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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quinto.
Parte quinta.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta dell'isola di
Cuba, che ora chiamano Fernandina.

Libro decimosettimo

Proemio


Nel primo viaggio che il primo admirante don Cristoforo Colombo fece in queste
Indie, come s' gi altrove in questa istoria detto, la prima terra che
discopr furono l'isole Bianche, che cos le chiamarono perch, essendo
d'arena, pareano bianche: ma l'admirante volle che si chiamassero le
Prencipesse, perch furono il principio della vista e discoprimento di queste
Indie, e giunse a quella che chiamano Guanahani, che sta nel mezzo di queste
isolette Bianche, nel 1492. Questa isola di Guanahani  una di quelle che
gl'Indiani chiamano delli Lucai, che stanno da tramontana all'isola di Cuba.
Indi a quella di Cuba pass, che ne sta 60 leghe lontana.
In questo libro tratter principalmente dell'isola di Cuba, chiamata per altro
nome Fernandina, in memoria del re catolico don Fernando, di tal nome quinto in
Castiglia, e dir prima de' suoi termini e sito, e appresso poi passer alla
particolare istoria di lei. Potranno qui dire alcuni che, essendo stata questa
isola prima discoverta che la Spagnuola o che quella di Borichen, doveva io
prima di questa che di quelle parlare, massimamente che  cos grande e cos
degna che non si dee quella di S. Giovanni anteporre. A questo rispondo che, se
io avessi avuto intenzione di parlare prima delle pi orientali e delle pi
vicine ad Europa, avrei prima parlato di quella di San Giovanni, perch sta pi
verso l'oriente posta, e poi della Spagnuola, e appresso di quella di Cuba, che
pi verso occidente  posta. Ma io non mi sono curato di tenere questo ordine,
come n anco fa al caso che, perch quella di Cuba fosse discoverta qualche d
prima che la Spagnuola, si dovesse perci di lei ragionare prima. Io ho
cominciato a dire dell'isola Spagnuola come di quella che  maggiore di tutte
l'altre isole che qui fino ad oggi ritrovate si sono, e che ha le pi nobil
provincie e le pi principali citt e terre di cristiani che per tutte queste
altre isole siano. Ho poi ragionato di quella di San Giovanni, che  vicina, e
che non era ragione di lasciarla a dietro per stare pi verso oriente posta.
Ora passer a quella di Cuba, che di tutte tre queste  la pi occidentale. E
io in ognuna di loro servo l'ordine di dire quando e come furono discoverte, e
perch chi sa cosmografia intenda meglio il sito e termini loro, le distinguo e
noto per l'altezza e gradi del polo. Dir adunque appresso in questa di Cuba
che terre di cristiani vi siano, e da chi e come fu conquistata e pacificata, e
che governatori vi sono stati, e da chi e per qual via da questa isola di Cuba
si discoprirono Iucatan e la Nuova Spagna. Si dir anco degli animali, uccelli
e pesci che vi sono, e de' serpenti grandi che vi si ritrovano, e degli alberi
e piante medesimamente, e della forma degl'Indiani di quella isola, e d'alcune
lor cerimonie e riti che usano nella loro idolatria e matrimonii, e del modo
anco del viver loro, con altre particolarit e cose notabili che vi si veggono.


Del sito dell'isola di Cuba per li gradi del polo e per gli suoi pi vicini
termini.
Cap. I.

L'isola di Cuba sta da questa Spagnuola lontana 20 leghe, che, a ragione di
quattro miglia per lega, sono 80 miglia. Dalla punta o capo che chiamano Maici,
che  la parte pi orientale dell'isola di Cuba, fino alla punta di Santo
Nicola si stende questa isola in lungo quasi 300 leghe, bench in molte carte
non ne le attribuiscano pi che 220, e chi pi e chi meno. Quelli che l'hanno
caminata particolarmente per terra dicono che ella  da 300 leghe, poco pi o
meno, lunga: e cos l'ho io molte volte inteso dire dall'adelantado Diego
Velasques, che vi fu molti anni capitan generale e luogotenente dell'admirante.
Il medesimo ho udito dire dal licenziado Alonso Zuazo, che vi fu anco un tempo,
e costeggi e camin l'isola. Ma pi ampiamente ne fui informato dal capitano
Panfilo di Narbaes, che forn di conquistare quella isola, e la camin pi che
niun altro e pi particolarmente la vidde. Senza questi sono molti altri che le
danno anco 300 leghe di lungo e 65 di largo, dove pi si ampia, che 
attraversando dalla punta delli Giardini a quella che chiamano di Iucanaca,
bench questo traverso non sia molto diritto da tramontana a mezzogiorno,
perch partecipa anco del sudueste al nordeste quasi un mezzo vento. Per lo pi
poi nel resto  questa isola stretta, che non passa 15 leghe e 20 e meno,
perch  lunga e stretta. La punta di Maici, che ha da oriente, sta in 20 gradi
e mezzo dall'equinoziale; la parte sua pi australe, che sta alli Giardini, che
sono certe isolette con molte pericolose seccagne, sta in poco pi di 19 gradi
dalla linea equinoziale, dalla parte del nostro polo artico. Quella banda poi
che  da tramontana sta nella punta di Iucanana in 22 gradi e mezzo. La punta
di Santo Antonio, che  la parte pi occidentale e nel fine dell'isola, sta in
21 gradi e mezzo.
Questo  il vero sito e i veri termini di questa isola, che, come s' detto, ha
da levante questa isola Spagnuola, e da ponente la terra di Iucatan e della
Nuova Spagna, che sono provincie di terra ferma. Da mezzo giorno ha l'ultima e
pi occidentale parte di questa isola Spagnuola, che  la punta che chiamano di
San Michele, e che alcuni impropriamente chiamano il capo del Tiburone. Ha anco
da mezzo giorno l'isola di Iamaica e l'isole de' Lagarti, che chiamano, e
quelle delli Giardini che ho dette. Da tramontana ha l'isole delli Lucai e di
Bimini, e la provincia chiamata Florida in terra ferma. Questi sono i confini
dell'isola di Cuba, la quale  per la maggior parte molto aspera e montuosa, ma
vi sono buoni fiumi e ricchi d'oro, e con molte buone acque. Vi sono
medesimamente molte lacune e stagni d'acqua dolce, e alcuni salati anco che,
per fuggire prolissit, si lasciano di scrivere, e per passare alle altre cose
pi particolari dell'istoria.


De' popoli e terre principali dell'isola di Cuba o Fernandina, con altre sue
particolarit.
Cap. II.

Nel proemio di questo libro s' detto come il primo admirante, doppo che tocc
nelle isole di Bimini, pass a questa di Cuba, della quale allora poco ne
vidde, perch discorse per la sua costiera del porto di Baracoa, che  dalla
parte di tramontana, fino alla punta di Maici, che possono essere 12 o 13
leghe, e se ne pass a questa isola Spagnuola. Ma nel secondo viaggio che
quello admirante stesso fece di Spagna in queste Indie, nel 1493, se ne venne
diritto in questa isola Spagnuola e fond la citt d'Isabella, dalla quale ebbe
poi principio e origine questa di San Domenico. Dalla citt d'Isabella adunque
si part con due caravelle con intenzione di vedere che cosa era Cuba; e s vi
and dalla parte di mezzogiorno, e di camino discopr l'isola di Iamaica, della
quale si far nel seguente libro particolare menzione. S che, ritornando al
proposito, egli, secondo che alcuni affermano, aggir tutta l'isola di Cuba.
Altri dicono che giunse solamente agli ultimi termini di lei e che si ritorn
poi a questa isola Spagnuola, ma che ne vidde pi in questo viaggio che non ne
aveva l'anno innanzi veduto. Dalla punta dell'isola Spagnuola, ch' il capo di
San Michele vi dicono, fino all'isola di Iamaica, sono da venticinque leghe, e
altretanto  da quella di Iamaica alla punta delli Giardini, che  nell'isola
di Cuba dalla parte di mezzogiorno.
Il cronista Pietro Martire intitol questa isola di Cuba Alfa e O, e altre
volte la chiama Givana, ma non  qui isola di simili nomi, n presso gl'Indiani
n presso i cristiani. Anzi, da certo tempo in poi fu per ordine del re
catolico don Fernando chiamata del nome suo Fernandina, in memoria di Sua
Altezza, nel cui felice tempo s'era ritrovata, come la prima provincia e popolo
abitato nell'isola Spagnuola da' cristiani fu chiamato Isabella, in memoria
della serenissima e catolica reina donna Isabella. Il principale luogo e popolo
dell'isola di Cuba  la citt di San Giacomo, dove sono da dugento cittadini, e
vi  un bel porto e sicuro, perch sono quasi due leghe dalla bocca del mare
fino alla citt, ed entrano le navi per picciola bocca nel porto. E questo non
 fiume, ma  un braccio d'acqua salsa del mare istesso, e dentro s'allarga poi
questo golfetto o porto e vi sono molte isolette, e vi possono i vasselli stare
quasi senza fune n ligati in terra altramente. E fra queste isolette dentro
del porto vi sono gran pescherie. Questa citt di San Giacomo ha una chiesa
catedrale, della quale il primo vescovo fu fra' Bernardo di Mesa, dell'ordine
di san Domenico, e appresso vi fu un capellano maggiore della serenissima
madama Leonora, sorella della maest cesarea e gi reina di Portogallo (ora 
di Francia); il qual vescovo era fiammingo e dell'ordine medesimamente de'
predicatori. Il terzo vescovo fu un altro religioso del medesimo ordine, assai
riverenda persona e predicatore di Sua Maest, e si chiam fra' Michele
Ramires. Questa chiesa ha belle entrate, e i canonici e i capellani che vi
servono sono di molta dignit e ricchi d'entrate.
Vi sono altre terre, come  quella della Havana, che  nel capo dell'isola
dalla banda di tramontana, e quella della Trinit, che sta dalla parte di
mezzogiorno, e quella di San Spirito, e quella del porto del Prencipe, e quella
del Baiamo, che  trenta leghe lungi dalla citt di San Giacomo. Ma tutte
queste terre sono assai poco abitate, per cagione che la maggior parte de' loro
cittadini se ne sono passati alla Nuova Spagna e ad altre terre nuove: perch
in tutte le parti del mondo, ma pi in queste Indie, la natura degli uomini 
di non quietarsi mai, perch, essendo la maggior parte di coloro che qui
vengono giovani e di gentili desiderii, e molti di loro valorosi e bisognosi,
non si contentano di fermarsi in quello che  gi conquistato. Ma ritorniamo
all'istoria. Queste terre che ho dette sono nell'isola di Cuba o Fernandina. E
questo basti di loro. Passiamo ad altre particolarit, e spezialmente diciamo
quello che fa al caso della conquista e pacificazione di quella isola, perch
con pi ordine si procede in quello che resta a dirsene.


Della conquista e pacificazione dell'isola di Cuba, e de' governatori che stati
vi sono, e del primo discoprimento di Iucatan, donde si pass a discoprire la
Nuova Spagna.
Cap. III.

Poco prima che il commendatore maggiore d'Alcantara don fra' Nicola d'Ovando
fosse del governo di questi luoghi rimosso, mand con due caravelle alquante
genti a tentare se per via di pace si potea l'isola di Cuba popolare di
cristiani, e vedere che provisione fare si dovesse quando gli Indiani vi
ostassero. A fare questo effetto and un gentil uomo chiamato Sebastiano di
Ocampo, il quale prese terra in quella isola ma vi fece poco; perch poco
appresso se n'and il commendatore maggiore in Spagna, e venne in governo di
queste Indie il secondo admirante don Diego, che mand in Cuba per suo
luogotenente Diego Velasco, che era un di quelli che prima in queste parti
vennero col primo admirante, nel secondo viaggio del 1493. Questo Diego Velasco
fu quello che cominci a conquistare la detta isola e a popolarla, e diede
principio al fondare della citt di San Giacomo e d'altre terre. E perch era
ricco, e s'era ritrovato nella prima conquista di questa isola Spagnuola e
stava in buona riputazione, rest in Cuba assoluto governatore e cominci, come
ho detto, a fondare le terre delle quali s' fatta menzione di sopra, e
pacific l'isola ponendola sotto l'ubbidienzia reale di Castiglia, e cos in
questo tempo assai pi ricco si fece.
Ora vennero poi que' frati di san Hieronimo, che il cardinale Scimenes,
governatore di Spagna, mand a questa isola Spagnuola col licenziado Alonso
Zuazo, il quale fu da questi frati mandato a risedere nell'isola di Cuba in
nome dell'admirante don Diego, perch erano molte le querele che contra il
Velasco s'udivano del continovo. Il perch rest Diego Velasco sospeso del
governo, ma assai ricco. Ma n anco contra il Zuazo, che amministr giustizia
in Cuba, mancarono querele. Per la qual cosa deliber l'admirante di passarvi
esso in persona a vederlo, e con lui andarono due auditori di questa regia
audienzia, che furono i licenziadi Marcello di Villalopi e Giovanni Ortiz di
Matienzo. Costoro non ritrovarono tanta colpa nel Zuazo quanta gli
attribuivano; e perch non avevano essi commissione di privarlo della
residenzia, come n anco il Zuazo vi era andato con provisione di questa
audienzia regia, le cose restarono per allora sospese, e l'admirante con quegli
auditori attese ad altre cose e alla reformazione di quella isola, e prima che
partisse ritorn quel governo a Diego Velasco, che ne era stato sospeso da che
il Zuazo andato vi era. E poi se ne ritorn con gli auditori a questa isola
Spagnuola, e non fu dal Velasco troppo ben pagato dell'opere buone che fatte
verso lui aveva.
Ora, avendo il Velasco, e per s e per mezzo del capitano Pamfilo di Narbaes,
che era molto nella guerra esperto, pacificato la isola di Cuba e compartiti
gl'Indiani, fece por mano alle minere d'oro, che ve ne sono assai ricche, e se
ne cav molto. Vi furono portati degli animali che erano gi cresciuti in
questa isola Spagnuola, e vi fecero benissimo; e non solamente gli animali vi
sono assai bene aumentati, ma gli alberi anco e le piante e l'erbe, con quanto
era stato portato di Spagna a questa isola. E in questo si mostr molto
diligente Diego Velasco, il quale, perch era astuto e prudente, non si
contentava d'essere ringraziato dagli uomini di quello che faceva, che voleva
anco che la terra con la sua fertilit nel pagasse. Di modo che l'isola ne
venne a stare molto prospera e bene popolata di cristiani e piena d'Indiani, e
Diego Velasco assai ricco. E con s fatti mezzi e modi tenne col re catolico
(perch esso era molto amico del tesoriero di questa isola Michele di
Passamonte, al quale si dava gran credito) che, anco che l'admirante avesse
voluto rimoverlo da quel carico, non averebbe potuto: e cos si ritrov in Cuba
con l'ufficio approbato dal re, ma pure tutta via in nome e come luogotenente
dell'admirante.
Doppo di questo, continovando nel suo governo il Velasco, nel 1517 con sua
licenzia armarono per andare a discoprire nuove terre alcuni delli pi antichi
conquistatori della isola di Cuba, che furono Francesco Hernandes di Cordova e
Cristoforo Morante e Lope Occioa di Caizeto, e fu nominato per proveditore un
Berardino Ignigues. Costoro, menando per pilotto principale un Antonio
Alaminos, con cento e dieci uomini, e con tre vasselli che alle loro proprie
spese armarono, si partirono dal capo di Santo Antonio, che  l'ultima parte
dell'isola di Cuba da occidente, e corsero la via del sudueste, che  il vento
che sta fra mezzogiorno e ponente. E in capo di sei giorni videro terra, che
navigarono da 66 o 70 leghe. La prima terra che viddero fu della provincia di
Iucatan, nella cui costiera si vedevano alcune torri di pietra, non gi alte
molto, che sono le moschee e gli oratori di quelle genti idolatri. E stavano
questi edificii posti sopra certi gradi, e stavano coverti di paglia, e nella
cima d'alcuni di loro si vedevano verdure di alberi fruttiferi piccioli, come
sono guaiabi e altri simili. Qui viddero gente vestita di cottone, con
mantiglie sottili e bianche, e con cerchelli agli orecchi e con catene e altre
gioie di oro al collo, e con camisette anco di colori, di cottoni
medesimamente. E le donne portavano la testa e 'l petto coverto, e con le loro
brache e certe mantiglie sottili come veli in luogo di tovaglia o di manto. Fra
queste genti si ritrovarono croci, secondo che io intesi dal pilotto Antonio
d'Alamino, ma io il tengo per favola. E se pure vi erano, non penso che si
sapessero quello che si facevano in farle, poich sono in effetto idolatri, e
come per esperienzia si  visto, non avevano memoria alcuna n sapevano nulla
della croce e passione di nostro Signore. E se pure a qualche tempo il seppero
(come credere si dee), gi se l'avevano a fatto dimenticato.
Ma, ritornando all'istoria, avuta che ebbero i nostri lingua di queste genti, e
veduto che la costiera di quella contrada era grande, deliberarono di
ritornarsi e dare nuova di quello che veduto avevano, perch veggendo cos
grande e cos popolato il paese, non s'arrischiarono di restarvi con cos poca
gente. Pure passarono navigando oltre, finch giunsero a una provincia chiamata
Campecio, dove viddero una terra di fino a tremila case, con gran copia di
gente che uscivano alla marina, e si maravigliavano veggendo cos gran vasselli
come erano i nostri (bench picciole caravelle fossero), e stavano attoniti in
vedere la forma cos delle vele come delle sarti e d'ogni altra cosa; ma molto
pi maravigliati restavano udendo alcuni tiri di bombarde e veggendo il fumo
con l'odore del zolfo. Onde stavano in pensiero che questo fosse quello stesso
che sono i tuoni e i lampi che dalle nuvole escono. Con tutto questo smontarono
alcuni cristiani in terra, ed essi fecero loro festa, mostrando d'avere caro di
vederli, e portarono loro da mangiare molti buoni uccelli, non minori che
pavoni e non di men buon sapore, e altri uccelli anco, come coturnici, tortore,
anatre, papere e cervi e lepori, con altri animali. Ma perch, quando si
ragioner delle cose di terra ferma, si dir di tutti questi animali
particolarmente, passeremo ora al resto. A questa terra o popolo il capitan
Francesco Hernandes puose nome il caciche di Lazaro, perch nel d di san
Lazaro i nostri vi giunsero: e voleva questo denotare che, come Cristo nostro
Signore resuscit Lazaro, cos andavano i cristiani destando e resuscitando
queste genti da morte a vita, con ridurli alla vera religione cristiana.
Da questo luogo passarono poi quindeci leghe avanti, e giunsero ad un'altra
provincia chiamata dagl'Indiani Aguanil, e la sua principale terra era chiamata
Moscobo, e il caciche  re di quello stato Ciapoton. Pensavano i nostri che
questi avessero dovuto fare come gli altri, che avevano loro fatte carezze e
mostro di rallegrarsi del venir loro; ma altramente avenne, perch in altra
fantasia stavano, e mostrandosi molto feroci co' loro archi e frezze non
volevano lasciare ismontare i nostri, e tenevano il viso e la fronte dipinta di
varii colori. Essi pensarono un inganno per ammazzare i cristiani, a questo
modo. Essendo loro da' nostri dimandata dell'acqua, risposero che andassero a
prenderla alquanto dentro terra, perch alquanto scostata dal mare era, e
mostravano loro il camino per certe picciole viette e sospette. Quando si
avidero poi che i cristiani, entrati sospetti, ricusavano d'andare avanti per
l'acqua, e s'avidero d'essere scoverti, cominciarono a tirare le loro frezze: i
nostri animosamente si difesero, e ammazzarono e ferirono alquanti degli
adversarii. Ma perch questi erano molti, furonvi gli Spagnuoli forzati a
ritirarsi pi che di passo in barca, e vi restarono venti cristiani morti e pi
di trenta altri feriti, fra li quali vi fu ferito il capitan Francesco
Hernandes. E se fussero i nostri passati avanti, vi sarebbono tutti restati
morti. Il meglio che poteron adunque si ritirarono in nave, con molto travaglio
e con la gi detta perdita, e se ne ritornarono alla volta dell'isola
Fernandina, onde prima partiti s'erano. E questo fu il principio come si
discopr la Nuova Spagna.
Volendo ritornare al governo di Diego Velasco e alle altre cose di Cuba, poco
vi  pi da dire di quello che se ne  detto, e che questo governatore Diego,
al parer mio, perdette il tempo e la robba che aveva cumulata in questi nuovi
discoprimenti, per arrichirne il marchese della Valle don Fernando Cortese,
come s'intender appresso nel discorso dell'istoria. Ma perch non abbiamo a
ritornare un'altra volta alle particolarit di questa isola di Cuba e della sua
fertilit, brevemente nel capitolo seguente le toccaremo, poich la maggior
parte di loro si  quasi intesa con quello che si  scritto di sopra di questa
isola Spagnuola e di quella di San Giovanni.


Delle cose generali, della ricchezza e fertilit dell'isola di Cuba, con altre
particolarit.
Cap. IIII.

La gente dell'isola di Cuba  simile a quella di questa isola Spagnuola,
ancorch nella lingua differiscano in molte voci, bench l'uno l'altro
s'intendano. La loro portatura  quella stessa con la quale nascono, perch a
questo modo e gli uomini e le donne ignudi vanno. La loro statura, il colore, i
riti e l'idolatrie e 'l giuoco del batei sono una cosa stessa con quello che
s' nelle cose dell'isola Spagnuola detto; ma negli accasamenti differiscono,
perch, quando alcuno prende moglie, s'egli  caciche si giacciono con la sposa
tutti quelli cacichi che nella festa si trovano. E se lo sposo  uomo
principale si giacciono con la sposa prima tutti gli altri principali; e che se
colui che s'accasa  plebeio tutti i plebei che alla festa vengono assaggiano
prima che lo sposo stesso la sposa; e doppo che a questo modo l'hanno molti
provata ella, menando il braccio col pugno chiuso e alto, viene a gran voce
dicendo: "Manicato, manicato", che vuol dire forzata, e forte e di grande
animo, quasi lodando se stessa d'esser valorosa e da molto.
Nel modo del governo delli cacichi di questa isola e in molti altri costumi
sono una cosa stessa l'isola di Cuba e questa Spagnuola: parlo nel generale,
perch in alcune poche cose sono differenti. Anzi sono anco ne' loro vizii
conformi, perch sono libidinosi e di poca o niuna verit e ingrati, n
vogliono essere pi cristiani di quello che si siano tutti gli altri Indiani,
ancorch Pietro Martire, informato dal baccilliero Enciso, dica maraviglie
della devozione e conversione d'un caciche di Cuba che si chiam il Comendatore
e dell'altre sue genti. Io non ho di ci udita cosa alcuna, ancorch io sia
stato in quell'isola, e perci mi riferisco a chi il vide, se cos fu come egli
dice. Ma io ne dubito assai, perch ho veduti pi Indiani di colui che ci
scrisse, e di colui anco che gliele refer; e per l'esperienzia che io ho di
queste genti credo che niuno o assai pochi di loro siano cristiani di loro
volont, e quando alcuno, essendo d'et, si fa battezzare, il fa pi per una
certa voglia che per zelo della fede, perch non li resta altro che il nome, il
quale anco presto li cade dalla memoria.  ben possibile che ve ne siano alcuni
fedeli, ma io mi credo che assai rari siano.
Degli animali che di Spagna si condussero nell'isola di Cuba ve ne  gran
copia, e vi fanno molto bene; il medesimo dico degli alberi ed erbaggi di
Spagna. E vi sono anco tutti quegli alberi, piante ed erbe naturali dell'isola,
che si sono di sopra detti che sono in questa isola Spagnuola; ma in quella di
Cuba vi ha maggiore copia di rubia, che naturalmente vi nasce ed  molto buona.
Vi sono tutti i pesci e animali insetti e tutte l'altre cose che si sono dette
di questa isola Spagnuola, salvo che de' zuccari; perch, ancorch vi abbiano
fatte le cannamele assai bene, e vi si farebbe del zuccaro come qui, non vi si
sono per date le genti, per cagione che, stando cos presso quella isola alla
Nuova Spagna, conquistata che fu l'isola molti in que' luoghi di terra ferma se
ne passarono: massimamente che, come s' detto, da quella parte si pass
primieramente a discoprire la Nuova Spagna, e indi medesimamente si pass con
la seconda armata del capitano Giovanni di Grigialva, e con la terza anco del
capitano Hernando Cortese, e con la quarta del capitan Panfilo di Narbaes, e
tutti quattro questi per ordine del luogotenente Diego Velasco. Di modo che per
questa via quasi si dispopol l'isola di Cuba, e vi finirono di morire quasi
del tutto gl'Indiani che vi erano, per quelle cause stesse per le quali in
questa isola Spagnuola morirono, e perch la infermit pestifera delle variole,
che cos chiamano, fu universale in tutte queste isole. S che gli ha quasi del
tutto il grande Iddio estinti, per li loro vizii e idolatrie.
Gli areiti e balli dell'isola di Cuba sono come quelli di questa Spagnuola,
anzi sono per tutte queste Indie communi, bench in diverse lingue. I loro
letti sono le amache, fatte nel modo che s' detto di sopra, e le loro case
medesimamente come dipinte o lineate di sopra abbiamo detto. In quella isola il
maggior peccato era il rubbare, il quale delitto castigavano nel modo che s'
detto a dietro. La religione degl'Indiani di Cuba si era adorare il demonio,
chiamato Cemi. Tenevano per gentilezza l'usare con donne, e non si
risparmiavano dalla abominevolezza sodomitica. Si maritavan ne' gradi gi
distinti di sopra, e per ogni picciola cagione lasciavano le mogli, ma le pi
volte erano essi da loro lasciati, e d'alcune meritamente, per essere essi
tanto contra natura inchinati, e d'alcune altre per non volere esse perdere il
tempo nella loro viziosa libidine. Li cacichi o re che vi erano prendevano
quante mogli volevano, e gli altri ne prendevano tante a quante potevano dare
mangiare e sostentarle.
Gl'Indiani di quella isola sono gran pescatori e cacciatori d'uccelli e di
pesci col pesce riverso, e dell'oche salvatiche con le cocozze, come si dir
appresso al suo luogo, quando se ne parler a lungo. L'isola di Cuba  molto
ricca d'oro, e vi se n' cavato molto. Vi ha molto rame e buono, perch, senza
che la cosa  assai chiara, pochi mesi sono che uno Alonso del Castello, nativo
di Iepes, terra di Toledo e ramaro, di cinque cantara della vena del rame, che
ne fece l'esperienzia, ne cav tre: e diceva costui che era assai meglio a
lavorare questo rame che non quanto ne aveva mai altrove veduto. Questa vena o
minera sta in un monte, tre leghe longi dalla citt di S. Giacomo.
Ritornando a seguire dell'altre cose, dico che in quella isola le vettovaglie e
biade di quelle genti sono quelle stesse dell'isola Spagnuola, e il medesimo
modo vi tengono nelle cose della agricoltura, e vi sono le medesime piante,
frutti e legumi. E vi furono quegli stessi animali di quattro piedi, e al
presente ve ne sono anco certi altri, che sono maggiori che conigli e hanno
della medesima maniera i piedi, salvo che la loro coda  come d'un sorice
longa, e il pelo irto come d'un tescion, che  come volpe. Il qual pelo loro
tolgono, ed essi restano bianchi e buoni a mangiare. Si prendono fra quelle
piante che sono nel mare, dormendovi sopra, perch pongono le canoe sotto
l'albero, il quale scotendogli fanno cadere nell'acqua; onde vi si gettano
tosto dalla canoa gl'Indiani a nuoto e ne prendono molti. Chiamano questo
animale guabiniquinax, che  come una volpe, e della grandezza d'un lepore, e
di color berrettino misto con vermiglio, e con la coda ben pilosa e con la
testa come di martora o di donnola. E vi se ne trovano molti nella costiera
dell'isola di Cuba, dove  anco un altro animale, che il chiamano aere, grande
quanto un coniglio e di color fra berrettino e rosso, ed  molto duro a
mangiare; ma non lo lasciano gi per questo di porlo al pignatto o di farlo
arrosto. Sono in Cuba medesimamente que' pesci stessi che sono nell'isola
Spagnuola e i medesimi uccelli, con altri anco che appresso si diranno
particolarmente. E la maggior parte degli anni, o almanco ogni terzo anno, vi 
un passaggio d'uccelli, come nel capitolo seguente si dir.
Il paese di quella isola  temperato, ma in ogni modo pi freddo che non 
quello di questa isola Spagnuola, perch, come si disse dove si tratt del suo
sito e de' suoi termini, la parte di lei settentrionale sta in 22 gradi e mezzo
dall'equinoziale.


Delle grue e pernici o tortore di Cuba, e del passaggio che sogliono quasi ogni
anno fare gli uccelli per la isola di Cuba verso terra ferma, alla volta del
vento sueste.
Cap. V.

Nell'isola di Cuba sono infinite grue di quella sorte che in Spagna si veggono,
cio di quella penna e grandezza e canto, e in quella isola vivono e fanno i
nidi. Onde i fanciulli, e l'altre genti che vi vanno dietro, portano per le
terre dove si abita infinite ova di questi uccelli e grue piccioli, che per le
campagne e per altri varii luoghi dell'isola li prendono: e tutto l'anno questi
uccelli vi sono. Vi sono medesimamente certe pernici picciole, che al giudicio
mio, e quanto alla penna e quanto al mormorio che fanno, paiono tortore, ma
hanno molto migliore sapore; e se ne prende un grandissimo numero, e le portano
vive e assai selvaggie a casa, ma fra tre o quattro d vi diventano cos
domestiche come se ivi nate fossero, e vi ingrassano in gran maniera; e senza
dubbio sono un cibo molto delicato, saporoso e soave, e alcuni le lodano tanto
che le tengono per miglior cibo che non  quello delle pernici di Spagna, s
perch non sono men grate al gusto come perch sono di migliore digestione. Non
sono gi maggiori delle tortore di Castiglia, e hanno nel collo una collana
della medesima piuma, ma nera come  quella della calandra, bench alquanto pi
a basso nel petto  di maggiore ampiezza.
Ho nel capitolo precedente detto che qui direi d'un passaggio d'uccelli, e per
questo dico che, quasi nel fine dell'isola di Cuba, vi passano quasi ogni anno
per sopra infiniti uccelli di diverse spezie, che vengono dalla parte verso il
fiume della Palme, che con la Nuova Spagna confina, e dalla parte di tramontana
sopra terra ferma, e attraversano sopra l'isole degli Alacrani e di quella di
Cuba; e passato il golfo che  fra queste isole e terra ferma, se ne passano
oltre nel mare di Mezzogiorno. Io gli ho veduti passare sopra il Darien, che 
nel golfo d'Uraba, e sopra il Nome di Dio e Panama in terra ferma in varii
anni, e pare che ne vada coverto il cielo: e dura questo passaggio un mese o
pi, e sono dal Darien fino al Nome di Dio o a Panama ottanta buone leghe. E io
ho veduto alcuni anni questo passaggio in tutte tre le parti gi dette, e ho
veduto venire questi uccelli di verso Cuba e gli altri gi detti luoghi e
attraversare la terra ferma, e pare che se ne vadino verso il pi largo della
terra alla volta del sueste. E poich non li vediamo venire continuamente
sempre uno anno doppo l'altro, n in niun tempo ritornare mai verso ponente o
tramontana, credo che quelli che passano poi siano quelli stessi o quelli che
di loro restano o che da quelli primi nascono, e che aggirino il mondo a torno
per lo camino che ho detto. Fanno questo passaggio nel mese di marzo, in 20 o
30 d e pi e meno, e dalla mattina fino alla sera a notte se ne vede quasi
coverto l'aere, e cos alti vanno che alcuni se ne perdono di vista; ne vanno
anco alcuni altri bassi rispetto a' pi alti, ma cos bassi che vanno pi alti
che le cime de' monti della terra. E il lor camino  a lungo dalla parte del
norveste e di tramontana, come s' detto, a quella di mezzod, e indi alla
volta del sueste, e attraversano in lungo tutto quello che si pu con gli occhi
vedere, e occupano in lato assai gran parte del cielo.
Quelli uccelli di questi che volano pi bassi e presso la terra, sono certe
aquilette nere e altre mezzane, ma aquile reali medesimamente e altri uccelli
di varie maniere, e alcuni assai grandi, e tutti paiono di rapina, ancorch
siano le loro differenzie molte e varii di piume: parlo d'alcuni di quelli che
si vanno abbassando, perch in quelli che vanno alti non si pu considerare la
piuma n discernerli con la vista; solamente nel modo del volare e battere
d'ale, e nella grandezza e fattezza loro si conosce assai chiaro che di diverse
spezie e forme sono. Ma perch questa materia del passaggio degli uccelli  con
le cose di terra ferma, lasciamo il resto, per dirlo nella seconda parte di
questa istoria dell'Indie.


Delli serpenti dell'isola di Cuba, o Fernandina.
Cap. VI.

Sono nell'isola di Cuba molti serpi, e di varie maniere e differenzie. E vi
sono lacerte e scorpioni e scolopendrie e vespe, con altri simili animali,
secondo che s' ne' libri precedenti dell'isola Spagnuola detto. Ma in questa
di Cuba si sono visti in particolare serpi assai maggiori che altrove, perch
ne sono stati morti alcuni cos grossi o pi che non  la coscia d'uno uomo, e
lunghi venticinque e trenta piedi e pi; ma sono assai vili e mansueti, e gli
Indiani li mangiano, e ritrovano loro spesso nella gola sei o sette e pi anco
di quelli animali che ho detto che li chiamano guabiniquinax che se
gl'inghiottono intieri, ancorch siano maggiori che conigli.


Delle palle tonde come pietre di bombarda, che naturalmente si producono
e trovano nella isola di Cuba o Fernandina.
Cap. VII.

 una certa valle nell'isola di Cuba che dura quasi tre leghe fra due monti, e
sta piena di pietre tonde come sono quelle di bombarda che si fanno, e sono una
spezie di pietre assai forte, e in tal maniera tonde che non si potrebbono fare
pi con artificio niuno, ciascuna nella grandezza nella quale si trova essere.
Ve ne sono anco picciole e minori che pallotte di schiopetto; e da questa
misura in su ve ne sono d'ogni grandezza, finch le pi grosse sono tali che
servirebbono per qualsivoglia artiglieria, ancorch vi bisognassero palle d'un
cantaro e di due. E tutta questa valle si ritrova di simili pietre piena, come
se fusse una minera di loro; perch cavando si ritrovano nel modo che ciascuno
le vuole, bench ne siano anco molte nella superficie della terra, e
particolarmente presso al fiume che chiamano del Vento contra maestro, che sta
quindeci leghe lontano dalla citt di S. Giacomo, andando alla terra di S.
Salvatore del Baiamo, che  la via verso ponente. Ma perch s' fatto di sopra
menzione della minera della pece che nell'isola di Cuba si trova, voglio che ne
resti il lettore meglio informato, come potr nel seguente capitolo vedere.


Del fonte o minera del bitume che nell'isola di Cuba si trova.
Cap. VIII.

Nella costiera dell'isola di Cuba da tramontana, presso al Porto del Prencipe,
 una minera di pece, la quale si cava a lastre e pezzi, ed  ottima per
impecciarne le navi, ma s'ha da mescolare prima con molto sevo o olio e poi
questo effetto farne. Io non ho veduto questo fonte o minera, ancorch io sia
in quella isola stato. Ma questa  una cosa assai nota, e la intesi
dall'adelantado Diego Velasco, che govern gran tempo quell'isola, e dal
capitan Pamfilo di Narbaes, che accapp di conquistare Cuba, e da' pilotti
Giovan Bono di Chescio e Antonio Alamines, e d'altri cavalieri e gentil uomini
degni di fede, che molte volte questa pece o bitume viddero e il luogo dove
ella nasce: e tutti l'approvano per buona, e sufficiente per impecciarne le
navi. Io ho questa pece veduta, e me la mostr e diede un pezzo Diego Velasco,
e io la portai nel 1523 in Spagna per mostrarla in Europa. Ma questa non  cosa
nuova, poich Plinio nel secondo libro della sua istoria scrive che il lago
Asfaltide in Giudea produce bitume, e nel sesto libro dice che in una provincia
chiamata Corambi  un fonte di bitume. E non solamente Plinio scrive che le
fonti de' bitumi si trovino, come ho detto, ma anco Q. Curzio nel V libro dice
che nella citt di Memi  una gran grotta, dove scaturisce un fonte che versa
gran copia di bitume. Di modo che  facile cosa a credere che le mura di
Babilonia di bitume si murassero e facessero, come questo autore stesso dice.
Parmi che per questi due autentici scrittori noi abbiamo notizia del lago
Asfaltide e delle fonti di Corambi e di Memi, che sono tre luoghi dove questo
bitume si trova. Ma in queste nostre Indie mostrer io altri sei fonti o minere
che fanno il medesimo. Una ne  questa dell'isola di Cuba, che ho detto che
serve ottimamente ad impecciare le navi. Un'altra ne  nella Nova Spagna, nella
provincia di Panuco, il cui bitume vogliono alcuni che sia meglio di quello di
Cuba. Due altre fonti di bitume sono nella provincia del Per, nel mare
Australe di terra ferma, nella punta che chiamano Santa Elena; e una di queste
dicono anco che sia di trementina. Il quinto fonte  nell'isola di Cubagua, ed
 di un'altra certa forma di bitume. Un altro lago pur di bitume  nella
provincia di Venezuola; e non resto di credere che se ne abbino a trovare delle
altre, perch la terra ferma  un altro mezzo mondo. Di questi fonti de' quali
s' qui fatta menzione pi particolarmente scriver quando si ragioner delle
cose di terra ferma, nella seconda parte di questa istoria dell'Indie, e nel
libro seguente medesimamente, quando si parler delle cose di Cubagua, perch
di ciascuno di loro si ha a trattare nel suo proprio e conveniente luogo.


Del secondo discoprimento fatto per l'adelantado Diego Velasco, che da Cuba
mand in suo nome il capitano Giovan di Grigialva in alcuni luoghi della Nuova
Spagna.
Cap. IX.

Avendo Diego Velasco, capitan generale e compartitore delli cacichi e Indiani
della isola di Cuba per Sua Maest, e luogotenente di quell'isola per
l'admirante e vice re don Diego Colombo, inteso quello che il capitan Francesco
Hernandes aveva in quel viaggio discoperto di Iucatan, come s' gi detto di
sopra, e avendone avute alcune lingue d'Indiani stessi di quella terra,
deliber di mandarvi un'armata, col capitan Giovan di Grigialva e col pilotto
Antonio d'Alaminos, che s'era in quel discoprimento col capitan Francesco
ritrovato, perch discoprissero l'isole di Iucatan e di Cozumel con l'altre
convicine (ma Iucatan non  isola, ancorch in quelli principii pensassero che
fosse, perch  una parte di terra ferma). A questo effetto adunque, a' 20 di
gennaio nel 1518, fece capitano di questa armata Giovan di Grigialva, e vi
mand per tesoriero Antonio di Villa Fagna; ma ne chiese prima licenzia dalli
padri di san Hieronimo, che queste Indie governavano, e che gliele diedero,
mandando su questa armata per proveditore un cavaliero giovane di Segovia
chiamato Francesco di Pignalosa. Andarono da quaranta cavalieri e gentil uomini
su questa armata, che fu di tre caravelle e un brigantino. La nave capitana si
chiamava Santo Sebastiano. Un'altra ve ne era del medesimo nome, e l'altra si
chiamava la Trinit, e il brigantino San Giacomo.
Questi quattro vasselli uscirono dal porto della citt di San Giacomo a' 25 di
gennaio, e se ne andarono al porto di Boiucar, dove tolsero quattro uomini
esperti nel mare, e a' 12 di febraro giunsero al porto della Matanza, che 
nella provincia della Navana, nell'isola stessa di Cuba, dove il capitano nella
terra di San Cristoforo della Navana fece a' 7 d'aprile rasegna delle sue
genti, e ritrov avere in tutto 134 uomini, senza i marinai. Mentre che qui
stavano, mandarono il brigantino avanti, perch gli aspettasse nella punta o
capo di Sant'Antonio, che  nell'ultimo dell'isola Fernandina. E alli 18
d'aprile, essendo qui venuta tutta la gente che da diverse parti dell'isola
s'era qui raunata per imbarcarsi, fece il capitan Giovanni altri tre capitani
particolari e a s inferiori, e furono Alonso d'Avila, il commendatore Pietro
d'Alvardo e Francesco di Monteggio. E fatta di nuovo di tutta la gente
rassegna, si ritrovarono essere in tutto 200 uomini, i quali tutti
s'imbarcarono nelle tre caravelle gi dette e in un'altra chiamata Santa Maria
delli Rimedii.
E un marted, a' 20 d'aprile del medesimo anno del 1518, si partirono dal porto
della Matanza per essere alla ponta di Santo Antonio, dove erano dal brigantino
loro aspettati (fino alla quale ponta sono settanta leghe); e di l avevano
pensiero di drizzare la prora alla volta dell'isola di Santa Maria delli
Rimedii, che  oltra del detto capo di Santo Antonio novanta o cento leghe
verso il sudueste, che  una quarta del mezzogiorno. Furono tutti i pilotti dal
principale di loro Antonio d'Alamines, che guidava l'armata, avisati che per
conoscere l'isola avevano a vedere prima dentro nel mare tre isolette bianche
d'arena, con alcuni pochi alberi.
Ora, perch le vele ebbero il tempo prospero, il gioved seguente giunse
l'armata al porto di Carenas, che  nella medesima provincia di Havana, per
raccorre alcuni che ivi andati se ne erano per imbarcarsi, e per prendervi
vettovaglie pi di quelle che avevano, e per sbarcarvi alcuni Indiani domestici
dell'isola che su questa armata erano. Fatto che ebbero tutte queste cose,
tosto il d seguente, a' 23 d'aprile, uscirono dal porto di Carenas, e seguendo
il viaggio loro giunsero il primo di maggio alla ponta del capo di Santo
Antonio, ad ora di vespero; ma non vi ritrovarono il brigantino che credevano
che vi fosse. Onde alcuni che smontarono in terra, veggendo una cocozza appesa
in uno albero, la presero e vi ritrovarono dentro una carta, nella quale erano
queste parole scritte: "Quelli che qui vennero col brigantino si ritornarono a
dietro, perch non avevano che mangiare". Veduto questo deliberarono di non pi
trattenersi, ancorch sarebbe loro stato di grande importanzia avere con esso
loro il brigantino, per le cose che loro appresso poi succedettero. Il d
medesimo adunque, proseguendo il viaggio loro, tennero il pennello per l'isola
di Santa Maria delli Rimedii, come s' detto di sopra che fare dovevano. Il
luned appresso, a' tre di maggio, riconobbero terra, e viddero una costiera
piana dove da una parte era uno edificio quadro a maniera di torre, e basso e
bianco, e pareva che avesse un campanile; e presso a questa torre si vedeva una
casa coverta di paglia. Or, perch era il d della Croce, posero nome i nostri
Santa Croce a questa isola, che gl'Indiani Cozumel chiamano. Costeggiando
l'armata questa isola, viddero un altro edificio che pareva un'altra torre come
la prima, e sorsero due leghe presso una ponta di questa terra. E poco prima
che il sole ponesse venne verso l'armata una canoa con cinque Indiani, che si
fermarono alquanto discostati dalle navi. Il capitan generale ordin ad un
Indiano dell'isola di Santa Maria delli Rimedii, chiamato Giuliano, che era
buona lingua o interprete, e stava in potere de' cristiani dal primo viaggio
che aveva l'anno innanzi fatto in quelle parti il capitan Francesco Hernandes,
gli ordin che dicesse a quelli Indiani che senza paura alcuna s'accostassero
alle caravelle, perch loro darebbe delle cose che portava, n loro farebbe
dispiacere n male alcuno. L'interprete a voci alte fece l'effetto, perch
stavano alquanto lontani, ma coloro n risposero cosa alcuna n si volsero
accostare, anzi parea che stessero mirando e considerando i vasselli nostri, e
poco appresso se ne ritornarono in terra.
In questo tempo si vedevano di lungo in terra per la costiera molti fumi, a
modo d'avisi per quelli della contrada a torno. Ma perch s' qui di sopra
detto che i nostri offerivano delle loro cose agl'Indiani, si dee sapere che la
principal cosa che per coloro portavano era buon vino di Guadalcana, perch,
dal primo viaggio che vi aveva fatto il capitan Francesco, si erano i nostri
accorti che gl'Indiani di quel paese erano molti inchinati al vino e volentieri
il bevevano. Ma io non dico di quel paese solamente, ma nella maggior parte de'
luoghi che si sono discoverti in queste Indie, quando l'hanno una volta provato
lo desiderano pi d'altra cosa che possano loro i cristiani dare, e ne bevono
tanto, se tanto loro se ne d, che s'imbriacano e vanno a cadere di spalle in
terra.
Ora, il d seguente, che erano a' quattro di maggio, venne una canoa con tre
Indiani e s'accost da presso alle caravelle. Il capitano comand a Giuliano
interprete che loro parlasse, e cos parlarono un pezzo insieme. Poco appresso
venne un'altra canoa con tre altri Indiani e s'accost con la prima, e si
continu questa prattica, dicendo Giuliano quello che il capitano voleva, e
rispondendo e replicando quelli delle canoe. Poco poi una di queste canoe se ne
ritorn a terra, e l'altra che rest s'accost con la nave capitana, e il
capitano fece loro porgere con un bastone una camicia per uno a quelli Indiani,
e un poco di vino in un fiasco, che essi volentieri il ricevettero. E in questo
mezzo Giuliano l'interprete dava loro ad intendere che i cristiani non
averebbono loro fatto alcun danno, e non volevano altro se non di loro volunt
far mercato con loro delle loro cose, e dimandaronli che terra era quella: e fu
da loro risposto che era Cozumel, che  una dell'isole convicine a quella di
Santa Maria delli Rimedii, e che l'altra terra che verso tramontana si vedeva
era Iucatan, che i cristiani Santa Maria delli Rimedii chiamano. Fu loro
dall'interprete dimandato se sapevano dove stessero due cristiani che Giuliano
diceva che stavano in Iucatan; e risposero che l'un di loro era morto
d'infermit e che l'altro era vivo. Ora, partite queste canoe, il capitano
comand che le navi si accostassero il pi che fosse possibile a terra, e cos
fu fatto. Questi due cristiani de' quali s'era dimandato erano restati persi
nel viaggio avanti, e i nostri desideravano di ricuperarli, cos per salvarli
come perch si pensava che avessero gi appresa la lingua alquanto, e
averebbono perci potuto molto giovare.
L'isola di Cozumel che s' detta sta a 19 gradi dell'equinoziale dalla parte
del nostro polo, e presso alla costiera di Iucatan.


Come il capitan Giovanni di Grigialva salt in terra nell'isola di Cozumel con
una parte delle sue genti, e di quello che pass nella prima terra, dove tolse
possessione dell'isola in nome di Sua Maest.
Cap. X.

A' cinque di maggio del 1518, il capitan Giovan di Grigialva fece dalle navi
gettare i battelli in mare, ed esso se ne entr con le sue arme nella barca
della sua nave capitana, e con certe genti. Il medesimo fecero i capitani
dell'altre navi per dovere smontare in terra. Giunte tutte quattro queste
barche alla costiera, comand il capitan Giovanni che niuno dovesse senza suo
ordine e licenzia smontare, ed egli solo salt prima dalla sua barca in terra,
e ginocchiandosi tosto sul lito fece una breve e secreta orazione al nostro
Signore. E alzatosi poi tosto in piedi, comand che tutti coloro che erano
nelli battelli smontassero a terra. E ristretti tutti in un squadrone, con la
reale bandiera di Spagna in mezzo, fece il capitano Giovanni leggere ad alta
voce, da uno scrivano chiamato Diego di Godoi, un scritto che esso in mano
aveva, nel quale si conteneva in effetto come il capitano Giovanni di
Grigialva, in luogo e per ordine di Diego Velasco, governatore e capitano
dell'isola Fernandina per Sua Maest, era venuto, con quelli cavalieri e gentil
uomini che presenti erano, a discoprire l'isole di Iucatan e di Cozumel, di
Cicia, di Costiglia e l'altre convicine che stavano per discoprire; e che poi
era piaciuto al nostro Signore di condurli a quella isola, che era una delle
sopradette e che non era stata fino a quella ora scoverta, in luogo di Diego
Velasco; e in nome delli serenissimi e catolici re, la reina donna Giovanna e
'l re don Carlo suo figlio, e per la corona reale di Castiglia, prendeva (come
la prese) possessione e propriet reale e corporalmente di quella isola Cozumel
e de' suoi annessi e connessi e terre e mari, con quanto l'apparteneva o
appartenere le poteva. E cos fece il suo atto di prendere la possessione di
que' luoghi, secondo la forma e ordini che portava, senza avervi contradizione
alcuna, e richiedette il sopradetto scrivano che gliene facesse una fede. Fatti
questi debiti atti della possessione, pose nome Santa Croce all'isola, perch
in tal d discoverta l'aveva, e fece chiamare San Filippo e Giacomo la ponta
della medesima isola detta di sopra.
E doppo questo il capitano volse andare, con quelle genti che aveva seco, verso
quella casa che avevano prima vista, ma non fu possibile di potervi andare,
perch era quella contrada in parte fangosa e paludosa; e perci s'imbarcarono
ne' battelli e per andarvi per acqua, e andandovi viddero venire una canoa con
certi Indiani che andavano verso le navi. Il perch il capitano fece dare volta
e si ritorn all'armata, per sapere che cosa costoro volessero. La canoa
s'accost alla capitana, e alcuni degl'Indiani vi montarono su e cominciarono a
parlare co' cristiani. Ma tosto che il capitano vi ritorn, vennero a
presentarli un vaso di mele come quello di Spagna, ancorch alquanto agro, e
dicevano che un di quelli Indiani era caciche e persona principale fra loro. Il
capitano nostro li fece per Giuliano interprete dire che li cristiani erano del
re di Spagna, e che venivano a vedere quella terra, che era sua. Offerirono
loro da mangiare, ma non ne volsero, onde diedero loro camicie e altre cose che
essi si tolsero. Dimandarono i nostri dove era il popolo loro, che il capitano
co' suoi voleva andare a vederlo. L'Indiano principale rispose che stava ivi
presso, e che aveva piacere che vi andassero, e che esso voleva andare con la
sua canoa a terra, dove sul lito aspettarebbe i nostri per menarli nella sua
citt. Ed essendo restato appuntato a questo modo, si part via la canoa, e il
capitano e le sue genti mangiarono e poi smontarono tosto co' battelli in
terra, ma non vi ritrovarono l'Indiano che doveva guidarli.
E perch stettero aspettando un pezzo e non vi venne niuno, deliberarono
d'andare per certe viette che riuscivano alla costiera del mare, per vedere se
quello fosse il camino per andare alla citt: ma tutte queste vie andavano a
finire in fangacci e pantani, e non fu possibile potere passare oltre. In tanto
che voltarono a dietro alla volta delle navi, e tosto il capitano fece fare
vela, per costeggiare l'isola e vedere di potere avere notizia di qualche terra
abitata. Ed essendo poco andati, viddero presso alla costa del mare alcune
picciole case, poste un tiro d'arco l'una doppo l'altra, e bianche e alte
quanto  un uomo, e poco pi o meno, che, secondo dapoi si vidde, erano
oratorii, e dove gl'Indiani i loro idoli tengono: ed erano queste case ben
lavorate. E seguendo il camino loro le navi alla vela, essendo quasi posto il
sole, viddero nella costiera del mare un edificio grande, a modo di torre o di
fortezza, con molta gente sopra; ed essendo gi fatta notte, sorsero le navi un
tiro di pietra in mare dirimpetto a quella torre, dove presso si vedevano molti
lumi accesi.
I nostri attesero tutta la notte a fare buone guardie nelle navi, e venuta la
mattina, che erano a d 6 di maggio, viddero venire una canoa con certi
Indiani, che s'accostarono al bordo della capitana, e il capitano fece loro dal
suo interprete dire che esso voleva smontare a terra e parlare al caciche e
vedere il suo popolo, e donarli di quello che i cristiani portavano. Risposero
gl'Indiani che l'avevano caro, e che il loro caciche si sarebbe rallegrato di
vedere lui e di parlarli. E cos il capitano, con le sue quattro barchette e
con le genti che capere vi poterono, and a disbarcare in terra a' piedi della
torre, che stava presso la riva del mare fondata, che era un edificio di pietra
alto e ben lavorato, che girava 18 piedi intorno, e vi si montava con 18 gradi,
doppo li quali si montava su per una scala di pietra; tutto il resto della
torre parea massiccio, e nella cima vi s'andava di dentro, girando a torno per
lo voto dell'edificio a guisa d'una garacola; e dalla parte di fuori era pure
nella cima uno andito, nel quale potevano stare molte genti, ed era fatta a
fianchi, in ogn'un de' quali era una porta onde vi si poteva entrare, e vi
erano molti idoli dentro: di modo che si comprese bene che questo era oratorio
di quelle genti idolatrie. Nella cima di questa torre stava nel mezzo un'altra
torricella picciola di pietra, alta quanto  due volte un uomo, e fatta a
fianchi o ad angoli, e sopra ogni fianco era un merlo.
In questa torre fece il capitano medesimamente gli atti suoi dell'apprendere
della possessione, e vi piant la bandiera reale di Castiglia, e tolse di tutte
queste cose testimonii, e pose nome a questa torre S. Giovanni ante portam
latinam. Qui venne allora un Indiano principale accompagnato da tre altri, e
pose ivi una braciera con fuoco e con certi profumi che odoravano molto. Questo
Indiano era vecchio e teneva i deti del piede mozzi, e fatti molti profumi
agl'idoli che dentro la torre erano, disse ad alta voce, in un tuono piano e
uguale, una sua canzone, e diede al capitano e agli altri cristiani una canna
per uno in mano, che attaccandovi fuoco ardevano a poco a poco come que' longhi
pezzotti di profumo che si fanno, e ne usciva un soavissimo odore. Tosto poi il
cappellano che andava con l'armata, chiamato Giovan Dias, disse messa in cima
della torre, sopra uno altare che d'una mensa vi fecero, e vi stettero alcuni
Indiani presenti e non poco maravigliati, finch fu la messa detta. La quale
finita, portarono gl'Indiani al capitano certe galline di quelle dell'isola,
che sono grandi come pavoni e di non meno buono gusto, e certi vasi di mele. Il
capitano ricevette il presente, e si tir da parte sotto un portico di pietra
che presso a quella torre era, e mandato a far venire di nave alcune cose, fece
a coloro dimandare dall'interprete Giuliano se avevano oro, che essi chiamano
tachin, e se volevano barattarlo con alcune cose che loro mostrarono. Risposero
di s, e portarono guagnines da porre agli orecchi, con certe patene tonde pure
di guanin, e dissero non aver altro oro che quello (sono i guagnines certi
pezzi di rame indorati, e se pur vi  oro  pochissimo o nulla).
Il capitano entr con le genti sue nella terra che ivi presso era, e vi erano
case di pietra, ma coverte sopra di paglia; e di questa maniera vi erano altre
molte sorti di edificii, alcuni nuovi, altri che mostravano essere antichi e
parevano belli. Stette buona pezza il capitano aspettando il caciche per
parlargli, ma egli giamai non venne, e dicevano che era andato a barattare o a
cambiare non so che in terra ferma. Questa gente pareva dovere essere misera e
povera. Presso la terra i nostri viddero lepori come quelli di Castiglia, ma
piccioli. Il capitan Giovan di Grigialva fece andare un bando fra i suoi, sotto
certe pene, che niuno contrattasse cosa alcuna con gl'Indiani ma lo
rimettessero a lui, e che niun facesse loro male n danno alcuno, n li
burlasse n parlasse con le loro donne, n togliesse loro cosa alcuna contra
loro volont, n ricevesse da loro nulla, n dessero loro causa di temere e di
alterarsi. E che, sapendo che alcuno Indiano volesse barattare oro o perle o
pietre preziose o altra cosa, lo menassero a lui, che esso avrebbe negoziato
tutto il bisogno, e che niuno s'allontanasse un passo dalla sua bandiera o
quadriglia o dove li fosse comandato che stesse, sotto gravi pene. Fatto
questo, e veduto che in quella terra non era oro, si ritorn ad imbarcare co'
suoi nell'armata. E questi bandi e ordini non erano solamente per allora n per
tempo limitato, ma per mentre il suo ufficio e viaggio durava; onde a molti non
piacquero e ne restarono di ponta col capitano.
Sono in questa isola molti cupi di pecchie come quelli di Castiglia, ma minori,
e vi  molto mele e cera. Vi sono macchie imboscate come in Castiglia, e
gl'Indiani dicevano che vi erano lepri, conigli, porci e altri animali da
caccia. Ma, quanto a' lepori, i cristiani istessi ve gli avevano veduti.


Come il capitan Giovan di Grigialva part con sua armata da Cozumel alla volta
di Iucatan,
chiamata ora Santa Maria delli Rimedii, e di una Indiana che venne loro nelle
mani,
e di quello che pass fra il capitano e 'l pilotto maggiore.
Cap. XI.

Imbarcato il capitan Giovanni di Grigialva con le sue genti, quel giorno stesso
fece fare vela e costeggiare l'isola verso l dove l'altra di Santa Maria delli
Rimedii si vedeva. Ma perch il tempo era contrario e mancava loro l'acqua,
bisogn che si ritornassero dove erano stati sorti prima, presso quella terra
dell'isola di Cozumel che chiamano San Giovanni, perch qui disegnavano
prendere acqua. Gl'Indiani, che viddero ritornare le navi, fuggirono tutti e
abbandonarono a fatto la terra e le case, senza lasciarvi altro che qualche
poco di maiz e alcuni agies e mamei, con altre poche cose di niuno valore. I
nostri qui presero acqua da certe lacune fatte a mano e picciole. Presa l'acqua
ritornarono a fare vela, e costeggiando l'isola di Cozumel, che gi si chiamava
Santa Croce, un marted, agli undeci di maggio, il pilotto maggiore Antonio
d'Alaminos richiedette il capitan Giovanni di Grigialva che gli lasciasse fare
il suo ufficio, poich esso andava per pilotto maggiore della armata, e si fece
certe proteste sopra questa richiesta. Il capitano rispose che era contento che
esso facesse il suo ufficio come pilotto, e che quanto alla navigazione della
armata parlasse e dicesse a suo modo; nel resto era esso capitano. E cos,
andando quel d stesso alla vela, si rest un buon pezzo a dietro una delle
caravelle e ammain le vele presso terra. Il capitano Giovanni pens che fosse
in qualche secco ingagliata, onde mont tosto nella barchetta della sua
capitana, con quelli che gli parve, e and a vedere in che necessit quel
vassello si ritrovasse. Ma quelli della caravella dissero che, avendo veduto
per la costiera della isola venire un cristiano pi di due leghe a dietro
chiamandoli, si erano sorti in quel luogo. Il capitano, quando ud questo, and
alla volta di terra, dove giunto vidde quattro cristiani ignudi nell'acqua, con
una Indiana dentro una canoa. Di che egli ne fu molto lieto, pensando che
fossero cristiani che in quella isola perduti stessero. Ma quando giunse dove
essi erano, ritrov che erano gente di quella caravella che stava sorta, e
dicevano che per ordine del capitano Alonso Dattila erano andati notando per
soccorrere il cristiano che credevano che fosse colui che per la riviera del
mare veniva chiamando, ed era stata quella Indiana che con loro era. Il
capitano gli tolse tutti su la sua barchetta e gli condusse nel loro navilio,
ed esso se ne ritorn nella sua capitana menandovi la Indiana, che diceva
essere della isola di Iamaica, e che era con alcuni altri Indiani andata in
questa altra isola, dove erano dagl'isolani stati alcuni de' suoi compagni
morti (gli altri erano fuggiti via, ma non sapeva essa dove); e che quelle
cattive genti avevano tolta lei per male servirsene, onde essendo da loro
trattata male, tosto che aveva conosciuti i cristiani era venuta dietro alle
caravelle, gridando perch la togliessero con loro.
Quello medesimo giorno il pilotto maggiore Antonio Alaminos fece una altra
richiesta al capitano, e diceva che, perch non andava tale da potere dare buon
conto dell'ufficio suo, il richiedeva che avesse dovuto dare quel carico ad
un'altra persona, perch da quella ora in poi si restava d'essercitare pi
l'ufficio di pilotto maggiore. Rispose il capitano che non gli toglieva n gli
voleva torre il suo ufficio, anzi gli diceva che facesse come doveva per avere
a dare buon conto di s e dell'ufficio suo. E cos, in richieste e proteste, se
ne pass una parte di quel giorno. Non era necessario per l'istoria dire
questo, perch sono cose di poca sustanzia e di meno sapore a chi le legge, ma
l'ho dette perch mi pare che siano di qualit che possono essere un aviso per
chi naviga e ha cura di qualche armata, accioch con questo esempio impari a
soffrire, che certo bisogna avere molto giudizio e pazienzia per avere a
comportare e soffrire un marinaio discortese, delli quali ne sono gran parte
discortesi e mal creati. Vedete che proposito di pilotto, andar in simili tempi
facendo richieste e proteste. Avrebbe ben potuto egli imbattere con capitano
che l'avesse in una antenna appiccato per la gola. Ma passiamo oltre.
Il d seguente, che erano alli tredeci di maggio (e fu il giorno
dell'Ascensione), giunse l'armata in una certa bocca della terra di Iucatan, e
alla vista pareva che fosse una ponta dell'isola, ma ella entrava fra certe
seccagne e scogli, onde con travaglio vi entrarono le navi, pensando per quella
via ritrovare l'uscita. E perch ad ogni passo l'acque eran pi basse o secche
sorsero, e il pilotto maggiore entr in una barchetta per vedere se quinci
uscita alcuna era, e parendoli che non vi fosse, n di poter andar pi avanti,
se ne ritorn alla caravella e disse che ivi era poca acqua, e che in alcuni
luoghi non ve ne avea ritrovato pi che un braccio, onde pensava che fossero
seccagne e forzieri che giungessero alla terra ferma. Il capitano fece unire
tutti i pilotti insieme, i quali, doppo d'avere ben discusso il caso,
deliberarono per comune parere e come cosa pi secura di ritornarsi onde venuti
erano, perch era meglio ad aggirare la terra dalla banda di tramontana. Il
capitano pose nome a questo luogo il porto dell'Ascensione, perch nel d di
questa festa giunti vi erano. Alli 15 di maggio, usciti da quel luogo
volteggiando, sorsero presso certi forzieri o seccagne, perch sopragiunse loro
la notte. La domenica seguente con molto travaglio fornirono di uscire da
quelle secche, e seguirono il camino loro costeggiando l'isola di Iucatan. Il
luned, verso il tardi, viddero una ponta, dove erano due edificii come due
torri, ma l'una era ampia, l'altra fatta a modo di cappella o come un
campanile, sopra quattro pilastri assai bianchi. Vi erano anco certi altri
edificii. La contrada, da quella parte onde le navi venivano fin agli edificii,
era piana, ma di l in poi era alta. Qui sorsero le navi. Il luned mattino
navigarono oltre, e la notte dietro a quella ponta sorsero. Il marted
seguirono costeggiando e navigando assai presso terra, e viddero un ridutto
come una foce, e parea che facesse due isole. Il mercord partirono da quel
luogo e navigarono fino al venerd, e sul mezzod giunsero in una ponta piana
che usciva dalla terra, e navigando tutto quel d e la notte il sabbato mattina
sorsero presso a certe piaggie d'arena.
Qui il pilotto maggiore non conobbe terra, perch disse che il popolo di Lazaro
restava dieci o dodeci leghe a dietro, e che dove essi stavano era il popolo di
Ciampoton, dove l'anno innanzi, nel primo discoprimento di quella terra,
avevano gl'Indiani morto molte genti al capitan Francesco Hernandes; e diceva
che due case che restavano a dietro in una ponta era la terra di Ciampoton.
Onde, perch avevano gran necessit d'acqua e non avevano donde prenderne,
deliberarono di ritornare a dietro al popolo di Lazaro, e non potendo ivi
prenderla smontarono a prenderla in Ciampoton. Pensando che il pilotto maggiore
dicesse il vero, si ritornarono a dietro la domenica alli ventitre di maggio,
che era il d di Pasqua rosata; e avendo navigato ben sei leghe a dietro, si
avidero i pilotti che non facevano buon camino, e che il pilotto maggiore
s'ingannava, perch il popolo di Lazaro stava innanzi e non a dietro, ed esso
non aveva ben riconosciuta la terra. Il pilotto maggiore, che se ne avide,
disse che essi dicevano il vero e che il popolo di Lazaro stava da quindeci o
venti leghe innanzi; e cos il luned seguente il capitano e 'l pilotto
maggiore e lo scrivano se ne passarono alla caravella chiamata Santa Maria
delli Rimedii, perch era il vassello pi picciolo e voleva meno acqua,
percioch pensavano di dovere pi presso terra andare. Quel d, verso il tardi,
sorsero, e il capitano smont con alquante genti in terra per vedere se vi
ritrovava acqua, perch erano due o tre giorni che, per non avere acqua,
bevevano le genti dell'armata vino: ma non ritrovarono in terra altro che
fanghi.
Se ne ritornarono in nave, e il d seguente navigarono oltre per giungere al
popolo di Lazaro, presso al quale giunsero e sorsero a posta di sole. Vedevano
di sopra le navi e nella terra e presso il lito molta gente, e tutta la notte
udirono gran rumori, come di genti che facessero la guardia e stessero
vigilanti, e sentivano sonare tamburi, o trombette che fossero, perch non si
poteva discernere che suono si fosse. Quella stessa notte il capitano pose la
gente in ponto per saltare in terra prima che fosse d, al quarto dell'alba,
sperando cos con meno pericolo fare l'effetto. Tutti animosamente e con pronta
volont stettero, aspettando l'ora per dovere isbarcare in terra, quando fosse
loro dal capitano dato il segno, perch pensavano dovere menare le mani e
l'armi.


Come il capitan Giovan di Grigialva smont con le genti sue in terra presso al
popolo di Lazaro, e delle cose che passarono sopra il prendere dell'acqua per
l'armata.
Cap. XII.

Alli ventisei di maggio del 1518, quasi due ore innanzi giorno, il capitano
Giovan di Grigialva s'imbarc nel battello della sua capitana, con la gente che
vi puot capere, e comand che gli altri capitani dell'altre navi facessero co'
loro battelli e gente il somigliante. E cos smontarono in terra, il pi
secreto e senza rumore che fu possibile, e smontarono tre pezzi d'artiglieria,
e senza essere sentiti con molto ordine presero terra presso una casa che stava
nella riviera del mare. Ma prima che saltassero i nostri in terra, si partirono
da presso a quella casa certi Indiani, che a passo a passo e taciti se
n'andavano verso la loro terra, che era presso alla marina, e pareva che
fossero molti. Quando il capitano fu in terra, con quelle genti che erano per
quella volta sbarcate, fece assestare duo tiri d'artigleria con le bocche verso
quell'Indiani che andavano via, e drizz tosto sue sentinelle e guardie, e
fecero stare i suoi ristretti e su l'aviso, mentre che le barche ritornavano a
prendere pi genti dalle navi. In questo mezzo, che si veniva a far giorno
chiaro, si vedevano presso al mare verso il popolo loro molte genti dell'isola
che parlavano l'un con l'altro, e si udivano, bench non molto alto parlassero.
In questo tempo ritornarono li battelli con altre genti delle nostre, che si
restrinsero con quelli che erano smontati prima. E uscito il sole si viddero
meglio gl'Indiani, che erano molti e tutti armati, chi con archi e frezze, chi
con rodelle e lanze picciole, e facevano mostra di volere assalire li nostri e
gli minacciavano, e facevano segno che se ne ritornassero e non passassero
avanti.
Stando a questo modo, il capitano generale parl agli altri capitani e al resto
delle genti, e disse loro che esso non veniva per far male n danno a quelli
Indiani, n a niuno degli altri dell'altre isole che discoprissero, n a torre
loro cosa alcuna contra loro volont, e che a questo effetto avea fatti bandire
quegli ordini, come si  detto di sopra e a tutti era noto. E seguendo diceva
che allora, per l'estrema necessit che avevano dell'acqua, erano smontati in
terra per chiederla a quelli Indiani del popolo di Lazaro, pregandoli che
gliela vendessino o cambiassino con alcune delle loro cose che essi portavano,
per lasciarli contenti e non alterarli, e perch i cristiani non ricevessero
danno nel prenderla. E perci comandava loro di nuovo e li pregava e
richiedeva, sotto le pene che avea gi poste, che niuno si disordinasse, n
uscisse dal suo luogo per parlare n contrattare con gl'Indiani n per
qualsivoglia altra cosa senza sua espressa licenzia, perch facendo cos si
farebbe quello che Sua Maest voleva; e col contrario incorrerebbono nelle pene
gi poste e bandite, le quali si sarebbono tosto rigorosamente esequite contra
colui che disubidito avesse, che gi di altra maniera non si poteva effettuare
quello che tutti desideravano. Mentre che questo ragionamento si fece, gli
Indiani gi tuttavia perseveravano nelle loro fierezze e minaccie, volendo
mostrare di volere combattere e assalire i nostri. Allora il capitano ordin a
Giuliano l'interprete, che era nativo di quella stessa isola, che chiamasse gli
Indiani e dicesse loro che i cristiani non venivano a far loro male n danno
alcuno, ma ad essere loro amici e a dar loro di quello che portavano.
Quando gl'Indiani intesero questo, s'accostarono alcuni di loro presso i
nostri, e l'interprete ritorn a dire loro il medesimo, e che i cristiani non
volevano entrare nella loro terra se loro non piacesse, n volevano altro che
acqua per le genti delle navi, e gliela pagarebbono, e che perci andassero a
dirlo al loro calachuni o caciche. Mostrarono a costoro alcune cose che
averebbono con loro barattate, se avevano dell'oro, e donarono anco loro non so
che ciancie. Ora gl'Indiani risposero che il caciche ed essi tutti avrebbono
avuto piacere di dare loro dell'acqua, ma che, presa che l'avessero, si
ritornassero via, e che essi volevano medesimamente essere loro amici, ma non
volevano che nella loro terra entrassero. L'interprete per ordine del capitano
rispose che cos si farebbe, e che tosto che avessero presa l'acqua si
rimbarcarebbono. Allora quelli pochi Indiani si partirono, e con mano
accennavano e chiamavano i cristiani, che lor dietro andassero.
Quella casa che ho detta era bianca e di pietra e bene edificata, e doveva
essere oratorio, perch vi erano dentro certi idoli o Cemi che quelli Indiani
adorano, percioch tutti sono idolatri. Il capitano fece da un prete che andava
su l'armata dire messa prima che indi partissero. Colui si vest e celebr, e i
cristiani con molta devozione l'ascoltarono a vista degl'Indiani. Finita la
messa, il capitano si part con le genti sue passo passo e con buon ordine
verso dove gl'Indiani erano, per andare a prendere l'acqua d'un pozzo che ivi
assai buona era. Gl'Indiani facevano segnale che si ritornassero e non
passassero avanti, ma Giuliano l'interprete dicea loro che non temessero,
perch non andavano se non a prendere l'acqua, e tosto si sarebbono poi
ritornati. A questo dissero che andassero avanti al pozzo, secondo che Giuliano
riferiva; e cos i nostri giunsero a un pozzo, che stava in un picciolo piano
presso la riviera del mare, dirimpetto alla terra. Qui si fecero forte i nostri
d'intorno al pozzo, per potere prendere acqua, e tosto incominciarono i marinai
a cavarla fuori, e ne bevevano tutti con desiderio, perch era loro mancata
molti d.
In questo si vedevano, fra certi alberi e boschetti che erano fra quel piano e
la terra, molti Indiani, e alcuni altri ne andavano dinanzi a quelli alberi,
armati di loro archi e frezze poste ne' carcassi, e alcuni ne portavano due
carcassi pieni, altri portavano rotelle e picciole e corte lancie; e per mezzo
de' corpi loro portavano molte ravvolte di certe lenze di cottone larghe una
mano e ritorte poi. Erano grosse quanto  il primo deto della mano di un uomo,
e se ne davano venti e trenta ravolte d'intorno al corpo nella cintura, d'un
certo modo che ne venivano a coprire le loro vergogne con l'un capo; e
facilmente si discoprivano i loro membri per urinare, perch quel capo che per
braga serviva, veniva da dietro, per l'inforcatura che  fra amendue le coscie,
a dare dinanzi, e a legarsi con l'altre che erano nel ventre. I nostri
pensavano che queste fossero arme difensive e che in luogo di corazze le
portassero, ma non era questo altro che un loro consueto abito. E il gentil
uomo giovane fra loro va a questo modo, ma con maggior numero di queste cinte
ravvolte.  bene il vero che nelle battaglie men nocerebbe loro saetta o ferita
che sopra queste cinture avessero che non negli altri luoghi della persona; per
tutto il resto del corpo portano ignudo.
Perch fra la terra e 'l mare era tutto scoverto, senza selva n bosco, si
vedevano per tutto gran copia di quelli Indiani, che per difesa della terra
loro vi avevano fatto come uno steccato, alto quanto  un uomo, e di legname
assai bene collocato. E dalla parte di dentro vi si vedevano molte genti,
armate nel modo che s' detto, e molte altre ne andavano anco di fuori.
Essendosi incominciato a prendere l'acqua e ad empirne le botti, venivano di
tempo in tempo alcuni Indiani disarmati, e dicevano all'interprete nostro che
dicesse a' cristiani che se ne andassero via, perch non volevano che pi in
quel luogo stessero. Il capitano faceva loro rispondere che, tosto che avessero
presa l'acqua, se ne sarebbono andati, e che non dubitassero, perch non
stavano l per doverli fare danno alcuno n dispiacere, e che cos andassero a
dire al caciche loro, e che il pregava che venisse a vederlo, perch voleva
parlarli ed essere suo amico e donarli delle cose che portava. E cos con
questo se ne ritornavano, dicendo che essi andavano a dirglielo. E ritornando
poi dicevano che presto verrebbe, e che i cristiani prendessero l'acqua e
s'andassero con Dio. Parea che si prendessero piacere della risposta de'
nostri, e s'accostavano a mirare i cristiani e poi ridevano. E portavano alcuni
frutti di quelli che essi hanno, con certi tortanelli di maiz e altre cose da
mangiare, e le davano a' cristiani, i quali davano loro all'incontro certi
pater nostri di vetro di colore e altre simili cosette di poco prezzo, che essi
con gran festa le ricevevano, e se ne ritornavano correndo agli altri e l'un
l'altro le mostravano come per una maraviglia. E cos vi ritornavano gli altri
con altre pi cose da mangiare e maiz, perch loro dessero di quelli pater
nostri. E al suono d'un tamburino e d'un flauto che nel campo nostro si sonava,
venivano molti di loro e i fanciulli anco a vedere sonare, e stavano
isbigottiti udendolo, e ve ne furono alcuni che al suon del flauto ballarono.
Ma, con tutto questo, di tempo in tempo non cessavano di dire che i cristiani
se n'andassero via, e il capitano faceva sempre loro dall'interprete rispondere
che presa l'acqua se n'anderebbono, con altre buone parole, per non sdegnarli
n alterarli, e diceva che di sicuro il d seguente si partirebbono.
In questo vennero alcuni Indiani, fra li quali dicevano che era un fratello del
caciche; al quale e agli altri che seco venivano, fece il capitano del suo
interprete dire come nel regno di Castiglia era un potente re, di cui era esso
con tutti quelli cristiani vassallo, e che in un'altra isola chiamata Haiti era
un altro gran signore, che il chiamavano l'admirante, e un altro ne era in
terra ferma, e nell'isola di Cuba un altro, chiamato il signor Diego Velasco,
per parte del quale esso con tutte quelle genti che seco erano veniva. E che in
molte altre isole erano medesimamente in ciascuna di loro un governatore o
caciche, che faceva molto bene e molte grazie agl'Indiani di tutte quelle
contrade, e li favoriva e difendeva contra i loro inimici. E che questi
governatori, insieme con l'admirante e con molti altri capitani, erano tutti
vassalli di quel gran re di Castiglia, al quale molte altre sorte di gente
servivano e obedivano; ed esso faceva di molte grazie a tutti, e cos averebbe
anco fatto a loro, se avessero voluto essere suoi amici e vassalli; e che, se
essi davano loro qualche cosa, gliela averebbono pagata, e che se avevano oro o
perle o pietre preziose o altra cosa buona e volevano barattarla l'avessero
portata, che essi averebbono dato loro all'incontro delle sue cose: e ne mostr
loro molte perch le vedessero. E l'interprete diceva che essi rispondevano che
porterebbono delle loro cose.
E cos andavano e venivano gl'Indiani, e non portavano altro che certe patene
sottili e tonde come di rame, che gliele ritornavano a dietro dicendo non
essere oro e non valere nulla, e perci non volerlo. S che di quanto portarono
non ne tolsero i nostri nulla, salvo che una patena come di guagnin, per la
quale fu dato a colui che la port tanto che ne rest contento. Dicevano che
andavano a chiamare il caciche perch venisse a parlare al capitano, ma egli
non vi venne giamai. Anzi, essendo gi passato mezzogiorno, cominciarono di
nuovo a minacciare i cristiani, e imbracciavansi le loro rotelle e mostravano
di volere combattere co' nostri. Ponevano le loro saette negli archi e davano
fischi fra loro e si mostravano molto bravi, senza che loro occasione alcuna se
ne desse; e questo il fecero molte volte. Ma il capitano, per mezzo
dell'interprete, gli applacava e richiedeva che non cominciassero ad oprare
l'armi, perch l'altro d a mezzogiorno se ne sarebbono andati: e detto questo
coloro si ritornavano ad assecurare per alquanto altro spazio. E i nostri
stavano nella loro ordinanza di battaglia, con due tiri mezzani di bronzo e una
bombarda di ferro assestati verso gl'Indiani, e vi erano due scopetteri e
alcuni balestrieri, il resto con spade e rotelle, e alcuni con lanze, ginette e
targhe, e tutti stavano senza un ponto dal loro luogo muoversi. Indi a poco
ritornavano gl'Indiani alle loro dimande e fierezze, e in tanta sfacciatezza
montarono che la troppa pazienzia de' nostri diede loro ardimento a dovere
tirare a' cristiani alcune frezze. Dicevano i capitani e gli altri che a gente
cos bestiale non si dovevano cos fatte vigliaccherie e discortesie
comportare. Ma il capitan generale li fren e fece stare a dietro saldi, e fece
di nuovo dall'interprete richiederli che non volessero pi tirare n simile
atto usare, perch altramente i cristiani avrebbono molti di loro ammazzati, e
che esso non voleva se non prendere acqua e ritornarsene tosto il d seguente.
E fece le sue proteste con loro, dicendo che il re non voleva che si facesse
loro alcun male, salvo se fossero essi tristi e incominciassero, e prese anco
testimonianza delle sue proteste fatte per mezzo del suo interprete.
Gl'Indiani doppo questo stettero saldi e si ritirarono, essendo gi posto il
sole, andandosene l'un doppo l'altro nella terra, onde per quella notte non
uscivano, ma stettero sempre vigilanti con i loro tamburi, e si udivano
cornette e altri suoni, come di picciole trombe, e facevano altri simili
rumori, come di gente che facessero la guardia. I nostri anco stettero
vigilanti e con buone guardie, ordinando le loro ronde e sentinelle, come gente
atta e destra in simile mestiero. E di questo modo si pass quella notte, non
restandosi gi per questo mai di prendere acqua, perch il pozzo era rovinato e
non vi aveva molta acqua, e bisognava aspettare buon spazio per potere poi
empire i barili e portarli alle navi.
Il d seguente, che erano alli 27 di maggio, si forn la mattina di prendere
l'acqua, perch a chi n'aveva il carico pareva che bastasse. E gl'Indiani
incominciarono ad uscire dalla terra fra quegli alberi, in gran numero e senza
comparazione pi di quelli del giorno avanti, e armati tutti nel modo che s'
detto di sopra. E fra tutti costoro se ne fecero due avanti e cominciarono a
fare segno a' nostri con mano che s'andassero via e non stessero pi dove
stavano, e l'un di loro si fece pi innanzi con un lume acceso, il quale pose
sopra una pietra, dicendo certe parole in lingua sua; poi se ne ritorn a
dietro dove gli suoi erano. Dimand il capitano all'interprete che cosa si
fosse quella, ed egli disse che era guaimaro che agli idoli loro offerivano, e
li facevano orazione pregandoli che li facessero vittoriosi contra i cristiani,
e che questo solevano farlo ogni volta che volevano dare la battaglia, onde,
tosto che quel lume si fornisse d'ardere, senza alcun dubbio attaccarebbono la
zuffa. E cos a ponto fu poi, secondo si vidde. Il capitano mand il suo
interprete a dire agl'Indiani che non volessero simile cosa fare, poich esso
non aveva fatto loro male n danno alcuno, e che si stessero saldi, perch quel
d verso il tardi s'andrebbono tutti con Dio. E a questo modo ne li richiese
molte volte, come aveva il giorno avanti fatto. Allora vennero tosto nel campo
nostro certi Indiani con alcune galline e le donarono al capitano, che le
ricevette e fece a coloro carezze, e disse che portassero dell'altre, che
gliele averebbe pagate bene. Ma, stando in questo, si forn d'ardere quella
cosa accesa, e tosto gl'Indiani che stavano presso al bosco incominciarono a
fare motivo, e quelli che erano col capitano nostro se ne andarono subito dove
erano gli altri loro, e cominciarono tutti a fare gran gridi e fischi e a
tirare molte pietre e frezze. Il capitano fece star saldi i suoi senza ponto
muoversi finch si tirasse l'artiglieria, e chiese Iddio e il mondo per
testimonio che esso si difendeva da quelle genti, che senza averne cagione si
movevano per offenderlo. E fatto tosto condur via nelle navi Giuliano
l'interprete, perch non si perdesse o se n'andasse via, fece attaccare fuoco
all'artiglieria, e incontinente poi rimesse e diede dentro con tutte le sue
genti, chiamando Iddio e S. Giacomo contra gl'Indiani, finch li fece ritirare
e fuggire nel bosco. E volendo ritirarsi, perch i suoi non fossero dalle
freccie danneggiati per lo denso degli alberi, perch alcuni Spagnuoli leggieri
erano dietro agl'Indiani fra questi boschetti entrati, perch non vi morissero
vi ritorn a soccorrerli. E cos stettero ravvolti con loro combattendo
insieme, e il capitan Giovan Grigialva ne usc ferito e con un dente manco e
con un altro rotto, e la lingua alquanto tagliata per una frecciata che vi
ebbe, e aveva due altre ferite presso al ginocchio. Cavarono morto dal bosco
uno che si chiamava Giovan di Guetaria, e molti altri ne uscirono feriti,
perch fra gli alberi gl'Indiani combattevano con vantaggio e a loro salvo, e
quando bisognava fuggivano. E se non fosse stato per l'artiglieria e per quelli
pochi balestrieri e schiopetteri che erano fra i nostri, vi sarebbono pi
cristiani periti, perch non si potevano d'altre arme che delle gi dette
servire. E si crede che quelli tiri d'artiglieria e i balestrieri facessero
molto danno e ammazzassero molti Indiani, ma non se ne pu sapere il numero,
bench se ne vedessero cadere alcuni e fosse in loro perci la paura grande.
Il capitano fece condure in nave i feriti, ed esso rest in terra perch si
fornisse di prendere l'acqua, perch alcuni dicevano che ne avevano di bisogno
di pi di quella che tolta avevano. Egli fece di nuovo caricare l'artiglieria
presso al pozzo, e si vedevano alcuni Indiani presso al bosco, ma tosto tutti
si nascondevano e fuggivano quando i nostri qualche tiro facevano. Ed essendo
ben calato il sole, vennero certi Indiani disarmati presso a' nostri a chiedere
pace, e il capitano mand loro uno incontra a sapere che volevano, il quale
ritorn e disse che li pareva che il caciche volea la pace ed essere suo amico,
e li manderebbe da mangiare e oro e verrebbe a vederlo. E detto questo (se ben
seppero i nostri intenderlo) se ne ritornarono gl'Indiani a dietro, ma
ritornarono poi due o tre volte a dire il medesimo. Allora il capitano mand
Antonio d'Amaia e 'l commendator Pietro d'Alvarado capitano ad intendere bene
che cosa coloro volessero. Costoro andarono e parlarono con coloro, e se
ritornarono al capitano con una maschera di legno indorata di sopra con una
sfoglia d'oro sottile, e dissero che, per quello che ne avevano potuto a' segni
intendere, il caciche mandava a lui quella maschera in segno di pace, e che
voleva essere suo amico e che verrebbe a parlarli e li porterebbe molto oro. E
tutta quella sera non fecero altro gl'Indiani che andare e venire con
imbasciate. Onde il capitano mand di nuovo Antonio d'Amaia e lo scrivano Godoi
a dirli loro, il meglio che avessero saputo dargliele ad intendere, che non
avessero paura. Questi giunsero fin dove stavano gl'Indiani sul forte loro, e
pareva che volessero dire e dare ad intendere che il caciche voleva essere
amico del capitano, come tutti gli altri anco, de' cristiani, e mostravano
molto di temere, e alcuni ne tremavano e dicevano che portarebbono a' nostri da
mangiare e dell'oro, e che il re loro sarebbe andato a parlare al capitano. I
due nostri gli assecuravano con segnali, e come meglio potevano s'ingegnavano
di dare loro ad intendere che senza spavento alcuno andassero nel campo de'
cristiani, perch non farebbono loro male. Gl'Indiani dicevano a questi due che
andassero con loro, che gli averebbono dato da mangiare; ma essi se ne
ritornarono al capitano e referirono quanto passato avevano.
Finita di prendere l'acqua, si posero le genti nostre in ordine, e a tre a tre
in ordinanza fece il capitano fare da loro passo riposato, dare una volta per
quel piano d'intorno al pozzo, e a questo modo se n'andarono fino a quella casa
dove erano il giorno avanti smontati. Qui fece ne' battelli montare tutte le
genti che andare vi poterono e li mand nelle navi, ed esso si rest con gli
altri in terra finch le barche ritornarono. Ed essendosi finalmente tutti
nelle caravelle imbarcati a posta di sole, non viddero se non alcuni pochi
Indiani che uscirono fino al pozzo e non passarono un passo oltre. La mattina
seguente fecero vela per cercare di qualche buon porto, per potere accommodare
un de' vasselli che faceva molta acqua, e cos navigando costeggiarono fino al
luned, che era l'ultimo di maggio, che sorsero in una buona foce o ridutto fra
certe isolette; e qui si conci il vassello e si prese dell'acqua. E mentre le
genti smontarono nel porto e in quelle isolette a ricrearsi, presero una canoa
con quattro Indiani per servirsene per interpreti, perch erano di quella
medesima terra di Iucatan dove stavano, e il capitano ne fece in ogni caravella
porre uno, e nella sua capitana quel che li parve che fosse il pi principale,
che fu chiamato Pero Barba: perch furono tutti quattro battezzati per mano del
cappellan Giovan Dias, e di costui fu padrino un gentil uomo chiamato Pero
Barba. E non si fece bisbiglio alcuno nella presa di questi Indiani, perch fu
fatta ad un tratto e senza che quelli della contrada il sapessero altramente.


Del sito e circonferenzia della terra da costoro discoverta e chiamata l'isola
di Iucatan, ma da' nostri Santa Maria delli Rimedii, e quello che
l'istoriografo ne sente.
Cap. XIII.

Il pilotto maggiore di questa armata, Antonio d'Alaminos, stando in terra in
quel luogo che s' detto, e che il chiamarono Porto Desiato, disse davanti al
capitan Giovanni di Grigialva, e agli altri che ivi si ritrovavano, che esso
avea assai ben mirato a quello ch'avevano aggirato dell'isola di Iucatan, dal
porto o foce dell'Ascensione fino a quel Porto Desiato, dove si ritrovavano
allora, e che ritrovava che da quel luogo fino all'Ascensione gi detta
potevano essere d'attraversamento fin a 20 leghe, le quali non si potevano
navigare con quelli loro vasselli, per essere grandi, e poca acqua in que'
luoghi bassi: onde, per fornire d'aggirarlo e vederlo tutto, bisognava andarvi
con brigantini assai piccioli. Il perch qui avrebbe servito molto quel
brigantino che si ritorn dal capo di S. Antonio; e conchiudeva che al suo
parere, e per quanto aveva in quella navigazione potuto comprendere, dalla
detta foce o porto dell'Ascensione fino al Porto Desiato era il traverso
dell'isola di Iucatan, e che quivi finiva e non andava pi oltre, e che con
questo poco d'aggirata, che navigarsi non potea per quelle seccagne e scogli
che v'erano, si sarebbe fornito di vedere quanto ella fosse. E dicea che questo
avrebbe fatto bene e dato ad intendere dinanzi a Sua Maest e dinanzi a Diego
Velasco e a tutte le persone che volessero intenderlo, e che quella isoletta
dove essi erano non era altro che uno scoglio o giardino della detta isola, e
che cos da quel luogo fino all'Ascensione erano tutti scogli, e che quella
altra terra che si vedeva davanti a quella isoletta e presso a quel porto era
terra nuova, che non era stata ancora discoperta, e che ivi poteva anco
smontare il capitano e prenderne come di nuova contrada possessione. E il
capitan cos fece fare dallo scrivano di questa armata, chiamato Diego di
Godoi, davanti a certi testimonii.
Ma io dico che, per quello che s' poi per l'esperienzia veduto, quello che
questo pilotto pensava che fossero seccagne e mare arenoso e scogli non  cos,
perch non si passa a niun modo per acqua dal Porto Desiato alla foce
dell'Ascensione, essendo tutta una costiera di longo, per la quale si pu
securamente passare a piedi dalla provincia (e non isola) di Iucatan alla terra
ferma. E cos pare nella figura di questa terra che nelle carte di navigare si
dipinge, bench in quelli principii si credesse che questa fosse isola e si
potesse aggirare a torno. La foce o porto dell'Ascensione sta in 17 gradi
dell'equinoziale dalla parte del nostro polo artico, e il Porto Desiato e
scoglio principale che quivi  sta in 18 gradi, poco pi o meno. La parte pi
orientale di Iucatan, che  la ponta dove sta l'isola di Cataccie, sta in 21
gradi, e da questa ponta correndo verso occidente, dalla banda di tramontana,
viene ad essere la costiera di Iucatan pi di 80 leghe, fino all'altra ponta,
che sta pi di 50 leghe prima che al Porto Desiato si giunga. E da quella ponta
di Cataccie fino all'isola di Cozumel, che sta presso a Iucatan, sono 25 leghe,
e dal fine dell'isola di Cozumel fino all'Ascensione sono da 90 leghe. Di modo
che la terra di Iucatan gira 270 leghe di mare e di terra, ponendovi le venti
che attraversano di terra dalla Ascensione fino al Porto Desiato, che alcuni
tenevano che era terra e altri che era acqua; nella quale opinione fu il
pilotto Antonio d'Alaminos con molti altri. Ma in effetto costoro
s'ingannarono, perch s' gi chiarito e visto che Iucatan si giunge con terra
ferma, e che sono pi di 150 leghe quelle che costoro pensavano che venti
fossero.


Del successo del capitan Giovan di Grigialva e della sua armata, da che part
dal Porto Desiato finch giunse al fiume che si chiam di Grigialva, nella
costiera della Nuova Spagna.
Cap. XIIII.

Il capitan Giovanni di Grigialva part con le quattro caravelle dal Porto
Desiato alli cinque di giugno del 1518, e seguendo il suo viaggio per la
costiera avanti la volta di ponente in dimanda di quella terra, che il pilotto
Alaminos disse che era terra nuova, il luned, che era alli 7 di giugno, vidde
un gran fiume che usciva di terra nel mare, e in quel paraggio molte genti
indiane in terra. Passando oltre giunsero le navi ad un altro fiume molto
maggiore, dove presso la foce sorsero, perch non possettero entrare dentro per
la sua molta corrente. In questo d disse l'interprete Giuliano che l'altro
indiano, chiamato Pero Barba, li raccontava e diceva che dal popolo di Cian
fino ad un altro detto Ciatel era l'isola di Iucatan a dentro, e che vi erano
tre giornate di camino, e che in Ciatel era un fiume dove si raccoglieva molto
oro, anzi quanto gl'Indiani ne avevano, e che vi erano molte montagne, e da una
costiera all'altra nella detta isola erano 50 e 60 giornate di camino; e che
gl'Indiani che abitano dentro terra, quando qualche volta uscivano dal lor
paese e giungevano a vedere il mare, tosto in vederlo ributtavano per bocca
quanto nello stomaco avevano, e che vi erano molti alberi grandi e molti popoli
e ampie campagne, e che gl'Indiani che abitano dentro terra non mangiavano
pesce n lo desideravano, e che nella terra di questo Pero Barba si tagliavano
l'orecchie e le sacrificavano agl'idoli loro.
A me pare, per quello che s' detto, che questo Indiano Pero Barba fosse il
primo che desse a' cristiani nuova di questa Nuova Spagna, che era quella
stessa costiera dove sorti si ritrovavano. E cos era il vero, come potr nel
processo dell'istoria il lettore vedere.
Il mercoled entrarono le navi nel fiume una mezza lega, n possettero per la
corrente montare pi su. D'amendue le ripe del fiume si vedeva gran copia
d'Indiani, armati d'archi e freccie e di lancie e rotelle. E quel d stesso
vennero certi Indiani in una canoa, con le loro arme ivi dentro, e nella proda
veniva un Indiano principale che comandava agli altri, e portava imbracciata
una bella rotella coverta di vaghe piume di varii colori, e nel mezzo vi era
una patena tonda che riluceva come oro, che gi oro era. Il capitano Grigialva
ordin al suo interprete che parlasse a coloro; ma egli rispose che non sarebbe
inteso n esso intenderebbe loro. E cos il capitano li disse che parlasse al
Pero Barba, perch li fosse con quelli della canoa interprete, poich costui
doveva la loro lingua intendere. E cos si fece, e per questa via fu fatto
intendere agl'Indiani che i cristiani volevano esser loro amici, e venivano a
barattare con loro e darli di quello che essi portavano. Allora si part tosto
la canoa; e verso il tardo del d ritorn quella istessa, o un'altra che fosse,
con quel medesimo capitano indiano e altri che il legnetto conducevano.
S'accostarono al bordo della nave, e per mezzo degli due interpreti, che l'un
riferiva all'altro, il capitano Grigialva e quegli Indiani s'intesero e fecero
i loro baratti.
Le cose che il capitan nostro fece dare a questo Indiano principale e agli
altri che seco erano furono queste: una medaglia, un specchio indorato, due
filze di paternostri verdi di vetro, un paio di forfice, e un paio di coltella,
una berretta senza pieghe di frisa, quindeci diamanti azurri (che sono certi
cannelli di vetro quadri, grossi quanto un pignuolo) un paio di scarpe di
corde, venti paternostri di vetro dipinti. Le quali cose erano fra cristiani di
poco prezzo. E quello che l'Indiano in cambio diede fu tutto questo: una
maschera grande di legno, indorata a quel modo stesso che s'indora una cona o
un altro legno in Europa, un pennacchio di penne di papagallo con uno
uccelletto in cima, posto in un osso che pareva umano. Disse l'indiano che il
d seguente verrebbe il caciche suo con molte cose. I nostri mostrarono loro il
vino, ma essi non ne volsero.
Il giorno poi ritorn un'altra canoa con certi Indiani, fra li quali veniva uno
che diceva che era il caciche e 'l signore di tutti, e port al capitan
Grigialva quello che ora si dir. Una mezza testa indorata di legno e con due
cornacchie in cima; una capillara di capelli neri, d'uomo o di donna che si
fossero. Una maschera di legno, che dal naso in su era coverta di minute pietre
ben collocate, a modo d'opera mosaica, le quali petruccie erano di colore come
turchine; dal naso in gi era coverta d'una sottile sfoglia d'oro. Un'altra
maschera della medesima maniera, ma l'opera di queste pietre era dagli occhi in
su, e dagli occhi in gi era d'una sottile sfoglia d'oro coperta. Un'altra
maschera di legno tutta coverta di sfoglia d'oro sottile, e l'orecchie erano a
quel modo lavorate con picciole pietre. Un'altra maschera di legno fatta a
bastoni, da alto a basso, e le due fasciete erano fatte del lavoro di quelle
pietre che s' detto, le altre tre restanti di sottile sfoglietta d'oro. Una
patena sottile, come d'un Cemi, posta sopra sottile sfoglia d'oro, e in qualche
parte vi erano alcune petruccie poste. Una tavoletta di legno, la cui ponta era
come d'una testiera di cavallo d'arme, tutta d'una sottile sfoglia d'oro
coverta, con certe liste di pietre nere ben poste fra loro. Quattro patene di
legno tonde e coverte di sfoglie d'oro sottili. Due come mezzi gambali di legno
per guardia delle ginocchia in vece d'arme, e coverti d'oro sottile; altre
quattro armature per le gambe di scorza d'alberi, coverti di sottile oro; un
altro gambaletto di legno coperto di sfoglia d'oro; una testa di cane coperta
di pietre minute e molto ben fatta; un specchio di due lumi con un cerchio
coperto di sfoglia d'oro sottile; un legno fatto a maniera di forfici, coperto
medesimamente d'una sfoglia sottile d'oro, un picciolo pennacchio di cuoio e
con sfogliette d'oro per sopra. Cinque filze di paternostri tondi di creta,
inchiastrate per di sopra con una sfoglia d'oro: ed erano 106, e altri quattro
voti o bucati. Sette coltelli o rasoi di pietra e due para di scarpe, come di
cabuai o di henechen; sette fascette come collari di sfoglia d'oro sottile,
poste sopra altre fascie di cuoio; una filza di 20 circelli d'oro, in ognun de'
quali erano tre pendenti dello medesimo, posti in fascette di cuoio; un'altra
filza delli medesimi circelli e con altri simili pendenti, di 20 pezzi; un paio
di circelli d'oro per l'orecchie; una scarsella o borsa di sfoglia d'oro
sottile; un paio di scodelle grandi, tonde e dipinte; una rotella dipinta
coverta di piume di colori; una gentil robetta fatta tutta di penne di varii
colori; un panno di colori, come per pettinarvisi; un pennacchio tondo di piume
di colori, con certi fiori in cima e con un picciolo uccello fatto del
medesimo. E tutte queste cose assai bene lavorate e vaghe a vedere.
Il capitan Grigialva diede in compensa di tutto questo al caciche due camicie
di tela, un picciolo specchio indorato, una medaglia, un coltello, un paio di
forfici, un paio di calzoni di tela, una tela come un muccaturo in triangolo;
una berretta senza pieghe, un pettine, cinque filze di paternostri verdi di
vetro, un altro specchio grande indorato, un paio di scarpe di cordelle, una
borsa grande di cuoio lavorata, con una cintura del medesimo, e 25 pater nostri
di vetro dipinti. E questo era per lo cambio o baratto. Ma di pi di questo il
capitano li don un giuppone di terzopelo verde, una collana di pater nostri
minuti azurri, e una berretta di velluto. E perch, come altrove s' detto,
costumano gl'Indiani di prendere il nome dalli capitani e persone con le quali
contrattano la pace e l'amist, volse questo caciche essere chiamato Grigialva;
onde tosto i suoi Indiani gridavano e dicevano: "Grigialva, Grigialva". E molti
lieti se ne entrarono tutti nella canoa e andarono via. Al fiume medesimamente
posero quel nome, onde da allora in poi fu chiamato il fiume di Grigialva. Fu
fatta forza perch le navi montassero su per lo fiume per vedere quella terra,
perch, secondo le molte genti che ne vedevano venire, pensavano che quello
fosse dovuto essere un gran popolo. Ma la gran corrente del fiume gliele viet;
e cos il d seguente si partirono per seguire questo discoprimento. Questo
fiume pu essere lontano dal Porto Desiato 25 o 30 leghe; viene da terra ferma
a scaricare le sue acque nel mare che  verso ponente, in poco meno di 18 gradi
dalla linea equinoziale dalla banda del nostro polo artico, e tiene volta la
sua foce a tramontana.


Di quello che al capitano Grigialva succedette, partito che fu dal fiume che da
lui tolse il nome, finch giunse all'isola degli Sacrificii.
Cap. XV.

Usc l'armata nostra dal fiume di Grigialva a' 11 di giugno, e seguendo per la
medesima costiera verso ponente pareva che tutta la contrada stesse piena di
gente e di edificii presso alla riviera del mare. Il d seguente mand in terra
il capitano una barca con alquanti uomini, i quali presero quattro Indiani
d'un'altra lingua. A questi mostrarono dell'oro che portavano, e per segni
dimandarono loro se in quella terra ne avevano. Risposero, e a segni diedero ad
intendere che n'avevano molto, e 'l raccoglievano ne' fiumi, e che n'avrebbono
loro molto dato, se gli lasciavano andar via. Il seguente giorno presero nella
riviera del mare quattro altri Indiani della medesima lingua, i quali co' segni
mostravano di dire quel medesimo che avevano gli altri detto sopra 'l molto oro
che ivi era. E pensando che i nostri gli avessero presi per ammazzargli,
piangeano l'un con l'altro e cantavano in certo tono, che parea che nel suono
si concordassero. Il capitano, che vidde questo, il d seguente ne fece
liberare sei, e dare loro la canoa perch s'andassero con Dio, avendo loro
prima mostro alcune cose da barattare con loro che essi dicevano volere
portare, e promettendo di restituire loro gli altri due, che come per una
securt del loro ritorno restavano, accioch se ne fossero poi tutti insieme
alle case loro ritornati. A' 17 giugno si viddero la mattina per la riviera del
mare molti Indiani con due bandiere bianche, con le quali facevano segno e
chiamavano i cristiani. Il capitano, credendo che questi fossero quelli che
avea fatti liberare, entr nelle barchette con alquanti de' suoi per vedere che
cosa costoro volevano, e se portavano l'oro che avevano detto. Ma perch la
costiera era brava e vi frangea molto il mare, dissero i marinai che vi
sarebbono restate annegate le barche e la gente, se avessero voluto ogni modo
giungere a terra. E per questo, essendo ben presso alla spiaggia, fecero
segnale agl'Indiani che dovessero andare alle navi, o pure dove essi con le
barchette erano, sopra le loro canoe. E veggendo che essi niuna di queste cose
fare volevano, se ne ritorn co' battelli alle navi; e fatta vela seguirono il
camino loro costeggiando quella terra.
E quel d istesso giunsero presso a uno ridotto che era in una ponta di terra
ferma, e nel mare ivi presso era una isoletta. Qui sorsero con le navi. E
stando in questo luogo, il capitan Grigialva disse, in presenzia di molti di
quelli che con questa armata andavano, che il pilotto maggiore Antonio
d'Alaminos aveva data per girata l'isola di Iucatan stando nel Porto Desiato, e
che la costiera che da quel porto si stendeva fin l dove stavano era una terra
continuata, e pareva che nuova terra fosse; e perci li pareva che in lei, come
in luogo non ancora scoverto, si dovesse prendere nuova possessione, e che cos
il pilotto come tutte le altre genti di mare dicevano che quella era tutta
costiera di terra ferma. E per saperlo anco meglio ne volse torre nuova
informazione e parere da' pilotti, i quali tutti risposero che, avendo riguardo
a' grandi e molti monti che vedevano per la costiera a dentro terra, e alli
molti e gran fiumi che ne uscivano al mare d'acqua dolce, e che avevano
navigato dal Porto Desiato fino a quella isoletta presso la quale sorti stavano
pi di 130 leghe di costiera, pensavano e di certo tenevano che quella fosse
terra ferma.
Il d seguente, alli 18 di giugno, il capitano smont in quella isoletta con
alcune genti delle sue, e postosi per un sentiero, fra certi alberi che ne
parevano essere alcuni fruttiferi, si vidde avanti certi edificii antichi di
pietra a modo di muraglia, rovinati dal tempo e in parte abbattuta; e quasi
nella met dell'isola stava un edificio alquanto alto, nel quale montarono per
una scala di pietra, e ritrovarono su, presso la cima della scala, un marmo
sopra il quale stava un animale marmoreo, come leone, con la lingua fuori della
bocca e con un buso nella testa. E presso al marmo stava una pila picciola di
pietra posta in terra e tutta sanguinosa, e dinanzi alla pila stava ficcato un
legno che sopra lei si piegava. Indi poco lontano si vedea un idolo di pietra
posto in terra, con una piuma in testa e col viso volto alla pila. Pi avanti
stavano molti legni come quello che s' detto che sopra la pila cadeva, e tutti
stavano fissi in terra, e loro presso si vedevano molte teste d'uomini, e molte
ossa medesimamente, che dovevano essere di coloro di cui quelle teste erano. Vi
erano anco alcuni altri corpi morti quasi intieri, che dovevano essere di
fanciulli, e stavano quasi putrefatti e guasti. Della quale vista restarono i
cristiani spaventati, perch tosto suspicarono quello che essere poteva.
Il capitano dimand ad un di quelli Indiani che di quella provincia erano che
cosa poteva essere quella, e per quello che a' segni ne compresero dicevano che
a quelli morti cavavano il cor del petto, con certi rasoi di pietra che presso
quella pila erano, doppo che scanati gli avevano, e questi cuori bruciavano poi
con certi fasci di legna di pino che ivi erano, e gli offerivano a quello
idolo, e poi toglievano le polpe delle braccie e delle gambe di quelli morti e
se le mangiavano. E che solevano questi sacrificii fare d'altri Indiani co'
quali guerreggiavano. Questo stesso parve a' cristiani che esser dovesse, per
quello che ne vedevano, e perci il capitano chiam quel luogo l'isola de'
Sacrificii.
Essendone il capitano Grigialva ritornato in nave, quel d stesso mand il
capitan Francesco di Montegio sopra una barca, con uno Indiano di quella
provincia, per intendere che cosa volevano certi Indiani, che in fin dalla
riviera chiamavano, mostrando certe bandiere. Andato il capitan Francesco in
terra, ne ebbe molte coverte o mante dipinte assai belle. E dimandati essi
s'avevano oro, risposero che ne porterebbono verso il tardo: e cos se ne
ritorn il capitano in nave. Verso il tardo venne una canoa con certi Indiani,
che portarono alcune mante e dissero che ritornarebbono il d seguente con
molto oro, e cos se n'andarono. La mattina seguente comparsero nella spiaggia
della isoletta certe bandiere bianche, e chiamavano i cristiani: onde il
capitan Grigialva deliber di andare in terra, e v'and, e ritrov sotto certi
rami d'alberi steso un tapeto o manta, sopra la quale stavano certi tiani
piccioli pieni d'uccelli tagliati e cotti nel suo brodo gialletto, che parea
che stesse acconcio con spezie. Ma perch era venerd, non volle niun cristiano
mangiarne. Vi erano anco certe pizze di maiz o d'altri frutti, in luogo di
pane. Avevano anco ivi il maiz in spiga, cos tenero che parea cotto, per dare
a mangiare al capitano e agli altri che erano smontati seco. E portarono alcune
mantigliette di cottone tinto, che le compartirono a que' nostri che ivi erano,
e diedero anco loro certi cannelli neri con suffumigii, che essi come tabacchi
prendevano; e con cenni e segnali dissero al capitano che non si partisse,
perch averebbono portato oro e altre cose. Per le loro sette mante o coverte e
due bambacigni o tovaglie, loro all'incontro diedero i nostri due berrette
senza piega e duemila pater nostri verdi di vetro e tre pettini e un specchio.
E stando nella detta isoletta, disse il capitano al pilotto maggiore, in
presenzia degli altri capitani e d'alcuni de' principali dell'armata, che gi
sapeva come esso e gli altri pilotti e altre persone avevano detto che quella
contrada grande che essi vedevano era terra ferma e non isola, e che era terra
nuova, perch esso aveva loro data per aggirata la terra di Iucatan, chiamata
Santa Maria delli Rimedii. E per questo voleva il suo parere, perch dicesse se
era bene a seguire per quella costiera, finch avessero vettovaglie da potere
ritornarsi all'isola Fernandina, per accertarsene maggiormente, o pure se li
pareva di dovere dare la volta per discoprire l'altre isole, perch esso
pensava il d seguente saltare in terra e prenderne il possesso in nome di
Diego Velasco, per Sua Maest e per Castiglia. E concludeva che, poich questo
toccava a lui, come a pilotto maggiore, dovesse dirvi il suo parere, che esso
poi, come capitano generale, con gli altri principali dell'armata si sarebbe
risoluto di quello che fare doveva, che gi tutti stavano deliberati di seguire
quel camino che il detto pilotto dicesse, finch si potessero i vasselli
sostentare in mare per potere ritornare all'isola Fernandina. Disse anco che
sapevano tutti come in quella armata erano 150 uomini, di pi delli marinai, e
che per aggirare solamente Iucatan e discoprire l'altre isole bastavano
venticinque o trenta persone per caravella, con li marinai necessarii; e che,
per essere tutti gli altri soverchi, li pareva che si dovesse con tutto il
resto delle genti mandarne in Cuba una delle caravelle, chiamata la Trinit,
che non stava atta a potere molto pi navigare perch faceva molta acqua, e a
dare relazione di quello che s'era fatto e discoperto, e a menarne anco via
gl'Indiani che avuti avevano, che cos sarebbono restati gli altri tre vasselli
pi liberi, e pi loro durate le vettovaglie sarebbono. Di questo stesso parere
erano gli altri capitani e persone principali dell'armata.
Il pilotto maggiore rispose che esso, come aveva gi detto, dava per aggirata
l'isola di Iucatan, e che tenea per terra ferma quell'altra contrada che
vedevano, per li gran monti che vi erano, fra li quali ve ne vedevano anco uno
pieno di neve, e per li gran fiumi, e molti d'acqua dolce, che costeggiando
avevano veduto uscire nel mare, e per le differenti e varie lingue che fra
gl'Indiani veduti avevano, perch in ogni provincia variamente parlavano; e che
per tutti questi rispetti li pareva che non dovessero passare avanti, tanto pi
che diceva che era quella costiera pericolosa, ma che dovessero volgersi a
cercare altre terre nuove, perch era un perdere di tempo pensare d'aggirare
quella terra e consumarvi quante vettovaglie avevano. Ma che, o essendo terra
ferma (come esso pensava) o pure isola, preso che ne avesse il possesso
navigassero a cercare d'altre isole e terre nuove. E che li pareva bene mandare
in Cuba quel vassello che faceva acqua, anzi vedere molto bene se stava tale
che avesse potuto in quella isola giungere a salvamento, che altramente
bisognava prima conciarsi. E concluse che questo era il suo parere di quello
che fare si dovesse.
Il d seguente, che erano alli 19 di giugno, salt in terra il capitano con
parte delle genti e prese il possesso di quella terra ferma, facendo i suoi
atti in forma e prendendo testimonii di quanto faceva; e pose nome a questa
provincia, che era dirimpetto all'isola de' Sacrificii, San Giovanni. Questa
isoletta, secondo la cosmografia e carta di Diego Ribero, sta in venti gradi,
bench alcuni pilotti dicano che in assai meno altezza, dalla parte del nostro
polo. Nella medesima altezza sta la punta o capo di terra ferma, che sta nella
foce del fiume del porto della Villa Ricca, che molto tempo poi si fond, che,
come appresso nella seconda parte di questa istoria si dir, fu al tempo di
Fernando Cortese.


Di quello che al capitan Giovan di Grigialva succedette, doppo che ebbe preso
il possesso di quella provincia che ora si chiama la Nuova Spagna.
Cap. XVI.

Doppo che il capitan Giovanni ebbe nella provincia che chiam San Giovanni
preso il possesso in nome di Sua Maest e della corona reale di Castiglia,
vennero da dentro terra alcuni Indiani disarmati; e fra loro erano due
principali, l'un vecchio, l'altro giovane, che erano padre e figliuolo, e dagli
altri che con loro venivano erano come signori ubbediti. E il giovane alcuna
volta si corrucciava con li suoi Indiani, commandando loro alcuna cosa, e dava
loro bastonate e buffettate, e il tutto soffrivano con molta pazienzia e si
tiravano con molto rispetto a dietro. E questi principali con molto piacere
abbracciavano il capitano nostro, e mostravano con lui e con gli altri
cristiani molta amorevolezza, come se gli avessero conosciuti prima, e
spendevano il tempo in molte parole che in loro lingua dicevano, perch n essi
erano da' nostri intesi, n essi intendevano i nostri. Il pi vecchio di loro
comand agl'Indiani che portassero certi bihai, che sono certe frondi larghe, e
le fece stendere sotto certi alberi, che erano stati posti a mano da quelli
Indiani, perch facessero ombra. Poi accenn al capitano che sopra quelli bihai
sedesse. Volle che vi sedessero anco quelli cristiani che li pareva che fossero
pi principali e pi al capitano accetti; e accen che tutte l'altre genti nel
campo scoverto si sedessero. Il capitano ordin che si sedessero, ma che
stessero in cervello e con buone guardie, perch non incorressero, come
ignoranti e sprovisti, in qualche aguato.
Il vecchio Indiano diede tosto al capitano in mano, e agli altri che seco
assisi erano, una canna per uno accesa dall'un capo, ma senza alzar fiamma, e
si vanno consumando e ardendo a poco a poco come una teda o come un torchio, e
il fumo che ne usciva odorava molto. Gl'Indiani accennavano a' nostri che non
lasciassero perdere il fumo, ma lo togliessero col naso.
Poco prima che gl'Indiani giungessero a parlare a' nostri, i due loro
principali posero le palme delle mani in terra e le basciarono, in segno di
pace o di salute. E perch non avevano interprete, era cosa travagliata e
impossibile il potersi intendere, bench molte parole vi si spendessero: co'
segni solamente qualche cosa l'un dell'altro intendeva. E mentre che questo
passava, andavano e tornavano molti Indiani, e mostravano d'avere gran piacere
co' cristiani, e senza spavento o timore vi conversavano, come se di gran tempo
a dietro veduti si fossero. Venivano con molte risa e s'assettavano in
conversazione co' nostri ispenseratamente, e parlavano di lungo, e con deti e
con le mani facevano segni, come se intesi fossero da quelli che li miravano.
Poi cominciarono a portare delle loro gioie, e diedero a' nostri due circelli
da orecchie d'oro con sei pendenti, e un collaretto o gargantina di dodeci
pezzi con 34 pendenti, e sette filze come di pater nostri di creta, tondi e
vagamente indorati, e un'altra filza minore di pater nostri minuti indorati; e
tre cuoi rossi a modo d'impiastri fatti, e un ventaglio, e due mascare di
pietre minute, come turchine, e poste d'opera musaica sopra legno, e con alcune
ponticelle d'oro nell'orecchie. In compensa di queste cose i nostri diedero
loro certe filze di pater nostri dipinti e altri verdi di vetro, e un specchio
indorato e certe scarpette da donna, cose che tutte in Europa non averebbono
potuto valere pi che due o tre giulii d'argento. E gli altri Indiani che con
questi principali venivano, barrattavano con gli altri cristiani mante e
tovaglie sottili.
Il capitano diede loro ad intendere il meglio che seppe che li portassero
dell'oro, mostrandoneli alcun pezzo e dicendo loro che i cristiani non volevano
altra cosa. Il vecchio, per quello che si puot intendere, mand il giovane suo
figlio per oro, e co' segni disse che in capo di tre giorni verrebbe, onde fra
tanto se ne andassero i cristiani in nave, e ritornassero poi nel terzo giorno
a quel luogo stesso, che ivi portarebbono dell'oro. Fra questi Indiani era anco
un giovanetto che a' segni diceva il vecchio che era medesimamente suo figlio;
ma non se ne facea per tanto caso quanto si facea dell'altro, che era andato
per l'oro. Ora con molti abbracciamenti e piacere si rest il vecchio co' suoi
in terra, e il capitano co' nostri s'imbarc, avendoli prima il vecchio detto
che la mattina seguente smontassero, che esso anco in quel luogo stesso
verrebbe.
Il d seguente, che era domenica e alli 20 di giugno, si vidde tosto che fu d
il vecchio con molti altri sul lito, e con due bandiere bianche chiamavano i
nostri. Tosto che il capitano nostro co' suoi smont a terra, quel vecchio
principale pose le palme delle mani sul terreno e le basci, e poi tosto and
ad abbracciare il capitano, e li diceva co' segni che andasse pi dentro terra.
I nostri v'andarono, ma non fu molto indi lungi dove si fermarono, che vi era
il campo netto e mondo d'erbe, e sparse poi frondi di sopra e bihai, come il
giorno avanti. Qui s'assisero, e tosto l'Indiano diede quelle canne accese in
mano al capitano e agli altri, perch godessero di quel fumo, come s'era gi
fatto l'altra volta. Il capitano ordin al capellano dell'armata che dicesse
messa, ed egli la disse, dove fu fatto tosto uno altare; e gl'Indiani, mentre
si disse, vi stettero intenti e taciti e pieni di maraviglia, e nel volere
incominciarsi portarono un vaso di creta con certi suffumigii di buono odore e
'l posero sotto l'altare; un altro simile ne posero fra il sacerdote e l'altre
genti. E detta la messa portano certi canestri o panieri ben fatti, uno con
pasticci di pane di maiz pieni di carne minuzzata, di sorte che non si puot
comprendere che carne si fosse; e un altro con pani pure di maiz e altri due di
tortanelli, e presentarono al capitano ogni cosa, ed egli a' compagni suoi lo
dispens, perch mangiassero. Ne mangiarono tutti, e lodavano quel cibo delli
pasticci, ne' quali al sapore pareva che stessero spezie, perch dentro erano
rossetti, e vi era assai di quel pepe d'India che chiamano asci.
Doppo questo desinare presentarono al capitano tre paia di scarpe all'uso loro
e una manta dipinta, e tre granelli d'oro fatti a quel modo nel quale sogliono
alcuna volta restare nel fondo de' coreggiuoli, e una fronde d'oro sottile
fatta a modo di passamani, e una giara dipinta, e un altro granello d'oro
simile a quello che s' detto. Il capitano fece loro dare una berretta senza
pieghe, e un pettine, e un specchio, e un paio di scarpe di cordelle, e un saio
di colori di panno di poco prezzo, e un altro specchio, e certe scarpe da
donna, e un paio di forfici, e una camicia di tela, e una borsa con la sua
cintura di cuoio, e un coltello picciolo con altri pi piccioli, e tre paia di
scarpe di funicelle, e certi pettini, con alcune filze di paternostri di vetro
di colori e altre simili cosette, che non poteva ogni cosa valere due ducati: e
fu con gran piacere ricevuto dagl'Indiani, i quali dissero che il d seguente
ritornarebbono, e pensavano che il giovane che era andato per l'oro dovesse
ritornare anco. E cos il vecchio con gli altri suoi si rest in terra, e i
cristiani se ne ritornarono a dormire in nave.
La mattina seguente delli 21 giugno si viddero, tosto che fu il d, nel lito,
al luogo solito, molti Indiani con le loro bandiere bianche; onde il capitano
co' suoi smont a terra e fece drizzare una tavola, e sopra porvi molte cose
che voleva fare barrattare. Il caciche vecchio venne con gli suoi Indiani
disarmati con le seguenti cose, che co' nostri cambiare voleva. Ed erano
queste. Quattro circelli di sfoglie d'oro sottile; un paio di scarpe, che
chiamano gl'Indiani gutara, e sono solamente le suole, con certe correggie con
le quali s'attaccano dalli deti al collo del piede sopra i talloni o presso;
due filze di pater nostri, una di grossi, l'altra di minuti, ma tutti indorati
di sopra; due altri circelli di pietre azurre poste in oro, con otto pendenti
del medesimo per ciascuno; una testa come di cane, che era una pietra rossa e
bianca, che penso che fosse spezie di calcedonia, perch ne sono state da
quelli luoghi portate molte. Diciassette altri pater nostri grossi indorati.
Una maniglia piana di oro larga quattro deti; un'altra filza di pater nostri
indorati, con una testicciuola come di leon d'oro: e i pater nostri erano 18.
Un'altra filza di 27 pater nostri e un'altra di 73, tutti indorati, e nel fine
della filza vi era una ranocchia d'oro. Un viso di pietra guarnito d'oro
intorno, con una corona d'oro che aveva sopra una cresta del medesimo, e due
pontali di oro medesimamente. Un Cemi o demonio d'oro, che era un idolo fatto
alla sembianza d'un uomo brutto, con un ventaglio d'oro e con pendenti d'oro
all'orecchie, e nella testa vi aveva certe cornette d'oro, nel ventre
incastrata una pietra. Una filza di disdotto pater nostri indorati. In compensa
e baratto di tutto questo si diede loro un saio di frisa, una berretta dello
medesimo, una medaglia, una borsa di cuoio con la sua cintura, un coltello, un
paio di forfici, un paio di scarpe di funicelle, certe scarpe da donna, un
panno di tela e una camiscia lavorata da alto a basso, un paio di calzoni e due
specchi e due pettini, e un altro paio di forfici, e un'altra camicia pur
lavorata, un altro pettine, un altro coltello, un'altra berretta, un altro
panno di tela come mucatturo, e certi pater nostri di vetro di colori. E queste
cose doppie, come la camicia, le forfici, il coltello e la berretta, si davano
per cagione di quelli Indiani principali che facevano il baratto. Quello che i
nostri loro diedero non valeva in Castiglia quattro o cinque ducati, e quello
che coloro diedero a' nostri valeva pi di mille.
Doppo di questo il mercord seguente, che furono alli 23 di giugno, ritornarono
di nuovo gl'Indiani a barrattare, e diedero cose di pi valore che non avevano
fatto prima, perch portarono sei granelli d'oro come fuso in coreggiuoli, e
sette collane d'oro, e una maniglia piana d'oro, e due filze di pater nostri
indorati, e un'altra filza di paternostri di pietra, e fra essi certi
cannelletti d'oro; quattro altre collanette d'oro, e un'altra filza di pater
nostri, e due altre collanette in due correggie co' suoi circelli e pendenti
d'oro; un'altra filza di pater nostri indorati, e altri nove pater nostri con
una testa d'oro. Per queste cose si diede loro all'incontro un saio azurro e
rosso di panno di poco prezzo, una berretta, un paio di forfice, una camicia di
tela, un coltello, uno specchio, un paio di scarpe di corda, e certe filze di
pater nostri di vetro a colori, che non valeva in Spagna tutto questo che loro
si diede due ducati.
Doppo di questo il gioved smont di nuovo il capitano a barrattare nel
medesimo luogo, e vi venne il caciche vecchio, che li diede due granelli d'oro,
che pesarono 13 castigliani, e un collaretto d'oro, e cinque filze di pater
nostri indorati, e una maschera di pietre fine, come le altre che si sono
dette, e nove pater nostri d'oro voti di dentro, e una testa d'oro. E con
questo don anco al capitan Grigialva una fanciulla indiana con una vesta
sottile di cottone, e disse che gliela donava e non ne voleva pregio alcuno. Il
capitano li diede all'incontro per le altre cose uno paio di scarpe di
cordella, un paio di scarpe di donna, una cintura nera con la sua borsa e un
panno da testa, e certe filze di pater nostri di vetro di colori, che potevano
tutte queste cose valere in Siviglia o in altro luogo di Spagna quattro o
cinque giulii.
Saranno alcuni che, leggendo questi barratti, desideraranno di farne anche essi
simili delle cose loro, anzi di barrattarvi ci che essi hanno. E certo che,
senza considerare pi avanti, questa pare una cosa di molto utile, se dentro le
nostre case per questi tali baratti e cambii si facessero. Ma chi l'intende
come si dee intendere, e vede dove noi andiamo a farli, e con quanti travagli e
pericoli, onde la met di coloro che vi vanno non ne ritornano con la vita,
d'altra sorte ne ragionar e altro pensiero vi avr, avendo a disporre la
persona sua in cos fatto esercizio. E piacesse a Dio che se n'assicurasse
l'anima, perch l'intenzione di tutti quelli che vanno a barrattare non  la
medesima.
Lasciando adunque questo da parte e ritornando alla proposta materia, dico che
quando la fortuna giunge alla porta chiama e inst anco per essere intesa, e
chi non ne  degno le chiude l'orecchie, e per sua ignoranzia non l'ascolta n
la raccoglie, ma passa di longo; come a ponto accadette a questo capitano
Giovan di Grigialva, che non volle credere a niuno di quanti lo consigliavano
che si fermasse e facesse popolo in questa terra, e mandasse a chiedere pi
gente a Diego Velasco, e a farli tutto questo successo intendere. Tutti coloro
che erano seco ne lo pregavano, gliele ricordavano, li dicevano che erano tutti
felici se ivi restavano. Ma perch questa buona ventura si serbava per altri,
fatti questi barratti e cambi che si sono detti, il capitano Grigialva mand
all'isola Fernandina il capitano Pietro d'Alvarado, in quella caravella che
aveva bisogno di raconciarsi, e con lui cinquanta uomini di quella armata, cos
di quelli che infermi stavano come di quelli che bisognavano per condurre il
vassello. E di pi delle gioie e oro che mand, vi mand anco l'Indiana
garzonetta che gli era stata da quel vecchio caciche donata, con particolare
relazione al capitan Diego Velasco, per cui ordine e a cui spese s'era questa
armata fatta, di quanto in quel viaggio era fino a quella ora successo.
Nel medesimo tempo che il capitan Alvarado fece vela per l'isola di Cuba, il
capitan Grigialva con gli altri vasselli part da quel luogo, e costeggiando
navig verso occidente, per vedere se quella era terra ferma. E andando alla
vela viddero certi popoli e terre che assai grandi parevano, e le sue case
biancheggiavano. A questo modo andarono quattro d, fino alli 28 di giugno, che
il pilotto maggiore disse al capitano, come gli aveva pi volte detto, che
quella era terra ferma e che ogni ora pi vi si confermava, e che perci vi si
spendeva il tempo indarno, e le navi andavano molto cariche di gente e di
vettovaglie, e che, poi che n'aveva gi tolto il possesso e fatto quello che
fare vi doveva, e che non andava pi per aggirare isole ma per discoprire nuove
terre, s per questo come perch le correnti erano grandi e potevano nel
ritorno pericolare, li pareva che si fossero dovuti ritornare a cercare della
isola di Cuba e d'altre isole, se ritrovare le potevano, e prenderne
possessione; tanto pi che l'inverno veniva loro sopra, ed era molto pericoloso
il navigare in que' luoghi in simili tempi, perch averebbe potuto facilmente
succedere loro di perdere i vasselli e le persone in mare. Parendo al capitano
di dovere seguire il parere del pilotto maggiore, disse che, poich cos li
pareva pi securo, volgesse a dietro; e cos voltarono le prore e se ne
ritornarono per la medesima costiera a dietro onde venuti erano. Ma uscirono
loro sopra dalla medesima riviera da quattordeci o quindeci canoe da guerra,
con molti Indiani sopra, armati di rotelle e d'archi e frezze, assai buona
gente e con animo di combattere le navi dei nostri. Ma ne succedette quello che
nel capitolo seguente si dir.


Come le tre caravelle del capitan Grigialva furono assalite da quattuordeci o
quindeci canoe d'Indiani, e della battaglia che fecero, e come poi i nostri
smontarono nel porto di Santo Antonio per acconciare la capitana e vi
ritrovarono certi Indiani di poca et morti.
Cap. XVII.

Le quattuordeci o quindeci canoe d'Indiani animosamente andarono a ritrovare le
tre caravelle nostre e si strinsero con loro, tirando molte frezze, senza avere
riguardo alcuno che loro segni di pace si facessero. Il capitano, che vidde
questo, fece loro tirare alcuni tiri di artiglieria, e i balestrieri e
schioppettieri fecero medesimamente l'officio loro e ammazzarono alcuni
Indiani. Allora le canoe con molta fretta voltarono a dietro, fuggendo alla
volta di terra. Le caravelle seguirono il viaggio loro alla volta di levante,
costeggiando sempre, fin che si fermarono, come i pilotti dicevano, dieci o
dodeci leghe prima che giungessero al fiume di Grigialva, e ivi alli 9 di
luglio sorsero; ma non poterono montare su per lo fiume, per cagione della
corrente e del tempo contrario che era. Onde stettero quivi fino alla domenica,
undeci di luglio, che la mattina deliberarono di tornare a dietro a cercare
dell'acqua, che loro mancava. Si ritornarono adunque quindeci leghe a dietro in
un fiume, dove il luned entrarono, e vi ritrovarono porto, bench alla foce
alcune seccagne vi fossero. Nell'una e nell'altra ripa di questo fiume erano
molti alberi di varii frutti, e si viddero per lo bosco che ivi era alcuni
porci e cervi e lepori. E chiamarono questo porto Santo Antonio. Vi stette tre
giorni, prendendo acqua e aspettando il tempo. E in questo mezzo vennero alcuni
Indiani disarmati e portarono quattro picciole ascie o azze in due volte, d'oro
basso mischiato con rame: per le quali diedero loro i nostri certe filze di
pater nostri di vetro.
Alli sedeci di luglio poi fecero vela le tre caravelle, e usc dal fiume la
minore prima. Appresso poi la capitana, la quale err il canale e diede molti
colpi in terra in quelle seccagne, onde si vidde in molto pericolo, e con
travaglio usc nel mare, facendo molta acqua. Il perch fu forzata a tornarsi
nel medesimo porto, che gi non stava tal da potere navigare; per alleggerirla
posero su le barchette parte delle genti, la quale, smontata a terra presso
alla foce del fiume, ritornarono le barche ad aiutare la capitana.
Ma in questo mezzo che quelli pochi cristiani stavano in terra, vennero
dall'altra parte del fiume alcuni Indiani, che un picciolo squadrone fatto
avevano, perch poco pi di venti potevano essere. Allora, con parere di tutti,
andarono per la ripa in su quattro di que' nostri che stavano in terra, col
proveditore Francesco di Pignalosa; e si fermarono dirimpetto a quelli Indiani,
dove era il fiume pi stretto, per vedere di potere meglio intendere che gente
fosse quella e che facessero. Tre o quattro di quelli Indiani passassero allora
sopra una canoa il fiume. I nostri, che stavano in terra presso la foce del
fiume, andarono tutti dove i quattro loro compagni erano, per sapere che cosa
coloro volessero, e ritrovarono che avevano quelli Indiani loro dato trentadue
azze o ascie picciole, come quelle che si sono dette di sopra, e poste tutte
nelle loro aste, e certe mante grosse di cottone di poco prezzo, e una tazzetta
medesimamente lavorata d'oro, e un alvaretto di oro lavorato, e un pomo di
metallo fatto a modo d'un guaiabo. Dissero que' quattro cristiani a' compagni
loro che essi avevano veduto fare molti atti agl'Indiani che stavano dall'altra
parte del fiume, cio che andavano da un capo all'altro della piaggia, e che un
di loro usciva dalla compagnia e giunto all'acqua stendea le braccia e faceva
segni co' pugni chiusi verso dove essi stavano, e verso i compagni loro stessi
e verso le navi; e che ponea le mani nell'arena e poi ritornava dove erano i
suoi compagni, i quali s'assettavano tutti e poi si ritornavano ad alzare su e
andavano intorno in cerchio, e passava avanti, e portavano una certa cosa
involta in un gran fagotto, il quale avevano finalmente sotto terra posto. E
che avevano veduto loro fare questo tre volte, e non avevano potuto discernere
n sapere che cosa fatta s'avessero, e che, date loro le azze, con quelle altre
cose che si sono dette, se ne erano tutti andati via, che non erano pi
comparsi.
In questo mezzo la capitana entr con l'altre caravelle nel porto; e in questo
d stesso s'avidero che li due interpreti Giuliano e Pero Barba si erano andati
via. Sorti che furono i vasselli, salt in terra il capitano, dinanzi al quale
portarono le azze, con l'altre cose che si sono dette, e dissongli tutto quello
che passato era. Il capitano fece pesare quelle azze con l'altre quattro di
prima, e pesarono tutte il peso di 1790 castigliani e pi, e la tazzetta con
l'alvaretto o bozola pes quello che 22 castigliani pesarebbono. I nostri
drizzarono qui in terra presso al porto gli alloggiamenti, e non rest nelle
caravelle niuno, se non que' pochi che bisognava che per guardarle vi fossero.
Il capitano fece andare un bando e leggere certi suoi ordini, perch niuno da
quello steccato uscisse, n si parlasse di dovere fare stanza e popolo in que'
luoghi, n che si facesse fra gli suoi lega n unione n monopolio, n vi si
trattasse cosa contra quello che esso comandava e ordinava. E fece egli questo
perch s'accorse che si mormorava di lui, e avevano i suoi gran voglia di fare
quivi il popolo e restare ad abitare in que' luoghi.
La domenica, che erano alli 18 di luglio, udita la messa, in presenza di tutti
furono letti e publicati i sopradetti ordini. Il luned vennero sopra una canoa
certi Indiani, con un principale che loro comandava e che accenn di volere da
parte parlare al capo de' nostri. Il capitano vi mand il tesoriero, il
proveditore e lo scrivano, con altri due gentil uomini, perch vedessero quello
che coloro volevano. Coloro portarono alcune pigne e mamei e galline del paese,
e accennavano di dovere portare anco dell'oro. I nostri diedero a loro un saio
di colori a quarti di panno grosso e una camicia e un paio di scarpe di
cordelle, e certe scarpe da donne e una berretta e un paio di forfici, e alcune
filze di pater nostri di vetro di colori, che tutto potea valere un paio di
ducati o poco pi. L'Indiano principale si vest la camicia e il saio e si pose
la berretta, e col maggior piacere del mondo si part con gli altri suoi,
dicendo di volere ritornare con oro.
Alli 21 di luglio vennero certi altri Indiani e portarono al capitano due
picciole azze come quelle dette di sopra, che pesarono il peso che fanno 148
castigliani, e una tazza di pietre fine, fra le quali ve ne erano otto paonazze
e 23 d'altre sorti; e 110 pater nostri d'oro voti di dentro, e 19 pater nostri
come di stagno, e una tazzetta come salera, che pes quattro castigliani e pi;
in cambio delle quali cose furono lor dati certi paternostrelli e ciancie, che
in Europa non valeva pi che sei o sette giulii. Un marinaio port una picciola
azza, come quelle che si sono dette di sopra, e pes quanto pesano 59
castigliani, e disse che uno suo Indiano l'aveva avuta. Questo stesso d,
venendo da pescare dall'altra banda del fiume, alcuni compagni delle caravelle
portarono davanti al capitano certe tenagliuole, come quelle che sogliono usare
le donne in pelarsi le ciglia, e una sonaglia fatta con certe alette, e una
testa di Cemi, e due aquile con tre pendenti per una, e un'altra sonaglia
minore della gi detta di sopra, e un cannello come una testa: e tutte queste
cose erano d'oro, e pesarono tutte nove castigliani e un ducato. E dissero
costoro che presso al fiume, in certa arena, avevano ritrovato dentro un fosso
coverto di terra e con certi cardi sopra tre persone sotterrate di pochi
giorni, le quali stavano scannate e aperte nel petto al diritto del cuore, dove
avevano quelli pezzi d'oro ritrovati, e che avevano con quelli morti lasciato
un Cemi o idolo di metallo che vi era. Il capitano allora vi fece tosto passare
alcuni soldati con un scrivano, perch mirassero bene e vedessero in che modo e
forma que' defunti stessero, per potere migliore relazione fare.
Passati coloro dall'altra parte del fiume, ritrovarono li tre morti, l'un de'
quali parea che fosse di 13 o 14 anni, gli altri due di cinque o sei, e tutti
scannati e aperti nel petto, e posti in un fosso e coverti d'arena, con alcune
fune o cardi di sopra. E stavano a punto in quel luogo dove i quattro nostri
cristiani avevano quelli Indiani veduti, da' quali avuti avevano le 32 azze,
con quelle altre cose che si sono dette di sopra, e i quali avevano quelli
tanti atti fatti. Onde i morti stavano cos freschi che ben si conosceva che il
venerd passato erano stati morti o sacrificati, quando si disse che le tre
caravelle in quel porto entrarono. Tutti gl'Indiani che erano venuti in quella
costiera a vedere i cristiani o a contrattare con loro portavano l'orecchie
tagliate, o per dir meglio frappate, e versando sangue per lo viso. Ma questa 
cosa comune nella Nuova Spagna e in altri luoghi di terra ferma, come pi a
lungo si dir nella seconda parte di questa Generale istoria dell'Indie.
E ritornando al proposito dico che i nostri che andarono a vedere quelli
Indiani defunti, non si seppero risolvere se erano uomini o donne, perch li
ritrovarono guasti e molto puzzolenti, e perci non li cavarono dal fosso dove
erano, ma li discoprirono solamente e li svolsero da quella invoglia nella
quale involti stavano, e cos li lasciarono. Ma ben si dee credere che, se pi
oro seco avuto avessero, ancorch assai pi puzzati fossero, non si sarebbono i
nostri restati di prenderlo, se ben glielo avessero dovuto cavare dallo
stomaco.


Come il capitan Grigialva part con le sue tre caravelle dal porto di
Sant'Antonio e giunse al Porto Desiato, e come ritrov certi idoli che facevano
fede dell'abominevole peccato di que' popoli.
Cap. XVIII.

Uscirono a' 20 di luglio le tre caravelle che conduceva il capitan Giovan di
Grigialva dal fiume e porto di Sant'Antonio, e drizzarono in pennello alla
volta dell'isola di Cuba. Ma navigarono fino a' 17 d'agosto con contrario
tempo, onde, perch mancava loro l'acqua, deliberarono di volgersi a cercare la
terra ferma e prendere acqua, perch non avevano che bere e non sapevano dove
si stessero. Navigando adunque verso terra ferma, giunsero in un porto che fra
due terre si faceva, ed era posto fra Porto Desiato e 'l fiume di Grigialva.
Onde, perch il pilotto disse che fra amendue quelle isole stava, il capitano
il chiam il porto de' Termini. Qui si prese acqua in certe lacune padulose; e
in questa contrada era gran caccia di lepori, ed  una deliziosa e bella terra.
Mentre che qui stettero i nostri a prendere acqua, viddero attraversare ogni d
canoe alla vela, con gente che passavano all'altra terra dell'isola Ricca o di
Iucatan.
Nella costiera di questo porto, ben mezza lega lungi di l dove le caravelle
stavano sorte, erano due alberi solitari, e vi dovevano essere stati posti a
mano; e fra loro, ad ogni 12 o 15 passi, stava un Cemi o idolo di creta, e vi
se ne contarono che ve ne erano o quattuordeci o quindeci. E vi erano certi
testi o tiani di creta co' piedi a modo di conchecciuole da bracia, e si
credette che vi stessero per farvi i suffumigii agli idoli, perch vi si vedeva
cenere dentro e incenso, o certa maniera di resina che si fosse, che gl'Indiani
per suffumigiare usano. I cristiani che in terra smontorono per vederlo dissero
avere ritrovato fra quelli Cemi o idoli due effigie d'uomini fatte di copei
(che  un certo albero cos detto), e l'una cavalcata sopra l'altra, in forma
di quel nefando e abominevole peccato sodomitico; e un'altra effigie di creta
che si teneva con amendue le mani il suo membro virile, che come circonciso il
teneva.
Questa abominazione sarebbe meglio lasciarla all'oblivione che porla nelle cose
degne di memoria; ma ho voluto farne menzione per pi far chiara la colpa per
la quale il grande Iddio questi Indiani castiga, avendoli gi per tanti secoli
tolti dal grembo della sua misericordia. E perch ho nel secondo libro di
questa prima parte detto che Sua Maest comanda a tutti i suoi governatori e
ufficiali che mi diano informazione vera delle cose di queste Indie, non ho
voluto tacere questa, avendola intesa da Diego Velasco da che io passai per
quella isola Fernandina nel 1523; e io, a' prieghi di lui, ne portai
testimonianza in Spagna, per dare notizia di questo suo discoprimento a Sua
Maest. E questo cos abominevole peccato fra questa disgraziata generazione
non  cosa della quale essi conto facciano o che non si sappia, perch ne 
molto pi di quello che dire se ne pu. S che, ritornando all'istoria, presa
che ebbero l'acqua uscirono alli 23 d'agosto da questo porto de' Termini, e
navigando a' 25 giunsero al Porto Desiato della terra di Iucatan, dove stettero
due giorni prendendovi del pesce, che ve ne ha molto, e salandolo, per averne
provigione per lo viaggio che facevano.


Come, partito dal Porto Desiato, il capitan Grigialva and in Ciampoton, e di
quello che qui gli avvenne, e poi anco appresso, finch all'isola di Cuba
giunse.
Cap. XIX.

Uscita l'armata dal Porto Desiato, navig la costiera di Iucatan per essere al
popolo di Ciampoton, dove gl'Indiani nel primo discoprimento ammazzarono venti
e tanti cristiani al capitan Francesco Hernandes di Cordova, e molti pi ne li
ferirono. Aveva gi il capitan Grigialva fatti certi ordini che voleva che i
suoi con gl'Indiani osservassero, proponendo gravi pene a chi offesi e
oltraggiati gli avesse; e gli aveva gi loro fatti notificare nel proprio Porto
Desiato, che  da 15 leghe longhi da Ciampoton. A vista del quale popolo
giunsero il primo di settembre, e la caravella capitana sorse due leghe in mare
con tre braccia d'acqua. L'altra caravella, che era pi picciola, sorse una
lega da terra; la terza, che era la minore, sorse a mezza lega: e non ebbero
ardire di pi accostarsi, perch ivi molto il mare manca e secca, accioch non
restassero i vasselli in secco o corressero rischio per tempo contrario. Il
capitano fece quel d stesso passare parte della gente al vassello minore, che
pi presso terra stava, per potere saltare sul lito al quarto dell'alba senza
scandalo n pericolo.
Fra la caravella minore e 'l lito, quasi nel mezzo, era una isoletta, nella
quale era un scoglio o balza sopra la quale si vedeva una casa bianca, a
maniera di fortezza o di castello. Quella notte dalla caravella picciola si ud
come ivi erano Indiani, essi facevano le guardie e sonavano tamburi e stavano
vigilanti. Al quarto dell'alba innanzi giorno giunse il capitano con le due
barchette, cariche di gente che dalla capitana alla caravella picciola
conduceva. Ma quando s'avide d'esser stato scoverto si pent d'esservi andato,
perch vi aveva travagliato molto, e averebbe voluto non essersi qui fermato.
Ma, poi che vi si ritrovava, deliber d'andare ad isbarcare nella isoletta, e
cos fece. E prima che fosse giorno ritornarono le barche alla caravella
picciola per l'altre genti, e le condusserro nella isoletta. Erano col capitano
passate l'artiglierie, e que' pochi balestrieri e scoppiettieri che ivi erano.
Onde, perch prima che le seconde barcate giungessero gl'Indiani avevano
assaltati i nostri, pensando ivi assediargli, e vi erano perci molte canoe da
terra ferma venute, il capitano fece tirare l'artigleria e pose una canoa a
fondo e ammazz uno o due Indiani, e gli fece perci meglio che di passo
ritornare a dietro.
Da questa isoletta si vedeva il popolo e terra di Ciampoton, circondata di
bastioni o di sbarre e di molti alberi che intorno vi erano, e vi si udivano
molti gridi e cornette e tamburi, e gl'Indiani che si vedevano stavano armati
d'archi e freccie e di lancie e rotelle, e facevano gran mostra di volere
combattere. La terra  poco lontana dalla marina, e dalla parte di basso vi
corre un fiume, per lo quale possono uscire in mare le canoe e circondare da
dietro quelli che dal mare saltassero in terra. Il capitano, che vedeva quanto
era pericoloso lo smontare de' nostri sopra il lito, volse intendere il parere
di coloro che seco erano, doppo d'avere loro detto gli inconvenienti che li
pareva che per questa via s'incorressero. Risposero alcuni che a loro questo
stesso pareva, cio che non avessero dovuto smontare, ma ritornarsi in nave.
Altri dicevano il contrario, cio che dovevano smontare in terra; altri
dicevano che essi erano per far quello che il capitano loro comandasse. Ed
egli, che questo vidde, disse che voleva smontare, ma che si serbassero gli
ordini che aveva a tutti fatti intendere, e li fece in quella isoletta leggere
un'altra volta di nuovo. Allora la maggior parte dissero che non pareva lor
bene con queste condizioni smontare, n sapevano o vedevano a che effetto
fossero dovuti smontare, poich cos loro si legavano le mani.
S che non volevano altramente andarvi, e se pure andar vi conveniva non
volevano ordine alcuno serbare, ma vendicare i cristiani gi morti al capitan
Francesco Hernandes, e attaccare fuoco a quella terra e darle un castigo che se
ne ricordasse per sempre, perch pensavano non lasciarvi uomo in vita, se
potevano tanto. Conoscendo il capitano questa volont de' suoi, e che non
averebbe potuto frenarli se incominciato avessero, diede ordine che si
ritornassero ad imbarcare tutti. E cos si fece, ed esso si rest nella
isoletta per andarne con le ultime barcate. Gl'Indiani, veggendoli andar via,
si ponevano fino al petto nell'acqua co' loro archi in mano, e alzando gran
gridi si mostravano fieri e tiravano le lor frezze il pi che potevano, con
gran ferocit e ardire. Ma perch la disposizione del luogo non era tale, n la
volont del capitano era d'aspettare n di fermarsi, quando furono tutti
imbarcati fecero vela a' 3 di settembre il venerd, e la domenica a sera poi
giunsero a vista del popolo di Lazaro, dove deliberavano di prendere acqua,
perch ne stavano in necessit, e la riviera che seguiva appresso non era stata
scoverta, e non erano certi se vi avessero dovuto acqua ritrovare.
Fece adunque il capitano smontare in terra una parte delle genti, con quattro
tiri di polvere e con li balestrieri e schioppettieri, stando le caravelle
sorte mezza lega in mare. Si fecero tosto innanzi alcuni Indiani senza arme,
che col deto accennavano dove l'acqua fosse; e quando i nostri ivi giunti
erano, coloro pi avanti col deto mostravano che l'acqua fosse; giunti anco
dove la seconda volta accennato avevano, dicevano che l'acqua pi avanti stava.
E giunti ivi non ve la ritrovarono, anzi si ritrovarono nel mezzo d'un aguaito,
perch uscirono da una imboscata pi di 30 Indiani, con le lor freccie, rotelle
e lancie e ben armati all'usanza loro, e cominciorono a trar le loro freccie, e
volevano prendere in mezzo e circondare i nostri, i quali allora tirarono 2 o 3
tiri d'artiglieria. E gl'Indiani, se ben fuggivano, ritornavano nondimeno poi
dietro a' cristiani con le lor freccie. I nostri, che ingannati si viddero, se
ne ritornarono al lito verso le barche loro. Quando il capitano Giovan di
Grigialva vidde da su le navi ritornare a quel modo i nostri a dietro, smont
tosto col resto delle genti, e mentre che egli smontava tirarono i cristiani
un'altra volta l'arteglieria, e cos gl'Indiani cessarono e non s'appressarono
tanto, e cos il capitano ebbe tempo di giungere con tutti gli altri, e dorm
quella notte in terra. E il d sequente stettero medesimamente a quel modo, e
il terzo d anco, e presero tutta l'acqua che volsero e la posero in nave. Vi
posero anco del maiz, che presero dal campo, dove ne era gran copia, accioch,
se per disgrazia fossero lor l'altre vettovaglie mancate, avessero avuto dove
ricuperarsi finch a Cuba giungessero, che gi in effetto poca provigione loro
restata era.
Montati su le caravelle tutti i nostri, agli otto di settembre fecero vela da
quel luogo, ma perch non avevano il tempo buono, s'andavano le caravelle
temporizzando e ritornavano a dare la volta in terra; e a questo modo andarono
volteggiando fino agli undeci di settembre, che al porre del sole viddero una
terra nuova, come seccagne, onde, perch era gi tardi e l'aere si faceva
oscuro, s'allontanarono da quel luogo, e volteggiarono la notte la volta del
mare. La mattina seguente, che era domenica, ritornarono verso quella terra per
vedere che cosa era, e non vi viddero altro che quelle seccagne, onde il
pilotto maggiore disse che quelli doveano essere forzieri e scogli sotto acqua
di qualche isola nuova che ivi presso essere doveva. E poich le seccagne
stavano di traverso al viaggio loro, bisogn che ritornassero a dare la volta
verso Iucatan, percioch non potevano indi passare avanti, e si ritornarono
fino a vista della costiera di Iucatan, e s'accostarono a terra pi su del
fiume che chiamano delli Lacerti, dove dicono il Palmaro; e indi costeggiando
l'isola seguirono il camin loro fino a' 21 di settembre, e attraversarono da
una terra chiamata Comi, secondo che gl'Indiani dissero, percioch, avendo poca
acqua, deliberarono di attraversare al diritto la volta di Cuba, rimettendosi
del tutto nella volont di Dio, perch il tempo non era buono n speravano che
si dovesse di corto conciare.
Navigando adunque a questo modo alli 29 di settembre, che fu il d di Santo
Angelo, ebbero la mattina a vista l'isola di Cuba, e ne viddero quella parte
che si chiama il Marien. Il d seguente giunsero presso terra dirimpetto al
porto di Carenas. Il capitano, per sapere se era giunto a salvamento il
capitano Alvarado, che avea mandato inanzi, come s' detto, smont con alcuni
pochi in terra ed entr in una stanza di certi cittadini di San Cristoforo, e
vi ritrov che li disse che il vassello d'Alvarado era giunto a salvamento,
ancorch con molto travaglio. Egli si stette quella notte in terra, e volendo
la mattina ritornare ad imbarcarsi non vidde le caravelle, e pens che la
corrente le avesse trasportate. Il perch, entrato nel suo battello con tutti i
compagni che eran seco smontati, tutto quel giorno e la notte appresso navig
per la costiera, e la mattina dell'altro d, che erano due d'ottobre, giunse
presso al porto di Sciaruco in una stanza di Diego Velasco, dove smontato
dimand s'avevano vedute le caravelle; e inteso che no, mentre che qui si
riposavano alquanto, le viddero venire, e cos s'imbarcarono tutti. Ma perch
era il tempo contrario, non poterono prender il porto di Matanza, e cos
volteggiando andarono ora a questo capo ora a quello fin al luned, che erano
quattro di ottobre. E il capitano, perch la gente veniva molto stanca, fece
prendere il porto di Sciaruco, dove a posta di sole entrarono. Il d seguente
smont tutta la gente in terra e ciascuno se n'and, chi a una parte chi ad
un'altra, salvo che alcuni che col capitano restarono, e s'imbarcarono con lui
nella caravella minore, chiamata Santa Maria delli Rimedii, e passarono
navigando al porto detto Cipione e indi a quel della Matanza, dove agli otto
del mese giunsero, e il sabbato appresso vi giunsero due caravelle. Qui
ritrovarono il capitano Cristoforo d'Olit, che aveva gi Diego Velasco mandato,
con una nave fornita di gente armata, d'artiglieria e vettovaglie, a cercare
dell'armata del capitan Grigialva; e diceva essere giunto all'isola di Cozumel
e averne preso il possesso, credendo che non fosse stata ancora scoverta, e che
aveva poi costeggiata la terra di Iucatan dalla banda di tramontana, e che era
giunto ad un porto che si faceva nel capo di quella contrada, che, secondo i
pilotti dell'armata dicevano, doveva essere un porto che sta fra Iucatan
istesso e 'l Porto Desiato; e che, non avendo ritrovato vestigio n nuova
dell'armata, e medesimamente perch aveva perdute l'ancore e non aveva buoni
capi, se ne era ritornato all'isola Fernandina ed era in quel porto della
Matanza otto d avanti giunto.
Mentre che il capitan Grigialva stava qui, preparandosi per la partenza e
facendo mettere vettovaglie in nave, per essere alla citt di S. Giacomo, dove
Diego Velasco stava, li fu presentata una lettera di quello, per la quale li
comandava che, il pi presto che fosse stato possibile, gli avesse mandate le
caravelle e avesse detto alle genti sue che, perch esso poneva in ponto a gran
fretta una armata per mandare a popolare e abitare quella terra nuova che s'era
scoverta, chi vi fosse voluto andare si fosse in quel luogo dove si ritrovavano
restati, finch vi avesse egli mandate le caravelle a prenderli: che sarebbe
stato assai presto, e che sarebbe lor stato dato da' suoi fattori, che ivi
nelle sue possessioni teneva, quanto loro fosse stato di bisogno. E cos ne
scrisse anco a' suoi, che a tutti quelli che aspettare volessero per questa
causa, dessero quello che volevano. Scrisse anco agli ufficiali di quella terra
di San Cristoforo che facessero a coloro che andare volevano ogni buon
trattamento. E cos si restarono ivi alcuni, aspettando i vasselli della nuova
armata, per andare ad abitare e popolare l'isola Ricca, che  la terra di
Iucatan; e alcuni altri se n'andarono a casa loro, con pensiero di ritornare
quando fosse stato tempo.
Il capitan di Grigialva si part tosto con gli altri suoi capitani alla volta
della citt di San Giacomo, facendo vela alli 22 di ottobre con le tre
caravelle, e con lui part anco il capitan Cristoforo d'Olit, con l'altra nave
che conduceva; e perch ebbero contrario il tempo, stettero qualche d a
giungere a San Giacomo, dove ritrovarono Diego Velasco e li diedero relazione
di quanto s' detto che in questi discoprimenti avenuto era.


Come Diego Velasco mand nel terzo discoprimento per suo capitano Fernando
Cortese, che rest poi governatore della Nuova Spagna, e della morte del povero
Diego Velasco.
Cap. XX.

 stata alquanto lunga la relazione di questo discoprimento fatto dal capitan
Giovan Grigialva, gi cittadino della Trinit, terra dell'isola Fernandina, in
nome del luogotenente Diego Velasco, alle cui spese fu fatta. E perci  cosa
ragionevole che non gli si tolga la lode che egli ne merita, poich il tempo e
la fortuna li tolsero gli altri premii e utilit che esso di cos segnalato
servigio sperava; perch egli (come  opinione di molti) vi spese pi di
centomila castigliani, e fu questa impresa cagione che egli morisse povero e
discontento, come appresso si dir.
Ma, ritornando all'istoria, dico che, ritornata che fu questa armata all'isola
Fernandina, deliber il Velasco di mandare in Spagna un suo cappellano, con
quelle mostre d'oro che si sono dette e con la relazione del viaggio che avea
il Grigialva fatto. Questo clerico giunse in Barzellona il maggio del seguente
anno del 1519, nel tempo che in quella citt venne la nuova che era stata Sua
Maest eletta in re di Romani e in futuro imperatore. Questo clerico, chiamato
Benedetto Martino, conobbi io bene, perch il passai con meco nel 1514 in terra
ferma, donde poi se ne pass all'isola di Cuba, e viddi molte di quelle mostre
e cose delle quali si  fatta menzione di sopra, e che il Velasco mandava al re
nostro signore, che per questo segnalato servigio li diede il titolo
d'adelantado e 'l governo di tutto quello che aveva discoperto, e si tenne Sua
Maest ben servita di lui, come era ragione, e gli fece anco altre grazie, e
graziosamente gli scrisse ringraziandolo di quello che fatto aveva e animandolo
a continovare quel discoprimento, come egli stesso diceva di voler fare e 'l
poneva tuttavia in effetto: perch gi aveva mandata un'altra armata per
convertire quelle genti alla nostra santa fede, e recarle ad obedienzia di Sua
Maest e porle sotto la signoria e patrimonio della corona reale di Castiglia.
E cos fu in effetto perch, come ho detto, quando mand quel cappellano in
Spagna avea gi un'altra armata inviata, della quale and per capitano e suo
luogotenente Fernando Cortese, al quale non torr io la lode che ei merita: ma
non approbo io gi quello che esso e alcuni altri dicono, cio che il Cortese e
compagni andassero alle spese loro proprie, perch, ancorch cos fosse (che io
nol credo), ho io nondimeno vedute scritture e testimoniali che altramente
dicono, e ho in poter mio un transunto della instruzione e potere che egli ebbe
da Diego Velasco perch in suo nome andasse. E per questo io questa lode al
Velasco e non ad altrui attribuisco, avendo egli dato principio a quanto poi
della Nuova Spagna succedette, e avendo discoperto quella parte di lei che s'
detta per pi di 130 leghe di costiera. Ma il tutto si riserv alla buona
fortuna di Fernando Cortese, merc della disgrazia di Diego Velasco, causata da
qualche superna disposizione. E perch  molto che io odo dire quel proverbio
che dice: "E chi prende diletto di far frode non si dee lamentar s'altrui
l'inganna", dico che se Diego Velasco non fu cortese con l'admirante Diego
Colombo, in torli a suo dispetto il governo dell'isola di Cuba, con le maniere
e arte che vi tenne, non us con lui pi cortesia poi Fernando Cortese in torli
il carico della Nuova Spagna.
Non mi pare che alcun di loro di ci lodare si debba, n tengo per ben detto
quello che si legge che soleva Giulio Cesare dire, che se si hanno a rompere le
leggi si debbono rompere solamente per aver a regnare, perch questa mi pare
pi tosto parola di avido e avaro, e di persona di poca conscienzia, che di chi
si possa l'uomo a niun conto fidare. Ma non pu niuno fuggire quello che gli
sta ordinato e apparecchiato da Dio, e l'ufficio del mondo si  che un cacci
dalla macchia il lepore e un altro l'ammazzi. E non senza cagione disse quel
poeta Serafino dell'Aquila in un suo sonetto: "Chi sparge il seme e chi
ricoglie il frutto".
Ora, comunque questo si passasse, dico che Diego Velasco, quando deliber di
mandare Fernando Cortese con l'altra armata, non aveva ancora avuta nuova
alcuna di Giovan di Grigialva, n della caravella che avea mandata con
Cristoforo d'Olit a cercarlo: onde nell'instruzioni che diede al Cortese
caldamente gli ordin e l'incaric che il cercasse, e che vedesse medesimamente
dove fosse con l'altra caravella andato Cristoforo d'Olit, e si forzasse di
ricuperare ogni modo in Iucatan sei cristiani, che uno Indiano dicea che vi
erano gi restati d'una caravella che s'era in quella costiera perduta. Questo
Indiano, chiamato Melchior, era stato molto tempo co' nostri, e perci il
Velasco il mand con l'armata del Cortese perch gli servisse per interprete.
Queste instruzioni e ordini furono al Cortese dati dal Velasco nella citt di
San Giacomo dell'isola Fernandina, alli 23 d'ottobre del 1518, davanti ad
Alonso di Scalante, notaio publico e del consiglio di quella citt. Posta
adunque questa armata in ponto di gente, d'arme e di vettovaglie, e d'ogni
altra provigione necessaria, pass Fernando Cortese alla Nuova Spagna, con
sette navi e tre brigantini che il Velasco li diede. Ma l'anno sequente del 19,
essendosi il Cortese insignorito d'una parte di terra ferma, non si cur pi di
Diego Velasco che lo aveva mandato, n pens di dovergli altramente dar conto
di quello che fatto aveva, ma mand al'imperatore nostro signore una relazione
delle cose che vedute e fatte avea, con molte mostre e gioie d'oro e vaghe
piume, e con un presente assai ricco di cose assai belle a vedere e di pregio.
E mand con queste cose due gentili uomini, l'un chiamato Alonso Fernandes
Porto Carrero, l'altro Francesco di Monteggio. Queste cose io le viddi in
Siviglia quando costoro le portavano, quasi alla fin di quell'anno ch'io alla
terra ferma mi ritornava, e poco avanti erano questi messi in Europa giunti.
Quando Diego Velasco seppe questo, mand il capitano Panfilo di Narbaes con
un'altra armata, rivocando quanta potest avea data al Cortese e chiamandolo
ribelle. Questo capitano pass in quelle contrade con la sua armata, e si fece
di sorte con buone parole dal Cortese ingannare, che si fece a man salva
ispenseratamente prendere, e in questa presura gli fu cavato un occhio, e
stette ivi poi gran tempo prigione. Fu di gran comodit e prosperit cagione
questa cosa al Cortese per quello che ne segu, perch esso si ritrovava in
gran bisogno di gente; e cos ebbe tutta quella che Panfilo condotta aveva, e
che tosto obed e si ristrinse col vincitore, il quale, con queste e con
l'altre genti che prima aveva, conquist e prese la gran citt di Mesciso o di
Temistitan, e prese Montezuma, signor di quella provincia e di un gran stato, e
s'insignor della Nuova Spagna.
Diego Velasco, inteso il cattivo successo del capitan Panfilo, deliber di
passarvi esso in persona, e cos arm sette overo otto navi e con buona gente
vi mont, e navigando giunse alla vista di Iucatan e della Nuova Spagna. Ma per
conseglio di un licenziado Parada che seco era, senza altramente smontare in
terra se ne ritorn a dietro, con grandissima infamia sua e con grande perdita
della molta spesa che fatta avea.
In questo mezo da molte parti concorrevano genti al Cortese, il quale donava
cortesemente a tutti e ne era perci da tutti i suoi molto amato, come ne era
all'incontro odiato il Velasco. Egli fu cos sollecito e seppe cos ben
negociare, che l'imperatore nostro, intese queste discordie, fece in Valladolid
alli 22 d'ottobre del 1522 una provisione e ordine che, poi che per queste
differenzie s'era ribellato Mescico e ne era successo molti scandali e arrobbi
e morti, volendo provedervi, faceva suo governatore in quella terra Fernando
Cortese, finch altramente ordinasse, e si terminassero per giustizia e si
vedessero nel conseglio reale dell'Indie queste loro differenzie, e che Diego
Velasco non andasse n mandasse in quella contrada n armata n gente alcuna
sotto certe pene. Fu questa provisione notificata al Velasco per Francesco
delle Case, cognato del Cortese e del quale si far menzione nelle cose della
Nuova Spagna, nel mese di maggio del 1523, nella citt di S. Giacomo nell'isola
di Cuba. Questo fu un principio e fine della rovina del Velasco, il quale,
obediendo a Sua Maest, mand nondimeno alla corte di Spagna un cavaliero suo
amico, chiamato Manuele di Rogias, a notificare e dichiarare gli aggravii suoi
e a chiedere giustizia di questo torto. E poi anco l'anno seguente del 24,
avendo deliberato d'andare esso in persona a querelarsi del Cortese davanti
all'imperatore, e dire i suoi servigi e le grosse spese che in quella impresa
fatte aveva, vi si trapose in mezzo quella che tutte le contese termina, che 
la morte. E cos esso forn i giorni suoi insieme con suoi contrasti, e co'
suoi danari anco, che molti avuti ne aveva, e il Cortese rest senza
contradizione alcuna nel governo della Nuova Spagna e ricchissimo. Ma di lui e
di quello che a quelli luoghi tocca si far particolare menzione nella seconda
parte di questa generale istoria dell'Indie.
Questo Diego Velasco fu un di quelli poveri gentil uomini che passarono a
questa isola Spagnuola nel secondo viaggio dell'admirante don Cristoforo
Colombo, ed era venuto a quello stato che s' detto e ad esser ricchissimo, e
poi mor cos povero, infermo, disgraziato e mal contento. E la burla che aveva
esso fatta a don Diego Colombo in torli il governo dell'isola di Cuba, dove
l'aveva in suo luogo il medesimo Colombo mandato, fu poi a lui finalmente fatta
da Fernando Cortese, che nel governo della Nuova Spagna si rest, senza
riconoscere altri che l'imperatore per superiore: e pure ve l'avea il Velasco
istesso mandato. Ma passiamo all'altre cose dell'istoria di questa isola di
Cuba.


Del successo del governo dell'isola Fernandina, doppo la morte del Velasco.
Cap. XXI.

Egli s' detto di sopra come, assai prima che il Velasco morisse, era stato
scritto a Sua Maest che il licenziado Zuazo, essendo nell'isola Fernandina
giudice, aveva fatte molte ingiustizie, onde vi era da questa isola Spagnuola
passato l'admirante don Diego Colombo con due auditori di questa regia
audienzia, e tolto quello ufficio al Zuazo e l'aveva al Velasco ritornato.
Fatto questo, l'admirante se ne ritorn con li due auditori in questa citt di
San Domenico, e il Zuazo si rest in Cuba alquanto disfavorito. Accadette pochi
d poi che, avendo Sua Maest provisto Francesco di Garai del governo di Panuco
e del fiume delle Palme, che  ne' confini della Nuova Spagna, costui con una
grossa armata si part dall'isola di Iamaica per andare a popolare quella
contrada, e giunto nel'ultimo capo dell'isola Fernandina seppe che Fernando
Cortese aveva gi occupata e incominciata ad abitare quella provincia, e che
aveva fermo proposito di non lasciarvi entrare s n altri. Il perch costui
quivi si ferm, e scrisse e mand a pregare il licenziado Alonzo Zuazo che
volesse passare nella Nuova Spagna e negoziare questa cosa fra lui e 'l
Cortese, per essere esso di amendue amico, e fare che non avessero a rompersi
insieme, finch Sua Maest determinasse e provedesse quello che suo servigio
fosse. Il Zuazo adunque part per fare questo effetto, ma si perd nell'isole
degli Alacrani, come nell'ultimo libro degli naufragii si dir particolarmente,
e ne scamp con alcuni pochi miracolosamente. In quel mezzo Francesco di Garai
pass pur tutta via a quella provincia che a popolare andava, e che era stata
gi del Cortese occupata; ma gli si perd l'armata e gli furono morti alcuni
de' suoi dagl'Indiani, e alla fine, non veggendo a' fatti suoi rimedio, se
n'and a Mescico, dove il Cortese stava, e poco appresso mor, come pi
ampiamente si dir al suo luogo, quando delle cose della Nuova Spagna si
parler.
Doppo di tutte queste cose, il licenziado Zuazo, giunto nella Nuova Spagna, fu
ben raccolto e favorito talmente dal Cortese che ne fu fatto suo luogotenente e
giustiziero maggiore, ed era esso nella Nuova Spagna il tutto nelle cose della
giustizia. Ma perch il capitan Cristoforo d'Olit, del quale si far pi
particolare menzione al suo luogo, s'era ribellato in certa parte di terra
ferma, e distoltosi dall'amist e obedienzia del Cortese che ve l'aveva
mandato, and il Cortese istesso in persona a cercarlo, lasciando certe potest
agli ufficiali di Sua Maest, perch in sua absenzia governassero, e lasciando
il Zuazo per la amministrazione della giustizia. Ma perch erano gi andate in
Spagna molte sinistre informazioni contra il Zuazo, che i suoi emuli mandati vi
avevano, fu provisto con una cedula regia che il Cortese il mandasse prigione
all'isola Fernandina a darvi conto di s. Ma quando questa cedula giunse il
Cortese non vi era, che era gi partito, onde venne in mano degli ufficiali
regii, che stavano gi in due parti divisi e in discordia quali di loro
governatore dovessero (perch si diceva che il Cortese era morto). Quella parte
nelle cui mani venne questa cedula, che era quella che pi favorita stava,
prese il Zuazo. Dicono alcuni che questa prigione non fu per virt della cedula
regia, perch dicono che non era ancora venuta, ma che fu per potere pi senza
impedimento esequire le loro contese.
Il mandarono adunque prigione in Cuba, a dare ivi di s conto al licenziado
Giovanni Altamirano, che vi era a questo effetto particolarmente andato. Diede
il Zuazo ragione di s, e si ritrov essere senza colpa di quanto gli
apponevano; onde fu liberato e assoluto e dichiarato anco per buon governatore
e per persona che aveva ben servito. Il che quando Sua Maest seppe, il fece un
de' suoi auditori in questa regia audienzia che in questa citt di San Domenico
risiede, e cos egli vi venne e vi esercit il suo ufficio, come ora vi
esercita.
Doppo di questo, il licenziado Altamirano se ne pass a Mescico, e Diego
Velasco rest nel suo ufficio come prima, perch, ancorch tutte queste
mutazioni di governo si facessero nell'isola Fernandina, sempre nondimeno era
egli quel che pi in ogn'altra cosa vi poteva, per esser capitano e
compartitore degl'Indiani di quella isola. Ma, come s' detto nel precedente
capitolo, pochi d appresso Iddio lo lev da questa vita. E tosto l'admirante
don Diego vi provedette di suo luogotenente per lo governo di Cuba un gentil
uomo nato in Portiglio e cittadino di S. Giacomo, chiamato Gonzalo di Gozman,
il quale in quello ufficio stette dal 1525 fino alli 1532, che per ordine di
Sua Maest ne fu distolto per un tempo dal licenziado Giovan di Vadiglio, che
era uno degli auditori di questa regia audienzia. Onde rest in Cuba per
luogotenente del governatore, in nome dell'admirante don Luigi Colombo, un
gentil uomo chiamato Manuele di Rogias, persona savia e nobile e nato in Spagna
nella terra di Collar. Ma ritorn poi nel medesimo governo e ufficio il
medesimo Gonzalo di Gozman, in nome dell'admirante don Luigi. E questo basti
quanto al governo e successo delle cose dell'isola Fernandina, fino all'ultimo
del presente anno del 1534 della salute nostra.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta delle cose
dell'isola di Iamaica, che ora di San Giacomo si chiama.

Libro decimo ottavo

Proemio

Quelli che si sono occupati in scrivere, come io ora faccio, e in dare notizia
al mondo d'alcune cose naturali e non conosciute, se non col mezzo di coloro
che l'andarono inquirendo e cercando, si sono sempre a molti pericoli esposti
per potere vederle e considerarle, perch chi in simile impresa si pone bisogna
correre il mare e la terra e passare per varie regioni cos differenti come 
la natural composizione degli elementi, e correre nelli tanti inconvenienti che
nella variet di tante terre e di tanti mari si trova forzatamente, come sono i
differenziati cibi e acque che per tutto si trovano, con la variet della
disposizione dell'aere e temperamenti de' boschi e de' piani; onde vanno
costoro non sani n al proposito loro, senza che non sono di poco momento e
pericolo i tigri, i leoni, i serpenti e altri tanti animali e occasioni nocive,
con altre infinite difficolt che non si potrebbono in cos brevi versi
esprimere. E ancorch di cos fatti pericoli fosse esente colui che in tale
esercizio si pone, come potrebbe egli la lingua de' mormoratori fuggire? I
quali, se ben parlano di quello che non intendono, e riprendono quello che non
sanno n fare saprebbono, e che male grazie rendono a chi ha lor dato notizia
di quello che non sapevano, non per questo restano mai di mordere chi perci
merita di essere ringraziato e che non gli offende.
Ritrovandomi io adunque in questi travagli e riprensioni, non rester gi per
questo di scrivere senza timore alcuno quello che io ho veduto e inteso di
queste maravigliose istorie, cos nuove e cos degne d'essere udite. Prestino
pure le genti vane a lor posta gli orecchi a' libri di Amadis e di Splandiano,
e degli altri che da loro dependono, che sono una prosapia tanto moltiplicata
di favoleggiamenti che io ho certo vergogna d'udire che in Spagna tante vanit
si scrivano, che hanno ormai fatte dimenticare quelle de' Greci. Mal si ricorda
chi simili cose scrive o legge delle parole evangeliche che ci insegnano che il
demonio  il padre della bugia, in tanto che chi la scrive viene ad essere suo
figlio. Liberimi Iddio di cos gran delitto, e drizzi di sorte la penna mia che
sempre (ancorch il buon stile mi manchi) abbia da dire e da scrivere la verit
e quello che sia servigio della verit stessa, che  Iddio, col cui favore son
io giunto a questo 18 libro; e spero cos continuare negli altri restanti, non
fidandomi nella eloquenzia o ornamento di stile (il che a fatto mi manca), ma
appoggiandomi al bordone della medesima verit, e non dimenticandomi del
costume che tiene la volpe quando vuol passare il gielo: perch quando nella
Tracia, che  regione assai fredda, vuol passare i fiumi o le lacune gelate, e
vi va solamente per necessit del cibo, perch  animal di sottile audito,
prima che passi pone sopra il gielo le orecchie, e a questo modo congiettura la
grossezza del giaccio, e parendole sofficiente a sostentarla e che possa senza
pericolo andarvi, vi va. A questo modo so io che non si sommergeranno i miei
libri, perch passano per lo ponte della verit, che  cos forte e potente che
sosterr e far perpetue le vigilie mie, poich sono in gloria del Creatore del
tutto, a cui non  cosa alcuna impossibile; e prima mancheranno le lingue che
le sue maraviglie dicano, [che] le materie e occasioni di ringraziarlo.
Io non scrivo per passare questi geli delli mormoratori senza proposito, ma per
andar al pascolo della obedienzia, per servirne a Dio e al mio re, per cui
ordine in questa materia mi occupo: e perci penso di poter passar sicuro e
senza calumnia, quanto al frutto dello scrivere cose certe e vere. Nel resto
confesso che altri saprebbono meglio di me farlo, occupandovisi e veggendole,
non infin dalla Grecia, n dalle stufe o giardini che alcuni scrittori secondo
i tempi ebbero per scrivere le loro composizioni riposatamente, perch in
simili luoghi fruiscono i concetti degli studii e degl'ingegni loro. Ma le cose
che qui si scrivono si notano con molta sete e fame e stanchezza, e nella
guerra con gl'inimici, e nella pace contendendo con gli elementi e con molta
necessit e pericoli; e chi qui le scrive il fa, ferito senza chirurgico,
infermo senza medico n medicine, morto di fame senza avere che mangiare, morto
di sete senza ritrovare acqua da bere, stanco senza potere ritrovare riposo,
bisognoso del vestire e del calzare. E andando a pi chi saprebbe ben cavalcare
un cavallo, e passando molti e gran fiumi senza sapere notare? Ma a tutte
queste e altre infinite necessit supplisce la clemenzia di Dio, e d industria
e forza a' bisognosi di potere col suo favore uscirne, come per queste istorie
potr ciascuno che le legge vedere.
E credami il lettore, che molti di quelli che vanno per questi luoghi e hanno
tutte queste calamit isperimentate, e pi anco assai di quello che s' detto,
saprebbono ben combattere con li Turchi e danzare con le dame quando
bisognasse, e farsi e nella guerra e nella pace onore; perch, se ben la
necessit li conduce in questi esilii a vivere fra gente selvaggia, quella
stessa li fa pi degni d'altri che pi ricchi nacquero e che vivono a gamba
stesa, non sapendo gi pi che gli altri della patria sua, e stando in molto
riposo si danno ad intendere che infin da' loro delicati letti apprendono
quello che non si pu se non travagliando sapere, e si fanno beffe di quelli
che, come valorosi e poco dati al guadagno, n a stare ballando nelle citt n
passano in queste peregrinazioni la vita loro.
Ma lasciamo questo, e passiamo all'isola di Iamaica, che ora i cristiani
chiamano di San Giacomo, e che  una dell'isole da' Spagnuoli abitate: e ne
parleremo breve e sommariamente quello che far al proposito della sua
conquista e fertilit, con l'altre cose appartenenti all'istoria di lei, con
suoi termini e sito, secondo la vera cosmografia e la ragione dell'altezza del
polo.


Del primo discoprimento dell'isola di Iamaica, che ora di San Giacomo la
chiamano.
Cap. I.

Quando l'admirante don Cristoforo Colombo ritorn di Spagna la seconda volta in
questa isola Spagnuola, vi fond la citt d'Isabella, che fu nel 1493. E indi,
come nel secondo libro s' detto, si part con due caravelle a discoprire
l'isola di Iamaica, menando seco quelli cavalieri e gente che li parve. E
discoperta quella isola, vidde pi ampiamente quella di Cuba, come si  anco
detto di sopra. Ma perch nell'altre isole da noi descritte la prima cosa 
stata il dire i suoi termini e sito, non  bene che qui si resti di proseguire
questo ordine.
Perci dico che dalla ponta di San Michele, che alcuni inconsideratamente
chiamano il capo de' Tiburoni, che  la parte pi occidentale di questa isola
Spagnuola, fino alla prima parte dell'isola di Iamaica, sono venticinque leghe,
poco pi o meno. Sta questa isola di Iamaica in diecisette gradi dalla linea
equinoziale, ed  longa da cinquantacinque leghe e quasi la met larga, e a
questo modo la misurano i marinai. Le genti di terra che abitano nella medesima
isola, perch anco in quello stesso luogo ho voluto informarmene, mi dicono che
sia maggiore di quello che ho detto, perch affermano averla vista e andata
molte volte, e la fanno settantacinque o ottanta leghe lunga e 16 o 17 larga, e
in 17 gradi dall'equinoziale dalla parte di mezzogiorno, e in disdotto dove
ella  pi verso tramontana posta. La punta di questa isola pi orientale
chiamano il capo di Morante, onde partendo e costeggiando dalla parte di
mezzod verso ponente si trova Mainoa, e 6 leghe appresso il porto di Iaguabo,
onde si va poi alla provincia d'Aguaia; e pi gi poi sta la terra d'Oristane,
e alla fine dell'isola  la ponta del Negrillo. E di qua, dando la volta per la
banda di tramontana, si va alla terra chiamata Siviglia, che  il principale
popolo de' cristiani in quella isola, nel cui mezzo  quasi posto. Costeggiando
oltre poi si trova una isoletta picciola chiamata Melilla, dove stanno li
cacichi e gl'Indiani che a' nostri servono. E pi verso oriente si trova il
porto chiamato Guaigata; dal quale partendo e costeggiando oltre si va al porto
d'Anton, che  buon porto e capace di molti vasselli. E questa  la
circonferenzia di tutta l'isola, che potr girare da 150 leghe tutta.
Dalla parte di mezzod ha l'isole di San Bernardo e la provincia di Cartagena
in terra ferma, dalla quale  da 120 leghe lontana. Dalla parte di tramontana
all'isola Fernandina, che al pi vicino (che  la ponta delli Giardini) ne  25
leghe lontana. Dalla parte d'oriente, dal capo di Mortane fino al capo del
Tiburone dell'isola Spagnuola, possono essere da 25 altre leghe, come di sopra
si disse. E da ponente ha, da 35 leghe lungi, l'isole delli Lagarti, che
chiamano: ma perch queste isole sono disabitate, dico che la terra ferma che
questa isola di Iamaica ha da ponente  quella del Iucatan, e che  pi al
porto dell'Ascensione vicina.
E questi sono i termini e i confini dell'isola di Iamaica, chiamata ora di San
Giacomo, la quale  molto fertile, e vi sono quegli alberi e piante ed erbe che
si sono detti essere nell'isola Spagnuola, e le genti sono della medesima
maniera e lingua e vanno medesimamente ignude, ed  terra copiosa di tutte le
cose che nell'altre isole gi dette si trovano; e vi sono ricche minere, bench
non se ne sia cavato molto oro, s perch non vi ritrovarono le minere fino al
1418[1518], come perch vi mancarono le genti, che vi morirono come nell'isola
Spagnuola, e per quelle stesse occasioni e per quelle pestifere calloccole, che
chiamano.
Le cerimonie e matrimonii e maniera di vita e l'arme degl'Indiani di Iamaica,
con tutte l'altre cose, sono a punto come in questa isola Spagnuola erano. Gli
armenti vi sono copiosamente cresciuti, cos di vacche come di pecore e porci e
cavalli, che di Castiglia vi si condussero, e spezialmente de' porci, onde i
boschi di porci selvaggi son pieni. Vi sono i pascoli e l'acque perfette; la
terra  molto salubre, e non cos senza boschi come hanno detto e scritto
alcuni senza vederla, perch nel vero ve ne sono molti, e molti fiumi e laghi e
di molti buoni pesci, di tutte le sorte che s' detto che siano nell'altre
isole abitate da' cristiani. Il maggior utile che i nostri di Iamaica cavano si
 degli armenti degli animali e delle tele e letti di cottone, perch vi se ne
fa molto e buono. Vi hanno fatto anco bene le canne del zuccaro, e vi ha un
buono ingegno che vi fece l'adelantado Francesco di Garai, e ora  degli eredi
suoi.
Il primo governatore che pass a questa isola di Iamaica fu un cavaliero
chiamato Giovanni di Eschivel, che pass a queste Indie col primo admirante don
Cristoforo Colombo, nel secondo viaggio del 1493. E fu poi dal secondo
admirante don Diego Colombo mandato con gente da questa isola Spagnuola a
conquistare e porre in pace quella isola verso il fine del 1509; e vi si port
da buon cavaliero, perch la conquist e pacific e la pose sotto l'obedienzia
della corona reale di Castiglia, s per forza d'arme, come si conveniva di
fare, come benignamente con arte, fuggendo di versare il sangue umano, come
persona zelante del servigio di Dio e prudente in quel che far in simile
negozio si doveva. Doppo la qual conquista, in capo del terzo anno o poco pi,
questo capitano manc, onde il medesimo admirante don Diego vi mand in suo
luogo un altro gentil uomo chiamato Perea, il quale vi fu poco tempo, perch ne
fu rimosso, e vi fu mandato un altro gentil uomo di Burgos chiamato Camargo.
Ritrovandosi in questo stato le cose, and in Spagna Francesco di Garai,
algozile maggiore di questa citt, e venne col re catolico don Fernando in
questa convenzione, di partire per met l'utile degli armenti e dell'altre cose
che il re in quella isola aveva, e il Garai vi poneva anco i suoi: e per questo
il re ordin all'admirante che il facesse suo luogotenente in quella isola.
L'admirante il fece volentieri, s perch il re il comandava, come perch il
Garai era suo molto amico e servitore e accasato con una sua parente, ed era
delli antichi e primi abitatori nell'Indie, che con l'admirante vecchio vi
passarono nel 1493. Fatto questo accordo e compagnia, fu in quel tempo stesso
mandato per tesoriero della medesima isola Giovan di Mazzuolo, perch ricevesse
per lo re l'entrate e l'utile che per la sua met li toccavano. Questo
dispaccio si fece in Valladolit nel 1513. Doppo di questo, nel 1519, Francesco
di Garai mand in Barzellona a Sua Maest un suo creato, chiamato Giovan Lopes
di Torralva, con certe mostre d'oro, che non se ne era prima in quella isola
ritrovato. L'imperatore, sentendosi ben servito del Garai, il fece compartitore
degli Indiani, e fece il Torralva, che era stato il messo, contatore
dell'isola. Era stato Francesco di Garai prima in questa isola Spagnuola, per
la sua industria e cervello, un ricco uomo e molto utile a se stesso, e molto
pi fu poi con questa compagnia che col fisco regio fece: onde ne nacque che,
ritrovandosi assai prospero de' beni che d la fortuna e toglie, venne in
maggiori desiderii, che furono cagione della sua rovina e morte, che a questo
modo segu.
Nel 1523 fece il Garai una buona armata di navi e di gente, e bene provista di
quanto bisognava, per passare in terra ferma a fare nuova terra e popolo presso
al fiume che chiamano delle Palme, nella provincia di Panuco. Nel che si disse
che li fu assai contrario Fernando Cortese, il quale, quando seppe che
l'imperatore aveva fatto Francesco di Garai adelantado e governatore di quella
provincia, si mosse tosto e and a popolarla e farvi una terra, e quando poi il
Garai vi pass, n gl'Indiani n i cristiani volsero all'ufficio admetterlo: e
dicono alcuni che ci per arte del Cortese avvenisse, ancorch egli se ne
iscusasse. In effetto, trovandosi il Garai disbarattato, se n'and nella citt
di Mescico, dove fra pochi d mor.
S che, essendo Francesco di Garai partito, rest l'isola di Iamaica sotto il
governo dell'admirante don Diego, e poi dell'admirante don Luigi e de'
luogotenenti e ministri, perch nelle 4 isole che si son dette abitate da'
cristiani e in quella di Cubagua, della qual appresso si tratter, ha
l'admirante giurisdizione, ma sotto la superiorit per della audienzia reale e
cancellieria, che risiede in questa citt di San Domenico. E questo basti
quanto alla conquista e governo di Iamaica e delle sue genti.
Vi sono in quella isola due terre picciole abitate da' cristiani: la principale
 chiamata Siviglia, e sta dalla banda di tramontana. L'altra si chiama
Oristan, e sta dalla parte di mezzod. La chiesa principale sta in Siviglia,
sotto titolo d'abadia, e ne' tempi dietro ebbe buone entrate, quando il
cronista Pietro Martire l'ebbe e vi fu abbate; ora non frutta tanto, perch,
come si  altrove detto, queste nuove delle ricchezze che ogni giorno si
discuoprono in terra ferma hanno molto diminuito il numero degli abitatori di
tutte queste isole. Ma non gi per questo merita di essere posta in oblio
questa di Iamaica, perch nel vero ella  assai buona e fertile e salubre e di
buone acque, e molte cose concorrono a farla stimare e tenere per buona, perch
ha buoni e sicuri porti e belle e gran pescherie, con tutto quello che si pu
desiderare nelle buone provincie dell'Indie.
Ma perch la perdita di Francesco di Garai e la sua rovina fu cosa molto
notabile, e fu esso un degli adelantadi che sotto questo titolo sono
infelicemente in queste Indie morti, si dir di lui pi a longo quando delle
cose della Nuova Spagna si tratter, perch non fa al proposito di questa isola
dirne pi di quello che se ne  detto, e che ivi lasci agli eredi suoi una
buona facolt e un buono ingegno da zuccari, con altre cose, senza che in
questa citt di San Domenico anco aveva assai; ma egli assai pi spese e perd
che non lasci, per cagione di quella sua spesa e armata, con la quale impresa,
pensando diventare pi ricco, impover, e vi lasci poi la vita, con avervi mal
speso il tempo e mangiato con amici ingrati la robba. Il che dovrebbe essere
uno esempio salutifero in tutti coloro che sanamente vorranno volgere gli occhi
nell'adelantado Francesco di Garai, nell'adelantado Diego Velasco,
nell'adelantado Giovan Ponze di Leone, e in altri adelantadi e capitani di
questi luoghi.


Di alcune altre particolarit dell'isola di Iamaica, e come gl'Indiani
vi sogliono cacciando prendere le papere brave.
Cap. II.

Delli riti e cerimonie degl'Indiani dell'isola di San Giacomo non parlo
altramente, perch, come s' gi detto, del tutto serbavano il costume di
quelli dell'isola d'Haiti e di Cuba. E a quel modo stesso erano idolatri, e in
tutti quegli altri nefandi vizii involti. Il medesimo dico degli animali e
uccelli e pesci e agricoltura e monizioni per la vita, e in tutte l'altre cose,
e per questo, per non essere molesto al lettore replicando quello medesimo che
s' altrove detto, non mi fermer altramente. Avevano e hanno quelle stesse
case e stanze e arbori e frutti che si sono di sopra detti essere nell'altre
isole. E perch nel 13 libro, parlando della maniera che tengono in prendere li
manati e le testudini col pesce riverscio, quanto si potrebbe qui dire ne
dissi, non torno a replicarlo altramente. Questo solo dico, che sono informato
che in questa isola di Iamaica pi che altrove si continu gi questa nuova
maniera di pescare, non veduta n udita mai fuori che in queste Indie. Dicono
anco che gl'Indiani di Iamaica o di San Giacomo furono gl'inventori di questa
sottile e piacevole caccia, nella quale le papere brave prendono, che  di
questa sorte.
Nel tempo del passaggio di questi uccelli, ne passano molte e grosse compagnie
per quella isola, e perch ivi sono alcune lacune e stagni, quando si posano in
terra per pascere e per riposarsi presso a questi laghi s'impongono. Gl'Indiani
che ivi presso vivono gettano in acqua certe gran cocozze, vote di dentro e
tonde, che vanno alquanti giorni sopra l'acqua, e il vento le porta ora a
questa parte ora a quella, e le conduce presso la terra. Le papere da principio
se ne scandalizano, e s'alzano e s'allontanano dalle cocozze, veggendole
muovere. Ma quando poi si accorgono che da quel moto non ne viene loro danno
alcuno, s'assicurano a poco a poco, e di giorno in giorno vi si domesticano, e
in tanta sicurt ne vengono che molte di loro si arrischiano di montarvi suso.
E a questo modo vi vanno notando, ora a questa parte ora a quella, secondo che
il vento e l'aere muove quelle cocozze. Quando gl'Indiani veggono che le papere
vi si siano bene assicurate e domesticate, senza punto spaventarsi di quel
moto, se ne va il cacciatore e pone tutta la testa dentro una cocozza vota,
come quelle che vanno notando per l'acqua, e si cala questa cocozza gi fino
alle spalle; ed esso si pone con tutto il resto della persona dentro
dell'acqua, e per un picciolo buco che ha fatto nella sua cocozza al diritto
degli occhi mira dove le papere stiano, e cos si va a porre loro da presso, e
alcuna tosto su la testa li monta. Egli, quando se ne accorge, pian piano si
scosta da quel luogo e notando anco, se vuole, senza essere inteso n da quella
che ha sul capo n dall'altre, perch questi Indiani sono pi atti al notare di
quello che possa uomo pensare. Ora, quando egli si vede alquanto dall'altre
papere scostato e li pare che sia tempo, cava la mano, e presala per le gambe
la tira gi sotto l'acqua e ve l'affoga; e legatasela alla cintura nel medesimo
modo ritorna a prendere dell'altre. E per questa via ne prendono gl'Indiani
gran quantit. Sogliono anco, senza scostarsi altramente, tosto che se la
sentono in testa, porla gi sotto l'acqua e legarsela alla cintura, senza che
l'altre fuggano o si spaventino, perch pensano che siano andate sotto acqua
per prendere qualche pesce.
Passando io per quella isola mangiai alcuna di quelle papere cos prese, e sono
un buon cibo. Sono picciole e bianche, e nel tempo del passaggio loro se ne
vede una copia infinita, e negli altri tempi dell'anno se ne ritrovano anco
alcune. Le prendono anco alcuna volta di questo altro modo, che l'Indiano
cacciatore s'avolge molto la testa di frasche e frondi verdi d'alberi, e
s'accosta notando alla ripa della lacuna dove le papere stanno, onde alcuna di
loro va a montar tosto sopra quelle frasche della ghirlanda del cacciatore,
credendo che sia qualche cespa verde dell'acqua stessa. L'Indiano, tosto che la
sente, vi stende la mano, e la prende a quel modo che s' detto che con le
cocozze fanno.


Come il licenziado Gil Gonzales Davila and a sindicare gli ufficiali
dell'isola di Iamaica per ordine di Sua Maest.
Cap. III.

Nel 1533 giunse a questa citt di San Domenico un cavaliero litterato, nato in
Toledo e chiamato il licenziado Gil Gonzales Davila, persona d'illustre e
generoso sangue; ed era gi stato per ordine di Sua Maest col capitano Diego
d'Ordas alla conquista del fiume Maragnon, che  nella costiera di terra ferma,
la quale impresa ebbe infelice successo ed esito, e il medesimo capitano Diego,
ritornando dopo questi travagli in Spagna, mor in mare per uscire del mondo
con gli altri suoi, come pi di lungo nella seconda parte di questa Istoria si
dir; e quelli pochi che scamparono si ritirarono ciascuno per la via sua.
Venne adunque in questa citt questo cavaliero che io diceva, il quale, quello
anno stesso, per ordine di Sua Maest e del consiglio regio dell'Indie, pass
all'isola di S. Giacomo, per sindicare il luogotenente e gli altri ufficiali
che per l'admirante don Luigi Colombo vi erano, a vedere i conti delle case del
fisco al tesoriero Giovan di Mazuolo e al contatore Giovan Lopes di Torralva:
perch si diceva che gran bisogno ne avevano, e perci Sua Maest, che ne era
stato informato, vi mandava questo licenziado Gil Gonzales. E medesimamente
perch, nel vero, gli ufficiali che si lasciano molto tempo dimenticati negli
ufficii ne' quali sono continui guadagni, hanno bisogno d'essere visitati e
corretti. E gi in questa regia audienzia erano molte querele di loro venute;
s che per questo effetto pass in quella isola il licenziado Gil Gonzales, e
per riformarvi anco la giustizia e correggere gli ufficiali, con fare loro dar
conto, secondo che il bisogno richiedeva. Ed egli andatovi cos fece. Ma con
questo s'impone fine all'istoria dell'isola di Iamaica o di S. Giacomo. Nella
quale isola fin anco la vita sua di corto il medesimo cavaliero Gil Gonzales
Davila, mentre che il suo ufficio gi detto vi esercitava e ne serviva al suo
re.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta dell'isola di
Cubagua.

Libro decimo nono

Proemio

Non fece il grande Iddio cosa alcuna disutile, e perci, quando vidde quello
che creato aveva, l'approb tutto per buono. Di che si raccoglie che nelle
provincie che paiono diserte in queste Indie (e in altre parti del mondo anco),
vi sono altri secreti, con abbondanzia di quelle cose che ne' luoghi che
teniamo per fertilissimi si desiderano, e sono di molto pregio. Veggiamo la
terra in alcune parti coverta di spineti, di morole e di calambroni pongenti, e
nelle sue viscere poi di sotto vi ritrovamo ricche minere d'argento e d'oro e
d'altri mettalli, e cos di pregio, tanto pi che le medesime spine e
calambroni gi detti non sono senza qualche virt e propriet giovevole.
Molte campagne disabitate e senza pascoli per gli armenti stanno coverte
d'orciglia, che  una erba da tingere i panni, o d'altri alberi assai per altri
effetti utili. Non  cosa mal composta n si ritrova errore nella natura,
perch il maestro e facitore di lei non puote errare, n fece cosa
inconveniente n senza utilit, perch fin ne veleni e nelle cose nocive si
trovano secreti medicinali e propriet maravigliose, e quanto pi varie e
differenti sono, tanto  la natura pi bella. Quel serpe chiamato tiro, il cui
morso dicono che senza rimedio sia,  medicina appropriata contra ogni veleno:
come si vede che, posto in quella composizione che chiamano tiriaca, 
salutifero contra le cose velenose, percioch una picciola parte di lui,
mischiata con l'altre cose medicinali, le porta tutte al cuore (perch questa 
la sua propriet, di andar tosto in quel luogo), e vi cagiona salute con quella
mistura, l dove da s solo vi sarebbe mortifero. Egli si cerca il grasso delle
serpi e del cane che morde i peli; di modo che, sapendonsi usare la propriet
di simili secreti, non si trova cosa cos cattiva dalla natura creata che non
giovi in qualche cosa.
E cos a questo proposito parler in questo 19 libro dell'isola di Cubagua, che
 assai picciola e sterilissima, e senza goccia d'acqua di fiume n di fonte n
di lago n di stagno, n vi  dove si possa seminare n fare cosa alcuna per lo
servigio dell'uomo n da potervi tenere armenti, e nondimeno, con tutte queste
difficolt, si abita, e vi  una gentile citt, ed  tanta la sua ricchezza che
tanto per tanto non  in tutte queste Indie cosa pi ricca n pi giovevole
(parlo di quello che fino ad oggi da' cristiani si abita). Ella non ha maggior
spazio o territorio che tre leghe di circonferenzia, poco pi o meno, e molti
che lo possono sapere dicono che dal 1496, che fu dal primo admirante don
Cristoforo Colombo discoverta, fino al presente, si sia da questa isoletta
cavato tanto valore di perle che col quinto del re, e con quello che ne hanno
avuto particolari,  una estimazione incredibile. E questo esercizio del
continuo vi si esercita.
E perch la istoria ordinatamente proceda, dir tutto quello che ho potuto
intendere del discoprimento e dell'altre cose di queste isolette, e poi far
anco menzione dell'altre isole e costiere di mare dove in queste Indie si
ritrovano perle, e dir d'alcune perle particolari e di prezzo che ritrovate si
sono, perch in questa parte non resti che dire n replicare appresso; ma
solamente si accennino le provincie e luoghi dove le perle si trovano,
percioch, cos nel pescarle come nell'altre particolarit,  una cosa
medesima.
Ben  il vero che i naccaroni sono differenti maniere di conche, dove le perle
nascono, e questi non si ritrovano in questa isola n in tutta la costiera di
terra ferma che a tramontana  volta, ma dall'altra parte che riguarda a
mezzogiorno ve ne sono in molte parti molti. E se io ne dir anco qualche cosa,
non sar inconveniente alla materia delle perle, poich anco in questi
naccaroni nascono, i quali servono agl'Indiani non solamente con le perle e
pesce che hanno, ma servono anco loro per pale e per altri istromenti della
agricoltura, come pi ampiamente si dir appresso al suo luogo.
S che stiavi il lettore attento, perch, se ben Plinio ragiona a longo delle
perle nella sua naturale istoria, e Alberto Magno medesimamente e Isidoro, ne'
quali potranno i curiosi vedere molte cose che io qui non mi curer di
ripetere, dir nondimeno io qui d'altre cose che niuno di questi eccellenti
autori seppe n scrisse, n altro autore che io fin qua abbia letto. E potr
parlarne come testimonio di vista, perch fino ad oggi pochi o niuno di quelli
che sono in queste Indie passati hanno avuto migliori perle di me, in alcune
pezze segnalate nelle quali io perde' il prezzo che mi costarono, perch non le
potei longo tempo presso di me avere: percioch queste cos fatte gioie non
l'hanno a vendere se non quelli che le cercano, e non si ha a cercare chi le
compri, come ho fatto io. Ma questo si dir pi copiosamente appresso. Passiamo
ora a dire del discoprimento dell'isola di Cubagua e delle sue perle, perch
ivi si sono ritrovate in assai maggiore quantit che in niuna altra parte, e
ivi si viddero le prime che in tutte queste Indie si vedessero.


Del discoprimento dell'isola di Cubagua, dove si pescano le perle e dove prima
in queste Indie si viddero; e come n'ebbero i cristiani notizia.
Cap. I.

Il terzo viaggio e discoprimento che il primo admirante don Cristoforo Colombo
di queste Indie fece fu nel 1496, perch nel mese di marzo di quello anno part
dal porto di Calis con sei caravelle bene armate, come di sopra nel terzo libro
si disse, e per viaggio ne mand tre alla volta dell'isola Spagnuola; con
l'altre tre fra pochi giorni giunse all'isole di Canaria, dove provedutosi
d'acqua e legne e d'altre cose per il viaggio, corse a riconoscere l'isole di
Capo Verde, chiamate dagli antichi Gorgoni. Dalle quali fece volgere le prode e
correre da 150 leghe verso il sudueste e, secondo dice il pilotto Hernan Peres
Matteo, che oggi in questa citt vive, gli sopragiunse tanta tempesta che li
ridusse a termine che tagliarono gli alberi della mezzana e gettarono gran
parte del carico in mare, e in tanto pericolo si viddero che pensarono di
perdersi, e corsero al norveste e andarono a riconoscere l'isola della Trinit.
Ma questa tempesta che il pilotto Hernando Peres Matteo dice, non l'approba don
Fernando Colombo che oggi vive, figlio dell'admirante, che si ritrov con suo
padre nel medesimo viaggio; anzi dice che questo travaglio nel quale si
ritrovarono fu di calma e di tanta arsura che i loro vasi di legno si aprivano,
e il formento che portavano loro si putrefaceva, onde necessariamente
aleggiarono e si scostarono dall'equinoziale.
Ora, riconoscendo la detta isola, dice don Fernando che l'admirante la chiam
della Trinit, perch andava con pensiero di chiamare di questo nome la prima
terra ferma che ritrovasse, tanto pi che si viddero a un tempo stesso tre
monti vicini, o alla vista poco l'un dall'altro distanti. Pass poi quello
imboccamento che chiamano la bocca del Drago, e vidde tosto la terra ferma,
come si  ampiamente detto nel terzo libro. Dalla bocca del Drago, che sta a 10
gradi dalla linea equinoziale, corse l'admirante la costiera di terra ferma
verso occidente, e riconobbe altre isole, come nel terzo libro si disse; e
passando oltre discopr la ricca isola chiamata Cubagua, della quale qui si
tratta, e che i cristiani al presente chiamano la isola delle Perle, dove poi
si fond una buona terra, ch'ora si chiama la nuova citt di Calis; e quivi 
la peschiera delle perle. Presso a questa isola Cubagua ne  un'altra maggiore,
chiamata la Margarita, che cos l'admirante la nomin. Dalla ponta delle
Saline, che  in terra ferma nella bocca del Drago, fino all'isola di Cubagua,
che le  da ponente, sono cinquanta leghe. Questa isola  assai picciola, e
gira a torno (come si  detto) da tre leghe;  distante dalla costiera di terra
ferma, e in particolare dalla provincia chiamata Araia, che le  pi vicina,
quattro leghe. E perch, come si  di sopra nel proemio detto, non ha acqua
questa isola, la vanno a prendere quelli che l'abitano in terra ferma, al fiume
chiamato Cumana, che  sette leghe lontano dalla nuova Calis, come si dir
appresso.
 questa isoletta lontana dalla linea equinoziale quasi dieci gradi e mezzo
dalla parte del nostro polo. Da Cubagua fino a questa citt di San Domenico
possono essere da 160 leghe e da 110 leghe fino alla isola di Santa Croce delli
Caribi, la quale le sta posta da tramontana, perch queste due isole stanno
poste di filo da tramontana a mezzogiorno. Ha Cubagua, come si  detto, terra
ferma da mezzogiorno, e quattro leghe il pi vicino, e ha da ponente 25 leghe
l'isola di Poregari. E questo  il suo sito e i suoi termini. Ma la terra che
le  pi vicina si  l'isola della Margarita, che ho detto che le sta da
tramontana una lega lontana.
Di tutte l'altre cose che il primo admirante in questo suo terzo viaggio
discopr, si  detto nel terzo libro di sopra, e non bisogna qui altramente
ripeterlo, ma quello solo dire che fa al proposito di questa isola, e come
seppe egli che qui fossero perle: il che fu a questo modo. Sorto che egli fu
presso a questa isoletta con le sue tre caravelle, fece sopra un battello
montare alcuni marinai, perch andassero ad una canoa che vedevano che andava
pescando perle. Gl'Indiani, veggendo i nostri andare a trovarli, si ritirarono
verso l'isola. I nostri, fra gli altri Indiani, viddero una donna che portava
al collo una gran quantit di filze di perle e di unioni grossi (perch delle
minute non facevano gl'Indiani conto, n avevano l'arte da potere bucarle).
Allora un di quelli marinai tolse un piatto di creta di quelli di Valenzia, che
sono lavorati con certe figure e pitture e rilucono, e ne fece pezzi, e con
queste teste di piatto barratt con gl'Indiani e con la Indiana alcune filze di
quelle grosse perle, e le portarono all'admirante; il quale, quando bene intese
il negocio, pens di dissimularlo, ma per lo gran piacere che ne ebbe non puot
fare che non dicesse: "Fratelli, io vi dico che voi oggi vi ritrovate nella pi
ricca terra che tutto il mondo abbia, e ringraziato ne sia sommamente Dio". E
cos ritorn a mandare la barca a terra con alcuni altri uomini, perch
barrattassero tante perle grosse quante andassero in una scodella, a cambio
d'un altro piatto spezzato medesimamente e di certe sonaglie. Giunti coloro
all'isola barrattarono fino a tre libre di perle mischiate grosse e picciole,
le quali l'admirante le prese per portarle o mandarle in Spagna al re catolico.
E per non dare occasione che i marinai e l'altre genti che seco andavano
s'inebriassero nelle avidit delle perle, non volse ivi trattenersi, pensando
tenere la cosa secreta fino al suo tempo, e quando fosse stato bene a
palesarla. E se avesse voluto avrebbe potuto allora barrattare mezzo tumolo di
perle, secondo che dice il pilotto Hernan Peres Matteo, che qui vive, e mi
afferma che ne vidde fra questi Indiani allora tanta o maggior quantit.
Ma perch ne' marinai si serva poca secretezza, quando alcuni di quelli che ivi
si ritrovarono si ritornarono poi in Spagna, si public questa cosa nella terra
di Palos, di donde erano allora la maggior parte de' marinai che a queste parti
passavano, e si seppe medesimamente in Moguer. Onde alcuni di quella terra che
questo seppero, chiamati i Nigni, fra li quali era capitano un Pero Alfonso
Nigno, menando seco alcuni di quelli che vi si erano ritrovati con l'admirante,
si partirono con una nave e andarono alla volta dell'isola delle Perle, e ne
barrattarono ed ebbero tanta quantit che se ne ritornarono ricchi in Spagna,
se non vi avessero ritrovato intoppo. Ma perch nel ritorno verso Europa
andarono a dare di porto in Galizia, dove stava allora per vice re Fernando di
Vega, signor di Gragial, che fu poi commendator maggior di Castiglia
dell'ordine militare di san Giacomo, costui preso il Pero Alfonso nigno e tolse
a lui e a' compagni le perle e il vassello, come a persone che erano senza
licenzia a fare detto barratto andate, anzi li mand di pi prigioni alla
corte, dove poi con molto travaglio ottennero d'essere liberati. E per questo
d'allora innanzi si pose in gran riputazione e guardia quella isola.
Dicono alcuni che il discoprimento di queste perle diminu molto l'autorit e
la fede dell'admirante, perch dicono che si seppe in Spagna per detto de'
marinai che con lui vi si ritrovarono, e per lettere di alcuni particolari,
prima che per suo aviso, bench alcuni altri dicono il contrario. Questo Pero
Alfonso Nigno e compagni portarono da quel viaggio da 25 libre di perle, che
avevano barrattate con spingole e sonaglie e altre simili ciancie. E fra quelle
ve n'erano molte assai buone orientali e tonde, bench picciole per lo pi,
come io dal medesimo commendatore maggiore intesi dire.
In quella provincia chiamano gl'Indiani le perle thenoras e corissia anco, e
d'altri diversi nomi, secondo le variet delle lingue che per quella costiera
sono. E questo basti quanto al discoprimento e notizia che si ebbe in queste
Indie delle perle.


Dell'altre particolarit dell'isola di Cubagua, e d'un fonte di bitume che vi
.
Cap. II.

L'isola di Cubagua, come s' detto,  picciola, perch non gira pi di 3 leghe;
 piana e tutta salnitrosa, e perci  sterile d'ogni maniera d'erbe e
d'arbori, di sorte che non vi se ne vede alcuno, se non certi di guaiacan e
certi altri come spine da morole. In tutta l'isola non vi  acqua per bere, n
vi nascono uccelli fuori che alcuni maritimi, come sono gaviotte e simili, n
vi  alcuno animale, ancorch nel principio che i cristiani l'abitarono vi
fossero alcuni conigli. Vi ha un buon porto dalla banda di tramontana, e al suo
diritto una lega  l'isola della Margarita, la quale la circonda ad un certo
modo da levante fino al norveste, e dall'altra banda quella parte di terra
ferma che si chiama Araia la circonda da levante quasi fino al mezzogiorno.
Nella sua ponta di levante, presso al mare,  un picciolo fonte che gocciola un
liquore come olio, e corre nel mare e va sopra l'acqua, e pi di due o di tre
leghe se ne vede longi dall'isola il segno; e d anco il liquore un certo
odore. Alcuni di quelli che l'hanno veduto dicono che  chiamato dai naturali
stercus demonis, e che  utilissimo nella medicina.
Hanno in questa isola posti i nostri alcuni porci, e crescono loro tanto le
ungie de' piedi dinanzi e di dietro che se le rivolgono in su, e in alcuni
crescono finch sono quanto un picciolo palmo. Quelli che in questa isoletta
vivono se ne vanno a prendere l'acqua per bere in terra ferma dal fiume di
Cumana, che  sette leghe lontano dall'isola, e dalla isola della Margarita si
portano le legne.
D'intorno all'isola di Cubagua e oltre anco, dalla parte di levante, sono tutti
luoghi arenosi, ne' quali nascono le ostreche dove si producono le perle, e qui
come in loro proprio nido e stanza sono e vi fanno l'ova, e in gran quantit
partoriscono, e per questo vi saranno perpetue; ma bisogna che si aspettino e
che si lascino giongere a perfezione, percioch se ne possono raccorre le perle
ed essere pi giovevoli e megliori; percioch, nel modo che la vigna produce
l'uva e la va a poco a poco maturando, cos in queste ostreche e conchiglie,
nel seno istesso del pesce che dentro vi nasce, incominciano a poco a poco a
farvisi, e nel principio quel suo granello  tenero come un latte, e si va poi
col tempo la perla ingrandendo e facendosi dura, bench vi ne siano molte dure,
e cos minute come arena o poco pi. Questo guadagno delle perle  stato una
ricca entrata, perch il quinto solo che si paga di queste perle a Sua Maest
ha valuto ogni anno 15 mila ducati e pi, senza quello che alcuni avranno
fraudato per lor poca coscienzia e molta avarizia, bench con lor molto
pericolo, portandosi via secretamente molte libre di perle, e delle megliori e
pi elette e pi preziose, come credere si dee. Egli  certo questa una cosa
che in tutto il mondo non si sa fino al presente n si trova scritto, che in
cos poco spazio di mare si prenda cos gran quantit di perle, come in questa
isoletta si fa del continuo.


Come alcuni religiosi dell'ordine di s. Domenico e di s. Francesco, passando in
terra ferma nella costiera che  presso a Cubagua per predicare a quelle genti,
vi furono crudelmente marterizzati.
Cap. III.

In Cumana, provincia di terra ferma e vicinissima a questa isola di Cubagua,
fondarono il primo lor monasterio i frati di s. Francesco, essendo lor
guardiano un fra' Giovan Garzes, per dovere a poco a poco convertire quelle
genti barbare e idolatre e recarle alla nostra santa fede. Fu questo nel 1516,
nel qual anno passarono in terra ferma due frati anco di s. Domenico, per
dovere fare l'istesso effetto della conversione degl'Indiani. Questi entrarono
nella terra ferma pi verso ponente, 18 leghe da donde quelli di s. Francesco
stavano, in una provincia chiamata Piritu, dove, in quella parte che chiamano
Mangiar, furono dagl'Indiani ammazzati, in pago del buon desio loro e del
volere con le lor prediche alla verit della fede ridurre.
L'anno seguente del 1517 passarono certi altri padri dell'istesso ordine di s.
Domenico a fondare un altro monasterio per la conversione di quelle genti, in
una provincia chiamata Chiribichi, che la chiamarono poi Santa Fede, e del
medesimo nome fu il monasterio chiamato. E qui si stavano lontani cinque leghe
da quelli di s. Francesco, che erano in Cumana. Questi due monasterii facevano
di molto bene e carit agli Indiani di que' luoghi, cos nel temporale come
nello spirituale, se essi fossero stati capaci di conoscerlo e apprenderlo,
perch questi e quelli padri con gran fervore e carit si travagliavano, cos
nel dare a quelle genti ad intendere la nostra catolica fede e distorle dalle
loro cerimonie e idolatrie, come nel curarli delle loro infermit e piaghe con
tanta diligenzia quanta era loro possibile, per attraerli al servigio di Dio e
alla communione della chiesa santa.

Nel quale tempo stavano nell'isola di Cubagua Spagnuoli, e vi abitavano in
capanne, e barrattavano qui le perle con gl'Indiani di terra ferma, che in
certi tempi dell'anno passavano nell'isola a fare questa pescheria, per
provedersi delle cose che i nostri loro davano per le perle. E in quel tempo fu
questa contrattazione e negozio molto utile a' cristiani, e allora stette la
provincia o terra che  da Paria fino ad Unari, che vi sono cento leghe di
costiera di terra ferma, cos pacifica e quieta, che vi andavano per tutto uno
o due cristiani soli, e contrattavano securissimamente con gl'Indiani. Ma nel
1519, quasi nel fin dell'anno, in un d stesso gl'Indiani di Cumana e di
Cariaco e di Chiribichi e di Maracapana e di Tacaris e di Neberi e di Unari,
spronati dalla loro propria malizia, e perch si sentivano importunati dai
nostri nel barratto degli schiavi che da loro procuravano avere, si
ribellarono; e nella provincia di Maracapana spezialmente ammazzarono da 80
cristiani Spagnuoli in poco pi d'un mese, perch per loro disgrazia gionsero
ivi quattro caravelle che, non sapendo la ribellione del paese, tosto che i
nostri, assecurati dagl'Indiani, smontarono, ne erano morti.
E gli ultimi Indiani che si ribellarono furono quelli di Cumana, perch ve ne
erano molti che erano amici di quelli padri, per le buone opere che ricevute
n'avevano; pure finalmente, come gente cattiva e ingrata, si lasciaro vincere
dalla cattiva opinione dei pochi pi tosto che dalla buona intenzione di quelli
che tal cosa fare aborrivano. S che all'ultimo tutti si condussero a questa
malvagit e bruciarono i monasterii, e in quel di Cumana dell'ordine di s.
Francesco ammazzarono un frate, chiamato fra' Dionigio. Gli altri compagni
scamparono fuggendo dentro una canoa in Araia.
Quel fra' Dionigio che ho detto, quando vidde attaccare fuoco al monasterio, si
tir fuori e tanta alterazione sent di questa cosa che non ebbe tempo n si
ricord di fuggire con gli altri frati. Egli stette due o tre d nascosto in un
certo canneto, pregando nostro Signore che si ricordasse di lui e 'l ponesse in
parte dove pi suo servigio fosse. In capo di questo tempo deliber di uscir
fuori e palesarsi, perch fra questi Indiani erano molti a' quali esso avea
fatti molti servigi e opere di carit. Il tennero dunque tre giorni senza
fargli alcun male, nel qual tempo non facevano altro che consultare e
discorrere con molte parole di quello che avrebbono fatto di questo aventurato
padre. Alcuni dicevano che il tenessero seco e non l'ammazzassero; altri
dicevano che per mezzo di questo padre avrebbono avuta la pace de' cristiani;
altri, perseverando nella loro crudelt, dicevano che egli fosse dovuto morire.
Onde puot tanto la malvagit d'un solo Indiano, chiamato Ortega, che gli altri
per suo consiglio si piegarono a doverlo ammazzare. Il perch dissero poi
gl'Indiani che per questo peccato castigati furono, percioch in quelli tre d
che il tennero vivo sempre stette quel beato martire in orazione co' ginocchi
in terra; e quando poi il presero per farlo morire, gli gettarono una corda al
collo e se lo strascinarono crudelmente, facendogli mille vituperii e dandogli
varie maniere di tormenti. E perch esso li pregava che lo lasciassero
ginocchione e fare orazione a Dio, e che mentre orava l'ammazzassero o
facessero di lui quello che essi volevano, furono contenti di compiacerli in
questo. Onde, mentre che egli con molte lagrime si raccomandava a Dio, li
diedero tal colpo in testa che l'ammazzarono. E morto che l'ebbero vi usarono
mille poltronerie, perch lo strascinarono senza niuna piet ora ad una parte
ora ad un'altra, e ne fecero mille altri strazii.
Degli altri religiosi che stavano in Chiribichi non ne scamp niuno; gli
ammazzarono di giorno, stando l'un di loro dicendo messa e gli altri nel coro
dicendo l'ufficio. E tanta crudelt vi usarono che ammazzarono anco i loro
commessi e servitori, fino ad un maccietto col quale cavavano l'acqua da un
pozzo, che il saettarono. In effetto fino alle gatte del convento
perseguitarono, per non lasciarvi anima in vita; e in amendue questi monasterii
bruciarono l'imagini e le croci; e d'un crocifisso grande che i frati di san
Francesco avevano ne fecero pezzi, e li posero poi per li passi e per le strade
pi segnalate, come si suol fare di qualche malfattore, del quale ne pone in
diversi luoghi la giustizia i quarti.
Furono assai insolenti e malvaggi questi Indiani, perch non fu malvagit che
loro alla memoria venisse che non la ponessero in opera, come crudeli e
bestiali. Presero la campana del monasterio di san Francesco e ne fecero minuti
pezzi. Tagliarono gli alberi degli aranci che erano nel giardino di questi
religiosi. E doppo di tutti questi danni si ponevano in ordine per passare
all'isola di Cubagua, dove pensavano dare sopra i cristiani che vi erano.
E vi era in quel tempo per alcaide maggiore un Antonio Flores, il quale, avuta
questa nuova, bench avessero seco nell'isola 300 Spagnuoli o pi e molte
vettovaglie e fornimenti, deliber nondimeno, insieme con gli altri, di non
aspettarvi questi nemici. E cos s'imbarcarono tutti sopra certe caravelle che
ivi erano, e sopra le barche con le quali solevano provedersi d'acqua, e senza
vedere Indiano alcuno fuggirono e abbandonarono l'isola, lasciando nelle loro
proprie stanze molte botti di vino e molte vettovaglie, con altre loro cose da
barrattare e mobili di casa loro. E se ne vennero nell'isola Spagnuola, in
questa citt di San Domenico, non senza loro molta vergogna e vituperio. E cos
rest quella parte di terra ferma e l'isola di Cubagua abbandonata da'
cristiani per allora; perch, quando gl'Indiani seppero questo, passarono
nell'isola e vi posero a sacco quanto vi ritrovarono, e conobbero che per paura
di loro se ne erano i nostri cristiani partiti. Ed essi vi restarono signori
afatto e senza contrasto.


Come l'admirante e questa regia audienzia mandarono da questa citt un'armata
col capitano Gonzalo d'Ocampo a castigare gl'Indiani che avevano morti i nostri
in terra ferma, e a ricuperare l'isola di Cubagua; e della venuta del
licenziado Bartolomeo delle Case, con altre cose.
Cap. IIII.

Quando in questa isola Spagnuola l'admirante don Diego Colombo e questa regia
audienzia e ufficiali di Sua Maest intesero la ribellione degl'Indiani della
costiera di Cumana e delle altre provincie che si sono dette, e come i nostri
avevano abbandonata l'isola di Cubagua, il pi tosto che fu possibile posero in
punto una armata per dovere quelli ribelli castigare e ricuperare l'isola delle
Perle, e ne fecero capitano un cavaliero, cittadino di questa citt di San
Domenico, chiamato Gonzalo d'Ocampo; il quale, conducendo da 300 uomini sopra
alquante navi e caravelle ben fornite di quanto bisognava, pass nel 1520 in
quella terra ferma, dove tenne bel modo in prendere alcuni de' principali
Indiani malfattori, perch, sorto che fu con l'armata, venivano gl'Indiani alla
costiera e dimandavano i nostri donde venivano, e quelli rispondevano:
"Castiglia, Castiglia". E gli Indiani replicavano: "Haiti, Haiti", che volevano
dire che da questa isola Spagnuola, chiamata anco Haiti, venissero. Ma i nostri
rispondevano: "Castiglia, Castiglia", e mostravano loro delle cose da
barrattare e del vino, che  quello che essi pi vogliono. Credendo adunque
essi che i nostri non sapessero nulla delli cristiani e frati che morti
avevano, e che venissero di Spagna, avendo pensiero d'ammazzare anco questi
altri, come a quelle altre caravelle fatto avevano, si arrischiarono alcuni de'
principali ad entrare nelle navi, e dicevano al capitano che smontasse in
terra, e portavanli a mangiare delle cose del paese, e facevano altre simili
demostrazioni di pace, fingendo di sentire piacere della venuta di questa
armata. Il capitano tenea le genti ascose sotto coverta, e non si vedevano
nelle caravelle altri che i marinai, e con questi gl'Indiani si festeggiavano.
Ora, quando al capitano parve tempo, diede il segno a' suoi, i quali uscendo
presero alcuni Indiani principali, de' nomi de' quali, e degli errori e falli
loro, portavano lista e informazione. Il capitano, fatto loro confessare la
verit di quello che avevano contra i nostri oprato, li fece appiccare alle
antenne delle navi, per dare esempio ai traditori e ribelli che nella marina
stavano tutto questo mirando. E fatto questo saviamente senza pericolo, se ne
and all'isola di Cubagua, dove smont e accamp con le genti che conduceva.
Indi poi pass alla provincia di Cumana e di Tacari ed entr dentro terra, e
prese in pi volte molti Indiani, e fece giustizia di quelli che li parve, e
altri n'ammazz che si difenderono per non essere presi.
Mentre che questa guerra durava, vennero i nostri a fare pace con un caciche
principale di quella contrada chiamato don Diego, e per mezzo di questa pace si
cominci a fare popolo e terra in Cumana, appresso al fiume, lungi mezza lega
dal mare, e chiamarono questa terra Toledo, dove stette questo capitano con le
sue genti alcun mese; ma non era egli molto dai suoi stessi soldati amato.
In questo tempo avvenne che gionse quivi con certi vasselli un chierico
chiamato il licenziado Bartolomeo dalle Case, con commissioni ampie di Sua
Maest per potere quivi far popolo e nuova abitazione, e portava le sue
capitulazioni che sopra ci fatte aveva, come pi di lungo nel seguente
capitolo si dir. Giunto adunque questo licenziado, fu in discordia ed ebbe
molte differenzie col capitano Gonzalo. Onde, perch n le sue genti stavano
bene con lui n esso con loro, se ne pass esso all'isola di Cubagua, e il
medesimo fecero poi le sue genti, abbandonando la terra che avevano fatta e
chiamata Toledo, senza persona alcuna restarvi.


Come il licenziado Bartolomeo dalle Case and con certi lavoratori a popolare
nella costiera di Cubagua in terra ferma, e di quello che ne succedette.
Cap. V.

Nel 1519, nel tempo che giunse in Barzellona la nuova che era stato eletto in
re di Romani e in futuro imperatore la maest cesarea del nostro re, io mi
ritrovai in quella sua corte per certi negozi di terra ferma (di Castiglia
dell'Oro), e viddi quel reverendo padre, il licenziado Bartolomeo dalle Case,
procurare con Sua Maest e con il suo consiglio dell'Indie il governo di Cumana
e di quelle costiere delle perle. E in quest'era favorito da' signori fiamenghi
che presso Sua Maest si ritrovavano, e particolarmente da monsignor di
Lasciao, che poi mor essendo commendatore maggiore d'Alcantara, che era un de'
pi accetti famigliari dell'imperator nostro. Per mezzo di costui adunque, e
perch il licenziado Bartolomeo promettea gran cose, e molto utile e aument
dell'entrate regie, e sopra tutto di dovere tutte quelle genti perse convertire
alla nostra santa fede, ottenne il suo intento, dicendo che assai il vescovo di
Borgos don Giovan di Fonseca e il licenziado Luigi Zapata e 'l secretario Lope
Conciglio, e gli altri che fino a quella ora in vita del re catolico avevano
nelle cose di queste Indie inteso, l'avevano errata in molte cose, ingannando
per varie vie il re catolico e giovando a se stessi delli sudori degli Indiani;
e se ora a questo suo pensiero ostavano, era solo per mantenere e difensare
l'errore che fatto avevano. E diceva anco, fra l'altre cose, che le genti che
esso condurre voleva non avevano ad essere soldati n omicidiali n rivoltosi,
ma pacifici e quieti e gente di contado, e che questi tali voleva poi fare
nobili e cavalieri a sproni d'oro, dando loro il passaggio e da vivere e
facendoli franchi, con altre grazie che egli per loro chiedeva.
S che egli alla fine ottenne il suo intento, ancorch i signori del consiglio
vi contradicessero, e che alcuni Spagnuoli, persone da bene, che si ritrovavano
in quel tempo alla corte, isgannassero il re, dicendo che questo padre,
desideroso di comandare, offeriva quello che esso poi non farebbe, e parlava di
quella terra che esso non sapeva n aveva mai vista n postovi il piede, e che
il re vi spenderebbe i suoi danari in vano, e quelli che con questo licenziado
andrebbono si sarebbono a molto rischio e pericolo ritrovati.
Ma Lasciao, come ho detto, pes e valse pi che tutti gli altri contrarii
insieme, e il re alla fine vi perd quanto vi spese, per dare fede a quel
padre, e quelli che vi andarono vi lasciarono la vita. Per ordine e volont del
re adunque, quelli del suo consiglio e gli ufficiali di Siviglia lo
despacciarono, come egli seppe pi chiedere, e avuti buoni vasselli e
fornimenti di vettovaglie e di tutte l'altre cose necessarie a quel viaggio,
con cose da barrattare e contrattare con gl'Indiani, si part alla volta di
terra ferma, con un buon numero di persone contadine e lavoratori grandi e
piccioli. Questa andata cost a Sua Maest parecchi migliaia di ducati.
Ora, questo padre licenziado, essendosi in questa isola Spagnuola allevato,
sapeva bene come gl'Indiani di Cumana e di quelle altre provincie convicine
stavano in pace co' nostri, ma non aveva inteso ancora della loro ribellione.
Onde, perch con quel pensiero andava, sperava che gli fosse dovuto tutto il
suo disegno riuscire, e quanto aveva in Spagna promesso. Ma egli, giunto in
terra con quelli suoi lavoratori, che esso pensava di fare nuovi cavalieri da
sproni d'oro, volse la sua buona ventura che esso co' suoi berrettini soldati
ritrov che il capitano Gonzalo d'Ocampo aveva gi castigato parte de'
malfattori, e fatta ivi una terra che aveva chiamata Toledo, onde le cose si
ritrovavano in altro stato di quello che esso pensato aveva. Ma perch esso
veniva molto favorito e con ampie commissioni e potest, tosto cominciarono a
contendere insieme e ad essere discordi esso e Gonzalo d'Ocampo.
Il licenziado Bartolomeo diede tosto ordine che si facesse una gran casa di
legni e di paglia, presso dove era gi stato il monasterio di San Francesco,
dove pose alcuni delli Spagnuoli suoi che aveva seco menato, pieni di speranza
della nuova cavaleria che loro esso promessa aveva, e con le sue croci rosse
ciascuno, che volevano che alquanto si rassomigliassero a quelle che portano i
cavalieri dell'ordine di Calatrava. In questa casa fece porre gran copia delle
vettovaglie che portava, e dell'altre cose da far barratto e dell'arme che avea
loro Sua Maest fatte dare, con altre cose molte. Ogni cosa in quel luogo
lasci e se ne venne in questa citt di S. Domenico a querelarsi, in questa
regia audienzia, del capitano Gonzalo d'Ocampo.
Gl'Indiani, che viddero queste discordie di cristiani, e come costui s'era
partito e Gonzalo aveva lasciata la terra che aveva presa ad abitare, persuasi
dalla loro propria malizia e desiderosi di rubbare quanto in quella casa era,
diedero sopra alli cristiani che ivi erano e ne ammazzarono quanti poterono,
perch alcuni fuggendo iscamparono e si salvarono in una caravella, che in quel
tempo per buona sorte ivi nel mare si ritrovava. Gl'Indiani saccheggiarono
quella casa con quanto vi era e poi vi attaccarono fuoco; e cos rest per
allora tutta questa costiera abbandonata da' cristiani.
Alcuni pochi de' nostri che erano nell'isola di Cubagua, e non bastavano a
poter contendere con gl'Indiani, che non li lasciavano prendere acqua in terra
ferma, bevevano d'una certa acqua d'una lacuna dell'isola della Margarita, che
era tutta fangosa e cattiva, e con gran difficolt anco e costo l'avevano. Ora,
essendosene il capitan Gonzalo d'Ocampo passato da Cubagua a questa isola
Spagnuola, a casa sua, in questa citt di San Domenico, Francesco di Valleggio
e Pietro Ortiz di Matienzo, che erano allora restati nell'isola di Cubagua
alcaidi maggiori di quelle genti che v'erano col Gonzalo passate, deliberarono
di conquistare il fiume di Cumana per aver acqua da bere, e vi passarono alcuna
volta, ma indarno sempre, perch quegl'Indiani loro il vietarono: e sono in
quella costiera gente astuta e da guerra, e sono arcieri, e tirano con quella
mistura d'erba velenosa e incurabile. In tanto che i nostri si fermarono in
Cubagua, come alle frontiere degli nemici e in guardia dell'isola.
Quando il licenziado Bartolomeo dalle Case intese il disgraziato successo delle
sue genti e conobbe quanto mal ricapito posto avesse, in quanto a s, nel
conservare la vita di quelli scempi e avidi lavoratori, che all'odore della
promessa cavaleria e delle sue favole seguito l'avevano, e quanto mal fine
avesse avuto il negocio nel quale posto s'era e che aveva con cos mala guardia
lasciato, poi che non aveva facult di pagarlo, deliber di farsi religioso,
per sodisfare in parte con l'orazioni e co' sacrificii a' morti, e per restarsi
di contendere co' vivi. E cos fece, che tolse l'abito di san Domenico,
dell'osservanzia nel qual oggi vive in questa citt nel monasterio del suo
ordine: e nel vero  tenuto per buon religioso, e cos credo io che egli sar
meglio che non capitano in Cumana.
Dicono che egli per suo passatempo scrive queste cose dell'Indie, e va toccando
la qualit degli Indiani e de' cristiani che per queste Indie vivono. E sarebbe
bene che in vita sua questa opera uscisse, accioch quelli che vi sono
testimonii di vista lo approbassero e dicessero che egli dice il vero. Iddio li
dia grazia che possa ben farlo, che io credo che in questa sua istoria sopra
esso molte pi cose di dire di quelle che io n'ho dette, poich egli stesso
pass. Ma quello che in queste e in altre parti  publico e noto, questo che io
ne ho detto . Voglio dire che chi ha da essere capitano non ha da indovinare,
senza essere esercitato e avere nelle cose della guerra esperienzia. Onde,
perch questo licenziado non sapeva di guerra e si confidava solo nella sua
buona intenzione, che nel vero fu buona e santa, lo err facilmente nel
principio, e, pensando convertire gl'Indiani, diede loro arme con che i
cristiani ammazzassero. Di che altri danni nacquero, che qui, per fuggire
prolissit, si lasciano. E questo stesso o il simile avverr e suole avvenire a
tutti quelli che si prendono l'ufficio che non sanno: percioch, se costui
pensava, col fare la croce e con mostrare di s buono esempio, pacificare
quella terra, non dovea andarvi con arme, ma tenerle come in deposito in mano
d'un capitano destro e atto, e quale s'acconveniva che tenere le dovesse per
quello che accadere poteva.


Della seconda provigione che si fece per soggiogare la costiera di Cumana e
castigare gl'Indiani ribelli, e della fortezza che ivi si fece per la guardia
del fiume di Cumana, che  in terra ferma.
Cap. VI.

Ritornato che se ne fu il capitano Gonzalo d'Ocampo in questa citt di San
Domenico, tosto l'admirante don Diego Colombo e gli auditori di questa regia
audienzia, con gli altri ufficiali di Sua Maest, mandarono un altro capitano
alla conquista di Cumana: e questi fu Giacomo di Casteglion, di questa citt,
che andava per rimediare agli errori delli capitani passati gi detti e per
raccorre e riunire insieme le genti che erano restate disperse, cos di quelle
del capitan Gonzalo come di quelle del licenziado Bartolomeo, bench questi
lavoratori di poco conto e utile fossero, e ne fossero assai pochi restati
vivi. Questo capitan Giacomo da Casteglion part con ampia potest di potere
chiamare a s tutta la gente che era in Cubagua, e come capitan comandarla, e
guerreggiare con gl'Indiani di quella costiera di terra ferma. Giunto nel mese
d'ottobre del 1522 in Cubagua, raccolse seco tutta la gente dell'armata che era
gi andata col capitan Gonzalo, e con l'artiglierie e apparati necessarii da
guerra pass alla fine del novembre in terra ferma, al fiume di Cumana, nel
quale entr e presso la foce pose in terra il suo campo e vi si fortific.
Questo luogo tennero i nostri liberamente e senza contradizione, e di qui
cominciarono a fare la guerra agli Indiani, che erano caduti ne' maleficii e
danni gi detti di sopra ne' capitoli precedenti, e gran castigo ne fecero, con
prigione e con morte di molti; onde gran quantit di schiavi di loro mandarono
i nostri a questa isola Spagnuola. In effetto il capitan Giacomo ricuper la
possessione di quella terra e la ridusse al servigio di Sua Maest, e fond in
Cumana, presso la bocca del fiume, un forte castello, con una buona stanza e
con una torre, nella quale cominciando a fortificarsi alz e pose le bandiere
reali, che fu a' due di febraro del 1523; e ne fu poi da Sua Maest fatto
castellano.
Da quel tempo in poi si cominci, senza timore alcuno, a fondare una nuova
terra nell'isola di Cubagua, e fu chiamata la nuova citt di Calis, perch, con
la sicurt di quel castello in terra ferma e con avere avuti in quella guerra
molti Indiani buoni pescatori di perle, incominciarono gli abitatori di questa
isoletta a cavarne grande utilit. Onde nella terra che vi fondarono vi
edificarono case di pietre e ben fatte, e vi si fond una chiesa assai ben
lavorata. E il primo che vi cominci a fare casa di pietra fu un gentil uomo di
Soria di Spagna, chiamato Pietro di Barrio Nuovo.
Doppo di queste cose che si sono dette, il capitano Giacomo di Casteglion fece
pace con gl'Indiani, e si potette fra loro e i nostri negociare e praticare
liberamente. Il che fino ad oggi dura, ed  una cosa utilissima per amendue le
parti. E cos rest soggiogata questa costiera di terra ferma, e l'isola di
Cubagua sicura, e molto esercitata nella pescheria e negocio delle perle che vi
si prendono.


D'una tempesta e terremoto che d'un subito nacque nella provincia di Cumana, e
mand gi la fortezza che i cristiani fatta v'avevano, onde vi si fece tosto un
altro castello.
Cap. VII.

Nel mese di settembre del 1530, in un sereno e tranquillo giorno, alle dieci
ore del d, si lev su in uno instante nella provincia di Cumana il mare, e
s'alz quanto  quattro volte un uomo, e insieme diede la terra un terribile
rugito e si profond, montandovi il mare di sopra, e cominci in quel medesimo
instante a tremare, e continu per tre quarti d'ora. Per lo qual terremoto
cadde gi la fortezza che s' nel precedente capitolo detta, e s'aperse in
diversi luoghi la terra, e si fecero molti pozzi, con certa acqua nera
puzzolente di solfo. Si sommersero molte terre d'Indiani, de' quali morirono
molti: altri per le case che sopra cadettero, altri per lo gran spavento e
paura. S'aperse un gran monte che  pi di cinque leghe lungi dal mare, e fu
l'apertura di lui cos grande che si vede [da] pi di sei leghe di lontano.
Ritornate l'acque a' termini suoi, ed essendo per miracolo scampati i cristiani
che nella fortezza stava[no], il castellano, per non essere cacciato dalla
contrada e per conservarla in servigio di Sua Maest, con la gente che seco
avea fece un riparo a guisa d'un bastione d'intorno ad un cantone della
fortezza che rest in piedi. E dentro questo riparo si mantenne quattordeci
mesi, finch in quel mezzo s'edific un altro nuovo castello, presso a quel
rovinato. Lasciando poi quel bastione si ritir e pose dentro la fortezza
nuova: e questo fu nel 1531. E questa fortezza  quella che al presente tiene
secura l'acqua per quelli che abitano nell'isola delle Perle, e signoreggia il
fiume di Cumana e parte della provincia, perch non hanno gl'Indiani ardimento
di muoversi n di ribellarsi, n di usare que' loro ardimenti, come solevano
del continuo fare.


D'alcune opinioni degli antichi circa le perle e d'alcune loro particolarit, e
d'alcune perle grosse che si sono avute in queste Indie.
Cap. VIII.

Quanto al discoprimento e conquista delle isole delle Perle e parte della
provincia di Cumana in terra ferma, e alle altre particolarit convenienti al
discorso di questa materia, s' ne' precedenti capitoli detto a bastanza. Ora
dir alcuna cosa delle opinioni degli antichi in quello che appartiene alle
perle, o margarite che vogliamo dire. E bench ad alcuni paia gran cosa
riprobare e contradire a quello che cos segnalati e dotti uomini dicono, non
se ne ha per a maravigliare il lettore, perch quelli possono ben dire il
vero, e io medesimamente: quelli secondo che furono informati da diversi
autori, o da altri sopra i quali si fondarono, e io secondo che dagli occhi
miei istessi e dalla esperienzia l'ho appreso e saputo.
Scrive Isidoro che le perle si chiamano unioni, perch si ritrovano ad una ad
una e mai a due o a pi insieme giunte; e con questa opinione s'accosta Alberto
Magno, e amendue questi autori tengono che si generino della rugiada in certo
tempo dell'anno. E con queste dicono alcune altre cose, che il curioso di
questa materia potr volendo vederle ne' libri loro. Ma pi ampiamente lo
scrive Plinio nel 35 capitolo del nono libro delle sue istorie, e assai meglio
che niun degli altri che io abbia visti. Egli si conforma Plinio con gli autori
detti di sopra, o per dir meglio essi lo poterono da lui apprendere, quanto al
generarsi le perle della rugiada, perch  autore pi antico e di maggior
credito. Questo modo del concepersi per la rugiada le perle,  una delle cose
che io non affermo e nella quale sto assai dubbioso, per quello che io dir
appresso. Tutti tre gli autori sopradetti si concordano in questo, che secondo
la qualit della rugiada che le ostreche ricevono, cos vengono ad essere le
perle chiare o oscure, perch dicono che se la rugiada  chiara ne nasce la
perla chiara, e dalla oscura ne nasce oscura. E se il cielo va nubiloso quando
le ostreche concepono, dicono che le perle nascono poi palide, perch sono
aerie, e con l'aere hanno pi conformit che col mare, e dall'aere prendono il
colore, o nuvolo o sereno che sia.
Quanto a quello che i primi autori dicono del nome della perla, che sia
chiamata unione per la cagione detta di sopra, Plinio non si concorda con loro,
poich dice che Aelio Stilone scrive che nella guerra di Iugurta fu alle grosse
perle posto il nome di unioni, e nel medesimo luogo anco dice avere veduto
molte volte, nell'orlo del nicchio della ostreca, in alcune quattro perle
insieme e cinque. E ben puote ben egli dire questo, poich in queste parti
dell'Indie, e spezialmente nell'isola di Cubagua, della quale qui si tratta, si
sono in una ostreca istessa veduti molti granelli di perle minute; e questo
ogni d si vede. Ma tutti gli autori concludono che le perle s'invecchiano. E
per questo io dico che niun savio dee fare gran capitale di cosa che cos
presto e cos manifestamente ci insegna questa verit della perdita della sua
bellezza: dico capitale di tenerle per gioia che possa lungo tempo durare,
poich non  durabile il suo splendore; e perci non  questa facolt da
conservarla di lungo, poich ogni d perde del suo vigore e vale meno
invecchiandosi e arrugandosi. S che quanto si possono pi fresche avere tanto
sono migliori, concorrendovi l'altre qualit che avere debbono per farsi
istimare. Non mi curer di dire molte altre particolarit che Plinio nel
medesimo capitolo ragiona delle perle, bench siano cose notabili e degne
d'udirsi, cos delle perle che ebbe Iulia Paulina, moglie dell'imperatore
Caligula, come di quelle due eccellenti che ebbe Cleopatra, reina dell'Egitto.
Voglio ben qui dire cose nuove e non dagli antichi scritte, cio che Pedrarias
Davila, governatore di terra ferma, ebbe una perla che la compr 1200
castigliani da un mercadante chiamato Pietro dal Porto, nel 1515, nella citt
del Darien. E questo mercadante l'aveva comprata un gran prezzo all'incanto dal
capitan Gasparo di Morales e dalle genti che erano con lui andate nell'isola di
Terarechi, che  nel mare di terra ferma da mezzod. E nel medesimo tempo che
il mercadante la compr, la ritorn a vendere a Pedrarias perch in quella
notte che la ebbe non puot mai chiudere occhi al sonno, ricordandosi del tanto
oro che aveva per la perla dato, la quale pesava 31 caratti o grani ed era
della forma d'un pero, e d'un vago colore e molto orientale; e la compr poi la
imperatrice nostra signora da donna Isabella di Bovadiglia, gi moglie di
Pedrarias; e nel vero quella perla  una gioia degna da chi la ha, e da essere
molto istimata, come al presente . Ma io ebbi gi una perla tonda di peso di
27 caratti, e ne ebbi un'altra poi, nella citt di Panama, nel 1529, della
fatezza d'un pero, e la vendei poi in questa citt di San Domenico ad uno
alemagno, fattore della compagnia de' Belzari, 450 castigliani d'oro. Queste
cos gran perle e altre simili si sono ritrovate nel mare di Mezzogiorno
nell'isola di Terarechi, perch quelle di questa isola di Cubagua, delle quali
si tratta, non sono grosse, ma le maggiori di loro sono di due e di tre e di
quattro e di cinque caratti o poco pi: ma ne sono alcune perfette, e in gran
quantit di grosse e picciole d'ogni sorte. Si ritrovano anco perle in altre
parti di queste Indie, come si dir parlando di que' luoghi dove si trovano.
Quanto a quello che io toccai di sopra, di voler riprobare o contradire a cos
segnalati autori in questa materia delle perle, dico che io tengo per
impossibile quello che essi dicono quanto al generarsi della rugiada e
all'essere torbide o chiare o pallide per li tuoni: perch in una stessa
ostreca non sono tutte le perle che vi si trovano d'una medesima bont e
tondezza, n d'una stessa perfezione di colore o di una stessa grandezza. Vi ha
anco questo di pi, che molte ostreche si cavano 10 e 12 braccia sotto acqua,
dove alcuna volta stanno forte attaccate co' scogli; onde, chi le vidde chiare
prima che tonasse, e poi le vidde oscure e con altri simili difetti? Ma
lasciamo questo credere a quelli che non sapranno contradirvi, perch io le ho
vedute e avute cos nere come  un nero carbone, e altre leonate; altre pallide
o risplendenti come oro, e altre coagulate e dense e senza splendore alcuno, e
altre quasi azurre; altre pendono al verde o ad altri diversi colori. E cos,
quanto pi differenti sono, e quanto l'altre triste di poco pregio sono, tanto
di maggior stima sono le perfette. E assai rade volte si ritrovano le buone e
degne d'essere istimate, per poter venderle per gioia segnalata.
Quanto al modo del generarsi, ricordisi il lettore di quello che s' detto di
sopra, nel capitolo secondo di questo 19 libro, e quello tenga per cosa certa.
Potrebbe anco bene essere che in queste parti si formassero e generassero d'una
maniera e nell'oriente di un'altra; e cos potrebbe essere vero quello che
Plinio e gli altri dicono, che elle di rugiada si generino, perch la natura in
diversi luoghi diversamente opera in una stessa spezie.
S che contentisi il lettore di quello che detto se ne , e passiamo ad
un'altra maniera di perle, che nascono ne' naccaroni, de' quali s' nel proemio
fatta menzione: perch di questi non ho io mai letto che alcuno autore ne
ragioni, e io ne ho portati in Spagna, e ne sono molti nella costiera di terra
ferma da mezzogiorno, nella provincia che chiamano di Nicaragua, e nell'isole
di Chara e di Chira e di Pocoli, e in altre isole del golfo d'Orotigna.


Delli nicchi o naccaroni dove si ritrovano perle nella provincia di Nicaragua.
Cap. IX.

Nel golfo d'Orotigna e nell'isole che ivi sono, come  Chira e Chara e Pocosi,
e le altre che sono dentro del capo Bianco, nella provincia di Nicaragua nel
mare del Sur, ho io veduti molti di questi nicchi; e di questi furono quelli
che io ho detto che portai in Spagna. Questi sono una maniera di conche, della
fattezza che qui lineata si vede, e sono due conche attaccate insieme nel modo
che stanno le ostreche, per le punte pi strette, e qualche poco di pi anco,
di modo che la parte pi larga  quella che s'apre e chiude da se stessa. Sono
questi nicchi e grandi e mezzani e piccioli, e i pi grandi sono lunghi quanto
 dal cubito alla ponta delli deti stesi, e larghi un palmo o pi; e da questa
grandezza in gi ve ne sono d'altre varie maniere. Hanno dentro certo pesce o
carnosit come l'ostreche delle perle, ma in maggiore quantit, e secondo la
proporzione della grandezza delle conche: ma non  di poco dura digestione. E
nel vero n questi nicchi n le ostreche delle perle, per quanto io ne ho
veduto, sono buono pesce, n cibo che si possa mangiare come le ostreche di
Spagna: ma alla fine ogni cosa si mangia. Questi nicchi sono di dentro di bella
vista e lustri, perch risplendono come le ostreche delle perle nella parte
loro pi sottile, fino alla met della loro longhezza, e indi avanti verso il
pi largo vanno quel colore perdendo, e una parte se ne converte in un colore
di fino e risplendente azzurro; e sono dalla parte di fuori aspre e con
canaletti o solchi, bench dentro assai liscie e che piane siano. Le perle che
si trovano nelle conche di questi naccaroni non sono fine n di buon colore, ma
sono turbide, e alcune lionate e alcune quasi nere, e vi si ritrovano anco ben
delle bianche, ma non gi buone.
Queste conche di naccaroni gi detti servono agl'Indiani per pale o per zappe
per li lavori loro della agricoltura de' campi e orti, perch dove io le ho
vedute  terreno polveroso e non duro a cavarsi. Pongono il nicchio in una asta
di un legno per la parte pi stretta, e con fila di cottone bene attorte ve lo
legano forte, e se ne servono poi gentilmente; e le scelgono grandi e picciole
secondo le vogliono, e l'oprano ne' mestieri della agricoltura.

[vedi figur_30.gif]

Gl'Indiani, quando prendono questi naccaroni per mangiarli, non gettano gi via
le perle che vi ritrovano, ancorch nulla vaglino, n i nostri mercadanti anco
le buttano quando le hanno per le mani, perch le mischiano con le buone fine
che dalle ostreche cavano e vendono ogni cosa insieme, acioch sia il peso
maggiore. Il che non  altro se non come se uno vendesse il grano e vi
mischiasse spelta, o se vendendo l'orzo vi mischiasse la avena; e gi non 
arte dove gli avari negozianti non usino fraude e inganno. Nelle perle adunche
di questi naccaroni si commette frode, come s' detto, vendendole con l'altre
buone: ma quelli che sono accorti e hanno di queste fraude notizia a meno
prezzo le comprano. E nel vero che nella spezie loro questi granelli che dentro
questi naccaroni nascono sono tondissimi, e se ben sono le loro conche longhe,
essi assai rade volte al longo pendono: e pare una cosa strana che ne' nicchi
lunghi vi nascano per lo pi tonde le perle, perch quelle che sono della forma
del pero tutte nascono nelle ostreche tonde.

Ma passiamo ora a dire del modo nel quale gl'Indiani le perle pescano.


Della maniera che gl'Indiani, e i cristiani anco, tengono nel pescare e
prendere le perle.
Cap. X.

In questa isola di Cubagua, della quale qui principalmente si tratta, si
esercita pi che in altra parte di queste Indie la pescheria delle perle, e a
questo modo le prendono. I cristiani che a questo guadagno intendono hanno gli
schiavi indiani, gran nuotatori, e ciascuno manda i suoi in una canoa. In ogni
canoa vanno sei o sette e pi e meno nuotatori, che dove loro pare o sanno che
maggiore caccia fare debbino se ne vanno: e ivi sopra l'acqua si fermano. Poi,
restando un solo per reggere la barchetta, gli altri tutti si pongono a nuotare
sotto acqua e vanno fino gi a ritrovare il terreno. Ciascun di costoro, doppo
che  stato buon pezzo sotto acqua, esce fuori e nuotando si va a porre nella
canoa, con l'ostreche che prese ha, perch nelle ostreche, o conche che dir
vogliamo, si ritrovano le perle, e ne' nicchi o naccaroni che si sono detti di
sopra. Le quali ostreche ciascuno pone e porta in una borsa di rete, fatta per
questo effetto istesso, e se l'attacca o alla cintura o al collo. Ora, entrato
il nuotatore nella canoa, si riposa alquanto e se vuole mangia anco qualche
boccone; e poi ritorna a porsi gi sotto l'acqua di nuovo e ne esce con le
ostreche come prima. E di questo modo fa molte volte il giorno; e cos tutti
gli altri nuotatori anco fanno.
Venendo la notte, o quando loro pare tempo di riposare, si ritirano nelle isole
a casa loro e consegnano tutte le ostreche prese al padrone loro o al suo
fattore, che le ripone e fa loro dare da cena; e quando ha poi grande quantit
di ostreche le fa aprire, e in ogni una di loro ritrovano perle. In alcuna non
ne ritrovano pi che uno granello solamente, in alcune altre dua e tre e alle
volte quattro e cinque e sei e dieci, e pi e meno granelli, secondo che ve li
pose la natura creandoli. Le perle si ripongono e la carnosit delle ostreche
si mangiano, se vogliono, e se no la buttano via, perch ve n' tanta copia che
s'aborrisce quel cibo e stomaca; tanto pi che, come s' detto, sono d'assai
dura digestione, e non di cos buon sapore come sono l'ostreche nostre di
Spagna.
Qualche volta che 'l mare va pi alto e gonfio di quello che i nuotatori
vorrebbono, s per questo come perch naturalmente, stando uno molto gi sotto
acqua, si lieva di piede verso in su e con difficolt si pu gi lungo spazio
reggere in terra, vi usano quest'arte e vi proveggono a questo modo. Attaccano
ai due capi d'una cordella due pietre, e se la pone su la schena del nuotatore,
di sorte che una pietra viene a pendere da un fianco e l'altra dall'altro; poi
si lascia andare gi l'Indiano sotto acqua, e perch le pietre sono grievi
viene egli con questo contrapeso a stare gi saldo co' piedi in terra. Ma
quando poi li pare e vuole montarsene su, pu facilmente gettare le pietre via
e nuotare dove vuole. E alcuni di quest'Indiani che simile ufficio esercitano
sono al nuotare cos atti che stanno un quarto d'ora sotto acqua: e chi vi sta
pi tempo e chi meno, secondo che v' pi o meno atto.
M'occorre di dire di quest'isola un'altra gran cosa e degna d'essere notata, ed
 questa, ch'io ho qualche volta dimandato a' padroni particolari di
quest'Indiani che vi pescano le perle se elle si forniscono mai, poich il sito
dove si prendono  picciolo e quelli che le cercano son molti. E m'hanno
risposto che, se fornivano bene in una parte, ma i nuotatori se ne passavano a
pescarle in un'altra, dall'altro fianco dell'istessa isola all'opposito vento.
E che, poi che qui anco si fornivano, se ne ritornavano a pescare in qualche
un'altra parte dell'altre dove prima pescato aveano, e non ve ne aveano
lasciato alcuna, e ve ne ritrovavano tante e cos quel luogo pieno come se mai
non vi fosse stato niuno a prendervele. Di che si cava e si pu sospettare che
siano di passaggio, come Plinio dice nel 35 capitolo del 9 libro, nella guisa
che gli altri pesci sono, o che nascono e si producono e s'aumentano in luoghi
segnalati. Ma, ancorch questo cos sia, si sono nondimeno posti i cristiani in
tanta fretta nel cercare di queste perle che, non contenti de' nuotatori loro,
vi hanno ritrovato anco altri artificii di rastelli e di reti per prenderle.
Onde ne hanno preso tanta quantit che se ne  cominciato ad avere penuria, e
gi mancavano, e non le ritrovavano in tanta copia come prima. Ma fra poco
spazio di tempo, che le genti se ne riposarono, se ne sono poi cominciate a
ritrovare e prendere in gran numero. Questa pescheria in Cubagua  in quattro
braccia di fondo e meno, bench in alcuni luoghi dell'isola sia poco pi. Ma
nell'isola di Terarechi, dalla parte del mare del Sur, si pescano a dieci e 12
braccia di fondo, come si dir quando parleremo di quella isola e di quella
d'Otoche, con le altre cose di terra ferma.
Diceva io di sopra che queste ostreche sono di passaggio, perch Plinio nel
luogo allegato dice che vogliono alcuni che le perle abbino il re loro come
l'hanno le pecchie, dietro al quale re o guida vanno tutte l'altre, e che
questa tal conca principale  maggiore delle altre e pi bella, e di somma
industria e accortezza in guardarsi; e che li pescatori ogni loro ingegno
pongono per prendere questa tal guida, perch, presa che l'hanno,  facile cosa
porre anco poi tutte l'altre nella rete. Dico io che se questo che dice Plinio
 cos vero e accade nelle parti anco, fino a questa ora in queste nostre Indie
non si ha di questi tali re o guide notizia alcuna, n dagli Indiani n dai
cristiani.
La perla  tenera nell'acqua, e tosto che ne esce s'indura, come il medesimo
autore dice e come se ne  anco in questi luoghi veduta l'esperienzia. E per
questo pensano alcuni che ella a poco a poco s'indurisca, o si vada facendo nel
modo che s' nel secondo capitolo detto. Il che s' con l'esperienzia saputo e
trovato. Un'altra grande e notabile cosa mi si offerisce qui, la quale si
conferma da tutti quelli che per qualche tempo sono stati per stanza fermi
nell'isola di Cubagua. Ed  questa, che in certo tempo le ostreche delle perle
producono un certo umore rosso o sanguigno, in tanta abbondanzia che tingono e
intorbidano del medesimo color l'acqua: onde dicono alcuni che vien loro il
mestro, come suole alle donne ogni mese venire. La maggior parte delle perle
che si generano fra scogli sono maggiori che non son quelle che si prendono ne'
luoghi piani e arenosi. E queste ostreche de' sassi hanno nella giontura del
capo loro certe fila alquanto verdi e d'altri colori, per le quali stanno come
per li capelli fisse e attaccate con gli scogli, e ve ne stanno alcune di loro
cos ristrette che bisogna che abbia assai forze l'Indiano che vuole
distaccarle, o che porti qualche cosa con che possa estirparle.
Si ritrovano di molte maniere e di varie fattezze le perle, altre fatte come
pera, altre tonde (e queste sono migliori), altre che hanno la loro met tonda
e l'altra met piana, e le chiamano qui alcuni panetti, e Plinio le chiama
timpani. Ve ne sono altre ritorte e d'altre varie differenzie, come nelle
pietre avvenire si vede, e queste le chiamano qui pietre. Altre ve ne sono che
da una parte sono lustre e paiono molte giunte insieme, e d'altri varii garbi,
che poi dal riverso sono vote come vessiche. Questa maniera di perle dice
Plinio che viene cos fatta per lo tonare, perch si ristringono e si fanno a
quel modo come vessiche, vacue a quel modo di dentro, e queste tali chiama egli
fisemata.
Ed  conclusione di tutti i gioiellieri e di quanti scrivono di queste perle, e
di Plinio spezialmente, che pi in particolare ne ragiona, che elle sono di
molte sfoglie e che si arruggiano e guastano. Il che possiamo, volendo, dalli
nostri occhi stessi apprenderlo, che sono come una cepolla con le sue sfoglie o
con una camisetta sopra l'altra, e si va sempre a questo modo la grossezza
della perla disminuendo, finch si riduce ad un certo ponto che ha nel suo
mezzo. E cos, per questa propriet, ha l'artefice esperto commodit di potere
lavorarle e polirle, quando veggono che elle nelle prime sfoglie abbino qualche
vizio o pelo o simile difficolt, s'elle sono per di cos gran corpo che
possino sofferirlo, e se sono nella parte interiore poi nette o meno viziose.
Ma poche volte pu, dalle mani del pi sottile artefice che abbia il mondo,
uscire una perla cos perfetta come esce dalle mani della natura che la
produce. Il medesimo dico dell'oro, perch nol viddi giamai cos ben lavorato
che avesse il colore come quello che si cava dalle minere. Egli  bene il vero
che le perle hanno bisogno d'essere da un tempo a un altro lavate, perch
s'impaniscono portandosi e si fanno brune, e vogliono essere ben trattate, per
rendere e mostrare maggior la loro vaghezza.


Dell'aviso e avertenza che debbono avere quelli che comprano perle.
Cap. XI.

Non paia disconvenevole al lettore n al mercadante quello che io ora qui dir,
perch, poich l'aviso  che senza inganno le perle si vendono, non merita se
non lode e grazie chi questa avvertenza d, accioch la perla buona stia nel
suo pregio e la rotta nel suo medesimamente: poich in un pignatto o in altro
vaso di poco valore si mira tanto che non sia rotto, comprandosi. Questo che io
ora dir mi fu dalla esperienzia insegnato, e con non poca perdita di danari,
per non averlo saputo nel tempo che io ne comprai alcune, ne me n'aviddi finch
poi col tempo e alle spese mie lo conobbi.
Molte perle si vendono e passano per sane che in effetto non sono, e gli occhi,
ebbri nel loro buono splendore e grandezza e in altre loro buone circonstanzie,
non mirando pi oltre, s'ingannano n veggono il loro difetto, se ben son rotte
e fesse o per qualche colpo o per altra occasione. Non se n'aveggono, dico,
finch fra li deti le si pongono e vi fanno ripercuotere il sole col
trasparente splendore del cielo. A questo modo tosto quella che  rotta si vede
nella pi intrinseca e secreta sua parte, o se ha medesimamente qualche pelo o
altro simile vizio dentro, senza avere di bisogno di prenderne informazione e
di esserne fatto accorto da niun gioielliero n esperto maestro di loro se elle
nette o viziose siano, accioch inteso questo si possa passare a fare il prezzo
che per simili gioie dare si dee. E questo basti quanto a questa materia.


Del governo dell'isola di Cubagua, e come fu tolta via la castellania del
castel di Cumana.
Cap. XII.

L'isola di Cubagua si governa per li castellani ordinarii e rettori della citt
della nuova Calis, e al presente vi  andato per giudice di residenzia il
licenziado Francesco di Prato, cittadino di questa citt di S. Domenico, che ve
lo mandarono Sua Maest e i signori del suo reale consiglio dell'Indie. Costui,
venendo di Spagna a questo effetto, fu assaltato presso all'isola di Lanzerote,
che  una delle Canarie, da un corsaro francese, che li tolse quanto portava e
'l fer anco discortesemente. Ma, poi che fu con gli altri compagni rubato, fu
lasciato via, e cos segu il suo viaggio a Cubagua, dove, fino a questa ora 
stato. Egli, tosto che vi giunse, sindic gli ufficiali passati e rimosse dalla
castellania della fortezza di Cubagua il castellano Giacomo di Casteglione, del
quale si disse di sopra che egli aveva quel castello in terra ferma fondato,
per securt di quella provincia e per guardia del fiume di Cumana. E pose il
detto licenziado questa fortezza sotto altra castellania, come fino ad ora sta,
e vi star finch Sua Maest ne proveder a chi pi le piacer; perch le
diedero ad intendere che questa era una gran spesa e senza necessit, perch la
terra istessa avrebbe alle spese sue tenuto il castello. Ma a me non pare che
fosse Sua Maest del certo informata, come n anco la informano come sarebbe il
bisogno di molte altre cose di queste parti, per esser il viaggio cos lungo e
medesimamente perch, ancora che le si dica il vero, quando la provigione
giunge o la relazione delle cose il tempo  gi mutato e bisogna d'altra
maniera provedersi. E questa  una delle cause perch in alcune cose si erra, e
per colpa del tempo e per la malizia delli diversi informatori che vi vanno in
mezzo. Ma io non voglio pi di ci fare parola, perch non sarebbe n  al
proposito di questa istoria, bench assai al proposito fosse per lo naturale
rimedio del quale hanno tanto queste Indie bisogno.


Di certi corsari stranieri che sono passati in queste Indie, e di quello che 
loro avvenuto.
Cap. XIII.

Nel 1517 un corsaro inglese, sotto colore di venire a discoprire, se ne venne
con una gran nave alla volta del Brasil nella costiera di terra ferma, e indi
attravers a questa isola Spagnuola e giunse presso la bocca del porto di
questa citt di San Domenico, e mand in terra il suo battello pieno di gente e
chiese licenzia di potere qui entrare, dicendo che venia con mercanzie a
negociare. Ma in quello instante il castellano Francesco di Tapia fece tirare
alla nave un tiro d'artegleria da questo castello, perch ella se ne veniva
diritta al porto. Quando gli Inglesi viddero questo si ritirarono fuori, e
quelli del battello tosto si raccolsero in nave. E nel vero il castellan fece
errore, perch, se ben fosse nave entrata nel porto, non sarebbono le genti
potuto smontare a terra senza volont e della citt e del castello. La nave
adunque, veggendo come vi era ricevuta, tir alla volta dell'isola di San
Giovanni, ed entrata nel porto di San Germano parlarono gli Inglesi con quelli
della terra e dimandarono vettovaglie e fornimenti per la nave, e si
lamentarono di quelli di questa citt, dicendo che essi non venivano per fare
dispiacere, ma per contrattare e negociare con suoi danari e mercanzie. Ora
quivi ebbero alcune vettovaglie, e in compensa essi diedero e pagarono in certi
stagni lavorati e altre cose; e poi si partirono alla volta d'Europa, dove si
crede che non giungessero perch non se ne seppe pi nuova mai.
Il seguente anno un altro corsaro francese, sotto colore di venire a negociare
nell'isola delle Perle, v'and, guidato da un cattivo Spagnuolo chiamato Dieto
Ingenio e nato in Cartaia, che lo serv in luogo di pilotto, ma non seppe darli
aviso di quelli che in simili casi tiene Sua Maest provisto per guardia delle
sue Indie, di pi del valoroso sforzo delli suoi animosi Spagnuoli. Ora, un
gentil uomo che nell'isola di Cubagua vive, chiamato il capitano Pero Ortiz di
Matienzo, con altri gentil uomini e cittadini della nuova Calis, ebbe di ci
nuova da un degli abitatori stessi di Cubagua, che sopra una canoa dall'isola
della Margarita veniva, il quale disse come esso aveva con questi Francesi
parlato, che portavano una gran nave e una caravella portoghese, che presa
avevano nella costiera di Brasil, e un altro vassello. E diceva costui che,
avendo dimandato che nave era quella, gli era stato dalli Franzosi risposto che
era la nave del Zarco e che venivano di Siviglia. Ma, perch la nave del Zarco
era otto o quindeci d avanti venuta, quelli della canoa s'accorsero che quelli
della nave dicevano la bugia e che dovevano andare armati in corso; onde,
essendo da loro invitati che volessero nella nave entrare a fare colazione (ch
li volevano prendere, per aver lingua e nuova delle cose della contrada), i
nostri non solo non v'andarono, ma con molta diligenzia si discostarono da loro
e se n'andarono alla citt a dar nuova di questa cosa. Onde si posero tutti in
guardia, e comparendo la mattina seguente il corsaro presso all'isola, volse
co' suoi battelli pieni di gente smontare in terra; ma fu loro vietato
valorosamente, di modo che, non potendo i Francesi smontare, cominciarono a
bombardare la citt, e quelli della citt contra di loro.
Ma i nostri con molta destrezza e animo armarono tosto i suoi brigantini e
barche, che n'avevano pi di 30, e postovi sopra molti Indiani arcieri, che con
quella loro velenosa erba tirano, e alcuni tiri d'artiglieria, andarono a
combattere la caravella inimica, che, bench molta artiglieria avesse, vi
morirono 13 Francesi, e delli nostri solamente due. E con questo cess la
battaglia per allora, ma non cessarono gi gli adversarii d'andare in volta,
pensando con le loro galliche astuzie ingannare gli Spagnuoli.
Ma tre o quattro Biscaini e Navarresi, che contra loro voglia con li Francesi
andavano, in queste rivolte se ne fuggirono, e venuti in terra diedero notizia
come quelli Francesi erano ladroni e venivano con pensiero d'impadronirsi di
quella isola. Il che quando quelli della citt intesero, deliberarono di morire
o di porre a fondo quelli vasselli. Onde con molta diligenzia uscirono co' loro
brigantini e altre barche che avevano a combattere il vassello picciolo delli
nemici, e lo presero per forza d'arme, e vi guadagnarono la valuta di pi di
1500 ducati di roba; e vi furono fra morti e fatti prigioni 35 degli adversarii
in tutto. Fatto questo, la nave non ebbe ardire d'aspettare e la seguirono
finch la perderono di vista. Ella se n'and all'isola di S. Giovanni, e
attacc fuoco alla terra di San Germano. Indi poi se n'and all'isoletta della
Mona, dove pens di rimediarsi, e qui sciolse e lasci via la caravella di
Portoghesi, che se ne venne in questa citt di San Domenico e diede di tutto
questo successo novella. Onde qui tosto armarono una nave e una caravella e
andarono a cercare di questi corsari, e li ritrovarono e combatterono con loro
due giorni continui, e loro diedero due d la caccia. Ma, ancorch quella nave
scampasse, per cagione del tempo e della notte, si crede nondimeno che, per
andare tutta sdrucciata, s'annegasse nel mare. E in questo modo si perderono
questi corsari, e vi si perderanno anco tutti quelli che qua passeranno, e
molto pi ora che prima, perch al presente si sta gi per tutto d'altra sorte
provisto, e con maggior vigilanzia e ricapito.


Dell'isola della Margarita.
Cap. XIIII.

Non bisogna che noi qui diamo altramente i termini suoi, n l'altezza del polo
all'isola della Margarita, poich nel primo e secondo capitolo se ne  tanto
detto che basta. Questa isola, come s' anche altrove detto, fu discoperta dal
primo admirante don Cristoforo Colombo, quando l'isola di Cubagua si discopr;
ed egli fu che pose nome a questa la Margarita, perch l'era cos da presso la
pescheria delle perle, che margarite anco si chiamano. Questa  maggiore assai
che non  l'isola di Cubagua, perch gira da 35 leghe, e vi ha un buon porto
dalla banda di tramontana. Presso alla ponta che  volta a levante sono molti
scogli, che li chiamano li Testimonii. Questa sta per diritta linea da
tramontana a mezzogiorno con l'isola delli Caribi, che chiamano Santa Croce, e
ha da mezzod l'isola di Cubagua, della quale s' in questo libro tanto
ragionato, e la terra ferma medesimamente che di sopra s' detta.
Questa  una buona isola e fertile, e vi sono pochi Indiani e alcuni cristiani,
sotto il governo di donna Isabella Manriche, moglie gi del licenziado Marcello
di Villalopi, gi auditore di Sua Maest in questa audienzia reale di San
Domenico, e al quale era stato questo governo dato con certi patti del 1524:
onde doppo la sua morte vi si rest anco la moglie con gli eredi suoi. Di
questa isola non vi ho altra cosa che dire, se non che qui anco hanno gran
bisogno d'acqua come quelli di Cubagua, perch non ve ne hanno se non di triste
lacune; onde vanno in terra ferma a prenderne della buona per bere dal fiume di
Cumana. Ma egli  la Margarita fertile d'alberi e di pascoli per bestiame e
atta per l'agricoltura degl'Indiani, cio del maiz e d'altre loro simili cose.


Di molte isole nel generale che stanno dalla terra ferma di queste Indie, e da
queste isole di Cubagua e dalla Margarita fino all'isola di Borichen, e indi
poi fino alla terra ferma dalla parte di tramontana e provincia di Bimini e la
Fiorita.
Cap. XV.

Si dee ricordare il lettore che ho altrove detto come il primo admirante don
Cristoforo, nel secondo viaggio che fece dalla Spagna a queste Indie nel 1493,
riconobbe l'isole Desiata e Marigalante e Guadalupe e l'altre che in quel
paraggio sono, bench da poi si seppero e aggirarono pi particolarmente, per
cagione della guerra che i nostri fecero con gl'Indiani caribi arcieri di
queste isole. Qui ora l'andr solamente per una memoria cos nel generale
discorrendo e particolarmente nominando: percioch, non essendo abitate da
cristiani e non essendo in tutte loro se non pochi Indiani, e questi pochi
ribelli e fuggiti per paura de' nostri, non se ne fa qui cos particolare
menzione come se ne farebbe se fossero abitate e stessero pacifiche, e si
sapesse minutamente l'utile che di loro si potrebbe cavare, con l'altre loro
particolarit.
Per tanto, cominciando dall'isola di Cubagua, che sta dove si  detto, segue
una lega lontana l'isola della Margarita; e tirando alla volta di settentrione
si ritrovano li Testimonii, e poi la Graziosa e i Barbati, e Santa Lucia e
Matitino, e la Domenica e la Desiata, e Marigalante e Tutti i Santi, e
Guadalupe e l'Antica, e la Barbara e l'Aguglia, e Santa Croce e 'l Sombrero, e
San Cristoforo e l'Anegata, e le Vergini e Borichen, che  quella di San
Giovanni. Tutte queste sono poste in 160 leghe, poco pi o meno, correndo da
mezzod a tramontana.  il vero che alcune di loro sono pi orientali che
l'altre, ma tutte si rinchiudono nel numero delle leghe gi dette, fino a
quella di San Giovanni. L'Anegada  quella che  posta pi verso settentrione,
longhi 17 gradi e mezzo dall'equinoziale. Dalla quale si corre verso ponente
alla volta dell'isola di San Giovanni da 35 leghe: e nel mezzo di questo spazio
stanno l'isole delle Vergini. E dall'isola di San Giovanni correndo al norveste
50 leghe si trovano le seccagne che chiamano di Babueca; e andando oltre col
medesimo pennello a 25 leghe stanno l'isole d'Amuana, e pi innanzi si trova
l'isola di Maiaguano, e pi oltre quella di Iabache. Doppo la quale si trova
quella di Maiaguon, e appresso poi  quella che chiamano Manigua. E pi oltre
stanno poi l'isole di Guanahani e le Principesse, o l'isole Bianche che
vogliamo dire, e pi oltre  l'isola chiamata Huno. E seguendo avanti per lo
medesimo camino o pennello si trova un'altra isola chiamata Guanima, e pi
avanti un'altra chiamata Zaguareo, e appresso poi l'isola del Lucaio, che 
grande e circondata di gran seccagne. E volgendo quasi al ponente si ritrova
avanti l'isola di Bahama, dalla quale, correndo a ponente a quaranta leghe, si
giunge alla terra di Bimini e a quella che chiamano la Fiorita, nella costiera
di terra ferma dalla banda di tramontana.
Tutto questo cammino che si  detto, dall'isola di San Giovanni alla Fiorita, o
Florida che si dicono, possono essere da 350 leghe. Egli  bene il vero che,
partendo in dimanda d'una delle dette isole, non si farebbono queste giravolte,
che sono, se altri le volesse una per una toccare, come si sono nominate di
sopra. Ma questo che se ne  detto basta per ricordarle e sapere dove elle si
stiano tutte, che  dalli 18 gradi dell'isola di San Giovanni fino al 28, nel
quale sta il Lucaio grande, che di tutte le gi dette isole questa  quella che
 posta pi verso settentrione. E come quella di San Giovanni  posta nelli 28
gradi dell'equinoziale, cos il fiume di Cumana in terra ferma, presso dove
sono le prime isole che noi qui nominammo, che furono quella di Cubagua e della
Margarita, sta in dieci gradi solamente.
E con questo s'impone fine alla prima parte di questa Generale e naturale
istoria dell'Indie, ne' precedenti 19 libri distinta, perch il seguente, che 
il 20 nel numero, e tratta delli naufragii e disgrazie avvenute nelli mari di
queste Indie, sar l'ultimo che s'avr a porre nel fine della terza parte di
questa naturale istoria (la quale ancora non  fornita di scriversi
distesamente e col suo debito ordine e modo), e sar l'ultimo libro di tutte
queste istorie dell'Indie. Ma, finch escano tutte tre le parti in luce, questo
libro delli naufragii andr qui posto, come per una conclusione di questa prima
parte. Quando poi avr tutta l'opera il suo compiuto e perfetto fine, quello di
pi che in simili materie di naufragii e di disgrazie maritime averr
s'aggiunger a questo stesso libro, che a questo modo locupletato otterr
l'ultimo luogo, che io gi designato infino da questa ora gli ho.

Delli naufragi e disgrazie avvenute nelli mari di queste Indie.

Libro XX.

Proemio, che  il primo capitolo

Io mi sono determinato di ridurre in questo ultimo libro alcuni naufragi e
disgrazie accadute nel mare, s perch quelle che mi sono venute a notizia sono
cose degne da notarsi e da udirsi, s perch gli uomini sappino da quanti
pericoli vadino accompagnati coloro che navigano il mare. E se qui s'avessero
da scrivere tutti quelli casi che non ho io saputi, questo sarebbe un de'
maggior volumi che si siano mai scritti: perch, essendo i mari in diverse
parte navigati e da diverse genti e lingue,  impossibile che sia potuto venire
a notizia nostra tutto quello che di simile materia accaduto ne . Si deve ben
credere che, se questo libro si fosse nel Bilbao fatto, non sarebbono mancate
delle gran cose da scriversi; perch essendo i Biscaini pi che altra nazione
esercitati nelle cose del mare, di necessit avrano alcuni di loro
esperimentato e altri dagli antichi loro intese gran cose della materia di
questa qualit. Il medesimo potrebbono dire altre genti che vivono nelle altre
costiere del mare di Spagna, le quali d'altri vari casi potrebbono fare fede,
come altre varie nazioni del mondo medesimamente. Ma qui non si tratter n si
far menzione d'altro che delle cose accadute ne' mari che sono dalla Spagna a
queste Indie dal 1492, che questi luoghi si discoprirono dal primo admirante
don Cristoforo Colombo.
Molte volte, quando io odo dire di queste disaventure, mi ricordo di Plinio,
che parlando del lino dice che un strano miracolo  che una erba faccia cos
vicino l'Egitto all'Italia: volendo dire delle vele delle navi, che di lino si
fanno. E segue che di cos picciola sementa nasce cosa che tira il mondo da una
parte ad un'altra, non bastando all'uomo di morire in terra, senza che anco nel
mare senza sepoltura morisse. E perch sappiamo che la pena ci  favorevole,
non  erba che pi facilmente si generi e nasca che questa; e perch intendiamo
che questo contra volont della natura avviene, il lino brucia il campo dove si
fa, e lo fa pi che altra cosa sterile.
Tutto questo si legge nel principio del 19 libro delle sue istorie. Ma molto
meglio e con pi ragione detto l'avrebbe se avesse avuto notizia di cos remoti
mari e cos del continuo navigati come sono questi nostri, che  altra
distanzia questa che non  quella che  dall'Egitto all'Italia, poich dalla
foce del Nilo che irriga l'Egitto sono fino in Italia poco pi di 300 leghe. E
questo stesso lino e vele allontanarono tanto dalla Spagna il capitan
Sebastiano del Cano e la nave Vittoria quanto si  di sopra ne' primi libri
detto, percioch, partendo questa nave dal fiume di Siviglia, diede una volta a
tondo e gir tutto il mondo per quanto va il sole, andando per ponente e
ritornando per levante, e volgendo alla medesima Siviglia onde partita s'era.
Fece anco poi questa nave un viaggio da Spagna a questa citt di San Domenico,
e se ne ritorn poi in Siviglia; donde ritorn anco a questa isola, ma nel
ritornarsi poi in Spagna si perd, che non se ne seppe pi nuova mai. Quello
adunque che s' detto che questa prima navig, fu senza comparazione pi di
tutto quello che Plinio seppe che mai si navigasse nel mondo. Ma non si dee
intendere che il lino solo sia l'istromento da fare le vele, perch si fanno
anco di canape, che  erba assai nota. Si costumano anco in molte parti del
mondo le vele di frondi di palma fatte come stole, e in altre parti le usano
anco di cottone, come in queste Indie gl'Indiani le usano.
Ma lasciamo le vele, che non sono pi degne d'essere incolpate che si siano li
legnami o gli alberi stessi onde i vasselli si fabricano, e diasi solamente la
colpa a coloro che potrebbono vivere in terra e si pongono in mare ad
esperimentare questi travagli, che io per me mi viddi in mare in tal termine
che avrei potuto con la propria esperienzia temere e conoscere i pericoli
marittimi assai meglio che non Plinio, informato da' libri o da' marinai del
suo tempo: perch  gran differenzia fra il vederlo e l'udirlo. E non dir io
in questo caso cosa che la sappino pochi, che io nel 1523 attraversai da terra
ferma, partendo di presso al porto di Santa Marta per venire in questa isola
Spagnuola, e andai a quella di Cuba. E navigava una picciola caravella mia, che
stava gi s mangiata e corrosa dalla broma che quanti v'andavamo dentro ci
annegavamo in mare, e con le camicie nostre andavamo riturando alcuni buchi
onde ci entrava dentro l'acqua, e faceva tanto vento e mare che l'onde molte
volte ci coprivano. Noi ci vedemmo finalmente in tanto pericolo che d'ora in
ora aspettavamo la morte; e io pi che niun altro, perch, di pi delle
difficolt gi dette, io andava molto infermo, e il vassello non aveva coverta
alcuna dove si fosse potuto l'uomo nascondere dalle mareggiate e dal sole, e
non avevamo n pane n vino. E con queste e altre molte difficolt piacque a
nostro Signore di porci a salvamento in Cuba, nel porto della citt di San
Giacomo, dove era allora governatore Diego Velasco, dal quale fui bene
albergato, e ivi mi curai. E in capo di quindeci giorni mi ritornai a porre nel
mare e a seguire il mio viaggio per l'isola Spagnuola. Ma io in Cuba vendei la
caravella, con patto che conducesse me e gli altri miei fino alla Iaguana, che
 un porto nel fine di questa isola verso ponente, perch io non aveva per pi
di bisogno del vassello, e perch assai era imbromato. E cos colui che il
compr, condotto che m'ebbe in Iaguana, se ne ritorn a Cuba e 'l riconci, ma
in questo stesso vassello si perd poi il licenziado Zuazo nell'isola degli
Alacrani, come si dir appresso.
Ma questo travaglio mio non  stato solo n il pi pericoloso che io passato
abbia, perch nel 1530 io stetti a giungere dal porto che chiamano della
Possessione, nella provincia di Nicaragua (dove stette per governatore e mor
Pedrarias Davila nella costiera del mare del Sur), fino a Panama, che vi sono
300 leghe, presso a cinque mesi, per non avere prospero il tempo. E in una
isola chiamata Pocosi, che  dentro il golfo d'Orotigna, stemmo pi di venti
giorni, e quivi ritrovammo il timone tutto dalla broma mangiato, e due tavole
del costato della caravella stessa tutte putride e corrose dalla broma. Onde
tirammo il vassello in terra, e certo che per la diligenzia del maestro Giovan
di Grado, asturiano e gentil pilotto, ci salvammo tutti. Ivi drizzammo il
meglio che si puot il legno, bench quasi ogni cosa necessaria ci mancasse, e
poi ritornammo in mare e navigammo 200 leghe fino a Panama in otto giorni o
meno, perch piacque a nostro Signore di darci buon tempo, essendo gi stati
pi di quattro mesi a fare l'altre cento leghe prime. E in tutto questo tempo
io fui quartanario, e alcuni mesi da poi anco. E in tutto questo viaggio non
avemmo mai pane n vino n altra monizione delle cose di Spagna, ma mangiavamo
solo maiz e fagiuoli e delle altre cose di queste Indie. Aveamo s bene pesce
assai e altre vivande non buone, massimamente per gli infermi. Era anco questa
navigazione in caravella rasa e discoverta al sole e alle pioggie, che ne
avemmo molte.
Taccio le tante volte che in questi mari di qua, e in quelli di Spagna e
d'Italia e di Fiandra, mi sono veduto in molte e gran tempeste d'alberi
spezzati e di vele rotte e d'altri travagli, ognun de' quali pensai che fosse
l'ultima ora della vita mia. Ma piacque alla clemenzia di Dio di soccorrermi,
onde io li rendo infinite grazie, che s' degnato d'aspettarmi a penitenzia, e
lo prego che mi faccia finire la vita in grazia sua, e in tale stato che
l'anima mia si salvi, poich esso col suo prezioso sangue la ricompr; che nel
vero sempre in questi travagli mi ricordava delle parole di Seneca: "In fluctu
viximus, moriamur in portu", cio: "Siamo vivuti nella tempesta del mare,
moriamo nel porto". E Iddio mi  testimonio che io sempre questo desiderai. Ma
s'offeriscono cose alle volte agli uomini che, ancorch conoschino i pericoli
del mare, non possono per fuggirli, chi per necessit di procacciarsi la vita,
chi per finire quello a che obligati sono, e per altre varie occasioni, che non
possono i buoni senza vergogna restare d'avventurarsi in simili pericoli. E a
questo modo ho io apparato di scrivere e di notare queste cose, che non si
possono cos bene sapere da chi scrive e non naviga.
Ma, lasciando tutte queste cose da parte, che sono quasi ordinarie a quanti
vanno per mare, passeremo ad altre maggiori e pi particolari, ognuna delle
quali  un miracolo, e da dovere molto lodare Iddio tutti quelli che simili
naufragi udiranno o leggeranno, ma pi quelli che a tali termini si ritrovarono
e l'esperimentarono. Onde di qui nacque quel proverbio volgare che dice: "Se
voi sapere orare, impara a navigare", perch senza dubbio  grande l'attenzione
che li cristiani in simili necessit hanno in raccomandarsi a Dio e alla sua
gloriosa madre, e cos pare che allora esauditi e soccorsi miracolosamente
siano, come per li seguenti esempi si vedr.


D'un padre e d'un figliuolo che andarono per lo mare sopra una tavola, finch
il padre mor; e come il figliuolo iscamp.
Cap. II.

Venia nel 1513 una nave di Spagna a questa isola Spagnuola, ed errando il
cammino and a dare di traverso nella costiera di terra ferma, presso al gran
fiume che sta sotto al porto di S. Marta. In questa nave andavano un padre e un
figlio di Siviglia, e veggendo tutti non potere scampare, perch non vi era
rimedio che il vassello non s'andasse a perdere, e che, di pi del pericolo del
mare, andavano a terreno d'Indiani fieri e non soggiogati, da' quali, ancorch
dal mare scampassero, sarebbono stati tutti morti, disse il povero vecchio a
suo figlio, che era giovane di 25 anni, queste parole: "Figliuolo, tu vedi che
questa nave  persa e va a dare di traverso in terra, onde non possiamo se non
miracolosamente scampare. Per tanto bisogna che noi ci soccorriamo il meglio
che possiamo con l'industria nostra, o che al manco non resti per noi che fare
per scampare la vita. N vi veggo altro rimedio se non che mi stia tu da
presso, e abbi l'occhio a questa tavola alla quale io appoggiato sto, accioch,
perdendosi la nave, questa tavola ci resti, perch con essa potremo per
aventura salvarci, se piacer a Dio". Il giovane l'intese, onde, dando la nave
in certi scogli, si perd cos carica come era e vi s'affog la maggior parte
della gente; e quelli che andarono vivi in terra furono poi morti dagl'Indiani
caribi e coronati che in quella provincia sono.
Il padre e il figlio, che stavano su l'aviso della tavola, vi scamparono per
allora e vi andarono cavalcati sopra tre giorni, dove pi piaceva al vento e al
mare di guidarli, senza mangiare n bere mai. In capo delli tre giorni si mor
il vecchio padre. Il povero figliuolo, veggendo che la compagnia del morto
padre dovea esserli pi travaglio e dargli solamente puzza, il gett nel mare;
e cos rest esso solo sopra la tavola un altro giorno e mezzo, senza avere
mangiato in tutto quel tempo cosa alcuna mai. Il quinto d pass indi
casualmente una caravella di cristiani, che, veggendo andare quella tavola per
lo mare con quella cosa sopra abbracciata, vi drizzarono la proda per vedere
che cosa fusse. E gi il giovane andava cos sbalordito che non poteva fare di
non morire, se Dio nol soccorreva, perch la corrente l'aveva discostato da
terra pi di otto o dieci leghe in mare. La caravella, giunta sopra la tavola,
raccolse il giovane e 'l pose dentro, il quale per questo modo si salv e
visse, e 'l viddi io poi sacristano della chiesa maggiore di questa citt di S.
Domenico nel 1515, e da lui stesso udi' gi raccontare tutto questo in
presenzia di molte persone onorate di questa citt, alle quali era noto e
publico questo caso.
Il domandai, quando in quella cos gran necessit s'era veduto, che orazione
particolare aveva fatta, raccomandandosi a Dio o a' santi suoi. E mi rispose
che avea sempre avuto speranza certa nella gloriosa nostra Signora, che avesse
dovuto soccorrerlo, e se gli era votato, e in suo nome, alla imagine della
Antica che sta nella chiesa maggiore di Siviglia; e che era con questo sforzo e
speranza andato sopra quella tavola li quattro giorni e mezzo che si sono
detti, e che port suo padre quasi un d intiero morto, a quel modo che detto
s'.


D'una nave che, partendo da questa citt di San Domenico, diede in uno scoglio
di questa costiera,
e ne salt dalla nave nello scoglio un marinaio che a questa citt si ritorn,
e la nave si pass al suo viaggio a salvamento in Spagna.
Cap. III.

Poco tempo  che, uscendo una nave da questo porto di S. Domenico di notte,
s'avvi alla volta d'Europa, e ne era capitano S. Giovan di Solorzano. Poco pi
tardi di mezanotte cominciarono ad alzare l'ancore dal porto, e a due ore
innanzi d cominciarono a costeggiare questa isola alla volta di Spagna, col
vento di terra. Onde, perch meglio loro questo vento servisse, andavano assai
presso terra costeggiando. Or, perch i marinai aveano molto travagliato
nell'alzare l'ancore, nel porre dentro la nave il battello e in altre simili
cose, navigando s'addormentarono e non fecero con la vela il debito che
dovevano: onde, quando fu nel farsi il d chiaro, s'avvidero che stavano cos
presso terra che non potevano fuggire d'andare a dare nel capo di Caizedo, che
sta tre leghe e mezza o pi da levante a questa citt. Veggendosi perduti,
cercarono di fare ogni forza per volgere verso il mare la nave: ma non poterono
per niun conto fuggire di dare una botta di sbiagio negli scogli del detto
capo. E volse Iddio che fu di maniera che il legno non pericol, ma fu la botta
di sorte che con la proda fece saltare verso il mare il vassello, che perci
s'allarg dalla ponta e senza pericolo o lesione alcuna se ne usc a salvamento
in mare.
Un marinaio boscaino, veggendo andare di rotta battuta la nave a dare in terra,
si pose su la proda, in parte onde fosse potuto saltare in terra quando il
legno sbattesse nel sasso vivo. E cos avvenne a ponto, perch in quell'istesso
instante che la nave percosse, egli salt dalla nave sopra lo scoglio, e rest
in terra sano e sicuro. La nave segu il suo viaggio a salvamento in Spagna, ed
egli se ne ritorn per terra in questa citt, dove il secondo d appresso
giunse, e la sua cassa e robe andarono con la nave in Spagna. Il che fu un gran
miracolo a non rompersi e perdersi quella nave, perch la costiera  assai
brava e pericolosa: ma il Signore Iddio volse liberarla a quel modo che s'
detto, e che quel marinaio restasse in terra, perch andasse a far fede di
questo maraviglioso misterio.


D'una nave che si perd nella costiera di terra ferma, e i marinai su la
barchetta si partirono lasciando i passaggieri in terra, i quali fecero una
barchetta, e a tale stato giunsero che gettarono le sorti quale di loro doveva
essere mangiato dagli altri; ma Iddio li soccorse.
Cap. IIII.

Nel 1513 part una nave dal porto di questa citt di S. Domenico per andare al
Darien, ch'era una citt che stette un tempo presso al golfo d'Uraba, nella
provincia che chiamano di Cemaco, che l'aveano poco avanti conquistata i
nostri, e vi stava per governatore un capitano chiamato Vasco Nugnes di Balboa.
Andava questa nave con molte mercanzie e passaggieri, che co' marinai erano in
tutto pi di 50 uomini, i quali per loro peccati errarono il viaggio e andarono
a riconoscere la terra ferma pi di 50 o 60 leghe pi gi del Darien, e n il
pilotto n niun degli altri conobbe la terra. Ma sopragiunse loro tanto vento
che furono forzati a gire con la nave di traverso in terra: onde si perd il
legno con quanto portava, ma si salv tutta la gente. E si crede che dove
costoro andarono traversi e smontarono in terra fosse nella provincia di
Veragna o appresso. Andati tutti a quel modo perduti in terra, i marinai tosto
pensarono pi allo scampo e al ben loro che a quel de' passaggieri; e come
quelli che sono in queste cose pi atti e pi destri, nell'andare a sbattere a
terra cavarono tosto il palischermo in mare e vi si lanciarono tutti, senza
lasciarvi entrare passaggiero alcuno, de' quali, come ho detto, non se ne
anneg niuno.
Ora i marinai, che con le spade in mano vietarono agli altri l'entrare nel
battello, dissero che essi andavano a cercare il porto di Darien, che credevano
che non stesse pi di cinque o sei leghe indi discosto, e che, ritrovatolo, vi
farebbono venire una caravella o tante barche e canoe, che a loro piacere gli
averebbono in terra secura condotti; e per pi consolati lasciargli affermavano
questo loro con molti giuramenti. E cos si partirono costeggiando in verso
ponente, e cercando del porto che mai non ritrovarono, perch credevano per
quel cammino ritrovare il golfo di Uraba, e lo lasciavano a dietro in verso
oriente. Onde, come essi ingannarono li passaggieri, non volendone niun sul
battello torre, cos furono alla fine essi gli ingannati, che nel mare si
perderono n si seppe mai fino a questa ora novella alcuna di loro.
Li poveri passaggieri, abbandonati a quel modo in terra di bravi e fieri
Indiani (e potevano essere da 35 persone o pi), stavano con speranza che
dovessero ritornare i marinai, e cos l'un d doppo l'altro aspettarono pi di
20 giorni. E conoscendo alla fine l'inganno, e non sapendo che partito
eleggersi, n se era bene ad avviarsi per la costiera in gi o in su, in gran
pensieri si ritrovavano, senza sapere risolversi. E stando in questo, pi di
300 Indiani da guerra diedero loro sopra, ma quando viddero che i nostri erano
pochi e senza arme, e non mostravano di volere combattere, deposero le loro
arme di legno che portavano e s'accostarono a' nostri, dimandandoli che cosa
volevano e dove andavano: e si parlavano l'un l'altro con segni e cenni, male
intesi n questi da quelli n quelli da questi. I cristiani accennavano e
dicevano che averebbono voluto da mangiare. Gl'Indiani mostravano loro molte
cose d'oro che portavano, e dicevanli se le volevano (perch tutti portavano
circelli d'oro all'orecchie e maniglie piatte e collane e altre simili cose
d'oro): e i nostri savii in questa parte dicevano non volerle. Gl'Indiani
allora mostrarono loro Indiane giovanette ignude, come elle in quelle contrade
vanno, e gliele davano: e i nostri n anco volsero prenderle. E in effetto, di
quante cose loro mostre e offerte furono, non volsero niuna accettarne, se non
solo quelle da mangiare. Veggendo gl'Indiani questo, deliberarono di non farli
male n d'oltraggiarli a niun modo, e diedero loro da mangiare di quello che
avevano, come era maiz e pesce e frutti che avevano.
A questo modo adunque domesticamente stettero i nostri fra quelli Indiani pi
di 50 giorni, perdendo ogni d pi affatto la speranza che dovessero i loro
marinai ritornare. Onde [de]terminarono di fare una barca delle tavole della
loro nave rotta, senza avere n serra n martello n ascia, n altra commodit
necessaria per potere lavorarla. E pure, con tutte queste difficolt, il meglio
che poterono fecero una barca, male ingarbata e peggior lavorata, togliendo la
pece dalli tavoloni rotti della nave e cavando la stoppa da dovunque la
ritrovavano, e quelli chiodi che potevano, o ponendo in vece di chiodi zeppe di
legni. In effetto tanto s'oprarono che fecero la barchetta e vi si posero tutti
dentro, salvo che cinque o sei, che erano gi morti d'infermit.
Postisi a questo modo in mare, senza carta e senza aguglia e senza pilotto, e
senza sapere dove s'andassero n dove andare si dovessero, chi diceva che
dovevano navigare verso oriente per ritrovare il Darien, chi diceva che verso
ponente il ritrovarebbono. E cos contendendo, vincevano quelli d'una parte,
che l'una opinione avevano, e navigando verso dove costoro dicevano, e in capo
di tre o quattro giorni, che navigando a quel modo non ritrovavano quello che
voluto avrebbono, volgevano la proda al contrario. E a questo modo, alle volte
a remi alle volte a vela, andavano persi come gente distordita e senza sapere
dove si vada, ora a questa parte ora a quella. Alcune volte il vento e 'l mare
gli allontanava da terra pi di quello che essi voluto avrebbono, onde con
molto affanno se ne ritornavano al lito, desiderosi di giungere a terra in
qualunque parte si fosse. Altre volte mancava loro il mangiare, e saltavano per
le piaggie a cercare dell'acqua e a mangiare delle radici delle erbe e de'
frutti che ritrovavano; altri si stancavano del remare, e per alleggierire la
barca se ne andavano per terra lungo la piaggia, e quando ritrovavano qualche
fiume chiamavano la barca e si facevano dall'altra parte passare, e altre volte
non ritrovavano n piaggia n altra strada da potere andare oltre. Di questo
modo ne passavano la vita, che sapranno meglio contemplarla quelli che leggono
e sono per queste parti andati che non io scriverla, e a poco a poco se ne
morirono tanti di loro che non restarono pi che 14, e questi istessi assai
debili e infermi, perch erano stati 10 mesi in questa miseria.
Ora avvenne che in questo stesso anno del 1513 il re catolico don Fernando
ispacci in Valladolid Pedrarias Davila per suo governatore e capitano
generale, e 'l mand con una armata in terra ferma nella medesima citt del
Darien, perch, togliendo l'ufficio al capitan Vasco Nugnes, restasse esso ivi
e conquistasse tutta la provincia. Andato poi Pedrarias in Siviglia e fatta la
gente per quella armata, succedettero cos fatti tempi e cose che egli non
puot porsi in mare fino all'anno seguente del 14. E giunto all'isola della
Gomera, con 17 o 18 fra navi e caravelle, ne mand una diritta a questa citt
di San Domenico, perch prendesse qui certi interpreti e altre cose opportune e
se ne andasse poi nel Darien dietro all'armata. E cos fu esequito poi, perch
l'armata, nella quale andai anco io per proveditore e ufficiale regio, giunse
nella citt del Darien uno o due d doppo la festa di san Giovanni di giugno, e
pochi d appresso vi giunse anco la nave che per gl'interpreti andata era in
questa isola Spagnuola, e della quale era capitano Francesco Vasco Coronato e
di Valdes, che oggi vive e sta nell'isola di Cuba accasato.
Ora questa nave, navigando, vidde nel mare quella barca dove quelle genti
perdute andavano, e la barca vidde anco la nave, e cominciaronla ad ammattare e
a chiamare con le maggiori voci che potevano. La nave rallent alquanto la vela
e aspett; onde la barca l'aggiunse, con quel piacere che pu facilmente
ciascun pensare che costoro sentissero, per questo soccorso che loro Dio
mandava. Perch quel d stesso che viddero la nave, non avendo pi che mangiare
e trovandosi pi di 12 leghe dentro mare, n potendo ritornare a terra per lo
tempo contrario che era, gettarono le sorti, con solenne giuramento di doverle
osservare, che chi nella disgraziata sorte cadeva fosse dovuto morire perch
gli altri mangiassero, e mangiato il primo si gettassero le sorti dell'altro e
poi dell'altro di mano in mano; perch era meglio che uno o due o tre morissero
che non tutti, perch avevano speranza che in quel mezzo gli avesse Iddio
dovuti soccorrere, e in quel mezzo colui a chi quella malvagia sorte toccasse
si prendesse la morte in pazienzia.
Or, avevano gettata la sorte, ed era tocco d'esser morto ad un di loro,
chiamato Alvaro d'Aghillar, della citt di Toledo. Ma, perch non li mancavano
lagrime n contrizione per raccomandarsi a Dio, non permise la sua mercede
infinita un cos crudo e fiero partito avere fine, che gi aspettavano la notte
per ucciderlo e sodisfarne alle loro fameliche voglie. Ma volse Iddio che la
nave vedessero, alla quale giunti e dimandati chi essi fossero (perch la nave
credea che fossero gente della citt del Darien), risposero: "Signori, noi
siamo quelli perduti per li peccati nostri in questi mari", come se quelli
della nave avessero avuto notizia della loro perdita e calamit.
Tolti dentro la nave, narrarono quanto era loro avvenuto e quanto passato
avevano, e furono condotti nel Darien, dove non arrivarono vivi se non 14 soli
delli 35 che si erano in quella cos fatta barca posti. Questi pochi raccolti
fra gli altri si curarono, perch andavano cos infermi che parevano pi morti
che vivi. Due di costoro stettero poi qualche tempo in casa mia e si fecero
ricchi: l'un si chiamava Anton di Salamanca, che era di Segovia, e l'altro era
quello Alvaro di Aghillar al quale era la prima sorte caduta di dovere esser
morto e mangiato, e che io poi il feci luogotenente di scrivano generale per lo
secretario Lope Conciglio in quella citt del Darien, che fu poi chiamata Santa
Maria dell'Antica, e guadagn molto, e mor poi nella citt di Panama nel 1530.
E uno anno avanti era morto l'Anton di Salamanca, che era diventato mercadante
e avea cumulato molti danari e robba. Un altro di coloro si chiamava Ternero,
un altro Giovan Calderone, i quali con gli altri compagni indi a pochi anni
morirono, doppo che quella tanta calamit loro avvenne.
Io dimandai molte volte ad alcuni di costoro che orazione specialmente facevano
e se fecero voto alcuno, e mi dissero che ciascuno di loro si raccomandava a
Dio e piangeva i suoi peccati. E l'Alvaro d'Aghillar e l'Anton di Salamanca e
'l Ternero mi dissero che avevano fatto voto d'andare in pellegrinaggio a
Nostra Donna di Guadalupe, e che cos credevano che la gloriosa madre del
figliuolo di Dio gli avesse miracolosamente scampati.


D'una nave che si perd nel mare e vi s'affog, e si salv nel battello tutta
la gente, che stette dodeci d senza mangiare n bere altro che due libbre di
biscotto, perch nel mezzo del mare si trovavano.
Cap. V.

Questo istesso anno del 1514 accadette un'altra cosa miracolosa, e fu di questo
modo. Giunto che fu il governator Pedrarias d'Avila in terra ferma, nella citt
del Darien, come nel precedente capitolo si disse, alcune delle navi di quella
armata, perch erano vecchie e non atte a pi navigarsi, si lasciarono via in
que' luoghi traverse; alcune altre se ne ritornarono in Spagna, fra le quali ne
fu una che, se mal non mi ricordo, vi era nocchiero un Pero Hernandes Ervero di
Palos, e vi era pilotto un Anton Calvo, persona da bene ed esperta nel mare.
Questa nave part dal porto del Darien e se ne venne a questa isola Spagnuola
dalla parte di tramontana, e tolti rinfrescamenti e quello che gli parve per lo
bisogno del viaggio che fare dovea, si part con buon tempo alla volta di
Spagna. Ed essendosi gi in mare di pi di 300 leghe lontana da questa isola,
cominci a fare tanta acqua che con due trombe non potevano supplire a
cavarnela, e alla fine se ne scese nel mare.
Vi andavano dentro 25 persone che, quando viddero non poter supplire a cavar
fuori l'acqua, si diedero molta fretta a porre il battello in mare. E perch le
genti non erano tante che a questo e alle trombe avessero potuto supplire,
stavano molto travagliate, quando Iddio gli aiut: che il battello usc dalla
nave, e in quel tempo stesso la nave fu piena d'acqua quasi fino presso
all'orlo, e incontinente se ne scese che non ne comparse pi cosa alcuna fuori.
Per la fretta che ebbero d'entrare le genti nel battello, non ebbero tempo n
si ricordarono di prendere cosa alcuna n da mangiare n da bere, n il pilotto
si ricord n ebbe tempo di prendere la sua carta di navigare, n una aguglia
per potere poi regersi.
Accadette bene che in quella maggior fretta che si davano un giovane stava
cavando da una cassa un poco di biscotto per mangiare con un suo compagno, e ne
aveva gi posto in una tovaglia ben due libbre, quando fu sforzato a saltare
correndo nella barchetta, perch poco pi che stava non averebbe potuto pi
uscire di nave, e avrebbe pagato il peccato della gola prima che sodisfatta
l'avesse. Ma piacque a Dio di conservarlo, perch quel poco di pane fosse
miracolosamente il sostentamento di tanti che senza esso non sarebbono potuto
vivere, e perch si ricordassero del miracolo che fece gi nostro Signore in
saziare tanta moltitudine con cinque pani e due pesci.
Questo mi pare certo un passo da dovere alquanto trattenermi, e di non tacere
quello che ho io veduto e che sogliono gli uomini spenserati fare nel tempo,
che chi  cristiano in simili casi non doverebbe occuparsi in altro che in
raccomandarsi a Dio e chiederli mercede. E io non avrei voluto essere costui
che prese il pane, poich fra tanti afflitti e con la morte su gli occhi egli
solo si ricordava di mangiare.
Non avrei n anco voluto essere un giovane creato dell'admirante don Diego
Colombo, col quale mi ritrovai io in una nave nel 1523, nella quale era
nocchiero Giovan Lopes d'Archuleta, che oggid vive. E andando per annegati e
quasi persi nel mare Oceano, e alleggiando la roba, quel giovane che io dico
andava dormendo e ronchiando cos riposatamente come se fosse stato in Toledo,
e l'admirante il chiamava di tempo in tempo e dicevali: "Fulano non vedi tu che
ci anneghiamo? Che non ti svegli, traditore, e raccomandati a Dio?" Ed esso
qualche volta rispondeva: "Gi, il veggo, signore", e poco appresso ritornava
tosto a' suoi ronchi. Si potrebbono dire molte altre cose a questo proposito,
che ci insegnano come molti, in effetto, non hanno d'uomo altro che il nome, e
nel tempo che pi converrebbe che essi facessero il debito, si trovano molto
dalla ragione e dalla vergogna lontani.
Ma, ritornando all'istoria, parve che quel pensiero che io riprendo di colui
che si provedeva di pane fosse misterio e permissione divina, poich con quel
poco di biscotto si mantenne tutta quella afflitta compagnia per giungere dove
Iddio li condusse, bench niuna speranza avessero di dover giungere a terra, se
il soccorso divino miracolosamente aiutati non gli avesse; perch si
ritrovarono ingolfati molto e posti nel mare, e presto perderono la mira del
camino che fare dovevano, e non avendo aguglia che loro la via insegnasse non
sapevano n dove s'andassero n dove si stessero. Per riposarsi alquanto del
travaglio del remare deliberarono di fare una vela, e perch non avevano di che
altro farla che delle camicie stesse che vestite si trovavano, se le
spogliarono tosto e ne fecero il garbo d'una picciola vela, e la cucirono con
alcuni aghi che alcuni di loro casualmente si ritrovavano. Ma mancava loro il
filo, e per averne si discucivano gli sai. Ora, in effetto, la vela si fece
come si puot, e secondo che il vento e l'onde volevano, cos essi andavano
alla misericordia di Dio, senza sapere dove fosse stato meglio a volgere la
proda. Essi tosto fra s compartirono quel poco di biscotto, che chi pi n'ebbe
non ne ebbe pi che una oncia e mezza. E in vece d'acqua, che non ne avevano
goccia per bere, si lavavano nel mare le mani e 'l viso, e quella amara e salsa
umidit era loro in vece di bere. Altri sodisfacevano in parte alla sete con la
propria urina, e tutti del continuo con lagrime e sospiri chiamavano Iddio e la
sua gloriosa madre, e spezialmente si votarono a nostra Signora dell'Antica,
che sta nella chiesa maggiore di Siviglia: e piacquele d'esaudirli, perch in
capo di 11 giorni si ritrovarono la mattina a due o tre leghe da questa isola
Spagnuola, e conobbero la terra, e il pilotto che s' detto disse: "In questo
paraggio che noi andiamo ora sta il porto d'Argento". E cos fu, che poco pi
doppo mezzogiorno giunsero a quel porto, e saltati in terra si discalzarono, e
ringraziando infinitamente Iddio se n'andarono diritti alla chiesa a rendere
quelle grazie a Dio e a sua gloriosa madre, che per cos segnalata merc e
miracolo rendere loro dovevano.
E cos alcuni si restarono nell'isola, altri se ne andarono in Spagna; e l'anno
seguente del 1515 parlai col medesimo pilotto Anton Calvo dentro la chiesa
maggiore di Siviglia, e da lui e da altri di quelli che con lui in quel caso
ritrovati s'erano intesi tutto quello che io qui n'ho scritto. Ed  gi questa
cosa assai nota e publica, cos in questa isola Spagnuola come in Spagna.


Di un giovane Portoghese che, andando una nave a tutte vele, si gett a nuoto
con un pappafico in testa per passare ad un'altra nave dell'armata, e fu da
un'altra nave che veniva appresso ricuperato.
Cap. VI.

Qui dir un caso d'un giovane Portoghese, il quale non tanto  miracolo quanto
pazzia e sciocchezza di quel temerario e scempio che il pass, ancorch nel
vero il soccorso di Dio vi fosse, scampandolo dalla morte. E fu a questo modo.
Nel 1514, nel tempo che Pedrarias Davila pass alla terra ferma con 17 o 18
caravelle e navi per ordine del re catolico don Fernando, navigando un d per
lo gran golfo di questo mare Oceano, con prospero vento e con tutte le vele ben
gonfie, accadette che in una nave dell'armata, che era di Palos e vi andava il
tesoriero Alonso della Puente, vi andava anco un giovanetto Portoghese, col
quale, perch il vedevano alquanto leggiero, cominciarono a burlare e a passare
tempo i marinai e l'altre genti da guerra che in quella nave andavano. Egli,
sdegnato di quelle burle, disse che giurava a Dio che, se molto il tempestavano
a quel modo, si sarebbe gettato in mare e se ne sarebbe andato nuotando a
qualche altra nave di quelle della armata. Quanto esso pi fermamente questo
giurava e prometteva, tanto pi caldamente gli altri giovani nelle loro burle
instavano; di modo che esso, forte sdegnato e deliberato di serbare quello che
promesso aveva, tolse un'altra camicia che aveva pi di quella che vestita
portava e se la leg alla cintura, e tolto un suo pappafico di panno leonato se
'l pose in testa vestito, ancorch niun freddo facesse e non fosse abito quello
da portare nuotando. E posto che si fu a questo modo in ordine, mont sopra
coverta e disse: "Fo voto a Dio, se voi pi burlate meco, di gettarmi in mare e
passarmene in questa altra nave che va vicina alla nostra". La quale, per
vicina che andasse, non poteva egli aggiungerla, per la velocit che tutta
l'armata nel suo corso portava.
Molto di questi atti e parole tutte l'altre genti della nave ridevano, e chi li
dicea che non averebbe avuto ardire di farlo, e chi li diceva che, se esso
fosse stato Castigliano, averebbe la sua parola e 'l suo giuramento serbato. E
di questa maniera chi li diceva una cosa e chi un'altra, non pensando che egli
fosse dovuto essere cos sciocco che fatto l'avesse. Ma egli poco aspett che,
fattosi nell'un costato della nave, si gett in mare: e giunto nell'acqua, per
presto che fosse, si rest gran pezzo a dietro da poppa. Allora quelli della
nave, perch quello sciocco non s'annegasse nel mare, cominciarono con una
cappa a fare segno agli altri vasselli che venivano appresso. Onde volse Iddio
che veniva appresso per quel medesimo camino, pi di due tiri di bombarda
lontana, un'altra nave dell'armata, che, veggendo fare quelli segni, segu a
quel dritto, sospettando che le fosse dovuto essere andato qualche uomo in mare
o che qualche altra necessit avuta avesse. E cos piacque a nostro Signore
che, ritrovando quel pazzarello stanco e perduto in mare, il tolse su, che poco
pi che tardato fosse si sarebbe quel matto affogato in mare; e 'l condusse
fino al Darien, dove io poi il viddi.
E il medesimo tesoriero, in presenzia di questo Portoghese e di molte persone
che il viddero, mi raccont quanto ne ho detto: e questa fu cosa assai publica
e nota. N gi se ne riputava quel giovane meno, anzi diceva che niuno
Castigliano averebbe avuto ardire di farlo. E io il credo che niun Castigliano
n d'altra nazione si sarebbe ad una cos vana e sciocca impresa posto come fu
questa, se non fosse stato cos scempio a fatto e senza cervello come fu costui
che questo atto fece.


Come, di due navi che di Spagna in questa isola venivano, la prima si perd, e
se ne salv la gente in una isoletta disabitata; e poco poi si perd anco
l'altra ivi presso, ma miracolosamente salvandosi ricuper le genti sue e
dell'altra nave perduta e segu il suo viaggio.
Cap. VII.

Nel 1521 venivano di Spagna per questa citt di S. Domenico due navi di
conserva: dell'una era capitano Francesco di Vara, cittadino di Triana,
dell'altra Diego Sances, pur di Triana o di Siviglia. E quando presso all'isole
di queste Indie giunsero, la nave di Francesco di Vara si perd nelle seccagne
dell'isole che chiamano le Vergine, ma si salv la gente, se ben si perd la
nave con quanto dentro vi era.
L'altra nave diede nelle seccagne d'un'altra isola che ivi presso era, chiamata
l'Annegada perch  una isola assai bassa e non si vede finch non vi si giunge
sopra; e fra quaterna e quaterna della nave, in quel percotere del forziero, vi
rest ficcata nelle tavole una pietra dello scoglio nel quale il legno
percosse. La nave pass oltre e la pietra rest molto nelle tavole fissa, ma
non cos misurata e giusta che non vi restasse fra lei e le tavole spazio onde
potesse entrar acqua dentro; anzi, tanta ve ne entr che il vassello se ne
scese gi, finch tocc in terra e vi si assise e restovi diritto. Cominciarono
ad aggottare l'acqua con le trombe, ma non bastavano, ancorch avessero
alleggerito le botti e l'altre cose della nave. Ma, accortisi che il legno
toccava in terra e che, se ben stava pieno d'acqua, si potea votare se si
ritrovava onde l'acqua entrava, gettarono l'ancore, perch la corrente e le
onde non facessero volgere di costato la nave.
E allora Alonso Sances Albagnir, che oggi sta in questa citt ed  persona
ricca e di credito, e aveva la met di quella nave caricata, disse che darebbe
una buona veste a quel marinaio che ritrovasse il luogo onde entrava l'acqua.
Un marinaio destro e buon natatore allora si pose in volta, e tanto si
travagli che ritrov la pietra ficcata nelle tavole della nave, e con sevo e
stoppa appil que' buchi che restavano fra la pietra e le tavole, e poi di
sopra alla pietra vi stese un quoio e ve l'inchiod. Poi si diedero a votare
l'acqua con le trombe e per ogni altra via che potevano, e cos la nave s'alz,
e dentro il legno posero in quel luogo cos ripezzato una continua guardia di
marinai con lume di notte e di giorno, e ricuperarono gran parte del carico che
allegiato avevano; e poi passarono due leghe avanti all'isole chiamate le
Vergini, che disabitate sono, e vi ritrovarono tutte le genti dell'altra prima
nave perduta due d innanzi, che non avevano altro che le loro sole persone
salvate, con una imagine grande di nostra Signora dell'Antica, che ora sta
nella chiesa maggiore di questa citt, nell'altare che sta presso al sacrario,
la quale imagine  stata ritratta da quella dell'Antica che sta nella chiesa
maggiore di Siviglia.
Ora, questa nave tolse sopra tutte quelle genti, e con quella pietra posta fra
le tavole nel modo che s' detto se ne venne in questa citt di S. Domenico a
salvamento, con le genti di amendue le navi, che passavano 150 persone. E qui
s'accommod e conci, e ritorn poi in Spagna, e portarono quella pietra a
Nostra Signora di Guadalupe, alla quale s'erano tutti votati e raccomandati. E
oggid sta in questa citt di S. Domenico il medesimo Alonso Sanches, che, come
s' detto, aveva la met di quella nave caricata. E tutto questo  assai
publico e noto in questa citt. Ben si dee credere che, veggendosi tanta gente
in cos pericoloso naufragio, non mancarono orazioni n lagrime, per dover
essere esauditi da Dio, cos di quelli che stavano persi nell'isole deserte
delle Vergini, come di quelli altri che nella seconda nave erano, che volse
Iddio che si salvassero perch potesse porgere a questa e a quell'altra gente
soccorso. S che quella che nostro Signore e sua gloriosa madre con quelli e
con gli altri us fu una soprema e gran maraviglia.


Di una nave nella quale s'accese fuoco e miracolosamente si smorz, stando
molto in mare.
Cap. VIII.

Nel mese di settembre del 1533, ritrovandosi una nave nel gran golfo del mare
Oceano, e venendo con prospero tempo e con tutte le vele gonfie alla volta di
questa citt di S. Domenico, perch non andava diritta ma pendea di costado
dalla parte di proda, o perch si avevano mangiato le monizioni che da quella
parte erano, o perch non era stata ben stipata e caricata al principio, per
rimediare a questo inconveniente, che suole ogni d accadere, empierono tre
botti d'acqua di mare e le posero sotto coverta, da quella parte dove mancava
il carico; e fatto questo la nave si drizz e faceva meglio il suo camino.
Quattro o cinque d doppo di questo, un marinaio o chi si fosse entr sotto
coverta con una candela accesa a cercare non so che, e senza avervi avertenzia
la smocc in quel luogo: e si suspic che da questo nascesse il male che ne
nacque. Ora, perch sogliono fare la guardia la notte, e si compartono a questo
effetto i marinai il tempo, nella prima guardia (che ne erano forse passate due
ore) andava tanto fumo per la nave che n quelli della guardia n gli altri
potevano ormai pi soffrire. Andarono a vedere se dal focone quel fumo
procedeva, e quando s'avidero che da altra parte nasceva, in gran paura
montarono. Correndo adunque a cercarlo, ritrovarono che il fuoco andava gi
sotto coverta molto appreso, e avea in molte parti arso un capo nuovo o fune,
con che sogliono gettare le ancore in mare, che valeva 25 o 30 ducati; e si era
medesimamente arsa una cassa di robbe, con altre cose che ivi presso erano, e
il fuoco andava secreto e senza fiamma, perch non avea donde uscire, e cos
s'andava a poco a poco accrescendo e bruciando quanto trovava. E volse Iddio
che non fosse ancora giunto al costato e alle tavole della nave, perch,
essendo secco il legno e pieno di pece, tosto vi sarebbe appresa la fiamma e vi
si sarebbe senza rimedio alcuno tutta la gente arsa dentro.
Ora, perch di sotto non vi si potevano oprare a rimediarvi, per stare la nave
stipata e piena di robe, ruppero con molta fretta la coverta di sopra con
scure, e tosto che si aperse al dritto del fuoco ne usc una gran fiamma che
mont quasi fino al mezzo dell'albero della nave, la quale si sarebbe senza
alcun dubio arsa a fatto tosto, con pi di cento persone che dentro v'erano, se
la providenzia divina non avesse fatto pochi d avanti porre quelle tre botti
d'acqua di mare sotto coverta per drizzare il vassello; percioch, stando
presso dove il fuoco ardeva, le fondarono tosto, e versandosi l'acqua che v'era
ne smorz la maggior parte del fuoco, di maniera che ebbero tempo a prendere
dal mare pi acqua e a finire di smorzare a fatto la fiamma. E per questa via
scamparono da un cos segnalato pericolo, e da una cos crudele morte che loro
si apparecchiava.
La misericordia di Dio  grande, che permise che la nave pendesse di fianco e
avesse bisogno di pi dalla parte a quella opposita di caricarsi, e di
caricarsi di cosa onde si potesse poi a quel modo l'incendio estinguere. Il che
rade volte accade, perch non si suole ci fare con porvi botti d'acqua, ma con
mutare le ancore grosse e l'artigliarie e le casse e altre cose grievi da un
luogo ad un altro, perch il vassello s'indrizzi. Ma piacque a Dio che in
questo caso acci con le botti piene d'acqua provedessero, per lo pericolo nel
quale ritrovare si dovevano, perch, come io udii dire dal nochiero e d'altre
persone che vi si ritrovarono, era impossibile che essi fossero potuti
scampare, se non si ritrovavano quelle botti d'acqua cos alla mano.
Questa nave entr poi nel fiume e porto di questa citt di San Domenico a' 19
di settembre, otto o dieci d doppo quel caso del fuoco; e avendo qui tolto
rinfrescamento e acqua e legna, pochi d appresso segu il suo camino per la
Nuova Spagna, per dove era stata noleggiata. In questo vassello andava una
donna da bene chiamata Caterina Sances, che io tenni in casa mia mentre qui
quella nave stette; e costei, come testimonio di vista, mi raccont tutto il
caso, e mi diceva anco che in quel tempo che l'incendio durava erano le voci e
le grida molte delli passaggieri, e con tante lagrime e devozione come si dee e
pu credere, e che due persone di quelle che nella nave erano affermavano avere
in quel maggior travaglio e pericolo veduta nostra Signora di Guadalupe, e che
per suo mezzo credevano d'essersi salvati tutti. E nel vero, se ben costei mi
neg sempre di non essere ella stata una di quelle due persone, anzi mi diceva
non essere ella degna di tanto bene come era di vedere la Madre di Dio, io non
mi maravigliarei che essa fosse stata una delle due devote persone, perch 
donna assai da bene e buona cristiana ed  gi di pi di 50 anni.


Di tre navi che miracolosamente iscamparono con tutte le genti, ritrovandosi
pi di 200 leghe in mare.
Cap. IX.

Ho udito molte volte dire a persone di mare, e ad altre anco di credito che
hanno navigato e si son ritrovate in naufragi e gran tempesta, che hanno
sentito voci come umane parlare nell'aere nel tempo del maggior pericolo, e
hanno vedute cose spaventevoli e demonii. Onde a questo proposito narrer
quello che poco tempo fa accadette, e ne sono molti testimonii in questa isola,
e alcuni cittadini anco di questa citt, e in speziale Martin di Vergara,
algazil maggiore dell'admirante don Luigi Colombo, e Cristoforo Peres,
carcerario della regia prigione di questa citt, i quali andavano in Spagna e
si ritrovarono presenti al travaglio che io dico, che di questa maniera fu.
Nel mese d'agosto del 1533 usc dal porto di questa citt di San Domenico una
nave carica di zuccari e di quoi di vacche e di cannafistola e d'altre cose,
con oro anco, per andare in Spagna; e per camino il nocchiero, chiamato Giovan
di Ermua, s'inferm, non molto da questa isola Spagnuola lontano, e s l'agrav
il male che per suo rispetto la nave non pass l'isola della Mona, che  fra
questa isola e quella di San Giovanni e non pi che 40 leghe da questa citt,
perch ivi si ferm e ivi il detto nocchiero mor. Doppo che l'ebbero sepolto
seguirono il viaggio loro, e per questa poca dimora che qui fatta avevano
furono aggiunti da un'altra nave, che part appresso da questo porto di San
Domenico, e ne era nochiero un pilotto chiamato Carregno.
Questa seconda nave andava carica medesimamente di molte casse di zuccari e di
quoi e di cannafistola e oro, ed era in effetto di molte ricchezze carica; e in
questa seconda nave andavano li due che ho nominati di sopra e recati per
testimonii. Ma in capo di molti giorni che navigavano (che erano gi pi di
40), e quando si pensava che fossero gi arrivate in Spagna, giunse in questa
citt la novella della loro disaventura, perch erano perse e rovinate tutte
giunte alla terra di porto d'Argento in questa isola, che  dalla parte di
tramontana, con gli alberi e l'antenne rotte e con avere alleggierito pi della
met del carico che portavano e gettatolo al mare.
Questa tempesta sopragiunse loro a' 21 d'ottobre e li dur tre giorni e due
notti, e si viddero molte volte sotto l'onde del mare annegati, e chiamando
nostro Signore e sua gloriosa Madre parea che dal profondo del mare montassero
su. E quando quelli peccatori afflitti dicevano: "O Madre di Dio, vergine
Maria", e con lagrime e attenzione li chiedevano soccorso, udivano nell'aere
dire: "Perch la dimandate, e che volete voi farne?" E a questo modo udivano a'
demonii alcuna volta replicare, e alcuni affermano averli nell'aere senza alcun
dubio veduti. Ma a nostra gloriosa Signora piacque, al dispetto degli
adversarii, di soccorrere questa misera gente in tanto travaglio e affanno
posta. S che doppo tre giorni, stanchi dal molto travaglio e rauchi per le
voci e gridare che fatto avevano, furono dal pietoso Iddio e dalla sua benigna
Madre soccorsi, perch cess quella tempesta, avendo (come s' detto) gettato
in mare pi di 300 casse di zuccaro e pi di mille quoi di vacche e molte botti
di cannafistola. Ed  opinione che la mercanzia e robba che fu gettata qui in
mare valesse pi di diecimila ducati.
Ora, perch le genti si ritrovavano molto stanche, e le navi stavano tutte
aperte per la gran tempesta e facevano tanta acqua che non si potevano navigare
(perch a cavarne d e notte l'acqua con le trombe non bastavano a votarle,
tanta ne sopragiungeva del continuo dell'altra), deliberarono di ritornar a
dietro, e piacque a Dio di condurle miracolosamente al detto porto d'Argento,
dove smontarono le genti sane e salve, ma non poco spaventate. E la maggior
parte delle robbe che erano restate di non gettarsi in mare erano guaste e
bagnate, anzi putrefatte, per tanti giorni che erano state a quel modo.
Con queste due navi se ne era gi nel mare accompagnata un'altra, che venia
dalla Nuova Spagna, carica di prosciutti e d'altra carne salata di porci: il
che  cosa nuova e da notarsi, perch quindeci anni a dietro non era in terra
ferma porco alcuno. Quelli di Spagna e quelli che vi si portarono poi da queste
isole vi sono tanto moltiplicati che  cosa da non credersi, e ne vanno le navi
cariche di prosciutti in Spagna. Questa nave adunque che io dico andava di
questa mercanzia carica, e portava 50 mila castigliani: ventimila ne erano di
Sua Maest, e gli altri di persone particolari, secondo che l'altre due navi
dicevano averlo da questa altra terza inteso. Ella fece ogni sforzo di seguir
il suo cammino, ma per quella tempesta che tanto l'altre due afflisse non
puot: onde a' 22 di novembre del medesimo anno giunse nel porto di questa
citt con le gabie perse e con altri molti danni. E ne era nochiero un Giovan
Sances di Figueroa, col quale parlai io poi in questa citt, e ne intesi
l'estremo pericolo nel quale anco essi veduti s'erano: in tanto che il demonio
non vuole solamente travagliare le genti di terra, che anco mi pare che
travagli e molesti le navi e i naviganti. E perch quelli che non hanno
navigato sappiano che questa non  cosa nuova al nostro comune adversario,
scriver nel seguente capitolo un altro caso di non minore pericolo, e dove il
maledetto Lucifero non pose men diligenzia che nel gi detto. Onde i buoni
cristiani veggano quanto debbia stare sempre viva ne' cuori loro la memoria di
nostra gloriosa Signora.
Quello stesso che ho detto di queste tre navi mi raccont medesimamente in
questa citt il nocchiero istesso Carregno, di cui era una di queste tre navi,
e persona da bene e di credito, e chi pi in questo naufragio perd. E perch
questo caso  notissimo e publico, per li molti particolari di questa citt che
vi perderono quelle casse di zuccaro e altre mercanzie, non mi curer di
referire altri testimonii in questo caso. Questo solo dir, che era grossa e
stolta risposta quella delli demonii, quando a' nostri che chiamavano la Madre
di Dio diceva: "Che ne volete fare, che ne volete fare?", perch doveano sapere
che que' peccatori la chiamavano in quella tanta loro necessit per soccorso.
Ma essi dicevano a quel modo per disturbarli e isviarli di chiedere quel cos
certo soccorso, che non manc giamai a coloro che con tutto il core la
chiamarono, come fecero costoro che meritarono d'esserne esauditi.


Della caravella che chiamarono delle Tavire per lo caso maraviglioso che qui si
narrer, che il grande Iddio e la sua gloriosa Madre oprarono per queste donne
e altre persone che vi si ritrovarono sopra.
Cap. X:

Part nel 1519 una caravella dal porto e citt di Santa Maria dell'Antica del
Darien, che  in terra ferma nel golfo d'Uraba, nel governo di Castiglia
dell'Oro, per venire a queste isole. E attraversando questo golfo le
sopragiunse una gran tempesta che la fece a forza correre alla volta dell'isola
di Cuba, e si vidde molte volte persa e inghiottita dal mare; ma la cav la
gloriosa nostra Donna, alla quale con molte lagrime e devozione tutti quelli
che dentro vi andavano con gran voci e gemiti si raccomandavano, tenendosi gi
pi morti che vivi.
In questa caravella andavano due donne chiamate le Tavire, e, secondo che gli
altri che con loro erano dissero questo, con tutto il cuore lagrimarono e
chiesero soccorso a nostra Signora, bench anco gli altri tutti generalmente
facessero il medesimo. Qui viddero visibilmente e nella proda e nella poppa
della nave demonii fieri e spaventevoli, e udirono nell'aere dire da un di
loro: "Torci la via", come s'un altro di loro stesse sopra al timone e
governasse il vassello, e cercassero di mandarlo a perdere. E sentivano
quell'altro rispondere e dire: "Io non posso". E poco appresso udirono un'altra
voce che diceva: "Gettala a fondo, annegala", e un'altra voce rispondeva
dicendo: "Non posso, non posso". E perch tornava a replicare quella prima voce
che comandava: "Perch non poi?", rispondeva quell'altra: "Non posso perch qui
vi va quella di Guadalupe". Allora fu grande il grido e le lagrime copiose di
tutti que' peccatori che nella nave erano, chiamando nostra Signora di
Guadalupe e raccomandandosegli, che parea che si aprisse l'aere e giungessero
quelle voci al cielo. E certo che penetrarono al fonte della misericordia,
perch in quel tempo la nave andava cos presso terra che ognun pensava che se
ne fossero dovuti fare mille pezzi in quella brava costiera. Ma venne una
ondeggiata senza comparazione pi alta e maggiore dell'altre, e alz di peso la
caravella sopra gli scogli di quella aspra costiera e la gett nella terra
piana pi di cento passi fuori dell'acqua, senza che persona alcuna di quante
dentro il legno erano pericolasse n morisse. E cos il Signore Iddio
miracolosamente li liber, per intercessione della sua benedetta Madre, dal
pericolo del mare e di Satanas.
Qui si dee anco un altro misterio sapere, che nella medesima caravella andava
un uomo che venia da terra ferma da cercare elemosina per Nostra Donna di
Guadalupe, il quale io viddi e conobbi: che tanto pi particolarmente si
debbono i miracoli di nostra Signora di Guadalupe notare, alla quale si
votarono la maggior parte di quelli che su quel vassello navigavano. Conobbi io
anco le due donne chiamate le Tavire. E qui in questa citt di San Domenico sta
il licenziado Alonso Zuazo, che  uno degli auditori che qui in questa regia
audienzia risiedono per Sua Maest, che a quel tempo si ritrovava governatore
dell'isola di Cuba; e dice avere udito tutto quello che ho qui detto e dalle
due donne e da quel questore di elemosine e d'altri molti che in quel naufragio
si ritrovarono, e scamparono in quella isola nel modo che detto abbiamo, doppo
che la tempesta ebbe loro rotto l'albero e l'antenne e fatto alleggerire e
gettare in mare la maggior parte di quanto nel vassello portavano, e facevano
gi tanta acqua che non la poteva ormai pi il legno sostenere. Dicevano anco
avere veduto venire certi pesci grandi come tonni o delfini, e afferrare con
denti le cinte della caravella (che sono quelle tavole con le quali coprono le
giunture del vassello) e distaccarle e tirarle fuori, onde di qua entrava tanta
acqua che non se ne potevano valere, n sarebbe stato possibile salvarsi
altramente che per miracolo e col favore della Madre di Iddio.
Ho intitulato questo naufragio della caravella delle Tavire non perch fosse di
queste donne il vassello, ma perch quanti ivi si ritrovarono tutti lodavano
molto le lagrime e la devozione di queste due sorelle, e dicevano credere che
queste fossero state gran parte a pregare Iddio e nostra Signora che soccorsi
gli avesse. Qui si dee notare che il benigno Iddio ha cura d'ascoltare e
difendere i peccatori e che non guarda a' peccati nostri, perch, se ben non
erano tenute in tanta stima queste donne che si pensasse che dalla devozione
loro fosse tanto bene dovuto risultare, nondimeno, perch il cibo di Dio  il
cuore nostro, che esso meglio che niun altro il conosce e penetra e sa quale 
giusto e qual peccatore, tutti coloro pensarono che queste fossero state
esaudite da Dio e dalla sua pietosa Madre: onde pareva che ognun portasse fissa
nel cuore una affezione e obligo grande a queste due donne, per intercessione
delle quali credevano tutti avere salvata la vita.
Il vedere la caravella, dove rest fuori e lontana dall'acqua, e cos fatti
scogli e balze fra lei e 'l mare, era certo cosa di molta maraviglia, e da fare
chiaro vedere che, senza misterio e potere divino, era impossibile uscire dal
mare da quella parte onde uscita si vidde.


Come il licenziado Alonso Zuazo si perd nell'isole degli Alacrani, cio
scorpioni, in una caravella dove andavano da 55 o 60 persone, delle quali se ne
salvarono solamente 17 con lui; e di molte altre cose che in quel naufragio
avennero.
Cap. XI.

S' detto di sopra, nel secondo capitolo del quarto libro, come il licenziado
Alonso Zuazo venne in questa citt di San Domenico per giudice, poco tempo poi
che que' padri di san Gieronimo vi erano venuti per governare queste parti, e
come, per non avere voluto ritornare gli Indiani a' cavalieri accetti al re
catolico, ne gli erano seguiti molti disfavori. Mi resta ora in questo ultimo
libro a dire una sua pellegrinazione e naufragio che li segu, perch al parer
mio questa  una delle maggiori novit, per una soprema isperienzia di
travagli, che si sia mai udita n vista n letta, n anco nelle novelle de'
favolosi Greci n delle metamorfosi d'Ovidio. E senza dubbio che questa  una
maraviglia estrema e di quelle che suole il Signore Iddio fare per chi l'ama, e
con intiera volont gli si raccomanda. E perch meglio questa cosa s'intenda,
cominciar da principio a discorrerla, accioch si vegga la cagione che mosse
questo cavaliero alla navigazione, onde cos inauditi travagli gli seguirono. E
perch vi si mosse con buon zelo e vi ebbe santa e giusta intenzione, credo io
che per questo Iddio il liberasse molte volte dalla morte, e non gi dalla
morte comune, ma da molte maniere di morire tutte strane e inaudite. Onde dico
cos.
Cosa nota  che Fernando Cortese stava dal 1518 nella Nuova Spagna.  noto anco
come lo adelantado Francesco di Garai, essendo governatore dell'isola di
Iamaica, fu provisto del governo e capitania generale della provincia di
Panuco, nella quale cade il fiume delle Palme, che  presso alla Nuova Spagna,
o pure ne  una parte. Queste parti di Iamaica con una buona e bella armata di
caravelle e di navi, e accompagnato da cavalieri e gentil uomini e da una
fiorita gente, per andare al suo governo, nel 1523, e fece vela a' 24 di
giugno, e giunse all'isola di Cuba, in un bel porto chiamato la Sciagua, che 
presso la terra della Trinit, e quivi ebbe nuova che Fernando Cortese aveva
mandato a popolare quella provincia di Panuco, dove esso con la sua armata
andava per farvi nuova terra.
In questo stesso tempo il licenziado Alonzo Zuazo si ritrovava nella citt di
San Giacomo, nella medesima isola di Cuba, dove era prima stato governatore,
perch in questo tempo la governava Diego Velasco, che l'avea anco altra volta
governata prima.
Or, quando il Garai seppe questo, conoscendo che, poich il Cortese avea
preoccupato a fare abitare Panuco, dove esso andava governatore, se esso vi
andava non ne averebbe potuto prendere il possesso senza molto litigio e
contesa, bench ampie provisioni regie portasse, deliber per lo meglio di
guidare questo suo negocio per alcuni mezzani, che cos averebbe interrotte le
morti di molte genti e non fattone disservigio n a Dio n a Sua Maest. E per
fare questo effetto non ritrovava persona pi atta col Cortese che il
licenziado Zuazo, il quale, per essere litterato e amico di amendue, pensava
che avesse dovuto farlo e saputo farlo senza che contesa o guerra seguita nel
fosse, almanco finch Sua Maest avesse avuto di ci notizia e proveduto vi
avesse.
Con questa deliberazione, adunque, spacci dal porto di Sciagua un corriere per
la citt di San Giacomo al licenziado Alonso Zuazo; il quale, lette le lettere
del Garai, ne consult con Diego Velasco, al quale n'aveva anco il Garai
scritto, e ad altri amici del Zuazo medesimamente, perch per ogni via
l'astringessero a dovere questo effetto fare, perch vi andava il servigio di
Dio e di Sua Maest. Ora, perch il parere di tutti fu, senza discrepanzia
alcuna, che il licenziado Zuazo dovesse partire e fare ogni sforzo che fra
questi due cavalieri fosse pace, egli noleggi tosto quel vassello, che nel
proemio di questo ultimo libro io dissi che avea quello anno stesso in quella
isola venduto, e che nel porto della citt di San Giacomo si ritrovava.
Provedutosi adunque d'ogni provigione necessaria per cos lungo viaggio, e con
pensiero che li fosse ogni cosa dovuto prosperamente riuscire, poich per lo
servigio di Dio e del suo re si moveva, e andava per porre pace e concordia fra
quelli capitani, che cos vicini a rompersi in guerra stavano, raccomandandosi
a Dio si pose in mare; e fra quattro o cinque d giunse alla terra della
Trinit, e indi se n'and al porto di Sciagua, che  un de' belli e securi
porti che abbia il mondo. Qui Francesco di Garai li disse il servigio grande
che esso in questo viaggio farebbe a Dio nostro Signore e a Sua Maest, e
quanto merito acquistava in distorre una cos grande occasione di discordie,
che sarebbono facilmente potuto seguire fra s e 'l Cortese, se non gli avesse
colui liberamente lasciato il governo e la terra che Sua Maest data gli aveva
e fattovelo capitan generale. E con queste li disse anco molte altre parole a
questo proposito.
Il licenziado Zuazo, avendo promesso di farvi tutto il suo potere, mont nella
sua caravella, e giunto al fine della medesima isola di Cuba, dove dicono il
capo di Sant'Antonio, indi segu poi il suo viaggio alla volta della Nuova
Spagna. Ed essendo ingolfato, perch gli sopragiunse il tempo contrario, doppo
d'avere molto tempo navigato, o per dir meglio travagliato per quel mare a'
ventiuno di gennaro del 1524, su la mezzanotte, fu da cos forte e tempestoso
temporale assalito che molte volte si viddero coverti dall'onde del mare, s
perch la tempesta era grande come perch la caravella era picciola, che a pena
portava 45 botti. Perch questo cavaliero era devoto e buon cristiano e animoso
e prudente, con molto sforzo, chiamando Iddio e la sua gloriosa Madre (come
sogliono e debbono fare in simili necessit tutti i veri fideli), non cessava
un punto mai d'animare e isforzare tutti all'orazione, poich altro soccorso
allo scampo loro non aveano che quel del grande Iddio. E cos il licenziado
come gli altri tutti, con un mare di lagrime e minutamente, dicevano quel
devoto verso: "Monstra te esse matrem".
E in quello instante che il dicevano parea che il vassello dal profondo del
mare uscisse su, e vedevano fra quella notte oscura una luce che li guidava.
Nel qual tempo e travaglio viddero molti gran tonni o pesci, a maniera di
porci, che parea che volassero per l'aria d'intorno alla caravella, con altri
orribili e spaventevoli segnali. Onde, senza sapere dove si stessero, fuori di
ogni speranza della vita si ritrovavano, n potevano governare il vassello, n
servirsi dell'aguglia n del quadrante, n fare altra cosa per la salute loro
che raccomandarsi a Dio e riporsi del tutto nelle piatose sue braccia; e cos
in lui solo si confidavano, e non nell'arte o diligenzia del pilotto e de'
marinai, che niun pro vi facevano. L'altro d poi, al quarto dell'alba, diedero
in certe seccagne e forzieri d'aspri scogli, dove si fecero del vassello in
mille pezzi e si perd quanto dentro vi era: e 'l licenziado vi perd pi che
niuno altro, anzi pi che tutti gli altri insieme, perch vi perd gli suoi
libri e molto oro e argento e gioie e altre robe in gran quantit e valore. Ma
in comparazione della vita ogni cosa istimavano poco, onde n anco vi volgevano
il viso per ricuperarne alcuna, perch il pi fa spregiare il meno.
Venuta la chiarezza della tempestosa mattina, si ritrov il licenziado Zuazo
fra li morti della sua compagnia, che ivi annegati s'erano, ignudo con gli
altri che scampati erano (che erano da 47 persone), montati e aggraffiati tutti
a quegli aspri scogli, che col crescere del mare si coprivano d'acqua, che dava
fino al petto a quelli meschini: i quali non avevano n acqua n vino n pane
n altra cosa con che potere sostentarsi, onde non pensava ad altro ciascuno
che alla morte, alla quale cos vicini si vedeano. E a questo modo stettero da
che si anneg il vassello, come si  detto, fino a pi di mezzod; e l'onde del
mare alcuna volta andavano cos alte, che passavano per sopra a questa dolorosa
compagnia con tanta furia e impeto che a pena abbracciati con gli scogli
sostenere si potevano, e alle volte la violenzia del mare ne distaccava alcuni,
e gli smembrava e faceva pezzi fra quelle balze.
Verso il mezzogiorno questa afflizione s'isminu alquanto, di modo che, essendo
abbassate l'acque, potevano quelli miseri stare su quegli scogli senza
bagnarsi. E perch nostro Signore sempre nella maggiore necessit soccorre i
suoi, il licenziado vidde, fra quelli forzieri e scogli che l'acqua mancando
discopriva, una canoa, mezza dall'arena coperta, che di gran tempo stare vi
doveva; ed era cos picciola che a pena vi sarebbono cinque persone capute. Di
che resero tutti infinite grazie a Dio, perch veramente altro rimedio non
vedevano, per potere uscire da quel luogo, fuori che questo, che
miracolosamente la misericordia divina loro dava.
Tosto con molta diligenzia cavarono con le mani d'intorno alla canoa, che
qualche tempesta ve la doveva gi avere portata, e bench stesse in molte parti
rotta, il licenziado il meglio che si puot insieme con gli altri la rimedi; e
postala in mare v'entr esso con tre altri, e cominciarono a navigare lasciando
tutti gli altri sopra quegli scogli; e andavano cercando se forse ritrovassino
luogo alcuno asciutto, per piangervi i lor peccati que' pochi giorni che
pensavano di vivere, poich non avevano n che mangiare n che bere. E
navigando senza sapere dove s'andassero, ritrov il licenziado su per l'onde
gran parte della roba e de' libri che andavano nuotando, e con vento contrario
venivano di l onde gli aveva la notte innanzi fatti correre il tempo. E non
ritrovando riposo alcuno, salvo che alcune picciole pietre e scogli che le
bagnava il mare, gli parve di dovere ritornare dove aveva lasciati i compagni,
perch non perissero o si sbigottissero del tutto; e giunto disse, per dare
loro animo, quello che esso non sapeva, cio che aveva ritrovato e veduto
terra, bench di lontano, e che stessero di buona voglia e si raccomandassero a
Dio, mentre che esso andava a quella terra che di lontano si vedeva. E nel vero
esso veduta non la aveva, n sapeva se vi fosse o no; e ritornandosi con questo
pensiero, e con molte lagrime pregando nostro Signore che lo conducesse in
qualche poca di terra dove potesse fare penitenzia, e morire con qualche riposo
e fuori dell'onde del mare, gett quattro sorti, e per oriente e per occidente
e per tramontana e per mezzogiorno, sperando che per questa via l'avrebbe il
Signore Dio guidato a quella parte dove pi suo servigio stato fosse, e
avessero potuto di lui pi ricordarsi e meglio morire.
Gettate le sorte quattro volte, sempre vedevano che dovevano verso oriente
andare, onde vedevano il sole montare su, ed era questo viaggio contrario a
quello che faceano prima per la Nuova Spagna. Ma, conformandosi con la volont
di Dio, seguirono il camino che la sorte mostrava. Il licenziado, prima che
partisse, anim molto gli altri che restavano, dando loro speranza certa che
andavano in terra, e che tosto averebbe rimandata la canoa perch vi fossero
tutti a poco a poco andati. E gli avvert tutti che verso dove esso con la
canoa andava, tosto che vedessero abbassare il mare vi si movessero il meglio
che potessero, per sopra quelli forzieri e scogli che sotto al mare s'andavano
tutta via discoprendo. Egli ebbe una mezza spiga di maiz che fra la compagnia
si ritrov, che non aveva pi che fino a 20 granelli, e questa si mangi egli
in tre d, senza avere goccia d'acqua n di altro liquore buono: e se ne
mangiava sei o sette granelli il d, avendo sempre nel cuore una ferma speranza
in Dio e nella sua benedetta Madre. Ora, egli segu il suo camino tutto quel
giorno, finch il sole stava gi per porre, onde fra il sole e l'acqua si vidde
una certa cosa bianca, che era una piaggetta d'arena di 10 passi larga e di 150
lunga. E quanto pi s'accostavano pi s'accertavano che quella era terra; onde
con tanto piacere e con tanta fretta remando l andarono che, quando il sole
pose, vi stavano da due tiri di balestra lontani.
Quando il licenziado con gli altri tre compagni vi giunse, saltati in terra
s'inginocchiarono e con molte lagrime ringraziarono nostro Signore, sperando
che, come aveva per sua misericordia insegnato loro quella poca di terra dove
si potessero della sua santa passione ricordare, cos avrebbe anco lor mostro
il rimedio di poter salvarsi. Fatta che ebbero la loro orazione, spasseggiarono
per quel poco di terreno o isoletta con molta allegrezza, e viddero nell'un suo
capo molte cose nere, che parevano porci ingrassati alle ghiande, come si
veggono in alcune parti da portarsi a vendere cos grassi, e stare gettati in
terra. Quando vi s'accostarono, bench con molto timore, gli udirono ronchiare
cos forte che era una cosa strana e non mai pi da loro veduta. Ma perch uno
de' tre che col licenziado andavano era uomo di mare, e aveva per molte parti
navigato, conobbe che quelli erano lupi o vitelli marini, che sono grandi e
strani a vedere, come s' di sopra ne' precedenti libri detto; e perch sono
animali d'acqua spesso da molti si veggono. Onde qui non ne dir altro che
quello che ne ho dal medesimo licenziado udito, che li vidde ivi cos grandi
che i maggiori di loro erano 17 pi longhi, e dove pi grossi sono giravano pi
di otto piedi intorno. Ve ne erano anco altri assai minori e mezzani fra questi
e quegli grandi, secondo la proprozione della loro et.
Stando tutti quattro maravigliati a vedere questi lupi marini, e sospesi a
contemplare diverse cose, si ricordarono de' compagni che restavano nel
pericolo che s' detto, fra quelli scogli. Onde il licenziado preg quelli tre
che seco erano che volessero con la canoa ritornarvi e condurli a poco a poco
in quella piaggetta. Risposero li tre che la notte era molto oscura e 'l vento
contrario, e non avrebbono mai indovinato a quelli scogli o forzieri dove i
compagni lasciati avevano, perch era molto lontano, e che se essi con la canoa
si perdessero erano anco tutti gli altri perduti. Perch la scusa era lecita e
giusta, deliberarono che s'aspettasse fino alla mattina, e perch il vento era
forte tirarono la canoa in terra e la stesero su l'arena di traverso e quasi
per lor riparo; e perch essi vi si coricorono appresso su l'arena, accioch
non cadesse lor sopra, perch stava posta in terra di fianco, l'appuntellarono
con certi legni. E cos ivi dormirono mezzi coverti dall'arena il meglio che
poterono, finch fu giorno.
Poco prima che uscisse il sole, udirono molte voci che facevano tre cristiani
della medesima compagnia, l'un de' quali stava ferito d'un morso che gli avea
dato un tiburone, e gli altri due per la paura che avuta avevano, col darsi
soverchio fretta al nuotare, avevano molta acqua del mare bevuta. Quel ferito
mor tosto che all'isoletta giunse; gli altri due poco pi tempo vissero, che
amendue medesimamente morirono, perch l'acqua del mare  tale che chi molta ne
bee non pu vivere. E nel farsi il d chiaro, il licenziado vidde tutta l'altra
gente della compagnia che verso l'isoletta ne veniva, nuotando da scoglio in
scoglio e da secco in secco e camminando alle volte co' pi per sopra quelli
forzieri, bench fossero in qualche parte fondali; onde questa pareva a punto
una pittura o vista dell'universale giudicio che aspettiamo. Allora usc tosto
la canoa e ricover i pi deboli e stanchi, e tanto fece viaggi quel giorno che
alla fine tutti nell'isoletta si raccolsero. E tre giorni passarono che il
licenziado non mangi altro che quelli pochi granelli di maiz che si sono
detti, e gli altri della compagnia nulla.
Onde stavano tutti cos sbigottiti che parea che volessero di fame e di sete
spirare, di pi del travaglio e afflizione in che si ritrovavano; che gi il
savio lettore sa che la morte differita ma gi incominciata ad esseguirsi  di
maggior pena. Onde Giulio Cesare, la notte prima che morisse, cenando con Marco
Lepido e disputandosi qual fosse la miglior morte, disse che l'improvisa e non
aspettata. E in effetto la ragione ci insegna che quella che brevemente passa
con meno angustia si pate. Ben si ricordava di questa sentenzia di Cesare il
maestro di San Giacomo e contestabile di Castiglia quando, volendoglisi
tagliare la testa nella piazza di Valladolid, per ordine del re don Giovanni il
secondo, disse al manigoldo: "Deh, fratello, mira che abbi bene affilato e
tagliente il ferro, acioch presto mi ispedischi". Voglio io qui dire che
quelli che s'annegarono in mare nel tempo che perderono la caravella men
tormento sentirono morendo che non quelli che poi in questo naufragio
lasciarono la vita, come pi appresso particolarmente si dir.
Ritrovandosi adunque questa afflitta gente cos sbigottita e travagliata dalla
fame e dalla sete, senza speranza di potere avere come sostentarsi, essendo gi
una ora di notte entrarono nell'isoletta cinque testudini grandi. Il che quando
fu detto al licenziado, che alquanto indi scostato s'era, raccomandandosi a Dio
rispose: "Io l'offerisco alle cinque piaghe di nostro Signore, dalle quali la
nostra salute nacque"; e alzatosi se n'and con colui che questa novella
portato gli aveva. Bench siano assai grandi questi animali, nondimeno, perch
n'avevano delle altre nelle altre parti di queste Indie viste, non se ne
maravigliarono, n fu poco il piacere che n'ebbero. Le rivoltarono tosto sotto
sopra, perch cos rivolte non si possono dimenare n muovere. Ve n'erano cos
grandi, alcune di queste cinque, che il licenziado istesso con altri sei uomini
cavalcarono sopra una di loro, che caminando li portava sopra. E perch non
paia errore il mio, n che troppo mi allarghi in questo, in questa stessa citt
sta ora il licenziado Zuazo, che ne far fede e lo dir; e senza che egli lo
testifichi, io l'ho vedute nella costiera d'Acha, in terra ferma, e in altre
parti, quasi della medesima grandezza che ho detta.
S che, ritornando all'istoria, gi aveva ben letto il licenziado che, se ben
ogni sangue ha in s qualche veleno, quello della testudine nondimeno  buono e
appropriato anco per li leprosi; e in effetto le testudini sono sanissime e
contra molte infermit, come fa fede Plinio. Anzi, io credo che con questi
animali si rimedi in parte all'infermit e mala disposizione e freddo che
preso avevano, di pi di estinguere la fame e la sete, che era un de' maggiori
inimici della loro vita. Ora, quando la mattina fu giorno, perch la sete era
insopportabile ed erano cinque giorni che bevuto non avevano, fece il
licenziado aprire una di quelle testudini che rivolte sottosopra stavano, e
torli da dosso la sua conca o scorcia superiore. Ed esso prima che niuno altro
bevve un gran sorso di quel sangue, che pareva un orrore e spavento grande alla
compagnia; e nettato che si fu, perch parve che esso avesse agli altri fatta
la credenza, si gettarono tosto l'un sopra l'altro sopra quella stessa
testudine, come se veduta avessero qualche osteria di buon vino, o pure quella
salubre riviera del Tago, che  una delle miglior acque di Spagna. Non fu mai
bevenda pi dolce a gente alcuna che si fosse questo sangue a costoro; e
nell'alzarsi ciascun da bere, prima che di quel sangue si nettasse il viso,
alzava le mani e gli occhi al cielo, ringraziando Iddio di cos fatto soccorso
e merc, che aveva loro dato a bere sangue in memoria della sua sacratissima
passione, alle cui piaghe aveva il licenziado quelle testudini offerte. Ora con
questo sangue, e con molte ova che dentro di questi animali ritrovarono, e con
la carne di loro cruda, si sostennero alquanti giorni, finch tutte cinque le
mangiarono.
In questo tempo, da quella isoletta di rena dove perduti stavano (e vi erano
miracolosamente venuti), si vedeva un'altra picciola isola da tre leghe indi
lontana; onde, per volere del licenziado e degli altri, un d montarono cinque
di loro nella canoa e andaronvi, per vedere se vi poteano acqua ritrovare che
fosse buona per bere, perch dove stavano non ve ne era, ancorch avessero per
ogni parte di quella piaggia arenosa con le mani cavato. Andarono questi cinque
con la canoa, e ritornando dissero che non avevano ritrovata acqua buona in
quella altra isoletta, bench vi avessero con mani cavato in molte parti,
perch sempre l'avevano ritrovata cos amara come  quella del mare istesso; ma
che vi erano tanti augelli e tanti nidi con le loro ova che a pena vi si poteva
andare coi piedi che non le calpestassero, per la gran copia che per tutto quel
luogo ne era.
Non fu poco lieta nuova questa, perch parea che, mancando le testudini, nostro
Signore gli provedesse di un'altra maniera di cibo, col quale potessero
sostentarsi finch la sua misericordia con pi intiero rimedio gli soccorresse.
Il licenziado adunque, come pietoso e nobile capitano, diede tosto fretta che
tutti a quell'altra isoletta passassero, ed esso volse essere l'ultimo a
passarvi, perch tanta cura aveva del pi minimo schiavo di tutta la compagnia
quanto della sua persona stessa: e questa medesima equalit era nel mangiare e
nel bere che Iddio miracolosamente lor dava.
Giunti tutti questi afflitti in quella seconda isola, ritrovarono essere cos
come quelli primi detto avevano, ed era tanto il numero degli uccelli che
stavano in terra e nell'aria, che nello spazio di 50 passi non si potea un uomo
da un altro discernere n chiaramente vedere. Il gracchiare e 'l rumore di
questi uccelli e battere dell'ali faceano cos gran strepito che i nostri non
si udivano l'un l'altro. Perch nella canoa non capevano pi che cinque uomini,
e li due remavano, bisognava che a tre a tre vi passassero; i quali, tosto che
nell'isoletta giungeano, s'inginocchiavano in terra e ringraziavano il pietoso
Iddio, che tanta diversit di uccelli e di tante spezie che non si potevano
numerare avesse loro mostrato, perch sostentare nella vita potuto si fossero,
finch alla maest sua piaceva di megliore rimedio provederli. E certo che il
vedere tanto lieti quelli uccelli fra gli figli e le ova loro pareva una
dell'opere maravigliose di Dio, il quale aveva quei famelici cristiani ivi
condotti, perch fra tanta fame e tribulazione avessero che mangiare per
saziarsi.
Qui viddero anco molte testudini, e cos grandi o forse maggiori dell'altre che
mangiate prima si avevano, e un grandissimo numero anco di lupi marini, che era
strana cosa a vederli e contemplarli.
Vi era alcuno fra quella compagnia che si mangiava e sorbiva 50 o 60 ova senza
alzarsi da un luogo, senza l'altre molte che si mangiava di tempo in tempo.
Altri mozzavano le teste di quelli uccelli, che non fuggivano da loro, e si
succiavano quel sangue. Altri rivolgevano sossopra le testudini per mangiarle e
berne il sangue, come gi nell'altra isola fatto avevano. Onde, perch
mangiavano ogni cosa cruda, facilmente si infermavano, e la sete del continuo
cresceva e si faceva maggiore, onde ne venivano a morire di giorno in giorno. E
il sole era tanto che li penetrava fino alle viscere, senza avervi riparo
alcuno.
In tante angustie e flagelli non cessavano mai dalla orazione, e il licenziado,
come catolico e principale fra gli altri, faceva ufficio di capitano e di
cappellano, aiutando a sepellire i morti ed esortando i vivi al ben morire,
ricordando loro quello che il Salvatore nostro pat per la generazione umana,
accioch tutti quelli che in questo pericolo si ritrovavano si togliessero
volontariamente in pazienzia l'affanno loro. S che il medesimo licenziado,
cavando con le mani nell'arena, aiutava a fare le sepolture, e ancorch non
avesse ordine sacro diceva i responsorii e gli aiutava e nella vita e nella
morte il meglio che poteva perch si salvassero: onde tutti lo temevano e lo
rispettavano come loro signore e come padre.
Certo che si dee pensare e credere, per quello che abbiamo detto e che
medesimamente appresso si dir, che tutti quelli che in questo naufragio da
questa vita passarono stiano nella gloria del cielo, perch la bont e
clemenzia di Dio sempre diede il guiderdone della sua felicit a chi nella sua
santa fede persever. Veramente che questo cavaliero serv molto a nostro
Signore, in quello che s' detto e in quello che appresso si dir: e ben si
vidde per opera. Poi Iddio il cav da tanti e cos gran pericoli, finch il
ripose qui in questa citt, dove tanto onorato e riputato si ritrova.
Il licenziado, come persona di discorso e che avea gi veduto come gl'Indiani
accendevano lume, come s' detto nel sesto libro, conoscendo che la maggior
parte dell'infermit delle quali alcuni de' suoi compagni morivano nascevano
dal mangiar crude quelle carni e pesci, onde per rimediarvi, per quelli che
vivi vi restavano, tolti due pezzi di legno secco che ivi il mare condotti
aveva, ne cav fuoco fregandoli forte insieme: di che sentirono una nuova
maniera di piacere tutti. E appreso il fuoco cominciarono ad arrostire alcuni
di quelli uccelli, che stavano ben grassi e molto odoravano. Ma non gi per
questo gli restava di crescere ogn'ora pi la sete, anzi pareva che dal
medesimo rimedio maggiori inconvenienti nascessero, perch pi vicini alla
morte si vedessero. Stando in questa miseria ogni d ne morivano, e senza dubio
pareva che Iddio miracolosamente sostenesse in vita questo cavaliero, poich,
essendo esso pi delicato degli altri e meno uso a quelle miserie, anzi
allevato in buoni cibi e ben servito a casa sua, doveva chiaramente maggiore
alterazione sentire nella sua persona e pi infermarsi che niuno degli altri,
per avere fatto cos grande e cos subita mutazione in mangiare carne cruda e
bere sangue.
Ma, lasciando il miracolo da parte e attribuendolo alla ragion naturale (bench
solo Iddio sappia chi  degno di godere delle sue maraviglie), dico che egli,
come prudente, mangiava poco, e perci avea meno ardente lo stomaco e poteva
meglio sostenere la sete, ed esso aveva per costume di non bere mai fra 'l
giorno. L dove gli altri, essendo persone pi sane e meno obligate a regola,
perseveravano anco qui ne' soliti loro disordini; onde s'andavano di modo
seccando che pareano imbalsimati, finch all'ultimo non restava loro altro che
il cuoio e l'ossa, senza perdere mai la parola fino all'ultimo ponto della
morte. Il che era un'altra maraviglia, anzi una grazia speziale che pareva che
Iddio per sua clemenzia concedesse loro, di potere morire con la lingua,
accioch l'avessero potuto ringraziare di quello che loro faceva.
Ebbero per costume tutti questi afflitti che in cos aspera penitenzia si
ritrovavano di non cessare mai niun d dall'orazione, perch da prima che fosse
d ciascuno si tirava solo da parte, per potere meglio nelle sue contemplazioni
e particolari devozioni attendere, accioch il Signore Iddio meglio gli audisse
in cos segnalato ed evidente pericolo di fame e di sete: perch, se ben parea
che stessero a qualche modo sodisfatti della vivanda che aveano, perch mancava
loro il pane e l'acqua parea che ogni altra cosa fosse nulla e che agli
stomachi loro non satisfacesse. E sempre che voleano mangiare ginocchiati
benedicevano Iddio che glielo dava, e con lagrime quotidiane infinitamente il
ringraziavano e lo pregavano che, poich col suo prezioso sangue riscossi gli
aveva, non gli abbandonasse in quella tanta calamit, che essi avevano viva
confidanza in lui, che cos loro darebbe il cibo quotidiano come aveva gi agli
Israeliti nel deserto data la manna dal cielo, e cavata dalla viva pietra
l'acque vive perch bevessero, che gi 12 d passati erano che non avevano
goccia d'acqua provata. E replicando nella loro orazione dicevano: "Pietoso
padre, ben vedi tu quello di che noi bisogno abbiamo; niun ti pu chiedere cos
giustamente come pu la tua infinita misericordia e rimediare alle nostre
necessit". E a questo proposito ciascuno, come pi loro Iddio poneva in bocca,
porgeva il suoi prieghi, accompagnati da infiniti sospiri e lagrime, che a lui
e alla sua gloriosa Madre offerivano. E pi che tutti gli altri ci faceva il
licenziado, che, essendo persona cos ben nata e devota e savia, drizzava al
Signore la sua orazione e le sue lagrime, mischiate dell'autorit della sacra
scrittura. Il perch parea che fosse Iddio obligato a soccorrerli e ad avere
piet di loro, poich dalla loro parte facevano quanto potevano per conseguire
la sua misericordia, e cercare da mangiare in tanta necessit e fame che
pativano. E perch Iddio ha promesso nel suo sacro Evangelio di dare
copiosamente il cibo a quelli che in lui confideranno, e che perci non
dobbiamo pensare a quello che si dee mangiare, e ci pone l'esempio degli
uccelli, che non seminano e non raccolgono, ed esso d lor copiosamente quanto
fa loro bisogno, stava il devoto licenziado in gran confidanzia che il signore
Iddio non fosse loro dovuto mancare in tanta necessit. In effetto molte furono
le lagrime che versarono questi sconsolati, e con grandissima attenzione
l'orazione loro continuarono: parlo cos di quelli che in questi travagli
morirono come di quelli che restarono in vita, e ne ringraziarono il benigno
nostro Signore.
Ritrovandosi le cose ne' termini che ho detto, bench il sangue e 'l bianco
delle ova crude mitigassero alquanto la sete per qualche poco spazio di tempo,
sopragiongeva poi nondimeno tanto calore nello stomaco che s'addoppiava la
sete, e ogni d ne moriva alcuno. Era fra questa compagnia una fanciulla di 11
anni chiamata Agnesicca, la quale, essendo presso alla morte, accenn di voler
parlare alcuna cosa. Onde le s'accostarono tre, chiamati Gonzalo Gomes,
Francesco Valestrero e Giovanni d'Arenas, e la dimandarono che cosa dire
volesse. Rispose la fanciulla che vi venissero pi genti, che voleva loro
parlare. E cos vi vennero da undeci uomini, in presenzia de' quali ella disse
che l'era venuta una donna attempata, risplendente come il sole e con le sue
vesti bianche e verdi, e le aveva detto che era santa Anna, madre della Madre
di Dio, e che l'avea dimandata dove stava il licenziado (come se in quel tempo
si fosse molto indi lontano ritrovato), e che essa aveva risposto accennando
col deto: "Eccolo l, signora". E santa Anna avea replicato: "Va', digli
adunque che se ne passi a quella altra isola che si vede dalla banda di
ponente, che io l gli dar dell'acqua che possa bersi, e cos non morir in
questi deserti". Il che quando coloro che ascoltavano la fanciulla intesero,
con gran piacere se n'andarono correndo al licenziado, e circondatolo tutti li
raccontarono tutto questo che passato era, ma con altre parole, volendo
mostrarli che esso fosse amico di Dio; ed egli, riputandosi pi peccatore degli
altri e non insuperbendosi di simil cosa, and per certificarsi dalla
fanciulla, e la ritrov che gi finiva di morire. Tutti ringraziarono il
pietoso Iddio, sperando di dovere da cos gran pericolo uscire quanto era
quello nel quale si ritrovavano, perch in quel d che questo miracolo
accadette morirono 9 persone, e tutti di sete, onde quelli che vivi restavano
pensavano che, per molto che loro si differisse la morte, non potea essere pi
che di 5 o 6 altri d; e la maggior parte di loro aveano cos gran limo su la
lingua e nel palato e gingive che con gran fatica parlare potevano, e se
dicevano cosa alcuna senza forza e cos basso che a pena si potevano intendere.
Venuti a questa gran estremit, e parendo a quelli che vivi restati erano di
non potere iscampare, diedero ordine di passare a quella isola che la benedetta
madre della Madre di Dio aveva mostrato. Il licenziado fece passare prima tre
barcate di gente, con quelle ova e uccelletti che portare poterono, e finch
non furono passati tutti non volse passarvi esso. Ma quando vi pass ritrov
tutta la gente assai sconsolata e quasi per spirare l'anima, e la cagione era
che, se ben si erano isforzati alquanto con la speranza di dovere ritrovare
l'acqua, avendo poi cavato per molti luoghi di questa ultima isoletta non vi
avevano potuto acqua dolce ritrovare. S che, isconfidati di quello che
sant'Anna rivelato aveva, uscirono a ricevere il licenziado, alcuni piangendo,
altri ponendo fino alla cintura nell'acqua con certe gran conche di chiocciole
piene d'acqua salsa, e dicendo: "Vedete qui, signore, l'acqua che ritroviamo";
la quale egli prov, e la ritrov salsa e amara. Egli allora disse che si
confidassero in Dio e avessero fede, che era facile cosa a nostro Signore
cavare l'acqua da un scoglio, e molto pi facile gli era il convertire l'amara
e salsa in saporosa e dolce, come il profeta Eliseo con un vaso nuovo fece, e
che perci pensassero tutti di rinovare l'anime loro e le coscienzie,
pentendosi amaramente de' loro peccati, e tenessero di certo che con quella
acqua salsa il benigno Salvator nostro e la benedetta sua avola loro darebbono
acqua dolce da potere vivere.
Questa isola  differente dalle altre due prime, perch l'altre erano strette e
lunghe e senza erba alcuna, n vi si vedeva altro che conchiglie rotte e arena,
e questa ultima era tonda e aveva tre maniere d'erbe: l'una era come masturzo,
che arde molto, l'altra era di quelli triboli marini che van serpendo e
stendendosi sopra la terra, la terza era di certi altri triboli, dal cui pedale
molti rampolli uscivano. Dalla congiettura di queste erbe presero speranza di
ritrovare quivi acqua. Ora il licenziado, confortati che ebbe tutti e postoli
in speranza che queste erbe erano un segno naturale che qui fosse dovuto essere
acqua dolce, prov l'acqua di tutti que' luoghi dove cavato avevano e la
ritrov amarissima. Onde disse che era possibile che in quella isola fosse
acqua buona e che per li peccati loro Iddio non gliela mostrasse, e perci per
placarlo bisognava che tutti si confessassero e con contrizione vera e lagrime
si pentissero, e che doppo questo esso avrebbe loro detto quello che fare si
doveva. Allora tutti s'appartarono a due a due e si confessarono l'un l'altro.
Poi disse loro il licenziado che tutti promettessero castit per un anno, che
cos Iddio gli essaudirebbe. Tutti tosto la votarono come esso disse, fuori che
tre che la votarono perpetuamente, e di farsi frati di san Francesco. E questi
furono un Sancio di Spinosa, creato dal licenziado, e quello Arenas che s'
detto di sopra, e un Pietro di Simancas.
E fatto questo fecero una processione, nella quale il licenziado era il prete,
e andava con una croce in mano, d'un legno che ivi casualmente si ritrov. E
con molta devozione e lagrime andarono tutti d'intorno all'isoletta
circondandola, e cantando le letanie con molte differenzie di voci e di toni,
assai rauchi e deboli. E data una volta intorno (che tutta l'isoletta poteva
essere quanto  la piazza di san Francesco di Siviglia o meno), attraversarono
l'isola per mezzo, facendo co' piedi onde andavano una semita nell'arena, e con
la medesima processione seguirono attraversandola medesimamente per l'altro
verso in croce, lasciando co' piedi i medesimi vestigii, a punto come se un
pane tondo si partisse in croce e se ne facessero quattro parti uguali. A
questo modo rest partita co' piedi in croce questa isoletta, e nel mezzo fece
il licenziado cavare; ma prima che vi si cavasse egli predic, e rec nella
memoria di tutti come Iddio fino a quella ora aveva loro dato a bere sangue
crudo, ed essi lo avevano umilmente bevuto in memoria della sua sacratissima
passione, nella quale era dal suo sacro costato uscita anco insieme col sangue
l'acqua, e che per ci la santa chiesa nella messa e communione del sacerdote
col vino mischiava l'acqua anco. Onde tutti, con questa confidanza che, come il
benigno Iddio aveva fino a quella ora loro dato il sangue, cos anco darebbe
loro dell'acqua, cavassero in quel luogo dove avevano fatto la croce, che vi la
ritrovarebbono buona. E a questo proposito rec l'esempio di Eliseo profeta e
l'esempio della samaritana e altre cose simili. Tutti allora, postisi d'intorno
a quel luogo, cominciarono con molta fretta a cavare con le mani, e non
andarono pi gi che un cubito e vi ritrovarono acqua dolce che si puot ben
bere, e con la quale si sostennero 135 d che ivi furono.
Questo fu certo un miracolo grande, che in pi di duemila parti fu cavato in
tutta quella isola, e mai non si ritrov acqua dolce fuori che in questo luogo
solo. Il licenziado allora, tolta una conchiglia di quella acqua, disse che
niun bevesse, perch prima d'ogni altra cosa voleva la prima acqua offerire al
Signore Iddio e alla gloriosa sant'Anna, come aveva gi fatto David dell'acqua
della cisterna. E gettato di quella acqua per l'aere a modo di croce,
offerendola al Signore Iddio e a santa Anna benedetta, di quello che vi avanz
ne diede un sorso per uno a modo di communione, e d'una licenzia che potessero
poi tutti bere e si saziassero.

Vi fu un uomo (che fu il pilotto della nave) che da che il sole pose fino alla
mattina seguente non fece altro che bere, senza pensarsi d'essere mai sazio, e
quanto per bocca beveva lo gettava per di sotto: onde indi a duo giorni mor.
Chi potrebbe o saprebbe dire le contemplazioni che facevano quelli pochi che vi
avanzavano, e spezialmente alcune donne che ivi erano? Tutti stavano allegri
col cuore e con buona disposizione di non dovere riputare amara la morte,
quantunque venisse, cos si erano nelle afflizioni assuefatti e avezzi.
Avendo gi fuoco e acqua costoro, e di quelle testudini e ova e uccelli che
dalla seconda isoletta portavano, erano in gran speranza venuti di dovere
vivere, e dicevano che, poich fino a quella ora cos gran miracoli aveva per
loro fatti il Signore Iddio, non si dovevano isconfidare di doverne anco la
perfetta salute ottenere, e di dovere da quelli luoghi uscire.
Quest'acqua che bevevano a certi quarti della luna si faceva pi dolce che in
altri tempi, e con certi venti medesimamente, che erano il nordeste e il
sudueste, ed era pi salsa col sueste che col norveste. Di modo che era bisogno
con questi tempi rimediare accecando il fonte e facendone un altro ivi da
presso: e a questo rimediavano alla miseria loro.
E diede loro Iddio cos copiosamente quest'acqua quanto si vede essere in qual
si voglia indeficiente fonte. E si ha da tenere questo per certo, che di tutte
le cose necessarie alla vita umana l'acqua buona  necessarissima, e quando
ella sola manca non si pu l'uomo, bench tutte l'altre cose abbia, rallegrare,
perch tutti quelli di questa compagnia che dell'acqua del mare bevettero
morirono, come se potentissimo veleno bevuto avessero.
Onde, perch tutti vedevano che quest'acqua uccideva, un paggetto del
licenziado, chiamato Luigicco, avendo gran sete (prima che l'acqua buona
avessero), perch vidde nel lito una lupa marina dare il latte a due suoi
luparelli, s'accost pian piano e, toltone uno dalla tetta di sua madre, vi
pose esso la bocca il meglio che puot, per non essere da quel ferocissimo
animale sentito. Ma la lupa, conoscendo tosto che il suchiare non era di suo
figliuolo, si rivolt sopra un fianco e afferr il paggio nella polpa d'una
gamba e gliela tagli a torno fino all'osso, bench da una banda restasse tutta
quella polpa ad un poco di carne appesa. E il licenziado suo signore poi gliela
ritorn a porre nel suo proprio luogo e gliela leg, e con l'acqua del mare se
la cur egli poi e se ne guar.
Nel tempo che costoro si perderono e la caravella si spezz, un Giovan Sances,
esperto e destro nelle cose del mare e che s'era in altri naufragi e pericoli
veduto, bench non cos grandi, perch sapeva a che solevano simili cose
riuscire, diede un grande aviso; e fu questo, che tutte le tavole della perduta
caravella avere si potessero si raccogliessero con l'albero e con li capi e
sarti e ogni altra cosa che fosse stata possibile, perch di simili cose
sogliono maggiori utili provenire che non d'argento rotto. Egli fece tutte
queste cose raccolte legare a quelli scogli e forzieri che si sono detti, e
dove traversi andarono. Quando essi poi andarono alla prima isoletta, il
dissero al licenziado. Ora, poi che fu abbonacciato il mare, ritornarono con la
canoa pi volte a portare via tutte queste cose da quelli scogli, bench qui
fusse per lo pi fiero il mare. E cos ogni otto o ogni quindeci d
ricuperavano tre o quattro tavole di quelle che ivi lasciate legate avevano,
con parte delli capi o sarti. Le quali funi il licenziado e gli altri ogni d
istorcevano e disfacevanle per farne stoppa. E in questo esercizio stettero tre
mesi, finch in tutto questo tempo, con alcune spade che erano loro avanzate,
rompendole per mezzo, e con li chiodi che dalle medesime tavole cavarono,
fecero una picciola barchetta nella quale potevano capire quattro uomini, e in
luogo di trivella per potere ficcare questi chiodi toglievano dalle spade i
pomi e le maniche, e come di spedo si servivano di quelle spichette di ferro
infocate. E cos pertuggiavano per legare e stringere una tavola con l'altra. E
quella stoppa che delle sarti e capi fatta avevano ponevano fra le giunture
delle tavole, perch non vi potesse entrare l'acqua dentro. Egli in effetto si
forn a poco a poco di fare questa barchetta, perch tutto il tempo delli tre
mesi non furono in altro occupati tutti che in questo lavoro, e nella orazione
che ordinariamente facevano.
Il cibo del desinare e della cena erano le testudini, i lupi marini i granchi,
i conchigli e altre cose marittime che ivi si ritrovavano. E la canoa andava e
veniva dalla seconda isola, dove erano tutti quelli uccelli e ova e testudini,
e portava di quello che vi ritrovava. Durarono gli uccelli a schiudere i loro
figli un mese e mezzo, bench fosse infinito il numero che i cristiani di
quelle ova mangiarono. Passato adunque il mese e mezzo, se n'andarono via tutti
questi uccelli, che non ve ne rest pure uno. Mangiavano questi cibi e bolliti
e arrosti, e li cocevano in questo modo. Le legna che avevano in quest'isoletta
erano certi alberi secchi che nascono, o pure, non nascendovi, li ritrovavano
sotto il mare, ed erano cos grandi che fino alla cintura vi giungevano. Il
legno loro  nero, e cos duro come un osso, e sta come foderato di sopra di
una pietra. Ritrovavano questi legni sotto l'arena atterrati in quell'isoletta,
che pareva che il mare condotti ve gli avesse. Li cavavano di sotto l'arena per
arderli al fuoco; ma perch stavano, come s' detto, coperti di pietra, non
potevano ardere. Onde il rimedio perch ardessero era questo, che dalli lupi
marini che ammazzavano cavano gran quantit di grasso o di assungia, come pani
grassi di porco, e ne ponevano sopra quelli legni; onde, tosto che cominciava a
scaldarsi, penetrava fra la pietra e 'l legno e l'accendeva mirabilmente, e
faceva un chiaro e buon fuoco.
I vasi dove queste carni o pesci si cuocevano erano le conche delle testudini,
in ognuna delle quali capiva mezzo lupo marino, e sei e dieci e dodici uccelli
e pi ancora, e tre e quattro pezzi di testudine, e quelle ova che parea che vi
bisognassero. E se una di queste calderate non bastava, ritornavano a fare
l'altra e l'altra secondo il bisogno. La carne del lupo mangiavano in luogo di
pane, e l'altre cose in luogo di vivanda. E cos mangiavano questi cibi con
gran voglia e sapore, per cagione della salsa dell'appetito, come se fossero
state le pi soavi e le migliori vivande del mondo.
Stando in questa stretta e misera abitazione succedevano alcune tempeste; onde,
perch ivi era il mare bravo, non poteva la canoa andare all'isola di mezzo per
monizione di mangiare, mentre che quelli uccelli vi furono, perch nell'isola
dove ritrovarono l'acqua e dove stavano fermi non vi era altra cosa da mangiare
che lupi marini, delli quali stavano gi ormai cos stomacati che gli
aborrivano, e mangiavano solamente alcuni piccioli granchi di poca sustanzia.
Veggendosi adunque in estrema necessit, dimand il licenziado a quelle genti
di mare che ivi erano s'era possibile a prendere qualche tiburone, di quelli
tanti che andavano d'intorno all'isoletta fra quelle seccagne, che per
ordinario sempre se ne vedevano la mattina molti e alle volte anche la sera, a
30 e 40 insieme, con la schiena e con una parte del corpo scoverta. E come s'
di sopra di loro scritto, questi sono fieri animali, ed erano un gran
passatempo a quella disconsolata compagnia, che fra tanti travagli ne prendeva
qualche ricreazione: perch accadeva alcuna volta che un tiro di pietra lontano
stava un lupo marino ispenserato rinfrescandosi e trescando in quelle piagge, e
li venivano alla traccia come cacciatori 20 e 30 di quelli tiburoni, e li si
ponevano in ala intorno e a poco a poco il cingevano e 'l ponevano in mezzo;
poi un solo tiburone, partendo con gran furia dagli altri, andava a dargli un
gran morso che il disordinava, e sopragiungendo tosto tutti gli altri in un
momento ne facevano pezzi e sel mangiavano tutto a fatto, e dove quella
battaglia si faceva ne restava il mare tinto di sangue. Ma, mentre che la zuffa
durava, col dibattere delle code facevano saltare l'acqua tanto alta quanto 
una torre, che era cosa maravigliosa a vedere. Ho udito dire dal licenziado
istesso che alcuni di questi lupi, che dovevano essere scampati d'alcuna simile
battaglia, passavano poi a dormire in terra in quella isoletta, con qualche
morso avuto d'un palmo e mezzo largo che li parivano le costole. E di questa
maniera ritrovavano anche alcuna volta le testudini, che ad alcuna mancava
un'ala, ad alcun'altra un piede: perch non  cosa dove non stenda la bocca il
tiburone e non la tronchi, per dura che sia, dovunque l'afferra, a punto come
un rasoio si farebbe o con una ben tagliente azza. Gli ho anco udito dire che
questi lupi sono pi disciolti e destri nell'acqua che non vi sono i tiburoni,
di che resto io assai maravigliato, perch ho io molte volte veduti i tiburoni
seguire le navi con tutte le vele gonfie e con prospero vento, e passarle
avanti e darle anco giri intorno, e passare nondimeno sempre poi oltre, come
s' a dietro detto nel luogo suo.
Dicevamo di sopra che il licenziado avea dimandato a quelle genti di mare se si
fosse potuto prendere qualche tiburone. Li risposero che era impossibile
perch, oltra che quello era animale cos grande e fiero, non avevano
apparecchio alcuno, n sapevano come si fosse potuto prendere. Ma, perch la
necessit fa ingegnosi gli uomini di buon spirito e di gentile animo,
trovandosi il licenziado astretto dalla fame, vidde il timone della caravella
perduta con certi ferri che ordinariamente stare vi sogliono; onde s'imagin
tosto di cavarli da quel tavolone e d'attaccarne uno in un legno che ivi era,
di sette palmi lungo, e di provare di potere con questo istromento ammazzare
qualche tiburone. E cos il pose tosto ad effetto, e chiavato che ebbe assai
bene questo artificio fece nell'altro capo di quel legno legare una buona e
grossa corda e lunga. I marinai e gli altri che questo vedevano se ne facevano
beffe, e tenevano per una burla questa impresa del licenziado, che si avea
posto in cuore d'ammazzare qualche tiburone prima che abbonacciasse il mare, e
se potesse con la canoa all'altra isoletta andare per la monizione ordinaria.
S, perch impossibile il tenevano, non volsero gli altri seguirlo.
Allora esso e un suo creato chiamato Spinosa Montagnese, di gentil cuore,
posero nell'acqua un lupo marino morto, di quelli che nella piaggia
dell'isoletta stavano. Il licenziado diede quello istromento in man di Spinosa
e cos gli disse: "Vienmi dietro e fa' quello che io ti dir". Esso si menava
il lupo dinanzi, e l'acqua stessa glielo aiutava portare, e l'andava drizzando
verso un gran tiburone che vedeva, e giunse finch l'acqua li dava nel petto.
Quando il tiburon vidde il lupo, gliene venne odore, se ne venne al dritto.
Allora il licenziado accenn con l'occhio a Spinosa che si ponesse in certa
parte della piaggia e stesse in cervello per non errare il colpo. Il tiburone,
quando giunse, volse Iddio che egli non desse gi di sotto il colpo, perch
sarebbe stato possibile che il licenziado fosse restato senza una gamba o pure
senza la vita. Egli si faceva a poco a poco a dietro, tenendosi sempre il morto
lupo dinanzi. Ora il pesce diede un gran morso nel lupo, e al tirar co' denti
fece con la botta andare il licenziado a cadere sotto l'acqua. Ma esso si
ritorn presto ad alzare, e a ritirarsi verso dove Spinosa stava con quello
istromento a due mani alzato. Il tiburone, inghiottito quello che co' denti
afferrato aveva, seguiva tuttavia dietro alla caccia, e perch andava incarnato
e cieco dalla sua golosit vi stese di nuovo la bocca. Onde, quando parve al
licenziado il tempo, disse al suo servitore: "Dlli, dlli". Ed egli cos fece,
che li chiav quel ferro, che era ben grande e grosso quanto un catenaccio, nel
cerebro. Quando il pesce si sent ferito, s'alz e mosse in un subito e con
tanta furia che ne fece andare Spinosa sotto acqua; il quale, insieme col
licenziado, attaccati alla corda che si disse, furono buon pezzo dal pesce
portati a forza dentro l'acqua, fin che alle voci d'amendue corse l'altra gente
a soccorrerli, e tirando tutti la corda cavarono mezzo il tiburone in terra,
che gi venia morto.
Ed era femina, perch, avendolo poi posto tutto su la piaggia, viddero che era
gi presso al parto. Tutti lieti di questa buona caccia sventrarono il pesce, e
ne cavarono 35 tiburoncelli, ognun de' quali era duo palmi e mezzo: ed erano
questi piccioli un buon mangiare. Ma non durarono pi che due giorni e mezzo
con la carne della madre, perch, non avendo sale, il resto poi si corroppe e
guast. Ma mentre si mantenne ebbero che mangiare, finch il mare s'abbonacci
e si possette con la canoa all'altra isola passare. Di qui si cava che Iddio
vuole che gli uomini facciano quello che  in loro, che esso col suo favore li
soccorre e d industria (come in questo caso si vidde), accioch quello che
pare impossibile si faccia facilissimo, quando a lui piace, e da quelli
specialmente che hanno una intiera confidanza e fede nella bont
dell'omnipotente Iddio.
Non essendo ancora finite le disgrazie di questa afflitta gente, quando il mare
poi abbonacci part la canoa con un Pietro di Medina e con cinque neri del
licenziado Zuazo, per andare a portare dall'altra isoletta testudini e altri
sostentamenti per la vita. Ma sopragiunse loro tanto vento di tramontana che
anneg la canoa e quelli che dentro vi andavano, che non ne comparse giamai
niuno n se ne seppe novella. Avendoli i compagni fin pi di mezzanotte
aspettati, s'accorsero, del vento e tempesta che era stata, di quello che era
loro potuto avvenire; di modo che le lagrime e 'l dispiacere di questa gente
incominciarono a rinovellarsi. E certo con molta ragione, poich, doppo
d'Iddio, avevano in quella canoa gran speranza, che parea che miracolosamente
fosse stata loro data da Dio, per salvarli e levarli da quelli scogli dove
s'erano con la caravella perduti. Ma perch s'erano gi a tante adversit
avvezzi (bench questa di molta importanzia fosse), la passarono con l'altre
molte il meglio che si puot.
La perdita della canoa fu gran causa perch pi affrettassero a fornire il
lavoro della barchetta che facevano delle tavole della caravella fracassata e
rotta, che avevano gi incominciata ma non fornita. E recata che l'ebbero a
fine, determinarono che si mandasse alla Nuova Spagna con tre uomini, che
furono quelli che avevano votata perpetua castit, Gonzalo Gomes, Francesco
Valestrero e Giovan d'Arenas; e con loro doveva andare un garzonetto indiano,
per non fare altro che continuamente aggottare l'acqua che la barchetta faceva,
perch non vi avevano avuta comodit di poterla bene calafatare.
Ma prima che questi partissero, pass la barca all'isoletta di mezzo e port
tutte le testudini che vi puot avere, accioch quelli che restavano avessero
avuto con che mantenersi mentre che la barchetta alla Nuova Spagna andava, e
ritornasse (s'al Signor Dio piacesse) qualche vassello grosso per questa gente
perduta, e accioch avessero avuto medesimamente che mangiare in questo loro
lungo viaggio li tre che navigare dovevano. Ora, nella prima barcata portarono
cinque testudini, che ne fecero pezzi e li lasciarono seccare, perch la
barchetta avesse nel suo viaggio della Nuova Spagna questa provigione avuta.
Cinque altre testudini che nella seconda volta portarono restavano alle genti
che restava aspettando il soccorso di Dio.
E perch non avevano comodit di portare acqua quelli che dovevano andare con
la barchetta, non sapendo come rimediarvi, perch non avevano vasi, il
licenziado fece ammazzar alcuni lupi marini e scorticarli chiusi a modo di
utri, e questi fece poi empire d'acqua. E certo che questi vasi da portare
acqua erano li pi strani e nuovi che mai si udissero n vedessero al mondo.
Fatti e pieni d'acqua quattro o cinque di questi utri, e con quelli pezzi di
testudini per provigione del camino e per zavorra del legnetto, con alcuna
conchiglia per potervi bere, si partirono li tre gi detti di sopra con quel
garzonetto indiano. Al miglior navigare che avessero potuto fare, dovevano
costoro prendere terra nella Nuova Spagna, l dove dicono i Termini (secondo il
dritto onde la barchetta partiva), che erano ben 60 leghe lungi dalla Villa
Ricca, dove costoro desideravano andare.
Ma piacque a nostro Signore, che  la vera guida, e che con buon tempo li
condusse contra l'ordinario di quel golfo, che suole sempre essere tempestoso,
che senza sapere dove si fossero giunsero tre leghe lungi da Villa Ricca pi
verso ponente. Smontati a terra viddero sterco di cavalli, e da questo
conobbero che ivi erano cristiani; onde tanto fu il piacere che ne ebbero che
ringraziando Iddio si chinarono a basciarlo, e con molta confidanza
cominciarono a caminare, finch giunsero ad una terra chiamata Diahustan, che
era presso dove essi ismontati erano. Quivi il caciche, signor di quel popolo,
diede loro a segnali notizia della Villa Ricca, e diede loro de' frutti della
terra e una gallina perch mangiassero. Era tanta la fame che avevano che non
potevano aspettare che si pelasse, e senza aprirla altramente mezza cotta se la
mangiarono. Poi, tolta una guida che il caciche lor diede, se ne andarono alla
Villa Ricca, dove ritrovarono un Simon di Conca, luogotenente di Fernando
Cortese in tutta quella contrada. Quando costui vidde questi tre col garzonetto
indiano, cos deboli e ignudi, non ne fece conto alcuno. Onde, quando Gonzalo
Gomes s'avvide che costui dissimulava, li present una carta del licenziado
Zuazo, che non era pi che duo diti larga ed era di pergamina, che l'avea
tagliata da una carta di navigare, e scrittovi di sua mano col sangue di certe
conchiglie, con le quali sogliono tingere i panni e darli il colore della
purpura, che ne erano in quella isoletta dove questi afflitti si ritrovavano. E
il licenziado, come io gli ho udito dire alcuna volta, tiene di certo che,
secondo che Plinio ne scrive, quella che egli vidde e ritrov per scriverne la
sua carta fu vera purpura. E dice che molte di queste conchiglie si ritrovano
in quelle isole degli Alacrani, che cos chiamano quelle tre dove egli con la
sua compagnia tanta penitenzia fece. Ora, in quella poca carta erano queste
sole parole scritte: "Qual si voglia governatore che questa legger sappia che
il licenziado Alonso Zuazo si truova nell'isole degli Alacrani tre mesi perduto
e con molto pericolo, insieme con tutta la gente che seco andava quando si
perd, e perci mandili tosto soccorso, del quale essi hanno molta necessit".
Prima che ad altro si passi, dico che queste picciole isolette, sterilissime e
disabitate, e chiamate degli Alacrani, stanno a 22 gradi della linea
equinoziale dalla parte del nostro polo, e poste verso ponente 106 leghe dalla
ponta, o capo di Santo Antonio, che  l'ultima parte occidentale dell'isola di
Cuba, e dalle dette isolette fino alla Villa Ricca in terra ferma sono da 155
leghe, se la moderna cosmografia e carta del pilotto Diego Ribero non mi
inganna: s che non  minor miracolo l'essere una cos picciola barchetta e mal
composta giunta a salvamento per cos longo e furibondo mare, dove molti grossi
e buoni vasselli e da esperti marinai guidati vi si sono persi. Il perch
voglio io inferire che quelli che Iddio vuol guardare possono navigare sicuro,
e non hanno d'altra guida o pilotto bisogno.
Doppo che il luogotenente Simon di Conca ebbe quelli pochi versi letti, tosto
mand quella stessa carta con un'altra sua a Fernando Cortese. Poi fece molto
onore alli tre uomini che il licenziado mandava, e volse intenderne tutto
quello che avvenuto era. Appresso diede loro cavalcature perch potessero tosto
andare alla villa di Medellino, dove stava un altro luogotenente del Cortese,
chiamato Diego d'Ocampo, che era gi stato luogotenente del Zuazo in questa
isola Spagnuola. Quando questi giunsero a Medellino, che  nove leghe dalla
Villa Ricca, e del bisogno del licenziado diedero nuova particolarmente, tosto
Diego d'Ocampo diede ordine che un legno, che stava gi apparecchiato per fare
vela, andasse a questo servigio. E vi fece con fretta porre dentro molte
galline di quelle del paese, che sono grosse come i pavoni di Spagna e di non
meno buon gusto; fece anco portare di quelle di Castiglia, e prosutti e pane e
vino e conserva e altri rinfrescamenti. E con questa caravella partirono anco i
tre messi che qui venuti a questo effetto erano, e non vi stettero qui in terra
ferma pi che tre giorni da che giunti vi erano. Ma perch non resti cosa
alcuna sustanziale a dietro da dirsi, si dee sapere che la barchetta che port
questi tre messi del Zuazo alla Nuova Spagna in undeci d vi giunse, l dove la
caravella, ritornandovi con lo soccorso, pen ventiotto giorni a fare quel
medesimo camino.
Un caso notabile avvenne, che  degno che non si taccia, che in quel d stesso,
anzi in quella stessa ora che il Gonzalo Gomes giunse in terra ferma,
s'imposero nell'isoletta dove il licenziado e compagni erano cinque uccelli,
che chiamano rabiforcati, la cui forma s' di sopra descritta al suo luogo. Il
che parve gran novit, cos domestici stavano e presso i nostri senza
spaventarsene: onde pensavano che questo volesse significare qualche buona
nuova che loro Iddio mandava, e che la loro barchetta e gente dovevano esser
giunte a salvamento nella Nuova Spagna. Con la quale speranza tanto piacere
presero che deliberarono di non fare male alcuno a quelli uccelli, che cos
loro da presso stavano che con un bastone o con un dardo avrebbono potuto
percuoterli. E i rabiforcati qui con tanta domestichezza s'espulciarono e
polirono che non averebbono pi fatto se uccelli domestici stati fossero, e fra
queste genti allevati.
Fernando Cortese faceva a quel tempo residenzia nella citt di Mescico e
Temistitan, che  nella Villa Ricca, settantacinque leghe lontano, e il messo o
posta che Simon di Conca vi mand vi giunse in meno di quattro giorni, perch
in quel tempo stavano gl'Indiani in poste, e correva uno o due o tre leghe
meglio che un cavallo da posta, e costui dava le lettere ad un altro che faceva
il medesimo, e l'altro all'altro. Onde per questa via, quando fu rotto Panfilo
di Narbaes in Cempual, ne giunse in un d la nuova a Mescico: ed  l'un luogo
dall'altro settantacinque leghe lontano. Or, con questa stessa diligenzia,
giunse presto la nuova della perdita del Zuazo a Fernando Cortese, il quale si
ritrovava mangiando, e tanto di questa nuova si risent che lasci di mangiare,
e mand tosto due suoi servitori da staffa perch andassero in Medellin, e don
loro cento castigliani d'oro, e cinquanta di pi ne promise a chi di loro prima
vi giungeva, accioch tosto nel giungere loro il suo luogotenente Diego
d'Ocampo mandasse un legno per lo licenziado e per gli altri che seco erano; e
mostr molto di risentirsi di questa tanta adversit. Anzi egli disse anco
questa parola, che Diego d'Ocampo sarebbe stato di gran colpa degno se tosto,
nel giungere de' suoi staffieri, e molto prima anco, non avesse a tutto il
bisogno provisto. E gi cos era stato, che quando costoro giunsero era gi
molto prima il vassello col soccorso partito, come si  detto di sopra.
Mentre che quella barchetta andava con li messi del Zuazo nella Nuova Spagna, e
che la caravella col soccorso veniva, si mantenne quella afflitta compagnia con
le cinque testudini che le restarono, mangiandole regolatamente, come persone
che da tante tribulazioni circondati si vedevano, e col soccorso cos lontano.
E bench la parte che se ne dava a ciascuno fosse assai poca, non bast
nondimeno questa provigione pi che quindeci giorni prima che la caravella col
soccorso giungesse. Ma tosto che furono le testudini fornite, vennero
nell'isoletta dove il licenziado stava un gran numero d'uccelli: alcuni se ne
rassomigliavano a quelli che avevano nell'altra isoletta ritrovati, e altri
d'altre spezie ne erano. Ma non vi facevano questi gi il nido, come avevano
gi fatto nella seconda isoletta, se non che vi venivano al tardi del giorno e
s'imponevano nella parte dell'isola da ponente, e qui con grande amore si
congiungevano i maschi con le femine, che a questo modo era. Restavano le
femine in terra e i maschi se ne ritornavano in alto mare, e poco appresso se
ne ritornavano nell'isola con certi piccioli pesci nel becco, come se
portassero il cibo a' loro piccioli figli, che ancor non avevano. Or, con quel
cibo s'imponevano su l'arena presso alle femine, le quali tosto verso di loro
correvano per torli il cibo che ogni maschio nel becco portava, e fuggiva un
poco di dargliele; e a questo modo cianciando andavano finch le femine
toglievano loro dal becco quel cibo, e cos poi si congiungevano insieme l'un
con l'altro con grande gracchiare, che era cosa degna di vedersi e
contemplarsi. Doppo questo loro congiungimento cominciarono a fare delle ova in
gran copia. Il che fu un chiaro soccorso divino, per la necessit nella quale
quegli afflitti si ritrovavano. E in questo esercizio stettero gli uccelli che
io dico dieci giorni in quella isola, sostentando que' poveri famelici.
Non resto io di credere che quegli uccelli avessero anco delle altre volte per
loro procreazione e aumento fatto il medesimo, e in quella stessa isola anco,
che doveva essere forse il loro natural nido. Ma non gi per questo non s'ha a
dire che fosse altro che un gran misterio in venire a fare quelle ova a tempo,
quando ne fossero dovuti que cristiani essere nel maggior bisogno soccorsi e
sostentati. Che se questo non  cos, e non solevano ogni anno fare in quella
isoletta il medesimo, tanto maggior miracolo sar.
Accadette anco molte volte che gli uccelli che chiamano rabiforcati volavano
contra questi altri uccelli che si sono detti, fino in farli gettare via il
pesce che nella bocca avevano; e allora il rabiforcato, lasciando l'uccello,
seguiva il pesce, e 'l prendeva anco alle volte nell'aere prima che all'acqua
cadesse, perch sono questi uccelli gran volatori. E questo modo di caccia era
qualche intertenimento o recreazione per questa isconsolata gente, bench,
stando a quel modo che stavano, non era piacere che avesse loro potuto
penetrare nel cuore e cavarli da loro tristezza, perch ben si ricordavano e
vedevano dove e come stavano. Questi rabiforcati, medesimamente, molte volte
accadeva a mangiare certi pesci che li chiamano dentati, perch hanno aspri
denti, e doppo che inghiottiti gli avevano, perch ne erano morsicati dentro la
bocca stessa, se ne venivano in questa isoletta e ributtavano per bocca quel
tal pesce, il quale era tosto raccolto e preso da quelli cristiani, che se lo
mangiavano con molto sapore e senza ischifo al mondo.
Nel tempo che questa gente nella terza isola degli Alacrani stette, vidde molti
falconi pellegrini di passaggio, i quali non si davano per a mangiare gli
uccelli che si sono detti, ancorch per questi si conoscesse quando i falconi
venivano: perch molto prima come spaventati verso il mare volavano. E stando
perci i nostri molto attenti a vedere, vedevano tosto da ponente venire quelli
falconi pellegrini giovani, assai belli, e si posavano in terra, dove
prendevano alcuni granchi e vermicciuoli con altre cose simili, e le
mangiavano, e alcuni altri ne stavano molto alti nell'aere sopra quella
isoletta. E alla fine poi tutti, da quel luogo partendo, prendevano il camino
verso dove il sole nasce.
Ogni volta che era tempesta nel mare venivano nuovi uccelli a quella isoletta,
e con certo vento vi venivano di passaggio, e tosto che s'imponevano e non vi
ritruovavano acqua s'andavano con Dio; e questi tali uccelli erano papere e
anatre buone, che in acqua dolce vivono. Vi venivano anco certi altri uccelli
piccioli, che aspettavano la tempesta in quella isola, e tosto che il gran
vento sentivano, se ne montavano bene alti nell'aere e andavano a cercarsi
terra. Tutte queste cose stava quella misera gente contemplando, e vedendo la
gran libert e facolt che ha il grande Iddio agli animali e agli uccelli data,
di potere per tutto il mondo andare la loro recreazione cercando, e in ogni
luogo ritrovavano la mensa posta; l dove l'uomo solo  privo di quella tanta
leggierezza per potere di quello godere di che gli animali brutti godono. Ma
quelli spezialmente potevano pi questo dire, che in quella tanta miseria e
travaglio si ritrovavano, e in cos cruda e aspra prigione rattenuti. Si
consolavano anco all'incontro veggendo alcuni altri uccelli di terra ivi come
perduti giungere, e stare sei e sette giorni fra loro, e perch non avevano che
bervi essi poi ve li ritrovavano secchi e morti. E alcuni altri ve ne erano che
gran piacere avevano in ritrovare quel fonticello, dove bevevano cos alla
cieca, per la gran sete con la quale venivano, che non restava di bere anco che
i nostri loro molto s'appressassero.
Egli s' detto di sopra che gli uccelli e le loro ova durarono in quella terza
isola dieci giorni solamente, e che perci restarono quelli afflitti senza
avere che mangiare, n sapevano come o onde provedersene, perch tanti lupi
marini uccisi avevano che gli altri che restati vi erano, quasi avisati, non
venivano gi pi nell'isola dove i cristiani stavano. E in questa stessa isola
non vi erano n testudini n uccelli, e per passare all'altra dove ne avrebbono
forse trovato non v'avevano modo n comodit alcuna; di modo che da ogni parte
stavano circondati d'angustie e di dolori di morte. E perch pareva che ad un
certo modo fossero diventati tepidi nell'orazioni, il licenziado ricord di
nuovo a tutti in che termini e necessit si ritrovavano: onde tutti con molte
lagrime si voltarono a pregare nostro Signore che si ricordasse di loro. E io
fui certificato che fra loro vi era una persona che diceva una lunga orazione,
nella quale v'entrava "Gloria in excelsis Deo". E in questo passo stando egli
ad orare presso l'acqua, comparsero cinque gran lupi marini nuotando
nell'acqua, e pareva che certa allegrezza mostrassero, e volgevano sopra
l'acqua il ventre. Poco appresso ne vennero tutti cinque in terra e si posero
d'intorno a colui che orava ginocchioni in terra, due da una banda e due
dall'altra, e un se li pose dinanzi, e cominciarono a dormire. Onde colui ebbe
tempo d'ammazzarne uno. E con questo furono i lupi marini che in questa isola
ammazzarono, fra piccioli e grandi, 373.
In capo di tre giorni, che s'avevano gi fornito di mangiare questo lupo, se ne
venne per alto mare una testudine, e s'accost cos presso all'isola che il
licenziado se ne entr nel mare verso lei, e quello Spinosa suo creato l'and
di dietro, e mentre che ella stava tutta fissa a mirare il Zuazo che le stava
dinanzi, l'afferr e rivoltolla sossopra, e poi la tirarono in terra e ne
mangiarono tutti quella sera e 'l d seguente e parte dell'altro; di modo che
chiaramente pareva che Iddio nostro Signore avesse loro dato miracolosamente
quello sostegno del lupo marino e della testudine. Ma nel restante tempo
stavano senza avere che mangiare, come i passerotti che aspettano il cibo nel
nido che il padre loro porti, tutti confidando nella misericordia divina, dalla
quale tutti i buoni e sicuri rimedii procedono.
Ed ecco che a posta di sole veggono certi segni nell'aere, che ve li facevano
le nuvole, e parevano veramente effigie di cinque gran navi che venissero alla
vela e che si movessero e caminassero. Onde, pensando di certo che navi
fossero, si stesero tanto avanti con questa imaginazione, accompagnata dal
desiderio grande che n'avevano, che tolsero un lenzuolo che era loro avanzato e
'l posero sopra l'albero della caravella loro fracassata, per fare segnale a
quelle che loro navi parevano. E a questo modo stettero tutta quella notte
senza dormire, percioch, se ben alla fine s'avidero che quelli segni e navi
s'andavano a poco a poco disfacendo, vennero nondimeno in speranza che questo
fosse un segnale che Iddio loro mandava per loro consolamento, e che come
pietoso padre loro provederebbe in tempo di tanta necessit, perch in
estremit grandissima si ritrovavano e in pericolo di non dovere pi da quel
luogo a salvamento uscire.
E fu per questo; che la sera avanti che essi quelli segnali delle nuvole
vedessero, la caravella che di terra ferma venia per salvarli, navigando con
tutte le vele gonfie, entr per la bocca di certe seccagne e subito li diede
calma. Di che accorti i marinai dubitarono assai di qualche pericolo, ma il
pilotto diceva che lasciassero andare la nave avanti, perch questo non era
altro che contrasto di correnti. Ma un altro disse: " sar meglio che gettiamo
una ancora e che aspettiamo fino a d mattina, per vedere e sapere dove stiamo,
perch potrebbe essere che fossimo gi da presso all'isole degli Alacrani, e
fra qualche pericolosa seccagna dove noi ci perdissimo".Parve agli altri che
questo consiglio fosse il migliore, e cos lo seguirono, e gettata una ancora
aspettarono fino al d seguente.
Venuta la mattina, si viddero da ogni parte circondati da seccagne e forzieri,
salvo che dalla bocca onde la caravella entrata era, onde, se non ritornavano
ad uscire da questa stessa parte, vi restavano tutti annegati. E sarebbe stato
di sorte che n essi avrebbono potuto aver nuova del licenziado e compagni, n
questi di loro che col soccorso venivano, perch ancora stavano cos lontani
che non discernevano n vedevano quelle isolette. O vita umana piena
d'inconvenienti, quanto  facile cosa a perderti, e per quante vie, se la
clemenzia del grande Dio con la sua infinita potenzia non ci soccorresse!
Vedete quanto poco manc di perdersi i soccorsi e quelli che li soccorrevano,
se la caravella poco pi oltre andava, come il parere del pilotto che la
governava era stato, o se nell'entrare per quella bocca avesse smarrita la
foce.
Ora, veggendo il pericolo nel quale si ritrovavano, cominciarono ad aggirarsi
pian piano, e col favor divino da quella bocca onde erano uscirono, e
cominciarono a navigare con molta avertenzia, finch fu ben chiaro il giorno e
il sole alto. L'altro d, poi che quelli della isoletta questa caravella
viddero, conobbero che questo era il soccorso che dal cielo aspettavano, perch
la viddero andare volteggiando ora a questo capo ora a quello, e s'accorsero
che andavano cercando delle isolette e di loro. Dalle quali isolette e seccagne
fuggono e s'allontanano tutti quelli che per que' mari navigano, per lo
pericolo grande delli molti forzieri e secche che vi sono. Ma la caravella ebbe
cos contrario il tempo che non puot afferrare la ponta dell'isola dove il
licenziado era, e bisogn che tutto quel giorno andasse volteggiando. Allora
quelli che in terra stavano ricorsero al solito soccorso dell'orazione,
chiamando e supplicando con molte lagrime e sospiri il pietoso Dio, che per sua
misericordia desse a quella caravella prospero tempo da potere loro imbarcare.
Perch il vassello non aveva ardire di navigare di notte, n vi era dove potere
prender porto sicuro fra quelle seccagne, fino alla mattina seguente alle otto
ore di d non gett l'ancora, e sorse un tiro di balestra da dove quelle genti
dolorose stavano. E perch il giorno innanzi quelli che navigavano non avevano
potuto vedere niuno di quelli che stavano nell'isoletta, pensavano che fossero
tutti dovuti essere morti, perch, essendo tardato quarantadue giorni questo
soccorso a girli, tenevano di certo che non fossero loro potute bastare le
cinque testudini che avevano e che si fossero gi morti di fame. Questo era
pensiero prudente e savio, e l'avrebbono indovinata se il pietoso Iddio non gli
avesse in quel mezzo soccorsi con gli uccelli che nella isoletta vennero a fare
i loro nidi e ova, e col lupo marino e testudine che poi per misterio grande
ebbero, come s' detto di sopra.
Sorta la caravella, quando viddero passeggiare la gente per l'isoletta fu tanta
l'allegrezza delli tre servitori del licenziado, che erano con la barchetta
andati in terra ferma per lo soccorso, e dell'altra gente anco, che cos gran
gridi alzarono che a quelli che stavano in terra parve che voci celesti
fossero. E vi furono due della nave che non volsero aspettare che si ponesse in
mare la barchetta, che gettandosi a nuoto vennero a terra, e restarono attoniti
e maravigliati veggendo il licenziado e compagni cos trasfigurati dal primo
essere loro. E tosto andarono a vedere l'acqua della fonticella che costoro
bevevano, e provandola la ritrovarono a punto di quel sapore che  l'acqua
stessa del mare; e volendo allora tosto perci provarla anco quelli che
solevano berne, la ritrovarono cos amara e salsa che non si poteva bere. Il
che non fu picciolo miracolo, perch la potenzia di Dio, perch costoro si
mantenessero in vita mentre soccorsi fossero, fece dolce e buona quella acqua
amara e salsa, la quale ritorn nel suo primo essere quando pi non bisognava
servire per buona. Or, mentre che stavano contemplando in terra questa cos
nuova maraviglia, giunse all'isola il battello con li tre servitori del
licenziado e con altre genti, e portarono in terra una tavoletta e una seggia
per potervi sedere e mangiare il licenziado, che gi dalla notte avanti avevano
per lui cotto in nave un pavone, con una buona fetta di prosciutto e con un
pezzo di carne di porco fresca, che poco avanti avevano morto in nave.
Smontarono adunque a terra con questo pignatto ben concio, e pane e vino e
conserve e altri rinfrescamenti; e poi ch abbracciati con lagrime si furono,
s'assise nella seggia il licenziado, che non li fu poco riposo in tanta
stanchezza, essendo tanto tempo stato in quella piana arena assiso. Posta poi
per suo ordine la mensa ben bassa, perch vi potessero mangiare tutti quelli
che vi capevano, con gran piacere mangiarono, ragionando di quello che loro
avvenuto era da che erano con la barchetta andati li tre in terra ferma per lo
soccorso. E con questo ragionamento ritrovarono che, quando li cinque
rabiforcati s'erano venuti ad imporre nell'isoletta, in quel giorno e ora
stessa era la barchetta alla Nuova Spagna giunta. E per quelli che con la
caravella venuti erano si numer e si vidde che il licenziado e gli altri suoi
avevano errati due giorni del conto che tenevano del tempo, perch quando era
venerd dicevano che era domenica, e cos il licenziado avea fatta memoria
della passione nel d della santa resurrezione, in un certo ufficciuolo che
restato gli era, e l'aveva pietosamente cantata, con molte lagrime sue e degli
altri che l'ascoltavano. E piacque cos a nostro Signore che fosse, perch, se
ben quel giorno della domenica era di tanta allegrezza, a loro nondimeno era
venerd santo, in tante e cos fatte angustie si ritrovavano. E non  da
maravigliare che essi si dimenticassero del conto del tempo e del giorno,
perch  gran maraviglia come non si dimenticassero de' loro proprii nomi.
Quelli della caravella dissero al licenziado che Francesco di Garai, per cui
esso nella Nuova Spagna andava, era morto, e tutta la sua gente era stata rotta
e disbarrattata, e n'erano stati anco molti dalle freccie degl'Indiani morti.
Li dissero medesimamente quanto buona dimostrazione avessero per lui fatto
Simon di Conca e Diego d'Ocampo, luogotenente di Fernando Cortese, e come fra
tre che erano i suoi messi in terra ferma gionti erano stato espediti col
soccorso, e quanta compassione di lui avuta avessero tutti gli amici suoi, e
che credevano che Fernando Cortese avesse dovuto tosto provedere di tutto il
bisogno, perch era stato tosto avisato del tutto da Simone di Conca.
A questa gente che tanto tempo s'era miracolosamente in quella isoletta
sostentata, parve l'acqua che di nave smontarono un liquore soavissimo e il
migliore che avessero gustato mai; la carne e gli uccelli parvero loro meglio
che le coturnici o la manna che Iddio agli Ebrei mand dal cielo nel deserto.
Nel pane solamente dicevano non avere ritrovato tanto gusto, perch gran tempo
era che non ne mangiavano. Ma le conserve furono loro di gran recreazione,
perch, avendo i corpi pieni di sale, ogni cosa dolce era loro soavissima. Con
li ragionamenti gi detti, e con un piacere tanto desiderato quanto pu ogni
uomo pensare, fornirono di mangiare e diedero ordine di imbarcarsi tosto,
perch era tanto il desiderio che aveano d'uscire da quella cativit che ogni
ora parea loro mille anni per fuggire da que' luoghi senza mai volgervi il
viso, come era gi stato dagli angeli comandato alla moglie di Loth.
Prima che si passi al discorso del viaggio, e di quello che succedette al
licenziado Zuazo, che senza dubbio  un specchio d'esempii miracolosi che il
grande Iddio opr con lui, cos in quello che s' detto come in quello che si
dir appresso, voglio ora qui narrare la disposizione e sito di queste isole
degli Alacrani, ancorch qualche cosa ne sia stato gi detto. Elle stanno a 22
gradi dell'equinoziale dalla parte del nostro polo, e chiamansi degli Alacrani,
che in lingua nostra vuol dire degli scorpioni, perch questo animale  molto
velenoso e d gran dolore mordendo. Onde, perch come a chi morde lo scorpione
dolorosamente perisce, cos anco chi in queste isole giunge e vi si perde
miseramente vi lascia la vita, questo nome loro posero. Sono in queste isole 12
leghe o pi di seccagne e forzieri, che paiono terre lavorate di diversi
colori, altre bianche, altre rosse, altre azurre, altre nere; e a questo modo
si veggono listate per lo mare, in tutto quello spazio che detto s'. E ne  la
cagione che, quando son basse l'acque, si vede nell'arena che  di sotto quella
bianchezza, e dove sono scogli e forzieri sotto l'acqua si veggono quelle gran
liste di rosso e di leonato. E quando l'acqua  alta e profonda vi si vede il
colore azurro, e quando  pi cupa vi si vede nero; e cos li diversi colori vi
si veggono come  diversa la qualit della terra e degli scogli e forzieri, i
quali non si discoprono se non vi si sta ben vicino, salvo se assai basse
fossero l'acque, onde gran pericolo vi corrono i vasselli che vi s'imbattono. E
fra queste seccagne stanno queste tre isolette, cos picciole e sterili e
secche come s' detto.
Ma perch vi restavano molti morti di questo naufragio del licenziado Zuazo,
parve a questo cavaliero di mutarle il nome e di dargliele pi proprio. E cos
fece, onde in alcune carte di navigare sono chiamate Insule Sepulcrorum, cio
isole de' sepolcri o della perdizione, come degnamente il Zuazo le chiam,
perch la maggior parte della sua compagnia rest morta di fame e di sete e
d'altre passioni in ognuna delle tre isolette. Ma egli diede anco a ciascuna in
particolare il suo nome, e chiam la prima Sitis Sanguinea Testudinum, cio
sete di sangue di testudini, perch ivi (come di sopra si disse) incominciarono
a bere del sangue delle cinque prime testudini, con le quali quelli che vivi si
ritrovavano si mantennero dodeci giorni. Alla seconda isoletta pose nome Nolite
Cogitare Quid Edatis, cio: non pensate a quel che dovete mangiare, come il
sacro Evangelio c'insegna con l'esempio degli uccelli del cielo, che non
seminano e non mietono e Dio loro provede del cibo quotidiano. Perch avevano
qui miracolosamente avuto molto che mangiare, di questo nome la seconda isola
chiam. La terza nomin Fontinalia Helisei, che vuol dire le fonti d'Eliseo,
che, essendo salse e amare, per ordine del grande Iddio le convert in dolci e
soavi. Il che a punto avvenne dell'acqua di questa ultima isoletta, che
miracolosamente d'amara e salsa divent dolce.
Seguendo l'ordine dell'istoria nostra delli naufragii, dico che quando questa
caravella si perd in queste isole degli Alacrani restarono vivi e attaccati
per quelli scogli 47 o 48 persone di quelle che dentro v'andavano; e poi in
questa altra caravella del soccorso montarono non pi che diecisette, con
alcuni fanciulli de' quali non si fece menzione nel sopradetto numero. Entrati
che furono tutti nella caravella fecero vela, cantando insieme quello imno "Te
Deum laudamus, te Dominum confitemur". Il nostro Signore diede loro cos buon
vento e navigazione che in tredeci giorni giunsero alla Villa Ricca, dove erano
i primi messi giunti prima con la mal composta barchetta. Quando Simon di Conca
con gli altri cavalieri di quella terra vidde sorto il legno, se ne vennero
tutti alla piaggia che ivi , e non sapendo chi smontasse e venisse nel batello
che vedevano andare a terra, dissero: "Che buona nuova ci portate voi?" E il
licenziado stesso, che nel battello veniva, rispose con quelle parole della
canzone del re Ramiro: "Buona la portiamo, signore, poich cost veniamo". E
tosto che conobbero il licenziado cominciarono tutti ad averne gran piacere e a
farli lieta festa, perch Fernando Cortese avea per quelli due suoi staffieri
alli suoi luogotenenti scritto che facessero al licenziado tutte quelle
accoglienze e buon trattamento che avrebbono alla sua propria persona fatto. E
cos fecero, perch il luogotenente Simon condusse il licenziado con tutta la
sua compagnia alla casa sua propria, e fece loro tutte quelle carezze che puot
seppe, e diede loro veste, perch tutti andavano mezzo ignudi, e con varii
rinfrescamenti e frutti della contrada li tenne a piacere, facendo loro molti
buoni banchetti e conviti e feste. Nove giorni che qui si stettero per
riposarsi alquanto, furono assai ben trattati e festeggiati tutti.
Doppo il qual tempo il Zuazo se n'and a Medellin, dove aveva gi scritto al
luogotenente Diego d'Ocampo che andare dovea. E costui usc a riceverlo con
fino a trenta cavalli e lo men a casa sua, dove ritrov un fattore del
governatore Fernando Cortese, che li disse che aveva avuto lettere e ordine dal
suo signore che li desse fino a diecimila castigliani, e tutto quello che esso
chiedesse per rifarsi la casa, con quanto li fosse stato necessario, e che esso
era per compirlo allora secondo che esso glielo comandava.
Certo che a me pare che per principio d'uscire di tanta miseria, in quanta
pochi d adietro questo cavaliero era stato, e per non avere a dolersi delle
sue argenterie e altre robe perdute, con tanti suoi neri annegati, questa non
era picciola offerta, e non di Fernando Cortese ma d'un gran prencipe, perch
diecimila castigliani vagliono dodecimila ducati d'oro. Certo liberalit di
magnanimo cavaliero e di persona degna di quello stato nel quale l'ha
meritamente Iddio posto, per mezzo di Sua Maest. Ma il Zuazo, come cortese
cavaliero, non ne volle prendere se non 1300 castigliani in cavalli e veste per
s e gli altri che conduceva, e un paio di mule, con altre cose che pi
necessarie gli erano. Egli scrisse tosto al governatore Fernando, dandoli conto
della venuta sua a salvamento e baciandoli la mano per le cortesie che seco
usate aveva in provederlo in tanta necessit. Di questa lettera ebbe presto
risposta da Fernando Cortese, che mostrava avere gran piacere del suo venire, e
li replic come magnanimo signore e gentil cavaliero, pregandolo che non si
prendesse travaglio in dovere andare cos presto a vederlo, perch il camino
era lungo e la stanchezza della travagliata passata vita li richiedeva qualche
riposo, e che esso sapeva che Diego d'Ocampo era suo molto amico, e che esso di
pi gli aveva ordinato che lo trattasse come la sua persona propria; e con
queste scriveva altre parole amorose e dolci. E nel vero il licenziado fu
festeggiato e servito, in trentacinque giorni che ivi s'intertenne, come se in
casa di un gran prencipe giunto fosse, n un gran prencipe averebbe pi potuto
fare ad un suo stretto e principale parente o fratello di quello che qui fecero
al licenziado, che nel vero assai degno n'era, per le sue rare qualit.
Riposato che si fu il Zuazo in Medellino 35 giorni, si part con Diego
d'Ocampo, con dieci cavalli e con fino a sessanta Indiani a piedi per servigio
loro, cos per governare i cavalli e portare loro dell'erba come per ogni altra
cosa. Per tutti i luoghi onde passavano uscivano tosto fuori i cristiani e le
genti principali delle terre a riceverli, e gli albergavano nelle principali e
miglior case, e li servivano come signori di varie vivande, come erano pavoni,
conigli, galline e coturnici, e del pane di quella contrada, che  assai buono,
quel del maiz, che nella Nuova Spagna ne fanno gentili tortanelli. E nel
principio del mangiare davano loro brisciole e altri frutti che ivi erano, e la
bevanda era il cacao, del quale si dir nella seconda parte di questa generale
istoria dell'Indie, ed  una sana e preziosa bevanda in questi luoghi. Tosto
che il licenziado e 'l luogotenente s'assedevano a tavola a mangiare,
gl'Indiani e l'Indiane principali ponevano loro al collo una collana o
ghirlanda fatta di rose e d'altri fiori odoriferi, e ponevano loro in mano
altri rametti delle medesime rose e fiori variamente lavorati; e ciascuno si
toglieva la cura di ben governare un cavallo, presso al quale ponevano un gran
vaso d'acqua e molto maiz verde e secco nella mangiatoia, e li facevano letti
con molta erba, su la quale gittavano rose e fiori: bench in questo costume
gl'Indiani perseverassero per la paura, che gi da principio avuta ne avevano,
quando Fernando Cortese conquist e pacific quella terra, dove i cavalli
furono gran cagione di farla soggiogare.
Ma, ritornando al proposito nostro, tosto che era notte facevano gl'Indiani
molti fuochi nelli cortigli delle case, e in ogni fuoco stavano sette e otto
Indiani, che avevano cura di mantenerlo acceso e vivo fino alla mattina, e di
fare a' cristiani la guardia tutta la notte, e stare a' loro comandamenti
obbedienti, perch tengono tutte le case senza porte, e dicono le genti di quel
paese che  una codardia il tenerle. Hanno quelli Indiani molto rispetto a'
cristiani, e spezialmente a' principali e a quelli che vanno a cavallo.
Ma lasciamo questo, perch li costumi e cerimonie degl'Indiani della Nuova
Spagna sono molti e varii, e se ne ragioner ampiamente al suo luogo, e
ritorniamo all'ordine preso del camino che il licenziado faceva, il quale
giunse alla citt di Mescico, dove Fernando Cortese caramente il ricevette e li
fece gran favore e onore, e 'l fece nel suo palazzo alloggiare. Questo palazzo
era non meno che il monasterio di Nostra Signora di Guadalupe, e dentro vi
erano stanze di munizioni e d'artiglierie e camere con arme difensive e
offensive molte, e vi era una cavallerizia per 200 cavalli, e appartamenti per
fare polvere d'artiglieria, e sette o otto ferrarie che del continuo facevano
arme e balestre nuove. Erano anco in questa stanza granai, per tenervi 70 o 80
mila misuri di maiz.
In un'altra certa parte del palazzo erano stanze di donne, dove stavano le
figliuole delli signori di quella terra, con pi di cento altre donne. Nelli
cantoni di questa casa erano quattro torri, e tutto questo edificio era di
pietra e ben fatto. Il legname di che era questa casa fatta era di cedro, e fu
primieramente questa stanza chiamata la casa da spasso di Montezuma; doppo la
cui morte il Cortese la rifece alla maniera di Spagna.
Ma perch qui non trattiamo particolarmente delle cose di Fernando Cortese, n
della sua conquista della Nuova Spagna, che altrove se ne dir ampiamente,
basti dire che in questa cos sontuosa casa alloggi il licenziado Zuazo. E,
per concluderla in breve, il Cortese li fece tutto quello onore e quelle
accoglienze che fu possibile. Ma perch egli stava determinato d'andare al capo
delle Fichere e al porto delle Profondit a cercare di un suo capitano,
Cristoforo d'Olite, che se gli era ribellato, diremo qui sommariamente quello
che fa al proposito del licenziado Zuazo e non pi, perch non avevano ancora i
suoi travagli avuto fine, e quando pi si pens di ritrovarsene fuori, allora
parea che pi che mai incominciassero, per dare a noi esempio e farci vedere in
quanto errore si ritrova colui che pensa di stare sicuro e di ritrovarsi a
fatto fuori delle miserie e volubilit di questa vita mortale.
Avendo Fernando Cortese deliberato d'andare al capo delle Fichere, che fu poi
un viaggio di pi di un anno, li parve di dovere in sua absenzia lasciare suo
luogotenente nel governo di quelli luoghi il licenziado Zuazo, e cos fece.
Onde vi rest costui cos ubbedito e rispettato come il medesimo Cortese. Ma fu
con molto pericolo e risico di tutti i cristiani che in quella contrada erano,
perch gl'Indiani per l'absenzia del Cortese ebbero ardimento di ribellarsi e
di voler ammazzare i cristiani, perch erano tanti che per ogni cristiano erano
trentamila Indiani, che gi i nostri erano pochi ivi in quel tempo, e
gl'Indiani tanti quanta  l'arena del mare. Ma piacque a Dio che il licenziado
con la sua accortezza seppe questo tradimento e ne fece vigorosi castighi,
facendone mangiare molti da' cani e squartarne molti altri di quelli Indiani
principali che in questa congiura capevano. Egli stette in cervello e con buone
guardie pi d'un anno, che non si lasci mai che esso, con gli altri ufficiali
di Sua Maest, non facessero ordinariamente una notte per uno la guardia con
trenta da cavallo sempre. Fece raccorre tutti i cristiani che per la contrada
sparsi erano, e volse che seco dentro Mescico stessero. E in tutte le
processioni che in questo tempo fecero (che furono molte, perch Dio li
liberasse da tanta moltitudine di nemici), come andavano a due a due, cos
dalla parte di fuori da' fianchi era a ciascuno di loro menato il suo cavallo
per mano, insellato e in ordine, con le sue tarache attaccate all'arcione e con
due o tre uomini armati a canto. E sempre, per gli altri luoghi della citt
onde la processione s'allontanava, stavano sei o sette baroncelli con gente di
ronda che facevano buone guardie mentre la letania durava. S che, per cagione
della molto vigilanzia del licenziado, gl'Indiani, che tutto questo vedevano,
insieme col fiero castigo che degli altri fatto s'era, mutaronsi del mal
proposito loro e non ebbero ardire d'esequirlo. E cos Iddio guard il suo
popolo da quel tradimento.
Il licenziado Zuazo, che stava nell'esercizio e governo che s' detto, come
credere si dee per quello che seguir, fu miracolosamente da Dio serbato
nell'isole degli Alacrani, poich da lui si aspettava cos segnalato servigio a
Dio nella Nuova Spagna. E fu questo, che essendo egli restato nel governo di
quella contrada, ebbe una spezial cura e intento di rovinar tutti gl'idoli di
quelle genti idolatre e selvagge. Del quale ardimento coloro si maravigliavano
molto, veggendo con quanta prontezza e facilit, e quanto senza timore n
rispetto alcuni gl'iddii loro bruciasse e dissipasse. Spaventati adunque e
attoniti di questa cosa, come se vedessero rovinarsi il cielo o ardersi la
terra, si raunarono un giorno insieme i pi principali di loro; e fatto il loro
consiglio mandarono quattro uomini, i pi savii di loro, che dal licenziado
intendessero perch cos temeraria violenzia usasse in avere cos poco rispetto
e rovinare i loro iddii, che dava loro a mangiare e a bere e vittoria nelle
guerre contra i nemici, e moltiplicavano loro i figli, e davano loro l'acqua
quando mancava e la salute nelle infermit; tanto pi che vedevano che i
cristiani medesimamente teneano idoli e imagini, e le adoravano, servivano e
rispettavano. Questi ambasciatori vennero davanti al licenziado, e tutte queste
cose molto pesatamente li dissero. E perch presso al letto del licenziado
vedevano attaccata una imagine di s. Sebastiano dipinta in carta, mentre che le
loro cose dicevano accennavano e mostravano questa imagine col deto, e dicevano
che, come esso aveva in riverenzia quella figura, cos avevano anco essi alle
loro imagini e idoli riverenzia e rispetto.
Accorgendosi il licenziado che questi ambasciatori indiani erano savii, e de'
principali signori di quelle contrade, e veggendo che questo negozio era
d'Iddio e della sua santa fede, e perci molto importante e da sperarne che
nostro Signore li porrebbe la risposta in bocca, deliber di pi maturamente
consultarla e di ricorrere al fonte della sapienzia, che  il medesimo
Salvatore nostro; e perci con lieto sembiante rispose che esso si ritrovava
occupato, e per questo li pregava che il d seguente, a quella medesima ora,
tornassero con un buon interprete, che esso risponderebbe loro e sodisfarebbe a
quanto dicevano. Gl'Indiani si partirono, e il licenziado in quel mezzo preg
nostro Signor che l'illuminasse e ponesse nella lingua quello che dire dovesse
perch quella idolatria cessasse, e vi fosse conosciuto, riverito e temuto il
suo santo nome; onde tanto bene e con universale a que' barbari sarebbe
seguito, fra li quali tanta potenzia il demonio avea.
Il d seguente ritornarono quegl'Indiani, con un buon interprete chiamato
Meneses, senza aspettare d'essere dal Zuazo chiamati. Ed egli, doppo che gli
ebbe fatti sedere disse: "Noialtri cristiani non adoriamo l'imagini in quanto
sono imagini, ma in quanto rappresentano coloro che nel cielo stanno, e dalli
quali ne viene la vita e la morte e il bene, con tutte l'altre cose che noi in
questo mondo abbiamo". E perch li fosse da loro creduto quello che dicea,
tolse quella imagine di san Sebastiano, che era una carta, e ne fece pezzi
davanti a loro, dicendo altre cose a questo proposito per isgannarli e torli da
quella infidelit.
Quando gl'Indiani viddero questo, un di loro, sorridendo verso l'interprete,
disse che essi non potevano credere che il licenziado li tenesse per cos
sciocchi e grossi quanto mostrava di tenerli, perch essi ben sapeano che
quelle imagini erano dipinte e fatte dalli maestri e dipintori, come facevano
anco essi fare le loro: le quali n anco essi adoravano in quanto imagini, ma
come noialtri facevamo, intendendole per lo sole, per la luna, e per quelli
altri lumi e influssi celesti onde, come il licenziado istesso diceva, venia la
vita e la morte e tutte l'altre cose nel mondo. Rest alquanto di questa
risposta il licenziado confuso, e fra se stesso preg Dio che li desse
intelletto e sapienzia da difender la sua causa e da poter confondere quegli
idolatri; e occorendoli alla memoria quello che doveva dire, si volt
all'interprete e disse che dicesse a coloro che Iddio nostro Signore, che aveva
di nulla il cielo e la terra fatto, s'avea per s eletto un popolo, al quale
aveva comandato che non adorassero n sopra pietra n sopra legno n sopra muro
n sopra altra cosa alcuna che forma di figura niuna avesse, perch, essendo
maliziosi, non venissero ad adorare imagini, nelle quali il demonio si
traponesse, e ne lasciassero perci d'adorare il creatore loro.
A queste parole stettero gl'Indiani molto attenti. Seguendo, il licenziado
diceva come nel principio, quando questo nostro grande Iddio form il mondo,
fece spiriti di molto intelletto e capacit. E perch non poteva l'interprete
dare questo ad intendere agl'Indiani, n ritrovava vocaboli perch essi il
comprendessero, faceva il licenziado dall'interprete dimandarli se credevano
che doppo la morte restasse dell'uomo l'anima o altra cosa che per sempre
vivesse. Risposero che s, e che questo era da loro chiamato antenotal, che
vuole tanto dire quanto anima o spirito. Allora fece appresso dall'interprete
dire loro che il grande Iddio avea creati quelli spiriti, ma per la
disobbedienzia loro gli aveva poi mandati e abbattuti sotto la terra, dove
sempre ardevano, come in un luogo che si vede 15 leghe lungi da Mescico,
chiamato Guasciocingo, che si vede da un monte uscire una continua e gran
fiamma di fuoco. E dicea che questi spiriti hanno tanto odio e inimist con gli
uomini, per l'invidia che n'hanno perch gli ha fatti Iddio capaci della gloria
che quelli spiriti perderono, che procurano e cercano sempre di fare quelle
imagini che dagl'Indiani si tenevano (i cui nomi per lo pi sono de' medesimi
demonii), accioch gli uomini l'adorassero e volgessero le spalle al grande
Iddio, che aveva di nulla creato il tutto. E che queste altre imagini che i
cristiani tengono sono di Dio e degli amici suoi, che tiene nella sua gloria
seco, l dove quelle che essi tenevano e adoravano erano degli demonii stessi,
che, per l'invidia grande che si  detto che all'uomo portano, hanno per
costume di farle sempre bagnare del sangue umano; e che perci si usavano fra
loro i sacrificii, ne' quali ordinariamente per leggerissime cause s'ammazzano
gli uomini, e con uno acuto rasoio di pietra quelli loro sacerdoti, che essi
chiamano pape, aprono il petto e con molta prestezza ne cavano il cuore, e cos
palpitante e fresco l'offeriscono agli loro idoli; l dove il grande Iddio de'
cristiani e le sue imagini non sono crudeli, n vuole da noi altro se non che
l'amiamo e abbiamo volont di servirlo.
E seguendo diceva che, per dare ad intendere questo il nostro Iddio a quel suo
popolo eletto, aveva loro comandato che non sacrificassero sopra cosa alcuna
effigiata, ma sopra uno altare di terra solamente, accioch non venissero
nell'errore nel quale essi stavano d'adorare il sole e la luna e le stelle, e
il nome loro quelli idoli, perch tutte quelle erano creature di Dio, in
presenzia del quale non si doveva di loro fare caso alcuno; e concludendo
diceva che questa era la differenzia che era fra le loro imagini alle nostre. E
a questo proposito furono anco molte altre cose lor dette, di maniera che
quelli techi (che non vuole altro dire che signori), avendo bene tutte queste
cose intese, assai maravigliati ne restarono, e finalmente risposero che essi
conoscevano bene la verit che il licenziado diceva, e che perci, se esso
voleva essere lor padrino, si sarebbono battezzati con tutte le genti loro e
destrutti gl'idoli della lor provincia; e volevano l'imagine di nostra Signora
Santa Maria, perch non comprendevano bene Iddio e la sua imagine. Allora il
licenziado fece lor dare una imagine di nostra Signora, e menatili in chiesa li
fece battezzare: e volsero esser chiamati del nome di lui, bench non potessero
bene esprimere questo nome di Zuazo. S'intese poi come costoro avevano fatta
tosto collocare l'imagine di nostra Signora nel pi alto tempio loro, che essi
Q chiamavano, distrugendovi tutti gl'idoli loro che v'avevano. Il che fu
cagione di fare sentire a tutti i cristiani molta allegrezza, e di ritrovarsi
molto sicuri e quieti in quella provincia, massimamente avendo prima assai
dubitato e temuto di quella ribellione della quale s' detto di sopra, perch
fu in tempo che, per l'absenzia del governatore Fernando Cortese, stava quella
contrada a gran pericolo di perdersi.
Nacque un caso notabile da una certa sentenzia che il licenziado Zuazo diede
fra certi principali Indiani della Nuova Spagna, e per questo mi pare cosa
conveniente a dirlo; e fu di questo modo. Si litigava nella citt di Mescico
sopra certe possessioni fra due signori principali, per le quali differenzie
era molta gente morta d'amendue le parti, e finalmente questa lite venne in
potere del licenziado, perch la terminasse e ne facesse giustizia. Il processo
non era altro che una pittura, fatta per cos fatte cifre o carattere e figure,
che dichiarava cos bene il fatto come si sarebbe potuto fare con qualsivoglia
scrittura, perch per confini e termini pongono certi vestigii figurati e fatti
co' piedi, assai piccioli, e per la terra del frumento pongono certi fiori di
una particolare figura. Per l'acqua pongono un'altra figura, con la quale si
conosce quando  fiume o fonte o ruscello o lacuna; e cos conseguentemente
hanno di tutte l'altre cose le loro proprie figure distinte, che assai bene
s'intendono massimamente da chi ha di loro qualche prattica ed esperienzia.
Ora, portando il processo davanti al licenziado, non s'accordavano nella
pittura le parti; il perch egli comand che si ritornasse di nuovo a dipingere
da' loro amantechi, che sono come misuradori di terreno e molto esperti in
quella arte di misurare e di dividere i confini. Ma neanco in questa seconda
pittura si concordavano le parti. Allora il licenziado, come sagace giudice e
prudente, fece chiamare altri amantechi o agrimensori, che furono dalle parti
che litigavano nominati. E qui fece egli venire un cane levriero assai feroce,
col quale avea fatto morire e mangiare co' denti in pi volte pi di dugento
Indiani, castigati per idolatri e sodomiti e altri abominevoli vizii, e disse
loro che, se non dipingevano la verit di que' termini, sopra i quali quella
differenzia consisteva, e come erano gi stati anticamente divisi, li facea
certi che gli averebbe fatti mangiare da quel cane: il quale stava cos fiero e
bravo che avevano assai che fare due uomini per tenerlo per il collare e per la
lassa, perch si mostrava isfrenato contra quelli Indiani per morderli. Di che
in tanta paura e spavento entrarono li due signori litiganti e gli amantechi
che non si potrebbe credere, e ne riusc poi la pittura assai certa; ed essendo
stata approbata dalle parti, il licenziado vi sentenzi. E parve che Iddio ve
lo illuminasse, cosifatta sentenzia diede. Allora, mirandosi l'un l'altro,
questi signori dissero fra s in lingua loro queste parole: "Certo che gente
che a questo modo giudica  di gran pregio, e la legge che essi tengono dee
essere la migliore di tutte l'altre, e perci diventiamo cristiani, e viviamo
da oggi avanti nella loro legge in pace, e serbisi la sentenzia che data s'".
E cos fu fatto, che tosto volsero essere battezzati, e il licenziado vi fu
presente. E si seppe poi che questi spezzarono molti idoli per tutte le terre
loro, tenendo solamente in riverenzia l'imagine di nostra Signora, che essi
dicevano che era il Dio de' cristiani e che era migliore che i loro idoli,
percioch allora in quelli principii non stavano cos bene instrutti nelle cose
della nostra santa fede come ora vi stanno.
Ritorniamo ora alli travagli di cos buon giudice, perch si sappia di quanti
modi fu egli tentato e perseguitato; e ben quadrano nel suo caso le parole che
san Giacomo nella sua canonica dice: "Qui non est tentatus, nihil scit". Onde
si pu dire che questo cavaliero sapesse assai pi che gli altri, poich seppe
maggiori tentazioni e fatiche soffrire. E perch meglio questo s'intenda, ci
dobbiamo ricordare di quello che si disse di sopra di questo licenziado, che
govern cos bene questa isola Spagnuola, e poi anco quella di Cuba, mentre che
fece nell'una e nell'altra residenzia. Ma perch  infinito il numero de'
detrattori, venne di Spagna in terra ferma uno ordine di Sua Maest che dovesse
il Zuazo ritornare a Cuba a dare conto della sua amministrazione, e fu a
Fernando Cortese commesso che il rimandasse diligentemente in quella isola. Ma
quando questa cedula alla citt di Mescico giunse, gi era molto tempo passato
che non si sapeva del Cortese novella alcuna, per lo viaggio lungo che fatto
aveva al capo delle Fichere per cercare del capitano Cristoforo d'Olit, che si
disse che gli s'era ribellato; e andava fra alcuni una certa nuova sorda che il
Cortese era morto. Il che fu cagione che in quella contrada molte passioni vi
pullulassero e vi nascessero parzialit, percioch da un capo si ritir Gonzalo
di Salazar, fattore del fisco, e Pietro Armides, proveditore di Sua Maest, e
dall'altro capo erano il tesoriero Alonso di Strada e il contatore Rodrigo
d'Albornoz, ufficiali regii medesimamente. Ma perch non potevano le lor
volont cattive esequire, per starvi il licenziado in mezzo, tentarono alcuni
d'ammazzarlo, per sodisfarsi nel resto poi. Ma egli, che ne fu avisato, andava
in cervello e stava con buona guardia, onde non si poteva esequire quello che
alcuno voluto avrebbe.
In questo tempo giunse quella cedula di Sua Maest che s' detta, e si
ritrovarono perci insieme quelli scandalosi secretamente con un cugino di
Fernando Cortese chiamato Rodrigo di Pace, nato in Salamanca e speziale amico
del Zuazo, e che perci costui di lui si fidava, pensando che da cos stretto
parente del Cortese non gli fosse mai dovuto venire altro che bene. Questo
Rodrigo di Pace, nel fascio delle lettere che di Spagna al governator Cortese
venivano, ritrov (come dicono) la cedula che s' detta, e cos sotto questo
colore ordinarono di prenderlo, nel palazzo stesso dove Rodrigo e 'l licenziado
stesso alloggiavano. Altri dicono che non era allora venuta ancora cedula
alcuna. Ma, comunche si fosse, stando il Zuazo in letto, su la mezzanotte
entrarono dugento uomini dentro per prenderlo, ed egli, perch teneva arme e
gente dentro la casa, che era forte, si difese buon pezzo; e nol poterono mai
prendere, finch Rodrigo, come amico che gli si mostrava, gli disse che non
temesse, che esso sopra la sua fede gli prometteva che non si porrebbe da niuno
mano n sopra la persona sua n sopra le sue facult; e 'l confortava ad
uscirsene quella notte stessa dalla citt e a girsene nella terra di Testuco,
che per la lacuna in canoe era distante da Mescico quattro leghe e per terra
nuove; e gli diceva che, perch quell'altra terra era del governatore, vi
sarebbe potuto stare a piacere, finch quelle alterazioni e tumulti passassero.
Con questa sicurt, per evitare scandalo e morte d'uomini, che erano
chiaramente per seguirne, il licenziado vi si pieg, e chiese un de' suoi
cavalli per potere andarsene. E non glielo volsero dare, onde esso nol tenne
per bene e cavalc in una mula. E a questo modo uscirono amendue della citt,
con ben trenta uomini a cavallo, che sotto colore d'amicizia con loro andavano.
E come ora il licenziado dice, questo Rodrigo ebbe poi le grazie che merit di
questo tratto che li fece.
Or, quando fu sul fare del giorno, si ritrovarono tre leghe presso a Testuco, e
qui gli dissero alla aperta che esso v'andava prigione, e che indi
l'accompagnarebbono poi fino a Medellin, dove nel primo vascello lo
imbarcarebbono e 'l mandarebbono in Spagna. Di che egli, quando l'intese,
ringrazi Iddio, ricordandosi che cos era esso dalli suoi nemici per invidia
mal trattato, come era gi stato il Salvatore nostro dall'invidia de' giudei.
Con lieto viso poi disse che esso aveva gran piacere di simile nuova, perch
credeva che Iddio gran grazia gli facesse a cavarlo da quella terra dove era,
per le rivolte e fazioni che vi vedeva nascere a poco a poco, o esso vi sarebbe
stato morto in sopirle, o non l'averebbe a niun modo sofferte. Il vespero
dell'Ascensione, ad ora di mangiare, parlando e ridendo giunsero a Testuco,
dove erano sette frati di san Francesco che, perch erano del licenziado amici,
dolenti della prigione di lui volsero andare a vederlo; ma non fu loro
permesso.
Il giorno seguente il principale di questi padri gli and a dire messa, per
esser la festa solenne dell'Ascensione, e n anco volsero che li parlasse,
temendo dell'ira del popolo, che si sarebbe potuto facilmente contra le guardie
muovere, perch v'era generalmente il licenziado ben visto. Il quale, perch si
sentia dirotto del camino e della mala notte avuta, e per essere quel d cos
gran festa, averebbe voluto ivi quel giorno riposarsi; ma non vi fu ordine che
consentire glielo volessero, onde, desinato che ebbero, si partirono. Qui un
servitore del governatore Fernando Cortese, mosso a compassione di vedere
andare un tale cavaliero a quel modo, gli diede tre muli carichi di
rinfrescamento e un altro con un letto. E cos si partirono, senza acconsentire
che col Zuazo andasse niuno de' servitori suoi, n persona che avesse a fare
cosa che comandata o voluta avesse. Di questo modo cavalcarono tre giorni,
finch giunsero dove dicono Tepeaca, e qui giunsero tre servidori del
licenziado, che gli dissero quanto in Mescico si fosse ogni uomo della sua
prigione risentito, e come si era molta gente armata per ammazzare il fattore e
'l proveditore regio, i quali si erano a strani termini ritrovati, finch da
certe fenestre di una stanza forte nella quale salvati si erano dissero che la
prigione del licenziado si era esequita per mandato regio, e avevano mostrato
la cedula e l'ordine di Sua Maest. E bench alcuni dicessero che la cedula e
l'ordine non veniva a loro, ma al governatore Cortese, e che essi traposti vi
si erano ad esequirla per malivolenzia e per odio che al licenziado portavano,
e per ribellarsi e sollevare a loro volunt quel popolo, nondimeno, sotto
questo scudo che per vigore della cedula di Sua Maest fatto s'era, si quiet
il tumulto e lo scandalo. Ma dicevano per tutti che non vi si dovevano essi
intromettere, poich a niun di loro Sua Maest comandava che preso l'avesse.
Ma, ritornando al viaggio che egli fece, tanto per loro giornate caminarono che
da Tepeaca giunsero a Medellin il secondo giorno di Pasqua rosata. Tutti quelli
di questa terra, quando viddero il Zuazo, gli fecero molto onore, e il
luogotenente Francesco Bona il men a cena seco. Ma doppo la cena l'algazil
maggiore Alvaro di Saiavedr, con la gente che si  detta e con molta altra, e
per ordine del luogotenente, lo men alla stanza sua, senza lasciarlo il giorno
seguente uscire a messa n fare altra cosa, salvo che stare in una piazzetta
che era dinanzi alla porta di casa; e il giorno di san Giovanni lo fece andare
a vedere messa e cavalcare per tutta la terra fino a mezzo agosto. Ma a chi si
ricordava della vita passata nell'isola degli Alacrani, questa altra pareva
assai buona, e aveva confidanza in Dio e nella sua giustizia. Ma le sue guardie
stavano molto in cervello e vigilanti, perch niuno gli scrivesse n esso
neanco scrivesse a parte alcuna del mondo, n parlasse se non con quelli co'
quali i suoi emuli volevano.
In questo mezzo che il licenziado era a questo modo dalli nemici suoi condotto
e trattato, gli ufficiali regii, non avendo chi gli disturbasse n impedisse,
sfogarono fieramente le loro passioni fuori e ne posero sottosopra la citt di
Mescico, con tutto il resto di quella provincia, che pareva che queste
dissensioni v'avessero attaccato il fuoco. E, come s' detto di sopra, il
fattore e 'l proveditore erano da una parte e volevano essi governare, e il
tesoriero e 'l contatore erano dall'altra e volevano il medesimo fare. E sopra
questo v'andarono per lo mezzo e pietrate e lanciate. Ora prendevano costui,
ora colui, e un ne imprigionavano, all'altro davano bando. Ma alla fine,
prevalendo pi la parte del fattore Gonzalo di Salazaro, fece prender Rodrigo
di Pace, che era stato il mezzano nella presa del licenziado Zuazo, e fattoli
dare crudeli tormenti, alla fine l'appiccarono per la gola publicamente sotto
voce di giustizia.
Or, quando Francesco dalle Case intese della prigione del licenziado, l'and a
vedere in Medellin con fino a 200 uomini da cavallo, parendoli che gi stesse
la provincia tirannizata, e che il licenziado stava prigione e pativa per avere
assai ben servito a Sua Maest e per essere amico del governatore Fernando
Cortese. S che visitandolo li disse che se ne ritornasse seco nella citt di
Mescico, che esso lo faceva certo che, tosto che ivi s'intendesse che esso
v'andava, si sarebbono tosto altri 250 o 300 da cavallo uniti insieme, e con
quelli che egli aveva seco avrebbono fatto e detto contra quegli emuli suoi,
che in absenzia del Cortese tiranneggiavano quella provincia.
Il licenziado lo ringrazi di questa buona volont e offerta, e disse non
volere andarvi, per non accendere maggiormente quelle contese e per voler andar
a dar conto di s in Cuba, dove a Sua Maest piaceva che egli andasse, perch
molto infamato l'avevano presso Sua Maest e 'l consiglio reale dell'Indie. E
se non vi fosse andato sarebbe stato un accrescere maggiore sospetto di quello
che de' suoi fatti s'aveva, perch stava in riputazione di tiranno e per non
cos buon servidore di Sua Maest: come alla fine se ne vidde essere il
contrario, onde doppio onore e credito egli accrebbe, come suole ordinariamente
a tutti i buoni e calunniati a torto avvenire.
Ora, doppo che il Zuazo ebbe di questa offerta ringraziato molto Francesco
dalle Case, soggiunse che n anco li pareva che questo negocio fosse in stato
da dovere terminarsi con l'arme, la cui vittoria era dubiosa; e tanto pi per
cagione degl'Indiani della contrada, che erano innumerabili, e veggendo le
differenzie de' nostri si sarebbono tosto levati su e ne sarebbono potuti
nascere maggiori scandali, massimamente che erano molti Indiani principali
andati a parlare a lui secretamente nella prigione, e l'avevano dimandato che
cosa voleva e comandava loro che essi facessero, e per che cagione erano quelle
rivolte e differenzie nate fra cristiani; e che esso, che conosceva
l'intenzione di quella gente, che  molto astuta e sagace, e che ci dimandava
per cavarli di bocca qualche parola o secreto del quale potessero giovarsi nel
ribellarsi contra cristiani, a questo modo avea loro risposto, ringraziandoli
prima del cos gentil cuore che avevano per aiutarlo, e facendo loro poi a
sapere che stessero in cervello e non pensassero di fare motivo alcuno n di
ribellarsi, perch i cristiani non aspettavano altro che ogni minima occasione
per poter rubarli e ucciderli. E che, essendo i cristiani gente bellicosa,
quando non avevano questi Spagnuoli con chi guerreggiare e oprare l'armi,
contra se stessi volgevano la guerra, essendo loro costume di non stare giamai
in pace. Onde per questo desideravano molto che gl'Indiani si ribellassero, per
poter volgere sopra di loro la guerra e desolare il paese. E che esso di ci
gli avisava perch voleva loro bene, e Fernando Cortese sarebbe presto venuto a
difenderli e tenerli sicuri, massimamente che all'imperatore nostro signore
sarebbe molto dispiaciuto d'ogni poco motivo che essi fatto avessero, sapendo
che le sue genti non desideravano altro che potere rubare e uccidere con
qualche causa. E concludendo li faceva certi che, se nella absenzia del
governatore Fernando Cortese essi alterazione alcuna o mutamento fatto
avessero, sarebbono in quella ora stessa stati tutti posti da' cristiani a filo
di spada e morti. E con queste parole e simili diceva il licenziado che aveva
quelli Indiani espediti che gli avevano secretamente parlato.
Questi e altri simili ragionamenti passarono fra il licenziado e Francesco
dalle Case, e la ultima e migliore conclusione si fu che il licenziado si fosse
tosto dovuto partire alla volta dell'isola Spagnuola, e, per rimediare a quelli
scandali di terra ferma, avisarne e darne notizia all'admirante don Diego
Colombo, se fosse ritornato di Spagna, e a questa audienzia regia, informandoli
di quanto passava perch vi rimediassero, mentre Sua Maest non vi provedesse.
E il licenziado preg Francesco dalle Case che si ritirasse nelle sue buone
terre con le sue genti e si stesse in pace in casa sua, ingegnandosi di sapere
se il governatore Cortese fosse morto o vivo, perch da ogni una di queste due
cose pendeva la risoluzione di quello che fare si dovesse in cos arduo caso. E
cos Francesco dalle Case, apprendendosi a questo consiglio, se ne ritorn alle
terre delle quali aveva esso cura.
Queste visite non poterono essere cos secrete che non venissero a notizia
degli emuli del licenziado e seminatori di scandali, i quali, pensando che se
il licenziado e Francesco dalle Case si fossero ristretti insieme gli altri si
sarebbono ritrovati in pericolo, espedirono tosto da sessanta da cavallo con
lettere al luogotenente del governatore di quella terra e all'algozil maggiore,
in cui potere si ritrovava il licenziado prigione, e ordinavano loro
vigorosamente che tosto nel ricevere della loro carta avessero dovuto imbarcare
co' ferri a' piedi il Zuazo, e consegnarlo diligentemente al padrone di quella
nave che stesse per partire pi presto. E perch il licenziado stava alquando
debile e infermo, v'aggiungevano che subito dovessero imbarcarlo e mandarlo
via, o sano o infermo, o morto o vivo che stesse, e 'l facessero consegnare
nell'isola di Cuba al luogotenente della terra chiamata Havana, che  l'ultimo
luogo di quella isola verso ponente. E volse Iddio che quando questo ordine
venne era gi Francesco dalle Case partito, perch, se ivi ritrovato si fosse
con tutte quelle sue genti, vi sarebbe stato che dire e che fare, e con la
morte per avventura di molti.
Fu una delle buone venture di questo cavaliero che egli nelle disgrazie di
quelle isole degli Alacrani si ritrov finch fu morto l'adelantado Francesco
di Garai, il quale, confidandosi molto del Zuazo, l'aveva a questo viaggio
mandato; ed essendo poi successa la sua morte, si sarebbe detto che il
licenziado ne fosse stato cagione, per li favori che esso dal governatore
Cortese aveva, come si disse anco d'altre persone, delle quali non si poteva di
ci tanto presumere quanto si sarebbe del licenziado fatto; che chiaro sta che
non si possono tenere le lingue, le quali sono pi pronte a dire male che bene.
S che quelle isolette degli Alacrani e la prigione che dapoi gli succedette
parvero (come in effetto erano) estremi affanni e travagli; ma maggiori
sarebbono stati se esso fusse perseverato nel governo di Mescico fra quelle
tante rivolte e scandali, bench, senza questo anco, furono amendue quelle
disgrazie un gran bene di questo cavaliero, poich, volendo nostro Signore
provarlo, l'affin come oro al fuoco, dandoli pazienzia e prudenzia in simili
casi.
Ora in effetto, a mezzo agosto del 1525, s'imbarc il licenziado in Medellino
nel porto di San Giovan di Colva, e in capo di cinquanta giorni giunse
all'isola di Cuba e smont in Havana. E perch esso aveva gi governata quella
isola, vi era molto da tutti i principali conosciuto, i quali per ci, quando
l'intesero, gli vennero incontra nel porto a riceverlo con li rettori e
ufficiali, e poco appresso vi venne anco il luogotenente Giovanni di Rogias; i
quali tutti amichevolmente contesero, perch ognun di loro si voleva menare il
licenziado in casa, e alla fine il luogotenente l'ottenne, che  ivi un
cavaliero principale. E stando circondato da quelli suoi amici e conoscenti, e
dimandato delle sue pellegrinazioni e della cagione del venire suo, rispose che
veniva per ordine di Sua Maest a dar conto di s e del male che in quella
isola fatto aveva davanti al licenziado Giovanni Altamirano (che risedeva nella
citt di San Giacomo, che era lontana da quella terra ben trecento leghe), e
che esso sperava dovere buon conto dare degli assassini e rubatori di che
l'incolpavano e senza sua causa infamavano.
Tutti di ci molto si risero, perch sapevano che non era esso di tale infamia
degno, e tosto cominciarono a negoziare sopra questa materia. Onde, partiti che
indi furono, tutti quelli gentil uomini e cavalieri fecero consiglio, e
mandarono un bel presente al Zuazo d'uccelli e pane e vino e frutti, e cose di
latte e di cascio. E come quelli che si dolevano di questa informazione
sinistra fatta di questo cavaliero a Sua Maest, negoziarono il modo che tenere
dovevano perch l'innocenzia sua avesse il suo luogo. Onde, indi a duo giorni,
da parte del consiglio di quella terra andarono a parlare al Zuazo due
ufficiali ordinarii di giustizia e due rettori, e gli dissero che essi stavano
informati che esso portava oro e argento, e per questo ne depositasse quello
che gli paresse in potere del luogotenente Giovan di Rogias suo ospite,
accioch quella parte stesse manifesta e nota, per doversene di contanti pagare
chi di lui querelandosi avesse giustizia; perch volevano fare andar bando che
chi di lui aggravato si sentisse, mentre che egli quella isola governata aveva,
fra il termine di quindeci giorni comparisse, che gli sarebbe stata fatta
giustizia. E cos fu poi fatto bandire publicamente, accioch non bisognasse
che i querelanti andassero a fare tanta spesa fino alla citt di San Giacomo,
dove il giudice ordinario resideva, che in andare e venire vi sarebbono andate
pi di seicento leghe di cammino, con molto travaglio. E bench di prima faccia
questo non paresse bene al licenziado, di fare quel deposito, conoscendo poi
nondimeno l'intenzione e 'l fine di coloro che lo chiedevano, e confidandosi
nella verit e giustizia, deposit trecento castigliani d'oro e trenta libbre
d'argento in potere del luogotenente.
Fatto il bando, s'aspettarono li quindeci giorni, e non comparve alcuno che si
querelasse. Allora gli ufficiali e rettori comparsero davanti al luogotenente,
e dissero che, avendo udito quel bando, comparivano e dicevano, in nome loro e
di tutta quella terra, che il governo del licenziado Zuazo in quella isola era
stato giusto e santo, e cos in servigio di Dio e di Sua Maest che, s'egli nel
tempo che vi venne a governarla venuto non vi fosse, si sarebbe quella isola
perduta, e che per lo buon governo e industria di questo cavaliero s'era
mantenuta e popolata, come era assai publico e noto a tutti. E che perci
richiedevano il notaio, davanti al quale e per cui mano era stato il bando
fatto, che di ci avesse dovuto farne un testimoniale, che essi quella fede ne
facevano, accioch si fosse il Zuazo potuto con questa scrittura presentare
davanti al licenziado Giovanni Altamirano, giudice di residenzia in quella
isola, e poi anco davanti a Sua Maest e al regio consiglio dell'Indie, perch
fosse conforme a' servigi suoi rimunerato da Sua Maest. Il richiedevano
medesimamente che avesse voluto il luogotenente restituirli il suo oro e
argento, che depositato avea presso di lui per questa stessa cagione.
Con questa testimonianza e fede si part poi il licenziado Zuazo da quella
terra, che, perch era posta dalla banda di tramontana, bisogn attraversare
tutta l'isola per passare dalla parte di mezzogiorno; e in tutto quel camino fu
accompagnato e festeggiato, e assai bene albergato e servito nelle villette e
poderi degli abitanti di quella contrada; e in alcuni luoghi li facevano
giuochi di tori e altri spassi di molto piacere. E fece egli questo viaggio per
imbarcarsi nella costiera di mezzogiorno e non andare per terra, perch poco
avanti era stato un grande uracane, cio una tempesta grandissima, come se ne 
ragionato di sopra, e il camino si ritrovava perci occupato dagli alberi
grossissimi che caduti erano per tutte quelle parti, e in modo impedito ne era
che senza grandissima difficolt non si poteva passare e andare avanti.
S che, giunto all'altra costiera, s'imbarc ivi in una gran canoa, con fino a
trenta Indiani che remavano e con cinque cristiani che menava seco, e navigava
terra terra per luoghi solitarii e per isolette, passando alle volte nel mare
istesso quattro e cinque leghe fra arbori alti e densi e verdi nati nell'acqua
stessa marina, che li chiamano mangli. E passando per questi e altri simili
passi, che qui non si scrivono per brevit, giunse alla terra della Trinit,
dove fu assai ben ricevuto, e li fecero giuochi di tori e gran piacere
mostrarono del suo venire. Ed esso mostr loro quella testimonianza che portava
da Havana. Onde qui anco fecero tosto consiglio, e posero ad effetto quello
stesso che avevano prima quegli altri in Havana fatto, e doppo il sindicato li
fecero un'altra fiorita fede.
E, per abbreviarla, egli and poi in San Spirito, e con la medesima diligenzia
e carezze li fecero un altro simile testimoniale. Il medesimo ottenne nella
terra del porto del Prencipe, nella terra del Baiamo, che  trenta leghe lungi
dalla citt di San Giacomo. In tutti questi luoghi non vi erano altro che
mandre d'armenti. E con queste testimonianze, assai stanco degli travagli del
mare e della terra, giunse con pi di trecento leghe alla citt di S. Giacomo,
due giorni avanti a Natale del 1525, e vi fu ben ricevuto dal giudice di
residenzia e da tutti gli altri buoni cittadini.
Tosto che il licenziado giunse a quella citt, si present con quelli
testimoniali davanti al licenziado Giovan Altamirano, giudice di residenzia per
Sua Maest, il quale l'aveva gi incominciato a sindicare in sua absenzia.
Onde, poich venuto era, li parve di dovere incominciare da capo a rinovare i
bandi, accioch in presenzia sua si facesse. E cos tenne questo sindicato
ottanta giorni, nel quale il Zuazo diede tal conto di s e del suo passato
governo che il giudice il pronunci e diede per libero e assoluto di quanto
opposto gli avevano, e 'l dichiar per buono e retto giudice, e governatore e
servitore di Sua Maest per sentenzia diffinitiva.
E in questo tempo e poi fu il Zuazo molto festeggiato e onorato da tutti i
cavalieri e gentil uomini e ufficiali di Sua Maest che in quella citt
stavano. E cos l'anno seguente del 1526, con tutte queste sentenzie e
testimoniali, si part per questa isola Spagnuola, dove il mercord santo
isbarc in Santa Maria del Porto della Iaguana, e vi stette finch pass la
festa di Pasqua. Indi se ne venne ottanta leghe per terra fino a questa citt,
dove ritrov molti de' suoi contrarii prosperi e favoriti; di che ringrazi
nostro Signore.
Da questa citt mand a fare relazione a Sua Maest e al real consiglio delle
Indie, con quelle testimonianze e prove de' servigi suoi e del suo passato
retto governo, e come per quella sua ingiusta prigionia restavano le cose della
Nuova Spagna molto atte a perdersi, per le gi dette passioni e controversie
che nate vi erano. E per queste ingiuste calunnie e persecuzioni che avute
aveva, non chiedeva altro premio che quello che gi avuto aveva, che questa sua
innocenzia fusse stata scoverta e vista, con le false calunnie degli adversarii
suoi; che gi esso rimetteva la vendetta di queste sue ingiurie e travagli al
signore Iddio, il quale  quel che castiga e rimunera con la sua giustizia e
misericordia, secondo che si conviene alla salute di quelli che s'hanno a
salvare, e al rigore che debbono patire quelli che non si ricordano di
riconoscere i loro errori e colpe e di farne la debita e condegna penitenzia.
Informata Sua Maest della verit, e intese le malignit de' calunniatori, fece
il licenziado Zuazo suo auditore in questa regia audienzia e cancellaria che in
questa citt di San Domenico risiede, con una buona e onorata provigione; dove
oggi sta, e vi  il pi antico giudice e auditore che vi sia, e vi  un de'
ricchi uomini che in questa citt e isola siano, e qui in questa citt s'accas
e si fece cittadino.
E questo basti quanto alli naufragii e disgrazie e travagli di questo
cavaliero, che  un esempio di pazienzia e di virt, con la quale puot a tanti
e cos difficili casi resistere, cos nell'isole degli Alacrani come nel resto
degli affanni che in vita sua ebbe; e ne' quali sempre il nostro pietoso
Signore si ricord di lui, e lo liber dagli nemici suoi spirituali e
temporali, per condurlo allo stato e luogo dove si ritrova meritamente, perch
 assai qui e altrove onorato e rispettato da tutti. Ho detto che Dio il liber
dalli suoi nemici spirituali, perch io mi penso, e 'l pensa anco egli e gli
altri che il viddero, che quelli delfini o tuoni che volare viddero sopra
l'albero e l'antenne della caravella dove si perderono non furono altro che
demonii e maligni spiriti, secondo s' detto. Ma, per tutto quello che io ho di
questo naufragio detto, si pu facilmente raccorre e cavare quanto sia
travagliata e di poca stabilit e fermezza la vita degli uomini. E con questo
esempio si pu intendere che quello che questo licenziado pass  un memorabile
trofeo e una degna istoria, onde i savii e prudenti possano imparare di
sofferire con pazienzia le disgrazie della fortuna, alle quali sono obligati
tutti quelli che navigano il mare e che vivono in terra; perch in niuna parte
in questa vita mortale mancano all'uomo affanni e angoscie, e solamente
nell'altra vita beata si ritrova quiete e contentezza, percioch in quella
patria, dove fu l'anima stessa nostra creata, non vi sono i dolori e le
passioni che in questa mortale e caduca tutto il d si veggono e provano da chi
ci vive.

Il fine dell'ultimo libro di questa prima parte dell'istoria dell'Indie

FINE VOLUME QUINTO.
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