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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quinto.
Parte terza.

Della naturale e generale istoria dell'Indie a' tempi nostri ritrovate.

Libro secondo

Proemio

In questo terzo libro si tratter della guerra che fece in nome dell'admirante
don Cristoforo Colombo il capitan Alonso d'Hogieda col re Caonabo, e come vi fu
questo re preso e morto, e delle vittorie che ebbe don Bartolomeo Colombo
contra il re Guarionex e altri quattordeci caciqui che con costui si unirono; e
come Roldan Scimenes s'appart con alcuni cristiani dall'obedienzia
dell'admirante e di suo fratello. Si dir anco del terzo viaggio del primo
admirante, quando discopr e ritrov parte della gran costiera di terra ferma e
l'isola delle Perle chiamata Cubagua; e del governo dell'admirante, e che re e
signori principali erano in questa isola; e del gran lago di Sciaragua, e d'un
altro lago che  nella cima delli pi alti monti dell'isola; e come e con che
arme combattevano gli Indiani, e che generazione sono i caribi e i freccieri.
Diremo medesimamente della miracolosa e devotissima croce della Vega; e della
venuta del commendatore Francesco di Bovadiglia, il quale mand in Spagna
prigione con ferri l'admirante e i suoi duo fratelli don Bartolomeo e don Diego
Colombo; e per che cagione si morirono molti Indiani che erano in questa isola
Spagnuola; e della venuta del commendator maggior di Alcantara don fra' Nicola
d'Ovando; e della partenza del commendatore Bovadiglia, che per nel mare con
molti vasselli e gente e molto oro; e del buon governo del commendatore
maggiore; e come l'admirante vecchio e primo fece il quarto viaggio e venne a
discoprire in queste Indie Veragua e altre provincie di terra ferma; e della
sua morte che segu poi in Spagna; e come questa citt di S. Domenico si mut e
trasfer dove ora sta, e della nobilt e particolarit di questa citt e di
questa isola con le sue terre; e d'altre cose appartenenti al proseguire questa
naturale istoria, come pi particolarmente si vedr ne' seguenti capitoli.


Della guerra che ebbe il capitano Alonso di Hogieda col caciche Caonabo,
e della prigione e morte di questo re.
Cap. I.

Nel secondo libro s' detto come, dopo che il commendatore messer Pietro
Margarito lasci la fortezza di San Tomaso, l'admirante vi mand il capitano
Alonso d'Hogieda, facendone 'l castellano e dandogli cinquanta uomini che la
guardassero; perch stava in parte che importava molto, s per le ricche minere
di Cibao come per la riputazione e forza de' cristiani. Ma, come fu l'admirante
partito per Spagna, gl'Indiani s'insuperbirono, e specialmente Caonabo, che era
di quella provincia signore, e non si contentava di questa nuova e vicina
fortezza de' cristiani: onde, insieme con freccieri indiani che tenevano la
costiera di questa isola dalla parte di tramontana, deliber di dare sopra
questa fortezza e brucciarla o spianarla. Con pi di cinque o seimila uomini
adunche assedi il castello, e lo tenne ben stretto un mese senza lasciarne
uscire anima viva. Ma il castellano, che era savio e valoroso cavaliero,
resist, di modo che in capo di questo tempo gli inimici rallentorono, e come
gente selvaggia diedero a' nostri commodit di poter lor fare molti danni. Il
castellano, accorto e sollecito, maneggi questa guerra e con l'armi e con
l'arte, secondo che pi vedeva il bisogno; onde, bench alcuni cristiani
morissero, ma assai senza comparazione in maggior numero Indiani, l'Hogieda
finalmente vinse il nemico e prese Caonabo con gran parte de' suoi principali:
bench si dicesse che il castellano non aveva servata la fede e la sicurt che
il caciche diceva essergli stata promessa, o pure era ch'esso inteso non
l'avea. Questa presa di Caonabo fu cagion della pace, e che tutta l'isola fosse
a' cristiani soggetta.
Aveva questo Caonabo un fratello molto valente e assai amato dagl'Indiani, il
quale, pensando a forza d'arme riscuotere il fratello, con prendere quanti
cristiani potesse e cambiarli poi con lui e con gli altri principali che
prigioni si ritrovavano, raun insieme pi di settemila uomini, la maggior
parte freccieri, e fattone cinque schiere si venne a porre molto presso agli
Spagnuoli del castello di S. Tomaso. Il castellano usc con alcune genti da
cavallo e con quelle da pi che puot, lasciando guardata la fortezza, perch
don Bartolomeo Colombo gli aveva mandate alquante genti in soccorso (bench
tutti non fossero 300 uomini), e combattendo con gl'Indiani, piacque al Signore
Iddio di dargli vittoria: perch, come i ginetti nostri diedero nella prima lor
schiera, gli posero in fuga, perch molto gl'Indiani di questa novit si
spaventarono, non avendo mai veduto prima questa sorte d'uomini a cavallo
combattere. Fu adunche fatta di lor molta strage, e vi fu fatto prigione il
fratello di Caonabo con molti altri Indiani. In questo d fece l'Hogieda
ufficio di valoroso soldato e di generoso cavaliero, e non meno di prudente
capitano. Quando don Bartolomeo Colombo vidde che questo caciche e suo fratello
erano prigioni, deliber di mandargli in Spagna con alquanti altri de'
principali Indiani che prigioni erano, parendogli essere molto inconveniente
che 'n questa isola stesse ritenuto il detto Caonabo, e peggio essere se si
lasciava in libert, s perch v'era cos principale signore, come perch per
sua cagione sempre vi sarebbe stato qualche motivo di guerra, per essere
persona di molto valore e sforzo. Ordin adunche che fossero imbarcati in due
caravelle, che stavano gi preste per dover partir alla volta di Spagna. Ma,
avendo saputo Caonabo e 'l fratello che doveano essere mandati al re catolico,
il fratello si mor fra pochi d, ed esso imbarcato navigando indi a pochi d
mor medesimamente nel mare. E a questo modo rest pacifica a' cristiani tutta
la contrada di questo Caonabo, la cui moglie, chiamata Anacoana e sorella del
caciche Behecchio (ch'era signore nella parte occidentale di quest'isola), si
part dal regno di suo marito e se n'and a vivere col fratello nella provincia
che chiamano di Sciaragua, dove fu rispettata e tenuta per signora come
l'istesso fratello. Di questa Anacaona si dir appresso, perch fu gran persona
e riputata molto in quelle parti essere stata valorosa molto e di grand'animo e
ingegno; e furon certo le cose di questa donna notabili, cos in bene come 'n
male, come al suo luogo si dir.


Della battaglia e vittoria che ebbe don Bartolomeo Colombo contra il re
Guarionex e altri quattordeci re, e come Roldan Scimenes si part dalla
obedienzia del Colombo.
Cap. II.

Quasi nel tempo che Caonabo teneva assediata la fortezza di S. Tomaso, come
vogliono alcuni, o dopo quello assedio, come alcuni altri dicono, il caciche
Guarionex convoc tutti quelli Indiani e cacichi ch'ei puot (che furono pi di
quindecimila uomini) per dar sopra a' cristiani ch'erano con don Bartolomeo
Colombo; perch, come s' gi detto, gl'Indiani mal volentieri soffrivano
questa vicinanza de' cristiani, e non avrebbono per niun conto voluto che qui
nell'isola restati fossero, s perch non fossero essi de' loro stati privi,
secondo che gi vi vedevano qualche principio, come perch solevano all'aperta
i cristiani biasmare le loro cerimonie e riti. E tanto pi in questo pensiero
si fondarono, che vedevano l'occasione buona per loro, per li pochi cristiani
ch'erano in tutta l'isola restati, essendone gran parte morti d'infermit e per
i travagli che passati aveano: che gi sapevano che l'admirante s'aspettava con
nuove genti, nella venuta del quale, perch i cristiani ormai sapeano i luoghi
del paese, essi non avrebbono cos potuto lor nocere. Posto adunche questo
pensiero ad effetto, si mossero con grosso esercito sopra i cristiani.
Don Bartolomeo Colombo, avendo avuto di ci aviso, non volle farsi forte in
quel picciol luogo, n dare al nemico occasione d'attaccarvi di notte fuoco o
d'assediarlo dentro, ma da buon cavaliero e atto capitano usc in campo, e non
s'arrest giamai finch presso al nemico si ritrov; e alla seconda guardia o
quasi, su la mezzanotte, con qualche 500 uomini, parte sani parte infermi,
diede animosamente e con tanto impeto sopra gl'Indiani da due parti, che gli
pose in rotta, ammazzandone molti e facendone la maggior parte prigioni; gli
altri per l'oscurit della notte scamparono. Vi fu fatto il re stesso Guarionex
prigione, con quattuordeci altri re o cacichi che nella battaglia si
ritrovarono, la quale battaglia fu fatta presso dove  la terra del Benao
edificata.
Fu cos segnalata questa vittoria e cos favorevole a' cristiani che, oltra che
ne accrebbe lor il credito e la riputazione di valenti presso a quelle genti,
fu anco cagione che gl'Indiani si acquietassero e ponessero a queste sue
ribellioni e rivolte fine, e che cominciassero ad essere pi domestici e a
conversare pi con cristiani, ponendo ogni pensiero di guerra da parte; bench
nel vero la gente di quest'isola  quella che men vale d'altre che si sia
veduta in tutte quest'isole e terra ferma dell'Indie, e quella che pi quieta e
pacificamente viveva, ancora che fra loro stessi qualche volta fossero discordi
e guerreggiassero; ma le lor guerre non erano n cos continove n sanguinose
come in altre parti si veggono.
Ritornando all'istoria, avuta ch'ebbe don Bartolomeo Colombo questa vittoria,
parendogli che gran cagione di perpetuare l'amist e la pace fra cristiani e
Indiani era il lasciare in libert Guarionex con le migliori condizioni
possibili, lo pose ad effetto e lo lasci via libero; onde egli di allora in
poi faceva carezze e trattava bene i cristiani nel suo paese quando vi andavano
o ne passavano. Sono alcuni altri che dicono che questo caciche non si
ritrovasse nella battaglia, ma che v'andasse capitano generale delle sue genti
il caciche Maiobanex, e che questi fosse poi con gli altri lasciato libero; ma
che nel processo della guerra era stata fatta prigione la moglie di Guarionex,
il quale per riscuoterla era venuto a fare pace e amicizia con cristiani.
Ora, doppo di questa vittoria parve che don Bartolomeo Colombo cambiasse
affatto natura, perch si mostr assai pi rigoroso che prima con cristiani, di
modo che alcuni non lo potevano sofferire; e pi che tutti gli altri Roldan
Scimenes, che era restato per alcaide maggiore dell'admirante, e al quale non
usava don Bartolomeo la cortesia che esso pensava di meritare. N acconsentiva
Roldan che costui nelle cose di giustizia facesse quello che pi voleva; onde
sopra di ci ebbero male parole, e don Bartolomeo gli us mali termini, perch,
secondo che alcuni dicono, li pose o li volse ponere le mani adosso. Di che
egli in modo si sdegn, che con settanta uomini s'appart e se n'entr molto
nell'isola adentro, sviandosi dalla conversazione de' cristiani, predicando e
dicendo ingiustizie dell'admirante e del fratello, con determinazione per di
non appartarsi dal servigio delli re catolici; onde faceva le sue proteste di
non volere solamente vivere sotto il governo n dell'admirante n del fratello,
come in effetto poi mai non vi visse, perch se n'and nella provincia di
Sciaragua nello stato del re Beheccio; e quivi stette finch dopo qualche tempo
venne nel governo di questa isola Spagnuola il commendatore Francesco di
Bovadiglio, come appresso al suo luogo si dir.


Del terzo viaggio che fece l'admirante in queste Indie, e come scoperse la
costiera di terra ferma e l'isola di Cubagua dove si pescano le perle, e altre
isole nuove che ritrov.
Cap. III.

L'admirante Colombo stette qualche d nella corte delli re catolici,
sodisfacendo e risolvendo l'informazioni sinistre che avevano di lui date il
fra Buil e gli altri: e fu con clemenzia ascoltato e assoluto, come nel
precedente libro s' detto. Poi, avuta licenzia di ritornare nel governo di
queste terre e di dovere discoprire dell'altre nuove, si part dal porto di
Calis del mese di marzo del 96, bench vogliano alcuni che fosse nel 97. E
uscito nel mare Oceano, con sei caravelle ben armate e proviste di quanto per
simil viaggio bisognava, se ne venne in Canaria. Qui ritenne seco tre
caravelle; l'altre tre mand in questa isola Spagnuola, con provisione di molte
cose necessarie alla vita e con alcune genti. Ed esso poi si part con le tre
sue caravelle per la volta dell'isole di Capo Verde, chiamate dagli antichi
Gorgone. E di qui partendo navig verso garbin ben cento e cinquanta leghe, ed
ebbe una cos fatta tempesta che fu forzato a far tagliare gli alberi delle
mezzane, e alleggerire gran parte delle robbe che portavano, onde in gran
pericolo si videro; e cos dice Fernando Perez Matheos pilotto, che oggi in
questa citt di San Domenico vive. Ma altramente dice don Fernando Colombo,
figliuolo dell'admirante, che in quel viaggio si ritrov, perch dice che la
tempesta fu di calma, e di tanto calore che gli s'aprivano i vasi e si
putrefaceva il frumento, e fu lor necessario d'alleggiare e di scostarsi
dall'equinoziale, e corsero al ponente maestro e andarono a riconoscere l'isola
della Trinit; il qual nome l'admirante li pose perch andava con pensiero di
chiamare di questo nome la prima terra che vedesse, e cos, vedendo terra ferma
e questa isola con tre monti in un tempo e da presso, chiam tosto quella isola
la Trinit. E passando oltre, per quella bocca che la Bocca del Drago chiamano,
vidde terra ferma e gran parte della sua costiera. Ma perch l'isola e la
costiera di terra ferma sono abitate da arcieri caribi, che tirano le freccie
avelenate con un'erba alla qual non si trova rimedio, e sono gente assai fiera
e selvaggia, non si puote qui avere lingua con gl'Indiani, ancorch ne
vedessero molti nelle lor pirague e canoe sulle quali navigano: delli quali
vasselli e della lor forma si dir appresso. Viddero medesimamente delle genti
in terra ferma.
Sta posta questa isola della Trinit nove gradi lungi dall'equinoziale, dalla
parte del nostro polo artico, dalla banda che ella verso mezzogiorno si stende,
perch dalla parte che  volta a settentrione sta in dieci gradi
dall'equinoziale.  larga da 18 o 20 leghe, e lunga poco pi di 25. Quella
terra che  a questa isola opposta dalla parte di mezzogiorno si chiama il
Palmare, perch gran quantit di palme si viddero. E pi verso levante lungo la
costiera di terra ferma sta il fiume Salso, che cos l'admirante il chiam
perch, volendo torvi acqua, la ritrov molto salsa. Da ponente in questa isola
della Trinit sta la punta delle Saline, lungi dieci o dodeci leghe da terra
ferma, e fra questa punta e terra ferma sta un golfo, che l'admirante il chiam
la Bocca del Drago, perch a guisa d'una bocca aperta di drago sta la figura di
questo imboccamento; e dentro questo golfo sono molte isolette. E dalla punta
delle Saline, che sta in 10 gradi dall'equinoziale, discorse per la costiera
l'admirante verso ponente, e riconobbe alcun'altre isole, che le chiam i
Testigos; e ad un'altra isola pose nome la Graziosa. E vidde molte altre isole
che indi erano; e passando oltre scoperse la ricca isola chiamata Cubagua, che
ora chiamiamo l'isola delle Perle, perch qui  la principale peschiera delle
perle in queste Indie. E vicina a questa sta un'altra isola maggiore, che
l'admirante la chiam la Margarita. L'isola di Cubagua o delle Perle sta dalla
punta delle Saline gi dette quasi 50 leghe verso ponente: questa isola 
picciola, perch non gira pi che tre leghe, e quattro leghe  lontana da terra
ferma, della provincia che chiamano Araia. E qui discoperse i Testigos, che
sono isolette, e l'isola delli Passeri e altre isole. Egli pass l'admirante
con le sue tre caravelle lungi la costiera di terra ferma verso ponente, e
ritrov l'isola di Poregari, che sta 27 o 30 leghe lungi da Cubagua. E pi
oltre discoperse altre isole, che si chiamano Li Rocchi e l'isola
dell'Orchiglia, che si chiama anco Iaruma, dove, come si dice, ne  s gran
quantit. Questa isola  12 leghe lontana da un'altra isola che discopr anco
l'admirante pi verso ponente, e che si chiama Corazao. Discoperse
medesimamente molte altre isole e isolette, finch giunse al capo della Vela,
che questo nome gli pose perch qui vidde una gran canoa d'Indiani che andava
alla vela. Da questo capo alla punta delle Saline e Bocca del Drago sono da 180
leghe. E da questo capo della Vela attravers l'admirante il golfo che  fra
terra ferma e questa isola Spagnuola, e se ne venne in questa citt, che a quel
tempo stava dall'altra parte di questo fiume. Quel capo della Vela sta da polo
in polo con l'isola Beata, che  una isoletta presso a questa Spagnuola, posta
trentacinque leghe verso ponente lungi da questa citt.
E questo fu il terzo viaggio e discoprimento che fece in queste Indie il primo
admirante. Ma perch abbiamo detto di sopra che in Cubagua ritrov la pescheria
delle perle, ed  cosa cos segnalata e ricca,  bene che si dica a che modo
seppe egli che qui si pescassero le perle, quando particolarmente tratteremo di
questa isoletta.


Di quello che fece l'admirante Colombo in questa isola nel suo terzo viaggio, e
delli re o signori che in questa isola Spagnuola erano.
Cap. IIII.

Mentre che l'admirante stette in Spagna, e che ritorn la terza volta a
discoprire quella parte di terra ferma con l'isole che si sono pure ora dette,
non venne mai vassello alcuno di Spagna in queste parti, n di qua ne pass in
Spagna alcuno. E perch quelli che erano da questa isola passati in Europa con
l'admirante, e prima anco senza lui, per li travagli che passati avevano se
n'erano tutti e poveri e infermi andati, e con tal colore che pareano morti, se
ne inferm molto questa contrada delle Indie, e non si ritrovava niuno che vi
fosse voluto venire. E io certo ne viddi molti di quelli che di qua se n'erano
ritornati in Castiglia, con cos fatti visi che, se il re m'avesse tutte queste
sue Indie donate, dovendo io restare come coloro non vi sarei venuto giamai. E
non era da maravigliare se alcuni a quel modo se ne ritornavano, che mi
maraviglio come ne potesse scampare uomo vivo, facendo mutazione di terre cos
remote dalle patrie loro, e lasciando tante commodit e vezzi di case loro, e
facendosi quasi esuli di tanti loro amici e parenti, e mancando loro le
medicine e l'altre tante cose necessarie, che qui per brevit si tacciono.
Le genti adunque del continovo in questa isola mancavano, e quelli che v'erano
tanto si restavano di ritornarsi in Spagna quanto che non avevano vascelli da
ritornarsene, e del ritorno dell'admirante non s'aveva certezza alcuna; onde si
teneva questo paese quasi per perduto e per disutile, e quelli che v'erano con
gran paura vi stavano; e vi si sarebbono senza alcun dubio persi se non erano
soccorsi da quelle tre caravelle che dalle isole di Canaria vi mand
l'admirante, le quali portarono pi di 300 uomini sentenziati a morte e banditi
in questa isola, che furono cagione, con quelli pochi che v'erano, che questa
isola non si disabitasse del tutto. E non avevano gi i cristiani ardimento
d'uscire dalla citt, n di passare il fiume da questa altra parte. E si pu
dire di certo che per questo soccorso fu ristorata la vita di quelli che qui
stavano, e si mantenne che non si perdesse del tutto questa isola, perch fra
queste nuove genti vennero molti valenti uomini e persone segnalate; onde
perderono affatto gl'Indiani ogni speranza di dovere pi vedere senza cristiani
questa isola, massimamente che indi a poco tempo vi videro anco venire
l'admirante con l'altre tre caravelle e con buone genti, avendo gi scoperte
altre isole e parte di terra ferma, come s' detto.
Egli, giunto in questa citt, che allora stava dall'altra parte del fiume,
ritrov don Bartolomeo suo fratello con gli altri cristiani in pace, bench
alcuni stessero di malavoglia per l'absenzia di Roldan Scimenes e ne
mormorassero, come  il costume di questa terra; perch ancora v'erano alcuni
affezionati e infetti delle vecchie passioni del tempo di fra' Buil. Ma tutti
per ubbidirono e ricevettero l'admirante con lieto continente, come vicer e
governatore che veniva in nome delli re catolici. E bench esso esercitasse il
suo ufficio e governo per il miglior modo che poteva, non mancarono per
giammai di quelli che delle sue cose si lamentavano; il che bisognava che cos
fosse, perch col favorire e aiutare uno bisognava che offendesse o mal
trattasse un altro. E certo ch'ha da esser angelico pi tosto che umano quel
governatore che vuol contentare tutti, perch altri sono inchinati a' vizii,
altri alle virt, chi a travagliarsi ed esercitare le persone, e chi al riposo
e all'ozio, chi a spendere chi a conservare, e chi a una cosa e chi a un'altra;
di modo che non si possono tante maniere d'uomini contentare che, per avere
diversi fini e intenzioni,  molto difficile il potere intenderli, e il
governatore bisogna che abbia una special ventura e favore divino per essere
amato; bench non poco anco da lui dipenda, s'egli avr queste tre cose sole,
che sia retto e senza passione nelle cose della giustizia, che sia liberale e
che non sia avaro.
Ma, ritornando all'istoria, l'admirante diede ordine in fondare, o per dir
meglio in reformare la citt della Concezione della Vega, e la terra di S.
Giacomo e quella del Bonao. Queste tre terre furono in questa isola Spagnuola
fondate dal primo admirante don Cristoforo Colombo, il quale prima di queste vi
fond anco Isabella, il cui popolo (come s' detto di sopra) fu trasferito in
questa citt di San Domenico.
Ora, ritrovandosi in questo stato di cose, l'admirante don Cristoforo se ne
ritorn in Spagna, e li re catolici, sentendosi assai ben serviti di lui, gli
confermarono un'altra volta i suoi privilegii nella citt di Burgos, a' 23
d'aprile del 1497. Ma perch, per quello che si dir appresso in questa
istoria, bisogna sapersi quali re o prencipi signoreggiavano questa isola
Spagnuola, dico che, secondo che io intesi e seppi da quelli che io ho allegati
di sopra per testimonii, e per le memorie che io scrissi da che nel 93 viddi in
Barzellona li primi Indiani col Colombo nella corte delli re catolici, erano
cinque li re o cacichi, che essi chiamano, che signoreggiavano tutta l'isola; e
sotto a questi erano altri cacichi di minor stato, che a qualch'uno de' cinque
principali obedivano, e venivano alor chiamati o di pace o di guerra, e non
mancavano a quanto loro si comandava.
Li nomi delli cinque principali erano questi: Guarionex, Behecchio,
Goacanagari, Caiagoa, Caonabo. Il primo signoreggiava tutto il piano, che erano
pi di settanta leghe nel mezzo dell'isola. Behecchio possedeva la parte
occidentale e la provincia di Sciaragua, e nello stato di costui era quel gran
lago del quale si parler appresso. Goacanagari signoreggiava dalla parte di
tramontana, e nella signoria di costui lasci l'admirante li trentotto
cristiani, quando venne in questa isola la prima volta. Caiagoa regnava nella
parte orientale di questa isola, fino a questa citt e al fiume d'Aina, e fin
dove il fiume Iuna scarica in mare: e questa era in effetto una delle maggiori
signorie di tutta l'isola, e le genti di questo regno erano le pi animose, per
la vicinanza che avevano de' Caribi; e questo re mor poco doppo che i
cristiani gli mossero la guerra, e la moglie sua rest nello stato e fu dapoi
cristiana, e si chiam Anessa di Caiacoa. Il re Caonabo signoreggiava nelle
montagne, ed era gran signore e di molto stato, e aveva un caciche per capitan
generale in tutto lo stato suo, chiamato Usmatex, che in suo nome vi comandava:
ed era questo un cos valente uomo che ne temevano tutti gli altri cacichi e
Indiani dell'isola.
Questo Caonabo s'accas con Anacaona, sorella del cacico Behecchio; e perch
era un re principale, se ne venne come capitano aventuriero, e per lo valore di
sua persona fece questo casamento, e fece sua principale stanza dove  ora la
terra di S. Giovan della Maguana, e tutta quella provincia signoreggi. Fra
gl'Indiani di questa isola non erano mai guerre n differenzie, se non per una
di queste tre cause: o per li termini e giurisdizioni, o per le pescherie, o
quando dalle altre isole venivano Indiani caribi a farvi assalto. E quando
questi stranieri vi venivano o v'erano sentiti, ancorch i cacichi dell'isola
fossero fra s nemici e discordi, tosto si univano insieme e come amicissimi
s'aiutavano l'un l'altro contra quelli che d'altre parti vi venivano.


Del lago di Sciaragua, e d'un altro lago posto nelle pi alte parti dell'isola;
e delle genti che in questa isola si trovarono, e con che arme combattevano,
e de' caribi arcieri, e della croce della Concezione della Vega.
Cap. V.

Io voglio qui dichiarare che cosa  il lago di Sciaragua e un altro lago
medesimamente posto nelle pi alte montagne di questa isola; e chi sono
gl'Indiani caribi, de' quali s' fatta menzione di sopra, con altre cose assai
degne da notare, come si vedr. Il lago di Sciaragua comincia due leghe lungi
dal mare, presso la terra della Iaguana; e chiamasi di Sciaragua perch cos
chiamano gl'Indiani quella provincia dove egli . Si stende verso oriente, e in
alcune parti  largo tre leghe, il resto  di due leghe o poco pi, o meno
d'una.  salso come il mare, perch v'ha come un occhio che col mare
corrisponde, bench in alcune bocche di fiumi o di ruscelli sia dolce. Sono in
questo lago tutte le sorte di pesci che sono nel mare, salvo che balene e altri
simili grandi; bench vi siano tiburoni, che sono assai grandi, con altre molte
differenzie di pesci, e tartuche, che chiamano gl'Indiani hicoteas. E nel tempo
che fu molto questa isola abitata, si vidde anco abitata tutta la costiera di
questo lago da ogni parte. Nel 1515 lo camminai io quanto  lungo, e ritrovai
molti Indiani che vivevano in certi bei luoghi posti al paro di questo lago. Si
stende questo lago, dalla parte ch' pi vicina al mare fin dove pi dentro
terra se ne entra, disdotto leghe. E perch vi sono molte peschiere era assai
frequentato e abitato, perch il pesce  quella cosa che pi ordinariamente
gl'Indiani mangiano.
L'altro lago che ho detto che sia nella cima delle montagne di questa isola, 
una cosa assai nuova e notabile, e bench siano in questa isola alcuni che ne
ragionano, sono pochi o rari coloro che veduto l'hanno. E in effetto io un solo
n'ho visto a chi si debba pi credere, perch  persona da bene, e oggi vive
presso a questa citt di San Domenico. Costui mi dice che nel tempo del governo
del commendator maggiore don fra' Nicola d'Ovando, per ordine di lui and con
alcuni altri cristiani in quelle alte montagne dove nasce il fiume di Nicao, e
spezialmente dove viveva il caciche Biauter, che stava a' pi d'un altissimo
monte; il qual luogo  quindeci o sedeci leghe da questa citt lontano. E da
questa parte gi detta non si pu montare su nel monte, perch vi sono le balze
aspre e dritte, che  impossibile a potere montarvi suso.
Dall'altra parte opposita, adunque, costui, che ha nome Pietro di Lumbreras,
mont su a vedere questo lago, e seco and un gentil uomo chiamato Mescia, con
fino a sei ben disposti Indiani. Ma quando furono presso alla cima si restarono
gl'Indiani e 'l Mescia dietro, perch cominciarono a sentire lo strepito che su
si faceva. Dimandato il Mescia da Pietro perch si restasse, rispose che era
cos stanco e morto di freddo che non potea pi passare oltre. Pietro allora,
bench egli stesse anco stanco e sentisse gran freddo, per essere quella
montagna altissima, non per questo si rest di proseguire quel camino. Erano
andati in su lungo un fiume chiamato Pani, che fra quelle montagne scorre,
onde, perch il fiume poi di traverso si scostava, Pietro di Lumbreras si pose
a gire al diritto per la costiera rasa, che chiamano, in su; e molto stanco e
attonito giunse quasi alla cima e pi alta parte del monte, dove si ripos
alquanto raccomandandosi sempre a Dio, perch sentiva gran spavento del gran
strepito che su in alto si faceva. Pur tutta via volse a ogni modo giunger su,
bench con incredibile travaglio e per difficile camino; e giunto fin dove
montare si poteva ritrov quivi una lacuna, che al parer suo dice che era un
tiro di balestra larga e tre tiri lunga, e stette mirando questo lago tanto
spazio di tempo quanto si potrebbono dire tre Credi. Dice Pietro che lo
strepito e 'l rumore che udiva era tanto che esso ne stava spaventato e
attonito, e che non gli pareva quel rumore di voci umana, n sapeva discernere
di che animali o fiere si fosse potuto essere; onde, perch era solo e pien di
spavento, se ne ritorn a dietro senza vedere altra cosa. Io l'ho dimandato
s'egli giunse all'acqua, e s'era dolce o salsa, e m'ha risposto che non vi si
accost per dodeci o quindeci passi, e che, avendo veduto quanto s' detto, se
ne ritorn dove aveva lasciato Mescia con quelli Indiani. E questo  quanto di
questo lago si sa, ancorch per l'isola ne vadano molte novelle a torno, che io
non le credo n son per scriverle finch non se n'ha maggior certezza.
Veniamo ora a dire de' Caribi. Questi vivono nell'isole convicine, e la lor
principale isola fu quella di Burichene, che ora si chiama di S. Giovanni;
l'altre furono quelle di Guadalupe, la Domenica, Matitino, Cibucheira, che ora
di Santa Croce si chiama, e l'altre che in quel pareggio sono. Da queste isole
adunque ne venivano con archi e freccie sopra le lor canoe a fare guerra alle
genti di questa isola Spagnuola. Questi Caribi arcieri sono pi disciolti e
valenti che non erano quelli di questa isola, perch in una sola parte di
questa isola, dove si dice dei Ciguai, sotto la signoria del Caonabo, erano di
questi arcieri, i quali non tiravano per con erba n la sapevano fare. Si
crede che questi anticamente venissero d'alcuna dell'isole convicine de'
Caribi, dove tanti arcieri sono, e che per l'antichit si fossero dimenticati
della lingua loro e parlassero di quella di questa isola; che se questo non ,
pu essere per aventura che dalli loro inimici stessi, per difensarsi da loro,
apprendessero l'uso di queste arme, bench i Caribi tirano con un'erba assai
cattiva e pestifera. Ma io tengo queste arme dell'arco e delle freccie assai
naturali, o le pi antiche che fossero al mondo; bench Plinio dica che Scitha
figliuolo di Giove fusse il primo che ritrov l'arco e le saette. Altri dicono
che Perseo le ritrovasse, ma io tengo queste arme pi antiche di quello che
dice Plinio, poi che si legge che Caim fu da Lamech morto con una saetta, la
quale costui, credendo tirare a qualche fiera, la lasci uscire dalla cocca.
Questa auttorit ci fa chiaro che le saette sono le pi antiche arme che
s'usassero o le pi naturali, e come tali poterono queste genti selvaggie
naturalmente usarle.
Ma, ritornando al proposito nostro, dico che il colore di questi Caribi 
misticcio di bianco e nero. Sono di minor statura che non  communemente la
gente di Spagna, ma sono ben fatti e proporzionati, salvo che hanno la fronte
ampia e i buchi del naso molto aperti, e il bianco degli occhi alquanto
torbido. Ma questa maniera di fronte ampia e larga si fa da loro
artificiosamente, perch, quando nascono i putti, gli stringono le teste con
mani di tal maniera, e nella fronte e nella parte opposita, che, perch sono
tenerelli, ne restano a quel modo le fronti piane e di mala grazia. Vanno tutti
ignudi e non hanno barba, anzi per lo pi sono sbarbati e senza peli. Le lor
donne vanno ignude, e dalla cinta in gi portano certe coverte di bambace che
non giungono se non fino alla met delle gambe; e le caciche e donne lor
principali le portano che giungono fino a' calcagni; e le tette con quanto 
dalla cinta in su portano discoverte.  questo l'abito delle donne accasate o
che avevano conosciuto uomo, perch le donzelle vergini andavano del tutto
ignude senza altra benda. Ve ne sono alcune di buona disposizione. Hanno gli
uomini e le donne buoni capelli, neri, piani e sottili, ma non hanno buoni
denti. Doppo che i cristiani passarono in queste parti, con la lor
conversazione, entrarono queste genti in qualche vergogna, e perci gli uomini
si posero un pezzo di panno quanto una mano appeso davanti alle lor parti
vergognose: ma non gi con tanta accortezza e aviso che ne coprissero di sorte
queste parti che non le lasciassero vedere.
Combattono gl'Indiani di questa isola con certi bastoni la cui larghezza  di
tre diti o poco pi, e sono cos lunghi quanto  alto un uomo, e hanno duo fili
o tagli aguzzi alquanto, e nel suo estremo  una manichetta, e se ne servivano
come di azza a due mani. Sono queste armi di palma e d'altri alberi forti.
Scrive Plinio che gli Africani furono i primi che con gli Egizii combattessero
con bastoni di legno, che si chiamavano falangi, che a me a punto pare che
siano queste armature d'Indiani che noi dicevamo, ancorch i Latini chiamino
falange lo squadrone di gente da pi posta in ordinanza, ed  chiamato anco di
questo nome uno aragano venenoso; dicono anco i Latini falanga per palanca. E,
ritornando all'ordine nostro, combattono medesimamente queste genti con bastoni
da lanciare, come dardi, e alcuni ne sono pi sottili che dardi e con le punte
aguzze, che sono fra gente ignuda arme assai pericolose, e fra gente anco che
buon riparo non v'abbia; perch quelli che sono di palma se cogliono di
traverso si spezzano facilmente, ed  peggio cavare fuora della carne quelli
pezzetti sottili che vi sogliono restare che non  a curare la piaga
principale.
Or, quanto alla santa croce della Concezione della Vega, si dee sapere che nel
secondo viaggio che l'admirante don Cristoforo Colombo fece a questa isola
comand ben a venti uomini de' suoi che tagliassero un albero diritto e alto e
ne facessero una croce. La maggior parte di questi a chi fu imposto erano
marinai, e con loro and Alonso di Valenzia, e tagliarono un albero grosso e
tondo e ne troncarono un pezzo della parte pi alta, e ve lo attraversarono
facendone una croce, che fu da disdotto o venti palmi alta. Affermano molti, e
per cosa publica e certa tengono, che questa croce abbia quivi poi fatti
miracoli e che abbia questo legno sanati molti infermi; ed  tanta la devozione
che v'hanno i cristiani che ne tagliano e furano alcuni pezzotti, per portarli
come reliquie sante in Spagna e in altre parti. E in effetto ella  tenuta in
molta venerazione, s per li suoi miracoli come perch, in tanto tempo che 
stata scoverta a cielo aperto, non s' mai putrefatta n caduta mai per
tempesta di vento o d'acqua che fatta abbia; n la poterono mai gl'Indiani
muovere da quel luogo, ancorch con corde legandola s'ingegnassero gran
quantit di loro di trarla fuori; onde pieni di spavento la lasciarono
finalmente stare, quasi a questo modo della sua santit ammoniti. E veggendo
come i cristiani hanno in molta riverenzia la croce, e che essi con tanta forza
non erano bastanti a muoverla, la solevano poi con certo rispetto e riverenza
mirare, e se gl'inchinavano e umiliavano veggendola.


Come il commendatore Francesco di Bovadiglia venne al governo di questa isola
Spagnuola,
e mand prigion l'admirante con li fratelli in Spagna; e di quanti Indiani
furono gi in questa isola,
e per che cagione morirono e se n' quasi perduta la semenza.
Cap. VI.

Stette l'admirante in questo governo fino al 1499, che li re catolici, sdegnati
della informazione che avevano del modo che don Cristoforo Colombo e 'l
fratello tenevano nel governare questa isola, deliberarono di mandarvi per
governatore un cavaliere antico creato della corte, persona molto onesta e
religiosa, chiamato Francesco di Bovadiglia, cavaliere dell'ordine militare di
Calatrava. Costui, spedito dalla corte e partito di Spagna, tosto che giunse a
questa citt prese l'admirante e suoi fratelli, don Bartolomeo e don Diego
Colombi, e fattili imbarcare separati in tre caravelle li mand con ferri a'
piedi prigioni in Spagna, dove furono consegnati al castellano della citt di
Calis, fin che venisse ordine dal re e dalla reina di quello che se ne fusse
dovuto fare. Dicono alcuni che 'l commendatore Bovadiglia non fu mandato perch
prendesse l'admirante, ma perch fusse solo giudice di residenzia e perch
s'informasse della cagione perch si fusse Roldan con compagni separato e tolto
dalla obedienzia. Ma, o che li fusse stato ordinato o no egli prese e mand
prigion l'admirante e fratelli in Spagna, ed esso rest nel governo di questa
isola e la tenne in molta pace e giustizia fino al 1502, che fu da questo
governo rimosso ed ebbe licenzia di potere ritornarsi in Spagna, bench non
avesse tanta ventura che potesse giungere a salvamento in Castiglia.
Ora, tosto che questo cavaliero a questa isola Spagnuola giunse, gli scrisse il
Roldano una lettera, e poco appresso se ne venne con tutti quegli altri che
erano seco nella provincia di Sciaragua a servirlo, e a vivere sotto la debita
obedienzia delli re catolici, de' quali erano vassalli. Questo commendatore
Bovadiglia mand in Spagna molte informazioni contra l'admirante e fratelli,
mostrando le cagioni perch presi gli avesse: per in effetto le pi vere
cagioni si restavano occulte, percioch sempre il re e la reina cercarono e
tennero modo che questi Colombi s'emendassero pi tosto che restassero mal
trattati. Io dir qui quello che alcuni loro opponevano per colparli.
Si diceva che l'admirante aveva voluto tener secreto il discoprimento delle
perle, e che non lo scrisse mai fin che intese che in Spagna si sapeva, perch
erano andati all'isola di Cubagua alcuni marinari nominati Nini: e che questo
lo faceva per avere a capitulare di nuovo. Si diceva medesimamente che egli
fusse assai superbo e oltraggioso, e che trattasse male i servitori e i creati
della corte del re, e che troppo licenzioso si mostrasse, non obedendo alle
lettere n agli ordini delli re suoi, se non quanto a lui piaceva, perch nel
resto dissimulava e ne faceva a sua volont. Ma d'altra maniera raccontano
tutto questo alcuni altri e dicono che la mostra delle prime perle che s'ebbero
fu dall'admirante mandata alli re catolici per un gentiluomo chiamato Arroial,
tosto che egli le discopr e ritrov. E quello che pi di certo s'ha, che mai
non mancarono nel mondo detrattori e invidiosi, onde, perch questo paese 
lontano dal suo re, e quelli che qui vengono sono di differenti provincie e di
contrarii desii e opinioni, ne nasce che le cose variamente si tolgano, perch
ad alcuni pare che l'admirante usasse la giustizia mosso da un buon zelo del
servigio di Dio e del suo re, altri al contrario l'interpretano e biasimano una
tanta rigorosit; si che secondo la variet delle passioni chi la dipingeva a
un modo e chi ad un altro, e chi ne scriveva una cosa e chi un'altra, di
maniera che s'effettu la prigione dell'admirante, e vi diede gran colore
l'essere esso poco paziente, e l'essere mal visto e riputato crudele.
Ed essendo stato (come s' detto) condotto in Spagna, subito che il re e la
reina l'intesero mandarono a fare desligar lui e i fratelli, ordinando loro che
alla corte andassero. V'and tosto l'admirante, a baciare al re e alla reina la
mano e a purgarsi con le lagrime agli occhi il meglio che pot. Udito che
l'ebbero, con molta clemenza lo consolarono, e cos fatte parole gli dissero
che esso ne rest alquanto contento. E perch i suoi servigi erano cos
segnalati, ancorch vi fusse stato usato qualche disordine, non poterono cos
graziosi prencipi sofferire che l'admirante fusse maltrattato; e cos subito
gli fecero restituire tutte l'entrate ch'egli qui aveva, che gliele avevano
tolte e ritenute tosto che egli fu prigione; ma non volsero che egli per niun
conto ritornasse pi nel governo dell'Indie. Aveva gi l'admirante, come savia
persona, tosto che la prima volta ritorn in Spagna con le nuove del primo
discoprimento di queste Indie, supplicato li re catolici che fusse lor piaciuto
che il prencipe don Giovanni avesse i suoi figliuoli ricevuti per paggi. Ed
erano questi suoi figli don Diego Colombo, suo legitimo e primogenito
figliuolo, e l'altro era don Fernando Colombo, che anco oggi vive ed  un
virtuoso cavaliere, e di pi dell'essere ben nobile e d'affabile e dolce
conversazione,  anco dotto in diverse scienzie, e specialmente nella
cosmografia: e la maest cesarea ne fa meritamente conto, come di buon
servitore e creato, e per li tanti servigi dell'admirante suo padre. Il
prencipe don Giovanni adunque tratt questi figliuoli assai bene e gli tenne in
casa sua, fin che piacque al Signore di condurlo nella sua santa gloria nella
citt di Salamanca nel 1497.
Ma, ritornando al proposito dell'istoria, doppo che ebbe l'admirante avuto il
perdono, non fu men che prima dal re e dalla reina ben trattato, e come
prudente cerc di potere per tutte le vie possibili riavere la grazia di quelli
buoni prencipi, e d'avere licenzia di poter ritornar a queste Indie: ma furono
tante le querele che avea avute contra che non puot cos presto ottenerlo. E
in questo mezzo il governatore Bovadiglia govern questa isola fino a l'anno
(come s' detto) del 1502; nel qual tempo si cav molto oro delle minere
dell'isola, perch vi erano molti Indiani che l'andavano cavando per li
cristiani e per li re catolici, in nome de' quali vi si lavorava
particolarmente, perch avevano gi le sue proprie minere e possessioni sotto
il suo nome real; perch tutti gl'Indiani furono ripartiti per l'admirante fra
tutti gli abitatori che erano venuti a stare in queste parti, ed  opinion di
molti che lo viddero, e parlano in questo come testimonii di veduta che, quando
l'admirante discopr questa isola vi ritrov un million di persone fra Indiani
e Indiane, o pi, di varie et, de' quali tutti, e di quelli anco che da poi vi
nacquero, si crede che non ve ne siano al presente, che siamo nel 1535, fra
piccioli e grandi, restati cinquecento che siano discesi da quelli primi che
v'erano; perch la maggior parte di quelli che oggi vi sono, vi sono stati
condotti dalli cristiani per lor servigio o dalle altre isole o da terra ferma.
Perch erano le minere assai ricche e l'avarizia degli uomini insaziabile,
alcuni eccessivamente travagliarono gl'Indiani, altri non diedero lor da
mangiare quanto si conveniva; e con tutto questo vi era anco che queste genti
sono naturalmente oziose e viziose e di poca fatica e maninconici e codardi e
vili e male rallevati e bugiardi e di poca memoria e inconstanti, onde molti di
loro per non s'affaticare s'ammazzarono con veleno, altri s'impiccarono con le
proprie mani, altri in cos fatte infermit mancarono, e spezialmente d'alcune
variole pestilenziali che vennero generalmente in tutta l'isola, che in breve
tempo tutti gl'Indiani si finirono. Fu anco gran cagione della lor morte la
mutazione de' governatori che li ripartirono, perch, passando da signore a
signore, e da un avaro ad un altro maggiore, ritrovarono quasi tanti istromenti
della lor morte; ma, per qualunque cagione si morissero, che in effetto i
ministri di quelle persone nobili che erano presso al re catolico e
participavano di questi utili dell'Indie, con soverchio travagliarli ne furono
cagione, non sar cristiano alcuno che delle facolt per questa via guadagnate
n'abbia invidia.
Permise anco il Signore Iddio la rovina di questi Indiani e per li peccati de'
cristiani discortesi e avari, che tanto del sudore di queste genti godevano
senza dottrinarle e recarle al conoscimento del vero Iddio, e per li peccati
anco grandi, enormi e abominevoli di queste genti selvaggie e bestiali. Perch
in effetto, come dicono tutti coloro che l'han veduto, in niuna di queste
provincie dell'isole o di terra ferma che si sono scoperte non sono mai mancati
n mancano sodomiti poltroni, n idolatri, n d'altri molti vizii e cos
nefandi che non si potrebbono n dire n ascoltare senza molta vergogna; senza
che sono queste genti ingratissime, di poca memoria e meno capacit. E se in
lor si trova qualche bene,  mentre che non giungono all'adolescenzia, perch
poi in tanti difetti s'infangano, che  una abominazione ad udirli. Tutte
queste cose si sono praticate e disputate da molte religiose persone dotte e di
molta conscienzia di varii ordini, perch quivi sono di san Domenico, di san
Francesco, delle Grazie, come della regola di san Pietro apostolo, e d'altri
molti prelati e qui e in Spagna, per assecurarne le coscienzie delli re quanto
al trattamento di questi popoli, s perch le loro anime si salvassero come
perch di lungo vivessero. E ne furono perci fatti molti ordini e provisioni
reali a' governatori e ufficiali loro, ma non v'ha bastato cosa alcuna a fare
che questa infelice generazione non si consumassino queste isole. N io voglio
di questa colpa segnalare alcuno di quelli che qui sono stati: questo so bene
io, che quello che dicevano i frati di san Domenico era contradetto da quelli
di san Francesco, e quello che questi affermavano quegli altri negavano; e poi
col tempo quello che tenevano prima i domenichini era reprobato dai
franceschini, i quali quello che prima detto avevano essi stessi lo rifutavano,
e i domenichini allora all'incontro l'approbavano; di modo che e questi e
quelli ebbero una stessa opinione in diversi tempi, ma non dissero mai una cosa
stessa insieme.
Or vedete come poteva bene intendere questa cosa chi l'ascoltava, o quale
eleggere per la migliore per dovere accostarvisi. Le quali cose sono pericolose
non solamente a quelli che vengono nuovi alla fede, ma alli cristiani antichi
ancora, che in molti scrupoli entravano veggendo che questi frati non li
volevano assolvere se non lasciavano via gl'Indiani, e quegli altri religiosi
gli assolvevano e davano loro i sacramenti. Io scrivo quello che io ho veduto,
e non voglio attribuirlo alla colpa di cos buoni religiosi che sono stati e
stanno in queste Indie, ma alla disaventura e infelicit degl'Indiani stessi:
o, per dir meglio, questo secreto si lasci al grande Iddio, il quale non fa
cosa ingiusta n permette che cose cos importanti senza gran ministerio siano.
N voglio in questa materia pi stendermi, perch mi sono ritrovato due volte
in Spagna a giurare, per ordine delli signori del consiglio reale dell'Indie,
quello che mi pare dell'essere e della capacit di questi Indiani e degli altri
di terra ferma (quanto a que' luoghi i quali ho veduti): e una volta fu in
Toledo nel 1525, l'altra volta fu in Medina del Campo nel 1532. E cos ne
giurarono anche altre persone segnalate, e credo che ognun guardassi bene alla
conscienzia sua in dir la verit di quello che fu da quelli signori dimandato.
E nel vero, se in quelli d stessi quando io giurai fussi stato in articolo di
morte, non avrei altro che quello stesso detto, s che io mi rimetto a questi
dotti religiosi, doppo che accordati seranno.
Fra tanto, chi avr Indiani pensi di trattarli come prossimi, e guardi bene
alla sua conscienzia: bench in questo caso v'ha oggi poco che fare in questa
isola e in quella di San Giovanni e in Cuba e in Iamaica, perch in tutte
queste  avenuto il medesimo. E ora che sono queste genti morte tutte, potranno
questi padri religiosi per l'esperienzia meglio decidere quello che bisogna
farsi con gli altri Indiani che s'hanno a soggiogare in quelli tanti altri
regni e provincie di terra ferma; che io per me non assolvo i cristiani che si
sono arricchiti con le fatiche degl'Indiani, se gli hanno maltrattati e non
hanno usata ogni diligenzia perch si salvassero. N posso pensare che senza la
lor colpa fussero gl'Indiani castigati e quasi estinti dal giusto Iddio, perch
erano viziosi e sacrificavano a' demonii, con le lor cerimonie e riti che si
diranno appresso, quando sar tempo: non gi tutti, perch sarebbe impossibile,
ma una parte di loro.


Come il commendatore maggior d'Alcantara venne al governo di questa isola, e
come, partendo Francesco di Bovadiglia con tutta l'armata, per in mare con
gran copia d'oro, bench l'admirante, prevedendo questa tempesta, ne avesse il
commendator maggiore avisato.
Cap. VII.

Nel tempo che il commendatore di Larez don fra' Nicola d'Ovando, dell'ordine e
cavalleria militare d'Alcantara, pass in questa citt di San Domenico, non era
ancora commendator maggiore del suo ordine, ma, vacando in quel mezzo per la
morte di don Alonso di Santigliano questa commenda, il re catolico ne fece
grazia al detto commendatore di Larez, che era gi qui stato qualche anno; e
per questo, mentre che di lui tratter, nol chiamer altramente che commendator
maggiore. Ora costui, per ordine delli re catolici, se ne venne a questa isola
con trenta fra navi e caravelle; nella quale armata vennero molti cavalieri e
nobili di diverse parti delli regni di Castiglia e di Leone. Perch, mentre
visse la reina donna Isabella, non si lasciavano passare a queste Indie se non
i vassalli proprii degli stati del patrimonio della reina, bench questi stessi
furono coloro che le Indie discoprirono, e non gli aragonesi n i catalani n i
valenziani n altri vassalli del patrimonio del re catolico. Solamente per
speziale grazia si concedeva ad alcuno creato della corte il potere passarvi,
ancorch non fusse castigliano, perch, essendo queste Indie della corona e
conquista di Castiglia, cos voleva la serenissima regina, che solamente i suoi
vassalli passassino in queste parti e non alcun altro, se non era per farli
qualche grazia segnalata. E questo vi si serv fino all'anno 1504, che ella se
ne sal nella gloria del paradiso, perch poi il re catolico, governando i
regni della reina donna Giovanna, sua figlia e nostra signora, diede licenzia
agli aragonesi e a tutti gli altri suoi vassalli di potere a queste Indie
passare con ufficii; la qual licenzia s'ampli poi maggiormente dalla maest
cesarea, e vi passano ora tutti quelli che vogliono pure che suoi vassalli
siano.
Or, ritornando all'istoria nostra, giunse il commendatore maggiore a questa
citt di San Domenico a' quindeci d'aprile del 1502, stando i nostri ad abitare
dall'altra parte di questo fiume Ozama. Egli fu tosto accettato per
governatore, e il commendatore Bovadiglia diede ordine per doversi partire per
Spagna, perch li re catolici, sentendosi ben serviti di lui, gli diedero
licenzia di potere ritornarsene. E cos egli s'imbarc per Castiglia nella
armata con la quale era venuto il commendatore maggiore, e vi fece anco
imbarcare pi di centomila pesi d'oro fuso e bollato, con alcuni granelli
grossi da fondersi, perch si vedessero in Spagna; percioch, se bene altre
volte ve n'era stato portato, e delli re catolici e di persone particolari, mai
in niuno viaggio ve n'era stato portato insieme n in granelli cos segnalati,
perch fra gli altri vi era un granello che pesava trentasei libbre, che sono
pesi overo ducati 3600. E al parere d'uomini esperti nelle cose minerali non vi
erano pi che tre libbre di pietra, di modo che sarebbe restato netto trentatre
libbre d'oro, che sono ducati 3300; ed era questo grano grande quanto un pane
grande schizzato, di quelli che si vendono in Utrera. Ma perch nel memoriale
che io scrissi in Toledo nel 1525 dissi che questo grano pesava
trecentomiliadugento pesi, fu perch io lo scrissi non avendo meco i miei
memoriali, e tenendomi in molte cose al meno di quello che avrei potuto dire.
Ora che sto in parte dove vivono molti testimoni che quel granello viddero,
dico che pesava qualche poco pi di trentasei libbre, fra l'oro e la pietra che
v'era. E fu questo granello ritrovato da una Indiana di Michel Dias, il qual,
come si disse di sopra, fu cagione che questa citt s'abitasse da' cristiani
dall'altra parte del fiume; e perch costui facea compagnia con Francesco di
Garai, rest per amendue questo bel grano d'oro, e cavato il quinto che al re
toccava fu loro pagato il resto, e rest il granello per li re catolici; ma in
quella armata del Bovadiglia si perd. Ed era questa bella gioia cos grande
che, quando quei cristiani l'ebbero in mano, tutti lieti deliberarono di
mangiarvi sopra una porchetta, perch un de' compagni disse: "Gran tempo fa che
io ho avuto speranza di mangiare in piatti d'oro, e poi che di questo granello
si possono molti piatti fare, io voglio tagliarvi sopra questa porchetta". E
cos fece, e sopra quel ricco piatto mangiarono: perch era cos grande come
s' detto, vi capeva la porchetta intera agiatamente.
Or, ritornando all'istoria, il commendator Bovadiglia con disgraziata aventura
part, e Antonio di Torres, fratello del bailo del prencipe, era capitano
generale di questa armata. Ora, stando per partire, accadette che uno o duo d
prima che uscissero dal porto giunse qui l'admirante don Cristoforo Colombo,
che con quattro caravelle veniva, per ordine delli re catolici, a discoprire
nuove terre, e menava seco don Fernando Colombo suo figlio; e giunto una lega
presso a questo porto di San Domenico, il commendatore maggiore vi mand tosto
un battello a vietarli che qui nel porto non entrasse: si crede che egli fusse
stato prima di questa venuta avisato. L'admirante, udendo questo, rimand a
dire al commendatore maggiore che, poich non voleva che esso entrasse in que'
luoghi che esso avea discoverti, che l'obediva, ma che pensava che non era
questo il servigio delli re catolici; solo li chiedeva di grazia che non avesse
fatto uscire del porto quella armata, perch non li pareva il tempo buono, e
che esso perci s'andava a cercare porto sicuro, poich nol ritrovava quivi. E
cos se n'and con le sue caravelle a porto Ascoso, che  in questa stessa
isola, dieci leghe lontano da questa citt di S. Domenico, dalla banda di
mezzogiorno verso ponente, e quivi si stette finch pass la tempesta che
appresso diremo; e poi attravers la volta della costiera di terra ferma, e
discopr quello che al suo luogo si dir appresso. Alcuni altri dicono che egli
se n'andasse ad Azua, e che quivi stesse finch la tempesta cess.


Di quello che discoprirono nella costiera di terra ferma
i capitani Alonso d'Hoggieda e Rodrigo di Bastidas.
Cap. VIII.

Mentre l'admirante don Cristoforo Colombo stette in Spagna, il capitano Alonso
di Hoggieda, col favor del vescovo don Giovan Rodrigues di Fonseca, ch'era il
principale che nel governo di queste Indie intendeva, and a discoprire nella
costiera di terra ferma, e tenne il suo pareggio a riconoscere sotto il fiume
Maragnon nella provincia di Paria; e prese terra otto leghe sopra dove  la
terra di Santa Marta, in una provincia che si chiamava Cinta, dove era uno
caciche chiamato Aiaro, che rest pacifico e molto amico de' cristiani; il
quale prese poi per inganno un altro capitano chiamato Cristoforo Guerra. E fu
questo nell'anno 1501. Ma non furono questi soli che armarono, perch anco il
capitano Rodrigo di Bastidas corse dal capo della Vela (dove era gi prima
giunto l'admirante, quando discopr la costiera di terra ferma) e pass oltre
verso ponente.
Mi pare che non potrei senza esserne incolpato tacere quello che  a mia
notizia venuto di quanto ha segnalatamente fatto in queste parti ciascuno.
Pertanto dico che Rodrigo di Bastidas usc di Spagna nel 1502 con due caravelle
dal porto della citt di Calis, a sue spese e di Giovanni di Ledsma e d'altri
suoi amici, e fatta vela la prima terra che prese fu una isola che, per essere
molto fresca e piena di grandi alberi, la chiamarono l'isola Verde. Sta questa
isola alla parte che  dalla isola di Guadalupe verso terra ferma, e presso
all'altre isole che in quel pareggio sono. Indi questi legni partirono per la
costiera di terra ferma, dove, praticando con gli Indiani in diverse parti,
ebbero fino a quaranta marche d'oro, e scorsero la costiera verso ponente,
oltra il porto di Santa Marta dal capo della Vela, e poi oltre il fiume Grande.
E pi innanzi discopr il medesimo capitano Rodrigo il porto di Zamba e
gl'Incoronati, che sono una terra dove portano tutti gl'Indiani certe corone
grandi. E pi verso ponente discopr il porto che chiamano di Cartagena e
l'isole di San Bernardo e l'isole di Baru, e quelle che chiamano l'isole
dell'Arene, che stanno dirimpetto e presso alla gi detta Cartagena. E passando
oltre discopr l'isola Forte, che  un'isola piana, due leghe lontana dalla
costiera di terra ferma, e vi si fa molto sale e buono. E pi innanzi sta
l'isola della Tortuga, che  picciola e disabitata. E passando oltre discopr
il porto del Cenu, e poi oltre pi discoperse la punta di Caribana, che sta
alla bocca del golfo d'Uraba, ed entrato in questo golfo vidde l'isolette che
nell'altra costiera a fronte stanno presso a terra, nella provincia del Darien;
e giunto qui si ritrov avere discoperto cento e trenta leghe, che sono dal
capo della Vela fin qua. E quando l'acqua  bassa nel mare, trov la dolce in
altezza di 4 braccia, dove ei poteva star sorto, e chiam il golfo Dolce quello
che si chiama d'Uraba; per non vidde il fiume di San Giovanni, che similmente
chiamano il fiume Grande, ch'entra per sette bocche o sette rami nel detto
golfo, il quale  causa che diventi dolce nel calare che fa l'acqua del detto
mare, e in spazio di 12 leghe di longezza e d'altre 4 o 6 di larghezza, ch' da
costa a costa dentro il detto golfo d'Uraba. Ma del fiume e del golfo si
ragioner pi particolarmente, perch io in quella contrada vi sono stato
alquanti anni.
Ora in questo viaggio andava per pilotto principale Giovan della Cosa, che fu
un eccellente uomo in mare. In quel golfo stettero costoro qualche giorno, e
perch i loro vasselli stavano molto abbissati e faceano molta acqua,
deliberarono di dare la volta e attraversarono all'isola di Iamaica, dove
tolsero rinfrescamento; e di qui poi se ne passarono all'isola Spagnuola, e se
ne entrarono nel golfo di Sciaragua, dove perderono i legni, che non potevano
pi sostentarsi in mare. Quando le genti furono in terra se ne andarono alla
citt di S. Domenico, dove ritrovarono che 'l commendatore Bovadiglia tenea gi
preso l'admirante. E fu anco tosto dal detto commendatore preso il capitan
Rodrigo di Bastidas, perch avesse fatti riscattar gl'Indiani della medesima
isola Spagnuola; e fu nell'istesso legno nel quale and l'admirante mandato
prigione in Spagna. Ma il re e la reina fecero amendue subito liberare, e per
questo servigio, che fu grande nel vero e fatto alle spese del medesimo
capitano Rodrigo e d'altri suoi amici, come s' detto, li re catolici li fecero
grazia di 50 mila maravilis d'entrata sua in vita, in quella provincia del
Darien.
Tutto quello che discopr il capitan Rodrigo in questo viaggio, quale  fino
alla ponta di Caribana, d'Indiani arcieri e della pi valente gente di terra
ferma: e di questa sorte son tutti quelli che vi abitano, dal capo della Vela
verso levante fino alla bocca delle Saline e alla bocca del Drago, che l'aveva
gi l'admirante prima scoperto in terra ferma. E queste genti della detta
costiera e dell'isole che vi sono tirano con una certa erba velenosa e
irremediabile, e se rimedio alcuno vi ha i cristiani nol sanno. Ma al suo luogo
si dir a che modo essi fanno e temprano questa venenosa erba. Ma  gi tempo
di ritornare all'admirante, e a quello ch'egli discopr in quest'altro suo
viaggio.


Come si perd in mare l'armata del commendatore Bovadiglia, e dell'ultimo
viaggio e discoprimento che fece in terra ferma l'admirante don Cristoforo
Colombo.
Cap. IX.

Egli s' detto di sopra come l'admirante venne di Spagna in questo suo ultimo
viaggio per discoprire il resto di terra ferma, e cercare quello stretto che
esso diceva dovere ritrovare per passare nel mare di Mezogiorno: nel che egli
s'ingann, perch lo stretto ch'egli pensava che vi fosse di mare vi  di
terra, come si dir appresso. Ma il commendatore maggiore non volle che egli
entrasse nel porto di questa citt di S. Domenico, ed egli avis lui che,
perch il tempo li pareva cattivo, non lasciasse navigare il commendatore
Bovadiglia con l'armata, ch'era gi in ponto per dover passare in Spagna. Ma,
perch non gli fu creduto, ne succedette quello di male che appresso si dir.
L'admirante, come accorto e savio nochiero, si ridusse tosto nel porto Alsoso,
e passata poi la fortuna segu il suo cammino a discoprire i luoghi di terra
ferma; e perch avea gi avuto notizia che il capitano Rodrigo di Bastidas
aveva discoperto fino al golfo d'Uraba, che sta in nove gradi e mezo la ponta
di Caribana, ch' alla bocca di quel golfo, pass oltre a discoprire la
costiera di terra ferma pi verso ponente.
Ma prima che a dire di questo discoprimento passiamo, non voglio lasciare a
dietro la morte del commendatore Bovadiglia e del capitano dell'armata Antonio
di Torres, che a questo modo pass. Non volendo questi cavalieri seguire il
consiglio dell'admirante, uscirono del porto di questa citt di S. Domenico, ed
essendo otto o dieci leghe l'armata in mare, le sopragionse tal tempo sopra che
di trenta legni grossi non ne scamparono pi che quattro overo cinque. La
maggior parte di quelli che si perderono andarono traversi per queste costiere;
gli altri si affogarono in modo nel mare che non apparirono pi mai, e cos si
annegarono pi di cinquecento uomini, fra i quali i pi principali furono
quelli che si sono gi detti, con quel Roldano Scimenes che si ribell contra
l'admirante e il fratello, e con altri nobili e buona gente. E qui si perd
quel granello di oro che ho detto altre volte che pesava 3600 pesi di oro, con
altri centomillia pesi di oro e altre molte cose di prezzo, di modo che questa
fu una gran perdita e un cattivo viaggio.
L'admirante adunque, che questo cattivo tempo conobbe, si ritir nel porto
Ascoso, che egli cos chiam, e passata la tempesta attravers la volta di
terra ferma; e per quello che io ho udito dai pilotti Pietro di Umbria, Diego
Martin Cabrera, e d'altri che in quel viaggio si ritrovarono, l'admirante and
a riconoscere la isola di Iamaica, e indi pass a riconoscere il capo di
Higueras e l'isole delli Guanaggi (una delle quali  chiamata Guanascia), e se
n'and al porto di Honduras, e chiam questa terra la ponta di Cascines; e poi
se ne pass al capo di Grazie a Dio, e tir la volta di levante per la costiera
di terra ferma, e discopr la provincia e fiume di Veragua; poi pass ad un
altro gran fiume che sta pi tosto verso oriente, e chiamollo il fiume di
Belen: e sta questo longi una lega dal fiume che gl'Indiani chiamano Iebra, che
 il medesimo di Veragua, e che si crede che sia una delle pi ricche cose che
siano in quanto si  discoverto. Di qua, costeggiando verso oriente, giunse ad
un gran fiume e lo chiam il fiume di Lagarti: ed  quello che ora i cristiani
chiamano Chagre, e nasce presso al mare del Sur (cio di Mezzogiorno), ancorch
venga poi a scaricare in questo di Tramontana, e passa quattro leghe lungi
dalla citt di Panama. E indi discorrendo giunse ad una isola che  vicina alla
costiera di terra ferma, e la chiam l'isola di Bastimientos e Porto Bello; e
poi pass oltre al Nome d'Iddio (il qual nome pose poi a quel porto il capitano
Diego di Nicuesa, come al suo luogo si dir), e ne venne al fiume di Francesca
e al porto del Ritretto; e indi corse fino al golfo che egli chiam di San
Biasio, e mont oltre per la costiera fino all'isole di Pocorosa, e qui chiam
l'admirante capo di Marmo. Di modo che, in questo ultimo suo viaggio, discopr
l'admirante 190 o 200 leghe della costiera di terra ferma.
E poi attravers alla isola di Iamaica, la quale sta cento leghe lontana dal
capo di Grazie a Dio la volta di greco, e ivi si perderono i due legni che
conduceva, gi molto stanchi e abbissati: perch delle quattro caravelle con le
quali era uscito ne aveva lasciato una persa nel fiume di Lebra, nella
provincia di Veragua; l'altra l'avea lasciata nel mare, perch non si reggea
sopra l'acqua, percioch in quella costiera di terra ferma, per li molti e gran
fiumi che vi sono, vi  anco molta biscia, e se ne vengono perci presto a
perdere i vasselli. Ma prima che all'isola di Iamaica giungessero,
attraversarono a riconoscere la terra di Omohaia, che  nell'isola di Cuba
dalla banda di mezzogiorno, quasi nel fine dell'isola, dove sta ora edificata
la terra della Trinit.
Ora, avendo navigato un mese in questo discoprimento, nell'isola di Iamaica
(come s' detto) si perderono l'altre due caravelle, nella costiera dove ora
dicono Siviglia; e da questo luogo mand l'admirante a dare notizia di s al
commendatore maggiore, che stava in questa citt di San Domenico, e vi mand,
sopra una canoa guidata da alquanti Indiani, un Diego Mendez suo creato,
gentiluomo molto onorato, abitator di questa citt, che oggid anco vive.
Costui s'arrischi e pose in gran pericolo, per essere la canoa assai picciola
e perch facilmente si volgono sozzopra nel mare queste canoe: e niuno che ami
la vita sua s'ingolfer mai sopra cos fatti vasselli, ma vi costeggier
solamente ben presso terra. Ma costui, animoso e da ben creato, per soccorrere
in tanto bisogno il suo signore, s'arrischi a passare tutto quel mare che  da
quella isola a questa, accioch il commendatore maggiore mandasse per
l'admirante; onde per questo servigio, che fu nel vero segnalato quanto pu
dirsi, li port sempre l'admirante molto amore e 'l favor, e il re catolico,
quando lo seppe, li fece anco delle grazie, e li diede per arme una canoa in
segno della sua lealt. E senza dubbio che fu cosa di grande animo e di
segnalata lealt il porsi in que' principii uno uomo in mare, in potere di
nemici suoi, che erano cos gran natatori, come son tutti, e in cos fatta
barca e in passaggio cos pericoloso e incerto. Or, quando il commendatore
maggiore vidde le lettere dell'admirante, mand tosto una caravella a vedere se
era il vero, e a che modo l'admirante stesse, non gi per dovere condurlo. Il
perch Diego Mendez delli danari dell'admirante compr un legno, e fornitolo di
quanto bisognava lo mand al suo signore, il quale sopra questo vassello se ne
venne in questa isola Spagnuola. E in quel mezo il Diego se n'and in
Castiglia, a dar notizia alli re catolici di quello che avea l'admirante in
quel viaggio fatta.
Ma non  ben che noi ne passiamo in silenzio quello che all'admirante in quella
isola avenne doppo che mand Diego Mendez con le sue lettere al commendatore
maggiore, perch  cosa degna di essere notata. Erano le genti che conduceva
assai stanche, e una parte anco inferma, s per li travagli passati in quel
viaggio, come perch mal mangiato avevano e peggio riposato; quelli che si
ritrovavano sani s'abbottinarono, a persuasione di duo fratelli chiamati
Francesco di Porras e Diego di Porras: quello era capitano d'una caravella, e
questo era contatore dell'armata. Ora costoro tolsero tutte le canoe che ivi
gl'Indiani avevano, e diedero voce che l'admirante non voleva ritornare in
Castiglia, perch aveva lor detto che aspettassero la risposta di Diego Mendez,
che doveva lor mandare vasselli per ricondurli tutti. Non volendo adunque
obedirli, s'imbarcarono in quelle canoe e si posero in mare, pensando potere
passare su que' legni a questa isola Spagnuola; ma, perch molte volte il
tentassero, non poterono per mai recare ad effetto, anzi, volendo
ostinatamente esequirlo, se n'annegarono alcuni, onde deliberarono di
ritornarsi dove l'admirante stava, con intenzione di prenderli i vasselli che
li verrebbono. Ma mentre che questi disubidienti e ribelli su questi loro
disegni stavano, guarirono quelli che erano col Colombo restati, ancorch pochi
fussero. Il perch, intesasi la malizia di coloro, l'admirante mand don
Bartolomeo, suo fratello, a resistere al loro mal proposito. Costui combattendo
con que' ribelli li vinse e pose in fuga, e n'ammazz tre o quattro e ne fer
molti altri; e questa fu la prima battaglia che si sa che si facesse fra
cristiani in queste Indie, e i duoi fratelli Francesco e Diego di Porras furono
prigioni.
Ma prima che questa battaglia succedesse, gl'Indiani, veggendo che i cristiani
sani s'erano andati via, e lasciato l'admirante con quelli pochi e infermi, non
volevano dare a costoro da mangiare n altra cosa alcuna. Il Colombo, che vidde
questo, fece raunare molti Indiani insieme, e disse loro che tenessero di certo
che, se non davano da mangiare a' cristiani, sarebbe presto venuta lor sopra
una pestilenzia che gli avrebbe tutti tolti del mondo. E in segno che egli
dicesse il vero, soggiunse che essi nel tal d (e segnal loro il d) e nella
tale ora vedrebbono insanguinata la luna: il che disse egli perch, essendo
buono astrologo, sapeva che doveva la luna di certo eclissare. Quando adunque
gl'Indiani viddero, in quel tempo che egli detto aveva, eclissata la luna,
credendo che quanto egli detto aveva fusse dovuto essere vero, molti di loro a
gran voce e piangendo vennero a chiedere perdono, e a pregare l'admirante che
non stesse sdegnato con loro, dandoli tutto quello che a lui e gli altri suoi
facea di bisogno.
In questa vita travagliata stette l'admirante con gli altri che erano seco uno
anno, dormendo e abitando nelle caravelle, che stavano traverse e fino alla
coperta dentro l'acqua del mare presso terra, e dentro del porto dove ora sta
Siviglia, che  la principale terra di quella isola, e ivi presso dove fu la
battaglia che s' detta; e 'l porto si chiama S. Gloria. Ora, passato tutto
quel tempo, venne la caravella che Diego Mendez invi; e quando l'admirante
s'imbarc tutti quelli Indiani piangevano perch egli se n'andava, che gi
pensavano che esso e gli altri cristiani suoi fussero genti celesti. Giunto
l'admirante in questa citt di San Domenico, vi stette alquanti giorni
riposandosi, e il commendatore maggiore il tenne in casa sua e 'l corteggi,
finch egli poi si part con li primi vasselli che passarono in Spagna, per dar
conto al re catolico di quel che avea fatto in questo ultimo discoprimento di
terra ferma. E ritornato in Castiglia, perch era gi vecchio e infermo e molto
travagliato dalle gotte, mor in Valledolid di maggio nel 1506, stando il re
catolico in Villa Franca di Valcazar, nel tempo che il re don Filippo e la
reina donna Giovanna veniano a regnare in Castiglia. Morto l'admirante, fu
portato il suo corpo in Siviglia, al monasterio che sta dall'altra parte del
fiume Gualdachibir, chiamato Lasquevas, che  di certosini, e qui fu lasciato
in deposito.
Piaccia a Dio di tenerlo nella sua santa gloria, perch, oltra i servigi che
alli re di Castiglia fece, gli sono tutti gli Spagnuoli obligati, perch, se
ben ne sono molti morti in queste conquiste dell'Indie, ne sono all'incontro
molti altri restati ricchi; e quel che pi importa, in terre cos remote
d'Europa, e dove il demonio era tanto adorato e servito, ne l'hanno i cristiani
bandito e piantatovi la santa fede catolica e la chiesa di Dio, solo per mezzo
e industria dell'admirante don Cristoforo Colombo. Vi  anco di pi, che se ne
sono cavati e caveranno tanti tesori d'oro, d'argento, di perle e d'altre molte
ricchezze e mercanzie, che se ne  piena la Spagna; onde niuno Spagnuolo
virtuoso potr di questi tanti beneficii dimenticarsi, che alla patria loro
risultano mediante Iddio e per la mano di questo primo admirante dell'Indie; al
qual succedette, e nel titolo e nella casa e nello stato, l'admirante don Diego
Colombo, suo figlio, il quale era stato da suo padre accasato con donna Maria
di Toledo, nepote dell'illustre don Federico di Toledo duca di Alva, perch fu
figliuola di suo fratello don Fernando di Toledo, commendator maggiore di Leone
nell'ordine militare di s. Giacomo. Di costei ebbe, questo secondo admirante,
don Luigi Colombo, che fu poi suo erede nella casa e nello stato, come al
presente vi ; e n'ebbe anco altri figliuoli.


Del governo del commendatore maggiore, e come si pass ad abitare da questa
altra parte del fiume dove ora si sta; e delle chiese e prelati che ha avuti
questa isola Spagnuola, con gli edificii di questa citt di San Domenico e con
altre cose notabili.
Cap. X.

Perch nella seconda parte di queste istorie si seguiranno li discoprimenti
fatti da' particolari in queste Indie, qui solamente dico che nel 1504 Giovan
della Cosa e i compagni passarono con quattro vasselli alla costiera di terra
ferma, e qui e in alcune isole vicine caricarono di verzini e di schiavi; nel
qual tempo arm medesimamente un altro capitano chiamato Cristoforo Guerra, e
pass pure in terra ferma a farvi tutti quelli danni che puot. Ma del mal
successo dell'uno e dell'altro si dir al luogo suo, come anco della
disgraziata morte del capitan Diego di Nicuesa, e del primo discoprimento del
mar del Sur (cio di Mezzogiorno), fatto per Vasco Nugnez di Galboa, e con che
mal fine termin egli la vita sua.
Ma perch tutto questo, come in suo luogo conveniente, si dir nella seconda
parte della Naturale e generale istoria dell'Indie, lo lascieremo per ora, e
ritorneremo a dire di questa citt di San Domenico, dove a' 15 d'aprile del
1502 giunse il commendatore maggiore, abitandosi questa citt dall'altra parte
del fiume. E ne segu poi (come s' a lungo ragionato di sopra) la morte del
Bovadiglia, con la perdita di tanti vasselli, e il discoprimento che
nell'ultimo suo viaggio il Colombo fece; e giunto qui di Iamaica il Colombo, vi
nacque una tempesta, che gl'Indiani chiamano huracane, a' 12 di settembre, che
la maggior parte delle case di questa citt ne mand per terra. Ma perch
alcuni anni appresso due altre simili ma maggiori tempeste vi nacquero, ci
riserbiamo per dire al suo luogo di questi uracani pi a lungo. Ed era gi
questa citt passata da questa parte del fiume dove ora sta, per ordine del
commendatore maggiore, onde da quella tempesta in poi si cominciarono ad
edificare case e palazzi di sassi vivi, con altri buoni edificii.
Ma io non posso lodare che questa citt fusse da quest'altra ripa del fiume
passata, perch in effetto pi salubre luogo era dall'altra parte dove prima
era, e pi sano vivere; percioch, passando il fiume d'Ozama fra questa citt e
'l sole, ne aviene che le nebbie della mattina vengono dal sole tosto che nasce
sopra la citt riversate, e vi si causa perci il male aere. E di pi di
questo, che non  poco difetto, vi  anco che dall'altra parte del fiume  un
ottimo fonte, dove si provede d'acqua la maggior parte di questo popolo: perch
tutti quelli che non vogliono bere dell'acque de' pozzi, che sono cattive, o
che non si fanno di altre parti pi lontane condurre l'acqua, bisogna che del
fonte gi detto si servano. Onde, perch questo fiume  molto profondo, non vi
ha ponte, e perci bisogna che la citt vi tenga una barca ordinaria per
passare quanti vogliono dall'una riva all'altra andare; e che ciascun vi tenga
uno o pi schiavi o servitori, occupati solo in provedere la casa dell'acqua
del detto fonte, si che questo  anco un grande inconveniente. Ma questa
inavertenza del commendatore maggiore si caus da questo, che egli vidde che si
potea a questa citt condurre l'acqua da un fiume chiamato Haina, ch' di qua
tre leghe lontano, ed  di ottima acqua, e si potrebbe su la piazza e per tutte
le case di questa citt condurre: e certo che a questo modo questa sarebbe una
delle belle citt del mondo, e cesserebbe questo difetto dell'acqua. Puote anco
esser questa la cagione del mutarsi questa citt da un luogo ad un altro, che
sempre i nuovi governatori vogliono le cose de' passati mutare, o fare di modo
che se ne vadi in oblio quanto i passati fatto abbiano.
Con questi inconvenienti per ha questa citt molte altre cose buone, fra le
quali vi ha una bellissima chiesa catedrale, che fu fatta edificare dal re
catolico e dalla reina donna Giovanna sua figlia: ed il primo suo vescovo fu d.
fra' Grazia di Padiglia, dell'ordine di s. Francesco, che non pass mai a
queste Indie perch visse poco dopo ch'ebbe questa dignit. Il secondo fu
maestro Alessandro Geraldino, che fu romano e buon prelato. Il terzo vescovo,
che oggi vi abbiamo,  d. Bastiano Ramires di Fonte Leale, che fu gi
presidente della regia audienzia che quinci siede, ed  vescovo medesimamente
della chiesa della Concezione della Vega, che 'n questa stessa isola Spagnuola
sta; e sono queste due citt 30 leghe l'una dall'altra distanti.
Ma perch meglio s'intenda l'unione di queste due chiese e vescovadi, si dee
sapere che, quando fu fatto il primo vescovo di questa citt, fra' Garzia, fu
anco fatto il primo vescovo alla citt della Concezione della Vega, don Pietro
Suares di Deza. E questo fu il primo vescovo che in queste Indie pass, doppo
la cui morte non provedettero altramente di vescovo a questa citt della Vega;
percioch, vacando la citt della Vega del suo primo vescovo don Pietro, e
questa di S. Domenico del suo secondo maestro Alessandro, volle la maest
cesarea unire amendue queste chiese sotto una mitra, perch a due prelati
l'entrate erano poche e ad uno erano sufficienti; e cos vi cre vescovo fra'
Luigi di Figueroa, dell'ordine di s. Hieronimo della Meggiorada, e furono
ispedite le bolle in Roma nel 1524. Ma prima che elle venissero mor questo
eletto nel suo monasterio della Maggiorada, dove era priore, e cos la maest
cesarea ne fece grazia a d. Sebastiano Ramires, ch' il vescovo che oggi
abbiamo. Ed egli, stato che fu alquanto in questa citt, pass per ordine di
sua maest nella Nuova Spagna, col medesimo carico di presidente che qui aveva,
per riformar quella terra. E questo basti quanto ai prelati.
Parliamo ora della chiesa stessa, nella quale, oltre ch'ha i suoi canonici e
l'altre sue dignit, con quanto al servigio del culto divino appartiene, 
assai bene edificata in quello che se ne vede fatto e quando sar fornita sar
tale che alcune delle chiese catedrali di Spagna non le avranno vantaggio,
perch  fatta di belli e forti marmi vivi, de' quali nella costiera del fiume
presso la citt ve n'ha gran quantit; in tanto che si trova cos bene
edificata questa citt che non  terra in Spagna tanto per tanto che l'avanzi,
lasciando da parte la nobile citt di Barzellona, perch, di pi di questa gran
commodit della pietra ch'io ho detta, non vi manca cosa alcuna che per fare
una eccellente fabrica sia di bisogno; onde vi sono molte case principali e
palazzi ne' quali potrebbe ogni gran prencipe stare, e ve ne sono anco alcuni
tali che di gran longa non vi giungono case nelle quali, in alcune buone terre
di Spagna, ho io veduto alloggiare la maest cesarea, e quanto al bello
edificio e quanto alla vista e sito loro.
Questa citt di S. Domenico  tutta piana come una tavola, e passa di longo da
tramontana a mezzod il fiume di Ozuma, ch' navigabile, profondo e ben vago,
per i poderi e giardini che presso le sue ripe ha, con tanti aranci,
cannafistole e altri molti arbori di varie maniere. Dalla parte di mezod
questa citt  battuta dal mare, di modo che il fiume e 'l mare ne circondano
la met o pi; e da ponente e da tramontana, dove  la terra, si stende la
citt con le sue belle strade, larghe e ben ordinate, e da questa parte ha
belle uscite e vaghissimi prati. In conclusione ella ha cos bel sito e vista
che non si potrebbe chiedere migliore, bench non si ritrovi oggi cos popolata
come stava nel 1525, quando io ne feci a Sua Maest relazione in quel Sommario
delle cose dell'Indie. Il che s' causato dalla variet e instabilit che 'n
questa vita si trova, perch molti che si sono ritrovati ricchi se ne son
ritornati in Spagna, altri se ne sono andati ad abitar in altre isole o in
terra ferma, perch d'allora in qua si  discoperto molto paese, e da questa
citt, come capo e madre di tutte l'altre parti di questo imperio, si  sempre
proveduto che nuovi abitatori vi passino a farvi stanza. Vi  stato anco questo
che ha fatto da questa isola uscire molte genti, che sono in diversi tempi
venute gran nuove sempre d'essersi il Per con altre nuove contrade scoperte,
onde le genti, che sono amiche di novit e desiderano d'arricchire presto, vi
si sono tosto da varii luoghi mosse, e da questa isola specialmente; e molti,
per troppo volere, se ne sono impoveriti.
Il porto di questa citt  dodeci o quindeci passi lungi da terra, dove surgono
le navi dalle case che nella ripa del fiume stanno; s'accostano cos vicine le
navi e gli altri vasselli, come si veggono stare nel porto di Napoli o nel
Tevere di Roma, o in Gualdachibir, in Siviglia e Triana. E con quattro braccia
d'acqua surgono cos presso, come s' detto, navi grandi a due gabbie; e altre
navi alquanto minori s'accostano tanto a terra che gettano una panca sul molo,
e senza oprarvi altramente barca per questa via caricano e discaricano le botte
e tonnelli. Da dove surgono le navi fino alla bocca del mare e dove incomincia
il porto vi ha un tiro e mezzo di schioppo o poco pi; ed entrando nel fiume a
pari del porto si trova uno assai forte castello, per difensione e guardia del
porto e della citt: e l'edific il commendatore maggiore, nel tempo che fu in
governo di questa isola. Ma perch non si perda la memoria di cos segnalata
particolarit, dico che il primo che fond in questa citt casa di sassi e al
modo di Spagna fu Francesco di Garai, e doppo di lui fu frate Alonso del Viso,
dell'ordine e cavalleria di Calatrava. Il terzo fu poi il pilotto Roldan nelle
quattro strade. Il quarto fu Giovan Fernandes delle Vare; e doppo di costoro si
diede principio alla fortezza, e si fecero molti altri edificii, come se ne
fanno e lavorano ogni giorno, per la gran commodit che  qui delle cose che
fabricare bisognano.


Del vantaggio e differenzia che ha questa isola Spagnuola con l'isole di
Sicilia e di Inghilterra,
con le ragioni che sopra ci sono.
Cap. XI.

Ben mi aveggo che ogni comparazione ser odiosa a quelli che ascolteranno
quello che non vorrebbono udire, come averr ad alcuni Siciliani e Inglesi che
questo capitolo specialmente leggeranno, percioch, ritornando io a dire quello
ch'io ho detto e scritto altre volte, dico che, se un prencipe non avesse altra
signoria che questa isola sola, avrebbe in breve tanto che non avrebbe invidia
allo stato dell'isole di Sicilia e d'Inghilterra, perch quello che qui avanza
farebbe altre provincie assai ricche. E perch ho fatta la comparazione di due
isole, le maggiori e migliori di cristianit, bisogna che io dica onde mi muova
a fare simile comparazione.
Quello che mi ha a ci mosso si  l'essere queste due isole e ciascuna di loro
assai ricche e bei regni, e l'essere assai bene conosciute d'ogni uomo. Mi vi
ha mosso l'essere questa isola Spagnuola assai ricca di copiose e continove
minere d'oro, che allora mancano, quando le genti restano d'essercitarvisi. Mi
vi ha mosso l'avere io veduto venirvi a tempo nostro di Spagna le prime vacche,
e l'esservisi poi tanto moltiplicate che ne ritornano le navi cariche di quoi
in Europa; ed  avvenuto molte volte d'ammazzarne 300 o 500, secondo che pi
piace ai padroni, e di lasciarne via perdere nella campagna la carne per
portarne i quoi in Spagna. E perch meglio s'intenda questo ch'io dico essere
cos il vero, dico che qui vale l'arrelde della carne di vacca (che  un peso
di 32 oncie) duo quattrini solamente. Mi vi ha mosso che abbiamo a tempo nostro
medesimamente veduto passarvi d'Andalusia le prime giumente, e ora vi sono
tanto e le giumente e i cavalli moltiplicati che si  venduto a quattro e a tre
pezzi d'oro castigliani il cavallo, e un castigliano una vacca grossa, e un
real il castrato; e non solamente l'ho io veduto questo che ho detto del prezzo
di questi animali, ma gli ho anco io venduti de' miei, a questo prezzo e meno,
in San Giovan della Maguana. Di questi animali vaccini, e de' porci anco, se ne
sono fatti molti selvaggi; il medesimo  avenuto de' cani e delle gatte
domestiche che sono qui venute di Spagna, e per le montagne di questa isola ve
ne sono ora molti selvatichi.
Mi ha mosso a fare questa comparazione il vedere che qui naturalmente nasce
tanta bambace, che se le genti si dessero a procurarla e a lavorarla, vi si
farebbe meglio e in maggiore quantit che in parte del mondo. Mi vi ha mosso il
vedervi una infinit di cannafistola e di perfetta bont, onde se ne porta
assai del continovo in Spagna, perch qui vale il cantaro quattro ducati e
manco. Mi vi ha ancora mosso perch veggo che vi si fa tanto zuccaro, e cos
buono, che ne vanno le navi e le caravelle cariche in Spagna, e sono ora in
questa isola sola 23 ingegni grandi e belli da cavare il zuccaro dalle canne,
che vale una rova un ducato d'oro o manco, senza altri trapeti che con cavalli
si operano. Mi vi ha mosso perch in questa isola  tanta copia di verzini, di
bambace e d'altre molte mercanzie, con uno certo eccellente colore d'azurro che
vi si ritrova, migliore di quello che si suol chiamare d'aere, come per i
dipintori che si servono di questo colore. Mi vi ha mosso perch di tutte le
cose che sono venute di Spagna e si sono qui seminate, la maggior parte sono
moltiplicate assai e vi hanno fatto bene.
Mi vi ha mosso perch, quanto al moltiplicare degli animali, veggo che qui
molti posseggono sette e ottomila teste di vacche, e alcuni pi. N mi stendo
pi in ci, poi che don Rodrigo di Bastidas, vescovo di Veneluvola, ha in
questa isola 16 mila teste di animali vaccini, e il tesoriero Passamonte quasi
altretante; e delli castrati e giumente ve ne ha tanta copia che vagliono a
quel basso prezzo che s' detto. Tanta quantit di porci se ne  andata via
alli boschi che vivono ora selvatichi a gran greggi. Il medesimo  avenuto
delle vacche, perch li pascoli vi son copiosi e ordinarii, l'acque assai
buone, l'aere temperato, l'estate e l'inverno di tal maniera che d'ogni tempo 
poca differenzia fra il giorno e la notte e l'inverno vi  senza freddo, e
l'estate vi ha un calor temperato e non soverchio. E l'isola  assai grande,
che vi si possono bene gli armenti distendere, e le genti ampliarvisi con lor
coltivare, perch questa isola costeggiandosi gira intorno 350 leghe.
In questa isola si sono fatti innumerabili aranci e cedri e limoni dolci e
agri, e vi son cos buone tutte queste cose come sono in Cordova o in Siviglia,
e vi son d'ogni tempo. Vi sono molti fichi e granate, e solamente arbori di
frutti con l'osso in questa isola non fanno frutto. Potrebbe bene alcun dire
che in questa citt siano alberi d'oliva, perch ve ne sono e di belli, ma sono
per sterili e non producono altro che le frondi loro. Vi sono molte buone erbe
d'orti, come sono lattuche, ravani, curiandoli, finochi, cipolle, cavoli
napolitani aperti e de' cappucci, e medesimamente le melanzane; anzi  loro
cos naturale e propria questa terra come ai negri la Guinea, che vi fanno
assai meglio che non in Spagna, e un piedi di melanzane durer dui e tre anni e
produrr sempre il suo frutto. Vi fanno anco i fagioli in gran copia e in
perfezione, e medesimamente rape e pastinache e citriuoli. Vi si fanno meloni
di Castiglia ottimi, e vi si trovano la maggior parte dell'anno; il medesimo
avien delli fichi, che quasi tutto l'anno vi sono, o pochi o molti, come i
meloni, ma nel tempo loro ordinario sono maggiori e migliori.
E in conclusione tutte le cose qui dette e condotte di Spagna tanto non vi
fanno qui bene e non si moltiplicano quanto le genti n'hanno poco cura, volendo
spendere il tempo in pi grossi guadagni per arricchire pi presto,
massimamente quelli che non hanno pensiero di fermarsi in queste parti, ma,
tutti volti al guadagno delle mercanzie e delle minere, o delle pescherie delle
perle o d'altre simil cose, pensano di dovere poi ritornarsi alle patrie loro.
E per questo assai rari son quelli che s'occupano in seminare grano o in
piantar vigne, perch quanti qui vengono tengono questa terra per matrigna,
bench a molti sia stata assai migliore che madre. Se qui adunque talor manca
il frumento o il vino, non  per difetto del terreno, ma delle genti ad altro
occupate, perch s' qui talor provato a seminarvi il grano, e vi ha fruttato
eccellentemente. Il medesimo diciamo delle uve, come si pu vedere da molti
pergolati di buone uve che sono in questa citt; e ancorch non ne fussero
venuti di Spagna i sarmenti, sono per l'isola molte uve selvaggie che si
sarebbono potute piantare e innestare, come si crede che avessero principio
tutte le buone uve del mondo. Per le cose gi dette e che si diranno, si pu
chiaramente vedere quanto questa nostra isola Spagnuola ha vantaggio alle due
famose isole tocche di sopra, e quanto la comparazione che io ne ho fatta
segua.
Erano in questa isola naturalmente, che non si condussero, molte buone erbe
come quelle di Spagna, che qui per li campi da per loro nascevano, come potr
vedere il lettore nell'undecimo libro. Ho detto di sopra della grande
abbondanzia della carne, e a quanto basso prezzo qui si vende, che certo a chi
nol vede parr una cosa impossibile, perch la relde di vaccina vale in questa
citt dua maravidis. Ma perch tutte le genti non intenderanno che peso sia
relde, n che valuta sia un maravidis, se il lettore non  Spagnuolo, per dico
che una relde in questa citt  un peso di 32 oncie, e un maravidis vale quanto
un quattrino d'Italia, poco pi. Non vi erano qui galline come quelle di
Castiglia, ma doppo che ve ne son state portate di Spagna vi sono in modo
moltiplicate che in parte del mondo non se ne veggono in maggior copia, ed 
cosa di maraviglia quando un solo ovo fallisce di quanti se ne pongono sotto
una gallina a covare.
E cos ho io tocco nel generale le cose di questa isola, e di questa citt
particolarmente, e della chiesa principale che vi , cos ben dotata di clero e
del suo prelato. Dico anco che qui sono tre monasteri, San Francesco, San
Domenico e Santa Maria della Grazia, che vi furono da principio in questa citt
fondati di modesti edificii ma belli, bench quel della Grazia non sia ancora
fornito. In questi monasterii, non offendendone niun di quanti ne ha il mondo
di questi tre ordini, vi vivono persone cos religiose e di tanto buono esempio
che basterebbono a riformare molti monasterii che per molti regni si veggono.
Vi  anco un bello spedale e dotato di molta entrata per li poveri che hanno
bisogno d'esservi curati e soccorsi. E ogni d si far questa citt pi nobile,
perch vi vivono e fanno residenza l'admirante don Luigi Colombo, nepote del
primo admirante, e il presidente, e vi  la corte della audienzia e cancellaria
reale, sotto la cui giurisdizione stanno non solamente questa isola e l'altre
che si son dette, ma una buona parte anco di terra ferma. Da questa citt sono
usciti e governatori e capitani, che hanno conquistato e popolato una parte di
quelle contrade che sono state discoverte, come a' luoghi proprii si dir.
Ma, ritornando al proposito della comparazione che io feci di questa isola con
quelle di Sicilia e di Inghilterra (che gi questi discorsi per questo effetto
solo fatti si sono), dico che io non ho gi fornito di dire l'altre
particolarit di questa contrada, per non essere prolisso, ma ne' seguenti
capitoli si vedr; cos quando si ragioner degli alberi e degli animali e del
grano, come d'altre particolarit di medicina e de' costumi di queste genti
dell'Indie, e specialmente di questa isola della quale ora si tratta, perch di
pi di quello che se ne  detto se ne ha a dire anco molto di pi.


Del governo del commendatore maggiore don fra' Nicola di Ovando e delle sue
buone parti, e delle terre ch'egli fece abitare in questa isola Spagnuola.
Cap. XII.

Chi avr ordinatamente questa istoria letta, avr visto che nel 1502 giunse il
commendator maggiore in questa citt di San Domenico, che ancora stava da
quell'altra parte del fiume, e come partendosi con quella armata il commendator
Bovadiglia si perse in mare. Ora diciamo un poco che persona fu questo
commendator maggiore, e che modi nel suo officio e governo tenne mentre vi fu.
 certo che, per quello che io ne ho inteso dire da molte persone degne di
fede, e che oggid vivono lo dicono, non venne mai in queste Indie uomo che gli
avesse vantaggio, e nel buon governo specialmente, perch egli ebbe in s tutte
quelle parti che si debbono desiderare in uno che governa. Egli fu assai devoto
e buon cristiano, e molto limosiniero e pietoso con poveri, e benigno e cortese
con tutti; con li discortesi servava quella prudenza e rigore che si conveniva,
favoriva e aiutava gli impotenti e gli umili, con superbi e altieri si mostrava
severo, castigava i trasgressori delle leggi con quella temperanzia che
bisognava; onde, tenendo in santa giustizia questa isola, era da tutti amato e
temuto. Favor molto gl'Indiani e tratt come padre tutti i cristiani che in
questi luoghi sotto il suo governo militavano, e insegnava a tutti il ben
vivere; e come cavaliero religioso e prudente tenne in molta pace e quiete
questa isola. Quando egli giunse qui ritrov il paese pacifico, fuori che la
provincia chiamata Higuei, che egli in breve tempo rassett, castigando i
ribelli. Ed essendo poi avisato che la cacica Ana Caona, gi moglie del caciche
Caonabo, stava in punto per ribellarsi con molti altri cacichi, che d'ammazzar
i cristiani che erano nella provincia di Sciaragua e nel contorno tentavano,
mosse lor la guerra e ne fece molti prigioni, e fece attaccare fuoco in una
casa dove avea posti pi di 40 cacichi, e ve li bruci tutti, e fece anco
severa giustizia di Ana Caona.
Il modo ch'egli in questa impresa tenne fu questo. Avisato egli nel 1503 di
questo tradimento, se n'and con 70 da cavallo e 200 uomini a piedi nella
provincia di Sciaragua, dove questa ribellione secreta fatta s'era; ed
essendosi accertato della verit di questa ribellione, ordin a' suoi cristiani
che una domenica venissero a giuocare alle canne, e che venissero non solamente
provisti per lo giuoco, ma per dovere anco combattere, se bisognasse. Onde,
stando la domenica dopo il desinare tutti quelli cacichi confederati dentro una
gran casa, quando videro venire queste genti da cavallo su la piazza chiamarono
il commendatore maggiore a vedere il giuoco, e lo ritrovarono che stava
giuocando con certi gentiluomini, per dissimulare con gl'Indiani e dare loro ad
intendere che esso del tradimento lor nulla sapesse. Sopragiunse qui tosto poi
la cacica Ana Caona con sua figlia Aguaimota e con altre donne principali, e
disse al commendator maggiore che ella con tutti quelli altri cacichi
desiderava di veder il giuoco delle canne de' suoi cavalieri, e che perci lo
pregavano che gli avesse fatti chiamare. Egli mand loro a dire che venissero,
poi disse che voleva lor prima parlare, e dare certi capitoli di quello che a
fare avessero: e cos fece sonare una trombetta, e si raunarono tutti i
cristiani insieme, e fece andar tutti i cacichi nella sua stanza, dove furono
tutti tosto consegnati al capitan Diego Velasio e al capitan Rodrigo Mescia
Triglio, i quali gi sapevano la volont del commendator maggiore. E fattili
tutti legare, intesero facilmente tutta la verit del tradimento, onde furono
sentenziati a morte e fatti dentro una casa ardere dal fuoco, e Ana Caona fu
indi a tre mesi fatta giustificatamente appiccare per la gola. Un suo nepote,
chiamato il caciche Guaorocuia, si rebell nel monte che chiamano Boaruto, ma
il commendator maggiore vi mand 130 Spagnuoli, i quali tanto lo seguitorono
che l'ebbero in mano e l'appiccarono.
E doppo di questo si guerreggi con gli Indiani della provincia della Guahava e
della Zavana e de Amiga Lagua e della provincia e Guacaiarima, dove erano molto
selvagge le genti e vivevano per le caverne e spelonche e non seminavano, ma si
mantenevano solamente con frutti, erbe e radici che da se stesse naturalmente
la terra produceva, n si curavano d'avere altre case che quelle grotte. E
questa fu la pi selvatica gente che si sia fino ad oggi nell'Indie veduta. In
questa guerra stette con gente da cavallo e da pi sei mesi il capitan Diego
Velasco, e nel mese di febraro del 1504 ebbe fine il conquisto delle gi dette
provincie; e cos rest pacifica e quieta tutta questa isola.
Il castigo di Ana Caona e seguaci fu di tanto spavento agl'Indiani che d'allora
in poi non si ribellaron mai pi, e in memoria di questo, e perch stesse
quella provincia in pace, il commendator maggiore fece quivi edificare una
terra e la chiam Santa Maria della Vera Pace, presso al gran lago di
Sciaragua. E io fui in questa terra nel 1515, e vi era un bel popolo e di
persone onorate e nobili. Ma perch stava lontana dal porto e dal mare, col
tempo si disabit, e se ne passarono quelle genti in un'altra terra, che fu da
loro presso al mare fondata e chiamata Santa Maria del Porto, che alcuni altri
la chiamano la Giaguana. Ma prima che il commendator maggiore presso al lago
quella terra fondasse, aveva gi passata questa citt di S. Domenico, dove ora
sta con tutto il suo popolo, che dall'altra parte di questo fiume stava; e fece
fare questa fortezza, e la diede a guardare ad un suo nepote, chiamato Diego
Lopes di Salzedo. Compart e assegn i suoli delle case di questa citt perch
vi edificassero, e fece drizzare le strade nel modo che ora si veggono, e vi
fond l'ospedale di S. Nicola e lo dot di buone entrate, che l'ha anco oggi
nelle miglior case che siano in questa citt: e queste entrate son state poi
accresciute dalle limosine di persone devote e caritative.
Fond similmente il commendator la terra che si chiama Bonaventura, che 
lontana otto leghe da questa, e similmente la terra di San Giovanni della
Maguana, nella ripa del fiume di Neiva, che  quasi nel mezzo di questa isola
verso i monti, quaranta leghe da questa citt lontana e altre quaranta lungi
dal porto della Giaguana o di Santa Maria del Porto. Item la terra che
chiamiamo il Porto di Plata, che  44 leghe lontana da questa citt, nella
costiera verso tramontana. Item la medesima costiera Porto Reale, apunto l
dove il primo admirante, nel suo primo viaggio, lasci li 38 uomini che poi nel
suo ritorno ritrov morti. Fond ancora la terra d'Azua, che sta 24 leghe lungi
da questa citt, ed  una commoda e buona cosa per gl'ingegni da fare il
zuccaro che sono quivi e per quel contorno. Item la terra di Lares di Guahaba,
Higuei, Zavana, e la fortezza di Iachino, in tanto ch'egli fece questa citt di
San Domenico e la sua fortezza, con altre dieci terre di cristiani, come s'
detto.
Perch le terre che il primo admirante d. Cristoforo Colombo in questa isola
edific furono queste: la Nativit, che fu la prima abitazione che avessero i
cristiani in questa isola, dove l'admirante lasci quelli 38 de' suoi, e per
loro capitano Rodrigo d'Arana; Isabella fu la citt ch'egli nel secondo viaggio
edific e donde ebbe questa citt principio, perch, come s' detto di sopra,
qui furono le genti che quivi erano trasferite; la Concezion della Vega fu anco
citt edificata dal primo admirante, insieme con queste altre due terre, San
Giacomo e del Bonao.
Ma perch li re catolici don Fernando e donna Isabella sempre desiderarono che
queste terre fussero abitate da persone da bene (perch dal buon principio se
ne aspetta sempre il buon fine), facevano scelta di creati proprii della lor
corte, e ne' quali maggior speranza avevano, e li mandavano con ufficii in
questa isola, per annobilirla e dargli ottimi principii, e in questa citt
specialmente; si che qui non vennero ad abitare in queste nuove citt pastori,
n rattori delle donne sabine, come fecero coloro che diedero gi a Roma
principio, ma cavalieri e persone di molta nobilit e virt, e perfetti
cristiani, de' quali ne sono molti morti, e molti altri fino ad oggi in questa
citt e nell'altre terre dell'isola vivono. Sapendo adunque quei degni prencipi
che dal cattivo albero non pu nascere buon frutto, e che da un poco di
fermento vien corrotta tutta la massa, ordinaron espressamente in Siviglia, a'
loro ufficiali che quivi risedevano per li traffichi di queste Indie, che non
vi lasciassero per niun conto passare persona alcuna che della nostra santa
fede catolica sospettasse, e spezialmente n figli n nepoti d'alcun brusciato
n riconciliato: e cos si  servato e serva. E se per caso si trovasse alcuni
di questi tali, lo cacciano tosto via del paese.
Si che, e per questo bel pensiero delli re catolici, e per li generosi
desiderii degli Spagnuoli stessi, sono nell'imperio di queste Indie passati
molti cavalieri e nobili, che hanno abitata questa isola (e questa citt di San
Domenico spezialmente), e l'altre isole anco e terra ferma. Questo l'ho detto a
proposito, che e il governatore Bovadiglia e il commendator maggiore erano
nobilissimi cavalieri e persone principali, e con loro, e prima anco e poi,
vennero molte altre persone segnalate, e di molta prudenzia e intelletto, per
dovere governare ogni regno e per conquistare e tenere in pace e fare abitare
questo nuovo mondo, che in questa cos remota parte occulto stava. E di pi
delle persone gi nominate ne' capitoli di sopra, e che quando sar al
proposito si nomineranno, si solevano sempre eleggere per il governo e ufficii
di queste parti persone create e conosciute nella corte regia.
Onde vi pass fra gli altri Michele di Passamonte, creato antico del re
catolico, e venne in questa citt per tesoriero regio nel mese di novembre del
1508, perch era persona di grande autorit e di molta isperienzia ne' negozii,
ed era ben dotto gran letterato e molto da bene, talch  opinione di molti che
egli, ancorch di molta et morisse, non conoscesse mai donna. Costui fu
adunque gran cagione del buon governo di questa isola, cos nel tempo che la
govern il commendator maggiore come poi, finch egli pass da questa vita,
perch mentre visse tenne sempre mano nelle cose del governo, che gi poteva al
tutto stendersi per l'ordine che aveva del re catolico, che gran credito gli
dava; di modo ch'egli fu perci gran cagione delli travagli del secondo
admirante don Diego Colombo, del quale, quando sar tempo, si toccher
brevemente qualche cosa. Questo tesoriero adunque fu in effetto vero ufficiale
di cos gran re, e come debbono essere tutti quelli che in simili ufficii si
trovano.
Ma, ritornando al commendator maggiore, per buono ch'egli fosse non gli
mancarono travagli, poich, tenendo in tanta pace e concordia tutti i cristiani
che erano in queste parti, ebbe nondimeno tanti che di lui mormorarono (come
era gi prima al primo admirante avenuto) che il re catolico, essendo gi morta
la reina donna Isabella, mand a chiamarlo, non gi nel vero per suoi demeriti,
ma perch in questa vita non possono le cose in uno stato lungamente durare,
bench egli stesse qui assai meno di quello che i popoli ve l'avrebbono voluto
e che sarebbe stato il bisogno. Gran cagione del partir suo fu questa fortezza
di San Domenico, e il soverchio appetito d'averla nel quale entr Cristoforo di
Tapia, che era sopra il fondere dell'oro in questa isola, ed era stato creato
del vescovo di Badagios don Giovan Rodrigues di Fonseca, che in quel tempo in
fin di Spagna governava queste isole.
E fu il successo di questa cosa a questo modo. Il commendator maggiore, fatta
che ebbe la fortezza di questa citt, la diede in guardia ad un suo nepote,
chiamato Diego Lopes di Salsedo, buon cavaliero. Ma Cristoforo di Tapia ne
scrisse subito al vescovo suo signore, col cui favore ottenne d'esserne fatto
castellano, e ne present la provisione che gli venne di Spagna al commendator
maggiore, il quale se la pose in testa e disse che quanto al porla in
esecuzione ne informarebbe il re catolico, e poi farebbe quello che fusse il
servigio di Sua Maest. E cos, non dando altramente il possesso della fortezza
a costui, scrisse al re che il Tapia era soprastante al fondere dell'oro, e gli
bastava quello ufficio, senza avere questa castellaneria. Il re sospese quella
grazia fatta al Tapia, perch il commendator maggiore allegava anco che aveva
egli quella fortezza fatta, e che aveva prima avuto grazia che, mentre egli era
nel governo di questa isola, disponesse delli castelli e fortezze che vi
fussero, onde non doveva il re innovare questa cosa in suo pregiudizio, poich
l'aveva assai ben servito.
Appresso poi stette il Tapia prigione nella medesima fortezza, per alcune
parole ch'egli disse contra il commendator maggiore. E perch questo negozio
toccava a lui e a Diego Lopes suo nepote, che aveva le chiavi della fortezza,
ordin al suo giustiziero maggiore, Alonso Maldonato, che prendesse
informazione delle discortesi parole del Tapia contra di lui e ne facesse la
giustizia. Alonso, presa l'informazione, la mand insieme col Tapia in Spagna.
Ma perch in quel tempo il vescovo Fonseca era il tutto delle cose dell'Indie,
perch solo col secretario Lopes Conciglio ne disponeva e produceva, e amendue
questi erano persone molto accette al re catolico, poco giov quanto il
commendator maggiore sopra questa cosa scrisse e rescrisse. Onde, per opera del
vescovo e del Tapia, si ottenne dal re che fusse di questa castellaneria
proveduto un trinciante del vescovo istesso Fonseca e suo creato, chiamato
Francesco di Tapia e fratello del detto Cristoforo di Tapia; e cos costui se
ne venne in questa citt col titolo di castellano.
Aveva, poco innanzi a questo, il re catolico fatto grazia al secretario Lope
Conciglio della scrivania maggiore delle minere, e che tutti quelli che andavan
a cavar l'oro, non vi potesser andare senza una poliza d'un luogotenente di
questo Lopes e degli altri ufficiali, sotto gravi pene, e che per questa
licenzia si pagasse un tanto al Conciglio (le quali licenzie fino a quella ora
s'erano date graziosamente senza pagare nulla); e che di pi di questo si
dessero al secretario alquanti Indiani, per cagione dell'officio di scrivania
maggiore.
Ora, quando queste provisioni vennero di Spagna a questa isola, il commendatore
maggiore l'obed, ma quanto a l'essequirle le sospese, per consultarne e
informarne il re, onde gli scrisse mostrandoli quanto noto pregiudizio era
questa cos fatta imposizione in una terra cos nuova. Il re, inteso questo,
sospese per allora la cosa e se ne rimesse al commendatore maggiore istesso, e
tass queste licenzie nella met di quello che s'era ordinato che si pagasse.
Per queste cose sempre il commendatore maggiore sospett che il secretario
Conciglio non li dovesse esser buon amico, e credette poi che per opera di
costui e del vescovo e delli duo fratelli Tapii fusse dal governo di questa
isola mosso; perch fu dal re chiamato in Spagna e fu il governo di questa
isola dato a don Diego Colombo, secondo admirante e primo genito di don
Cristoforo Colombo, perch questo giovane era andato molto importunando il re
che avesse dovuto darli carico conforme ai privilegii concessi a suo padre.
Onde il re nel provedette, s per questo s per amor del duca d'Alva, don
Federigo di Toledo, suo cugino, che era la pi accetta persona che avesse ne'
regni suoi, e favoriva don Diego perch aveva per moglie una sua nepote, donna
Maria di Toledo, figliuola del commendatore maggior di Leone, don Fernando di
Toledo.
Queste furono potenti cagioni a fare torre dal governo di questa isola il
commendatore maggiore d'Alcantara, perch in effetto non era cosa che il duca
d'Alva avesse in quel tempo chieduta al re sotto color di giustizia che non
l'avesse ottenuta; percioch, oltra che il re l'amava per lo vincolo del sangue
che era fra loro, per essere nati di due sorelle, figliuole dell'admirante di
Castiglia don Federico, vi era anco questo, che nel 1506, quando il re don
Filippo e la reina donna Giovanna nostra signora vennero ad ereditare Castiglia
per la morte della reina catolica donna Isabella, non ebbe il re catolico in
quelli travagli niun parente n amico n vassallo cos sempre seco e ne' suoi
servigii come fu il duca d'Alva; onde per cos segnalato servigio ne l'am poi
sempre e lo tenne appresso di s, e fece a lui e ai figli e parenti suoi molte
grazie.
Il re catolico adunque, s per amore del duca come perch donna Maria di
Toledo, moglie del Colombo era, come s' detto, sua nepote e del duca, e avendo
medesimamente rispetto ai servigi del primo admirante suo padre, lo mand in
questa isola per governatore, comandando al commendatore maggiore che se ne
ritornasse in Spagna. Il che egli essequ, non senza pensare che questa fusse
opera del vescovo Fonseca e del Conciglio, come s' detto di sopra, e non senza
risentirsene molto quanti quivi erano, per essere egli onorato cavagliero e
giusto, perch era assai grazioso e fautore de' buoni, e faceva ben trattare
gl'Indiani; e in somma egli fu tale che, mentre si abiter questa isola, sempre
vi sar la memoria di lui, e quanti veggo oggi che di lui parlano tutti ne
sospirano, e dicono che per propria disgrazia di queste contrade se ne part un
tal cavaliero, perch nol meritavano.
Mi sovviene un'altra cosa notabile di questo cavaliero, la quale non si doveva
a niun conto tacere. Egli aveva una buona entrata, perch cos della commenda
d'Alcantara, come del salario che per questo governo aveva, passava ottomila
ducati l'anno, e tutti gli spese, di modo che la maggior parte ne lasci in
questa citt, fabricandovi le due belle case che son su la piazza del castello
di questa citt: e una ne lasci all'ospedale de' poveri, e l'altra al suo
ordine e convento, come buon religioso; onde, quando di qua volse partirsi, li
prestarono cinquecento castigliani per questo suo ritorno. Perch non era egli
avaro, spese quanto aveva con li poveri e con bisognosi, per arricchire nel
cielo, dove si crede che egli sia, per la clemenzia e bont d'Iddio e per
l'opere buone sue.

Della naturale e generale istoria dell'Indie a' tempi nostri ritrovate.

Libro quarto

Proemio

Gi siamo a tempo di por fine alle cose del governo e alli governatori di
questa citt e isola, e fatto questo passeremo all'altre cose, che saranno di
pi piacevole lezione, e se ne ricrearanno maggiormente i lettori. Per tanto io
brevemente e in pochi fogli dir in questo quarto libro quello che manca a
dirsi in simili materie, per passare poi a cose di gran maraviglia e non pi
udite. Dir qui adunque la venuta del secondo admirante don Diego Colombo a
questa citt di San Domenico, e le mutazioni che furono poi nel governo di
questi luoghi fino al tempo presente. Parler della persona e meriti di questo
secondo admirante e della sua morte, e della successione di suo figlio don
Luigi Colombo terzo admirante; e quando ebbe principio l'audienzia e
cancellaria reale che in questa citt di San Domenico risiede. Dir della
venuta delli padri dell'ordine di s. Hieronimo a questa isola e di quello che
fecero; e degli altri giudici che vennero nella medesima regia audienzia, e chi
sono quelli che al presente vi sono, con altre cose necessarie all'ordine
dell'istoria.


Come l'admirante don Diego Colombo venne a questa citt di San Domenico, con le
mutazioni che nel governo di lei furono e altre cose notabili.
Cap. I.

Nel precedente libro s' detto che nel 1506 venne a regnare in Castiglia il re
don Filippo, il quale in quel medesimo anno mor. E il re catolico,
ritornandosi di Napoli in Spagna, govern per la reina donna Giovanna sua
figlia i suoi regni, e per intercessione del duca d'Alva diede il governo di
questa isola a don Diego Colombo, secondo admirante; bench, per quello che io
dal medesimo don Diego intesi, il re catolico gli concesse questo governo prima
che di Napoli ritornasse, per lettere. Egli se ne venne adunque in questa citt
il sopradetto secondo admirante, con la vice reina sua moglie, donna Maria di
Toledo, a' 10 di luglio del 1509, con una bella corte di gentiluomini; e con la
vice reina sua moglie vennero alcune donne e donzelle nobilissime, la maggior
parte delle quali, perch erano figliuole, s'accasarono in questa citt e negli
altri luoghi dell'isola con persone principali e ricche; perch nel vero in
questi luoghi non erano ancora passate delle donne di Castiglia, e importava
molto il non esservene, perch, sebene alcuni cristiani si maritavano con donne
indiane, erano nondimeno assai pi quelli che non vi si potevano per niun conto
indurre, per l'incapacit e bruttezza di quelle. S che con queste donne che
vennero di Castiglia s'annobil molto questa citt, e vi sono oggi figli e
nepoti loro che sono il maggior vincolo che questa citt abbia; bench vi
passassero anco poi altri gentil uomini e persone principali con le lor mogli
di Spagna, onde se ne  questa citt aumentata tanto, e cos bella republica
divenuta, che se ne dee molto ringraziare il Signor Iddio, ricordandoci che,
dove era gi il demonio adorato, sia stato piantato il crocifisso, il quale
s'adora da tanti popoli che qui sono.
Ma, ritornando al proposito nostro, dico che, tosto che l'admirante smont di
nave, se ne venne come a stanza sua nella fortezza di questa citt di San
Domenico; e non fu chi gliele vietasse, perch il castellan Diego Lopes di
Salsedo, per suo poco pensiero, si ritrovava in quel tempo fuori della citt, e
in questo tempo stesso si ritrovava molto adentro nell'isola il commendator
maggiore, al quale rincrebbe molto quando intese che l'admirante s'era con
tutta la casa sua posto nella fortezza; ma, ritornato in questa citt, come
persona prudente mostr di rallegrarsi della venuta di don Diego Colombo, e
tosto obed a quello che il re catolico li comandava, che era che se ne
ritornasse in Spagna a dar conto delle cose di qua. E cos si part da questa
citt, il settembre del medesimo anno del 1509.
Era venuto con l'admirante Francesco di Tapia, creato del vescovo Fonseca e
fratello di Cristoforo di Tapia, e pochi d dopo la sua venuta present il
privilegio che portava della castellaneria di questa fortezza. Ma gli si
differ il possesso, e fu avisato il re catolico come l'admirante s'era posto
nel castello; onde li mand ordine che sotto gravi pene ne uscisse tosto e lo
consegnasse al tesoriero Michele di Passamonte, e che lo tenesse fin che il re
ne provedesse altramente.
E cos l'admirante se ne usc tosto e consegn il castello al tesoriero, ed
esso se n'and a stare nella casa di Francesco di Garai. Indi poi a cinque o
sei mesi il Passamonte, per ordine del re, consegn il castello a Francesco di
Tapia, il quale vi rest per pacifico castellano; e gli furono con questo dati
200 buoni Indiani di pi del salario, con che fu poi ricco, e mor poi
nell'anno 1533. E mentre che la maest cesarea provedesse di altro castellano,
gli auditori di questa reale audienzia e gli altri ufficiali regii depositarono
questa fortezza, e la posero in potere del capitan Gonzalo Fernandes di Oviedo
(che son io), cittadino di questa citt e scrittore e cronista di queste
istorie, come antico creato della casa reale, al quale poi la maest cesarea
fece grazia di questa stessa castellaneria, come al presente la tiene.
Ma, ritornando al primo proposito nostro, dico che il commendatore maggiore se
ne ritorn in Spagna col licenziato Maldonato, suo giustiziero maggiore, il
quale (come ne  publica fama) fu un de' migliori giudici che siano passati in
queste Indie: perch, essendo gentil uomo e virtuoso, amministr rettamente il
suo officio, essendo da tutti amato, temuto e rispettato; e non fu tiranno
avaro, n rest di fare la giustizia, cos nel tribunale come fuori, e dovunque
se li chiedeva e quanto poteva risolveva gli aggravii e le contese. Ora, giunto
il commendatore maggiore in Spagna, se ne and in Madril, dove ritrov il re
catolico, il quale caramente lo ricevette e mostr d'avere caro di vederlo, e
lo tratt molto umilmente e piacevolmente; perch, oltra che era molta la bont
e clemenzia del re, era il commendatore maggiore suo antico creato e della
reina catolica, onde fu da loro, come cavaliero virtuoso e costumato, eletto e
posto nel numero di que' primi che furono in tutti i lor regni scelti per
dovere servire il prencipe don Giovanni; e stette in questi servigi finch
questo prencipe mor.
Ritornato adunque il commendatore maggiore in Spagna, bench sospettasse che il
vescovo Fonseca e il secretario Conciglio non dovessero essergli amici, non fu
per questo mal raccolto dal re; anzi, doppo che l'ebbe assai bene udito e che
da lui si fu di tutte le cose di queste Indie bene informato, publicamente si
disse che aveva molto al re rincresciuto d'averlo da quel governo rimosso,
perch qui molti lo piangevano e lo desideravano. E se non che egli mor poco
tempo appresso, si credeva che l'avesse di nuovo il re dovuto mandare in questo
governo, per le necessit che poi qui della sua persona occorsero.
S che, facendo fine alle cose del commendatore maggiore, seguiremo il successo
delle cose dell'admirante don Diego Colombo, che nel vero fu buon cavaliero e
catolico, ma non li mancarono travagli mentre stette nel governo di questa
isola, come non mancaranno n anco agli altri che vi verranno a governarla, per
le cagioni che ora dir. E la prima  questa, che da qui in Spagna sono molte
leghe e un lungo camino, e se ben si vuole la verit ricercare e ritrovare, non
vi  n il tempo n il modo appropriato per cagion di questa tanta distanzia; e
quando pure in Spagna si sa qualche cosa che ha bisogno di previsione e di
rimedio, sempre  tardo quando qui il rimedio giunge, e colui che si 
querelato ed  stato punto non esce mai dal suo dolore e ramarico. L'altra
cagione si  questa, che perch il primo admirante suo padre discopr queste
terre, sempre saranno qui affezionati di lui e di tutti i suoi successori, e
quelli spezialmente che ne avranno avuto favore o ne saranno stati beneficati.
E perch poi successe il governo del commendatore Francesco di Bovadiglia, e
poi del commendatore maggiore di Alcantara, i quali ebbero de' servitori e
degli amici, che con beneficii se gli obligarono, e questo secondo admirante
medesimamente rec qui altri suoi creati e amici, e gli favor e fece del bene,
ne nacque facilmente da questa variet di opinioni un mare di passioni, con una
vana e litigiosa contenzione; onde fu il re catolico avvisato che in questa
citt e isola erano parzialit, e che una parte si mostrava particolarmente
affezionata e serva all'admirante don Diego, un'altra che a questa repugnava si
chiamava e mostrava affezionata del re, e ciascuna di queste parti del continuo
scrivevano, e davano ad intendere al re quello che lor pareva. Di modo che il
re catolico deliber di mandare a stanziare in questa citt alcune persone
letterate, e le chiam giudici di appellazione, perch come a' superiori si
potesse loro appellare e dall'admirante e da' suoi luogotenenti e giustizieri
maggiori e minori: e cos fece. Onde parve all'admirante che per questi giudici
si limitassero i suoi privilegii e se ne diminuisse la sua auttorit, e
cominci perci a querelarsi e a dolersi che gli si desse superiorit. E tali
altre cose da queste succedettero, che egli mand in Spagna a chiedere contra
questi giudici un'altra residenzia, e a dolersi di questa novit. Ma non
restarono anco di scrivere questi giudici, e con loro anco il tesoriero Michel
di Passamonte; di modo che il re catolico mand a chiamare in Spagna
l'admirante, che vi and tosto e vi stette qualche tempo, e poco frutto vi fece
e vi spese molti danari. E in questo tempo venne qui per giudice di residenzia
il licenziato Giovanni Ivagnes di Ibara, per vedere i conti e sindicare il
licenziato Marco di Aguillar, giustiziere maggiore dell'admirante, e gli altri
suoi ufficiali; ma poco doppo che qui giunse il Ivagnes mor, insieme col
secretario Zavala, che con lui venuto era a questo istesso effetto. Per la
morte di costoro vi venne poi nel 1515 il licenziato Cristoforo Lebron, il
quale, per la absenzia dell'admirante e per le cose che succedettero, vi stette
un tempo quasi solo nel governo. E quello che a questo diede maggiore
opportunit fu che, poco doppo la giunta dell'admirante alla corte, pass il re
catolico di questa vita, che fu nel 1516.
Ma prima che si proceda avanti,  bene che si sappia un detto da scriversi in
lettere d'oro, che la reina catolica donna Isabella disse sopra la qualit di
questa contrada e delle genti sue; perch con questo detto, nato da un petto di
naturale filosofo, possa io meglio fondare quello che ho detto di sopra, che
non mancheranno mai travagli a coloro che verranno a governare queste Indie.
Quello che questa savia reina disse fu questo. Avendo il primo admirante don
Cristoforo Colombo scoperte queste Indie, e dandone dipoi particolar conto al
re e alla reina, fra l'altre particolarit disse che in questo paese gli
alberi, per grandi che siano, non stendono gi molto a basso profondamente le
lor radici, ma le spargon poco sotto la superficie: e cos  in effetto, e
questo nasce perch gi di sotto la terra  calda e secca, e appresso la
superficie  umida, e perci vi si mantengono e moltiplicano le radici degli
alberi.  il vero che l'albero della cannafistola solo in queste parti giunge
con le radici fino all'acqua, ma questi alberi non li vidde il Colombo, n ve
n'erano, finch col tempo vi s'incominciarono a fare della semente della
cannafistola istessa, che si port in questi luoghi per medicina; bench nella
maggior parte dell'Indie siano cannafistole selvagge, come si dir appresso al
suo luogo.
S che, ritornando all'istoria, quando la reina ud questo, che l'admirante
degli alberi dell'Indie diceva, il dimand a che l'attribuiva; ed egli rispose
perch in queste Indie piove molto, e vi sono molte acque naturali che
temperano la superficie della terra, ne nasceva che gli alberi poco sotto terra
stendessero le loro radici per non mandarle nel caldo che  pi di sotto, e che
necessariamente ritroverebbono penetrando pi a basso, per ritrovarsi in tal
clima; onde naturalmente fuggono quello che lor nocerebbe, e si spargono per
quello fresco umido superficiale che le nutrisce. La reina allora, mostrando di
avere dispiacere di udire queste ragioni, disse: "In questa terra, dove non
s'arradicano gli alberi, sar poca verit e meno costanzia negli uomini".
 certo che chi conosce bene questi Indiani non potr negare che la reina
catolica non parlasse da vero filosofo naturale, e di tal sorte che non vi ha
risposta in contrario; percioch questa generazione degl'Indiani 
bugiardissima e non vi si ritrova constanzia alcuna, e sono pi incapaci e
grossi che fanciulli di sei o sette anni, anzi assai meno. E cos credo io che
ne sian molto alcuni cristiani infettati, e massimamente quelli che male
inchinati vi sono, perch ve ne son bene molti altri di gran prudenzia. Ma vi
so dire che ve ne sono anco venuti tali che averebbono bastato a porre in
rivolta e sottosopra Roma e San Giacomo, come volgarmente si dice. E che quello
che io dico degl'Indiani sia vero si prova per li mescolati figli nati di
cristiani e d'Indiane, che con grandissimo travaglio s'allevano ne' buoni
costumi, n si possono distorre da' loro vizii e cattive inclinazioni.
E perch io ho detto che qui passarono alcuni che non dovevano, i re catolici e
lor conseglio vi cominciarono a rimediare, procurando che in queste parti non
vi passassero se non persone elette; talch si dee pensare che n li re
catolici prima, n la maest cesarea poi si movessero per leggiere informazioni
di particolari, ma con sano e retto giudicio, cos nella mutazione che si fece
prima del primo admirante, come nell'altre che seguirono appresso. Bench anco
li re, essendo uomini, possano come uomini errare, massimamente che la maggiore
infelicit e pi ordinaria che allo scettro reale si attribuisce si  che pochi
dicano al suo prencipe la verit, e se gli dice non si crede. E questa
disgrazia va cos unita e ristretta col regnare quanto la corona istessa regia.
Ma vi  in questo che s' detto un'altra cosa contraria, onde si debba credere
che questo nella mano e in potere degli uomini sia, n in poco pensiero o
infelicit del prencipe, poich non si pu quella autorit del savio negare,
quando dice che il cuore del re  in mano di Iddio. Che se cos  (che  cos
senza alcun dubbio), dovemo tenere per certo che, essendo queste cose di tanta
importanzia per la fede e per li cristiani, e donde hanno ad essere governati e
addottrinati tanti Indiani, tutti gli errori, o i buoni e retti giudicii che e
nelli governatori e ne' popoli governati avenuti sono, non per altro sono
avenuti che per permissione e causa occulta; e io per me cos lo penso,
rimettendomi per a migliore e pi vero giudicio. Ma non voglio per ora pi
trattenermi in questo.
Ritornando all'istoria dico che, ritrovandosi le cose di questa isola ne'
termini che ho detto, perch nella morte del re catolico si ritrovava in
Fiandra il prencipe don Carlo suo nepote, ordin il re nel suo testamento che
Castiglia e Leone e i suoi regni fussero governati dal cardinale don fra'
Francesco Scimenes di Cisneros, arcivescovo di Toledo, mentre che non veniva il
nuovo re e suo successore nelli regni di Spagna a prenderne la possessione. Ma
questo prencipe, tosto che intese la morte del re catolico suo avolo, non
solamente approv il governo del cardinale, ma li mand anco pi ampla potest
per la amministrazione e governo de' regni suoi, mentre che egli non veniva in
Spagna.


Della persona ed essere del cardinale Scimenes, governatore di Spagna, e
d'alcune cose che al suo tempo succedettero; e come mand nel governo di queste
Indie tre padri dell'ordine di s. Hieronimo e il licenziado Alonzo Zuazo, con
altre cose notabili.
Cap. II.

Il cardinale don fra' Francesco Scimenes fu un grande uomo, e mentre ebbe il
carico del governo delli regni di Castiglia e di Leone, che fu finch mor, lo
fece cos bene che ne tenne que' regni in pace; ancorch vi si cominciassero
alcune novit e ragunanze di gente, e specialmente sopra il priorato di San
Giovanni in Castiglia e Leone, del quale si trovava in possessione don Diego di
Toledo, figliuol del duca d'Alva; e lo chiedeva e voleva per s don Antonio di
Zugnica, fratello del duca di Begiar: di modo che l'un duca per lo figliuolo e
l'altro per lo fratello lo volevano, e ne eran in competenzia, e ne
cominciarono a prender l'arme. Ma il cardinale vi s'interpose, di modo che non
lasci venire alle mani n fare cosa che al re dispiacesse; perch s'impadron
egli del priorato e lo tolse in nome del re, finch poi la Maest Sua, venendo
in Spagna, accord amendue que' priori che vi pretendevano, compartendo loro
l'entrate e i vassalli, con dare all'uno le cose che erano nel regno di
Castiglia, e all'altro quelle che erano in quel di Leone, con tale regresso
che, morendo l'un, ritornasse la parte del defunto a chi di loro restava vivo;
e cos a punto intervenne poi.
Ma lasciamo questo e ritorniamo alle nostre Indie, che si ritrovavano a quel
tempo ch'io dico a carico del cardinale, e l'admirante don Diego Colombo si
ritrovava in Spagna negoziando i suoi bisogni, e aveva anco in questa citt e
isola i suoi procuratori. Ma perch il cardinale gi molto tempo prima aveva
ampia notizia delle cose di questi luoghi, deliber per il bene loro di
mandarvi tre religiosi dell'ordine di s. Hieronimo, persone di molta auttorit,
dottrina e di approbata vita; e li mand in questa citt di San Domenico con
ampia autorit per governare queste Indie. Li religiosi furono questi: fra'
Luigi di Figueroa, priore del monasterio della Megliorada, che  una lega lungi
d'Olmeda (e questo fu colui ch'io dissi di sopra nel terzo libro, che mor
essendo stato eletto, e fatte gi le bolle dal papa per l'unione di questo
vescovado di San Domenico e di quello della Concezione della Vega; e l'aveva la
maest cesarea fatto vescovo di queste due chiese e presidente di questa
audienzia reale, ma la morte vi s'interpose, e fu per aventura meglio per
l'anima sua, perch era tenuta santa persona; e mor nel 1524. Ma, come s'
detto di sopra, egli vi era passato assai prima, per ordine del cardinale, con
gli altri duoi religiosi di ugual potest con lui). Gli altri duoi religiosi
furono frate Alonso di San Domenico, priore del monasterio di San Giovanni
d'Ortega, che  otto leghe lungi dalla citt di Burgos, e fra' Bernardino di
Manzanedo.
E giunsero tutti tre in questa citt di San Domenico poco prima di Natale del
1516, e alloggiarono nel monasterio di San Francesco, e molto notarono che,
stando la notte di Natale al matutino co' frati franceschini, ebbero tanto
caldo che sudarono; e in quel giorno istesso diedero lor quei frati a mangiare
uve fresche e fichi, che erano stati da lor proprii colti dalle pergole e dagli
alberi. Questi frutti e il caldo sono qui communemente in tal tempo, cosa non
veduta giamai n udita ne' regni di Spagna n in tutta Europa; bench si legga
come il maestro Holcoo glosator della sfera, dice che, tenendo un santo uomo in
Inghilterra un demonio assai rinchiuso e ristretto, perch desiderava molto il
demonio vedersi libero da quella prigione, promise a quel santo uomo, se lo
lasciava libero del tutto, di portarli la notte di Natale fichi freschi
dall'Indie; e cos essendo con questa condizione liberato, in brevissimo spazio
di tempo port i fichi freschi; e ne fece molto meravigliato restare quel santo
uomo, che perci congietturava la gran temperanza che doveva essere in quella
contrada dove tali frutti erano stati colti, poich cos gran freddo era in
Inghilterra in quel tempo, onde credeva che quella cos temperata contrada
fusse assai vicina al paradiso terrestre.
Ritornando al proposito, il cardinale, che aveva gran volont di rassettare le
cose di queste Indie, per le tante querele e aggravii che ogni d ne venivano,
elesse da tutto l'ordine di s. Hieronimo questi tre religiosi, e gli mand con
piena potest perch intendessero e vedessero le passioni e gli aggravii di che
tanto i cristiani che quivi erano del continuo si lamentavano, e vi ponessero
ogni accordo e quiete, provedendo al servigio del Signore Iddio e sgravandone
la conscienzia del re e rimediando alle cose dell'isola e di terra ferma. E con
questi tre padri fu eletto per giudice nelle cose di giustizia, cos criminali
come civili, il licenziado Alonso Zuazo, il quale, essendo gi prima qui i tre
padri venuti, giunse in questa citt poco appresso, e fu alli otto d'aprile del
1517. Nel tempo che i tre padri qui giunsero, perch la morte del re catolico
era fresca, i giudici d'appellazione che qui risedevano, e si chiamavano gi
auditori (come audienzia reale l'ufficio loro), volsero con molte altre persone
principali di questa citt informarsi della venuta loro e della potest che
portavano (e non si erano giamai pi prima veduti in queste parti frati
dell'ordine di s. Hieronimo). E loro, come prudenti, mostrarono l'autorit con
la quale venivano, e furono tosto ubediti, e cominciarono ad esercitare i loro
ufficii e a voler intendere le cose; finch il licenziato pochi mesi poi
appresso venne, come s' detto, e caus medesimamente maggior maraviglia,
perch, giunto e fatto alloggiare nella casa del capitolo di questa citt,
diede da maravigliar a tutti con la sua potest che mostr, e da temere anco ad
alcuni, che vedevano con quanta brevit si dovevano le liti e i negozii
criminali e civili ispedire e finire, senza appellazione n altra dilazione per
Sua Maest nelli regni di Spagna. Egli, conforme ai suoi ordini, incominci a
sindicare gli auditori, che erano in quel tempo i licenziati Marcello di
Villalopi e Giovanni Ortiz di Matienzo e Luca Vasque d'Aillon; e sindic
medesimamente tutti gli altri governatori, giudici e giustizieri; e volle
vedere i conti a tutti gli ufficiali di Sua Maest e agli scrivani delle minere
e a tutti quegli altri che avevano in questi luoghi avuto qualche ufficio; e
fatti i suoi processi sentenzi. Egli fece anco fare alcuni edificii publici,
rifece le strade e le prigioni, che stavano aperte e guaste, e per la comodit
di questa citt fece far una barca o scafa, perch si potesse comodamente
dall'una parte all'altra del fiume passare, e con questa fece anco molte altre
opere publiche e utile a questa republica.
Il governo adunque di queste quattro persone, nel modo che s' detto, fu assai
buono mentre dur, e quei padri lo fecero il meglio che Iddio loro inspir, e
attesero anco a rimuovere gl'Indiani dallo stato nel qual si trovavano e a dare
loro altro recapito; il che, ancorch sia stato una pericolosissima cosa per le
conscienzie de' governatori, fu nondimeno quello che questi padri in tal caso
fecero una cosa santa, perch tolsero gl'Indiani di mano a tutti quei cavalieri
a' quali erano stati, per ordine del re catolico, compartiti e dati; e non gli
lasciarono a niun di coloro che absenti erano, ma li compartirono per li popoli
e abitatori dell'isola, e gli fecero ridurre in popoli e per le citt, accioch
fossero lor meglio i santi sacramenti administrati, e fossero meglio instrutti
nelle cose della santa fede.
Sopra questi servigi degl'Indiani s' molto conteso e altercato in iure fra
famosi legisti e canonisti e teologi e religiosi e prelati di molta coscienzia
e dottrina, cio se dovevano questi Indiani servire o no a' nostri, e se coloro
a chi si raccomandano e danno possono con buona coscienzia tenerli o no, e con
che qualit e limitazioni. Ma perch sono state assai le loro opinioni
differenti, non  questa loro disputa stata di alcun giovamento n alla
contrada n agl'Indiani stessi.
Questi padri ritrovarono qui gran querele, per cagione di un generale
compartimento di questi Indiani, che, col parere del tesoriero Michele di
Passamonte, aveva gi fatto Rodrigo di Albucherche, cugino del licenziato Luigi
Zapata, che era in quel tempo il principale nel consiglio del re. Ora questo
Rodrigo, che era cittadino della citt della Concezione della Vega, venne col
favore del detto licenziado a compartire gl'Indiani, col parere del detto
tesoriero, per correggere un altro compartimento che aveva prima fatto
l'admirante don Diego. Ma tante e maggiori querele nacquero da questo
corregimento, che non erano nate da quello che aveva prima l'admirante fatto. E
in effetto questa cosa  di qualit, che sempre hanno da risultar maggiori
querelle dell'ultimo che gl'Indiani comparta che non del primo, ancorch
l'ultimo sia meglio visto e pi amato che il primo; perch il mutare il
costume, e spezialmente agl'Indiani, non  altro che accortare loro la vita.
Onde per questa via restarono assai danneggiati tutti questi luoghi, perch
questi padri religiosi, pensando di fare bene, compartirono gl'Indiani per le
terre dell'isola, e fu cagion della loro rovina; percioch i cristiani, che
tante mutazioni vedevano, e non erano perci securi che si fossero lor dovuti
lasciare gl'Indiani del tutto, o li travagliano di soverchio o non li trattano
del modo che trattati gli averebbono se non avessero dubitato di queste tante
rivolte e mutazioni che ogni d si facevano. E se bene alcuni ben creati e
buoni cristiani li trattavano bene, erano all'incontro tanti gli altri che li
travagliavano duramente, che ne fecero in breve tempo morire gran copia. Ma,
ridotti a questo modo e sparsi per le terre, sopravenne loro le variole
pestilenziali; che fra pochi mesi si viddono e questa isola e le altre
convicine di San Giovanni e Iamaica e Cuba desolate da loro, che parve a punto
un gran giudicio d'Iddio.
Ben si dee credere (e cos il tengo io per certo) che la intenzione di que' tre
padri fu santa e buona, in torre gl'Indiani dal potere de' cavalieri spagnuoli
absenti, pensando per questa via alleggierire pi le loro fatiche, perch erano
sommamente afflitti e faticati dalli creati e servitori di que' cavallieri che,
stando in Spagna, si godevano di questi sudori illeciti. E questo fu che mosse
questi religiosi a compartirli per coloro che abitavano le terre istesse
dell'isola, e che avevano conquistato e pacificato il paese. Questa gente
indiana per  da se stessa una cosa assai vile e da poco, e per ogni poca cosa
si muovono e se ne vanno tosto alle montagne, perch il principale loro intento
 quello che avevano sempre fatto prima che i cristiani qui passassero: non era
altro che mangiare e bere e lussuriare e starsi a piacere e idolatrare, ed
essercitarsi in altre molte sordide bestialit, delle quali, e delle lor
cerimonie e riti, si dir appresso nel suo luogo particolare.


Come la maest cesarea diede sotto certa forma licenzia all'admirante don Diego
di ritornare in questa citt di San Domenico, con altre cose.
Cap. III.

Quando il re nostro signore venne in Spagna nel 1517, e fu poi nel 19 eletto
imperatore (la qual nuova Sua Maest seppe nella citt di Barzellona), si
ritrovava quivi l'admirante don Diego Colombo litigando col fiscale regio sopra
i suoi privilegii e preeminenzie. Ma Sua Maest, senza decidersi altramente la
causa, li diede nel 1520 licenzia di ritornarsi in queste Indie sotto certa
forma; e cos l'admirante se ne venne in questa citt, essendo stato cinque
anni litigando in Spagna. Ma non gi per la sua venuta manc questa audienzia,
che ella rest nel suo essere e superiorit come cancellaria regia; e nel
medesimo modo vi si ispedivano i negozii come ora vi si fa, bench qui poi il
sigillo reale venisse.
Poco prima che il Colombo qui ritornasse, aveva l'imperatore mandati a chiamare
in Spagna i tre padri di s. Hieronimo, tenendosi ben servito di loro in quello
che al lor governo toccava; perch nel vero giovarono molto, e molta industria
usaron in accrescere l'ingegni e i trapeti co' quali si fanno i zuccari in
questa isola, favorendo coloro che gli facevano e aiutando e soccorrendo ai
buoni cittadini. Ma si dee sapere che, continuando il lor governo questi padri
col licenziato Zuazo, accadette che furono informati de' gran danni e morte
degl'Indiani di questa isola, che si ritrovavano raccomandati a' cavalieri e
prelati che in Spagna vivevano e che avevano molto favore nella corte, e de'
quali alcuni anco avevano carico de' negozii dello stato delle Indie. Avevan
questi cavalieri i loro creati e servitori in questa isola, onde scrivevano
loro del continovo, e alle persone principali anco, che quivi erano e che essi
li favorivano, che mandassero loro in Spagna dell'oro che con le vite di questi
miseri Indiani si raccoglieva; onde questi, che desideravano il favore di que'
cavalieri, davano eccessivo travaglio e mal trattavano gl'Indiani che erano
loro stati in nome di quelli cavalieri compartiti; perch ognun di loro aveva
sotto di s e a' suoi servigi dugento e trecento Indiani. Per questa tanta
fatica adunque morivano facilmente questi meschini, e ritornava a niente il lor
numero: il perch tosto si rifaceva questo numero a ciascuno di quelli altri
Indiani che si ritrovavano compartiti agli altri che abitavano le citt di
questa isola; di modo che il compartimento fatto agli abitatori di questi
luoghi s'andava tuttavia diminuendo, e quello de' cavalieri cresceva, bench
con l'essere maltrattati e questi Indiani e quelli morissero tutti, in tanto
che questa fu potissima causa della loro ultima rovina e distruzione.
Informati adunque i padri di questa rovina, vi rimediarono nel modo che s'
detto di sopra. Di che avisati i cavalieri in Spagna, come quelli che vi
pativano interesse, mandarono tosto alla maest cesarea, che allora si
ritrovava in Fiandra e non era ancora passata in Spagna; e si disse che ne
ottennero una certa provisione drizzata al licenziato Zuazo, perch
s'informasse di questa causa e restituisse ai cavalieri absenti tutti
gl'Indiani che erano lor stati tolti, e che lor prima raccomandati stavano. Ma
questo non si essequ n furono lor restituiti, perch, informato il re della
verit, tenne per bene quello che era stato fatto da quei padri, accioch si
togliesse ogni causa che quella gente misera non morisse, come senza alcun
dubbio moriva essendo cos mal trattata, per l'avarizia di quei cavalieri di
Castiglia ai quali raccomandati e compartiti stavano. Il licenziato adunque,
soprasedendo queste provisioni, inform Sua Maest di quanto qui passava, e
come questi Indiani si toglievano a persone che avevano conquistata questa
isola, e che vi si erano fermi e vi facevano stanza, e li trattavano e tenevano
come figliuoli, l dove i fattori di quei cavalieri di Castiglia, non avendo
altro rispetto che a farli cavare oro per mandarlo a' signori loro in Spagna,
gli facevano tutti col soverchio travaglio e fatica morire; e ne aveniva che i
primi padroni, restandone destrutti, ne abbandonavano l'isola, e cos se ne
diminuiva e distruggeva l'abitare di queste contrade. Per queste cagioni la
maest cesarea, essendo importunata da coloro che chiedevano gl'Indiani,
dissimul, e la menava in lungo. Di che avendo notizia, quei cavalieri se ne
risentirono molto, perch perdevano gran quantit d'oro, che ogni anno col
sudore di questi disgraziati lor si mandava. E per questo il licenziato
credette che in Spagna non mancassero sollicitatori perch esso fusse da quello
ufficio rimosso.
Venne qui adunque a prender il luogo suo il licenziato Rodrigo di Figueroa,
uomo molto astuto e non poco avaro, secondo che poi si vidde nel suo sindicato,
come si dir appresso. Egli giunse in questa isola nel 1520, con l'informazioni
che portava in Spagna contra il licenziado Zuazo; e presa la bacchetta del suo
ufficio, vennero tutte le citt e terre di questa isola e dell'altre convicine,
e fecero contra il Zuazo molte querele e accuse criminali e civili e di
eccessive quantit. Ma egli si difese cos gagliardamente, e cos bene prov la
sua limpidezza, che all'ultimo tutte le liti ebbero fine in favor suo, ancorch
fosse molto perseguitato dalli servitori e creati di quei cavalieri a' quali
erano stati gl'Indiani tolti; e ancorch il licenziado Figueroa fusse dalli
nemici suoi stato dimandato ed eletto come persona rigorosissima, e vi venisse
con intenzione di non perdonarli cosa alcuna, ancorch colpa veniale fusse: ma
egli non pot in niuna cosa offenderlo, per essersi assai rettamente nel suo
ufficio portato. Ritrovandosi a questi termini le cose, e veggendosi il Zuazo
fra li suoi emuli e fra persone che, per quel che s' detto, lo disfavorivano
(come suole avenire ai buoni e retti giudici), e veggendosi senza ufficio,
ancorch con molto favore di tutti i poveri e di coloro a' quali aveva nelle
loro differenzie fatta giustizia; e accorgendosi anco che molti altri
prendevano le pietre in mano per lapidarlo, ad esempio di nostro Signore,
s'ascose da tutti loro e se ne pass all'isola di Cuba, con la potest che
l'admirante don Diego li diede per dovere governarla; nel qual ufficio si port
come si dir appresso nel suo conveniente luogo.
Partito il Zuazo per Cuba, rest assolutamente nel governo di questa isola il
licenziado Rodrigo di Figueroa, che non fece cosa, mentre qui fu, della quale
potesse esser ringraziato: bench non vi dur tanto quanto voluto avrebbe. Io
nel 1520 passai per questa citt andando in terra ferma, e intesi dalli
cittadini di questo luogo, e da alcuni anco de' principali, che questo era un
giudice assai terribile e avaro. E io, a chi questo mi diceva, dissi perch non
ne davano notizia a Sua Maest, perch vi avesse rimediato; e mi furon risposte
queste parole: "Come ci pu essere creduto, che noi stessi lo chiedemmo?" S
che bene ho detto io di sopra che questo giudice era stato dimandato dagli
appassionati contra il Zuazo. Ora, perch questo giudice dall'opere sue
conosceva che non aveva da durare nel suo ufficio, raccolse tanto oro e perle
quanto egli puot e se ne ritorn in Spagna, o per dir meglio nel fecero andar
via; perch la sua avarizia era insaziabile, e la sua pratica non era di
giudice conversabile, n di potere comportarsi n soffrire. E doppo che li fu
tolto l'ufficio, gli furono fatte molte querele e accuse, e ne fu condennato in
molte. Egli s'appell nel consiglio regio dell'Indie, che nella corte di Sua
Maest risiede, e quivi si rividde il suo governo: e ne risult una sentenzia
contra di lui, che fu pronunciata nella citt di Toledo nel 1525, assai
rigorosa e brutta; perch fu condennato in quattro volte tanto quanto aveva
rubbato e tolto in questa citt di San Domenico e nell'isola Spagnuola, con
altre condannagioni di pene pecuniarie, e con privazione di potere avere pi
mai ufficio di giudice regio. La qual sentenzia originale viddi io e lessi in
quel tempo in Toledo; donde questo licenziado se n'and in Siviglia, e perch
non poteva avere pi ufficio regio, si pose e ferm nella corte del duca di
Medina Sidonia.


Della ribellione de' neri, e del castigo che l'admirante don Diego Colombo lor
diede.
Cap. IIII.

Avenne un caso di molta importanzia in questa isola, e fu per esser principio
di molto male, se il Signor Iddio non vi rimediava: e fu la ribellione de'
neri, la qual, per essere stata cosa cos segnalata, non si dee per niun conto
tacere, perch tacendosi si tacerebbe anco il servigio ch'alcune persone
onorate di questa citt vi fecero. Onde, perch non mi si possa dare questa
colpa, n resti per me dirne la verit, dir quello ch'ho potuto in questo caso
intendere, e chi legge tenga per certo che, se cosa alcuna si lascia di dire,
sar solo per non averne potuto maggiore informazione avere.
Venendo adunque a questo motivo di neri, dico che nacque solo dagli schiavi
neri dell'ingegno o trapeto dell'admirante don Diego, e non da tutti quelli che
esso aveva. Furono questi neri da venti, e la maggior parte della lingua de'
iolofi, che d'un consentimento il secondo d di Natale, nel principio dell'anno
del 1522, uscirono dal detto ingegno dell'admirante e s'andarono ad unire con
altretanti, che nel medesimo concerto erano e gli aspettavano in certa parte.
Questi 40, doppo ch'ebbero ammazzati alcuni cristiani, che si ritrovavano senza
sospetto e securi nel campo, seguirono il lor viaggio alla volta della terra
Azua: ma se ne ebbe tosto nuova in questa citt, per un aviso che ne diede il
licenziado Lebron, che nel suo ingegno stava. Intesosi adunque il mal animo di
questi neri e quello che fatto avevano, subito in quell'instante mont a
cavallo l'admirante per seguitarli, con alcuni pochi da cavallo e da pi. Ma, e
per la diligenza dell'admirante, e per l'ordine buono di questa audienzia
reale, tosto lo seguirono tutti que' cavallieri e nobili ch'erano a cavallo in
questa citt. Il secondo d si ferm l'admirante presso la riva del fiume di
Nizao, e quivi intese come i neri eran giunti in una mandria di vacche di
Melchior di Castro, lungi nove leghe da questa citt, dove avevano ammazzato un
cristiano chiamato Albaguir, che stava quivi lavorando, e aveano saccheggiata e
robbata quella casa, e toltone un nero con 12 altri schiavi indiani. E fatto
questo passarono avanti per far peggio, dove si fusse loro la occasione
offerta; e avendo in questo loro discorso morti nove cristiani, s'accamparono
una lega lungi da Ocoa, ch' dove sta un forte ingegno del licenziado Zuazo,
auditore di Sua Maest in questa audienzia reale, con determinazione di dare il
d seguente, tosto che la luce apparesse, sopra quell'ingegno, e ammazzarvi
altri otto o dieci cristiani che vi erano e inforzarsi di pi gente nera:
perch avrebbono ritrovati in quel luogo pi d'altri 120 neri. E pensavano poi
andare sopra la terra d'Azua e porla a sangue e insegnorirsene, e unire con
loro altri neri, che quivi d'altri ingegni ritrovati avrebbono. E senza dubbio
che eglino avrebbono il pensiero loro cattivo recato a fine, se la providenzia
divina non vi avesse rimediato nel modo che si dir.
Perch l'admirante, intesi tutti questi danni che andavano i neri facendo e la
strada che facevano, deliber di fermarsi quivi quella notte, perch si
riposassero le genti che seco andavano, e quelli che venivano appresso
l'avessero giunto, per potere il d seguente ben per tempo partire dietro a
questi ribelli scelerati. Fra questi che con l'admirante si ritrovavano vi era
Melchior di Castro, al quale aveano i neri fatto quel danno che s' detto;
onde, perch di pi del generale e commune danno gli rincresceva forte del
proprio suo, deliber di passare con due altri da cavallo innanzi, senza farne
all'admirante motto: perch credeva non ottenerne licenza chiedendola, per
dovere cos solo passare innanzi. Restandosi adunque l'admirante con l'altre
sue genti in quel luogo, si part secretamente Melchior con gli altri due e se
n'and alla stanza sua delle vacche, dove sotterr Albaguir, che era stato dai
neri morto, e ritrov quella sua stanza rubbata e sola. Quivi, essendosi
accompagnato seco un altro cristiano da cavallo, determin di passare avanti, e
mand a dire all'admirante che egli andava con quelli tre da cavallo che seco
erano per l'orme de' neri, e lo supplicava che gli avesse mandato qualche
aiuto, perch egli andava con deliberazione d'intertenere i neri, mentre che i
cristiani con sua signoria giungessero, se vedeva che i neri fussero molti.
L'admirante, quando questo intese, li mand tosto otto da cavallo e cinque
overo sei pedoni che l'aggiunsero, e tutti questi undeci da cavallo seguirono i
neri fino dove s' detto che stavano. Fra questi da cavallo, il principale di
quelli che aveva l'admirante mandati a fare compagnia al detto Melchior,
percioch intertenessero i neri, fu Francesco d'Avila, cittadino di questa
citt.
Ora, questi undeci da cavallo, su la alba del giorno, si ritrovarono con i neri
ribelli, che, accortosi di questi cavalieri, si restrinsero insieme e con gran
gridi gli aspettarono. I cristiani, veggendosi la battaglia fra le mani, senza
aspettare lo admirante, perch non si unissero questi neri con gli altri di
quello ingegno, deliberarono di andar lor sopra; s che imbracciate le targhe
loro e postosi le loro lancie alla coscia, chiamando Iddio e l'apostolo s.
Giacomo, fatto uno squadrone di loro undeci, che in effetto erano pochi ma
animosi molto, a tutta briglia spinsero i loro cavalli innanzi. I neri stavano
con molto animo aspettando questo assalto, il quale fu tale che i cavalli
ruppero per mezzo di loro e passarono dall'altra parte, e andarono di questo
incontro alcuni neri per terra. Ma non gi per questo restarono di unirsi tosto
e ristringersi insieme, tirando del continuo molte pietre e bastoni e dardi; e
con un'altra maggior grida aspettarono il secondo incontro de' cavalieri
cristiani, il quale non fu molto differito n menato in longo, ancorch gli
adversarii lanciassero molti pali gagliardi. Chiamando adunque medesimamente s.
Giacomo, spinsero i cristiani con molto ardimento i loro cavalli, e ritornarono
a rompere di nuovo il drappello de' neri, i quali, veggendosi cos separati, e
con tanto ardimento e deliberazione da cos pochi cavalieri assaliti e
sbaragliati, non ebbero ardire di aspettare il terzo incontro; onde si posero
in fuga per certe balze che quivi presso erano; e i cristiani restarono
vittoriosi, e de' neri ne restarono sei morti nel campo e molti altri ne furono
feriti. A Melchior di Castro fu da loro passato il braccio manco con un palo, e
ne rest malamente ferito.
I vincitori restarono nel campo e aspettarono ivi fin che fu giorno chiaro,
perch, essendo di notte e il paese aspro e imboscato, non poterono vedere
coloro che fuggivano n donde fuggivano. In quel medesimo luogo dove si
fermarono fece Melchior da un suo vaccaro chiamare per nome il nero e
gl'Indiani suoi, che gli erano da questi ribelli stati rubati dalla sua stanza;
i quali, conoscendo la voce di chi gli chiamava, vi vennero, perch non molto
di quivi lungi stavano ascosi. Essendo d chiaro, Melchior di Castro e
Francesco d'Avila, con gli altri da cavallo che con loro erano, se ne andarono
all'ingegno del licenziado Zuazo a riposarsi. E quel d stesso quasi ad ora di
vespro giunse quivi l'admirante, con le genti che conduceva, e tutti resero
grazie a Dio di questa vittoria, che ritrovarono che avevano avuta i nostri.
L'admirante ne mand in questa citt di San Domenico Melchior, perch si
curasse; ed egli restando fece con tanta diligenzia cercare de' neri colpevoli,
che erano iscampati dalla battaglia, che in cinque o sei d gli ebbe tutti in
mano, e ne fece giustizia appiccandoli per diversi luoghi di quelle campagne.
Di modo che la diligenzia di Melchior di Castro, con l'aiuto di Dio e col
valore di Francesco d'Avila e di quelli altri pochi che con loro si
ritrovarono, che furono in tutto undici o dodici da cavallo, fu cagione che si
recasse a cos buon fine questa impresa. E l'admirante, dato che ebbe questo
castigo a' neri, se ne ritorn in questa citt, compiendo nel vero al servigio
di Dio e di Sua Maest. E per questa via restarono i neri che s'erano rivoltati
e ribellati con la penitenzia che all'ardimento e sciocchezza loro si
conveniva, e con l'esempio loro lasciarono spaventati tutti gli altri, e
certificati di quello che si sarebbe loro fatto se mai fusse loro tal cosa
passata per lo pensiero.


Come l'admirante don Diego Colombo per ordine di Sua Maest ritorn in Spagna,
e come il licenziado Luca Vasques, auditore di questa audienzia reale, and in
certo governo di terra ferma, e d'altri giudici e auditori che qui
succedettero.
Cap. V.

Egli s' detto di sopra come il secondo admirante don Diego Colombo ritorn in
questa citt di San Domenico, dove erano giudici in questa audienzia reale i
licenziadi gi detti di sopra, e chiamati Villalopo, Matanzo, Aillon e Lebron,
il quale era stato gi ricevuto per auditore; e come fra l'admirante e costoro
non mancarono contenzioni sopra le cose della giurisdizione. Ora, il licenziado
Aillon se ne ritorn in Spagna, cos sopra questo come sopra alcuni suoi
negozii proprii, e a procurare certo governo e discoprimento in terra ferma
dalla parte di tramontana. Sua Maest li fece grazia di capitaneria generale e
di governo, e li diede l'abito di S. Giacomo. In questo Sua Maest mand a
chiamare l'admirante don Diego Colombo, per alcune querele che erano di lui
venute in Spagna; e l'admirante di chi pi si doleva e lamentava era il
licenziado Aillon, perch credeva che egli avesse fatte queste informazioni
contra di lui, essendo suo molto amico. Onde si part da questa citt di San
Domenico a' 16 di settembre del 1523, e giunto in Spagna se n'and alla corte
dell'imperatore, dove giunse il gennaro del 1524. E tosto cominci ad attendere
sopra i suoi negozii, finch Sua Maest, poi, nel 26 part di Toledo per
Siviglia.
Ma nel tempo che l'admirante part di Siviglia per la corte, che fu il decembre
del 1523, il licenziado Aillon andava in Siviglia per passare in questa isola.
E giunto quivi fece la sua armata per quel suo governo che aveva ottenuto, dal
quale non ritorn mai pi, perch vi mor indi a poco tempo che vi giunse,
doppo d'avervi spesa gran parte delle sue facult. E nel vero egli si occup in
impresa poco a lui convenevole, perch qui stava assai ricco e onorato, ed era
un degli auditori di questa reale audienzia, e delli pi antichi che in questa
citt riseggono, ma non contentandosi di questo cerc la morte per s e per gli
altri mal consigliati che lo seguirono, come pi particolarmente se ne
ragioner nella seconda parte; perch di questi discoprimenti di terra ferma
sono molte istorie e cose notabili, e quando noi vi passeremo ne ragioneremo in
particolare a' suoi luoghi convenienti e proprii, perch sono cose appertinenti
alla seconda parte di questa Generale e naturale istoria delle Indie.
Ma, ritornando al proposito nostro delli giudici, dico che, partito il
licenziado Aillon, restarono in questa cancelleria per auditori i gi detti di
sopra, il Villalopo, il Matienzo e il Lebron; ma non molto tempo appresso and
il Matienzo in Spagna, e Sua Maest il fece auditore nella Nuova Spagna, e poco
tempo poi mor il licenziado Villalopo, di modo che rest questa audienzia col
Lebron solo. Ma poco appresso, essendo fatto auditore il licenziado Zuazo,
venne come s' detto in questa citt con li tre padri di s. Gieronimo. Ma a
costui succedette il licenziado Figueroa, e il Zuazo se ne pass in nome
dell'admirante per governatore dell'isola di Cuba, dalla quale isola pass poi
in nella Nuova Spagna; e per viaggio si perd nell'isole degli Alacrani, onde
miracolosamente scamp e seguit il suo cammino, e Fernando Cortese li diede il
carico della giustizia della Nuova Spagna. Ma stando quivi fu preso e menato
all'isola di Cuba, a dar conto del tempo che vi aveva fatto residenzia e che vi
era stato governatore; ed esso diede di s tal conto quale si dir appresso,
quando si tratter delle molte cose notabili che egli pass, nell'ultimo libro
de' naufragii. E la maest cesarea, come gratissimo prencipe, informato della
verit e della lealt e servigi di questo giudice, volse di nuovo servirsi di
lui, come di persona che tanta esperienzia aveva delle cose di queste parti, e
fattolo suo auditore ordin che qui risedesse. Ma prima che questa elezione si
facesse, pass questo cavaliero per molte disaventure e travagli, e fece gran
prova della sua pazienzia.
Dopo di quello che s' detto, entr per auditore il licenziado Gaspar di
Spinosa, in luogo del licenziado Villalopo. Costui venne anco per giudice di
residenzia, la quale egli tolse agli altri auditori e giustizie, e fu un tempo
governatore assoluto, bench non ben visto d'alcuni, ancorch all'incontro
altri ne dicessero bene. N mi maraviglio di cosa che io oda dire di giudice
alcuno in queste parti, perch, oltra che solo Iddio potrebbe contentare tutti,
sempre nelle terre nuove sono pericolosi simili ufficii, e per il corpo e per
l'anima.
Passata questa residenzia, restarono insieme di compagnia in questa reale
audienzia i licenziadi Lebron, Zuazo e Spinosa; ma poco tempo appresso questo
ultimo se ne pass a vivere in terra ferma, dove aveva certi Indiani che il
servivano, per via di compartimento, da che era stato giustiziero maggiore del
governatore Pedrarias d'Avila, nella provincia che chiamano Castiglia dell'Oro,
come si dir pi distesamente quando di questa terra si parler. Andato Spinosa
dove s' detto, entr in suo luogo in questa audienzia il dottore Rodrigo
Infante, e perch era gi morto il licenziado Cristoforo Lebron, nel suo luogo
entr il licenziado Giovan di Vadiglio, che stava in questa citt di San
Domenico dal 1525, intendendo sopra i conti e debiti delle cose regie. E questi
tre auditori, il licenziado Zuazo, il dottore Infante e licenziado Giovan di
Vadiglio, sono quelli che ora residono in questa reale audienzia e governano
questa e l'altre isole, e riconoscono l'appellazioni di una gran parte di terra
ferma, insieme col reverendo e nobile signore il licenziado Alonso di Fonte
Maggiore, presidente per Sua Maest, e che giunse in questa citt nel tempo che
si dir appresso.


Del successo e vita del secondo admirante don Diego Colombo, doppo che ritorn
in Spagna, fin che mor, con altre cose appartenenti all'ordine dell'istoria.
Cap. VI.

S' nel capitolo precedente detto come l'admirante don Diego Colombo venne per
ordine di Sua Maest in Spagna, e giunse il gennaio del 1524 alla corte, stando
l'imperatore nella citt di Vittoria, dove cominci l'admirante a trattare i
suoi negozii, e vi stette fin che Sua Maest e il suo consiglio reale
dell'Indie stette in quella citt; poi segu la corte in Burgos, poi in
Valledolid, poi in Madrid, e finalmente nella citt di Toledo, finch nel 1526
si part l'imperatore per Siviglia. Nel qual tempo s'era l'admirante infermo e
stava assai indisposto e debole; ma con tutta questa sua indisposizione volse
seguire la corte, e determin di fare la strada per Nostra Signora di
Guadalupe. Due d innanzi che egli partisse io il visitai, e li dissi che mi
pareva che non faceva bene a porsi in cos lungo cammino stando come esso
stava; e glielo dissero anco molti altri, consigliandolo che, poi che si
ritrovava in Toledo, dove non li mancavano eccellenti medici e medicine, con
ogni altra cosa per la sua sanit e cura, non si fosse dovuto per niuno conto
partire, perch con questa andata non fosse stato cagione di accrescersi il
male; e che, poi che guarito fosse, avrebbe potuto a sua voglia partirsi. Egli
rispose che si sentia meglio, e che in pensar che andava verso l'Indie, dove
aveva sua moglie e figli, e in andare in Siviglia, li pareva di essere gi
sano, e che voleva fare la strada di Nostra Signora di Guadalupe, perch
sperava che ella gli avrebbe dato isforzo per potere fare quel viaggio. E
bench li fosse replicato, per disturbarli quella andata, non gli giov cosa
che gli si dicesse, perch doveva essere il suo fine, dove aveva il Signore
Iddio ordinato.
Determinato adunque di fare questo cammino, si part di Toledo in mercoled, a'
21 di febraro del 1526, in una lettiga, e giunse quel d in una terra di don
Alonso Telles chiamata il Popolo di Montealbano, che sta sei leghe lungi da
Toledo; allora quivi gli aggrav tanto il male che il gioved sequente ordin
per l'anima sua, come buon cristiano, essendosi gi confessato e comunicato il
d stesso che di Toledo part; e il venerd, che furono a' 23 di febraro, alle
nove ore della notte spir, con molta contrizione e ricordo, ringraziando molto
il Signore Iddio e con grandissima pazienzia raccomandandoli l'anima sua, di
modo che si dee credere che egli se n'andasse alla gloria celeste. E volle
nostro Signore che, per sua consolazione e perch meglio morisse, si
ritrovassero con lui quattro religiosi dell'ordine di s. Francesco, della quale
religione esso era molto devoto: questi li ricordarono sempre quello che alla
sua salute conveniva. E subito, spirato che fu, i suoi servitori presero il suo
corpo e lo condussero in Siviglia, nel monasterio delle Grotte, dove il
depositarono presso al corpo del primo admirante suo padre. E a quel modo
termin questa misera vita l'admirante don Diego, e succedette nella sua casa e
titolo il suo figliuolo maggiore Don Luigi Colombo, terzo admirante.


Del terzo admirante di queste Indie don Luigi Colombo; e come sua madre pass
in Spagna a proseguire la lite di suo marito col fiscale sopra i suoi
privilegii; e come venne per presidente in questa audienzia il vescovo di
questa citt don Sebastian Ramires.
Cap. VII.

Quando in questa citt s'intese la morte dell'admirante don Diego Colombo, fu
tosto chiamato admirante il suo figliuolo maggiore don Luigi Colombo, che in
quel tempo non poteva avere pi che sei anni. E pochi d prima era venuto per
giudice di residenzia in questa isola il licenziado Gaspar di Spinosa, che,
come s' detto, mentre che in quello ufficio stette, govern questa isola e poi
se ne pass in terra ferma: la cui partenza ad alcuni piacque, alcuni altri ve
l'avrebbono voluto avere pi tempo. Questa cosa a tutti i governatori aviene,
perch sempre i popoli nuovi giudici desiderano, e perci non mancarono n anco
a costui mormoratori, come sempre ne furono e ne saranno. E in quel tempo
vacava questa chiesa come anco molto prima quella della Concezione della Vega;
e di amendue questi vescovadi ne aveva Sua Maest fatta grazia sotto una mitria
al reverendo padre fra' Luigi di Figueroa, priore della Magiorada, dell'ordine
di s. Gieronimo, che mor essendo gi ispedite le bolle in Roma; onde Sua
Maest ne provide, e di questo vescovado e della presidenzia di questa
audienzia reale e cancellaria, il licenziado don Sebastiano Ramires di Fonte
Leale, per essere persona atta e nello spirituale e nel temporale, e di molta
scienzia ed esperienzia. E cos, venuto egli in questa citt, esercit gli
ufficii suoi, come buon pastore per le anime e buon presidente e governatore
dello stato.
Ma perch le cose della nuova Spagna avevano gran bisogno d'essere bene
ordinate e rette, ebbe un nuovo ordine da Sua Maest, che dovesse andarvi come
presidente di quella audienzia reale che nella gran citt di Mescico reside,
per la giustizia e buon governo di quelle parti. Ma quando egli in questa citt
venne, poco tempo appresso usc da questa audienzia Gaspar di Spinosa, e diceva
che egli stesso l'aveva mandato a supplicare in Spagna. Ma nel vero fu per
questo, che egli aveva in terra ferma, nel governo di Castiglia dell'Oro, un
caciche con altri buoni Indiani, che il servivano gi da molto tempo prima: che
esso era stato in quella contrada giustiziero maggiore di Pedrarias d'Avila,
come s' anco detto di sopra. E quelli che in quel governo si ritrovavano si
lamentavano, e dicevano che non doveva Sua Maest acconsentire che n il
licenziado Spinosa n alcuno altro absente vi potesse possedere Indiani: e
perci egli se ne and a vivere nella citt di Panama, dove il serviva il
caciche di Pacora con gli suoi Indiani, e vi men sua moglie e figli, e quivi
si sta.
Ritornando al nuovo admirante, dico che quando la vice reina donna Maria di
Toledo seppe la morte dell'admirante don Diego suo marito il pianse molto, e
fattone l'essequie e il lutto che a simili persone fare si sogliono (perch in
effetto questa signora  stata in questa terra tenuta una onesta e generosa
donna, e di grande esempio di sua persona, mostrando assai bene la generosit
del suo sangue), determin di passare in Spagna a seguire la lite di suo marito
sopra le cose dello stato suo col fiscal regio; e cos s'imbarc e men seco la
sua figliuola minore donna Isabella e il minor de' figli suoi, chiamato don
Diego, lasciando in questa citt una sua figlia maggiore chiamata donna Filippa
(la quale  inferma e santa persona), e l'admirante don Luigi e don Cristoforo
Colombo, suoi figliuoli assai piccioli. E giunta che ella fu in Spagna, di
quivi a pochi d accas la figliuola piccola che aveva menata seco con don
Giorgio di Portogallo, conte di Gelves in Siviglia; ed essa se n'and alla
corte. Ma, perch l'imperatore era gi passato in Italia ad incoronarsi in
Bologna, fu forzata a restare nella corte dell'imperatrice, a sollecitare i
signori del consiglio di Sua Maest sopra i negozii dell'admirante don Luigi
suo figlio; e fu dall'imperatrice assai bene trattata e favorita, e fu don
Diego Colombo suo minor figliuolo ricevuto per paggio del serenissimo prencipe
don Filippo; e fu per ordine di Sua Maest ordinato che si dessero per aiuto di
cost 500 ducati ogni anno a don Luigi dell'entrate regie di questa isola, e li
furono anco fatte altre grazie.
Ma, ritornando al governo di questa isola Spagnuola e alla audienzia reale,
dico che, partito il vescovo presidente per la nuova Spagna, come s' detto, ad
altri piacque ad altri dispiacque, perch alcuni non l'avrebbono voluto cos
giusto, altri come giusto lo desiderarono. E cos rest questa audienzia con li
tre auditori gi detti, il licenziado Alonso Zuazo, il dottore Rodrigo Infante
e il licenziado Giovan di Vadiglio, i quali governarono questa isola e l'altre,
con una parte di terra ferma che  di lor giurisdizione, come persone di molta
esperienzia e dottrina, facendo in questa citt residenzia; finch vi venne,
come s' detto, il reverendo signore il licenziado Alonso di Fonte Maggiore per
presidente di Sua Maest, e cos vi risiede con gli auditori che si son detti.
E in questo stato si ritrovano le cose del governo di questa isola Spagnuola
fino a questo tempo.
Ma perch  gi tempo di passare ad altre materie di pi dolce lezione e di
molti secreti di natura, finiamo di dire quello che ci avanza di questa isola;
e per dare pi particolar conto di quello che si  tocco di sopra del zuccaro,
voglio dire come avesse origine in questa isola, prima che ad altro si passi.


Degl'ingegni e trapeti da fare il zuccaro che sono ora in questa isola
Spagnuola, e di chi sono, e come ebbe questo ricco guadagno in queste parti
principio.
Cap. VIII.

Poich questa cosa del zuccaro  un de' pi ricchi guadagni che in alcuna
provincia o regno del mondo si possa fare, e poich in questa isola vi se ne fa
tanto e cos buono, ragionevole cosa  [che], ancorch la fertilit di questa
terra e la disposizione dell'acque e dei gran boschi per aver legne siano molto
al proposito per questo effetto, si debba anco sommamente ringraziare colui che
qui questa invenzione ritrov e la pose in opera; poich tutti vi ebbero gli
occhi chiusi fin che il baccellier Gonzales di Velosa, a suo proprio costo e
con una eccessiva spesa (per quello che egli diceva), e con molto travaglio di
sua persona, vi condusse i maestri e ufficiali da fare il zuccaro, e vi fece un
trapeto di cavalli; e fu il primo che facesse zuccaro in questa isola, e a lui
solo, come a primo inventore di questo guadagno, si debbono renderle grazie,
non gi perch egli fusse il primo che piantasse canne di zuccaro in queste
Indie, poich ve le avevano molti piantate prima e ne facevano molto mele, ma
perch egli fu il primo che ne facesse e cavasse il zuccaro; e col suo esempio
poi molti altri fecero il simigliante. Ora costui, quando ebbe quantit di
canne, fece un trapeto di cavalli su la riva del fiume Nigua, e condusse i
maestri per questo effetto infino dall'isole di Canaria, e macin e fece
zuccaro prima che niuno altro.
Ma, investigando la verit di questo, ritrovo che dicono alcuni uomini da bene
e vecchi, che oggi in questa citt vivono, che il primo che piant canne di
zuccaro in questa isola fu un Pietro di Atienza, nella citt della Concezione
della Vega, e che il castellano della Vega Michel Vallestriero di Catalogna fu
il primo che fece zuccaro, e affermano che lo fece pi di due anni prima che lo
facesse il baccelliero Velosa. Ma dicono anco che questo castellano ne fece
pochissimo, e che tanto questo quanto quello di Velosa ebbero origine e
principio dalle canne di Pietro di Atienza. Di modo che, o per questa o per
quella via, ebbe in queste Indie origine il zuccaro, perch da questo principio
di Pietro di Atienza si moltiplic tanto questo utile quanto ora si vede, e
ogni giorno maggiormente si augmenta.
Ma, ritornando al baccelliero Velosa e al suo trapeto, quando il cominci ad
intendere meglio questo negozio, si unirono con lui il proveditore Cristoforo
di Tapia e il castellano Francesco di Tapia suo fratello, e tutti tre fecero di
compagnia uno ingegno nel Laguate, che  una lega e mezza longi dalla riva del
fiume di Nizao. Ma qualche tempo appresso si disunirono, e il baccelliero
vendette la parte sua ai Tapii, e il proveditore poi vend la sua a Giovanni di
Villoria, il quale poi anco la vend al castellano Francesco di Tapia, al quale
solo rest questo primo ingegno da zuccari che fu in questa isola. E perch in
que' principii non s'intendeva cos bene la necessit che hanno di molti
territorii e d'acqua e legna e d'altre cose questi negozii del zuccaro, perch
in quel luogo dove questo primo ingegno era non vi era tanta copia delle cose
necessarie quanto bisognato sarebbe, il castellano Tapia disabit questo
ingegno e ne trasfer le migliori cose che puot ad un altro miglior luogo e
pi comodo, nella medesima riviera di Nigua, cinque leghe lungi da questa
citt; e quivi fece uno assai buono ingegno, finch vi mor.
E perch non si replichi molte volte quello che ora dir, si debbe notare in
questo ingegno quello che, per non replicarlo, in tutti gli altri si tace, che
in ogni ingegno delli buoni e bene aviati, di pi del molto valore
dell'edificio della casa dove si fa il zuccaro e dell'altra casa dove si purga
e conserva, si spende pi di 10 o 12 mila ducati d'oro, finch l'abbiano il
macinante e il corrente; e vi bisogna tenere continovamente al manco 80 o cento
neri e 120 anco, e in alcuni pi, perch meglio drizzati vadano; e bisogna che
quivi presso si tenga una over due grosse mandrie di vacche, di mille e duomila
e tremila l'una, perch abbia l'ingegno che mangiare; e costa molto di pi il
salario de' maestri e ufficiali che non fa il zuccaro; e vi vuole gran spesa
nelle carrette per condurre le cannamele e 'l zuccaro stesso e le legne per
lavorarlo, e vi bisogna gran gente per fare il pane e curare le canne e
irrigarle, e fare altre molte cose necessarie e di gran spesa. Per, in
effetto, chi  signore di uno ingegno libero e bene addrizzato egli si pu
tenere di essere ben ricco, perch grandissima utilit e ricchezza ne segue.
Ora, questo che si  detto fu il primo ingegno che si vedesse in questa isola,
e mentre che qui non si fecero zuccari, se ne ritornavano vote le navi in
Spagna, e ora ne vanno cariche, e con maggior nolo e utile che non guadagnano
nel venire verso qua. E poich questo negocio s'incominci nella riviera di
Nigua, voglio seguire degli altri ingegni che il medesimo fiume toccano, e per
la maggior distinzione farne tanti paragrafi o parti.
Un altro grosso ingegno  nella medesima riviera del fiume di Nigua, che  del
tesoriero Stefano di Passamonte e degli eredi suoi, ed  uno de' migliori che
siano in questa isola, cos negli edificii suoi come nell'avere molte acque e
boschi e schiavi e quanto di pi vi bisogna; e sta sette leghe o poco pi
lontano da questa citt di San Domenico.
Nella medesima riviera di Nigua, pi sotto di quello che s' detto, sta un
altro ingegno assai buono che fece Francesco Tostado, sei leghe lungi da questa
citt, e rest agli eredi suoi: ed  una gentil cosa e molto utile, e non gli
manca nulla di quanto per lo suo mestiero li fa di bisogno.
In questa stessa riviera di Nigua vi ha un altro ingegno, de' migliori e pi
ricchi che abbia tutta questa isola, ed  presso al mare nella foce di questo
fiume, quattro leghe e mezza lungi da questa citt di San Domenico, ed  del
secretario Diego cavaliero della Rosa; cosa in effetto degna molto di vedersi e
di pregiarsi.
Giovanni d'Ampies, fattore di Sua Maest, fece un altro ottimo ingegno in cima
della riviera di Nigua, nel fiume che chiamano Iaman, otto leghe lontano da
questa citt; e rest agli eredi suoi, ed  una gentile eredit.
Un altro ingegno e de' migliori dell'isola ha l'admirante don Luigi. Ma, perch
questi ingegni e utili del zuccaro incominciarono presso al fiume di Nigua, per
dire tutti quelli che in questa riviera sono e che con loro confinano, che sono
i cinque detti di sopra, non si  posto questo dell'admirante al principio,
come  ragione che in tutto quello che tocca all'Indie preceda egli a tutti gli
altri: poich quanto vi hanno tutti da mangiare o l'hanno con queste Indie
acquistato tutto a lui si dee, essendo l'avolo suo stato causa che se ne abbia
quanto se ne ha. Ma per andar ordinato (come ho detto) fu bisogno incominciare
con l'ingegno di Francesco di Tapia, e di seguire poi nella guisa che s'
fatto, perch quando questo dell'admirante si fece ve ne erano gi in questa
isola degli altri. Questo fu edificato dall'admirante don Diego Colombo 4 leghe
lontano da questa citt di San Domenico, dove dicono la Isabella Nova; ma poi
la vicereina donna Maria lo trasfer nel luogo dove ora sta, che  migliore e
pi presso alla citt.
Un altro ingegno fu edificato dalli licenziadi Antonio Serrano e Francesco di
Prato, che ora  del contatore Diego il cavaliero, ed  pi vicino di tutti gli
altri a questa citt, perch non ne sta pi che due leghe lontano, presso al
fiume che chiamano di Iuca.
Un altro ingegno de' buoni di questa isola, tre leghe lungi da questa citt, fu
presso la riviera del fiume Haina edificato dal licenziado Piero Vasque di
Mella e da Stefano Iustiniano genovese, il quale  ora degli eredi loro.
Ha un altro ingegno Francesco di Tapia, figliuolo del proveditore Francesco di
Tapia, dove si dice Itabo, 4 leghe da questa citt lontano, e lo fond ed
edific il detto proveditore.
Ne hanno un altro assai buono gli eredi del tesoriero Michele di Passamonte,
che sta nella riviera del fiume Nizao, lungi otto leghe da questa citt di San
Domenico; ed  un de' migliori di questa isola. Il contatore Alonso d'Avila ne
ha un altro assai buono, otto leghe lontano da questa citt, ed  su la riviera
del fiume Nizao, che  una gentile e bella entrata.
Un altro assai buono n'ha Lope di Bardecia, nella medesima riviera di Nizao,
nove leghe da questa citt. Il licenziado Alonso Zuazo, auditor di questa
audienzia regia, che in questa citt risiede, ha un altro bello e ricco ingegno
da far zuccari su la riviera del fiume Ocoa, sedeci leghe lungi da questa citt
di San Domenico; ed  una delle buone e utili cose che in queste parti siano.
Il secretario Diego cavaliero della Rosa, di pi dell'ingegno che s' detto di
sopra, che  nella riviera di Nigua, ne ha un altro assai buono 20 leghe
lontano da questa citt, su la riva del fiume chiamato Cepi, e presso alla
terra chiamata Azua, ed  una gentile e ottima eredit.
Un altro ne ha, che  una delle buone cose dell'isola, Giacomo di Castiglione,
presso alla terra di Azua, nella riviera del fiume che chiamano Bia, 23 leghe
da questa citt lontano.
Fernando Gorgion, cittadino d'Azua, ha un altro buono ingegno da far zuccaro
vicino alla terra stessa d'Azua, che  23 o 24 leghe lontano da questa citt di
San Domenico.
Nella medesima terra d'Azua fece don Alonso di Peralta un trapeto da cavalli,
che doppo la sua morte rest agli eredi suoi. E questi tali edificii non sono
cos gagliardi come quelli dell'acqua, ma sono di molto prezzo, perch quello
che dovea fare l'acqua volgendo le ruote per la macina del zuccaro si fa con la
vita di molti cavalli, che bisognano in tale essercizio tenere. Questo trapeto
 degli eredi del Peralta (come s' detto) e di Pietro di Eredia, che  ora
governatore nella provincia di Cartagenia in terra ferma.
 medesimamente un altro ingegno, o trapeto di cavalli per dir meglio, nella
stessa terra d'Azua, ed  di uno onorato cittadino di quel luogo che si chiama
Martino Garzia.
In San Giovanni della Maguana, che sta 40 leghe longi da questa citt di San
Domenico,  un altro gagliardo e ricco ingegno, che  degli eredi d'un
cittadino di quella terra chiamato gi Giovanni di Leone, e della compagnia de'
belzari alemanni, che ne compr la met.
Dentro la medesima terra di San Giovanni della Maguana sta un altro buono e
forte ingegno, fondato gi da Pietro di Vadiglio e dal secretario Pietro di
Ledesma e dal baccelliero Moreno, che sono gi morti, e rest agli eredi loro;
ed  una buona e utile cosa.
Undeci leghe lontano da questa citt di San Domenico, a pari della riviera e
fiume che chiamano Cazui, fond e fece Giovanni di Villoria il vecchio un buono
ingegno, insieme con Hieronimo d'Aguero suo cognato: e ora  degli eredi di
amendue e degli eredi anco d'Agostino di Vivaldi genovese, che hanno in questo
ingegno parte.
Il medesimo Giovan di Villoria fond e fece un altro assai buono ingegno nel
fiume che chiamano Sanate, 24 leghe longi da questa citt, nel territorio della
terra di Higuei; ora  degli eredi suoi, ed  una ricca e buona eredit.
Il licenziado Luca Vasches d'Aillon, che fu gi auditore in questa regia
audienzia, e Francesco di Zavaglios edificarono un buono e forte ingegno nella
terra di Porto di Plata, che  45 leghe lungi da questa citt di San Domenico,
dalla banda di tramontana; e ora  posseduto dalli figliuoli del detto
licenziado e dal medesimo Francesco di Zavaglios, ed  una buona cosa. Duo
gentil uomini della citt di Soria, chiamati Diego di Morales e Pietro di
Barrio Nuovo, ora cittadini di Porto di Plata, fecero anco un buono ingegno in
quella terra, che  ora una gentil cosa.
Nella medesima terra di Porto di Plata fecero, e l'hanno ora, un buon trapeto
di cavalli Francesco di Barrio Nuovo, che  ora governatore in Castiglia
dell'Oro in terra ferma, e Fernando di Illescas; ed  una buona pezza, e ne
sono amendue possessori.
Sancio di Monastero Burgales e Giovanni di Aguillar posseggono anco nella
medesima terra di Porto di Plata uno acconcio e utile e buon trapeto di
cavalli.
Nella terra del Bonao, che  lontana 19 leghe da questa citt di San Domenico,
sta un altro buono ingegno da zuccari, che lo posseggono i figli di Michel
Giover e Sebastiano di Fonte e gli eredi di Fernando di Carrione.
Il licenziado Cristoforo Lebron, che fu gi auditore in questa audienzia regia,
fece un altro ingegno in un gentile e commodo luogo, dove dicono l'Albero
Grosso, dieci leghe lungi da questa citt di San Domenico; e questo  un bello
e utile ingegno, e rest doppo la morte del Lebron agli eredi suoi.
Un altro buono ingegno fanno ora nella riviera del fiume Chiabon, 24 leghe
lungi da questa citt, Fernando di Carvagiale e Melchior di Castro, che ser
una ricca e buona cosa, per quello che se ne vede.
Intanto che, riassumendo quello che s' detto di questi ricchi ingegni da far
zuccari, concludiamo che in questa isola ve ne sono 20 gagliardi macinanti e
correnti, e altri tre che macineranno in questo anno del 1535, e altri cinque
trapeti da cavalli, senza alcuni altri che sempre se ne edificano; e non si sa
che isola n regno alcuno, fra cristiani o fra infedeli, simile guadagno cavi
dal fare de' zuccari, e le navi che qui vengono di Spagna se ne ritornano del
continovo cariche di zuccari assai buoni e fini. E le spiume e meli che di loro
in questa isola si perdono o si danno di grazia farebbono un'altra gran
provincia ricca. E quello che  di maggior maraviglia in questi cos grossi
negozii si  che, a tempo di molti che oggi in queste parti viviamo, da 22 o 23
anni in qua, niuno di questi ingegni gi detti vi era, perch tutti in cos
breve tempo si son fatti di mano nostra, col nostro ingegno e industria. E
questo basti quanto al zuccaro e agli ingegni dove si fa. Il che sia anco detto
per la comparazione che io feci di sopra, di questa isola e della sua
fertilit, con l'isole di Sicilia e d'Inghilterra.

Della naturale e generale istoria dell'Indie a' tempi nostri ritrovate.

Libro quinto

Proemio

Nel terzo libro di questa naturale istoria si dissero alcune cause per le quali
morirono e vennero meno gl'Indiani di questa isola Spagnuola; e di questa
stessa materia si replic alquanto poi appresso nel primo cap. del quarto
libro, ragionandosi della qualit di questi Indiani. Ora, perch meglio
s'intenda che questo castigo venne principalmente per li delitti e abominevoli
costumi e riti di queste genti, ragioneremo d'alcuni di loro in questo quinto
libro, onde si potr facilmente raccorre e vedere la giustizia di Dio, e quanto
 stato egli misericordioso con loro aspettandoli tanti secoli, poich non 
creatura che non conosca che si ritrovi un omnipotente Dio; e come disopra
dicevamo, la chiesa santa teneva che in tutto il mondo fusse stato predicato il
misterio della redenzione nostra, come s. Gregorio diceva, il quale resse il
papato negli anni 590 e fu da 14 anni pontifice; onde, ancor che nell'ultimo
anno della sua vita si fusse fornito di predicare a tutte le genti il misterio
della salute umana, finch il Colombo primieramente a queste parti venne vi
corsero da 888 anni, e dal primo viaggio del Colombo fino al presente del 1535
ve ne son corsi altri 43. Di modo che dovrebbono gi queste genti avere inteso
quello che tanto loro importa, che  la salute delle anime, non essendo loro
mancati n mancando predicatori e persone religiose che loro lo ricordino, da
che le bandiere di Cristo e di Castiglia in queste parti passarono; se ben se
l'avevano dimenticato, e s'insegna ora loro di nuovo.
Ma in effetti questi Indiani sono una gente assai sviata e aliena di volere
intendere la fede catolica, e non  altro che un battere il ferro freddo il
pensare che questi abbiano da essere buoni cristiani; e ben se gli  paruto
nelle cappe o per meglio dire nelle teste, perch cappe non portavano essi n
avevano n hanno le teste come le altre genti: percioch vi hanno cos grosse e
forti le cocche e gli ossi che il principale aviso che hanno i cristiani quando
con loro combattono si  di non dar loro cortellata in testa, perch vi si
rompono le spade. Sich, come hanno le cocche grosse e dure, cos hanno
l'intelletto bestiale e male inchinato, come si dir appresso de' lor costumi e
cerimonie e riti, e di altre cose che al medesimo proposito mi occorreranno.


Come gl'Indiani tenevano l'imagini del demonio e idolatravano; e del modo che
tengono perch le cose passate non vadino in oblivione e passino a' posteri.
Cap. I.

Dapoi che in queste Indie passai, sempre ho per tutte le vie possibili
procurato con molta attenzione, cos in queste isole come in terra ferma, di
sapere per che via e modo gl'Indiani si ricordano delle cose passate e de' loro
antecessori, e se hanno libri, o con che segnali non si dimenticano il passato.
E in questa isola, per quello ne ho potuto intendere, le lor ballate e canzoni,
ch'essi chiamano areito, sono solo il libro e il memoriale che essi hanno e che
si stende e passa da generazione in generazione, come qui appresso si dir.
E non ho in questa nazione ritrovata cosa pi anticamente dipinta n scolpita,
n cos principalmente rispettata e riverita, come l'abominevole figura del
demonio, in molte e varie maniere dipinto e scolpito, con molte teste e code e
con brutte e spaventevoli e canine e feroci dentature con denti grandi e
smisurate orecchie e con accesi occhi di drago e di feroce serpente, e d'altre
varie e differenziate maniere, che la meno spaventevole pone gran timore e
maraviglia ne' cuori umani. E nondimeno  a queste genti cos associabile e
commune che non solamente il tengono figurato in una parte della casa, ma ne'
banchi anco dove seggono, volendo significare che colui che siede non sta solo,
ma siede insieme con l'aversario di tutti; l'iscolpiscono anco e l'intagliano
in tavole e in tutte l'altre maniere che possono, e lo fanno cos feroce e
orrendo come egli  a ponto, e lo chiamano Cemi. E questo tengono per loro dio,
a questo chiedono l'acqua o il sole o il grano o la vittoria contra gli
inimici, e in fine ci che desiderano, e si credono che questo Cemi dia loro
quanto li piace, e appare loro di notte in guisa di fantasma.
Aveano queste genti fra loro alcuni uomini che chiamano buhiti, e che faceano
l'ufficio di auruspici o d'indovini, e davano loro ad intendere che 'l Cemi era
signore del mondo e del cielo e della terra, e che la sua figura e imagine era
quella, cos brutta come s' detto, e assai pi di quello che si pu n pensare
n dire, ma differente sempre e di varie maniere. E questi cemi o indovini
predicevano molte cose che gli Indiani credevano che fussero dovute riuscire
vere in lor favore o danno, e se ben molte volte riuscivano al contrario e
bugiarde, non per questo se ne perdeva il credito, perch questi indovini
davano ad intendere che 'l Cemi avea mutata fantasia, o per maggior bene o per
fare la sua propria volont. Questi erano la maggior parte grandi erbolarii, e
conoscevano la propriet e natura di molti alberi ed erbe; e perch guarivano
con tale arte molti, n'erano come santi in gran riverenza e rispetto tenuti, ed
erano fra queste genti tenuti a punto come fra i cristiani i sacerdoti; onde
sempre portavano con seco quella maledetta figura del Cemi, e per questo ne
erano anco essi chiamati cemi, di pi dell'essere del lor nome di buhiti detti.
In terra ferma non solamente ne' loro idoli d'oro, di pietra e di legno e di
terra amano di porre cos esecrabili e diaboliche imagini, ma dipingono anco
questa maladetta effigie sopra le loro stesse persone, facendovele perpetue e
tingendole di nero, con rompervi la carne viva e la pelle, a punto come un
suggello di cosa ch'hanno impressa nel cuore e che non si dimentica lor giamai,
e con diverse maniere il nominano. In questa isola Spagnuola tanto  dire Cemi
quanto  quello che noi chiamiamo diavolo, e tali erano quelli che questi
Indiani tenevano effigiati nelle lor gioie, e nelle parti e luoghi che si sono
detti e in altri, come pi lor piaceva o pareva.
Ho io questa parte notata fra queste genti una cosa, cio che l'arte
dell'indovinare e le vanit che questi cemi davano ad intendere a' popoli erano
unite con la medicina e con l'arte magica. Il che pare concordi con quello che
scrive Plinio nel 30 libro della sua istoria, quando dice che, bench sia
questa arte la pi fraudolente e ingannevole di tutte l'altre, ha nondimeno
avuta grandissima reputazione in tutto il mondo e per tutti i secoli, per
abbracciare in s tre arti che predominano sopra la vita umana; perch niuno
dubita che questa arte magica sia venuta e nata dalla medicina, per essere
tutta piena di speranze e di promesse, abbia anco in s avuta la forza della
religione; e poi appresso con amendue queste si congiunse l'astrologia
giudiciaria, la quale pu molto negli uomini, perch ognun desidera di saper le
cose future, e credono che si possa per via del cielo intendere. Avendo adunque
quest'arte con tre nodi legati i sentimenti degli uomini,  montata a tanta
altezza che anco oggi occupa la maggior parte delle genti, e nell'oriente al re
degli re comanda: e non  maraviglia, poich ivi nacque [e] Zoroastre re de'
Batriani ne fu l'inventore; sich in queste parti s' questa vanit assai stesa
e l'hanno con la medicina unita, poich i principali loro medici sono e
sacerdoti e indovini, e questi amministrano loro le cerimonie e idolatrie lor
diaboliche.
Ma passiamo alla seconda cosa che nel titolo di questo capitolo si propose, che
fu delle ballate o areiti loro. Avevano queste genti un modo di ricordarsi le
cose passate e antiche, ed era con le ballate e canzoni loro, che essi chiamano
areiti, che  a punto quello che noi altri diciamo ballare cantando. Scrive
Livio nel settimo libro della prima deca, che di Toscana vennero i primi
ballatori in Roma, e accordavan la voce co 'l moto del corpo: e vi furono
chiamati perch si dimenticasse l'affanno passato per la pestilenzia, in quello
anno che Camillo mor. Dico questo perch doveva essere il ballo e canto loro
come questi areiti degl'Indiani, che a questo modo li facevano. Quando volevano
prendersi piacere, celebrando fra loro qualche solenne festa, si ragunavano
insieme molti Indiani e Indiane, e qualche volta gli uomini solamente e qualche
volta solo le donne; ma nelle feste generali, come per qualche vittoria avuta o
per l'accasamento del caciche o re della provincia o per altra simile cagione
che il piacere fusse generalmente di tutti, e uomini e donne vi si ritrovavano
mescolati insieme. Qui, per fare maggiore la loro allegrezza e piacere, alle
volte si prendevano tutti per mano alle volte braccio con braccio, e facevano
di molti presi a questo modo un cerchio intorno, e uno di loro, toltosi
l'ufficio di guidar gli altri (ed era ora un uomo ora una donna), dava certi
passi innanzi e a dietro a modo d'un contrapasso, bene ordinato, e a questo
modo giravano intorno cantando, in quel tuono o alto o basso che la guida
l'intonava; e questo numero de' passi andava molto misurato e concertato con le
parole o versi che cantavano. Quel primo che guidava la danza diceva, e poi
tutti gli altri replicavano cantando quello istesso, movendo e la voce e il
passo a quella stessa misura che avevano veduto fare il primo; il quale, quando
gli altri rispondevano, si taceva, ma moveva con loro i piedi. Finito che
avevano tutti di replicare ballando quello che inteso avevano, tosto la guida
con un altro verso e parole seguiva, e tosto anco poi gli altri a quel modo
stesso lo replicavano. E di questo modo durava la ballata tre e quattro ore e
pi, finch il maestro della danza aveva fornita quella sua istoria, e alle
volte durava anco da un d all'altro. E qualche volta con la voce mescolavano
anco il suon di un tamburo, che  fatto d'un pezzo sodo di legno ritondo e
concavo, e grosso quanto  un uomo, e pi e meno secondo che pi lor piace di
farlo, e ha un suono come l'hanno i tamburi sordi co' quali suonano i neri; ma
non vi pongono per cuoio alcuno, ma vi fanno certi buchi e segni o linee, che
trapassano fino al voto di dentro, onde di mala grazia ribombano. E con questo
tristo istromento, o senza esso, dicono e replicano nelle lor ballate le
memorie e istorie passate loro, perch a questo modo referiscono di che modo
morirono i cacichi passati, e quanti e quali furono, con altre cose che essi
non vogliono che si dimentichino. Si cambiano alle volte que' maestri delle
danze, e mutando il suono e il passo seguitano la medesima istoria, o pure
un'altra, se la prima  fornita, e nel medesimo suono o in un altro. Questa
maniera di balli si somiglia alquanto alle danze de' contadini, quando la
primavera in alcuni luoghi di Spagna si prendono a questa guisa, e gli uomini e
le donne sollazzano con cembali. E io ho in Fiandra veduto uomini e donne in
molti cerchi cantare ballando, e rispondendo ad uno che guidava gli altri, ed
era il primo a cantare nel modo che s' detto di sopra. Nel tempo che 'l
commendatore maggiore fra' Nicola d'Ovando governava questa isola, fece davanti
a lui uno arieto l'Anacaona, che fu moglie del caciche Caonabo, la quale fu
gran signora: e andavan in questa danza pi di 300 donzelle, tutte create sue e
non ancora maritate, perch non volle che nel ballo entrasse uomo alcuno, n
donna che avesse conosciuto uomo.
Si che, ritornando al proposito nostro, questa maniera di cantare, in questa e
nell'altre isole e in terra ferma anco,  una istoria o un ricordo delle cose
passate, cos di guerra come di pace; perch, col continuare queste canzoni,
non si vengono a dimenticare i gesti e l'altre cose accadute, che restano
impresse nelle memorie loro in vece di libri. Per questa via recitano le
genealogie de' loro cacichi e signori, e i gesti e l'opere loro, con li buoni o
cattivi tempi che passati hanno, e altre cose che essi vogliono che si sappiano
da' piccoli e da' grandi, e che non vadano in oblivione; e spezialmente le
famose vittorie avute in battaglia. Ma di questa materia degli areiti si dir
pi a lungo appresso, quando si ragioner della terra ferma, perch quelli che
io viddi in questa isola, ora sono 20 anni o pi, non mi parvero cose cos da
notare come quelli che io viddi prima e che ho veduti poi farsi in terra ferma.
E non paia al lettore che questo che io ho detto sia cosa molto selvaggia e
strana, perch in Spagna si usa il medesimo e in Italia, e nella maggior parte
de' cristiani penso che debbia farsi cos. Percioch altra cosa sono li romanzi
o canzoni che si fondan sopra cose vere, se non una parte dell'istorie passate?
Almen, fra coloro che non sanno leggere, per via di canzoni si sa che, stando
il re con Alfonso nella citt di Siviglia, li venne in cuore d'andare ad
assediare Algezira, perch cos si canta in una canzone; e cos fu nel vero,
che da Siviglia part il re don Alfonso II quando quel luogo guadagn, e fu a'
28 di marzo del 1344, di modo che ha 189 anni che questa canzone o areito dura.
E per un'altra canzone si sa che il re don Alfonso VI fece corte in Toledo, per
compire di giustizia al Cid Ruidas e alli conti di Carione. Questo re Alfonso
VI mor il primo di luglio nel 1106; s che son passati fino ad ora 429 anni,
ed erano state gi prima le contese delli conti di Carion e del Cid, e fino ad
oggi dura questa memoria o canzone. Per un'altra canzonetta si sa anco che il
re don Sancio di Leone, primo di questo nome, mand a chiamare Fernan Gonzales
suo vassallo perch venisse alla corte di Leone: questo re don Sancio prese il
regno nel 924 della salute nostra e regn 12 anni, di modo che mor nel 936, e
sono fino ad oggi pi di 597 anni che questo areito o canzone di Spagna dura.
In Italia anco si canta una canzonetta che dice: "Alla mia gran pena e forte,
dolorosa, afflitta e rea, diviserunt vestem meam, et super eam miserunt
sortem". E la compose il re Federigo di Napoli nel 1501, che perse il regno,
perch contra lui s'unirono, e toltogli il regno se lo divisero insieme, il re
catolico di Spagna e il re Luigi di Francia, che fu predecessore del re
Francesco che oggi vive; questa canzone ha che si canta 34 anni, e non si
dimenticher di molto altro tempo. Nella prigione del medesimo re Francesco si
compose un'altra canzone o areito che dice: "Re Francesco, mala guida, dalla
Francia voi portaste, poi che qui prigion restaste, di Spagnuoli presso a
Pavia". E pur cosa nota  che questo pass cos in effetto, che, stando il re
Francesco di Franza con ogni suo sforzo sopra Pavia, fu in battaglia vinto e
fatto prigione, col fiore della Francia, a' 24 di febraro del 1525 dal valoroso
capitano il signor Antonio di Leva, e dall'essercito imperiale che lo soccorse.
S che questa ballata o arieto  tale che a guisa d'una istoria far sempre
chiara una cos gloriosa vittoria, per accrescere i trofei della maest cesarea
e de' suoi Spagnuoli; e mentre durer il mondo e dai fanciulli e dai vecchi si
canter sempre questa canzone.
E di questo modo ne vanno oggi molte altre simili per tutto, che si cantano e
si sanno da quelli anco che non sanno leggere; s che bene fanno gl'Indiani a
fare in questa parte il medesimo, poich, non avendo lettere, suppliscono ad
una lunga fama con queste ballate. Mentre che presso di loro queste ballate e
canzoni durano, vanno alcuni altri Indiani e Indiane intorno, dando a bere a'
ballatori, senza fermarsi per la danza: e bevono certi beveraggi che fra loro
si usano, onde finita la festa restano la maggior parte di loro ebri e gittati
per molte ore per terra; di modo che questa stessa ebriet  quella che impone
fine alla ballata. E questo  quando l'areito  solenne, perch altramente
bevono senza imbriacarsi. E cos, chi per una via chi per un'altra, tutti sanno
questo modo di istoriare, e alle volte alcuni, che fra loro sono riputati savii
e di migliore ingegno in questa parte, ritrovavano da se stessi altre canzoni e
danze, a quelle nondimeno simili.
La forma del tamburo, che s' detto di sopra che suonano,  quella che qui
dipinta si vede, e lo fanno d'un troncone d'albero ritondo, e cos grosso
quanto vogliono farlo; ed  questo tamburo da tutte le sue parti rinchiuso,
fuori che dalla parte opposita a quella donde lo suonano, e vi danno con un
bastone sopra quelle due lingue che del medesimo legno vi restano, come nella
prima figura si vede. L'altro nero che  nella seconda figura  la parte
opposita, per donde lo lavorano e fanno vacuo dentro; e questa banda del vacuo
ha da star volto e posto in terra, l'altra banda che s' detta prima ha da
stare volta in su, e qui battono col bastone.  il vero che in alcuni luoghi
tengono questi tamburi assai grandi, e in altri luoghi minori e bucati e
coverti con un cuoio di cervo o di altro animale; ma perch in queste isole non
vi erano animali da potere coprire di cuoio, gli usavano nel modo che s' gi
detto. E in terra ferma si usano oggi e di questi e di quelli, come si dir nel
suo conveniente luogo.


Delli tabacchi o suffumigii che costumavano gl'Indiani in questa isola
Spagnuola, e della maniera de' letti loro dove dormono.
Cap. II.

Usavano gl'Indiani di questa isola, fra gli altri loro vizii, un costume molto
cattivo: ed era questo, che prendevano certi fumi per il naso, che loro
chiamano tabacco, per uscire dei sentimenti. E lo facevano col fumo d'una certa
erba che, per quello che n'ho potuto intendere,  della qualit dell'iusquiamo;
non gi della fattezza o forma dell'iusquiamo istesso alla vista, perch questa
erba ha un piede di quattro o cinque palmi alto, e ha le foglie larghe e grosse
e molle e pelose, e il suo verde pende alquanto al colore della buglossa.
Questa erba che io dico, quanto all'effetto, non  altro che una spezie di
molto simile all'iusquiamo, e di questa maniera la prendano, o per dir meglio
il fumo di lei: i cacichi e persone principali aveano certi bastoncelli bucati
e della grandezza d'una spanna, e fatti a questo modo, perch da una parte ha
duo cannoncelli che amendue rispondono ad uno, e sono tutti d'un pezzo.
Li duoi buchi dell'una banda si ponevano alle narici del naso, e il buco
opposito ponevano nel fumo di quella erba posta al fuoco ad ardere; e per
questa via attraevano a s il fumo, e lo facevano una e due e tre e pi volte,
quanto pi potevano durarvi, finch restavano senza sentimenti, stesi per gran
spazio di tempo in terra, addormentati d'un grave e profondo sonno. Gli altri
Indiani, che non potevano avere que' bastoncelli concavi, s'attraevano nel naso
quel fumo con certi calami o cannuzze sottili da fare graticchie. E questi
stromenti co' quali prendono il fumo  chiamato tabacco dagl'Indiani, e non
l'erba o il sonno che nasce, come credevano alcuni.
Tenevano gl'Indiani questa erba per una cosa molto pregiata, e la piantavano e
facevano crescere ne' lor giardini e poderi, per l'effetto che s' detto,
dandosi ad intendere che questo suffumigio non solamente fusse cosa sana, ma
santa anco. Or, tosto che il caciche o altro principale cade in terra,  preso
dalle sue mogli (che sono molte) ed  gittato in sul letto, s'egli l'ha per
comandato prima; perch, s'egli nol disse avanti, vuol che lo lascino stare a
quel modo fin che passi quello alloppiamento, e che si digerisca il vino e il
fumo.
Io non so pensare che piacere si cavi da questo atto, se non  la gola del bere
fino a tanto che si dia di spalle in terra. So ben questo, che alcuni cristiani
l'usavano, e quelli spezialmente che erano afflitti dal mal francese, che
solevano dire che, mentre a quel modo alloppiati stavano, non sentivano il
dolore della loro infermit. Ma a me non pare altro se non che chi questo fa
sta morto in vita: il che tengo io per peggio che non il dolore che fuggire
vogliono, poich non per questo ne guariscono. Al presente molti neri di quelli
che stanno in questa citt e nell'isola hanno preso questo costume, e fanno
crescere a questo effetto questa erba ne' poderi de' loro padroni, e poi si
tolgono i medesimi fumigii, e dicono che quando escono dalle loro fatiche e si
fanno questi tabacchi lasciano ogni stanchezza via. A questo mi pare che si
confaccia un vizioso e cattivo costume delle genti di Tracia, perch (come
scrive l'Abulensi sopra Eusebio) questi popoli, tanto gli uomini quanto le
donne, hanno per costume di mangiare d'intorno al fuoco; e amano molto d'essere
o di parere imbriachi; e perch non hanno del vino, tolgono il seme d'alcune
erbe che sono fra loro e le pongono su le bragia, perch ne esce un tal odore
che, senza altro bere, ne diventano ebrii quanti presenti vi si ritrovano. Il
che al parer mio  una cosa istessa con questi tabacchi degl'Indiani.
Ma perch s' detto di sopra che, quando alcun principale o caciche cade in
terra per questo tabacco, vien tosto posto sul letto, se esso l'ha comandato
prima,  ragionevole cosa che noi diciamo che maniera di letti gl'Indiani hanno
in questa isola. Essi in questa maniera gli hanno e costumano come qui si vede,
perch non  altro il loro letto che o una manta in parte tessuta in parte
aperta e fatta a scacchi, o a modo di una rete perch pi fresco sia, e la
fanno di bombage o cottone;  lunga due canne e mezza o tre e larga quanto essi
vogliono, e l'estremit di questa manta o tapedi stanno legate con molte fila
di cabuia o di henechen (de' quali si parler nel decimo capitolo del settimo
libro). Queste fila sono lunghe, e sono congiunte e legate nelle estremitadi o
capi della hamaca (che cos questo letto chiamano)
con un trafilo ben fatto, come si suol fare nella cocca trafilata d'una corda
di balestra: e cos la guarniscono, e la legano poi a due arbori con due corde
di cottone o di cabuia ben fatte e forti, che le chiamano hico (perch hico
vuol dire la fune in lor lingua), e cos resta il letto sospeso nell'aere,
tanto alto da terra quanto piace loro di porlo. E perch la contrada 
temperata, non bisogna provedere d'altra coperta per sopra, salvo se stessero
presso qualche alta montagna e vi facesse fresco. Perch sono questi letti
larghi, e gli attaccano e suspendono lenti, perch pi morbidi e piacevoli
siano, sempre v'avanza della medesima hamaca, che chi vuole starne coperto di
sopra pu addoppiarvela. Ma quando essi dormono in casa si servono degli stanti
o posti della casa invece degli alberi per suspendere questi letti, e se fa
freddo vi pongono o carbone o bragia di sotto o quivi presso. Per in effetto,
a chi non  uso di simili letti, non piacciono molto, salvo se non sono molto
larghi: perch la testa e i pi di chi vi dorme vengono a stare in alto, e i
lombi e la schiena a basso, che  una cosa molto disagiata. Ma quando sono ben
larghi si pu la persona coricare nel mezzo di loro per traverso, e cos
vengono a stare ugualmente tutte le membra.
Per dormire in campagna, e massimamente dove sono alberi per attaccarli, mi
pare che questa sia la miglior maniera di letti che possa essere, perch questa
manta che s' descritta e serve per letto  portatile, e un garzone la porta
sotto il braccio: e non sarebbono poco giovevoli usandoli negli eserciti in
Spagna, in Italia e negli altri luoghi del mondo, perch non morrebbono tante
genti l'inverno e ne' tempi tempestosi quanti ne muoiono per dormire in terra.
E in queste Indie li portano gli uomini da guerra dentro della havas, ceste o
serrate, come si dir appresso, che si fanno delli bihaos, e a questo modo
vanno ben conservati e netti, e le genti non dormono stese in terra come negli
alloggiamenti di cristiani si fa in Europa, in Africa e nelle altre parti. Che
se qui questo non si facesse, per essere la terra molto umida, questo sarebbe
maggior pericolo per la vita degli uomini che non sarebbe la guerra istessa.


De' matrimonii degli Indiani, e quante mogli hanno, e della lor libidine; e in
che gradi non prendono moglie, e con che religione raccolgono l'oro, con altre
cose notabili.
Cap. III.

Essendosi nel precedente capitolo detto della forma de' letti degl'Indiani di
questa isola, dicasi ora del matrimonio che usavano: bench in effetto questo
atto, che noi cristiani teniamo per sacramento, come egli , si possa dire
essere a presso questi Indiani un sacrilegio, poi che non pu essere detto per
loro "quos Deus coniunxit homo non separet". Che anzi si dee credere che il
demonio costoro congiunga, tale  la forma che in questo servano; perch in
questa isola ciascuno aveva una moglie sola (se non ne poteva sostentare pi),
ma molti n'avevano due e pi, e i cacichi tre e quattro e quante ne volevano, e
il caciche Beheccio ebbe 30 mogli proprie; e non solamente l'avevano per l'uso
del congiungimento, che sogliono i mariti naturalmente servare con le mogli
loro, ma per altri nefandi anco e bestiali usi e peccati, perch il caciche
Goacanagari aveva certe mogli con le quali si congiungeva nel modo che sogliono
fare le vipere. Or vedete che abominazione inaudita; e che le vipere questa
propriet e uso abbiano lo dicono Alberto Magno, Isidoro e Plinio; ma erano
peggiori che vipere coloro che a queste bruttezze si lasciavano trascorrere,
poi che alle vipere non ha la natura altra via da generare concessa, e vi
vengono come forzate a cos fatto atto; s che non  maraviglia se tali vipere
in vista umana hanno cos gran castigo avuto dal grande Iddio.
Se di questo caciche adunque tal fama vola, bisogna che degli altri suoi anco
si dica il medesimo, perch i popoli e nel vizio e nella virt sono atti ad
imitare tosto il prencipe; onde di maggior castigo  degno l'inventor di
qualche peccato che non l'imitatore, come all'incontro suprema gloria merita
colui che  di qualche virtuoso atto autore. Egli  cosa assai publica questa
che ho detto, cos in queste isole come in terra ferma, ne' quali luoghi molti
Indiani e Indiane erano sodomite, e si presume che ve ne siano anco oggi molti.
E non solamente non se ne vergognano, ma se ne pregiano, e come l'altre nazioni
portano attaccato al collo alcune gioie d'oro e di pietre preziose, cos in
alcuni luoghi di queste Indie portano per pendente e per un gioiello appeso al
collo la effigie di duo uomini l'uno sopra l'altro in quel nefando atto
sodomitico fatti d'oro; e io ho veduto un di questi gioielli diabolici d'oro
che pesava poco meno di venti pezi di oro, ed era vacuo di dentro e ben
lavorato, e s'ebbe nel porto di Santa Marta nella costiera di terra ferma nel
1514, quando tocc quivi l'armata con la quale pass Pedrarias in terra ferma;
e perch portarono una gran quantit d'oro che quivi ebbero a farlo fondere
dinanzi a me, come ufficiale regio sopra il fondere dell'oro, io spezzai di mia
mano con un martello quella disonesta effigie nella citt del Darien. S che
vedete se chi di tali gioie si pregia si vergogner d'usare una tanta
disonest, e se  cosa nuova fra gl'Indiani, o pi tosto cosa ordinaria e
comune fra loro.
Anzi io dico che colui che prende fra loro il luogo di paziente in quel
bestiale atto, riceve anco tosto ufficio donnesco, e come donna ne porta le
nague, che sono un fazzuolo di cottone che le donne di questa isola, per
coprire le lor vergogne, si ponevano dalla cintura fino a mezze gambe; e le
donne principali le portavano fino a' talloni, ma le donzelle vergini, come s'
detto altrove, niuna parte del corpo si coprivano, come n anco gli uomini, che
non sapendo che cosa  vergogna non si curavano d'altra coverta.
Ritornando al proposito nostro, questo abominevole peccato s'usava molto fra
gl'Indiani di questa isola, ma era molto dalle donne aborrito, per l'interesse
loro pi che per scrupolo alcuno di conscienzia, bench ne fussero alcune buone
di lor persona, come che in questa isola erano le maggiori vigliacche e le pi
disoneste e libidinose donne che si siano in tutte queste Indie vedute. Dico
che erano buone e amavano i loro mariti, perch quando qualche caciche moriva
alcune delle sue mogli di loro volont propria si facevano vive co' lor morti
mariti sepelire, e si facevano porre nella sepoltura acqua e di quel pane che
esse mangiavano con alcuni frutti. E quando queste mogli da se stesse non vi
s'inducevano, erano loro malgrado forzate andare vive a sepelirvisi, come
avenne a punto in questa isola quando mor il caciche Behechio, che era gran
signore, e due delle moglie sue forzate furono vive col marito sepolte. Bench
questo costume non fusse generale per tutta l'isola, perch nella morte degli
altri cacichi non si costumava questo; ma doppo che era il caciche morto
l'infasciavano tutto con certe bende di cottone intessute come cinte molto ben
lunghe, e l'avolgevano a questo modo bene stretto dal capo al pi, e fatto un
fosso ve lo ponevano dentro, e con lui le sue gioie e l'altre sue cose pi
care. E facevano in quel fosso una volta di legni accioch la terra nol
toccasse, e postovi dentro il morto a sedere in un scanno ben lavorato,
coprivano poi di sopra di terra. E 15 o 20 d duravano le essequie che con lor
canti gli facevano gl'Indiani suoi, con molti altri de' convicini, e vi
venivano ad onorarlo gli altri cacichi e principali dell'isola, fra li quali
stranieri si compartivano i beni mobili del re defunto. In quel cantare che
facevano narravano l'opere e la vita del morto, e le battaglie che vinte aveva,
e come aveva ben retto il suo regno, con l'altre sue cose degne di memoria. E
cos, dall'approbare che allora delle sue opere si faceva, si componevano gli
areiti e canzoni che dovevano restare per istoria, come s' detto di sopra nel
primo capo di questo libro.
Ma perch s' di sopra tocco d'Anacaona,  ben che si sappia come tutta la
bruttezza e libidinosa fiamma della lussuria non regn negli uomini solamente
di questa contrada, ma nelle donne anco. Questa donna ebbe qualche conformit
con quella Semiramis reina degli Assirii, ma non gi nei gran gesti che di
[lei] Giustino scrive, n in fare ammazzare molti co' quali si congiugneva, n
in fare andare assai onestamente le sue donzelle vestite, come il Boccaccio di
questa reina dice, perch Anacaona n voleva cos oneste le sue create, n
desiderava la morte agli adulteri suoi; ma le si rassomigli in molte altre
sozzure di lussuria. Questa Anacaona fu moglie del re Caonabo e sorella del re
Beheccio, e fu molto dissoluta; e tanto ella quanto l'altre donne di questa
isola, bench fossero con gl'Indiani buone, si davano non di meno facilmente in
preda de' cristiani, non negando mai lor le loro persone. Ma questa cacica,
doppo la morte di suo marito e fratello, us ogni maniera di libidine, perch
rest in tanto rispetto e riverenzia di tutti quanto fossero mai stati
rispettati e riveriti il marito o il fratello, e tanto si faceva quanto ella
comandava; e visse nella signoria del fratello nella provincia di Sciaragua,
posta nell'ultimo di questa isola verso ponente.
Bench avessero i cacichi sei e sette mogli, una era per la principale e la
pi cara, e bench mangiassero tutte insieme e vivessero sotto un tetto presso
al letto del marito tutte, non era per fra loro mai differenzia n lite
alcuna; il che pare impossibile cosa e non concessa se non alle galline e alle
pecore, che con un solo gallo e con un solo montone vivono molte di loro, senza
mostrare gelosia alcuna n mormorare. Fra le donne adunque questa  cosa rara,
e fra tutte le nazioni non si serva questo costume se non fra queste Indiane e
le donne di Tracia, le quali due nazioni si conformano anco in molte altre
cose, come si dir appresso. Ritornando al proposito, fra le molte mogli d'un
caciche sempre ve ne era una principale e pi cara, senza mostrare per
signoria alcuna sopra l'altre. E di questo modo era questa Anacaona in vita di
suo marito, e doppo la morte di lui rest signora assoluta e molto dai suoi
rispettata, ma molto disonesta nell'atto venereo con cristiani: e per questo fu
riputata la pi dissoluta donna dell'isola, bench con tutto questo fosse di
grande ingegno, e si sapesse fare servire, rispettare e temere.
Ho detto di sopra che le donne di questa isola erano con li loro uomini
continenti e a' cristiani facevano volentieri di se stesse copia; e perch
usciamo pure da questa sozza materia, non mi pare di tacere un religioso atto
che questi Indiani servavano di castit con le mogli loro per qualche giorno,
non per ben vivere ma per raccorre l'oro; nel che mi pare che essi imitassero
le genti d'Arabia, dove quelli che raccolgono l'incenso non solamente dalle
donne s'allontanano, ma sono del tutto e per tutto casti. Il primo admirante
don Cristoforo Colombo, come catolico e buon capitano, doppo che ebbe notizia
delle minere di Cimbao e vidde che gl'Indiani raccoglievano l'oro nell'acqua
senza cavarlo, con la cerimonia e religione che s' detta, non lasciava andare
i cristiani a raccorlo senza confessarsi e comunicarsi prima; e diceva che, poi
che gl'Indiani stavano venti d lontani dalle donne loro e digiunavano prima
che andassero a raccorre l'oro, e dicevano che quando con donne si ritrovavano
non ritrovavano oro, che era ben giusto che anche essi s'allontanassero dal
peccato e si confessassero, perch stando in grazia d'Iddio averebbono pi
compiutamente avuti i beni temporali e gli spirituali. Ma non piacea questa
santimonia a tutti, e dicevano che quanto alle donne ne erano pi lontani che
gl'Indiani, perch le tenevano in Spagna, e quanto al digiunare molti cristiani
si morivano di fame e mangiavano radici d'erbe e altre simili cose; e quanto
alla confessione, che non v'erano dalla chiesa astretti pi che una volta
l'anno la Pasqua, e che alcuni anco pi volte l'anno si confessavano. Ma
l'admirante non dava a niun modo licenzia d'andare alle minere dell'oro se non
a quelli che confessati e comunicati v'andavano, e tutti gli altri che senza
sua espressa licenzia v'andavano li castigava.
Gli stati e regni di questi cacichi (come io ho voluto esserne informato da
molti) s'ereditavano dal primogenito, nato da qualunque delle mogli dal re; ma
se aveniva che questo primogenito fosse morto senza figliuoli, non ricadea lo
stato al figliuol del fratello, ma al figliuolo o figliuola della sorella, se
l'aveva avuta; perch dicevano che questo nepote era pi certo erede, poich
era nato della sorella, che non quello che fusse nato della cognata, e come pi
vero e certo nepote appresentava il tronco e la radice del sangue. N mi pare
che questa sia molta bestialit o errore, massimamente in paese dove le donne
erano cos disoneste e cattive; e gli uomini, ancorch fussero peggiori di
loro, avevano nondimeno generalmente un virtuoso costume nel maritarsi, perch
per niun conto prendevano per moglie n carnalmente conoscevano la madre, la
figliuola o la sorella loro. In tutti gli altri gradi, o essendo moglie o non
essendo moglie, licenziosamente con loro si giacevano.
Il che pare cosa maravigliosa in gente cos disordinata e inclinata al vizio
della carne, poich fra cristiani in altre parti del mondo s' qualche volta
questa legge rotta, e non meno fra gentili ed ebrei; come si legge d'Amon e di
Tamar, che erano amendue figliuoli del re David, e come si legge dell'imperator
Caligula, che si giaceva con due sue sorelle, e di una di loro ebbe una figlia,
la quale vogliono alcuni che anco violasse. De' Parti si legge medesimamente
che senza rispetto alcuno si giacessero con le figliuole, con le sorelle e con
ogni altra donna stretta o lontana di sangue; de' Garamanti anco si legge che
tenevano per l'uso venereo tutte le donne communi senza distinzione alcuna: s
che non  da maravigliare se questa gente selvaggia di queste Indie in simile
errore si ritrovasse.
Ma per quello che io ho letto, mi pare che le genti di Tracia siano pi che
altre conformi al costume di questi Indiani quanto al tenere molte mogli e
quanto al morire volontariamente coi mariti loro; perch in Tracia quelle che
pi amavano i mariti si gettavano nel fuoco ad ardere co' corpi di quelli, e
quella che questo non faceva era tenuta per donna che non avesse al marito
servata castit; e gi s' detto che in queste Indie alcune donne si
sepeliscono vive co' loro morti mariti. Le genti di Tracia sacrificavano gli
uomini stessi, e delle ossa delle teste loro fanno vasi per bere sangue e altre
bevande; Isidoro dice che questa  una cosa favolosa, ma io penso che egli non
n'avrebbe dubitato se avesse saputo quello che noi sappiamo dei Caribi in
queste isole e delle genti della Nuova Spagna e delle provincie di Nicaragua e
d'altre molte parti di terra ferma, dove per un continuato uso sacrificano
uomini, e cos mangiano communemente carne umana, come si mangia in Francia, in
Spagna e in Italia carne di castrato o di vacca.
Ma lasciando questo per quando ser tempo di dirne a lungo, e ritornando
all'errore degl'Indiani quanto alle mogli, dico che, poich si sono ritrovati
al mondo chi in simili errori incorsi siano, di conoscere la propria figliuola
o sorella, mi maraviglio come questi Indiani selvaggi, colmi di tanti altri
vizii, in questo di giacersi con la madre o sorelle o figliuole si siano saputi
astenere. N s'ha per da pensare che per atto alcuno virtuoso lo lasciassero,
ma solo perch per cosa certa tengono che colui che con sua madre o figliuola o
sorella si giace di mala morte muoia; e questa opinione in loro fissa si dee
credere che la sperienzia insegnata lor l'abbia. N mi maraviglio che essi in
questi errori e altri maggiori incorressero, poich non conoscono il vero Iddio
e adorano il demonio in varie forme e idoli, come s' detto di sopra, sotto il
nome di Cemi, dipingendolo e intagliandolo cos orrendo e brutto come lo
sogliono i cristiani dipignere a pi di s. Michele o di s. Bernardo; ma nol
dipingono essi legato in catene n riversato in terra, ma in forma di
riverenzia, alle volte assiso in un tribunale, alle volte in pi, e d'altre
varie maniere. Queste infernali effigie tenevano nelle case loro e in certi
altri luoghi oscuri e deputati per farvi le loro orazioni, perch v'andavano
ora a chiedere acqua per li loro campi e poderi, ora buona entrata de' frutti
della terra, ora la vittoria contra loro nemici, e cos ogni altra loro
necessit. E dentro in quel luogo stava un Indiano vecchio, che rispondeva loro
conforme alla lor dimanda e volere; e si dee pensare che in costui, come in suo
ministro, entrasse il demonio e parlasse per la sua bocca. Per essere il
demonio vecchio e antico astrologo, rispondeva al popolo e diceva il d che
doveva piovere e altre cose che per via della natura procedono; onde erano
questi vecchi in gran riverenzia e riputazione tenuti e come sacerdoti e
prelati. E questi erano quelli che pi ordinariamente quelli tabacchi e fumigii
prendevano, e doppo che in s ritornavano dicevano s'era bene a fare la guerra
o a differirla. E in effetto, senza intenderne il parere del demonio per queste
vie che si sono dette, non facevano n impresa n cosa altra alcuna
d'importanzia.
L'esercizio principale degl'Indiani di questa isola, quando non avevano da
guerreggiare e vacavano dalla agricoltura, era il mercatantare e il cambiare
una cosa per un'altra, ma non gi con l'astuzia de' mercatanti nostri, che
chiedono il doppio di quel che la cosa vale e vi fanno molti giuramenti e
spergiuri, perch gli uomini semplici glielo credino; anzi, costoro tutto al
riverso facevano, senza mirare n alla valuta n al prezzo della cosa, ma al
contentamento lor solo, onde per lor passa tempo davano quello che valea cento
per quel che non valea dieci n cinque; e accadette che i nostri davano loro
per vestirsi un bel saio di seta o di grana o d'altro fino e buon panno, ed
essi indi a poco spazio di tempo lo cambiavano e lo davano per un ago o per un
paio di spilletti; e cos per questa via tutte l'altre cose commutavano, e
tosto quello che avevano ritornavano a rivenderlo per un altro simile modo,
senza avere rispetto che pi o meno valesse, perch l'intento loro principale
si era il fare di sua volont e non essere in cosa alcuna costanti.
Il maggior peccato e che pi gl'Indiani di questa isola aborrivano e con
maggior rigorosit punivano era il furto. Onde era appresso di loro il ladro,
per ogni picciola cosa che rubata avesse, impalato vivo, come si dice che si fa
in Turchia; ed era lasciato a quel modo infilzato in un palo finch moriva. Per
la crudelt di cos fatta pena poche volte accadeva che simile errore e castigo
fra loro si ritrovasse; e se pure si offriva il caso, non si dissimulava n
perdonava tal delitto per niun conto, n vi giovava parentela o amist; anzi
tenevano quasi per un grande delitto intercedere per un ladro o procurare che
si perdonasse o commutasse la pena di tal errore.
Gi s' dato bando a Satana da questa isola, ed  tutto questo di che s'
ragionato venuto a fine e mancato, con essere mancata e fornita la vita
degl'Indiani; perch quelli che v'avanzano sono assai pochi, e sono o nel
servigio o nella amist de' cristiani. Alcuni fanciulli di questi Indiani potr
essere che si salvino, essendo battezati e servando la fede catolica. Ma che
diremo di coloro che, essendo cristiani, andavano alquanti anni a dietro
ribellati fuggendo per le montagne col caciche don Enrico e altri principali
Indiani, non senza gran vergogna e danno de' nostri che questa isola abitavano?
E perch questo  un passo notabile, e s'attende ora con molta attenzione al
rimedio, ragioner nel capitolo seguente di questa materia, perch meglio la
origine di questa ribellione s'intenda, e a che fine l'ha ridotta il Signore
Iddio, con la clemenzia della maest cesarea dell'imperator nostro.


Della ribellione del caciche don Enrico, e per che cagione vi si mosse, e della
ribellione de' neri.
Cap. IIII.

Fra gli altri cacichi ultimi di questa isola Spagnuola ve n' uno chiamato don
Enrico, il quale  cristiano, battezato, e sa leggere e scrivere e parla bene
nella lingua castigliana, perch fu dalla sua fanciullezza allevato e
dottrinato dalli frati di s. Francesco; e nel principio mostrava dovere
riuscire catolico, e dovere nella fede cristiana perseverare. Quando egli fu
poi d'et si marit, e serviva con le sue genti ai cristiani nella terra di San
Giovanni della Maguana, dove era luogotenente dell'admirante don Diego Colombo
un gentiluomo chiamato Pietro di Vadiglio, persona oziosa nel suo ufficio di
giustizia, poich per sua cagione la ribellione di questo caciche nacque. Il
quale caciche and a querelarsi d'un cristiano, del quale aveva gelosia o
sapeva che avesse a fare con sua moglie; ma questo giudice non solamente non
castig il delinquente, ma oltraggi anco il querelante e lo tenne senza altra
causa prigione; e dopo che l'ebbe bene minacciato con alcune parole discortesi
lo liber. Il caciche se ne venne a questa regia audienzia che in questa citt
di San Domenico risiede, e si querel di questa ingiustizia, e fu perci
provisto che se gli facesse giustizia; ma non gli fu fatta, perch fu rimesso
al medesimo Pietro di Vadiglio che l'aveva prima aggravato, e che poi
maggiormente l'aggrav, perch lo pose di nuovo in prigione e lo tratt peggio
che prima. Di modo che l'Enrico prese per partito di soffrirsi e di dissimulare
le sue ingiurie e vergogne per allora, per potere vendicarsi poi, come fece,
contra altri cristiani che niuna colpa v'avevano.
Essendo adunque stato lasciato libero, serv alquanti giorni quietamente,
finch diede effetto alla sua ribellione; e quando gli parve il tempo (che fu
nel 1519) si ribell e andossene alla montagna, con tutti quelli Indiani che
puot adunare insieme e al suo volere tirare, e se n'and per li monti che
chiamano del Beonico e per altri luoghi di questa isola presso a tredeci anni.
Nel qual tempo usc alcune volte di traverso su le strade con le sue genti, e
ammazz alcuni cristiani, e rubandoli tolse loro alcune migliaia di ducati
d'oro. E alcune altre volte, dopo d'aver morti alcuni altri, fece di molti
danni nelle terre e ne' campi dell'isola; e si spesero molte migliaia e
migliaia di scudi per averlo nelle mani o ritrovarlo, e non fu possibile mai,
fino a poco tempo fa; perch egli and di sorte e per tali luoghi che non si
lasci mai prendere. Il che pare che sia stata molta vilt degli uomini che ora
abitano questa isola, poich chiaro sta che, quando ella era abitata da tanti
Indiani che non vi era numero, fu tutta soggiogata e vinta da trecento
Spagnuoli e meno.
Ma io dir quello che ne  stato cagione. Quando i cristiani, essendo pochi,
vincevano gl'Indiani, che erano molti, dormivano sopra le targhe con le spade
al fianco e stavano sempre vigilanti col nimico, l dove ora dormano in buoni e
delicati letti, volti tutti al guadagno de' zuccari e delle altre cose che
hanno lor del tutto occupata la memoria, e tolto di potere attendere al castigo
di questi Indiani ribelli con quella diligenzia e attenzione che si
richederebbe. E pure non ne dovevano far poco conto, veggendo che con loro si
congiungevano alcuni neri, de' quali, per cagion di questi ingegni di zuccaro,
 tanta copia in questa isola che pare a punto che stiamo in Guinea, terra di
neri. Onde, se l'admirante don Diego Colombo nell'anno 1522 non era cos presto
a rimediare alla ribellione de' neri, che nel suo ingegno da zuccari ebbe
principio, certo che avrebbe potuto essere che fusse stato bisogno di
conquistare questa isola di nuovo, perch non v'avrebbono lasciato cristiano in
vita.
Ma, ritornando al caciche Enrico, la cesarea maest e quelli del suo consiglio
reale delle Indie mandarono con genti da guerra il capitan Francesco di Barrio
Nuovo, che  ora governatore in Castiglia dell'Oro, perch a questi lunghi e
pericolosi motivi rimediasse; e doppo che queste genti qui vennero, uno Indiano
chiamato Tamaio, capitano inferiore ad Enrico, fece alcuni assalti e danni e
ammazz un cristiano, ad un altro tagli la mano dritta. Ma di questi Indiani,
in effetto, poco o nulla dovevano i cristiani temere, e vi si rimedi
facilmente quando vi s'and con l'ordine; perch Sua Maest mand che fusse da
sua parte data securt a questo Enrico e agli altri Indiani che seco ribellati
s'erano, e che volendo ritornare al suo regio servigio fusse loro perdonato; ma
non volendo venire ad obedienzia, per lo bene della pace, gli fusse fatta la
guerra a fuoco e sangue. S che questa regia audienzia incominci ad essequire
il mandato di Sua Maest, come nel seguente capitolo particolarmente si dir.
Ma perch ho detto di sopra che dal non essere stata fatta giustizia ad Enrico
da Petro di Vadiglio nacque questa ribellione, replico di nuovo che questa 
cosa assai nota nell'isola; e perch non paia che io con queste parole quel
gentiluomo incolpi, dico che egli pag gi la colpa che in questo caso ebbe,
essendo Iddio giudice superiore, che punisce e castiga quello che i giudici
terreni dissimulano e non castigano. Egli, partito da questa citt per Spagna,
entrando nel fiume di Siviglia, s'affog nell'acque con tutta la nave che lo
conduceva e con tutti i compagni che con lui andavano, insieme con molta
ricchezza, e cos pag la ingiustizia ad Enrico fatta.
Ma, ritornando a quello che noi a dietro dicevamo, si dee credere, per quello
che s' detto, che gl'Indiani di questa isola molte pi cerimonie e costumi
delli gi detti aveano. Ma perch sono le genti stesse finite, e i vecchi loro
e i pi intendenti sono morti, non si pu pi sapere la verit d'ogni cosa. Ma
quando si ragioner della terra ferma si diranno molte pi cose e abominevoli
delle loro cerimonie e idolatrie, perch in quella contrada ho io speso pi
tempo, e v' molto pi che scrivere, perch  paese grandissimo e di diverse
lingue e costumi.


Del successo della ribellione del caciche Enrico, e come il capitano Francesco
di Barrio Nuovo and a trovarlo e a parlarli.
Cap. V.

Si tocc di sopra come Sua Maest mand il capitan Francesco di Barrio Nuovo a
questa isola, perch richiedesse di pace e recasse al suo servigio Enrico o gli
facesse crudele e disperata guerra, e non con la tepidezza che s'era fatta
prima; e per seguendo dico che questa audienzia regia volse sopra ci
intendere il parere delle persone principali di questa citt. E dopo d'avervi
molto discusso del modo che si doveva tenere o nella pace o nella guerra di
questo caciche Enrico, fu concluso che il medesimo capitano Francesco di Barrio
Nuovo andasse prima a tentare la pace, e non potendo accaparsi si servissero
del rimedio delle arme; accioch si facesse prima questa diligenzia per
giustificarne la coscienzia della maest cesarea e de' suoi vassalli in quello
che fosse potuto seguirne, e la colpa della guerra non si potesse imputare ai
cristiani.
Per questo effetto adunque part da questa citt di San Domenico, agli 8 di
maggio del 1533, il capitan Francesco, con trentadue cristiani e altretanti
Indiani sopra una caravella, e costeggi l'isola dalla parte di mezzogiorno
andando verso ponente porto per porto; e perch non poteva andare la caravella
molto presso terra, faceva spesso andare un battello in terra con gente, finch
giunse alla terra chiamata Iachimo, sotto le montagne del Bauruco. E in tutto
questo cammino non ritrov vestigio alcuno, n fumo n altro indizio, onde si
potesse il caciche Enrico con le sue genti ritrovare. E perch spesso dalle
marine entrava dentro terra e poi si ritornava ad imbarcare, vi consum duoi
mesi; in capo del qual tempo, essendo un d smontato in terra, mont su per la
costiera d'un fiume e ritrov una stanza d'Indiani, disabitata e senza persona
alcuna; ma in quel d'intorno vide il terreno coltivato, onde non volle che ivi
cosa alcuna si prendesse, perch ben s'accorse che gl'Indiani di quella stanza
dovevano essere andati a pescare o a cacciare. Visto questo se ne ritorn al
mare e mand per certe guide d'Indiani alla terra della Iaguana, e avutele
mand un di quelli Indiani con una carta al caciche Enrico, perch dicea quella
guida che sapeva dove egli stava; ma questo Indiano non ritorn pi giamai n
se ne seppe mai nuova.
Il capitano, avendo aspettato questa guida venti giorni, quando vidde che non
ritornava deliber d'andarvi esso in persona, con un'altra guida che era
restata seco, l dove questo Indiano diceva che averebbe ritrovato Enrico. E
cos, partendo con trenta de' suoi cristiani, avendo caminato tre giornate e
mezza, ritrov un lavoreccio nel campo, e cercando dell'acqua per bere ritrov
quattro Indiani, i quali furono tosto presi tutti; e da loro si seppe come
Enrico stava nella lacuna o stagno che chiamano del commendatore Aibaguanes,
che fu un Indiano cos detto nel tempo che fu questa isola governata dal
commendatore maggiore fra' Nicola d'Ovando. E questa lacuna era indi otto leghe
lontana, di cattivo paese e di terra assai montuosa e piena, e chiusa tutta di
spine e d'alberi e di cos dense macchie quanto qui sogliono essere. Il capitan
Francesco determin d'andarvi; ma prima che alla lacuna giungesse ritrov una
buona terra e di buone case, e tale che ne' tempi passati v'avrebbono potuto
vivere 1500 Indiani. Qui si credette che dovesse stare Enrico, il quale
pensavano che fosse gi ritornato dalla lacuna, dove in effetto stava facendo i
suoi fumigii, che gl'Indiani fare sogliono, come di sopra si disse. Si fece
notte al capitano ed era una mezza lega lungi da questa terra; e per non
v'and fino alla mattina, ma non vi ritrov gente alcuna: vi ritrov bene
apparecchi di casa come sogliono gl'Indiani averli, onde chiaramente si
conosceva che questo luogo s'abitava, ma che le sue genti si ritrovavano tutte
fuori. Il capitano comand che non vi toccassero cosa alcuna, fuori che alcune
zuche per portare acqua, perch non ne potevano per quella contrada avere; e da
questa terra fino alla lacuna era un camino fatto a forza di mano, largo quanto
potevano due carette incontrandovisi passare oltra di lungo. Per questa strada
condussero quelli Indiani 13 canoe che avevano fino alla lacuna, e n'erano
sette grandi e sei picciole. Il capitan Francesco, seguendo questo camino con
suoi, ud colpi d'una scura dentro nel bosco, onde, fatti qui sedere i suoi,
mand d'ogni intorno alquanti degl'Indiani che aveva seco, perch prendessero
in mezzo colui che tagliava legna nel bosco: e cos lo presero.
Si dee notare che in tutto questo camino dalla terra alla lacuna non avevano in
parte alcuna ritrovato tagliato un stecco n un ramo d'albero, perch l'Enrico,
come persona avisata e di guerra, avea cos comandato a' suoi sotto pena della
vita, perch il camino pi intricato fusse. Ora, preso l'Indiano che tagliava
le legna, il capitano si ritir da un lato nel bosco fuori di strada, e lasci
la sua guardia dove meglio li parve, perch la gente che passasse non potesse
andare a dare nuova che indi cristiani andassero. Egli s'inform a pieno da
quello Indiano dove Enrico stava, e che bisognava andare una mezza lega per
dentro la lacuna, alle volte fino a' ginocchi nell'acqua, alle volte fino alle
spalle e pi e meno, e che dall'altra parte si ritrovavano scogli e balze e
certi alberi densi e intricati per l'acqua e per la costiera, che facevano un
cammino molto difficile. Informato molto bene della strada che a fare aveva, si
part tosto con le genti che erano seco fuori di strada e giunse alla lacuna.
Alcuni Indiani che stavano in terra fuori dell'acqua veggendoli cominciarono
tosto a dare voce fra se stessi, e giunti insieme, da dodeci che erano, si
posero dentro le canoe che ivi avevano e cominciarono a battere de' remi
nell'acqua, perch i cristiani sentissero che essi erano su le canoe, e
gridavano dicendo: "Al mare, capitano; al mare, capitano". Ma il capitan
Francesco non volle rispondere, ancorch i suoi cristiani dicessero che
rispondesse, perch diceva che essi avevano il capitano, e non potevano sapere
qual capitano chiamasse. Ma gl'Indiani ritornarono a chiamare, dicendo: "Signor
capitano della maest, al mare al mare". Allora usc il capitano Francesco dal
bosco, facendo andare alcuni de' suoi in ordine, per dubio che non stesse pi
gente di quella d'Enrico imboscata.
Giunto all'acqua della lacuna, che gira intorno dieci o 12 leghe, parl con
gl'Indiani delle canoe e dimand loro dove Enrico stava, perch andava a
parlarli in nome di Sua Maest e a darli una lettera di lei; dimand anco s'era
ivi venuto uno Indiano che aveva mandato gi prima solo. Risposero che non era
qui tale Indiano venuto, ma che essi gi sapevano come era venuto un capitano
mandato da Sua Maest. Allora il capitano li preg che avessero voluto condurre
ad Enrico una Indiana che esso conduceva, e che era gi prima col medesimo
Enrico stata, perch l'informasse della venuta sua; ed essi, essendo molto
importunati, la tolsero finalmente su la canoa, dicendo che dubitavano che il
signor loro Enrico non se ne sdegnasse. La Indiana per imbarcarsi si pose
nell'acqua, e v'and fino alla cintura prima che s'imbarcasse. Partite le
canoe, il capitano Francesco co' suoi s'appart da quel luogo un tiro di
balestra, e per maggior securt si ferm e pose in un certo campo raso, dove
quella notte dormirono.
Il d seguente, a due ore di giorno, ritornarono due canoe, dove venne con
dodeci Indiani un capitano principale del detto Enrico e suo parente, chiamato
Martino Alfaro, e menava seco l'Indiana del giorno innanzi. Tutti costoro
smontarono in terra con le lor lance e spade. Il capitano Francesco s'appart
alquanto dai suoi e venne ad abbracciare questo capitano Indiano, con gli altri
che con lui venivano. Gli altri tutti se ne ritornarono tosto su le canoe, e il
capitano Martino rest in terra a parlare col capitano Francesco; e perch
parlava assai bene in lingua castigliana, li disse che Enrico suo signore li
chiedea di grazia, perch esso si ritrovava indisposto, che avesse voluto
andare fin l dove esso era. Il capitan Francesco pens che li fusse mandato a
dire questo per conoscere se esso andava da amico o con frode, perch quel
cammino era tale che, s'esso avesse mostrato timore o dubio alcuno d'andarvi,
avrebbe Enrico co' suoi pensato che l'avessero voluto ingannare o prendere. E
per questo, volendolo da tal sospetto cavare, determin d'andarvi, ancorch
contra la volont della maggior parte de' suoi, che dubitavano, vedendo cos
cattivo quel cammino, che gl'Indiani non gli avessero tutti a man salva presi o
morti. Ma egli, eletti da 15 de' suoi, lasci gli altri con quelli Indiani che
erano venuti seco e segu il suo cammino con Martino d'Alfaro, per cos fatti
passi che era ben ragione di temere del fine di quel viaggio. Onde alcuni de'
cristiani che conduceva seco mormoravano, veggendo il paese cos aspro e chiuso
di spine e d'alberi, e la maggior parte di loro credevano di certo d'avere mal
fatto a seguire quello Indiano, e si sarebbono volentieri ritornati a dietro;
ma il capitano, che conobbe questo timore, parl loro in questa maniera.


Di quello che il capitano Francesco di Barrio Nuovo parl a' suoi che
dubitavano di seguirlo,
e come giunse dove era Enrico indiano.
Cap. VI.

"Signori, io venni qui con voi altri non per altro che per servire Iddio e
l'imperatore nostro signore, e non  bene che si vegga timore alcuno in niuno
di voi, poich siete gentiluomini e persone in maggiori pericoli esperimentate,
tanto pi che qui non ci  di che temere; pure, chi vorr ritornarsi ritornisi
dove i nostri compagni ci aspettano, e chi ha volont di seguirmi e di fare il
debito vengane meco, perch io non sono per ritornare a dietro, ancor ch'io
pensassi di lasciarci la vita, poich a questo effetto io ci venni". E detto
questo pass oltre e segu il suo cammino, con una spada al fianco e con una
giannetta in mano, e senza altre arme difensive che un giuppone di canavazzio e
certi calzoni, con calzette di canavazzio dalle ginocchia in gi e con scarpe
di funicella in piedi.
E a questo modo, da buon capitano e d'animoso cavaliero essortando gli altri
che seco andavano, giunse in un certo picciolo calle, che era duo tiri di
balestra lontano dal luogo dove Enrico stava, e come stanco del travagliato
cammino s'assise sotto un albero, e indi, nella rivolta della lacuna, vidde
Enrico e gli altri che con lui stavano. Egli ebbe molta ragione di riposarsi,
perch finch ivi giunse bisogn che molte volte andasse carponi e sotto gli
alberi densi e intricati del bosco; si ripos medesimamente perch, oltra che
prendea spirito esso con tutti i suoi, poteva anco sotto questa dissimulazione
intendere e congietturare meglio la disposizione di quel luogo, per quello che
li fusse potuto accadere di dover fare. Or, da quel luogo fece attraversare per
l'acqua un misticcio che seco andava, insieme col capitan Martin d'Alfaro,
perch dicessero ad Enrico che esso veniva stanco, e perci e non per altro
s'era ivi fermo; e che s'egli dubitava non aveva cagione di farlo, poich
vedeva come era esso ivi giunto con quelli pochi cristiani che erano seco; e
che se con tutto questo non s'assecurava, se ne sarebbe egli ritornato a dietro
in quel campo raso, ed esso sarebbe potuto venire su le canoe, perch fusse pi
securo stato; e che veniva a parlarli da parte di Sua Maest per trarlo in pace
al suo servigio, perch l'imperatore li perdonava tutte le cose passate,
ritornando ad obedienzia, come avrebbe potuto vedere per una sua lettera regia
che li portava. E con queste li mand a dire altre simili parole, convenienti a
recarlo alla pace e all'amist.
Quando Enrico intese tutte queste cose dal misticcio e dal capitano Martino,
cominci tosto a dare molta fretta a' suoi Indiani, chiamandoli vigliacchi
perch non avessero aperto il cammino. Il misticcio e il capitano Martino se ne
ritornarono tosto dove il capitano Francesco stava, e li dissero che poteva gi
passare innanzi securamente con tutti i suoi. Allora il capitano Francesco
mand tosto per tutti gli altri che avea lasciati in quel campo raso, e quando
li vide tutti seco s'avi verso dove stava Enrico, per la strada che avevano
gi gl'Indiani aperta, e che pur tutta via proseguivano aprendola oltre.
Quando il capitano Francesco fu da presso ad Enrico, s'andarono amendue ad
abbracciare con molto piacere, e presi per mano se n'andarono a sedere sotto un
grande albero e ombroso che ivi era, perch vi stava distesa in terra una
coverta di cottone. Qui venne ad abbracciare il capitan nostro il capitano
Tamaio, che  un altro Indiano principale e che maggior danno in questa isola
faceva; dietro a lui vennero a fare il somigliante cinque altri, perch questo
caciche Enrico aveva sotto di s sei capitani e principali uomini suoi creati.
Gli altri, che erano da settanta, erano tutti persone di guerra e ben disposti,
e la maggior parte di loro andavano con spade e rotelle, e in luogo di corazza
portavano avolto il petto e le spalle di molte corde congiunte insieme, e tinte
d'un color rosso pi che di marca, e andavano con molti pennacchi e posti in
punto come sogliono nelle battaglie stare. Il capitano Francesco fece sedere i
cristiani da parte, alquanto da lui scostati, ed Enrico disse a' suoi Indiani
che si sedessero dall'altra banda. E fatto questo il capitano Francesco, con
molto piacere e con lieto sembiante, fece ad Enrico un ragionamento del tenore
seguente.


Di quello che il capitano Francesco parl al caciche Enrico, e gli diede una
lettera di Sua Maest; e come rest fra loro appuntata la pace.
Cap. VII.

"Enrico, molto dovete voi ringraziare Iddio nostro Signore per la clemenzia che
usa con voi, nelle segnalate grazie che vi fa l'imperator nostro, in ricordarsi
di voi e in volere perdonarvi i vostri errori e ridurvi al suo servigio e
obedienzia, e in volere che siate ben trattato come un de' vassalli suoi, n si
tenga memoria alcuna delle cose passate; perch vi vuole pi tosto per suo
vassallo e servitore, e che v'emendiate, che non che siate castigato degli
errori vostri, accioch l'anima vostra si salvi e non vi perdiate insieme co'
vostri; e poich come cristiano riceveste la fede e 'l sacramento del battesmo,
siate anco ricevuto con ogni clemenzia, come pi a lungo vedrete per questa
carta che Sua Maest vi scrive, facendovi e queste e molte altre grazie".
E detto questo li diede la lettera, la quale Enrico tolse in mano e poi gliela
ritorn, pregandolo che la leggesse egli, perch si fidava di lui, che esso non
poteva leggerla, per avere male agli occhi. Allora il capitano Francesco la
tolse e la lesse in voce alta, che quanti ivi erano potevano intenderla; e poi
la ritorn a dare ad Enrico, dicendoli: "Signor donno Enrico, baciate la carta
di Sua Maest e ponetevela sopra il capo". Ed egli cos fece con molto piacere.
Il capitano li don tosto appresso un'altra carta di securt delli signori
auditori di Sua Maest, che nella cancellaria di questa citt di San Domenico
riseggono, sigillata del sigillo regio, e a questo modo li disse: "Io sono
venuto in questa isola per ordine di Sua Maest con gente spagnuola da guerra,
accioch con ogni sforzo vi guerreggiasse, e mi comand l'imperatore nostro
signore che io prima da sua parte vi richiedessi di pace, perch ritorniate al
suo servigio e obedienzia, e che facendo voi cos vi perdona tutti gli errori
passati, come avete gi per la sua lettera veduto; e cos da sua parte vi
comando e richiedo che lo facciate, accioch si possa con voi tanta cortesia e
clemenzia usare, e miriate che siete cristiano, onde dovete temere Iddio e
renderli infinite grazie e mai non disconoscerlo, poich v'ha dato il mezzo da
non perdere il corpo e l'anima; perch s'egli v'ha fin qua guardato da'
pericoli della guerra, l'ha fatto perch quando vi ribellaste aveste qualche
ragione d'appartarvi da quella terra dove eravate, ma non gi di isviarvi tanto
dal servigio d'Iddio e del vostro re: perch se fusse venuto a notizia di Sua
Maest che vi fusse stato fatto aggravio, siate certo che ella v'avrebbe fatto
interamente rimediare, di modo che ne sareste restato sodisfatto e contento. Ma
poich la cosa a questi termini si ritrova, io vi certifico che se voi non
verrete con tutto il cuore a riconoscere ora l'error vostro e ad obedire a Sua
Maest permetter Iddio che presto vi perdiate, perch la superbia vi condurr
a morte; e voglio che sappiate che la guerra non vi si far come vi s' fin qua
fatta, n potrete fuggire o nascondervi, ancorch aveste l'ale o vi poneste
sotto terra, perch la gente di Sua Maest  molta, e la sua potenza  maggior
d'altra che abbia il mondo, onde vi verran sopra da tante parte che dal centro
della terra vi caveranno. E ricordatevi che ha 13 anni o pi che non dormite
securo n senza sospetto e affanno e timor grande, cos in terra come in mare;
e che non avete a fare con un altro caciche che abbia poche forze come voi, ma
col pi alto e potente re che sia sotto il cielo, e al quale altri re e molti
regni obediscono e servono. E crediatemi che se Sua Maest fusse stata bene
informata prima della verit, gran tempo ha che voi sareste stato emendato o
castigato, non venendo a merc, perch  costume della sua regia e catolica
clemenzia di fare ammonire prima che castigare colui che gli disubbidisce, e
fatto questo non  cosa che basti a difendere alcuno dalla sua giustizia e ira.
E cos vi dico che se voi verrete, come credo che farete, a conoscere quello
che vi s'offerisce e ad essere colui che dovete, non pensate di dovere mai per
niuno caso in tempo alcuno ritornare alla ribellione, perch sarebbe assai
maggiore lo sdegno di Sua Maest, e con maggiore rigore s'esequirebbe il
castigo contra di voi e della gente vostra; n vi si dar cagione di farlo,
perch ritroverete buon trattamento presso agli ufficiali suoi, n cristiano
alcuno v'oltraggier che non ne resti bene castigato e punito. E per questo
alzate le mani al cielo e date infinite lodi al Signor Gies Cristo, per le
grazie che vi fa, se farete quello che Sua Maest vi comanda e io in suo reale
nome ve ne richiedo; perch se amate la vita vostra e quella de' vostri amarete
anco il suo regio servigio e la pace, e Sua Maest terr memoria di voi per
farvi delle grazie, e io in suo nome vi dar tutto quello che avrete di
bisogno, e vi conceder la pace e la securt, e capituler con voi come abbiate
a vivere onorato e in quella parte di questa isola che voi vi eleggerete con le
genti vostre. S che, poich inteso m'avete, ditemi il voler vostro e quello
che intendete di fare".
A tutte queste parole stette il caciche molto attento e con molto silenzio,
insieme con gli suoi Indiani e co' cristiani che ivi erano, e tosto a questo
modo rispose: "Io non desiderava altra cosa fuori che la pace, e conosco la
merc che Iddio e l'imperatore nostro signore mi fanno in questo: e perci ne
bacio i suoi reali piedi e mani, e se non sono fino a questa ora venuto a
questo,  stato solo per le burle che m'hanno fatte i cristiani e la poca
verit e fede che m'hanno servata, e perci non ho avuto ardire di fidarmi
d'uomo alcuno dell'isola". E segu facendo molte querele particolari di quello
che gli era stata fatto, referendo quanto era passato dal principio della sua
ribellione. E detto questo s'alz e si tir da parte co' suoi capitani, e
mostr loro le lettere e parl alquanto con loro sopra quello che fare voleva.
E perch nella lettera che gli scriveva Sua Maest lo chiamava don Enrico, da
allora in poi tutti i suoi Indiani lo chiamarono "don Enrico, mio signore".
Ora egli, ritornato dove era il capitano Francesco, parlarono molte cose
concernenti alla pace, ed esso promisse d'osservarla sempre inviolabilmente, e
disse che richiamerebbe tutti gl'Indiani che aveva e che andavano guerreggiando
per alcune parti dell'isola; e che ogni volta che i cristiani li facessero a
sapere che qualche compagnia di neri per l'isola ribelli andassero, gli avrebbe
fatti prendere, e bisognando vi sarebbe andato esso in persona e v'avrebbe i
suoi capitani mandati, perch gli avessero dati legati in potere de' cristiani
loro padroni.
E fatto questo don Enrico se n'and a mangiare con la moglie sua, e men seco
alcune delle sue genti che ivi erano; e ivi i suoi capitani restarono a
mangiare col capitano Francesco. Verso il tardi poi ritorn don Enrico, e
dimand che li segnalasse fra gl'Indiani suoi stessi duoi bargelli della
campagna, e che li tassasse quello che s'aveva a dare loro per ciascun nero
fuggitivo che prendessero, e per ciascuno Indiano anco che da' cristiani
s'appartasse e fuggisse: e cos il capitano Francesco lo tass, e disse che
dicesse se voleva bestiame o altra cosa, che gliele farebbe dare. E don Enrico
rispose che non aveva ivi contrada da tenere bestiame, per essere molto
imboscato e aspro il paese, ma che quando s'avrebbe mangiato quello che ivi
aveva calerebbe gi al piano, e con la fidanza di questa pace lo potrebbe
tenere e lo terrebbe. Doppo di questo diede il capitano licenzia a' suoi
cristiani di potere fare mercato con gl'Indiani di don Enrico di quello che pi
lor piacesse; e cos essi lo fecero, cambiando alcune cose di poca importanzia,
perch dicevano non avere oro, come in effetto non n'avevano.
E venuta l'ora di cena li capitani Indiani cenarono col capitan Francesco, e
don Enrico vi fu presente, e non volle n mangiare n bere: e si credette che
lo facesse perch dubitasse. Doppo la cena don Enrico se n'and, e il capitan
co' suoi cristiani se ne ritorn a dormire in quel campo raso dove s'era gi
fermo prima; e in quella notte si fecero i cristiani le guardie finch fu
giorno, e poco doppo che il sole mont su venne Enrico dove il capitano
Francesco stava, e men seco da 50 uomini, la maggior parte disarmati e alcuni
con spada; e qui don Enrico si licenzi dal capitano nostro, abbracciandolo con
molto piacere, e cos fecero tutti i suoi capitani. Abbracci medesimamente con
molta allegrezza don Enrico tutti gli altri cristiani, e poi diede un capitano
e un altro Indiano de' suoi a' nostri, perch gli accompagnassero fino al mare,
dove era restata la caravella; dove giunti stettero a piacere un d. E questi
due Indiani di don Enrico ebbero a morire per ber soverchio del vino, perch,
non essendo soliti di berne e piacendo loro, tanto ne tracannarono che se ne
mosse lor tanto il ventre, e in tanto affanno e angoscia ne vennero, che furono
per lasciarne la vita. Di che non poco affanno si prendevano i nostri, perch
se senza lor colpa in tal tempo morivano di quel modo era grande inconveniente;
onde con alcuni rimedii che li fecero, e con darli a bere olio, li fecero
vomitare e ritornare in s, bench non pentiti di avere bevuto del vino. Il
capitano Francesco diede loro robbe e vesti e per s e per gli altri capitani,
e mand altre pi ricche robbe di seta per donno Enrico, con alcune altre cose
di quelle che portava, perch maggiore piacere e securt avesse della nuova
pace fatta con cristiani.
Men seco il capitano Francesco fino a questa citt un Indiano principale, che
ve lo mand don Enrico perch se ne fidava molto, accioch visitasse li signori
auditori e ufficiali di Sua Maest e i cavalieri e cittadini di questa citt; e
perch udisse e vedesse bandire la pace, come vidde gi fare prima per tutti li
luoghi e terre onde pass doppo che smont dalla caravella finch giunse qui,
dove vidde fare il medesimo. A questo Indiano si diede assai bene da vestire e
se li fece il debito trattamento, ed egli, come astuto, in quelli d che stette
in questa citt entr in molte case, o nella maggior parte delle principali,
per conoscere gli animi di tutti e quel che di questa pace sentivano o pur per
provare pi vicini, perch tosto li davano a fare collazione e a bere, e tutti
mostravano avere gran piacere della pace e dell'amist di don Enrico. E
finalmente questa audienzia e ufficiali di Sua Maest ordinarono che fusse
questo Indiano ricondotto con una barca di cristiani a don Enrico, al quale
mandarono buone veste di seta, con altri addobbamenti per lui e per donna
Mencia sua moglie, e per gli suoi capitani e altri Indiani principali; e li
mandarono anco altri rinfrescamenti di cose da mangiare, e vino e olio e
ferramenti e azze per fare i loro lavorieri, bench donno Enrico non chiedesse
altro che qualche imagine: onde si cava che non era in tutto da lui disradicata
la fede n la creanza che ebbe nella sua fanciullezza dalli religiosi del
monasterio di San Francesco di questa citt. Con le cose gi dette, adunche, li
mandarono a donare alcune imagini di devozione, per tenerlo pi obligato e pi
quieto nella pace, perch questi Indiani sono di poca capacit e di men
constanzia in tutte le cose, onde bisogna che vi siano animati e accarezzati
con qualche dono, e con arte siano recati alla benevolenzia e amist de'
cristiani; e medesimamente perch paresse che si facea poco conto degli errori
e delle altre cose che aveva Enrico e i suoi capitani fino a quella ora fatti
da che s'erano ribellati.
Piaccia a Dio che questa pace lungo tempo si conservi, che nel vero ella era
molto necessaria, percioch per questa ribellione stava questa isola persa, e
non aveva ormai niuno ardire d'andare verso que' luoghi n verso la Iaguana, se
non a gran numero di cristiani insieme e ben provisti. In effetto il Signore
Iddio e Sua Maest restano ben serviti di questa pace per molte cause, e sopra
a tutto perch si battezzino i fanciulli che son nati e che nasceranno fra
quelle genti di don Enrico, che al presente sono molte. E quello che m'ha
paruto meglio di questo uomo si  che, nel concludersi questa pace, disse che
una delle cose quali avea maggior pena e dolore si era che avevano molti
fanciulli da battezzarsi, e altri molti si erano senza battesmo morti. Il che 
segno che Iddio vuole che egli con gli altri suoi si salvi. M'avanzano a dire
nel seguente capitolo due cose: l'una in grazia e onore di questo cavaliero
Francesco di Barrio Nuovo, per fare ufficio debito di fidele scrittore, l'altra
in quello che a don Enrico tocca.


Di due cose notabili, l'una appertinente al capitan Francesco di Barrio Nuovo,
e l'altra l'onorata pace e riconciliazione di don Enrico con Sua Maest.
Cap. VIII.

Cosa chiara  che  degno d'intendersi il servigio che Francesco di Barrio
Nuovo fece a Dio e a Sua Maest, nella pace e amist che egli fece col caciche
Enrico, con tanta utilit di tutta questa isola e d'altri luoghi fuori di lei;
perch, se bene io tengo per certo che quanto ben si conclude tutto nasce dalla
buona fortuna dell'imperatore nostro signore, non per questo resta di meritare
molto per cos buona opra un cos prudente capitano, e che con tanto sforzo e
animo si determin d'entrare dove facil cosa era perdersi con tutti i suoi,
poich erano cos intricati e difficili que' luoghi che non vi si poteva senza
estremo disagio andare. Se fusse in Spagna luogo al quale potessi io comparare
questi, si conoscerebbono meglio i pericoli di queste parti; ma io non rester
di figurarli alquanto e dimostrarli a coloro che li leggono e non li veggono,
perch sono come  la montagna Morena o quella di Monferrato, o li porti di S.
Giovanni di Lusa o le Alpi per le quali si passa in Italia, o le Alpe
d'Alemagna o le montagne d'Abruzzo e di Tagliacozzo nel regno di Napoli, o le
montagne di Guascogna. Tutto questo che ho detto con questi luoghi  come
comparare il bianco col nero, cos estremamente selvaggi e aspri sono questi; e
veggo che gli uomini che per isperienzia li sanno non se ne sono ritornati se
non assai rari alle patrie loro, e qui assai poco vivuti sono, perch, di pi
della disconvenienzia che ha qui il cielo con quello d'Europa dove nasciamo,
non ritroviamo noi qui da mangiare come fu quello che ci diedero i nostri
padri, ma quello che qui si mangi buon tempo fu pane di radici d'erbe e frutti
selvaggi e inusitati agli stomachi nostri, e l'acque di differenti gusti; n
era qui sorte alcuna di carne, fuori che di quelli cani gozzi muti e d'altri
pochi animali e differenti da quelli di Spagna, come sono serpi e lacerti, de'
quali v'era gran copia in que' principii che l'isola si conquist; e a que'
primi che la conquistarono manc ancora questa sorte di cibo, ma non mancarono
gi l'infermit che si cavavano dal mondo.
Ma perch questo capitano Francesco aveva tutte queste cose provate nell'isola
di S. Giovanni e in altre parti, si seppe cos ben portare come s' detto in
queste difficult; e senza alcun dubbio credo che, se vi fosse venuto alcuno
nuovamente di Spagna, non si sarebbe mai questa pace conclusa. N di quelli che
quivi erano l'averebbe potuta niun meglio di lui accappare, bench molti ve ne
siano che l'avrebbono saputo ben fare. E vedete se questa guerricciuola di don
Enrico ha costato danari in tredeci anni, che per li libri delli conti della
spesa che vi s' fatta si vede che ascende alla somma di pi di quattrocento
libre d'oro, che da parte di Sua Maest e di questa isola vi si sono spese. E
quello che mi pare peggio d'ogni altra cosa si  che si sospett che ad alcuni
piacesse che andasse cos lenta, e che non s'accappasse giamai la pace. Ma di
tal piacere credo che non potessero participare se non quelli che come soldati
poveri, per sostentarsi, amavano la guerra, o quelli che secretamente ponevano
la mano in questa pecunia; tutti gli altri a' quali fosse l'accapparsi di
questa pace dispiaciuto, io non li terrei n per cristiani n per servidori del
suo re.
Di modo che ben mostr Francesco di Barrio Nuovo essere numantino e avere
l'isperienzia che per accappare tale negocio bisognava, poich con tanta
prudenzia e sforzo vi si port: perch un altro si sarebbe ritornato a dietro,
veggendo i suoi mormorare e pentirsi di quel camino. L'ho chiamato numantino
perch egli  di Soria, la quale citt io penso che fosse quella che gli
antichi chiamarono Numanzia: poich dice Plinio che il Duero  un de' maggiori
fiumi di Spagna e nasce presso a Numanzia.
Or, quanto al caciche don Enrico, a me pare che egli abbia fatta la pi onorata
pace che facesse mai cavaliero n prencipe al mondo da Adam in qua, e resta pi
onorato che non il duca di Borbona nel vincere e far prigione il re Francesco
di Francia in Pavia; poich tanta disaguaglianza e disproporzione  dal maggior
prencipe di cristiani e imperatore del tutto ad uno uomo tale quale era questo
don Enrico, il quale fu da parte di Sua Maest richiesto di pace, anzi
chiamatovi, con esserli perdonati tutti gli errori suoi, con quante morti,
arrobbii, incendii aveva con le sue genti fatti contra i cristiani, e con tante
offerte di pi ed elezione di potere in quel luogo fermarsi dove pi li piaceva
nell'isola.
Certo don Enrico, che se voi lo conoscete io vi tengo per un delli pi onorati
e fortunati cavalieri che abbia il mondo. Di questo atto si cava il gran mare
della clemenzia di Sua Maest, che, bench avesse fra pochi giorni potuto
concludere questa guerra senza restare pi memoria alcuna n osso di don Enrico
n de' suoi, nondimeno, ricordandosi che v'avrebbono potuto perire alcuni
cristiani, per ritrovarsi questi Indiani in montagne asprissime e selvaggie, e
considerando che questo caciche ebbe ragione d'appartarsi, per quelle
ingiustizie che gli furono pi volte fatte, e spezialmente veggendo che egli
con tutti gli altri suoi si sarebbono potuto salvare l'anime con questa pace,
con la permissione di Dio si indusse a farla con tanta clemenzia e benignit.
Ha ora il caciche Enrico ottanta o cento uomini da guerra, e con le loro mogli
e figliuoli passano pi di trecento anime, le quali, unendosi con la republica
della nostra religione cristiana, si spera che si debbano o si possano salvare;
e pi di trecento altre persone di questi stessi morirono senza battesimo, nel
tempo che questo Enrico nella sua ribellione persever. Ci dobbiamo adunque di
questa riconciliazione e pace sommamente rallegrare, poich l'Evangelio sacro
dice che nel cielo si fa pi festa d'un peccatore che si converta e venga a
penitenzia che di novantanove altri perfetti e giusti.


Come don Enrico se ne venne co' suoi presso Azua per vedere e sentire di questa
pace, e di quello che dell'Indiano che egli mand col capitan Francesco di
Barrio Nuovo avvenne.
Cap. IX.

Ritrovandosi le cose nello stato che si  detto, un mercord, a' 27 d'agosto
del 1533, giunse questo don Enrico due leghe lungi dalla terra d'Azua e si pose
nella entrata o falda del monte; e indi mand a dire a quelli della terra che
esso voleva lor parlare, se l'avevano per bene. Egli menava cinquanta o
sessanta uomini da guerra bene addrizzati e in punto, bench non facesse mostra
di tanta gente, perch ne imbosc la maggior parte presso l dove poi parl co'
cristiani. Quelli della terra, bench qualche sospetto avessero, mandarono
nondimeno a dirgli che venisse in buona ora, poich Sua Maest gli avea
perdonato ed era gi amico de' cristiani. E uscirono a riceverlo alcuni gentil
uomini e persone onorate di questa citt di San Domenico, che ivi casualmente
si ritrovavano, e con loro gli ufficiali e cittadini d'Azua; nella quale
compagnia erano da venticinque o trenta da cavallo e da cinquanta uomini a pi,
tutti bene in ordine e per la pace e per la guerra, quando fusse stato
bisognato d'adoperare l'arme. Tutti smontarono da cavallo e s'accostarono con
don Enrico, il quale abbracci tutti i cristiani; il medesimo tutti gl'Indiani
suoi fecero. E per quello che da questa pratica s'intese, don Enrico veniva per
sapere e intendere in che stato si ritrovava la pace che esso fatta aveva,
perch non aveva ancora veduto il suo messo, chiamato Gonzalo, che col capitan
Francesco mandato aveva.
Questo Gonzalo quattro giorni a dietro s'era da questa stessa terra d'Azua
partito con una caraveletta, e andava con alquanti cristiani a ritrovare don
Enrico, il quale ebbe gran piacere quando l'intese, e mand tosto con molta
fretta un de' suoi per la costiera del mare a cercare di questa caravella. Ed
esso riposatamente si ferm, e con viso lieto mostrava di sentire gran piacere
in vedere i cristiani, che avevano portato ben da mangiare molte galline e
capponi e prosciuti e buone carni, e il miglior pane e vino che avere si puote.
E mangiarono insieme di compagnia, con gran piacere e festa, i cristiani e
gl'Indiani principali con quanti ivi si ritrovavano, fuori che don Enrico solo,
che non volle n mangiare n bere cosa alcuna, bench ne fusse molto pregato da
tutti; e si scusava che non stava sano e che avea poco innanzi mangiato, e con
molta gravit pratticava con tutti con un aspetto molto riposato e d'autorit,
mostrando e dicendo che esso si trovava molto contento della pace e d'essere
amico di cristiani. In questo stettero da quattro ore o pi, doppo che ebbero
mangiato e meglio bevuto, perch questi Indiani assai volentieri bevono il vino
quando si d loro. E furono da trenta Indiani quelli che in questo convito si
mostrarono, e tutti con giannette in mano e con spade e rotelle, e alcuni con
pugnali.
Doppo che fu desinato, il fattore Francesco d'Avila, che qui fra gli altri a
caso ritrovato s'era, e gli altri gentiluomini, gli dissero che tutti i
cristiani erano suoi amici, perch cos l'imperatore nostro signor comandava; e
perch gi in effetto amici erano, esso avrebbe in tutti i cristiani dell'isola
ritrovata molta verit e amist, onde senza niun timore poteva securamente e
solo e accompagnato venire esso e i suoi in questa citt di San Domenico, e per
tutte l'altre citt e terre anco dell'isola; e in ogni luogo gli avrebbono
fatto ogni piacere che esso avesse voluto, perch cos era stato fatto bandire
per ogni parte. Egli rispose che non aveva gi da essere se non fratello e
amico di tutti; abbracciando esso e gli altri suoi di nuovo come prima i
cristiani, si licenzi da loro senza altramente andare in Azua, perch diceva
volere andare a cercare della caravella, accioch il suo Gonzalo e i cristiani
che con lui andavano non l'andassero per quelle costiere cercando invano.
Essendoli risposto che facesse il suo volere e andasse in buon'ora, s'avi con
le sue genti per quel medesmo monte dove stava, che era assai aspro e
selvaggio, e quando fu alquanto discostato i nostri s'aviddero che egli menava
pi gente di quella che nel mangiare mostrata aveva. E per quello che conobbero
coloro che in questo abboccamento si ritrovarono, rest don Enrico assai
maravigliato di vedere uscire d'Azua cos buone genti e disposte e cos bene in
ordine e presto, cos di quelli da cavallo come di quelli da piedi, e con molti
schiavi neri anco, e con Indiani che portarono il mangiare e servirono ad avere
cura de' cavalli; e la maraviglia si fu perch quella terra  picciola. Ma la
met di quelle buone genti che ivi col fattor Francesco d'Avila si ritrovarono
casualmente, erano di questa citt di San Domenico, e venivano da San Giovanni
della Maguana da vedere i loro poderi, e altri erano in Azua proprio andati per
lor negozii. Il perch pot ben don Enrico congietturare che, poi che ivi tante
e cos fatte persone erano, assai pi ne dovevano essere nelle altre terre
maggiori e in questa citt di San Domenico, che il medesimo Enrico la sa molto
bene perch vi s'allev.
S che, partito questo caciche con gli suoi Indiani, indi a pochi giorni
ritorn la caravella, co' cristiani che avevano accompagnato il Gonzalo e
portato il presente che s' detto, e dissero che n'avea preso gran piacere don
Enrico, con la moglie sua e con tutti gli altri Indiani. Egli per la medesima
caravella rimand tutti i neri e gli schiavi che avea di cristiani, e mand a
dire che s'alcuno schiavo nero o indiano se ne fuggisse ne l'avisassero, perch
l'avrebbono fatto cercare e l'avrebbono poi rimandato legato al suo padrone,
secondo che era stato col capitano Francesco appuntato. E cos per principio
questa paga li furono pagati que' neri che mand, conforme al patto gi fatto,
e ricevettero questo prezzo alcuni Indiani che esso con la caravella rimand e
co' neri stessi; ed essendo sodisfatti se ne ritornarono poi a don Enrico.


Come in questo tempo vennero di Spagna alquanti lavoratori per abitare Monte
Cristo e Porto Reale, per opra e sollicitudine di un cittadino di questa citt
chiamato Bolagnos.
Cap. X.

Nel medesimo anno del 1533, nel fine d'agosto, vennero sopra una nave in questa
citt di San Domenico da sessanta lavoratori o contadini, e la maggior parte di
loro con moglie e figli, per abitare Monte Cristo e Porto Reale. E riposati che
furono qualche d in questa citt di San Domenico, si partirono e andarono al
destinato lor luogo, portando certi capitoli d'essenzioni e grazie che Sua
Maest loro concedeva, perch avessero pi volentieri e meglio potuto abitare
quel luogo. Il Signore Iddio presti loro grazia che si conservino e vivino,
perch queste terre non la perdonano a niuno che nuovamente vi venga, che non
lo facciano in que' principii infermare. Il che non  maraviglia, poich l'uomo
tanto di lungo si scosta e allontana dalla terra dove  nato, e muta maniera di
vivere e aere in cos differenti regioni e clima.
Or, la contrada dove costoro vennero per abitarla  una delle migliori e pi
fertili di tutta l'isola, ed  presso alle minere dell'oro. Menarono con essi
loro i lor cappellani, perch avessero a servire nelle chiese che fare ci
dovevano. Piaccia a Dio nostro Signore che sempre si aumenti la sua fede e
religione cristiana; e nel vero che questo uomo da bene chiamato Bolagnos,
cittadino di questa citt, ha fatto un gran servigio a Dio e a Sua Maest,
oltra che v'ha spese molte sue facult, in condurre qui questa gente e in
effettuare una sua cos buona intenzione; perch costui  stato origine e capo
di fare questa cos buona opra, veggendo che quel luogo era gi disabitato, per
essere gi morti gli Indiani che solevano ivi a' nostri che in quella terra
abitavano servire. Ma questi che vi vanno ora nuovamente ad abitare altra
strada vi tengono, perch pensano di farvi bene con l'agricoltura e col
bestiame. Quello che ne succeder al tempo mio si dir al suo luogo.


Come un frate di san Domenico and da questa citt a ritrovare don Enrico, e
del buon successo di questa sua andata.
Cap. XI.

Nel monasterio de' frati di san Domenico di questa citt v', fra gli altri
devoti religiosi, un chiamato fra' Bartolomeo dalle Case, persona letterata e
di buona vita; bench nel tempo passato non si ritrovasse in buona riputazione
appresso tutti, per cagion d'una sua certa impresa essendo clerico, e
chiamandosi il licenziato Bartolomeo dalle Case, come pi distesamente si dir
nel 19 libro. Ma se ben quel negozio non riusc, pot nondimeno il suo fine e
la sua intenzione essere buona, onde alla fine si pose l'abito di s. Domenico a
dosso. Or, questo padre, che al presente abita in questo monasterio, avendo
inteso della pace fatta con don Enrico, mosso da buon zelo deliber d'andare a
vederlo, per consolarlo e ricordarli la salute e 'l bene dell'anima sua. Con
licenzia adunche del suo priore v'and e vi stette qualche giorno, e attese,
come buon religioso, ad animarlo, consigliarlo, persuaderlo che esso e le genti
sue fussero dovuti nella pace e amist con cristiani perseverare, ed essere
buoni servitori dell'imperatore nostro. Diede loro ad intendere quanto
cristianissimo e catolico sia il re nostro, e quanto gran clemenzia avesse con
loro usata, perch non si perdessero l'anime loro, e come la pace e l'amist
sarebbe stata loro interamente servata, se essi stessi rotta non l'avessero.
Egli port seco paramenti da messa e il calice e ostie con tutto il bisogno da
celebrare; e cos, mentre che esso ivi fu, disse messa a don Enrico e suoi, e
giov questa cosa lor molto, per assecurarli e ricordarli le cose della nostra
fede catolica. Onde con questo padre venne don Enrico, con molti Indiani e
Indiane e fanciulli, fino alla terra d'Azua, dove il capitan Tamaio, del quale
s' fatta menzione di sopra, si battezz insieme con altri Indiani maschi e
femine, grandi e piccioli. E poi molto pacificamente e quietamente se ne
ritornarono nelle lor pristine e imboscate stanze, dove il padre ritrovati gli
aveva, e il capitano Francesco prima; e n'andavano tutti lieti e lodando Iddio,
onde si spera che abbiano a perseverare nella fede. E gi in tutto il tempo che
quella ribellione dur, sempre don Enrico digiunava il venerd e diceva del
continovo il Pater nostro e l'Ave Maria, e molti giorni anco l'ore di nostra
Signora. E secondo che alcuni cristiani dicono, egli teneva anco un altro
stile, perch, per conservare le sue genti per la guerra e dar lor maggior
sforzo, non acconsentiva che con le lor donne s'accostassero se non passavano
25 anni.
Questo padre fra' Bartolomeo (come io intendo) dice questa e altre molte cose
in lode del caciche don Enrico, le quali esso scriver, perch ho inteso che in
questa professione s'esercita. Ma io non credo che don Enrico si ritruovi cos
avanti nelle cose della fede: prego Iddio che ve lo ponga molto pi che non
v', e che li presti grazia di salvarsi insieme con gli altri suoi. I signori
auditori di questa regia audienzia stavano molto sdegnati che questo padre
fusse senza lor licenzia e saputa andato dove don Enrico era, dubitando che non
l'avesse a qualche modo alterato, per essere fatta cos di fresco la pace. Ma
quando poi intesero che questa andata era stata tanto utile e santa quanto s'
detto, ne furono molto lieti e lo ringraziarono di quel travaglio che s'aveva
in questo viaggio preso. E cos si spera che di d in d debbia questo caciche
con le sue genti essere pi domestico e miglior cristiano, che Iddio nostro
Signore lo faccia, perch sia in suo servigio e onore.



Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove di varie materie si tratta.

Libro sesto

Proemio


 tanta la copia delle materie che m'occorrono alla memoria, che con molta
difficult posso finire di scriverle e di distinguerle, volendo continovare a
dire di quelle cose che alquanto si rassomigliano, e che sono pi all'ordine
dell'istoria appropriate. E perch nel volere trattare d'alcune cose
particolari fra s distinte e dissimili non sarebbe al proposito dare a
ciascuna di loro un libro particolare, per essere la narrazione di loro assai
breve, in questo sesto libro cumular tutte quelle che sono di simile qualit,
accioch, quanto pi rare saranno e da non compararsi l'una all'altra, con
tanta maggiore avidit si legghino e non si ponghino in oblio. E vi dar
principio con le case che questi Indiani avevano. Appresso si dir del giuoco
del batei, che  quello stesso che  della palla, bench in diverso modo
giuocato; e poi di duo urracani e tempesta segnalate e di molto spavento che in
questa isola Spagnuola furono. E cos, procedendo da una cosa in un'altra,
difformi e dissimili, m'ispedir di maniera nel presente libro che pi
facilmente poi ne' seguenti distinguer l'altre cose d'una stessa natura o
quasi, e potr seguire e servare l'ordine che ho desiderato di tenere in questa
generale istoria dell'Indie; perch ne' libri precedenti  stato necessario
mischiare molte materie insieme, per dire i viaggi e i discoprimenti di queste
parti fatti e dal primo admirante e dagli altri capitani, e per riferire la lor
vita e meriti e il modo del loro governo e de' lor successori; e per dar
notizia della verit dell'istoria in molte cose che accadettero, e della vera
cosmografia delle provincie e terre delle quali s' ragionato; e delle genti di
queste parti e come conquistate furono, con altre cose notabili e pellegrine,
come sono state fin qua descritte di sopra.


Delle case o stanze degl'Indiani di questa isola Spagnuola.
Cap. I.

Gl'Indiani di questa isola Spagnuola vivevano appresso le rive de' fiumi o
nelle costiere del mare, o ne' luoghi dove pi lor piaceva o era pi al
proposito loro, cos in luoghi erti come in luoghi piani e in valli e boschi; e
vicino alle lor terre e abitazioni tenevano i loro lavorecci, dove
raccoglievano i loro maiz e iuca e avevano i loro alberi fruttiferi. E in ogni
piazza di ciascuna lor terra era un luogo deputato per lo giuoco della palla,
che essi chiamano batei. Su l'uscire delle terre erano medesimamente luoghi
eletti e maggiori delle piazze, per questo stesso effetto del giuoco della
palla. Ora, le lor case e stanze, che essi chiamano buhio, erano fatte di due
maniere, secondo la volont dell'edificante. L'una maniera era questa.
Ficcavano bene in terra molti travicelli forti e di conveniente grossezza,
quattro o cinque passi l'uno dall'altro lontani, e collocati in circolo secondo
la grandezza della casa; sopra questi travicelli poi stendevano dall'uno
all'altro altri legni piani e grossi, e sopra di questi drizzavano certi lunghi
perticoni col grosso in gi e col sottile in su, onde nella cima venivano ad
unirsi tutte le punte loro a guisa di un padiglione; e sopra queste pertiche
ponevano a traverso o canne o altre simili materie, a due a due e un palmo o
meno l'una dall'altra distante; e sopra questo lavoro coprivano poi di paglia
delicata, sottile e lunga (altri lo coprivano con foglie di bigai, altri con le
cime istesse delle canne e altri con frondi di palme); e nella parte da basso,
quanto erano alti i primi travicelli fissi in terra, in luogo di muro vi
ponevano di passo in passo canne ben fisse in terra, e cos giunte e ristrette
insieme come stanno i diti nella mano, e le legavano ben forte con besciuchi,
che sono certe correggie tonde che nascono avvolte negli alberi e ne pendono
poi (e sono questi besciuchi una buona e forte legatura, perch sono durabili e
non si putrefanno, e servono a punto in vece di chiodi per legare e stringere
forte insieme un legno con un altro, e le canne medesimamente). Questi buhii, o
case di tal modo fatte sono dagl'Indiani chiamate canei, e sono migliori che
l'altre per il vento, perch nol raccolgano cos di pieno. Di questi besciuchi
o legami che si sono detti se ne trova gran quantit, e cos grossi o sottili
come ne hanno di bisogno, e alle volte li fendono per mezzo per legarne cose
pi delicate; n solamente serve il besciuco per quello che s' detto, che 
anco cosa medicinale, ed  di diverse spezie, come si dir al suo luogo, quando
si ragioner delle erbe e delle piante. Ora, questo tal canei o casa, perch
pi forte e immobile stia, ha d'avere nel mezzo un travo a guisa d'uno albero
di barca, di conveniente grossezza e proporzionato alla grandezza
dell'edificio, e che con la punta giunga alla cima della casa, perch in lui
s'hanno da legare tutte le punte delli perticoni che si son detti (a punto come
un padiglione o tenda campale, quale veggiamo noi usarsi negli esserciti di
Spagna e d'Italia), perch in questo grosso travo di mezzo consiste tutta la
stabilit e fortezza della casa. Ma perch questo meglio s'intenda ho qui
figurata, nel meglior modo che ho saputo, questa forma di casa o canei.
Fanno li medesimi Indiani altri buhii o case con li medesimi materiali, ma
d'altra forma e di pi bella vista e pi capaci, e per persone pi principali e
per li cacichi stessi, e le fanno a dua acque e lunghe nel modo che son quelle
di cristiani; e vi fanno li parieti di canne, le quali sono massiccie e pi
grosse che quelle di Castiglia e pi alte (ma le tagliano alla misura de'
parieti che vogliono fare). Nel mezzo vi hanno i suoi forconi che arrivano fin
al colmo o cavalletto, e nelle principali case vi fanno un portico che serve
per ricevere le persone che vengono, coperti di paglia nel modo che io ho in
Fiandra vedute coverte le case de' contadini nelli villaggi loro; e mi credo
che come in queste Indie cuoprono le case sia assai meglio di quello che si fa
in Fiandra, perch queste paglie o erbe per fare questo effetto sono migliore
di quelle. I cristiani fanno ora queste case in terra ferma con solari alti e
con finestre, percioch, oprandovi i chiodi e buone tavole, e sapendo molto
meglio farlo che non gl'Indiani, n'edificano di questo modo alcune case cos
buone che vi potrebbe qual si voglia signore alloggiare. Io ne feci una nella
citt di Santa Maria dell'Antiqua del Darien, che era fatta solamente di legni
e canne e paglia e qualche quantit di chiodi, e mi cost pi di
millecinquecento ducati d'oro; ma vi sarebbe potuto albergare un prencipe,
perch avea buone stanze alte e basse, con un belgiardino di molti aranci e
altri alberi, e posto su la riviera d'un gentil fiume che per quella citt
passa; la quale citt, per disgrazia de' suoi cittadini, e in disservigio di
Dio e di Sua Maest, e in danno di molti particolari, si disabit a fatto per
la malignit di chi ne fu cagione.
S che di una delle due gi dette maniere sono i buhii o case che gl'Indiani in
queste parti fanno. Vi si fanno anco di altri pi differenti e strani modi,
come nella seconda parte di questa naturale istoria si dir, quando si tratter
delle cose di terra ferma; perch in alcuni luoghi sono d'altra forma le case,
e per aventura di tal garbo alcune di loro che non s' mai visto n udito fuori
che in quella contrada. Ma poich s' di sopra disegnata la forma del canei, o
casa tonda, voglio anco qui disegnare medesimamente la seconda gi detta forma
di casa, perch meglio e l'una e l'altra s'intenda e comprenda.

Del giuoco del batei degl'Indiani, che  quel medesimo che della palla,
bench d'altra maniera si giuochi, come qui si dir.
Cap. II.

Poich s' nel capitolo precedente detto delle terre e case degl'Indiani, e
come in ogni lor terra abitata erano, e nelle piazze e su l'uscir della terra,
luoghi deputati per lo giuoco della palla, voglio ora dire del modo nel quale
si giuocava, perch in effetto  cosa degna da vedersi e da notarsi. Giuocavano
questo giuoco a dieci per dieci e vinti per vinti, e pi e meno uomini, secondo
che convenivano, e d'intorno al luogo dove si giuocava avevano le genti che
stavano a vedere li lor banchi di pietra; ma il caciche e gli altri uomini
principali sedevano su certi banchetti di legno lavorati vagamente e intagliati
di rilievo, che essi li chiamano duho. Le palle con le quali giuocano sono di
certe radici d'alberi e di erba e sughi, delle quali fanno con altre cose una
mistura che si somiglia alquanto alla cera o pece negra. Cuocono tutte queste
materie insieme, e ne fanno una pasta della quale compongono e formano una
palla, tanto grande quanto sono le palle a vento con le quali si giuoca in
Spagna; e le fanno anco e maggiori e minori. Questa mistura, bench sia come
pece nera, non s'attacca per alla mano. Ella, doppo che  asciutta, diventa
alquanto spongiosa; non per che abbia buco n vacuo alcuno, come la spugna, ma
diventa bene alquanto leggiera.
Saltano queste palle senza comparazione, assai pi che quelle da vento, perch,
con lasciare solo cadere di mano in terra, sbalzano molto pi in su di quello
che cadute sono, e danno uno e pi salti, diminuendo sempre da se stesse nel
saltare, come sogliono le palle a vento fare e assai meglio; ma perch sono
massiccie, sono alquanto gravi, e se si percotessero con la mano aperta o col
pugno chiuso con pochi colpi aprirebbono e sconcerebbono la mano. E per questa
cagione le battono con la spalla e col cubito e con la testa, e pi spesso con
l'anca o col ginocchio, ma con tanta prestezza e leggierezza che  una
maraviglia; perch, ancorch la palla vada quasi a pari col terreno, si
lanciano essi di modo indi tre o quattro passi lontani, stesi nell'aere, che
attamente le danno con l'anca per ributtarla al contrario; che gi ogni botta
che si dia alla balla nell'aria e non vada strascinando per terra  buona,
perch essi non tengono palla alcuna mal giocata perch abbia dati due o tre o
pi salti in terra, pur che la botta si dia nell'aere. Non fanno caccie, ma
posti tanti da un capo quanti dall'altro, si compartono con un segno il terreno
del giuoco, e quelli d'una parte incominciano a giuocare e a tirare la palla,
aspettando che alcun de' contrari la tocchi; e cos la rimandano d'una parte
all'altra. E la contenzione del giuoco consiste che quelli da un capo la
facciano passare dall'altro oltra i termini gi segnati prima, s che non
cessano mai finch la palla vada strascinando per terra e non faccia pi botte,
o che non vi sia stato il giuocatore a tempo, o che ella sia cos lontana
andata che non vi sia giunto egli a tempo per darla nell'aria; e questo
vincimento si pone per una linea, e tornano a giuocare per l'altra. E cos,
quella parte che tante volte vince, quanti prima patteggiarono e volsero che
fussero per la vittoria, se ne porta il pregio che fra loro posero.
Questo giuoco si somiglia alquanto a quel che chiamano in Spagna della ciuoca,
quanto al contrasto che vi si fa; salvo che in luogo della ciuoca  la palla, e
in luogo del baston curvo col qual la ciuoca o palla si batte  la spalla o
l'anca del giuocatore. In Italia giuocano un giuoco di palla grossa, che la
chiamano il pallone, e ho spezialmente in Lombardia e in Napoli veduto giuocare
molte volte questo giuoco; e percuotono queste palle col pi, e quanto alla
forma del giuoco si somiglia assai a questo che ho detto degl'Indiani, salvo
che, perch qui danno alla palla con la spalla o col ginocchio o con l'anca,
non vanno queste palle cos alte come va il pallone o la palla a vento, bench
queste palle dell'Indie saltino molto pi, e sia il giuoco in s di maggiore
artificio e di gran travaglio.
E certo  cosa da maraviglia vedere quanto vi vadano destri e presti
gl'Indiani, e molte donne indiane anco. Questo giuoco il giuocano
ordinariamente uomini con uomini e donne con donne, e qualche volta mescolati
uomini e donne, e lo giuocano anco le donne maritate con le vergini. E si dee
notare, come in altra parte s' detto, che le donne che hanno conosciuto uomo
portano avvolta al corpo una traversa di bombagio dalla cintura fino a mezza
coscia, e che le vergini non vi portano cosa alcuna coperta, o che giuocando o
non giuocando, e le caciche e donne principali maritate portano queste traverse
sottili e bianche dalla cintura fino a terra; e se sono donne giovani e
vogliono giuocare al batei, lasciano via quelle coperte lunghe e se ne pongono
altre corte fino a mezza coscia, ed  cosa di molta maraviglia vedere con
quanta prestezza e destrezza vi vadano, cos gli uomini come le donne.
Gli uomini, prima che i cristiani abitassero questi luoghi, non portavano cosa
alcuna dinanzi alle loro vergogne, come s' anco detto di sopra; ma dapoi, per
la conversazione degli Spagnuoli, vi si ponevano certe coperte come pampane di
panno o di cottone o d'altra tela, larghe quanto  una mano, attaccate ad un
filo che si cingevano; ma non gi per questo restassino che non mostrassino
quanto avevano, ancorch non soffiasse vento alcuno, perch quel panno andava
sciolto e a libert d'ogni banda, fuori che dalla parte di sopra dove
l'attaccavano. Ma poi che l'intesero meglio, con la lunga conversazione de'
nostri, cos gli uomini come le donne si coprirono con camice assai buone che
di cottone facevano; e al presente quelli pochi che vi sono avanzati vanno
vestiti di camice o di altre vesti, massimamente quelli che sono in potere de'
cristiani; e se vi sono alcuni che non fanno cos,  solo questo loro antico
costume restato fra quelli pochi che si sono ritirati col caciche don Enrico,
del quale s' fatta menzione a lungo nella fine del precedente libro.


Degli uracani o tempesta, che sono state in questa isola Spagnuola e in mare e
in terra di molto spavento e danno, doppo che i cristiani in questa isola
passarono.
Cap. III.

Uracane, in lingua di questa isola, vuol dire propriamente fortuna tempestuosa
molto eccessiva, perch in effetto non  altro che un grandissimo vento e
pioggia insieme. Ora, accadette che un mercord, a' tre d'agosto del 1508,
essendo governatore di questa isola il commendator maggiore don fra' Nicola
d'Ovando, quasi su l'ora del mezzogiorno si lev in un subito un vento
grandissimo e acqua insieme, che in un tempo istesso fu da molte terre di
questa isola sentito: e ne nacquero per ci in un subito gran danni ne' campi,
e ne restarono rovinati i poderi, e in questa citt di San Domenico mand per
terra tutte le case di paglia che vi erano; e alcune anco di quelle che erano
edificate di pietra restarono assai danneggiate e tormentate. E nella terra che
chiamano la Buona Ventura vi andarono tutte le case per terra, onde rest di
sorte che ben si pot per pi dritto nome chiamare la Mala Ventura, per li
molti che rovinati vi furono. E quello che fu peggio e pi doloroso, che nel
porto di questa citt si perderono pi di venti navi e caravelle e altri
vasselli.
Era il vento di tramontana cos forte che, tosto che cominci a cargare,
entrarono i marinari ne' battelli e andarono a gettar nel mare pi ancore e a
fermare con pi capi i vasselli loro per assicurarli; ma tanto crebbe il vento
e la tempesta che non vi giov provisione alcuna che si facesse per ostarle,
perch ogni cosa si ruppe e il vento cav a forza tutti i vasselli e grandi e
piccoli fuori del porto, per lo fiume in gi, e li pose in mare, e alcuni ne
fece andare traversi per queste brave costiere, altre ne anneg che non
apparvero pi mai; ma, cambiandosi poi d'un subito il vento al contrario, e con
un meno impeto e furia, crebbe cos grande il vento di mezzogiorno quanto era
stato quel di tramontana, onde al lor mal grado ritorn furiosamente alcuni
vasselli nel porto, e come gli aveva il vento di tramontana prima cacciati nel
mare, cos quest'altro opposito gli fece ritornare nel porto, e per lo fiume in
su. Questi vasselli stessi si vedevano poi ritornare in gi, senza vedersi da
alcuni di loro altro che le gabbie sole, perch il resto andava tutto sotto
acqua.
In questa calamit s'annegarono molti uomini, e il pi crudo di questa tempesta
dur ventiquattro ore, fino al d seguente a mezzogiorno; ma non cess del
tutto cos d'un subito come d'un subito venuta era. Ella fu di sorte che molti
che la viddero, e sono oggi vivi in questa citt, affermano e dicono che fu la
pi spaventevole e orrenda cosa che potessero mai occhi umani in simile caso
vedere, e dicono che parea che fusse stato aperto l'inferno, cos parea che i
demonii portassero da una parte ad un'altra quelli vasselli. Ne port il vento
di peso molti uomini molti tiri d'archi per le strade e per le campagne, senza
potere tenersi n aiutarsi, e a molti ne ruppe il capo e guast miseramente.
Trasse a forza fuori alcune pietre che stavano fabricate per le mura, e abbatt
e fracass molti folti boschi, rivolgendoli sottosopra e d'altri lanciandone
gli alberi molto di lungo; e in effetto fu grandissimo e generale a tutta
questa isola il danno che questo uracane o tempesta fece. Dicevano gl'Indiani
che qui solevano essere altre volte uracani, ma non n'era accaduto mai un altro
a questo simile, n in tempo loro n de' loro predecessori. E cos, per questa
orrenda tempesta, restarono in questa citt e nella maggior parte dell'isola
morti molti uomini e rovinate le loro facult, e spezialmente i loro poderi ne'
campi.
Il seguente anno del millecinquecentonove, a' dieci di luglio, venne in questa
citt l'admirante don Diego Colombo, come s' altrove detto; e a' ventinove del
medesimo mese nacque un altro uracane, maggiore del gi detto: ma non fece per
tanto danno nelle case, bench lo facesse maggiore nel campo. Vi  stato anco
altre volte dapoi, ma non giamai tale n di tanto spavento come questi due. Si
crede, e l'affermano i catolici e l'esperienzia l'ha mostro, che doppo che il
santissimo sacramento dell'altare s' posto nelle chiese di questa citt e
dell'altre terre di questa isola, sono cessati questi uracani. N si dee di ci
niuno maravigliare, poich, avendo in questi luoghi perduto il demonio la sua
signoria, e presola per s il pietoso Iddio, che vi ha la sua santa fede e
religione piantata, dee essere anco differenzia ne' tempi e nelle tempeste e in
ogni altra cosa da prima a poi; e tanto senza comparazione quanto  il caso
maggiore, poich la potenzia del nostro Iddio  infinita, e per la sua
clemenzia sono poi qui cessati questi pericolosi e spaventevoli uracani.
Un onorato cittadino di questa citt, che ebbe nome Pietro Gallego, il quale
poco tempo fa che mor, fu il primo che fece fare un bel sacrario di marmo, e
ben lavorato, per tenervi il santo sacramento nel monasterio di San Francesco
di questa citt, doppo che furono passati quegli uracani che si sono detti, e
che poi non se ne sono veduti pi mai. Onde, s per questo come perch egli era
nobile, e de' primi che si ritrovarono nella conquista di questa isola, la
maest cesarea, essendosene informata, gli diede il titolo di mariscalco di
questa isola, e con questo titolo poco fa che mor.
Ho toccato questo perch, come ho in altre parti detto, non penso lasciare in
potere della oblivione cosa alcuna degna che a mia notizia giunga: onde, al
proposito di questi uracani, ho detto di questo primo sacrario in questi luoghi
edificato, perch prima non tenevano qui il sacramento per le chiese, essendo
solamente gli edificii di legni e di paglia, e perci poco a tal bisogno
convenienti. Per certo che chi ha passato per qualche bosco di grandi e spessi
alberi dove questi uracani giunti siano ha visto cose di molta maraviglia e di
spaventevole scrima; perch vi si veggono innumerabili e grossissimi alberi
cavati dalle radici, che sono tanto alte quanto era l'albero fino alla sua pi
alta cima, altri spezzati per mezzo e in pi parti, e posti di modo l'uno sopra
l'altro che pare a punto un'opera diabolica. In alcuni luoghi di terra ferma ho
io veduto, in pi spazio che non  uno o duoi tiri di balestra, stare tutto il
territorio coperto d'alberi disradicati e spezzati, e posti l'uno sopra
l'altro, come s' detto, con maravigliosi intrichi. E perch noi, che indi
andavamo, bisognava che passassimo per quelli stessi luoghi e boschi cos
spezzati e intricati, non avendo altro cammino cos sicuro o al nostro
proposito, vietandocelo i gran fiumi e le aspre balze e le profonde valli e gli
spinosi e chiusi boschi, con altre molte difficult (come era il suspetto degli
nemici e il non sapere il paese), era cosa da notare il vedere come i nostri
andavano otto o dieci braccia l'un pi alto che l'altro, d'albero in albero e
di ramo in ramo, travagliandosi incredibilmente per seguire il cammino nostro;
onde con tutti questi disagi camminando sentivano e molta stanchezza delle
persone e gran fatica dello spirito, con speranza di giungere al porto, bench
per cos impedito cammino; e sempre ne uscivano alcuni de' compagni nostri
flagellati, dirotti, e con le vesti tutte lacere e con le mani scorticate. E
gli alberi che cos tronchi o disradicati sono, sono grossissimi, e di molta
maraviglia a vederli a quel modo, massimamente allontanati tanto da quel luogo
dove cresciuti si erano, e di modo l'un sopra l'altro e l'un con l'altro
intricati e intessuti che a punto pare, come s' gi detto, una opera
diabolica; e non  occhio umano che veggendolo ne resti senza supremo spavento.
Delli due uracani che ho detto che in questa isola a' tempi nostri accadettero,
ho in questa citt molti testimonii degni, e del secondo ne ho alcuni qui
dentro nella mia casa; e per tutta l'isola sono molte persone che molta facult
vi perderono, come ne sono anco molti in Spagna che con gran lor perdita e de'
lor vasselli lo viddero e sentirono nel primo uracane. Queste due tempeste, in
effetto, furono tali che non se ne perder giamai la memoria fra quelli che
oggi in questa isola vivono; e perci  bene che se ne lasci anco notizia a'
posteri, perch preghino nostro Signore che di tal pericolo gli liberi: e cos
si spera che la sua clemenzia lo far, sotto l'ombra e scudo del suo
sacratissimo e vero corpo.
Ma passiamo ora all'altre cose, che io spero che non saranno men grate e
piacevoli alli lettori di quello che fin qua si  detto.


Delle barche degl'Indiani, che essi chiamano canoe, che sono tutte di un pezzo.
Cap. IIII.

Parlando Plinio delle cose dell'India orientale, dice che da Modusa, citt
della regione chiamata Cotona, si porta il pepe al porto chiamato Becare con
barchette fatte d'un legno. Queste cos fatte barchette credo io che fussero
come sono quelle che usano qui gl'Indiani, che di questo modo sono. In questa
isola Spagnuola e in tutte l'altre parti di queste Indie che fino al presente
si sanno, per tutte le costiere del mare e per li fiumi che hanno fino a questa
ora i cristiani veduti, vi ha una maniera di barchette, che gl'Indiani chiamano
canoe, con le quali navigano per li gran fiumi e medesimamente per questi mari,
e se ne servono nelle loro guerre e nelli loro traffichi da una isola ad
un'altra, e nelle loro peschiere e altri loro bisogni. I cristiani
medesimamente che ora qui vivono, non si possono de' lor poderi servire, che
presso le costiere del mare o de' fiumi grandi stanno, senza queste canoe.
Ogni canoa  fatta d'un solo pezzo o tronco d'albero, il quale gl'Indiani
cavano a colpi di mannaie di pietre inastate; e con queste pietre mozzano il
legno o l'infrangono a poco a poco, perch vi adoprano il fuoco e ardonne
quello che hanno a questo modo ben pesto e battuto e mozzo. E ismorzando il
fuoco vi ritornano a percuotere come prima, e cos continovando a questo modo
ne vengono a fare una barchetta a modo d'uno albuolo, ma profonda, longa e
stretta, e cos grande e grossa come la longhezza e larghezza dell'albero lo
sofferisce; di sotto  piana, e non vi  schiena n carena, come nelle nostre
barche si vede. Ho veduto io di queste canoe di portata di quaranta e cinquanta
uomini, e cos larghe che vi potrebbe stare dentro agiatamente di traverso una
botte, fra gl'Indiani caribbi arcieri; percioch questi l'usano cos grandi e
maggiori, e le chiamano pirague, e le navigano con vele di cottone e a remi
medesimamente, i quali loro remi essi chiamano nahes; e alcuna volta vi vogano
in piedi, alcuna volta assentati, e quando vogliono ancora inginocchioni.
Questi lor nahes sono come pale longhe, e hanno le lor teste o capi di sopra
fatte con una traversetta, a guisa de' bastoni de zoppi, come qui dipinti i
nahes o remi e la canoa si veggono.
Ve ne sono alcune, di queste canoe, cos picciole che non vi capeno se non due
o tre Indiani, e altre che ve ne capono sei, altre dieci, e cos di mano in
mano, secondo la lor grandezza. Ma tante l'une quanto l'altre sono assai
leggiere, ma pericolose, perch molte volte si traboccano: ma non s'anniegano,
ancorch d'acqua s'empino, ma, perch questi Indiani sono gran natatori, le
ritornano a ridrizzare e a votarle tosto dell'acqua. Non sono vasselli questi
che si discostino molto lunghi dalla terra, perch, essendo bassi, non possono
soffrire gran mare, e facendo un poco di mal tempo tosto si traboccano; e
bench non si perdino o s'annieghino, non  ciancia per l'esporsi l'uomo a
questo pericolo, massimamente chi non sa natare, com' accaduto molte volte a'
cristiani, che vi sono affogati. E pure con tutto questo sono pi secure queste
canoe che non le barche nostre, in caso di traboccarsi, perch, se bene le
barche nostre assai pi di rado traboccano, per essere pi alte e pi atte a
sostentarsi nel mare, queste nondimeno che una volta vanno sottopra ne vanno a
ritrovare l'arena; l dove le canoe, ancorch trabocchino e s'empino d'acqua,
non per questo si perdono, perch sopra acqua restano. Ma chi non  buon
natatore non le continovi molto. Non  barca che vada tanto quanto la canoa,
ancorch ella con otto remi vada, e la barca con dodeci; e vi sono molte canoe
che con la met meno di gente andr pi che la barca, ma ha da essere per in
mare tranquillo e quieto e con bonaccia.


Del modo che gl'Indiani tengono in cavare fuoco e accendere lume, senza pietra
e focile, ma con un legno solamente, torcendolo sopra un altro.
Cap. V.

Si pu ogni ora vedere facilmente in molte cose quanto si ritrova la natura
provista a dare agli uomini tutto quello che  lor necessario. Questa maniera
dell'accendere del fuoco degl'Indiani, parr in molti luoghi cosa nuova e di
non poca maraviglia a quelli che non l'hanno ancora veduto, ma per tutte queste
Indie  tanto commune, quanto  necessario il fuoco per la vita umana e per lo
servigio delle genti. Ora, essi lo cavano a questo modo. Tolgono una bacchetta
longa due palmi o pi, secondo che ciascun vuole, e cos grossa quanto  il pi
picciolo deto della mano o quanto  la grossezza d'una saetta, e la fanno ben
lavorata e liscia, di un forte legno che essi ben conoscono quale sia atto per
questo; e dove si fermano nella campagna a mangiare o a cenare e vogliono
avervi il lume, tolgono duoi bastoni secchi, e i pi leggieri che ritrovano
gettati per terra gli stringono e legano ben insieme. Gli pongono poi in terra,
e fra la loro giontura pongono la ponta di quella forte bacchetta che ho detta,
e ve la spingono dentro torcendo con mani e quasi pertugiandovi continuamente;
e perch la ponta della bacchetta frega, volgendosi intorno, i due bastoncelli
stesi in terra e ben stretti insieme, gli accende in poco spazio di tempo, e di
questa maniera hanno il fuoco.
Questo si fa in quest'isola Spagnuola e in tutte l'altre e in terra ferma anco,
ma nella provincia di Nicaragua e in altre parti non tengono servata la
bachetta liscia e forte, ch'io dissi che 'n vece di torvela serviva, ma del
legno istesso dell'altre bachette e bastoncelli che si accendono si servono. In
Castiglia dell'Oro per, e nell'isole dove gl'Indiani guerreggiano, perch
hanno bisogno pi minutamente del fuoco, si conservano e portano seco quella
bachetta principale, perch  liscia e lavorata al proposito, e con pi
comodit e agevolezza s'adopera, e pi presto si cava e con meno affanno il
fuoco che non si fa con que' bastoni che si ritrovano a caso, aspri e torti.
Chi avr letto i libri degli antichi meno si maravigliar di molte cose che noi
qui diciamo, perch potr averne avuto notizia prima, com' a punto ora di
questa; perch Plinio, ragionando nel secondo libro delle sue istorie de'
miracoli del fuoco, dice come fregandosi due legni insieme se ne cava 'l fuoco:
di modo ch' una cosa istessa quello che Plinio dice e che questi Indiani
fanno. Ma perch vo io adducendo l'autorit degli antichi nelle cose ch'io ho
vedute, e che la natura a tutti insegna e si veggono ogni d? Dimandate a'
carrettieri, che si essercitano in condurre le carrette o i carri, e vi diranno
quante volte gli s'accendono i poli delle ruote, per il fregare e rivolgere
degli assi: che questo solo baster a fare apprendere la maniera del cavare il
fuoco che qui si tiene, e che io ho in questo capitolo distesamente narrato.


Delle saline naturali e artificiali che gl'Indiani di questa isola Spagnuola
avevano, prima che i cristiani vi passassero; e di quelle che ora vi sono.
Cap. VI.

 cosa naturale e costumata dagl'Indiani il sapere fare il sale in tutte queste
Indie, e a quelli spezialmente che nelle costiere del mare vivono, che l'acqua
marina cuocono per cavarne 'l sale; e cos costumarono di fare in quest'isola,
ne' luoghi dove dimoravano lontani dalle naturali saline. Ma, perch io ho
veduto in terra ferma fare agl'Indiani il sale, dir a che modo lo faceano
quando io passer a scrivere le cose di quella contrada; perch, quanto a
quello di quest'isola, io mi sodisfaccio in questo caso, poich vi eran le
saline naturali: che gi nella riviera del fiume Iache, che va ad uscire dalla
parte di tramontana, a pari di Monte Cristo, ed  un gran fiume, vi sono certe
saline di buono sale.
Ho detto che questo fiume va ad uscire dalla parte di tramontana, perch in
quest'isola vi  un altro fiume dell'istesso nome che va ad uscire dalla parte
di mezzod; ma quest'altro, prima che giunga al mare, si incorpora e congiunge
col fiume Neiva, sich l'altro Iache ch'io dissi prima delle saline va a
scaricare le sue acque nel mare di tramontana. Vi sono altre buone saline in
Porto Formoso, ch' 15 leghe lontano da questa citt di S. Domenico, nella
costiera di mezod: e ivi questa citt si provede di sale, perch sono queste
saline molto abondanti; bench non l'avessero gi gl'Indiani, perch questa
citt da poco tempo in qua l'ha fatte.
Nel mezzo di quest'isola, nella provincia chiamata dagl'Indiani Bainoa, v' una
montagna di sale quasi cristallino o trasparente, presso la lacuna grande di
Sciaragua, 14 o 15 leghe lungi dalla terra di S. Giovanni della Maguana; la
qual salina non cede al sale che 'n Catalogna chiamano di Cardona, perch cos
cresce qui come l. E questa di Cardona  una delle buone saline del mondo, e
per io l'ho comparata a questa della quale qui tratto, e della quale dico che
si cavano piastre e pietre di sale grosse: e io n'ho veduta alcuna nella terra
di S. Giovanni della Maguana che pesava pi di 100 libre, e mi dicevano coloro
che in questa pietra ivi condotta aveano che v'erano dell'altre maggiori, ma le
lasciavano per non stancare di soverchio le bestie con cos grave peso. Questo
sale  tenuto per medicinale e per ottimo, e cos  in effetto, perch serve a
tutto quello che suole il sale servir nell'uso degli uomini, e in tutte quelle
utilit e commodit che possono dal sale nascere.


Delli fiumi principali di questa isola Spagnuola (e ne faremo nove paragrafi).
Cap. VII.

I fiumi principali che sono in quest'isola Spagnuola sono quelli ch'ora dir. E
perch la principale citt e porto di mare e capo di questo regno e isola  San
Domenico, giusta cosa mi pare che 'l primo fiume che si ha a descrivere sia
quello che per questa citt passa, e che lo chiamano Ozuma. Questo fiume entra
nel mare molto potente e profondo, onde vi entrano securamente alla vela le
navi cariche, e si accostano ad otto e dieci passi a terra col fianco, tal che
per una tavola che si stenda dalla nave in terra si caricano e iscaricano i
vasselli; il che in poche parti del mondo si pu fare senza molo con cos
grossi vasselli. Nel 1533 venne qui la nave chiamata Imperiale (perch  di Sua
Maest, ed  di portata di pi di ottocento botti), carica di gente e d'altre
cose che qui port, e ritornossene poi molto pi carica a dietro. Dico questo
perch fin ad ora non  passato a queste parti cos grosso legno; e nondimeno
stette in questo porto a quindici o venti passi da terra. Da questo porto
escono i vasselli (se vogliono) di notte senza pericolo; e da dove sorgono
dentro fin che sono nel mare fuori del porto pu esservi un tiro e mezzo di
schiopetto, poco pi o meno. Io ne sono uscito di notte sopra una nave carica
di portata di pi di cinquecento botti, perch il letto del fiume sta quasi
sempre a un modo stesso; e perci ne escono le navi molto a piacere, e
nell'entrare, per la maggior parte del tempo, da mezzod a basso non vi mancano
foci e bocche alte. Si che il fiume e il suo porto  assai bello e navigabile
con molte barche e canoe, s per le pescherie che ha come per li giardini e
poderi che nell'una riviera e nell'altra sono; e dentro la terra e nel porto vi
fanno caravelle e navi, perch vi  molta commodit nel vararle e porle in
acqua doppo che sono fatte.
Egli  adunque questo un notabile e bello e ricco fiume, ma non se ne pu per
bere, per stare come s' detto e il porto e la citt presso al mare; ma,
montando per lo fiume in su poco pi d'una lega, l'acqua  buona e sana, e vi 
dentro molto pesce e di molte belle lize, e s'ammazzano in esso molti e grandi
manati, de' quali e d'altri pesci si tratter appresso, nel 13 libro. Questo
fiume Ozuma entra in mare nella costiera di questa isola volta a mezzod, e
viene in gi dalla parte verso tramontana. L'entrata del mare e bocca del porto
ha di fondo quattro braccia e pi, e vi vanno le navi a sorgere a pari della
citt, come s' detto, in quattro altre braccia di fondo.
Vi ha in questa isola un altro potente fiume chiamato Neiva, che corre per
mezzo dell'isola e lo attraversa; e viene dalla parte di verso tramontana, ed
entra nel mare che bagna questa isola dalla parte di mezzogiorno, e passa
presso alla terra di San Giovanni della Maguana; e nella bocca e foce sua 
profondo, ma a mezza lega doppo che s' entrato in lui  basso e deserto.
Nizao  un altro buon fiume, ed entra medesimamente in mare dalla costa di
mezzod, come gli altri detti di sopra, ma non  egli per cos gran fiume; 
ben molto ricco di poderi e di campi piantati di cannamele da fare zuccari,
onde vi sono molti belli ingegni da cavarli; e appresso queste riviere e
contrada sono bellissimi pascoli, e perci anco molti armenti di bestiame.
Haina  un altro fiume ricchissimo nelle sue rive di poderi e possessioni di
cannamele e d'altre sorti di utilit, e ha la miglior acqua che alcun altro
fiume di tutta questa isola, ed entra nel mare, come gli altri gi detti, nella
costiera di mezzod, ma non  cos violento n di tanta acqua come gli altri
fiumi maggiori;  ben per la sua fertilit un de' migliori e pi utili che vi
siano.
Nigua si chiama un altro ricchissimo fiume, e ha il nome da quel maledetto
animale che si pone ed entra nelle deta de' piedi, come s' gi detto di sopra
nel secondo libro. Questo fiume  de' principali, ed  di grandissima utilit
per le gran possessioni e belli territorii e ingegni da zuccaro che nelle sue
riviere e per tutta quella contrada sono. Questo solo fiume, con gl'ingegni da
fare il zuccaro e con li bestiami e altre cose che per questo effetto solo si
tengono, bastarebbe a fare ricchissima qual si voglia citt del mondo dove ci
fosse. Entra questo fiume in mare da mezzod, come gli altri che si sono detti,
e lungi quattro leghe o poco pi da questa citt di San Domenico.
Iuna  un altro fiume, un de' pi violenti di tutta questa isola, e passando
per la terra del Bonao va a entrare nel mare dalla parte di tramontana; e ha
presso le sue riviere molti poderi e ottimi pascoli.
Iache  il nome di due fiumi in questa stessa isola. L'uno di lor si congiunge
con Neiva, che  uno altro fiume maggiore, nel quale Iache entra prima che nel
mare giunga, di modo che non ha nome che di Neiva quando con l'onde salse si
mescola: e per questo non si fa tanto conto di questo come dell'altro Iache del
quale qui si tratta, e si dice che egli ne va nel mare dalla parte di
tramontana al paro di Monte Cristo; e ha appresso le rive sue buone saline,
come s' nel precedente capitolo detto. Questo fiume  violento, e ha appresso
di s ottimi e gran pascoli, con campagne e prati bellissimi e altri ricchi
poderi. L'altro Iache, o Iachitello, va nel mare insieme con Neiva dalla parte
di mezzogiorno, come s' gi detto di sopra, ed  molto differente dall'altro
Iache, che va, come s' detto, ad uscire nel mare di mezzogiorno.
Hatibonico  un altro gran fiume e veloce, che va ad uscire nella parte
occidentale di questa isola, e ha da presso molti pascoli e belli territorii da
seminare; e in lui entrano altri fiumi minori, ed  fiume di gran pescherie.
Sono molti altri fiumi in questa isola di molte buone pescherie e acque e di
vaghe e belle riviere, come sono il Macoris, il Catui e 'l Cibao; e questi due
ultimi sono molto ricchi d'oro, come il primo di pesci. Vi sono altri varii
fiumi che, per non esser prolisso, si taciono, e perch non sono cos grandi
come quelli che si sono fin qua detti; e di molti altri non si sa il nome
perch, essendo gi morti gli Indiani antichi di questa isola, si hanno gli
altri dimenticato i nomi de' fiumi, e di altre cose anco. Molti di questi
fiumi, di pi di essere fertili d'oro, sono anche molto copiosi di pesci buoni,
che o vi entrano dal mare o nell'acqua istessa dolce dei fiumi nascono e
vivono. E questo basti quanto ai fiumi di questa isola.


Delli metalli e minere d'oro che sono in questa isola Spagnuola, e del modo
come si truova e raccoglie l'oro (che ne faremo XI paragrafi o parti).
Cap. VIII.

Nel precedente capitolo ho nominati alcuni principali e veloci fiumi di quelli
che sono in questa isola Spagnuola, e me ne sono brevemente ispedito. Ora
voglio ragionare d'altri fiumi che, se ben non sono cos famosi per la loro
grandezza e pescherecci, sono nondimeno assai pi chiari e noti per la gran
copia dell'oro che s' dalle loro riviere cavato e cava; e in questi si vengono
ad incorporare e a mescolare le loro acque altri innumerabili torrenti,
ruscelli e fossati che da fonti ricchissimi d'oro nascono e hanno origine. E
fra questi il fiume che chiamano Cotui  ricchissimo, e ha appresso di s una
terricciuola abitata da gente minerale, ed esercitata in questo mestiero di
cavare l'oro; e la terra e il fiume hanno un medesimo nome, bench il nome sia
propriamente del fiume. E qui s' fatto molto essercizio in cavare oro. Ma
perch di ci si dir appresso pi particolarmente, e come e per qual via si
cava, diciamo un poco prima degli altri metalli che in questa isola Spagnuola
sono di pi dell'oro.
In questa isola si ritrova rame, e ve l'hanno molti molte volte ritrovato, e
dicono anco ch'egli sia buono e fino; ma ne fanno poco caso, perch sarebbe un
error grande lasciar di cercare l'oro e di cavarlo, sapendo che ve ne sia, per
cercare il rame, essendo cos disuguale l'utile che da questo e da quello si
cava. Si che per questa cagione non  chi si voglia occupare n perdere il
tempo in tale esercizio di cavar il rame. Basti, per quello che fa qui al
proposito nostro, che ve n' molto.
Hanno detto alcuni che in questa isola si ritrovi anco ferro, ma io non l'ho
veduto e non l'affermo. Ho bene udito dire da Lope di Bardel, che oggi vive ed
 cittadino di questa citt, ed  uno degli onorati e ricchi gentiluomini che
qui siano, che egli si ritrov nella riviera del fiume Nizao, e che fece in
presenza sua fondere la vena del ferro, e che ne cav e l'ebbe per certo
(s'egli non fu ingannato da colui che lo fuse, il che non resto io di credere,
poich la malizia degli uomini  molta). Non voglio n anco con questa opinione
restarmi che non ve ne sia, poich in Spagna non  molte leghe lontana
Viscaglia d'Asturia e da Galizia, e in Viscaglia vi  una infinita quantit di
ferro, e in Asturia e Galizia furono gi grandissime e ricchissime minere
d'oro, secondo che Plinio e altri famosi auttori dicono; e a questo modo
potrebbe essere che in questa isola, dove molto oro si trova, non vi mancasse
del ferro, poich il medesimo Maestro che in Spagna fece queste e altre
maggiori cose naturali le ha potuto anco qui fare, come fa ci che gli piace e
dove gli piace.
 cosa molto antica l'uso de' metalli e dell'oro nel mondo, secondo che nelle
istorie approbate si legge. Scrive Plinio che Cadmo ritrov l'oro e il modo di
fonderlo nel monte Pangeo; altri dicono che fusse Toante ed Eaclide o il Sole,
figliuolo dell'Oceano, al quale Gellio attribuisce l'invenzione della medicina.
E tutto questo  di Plinio. Il grande Iddio comand a Mos che prendesse l'oro
e l'argento dalli figliuoli d'Israel per edificarne il tabernacolo. Gioseppe
medesimamente, quando fece in Egitto empire di frumento i sacchi de' fratelli,
fece nella bocca di ciascun sacco porre il danaio stesso loro, e nella bocca
del sacco del fratello minore vi fece di pi porre una tazza d'argento. E gi
prima il medesimo Gioseppe era da questi stessi fratelli suoi stato venduto
agli ismaeliti per trenta danari d'argento. S che si prova per questo che
l'oro e l'argento e i metalli furono antichissimamente in uso degli uomini; che
gi, come Plinio scrive, Servio Tullo, re di Romani, fu il primo che fece
battere il rame, perch prima l'usavano e cambiavano rozzo e impolito; e
l'imagine che fece segnare fu una pecora, onde ne fu detta pecunia la moneta.
Ma lasciamo l'istorie passate e ritorniamo a questa presente, poich questa
cosa dell'oro  un passo nel quale gli avari con maggiore attenzione si fermano
ad ascoltare che in altra particolarit e secreto che in questa istoria
dell'Indie si tratti. Ma le persone savie e naturali lo leggeranno non con
altra maggior avidit e desiderio che per intendere e sapere l'opere di natura,
in tanto che, avendo pi libero l'intelletto, pi caro avranno d'udirmi, poich
non scrivo le favole di Amadis e degli altri che da lui dependono. Anzi, molti
virtuosi e catolici leggeranno questa materia non con altro disegno che per
ringraziare il Signor Iddio, che abbia una cos eccellente e perfetta cosa
creata come  questo bello metallo dell'oro, che tanto pi vale e pi risplende
quanto meglio e pi santamente si sapr spendere; perch l'oro che mal si
spende o che  in potere di meschini e d'avari non  di pi giovamento che si
sia quello che sta sotto terra nascoso, e che non l'ha mai veduto il sole. E
come quando questa terra nostra madre universale si rompe e apre in diverse
parti vi ritrovano gli uomini nelle sue viscere l'oro, cos quando i fianchi
dell'avaro incominciano a putrefarsi e ad aprirsi per terminarli la vita
salgono fuori le monete occulte, delle quali non seppe mai giovarsi quel misero
che le cumul. Voglio inferire che io ho veduto in queste Indie gran cumulatori
di questo oro, e per non saperlo ben spendere hanno finita in molta miseria la
vita loro, e a guisa di rugiada o d'ombra  fuggito lor dalle mani questo oro,
e poi appresso anco le loro vite.
Ma, per qualunque fine che voglia il lettore ascoltarmi, io voglio che intenda
e sappia quanto  ricco l'imperio di queste Indie, che il Signor Iddio tenea
servato a cos felice imperatore come  il nostro, e a cos cortese
dispensatore delle ricchezze umane, che cos saviamente e santamente le spende
e impiega in eserciti ed esercizii cos catolici, perch abbiano effetto i suoi
santi pensieri contra infedeli ed eretici, nemici della religione cristiana; e
voglio che le nazioni straniere vegghino e pienamente intendino che la Spagna
fu da Dio dotata d'animosi e potenti eserciti, d'illustri e valorosi
cavallieri, e d'una gran nobilt, e come tutti gli Spagnuoli sono di sopremo
ardimento e valore e isperienzia nell'armi, come tutti gli antichi e moderni
istorici dicono. Onde non senza cagione disse Livio, nel quarto libro della
prima deca, che gli Spagnuoli sono ferocissima nazione, e che pensano che non
possa essere la vita lodevole senza l'esercizio dell'armi. Ma, senza cercare
l'autorit degli antichi, quelli che oggi ci vivono l'hanno e veduto e saputo,
per potere farne fede, con gl'invitti re di Spagna passati e con li catolici re
don Fernando e donna Isabella, che conquistarono Granata e Napoli e Navarra e
altri regni, e discoprirono questo Nuovo Mondo di queste Indie; e con li trofei
e segnalate vittorie della maest cesarea dell'imperatore nostro, che  stato
degno d'essere signore di cos valorosa nazione.
E per verificare quello che io dico della sua potenzia e tesori, puossi cosa
pi chiara dire che i suoi capitani e gente gli abbiano nel mare del Sur di
queste Indie, in un d solo del 1533, dato con la prigione del re Athabaliba
quattrocentomila castigliani d'oro di valuta in oro e argento per lo suo quinto
solamente, restandone un milione e seicentomila castigliani d'oro di valuta in
questi duoi soli metalli, oro e argento, per dovere compartirsi fra quelli
pochi Spagnuoli che ivi si ritrovarono. E vedete quanto furono pochi in numero
questi cristiani, che ad ogni cavaliero tocc a parte novemila castigliani
d'oro, e ve ne fu tale che giunse a quindeci e vinti e cinquantamila, se era
capitano, e il minimo fante a pi ne ebbe a parte tre o quattromila. Or, qual
vittoria si pu comparare a quella del re Montezuma della Nuova Spagna? Certo
che ogni altra cosa pare come una notte oscura alla chiarezza delle ricchezze
del mare del Sur, poich Athabaliba cos ricco, e quelle provincie onde altri
milioni d'oro si sperano, fanno che paia poco quanto di ricco si sa nel mondo;
e poi quelle genti che tanto oro posseggono non hanno saette avelenate, n
sanno che cosa si siano schioppi, polvere, istromenti da guerra e arme n
difensive n offensive, e cos fuggono da un cavallo come i demonii dalla
croce.
Di l sono venute in questa isola tinelle d'oro, che ho io con questi miei
occhi veduti, e altre molte cose di gran maraviglia e non pi udite n scritte;
ma molte pi ne sono andate in Spagna, in Siviglia, e non sar favola quello
che appresso si dir nelle cose di terra ferma, nella seconda parte di questa
generale istoria; poich assai noto  che, nel tempo che l'imperatore nostro
volse partire di Madril, nel principio di marzo nel 1525, per giungere insieme
la sua armata ed eserciti in Barzellona contra gl'infedeli, giunsero in
Siviglia tre navi o quattro che non vennero cariche d'altro che d'oro e
d'argento, ne' quali duoi metalli soli vi erano pi di duoi milioni di
castigliani d'oro di valuta.
Una cosa sola non voglio lasciare qui di dire, e non se la dimentichi il
lettore, ed  questa, che come a tutti gli altri scrittori di simile materia ha
mancato l'oggetto, e non ha niuno potuto tanto ritrovare che dire quanto
avrebbe saputo riferire nella sua istoria, cos per lo contrario nella istoria
mia manca la lingua, e mancar il tempo e la penna e la mano e l'eloquenzia,
tanto soprabonda e avanza materia di queste maravigliose ricchezze che qui
sono, e che io spero in Dio di dire particolarmente nella seconda e terza parte
di questa istoria dell'Indie; perch tutte queste cose si lasciano per dirsi al
suo luogo, con le cose di terra ferma. Ho voluto qui solamente accennare questa
vittoria che ebbe Francesco Pizarro, governatore del Per per Sua Maest,
accioch il lettore la vada a trovare nella terza parte di queste istorie
dell'Indie, dove si ragioner della conquista del Per e del mare del Sur. E
non  stato fuori di proposito quello che s' detto, poich voleva far vedere i
tesori che il nostro imperatore ne cava, e il modo che ogni d Idio li d. Ma
ritorniamo alla istoria, e diciamo a che modo gli Spagnuoli raccolgono questo
oro.
Io ho nel terzo libro detto d'un granello d'oro che pesava 3600 castigliani e
si perd in mare, ed era stato ritrovato in questa isola. Questo solo deve
bastare a far credere che, dove il grande Iddio cre quel granello, non ve lo
cre solo, n la natura in quel granello perd affatto il potere o l'arte di
farne degli altri. Ma perch io voglio anco nel resto sodisfare, dico che si
pu a me credere pi che a niun altro in questa materia, poich dal 1513 fino
al 1532 ho servito al re catolico don Fernando e alla serenissima reina donna
Giovanna e alla maest cesarea per proveditore del fondere dell'oro in terra
ferma; e Sua Maest poi, volendo che Francesco Gonzales di Valdes mio figlio la
serva nel medesimo ufficio, ne li fece grazia, supplicandonela io, e volse che
io, come persona di et e atta al riposo, mi stessi in casa mia, scrivendo per
suo regio ordine queste nuove e naturali istorie dell'Indie. E per questa
cagione so io molto bene e ho molte volte veduto come si cava l'oro, e come si
lavora nelle minere di queste Indie. Onde, perch per tutti questi luoghi  di
una stessa maniera, e io l'ho fatto cavare per me dalli miei Indiani e schiavi
in terra ferma, nella provincia e governo di Castiglia dell'Oro, e cos ho
inteso che si fa per tutto da quelli che l'hanno raccolto in questa isola e
nell'altre, mi ha paruto di qui dirlo, per non avere a ripeterlo e a riferirlo
poi in altro luogo.
In molte parti di questa isola Spagnuola si ritrova oro, cos nelle montagne e
fiumi che chiamano di Cibao (che  un fiume in questa isola molto famoso per
l'oro che vi si ritrova), come nel Cotui, del quale s' fatta menzione di
sopra, e nelle minere che chiamano di San Cristoforo, e nelle minere vecchie e
in altre parti. Ma non sogliono gi ogni uomo raccorre l'oro in ogni parte dove
si ritrova, per cagione della spesa grande che vi bisogna, cos delle cose da
mangiare e necessarie alla vita e altri apparecchi che vi bisogna, come delle
compre degli schiavi e ferramenti e altre molte cose; s che bisogna che chi in
questo esercizio si pone abbia tanto che gli avanzino danari alla spesa che ci
vuole, e il guadagno sia tale che vi si possa stare. Questo oro non  dovunque
si trova ugualmente fino e d'una stessa lega e bont, ancorch e l'uno e
l'altro in un medesimo fiume si trovi, e d'una stessa minera uscito sia. Non
parlo io qui dell'oro che s' avuto per riscatti o nelle guerre, n di quello
che hanno gl'Indiani di lor volont dato a' nostri in queste isole o in terra
ferma, perch essi sogliono lavorare questo tale oro e mescolarvi o rame o
argento, e lo abbassano quanto essi vogliono, di modo che  di differenti
caratti e valori; ma io parlo dell'oro vergine rozzo, che non sia stato mai
toccato da mano mortale n in simili misture venuto, come s'intender appresso
nel processo di questa materia. E si dee sapere che questo oro vergine si
ritrova ne' fiumi, cos nell'acqua come nelle sue ripe e ne' boschi e nelle tre
palme de' monti, come ora particolarmente cosa per cosa distinguer. E
ricordisi il lettore che l'oro si ritrova in una di queste tre maniere: o in
zavana, o in arcabuco, o in fiume.
Chiamano gl'Indiani zavana le campagne seminatorie e le riviere, con ogni
terreno senza alberi, ma o con erba o senza. Arcabuco chiamano il bosco e ogni
luogo con alberi, o che sia piano o che sia montuoso; e in ciascuna di queste
due maniere che l'oro si trovi, vi tengono questo ordine in cercarlo. Gli
uomini minerali ed esperti in cavarlo hanno carico d'alcuna compagnia d'Indiani
o di schiavi, o che siano suoi o d'altrui, perch vi vanno o per proprio utile
o assalariati da altri. E questo tal minerale, che ha da far prova e vedere
dove pu ritrovar la minera, volendo o in zavana o in arcabuco provarla, fa a
questo modo. Netta prima quanto sta sopra la terra, o d'alberi o d'erba o di
pietre, e poi vi cava con le sue genti otto o dieci piedi, e pi e meno, in
lungo, e altrettanto o quel che gli pare in largo, ma non profondando n
cavando in gi sotto terra pi d'un palmo o due ugualmente; e senza andare pi
in gi lavano tutta quella terra che cavata ne hanno, e se in quello spazio
d'un palmo o due ritrova oro segue l'impresa a quel segno. Ma se non ve ne
ritrova fa cavare in gi al basso un altro palmo, e lava medesimamente quel
terreno nel modo che ha fatto del primo che si cav; e se n anco in questo
secondo ritrova oro fa cavar pi in gi e pi in gi sotto terra, col medesimo
ordine che s' detto, a palmo a palmo lavando sempre tutta la terra come la
prima volta fece, finch giunga al sasso vivo gi. E se fin l non ritrova oro
non si cura di cercarlo pi in quel luogo, ma va a cercarlo altrove; ma se ve
lo ritrovano in quella altezza, senza andare pi in gi, si stende in cercarlo
per largo. Che se l'oro va verso in gi, gli vanno medesimamente dietro, e
continovano il lor lavoro mentre la quantit della minera scuoprono; la quale
minera ha gi certa misura determinata con certi ordini regii della quantit
del territorio, quanto si ha da stendere ogni minera per la superficie della
terra: e dentro questa misura (ch' quasi quadra) possono cavare in gi a basso
quanto vogliono. Ma tosto che alcuno la minera ritrova,  obligato a
notificarlo agli ufficiali regii, e spezialmente al proveditore e allo scrivano
maggiore delle minere, perch gli si misuri e con segnali gli si termini e
circonscriva la minera, perch possano gli altri prendersi altre minere a canto
a quello che la discoperse prima; e in quel terreno cos circonscritto e
terminato di ciascuna minera non pu niuno entrare, n toccarlo per cavarne oro
senza commettere furto e incorrere in gravissime pene, che senza remissione
alcuna si esseguiscono. Ma dove finisce e termina la minera del primo pu colui
che appresso prima vi giunge segnarsi un'altra minera, da quella parte onde pi
li piace, con le stanghe; onde qui anco quel proverbio quadra che dice che chi
ha buon vicino ha il buon mattino, perch quel primo discopritor avisa colui
che esso vuole aiutare e che vuole per vicino, e se lo pone a canto; e
ordinariamente, per lo pi, quando una minera  ricca suole essere anco ricca
quella che gli  vicina, ancorch non sia tanto. Aviene anco alcuna volta
d'essere pi ricca la seconda che la prima. Si vede medesimamente ogni d
accadere che uno raccoglie molto oro in una minera, e nell'altra che le sta
vicina non se ne ritrova granello. E questa  una delle cose nelle quali si fa
pi conoscere la ventura degli uomini, perch accade che siano due e tre e sei
e dieci minere in uno stesso termine o riviera di fiume, e si vedr che tutti
gli altri cavino dalle lor minere oro fino, e che un solo, che avr pi genti e
migliori, non ne ritrover niente o assai poco. E al contrario si vede assai
volte che un solo ritrover molto oro, e molti altri ne raccorranno assai poco:
come pochi giorni che sono accadette nell'isola di San Giovanni ad un certo
portoghese chiamato Fullano di Melo, il quale in poco tempo cav e ritrov
cinque o seimila castigliani d'oro; e molti altri, che vicino a lui facevano il
medesimo di raccorre oro, non ne ritrovavano tanto che fusse bastato a pagare
le spese che vi facevano.
Ma lasciamo questo, perch niuno ha da essere n pi ricco n pi povero di
quello che ha Iddio ordinato; e per aventura coloro che meno oro raccolgono
sono pi fortunati, perch il Signor Iddio serva loro altre ricchezze maggiori,
se con la volont sua si conformano e lo vogliono conoscere. Queste minere di
zavana, o sul terreno ritrovate, sempre si vogliono cercare presso a qualche
fiume o ruscello o torrente d'acqua o laguna o fonte, dove si possa lavare la
terra per ritrovarvi l'oro. E perch s' detto di sopra che si ha da lavare
quel palmo o duoi di terreno che si cava in gi, soggiungo che non s'intende
che abbia a lavarsi in quel medesimo fosso fatto nella minera, perch questo
sarebbe un far fango e loto pi tosto che altra cosa; ma si ha da torre quel
terreno a poco a poco e portarlo fuori della minera all'acqua o ruscello dove
ha a lavarsi, e ivi si ha a purgar il terreno con l'acqua e veder se resta oro
nelle batee, che sono certi istromenti ne' quali la detta terra si lava. E per
lavare questa terra e lavorare la minera fanno a questo modo. Pongono alquanti
Indiani a cavar il terreno nella minera (e questo cavare essi chiamano
scopettare), e del terreno cavato empiono le batee, le quali altri Indiani
tolgono, con tutto il terreno che dentro vi , e le portano all'acqua, dove
stanno assise l'Indiane e Indiani che le lavano. Or queste batee piene di
terreno si votano in altre maggiori, che tengono in mano quelli che il terreno
lavano; e fatto questo, quelli che portato l'hanno se ne ritornano alla minera
per l'altro, mentre che gli altri lavano quel primo che portato hanno. Questi
che lavano sono per lo pi donne Indiane, perch l'ufficio del lavare  di pi
importanzia e scienzia e di manco travaglio che non  il cavare n il portare
il terreno. Queste donne, o altri che si siano che lavano, si stanno assise
nella sponda presso l'acqua, nella quale tengono le gambe fino a' ginocchi o
appresso, secondo la disposizione del luogo di sedere e dell'acqua, e tengono
con amendue le mani presa la batea per due maniche o punte che a questo effetto
vi si fanno. E tosto che vi hanno dentro il terreno che lor dalla minera si
porta, muovono la batea in bilancio, prendendo l'acqua corrente con certa
destrezza e arte che non ve ne entra pi di quello che esse vogliono, e con la
medesima arte in un subito la votano e gettano fuori dall'altra parte; e tanta
acqua ne esce quanta ve ne entra, non mancandovene per tanta quanta basti a
bagnare e disfare il terreno. E cos se ne esce a poco a poco il terreno con
l'acqua, che a poco a poco lo ruba e nel porta seco, e l'oro, perch  grave,
va sempre al fondo della batea, dove, quando il terreno  gito tutto via, resta
limpido l'oro; e il lavatore lo pone da parte e torna a prendere pi terra
nella batea, e nel medesimo modo lo lava. E a questo modo continovando, colui
che lava ritrova tanto oro il d quanto a Dio piace di prosperare il padrone
degli Indiani e della gente che in tale esercizio s'occupano.
Si dee notare che, per un paio d'Indiani che lavano, vi bisognano due persone
che portino la terra, e altre due che la cavino e ne empino le batee del
servigio: che cos si chiamano quelle nelle quali il terreno fino all'acqua si
porta. Questi Indiani stanno occupati in questo esercizio delle minere, senza
gli altri Indiani e gente che ordinariamente attendono ne' poderi, e stanno
nelle stanze dove poi questi si raccogliono a dormire e cenare e vi abitano; e
in queste stanze sono donne che apparecchiano loro da mangiare, e altre che
portano poi il desinare a quelli che stanno o ne' campi o nelle minere a
lavorare; percioch sono molti quelli che, per sostentamento loro e degli
altri, seminano il grano e l'altre vettovaglie necessarie alla vita. In tanto
che, quando si dimanda ad alcuno quante batee tiene da lavare nella minera, e
risponde che sono dieci, si ha da intendere ordinariamente che costui tiene
cinquanta Indiani, a ragione di cinque persone per batea da lavare, non ostante
che con meno quantit di gente alcuni la facciano: ma questo che io ho detto
s'intende quanto al convenevole e necessario, perch siano le batee ben
servite.
Nelli fiumi e ruscelli o lacune d'acqua si cava l'oro d'altra maniera, ed  di
questo modo. Se gli  lacuna s'ingegnano di votarla, s'ella  picciola e si pu
fare, e da poi cavano e lavano quel terreno e ne raccolgono l'oro, se ve ne ,
nel modo che s' detto di sopra. Ma se gli  fiume o ruscello ne isviano
l'acqua dal corso e letto suo, e doppo che lo veggono secco vanno a raccorre
nel mezzo del letto l'oro, se ve ne , fra le pietre e sassi ruvidi che ivi
siano; e talvolta, quando s'imbatte in un di questi letti d'acqua corrente, vi
si ritrova gran quantit d'oro. E si ha da tenere per certo (come da l'effetto
si pare) che la maggior parte dell'oro nasce nelle cime e nelle pi alte parti
de' monti, e si genera nelle viscere della terra, e piovendo poi l'acque ne
mandano via il terreno, e a poco a poco col tempo ne portano gi l'oro ne'
fiumi e ruscelli che ne' monti nascono; bench molte volte anco si ritrovi
l'oro nelle campagne piane e lontane da' monti: e quando questo accade tutta la
contrada circonstante  terra d'oro, e vi se ne ritrova gran quantit. Ma per
lo pi e pi ordinariamente si ritrova nelle falde de' monti, e nelli fiumi
stessi e nelle sue balze, perch di molto tempo vi si raccoglie. S che, per
una di queste due maniere che ho dette, si cava comunemente l'oro in queste
Indie.
Si ritrova anco alcuna volta che la vena dell'oro non corre a lungo, per potere
farsi quello che s' detto, nelle minere di terra e fuori de' fiumi, ma va in
gi verso il centro al dritto, da' lati, calando gi pi verso una parte che
un'altra; e questo non  gi contrario a quello che s' detto, perch l'oro,
ancorch esca e si ritrovi nella superficie della terra, non per questo nasce
ivi, ma nelle interiori e pi secrete parti di lei. E allora in questo caso si
fanno e cavano le minere a modo di caverne, di pozzi o di grotte, e penetrando
gi dietro all'oro le vanno sempre appuntellando, perch sono pericolose e
sogliono alcuna volta cadere gi e ammazzarvi le genti che vi lavorano dentro;
e di questa maniera di minere sotterranee, nel modo che s' detto, se ne sono
vedute molte in questa isola Spagnuola.
Di questa maniera che s' pur ora detto dovevano essere le minere antiche e
ricchissime della Spagna, poich Plinio dice che quelli che cercavano l'oro
sotto della terra vi appuntellavano con travicelli e travi grossi, per
sostenere le grotte che non cadessero. Dice anco questo stesso autore che li
monti sterili della Spagna, e che niuna cosa producono, sono fertili e copiosi
d'oro, e che gli Spagnuoli in Asturia e Galizia e Lusitania cavavano ogni anno
20 mila libbre d'oro, e che in Asturia se ne generava la maggior parte; e si
maraviglia come in altra parte del mondo non si trovasse che una tanta copia
d'oro tanti secoli durata vi fusse; si che, dove tanta quantit d'oro si
ritrovava, pi ricche minere essere vi dovevano che qui non sono, o che non si
sono in questa isola vedute. Tanto pi che, di pi dell'oro, vi sono anco oggi
in Spagna molte minere d'argento, e se ne cava gran copia; e vi sono anco
minere di ferro e d'acciaio e di colori, e d'alcune onde si cavano gran tesori,
non solamente per la regia camera, ma per molti altri cavalieri particolari
suoi vassalli anco, di cui le gi dette minere sono. Il perch, secondo
l'opinione mia, io tengo la Spagna una delle pi ricche provincie che abbia il
mondo: e per colmar le sue tante ricchezze volse Iddio aggiungerle anco queste
altre delle nostre Indie.
Ma perch io non tratto qui delle cose di Spagna, delle quali scrissero a lungo
Plinio, Strabone, Trogo, Solino, Isidoro e altri buoni autori, ma delle cose
che in queste Indie sono, e che io ho vedute e veggo, e quanti qui vengono lo
sanno, ritornando all'ordine della istoria nostra dico che, quando si lavora in
qualche riviera di fiume, o nel fiume stesso senza l'acqua, sempre quelli che
pi in gi l'oro ritrovano lo ritrovano pi fino (pi in gi, dico, secondo il
corso dell'acqua, e non verso il centro); di modo che quelli che lo
ritroveranno mezza lega pi in gi degli altri l'avranno uno caratto e pi di
finezza, perch quanto  l'oro pi travagliato, pi fino diventa. Ma quelli
per che pi in alto lo cavano, e pi appresso al suo nascimento,
ordinariamente pi ne raccolgono; e che questo sia il vero, bench non sia
bisogno addurre autorit in quello che qui ogni d si vede e che io ho infinite
volte veduto, il medesimo Plinio dice che l'oro col percotersi nel corso del
fiume si pulisce e affina. Vi ha anco un'altra cosa molto notabile, ed  che
l'oro che si raccoglie, stando cos vergine, prima che provi il fuoco ha pi
bello, pi vago e pi lustro colore che non ha poi che  fuso e che si lavora;
dal che chiaramente si comprende, e la natura ci insegna, quanto siano pi
perfette l'opere sue schiette e pure che non quelle che dalla industria e
artificio umano fatte vengono.
E perch s'intenda e creda che l'oro nasce e si genera nelli luoghi alti, e ne
viene poi gi a basso dove si trova, vi  uno indizio molto evidente, del quale
ci fanno fede i carboni che di legna si fanno. Gi si dice che il carbone sotto
la terra non si putrefa mai, e io lo credo, che questa  una spezie sua
propriet; e se pure ci non  in tutti li legni, tengo che alcuni questo
privilegio abbiano, perch accade che, lavorandosi e cavandosi alcune minere
nelle falde d'un monte, o pur nel mezzo o in altra parte di lui, ed essendosi
andato in gi in terreno in tutto quattro o cinque passi, in quella stessa
bassezza dove si ritrova l'oro vi ritrovano anco carboni, e prima anco alcuna
volta; e questo aviene in terra che si giudica essere intatta e vergine. E
questi tali carboni stanno cos freschi, come se il giorno avanti fusse in loro
stato estinto il fuoco; e certo che non sono potuti ivi nascere n entrarvi
naturalmente, ma bisogna dire che in quel paraggio dove si trovano fusse gi a
qualche tempo la superficie della terra, e che ivi fussero con l'oro dalli
luoghi pi erti portati dall'acque; e perch, come si dee credere, piov poi
infinite altre volte, l'acqua condusse gi del continovo lo terreno, e a poco a
poco, col corso di molti anni e secoli, crebbe tanto la terra sopra i carboni e
l'oro istesso che nelle minere si ritrovano.
E che questo che io dico de' carboni sia vero, si prova medesimamente da
questo, che essendo io sopra il fondere dell'oro di terra ferma, mi furono in
diversi tempi portati innanzi da duoi di que' minerali duoi circelli d'oro,
lavorati e lisci e tondi come anelletti (che li sogliono l'Indiane e gl'Indiani
portare nell'orecchie); e gli avevano cavati pi di duoi o tre passi sotto
terra pi di 15 piedi, e ritrovatili avolti con l'oro vergine e rozzo: i quali
circelli non potevano essere ivi entrati se non del modo che ho detto che i
carboni v'entrano. Si dee prosumere adunque che cotali circelli o anelletti,
poich lavorati erano, si perdessero in tempo di molte et prima, e che l'acque
con gli anni vi cumulassero lo terreno sopra, tanto alto quanto s' detto; e
perch l'oro non si corrompe mai, stavano cos interi e lustri come se fussero
stati lavorati quel giorno stesso. E io gli ebbi amendue in poter mio.
Ho detto di sopra che quanto pi si travaglia l'oro, andando in gi dal luogo
ove nasce fino al fiume dove si trova, tanto pi liscio e pulito si vede, e di
pi fina lega e caratto; cos dico, per lo contrario, che quanto pi appresso
alla vena e al suo nascimento si ritrova, tanto pi crespo e aspro e men fino 
di quel che sarebbe se fusse in gi corso e travagliato, e molto pi manca e
perde nel tempo che si fonde, e pi agro sta e pi duro.
Si ritrovano alle volte granelli grandi e di molto peso sopra la terra, e alle
volte anco di sotto; e il maggiore di quanti ne abbiano fino ad oggi i
cristiani in queste Indie veduti, fu quello che ho gi detto che si perd in
mare quando s'anneg il commendatore Bovadiglia con tanti altri cavalieri e
gente, come nel terzo libro si disse; il qual pezzo pesava pi di 3600
castigliani. Che se Plinio avesse saputo di questo granello, e di molti altri
che io ho veduti che si sono ritrovati in questa isola, quasi della medesima
grandezza, altramente averebbe detto di queste Indie che non disse della
Dalmazia, quando queste parole ne disse: "Rara felicit  che si ritrovi l'oro
nella superficie della terra, come poco fa si vede nella Dalmazia a tempo di
Nerone, dove ogni d se ne fondevano 50 libbre".
Ritornando al proposito nostro, io ho in questa citt di San Domenico veduto
nel 1515, in potere del tesoriero Michele di Passamonte, due granelli d'oro,
che l'un pesava sette libre, che sono 700 castigliani, e l'altro cinque, che
sono 500 castigliani d'oro di 22 caratti e mezzo. E in terra ferma io ho veduti
molti altri granelli di cento e dugento e trecento castigliani, e qualche poco
pi o meno, e ritrovati medesimamente sopra la terra. Ho per veduto molte
volte assai pi rallegrarsi i minerali e i padroni delle minere dell'oro minuto
che non delli granelli, perch  segno che la minera  pi durabile e copiosa,
e se ne cava pi utile che non da quella dove si ritrovano questi granelli; e
vi si ritrova alle volte cos minuto che bisogna mischiarvi argento vivo. E
perch si sappia che cosa  un peso e che cosa  un castigliano, dico che un
castigliano e un peso d'oro valeno al medesimo, i quali pesano otto tomini, e
un ducato d'oro spagnuolo pesa sei tomini; s che lo peso, overo castigliano,
viene a valere un quarto pi del ducato d'oro spagnuolo.
Mi soviene a dire qui una cosa molto notabile, che mi hanno molte volte detto
uomini assai esperti nelle minere e nel cavare dell'oro, ed  questo: che 
accaduto nell'andare seguendo la vena dell'oro, per la via che esso camina
verso le parte interiori della terra o de' sassi, s' ritrovato cos sottile
come un filo o spiletto, e dove ritrova qualche concavit si ferma ed empie
tutto quel buco, e vi si fa un granello grosso, e poi passa oltre per li pori
della terra o del sasso, per donde la natura lo guida. E accade che lo minerale
lo va seguendo per quel camino, onde corre sotto terra, e lo ritrova cos
blando e molle come una tenera cera, e lo torce cos facilmente e piega fra le
dita come se fusse quasi una cera liquida; ma in quel punto stesso che d
l'aere sopra, s'indurisce.
Poich s' fin qua trattato delle minere e dell'oro, con quanto mi  paruto al
proposito di qui dirne, prima che io passi ad altre materie,  bene che qui
come in proprio luogo si dica come gl'Indiani sanno assai bene indorare l'opere
che essi lavorano e fanno di rame e d'oro bassissimo. Nel che sono cos
eccellenti, e danno cos subito e chiaro lustro alle cose che indorano, che
pare che siano d'oro finissimo e di 23 caratti o pi, e lo fanno con certe erbe
che essi hanno. Il quale secreto  cos grande che ogni argentiero d'Europa o
d'altra parte che lo sapesse e se ne servisse nella patria sua si terrebbe
ricchissimo, e sarebbe per diventarvi in breve tempo con questa maniera
d'indorare. Questo secreto non si sa in questa isola, n anco nell'altre, ma
solo in terra ferma, dove si vede gran quantit d'oro basso indorato nel modo
che s' detto. Ho voluto qui fare di questa particolarit menzione perch mi 
paruto al proposito della materia. Io ho veduta l'erba con la quale si opra il
secreto, e gl'Indiani stessi me l'hanno insegnata, ma n per lusinghe n per
altra via ho potuto mai cavare da loro il modo che l'adoprano; anzi negavano e
dicevano che non facevano essi queste opere, ma che venivano lor fatte d'altre
terre e paesi lontani.
Non  cos da lasciare alla oblivione quello che intervenne a tre contadini,
che vennero di Spagna in questa isola Spagnuola a fare prova della fortuna
loro. Questi erano di Garoviglia, e fecero compagnia e passarono sopra una nave
in questa citt di San Domenico, nel tempo che il commendatore maggiore
d'Alcantara governava questa isola. Giunti qui, dimandarono tosto una poliza,
che fanno gli ufficiali del re a chi vuol andar a cavar oro, perch senza
questa licenzia non vi pu andar niuno: e cos se n'andarono alle minere nuove,
che stanno sette leghe lungi da questa citt, e vi stettero cavando ben otto d
o quindeci. E perch erano persone di poca isperienzia, travagliarono indarno
in cercare dell'oro; onde, ritrovandosi un d molto pentiti della loro venuta
qui, ed essendosi assisi sotto un albero a marendare e prendere un poco di
riposo per ritornare poi all'essercizio loro, incominciarono a condolersi della
lor venuta, e se ne rammaricavano forte, come sogliono fare le genti basse e di
poco animo, che non sanno col tacere soffrire le lor miserie, ma le hanno tosto
su la lingua. L'un di loro dicea che avea venduti i buoi, co' quali
travagliandosi sostentava la sua povert in Castiglia, e viveva come ogni altro
contadino della sua terra. L'altro, con la medesima passione, soggiungeva che
aveva venduta la dote di sua moglie e quanto aveva al mondo, con che si
sostentava con la sua moglie e figli in una estrema ma riposata vita, e che ora
si vedeva come bandito da loro e senza speranza di rivederli mai pi. Non
sentiva men dolore il terzo che amendue i compagni, e non restava n anco egli
di fare i suoi lamenti, dicendo cose da disperato; e doppo ch'ebbe miseramente
bestemmiato se stesso, che si fusse a cos fatto viaggio posto, segu
bestemmiando l'anima del Colombo, che aveva cos fatto camino mostro. Ma indi
ad un pezzo, veggendo che i suoi lamenti erano al vento, riprendendo animo
cominci a consolare se stesso e compagni, e dicea che in un'ora non si
conquist Zamora, e che Iddio era grande, e darebbe loro quello che essi non
avevano saputo ritrovare, accioch se ne fussero potuti ritornare alle terre
loro, a consolare le lor mogli e figli e a rallegrare i loro parenti e amici.
E ragionando, e rispondendo gli altri, e tutti insieme sospirando, un di loro
vidde, pi di 20 passi lontano onde erano, lucere per lo splendore del sole un
granello d'oro, onde tosto si alz su dicendo: "Ancor potrebbe essere che
avesse fine questo nostro ramarico". E con queste parole si avi verso l dove
vedea risplendere l'oro, e ve ne ritrov un granello di 15 o 20 castigliani di
valuta, e cominci, saltanto per il piacere, a baciarlo e a ringraziare Iddio.
Corsero tosto i compagni a partecipare di questo stesso piacere, e mirando ora
a questa parte ora a quella ritrovarono molti altri granelli, e pi grandi e
pi piccioli.
E per non menarla pi in lungo dico che sopra la superficie della terra e
scavando, come persone meno atte che formate, s'iscalzarono certi bolzacchini o
stivaletti ch'aveano in piedi e gli empierono di quelli granelli d'oro che
ritrovarono, che giungevano alla valuta di pi di duemila o quasi tremila
castigliani; e fatto questo se ne vennero in questa citt e ne diedero notizia
al commendatore maggiore. Ma questa notizia la diedero quando non ne poterono
fare altro, perch le minere stavano gi affittate per lo re. Ma il commendator
maggiore, perch questi contadini erano d'un luogo presso la terra sua, volse
aiutarli e non trattarli rigorosamente, accioch si godessero della ventura
loro, poich Iddio gliela avea mandata; e cos li favor, ed ebbe gran piacere,
insieme con tutta la citt, che cos ricche minere ritrovate si fossero. Ma non
si puot, con i tre contadini, ottenere che volessero andare a cavarvi pi oro
n restare pi nel paese; onde, perch erano villani e di poco animo, parendo
loro d'essere ricchi con quello ch'avevano, e d'avere pi di quello ch'essi
meritavano, se ne ritornarono subito in Spagna, con l'istessa nave con la quale
venuti erano.
E da queste stesse minere cav il licenziado Bezera, medico e cittadino di
questa citt, altri cinque o seimila castigliani d'oro. E dapoi si presero
quelle minere per il re, e perch era ivi proprio il nascimento dell'oro, se ne
cavarono per i re catolici molte altre migliaia di castigliani. Fu cagione
questa novella, che si sparse tosto per la Spagna, della buona fortuna de' tre
di Garovilla, che molti contadini e altre persone di pi qualit passassero in
quest'isola a far prova della lor sorte. E molti di loro in questa impresa
morirono e molti altri vi si rimediarono, perch alla fine non tutti con uguale
ventura cavano l'oro; perch ad alcuni pare che gli fugga l'oro dalle mani, ad
alcuni altri pare che l'oro vada a trovarli, come suole l'istesso accadere
nell'altre cose e negozii ne' quali l'uomo si pone.
E con questo ch'ho detto, ho compiuto a quello che tocca a' metalli di
quest'isola Spagnuola; e il prudente lettore ne dee raccorre quanto gran tesoro
potr essere andato in Spagna da quest'isola, e dall'altre che sono abitate da'
cristiani e dalla terra ferma di quest'Indie, dopo che queste contrade si
discoprirono, non solo ad utile de' re di Spagna (de' quali  questo
ricchissimo imperio), ma de' lor vassalli e sudditi anco assai pi, perch il
re non n'ha se non il quinto de' suoi diritti, e in alcune provincie, per fare
grazie a' suoi vassalli, il decimo e meno; e questo d'oro puro solo, senza le
perle e l'altre utilit grandi e di molta importanzia che 'n queste terre sono,
e delle quali in tutto il mondo tanto utile ne risulta. Certo che questa statua
chiamata Hollosphiraton, o l'altra di Gorgia Leontino, che fu il primo che nel
tempio d'Apollo in Delfo drizzasse una statua d'oro massiccia, sarebbe degno
che fossero state drizzate in onore di Cristoforo Colombo, primo inventore e
discopritore di quest'Indie; poich non come Gorgia Leontino, che con
l'insegnare l'arte oratoria acquist tant'oro che se ne fece una statua, ma
come animoso nochieri e valoroso capitano ci insegn e mostr questo nuovo
mondo, cos pieno e colmo d'oro che se ne potrebbono fare mille grosse statue e
degnissime d'immortale fama, per avere portata la fede catolica in questa isola
e per tutte l'Indie, dove per grazia di nostro Signore ogni d si aumenta la
religione cristiana.


Che in altre parti del mondo si costum di sacrificare gli uomini ai loro iddii
e di mangiare carne umana, come al presente si fa in varii luoghi di terra
ferma e in alcune isole.
Cap. IX.

In molti luoghi dell'istoria di Plinio si legge che gli uomini mangiavano carne
umana, come erano gli antropofagi, nazione della Scizia, i quali bevevano anco,
in vece di tazze, nelle cocche o ossa della testa de' morti; e si facevano
collane de' denti e de' capelli di coloro che ammazzavano. Dice Plinio che
questa gente abitava dieci giornate sopra il Boristene. Ora, queste cos fatte
collane ho io molte volte vedute al collo di alcuni Indiani in terra ferma,
dove anco in molte parti mangiano carne umana e sacrificano gli uomini e le
donne. Mangiano anco la carne umana nelle isole convicine a queste delle quali
ho qui trattato, che sono la Domenica e Guadalupe e Matitino e Santa Croce e
altre ivi intorno. Scrive l'Abulensi, parlando dei costumi delle genti di
Tracia, che fra l'altre cose che di loro si favoleggiano  questa, che essi
offeriscono agli iddii loro i forestieri che prendono, e gli uccidono e ne
fanno sacrificio secondo il suo uso. Il che, qui in terra ferma, senza
favoleggiarlo ma con molta verit si pu dire, come lo scriver pi a lungo
nella seconda parte di questa naturale istoria dell'Indie, dove parleremo delle
cose della Nuova Spagna e delle provincie di Nicaragua e di Nagrando e d'altre
parti.
Ho qui solamente fatto menzione di questo per compire col titolo di questo
sesto libro, che tratta di diverse materie; onde non vi doveva mancare questa,
che  cos rara e strana e molto usata fra gl'Indiani caribi e quelli che si
chiamano Chorothegas, e altre nazioni di queste selvaggie e crude. Il perch
non senza cagione permette Iddio che siano rovinati e destrutti, e senza dubio
io tengo che per la gran copia de' peccati loro anderanno tutti presto via,
perch sono generazione senza correzione alcuna, n giova con loro castigo n
lusinghe n buon ricordi, e sono naturalmente gente senza piet, n si
vergognano di cosa alcuna; hanno pessimi desiderii e peggiori effetti, e non
hanno niuna buona inchinazione. Potr bene il grande Iddio emendarli, ma essi
non hanno pensiero alcuno di correggersi n di salvarsi. Potr bene essere che
i loro fanciulli si salvino morendo battezzati, ma dapoi che essi entrano nella
adolescenzia, pochissimi sono quelli che desiderano di essere cristiani,
ancorch si battezzino; perch pare loro che sia una cosa travagliata, ed essi
hanno poca memoria e quasi niuna attenzione, e ci che s'insegna loro se lo
dimenticano ad un tratto. Questo lo posso ben dire io, con molti altri, che ne
abbiamo allevati alcuni in fin dalla lor fanciullezza; ma, come conoscono
donne, si danno tanto in potere di questo vizio che non stimano tanto altro
bene quanto questo peccato della lussuria e dell'usare crudelt. Ma Iddio li
paga secondo i lor meriti.
Che diremo noi qui, poi che vediamo anco che nel mezzo del mondo, che  Italia
e Sicilia, furono i Ciclopi e i Lestrigoni? Dall'altra parte dell'Alpe
medesimamente, come Plinio dice, si sacrificavano gli uomini, e in Francia un
tal costume dur finch Tiberio imperatore glielo tolse, come il medesimo
autore dice. N gi meno in ci gli Inglesi peccarono.
Ma perch non dichino questi e quelli che io lor questa infamia do perch non
sogliono essere amici con Spagnuoli, voglio qui le stesse parole di Plinio
nella lingua nostra addurre. Parlando egli adunque dell'arte magica e di questi
diabolici sacrificii, a questo modo dice: "Nell'anno 757 doppo il principio di
Roma, nel consolato di Corelio Lentulo e di Publio Licinio Crasso, fu nel
Senato fatta una deliberanza e decreto, nel quale s'ordin che non fusse pi
uomo alcuno sacrificato, e per un tempo non si celebr alla aperta un cos
abominevole sacrificio. Ma in Francia fino al tempo nostro si sacrificava, che
Tiberio Cesare tolse questo orrendo costume, insieme con gli indovini e magici.
Ma che dir io, che questa arte pass anco il mare Oceano e penetr nell'isola
d'Inghilterra, dove con tanta cerimonia si celebrava questo sacrificio, che
parea che gl'Inglesi l'avessero insegnato a quelli di Persia". Fin qua dice
Plinio, e non sono io che n a Francesi n ad Inglesi questa infamia appongo.
Ma passiamo all'altre cose di questa istoria dell'Indie.


Del diverso costume che in questi luoghi hanno i galli e le gatte a quello che
in Europa hanno, e nel cantare e ne' congiungimenti loro.
Cap. X.

I galli, in Spagna e in molte altre parti di cristiani (e cos penso io che in
tutta Europa sia, o nella maggior parte di quello che se ne sa), cantano a
mezzanotte e sul voler farsi del d; e alcuni (i migliori) cantano tre volte in
tre parti della notte, cio a due o a tre ore di notte, e a punto su la
mezzanotte e un quarto d'ora avanti all'aurora: e questo quanti a d mirano si
fa assai chiaro. Ma in queste nostre Indie d'altra maniera cantano, perch
alcuni ne cantano a prima sera, o a due ore di notte la sera e due altre ore
prima che sia la mattina, e a mezzanotte non mai; alcuni altri ne cantano alla
prima guardia e non cantano pi altramente nel resto della notte; di modo che,
come ho detto, alcuni ne cantano due volte, alcuni altri una, ma su la
mezzanotte niuno, e la maggior parte di loro cantano una ora e mezza o due
prima che apparisca il sole nell'oriente.
Quanto alle gatte, dico che in Italia, Spagna, Francia e Sicilia e in tutti i
luoghi d'Europa e Africa che io ho veduti, quando vanno in amore e la natura le
chiama e inchina a congiungersi insieme, suole essere per lo pi nel mese di
febraro, o 15 d prima o poi di questo mese; e in tutto il resto dell'anno sono
essenti e liberi da questo focoso e libidinoso desiderio, in tanto che
rarissime volte si vede il contrario. L dove in queste Indie altro costume le
gatte serbano, ed  di oprarsi in questo libidinoso atto in tutti i mesi e
tempi dell'anno: e lo fanno con meno voci e gridi di quello che in Europa si
facciano, anzi per lo pi tacendo e senza fastidire l'orecchie de' cittadini. E
certo, quanto a me, quando io in Spagna studiava di notte, o per mia
recreazione leggeva qualche cosa, mi davano un fastidio e una noia incredibile
nel tempo de' loro amori; ma qui, come ho detto, tutti i mesi e tempi dell'anno
sono loro ordinarii per dovere insieme congiungersi, e senza gridi n voci. E
vi sono qui tanto moltiplicati, che se ne sono molti di loro andati ne' boschi
e vi sono diventati selvaggi, perch vi ritrovano molti sorici e lacerte, de'
quali si vivono mangiandoli.


Di un mostro che nel tempo che io scrivea questa istoria nacque in questa isola
Spagnuola, e furono due fanciulle nate congiunte insieme.
Cap. XI.

Il beato Antonino da Fiorenza, nella terza parte della sua istoria, descrivendo
l'anno del 1314, dice che nel territorio di Val d'Arno nacque in quello anno un
fanciullo con due teste, e fu portato a Fiorenza allo Spedal della Scala, e in
capo di venti d mor. Dal che comprendo che, poi che a questo santo (che gi
canonizato e posto nel numero de' santi si trova) parve bene di fare con
l'altre sue istorie menzione di quello che nel suo tempo accadette, che non
sar anco fuori del proposito mio, e di questa mia naturale istoria, fare qui
menzione d'un altro mostro che in queste Indie si vidde, nel tempo che io
queste materie scriveva, poich  una cosa molto notabile e degna d'essere
saputa al mondo. Perch una opera di natura, e che cos di rado accade, non si
dee lasciare in oblio, massimamente che del mostro che io qui scrivo se ne
debbono rallegrare e coloro che lo videro e coloro che legendo l'intenderanno,
per essere certi che due anime ne montarono al cielo a riempire le vote sedie;
perch queste due fanciulle, prima che morissero, ebbero il sacramento del
batesmo, e vissero otto d, e non furono di forma brutta e difforme come negli
altri mostri umani vedere si suole: onde quanti le videro ne restarono
admirati, percioch, oltra l'essere cos ben proporzionate ne' membri loro,
mostravano di dovere riuscire, vivendo ciascuna di loro, una bella donna.
Ma, venendo al caso, dico che in questa citt di San Domenico, in gioved, di
notte, che furono a' 10 di luglio del 1533, Melchiora, moglie di Giovan Lopes
balestriero, nato in Siviglia ma cittadino di questa citt, partor due
figliuole congiunte insieme, del modo che qui appresso dir. E il d seguente
lo vidi io stesso, insieme con la giustizia e altri rettori e persone
principali e molti cittadini e dimoranti in questa citt; e vi si ritrovarono
anco alcuni religiosi e persone dotte. E stando la donna in letto e suo marito
presente, a contemplazione di noi che ivi eramo, sfasiarono quelle creature,
onde io vidi che dall'umbilico in su avevano il petto unito e congiunto insieme
fin poco sotto le tette; di modo che amendue avevano un solo umbilico, ma le
tette e il petto in su l'avevano distinto, perch ognuna di loro aveva due
braccia, due colli, due teste di grazioso e buon viso; dall'umbilico in gi
medesimamente stavano disseparate. Ora, isfasciate che furono, incominciarono
amendue a piangere, e quando poi le rinfasciarono e coprirono una di loro
s'acchet, e l'altra pur tutta via piangeva. Ci disse il padre loro che, tosto
che elle nacquero, le fece da un clerico battizare, e ne chiamarono una
Giovanna e l'altra Melchiora. E avendone il clerico battizata una, battizando
l'altra a cautela disse: "Io ti battizo, se non sei battizata"; perch egli non
si seppe risolvere s'erano due persone e due anime o pure una.
Perch poi, alli 18 del mese, la notte avanti queste fanciulle morirono, fu il
lor padre contento che s'aprissero. Onde, poste sopra una tavola, furono aperte
presso l'umbilico dal baccellieri Giovanni Camacio, in presenza di questi
dottori di medicina, Fernando di Sepulveda e Rodrigo Navarro. Il chirurgico
cav fuori tutte l'interiore, e in ogni una delle fanciulle erano tutte quelle
cose che in un corpo umano essere suole separate e distinte, perch avevano due
trippe, duo rignoni, duo pulmoni co' lor cuori e fegati e feli, salvo che il
fegato dell'una stava congiunto e attaccato col fegato dell'altra; ma fra
amendui questi fegati v'era una linea e un segno, col quale chiaramente si
comprendeva e conosceva quello che era dell'una e quello che era dell'altra. Vi
si vidde anco questo, che l'umbilico, che istrinsecamente pareva essere uno
solo, nella parte interiore di dentro si divideva in due cannelle, ognuna delle
quali andava nel corpo d'una di quelle creature, ancorch di fuori (come s'
detto) paresse che fusse un solo. E da questo umbilico in gi stavano e si
vedevano le fanciulle l'una dall'altra distinte e disseparate, e nel ventre e
nelle coscie e nelle gambe e in ogni altra cosa, a punto come se ciascuna di
loro fosse stata da se stessa intera e perfetta. Dall'umbilico in su stavano
con le persone attaccate fino alla bocca dello stomaco o poco pi, e ognuna di
loro aveva due tette, e la maggiore delle fanciulle teneva il costato diritto
pi che il manco accostato e attaccato con l'altra, s che il fianco diritto
della maggiore col sinistro della minore pi si congiungevano che non
dall'altra parte. Nel resto non mancava lor membro alcuno, n dito o unghia
nelle mani o ne' piedi.
Dimandato il padre a che ora erano morte, disse che la sera innanzi a mezza ora
di d era spirata la maggiore, e fra una picciola ora appresso era spirata
l'altra, come a punto nel nascere era avvenuto che altrotanto tempo era nata la
maggiore avanti; di modo che tanto visse l'una quanto l'altra, e fu otto d,
come gi s' detto. Dimandato anco se nel tempo che vivevano si vedeva fra loro
differenzia alcuna nell'alimentarsi e negli altri sentimenti e opre loro,
rispose che qualche volta l'una piangeva e l'altra no; e questo viddi io la
prima volta che mi furono mostre, come ho gi detto. Disse anco che alcuna
volta l'una dormiva e l'altra no, e che quando l'una andava del corpo o urinava
l'altra nol faceva, e che accadeva anco alcuna volta di farlo amendue insieme
in un tempo, e alle volte l'una anticipava l'altra: di modo che chiaramente si
conosceva che erano due persone e che avevano due anime. Io, come ho detto, le
viddi vive e le viddi anco poi aprire. E mi pare che questa sia una cosa pi
degna da scriversi e notarsi che non quella che 'l beato Antonio da Fiorenza
scrisse.


D'un fonte che sta dentro il mare, presso l'isola della Navaza.
Cap. XII.

Nella materia de' fonti, de' laghi e de' fiumi vi ha molto che dire, e per
molto che io ne scriva non sar tanto quanto quello che ne scrisse Plinio, nel
secondo libro della sua istoria. Ben avrei io potuto fare un libro distinto in
questa materia, e non sarebbe stato il pi breve degli altri di questa istoria
dell'Indie, n di meno maraviglia che gli altri; ma perch nelle provincie o
isole che nel discorso di questa istoria si toccano ho di questi fonti qualche
cosa particolarmente scritta, e il medesimo far nella seconda parte, quando si
ragioner delle cose di terra ferma. Nel nono capo del secondo libro ho scritto
di quel fonte o albero maraviglioso dell'isola del Ferro, che  una delle
Canarie; e nell'ottavo capo del 17 libro scriver d'un altro fonte di bitume
che nell'isola delle Perle si vede. E ognuno di questi fonti sono nella spezie
loro maravigliosi e notabili. E cos io ora dir qui di un altro fonte che sta
nel mare presso l'isola della Navaza, da ponente a questa isola Spagnuola, e mi
pare al proposito di parlarne in questo luogo perch sta in mare e non in
terra.
L'isola della Navaza  una isola picciola e disabitata, che sta nel cammino che
navigando si fa da questa isola Spagnuola a la Iamaica o di San Giacomo, ed 
dodeci leghe lungi dall'una e quasi altretanto dall'altra, ed  distante
dall'equinoziale poco meno di 18 gradi. E nel mezzo del mare, mezza lega lungi
da questa isola di Navazza, sono certe seccagne e scoglietti sotto acqua, e si
vede con gli occhi il suolo e i sassi sotto l'onde. Fra quelli sassi, che sono
un braccio e cinque piedi di fondo sotto l'acqua salsa, nasce e scaturisce su
fin sopra l'acqua del mare un cannone d'acqua dolce assai buona, che certo cosa
maravigliosa pare a vederlo. Ed  questo cannone d'acqua dolce pi grosso che
non  un braccio d'uomo, e s'alza su sopra l'acqua salsa del mare, che se ne
pu commodamente raccorre la dolce. Questa fonte non l'ho veduta io, ma sta al
presente in questa citt un onorato cittadino, persona antica e di credito,
chiamato Stefano della Rocca, che fa fede e dice avere esso veduto questa
fonte, perch vi  stato sopra e ha bevuto della medesima acqua. E costui  un
di coloro a' quali in queste parti si da molto credito e fede.


D'un fonte caldo che passa sotto un fiume dolce e freddo nell'isola della
Domenica.
Cap. XIII.

Poich abbiamo qui questa materia mossa, voglio qui ragionare d'un altro fonte,
sopra il quale sogliono molti uomini passare senza vederlo, e sta nell'isola
Domenica. E di ci non far fede col mezzo d'altri che referito me l'abbiano,
ma con l'isperienzia che io stesso ne ho fatta. Ed  di questa maniera. Io ho
nelle altre parti detto che l'isola Domenica  una di quelle de' Caribi, e sta
distante dall'equinoziale 14 gradi dalla parte del nostro polo artico, e ha
dalla parte di ponente un buono porto e un buon fiume, che lo chiamano Acquata,
dove toccano la maggior parte de' vasselli che di Siviglia in questa isola
Spagnuola vengono, e vi prendono acqua; ma sempre bisogna stare sopra l'aviso e
con l'arme in mano, per gl'Indiani caribi arcieri che in quella isola sono. Io
vi stetti in terra duo giorni e mezzo e vi dormi' due notti, appresso a questo
fiume che io dico, nel 1514, quando tocc quivi l'armata con la quale pass in
terra ferma il governatore Pedrarias d'Avila, con duomila uomini. Dapoi, nel
1526, stetti un'altra volta nel medesimo porto, e smontai in terra presso al
fiume gi detto, quando pass in terra ferma il governatore Pietro delli Rii,
successore di Pedrarias nel governo di Castiglia dell'Oro. E amendue queste
volte viddi e isperimentai quello che ora dir. Questo fiume, nella sua bocca,
dove scarica le sue acque in mare, pu essere da venti passi largo, e dove 
pi fondale in questa bocca, non vi va uno uomo pi che fin che sotto le
braccia. Or, presso alla sua riva, dalla parte di tramontana,  cos caldo
sotto l'acqua che, calando gi la mano e prendendone un pugno d'arena, pare che
si prenda tanta cenere accesa, che quasi non si pu soffrire; e a questo modo
vi sta anco l'acqua calda di sotto, un palmo o poco pi sopra l'arena. E
nondimeno l'altra acqua che il fiume porta per di sopra  fresca e buona a bere
come l'altre acque di queste Indie, di modo che in quel luogo dee corrispondere
qualche ruscello o cannone d'acqua calda.
Il che io cos credo che sia, perch da 300 passi indi lungi, nella medesima
riviera del mare, verso la parte che ho detta di tramontana,  un ruscello
d'acqua cos calda che non si pu bere, e presso a questo ruscello sta un
stagno cos torbido e feccioso che pare che mostri un colore d'una liscia
gialla; e per tutta quella contrada debbono essere minere sulfuree, dalle quali
si pu congietturare che procedano tutte quelle acque calde. Io provai a porre
sotto quella acqua fredda del fiume un fiasco voto e ben chiuso d'una zucca, e
ivi di sotto, dove quel calore si sentiva, l'apersi e vi feci andare alquanta
di quella acqua calda, e poi in quel medesimo luogo lo ritornai a rinchiudere,
perch nel tirarlo su non vi si mischiasse acqua fresca. Ella ne usc cos
calda, quella che gi si prese, che non si poteva quasi soffrire in bocca. E di
questo che ho detto se ne pu ben fare la esperienzia, perch dove  questa
arena e acqua calda  presso la riva del fiume, e non vi  l'acqua pi profonda
che poco pi che fino ai ginocchi.
Questo fiume ha in s oro, e io vi guardai quando l'ultima volta vi fui, e vi
viddi certe punte d'oro; e si crede che ne debba essere molto ricca, ma  di
gente che non  stata ancor conquistata, e la contrada  molto aspra e molto
intricata d'alberi e di palmeti e boschi, per quello che io n'ho visto presso
la riviera del mare, e per quanto se ne vede costeggiandola. Ma, come ho detto,
di questa materia de' fonti se ne dir molto pi ne' libri che si scriveranno
delle cose di terra ferma.

Della naturale e generale istoria dell'Indie, dove si tratta dell'agricoltura.

Libro settimo

Proemio

Poich ha piaciuto a Dio di condurmi a tempo che io possa occuparmi nella
particolare relazione delle cose, delle quali si pu fare secondo le spezie
loro volume, perch con la loro materia si possano i lettori recreare, voglio
in questo settimo libro ragionare della agricoltura, e dire che sorte di pane e
di principale sostentamento per la vita avevano e hanno gl'Indiani di questa
isola, per mezzo della industria ed esercizio loro. E perch di questo pane ve
ne  di due sorte, e l'una assai differente dall'altra, dir d'amendue, e a
qual modo si semina e raccoglie, e come ne fanno poi il pane, e che propriet
ha. Dir medesimamente d'alcune piante e legumi, e d'altre cose che queste
genti coltivano per loro uso. E si dir anco d'alcune altre provisioni
necessarie alla vita che a questo proposito sono, accioch molte cose che in
questo e ne' seguenti libri si tratteranno non sia bisogno poi replicare
altrove, nella seconda e terza parte di questa naturale istoria, dove si
ragioner delle cose di terra ferma; s perch non mi stanchi io, replicando
molte volte una stessa cosa, s anco perch il lettore non se ne stomachi e
fastidisca.
Poich quello che tocca al governo non  quello che principalmente mi s'ordina
e comanda che io scriva, n Sua Maest vuole da me saperlo, avendo nel suo
reale consiglio delle Indie cos grandi e segnalati signori che ne la fanno
avisata, insieme col reverendissimo cardinale il vescovo di Ciguenza, suo
confessore e presidente del medesimo consiglio (bench, mentre Sua Maest 
stata fuori di Spagna, ne  stato ed  presidente l'illustre signor don Garzia
Mauriche conte d'Osorno); e di pi di tutti questi n'ha del continovo avisi da
molti dotti e nobili cavalieri, deputati al governo di varii luoghi di queste
Indie. E s'io ho qui detto cosa alcuna de' governi e de' governatori, per fare
andare ordinata questa mia istoria, non gi per questo rester di riferire
l'altre cose, che fanno al proposito della propriet e fertilit e novit di
queste terre. E poich s' detto de' riti e cerimonie e idolatrie e altri vizii
degl'Indiani, ragioner in questo settimo delle lor vettovaglie e cose
appertinenti alla agricoltura. E doppo questo seguiranno altri libri
particolari degli animali terrestri e degli acquatici, e degli uccelli e degli
animali insetti, e degli alberi fruttiferi e selvaggi, e de' medicinali e delle
erbe e delle piante, e finalmente di tutto quello che io nel proemio principale
o primo libro ho promesso di dire; perch questo che seguir  quello che pi
fa al proposito della ammirazione di cos nuova e pellegrina istoria.


Del pane degl'Indiani, chiamato maiz, e come questo frumento si semina e
raccoglie,
con altre cose a questo proposito.
Cap. I.

La maniera del pane degl'Indiani in questa isola Spagnuola  di due sorte,
assai l'una dall'altra distante, e se ne servono communemente nella maggior
parte di tutte queste isole e di terra ferma; onde, per non replicarlo
altramente appresso, ne ragioner qui, e dir che cosa  questo cibo che
chiamano maiz e quello che chiamano cazabi. Il maiz  grano, ma il cazabi si fa
di radici e di certa pianta che chiamano iuca. Nel seminare il maiz tengono
gl'Indiani questo ordine: nasce il maiz in certe canne che gettano e pullulano
certe mazzocche d'un palmo, e maggiori e minori, ma grosse quanto  il pugno
del braccio o meno, e sono piene di granelli grossi come ceci, ma non tondi del
tutto; e quando vogliono seminarlo tagliano il bosco o il canneto, perch il
terreno dove nasce solamente erba non  cos fertile come  quello dove sono
canneti e alberi. Doppo che hanno il boschetto tagliato lo bruciano, e vi 
quella cenere di tanta utilit quanto se col letame s'ingrassasse. Poi si
pongono per ordine d'un lato cinque o sei Indiani (e pi e meno, secondo la
possibilit del lavoratore), lontani un passo l'uno dall'altro, e con un palo
aguzzo per uno in mano; e ficcando d'un colpo quel palo in terra il dimenano,
perch gli apra alquanto pi il terreno. E cavatolo tosto fuori, gettano con la
mano sinistra in quel buco quattro o cinque granelli di maiz, che si cavano da
una sacchetta o tasca che portano cinta o attaccata al collo, e poi col pi
quel buco chiudono, perch i pappagalli e gli altri uccelli non si mangino il
grano. E fatto questo, danno tosto un passo avanti e fanno il medesimo, e di
questo modo a compasso seguono oltre, finch giungono in capo del terreno che
seminano, e poi col medesimo ordine ritornano seminando, finch tutta la
campagna che seminare vogliono sia fornita. Ma un d o due prima che seminino,
pongono il maiz che hanno a seminare a fare molle nell'acqua; e perch questo
meglio si faccia, aspettano a seminare nel tempo che per le pioggie la terra
stia tale, che la punta del palo possa con picciol colpo entrare tre o quattro
dita sotto terra. Questo maiz fra pochi giorni nasce e in capo del quarto mese
si raccoglie, e qualche volta pi presto, perch in tre mesi si fa; e vi 
semente che si raccoglie in capo di due mesi doppo che si semina. In Nicaragua,
che  una provincia di terra ferma, vi ha semente di maiz che si raccoglie in
40 d, ma quello che se ne raccoglie  poco e minuto, e non si tiene di lungo,
n si fa per altro che per un soccorso, mentre che si fa l'altro maiz de' tre o
de' quattro mesi. E questo de' 40 d si fa a forza d'acquamento, e nel modo che
appresso si dir. Quando si vede che 'l maiz va crescendo, hanno cura di
cavarne l'erbe d'appresso, finch sia cos alto che signoreggi l'erbe. E quando
 poi cresciuto bisogna tenervi la guardia; nel che gl'Indiani si servono de'
lor fanciulli, e li fanno stare sopra gli alberi e sopra alcuni palchi che lor
fanno di legname e di canne, e li coprono poi di sopra per il sole e per
l'acqua; ed essi lo chiamano barbacoas. Di sopra questi barbacoe adunque stanno
del continuo i fanciulli, sgridando con gran voci a' papagalli e gli altri
uccelli che vengono a mangiare il maiz. Si somiglia questa guardia a quella che
in alcuni luoghi di Spagna si fa per guardare li canapi o panici, e l'altre
cose ne campi dagli uccelli.
Questo maiz ha il fusto nel quale nasce grosso quanto  l'asta d'una giannetta,
e alcuno l'ha grosso com' il deto grosso della mano, e qualche cosa pi o
meno, secondo la bont del terreno. E communemente cresce assai pi che non 
la statura d'un uomo, e le sue frondi sono come quelle delle canne di
Castiglia, ma molto pi longhe e pi larghe e pi pieghevoli e pi verdi e meno
aspre; e ogni fusto o canna fa almeno una mazzocca, e alcuno due e tre, e ogni
mazzocca ha 200 o 500 granelli, e pi e meno, secondo che la mazzocca  grossa.
E ogni mazzocca sta involta in tre o quattro frondi o scorze, attaccate col
grano una sopra l'altra, alquanto aspre e quasi della spezie stessa delle
frondi della canna dove nascono; di modo che con queste scorze si trova cos
ben coperto il grano che non viene n dal sole n dal vento offeso, e ivi
dentro si matura e compie.  il vero che accade a scaldarsi e perdersi quando
nel tempo dell'ingranarsi sopravengono certe stagioni d'estremi soli.
Quando  poi secco si raccoglie, e se non si guarda i pappagalli e gli altri
uccelli di simile becco vi sogliono fare molto danno. In terra ferma, di pi
del pericolo degli uccelli, vi sogliono fare gran danni gl'animali de' boschi,
e i porci selvaggi e i gatti mammoni e scimie e altre simili fiere; onde ora
bisogna in questa isola guardarsi il campo seminato pi che nel tempo
degl'Indiani, per gli animali che si sono fatti selvaggi, come sono vacche,
porci e cani, di quelli che si condussero di Spagna. Questo modo di seminare si
impar dagl'Indiani, che cos lo fanno, ma i nostri cristiani lo fanno assai
meglio, per cagione dell'arare della terra, dove si pu, e d'altre megliori
attezze e comodit che usano nella agricoltura meglio che gl'Indiani. Una
misura di maiz che si semina suole darne di frutto sei e dieci e venti e trenta
e cento, e pi e meno, secondo la loro bont e fertilit del terreno dove si
semina.
Raccolto questo grano e posto in casa, si mangia a questo modo: in questa isola
e nelle altre lo mangiano o arrostito al fuoco o tenerello, quando  come un
latte, e allora lo chiamano ector. Ma quello che  ben curato e di buona
stagione (doppo che i cristiani abitarono questa isola) si d ai cavalli e alle
altre bestie da servizio, ed  loro di gran nutrimento e sostentamento. Ma in
terra ferma lo mangiano gl'Indiani d'altra maniera, e io voglio qui referirlo,
per non averlo a dire pi volte. L'Indiane spezialmente lo macinano in una
pietra alquanto concava, con un'altra tonda e longa che tengono in mano, a
forza di braccia, come sogliono i pittori i loro colori macinare; e nel
macinarlo di tempo in tempo vi gettano acqua, di modo che ne vengono a fare in
maniera d'una pasta, della quale tolgono un poco, e ne fanno una torta grossa
due o tre deta, e la ravvolgono in una fronda del medesimo maiz o in un'altra
simile e lo cuocono; e quando lor pare che sia cotto lo cavano fuori e lo
mangiano. E se non vogliono cuocerlo l'arrostono su le bracie o presso; e si
viene ad indurare e fassi come pane bianco, e fa di fuori una corteccia e
dentro una medolla alquanto pi tenera della scorza. Lo tolgono dalla fronda
nella quale involto l'hanno per cuocerlo, e lo mangiano alquanto caldo e non
freddo del tutto, perch quando  freddo non ha cos buon sapore n si pu ben
masticare; e quanto  pi freddo pi si fa secco e aspro. Questo pane cotto o
arrostito non si mantiene pi che due o tre d, perch dapoi si putrefa e non 
buono a mangiare, e n anco per li denti; e per questo forse gl'Indiani hanno
denti cattivissimi e sozzi, e non gli ho io veduti peggiori a nazione del
mondo.
Nella provincia di Nicaragua e in altre parti di terra ferma sono maizali come
quelli che ho detto; e del maiz si fanno certe torte grandi, sottili e bianche,
l'arte delle quali venne dalla Nuova Spagna, cos in Messico come dalle altre
provincie sue, delle quali si vederanno gran cose e notabili nella seconda
parte di queste istorie. Questo tal pane si chiama tascalpaccion, ed  assai
saporoso. Si fanno anco altre torte di questa stessa massa del maiz, ma
scielgono per questo effetto il grano pi bianco e lo mondano prima che lo
macinano, togliendone una certa durezza che hanno da quella parte onde stavano
nella spiga i granelli attaccati, che cos riesce megliore e pi tenero il
pane. Cocendolo medesimamente nel forno, al modo del pane di Castiglia, si fa
anco il pane pi trattabile e pi saporoso, e se ne fanno buoni tortami. Quando
si naviga per lo mare del Sur, si portano gl'Indiani, e i cristiani anco,
farina di maiz arrostito, e postone un pugno in una scodella d'acqua la volgono
e rivolgono, di modo che si viene a fare, a maniera d'una semola cotta e
liquida, una buona bevanda, con la quale si mantengono, ancorch altra cosa non
mangiano, perch quello  pane e acqua; e ha di pi una gran propriet, ed 
questa, che essendo una acqua trista e puzzolente, con questo se gli toglie
ogni mal odore, e non odora d'altro che del maiz istesso arrostito, che ha un
odore buono. Nella provincia di Cueva, in terra ferma, si fa anco della maiz
buon vino, come si dir quando si parler di que' luoghi. Quanto ho qui detto
di questo pane del maiz l'ho io tutto esperimentato in 20 anni e pi che io lo
veggo, e l'ho seminato e raccolto per casa mia, come ora tuttavia faccio.


Del pane che chiamano gl'Indiani cazabi, che  la seconda maniera di pane che
essi usano, e alcuni l'usano e lo tengono migliore che il maiz.
Cap. II.

Passiamo ora a dire d'un'altra maniera di pane che gl'Indiani fanno della iuca
in questa isola Spagnuola, e in tutte l'altre che sono da' cristiani abitate; e
si fa di questa maniera. La pianta chiamata iuca son certe bachette o verghe
nodose, poco pi alte che un uomo, e altre assai meno, e grosse come due deta,
e alcune pi alcune meno, perch questo della grossezza e dell'altezza 
secondo ch' pi fertile o meno il terreno.
Alcuna spezie di questa iuca si somiglia nella foglia al canape, o ad una palma
di mano d'uomo aperta con le deta stese; salvo che questa foglia  maggiore e
pi grossa di quella del canape, e ogni fronde ha sette o nove ponte dipartite
e separate. Il suo fusto o stipite  molto nodoso, come s' detto, e di color
berrettino bianchetto, e la foglia  assai verde e pare bella, e fa vaga vista
nel campo. Vi ha un'altra maniera di iuca, che ne' rami e nel frutto non 
differente dalla gi detta, ma s ben nella foglia, perch, ancorch sia di
sette o di nove partimenti ogni foglia,  nondimeno fatta di un altro modo, e
per questo ho qui posta e lineata l'una e l'altra.
Quando vogliono seminare, o per dir meglio piantare ognuna di queste iuche,
fanno certi monticelli di terra tondi per ordine, come pastinano nel regno di
Toledo le vigne, e spezialmente in Madril, dove si pongono e pastinano i
sarmenti a compasso. Ognuno di questi monticelli occupa 8 o 10 piedi in tondo,
e le falde d'uno non toccano le falde dell'altro; l'altezza del monticello non
 acuta, ma piana, e la maggior sua altezza sar fino a' ginocchi. In ogni uno
di questi monticelli piantano sei e otto o dieci bachette della medesima pianta
della iuca, e le fanno entrare sotterra un palmo o meno, e ne resta altrettanto
fuori. E perch il terreno  molle, con facilit vi si pongono, perch facendo
questi monticelli di terra vi vanno ponendo queste piante; alcuni non fanno
questi monticelli, ma su la terra piana questi pastini fanno, ponendo le piante
della iuca a due a due; ma prima che questa piantata si faccia, tagliano il
bosco e l'abbruciano nel modo che s' detto di sopra del maiz. Fra pochi giorni
apprende in terra la iuca, e si vede che quelle piante mettono le foglie, e
come vanno crescendo i rami, cos bisogna nettarvi le erbe di sotto, finch la
pianta signoreggi l'erbe. Questi terreni cos piantati di iuca sono chiamati
dagl'Indiani conuco, che non vuol dire altro che un podere piantato o
coltivato.
Il frutto di questa pianta non ha pericolo che n gli uccelli n gli animali il
mangiano, perch egli  fatto a modo d'una mazzocchia di radici, che nascono
fra li radiconi che questa pianta pullula di sotto terra, e qual si voglia uomo
o animale che mangiasse di queste radici col succo, prima che se ne sprema e
cavi, tosto morrebbe senza rimedio alcuno. In terra ferma per v'ha molta iuca
che non  mortifera; e quanta iuca ne ho io veduta e buona, senza far questo
effetto d'ammazzare? Ma in questa isola, e in tutte l'altre convicine, per lo
pi ogni iuca col succo mangiato uccide; bench ve ne sia d'una sorte, che la
chiamano bonata, che  come quella di terra ferma, che non ammazza; e certo che
dee essere indi venuta, perch in terra ferma la mangiano come frutto, cotta e
arrostita, ma non ne sanno ivi fare il pane, tuttoch alcuni cristiani pratichi
in queste isole l'abbiano loro insegnato di fare; ma essi non si curano di
farlo poich, come ho detto, la mangiano cotta e arrostita con tutto il succo.
E gi si conosce qui l'una dall'altra, cio la buona dalla cattiva.
Queste mazzocche o frutti della iuca sono come grosse pastinache, e ancor come
grosse rape di Galizia e maggiori; e hanno una scorza aspra di color leonato
oscuro, e alcune ne tirano al color berrettino, e dentro sono bianche e dense
come una rapa. Di questa iuca fanno certe torte grandi, che le chiamano cazabi,
e questo  il pane ordinario di questa isola e delle altre abitate da'
cristiani; e di questa maniera si fa. Dapoi che gl'Indiani e Indiane hanno
tolto al frutto della iuca quella sua scorza, raspandola come si fa alle rape e
non lasciandovi punto di quella crosta, con certe loro concole o cappe sante,
cos mondo lo grattano con certe pietre aspre e con grattaruole che essi a
questo effetto tengono; e grattato che l'hanno lo pongono in un cibucan, che
essi dicono, che  una vite o soppressa fatta come una sachetta lunga a modo di
sportella, tessuta di liscie scorze d'alberi, di lavoro d'una stuoia di palma,
ed  lunga dieci o dodeci palmi e grossa come una gamba o poco meno, in tondo.
Questa sacchetta o soppressa empiono di questa iuca grattata, e la pongono poi
fra la vite di legno, legata da un capo, e dall'altra parte da basso vi
attaccano gravi contrapesi di pietre grosse; onde si viene a stringer di modo
il cibucan, che vi si spreme la iuca, di sorte che il succo se ne esce tutto e
si scola in terra per le giunture della sacchetta o sportella. A questo modo,
quando vogliono che si perda, si sparge tutta per terra quella pestifera acqua,
e quello che resta spremuto dentro il cibucan  apunto come mandorle ben
espresse e cavatone il succo. E perch tengono da parte nel fuoco un buren, che
essi chiamano, che  una cazzuola piana di creta, o tiano che noi diciamo, e
grande quanto un cribro, ma senza sponde intorno, quando veggono che quella sia
tanto calda quanto bisogna (vi fanno molto fuoco di sotto, ma non lasciano
giungere alla cazzuola la fiamma), vi pongono sopra quella iuca spremuta e ne
empiono la cazzuola, fuori che due dita intorno, che non ve ne pongono, e fanno
questa torta alta due dita o pi, stesa in piano; e perch quella tosto si
quaglia, la volgono sottopra con certe tavolette che hanno in luogo di padella,
accioch si cuoca anco dall'altra parte; e cos, in tanto tempo quanto si fa
una frittella di ova in una padella, o pi presto anco, si fa questa torta del
cazabi, nel modo che s' detto. Poi la tengono uno o due d al sole perch
s'asciughi, e diventa un buon pane. Dove sono molte genti e se ne vogliono fare
gran quantit, operano molti cibucani e molte cazzuole. Questo  buon pane e di
buono nutrimento, e si mantiene in mare, e lo fanno cos grosso quanto  un
mezzo deto per l'altre genti, e per le persone principali lo fanno cos sottile
come scalette: e questo ultimo lo chiamano sciausciau. E perch vi  che notare
in questa pianta della iuca, che in altro luogo non si potrebbe cos al
proposito dire come qui, dove s' di questa materia parlato, seguiremo a dirne
il resto.
Quello succo, che esce della iuca isprimendosi nel cibucan,  cos pessimo
veleno che con un picciolo e solo fiato che se ne tolga ammazza; e se ne fanno
a questo medesimo succo mortale dare due o tre bolli lo mangiano gl'Indiani e
vi fanno le suppe, come in un buon brodo. Ma quando veggono che si va
raffreddando si restano di mangiare, perch, ancorch non ammazzarebbe, per
essere cotto, dicono che  di mala digestione quando freddo si mangia. Se,
quando questo succo esce dalla iuca, lo cuocono tanto che manchino le due parti
e lo pongono al sereno per due o tre d, si fa cos dolce che se ne servono poi
come d'un liquor dolce, mescolandolo con le altre loro vivande. E se, doppo che
l'hanno fatto bollire e l'hanno tenuto al sereno, lo ritornano a fare bollire e
serenare di nuovo, si fa egli agro di modo che come aceto o di liquor agro se
ne servono, senza pericolo alcuno.
Questa cosa del farsi agro e dolce consiste nelle cotture; e questa esperienzia
ormai pochi Indiani la sanno fare, perch i loro vecchi sono morti, e i
cristiani non ne hanno di bisogno: poich per agro abbiamo in questa isola
tanti aranci e limoncelli che non bisogna andare cercando d'avere quel succo
che s' detto, e per liquor dolce abbiamo nell'isola infinita copia di zuccari.
Egli s' adunque dimenticato quello che in questi duoi casi, dell'agro e del
dolce, si dovea fare del succo della iuca, per servirsene. Quanto al vedere
mangiare e fare le suppe nel fresco succo della iuca bollito, io l'ho molte
volte veduto; e l'esperienzia d'ammazzare in un fiato bevendone, tosto che si
spreme senza bollirlo, o mangiandosi la medesima iuca, s' molte volte veduto,
ed  qui e in tutte queste isole cosa assai nota.
Si mantiene il pane del cazabi un anno e pi, e si porta per mare per tutte
queste isole e per le costiere di terra ferma, e io e molti altri l'abbiamo
fino in Spagna portato; e in questi mari e per queste contrade  un buon cibo,
perch molto tempo si conserva senza corrompersi n guastarsi, salvo se si
bagnasse. In tutte l'isole che io ho detto si truova questo pane di iuca
chiamato cazabi, e quando si ha da raccorre questo frutto dal campo per doversi
mangiare, ha da essere al manco di dieci mesi, e quello che passa un anno e pi
da che si semin  migliore.
Quando erano in questa isola molti Indiani e qualch'uno voleva ammazzarsi,
mangiava di questa iuca in mazzocchia con tutto il succo, e in capo di due o
tre d moriva; ma se prendeva tosto il succo di lei non giovava a pentirsi,
perch tosto lasciava la vita. Molti adunche, o per non faticare, consigliati a
quel modo dal Cemi loro, o pure perch avevano volont di morire, fornivano per
mezzo di questa iuca i giorni loro. Alcuna volta accadette d'invitarsi l'un
l'altro molti insieme ad uccidersi, per non s'affaticare n servire, e cos a
cinquanta a cinquanta, e pi e meno, s'ammazzavano con un fiato solo di questo
succo. Queste due vettovaglie del maiz e del cazabi sono il principale pane e
il pi necessario cibo che gl'Indiani abbiano.
Ma noi qui, prima che ad altro passiamo, raccorremo le grandi e segnalate
qualit della iuca che dette abbiamo, perch quella  pane per sostentare la
vita, e liquore agro e dolce, e brodo che pu mangiarsi, e se ne trovano
gl'Indiani bene; de' rami della sua pianta se ne fanno legna per ardere, quando
non se ne trovassero altre; e finalmente  veleno cos potente e presentaneo
quanto s' detto.


Della pianta degli ages, che  un altro gran cibo e mantenimento degl'Indiani;
e di che maniera si semina e raccoglie poi il frutto.
Cap. III.

In questa isola Spagnuola, e in tutte l'altre isole e terra ferma (parlo de'
luoghi soggiogati e abitati da' cristiani)  una pianta chiamata ages, che si
somiglia alle napi grandi di Spagna; ma per lo pi questi ages sono maggiori.
Nascono sotto terra e buttano fuori della terra un gambo a modo di carrhuela,
ma pi grossa, il qual con le sue foglie e rami copre tutta la superficie della
terra dove  seminata; la forma della foglia  come quella delle corrhuela,
over l'edera, con alcune vene sottili, e li piccioli ove dependono le foglie
son lunghi. Quando vogliono piantare questi ages, fanno a linee la terra a
monticelli, come s' detto di sopra nel precedente capitolo della iuca, e in
ogni monticello piantano cinque o sei germogli d'ages, con tutte le frondi sue,
che tosto apprendono e poi (come s' detto) crescono e fanno a se stessi ombra;
e nelle radici sotto terra gettano il frutto, che sono gli ages istessi, che
fra cinque o sei mesi li pi tardi hanno il frutto atto a raccogliersi, secondo
la bont del terreno; ma ne' sei mesi  il pi tardo che questo frutto si
coglie. Quando veggono essere il tempo da corre questo frutto, aprono e
discuoprono il monticello del terreno, e ne cavano dieci e dodeci e quindeci e
venti e pi e meno ages, che sono buono cibo e assai ordinario qui per le genti
che faticano; e perch costano poco, molti non danno a' loro Indiani e neri
altro cibo che questo, con la carne o col pesce, di modo che per tutti i poderi
si veggono molti di questi monticelli d'ages: i quali cotti sono buoni, ma
arrostiti hanno alquanto migliore sapore, e nell'un modo e nell'altro hanno
sapore di buone castagne.
Ed  un gentil frutto per li cristiani, i quali nol mangiano per ordinario ma
quando pi lor piace, perch arrostiti e con vino sono dopo cena assai
cordiali, e cotti nel pignatto sono anco buoni; e ne fanno le donne di
Castiglia ottime vivande, e ancora lo friggono, tale che fuori anco di queste
Indie si terrebbono per buoni. Sono di buona digestione, bench alquanto
ventosi, e vi nascono cos grandi che ne pesano alcuni due e tre e quattro
libre e pi; e come ho detto sono nel generale maggiori che le rape di
Castiglia, e hanno dalla parte di fuori una scorza bianca, e alcuni la hanno
leonata, e pi grossicella alquanto di quella delle rape, e tagliandoli per
mezzo crudi si somigliano alle rape nella carne loro.


Della pianta delle batate, che  un altro gran cibo che gl'Indiani hanno, e
come si pastina e raccoglie, e come lo conciano per mangiare.
Cap. IIII.

Le batate sono un gran cibo per gl'Indiani, cos in questa isola Spagnuola come
nelle altre, ed  un de' pi preziosi frutti che essi mangino, e si somigliano
molto agli ages, ma nel sapore sono migliori; bench a me paia tutta una cosa,
cos nella vista e nel coltivarli come nel sapore, salvo che queste batate sono
un pi delicato frutto e cibo, e sono pi saporose e hanno pi sottile il
cuoio; e una batata curata e concia non  altro che una torta marzapane che si
fa di zuccaro e di mandorle, e di miglior gusto anco. Si pastinano sopra
monticelli di terreno, nel modo che si fa della iuca e degli ages, e stanno ad
essere mature e a potersi cogliere per mangiarsi tre e quattro e cinque e sei
mesi al pi tardo, secondo che  fertile e no il terreno; ma le pi tarde non
passano sei mesi. La lor fronde  pi uncinata e inarcata che non quella degli
ages, ma sono quasi d'una maniera, e si stendono come gli ages sopra il
terreno, e come gli ages si pastinano, si governano, si cogliono e si mangiano
cotte o arroste, e in vivande e conserve; e di qual si voglia modo sono un buon
frutto, e si potrebbono presentare alla maest cesarea per un prezioso cibo.
Io per me tengo che gli ages e le batate siano una medesima spezie di frutto,
ma che le batate siano migliori al gusto, per essere pi delicate e dolci; ma
chi non conosce l'un frutto dall'altro, fin che non l'abbia provato ed
esperimentato, dir che sia tutta una cosa. Quando le batate sono ben concie si
portano molte volte fino in Spagna, quando si fa presto il viaggio, perch
tardandosi per lo pi si guastano in mare. Io l'ho portate da questa citt di
San Domenico fino alla citt d'Avila in Spagna, e bench non vi giungessero
tali quali qui erano e sono, furono nondimeno stimate molto e tenute per un
singolare e prezioso frutto.


Del mani, che  un altro frutto che hanno qui in questa isola Spagnuola
gl'Indiani per un ordinario cibo.
Cap. V.

Hanno in questa isola Spagnuola gl'Indiani un altro frutto, che lo chiamano
mani; e lo piantano e cogliono e lo tengono per ordinario nei lor giardini, ed
 cos grosso come i pignoli con le scorze, e lo tengono per sano frutto; ma i
cristiani ne fanno poco conto, salvo che le genti basse e i fanciulli e gli
schiavi, che non  cosa che non si pongano fra i denti.  questo mani di
mediocre sapore, ma non di sustanzia, ed  molto agl'Indiani ordinario; e cos
in questa isola come nelle altre ve ne  gran quantit.


Della pianta chiamata iahutia, con alcune particolarit di lei.
Cap. VI.

La iahutia  una pianta delle pi ordinarie che abbiano gl'Indiani, e la
piantano e ne raccolgono il frutto come fanno nelle altre cose delle quali
speziale cura hanno; e ne mangiano la radice e le frondi, che sono come di gran
cavoli. Le radici hanno certe barbe, ma le mondano e le cuocono e le mangiano,
e sono assai buone. Le frondi medesimamente sono un sano mangiare; ma
gl'Indiani mangiano assai pi volentieri questo cibo che non fanno i cristiani,
perch non  cosa che se ne debba fare molto caso senza necessit: bench
gl'Indiani per una cosa assai buona lo tengano, e pongano e governano negli
orti loro.


Dell'asci, che  una pianta del cui frutto gl'Indiani si servono in vece di
pepe.
Cap. VII.

L'asci  una pianta assai nota in tutte queste isole e terra ferma dell'Indie,
e assai ordinaria e necessaria agl'Indiani, perch questo  il pepe loro; onde
per tutte le loro possessioni e orti la pastinano e governano con molta
diligenzia e attenzione, percioch continovamente ne mangiano col pesce e con
l'altre vivande loro. E non men piace al gusto de' cristiani che a quel
degl'Indiani si faccia. Questa pianta  tanto alta che giunge alla cinta d'un
uomo, bench ve ne sia alcuna che passi l'altezza d'un uomo stando in pi: e
questo avviene secondo che  pi o meno fertile il terreno dove si pone. Ma
communemente  alta cinque o sei palmi in circa, e fa un stipite con molti
rami. Il fiore di questo asci  bianco e picciolo e non odora; ma il frutto 
alla vista di varie sorti e proporzione, bench in effetto tutto sia acuto e
mordichi come il pepe e alcuno pi. Cava fuori certi granelli o guaine, per dir
meglio, bucate dentro e d'un color fino rosso, e ne sono alcuni cos grandi e
lunghi quanto  un deto. Vi sono alcuni altri asci che producono questi
granelli rossi e tondi, e cos grossi come marasche e meno. Ve ne sono altri
che li fanno verdi, ma minori de' gi detti; e ve ne sono alcuni di questi
verdi assai piccioli. Altri ve ne sono dipinti da un capo di color nero,
pendente ad azurro oscuro. In effetto, secondo la spezie dell'asci e la bont
del terreno dove si pianta, ne nasce poi il frutto e maggiore e minore e rosso
o verde. E ve n' alcuna spezie di asci che si pu il suo frutto mangiar crudo,
e non mordica. Delle frondi degli asci si fa cos buona, o miglior salsa al
gusto come quella che si fa del petrosemolo, temprata col brodo della carne. E
in effetto l'asci  miglior con la carne e col pesce che non vi  il buon pepe;
e gi ne portano in Spagna come una buona speziaria, ed  una cosa molto
salutifera, e se ne trovano bene gli uomini che l'usano, onde in fin da Europa
mandano i mercatanti e altre genti a portarne di qua; e lo cercano con
diligenzia per loro proprio appetito e gola, perch hanno gi con l'esperienzia
veduto che gli  una cosa molto salutifera e buona, massimamente l'inverno e
ne' tempi freddi.


Delle zucche che sono in questa isola Spagnuola e communemente in tutte l'altre
isole e terra ferma di queste Indie.
Cap. VIII.

Le zucche in queste Indie vi sono cos communemente come in Castiglia, e cos
delle lunghe come delle tonde segnate, e d'ogni altra forma che se ne sogliano
in Castiglia vedere. Gli Indiani le seminano, le governano e ne hanno spezial
cura, non gi per mangiarle come facciamo noi, ma per tenervi acqua, e
servirsene per cammino e quando vanno alle guerre. Nella provincia di Nicaragua
non v' Indiano che faccia un passo senza una zucca d'acqua al fianco, perch
il paese  secco; e per tutte le parti di queste Indie, cos nell'isola come in
terra ferma dove io sia stato, l'ho io veduto, ed  una delle cose e mercanzie
alle quali pi gl'Indiani attendono d'averla in casa, negli orti e nelle
possessioni loro, e ogni anno ne pongono gran quantit; e in alcune parti anco
ne fanno fra loro gl'Indiani mercanzia, come fanno delli legumi e delle altre
cose che essi hanno.


Del bihai, che  una certa erba che non si semina n coltiva, ma dalla natura
stessa si produce; ed  molto utile e giovevole agl'Indiani nelle cose che qui
si diranno.
Cap. IX.

In questa isola Spagnuola, e nelle altre isole e in terra ferma anco, sono
certe erbe o piante nate da se stesse, e molto nelle frondi somigliano a quelle
delle muse d'Alessandria d'Egitto, che qui chiamano platani, de' quali appresso
al suo luogo si far ampla menzione. Questi bihai (che cos questa pianta
chiamano) non producono frutto alcuno buono a mangiare, ma solamente certe cose
a se stesse e non ad altra cosa simili, e molto rosse e aspre e intrattabili.
Le foglie di questi bihai sono assai lunghe e larghe; producono certi fusti,
overo ghette, nel cui mezzo e d'intorno stanno le foglie, che vanno montando su
quasi dal pi del fusto. Di queste foglie si servono molto gl'Indiani, e
massimamente in terra ferma, perch ne cuoprono alcune case, e di miglior modo
e pi acconciamente che con la paglia. Quando piove con queste foglie si
cuoprono gl'Indiani la testa, se si trovano in luogo dove ne siano, e delle
scorze del pedale o fusto loro, che fra le frondi sta, ne fanno certe ceste,
che essi chiamano havas, per porvi la robba e quello che conservare vogliono; e
le fanno bene intessute e doppie o foderate, di modo che una viene ad essere
due, e fra l'una e l'altra vanno poste foglie di questo bihai, onde, ancorch
sopra queste ceste piova o che dentro un fiume si bagnino, non per questo si
bagna quello che vi va dentro. Di queste stesse scorze fanno un'altra maniera
di ceste, per porvi e portarvi il sale da una parte ad un'altra, e l'una e
l'altra sorte sono assai gentili e belle. Di pi di questo, quando accade che
gl'Indiani si ritrovano nelle campagne e manca loro da mangiare, cavano e
tirano fuori questi bihai de' pi teneri, e mangiano della radice che sta
sotterra: perch  bianca e tenera e non ha male sapore, anzi si somiglia molto
al tenero delli giunchi che sta sottoterra, ma  assai meglio.


Della cabuia e del henechen, e d'alcune particolarit dell'uno e dell'altro.
Cap. X.

La cabuia  una maniera d'erba che nelle frondi si somiglia alli cardi o
hyrios; ma ha per le sue frondi pi larghe e pi grosse e pi verdi.
L'henechen  un'altra erba che  pure come cardo, e ha le foglie pi strette ma
pi lunghe di quelle della cabuia. E d'amendue queste erbe si fa filato e funi
assai forti e belle; ma l'henechen ha il filo pi sottile. Per volere
gl'Indiani lavorare queste funi, prendono le frondi gi dette e le tengono
alquanti d nel fondo de' fiumi o de' ruscelli, con pietre attuffate gi sotto
acqua, nel modo che in Castiglia vi tengono affogato e sommerso lo lino.
Avendole a questo modo tenute alcuni giorni sotto acqua, le cavano e le
spandono e fanno asciugare al sole; poi le rompono e ne fanno saltare le scorze
e le lische con un buon pestello o bastoncello, nel modo che spatulano in
Europa il canape e il lino; e cos viene a restarvi solo la fibra netta, lunga
come sono le foglie, la quale anco spatulano di nuovo poi, e la riducono a tale
che pare a punto un lino assai bello e bianco, del quale fanno funi della
grossezza che essi vogliono, cos della cabuia come dell'henechen. E se ne
servono poi in molti usi, e spezialmente in farne le corde, con le quali
attaccano e tengono sospese nell'aere i loro letti, che essi chiamano hamachez,
come se ne  nel quinto libro parlato. Cos dell'henechen come della cabuia
riescono fila assai bianche e gentile, e altre alquanto ruvide e aspre.
Ma non  bene che qui si taccia una particolare invenzione di questi Indiani,
che la natura insegn lor doppo che i cristiani li cominciarono a tenere
prigioni e con ferri a' piedi, cio di segare il ferro col filo di questa
cabuia o dell'henechen, avendovi tempo; percioch, stando di notte i cristiani
senza pensarsi d'alcuni Indiani che tenevano con catene o con ferri, hanno poi
ritrovato che se ne siano fuggiti, con aver rotto e segato il ferro nel modo
che ora dir. Nel modo che si sega con una sega il legno, pongono sopra il
ferro che troncare vogliono un filo di henechen o di cabuia, e col tirare e
lentare dall'una mano all'altra, gettando minutissima arena sopra il filo e nel
luogo che segano, a poco a poco corrodono e segano il ferro, per grosso che
sia, come se fusse un legno o qual si voglia cosa tenera e atta a segarsi. In
terra ferma  accaduto che gl'Indiani a questo modo hanno segate e troncate le
ancore delle navi. Ma quando si tratter della seconda parte di queste istorie
e delle cose di terra ferma, allora si diranno pi particolarit di queste
corde della cabuia e dell'henechen, perch ivi assai se ne servono.


Delle irache, che sono erbe nel generale (perch in lor lingua iraca non vuole
dire altro che erba), e come gl'Indiani nelle vivande loro ne mangiano.
Cap. XI.

Sono gl'Indiani molto amici di mangiare erbe cotte, e in terra ferma le
chiamano irache, ch' a punto tanto quanto dire erbe; perch, ancorch siano
erbe note e fra loro abbiano i lor nomi particolari, quando le nominano insieme
le chiamano irache, cio erbe. E di quelle che essi tengono per sane e per
buone a mangiare ne fanno una mescolanza e ne cuocono insieme di molte sorti, e
ne fanno una vivanda che paiono spinaci ben conci, e vi pongono anco fiori
d'altre erbe. E tutta questa mescolanza chiamano essi irache, e le mangiano
volentieri, almanco in terra ferma, dove alcuni cristiani, o per necessit o
per fame, e altri perch vogliono provar ogni cosa, mangiano di questa vivanda
e la stimano e lodano molto, e la continovano anco e dicono che se ne ritrovano
bene; e vi aggiungono anco delle zucche e dell'asci, che  il pepe
degl'Indiani, e ne fanno una acconcia minestra. Questo nome d'irache  della
lingua della Cueva di terra ferma.


Della pianta e frutto chiamato lirenes.
Cap. XII.

Lirenes  un frutto che nasce in una pianta che coltivano gl'Indiani, e al
presente anco i cristiani in questa isola, ne' loro poderi e giardini. Questa 
una erba che si stende e sparge i suoi rami; e pastinano la pianta stessa di
lei, come ho gi detto degli ages e delle batate. Il suo frutto appresso terra
 bianco, e cos grosso quanto grossi dattoli, ed  alquanto maggiore e minore;
e ognun di questi frutti sta come attaccato ad una sottile verghetta che dal
ramo pende. Gl'Indiani cuocono questi frutti, e se ne veggono ora le piace
piene, perch li portano a vendere cotti; e toltone la scorza di sopra restano
dentro assai bianchi e sono di buon sapore. Non ho visto in Spagna n in altro
luogo frutto con sapore che io sapesse comparare a questi lirenes, perch nel
vero sono assai saporosi. E ne sono assai in questa isola Spagnuola e in terra
ferma e in molte altre parti di queste Indie.


Del frutto iaiama, del quale ne sono anco due altre spezie, chiamate l'una
boniama e l'altra aiagua, che s'assomigliano nella forma alle pigne de'
cristiani.
Cap. XIII.

Sono in questa isola Spagnuola certi cardi, ognun de' quali ha una pigna, che 
un de' pi bei frutti che io abbia veduto in tutte le parti d'Europa dove io
sono stato, ancorch vi si pongano i miglieruoli, le pere moscatelle, e tutti
quei frutti eccellenti che il re Ferrando, primo di tal nome, in Napoli fece
piantare ne' suoi giardini di Poggio Reale, del Paradiso e del Barco, di
Schiavaonia del duca Ercole di Ferrara, posta in quella isola del Po, o quelli
che si vedevano nel giardino portatile in carrettoni del signor Ludovico duca
di Milano, nel quale si faceva portare fino in camera e a tavola gli alberi
carichi di frutti. Non  frutto che io abbia conosciuto n visto in tutti i
luoghi detti di sopra, n penso che nel mondo sia, che s'agguagli a questo che
io diceva, e che abbia tutte queste cose in s unite insieme, cio bellezza di
vista, soavit di odore e gusto d'un sapore eccellente. Talch di cinque
sentimenti questo frutto sopra tutti gli altri del mondo ne participa di tre, e
ancor del quarto, che  il tatto; perch del quinto, che  l'udito, non possono
i frutti parteciparne. Ben potr il lettore ascoltare attentamento quello che
io di questo frutto dir, e vedr che io non m'inganno in questa parte. E se un
frutto non pu de' quattro sentimenti che io gli ho attribuiti participare,
s'ha da intendere che la persona che lo mangia ne participa, e non il frutto,
che non ha se non l'anima vegetativa, e non la sensitiva n la razionale.
L'uomo adunque, che ha tutte tre queste anime, e mirando e odorando e gustando
e palpando queste pigne dar lor giustamente il principato di tutti i frutti,
per le quattro qualit che attribuite l'abbiamo. Non pu la lingua esprimere
particolarmente n lineare questo frutto che sodisfaccia a punto quanto si
converrebbe; onde, di pi delle parole, faremo anco al lettore con la vista
partecipare di questa verit, lineandolo nel fine di questo capitolo il meglio
che si potr, bench senza colori non si potr del tutto dare ad intendere. Ma
lasciando la pittura, che solamente alla vista tocca, io dico che alli occhi
miei questo  il pi bello frutto che si vegga, cos nella grandezza come nel
colore, che  verde illustrato d'un fino giallo; e quanto pi si va maturando
pi partecipa del giallo e va perdendo del verde, e si va accrescendo
nell'odore, che  come di perfetti melocotogni. E una pigna di queste sola che
stia in casa, fa odorare tutta la camera nel modo che s' detto. Al gusto 
migliore che non  il melocotogno, ed  pi sugoso. Si monda intorno e se ne
fanno le fette o tagliate ritonde o come pi al trinciante piace, perch e per
lo lungo e per lo traverso ha buono e gentil taglio.
In tutte queste isole questo frutto si trova, e perch hanno gl'Indiani diverse
lingue, con diversi nomi lo chiamano, massimamente in terra ferma, dove in
venti o trenta leghe accade d'esservi quattro o cinque linguaggi. E questa 
una delle cagioni principali perch in quelle parti, fra genti cos barbare, i
pochi cristiani si mantenghino.
Ma lasciamo questo per dirlo al suo luogo, e ritorniamo a questi frutti delle
pigne, il qual nome le diedero i cristiani perch ad un certo modo le si
somigliano. Ma queste delle Indie delle quali parliamo, sono assai pi belle
delle pigne d'Europa, e non hanno quella durezza che in quelle di Castiglia si
vede, le quali non sono altro che un legno o quasi legno, l dove queste altre
di qua si tagliano con un coltello come si fa d'un mellone o a fette tonde,
avendole tolto prima quella scorza che sta a modo di squame rilevate, le quali
le fanno parere come pigne. Ma non s'approno gi n si dividono per quelle
giunture delle squame, come si fa delle pigne dure onde si cavano i pignoli.
Certo che, come fra gli uccelli la natura studi molto nell'abbellire e fare
vaghe le piume del pavone, come nella nostra Europa si vede, cos studi in
comporre la bellezza di questo frutto pi che di niuno degli altri che io abbia
visto, n posso pensare che nel mondo se ne truovi un altro pi vago.
Una sola di queste pigne odora quello che odorano molte persiche e molti
melocotogni che insieme stessero, e assai meglio, perch elle imitano amendue
questi odori. Questo frutto  sugoso, e ha una buona carnosit e graziosa al
gusto, ed  cos grosso quanto  un mezzano mellone, e pi anco e meno. E di
ci ne  cagione il non essere tutte queste pigne n d'una spezie n d'un
sapore, ancorch si rassomigliano estrinsecamente. Alcune ne sono alquanto
agre, o per essere campestri e mal coltivate o per stare in terreno
disconvennevole e sproporzionato, o pure perch in tutti i frutti accade che
l'uno sia migliore dell'altro, come vediamo de' melloni, de' quali uno ne ser
perfetto e buono, l'altro cattivo; il medesimo aviene delle pere e di tutti gli
altri frutti. A questo modo una di queste pigne avr gran vantaggio all'altra;
ma con la buona e perfetta non si pu comparare altro frutto alcuno di quelli
che io ho veduti.
Credo bene che non mancaranno di quelli che non si conformeranno col parer mio,
perch ho veduto in Spagna e in altri luoghi del mondo contendere alcuni, e
dire che le fiche siano migliori che le pere; e altri dire che il cotogno sia
migliore che il persico e che la pera e fico; e altri che l'uve sono migliori
che i melloni e che gli altri frutti gi detti. Chi ha adunque un gusto a
qualche cosa particolare inchinato, pensa che chi dice il contrario di quello
che esso sente non abbia il gusto che doverebbe. Ma lasciando le affezzioni de'
palati da una parte, che credo che siano cos varii e differenti come sono i
visi stessi degli uomini, dico che se questo s'ha da giudicare senza passione,
crederei che la maggior parte delle genti sarebbono dell'opinione mia, ancorch
io meno che degli altri di questo frutto mangio.
Egli nasce ognuna di queste pigne in un cardo aspro e spinoso, e di lunghe e
selvaggi foglie; e di mezzo di questo cardo esce un fusto o astile tondo, che
fa una pigna sola, la quale tarda dieci mesi o un anno a maturarsi ed essere
buona. E tagliata che  questa pigna, non d quel cardo pi frutto, n serve ad
altro che ad intricare il terreno. Potr qui dire alcuno che, poich  cardo
quello che ci d questo frutto, si doverebbe egli chiamare carcioffola. Al che
rispondo che in potere de' primi cristiani che primieramente le viddero fu di
chiamarle pigne, e questi stessi avrebbono anco pi giustamente potuto
chiamarle carcioffole, avendo rispetto al cardo nel quale nascono; ma elle non
hanno spine, e si somigliano alla pigna pi tosto che alla carcioffola.  ben
vero che elle non sono del tutto fuori della spezie delle carcioffole, n senza
spine, perch nella lor cima hanno un certo broccoletto che le d, a vederle,
molto ornamento; e alcune ne hanno uno e due e tre cos fatti rampolletti,
attaccati e nati col fusto istesso del cardo sotto la pigna, i quali
broccoletti poi sono come il seme di questi frutti, perch si piantano e ne
nascono nuovi cardi e pigne. E servono per piantarsi tanto quelli che stanno in
cima della pigna come quelli che sono sotto, nel fusto del cardo; e pongono
questi rampolli, pastinandoli, tre deti sotto terra, lasciandone la met
scoperto all'aere. Questo rampollo apprende ottimamente e fa le radici, e nel
discorso del tempo che s' detto genera il cardo, dal cui fusto nasce ed esce
la pigna. Le foglie di questo cardo si somigliano alquanto a quelle della
zavira, salvo che son pi lunghe e pi grosse e corpolente. Questo frutto si
terrebbe in maggior conto se non ve ne fosse tanta copia, ma quelle di terra
ferma tengo io migliori e maggiori che non sono quelle di queste isole.
Non si mantiene questo frutto dopo che  maturo pi che quindeci o venti d, ma
quando sta nel suo debito tempo, che non si putrefa n corrompe,  assai buono,
bench alcuni lo biasmano e tenghino che sia colerico: il che non so io di
certo. So ben questo, che egli desta l'appetito, e a molti che per fastidio e
nausea di stomaco non potevano mangiare ne fece venire la voglia, e diede loro
sforzo e volont di mangiare e di gustare. Il suo sapore a quel che pu pi
rassomigliarsi si  al melecotogno ch'abbia sapore di persico, e ha l'odore
insieme e del persico e del cotogno; ma ha la pigna questo sapore mischiato con
un certo che di moscatello, e per questo ha migliore sapore delli melicotogni.
Un solo difetto ha, che fa che non piace a tutti i gusti, ed  che il vino,
ancorch sia il megliore del mondo, non si gusta n diletta se dopo il mangiare
questo frutto si bee. Che se dilettasse cos come diletta doppo l'avere
mangiato pere buone a cuocersi, o altre simili cose che fanno saporoso il bere
a coloro che sono amici del vino, al parer di costoro queste pigne sarebbono
unico frutto. E questo credo io che sia la cagione perch qui a molti non
piaccia. Anzi, neanco l'acqua piace, bevendosi doppo queste pigne: ma questo,
che alcuni il danno a questo frutto per difetto, a me pare che sia un suo gran
privilegio ed eccellenzia, perch si debba dare a mangiare agli idropici e agli
amici del bere. Dico di pi questo anco, che la carnosit di queste pigne ha
come certe sottili sfilati, come gli hanno i costoli delli cardi che si
mangiano nella Spagna, ma gli hanno cos secreti e occolti al palato che poco
disturbo over impaccio fanno nel mangiarsi; e per questo non sono utili per le
gengive e per li denti, continovandosi il mangiarle di lungo. In alcuni luoghi
di terra ferma di queste pigne ne fanno gl'Indiani vino, e lo tengono per una
cosa salubre: e io ne ho bevuto, ma di gran lunga non mi pare come il nostro,
perch  assai dolce, e niuno Spagnuolo n Indiano manco ne beverebbe, avendo
del nostro vino di Castiglia, ancorch il vino di Spagna non sia degli
eccellenti del mondo.
Si  tocco di sopra che queste pigne sono di varie spezie, e cos  in effetto,
perch sono di tre maniere particolarmente: una ne chiamano iaiama, l'altra
boniama, l'altra iaiagua. Questa ultima maniera  alquanto agra e aspera, e
dentro  bianca e vinosa. L'altra chiamata boniama  bianca di dentro, ma 
dolce e stuposa alquanto. La iaiama poi  alquanto longhetta, e della fattezza
di quella che qui di sopra dipinta si vede, perch l'altre due maniere delle
quali s' detto sono pi tonde; ma questa ultima  la migliore di tutte, e
dentro ha un color giallo oscuro, ed  molto dolce e soave al mangiare, e di
questa s'ha da intendere tutto quello che s' detto di sopra in lode di questo
frutto.
In alcuni luoghi ne sono molte e dell'une e dell'altre selvaggie, che da per se
stesse in gran copia per le campagne nascono; ma quelle che si coltivano sono
senza comparazione migliori, e ben riconoscono il beneficio dell'agricoltore,
perch sono pi delicate. Ne sono state portate alcune in Spagna, ma assai
poche ve ne giungono, e ancorch vi giungono non possono essere perfette n
buone, perch bisogna che le taglino verdi e immature, perch si facciano
mature in mare nel viaggio; e a questo modo, quando giungono in Europa, perdono
la bont e il credito. Io ho provato a portarle, e perch la navigazione tard
pi del solito alquanti giorni, mi si perderono nel camino e si putrefecero
tutte. Provai anco a portare i lor rampolli o broccoli, e si perderono e
guastarono medesimamente. Questo non  frutto se non per questo paese, o per
altro che non sia cos freddo come  la Spagna.  il vero che io ho veduto nel
mio paese in Madril il maiz, che  il pane di questi luoghi, assai buono: e si
pose e nacque in un podere del commendatore Hernando Ramires Galindo, presso a
quel devoto eremo di Nostro Signore d'Atoccia. Ma in Andalusia in molte parti
s' fatto anco il maiz, il perch io sono d'opinione che queste pigne anco vi
farebbono, portandovi i cardi piantati e appresi gi di tre o quattro mesi.

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