Vostra Maest, vedendosi avere in dono cos gran dominio, massimamente vedendo
che di ragione gli altri dovevano essere anteposti a lui, sollecitava quanto
pi egli poteva di far che tutti li suoi sudditi venissero a combattere contra
quei di Temistitan, ed entrassero ne' medesimi pericoli e fatiche che noi
pativamo. Parl co' suoi fratelli, che erano sei o sette e giovani e atti alla
guerra, e comand loro che con tutti li suoi sudditi venissero a darci
soccorso; e fece capitano uno di loro, nominato Istrusuchil, giovane di
ventiquattro anni valoroso e amato da tutti, il qual giunse al nostro esercito,
che era alloggiato nella via mattonata, accompagnato da trentamila uomini da
combattere molto bene in ordine secondo la loro usanza, e agli altri due
eserciti s'aggiunsero ventimila uomini; e io gli ricevetti benignamente e
ringraziai del lor buon animo ed effetti verso di noi. Vostra sacra catolica
Maest potr aver ben conosciuto se l'amicizia del nostro don Fernando sia
stata buona, e di che animo fussero quei di Temistitan vedendo che coloro che
tenevano per sudditi, per amici, parenti e fratelli, e anco per padri e per
figliuoli, andavano a combatter contra di loro.
Dopo due giorni dell'assalto detto di sopra, essendo venuti gli predetti
soccorsi, gli abitatori di Sichimilco, che  situata in acqua, e certe terre
d'Otumia, che sono montanari e di maggior numero di quei di Sichimilco, ed
erano schiavi de' signori di Temistitan, vennero ad offerirsi per vassalli di
V.M. pregandomi ch'io perdonassi alla lor tardezza: e io gli ricevetti
benignamente e infinitamente mi rallegrai della loro venuta, percioch, se gli
abitatori di Cuioacan potevano ricever danno alcuno, lo potevano ricever dalli
sopradetti.
Avendo noi dalla banda del nostro campo, posto nella via mattonata, con l'aiuto
de' brigantini abbrucciate molte terrazze ne' borghi della citt, e non avendo
pi ardire di comparire alcuna delle canoe, mi parve per sicurt del nostro
campo essere a bastanza sette brigantini, e perci deliberai mandare al campo
dell'esecutor maggiore tre brigantini, e tre altri a quello di Pietro
d'Alvarado; e comandai espressamente ai loro capitani che dalle bande d'ambidue
gli eserciti, provedendosi gli nemici con le loro canoe e conducendo dentro
acqua, varii frutti, maiz e diverse vettovaglie, dovessero andare scorrendo qua
e l, e oltra di ci dessero aiuto alle genti dell'uno e l'altro campo, ogni
volta che volessero dar l'assalto e combatter la citt. E per questo effetto li
sei brigantini se n'andarono ai detti campi, la qual cosa fu molto utile e
necessaria, facendo notte e giorno tra loro maravigliose battaglie: e
pigliavano gran numero di canoe de' nemici, e anco molti di loro.
Avendo posto l'ordine sopradetto, ed essendo venute cotante genti in aiuto
nostro, e pacificamente, come ho detto di sopra, io parlai loro di voler de l
a due giorni dar l'assalto alla citt, e perci dovessero allora comparir bene
apparecchiati, che a questo ponto conoscerei se fossero veri amici. Essi
promisero di dover cos fare, e il giorno seguente comandai a' soldati che
stessero in arme, e feci a sapere a tutti quei del campo e quei de' brigantini
quel che io avevo deliberato e ci che essi avevano da fare. Il giorno
sequente, dopo la messa, e poich ebbi data la informazione a' capitani di
quello che avevano da fare, me n'uscii de' nostri alloggiamenti accompagnato
dalla gente a cavallo e da trecento fanti spagnuoli e da tutti gl'Indiani amici
nostri, il cui numero era infinito. E andando per la via mattonata, lontano tre
tiri di balestra gli nemici gi n'aspettavano con grandissimi gridi, e perch
gi erano passati tre giorni che noi non avevamo combattuto con loro, aveano
disfatti e voti tutti quei luoghi che noi aveamo ripieni, ed erano pi
difficili da espugnare che prima non erano. Ed essendo i brigantini arrivati
dall'uno e l'altro lato della via, e potendo con essi andare pi appresso con
le artiglierie, con gli schioppetti e con le balestre, facevamo loro
grandissimo danno. Vedendo questo, saltammo in terra e pigliammo l'argine
insieme col ponte, e cominciammo andare innanzi e seguitar gli nemici; ma essi
si fortificavano negli altri ponti e argini che aveano fatti, i quali prendemmo
con maggior fatica e pericolo che l'altra volta, e gli cacciammo della
contrada, della piazza e di quelle gran case della citt. E allora comandai
agli Spagnuoli che non procedessero pi avanti, percioch io coi miei riempievo
di sassi e di mattoni il passo dove scorreva l'acqua, in che era grandissima
fatica, conciosiach, se ben a tal cosa v'attendevano a lavorar diecimila
Indiani amici nostri, nondimeno fu ora di vespero avanti che fusse finita. In
quel mezzo gli Spagnuoli e i nostri Indiani combatterono sempre coi nemici,
facendo loro insidie, onde ne uccisero molti. Io, accompagnato dalla gente a
cavallo, andai per la citt e per quelle contrade dove era acqua: ne ferimmo di
molti, e facemmo di modo che ritornarono adietro e non ebbero ardire di andar
pi in terra ferma.
Conoscendo che gli abitatori della citt erano ostinati e mostravano animo o di
morire o di difendersi gagliardamente, mi vennero nella mente due cose: una,
che eravamo per racquistare poco o niente di quelle ricchezze che gi ci
avevano tolte; l'altra, che ci dariano occasione di mandargli del tutto in
rovina. E quest'ultima mi pareva pi vera, il che mi dispiaceva grandemente,
onde io andavo pensando il modo col quale io potesse far loro paura, s che si
rimovessero dal loro errore e conoscessero il danno ch'io potevo far loro, e
tuttavia rovinavo e abbrucciavo le torri degl'idoli e delle loro case. E
accioch pi dapresso il vedessero, io feci quel giorno taccare il fuoco a
quelle gran case poste nella piazza, dove l'altra volta che ci cacciarono della
citt io e gli Spagnuoli solevamo alloggiare, le quali erano tanto grandi che
commodamente vi saria potuto albergare ogni prencipe con seicento persone al
suo servizio. E bench il far questo mi dispiacesse, conoscendo che molto pi
dispiaceva a' nemici deliberai di abbruciarle, della qual cosa ne presero
grandissimo dispiacere, e similmente gli altri loro confederati che erano nel
lago, percioch non si pensarono mai che le nostre forze tanto potessero, n
fussimo di tanto valore che potessimo arrivare insino l: e questo dispiacque
loro molto pi d'ogni altra cosa.

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