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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quinto.
Parte quarta.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli alberi
fruttiferi.

Libro ottavo

Proemio

Plinio, nel duodecimo libro della sua naturale istoria, tratta degli arberi
odoriferi, e nel terzodecimo degli alberi stranieri e degli unguenti, e d'altre
molte cose particolari e secreti di medicina, perch gli scrive l'istoria di
tutte le cose del mondo, e di tutti gli auttori de' quali esso ebbe notizia e
di quanti lesse gli scritti; s che egli nella sua istoria, volendo l'universo
comprendere, ebbe assai pi che dire di quello che potr io qui cumulare,
perch quello che io qui scrivo in questa prima parte  solamente di queste
isole, che gi nella seconda sar questa materia degli alberi fruttiferi, de'
quali io qui tratto, pi copiosa. Plinio nel suo quartodecimo parla delle viti,
e nel quintodecimo degli alberi fruttiferi, e nel decimosesto degli alberi
selvaggi, e nel decimosettimo degli alberi inestati o inseriti che vogliam
dire. Tutte queste sei spezie d'alberi che egli in questi sei libri comparte,
io penso comprenderle in cinque libri, come sono il precedente e questo
presente ottavo, con gli altri tre seguenti. E se in questi non si scriveranno
tante materie quante ne' suoi sei scrisse Plinio, sar per essere questa terra
nuova, e per la maggior parte anco in simili cose inesperta. E perci sar poco
quello che qui se ne scriver rispetto a quello che ne diremo nella seconda e
terza parte delle cose di terra ferma, la quale, essendo una grandissima parte
del mondo o forse la met, e piena di molti regni, ci dar assai che fare e che
dire in ciascuna di queste cose. Io in questo libro far prima nel primo
capitolo una breve relazione degli alberi e piante che non erano in questa
isola, n nell'imperio di queste Indie, ma vi si sono condotte di Spagna; e poi
seguir degli alberi che in questi luoghi sono naturali e fruttiferi, di tutte
quelle maniere che sono a mia notizia venute e che in questa isola Spagnuola
sono; perch degli altri alberi selvaggi e d'altre sorti si ragioner appresso
nel nono libro, poich  la materia lor differente e separata.


Degli alberi che sono stati condotti di Spagna e d'Europa in questa isola
Spagnuola: e ne faremo undeci capitoli.
Cap. I.

Sono state in questa isola Spagnuola portate fin da Castiglia le piante degli
aranci, o melangole che chiamano; e vi sono qui tanto moltiplicati questi
alberi che ve ne sono una quantit incredibile, e de' buoni, cos dolci come
agri, e cos in questa citt di San Domenico e ne' suoi confini come in tutte
l'altre parti di questa isola che sono dai cristiani abitate.
Vi sono molti limoni e limoncelli e cetri, e tutti buoni frutti e di tanta
eccellenza che in queste agrume, gi nominate in amendue questi capitoli, non
ha a questi luoghi l'Andalusia vantaggio.
Vi sono molti e buoni fichi, che in tutto l'anno o poche o molte vi se ne
ritrovano, ma nella stagione loro una abondanza grande cos in questa citt e
nelle sue possessioni come nell'altre parti di questa isola. Questi alberi vi
fanno ottimamente, e le fiche sono di quelle che in Aragona e Catalogna
chiamano burgenzotte; la maggior parte hanno il color rubicondo, e ve ne sono
anco delle bianche, ma non gi di gran lunga tante quanto delle altre. Questi
alberi di fico perdono le frondi e ne stanno la maggior parte dell'anno senza,
ma le cominciano poi a porre e a rinvestirsi del verde loro nel mese di febraro
e nel principio di primavera.
Vi sono molte granate dolci e agre, cos in questa citt e nel suo territorio
come nelle altre terre di questa isola.
Vi sono melicotogni, portati medesimamente di Castiglia, ma non vi fanno assai
bene n in quantit come gli altri frutti che si son detti di sopra; e sono
piccioli e non troppo buoni, perch sono asperi, ma si crede che col tempo si
faranno migliori e giungeranno alla perfezione loro.
Vi sono palme, che si sono piantate in questa citt e in molte parti
dell'isola, piantandovi le ossa de' dattoli che qui portati si sono; e vi si
fanno questi alberi assai belli, e producono i dattoli. Ma qui non li sanno
procurare, onde, bench alcuni ne mangino, non sono per troppo buoni n
perfetti. E credo che questo non avenga per difetto delle palme, ma perch non
sanno curare il frutto.
Vi sono molti belli alberi di cannafistola, cos in questa citt e nelle sue
possessioni come in molte altre parti dell'isola. Questi sono belli e grandi
alberi, e non sono venuti di Spagna, n erano anco prima in questa isola. Vi
seminarono la semente, e vi fecero cos bene questi alberi poi che ve ne sono
ora ricchi poderi; e molti pi gi ve ne furono, che le formiche li rovinarono,
come appresso si dir nel decimo libro al primo capo. Io credo che questi
alberi v'abbiano fatto cos bene perch in queste isole e in terra ferma vi
sono cannafistole selvagge, e sono alberi che comunemente in queste Indie
nascono; ma la cannafistola di questi alberi selvaggi  molto grossa e quasi
vana, l dove quella che vi s' fatta per l'industria de' cristiani  ottima,
come lo sa oggi Spagna con altre parti del mondo, per la gran quantit che ne
hanno le navi portata e ogni d ne portano da queste isole. La loro fronde ha
il colore e il verde delle frondi delle noci di Castiglia, ed  cos lunga, ma
pi stretta e pi sottile. Il lor fiore  giallo e si somiglia alquanto a
quello della ginestra. Quando questi alberi sono carichi dei lor frutti di
cannafistola, paiono assai belli e vaghi. In effetto ce ne sono qui in tanta
copia fatti che, come s' detto di sopra nel terzo libro, vagliono in questa
citt a vilissimo prezzo, perch a quattro ducati, e meno si vende il cantaro.
Il primo albero di questa cannafistola che fu in questa isola fu nel monastero
di San Francesco della citt della Vega; e ad essempio di quello vi si posero
degli altri, e se ne fecero le possessioni intere, che sono riuscite di grande
utilit e ricchezza. E le navi che se ne ritornano in Spagna se ne portano le
molte botte piene di questa buona e perfetta cannafistola.
Vi sono ora in questa citt, che vi sono state poste, molte belle pergole di
quelle di Castiglia, che producono buone uve: e cos credo che in gran copia vi
farebbono se le genti che qui sono vi si dessero e v'attendessero come si
converrebbe, perch, essendo il terreno qui umido, tosto che la pergola ha dato
il frutto, se tosto si pota ritorna tosto a gemmare e a fare il frutto di
nuovo, e per questa cagione s'invecchiano presto. Queste viti che vi sono si
portarono di Castiglia, e per le possessioni e per l'altre terre dell'isola si
veggono anco delle altre pergole, che pure di Spagna vennero, bench e in
questa isola e nelle altre e in molte parti di terra ferma siano molte pergole
e viti selvagge e di buone uve; e ci n'ho di molte mangiato in terra ferma,
perch comunemente ve ne sono. E cos credo che avessero principio nel mondo le
prime viti, le quali poi coltivandosi e procurandosi diventarono migliori e si
dimesticarono.
Sono in questa citt alcuni alberi d'olive belli e grandi, che vennero
medesimamente di Spagna, ma sono sterili e non fanno frutto alcuno, se non solo
fronde. Ne sono anco in alcuni poderi e in altre parti dell'isola, ma come ho
detto sono infruttiferi. E certo che questa  una cosa molto notabile, che
tutti gli alberi di frutti con osso che si sono portati di Spagna o d'altri
luoghi in queste isole con gran difficult vi apprendono, e se vi apprendono
non producono frutto alcuno, ma frondi solamente. Io ho portato da Toledo ossa
di persiche, di melicotogni, di albercoche, di prune di frati, di brisciole, di
ciregie e di pignoli, e gli ho fatti tutti seminare e piantare in diverse parti
e poderi, e niuno n'apprese mai. Scrive Plinio nel 6 capitolo del 12 libro, che
nell'India le olive sono sterili e non producono altro frutto di quello che si
facciano l'olive selvagge; in tanto che l'olive nostre di questa isola sono pi
sterili di quelle dell'India che Plinio dice, perch, se quelle producono il
frutto delle olive selvagge, queste non producono altro che frondi e frutto
niuno.
Qui  un frutto che lo chiamano platano, per nel vero questo non  n albero
n il vero platano, ma  una certa pianta che in queste Indie non vi era, ma vi
fu portata, e con questo improprio nome di platano vi rest. Si pianta una
volta e non pi, perch d'una pianta se ne moltiplicano molte e in grandissima
copia vi aumentano, percioch, quando il pi anticono platano ha gettati tre o
quattro o sei o pi rampolli e figli intorno, produce un grappo e frutto; il
quale poi tagliano e colgono, e tosto quella pianta che lo produsse si secca. E
perch non impacci n tardi a seccarsi, quando tagliano il frutto troncano anco
il troncon della pianta, perch non produce altro frutto n  d'altro
giovamento alcuno, anzi tosto perde ogni sua virt; ma vi restano i suoi figli
e rampolli intorno.
Ho detto di sopra che questi non sono platani, perch la forma del platano,
secondo che se ne legge,  assai da questa pianta differente e di altra
maniera. Questi improprii platani che qui abbiamo, hanno le frondi assai grandi
e larghe, e sono alti come albori, e se ne fanno alcuni cos grossi nel
troncone quanto  uno uomo nella cintura, e altri quanto una coscia, e cos pi
o meno, secondo che  fertile o no il terreno. Dal basso fin su fanno certe
frondi lunghissime, alcune di dodeci palmi e meno, e late tre o quattro palmi e
pi e meno, secondo elle sono; ma il vento facilmente le rompe in molte parti,
restando per intiere, attaccate al costolo della medesima fronda. Questa
pianta  tutta come un rampollo, e nell'altro di lei s'inalza continovato col
fusto di sotto un gambo o astile, grosso quanto  il braccio presso la mano,
nella cui cima si fa un grappo con venti e trenta e alcuni con cento e pi e
meno frutti, che li chiamano platani; e ognuno di questi frutti  pi o manco
lungo d'un palmo, secondo la fertilit della pianta o la bont del terreno, e
grosso quanto  il braccio d'un uomo presso la mano. E cos conforme a questa
grossezza  la lunghezza, perch in alcuni luoghi che si piantano si fanno
assai pi piccioli. Ha questo frutto una scorza non molto grossa ma facile a
scorticarsi, e di dentro  tutto un medollo, che pare a punto un midollo d'un
osso di vacca. Si ha da troncare tutto il grappo di questi frutti tosto che
comincia un di loro a farsi giallo; e poi appendono in casa tutto il grappo
intiero, e cos in casa si maturano tutti i platani che vi sono.
Questi sono buoni frutti, e quando si conciano bene, aprendoli in due parti a
lungo con un coltello, e dando ad ogni parte un colpo di lungo col medesimo
ferro, e tenendoli al sole, diventano d'un buon sapore e simili alli fichi
secchi, o meglio anco. Sono anco saporosi e buoni cotti nel forno sopra un
tegame di terra o altra cosa, e sono come una conserva melosa, e di cordiale e
suave gusto. Cotti medesimamente nel pignatto con la carne sono un buon
mangiare, ma non ha da essere il platano molto duro, quando s'ha da cuocere con
la carne, n anco molto maturo, n si ha da porre al pignatto se non quando 
quasi la carne cotta, perch in uno o duo bogli facilmente si cuoce; e vi si
vuol porre senza la scorza. Mangiandosi anco crudi, quando sono maturati, sono
gentili frutti, e non bisogna insieme mangiarvi n pane n altra cosa; e oltre
che hanno uno eccellente sapore, sono anco sani e di gentile digestione, talch
non ho mai inteso che facessero male a niuno. Portandosi per lo mare durano
alcuni giorni, e si vogliono a questo effetto cogliere alquanto acerbi e verdi;
e mentre che non si putrefanno e guastano, che per dodeci o quindeci giorni
durano, sono pi saporosi in mare che in terra, come sogliono tutte le cose
essere care dove meno avere si possono.
Il troncone o rampollo superiore, che produce il grappo con frutti, dura un
anno a fare la sua operazione e a recare il frutto a fine; ma in questo stesso
tempo si generano e nascono d'intorno al pedale di questa pianta quattro e
cinque e sei e pi e meno germogli e figli, che col tempo poi producono il
frutto e fanno il medesimo effetto che ha gi la lor madre fatto. Ma tosto che
troncano il grappo col frutto, troncano e tagliano anco la pianta che lo
produsse, perch non serve ad altro pi che ad imbrazzare il terreno.
Moltiplicano tanto questi platani che mai non mancano, e sempre crescono e sono
umidissimi; onde, quando vogliono estirparne e cavarne a forza dalle radici
alcuni, tanta acqua dalle radici goccia, e tanta se ne vede nel terreno dove si
cava, che pare che tutta l'umidit e acqua de' pori della terra a s quelle
radici attratta s'abbiano. Le formiche in questi luoghi sono molto amiche di
questa pianta e vi vanno molto: il perch se ne guastarono molti in questa
citt, perch in tempo non avevano qui contra le formiche rimedio.
Questo frutto si ritrova del continuo in tutto il tempo dell'anno; ma, come ho
detto, non  la sua origine in questi luoghi, n sanno il suo proprio nome
darli, perch non si possono nel vero chiamare platani, n sono platani. Ma,
ci che si siano, furono nel 1516 portati dall'isola della Gran Canaria dal
reverendo padre fra' Tomaso di Berlanga dell'ordine dei predicatori a questa
citt di San Domenico, e di qui poi si sono sparsi per l'altre terre dell'isola
e per tutte l'altre isole anco abitate da cristiani e in terra ferma; e
dovunche sono stati piantati v'hanno fatto bene, e non  uomo di quanti in
questa terra hanno possessioni che non n'abbiano molti. Ben credo io che nel
mio podere ve ne siano quattromila piante, e in molti altri poderi, che sono
maggiori che non  il mio, ve ne sono assai pi, perch sono di molta utilit e
tutti si mangiano, ed  per li padroni una buona entrata, perch nulla vi
spendono in farli.
Le prime piante di questi platani, come s' detto, vennero dalla Gran Canaria,
dove io in quella stessa citt le viddi nel monasterio di San Francesco nel
1520. E cos sono medesimamente nelle altre isole Fortunate o di Canaria. Ho
anco udito dire che nella citt d'Almeria, nel regno di Granata, vi siano
medesimamente; ma per quello che io n'ho inteso da persone degne di fede, io
credo che questo frutto sia di levante e dell'India orientale, che questa
informazione n'ho da mercadanti genovesi, italiani e greci che sono in quelle
parti stati: e mi dicono che questo frutto non solamente si trova in India
dell'Oriente, ma copiosamente anco nell'Egitto e spezialmente nella citt
d'Alessandria, e che lo chiamano muse. Pietro Martire medesimamente, nella sua
settima deca le chiama muse, perch egli vidde in Alessandria questo frutto, e
dice che non sono platani. E in effetto non pu niuno con verit dire altra
cosa. Lodovico di Vartema, bolognese, nel suo itinerario scrive che in Calicut
questo frutto si ritrova, e che lo chiamano melapolanda; ma dice che non sono
queste piante pi alte che un uomo o poco pi. Nel resto le descrive come io
descritte l'ho, ma dice di pi che sono di tre maniere, l'una chiamata
ciancapalon, l'altra e migliore gadelapalon, la terza dice che non  tale.
Anche io dico che in questa isola non sono questi frutti tutti d'una bont,
perch alcuni ne sono migliori e pi saporosi che gli altri; ma questo pu
procedere dalla disposizione del terreno, come accade in tutti gli altri frutti
in Spagna e in altri luoghi, perch il terreno sterile fa imbastardire i
frutti.
E perch ho detto di sopra che non sono veri platani, lo tengo io per certo,
perch Plinio dice che gli alberi de' platani furono portati in Italia e per lo
mare Ionio vennero nell'isole Diomedee, e indi in Sicilia e di Sicilia in
Italia. Dice anco che ne furono in Spagna nel tempo che fu presa Roma. E dice
che in Licia fu un platano sopra un fonte, in forma di capanna o in guisa di
spelonca, di 18 piedi, di modo che con molti rami che parevano tanti alberi lo
coprivano tutto, insieme con buona parte del campo, con ombre longhissime.
Scrive anco che Muziano, che fu tre volte consolo e legato di quella provincia,
scrisse che aveva mangiato sotto a quel platano con disdotto compagni, e che
rest largo spazio per tutti sotto le foglie, da starvi e dal vento e dalla
pioggia securi. Dice anco che in Gorthinia, citt di Candia, presso a un fonte
 un platano che non perde mai le sue foglie, e che la favolosa Grecia dice che
Giove sotto questo albero dorm con Europa. E conclude che la maggior lode che
a questo albero si d,  che nella primavera e nella estate si difende con la
sua ombra dal sole. Da tutte queste propriet e cose che Plinio del platano
scrive, si raccoglie che questi che qui platani chiamano non sono platani,
perch quelli che sono descritti da Plinio niun frutto producono n altra
utilit se ne cava che quella della ombra; l dove questi che qui abbiamo
producono il frutto che s' detto, e non pu fare ombra una sola di queste
piante, salvo se non molte insieme e dense, perch non hanno rami, ma quelle
frondi sole e rotte la maggior parte; n possono difensare niuno intieramente
dal sole e dall'acqua, anzi pare che da loro piova pi tosto gi, perch dalle
medesime foglie cadono infinite goccie, percioch poche se ne veggono del tutto
intiere, l'altre sono in molte parti rotte. Quel platano di Candia non perde
mai la foglia, e questi che qui abbiamo ne tengono pi secche che verdi, perch
sempre le prime si vanno seccando, e marcite che sono se ne cadono, e le pi
alte vanno crescendo. E finalmente in capo d'un anno intiero compie il suo
corso e la sua vita, come s' detto, e restano suoi successori i figliuoli o
rampolli intorno. Di modo che queste piante delle quali ho qui trattato, e onde
tanta utilit si cava in questi luoghi, non si debbono tenere per platani n
per alberi, ma per piante; e vennero qui per mezzo di quel reverendo padre fra'
Tommaso, al quale meritamente la maest cesarea ha fatto grazia del vescovado
di Castiglia dell'Oro in terra ferma; perch in effetto  religiosa persona e
di buon esempio, e ha con la sua dottrina giovato molto in queste parti nelle
cose del servigio d'Iddio, che gi per tale fu eletto, non chiedendo n
procurando egli tal cosa.
Le canne dolci delle quali si fa il zuccaro, e delle quali e in questa isola e
nelle altre  risultato tanto utile, si portarono dalle isole di Canaria, come
pi distesamente si disse nel quarto libro. Queste canne, ancorch non siano
alberi, mi  paruto nondimeno per concludere questo capitolo di darne questa
breve relazione, per la utilit grande che hanno data a questa isola. E con
questo passeremo a dire degli alberi naturali di questi luoghi.


Degli alberi fruttiferi e naturali di questa isola Spagnuola, e prima degli
obi.
Cap. II.

L'obo  un albero grande e bello e fresco e di buona aria e di sana ombra; e ve
ne  gran copia in questa isola e per tutte queste Indie. Il frutto che questo
albero produce  buono e di gentil sapore e odore, ed  come picciole prune e
gialletto; ma ha l'osso assai grande, secondo la proporzione del frutto, perch
vi ha poco che mangiare, ed  molto dannoso a' denti quando si continova a
mangiarsi, per cagione d'alcune come schienze che hanno seco l'ossa attaccate;
onde di necessit, quando vuole l'uomo distaccare co' denti il buono di questo
frutto dall'osso, se ne vengono a dare nelle gengive. Ma egli  un sano cibo e
di buona digestione, e ancorch se ne mangino molti si mangia poco. I rampolli
teneri o broccoli di questo albero si cuocuono con acqua, e questa decozione 
poi ottima per fare la barba e per lavare le gambe, e ha un gentile odore. La
decozione delle scorze di questo albero, lavandovisi le gambe, toglie la
stanchezza ed  un salutifero bagno. Quando in campagna hanno le genti bisogno
di dormire, sempre cercano di farlo sotto l'obo, perch la sua ombra non d
gravezza n dolor di testa, come sogliono molti altri alberi fare. E cos
quelli che vanno alla guerra, come quelli che vanno con li bestiami o che
camminano di viaggio, sempre cercano questi alberi per attaccarvi i loro letti
o per dormirvi sotto. Questi frutti hanno fra s nel sapore qualche differenza,
perch ne sono alcuni dolci, alcuni alquanto agri.
Dicono alcuni (fra li quali lo scrive Pietro Martire) che questo albero e
frutti sono mirobalani: e questi sono quelli a' quali questo autore d tal
nome. Ma s'ingann. I nostri medici e aromatarii (che ne sono qui passate
segnalate e discrete persone, come il licenziado Bezerra, il licenziado Barreda
e 'l dottor messer Codro italiano e altri) non hanno mai detto n pensato che
questi frutti siano mirobalani, n spezie alcuna loro, perch in effetto non
sono. Ma io lascio questa disputa ai medici, che ancorch gli vogliono fare
mirobolani non essendo, non sar questo il primo danno che essi fanno con la
medicina, n l'ultima bugia che essi dicono; perch in questa materia della
medicina si usano grandi inavertenze, e pi pericolose che in arte altra alcuna
che s'eserciti; e finch un medico s'addestra a curare, fa pi disordini che
non ha in vita sua letti versi e righe di scritto. Ma egli si pu con verit di
questo albero dire una propriet esperimentata e veduta ogni giorno da quelli
che vedere lo vogliono e che vi vengono dalla necessit astretti. Ed  questo,
che quando non si ritrova acqua in campagna, onde per la sete sogliono di
necessit perire le genti, se vi si veggono di questi alberi ne cavano alcune
radici, e troncatone un pezzo, se ne pongono l'un capo in bocca come bocca di
fiasco, e l'altro capo alzano su con mano: e ne goccia tanta acqua che basta a
cavare di sete e d'affanno ogni assetato. Ne gocciola prima a poco a poco
l'acqua, e poi ne scorre continovata come un filo. E questo l'ho io provato,
ritrovandomi nella medesima sete e necessit; e l'hanno anco molti altri
provato, e s'impar dagl'Indiani.


Dell'albero chiamato cainito e del suo frutto.
Cap. III.

Il cainito  uno albero delli pi noti che possa avere il mondo, perch ha le
sue frondi quasi ritonde, e dall'una banda sono verdi, dall'altra hanno un
colore che pare che siano secche o come passe; s che, ancorch fra densissimi
alberi, questo si conosce, per essere molto fra tutti gli altri differente. Il
suo frutto ha il color di paonazzo, ed  lunghetto e grande quanto  dall'una
giuntura all'altra d'un deto, ma non  gi grosso quanto  un deto; e dentro 
bianco come latte e sugoso, e quando si mangia quel di dentro  come latte
viscoso e denso. Questi alberi fanno il frutto quale abbiamo detto, e in questa
isola e nelle altre medesimamente, ma in terra ferma il lor frutto  tondo e
grosso quanto una palla picciola di giuocare o poco meno; e questa  la
differenza che hanno questi frutti del cainito di questa isola con quelli di
terra ferma, perch nel resto sono una cosa stessa l'albero e le frondi. Questo
 un sano frutto e di buona digestione, e nel tempo che questi frutti si
trovano si vende gran quantit nella piazza di San Domenico. Il legno di questo
albero  forte e buono per lavorarsi, se si lascia per stare per qualche tempo
tagliato e non si lavora verde, come i legniaiuoli e i maestri di questa arte
dicono.


Dell'albero chiamato higuero, pronunziandolo di quattro sillabe: hi.gu.e.ro.
Cap. IIII.

L'higuero  un albero grande, come sono i celsi neri di Castiglia, e pi e
meno. I suoi frutti sono certe zucche tonde, e alcune ne sono lunghette; ma le
tonde sono tondissime, e ne fanno gl'Indiani tazze e altri vasi per bere, e per
altri varii usi. Il legno di questo albero  forte e buono per far carrieghe da
sedere di spalle e seggie picciole, e selle di ginetti e altre cose. Si scorza
facilmente ed  forte, e doppo che  lavorato pare di granato o di spino. La
fronde di questo albero  lunga e stretta, e nella sua punta  pi larga, dalla
quale si viene poi a poco a poco diminuendo fino al picciolo, onde comincia la
fronde stessa a montare su, nel modo che qui lineata si vede. Gl'Indiani per
necessit mangiano di questo frutto, cio di quello di dentro, che  a punto
come la carnosit della zucca quando sta verde, e la scorza resta col lustro e
col garbo di zucca, e in effetto non pare che altro che zucche siano. Questo
frutto o cocozze sono di questa grandezza, che la pi grande  quanto un
pignatto capace di due buone giarre d'acqua e pi, e la pi picciola  quanto
un pugno chiuso; s che se ne fanno vasi di quella grandezza che vogliono fra
questi duo estremi. Questi alberi sono ordinari e comuni in questa e in tutte
l'altre isole e terra ferma di queste Indie; ma perch in alcune provincie i
vasi che di questi frutti si fanno sono preziosi e vaghi, senza che vi hanno
nelle fronde un'altra differenza misteriosa che non  negli higueri di qua,
lascieremo di dirne il resto per quando si tratter delle cose di terra ferma,
nella seconda parte di questa grande istoria delle Indie.


Dell'albero chiamato xagua e del suo frutto, e della tintura che se ne fa.
Cap. V.

La xagua  un bello albero e alto, e ne ho vedute fare e ne ho avute io belle
aste di lancia, e cos grosse e lunghe come altri le vuole.  un legno grieve
pi che non  il frassino, ed  molto comune in questa e nelle altre isole e in
terra ferma. Questi sono alberi alti e diritti e della forma de' frassini,
belli a vedere, e le aste che se ne fanno hanno un vago colore fra berrettino e
leonato. Producono un frutto cos grande come papaveri, e molto lor si
rassomigliano, salvo che le xague non hanno le coronette di sopra opposite al
pidicino. Questo  un buon frutto a mangiare, quando  maturo e stagionato, e
se ne cava una acqua assai chiara, con la quale gl'Indiani e le Indiane si
lavano le gambe e alle volte tutta la persona, quando si sentono le carni
deboli per la stanchezza. E per loro piacere medesimamente con questa acqua si
dipingono, che, di pi che l'ha virt d'astringere, ritorna a poco a poco ci
che ella bagna e tocca nero come un fino ebano; e questo colore per cosa alcuna
non si pu togliere prima che passino quindeci o venti giorni o pi. E molte
volte, se ne tingono l'ungie e vi si lascia questa acqua asciugare, non
lasciano mai quel nero finch si mutino, tagliandole a poco a poco come elle
vanno crescendo. Il che io ho alcuna volta provato, perch noi anco siamo
andati in terra ferma guerreggiando o travagliando, e per cagione de' molti
fiumi che si passano  molto la xagua utile per le gambe, perch, come ho
detto, astringe.
Si sogliono fare delle burle a donne con questa acqua, spruzzandone lor nel
viso, ma mischiata con altre acque odorifere, perch elle non se ne accorgono;
perch indi a poco tempo salgono lor su la carne pi nei o nuvolette di quelle
che non vorrebbono. E colei che non sa il secreto, cio onde queste macchie si
nascono, ne monta tosto in affanno e pensiero di ritrovarvi rimedii. Ma tutti i
rimedii vi sono dannosi, e atti pi tosto a bruciare e scorticare loro il viso
e 'l petto che a guarirle di quelle macchie, finch passino li venti d, che
(come s' detto di sopra) a poco a poco da se stessa quella tintura se ne vada.
Quando in terra ferma vogliono gl'Indiani andare a combattere, si dipingono con
questa xagua e con la bicia, che  un altro color rosso pi fino della macra.
L'Indiane medesimamente, quando vogliono parere belle, s'acconciano il viso e
la persona con un di questi due colori o con amendue; e certo che agli occhi
miei poco meglio paiono che diavoli, cos gli uomini come le donne di questi
colori tinti.


Della bicia, che  una pianta che da se stessa nasce, come gli altri alberi che
si sono detti.
Cap. VI.

La bicia  una pianta che da se stessa nasce, senza essere piantata dagli
uomini, e la pongo io qui per quello che n'ho detto qui sopra, che se ne
dipingono gl'Indiani di tutte queste isole e di terra ferma. Queste piante
della bicia sono cos alte quanto  una volta e mezza alto un uomo, o meno.
Hanno le frondi quasi al modo di quelle del bambagio, e fanno certi frutti
posti in scorze che si somigliano a quelli del cottone, salvo che per fuori
hanno una teletta grossetta in certe vene, che dalla parte di fuori segnano gli
appartamenti che dentro il guscio si veggono: dentro il quale sono certi
granelli rossi che s'attaccano come cera, e sono pi viscosi anco. E di questi
granelli compongono gl'Indiani certe palle con le quali poi si dipingono il
viso; ma vi mescolano certe gomme, onde ne fanno una tintura come di cenaprio
fino. E di questo colore si dipingono il viso e 'l corpo, di cos buona grazia
che si somigliano al medesimo diavolo; e le Indiane fanno il medesimo quando
vogliono fare le lor feste e balli, come se ne tingono gli uomini quando
vogliono parere belli e vaghi, o che vogliono andare alle guerre per parere
feroci. Questo colore della bicia non si pu di leggiero poi togliere finch ne
passino molti giorni, ma astringe assai la carne, e dicono che se ne ritrovano
bene. Serve anco bene in questo agl'Indiani, che quando a questo modo dipinti
stanno, perch la tintura  rossa e del colore del sangue, essendo feriti non
si sbigottiscono tanto quanto quelli che di questo rosso dipinti non sono. Ma
essi questo non sbigottirsi l'attribuiscono alla virt della bicia; il che 
una falsa opinione, e non nasce da altro che non parervi il sangue.
Questa tintura, oltre che pare cos brutta, non ha n anco buono odore, per
cagione delle gomme o delle altre cose che in questa mistura entrano. Per lo
combattere adunque, e parere feroci nella battaglia, si dipingono (come s'
detto) di tal colore. E non ci dobbiamo di ci maravigliare, poich i Romani,
quando trionfavano, andavano sopra il carro in seggia indorata assisi e con la
veste palmata indosso, e nondimeno col viso tinto di rosso, ad imitazione
dell'elemento del fuoco, come scrive Cristoforo Landino esponendo la Comedia di
Dante. N solamente gli antichi Romani questo costume ebbero, perch pi
compiutamente il serbarono gli Inglesi, che (come Cesare ne' suoi Comentarii
scrive) solevano tingersi con un certo unguento di color bigio o rosso, per
comparire con pi orribile aspetto nella battaglia. Di questi Inglesi questo
autore stesso scrive altri vizii, che sono di tanta o maggiore admirazione che
gli errori di questi Indiani, perch dice che dieci e dodeci uomini avevano una
moglie commune, massimamente fratelli con fratelli e padri con figli; e quando
ne nascevano i figliuoli poi erano di colui che aveva prima toccata e goduta la
sposa. Certo che peggiori cose n simili non ho mai inteso nel mondo, n letto
che mai in parte alcuna da genti selvagge e barbare si servassero. Ma,
ritornando all'istoria dell'Indie, dico che questa bicia  un color che molto
si pregia e stima qui, fra queste genti di tutte queste isole e di terra ferma,
per gli effetti che detti di sopra se ne sono.


Dell'albero della guazuma, e del suo frutto.
Cap. VII.

La guazuma  un albero grande, che produce un frutto come il celso nero, e ha
quasi la fronde come l'ha questo celso, salvo che l'ha minore. Di questi frutti
fanno gl'Indiani una bevanda che gli ingrassa come porci; e per questo pongono
di questi frutti nell'acqua e ne fanno la bevanda, che fra pochi giorni riempie
e fa corpolenti gl'Indiani che ne bevono. Il medesimo fa de' cavalli, quando se
ne trova alcuno che voglia berne. Il legno di questo albero  molto leggiero, e
ne fanno in terra ferma gl'Indiani i bastoni da caricare, come si dir al suo
luogo nella seconda parte. S' qui posto questo albero perch  comune in tutte
queste isole e terra ferma.


Dell'albero chiamato guama, e del suo frutto.
Cap. VIII.

La guama  un grande albero, e comunemente quello che pi si brucia in questa
isola, per cagione che se ne ritrovano assai e grandi alberi, e ardono chiaro e
puro. Qui se ne consuma una copia infinita nel cuocere i zuccari che si fanno.
Il frutto della guama  come selleccole o scioscelle, grandi e maggiori di
quelle di Castiglia, ma hanno quasi un medesimo sapore. Dicono che gl'Indiani e
i cristiani anco le mangiavano, ma io non provai giamai tal frutto, ancorch
veduto l'abbia.


Degli alberi dello hicacos, e del frutto loro.
Cap. IX.

L'hicaco  un albero che nella foglia si somiglia molto al sorbo peloso, ma non
gli si somiglia gi al frutto, bench non sia questo albero maggiore di quel
del sorbo peloso. Il frutto dell'hicaco sono certi pomi piccioli, alcuni
bianchi, alcuni rossi e altri quasi neri. Non  de' migliori frutti del mondo;
non  n anco cattivo n dannoso. L'osso  grande, rispetto alla grandezza del
frutto, perch  poco quello che vi ha da mangiarsi, e se n'ha da distaccare
corrodendolo ben bene; e per questo non  troppo buon cibo per le gengive.
Quella poca carnosit che vi si trova  molto bianca, e non se ne distacca cos
presto che non sia bisogno ritornarvi con denti spesso, per lasciarne l'osso
netto. Questi frutti sono buoni per lo flusso del ventre.
E questo albero, con tutti gli altri che io ho in questo ottavo libro
descritti, sono selvaggi e naturali in questa e nelle altre isole e in terra
ferma, e da se stessi vi nascono e riempono buona parte de' boschi e delle
selve, bench alcuni anco di loro se ne coltivino, perch coloro che si
dilettano d'agricoltura li lavorano e li fanno migliori frutti produrre. Questi
alberi sono amici dell'aere del mare, perch per lo pi sempre si ritrovano non
molto lungi dalle costiere marine.


Dell'albero chiamato iaruma, e del suo frutto.
Cap. X.

Questi alberi della iaruma sono come fichi selvatici e assai grandi, e hanno le
foglie grandi e aperte o fesse molto, e maggiori di quelle di Spagna, ancorch
paia che vogliano nella fronde imitarle. Producono un frutto lungo come un deto
della mano, che pare un grosso verme, e sono questi frutti ben dolci. Questo
albero  grande quanto un mezzano albero di noce, bench ve ne siano anco
alcuni come grandi alberi di noce. Il suo legno non  buono, perch  leggiero
e bucato e fragile. Gl'Indiani stimavano questi alberi e dicevano che erano
buoni, ed essi se ne servivano in curarsi le piaghe. Di che non ho io veduto
fare isperienzia, come degli altri alberi de' quali al suo luogo si dir, ma ho
bene udito dire a cristiani, persone di credito, che l'hanno essi nelle persone
loro isperimentato, e lo lodano molto e dicono che sia caustico, e che le cime
tenere delle punte de' rami, pestate e poste sopra le piaghe, ancorch siano
vecchie, vi corrodono e mangiano la carne cattiva e vi fanno crescere la buona
e incarnano il luogo piagato, e col continovarvi questo rimedio vi inducono la
pelle e del tutto lo guariscono. Questi alberi sono molto comuni, e se ne trova
gran quantit in tutte queste isole e in terra ferma.


Dell'albero chiamato macagua, e del suo frutto e legno.
Cap. XI.

Il macagua  un gentile e grande albero, e il suo frutto  come olive picciole,
ma il sapore  come di ciriegie. Il legno di questo albero  assai buono per
lavorarsi, e la sua fronde  assai verde e fresca. Ma perch molti degli alberi
di questi luoghi si somigliano alla foglia, mi resto di descrivere in alcuni le
particolarit che nelle foglie hanno, salvo se le avessero segnalate e molto
dagli altri differenti, perch meglio s'intenda. Voglio inferire che in queste
Indie sono milioni d'alberi che hanno le foglie assai simili e della maniera
che le hanno le noci, salvo che sono o maggiori o minori, o pi larghe o pi
strette, o pi grosse o pi sottili, o pi o meno verdi. E sotto questa
generalit si somigliano molti alberi l'un l'altro.


Dell'albero chiamato auzuba, e del suo frutto.
Cap. XII.

L'auzuba  un grande e gentile albero, ma il suo frutto  un degli eccellenti
del mondo e sa come di buone pere moscatelle. Ne esce per tanto latte, e molto
viscoso, che per voler mangiarlo bisogna porlo nell'acqua, e ivi co' deti
stroppicciarlo, perch mangiandosi non s'attacchi alle labbra. Questo latte 
come quello che esce de' picciuoli de' fichi verdi, e pi fastidioso anco; ma
gettandosi in acqua il frutto (come s' detto) e stroppicciandosi con mani o
spremendosi, se ne esce tosto quel latte e resta nell'acqua. Questi alberi sono
grandi, e il legno loro  un de' migliori e pi forte e gagliardo che in tutta
questa isola Spagnuola siano.


Dell'albero chiamato guaiabara, che i cristiani lo chiamano uvero, perch
produce per frutto una certa maniera di uve, e del suo legno, con altre sue
particolarit.
Cap. XIII.

Il guaiabara  un buon albero e d'un gentil legno, massimamente per farne
carboni, perch, essendo albero sparso in rami e copputo, ancorch sia grosso
non  atto alle fabriche, e non serve per altro che per panche di macello e per
ceppi e altre cose simili, che gi non se ne possono cavare n fare travi n
viti da torcoli. Il legno di questo albero  alquanto rossetto, che pare sorbo
peloso, ma  pi gagliardo. Il suo frutto sono certi graspi d'uve, rare e
sparse e come rosate o pavonazze, e son buone da mangiare, ancorch poco da
mangiare vi sia, perch l'osso che hanno  soverchio rispetto alla grossezza
delle uve o granelli del raspo; perch li pi grossi granelli di queste uve
sono come palle di schiopetti o qualche poco maggiori, e alcune come avellane
con la scorza.
Ha questo albero la foglia nel modo che si vede qui lineata, e ve la ho posta
per essere cos differente e segnalata fra tutte l'altre. La maggior foglia 
di larghezza d'un palmo o poco pi, e altrettanto in lungo. Nel tempo che in
questa isola e nelle convicine e in terra ferma anco si continovava la guerra,
non avendo i nostri cos alla mano l'inchiostro e la carta, si servivano di
queste foglie per scrivere da un luogo ad un altro. E questa foglia verde 
grossa quanto sono due foglie d'ellera poste insieme l'una sopra l'altra, e
sono le sue vene rosse. Con un spiletto adunque, o con un ago picciolo,
scrivevano sopra queste foglie dall'un capo all'altro ci che volevano, perch,
essendo verdi o colte quel d dall'albero, v'appariscono le lettere intagliate
bianche e belle, e differenti dalla superficie della foglia, che resta intiera
fra lo scritto: e sono in effetto assai le lettere legibili, senza che si fori
n si buchi la foglia dall'un canto all'altro. E quelle vene che si veggono
(ancorch quella schiena principale che passa per mezzo sia grossicella) sono
tutte sottili, e non danno disturbo n impedimento alcuno allo scrivere.


Dell'albero chiamato copei, nelle cui foglie si pu medesimamente scrivere.
Cap. XIIII.

Il copei  un buon albero e di gentil legno, e ha la foglia come il guaiabara o
uvero che si  detto qui di sopra; ma il copei  assai maggiore albero, e ha la
foglia minore di quella del guaiabara, ma pi grossa al doppio e pi atta per
scrivervi con la punta d'uno spiletto o d'un ago, come si  nel precedente
capitolo detto. E le vene di queste foglie sono pi sottili, e meno impediscono
lo scrivere di quello che si facciano le vene delle frondi dell'uvero. E in
que' primi tempi della conquista di questa e dell'altre isole di queste Indie,
i cristiani ne facevano carte da giuocare, formandovi i re, i cavalli e le
donne, con tutte l'altre figure e punti, perch, essendo le foglie grosse,
acconciamente dipingere con l'ago vi si potevano, e si potevano anco poi
mischiare insieme, e vi si giuocavano molti danari, non potendo meglio averle.
Il frutto di questo albero non ho io mai veduto, ancorch abbia visto molte
volte le foglie.


Dell'albero chiamato gaguei, e del suo frutto.
Cap. XV.

Il gaguei  un albero che produce un frutto come fico, ma non gi pi grosso
che l'avellana, e dentro  proprio come un fico di Castiglia, bianco e pieno di
certi granelluzzi minutissimi, ma di buon sapore. Il legno di questo albero,
ancorch non sia de' buoni, non  per disutile, perch delle sue scorze, nel
tempo adietro, si facevano fune grosse e picciole e dagl'Indiani e dai
cristiani, e scarpe di queste corde medesimamente, quando mancava loro il
canapo o non ne veniva di Castiglia. E ancorch ne venisse, non restavano di
fare ogni sorte di corde delle scorze di questi alberi, perch ne riescono
assai buone e durano assai.


Dell'albero che chiamano cibucan, e del suo frutto.
Cap. XVI.

Il cibucan  un albero de' buoni che siano in questa isola Spagnuola, e ha la
foglia come salce, e produce un frutto come avellane bianche, e che ha dentro
granelli minutissimi che paiono lendini. E bench questa comparazione sia
brutta e schifa,  nondimeno il frutto dolce; e ho detto a quel modo perch
molti chiamano questo cibo il frutto o l'albero delli lendini, bench si possa
anco dire che come sale minutissimo siano. Il legno di questo albero  assai
buono; e sono questi alberi assai freschi e di bella vista. Non si ha
intendere, per questo nome di cibucan, che quella vite o soppressa dove si
spreme il pan cazabi si faccia di questo albero, n sia questo albero: perch
non ha a fare nulla con questo albero quella sacchetta o soppressa dove si
purga il cazabi, ma  solo perch la lingua di questi Indiani  povera, e con
una voce stessa chiamano molte cose; come si vede anco che non ha nulla che
fare con quel fiume chiamato Nigua quello animaletto maledetto minor che pulce,
che se ne entra ne' pi, e chiamato nigua medesimamente. Ma non ci debbiamo di
ci maravigliare, poich vediamo anco che il Portoghese chiama il coltello e
l'achinea d'uno stesso nome, faca; e il Castigliano, per onorare una donna e
dire che ella sia savia, la chiamer cuerda, e chiamer cuerda medesimamente
una corda d'arco o di balestra o altra corda comune. Questi stessi difetti
delle voci si ritroverebbono in molte altre nazioni e lingue, se noi volessimo
andarne cercando, bench nel vero sia questa lingua degl'Indiani brevissima.


Dell'albero guanabano, e del suo frutto.
Cap. XVII.

Il guanabano  un alto e bello albero, e ha un bel frutto e cos grande come
mezzani melloni; e ve ne ha alcuno cos grande quanto  la testa d'un
fanciullo.  verde questo frutto, e ha di sopra segnate certe squamme come la
pigna, ma le ha liscie e non rilevate come nella pigna si vede. Questo frutto 
freddo e atto per quando sono i tempi caldi; e bench si mangi un uomo una
guanabana intiera, non gli far male alcuno. Ha la scorza o la pelle cos
delicata e sottile come  quella d'un pero, e il mangiare di questo frutto 
come natte di latte o bianco mangiare, perch si stira e si fa a modo di
coreggia.  un cibo bianchissimo e si disfa tosto in bocca come acqua, con
buona e soave dolcezza. E fra la sua carnosit sono assai semente, grandi come
quelle delle zucche, ma pi grossicelle e di color di leonato oscuro. Sono
questi alberi, come ho detto, alti e grandi e belli e freschi, e con le foglie
verdi e fatte quasi come quelle del limone. Il suo legno  di buona sorte, ma
non forte e gagliardo.


Dell'albero chiamato anon e del suo frutto, che  simile assai alla guanabana.
Cap. XVIII.

L'anon  un albero il cui frutto ha gran somiglianza col frutto del guanabano,
del quale s' nel precedente capitolo ragionato. Anzi, l'albero istesso
dell'anon a quello del guanabano si somiglia, cos nella grandezza come nelle
foglie, e nella fattezza e garbo del frutto, e nella carnosit anco e sementa.
Ma in due cose sole sono differenti e vari: la prima  che l'anon ha il frutto
assai pi picciolo, e l'altra che il frutto dell'anon al gusto mio ha miglior
sapore, ancorch io senta da alcuni contradirmi, o perch essi hanno pi vivo
il gusto di me, e con pi appetito e voglia lo gustano, o l'hanno essi per
aventura pi aspero di me.  bene il vero che io son stato sempre pi amico
delle frutte che della carne e delle altre cose simili. Non dipingo questo
frutto altramente, perch ha le medesime fattezze che ha la guanabana, salvo
che la guanabana  verde e l'anon  giallo; ma hanno le medesime squamme ed 
un medesimo mangiare, bench al parer mio l'anon non sia cos aquoso, ma
alquanto pi denso e di miglior gusto, come ho detto, s'io non m'inganno. Il
legno dell'anon  come quello del guanabano, e dell'uno e dell'altro facevano e
fanno gran conto gl'Indiani ne' lor luoghi e poderi, e in gran pregio gli
hanno.


Dell'albero chiamato guaiabo, e del suo frutto.
Cap. XIX.

Il guaiabo  un comune albero in questa e nelle altre isole e in terra ferma,
ed  molto stimato ed  di buoni frutti e legno. Di questi alberi ne sono qui
una copia infinita selvaggi, ma sono minori di quelli che si coltivano, e
gl'Indiani hanno molta cura di coltivarli. Sono questi alberi cos grandi come
quelli delli naranci o melangole; ma hanno pi rari e pi sparsi i rami e non
cos verdi le foglie, ma della fattezza che sono quelle del lauro, bench
alquanto pi larghe e pi grosse e con le vene pi rilevate. Sono questi
guaiabi di due spezie, ma tutti producono una maniera di pomi, alcuni lunghetti
altri tondi; ma alcuni alberi fanno questi frutti rossi di dentro, altri li
fanno bianchi. Ma e questi e quelli sono di fuori verdi o gialli, se molto a
maturare li lasciano. Ma perch quando sono assai maturi non hanno cos buon
sapore e s'empiono anco di vermetti, gli cogliono alquanto verdi, e ne sono
alcuni cos grossi come grosse mele e minori anco. E bench stiano verdi di
fuora, ve ne sono alcuni di tale spezie che non per questo sono maturi di
dentro. Sono dentro massicci e divisi come in quattro quarti; e fra questa lor
carnosit cos distinta dentro sono certi granelli durissimi, ma s'inghiottono.
Ed  un buon frutto e di buona digestione, e molto utile per lo flusso del
ventre, perch lo fermano e lo ristringono quando si mangiano alquanto duri e
non del tutto maturi. Fra quelli granelli gi detti e la scorza sta quella
carnosit, cos grossa quanto  una penna d'oca e meno, secondo che sono grandi
o piccioli i frutti.
Chiamasi questo pomo guaiaba e l'albero guaiabo; e ha il frutto nella sua cima
una coronetta di certe fogliette picciole, che facilmente gli cadono. Ed  la
scorza di questo pomo cos delicata e sottile come d'un pero moscatello, e a
quel modo a punto si monda e scorza. L'albero fa buona ombra, ed  un gentil
legno che serve per molti lavori minuti, e non gi per vite da torcoli n per
travi grossi, perch il tronco e i rami sono torti e isgarbati. Ma il suo
frutto qui si tiene per buono, ed  comune in tutte queste Indie o nella
maggior parte, e sono nella spezie loro l'una guaiaba assai migliore
dell'altra. Si ritrovano anco per li boschi questi alberi, ma quelli che sono
selvaggi sono piccioli e il frutto anco mediocre. Ve ne sono alcuni di questi
alberi che il fior loro odora come quello del gelsomino o meglio, e si somiglia
questo fiore a quello del zaharo, ma non  cos grosso. Gl'Indiani piantano
questi alberi ne' lor poderi, e il medesimo fanno i cristiani. Ma chi non 
avezzo a mangiare di questo frutto non ne rester molto sodisfatto finch nol
continova, per cagione de' granelli, che bisogna che s'avezzi l'uomo a
inghiottire, come si fa anco nell'altre difficult e travagli di questi luoghi;
ma in effetto questi sono buoni frutti. Questi alberi presto invecchiano e van
via, perch in cinque o sei anni son vecchi, e ce lo insegna il frutto, che
ogni anno si fa minore e si diminuisce nella grandezza; e il sapore anco si va
peggiorando e si fa pi aspero. E per si vogliono sempre riporre e pastinare
degli altri nuovi guaiabi, e in buono terreno, perch questo albero meglio che
niuno altro riconosce il buon terreno, e nelle terre leggiere rade volte vi
fanno bene.


Dell'albero del mamei e del suo frutto, chiamato del medesimo nome.
Cap. XX.

Il mamei  un de' belli alberi che possa avere il mondo, perch son grandi
alberi e con molti rami e vaghe foglie, e sono copputi e verdi e freschi, e
cos grandi come sono i grandi alberi delle noci di Spagna, bench co' rami pi
in s raccolti e non cos sparsi. La grandezza della sua fronde  quanto quella
delle noci e pi, perch  lunga un palmo e il lato  a proporzione del lungo;
ed  fatta nel modo che qui lineata si vede, ed  pi verde da una banda che
dall'altra, ed  pi grossa che quella della noce.
Il frutto di questo arbore  il migliore che sia in questa isola Spagnuola, e
di buon sapore, ed  tondo al possibile, bench ve ne siano alcuni non tanto
tondi.  grosso quanto un pugno e mezzo, e come un pugno, e qualche poco meno.
Ha una scorza che pende al color leonato, ed  aspera alquanto e simile alla
scorza delle perazze, ma  pi dura e pi densa. Alcuni di questi frutti hanno
un osso, altri ne hanno due, e alcuni tre giunti insieme ma distinti nel mezzo
del pomo, a modo di semi, coverti d'una teluzza sottile. E questi semi hanno il
colore e la coverta d'una castagna mondata; anzi, tagliandoli si vede che hanno
dentro la carnosit della castagna, e le sono simili, di modo che per essere
castagne non manca loro altro che il sapore, percioch questo osso, o seme per
dir meglio,  amarissimo come un fele. Fra la teluzza sottile che cuopre questo
osso e la prima scorza di sopra del pomo sta una carnosit di color leonato o
quasi, e ha sapore di cotogno o di persico, anzi ha migliore sapore, ma non 
cos sugosa come il persico, n cos odora. Posta una fetta della carnosit di
questo frutto in un piatto, da chi non lo conoscesse e non l'avesse veduto
tagliare sarebbe giudicato per un cotogno di quelli di Valenzia buoni, ancorch
non avesse cos il sapore di zuccaro. La carnosit che  in questo frutto, fra
l'osso e la scorza di sopra,  grossa un deto o poco meno ne' frutti grossi, e
alcune volte assai meno della met d'un deto, secondo la grandezza o la
picciolezza del mamei. Quando si parler delle cose di terra ferma, si diranno
di questo stesso frutto e albero molte altre particolarit, perch ivi questi
alberi sono differenti, non nella grandezza n nella fattezza della foglia, ma
nel sapore e grossezza del frutto e in altre particolarit. Il legno di questo
albero  bello a vedere e assai grosso, ma non  forte, n dura tanto quanto
gli altri negli edificii.


Delle pergole e viti selvagge di questa isola.
Cap. XXI.

Dove feci menzione degli alberi portati di Spagna, dissi che erano in questa
citt molte viti che producevano buone uve, e cos ne sono nelle possessioni e
in molte altre parti e terre dell'isola, che ne vennero i sarmenti di Castiglia
per piantarli in questi luoghi. Di pi di questo dico ora che, cos in questa
isola come nell'altre circonstanti e in terra ferma, sono viti selvagge che
producono buone uve nere, delle quali io ho molte volte mangiato. Dico buone
per esser selvaggie; e queste viti si veggono comunemente in tutte quest'Indie.
E di queste tali viti mi cred'io ch'avessero principio tutte le uve che si
trovano, e che questa sia una pianta comune nel mondo. Non si piantano qui come
si fa nel paese nostro di Castiglia nel regno di Toledo, ma qui montano su in
alto abbracciandosi con gli alberi; e io penso che qui se ne farebbono belle
possessioni e arbusti, nel modo che si veggono in Italia nel regno di Napoli le
viti del vin greco e d'altri vini perfetti, appoggiate alle salci, agli oppi e
ad altri alberi. In Barzellona anco e Catalogna ho io veduti alcuni di questi
pergoletti e viti poste sopra gli albori; ma in Terra di Lavoro nel regno di
Napoli sono buone uve di queste viti, cos presso quella citt come presso
Capua, Aversa, Sorrento, Somma e altri luoghi di quel regno, e in Lombardia
medesimamente e in altre parti di Italia. Dico che qui vi farebbono anco bene,
se le sapessero coltivare e averne cura, perch io ho veduto in queste Indie
una vite di queste d'alberi grossa quanto un braccio d'uomo e pi. E non 
dubbio che, dove la natura da se stessa produce alcuna di queste cose, molto
meglio vi farebbono essendo aiutate dall'industria degli uomini, con
l'adacquare e altre diligenze che sogliono i buoni agricoltori usare, come 
l'innestare, il potare, il letamare e adacquare a' suoi tempi, e altre cose che
si potrebbono a questo proposito dire.


Delle morole di questa isola Spagnuola.
Cap. XXII

In questa isola Spagnuola sono molte morole di quelle di Spagna, e nell'altre
isole convicine medesimamente, e in alcuni luoghi anco di terra ferma. E bench
nel vero queste non si possono porre per alberi in Castiglia, qui nondimeno
sono, perch hanno i tronconi e i rami pi grossi, e s'inalzano su pi che non
fanno quelle di Spagna. E in effetto  frutto, ma alquanto minore di quello che
producono le spine o morole di Castiglia, e hanno il medesimo sapore, e non
sono meno i loro rami spinosi, e hanno le medesime foglie.


Delli cardoni ne' quali nasce il frutto chiamato pitahaia.
Cap. XXIII.

La pithaia  un frutto grande quanto un pugno chiuso, e alcune poco pi o poco
meno. Nasce in certi cardi assai spinosi e brutti alla vista, perch non hanno
foglie, ma certi rami solamente o braccia lunghe, che servono in luogo di rami
e di foglia, e hanno quattro schiere o angoli; ognuno di questi rami  lungo un
passo, e fra angolo e angolo si vede un canaletto. E per tutti gli angoli e
canali si veggono di passo in passo sparse e nate certe spine fiere e acute,
cos lunghe quanto  la met del maggiore deto della mano e pi, e stanno
queste spine a tre a tre e a quattro a quattro. Fra queste foglie o rami nasce
questo frutto chiamato pithaia, che  rossissimo, come un carmesino rosato, e
ha come certe squame segnate su la scorza, che nel vero non vi sono; e ha una
certa scorza grossa, ma che facilmente con un coltello si taglia; e dentro sta
pieno di granelli come un fico, mischiati con la carnosit del frutto. E tanto
questa come quelli sono di colore d'un fino carmisino, e si mangia tutta questa
mistura con tutti i granelli. Quello che viene da questa mistura tocco, resta
cos tinto in rosso come lo sogliono i celsi nel fare, o pi.
Questo  un sano frutto e al gusto di molti piace, ma io eleggerei degli altri
pi tosto che questo, il quale fa nell'urinare quello effetto che fa la tuna,
che  un altro frutto del quale qui appresso si parler; ma nol fa cos presto,
perch due ore doppo che ha l'uomo due o tre di questi frutti mangiato fa
l'urina che pare un vero sangue. Non  cattivo frutto n dannoso, ed  molto
vago alla vista, ma i cardoni dove essi nascono  una cosa fiera e orrida; i
cardoni sono verdi e le spine berrettine o bianchette, e il frutto rosso, come
s' detto, e nella forma che s' qui lineato. Chi vuole torre una pithaia del
cardo dove ella  nata non bisogna aver fretta, ma usarvi avertenza, perch
quelli cardi pungenti son molti e ristretti insieme e bene armati.


Di certi cardi alti e dritti come picche lunghe, quadri e spinosi, e chiamati
cerii dai cristiani, perch paiono cerii o torchi di cera, fuor che nelle
spine.
Cap. XXIIII.

I cardoni o cerii che chiamano i cristiani in questa isola, sono una maniera di
cardi assai spinosi e selvaggi, in tanto che non  in loro parte onde si
possino toccare, perch d'ogni verso si ritrovano fiere e pungenti spine,
bench la natura ve l'abbia poste con un certo ordine e a compasso l'una
dall'altra distante. Questi cerii sono assai verdi e tanto alti quanto una
lancia, e alcuni quanto una picca e altri pi piccioli, e sono cos grossi come
 nella sua polpa la gamba d'uno uomo che sia n grossa n sottile. Nascono
questi cerii insieme e molto diritti, come qui desegnati gli abbiamo; e
producono uno frutto rosso come un carmesino e grosso quanto una noce, e dolce
e buono a mangiare, ma pieno d'infiniti granelli; e dove il suo succo tocca vi
tinge di un color rosso acceso, onde e le labbra e le mani di chi ne mangia se
ne sogliono di questo colore tingere. Non  frutto da desiderarlo, ma non 
per di male gusto n che non si possa mangiare, quando  maturo e ben
stagionato. Questi cardi, poi che sono cresciuti quanto hanno a crescere,
s'invecchiano e si seccano, e nascono loro presso altri teneri e nuovi
rampolli; di modo che i nuovi stanno verdi e con le spine berrettine, e gli
antichi e vecchi stanno secchi, e tutti insieme in un drappello.
Non ho potuto sapere in che si servivano gl'Indiani di questi cardi, i quali in
terra ferma, nella provincia di Nicaragua, si veggono posti nelle possessioni
degl'Indiani; onde, perch mi pare che per lo frutto solamente non siano cosa
di dovere molta cura averne, suspico e vo pensando che ivi per qualche maggior
effetto, over per qualche loro speziale propriet gli conservano. E cos
doveano fare qui in questa isola quando era dagl'Indiani abitata, bench ne'
boschi anco di questa isola si veggono molti di questi cardoni. Ma quello che
ora si vede imboscato, e vi si ritrovano di questi cerii, nel tempo passato
s'abitava. E questo  tutto quello ch'io ho potuto comprendere in questa cosa;
e per aventura questo frutto, che a me non pare sustanzievole n di soave
sapore, dee altro gusto aver nel palato degl'Indiani, o pur per altro effetto
li pregiano, che i cristiani fino a quest'ora nol sanno. Io in questa isola non
ho potuto pi intendere di quello che detto se ne .


Delli cardi delle tune, e del frutto loro.
Cap. XXV.

Poich s' nel precedente capo ragionato de' cerii, che son cardoni, e s'era
anco pi su degli altri cardi delle pitahaie parlato, parmi dover anco qui dire
di certi altri cardi, che tune chiamano, e dell'istesso nome dicono il frutto
loro. E perch appresso nel decimo libro si parler dell'albero delle
saldature, ricordisi il lettore di queste tune, perch le foglie di questi
cardi hanno gran somiglianza con quelle dell'arbore ch'io dico; n sono fuori
d'opinione che questi stessi cardi in quegli alberi si convertano. E ancorch
questo non sia (perch nel vero quanto al frutto sono molto differenti), alla
vista nondimeno danno ad intendere che hanno qualche affinit insieme, per la
somiglianza che hanno e delle frondi e delle spine. Questi cardi o tune fanno
certi graziosi fichi, che sono il loro frutto, lunghi e verdi e alquanto in
parte rubicondi di fuori; lo scorzo  come certe coronette in cima, come hanno
le nespole di Castiglia, ma dentro sono molto rosse, che pendono alla rosa
secca, e sono piene di granelli come i veri fichi. E la scorza di questo frutto
 come quella del fico o poco pi grossa. Sono di buon gusto e di buona
digestione, e se ne vendono ogni d qui su la piazza di questa citt. I cardi
dove questi frutti nascono hanno le foglie alquanto ritonde e molto grosse e
spinose, e per li cantoni e per lo piano loro hanno le loro pungenti e acute
spine, a tre e a tre, a quattro a quattro e pi insieme. Ed  ciascuna foglia
cos grossa quanto  la met over la terza parte della grossezza di un deto
della mano di uno uomo, ed  tanto grande quanto  una mano aperta con tutti i
deti, e alcuna ne  meno, perch vanno crescendo e d'una fronde nascono l'altre
per i cantoni, e da queste altre l'altre. E cos si vanno inalzando in su
questi cardi o tune, finch sono tanto alti che arrivano ai ginocchi, o tre
palmi alti da terra, poco pi o meno. E in questo dell'andare a questa forma
crescendo, e nelle frondi anco e spine, si somigliano all'albero delle
saldature che ho detto di sopra, e del quale si ragioner appresso.
Ho di sopra chiamato grazioso questo frutto perch, mangiandone cinque o sei, 
gran burla per chi non n'ha mangiato mai, ed  per porlo in molto pensiero e
spavento di morte, bench non vi sia pericolo alcuno. E, come uomo che l'ho
provato, dir quello che m'avenne la prima volta ch'io ne mangiai, che certo io
averei pagato quanto aveva per ritrovarmi dove mi fosse potuto consigliare col
medico e cercare rimedio alla vita mia. E fu di questo modo. Venendo io nel
1515 da terra ferma in questa citt di San Domenico, doppo ch'io mi sbarcai nel
fine di questa isola Spagnuola, me ne veniva per la provincia di Sciaragua,
accompagnato da molti, fra' quali vi era il pilotto Andrea Nigno. E perch
alcuni de' compagni erano pi pratichi di me nel paese e conoscevano questo
frutto delle tune, ne mangiavano volentieri, perch ne ritrovavamo molti per la
campagna. Allora io cominciai a fare loro compagnia, e ne mangiai alquante e mi
seppero molto buone. Quando fu poi ora di fermarci per mangiare, smontammo da
cavallo nella campagna presso ad un fiume; e io mi tirai alquanto da parte per
urinare, e urinai una gran quantit di sangue vero (che cos mi parea che
fosse), e non ebbi anco ardire di urinare tanto quanto avrei potuto e che la
necessit mi richiedeva, dubitando che a quel modo non vi avesse anco col
sangue lasciata la vita, che io senza alcun dubbio mi tenni di avere tutte le
vene del corpo aperte e rotte, e che mi fosse tutto il mio sangue che indosso
aveva concorso alla vescica. Come persona adunque che non aveva di quel frutto
isperienza, n sapeva la composizione dell'ordine delle vene, n la propriet
delle tune che avea mangiate, restai spaventato e mi si cambi per paura il
colore. Allora mi s'accost Andrea Nigno, che fu quel pilotto che si perd poi
nel mare del Sur, nel discoprimento del capitano Gil Gonzales d'Avila, come si
dir appresso al suo luogo. Costui, che era persona da bene e mio amico,
volendo burlarmi disse: "Signore, mi pare che voi tegniate un mal colore. Come
vi sentite? Duolvi cosa alcuna?" E dicea questo cos sul saldo e senza
alterazione che io credetti che, condolendosi del mio male, mi parlasse da
dovero. Io li risposi che non mi doleva nulla, ma che avrei dato il mio cavallo
e quattro altri anco per ritrovarmi presso a San Domenico o presso il
licenziado Barreda (che  un gran medico), perch senza alcun dubbio credeva di
tenere rotte quante vene nel corpo aveva. Detto che io ebbi questo, non puot
egli pi coprire le risa. E perch mi vidde in affanno (e nel vero non era
poco), soggiunse ridendo: "Signor, non dubitate, perch le tune son quelle che
questo effetto fanno, e quando ritornarete ad urinare ser l'urina men turbida
assai, e alla seconda o terza volta che urinerete appresso non vedrete pi tal
colore, n avrete bisogno del licenziado Berreda, n vi bisogner offerire i
cavalli per la salute vostra". Io restai consolato e in parte curato, per non
del tutto, finch m'avidi che fra gli altri della compagnia ve ne erano alcuni
novizii e spaventati medesimamente per la medesima cagione, e ne stavano nel
medesimo affanno. Ma indi a poco ci avedemmo che il pilotto ci dicea il vero,
onde io mi ritrovai cos lieto come se fossi uscito del maggior pericolo del
mondo; perch mai non desiderai di morire con nome di goloso n di vizioso,
anzi molte volte mi restai di mangiare, avendone gran necessit, solamente per
non mangiare d'alcune cose che ho veduto in queste parti mangiare gli altri
uomini. S che, ritornando al proposito, questo frutto  molto grazioso e da
burla, ma non di picciolo spavento per chi non l'ha isperimentato.
Di questi frutti in molte parti di questa isola se ne veggono i campi pieni. E
di questi cardi pongono per riparo in questa citt su le mura de' cortigli e
de' giardini, accioch non vi possa altri entrare di sopra; e sono peggiori
assai che non sono i calambroni di Spagna, e di pi irte e pungenti spine.
Nelle altre isole di San Giovanni, di Cuba e di Iamaica io ho veduto
medesimamente di queste tune e cardi, e in altre isole anco, perch sono molto
communi in queste Indie. Hanno le frondi verdi e le spine berrettine, e il
frutto del modo che s' detto. E quando si mangia fa le labbra e la mano, e
dovunche il suo succo tocca, come sogliono fare i celsi neri di Castiglia, e
tarda tanto a girsene questa tintura via quanto fa quella stessa de' celsi, e
pi anco.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli alberi
selvaggi.

Libro nono

Proemio



Non si tolga pena il lettore s'io mi trattener in alcune particolarit degli
alberi selvaggi di questa isola, e in quelli di loro che sono atti e utili per
gli edificii e per gl'altri servigi dell'uomo; poich qual si voglia cosa o
particolarit che delle opre della natura si dica  da mirarsi e considerarsi
molto, cos nella forma e differenza e composizione della lor bellezza come
negli effetti, cos differenti l'un dall'altro.
Veggiamo che la natura fa alcuni alberi di molta altezza, e con molti rami e
differenti di frutti; altri ne fa ignudi e senza foglie la maggior parte
dell'anno, bench quelli di queste parti non le perdano mai e se ne veggano
sempre coverti, fuori che assai pochi. E quello che  di maggior maraviglia,
non vediamo cosa alcuna disutile e che non sia necessaria, fuori che quelle
delle quali non sanno i secreti gli uomini, e la forza e virt che ha la natura
in lor posta. Quello che io in questa materia dir, sar assai poco in
comparazione di quello che se n'ha a dire e se n'ha a sapere col tempo
appresso; ma io mi sforzer di scrivere quello che ho potuto di queste materie
intendere. Io dico che, nel generale, gli alberi che sono in queste Indie sono
cosa da non potersi per la lor moltitudine esplicare, perch se ne vede cos
coverta la terra, e con tante differenze e dissomiglianze, cos nella grandezza
loro come nel tronco e rami e frondi e frutti, che n anco gl'Indiani istessi
li conoscono n sanno i lor nomi dire, quanto meno i cristiani, a' quali 
questa cosa cos nuova, e non conosciuta n vista prima da loro.
In molte parti non si pu vedere il cielo di sotto a questi alberi, cos alti
sono e densi e pieni di rami. E in molti luoghi non si pu andare fra loro,
perch, di pi della spessezza degli alberi, vi sono tante piante e tante
intricature e rivolgimenti di spine e d'altre materie, che con gran travaglio e
a forza di taglio di ferro bisogna aprire il cammino. Quello in effetti che in
questa materia dire si potrebbe  un mar magno, perch, ancorch si vegga, per
lo pi non si sa n s'intende, non se ne sapendo i nomi (come s' detto) n le
loro propriet. Ve ne sono alcuni di questi alberi di buono odore e di vaghi
fiori, altri di varii frutti selvaggi, che i gatti mammoni solamente gli
intendono, e sanno e conoscono quelli che sono loro al proposito. Ve ne sono
altri cos spinosi, e di cos pungenti spine armati, che non si lasciano da
niuno toccare. Altri ve ne sono di mala vista, selvaggissimi; altri carichi
d'hellere e di besuchos e d'altre simili cose; altri pieni dal pi alla cima di
certe fila, che pare a punto che stiano coverti di lana filata senza esservi.
Altri tengono i frutti, altri i fiori, altri cominciano ad aprire e a
germogliare le foglie, e tutti in un tempo stesso. E cos varie spezie
d'alberi, in un stesso tempo e in qual si voglia parte dell'anno si godono in
differenti maniere del tempo.
E per questa cagione lascier questo per ora, perch questo mare di differenze
e di spezie d'alberi s'anderanno meglio col tempo intendendo che non si fa ora,
che non s'intende altro che la grandezza e vaghezza di queste foreste e boschi,
che occupano la maggior parte di questa terra. Ma con tutto questo, ancorch
pochi anni siano che in queste parti i cristiani passarono (poi che io con
questi occhi viddi e conobbi i primi, come viddi pi volte il primo admirante
don Cristoforo Colombo e il pilotto Vincenzo Iannes, e altri che con loro nel
primo viaggio vennero), non mi maraviglio di quello che non s'ha potuto fin qua
intendere, ma del molto che se ne sa e conosce in cos poco tempo. E cos io
dir qui d'alcuni alberi ed eccellenti legni, de' quali gli Spagnuoli si
servono ne' lor lavori ed edifici, e che qui per selvaggi si tengono. Chiamo io
selvaggi quelli che non producono frutti che si possano mangiare; perch di
quelli che hanno il frutto buono s' detto nel precedente libro, bench quelli
anco per lo pi siano dalla natura sola coltivati, e non dalle mani degli
uomini. Parlo di quelli che non si portarono di Spagna. Pur tuttavia ricordo al
lettore che non si tenga per sodisfatto in questa materia, come n anco nelle
altre passate o che sono per dirsi in questa prima parte, finch non legger
anco la seconda e la terza, dove si tratter delle cose di terra ferma; e vi 
molto pi che notare in tutte queste materie che per allora si serbano, come
quelle che a quella contrada e non a questa appartengono.


Dell'albero che qui chiamano spino i legnaioli, e in che se ne servono.
Cap. I.

Lo spino di questa isola Spagnuola, del quale i legnaioli o maestri di legname
si servono,  un buono albero e utile;  di forte e bianco e buon legno, che 
della maniera e vista che sono il granato o melarancio. Si servono i legnaioli
di questo legno in molte cose della loro arte, come per farne carrieghe da
poggiarvi le spalle e seggie picciole, e fusti per selle di ginetti, e
guarnimenti di porte e finestre, e altre simili cose, nelle quali non bisogna
esser larga la tavola n il legno molto lungo e diritto n molto grosso.


Degli alberi delle pigne di questa isola Spagnuola.
Cap. II.

Sono in questa isola molti alberi naturali di pigna e grandi e piccioli, tutti
selvaggi, che non producono pigne se non picciolissime e vote. Ma  questo un
buon legno, ancorch qui non se ne servono per averlo lontano, e perch non 
cos dolce n tale quale  il legno delle pigne di Castiglia. Questo ha molti
pi nodi e gomma di quelle.  molto selvatico e ha grande odore, ma pi
fastidioso di quel delle pigne di Spagna. Le foglie e di questi e di quelli 
una medesima cosa, e la scorza medesimamente; ma questi di qui sono pi pieni
di foglie e sono pi perfetti pini, ma non sono cos alti n cos grossi n
cos dritti come quelli di terra di Conca e dell'altre parti di Spagna.


Degli alberi delle noci di questa isola Spagnuola.
Cap. III.

Nelli boschi fieri, e nelle selve e montagne di questa isola, sono alcuni
alberi di noci grandi, che e alla vista e all'odore e alla foglia e al frutto
anco, cos nella prima vista, sono come quelli di Spagna; salvo che le noci di
questi di qua non sono perfette, n se ne pu ben cavare il frutto n si pu
mangiare. Dicono questi agricoltori e persone intendenti che, se
s'innestassero, si farebbono buone e perfette noci, cos nel frutto come nel
resto, perch nel vero queste sono noci selvatiche e il legno loro  buono.


Delle palme che in questa isola Spagnuola sono.
Cap. IIII.

Sarebbe lunga cosa a volere referire le palme che sono in questa isola, con le
lor differenti foglie, perch sono molte, con la gran variet che hanno ne'
frutti e negli ossi, che di molte sorte e varie forme producono. Alcune hanno
le foglie della maniera che l'hanno le palme che producono i dattoli, e se ben
queste non producono dattoli, sono nondimeno i lor palmiti buoni. Alcune altre
hanno la foglia come una palma di mano aperta co' diti stessi: e questa anco
pare che si confaccia pi col nome di palma, e sono buoni medesimamente i suoi
palmiti o cime tenerelle, quando queste palme son basse e non sono molto
cresciute. Altre palme vi sono che, quando esse sono picciole, sono anco i lor
palmiti buoni. E queste non crescono molto, e fanno tre differenzie nel
troncone o pedale loro, perch la prima parte del tronco presso terra  molto
dura; la seconda, che fino alle foglie si stende,  pi grossa che la prima, e
pi verde e pi liscia; e questa sua grossezza  cos gonfia che pare che sia
pregno l'albero, perch sta come la borsa dove le cipolle producono la loro
semente. La terza parte poi  la rotondit delle sue foglie, le quali producono
per frutto certi come pater nostrelli, che non son buoni a mangiare. In quella
seconda parte gonfia del troncone cavano molte volte e fanno i lor nidi i
passeri carpentieri, de' quali si parler nel 14 libro, quando si ragioner
degli uccelli di questa isola; perch in questo albero, per essere men duro,
possono pi che in altro albero cavare col becco e farvi il lor nido.
Finalmente in questa isola sono sette o otto maniere di palme e, come ho detto,
non producono frutto se non certe ossa di varie sorti. Ma della maggior parte
di questi alberi ne sono buoni palmiti o cime, salvo che dalle palme nere, che
sono sottili e spinose, e non pi grosse che aste di lancia, e producono certe
ossa con tre buchi, e ognun di loro  grande quanto  una picciola noce o meno.
Delle palme che si sono dette prima ne  buono il legno per poche cose, come 
per farne casse da zuccari e per coprirne le case al modo degli Indiani, e sono
di poco costo. Ma quando si tratter delle cose di terra ferma, vi sar assai
pi che dire, in questa materia delle palme, di quello che se ne  detto;
perch palma medesimamente  l'albero dove nasce quello eccellente frutto che
si chiama cocos, del quale allora si parler, e perch d'altre palme nere anco
si fanno li bastioni co' quali gl'Indiani in quella contrada combattono, e le
pertiche e le lancie che essi usano medesimamente.


Dell'albero de' pater nostri e del sapone.
Cap. V.

Sono qui anco, e in queste isole e in terra ferma, certi alberi che si chiamano
de' pater nostri e del sapone, la foglia de' quali si somiglia alquanto a
quella delli felci, ma  picciola. Questi alberi sono alti e di buona vista, e
fanno un frutto grosso come avellana o poco meno, che non  buono a mangiare;
ma vi ha dentro un osso nero e grande quanto  una pallotta di schiopetto.
Posto questo frutto con acqua calda sopra drappi, insaponer come pane di
sapone, ma i drappi continovandolo si consumeranno; ma pu ben supplire per una
necessit. L'osso che ho detto che  nero, ponendolo al sole pare che rosseggi;
e di questi ossi, bucandoli, se ne fanno pater nostri come quelli di ebano o
meglio, perch sono pi leggieri e di miglior lustro, e non si rompono cos
facilmente come l'ebano. Ciascuno osso di questi ha dentro un seme picciolo e
amaro, e questi pater nostri li fanno della grandezza che vogliono, e tutto
quello che crescono  come una pallottola di schioppo; e il frutto  grande
come ciriegia o chisciola, e si seccano al sole e vi resta alquanto di color
giallo, e quella carnosit  quella con la quale s'insapona, e ha una coronella
nera.


Dell'albero chiamato mangle.
Cap. VI.

Mangle  un albero de' migliori che siano in queste parti, e si trova e vede
comunemente in queste Indie; e per farne legni grossi per le case degl'Indiani,
e per pancuccie e guarnimenti di porte e di fenestre e per altri lavori minuti,
 dei migliori legni che in queste parti siano. Questi alberi nascono nei
luoghi fangosi, e per le costiere del mare e dei fiumi, e per li ruscelli e
torrenti che corrono al mare. Sono alberi molto strani alla vista; la loro
foglia  alquanto maggiore di quella dei peri grandi, ma  pi grossa e qualche
poco pi lunga. Ne nascono infiniti insieme, e molti dei rami loro pare che si
tornino a convertire in radici; perch, di pi dei molti rami che con le lor
foglie vanno in su, alti e distinti l'uno dall'altro, come in tutti gli altri
alberi si vede, ve ne sono molti altri, e grossi e piccioli, senza foglie, che
vanno con la cima in gi fin sotto l'acqua ad apprendersi e arradicarsi sotto
la terra o l'arena, e appresi gettano altri rami in su; e vi stanno cos fissi
in terra come il pedale principale dell'albero, di modo che pare che questo
abbia molti piedi attaccati tutti l'uno con l'altro. E nel vero quella di
questi alberi con tanti piedi e rami volti a quel modo  una bella vista,
perch questa spezialit  in questo albero singulare. Questo albero produce
certe guaine di duo palmi o pi, lunghe e grosse come i cannelli della
cannafistola; e sono di color leonato, e dentro di loro  una certa medolla a
maniera del midollo che  dentro l'osso, e gl'Indiani la mangiano quando non
hanno altro che mangiare, perch  assai amara; ma essi dicono che  un cibo
molto salubre, bench mi facesse gi infermo, ancorch io non sia stato molto
delizioso n sia restato di mangiare quanto ho veduto mangiare agli altri delle
cose oneste, e con necessit e alle volte anco senza necessit, per provarle e
potere meglio scriverle. E a questo modo provai anco questo frutto, ma egli 
bestial cibo e da gente selvaggia.


Dell'albero che qui chiamano cedro.
Cap. VII.

In questa isola Spagnuola sono certi alberi che chiamano cedri, ma nel vero non
sono. Perch hanno un certo miglior odore che gli altri alberi, gli hanno di
questo nome gli maestri di lavorare legname chiamati.  un buon legno per
lavorarlo e farne casse picciole e altre simili cose, e guarnimenti di finestre
e porte. Questo  un arbore nel quale non fa tanto danno il tarlo o il vermo, e
perci hanno alcuni detto che il tarlo non vi possa e non vi entri; e
s'ingannano forte, perch s' provato molte volte e se ne  veduto il
contrario, come negli altri alberi si vede, che se ben al gusto e alla lingua
dell'uomo pare questo legno pi amaro degli altri, non per questo il gusto
delli vermi e dell'uomo sono una cosa stessa.


Delli roveri di questa isola Spagnuola.
Cap. VIII.

Sono in questa isola Spagnuola grandi roveri naturali di questi luoghi, e sono
come quelli di Spagna, e di gagliardo e forte legno. Le sue foglie sono come
quelle delli roveri di Castiglia. Di questo albero e di quello che si dir nel
seguente capitolo si fanno le fusa, le assi e le ruote degl'ingegni da zuccaro
in questa isola, e i travi grossi medesimamente per le viti o soppresse, che
sono assai lunghi e grossi, di modo che, lavorati a quattro faccie, sono di
settanta e d'ottanta piedi lunghi e di sedeci palmi e pi di grossezza intorno;
che certo  una gran cosa, e sono assai belle pezze di legni a vedere, per la
loro lunghezza e grossezza. E, come ho detto, questo legno  assai forte e
buono.


Dell'albero chiamato caoban in questa isola Spagnuola.
Cap. IX.

Il caoban  uno albero de' maggiori e migliori e di miglior legno e colore di
quanti in questa isola Spagnuola ne siano. Questo legno  assai rosso, e se ne
fanno buone porte e tavole e casse e tavoloni, per quello che l'uom vuole, e
medesimamente bellissimi travi, e cos lunghi e grossi quanto altrui piace;
onde in tutte le parti del mondo sarebbe questo legno istimato molto, perch 
molto forte. Di questo caoban si fanno medesimamente (come s' tocco di sopra
nel precedente capitolo) bellissimi e grossissimi travi per le viti
degl'ingegni da zuccari, e gli assi anco e fusi e ruote, e tutte quelle altre
cose che fare ne vogliono. Per le travature degli edificii delle case, in
questa citt e negli altri luoghi dell'isola, questo legno  migliore di tutti
gli altri, perch, oltre che  forte e anco bello,  di vaga superficie.  bene
il vero che, per essere moderne le terre di questa isola, si vede che presto si
tarla e guasta dai vermi questo legno, il che pu essere per aventura nato dal
non essere stato tagliato a tempo e con la stagione, o dal non essere lasciato
asciugarsi, ma si  tosto lavorato e posto cos verde negli edificii. Ma questo
si va ogni d negli edificii correggendo, e lo tagliano nella mancanza della
luna, e chi pu lo lascia stare per qualche tempo tagliato prima che lo lavori
e ponga nell'edificio. Ma in effetto il legno  un de' migliori che in questa
isola siano.


Del therebinto di questa isola Spagnuola.
Cap. X.

Dicono alcuni che in questa isola Spagnuola e in terra ferma anco siano
therebinti, e come alcuni affermano di questo albero si fa la terbentina. Ma,
per li segnali che ci d Plinio del therebinto nel sesto capitolo del
decimoquarto libro, io vi ho mirato su, e mi paiono questi assai differenti da
quelli che egli descrive. Dice Plinio che il therebinto maschio  senza frutto,
e che il feminino  di due spezie: l'una fa il frutto rosso e grosso quanto una
lentecchia, l'altra lo fa giallo, che matura ad un tempo con le viti, e non 
maggior che una fava, ed  di piacevole odore, e toccandolo lo sentiamo
resinoso, e nasce in Ida, monte di Troia. Ma in Macedonia questo albero 
picciolo a maniera di frutice, l dove in Damasco di Soria  grande. Il suo
legno  molto pieghevole e dura assai, ed  d'un vago e nero splendore, e fa il
fiore come l'oliva, ma rosso, e ha le foglie sparpagliate. Produce certe
pallotte, dalle quali nascon certi animali come zanzali, che cantano, e produce
un certo liquore viscoso e come resina che dalla scorza esce. Dice anco che il
maschio in Soria produce il rhus, e la femmina  sterile, e ha la foglia come
l'oliva, ma alquanto pi lunga e pilosa, e sempre i pidicini delle foglie
stanno al contrario posti fra loro, e i rami son sottili e corti; e di questi
si fanno le pelli bianche, e la lor sementa  simile alle lentecchie, e si fa
rossa insieme con le uve.  chiamato rhus, e serve nelle medicine.
Fin qua dice Plinio, e io l'ho scritto di lungo accioch, ancorch non fosse
therebinto quello che qui alcuni therebinto chiamano, possano le genti stare
avisate per quel che Plinio ne dice e mirarvi bene, occorrendo loro il bisogno;
che io non dubito che per questi luoghi siano molti eccellenti e necessarii
alberi, che ogni d si veggono e non si conoscono.
Io in persona mi sono molte volte andato travagliando e inquirendo di questo
albero, mentre che mi sono ritrovato in cammino per questi boschi e in varii
luoghi di queste isole e di terra ferma, e s'uno albero con un di questi
segnali s'aviene, si discorda poi ed  differente dagli altri segni. Ma le
genti che hanno poco isperienzia delle cose, tosto che un solo segnale in un
albero veggono, o una apparenzia di qualche pianta o veduta o udita, li danno
senza avervi molto pensiero quel nome, a punto come se avesse tutte quelle
qualit e circonstanzie che avere dovrebbe; come a punto in questo therebinto
aviene.
Io ho veduto qui che d'alcuni alberi si producono e ne escono quei zanzali che
si sono detti di sopra, e d'alcuni altri nascano certi pavegi o farfalla, come
d'altri nascano vermi e gorgoglioni e altri animaletti di diverse spezie. E
sono anco diversi alberi che generano i medesimi animali. A questi therebinti
di qua, o qualunque alberi si siano che cos si chiamano (che gi non cresce
per questo loro l'autorit), manca molto di quel che Plinio diceva perch tali
alberi siano; percioch, se ben gettano resina, non  per terbentina, senza
che n lo sente, n il frutto si conforma con quello che egli del therebinto
dice. Questi sono grandi alberi, e sono i zanzali lor molto amici; ma non hanno
la sementa che dice Plinio, n il frutto loro ha quella forma che egli ne
scrive. E io per me non li tengo per therebinti, finch non se ne intende
maggiore verit e che l'isperienzia e 'l tempo ce l'insegni. Egli  il vero che
Plinio non pone una spezie sola di therebinti, ma ne pone quattro spezie, come
son quelli della selva d'Ida in Troia e quelli di Macedonia e quelli di Damasco
e quelli di Soria. S che, poi che egli quattro spezie ne pone, non so se la
natura con queste poche si content, o s'egli le seppe e pose tutte. Ma il
tempo lo ci dir, che io mi credo che sia pi quello che Plinio non scrisse di
queste materie che quello che egli ne seppe, bench egli sia tenuto per il
primo e pi copioso autore che abbia di queste naturali istorie scritto;
perch, di pi che egli raccolse gli scritti di tutti gli autori passati fino
al suo tempo, vi cumul anco assai materie e cose al medesimo proposito, come
prudente scrittore e savio.


Dell'albero chiamato ceiba.
Cap. XI.

Il ceiba  il maggiore albero di quanti per queste isole si veggono e per la
terra ferma dell'Indie. Dicono (ed  cosa assai nota) che otto leghe lunghi da
questa citt, dove  anco restato il nome dell'Albero Grosso, fu un ceiba del
quale ho molte volte udito parlare all'amirante don Diego Colombo, e dire che
esso con quattordeci altri uomini, presisi l'un l'altro per mano, non l'avevano
potuto abbracciare. E questo albero gi per e si putrefece, come mi dicono, e
sono oggi molti che lo viddero, e che dicono della sua grandezza il medesimo.
Ma a me non  di molta maraviglia, ricordandomi di quelli ceibi che ho visti
maggiori in terra ferina. Onde, perch nella seconda parte di queste istorie si
ragioner pi puntualmente della grandezza di questi alberi, quando si parler
di quelle provincie dove io li vidi, non dir qui altro se non che in questa
isola ne sono anco, ma che quelli che io ho qui visti non sono molto grandi, a
comparazione di quelli di terra ferma.
Il legno di questi alberi  come vacuo e spongoso dentro, e si taglia
facilmente, ed  di leggiero peso; e finalmente non  per lavorarsi n per
farne conto per altro che l'ombra che l'albero fa, perch la fa grande, essendo
l'albero grande e di stesi rami, e salubre. Voglio dire che non aggrava come fa
l'ombra di molti altri alberi, che in questi luoghi  dannosa, come quella
dell'albero del quale si fa il veleno col quale tirano gl'Indiani caribi
arcieri. Di pi di quello albero grosso di ceiba che si  qui di sopra detto,
ne fu anco un altro assai grande nella terra di San Giacomo; ma n questo n
quello sono cos grandi come ne sono nella provincia di Nicaragua, e in altre
parte di terra ferma nella costiera del mare del Sur. Il frutto di questi
alberi sono certe guaine grandi come il maggior deto della mano, e grosse come
duo deti, e ritonde e piene di certa lana sottile. E quando sono mature si
seccano e s'aprono da se stesse per lo calore del sole, e il vento poi ne porta
via quella lana; fra la quale sono certi granelli che  la semente loro, nel
modo che ne stanno anco fra la bambace.


Dell'albero o pomaro picedo, del cui frutto gl'Indiani caribi fanno il tossico
col quale tirano; ed  cos velenoso che  irremediabile.
Cap. XII.

In questa isola Spagnuola, nella riviera di ponente, ne' monti della punta del
Tiburone e nella costiera del mare, e in altre parti di questa e dell'altre
isole di queste Indie, e in gran parte di terra ferma dalla banda di tramontana
al manco da Parias, e dalla Bocca del Drago verso occidente fino al golfo di
San Biagio e presso al porto del Nome d'Iddio, che son pi di 400 leghe di
costiera, sono una infinita quantit di questi alberi di pomaretti, delli quali
sogliono gl'Indiani caribi, con altre lor velenose misture, fare quel diabolico
e incurabile tossico che essi con le loro freccie tirano. Questi sono certi
alberi impergolati o bassi, e alcuni pi alti ch' tre volte l'altezza d'uno
uomo, ma per lo pi sono alberi mezzani e bassi, ma molto sparsi a torno e
pieni di foglie, le quali sono come quelle del pero o quasi. E producono gran
copia di certi pometti di buon odore, e grandi come pere moscatelle ma ritonde,
e alcune un poco lunghette e macchiate d'un poco di rosso, che d lor buona
grazia a vederle; per sono molto cattive e velenose, tanto esse quanto
l'albero loro, per gli effetti che fanno.

In questa isola non sapevano gl'Indiani fare questo veleno n l'usavano, e per
questo non ne parler qui, finch si ragioner della costiera de' Caribi. Il
frutto per  certo di sorte che non  uomo che 'l vegga che, non conoscendolo,
non desideri di saturarsene, perch alla vista e l'odore ce l'invitano. Ma,
perch meglio il suo veleno s'intenda, dico che l'hanno molti molte volte
provato che, gettandosi improvvisamente a dormire sotto questi alberi, non
conoscendoli, se ne sono fra poco spazio desti e levati su con grandissimo
dolor di testa, e con gli occhi e con le ciglia e con le mascelle gonfie. E se
per caso la rugiada di questo albero tocca nel viso dell'uomo, vi fa quello
effetto che vi farebbe il fuoco, perch gonfia e brucia la pelle quanto giunge.
E se toccasse negli occhi, o li crepa o li accieca o li pone in grande affanno
e pericolo di perderli. Non  chi possa per molto spazio soffrire di stare da
presso al fuoco di questo legno acceso, perch se ne causa tosto tanta gravezza
e dolore di testa, che bisogna che quanti intorno vi si ritrovano si facciano
tosto a dietro, tanto essendo uomini quanto qual si voglia altro animale.


Dell'albero che qui si tiene per la tamarice, e lo somiglia molto.
Cap. XIII.

L'albero della tamarice  molto noto in Spagna, e io l'ho veduto molte volte in
Castiglia nella riviera del fiume Tago e in quella di Sciarama e in quella del
Duoro e d'Ibero, e in quella anco di Guadiana e in molte altre. Ma quanti ne ho
io l veduti, tutti sono assai piccioli rispetto alla grandezza di questi che
qui sono, e che hanno assai alti e grossi rami; ma nelle foglie non sono punto
differenti dalle tamarici di Spagna che ho dette. Il legno per di questi di
qua non  cos massiccio n grieve come quello delle tamarici di Spagna, perch
questo  alquanto spongioso e leggiero. Non  egli per del tutto cattivo
legno. Queste dell'Indie producono un frutto come cicerchie o fave nere e tonde
e durissime, ma non buone a mangiare.

Degli alberi del felce che si vede in questa isola Spagnuola.
Cap. XIV.

Il felce  una cosa ordinaria e commune in molte parti di queste isole e terra
ferma delle Indie, e vi  di molte maniere. Ve ne sono come quelli di
Castiglia, nei monti di Segovia e in altri luoghi di Spagna; e ve ne sono anco
altri molto maggiori, che i loro rami sono tanto alti come una bene alta lancia
o pi. Ma di pi di tutti questi ve ne sono alcuni altri, ch'io li pongo per
alberi, cos grossi come sono i gran pini e bene alti; e hanno le foglie della
medesima fattezza e maniera che l'hanno i felci di Spagna, bench assai
maggiori, ma di quel medesimo garbo che ogni foglia e molte foglie insieme,
come pu meglio intenderlo che io non so scriverlo chi ha ben visto e
considerato il felce. Hanno dunque questi alberi la foglia della forma del
proprio e vero felce, e sono assai freschi, e per lo pi nascono per le ripe
dei ruscelli e per le balze delle montagne dove sia acqua. Ma e questi alberi e
quelli che ho detti, o la maggior parte di loro, sono assai ravvolti e
circondati di vitaggi e di belucos e d'altre simili cose, che nelle foglie si
somigliano all'hellere e ad altre erbe simili.


Degli alberi del verzin di questa isola Spagnuola.
Cap. XV.

Cosa assai nota  di quanta utilit e prezzo sia il verzino, per darne il
colore i tintori, i pittori e altri simili maestri, perch con questo legno si
fa un colore come di purpura. Sono in questa isola molti di questi alberi,
nella costiera che  volta al mezzogiorno, nella provincia e monti del capo di
Tiburone e presso al gran lago di Xaragua. Questi non sono grandi alberi n
dritti, ma della maniera degli ilici, per pi sottili e torti e per lo pi non
cos alti. La loro scorza se ne salta netta, e la foglia  come spinosa, ma non
 aspera. Nella gran costiera di terra ferma, dalla banda di tramontana, sono
anco grandissimi boschi di questi alberi, e in molti altri luoghi
medesimamente, e in speziale nella costiera del Maragnon e pi verso oriente.
Ma perch questo albero  cos comune e notabile non ne dir altro; perch
coloro che hanno con l'isperienzia l'arte delle sue tinture e degli altri suoi
effetti, potranno meglio delle sue operazioni ragionare e far fede.


Di due cose notabili de' legni e alberi di questa isola Spagnuola, e dell'altre
isole anco e terra ferma di queste Indie.
Cap. XVI.

Prima che ad altre materie si passi, dir due cose notabili degli alberi e
legni di questa e dell'altre isole, e di terra ferma nel generale. La prima 
che assai pochi sono gli alberi che perdono in questi luoghi le foglie, come
vediamo che in Africa, Asia ed Europa sono pochi quelli che le loro foglie
serbano e tengono del continovo. Scrive Plinio che l'oliva, il lauro, la palma,
il mirto, il cipresso, il pino, l'ellera e 'l rododendro non perdono la foglia
giamai. Pone anco tredici alberi selvaggi che n anco giamai la perdono, come
sono l'abiete, il larice, il pinastro, il giunipero, il cedro, il terebinto, il
busso, l'illece, l'aquifolio, il sughero, il tasso, il tamarisco, il
corbezzolo, che io penso che siano li salci. Di modo che sono in tutto 21
alberi quelli che Plinio pone che non perdono la foglia, e fra gli sterpi vi
pone anco la canna e 'l ruvo. E cos sono 23. E dice che nel territorio
Taurino, dove fu la citt di Sibari, era una quercia che non perdeva mai la
foglia, e che non cominciava a germinare e a porre le foglie nuove prima che
venisse la met dell'estate. E cos sono 24 spezie tutte quelle d'alberi che
Plinio dice che conservano sempre le foglie, bench dica anco che sogliano loro
cadere, fuori che quelle della cima. Degli alberi di queste parti bisogna che
io dica al contrario di quello che dicea Plinio, cio che io non penso che in
queste Indie si ritrovino sei alberi che perdino la foglia, perch tutti gli
altri del continuo la serbano. E di quelli che ora mi occorrono e che posso
ricordarmi, duo soli sono quelli che qui la perdono: l'un  l'albero delle
prune, che cos nella provincia di Nicaragua lo chiamano, bench non siano in
effetto prune, ma certi frutti rossi che si somigliano alquanto, e ne fanno
vino, e mangiandosi verde  un frutto alquanto buono. Egli  per pi tosto una
spezie degli obi che si sono detti di sopra, e hanno come obi l'ossa, e si
somiglia loro molto il frutto, salvo che nel colore. Or, queste che chiamano
prune stanno un certo tempo dell'anno sfrondate, e il medesimo fanno in questa
isola Spagnuola li fichi di Castiglia. E questi n anco del tutto perdono le
foglie, perch, o verde o secca, sempre ve ne resta alcuna fin alle foglie
nuove. Scrive Plinio, che  tanta la forza del sito e del luogo, che presso a
Menfi in Egitto, e in Elefantine di Tebaide, non si vede che ad albero alcuno
cada una foglia, n anco alle viti. Di modo che quello che egli dice di
provincie particolari diciamo noi di queste Indie.
Ma passiamo all'altra particolarit notabile dei legni di questi luoghi, e
della loro fragilit, perch, per quello che fin ad ora si vede, poco durano.
Si veggono in questa citt di San Domenico buoni edificii, per quel poco che ha
che vi si cominciarono ad edificare le case; ma si veggono le tavole delle
porte e i travi e tutte l'altre opere di legno cos consumate e mangiate dalle
tarle e dai vermi o comixen, e cos invecchiate e guaste, che pi danno vi fa
qui il tempo d'un mese che non suole fare quel di duo anni in Spagna. Ben credo
che i difetti che nei primi edificii di questi luoghi si veggono debbono per lo
pi nascere (come l'ho detto di sopra) dal non avere saputo tagliar i legni al
lor tempo, e da l'avergli lavorati verdi e non asciutti e secchi, e dall'avere
poca isperienzia avuta del legname, in sapere quali oprare dovessero perch pi
tempo durassero. Ma l'isperienzia  quella che insegna col tempo agli uomini, e
non  maraviglia come, per essere stato cos breve il tempo, siano questi
errori fatti, ma pi tosto come si siano cos in breve tante cose intese in
questa citt cos modernamente edificata. Per questa stessa ragione, dunque, si
crede che tutte queste difficolt e altre simili nei legnami ed edifici si
correggeranno per l'avenire, poich s'incominciano gi ad intendere gli errori
e s'emendano tuttavia. E si vede che li legnami che si lavorano ora, sono
migliori assai e pi al proposito che non furono gi quando a pena ne sapevano
il nome.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli alberi
medicinali e delle propriet di molte piante.

Libro decimo

Proemio

Essendosi nei libri precedenti trattato degli alberi fruttiferi e selvaggi e
delle loro diversit,  cosa ragionevole che ora si passi a dire delli
medicinali e segnalati per le virt loro, e delle piante anco con le loro
propriet. Dove io spezialmente tratter di quello ch'io ho veduto o mi 
venuto a notizia per mezzo di sofficienti e vere informazioni; percioch, dove
io ogni minimo scrupolo avr, non voglio che se ne debba credere pi di quello
che delle cose dubie affermare si suole. S che, dove io non far dubio alcuno,
mi si potr fedelmente credere e tenersi per certissimo, perch n la maest
cesarea vuole intendere favole, n ci saprei dirle dinanzi a sua maest,
massimamente che queste cose sono da se stesse cos nuove e strane che non
hanno bisogno di finzioni per dare admirazione alle genti, n per restare di
ringraziarne infinitamente il Maestro della natura, che la fece di tanti modi
abile a produrre tanti effetti e propriet. S che potr il lettore, senza
sospetto di favole, vedere quanto sia la natura stessa capace, e quanto  poco
quello che ella fa rispetto al molto che pu lasciarle operare quello istesso
che fece lei. E con questa considerazione ritrover i maravigliosi effetti che
qui degli alberi e delle piante si tratteranno, per segnalate e incurabili
infermit e morbi, onde non ne ha da ringraziar le creature ma il creatore
loro, che  il medesimo Iddio che ci d e ci insegna cos fatte cose perch
meglio lo conosciamo e serviamo, e con pi puro cuore l'amiamo, perch esso ama
noi. E cos vi dar principio con un arbore, che nel vero io non so il nome che
gl'Indiani li danno in questa isola o nell'altre n in terra ferma, perch ogni
parte di varie maniere lo chiamano, per la differenzia e copia delle lingue che
in queste Indie sono. N so neanco se saper darle ad intendere come io vorrei,
per la gran disconvenienzia che ha con tutti gli altri alberi, perch  tanta
che non so risolvermi se egli sia arbore o mostro pi tosto fra gli alberi. Ma
il meglio che saper, dir quello che ne ho potuto comprendere, rimettendomi a
chi meglio saper disegnarlo e darlo ad intendere; perch nel vero bisognerebbe
dipingerlo quel Leonardo di Vince o quello Andrea Mantegna, famosi pittori che
io conobbi in Italia, pi tosto che volerlo io con parole circonscriverlo. Ma
meglio sarebbe a vederlo con gli occhi piantato in terra, che non dipinto n
scritto in carta. I cristiani che in queste Indie sono, lo chiamano l'albero
delle saldature o consolidature, e con molta ragione, per quello che s' molte
volte veduto e isperimentato della sua propriet ed effetto. E cos si
proceder poi all'altre cose di simili materie che in questo libro a dire
s'hanno.



Dell'albero o pianta con la quale saldano le rotture che accadono nella persona
dell'uomo.
Cap. I.

Sono in questa isola Spagnuola certi alberi, che si veggono communemente in
queste isole e in terra ferma, e ve ne sono molti e molti; e sono spinosi, e di
tal sorte che alla vista non si pu offerire arbore n pianta alcuna di
maggiore selvatichezza. E per quel che si vede delle sue fattezze, io non so
risolvermi s'egli si sia albero o pianta. Produce certi rami pieni di certi
costoli ampii e contrafatti e brutti, d'assai mal garbo e vista e ben grossi e
spinosi, i quali rami furon foglie prima o costoli, perch da ciascuna foglia o
costolo nascono altre simile foglie, e da queste poi anco altre simili; s che
le foglie o costole istesse, poste e nate di lungo l'una sopra l'altra, sono i
rami. Egli  in effetto di tal garbo e maniera questo albero, che io tengo
assai difficile poterlo dare ad intendere per scritto, e bisognerebbe
dipingerlo qualche eccellente pittore e con appropriati colori, perch si
potesse con l'occhio su la carta discernere meglio che io non penso che si
possa dalle mie parole cavare, come degli altri alberi fare si puote. Onde non
mi pare che si possa alla tanta sua selvatichezza altro nome pi al proposito
dare, che mostro della specie degli alberi.
Tolgono ai costoli o foglie di questo albero le spine acute che vi sono, e poi
ne pestano o intondono alcuna, e la pongono in un panno di lino a modo
d'empiastro, e la legano poi in una gamba o in un braccio rotto, avendovi per
prima riposti gli ossi rotti a loro luogo. E con questo rimedio si consolida e
unisce il luogo rotto e infermo, cos perfettamente come se non si fosse mai
rotto; pure che (come s' detto) si coniungano attamente e riponghino nei loro
luoghi prima l'ossa. E questo impiastro o medicina, finch non ha fatta
l'operazione sua, sta cos stretto con la carne che con gran difficult se ne
pu distaccare, l dove, dopo che ha operato e finita la sua buona cura, da se
stesso tosto se ne distacca e leva.
Di questi alberi si vede anco in terra ferma gran copia nella provincia di
Nicaragua, e fanno un frutto rosso, pieno come di spinette e grosso come una
grossa oliva, e di colore d'un buon fino carmes; e ha certe spine per disopra
come peli, quasi invisibili per la loro sottigliezza e delicatezza, onde se ne
entrano per li deti quando l'uomo toglie questo frutto in mano.
Di questo frutto fanno in quella contrada l'Indiane certa pasta, e la tagliano
in pezzi quadri, sottili quasi come una nevola o una pastetella, e grandi come
un'unghia del deto, e l'avolgono in cottone perch non si spezzino. Poi le
portano su la piazza e ai loro mercati a vendere, ed  una cosa molto pregiada,
per dipingersi con questo colore gl'Indiani e l'Indiane, perch ha uno
eccellente colore di buono carmes, e alcuno ve ne ha che declina a color
rosado.  questo miglior colore per farsi belle le donne, che non quello che in
Italia o in Spagna e in molti altri luoghi usano quelle che vogliono
correggere, anzi guastare, la immagine che Iddio loro diede. Queste pizzette o
pastilli di tal colore ho io sperimentati pi volte in lineamenti e pitture,
per mio piacere e per vedere se questo  colore durabile, e lo ritrovo
eccellente, perch in alcune cose dipinte in carta, che ha pi di sei anni,
oggi vi si vede pi vivo e pi bello il colore che non il primo giorno che si
dipinse. E io lo tengo per gran cosa, poich lo temprai con acqua chiara e
senza gomma o altra diligenzia, come sogliono i pittori fare nel temprare i
loro colori prima che li lavorino. Questo albero si somiglia molto nelle foglie
alli cardi, i quali in questa citt pongono su le mura de' cortili delle case,
o sono le foglie sue come quelle delle tune, che sono questi stessi cardi, come
nel 25 capitolo dell'ottavo libro si disse. Il maggiore albero di questi non
cresce pi in alto che due volte tanto, o poco pi, di quello che  la statura
d'un uomo.
Il colore del troncone  berrettino aspero, e i rami medesimamente, ma i loro
estremi, che sono le foglie, stanno alquanto verdi, e ne nascono alcune per lo
traverso, dove si vuole di nuovo nella medesima foglia principiare un altro
ramo. Ma, come ho detto, tutte le foglie sono spinose assai, come le tune, e i
rami medesimamente. Ma io qui disegner, se sapr fare, la forma di questo
albore, perch si possa meglio quello che ne ho detto comprendere e
considerare. E, quando questo non baster, dico che chi da questa citt di San
Domenico andr alla terra di Iaguana, che  verso ponente in questa isola,
trover nella strada reale che far molti di questi alberi, e v'ha da passare
necessariamente da presso, senza potere fuggirli, prima che giunga alle
campagne del porto del fiume Hatibonico; e indi venendosi a questa citt, se ne
ritrovano in molti luoghi.


Dell'albero chiamato guaiacan, col quale si cura il mal francese.
Cap. II

Sono in queste isole e in terra ferma anco due alberi eccellenti e molto
notabili, perch, essendo il male del mal francese molto in queste parti
commune e ordinario, ha la misericordia divina voluto che vi sia anco il
rimedio per curarlo. E bench ora in altre parti questo morbo si ritrovi, la
origine per di queste bolle, e dove i cristiani prima le videro, provarono e
sentirono curare e fare esperienzia dell'arbore del guaiacan, che si fa in
questa isola Spagnuola. L'altro albero si chiama il legno santo, il quale si
trova nell'isola del Borichen, che ora la chiamano gli Spagnuoli di San
Giovanni: e quando si parler di questa isola si ragioner anco di questo
legno. S che, ritornando al guaiacan, io l'ho veduto in questa e in altre
isole e in terra ferma anco, nella provincia che gl'Indiani chiamano di
Nagrando. E poich gli Spagnuoli in questa isola lo conobbero, bench anco in
altri luoghi si trovi, qui ne ragioner, e ne dir quello che  gi noto, cos
in queste Indie come in molte altre parti del mondo, dove l'hanno portato
dietro al medesimo morbo, per curarlo.
Sono tanti alberi di guaiacani in queste Indie, che penso che sia minore il
numero de' pini di terra di Conca e di tutti gli altri luoghi di Spagna. Questo
 un eccellente albero e infinite volte isperimentato, cos in questi luoghi
come in Europa, dove  stato di qua portato per la orrenda infermit delle
bolle, che in Italia chiamano il mal francese, e in Francia il mal di Napoli. E
si sono di questo albero in Spagna e in altre parti del mondo vedute gran cure,
fatte in uomini stati gran tempo rovinati e persi, con crude piaghe ed estremi
dolori, perch questo  uno de' pi disperati e dolorosi morbi che abbia il
mondo, come sanno bene quelli che lo provano e ne possono con la isperienzia
fare fede, e quelli che provato lo hanno e per la clemenzia divina se ne
ritrovano liberi.
Fra gli Indiani non  questa infermit cos gagliarda, n cos pericolosa come
 in Spagna e nell'altre contrade fredde; anzi facilmente gl'Indiani con questo
albero si curano. La qual cura si fa con molta dieta e con bere dell'acqua dove
abbiano questo legno cotto, perch senza la dieta questo legno non giova, anzi
fa danno. Non bisogna qui riferire il modo come questo rimedio s'applichi,
perch  molto noto e si sa quasi da ognuno usare questo legno, e medesimamente
perch, dove si ragioner del legno santo dell'isola di S. Giovanni, se ne dir
pi a lungo; poich l'uno e l'altro d'una maniera si cuoce e d'un medesimo modo
si toglie, e gi in Spagna lo sanno usare come qui per giovarsene. Ma bisogna
sapere che il legno dee essere fresco il pi che  possibile, dico fuori
dell'Indie, perch qui si pu ogni d avere e tagliare nel campo. E per questo
in Spagna e fuori di questi luoghi hanno da cercare il pi grosso, perch pi
tarda a seccarsi, e qui si ha a prendere il pi sottile, perch  pi tenero e
pi purgativo. Gl'Indiani si curano cos facilmente di questo morbo come fanno
in Spagna della rogna, e lo tengono in meno, perch  loro molto commune. In
questa isola Spagnola si tien famoso quel guaiacane che si porta d'una isoletta
chiamata La Beata, che sta posta presso la costiera di questa isola. Altri si
servono d'altro guaiacan, e l'eleggono secondo che pi loro piace.
Ha questo albero la scorza tutta come macchiata di color verde, e pi verde e
berrettino, come suole parer un cavallo falbo o rotato. Ha la foglia simile a
quella del gomero, ma l'ha pi picciola e pi verde. Produce per frutto certe
cose gialle, che paiono come se due lupini stessero congiunti e attaccati
insieme per li cantoni. Il suo legno  fortissimo e molto grieve, e ha il cuore
o la midolla quasi nera sopra berrettina. E di pi della sua virt gi detta,
se ne servono in molte cose, come nel farne i radii delle ruote degl'ingegni e
trapeti del zuccaro, e in altre cose.
Ma perch la principale virt di questo legno si  di curare il male francese,
e ho detto che il modo nel quale si prende si dir quando si ragioner del
legno santo, voglio qui un'altra ricetta riferire, secondo che io l'ho qui
veduta usare, bench mi sia di sopra iscusato di non volere ragionare di questa
cura. Ed  a questo modo. Prendono a stelletti sottili di questo legno, e
alcuni il fanno minuzzare sottilmente, e in due caraffe d'acqua pongono mezza
libra del legno o qualche pi, e lo fanno cuocere finch ne manchino le due
parti, poi lo tolgono dal fuoco e lo lascian apposare. E l'infermo ne beve poi
una scodella a digiuno la mattina, per venti o trenta giorni; e chi vuole
essere ben curato n'ha da bere almanco per venti d. Nel quale tempo ha da
serbare molta dieta e non ha da mangiare carne n pesce, ma uva passa e cose
secche solamente e in poca quantit, che basti solo a sostentarsi in vita, con
qualche poco di biscotto. E fra il giorno ha da bere di un'altra acqua, cotta
col medesimo guaiacan. E con questa cura ho io veduti guarirne alcuni, ma senza
piaghe. E hanno da stare questi pazienti in luogo molto rimoto dall'aere,
mentre che tolgono questa acqua, e alcuni d poi anco non hanno da uscire in
luoghi aperti, n prendersi la libert dei sani.
Non scrivo io qui come alcuni si prendano questo legno e acqua, ma come l'ho io
visto fare qui, dove  pi fresco l'albero. Chi avr bisogno di prenderlo non
miri a quello che io dico, perch questa contrada  molto differente da quella
d'Europa, e qui bisogna usare grandissima diligenza per guardarsi dall'aere,
colui che in questa infermit si truova, e molto maggior pensiero aver dee
d'ascondersi dall'aere dove  pi delicato e pi sottile e dove  la terra
fredda. E non dee per niun conto uscire l'infermo di una camera ben chiusa da
tutte le parti, e al parer mio colui che vorr con questo legno in Spagna
curarsi si dee guardare e stare molto su l'aviso, cos in quello che ho detto
dell'aere, che nol colga, come nella dieta. Ma questo male s' in tante parti
sparso, che le genti si sono fatte assai pratiche in saper amministrare questo
rimedio. N solamente con questo gli Indiani si sanano e curano, ma vi hanno
anco degli altri rimedii, cos in questo come negli altri morbi, perch sono
grandi erbaruoli e conoscono molte erbe, e n'hanno fatto in molte infermit
esperienzia.
Gi s' il mondo chiarito che questo morbo  contagioso e che di molte maniere
si mischia, come in vestirsi il sano le vesti dell'infermo di questa passione,
e nel mangiare e bere insieme e coi medesimi piatti e tazze che usa l'infermo e
nel mangiare e nel bere; ma molto pi col dormir in uno stesso letto e
participare del fiato e del sudore del paziente, e molto pi assai col giacersi
carnalmente con qualche donna infranzosata, o che la donna sana si giaccia con
uomo di cos fatto morbo infetto, che allora diventano le loro persone come
afflitte dal male di san Lazaro, e pare che i cancheri e le fistole gli si
mangino a fatto.
In queste Indie pochi cristiani sono da questo disgraziato male scampati, i
quali si siano carnalmente giaciuti con le donne indiane di questi luoghi;
perch nel vero questo  un proprio morbo di questa terra, e cos ordinario
agl'Indiani e Indiane come nell'altre parti vi sono l'altre infermit
ordinarie. Io ho alcuna volta veduti Indiani, e specialmente in terra ferma,
che, nel sentirsi con questa infermit, tosto senza molto dubitarne si sono
posti a bere dell'acqua cotta con questo legno e a guardarsi per molti giorni
d'usare con donne (perch dicono che elle sono quelle che hanno il carico di
comunicar altrui questo dolore e morbo); e spezialmente nella provincia di
Nicaragua, dove  eccellentissimo guaiacan, cos nella provincia di Nagrando
come in altri luoghi di quella contrada.


Dell'albero che in questa isola Spagnuola chiamano balsamo,
dove s' questo liquore fatto prima che in parte altra alcuna.
Cap. III.

In molte parti di questa isola sono certi alberi dei quali si fa questo liquore
che qui chiamano balsamo, bench nel vero non sia, ancorch sia una medicina
eccellente. Questi alberi non sono di bella vista, e si somigliano alquanto
nella grandezza o altezza agli alberi delle pere di Castiglia; ma hanno le
foglie come granati, bench assai pi sottili. Ha questo albore un pedale, alle
volte due, alle volte tre e pi giunti insieme, come vediamo in alcune parti
averli lo fico, le granate e altri alberi; ma i tronconi e i rami paiono alla
vista secchi, e le foglie sono verdi e fresche, n i rami si stendano e piegano
intorno, ma vanno in su diritti. Gl'Indiani chiamano questo albero goaconax, ed
 come una teda nell'accendersi. Onde, perch arde volentieri, vanno gl'Indiani
di notte a pescare con tizoni di queste legne, e nel romperle ne esce un buono
odore; ma non odora gi agl'Indiani, che anzi questo odore aborriscono. Per li
boschi di queste isole e di terra ferma vi ha gran quantit di questi alberi,
n ve ne  minor numero che si sia in Spagna quel delle quercie o dei pini.
Lo secreto di questo liquore, che qui chiamano balsamo (non essendo), e che si
fa dall'albero che s' detto, si public in nome di Antonio di Villa Santa, gi
cittadino di questa citt di S. Domenico, che, secondo che io ho udito dire
d'alcuni, lo ritrov e lo seppe da sua moglie, che  Indiana e nata in questa
isola. Alcuni altri dicono che colui che insegn questo liquore fu un medico
italiano, gran filosofo, chiamato Codro, che nel 1515 pass in queste Indie, e
io lo viddi e conobbi in questa citt. Ma poi mor in terra ferma, nella
costiera del mare australe, presso l'isole di Zorobaro e del porto di Punuba.
Era uomo nel vero di gran lettere, di umanit, e molto savio ed esperto nelle
cose naturali, e che avea camminato una gran parte del mondo; e il desiderio
che ebbe di vedere queste Indie vel condusse a morirvi. Ma sia chi si voglia
l'inventore di questo balsamo artificiale, colui che lo public e ne ebbe il
primo utile fu questo Antonio di Villa Santa, al quale per questo rispetto la
maest cesarea dell'imperatore nostro fece alcuni privilegii.
Ma, ritornando al proposito nostro, dico che sono ora molti in questa isola che
sanno fare questo balsamo, che (come alcuni vogliono) si fa di pezzotti di
questo albero, dai quali cotti in acqua esce un liquore come olio o pi denso,
e di colore d'un vino cotto chiaro. E se ne servono poi per le ferite fresche
di cortellata o lanzata o altra simile, pure che sia fresca, perch tosto
ristagna il sangue. N s' veduta n si sa altra cosa medicinale che saldi cos
presto e chiuda la piaga come fa questo. E certo si sono viste grandi
esperienzie di questo balsamo in ferite grandi e mortali, che le ha curate e
sanate bene e in breve tempo, e mitiga il dolore di cos fatte ferite. Molti
affermano che giovi anco ad altre grandi e gravi infermit, che si sogliono
tenere per incurabili. Ma in questo io mi rimetto a quelli che ne hanno fatta
l'esperienzia, perch io non l'ho veduto usare n esercitare; ne ho ben da
molti che l'hanno provato udito dirne gran cose e darli gran lodi.
Ho bene anco all'incontro udito da molti altri biastemarlo, e dire che 
pericoloso dove non si sa applicare, e spezialmente in quello dove  la
maggiore sua eccellenzia, che  del consolidare le ferite fresche, perch assai
presto fa questo effetto, e nel chiudere la piaga bisogna avere molta
avertenzia. Ma non mi maraviglio che questo sia cos, poi che pu anco alcuno
mangiare tanto pane che li far poco utile, e pu tanto vino bere che
s'imbriachi e s'infermi: ma queste cose, e mangiate e bevute moderatamente,
mantengono la vita e il corpo sano. Di modo che tutti gli estremi sono viziosi
e dannosi, e tutte le cose medicinali hanno bisogno di molta esperienzia,
massimamente quelle che vengono nuovamente a notizia degli uomini, e delle
quali poco uso ed esperienzia si ha; tanto pi che le complessioni non sono
tutte uguali, per avere a provarvi i rimedii nuovi, n tutti i medici intendono
d'un modo l'infermit, n le vogliono alcuna volta sanare cos presto come
potrebbono, e quando vorrebbono poi non sono a tempo co' loro consigli
giovevoli. Assai  che si tiene di certo nella comune opinione del vulgo che il
liquore di questo balsamo  molto giovevole, se oprare lo sanno. Si cava anco
da questo legno, per via di un'altra cottura che fanno qui alcuni, una certa
acqua che  molto appropriata a tutti gli umori e morbi nati dal freddo.
Ma io non voglio n qui di questa acqua n del balsamo pi istendermi, poich
sono qui molti che per isperienzia ne possono pi amplamente parlare; e perch
 stato gi vietato che niuno lo faccia, percioch questo Antonio di Villa
Santa diede ad intendere in Spagna che esso con questo balsamo avrebbe dato a
Sua Maest un gran tesoro, e cos fu qui sotto gravi pene comandato che niuno
lo facesse; ma si mor il Villa Santa senza compire la promessa. Io non dico
per altro che quello che  publico, e che non si effettu di dare il promesso
tesoro. E nel vero, se il parer mio si prendesse, Sua Maest non porrebbe tale
interditto in cosa onde potrebbe tanto bene risultare, anzi ordinerebbe che
quanti lo volessero fare lo facessero, e lo dispensassero poi per quanti ne
avessero di bisogno, poich non mancherebbono dell'altre utilit maggiori per
il re e per accrescerne le sue entrate.
Queste cose di medicina, secondo l'opinione mia, sono tutte dubbiose. Io voglio
in tutte le cose accostarmi con Plinio, il quale, ragionando della medicina e
de' suoi secreti, dice che la calamita tira a s il ferro, la quale virt
gliela fa perdere l'aglio, e che il sangue del becco spezza il diamante, il
quale da niuna altra forza pu essere vinto. Dice in un altro luogo che non ha
la natura cosa alcuna produtta senza qualche occulta causa. Il che si dee
credere che cos sia, per quello che ogni giorno si vede nelle cose che si
esperimentano, perch molte di quelle che prima occorra il bisogno si
dispregiano, quando s'oprano nelle necessit si vede poi che alcune ne tolgono
il dolore, altre mitigano il calore, altre sedano la sete, e cos opra
nell'infermo tal rimedio che pongono sforzo nella persona e ricuperano la vita.
Chi ritrov cos nascosi secreti, come sono quelli che Plinio qui di sopra
diceva, e che ad una cos eccellente e maravigliosa pietra quanto  la calamita
(senza la quale andrebbono per il mare i marinai come ciechi) una cos vil cosa
come  l'aglio gli faccia forza? Chi accert cos maraviglioso secreto e cos
ascosa propriet di natura, che il sangue d'un cos vile animale come  il
becco spezzasse cos preziosa e indomita gioia quale  il diamante, al quale n
il fuoco n altro elemento nuoce? Tutte queste cose penso io che si
accertassero a caso, e per voler divino e col tempo. E cos sono d'opinione che
questo che chiamano balsamo (che se bene non ,  un buon liquore), come s'
ritrovato a caso, cos con l'esperienzia di coloro che l'oprano sarebbe
salutifero, apprehendosi col tempo in che quantit si ha da dare e a che
complessioni o nature; e non ne averrebbe alcun danno, come veggiamo che ne
avviene dalle melelle, con le quali alcuni si purgano in questi luoghi, e che
ad alcuni giovano, ad alcuni altri nuociono.
Perch io in effetto ritrovo che un sarto, prima che apprenda il suo mestiero,
rompe e perde molti aghi, e, quello che  peggio, guasta anco alcune vesti; e
un uomo d'arme, prima che si adestri, cade molte volte e perde molte lancie e
altre di traverso ne rompe. Ma il sarto paga quello che rubba o guasta, e
l'uomo d'arme col suo proprio pericolo impara, l dove un medico, prima che
sappia curare e si possa chiamare maestro,  peggiore che una pestilenzia;
perch, s'alcuno d un buffetto ad un altro, gli  tosto fatta tagliare la
mano, e secondo il delitto la giustizia fa a tutti esequire il castigo; ma
nella medicina non vi ha la giustizia gli occhi, e ogni suo rigore vi tace,
poich vediamo che un medico o un chirurgico, ancorch uccidono molti, non ne
hanno pena n castigo, anzi ne sono perci anco pagati.
Io mi sono intertenuto alquanto in questo albero, del quale fanno il balsamo
artificiale; e assai pi ne averei potuto io dire, per quel che io ne sono
stato informato e per quello che n'ho visto degli effetti suoi in giovare e in
nuocere; ma non voglio che niuno per le mie parole si curi, n cerco credito in
medicina, poich non la ho studiata mai, n  mia professione. Del vero balsamo
Plinio e molti altri auttori ne hanno scritto, e non bisogna qui ragionarne,
poich gli effetti del buon balsamo sono assai remoti, e differenti da quelli
che questo liquore artificiale fa, secondo che noi vediamo che molti l'oprano.


De' pometti come avellane per purgare.
Cap. IIII.

Pare chiarissima contradizione chiamare questo albero pometto e produrre poi
avellane, poich l'albero col nome del frutto discorda: ma questi sono errori
del vulgo, e perch i primi cristiani che in questi luoghi passarono chiamarono
pomettino questo albero, s' poi con questo improprio nome restato; perch
produce avellane, o un frutto che molto all'avellane s'assomiglia, doppo che
mondate sono. Ma, restringendoci nel parlare, io no 'l tengo per arbore ma per
pianta, e il maggiore che di loro si trovi  da quattordeci o quindeci palmi
alto; e come i nostri aromatari e medici vogliono, questo  il ben che essi
chiamano. Fanno una foglia che si somiglia alquanto a quella del canapo, ma
maggiore e pi fresca; e fra le foglie producono un fiocco e ciocca come il
finocchio, dove fanno la semente. Queste ciocche sono rosse, e in loro nascono
certi cappulli o vessichette tonde (che perci le chiamarono pometti), ma
divise in quarti con una leggiera e sottile scorza; e dentro ognun di questi
cappulli stanno certe semente bianche, a tre e a quattro insieme, che e nel
sapore e nella bianchezza sono come buone avellane e migliori anco; ma negli
effetti sono quello che ora si dir.
Elle non sono per ogni stomaco n con tutti fanno il medesimo effetto, perch
io ho veduto in questa citt una donna che si purg, o volse medicinarsi (per
dir meglio) con questo frutto, e non pot, perch, bench si mangiasse nove di
queste avellane, non fece per il suo ventre mutazione alcuna; e io ho a lei
stessa sentito giurarlo. E in Valladolid nel 1513 viddi un Giovan della Vega,
che era stato proveditore nell'isola di Cuba, ed era gi col primo admirante
venuto in questi luoghi nel 1493, che, come bene sperto di questo frutto, ne
aveva portato seco in Spagna, perch diceva che se ne ritrovava bene quando
aveva bisogno di purgarsi, e quando donava ad alcuno qualche una di questa
avellane, pareva che gli donasse qualche preziosa cosa. Ora avvenne che in
Valladolid gli s'inferm un giovanetto, suo nepote o parente, che esso voleva
in queste Indie menare; e per purgarlo gli diede la met di una di queste
avellane, che l'evacu di tal sorte che non li lasci budella nel ventre, e in
meno di 20 ore lo cav dal mondo. E io viddi il Giovan della Vega piangere il
suo nepote, e quando mai aveva imparato n oprato queste avellane.
Voglio qui inferire quello che ho tocco nel precedente capitolo, e dico che ad
alcune persone o stomachi non nuocono questi frutti n li muovono un punto; e
ad alcuni altri fanno tanto purgare che gli uccidono, e in tanta alterazione
gl'inducono che li pongono fin presso l'uscio della morte. Ho bene io veduti
anco molti altri purgarsene moderatamente e con loro molto utile. Ma perch
questa medicina  violenta, bisogna usare molta prudenzia e considerazione nel
ministrarla e nel prenderla; e perci quelli che queste avellane prendono si
cenano prima una buona gallina e si saturano, e indi ad un'ora poi o pi
tolgono una di queste avellane o mezza, secondo che a ciascun pare che le
acconvenga.
Questa purga e il modo di purgarsi s'impar dagli Indiani, che per questo
effetto pongono nei loro poderi e orti queste piante, e anco oggi in questa
citt in molte case dei cristiani ve ne sono. Ma in casa mia, mentre che io
vivo, non ve ne saranno, perch, menando mia moglie e figli in terra ferma nel
1520, passai per questa citt, e nella stanza dove io alloggiai in un certo
cortile vi erano di questi pomaretti; e perch i fanciulli sono golosi e si
mangiano ci che trovano, il maggiore de' figli miei, che non aveva ancora otto
anni, coi fratelli suoi si mangiarono di queste avellane quante avere ne
potero, o ne ritrovarono cadute in terra (perch doppo che sono mature si
spezzano facilmente quei pidicini dove attaccate stanno e cadono in terra,
bench si mantengano due e tre anni senza corrompersi). Onde indi a poco
cominciarono i fanciulli ad andare del corpo, tanto che tramortiti e come morti
cadettero in terra; e io tenni loro per morti e me senza figli. Ma Iddio li
soccorse, perch si diede loro tosto a bere olio perch vomitassero, e se li
fecero altri rimedii con li quali si aiutarono e scamparono la morte, ma non
poco stanchi e deboli per qualche giorno.
Concludendo in questa materia, dico che ne' principii che cominciarono i
cristiani a provare ed esperimentare in se stessi questa purga delle avellane,
finch accertarono a misurare gli stomachi loro con la quantit che prendere ne
dovevano, se ne ritrovarono molti burlati e altri beneficiati, perch i medici
nostri non le conoscevano n le sapevano applicare. Ma ora molti le vogliono e
le stimano, e ne mandano anco in fin di Spagna per esse.


Delle piante del bambagio in questa isola Spagnuola.
Cap. V.

In questa isola Spagnuola si ritrova molto bambagio selvaggio. Nelle
possessioni medesimamente ne sono alcune piante poste a mano; e questo 
migliore di quello che sta per li campi, ed  pi bianco e fa le piante pi
alte, perch ve ne ha alcuna che cresce quanto  una volta e mezza o due un
uomo. E si pongono e, senza averne pi cura, continuano in dare il loro
bambagio. Ma perch ora in questa isola non vi si danno a cultivarlo, non se ne
fa tanto quanto se ne faceva nel tempo degl'Indiani, che ne avevano pi cura. I
cristiani non si curano di questo guadagno, ancorch sia buono e che sarebbe
per crescere quanto essi volessero, cos qui come in terra ferma, dove tutto
l'anno ordinariamente lo seminano e raccolgono. Ma quello di terra ferma 
basso a comparazione di questo di qua, bench abbia io anco l vedute di queste
macchie e piante alte. Per tanto, quel di pi che si pu dire del bambagio o
cottone, si lascia per dirsi nella seconda parte di questa Naturale e generale
istoria dell'Indie.


Delle fico dell'inferno che in questa isola Spagnuola sono.
Cap. VI.

Le fico che chiamano dell'inferno sono molto comuni e ordinarie in tutte queste
isole e in terra ferma. Queste fico sono dai medici, dagli aromatari e dagli
erbolari chiamate catapuzia maggiore. Non so io che propriet nella medicina
s'abbiano; ma ve ne  qui tanta copia che occupano ogni cosa, e non ne
vorrebbono tante per li campi quante ve ne sono, e molto meno ne vorrebbono
avere in questa citt, dove fin dentro i cortili delle case e per tutto ne 
gran quantit.


Delle canne e delle cannuccie di questa isola Spagnuola.
Cap. VII.

Sono in questa isola molte canne massiccie e grosse, e molte di loro alte come
aste di lancie, e alcune pi alte che piche: ma, come ho detto, sono massiccie
tutte, e sono buone per gli edifici delle case degl'Indiani, e se ne servono
anco i cristiani in molte cose. Ne sono ordinariamente in questa isola e in
tutte queste Indie. Il terreno dove queste canne nascono  fertile e ottimo per
seminarvi il grano o maiz degli Indiani, e tutte quelle altre cose per le quali
coltivano e procurano il terreno. Vi sono medesimamente nei laghi e paludi, e
in molte costiere delle riviere di questa isola molte cannuccie o carecci, che
sono sottili come calami, e ne fanno gl'Indiani caribi le lor freccie. Con
questi anco ne adornano le case loro, e ne fanno gentili lavori e di bella
vista. Ma non sono gi per di quelli calami buoni per scrivere, ancorch in
questa isola ve ne siano alcuni pochi buoni.


Delli giunchi che in questa isola Spagnuola sono.
Cap. VIII.

Sono in questa isola giunchi come quelli di Spagna, ma minori assai, nelle ripe
d'alcuni laghi o stagni. Ve ne sono anco certi altri che in Spagna li chiamano
giunchi d'India, e in Castiglia e in altri luoghi sogliono li vecchi per
bastoni servirsene, e alcuni anco li portano per certa autorit. Sono grossi a
tre cantoni, e ve ne sono altri pi sottili e molto leggieri. Questi, ancorch
in Ispagna cos li chiamano, non sono in effetto giunchi; e gli ho qui posti
per cavare di questo errore coloro che di questo nome li chiamano, perch nel
vero non sono altro che foglie d'una certa spezie di palme che in questa e
nell'altre isole di queste Indie sono, e molto pi in terra ferma. Piacque ad
alcuni chiamarli giunchi perch nel massiccio di questi bordoni si somigliano
alli giunchi; ma nel vero qui sono palme, anzi frondi di palme, le quali
nascono infin dal pedale e molte insieme e molto alte; n si fa grande questo
albero, perch non  altro che un circuito grande di queste foglie; e il
forcolo o la schiena, che sta nel mezzo di queste pampane  il bordone, che ho
detto che usano in Spagna i vecchi e che lo chiamano giunco. E questo tal
bastone o pidicino fino ben alto da terra produce la foglia, come la palma. Ve
ne sono bene grossi, ma portano li sottili in Spagna per farne bastoni da
vecchi. E se ne ritrovano qui pi grossi di quello che sarebbono due o tre di
questi piccioli giunti insieme, e sono assai leggieri e di poco peso.


Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta dell'erbe e
semente che si portarono di Spagna in questa isola e dell'altre che vi erano.

Libro undecimo

Proemio

Bench si sia nel terzo libro fatta menzione d'alcune cose che in questo si
replicheranno, si soffrir nondimeno perch si continovi con maggior ordine
questa istoria, perch, se ivi si tocc qualche cosa di queste materie, fu solo
perch ivi era a qualche proposito: ma questo  il proprio loro luogo. E nel
primo capitolo si ragioner nel generale di quelle erbe e semente che di Spagna
si portarono in questa isola, dove vi si fanno ordinariamente e vi si
moltiplicano del continovo; poi si passer a trattare dell'altre erbe che qui
si ritrovano, e sono come quelle di Spagna. E finalmente dir d'alcune piante
ed erbe medicinali di questa isola che nella nostra Spagna non sono n vi si
conoscono, e d'alcune loro propriet, secondo che io ne aver avuto notizia.


Dell'erbe e piante che sono venute di Spagna in questa isola Spagnuola,
e quali qui fanno semente e quali no.
Cap. I.

Si sono portate di Castiglia in questa isola semente di melloni, quali vi sono
ora tutto l'anno, e ve ne sono molti e vi fanno bene, bench assai pi nella
propria loro stagione ve ne siano. Ma, o pochi o molti, non ve ne mancano mai,
e vi fanno buona semente; onde non  pi ora necessario farla venire di
Castiglia.
Vi si sono portate anco semente di cetrioli, e vi sono fatti buoni e molti, e
vi producono anco il seme buono; onde, perch qui ne  assai buono, non bisogna
pi che di Castiglia si porti.
L'erba buona, che in alcune parti chiamano erba santa e in molte altre menta,
fa qui in queste Indie assai bene e vi  tutto l'anno, e non bisogna che pi ne
venga di Spagna, perch dove qui apprende vi si conserva e cresce.
Le melenzane fanno cos bene in queste contrade, ed  loro cos proprio questo
terreno come  la terra di Guinea ai neri; onde non bisogna fare pi venire di
Spagna il seme, perch qui vi fanno assai meglio che l, e un piede di
melenzano dura qui due e tre anni e pi e sempre produce e d il frutto; onde
quando queste sono picciole quelle sono grosse, e quelle altre stanno in fiore.
E io ne ho veduti alcuni piedi pi alti che non  niuno uomo, e in effetto qui
fanno assai meglio che in luogo alcuno di Spagna.
I fagioli vi fanno qui assai bene e vi  uno buono legume e in gran quantit; e
non bisogna fare altramente pi venire di Castiglia la semente, perch in
queste isole e in terra ferma si cogliono ogni anno di questo legume gran
copia.
L'apio, che si port qui di Spagna, ora n' in molte parte, e nelle case e ne'
poderi di questa citt, e non bisogna pi farne venire di Spagna perch qui vi
fa bene, e quando apprende una volta presso l'acqua non vi manca pi mai.
Le zavire vennero anco di Castiglia, e sono quelli cardoni verdi e grossi de'
quali si fa l'acibar, che  una composizione amarissima e nera; e vi fanno ora
molto bene, perch se ne veggono in alcune case di questa citt e nel
monasterio di questa citt molte, e nelle possessioni di questi cittadini
medesimamente. E ve ne sarebbono in questi luoghi quante volessero,
s'attendessero a questa mercanzia e ne volessero.
Ora diremo dell'erbe che si rinuovano, e ne portano la semente di Spagna,
perch, ancorch qui la pongano, non  buona.
I cocomeri si sono fatti in questa isola, e ne venne la semente di Castiglia;
quella che qui fanno non  buona, e perci bisogna rinovellarla. Lattuche ve ne
sono qui assai buone e quasi tutto l'anno, della sementa che di Castiglia
venne, e che se ne fa del continovo venire, perch quella che qui producono non
vale nulla.
I ravani sono qui buoni e quasi d'ogni tempo, ma ci sono un tempo migliori che
un altro, e la sementa che qui di loro si fa non  buona, e perci bisogna
medesimamente rinovarla e farla venire di Spagna.
I crescioni sono anco in questa isola, e bisognano rinovarsi con la semente di
Spagna; qui sono assai poveri di foglie, ma sono assai buoni.
Petroselini di quelli di Spagna ne sono qui buoni e vi si fanno grandi, ma non
producono sementa, onde bisogna farne venire di Castiglia.
Il coriandro medesimamente fa bene in questi luoghi, ma bisogna che pure di
Spagna si rinovelli la sementa.
Le cipolle qui si fanno del seme che si porta di Spagna, e si potrebbono pi
tosto chiamare cipollini che cipolle, poich non vi si fanno mai tali, n cos
grandi, come sono quelle di Spagna; non fanno buona sementa, e per si fa
venire di Castiglia.
Cavoli o verze, della forma che sono quelli di Napoli, ve ne sono qui
medesimamente, bench non siano cos buoni. Vi sono anco di quelle che
volgarmente chiamano cavoli cappucci, e vi fanno cos bene che sono migliori e
pi ristretti e pi saporosi di quelli di Spagna. Ma dell'una sorte e
dell'altra vien di Castiglia il seme, perch qui non aspettano che lo pongano.
I navoni sono cos buoni qui come in Spagna, se ne viene la semente buona,
perch, non essendo buon il seme, non ne pu riuscire buon il frutto; e qui
bisogna rinovellare il seme da Spagna, non essendo questo buono.
Le carote si fanno qui, ma non cos buone come in Spagna, n queste di qua
fanno buona semente, n esse anco hanno cos buon sapore come quelle di
Castiglia, perch queste sono insipide e disgraziate.
Le ramoraccie sono una spezie di radici selvatiche, e sono come rapi, ma sono
pi acute e mordicano. Di queste mangiai io in Italia, cio in Roma e in altri
luoghi. Ne  in questa citt per diligenzia d'alcuni Genovesi venuto il seme, e
vi si sono fatte belle e assai pi grandi di quelle di Roma, e meno acute e
mordicanti; ma poi l'hanno lasciate in oblio e al presente non ve ne sono. Ma
come testimonio di vista io dico che ne ho io mangiate in questa citt qualche
volta, e che in questi luoghi vi fanno benissimo.


Dell'erbe che sono in questa isola Spagnuola, che sono come quelle di Spagna,
e che sono qui naturali di questi luoghi.
Cap. II.

Tutte queste erbe in questa isola si ritrovano, che prima che i cristiani vi
passassero vi erano: la cicoria ( quella che gli erbolarii chiamano rostro
porcino), la portulaca, la verbena, il solatro, la piantaggine, la bursa
pastoris, la matricaria, il nenufar, il basilico, la scolopendria, il capello
venere, il politrico, la ceteracche, l'adianto, il puleggio agreste, la
malvavischia o altea, il polipodio, il visco della quercia (ancorch qui nasca
sopra alti alberi), la persicaria, il tribulo marino, la bieta, la salvia, il
milium solis, il cipero, il trifoglio leporino. Tutte queste erbe sono qui,
secondo ne sono stato informato dagli aromatari ed erbolari nostri, senza
l'averne io veduto la maggior parte di loro in queste Indie. Di pi di quelle
che io ho delle sopradette vedute, vi sono anco le seguenti, che qui da se
stesse naturalmente nascono, come in Spagna. E sono i felci, che ve ne sono
molti e di molte maniere, e la loro grandezza  tanta che vi sono alcuni alberi
che paiono di questa spezie, o almeno che le sue foglie abbiano. Vi sono poi
della medesima sorte di quelle di Castiglia, e del medesimo odore e fiori. Vi
sono spine che producono more di quelle stesse di Spagna e d'altre molte
maniere, e alcune pi grosse e di differenti fiori e alcune di loro di perfetto
odore. Vi sono cardi piccioli e pungenti, di quelli medesimi che sono in
Castiglia, rossi e della medesima foglia. Vi  marobbio, ma non hanno buon
odore e sono pi alte di quelle di Castiglia. Vi  l'elitropia; per non ognuna
produce quel frutto, o granelli, dei quali si fa il colore azuro per illustrare
e abbellire le lettere grosse, che si sogliono fare da coloro che scrivono i
libri di lettera tonda o formata.


Dell'erba che chiamano gl'Indiani "i", e della sua utilit e propriet.
Cap. III.

 una erba in questa isola che la chiamano i, e non solamente in questa isola,
ma in tutte le altre anco e in terra ferma di queste Indie. Nasce da se stessa,
e ve ne  tanta copia che in molte parti se ne veggono le campagne piene. Fa un
ramo lungo e s'alza in su come la coreggiuola o l'ellera, e ha quasi della
fattezza di queste erbe la foglia, salvo che l'ha pi sottile. Questa i  un
gran pascolo per li porci, perch gl'ingrassa molto, ed  pi loro al proposito
che non sono in Spagna le ghiande. In alcuni luoghi, e spezialmente in terra
ferma, si purgano gli uomini con questa erba. Io la viddi prendere in Darien
d'alcuni cristiani, ed  cosa cos sicura che si pu dare ad un fanciullo o ad
una donna gravida, perch non  violenta, n per fare andare nella purga pi
che tre o quattro volte all'infermo. E a questo modo si prende. La pestano
molto, e poi ne cavano il succo e lo colano, e perch perda alquanto del verde,
o del sapore dell'erba o dell'umidit, vi pongono in una scodella di lei
un'oncia di zuccaro, e la bevono poi a digiuno; e non ha a dormire l'infermo
finch abbia purgato. E non  amara, ancorch non vi si ponga il zuccaro; che,
se non si trova zuccaro n mele per porvene quella quantit che s' detta, far
nondimeno senza l'uno e senza l'altro il medesimo effetto. Io viddi in quelle
parti di terra ferma lodar molto questa maniera di purga. Si ritrova questa
erba copiosissimamente per le campagne, in tutte le provincie o isole che io ho
di queste Indie vedute.


Dell'erba o pianta che i cristiani chiamano balsamo artificiale,
per lo liquore che ne cavano, che questo nome li danno.
Cap. IIII.

Nel terzo capo del precedente libro s' ragionato del balsamo artificiale, che
in queste Indie si fa dell'albero goacane, che fu ritrovato d'Antonio Villa
Santa, o pur, secondo che altri dicono, dal dottor Codro. Oltra di questo
balsamo, che come si disse balsamo non , vi ha un altro certo liquore, che si
tiene per cos buono o migliore di quello, perch s' veduto essere utilissimo
a diverse malattie dove s' esperimentato, e spezialmente agli umori freddi e
alle passioni che da frigidit procedono. Ma, parlando pi particolarmente di
questo liquore, dico che a questo modo si fa. Questa  una pianta che da se
stessa nasce, senza essere dalla industria degli uomini aiutata, e se ne trova
gran quantit, e cresce tanto che pare albero, perch va tanto in su quanto 
una volta e mezza o due alto un uomo; e ha gli suoi gambi o fusticelli
berrettini, e le foglie verdi e grosse e ample, e dalla parte di dentro sono
pi verdi che dalla parte di fuori (chiamo la parte di fuori quella che ha pi
rilevato il nervo che va, per mezzo della foglia, dal capo al pi). E il
pidicino dove si sostiene la foglia non  verde ma  quasi rosso, e le foglie
sono in qualche parte di loro illustrate d'una rossezza paonazza. Il suo frutto
sono certi raspi lunghi quanto una mano coi deti stesi, e pieni di certe uve e
granelli grandi poco men di pallotte di schiopetto, e rari alquanto e sparsi, e
non densi come veggiamo essere le uve ne' graspi loro. Questi granelli di
questa pianta stanno verdi e in qualche punto un poco rossi, nel modo che ho
detto che sia il colore de' pidicini delle foglie; e quando maturano si vanno
pi arrossando, e quando sono ben maturi stanno quasi paonazzi oscuri. Ora,
prendono le cime tenerelle di questa pianta, e alcuni insieme con queste cime
prendono anco questi graspi e granelli, e ne fanno pezzi, e cuocono ogni cosa
in acqua finch manchi per met e pi e pi anco, finch diventi spesso come un
vin cotto o come un mele. Poi lo lasciano apposare e se ne servono nelle piaghe
e nelle isgarrature, ancorch vi manchi carne nella ferita; perch vi stagna
tosto il sangue e cura maravigliosamente le piaghe. E dicono qui alcuni che
questo sia migliore che il balsamo, e l'hanno molto esperimentato. Ma la vera
foglia ha da essere del modo che qui si linear, con amendue le punte acute,
cio nella cima dove va a finire e verso il pidicino onde incomincia. Delle
cime tenere di questa pianta si cava medesimamente per lambicco un'acqua che 
migliore che non  l'acquavite o ardente che chiamano; e molti se ne ritrovano
bene.
Poco tempo fa, che  accaduto che una rota di caretta si colse di sotto la
gamba d'un nero, a punto nella polpa, ma per dritto e non di traverso; perch
non li ruppe osso alcuno, ma ne distacc gran parte della carne pesta e rotta,
di modo che si pensava colui perdere la gamba o la vita o restare stropiato. Ma
in manco di 20 d stette bene, e lavorava come se non avesse avuto alcun male,
con porvi solamente panni netti di tela unti e bagnati di questo liquore,
riponendoveli una o due volte il giorno. Quando duole il ventre o altra parte
della persona, se  per freddezza, bevendosi alcuni sorsi dell'acqua che si 
detto che da questa pianta si cava, tosto il dolore va via o si sente almanco
assai miglioramento; ma continovandolo pochi giorni, si viene a togliere via
tutto il freddo e l'umore e il dolore causato dalla frigidit. Questa  una
pianta o frutice che si ritrova in molte parti di questa isola, e molti hanno
provato quanto ho io qui detto. Pensano anco alcuni che hanno esperimentato
questo liquore, e dicono, che sia migliore e pi securo del balsamo o liquore
di Villa Santa. E in effetto sono infiniti rimedi che il pietoso Iddio mostra
ai suoi fedeli, ancorch pi lontani si ritrovino da' medici e dalle medicine.
La foglia di questa pianta, che alcuni la chiamano del balsamo nuovo,  fatta a
modo d'un ferro di lancia o di una giannetta che tagli, e che siano molto
aguzze nella punta, come si solevano usare fra cavaglieri nelle guerre e fra
buoni cacciatori per li boschi. E noi qui il meglio che si  potuto l'abbiamo
disegnata.  lunga da sei deti e larga quattro nel mezzo.


Dell'erba o pianta chiamata perebecenuc.
Cap. V.

In questa isola Spagnuola  un'erba o pianta, che la chiamano perebecenuc, ed 
maravigliosa per le piaghe, e se ne trova gran quantit, ed  stata da molti e
da me stesso esperimentata. Di pi di questa e delle altre che ho dette, credo
io che qui siano infinite altre erbe e piante e alberi appropriati alle
infermit e piaghe umane. Ma perch gl'Indiani antichi sono gi morti, s' con
loro finita e sepolta la notizia di queste virt e secreti della natura. Dico
di quelli che gl'Indiani avevano gi esperimentati e sapevano. E tutto questo
che ora se ne pu dire  poco e non bene inteso, perch questa generazione 
cos avara di quel poco che sa, che n per utile, n per bene che se le faccia
ne vuole cosa alcuna manifestare, massimamente di quelle che potrebbono
(essendo medicinali) giovare a' cristiani. E quelle cose che si sono da' nostri
sapute, non si sono sapute per volont degl'Indiani, ma perch non le hanno
possuto celare. E bench io abbia alcune cose sentite dire, che per diversi
rimedi sono, non voglio per perdere il tempo in riferire cose confuse o non
chiare, e perci non dir io qui se non quello che  assai noto o che io abbia
veduto ed esperimentato, come ho fatto di questa erba o pianta della quale
parlavo, e che come ho detto la chiamano perebecenuc. Se ne trova gran quantit
in questa isola, e per le campagne e per li poderi e per dentro questa citt
anco: io dico che se ne ritrova tanta copia quanto di qual si voglia altra
erba, ancorch diciamo quanto delle porcellane, che non si pu pi dire per la
gran quantit che di loro qui si trovano.
Questa erba della quale parliamo, ha molte foglie larghe e aguzze nella punta,
e si somigliano a ferri di giannette picciole. Onde pare che vogliano insegnare
e accennare per questa via agli uomini che elle sono per curare le ferite di
cos fatti ferri. Sono queste foglie assai sottili e verdi, e nelle punte
alquanto paonazze, e gli astili o pidicini, nei quali queste foglie nascono,
sono medesimamente paonazzi come le punte delle foglie, bench ve ne siano
alcune non aguzze in punta, ma rotonde: ma e queste e quelle hanno la loro
estremit di colore posto fra leonato e paonazzo. Questa pianta produce certi
fiori rossi, lunghi, e con un fiocco o ciocca come il finocchio; ma sono
separati l'uno dall'altro e sono lunghetti e sottili. Quando questa pianta 
cresciuta tanto quanto dee crescere, e alto quanto  un uomo e pi,  nel suo
operare maravigliosa, perch facilmente e senza passione cura, che pare che
l'abbia voluta Iddio insegnare per l'eccellenzia grande che ha in guarire le
piaghe, ancora che siano vecchie e di cattiva disposizione, e incancherite o
quasi incurabili. E usano il rimedio di questa erba a questo modo. Cuocono un
pugno delle cime e delle foglie pi tenere di questa pianta in un bocale
d'acqua, e quando veggono che ne sia desiccata e mancata la terza parte, levano
il pignato dal fuoco e la lasciano quasi far fredda, e con un panno netto
bagnato in questa acqua lavano la piaga molto bene, poi l'asciugano con panni
di lino. E finalmente pigliano fra le mani alcune foglie crude di questa erba e
ne cavano il succo, nel quale bagnano fila di tela bianca e nette, e le pongono
su la piaga e la legano poi con un panno di lino. E a questo modo facendo due
volte il giorno, in breve tempo guariscono la piaga maligna. Alcuni, in vece
delle fila di tela, vi pongono l'erba stessa cos premuta e pesta fra le mani,
dapoi che hanno ben prima la piaga lavata, come si  detto; e la legano poi, e
in breve tempo la guariscono.
Ho detto piaga e non ferita perch questo rimedio  per le piaghe che per varie
occasioni avvengano, e non per ferite fatte a mano e fresche. Dico anco che io
ho curato in casa mia e fatto curarvi molti Indiani e schiavi neri e cristiani
con questo rimedio, e si sono sanati benissimo. E nel vero alcuni di loro cos
fatte piaghe avevano, che mi sarebbe costato un gran danaio la loro sanit, se
gli avesse posti in mano del chirurgico; e non so se gli avesse saputi curare.
E a questo modo, senza pagare un soldo n ringraziare se non solo Iddio, gli ho
veduti sani; perch questi Indiani e negri vanno travagliando per la campagna,
e questa terra, per essere umidissima,  cattiva per le gambe, onde per ogni
grattatura si fanno loro nelle gambe cattive piaghe; e perch al principio la
ferita  picciola, non la curano e non ne fanno caso. Il perch s'incancherisce
e diventa spesso maligna piaga; ma tutte si curano bene nel modo che ho detto.
La foglia di questa erba  della forma che qui di sopra lineata si vede. Quella
ombratura che nelle punte di queste foglie qui dipinte si vede,  quella parte
che hanno come paonazza, del quale colore o di leonato sono gli steli o
pidicini di queste stesse foglie, a punto come quelli delle biete che si
mangiano, che hanno il colore alquanto pi rosso che leonato. Tutto il restante
della foglia  verde, e molto sottile.


Della naturale e generale istoria dell'Idie, dove si tratta degli animali che
in questa isola si ritrovarono e di quelli che in fin di Spagna vi si
portarono.

Libro duodecimo

Proemio

Plinio, nella sua naturale istoria, tratt degli animali terrestri nell'ottavo
libro, perch li parve che li venisse bene al proposito suo. Io, ancorch abbia
pensato d'imitarlo nella distinzione delle spezie delle cose che egli scrisse,
non veggo che per questo sia anco necessitato, n che sia di sustanzia
l'imitarlo nel numero a punto de' libri, cio in dovere anco io trattare
nell'ottavo o nel nono o nel decimo delle medesime materie che egli vi scrisse.
E per questo io, in questo duodecimo libro, ho voluto parlare degli animali che
in questa isola si ritrovarono nel tempo che vi vennero i primi cristiani con
l'admirante don Cristoforo Colombo. Si far anco menzione di quelli che gli
Spagnuoli v'hanno portati d'Europa, e che tanto moltiplicati vi sono. Questo
libro sar breve in quello che tocca a questa e alle altre isole, perch pochi
animali terrestri e da quattro pi vi erano. Ma nella seconda e terza parte,
quando si tratter delle cose di terra ferma, vi sar molto pi che scrivere di
questa materia, perch vi sono molti animali, e differenti assai da tutti
quelli di Spagna. Tutti i cristiani antichi abitatori di questi luoghi, dicono
che in questa isola erano cinque animali, che si chiamavano hutia, chemi,
mohui, cori e cani gozi dei piccioli, come di pi lungo si vedr nei seguenti
capitoli. E si far anco appresso menzione delle serpi e biscie, e d'altre cose
al proposito di questa istoria che noi scriviamo.


Dell'animale chiamato hutia.
Cap. I.

Era in questa isola uno animale chiamato hutia, il quale era di quattro piedi a
maniera di coniglio, ma alquanto pi picciolo e di pi picciole orecchie; anzi,
e l'orecchie e la coda di questo animale erano come quelle del topo.
Ammazzavano questi animali con piccioli cani gozzi, che gl'Indiani avevano con
loro, domestici e muti; ma molto meglio poi fecero con levrieri e cani che poi
vennero di Spagna. Questi hutii sono di colore bigio, secondo che ne sono stato
informato da molti che gli viddero e ne mangiarono, e li lodano per un buon
cibo. Sono fino ad oggi in questa citt e in questa isola molte persone che
fanno di questa cosa fede. Ora assai pochi di questi animali si ritrovano.


Dell'animale chiamato chemi e della sua forma.
Cap. II.

Un altro animale era in questa isola Spagnuola chiamato chemi, il quale non ho
io veduto n al presente vi si ritrova. Ma, secondo che molti m'affermano, era
di quattro piedi, e cos grande quanto  un mezzano bracco; ed era di color
berrettino come la hutia, e della medesima fattezza, salvo che questo era assai
maggiore. Sono molti in questa isola e in questa citt che viddero e mangiarono
di questi animali, e gli approvano per un buon cibo. Ma nel vero, secondo che
s' detto delli travagli e fame che i primi cristiani in questa isola
passarono, si pu presumere che quanto vi era da mangiare tutto lor in quel
tempo paresse assai saporoso e buono, ancorch non fosse.


Dell'animale chiamato mohui, che era anco in questa isola Spagnuola.
Cap. III.

Il mohui  un animale alquanto pi picciolo della hutia, e del medesimo colore
berrettino, ma pi chiaro. Questo era il cibo pi prezioso e pi stimato dalli
cacichi e signori di questa isola. La forma e fattezza di questo animale era
molto simile alla hutia, salvo che aveva il pelo pi grosso e pi duro, e pi
acuto e arricciato. Io non ho veduto questo animale, ma tutte le cose che ne ho
dette le ho intese da molti degni di fede, che vivono oggi in queste parti, e
gli viddero e ne mangiarono, e lo lodono per carne migliore di niuna altra di
quelli animali che pi di sopra si sono descritti.


Dell'animale cori, che gi vi fu, e ora  in molte case di questa citt di San
Domenico.
Cap. IIII.

Cori  un animale picciolo, ha quattro piedi, ed  della grandezza d'un
mediocre coniglio selvaggio; e paiono questi cori in effetto una spezie di
conigli, ancorch tenghino il mostaccio a maniera di topo, ma non gi cos
acuto. Hanno l'orecchie assai picciole, e le portano cos ristrette, e
congiunte naturalmente col capo, che molte volte pare che non le abbiano. Non
hanno coda alcuna, e hanno assai delicati i piedi dinanzi e di dietro, dalle
giunture delle gambe in gi. Hanno tre deti, e un altro pi picciolo, che sono
quattro. Sono assai delicati e sottili, e del tutto bianchi alcuni, alcuni del
tutto neri, ma la maggior parte sono d'amendue questi colori macchiati. Ve ne
sono anco alcuni del tutto vermigli, e alcuni macchiati di vermiglio e di
bianco. Sono vaghi e puri animaletti, n punto fastidiosi, perch sono assai
domestici e vanno per la casa, e la tengono netta senza sporcarla; non stridono
n fanno rumore, n corrodono per fare danno. Mangiano erba, e con ogni poco
che lor si dia di quella che mangiano i cavalli si mantengono, ma assai meglio
con un poco di cazabi, che pi gl'ingrassa, ancorch l'erba sia loro pi
naturale. Io ne ho mangiati, e sono nel sapore come conigli selvaggi, bench
abbiano la carne pi delicata e morbida, e men secca di quella delli conigli.


Delli cani piccioli che furono in questa isola Spagnuola.
Cap. V.

Si ritrovarono in questa isola, e in tutte l'altre che sono ora abitate da
cristiani, cani piccoli, che gl'Indiani nelle case loro allevavano; ma ora non
ve ne  niuno. Gl'Indiani se ne servivano alla caccia degli altri animali qui
di sopra detti. Erano questi cani di tutti quelli colori che se ne veggono in
Spagna, alcuni d'un color solo, altri macchiati di bianco, nero o vermiglio, o
d'altro colore e pelo che si sogliono in Spagna vedere. E alcuni lanati come
castrati, altri con una lana sottile e delicata e altri lisci; ma la maggior
parte di loro  fra lanuto e liscio. E il pelo di tutti era pi aspero di
quello che l'hanno i nostri in Castiglia, e con l'orecchie erte, appizzate e
vive come le tengono i lupi. Tutti questi cani erano muti, di modo che,
ancorch fossero battuti o morti, non si lamentavano n gemivano mai, n
sapevano abbaiare. Li cristiani che vennero in questa isola col primo
admirante, nel secondo viaggio, morendosi di fame e non avendo che mangiare, si
mangiarono tutti questi cani. E a questo modo questi cani erano. Ma in terra
ferma ve ne ha gran quantit, in alcune provincie dove io gli ho veduti, e ne
ho mangiati alcuni, ed  buon mangiare.
Certo che il non abbaiare n gemere di questi cani, essendo lor cos naturale e
proprio,  una cosa assai nuova, avendo rispetto a quelli che in Europa
abbiamo. Ma questa e altre diversit fa la natura in varii animali e clima. E
come diceva un poeta moderno che io conobbi in Italia, e molto stimato in quel
tempo, chiamato Serafino dall'Aquila, in un suo sonetto dove parlava della
variet delle cose naturali: "E per tal variar natura  bella". S che in
diverse regioni differenti e strane cose si trovano, e in una stessa spezie di
animali si producono; percioch, conforme al silenzio di questi cani, dice
Plinio che in Cirene sono mute le ranocchie, le quale, portate via da quella
contrada ad un'altra, cantano. E nell'isola di Serifo sono mute le cicale, le
quali anco, portate in altre provincie, cantano. Ricordandomi io adunque d'aver
letto questo, volsi provar se questi cani muti, cavati da quella loro contrada,
abbaiassero in un'altra; e cos cavai un cagnolino di questi dalla provincia di
Nicaragua, e lo portai fino alla citt di Panama, che  ben 300 leghe l'una
provincia lontana dall'altra. E quando poi volsi partire per Spagna me lo
rubarono. Io aveva allevato da picciolo questo cagnolo, di modo che era molto
domestico, ma era muto cos in Panama come in Nicaragua; e non me ne
maraviglio, poich tutta quella  una costiera in terra ferma. In questa isola
Spagnuola non erano altri animali terrestri quadrupedi, fuori di queste cinque
spezie d'animali che si sono dette, e per questo ser breve la lezione di
questo duodecimo libro; ma sar assai maggiore nella relazione delle cose di
terra ferma, perch ivi sono molti animali, cos di quelli che sono nella
nostra Spagna e in Europa, come di molte altre varie forme e spezie differenti,
e assai varii da quelli che in altre parti si veggono.


Delli topi o ratti o sorzi di questa isola Spagnuola.
Cap. VI.

Cercando di queste materie, non ritrovo chi mi sappia dire se, nel tempo che
l'admirante don Cristoforo Colombo venne a discoprire queste isole, erano o no
in queste parti topi o sorici. Ma io in tutte l'isole e terra ferma dove sono
stato ho veduto che ve ne sono molti. E cos credo anco che qui essere dovevano
quando i primi cristiani vi passarono, perch questi animali non sono razza che
abbiano bisogno di sementa per moltiplicare, ancorch fra loro ne siano e
maschi e femine, e che veggiamo moltiplicarli per via del coito; perch, se ben
si morissero quanti nel mondo ne sono, non per questo resterebbe la terra senza
topi, perch sono animali che di putrefazione si generano. E per questo si dee
credere che anco in questa isola ne fosse prima che i nostri vi passassero,
come nell'altre isole e in terra ferma ne sono in gran copia, cos per le
campagne e per li boschi come per li luoghi abitati. E il medesimo credo e dico
delle api, delle vespe, delle mosche e d'altri simili animaletti.


Degli animali terrestri che si portarono di Spagna in questa isola, dove non vi
erano.
Cap. VII.

In questa isola non erano cavalli, e vi si portarono di Spagna cavalli e
cavalle, e ora ve ne sono tanti che non bisogna cercarli n d'altro luogo
portarli. Anzi, in questa isola vi sono fatti armenti di cavalle, e cos vi
sono moltiplicate, che da questa isola hanno portati e cavalle e cavalli in
tutte l'altre isole che s'abitano dai cristiani, e dove ve ne  ora la medesima
abbondanza. Si sono anco da questa isola portate in terra ferma e nella Nuova
Spagna, di modo che della razza di quelli di questo luogo ve ne sono per tutte
l'altre parti delle Indie, dove ne sono altre razze fatte; e per la gran copia
 loro giunto a valere, un puledro o una cavalla domata in questa isola,
quattro o cinque castigliani e meno.
Delle vacche dico il medesimo, poich, come cosa assai nota , sono cos grossi
armenti di vacche in questa isola, e vi vale una vacca un castigliano d'oro. E
molti le hanno morte, e di molte di lor perduta la carne, per vendere i cuoi e
mandarli in Spagna, come ogni d ve ne vanno le navi cariche; e sono uomini, in
questa citt e per l'isola, che hanno da due a diecimila capi di vacche e pi
anco assai, perch il vescovo di Venezuola, che  oggi decan di questa chiesa
di San Domenico, possiede 16 mila teste di questi animali vaccini e pi; e da
questo numero in basso gli altri posseggono di questi stessi armenti le gi
dette quantit.
Delli porci ne sono stati medesimamente gran greggi in questa isola. Ma poich
si diedero le genti al guadagno del zuccaro, perch i porci erano dannosi a'
campi, molti lasciarono via cos fatti animali, bench pur tuttavia ve ne siano
molti; e si veggono le campagne piene di salvaggine, cos di vacche e cinghiari
come di molti cani che si sono fatti selvaggi, e sono peggiori che lupi. Molte
gatte medesimamente, di quelle che si portarono di Castiglia per tenerle in
casa, se ne sono ite al bosco e si sono fatte salvatiche. Sono qui
medesimamente molti asini e mule e muli, che vi sono moltiplicate come in
Castiglia.
Ma perch di tutte queste cose s' detto particolarmente, e a me non piace di
ridire pi volte una cosa, basti quello che di questi animali s' detto, poich
assai noti sono e ordinarii nella nostra Spagna. E, come altrove s' tocco,
ritorno a ricordare al lettore che un peso, che  poco meno di tre libbre di
carne, vale in questa citt due quattrini. Vi sono stati anco in questa citt e
isola portati conigli bianchi e neri, e ve ne sono per le case alcuni; ma non 
troppo utile guadagno, per quello che s' veduto del loro aumento nelle isole
di Canaria, e sono naturalmente nelle possessioni dannosi. E, se vogliamo
ricordarci di quello che si legge presso gli autori antichi, vediamo che in
Spagna si disabit una citt per la copia grande delli conigli, che il tutto
cavavano e guastavano: cos lo scrive Plinio nel 29 capitolo del libro ottavo.
Ma passiamo a dire degli altri animali che erano in questa isola, come serpenti
e biscie e simili.


Delli serpi e biscie di questa isola Spagnuola.
Cap. VIII.

Sono innumerabili le biscie di questa isola Spagnuola, e di tutte l'altre isole
e terra ferma di queste Indie, e vi sarebbe tanto che dire di loro che, a
volerne particolarmente scrivere, sarebbe un non venire mai a capo: perch ve
ne sono verdi, ve ne sono berrettine, ve ne sono nere, e una pi verde che
un'altra, e alcune d'un color quasi giallo. E come sono differenti ne' colori,
cos sono anco nella grandezza, bench siano tutte picciole, e altre dipinte,
altre lineate di vari lavori e colori, e di ognuna di queste spezie ve ne ha
gran copia. Ve ne sono altre che, quando si fermano a mirare l'uomo, cavano
fuori del gozzo all'aere una cresta tonda e rossa; e mentre ferme stanno la
tengono a quel modo fuori, nel partirsi poi la ritornano dentro nel gozzo. Ve
ne sono altre alquanto maggiori delle ordinarie e communi biscie di Spagna, e
due e tre volte maggiori anco, ma non cos grandi per quanto sono gli scorzoni
di Castiglia.
Ma lasciamo le biscie, perch sarebbe cosa da non venirne mai a capo, e sono
qui molto comuni, e veniamo a parlare dei serpi; de' quali dico che in questa
isola Spagnuola ve ne sono molti e di molte sorte e dipinture e grossi, ma 
comune opinione degli abitatori di questa isola, e cristiani e Indiani, che non
siano velenosi. Venendo io da terra ferma a questa isola, nel 1515, passai il
fiume di Neiva in una zattera di canne, presso dove questo fiume entra in mare
molto furibondo e largo, e conducevano questa zattera notando intorno 10 o 12
Indiani. Ho voluto dire come questo pass accioch gli istorici, che in Spagna
scrivono le cose di queste Indie, sappiano che cos sono lontani
dall'intenderle, anzi dall'intendere se stessi, quanto ne hanno lontani gli
occhi; perch, se io non fossi passato per questo fiume allora, non avrei
potuto vedere un serpe, che io ritrovai da questa altra parte del fiume presso
la riva del mare, a pi del monte che chiamano de' Pedernali. Il qual serpe io
misurai, ed era pi di venti pi lungo, e nella parte pi grossa era molto
maggiore d'un pugno chiuso; e lo dovevano aver morto quel d stesso o poche ore
inanzi, perch non puzzava, e se ne vedea fresco il sangue che gli era uscito
da tre o quattro coltellate che teneva. Questi cos fatti serpi sono in queste
parti meno velenosi che gli altri, ma sono di maggior spavento a vederli.
Veniva di compagnia meco in quel viaggio, insieme con altri cristiani, Michel
Giovan di Ribas, che  al presente fattore di Sua Maest in Castiglia dell'Oro,
e tutti insieme passammo il fiume con quella pericolosa zattera di canne.
E poich non sar forse fuori di proposito, dir che modo di passaggio 
questo, e quanto diverso da quello che in altre parti del mondo con ponti o con
barche usano. Dico che erano sei o sette fasci di canna giunte e legate insieme
con besciuchi, che in questo servono meglio che non farebbono le corde, e sopra
questo piano di canne v'erano d'intorno, come in un cerchio quadrato, posti
altri fasci pure di canna, erte e grosse quanto  uno uomo; di modo che nel
mezzo di questo quadro, che era di sei o sette piedi per ogni verso, voto e
capace, andava io assiso, e d'intorno notando andavano quelli Indiani che ho
detto che guidavano la zattera: perch li pagai, e diedi loro alcune cose di
quello che essi estimavano, ma di poco valore, come sono ami da pescare e certi
coltelli, e al caciche donai una camicia. Era il fiume quasi un miglio largo,
dove il passai di quella maniera che io diceva; e perch alcuni Indiani e
Indiane che il fattore e io menavamo da terra ferma andavano notando, e per
l'ampiezza del fiume si stancavano, s'afferravano alle canne della zattera, e
quanto quelli del caciche aiutavano, tanto questi altri impedivano e
disturbavano il viaggio; onde, dove io assiso andava, non poteva fuggire che
l'acqua non mi desse quasi fino alla cintura, perch poteva fra le canne
facilmente entrare. E perch tutte le canne di questa isola sono massiccie, e
gli Indiani stanchi vi s'aggrappavano sopra, sempre s'andava pi la zattera
affondando.
Portava io con meco, del secretario Lope Conciglio e di raccomandati d'altre
persone particolari e mie, pi di tremila castigliani d'oro in verghe, le quali
io alcuna volta pensai che dovessero restare nel fiume. Onde, perch questo non
avenisse, legai molto bene tutto l'oro in una tela, e con una buona cordella vi
diedi molte volte, lasciandovi un capo lungo di pi di 12 o 15 braccia, con
pensiero che, affondandosi del tutto la zattera, avrei io con meco quello oro
tolto, o datolo a qualche uno di quelli Indiani migliori natatori, o l'avrei
lasciato andare al fondo, restandovi nel capo di sopra della corda un
bastoncello che io aveva legato per segnale. Io andava scalzo e in camicia, e
m'aveva ben legate le falde e le maniche della camicia per notare, se bisognato
fosse.
Ma volse il nostro Signore, per sua clemenzia, che passassimo tutti a
salvamento, bench con molto pericolo e stanchezza: perch la corrente del
fiume era molta e ci dibatteva forte, onde ci port e pose quasi alla bocca del
mare. Di modo che arrivammo da questa altra banda del fiume con ci che io
portava bagnato e perso, e delle mie carte e memoriali bagnati mi rincresceva
pi che d'altro. Tutto questo avenne perch, avendo con molto affanno e
dispiacere aspettato cinque d, quattro leghe pi in su, in quella stessa
riviera del fiume, vedeva che ogni giorno pi cresceva il corso delle acque, e
non m'arrischiava a guazzare a cavallo il fiume; onde ne mandammo co' cavalli i
servitori nostri per quella via, perch ci diedero ad intendere che quel
caciche che era pi gi teneva canoe, e ci avrebbe fatto molto appiacere a
passare. Ma fu per essere con tanto mio dispiacere, che non m'avanzer vita per
potermi ben pentire dell'errore che io feci.
Ora, venuti da questa altra parte, ritrovammo il gran serpe che io dissi, e poi
montammo il colle de' Pedernali, che  molto aspero, e penammo due giorni e
mezzo a passarlo; e vi dormimmo due notti senza ritrovare acqua n avere che
mangiare altro che granchi, de' quali ve ne erano molti e buoni; ma non sono
cibo per gente ischifa n delicata. E cos nel terzo giorno giungemmo alla
terra d'Azua. E a questo modo hanno da imparare di scrivere coloro che vogliono
referire e narrare le cose dell'Indie. E nel vero, se qui dicessi i travagli
che io ho passati finch non l'ho apprese o vedute, verrebbe il doppio il
volume di questi libri. E non vorrei io miglior premio delle fatiche mie che
saperle cos ben dire come sofferte le ho, per la clemenzia e bont divina. E
m'ha molte volte fatta Iddio cos chiaro miracolosamente grazia della vita che,
se io sapessi cos bene isplicarlo, so che pi grate e di maggiore admirazione
queste istorie sarebbono.
Ma, ritornando a quello che si propose nel titolo d'avere a dire, dico che io
qui sar breve, perch nelle cose di terra ferma vi sar molto pi che dire in
simile materie, e per quel tempo le riserbo. Sono medesimamente in questa
isola, e nelle altre convicine, certi serpi verdi e sottili ma velenosi molto;
e di questi fanno gl'Indiani caribi il lor veleno. Questi tali serpi si
attaccano da se stessi per la coda nei rami degli alberi, e si mantengono a
quel modo sospesi, e mordono dovunque mordere e ferire possono chiunque indi
passa che di lor non s'accorga; e sono questi cattivi e pieni di veleno. Ma
perch ho detto che ne fanno gl'Indiani caribi il veleno con il quale le lor
freccie tirano, dico che non con questi serpi solamente lo fanno, ma con altri
venenosi materiali, come al suo luogo pi di lungo si narrer. Vi sono
medesimamente certi altri serpi berrettini, e altri non molto verdi, e maggiori
che non sono questi de' quali ho detto che  il veleno; ma (come dicono) non
sono cos cattivi n velenosi, bench io non credo che si ritrovi alcun serpe
senza veleno in tempo alcuno dell'anno. Vi sono anco altri serpi maggiori di
quello che io ho prima detto che ritrovai morto a' pi del monte de' Pedernali,
che cos ho io inteso dire da molti, ma che non sono per maligni n fanno
male. Gl'Indiani se li mangiavano tutti, e questi e quelli, senza differenzia
alcuna, e lo tenevano per buon cibo, salvo che quelli verdi sottili, che essi
con diligenzia cercano per ammazzarli, e farne quella lor diabolica e pestifera
mistura con la quale le loro freccie ungono. Parlo degli Indiani caribi, che
questo esercizio fanno.


Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli animali
aquatici.

Libro decimoterzo

Proemio

Le opere del grande Iddio sono tutte maravigliose, e differenti nelle spezie
loro in tutte le parti del mondo, cos nella variet della forma come nella
grandezza e proporzione loro, e negli effetti e particolari nature
medesimamente. Onde, per questa tanta variet, non ha bastato la diligenzia
umana, n le vite degli uomini che in questa contemplazione occupati si sono, a
poter del tutto e compiutamente scrivere n sapere tutti gli animali della
terra, n tutti i pesci e animali del mare; il perch sempre avranno qualche
cosa che dirvi di novo, e quelli che ora ci vivono e quelli che appresso di noi
verranno.

Per tanto io in questo decimoterzo libro tratter degli animali acquatici che
in questi mari di queste Indie sono, e spezialmente di questa isola Spagnuola
della quale qui si ragiona: perch, cos in questa materia come nell'altre si
fa, seguir lo stile di Plinio, e se bene non ne parler cos bene come egli,
ragioner nondimeno il vero, e come testimonio di vista nella maggior parte
delle cose delle quali qui si far menzione. E non ho solamente veduti quei
pesci che qui dir, ma n'ho mangiato anco della maggior parte, onde anco col
gusto far qui di queste cose fede.


Delli pesci del mare e dei fiumi, e del modo come gl'Indiani pescano.
Cap. I.

Il cibo pi ordinario degl'Indiani, e al quale essi pi affezionati sono, sono
i pesci dei fiumi e del mare; e sono gl'Indiani assai destri ed esperti nelle
pescherie e nell'arte del prenderli, perch, come alcuni pescano con canna in
Spagna, cos qui fanno anco costoro, con bastoni sottili e pieghevoli e con
corde anco e bollettini, e con treccie di cottone assai ben fatte. Pescano anco
con certi quasi steccati e viette che essi nelle costiere fanno, dove il mare
nelle sue riviere cresce e manca, e nelle altre parti a questo atte; e da sopra
le lor canoe medesimamente, che sono della maniera che s' detto, e che
appresso pi particolarmente si dir. Usano anco certa erba chiamata baigua in
luogo del verbasco: la minuzzano nell'acqua e, o che sia che il pesce ne
mangia, o pure che per sua propria virt penetri nell'acqua, s'inebriano i
pesci, e fra poco spazio di tempo si veggono sopra l'acqua col venire in su,
adormentati o attoniti, di sorte che li prendono con mano e in grandissima
quantit. Questa erba baigua  come il besciuco, e giova, come s' detto, pesta
o minuzzata ad addormentare o inebriare il pesce; e di tutte queste sorte
pescano e fanno gran caccie e nel mare e ne' fiumi.
E, come io credo, questi pesci di qua sono pi sani che non sono quelli di
Spagna, perch sono meno flegmatici, ma non di cos buon sapore; bench qui
anco ne siano assai buoni, come sono le lize grandi e picciole, che  un pesce
a modo di cefalo, e come sono le vope e le vermigliuole e l'occhiate e le
gabine e le palamete e i savali e le spinole e le parguete, che sono come
aurate grandi; e i corvi e le cornute e i polpi e i pescicani e le sarde e
l'aguglie o ago e le sovaci e le lenguate o palaie e i salmonadi (non dico
salmoni) e ostreche grandi e peludrini e conchiglie, con molte spezie di queste
cose maritime ostreacee; e lagoste e cancri o granchi e gammarelli e raie in
gran copia, e in alcuni luoghi assai grandi, e anguille e morene; e molti e
assai gran tiburoni, che sono fiere di mare pi tosto che pesci, per la loro
grandezza, come si dir di loro particolarmente appresso, e lupi o vitelli
marini e testudini assai grandi, e altre anco picciole, che gl'Indiani le
chiamano hicotee; e molte aurate (e questo  un dei buoni pesci del mare), e
pesce viola e pesci volatori in gran copia, non gi della forma di quelli che
sono nel mare di Spagna, che li chiamano rondinini, ma pi piccioli assai; e di
tutte le spezie gi dette ne  qui un gran numero, e vi sono anco molti marasci
e tonni e balene.
Ma lasciamo questa generalit, poich tutti questi pesci sono anco nel mare di
Spagna, e nei suoi fiumi anco, quelli che sono di fiumi; e veniamo alla
particolare e speziale relazione d'alcuni dei gi detti e che sono in queste
parti; perch questo libro non ha da servire solamente a questa prima parte di
questa naturale istoria dell'Indie, ma alla seconda parte anco, dove fuggir di
replicarvi molte cose che qui si dicono. E perch ho detto in questa generalit
del pescare degli Indiani, che pescano con bastoni imitando il pescare con
canna che si fa in Spagna, e con corde anco e bollettini, dico che queste due
maniere di pescare essi l'appresero da' nostri cristiani, perch essi, prima
che i nostri qui venissero, non avevano ami. Lasciando adunque queste due
maniere di pescare da parte, dico che gl'Indiani si servivano degli altri modi
che si sono detti, e d'altri medesimamente, come era con certa maniera di nasse
picciole nei fiumi, e facevano per queste vie del continovo gran caccie. Ma
veniamo a' pesci particolari.


Delle balene, che sono nei mari dell'isole e di terra ferma di queste Indie.
Cap. II.

Secondo che Plinio nel suo nono libro scrive, trattando degli animali
acquatici, le balene sono assai grandi animali; ma io non posso cos
liberalmente parlare della misura o grandezza che esso loro d, perch non le
ho misurate n vedute in terra. Le ho ben viste nel mare molte volte, e per
quello che per l'estimativa degli uomini di mare, e a quello che esse mostrano
quando spruzzano in alto l'acqua, che qualche poco di lontano pare che sia una
vela di nave, si pu giudicare che non siano minori di quelle che si veggono
per le costiere di Spagna, e ve ne ammazzano alcune. Di queste n'ho molte volte
ritrovate e viste in questi mari di tramontana, fra queste isole e terra ferma,
e nelle costiere di terra ferma medesimamente, dalla parte di mezzogiorno, come
lo scriver pi particolarmente nella seconda parte di questa istoria.
Tutti coloro che io ho in questi mari di qua uditi parlare di questa materia,
dicono che le balene che qui sono sono i maggiori animali d'acqua che in questi
mari si trovino; ma non ho ancora inteso che in queste Indie ne sia stata
ancora morta alcuna, n che ne sia stato raccolto ambracane, che, secondo
l'opinione d'alcuni, procede dal coito loro.
Ben penso io che quello animale che Plinio nel nono libro chiama phiseter, e
che dice che s'alza sopra l'acqua in forma di colonna, e che getta poi per la
bocca in aere un diluvio d'acqua che paiono vele di navi, non sia altro che
balena, poich suole la balena fare il somigliante. A questo proposito dir
quello che io, insieme con molti altri, viddi nella bocca del golfo d'Orotigna,
che  200 leghe lungi dalla citt di Panama verso ponente, nella costiera di
terra ferma, dalla parte di mezzogiorno. Uscendo nel 1529 da quel golfetto nel
mare grande, per andare nella citt di Panama, vedemmo presso a quella bocca
del golfo andare un pesce o animale aquatico grandissimo, e di tempo in tempo
levarsi dritto su l'acqua; e quello che mostrava fuori del mare, che era
solamente la testa e due braccia, era assai pi alto che la caravella nostra
con tutti gli alberi. E inalzato a quel modo si lasciava poi cadere gi e
dibatteva fortemente l'acqua, e indi a poco spazio ritornava a fare il
medesimo; ma non gettava per acqua alcuna per bocca, bench nel cader gi
facesse, con quel colpo e caduta, saltare molta acqua in aere. E un figliuolo
di questo animale, o simile a lui, ma molto minore, faceva il somigliante,
isviandosi sempre dal maggior alquanto. E, per quello che i marinai e gli altri
che nella caravella erano dicevano, la giudicavano per balena, e per balenotto
il picciolo. Le braccia che mostravano erano grandissime, e alcuni dicevano che
le balene non hanno braccia. Ma quello che io viddi era della maniera che ho
detto, perch io andava con gli altri dentro la caravella; dove veniva anco il
padre Lorenzo Martino, canonico della chiesa di Castiglia dell'Oro, e il
pilotto era Giovan Cabezas; e vi veniva anco un gentil uomo chiamato Sancio di
Tudela, con molti altri che sono vivi e potranno testificare il medesimo,
perch non vorrei mai di simili cose parlare senza testimonii. Alla estimativa
e parer mio, ogni braccio di questo animale poteva essere da venticinque piedi
lungo, e cos grosso come  una botte, e la testa era pi che quattordeci o
quindeci piedi alta e pi larga assai, e il resto del corpo pi d'altretanto.
Egli s'alzava su in alto, e quello che mostrava d'altezza era pi che non 
cinque volte alto un mediocre uomo, che fanno venticinque passa. E non era poca
la paura che avevano tutti, quando ella coi suoi salti si veniva al vassello
nostro accostando, perch la caravella nostra era picciola. E per quello che
noi suspicare potevamo, pareva che questo animale sentisse piacere e facesse
festa del tempo che venire doveva: perch presto si pose in mare un gran
ponente, il qual vento fu molto al proposito nostro, perch navigando in pochi
d giungemmo alla citt di Panama.


Della iuana, serpente della qual spezie ne erano molti in questa isola: e i
cristiani non sanno determinare se  carne o pesce, e cos alcuni per l'uno e
per l'altro lo tengono.
Cap. III.

 in questa isola un animale chiamata iuana, il quale qui si tiene per
neutrale, cio in dubbio se  carne o pesce, perch va per li fiumi e per gli
alberi medesimamente; onde una volta mi pare di dovere porlo con gli animali
terrestri, e un'altra di scriverlo con gli aquatici, perch secondo a me pare
nell'una spezie e nell'altra potrebbe porsi. Questo  un serpente che, a chi
nol conosce,  d'orrenda e spaventevole vista. Ha le mani e i piedi come
lacertone, e la testa assai maggiore, ma quasi di quella stessa forma; ha la
coda di quattro o cinque palmi lunga, e pi e meno, secondo la proporzione
della sua grandezza. Il corpo del maggiore di questi animali  di due palmi e
mezzo lungo e un palmo o poco pi d'ampiezza, e pochi o niuno di questi animali
questa grandezza passono; ma da questa grandezza in gi se ne ritrovano di
varie sorti, fino ad essere come picciole lucertole. Hanno per mezzo della
schiena alzato su un certo cristato a maniera di spine o d'una serra, e in s
pare una cosa assai fiera. Ha i denti molto aguzzi, e uno gozzo assai lungo e
largo che li prende dalla barba al petto. Ed  questo animale cos tacito, che
n stride n geme, n stando legato dove si sia fa male alcuno o strepito, e vi
star dieci e venti giorni senza mangiare n bere; ma, se pur glie ne danno,
mangier un poco di cazabi o d'erba o d'altra simile cosa.  di quattro piedi,
e le due mani dinanzi ha lunghe e compiute, deti lunghi, e le unghie sono
lunghe e come d'uccelli, ma fiacche e non da presa. Ed  questo cos fatto
animale assai meglio a mangiare che a vedere. Ha cos orrendo e terribile
l'aspetto, che non  uomo che ardisca d'aspettarlo, se non ha un generoso e
grande animo, e non s'astiene niun di mangiarlo, se non chi ha bestiale e mal
conoscimento, e che non sappia la sua mansuetudine e lo suo buon gusto.
Questi animali, quando sono piccioli, passano notando su l'acqua per li fiumi e
per li ruscelli, e si danno cos gran fretta di menare le braccia, che non ha
l'acqua tempo di impedirli o di farli andare gi al fondo: e questo stile hanno
di passare notando a questo modo fin che sono presso a un palmo lunghi e
sottili, perch da questa grandezza in su passano sotto acqua coi piedi per
terra, perch non sanno notare e sono grevi. Generano in terra e presso i fiumi
o ruscelli, e sono cos del continovo nell'acqua che non sanno i cristiani
determinare se sono di spezie d'animale terrestre o di pesce.
Egli  adunque questo animale, nel modo che ho detto, assai brutto e
spaventevole, ma  un buon cibo e meglio assai che i conigli di Spagna, delli
buoni di Sciarama, perch i conigli che sono presso a questo fiume penso io che
siano i migliori che nel mondo si trovino. Quando i cristiani provarono questi
animali, cominciarono a stimarli molto, e oggi non li lasciano per danari,
quando avere ne possono. Sola una cosa di male hanno, e n'ho sentiti
lamentarsene molti, ed  questa, che dicono che chi ha avuto il mal francese,
mangiando di questo animale ritorna a sentire le doglie antiche, ancorch ne
sia stato per qualche tempo sano. Io ho molte volte in terra ferma mangiato di
questi animali, ed  un buon mangiare. E, come persona che n'ho fatta la
esperienzia, voglio avisare coloro che in questi luoghi leggeranno (se vi
mancaranno Indiani, come gi vi mancano) del modo e dell'arte che hanno a
tenere per cuocere e conciare l'ova della iuana; perch ritroveranno per vero
che, volendo fare di queste ova una frittata o pur cuocerle fritte intiere, non
si potr mai cuocere con olio o con butiro, ma con gettarvi un poco d'acqua s
bene invece dell'olio. E questa  cosa provata e certa.
Fa alle volte una iuana quaranta e cinquanta ova e pi, e sono queste ova buone
e di buon sapore, e hanno dentro il rosso e il bianco come quello delle
galline, salvo che la loro scorza  sottile; e le maggior ova della iuana sono
quanto una noce o meno, ma tonde. Pietro Martire nel suo libro dice che queste
iuane sono simili al cocodrillo, che  animale del fiume Nilo. Ma egli vi
s'ingann, perch queste iuane non sono maggiori di quello che ho detto di
sopra, e io le ho vedute da che son cos picciole come  un deto, finch sono
grandi quanto ho detto che essere pi possano. E ho vedute molte delle picciole
passare a noto per li fiumi e per li ruscelli, e delle grosse andare sotto
acqua, e n'ho anco molte volte mangiato; l dove i cocodrilli sono grossi
animali, e di differente forma e maniera e colore da queste iuane, senza molte
altre particolarit che anco differire li fanno. Meglio averebbe adunque Pietro
Martire detto che fossero cocodrilli, o della loro spezie, i lacertoni grandi
di terra ferma, che maggior somiglianza e conformit v'hanno, come si dir al
suo luogo: poich n l'uno n l'altro hanno lingua e sono amendue grandi
animali.
E, ritornando a quello che qui sopra scriveva Plinio, dico che i lagarti, o
scorzoni di terra ferma, hanno quelle istesse condizioni, perch sono di
quattro piedi, e sono nocivi e fieri e in acqua e in terra, e alzano la
mascella di sopra e hanno i denti come pettine; ma non sono per di tanta
grandezza di quanta dice Plinio che sono i cocodrilli, perch, d'un gran numero
che io n'ho veduto, il maggiore non passava 23 piedi (bench io non dubito che
ve ne siano degli altri assai maggiori) e le loro ova sono cos grosse come
sono quelle delle oche; e io di queste ova n'ho mangiato molte volte, ma non
hanno il rosso, perch quanto vi  dentro  bianco. Codro, filosofo italiano,
averebbe saputo ben scrivere queste cose, perch era dotto, e fu alla citt del
Cairo e vidde i cocodrili del Nilo; il quale mor presso l'isole di Zorobaro,
che sono nella costiera del mare del Sur, non lungi da una provincia chiamata
Ponuba. Diceva costui che questi lagarti che io dico erano cocodrilli; ma la
iuana nel vero  animale molto dal cocodrillo differente, e quasi in niuna cosa
li rassomiglia. Io ho qui di sopra il meglio che  stato possibile lineata la
effigie della iuana, che, come nel principio si disse,  come animale neutrale.


Del pesce chiamato pesce viola, e delle sue arme.
Cap. IIII.

Il pesce chiamato pesce viola  un grande animale, e la sua mascella superiore
 una spada ornata di certi lunghi denti o punte dall'una e dall'altra parte, e
cos lunga quanto  un braccio di uomo, e maggiori e minori secondo la
grandezza del corpo del pesce che queste arme ha. Io l'ho veduto in terra ferma
nel Darien cos grande che un paio di buoi avevano che fare in portarlo sopra
un carro dall'acqua alla citt. Queste spade che io dico sono piene di certe
punte d'osso massiccio, e acute e pungenti, e non  pesce che lor venga avanti
che con queste spade non gli ammazzino.
Si trovano questi pesci anco nelle costiere di questa e delle altre isole delle
Indie; e mi dicono le genti di mare che ne sono anco in Spagna, ma senza queste
punte nelle spade. Ma io non so s'ho da crederlo, perch io n'ho ben vedute in
alcune chiese in Spagna attaccate, ma non so donde portate l'abbiano, o se cos
fiere nel mare di Spagna si ritrovino. Ma assai pi n'ho vedute di queste
spade, della maniera ch'io ho detto, in questi mari dell'Indie e di terra
ferma.
Questi sono buoni pesci a mangiare, ma non come i piccioli dell'istessa spezie,
o gli altri anco piccioli d'altre spezie di pesci; perch per lo pi i gran
pesci qui non sono sani, per quello che n'ho inteso, e il pi delle volte si
mangiano solo per necessit, eccetto che 'l manati, che, ancorch sia gran
pesce,  buono e sano. Ma del manati si dir appresso al suo luogo.


De' pesci volatori, che nel gran golfo del mare Oceano si ritrovano,
venendo di Spagna in queste Indie.
Cap. V.

Mi dimander alcuno per che cagione io dico che questi pesci volatori si
ritrovano venendo in queste parti nel gran golfo del mare Oceano, e non dico
pi tosto che nel ritorno da queste Indie in Europa. A questo rispondo e dico
che, ancorch nel ritorno questi stessi pesci si trovino come si fa nel venire
in qua, non sono per di gran longa tanti, perch i vasselli non ritornano con
l'istesso viaggio n per lo medesimo cammino che vennero; e dalla banda di
tramontana non ne sono tanti quanti per l'altra via verso mezzod, o dalla
parte di terra ferma. Questi pesci si ritrovano i pi piccioli come una
picciola ape, e i pi grandi come grosse sardelle. Quando le navi corrono al
loro viaggio e vanno alla vela, questi pesci s'alzano su dal mare a schiere
grandi e picciole, e da questa parte e da quella, ed  il loro numero infinito;
e accade che d'un volo vanno a cadere per uno spazio di 200 passi, e pi e
meno, e talora aviene che dentro le navi stesse cadono; e io n'ho tenuti vivi
in mano e n'ho mangiati, e sono buoni pesci al sapore, salvo ch'hanno molte
spine sottilissime. Presso le mascelle o poco pi in gi nascono loro due ale
sottili, e della forma di quelle con le quali natano nei fiumi i pesci e barbi
dei fiumi; ma sono cos lunghe quanto  tutto il pesce stesso, e con queste ale
volano. E mentre che queste ali s'asciugano nell'aere, quando a quel modo
dall'acqua s'alzano, dura il volo; perch, tosto che quelle asciutte sono (che
al pi  quello spazio che s' detto), cadono i pesci nell'acqua, e si
ritornano tosto a levare su di nuovo e a fare l'istesso, o pure si restano
sotto acqua e non pi volano.
Questo  un buon pesce a mangiare, ancorch (come s' detto) molte spine abbia;
ma sono cos sottili che, se ben se ne inghiotte alcuna, non fa male n
impedisce molto. Ed  d'assai buon sapore e ha la testa rotonda alquanto, e il
colore della schiena  come azurro, o del colore ceruleo del mare quando sta il
cielo chiaro e sereno. E questo  quando questi pesci sono presso terra ferma,
perch quelli che pi ingolfati nel mare si trovano non sono cos azurri. Mi
dicono i marinai che ne' mari di Spagna questi stessi pesci si trovano, e altri
maggiori che volano, e li chiamano golondrini o rondonini; ma io non ve n'ho
mai veduti quante volte sono ito e venuto per questo cammino, n anco quando
andai in Fiandra e ritornai in Castiglia per mare. Io qui scrivo quello ch'ho
di questi pesci volatori veduto ed esperimentato nel viaggio di queste Indie.


Della grandezza dei lupi marini e dei lor differenti colori, con altre
particolarit.
Cap. VI.

Si ritrovano molti lupi marini e grandi assai nei mari di queste Indie, cos
fra queste isole come nella costiera di terra ferma. Questi sono i pi leggieri
e presti animali che nel mare siano, e sono inimicissimi e persequitati da'
tiburioni; ma per avere a combattere con un lupo si stringono molti tiburioni
insieme, come appresso si dir. Escono questi lupi a dormire in terra, in molte
isolette o nelle costiere di terra ferma e dell'altre isole; e hanno cos
profondo e grave 'l sonno, e cos forte roncheggiano, che da lontano s'odono, e
molte volte vengono cos addormentati di notte ammazzati.
Ognun di questi animali (parlo delle femine) partorisce due luparelli, e gli
alleva con due tette ch'ha fra le braccia, o due grandi aloni ch'hanno questi
pesci in luogo di braccia. Il pelo ch'hanno di sopra  assai bello, e come un
velluto fino e nero bench ve ne siano anco di color vermiglio e di berrettino
e d'altri colori. Ho detto ch' assai bello il pelo loro, perch ha gran
vantaggio alle pelli di tutti i lupi marini di Spagna. Fra il cuoio e la carne,
o parte magra di questo animale, vi ha una grossezza per tutto intorno che 
quanto una mano o pure cinque deta alta e uguale; della quale si cava buono
olio per ardere e per cuocere ova e altre cose, senza sapere n di rancido n
d'altro cattivo sapore. Il resto di questo pesce  buono per mangiare, ma
stomaca presto se si continova alcuni giorni.
Sono questi assai fieri animali e, come si  detto, grandi nimici de' tiburoni.
Ma ad un per uno non si appressa loro il tiburone, perch i lupi sono grandi, e
ve ne sono alcuni di 17 piedi e pi lunghi, e di otto piedi a torno nella parte
dove sono pi ampi e grossi, e sono di acutissimi denti armati, l dove se bene
i tiburoni, ancor che siano grandi, non sono per cos grandi, n hanno ardire
di combattere con li lupi se non molti insieme uniti contra uno. E per
ammazzarlo a loro salvo usano questa astuzia. Si stringono insieme molti
tiburoni, e dove veggono un lupo solo gli vanno sopra, perch il lupo gli
aspetta e non ne ha paura n gli istima; lo circondano di ogni intorno per
prenderlo in mezzo, e tosto che lo hanno a questo modo cinto, senza perdere
tempo si move dalla schiera un tiburone dei pi arditi e feroci, e va di
traverso o da dietro a dare un gran morso al nemico; e incontinente poi tutti
gli altri si muovono e l'afferrano, lo mordono, lo battono, afferrandone a
bocconi i pezzi coi denti e lasciandoli poi andar via. Ma in questo il lupo fa
fra loro molto danno e dove giunge flagella; ma perch gli inimici sono molti,
fra poco spazio ne fanno pezzi, senza lasciarne parte da potere mangiarsi. E
mentre che questa battaglia dura, vanno facendo uno strano e incredibile
strepito, e l'acqua s'inalza in su cos alta come un albero di caravella, per
li colpi che con le code vi danno, che  una cosa di gran piacere a vederla. E
dove questa battaglia si fa vi resta l'acqua di mare fatta di sangue, per
quello che esce dal lupo e dalli tiburoni anco, che esso fer essendo
combattuto.
Questo non si pu vedere cos facilmente, n cos in particolare come io l'ho
detto, salvo che per una aventura, o per dir meglio disaventura, come accadette
al licenziato Alonso Zuazo, che  al presente auditore di questa regia
audienzia che in questa citt di San Domenico risiede, allora che esso e altri
cristiani stettero persi nell'isole degli Alacrani; e molte volte questo che si
 qui detto viddero, come pi a lungo si narreranno i travagli di questo
licenziado e degli altri che seco si ritrovarono, nell'ultimo libro delli
naufragii.
Ma perch  cosa da notare quella che ora dir di questo lupo marino, non
voglio restare di referirla, ed  che delle cinte e coreggie che si fanno del
cuoio di questi animali per cingersene, e delle borse e delle altre cose anco
che se ne fanno, sempre che il mare sta basso il lor pelo anco s'appiana e
abbassa, e quando il mare sta alto s'inalza e fa erto questo pelo. Questa 
cosa molto esperimentata, e qual si voglia cintura o parte di questi cuoi ogni
d si vede, e tutte le mutazioni che fa il mare nel pelo di questi animali si
conoscono. Per questa cosa, e per quel che di sopra ho detto dei figli che
fanno, e che essi con le loro tette gli allevano, credo che questi, che noi
chiamiamo lupi marini, siano quelli stessi che Plinio nel nono libro della sua
naturale istoria chiama vitelli marini.
Di pi di questo, dice anco il volgo che le cinture di questi cuoi dei lupi
marini sono assai buone per lo dolore delli lombi o della schiena. E nel vero
queste pelli sono assai belle alla vista, massimamente quelle che sono nere e
di lupo vecchio, perch sono pi caricate e pi dense di peli. E questo basti
quanto ai lupi marini di queste parti.


Delli tiburoni e della loro grandezza, e come si prendono,
con altre particolarit di questo animale aquatico.
Cap. VII.

Bench ne' mari e costiere di Spagna siano de' tiburoni, e non si debbia
d'animale cos noto parlare, non tacer nondimeno qui quello che io di loro ho
veduto in questo gran golfo del mare Oceano, e nelle costiere delle isole e
terra ferma di queste Indie. Accade molte volte, venendo le navi alla vela o
navigando al lor viaggio, ingolfate o per le costiere di queste Indie, che i
marinai ammazzano molti tonni e maraxos e aurate e di questi tiburoni e altri
pesci con arpioni e foscine e ami grossi con la lena; e cos si servono di
ciascuno di questi istromenti, come il richiede la forma del pesce. Ma lasciamo
gli altri, poich qui abbiamo preso a dire solamente dei tiburoni, e di questi
diciamo qualche cosa, perch se bene nei mari di Spagna ve ne sono, come ho
detto, sono qui nondimeno pi comuni e pi particolarmente vi si veggono, e vi
s'ammazzano pi del continovo, per cagion di questa navigazione. E se bene
questi si lanciano, e si tira loro con la foscina quando sono piccioli, con li
grandi per bisogna tenere altra via per ucciderli, perch sono gran pesci e
molto leggieri nell'acqua, e forte divoratori e golosi.
Quando s'accostano alle navi vanno assai presso alla superficie della acqua, di
modo che chiaramente si veggono. Allora lasciano andare i marinai da poppa uno
amo grosso, con catena come  il maggior deto della mano, e lungo un palmo e
mezzo o pi, con la sua incurvatura come la sogliono gli ami avere, e con
l'orecchielle proporzionate alla sua grandezza. E in capo dell'astile dell'amo
sono tre o quattro grossi catenelli di ferro o pi, e all'ultimo di loro sta
legata una corda grossa di canapa quanto  due volte e tre l'amo, nel quale
pongono per esca un gran pezzo di pesce o di prosciuto o di qual si voglia
altra carne, o un pezzo di un altro tiburone cotto, se l'hanno prima morto;
perch in un d stesso ho io veduto prenderne dieci, e non ammazzarne tanti
quanti averebbono potuto.
Ritornando al modo come li pescano e prendono, dico che va la nave con tutte le
sue vele correndo, e questi tiburoni vanno molto pi, per buon tempo che la
nave abbia, e vanno quasi sopra acqua, seguendo e mangiando l'immondizie che
dalla nave si buttano. Ed  cos disciolto e destro questo pesce, che d
d'intorno alla nave tutti li giri che egli vuole, e passa innanzi e torna a
dietro cos facilmente e con tanta agevolezza, che con tanta maggior velocit e
corso corre che non la nave, con quanta correrebbe un disciolto e destro uomo
pi che un fanciullo di quattro anni. E accade alle volte di seguire la nave
senza lasciarla mai dugento leghe e pi, e cos potrebbe anco seguirla tutto
quel camino che volesse. Ora, strascinandosi l'amo da poppa, come s' detto, il
tiburone, che vede l'esca, la inghiotte con tutto l'amo; e volendosi con la
caccia isviare e partire, col tirare della nave gli s'attraversa nella gola
l'amo, e passandoli una mascella lo fa restare prigione; e ne sono alcuni di
loro cos grandi che vi bisognano 12 e 15 uomini per porlo in nave. Quando egli
si vede preso, d con la coda cos fatti colpi alla nave che pare che voglia
spezzarla e porne le tavole dentro. Ma salito e posto che l'hanno sopra
coverta, prestamente un marinaio li d con la testa d'una accetta sul capo tali
colpi, che lo fa presto morire.
Ve ne sono alcuni di 12 piedi e pi lunghi, e sono grossi per mezzo del corpo
sei e sette palmi in tondo e pi; hanno assai gran bocca a proporzion del
corpo, e la maggior parte di loro hanno due ordini di denti continovati intorno
l'un presso l'altro: ma ogni ordine e giro di questi denti  da per s
distinto, e gli hanno spessi e fieri, e fatti a punto un medesimo dente, come a
serra o a merli.
Doppo che il tiburone  morto ne fanno pezzi sottili, e lo pongono ad asciugare
all'aere, per le corde delle sarti della nave, per due o tre giorni o pi; e
poi se li mangiano bolliti o arrosti e con salsa fatta con agli. Ne mangiano
anco fresco, e io ne ho dell'una maniera e dell'altra mangiato; ma li piccioli,
che li chiamano hachete, sono migliori. Ed  un buon pesce per le genti di
mare, e una buona monizione per molti giorni, per essere cos grandi; ma non 
cos buono per li passaggieri e per le persone non use al mare. Questo  pesce
di cuoio come sono li pesci cazones, i cuoi dei quali e del tiburone paiono a
punto come quando sono vivi. Il medesimo diciamo dei lupi marini e del manati,
del quale si dir appresso. Ma Plinio non pose niun di questi nel numero dei
pesci che parturiscono, se non solo il lupo marino, che esso vitello marino
chiam. Dice bene anco questo, che gli animali acquatici che sono vestiti di
pelo non parturiscono ova ma animali, come sono le pistre, la balena e 'l
vitello marino, nel cui pelo dice che si conosce il crescere e 'l mancare del
mare, come di sopra nel precedente capitolo s' detto. Questi tiburoni, come n
anco i pesci cani e i manati, non hanno peli ma s bene il cuoio, che
iscorticati paiono vivi, come si  detto.
Ritornando a' tiburoni, dico che questi pesci escono molte volte dal mare e
montano su per li fiumi, dove non sono meno pericolosi che si siano in terra
ferma que' gran scorzoni, perch questi tiburoni anche essi mangiano gli uomini
e le vacche e le cavalle, e sono molto dannosi nei vadi dei fiumi, e dove sono
avvezzi o v'hanno avuto il pasto. Ho veduto io molti di questi tiburoni avere
il membro virile o genitale doppio, cio averne duoi, ognun dei quali cos
lungo quanto  dal cubito d'un grande uomo fino alla punta del maggior deto
della mano, e alcuni o maggiori o minori, secondo la grandezza del pesce. Ma
quello che ha queste cos grosse arme in dosso  di setto o otto pi lungo, e
da questa grandezza in su. Ma io non so se nel coito si servono d'amendue
queste verghe, o pur se separatamente di ciascuna, o se in diversi tempi a
vicenda, perch non ho n veduta n udita mai questa particolarit. Ho ben
veduti ammazzare molti di loro, e tutti i maschi hanno questi istromenti da
generare doppi, nel modo che si  detto, e le femine hanno una sola natura. Di
che si cava che ella  pi potente da ricevere che non  il maschio da operare,
il che comunemente si vede al sesso femineo concesso. Accade che, ammazzando
alcune di queste femine poco prima al tempo che parturire dovevano, ve ne
ritrovano nel ventre molti tali pesci piccioli; e io ne ho vedute alcune nelle
quali se ne sono alcuni ritrovati dentro, ma non gi in tanta quantit quanta
ho molte volte intesa dire dal licenziato Alonso Zuazo, auditore di questa
regia audienzia; perch mi dice che egli vidde cavare dal ventre d'un di questi
pesci 35 tiburoncelli, ritrovandosi egli con altri cristiani perso nelle isole
degli Alacrani.


Degli animali acquatici chiamati marasci.
Cap. VIII.

Il marascio  un pesce maggiore che il tiburone e pi fiero, ma non cos
disciolto n destro; e se gli rassomiglia, salvo che questo  maggiore, come ho
detto. E qualche volta lo prendono medesimamente e ammazzano con ami grossi,
come s' nel precedente capitolo detto; ma non sono questi pesci buoni a
mangiare, ancorch alcuni marinai non restino di porvi bocca, massimamente
quando lor manca che mangiare. Io ho veduti di questi pesci con nove ordini di
denti in bocca, l'un ordine doppo l'altro, e sempre diminuendo la grandezza dei
denti; e certo che  cosa molto strana vedere questa nuova forma di dentatura.
S che, ancorch prendino di questi pesci e gli ammazzino, li buttano poi
nondimeno il pi delle volte in mare e non li mangiano, perch (come ho detto)
senza necessit non vi pongono bocca. Nelli mari di Spagna sono anco di questi
pesci e della medesima maniera, secondo che da persone marinaresche intendo.


Delle tortughe o testudini, e delle hicotee di questa isola Spagnuola.
Cap. IX.

Le testudini del mare sono assai grandi, e io le ho molte volte vedute nel
grande Oceano, addormentate sopra la superficie dell'acqua; e sono lor passate
correndo a tutta vela da presso le navi, e non l'hanno sentite n si sono
destate, e cos ne sono state dormendo prese alle volte alcune. Ne ho veduto
anco per la cima dell'acqua a due a due, cos inebriate nel coito che vi si
sono i marinai gettati a noto e l'hanno rivolte sossopra, e poi l'hanno poste
su la caravella. Nella costiera di terra ferma, e spezialmente nella terra
d'Acla e in altre parti, le ho vedute di sette o di otto palmi lunghe nella
conca o scorzia di sopra, e di quattro e cinque palmi e pi larga, secondo la
proporzion della lunghezza; e ne ho veduta alcuna cos grande, che cinque e sei
uomini hanno che fare in portarne una sola in spalla.
Queste sono della medesima forma delle testudini terrestri di Spagna, salvo che
sono cos grandi come s' detto. Escono dal mare, e vanno a riporre le loro ova
in terra nell'arene delle piaggie, dove fanno nella arena un fosso e delle loro
ova l'empiono, ponendovene e 300 e 500 e pi e meno; e poi le cuoprono con la
medesima arena, e per virt del calore del sole, e per la providenzia della
maestra natura, vi ischiudono poi, e ne nascono tante testudini quante ova
sono. Quando ammazzano queste testudini grosse ritrovano alle volte le femine
piene di queste ova, le quali sono bonissime: son tonde, e tutte col rosso
solo, senza il bianco e senza scorcia, e grosse come noci le maggiori, perch
l'altre sono da questa grandezza in basso, e ve ne sono cos minute come si
sogliono in una gallina ritrovare. Quando i cristiani o gl'Indiani ritrovano
per l'arena la traccia di queste testudini, la seguono, e ritrovandone alcuna
la rivolgono sottosopra con un palo, e la lasciano a quel modo stare di spalle
in terra, perch per lo gran peso loro non si possono pi muovere, e vanno a
cercare delle altre; e cos accade che ne prendono molte, quando escono in
terra a riporre le loro ova nella arena.
Coloro che non le hanno vedute o che non hanno letto, penseranno che io
soverchio in queste e in altre cose m'allarghi; e nel vero io mi tengo pi
tosto al meno, perch sono amico della verit e bramo di non perdere il
credito, ma di conservarlomi il pi che potr. E per questo effetto qualche
volta arreco per testimonii gli autori antichi, perch mi si creda come ad
autore moderno e testimonio di vista, mentre che io ragiono queste cose con
coloro che si trovano da queste nostre Indie lontani; perch qui quanti non
sono ciechi le veggono. S che, chi di quello che ho detto di questi animali
dubitasse, informisi da Plinio, il quale dice che nel mare dell'India sono le
testudini cos grandi che la coverta o osso superiore di una di loro basta a
coprire una casa dove si possa abitare. Dice anco che fra l'isole del mare
Rosso navigano con queste tali coverte o conche in luogo di barche. Chi avr
inteso e letto quello che costui e altri auttori scrivono, vedr che io non ne
dico tanto, e che posso testificarlo meglio che Plinio, poich esso non dice
averlo veduto e io dico averne molte volte mangiato; anzi, questa  qui cosa
cos ordinaria e nota, che non ve ne  altra pi isperimentata n cos del
continovo vista. Sono un buon cibo e sano, e non cos fastidioso al gusto come
gli altri pesci, ancorch si continovi.
Le hicotee, che sono testudini minori, sono la maggior di loro lunga due palmi,
e cos da questa grandezza in gi, di varie sorti. Queste si ritrovano nei
laghi e in molte parti di questa isola Spagnuola, e per le piazze di questa
citt di San Domenico ogni d se ne vendono e sono un sano cibo. Fra questa
spezie di testudini e quella detta di sopra non vi  altra differenzia alcuna
fuori che nella grandezza e nel nome, perch gl'Indiani chiamano hicotee queste
picciole.


Del manati e della sua grandezza e forma, e di che modo talvolta
gl'Indiani prendevano questo gran pesce con il pesce roverscio.
Cap. X.

Il manati  un pesce de' pi notabili e inauditi che io abbia mai n uditi n
letti. Di questo pesce non parl Plinio n Alberto Magno, n in Spagna vi  n
fu uomo mai, n di terra n di mare, che dicesse mai averli n visti n uditi,
fuori che in queste isole e terra ferma delle Indie.
Questo  un gran pesce di mare, ancorch del continovo anco ne' fiumi grandi di
questa isola e d'altre parti gli ammazzano. Sono assai maggiori che i tiburoni
e che i marasci, dei quali se ne  nei capitoli precedenti detto, cos nella
lunghezza come nella ampiezza. Quelli che sono grandi sono bruttissimi, e si
somiglia molto il manati ad uno otre, di quelli dove portano il mosto in Medina
del Campo e per quella contrada. La testa di questo pesce  come d'un bue e
maggiore: ha gli occhi piccioli rispetto alla sua grandezza. Ha due come aloni
co' quali nuota in luogo di braccia: sono grossi e posti in alto presso alla
testa. Questo  pesce di cuoio e non di squama, mansuetissimo, e monta su per
gli fiumi e si accosta alle ripe, e pasce in terra senza uscire dal fiume, se
pu dall'acqua giungere all'erba.
In terra ferma i balestrieri ammazzano di questi pesci e di molti altri ancora
con la balestra, da sopra una barca o canoa, perch questi animali vanno sopra
acqua. Li tirano adunque con una saetta fatta ad amo, e nel capo dell'astile
della saetta tengono legata una cordella sottile e forte; onde, mentre che il
pesce ferito fugge, il balestriero li molla la corda, nella estremit della
quale tiene legato un pezzo di legno o di sughero per segnale, accioch non
vada la corda gi sotto l'acqua. Il pesce, quando egli  uscito il sangue, e
stanco e vicino alla morte, s'accosta alla piaggia. Allora il balestriero va
raccogliendo la sua corda, e quando ne ha da raccogliere anco 10 o 12 braccia,
tira la cordella verso terra; onde il pesce s'accosta tanto che tocca il
terreno, e l'acqua stessa l'aiuta arrivare maggiormente. Il balestriero e
compagni aiutano a cavarlo dell'acqua per condurlo in salvo; e vi bisogna una
caretta con un paio di buoi per portarlo, cos sono questi pesci grossi. Alcuna
volta, doppo che il manati ferito va, come si  detto, verso il terreno, lo
feriscono da sopra la barca con partigianotti grossi per farlo morire prima,
perch, morto che , tosto va sopra l'acqua.
Io mi credo che questo sia uno dei buoni pesci del mondo, e che pi pare carne
che altro; onde chi non lo avesse visto intiero o nol sapesse, veggendone un
pezzo tagliato, lo giudicarebbe carne di vacca, e vi s'ingannarebbono tutti gli
uomini del mondo, perch quando  fresco  anco il suo sapore pi di carne che
di pesce. La carne secca e fatta a pezzi di questo pesce  molto singolare, e
si mantiene molto senza corrompersi n guastarsi. Io l'ho portato da questa
citt di San Domenico fino alla citt d'Avila, in Spagna, nel 1531, che vi era
la imperatrice nostra signora. E in Castiglia questa carne tale pare che sia,
quanto alla vista, della buona e perfetta che si mangi in Inghilterra, e quando
 cotta pare che l'uomo mangi un ottimo tonno, anzi ha miglior sapore che non
ha il tonno: in effetto  un singolare e prezioso pesce quanto abbia il mondo.
In questo fiume Ozama, che passa per questa citt, sono in certe parti, presso
la riva, erbe coverte dall'acqua, dove va il manati a pascerle, e i pescatori
che lo veggono da sopra le barche o canoe li lanciano. Gli ammazzano anco con
reti forti, fatte tali quali bisognano per prenderli.
Questi pesci hanno certe pietre o ossa in testa fra le cervella, le quali
pietre sono molto utili per lo male dei fianchi o della renella, come qui la
esperimentano e l'affermano persone che di tale infermit patiscono. Dicono che
macinano a questo effetto questa pietra, doppo d'averla bene arsa prima, e la
mattina a digiuno poi si prende il paziente tanta di questa polvere macinata e
passata per setaccio quanta n'andrebbe sopra un giulio, e se la prende e beve
con buon vino bianco in un sorzo. Dicono che, continovandolo alquante mattine,
il dolor va via, e la pietra si rompe e fatta come arena se ne esce fuori con
l'orina; il che ho io inteso da persone di credito che l'hanno provato, e ho
veduti molti cercare con diligenzia di questa pietra per questo effetto che ho
detto. Suole ogni manati avere due di queste pietre nel cervello, grandi come 
una palla picciola da giuocare, o come una noce di balestra; ma non sono gi
tonde; e ve ne sono anco alcune maggiori di quello che ho detto, secondo che
sono questi manati grandi. Ma io per me penso che debbiano la medesima
propriet avere le pietre che hanno anco in testa i corvinas e besugos, se
crediamo a Plinio, il quale dice che nella testa di certo pesce si ritrovano
quasi pietre che, bevute con acqua, sono un ottimo rimedio per lo male di
fianco.
Ne sono di questi manati alcuni cos grandi, che sono lunghi quattordeci e
quindeci piedi e pi di otto palmi grossi. Sono ristretti e quasi cinti nella
coda, e da questa cintura si va sempre ampliando la coda, facendosi e pi larga
e pi grossa. Ha il manati due mani o braccia corte presso la testa, e per
questo lo chiamarono i cristiani manati. Non ha il manati orecchie, ma in loro
vece certi buchi piccioli per udire. Il suo cuoio pare come d'un porco spelato
col fuoco, ed  d'un colore berrettino con alcuni peluzzi rari; ed  cos
grosso questo cuoio quanto  un deto, e curandosi al sole se ne fanno buone
correggie e suole per scarpe e altre simili cose. La coda di questo pesce, da
quella sua cintura che ho detta fino alla sua estremit, non pare altro tutta
che un nervo: ne fanno pezzi e li tengono quattro o cinque d al sole o pi, e
veggendoli asciutti li cuocono, o per dir meglio li friggono in una padella, e
ne cavano molto unto, nel quale si converte quasi tutta. Questo grasso o butiro
 la migliore del mondo per farvi ova fritte, perch, ancorch sia di molto
tempo, non perci si fa rancido n di mal sapore, ed  anco assai buono per
ardere nelle lucerne, e dicono che sia medesimamente medicinale.
Ha il manati due tette o mammelle nel petto, essendo femina, perch parturisce
due figli e se gli alleva a petto; il che non ho mai udito dire se non di
questo pesce, e del vitello o lupo marino. Nella isola di Giamaica e in quella
di Cuba vi si pescano di questi manati e delle testudini, e si crede anco che
in questa isola Spagnuola, quando v'abitavano gl'Indiani nativi di lei, si
prendessero anco questi animali aquatici col pesce riverso: il che non avrei io
ardire di scrivere se non fosse cosa assai publica e nota, e se non l'avesse
udito dire da persone di molto credito.
E poich il discorso della istoria ci ha condotti a ragionare a lungo del
manati, meglio  che in questo capitolo si dica questa maraviglia che in altra
parte. Il perch si dee sapere che un certo pesce grande quanto  un palmo, che
lo chiamano il pesce riverso, brutto alla vista ma di grandissimo animo e
intelletto, accade ad essere alcuna volta preso nella rete insieme con altri
pesci. Questo  un buon pesce, e dei migliori che abbia il mare per mangiare,
perch  asciuto e duro e senza flegma, o ne ha ben poca: e io ne ho molte
volte mangiato, per potere farne fede. Quando vogliono gl'Indiani serbare e
allevare alcuni di questi pesci riversi per farne le caccie loro, li prendono
piccioli e li tengono sempre in acqua salsa di mare, e ivi danno loro a
mangiare e gli allevano domestici, finch gli veggono della grandezza che ho
detta, e atti per le caccie che fare ne vogliono. Allora legano con una cordela
sottile ma forte un di questi pesci riversi, e li portano con le loro canoe o
barche nel mare; e veggendo qualche gran pesce, come sono testudini o savali
(che ve ne sono assai grandi per questi mari), o qualcuno di questi manati, o
altro qual si sia che accada gir sopra acqua e si vegga, tosto toglie l'Indiano
in una mano il suo pesce riverso, e con l'altra l'accarezza e lusinga,
dicendogli in lingua sua che debbia essere manicato, che vuol dire valoroso e
di buon cuore, e che sia diligente e gagliardo, e altre simili parole
esortative, e che miri d'attaccarsi animosamente col maggiore e migliore pesce
che ivi vedr. E quando li pare che sia tempo, lo scioglie e lo lancia verso
dove i gran pesci vede. Il riverso si muove e va come un saetta, e s'attacca
nel fianco d'una testudine o nel ventre o dove meglio pu, e si stringe forte
con lei. Il medesimo fa con ogni altro gran pesce, il quale, quando si sente
attaccato e preso da quel picciolo, fugge per lo mare ora a questa parte ora a
quell'altra; e in questo mezzo il pescatore indiano rallenta la corda, che  di
molte braccia lunga, e la lascia anco finalmente, perch vi ha nel capo di lei
attaccato un legno o un sughero per segnale, accioch sopra l'acqua vada. E fra
poco tempo il manati, o testudine, col quale il pesce riverso s'affer, se ne
va stanco alla volta di terra. Allora il pescatore incomincia a raccorre la sua
cordella su la barca o canoa, e quando se ne ha da raccorre poche braccia,
comincia a tirare a poco a poco, guidando il suo pesce riverso con quello che
tiene prigione, finch l'accosta a terra, e l'onde stesse del mare ve
l'aiutano. Allora gl'Indiani che stanno su la caccia saltano su l'arena, e se 
testudine la rivolgono sossopra; e ancorch non giunga la testudine a terra,
essi, perch sono gran natatori, la rivolgono in mare e la conducono
all'asciutto. E se  manati lo feriscono e forniscono d'uccidere, e posto che
hanno questo tal pesce sul lito, bisogna che con molta avertenzia e a poco a
poco ne distacchino il pesce riverso: il che gl'Indiani fanno con dolci parole,
dandoli molte grazie di quello che ha fatto. Egli viene cos ristretto e fisso
questo riverso con l'altro pesce che, se 'l volessero con violenzia distaccare,
ne farebbono mille pezzi.
E di questo modo si prendono anco questi cos gran pesci, dei quali pare che
abbia la natura fatto algozino e manigoldo, per prenderli e cacciarli, questo
pesce riverso, il quale ha certe squame a modo di gradi, come ha il palato
della bocca dell'uomo o d'un cavallo; ma vi ha certe spine sottilissime e
aspere e forti, con le quali s'afferra con qual si voglia gran pesce. E queste
squame piene di cos fatte punte le ha il pesce riverso nella maggior parte del
corpo dalla banda di fuori, e spezialmente dalla testa fino alla met del corpo
per lo lombo di sopra, cio dal mezzo in su, e non nella parte del ventre; e
per questa cagione lo chiamano riverso, perch con le spalle s'attacca e
s'afferra co' pesci.
Questa nazione degl'Indiani  cos leggiera e sciocca, che credono di certo che
il pesce riverso intenda molto bene il parlare degli uomini, e tutte quelle
parole che essi li dicono animandolo prima che lo sciolghino e lascino dietro
alla caccia, e che intenda medesimamente le grazie che dapoi gli rendono. E
questa ignoranzia nasce dal non accorgersi essi che questa  una propriet lor
naturale, poich, senza lor nulla dire di queste cose, accade molte volte nel
mare Oceano, e io l'ho molte volte veduto, che si prendono i tiburoni e
testudini, e vi vengono con loro questi pesci riversi attaccati, e per volerli
distaccare se ne vengono a fare molti pezzi. S che si pu da questo raccorre
che, doppo che essi attaccati vi si sono, non  in potere loro il distaccarsene
senza qualche intervallo di tempo, o pur per altra causa che vi sia che io non
la so; poich cosa ragionevole sarebbe che, quando  preso il tiburone o la
testudine, doverebbono i pesci riversi che attaccati vi si trovano fuggire via,
se potessero.
Una cosa dir io qui notabile, che ho veduta tutte le otto volte che ho passato
questo gran mare Oceano, venendo di Spagna e ritornandovi poi da queste Indie,
e cos penso io che lo diranno tutti quelli che hanno questo stesso viaggio
fatto; ed  questa, che come sono in terra di provincie fertili e altre
sterili, cos credo io, per quello che ho veduto, che debbia essere in tutti i
mari, perch accade che qualche volta corrono le navi 50 e 100 e 200 leghe e
pi senza potere mai prendere n vedere un pesce, e in altre parti del medesimo
Oceano, dove quello che ho detto si vede, si ritrovano tanti pesci che pare che
ne bolla il mare, e vi se n'ammazzano molti.
Gl'Indiani di questa isola Spagnuola chiamano il mare bagua: non dico baigua,
perch baigua  quella erba detta verbasco, con la quale prendono molto pesce,
come s' detto. Si potrebbono qui dire molte altre cose d'altri pesci, e delli
granchi anco e delle loro molte differenzie, e delle lagoste che sono
medesimamente in questa isola, ma, perch sono cose comuni a tutti gli altri
luoghi di queste Indie, non le dico qui; e medesimamente perch li granchi,
ancorch siano d'acqua, ve ne sono anco di terra in queste parti, e vi  molto
che dire di loro. Non ragiono n anco qui delle perle, poich, ancorch in
questa citt e isola vi se ne porti gran quantit, non si pescano per come si
fa in certe altre isole picciole, nella costiera di terra ferma e in altre
parti; e medesimamente perch questa materia delle perle tocca all'isola di
Cubagua, della quale si tratter nel decimonono libro. E cos per quando sar
tempo a dirne la lascio.


Delle rane e rospi, e come gl'Indiani li mangiano.
Cap. XI.

Aveva determinato di non parlare in questo libro delle botte n delle rane, e
pensava porle con altre spezie d'animali. Ma poi, pensando che n anco in
Spagna si rifiuta il mangiare delle ranocchie, anzi fino alla tavola
dell'imperatore nostro vanno, mi  paruto conveniente non negare a questo
animaletto il suo titolo, e porlo appresso a cos eccellenti pesci come  il
manati, con gli altri che si son detti. Credo che alle ranocchie si desse
primieramente questa autorit da Mercurino, gran cancelliero di Sua Maest,
perch io udii dire nella citt di Vittoria, nel 1524, dal medesimo Mercurino,
col quale in venerd mangiava il signor don Ferrando d'Aragona duca di
Calabria, e venne loro a tavola un piatto di ranocchie acconcie, che esso ne
aveva la settimana innanzi mandato un altro piatto all'imperatore; e che gli
era stato riferito che gli erano piaciute assai, e che perci pensava di non
dovergliene mandare pi, perch non voleva che, se per altra cagione si fosse
Sua Maest infermato, ne fosse data alle sue rane la colpa. Ma che, poich gli
erano sapute buone, se esso ne voleva se ne facesse quando pi li piacesse
acconciare. E non mi maraviglio che il gran cancelliero portasse questo cibo in
Spagna, poich esso era Italiano, dove gran tempo fa si costuma a mangiare le
rane, e sono certo un buon mangiare; e molti anni a dietro io ne mangiai in
Mantova e in Roma e in Napoli e in altre parti d'Italia, dove publicamente per
le piazze le vendono come un sano cibo, e di buona digestione e gusto.
In questa isola Spagnuola, e in molte altre parti di queste Indie, sono molte
di queste rane, ma in quest'isola non le mangiano, perch non vi sono avezzi n
soliti. De' rospi o botte voglio qui ragionare, per la somiglianza ch'hanno
nella loro forma con le rane, ancorch essi sono pi grossi e pi brutti per il
lor gonfiamento. Ne sono molti in quest'isola, e non credo che farebbono prode
a chi ne mangiasse, bench in terra ferma li mangino in molte parti e
nell'isola della costiera di mezzod. Avevo io qui una schiava mia di quel
paese, e non sono molti giorni che mangi in un mio potere un di questi, e si
crede che non fosse altra cosa che l'ammazzasse; perch fra pochi d doppo che
l'ebbe mangiato si sent male, e fra quattro o cinque d poi si mor. Ella
dovette pensare e credere che li rospi di quest'isola non fossero nocivi, come
non sono quelli del suo paese, dove li mangiano.
Quelli di Spagna medesimamente sono velenosi e cattivi, e tanto sono peggiori
quanto sono di pi fredda terra. In alcuni luoghi di terra ferma li crescono e
allevano, e li tengono legati per cibarli e pascerli, per mangiarli poi per un
prezioso cibo. Io gli ho veduti mangiare alcune volte a quelli Indiani, e non
vidi in vita mia cibo che maggior nausea e stomaco mi facesse n che peggior mi
paresse: di che si ridevano gl'Indiani molto, parendo loro che fosse una grande
ignoranza la mia a non piacermi cos aborrevole cibo agli occhi miei, e cos
grato al loro palato e gusto. Ma questo si lasci per quando sar il suo proprio
luogo da riferirlo, perch non s'intrichino o cambino le materie n si tolghino
dal proprio lor luogo; perch questo cibo  di terra ferma, e l se n'ha da
ragionare, dove l'istimano e pregiano e comunemente l'usano, come fanno in
Spagna del pane o della carne di vacca o d'altri simili cose, pi ordinarie e
comuni per lo vitto e sostentamento degli uomini.


Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli uccelli.

Libro decimoquarto

Proemio

E volendo continuare la naturale e generale istoria di queste Indie, bisogna
fare anco espressa menzione degli uccelli che in queste isole sono, e che sono
simili a quelli di Spagna o d'Europa; e poi passare a dire particolarmente di
quelli che al parer mio in Europa non sono, o se alcun ve ne  dire le
differenze loro, come appresso al suo luogo si dir. Bene  il vero che 'n
questo libro, e ne' precedenti anco, dove s' parlato degli animali terrestri e
de' pesci, e ne' sequenti medesimamente di questa parte, molte cose si lasciano
che molto copiosamente si diranno poi nella seconda e terza parte di queste
istorie, con le cose di terra ferma. Qui voglio ora solamente fare prima una
breve e nuova relazione degli uccelli che sono e si veggono nel viaggio che si
fa di Spagna a queste Indie, e da questi luoghi poi ritornando in Spagna, e poi
appresso dir dell'altre cose in particolare, perch con pi ordine le cose
degne di memoria si referiscono; percioch tutte sono assai nuove a coloro che
o non navigano, overo navigano solamente nelli mari d'Italia e nel canale di
Fiandra e d'altri piccioli golfi.


Degli uccelli che si veggono per lo mare nel viaggio che si fa andando e
tornando di Spagna a queste Indie, e di quelli che nelle caravelle si prendono.
Cap. I.

Quando si viene di Spagna a queste Indie, si veggono per tutto il viaggio certi
passeri neri che volano mirabilmente, e vanno quasi radendo l'onde del mare. 
cosa strana a vedere la loro velocit e destrezza nel volo, quando s'alzano o
s'abbassano l'onde, ancorch vada il mare assai tempestoso e bravo, nel volere
essi prendere quelli pesci volatori de' quali s' nel precedente libro detto, o
pure altri pesci. Questi uccelli, quando vogliono, si pongono e fermano su
l'acqua, e poi quando lor piace s'alzano e ritornano a fare le caccie loro.
Questi sono piccioli uccelli, e i marinai li chiamano patini. Si veggono
medesimamente in questo viaggio certi uccelli bianchi, grandi quanto colombi
torquati o maggiori. Volano incredibilmente, e hanno la coda longa e forte
sottile, e perci li chiamano coda di giunco. E il pi delle volte si veggono a
mezzo cammino di questa navigazione, o poco pi della met del cammino venendo
verso queste parti. Ma, per quello che ogni uomo ne dice, questi sono uccelli
di terra; e io cos lo credo, perch tutti gli uccelli ch'hanno ad essere di
terra  di necessit ch'abbino a nascere e ad allevarsi fuori dell'acqua.
Alcuni di questi uccelli non son del tutto bianchi, ma vi hanno mischiato un
certo color berrettino, e hanno la coda come palomba, ma alquanto pi corta e
tonda, e nella met di lei esce fuori dell'altre una penna sottile e pi d'un
palmo longa, e quando volano pare che la coda sia tutta una penna longa: e per
questo li diedero il nome che essi hanno. Ma, quando aprono poi volando la
coda, si veggono anco l'altre sue penne minori.
La terza volta che io venni a queste Indie, fummo molti che vedemmo uno di
questi uccelli, tutto bianco, nel golfo che chiamano delle Cavalle, che  fra
la Spagna e l'isole di Canaria. Di che tutti i marinari si maravigliarono
molto, e dissero che non avevano mai n veduto n udito che simili uccelli si
fossero mai veduti cos presso la Spagna, perch dove si sogliono pi del
continovo vedere  350 leghe o poco pi prima che si giunga alle prime isole
(la Desiata, la Domenica, la Guadalupe e l'altre) che in quel pareggio sono, e
che stanno 150 leghe lontane da questa citt di San Domenico. Quelli uccelli di
questi che hanno la piuma bianca hanno il becco rosso, e gli occhi e le punte
dell'ale nere. Quando le navi si trovano a 200 leghe o meno nel venire di
Spagna verso queste Indie, si veggono certi altri uccelli che li chiamano
rabiforcati, e sono grandi uccelli alla vista, e hanno gran volo e per lo pi
vanno alti; e sono neri e quasi di rapina. Hanno lungo e delicato volo e molto
acuti gli incontri o cubiti dell'ale; onde, cos in questo come nella coda,
questi uccelli si conoscono nell'aere pi che tutti gli altri che ho veduti,
stando in alto. Hanno la coda maggiore e molto pi fessa che non hanno i
nibbii: e per questo li chiamano rabiforcati. Alcuni di questi uccelli hanno il
colore d'un nero che pende ad un berrettino rosso, e il petto e la testa
bianca, e il goro distinto di leonato; e il volo loro  come del nibbio quando
tranquillamente vola, perch radissime volte questi rabiforcati battono l'ale;
e hanno le gambe sottili e gialle e corte, e i deti come d'un palombo.
Ve ne sono alcuni altri di questi che sono del tutto neri; e tanto questi
quanto quelli hanno il becco lungo e maggiore che un coccal, ma di quel garbo,
perch  alquanto grossetto nella punta e tondo. Io ho veduto questi uccelli
pi di 200 leghe in mare, ma in terra ferma ne sono senza comparazione assai
pi che non in queste isole.
Dicono gl'Indiani della provincia di Cuova che il grasso e l'assungia di questi
uccelli  una cosa ottima per tor via le cicatrici e segni delle ferite, e per
ungerne le gambe o le braccia che si seccano, e per altre infermit e mali.
Questi uccelli si prendono con difficult, salvo che in qualche isoletta
deserta, dove sogliono fare i loro nidi e allevarvi i loro figliuoli.
Nel 1529 accadette nella citt di Panama che uno di questi rabiforcati cal gi
in un cortile, dove si tenevano molte sardelle a seccarsi al sole, perch
questi uccelli sono amici di questo pesce, e per ventura un mio negro gli diede
con un legno che si ritrov in mano un tal colpo in un'ala che gliela ruppe e
lo fece ivi cadere: ed era uno de' grandi, e io lo tenni in mano e lo vidi
doppo che fu pelato, e non aveva pi carne che una palomba, e quando con le sue
piume sta, fa maggior gonfio che non fa un nibbio. Ha questo uccello cos
grandi ale che non avrei a niun potuto credere quello che io con questi occhi
vidi, che molti uomini di buon corpo con le braccia stese si provarono per
vedere se con le punte delle mani alle punte dell'ale di questo uccello
giungevano, e con pi di quattro deti niuno vi giunse: e chi lo vede volando in
alto su l'aria terrebbe per cosa incredibile questa che io dico. E ben sapeva
Plinio che tutti gli uccelli che hanno grandi ale hanno il corpo picciolo,
poich cos nel decimo libro, lo diceva.
Si ritrovano anco certi altri uccelli nel mare Oceano, che si chiamano passeri
grossoni, e sono minori che gaviotte, e hanno i piedi come anatre e si posano
quando vogliono nell'acqua. Si ritrovano venendo di Spagna, quando le navi sono
a cento leghe e meno lungi dalle prime isole di queste Indie che si sono dette
di sopra. Se ne vengono questi uccelli nelle navi e si pongono su le gabbie e
su l'antenne, e sono cos grossolani e sciocchi, e tanto aspettano, che lo
prendono spesse volte con mano o con un laccio posto nella punta d'un dardo o
d'altra asta corta. Sono neri, e sopra questo colore hanno la testa e le spalle
d'una piuma berrettina oscura. Non sono buoni a mangiare, e fanno gran gonfio
con le penne, rispetto alla lor poca carne. I marinari li scorticano e li
mangiano poi o lessi o arrosti. Quando stanno con le penne sono cos grossi
quanto  un palombo, ma dapoi che sono spelati restano assai pi piccioli che
una palomba spelata. Hanno l'ale lunghe, e sono questi uccelli di due spezie,
perch una ne hanno le piume che ho dette, l'altre l'hanno di color berrettino
pendente al nero, e hanno berrettina la fronte e nero il becco e gli occhi e le
gambe e i piedi; ma il becco l'hanno alquanto lungo e sottile. Io ho mangiato
di questa seconda spezie d'uccelli e sono buoni, ma li bisogna scorticare
prima, bench qualche odore di pesce abbiano. Sono cos semplici che accade
molte volte che, cavando l'uomo un braccio fuori della nave, essi nella mano
istessa si pongono, essendo di notte, perch credono che sia qualche legno: e
perci gli posero questo nome di grossolani. Hanno gli occhi neri e belli e la
loro maggior grandezza  come quella delli cornacchioni di Spagna; e quel
berrettino che hanno pende alquanto al leonato. Molti di questi uccelli si
prendono fra queste isole e terra ferma. Le navi, quando stanno gi presso
all'Indie, s'incontrano medesimamente con altri uccelli, che li chiamano
alcatrazi e che sono di molte maniere: perch alcuni ne sono grandi come corvi
marini, altri alquanto pi piccioli, e sono alcuni neri pendenti al berrettino,
altri berrettini e bianchi e d'altre simili maniere, altri ne sono neri
berrettini che hanno le teste bianche con alcune penne rosse. E tutti questi
alcatrazi escono molto in mare, e tutti hanno i pi come oche o anatre, perch
sono uccelli marini ed esercitati nel prendere pesci, perch il pesce  il loro
ordinario e particolare mantenimento.
E cos, concludendo, dico che queste cinque maniere d'uccelli si ritrovano nel
venire di Spagna a queste Indie, di pi di molte gaviotte e d'alcuni coccali
che vi si ritrovano anco, ma presso all'isole di Canaria e all'isole di queste
Indie e per le costiere di terra ferma, perch n le gavie n le gaviotte
s'allontanano molto da terra. Si ritrovano anco in mare alcuni altri uccelli di
terra, e si prendono per stanchezza presso Spagna, nel ritorno che fanno le
navi da questi luoghi. E quelli ch'io ho veduti prendere, nelle navi dove io
ritrovato mi sono, sono questi moticelli, che sono quelli che non stanno mai
con la coda saldi, e son bianchi e neri dipinti; tordi, lodole, uccelletti
piccioli di quelli che si sogliono porre in gabbia, mezzi sparvieri e smerigli
e falconi (non mi ricordo di che razza o spezie, perch io m'intendo poco di
caccie di falconina). E con questi altri uccelli d'altra razza e forma, che
volando con alti voli attraversare e passare dal capo di San Vincenzo, o
dall'ultime parti e pi occidentali di Spagna, per passare d'Europa in Africa o
d'Africa in Spagna, si stancano e si vengono a porre su le gabbie delle navi
che casualmente in quel tempo passano; e facendosi notte i marinai li prendono
con mano. Ma questo basti quanto agli uccelli che in questa navigazione
s'incontrano e ritrovano.


Degli uccelli che sono in questa isola simili a quelli di Spagna,
e che qui naturalmente e senza esserne altronde portati nascono.
Cap. II.

In quest'isola Spagnuola sono molti palombi torquati, e consequentemente anco
palombi selvaggi, ma e questi e quelli minori che non sono quelli di Spagna. Vi
sono tortore buone e di tre e quattro sorte, e una maggiore che l'altra. Vi
sono rondinelle maggiori di quelle d'Europa, ma non hanno rosso il collo n la
testa, n cos fessa la coda, e il canto loro  pi sordo e non com' quello
delle nostre di Spagna, n fanno i loro nidi cos domesticamente nelle case qua
come l. Il che dee nascere per essere poco tempo che si sono qui fatte case di
pietra; onde ora cominciano gi a fare i nidi nella chiesa maggiore di questa
citt e nel monasterio de' frati di s. Domenico. Vi sono medesimamente rondoni,
e in gran quantit. Vi sono garze reali, che son come gru, e garzotte e falconi
pellegrini assai buoni, e alquanti pi neri di quello che si sogliono in Spagna
e in Italia vedere. Vi sono astori grandi e aquile picciole, e guaragai, che
chiamano. Ma di questi guaraguai non ne sono in Spagna, ma gli ho qui posti
perch sono della condizione de' nibbi, non gi perch lor si somigliano in
altro che nell'ufficio loro di rubare i polli, perch n nella piuma, n nella
divisione della coda, n nella testa non gli somigliano; sono bene molto
armati, e la piuma di questi guaraguai  come quella del borni, salvo che
questi hanno gli occhi rossi.
Vi sono civette e alcatrazzi di molte sorti e aquile bianche d'acqua: dico
d'acqua perch vanno dietro a' pesci. Vi sono caudoni, gaviotte e gavie, ma
poche, e polli e calamoni, che sono azurretti, e carpentieri della grandezza
de' tordi. Questi carpentieri hanno la fronte della testa rossa, e sopra la
coda anco rosse alcune penne, e tutto il resto dipinto al traverso di linee
nere e verdi, ciascuna da per s, e il verde pende alquanto al gialletto.
Questi uccelli fanno nelle palme e in altri alberi un buso col becco, e dentro
vi lavorano e fanno un conveniente vacuo per farvi il nido e per albergarvi.
Non so se questo  il passaro che chiamano in Spagna il pico, perch ho udito
dire che 'l pico a questo modo fa 'l suo nido. Vi sono anco qui molte oche o
anatre di passaggio brave e il decembre  il passaggio loro. Vi sono molti
passeri, di quelli che 'n Spagna vanno per le selvette presso l'acque, e
cantano molto bene, ma qui non sanno i lor nomi. Vi sono anco rossignuoli che
cantano soavissimamente, ancorch nel cantare non facciano quelle tante variet
e differenzie che fanno in Spagna. Vi sono innumerabili corvi marini, e gli
smerigli vi sono d'ogni spezie. Vi sono aberramie, ma quelle di queste Indie
hanno la piuma di colore incarnato, e il becco non cos longo come quelle di
Castiglia. Tutti questi uccelli de' quali ho fatto menzione in questo capitolo
sono in questa isola cos naturali e proprii come in Spagna; e tutti si
ritrovano in queste isole e in terra ferma, e molti altri ancora in gran copia.


Degli uccelli che qui si sono portati di Spagna, e che in queste isole non
erano.
Cap. III.

Sono state in quest'isola e nell'altre convicine e alla Nuova Spagna e in terra
ferma portate molte galline e galli de' nostri di Spagna, e vi hanno fatto
benissimo e in gran copia, e vi sono ora molti buoni capponi per tutte queste
parti dell'Indie. Vi sono stati portati anco molti palombi domestici di casa,
che vi hanno fatto bene, e ve ne sono ora in molte case di questa citt, e ne'
poderi e in altre parti di quest'isola, dove sono abitazioni di cristiani. Vi
sono stati portati alcuni pavoni di quelli di Castiglia, per non vi fanno n
vi moltiplicano bene come in Spagna. Il medesimo dico delle papere di
Castiglia, perch quelle che qui vengono non vi moltiplicano cos bene come
fanno l; bench vi siano qui alcune anatre domestiche, di quelle che sono
venute d'Europa, e vi hanno fatto bene e ve ne sono ora molte; tutto che qui ne
siano infinite di quelle del paese stesso, ma sono molto pi picciole.


Degli uccelli che sono in questa isola Spagnuola, e che non sono in Spagna n
vi fanno.
Cap. IIII.

In quest'isola sono molte maniere di pappagalli, cos de' verdi grandi o
maggiori che palombi, e che hanno un fiocco di piume bianche nel principio del
becco, come degli altri della medesima grandezza e verdi, e che hanno anco quel
fiocco che ho detto, ma rosso come un carmes. Vi sono altri minori, con le
code longhe e con gl'incontri dell'ale e sotto i titillichi rosso, e tutto il
resto verde: e questi lo chiamano sciasciabi. Ve ne sono anco altri d'altre
maniere, cos in questa come nell'altre isole; ma perch in terra ferma ve n'
assai maggior quantit e diversit, quando di quelle cose si ragioner se ne
dir a pieno, perch nel vero in questa isola non ve ne  gran copia, n di pi
variet di quello che se ne  detto di sopra.  il vero che qui sono certi
passeretti tutti verdi, e non pi grandi che li cardilli di Castiglia, ma se
ben sono verdi non sono gi per pappagalli. Io credo che in terra ferma
passino pi di cento maniere di pappagalli differenziati nella piuma, che gi
tutti o la maggior parte sono simili nella fattezza, e la lor variet consiste
solo nella grandezza loro e nel colore delle piume; quanto al becco e alla
bruttezza e garbo de' piedi sono assai l'uno all'altro simili.
Sono medesimamente in questa isola certi passeretti cos neri come un nero e
fino terziopelo, e sono cos piccioli che io non gli ho veduti minori in queste
Indie, e li chiamano qui passeri moschitti. La lor grandezza  assai minore che
la testa del deto grosso della mano. Io non ho in questa isola questo tal
passerino visto, ma mi dicono che qui ne sono; e per questo resto di ragionarne
ora, per dirne con le cose di terra ferma, dove io gli ho visti. Vi sono anco
qui altri passeri di molti colori, e che soavemente e con differenti voci
cantano. Ma perch questo basta nel generale, dir in particolare di alcuni
uccelli che sono pi notabili e di memoria degni.


Delli passeri, che vivono a compagnie di molti insieme e in comune.
Cap. V.

Sono in questa isola una spezie di passeri, minori alquanto di quelli che
chiamano in Castiglia gorrioni, che sono i passeri comuni, e loro alquanto si
rassomigliano nella piuma e nella diligenzia, e non sono meno astuti n
maliziosi. Il color loro  pardillo ben cupo, e sono di grande animo quando
sono in quadriglia e in compagnia insieme. Fanno un nido cos grande o maggiore
che nol sogliono fare le cicogne su ne' campanili e nelle torri di Castiglia, e
lo compongono di frasche e stecchi di tal modo intesti e forti che  gran
maraviglia a vederli, per essere questi uccelli cos piccolini; e dentro questo
tal nido hanno le loro celle e appartamenti distinti, dove fanno i loro nidi e
figliuoli: e al manco ognun di questi nidi alloggia 200 e 300 passeri. E se per
caso comparisce ivi presso qualche uccello grande, ancorch sia di rapina (come
sono i guaraguai, che come s' detto qui si mangiano i pulcini e le galline
anco), gli escono tosto a squadroni questi passeri sopra con gran strepito, e
cominciano con tanto ardire a ferirlo, che n le vespe n altro simile animale
fastidioso potrebbono farne altretanto, e lo pongono finalmente in fuga, doppo
di averli molti repoloni dati e d'averli cavate delle piume. In effetto dal
luogo ove questi nidi sono fuggono e s'allontanano gli altri uccelli, come
fuggono gli uomini dagli vespari. E certo che  cosa molto degna di vedersi
quando questi passeri vengono a qualche contesa con qualche altro uccello di
passaggio, che va indi procacciandosi il vitto.


Degli alcatrazi grandi che in questa isola Spagnuola sono e nell'altre isole e
costiere di terra ferma.
Cap. VI.

Gi s' detto di sopra di alcune spezie d'uccelli che si comprendono sotto il
nome d'alcatrazi, de' quali ne sono alcuni nelle costiere del mare di Spagna.
Ma quelli de' quali io ora parler non ve gli ho io veduti, n credo che ivi ne
siano, perch solamente in queste parti ne sono, e non ho mai udito dire che
altrove ne siano. Questi de' quali ora ragiono sono come gran paperoni, e sono
tutti berrettini, e hanno le penne maestre e maggiori dell'ale nere nel gosso
loro, e i piedi come di papere, ma vi ha questa differenzia, che tengono ne'
talloni un sprone, dal quale si va continovando quella tela carnea del piede
per tutti gli altri deti: talch questa loro palma  molto maggiore che non
sarebbe senza di quello, o che non sono li piedi sparsi de' paperoni. Ha questo
uccello un becco cos grande che  lungo duoi palmi, e presso alla testa  cos
largo o pi che non  una mano di uomo, e cos si va poi diminuendo a poco a
poco fino alla punta, che  nondimeno pi larga che non  un deto grosso, e
declina alquanto in gi a maniera d'una unghia. La parte superiore del becco 
tutta dura, e la mascella di sotto s'apre tanto che fa una boccia, che gli
pende e giunge fino al petto; e perch ha il collo grande, ho io alcuna volta
veduto porli nella boccia un saio di un uomo, e alle volte una cappa, e qualche
volta duo e tre giupponi e una mezza dozzina di scarpe e di bonette. Hanno nel
petto la piuma bianca, e quando volano portano raccolto in s il collo, e il
becco cos ristretto col corpo che pare che non abbiano collo. In effetto,
quando questo uccello sta in terra e stende il collo, si somiglia molto ad un
grande uccello che io viddi in Fiandra in Brussella, nel palagio
dell'imperatore, nel 1516. E mi ricordo che lo chiamavano haina. Un d, stando
Sua Maest mangiando in sala, portarono in presenzia di lei a mangiare a quello
uccello certi pesci vivi dentro una caldiera d'acqua, e esso li mangi e
inghiott cos interi, come sogliono questi alcatrazi fare di quello che
prendono e mangiano. Io credo che quello uccello che io viddi in Fiandra fosse
di mare, e aveva i piedi e tutto il resto come questi alcatrazi l'hanno, salvo
che non aveva la boccia che io dico che hanno qui questi uccelli. Per quello
era maggiore di questi, e di pi bella piuma e di maggior becco, ma non tanto
l'apriva perch, come ho detto, non avea questa boccia.
Questi alcatrazi di qua quando volano se ne vanno su in alto, e perch hanno
buonissima vista si lasciano cadere gi nel mare, dove veggono il pesce, con
l'ale ristrette, di modo che, del gran colpo che vi danno, ne salta molta acqua
in su. Egli prende il pesce e tosto ritorna sopra l'acqua, e fermandosi ivi
l'inghiotte intiero; e poi ritorna a volare su in alto, e fa molte altre volte
il medesimo, e cos va pescando nelle costiere e ne' fiumi, presso dove
scarcano in mare. E nel fiume di questa citt se ne veggono ogni d molti
presso la riva, e cos presso che pochi d sono che un scudiero di quelli che
io qui tengo in guardia di questa fortezza di San Domenico, e che  un buon
balestriero, tir ad un alcatraze di questi de' quali parlo da dentro questa
casa e gli ruppe un'ala, mentre che stava posto in uno scoglio a pi della
fortezza. Questi servitori di casa in presenzia mia gli posero nella boccia un
saio d'un paggio ben pieno di falde e di maniche grandi: e non era questo uno
de' maggiori alcatrazi, perch non era vecchio. E questa  cosa qui molto nota,
che nella boccia di uno di questi uccelli cape una cappa che sia logora
alquanto, o quell'altro che io ho detto di sopra. E quando gli ammazzano gli
ritrovano nel ventre il pesce che mangiato avevano, o pure essi, essendo
feriti, lo ributtano fuori, e alcuna volta  tanto questo pesce che ne
potrebbono largamente mangiare due e tre uomini. Alle volte i cristiani hanno
per necessit mangiato di questi uccelli, e non lo tengono per buon cibo,
perch sanno di pesce e hanno molto l'odore del mare.


Degli uccelli notturni che in questa isola Spagnuola sono.
Cap. VII.

Sono in questa isola certi uccelli maggiori che rondononi, ma hanno l'ale e il
volo di una medesima sorte, e con la medesima velocit e maniera d'andare su e
gi per l'aere come i rondononi stessi. Ma non escono n si veggono se non al
tempo che il sole pone e va gi sotto l'orizonte, e qualche volta quando il
sole non pare per ritrovarsi nubiloso il cielo, e medesimamente anco poco
innanzi che il sole s'asconda, nella guisa che fanno i vespertelli; e poi vanno
tutta la notte, e di tempo in tempo qualche volta stridono a un certo modo che
si fanno udire di lontano. Io non so come gl'Indiani in questa contrada li
chiamino, ma io ho veduti molti di questi uccelli in terra ferma, salvo che
nelle penne sono da questi differenti alquanto. In quel breve Sommario che io
scrissi in Toledo delle cose dell'Indie li chiamai passeri notturni, ma quelli
di terra ferma sono molto nemici de' vespertelli, e gli vanno perseguendo e
percotendo, ed  cosa molto piacevole vedere il contrasto loro. Ma questi altri
che in questa isola sono, non vanno altramente dietro ai pipistrelli, n sono
cos grossi uccelli n hanno le medesime piume, bench non differiscono
nell'esercizio, perch e questi e quelli fanno la caccia de' zanzali. I
vespertelli di questa isola sono piccioli, e non ve ne sono molti, e si vanno a
rinchiudere presto, al parer mio. Sono anco qui molte civette, e per le terre e
dove sono anco case di paglia, ma sono assai minori di quelle di Castiglia,
perch queste di qua sono come piccioli sparvieri o minori. Vi sono bufi o
gopi, ma piccioli e non maggiori che le civette che ho detto, ma hanno quelle
orecchie o corna erte nella testa della penna propria loro, e hanno gli occhi
piccioli a proporzione del corpo, ma molto chiari e lucenti, come quelli di
Spagna. Sono anco qui medesimamente certi altri uccelli notturni, che chiamano
mozzuoli, e sono piccioli come le civette e i gofi che si son detti, e alquanto
anco minori, e hanno gli occhi a punto a quel modo come gli hanno quelli di
Castiglia.


Di un uccello o quasi mostro fra gli altri che in questa e nell'altre isole si
vede.
Cap. VIII.

Ho voluto serbare per questo ultimo capitolo degli uccelli che sono in questa e
nelle altre isole circonstanti uno uccello assai raro e nuovo agli occhi miei,
e da me non mai pi udito n letto. E al parer mio questa  una cosa notabile e
maravigliosa, e s' qui in questi luoghi molte volte vista. Questo  uno
uccello grande quanto una grossa gavia, e ha le penne quasi a quel modo, di
bianco mischiato di pardillo, e il becco medesimamente a quel modo, ma pi
acuto. Questo si pu dire uccello di rapina, e in terra e in acqua perch cos
si pu mantenere cacciando in terra come nel mare e ne' fiumi. Ha il pi manco
come anatra o come gli altri uccelli che vivono in mare, e con questo pi si
ferma nell'acqua quando vuole, e vi sta alla guisa d'una papera in pi. Ha il
piede o la mano dritta da presa, come la sogliono avere i buoni astori o i
sacri altri uccelli che meglio d'unghie armati stiano; e quando i pesci montano
su presso alla superficie dell'acqua questo maraviglioso uccello si lascia
cadere d'alto, onde volando va, con quelle forti unghie del pi diritto afferra
il pesce, e se vuole si sta sopra l'acqua posto e quieto con quel pi piano e
si mangia la caccia, e se non vuole fare cos si alza su a volo, e portandosene
fra l'unghia la caccia, la mangia nell'aria a volo, o pure sopra uno scoglio o
sopra un arbore, dove pi li piace di fermarsi. Io non ho mai visto, n udito,
n letto cosa cos strana, n cos appartata da quello che veggiamo in tutti
gli altri uccelli del mondo, perch, come ho detto, questo uccello  da terra e
da mare, che gi, come alcuni mi dicono, egli anco fa caccia in terra, e si
mangia alcuni uccelli piccioli o lacerte e altre simili cose terrestri. Questi
uccelli si sono veduti e si veggono molte volte in questa isola e in quella di
San Giovanni e nell'altre di queste Indie, e i cristiani li chiamano astori
d'acqua.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta degli animali
insetti.

Libro quintodecimo

Proemio


Gli animali insetti o recinti, come sono le cicale, le formiche, le vespe e
simili, saranno la materia di questo XV libro; e come Plinio dice, fu opinione
d'alcuni che questi animaletti non avessero sangue n respirassero. Li
chiamarono gli antichi insetti, perch son ad un certo modo mozzi, o cinti nel
collo o nel petto o nell'altre parti delle giunture loro. Si maraviglia molto
Plinio come in cos picciola cosa possa essere ragione n potenzia alcuna, e
reputa inestricabile o incomprensibile la perfezione loro, perch dice queste
parole: "Come puote la natura collocare e porre tanto sentimento nelle zanzale?
Come li diede la vista, come il gusto, come l'odorato? Onde gl'ingener cos
terribile voce, a comparazione di cos picciolo corpo? Con che sottilit gli
attacc l'ale ne' fianchi, e gli fece quelle longhe gambe e il ventre digiuno e
desideroso del sangue umano? O con che arteficio gli aguzzi il puntello, che 
tanto sottile che non si vede, ed  atto a forar la pelle per succiarne il
sangue? Che denti (come ne fa il suono testimonianza) ha la natura dati al
tarlo, per potere forare e pertugiare qual si voglia duro legno? O perch ha
voluto che di legno si pasca e viva? Ma noi altri ci maravigliamo delle spalle
degli elefanti, su le quali portano le torri intiere, e de' colli de' tori, e
della rapina de' tigri, e de' crini de' leoni, e non miriamo dall'altro canto
che la natura ha cos dotati i piccioli come i grandi animali".
E per questo priega Plinio nel principio del suo XI libro quelli che le sue
cose leggeranno che, se ben molti di questi animaletti sono in dispregio, non
vogliano avere a schifo le cose che di loro referir, perch nella
contemplazione della natura non pu essere cosa superflua. Certo che tutto
questo fu considerato e scritto da Plinio come da segnalata e dotta persona,
poich nell'opere di natura cose cos maravigliose vediamo con gli occhi nostri
e con le proprie mani tocchiamo che ogni una di loro basta a porre la mente
umana in grandissima admirazione. Ma, recandoci noi a mente di quanto potere
sia il Maestro che d alla natura questo potere (che  solo il grande Iddio,
che d la vita e l'essere a tutte le cose create, e tutti questi effetti fa e
dispensa che Plinio alla natura attribuisce), non ci dobbiamo maravigliare di
cosa alcuna, poich la sua potenzia  infinita, n ci dobbiamo occupare in
maravigliarci, ma in renderli infinite grazie di quanto ci fa, e che ci d, per
via di queste maravigliose opere, ad amare chi le cre e ce le comunica poi,
per sua benignit, accioch meglio lo serviamo. Adunque non alla natura, come
Plinio e i gentili facevano, ma al Maestro della natura debbiamo infinite
grazie rendere per queste maraviglie, e io lo prego che voglia farmi grazia per
quanto ho scritto e scriver di questa naturale e generale istoria dell'Indie
sia a sua lode, com'io non ho altra intenzione che di scrivere la pura verit
di quello ch'ho veduto e inteso di queste materie; perch in effetto il mio
principale desiderio e intento  di servire a Dio e al mio re, empiendo queste
carte di verit e non di favole ch'io ho visto scriversi in Spagna delle cose
di quest'Indie, ch'io spero che senza isviarmi punto dalle cose certe non mi
mancher che scrivere, onde si debbano le genti leggendo maravigliare. E cos,
effettuando la promessa di queste istorie, toccar qui brevemente degli animali
insetti che 'n quest'isola sono simili a quelli di Spagna, e di quelli ch'io
non ho l visti o qui non sono, e delle propriet di quelli che non son a mia
notizia venuti, bench in questa prima parte sar poco quello che si potr di
questa materia dire, perch nella seconda e terza parte di quest'istorie, dove
delle cose di terra ferma si tratter, se ne ragioner pi amplamente, per la
copia grande che ivi di tali cose si vede.


Degli animali insetti che sono in quest'isola Spagnuola, e prima delle formiche
e del comiscen.
Cap. I.

Scrive quell'autore unico della naturale istoria, Plinio, nel suo undecimo
libro, l'opinione d'alcuni, che dicono che le formiche, le vespe e altri simili
animaletti non hanno sangue, perch non ha sangue quello animale che non ha n
cuore n fegato, e cos anco non respira quello che non ha pulmone. Ma nasce da
questa gran contenzione, perch vediamo il mormorare delle pecchie e il cantare
delle cicale; onde dice Plinio che, quando contempla la natura, viene da lei
persuaso a non tenere incredibile niuna dell'opere sue. E doppo che egli ha in
questa disputa alcune cose dette, come investigatore naturale di cos fatti
secreti, dice che esso confessa che questi animaletti non hanno sangue, come se
ne veggono anco degli altri che non hanno, quale  la sepia, che in luogo del
sangue ha quel nero inchiostro, e quale  la purpura, che ha quel succo con il
quale si tingoni i panni; s che quello umore che gli animali insetti hanno 
loro in vece di sangue. Dice anco Plinio di pi che ciascuno istimi e tenga
quello che pi li pare, perch la sua intenzione  di mostrare le cose che sono
nella natura chiare e manifeste e non di giudicare le cause occulte; e cos
medesimamente dico io che la intenzione mia  di dire quelle cose ch'io so e
ch'ho vedute, perch se ne maravigli colui che di lontane contrade mi legger,
e non di pormi a congietturare onde procedano gli effetti di questa novit che
io referir, perch non sono tal filosofo che possa comprenderli, n voglio in
argumenti trattenermi, ma dir solo quello che con la vista ho potuto
comprendere e con gli altri sentimenti intendere.
E per darvi principio incominciar con le formiche, delle quali dico che n' in
questa isola Spagnuola gran quantit, e in questa citt di S. Domenico assai
pi di quello che vorremmo; ma senza comparazione assai meno di quello che se
ne  avuto, perch nel 1519, e per due anni appresso o pi, ve ne furono tante
che grandissimo danno fecero in tutta questa isola ne' poderi, rovinando e
bruciando le cannafistole, gli aranzi e altri alberi fruttiferi, che fino ad
oggi vi dura il danno, bench quella tanta copia sia a lode di Dio cessata. In
quel tempo che questa calamit dur non si potea n anco vivere per le case, n
tenervi cosa alcuna da mangiare, che tosto non si coprisse di formiche
minutissime e nere. E se fosse qualche tempo durato, non sarebbe stato gran
cosa che fosse qui in questa isola avenuto quello che gi in Spagna avenne,
dove si disabit una citt per lo scavare de' conigli, o come avenne in
Tessaglia, dove un'altra citt si disabit per li topi, o come in Francia, dove
per la gran copia delle rane un'altra citt si abbandon, e un'altra in Africa
per la moltitudine delle locuste o bruchi, e Amicle in Italia per la copia
delle serpi, e come per altre simili calamit altre terre e provincie
s'abbandonarono, come recita Plinio. Ma non mancano qui gi formiche, se ben
mancate e diminuite vi sono, perch ve ne sono pi di quelle che sarebbe
bisogno. Ve ne sono per anco certe altre, alquanto rossette e picciole, che
sono inimicissime di quell'altre, e pare che sappiano il bisogno nostro. Egli 
cosa maravigliosa che in uno stesso podere, dove accade essere e delle une e
dell'altre, pare che si compartiscono il terreno; e in effetto se lo tengono
diviso, perch si conosce assai bene il terreno che posseggono queste senza far
danno, e quello che si occupano l'altre rovinando e distruggendo, e le buone
per niun conto lasciano passare dentro i loro termini quelle che nociono e sono
dannose. Io parlo cose assai note in questa citt e isola, e lo potrei anco
mostrare in una mia possessione lungi da questa citt una lega, come si pu
anco vedere in molte altre parti e poderi di questa isola. N sar fuori del
proposito nostro, n della devozione cristiana, riferire quello che in questa
citt avenne nel tempo che si trov questa isola in tanto travaglio e affanno
per le formiche, che fu quasi per disabitarsi, accioch il mondo sappia che i
veri rimedii sono quello del signore Iddio, il quale ce li manda per sua
misericordia e per intercessione de' santi suoi. Ora, la cosa pass di questa
maniera.
Veggendosi i cristiani che in questa isola vivevano cos molestati e
travagliati dalla gran copia delle formiche, deliber questa citt d'eleggersi
un santo per suo difensore al qual si votassero; e per farne l'elezione ne
gettarono la sorte per mano del reverendo e devoto padre il vescovo Alessandro
Giraldino, il quale disse solenne e pontificale messa, e doppo d'avere
consecrato e alzato il Santissimo Sacramento, e fatta da lui e dal popolo
devotamente orazione, aperse un libro dove era 'l catalogo de' santi, accioch
quel santo o santa ch'Iddio per questa via ci mostrasse fosse l'advocato di
questa citt e isola contra questa calamit delle formiche. E cadde la sorte al
glorioso santo Saturnino, vescovo e martire, la cui festa viene a' 29 di
novembre. Questo santo nacque in Roma, e fu di tanta santit che fu dal papa
mandato a Tolosa, dove, entrato che egli fu, diventarono tutti gl'idoli muti.
Onde un di quelli gentili disse che, se non ammazzavano Saturnino, non
averebbono mai avuto risposta da' loro dei; e per questo lo legarono ai piedi
di un toro, perch lo strascinasse e lacerasse crudelmente, come pi ampiamente
si legge nella istoria del suo glorioso martirio. Ora, doppo che questo
glorioso santo fu tolto per avvocato di questa citt, cess la calamit delle
formiche, e si diminuirono di modo che fu il danno loro tollerabile, e sempre a
poco a poco sono mancate, per la clemenzia divina e intercessione di questo
santo martire avvocato nostro. Ne noto io di questo misterio che il vescovo
Alessandro Giraldino era Romano e devotissimo prelato, e che questo martire fu
anco Romano; e che, come in Toledo ammutirono gl'idoli, cos erano gi in
questi luoghi tutti gl'Indiani idolatri. Onde si cava che vuole Iddio che per
la advocazione di questo santo si confonda e dissipi l'idolatria di queste
contrade, e vi s'aumenti la santa fede cristiana e la devozione, perch l'ira
del Signore si mitighi e queste calamit cessino.
Ritornando all'istoria, dico che  molto varia la spezie delle formiche in
questa isola, e dannosa, come s' detto, per li zuccari e per le altre cose. Vi
sono altre formiche, maggiori di quelle che si sono dette, e sono rosse e
mordono assai e danno dolore; ma presto passa, se non sono molte insieme a
mordere, bench per donde passano vi lasciano un ardore come di fuoco. E queste
sono medesimamente dannose ne' campi, ma sono poche e non per tutte le parti.
Ve ne sono altre maggiori che niuna di tutte queste, e sono nere, e queste sono
quelle che si convertono in formiche alate, e a certi tempi nascono loro le
ale, e sono tante che se ne vede l'aere pieno. Ve ne sono certe altre, che le
chiamano comiscen, che sono picciole e hanno la testa bianca, e sono molto
nocive agli edificii, cos nelle mura come nelle legname e solari delle case.
Queste tali formiche escono dal muro che pare che ne gocciolano, e lo penetrano
e vi vanno discorrendo per dove pi loro piace, e per il legname anco; e si
fanno un certo cammino coperto a guisa d'una grotticella longa, vota di dentro
e cos grossa quanto  una penna da scrivere, e qualche volta come un deto o un
poco meno, e sta questo cammino rilevato sopra il muro. E dove questo lavoro va
a finire vi fanno una loro casa dell'istessa materia, grande quanto  la testa
d'un uomo e quanto un fiascone anco ben grosso. E qualche volta, quando fanno
negli alberi queste loro stanze, le fanno cos grandi quanto potrebbe un uomo
abbracciare intorno con ambedue le braccia. E in effetto rovinano le case, e
bisogna avere cura d'ardere e disradicare questi comiscen, perch sono molto
dannosi. Fanno queste loro casuccie e cammini d'una certa pasta o materia che
non  chi l'intenda, d'un color quasi nero e ben secca, e facilmente con un
legno o col deto toccandola si rompe; ma sono queste formiche tante e cos
destre che ad un tratto ritornano a reedificarlo. Dov' quella loro stanza
maggiore e si raunano, l fanno i loro nidi e figli; di modo che vi fanno
putrido e fragile il muro o legno sopra il quale questa loro abitazione fanno,
e lo lasciano quasi fatto un vespaio, pieno di buchi e spognoso e voto. E sono
peggiori questi animali per le case che non  la tignuola al panno. Vi ha anco
un'altra maniera di comiscen o di formiche, che fanno queste stesse lor vie
coverte e quelle lor stanze grandi dove fanno i nidi, ma pi chiaramente si
conosce che questi tali loro edificii son di materia di terra, e son pi
chiari, di colore berrettino, che di terra paiono, bench non totalmente siano.
E quest'altro comiscen  anco esso d'un'altra forma, perch non  proprio
formica, come s' gi dell'altro detto che sia, ma la met ne  formica,
l'altra met  un vermicciuolo, o  la forma d'un mezzo verme, che pare che si
meni dietro dalla cintura in gi, ch' una cosella a modo d'una scorza bianca e
grossa quanto un granello di grano che si strascina dietro. E non  questo
comiscen meno dannoso per le case, edifici e legname che si siano quegli altri
detti di sopra, ma non gi tanto per i lavori di pietra, bench con tutti i
loro danni facciano questi un bene, che sono uno ottimo cibo per i polli.
E distaccano dagli alberi quelle loro stanze fatte come gran palle, e le
portano dai campi alle case, e le rompono dinanzi a' polli, che tosto e con
avidit tutte le formiche si mangiano, e se ne ingrassano e vengono bene, come
d'un buon cibo. Tutte le formiche e i comiscen sono una generazione molto
diligente e amica di republica, e cos pare che in compagnia vivano e sia fra
loro commune il cibo. E perch la lor diligenzia si conosca, e quello che pu
il lor continuo uso fare, dico che, ancorch per una pietra durissima passino,
vi fanno a longo andare un segno, che assai chiaro si conosce e vede il cammino
che fanno. Ma perch di queste e d'altre formiche sar molto che dire nella
seconda parte, dove si scriveranno le cose di terra ferma, passiamo ora avanti
a ragionare di quello che a quest'isola Spagnuola tocca quanto a questa materia
di simili animali insetti.


Della scolopendria, o cento piedi che chiamano, e delle differenti
e varie maniere di questo animale, e delli vermi di molti pi.
Cap. II.

In questa isola Spagnuola sono molte maniere di scolopendrie o cento piedi,
perch vi sono alcune sottili e lunghe un deto, e di quella sorte che sono
quelle di Spagna, ma queste mordono e danno gran dolore. Ve ne sono altre pi
corte, ma pi grosse e pilose e con la testa rossa, il resto tutto dipinto, e
sono pi venenose e cattive. Alcune altre, ancorch siano dipinte e pilose,
hanno la testa nera, con certe liste nere da lungo a lungo, e queste si tengono
per le peggiori. Vi sono anco molti altri vermi e di differenti maniere e con
molti piedi, ma questi vanno presto via, perch non vengono se non quando piove
e fa pi caldo del solito; onde, mancando quel caldo, non appaiono essi pi.
Ma, mentre che durano, si mangiano i maizali e fanno danno nelle possessioni.
Vi sono certi altri vermi, lunghi un mezzo deto e sottili e di molti piedi, e
rilucono forte di notte, e fanno appresso di loro l'aere chiaro dovunque
passano, e si veggono 50 o 100 passi lontani; n tutto il verme risplende,
perch solo nelle giunture onde escono le braccia del corpo rilucono, ma questo
loro splendore  chiaro molto. Certi altri vermi vi sono anco, assai alli gi
detti somiglianti e quanto alla grandezza e quanto al rilucere che detto s',
ma vi  questa gran differenzia, che la testa di questi anco riluce, ed 
questa chiarezza della testa come d'una viva, accesa e rossa bragia. Io ho in
questa citt di S. Domenico veduto molte volte alcune scolopendrie o cento
piedi lunghe un palmo o pi e larghe un deto, che certo  una cosa spaventevole
e da temerne veggendole. Sono pilose, e hanno certe liste di color leonato
donde lor escono le gambe, le quali insieme con le corna sono leonate, e il
corpo  d'un colore pi oscuro. Non ho sentito lamentare niuno che questo
animale morda, ancorch di mala vista sia, e io non vorrei vederlo, perch,
ancorch non faccia danno, pare che non se ne possa sospettare se non male, e
che abbia a fare peggio che gli altri vermi. Questo si ritrova spesso per le
case di questa citt ma, come ho detto, non ho ancora udito niuno il quale da
esso sia stato morsicato.


Delle vespe e scarafoni e mosche e simili.
Cap. III.

Ben sarebbe stato ragione che prima d'ogni altro si fosse in questo libro
ragionato delle pecchie, poich sono uno animale cos utile e cos segnalato al
mondo, percioch il mele e la cera che se ne hanno sono cose cos necessarie e
degne nell'uso della vita umana. Ma non se ne  fatta menzione perch in questa
isola Spagnuola non ve ne sono, e non ve lo ho io veduto n inteso dire che ve
ne siano. In terra ferma ne sono bene molte e di molte maniere, cos nella
forma e fattezza dell'animaletto istesso come nella variet del sapore e del
colore del mele e nella differenzia della cera; onde, quando di quelle contrade
si tratter, se ne dir tutto quello che io ne ho veduto, che  molto.

Ora ragioner delle vespe, perch in questa isola ne sono molte e cattive e
velenose, e danno molto dolore quando pungono. Se ne veggono molte per li campi
e per li boschi negli alberi, e sono come quelle di Castiglia e alquanto
maggiori, e nell'ale sopra il giallo hanno verso la punta un poco di color
leonato. Queste fanno i lor vespai e nidi negli alberi, ma non vi fanno n cera
n mele, ma cos secchi come li fanno in Spagna e in ogni altro luogo dove
siano vespe. I crabroni o scarafoni fanno le loro celle e nidi (come Plinio
dice) sotto la terra, e di questi nidi se ne veggono molti in questa isola; e
il dolore che fanno le punture di questi crabroni sono maggiori assai di quelli
che l'altre vespe fanno.
Vi sono qui mosche di molte maniere, e di quelle di Spagna, che ve ne solevano
essere pochissime o nulle, gi ve ne sono molte, bench non tante quante in
Spagna: ma sono pi fastidiose e noiose e pi forte mordono. Ve ne sono anco
certe altre pi picciole, le quali per non vi sono d'ogni tempo come l'altre
gi dette. Vi sono certe altre mosche che vanno per gli alberi e per la
campagna, alcune verdi e picciole, e altre di tante sorti e cos differenziate,
che  una cosa che non se ne verrebbe mai a capo scrivendole. Ma fra l'altre vi
sono certe mosche verdi e dipinte, grosse come una vespa, e fanno i lor nidi in
terra, perch fanno certi buchi nel terreno, cavandovi con le braccia dinanzi e
gittando co' pi di dietro la terra che cavano. Di queste ne sono molte in
questa citt di San Domenico per li cortili delle case, perch, essendovi il
terreno quasi arenoso, vi possono fare facilmente il lavoro che io dico. Queste
mosche ammazzano le cicale delle verdi e picciole, e altri simili animaletti, e
li portano volando di peso e li pongono dentro le lor caverne, e doppo che
hanno alcuna di queste caccie fatta, e ripostala nella stanza loro sotterranea,
escono di nuovo fuori e vanno per l'altre, n restano di fare mai questi
viaggi. Onde si cava che questa provisione che fanno di vettovaglie dee essere
per lo tempo che ha da venire, perch queste mosche non compariscono in tutto
l'anno, ma solamente quando sono poche pioggie e si comincia ad umettare la
terra, e sono certe giornate calde che pare che arda il mondo pi per l'acque
gi fatte che per altro.
Sono qui tante maniere d'aponi e di scaraboni differenziati e varii, tanto ne'
colori come nella grandezza, che  una materia della quale nel vero si potrebbe
molto scriver, ma al parer mio senza utile e come quasi gittando al vento le
parole che vi si spendessero. Ve ne sono neri, ve ne sono leonati, ve ne sono
pendenti alquanto all'azurro, e altri di molte misture di colori insieme e di
molte forme. Alcuni se ne vengono la notte al lume della candela, come fanno le
farfalle in Europa; delle quali anco ne  qui un numero infinito e di strane
maniere, perch le pi picciole sono come quelle che io dico che entrano negli
occhi come zanzali, e le pi grandi sono quanto  una mano co' deti stesi, e
fra questi due estremi ne sono di varie grandezze, e alcune ne sono tutte
azurre, del pi eccellente e fino azurro che si possa vedere, altre ne sono
tutte gialle, altre miste di molta variet di colori e lavori. Accade alle
volte nelle pioggie, che in un battere d'occhi si vede l'aere pieno di queste
zanzarelle, che poi diventano vermi che molto danno nelle possessioni fanno.
Alcune di queste ne sono certi anni bianche tutte, certi altri anni sono
bianche e nere, e certi altri d'altre varie differenzie e colori.
Sono anco qui certi aponi, di quelli che in Spagna vanno per le selvette e per
le riviere de' fiumi, che sono lunghi come la met d'un deto e sottili, e con
le teste grosse e con due paia d'ali. Questi si veggono del continovo in Spagna
ne' luoghi che ho detto, ma non in gran quantit, e cos sono anco qui rari: ma
molte volte anco ne vengono d'un subito all'improvviso per le pioggie tanti
quanti ho detto che sogliono di quelle zanzarelle venire. Qui sono anco molte
zanzale, e tante in certi tempi che sono un fastidio grande, e pi in un tempo
che in un altro, e non con tutti i venti: ma nella campagna in certi luoghi ve
ne sono tanti che non si possono sofferire, e li peggiori di tutti sono certi
zanzali minutissimi, che li chiamano scisceni, e i quali pungono mirabilmente,
e ve ne sono alcuni di loro che passano la calza. Quivi sono anco pulci, ma
pochi e non in ogni tempo, e sono per lo pi assai pi piccioli di quelli di
Castiglia, ma mordicano molto pi e sono peggiori.
In quel Sommario ch'io scrissi in Toledo nel 1525 dissi de' pidocchi, che nelle
teste e ne' corpi degli uomini si generano, che pochissime volte ne hanno
quelli che in queste contrade vengono, e sarebbe stato gran cosa chi ne avesse
avuto uno o due, e questo era radissime volte, perch, doppo che si passa, nel
venire in qua, il dritto dell'isole degli Astori, tutti questi animaletti che o
si portavano di Spagna o che si erano per cammino generati a questo segno e
termine si fornivano tutti, e a poco a poco se ne perdeva il seme. E in questi
luoghi pi non se ne vedeva niuno, fuori che in alcuni fanciulli che qui
nascono figliuoli di cristiani, perch gli Indiani ne avevano e hanno molti,
cos nella testa come nel corpo. Dissi anco che nel ritornare verso Europa,
quando a quel segno istesso dell'isole degli Astori giungevamo, ritornavamo a
ricuperare nella persona questi animaletti, a punto come se ivi aspettati ci
avessero, e se ne caricavano tanti sopra che con molto affanno bisognava
rimediarvi, per ritornare a starne netti, mutandoci spesso camicie nette e
usandovi ogni diligenzia possibile. Quando io questo scrissi l'aveva
esperimentato in me stesso e vedutolo in altri medesimamente, tutte quattro le
volte che io aveva il mare Oceano passato. Io allora dissi il vero e quello che
veduto aveva, ma ora ho fatto otto volte questo cammino, perch dapoi venni a
queste Indie e ritornai in Spagna, e poi ritornai a questa citt di San
Domenico e poi andai in Spagna: e in questa ultima e penultima volta ho io
altramente che come l'altre veduto, perch per tutto il cammino non mi
mancarono mai di questi animali, e in tanta quantit che era un gran fastidio e
travaglio.
Io non so in che consista questo secreto, o se questa calamit s' arrischiata
di fare anche essa questo cammino, o pure se ne sono i tempi cagione, perch io
viddi un tempo che non era necessario il ventaglio in questi luoghi mentre si
mangiava, e ora bisogna che tutto l'anno si tenga in mano, per la gran copia
delle mosche che vi sono; e come vi sono queste moltiplicate, cos vi debbono
avere fatto anco quegli altri animaletti sporchi de' quali ragionavo, e de'
quali si crede che non possa scampare animale che abbia pelo, fuori che l'asino
e la pecora. Ed  alle volte accaduto nel mondo nascere nella testa e nel corpo
d'alcuni tanti che l'hanno cavato dal mondo, come si legge che avvenne a Silla,
dittatore romano, e ad Alcmeone, poeta greco, che ne morirono. N nuociono
solamente agli uomini, ma agli uccelli anco, come nella sua naturale istoria lo
descrive Plinio a lungo.
Sono in questa isola molte zecche, e spezialmente nelle bestie vaccine in
campagna, e ne' buoi medesimamente che tirano i carri, ma poche se ne veggono
ne' cani. Delle picciole che sono in terra ferma per la campagna dicono che qui
non ne sono per queste isole, il che non  poco bene per gli uomini, percioch,
mentre dur la guerra della conquista di Castiglia dell'Oro, avevano ben che
contare le genti di guerra e che dire delle zecche, come al suo luogo si dir,
quando nella seconda parte di questa istoria si parler delle cose di terra
ferma.
In questa isola sono aragni di molte maniere e differenziati assai, e ve ne
sono alcuni velenosi, e altri cos grandi quanto  il cerchio che si pu fare
co' duoi primi deti della mano, andando a congiungere le lor punte insieme:
dico del corpo loro solamente, senza quello che di pi occupano con le gambe.
Alcuni altri ve ne sono non molto piccioli, che pare che abbiano a un certo
modo la figura d'un viso umano, bench, quando ben vi si mira, pare un'altra
cosa di quello che a prima vista parea, e hanno molti raggi d'intorno, nel modo
che dipingono un sole. Per la campagna vi sono molti altri aragni grossi e
piccioli, con molte differenzie e variet fra loro; e cos fanno varie maniere
di tele, e ve ne sono tali che non pare altro che una sottilissima e vera seta
verde.
Sogliono essere in questa isola e in terra ferma alcuni anni locuste o grilli
con l'ale: il che quando avviene, gl'Indiani e i cristiani anco lo tengono per
una infelicit e per cosa molto travagliata, perch rovinano i maizali queste
locuste e fanno di strani danni nelle possessioni, e quando alcuno anno vi
vengono suole essere il numero di loro infinito, ma  ordinario esservene
d'ogni tempo alcune. Il medesimo dico de' grilli che saltano, perch sono molto
dannosi col corrodere e forare le veste, quando per le case nascono. Ve ne sono
degli altri che cantano assai, e altri maggiori, altri minori, e cos
differenti nel corpo come nella voce e nel suono. Vi sono certe locuste o
grilli piccioli, con assai lunghe gambe e sottili e verdi, che i fanciulli in
Spagna li chiamano cervatichi. Gl'Indiani mangiano volentieri questi grilli o
locuste gi dette, e le tengono per un buon cibo, massimamente in terra ferma,
dove a niuna cosa viva la perdonano che non voglino per lo palato loro
passarla, come si dir al suo luogo nella seconda parte di questa naturale
istoria dell'Indie.


Degli animali che nascono nel legno e vi si generano di varie maniere, e della
broma.
Cap. IIII.

Sono alcuni animali che per la pioggia si generano nel terreno, e altri nel
legno, n solamente questi a questo modo nascono, che anco i tavani si generano
dove sia molto umore, e, come Plinio nell'undecimo libro dice, nel ventre
dell'uomo nascono i vermi di pi sorte, e nelle carni morte. Ma perch vo' io
servendomi di Plinio o d'altro auttore antico nelle cose chiare, e che ogni d
veggiamo con gli occhi e sono a tutto uomo note? Ritorniamo a questi animali
che si generano nel legno, che non  picciolo morbo n poca calamit in queste
parti; e questi tali vermi sogliono chiamare broma, ma quelli spezialmente che
ne' legni delle navi si generano, dalla coperta in gi e dove tocca l'acqua. E
di modo vi mangiano e corrodono che chi no 'l vede no 'l pu credere n dirne
tanto, ma io ne parler come testimonio di vista, e come di cosa che qui 
molto ordinaria e comune. Dicono alcuni che questo verme viene dall'acqua e se
ne entra nelle navi, altri credono che nel proprio legno si generi. E questo io
pi credo, e che la umidit dell'acqua e la disposizione del legno e la
potenzia del sole siano quelli che col tempo questo verme naturalmente in
queste parti generino, perch questo istesso si vede anco avvenire nelle botte
e vasi di legno dove tengono o acqua o vino. Il caso  che, comunque questo
verme si generi,  assai picciolo e come un sottilissimo filo di seta, e poi
col rodere si fa cos grosso come un deto, e tanto ben s'oprano che riducono le
tavole come un favo di pecchie o come una spogna tutta smagnata, di modo che,
quando si pongono poi in mare le navi, vi anniegano: e si sono spesse volte
perduti co' vasselli per questa via i marinari con altre genti. E questa cosa 
molto ordinaria, e la vediamo pi spesso accadere di quello che vorremmo.
Di questa spezie  il tarlo, corrodendo il legno ne fa polvere, e lo pertugia
da banda a banda e lo guasta e rovina affatto: il che  assai noto e chiaro per
tutto. Onde, perch questa terra  umidissima, vengono per questa via presto
meno i legni, cos in questa citt di S. Domenico come nell'altre isole abitate
da' cristiani, dopo che gli hanno ne' loro edificii posti; e in quanto a'
legni, si fa pi vecchia qui una casa in 30 anni che 'n Spagna in cento. Questo
chiaramente si vede qui per queste case nostre, che tutte sono moderne e da
poco tempo in qua fatte, e i lor legnami stanno tali che 'n Spagna starebbono
meglio, ancorch fossero state di 150 anni a dietro edificate. Scrive il
protonotario Pietro Martire nella sua Deca, che delle cose di quest'Indie
scrisse, senza altramente vederle (il quale libro egli intitol Del nuovo
mondo), che qui sono certi alberi che per la loro amarezza non vi possono n vi
vanno i tarli n gli altri vermi. Il che sarebbe molto utile, se fosse il vero.
Ma io sono stato in quella contrada che esso dice, e non vi sono tali alberi,
n fino a quest'ora in queste parti si conoscono n legni n alberi che si
possino dire da questi tarli e vermi liberi, perch ve ne sono tanti, e cos
dannosi e nocivi, e a' vasselli di mare e agli edificii di terra, che, se tal
legno vi fosse, sarebbe ben conosciuto e lo stimarebbono molto, e se una volta
si sapesse non si lasciarebbe pi dalla memoria cadere, perch non sarebbe in
poco uso. Ma io lo tengo per favola e non per vero. E chi a quello scrittore
tal cosa disse non li disse il vero, almeno mentre quell'autore visse, n fino
ad d d'oggi, che sono gi tre anni che egli all'altra vita pass, e nostro
Signore lo raccolga nella gloria sua; ch'io nel vero mi tengo che esso
desiderasse di scrivere le cose vere e certe, se ne fosse stato fedelmente
informato, ma perch egli parla di quello che non vidde, non mi maraviglio che
ne' suoi libri molti errori si veggano.


Delle fotule, che cos in Andalusia chiamano.
Cap. V.

Le fotule sono certi animaluzzi leonati, e della grandezza che sono quelli neri
che si veggono nel regno di Toledo: ma questi per son pi leggieri e volano
quando vogliono, e sono importuni e fastidiosi incredibilmente e di cattivo
odore, e poche casse di veste li possono fuggire, perch tosto vi si pongono
dentro e danneggiano la vesta. Dicono alcuni che non ve n'erano in quest'isola
Spagnuola, e che vi vennero di Spagna con le casse de' mercatanti, e cos ora
ve ne sono molte per tutte quest'Indie, dovunque i cristiani abitano. In tutta
Spagna non ne ho io vedute se non in Andalusia, e da quest'altra parte della
Serra Morena verso l'Andalusia, presso a Cordova e a Siviglia; ma molte pi
nelle costiere e porti dell'Andalusia e del regno di Granata, perch mi pare
che non si vogliono a contrade fredde accostare. Hanno certe ale come gli
scarafoni, con le quali cuoprono certe altre alette sottili che loro sotto
stanno. E sono tutte di colore leonato, come s' detto, ma alcune pi oscure
che l'altre, soglion in alcuni luoghi d'Italia chiamarli neri lanaroni, e pare
che dentro le casse istesse naschino.


Degli animali che non hanno spiraglio, onde possino purgare quello che
mangiano,
fuori che per la propria bocca onde tolgono il cibo.
Cap. VI.

Plinio, nel 34 capitolo del XI libro della sua Naturale istoria, ragiona di
quelli animali che non hanno onde digerire n evacuare se non per la bocca
stessa onde mangiano, e dice che questo  spezialmente uno animale che ficca la
testa nel sangue e si sazia ed empie tanto che crepa e muore, e che questi tali
animali si generano ne' buoi e ne' cani. Per questi segni penso io che siano le
zecche, delle quali io sopra nel terzo capitolo feci una breve menzione. Ma
poich ora il caso mi si offerisce, dico che di pi di questo animale ve ne ha
un altro che ha la medesima propriet, ed  la sanguisuga vermiglia, che
essendo picciolissima e sottile, s'alcuno insieme con l'acqua la bee e se
l'attacca nella gola, vi si fa cos grossa come un deto. Sono anco alcuni che
costumano di cavarsi sangue con queste sanguisughe, perch le si pongono nel
braccio o nella gamba dove loro piace, ed esse tanto vi succiano sangue che vi
diventano grosse e lunghe come un deto, non essendo prima lunghe quanto una
unghia e sottili come un filo. Questa  cosa che si vede ogni giorno e si pu
provare da chi vuole, e io ne ho veduta l'esperienzia in un gentil uomo mio
amico, il quale, sentendosi indisposto, perch aveva per costume di cavarsi per
questa via sangue, si pose in presenzia mia due sanguisughe in un braccio, le
quali indi a mezza ora s'empierono di sangue e si fecero un deto grosse. Ed
egli allora, levando queste via, vi pose dell'altre; e a questo modo fece
finch si cav tanto sangue quanto egli volse, e poi si leg quelle piaghette
con telette di lino, come si suole fare quando altri per la via ordinaria e col
ferro si cavano sangue. Ma in quel d stesso, andando negoziando per la terra,
se gli disciolse una di queste fascette di tela senza accorgersene, finch ebbe
tutta la manica della camicia piena di sangue, e quella del giuppone anco. Onde
se ne ebbe a trovare burlato. Questo che io dico del cavare sangue con le
sanguisughe l'ho io veduto. Ma non s' per altro di questo animale qui detto
che perch non ha n anco egli onde purgare il suo pasto, come la zecca. E ne
sono anco qui sanguisughe, e di quelle anco che non sono rosse.
Molte volte riputai una pazzia quello che quel gentil uomo faceva in cavarsi a
quel modo sangue, ma doppo molto tempo lo ritrovai scritto in Plinio, nel
decimo capitolo del 32 libro, dove dice che queste sanguisughe fanno il
medesimo utile che le ventose, e che sono medicinali per alleggierire il corpo
del sangue, ma che  inconveniente purgazione, perch bisogna ogni anno nel
medesimo tempo fare il somigliante e cavarsi nel medesimo modo sangue. Dice
anco che qualche volta queste sanguisughe vi lasciano la testa e vi fanno la
ferita incurabile, e sogliono ammazzare molti, come intervenne a Messalino,
patrizio e consolare, che se le aveva poste nelle ginocchie. E per questo
sommamente si temono e fuggone le rosse. Onde questo autore dice che  bene che
lor, mentre sugano, si tagli la bocca con le forbici. Vi ha anco un altro
animale che, secondo che se ne scrive, non ha n anco egli spiraglio n buco
alcuno dalla parte inferiore o conveniente a purgare il cibo, e questo  il
cocodrillo. Ma passiamo agli altri animali insetti.


Delli scorpioni che sono in questa isola Spagnuola e nell'altre di queste
Indie.
Cap. VII.

In queste isole dell'Indie e in terra ferma sono scorpioni come quelli di
Castiglia, e in alcuni di questi luoghi ve ne sono molti. Scrive Plinio nel suo
undecimo libro che questo animale, doppo che punge o morde, uccide per spazio
di tre d, e che la sua ferita  sempre mortale nelle vergini e quasi in tutte
le femine. Ne dice anco altre particolarit, le quali per la maggior parte
mancano agli scorpioni di queste parti, perch qui non  mortale il loro morso,
bench dolga molto un quarto d'ora e qualche volta pi. E io ne sono stato in
queste parti morsicato da molti di loro, e ho in me stesso esperimentato che
uno d pi dolore che un altro. Il che dee anco consistere nello stare l'uomo
digiuno o satollo, o pur pu anco nascere dallo stare o no digiuno il scorpione
istesso. Ma, come che si sia, qui non  uomo, n donna n anco, che perci ne
corra pericolo. E io tengo per cos gran dolore la puntura della vespa come
quella dello scorpione in queste Indie, e quella d'alcune vespe anco maggiore,
ancorch, secondo mi pare, avendo l'uno e l'altro provato, pi tempo dura il
dolore della puntura dello scorpione che quello che per la vespa si causa.


Delle mosche o zanzarelle e altri simili animaletti che volano e risplendono la
notte, e specialmente d'alcuni di questi, che gl'Indiani in questa isola li
chiamano cocuio.
Cap. VIII.

Molte moschette o zanzarelle e scarafoni sono per tutte queste isole che
rilucono di notte, e vanno volando come quelle che chiamiamo in Europa
lucciole, le quali di state la notte volano: ma qui questi animaletti quasi
d'ogni tempo si veggono, perch qui  poca differenzia fra il d e la notte, e
sempre vi  la stagione temperata, poich non vi si sente soverchio calore e
poche volte si sente freddo, che  quando in questa isola Spagnuola soffia il
vento di tramontana, o che si sta presso ad alcuni monti, che qui molti ne
sono. S che di queste lucciole ne sono qui molte e di varie maniere, ma
picciole; e ve ne  d'una sorte particolarmente che la chiamano cocuio, che 
cosa certo molto notabile. Questo  uno animaletto assai noto in questa isola
Spagnuola e in tutte l'altre convicine, ed  della spezie de' scarafoni, e cos
grosso come  la testa del primo deto grosso della mano, o poco minore. Ha due
ali dure, sotto le quali ne sono due altre pi sottili, che vi si conservano e
cuoprono quando questo animale non vola; il quale ha gli occhi risplendenti
come candele accese, di tal sorte che onde volando passa fa l'aere vicino cos
chiaro e lustro come suole un lume acceso farlo, e se a prima sera, essendo
tenebroso e oscuro l'aere, alcuno portar in mano un cocuio, tutti quelli che
dalla lunga li vedranno e averanno bisogno d'accendere lume vi verranno,
credendo che una candela accesa sia. In effetto dagli occhi di questo
animaletto esce tanto lume e splendore, che dentro una camera oscura e chiusa a
questo lume solamente si vede assai bene a leggere e a scrivere una carta. E
s'accoppiano insieme e legano o infilzano quattro o cinque di questi cocui, se
ne servono tanto quanto d'una buona lanterna, nella campagna o per li boschi o
per qualunque altro luogo, essendo di notte ben oscura.
Quando si faceva in questa isola Spagnuola e nell'altre isole la guerra, si
servivano i cristiani e gl'Indiani di questo lume per non si perdere e smarrire
l'un l'altro la notte; e gl'Indiani spezialmente, che erano pi destri a
prendere di questi animali, ne facevano collane, quando volevano essere visti
una lega e pi lontani. E cos in campagna e nelle caccie di notte con questi
cocui fanno le genti quello che loro bisogna, senza temere n vento forte n
acqua che smorzi loro il lume. Quando andavano di notte gli uomini da guerra in
questa isola a far assalto, la sentinella o la scorta che giva avanti si poneva
in testa un cocuio, e serviva per faro a tutte le altre genti che lo seguivano.
Questa chiarezza che ha questo animaletto negli occhi l'ha medesimamente ne'
fianchi, onde, quando volando apre l'ale, mostra maggior chiarezza per quella
che allora anco sotto l'ali discuopre, che  tanta quanta  quella degli occhi:
e cos volando si viene ad adoppiare la luce. Costumano di tenere presi e
rinchiusi questi cocui per lo servigio di casa, e per cenarvi di notte senza
altro lume. Il che facevano medesimamente nel tempo adietro alcuni cristiani
per non spendere in oglio che per le lucerne bisognava, percioch era l'oglio
in quel tempo molto caro perch non ve ne era; e quando vedevano che il cocuio
si smorzava o andava perdendo questa virt risplendente, o per l'affanno della
sua prigione o pur perch egli veniva meno, lo scioglievano e lo lasciavano in
libert, e prendevano degli altri per gli altri giorni seguenti. Si fregavano
gl'Indiani il viso e 'l petto con certa pasta che di questi cocui facevano, e
quando stavano nelle lor feste e volevano prendersi piacere, andavano a quel
modo a porre spavento a chi del tutto fuori di questo pensiero si ritrovava, o
che non sapeva quello che questo fosse, percioch tutto quello che con questa
pasta unto si ritrovava pareva proprio che di fuoco acceso fosse. Come va
questo animale mancando e morendo, cos va quella chiarezza perdendo a poco a
poco, finch del tutto si estingue e risolve in nulla. E questo quanto alle
lucciole basti e quanto agli altri animali che risplendono, de' quali tutti
credo io che questo cocuio, in questa parte del rilucere, ottenga il
principato.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta della conquista
dell'isola del Borichen, che ora i cristiani chiamano di S.Giovanni.

Libro sestodecimo

Proemio

Poi che bisogna, per concludere la prima parte di questa Naturale e generale
istoria dell'Indie, dare anco dell'altre isole particolari conto, avendo
ragionato tutto quello che ho potuto vederne e intenderne della principale di
tutte queste isole, chiamata dagl'Indiani Haiti e da' nostri Spagnuola,
passeremo ora a dire di quella del Borichen, che ora di San Giovanni la
chiamano, perch nel vero ella  assai ricca e fertile e molto stimata. Mi
forzer con la maggior brevit possibile di por fine a questo XVI libro, per
passare poi a trattare negli altri seguenti dell'altre isole notabili di queste
Indie, anzi di tutte, fuori che di quelle che stanno assai presso a terra
ferma, perch di loro si far menzione nella seconda parte nel suo conveniente
luogo.
E per non dare fastidio al lettore con ripetere pi volte una cosa stessa,
nelle cose simili mi referir a quello che se ne  detto con cose dell'isola
Spagnuola, perch vi hanno molte cose simili, cos negli uccelli come negli
animali e ne' pesci e in altre simili cose. E per essere meglio inteso, non
seguir autore alcuno antico, che si contentarono, nel descrivere qualche
provincia, dire l'altre convicine per darle ad intenderle, che io mostrer in
che parallelo o altezza e gradi del polo situata si trovi tanto questa isola
quanto l'altre delle quali appresso si parler, e quanta distanzia abbiano
dall'equinoziale, che questo  il pi certo misurare, perch da ogn'uomo
s'intenda, che altro che si faccia. Che se a questo modo fatto avessero coloro
che di queste isole Esperide scrissero (che io per tali le tengo, per le
ragioni dette di sopra nel secondo libro), non se ne sarebbe perduta la
navigazione, n le chiamarebbono ora Mondo Nuovo, come Pietro Martire le chiama
nelle sue Decadi che di queste Indie scrisse, percioch non  pi nuovo n pi
vecchio questo mondo di qua che si siano Asia, Africa ed Europa. Ma perch in
niuna di queste tre parti nelle quali gli antichi cosmografi divisero il mondo
posero questa gran terra dell'Indie, parve al sopradetto autore di Mondo Nuovo
chiamarlo.
Cosa chiara  che n Africa n Europa possono essere queste Indie, poich il
Nilo divide l'Africa dall'Asia dalla parte d'oriente; e da ponente le circonda
il mare Oceano, e da mezzogiorno medesimamente, e quanto  dal Nilo verso
oriente s'attribuisce da Tolomeo all'Asia. L'Europa medesimamente, secondo gli
antichi, viene divisa dall'Asia dal fiume Tanai, e dalla parte di mezzogiorno
ha il mare Mediterraneo, e dall'occidente ne  gran parte dal mare Oceano
girata a torno, e dalla parte superiore di tramontana ha il mare congelato e i
monti Iperborei, e da oriente ha la Sarmazia e la Scizia e il mare Caspio, che
tutto questo  d'Asia. Egli  cosa assai nota e chiara adunque, che queste
nostre Indie non possono a niun modo essere parte n d'Africa n d'Europa, per
quello che de' lor termini pure ora ho detto; e che, s'hanno da partecipare con
niuna di queste tre parti, ha da essere con Asia, che allora chiaro sarebbe,
quando si fosse gi veduto e risoluto che l'ultima parte orientale dell'Asia si
congiungesse e unisse con la parte pi occidentale della terra ferma di queste
nostre Indie, che  quello che sta pi verso ponente della Nuova Spagna, che
qui chiamiamo; che, per non essere stata ancora del tutto discoperta, non si sa
se il suo fine  mare o terra, o se sta tutta da quella parte circondata dal
mare Oceano. Il che io pi tosto credo, e non solamente la opinione mia, ma di
molti altri fino a questa ora, si piega a credere che questa terra non sia
parte d'Asia, n che si congiunga con quella che gli antichi Asia chiamarono;
anzi per pi certo si tiene che la terra ferma di queste Indie sia un'altra
met del mondo, e per aventura maggiore di quella nella quale Asia, Africa ed
Europa si comprendono, perch si pensa che, essendo la terra tutta in due parti
divisa, una ne sia quella che gli antichi Africa, Asia ed Europa chiamarono, e
l'altra sia questa delle nostre Indie.
E per questa via ebbe ragione Pietro Martire di chiamarli Nuovo Mondo, per
quello che si pu considerare che gli antichi ne intesero e non ne intesero,
poich, come io ho altrove detto e provate, queste isole sono le Esperidi,
conosciute dagli antichi; ma la terra ferma, che io non per l'Esperidi ma per
una met di tutto il mondo pongo, non fu da lor conosciuta. E che questa
cosmografia della opinione mia sia vera, lo fa chiaro la pittura di tutto
quello che  stato qui discoperto, e il bossolo da navigare ci insegna e mostra
pontualmente la linea del diametro del mondo nell'isole degli Astori, come se
ne  pi di lungo nel secondo libro ragionato. S che da questa linea verso
oriente chiamo io una met del mondo, nella quale Africa, Asia ed Europa si
comprendono, e da quella stessa verso occidente chiamo l'altra met, nella
quale queste nostre Indie e terra ferma cadono.
Vediamo che questa terra ferma dell'Indie apre una bocca a modo d'una cornetta
da cacciatore, e la sua punta, ch' verso tramontana,  la terra che chiamano
del Lavoratore, che sta 60 gradi o pi lontana dall'equinoziale; e l'altra
ponta, ch' verso mezzod, sta 8 gradi dall'altra parte della linea dello
equinozio, e quest'altra ponta si chiama il capo di S. Agostino. E partendo da
una ponta per andare all'altra terra, bisognerebbe navigare, costeggiando a
questo modo, pi di tremila leghe dalla parte interiore di queste ponte del
Cornetto; ma volendo fare questa istessa navigazione per la parte di fuori,
entrando dallo stretto che discoperse il capitano Fernando di Magaglianes,
bisognerebbe fare pi di seimila leghe, chi tal cammino facesse per giungere
dalla parte di fuori all'altra ponta di tramontana che s' detta (se, come ho
detto, questa ponta non si giunge con Asia, poi che secondo l'opinione mia
tutta questa terra ferma viene abbracciata d'ogni intorno dal mare Oceano),
percioch, come la nuova cosmografia ci mostra, correndo dal detto capo di S.
Agostino verso mezzod si dilata questa terra ferma fino al detto stretto di
Magaglianes, che sta a 25 gradi e mezzo dall'altra parte della linea
equinoziale. S che entrate cosmografi per questo stretto ch'io dico, e andate
girando intorno a trovare il capo del Lavoratore dalla parte di tramontana, e
vedrete che sar doppio il cammino di quello che sarebbe andando dalla parte di
dentro dall'un capo di questi all'altro; tanto pi che n dalla parte di
dentro, n dalla parte di fuori di questo ponte, non si sa pontalmente n s'
discoperto ancora quello che vi sia; bench ne sia dalla parte di dentro stata
la maggior parte vista di quanto  dall'un capo all'altro, e queste nostre
isole vengono ad esservi come meditarranee: cosa conforme a quello che gi s'
detto e che c'insegnano le carte moderne di navigare.
Di quest'isole adunche, che sono da ponente alla linea del diametro del mondo,
che per l'isole degli Astori passa, e che 'n queste nostre Indie sono, scriver
io particolarmente, e di quelle spezialmente che sono da' cristiani abitate, di
pi dell'isola Spagnuola, della quale, come della pi principale, s' ne'
precedenti libri ragionato. Queste delle quali voglio ora parlare sono l'isola
del Borichen e quella che chiamano gli Indiani Cuba e i cristiani Ferrandina, e
la Iamaica, chiamata ora di S. Giacomo, e la Cubagua, che i cristiani chiamano
l'isola delle Perle o la nuova Calis. Ve ne sono anco due altre picciole, le
quali sono abitate da' cristiani, ma da pochi, e l'una di loro si chiama la
Margarita, ch' presso all'isola di Cubagua, e l'altra  la Mona, che sta fra
quest'isola Spagnuola e quella di S. Giovanni. D'ogniuna di queste si dir
qualche cosa, e prima della Mona, poich per andare da quest'isola Spagnuola a
quella di S. Giovanni s'ha da passare presso a quest'isoletta. E cos, con
l'aiuto di Dio, spedito che sar dell'isole particolari ch'ho dette, parler
nel generale dell'altre, per conchiudere e finire questa prima parte della
Naturale istoria dell'Indie; dove, ancorch vi siano molte cose nuove e
notabili, assai pi e maggiori se ne vedranno nella seconda e terza parte, se
al Signore Iddio piacer di farmi con ordinato stile porre in carta quello
ch'ho gi notato e appontato delle cose di terra ferma, che nel vero sono cose
che mai non si udirono n si scrissero d'alcuno autore antico, poich n anco
della terra notizia ebbero. Percioch, se ben conobbero l'isole Esperidi, non
per questo conobbero anco questa terra ferma, come dalle parole di Solino e
degli altri autori che dicono l'istesso si cava, che dicono della navigazione
de' quaranta giorni dall'isole Gorgoni o di capo Verde fino alle Esperidi, e
non fanno parola della navigazione che da quelle isole stesse alla terra ferma
fare si potrebbe, ch' assai pi vicina loro e in assai minor tempo navigare vi
si potrebbe, come dalla esperienzia ogni d si fa chiaro.


Del sito dell'isola della Mona e di quella del Borichen, che ora di San
Giovanni la chiamano, con alcune altre particolarit.
Cap. I.

Chiamano gl'Indiani Borichen l'isola ch'ora i cristiani chiamano di S.
Giovanni, la quale sta da oriente a questa isola Spagnuola da 25 o 30 leghe. Ma
nella met di questo cammino sta l'isola della Mona, posta 17 gradi lontana
dall'equinoziale, dalla banda del nostro polo. Quest'isola della Mona  assai
picciola e bassa e piana, e pu girare a torno da tre leghe, poco pi o meno,
ma  fertile e abitata da pochi cristiani e d'alcuni Indiani; e l'ha ora in
carico Francesco di Barrio Nuovo, che poco fa che fu governatore di Castiglia
dell'Oro. In questa isoletta sono molte peschiere e v' buona acqua, e l'utile
che se ne cava  'l pane del cazabi, ch' quella buona vettovaglia degl'Indiani
che s' detto di sopra. Vi sono assai e buoni granchi de' rossi, che sono
migliori degli altri, e vi sono assai buoni erbaggi di orti, e vi si fanno
eccellenti melloni di quelli di Castiglia. Ma perch la terra  poca, quello in
che pi serve, e quello che s' detto,  che alcune navi vi ritrovano acqua,
quando nel viaggio accade averne necessit.
E passando all'isola di S. Giovanni, che sta altre 12 o 15 leghe pi oltre
della Mona verso oriente, dico che presso la sua ponta da occidente ha una
isoletta o scoglio tondo e alto, che lo chiamano Zicheo, ma  disabitato.
L'isola istessa di S. Giovanni  longa 55 leghe, poco pi o meno, e larga 18 o
20 dove  pi larga, perch in altre parte  12 e 15, secondo la figura ch'ella
ha. La parte occidentale di questa isola sta in 17 gradi dell'equinoziale, e la
parte di tramontana quasi disdotto, e a questo modo va dal levante al ponente.
Dalla parte di tramontana la costiera di questa isola che  brava, salvo che
dove  ora la principale terra che vi sia; tutto il restante  pericoloso, per
esservi la traversia di tramontana. Dalla parte di oriente ha molte isolette
basse, che le chiamano le Vergini. E dalla parte di mezzogiorno ne ha alcune
altre pure picciole longo la costiera. Da occidente ha quello scoglio di Zicheo
che di sopra ho detto, e vi ha questa isola Spagnuola. Questa isola di San
Giovanni  molto ricca d'oro, e vi se n' cavato gran quantit e vi se ne cava
continovamente, massimamente dalla costiera di tramontana, come dalla parte
opposita di mezzogiorno  molto fertile di vettovaglie, perch vi si fa molto
grano di maiz e di cazabi, e tutte l'altre cose che gl'Indiani coltivavano e
avevano nella isola Spagnuola; e vi sono anco buone peschiere. E per queste
cagioni viveva e signoreggiava in questa parte il maggior signore dell'isola,
al quale molti altri cacichi obedivano. Sono anco in questa costiera di
mezzogiorno molti buoni porti. Quanto agli uccelli, agli animali terrestri e
pesci e arbori, e alla portatura o abito e nella maniera delle genti, questa
isola in cosa alcuna non differisce da quello che s' gi detto dell'isola
Spagnuola, salvo che gl'Indiani del Borichen erano arcieri e pi uomini di
guerra, ma cos ignudi andavano, e del medesimo colore e statura erano. La
maniera delle loro barche o canoe era quella stessa che s' gi nell'isola
Spagnuola descritta.
Quello in che queste due isole differivano si dir appresso in alcune cose
particolari, perch prima che vi passiamo  bene che si dica il modo come fu
questa isola conquistata da' cristiani, insieme con alcune altre cose notabili
che nella sua pacificazione passarono. Questa isola di Borichen ha quasi per lo
mezzo suo un monte che vi si stende di lungo, con molti e buoni fiumi e acque
che per molte parti la irrigano. Ma il maggior fiume e pi principale entra in
mare dalla parte di tramontana, e si chiama Cairabon. Un altro, nella medesima
costiera pi verso oriente, si chiama Tainiabon. Un altro, chiamato Baiamon, va
in mare presso dove la sua foce confina con la isoletta nella quale sta fondata
la principale citt dell'isola, chiamata San Giovanni di Porto Ricco, perch
una lingua d'acqua salata, che entra dal mare alla detta foce, lascia quello
spazio diviso, dove sta da una parte e nel pi erto luogo della costiera la
detta citt, chiamata di San Giovanni come l'isola; e ha vescovado, ed  una
buona terra, che potr avere da cento cittadini o case, con una bella chiesa
catedrale, della quale ancor vive il primo vescovo, chiamato don Alonso Manso,
buon prelato e religiosa persona, e che fu gi sacrestano maggiore del
serenissimo prencipe don Giovanni, mio signore, perch doppo la morte del
prencipe fu egli dal re catolico eletto a questa dignit vescovale, nel
medesimo tempo che furono fondate le chiese e vescovadi della isola Spagnuola,
nel 1511. E sempre  stato costui persona esemplare e di molta santit.
In questa citt di San Giovanni  un gentile monasterio dell'ordine de'
predicatori e bene edificato, bench non sia ancora del tutto compito. Il fiume
posto pi verso oriente da questa stessa costiera di tramontana, e che scorre
da levante alla detta citt, si chiama Luisa, dove stava gi una cacica che fu
poi cristiana, e si chiam Luisa medesimamente, e l'ammazzarono gl'Indiani
caribi, come si dir appresso. Il fiume posto pi verso occidente in questa
isola si chiama Canui, ma il maggiore che sia in tutta l'isola , come s'
detto, il Cairabon. Dalla parte occidentale di questa isola  una terra
chiamata San Germano, dove sono da cinquanta case di cittadini, e il suo porto
non  buono, perch  molto scoperto e aperto, ma vi entra un fiume chiamato
Guaorabo. Nella medesima costiera di ponente vi sono altri fiumi, come sono
l'Acquada e Culibrimas, fra li quali fu gi una terra chiamata Soto maggiore; e
dall'altra parte di S. Germano verso mezzogiorno nella medesima costiera di
ponente stanno due altri fiumi, Maiagues e Corigues; e pi avanti sta la punta
che chiamano di capo Rosso. Dalla parte di mezzogiorno, venendovi da ponente,
si trova prima presso una foce di fiume, dove fu gi un popolo che si chiam
Guanica; e pi verso levante sta un'altra foce ritonda, e con un buono porto
chiamato Iauco. E pi verso oriente sta il fiume di Baramaia, e pi oltre se ne
trova un altro, chiamato Sciaragua, dirimpetto al quale sta una isola chiamata
Angulo, bench ella tonda sia.
E pi verso levante, quasi nel mezzo di questa costiera di mezzod, stanno le
saline, e lor presso il fiume di Guaiama, e pi oltre se ne trova un altro
chiamato Guaibana, e pi avanti un altro detto Guaianei, e pi oltre un altro
che lo chiamano Macao. E passando oltre, nella fronte dell'isola che ad oriente
riguarda, ve ne ha un altro chiamato Fagiardo. Tutti questi fiumi dalla parte
di mezzogiorno e di tramontana nascono, e vengono dalla montagna che ho detto,
che si stende di lungo per mezzo dell'isola da levante a ponente, e pare che
questi fiumi si vadino compartendo per tutti que' luoghi dell'isola. E sono per
la maggior parte piccioli, bench ve ne siano alcuni ben buoni, ma il maggiore
di tutti  Cairabon, che scorre dalla parte di tramontana, la qual costiera 
la pi ricca d'oro che in tutta l'isola sia. Ora, perch vi  temperato l'aere
e l'acque vi sono copiose, come s' detto, ne seguita che tutta l'isola sia
fertilissima e copiosa d'animali di tutte le sorti, come  l'isola Spagnuola,
cos di vacche e pecore e porci e cavalli come di tutte quelle altre cose che
si sono ne' precedenti libri dette in lode dell'isola Spagnuola.


Come, per ordine del commendatore maggiore d'Alcantara don fra' Nicola
d'Ovando, si cominci ad abitare da' cristiani l'isola di Borichen, per mezzo
del capitan Giovan Ponze di Leone, con altre cose.
Cap. II.

Doppo che il commendatore maggiore don fra' Nicola d'Ovando venne per
governatore di questa isola Spagnuola, e vi ebbe conquistata e pacificata la
provincia di Higuei, che sta alla parte pi orientale di tutta l'isola, e pi
vicina che altra all'isola del Borichen della quale ora si tratta, pose per suo
luogotenente in quella terra di Higuei un capitan, persona da bene e gentil
uomo, chiamato Giovan Ponze di Leone, il qual io conobbi assai bene, e fu un di
coloro che passarono a queste parti col primo admirante don Cristoforo Colombo,
nel secondo viaggio che a queste Indie fece. E perch s'era ritrovato nelle
guerre passate, e si era gi fatta e veduta prova del suo valore, era tenuto
per persona atta e da confidarsene in simili casi; e perch era stato capitano
nella conquista di Higuei, ebbe da quelli luoghi notizia, e intese dagl'Indiani
che aveva seco, che nell'isola di Borichen era molto oro. Il che quando egli
seppe, lo comunic in secreto col commendatore maggiore, che in quel tempo in
questa isola Spagnuola risedeva, e che li diede licenzia di passare all'isola
di Borichen a tentare e vedere che cosa ci fosse, perch, se ben si sapeva
l'isola ed era stata gi discoperta dal primo admirante, non si trovava per
conquistata n pacifica.
Per questo effetto adunque il capitan Ponze tolse un caravellone, con certe
genti e buone guide d'Indiani, e se ne venne alla terra del principale caciche
o re dell'isola, il quale si chiamava Agueibana, come il fiume che s' detto di
sopra. Egli fu da costui ben ricevuto e corteggiato, perch questo re li diede
di quelle cose che gl'Indiani per loro sostentamento avevano, mostrando d'avere
piacere di conoscere e d'essere amico de' cristiani. La madre e 'l padrigno di
questo caciche mostravano d'avere molto cari i cristiani e facevano loro molta
festa. Il capitan Giovanni Ponze pose nome a questa cacica donna Agnessa, e a
suo marito don Francesco, e ad un fratello di lei Agnasco, perch il medesimo
Indiano volle essere cos chiamato, dal nome d'un gentil uomo che col capitan
Ponze andava, chiamato Luigi d'Agnasco. E il caciche istesso Aigueibana fu
Giovan Ponze chiamato dal nome del capitano istesso, perch costumano
gl'Indiani in queste isole, quando una nuova amicizia prendono, di prendere
anco il nome proprio del capitano, o d'altra persona che sia, con la quale la
pace e l'amist contraggono. Questo caciche era buona persona e molto obediente
a sua madre, la quale era una buona donna, e come colei ch'era d'et, aveva
notizia delle cose accadute nella conquista e pacificazione dell'isola
Spagnuola, onde, come prudente, diceva del continovo e consigliava a suo figlio
e agl'Indiani che fossero buoni amici de' cristiani, se non volevano tutti
sicuramente morire. Per questi ricordi di sua madre se n'and il caciche col
capitano de' nostri, dandoli una sua sorella per amica, nella costiera di
tramontana di quella isola, e li mostr alcuni fiumi con oro; e quello
spezialmente che nella lor lingua chiamano Manatuabon, e un altro che lo
chiamano Cebuco, che sono duo ricchi fiumi, e da' quali il capitano fece
raccorre dell'oro, e ne port una buona mostra all'isola Spagnuola al
commendatore maggiore, lasciando nell'isola di San Giovanni alcuni cristiani,
assai in pace e in amist con gl'Indiani.
Ma quando Giovan Ponze giunse a questa citt di S. Domenico, ritrov che era
gi venuto il secondo admirante don Diego Colombo, e che era stato gi dal
governo il governatore maggiore rimosso. E allora venne con l'admirante un
cavaliero ch'era stato secretario del serenissimo re don Filippo, chiamato don
Cristoforo di Soto maggiore, che lo conobbi assai bene, e fu figliuolo della
contessa vecchia di Caminan e fratello del conte di Caminan. Questo don
Cristoforo era persona generosa e nobile, e il re catolico lo mandava per
governatore dell'isola di San Giovanni. Ma l'admirante, ancorch fossero venuti
di compagnia, non gliele concedette, n volle che egli vi restasse o vi andasse
poi, perch vi mand per suo luogotenente e giustiziero maggiore Giovanni
Zeron, e per algozilo maggiore Michele Dias, del quale s' altrove fatta
menzione. E Giovan Ponze, veggendosi fuori delle speranze che aveva col
commendatore maggiore concepute, se ne pass dall'isola Spagnuola a quella di
San Giovanni, con la moglie e le figlie sue. Quelli duo che l'admirante don
Diego vi mand governarono quasi un anno quella isola. Ma il commendator
maggiore, che era andato in Spagna facendo relazione de' servigi di Giovanni
Ponze, negozi col re catolico che gli desse il governo di quella isola, e
ottenutolo ne li mand la provisione regia. In virt della quale fu il Ponze
ammesso all'ufficio come luogotenente dell'admirante don Diego, ma posto per lo
re, che cos gli parve che fosse suo servigio.
Pochi d appresso il Ponze prese il giustiziero maggiore Giovan Zerron e
l'algozilo maggior Michele Dias, per alcuni eccessi che a loro s'apponevano, e
li mand prigioni in Spagna a presentarsi davanti al re catolico, e cos fece
suo giustiziero maggiore don Cristoforo di Soto maggiore. Il che molto a
dapochezza gli attribuirono, come nel vero era, in accettare e farsi inferiore,
n in quello n in altro ufficio, a Giovan Ponze, per essere cos generoso e
ben nato, e per essere stato poco tempo innanzi secretario del re don Filippo,
come s' detto; l dove il Ponze era un povero scudiero quando in queste parti
pass, e in Spagna era stato servitore di Pero Nugnes di Guzman, fratello di
Ramiro Nugnes signore di Toral, il quale Nugnes, quando il Ponze da paggio lo
serv, aveva poco pi di 300 scudi d'entrata, bench di illustre sangue fosse,
e poi fu avo dell'infante don Fernando, che  ora re de' Romani. Voglio
inferire che fra la persona di don Cristoforo a quella di Giovan Ponze era gran
disaguaglianza di generosit di sangue, bench il Ponze fusse riputato e tenuto
per gentil uomo e per persona da molto, per quello che fu poi, come appresso
proseguendo l'istoria si dir. S che, tanto quelli che erano andati col
capitano Giovan Ponze, quanto quelli che don Cristoforo men seco, tutti ebbero
a male che egli questo ufficio accettasse. Il perch egli, come scornato e
pentito dell'error suo, lo lasci e nol volse; ma non gi senza essere cacciato
di averlo preso.
Indi a poco tempo il capitano Ponze venne in questa citt di S. Domenico, e
men seco il caciche Agueibana, che desiderava di vedere le cose di questa
isola Spagnuola, che a quel tempo si ritrovava bene abitata da' Indiani e da'
cristiani. E se questo caciche e sua madre fussero vivuti, non sarebbono mai
seguite le ribellioni degl'Indiani di San Giovanni e le pazzie che ne
seguirono; ma perch poco tempo pass che morirono la madre e 'l figliuolo,
eredit quello stato un suo fratello, che era naturalmente cattivo e di pessimi
desiderii e costumi. Costui stava per repartimento raccomandato a don
Cristoforo di Soto maggiore, e per aveva tolto il nome di don Cristoforo. Era
cos buon cavaliere e cos gentile questo suo avo, che quanto aveva dava a quel
traditore di suo caciche, il quale, in pago di cos buone opere, un d
crudelmente l'ammazz, nella maniera che si dir appresso, s per sodisfare a
se stesso e all'odio che al suo signore e alli cristiani portava, come perch
in effetto questa generazione d'Indiani  naturalmente ingrata e inchinata
molto al male, n, per ben che se li faccia, dura lor la memoria n la volont
di renderne grazie alcune.


Del primo popolo di cristiani che fu in questa isola di Borichen,
e perch poi si mut da un luogo ad un altro.
Cap. III.

Nel tempo che Giovan Ponze governava questa isola di S. Giovanni, fece la prima
terra nella quale i cristiani abitarono in quella isola, dalla banda di
tramontana, e le pose nome Caparra. In questa terra fece egli una casa di
terrappini, e col tempo ve ne fece un'altra di pietre, perch era nel vero
persona inchinata ad edificare e fare popolo. Ma, per la indisposizione del
sito, fu questa terra mal sana e travagliata, perch stava fra boschi e paludi,
e le acque vi erano assai cattive; n i fanciulli vi si potevano allevare,
perch, come lasciavano il latte, s'infermavano e diventavano d'un colore
pessimo, e fino alla morte sempre andavano di male in peggio; e tutti i
cristiani andavano pallidi e infermi. Stava questa terra una lega lungi dal
mare, e tutto questo spazio era paludoso e travagliato per condurre le
vettovaglie dalla marina al popolo, il quale fu fondato ed ebbe principio nel
1509; e stette in pi da dodeci anni, finch si mut poi e trasfer dove sta al
presente, che  una terricciuola posta nel medesimo luogo dove solevano
discaricare le navi. E certo che qui dove ora sta vive assai sano il popolo, ma
nel vero le cose necessarie con gran difficolt e travaglio vi si hanno, perch
bisogna per mare con le barche e canoe condurle, come sono legna, acqua buona
ed erba, cos per li cavalli come per coprirne le case, e altre molte cose che
in quel luogo non si hanno.


Della terra Guanica, e perch si disabit e fecesene un'altra chiamata Soto
maggiore;
e della ribellione degl'Indiani, che ammazzarono la met de' nostri che erano
nell'isola,
e del gran valore del capitan Diego di Salazar.
Cap. IIII.

Nel principio del 1510 la gente che and con don Cristoforo di Soto maggiore, e
molti altri che da questa isola Spagnuola passarono a quella di San Giovanni,
vi edificarono una terra che fu chiamata Guanica, quasi nel capo dell'isola,
dove  un ridotto e foce di fiume, che si crede che sia una delle migliori che
abbia il mondo; e da questo luogo si discoprirno cinque fiumi d'oro, chiamati
Duiei, Horomico, Icau, In e Chiminen, cinque leghe lungi da Guanica. Ma furono
in questa terra tanti i zanzali che bastarono a farla disabitare, onde se ne
passarono le genti ad Aquada, che chiamano, e chiamarono questo altro nuovo
sito e popolo Soto maggiore.
Ora, stando a questo modo le cose di questa isola, si ribellarono gli Indiani
un venerd, quasi al principio dell'anno del 1511, ritrovandosi in molta pace i
cristiani e gl'Indiani insieme, e tennero nella ribellione questa forma.
Veggendo gl'Indiani che i nostri stavano sparsi per l'isola, appuntarono che
ogni caciche dovesse ammazzare quelli che erano nella sua terra, e cos fecero,
di modo che in uno stesso tempo ammazzarono pi di 80 cristiani. E il caciche
Agueibana, che anco don Cristoforo si chiamava, come pi principale degli
altri, comand ad un altro caciche, chiamato Guarionex, che fosse capitano e
raccogliesse tutti gli altri cacichi insieme, e andassero ad attaccare fuoco
nel nuovo popolo di Soto maggiore. Onde a questo effetto s'unirono insieme pi
di tremila Indiani, e perch tutta la contrada che era d'intorno a questa terra
era piena di boschi e di selve densissime, non furono costoro sentiti, finch
sopra questo popolo diedero, bench un Indiano fanciullo li vedesse e lo
dicesse: ma non li fu creduto. Ora, perch l'assalto fu subito e all'improviso,
ebbero tempo d'attaccare fuoco alla terra, dove ammazzarono alcuni cristiani, e
non ne sarebbe restato niun in vita se non fosse stato per un gentil uomo
chiamato Diego di Salazar, che in quella terra viveva. Costui, di pi di essere
devoto di nostra Signora e di essere d'onesta vita, era anco molto animoso e di
gran sforzo; onde, quando egli vidde la cosa a questi termini, e che era per
morire quanti cristiani quivi erano, gli ristrinse insieme e pose in lor tanto
cuore, tenendosi gi per vinti, che con le sue animose parole li sforz a
resistere coraggiosamente. Onde essi cos fecero, e combattendo con quella
tanta moltitudine di nemici li ributtarono, e Salazar, da valoroso capitano, a
vista degli nemici raccolse tutti i suoi e gli condusse a Caparra, dove stava
il capitano Giovan Ponze di Leone, che come si  detto era governatore
dell'isola: al quale tutti dissero che, doppo d'Iddio, essi per Diego di
Salazar avevano la vita.
Rest per questo atto tanto spavento negli Indiani, e in tanta riputazione
appresso di loro il Salazar, che lo temevano come il fuoco, perch non potevano
a niun modo credere che avesse il mondo uno uomo cos degno di essere temuto.
Ed  il vero che, innanzi a questo fatto, il medesimo Diego aveva con
gl'Indiani mostrato esperienza di sua persona, e cos grande che, s'essi
pensato avessero di ritrovarlo in quella terra, non avrebbono mai avuto
ardimento d'andarvi, ancorch pi di tremila fossero. Ma perch una cosa cos
segnalata di questo gentiluomo non ne passi in oblio, voglio riferirla,
accioch s'intenda anco insieme onde ebbe questa sua tanta riputazione presso
gl'Indiani principio. Un caciche chiamato Aimanio prese un cristiano
giovanetto, figliuolo di un Pero Scivares di Medina del Campo, e lo leg, e
comand a' suoi che lo giuocassero al giuoco della palla, che essi chiamano il
batei, accioch i vincitori poi l'amazzassero. Fu questo da tre mesi prima che
dessero l'assalto gi detto alla terra di Soto maggiore. Ora, mentre che
gl'Indiani mangiavano, per dovere poi verso 'l tardi giuocare sopra la vita del
povero giovane, fugg un fanciullo indiano, servitore del Pero Scivares, e se
n'and alla terra del caciche Guarionex, dove allora si ritrovava Diego di
Salazar; il quale, veggendolo molto piangere per quella disgrazia del suo
signore, lo dimand del suo padrone. E intesone quanto passava, deliber
d'andare a morirvi, o salvarlo potendo. Ma il fanciullo per paura non voleva
ritornarvi n farli la scorta. Finalmente, minacciato fieramente, v'and; e
quando vi furono presso il Salazar, per non farsi vedere, aspett il tempo per
potere poi d'un subito dare sopra gl'Indiani. Egli se n'entr in un canei, o
casa tonda, dove il giovanetto cristiano legato stava e aspettava che
gl'Indiani fornissero di mangiare, perch poi volevano giuocarlo. Diego gli
tagli in un momento le corde con che legato si stava, e gli disse: "Fa' che tu
sia uomo, e fa' come vedi a me fare". E tosto cominci con una spada e una
rotella a dare nel mezzo di pi di 300 Indiani, ammazzando e ferendo con tanto
ardimento che parea ch'avesse alle spalle altretanti cristiani in suo favore.
Egli ne fece tanta strage che, ancorch coloro fossero uomini da guerra, lo
lasciarono loro mal grado andar via col giovanetto sciolto. Il Salazar fer
malamente un capitano della casa stessa dove questo pass, e fu cagione di fare
molto sbigottire gli altri e di potere per mezzo di loro, come s' detto,
passare.
Dapoi che egli si fu molto da quel luogo allontanato, gli mandarono messi
dietro, pregandolo che ritornasse, perch l'amavano, per essere cos valente
uomo, e lo volevano contentare e servire il pi che potevano. Udita
l'ambasciata, ancorch di gente cos barbara e selvaggia, deliber nondimeno di
ritornare ad intendere che cosa volevano; ma il compagno, come colui che s'era
gi veduto in bocca della morte, gli s'inginocchi dinanzi, pregandolo che per
amore di Dio non vi ritornasse, poich, sapevano che essi due contra tanti non
potevano se non morire, e che questo era un tentare Iddio e non mostrare
isforzo o valore. Diego di Salazar li rispose: "Scivares, se voi non volete
ritornare con meco andatevene in buona ora, che in salvo state, perch io
voglio ritornare e vedere che cosa si vogliono questi Indiani, che io non
voglio che pensino che per timore lo lascio". Allora il giovane non puot altro
fare che ritornarsi con lui, ancorch di malavoglia.
Vedeva avere la vita per Salazar, e li pareva assai mal fatto lasciarlo solo.
Ritornando adunque, ritrovarono assai mal ferito il capitano degl'Indiani, e
Diego lo dimand che voleva, ed egli disse che lo pregava che li desse il suo
nome e che si contentasse che esso fosse del suo nome chiamato, e che voleva
essere suo amico perpetuo e l'amava molto. Diego rispose che li piaceva che
esso prendesse il nome di Salazar, e tosto che questo s'intese incominciorono
gl'Indiani a chiamare "Salazar, Salazar", come se per questo consentimento e
nome dovesse anco il valore e sforzo di Salazar avere. E cos, per principio di
questa amist, e per la grazia che li faceva di lasciarli di sua volont
prendere il nome suo, li diede quattro schiavi perch se ne servisse con certe
altre gioie, e fatto questo se ne ritornarono pacificamente i due cristiani a
dietro. D'allora in poi fu cos temuto dagli Indiani Diego di Salazar che,
quando qualche cristiano gli minacciava, rispondevano: "Pensi tu che io abbia a
temerti come se tu fossi Salazar?"
Ma, ritornando all'ordine nostro della istoria, quando il governatore
dell'isola Giovan Ponze vidde quello che aveva questo gentil uomo fatto in
queste due cose segnalate, lo fece capitano fra gli altri che sotto al suo
governo militavano, e furono mutati degli altri. E bench si facessero poi
mutazioni di governatori, sempre nondimeno questo Salazar fu capitano ed ebbe
carico di gente, finch mor poi di mal francese; e ancorch poi molto infermo
stesse, lo conducevano con tutta la sua infermit nel campo e dovunque andavano
a combattere contra gl'Indiani, perch questi di fatto pensavano che n essi
potevano vincere n i cristiani esser vinti dove il capitano Diego di Salazar
si ritrovasse, e la prima cosa della quale con ogni diligenzia s'informavano si
era se con li cristiani questo capitano andava. Egli fu nel vero costui persona
da farne conto, secondo che io ho udito dire da testimonii di vista e degni di
fede, perch, di pi d'essere uomo di gran forze e valore, era assai anco nelle
sue cose modesto e ben creato, e da farsi stimare in tutte le parti del mondo,
ed era da ogni uomo lodato come assai devoto di nostra Signora. Mor poi di
quel travagliato male che ho detto, facendo una segnalata e paziente
penitenzia, secondo che io di tutte queste cose fui in parte informato dal
medesimo Giovan Ponze di Leone e da Pero Lopes d'Angolo, e da altri cavallieri
e gentil uomini che si ritrovavano presenti nella isola nel tempo istesso che
tutte queste cose passarono, e che vi ebbero anco essi parte di questi e
d'altri molti travagli.


Della morte di don Cristoforo di Soto maggiore e d'altri cristiani, e come
scamp Giovan Gonzales con quattro gran ferite, con altre cose appartenenti
all'istoria.
Cap. V.

Ritornando all'istoria della ribellione degl'Indiani, dico che, poich i
principali di loro si confederarono per ribellarsi, tocc al caciche Agueibana
(che era il maggiore signore dell'isola) di ammazzare don Cristoforo di Soto
maggiore, suo signore e al quale serviva e stava raccomandato per ripartimento,
come s' anco tocco di sopra. Stava don Cristoforo in casa del caciche, il
quale aveva ordinato che lo dovessero i suoi giuocare alla palla o al batei,
perch i vincitori l'avessero poi morto. Una sorella di questo caciche, la
quale don Cristoforo si teneva per amica, l'avis di questo tradimento e li
disse: "Signore, partitevi di qua, perch questo mio fratello  uno ribaldo e
vi vuole ammazzare". Ma egli non glielo credette. Una lingua o turcimanno
medesimamente che don Cristoforo teneva, chiamato Giovan Gonzales, si spogli
ignudo una notte e si dipinse tutto con quella biscia che tinge di rosso, come
se ne  nell'ottavo libro parlato, la quale sogliono gl'Indiani usare,
dipingendosene, o nel voler andare alle guerre o alle danze e arreiti loro. Ora
il Gonzales, cos ignudo e dipinto, se n'entr una notte fra quelli che nel
ballo cantavano, e vidde e ud che cantavano la morte di don Cristoforo di Soto
maggiore e de' cristiani che con lui stavano. Onde, uscito da quel luogo,
quando vi vidde il tempo, ne avis don Cristoforo e li disse quanto quelli
cattivi ordinato avevano. Ma egli, come non aveva dato credito alla cacica
indiana, cos n anco al Gonzales credette, che li diceva: "Signore, questa
notte ce ne potremo andare, e guardate che vi ci va la vita, e io vi condurr
per luoghi che non ci potranno ritrovare". Ma egli, perch era gi giunto il
suo fine, non volse farne niente.
Pure con tutto questo la mattina seguente, sentendosi stimulare nel cuore ed
entrando sospetto, deliber di partirsi; ma era fuori di tempo. Egli disse al
caciche che voleva andare dove stava il capitan Giovan Ponze. Il caciche li
rispose che andasse in buona ora, e fece tosto venire Indiani che
l'accompagnassero e li portassero le sue robbe, e gli instrusse bene di quello
che a fare avevano, comandando loro che, quando vedessero andar lor dietro
l'altre sue genti, s'abbottinassero. E cos a punto avvenne, perch, partito
che fu don Cristoforo, gli and tosto il medesimo caciche dietro con genti, e
l'arriv una lega indi lungi, in un fiume chiamato Cavio.
Ma prima che qui giungessero ritrovarono il Giovan Gonzales, e li tolsero la
spada e dieronli certe gran ferite, e volevano fornire d'ammazzarlo, se non
che, sopragiungendo tosto l'Agueibana, li disse il Gonzales nella loro lingua:
"Signor, perch mi fate ammazzare? Io vi servir e sar vostro schiavo". Allora
il caciche disse: "Avanti, avanti, al mio datihao - (che vuol dire"al mio
signore", o"a quello che come me si chiama") - lasciate questo vigliacco". E
cos lo lasciarono, ma con tre grandi e pericolose ferite, e passando oltre
ammazzarono il don Cristoforo, con gli altri cristiani che seco andavano (che
erano quattro altri), a colpi di quelle loro macane di legno che usano per
arme, e frezzandoli anco medesimamente. Fatto questo si ritornarono a dietro
per fornire d'ammazzare il Gonzales, me egli se ne era montato sopra un arbore,
e vidde come l'andavano cercando per l'orme del sangue; e non volse Iddio che
lo vedessero n lo ritrovassero, perch era di molto danno la perdita di
costui, che aveva la lingua indiana assai buona. Perch il paese  molto denso
d'alberi, si era egli isviato dal camino e imboscatosi a quel modo. E venuta la
notte smont dall'albero, e tanto camin e attravers il monte di Sciaragua,
che usc finalmente a Toa, che era una stanza di quel re. E si crede che Iddio
o l'angelo suo lo guidasse e li desse isforzo e vita per potere far tanto, cos
malamente ferito andava. Egli credette, veggendo Toa, che fusse Otoao, un altro
luogo dove pensava dovere essere morto, perch era una delle contrade
ribellate. Ma sua imaginativa era figliuola del timore col quale andava, e
aveva caminato quindeci leghe pi di quello che esso pensava. Ora, perch in
quel luogo erano cristiani, fu tosto da loro veduto e conosciuto: ma esso cos
indebilito stava, per lo molto sangue che perduto avea, che perdendo la vista
cadde come morto a terra. Fu tosto soccorso con qualche cosa in bocca che li
diedero a mangiare e a bere; onde li ritorn alquanto il vigore e puot
parlare, ancorch con pena, e disse tutto quello che passato era.
Allora mandarono tosto a fare tutte queste cose intendere al capitan Giovan
Ponze, il quale raun tosto tutte le genti sue per castigare gl'Indiani e far
loro la guerra. E in questo tempo a punto giunse Diego di Salazar, con le genti
che erano scampate seco, come s' nel capitolo precedente detto. Il governator
Ponze mand tosto il capitano Michel di Toro con quaranta uomini a cercare don
Cristoforo, e lo ritrovarono sotterrato, perch l'aveva fatto il caciche
sepellire, ma cos mal coperto di terreno lo avevano che vi parevano i piedi di
fuori. Li fecero adunque ivi una sepoltura e lo posero dentro, con una alta e
gran croce appresso. E questo principio ebbe la guerra che si fece contro
Agueibana e gli altri Indiani dell'isola di Borichen.


De' primi capitani che furono nella conquista e pacificazione dell'isola di
Borichen.
Cap. VI.

Ritornando Michel di Toro con gli altri quaranta cristiani da sepellire don
Cristoforo, e gli altri quattro che con lui morti si ritrovarono, il
governatore Giovan Ponze attese a tenere le sue genti in ordine e a stare
vigilante, per difensarsi con li suoi pochi, mentre che non fosse dall'isola
Spagnuola soccorso. E per questo fece tre capitani: il primo fu Michel di Toro,
del quale qui di sopra s' detto, ed era persona valorosa e da molto, ed era
stato armato cavaliero dal re catolico, ancorch egli fusse di basso sangue,
perch si era in terra ferma portato da valente uomo e s'aveva fatto onore, in
compagnia del capitano Alonso d'Hogieda. L'altro capitano fu Diego di Salazar,
del quale s' anco di sopra fatta menzione. Il terzo capitano fu Luigi
d'Almansa.
Ad ogni uno di questi tre capitani furono consegnati trenta uomini, e la
maggior parte di loro zoppi e infermi: ma dalla lor debolezza cavavano forze e
animo, perch non avevano altra speranza che quella di Dio e delle mani loro, e
si ricordavano della sentenzia de' savii, che  una sciocchezza temere di
quello che non si pu fuggire. Avevano gl'Indiani morto la met de' cristiani
che erano nell'isola, e per il pi fiorita gente, onde non passavano da cento
in tutto quelli che il Ponze aveva seco, e alli quali sempre andava avanti come
animoso, diligente e avisato nelle cose della guerra. E aveva fatto suo capitan
generale e giustiziero maggiore un gentil uomo chiamato Giovan Gil, il quale fu
poi anco di lungo in questo ufficio, e serv assai bene, finch l'isola fu
pacificata e dapoi anco, che a spese sue fece la guerra a' Caribi delle altre
isole convicine, che sono molte, e le pose in gran travagli e necessit, di
modo che non si potevano contra di lui prevalere e molte ne temevano. E soleva
questo Gil, in queste guerre co' Caribi, menare seco per capitani Giovan di
Leone, atto uomo nelle cose di terra e di mare e nelle cose di guerra savio e
animoso, e Giovan Lopes, destra e accorta sentinella, con molti altri uomini
valenti che erano restati della guerra di S. Giovanni, che, per esser animosi e
atti in ogni impresa che si ritrovavano, la facevano assai bene, come nella
guerra co' Caribi e in terra e in mare fecero.


D'alcune persone segnalate e valorose, e d'altre cose concernenti alla guerra e
conquista dell'isola di San Giovanni.

Parmi che sia degno di riprensione quello scrittore che lascia di dire alcune
cose particolari di quella qualit che in questo capitolo si ragioneranno,
perch, ancorch il principale intento di questa istoria sia drizzato a fare
spezialmente menzione de' secreti che la natura in queste Indie produce, 
nondimeno anco conforme al titolo d'averla chiamata generale istoria il
raccontare i meriti e valorosi gesti di coloro che questi luoghi conquistarono,
accioch, se restarono senza guiderdone e premio de' loro travagli, non manchi
almeno loro, per colpa di questa penna e per pigrizia, la memoria della quale i
lor gesti furono e sono dignissimi; perch nel vero questa  una potissima
sodisfazione de' loro meriti. Pi conto si dee fare di quello che in lode di
quelli che ben vissero e che da valorosi morirono si scrive, che non di tutti i
beni che puote lor dare o togliere la fortuna.
E perch non resti per me cosa alcuna di queste in silenzio, dico che nella
conquista dell'isole di Borichen si ritrovarono molti valorosi gentil uomini e
persone di gran cuore; e non dico molti in numero, poich erano tutti poca
gente, ma di questa poca quantit ne furono la maggior parte di grandissimo
isforzo e animo. Rara cosa e prezioso dono di natura, e non visto n concesso
ad altra nazione fuori che alla nostra spagnuola: perch in Italia, in Francia
e nella maggior parte degli altri regni del mondo, solamente i nobili e i
cavallieri si esercitano naturalmente e si dedicano alla guerra; dell'altre
genti popolari e mecaniche e contadinesche, rari sono quelli che s'occupano
nell'arme o che le vadino ad esercitare fra gli stranieri, l dove nella nostra
nazione spagnuola pare ordinariamente che tutti gli uomini ci naschino
spezialmente dati all'arme, e che l'esercizio militare sia loro cosa cos
propria che tutte le altre cose pare che si siano accessorie, onde ogni altra
lasciano volentieri per la milizia. E per questa cagione i pochi Spagnuoli in
numero hanno sempre nelle conquiste di questi luoghi fatto quello che non
averebbono potuto fare molti d'altra nazione.
Fu adunque in questa conquista un Sebastiano Alonso di Niebba, persona
contadinesca, e che in Spagna non fece mai altro che arare e cavare terra e
altri simili esercizii rustici; ma egli fu uno animoso e destro e robusto uomo,
e bench nella sua prima vista mostrasse qualche rusticit, era nondimeno poi
affabile e di buona conversazione. Costui riusc gran sentinella, e aveva
ardimento d'imprendere ogni gran cosa, delle quali, bench paressero
difficultose e aspere, ne riusciva vittorioso. E, perch era destro e gran
corritore, si arrischiava di fare quello che non averebbono gli altri fatto;
perch, di pi di queste parti che si sono dette che aveva, era di cos gran
forza che, quando afferrava uno Indiano, lo teneva cos forte che quel misero
pareva che ben legato stesse, stando fra quelle mani. Il perch, quando di ci
gli Indiani s'accorsero e per esperienzia lo provarono, lo temevano molto. Ma
perch come alla fine nella guerra vi nascono pochi e vi moreno molti, questo
valente uomo, per essere soverchio animoso, vi lasci anco la vita, che per
questa via fu, nel 1526.
Aveva questo Sebastiano casa sua e le sue facult nell'isola di San Giovanni,
in una provincia chiamata Lochiglio, e si ritrovava in gara e quasi inimico
d'un gentil uomo boscaino chiamato Martino di Guiluz, che ora nella citt di
San Giovanni di Porto Ricco abita e vi  un de' principali di quella citt; ma
allora abitava presso a Sebastiano Alonso. E perch solevano gl'Indiani caribi
delle altre isole convicine venire con le loro canoe a fare assalto in quella
di Borichen, accadette che una volta entrarono nell'isola e diedero nella
stanza e potere di Martino di Guiluz. Quando venne all'orecchie di Sebastiano
che i Caribi arcieri se ne portavano tutte le genti e facult che avevano nella
stanza del suo nemico ritrovate, si fece con gran fretta da un suo nero
insellare un cavallo, dicendo: "Non piaccia a Dio che si dica che, per non
stare io bene con Martino di Guiluz, gli lascio questa volta perdere quanto ha,
ritrovandomi cos d'appresso a coloro che rubbato l'hanno". E montato a cavallo
si part con due o tre neri suoi e con un cristiano a piedi; e seguendo i
Caribi li giunse, e combattendo con loro li disbaratt e tolse loro la preda,
con fare anco quattro di loro prigioni, che da sopra il cavallo li prendeva per
li capelli, e cavandoli dalla compagnia loro li consegnava a' suoi neri, e
ritornava per gli altri. Uno di questi che esso prese, avendo in mano una
saetta avelenata, lo fer presso l'anguinaglia, e di questa ferita egli poi
mor. Ma esso, quando ferito si vidde, ammazz quello Indiano e altri sette o
otto medesimamente. E ritornandosi con la preda la diede a Martin di Guiluz, di
cui era; ed esso di quella ferita avelenata mor, ma come buon cristiano
compart quanto aveva a persone povere e bisognose e in altre opere pie, e
lasci molto in dolore quanti Spagnuoli erano in quella isola, perch nel vero
era persona che, mancandovi esso, pareva che vi mancasse assai, tanto pi che
era molto temuto da gl'Indiani e stava cos presso loro come presso i nostri in
gran riputazione e stima; percioch, come s' detto di sopra, era gran
sentinella, e gran conoscenza e notizia aveva delle cose della guerra.
In compagnia di costui andava un altro valente uomo chiamato Giovan di Leon,
che imitava assai Sebastiano Alonso, perch era molto disciolto e ardito e di
buone forze, e aveva bene la lingua indiana; e nelle cose dove si ritrov, che
furono molte e in terra e in mare, si segnal molto come persona valorosa e di
grande animo. Ma amendue costoro furono mal premiati de' loro servigi e
travagli, perch nel compartimento degl'Indiani n essi n gli altri valenti
uomini che s'erano in quella conquista portati bene vi furono conosciuti non
che premiati, come era il dovere, e se ad alcuno fu pure qualche cosa data, fu
cos poca che non se ne potevano sostentare. Cos si costuma e si vive, che un
si gode delli sudori e delli travagli dell'altro, e chi merita si lascia da
parte in oblio e non ben sodisfatto, e quelli che non sono cos degni di essere
remunerati si godono de' premii che loro non toccano. Questi sono i frutti del
mondo, e gli uomini fanno come uomini e si lasciano dalle passioni guidare,
perch meglio vediamo che solo Iddio  il vero e giusto premiatore; e il tempo
ci insegna che, n quelli che compartirono, n quelli a' quali fu ingiustamente
compartito, molto tempo ne godettero.
Vi fu anco un altro, Giovan Lopes, gran sentinella e molto esperto nelle cose
del campo, ma non gi di cos grande animo quanto gli altri due detti di sopra.
Questo ufficio di sentinella  pi artificioso e senza comparazione di maggiore
accortezza in queste parti che non in Spagna, perch qui il paese  molto
intricato e pieno d'alberi, e non cos aperto e chiaro come in Castiglia e
negli altri regni de' cristiani. E poich s' qui mossa questa materia delle
sentinelle, non voglio qui tacere d'uno che io conobbi un fatto notabile e al
proposito di questo ufficio.
Fu in terra ferma di Castiglia dell'Oro un gentil uomo chiamato Bartolomeo
d'Ocon, il quale pass una sola volta per una parte di certi densissimi e
intricati boschi; e in capo di sette anni and per certe altre contrade con
alcuni compagni, e s'avenne presso dove nel tempo passato (come s' detto) era
stato. E fra costoro vi erano cinque o sei uomini di quelli che anco in
quell'altra volta stati vi erano. Si ritrovavano in luogo cos imboscato e
spesso d'alberi, che a pena vi pareva il cielo, n potevano quasi caminare un
passo senza farsi con le spade e co' pugnali la via; onde quanti ivi erano
pensavano d'essere a fatto persi, perch non sapevano dove s'andavano n dove
andare si dovessero per seguire il viaggio loro. E stando cos insieme in
consiglio di quello che fare dovevano, disse Bartolomeo d'Ocon: "Non dubitate,
gentil uomini, perch men di duecento passi di qua sta nella tal parte un
ruscello, - e accennava col deto il luogo, che gi nol vedevano, n era
possibile poterlo vedere per lo denso degli alberi e delle macchie, - e ivi ora
sono sette anni che venendo anco in queste parti ci fermammo a bere; e se
volete vederlo venghino due o tre di voi con meco, che io glielo mostrer". E
costoro andavano senza una goccia d'acqua da bere, e avevano la maggior
necessit del mondo di ritrovare acqua, perch cos isbigottiti e assetati
andavano che bisognava che ogni modo fossero dovuti alcuni di loro morire di
sete. Vi andarono adunque alcuni di quelli che vi erano anco nell'altro viaggio
stato, e giunti al ruscello, che andava tutto coverto e intricato di rami
d'alberi, s'assise Bartolomeo in un sasso presso l'acqua e cominciando a bere
disse: "Assiso in questa stessa pietra merendai con voi altri ora sono sette
anni, e vedete l l'albero onde cogliemmo molte pere, e ve ne sono anco ora
molte". Allora i compagni, per la pietra che era grande e nota e per l'albero
del pero e per altri segnali, anzi per lo medesimo ruscello, vennero a
conoscere che era cos come egli diceva, e che alcuni di loro vi erano altra
volta stati. Di che non poco maravigliati, e soccorsi tutti con l'acqua,
restarono, e ne ringraziarono molto il signore Iddio. E non fu poco il credito
che e per questa e per altre simili cose acquist questo Bartolomeo d'Ocon, che
nel vero in questo caso parea che egli speziale grazia avesse pi che tutti gli
altri che per que' luoghi andavano, bench nel resto fusse grosso, e cos
tenuto era.
Ma, ritornando al proposito di coloro che conquistarono l'isola di San
Giovanni, dico che quel Giovan Lopes del quale s' ragionato di sopra, ancorch
fosse gran sentinella, era men valoroso che astuto guerriero con gl'Indiani. Vi
fu un altro giovane di color misticcio, creato del commendatore maggior don
fra' Nicola d'Ovando e chiamato Mescia, animoso e destro e di vive forze, che
fu poi ammazzato da' Caribi; e Luisa, cacica principal, l'avis perch si
partisse, ed egli non volse farlo per non lasciarla sola. Onde coloro lo
saettarono, ed esso, stando pieno di freccie, pose gli occhi sopra un
principale de' Caribi e gli tir una lancia che 'n mano avea, e gliela pass
per le coste da banda a banda, avendo gi prima morti due altri degli nemici e
feritone alcuni altri: e a questo modo esso forn la vita sua.
Vi fu un altro uomo da bene chiamato Giovan Casado, buona persona e contadino
alla piana, ma gentile sentinella e aventurato in molte cose di quelle che
imprendeva, e di buono animo assai. Sich questi ch'ho detti spezialmente
fecero molte cose buone, e senza essi vi furono anco altri gentiluomini e
giovanetti che, ancorch non avessero tanta esperienzia delle cose, non manc
nondimeno loro animo per mostrarsi nelle guerre cos valorosi e atti quanto
bisognava. Fra i quali ne fu uno Francesco di Barrio Nuovo, ch' ora
governatore di Castiglia dell'Oro, e del quale si fece menzione di sopra nella
pacificazione del caciche don Enrico; e se ben era egli giovanetto nella guerra
di quest'isola di S. Giovanni, diede nondimeno sempre buona mostra di s, come
di persona che da buona razza venia. Un altro gentiluomo chiamato Pero Lopes
d'Angolo, e Martin di Guiluz, e altri che sarebbe longo a dirli
particolarmente, si ritrovarono in questa conquista, che, ancorch non fosse la
et loro cos perfetta come era il corraggio e il desio di ben fare, oprarono
nondimeno sempre da chi essi erano, e per niuno affanno n travaglio lasciavano
di mostrarsi cos presti ne' pericoli come il tempo e la necessit richiedeva.
Onde, per essere gente cos valorosa, ancorch poca in numero, s'accap la
conquista in favore della fede nostra e con vittoria de' nostri Spagnuoli che
in questa guerra si ritrovarono, a' quali fu da quest'isola Spagnuola con
alcune genti soccorso, senza alcuni altri che di nuovo da Castiglia venivano;
quali, per buoni che siano, bisogna che per qualche giorno stiano in queste
contrade prima che siano atti a sofferire i travagli e le necessit con che qui
si guerreggia. E questo aviene per la gran differenzia ch' in tutte le cose, e
nell'aere e temperamento di questa terra spezialmente, con la quale bisogna
prima combattere che con gl'Indiani, perch assai pochi sono quelli che non la
provino tosto con infermarvisi; ma, per la grazia di Dio, rari son quelli che
per questa cagione muoiono, se sono bene curati. Ma, prima che passiamo a dire
d'altro, non ci lasciamo a dietro di dire la cagione perch questi Indiani si
movessero a ribellarsi.


Come gl'Indiani, tenendo i cristiani per immortali, non ebbero ardire di
ribellarsi finch non si certificarono se era cos o no; e del modo che tennero
per farne la prova.
Cap. VIII.

Per le cose ch'aveano gl'Indiani dell'isola di S. Giovanni udite della
conquista e guerre passate in questa isola Spagnuola, sapendo che quest'isola
era assai grande e bene popolata d'Indiani, credevano che fosse stato
impossibile a soggiogarla i cristiani se non fossero stati immortali; e perci
credeano che n per ferite, n per altra disgrazia potessero morire, e che,
perch erano venuti da donde il sol nasce, pensavano che fosse gente celeste e
figliuoli del sole, e che perci gl'Indiani non potessero offenderli. Veggendo
poi che erano nell'isola di S. Giovanni entrati e se ne erano insignoriti,
ancorch non fossero stati pi che 200 persone da prendere arme, stavano in
pensiero di non lasciarsi soggiogare da cos pochi, ma di procurar la lor
libert senza servire; e dall'altro canto li temeano, e pensavano che fossero
dovuti essere immortali.
Raunati adunque i signori dell'isola insieme in secreto per discutere questa
materia, deliberarono e conchiusero che, prima che ad altro si movessero,
facessero prova e si chiarissero di questa cosa con qualche cristiano
dimandato, o che potessero avere da parte e solo; e prese il carico di questo
un caciche chiamato Uraioan, signore della provincia di Iaguaca, che per fare
quest'effetto tale via tenne. Accadette a passare per la terra sua un
giovanetto cristiano chiamato Salsedo, che andava dove gli altri cristiani
stavano; e mostrando di volergli usare cortesia, dopo che gli ebbe dato da
mangiare e mostratogli molto amore, mand con lui 15 o 20 Indiani che
l'accompagnassero e l'aiutassero a portare le sue robbe. Ma nel passare un
fiume chiamato Guarabo, ch' dalla parte occidentale dell'isola ed entra nel
mare presso alla terra di S. Germano, gli dissero gl'Indiani: "Signore, volete
che vi passiamo in spalle, che non vi bagnarete?" Egli, che l'ebbe in grazia e
'l tenne in favore, disse che s. Ma egli non se ne dovea fidare, perch, oltra
il pericolo nel quale incorre chi degli suoi inimici si fida, si fa tener anco
poco prudente. Ora gl'Indiani il tolsero su le spalle, i pi forzati, e quando
nella met del fiume furono lo lasciarono andare gi sotto acqua, e ve gli si
caricarono tutti sopra e ve l'affogarono, perch per questo effetto andavano; e
dopo che morto l'ebbero lo cavarono alla ripa del fiume e gli diceano: "Signor
Salzedo, alzatevi e perdonateci, perch siamo caduti insieme con voi, e
seguiamo il cammino nostro". E con queste e altre simili dimande il tennero tre
d, finch egli cominci a puzzare: e n anco con questo credevano che ei fosse
morto, n che i cristiani morissero.
Ma, certificati che furono che mortali erano per questa via, lo fecero al
caciche intendere, il quale ogni giorno mandava altri Indiani per vedere se il
Salsedo si levasse su; e ancora dubitando se gli era detto il vero, volse esso
in persona andare a vederlo. E non furono fuori di questo dubbio del tutto
finch, passati alquanti giorni, viddero che il meschino s'andava pi e pi
corrompendo e guastando. E da questo presero ardimento e confidanza di dovere
ribellarsi, e deliberarono e posero poi ad effetto d'ammazzare i cristiani e
riscuotersi in libert, e di fare quello che poi fecero, come s' detto di
sopra.


Delle battaglie e cose pi principali operate nella guerra e conquista
dell'isola di San Giovanni.
Cap. IX.

Ribellati che furono gl'Indiani, e ammazzati che ebbero quasi la met de'
cristiani, il governatore Giovan Ponze fece quelli capitani che si sono detti
di sopra, e diede ordine d'avere cura della salute e vita di quelli che restati
vi erano. E cos la prima battaglia che i cristiani e gl'Indiani fecero fu
nella contrada d'Agueibana, presso la foce del fiume Caoiuco, e vi morirono
molti Indiani, cos de' Caribi dell'isole convicine, che erano venuti a
soccorrere, come di quelli dell'isola stessa di San Giovanni, che se ne
volevano passare ad una isoletta chiamata Angolo, che sta molto presso a quella
di Borichen dalla parte di mezzogiorno, come s' detto di sopra. In questa
battaglia i cristiani di notte, al quarto dell'alba, diedero l'assalto e fecero
gran strage delli nemici, i quali per questa perdita restarono molto sospetti
della immortalit de' cristiani; e alcuni dicevano che non era possibile che
quelli cristiani che erano stati morti a tradimento non fossero resuscitati, e
altri dicevano che tanto facevano i pochi quanto i molti cristiani insieme,
percioch in questa battaglia che il capitano Giovanni Ponze vinse ogni
cristiano aveva pi di dieci nemici contra. E fu questa zuffa pochi d doppo la
ribellione degl'Indiani.
Doppo di questa vittoria Giovan Ponze se n'and in Caparra, dove riordin le
genti e le capitanie con qualche pi compagnia che ebbe, e tosto si mosse e
and ad accampare in Aimaco, e mand i capitani Luigi d'Agnasco e Michel di
Toro con fino a 50 uomini avanti; e perch intese che il caciche Mabodomaca
stava con 600 uomini in certa parte aspettando, e diceva che ivi i cristiani
andassero, che gli aspettarebbe, e aveva fatti gi nettare i passi, vi mand il
capitan Diego di Salazar, che lo chiamavano il capitano delli zoppi e delli
fanciulli. Il che, bench paresse che per ischerno si dicesse, per essere le
genti di costui le pi deboli, i savii nondimeno lo prendevano per altro verso,
perch era cos valorosa la persona del capitano che suppliva a tutti i
diffetti de' suoi, non perch di poco animo fossero, ma perch erano la maggior
parte o infermi o garzonetti, e di poca esperienzia nelle cose di guerra. Ma
egli con tutte queste difficolt giunse dove Mabodomaca con le sue genti stava,
e combattendo ne fece quella notte tanta strage che vi morirono 150 Indiani,
senza perdersi un solo de' nostri n avere ferita alcuna mortale, bench alcuni
feriti vi fossero; e il resto delli nemici pose in fuga.
In questa battaglia Giovan di Leone, del quale s' fatta menzione di sopra, si
dismond dalla compagnia per seguire un caciche che vidde uscire dalla
battaglia fuggendo, e portava nel petto un pezzo d'oro, come sogliono
gl'Indiani principali portare appeso al collo. Questo Spagnuolo, perch era
giovane e leggiero, lo giunse e lo volse prendere, ma perch l'Indiano aveva
gran forze, vennero alle braccia e pi d'un quarto d'ora si dimenarono. Un
degli altri Indiani che fuggivano venne a soccorrere il caciche che stava alle
strette con Giovan di Leone, il quale, per non parere che dimandava soccorso,
ebbe a perdere la vita. Ma non piacque a Dio che un cos valente uomo morisse,
perch fece qui capitare un cristiano che un altro delli nemici seguiva, e che,
veggendo Giovan di Leone combattere a quel modo con due e in pericolo della
vita, si mosse a soccorrerlo. E cos amendue ammazzarono li duoi Indiani, e
Giovan di Leone iscamp da quel pericolo.
Avuta questa vittoria, doppo che fu il d chiaro, venne il governatore Giovan
Ponze con le genti che nella retroguardia menava, e non seppe di questa
battaglia finch ritrov i vincitori stessi, bevendo e riposandosi dell'affanno
passato in quelle due ore e mezza o tre che combattuto avevano. Di che tutti
resero molte grazie a Dio che cos miracolosamente li favorisse e desse aiuto.


Di un altro incontro che ebbero i cristiani con gl'Indiani dell'isola di
Borichen.
Cap. X.

Passata la battaglia narrata nel precedente capitolo, s'unirono la maggior
parte degl'Indiani dell'isola di San Giovanni nella provincia di Iagueca. Di
che quando Giovan Ponze ebe nuova, e intese che stavano deliberati di morire
tutti o di non lasciare cristiano in vita, poich si erano accertati che erano
mortali e pochi, giunse insieme con molta diligenzia i suoi capitani con poco
pi di 80 uomini, e and a ritrovare il nemico, che passava il numero di 11
mila Indiani. Furono a vista l'un dell'altro quasi al ponere del sole, e i
nostri con alcune leggieri scaramuccie si fortificarono negli alloggiamenti.
Gl'Indiani, che con tanto ardimento li viddero venire e con animo cos pronto
di combattere, cominciarono a tentare di potere presto porli in fuga o
vincerli, ma i nostri, sofferendo e mantenendosi, a dispetto degli inimici
accamparono nel forte loro. E bench alcuni Indiani leggieri e animosi
venissero a tentare la battaglia, i nostri nondimeno si stettero saldi e con
molto ordine, e se alcuno de' giovani nostri usciva, avendo fatto qualche bel
tiro di balestra o d'arma inastata, se ne ritornava nel suo battaglione. E cos
si temporeggiarono, aspettando l'uno che l'altro desse alla battaglia
principio; ma ne segu questo, che un scoppettiero de' nostri mand a terra con
un tiro un Indiano, e si credette che dovesse essere qualche uomo principale,
perch tosto gl'Indiani si perderono d'animo, e si fecero alquanto a dietro con
l'esercito loro, dove con lo schioppetto non si giungesse. E cos, quando la
notte fu bene oscura, il governatore si ritir con tutte le genti, ancorch
contra la volont e parere d'alcuni, perch parea che ricusassero per timore la
battaglia. Ma a lui pareva che era un tentare Iddio il volere con tanta
moltitudine combattere e porre a cos gran rischio i pochi, perch a guerra
longa avrebbero meglio fatto i fatti loro. Al che come prudente capitano mir,
per lo effetto e successo che se ne vidde appresso.


Come Giovan Ponze and a discoprire in terra ferma nella costiera delle isole
di Bimini e ritrov l'isola Bahama; e degli altri governatori che furono
nell'isola di San Giovanni.
Cap.XI.

Avea il governatore Giovan Ponze gi conquistata e pacificata l'isola di
Borichen, bench non vi mancassero alcuni assalti degl'Indiani caribi, a' quali
si ostava anco valorosamente, e stava gi molto ricco e quieto, quando Giovan
Zeron e Michiel Dias, che erano andati prigioni in Spagna, essendo favoriti
dall'admirante negoziarono la lor libert: e il primo motivo che usarono in
discolparsi fu in colpare Giovan Ponze, dicendo che gli avea ingiustamente
presi e che esso avea assai maggiori errori fatti, e non se ne parlava. E in
effetto costoro tanto oprarono, col mezzo del favore dell'admirante, che
allegava che, essendo esso governatore e vice re di quei luoghi, doveva tutti
gli ufficiali porre anco nell'isola di San Giovanni per vigor de' suoi
privilegii, che 'l re catolico li rimand amendue nell'isola di Borichen con le
barchette degli ufficii loro, e con licenzia all'admirante di potere porvi gli
ufficiali che a lui piacessero. Quando adunque il Giovan Ponze ebbe notizia di
queste cose, tenendosi di certo di dovere essere deposto dall'admirante
dell'ufficio suo, deliber d'armare due caravelle; e cos fece, e partisse e
navig dalla parte di tramontana, e discoperse l'isole di Bimini, che stanno da
tramontana all'isola Fernandina. E in questo tempo si divulg quella favola del
fonte che faceva ringiovenire e tornare giovani e freschi i vecchi; e fu nel
1512. Si divulg questa cosa tanto, e tanto si teneva per certa dagl'Indiani di
quelle parti, che il capitano Giovan Ponze and pi di sei mesi con le sue
caravelle perso e con molto travaglio fra quelle isole cercando di questo
fonte. Il che fu gran burla a dirlo gl'Indiani, e maggiore errore a crederlo i
nostri e a spendere il tempo in cercarne. Ma egli in questo viaggio discoperse
ed ebbe notizia di terra ferma, e la vidde, e pose nome la Fiorita a quella
parte che esce come una manica in mare, per spazio di cento leghe in lungo e
ben 50 in lato. La punta di questa terra Fiorita sta in 25 gradi
dall'equinoziale dalla banda del nostro polo artico, e si stende e va ampliando
verso il vento norveste. Presso questa punta o capo sono molte isolette e
seccagne, che le chiamano i Martiri.
Mentre che il capitan Giovan Ponze andava in questo discoprimento, l'admirante
don Diego Colombo ebbe tante querele del Zeron e del Dias, a' quali aveva dato
il carico del governo di San Giovanni, che glielo tolse e vi mand per suo
luogotenente il commendatore Rodrigo di Mescoso, il quale poco tempo vi stette,
e si sentirono di lui anco molte querele, ancorch egli fusse buon cavaliero.
Il perch l'admirante deliber d'andare in quella isola, e vi provedette di suo
luogotenente un cavaliero chiamato Cristoforo di Mendoza, persona di buon
sangue e nato di buona razza, e atto a quel carico e ad altro maggiore; onde
tenne in pace e giustizia l'isola, e nelle cose della guerra e conquista de'
Caribi si mostr eccellente capitano, e si port da valoroso e magnanimo tutte
le volte che bisogn e che l'occasione gli s'offerisse.
Percioch non solamente gli uomini debbono essere lodati e gratificati secondo
le loro virt e meriti, ma gli animali bruti anco, come alcuni degni scrittori
hanno ragionevolmente d'alcuni fatto. E questo non solamente perch una cosa
rara e maravigliosa non si dee lasciare in oblio, ma perch gli uomini dotati
di ragione si vergognino di non fare quello che debbono, veggendo che nelle
operazioni virtuose gli animali bruti si portano cos bene che anco ne avanzano
alcuni uomini stessi. Percioch qual maggior vituperio pu un codardo
acquistare che vedere che una bestia guadagni il soldo fra gli uomini, e che ad
un cane si dia una paga e mezza come si d ad un balestiero? Questo fu un cane
chiamato Bezerrillo, condotto da questa isola Spagnuola a quella di San
Giovanni, di color vermiglio e col tondo d'intorno agli occhi nero, mezzano e
non gi bello, ma di grande intelletto e animosit. E senza dubio, per quello
che a questo cane fare si vedeva, pensavano i cristiani che Iddio glielo avesse
mandato per loro soccorso, perch opr tanto nella pacificazione dell'isola
quanto la terza parte di que' pochi conquistatori che vi erano: percioch fra
dugento Indiani ne cavava uno che si fosse da' cristiani fuggito o che glielo
insegnassero, e lo togliea per un braccio co' denti e lo forzava a gir seco, e
lo conduceva nel campo o dove i cristiani si ritrovavano. E se colui si poneva
in difesa e non voleva andare ne faceva pezzi. E se a mezzanotte si fosse
sciolto un prigione, ancorch fosse gi una lega lontano, in dire: "Andato se
ne  l'Indiano; va', cercane", tosto il cane li si poneva alle orme e lo
ritrovava e riconduceva. E in effetto fece molte cose segnalate e
d'ammirazione. E con gl'Indiani amici aveva tanto conoscimento quanto ve ne
aveva uno uomo, n gli faceva male alcuno; e fra molti di questi domestici
conosceva un indiano bravo, e non parea se non che avesse intelletto e giudicio
d'uomo, e non di uomo grossolano. Onde, come ho detto, guadagnava una paga e
mezza per suo padrone, come si dava ad un balestriero, in tutte l'imprese nelle
quali il cane si ritrovava. Pensavano i cristiani che in condur questo cane
conducessero doppio numero di gente, e pi animosi andavano: e certo che con
ragione, poi che pi temevano gl'Indiani il cane che non i cristiani, perch,
come pi destri nel paese, de' Spagnuoli potevano fuggire, ma non dal cane, del
quale rest eccellente razza nell'isola, e alcuni de' figli suoi in queste cos
fatte cose l'imitarono molto.
E io ne viddi in terra ferma un figliuolo chiamato Leoncico, ch'era
dell'adelantado Vasco Nugnes di Balboa, e guadagnava medesimamente una parte e
alle volte due, come i buoni soldati, e se gli pagavano al detto Vasco in oro e
in schiavi. E come testimonio di vista so che li valse in pi volte pi di 500
castigliani, che li guadagn. Ma era una cosa rara, e faceva tutto quello che
di suo padre s' detto.
Ma, ritornando al Bezerillo, i Caribi finalmente l'ammazzarono, conducendolo il
capitano Sancio d'Arango, il quale per cagione di questo cane scamp dal mezzo
degl'Indiani, ferito e combattendo tuttavia con loro, perch il cane si gett a
nuoto dietro un Indiano, e fu cagione che il capitan Sancio e altri cristiani
si salvassero; ma un altro Indiano che era fuori dell'acqua tir una freccia
avelenata al cane e lo fece perci tosto morire. E cos se ne ritornarono
gl'Indiani con certa preda.
Il che quando Cristoforo di Mendoza che governava l'isola per l'admirante
intese, usc dalla terra di S. Germano con fino a 50 uomini che ivi erano, la
maggior parte giovanetti, bench vi fusse pure qualche reliquia di quelli
soldati eletti e provati che si sono detti di sopra, e imbarcati in una
caravella con due altre barche seguirono quelli Indiani e li giunsero; e fecero
uno atto degno di memoria, perch quasi tutta una notte combatterono con loro
presso una isoletta chiamata Bieche, posta pi verso oriente che quella di
Borichen, e ammazzarono il caciche capitano delli nemici, chiamato Iahureibo, e
fratello d'un altro caciche chiamato Cacimar, che pochi giorni innanzi era
stato morto da' cristiani nella medesima isola di S. Giovanni, dove era venuto
a far preda. E mor a questo modo, che stando abbracciato con un gentil uomo
chiamato Pero Lopes d'Angolo, e forzandosi d'ammazzare l'un l'altro, usc di
fianco un Francesco di Quindos, che con una lancia pass da banda a banda
l'indiano, e poco manc che non ammazzasse anco il Pero Lopes.
Questo Cacimar era valentissimo uomo e molto stimato capitano degli Indiani,
onde, per vendicare la sua morte, era il fratello passato nell'isola di San
Giovanni e aveva ferito il capitan Sancio d'Arango, con altri cristiani che per
cagion del cane iscamparono. Ma fu lor non picciola perdita quella del cane,
perch non avrebbono tanto dispiacere avuto della morte d'alcuni cristiani, n
se ne sarebbono risentiti tanto. Ma, ritornando a quello che noi dicevamo
prima, il governatore Mendoza giunse i predatori indiani e ammazz il caciche
loro con molti altri, e alcuni altri ne prese, e con le pirague inimiche se ne
ritorn vittorioso a S. Germano, compartendo a tutti con gran piacere la preda.
Poi mand una delle pirague che prese in questa citt di S. Domenico
all'admirante don Diego, ed era un grande e bel vassello, secondo lo sogliono
quelle genti usare.
E perch delle cose di quel cane se ne potrebbe fare un libro, qui non ne dir
altro che una sola cosa, che non mi pare di dovere lasciarla perch la seppi e
intesi da persone degne di fede e che vi si ritrovarono presenti: e fu questa.
La notte che fu fatta la battaglia col caciche Mabodomaca (come se ne  scritto
di sopra), prima che la mattina il governatore Giovan Ponze giungesse, deliber
il capitan Diego di Salazar di lasciar andar il cane sopra una Indiana vecchia,
che era stata ivi fatta prigione fra l'altre. Diede adunque una carta alla
vecchia, dicendole: "Va', porta questa carta al governatore che sta in Aimaco",
che era una picciola lega indi lungi. E la mandava con intenzione di lasciarle
il cane dietro, tosto che ella fusse dalle sue genti uscita. E cos fece,
perch essendo ella, che tutta lieta andava pensando per quella carta avere la
libert, poco pi d'un tiro di pietra lontana da quel luogo, il capitano
sciolse il cane, il quale tosto la giunse. Ma la povera vecchia, che lo vidde
venire cos furibondo verso di s, s'assise in terra e cominci parlarli in sua
lingua, e dicevali: "Signor cane, signor cane, io vo a portare questa lettera
al signor governatore", e mostravali la carta chiusa.
E seguivali: "Non mi far male, signor cane". Tosto che il cane la sent parlare
a questo modo si ferm, e tutto mansueto le s'appress e alz una gamba e le
urin a dosso, come sogliono fare i cani in un cantone di muro, e non le fece
altro male. Di che restarono assai maravigliati i cristiani e lo tennero per
cosa misteriosa, sapendo quanto egli fosse feroce e furibondo. E il capitano,
che non volle essere dal cane vinto di clemenzia, fece legarlo, e la povera
Indiana spaventata, essendo chiamata, si ritorn dove i nostri erano, pensando
che l'avessero per lo cane fatta chiamare, e tremando tutta di paura s'assise.
Poco appresso giunse il governatore Giovan Ponze, e inteso il caso, non volendo
essere con colei men pietoso di quello che le era stato il cane, la fece
liberare, perch se ne potesse andare sicuramente dove pi piaciuto le fosse.


Del compartimento degl'Indiani della isola di San Giovanni, e come fusse
esequito.
Cap. XII.

Ritrovandosi l'isola di S. Giovanni pacifica, e raccomandati gl'Indiani a chi
tenere li dovea, parve a quelli che questa altra nuova provigione procurarono
che un altro che andato vi fusse gli averebbe meglio saputo compartire fra i
cittadini che chi aveva veduto conquistare l'isola stessa; onde, essendo stato
procurato e sollecitato questo, vi fu mandato un giudice di residenzia chiamato
il licenziado Velasques, al quale diedero ad intendere che non si facesse
ingannare dagli ufficiali e procuratori del popolo. E chi furono costoro che
gliele diedero e seppero dare ad intendere? Quelli che avevano pi vive e
mobili le lingue che non travagliate le persone nel conquisto di quella terra,
e che come sagaci e maligni procuravano che fussero senza guiderdone lasciati
coloro che lo meritavano, perch a s e agli amici loro si desse quello che
altrui dare si doveva; s che diedero molti memoriali maliziosi a' giudici di
quella che fare dovesse e di che doveva esso fare il contrario. Li dicevano:
"Avertite, signore, che i tali e i tali sono contadini e a pena sanno lavorare
la terra, e i tali e i tali sono vili e di bassa condizione". Ma quelli che
queste accuse davano, meglio averebbono fatto a ricordarsi che essi con pi
verit le meritavano che non quelli a' quali l'attribuivano e de' quali
mormoravano, poich i virtuosi gesti e i servigi segnalati di coloro meritavano
altro che parole, avendo alle lor proprie spese e senza soldo alcuno
conquistata l'isola, con spargiere molto del proprio sangue e molto pi di
quello degli inimici. E a quelli pochi che vivi restati ne erano (che non erano
la met de' veri conquistatori dell'isola) non era stato n fu dato cosa alcuna
da potere sostentarsi, fuori che parole e vane promesse, perch questo
licenziato offerse di dovere fra loro compartire gl'Indiani (come sarebbe in
effetto stato pi giusto che avesse fatto che non come fece), ma poi fece tutto
il contrario, e li diede a chi esso volse e non a chi averebbe dovuto.
Questo licenziado fu il primo che entr in quella isola, senza il quale e senza
gli altri che poi vi furono come persone letterate fu sempre meglio governato
quel paese, come si vidde chiaramente in Cristoforo di Mendoza, poich non fu
persona che si querelasse di lui, anzi lo pianse tutta l'isola quando li fu
tolto il carico di quel governo. Ma cos vanno le cose del mondo, che alle
volte permette Iddio che per li peccati del popolo gli si tolghino i buoni
giudici, o pure per li meriti delli giudici stessi Iddio li toglie di l dove
averebbono occasione di errare e d'offendere le loro conscienzie. E cos si
conobbe qui in effetto, perch, doppo di quelle tante novit e mutazioni di
governo, per la variet de' costumi di coloro che v'hanno avuto il carico della
giustizia, non ha quella isola guadagnato altro che affanno, l dove Cristoforo
di Mendoza, andato in Spagna, vi stette pi onorato e la maest cesarea li
diede l'abito di san Giacobo, e li diede da mangiare come ad uno de' cavallieri
della sua corte. Onde con maggiori grazie e favori si ritrov e con meno
pericoli che nella patria sua, e non cos separato in questo nuovo mondo.


Della morte di Giovan Ponze di Leone, primo conquistatore dell'isola di
Borichen, con altre cose appartenenti alla medesima isola.
Cap. XIII.

Egli s' detto di sopra come Giovan Ponze, rimosso dal carico e governo
dell'isola di S. Giovanni, se n'and a discoprire nuove terre, e come and
cercando di quel favoloso fonte di Bimini che gl'Indiani dicevano che faceva
ringiovenire i vecchi. Ma questo io senza il fonte l'ho veduto avenire, non gi
nel migliorare e accrescere le forze, ma nello indebolirsi il vigore
dell'intelletto e nel ritornare nelli loro fatti e opere fanciulli e di poco
discorso. E un di costoro fu il medesimo Giovan Ponze, mentre ebbe quella
vanit nel cervello di dare in simile cosa credito agl'Indiani, e di fare alle
spese sue armata di vasselli e di gente per questo effetto, bench nel vero
egli fosse onorato cavaliere e nobile, e travagliasse assai nella conquista e
pacificazione di questa isola Spagnuola e nella guerra di Higuei, e fosse il
primo che cominciasse ad abitare e pacificare l'isola di S. Giovanni, come si 
detto di sopra; dove egli, con gli altri che con lui si ritrovarono, soffrirono
molti travagli, cos della guerra come d'infermit e di molte necessit delle
cose della vita.
Ora questo capitano ritrov, come s' detto, quella terra chiamata Florida, e
poi se ne ritorn all'isola di S. Giovanni e appresso poi in Spagna, dove di
tutte queste cose diede relazione al re catolico, il quale, avendo rispetto a'
suoi servigi, li diede il titolo d'adelantado di Bimini e li fece anco altre
grazie. E in questo li giov molto il favore del suo padrone, il commendatore
maggiore di Calatrava Pero Nugnes di Gozman, balio dell'infante don Hernando,
che  ora re de' Romani. Avute queste grazie il Ponze se ne ritorn all'isola
di S. Giovanni e arm, con proposito d'andare a popolare quella terra che gli
era stata data in governo e dove era esso adelantado, e spese molto in fare
l'armata. Ma poi se ne ritorn da quel luogo disbarrattato e rotto e ferito
d'una freccia, della quale ferita venne a morire nell'isola di Cuba. N fu solo
egli che perd la vita, il tempo e la robba in questa dimanda, perch molti
altri che lo seguirono morirono nel viaggio, e doppo anco che ivi furono
giunti, parte per mano degl'Indiani e parte d'infermit: e cos guadagnarono
l'adelantado e l'adelantamento.


Del popolo Daguao, che fece abitare l'admirante don Diego nell'isola di
Borichen.
Cap. XIIII.

Essendo l'admirante don Diego informato che in una provincia dell'isola di San
Giovanni si poteva fare una buona terra, l dove si diceva Daguao, perch si
credeva che fosse quella contrada ricca di minere, deliber di mandare a
farlavi: e cos ne diede il carico ad un gentil uomo chiamato Giovanni Henrico,
ch'era parente della vice reina sua moglie. Costui vi and con certa gente e
fece nel pi ricco dell'isola un popolo, dove esso era luogotenente
dell'admirante. Ma, per dappochezza di queste genti, che non si diedero a
cercare delle minere n s'industriarono per sostentarvisi, fra poco tempo per
cagione de' Caribi questa terra si disabit; e dopo che fu disabitata si
ritrovarono presso a quel luogo molti fiumi e ruscelli ricchi d'oro. Ma perch
questa contrada stava molto atta a ricevere danno dai Caribi, che molte volte
vi davano assalti, non vi si pot n abitare n ritornare a popolare quella
terra. Che se le minere vi si ritrovavano prima, avrebbono ben ritrovato il
modo da durarvi, e sarebbe stato gran securt di tutta la isola, perch la
contrada era molto fertile e atta a lavorarsi e con buoni erbaggi, e ricca
d'oro e di buone acque. E sono alcuni che dicono che non si sarebbe potuto
fondare per que' luoghi terra alcuna cos al proposito de' cristiani come
sarebbe stata questa. Chiamarono S. Giacomo questo popolo, che cos poco dur e
si disabit.


Delli governatori dell'isola di San Giovanni, doppo che vi fu
per giudice di residenzia il licenziado Velasques.
Cap. XV.

S' detto di sopra come il licenziado Velasques fu giudice di residenzia
nell'isola di S. Giovanni. Ma egli vi si port di sorte che furono tante le
querele che se ne facevano che Sua Maest ne provedette di quello ufficio, e vi
mand il licenziado Antonio della Gama, il quale fece tutto quello che puot e
seppe, e poi si accas con una donzella chiamata donna Isabella Ponze,
figliuola dell'adelentado Giovan Ponze di Leone, del quale s' ragionato di
sopra a lungo, e ne ebbe una grossa dote, e si fece cittadino in quella isola,
della quale fu governatore per lo re, mentre che li dur l'ufficio di giudice
di residenzia; perch, doppo che egli questo ufficio lasci, ritorn l'isola in
carico dell'admirante don Diego, il quale vi pose suo luogotenente Pietro
Moreno, gi cittadino di Borichen, del quale n anco mancarono querele, ancor
che non tante quante se ne erano fatte degli altri che vi avevano governato
prima.
E in questo tempo seguirono molte contese e gare fra Antonio Sedegno, contatore
di quell'isola, e il tesoriero Blas di Villa Santa; onde amendue andarono alla
corte nel 1523 e vi stetton pi d'un anno, litigando e accusandosi l'un l'altro
davanti al consiglio regio dell'Indie, accioch quel proverbio avesse luogo che
dice: "Contendono le commadri, e si scuoprono le veritadi". E fra l'altre sue
querele il Villasanta non si dimenticava del licenziado della Gama. Il perch
si ordin al licenziado Luca Vasque di Aillon, auditore di questa audienzia
regia dell'isola Spagnuola, che in quel tempo si ritrovava in Castiglia
negoziando un governo dove poi and a morire, che se ne venisse all'isola di
San Giovanni e intendesse quelle differenzie degli uficiali. Era questo Antonio
della Gama restato vedovo, e s'era di nuovo accostato con Isabella di Caceres,
gi moglie di quel Michiel Dias del quale s' gi fatta menzione, perch questa
donna stava assai ricca; e fu costui poi provisto d'ufficio, e fatto giudice di
residenzia in terra ferma nella provincia e governo di Castiglia dell'Oro, dove
in questo suo ufficio fece quello che appresso si dir, quando nella seconda
parte si tratter delle cose di terra ferma.
Ora, il licenziado Aillon se ne venne nell'isola di San Giovanni, e ritorn il
carico del governo dell'isola al luogotenente Pietro Moreno, perch gliele
aveva fatto deporre; e vi fu costui, mentre visse, governatore. Doppo la cui
morte tenne e tiene infino ad ora il medesimo ufficio Francesco Manuele
d'Olando, che  un buon cavaliero e nobile persona, e ha ottimamente governato,
sempre conforme al volere di que' popoli e al servigio di Dio e di Sua Maest,
e pi al proposito de' vassalli che nol fecero mai li litterati passati che
stati vi erano: perch di questi e di quelli s' molte volte veduto
l'esperienzia. E non senza cagione, in Castiglia dell'Oro e in altre parti Sua
Maest ha ordinato che non vi passino persone literate n procuratori, perch
chiaramente sono pestilenziosi per li negozii altrui e per porre litigio dove
non bisogna. S che non vorrei io questi carichi di giustizia vederli in coloro
che pi legge sanno, ma in quelli che hanno le conscienzie pi giuste; perch
poche differenzie possono essere fra cittadini che i buoni giudici non le
tronchino e quietino tosto, se essi hanno il petto sano e tengono la porta
chiusa all'avarizia e all'insaziabilit, senza che Bartolo n Baldo n altri
dottori vi operino.


Di diverse particolarit dell'isola di San Giovanni.
Cap. XVI:

Poich si  detto del governo dell'isola di San Giovanni e delle cose che vi
passarono ne' principii, quando fu conquistata e abitata, voglio qui dire
alcune particolarit convenienti a questa stessa materia. Gl'Indiani di questa
isola erano arcieri, ma non tiravano con quella erba avelenata, e qualche volta
gl'Indiani caribi dell'isole convicine passavano in questa isola in favore loro
contra i cristiani. E quelli Caribi tutti tirano con quella cattiva erba, che
fino a questa ora non vi s' ritrovato rimedio, n si sa curare colui che vien
ferito. Dicono alcuni che gli Indiani di questa isola non mangiavano carne
umana, ma io ne sto in dubbio, poich i Caribi, che la mangiano, conversavano
con loro e gli aiutavano. La gente di questa isola  di color mesticcio, e
vanno ignudi, e son della statura e forma che s' detto degl'Indiani dell'isola
Spagnuola, e sono destri e ben disposti e in mare e in terra, e pi guerrieri
di quelli.
Nell'idolatrie del cemi e negli arieti e giuochi del batei, e nel maneggiare
delle canoe, e nei loro cibi e agricoltura e pescherie, e negli edificii delle
case e de' letti, e nei matrimonii e successioni degli stati, e nelle loro
differenze e in altre molte cose, sono questi assai simili a quelli. E tutti
gli alberi e piante e frutti ed erbe e animali e uccelli e pesci e insetti che
sono nell'isola Spagnuola, sono anco in quella di S. Giovanni. E cos
medesimamente tutto quello che s' per industria e diligenza degli Spagnuoli
fatto e moltiplicato nell'isola Spagnuola, cos degli animali come degli
aranci, granate, fichi, platani, erbaggi e simil cose venute di Spagna, s'
anco fatto assai bene in quella di S. Giovanni. Ma in quest'isola di S.
Giovanni vi ha un albero, chiamato il legno santo, del quale, come di cosa
assai degna, si far nel capitolo seguente menzione, per dire qualche parte
dell'eccellenzie sue. Vi ha quest'isola un ingegno da far zuccari, che lo fece
Giovanni di Castiglione genovese, che degli eredi rest, ma non senza litigi; e
dicono che sia una utile e gentil cosa.
Questi Indiani di S. Giovanni, e ordinariamente tutti quelli dell'Indie,
accendono fuoco con que' bastoncelli, come a dietro al suo luogo si disse. Ha
quest'isola buone saline, come s' tocco di sopra, dalla parte di mezzod, e
buoni fiumi e acque, e ricche minere d'oro, delle quali s' gran copia d'oro
cavata e del continuo si cava. Vi sono communemente pi uccelli che nell'isola
Spagnuola. Ma non lascier qui di dire d'una caccia, che non la viddi mai fare
fuori che 'n quella isola, n ho udito che in altra parte del mondo si faccia.
E questa  di certi vespertelli, che gl'Indiani li mangiano, e i cristiani anco
li mangiavano mentre dur la conquista dell'isola. E stanno questi uccelli
assai pieni e grossi, e si pelano facilmente in acqua ben calda, e restano ben
bianchi e a modo di ficaroli grassi. E sono di buon sapore, come gl'Indiani
dicono, e li cristiani nol negano, che ne mangiarono molte volte per necessit,
e alcuni anco perch sono amici di provare ci che vedono ad altrui fare.
Finalmente questa isola  assai fertile e ricca, ed  una delle megliori di
quante ne hanno fino al presente i cristiani abitate.


Dell'albero del legno santo e delle sue eccellenti propriet.
Cap. XVII.

L'albero chiamato in queste Indie il legno santo, secondo l'opinione di molti,
 un de' pi eccellenti alberi che abbia il mondo, per le infermit e piaghe e
diverse passioni che con esso si curano. Molto lo tengono per lo guaiacan,
overamente che sua spezie sia, cos nel legno e nella sua medolla e peso come
in altre particolarit ed effetti medicinali che fa, bench nel vero questo
legno santo ha fatto maggiori isperienze; perch, oltra che con esso si cura il
mal francese come col guaiacan e meglio, se ne curano anco molte altre
infermit alle quali il guaiacan non giova, come i medici che lo usano sanno
pi particolarmente applicarlo.
Io dir qui solamente la isperienza che ho veduta farli in un infermo pieno di
mal francese, che gran tempo avuto lo aveva e ne portava in una gamba una piaga
vecchia di molti anni, e di tempo in tempo gli si rinfrescavano le sue passioni
e ne passava una mala vita, e teneva questa sua infermit e piaga per
incurabile: pure volse usare questa ricetta che ora dir. Il paziente si ha da
purgare con pilole, che io credo che chiamino de fumo terre, le quali si
prendono doppo mezzanotte; e purgato che egli ha mangier uno uccello e bever
un poco di vino bene adacquato. Indi a due giorni si ha da porre in letto, e in
quel mezzo ha da mangiare moderatamente di buoni uccelli e polli. Quando egli
si pone in letto, ha da stare gi fatta l'acqua del legno santo, la quale in
questo modo si fa.
Prendono un pezzo del legno e lo tagliano e minuzzano il pi minuto che 
possibile, e con una libbra e mezza di questo legno sottile pongono dentro un
pignatto nuovo tre misure d'acqua, e ve lo lasciano stare a molle da prima sera
fino alla mattina seguente, e tosto che  giorno lo cuocono fino che manchi la
terza parte dell'acqua. Allora il paziente si bever una scodella di questa
acqua cotta col legno, tanto calda quanto potr sofferirla; e bevuta che la ha
si far coprire ben bene e suder una ora overo due. Sul mezzod poi bever
della medesima acqua, essendo fredda, tutte quelle volte che vorr e potr; e
il suo mangiare ordinario sar un poco di biscotto, overamente di uva passa
over simili cose secche.
Ma il fatto sta che con questa dieta si ha da bere molta acqua fatta nel modo
che si  detto, che questo  quello che fa al proposito. Fino a mezzod adunque
si ha da fare quello che ho detto, e poi cavare quella acqua fuori, e nel
medesimo legno cotto porre altra acqua fresca e cuocerla di nuovo come la prima
volta, e fra 'l d s'ha da bere di quella fredda. E dee l'infermo avertire
molto che stia ben coperto e rimotto al possibile, di modo che non vi penetri
aere dentro. Il secondo d si ha da gettar via quel legno del pignatto e vi si
ha da porre altretanto legno nuovo minuzzato e acqua, come la prima volta si
fece; e a questo modo si ha da continuare fino che passino 12 o 15 giorni. E se
lo infermo in questo mezzo si sentir debole, potr mangiare un picciolo pollo,
e ha da essere questo cibo per sustentamento e non per saturarsi, perch nelli
12 o 15 giorni sentir molto meglioramento. E cos andr continuando fino alli
90 giorni, in capo del qual tempo mangier dei polli giovani; e come andr di
d in d megliorando, cos si accrescer il pasto. Alcuni, doppo gli 15 giorni
che hanno preso l'acqua del legno, costumano a purgarsi di nuovo. Ma si dee
stare avertito di non disordinare in mangiare cose acetose, n aceto, n pesce,
n altre cose nocive, n congiungersi per quelli tre mesi con donna alcuna.
Quelli che hanno piaghe le lavano bene con questa acqua che ho detto, e
nettatele bene e asciugatele le ungono con la schiuma che fa l'acqua quando si
cuoce, che a questo effetto la serbano, e vi pongono sopra sfilacci bianchi, e
le cuoprono poi con tele nette, ma non gi di camicia di donne. E a questo modo
guariscono le piaghe, che io per certo ne ho vedute per questa via guarire di
tali che si tenevano per incurabili, per essere assai vecchie e gonfie e nere,
che parevano pi tosto spezie di cancro o di male di san Lazaro che altro. E io
mi tengo una opinione, che la medicina di questo legno santo che chiamano  una
ottima e santa cosa.


D'alcune altre particolarit dell'isola di San Giovanni.
Cap. XVIII.

Nelli precedenti capitoli restano nel generale dette molte cose di questa isola
di S. Giovanni, e molte altre se ne sono lasciate, referendomi a quello che s'
detto dell'isola Spagnuola. Ma mi occorre ora una certa gomma che in questa
isola di Borichen si trova, che io non ho inteso mai ragionarne che si ritrovi
altrove. E ne ho voluto io essere bene informato da Giovan Ponze di Leone e
d'altre persone onorate che lo potevano ben sapere, e che mi dicono che presso
le minere che chiamano di Loquillo vi  certa gomma che nasce negli alberi, ed
 bianca come sevo ma molto amara, e mischiata con olio senza altra mistura
serve ottimamente ad impecciare le navi; ed  molto buona, perch essendo amara
non vi entra la broma, come fa in quello dove s'opra la pece. Gl'Indiani, e i
cristiani anco, chiamano in quella isola questa gomma tabunuco, ed  molto
eccellente per quello che s' detto, quando se ne pu gran quantit avere.
E con questo imponiamo fine alle cose di questa isola di S. Giovanni fino al
presente, che siamo nel 1535.
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