Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quinto.
Parte seconda.

Sommario della naturale e generale istoria dell'Indie occidentali, composta da
Gonzalo Ferdinando d'Oviedo, altrimenti di Valde, natio della terra di Madrid,
abitatore e rettore della citt di S. Maria Antica del Darien, in terra ferma
dell'Indie, il qual fu riveduto e corretto, per ordine della maest
dell'imperatore, per il suo real consiglio delle dette Indie.




Prologo e introduzione dell'autore della presente opera, dedicata alla sacra
cesarea maest dell'imperadore don Carlo, quinto di tal nome, re delle Spagne e
delle due Sicilie, di qua e di l dal faro, e re di Gierusalem e d'Ungheria,
duca di Borgogna e conte di Fiandra etc., signor nostro.

Le cose le quali principalmente conservano e mantengono l'opere della natura
nella memoria degli uomini, sono le istorie, e i libri composti d'esse: e
quelle verissime e autentiche esser si stimano, le quali l'ardito ingegno
dell'uomo che ha peregrinato per il mondo, mediante il fidelissimo testimonio
degli occhi, ha potuto descrivere, raccontando quello che ha veduto e udito di
simile materia. Di questa sentenzia e opinione fu Plinio, il quale, meglio che
alcun altro autore, tutto quello che all'istoria naturale s'apparteneva in
trentasette libri raccolse, e in un volume a Vespasiano imperatore indirizz, e
come prudente istorico narr quello che aveva udito; attribuendo, secondo che
egli aveva letto, ogni cosa agli auttori i quali avanti a lui ne avevano
scritto. E poi quel che egli stesso vide come occulato testimonio aggiunse alla
medesima sua istoria.
Il cui esempio imitando io similmente, voglio in questo mio breve sommario
ridurre e rappresentare alla real memoria di vostra maest, quello che ho
veduto nel suo imperio occidentale delle sue Indie, dell'isole e della terra
ferma del mar Oceano, dove gi sono dodici anni che io passai per riveditore
del fondere dell'oro, per comandamento del catolico re don Ferdinando, quinto
di tal nome, avolo di vostra maest, a cui Dio abbia data la sua gloria. E cos
dipoi ho servito, e spero servire per l'avvenire quanto m'avanza di vita in
quelle parti alla prefata maest vostra. Delle quali cose e di molte altre
simili pi copiosamente ho scritto in una istoria cominciata, poi che l'et mia
fu atta ad esercitarse in tale materia; facendo memoria parimente delle cose
accadute in Spagna dell'anno 1494, sino a questi tempi, e di quelle di fuori in
quei regni e in quelle provincie dove io sono stato, distinguendo l'istorie e
le vite delli re catolici don Ferdinando e donna Isabella, di gloriosa memoria,
sino all'ultimo delli loro giorni; e cos di quello che poi nel tempo della
vostra felicissima successione  accaduto. E oltre acci, io ho scritto
particolarmente tutto quello che ho potuto comprendere e notare delle cose
dell'Indie. Ma perch tutto questo volume  rimaso nella citt di S. Domenico
dell'isola Spagnuola, dove abito e sono accasato con la moglie e figliuoli, n
altro portai qua meco, n tengo ora de' detti miei scritti pi altro di quello
che mi resta nella memoria e da essa posso raccorre, ho determinato, per dare
qualche recreazione alla maest vostra, mettere insieme con brevit alcune di
quelle cose le quali mi parranno pi degne d'essere da lei udite; perch, se
bene qui da altri sono state scritte, e col testimonio della vista affermate,
non saranno per forse cos diligentemente state racconte, come da me
puntualmente saranno narrate; bench in alcune di quelle, e forse ancora in
tutte, abbino detta la verit, conciosiach coloro i quali vanno a negociare in
dette parti dell'Indie, attendano ad altre cose che gli possano essere di
maggior utilit di quelle che si cava della memoria delle cose di questa
qualit, onde con minore attenzione le guardano e considerano che non ho fatto
io, che naturalmente vi ho avuta inclinazione e ho desiderato saperle,
mettendovi ogni opera e volgendovi gli occhi e la mente.
Questo presente Sommario non sar contrario n diverso da quello che (come ho
detto) pi distesamente ho scritto, ma sar solo pi breve, e per far l'effetto
di sopra narrato, insino a tanto che Dio mi conduca salvo a casa; onde io poi
gli mander tutto quello che io ho investigato e inteso di questa vera istoria.
Alla quale dando principio, dico che don Cristoforo Colombo (come  cosa nota),
primo admiraglio di questa India, la discoperse al tempo delli catolici re don
Ferdinando e donna Isabella, avoli di vostra maest, nell'anno 1492 alli 3
d'agosto, e venne a Barzellona l'anno 1493 con li primi Indiani, e con la
mostra e saggio delle ricchezze e notizia di questo imperio occidentale. Il
quale dono e beneficio  stato sino ad oggi un delli maggiori che mai vasallo o
servidore abbia possuto fare al suo prencipe e signore, e tanto utile alli suoi
regni (come  cosa manifesta). E dico tanto utile (parlando sempre per la
verit) ch'io non reputo buon Castigliano n buono Spagnuolo colui che questo
non volesse riconoscere. Ma perch di ci  stato scritto pi particolarmente
nelle dette istorie, non voglio in questa materia dire altro, fuor che
raccontare spezialmente alcune cose con brevit, come di sopra ho promesso; le
quali certamente saranno molte poche, rispetto alle molte migliaia che di tal
qualit si potriano raccontare. Per tanto tratter prima del cammino che si fa
in questa navigazione, poi dir delle generazioni delle genti che in quelle
parti si trovano, e oltre a questo diremo degli animali terrestri e uccelli,
de' fonti e fiumi, mari e pesci, piante ed erbe e altre cose le quali produce
la terra, e cos d'alcuni riti, consuetudini e ceremonie di quelle genti
salvatiche. E perch io sono in ordine e spedito per tornarmi in quelle terre a
servire la vostra maest, se le cose in questo libro contenute non saranno cos
distinte con tanto ordine come io ho promesso che sar quella opera maggiore e
pi copiosa che io ho composta, non guardi vostra maest a questo, ma attenda
alla novit delle cose che voglio dire, la qual cosa  propriamente il fine che
m'ha mosso a scrivere. Sich io scriver raccontando le cose secondo la verit
di quelle, come potranno testificare molti uomini degni di fede, i quali sono
stati in quelle parti, e al presente si trovano in questi regni in corte della
vostra maest.


Della navigazione.
Cap. I.

La navigazione che di Spagna communemente si fa verso l'Indie  da Sibilia,
dove v. maest ha la sua casa reale di contrattazione per quelle parti, e gli
suoi ufficiali; dalli quali prendono licenzia li capitani e patroni delle navi
che fanno quel viaggio, e s'imbarcano a San Lucar di Barameda, dove 'l fiume
Guadalchibir entra nel mar Oceano, e de l seguono il suo cammino verso l'isole
di Canaria, e communemente toccano una di due delle sette che sono, cio o la
Gran Canaria o la Gomera, e ivi li navilii pigliano rinfrescamento d'acqua,
legne, formaggio, carne fresca e altre cose che gli pare conveniente aggiungere
a quelle che portano seco di Spagna. Di Spagna a queste isole si tarda
communemente otto d, poco pi o meno, e arrivati l hanno navigato dugento e
cinquanta leghe, che a quattro miglia per lega sono mille miglia. Dalle dette
isole tornando a seguir il suo cammino tardano i navilii venticinque giorni,
poco pi o meno, fino al veder la prima terra dell'isole che sono avanti di
quella che chiamano la Spagnuola. E la terra che communemente si suol vedere
prima  una dell'isole che dicono Ogni santi, Marigalante, La Desseada,
Matitino, La Domenica, Guadalupe, San Cristoval etc., o alcuna dell'altre molte
che sono con le sopradette. Pure alcuna volta accade che li navilii passano
senza vista d'alcuna delle dette isole, n di quante sono in quel pareggio,
finch vegghino l'isola di San Giovanni o la Spagnuola o Iamaica o Cuba, che
sono pi avanti, o per aventura niuna di quelle, finch diano in terra ferma.
Ma questo accade quando il pilotto non  pratico della navigazione, ma
facendosi il viaggio con marinari pratichi (delli quali gi se ne trovano
molti) sempre si riconosce una delle prime isole sopradette. E dall'isole di
Canaria fino l sono novecento leghe di navigazione o pi; e di l fino alla
citt di San Domenico, ch' nell'isola Spagnuola, sono cento e cinquanta leghe;
di modo che di Spagna fino l sono mille e trecento leghe. Pure, perch alle
volte la navigazione non va cos diritta che non si vadi vagando assai ad una
parte e all'altra, ben si pu dire che si vadano mille e cinquecento leghe, e
pi.
Si tarda nel viaggio communemente trentacinque o quaranta d, e questo suol
accadere il pi delle volte, non pigliando gli estremi o di quelli che tardano
molto o di quelli che arrivano molto pi presto, perch qui non si debbe
considerare se non quello che accade il pi delle volte. Il ritorno da quelle
parti a queste suol esser d'alquanto pi tempo, come saria in 50 giorni, poco
pi o meno. Tuttavia in questo presente anno 1525 sono venute quattro navi da
S. Domenico fin a S. Luca di Spagna in 25 giorni; pur, come  detto, non
abbiamo da giudicar quel che si fa rare volte, ma quello che  pi ordinario.
 la navigazione molto sicura fino alla detta isola, e da quella alla terra
ferma attraversano le navi in cinque, sei e sette giorni e pi, secondo la
parte dove sono dirizzati, perch detta terra ferma  molto grande, e sono
diverse navigazioni e viaggi a quella parte. Pure alla terra che  pi vicina
di questa isola, e ch' opposita a S. Domenico, si va nel tempo sopradetto. Ma
tutto questo  meglio rimettere alle carte da navicare e cosmografia nuova,
della qual Tolomeo e altri antiqui, per non averla intesa, non hanno detto cosa
alcuna. Per, perch questo non  di bisogno qui, passer all'altre
particolarit, nelle quali dimorer pi che in questo, che  pi a proposito
della generale istoria che scrivo delle Indie che di questo luogo.


Dell'isola Spagnuola.
Cap. II.

L'isola Spagnuola ha di longhezza dalla punta del Higuei fino al capo di
Tiburon pi di 150 leghe, e di larghezza, dalla costa over spiaggia della
Nativitade, ch' da tramontana fin al capo di Lobos, che  dalla banda di
mezod, 55 leghe;  la propria citt in 19 gradi alla parte di mezod. Sono in
questa isola molti be' fiumi e fonti, e alcuni di loro molto principali, com'
il fiume dell'Ozama, che  quel che entra in mar per la citt di S. Domenico, e
un altro che si chiama Neiva, che passa vicino alla terra di Santo Iuan della
Maguana, e un altro che si chiama Hatibonico, e un altro detto Haina; e al
detto Nizao, e altri minori, che non mi curo narrargli.
 in questa isola un lago, che comincia due leghe lontano dal mare, vicino alla
terra di Iaguana, che dura quindeci leghe o pi verso levante; e in alcuna
parte  largo una, due e tre leghe, nell'altre parti tutte  molto pi stretto,
e in pi parti  salato e in alcuna  dolce, e specialmente dove entrano in lui
alcuni fiumi o fonti. Pur la verit  ch'egli  come un occhio di mare, qual
gli  molto vicino. In detto lago sono molti pesci di diverse sorti, e
specialmente tiburoni, che del mar entrano nel detto per disotto della terra, o
per quel luogo o parte che per disotto della terra il mar penetra, e genera il
detto lago. E questa  la commune opinion di quelli che han veduto questo lago.
Questa isola fu molto abitata da Indiani, ed erano in essa due gran re, che
furono Caonabo e Guarionez; e dipoi successe nella signoria Anacaona. Pure,
perch manco voglio dir a che modo fu acquistata questa isola, n la causa
perch gl'Indiani sono ridotti a poca moltitudine per non dimorare, n dir quel
che lunga e veramente ho scritto in altra parte, e perch questo non  quello
che ho da trattare, d'altre particolarit delle quali vostra maest non die
aver tanta cognizione, o se le pu aver scordate, risolvendomi in quel che ho
proposto di dir qui di questa isola, dico che gl'Indiani che sono al presente
sono s pochi, e li cristiani non sono tanti quanti doveriano essere, perch
molti ch'erano in quella isola hanno passato ad altre isole e in terra ferma;
perch, oltra che gli uomini sono amici di novit, quelli che vanno a quelle
parti li pi sono giovani, e non obligati per matrimonio a far residenzia in
parte alcuna; e perch, avendosi discoperto e discoprendosi altre terre nuove,
gli par di dover empier pi presto la borsa in l'altre. Il che ancora che sia
accaduto ad alcuni, li pi per si sono trovati ingannati, e specialmente
quelli che avevano case e abitazioni in questa isola; perch senza dubio alcuno
io credo, formandomi con il parer di molti, che se un prencipe non avesse pi
signoria di questa isola, in breve saria tale che non cederia n a Sicilia n
ad Inghilterra; n al presente  cosa alcuna della qual si possi aver invidia
ad alcuna delle dette, anzi quel che avanza nell'isola Spagnuola potria far
ricche molte provincie e regni, perch, oltra che ha pi ricche minere, e di
miglior oro che fino ad oggi in alcuna parte del mondo si sia trovato n
discoperto in tanta quantit, ivi la natura da s produce tanto cottone che, se
si mettessero a lavorarlo e aver cura d'esso, se ne faria pi e migliore che in
alcuna parte del mondo.
Ivi  tanta cassia e s eccellente che gi se ne porta molta quantit in
Spagna, e de l poi si riparte in molte parti del mondo, e se ne va tanto
aumentando che  maraviglia. In quella isola sono molte ricche botteghe, dove
si lavora di zuccaro, ed  molto perfetto e buono, e in tanta quantit che le
navi ne vengono cariche ogni anno. Ivi tutte le cose che si seminano e
cultivano, di quelle che sono in Spagna, si fan molto migliori e in pi
quantit che 'n parte alcuna della nostra Europa. E quelle non si fanno buone e
non si moltiplicano delle quali gli uomini non hanno n pensiero n cura
alcuna, perch vogliono, il tempo ch'averiano ad aspettar queste cose, spender
in altri guadagni e cose che pi presto empian l'ingordigia degli avari, che
non hanno voglia di perseverar in quelle parti. Per questo non si mettono a
seminar formenti, n piantar vigne, perch in quel tempo che queste cose
tardariano a far frutti, le truovano a buon mercato, e le navi le portano di
Spagna, e lavorando le minere o esercitandosi in mercanzia o in pescar perle o
in altri esercizii (come ho detto) pi presto accumulano roba di quello che
fariano per via di seminar formento o piantar vigne; e tanto pi ch'alcuni
particolarmente, che pensano continuar in quel paese, si son posti a piantarle.
Similmente sono molte frutte naturali di quel paese, e di quelle che vi si sono
portate di Spagna, e quante se ne son portate rispondono molto bene; e perch
particolarmente si trattar da qui avanti delle cose che la medesima isola e
l'altre parti dell'Indie aveano naturali di quei luoghi, e che li cristiani
trovorono in esse, dico che di quelle cose che portorono in Spagna  in quella
isola, in tutti li tempi dell'anno, molta e gran quantit d'erbe da mangiar
bonissime d'ogni sorte, molti pomi granati e buoni, molte naranze dolci e
garbe, molti bei limoni e cedri, e di tutti questi agrumi molto gran quantit.
Sonvi molti fichi tutto l'anno e molte palme di dattali, e altri arbori e
piante che si sono portate di Spagna.
In questa isola non era animale alcuno di quattro piedi se non due sorti
d'animali molto piccoli, che si chiamano l'un utias e l'altro coris, che sono
quasi a maniera di conigli. Tutti gli altri animali che vi sono al presente,
sono stati portati di Spagna; delli quali non mi pare che sia bisogno parlare,
dapoi che si portorono di qui, n che si debba notar altro che la gran quantit
nella quale sono cresciuti, cos le mandrie di vacche come gli altri; ma sopra
tutto le vacche, le quali sono augumentate in tanta quantit che sono molti
patroni di bestiami che hanno pi di duemila capi, e assai passano tre e
quattromila, e v' chi arriva a pi di ottomila. Di cinquecento, o poco pi o
manco, ne son molti che n'hanno. E la verit  che 'l paese ha li megliori
pascoli del mondo per simili bestiami, e acque molto chiare e aere temperato; e
cos gli armenti sono maggiori e pi belli molto di tutti quelli che sono in
Spagna. E percioch il tempo in quelle parti  molto piacevole e soave, e di
nissuno freddo, per non sono mai magre, anzi grassissime e di molto buon
sapore; e similmente vi sono molte pecore e porci in gran quantit, delli quali
e delle vacche molti ne sono fatti salvatichi; e medesimamente molti cani e
gatti, di quelli che si menorono di Spagna per servizio degli abitanti che
passorono in quelle parti, quali andorono al bosco. E vi sono di loro molti e
cattivi, e spezialmente cani, che si mangiano gi molti bestiami, per poca cura
de' pastori che mal gli guardano. Vi sono molte cavalle e cavalli, e tutti gli
altri animali delli quali si servono gli uomini in Spagna, che si sono
augumentati di quelli che furono menati di qui.
Vi sono alcuni luoghi medesimamente che sono abitati, ancora che piccioli,
nella detta isola, delli quali non curar di dire altra cosa, se non questo,
che veramente tutti sono in siti e regioni che, correndo il tempo, cresceranno
e si faranno nobili, per causa della sua molta fertilit e abbondanzia del
paese. Pur del principal di questi luoghi, ch' la citt di S. Domenico,
parlando pi particolarmente, dico che quanto agli edificii non  terra alcuna
in Spagna a tanto per tanto, ancora che sia Barzellona, la quale ho io molto
ben visto molte volte, che se gli possa anteponere generalmente, perch le case
di S. Domenico sono di pietra come quelle di Barzellona per la maggior parte, o
di terra s ben lavorata e forte che fa una singulare e forte presa. E il sito
 molto miglior di quel di Barzellona, perch le strade sono tanto e pi piane,
e molto pi larghe, e senza comparazione alcuna pi diritte, perch, essendo
stata fondata a' nostri tempi, oltra l'opportunit e apparecchio della
disposizione che ha il luogo di fondarla, fu tutta dirizzata a corda e
compasso; e tutte le strade a misura, nel che  molto superiore a tutte le
citt ch'io ho visto. Ha il mare s vicino, che da una parte tra il mare e la
citt non  pi spazio della muraglia, e questo  circa di cinquanta passi
largo donde  pi lontana, e per quella parte li battono l'onde negli vivi
sassi e costa brava.
Dall'altra parte, a canto e a pi delle case, passa il fiume Ozama, che  porto
maraviglioso, e le navi cariche surgono vicino alla terra e sotto le finestre,
e non pi lontano dalla bocca dove il fiume entra in mare, di quanto  dal pi
del colle di Monivie al monasterio di San Francesco, o alla loggia di
Barzellona. E in mezo di questo spazio nella detta citt  la fortezza e
castello, sotto del quale e lontano venti passi passano le navi a surgere,
alquanto pi avanti nel medesimo fiume e dall'entrar delle navi, finch
buttando l'ancora non si allontanano dalle case della citt trenta o quaranta
passi se non a lungo di ella, percioch da quella parte l'abitazione  vicina
al fiume. Dico che porto di tal sorte bello, n s atto a discaricare non si
trova in molte parti del mondo.
Li fuoghi che possono essere in questa citt sono da settecento, e tali case
come ho detto; e alcune particolarmente sono s buone che qualsivoglia de'
signori di Castiglia si potriano molto ben alloggiar in esse, e particolarmente
quella che lo admirante don Diego Colombo, vice re di vostra maest, vi ha, 
tale che non so io alcuna in Spagna che per un quarto l'abbia tale, considerate
le qualit di quella; cos il sito, che  sopra il detto porto, come per esser
tutta di pietra e aver molte buone e assai stanze, e della pi bella vista di
mare e di terra che possa essere; e per l'altre quattro parti che si hanno a
fare di questa casa, ha la disposizione simile a quello che  finito, che 
tale che, come ho detto, vostra maest vi potrebbe star s ben alloggiato come
in una delle pi compiute case di Castiglia.
vvi ancora una chiesa catedrale che ora si lavora, dove cos l'episcopo come
le dignit e canonici sono molto ben dotati, e secondo lo apparecchio che vi 
di pietre, calcina e altro che lavorano, e la continuazione del lavoro, si
spera che molto presto sar compita, e sar assai sontuosa e di buona
proporzione e bello edificio, per quello ch'io viddi gi fatto. Sonvi
medesimamente tre monasterii, che sono San Domenico, San Francesco e Santa
Maria della Mercede, ancora loro molto ben edificati, ma moderati per e non
fatti con tanta curiosit come quelli di Spagna. Ma parlando senza pregiudicio
di alcuno monasterio di religiosi, pu vostra maest tener per certo che in
questi tre monasterii si serve ad Iddio molto devotamente, percioch veramente
sono in quelli santi religiosi e di molto buono esempio. Vi  ancora un molto
bello ospitale, dove li poveri sono accettati e ben trattati, che fu fondato da
Michel Passamonte, tesoriero di vostra maest.
Vassi questa citt di giorno in giorno augumentando e facendo pi nobile, e
sempre sar maggiore, s perch in quella fa la sua residenzia il detto
admirante, vice re e consigliero, e la cancelleria reale che vostra maest
tiene in quelle parti, come perch di quelli che vengono in quella isola li pi
ricchi sono gli abitatori della detta citt di San Domenico.


Della gente naturale di questa isola e d'altre particolarit di quella.
Cap. III.

La gente di questa isola  d'alquanto minor statura che comunemente  la
spagnuola, e di color berettino chiaro. Hanno moglie proprie, n alcuno di loro
toglie per mogliera sua figliuola o sua sorella, e s'abstien da sua madre, e in
tutti gli altri gradi usan con loro, essendo e non essendo sue mogliere. Hanno
la fronte larga, e li capelli neri e molto distesi, e niente di barba, n peli
in alcuna parte della persona, cos gli uomini come le donne; e s'alcuno o
alcuna se ne trova ch'abbi alcune di queste cose, sono, tra mille, uno o
pochissimi. Vanno nudi come nacquero, salvo che le parti che manco si debbon
mostrare portano uno pampano, ch' un pezzo di tela, grande quanto una mano, ma
non messo con tanta diligenzia ch'impedisca che non si vegga quanto ch'hanno.
Ma mi par conveniente cosa, prima che io proceda pi avanti, dire la sorte del
pan e mantenimento ch'hanno gl'Indiani di questa isola, accioch ne resti manco
che dir nelle cose di terra ferma, perch in questa parte e questi e quelli
hanno uno medesimo sostentamento.


Del pan che fanno gl'Indiani del maiz.
Cap. IIII.

Nella detta isola Spagnuola hanno gl'Indiani, e li cristiani ch'usano mangiare
il pane degl'Indiani, due sorti di pane, una di maiz, ch' grano, l'altro di
cazabi, ch' radice. Il maiz  un grano che nasce in certe panocchie di mezo
pi l'una in circa di lunghezza, piene di grani grossissimi quasi come ceci
bianchi, e seminasi e ricogliesi in questa maniera.
In prima si eradicono li canneti o boschi dove si vuol seminare, perch la
terra dove nasce erba, e non arbori o canne, non  tanto fertile. E dapoi che 
fatto questa tagliata, s'abbruccia, e dipoi abbrucciata la terra tagliata,
resta di quella cenere uno temperamento nella terra miglior che se fusse
letame. E piglia un Indiano un legno in mano, alto quanto un uomo, e d un
colpo di punta in terra e subito lo tira fuora, e in quel buco ch'ha fatto
butta con l'altra mano sette o otto, o poco pi o manco grani del detto maiz, e
va subito un passo avanti e fa il medesimo, e in questo modo a compasso va
seguitando, fin che giunge al capo della terra che si semina e va mettendo la
detta semenza; e appresso del primo vanno altri dalle bande facendo il simile,
e in questo modo tornano a dar la volta al contrario seminando, e continuando
cos fin che forniscono.
Questo maiz dopo pochi giorni nasce, tal che in quattro mesi si raccoglie, e in
qualche luogo si trova alcuna volta pi presto, perch viene in tre mesi;
peroch, cos come va nascendo, hanno cura di cavar via l'erbe che gli nascon
attorno, fin che sia tanto alto che gi il maiz vadi superchiando l'erbe. E
come egli  gi ben cresciuto e comincia a granire, bisogna guardarlo, nella
qual cosa gl'Indiani tengono occupati li loro garzoni, li quali per tal causa
fanno star in cima d'arbori o di solari, che loro fanno di canne e di legname,
coperte di sopra per la pioggia o sole, da' quali danno gridi e voci, cacciando
via li pappagalli che vengon in frotta a mangiar li detti maizali.
Questo grano ha la canna, over asta dove nasce grossa quanto il dito minore
della mano, alcuni manco, alcuni alquanto pi; e cresce pi alto communemente
che la statura d'un uomo; e la foglia  come quella della canna commune di qui,
salvo ch' pi lunga e pi flessibile e non tanto aspra, ma non manco stretta.
Butta ogni canna una panocchia, nella quale sono dugento o trecento o
cinquecento pi e manco grani, secondo la grandezza della panocchia, e alcune
canne buttano due o tre panocchie, e ogni panocchia sta involta in tre o
quattro o almanco due foglie o scorzi, congiunti e accostati a quella, aspri
alquanto e quasi del colore o sorte delle foglie della canna, nella qual nasce
e sta rinvolto il grano, di modo ch' molto guardato dal sole e dal vento; e l
dentro si stagiona, e come egli  secco si raccoglie; per li pappagalli e
gatti mammoni gli fanno molto danno, se non gli fanno la guardia.
Dalli gatti mammoni nell'isola stanno sicuri perch, come da principio abbiam
detto, nessuno animal di quattro piedi eccetto coris e utias si truova in
quella, e questi duoi animali non lo mangiano; ma adesso gli porci portativi
da' cristiani gli fanno danno. E in terra ferma molto pi, perch sempre in
essa sono stati de' salvatichi, e molti cervi e gatti mammoni che mangiano li
detti maizali. Per questo, tanto per gli uccelli quanto per gli animali,
convien aversene vigilante e continua guardia, mentre che nella campagna  il
maiz, e questo avendo imparato li cristiani dagl'Indiani, lo fanno della
medesima maniera tutti quelli ch'al presente in quella terra vivono.
Suole uno staio di seme renderne venti, trenta e cinquanta e ottanta; e in
alcune parti pi di cento staia. Colto questo grano e posto in casa, si mangia
in questo modo. Nell'isole lo mangiano in grani arrostito, o essendo tenero
quasi in latte senza arrostirlo; e dipoi che li cristiani si posero ivi ad
abitare, si d a' cavalli e bestie delle quali si servono, ed  a quelli di
gran sustanzia. Ma in terra ferma hanno gl'Indiani un altro uso di questo
grano, ed  in questo modo. L'indiane lo macinano in una pietra alquanto
concava con un'altra pietra tonda, come sogliono li dipintori macinar li
colori, gettando a poco a poco un pochetto d'acqua, la qual cos macinando si
mescola col maiz, ed esce di questa macinatura una sorte di pasta come una
massa, della quale pigliano un poco e rivoltanla in una foglia d'erba, che gi
loro hanno preparata per questo servizio, o nella foglia della canna del
medesimo maiz o altra simile, e gettanla nella brace, dove s'arrostisce e
s'indurisce e si fa come pane bianco, e fa la sua crosta di sopra e di dentro
la midolla. Di questa sorte di pane  la midolla assai pi tenera che la
crosta, e debbesi mangiar caldo perch, essendo freddo, non ha tanto buon
sapore, n  tanto facile a masticare, perch  pi secco e aspro. Questa sorte
di pane anco si lessa, pure non  s buono al gusto; aggiugnesi che questo
pane, dipoi lessato o arrostito, non si mantiene se non pochi giorni, ma subito
fra quattro o cinque giorni diventa muffato n si pu mangiare.


D'un'altra sorte di pane che fanno gl'Indiani d'una pianta che chiamano iuca.
Cap. V.

 un'altra sorte di pane, qual si chiama cazabi, che si fa di certa radice
d'una pianta che gl'Indiani chiamano iuca: questo non  grano, ma pianta, la
qual fa certi fusti pi alti d'un uomo, e ha la foglia della medesima maniera
della canapa, grande come una palma di una mano d'un uomo ch'abbia aperte e
distese le dita, salvo che questa foglia  maggiore e pi grossa di quella
della canapa. Pigliano il fusto di detta pianta per seminarla, e partonla in
pezzi grandi duoi palmi, e alcuni uomini fanno monticelli di terra per ordine a
filo, egualmente lontani l'uno dall'altro, come in questo regno di Toledo
piantano le viti a compasso, e in ogni monticello mettono o cinque o sei o pi
pezzi di questa pianta; altri non curano di far monticelli, ma nella terra
piana lasciando eguali spazii ficcano questi piantoni. Ma prima hanno tagliato
e arso in bosco per seminar la detta iuca, come si disse nel capitolo del maiz
scritto avanti a questo; e de l a pochi d nasce, perch subito germuglia, e
s come va crescendo la iuca, cos vanno nettando il terreno dall'erba, fin che
detta pianta signoreggi l'erba, e questa non ha pericolo d'uccelli, ma di
porci, se non  di quella che ammazza.
Questo dico perch se ne trova una sorte venenosa, la quale loro non ardiscono
mangiare, perch mangiandola creperebbono. Dell'altra che non ammazza bisogna
averne cura, perch il frutto di questa nasce nelle radici della detta pianta,
intra le quali nascono certe mazocchie, come carotte grosse e molto pi grandi
communemente, le quali hanno la scorza aspra, di colore come leonato o bigio:
dentro sono molto bianche, e per far pane di quello che chiamano cazabi la
grattano, e dipoi quella ch'hanno grattata struccolano in uno cibucan, ch' un
instrumento come un sacco, di dieci palmi o pi longo e grosso come la gamba,
che gl'Indiani fanno di palma, come stuora tessuta, e con quel detto cibucan
cio sacco torcendolo assai, come si costuma a fare quando delle mandole si
vuol cavare il latte; e quel succo che si cava di questa iuca  mortifero e
potentissimo veneno, perch un fiato di quello preso subito ammazza, ma quello
che resta, dapoi cavato il detto sugo o acqua della iuca, che resta come una
semola trita, lo pigliano e mettonlo al fuoco in un tegame di terra, cio
intian, della grandezza che vogliono fare il pane, molto ben calda, e la
mettono distesa, tenera e premuta molto bene, di modo che non vi sia succo
alcuno, la qual subito si congela e fassi una torta, della grossezza che
vogliono fare e della grandezza del detto tegame nel qual cuocono; e come 
congelata la cavano e l'acconciano, ponendola alcune volte al sole, e dipoi la
mangiano: ed  buon pane.
Ma dovete sapere che quell'acqua che prima vi dissi, ch'era uscita della detta
iuca, dandogli alcuni bollori e ponendola al sereno alquanti giorni,
s'addolcisce, e se ne servono gl'Indiani come di miele o altro liquor dolce per
messedar con altri mangiari; e dipoi ancora, tornandola a bollire e mettere al
sereno, diventa agro quel sugo, e se ne servono per aceto in quel che vogliono
usare e mangiare senza pericolo alcuno. Questo pane di cazabi si mantiene un
anno e pi, e portasi da luogo a luogo molto lontano senza guastarsi, e ancora
per mare  buona provisione, e si naviga con esso per tutte quelle parti e
isole e terra ferma; n si guasta se non si bagna.
La iuca di quella sorte, il succo della quale ammazza come  detto, se ne trova
in gran quantit nell'isola di San Giovanni, Cuba e Iamaica. E nella Spagnuola
n' un'altra sorte, che si chiama boniata, il succo della quale non ammazza,
anzi si mangia la iuca arrostita come le carotte, e con vino e senza, ed  buon
mangiare; e in terra ferma tutta la iuca  di questa boniata, e io n'ho
mangiato molte volte, perch in quella terra non curano di far cazabi se non
pochi, e communemente la mangiano nel modo ch'ho detto, arrostita sopra le
brace, ed  molto buona.
Ma quella della quale il succo ammazza  nell'isole, dove  accaduto alcuna
volta trovarsi alcun cacique o principal Indiano, e molti altri con lui, li
quali, volendo volontariamente morir insieme, poich il principale per
esortazione del demonio, ha detto a quelli che vogliono morire con lui le cause
che gli pareva per tirargli al suo diabolico fine, tolto ciascun di loro un
fiato dell'acqua o succo della iuca, subitamente morivano tutti senza rimedio
alcuno. Questa iuca non ha la sua perfezione e non  da raccogliere se non
passano dieci mesi o un anno che sia seminata, e a questo tempo si comincia
adoperare e servirsi d'essa.


Del mantenimento over provisione ch'hanno detti Indiani, dapoi il detto pane.
Cap. VI.

Dapoi che s' detto del pane degl'Indiani, diremo delle altre provisioni di
viver che in detta isola usano, con le quali si mantengono, pi che di frutti o
peschiere, della qual cosa mi riserbo a dire per l'avenire, per esser commune a
tutte l'Indie. Dico adunque che appresso di quello, mangiano li detti Indiani
quelli cories e utias delli quali per avanti s' fatto menzione: e li utias
sono come sorzi grandi, o tengono con quelli qualche similitudine, e li cories
sono come conigli o coniglietti piccoli, e non fanno male e sono molto belli, e
ne sono di bianchi tutti, e alcuni bianchi e rossi e d'altri colori.
Mangiano similmente una sorte di serpi detti yuanas, che al veder sono molto
fieri e spaventevoli, ma non fanno male, n ancora si sa se sono animali o
pesci, perch vanno per l'acqua e per gli arbori e per terra, e hanno quattro
piedi, e sono maggiori che conigli, e tengono la coda come lagarti, cio
ramarri, e la pelle loro  dipinta, e di quella sorte di pellatura, bench
diversa e separata nelli colori; e per il filo della schiena hanno spini
levati; e li denti acuti, e massime li canini, e hanno un gosso molto lungo e
largo, che gli arriva dalla barba al petto, della medesima pelatura e sorte
dell'altra sua pelle, e son muti, che non gemeno n gridano n suonano, e
stanno legati al pi di una arca, o dove si voglia legargli, senza far male
alcuno n strepito dieci, quindeci giorni senza mangiare n bere cosa alcuna;
pure gli danno da mangiare qualche poco di cazabi o altra cosa simile. Ed  di
quattro piedi, e ha li piedi davanti longhi con deta, e l'unghie longhe come di
uccello, pure fiacche e non di presa. Ed  molto miglior per mangiare che da
vedere, perch pochi uomini sarebbero quelli che lo ardissero mangiare se lo
vedessero vivo, eccetto quelli che gi in quelle parti sono usati a non aver
paura di esso, n di altri molto maggiori animali in effetto, ch questo non 
se non in apparenzia. La carne di questo animale  cos buona, e molto migliore
di quella del coniglio, ed  sana, perch non noce se non a quelli che hanno
avuto il mal francioso; ma quelli che sono stati tocchi da questa infermit,
bench molto tempo siano stati sani, nondimeno gli fa danno, e si lamentano di
questo mangiare quelli che l'hanno provato, secondo che da molti, che con la
sua persona ne hanno fatto esperienzia, l'ho molte volte udito dire.


Degli uccelli dell'isola Spagnuola.
Cap. VII.

Degli uccelli che sono in questa isola non ho parlato, per dico che ho
camminato pi di ottanta leghe per terra, che  dalla terra di Iaguana alla
citt di San Domenico, e ho fatto questo cammino pi di una volta, e in nessuna
parte ho veduto manco uccelli che in quella isola. E perci, perch tutti
quelli che in essa viddi sono ancora in terra ferma, delli quali al suo luogo
per lo avenire pi largamente dir tutto che in questo articulo overo parte si
debbe dichiarare, solamente dico che parlando delle galline venute di Spagna ce
ne sono molte, e molti buoni capponi. Dir ancora molto manco di quello che
appartiene ai frutti naturali del paese, overo altre piante ed erbe, come pesce
di mare e acqua dolce, nella narrazione di questa isola, perch tutti sono in
terra ferma e pi copiosi, e molte altre cose che per l'avenire al suo luogo si
diranno.


Dell'isola della Cuba, e altre.
Cap. VIII.

Nell'isola della Cuba e di altre, le quali sono San Giovanni e Iamaica, sono
tutte queste cose che si sono dette delle genti e altre particolarit
dell'isola Spagnuola; similmente si pu dire, bench non cos copiosamente,
perch sono minori pure in tutte sono le medesime cose, cos di minere di oro e
di rame come bestiami, arbori, piante e pesci e di tutto quello che  detto.
Pure similmente in alcune di queste non era animale alcuno di quattro piedi, se
li cristiani non ve ne portavano, s come nella Spagnuola, finch li cristiani
non gli portorono in quelle; e al presente in ciascuna n' gran quantit, e
similmente molti zuccari e canne di cassia e tutto che di pi  detto. Pure
nell'isola di Cuba  una sorte di pernici, che sono picciole, e sono quasi di
specie di tortore nelle penne, ma molto megliori di sapore, e pigliasene in
grandissimo numero, e condotte in casa vive e salvatiche, in tre over quattro
giorni diventano s domestiche come se le fussero nate in casa. S'ingrassano in
molti modi, e senza dubbio  un mangiar molto delicato nel sapore; e io le
tengo per molto migliore che le pernici di Spagna, perch non sono di cos dura
digestione.
Ma, lasciato da parte tutto quello che  detto, vi  due cose admirabili che
sono nella detta isola di Cuba, che al mio parere mai pi si udirono n si
scrissero. Una  che vi  una valle che dura due o tre leghe tra duoi monti,
qual  piena di pallotte da bombarda, liscie e di sorte di pietra molto forte e
tondissime, tali che con alcun artificio non si potriano far pi eguali o
rotonde, ciascuna nell'esser che la tiene. E ne sono alcune cos picciole come
pallotte da schioppetto, e de l in suso di maggior grossezza crescendo, ve ne
sono tali e cos grosse come per ciascuna sorte di artiglieria, bench la
portasse tanta polvere come un quintale, o di due o maggior quantit, e di
grossezza come si volesse; e trovansi queste pietre in tutta quella valle, come
se fussero di minera, e cavando si trovano secondo che le si vogliono, o se
n'ha bisogno.
L'altra cosa  che nella detta isola, e non molto lontano dal mare, esce d'una
montagna uno liquore o bitume come pegola, molto sufficiente e tale come si
richiede per impalmare li navilii, della qual materia entra in mare
continuamente molto copia, si vede andar sopra l'acqua in cima dell'onde d'ogni
banda, secondo che i venti la muovono o corrono l'acque del mare, in quella
costa dove questo bitume o materia ch' detta va. Quinto Curzio nel suo libro
dice che Alessandro arriv alla citt di Memi, dove  una gran caverna o
spelonca, nella qual  una fontana che mirabilmente butta grandissima copia di
bitume, di sorte che facil cosa  da credere che li muri di Babilonia potessero
essere fatti di bitume, secondo che 'l detto autore dice. Non solamente nella
detta isola di Cuba ho visto questa minera di bitume, ma un'altra tale nella
Nuova Spagna, ch' poco tempo che si trov nella provincia che chiamano Panuco,
il quale bitume  molto migliore che quello della Cuba, come s'ha visto per
esperienzia impalmando alcuni navilii.
Ma lasciando questo da parte, e seguendo quel che mi ha mosso a scrivere questo
Sommario, per ridurre alla memoria alcune cose notabili di quelle parti, e
rapresentarle a vostra maest, bench non mi vengono in memoria cos ordinarie
e copiosamente come le tengo scritte, avanti che passi a parlare della terra
ferma, voglio dir qui d'una certa sorte di pesci che gl'Indiani della Cuba e
Iamaica pigliano, che usano nel mare, e in un altro modo di caccia o pescheria
che in queste due isole li detti Indiani fanno quando cacciano o pescano l'oche
salvatiche; ed  di questa sorte. Egli  un pesce longo un palmo o poco pi,
che si chiama pesce roverso, brutto da vedere ma di grandissimo animo e
intendimento, il qual accade alcune volte che vien preso con gli altri pesci
nelle reti, delli quali io n'ho mangiati assai; e gl'Indiani, quando vogliono
guardare e allevare alcuno di questi, lo tengono nell'acqua del mare, dove gli
danno da mangiare, e quando vogliono pescare con esso lo portano al mare con la
sua canova, ch' come una barca, e tengonlo l in acqua e gli attaccano una
fune doppia molto forte; e quando veggono alcun pesce grande, come sarebbe una
testudine o savalo, che ne sono di grandi in quelli mari, o altro qual si sia,
che accade andar sopra acqua o di sorte che si possa vedere, l'Indiano piglia
in una mano questo pesce roverso, e con l'altra carezzandolo gli dice nella sua
lingua che 'l sia animoso e di buon cuore e diligente, e altre parole
esortatorie per fargli ardire, e che facci d'esser valente e che s'attachi con
il maggiore e miglior pesce che vedr; e quando gli pare lo lascia e lancia
verso dove li pesci vanno.
Il detto roverso va come una freccia e s'attacca da un lato con una testudine,
o nel ventre o dove si pu, e legasi con essa o con altro pesce grande con qual
vuole, il qual, come si vede attaccato da quel pesce piccolo, fugge per il mare
di qua e di l. In tanto l'Indiano non fa altro che dare e slungare la corda di
tutto punto, la qual  di molte braccia, e nel fine di quella  attaccato un
pezzo di sughero o legno o cosa leggiera per segnale che stia sopra l'acqua; e
in poco processo di tempo il pesce o testudine grande, con la qual il detto
roverso si afferr, straccandosi, se ne viene verso la costa della terra; e
l'Indiano comincia a raccoglier la sua fune nella canova, overo barca, e quando
gli manca poche braccia da raccogliere comincia a tirare con destrezza a poco a
poco, e tira guidando il roverso, e il pesce col quale sta attaccato, fin che
arrivan a terra; e quando egli  a meza via, o l'intorno, l'onde medesime del
mare lo gettan fuora, e l'Indiano similmente lo piglia e porta fin che lo mette
in secco, e quando gi  fuori dell'acqua il pesce  preso con molta desterit
a poco a poco, e ringraziando con molte parole il roverso di quello che gli ha
fatto e travagliato, lo spicca dall'altro pesce grande che cos il prese; al
quale sta tanto appiccato e fisso che, se per forza si spiccasse, si romperebbe
o squarciarebbe il detto roverso.
E sono delle testudini tanto grandi che piglia, che duoi Indiani, e alle volte
sei, hanno molta fatica a portarle in spalla fin alla villa. Conduce alla mazza
alcuni altri pesci ancora cos grandi e maggiori, delli quali il detto roverso
 il boia che gli prende, nella forma che  detta di sopra. Questo pesce
roverso ha alcune squamme fatte a foggia di scalini, o vero come  il palato
nella bocca dell'uomo o d'un cavallo, e sopra quelle certe spinette
sottilissime, aspre e forti, con le quali si appicca con li pesci che vuole. E
queste squamme di spinette l'ha per la maggior parte del corpo.
Ma passando al secondo che di sopra  detto, del prendere dell'oche salvatiche,
sappia vostra maest che, al tempo del passaggio di questi uccelli, passa per
quell'isola una molto grande moltitudine di quelli, quali sono molto belli,
perch sono tutti neri e il petto e il corpo bianco, e all'intorno degl'occhi
come un cerchietto di carne tondo molto colorito, che pare verissimo e fin
corallo; il quale si congiugne nelli cantoni degli occhi e similmente nel
principio dell'occhio verso il collo, e de l descendono per mezo del collo
linee al diritto una dell'altra, fino al numero di sei e sette d'esse o poco
manco. Queste oche in gran quantit si mettono insieme in una gran laguna ch'
in detta isola, e gl'Indiani che abitano ivi attorno gettano dentro detta
laguna di gran zucche vote e tonde, le quali vanno sopra l'acqua, e il vento le
porta d'una parte e dall'altra, e le mena fino alla riva. L'oche al principio
si spauriscono, e si levano e dispardano vedendo le zucche; pure, quando le
veggono che le non gli fanno male, a poco a poco perdono la paura, e di d in
d, dimesticandosi con le zucche e senza pensamento alcuno, s'arrischiano a
montar molte delle dette oche in cima di quelle, e cos sono portate ora in una
parte ora in un'altra, secondo che 'l vento le muove; di modo che, quando
l'Indiano gi conosce che le dette oche sono molto assicurate, e domestiche
della vista del movimento e uso delle dette zucche, si mette una di quelle in
testa fino alle spalle, e con tutto il resto del corpo va sotto acqua, e per un
bucco piccolo guarda dove sono le dette oche, e si mette appresso quelle, e
subito alcune nella zucca saltando in cima, e come lui la sente si parte molto
pianamente, se vuole notando, senza esser veduto o sentito da quelle che porta
sopra di s, n d'alcuna altra.
Ma ha a sapere vostra maest che in questo caso del notare hanno la maggiore
agilit gl'Indiani che si possa pensare. E quando egli  un poco lontano
dall'altre oche, e che gli pare che sia tempo, cava fuora la mano e se la tira
per li piedi e la mette sotto acqua, e annegata l'appicca sotto alla cintura, e
nella medesima maniera torna a prenderne dell'altre; e con questa forma e arte
prendono gl'Indiani molta quantit delle dette oche, non le facendo disviar de
l: cos come elle gli montano in cima, cos le prendono e mettono sotto acqua
e poi alla cintura, e l'altre non si levano n spaventano, perch pensano che
quelle tali medesime si siano buttate sotto acqua per prendere qualche pesce. E
questo basti quanto a quello che appartiene all'isole, dapoi che del traffico e
ricchezze di quelle, nella istoria quale scrivo, nissuna cosa resta a scrivere
di quanto fin ad ora si sa.
E passiamo a quello che di terra ferma posso ridurmi alla memoria. Pure prima
mi soviene d'una malatia che  nell'isola Spagnuola e altre isole che sono
state abitate da' cristiani; la quale gi non  cos ordinaria come fu nelli
principii che dette isole si acquistorono, ed  che agli uomini nasce nelli
piedi tra pelle e carne, per industria d'un pulice, o cosa molto minore che il
pi picciolo pulice, che entra l dentro, a modo d'una borsa picciolina cos
grande come un cece, e si empie di lendine, che  il lavoro che quella cosa fa,
e quando non si tira via con tempo lavora di sorte e cresce quella specie di
niguas, perch cos si chiama questa bestiola, nigua, di modo che restano gli
uomini deboli di qualche membro e storpiati delli piedi per sempre, tale che
pi di loro non possono servirsi.


Delle cose della Terra ferma.
Cap. IX.

Gl'Indiani della terra ferma, quanto alla disposizione della persona, sono
maggiori un poco, e pi uomini e meglio fatti, che quelli dell'isole, e in
alcune parti sono belli e in altre non tanto; combattono con diverse armi e in
diversi modi, secondo l'uso di quelle provincie o parti che stanno. Quanto al
maritarsi, fanno nel modo che s' detto che si maritano nelle isole; perch in
terra ferma similmente non si maritano con sue figliuole, n con sorelle, n
con sua madre.
Qui non voglio dire n parlare della Nuova Spagna, bench la sia parte di
questa terra ferma, perch di quella Hernando Cortese ha scritto secondo che
gli  parso, e fatto relazione per sue lettere, e molto copiosamente. Io
similmente ho raccolto molte cose nelli miei memoriali, per informazione di
molti testimonii di veduta, come uomo che ha desiderato trovare e sapere la
verit. Dapoi che il capitano qual prima signor Diego Velasque mand fino alla
Cuba il capitano chiamato Francesco Hermandes di Gordova, la discoperse, overo
per dir meglio tocc primo in quella terra, perch discopritore, parlando con
la verit, nessuno si pu chiamare se non lo admirante primo dell'Indie, don
Cristoforo Colombo, padre dello admirante don Diego che al presente , per
aviso e cagione del quale gli altri sono andati e navigati in queste parti. E
dietro al detto capitano Francesco Hernandes mand il detto signor capitano
Giovan Grisalva, che vidde molto di quella terra e costa, del quale furono
quelle diverse mostre di robbe che a vostra maest mand a Barzellona l'anno
MDXIX; e il terzo per comandamento del detto signor don Diego che in quella
terra pass fu il capitano Hermando Cortese. Questo e molto pi si trover, e
pi copiosamente detto nel mio trattato, overo generale istoria delle Indie,
quando piacer a vostra maest che si dia in publico.
Lasciata adunque la Nuova Spagna a parte, dir qui alcuna di quelle che nelle
altre provincie, overo al manco nelle citt di Castiglia loro si sono vedute, e
per costa del mare detto Nort, cio Tramontana, e alcune del mare del Sur, cio
di Mezzod. Ed essendo da non lasciare di notare una cosa singulare e
admirabile che io ho compresa del mare Oceano, e della quale fino al presente
nessuno, n cosmografo, n pilotto, n marinaio, n altra persona mi ha
satisfatto. Dico che, come  noto a vostra maest, e a tutti quelli che hanno
notizia del mare Oceano, e hanno bene considerato le sue operazioni, questo
gran mare Oceano butta da s per la bocca del stretto di Gibilterra il mare
Mediterraneo, nel quale le acque, alla bocca del detto stretto fino al fine del
detto mare, n in levante, n in alcuna costa overo parte del detto mare
Mediterraneo, il mare non cala n cresce tanto che sia bisogno di guardarsi da
grande mare, cio da grande calare overamente crescere; ma cresce in poco di
spazio. E fora del detto stretto, nel mare Oceano, cresce e cala l'acqua
grandemente in grande spazio di terra di sei ore in sei ore, cio in tutta la
costa di Spagna, Bretagna, Fiandra, Magna e costa della Inghilterra.
E il medesimo mare Oceano, in terra ferma trovata nuovamente, alla costa che
guarda a settentrione, per lo spazio di tremila leghe non cresce n cala, n
ancora nella isola Spagnuola e Cuba e tutte le altre del detto mare che
guardano a settentrione, se non nel modo che in Italia il mare Mediterraneo,
che  quasi niente a rispetto di quello del detto mare Oceano fa nelle dette
coste della Spagna e parimente della Fiandra. Ma questo  maggior cosa, ancora
che il medesimo mare Oceano nella costa di detta terra che guarda verso ostro
nel Panama, e anco nella costa di quella che guarda verso levante e ponente di
questa citt e delle isole delle Perle, che gl'Indiani chiamano Teracequi, e
ancora in quella di Taboga e in quella di Otoque e tutte l'altre del detto mare
di Mezzod, cresce e cala tanto l'acqua che quando cala quasi si perde di
vista, la quale cosa io ho veduto moltissime volte.
Noti la vostra maest un'altra cosa, che dal mare di Tramontana fino al mare
Australe, che sono tanto differenti uno dall'altro nel crescere e calare delle
maree, non  per da costa a costa per terra pi di disdotto overo venti leghe
di traverso; si che essendo il detto Oceano uno medesimo mare,  cosa degna di
considerazione grande, massime a quelli che ci hanno inclinazione e desiderano
sapere tali secreti della natura; perch io, dapoi che per persone dotte non mi
sono potuto satisfare, n da quelli sapere intendere la causa, mi contenter
sapere e credere che colui che lo fa, che  Iddio, sa questo e molte altre cose
che non concede sapere all'intelletto degli uomini, e specialmente a tanto
basso ingegno come  il mio. Quelli veramente che hanno miglior ingegno,
pensino per loro e per me quello che possa essere la vera causa di tal cosa,
perch io ho posto la questione in campo nelli termini veri, e come testimonio
di vista, e fin tanto che la si truovi.
Tornando al proposito detto, che 'l fiume che li cristiani chiamano San
Giovanni in Terra ferma entra nel golfo d'Uraba, dove chiamano la Culata, per
sette bocche, e quando il mare cala quel poco che  detto che suole in questa
costa di tramontana, cala per causa del detto fiume tutto il detto golfo
d'Uraba, che  dodici leghe e pi di lunghezza, e sette overo otto di
larghezza; resta dolce tutto quel mare, tanto che detta acqua  bonissima da
bere, e io ho provato stando surto in una nave in sette braccia d'acqua, e pi
d'una lega lontano dalla costa, per il che si pu molto ben credere che la
larghezza di detto fiume sia molto grande. Tutta volta, n questo n alcun
altro che abbia veduto n udito overo letto fin a ora non si pu comparar al
fiume Maragnon, che  alla parte di levante nella medesima costa, il quale 
nella bocca quando entra nel mare quaranta leghe, e pi di altretante leghe
dentro in mare si truova acqua dolce del detto fiume.
Questo ho udito io dire molte volte al pilotto Vincenzianes Pinzon, che fu il
primo de' cristiani che vidde detto fiume Maragnon, ed entr in quello con una
caravella pi di venti leghe, e trov in quello molte isole e genti; e per aver
cos poca gente non gli bast l'animo di smontar in terra, e ritorn fuora di
detto fiume, e ben quaranta leghe dentro nel mare tolse acqua dolce del detto
fiume. Altri navilii l'hanno veduto, ma quel che ne sa pi di detto fiume  il
sopradetto. Tutta quella costa  terra, che ha molti legni di verzini, e le
genti sono arcieri.
Tornando al golfo d'Uraba, e da quello verso ponente e alla parte di levante, 
la costa alta, e differente le genti nel parlare e nell'armi. Nella costa
veramente verso il ponente gl'Indiani combattono con mazze, overo bastoni: le
mazze sono da lanciare, alcune di palma e altri legni duri e acuti nella punta,
e queste lanciano con tutta la forza del braccio; ne hanno ancora d'un'altra
sorte, di canne diritte e leggiere, alle quali mettono per punta una pietra
dura, overo una punta d'un altro legno duro incassato, e queste tali traggono
con legami che gl'Indiani chiamano torichia. La mazza  un legno un poco pi
stretto di quattro dita e grosso, con duoi fili, e alto quanto  un uomo, poco
pi o manco, come a ciascuno piace secondo le forze sue, e sono di legno di
palma overo d'altro legno che sia forte: e con queste mazze combattono con due
mani e danno gran colpi e ferite, come fa una mazzocchia, e di tal forza che,
ancor che diano sopra un elmo, fanno uscir di sentimento ogni forte uomo.
Queste genti che tali armi usano, bench la maggior parte di loro siano
bellicosi, non sono per cos valenti come gl'Indiani che usano l'arco e le
freccie; e questi che sono arcieri abitano nel detto golfo d'Uraba, o punta che
chiamano della Caribana, verso la parte di levante, la qual costa  similmente
alta, e mangiano carne umana, e sono abominevoli sodomiti e crudeli, e tirano
le sue freccie avelenate di tal erba che gran maraviglia  che ne scampi uomo.
Quelli che sono feriti muoiono rabbiando, mangiandosi a pezzo a pezzo e
mordendo la terra.
Da questo luogo Caribana, tutto quello che va costeggiando la provincia di Cenu
e di Cartagenia, e li Coronati e la Bocca del Drago, e tutte l'isole che
intorno a questa costa sono per spazio di seicento leghe, tutti, overo la
maggior parte degl'Indiani sono arcieri, e con freccie avelenate, e fin ora non
si  trovato rimedio alcuno a tal veleno, ancor che molti cristiani siano morti
di quello. E perch ho detto Coronati,  conveniente che io dica perch si
chiamano Coronati: e questo  che gl'Indiani vanno tosi, e il capello  tanto
alto come cresce a quelli che si son fatti tosar gi tre mesi, e nel mezzo del
capel cresciuto  una gran cherica, come i frati di santo Agostino che fossero
tosati, molto tonda. Tutti questi Indiani Coronati sono gente forte e arcieri,
e abitano da trenta leghe di lunghezza per la costa, cio dalla punta della
canoa in suso, fin al fiume grande che chiamano Guadalchibir, appresso Santa
Marta, del qual fiume, attraversando io per quella costa, emp una botte
d'acqua dolce del medesimo, dapoi entrato nel mare pi di sei leghe.
Il veleno che questi Indiani usano, lo fanno (secondo che alcuni di loro mi
hanno detto) d'alcuni pometti odorati e certe formiche grandi, delle quali nel
processo del libro si far menzione, e di marassi e di scorpioni, e altri
veleni che loro mescolano, e lo fanno nero che pare una pegola molto nera; del
qual veleno io feci bruciar in Santa Marta una quantit in un luogo, due leghe
e pi fra terra, con gran quantit di freccie di munizione, nell'anno 1514, con
tutta la casa nella quale stava detta munizione, nel tempo che v'arriv
l'armata co 'l capitano Petrarias d'Avila, mandato alla detta terra ferma per
il re catolico don Ferdinando. Per, perch a dietro s' detto del modo del
mangiare e sorte di vettovaglie, quasi gl'Indiani dell'isole si sustentano ad
un medesimo modo come quelli della terra ferma. Dico che quanto al pane cos 
la verit, e quanto alla maggior parte de' frutti e pesci. Nondimeno
communemente in terra ferma sono pi frutti, e credo pi differenzie di pesci.
Hanno ancora molti strani animali e uccelli, e per, avanti che ad essa
particolarit si proceda, mi par che sar meglio dire alcune cose delli
villaggi e case, e cerimonie e costumi degl'Indiani, e dipoi andr discorrendo
per l'altre cose che mi verranno a memoria di quelli genti e terre.


Degl'Indiani di terra ferma, de' suoi costumi e cerimonie.
Cap. X.

Questi Indiani di terra ferma sono della medesima statura e colore che quelli
dell'isole, e se v' alcuna differenzia pi tosto  in grandezza che
altrimenti; e specialmente quelli che di sopra sono nominati Coronati, che sono
forti e grandi senza dubio pi di tutti gli altri che in quelle parti abbia
veduto, eccetto quelli dell'isole delli Giganti, che sono posti alla parte di
mezzod dell'isola Spagnuola, appresso la costa di terra ferma; e similmente
alcuni altri che loro chiamano Iucatos, che sono alla banda di verso
tramontana; e ciascuno di questi segnatamente, bench non siano giganti, senza
dubio sono maggiori degl'Indiani che fino ad ora si sappia, e sono maggiori
communemente delli Todeschi, e specialmente molti di loro, cos uomini come
donne, sono molto alti. E sono tutti arcieri, cos li maschi come le femine;
non tirano per con veleno.
In terra ferma il principal signor si chiama in alcune parti quevi, e in altre
cacique, e in altre tiba, e in altre guasiro, e in altre in altro modo: perch
tra quelle genti sono molto diverse e separate lingue; pure in una gran
provincia di Castiglia dell'Oro, che si chiama Cueva, parlano e hanno miglior
lingua che in alcuna altra parte, e questa provincia  dove li cristiani hanno
maggior dominio che in altra parte, perch tutto il detto paese di Cueva, overo
la maggior parte tengono soggiogata. Nella qual provincia un uomo principale,
che abbia vassalli e sia inferior del cacique,  chiamato sacho. Questo sacho
ha molti altri Indiani a s soggetti, che hanno terre e luoghi, li quali si
chiamano cabra, che son come cavalieri overo gentiluomini, separati dalla gente
commune e pi principali di quelli del vulgo, e comandano agli altri; pure il
cacique, il sacho e il cabra hanno li suoi nomi proprii. E similmente le
provincie, fiumi e valli e stanze dove abitano hanno li suoi nomi particolari.
E il modo nel quale un Indiano di bassa condizione ascende ad esser cabra, e
acquista questo nome e nobilit,  quando in alcuna battaglia d'un cacique o
signor contra alcuno altro fa qualche pruova segnalata e che sia ferito: subito
il signor principale gli d il titolo di cabra, e gli d gente alla qual
comandi, gli d terre o moglie, overo gli fa alcun'altra grazia segnalata per
quello che fece in quel giorno; e dapoi  pi onorato degli altri, ed 
separato dal vulgo e gente commune, e li figliuoli di tali valenti uomini
succedeno nella nobilt, e gli chiamano cabra, e sono obligati usar la milizia
e arte della guerra; e le mogli di questi nominati cabra, oltre il suo nome
proprio, le chiamano espaves, che vuol dire signora, e similmente le mogli
delli caciqui e principali si chiamano espaves.
Questi Indiani hanno le sue stanze alcuni appresso il mare, altri vicine a
qualche fiume over fonte d'acqua dove si possa pescare, perch communemente la
sua principal e pi ordinaria vettovaglia  il pesce; cos perch sono molto
inclinati a tal cibo, come perch facilmente lo possono avere in abbondanzia, e
meglio che salvaticine, cio porci e cervi, che similmente ammazzano e
mangiano. Il modo come pescano  con reti, perch le hanno e sanno fare molto
bene di cottone, del qual la natura ha loro provisto largamente, e perch ne
hanno molti boschi e monti pieni; ma quello che loro vogliono far pi bianco e
migliore, lo curano e piantanlo nelle sue stanze, overo appresso le sue case e
luoghi dove abitano.
Le salvaticine e porci prendono con lacci e reti armate, e alcune volte vanno
cacciandogli e gridandogli dietro, e con quantit di gente gli serrano e
riducono in luoghi dove possono con freccie e mazze tratte uccidergli, e dapoi
morti, perch non hanno coltegli da scorticargli, gli fanno in quarti, il che
fanno con pietre e sassi duri, e gli arrostiscono sopra alcuni pali che mettono
in forma di graticola, che loro chiamano barbacoas, con il fuoco di sotto. E in
questo medesimo modo arrostiscono li pesci, percioch, essendo la detta terra
in clima e regione naturalmente calida, bench la sia temperata per la divina
providenzia, pure presto si guasta il pesce e la carne, chi non l'arrostisce il
medesimo giorno che la s'ammazza.
Io ho detto che la terra  naturalmente calida, e per providenzia di Dio
temperata, ed  cos. Non senza causa gli antichi hanno avuta opinione che la
torrida zona dove passa la linea dell'equinoziale sia inabitabile, per aver il
sole pi dominio in quel luogo che in alcuna altra parte della sfera, e star
continuamente fra li duoi tropici Cancro e Capricorno; e cos si vede cavando
sotto che la superficie della terra quanto  l'altezza d'un uomo  temperata; e
in quel spazio gli arbori e piante s'appiccano, n pi a basso passano le
radici, anzi in tal spazio s'inzoccano e allargano, e tanto e pi spazio
tengono di basso con la radice quanto occupano disopra co' rami, n passano pi
a fondo le dette radici, perch pi a basso si truova la terra caldissima, e la
superficie di quella temperata e umida molto, s per le molte acque che in
quella terra dal ciel cascano ne' suoi tempi ordinarii tra l'anno, come per la
grande quantit di grandissimi fiumi, torrenti, fonti e paludi, delli quali ben
ha provisto a quella terra il superno Signor che la form. Sonvi ancora molte
aspre e alte montagne. vvi ancora temperato aere, con suavi sereni la notte.
Delle quali particolarit non ne avendo notizia alcuna, gli antichi dicevano la
detta torrida zona e linea equinoziale esser naturalmente inabitabile: le quali
tutte cose io testifico e affermo come testimonio che le ha vedute, e molto
meglio mi si pu credere che a quelli che, non avendo veduto cosa alcuna, per
congiettura hanno avute opinione contrarie.
 posta la costa del mar del Nort, cio di Tramontana, nel detto golfo d'Uraba
e nel porto del Darien, dove arrivano le navi che di Spagna vengono, in sette
gradi e mezo, e in sette e manco, e da sei e mezo fino a otto, eccetto qualche
punta che intrasse in mare verso settentrione: di queste ve ne sono poche. Quel
che di questa terra e nuova parte del mondo giace pi verso il levante  il
capo di Santo Agostino, il quale  in otto gradi, s che il detto golfo d'Uraba
 lontano dalla detta linea dell'equinoziale da cento venti fino a cento trenta
leghe e tre quarti di lega, a ragion di 17 leghe e meza che si contano per
ciascun grado da polo a polo, e cos per pi o poco manco va tutta la costa;
per la qual causa nella citt di Santa Maria dell'Antica del Darien e in tutto
quel pareggio del sopradetto golfo d'Uraba, tutto il tempo dell'anno sono i
giorni e le notti quasi del tutto eguali e se gli  differenzia alcuna in dette
notti e giorni per questa poca lontananza dall'equinoziale,  tanto poca che in
ventiquattro ore, che  un giorno naturale, non si conosce se non per uomini
speculativi e che intendono la sfera.
De l si vede la Tramontana molto bassa, e quando quelle stelle di detta
Tramontana che si chiamano i Guardiani sono di sotto del Carro lei non si pu
vedere, perch essa  sotto l'orizonte. Ma perch in questo libro non sono per
dire il sito della terra, passer alle altre particolarit, come  stato mio
principale desiderio e intenzione.
Io ho detto di sopra che ai suoi ordinarii tempi in quella terra piove, e cos
 la verit, perch v' verno e state al contrario di quello che  in Spagna,
dove  il maggior freddo il dicembre e gennaio di ghiaccio e pioggie, e la
state e il tempo del caldo per san Giovanni, o il mese di luglio. In Castiglia
veramente detta dell'Oro  a l'opposito. La state e il tempo pi asciuto e
senza pioggie  per Natale, e un mese avanti e un mese poi. Il tempo veramente
che piove molto  per san Giovanni, un mese poi, e quello ivi si chiama
l'inverno, non gi perch allora faccia pi freddo, n per Natale maggior
caldo, essendo in questa parte sempre il tempo d'una maniera, ma perch in
quella stagione di pioggie, non si vedendo il sole cos ordinariamente, par che
a quel tempo dell'acque le persone si ristringhino e sentino freddo, ancora che
non ve ne sia.
Li caciqui e signori di questa gente tengono e pigliano quante moglie che
vogliono, e possendone aver alcuna che gli piaccia e bella, essendo donne di
buon parentado e figliuole d'uomini principali della sua nazione, perch de'
forestieri e altre lingue non le prenderiano, con quelle si maritano e hanno
per favorite; ma non avendo di queste, pigliano di quelle che miglior gli
paiono, e il primo figliuolo che hanno, essendo maschio, quel succede nello
stato. E mancando li figliuoli, le figliuole maggiori ereditano, le quali
maritano co' suoi principali vassalli. Ma se del maggior figliuolo saranno
femine e non figliuoli maschi, non ereditano, ma i maschi della seconda
figliuola, se ne sar, succedono, perch sanno che i figliuoli di quella sono
della sua generazione necessariamente, si che li figliuoli di mia sorella sono
veramente miei nepoti, dove di quelli del fratello se ne pu avere dubitanza.
L'altre genti pigliano una sola moglie e non pi, e quelle alcuna volta
lasciano e prendano altre, la qual cosa accade rare volte, n per a tal cosa
bisogna molta occasione, se non la volont d'una parte o vero di tutte due, e
specialmente quando non partoriscono. E communemente sono continenti della sua
persona; pur tutta volta vi sono anche molte che volontariamente si concedono a
chi le richiede massimamente le principali, le quali da se medesime dicono che
le donne nobili e signore non debbono negar alcuna cosa che le si dimandi, non
volendo esser villane; tutta volta le dette hanno rispetto di non si mescolare
con gente bassa, eccettuando per li cristiani, perch, conoscendogli
valent'uomini, gli tengono communemente tutti nobili, ancor che conoscono la
differenzia che  fra l'uno e l'altro, specialmente di quelli che veggono che
sono principali e che comandano agli altri, delli quali ne fanno gran conto e
si tengono molto onorate quando alcuno di questi l'amano; e molte d'esse, dapoi
che conoscono alcuno cristiano carnalmente, gli servano la fede se quello non
sta molto tempo lontano o absente, perch il fin suo non  di esser vedove o
religiose che servano castit.
Hanno per costume molte di queste che, quando s'ingravidano, prendono un'erba
con la quale subito disperdono, perch dicono che le vecchie debbono partorire,
e che esse non vogliono star occupate e lasciare li suoi piaceri n
ingravidarsi; perch partorendo le tette s'infiappiscono, le quali molto
apprezzano e ne tengono conto. Per quando partoriscono vanno al fiume e si
lavano, e il sangue e purgazion subito gli cessa, e pochi giorni restano di far
servizii per causa del parto, anzi si stringono di modo che, secondo che dicono
quelli che con esse usano, sono tanto strette donne che con fatica gli uomini
satisfanno al suo appetito, e quelle che non hanno partorito sono sempre quasi
come vergini.
In alcune parti portano alcuni lenzuoletti, dal traverso fino al ginocchio
intorno intorno, che cuoprono le sue parti inoneste; il resto veramente del
corpo vanno nude come nacquero. E gli uomini principali portano alle parti
pudibunde una cannella d'oro; gli altri veramente portano alcuni buovoli, come
caragoli grandi, nei quali mettono il membro virile, del resto vanno nudi,
perch dei testicoli che sono vicini, hanno detti Indiani opinione che non sia
cosa di averne vergogna, e in molte provincie non portano n gli uomini n le
donne alcuna cosa in tal parte n in altra della persona. Nominano la donna ira
nella provincia di Cueva, e l'uomo chui. Questo nome ira posto alla donna parmi
che non sia molto disconveniente n fuor di proposito a molte di quelle, n
anche a queste di qua.
Le differenzie sopra le quali gl'Indiani fanno risse e guerreggiano, sono sopra
alcuni che abbino pi terre o signorie, e quelli che possono ammazzare
ammazzano, e qualche volta quelli che prendono inferrano e si servono d'essi
per schiavi, e ciascun signore ha le sue catene particolarmente conosciute, e
cos incatenano gli suoi schiavi. Sono alcuni signori che cavano un dente di
quelli davanti alli suoi schiavi, e quello  il suo segnale. Le nazioni de'
Caribi arcieri, che sono quelli di Cartagenia e della maggior parte di quella
costa, mangiano carne umana, n fanno schiavi n donano vita ad alcuno de' suoi
nemici o forestieri, anzi tutti quelli che pigliano se gli mangiano, adoperando
in servizio le donne che pigliano; e i figliuoli che dette donne parturiscono,
se per caso alcuno caribe con esse s'impacciasse, da poi nato se lo mangiano, e
i fanciulli de' forestieri che pigliano gli castrano e ingrassano e poi gli
mangiano.
Nella guerra, over quando vogliono parer uomini di conto, si dipingono con
xaugua, che  uno arbore del qual pi avanti si dir, con il qual fanno una
tintura nera, e con bixa, che  un'altra cosa colorata, delle quali cose fanno
pallotte come di terra rossa (per la bixa  di pi fin colore), e fannosi
molto brutti e di pitture molto differenti il volto e tutte le parti che
vogliono della persona. E questa bixa  un color molto difficile a nettarsi se
non passano molti giorni, e stringe molto le carni, e oltra che gl'Indiani pare
che sia una bella dipintura,  di giovamento alla persona.
Quando cominciano le sue battaglie o vanno a combattere, over cominciano altre
cose che gl'Indiani vogliono fare, hanno alcuni uomini eletti, i quali tengono
in molta riverenza, chiamati da loro tequina, non ostante che ciascuno che sia
eccellente in ciascuna arte, o cacciatore o pescatore, o che faccia meglio una
rete o un arco o altra cosa, sia chiamato tequina, che vuol dire in nostra
lingua maestro: s che quelli che sono maestri delle sue responsioni e
intelligenze con il diavolo gli chiamano tequina. E questo tequina parla col
diavolo e ha da esso le risposte, e poi referisce a costoro quello che hanno a
fare e quello che debbe essere domane, overo fin molti giorni. Perch, essendo
il diavolo tanto antico astrologo, conosce il tempo, e guarda dove si
addrizzano le cose e dove le guidi la natura, e cos, per l'effetto che
naturalmente si spera, d loro notizia di quello che debbe avenire, e gli d ad
intendere che per sua deit, e come signor del tutto e motor di tutto quello
che  e sar, sa le cose future e che in ogni momento occorrono, e che il fa li
tuoni, fa sole, piove, guida le stagioni, e leva via overo d il vivere.
Per la qual cosa li detti Indiani, essendo dal detto ingannati, vedendo ancora
in effetto le cose a lor dette per avanti venute certe, gli credono in ogni
altra cosa, tenendolo e onorandolo, facendogli sacrificii, e in molti luoghi di
sangue e vite d'uomini, e in altre parti di buoni ed eccellenti odori
aromatici, e similmente di cattivi. E quando Iddio dispone il contrario di
quanto il diavol ha lor predetto e lo fa mentire, d ad intendere a' detti
Indiani aver mutato sentenza per alcun loro peccato, o con qualche altra bugia
che gli pare, essendo sufficientissimo maestro a saper ordinar inganni alle
genti, e spezialmente con quelli poveri ignoranti, che non hanno difensione
contra s potente adversario. Dicono chiaramente che 'l Tuira gli parla, perch
cos nominano il diavolo; e con tal nome di Tuira in alcune parti chiamano
ancora li cristiani, pensando con tal nome onorargli e laudargli molto.
 in verit buon nome, o per dir meglio conveniente ad alcuni, e che bene gli
sta, perch sono andate persone in quelle parti le quali, avendo posto da canto
la conscienzia e timore della giustizia divina e umana, hanno fatto cose non da
uomini ma da dragoni e infedeli; n avendo rispetto alcuno umano, sono stati
causa che molti Indiani, quali forse si sarebbono potuti convertire e salvarsi,
si sono morti per diverse maniere e forme; e ancorch questi tali non si
fussero convertiti, vivendo potevano esser utili al servizio di vostra maest e
giovamento a' cristiani, e non si sarebbero disabitate totalmente alcune parti
della terra, le quali per tal causa son quasi prive di gente. E quelli che di
tal danno sono stati causa chiamano il disabitato pacifico. Io veramente lo
chiamo distrutto.
Per in questa parte ben satisfatto il Signor Dio e il mondo della santa
intenzione e opera di v. maest, avendo con consiglio di molti teologi e
dottori e persone intelligenti provisto e rimediato con la giustizia a tutto
quello ch' stato possibile, e molto pi ora, con la nuova riformazione del suo
Consiglio regale dell'Indie, essendovi tali prelati e tanti uomini detti
canonisti e legisti, e di tanta integrit e bont, che spero nel Signor Dio che
tutti gli errori sin ad ora commessi per quelli che da l sono passati, per la
prudenza de' detti s'emenderanno, e per l'avenire s'indirizzeranno di modo che
'l nostro Sig. Iddio ne sar servito, e v. maest similmente, aumentando e
facendo ricchi questi suoi regni di Spagna, per la grandissima ricchezza che
Iddio a quella terra ha concesso e fin ora servata, acci v. maest sia
universale e unico monarca del mondo.
Or, tornando al proposito del tequina che gl'Indiani tengono, e questo per
parlare col diavolo, per mani e consiglio del quale si fanno quei diabolici
sacrificii, costumi e ceremonie degl'Indiani, dico che gli antichi Romani,
Greci, Troiani, Alessandro, Dario e altri prencipi antichi, eccettuati li
cristiani, furono in questi errori e superstizioni, essendo ancora loro
governati da quelli suoi indovini, e tanto soggietti agli errori e vanit e
congietture de' suoi pazzi sacrificii, nelli quali adoperandosi il diavolo
alcune volte gli accertava e prediceva tal cosa che dapoi aveniva, senza saper
altra pi certezza se non quanto il commune adversario della natura umana gli
insegnava per condurgli nella perdizione. E non gli succedendo alle volte
quello che prima avevano detto, davano diverse esposizioni alle loro oscure e
dubbiose risposte, e dicendo gli dei esser con loro indegnati.
Dapoi che vostra maest  in questa citt di Toledo, arriv qui nel mese di
novembre il pilotto Stefano Gomez, il quale nell'anno passato del 1524, per
comandamento di vostra maest, navig alla parte di tramontana e trov gran
parte di terra continovata a quella che si chiama de los Bachallaos, scorrendo
a occidente, e giace in 40 e 41 grado, e cos poco pi e meno; del qual loco
men alcuni Indiani, e ne sono al presente in questa citt, li quali sono di
maggior grandezza di quelli di terra ferma, secondo che communemente sono,
perch ancora il detto pilotto disse aver visto molti che sono tutti di quella
medesima grandezza; il color veramente  come quelli di terra ferma, sono
grandi arcieri, e vanno coperti di pelle d'animali salvatichi e d'altri
animali.
Sono in questa terra eccellenti martori e zibellini, e altre ricche fodere,
delle quali ne port alcune pelle il detto pilotto. Hanno argento e rame; e
secondo che dicono questi Indiani, e con segni fanno intendere, adorano il sole
e la luna; anche hanno altre idolatrie ed errori come quelli di terra ferma.
Or lasciando questo da parte, e tornaremo a continuovare nelli costumi ed
errori degl'Indiani, delli quali prima narravamo.  da saper che in molti
luoghi di terra ferma, quando alcun cacique o signor principal muore, tutti li
pi domestici servitori e donne di casa sua che continovamente lo servivano
s'ammazzano, perch hanno opinione, e cos gli ha dato ad intendere il Tuira,
che quel che s'ammazza quando il cacique muore va con lui al cielo, e in quel
luogo serve in dargli mangiare o bere, ove dimorer sempre essercitando
quell'istesso officio che qua vivendo avea in casa di tal cacique; e quello che
questo non fa, quando poi muore di sua morte naturale o vero altra, insieme con
il corpo muore la sua anima; e che tutti gli altri Indiani e subditi di detto
cacique quando muoiono similmente col corpo muore l'anima, e cos finiscono e
si convertono in aere, e diventano niente, come il porco o uccello o pesce o
vero altra cosa animata; e questa preminenzia hanno e godono solamente li
servitori e famigliari che servivano alla casa del principal cacique in alcuno
suo servizio. E da questa falsa opinione nasce che similmente quelli che
attendevano a seminargli il pane o raccorlo, per godere di questa prerogativa,
s'ammazzano e fanno sotterrare seco un poco di maiz e una mazza piccola: e
dicono gl'Indiani che quello portano che, se per caso nel cielo gli mancasse
semenza, abbiano quel poco per dar principio al suo esercizio, fin tanto che il
Tuira, che tutte queste tristizie gli d a intendere, gli provegga di maggior
quantit di semenza.
Questo ho veduto ben io nella sommit delle montagne di Guaturo dove, tenendo
prigion il cacique di quella provincia, che s'era ribellato dal servizio di
vostra maest, e domandandogli di cui erano alcune sepolture poste nella sua
casa, mi rispose che erano d'alcuni Indiani che s'erano uccisi nella morte del
cacique suo padre. E perch molte volte hanno in costume sepelirgli con molta
quantit d'oro lavorato, feci aprir due sepolture, dentro le quali si trov il
maiz e la mazza che di sopra ho detto: e domandato la causa al detto cacique e
altri suoi Indiani, dissero che quelli che ivi erano sepolti erano lavoratori
di terra, e persone che sapevano seminare e raccorre il pane, ed erano stati
servitori del padre, e perch non morissero le sue anime con li corpi s'erano
uccisi nella morte del padre, e avevano quel maiz e mazza per seminarlo nel
cielo. Alli quali io dissi: "Guardate come il Tuira v'inganna e tutto quello
che vi d ad intendere  falso, che dapoi tanto tempo che questi sono morti
ancor non hanno portato il maiz e mazza, ma  diventato marcio n vale pi cosa
alcuna, e manco l'hanno seminato nel cielo". A questo rispose il cacique che,
non avendolo portato, era perch ne dovieno aver trovato di sopra nel cielo, e
di questo non aveano avuto di bisogno; a questo errore gli furno dette molte
cose, le quali per sono di poco giovamento a rimuovergli di tal sue false
opinioni, e specialmente quelli che si truovano in qualche et, essendo presi
dal diavolo, il qual, dell'istessa forma che gli appare quando gli parla, 
dipinto da loro di colori e di molte maniere. Similmente lo fanno d'oro di
rilievo e l'intagliano in legno, molto spaventevole sempre e brutto, e tanto
strano come di qui costumano li pittori dipingerlo alli piedi di santo Michel
Arcangelo, o vero in altra parte ove pi spaventevole lo vogliono figurare.
Similmente, quando il demonio gli vuole spaventare, gli promette il haurachan,
che vuol dire tempesta, le quali fa tanto grandi che rovinano case, e cava di
molti e grandi arbori; e io ho visto monti pieni d'arbori molto grandi e
spessi, in spacio di mezza lega e d'un quarto di lega esser tutto il monte
sotto sopra e ruinati tutti gli arbori piccoli e grandi, e molti di quelli
cavati con tutte le radici di sopra la terra: cosa tanto spaventosa a vedere
che senza dubbio par fatta per mano del demonio, n si pu guardare senza
paura. In questo caso debbono contemplar li cristiani, e con molta ragione, che
in tutte quelle parti dove  riposto il Santo Sacramento giamai pi son stati
li detti haurachani e tempesta di quella qualit, n che siano pericolose come
soleano.
Similmente, in alcune parti della detta terra ferma,  costume tra li caciqui
che, quando muoiono, prendono il corpo del cacique e l'appoggiano sopra un
sasso over legno, intorno del quale molto appresso, guardando per che n la
bracia n la fiamma tocchi il corpo del defunto, accendono un gran fuoco e
continuo, fin tanto che tutto il grasso e umidit gli esce per l'unghie delli
piedi e delle mani e va in sudore e s'asciuga, di modo che la pelle s'attacca
agli ossi e tutta la polpa e carne si consuma; e poi che cos  asciutto, senza
aprirlo, ch non bisogna, lo mettono in una parte separata della sua casa, dove
 anco il corpo del padre di tal cacique, che per avanti in questa medesima
forma era stato posto. E cos, vedendosi la quantit e numero delli morti, si
conosce quanti signori ha avuto quello stato e qual fu figliuolo dell'altro,
essendo ivi posti per ordine.
E dicono che quando muore alcuno cacique in alcuna battaglia di mare o di
terra, e che sia rimasto in parte che gli suoi non abbiano potuto portar il suo
corpo nel suo paese, e metterlo dove anco sono gli altri suoi caciqui, e manca
in questo numero, acci vi resti di lui memoria, non avendo lettere, subito
fanno che gli suoi figliuoli imparino e sappino minutamente la maniera della
morte e la causa perch non furno ivi posti, e questa cantano nelle sue
canzoni, che lor chiamano areytos.
Onde, poi che di sopra dissi che non hanno lettere, anzi mi dimenticai dire che
di quelle stupiscono, dico che quando alcuno cristiano scrive, mandando per
alcuno Indiano ad alcuna persona che sia in altre parti, overo lontano da
quello che gli scrive la lettera, prendono tanta admirazione vedere che la
carta dice in altro luogo quello che vuole il cristiano che la manda, e con
tanto rispetto e cura la portano, che gli pare che la carta similmente sapr
dire quello che per cammino al portatore sar occorso, e alcune volte quelli di
manco intelletto pensano che l'abbia anima.
Tornando ora a l'areytos, dico che  di questa sorte. Quando li detti vogliono
darsi piacere e cantare, si mette insieme una compagnia d'uomini e di donne, e
piglionsi per mano, e uno gli guida, al qual dicono che lui sia il tequina,
cio maestro; e quello che gli guida, o sia uomo o sia donna, va alcuni passi
avanti e alcuni in dietro, a modo proprio di contrapasso, e in questo modo
vanno intorno, e dice costui, cantando in voce bassa over alquanto moderata,
quello che gli vien nella mente, e commoda il canto con li passi; e poi che lui
ha cantato, tutta l'altra moltitudine gli risponde, la qual con il medesimo
contrapasso e canto gli van dietro, ma con voce pi alta. E durano queste sue
feste tre e quattro ore, e alle volte da un giorno all'altro, nel qual tempo
vanno altre persone lor dietro, dandogli da bere un vino che lor chiamano
chicha, del qual pi a basso sar fatta menzione; e tanto beono che molte volte
si imbriacano, di sorte che restano come senza sentimento, e cos imbriachi
dicono come morirono li suoi caciqui, come di sopra  detto, e similmente molte
altre cose, come meglio viene loro nella fantasia. E molte volte ordiscono
tradimenti contra chi vogliono, e alcuna volta mutano il taquina o maestro che
guida il ballo, e quel che di nuovo guida la danza muta il tuono e 'l
contrapasso e le parole. Questa sorte di ballar cantando (secondo che io ho
detto) si assimiglia molto alla forma de' canti che usano li lavoratori e gente
di villa, quando nella state si mettono insieme, uomini e donne, con li cembali
nelli suoi sollazzi. Ho visto ancora questa istessa foggia e modo di cantar
ballando in Fiandra.
E perch non mi dimentichi di dir che cosa  quella chicha o vino che beono, e
come lo fanno, dico che prendono il grano del maiz, secondo la quantit che
voglion far di questa chicha, e lo mettono in molle in acqua, dove sta fin che
comincia a dar fuora e che 'l gonfia, e mette alcuni rampolletti in quella
parte che il grano stava attaccato nella panocchia di che nacque; e dapoi che 
cos stagionato lo cuocono in acqua, e poi che ha avuti alcuni bollori levano
la caldiera nella qual si cuoce dal fuoco, e riposasi: e quel giorno non  da
bere, ma il secondo d comincia a riposar e si pu bere, il terzo  bonissimo,
perch sta totalmente riposato, il quarto molto meglio, e passato il quinto
giorno comincia a farsi aceto, il sesto pi, il settimo non si pu bere, e per
questa causa sempre ne fanno tanto che gli basti fin che si guasti. Per nel
tempo che  buono  di molto miglior sapore che la sidra o vin di pome, e al
mio gusto e di molti  miglior che la cervosa, ed  molto pi sano e temperato;
e gl'Indiani hanno questa bevanda per principal sostenimento, e non hanno cosa
che gli tenga pi sani e grassi.
Le case nelle qual questi Indiani abitano sono di diverse maniere: alcune sono
tonde come un padiglione, e questa foggia di casa si chiama caney.  un'altra
maniera di case nell'isola Spagnuola, il tetto delle quali piove a due acque, e
queste chiamano in terra ferma buhyo. E l'una e l'altra sono di molto buoni
legnami, e gli pareti di dentro di canne legate con besuchi, che sono certi
legnami o coreggie rotonde che nascono appiccate a grandi arbori e abbracciati
con essi; e ne sono di grosse e sottili come le vogliono, e alcuna volta le
sfendono e fanno tali come loro hanno di bisogno per legar li legnami e
legature di casa; e li parieti sono di canne congiunte una con l'altra, fitte
in terra quattro e cinque dita sotto, e vengono fuora e fanno un certo pariete
d'esse buono e bello a vedere. In cima sono le dette case coperte di paglia o
d'erba lunga e molto buona e ben messa e dura assai, e non piove nelle case,
anzi sono cos coperte per sicurt d'acqua come sono li coppi. Questo besucho
con il qual legano  molto buono pesto e trattone il succo, del qual bevendo
gl'Indiani si purgano; e anche alcuni cristiani hanno presa questa purgazione,
qual gli  stata di giovamento e gli ha sanati; non  cosa pericolosa n
violenta.
Questo modo di coprir case  alla similitudine del coprir le case e ville di
Fiandra, e qual sia il migliore o meglio fatto, credo che quelle dell'Indie
superino l'altre, perch la paglia o erba  miglior di quella di Fiandra. Li
cristiani fanno oramai queste case in duoi solari e con balconi, perch sanno
farle con inchiavature e con tavole molto buone, di sorte che qualsivoglia gran
signore si pu in alcuna d'esse molto bene e largamente alloggiare a suo buon
piacere. E io n'ho fatto far una tra l'altre nella citt di Santa Maria Antica
del Darien, qual mi cost pi di mille e cinquecento castigliani, ed  di sorte
che io potria accettar ogni signore, e molto commodamente alloggiarlo,
restandomene parte dove ancora io potesse abitare: nella qual sono molte
stanze, e in solaro e a basso, e ha il suo giardino con molti aranci dolci e
garbi, cedri e limoni (delle quali cose gi n' molta quantit nelle case delli
cristiani), e per una parte del detto giardino corre un bel fiume. Il sito 
molto grazioso e sano, con bonissimo aere e con una bella vista sopra quel
fiume; e la terra, quando noi cristiani andammo ad abitarvi, fu abbandonata
dalli primi abitatori, per disordine e difetto di quelli che ne dettero causa,
i quali qui non voglio nominare, percioch vostra maest ha provisto e
ordinato, con il suo reale consiglio dell'Indie, che si faccia giustizia e
siano satisfatti quelli ch'hanno patito. E Iddio giudicher il tutto, secondo
la santa intenzione di vostra maest.
Seguitando ora la terza maniera di case, dico che nella provincia d'Abrayme,
ch' nella detta Castiglia dell'Oro, e anco l intorno sono molte ville
d'Indiani che abitano sopra arbori, e in cima di quelli hanno le sue case e
abitazioni, e per ciascuna fatta una camera nella quale vivono con le sue
mogliere e figliuoli; e sopra detti arbori monta una donna con suoi figliuoli
in braccio, come andasse in terra piana, per certi scaloni che hanno legati
all'arbore con besuco, o con legacci di corda di besuco. Da basso tutto il
terreno  paludoso, d'acqua bassa di manco della statura d'un uomo, e in alcune
parti di questi laghi o paludi, dov' maggior fondo, tengono canoas, che sono
una certa foggia di barche che sono fatte d'un albor incavato, della grandezza
che la vogliono avere, con le quali vanno in terra asciutta a seminare gli suoi
maizali, iucca, batatas e aies e altre cose ch'hanno per il viver loro; e di
questa maniera s'hanno fatto gl'Indiani in questi luoghi le sue stanze per star
pi sicuri dagli animali e bestie salvatiche e dagli suoi inimici, e pi forti
e senza sospetto del fuoco. Questi Indiani non sono arcieri, ma combattono con
mazze, delle quali n'hanno sempre gran quantit fatte per potersi difendere, le
quali salvano in queste camere over case, con le quali si difendono e offendono
gli suoi inimici.
Sonvi un'altra sorte di case, spezialmente nel Fiume Grande di S. Giovanni, che
per avanti si disse ch'entra in mar nel golfo di Uraba, nel mezo del qual fiume
sono molte palme nate una appresso l'altra, e sopra quelle nella sommit sono
le case, fabricate secondo che di sopra  detto d'Abrayme, e assai maggiori, e
dove sono molti abitatori insieme; e tengono le sue lettiere legate a' piedi
delle dette palme; per servirsi della terra e uscir ed entrar quando gli piace,
e queste palme sono tanto dure e difficili a tagliarsi, per esser forti, che
con gran difficolt se gli puol far danno. Questi che stanno in queste case nel
detto fiume combattono ancora loro con mazze; e i cristiani che v'arrivorono
con il capitano Vasco Nunez di Balboa e altri capitani ricevettero gran danno,
n alcuno poteron far agl'Indiani, e tornoron con perdita e morte di gran parte
della gente.
E questo basti quanto al modo delle case. Ma nell'abitar insieme delle ville o
terre son differenti, perch alcune terre son maggiori delle altre in alcune
provincie, e communemente la maggior parte abitano separati per le valli e per
le riviere. In alcuni luoghi stanno in alto, in altri appresso li fiumi, e
alcuna volta lontani l'un dall'altro come sono li casoni in Biscaglia e nelle
montagne, che sono case una separata dall'altra; nondimeno molte delle dette
con gran paese  sotto l'obedienza d'un cacique, il qual sopramodo  ubidito e
riverito dalla sua gente, e molto ben servito. E quando il detto mangia alla
campagna, overo in casa, tutto quello che  da mangiar gli mettono davanti, e
lui lo distribuisce agli altri e d a ciascuno quel che gli piace.
Continuamente ha uomini deputati che gli seminano, e altri per andar alla
caccia, e altri che per lui vanno a pescare, e alcuna volta s'occupa in queste
cose o in quel che pi gli d piacere, pur che non sia occupato in guerra.
Li letti sopra li quali dormono si chiamano hamacas, e sono certe coperte di
cottone molto ben tessute e di buona e bella tela, e alcune d'esse sottili, di
due o tre braccia di lunghezza e alquanto pi strette che lunghe, e al capo
sono piene di cordoni lunghi di cabuya e di henequen, la qual maniera di filo e
la sua differenzia dipoi si dir; e questi fili sono lunghi e congiungonsi
insieme e serransi, e fanno al capo al modo d'una saccola, come la saccola che
 in capo della balestra, e cos forniscono, e quella legano ad un arbore e
l'altro capo ad un altro, con corde di cottone che chiamano hicos, e resta il
letto in aere quattro o cinque palmi alzato da terra in modo di fromba. Ed 
molto buon dormire in tali letti, e sono molto netti, e per esser l'aere
temperato, non bisogna tener altra coperta di sopra; vero  che dormendo in
alcuna montagna dove faccia freddo, over ritrovandosi l'uomo bagnato, sogliono
metter carboni di fuoco sotto le hamacas, cio letti, per scaldarsi. E quelle
corde con le quali si fa la saccola, overo il fin di detti letti, sono certe
corde intorchiate e ben fatte, della grossezza che si conviene, di molto buon
cottone. E quando non dormono alla campagna, dove si pu legare da un arbore
all'altro, ma dormono in casa, legano li letti da un pilastro all'altro, e
sempre hanno luogo da tirargli e collocargli.
Sono molto grandi notatori communemente tutti gl'Indiani, cos gli uomini come
le donne, perch come nascono continuamente vanno nell'acqua; n di questo
altrimente dir, avendo di sopra a bastanza detto, dove si narr della maniera
che nell'isola di Cuba e Iamayca prendono gl'Indiani le ocche.
Quello che di sopra dissi delli fili della cabuya e del henequen, e dove mi
offersi particolarmente narrare,  in questo modo, che certe foglie d'un'erba,
che  come gigli gialli o ghiacciuoli, fanno questi fili di cabuya e henequen,
che tutto  una cosa, eccetto che 'l henequen  pi sottile e fassi del miglior
della materia ed  come il lino, l'altro  pi grosso ed  come un lucignolo di
canapa, e a comparazion dell'altro  pi imperfetto. Il color  come biondo,
trovasene ancora del bianco. Con l'henequen, che  il pi sottil filo, tagliano
gl'Indiani un paio di ceppi di ferro, o un baston di ferro, in questo modo.
Muovono il filo del henequen di sopra il ferro qual voglion tagliare, come uno
che sega, tirando e mollando da una mano verso l'altra, buttando arena molto
minuta sopra il filo, o nel luogo o parte dove vanno fregando il detto fil con
il ferro, e se il filo si consuma lo mutano e mettono del fil che sia intero e
saldo, e a questo modo segano un ferro, per grosso che sia, e lo tagliano, come
se fusse una cosa tenera e facile a tagliare.
Similmente mi vien a memoria una cosa che ho guardato molte volte in questi
Indiani, che  che hanno l'osso della testa pi grosso quattro volte che li
cristiani, e cos, quando si fa con lor guerra e si vien alle mani, bisogna ben
aver cura di non gli dar coltellate sopra la testa, perch s' visto rompere
molte spade per la causa sopradetta, e per esser pi grosso il detto osso e pi
forte. Similmente ho notato che gl'Indiani, quando conoscono che gli soprabonda
il sangue, se lo cavano delli ventrini delle gambe e delle braccia, cio delli
gomiti verso le mani, e in quello che  pi largo nella commissura della mano,
con una pietra viva molto aguzza, la quale loro tengono per questo, e alcuna
volta con un dente d'una vipera molto sottile, overo con una cannetta.
Tutti gl'Indiani communemente sono senza barba, e per maraviglia o rarissimo 
quel che abbia lanugine o pelo nella barba o in alcuna parte della persona,
tanto gli uomini quanto le donne, ancora che io viddi il cacique della
provincia di Catarapa che n'aveva, e similmente nell'altre parti della persona
dove gli uomini qui gli hanno, e similmente sua mogliere n'aveva nelli luoghi e
parti che le donne sogliono averne; li quali peli alcuni altri in quella
provincia hanno, ma pochi, secondo che il medesimo cacique mi disse. E diceva
che lui l'aveva per conto del suo parentado. Il qual cacique aveva gran parte
della persona dipinta, e queste dipinture sono nere e perpetue, secondo quelle
che li mori in Barberia sogliono portare per gentilezza, e massime le more nel
viso e nella gola e in altre parti. E cos tra gl'Indiani principali s'usano
queste dipinture nelle braccia e nel petto; il viso non si dipingono, perch
quello  segno d'esser schiavo.
Quando vanno alla battaglia gl'Indiani in alcune provincie, massime li Caribbi
arcieri, portano certi caragoli grandi, con li quali a modo di corni suonano
forte, e similmente tamburi e pennacchi molto belli, e certe armadure d'oro, e
massime alcuni pezzi tondi e grandi nel petto, e braccialetti e altri pezzi per
mettersi in testa e in alcune parti della persona, e di nessuna cosa fanno
tanto conto quanto di parer galanti uomini nella guerra, e d'andar meglio ad
ordine che possono di gioie, d'oro e di penne. E di quelli caragoli fanno certi
paternostri piccoli, bianchi, di molte sorti, altri colorati e altri neri,
altri paonazzi. E fanno braccialetti mescolati con segnaletti d'oro, li quali
si mettono principiando dal gomito fino alla giuntura della mano, rivoltati
intorno, e il simil fanno dalli ginocchi fino alle cavicchie delli piedi, per
gentilezza; e massime le donne onorate e principali portano queste cose nelli
luoghi sopradetti, alla gola, e chiamano tal filze e cose simili chaquira.
Oltra di questo portano cerchietti d'oro nelle orecchie e nel naso, bucandolo
da tutte due le bande, quali pendono sopra il labro.
Alcuni Indiani si tosano, bench communemente gli uomini e le donne apprezzano
il portar capelli, e le donne gli portano lunghi fino a mezzo le spalle e
tagliati egualmente, e massime sopra le ciglia, li quali tagliano con certe
pietre durissime molto giustamente.
Le donne principali, quando gli cascano le tette, le levano con bastoni fatti
d'oro d'un palmo e mezzo di lunghezza e ben lavorati, e pesano alcuni d'essi
pi di dugento castigliani; il qual baston  forato nelli capi, e in quelli
sono attaccati certi cordoni di cottone: uno di questi cordoni va sopra le
spalle e l'altro va sotto le braccia, dove gli legano insieme, e questo fanno
da tutte due le parti del bastone, e con questo sustentano le tette. E alcune
di queste donne principali vanno alla battaglia con li suoi mariti, overo,
quando loro medesime sono signore del paese, comandano e fanno l'ufficio di
capitano sopra la sua gente, e si fanno portar per il cammino nel modo che io
dir.
Sempre il cacique principal tiene dodeci Indiani delli pi forti deputati per
portarlo per cammino, sedendo in un letto posto sopra un legno lungo, qual di
sua natura  leggiero; li quali Indiani vanno correndo o mezzo trottando, con
lui posto sopra le spalle, e quando sono stracchi duoi che lo portano, senza
turbar punto, entrano duoi altri sotto e continovano il cammino, e in un
giorno, se camminano per pianura, anderanno in questo modo da quindeci in venti
leghe. Gl'Indiani che a questo ufficio sono deputati sono la maggior parte
schiavi o naboria. Naboria  una sorte d'Indiani che non sono schiavi, pur sono
obligati a servir, ancora che non voglino.
E ancor che io non abbi cos largamente e sufficientemente detto quello che fin
al presente  scritto di quelle cose e di molte altre, le quali ho pi
copiosamente notato nella mia general istoria dell'Indie, pur voglio passar
alle altre parti e altre cose delle quali nel proemio ho fatto menzione, e
primamente dir d'alcuni animali terrestri, e spezialmente di quelli delli
quali la mia memoria sar pi certa.


Degli animali, e primamente del tigre.
Cap. XI

Il tigre  animale il qual, secondo che scrissero gli antichi,  il pi veloce
di tutti gli altri animali terrestri. E per la velocit al fiume Tigris fu dato
il medesimo nome. Li primi Spagnuoli che viddero questi tigri in terra ferma
gli chiamorono cos; li quali sono della sorte di quello che in questa citt di
Toledo diede a vostra maest l'admirante don Diego Colombo, che gli era stato
mandato dalla Nuova Spagna. Ha la fattezza della testa come il leone o lonza,
ma grossa essa testa, e tutto il corpo e le gambe ha dipinte di macchie nere e
attaccate l'una all'altra, profilate di color rosso, che fanno un bel lavoro e
una corrispondente pittura; nelle groppe ha queste macchie maggiori, le quali
si vanno diminuendo verso il ventre e le gambe e la testa. Quello che fu
portato qui era picciolo e giovane, e a mio giudicio poteva esser di tre anni;
ma molto maggiori si trovano in terra ferma, e io l'ho visto pi alto di tre
palmi, e di lunghezza pi di cinque. Sono animali molto doppi e forti di gambe,
e ben armati di que' denti che si chiamano canini, e unghie, e sono fieri di
tal sorte che a mio parer non  alcun leon reale, delli molto grandi, che sia
n tanto forte n tanto fiero. Di questi animali molti si trovano in terra
ferma, li quali mangiano assai Indiani e fanno molto danno; pur non mi
determino io d'affermare che siano tigri, vedendo quello che si scrive della
leggierezza del tigre, e quel che si vede della pigrezza di questi, che si
chiamano tigri in India.
Vero  che, secondo le maraviglie del mondo e le differenzie che le cose create
hanno pi in un paese che nell'altro, secondo le diversit delle provincie e
constellazioni dalle quali sono create, vediamo che le piante che sono nocive
in un paese sono sane e utili in altri, e gli uccelli che in una provincia sono
di buon sapore in altra non si mangiano, e gli uomini che in alcuna parte sono
neri in altre provincie sono bianchi, e questi e quelli sono uomini. Cos
potria medesimamente essere che li tigri fussero in alcuna region leggieri come
si scrivono, e che in India di vostra maest, della qual qui si parla, fussero
pigri e gravi. Gli uomini in alcuni regni sono animosi e di molto ardimento, e
in altri naturalmente timidi e vili.
Tutte queste cose e altre molte che si potriano dire a questo proposito sono
facili a provare, e molto degne d'esser credute da questi che hanno letto o
sono andati per il mondo, alli quali la propria vista aver insegnato
l'esperienzia di quel ch'io dico. Cosa manifesta  che la iuca, della qual si
fa pane nell'isola Spagnuola, ha forza d'ammazzare con il succo suo e che non
s'ardisce mangiar verde: pure in terra ferma non ha tal propriet, perch io
n'ho mangiato molte volte ed  molto buon frutto. Le nottole over pipistrelli,
in Spagna, ancor che becchino, non ammazzano n sono venenosi, ma in terra
ferma moriron molti uomini de' morsi loro (come nel suo luogo si dir). E cos
di questa forma si potriano dir tante cose che non ne bastaria il tempo di
leggerle, ma il fin mio  dir che questo animale potria esser tigre, e non
essere per della leggierezza de' tigri delli quali parla Plinio e altri
autori.
Questi di terra ferma facilmente sono ammazzati molte volte dalli balestrieri a
questo modo. Subito che il balestriero ha conoscimento e sa dove va alcun di
quelli tigri, lo va a cercar con la sua balestra e con un cane piccolo seugio,
e non con levrier: perch subito ammazza il cane che s'attacca con lui, perch
 animale molto armato e di grandissima forza. Il seugio, s come lo truova, va
a torno abbaiando, morsecchiando e fuggendo, e tanto lo molesta che lo fa
montar su 'l primo arbore che in quel luogo si truovi; e il detto tigre, per
molestia che gli d il detto cane, monta ad alto e si ferma, e il cane al pi
dell'arbore abbaiandogli, e il tigre digrignando e mostrando li denti; arriva
il balestriero, e dodici o quindici passi lontano gli tira con la balestra, e
gli d nel petto e si mette a fuggire; e il detto tigre resta co 'l suo
travaglio e ferita, mordendo la terra e arbori; e dapoi, in spazio di due o tre
ore o altro d, torna il cacciatore l, e con il can subito lo trova dove 
morto.
Nell'anno 1522 io e altri reggitori delle citt di S. Maria dell'Antiqua del
Darien facemmo nel nostro capitolo e congregazione uno ordine, nel qual
promettendo quattro o cinque pesi d'oro a quel che ammazzasse qual si voglia
tigre di questi. E per questo premio furono ammazzati molti di loro in breve
tempo, nel modo detto di sopra e con lacci medesimamente.
Per mia openione n tengo n lascio di tener per tigri questi tali animali, o
per pantera o altro di quelli delli quali s' scritto esser nel numero di
quelli che hanno il pelo maculoso, o per aventura altro nuovo animale che
medesimamente  maculato, e non  nel numero di quelli delli quali  stato
scritto, perch di molti animali che sono in quelle parti, e tra quelli di
questi delli quali parler, o del pi di loro, nessun scrittor antiquo seppe
cosa alcuna, per esser in parte e terra che fin alli nostri tempi era
incognita, e della qual non faceva menzion alcuna la cosmografia di Tolomeo n
altra, fino che l'admirante don Cristoforo Colombo ce la insegn, cosa per
certo pi degna e senza comparazion maggiore che non fu che Ercole desse
intrata al mar Mediterraneo nell'Oceano, poi che li Greci fino a lui mai non
l'avean saputo. E di qui viene quella favola che dice che li monti Calpe e
Abila, che son quelli che nello stretto di Gibilterra, l'un in Spagna l'altro
in Africa, son oppositi, l'un all'altro eran congiunti, e che Ercole gli aperse
e diede per quel luogo l'entrata al mar Meditteraneo, e messe le sue colonne,
le quali vostra maest porta per impresa, con quelle sue parole che dice: "Plus
ultra". Parole in vero degne di s grande e universal imperadore, e non
convenienti ad alcun altro prencipe, dapoi che in parti tanto strane, e tante
migliara di leghe pi innanzi che dove Ercole e tutti li prencipi dell'universo
mai hanno arrivato, le ha poste vostra sacra catolica maest. E per certo,
signor, ancora che a Colombo si fusse fatto una statua d'oro, non averiano
pensato gli antiqui d'averlo pagato, se fusse stato alli loro tempi.
Tornando alla materia cominciata, dico che del modo e fazion di questo animale,
dapoi che vostra maest l'ha visto e al presente  vivo in questa citt di
Toledo, non  bisogno si dica pi di quello  detto; pur il guardian de' leoni
di vostra maest, che ha pigliato carico di dimesticarlo, potria metter la
fatica sua in altra cosa che gli fusse pi utile per la sua vita, perch questo
tigre  giovane, e ogni giorno sar pi forte e fiero e se gli radoppiar la
malizia. Questo animale chiamano gl'Indiani ochi, e spezialmente in terra
ferma, nella provincia che il catolico re don Ferdinando comand si chiamasse
Castiglia dell'Oro. Dapoi scritto questo molti d, successe che questo tigre,
del quale abbiamo fatto menzione di sopra, volse ammazzar quello che lo
governava, il quale gi l'avea cavato della gabbia e l'aveva fatto molto
domestico, e lo teneva legato con una corda molto sottile, e avevalo tanto
famigliare che mi maravigliava di vederlo; ma non senza certa fede che questa
amist aveva a durar poco, in fin che un d fu per ammazzar quello che ne
teneva la cura, e de l a poco tempo mor il detto tigre, overo l'aiutarono a
morir, perch in verit questi animali non sono da star fra gente, essendo
feroci e di sua propria natura indomabili.


Del beori.
Cap. XII.

Li cristiani che vanno in terra ferma chiamano danta un animale che gl'Indiani
nominano beori, perch le pelli di questi animali son molto grosse, ma non son
danta, e cos hanno dato questo nome di danta al beori, tanto impropriamente
quanto all'ochi quello del tigre. Questi animali beori  della grandezza d'una
mula mediocre, e il pelo  berettino molto scuro, e pi folto di quello del
bufalo, e non ha corni, ancora che alcuni lo chiamano vacca.  molto buona
carne, bench sia alquanto pi moliccia che quella del bue di Spagna. Li piedi
di questo animale sono buoni da mangiare e molto saporosi, salvo che 
necessario che bollino ventiquatro ore; li quali, cotti con questo tempo, sono
una vivanda da dar a ciascuno che si diletti di mangiar cose di buon sapore e
buona digestione.
Si ammazzano questi beori con cani, e dapoi che sono attaccati bisogna che 'l
cacciator con molta diligenza ferisca questo animale avanti ch'entri
nell'acqua, se per aventura ne  l intorno, perch, dapoi che  entrato in
quella, si difende dalli cani e gli ammazza con grandi morsicature; e accade
spesso che leva via un piede con la spalla ad un levriero, e ad un altro porta
via un palmo e due della pelle cos come si scorticassero: e io l'ho visto e
l'uno e l'altro. Il che non fanno tanto con sua sicurt fuora dell'acqua. Fin
ad ora le pelli di questo animale non si son sapute conciare, n di loro si
vagliono li cristiani, perch non le sanno governare. Ma per sono cos grosse
o pi di quelle de' bufali.


Del gatto cerviero.
Cap. XIII.

Il gatto cerviero  molto fiero animale:  di maniera, fattezza e colore come
li gatti berettini domestichi che tenghiamo in casa, ma sono grandi o maggiori
che li tigri, delli quali di sopra  fatta menzione. Ed  il pi feroce animale
che sia in quelle parti, e del quale li cristiani pi temono;  molto pi
veloce di tutti gli altri che fin ad ora in quelle parti si siano veduti.


De' leoni reali.
Cap. XIIII.

In terra ferma sono leoni reali, non pi n manco di quelli che sono in
Barbaria; sono un poco minori, e non cos arditi, anzi sono di poco animo e
fuggono; ma questo  commun difetto alli leoni, che non fanno male se non a
quelli che gli seguitano e assaltano.


De' leopardi.
Cap. XV.

Si trovano similmente leopardi in terra ferma, e sono della medesima forma che
in queste parti si sono visti o che siano in Barbaria, e sono veloci e fieri.
Pure n questi n leoni reali fin a ora hanno fatto male alcuno a' cristiani,
n mangiano gl'Indiani, come i tigri.


Della volpe.
Cap. XVI.

Sonvi volpi che sono n pi n meno di quelle di Spagna nella fazione, ma non
nel colore, perch sono tanto e pi nere d'un velluto molto nero. Sono molto
leggieri, e alquanto minori di quelle di qui.


De' cervi.
Ap. XVII.

Cervi si trovano in terra ferma assai, n pi n manco di quelli che sono in
Spagna di colore e grandezza, e nel vero per non sono cos leggieri; e di
questo io ne posso far fede, che gli ho cacciati e morti con cani in quelle
parti alcune volte, e medesimamente ne ho ammazzati con la balestra.


De' daini.
Cap. XVIII.

Daini vi sono similmente e molti, e massime nella provincia di Santa Maria, e
sono della forma e grandezza di quelli di Spagna, e nel sapore, cos li daini
come li cervi, sono cos buoni e migliori che quelli di Spagna.


Delli porci.
Cap. XIX.

Li porci cinghiali sono moltiplicati nell'isole che sono state abitate da'
cristiani, come  in San Domenico, Cuba, San Giovanni e Iamayca, di quelli che
di Spagna furono condotti. Pure, ancora che delli porci che sono stati menati
alla terra ferma alcuni siano andati al bosco, non vivono, perch gli animali
come tigri e gatti cervieri e leoni gli ammazzano subito. Ma delli naturali di
terra ferma molti ne sono di salvatichi, delli quali molte volte si vedono
quantit insieme, e come vanno molti uniti gli altri animali non hanno animo
d'affrontargli, ancora che non tengono li denti canini lunghi come quelli di
Spagna; pur mordono molto stranamente, e ammazzano li cani con li loro morsi.
Questi porci sono alquanto minori de' nostri, e di pi pelo e coperti di lana,
e hanno l'umbilico in mezzo la schiena, e le unghie delli piedi non hanno
partite in due parti, ma tutte unite; in tutto il resto sono come li nostri.
Gl'Indiani gli ammazzano con lacci e con dardetti tirati. Chiamano il porco
chuchie. Quando li cristiani scontrano una mandria di questi porci, procurano
di montar in cima di qualche pietra o tronco d'arbore, ancora che non sia pi
alto di tre o quattro piedi, e de l, come passano loro, sempre con un lancione
ferisce qualcuno di loro o pi, o quelli che pu, e soccorrendo li cani restano
presi alcuni di loro in questa maniera. Pur sono molto pericolosi quando si
truovano cos in compagnia, se non vi  luogo dal qual il cacciator possa
ferire come  detto. Alcune volte, quando le porche si separano per partorire,
si truovano e si pigliano alcuni porcelletti di loro, li quali hanno buon
sapore, e se ne truova gran quantit.


Dell'orso formigaro.
Cap. XX.

L'orso formigaro  quasi di maniera d'orso nel pelo, e non ha coda.  minor
degli orsi di Spagna,  quasi di quelle fattezze, eccetto che ha il muso molto
pi lungo, ed  di molto poca vista. Molte volte si pigliano a bastonate, e non
sono nocivi, e facilmente si pigliano con cani; e bisogna che siano soccorsi
con diligenzia prima che li cani gli ammazzino, perch non si sanno difendere,
ancora che mordano alquanto. E truovansi quasi sempre, o il pi delle volte,
intorno e vicino alle motte dove sono li formicari, nelle quali si genera una
certa sorte di formiche molto minute, e nelle campagne e piani che non hanno
arbori, dove per instinto naturale esse formiche si separano a generare fuora
delli boschi, per paura di questo animale; il qual, perch  vile e disarmato,
sempre va tra luoghi pieni e spessi d'arbori, fin che la fame e necessit, o il
desiderio di pascersi di queste formiche, lo fa uscir a questi luoghi a
cacciarle.
Queste formiche fanno una motta di terra alta come un uomo, o poco pi, e
alcune volte meno, e grossa come uno forziere e alcune volte come una botte, e
durissima come pietra. E paiono queste motte termini di pietra tra confini. E
dentro di quella terra durissima della qual sono fabricate, sono innumerabili e
quasi infinite formiche molto piccole, le quali si potriano ricorre a staia,
chi rompesse la detta motta; la quale alcune volte, bagnandosi con la pioggia,
e sopravenendo dapoi l'acqua il caldo del sole, si rompe e si fanno in lei
alcune fessure, ma sottilissime e di tanta sottilezza che un fil di coltello
non pu esser pi sottile. E par che la natura dia intendimento e saper a
queste formiche per trovar tal materia di terra, con la qual possino far quella
motta che di sopra  detta, tanto dura che par un forte battuto di calcina. E
io ne ho fatto pruova, e n'ho fatto romper, e non vedendo non aver potuto
credere la durezza che hanno, perch con picchi di ferro sono molto difficili
da disfarsi. E per intendere meglio questo secreto in mia presenzia l'ho fatta
rovinare; e questo, come ho detto, fanno le dette formiche per guardarsi da
questo suo adversario orso formigaro, che  quel che principalmente si sustenta
di queste, o che gli  dato per suo emulo, a fin che si compia quel proverbio
commune che dice: "Non  alcuna persona s libera a chi manchi il suo
bargello".
Questo emulo che la natura ha dato a s piccolo animale tien questa forma per
usar il suo ufficio contra le formiche nascose, per dargli la morte, che se ne
va al formigaro che  detto, e per una sfenditura o rottura, sottile come  uno
fil di spada, comincia a metter la lingua, e leccando fa umida quella
sfenditura, per sottil che sia; e sono di tal propriet le sue bave, e tanto
continua la sua perseveranzia nel leccar, che a poco a poco fa luogo e allarga
di sorte quella sfenditura, che senza fatica e largamente mette e cava la
lingua a suo piacer nel formigaro, la qual ha lunghissima e disproporzionata
secondo il corpo, e molto sottile. E dapoi che ha l'entrata e uscita a suo
proposito, mette la lingua quanto pu per quel buco che ha fatto, e stassi cos
quieto gran spazio: e come le formiche son molte e amiche della umidit, gran
quantit di loro si caricano sopra la lingua, e tante che si potriano
raccoglier a pugni; e quando gli par averne assai, cava presto la lingua
ritirandola nella sua bocca e mangiasele, e torna poi per altre. E in questa
forma mangia tutte quelle che esso vuole e che se gli mettono sopra la lingua.
La carne di questo animale  sporca e di mal sapore. Ma perch le disgrazie e
necessit de' cristiani furono in quelle parti nelli principii molte ed
estreme, non si lasci di far la prova di mangiarne, ma s presto venne in
odio, come presto si prov per alcuni cristiani. Questi formigari, hanno di
sotto a par del suolo l'entrata loro, e tanto picciola che con molta difficolt
si troveria, se non fusse vedendo entrar e uscir alcune formiche. Ma per tal
luogo non gli potria a loro far danno l'orso, n tanto a suo proposito
offenderle, come per lo alto in quelle sfenditurette, come abbiamo detto.


Delli conigli e lepri.
Cap. XXI.

Sono in terra ferma conigli e lepri, e gli chiamo cos perch le groppe hanno
in quanto al colore simili al lepre. Il resto  bianco come  la pancia, e li
fianchi e le gambe sono alquanto berrettine. Ma in verit, a quello che ho
potuto comprendere, hanno pi conformit con lepri che con conigli, e sono
minori che li conigli di Spagna. Prendonsi il pi delle volte quando
s'abbruciano li boschi, e alcune volte con lacci, per mano d'Indiani.


Delli bardati.
Cap. XXII.

Li bardati sono animali molto maravigliosi a vedere, e molto nuovi alla vista
de' cristiani, e molto differenti da tutti quelli che si  detto, o s'hanno
visti in Spagna o in altre parti. Questi animali sono di quattro piedi, e la
coda e tutto esso  di pelle. La pelle  come coperta o scorza del lagarto, del
qual si dir di sotto, ma  tra bianco e berrettino, ritirando pi al bianco;
ed  della foggia e forma come un cavallo bardato, con le sue barde e
fiancaletti in tutto e per tutto; e di sotto di quello che mostrano le barde e
coperte esce la coda e li piedi in suo luogo, e il collo e l'orecchie nelle sue
parti. Finalmente sono della medesima sorte che  un corsier con barde, e sono
di grandezza d'un cagnuolo di questi communi; non fanno male e sono vili, e
hanno la sua abitazione in motte di terra, e cavando con li piedi fanno
profonde le sue cave e buche, della sorte come li conigli sogliono fare.
Sono eccellenti da mangiare e si pigliano con reti, e alcuni ne ammazzano li
balestrieri; e il pi delle volte si prendono quando s'abbrucciano le stoppie
ne' tempi per seminare o per rinovare gli erbaggi per le vacche e altri
bestiami. Io ne ho mangiato alcune volte, e sono di miglior sapore che li
capretti, ed  mangiar molto sano. Se questi animali si fussero visti nelle
parti dove li primi cavalli bardati ebbero origine, non si potria se non
giudicare che della vista di questi animali si fusse imparata la forma delle
coperte per li cavalli di guerra.


Del cagnuolo leggiero.
Cap. XXIII.

Il cagnuol leggiero  un animale il pi pigro che si possi veder al mondo, e
tanto grave e tardo nel muoversi che, volendo andar il cammino di cinquanta
passi, tarda un giorno intiero. Li primi cristiani che viddero questo animale,
ricordandosi che in Spagna solevano chiamar il nero Giovan bianco, perch
s'intenda l'opposito, cos ancora, come trovorono tal animale, gli posero nome
al contrario dell'esser suo, che essendo tanto tardo lo chiamorono leggiero.
Questo  un animale degli strani a veder che sia in terra ferma, per la
disproporzione che ha con tutti gli altri animali.  lungo duoi palmi, quando 
cresciuto tutto quello che debbe crescere, over poco pi di questa grandezza.
Di minori se ne trovano molti, che sono giovani; sono poco manco grossi che
lunghi. Hanno quattro piedi sottili, e in ciascun pi quattro unghie come
d'uccello e giunte insieme; nondimeno n l'unghie, n li piedi sono di sorte
che 'l possi sostener sopra di quelli, e per tal causa, e per la sottigliezza
delle gambe e la gravezza del corpo, mena il ventre quasi strascinando per
terra. Il collo del detto  alto e diritto e tutto eguale, come un pestello da
mortaro che sia tutto eguale fin al capo, senza far della testa proporzione o
differenzia, eccetto nella coppa; e in cima di quel collo ha la faccia molto
rotonda, simile molto a quella dell'allocco, e ha un profilo del pelo proprio
in modo d'un cerchio, che gli fa il volto alquanto pi lungo che largo. Ha gli
occhi piccoli e rotondi, le nari come d'un gatto mammone, la bocca piccola, e
muove il collo ad una parte e all'altra, come attonito. Il suo desiderio, o
quel che par che pi procuri e appetisca,  attaccarsi ad arbori, o a cosa che
'l possi montar in alto; e cos, il pi delle volte che si trovano tali
animali, si trovano sopra gli arbori, per li quali attaccandosi lentamente
montano, fermandosi sempre con l'unghie lunghe. Il pelo  tra berettino e
bianco, e quasi del proprio colore del pelo della donnola, e non ha coda.
La sua voce  molto differente da quella degli altri animali, perch di notte
solamente canta, e tutta quella in continovato canto di tempo in tempo cantando
sei voci, una pi alta dell'altra, sempre abbassando, talch la pi alta voce 
la prima, e da quella va diminuendo la voce o sbassandola, come s'un dicesse:
"la sol fa mi re ut". Cos questo animal dice: "ha ha ha ha ha ha". Senza dubio
mi par, s come ho detto nel capitolo delli bardati, che simil animali potriano
esser stati l'origine o documento per imbardar li cavalli, cos udendo questo
animal, il primo inventor della musica averia potuto pi presto da esso
fondarsi, per dar principio alla musica, che d'altra causa del mondo, perch il
detto cagnuol leggiero insegna per queste sei voci il medesimo che per la sol
fa mi re ut. Or tornando all'istoria, dico che, dapoi che questo animal ha
cantato, di l a poco intervallo o spazio di tempo, torna a cantar il medesimo.
Questo fa la notte, il giorno mai si sente cantare, e per tal causa, come anche
per la poca vista, parmi che sia animal noturno e amico d'oscurit e tenebre.
Alcune volte li cristiani prendono questo animale e lo portano a casa. Va per
quella con la natural sua tardit, n per minacci o per punture si muove pi o
con maggior prestezza di quello che senza dargli  solito a muoversi. E se
trova arbori subito se ne va a quelli, e monta nella cima delli pi alti rami e
sta in quelli otto o dieci o venti giorni, n si pu saper quel che mangi. Io
ne ho tenuto in casa, e per quel che ho potuto comprendere di questo animale
debbe vivere d'aere; e di questa opinion mia ho trovato molti in quel paese,
perch mai s' visto mangiar cosa alcuna, ma voltar sempre la testa e bocca
verso le parte dove tira il vento pi spesso che in alcun'altra parte, per il
che si conosce che l'aere gli  molto grato. Non morde, n pu, avendo
picciolissima bocca, n  venenoso, n ho visto fin a ora animale s brutto, n
che paia tanto inutile come questo.


Delli martorelli.
Cap. XXIII.

Trovansi alcuni animali piccoli come piccoli cagnuoli, di color berettino, la
met delle gambe nere, e quasi della grandezza e forma delli martorelli di
Spagna; e non sono manco maliciosi di quelli, e mordono molto. Ve ne sono
ancora de' domestici, sono molto buffoni e giocano come fanno li gatti mammoni;
e il principal cibo, e che pi volentiera mangiano, sono granchi, de' quali si
crede che principalmente si nutrichino detti animali. Io ho avuto uno di questi
animali, che una caravella mia mi port dalla costa di Cartagenia, che
gl'Indiani arcieri gli dettero a baratto di due ami da pescare, e lo tenni
molto tempo attaccato ad una catenella. Sono animali molto piacevoli, e non
tanto sporchi come li gatti mammoni.


Delli gatti mammoni.
Cap. XXV.

In quella terra ferma si trovano gatti di tante foggie e maniere, che non si
potria dir in poca scrittura, volendo narrare le loro differenti forme e
innumerabili diversit sue; perch ogni giorno di tutte queste sorti ne sono
portati in Spagna, non mi affaticher in dir di loro se non alcune poche cose.
Alcuni di questi gatti sono tanto astuti, che molte cose che veggon far agli
uomini loro l'imitano e le fanno similmente, e massime quando veggono
schiacciare una mandola over un pignuolo con un sasso, loro anche lo fanno, e
rompono tutto quel che gli  dato, essendogli posta avanti una pietra con la
qual la possa rompere; n pi n manco tirano una pietra della grandezza e peso
che alla sua forza convenga, tanto come un uomo. E di pi di questo, quando li
nostri cristiani vanno per il paese a guereggiarre in alcuna parte di terra
ferma, e passano per boschi ove siano di questi gatti, d'una sorte che sono
molto grandi e neri, non fanno altro che romper tronchi e rami dagli arbori, e
fannogli cader sopra gli uomini per rompergli la testa; di modo che convien si
cuoprino bene con le sue rotelle, e che vadino guardandosi acci non ricevino
danno e siano feriti.
Accade che, se si tiran pietre alli detti gatti, e che quelle restino sopra
qualche tronco d'arbori, li gatti subito vanno a lanciarle contra gli uomini:
in questo modo un gatto diede una sassata ad un Francesco di Villa Castin,
rilevo del governator Pedrarias d'Avilla, che gli cav di bocca quatro o cinque
denti. Il qual Francesco io lo conosco, e lo viddi avanti che 'l gatto gli
desse la sassata con gli suoi denti, e dapoi molte fiate lo viddi ancora senza
essi, perch gli perse come  detto. E quando gli tirano alcuna freccia e
feriscono alcun gatto, loro se la cavano, e alcune volte la ritornano a tirare
a basso, e alcune volte, come se la cavano, la mettono loro medesimi di sua
mano sopra la parte alta, delli rami, di modo che non possa cadere pi a basso,
accioch non gli tornin a ferir con quella; e alcuni le scavezzano e fannone
molti pezzi. Finalmente sarebbe tanto da dir delle sue astuzie e differenti
foggie di tal gatti, che chi non gli vedesse non lo potria mai credere.
Trovansene alcuni tanto piccoli quanto  la man d'un uomo, e minori, e altri
tanto grandi come un can mastino mezzano. E fra questi duoi estremi ne sono di
molte maniere e di diversi colori e figure, e molti varii e differenti l'uno
dall'altro.


Delli cani.
Cap. XXVI.

In terra ferma, nel paese degl'Indiani caribbi arcieri, sono alcuni cagnuoli
piccoli che si tengono in casa, di tutti li colori di pelo che sono in Spagna:
alcuni pelosi, alcuni rasi; e sono muti, perch mai abbaiano n gridano, n
fanno segno di gridare n gemere, ancora che gli ammazzino con le bastonate; e
somigliano li luppati, e pure sono cani. E io ne ho visto ammazzare e non si
lamentar n gemere, e gli ho visti nel paese del Darien, portati dalla costa di
Cartagenia del paese de' Caribbi, comperati a baratto di ami, dove gli battono
n mai abbaiano, n fanno altro che mangiare e bere. E sono un poco manco
domestici che li nostri, eccetto che con quelli con chi stanno, dove mostran
amor a quelli che gli danno da mangiar, menando la coda e saltando, mostrando
di voler compiacer loro, e mostrar che quelli tengono per signori.


Della chiurcha.
Cap. XXVII.

La chiurca  un animal piccolo, della grandezza d'un piccol coniglio, e di
color leonato, e ha il pelo molto sottile e il ceffo molto acuto, e li denti
canini e altri denti similmente acuti, e la coda lunga  s come il sorzo, e
gli orecchi a quello simili. Queste chiurche in terra ferma (come in Castiglia
le foine) vengono la notte alle case a mangiar le galline, overo strangolare e
suciargli il sangue; per il che sono pi dannose, perch se ne ammazzassero una
e di quella si saziassero minor danno fariano; onde accade che ne strangolano
quindeci o venti e molto pi, fin che sono soccorse.
Per la novit e admirazion che si puole notar da questi animali  che, se al
tempo che vanno ammazzar le galline nutriscon gli figliuoli, gli portan seco
nel seno in questo modo: nel mezzo della pancia per lo lungo apre un seno che
fa della sua medesima pelle, in modo che si faria addoppiando il panno d'una
cappa e facendone una scarsella, la bocca della quale, dove una piega casca
adosso l'altra, detto animal serra tanto che nessuno de' figliuoli, avendovegli
dentro, pu cascare, ancor che corresse; e quando vuole, apre quella scarsella
e lascia andar li figliuoli, li quali vanno ancora loro aiutando la madre a
succiar il sangue delle galline che essa ammazza; e come lei s'accorge d'esser
stata sentita, e alcuno va con il lume per veder per che causa le galline
stramazzano, allora la detta chiurcha mette in quella scarsella overo seno li
figliuoli, e fugge, se truova luogo dove fuggire, e se gli  serrato il passo
monta in alto sopra il luogo delle galline per ascondersi; le quali alcune
volte prese, o vive o morte, hanno mostro chiaramente quel che di sopra  detto
esser vero, perch se gli son trovati li figliuoli messi in quella scarsella,
dentro la quale tiene ancora le tette, e cos li figliuoli posson tettare. Io
ho veduto alcune di queste chiurche e quanto  detto, e anche m'han morte delle
galline in casa nel modo detto. Questa chiurcha  animal che puzza; il pelo, la
coda e l'orecchie ha come il sorzo, e nondimeno  molto maggiore


Degli uccelli.
Cap. XXVIII.

Poi che abbiam detto d'alcuni animali terrestri particolarmente voglio ancora
narrar a vostra maest quello che mi ricordo d'alcuni uccelli che ho visto e
sono in quelle parti, li quali son molti e molto varii; e primamente dir di
quelli che hanno simiglianza con questi di queste nostre parti over sono come
questi; dipoi proseguiremo particolarmente, narrando quello che mi occorrer
alla memoria degli altri, che sono differenti da questi delli quali qui abbiamo
notizia, o si conoscono.


Degli uccelli noti e simili a quelli che sono in Spagna.
Cap. XXIX.

Sono nell'Indie aquile reali e delle nere, e aquile piccole e di color biondo,
sonvi sparavieri, terzuoli, falconi villani e pellegrini, ma sono pi neri di
qui. Si trovano nibbi che prendono li polli, e hanno la piuma e similitudine di
questi nostri. Sonvi molti altri uccelli maggiori che grandi grifalchi, e di
gran presa; e hanno gli occhi colorati in molti modi, e la piuma molto bella e
dipinta a modo d'astori mudati molto galanti, e vanno accompagnati a due a due.
Io ne buttai uno a terra, d'un arbore molto alto, con una freccia con la quale
gli dette nel petto, il quale cascato a basso era quasi come un'aquila reale,
ed era tanto armato di presa e becco ch'era cosa bella a vedersi. E vivette
tutto quel giorno. Io non gli seppi dar nome, n alcuno di quanti Spagnuoli lo
viddero; nondimeno questo uccello s'assimiglia pi agli astori molto grandi che
ad alcun altro uccello, ed  maggiore di quelli; e cos li Cristiani chiamano
questi astori.
Sonvi colombi salvatichi, tordi, rondine, quaglie, garze, garzotti, flamencos,
salvo che il color del pelo del petto  pi vivo e di pi bella piuma. Sonvi
corvi marini, anitre, oche salvatiche, le quali son nere, come di sopra si 
detto. Tutti questi uccelli sono di passaggio, n si veggono tutto il tempo
dell'anno, ma solo ad un certo tempo. Sonvi similmente allocchi e coccali.


D'altri uccelli differenti dalli sopradetti.
Cap. XXX.

Trovansi in queste parti molti pappagalli, e di tante e diverse sorti che saria
gran cosa a narrargli, e cosa pi appartenente al dipintore a dargli ad
intendere, che alla lingua ad esprimergli: per tanto, perch di tutte le sorti
che vi si trovano si portano in Spagna, non  da perder tempo parlando di
quelli.
Solo dir che, pochi giorni avanti che 'l catolico re don Ferdinando passasse
di questa vita, io gli portai nella citt di Placentia di Spagna sei Indiani
caribi arcieri, che mangiavano carne umana, e sei Indiane giovani, molto ben
disposte della persona gli uomini e le femine. E gli portai la mostra del
zuccaro che si cominciava a fare in quel tempo nell'isola Spagnuola, e certe
canne di cassia, delle prime che in quelle parti per industria delli cristiani
si cominciorono a raccogliere; e portai similmente a sua altezza trenta e pi
pappagalli, li quali eran di dieci o dodici sorti; la maggior parte di loro
parlavano molto bene. Questi pappagalli, ancora che dalle bande di qui paiono
pigri, sono tutti molto gran volatori, e sempre vanno accompagnati a duoi a
duoi, maschio e femina, e fanno gran danno al pane e alle cose che si seminano
per il viver degl'Indiani.


Coda inforcata.
Cap. XXXI.

Si trovano alcuni uccelli grandi, e volano molto, e il pi delle volte vanno
molto alti; sono neri, e quasi come uccelli di rapina fanno molto lunghi e
presti voli.  la punta delle ale davanti molto aguzza, e la coda larga come
quella del nibbio; sono maggiori delli nibbii, e hanno tanta sicurt nel suo
volare che molte volte le navi che vanno in quelle parti gli veggono venti e
trenta leghe e pi dentro del mare, volando molto alti.


Coda di giunco.
Cap. XXXII.

Questi sono uccelli bianchi e gran volatori, e sono maggiori che colombi
salvatichi; e hanno la coda lunga e molto sottile, per la qual se gli dette il
nome che  sopra detto di coda di giunco. E vedesi molte volte molto dentro dal
mare, essendo per uccello che abita in terra.


Passere sempie.
Cap. XXXIII.

Vi sono ancora uccelli che si chiamano passere sempie, e sono minori che
coccali, e hanno li piedi come anatre grandi, e stanno nell'acqua alcune volte;
e quando le navi vanno a vela l intorno alle isole, a cinquanta o cento leghe
lontano da quelle, questi uccelli riguardano se li navilii vengono a loro, e
stracchi dal volar, si buttano sopra le antenne, arbori o gabbia della nave, e
sono tanto sempie e aspettano tanto che facilmente si lasciano prender con la
mano: e per questa causa li naviganti le chiamano passare sempie. Sono neri, e
sopra neri hanno il capo e le spalle d'una piuma berrettina scura, e non sono
buoni da mangiare. Hanno un grande invoglio di piuma, rispetto alla poca carne
che hanno; nondimeno li marinari alcuna volta se li mangiano.


Delli anitrini.
Cap. XXXIIII.

Si trovano altre passare minori che tordi, e sono molto fieri, e credo che
siano li pi veloci uccelli del mondo nel suo volare, tanta velocit hanno.
Vanno a pelo dell'acqua, o alte o basse che vadino l'onde del mare, e tanto
destri nell'alzar e bassar il volo, nel medesimo modo che 'l mar va, quasi
appiccati all'acqua, che non si potria creder chi non lo vedesse. Questi si
fermano quando gli par nell'acqua, e quasi per la maggior parte di tutto il
cammino dell'Indie gli vedemmo nel gran mar Oceano. Hanno li piedi come l'oche
o anitre, e per questo si chiamano anitrini.


Passere notturne.
Cap. XXXV.

In terra ferma sono alcuni uccelli, che li cristiani chiamano passere notturne,
che escono al tempo che 'l sol va a monte, quando escono le nottole; hanno
grande inimicizia le dette passere con le nottole, perch subito vanno volando
e perseguitando le dette nottole e dandogli colpi, la qual cosa a chi la guarda
 di grandissimo piacere. Di questi uccelli ne sono molti nel Darien, e sono un
poco maggiori delli rondoni, e hanno quella maniera d'ale e tanta o maggior
leggierezza nel volare; e per il mezzo di ciascuna ala al traverso hanno una
banda di penne bianche, e tutto il resto delle sue penne  berrettina e quasi
nera; li quali uccelli tutta la notte mai si fermano, e quando si schiarisce il
giorno tornano a nascondersi, e non appaiono fin che il sole non  a monte, che
subito tornano al suo consueto combatter contrastando con le dette nottole.


Delle nottole.
Cap. XXXVI.

Dapoi che nel capitolo di sopra s' detto della contenzion delle passere
notturne e delle nottole, voglio concludere con le dette nottole. E dico che in
terra ferma sono molte d'esse, che furono molto pericolose alli cristiani nelli
principii che in quelle parti passorono con il capitano Vasco Nunez di Valboa,
e con il bacilier Enciso, che acquist il Darien. Perch, per non sapersi
allora il facile e sicuro rimedio che si ha contra il morso della nottola,
alcuni cristiani morirono allora, e altri stettero in pericolo di morire, fino
che dagl'Indiani si seppe il modo nel quale s'aveva a medicar quel che fusse
morso dalle dette nottole. Queste nottole sono n pi n manco come quelle che
sono in queste parti; e sogliono mordere la notte, e per la maggior parte
beccano la punta del naso, o la cima della testa, o delle dita della mano o
delli piedi, e cavano tanto sangue del morso che non si potria creder chi non
lo vedesse. Tengono un'altra propriet, che  che, se fra cento persone beccano
un uomo una notte, la seguente notte, o un'altra, non becca detta nottola se
non quel medesimo morso, ancor che sia fra le cento persone.
Il rimedio del morso  di prender un poco di cenere, calda quanto si possa
soffrire, e metterla sul morso. Ha ancora questo morso un altro rimedio, che 
tor acqua calda quanto si possa soffrire il caldo di quella, e lavare il luogo
morso, e subito cessa il sangue e il pericolo, e guarisce molto presto la
piaga, la qual  picciola, perch la nottola fa un morso picciolo tondo e leva
via poca carne. Io questo testifico, perch son stato morso e son guarito con
l'acqua come ho detto. Altre nottole sono nell'isola di San Giovanni, le quali
si mangiano, e sono molto grasse, e in acqua molto calda si scorticano
facilmente, e restano della sorte delle passere che pigliano a canna col
vischio, molto bianchi e molto grassi e di buon sapore, secondo che dicono
gl'Indiani, e ancora alcuni cristiani che le mangiano similmente, e
specialmente quelli che vogliono provar quello che veggono far ad altri.


De' pavoni.
Cap. XXXVII.

Sono in quelle parti pavoni di color biondo, altri neri, e hanno la coda della
fatezza delle pavonesse di Spagna, nella penna e colore. Alcuni son tutti
biondi, e la pancia con un poco del petto bianco, altri ne sono tutti neri, e
cos la pancia e parte del petto bianchi; e l'uno e l'altro tengono sopra la
testa una bella cresta o pennacchio, di penne rosse quel ch' rosso e nere quel
ch' nero. Sono megliori al gusto che quelli di Spagna; alcuni di questi pavoni
sono salvatichi, e alcuni sono domestici quando gli allevano in casa da
piccioli. I balestrieri n'ammazzano molti, per esserne in gran quantit.
Alcuni dicono che 'l pavone  rosso e la pavonessa nera, e alcuni hanno altra
opinione e dicono che 'l pavon  quel ch' nero, e la pavonessa bionda. Alcuni
dicono che sono di due spezie, cio bianco e nero, e che di tutte due le spezie
 il maschio e la femina, e che quelli che sono di diversi colori sono di
diverse spezie. Se 'l balestriero non gli d nella testa o in luogo che 'l
caggia morto subito, se per aventura gli desse in una ala, over in altra parte,
corrono molto per terra: ed essendo il paese molto spesso d'arbori, bisogna che
'l balestriero abbi un buono cane e che sia presto, accioch 'l cacciator non
perda la sua fatica, e la caccia. Vale un pavone di questi un ducato, e alcuna
volta un castigliano o un peso d'oro, il quale in quelli paesi si stima tanto
quanto a spendere un reale in Spagna.
Altri pavoni maggiori, e megliori da mangiare e pi belli si son trovati nella
provincia detta la Nuova Spagna; de' quali molti sono stati portati nell'isole
e nella provincia di Castiglia dell'Oro, e s'allevano domestici in casa de'
cristiani. Di questi le femine sono brutte e li maschi belli, e molto spesso
fanno la ruota, bench non abbino cos gran coda n tanto bella come quei di
Spagna, ma in tutto il resto della piuma sono bellissimi. Hanno il collo e la
testa coperta d'una carnosit senza piuma, la quale mutano di diversi colori
quando gli vien la fantasia, e spezialmente quando fanno la ruota, la fanno
diventar molto rossa, e come la lasciano gi la tornano gialla e d'altri
colori, e poi come nero verso il berrettino, e alcune volte bianca. Ha nella
fronte, sopra il becco, a modo d'un picciolo corno d'una poppa, il qual quando
fa la ruota slarga e cresce pi d'un palmo. A mezzo il petto gli nasce un
fiocco di peli grosso come un dito, li quali peli sono n pi n manco che
quelli della coda d'un cavallo, di color neri, e lunghi pi d'un palmo. La
carne di questi pavoni  molto buona, e senza comparazione megliore e pi
tenera che quella de' pavoni di Spagna.


Alcatrax.
Cap. XXXVIII.

Trovansi uccelli in quelle parti che si chiamano alcatraz. E sono molto
maggiori che l'oche, e la maggior parte della piuma  berrettina e in parte
gialla; il becco de' quali  di due palmi longo, poco pi o manco, molto largo
appresso la testa, e si va diminuendo verso la ponta. Hanno un grosso e gran
gosso; e sono questi della fazione e maniera d'un uccello che lo viddi in
Fiandra, a Bruselles, nel palazzo di v. maest, che i Fiamenghi chiamavano
haina; e mi ricordo che, disnando un giorno v. maest nella gran sala, fu
portato in presenzia di v. maest una caldiera di acqua con certi pesci vivi, i
quali il detto uccello gli mangi cos interi. Il qual uccello io tengo che sia
de' marini, perch ha i piedi come gli uccelli dell'acqua o come l'oche
sogliono avere, e cos gli hanno gli alcatrazi, i quali similmente sono uccelli
marini, e di tanta grandezza ch'io viddi metter ad un d'essi un saio intero
d'un uomo nel gosso, in Panama, nell'anno 1521.
E perch in quella spiaggia e costa del Panama passa volando moltitudine di
questi alcatrazi, sendo cosa notabile, io la voglio narrare, e massime che non
solo io, ma sono al presente in corte di v. maest molte persone che l'hanno
veduto assai volte. Sappia v. maest che 'n quel luogo, come per avanti s'
detto, cresce e cala il mar del Sur due leghe e pi, di sei ore in sei ore, e
quando cresce l'acqua del mare arriva cos appresso alle case del Panama, come
in Barzellona o in Napoli fa il mar Mediterraneo. E quando vien la detta
crescente, vengon con lei tante sardelle ch' cosa maravigliosa e da non creder
l'abondanzia di quelle, chi non le vedesse. E il cacique di quella terra, nel
tempo ch'io vi abitavo, ogni giorno era obligato, e gli era stato comandato dal
governatore di v. maest, che menasse ordinariamente tre canoe o barche piene
delle dette sardelle e le scaricasse in piazza, e cos si faceva continuamente,
e un rettore di quella citt le partiva fra i cristiani, senza che costasse
loro cosa alcuna; e se 'l popolo fosse stato maggiore di quel ch'era ancor che
fosse quanto al presente si trova in Toleto o maggiore, e che altra cosa non
avessero avuto per vivere, si saria potuto sostentare delle dette sardelle; e
ancora sariano avanzate.
Ma tornando agli alcatrazi, cos come viene la marea, e le sardelle con quella,
loro similmente vengono con la marea volando sopra di quella, e sono in tanta
moltitudine che par che coprino l'aria, e continuamente non fanno altro che
buttarsi dall'aere in acqua, e prender quelle sardelle che possono, e subito
tornarsi volando in aria, e mangiandole molto presto, e subito tornano in acqua
e di nuovo si levano similmente senza mai cessare; e cos quando il mar cala
vanno seguitando gli alcatrazi la sua pescheria, com' detto. In compagnia
vanno con questi uccelli un che si chiama coda inforcata, de' quali per avanti
s' fatto menzione, e cos come l'alcatrazo si leva con la preda che fa delle
sardelle, il detto coda inforcata gli d tanti colpi, e lo persequita tanto,
che gli fa buttar le sardelle che ha inghiottite, e cos come quello le butta,
avanti che le tocchino o arrivino all'acqua, il coda inforcata le piglia; ed 
gran piacere a vedergli tutto il giorno a questo combattere.
Il numero di questi alcatrazi  tale che li cristiani mandano a certe isole e
scogli che sono appresso il Panama, con barche e canoe, per pigliare alcatrazi,
quando sono tanto piccioli che non possono volare, e con legni n'ammazzano
quanti vogliono, fin che caricano le barche o canoe di quelli: e sono s grassi
e ben pasciuti che al tutto non si possono mangiare, n li prendono per altro
che per far del grasso per servirsene da ardere la notte nelle lucerne, il qual
grasso  molto buono a questo ufficio, e fa bella luce e facilmente arde. In
questa maniera e per questo effetto se n'ammazza una quantit innumerabile, e
sempre par che cresca il numero di quelli che vanno a pescar le sardelle, come
 detto.


Delli corvi marini.
Cap. XXXIX.

Per avanti si disse che si trovavano corvi marini, della medesima forma che
sono quelli di queste bande, delli quali non torneria a parlare se non fosse
per dire la estrema moltitudine di quelli che si trovano nel mar del Sur, nella
costa di Panama; delli quali vostra maest sappia che alcune volte ne vengono
tanti insieme e a frotta a pescar le sardelle, che nel capitolo passato si
disse, che buttati nell'acqua cuoprono gran parte del mare, ed  la moltitudine
di questi tanto grande, che par la campagna la quale  appresso alla citt di
Toledo; e queste squadre e moltitudine di questi corvi in molte parti e molto
continuamente ogni giorno si veggono nella detta costa del mar del Sur, dove ho
detto. N par altro quello che cuopre l'acqua, che un velluto o panno molto
nero, senza esservi intervallo, tanto stanno stretti l'un con l'altro, li quali
fanno il simile che fanno gli alcatrazi, che vanno e vengono con le maree,
seguitando il pescar delle sardelle, le quali ad alcuni piacciono al gusto, ma
a me non paiono buone, perch sono molto dolci; e la terza volta che di quelle
mangiai mi vennero a fastidio, n  pesce alcuno, n in quelle bande n in
queste, che io abbi veduto, che cos contra mia voglia io mangiasse; pure ad
altre persone paiono al gusto molto buone.


Delle galline odorate.
Cap. XL.

Delle galline ve ne sono assai di quelle di Spagna, e ogni giorno si vanno
aumentando molto, perch gli abitatori non lasciano di metter in covo quante
ova possono coprire con l'ale, e hanno avuto principio da quelle che di qui
furon portate in quelle parti; sonvi oltra di queste ancora galline salvatiche,
che sono cos grandi come pavoni, e sono nere, e la testa e parte del collo
alquanto berrettina, o non cos nera come  tutto il resto del corpo; e quel
berrettino non  piuma, ma  la pelle che sta sopra il collo. Sono di molto
mala carne e peggior sapore, e molto golose: mangiano molte sporcizie, e
Indiani e animali morti, e hanno un odore come musco, e questo fin che sono
vive, perch come sono morte perdono quell'odore, e a nissuna cosa sono buone,
salvo le sue penne, per impennar le freccie e verrettoni. E sopportano molto
gran colpi, e vuol ben essere gagliarda la balestra che l'ammazza, se non sono
ferite nella testa o che non gli sia rotta alcuna delle ale. E sono molto
importune e desiderose di star in luoghi abitati o intorno di quelli, per
mangiare le immundizie.


Delle pernici.
Cap. XLI.

In terra ferma sono pernici molto buone, e di s buon sapore come quelle di
Spagna, e sono cos grandi come le galline di Castiglia; hanno le polpe doppie,
una sopra l'altra, di modo che hanno di due sorti carne, e tanta che vuol ben
essere un buon mangiatore quello che ad un pasto in una volta ne mangier una.
Le penne sono berrettine, e cos nel petto come nelle ale e collo, e tutto il
resto sono del medesimo colore e penne che hanno le pernici di qui sopra le
spalle, e nessuna penna tengono d'altro colore. Le ova che queste pernici
fanno, sono quasi cos grandi come li grandi di queste galline communi di
Spagna, e sono quasi tonde, e non lunghe come sono quelle delle galline, e sono
azurre, del medesimo colore d'una finissima turchese.
Prendono gl'Indiani queste pernici allettandole con subbi o fischi, avendogli
tesi lacci. Il modo dell'allettarle  questo, che l'Indiano piglia un groppetto
de' suoi capelli, in cima della fronte, quasi nella sommit del capo, e tira e
allenta quelli capelli giuocando con la testa, e con la bocca fa un certo
suono, che  quasi un subbio, della maniera che le pernici cantano; le quali
vengono a questo suono o allettamento, e caggiono nelli lacci che gli sono
stati tesi, del fil di henequen, del qual fil si disse largamente nel capitolo
decimo; e cos le prendono, e sono molto eccellente a mangiar arrostite,
pilottandole prima. Cos in questo come in altro modo cotte che si mangiano, e
assimigliansi molto al sapore delle pernici di Spagna, e la carne di quelle 
cos salda, e sono migliori da mangiar il secondo d che sono ammazzate, perch
sono pi frole e pi tenere.
Sono ancora altre pernici, ma minori delle sopradette, che sono come starne o
pernici di quelle di qui. Si chiamano pernici perch sono assai buone, le
quali, ancorch nel sapore s'agguaglino a quelle di qui, non v'arrivano per a
gran pezza come fanno le grandi; e queste piccole hanno la piuma similmente
berrettina, pur tirano qualche poco al biondo quelle penne che sono pi che
berrettine, e prendonsi molto pi spesso che le grandi, e sono migliori per gli
ammalati, per non esser cos dure da patire.


Delli fagiani.
Cap. XLII.

Li fagiani di terra ferma non hanno le penne come li fagiani di Spagna, n sono
cos belli nel vedere, ma sono molto buoni ed eccellenti nel sapore, e sono
molto simili nel gusto alle pernici grandi, delle quali si tratt nel capitolo
precedente. Le penne di questi uccelli sono berrettine, cos come le pernici,
ma non tanto grandi; sono ben pi alte nelli piedi, hanno la coda lunga e
larga. Se n'ammazzano molti con balestre, e fanno certi canti a modo di fischi,
molto differenti dal canto delle pernici, e molto pi alto, perch ben da
lontano s'odono, e stanno ad aspettar assai, e cos li balestrieri n'ammazzano
in gran numero.


Delli picuti.
Cap. XLIII.

Un uccello  in terra ferma che li cristiani chiamano picuto, perch ha il
becco molto grande a rispetto della piccolezza del corpo, il qual becco pesa
molto, e pi che tutto il corpo. Questo passere non  maggiore d'una quaglia o
poco pi, ma ha l'invoglio delle penne molto maggiore, perch ha molto pi
piuma che carne; le sue penne sono molto belle e di molti colori, il suo becco
 lungo una quarta o pi, storto verso terra, e a principio e appresso la testa
largo tre deta, la lingua che esso tiene  una penna, e d gran fischi, e fa
buchi negli arbori con il becco, donde entra, e fa gli suoi nidi l dentro. E
certo  uccello molto maraviglioso a vederlo, perch  molto differente da
tutti gli uccelli che io ho veduti, cos per la lingua, che , come ho detto,
una penna, come per la sua vista e disproporzione del gran becco rispetto al
restante del corpo.
Nissuno uccello si trova che quando fa li suoi figliuoli stia pi sicuro e
senza paura delli gatti, s perch non possono entrare a torre l'ova o
figliuoli per la maniera del nido, perch, come sentono che gli gatti si
approssimano, si mettono nel suo nido e tengono il becco verso la parte di
fuora, e danno tal beccate che 'l gatto ha di grazia di levarsegli dinanzi.


Del passere matto.
Cap. XLIIII.

Sonvi ancora certi passeri, o celeghe, che li cristiani chiamano matti, per
dargli il nome al contrario delli suoi effetti, come sogliono nominar altre
cose, secondo che per avanti s' detto, perch per la verit nissuno uccello di
quelli che in quelle parti ho veduto mostra esser pi savio e astuto, n di
tanto ingegno per natura per allevar suoi figliuoli senza pericolo. Questi
uccelli sono piccioli e quasi neri, e sono poco maggiori che li tordi di qui.
Hanno alcune penne bianche nel collo. Hanno la sagacit delle gazzuole, chiare
volte si buttano in terra.
Fanno gli suoi nidi sopra arbori separati dagli altri, perch li gatti mammoni
costumano d'andar d'arboro in arboro, e saltar d'uno nell'altro, e non
dismontar in terra, per paura che hanno d'altri animali, se non quando hanno
sete, che dismontano a bere in tempo che non possono esser molestati. E questi
uccelli n vogliono n sogliono fare gli suoi nidi se non in arbore che sia
alquanto lontano dagli altri, e fanno un nido lungo un braccio o pi, a modo
d'un sachetto, e nel fondo  largo, e dalla banda di sopra dove sta attaccato
si va stringendo, e fa un buco donde entra in quel sachetto, tanto grande che
sia sufficiente a ricever il detto passere quando entra; e accioch, se per
caso li gatti montassero sopra quelli arbori dove si trovano questi nidi, non
mangino loro li figliuoli, usano un'altra astuzia molto grande, che  che
quelli rami o altro dove fanno questi nidi sono molto aspri e spinosi, e li
gatti non gli possono toccare senza pungersi, e sono tanto tessuti e forti che
uomo alcuno non lo saperia far di quella sorte, e se il gatto vuole metter la
zampa per il buco del detto nido, per cavar fuora le ova o li figliuoli
piccioli di questi uccelli, non pu arrivar al fondo, perch come  detto sono
lunghi pi di tre o quattro palmi, e non pu la zampa del gatto arrivare al
fondo del nido. Fanno un'altra cosa, la quale  che in un arbore sono molti di
questi nidi, e la causa perch fanno molti di questi passeri gli suoi nidi in
un medesimo arbore, debbe essere per una di due, o perch di sua natura vanno
in frotta e sono amiche di compagnia della sua medesima generazione, come sono
gli stornelli; o perch, se per caso li gatti montano nell'arbore dove fanno li
nidi, ve ne siano diversi, accioch stia alla ventura a quale il gatto debba
dar molestia, e ve ne siano gran quantit di grandi, li quali facino la guardia
per tutti, perch quando veggono li gatti danno grandi gridi.


Delle picche, overo gazzuole.
Cap. XLV.

In terra ferma, e similmente nelle isole, sono alcune piche e gazzuole, che
sono minori di quelle di Spagna, le quali vanno sempre a salti, e sono tutte
nere, e hanno il becco fatto a modo di quello de' pappagalli e similmente nero;
hanno la coda lunga, e sono poco maggiori de' tordi.


Degli uccelli detti pintadelli.
Cap. XLVI.

Sonvi certi passeri, che si chiamano pintadelli, che sono molto piccoli, come
sono fringuelli montani o di sette colori. Questi passerini, per paura delli
gatti, sempre fanno gli suoi nidi sopra la riva de' fiumi o del mare, dove le
rame degli arbori arrivino con li nidi all'acqua, poco peso che sopra quelle si
carichi. Fanno li detti nidi quasi nelle cime delli detti rami, e quando il
gatto va sopra li rami, avanti s'abbassa e pende verso l'acqua; il gatto per
paura torna in dietro, non curando pi de' nidi, per paura di cascare, perch
di tutti gli animali del mondo, non obstante che nessuno lo superi in malizia,
e che naturalmente la maggior parte degli animali sappi notare, questo gatto
non lo sa fare, e molto presto affoga. Questi passerini fanno gli suoi nidi in
modo che, ancora che si bagnino ed empino d'acqua, subito tornano suso, e
ancora che li passerini nuovi stiano sotto acqua, per piccolini che siano non
s'anniegano.


Delli lusignuoli e altri passerini che cantano.
Cap. XLVII.

Sonvi molti lusignuoli, e molti altri uccellini che cantano maravigliosamente e
con gran melodia e con differente modo di cantare, e sono molto diversi di
colore un dall'altro: alcuni sono tutti gialli, alcuni sono colorati, d'un
color tanto grande ed eccellente, che non si potria credere n veder altra cosa
di maggior colore, e tanto quanto fosse un rubino; e ve ne sono degli altri di
varii colori, alcuni di molti colori, altri di pochi, e altri di una sorte, e
tanto belli che in lustrezza eccedeno, e superano tutti quelli che si trovano
in Spagna e Italia e in altri regni e provincie che ho visto; molti delli quali
si prendono con reti, vischio e trappole di molte sorti.


Del passere moschetto, molto piccolo.
Cap. XLVIII.

Trovansi alcuni passerini tanto piccoli, che tutto il corpo d'uno d'essi 
minor della cima del deto grosso della mano, e pelato  la met manco di quel
che  detto.  uno uccellino che, oltra la sua picciolezza, ha tanta velocit e
prestezza nel volare che, vedendolo nell'aere volare, non si vede batter l'ale,
d'altra sorte di quello che si vede de' calabroni, e non  persona che gli veda
volare che pensi che sia altro che calabrone. Li nidi sono secondo la
proporzione e grandezza sua, e io ho veduto uno di questi passerini che, con il
nido messo in una bilancia d'oro, pes il tutto due tomini, che son
ventiquattro grani, con la piuma, senza la quale averia pesato manco senza
dubio. S'assomigliava, nella sottilezza de' piedi e dell'unghie, agli
uccelletti che si dipingono nelli margini delli libri dell'officio che sogliono
mettere gli miniatori, e la sua piuma  di molti belli colori, dorata e verde e
altri colori, e il becco lungo secondo il corpo, e tanto sottile come un ago da
cucire. Sono molto animosi, e quando vedono che alcun uomo monta in su l'arbore
dove hanno gli suoi nidi vanno a dargli negli occhi, e con tanta prestezza va e
fugge e torna, che non si pu creder chi non lo vede. Certo  tanta la
picciolezza di questo uccelletto, che non averia ardimento di parlarne, se non
fusse che non solo io, ma altri ancora sono in questa corte testimonii di
veduta. Fanno il suo nido di fiocco o pelo di cottone, del quale in questo
luogo ne  abondanzia, e loro molto a proposito.


Passaggio d'uccelli.
Cap. XIL.

Io ho visto alcuni anni nel mese di marzo, in spazio di quindeci o venti
giorni, e alcuni anni pi, dalla mattina fin alla notte, andar tutto il cielo
coperto d'infiniti uccelli molto alti, e tanto elevati in aere che molti di
loro si perdono di vista; alcuni altri vanno molto bassi a rispetto delli pi
alti, nondimeno vanno molto alti a rispetto delle sommit de' monti del paese,
e vanno del continuo in frotta, over un dietro l'altro; e questa via fanno
dalla parte di tramontana verso mezzod, e alcuni da parte del mar verso la
terra, e cos attraversano tutto quello che del cielo si pu vedere in
lunghezza, nel viaggio che fanno questi uccelli; e del largo occupano gran
parte di quel che si vede del cielo. La maggior parte di questi uccelli sono al
parer mio aquile nere, e altre di molte sorti e molto grandi; e altri uccelli
di rapina. La differenzia e le piume delli detti non si pu molto comprendere,
perch non s'abbassano tanto che si possino conoscere n discendere con la
vista; nondimeno, per la maniera del volare, e per la sua grandezza e
differenzia fra lor, si conosce molto bene che son di molte e diverse spezie.
Il passar di questi uccelli  sopra la citt e provincia di Santa Maria
dell'Antiqua del Darien, in terra ferma, in quella parte che si chiama
Castiglia dell'Oro.
Altre molte maniere di uccelli si trovano in terra ferma, che saria gran cosa a
volerle descriver particolarmente; s perch di tutti quelli che si veggono,
essendo infiniti, saria cosa impossibile a specificargli, come ancora perch,
di molte altre che ho scritto nella mia generale istoria, non mi occore altro
alla memoria di quello che nel presente sommario ho detto.


Delle mosche, moscioni, ape, vespe e formiche e simili animali.
Cap. L.

Nell'Indie e Terra ferma sono molto poche mosche, e in comparazion di quelle
che sono in questi nostri paesi d'Europa, si pu dire che non ve ne siano,
perch rade volte si veggono. Moscioni, overo zenzare, ve ne sono molte, e
fastidiose e di molte sorti, e spezialmente in alcune parti vicine al mare, e
nondimeno in molte parti fra terra non se ne trovano. Sonvi molte vespe, e
pericolose e venenose, e la sua morsicatura senza comparazion fa maggior dolore
che quella delle vespe di Spagna; e hanno quasi il medesimo colore, ancora che
siano maggiori, e hanno il color suo giallo inverso il bianco, e l'ali sono
machiate di color nero, ma le punte dell'ale sono d'un bianco smarrito.
Sonvi molto grandi vespai, e pieni di buchi overo casette, della sorte di
quelle che fanno le ape in Spagna, ma sono secchi e di color bianco sopra
berrettino, e non hanno alcun liquor dentro, ma la sua generazione, overo
quella materia di che nascono. Molti di questi vespaii si trovano negli albori
e colmi e legni delle case.


Delle ape.
Cap. LI.

Sonovi molte ape, che si generano nelli buchi degli arbori, e sono piccole,
della grandezza simili alle mosche o poco pi, e la punta delle ale  mozza al
traverso, della maniera della punta delle coltelle che si fanno nella citt di
Vittoria; e per mezzo dell'ala hanno al traverso un segno bianco, e non
mordono, n fanno male, n hanno l'ago, e fanno gran favi over cassette, e pi
buchi sono in un di detti favi che 'n quattro di questi di qui, bench le siano
ape di quelle portate di Spagna; e il mele  molto buono e sano, ma  bianco e
quasi come vin cotto.


Delle formiche.
Cap. LII.

La differenza delle formiche  grande, e la moltitudine di quelle  tanta, e
tanto dannosa in alcune di loro, che non si potria mai credere chi non l'avesse
veduto, perch hanno fatto molto danno, cos negli arbori come ne' zuccari, e
altre cose necessarie al viver dell'uomo. Ma per non esser longo in questo
parlare, dico che quelle che gli orsi formigari mangiano son d'una sorte, e
sono picciole e nere, e altre son di color biondo, e altre sono che chiamano
conixen, che la met son formiche e l'altra met un verme, qual porta attaccato
una scorza bianca, strascinandola; e son molto dannose e penetrano i legnami, e
alle case fanno molto danno queste formiche comixen, le quali, se montano sopra
un arbore o per un pariete o dove si voglia che faccino il suo cammino, portano
una cappa over coperta di terra grossa come un deto o come la met, o pi o
poco manco, e sotto di quell'artificio o cammino coperto vanno fino dove
vogliono fermarsi; e dove si fermano portano molte di quelle coperte, e fanno
una casa di terra coperta cos grande come tre o quattro palmi, poco pi o
manco, e cos larga come  longa o come la vogliono fare, e l fanno il suo
nido, e quel luogo si marcisce; e rosegano il legno e similmente li parieti,
fino che vi lasciano li buchi, come  ad un favo over carase. E bisogna aver
aviso che, subito che cominciano a far quelle cappe over sentiero coperto, di
romperle, avanti che abbino luogo da far danno nelle case, perch questi
animaletti nelle case sono come tarme ne' panni.
Vi sono ancora delle altre formiche, maggiori delle sopradette e con gran
differenza; ma di tutte le pi triste sono quelle che sono nere, e sono quasi
tanto grandi quanto l'ape di qui, e queste sono tante pestifere che con quelle
e altre materie venenose gl'Indiani fanno il veneno che mettono in capo delle
saette, il qual veneno  senza rimedio, e tutti quelli che sono feriti di
quelle saette muoiono, che di cento non ne scampano quattro. Si  visto molte
volte per sperienza, in molti cristiani morsi da queste formiche, che subito
che sono morsi viene loro la febre grandissima, e nasce una panocchia a colui
che  stato morso. Altre ne sono della grandezza di quelle di Spagna, ma sono
rosse, e queste e la maggior parte delle dette di sopra, che sono in terra
ferma, sono di passaggio.


De' tafani.
Cap. LIII.

In terra ferma sono molti tafani, e mordono molto, e sono di molte e differenti
sorte, e tanti che sarebbe longo e noioso processo a scriverne, e non piacevole
al lettore.


Delle formiche alate.
Cap. LIIII.

In quelle parti sono molte formiche alate, della medesima sorte di quelle di
Spagna; e cos si generano quando alle formiche nascono l'ale, e sono alquanto
minori di quelle di qui.


Delle vipere e colubri e serpi e lacerti e rospi e altri simili animali.
Cap. LV.

In Terra ferma, in Castiglia dell'Oro, sono molte vipere, della medesima sorte
di quelle di Spagna, e quelli che sono morsi da quelle muoiono molto presto,
perch pochi arrivano al quarto giorno se presto non sono aiutati; nondimeno
infra quelle ne  una spezie minor dell'altre, e hanno la coda alquanto tonda,
e saltano nell'aere a morder gli uomini: e per questo alcuni chiamano tiro
questa sorte di vipera, e il morso di queste tali  pi venenoso, e per la
maggior parte  incurabile. Una di queste morse una Indiana di quelle che mi
servivano in casa, in una possessione, e gli fu fatto presto li remedii; e
similmente fu salasciata e cavatogli sangue del piede dove era stata morsa, e
gli fu fatto tutto quello ordinorono li chirurgici, e niente giov, n gli
poterono cavare gocciola di sangue, ma solo acqua gialla, e in tre d mor, che
non se gli trov rimedio. E questo medesimo accade ad altre persone. Questa
Indiana che ho detto che mor era d'et d'anni quattuordeci o manco, e molto
latina, che parlava castigliano come se la fusse nata e allevata tutta la vita
sua in Castiglia, e diceva che quella vipera che l'aveva morsa nel collo del
piede era di due palmi o poco manco, e che la salt nell'aere per morderla pi
di sei passi: e con questo s'accordavano molte persone che avevano pratica di
queste vipere o tiri, e che avevano veduto morire altre persone di simili
morsi. Queste son le pi venenose che siano in quelle bande.


Delle biscie o serpenti.
Cap. LVI.

Io ho veduto in terra ferma una sorte di biscie sottili e longhe di sette in
otto piedi, le quali sono tanto rosse che di notte paiono carboni accesi, e di
giorno rosse come sangue. Queste sono assai venenose, ma non per tanto come le
vipere. Ve ne sono dell'altre pi sottili e pi corte e pi nere, e queste
escono delli fiumi e vanno in quelli e per terra quando vogliono, e sono
similmente molto venenose. Sonvi parimenti altre biscie berrettine, e sono poco
maggiori che le vipere, e sono nocive e venenose; sonvene delle altre di pi
colori e molto longhe, e io ho veduto una di queste nell'anno 1515 nell'isola
Spagnuola, appresso la costa del mare, a' piedi della montagna che si chiama
Pedernales; e la misurai, ed era pi di venti piedi di longhezza, e il pi
grosso di quella era molto pi di un pugno serrato, e doveva essere stata morta
quel giorno perch non puzzava e il sangue era fresco, e aveva tre o quattro
coltellate. Queste tali bisce sono manco venenose delle soprascritte, salvo che
per la grandezza sua mettono timor nel vederle.
Io mi ricordo che, essendo nel Darien in terra ferma nell'anno 1522, venne del
campo molto spaventato Pietro della Calleia, montagnol nativo di Colimdres, una
lega lontan da Laredo, uomo di credito e nobile, il qual disse che avea visto,
in un sentier, in un campo di maizal, solamente la testa con poca parte del
collo d'una biscia o serpente, e che non pot veder il resto per causa della
spessezza del maiz; e che la testa era molto maggior che un ginocchio
addoppiato della gamba di un uomo mezzano, e cos giurava, e che gli occhi non
gli erano parsi minori di quelli che sono d'un manzetto grande. E come la
vidde, di l alquanto slargatosi, non ebbe ardimento di passar per quel
sentiero e si ritorn in dietro; la qual cosa il soprascritto narr a molti e a
me, e tutti il credemmo, per altre molte che in quelle parti aveano vedute
alcuni di quelli che udirono il detto Pietro della Calleia. E pochi giorni
dapoi, nel medesimo anno, fu morta una biscia da un mio servidor, che era dalla
bocca fino alla punta della coda ventidoi pi, e il pi grosso di quella era
pi che duoi pugni giunti della man d'un uomo mezzano, e la testa pi grossa
che un pugno; e la maggior parte della gente la vidde, e quel che l'ammazz si
chiama Francesco Rao, nativo della citt di Madril.


Yuana.
Cap. LVII.

Yuana  una sorte di serpente di quattro piedi, molto spaventoso a vedere e
molto buon da mangiare, del qual nel capitolo sesto a dietro fu detto
sufficientemente quel che si conveniva di questo animale; sonne molti d'essi
nell'isole e in terra ferma.


De' lagarti o dragoni.
Cap. LVIII.

Sonvi molti lagarti, cio lacerti o ramarri, della foggia di quelli di Spagna e
non maggiori, ma non son venenosi; ve ne sono altri grandi, di dodici o
quindici piedi di lunghezza e pi grossi che una cassa, e alcuni d'essi delli
pi grandi sono grossi come una botte, e la testa e il resto a proporzione. Il
mostaccio hanno molto lungo, e il labro di sopra bucato per mezzo delli denti
che si chiamano canini, per li quali buchi escono detti denti canini, che hanno
nella parte pi bassa della bocca, insieme con gli altri denti. Sono molto
fieri nell'acqua e velocissimi, e in terra alquanto gravi e pigri, a rispetto
della prestezza che hanno nell'acqua. Molti di questi animali vanno per le
coste e spiaggie del mare, e vanno ed entrano per li fiumi e canali che
descendono in mare, e sono di quattro piedi, e hanno molte dure squamme; e per
mezzo del fil della schiena, tanto quanto  lunga,  pieno di punte o vero
d'ossi alti, ed  tanto dura la sua pelle che niuna spada o lancia lo pu
offendere, se non fusse ferito sotto quella pelle durissima fra le coscie o
nella pancia, nelle quali parti  la pelle pi tenera di questi lagarti o
dragoni.
Li quali, quando fanno le sue ova,  nel tempo pi secco dell'anno, del mese di
decembre, che li fiumi non escono del suo letto in quel tempo, mancandoli le
pioggie, e per questo non gli pu portar via il crescer de fiumi le uova. E
fanno le sue ova a questa foggia: escono alla rena e spiaggia per la costa del
mare o per le rive de' fiumi, e fanno un buco nella rena e mettono ivi dugento
over trecento ova o pi, e cuopronle con la detta arena; le quali con il sole
per putrefazione nascono e prendon vita, escono di sotto dell'arena e vanno al
fiume che  l vicino, non essendo maggiori d'una spanna o poco manco, e poi
crescono e vengono tanto grandi come  detto.
In alcune parti sono tanti di questi che  cosa da spaventare; e il pi delle
fiate stanno nelle volte e gran fondi de' fiumi, e quando escono d'essi e vanno
per la terra e spiaggia, tutto quel luogo l vicino sa di musco, ed escono
molte volte a dormir nell'arena appresso l'acqua. E quando s'allarga alquanto e
li cristiani gli truovano, subito fuggono all'acqua, e non sanno nel correr
voltarsi d'una banda o dall'altra, ma vanno sempre a diritto; e se per aventura
corressero dietro ad un uomo non lo possano arrivare, s' avisato di quel che 
detto, e che vadi torcendo il cammino o declini dalla strada; anzi molte volte
per tal causa  occorso che molti sono andati dandogli bastonate e coltellate,
fin che gli hanno ammazzati over fatti entrar nell'acqua. Nondimeno il meglio 
tirargli con balestra e schioppi, perch con altre armi, come sariano spade,
dardi o lancie, poco danno se gli pu fare, eccetto se non s'abbate a dargli
nella pancia over sotto le coscie, nelli quali luoghi hanno la pelle pi
sottile. E quando corrono per terra portano la coda levata sopra la schiena,
inarcata come le penne della coda del gallo, e la pancia non strascinando, anzi
alta da terra un palmo, poco pi o manco, a rispetto della grandezza e altezza
de' piedi; e ha quattro piedi, in capo delli quali ha le dita sfesse e unghie
molto lunghe. Finalmente questi lagarti sono molto spaventosi dragoni a vedere.
Alcuni vogliono dire che sono cocodrilli, per non sono, perch il cocodrillo
non ha luogo alcuno da spirare eccetto la bocca, e questi lagarti overo dragoni
lo hanno, e il cocodrillo ha due mascelle, e cos muove quella di sopra come
quella di sotto, ma questi lagarti che io dico non hanno se non la mascella di
sotto. Sono nell'acqua velocissimi e molto pericolosi, perch mangiano molte
volte gli uomini, li cani, li cavalli e le vacche quando che passano a guazzo;
e per tal causa si debbe avere questo aviso, che quando la gente passa per
qualche fiume dove sono questi animali, sempre si prende il guado dove l'acqua
 pi bassa e sia pi corrente, perch detti lagarti s'allargano dalle correnti
e dove  poco fondo. Molte volte occorre che ammazzandogli gli truovano nel
ventre una o due sporte di sassetti lisci, che 'l lagarto mangia per suo passa
tempo, e gli patisce.
Ammazzansi molte volte, prendendogli con ami grossi incatenati e ad altre
foggie, e alcune volte, ritrovandogli fuora dell'acqua, con gli schioppetti. Io
tengo questi animali pi presto per bestie marine e d'acqua che terrestri,
ancora che, come  detto, nascano in terra di quelle ova che sotterrano
nell'arena. Le qual ova son tanto grandi o pi che quelle d'oca, e sono tanto
larghi in un capo, over punta, come dall'altra banda, over capo, e se si
gettano in terra non si rompono n si spandono, se ben si rompesse la prima
scorza, che  come quella delle ova d'oca; e tra quella e la chiara  una tela
sottile, che par simile ad un soatto, che non si rompe se non se gli d con
alcuna punta di ferro o di legno acuto; e battendo la terra con alcuni di
questi ovi, salta in suso e fa un sbalzo come se fusse una palla da vento. Non
hanno rosso, ma tutto  chiara, e acconci in tortelli sono buoni e di buon
sapore.
Io ho mangiato alcune volte di queste ova, ma non di lagarti, ancora che molti
cristiani gli mangiavano, quando gli potevano avere, massimamente li piccoli,
al principio che la terra si conquist, e dicevano che erano buoni. E quando
questi lagarti lasciavano le sue ova coperte nell'arena, e alcuno cristiano gli
trovava, toglieva tutto quel nido di ova e portavagli alla citt del Darien, e
gli vendevano cinque e sei castigliani e pi, secondo la quantit che portava,
a ragion d'un real d'argento per ciascuno ovo. Io gli pagai a tal prezzo, e ne
ho mangiato alcune volte nell'anno 1514; per, dapoi che si cominci a trovar
altre cose da mangiare e animali, lasciorono di cercargli, ancora che, quando
gli truovano a caso, alcuni non restano di mangiarli volentieri.


Degli scorpioni.
Cap. LIX.

Vi sono in molte parti in terra ferma scorpioni venenosi, e io gli ho trovati
in Santa Marta, fra terra ben tre leghe allargati dalla costa e porto del mare,
dove nell'anno 1514 tocc l'armata che per comandamento del re catolico don
Ferdinando pass in terra ferma. Sono neri in verso giallo, e in Panama, nella
costa del mar del Sur, io gli ho veduti alcune volte.


De' ragni.
Cap. LX.

Vi sono ragni molto grandi, e io ne ho veduti di maggiori che una man distesa
con le gambe e tutto il resto; ma il corpo solo di un ragno, che viddi una
volta, era di grandezza d'una passera berrettina, e pieno di quel velo che
fanno la sua tela, e il color era berrettin oscuro, e gli occhi maggiori che
d'un passere di quelli che ho detto. Sono venenosi, ma di questi grandi
ritrovansi rare volte; sono per communemente maggiori di quelli di queste
bande.


De' granchi.
Cap. LXI.

Li granchi sono alcuni animali terrestri che escono di certi buchi che loro
istessi fanno in terra, e la testa e il corpo  tutta una cosa tonda, e si
assimiglia molto ad un cappelletto da falcone, e d'un de' lati gli escono
quattro piedi e dall'altro altri quattro, e hanno due bocche come tanagliette,
una maggior dell'altra, con la qual mordono; non duol per molto il suo morso,
n  venenoso. La sua scorza e corpo  liscio e sottile come la scorza
dell'ovo, salvo un poco pi dura. Il colore  berrettino, o bianco, o paonazzo,
che tira all'azzurro, e camminano per lato e sono buoni a mangiare; e
gl'Indiani si dilettan molto di questo mangiare, e similmente in terra ferma
molti cristiani, perch se ne truovano molti ed  mangiar di poca spesa, n
hanno mal sapore. E quando li cristiani vanno fra terra molto,  cibo che si
truova incontinente e che non dispiace, e mangiansi arrostiti in su le bracie.
Finalmente la fatezza di questi  della medesima maniera che si dipigne il
segno di Cancer; e in Andalosia alla costa del mar, nel fiume Guadalchibir,
dove quello entra in mare, a San Lucar e in altre parti, sono molti granchi, ma
sono d'acqua, e li sopradetti sono di terra. Alcune volte sono dannosi e quelli
che gli mangiano muoiono, specialmente quando detti granchi hanno mangiato
qualche cosa venenosa, o di quelli pometti delli quali si fa il veneno, qual
adoperano gl'Indiani Caribi arcieri nelle sue freccie, del qual si dir poi;
per per tal causa si guardano li cristiani da mangiar tal granchi, quando gli
ritruovano appresso detti arbori che fanno tal pometti. E bench si mangi molti
di quelli che sono buoni, non fanno per male all'uomo, n  vivanda che sia
dura da patire.


Delli rospi.
Cap. LXII.

Sono molti rospi in terra ferma, e molto noiosi per la gran quantit d'essi;
non sono venenosi, ma dove pi di questi s' visto  nella citt del Darien, e
molto grandi, tanto che quando muoiono, nel tempo del secco, vi rimangono tanto
grandi gli ossi d'alcuni, e spezialmente le coste, che paiono di gatto o
d'altro animal di tal grandezza; per, come cessano le acque, a poco a poco si
consumano e finiscono, fin che l'anno seguente al tempo delle pioggie si
ritorna a vederli. Nondimeno ormai non ne  tanta quantit come soleva, e la
causa  che, cos come la terra si va coltivando e abitando dalli cristiani, e
tagliandosi molti arbori nelli monti, e con il fiato delle vacche, cavalle e
altri bestiami, cos pare che visibilmente e palpabilmente si vada levando via
questo veneno, e ogni giorno vien pi sana e piacevole.

Questi rospi cantano di tre o quattro maniere, n alcuna d'esse  piacevole:
alcuni come cantano quelli di qui, altri fischiano, e altri d'altra maniera. Ve
ne sono di verdi, berrettini, e alcuni quasi neri, per di ciascuna sorte sono
molto brutti, grandi e noiosi, per esserne molti; ma, come  detto, non sono
venenosi, e dove si pone cura che non vi sia acqua morta, ma che corra o che si
consumi subito, non sono rospi, perch vanno a ritrovare li luoghi fangosi.

Degli arbori, piante ed erbe che sono nelle dette Indie, s isole come terra
ferma.

Poich si  detto degli arbori che di Spagna si sono portati in quelle parti, e
come tutti fanno grandissima copia di frutti, voglio ora dir degli altri nativi
di quelli luoghi, e perch tutti quelli che sono nell'isole sono ancora e in
maggior copia in terra ferma. Dir di quelli che mi verranno alla memoria,
tuttavia con quella protestazione che feci nel principio, ch' che tutto quello
che dir qui, e quel di pi che mi  uscito della memoria,  copiosamente
scritto nella mia generale istoria dell'Indie. E cominciando dal mamei, dico
cos.


Del mamei.
Cap. LXIII

Le principali piante, e quello di che pi si nutriscono gl'Indiani, son iuca e
maiz, delle quali fanno pane, e del maiz anco vino, come di sopra s' detto.
Sonvi altri frutti molto buoni oltra questi. vvi uno frutto che si chiama
mamei, ch' un arbore grande, di belle e fresche foglie, e fa uno grazioso ed
eccellente frutto e di molto soave sapore, tanto grosso per la maggior parte
quanto due pugni congiunti; il colore  come delle pere, con il scorzo leonato,
ma pi duro alquanto e pi spesso, e l'osso  fato in tre parti, l'una appresso
l'altra in mezzo del frutto a modo di semenze, e di colore e fatezza delle
castagne monde, e a queste s propriamente s'assimiglia che nissuna cosa gli
mancheria ad esser le medesime castagne, se avesse quel sapore. Ma questo osso
cos diviso, o semenza,  amarissimo come fiele, ma sopra quello  una teletta
molto sottile, tra la quale e la scorza  una carnosit come leonata, che ha il
sapore di pesche o migliore, e ha un buonissimo odore. Ed  pi denso questo
frutto e di pi soave gusto che la pesca, e questa carnosit che  dal detto
osso fin alla scorza  tanto grossa quanto un deto o poco manco, e non si pu
migliorare n veder altro miglior frutto.


Del guanabano.
LXIIII.

Il guanabano  un arbore molto grande e bello in vista, ch'ha li rami diritti,
la foglia longa e larga e molto verde, e fa un frutto che par pigna, grande
quanto meloni longhi; e in cima ha certi lavori sottili che s'assimigliano a
squame, ma non sono, n si aprono, anzi serrata intorno  tutta coperta d'una
scorza della grossezza di quella di meloni e alquanto manco, e dentro  pieno
d'una pasta come mangiar bianco, salvo che, ancorch sia tanto spessa, 
alquanto acquosa e di gentil sapore, temperato con un garbo soave e piacevole.
E dentro a quella carnosit ha certe semenze, che sono maggiori che quelle
della cassia e dell'istesso colore e quasi cos dure; e ancora che un uomo
mangi una di queste guanabane che pesi due o tre libre e pi, non gli fa mal n
danno allo stomaco, ed  molto temperata e bella a vedere; solo si lascia di
tal frutto quella scorza sottile che non si mangia e le semenze, e trovansi di
quelle che sono di peso di quattro libre e pi. E se dapoi cominciata a
mangiare si lasci per qualche d, non si fa di mal sapore, se non che si va
seccando e consumando in parte, distillandosi la umidit e acqua; e le formiche
subito vanno a quella che  tagliata, e per questo non la cominciano mai a
mangiare se non per finirla. E di queste guanabane si trovano molte e
nell'isole e in terra ferma.


Del guaiaba.
Cap. LXV.

Il guaiaba  un arbore bello in vista, ch'ha la foglia quasi come di moro, se
non che  minore. E quando  fiorito ha molto buon odore, e spezialmente il
fior d'una certa sorte di questi guaiaba; getta certe pome pi massiccie che le
pome di qui e di pi peso, ancora che fussero di egual grandezza, e hanno molte
semenze, o per dir meglio son piene di granelletti molto piccioli e duri:
perci solamente son fastidiose da mangiare a quelli che di nuovo le provano,
per causa di quei granelletti, ma a chi gi l'ha provate pare molto gentil
frutto e appetitoso. E dentro ne sono alcune colorite, altre bianche; e dove
miglior le abbi trovate  nel Darien, e per quel paese dico miglior che in
alcuna parte di terra ferma ch'io sia stato; ma quelle dell'isole non sono
tali. E a quelli che sono usi a mangiarle lo tengono molto buon frutto, e assai
migliore che le pome.


Del coco, cio noci d'India.
Cap. LXVI.

Il coco  spezie di palma, e la grandezza e foglia dell'istessa sorte delle
palme reali che fanno li dattili, eccetto che son differenti nel nascimento
delle foglie, perch quelle de' coci nascono ne' tronchi della palma, di quel
modo che fanno le deta della mano quando si intertesseno l'una con l'altra, e
cos fanno dapoi ch'han pi sparte le foglie. Queste palme o coci son arbori
alti, e trovasene molti nella costa del mar del Sur, nella provincia del
cacique Chiman; il qual cacique ebbi certo tempo raccomandato con 200 Indiani.
Questi arbori o palme producono un frutto che si chiama coco, ch' di questa
sorte: tutto unito come sta nell'arbore ha maggior circonferenzia che una gran
testa di un uomo, e dalla superficie fin a quel di mezzo, ch' il frutto, 
circondato e coperto da molte tele, della sorte di quella stoppa della qual son
coperti li palmizi di terra nell'Andalosia (dico di terra, perch non sono
palmizi di palme alti); di quella stoppa e tele che in levante fanno gl'Indiani
tele molto buone e sarte, e tele le fanno di tre o quattro sorti, s per vele
di navilii come per vestirsi, e le corde sottili e pi grosse e fino a sarte.
Ma in queste Indie di vostra maest non curano gl'Indiani di queste corde e
tele che si possono fare della lana di questi detti coci, come fanno in
Levante, perch hanno molto cottone e bello.
Questo frutto ch' in mezo della detta stoppa, com' detto,  grande come un
pugno serrato, e alcuni come due e pi e meno; ed  in forma di noce o altra
cosa rotonda, alquanto pi longa che larga, e dura, e la scorza di quella 
grossa come  un cerchio delle lettere d'un real d'argento; e di dentro 
attaccato alla scorza di quella noce una carnosit di larghezza della met
della grossezza del minor dito della mano, la qual  bianca come una mandola
monda, e di miglior sapor che mandorle e di molto suave gusto.
Mangiasi cos come si mangeriano le mandorle monde, e dapoi masticate queste
frutte, restano alcune fregolette come delle mandorle, ma a chi le vuol
inghiottire non  dispiacevole, ancora che sia andato gi per la gola il succo
avanti che queste fregole si inghiottischino; pare che quel che  masticato
resti alquanto aspro, ma non molto, n di sorte che s'abbia a gettar via.
Quando il coco  fresco, e che poco avanti  stato colto dall'arbore, di questa
carnosit e frutto, non mangiandola, ma pestandola molto e dapoi colandola, se
ne cava latte, molto migliore e pi suave che quello de' bestiami, e di molta
sustanzia, la quale li cristiani di quel paese metton nelle torte che fanno di
maiz o del pane fatto a modo di polenta; e per causa di questo latte de' coci
son le dette torte eccellente a mangiare, e senza far mal allo stomaco,
dilettano tanto al gusto e lasciano cos satollo come se si fussino mangiati
molti e molti buoni mangiari.
Ma, procedendo pi avanti,  da sapere che, in luogo dell'osso o midolla di
questo frutto,  nel mezzo della detta carnosit un luogo vacuo, ma pieno
d'un'acqua chiarissima ed eccellente, in tanta quantit che riempirebbe un ovo,
o pi o manco, secondo la grandezza del coco: la qual bevuta  la pi
sustanzial e la pi eccellente e la pi preciosa cosa che si possa pensare per
bere. E par che, in quel momento che la passa il palato e che la
s'inghiottisce, che dalla pianta de' piedi fin alla cima della testa nessuna
cosa n parte resti nell'uomo che non senta consolazione e maraviglioso
contento; certo par cosa di pi eccellenzia che tutto quel che di sopra la
terra si pu gustare, e in tanta eccellenzia che non lo so esprimere n dire.
Or, procedendo avanti, dico che il vaso di questo frutto, cavatone il mangiar,
resta molto liscio, e lo nettano e puliscono sottilmente; e resta di fuora
molto ben lustro, di colore che tira al nero, e di dentro non  di minor
dilicatura. Quelli che costumano bere in questi vasi e han mal di fianco,
dicono che trovano maraviglioso ed esperimentato rimedio contra tal infermit,
e si rompe la pietra a quelli che l'hanno e la fanno orinare. Tutte queste
qualit che ho detto sommariamente qui a vostra maest ha il frutto di questi
coci. Il nome di coco fu posto a questo frutto per questa causa, che quando si
dispicca dal luogo dove  attaccato nell'arbore, vi resta un buco, e di sopra
quel buco duoi altri buchi naturalmente, quali insieme rappresentano un gesto o
figura d'un gatto mammone quando coca, overo grida: e perci il detto frutto 
chiamato coco. Ma in verit, come di sopra s' detto, questo arbore  spezie di
palma, e secondo Plinio e altri naturali, che scrivono che tutte le palme sono
utili e giovano al mal del fianco: e di qui viene che li coci, come frutto di
palma, sono utili a simile malattia.


Della palma.
Cap. LXVII.

Nel capitolo di sopra si disse che li coci sono spezie di palme, e per questo,
prima che si dica degli altri arbori, sar bene che si dica alcune cose delle
palme. Di quelle che producon dattili fin ora non se ne son trovate in quelle
parti, ma per industria de' cristiani ne sono molte nell'isola Spagnuola, e
nella Cuba, e in S. Giovanni, e Iamayca, e in S. Domenico, s nelle case dove
s'abita come nelli loro giardini, perch degli ossi degli dattili che si
portorono di qui hanno avuto origine e principio; e nella citt di S. Domenico
in molte case si truovano molto belle. E in una casa che ora io abito in quella
citt  una palma che ogn'anno produce molti frutti, ed  molto grande e delle
pi belle che sia in quel paese; ma delle palme naturali dell'isole e terra
ferma son sette o otto sorti, differenti l'una dall'altra. vvi una sorte che
ha le foglie come di palmizi del paese della Andalosia che  come una palma o
mano d'un uomo con le dita aperte, e queste producono per frutto certe coccole
piccole e rotonde. vvi un'altra sorte di palme che fanno la foglia come quella
de' dattili, e queste producono un'altra forma di coccole maggiori, ma non s
dure come quelle che di sopra abbiamo detto. Un'altra sorte  della medesima
maniera quanto alle foglie, e li palmetti di quelle sono molto eccellenti a
mangiare e molto grandi e teneri, e medesimamente producono coccole d'un'altra
sorte; ancora sono li palmetti buoni a mangiare, e sono le piante alquanto pi
grosse e pi basse che le dette di sopra, e producono similmente coccole. vvi
un'altra sorte di palme e che hanno buoni palmetti, che producono per frutto
certi coci non maggiori delle olive cordovese, e son come il coco senza la
stoppa, e hanno l'osso con li tre buchi che lo fan parer un gatto che coci o
rida: ma questi coci son piccoli e saldi, e non sono buoni a niente. vvi
un'altra sorte di palme alte e molto spinose, le quali sono di legno
eccellentissimo e molto nero, grave e lustrante, e non pu star questo sopra
acqua, ma subito va al fondo: fassi di questo legno molte buone freccie e
verrettoni e qual si voglia asta di lancia e picca, e dico picche perch nella
costa del mar del Sur, passato Esquegua e Uracha, portano gl'Indiani picche di
queste palme molto belle e lunghe; e dove gl'Indiani combattono con aste da
lanciare le fanno di questo legno, lunghe come dardi e accute le punte, le
quali tirano e passano un uomo e una rotella. E medesimamente fan mazze per
combattere, e qual si voglia asta o cosa che si faccia di questo legno  molto
bella e molto buona, e bella per far gravicembali e liuti o qual si voglia
instrumento di musica che si facci di legname, perch, oltra che  molto dura,
 nera come un'ambra nera.


Delli pini.
Cap. LXVIII.

Sono nell'isola Spagnuola molti pini naturali come quelli di Spagna, che non
fanno pignuoli, e sono della medesima forma e maniera che quelli; n in altre
parti delle isole o di terra ferma ho udito che ne siano, per quello che mi
posso ricordar al presente.


Del ilice.
Cap. LXIX.

Nella costa del mar del Sur, a occidente partendo da Panama, nel principio
della provincia di Esquegua, si sono trovati molti ilici che producono ghiande,
e sono buone a mangiare: e questo intesi in terra ferma, e m'informai dalli
medesimi cristiani, li quali avevano visto e mangiate delle dette ghiande.


Delle vigne e uve.
Cap. LXX.

In quelle parti in terra ferma, per li monti e boschi dove sono arbori, si
trovano molte volte molto buone vigne salvatiche, e molto cariche d'uva e raspi
non molto minuti, anzi pi grosse di quelle che nascono in Spagna nelle siepi,
e non tanto garbe, ma molto migliori e di miglior sapore. Io ne ho mangiato
molte volte e in molta quantit, donde voglio inferire che si piantarebbono e
farebbono frutto le vigne e uve in quelle parti, se vi si desse opera. E tutte
le uve che ho vedute e mangiate in questi luoghi erano nere. In San Domenico io
ho ben mangiato molte buone uve, di quelle che sono nate di pergola, e di
quelli sarmenti che sono stati portati in quelle bande di qui, bianche e di s
buon sapore come sono qui.


Delli fichi del nasturcio.
Cap. LXXI.

Nella costa di ponente, partendosi dalla villa d'Acla e passando avanti al
golfo di San Biagio e al porto del Nome di Dio, la costa a basso nel paese di
Beragua e nelle isole di Corobaro, sono arbori di fichi alti, che hanno le
foglie tagliate e pi larghe che li fichi di Spagna; e producono certi fichi
grandi come melloni piccioli, li quali nascono attaccati nel tronco principale
del fico, nella sommit di quello, e molti nelli rami e in gran quantit, e
hanno la scorza sottile, e tutto il resto dentro  d'una carnosit spessa come
quella del mellone, e di buon sapore, e tagliansi a sonde o fette come il
mellone; e nel mezzo del detto fico o frutto stanno le semenze, le quali sono
minute e nere e involte in una materia e umore, della forma che sono quelle del
cotogno; e sono tante insieme adunate quanto  un ovo di gallina, poco pi o
manco, secondo la grandezza del fico o frutto sopradetto. E quelle semenze si
mangiano e sono sane, ma del medesimo sapore, n pi n manco, che  il
nasturcio, o vogliam dire agretti; e per quelli che vanno in quelle parti alli
servizii di vostra maest chiamano questo frutto il fico del nasturcio; e di
questa semenza s' piantata nel Darien, e sono nati gli arbori molto bene, e io
ho mangiati molti fichi di quelli, e sono della maniera che io ho detto.


Delli cotogni.
Cap. LXXII.

vvi un frutto che in terra ferma li cristiani chiamano cotogno, ma non  ben
di quella grandezza, rotondo e giallo, e ha la scorza verde e amara, la qual
levano via facendolo in quattro parti; cavangli certe semenze che hanno amare,
il resto mettono in una pignatta a bollire con la carne, o con altre cose che
vogliono acconciare, ed  molto buono e di gran sustanzia, e di buon sapore e
nutrimento. Gli arbori che producono questo frutto non sono grandi, e paiono
pi presto piante che arbori, e se ne trovano in molta quantit; e la foglia 
quasi come la foglia del cotogno di Spagna.


Delli peri.
Cap. LXXIII.

In terra ferma sono certi arbori che si chiamano peri, ma non sono peri come
quelli di Spagna, ma sono d'altra sorte di non minor estimazione, anzi
producono un frutto che supera di molto le pere di qui. Questi sono certi
arbori grandi, e la foglia larga e alquanto simile a quella del lauro, ma 
maggiore e pi verde. Produce questo arbore certe pere di peso d'una libra, e
molto maggiori e alcune di manco; ma communemente sono d'una libra, poco pi o
manco.
Il color e forma  di vere pere, e la scorza alquanto pi grossa ma pi tenera,
e nel mezzo ha una semenza come una castagna monda, ma  amarissima, come di
sopra abbiamo detto del mamei, salvo che questa  d'un pezzo e quella del mamei
 di tre; ma  cos amara e della medesima forma che quella. Ma sopra questa
semenza  una teletta sottilissima, tra la quale e la prima scorza  quel che
si mangia, che  molto, e d'un liquore o pasta molto simile al butiro, e di
buon mangiare e di buon sapore, e tal che quelli che la possono avere
l'apprezzano. E sono arbori salvatichi, cos questi come tutti quelli delli
quali abbiamo parlato, perch il primo ortolano del mondo  Dio, n gl'Indiani
durano in questi arbori fatica alcuna. Con il formaggio sono molto buone queste
pere, e si raccogliono a buon'ora, prima che si maturino, e si serbano, e dapoi
che sono state colte si stagionano e diventano in tutta perfezione da
mangiarle; ma dapoi che sono stagionate per mangiarsele, diventano triste se si
differisce il mangiarle e si lascia passar quella stagione nella qual sono
buone.


Dell'arbore del fico.
Cap. LXXIV.

L'arbore del fico  un arbore mezzano, e alcuni sono grandi, secondo il paese
dove nascono, e producono certe zucche rotonde, che si chiamano, fighere, delle
quali fanno vasi per bere, come tazze; e in alcune parti di terra ferma le
fanno tanto belle e s ben lavorate e con tanto lustro che pu bever con quelle
qual si voglia prencipe, e l'ornano con gli suoi manichi d'oro; e sono molto
nette, e l'acqua in quelle si gusta molto buona, e sono molto necessarie e
utili per bere. E per questo gl'Indiani, per la maggior parte di terra ferma,
non adoperando altri vasi.


Degli hobi.
Cap. LXXV.

Gli hobi sono arbori molto grandi e molto belli, li quali fanno molto buono
aere e ombra molto sana, e di questi se ne trova gran quantit; e il frutto 
molto buono e di buon sapore e odore, ed  come certe susine piccole gialle; ma
l'osso  molto grande e ha poco da mangiare, e sono cattivi per li denti quando
s'usano molto, per causa di certi sfilacci che sono attaccati all'osso, li
quali passano per le gingive quando l'uomo vuol spiccare da quelle quel che si
mangia di questo frutto. Le cime di questi arbori, messe in acqua cocendole con
essa, fa quella molto buona per farsi la barba e lavar le gambe, ed  di molto
buon odore. La scorza ancora, bollita in acqua, fa molto utile a lavarsene le
gambe, perch stringe e leva via la stracchezza sensibilmente, tal che 
maraviglia: ed  uno eccellente e salutifero bagno, e il migliore che trovi in
quelle parti. Per dormirvi sotto non causa alcuna gravezza alla testa come gli
altri arbori; questo dico perch li cristiani costumano molto in quel paese di
starsene alla campagna, ed  cosa molto provata, e subito che trovano gli hobi,
vi distendono sotto gli suoi stramazzi e letti per dormire.


Del legno per mal franzese, che in Spagna si chiama palo santo, e dagl'Indiani
guaiacan.
Cap. LXXVI.

Cos nell'Indie come in questi regni di Spagna, e fuori di quelli,  cosa molto
nota il legno over palo santo, che gl'Indiani chiamano guaiacan, e gl'Italiani
legno da guarire il mal franzese; e per questo dir d'esso alcune cose con
brevit. Questo  un arbore poco minor d'una noce, del quale se ne trova assai,
e sonovi in quelle bande molti boschi, s nell'isola Spagnuola come nell'altre
isole di quelli mari; pure in terra ferma io non ho veduto n udito che siano
delli detti arbori. Questo arbore ha la scorza tutta macchiata di verde, e
d'alcune macchie pi verdi e alcune manco e berrettine, come suol esser un
cavallo pezzato. La foglia d'esso  come d'un arbuto over corbezzolo, pure un
poco minore e pi verde; produce certo frutto giallo piccolo, che pare due fave
lupine congiunte insieme. Per tanto  legno fortissimo e grave, e ha la midolla
quasi nera: dico quasi perch pende in berrettino. E perch la principal virt
di questo legno  sanare il mal franzese, ed  cosa molto nota, non mi
distender molto in quella; solo dir come del legno d'esso arbore prendono
stellette sottili, e alcuni lo fanno limare, e quelle limature cuocono in certa
quantit d'acqua, secondo il peso o parte che mettono di questo legno a
cuocere; e dapoi che  scemata l'acqua nel cuocere li duoi terzi o pi, la
levano dal fuoco e lascianla riposare, e dipoi la danno agli ammalati certi
giorni, la mattina a digiuno, e fanno gran dieta, e fra giorno gli danno da
bere altra acqua cotta con il detto guaiacan, e guariscono senza alcuna
dubitazione molti di questo male.
Ma perch io non dico cos particolarmente il modo nel quale si piglia questo
legno o acqua d'esso, ma dico come s'usa fare nelle dette Indie dove  pi
fresco, colui che aver bisogno di questo rimedio non tenghi conto di quello
che io scrivo qui, perch questo  altro paese e altra temperie d'aere, ed 
pi fredda regione, e bisogna che gli ammalati pi si guardino e usino altri
termini, ma, cominciando la cosa esser in tanto uso, e sapendo molti come in
queste bande si debba prendere, da questi tali s'informi chi ha bisogno
medicarsi. Io gli sar utile in avisarlo che, se vuole il miglior guaiacan che
sia, cerchi d'averlo dell'isola detta La Beata.
Pu vostra maest tener per certo che questa infermit venne dall'Indie, ed 
molto commune agl'Indiani, ma non  cos cattiva in quelle parti come in queste
nostre, anzi molto facilmente gli Indiani si sanano nell'isole con questo
legno, e in terra ferma con altre erbe o cose che loro sanno, perch sono molto
grandi erbolari. La prima volta che questa infermit si vidde in Spagna, fu
dapoi che don Cristoforo Colombo ebbe discoperte l'Indie e torn a queste
parti, e alcuni cristiani che vennero con lui, che si trovorono al discoprir di
quelle terre, e quelli ancora che fecero il secondo viaggio, che furono molti,
portorono questa malattia, e da loro s'attacc ad altre persone.
L'anno 1495, che il gran capitan don Consalvo Ferrando di Cordoba pass in
Italia con gente, in favor del re di Napoli don Ferdinando giovane, contra il
re Carlo di Francia, per comandamento delli re catolici don Ferdinando e donna
Isabella d'immortal memoria, avoli di vostra maest, pass questa infermit con
alcuni di quelli Spagnuoli; e fu la prima volta che in Italia si vidde; e come
era nel tempo che li Francesi passoron con il detto re Carlo, chiamorono
gl'Italiani questo male il mal francese, e li Francesi il mal di Napoli, perch
neanche loro l'aveano visto fino a quella guerra. Dopo la quale si sparse per
tutta la cristianit e pass in Affrica, per mezzo d'alcune donne e uomini
malati di questa infermit, perch a nissun modo si attacca tanto quanto per il
congiungimento dell'uomo con la donna, come si  visto molte volte;
medesimamente nel mangiar nelle scodelle, e bere nelle tazze e coppe dove
gl'infermi di questo mal usano, e molto pi nel dormir nelli lenzuoli e veste
dove sian dormiti tali infermi; ed  tanto grave e travaglioso male che non 
persona che abbi intelletto che non vegga tutto il giorno infinite persone
rovinate per questo male, e che paiono peggio che gli ammalati di san Lazaro.
Il che  accaduto alli cristiani, in modo che molti di loro son morti, e pochi
ne sono che non prendino questo male, se usano o si congiungono con l'Indiane:
pure, come  detto, non  cos cattivo in quelle bande come qui, s perch
questo arbore  loro pi a proposito, e per esser fresco fa maggior operazione,
s ancora perch la temperie dell'aere  senza freddo e aiuta pi tali infermi
che non fa l'aere di qui, per il che  pi eccellente in quelle parti questo
arbore per questo male; e per esperienzia fa maggior profitto quel che si porta
dall'isola che si chiama La Beata, qual  appresso alla citt di San Domenico
dalla Spagnuola, alla banda di mezzod.


Xagua.
Cap. LXXVII.

Tra gli altri arbori che sono nell'Indie, cos nell'isole come in terra ferma,
 una sorte di arbori che si chiamano xagua, della qual sorte ve ne sono in
molta quantit. Sono molto alti, diritti e belli in vista, e si fanno di essi
molte buone aste da lancie, lunghe e grosse quanto le vogliono; e sono di bel
colore, tra berrettino e bianco. Questo arbore produce un frutto grande come
papaveri, alli quali s'assomiglia molto, ed  buon a mangiare quando  maturo.
Di questo frutto cavano acqua molto chiara, con la qual gl'Indiani si lavano le
gambe e alle volte tutta la persona, quando si sentono le carne fiacche e sono
stracchi. E anche per suo piacer si dipingono con questa acqua, la qual, oltra
che ha virt di restringere, fa ancora questo, che tutto quello che la detta
acqua tocca a poco a poco fa nero come una fin ambra, o pi, e questo color non
si pu levare se non passano dodeci o quindeci d, e quel che tocca l'unghie
non si pu levar fin che le non si mutano o siano tagliate a poco a poco, come
crescono, se una volta si tingono con questo color nero: e questo io ho molto
ben provato, che a quelli che camminano per quelle parti, li quali per li molti
fiumi che passano ricevono alle gambe qualche nocumento,  molto utile le detta
xagua lavandosi dalli ginocchi in gi. Soglionsi fare ancora molti giuochi alle
donne, spargendole senza che si accorghino con acqua di questa xagua mescolata
con altre acque odorate, perch gli vengano pi segnali neri di quello che
vorriano; e quella che non sa la causa si trova posta in grande affanno per
trovar rimedio, ma tutti sono inutili, perch detti segni si potriano pi
presto abbrucciare scorticandosi la faccia che levargli via, fino a tanto che
la detta tintura facci il suo corso e a poco a poco da se medesima si parta.
Quando gl'Indiani vogliono andar in battaglia si dipingono con questa xagua e
con bixa, che  una cosa a modo di sinopia overo imboro, ma pi rossa, e anche
l'Indiane usano molto questa dipintura.


Delli pomi per il veneno.
Cap. LXXVIII.

Li pometti delli quali gl'Indiani caribbi arcieri fanno il veneno che tirano
con le sue freccie, nascono in certi arbori coperti di molti rami e varie
foglie spesse e molto verdi, e si caricano molto di questi mali frutti, e sono
le foglie simili a quelle del pero, eccetto che sono minori e pi rotondi. Il
frutto  della maniera di pere moscatelle di Sicilia o di Napoli, al parere,
alla forma e grandezza, e in alcune parti sono macchiate di rosso, e sono di
molto suave odore. Questi arbori per la maggior parte sempre nascono e stanno
nella costa del mare e appresso l'acqua di quello, e non  uomo che gli veda
che non desideri di mangiar molti di quelli peri o pometti. Di questi frutti, e
delle formiche grandi che fanno enfiare col morso, delle quali a dietro si 
detto, e delli marassi o vipere e altre cose venenose, fanno gl'Indiani Caribbi
arcieri il veneno, con il quale e con le saette ammazzano li feriti.
Nascono come  detto questi pomi appresso al mare, e tutti li cristiani che in
quelle parti servono a vostra maest pensano che niun rimedio sia tanto utile
al ferito con questo veneno quanto l'acqua del mare, e lavar molto la ferita
con quella; nel qual modo sono scampati alcuni, ma molti pochi, perch, dicendo
la verit, bench questa acqua del mare sia contra il veneno (se per ventura
), non si sa per ancora usare per rimedio, n fin a quest'ora li cristiani
l'hanno compreso: di cinquanta che siano feriti, non ne guariscon tre. Ma
perch vostra maest possa meglio considerare la forza del veneno di questi
arbori, dico che un uomo, solamente gittandosi per poco spazio di ora a dormir
all'ombra di uno di questi arbori, quando si leva ha la testa e gli occhi tanto
infiati che se gli congiungono le ciglia con le guancie, e se per caso cade una
gocciola o pi di rugiada di questi arbori negli occhi, a chi tocca gli rompe o
diventa cieco. Non si potria dir la pestilenzial natura di questi arbori, delli
quali  gran copia nel golfo d'Uraba, per la costa di tramontana alla banda di
ponente o di levante, e tanti che sono infiniti. Le legne di quelli quando
ardono fanno tanto gran puzzo, che non  alcun che 'l possa tollerare, perch
fa grandissimo dolor di testa.


Degli arbori grandi.
Cap. LXXIX.

In terra ferma sono tanto grandi arbori che, se io parlasse in luogo dove io
non avessi tanti testimonii di veduta, con timore averia ardimento di dirne.
Dico che, una lega lontano dal Darien o citt di Santa Maria dell'Antiqua,
passa un fiume molto largo e profondo che si chiama il Cuti, sopra il quale
gl'Indiani tenevano un arbore grosso attraverso, che prende tutto il detto
fiume per ponte a passare; e per questo son passati molte volte alcuni che in
quelle parti sono stati, li quali al presente sono in questa corte, e io
similmente. E perch detto legno era molto grosso e molto lungo, e molto tempo
stato in quel luogo a tal servizio, s'andava abbassando talmente che chi
passava per un tratto di mano si bagnava fin al ginocchio; per la qual cosa gi
fa tre anni, e nell'anno 1522, essendo io ufficial di giustizia di vostra
maest in quella citt, feci gettare un altro arbore, poco manco basso del
sopradetto, che attravers tutto il detto fiume e avanz dall'altra parte pi
di cinquanta pi, e molto grosso, e rest sopra l'acqua pi di duoi cubiti; e
nel cadere che fece si men dietro altri arbori e rami di quelli che gli erano
da canto, e discoperse certe vigne, delle quali per avanti si fece menzione, di
molto buone uve nere, delle qual mangiammo assai pi di cinquanta persone che
eravamo l. Era questo arbore nella pi grossa parte sua grosso pi di 16
palmi; nondimeno, a rispetto di molti altri che 'n quel paese si trovano, era
molto sottile, imperoch gl'Indiani della costa e provincia di Cartagenia ne
fanno canoe, che sono barche con le quali loro navigano, tanto grandi che in
alcune vanno cento e centotrenta uomini, e sono d'un pezzo e di un arbore solo,
e nel mezzo di quella sta commodamente una botte, restando da ciascun lato di
quella spazio donde possano passare le genti della canoa; e alcune sono tante
larghe che tengono dieci e dodeci palmi di larghezza, e le menano e navigano
con due vele, cio la maestra e trinchetto, le quali vele fanno di molto buon
cottone.
Il maggiore arbore ch'io abbi veduto in quelle parti o in altre, fu nella
provincia di Guaturo, il cacique della quale, essendosi ribellato dalla
obedienza e servizio di vostra maest, fu da me cerco e preso. E passando con
la gente che meco veniva per una montagna molto alta e piena d'arbori, nella
sommit di quella trovammo un arbore tra gli altri che teneva tre radici over
parti in triangulo a modo d'un trepiedi, ed era tra ciascuno di questi tre
piedi aperto per spazio di venti piedi, e tanto alto che un'alta caretta
carica, della sorte che 'n questo regno di Toledo si usa al tempo che si
raccoglie il grano, molto commodamente saria passata per ciascuno di questi tre
lumi, overo spazii che erano fra pi e pi. E dalla terra in su era l'altezza
d'una lancia da fante a pi, e dove si mettevano insieme questi tre legni o
piedi si riducevano in un arbore o tronco, il qual montava molto pi alto in un
pezzo solo, avanti che spargesse rami, che non  la torre di S. Roman di questa
citt di Toledo, e da quella altezza in suso gettava molti rami grandi. Alcuni
Spagnuoli montarono sopra il detto arbore, e io fui uno di quelli: e quando fui
arrivato sopra il detto, dove cominciava a gettare fuori i rami, era cosa
maravigliosa a vedere il gran paese che de l si discopriva verso la parte
della provincia d'Abraime. Era molto facile il montare sopra detto arbore,
perch erano molti besuchi, de' quali  detto di sopra, intorti intorno al
detto arbore, che facevano a modo di scalini sicuri. E in ciascun pi de'
sopradetti ove nasceva, vi era fondato il detto arbore pi grosso di venti
palmi, e dapoi che tutti tre li piedi nel pi alto si teneano insieme, quel
troncon principal era pi di 45 palmi in tondo: e io posi nome a quella
montagna la montagna dell'arbore di tre piedi. Questo ch'ho narrato vidde tutta
la gente che meco veniva, quando come ho detto presi il cacique di Guaturo,
nell'anno 1522.
Molte cose si potriano dire in questa materia, e come si trovano molti
eccellenti legni e di molte maniere e differenze, s di cedri odorati come di
palme nere, e di molte altre sorti, molti de' quali sono tanto gravi che non
possono stare sopra l'acqua, anzi subito vanno al fondo, altri cos leggieri
come il sughero. Solo voglio dire questo, che tutto quello che fino qui 
scritto, sarebbe stato necessario di scriverlo pi diffusamente. E perch al
presente io sono sopra la materia degli arbori, avanti che passi ad altre cose,
voglio dire il modo che gl'Indiani con legni accendono il fuoco, il quale 
questo: prendono un legno lungo due palmi, grosso come il minor deto della
mano, over come una freccia, molto ben rimondo e liscio, di una sorte di legno
molto forte, che lo tengono solo per questo servizio; e dove si trovano che
vogliono accendere il fuoco prendono due legni de' pi secchi e pi leggieri
che trovano e legangli insieme, uno appresso all'altro come le deta congiunte,
nel mezzo delli quali legni mettono la ponta di quella bacchetta dura, quale,
fra le palme delle mani tenendola, la voltano forte, fregando molto
continuamente la parte da basso di questa bachetta intorno intorno fra quelli
due legni che stanno distesi in terra, i quali s'accendono infra poco spazio di
tempo, e a questo modo fanno fuoco.
Similmente  bene ch'io dica quel che alla memoria m'occorre d'alcuni legni che
sono in quella terra, e anco alcune volte si trovano in Spagna, i quali sono
certi tronchi putrefatti di quelli che  molto tempo che sono caduti per terra,
che sono leggierissimi e bianchi, e rilucono di notte propriamente come bracie
accesa; e quando gli Spagnuoli trovano di questi legni, e vanno la notte per
entrare e far guerra in qualche provincia, e gli  necessario andar alcune
volte di notte per luogo che non si sappia il cammino, prende il primo
cristiano che guida, e che va appresso l'Indiano che gl'insegna il cammino, una
stelletta di questo legno e la mette nella berretta dietro sopra le spalle, e
quello che lo segue va dietro tastandolo e vedendo quella stelletta che riluce,
e il secondo porta un'altra, dietro al qual va il terzo; in questo modo tutti
la portano, e cos niuno si perde n s'allarga dal cammino che guida i primi. E
perch questo lume o splendor non si vede molto lontano,  uno aviso molto
buono, perch per esso non sono discoperti n sentiti li cristiani, non
potendogli veder da lontano.
Una molto gran particolarit mi s'offerisce, della quale Plinio nella sua
Naturale istoria fa espressa memoria, ed  che dice quali arbori son quelli che
sempre stanno verdi e non perdono mai la foglia, com' il lauro, il cedro,
l'arancio e l'ulivo e altri, i quali in tutto nomina fino 5 o sei. A questo
proposito io dico che nell'isole e terra ferma saria cosa molto difficile
trovar due arbori che perdino la foglia in alcun tempo, perch, ancorch abbi
advertito molto in tal cosa, non ho veduto alcuno che mi ricordi che la perda,
n anco di quelli che abbiamo portato di Spagna, s come aranci, limoni, cedri,
palme e melagrani, e tutti gli altri di qualunque sorte esser si voglia;
eccetto la cassia, che questa la perde e ha un'altra cosa maggiore, nella quale
 sola, che s come tutti gli arbori e le piante nell'Indie spargono le sue
radici nel fondo della terra quanto saria l'altezza di un uomo o poco pi e pi
basso non passano, per il caldo overo disposizione contraria che pi a basso di
quello che  detto si trovano, la cassia non resta d'andare pi a basso fin
tanto che la trovi l'acqua, n tal cosa fa alcun altro arbore over pianta in
quelle parti. E questo basti quanto a quello che s'appartiene agli arbori,
perch, come  detto, di loro si potriano scriver grandissime istorie.


Delle canne.
Cap. LXXX.

Io non ho voluto mettere nel capitolo precedente quello che in questo si dir
delle canne, per non le mescolare con le piante, per essere in queste cose da
notare e osservare molto particolarmente. In terra ferma sono molte sorti di
canne, e in molti luoghi se ne fanno case, e copronsi con le cime d'esse, e
fannosene pareti, come per avanti s' detto. Nondimeno tra le molte sorti ne 
una la quale  una grossissima, tal che ha li cannelli grossi quanto un
ginocchio di uno uomo e longhi tre palmi o pi, in modo che ciascuno saria
capace d'un secchio d'acqua. Trovansene delle altre di minor grossezza, minori
e maggiori secondo che l'uomo vuole, delle quali alcuni ne fanno carcassi per
portare le saette. Trovansene una sorte la quale  certa maravigliosa, grossa
poco pi che una asta di giannetta, li cannelli delle quali sono pi longhi che
due palmi, e nascon lontane una dall'altra alcuna volta venti e trenta passi,
poco pi o manco, e alcune volte lontane due e tre leghe; ne nascono in tutte
le provincie, ma nascono appresso di arbori molto alti alli quali si
appoggiano, e si appiccano alla cima delli rami, e tornano in basso infino alla
terra. Li cannelli di esse sono pieni di una chiarissima acqua senza sapore
alcuno, overo di canna o di altra cosa, ma tale quale sarebbe se si pigliasse
della migliore e pi fresca fontana del mondo, n mai si  trovato a chi abbi
fatto male bevendola.  molte volte accaduto che, andando i cristiani per
quelli paesi e in luoghi molto secchi, che per carestia d'acqua si son trovati
in pericoli grandi di morir di sete, delli quali pericoli si sono liberati per
aver trovate le sopradette canne, n, bench ne abbin bevuta gran quantit,
hanno per ricevuto alcuno nocumento; per questo gli uomini quando le truovano,
fattone cannelli, se le portano ciascuno tante quante pensa dovergli bastare
per una giornata, e tante alcuna volta ne portano che ne cavano due e tre
inguistade d'acqua; e se ben le portassino molte giornate, mai si corrompe, ma
si mantiene fresca e buona.


Delle piante ed erbe.
Cap. LXXXI.

Dapoi che la brevit della mia memoria ha dato fine alla narrazione di tutto
quello che mi ha subministrato degli arbori, passeremo a dire delle piante ed
erbe che in quelle parti si truovano, e di quelle che s'assomigliano a queste
di Spagna nella figura o nel sapore, over in altra particolarit. Dir adunque
con poche parole quanto tocca alla terra ferma, perch in quello che appartiene
all'isole Spagnuola e altre che si sono acquistate e abitate, cos degli arbori
come delle piante ed erbe di quelle che si sono portate di Spagna, per avanti
si  detto, delle quali tutte o la maggior parte d'esse similmente in terra
ferma si truovano: come aranci forti e dolci, limoni, cedri e altre erbe
d'orti; melloni molto buoni tutto l'anno; bassilico, il qual non  stato
portato di Spagna ma  natural di quel paese, perch per li monti e in molte
parti si truova; similmente fragole porcellane, che sono naturali del paese,
nella forma, grandezza, sapore e odore che sono in Castiglia. Oltra di questi
vi  il nasturcio, cio agretti in quantit, salvatico, che nel sapor non  n
pi n meno di quel di Spagna, ma li rami sono grossi e maggiori e le foglie
grandi. Similmente vi sono coriandri molto buoni, e come sono questi di qui nel
sapore, ma molto differenti nella foglia, la qual  molto larga, e per quella
sono alcune spine molto sottili e noiose, ma non tanto che si lasci
d'adoperarlo. vvi similmente trifoglio, del medesimo odore di quel di Spagna,
ma di molte foglie e belli rami; e ha il fior bianco e le foglie lunghe, e
maggiori di quelle del lauro o di quella grandezza.
vvi un'altra erba, quasi della forma dell'erba fegatella, salvo che  pi
sottil nelli rami e pi larga communemente la foglia, e chiamasi I, e se ne
mette insieme a' monti grandi, la qual li porci mangiano molto volentieri, e
s'ingrassano grandemente. Gli uomini veramente si purgano con quella, e fa
ottima operazione: questa purgazione si pu dar ad un fanciullo e ad una donna
gravida, perch chi la prende non va del corpo se non tre o quattro volte.
Dassi in questo modo, che la pestano molto bene e il succo di quella colano, e
accioch perda quel sapore di verde lo mescolano con un poco di zuccaro, e ne
beono una scodella piccola a digiuno, la qual non  amara, e ancorch non vi si
metta dentro zuccaro over mele si pu bere molto bene, percioch molte volte li
cristiani non hanno il zuccaro preparato da mescolargli; e a tutti quelli che
la prendono  di gran giovamento e se ne lodano, il che alcuni non dicono delle
nocciuole, qual prendono per purgarsi, delle quali parlando di purgazione mi
son ricordato. Non debbe esser ciascuno sicuro a prender dette nocciuole,
perch si  visto che ad alcuni che le hanno prese hanno fatto poco utile n
gli hanno purgati, e ad alcuni nello stomaco hanno fatta tanta corruzione che
gli hanno posti in grandissimo pericolo della vita, e alcuni ne hanno morti: e
per, perch sono molto violenti, bisogna aver gran considerazione in
prenderle. Queste nascono nell'isola Spagnuola e altre isole, ma in terra ferma
non ne ho visto, n in fino a questa ora ho udito dire ve ne siano. Queste son
piante le quali paiono quasi arbori, e fanno certi fiocchi colorati a modo di
certi mazzetti, che escono da uno gambo come fanno li grani del finocchio, e in
quelli nascono le dette nocciuole; le quali nel sapore sono migliori delle
nostre di Spagna, dove di queste  gran notizia, e molti ne vanno cercando e
trovansele molto utili.
Sonvi ancora altre piante, le quali chiamano aies, e altre che chiamano
batatas, e l'una e l'altra si pianta delli proprii rami, li quali e le foglie
tengono come la fegatella overo edera distesa per terra, ma non sono cos
grosse come le foglie della edera, e sotto la terra producono certe mazzocchie
come navoni, overo carote. Le aie hanno il colore pagonazzo nero e azurro, le
batates l'hanno pi in verso berrettino, e l'una e l'altra arrostite sono a
mangiarle molto cordiali e dellicate, ma le batates sono migliori. Truovansi
similmente melloni, li quali si seminano dagl'Indiani, e vengono tanto grandi
quanto  un secchio e pi e alcuni maggiori, e alcuni tanto grandi che un
Indiano con gran fatica lo porta in spalla; sono massicci, e di dentro bianchi
e alcuni gialli, e hanno delicate semenze, quasi della forma di quelle delle
zucche, e durano gran tempo dell'anno; e tengonsi per il principal cibo, e sono
molto sani, e mangiansi cotti, fatti in sonde over fette come zucche, e sono
migliori di quelle. Sonvi ancora zucche e melanzane che sono state portate di
Spagna, e le melanzane sono molto bene riuscite, che si sono fatte grandissime,
perch un piede d'una melanzana  cresciuto tanto grande quanto  alto un uomo
e molte volte pi, e communemente li rami delle pi alte arrivano alla cintura;
e un medesimo piede o gambo fa frutto tutto l'anno, e vanno cogliendo sempre le
minori, dietro le quali ne nascono dell'altre, e proseguendo danno di continuo
frutto. Il medesimo fanno in quelli paesi gli aranci e fichi.
Sonvi frutti che si chiamano pigne, le quali nascono d'una pianta come cardi
overo aloe, con molte foglie acute, pi sottili di quelle dell'aloe, maggiori e
spinose; in mezzo del cespuglio nasce un rampollo tanto alto quanto la met
dell'altezza d'un uomo, poco pi o manco, e grosso come due deta, e in cima di
quello nasce una pigna grossa poco manco della testa d'un fanciullo alcune, ma
la maggior parte minori, e piena di squame di sopra, ma pi alta una che
l'altra, come son quelle de' pignuoli; ma non si dividono n aprono, ma stansi
intere queste squame sopra una scorza della grossezza di quella del mellone, e
quando sono gialle, dopo ad un anno che si sono seminate, sono mature e da
mangiare, e alcune sono mature avanti. E nel troncon di quelle alcune volte
nascono a queste pigne uno o due rampolli, e continuamente uno nell'estremit
della detta pigna, il quale rampollo, subito che si mette sotto terra,
s'appicca, e in spazio d'un altro anno nasce di quel rampollo un'altra pigna,
come  detto; e quel cardo nel qual la pigna nasce, dapoi ch' stata colta, non
 d'alcuna utilit n d pi frutto. Gl'Indiani e li cristiani pongon queste
pigne, quando le piantano, a filo come se fussero viti; e d odore questo
frutto pi che le cotogne, e una o due di queste rendono grato odor per tutta
la casa dove sono poste. Ed  tanto soave frutto che credo che sia un de'
migliori del mondo, ed  di delicato sapore, e paiano al gusto cotogne, e sono
pi carnose che non sono le pesche, e hanno alcuni filetti come il cardo, ma
pi sottili, e molto cattivo per i denti quando si continua a mangiarne; e sono
molto sugosi, e in alcuna parte gl'Indiani fanno vino d'essi, quale  molto
buono. Sono tanto sani che si danno agli ammalati, perch eccitano l'appetito a
quei che l'hanno perso.
Altri arbori sono nell'isola Spagnuola spinosi, che al veder niuno arbore n
pianta si pu veder pi salvatica n pi brutta, e dalla forma di quelli non
saperia determinare se sono arbori o piante. Fanno alcune rame piene di foglie
larghe e deforme e di molta brutta vista, le quali rame furno a principio
foglie come l'altre, e di dette foglie fatti rami e allongatisi ne nascono
altre foglie. Finalmente  tanto difficile a scrivere la sua forma che, a
doverla dar ad intendere, saria bisogno dipingerla, accioch col mezo della
vista si potesse pi facilmente comprendere quello che la lingua manca in
questa parte. Questo arbore o pianta  di gran virt perch, pestando le dette
foglie molto, e distese a modo di uno impiastro sopra un panno, e legato sopra
una gamba o braccio, ancorch ella sia rotta in molti pezzi, in spazio di
quindeci giorni la salda e congiunge come se mai non fosse stata rotta; infino
che fa la sua operazione sta tanto attaccata questa medicina con la carne che 
molto difficile a levarla via, ma subito ch' guarito il male, e fatta la sua
operazione, per se stessa si spicca dal loco dove fu posta, del qual effetto e
rimedio se ne sono viste molte esperienzie per molti che l'hanno provato.
Sonvi ancora alcune piante che li cristiani chiamano platani, i quali sono alti
come arbori e diventano grossi nel tronco come uno grosso ginocchio d'un uomo,
overamente anco qualche cosa pi, e dal piede alla cima getta certe foglie
longhissime e molto larghe, tanto che tre palmi o pi sono larghe e pi di
dieci o dodeci palmi longhe, le quali foglie, quando sono rotte dal vento,
resta intera la schiena del mezzo. Nel mezzo di questa pianta, nella parte pi
alta, nasce un raspo con quaranta o cinquanta platani in circa, e ciascuno
platano  tanto lungo quanto un palmo e mezzo e di grossezza del braccio
appresso la mano, pi o manco secondo la bont della terra che lo produce,
perch in alcune parti sono minori; e hanno una scorza non molto grossa e
facile a rompere, e di dentro tutto  midolla, e levatane la scorza
s'assimiglia alla midolla d'un osso di bue. E hassi a levar questo raspo dalla
pianta quando uno delli platani comincia a parer giallo, e s'appicca in casa,
dove si matura tutto il raspo con li suoi platani, ed  molto buon frutto: e
quando s'aprono e levasi la scorza paiano fichi passi molto buoni, e sendo
arrostiti nel forno sopra una teggia o altra simil cosa sono molto buoni e
saporiti frutti, e par una conserva di mele, e d'eccellente gusto. Portansi per
mare e durano qualche giorno, ma bisogna coglierli alquanto verdi; e nel tempo
che durano, che sono quindici giorni o pi, paiono molto migliori nel mare che
in terra, non gi perch nel navicar se gli accresca la bont, ma perch nel
mar mancano l'altre cose che in terra avanzano, e ciascun frutto  l pi in
pregio e di miglior gusto.
Questo tronco over rampollo il quale ha fatto il detto raspo, tarda un anno a
crescere e far frutto, nel qual tempo ha buttato intorno di s dieci o dodici
rampolli, e tali ne sono grossi come il principale, il qual multiplica non
altrimenti che il principale in far li raspi con li frutti al tempo come in
produrre altri e tanti rampolli, come di sopra  detto; dalli quali rampolli,
subito che  levato il raspo del frutto, si comincia seccare la pianta, la qual
secca levano di terra, perch non fanno altro che occuparla in vano e senza
alcuno profitto. E sono tanti e tanto multiplicano che  cosa incredibile; sono
umidissimi, e quando alcuna volta gli sbarbano dal luogo donde gli hanno levati
esce gran quantit d'acqua, s della pianta come del luogo donde  uscita, in
modo che par che tutta la umidit della terra si fusse adunata appresso il
tronco e ceppo di tal pianta; del frutto della quale le formiche sono molto
amiche, tanto che se ne vede intorno e sopra li rami gran moltitudine, di sorte
che alcuna volta  intervenuto in alcune parti che, per la moltitudine delle
formiche, sono stati forzati gli uomini a levar via li detti platani dalle loro
possessioni, per non potergli difendere dalle dette formiche. Li frutti si
truovano tutto l'anno.
vvi ancora un'altra pianta salvatica che nasce per li campi, la quale io non
ho vista se non nell'isola Spagnuola, ancora che se ne truovi in altre isole e
parti dell'Indie: e il nome loro  tunas. Nascono d'un cardo molto spinoso, il
quale fa il frutto cos chiamato, che pare fior di fichi overo fichi grossi.
Hanno la corona come le nespole, e dentro sono molto colorite; hanno grani nel
modo che hanno li fichi e la scorza come quella del fico, e sono di buon
sapore, e truovansene li campi pieni in molte parti, e fanno questo effetto a
chi gli mangia, che mangiandone due o tre o pi lo fa orinare orina di colore
di vero sangue. Il che intervenne una volta a me, che avendone mangiato e
andando ad orinare, alla qual cosa questo frutto molto incita, come viddi il
color dell'orina entrai in tanto sospetto della vita che restai come attonito e
spaventato, pensando che questo accidente mi fusse intervenuto per altra causa.
E senza dubbio la imaginazione mi poteva causar gran male, se non che quelli
che eran meco subito mi confortorono dicendomi la causa, perch erano persone
esperimentate e antichi di quel luogo.
Nascevi ancora uno rampollo, il quale gli uomini del paese chiamano bihaos, che
getta alcuni rametti diritti e foglie molto larghe, delle quali gl'Indiani
molto si servono in questo modo. Delle foglie cuoprono alcune volte le case, ed
 molto buona materia per simile ufficio, e alcune volte quando piove se la
mettono sopra la testa e difendonsi dall'acqua; fannone similmente certe ceste,
le quali loro chiamano havas, per suo uso, molto ben tessute, e fra esse
intertessono questi bihaos, la qual tessitura  tale che, bench sopra queste
ceste piova o caschino in qualche fiume, non per si bagna quello che vi 
stato messo dentro. Le dette ceste fanno delli rami di detti bihaos, delli
quali con le foglie ne fanno per servirsene per il sale e altre cose pi
sottili, e sono molto ben fatte. Servonsi oltra di questo di questi bihaos in
questo modo, che trovandosi in campagna e avendo carestia di vettovaglia,
cavano le radici di questa pianta, pur che sia giovane, o mangiano la pianta
medesima in quella parte che  pi tenera, la quale ha da pi sotto terra una
parte tenera e bianca come il giunco.
Dapoi che siamo venuti al fine di questa relazione, mi occorre far menzione
d'un'altra cosa che non  fuor di proposito, la quale  che gl'Indiani
adoperano per tignere li panni di cottone, o altro che loro vogliono tignere di
varii colori, quali sono nero, leonato, verde, azurro, giallo e rosso, le
scorze e foglie di certi arbori, li quali loro conoscono esser buoni a questo
essercizio, e fanno li colori in tanta perfezione ed eccellenzia che non si
potria dir pi; e in una caldiera medesima, poi che hanno fatto bollire queste
scorze e foglie, senza far altra mutazione fanno tutti li colori che vogliono;
e questo credo che nasca dalla disposizione del colore che prima hanno dato a
quello che vogliono tignere, o sia filo o sia tela tessuta quello che vogliono
tignere in detti colori.


Diverse particolarit di cose.
Cap. LXXXII.

Molte cose si potrian dire, e molto differenti da quelle che sono state dette;
e alcune altre che mi vengono a memoria, perch non cos interamente come sono
e come si doverian dire mi sovengono, lascio di scriverle qui. Dir adunque di
quelle le quali pi a punto posso narrare, e prima d'alcuni piccioli animali
fastidiosi, i quali per molestia degli uomini sono prodotti dalla natura, per
mostrargli e fargli intendere quanto picciola e vil cosa basti a offenderlo e
inquietarlo, accioch non si scordi del suo fine principale per il quale fu
creato, ch' il conoscere il suo Fattore e procacciare di salvarsi, poich cos
aperta e piana via ha il cristiano a farlo, e tutti gli altri che vogliono
aprire gli occhi dell'intelletto. E se ben alcune di queste cose che diremo
saranno vili, e non cos nette e condecenti ad udirle come quelle che fino a
ora sono state scritte, non sono per men degne da notare e avertire, per
intendere le differenzie e varie operazioni della natura; e dico cos.
In molte parti di terra ferma, per le quali passano li cristiani o Indiani, per
esservi molte acque da passare, portano le brache sempre dislegate, donde nasce
che dall'erbe si appicca a loro alle gambe certi animaletti, i quali chiamano
garapates, che sono come zecche, talmente minute che il sale ben pesto non 
pi; e tanto forte si appiccano che per modo alcun non se gli possono spiccare,
se non con l'ungersi con olio, e doppo che alquanto stanno unte le gambe, overo
le parti dove queste zecchette si son appiccate, se le radono con un coltello e
cos le levano; ma gl'Indiani che non hanno olio l'affumano e arrostiscono con
il fuoco, e nel levarsele patiscono e sopportano gran pena.
D'altri animali piccioli che molestano gli uomini che nascono nella testa e per
il corpo, dico che li cristiani che vanno a quelle parti rare volte ne hanno se
non uno o due, e questo  anco rarissimo, perch passato per la linea del
diametro, dove il bossolo fa la differenza dell'andar per greco e per maestro,
che  nel pareggio dell'isole degli Azori, pochissimo camino si fa seguendo il
nostro viaggio per ponente, e tutti li pidocchi che li cristiani portano seco,
overo generano per il capo e restante del corpo, si moiono, e nettansi di modo
che non si veggono n appariscono, e si consumano a poco a poco; e nell'India
non ne generano se non alcuni putti piccioli, di quelli che nascono in quelle
parti figliuoli de' cristiani; e communemente tutti gl'Indiani naturali, se
hanno simil cose, tutti gli hanno in capo e anco in altre parti, e massime
quelli della provincia di Cueva, che  paese longo pi di cento leghe, e
abbraccia l'una e l'altra costa del mar di Tramontana e d'ostro. Gl'Indiani si
spulciano l'un l'altro, e quelli massime che fanno questo essercizio sono le
femmine, e tutto quel che pigliano in questa sua caccia si mangiano, e sono
tanto avezzi a questo che con difficolt grande possiamo noi cristiani far che
gl'Indiani che ci servono in casa non faccino il medesimo (parlo di quelli che
sono della detta provincia di Cueva).
Qui  da saper una cosa grande, che s come li cristiani di l sono netti di
questa sporcheria dell'Indie, cos in capo come nel resto del corpo, che quando
voltiamo per venir in Europa e cominciamo ad arrivare in quel luogo nel mar
Oceano, dove di sopra dicemmo che cessorono questi pidocchi, subito nel
ripassar (come se in quel luogo ne fossero stati ad aspettare) non si possono
per alquanti giorni fuggire, se ben l'uomo si mutasse di camicia due e tre
volte il giorno: e sono minuti e piccioli come lendini, e se ben a poco a poco
si partono, alla fine l'uomo torna ad averne alcuni, s come prima in Spagna
soleva avere, overo secondo che l'uno pi che l'altro  diligente a tenersi
netto di tal bruttura, talch si rimane n pi n meno come prima era. Questo
ho io molto ben provato, avendo fino ad ora quattro volte passato il mare
Oceano e fatto questo viaggio.
Fra gl'Indiani in molte parti di loro  molto cosa commune il peccato nefando
contra natura, e quelli che sono signori e principali usano questa cosa
publicamente, e tengono giovani con chi usano questo maladetto peccato, i quali
giovani, s come si danno a questo mestiero, subito si vestono di alcuni panni
che si chiamano naquas, come fanno le femine, che  una mantellina corta di
cottone che usano le donne dalla cintura fino al ginocchio; e di pi portano
questi giovani maniglie fatte a modo di pater nostri, e tutte l'altre cose
appartenenti alle femine, n pi se essercitano nelle cose dell'armi, e in fine
non fanno pi mestiero alcuno che si convenga ad uomini, ma subito si danno
alle cose famigliari di casa, come  spazzare, nettare, e simili novelle
appartenenti a donne. Questi tali sono estremamente odiati dalle femine, ma
essendo loro soggette molto alli loro mariti, non ardiscono parlar di loro se
non qualche volta, overamente con li cristiani. Chiamano in suo linguaggio di
Cueva questi tali pazienti camayoa, e quando fra loro Indiani si ingiuriano
overo si vituperano, che sono effeminati e da poco, chiamano camayoa.
Gl'Indiani in alcune parti, s come loro affermano, barattano e permutano le
loro mogli, e sempre pare che colui faccia miglior guadagno nella permutazione
che ne ha una pi vecchia, perch le vecchie gli servono meglio che non
sapriano le giovani.
Sono questi Indiani eccellenti nel far del sale d'acqua marina, e in ci non
cedono a quelli che nel ducato di Zilanda, propinquo alla terra di Mediolburgo,
lo fanno, perch quello degli Indiani  cos bianco e ancora pi, ma  poi
molto pi forte e di pi operazione e non si liquefa cos presto. Io ho veduto
l'uno e l'altro benissimo, e l'ho veduto fare all'uno e l'altro.
Ed  opinione di molti che in quelle parti vi debbino essere pietre preziose
assai, non dico gi della Spagna Nuova, perch gi se ne sono vedute l alcune,
e son state portate in Spagna e in Vagliadolit: l'anno passato, che fu 1524,
stando l vostra maest, viddi uno smeraldo portato da Iucatan overo Nuova
Spagna, che vi era intagliato di rilievo una faccia rotonda a foggia di luna,
il quale fu venduto pi di quattrocento ducati d'oro. Per in terra ferma, cio
in Santa Marta, al tempo che vi giunse l'armata la quale il catolico re don
Ferdinando invi per Castiglia dell'Oro, io smontai in terra con alcuni altri,
e si prese mille e pi pesi d'oro, e certi mantelli e altre cose d'Indiani,
nelle quali si viddero smeraldi, corniole, iaspidi, calcedonie, zafiri bianchi.
Tutte queste cose trovammo dove ho detto, e credesi che debbano venire da paesi
infra terra, per contrattazione e commerzio che debbe avere altra gente con
quelli di quel paese: perch naturalmente gl'Indiani pi che altra nazione del
mondo sono inclinati a contrattare e al barattare, e cos da un paese vanno
all'altro in barche, e dove  abondanzia di sale lo levano e conduconlo dove
n' carestia, e lo barattano con oro o veste o cottone filato, o con schiavi o
con pesci o con altra cosa.
E nel Cenu, che  una provincia d'Indiani arcieri detti caribbi, che confina
con la provincia di Cartagenia, ed  fra la detta provincia e la punta di
Caribana, certa gente che vi mand una fiata Pedrarias d'Avilla, governator di
Castiglia dell'Oro per nome di vostra maest, furono rotti, e ammazzarono il
capitan Diego di Bustamante e altri cristiani: e questi trovorono l molti
cestoni della grandezza di quelli che vengono dalla montagna di Biscaia con
pesci besugi, li quali erano pieni di cicale e grilli e cavallette; e dissono
gl'Indiani che furono presi che gli teniano per portargli in altro paese di
terra ferma, lontano dalla costa di mare, dove non hanno pesci, e hanno questi
animali in gran prezzo per mangiargli; e diceano che per prezzo di queste cose
aveano altre cose in cambio, delle quali questi alle marine hanno bisogno, e le
stimavano molto, e quelli di l aveano gran quantit di cose che davano in
cambio, over le contavano per prezzo delle dette cicale e grilli.


Delle minere dell'oro.
Cap. LXXXIII.

Questa particolarit di minere  molto cosa da notare, e posso parlarne io
d'esse molto meglio che alcun altro, perch gi fan dodici anni che io servo
per riveditore in terra ferma delle fucine da fondere l'oro, e governatore
delle minere del catolico re don Ferdinando, il qual ora si gode nel cielo, e
dopo lui per nome anche di vostra maest; s che per questa cagione ho veduto
molto bene come si cava l'oro e si lavorano le minere, e so molto bene come 
ricchissima quella terra, avendo fatto io cavar per mio conto l'oro alli miei
Indiani e schiavi, e ci posso affermare come testimonio di veduta.
Io so che in nessuna parte di Castiglia dell'Oro, che  in terra ferma, nessuno
mi dimander di minera d'oro che io non m'obligassi a darle discoperte in
spazio di dieci leghe di paese dove mi fussero addimandate, e le trovaria molto
ricche, pur che pagato mi fusse il costo del cercarle, perch, se ben per tutto
si truova oro, non si debbe per cavare in ogni luogo. Questo  perch in
alcuna parte ne  meno che nell'altra, e la minera o vena che si debbe seguire
debbe essere in luogo che si possi star alla spesa delle genti e altre cose
necessarie, tal che se ne cavi per cercarle la spesa con guadagno, perch del
trovar oro nel pi delli luoghi, o poco o molto, non  dubbio alcuno; e l'oro
che si cava in Castiglia dell'Oro  molto buono, ed  di ventiduoi caratti, e
de l in su anche ne  di miglior sorte. E oltra quel che  detto che delle
minere si cava, che  gran quantit, s' acquistato e di giorno in giorno
s'acquistano molti tesori d'oro lavorato che erano in potere degli Indiani che
abbiamo soggiogati, o che da sua posta ci si son dati, e da quelli che, o per
taglia di prigioni overo come amici di cristiani, volontariamente ce l'han
dato; di questa sorte ve ne  molto buono, ma la maggior parte di questo oro
lavorato che hanno gl'Indiani  basso e tiene di rame. Si servono di questo per
loro uso in molte cose, come  legarvi gioie e altre cose simili, le quali e
gli uomini e le femine portano sopra le lor persone, ed  quel che ancor loro
communemente apprezzano pi che cosa del mondo.
Il modo come si cava l'oro  questo, che o lo truovano in zavana, cio in
fiumi: zavana chiamano la pianura e campagne, e che sono senza arbori e la
terra  rasa con erbe o senza. Truovasene nondimeno qualche volta in terra,
fuora de' fiumi, in luoghi dove sono arbori, tal che bisogna, a chi ne vuol
cavare, tagliargli, e cavar molti e grandi arbori. Ma in qualunque di questi
duoi modi si truovi, o in fiume o in rottura d'acqua o pure in terra, dir di
tutte e due le maniere quel che accade e che per trovarlo si fa. Quando alcuna
fiata si scuopre la minera o vena dell'oro, questo  cercando e provando nelli
luoghi che a quegli uomini minerali ed esperti in tal mestiero pare che le
possino trovare. E se lo truovano seguono la mina e lavoranla, o sia in fiume
overo in zavana, come  detto; e se  in zavana, prima nettano benissimo quel
luogo dove vogliono cavare, e poi cavano otto o dieci pi per lungo e altre
tanto per largo, ma sotto non van pi che un palmo o duoi, s come al maestro
della minera pare, ed egualmente cavando lavano tutta quella terra che han
tratto dello spazio detto.
E se in quella trovano oro seguono, e se non, allora affondano un altro palmo e
lavano la terra al modo medesimo che di sopra fecero, e se parimente non ne
truovano vanno affondando e lavando la terra fin che aggiungono al sasso vivo;
e se fin l non trovano oro non curano pi di seguire n cercarlo pi in quel
luogo, ma vanno ad un'altra parte.
 da sapere che quando lo truovano vanno cavando a quella misura e livello
senza fondar pi che lo hanno trovato, finch forniscano tutta la minera, la
qual possiede quello che la truova, se gli pare che la sia ricca. Questa minera
debbe essere di certi e pi o passi per il lungo e per il largo, secondo certi
ordini li quali son gi stati determinati, e in questo spazio di terreno niuno
altro pu cavare oro; e dove finisce la minera di quel che prima trov l'oro,
immediate a canto di quelli pu ciascuno altro che vogli segnare con bastoni o
pali, per mostrare che la mina seguente sia sua.
Queste minere di zavana, over trovate in terra, si debbono sempre cercar
propinque ad un fiume o torrente, overo ruscel d'acqua o laghetto o fonte,
accioch si possi lavar l'oro, perch si menano alcuni Indiani a cavar la
terra, il che chiamano loro scopetare, e cavata che l'hanno empiono bateas di
terreno; e altri Indiani hanno poi l'impresa di portar le dette batee di terra
fino all'acqua dove si debbe lavarla, la quale non lavano quelli che portano,
ma tornano a pigliarne dell'altra, e quella che han portato lasciano in altre
batee, che quelli che lavano tengono in mano; e questi lavatori per il pi son
femine indiane, perch  mestiero d'assai minor fatica che gli altri. Queste
femine si stanno a sedere alla riva dell'acqua, e tengono li piedi nell'acqua
quasi fin alle ginocchia o poco meno, secondo il luogo dove s'acconciano, e
tengono con le mani la detta batea per li manichi, e movendola, quasi
crivellando e mettendovi dentro acqua, e con gran destrezza facendo in tal modo
che non entri nelle batee pi acqua di quello che hanno bisogno, e con la
medesima destrezza la getta fuori, la qual, uscendo a poco a poco, seco anche
ne porta la terra della detta batea, e l'oro resta in fondo d'essa. La qual
batea  concava, e della grandezza d'un bacino da barbiere e di tanta
profondit. E dapoi che tutta la terra  gettata fuora e l'oro adunato nel
fondo della batea, lo pongono da parte e tornano a pigliar dell'altra terra e
lavanla come  detto, e cos lavorando ciascuno che lava e fa questo mestiero
cava ogni giorno quel che Iddio gli d che si cavi, e secondo che piace a sua
maest che sia la ventura del padrone degl'Indiani e altri che fanno questo
esercizio. Ed  da notare che per ogni duoi Indiani che lavan bisogna che duoi
gli servino per portar la terra, e duoi altri che cavino e rompino ed empino le
dette batee da servizio, perch cos si chiamano le batee nelle quali portano
la terra fin a quelli che la lavano; e oltra di questo  di bisogno che vi sia
altra gente nelli luoghi dove gl'Indiani abitano e vansi a riposar la notte, la
qual gente fa il pane e altre vettovaglie, delle quali e loro e quelli che
lavorano abbino a mangiare, s che a una batea almeno per l'ordinario sono in
tutto cinque persone.
L'altra foggia di lavorar la minera in fiume over torrente d'acqua si fa
altrimenti, ed  che, gettando l'acqua fuora del suo corso, dapoi che  secco
il letto del fiume e hanno xamurato, che in lingua delli minerali vuol dire
votato, perch xamurare  proprio cavar fuori fino all'ultimo, truovano l'oro
tra li rottami delle pietre o fessure, e tra tutto quello che  in fondo del
canale e dove naturalmente corre il fiume, tal che accade alcune volte, quando
il letto del fiume  buono e ricco, che si truovano gran quantit d'oro in
esso; per il che vostra maest debbe sapere per una massima, e cos in fatto
appare, che tutto l'oro nasce nelle cime e nel pi alto delli monti, e le
pioggie a poco a poco con lunghezza di tempo lo portano seco al basso, per li
rivi e torrenti che nascono dalli monti, non obstante che molte volte se ne
truova nelle campagne e pianure lontane assai da' monti. Ma quando accade che
se ne truovi gran quantit, per la maggior parte per si vede essere fra
monticelli e nelli fiumi overo rami d'acqua, pi che per altri luoghi del
piano. Cos adunque a questi duoi modi si cava oro.
In confirmazione che l'oro nasce nell'alto e venghi al basso, se n'ha un grande
indicio che ce lo fa credere per certo, ed  questo. Il carbone mai si putrefa
n si corrompe sotto terra, quando  di legno forte, onde accade che,
lavorandosi la terra per le falde de' monti, overo intorno o d'altra banda, e
rompendo una minera in terra, dove pi sia rotto, e avendo affondato una o due
o tre pertiche di misura o pi, vi si truovano alcuni carboni di legne sotto
nel livello che truovano l'oro, e avanti ancor che truovino il livello, dico
nella terra che si tiene per terra vergine, cio che pi non sia stata lavorata
per minera, e che si voglia rompere e cavare. Li quali carboni non vi possono
n entrare n nascere naturalmente, ma quando la superficie della terra era al
livello e al segno al quale si truovano li carboni, ed essendo stati menati
dall'acqua dalli luoghi alti, si fermarono l, e per le pioggie spesse, per
spazio di tempo, come si debbe credere, furono coperti di terra, fin tanto che
per transcorso d'anni  cresciuta la terra sopra li carboni fin a quella misura
o quantit che al presente si lavorano le minere, che  della superficie della
terra, fin l dove si trovano li detti carboni e l'oro insieme.
Oltra di ci dico che, quanto pi si truova scorso l'oro dal suo nascimento
infino al luogo che si truova, tanto pi  purificato e netto e di miglior
caratto, e quanto pi si truova vicino alla minera o vena dove  nato, tanto
pi si truova brutto e basso e crudo, e di pi bassa lega e caratto, e tanto
pi si diminuisce nel fonderlo e resta pi crudo. Alcune volte si truovano
grani grandi d'oro e di molto peso sopra la terra, e tal volta anche sotto
terra. Il maggior di tutti quelli che fino a oggi in queste Indie s' trovato,
fu quello che si perse nel mare intorno all'isola della Beata, che pesava
tremila e dugento castigliani d'oro, che vagliono quattromila e centotrentaotto
ducati d'oro in oro, che pesano una arrova e sette libbre, o veramente libbre
trentadue d'onze sedici l'una, che sono sessantaquattro marche d'oro; ma altri
molti si sono trovati, bench non di tanto gran peso. Io viddi nell'anno 1515
in man di Michel Passamonte, tesoriero di vostra maest, duoi grani, delli
quali l'uno pesava sette libbre, che sono quattordici marche, che vagliono
circa ducati sessantacinque d'oro la marca; e l'altro di dieci marche, che sono
cinque libbre di simile valore, e di molto buon oro di ventiduoi caratti o pi.
E poi che qui parliamo dell'oro, mi pare che prima che si vada pi avanti e che
si parli d'altre cose diciamo come gl'Indiani san tanto ben dorare li vasi di
rame e oro molto basso che loro fanno, e li san dare tanto bel colore e acceso
che pare che tutta quella massa che dorano sia di ventidue caratti e pi; il
qual colore dan con certa erba tale che, se fusse dagli orefici di Spagna o
d'Italia o d'altro luogo nel quale pi esperti se ne trovano, si potria tener
per molto ricco quando sapesse questo secreto o maniera del dorare. E poich
delle minere abbiamo detto assai minutamente la verit e particolarit del
cavar dell'oro, in quel che appartiene al rame dico che in molte parti delle
dette isole e terra ferma di queste Indie s' trovato e ogni giorno si trova
gran quantit di rame, che tiene alquanto dell'oro; pur non curano di rame
molto n lo cavano, e avenga che 'n altri luoghi saria grande il tesoro e
utilit che del rame si potria avere, ma avendo oro non si curan di rame n
d'altro metallo, n lo cavano. Ma l'argento  molto buono, e molto se ne trova
nella Spagna Nuova. Per tanto, come al principio di questo trattato dissi, io
non parlo in cosa alcuna di quella provincia, per ora, perch il tutto 
narrato e scritto per me nella General istoria dell'Indie.


Delli pesci e del modo del pescare.
Cap. LXXXIIII.

In terra ferma i pesci che vi sono e che ho visti sono molti, e anco molto
differenti, e perch di tutti non saria possibile a narrare, dir almeno
d'alcuni; e primamente dir che vi si trovan alcune sardelle larghe, con la
coda vermiglia, delicatissimo pesce e de' migliori che si trovano, moxarre,
diahace, arbori pesci, dahaos, raze, salmoni: tutti questi, e altri molti de'
quali non mi ricordo, si pigliano ne' fiumi in grande quantit, e parimente
pigliansi gamberi buonissimi. Ancora similmente nel mare si trovano alcuni de'
sopranominati, e palamite e sfoglie e suri e lizze e polpi e orate, e chieppe
molto grandi, e locuste e xaybas, ostreghe e testudini grandissime, e tiburoni
molto grandi, manaties e murene, e molti altri pesci, di tanta diversit e
quantit d'essi che non si potria esprimere senza molta scrittura e tempo. Per
solo in particolar dir qui, e dir alquanto diffusamente, quel che aspetta a
tre sorti di pesci di sopra nominati: la prima  testudine, la seconda tiburon,
il terzo  manatie.
E incominciando dal primo, dico che nell'isola di Cuba si trovano cos grandi
testudini che dieci o quindeci uomini bisogna a cavarne una d'esse fuori
dell'acqua: questo ho udito io dire nella medesima isola a tante persone degne
di fede, ch'io la tengo per cosa certissima. Ma di questo ch'io di veduta posso
testificare,  che in terra ferma si pigliano e ammazzansi di queste nella
villa d'Acla tanto grandi che sei uomini con gran fatica levavano una di
queste, e communemente le minori son per una grossa carica di due uomini.
Quella che viddi levar a sei uomini avea la sua coperta o scorza per il longo
sei palmi di braccio, e per il traverso pi di cinque. Li modi del pigliarle
son questi: alcuna volta accade che si trovano nelle gran reti, che si chiamano
da tratta, alcune testudini, ma delle communi per in grande quantit, e questo
aviene quando escono fuori del mare e partoriscono le ova, e insieme van
pascendosi per le spiaggie a marina. E subito che i cristiani overo Indiani
s'abbattono alle sue pedate trovate nell'arena, la seguono, e se la trovano
quella subito fugge verso il mare. Ma perch la testudine  grave, subito
l'aggiungono con poco fatica, e mettono un palo sotto le zampe e voltanla con
la schiena in gi s come vanno correndo, e la testudine si sta in modo che non
pu tornare a dirizzarsi, e lascianla star cos, seguendo le pedate di qualche
altra, e se la trovano fanno il medesimo: e a questo modo ne pigliano molte, al
tempo, come s' detto, quando escono del mare.  veramente eccellente pesce,
sano e di molto buon sapore.
Il secondo pesce che di sopra s' detto delli tre,  il tiburon. Questo pesce 
molto grande e molto leggiero in acqua, e molto gran beccaio crudele, e
pigliansene assai cos andando le navi alla vela per l'Oceano come stando surte
sull'ancore overo altro modo, e massime li piccioli. Li maggiori si pigliano
quando fanno le navi cammino, a questo modo: quando il tiburone vede le navi,
le segue notando e vagli dietro, e mettesi tra loro per mangiar tutte le cose
sporche che sono gettate nel mare dalli marinari; e vadino a vela pur con
quanto gagliardo vento possono, e con quanta velocit possono desiderare,
sempre questo pesce gli va a pari, e sta sul volteggiare molte volte intorno
alle navi, e seguele alcuna volta cento e cinquanta leghe e pi, e cos potria
seguitar quello che volesse. E quando lo vogliono pigliare, gettano per poppa
della nave un amo di ferro come uno deto grosso, incatenato e longo tre palmi,
torto come sono gli ami; e gli suoi uncini ha a proporzione della grossezza, e
in capo del manico ha attaccato quattro o cinque anelli di ferro grossi, legati
poi ad una fune grossa due o tre volte ad esso amo, al quale appiccano per esca
un pezzo di qualche pesce o carne di porco, overo carne di qualche altra sorte,
overo budelli e interiori di tiburone, se per sorte ne hanno presi (che pu
agilmente essere, perch n'ho veduti prendere in un d ben nove, e se
n'avessero voluti pigliare pi ancora, pi ne averiano presi). Ora il detto
tiburone, per gran viaggio che la nave faccia, lui la segue gagliardamente e
inghiotte lo amo, e per lo sbatter suo volendo fuggire, e per la gran furia che
mena la nave, lo amo gli attraversa e passa ed esce fuori con la ponta per una
delle mascelle; e preso che ,  tanto grande che bisogna dodeci o quindeci
uomini a tirarlo dell'acqua e tirarlo alla nave; e tirato che l'hanno uno de'
marinai gli d molti colpi con un martello in su la testa, e lo finisce
d'uccidere. La longhezza loro  alcuna volta di dieci o dodeci piedi, e per il
largo, dove sono pi grossi, sono cinque e sei e sette palmi. Hanno la bocca
molto grande, a proporzione del restante del corpo, con due ordini di denti
separati l'uno dall'altro alquanto, molto spessi e fieri. E fornito che l'hanno
d'ammazzare, lo taglion in pezzi sottili e lo pongono a seccare per duoi e tre
giorni e pi, attaccato alle sarte della nave al vento, e dapoi lo mangiano.
Certo  buon pesce, e di grande utilit per le navi per molti giorni per sue
vettovaglie, per esser grande. Li minori per son pi sani e pi teneri. 
pesce con la pelle, ma simile alle squatine, alle quali il detto tiburone
s'assimiglia e par molto simile vivo: e questo dico perch Plinio non pose
alcuno di questi tre nel numero de' pesci, nella sua istoria naturale, che si
vegga. Questi tiburoni escono del mare ed entrano nelli fiumi, e in essi non
sono men pericolosi che li lacerti grandi, delli quali a dietro largamente s'
narrato, perch n pi n meno li tiburoni mangiano gli uomini e le vacche e li
cavalli, e sono molto pericolosi nelli luoghi dove li fiumi si guazzano e dove
altra volta abbino mangiato.
Altri pesci molti e molto grandi e piccoli e di molte sorti si veggono dietro a
navi che vanno a vela, delli quali dir dopo che aver scritto del manati, che
 il terzo delli tre che di sopra promessi dire. Il manati  un pesce di mare
delli grandi, e molto maggiore che il tiburone nel lungo e nel traverso, ed 
brutto molto, talch pare un otro grande, di quelli che si porta il mosto in
Medina del Campo, overo Arevalo. La testa di questo animale  come d'un bue,
con gli occhi parimente simili, e ha come duoi zocchi grossi in luogo di
bracci, con li quali nuota;  animale molto mansueto, e vien sopra l'acqua fin
propinquo al lito, e se in quello pu arrivare a qualche erba che sia nella
costa in terra, se la mangia. Li balestrieri ne uccidono assai, e parimente
ancora molti altri buoni pesci, con sua balestra andando in una barca overo
canoa. E questo perch li detti pesci vanno notando quasi sopra dell'acqua,
talch quando lo veggono gli tirano con un passatoio, con un uncino legato ad
una fune assai sottile ma alquanto forte; il pesce se ne va fuggendo, e il
balestriero li prolunga la fune a poco a poco, talch ne lascia molte braccia,
e nel fine della fune  legato un sughero o palo; e dopo che  andato un pezzo
tingendo del suo sangue il mare, e che si sente mancare e vicinare a s il fin
di sua vita, s'appropinqua alla spiaggia overo costa. Il balestriero va
raccogliendo la fune, e dapoi che gli  restato distante sette o otto braccia,
poco pi o meno, va tirandolo in verso terra, e cos il pesce s'avicina tanto
che giunge a terra, e l'onde del mare l'aiutano ad appressarsi pi; e allora il
detto balestriero, con altri che l'aiutano, forniscono di condurlo in terra, e
per levarlo di l e condurlo alla citt o vero dove lo vogliono partir bisogna
una carretta con un buon paio di buoi, e alle volte non bastano, che ne
bisognano pi, secondo che son grandi pi l'un che l'altro. Questo pesce alcune
fiate, senza tirarlo nel lito, se lo levano nella barca, perch subito che 
finito di morire se ne viene sopra acqua. E credo che sia delli migliori pesci
al gusto del mondo, e che pi s'assomigli alla carne: e in tanto al vederlo
s'assomiglia al bue, che chi non l'ha veduto intero, vedendolo quando 
tagliato in pezzi, non sapr che credere, cio se  bue o vitello, e di certo
ogniun creder che sia carne, e in questo s'ingannariano tutti gli uomini del
mondo. E parimente il sapor suo  di buonissimo vitello, e la salata sua 
eccellente e dura gran tempo; n a modo alcuno  simile a questo il varolo di
queste parti. Questo manati ha una certa pietra o vero osso nella testa, dentro
al cervello, la quale  molto appropriata al mal della pietra, la quale
s'abbrucia e macina sottilmente in polvere, e si piglia questa polvere quando
la doglia si sente la mattina a digiuno, tanto quanto potria star sopra un
quattrino, con un fiato di buon vino bianco; e toltola tre o quattro mattine
s'acquieta la doglia, secondo alcuni che l'hanno provato e me l'han detto. E
io, come buon testimonio di veduta, affermo aver veduto cercare questa pietra
con gran diligenzia molti, per l'effetto che  detto.
Altri pesci vi sono poi, cos grandi come questi manati, che chiamano pesce
vihuella, che porta nella cima del corpo una spada che d'ogni banda  piena di
denti molto acuti, la qual spada  d'una certa cosa natural sua molto dura e
forte, ed  lunga quattro o cinque palmi, e a questa proporzione  la sua
grossezza. Chiamasi questo pesce pesce spada, e truovasene delli piccoli quanto
una sardella, e di grandi tanto che dua paia di buoi arebbero fatica a tirarlo
sopra una caretta. Ma poi che mi son obligato di sopra a dir degli altri pesci
che si pigliano per il mare andando alla vela, non voglio scordarmi della
tonnina, la qual  un grande e buon pesce, e uccidonsi con foscine e uncini
gettati in acqua quando passano intorno alli navili; e similmente pigliansi
molte orate, che  un pesce delli buoni di tutto il mare.
 da notare che nel grande Oceano una cosa , la quale affermeran tutti quelli
che sono stati all'Indie, ed  che, s come in terra sono provincie, alcune
fertili, alcune sterili, il simile accade nel mare, tal che alcune fiate li
navili corrono e cinquanta e cento e dugento leghe e pi senza poter pigliar un
pesce o vederlo, e poi in altra parte del medesimo mare Oceano si vede tutta
l'acqua buligare di pesci, e pigliansi di loro assaissimi. Soccorremi di dire
d'un volare di pesci che  cosa bella a vedere, ed  cos: quando li navili
vanno per il gran mare Oceano seguendo suo viaggio, si sollevano dall'una e
l'altra banda molte compagnie d'alcuni pesci, delli quali il maggiore  come
una sardella, e da quella in gi si van minuendo, tal che ve ne sono di molti
piccoli; e questi si chiamano pesci volatori. Levansi a schiere, e in tanta
moltitudine che  un stupore a vedergli; alcune volte levansi pochi, e (come
aviene) con un volo vanno a buttarsi cento passi lontano, e tal volta pi o
manco, e tal ora caggiono nelli navili. Mi ricordo io che, stando una sera la
gente tutta nella nave inginoccioni cantando la Salve Regina, nella pi alta
parte del castello da poppa pass una certa banda di questi pesci volatori, e
noi andavamo con vento buono scorrendo, e molti di questi pesci caddero nella
nave: tra gli altri duoi o tre dettero in nave appresso me e gli presi vivi
nelle mani, tal che molto ben gli potei vedere. Erano grandi come sardelle e di
quella grossezza, e dalle guancie usciano due ale overo due penne, simili a
quelle con che nuotano tutti li pesci di queste bande per li fiumi, lunghe come
era tutto il pesce; e queste son le sue ale, e fin tanto che queste ale non
s'asciugano nell'aere, dopo che son saliti dall'acqua, sempre possono
sostenersi in alto; per, subito che son asciutte, che al pi  nello spazio
overo tratto che ho detto, cascano in mare, e poi tornano a levarsi e fanno il
medesimo, overo si fermano.
Nell'anno 1515, quando la prima volta venni a informare vostra maest delle
cose dell'Indie, e subito l'anno seguente che fui in Fiandra, nel tempo della
sua ben fortunata successione in questi suoi regni d'Aragona e di Castiglia, e
in quel viaggio veleggiando io con la nave sopra l'isola Bermuda, che
altrimenti si chiama la Garza, la quale  la pi lontana di tutte l'isole che
oggi si sappia nel mondo, e arrivai l, tanto che stavamo in otto braccia
d'acqua e lontani un trarre d'artiglieria, fui deliberato mandar in terra alcun
della nave per saper quel che era l, e insieme per far lasciar in quella isola
alcuni porci vivi, di quelli che io portavo nella nave per viaggio, afin che
multiplicassero. Ma il tempo salt subito contrario e fece che non potemmo
toccare la detta isola, la qual pu essere di lunghezza di dodici leghe e di
larghezza sei, e volge di circuito trenta leghe, ed  in trentatre gradi dalla
banda di settentrione. Stando l appresso viddi un contrasto di questi pesci
volatori e delle orate e degli uccelli coccali e folighe, che in verit mi
pareva cosa del maggior sollazzo che potessi avere: le orate andavano a pelo
d'acqua, e alcune volte mostrandogli le spalle, e facevano levare questi pesci
volatori fuora d'acqua per mangiarsegli, e questi fuggivano a volo, e le orate
seguivano dietro loro notando dove cascavano; dall'altro canto li coccali e
folighe nell'aria pigliavano molti di quelli pesci volatori, di modo che n
nell'aere n nell'acqua stavano sicuri.
Questo medesimo pericolo tengono gli uomini nelle cose di questa vita mortale,
che nessuno sta sicuro, n in alto stato n in umile: e questo solo doveria
bastare a far che gli uomini si ricordassero di quello sicuro riposo che tiene
apparecchiato Iddio per quelli che l'amano, il quale acqueta li travagli e
fatiche del mondo, nel quale cos pronti e apparecchiati stan li pericoli, e li
ripone alla vita perpetua, nella quale si truova eterna sicurt. Tornando alla
mia istoria, questi uccelli che ho detto erano dell'isola Bermuda, e l intorno
viddi questo volare di pesci, perch questi uccelli non s'allargano molto da
terra, n potriano essere d'alcuna altra terra.


Del pescar delle perle.
Cap. LXXXV.

Dapoi che abbiam detto d'alcune cose che non son di tanto valore o prezzo come
sono le perle, ragione mi pare che ora si dica come le dette si pescano, ed 
cos. Nella costa di settentrione, in Cubagua e Cumana, che sono luoghi dove
costoro per il pi s'essercitano, s come a pieno io fui informato dagl'Indiani
e da' cristiani, dicono che partono di quella isola di Cubagua molti Indiani,
che abitano in case di signori particolari, abitatori di San Domenico e San
Giovanni; e in una canoa over barca se ne vanno la mattina, quattro o cinque o
sei o pi, e dove gli pare o sanno che vi sia quantit di perle, e l si
fermano nell'acqua e si tuffono in acqua di sotto a nuoto, finch giungono in
fondo; e resta uno nella barca, il qual la tiene ferma quanto pu, aspettando
che venghino di sopra quelli che sono entrati nell'acqua. E cos, doppo che
l'Indiano  stato un buon spazio di tempo in fondo, vien di sopra e notando
viene alla sua barca, entrandovi dentro e ponendovi tutte l'ostreghe che ha
prese e seco portate, perch nell'ostreghe si truovano le dette perle; e l si
riposa alquanto e alquanto mangia, e doppo ritorna nell'acqua e vi sta fin che
vi pu durare, e ritorna di sopra con quel che ha pescato, riponendolo nella
barca come prima; e in questo modo fanno il medesimo tutti gli altri, che son
notatori bonissimi a questo mestiero. E quando sopraviene la notte, e che gli
par tempo da riposare, se ne ritornano all'isola a casa sua e consegnano
l'ostreghe tutte al maestro di casa del suo signore, che tiene carico di detti
Indiani; e costui gli fa dar mangiare, e ripone in salvo le dette ostreghe. E
quando ne ha quantit, fa che loro le aprano, e in ciascuna d'esse truovano le
perle, o grande o picciole, due o tre o quattro, e tal volta cinque e sei e
molti pi grani, s come la natura ve li ha posti. E le perle grandi e minute
che truovano salvano, e l'ostreghe, se vogliono, o le mangiano overo le gettano
via, avendone tante che quasi le aborriscano; e quel che avanza di dette
ostreghe tutto gli viene a fastidio, tanto pi che l'ostreghe sono molto pi
dure, e non cos buone a mangiare come quelle di Spagna.
Questa isola di Cubagua ove si usa questo modo di pescare,  nella costa di
tramontana, e non  maggior isola di Zilanda, ma  quasi a punto cos grande.
Molte volte che il mar cresce assai, e pi di quello che li pescatori delle
perle vorriano, e anche perch naturalmente, quando l'uomo sta sotto acqua ove
sia molto fondo (s come io l'ho molto ben provato), li piedi se li levano
all'ins, tal che mal agevolmente possono stare in terra nel fondo dell'acqua
per lungo spazio, a questo vi proveggono gl'Indiani benissimo con l'assettarsi
alla schiena duoi sassi, un per canto, legati con una fune; e l'uomo sta nel
mezzo, e con questi si lascia gir al fondo, ed essendo li sassi assai gravi, lo
fan stare nel basso fermo. Quando gli pare e vuole tornar di sopra, con poca
fatica pu dislegar le pietre e uscirsene a suo piacere. Questo che ho detto
non  per quello che debbe far maravigliare la gente della agilit che hanno
gli Indiani nel fare questo esercizio, ma questo  che molti di loro stanno nel
fondo d'acqua un'ora, e alcuni pi e alcuni meno, secondo che uno  pi atto a
questa cosa che l'altro.
Un'altra cosa mi occorre che  grande, ed  che, dimandando io molte volte ad
alcuno di quelli signori indiani che vanno ancora loro a pescare che, essendo
il luogo ove si pigliano queste perle assai piccolo, si doverebbe in breve
consumar tutte l'ostreghe, pigliandosene tante, tutti mi risposero che, se ben
si consumava in una parte, che s'andava a pescare in un'altra, all'altra costa
dell'isola overo all'altro vento contrario; e che fin tanto anche che quel si
finiva, tornavano poi al primo luogo, overo ad alcuna di quelle parti ove prima
era stato pescato, e lasciate per esser state vote di perle, che le trovavano
cos ben piene come se mai vi fusse stata pescata cosa alcuna. Dal che si pu
comprendere e giudicare che queste ostreghe o si muovono d'un luogo ad un altro
come gli altri pesci, overo che nascono e si augumentano e si producono in
luogo ordinario. Questa isola di Cumana e Cubagua, ove si pescano queste perle
che ho detto,  in dodici gradi dalla parte della detta costa che guarda alla
tramontana.
Parimente si trovano e pigliansi perle nel mar del Sur assai grosse, ma molto
pi grosse nell'isola delle Perle, la quale gl'Indiani chiamano Terarequi, ed 
nel golfo di San Michele; e sonvisi gi prese perle maggiori assai e di maggior
prezzo che in quest'altra costa di qua del mar del Nort, in Cumana o in alcuna
sua parte. Dico questo come vero testimonio di veduta, per essere stato io in
quelli mari meridionali, e per essermi minutissimamente informato di tutto quel
che appartiene al pescar delle perle. Da questa isola di Terarequi  venuta una
perla di trentaun caratto di peso, la qual ebbe Pedrarias fra mille e tanti
pesi d'altre perle, la qual s'ebbe quando il capitano Gasparo di Morales (prima
che 'l detto Pedrarias) pass alla detta isola dell'anno 1515, la qual perla fu
di grandissimo prezzo.
Nella medesima isola venne ancora una perla rotondissima che io portai da
quelli mari, grande come una pallotta piccola d'arco, e di peso di ventisei
caratti: e la comperai nella citt di Panama nel mar del Sur per secento e
cinquanta pesi di buon oro, e tennila tre anni in mio potere; e dapoi la
tornata mia in Spagna l'ho venduta al conte di Nansao, marchese de Zenete, gran
camarlingo di vostra maest, il qual la don alla marchesana di Zenete, la
signora Menzia di Mendozza, sua consorte. Questa perla credo io per cosa certa
che sia delle maggiori, o per dir meglio la maggior, di tutte quelle che in
queste parti si son vedute, e pi rotonda che sia, perch debbe sapere vostra
maest che nella costa del mar del Sur pi presto si trovano cento perle grandi
di forma di pera che una rotonda e grande.
Questa detta isola di Terarequi, che li cristiani chiamano isola delle Perle, e
altri la chiamano isola di Fiori, si truova in otto gradi alla banda australe
di terra ferma, nella provincia di Castiglia dell'Oro. In queste due parti che
si  detto, dell'una e l'altra costa di terra ferma, sono li luoghi ove fin a
ora si pescan le perle. Ho saputo ancora per che nella provincia e isole di
Cartagenia son perle. E poich vostra maest mi comanda che io vade l a
servirla per suo governatore e capitano, io ho pensato di farle cercare, e non
mi maraviglio punto che vi se ne truovino similmente, perch quelli che questo
mi han detto non parlano se non per udita dalli medesimi Indiani di quel paese,
li quali l'hanno mostre alli cristiani nel porto e terra del cacique Carex; il
quale  il primo della isola di Codego, che  alla bocca del porto di
Cartagenia, che in lingua indiana si chiama Coro, la qual isola e porto  alla
banda del nort, alla costa di terra ferma in dieci gradi.


Dello stretto e cammino che si fa dal mare del Nort, cio tramontana, a quello
del Sur, cio mezzod.
Cap. LXXXVI.

 stata opinione tra li cosmografi e pilotti moderni e persone che hanno
pratica delle cose di mare, che sia uno stretto d'acqua dal mar austral, over
del Sur, al mar di Tramontana in terra ferma, qual per non si  trovato n
visto fin a ora. E lo stretto che vi , noi che siamo stati in quelle parti pi
presto crediamo che sia di terra che d'acqua, perch la terra ferma in alcune
parti  molto stretta; e in tanto che gl'Indiani dicono che dalle montagne
della provincia d'Esquegua overo Urraca, che sono fra un mare e l'altro,
andandovi uno uomo in cima e guardando alla parte di tramontana, vede l'acqua e
mar di Tramontana della provincia di Beragua, e voltandosi all'opposito alla
parte di mezzod, si vede il mar e costa del Sur, e provincie che confinano con
quello, che  di quelli duoi caciqui o signori delle dette provincie d'Urraca
ed Esquegua.
Ben credo io che, se questo  cos come dicono gl'Indiani, che di quello che
fin al presente si sa questo sia il pi stretto di terra ferma, e secondo che
alcuni dicono  adoppiato di montagne aspere. Ma io non l'ho per miglior
cammino, n cos breve come  quello che si fa dal porto nominato Nome di Dio,
qual  nel mar di Tramontana, fino alla nuova citt di Panama, che  nella
costa e sopra la riva del mar del Sur; il qual cammino similmente  molto
aspro, e pien di molte montagne e molto alte, con molte valli e fiumi e con
monti asperrimi, pieni di boschi foltissimi e molto difficili a passargli, che
senza gran travaglio non si posson passare.
Alcuni mettono per il cammino di questa parte da mar a mar diciotto leghe, e io
lo fo pi di venti buone, non perch il cammino possi essere pi di quello che
 detto, ma perch  molto cattivo, come  di sopra detto. E questo viaggio
l'ho fatto io ben due volte a pi, e fo dal porto o villa detta del Nome di Dio
fino al cacique di Ivanaga, che ancora si chiama di Capira, otto leghe, e di
qui fino al fiume Chagre altre otto, ancora che sia maggior camino quello di
questa seconda giornata, tal che fin a questo fiume fo sedeci leghe, e qui si
finisce l'asperit del camino. Di qua poi fino al ponte Ammirabile son due
leghe, e doppo il detto ponte sono due altre leghe fin al porto di Panama,
talch in tutto son venti al mio giudicio. Si che, essendo io andato tanto e
tanto peregrinato per il mondo, e avendo tanto veduto d'esso come ho, non 
maraviglia che io affermi la mia opinione di questo cos breve camino come quel
che io ho detto che  dal mar di Tramontana a quello di Mezzod.
Se si troverr (s come speriamo in Dio) la navigazion delle speziarie, e che
si conducano al detto porto di Panama, come  assai possibile (volendo Dio), di
l poi agevolmente si pu passare a questo mare di Tramontana, non obstante le
difficult del camino di queste venti leghe di sopra dette. E ci affermo come
uomo che molto ben ha veduto quel paese, e che ben due volte con li suoi piedi
vi  passato, dell'anno 1521.
 da sapere che  una facilit maravigliosa a condur le specierie nel modo che
ora dir: da Panama fin al fiume Chagre son quattro leghe di molto buono e
acconcio camino, per il quale a piacere a piacere vi possono andare le carette
cariche, perch, se ben vi  qualche montata,  per piccola, e la maggior
parte di queste quattro leghe  pianura netta d'arbori. Arrivate che sono le
carette al detto fiume, l si potrian le specierie caricare in barche e
spinazze; il qual fiume entra nel mar di Tramontana 5 o 6 leghe pi a basso del
porto del Nome di Dio, e sbocca vicino ad una isola chiamata del Bastimento,
dove  buonissimo e sicurissimo porto. Guardi vostra maest che maravigliosa
cosa e che gran commodit  per fare quanto si  di sopra detto, perch questo
fiume Chagre, nascendo sol due leghe lontan dal mar d'austro, viene per a
metter capo nell'altro mare, detto di Tramontana. Questo fiume corre molto, ed
 molto grosso e abbondante d'acqua, e tanto appropriato a quel che abbiam
detto che pi non si potria dire n pensare, n anco desiderare che tanto fusse
a proposito dell'effetto disegnato come questo. Il ponte Ammirabile o naturale,
che  due leghe di l dal detto fiume e altre due di qua dal porto di Panama,
al mezzo del camin sta in questo modo, che nissun che passa per questo viaggio
vede detto ponte, per non pensare che in tal luogo sia alcun edificio, infino a
tanto che non  in cima d'esso andando verso Panama; ma subito che arriva al
ponte, guardando a man destra, vede ciascuno sotto di s un fiumicello, il
quale ha il letto suo lontan dalli piedi che passa due lancie di fante a pi o
pi. L'acqua  piccola, perch arriveria al pi infino al ginocchio d'un uomo;
la larghezza  da 30 in 40 passi. Questo mette testa nel sopradetto fiume di
Chagre. Da man sinistra, stando sopra detto ponte, non si vede altro che
arbori; la larghezza sua  di passi 15, e la lunghezza da 70 in 80. L'arco 
fatto dalla natura d'una durissima pietra, cosa da far maravigliare qualunque
lo vedesse, essendo fatto dal supremo Fattore dell'universo.
Si che, tornando a proposito delle dette specierie, dico che, quando piacci a
Iddio N. Sig. che per ventura di v. maest si trovi la navigazion per quella
parte, e si conduchino le specierie fin alla detta costa e porto di Panama, e
che di l si conduchino come abbiamo detto per terra con carri fin al detto
fiume Chagre, e di l fin in questo altro nostro mare di Tramontana, dal qual
poi si venga in Spagna, dico che s'avanzar di camino pi di settemila leghe, e
con assai meno pericolo di quel che ora si fa andando per la via del comandator
fra' Grazia dell'Aisa, capitan di vostra maest, il quale questo anno presente
s' partito per andare al luogo di dette specierie. E di tre parti del tempo se
ne abbreviar una, e pi di due s'avanzerebbe per questo camino; e s'alcuni di
quelli li quali l'averian potuto benissimo fare, per via del detto mare del
Sur, si fussino affaticati a cercar le speziarie, ho ferma opinione che gi
molti giorni si sariano trovate; e si troveranno senza alcun dubio, volendole
cercar per quella parte o vero mare, secondo la ragion della cosmografia.

Cap. LXXXVII.

Due cose notabili si possono raccorrer di questo imperio occidentale dell'Indie
di vostra maest, oltre l'altre particolarit dette e di tutto quello che si
possa dire, che sono di grandissima importanzia ciascuna d'esse. L'una  la
brevit del camino e ordine che si  messo nel mar del Sur, cio australe, per
andar a trovar l'isole dove nascono le specierie, e delle innumerabili
ricchezze delli regni e signorie che confinano con il detto mare, dove sono
persone di diverse lingue e nazion strane. L'altra cosa  considerar quanti
innumerabili tesori sono entrati in Castiglia per causa di queste Indie, e
quello che ogni d entra e quello che si aspetta che sia per entrare, cos
d'oro e perle come di altre cose e mercanzie che da quelle parti continuamente
si traggono e vengono nelli vostri regni, avanti che da alcuna altra generazion
straniera siano stati trattati o visti, eccetto che dalli vassalli di vostra
maest spagnuoli. Il che non solamente fa ricchissimi questi regni e ogni
giorno gli far pi, ma ancora agli paesi vicini redonda tanto profitto e
utilit, che non si potria dar ad intendere se non con gran lunghezza di
parlare e pi ozio, il che io non ho al presente. E testimoni ne son questi
ducati doppioni che vostra maest fa battere e si spargono per il mondo, li
quali, poi che di questi regni escono, mai pi tornano, perch, essendo la
miglior moneta che al presente per il mondo corra, come l'entra in man de'
forestieri mai pi se ne pu cavare. E se la torna in Spagna viene vestita in
altro abito, perch torna diminuita di bont d'oro e mutate le reali insegne di
vostra maest, che, se la non avesse questo pericolo d'esser disfatta in altri
regni per la causa detta, non si trovaria d'alcun prencipe del mondo tanta
quantit d'oro in moneta battuta come di vostra maest. E la causa di tutto
questo sono l'Indie, delle quali brevemente ho detto quel che mi son ricordato.


Gonzalo Ferdinando d'Oviedo

Della naturale e generale istoria dell'Indie a' tempi nostri ritrovate Libro
primo


Che  il proemio drizzato alla cesarea e catolica maest dell'imperatore Carlo
Quinto.


Si legge appresso i buoni cosmografi antichi, e l'esperienzia ce 'l fa oggi
chiaro, che l'India  posta molto verso oriente, fra il fiume Indo e 'l Gange,
oltra il Gange anco pi verso oriente, e  pi di cinquecento leghe di l dal
mar Rosso e dal mare di Persia; onde si sono ingannati alcuni che hanno detto
che gli Etiopi son presso al fiume Indo, percioch l'Etiopia, dove and Mos a
combattere in favore degli Egizii,  posta sul mezzogiorno, e di qua dal mare
Rosso. E questi Etiopi furono convertiti alla fede da quello eunuco,
maggiordomo della regina Candace, che fu da san Filippo apostolo battezzato e
nella fede instrutto. Quello che io voglio qui inferire si  che io non tratto
qui di questa India che ho detto, ma dell'Indie che sono isole e terra ferma
nel mare Oceano occidentale, e che ora sono sotto l'imperio della corona reale
di Castiglia: e vi si comprendono infiniti gran regni e provincie, con tante
ricchezze quanto nel processo di questa istoria si dir.
Per tanto supplico la Vostra Maest cesarea che faccia queste mie vigilie degne
d'essere da lei vedute e lette, poich naturalmente ogni uomo desia di sapere,
e l'intelletto ragionevole  quello che ci fa pi che altro animali eccellenti,
anzi che ci fa simili al grande Iddio, il quale disse nella creazione di questo
intelletto: "Facciamo l'uomo ad imagine e similitudine nostra". S che per
questa cagione non si contenta n si sodisfa il nostro animo con intendere e
speculare poche cose, n con vedere l'ordinarie o vicine alla patria nostra;
che anzi chiunque questo cos bel desiderio ha, posponendo molti pericoli ne va
per lontane e varie contrade pellegrinando, per investigare e nella terra e nel
mare le tante maravigliose opere che ha fatte il grande Iddio, per sodisfare a
questo bel desiderio della pellegrinazione nostra, e per farci conoscere che
chi ha potuto far quello che noi vediamo nel mondo,  stato bastante a fare
anco tutto quello che noi non possiamo con tutto il nostro ingegno intendere:
cos per la sua grandezza, come per la negligenzia nostra, e per la debolezza
umana della quale tutti vestiti siamo, e medesimamente per altri inconvenienti,
che possono impedire questo lodevole desiderio di vedere con gli occhi del
corpo quello che vedere si pu della tondezza e variet di questo, che hanno i
latini chiamato mondo. Del quale vogliono alcuni cosmografi che assai meno
della quinta parte abitata ne sia: ma io sono molto da questa opinione lontano,
come colui che, di pi di quello che Tolomeo ne scrisse, so che in questo
imperio dell'Indie, che Vostra cesarea Maest possiede, sono cos gran regni e
provincie, e di cos strane e diverse genti e costumi, che assai breve  la
vita dell'uomo per poter vederlo n fornire d'intenderlo.
Percioch quale ingegno mortale potr comprendere tanta diversit di lingue, di
abiti, di costumi, che nelle genti di queste Indie si veggono? Chi potr
esplicare la tanta variet d'animali, cos domestici come salvatichi? La tanta
copia d'alberi con tanta diversit di frutti, e altri anco sterili, cos di
quelli che gl'Indiani istessi coltivano, come di quelli che naturalmente senza
l'aiuto umano si generano? Chi numerer le tante piante ed erbe utili agli
uomini e all'uso della vita commune, senza l'altre tante che non sono
conosciute? Ivi si veggono infinite differenzie di rose e d'altri varii fiori,
con incredibile soavit; una diversit grande d'uccelli di rapina e d'altri di
varie specie; un immenso numero d'altissime montagne e fertili, e d'altre aspre
e silvose; campagne amplissime e ottime per l'agricoltura, con bellissime e
vaghissime riviere. Vi si veggono monti pi maravigliosi e spaventevoli che non
 Mongibello o Volcano o Stromboli in Italia: e sono e questi e quelli
all'Altezza Vostra soggetti. Certo che non sarebbono, dagli istorici e dai
poeti antichi, tanto questi maravigliosi monti della Sicilia celebrati, se
fossero stati conosciuti Massaia e Maribio e Guassocingo, e gli altri che
appresso in questa istoria si toccheranno.
In queste Indie si veggono tante valli e foreste e dilettevoli pianure; tante
costiere di mare con tante e cos lunghe piaggie, e con cos securi e bei
porti; tanti gran fiumi e navigabili; tanti gran laghi; tanti fonti e freddi e
caldi, e vicini l'uno all'altro, e molti con bitume e altre varie materie e
liquori; tante sorti di pesci di quelli che in Spagna si veggono e conoscono, e
altre che n vi si conoscono n vi si veggono; tante minere d'oro, d'argento e
di rame; tanta copia di perle e di unioni che ogni d vi si ritrovano. In qual
contrada si ud mai o si sa che in cos breve tempo, e in terre cos dalla
nostra Europa remote, si producessero tanti animali d'armenti e di greggi e
tante biade, come con gli occhi nostri in queste Indie vediamo che si
producono, essendovi per tanta distanzia di mare condotti? E mi pare che questa
terra non come madregna, ma come vera madre ricevuti gli abbia, poich in
maggior quantit e migliori alcuni di loro vi si generano che nella Spagna non
fanno; dico cos degli animali che per servigio dell'uomo sono, come del grano
istesso e dell'altre biade, di legumi, delle frutte, del zuccaro e
cannafistola, delle quali cose a' d miei usc la semente di Spagna e fu qui
condotta; e fra poco tempo sono in tanta quantit moltiplicate tutte queste
cose, che di qua se ne ritornano le navi in Europa cariche di zuccaro, di
cannafistola e di cuoi di vacche. E il medesimo potrebbono fare d'altre cose,
alle quali qui non molto s'attende, e che prima che gli Spagnuoli vi venissero
queste Indie da se stesse producevano e producono, come sono cottone, o
bambagio che vogliam dire, allume e altre mercanzie, che in molti regni del
mondo sono desiderate, e se ne caverebbe grande utilit: ma i nostri mercadanti
non se ne fanno conto, per non occupare i loro navili se non con oro, con
argento, con perle e con altri simili cose.
E poi che quello che si potrebbe scrivere di questo nuovo e grandissimo imperio
 tanto e cos maraviglioso, questa istessa grandezza mi iscusi appo Vostra
Maest cesarea se non ne dir cos copiosamente come si richiederebbe. Basti
che, come persona che tanti anni miro e veggo queste cose, abbia d'occupare
tutto il restante della vita mia in notare e dedicare alla memoria de' posteri
questa piacevole, soave, generale e naturale istoria dell'Indie, cos di quello
che fin qua ho veduto o mi  venuto a notizia, come di quello che, fin che
questa vita mi durer, e si discoprir e ritrover; poi che la Vostra Maest
cesarea, come a suo creato e servitore, mi impone e comanda che io la scriva e
la mandi al suo consiglio reale dell'Indie, perch, come queste cose
s'aumentano e si fanno, cos si pongano di mano in mano nella gloriosa cronica
di Spagna. E in questo, oltra che la Maest Vostra ne fa servigio a Dio nostro
Signore, che si publichi e si sappia per lo restante del mondo quello che sotto
lo scettro vostro reale di Castiglia posto si trova, ne fa anco segnalata merc
a tutti i regni di cristiani, in dar loro con questo trattato occasione di
rendere infinite grazie a Dio per l'aumento della sua santa fede catolica, che
ogni d col vostro cristianissimo zelo in queste Indie s'aumenta. Il che sar
un glorioso colmo della immortalit della vostra rara e perpetua fama, perch
non solamente i fedeli cristiani si sentiranno a Vostra Maest cesarea
obligati, che con tanta benignit faccia lor questa nuova e vera istoria
comunicare, ma gli infedeli anco, che fuori di queste parti per tutto il mondo
si troveranno, udendo queste maraviglie gli resteranno medesimamente obligati,
lodando il Fattore del tutto, che cos strane cose create abbia in luoghi cos
incogniti e separati dall'emisferio e orizonte loro.
Questa  certo, potentissimo signore, una materia che, per la grandezza
dell'obietto e delle sue circostanzie, n l'et n la diligenzia mia basteranno
a terminarla perfettamente, per l'insufficienzia del mio stile e per la brevit
de' miei giorni. Sar nondimeno, quello che io scriver, istoria vera, e del
tutto lontana dalle favole che altri scrittori ne hanno detto, senza averne
veduta cosa alcuna: ma, stando in Spagna a piede asciutto, hanno avuto ardire
di scrivere con elegante parlare, e volgare e latino, queste cose, solamente
per informazione di molti di differenti giudicii, e ne hanno formate l'istorie,
che si sono pi appressate al buon stile che alla verit delle cose che
scrivono, perch n il cieco sa determinare de' colori, n l'absente pu cos
far fede di queste cose come colui che le vede. Io voglio che la Maest Vostra
sia certa che questi miei scritti anderanno ignudi d'eleganzia di parole, per
potere con l'artificio invitare i lettori a leggerli, ma saranno assai ben
copiosi di verit e senza contradizione alcuna, pur che la vostra soprana
clemenzia ordini che siano poi limati e politi; pure che chi questa impresa
prender, di dire questa mia istoria in miglior stile, non si parta punto
dall'intenzione e dalla sentenzia che qui vedr, s perch non se ne offenda
questo mio buon desio, come perch non mi si nieghi la lode del travaglio, che
in tanto tempo e con tanti pericoli ho sofferto, investigando per tutte le vie
possibili la certezza di queste materie, da che nel 1513 il catolico re don
Fernando di gloriosa memoria vostro avolo mi invi, perch io fossi sopra al
fondere dell'oro che qui in terra ferma si faceva. Onde io mi occupai cos in
quello officio, quando lo richiedeva il bisogno, come nella conquista e
pacificamento d'alcuni luoghi di questo imperio con l'arme in mano servendo a
Dio e alle Maest Vostre (come lor capitano e vassallo) in quelli asperi
principii che si popolarono alcune citt e terre che ora sono di cristiani, e
con molta gloria dello scetro reale di Spagna vi si continua il culto divino
della vera religione cristiana.
Nella quale conquista, quelli che in quel tempo passammo con Pedraria d'Avila,
luogotenente e capitan generale del re catolico e poi delle Maest Vostre,
fummo da duemila uomini, e in quelle contrade ritrovammo altri cinquecento
cristiani, sotto il capitan Vasco Nugnez di Balbua, nella citt del Darien, che
si chiam prima La Guardia e poi Santa Maria dell'Antiqua, e fu la principale
citt del vescovado di Castiglia dell'Oro; e ora si ritrova disabitata, non
senza gran colpa di chi ne  stato cagione, perch stava in parte attissima per
la conquista degli Indiani arcieri di quelle contrade. E di questi duomila e
cinquecento uomini che ho detto, non se ne ritrovano al presente in tutte
l'Indie n fuori a pena quaranta, secondo che io credo, perch per servire a
Iddio e alle Maest Vostre, e perch vivessero securi i cristiani che poi in
quelle provincie passarono, fu bisogno che cos avenisse; e la salvatichezza
della terra e il suo aere, con la spessezza degli erbaggi e alberi de' campi, e
insieme il pericolo dei fiumi, de' gran lacertoni e tigri, e il fare esperienza
dell'acque e delle cose da mangiare, sono tutte queste cose state con costo
delle vite nostre, in utilit de' mercatanti e degli altri che sono qui poi
passati a vivere, che con le mani lavate si godono ora delli molti sudori
d'altrui.
E perch, stando la Vostra Maest cesarea in Toledo nel 1525, scrissi io una
sommaria relazione d'una parte di quello che qui si contiene, e fu il suo
titolo Oviedo, nella naturale istoria dell'Indie, come questo libro ora si
chiamer La generale e naturale istoria dell'Indie, tutto quello che in quel
sommario si conteneva si ritrover ora in questo libro, e nell'altre due parti
che appresso poi seguiranno, assai meglio e pi copiosamente detto: s perch
quel sommario in Spagna si scrisse, avendo io lasciati i miei memoriali e libri
in questa citt di San Dominico dell'isola Spagnola, dove io tengo mia casa;
come anco perch di queste materie io ne ho assai pi veduto di quello che fino
allora ne sapeva, nelli dieci anni che sono corsi da che quello scrissi fino a
questa, ora facendo con maggiore attenzione isperienzia di quello che a questo
effetto si conveniva, e pi particolarmente intendendo e vedendo le cose. Vi 
questo anco, che ci che quel sommario si conteneva, in questo libro e nelle
sue parti  aumentato, e vi sono molte altre gran cose e nuove aggiunte, delle
quali non poteva io in quel sommario fare relazione alcuna, per non averle
ancora n vedute n intese. S che, potente signore, per le cause dette di
sopra  giusto che queste istorie si manifestino per tutte le republiche del
mondo, perch per tutto si sappia la grandezza e ampiezza di questi stati, che
il grande Iddio serbava alla vostra corona reale di Castiglia, per la buona
fortuna e meriti della Vostra Maest cesarea, sotto il cui favore e scudo io la
presente opera offrisco; e la supplico umilmente che, in ristoro del tempo che
io ho in ci travagliato, e dell'antica servit che io ho con la vostra casa
reale di Castiglia (ch sono pi di quaranta anni che io sono nel numero de'
suoi creati), si degni d'accettare questi miei libri, i quali, se non sono con
molta industria e artificio scritti, n con molto ornamento di parole, sono
nondimeno scritti di materie che con non poca fatica e travagli ritrovate e
intese si sono, e sono per dare piacere e contentamento all'animo,
intendendovisi tanti secreti di natura.
Se vi si ritroveranno alcune voci straniere e barbare, ne  cagione la novit
della materia che vi si tratta: n s'attribuiscono alla mia lingua, perch io
in Madril nacqui, nella casa real mi creai, ho con persone nobili conversato e
letto anco alquanto. S che se in questo libro ser cosa alcuna che con la
lingua castigliana, che  tenuta la migliore di quante ne ha la Spagna, non
consuoni,  solo perch ho voluto con le proprie e stesse voci fare intendere
le cose che presso gl'Indiani significano.
La Maest Vostra nel tutto ricompensi col mio buon desio il difetto della
penna, poich Plinio, nel proemio della sua naturale istoria, dice che  assai
difficile cosa fare le cose vecchie nuove, e alle nuove dare auttorit; e a
quelle che escono dell'ordinario  consueto dare splendore, e alle oscure luce,
e alle noievoli grazia, e alle dubbiose fede. Basti che io ho desiato e desio
servire la Vostra Maest cesarea e sodisfare chi questa mia opera vedr: che se
io non ho saputo farlo, si dee nondimeno la mia buona intenzione commendare, e
si dee il lettore contentare che quello che io ho veduto e isperimentato con
molti pericoli esso ne gode e 'l sa con tanta securt, perch pu leggerlo
senza soffrire fame n sete, n caldo n freddo, n altri infiniti travagli che
vi si provano e sentono, e senza partirsi altramente dalla patria sua,
ponendosi in aventura della tempesta del mare, n delle disgrazie che qui poi
in terra s'incorrono. Onde pare che per suo passatempo e riposo io sia nato, e
peregrinando abbia visto queste opere della natura, o per meglio dire del
Maestro della natura, le quali io ho scritte nelli 20 libri che in questo primo
volume si contengono, e negli altri della seconda e terza parte, che
tratteranno delle cose di terra ferma, e ne' quali mi ritrovo ora occupato.
Egli  il vero che l'ultimo libro di questi vinti si porr poi nel fine della
terza parte, perch  di qualit che a tutte serve, e chiamasi Delle disgrazie
e naufragii de' casi avvenuti ne' mari di queste Indie.
Tutti questi libri sono divisi secondo la maniera e qualit delle materie che
vi si discorrono, e le quali non ho io cavate da duomila migliaia di volumi che
io letti abbia, come diceva Plinio avere esso fatto. Onde pare che egli scrisse
quello che avea letto, bench egli dicesse anco alcune cose che non avevano gli
antichi intese, o che dopo la lor vita si ritrovarono. Non dico io qui adunque
cose che abbi lette in molti libri, ma vi scrivo quelle solamente che con duo
miglioni di travagli, di necessit, di pericoli, ho in pi di ventiduoi anni
vedute e isperimentate con la mia stessa persona, servendo a Dio e al mio re in
queste Indie, e con avere otto volte passato il gran mare Oceano.
Ma perch io a qualche modo intendo di imitare Plinio, non nel dire quello che
egli disse (bench qui talora le sue auttorit s'alleghino), ma nel distinguere
i miei libri, come egli fece, secondo la variet delle materie, confessar
quello che egli nella sua introduzione approva, quando dice che  cosa d'animo
vizioso e d'ingegno infelice volere pi tosto essere preso col furto che
restituire quello che gli fu imprestato, massimamente facendosi capitale
dell'usura. Per non incorrere io adunque in simil fallo, e non negare quello
che  da Plinio, quanto all'invenzione e titolo del libro io il seguo; ma nella
mia opera sar una cosa aliena dallo stile di Plinio, e sar il referire in
parte la conquista di queste Indie, e il dar conto come fossero primieramente
discoverte e trovate, e altre simili cose che, se ben fuori della naturale
istoria sono, vi saranno nondimeno assai necessarie, per potersi sapere il
principio e 'l fondamento del tutto; e medesimamente perch meglio s'intenda
come i re catolici don Ferdinando e donna Isabella, avoli della Vostra Maest
cesarea, si movessero a mandare a cercare di queste terre, o per dire meglio
come il Signore Iddio gli movesse, che gi altri non fu. Tutto questo verr
distintamente tocco, secondo le particolari relazioni che se ne sono avute, con
espresse proteste che quanto qui scriver stia sotto la correzione ed emenda
della nostra santa madre chiesa apostolica di Roma, di cui io sono minimo
servo, e nella cui obedienza protesto di dovere vivere e morire.
Ma perch tutti quelli che hanno zelo dell'onore e della vergogna propria
temono la mormorazione de' detrattori, come fu Plinio e tanti famosi autori, e
con loro anco il buon profeta David, quando pregava Iddio che dalla lingua
dolosa il liberasse, ben debb'io anche giustamente temere il somigliante, e con
maggior ragione, poi che i morti e gli absenti non possono per s rispondere n
difensarsi (e come il medesimo Plinio diceva, che i morti non contendono se non
con l'ombre e fantasme notturne). Sich io voglio per questo dire a quelli che
in fin d'Europa o d'Asia o d'Affrica mi reprenderanno, che avertiscano che io
in niuna di queste tre parti del mondo sto, come si pu congietturare da quello
che s' veduto e scoperto nel mare di mezzogiorno, dove si gira tutta la terra
intorno. E poi che i lettori hanno d'ascoltarmi cos di lontano, non vogliano
giudicarmi senza vedere questa terra dove io sto e della quale tratto. E basti
loro ch'io qui scriva in tempo d'infiniti testimonii e di vista, e che questi
miei libri siano drizzati a Vostra Maest cesarea, di cui  questo imperio, e
che per suo ordine si scrivano, e che io ne abbia il mangiare, come suo
cronista in queste materie; e che non ho da essere di cos poco intelletto che
davanti a cos gran prencipe abbi a dire altro che la pura verit, per non
perdere la grazia sua e l'onor mio; e di pi di tutto questo, che le cose che
qui si trattano non sono per acquistarne ambiziosamente onore n per esserne
rimunerato da persone particolari, alle quali con finte parole si drizzi il
libro. Anzi, conformandomi con quella vera sentenzia del savio, che dice che la
bocca che mentisce ammazza l'anima, spero in Dio che guarder da tal pericolo
la mia, e ch'io come fidele scrittore ne sar rimunerato, per l'infinita
cortesia, dalla clemenzia divina e dalla real mano di Vostra Maest cesarea; la
cui gloriosa persona nostro Signore lungo tempo favorisca e lasci godere della
monarchia del mondo, come il vostro alto cuore desia e i vostri leali subditi
sperano e tutta la republica cristiana ha bisogno, poi che fra tutti li
prencipi cristiani la Vostra Maest solamente sostiene al presente la religione
catolica e la chiesa di Dio e la difensa dalla malvagia setta e gran potenzia
di maomettani, ponendo in rotta il lor principal capo e Gran Turco, con tanto
spargimento del sangue turchesco, e con vittorie cos segnalate, e in mare e in
terra, come si sono vedute negli anni passati del 32 e del 33, standosi tutti
gli altri re cristiani a vedere e aspettando il fine de' successi vostri. Ma il
giusto Iddio, per la sua piet, cos bel fine riuscire ne fece che, mentre che
'l mondo sar, con gloriosa memoria si celebrer in terra, e sar talmente
nella vita celeste accetto che la Maest Vostra ne sar rimunerato e
glorificato, con li felici re Ricaredo, primo di questo nome, e col suo
fratello santo Emergildo martire, dalli quali la vostra real prosapia e corona
di Spagna dependono e traggono origine; e de' quali parlando, il Burgense dice
che, entrando nella Spagna 60 mila Francesi, in fin da Toledo mand il re
Ricaredo Claudio, suo capitan generale, contra di loro, e li vinse e pose a
filo di spada, facendone la maggior parte prigioni. Onde disse quello istorico
che mai nella Spagna si vidde simile vittoria. Il medesimo scrive l'arcivescovo
don Rodrigo, che in questo il Burgense segu. E assai meglio averebbero potuto
delle vittorie di Spagna dire, se avessero veduto quello che i vostri capitani
e vassalli oprarono nel 1525 contra il re di Francia e sua cavalleria, quando
vi fu questo re nell'assedio di Pavia fatto prigione, con la maggior parte de'
principali del suo regno che seco si ritrovavano; o se veduto avessero quello
che si spera che debbia il grande Iddio oprare nella vostra buona fortuna e
invitto nome.
Ma tutto questo si lascia a' vostri eleganti cronisti, che cost sono e si
rallegrano di vedere tutte le cose gi dette e le scrivono anco, perch noi,
che ci ritroviamo in questi cos lontani regni, ancora che non vediamo quel che
s' detto di cos gran vittorie, riceviamo nondimeno tanta parte del piacere
quanta hanno d'averne quelli che il loro prencipe amano, come leali subditi e
cristiani. Perch in effetto non credo che possono chiamarsi tali quelli che
non ringraziano del continovo il Signor Dio per l'aumento della Vostra cesarea
persona e vita, poich in essa le nostre consistono con tutto il bene della
religione cristiana.

Della naturale e generale istoria dell'Indie a' tempi nostri ritrovate.

Libro secondo

Proemio


Perch pi ordinatamente proceda e s'intenda questa generale e naturale istoria
dell'Indie, bisogna fare distinzione de' miei libri: e perci, nel proemio o
principio di ciascun di loro, intendo di fare una sommaria relazione delle
materie che s'hanno da scrivere e trattare in ciascuno, o almanco di quello che
vi  pi sostanzievole. E a questo modo dico che in questo secondo libro si
seguir l'istoria continovandosi col precedente libro o proemio, e toccaremo il
motivo della mia intenzione, e come, per compire a quello che per la Vostra
Maest cesarea m' stato comandato, mi sono a questa impresa posto; e insieme
dir a che modo io voglio o desidero imitare Plinio, toccando brevemente le
opinioni che sono sopra, a chi drizz egli la sua naturale istoria. E dir
l'opinione che io ho, se gli antichi conobbero o no queste isole, e se sono
quelle ch'essi chiamaron l'Esperidi. Mostrer chi fosse don Cristoforo Colombo,
che primieramente queste isole scoperse, e per che via e forma vi si mosse, e a
che tempo le ritrov, e di quello che gli accadette nel primo e nel secondo
viaggio che egli vi fece, e quanto in ciascuno viaggio vi discoperse, e della
donazione che il sommo pontefice fece di queste Indie alli re catolici don
Fernando e donna Isabella e lor successori nel regno di Castiglia e di Leone
(non ostante che, secondo l'opinion mia, antiquissimamente furono di Spagna).
Dir anco chi furono alcuni cavalieri e nobili che primieramente si ritrovarono
nella conquista e pacificamento di questa isola Spagnuola, e che travagli vi
passarono i cristiani mentre che l'admirante Colombo pass a discoprire l'isola
di Iamarca; e toccher l'origine del morbo delle bughe, e quattro cose assai
segnalate che accadettero nell'anno 1492, quando queste Indie si discopersero;
e l'ordine del viaggio e della navigazione che si fa di Spagna a queste parti,
e il crescere e mancare del mare col suo flusso e reflusso, e il nordestrare e
norvestrare delle aguglie da navigare; con altre particolarit convenienti al
discorso dell'istoria, come pi distesamente ne' seguenti capitoli si vedr. E
perch nel primo libro ho detto che ho passato otto volte il mare Oceano, le
sette furono innanzi che io in questa ottava venissi a presentare questo libro
al nostro gran Cesare, come gi fatto ho: e piacendo a nostro Signore, la nona
volta sar ritornandomi a casa mia a servire Sua Maest cesarea, e a scrivere
di lungo la seconda e terza parte di queste istorie.


Delle opinioni a chi drizz Plinio il suo libro della naturale istoria, con una
relazione sommaria delle materie che in questo secondo libro si trattano.
Cap. I.

Scrisse Plinio trentasette libri della sua naturale istoria, e io in questa
prima parte della mia opera ne scrivo venti, ne' quali (come ho gi detto) per
quanto potr intendo d'imitarlo.
Il primo libro di Plinio fu il proemio drizzato con tutto il libro
all'imperator Tito, bench altri vogliano che a Domiziano il drizzasse, n
mancano di quelli che dicono a Vespasiano: ma questo poco m'importa, poich io
non scrivo seguendo l'auttorit d'istorico alcuno o di poeta, ma come
testimonio di vista nella maggior parte di quanto qui tratter. E quello che
non avr io stesso veduto, il dir per relazioni degne di fede, non dando in
cosa alcuna credito a un solo testimonio, in quelle che non abbia io
personalmente isperimentate, ma a molti s bene; e le dir nella maniera che io
intese l'ho e da chi, perch ho ordini e carte della Maest cesarea che tutti i
suoi governatori e ufficiali in tutte l'Indie mi diano aviso e vera relazione
di quanto ser degno d'istoria, per testimoni autentici, con le ferme de' lor
nomi e con segni di scrittori publici, di modo che facciano indubitata fede;
perch, come prencipi zelanti e amici della verit, vogliono che questa
naturale istoria dell'Indie si scriva interamente e senza niuno fuco.
Percioch, come Plinio dice, ancorch paia chiaro il cammino da potersi
intendere la verit,  nondimeno difficile, perch gli uomini diligenti si
stancano o stomacano d'investigare il certo, e per non parere ignoranti non si
vergognano di mentire; onde  molto pericoloso il creder molto, quando che 
autore del falso e persona grave e di auttorit. Certo che io veggo cose,
scritte in Spagna, di queste Indie che mi maraviglio come abbiano tanto
ardimento avuto gli auttori di dirle, isviandosi tanto dalla verit quanto il
ciel dalla terra; e si fidano a' loro eleganti stili, e par loro di iscolparsi
dicendo: "Cos l'ho io udito, e se ben non l'ho veduto, l'ho per inteso da
persone che veduto l'hanno e me l'hanno dato ad intendere", di modo che su
questa fidanza hanno ardire di scriverlo al papa e alli re e prencipi
stranieri. Io quello che qui dir non ho da narrarlo a chi non mi conosce, n a
quelli che fuori di Spagna vivono; onde io col profeta canto: "Dico ego opera
mea regi", come colui che al suo proprio re e a cos alto principe le
referisce.
Pose Plinio il suo proemio per primo libro: a questo modo sia la precedente
introduzione per principio de' miei, e questo chiamiamo secondo. Ho detto che
Plinio drizz la sua naturale istoria all'imperator Tito, e potr dire alcuno
che io contradico a me stesso, perch in quel sommario delle cose dell'Indie
che io scrissi in Toledo nel 1525, dissi che quello che Plinio di simili
materie scriveva, a Domiziano imperatore il drizzava: e di questa opinione sono
io. Per sodisfare adunque a coloro che volessero di questa inavertenza
incolparmi (ch al parer mio non erro), dico che io udii gi sopra la medesima
questione disputare il Pontano in Napoli nel 1500, che era tenuto in quel tempo
uno de' migliori litterati d'Italia: e teneva egli che Plinio scrivesse a
Domiziano e non a Tito il fratello, e ne rendeva sofficienti ragioni. Non
mancano per altri diversi pareri di scrittori, come  Antonio di Fiorenza, che
vuol che Plinio a Vespasiano scrivesse: e secondo questa opinione al padre, e
non ad alcuno de' figliuoli, averebbe Plinio drizzati i suoi libri.
Ma lasciamo questo, che non fa molto al caso, e ritorniamo al nostro principale
intento. Io dico che Plinio nel secondo suo libro tratta degli elementi, delle
stelle, de' pianeti, degli eclissi, del giorno, della notte, della geometria
del mondo e delle misure e distanzie sue, e insieme anco de' venti, de' tuoni,
de' lampi, e delli quattro tempi dell'anno, e de' prodigii e portenti, e dove e
come si congela la neve e il grandine, e della natura della terra e della sua
forma, e qual parte di lei sia abitata (bench in quello che dice, che la zona
torrida o linea equinoziale sia inabitabile, egli s'ingann, come gli altri che
lo scrissero medesimamente, perch elle pienamente si abita, per quello che ne
vediamo oggi nella terra ferma di queste Indie; e Avicenna lo scrisse e ne
diede ragione, e come filosofo naturale non vi ebbe cosa che gli contradisse, e
certo che egli scrisse e disse meglio in questa parte di niuno degli altri che
ne scrivessero). Fece anco nel suo secondo libro Plinio menzione de' terremoti,
e in qual terra non piove, e dove del continuo trema la terra, e come cresce e
manca il mare, e referisce alcuni miracoli del fuoco. Di questa e altre molte
cose che egli dice, quelle che averanno somiglianza con quelle che in questa
istoria delle Indie si diranno, si toccaranno nelle provincie o terre, dove
sar da notare qualche cosa di simili materie.
E per questo non mi stender altramente a ragionarne in questo secondo, nel
quale mostrer la persona e l'essere di don Cristoforo Colombo, primo inventore
e admirante di queste Indie, e dir della sua origine e del primo, secondo,
terzo e quarto viaggio che esso in queste parti fece. E perch, avendo rispetto
a' suoi gran servigi, i catolici re don Ferdinando e donna Isabella, che
conquistarono li regni di Granata e di Napoli, gli fecero grazia dello stato e
titolo di admirante perpetuo delle loro Indie, e non a lui solamente ma a tutti
i suoi successori; e gli furono date l'insegne e arme reali di Castiglia e di
Leone, e altre con queste e con quelle che egli aveva di casa sua, in certa
forma, come appresso il suo luogo si dir, e fu fatto nobile, con titolo di don
per lui e tutti i suoi descendenti. Si dir anco come egli si port nel
discoprire che egli fece d'una parte di terra ferma, la quale io credo che non
sia minore che si siano tutte tre insieme l'Asia, l'Africa e l'Europa, per
quello che la moderna cosmografia ne insegna: percioch in quello che di questa
nuova terra ferma si sa, vi  di terra continovata dallo stretto che discopr
il capitan Fernando di Magallanes, che sta dall'altra parte della linea
equinoziale, dalla banda del Polo Antartico, fino all'ultimo della terra che si
sa che  verso il nostro Polo Artico, vi , dico costeggiando, pi di
cinquemila leghe di terra continovata. Il che parr al lettore cosa
impossibile, avendo rispetto a quello che volge a torno o che ha di
circonferenzia tutto l'orbe: ma non se ne dee maravigliare chi vede la figura
che questa terra ferma ha, perch ella sia inarcata a guisa d'una coronetta da
cacciatore o d'un ferro da cavallo. E chi considera in che forma si ritrova
situata questa altra met del mondo, per mediocre cosmografo che sia, assai
bene intender che  possibile essere tanto grande quanto s' detto.
In alcune cose di quelle che io in questa prima parte scrivo non sar molto
lungo, per essere molto note. Vi dir bene alcune opinioni che vanno oggi a
torno sopra il primo discoprimento di questo nuovo mondo, e come n'ebbe notizia
colui che fu il primo a scoprirle, essendo cos incognite tutte queste terre e
a Tolomeo e agli altri cosmografi antichi. Ma io non dar gi in questo caso
credito alcuno a quello che alcune genti volgari dicono, che ostinatamente
contendono che altri fosse che primieramente questi mari e terre discoprissino,
perch in effetto, ancorch si potesse congietturare qualche cosa in contrario,
per impedire la lode di don Cristoforo Colombo, non si dee dire n credere. E
tutta questa gloria  del Colombo, e al Colombo solo, doppo d'Iddio, ne sono
debitori li re di Spagna passati e i presenti e i futuri, e non solamente tutta
la nazione che a questi prencipi obedisce, ma li re stranieri anco, per
l'utilit grande che  risultata in tutto il mondo per queste Indie, con tanti
tesori che se ne sono cavati e che se ne cavano ogni giorno, e se ne caveranno
mentre che sar il mondo.


Dell'origine e persona del primo admirante delle Indie, chiamato Cristoforo
Colombo, e per che via si mosse a discoprirle, secondo l'opinione del volgo.
Cap. II.

Dicono alcuni che questa nuova terra si seppe gran tempo fa, e che stava ben
scritto e notata dove ella fosse e in che paralleli, ma che era gi nella
memoria degli uomini perduta la navigazione e cosmografia di queste parti, e
che Cristoforo Colombo, come persona dotta in questa scienzia e che aveva
letto, s'aventur a discoprire queste isole: n io sto ancora fuori di questa
suspezione, n resto di crederlo, per quello che nel seguente capitolo si dir.
Ma perch  bene che persona a chi tanto si dee si ponga da noi per principio e
come fondatore di cos gran cosa come questa, dico che Cristoforo Colombo, per
quello che io n'ho inteso da uomini della sua nazione, fu della provincia della
Liguria dove  Genova capo. Alcuni dicono di Savona, altri d'un picciolo
villaggio chiamato Nervi, che  due leghe lungi da Genova nella riviera di
levante; ma per pi certo si tiene che egli fosse di Cugurco, luogo pur presso
alla citt di Genova. Egli nacque d'onesti parenti; fu di buona vita e statura
e d'ingenuo aspetto; fu pi alto che mediocre, e di gagliardi membri; ebbe gli
occhi vivi, e l'altre parti del viso ben proporzionate; ebbe i capelli assai
rubicondi, e il viso alquanto acceso e impetiginoso. Fu persona assai
ragionevole, cauta e di grande ingegno, buon letterato e dottissimo cosmografo,
grazioso quando voleva e iracondo quando si sdegnava.
L'origine de' suoi passati venne dalla citt di Piacenza in Lombardia, che 
posta su la riva del Po, dall'antico e nobil sangue di Pelestrello. Vivendo
Domenico Colombo suo padre, essendo egli giovanetto e ben dottrinato e gi
uscito dalla adolescenzia, si part dalla patria sua e pass in ponente, e
navig la maggior parte del mare Mediterraneo, dove impar con l'isperienzia
l'essercizio del navigare. E avendo in queste parti fatti alcuni viaggi, perch
aveva animo di navigare per pi spaziosi mari, volse vedere il gran mare
Oceano, e cos se n'and in Portogallo, dove visse qualche tempo nella citt di
Lisbona: dalla quale, e da ogni altro luogo dove si ritrov, sempre da buon
figlio soccorse il suo vecchio padre con qualche parte di quello che con suoi
sudori guadagnava, e viveva in una vita assai limitata, e non con tanti beni di
fortuna che avesse potuto senza molta necessit passarla.
Dicono alcuni che una caravella che passava di Spagna in Inghilterra, carica di
mercanzie e di vettovaglie e di vino, e di altre cose che si sogliono in quella
isola portare, perch non ve ne sono, fu da cos forzati e contrarii tempi
assalita, che fu necessitata a correre verso ponente tanti giorni che riconobbe
una o pi isole di queste parti dell'Indie, e che, smontandovi in terra, vi
viddero gente ignuda del modo che qui ne sono; e che, mancando il vento che ve
gli aveva contra lor voglia spenti, tolsero acqua e legne per ritornarsi al
primo loro viaggio. Dicono di pi che la maggior parte di quello di che era
questa caravella carica erano vettovaglie e cose da mangiare e vino, onde per
questa via ebbero con che sostentarsi in cos lungo viaggio e travaglio; e che,
avendo poi il tempo al proposito, diedero la volta, e cos prospero il vento
ebbero che si ricondussero in Europa in Portogallo. Ma perch il viaggio era
stato cos lungo e travagliato, e con tanto pericolo e paura, per presto che di
questa navigazione ritornassero, dur quattro o cinque mesi o per aventura pi,
fin che si ricondussero dove s' detto; e in questo tempo si mor quasi tutta
la gente del navilio, e non giunsero vivi in Portogallo se non il pilotto con
tre o quattro marinai, e tutti cos infermi che, fra pochi giorni doppo che
furono giunti in Europa, morirono.
Dicono anco che questo pilotto [fu] intimo amico di Cristoforo Colombo, e che
s'intendeva alquanto della altura di quella terra che ritrovata aveva nel modo
che s' detto, e che molto in secreto diede di ci parte al Colombo, il quale
il preg che gli facesse una carta, e ve li ponesse quella terra che veduta
aveva. Dicono che il Colombo lo raccolse in casa sua come amico e che lo fece
curare, perch anco il pilotto era venuto infermo: ma egli, non molto tempo
poi, mor come gli altri compagni, e per questa via rest informato il Colombo
della terra e navigazione di queste parti, e in lui solo rest questo secreto.
Alcuni dicono che questo pilotto era d'Andaluz, alcuni altri lo fanno
portogese, altri boscaino. Altri dicono che in questo tempo il Colombo si
ritrovava nell'isola della Madera, e chi dice nell'isola di Capo Verde, e che
ivi giunse la caravella che s' detto, e per questa via fu informato il Colombo
ed ebbe di questa terra notizia. Che questo passasse a questo modo o no, non 
niuno che possa con verit affermarlo: pure quest' novella per questa maniera
che s' detto, e va per lo mondo fra le genti volgari. Io per me lo tengo falso
e, come dice Augustino, "Meglio  dubitare in quello che non sappiamo, che
ostinatamente contendere quello che determinato non si truova".


Dell'opinione che l'autore di questa istoria ha sopra l'essersi saputo e
scritto dagli antichi dove fossero queste Indie, e come e per chi si pruova.
Cap. III.

S' nel precedente capitolo detta l'opinione che ha il volgo come queste Indie
si discoprissero; ora voglio dire quello che io ne credo, e come al parer mio
il Colombo si mosse come persona savia, dotta e ardita ad imprender una cos
fatta cosa, con la quale ne lasci a' presenti e a' futuri tanta memoria,
perch egli conobbe (come era in effetto) che queste terre, che egli ben
ritrovava scritte, erano del tutto uscite dalla memoria degli uomini. E io per
me non dubito che si sapessero e possedessero anticamente dalli re di Spagna, e
voglio qui dire quello che Aristotele in questo caso ne scrisse.
Egli dice che i mercadanti cartaginesi, usciti per lo stretto di Gibalterra
verso il mare Atlantico, ritrovarono una grande isola, che non era stata ancora
mai discoverta n abitata da persona umana, se non solamente da fiere e da
animali selvaggi, onde era tutta boscareccia e piena di grand'alberi e di
maravigliosi fiumi e atti a navigarsi, ma assai fertile e copiosa di tutte le
cose che si possono piantare e seminare, che 'n grande abondanzia e ubert vi
cresceano. E dice ch'era assai lontana e remota dalla terra ferma dell'Africa,
e per molti d di navigazione. Ora, essendo qui questi mercatanti cartaginesi
giunti, mossi per aventura dalla fertilit del luogo e dalla bont e
temperamento dell'aere, cominciarono ad abitarvi e a farvi stanze e terre. I
Cartaginesi e il senato loro, inteso questo, fecero andar un bando, pena la
vita, che niuno d'allora innanzi avesse ardire di navigare in que' luoghi, e
che quelli che navigato v'avevano come nemici loro fossero morti, tosto che lor
si desse occasione di poter farlo. E quello perch si movessero a far questo,
si era ch'era tanta la fama di quell'isola e terra ritrovata, che pensavano
che, se altre potenti nazioni ne avessero avuto notizia e le avessero
soggiogate, avrebbono per questa via potuto loro gran danni fare, e loro grandi
inconvenienti nascerne.
Tutto questo pone nel suo repertorio f. Teofilo de Ferrariis cremonese,
dell'ordine de' predicatori, seguendo quello che Aristotele ne scrisse "in
admirandis in natura auditis". Questa  una gentile auttorit per congietturare
che l'isola che pone Aristotele potesse essere una di queste che nelle nostre
Indie sono, com' quest'isola Spagnuola o quella della Cuba, o per aventura una
parte della terra ferma. Questo che s' detto non  cos antico come quello
ch'ora dir, perch, secondo che numera Eusebio, Alessandro Magno e Aristotele
furono 351 anni innanzi alla venuta del Salvator nostro, e questo ch'io dire
intendo fu molto innanzi. E in effetto, per quel che l'istorie ci accennano, e
ci danno materia di fare congiettura sopra quest'isole, io tengo che queste
Indie siano quelle antiche e famose isole Esperide, cos dette da Espero XII re
di Spagna.
E perch questo s'intenda e provi con bastevoli auttorit, si dee sapere che 'l
costume che serbarono gli antichi, in dare i titoli o i nomi a' regni e alle
provincie, nacque doppo la divisione delle lingue fatta nella fondazione della
torre di Babilonia, perch allora tutte le genti viveano insieme, e qui furono
divise e s'appartarono con differenti lingue e capitani, e per tutto il mondo
si sparsero, come la scrittura sacra dice. Scrive Isidoro che gli Assirii
tolsero il nome d'Assur, i Lidii da Lido, gli Ebrei da Eber, gli Ismaeliti da
Ismael; da Moab descesero i Moabiti, da Amon gli Ammoniti, da Canaam i Cananei,
da Saba i Sabei, da Sidon i Sidonii, da Iebus i Iebusei, da Gomer i Galati,
cio i Galli, da Tiras i Traci, dal re Perseo i Persi, da Caseth, figliuol di
Nachor, che fu fratello d'Abraam, i Caldei, da Fenice, fratel di Cadmo, i
Fenici; e cos gli Egizii da Egitto loro re, gli Armeni da Armeno, che fu un
de' compagni di Iasone, i Troiani da Troe, i Sicionii da Sicione, gli Arcadi da
Arcade, figliuol di Giove, gli Argivi da Argo, i Macedoni da Emathion loro re,
quelli d'Epiro da Pirro, figliuol d'Achille, i Lacedemonii da Lacedemone,
figliuol di Giove, gli Alessandrini da Alessandro Magno, che edific la lor
citt, i Romani da Romolo, che edific Roma. E a questo modo si potrebbe dire
di molti altri, che Isidoro similmente dice. Questo costume adunque rest da
quei primi capitani o capi che, come s' detto, s'appartarono doppo la torre di
Babilonia in diverse parti del mondo. Conforme a questo dice Beroso che Ibero,
secondo re di Spagna, figliuol di Tubal, diede il nome al fiume Ibero, donde le
genti di quella contrada furono chiamate Ibere; e, come il medesimo Beroso
dice, da Brigo quarto re di Spagna tolsero il nome i Brigi: e si crede che,
corrompendosi questa voce, di Brigi fossero poi chiamati Frigii quelli del
regno di Frigia, che poi da Troe loro re furono chiamati Troiani. Dal che si
cava che i Troiani ebbero la lor prima origine da' Brigi ispani, perch scrive
Plinio che sono autori che dicono che d'Europa furono i Brigi, dai quali
tolsero i Frigii il nome.
Ma, ritornando al proposito nostro, secondo il medesimo Beroso dico che Ispalo,
che fu nono re di Spagna, diede il nome al fiume Ispali, o a Siviglia, che gli
antichi Ispali chiamarono; e gli abitatori di questa contrada furono chiamati
Ispali, che furono gente che dalla Scizia men qui Ercole seco, come
l'arcivescovo don Rodrigo dice. E si crede che 'l sopradetto Ispalo fosse
figliuolo di questo Ercole libio (non gi di quel forte tebano, che fu pi di
700 anni poi). A questo Ispalo succedette Ispano, dal quale fu cos detta la
Spagna, e il quale fu nepote del sopradetto Ercole libio, che, come vuol
Beroso, fu 223 anni prima che s'edificasse Troia e 1710 prima che 'l Salvator
nostro prendesse questa nostra carne nel mondo. E come da costui tolse la
Spagna il nome, cos si crede che ella fosse anco chiamata dal nome degli altri
nove re passati, perch questi vi fu il X re. Scrive l'arcivescovo don Rodrigo
che il sopradetto Ercole condusse seco Atlante, che fu presso al tempo di Mos,
il quale Atlante dice Beroso che non fu moro ma Italiano, e ch'ebbe un fratello
chiamato Espero, come Iginio scrive: e questi rest successore ed erede ad
Ercole in Spagna e vi regn dieci anni, perch Atlante poi lo scacci dal regno
e lo fece ritornare in Italia, onde e la Spagna e l'Italia furono da lui
chiamate Esperie; e non dalla stella Espero, come vogliono i Greci. Questo re
Espero vuol Beroso che cominciasse dopo Ercole a regnare in Spagna, 171 anni
prima che fosse edificata Troia, e 603 prima che Roma, e 1658 anni innanzi
all'incarnazione di nostro Signore.
Adunque, per quello che s' detto, resta provato che anticamente le provincie e
i regni tolsero il nome da' prencipi che le fondarono o conquistarono o
popolarono o le ereditarono. E come da Ispano tolse il nome Ispagna, e poi,
mutandosi il nome, da Espero fu chiamata Esperia, cos la maggior parte
dell'altre terre e contrade furono chiamate del nome di coloro che le
possedettero. Scrive l'Abulensi sopra Eusebio che furono tre Atlanti, e che un
ne fu di Mauritania, e fu fratello d'Espero: e che amendue questi passarono in
Africa dalla parte d'occidente, nella contrada di Marocco, dove un di loro si
ferm; ed Espero pass nell'isole vicine, chiamate Fortunate, e che da Espero
le chiamano i poeti Esperidi. Ma io credo che questo auttore s'inganni in
pensare che i poeti chiamino Esperidi l'isole Fortunate, o le Canarie, che oggi
diciamo, perch Solino scrive, nell'ultimo capo del suo libro, che oltre
l'isole Gorgone sono l'Esperidi, lungi (come Seboso vuole) quaranta giornate di
navigazione, e poste negli intimi seni del mare. Queste Gorgone, secondo
Tolomeo e gli altri veri cosmografi, sono quelle che chiamiamo ora generalmente
di Capo Verde, e in particolare hanno questi nomi moderni: l'isola di Maio,
l'isola di Bona Vista, l'isola del Sale, l'isola del Fuoco, l'isola Brava, e
cos dell'altre. Se dalle Gorgoni adunque sono 40 d di navigazione lontane le
Esperidi, non possono queste a niun conto essere altre che queste nostre
dell'Indie, perch al dritto delle Gorgoni verso ponente non vi sono altre
isole, e nel detto tempo da questo luogo vi si naviga (come diceva Seboso); e
in tanto tempo vi giunse il Colombo la seconda volta che vi navig, e riconobbe
l'isola Desiata e Marigalante, e l'altre che a quel diritto stanno, come se ne
far al suo luogo particolar menzione. E se ora vi si naviga in men delli
quaranta giorni che Seboso dice, nasce dall'essere migliori vasselli, e le
genti pi esperte e destre ora nel navigare che non erano forse in quel tempo.
L'isola Desiata che detta abbiamo, sta per dritto nell'occidente, posta verso
Capo Verde e l'isole Gorgoni, come Solino diceva. E dall'isola di San Giacobo,
che  una delle pi occidentali di Capo Verde, o delle Gorgoni, fino all'isola
Desiata, sono seicento leghe, poco pi o meno. Vi  anco questo, che, avendo
Solino parlato dell'isole Gorgoni e delle Esperidi, segue poi separatamente
delle Fortunate, e le pone al suo luogo dove elle sono, e fra l'altre che vi
nomina non tace la Canaria, onde ora tolgono il nome. Ora, questo che Solino
dice, viene con l'auttorit di Plinio approbato, il quale dice che Stazio
Seboso, dalle Gorgoni alle Esperidi, pone la navigazione di quaranta giorni.
Dal che si cava che l'Abulensi inconsideratamente disse che i poeti chiamano
Esperidi l'isole Fortunate: che, se i poeti in questa opinione erano,
s'ingannarono medesimamente come in molte altre cose fecero, percioch dalle
Gorgoni alle Fortunate non sono pi che ducento leghe, e meno anco: il che non
sarebbe navigazione di quaranta giorni, come i sopradetti auttori dicevano. In
tanto che i poeti per l'Esperidi non intesero altro che queste isole dell'Indie
nostre, tanto pi che Isidoro dice che l'isole Esperidi, cos dette dalla citt
Esperide, posta negli ultimi termini della Mauritania, sono oltre le Gorgoni
negli intimi seni del mare. Non discorda questa sentenzia da quella di Beroso,
perch Espero, che diede alla Spagna e all'Italia il nome, chiam anco da s
quella citt Esperide, dalla quale l'isole Esperidi poterono avere il nome,
come gliele puote anche egli dare. E si concorda bene in quello che fa al
proposito nostro, che l'isole Esperidi siano queste sole che noi nell'Indie
della Spagna abitiamo, poi che ne accenna, come Solino e Plinio, il luogo.
Or, come la Spagna e l'Italia tolsero il nome da Espero XII re di Spagna, cos
anco da questo istesso lo tolsero queste isole Esperidi che noi diciamo, onde
senza alcun dubio si dee tenere che in quel tempo queste isole sotto la
signoria della Spagna stessero, e sotto un medesimo re, che fu (come Beroso
dice) 1658 anni prima che il nostro Salvatore nascesse. E perch al presente
siamo nel 1535 della salute nostra, ne segue che siano ora tremila e 193 anni
che la Spagna e 'l suo re Espero signoreggiavano queste Indie o isole Esperidi.
E con s antica ragione e per la via che s' detta, o per quella che si dir
appresso ne' viaggi dell'admirante don Cristoforo Colombo, ritorn il Signore
Iddio questa signoria alla Spagna in capo di tanti secoli. E come cosa sua pare
che abbia la divina giustizia voluto ritornargliele, perch perpetuamente la
possegga per la buona fortuna delli duo felici e catolici re don Fernando e
donna Isabella, che conquistarono Granata e Napoli, e nel cui tempo e per cui
ordine and l'admirante don Cristoforo Colombo a discoprire questo nuovo mondo,
o parte cos grande di lui incognita per tanti secoli, e che a tempo della
maest cesarea dell'imperator nostro s' pi ampiamente discoverta e intesa,
per maggiore ampiezza della sua monarchia. In tanto che, fondando la intenzione
mia con gli auttori che allegati ho, dico che presso gli antichi queste nostre
Indie si sapevano, e perci ne toccarono quello che s' detto. E per questo io
credo che, o per l'auttorit sopradette o per aventura per altre anco che di
pi il Colombo potea sapere, si movesse egli a dovere cercare quello che poi
ritrov, come animoso isperimentatore di cos certi pericoli e d'un cos lungo
viaggio. O che sia questa o pur altra la verit del suo motivo, egli fece una
impresa cos grande e generosa che mai niuno innanzi a lui fece in questi mari,
se l'auttorit gi dette di sopra non avessero luogo.


Come Cristoforo Colombo fu colui che insegn agli Spagnuoli di navigare per
l'altura del sole e della Tramontana, e come in Portogallo e in molti altri
luoghi cerc chi l'aiutasse a questa impresa, e come poi finalmente per ordine
delli re catolici fece questo viaggio.
Cap. IIII

 opinione di molti, e la ragione ci inchina a crederlo, che Cristoforo Colombo
fosse il primo che in Spagna insegnasse di navigare l'amplissimo mare Oceano
per l'altezza de' gradi del sole e della Tramontana, e lo ponesse in opera,
perch fino a lui, ancorch per le scuole si leggesse tale arte, pochi (o per
meglio dire niuno) s'arrischiavano d'esperimentarlo nel mare; perch questa 
una scienzia che non si pu interamente esercitare, per saperla per isperienzia
e con effetto, se non si usa in golfi grandissimi e molto dalla terra lontani;
e i marinai e pilotti fino a quel tempo, secondo un lor giudicio arbitrario,
navigavano e non con l'arte n con la ragione che in questi mari oggi s'usa, ma
nel modo che fanno nel mare Mediterraneo e nelle costiere di Spagna e di
Fiandra e per tutta Europa e Africa, dove non molto dalla terra si scostano.
Per navigare adunque in provincie cos remote da terra ferma, come sono queste
Indie, bisogna che il pilotto della ragione del quadrante si serva, e al
contrario, per poter del quadrante servirsi, vi si richiedono mari di molta
longhezza e ampiezza, come sono da questa parte fino in Europa, o pure di qua
verso la terra ferma di queste Indie che abbiamo da ponente.
Ora, mosso il Colombo con questo desiderio, come colui che sapeva il secreto e
l'arte di questa navigazione (quanto al saper navigarvi), e che si sentia
certificato della cosa, o per l'aviso del pilotto, che abbiamo di sopra detto
che gli diede di questa incognita terra notizia (se cos fu), o per le
auttorit tocche nel precedente capitolo, o in qualunque modo si fosse che il
suo desiderio ve lo spingesse, egli travagli molto, per mezzo di Bartolomeo
Colombo suo fratello, col re Enrigo VII d'Inghilterra, padre d'Enrigo VIII che
oggi vi regna, perch il favorisse e l'aiutasse a potere andare a discoprire
questi mari d'occidente, offerendosi di dover dargli molti tesori per aumento
di sua corona e nuovi stati di gran signorie e regni. Ma il re, informato dai
suoi consiglieri e da persone alle quali fu la essamina di questa cosa
commessa, si fece beffe di quanto il Colombo diceva, e tenne tutte per vane le
sue parole. Egli, che vidde non essere udito, non si sconfid gi per questo,
ma cominci a trattare di nuovo questo negozio col re don Giovanni, II di
questo nome, in Portogallo; ma n anco qui ebbero effetto alcuno le sue parole,
bench fosse egli maritato in questo regno, e si fosse per questo maritaggio
fatto vassallo di questo re.
Veggendosi egli anco da ogni aiuto e favore del re di Portogallo escluso,
determin d'andarsene in Castiglia, per ivi negoziarlo di nuovo, e giunto a
Siviglia ebbe le sue intelligenzie con l'illustre e valoroso don Enrigo di
Guzman, duca di Medina Sidonia: e n anco con costui ritrov effetto alcuno di
quello che cercava. Onde pi largamente essegu il negozio con l'illustre don
Luigi Della Cerda, primo duca di Medina Celi, il quale medesimamente tenne per
favolose e vane le parole e l'offerte del Colombo, bench dicono alcuni che il
duca di Medina Celi volle andare ad armare il Colombo nella sua terra del porto
di Santa Maria, e che il re catolico e la reina non volsero dargli licenzia.
Ora, perch cos gran stato non doveva essere se non di chi ora , se ne and
il Colombo nella corte delli serenissimi e catolici re don Fernando e donna
Isabella, dove stette un tempo con molto bisogno e povert, senza essere inteso
da coloro che l'ascoltavano: ed esso procurava d'essere da quelli felici re
favorito, perch gli armassero qualche caravella, per potere a lor nome andare
a discoprire questo nuovo mondo, o parte del mondo in quel tempo incognito. E
perch questa impresa era cosa della quale quelli che l'ascoltavano non avevano
il concetto, n il gusto, n la speranza, che il Colombo solo ne aveva, non
solamente poco conto ne facevano, ma non ne gli avevano n anco credito alcuno,
e tenevano quanto egli diceva per una vanit. E questi importunamenti del
Colombo durarono quasi sette anni: che esso sempre faceva molte offerte di gran
ricchezze e stati per la corona reale di Castiglia, ma, perch egli portava la
cappa spellata e povera, era tenuto per un cianciatore, e favoloso di quanto
diceva, s perch non era conosciuto, come persona straniera, e non aveva chi
lo favorisse, come anco perch le cose che esso prometteva di condurre a fine
erano cose grandi e non pi mai udite.
Ora vedete se il grande Iddio ebbe pensiero di dare queste Indie a colui di cui
sono, poi che, essendone stato pregato Inghilterra e Portogallo, con gli altri
duchi che si sono detti, non permesse che alcuno di quelli re cos potenti o di
quelli duchi cos ricchi volessero aventurare cos poca cosa come era quella
che il Colombo chiedeva, acci che egli, partito discontento da quelli
prencipi, venisse a cercare quello che poi ritrov in questi altri, che in quel
tempo cos occupati si ritrovavano nella santa impresa contra i mori del regno
di Granata. E non si dee niuno maravigliare se questi re e reina cos catolici,
occupati tutti a cercare la salute delle anime, pi che i tesori e che i nuovi
stati del mondo, deliberarono di favorire questa impresa del Colombo, poi che
vedevano che anco qui (se la cosa riuscita fosse) era per farsi un gran
servigio a Cristo. E tengasi di certo che non poteva questa gloriosa impresa
negarsi alla buona fortuna di questi re catolici, poi che n occhio vidde mai,
n orecchia ud, n in cuore d'uomo ascese quello che il benigno Iddio
apparecchia per gli suoi servi che l'amano. Onde questa e altre molte buone
fortune a questi nostri catolici re s'appresentarono e offerirono, per essere
cos veri servi del Salvatore nostro, e cos desiderosi d'accrescere la sua
santa religione e fede. E questo fu solo perch la volont divina, che tutte le
cose vede e di tutte ha cura, desse a questi prencipi notizia di Cristoforo
Colombo.
Il perch, quando fu giunta l'ora che si dovesse questo cos gran negozio
concludere, per questi mezzi fu in quel tempo che, come dicevano, il Colombo
nella corte dimorava, praticava spesso in casa d'Alonso di Quintaniglia,
persona molto notata e contatore maggiore del re catolico, e desideroso del
bene e del servigio del suo re. Costui faceva dare da mangiare e altre cose
necessarie al Colombo, movendosi a compassione della sua povert, onde in
costui ritrov il Colombo pi cortesia e accoglienze che in altro uomo di tutta
Spagna; e per rispetto e intercessione di costui fu conosciuto dal
reverendissimo don Pietro Gonzales di Mendoza, cardinale di Spagna e
arcivescovo di Toledo, il quale cominci a dargli audienzia, e s'accorse che
egli era savio e intendente, e dava conto di quello che diceva, onde ne 'l
riput per uomo d'ingegno e molto abile, e per questa buona riputazione che gli
ebbe volse favorirlo.
Per mezzo adunque di questo cardinale e d'Alonso di Quintaniglia fu il Colombo
ascoltato dal re e dalla reina, e si cominci a dare qualche credito a' suoi
memoriali. Finalmente si venne a concludere questo negozio, stando i re
catolici all'assedio della famosa citt di Granata, nel 1492. E da quel campo
questi felici prencipi diedero spacciamento al Colombo in quella terra, che nel
mezzo degli esserciti loro fondarono chiamandola Santa F, nella quale, o per
dir meglio nella medesima santa fede che in quei cuori reali si ritrovava, ebbe
principio il discoprimento di queste Indie: perch quelli santi prencipi non si
contentavano di quella impresa e conquista santa che fra le mani avevano, e con
la quale imposero fine ai regni de' Mori della Spagna, che l'avevano posseduta
dal 720 anni della salute nostra fino a questo tempo, che volsero anco mandare
a cercare di questo nuovo mondo, per piantarvi la santa fede e non lasciarne
andare ora vacua del servigio d'Iddio.
Ora con questo santo proposito fecero ispedire il Colombo, dandogli le sue
provisioni e cedule regie, perch in Andaluzia gli fossero date tre caravelle
della portata e della maniera che esso le chiedeva, e con quelle genti e
vettovaglie che bisognavano in cos lungo viaggio, e del quale niuna maggior
certezza s'aveva che il buon zelo e santo fine di cos cristianissimi prencipi,
nella cui fortuna e per cui ordine cos gran cosa s'imprendeva. E perch per
cagione della guerra non aveva la corte danari per questo bisogno del Colombo,
per fare questa prima armata ne li imprest lo scrivano di razione Luigi di
Sant'Angelo. Questa prima capitulazione che il re e la reina col Colombo
fecero, fu nella terra di Santa Fede, nel campo di Granata, a' 17 d'aprile del
1492, e fu passata per mezzo del secretario Giovan di Coloma, e fu confirmata,
per un real privilegio che gli fu fatto, in capo di tredici giorni nella citt
di Granata. E cos part il Colombo dalla corte e andossene in Palo di Moguer,
dove si pose in ordine per quel viaggio.


Del primo viaggio dell'Indie fatto per Cristoforo Colombo, che le discoverse,
onde ne fu degnamente fatto admirante perpetuo di questi mari.
Cap. V.

S' detto a che modo e con quante giravolte venne ad essere conosciuto
Cristoforo Colombo dalli re catolici, stando con l'esercito sopra la citt di
Granata, e come, essendo stato spedito, se n'and a Palo di Moguer, per porsi
in punto per questo suo viaggio. Egli and in questo primo viaggio con tre sole
caravelle, fornite e armate di quanto facea di bisogno; e secondo la
capitulazione che fatta s'era, doveva il Colombo avere il decimo dell'entrate e
diritti che al re toccavano di quanto egli discopriva. E cos gli si pag poi
tutto il tempo mentre egli visse, doppo che queste isole discoverse; e fu anco
cos pagato al secondo admirante don Diego Colombo, suo figlio, e cos ora anco
ne gode don Luigi Colombo suo nepote, terzo admirante.
Prima che Cristoforo Colombo si ponesse in mare, consult alquanti giorni di
lungo questo suo viaggio con un religioso chiamato fra' Giovan Perez,
dell'ordine di san Francesco, che era suo confessore e stava nel monasterio
della Rabida, che  una mezza lega lungi di Palo verso il mare. Con questo fra'
Giovanni solo communic il Colombo i suoi secreti, e ne ricevette molto aiuto,
perch questo religioso era buon cosmografo. Era con costui in questo
monasterio stato il Colombo qualche tempo prima, e da lui era stato spinto
agire nel campo di Granata, quando vi ottenne il suo intento. Nel ritorno
adunque si venne a stare nel medesimo monasterio, e ordin co 'l padre la vita
e l'anima sua, perch come buon cristiano si confess e communic, e pose nelle
mani del misericordioso Iddio questo suo viaggio, come negozio nel quale doveva
servirlo e accrescerne la sua republica cristiana e fede catolica.
Egli finalmente di venerd, a' tre di agosto del medesimo anno del 1492, usc
dal porto di Palo, per lo fiume di Saltes, nel mare Oceano, con le sue tre
caravelle armate: la capitana, su la quale esso andava, era chiamata la
Gallega; delle altre due, una se ne chiamava la Pinta, e n'era capitano Martino
Alonso Pinzon, l'altra era chiamata la Ninna, e n'era capitan Francesco Martino
Pinzon, e con lui andava Vincenzio Pinzon; ed erano tutti tre questi capitani
fratelli e pilotti e cittadini di Palo, e la maggior parte delle genti che in
questa armata andavano erano di Palo medesimamente, e potevano esser tutti da
120 uomini. Usciti nel mare voltaron le prore per l'isole di Canaria, che gli
antichi chiamarono Fortunate.
Queste isole stettero gran tempo che non vi si navig, n vi si sapea navigare,
finch a tempo poi del re don Giovanni, secondo di questo nome, stando in
Castiglia fanciullo e sotto la tutela della reina donna Caterina sua madre,
furono ritrovate e vi si ritorn a navigare, perch con ordine e licenzia di
questi prencipi si conquistassero, come a lungo si scrive nella cronica di
questo stesso re don Giovanni. Doppo il quale molti anni Pietro di Vera, nobile
cavalliero di Scerez della Frontiera, e Michel di Moscica conquistarono la Gran
Canaria in nome delli re catolici don Fernando e donna Isabella; e con questa
anco tutte l'altre, fuori che la Palma e Tenerife, che per ordine delli
medesimi re catolici furono conquistate da Alonso di Luco, che fu fatto come
governatore di Tenerife. Queste genti delle Canarie erano molto valorose,
ancorch quasi ignude andassero, ed erano cos selvaggie che alcuni affermano
che essi non conoscessero che cosa fusse il lume, fin che i cristiani
conquistarono quelle isole. Le loro arme erano pietre e bastoni, con i quali
molti cristiani ammazzarono, finch furono soggiogati e posti sotto
l'obedienzia di Castiglia, di cui le dette isole sono.
Le prime e pi vicine stanno 200 leghe lontane da Spagna, e l'isola di Lazarote
e l'isola del Ferro ne sono lontane 240, di modo che esse si rinchiudono e
comprendono tutte nello spazio di 55 o 60 leghe, e stanno poste da 27 fino a 29
gradi dalla linea equinoziale, dalla parte del nostro Polo Artico. L'ultima
loro isola o la pi occidentale era verso levante, al capo del Boiador che
chiamano, in Africa, e ne  sessantacinque leghe lontana. Tutte queste sono
isole fertili e abondanti di tutte le cose necessarie alla vita umana, di assai
temperato aere. Al presente poche genti vi sono di quelle che vi erano prima
che si conquistassero, ma tutte si abitano da' cristiani.
Ora qui, come in luogo per la sua navigazione al proposito, giunse il Colombo
con le tre sue caravelle, e vi tolse acqua, carne, legna, pesce e altri
rinfrescamenti che per seguire il suo viaggio gli bisognavano. Egli poi a' 6 di
settembre del medesimo anno del 92 part dell'isola di Gomera, e navig molti
giorni per lo gran mare Oceano, finch coloro che con lui andavano
incominciarono a sbigottirsi, e averebbero voluto ritornarsi a dietro. E perch
di questo camino temevano, e mormoravano della scienzia del Colombo e del suo
tanto ardimento, e perch ogni ora cresceva pi in loro il timore, e mancava la
speranza di potere giungere alla terra che cercavano, incominciarono le genti e
li capitani ad abbottinarsi, e alla sfacciata publicamente gli dicevano che
esso gli aveva inganati e che gli conduceva a perdere, e che il re e la reina
avevano fatto molto male e si erano con loro assai crudelmente portati in
fidarsi d'un simile uomo e dar credito ad una persona straniera, che non sapeva
quello che si dicesse. E venne a tanto la cosa che lo certificarono che s'egli
non si ritornava l'averebbono fatto a suo malgrado volgere a dietro, o
l'averebbono gettato in mare, perch pareva loro che esso stesse disperato, ed
essi non volevano insieme con lui disperarsi, e non credevano che esso avesse
mai potuto giungere al fine di questa impresa nella quale posto si era. E per
questo ad una voce tutti si accordavano di non seguitarlo.
In questo tempo e in queste contenzioni ritrovarono in mare gran praterie
d'erbe sopra l'onde, che praterie a ponto parevano: onde, pensando che fosse
terra sotto acqua e che perci perduti fossero, raddoppiavano le voci e gli
stridi. E senza alcun dubbio a chi mai tal cosa veduta non aveva era cosa da
dovere molto temerne. Ma accortisi poi che non vi era pericolo alcuno, pass
quella alterazione e spavento. Queste sono certe erbe che le chiamano salgazzi,
e vanno sopra la superficie dell'acqua del mare, e secondo i tempi e le
correnti vanno ora verso ponente, ora verso levante, ora verso mezzogiorno, ora
verso tramontana, e alle volte si ritrovano a mezzo golfo, alle volte pi
lontane o pi vicine alla Spagna; e in qualche viaggio accade che i vasselli ne
incontrano poco o nulla, e alle volte anco tanto che paiono (come s' detto)
gran prati verdi e gialli, perch a questi due colori in ogni tempo dependono.
Usciti da questi pensieri e paure dell'erbe, determinarono tutti tre i capitani
con quanti marinari vi erano di volgere le prore adietro, e consultarono anco
fra se stessi di gittare il Colombo nel mare, credendo di essere stati da lui
burlati. Ma esso, che era savio e di questi mormoramenti s'accorse, come
prudente, cominci a confortargli con molte dolci parole, pregandogli che non
avessero voluto perdere quel travaglio e tempo che fino a quell'ora speso
avevano. Ricordava loro quanta gloria e utile sarebbe lor seguito dallo stare
costanti e perseverare nel viaggio, e prometteva che fra pochi giorni si
darebbe alle lor fatiche e viaggio fine, con molta e indubitata prosperit; e
concludeva loro che fra il termine di tre giorni averebbono ritrovata la terra
che cercando andavano, e che per questo stessero di buono animo e proseguissero
il loro viaggio, che fra il termine che detto avea averebbe lor mostro un mondo
e terra nuova, con por fine a' loro travagli, e con vedere che esso aveva detto
sempre il vero al re e alla reina come a loro; e che, essendo altramente che
come esso diceva, facessero quello che loro paresse, perch esso teneva per
certo che diceva il vero.
Con queste parole mosse que' cuori timidi a qualche vergogna, e spezialmente i
tre capitani pilotti e fratelli: onde deliberarono tutti di fare quello che il
Colombo diceva e di navigare quelli tre giorni e non pi, in fino del quale
tempo non veggendo terra si sarebbono ritornati in Spagna. E questo tenevano
essi pi per certo, perch non era fra loro alcuno che pensasse che in quel
parallelo e camino che facevano si fosse dovuta ritrovare terra alcuna. Dissero
adunque al Colombo che quelli tre giorni il seguirebbono, ma non pi una ora,
perch credevano che non dovesse essere certa cosa alcuna di quante esso
diceva, onde perci tutti ricusavano di volere passare innanzi, dicendo che non
volevano andare a morire di piano patto, e che la vettovaglia e l'acqua che
avevano non potea bastare loro a ritornare in Spagna senza molto pericolo,
bench e nel mangiare e nel bere si regolassero. E perch i cuori che temono
ogni cosa a suo male rivolgono, massimamente nell'esercizio del navigare, non
restavano momento alcuno di mormorare e di minacciare il loro capitano e guida;
n egli manco si riposava n cessava ponto di confortargli e animargli, e
quanto pi conturbati gli vedeva, pi esso si mostrava nel viso allegro, per
cavare loro dai cuori il timore.
E quel d stesso che il Colombo queste parole disse, realmente conobbe che
stava presso a terra, alla vista dell'aere e di que' nuvoletti che nel por del
sole nell'orizonte si veggono. E ordin ai pilotti che, se per caso le
caravelle s'appartassero alquanto l'una dall'altra, corressero verso la parte
che esso lor disse, per ridursi di nuovo insieme in conserva; e sopravenendo la
notte fece calar le vele e correre con li trinchetti solamente bassi. Mentre
che a questo modo andavano, un marinaio di quelli che andavano nella capitania,
che era di Lepe, disse: "Lume, lume; terra, terra". E tosto un servitore di
Colombo, chiamato Salzedo, replic dicendo: "Questo stesso e l'ha gi detto
l'admirante mio signore". E il Colombo tosto soggiunse: "Poco ha che io l'ho
detto, e ho veduto quel lume che  in terra". E cos fu che un gioved, due ore
doppo mezzanotte, l'admirante chiam un gentiluomo chiamato Escobedo,
repostiero di letti del re catolico, e gli disse che vedeva lume.
La mattina seguente, sul farsi d, all'ora che aveva il giorno avanti il
Colombo detto, dalla capitania si vidde l'isola che gli Indiani chiamano
Guanahani, dalla parte di tramontana. E colui che vidde primo terra quando fu
giorno si chiamava Rodrigo di Triana; e fu questo d che si scoverse terra agli
undici d'ottobre del medesimo anno del 92. E perch le parole del Colombo
riuscirono vere, in vedersi terra nel tempo che esso detto aveva, si suspic
maggiormente che egli ne fosse certificato prima da quel pilotto che s' detto
di sopra, che mor in casa sua. Potrebbe bene anco essere che, veggendo esso
determinati tutti di volere ritornarsi adietro, confidandosi nella bont
d'Iddio, dicesse quelle parole e vi constituisse quel termine.
Ma, ritornando all'istoria, questa isola che prima si vidde, come s' detto, 
una dell'isole che chiamano delli Lucai. Quel marinaro che ho detto che vidde
il lume in terra, ritornato poi in Spagna, perch non gli si diede il
beveraggio, licenziatosi se ne pass in Africa e rineg la fede; e come s'
detto di sopra era di Lepe, che cos m'hanno referito Vincenzio Iannez Pinzon e
Fernando Perez Matheos, che in questo primo viaggio si ritrovarono.
Or, quando l'admirante vidde terra, inginocchiatosi e con le lagrime sugli
occhi per soverchio piacere, cominci a dire con Ambrogio e con Augustino: "Te
Deum laudamus, te dominum confitemur, etc.". E cos ringraziando nostro
Signore, con tutti gli altri che seco andavano incredibile festa l'un l'altro
facevano, e chi abbracciava il Colombo, chi gli baciava la mano, chi gli
dimandava perdono della poca constanzia che mostro avevano, e altri gli
domandavano grazie e gli s'offerivano per suoi. In effetto era cos grande il
piacere e la festa che si facevano, abbracciandosi l'uno con l'altro, che non
si potrebbe di leggiero dire: e io lo credo bene e lo so, perch se ora che il
viaggio  securo e certo, tanto nel venir qui in queste isole come nel
ritornare poi in Spagna, si sente incredibile piacere veggendosi terra, quanto
si dee pensare che ne sentissero costoro, che cos dubbio e incerto cammino
facevano, quando si viddero certificati e securi del lor riposo? Ma si dee
sapere che alcuni dicono il contrario di quello che qui s' detto della
constanzia del Colombo, percioch affermano che egli di sua volont si sarebbe
ritornato a dietro e non sarebbe giunto al fin del viaggio, se que' fratelli
Pinzoni non l'avessero fatto navigare oltre; onde dicono che per cagione di
costoro si fece questo discoprimento dell'Indie, perch il Colombo non aveva
animo di passare pi oltre. Ma sar meglio a rimettere questo a un lungo
processo che s' fatto fra l'admirante e il fiscal regio, dove s'allegano molte
cose pro e contra: si che io in ci non m'intrometto, per essere cose di
giustizia e che per via di giustizia s'hanno a terminare. Basti che io abbia
amendue l'opinioni dette: tolga il lettore quella che gli parr pi vera
secondo il giudicio suo. Tard il Colombo in questa navigazione dall'isole di
Canaria finch vidde la prima terra che ho detto trentatre giorni, e giunse a
vista di queste prime isole del mese d'ottobre del 1492.


Come l'admirante discopr questa isola Spagnola e vi lasci trentaotto
cristiani, mentre che esso ritornava in Spagna a dar nuova di questo primo
discoprimento.
Cap. VI.

Nell'isola di Guanahani che s' detta, ebbe l'admirante con gli altri suoi
vista di genti indiane ignude; e qui ebbero notizia dell'isola di Cuba, e
scoversero tosto molte isolette che si veggono intorno a Guanahani, e le
chiamarono i cristiani isole Bianche, perch bianche paiono per la molta arena
che v'; ma l'admirante le chiam Le Principesse, perch furono il principio
della vista di queste Indie. Giunse fra queste isole il Colombo, e specialmente
fra questa di Guanahani e un'altra chiamata Caicos, ma non prese terra in niuna
di queste isole, come dice Fernando Perez Matheos pilotto, che al presente si
ritrova in questa citt di San Domenico, e dice che vi si ritrov. Ma io ho
udito dire da molti altri che l'admirante smont in terra nell'isola di
Guanahani e la chiam San Salvatore, e che qui tolse la possessione: e questo 
pi certo, e che si dee pi tosto credere. E da questa isola ne venne poi a
Baracoa, porto dell'isola di Cuba dalla banda di tramontana, il qual porto 
dodici leghe pi verso ponente che non  la punta che chiamano Maici. Ora, qui
ritrov gente cos dell'isola propria di Cuba, come delle altre che le stanno
poste da tramontana, che sono la gi detta isola di Guanahani e altre molte che
ivi sono, e si chiamano l'isole delli Lucai, bench abbiano ciascuna il suo
proprio nome: come  Guanahani, Caicos, Giumeto, Iabache, Maiaguana, Samana,
Guanima, Iuma, Curateo, Ciguateo, Bahama (che  la maggior di tutte), Iucaio,
Nequa, Habacoa e altre molte isolette picciole che ivi sono.
Or, ritornando all'istoria, giunto l'admirante all'isola di Cuba, dove s'
detto, salt in terra con alquanti cristiani, e dimandava a quelle genti
dell'isola di Cipango; coloro per segni gli rispondevano, e gli segnalavano che
era in questa isola di Haiti, che ora chiamiamo l'isola Spagnola. Credendo
gl'Indiani che l'admirante non accertasse il nome che egli diceva, gli dicevano
"Cibao, Cibao", pensando che per voler egli dire Cibao dicesse Cipango, perch
Cibao  quel luogo in questa isola Spagnuola dove sono le pi ricche minere e
di pi fino oro. E cos l'admirante con le tre caravelle, guidato d'alcuni
Indiani che di lor volont con lui s'imbarcarono, se ne venne da quel porto di
Baracoa da Cuba in questa isola d'Haiti, che chiamiamo ora Spagnuola, e dalla
banda di tramontana sorse in un buon porto, che il chiam porto Reale. Ma
nell'entrarvi tocc terra la capitana, chiamata la Gallega, e s'aperse: ma non
vi per uomo alcuno, e molti pensarono che il Colombo avesse ci fatto
studiosamente, per lasciar quivi parte della gente in terra, come poi lasci.
Ora qui smont con tutte le sue genti il Colombo, e tosto vennero a parlare e
conversare con cristiani pacificamente molti Indiani di quella contrada, della
quale era signore il re Guacanagari; che chiamano caciche in lor lingua, quello
che noi diciamo re. Con costui si contratt tosto pace e amist, perch egli vi
venne assai volentieri, e l'admirante con gli altri suoi convers
domesticamente e spesso con lui, e gli donarono alcune cose di poco valore
appresso i cristiani, ma molto dagli Indiani stimate, come sono sonagli,
spilletti, aghi, e certi pater nostri di vetro di diversi colori, le quali cose
il caciche e li suoi Indiani con molta maraviglia contemplando mostravano di
stimar molto, e facevano molta festa quando si dava loro alcuna di queste cose;
ed essi all'incontro portavano a' cristiani de' loro cibi e altre lor cose.
Veggendo l'admirante che queste genti erano cos domestiche, gli parve di
potere sicuramente lasciare quivi alcuni cristiani, perch, mentre che esso
ritornava in Spagna, apprendessero la lingua e i costumi di quelli luoghi; onde
fece fare un castello quadro a modo d'uno steccato con li legni della caravella
che s'era aperta in quel porto, e con fascine e terreno, il meglio che si
puote, in quella costiera appresso del porto; e diede l'ordine a trentaotto
uomini, che volle che quivi restassero, di quello che dovevano fare, mentre che
esso portava cos buone novelle alli re catolici e ritornasse con molte grazie
per tutti; anzi di pi offeriva gran premii a quelli che quivi restavano. E a
questi nomin e lasci per capitano un gentiluomo di Cordova chiamato Roderigo
d'Arane, comandando a tutti che l'ubbidissero come alla persona sua propria; e
se costui fusse per disgrazia morto mentre che esso tardava a ritornare, nomin
loro un altro per capitano, e per la morte di questo secondo nomin anco un
terzo, e lasci con loro un maestro, Giovanni Chirurgico, buona persona. A
tutti ricord che non dovessero entrare dentro terra n discompagnarsi dal capo
loro n dividersi, n prendere donne n dare gravezza n noia alcuna
agl'Indiani per niuna via, quanto lor fusse possibile.
E perch s'era perduta la capitana, l'admirante se ne pass nella caravella
chiamata la Ninna, dove andavano Francesco Martino e Vicenzo Iannez Pinzon. Ma
perch al padrone dell'altra caravella Pinta, chiamato Martino Alonso Pinzon,
non piaceva che queste genti restassero, quanto egli puote vi contradisse,
dicendo che era mal fatto che quelli cristiani restassero (essendo cos pochi)
tanto lontani da Spagna, perch vi si sarebbono potuto facilmente perdere, non
potendo provedersi delle cose necessarie n sostentarsi. E con queste disse
molte altre parole a questo proposito, di che l'admirante si risent molto e si
crucci. Martino Alonso, dubitando che il Colombo no 'l facesse prendere, si
pose con la sua caravella in mare e se n'and nel porto che fu poi chiamato
della Grazia, venti leghe lontano dal porto Reale, verso levante. E mentre che
l'admirante fu in quello edificio del castelletto occupato, s'intese d'alcuni
Indiani dove Martino Alonso con la sua caravella stava.
Allora i duo fratelli Pinzoni che erano con l'admirante cercarono di ridurre il
fratello nella grazia del Colombo, il quale facilmente per molti rispetti gli
perdon, e specialmente perch la maggior parte delle genti marinaresche che
seco aveva erano parenti e amici di questi fratelli Pinzoni e d'una medesima
terra, e questi tre erano i pi principali, che si tiravano tutti gl'altri
appresso. E gli scrisse adunque una lettera assai graziosa e come a quel
proposito si conveniva, e la mand a quel porto, che per ci volle che si
chiamasse il porto della Grazia, come fino a questa ora si chiama. E gli
Indiani che la lettera portarono ritornarono con la risposta di Martino Alonso,
che riputava in grazia il perdono. E cos appontarono che in un certo d si
dovessero amendue le caravelle ritrovare insieme alla Isabella, che era un
luogo per la medesima costiera, lungi da disdotto leghe da porto Reale verso
oriente. Qui saltarono tutti in terra d'accordo e pacifici. Non poco si
maravigliavano gl'Indiani veggendo come per mezzo di quelle lettere i cristiani
s'intendessero, e per quei messi le portavano poste in certe bacchette, perch
con timore e rispetto le miravano, e credevano che qualche spirito avessero, e
come gli altri uomini per qualche deit e non per arte umana parlassero.
Quando l'admirante vidde le due caravelle unite, avendo lasciati li trentaotto
uomini dove s' detto, prese acqua e legne e quel pi che poterono di
vettovaglie del paese, accioch pi lor durasse quel che di Castiglia portato
avevano, e usc di Isabella, che questo nome pose egli a quella provincia e
porto, in memoria della reina donna Isabella. Indi amendue le caravelle se
n'andarono al porto della Plata, che questo nome l'admirante gli pose, e poi
passarono al porto di Samana, che cos gl'Indiani lo chiamavano. E di Samana,
che  pure nell'isola Spagnuola, dalla parte di tramontana, fecero le due
caravelle vela alla volta di Castiglia con molto piacere, raccomandandosi tutti
a Dio e alla buona fortuna delli re catolici, che aspettavano cos gran nuove,
non confidando tanto nella scienzia del Colombo quanto nella misericordia di
Dio.
E in questo ritorno men seco l'admirante in Spagna nove o dieci Indiani,
perch come testimonii della sua buona fortuna baciassero la mano al re e alla
reina, e vedessero le terre de' cristiani e apprendessero la lingua, perch poi
nel ritorno nelle Indie fussero interpreti, insieme con gli altri cristiani che
erano in quel castello restati, raccomandati a Goacanagari: e per questa via si
potessero conversare e conquistare poi quelle genti. E come era al Signore
Iddio piaciuto di fare la navigazione prospera in questo primo viaggio, perch
si ritrovassero e discoprissero questi luoghi, cos permesse anco che fusse
prospero il ritorno e a salvamento in Spagna.
E avendo prima riconosciute l'isole d'Azori, a' quattro di marzo del 1493
giunse l'admirante in Lisbona, donde poi si part e giunse al porto di Palos,
dove s'era gi per questo viaggio imbarcato: e non stette pi che cinquanta d
da che part da questa isola Spagnuola fin che prese terra in Castiglia. Ma
prima che vi prendesse terra, stando gi presso Europa, si separarono per
tempesta le due caravelle l'una dall'altra, e l'admirante corse a Lisbona, e
Martino Alonso a Baiona di Galizia, e poi tolsero amendue il cammino verso il
fiume di Saltes, e casualmente v'entrarono amendue in un medesimo giorno,
l'admirante la mattina e l'altra caravella la sera al tardi. E perch Martino
Alonso sospettava che per le cose passate nol facesse l'admirante prendere,
mont sopra una barca della caravella e se n'and dove gli parve secretamente.
E perch l'admirante si part tosto alla volta della corte, con la gran nuova
del discoprimento che fatto avea, Martino Alonso, tosto ch'egli l'intese, se
n'and a Palos a casa sua, dove fra pochi giorni mor, perch molto infermo vi
giunse. Stette l'admirante a riconoscere la prima terra di queste Indie
nell'isole delli Lucai, come s' detto, da che part di Spagna quasi tre mesi,
e altri tre n'andarono fra lo stare qui e 'l ritornarsi a dietro, di modo che
in tutto questo viaggio fra l'andare e il venire consum sei mesi e dieci d,
poco pi o meno.
Ma, ritornando all'istoria, il Colombo smont in terra a Palos, con gl'Indiani
che menava seco, de' quali n'era morto uno in mare: e due o tre ch'erano
infermi gli lasci in Palos, gli altri sei, che stavano sani, condusse seco
alla corte delli re catolici, alli quali sperava dare cos buona nuova in
aumento de' lor regni di Castiglia. La qual nuova in cos breve tempo non si
sperava, perch in effetto fu cosa di maraviglia quello, che s' veduto poi,
altre navi e caravelle andare e venire prima che questa navigazione fusse bene
intesa; anzi fino ad oggi, che si sa e intende, avrebbon che fare due navi a
fare in cos breve tempo quello stesso viaggio; e pure allora andarono a
tentoni, e sempre col piombo alla mano e abbassando le vele di notte e sempre
dubbiosi, come sogliono fare i savi e prudenti pilotti quando vanno per
discoprire e navigano mari che essi non sanno e che non hanno prima navigati.
Non piacer per aventura o non sar cos dilettevole questa parte dell'opera
mia a coloro che sogliono vivere in terra e non hanno navigato il mare. Ma
abbiano rispetto che io scrivo e a questi e a quelli: tolgasi ciascuno quello
che fa pi a suo proposito e gusto, e lasci l'altro per colui di cui , che ben
veggo che le genti di mare m'incolperebbono s'io non toccassi anco quello che
fa per loro; e i cavallieri e le genti di terra, che non intendono alcuni
termini della navigazione che io qui tocco, passino innanzi, che gi questo non
gli impedisce a potere proseguire commodamente il resto.


Di quattro cose notabili che avvennero nel millequattrocentonovantaduoi, e come
il Colombo venne alla corte delli re catolici con la nuova delle nuove Indie, e
delle grazie che gli furon fatte.
Cap. VII.

Con meno auttorit insegna chi parla le cose che ha udite che colui che dice
quelle che ha vedute. Questo lo dice san Gregorio sopra Iob, e io nol reco qui
a consequenzia solamente per quelli che hanno in Spagna scritte le cose
dell'Indie per udita, ma lo dico perch parler io qui nell'Indie di quelle di
Spagna, e parr strano ad alcuno. Ma io, se ben che qui vivo, nondimeno viddi
anco con gli occhi quello che in Spagna accadette. S che, perch non  fuori
del proposito mio, dico che fu molto notabile in Spagna l'anno del 1492, perch
a' due di gennaio li re catolici don Fernando e donna Isabella presero la
famosa citt di Granata; e nella fine di luglio cacciarono dai regni loro i
giudei; e a' sette di decembre, in venerd, un villano di Remensa, terra di
Catalogna, chiamato Giovanni di Cagnamares, dette in Barzellona una coltellata
al re catolico nel collo, cos pericolosa che egli fu per morirne. E di quel
traditore fu fatta signalata giustizia, ancorch, per quello che si vidde, egli
fosse un matto, perch sempre disse che se l'avesse morto sarebbe stato esso
re.
Ora, in quel medesimo anno, discoperse il Colombo queste Indie, e giunse a
Barzellona nell'anno seguente del novantatre, del mese d'aprile, e ritrov il
re assai debole, ma fuori di pericolo di quella ferita che avuta avea. Queste
cose notabili ho voluto io recare a memoria, per mostrare il tempo nel quale
giunse il Colombo alla corte: e io di ci parlo come testimonio di vista,
perch mi ritrovai paggio e garzonetto nell'assedio di Granata e viddi fondare
la terra di Santa Fede in quello esercito, e poi viddi entrare nella citt di
Granata il re catolico e la regina, quando i granatini s'arresero; e viddi
cacciare i giudei di Castiglia; e mi ritrovai in Barzellona quando vi fu il re
ferito, come s' detto; e vi viddi poi venire l'admirante don Cristoforo
Colombo, con li primi Indiani che di queste parti andassero in Spagna. S che
non ragiono io per udita niuna di queste quattro cose, ma s ben di vista,
ancorch le scriva di qua, dove ho i memoriali miei scritti in quel medesimo
tempo.
Ma ritorniamo all'istoria nostra. Giunto il Colombo in Barzellona, con li sei
Indiani che men seco, e con alcune mostre d'oro, e con molti pappagalli e
altre cose che queste genti quivi usavano, fu assai benignamente e
graziosamente ricevuto dal re e dalla regina; e doppo che egli ebbe data longa
relazione e particolare di quanto in questo suo viaggio passato aveva, gli
fecero questi cortesi re molte grazie e lo cominciorono a trattare come persona
generosa e di stato, tanto pi che l'essere di sua propria persona lo meritava
assai bene. Ma al parer mio, sotto la protesta fatta da me nel primo libro,
dico che si dee tenere che in queste nostre Indie fu la verit evangelica
predicata, percioch san Iacopo apostolo e poi san Paolo (come s. Gregorio ne'
suoi Morali scrive) la predicarono prima nella nostra Spagna, donde poi
nell'Indie la transferirono; ma l'avevano gi queste genti selvaggie indiane
posta del tutto in oblio, e adoravano i loro tanti idoli con le tante lor vane
superstizioni; e ora sono ritornate a riconoscere questa verit santa, che
tutta via non si resta di predicarvisi e d'ampliarvisi. Il che non  di poco
merito appresso Iddio alla nostra nazione, che  in queste provincie cos
rimote penetrata, e posto per la via della salute tanti regni di genti idolatre
e perse, merc del primo admirante don Cristoforo Colombo, che a cos bella
impresa si mosse.
Ma lasciamo questa materia a' teologi, perch se ne potrebbe tanto dire che se
ne stancherebbono molte penne, massimamente nelle lodi de' re catolici don
Fernando e donna Isabella e de' loro successori, che hanno perseverato in
questo santo zelo della conversione di queste genti; perch in effetto, per
loro volont ed espressi ordini, s' sempre proveduto e a questo rimedio
dell'anime di questi popoli rozzi, e a fare che ben trattati fussero. E se in
ci s' punto mancato, ne sono stati i ministri solamente cagione, che venuti
in queste parti per governatori o per prelati hanno poco pensiero avuto di
quello che fare dovevano, bench queste negligenzie tanto durano quanto tardano
a venire a notizia o dell'imperatore o del suo consiglio reale dell'Indie,
perch tosto vi si provede con quella attenzione e amenda che si conviene. Ma
io, nel vero, non voglio la cagione principale di questi inconvenienti
attribuire agli officiali o ministri di cos pia opera come  l'addottrinare
queste genti indiane, ma a queste genti selvaggie stesse pi tosto, che per la
loro incapacit e mala inclinazione ritornano facilmente al vomito; e rarissimi
sono fra loro quelli che nella fede perseverano, perch cos ne saltano
agevolmente a dietro, come fa il grandine che nella punta d'una lancia
percuota. E bisogna che Iddio ponga in ci la sua divina mano, perch tanto
quelli che insegnano quanto quelli che imparano abbiano a fare pi frutto di
quello che fin qua fatto s'abbiano.
Ma, ritornando al nostro ordine, li sei Indiani che col Colombo in Barzellona
giunsero, di lor propria volont o pur che vi fossero consigliati, chiedettero
il battesimo: e li re catolici per lor clemenzia gli fecero battezzare. E
ambidue, insieme col prencipe don Giovanni, lor primogenito ed erede, furono i
padrini, e chiamarono uno de' battezzati, che era il pi principale degli
altri, don Fernando d'Aragona: ed era costui nativo dell'isola Spagnuola, e
parente del caciche Goacanagari. Un altro ne chiamorono don Giovan di
Castiglia, e agli altri altri nomi, come essi stessi chiesero o a lor padrini
piacque. Ma quel secondo chiamato don Giovan di Castiglia lo volse il prencipe
per s, e lo fece in casa sua restare, e cos ben trattare e mirare come se
fusse figliuolo di qualche cavaliero principale che esso molto amasse, e lo
fece addottrinare nelle cose della nostra fede, e ne diede al suo maiordomo il
carico. E questo Indiano viddi io poi in stato che parlava benissimo la lingua
castigliana; ma indi a duo anni mor. Tutti gli altri Indiani se ne tornarono
in questa isola Spagnuola, nel secondo viaggio che fece l'admirante. Ma quelli
grati e catolici prencipi fecero al Colombo segnalate grazie, e specialmente
gli confirmarono il suo privilegio in Barzellona, a' 28 di maggio del 93. E fra
l'altre molte cose lo fecero nobile, diedero a lui e a tutti i suoi descendenti
titolo di admirante perpetuo di queste Indie, e che tutti i suoi posteri e i
suoi fratelli anco si chiamassero donni, e gli diedero l'arme reali di
Castiglia e di Leone mischiate e compartite con altre che di nuovo gli
concedettero, approbando e confirmando le altre arme antiche del suo lignaggio:
e cos dell'une e delle altre formarono un nuovo e bello scudo, con le sue arme
e divise, nella forma che qui si vede.

[vedi figur_04.gif]

Questo  uno scudo con uno castello di oro in campo vermiglio, con le porte e
sue fenestre azurre, e con un leone purpureo in campo d'argento, con una corona
di oro in testa e con la lingua fuori, come li re di Castiglia che di Leone gli
fanno; e questo castello e leone hanno da stare sopra la testa dello scudo, il
castello da mano diritta e il leone da mano manca. Il resto poi di sotto ha da
stare compartito in due parti: nell'una da mano diritta ha da stare un mare, in
memoria del grande Oceano; l'acque hanno da essere dal naturale, azurre e
bianche, che vi ha da stare posta la terra ferma dell'Indie, che occupi quasi
tutta la circonferenzia di questo quarto, lasciando solamente la parte di sopra
aperta e col mare, di modo che le ponte di questa terra ferma mostrino di
occupare la parte di mezzod e di tramontana. E la parte inferiore, che
significa l'occidente,  la terra che con queste due punte va continuandosi; e
in questo mare hanno a stare molte isole grandi e picciole di varie forme. La
quale terra ferma e isole dell'Indie hanno a stare verdi, e con molti alberi
che mai perdono la fronda; e si hanno a mostrare in questa terra ferma molti
granelli d'oro, in memoria delle tante e cos ricche miniere d'oro che in
queste parti sono. Nell'altro quarto dello scudo, da mano manca, poi hanno da
essere quattro ancore di oro in campo azurro, come insegna propriamente
appropriata all'ufficio e titolo di admirante che scoperse quelle Indie. Nella
parte inferiore dello scudo sono poi l'arme del lignaggio del Colombo, cio una
testa; e di qua in gi una benda overo lista azurra in campo di oro. Sopra lo
scudo  poi una baviera di grandezza al naturale, con otto lumi o viste, con un
torchio e dependenzie azurre e d'oro. E sopra alla baviera per cimera un mondo
tondo con una croce sulla cima; e nel mondo vi ha dipinta la terra ferma e le
isole, della maniera che si sono dette di sopra. E per fuori dello scudo uno
scritto in uno rotolo bianco, che a questo modo dice: "Per Castiglia e per
Leon, nuovo mondo trov Colon".
Per rispetto dell'admirante, fecero medesimamente i re catolici Bartolomeo
Colombo, suo fratello, adelantado di questa isola Spagnuola, la quale dignit
d'adelantado  la principale e la pi degna che sia nel regno, ed  uno ufficio
del regno di soprema auttorit. Gli fecero ancora molte altre segnalate grazie,
che qui per evitare la prolissit si tacciono: ma ampiamente nel suo privilegio
si veggono che questi prencipi gli concedettero, e che ci ho molte volte
veduto.


Del secondo viaggio che Cristoforo Colombo fece a questa isola Spagnuola, e
della concessione che papa Alessandro sesto fece di queste isole alli re
catolici e suoi successori; e come furono discoperte l'isole degl'Indiani
chiamati Caribi, con altre cose notabili.
Cap. VIII,

Chi non sa che il Signore Iddio ci diede le cose terrene per nostro uso, e che
cre l'anime degli uomini per l'uso suo, come san Gregorio sopra Iob dice? Ora
a questo effetto i felici re don Fernando e donna Isabella, desiderosi della
salute dell'anime di questi Indiani, fecero ritornare l'admirante don
Cristoforo Colombo a questa isola Spagnuola con una buona armata, nella quale
andorono alcuni cavalieri e nobili della corte del re, con altri gentiluomini
desiderosi di vedere questa nuova terra e le sue cose. Ma prima che questa
armata partisse, ebbero quei santi prencipi dal sommo pontefice la grazia e la
concessione di queste Indie, accioch con pi giusto titolo il santo proposito
loro s'affettuasse, che era d'ampliare la religion cristiana; perch ancor
senza licenzia del pontefice potevano questa impresa esequire, per essere
questi mari e imperio della conquista e corona di Castiglia, e per essersi
solamente i re catolici don Fernando e donna Isabella occupati in questa santa
e degna impresa, tanto pi che, come s' detto di sopra, gi molti secoli prima
fu questa signoria delli re di Spagna.
Il pontefice adunque diede al re e alla regina, e a' lor successori nelli regni
di Castiglia e di Leone, queste Indie con quanto  con loro annesso, tirando
una linea da polo a polo per diametro, da cento leghe in l dell'isole degli
Astori e di quelle di Capo Verde; s che quanto si ritrova discorrendo da
quella linea verso ponente, che non si possedesse attualmente da qualche
prencipe cristiano, tutto per li re catolici si conquistava. E dopo di questo
fu fra Castiglia e Portogallo di buono accordo concluso e fatto che dalle
sopradette isole 370 leghe verso ponente si tirasse una linea da polo a polo, e
quello che fra questa linea e l'altra detta di sopra si ritrovasse fosse di
Portogallo. Onde perci i Portoghesi interpretano che lor resta libera tutta la
parte dell'oriente: ma essi in ci s'ingannano, perch, conforme alla bolla e
donazione apostolica fatta alli re di Castiglia, si comprendono tutte l'isole
delle Speciarie e di Maluco e Brunei, dove si coglie la cannella con tutte
l'altre spezierie, e tutto quel pi del mondo che  fin che si ritorna per
l'oriente alla prima linea che s' detta di sopra, tirata da polo a polo cento
leghe dall'isole degli Astori e di Capo Verde: e tutto questo, come s' detto,
cade nella parte concessa alli re catolici e alla corona di Castiglia.
Ma perch tutte queste cose stanno approbate dal romano pontifice, non bisogna
dirvi altro se non che io ho veduto un transunto autenticato e sigillato della
bolla apostolica, fatta a' 4 di maggio del 1493. Ora, secondo che il papa nella
sua bolla e donazione apostolica ordinava, sopra la cura che doveva aversi nel
convertire alla santa fede le genti dell'Indie, andorono col Colombo nel
secondo viaggio persone religiose e di santa e approbata vita e letteratura,
fra li quali fu a questo effetto eletto fra Buil di Catalogna, dell'ordine di
san Benedetto. E a costui il pontifice diede pienissima potest per lo governo
della Chiesa in queste parti dell'Indie, perch vi fosse capo degli altri
clerici e religiosi che allora vi passarono, per servire al culto divino e alla
conversione di questi Indiani. E vi portarono costoro paramenti, croci, calici,
imagini, e tutto quello che era necessario per le chiese che fare vi dovevano.
E nella sopradetta bolla apostolica il papa comand in virt di santa
obedienzia al re e alla regina che avessero dovuto a questo effetto mandare in
queste Indie persone da bene e tementi Iddio, e dotti ed esperti, per instruire
e insegnare a questi nuovi popoli la santa fede e i buoni costumi con ogni
diligenzia debita.
E i re catolici, desiderosi di compire a questa giusta e santa volont del
papa, per tutti i regni loro cercarono di queste persone atte e sofficienti,
cos ecclesiastiche come secolari: onde l'admirante part con una bella armata
e con una fiorita e nobile compagnia. E nella citt di Siviglia si adun la
gente per questa armata, e le navi e caravelle nella badia di Calis; e dato
l'ordine a tutti i capitani, nocchieri e pilotti del camino che tenere
dovevano, con la buona ventura in mercord, a' 25 di settembre del 1493, fece
la capitana vela, e dietro a lei tutte l'altre caravelle e navi, ch'erano in
tutto 17 vele; e vi andarono mille e cinquecento uomini da far fatti, tutti
bene in ordine e provisti d'arme, munizioni, vettovaglie, e d'ogni altra cosa
necessaria. E tutte queste genti andorono al soldo del re. Andorono in questa
armata persone religiose e cavalieri e gentiluomini onorati, quali si
convenivano per dovere popolare nuove terre, e coltivarle santamente e
rettamente nello spirituale e nel temporale; e vi erano molti creati della
corte del re. E io viddi e conobbi tutti i principali di questa armata, e ne
sono fino ad oggi alcuni vivi in queste Indie e in Spagna, bench assai pochi
siano.
Ritornando all'istoria, l'admirante, come destro in questa navigazione per
l'isperienzia del primo viaggio, tenne in questo secondo pi dritto e pi
giusto il pennello, onde la prima terra che ritrov e riconobbe fu una isola,
che egli, tosto che la vidde, la chiam Desiata, per lo desio ch'esso e tutti
gli altri della sua armata aveano di veder terra. Poco appresso vidde
medesimamente un'altra isola, e la chiam Marigalante, perch cos si chiamava
la capitana su la quale il medesimo admirante andava. Egli pose anco il nome a
tutte l'altre isole che sono in quel pareggio da polo a polo. Dalla banda di
tramontana la prima e pi vicina isola  Guadaluppe, e cos poi l'altre di mano
in mano, la Barbata, la Aguglia, il Sombrero e molte altre; e verso ponente
molte isolette chiamate le Vergini; e pi oltre  l'isola di Borichene, che ora
la chiamano di San Giovanni, ed  una assai ricca isola e delle pi notabili,
come si dir appresso al suo luogo. Dalla parte poi di mezzogiorno, alla gi
detta isola Desiata quella che le  pi vicina  l'isola Domenica, che questo
nome l'admirante le pose perch di domenica la vidde. Tutti li Santi  un'altra
isola, e pi verso mezzod sta Matinino, che alcuni scrittori han detto che
stesse popolata d'amazoni, con altre lor cose favolose che scrivono: perch s'
poi ben ritrovata la verit, veggendosi questa con l'altre isole che le sono a
pari, che n a questi tempi n ad altri che si sappia furono mai da donne
abitate. Vi sono anco qui altre isole, come  S. Lucia, San Cristoforo, li
Barbati, e altre che non fanno al proposito, perch sono molte e picciole. Ma
quando si dir del discoprimento di terra ferma, diremo d'alcune altre che sono
fra queste che si sono dette e tra terra ferma, come  Cibucheira, che noi
cristiani chiamiamo Santa Croce; e Pietro Martire nella sua prima deca la
chiama Ai Ai.
E quelle che sono al pari di questa, tutte o la maggior parte si abitavano da
Indiani arcieri chiamati Caribi, che nella lingua indiana non vogliono altro
dire che bravi e arditi. Questi tirano le lor frezze con una erba cos
pestifera e velenosa che non vi ha rimedio alcuno, e quelli che ne vengono
feriti muoiono arrabbiati, e fanno molti motivi e si mordono le loro proprie
mani e carni per lo dolore immenso che sentono. E quando ne scampa alcuno 
solo per soprema deit e diligenzia d'alcune medicine appropriate contra il
veleno, bench fino a questa ora poche qui se ne veggano che vi giovino; e pare
che questo sia pi vero, che quando alcuno ne guarisce e perch l'erba  fatta
di molti tempi innanzi, o perch vi manca qualche uno de' materiali venenosi
de' quali si compone, come si dir appresso, perch in diverse parti diversa
maniera tengono gl'Indiani nel comporre questa erba.
Questi Caribi mangiano tutti carne umana, fuori che quelli dell'isola di
Borichene: bench di pi di questi dell'isole la mangiano anco in molte parti
di terra ferma, come al suo luogo si dir. Scrive Plinio che questo medesimo
fanno nella Scizia gli antropofagi, anzi, di pi del mangiar carne umane, dice
che bevono con le cocche delle teste degli uomini morti, delli cui denti e
capelli si fanno collane, e le portano poi appese al collo per ornamento: e io
di queste cos fatte collane ne ho veduta alcuna qui in terra ferma dell'Indie.
Ma di questi e altri strani costumi di queste genti si dir appresso.
Ora, ritornando all'istoria, dico che, avendo l'admirante con la sua armata
riconosciuta l'isola Desiata, con l'altre che si sono dette, seguendo il suo
viaggio fra queste isole, doppo che ebbe presa acqua in una di loro, passando
innanzi riconobbe l'isola del Borichene, che ora di San Giovanni diciamo, e che
 la principale dell'altre che le son presso (e al suo luogo se ne ragioner
particolarmente). N creda alcuno, come hanno alcuni scritto, che l'admirante
in questo secondo viaggio discoprisse tutte l'isole che si sono dette, perch,
se bene esso ritrov la Desiata, e l'altre che con veder questa bisognava anco
vedersi, per essere cos vicine l'una all'altra, col tempo poi nondimeno si
ritrovarono e conquistarono da diversi capitani, continovandosi la navigazione
di questi mari. Ritornando al proposito dico che, passando questa armata per
l'isola di San Giovanni, ne venne a questa che chiamiamo Spagnuola, e vi prese
porto nel mese di decembre del 93, nel porto d'Argento, che  dalla banda di
tramontana. E indi poi navigando verso occidente giunse all'Isabella, e indi
poi a Monte Cristo, dove signoreggiava il re Goacanagari, che  dove ora si
chiama porto Reale.
Era questa contrada posseduta da un fratello di questo re, e qui erano restati
li trentaotto uomini che l'admirante nel suo primo viaggio vi lasci, e che
erano stati tutti morti dagl'Indiani, i quali non avevano potuto sofferire i
loro eccessi, perch toglievano le mogli e se ne servivano a lor volont, e
facevano loro anco altre violenzie e oltraggi, come gente disordinata e senza
capo. E s'erano gi separati ad uno ad uno, a due a due e al pi a tre e a
quattro insieme, e s'erano isviati per diverse parti dell'isola a dentro,
sempre il loro disordine continovando, intanto che gli Indiani, quando a questo
modo gli viddero divisi, perch anco credevano che n l'admirante n cristiani
vi fussero dovuti ritornare giamai, deliberarono d'ammazzargli, e cos fecero.
Fu anco di ci cagione l'essere naturalmente le genti di queste contrade di
poca o nulla prudenzia, perch non hanno rispetto alcuno alle cose future.
Or l'admirante dagl'Indiani istessi intese la morte de' suoi che lasciati avea,
e per questo tosto se ne ritorn in Isabella, e vi fece una terra che pure
Isabella chiam, in memoria della serenissima e catolica reina donna Isabella,
e la popol delle mille e cinquecento uomini che conduceva. E questa fu la
seconda popolazione de' cristiani che in queste isole si fece, e
particolarmente in questa Spagnuola: e fino al 1498 dur quella republica della
citt Isabella, che poi fu del tutto transferita a questa citt di San
Domenico, come appresso si dir.
Ma accioch non participiamo anche noi altri della colpa degli antichi, che
seppero queste isole (se sono le Esperidi, come io credo che siano per quel che
s' detto) e non ci lasciarono il modo di questa navigazione scritto, prima che
ad altro passiamo sar bene che di ci ragioniamo alquanto, perch non si possa
in tempo alcuno perdere mai pi questo camino, il qual si fa della maniera che
nel seguente capitolo si dir, secondo l'altezza del sole e della Tramontana e
la regola delle carti moderne e l'isperimentata cosmografia.


Del viaggio che si fa di Spagna a queste Indie, e del modo che in questa
navigazion si tiene; e dell'albero maraviglioso dell'isola del Ferro, che  una
di quelle che chiamiamo ora le Canarie.
Cap. IX.

Nella citt di Siviglia tiene l'imperatore e re nostro signore la sua casa
reale de' contrattamenti per queste Indie, con gli suoi ufficiali, davanti a'
quali si registrano le navi, le caravelle e le mercanzie, con tutto quello che
a queste parti viene; e con lor licenzia s'imbarcano le genti, con li capitani
e nocchieri, nel porto della terra di San Lucar di Barrameda, dove si scarica
nel mare Oceano il fiume di Guadalchibir, chiamato dagli antichi Betis, da
Beto, sesto re di Spagna, come vuol Beroso. E da questo luogo seguono poi il
lor viaggio per l'isole di Canaria, dette dai cosmografi Fortunate, che sono
queste: Lanzarotte, Forteventura, Grancanaria, Tenerife, La Palma, La Gomera,
l'isola del Ferro; delle quali fa menzione Solino e pi copiosamente Plinio,
ancorch non ne scriva cos particolarmente come oggi ne sappiamo, massimamente
del miracolo dell'isola del Ferro, che egli Ombrio chiam. E perch  cosa
molto notevole, dir quello che ne ho inteso da persone degne di fede, senza
che la cosa  assai nota e chiara.
Non ha l'isola del Ferro acqua alcuna dolce, n di fiume, n di fonte, n di
lago, n di pozzo, e nondimeno si abita, perch il Signore Iddio d'ogni tempo
la provede di acqua celeste, senza altramente piovere. E a questo modo: ogni d
dell'anno, una o due ore prima che sia d chiaro, finch il sole monta su, suda
uno albero che ivi , e dal troncone e dai rami e dalle fronde cade molta
acqua; e in quel tempo sempre si vede stare sopra questo albero una picciola
nuvola o nebbia, finch a due ore di sole o poco meno si disfa e sparisce, e
l'acqua manca di gocciolare. E in questo tempo, che pu esser da quattro ore,
si raduna tanta acqua in una laguna fatta a mano, a pi di quello albero, che
basta per tutte le genti dell'isola e per tutti li lor bestiami e greggi; e
questa acqua che a questo modo cade  ottima e sana.
Questa isola e quella della Gomera sono del conte don Guillen Perazza, vassallo
di sua maest; tutte l'altre cinque sono della corona reale di Castiglia,
eccetto che quella di Lanzarotte, che  d'un cavalliero di Siviglia, chiamato
Fernando Arias di Saiavedra. Questa del Ferro  piccola, e io la ho gi veduta
tre volte venendo a queste Indie; corre levante e ponente con il picciol mare,
che chiamano in Affrica, ed  posta 27 gradi e mezzo dall'equinoziale, dalla
banda del nostro Polo Artico.
Ma, ritornando al nostro viaggio di queste Indie, dico che in una di queste
sette isole, e spezialmente nella Gran Canaria o nella Gomera o nella Palma
(perch stanno pi al diritto e pi al proposito, e sono fertili e copiose di
quanto bisogna per questo viaggio provedersi), prendono le navi rinfrescamento
d'acqua e di legna, di pan fresco, di galline, di castrati, di capretti, di
vacche vive e di carne salata e cacio, e di pesce salato, cio tonina e pagri,
e d'altre simili cose, che bisogna sopplire a quel che di Spagna si porta.
Quello spazio e golfo di mare che  da Castiglia a queste isole si chiama il
golfo delle Cavalle, per le tante che state gettate vi sono, perch, essendo
questo mare assai pi tempestoso e pi pericoloso che non  quello che segue
poi fino all'Indie, nel principio che si cominciorono ad abitare da' cristiani
queste contrade avenne che, conducendosi gli animali e le cavalle spezialmente
di Spagna nell'Indie, la maggior parte di loro per tempesta in quel golfo
restarono, o perch nel viaggio si morirono e vi furon gettate; onde per questa
difficult del passarle incominciorono i marinari a chiamarlo il golfo delle
Cavalle, e con questo nome si rest poi, perch quelle cavalle che giungevano
alle isole di Canaria vive, si tenevano gi per navigare e poste in salvo.
Avrebbono potuto anco chiamarlo il golfo delle Vacche, perch per la medesima
via non men vacche che cavalle vi perirono.
Tardano le navi a venire di Spagna fino a queste isole otto o dieci d, poco
pi o meno ordinariamente, e quando sono qui, cio fino all'isola del Ferro,
hanno navigato 250 leghe, perch dal dritto di questa isola si toglie pareggio
al diritto, per venire a queste Indie. E a vista di questa isola si segue il
camino per giungere all'isola Desiata, o ad alcune delle altre che in quel
pareggio sono; e si tarda a fare questo camino da quella del Ferro alla
Desiata, o a Tutti i Santi, o ad altre delle convicine, 25 d, poco pi o meno,
secondo che si ha il tempo o secondo la prudenzia del pilotto in saper ben
guidare il suo legno; bench sia alcuna volta accaduto a passare innanzi le
navi di notte, o forzate dal tempo o per star l'aere nubiloso, senza vedere
niuna di queste isole, fino all'isola di S. Giovanni o a questa Spagnuola o a
quella di Iamaica, che ora di S. Giacobo chiamano, o per aventura anco fino a
quella di Cuba, che  posta pi verso ponente dell'altre che si sono dette; e
qualche volta anco, per disgrazia o colpa de' pilotti e de' marinari, qualche
vassello senza toccare n vedere alcuna di queste isole se n' passato di lungo
fino a terra ferma: ma pochi sono di costoro che si salvano. Quando questo
viaggio si fa con pilotto esperto e destro (come ve ne sono molti), quasi
sempre si riconosce qualche una delle prime isole gi dette.
E fin qua si navigano dall'isole di Canaria 750 leghe, bench in alcune carte
da navigare chi ne pone qualche poco pi, chi qualche poco manco, che in
effetto poca  differenzia che col numero che io ho detto fanno. Dalle prime
isole che si trovano fino a questa citt di San Domenico dell'isola Spagnuola
si navigano altre 150 leghe, di modo che da Spagna fin qua sono 1150 o 1200
leghe. E questo  secondo le carte da navigare che oggi si tengono per pi
corrette e per migliori, perch nelle altre carte passate solevano fare questo
viaggio di 1300 leghe e pi anco; ma perch ogni d si va meglio intendendo, si
tiene dalla maggior parte per pi vero il primo numero che abbiamo detto, di
1200 leghe.  il vero che, per cagione della calamita che gregolizza o
maistrizza, cos nel giudicare questo diffetto del bossolo, come per le
continove mutazioni de' tempi e correnzie dell'acque, si sogliono pi leghe
porre in questo viaggio di quello che s' detto molte volte nel venire a queste
parte; ma assai pi spesso nel ritorno in Spagna, perch altra navigazione
bisogna fare e altro pennello tenere nel venire in queste isole, e altro nel
ritornare poi in Europa, come qui appresso diremo.
Perch si viene comunemente di Spagna a questa citt di San Domenico in 35 o 40
d (lasciando gli estremi di quelli che assai pi tardano o che pi presto vi
vengono, perch io non dico se non quello che per le pi volte accade), e nel
ritorno vanno poi di qua in Castiglia in 55 d, poco pi o meno: bench nel
1525, stando la maest cesarea in Toledo, due caravelle, partendo da questa
citt, in 25 d entrarono nel fiume di Siviglia. Ma non si ha da prendere
questo esempio, che rade volte accade, poich non si debbono seguire gli
estremi, ma quello che ordinariamente aviene: perch solevano anco le navi
tardare a ritornare in Spagna tre e quattro mesi, mentre che si forzavano fare
il cammino e tenere il pennello che nel venire in qua fatto e tenuto avevano,
onde qualche volta vi pericolavano e vi ponevano doppio tempo; il che si  ora
meglio inteso, e i pilotti che si sono in questa navigazione pi addestrati
lasciano correre i loro legni alla volta di tramontana, e vanno a trovare
l'isola Bermuda, che la Garza anco si chiama, e sta in 33 gradi, 7 e alle volte
la veggono, alle volte no. Ma quando in questa altezza del polo i vasselli si
trovano, lasciano il pennello che fin l tenuto hanno alla volta di tramontana,
e si voltano a correre verso levante, perch questa isola delle Garze sta
levante ponente con Azamor in Affrica; e d'Azamor a San Lucar, dove entra
Guadalchivir in mare, sono da 80 leghe. E questa maniera di navigare ci mostr
l'isperienzia, perch, doppo che le navi si pongono nelli 33 gradi dell'altezza
del polo, hanno ordinariamente i venti di maestro e tramontana, co' quali vanno
pi presto che per l'altra via che qui vennero le navi. Io son stato un tiro
d'artigliaria lontano a quella isola di Bermuda o delle Garze, correndovi con
la nave su la quale io era a otto braccia di fondo.
L'isola  picciola, e si crede che sia disabitata; e io andava con
determinazione di farvi smontare dieci o dodeci giovani armati, perch vi
gettassero mezza dozina di porci e scrofe, di quelli che noi per nostra
munizione portavamo, accioch fussero nell'isola moltiplicati, e avessero a
qualche tempo potuto servire per far carne. Ma mentre che io stava per fare
gettare il battello in mare, ci sopragiunse un tempo cos contrario al
proposito mio che ci sforz e disvi del cammino che io fare voleva. Non 
questa terra molto alta, bench abbia una schiena pi alta che tutta l'altra
terra, e vi sono molti cocali e altri uccelli di mare e pesci che volano, de'
quali al suo luogo si parler. Ha questa isola i due nomi gi detti, perch la
nave che la discopr si chiamava la Garza, e il capitano di questo legno si
chiamava Giovan Bermudez, che era di Palo.
Molti pericoli accadettero ne' primi anni che queste Indie si ritrovarono, cos
nel venirvi come nel ritornare in Castiglia, e medesimamente poi in quest'altra
navigazione di terra ferma. E ogni d a quelli che vi navigano accadono cose
notabili; onde, perch vi sono avvenute cose segnalate d'alcuni che ne sono
miracolosamente scampati, nell'ultimo libro ne diremo qualche cosa, accioch
qui non s'interrompa la materia di questo cammino che si fa di Spagna, il quale
tutti quelli che l'hanno pi volte fatto, e che sono di grande esperienzia
nelle cose di mare, affermano che sia la pi sicura navigazione che essi
sappiano che nel mare Oceano si faccia. Le navi che da questa isola Spagnuola
partono, o che vi toccano per passare oltre, in sette o otto o dieci d
giungono in terra ferma, secondo dove vi vanno a dare a porto, perch la terra
ferma  grande, e perci quelli che vi vanno varii pareggi tengono. Ma perch
non  ancor tempo di ragionarne del suo discoprimento, lo serbiamo per quando
sar tempo al suo luogo.
Questo solamente dir qui, che chi dall'isola del Ferro si parte (che  una
delle Fortunate o Canarie, cos notabile per causa della sua acqua) per andare
a terra ferma dell'Indie, e a trovar quel gran fiume che chiamano Maragnone,
navigar 600 leghe o manco, come potr meglio intenderlo chi ser curioso per
la moderna e sperimentata cosmografia di quest'Indie; poich Tolomeo, antico e
vero cosmografo, non parl di questa terra ferma cosa alcuna, e quel che s'
detto di sopra dell'auttorit d'Aristotele, Solino, Plinio e Isidoro, fu
solamente dell'isole Esperidi e non della terra ferma. Il che io dico con
protesto d'emendarmi per coloro che altra cosa letta ne avessero, perch io per
me ben credo che don Cristoforo Colombo, primo admirante, non si movesse a
discoprire questi luoghi a lume di paglia, ma con auttorit chiare e vera
notizia di questi luoghi. E per sodisfare particolarmente a quello che a questo
viaggio tocca, dico che quelli che sapranno ben misurare ritroveranno che
l'isola Desiata, che  la prima che vanno a ritrovare le navi che vengono di
Spagna in queste Indie, si ritrova posta a 14 gradi della linea equinoziale,
dalla parte del nostro Polo Artico; e l'altre isole a questa Desiata vicine
sono tutte nell'orizonte del medesimo polo, alcune alli lati della Desiata
verso mezzod, e altre alla parte settentrionale, secondo che nel quarto
capitolo s' detto. Questa isola Spagnuola, dalla parte che mira all'austro, e
specialmente in questa citt di San Domenico,  distante dall'equinoziale 18
gradi, e dalla parte o costa di tramontana ne  20 gradi, e in alcuna parte
poco pi, in altra assai meno, secondo che si va l'isola allargando o
restringendo; s che la maggior sua latitudine  da 18 a 20, di modo che potr
essere di 37 leghe la sua larghezza; la lunghezza poi  di 120 o di 130 leghe,
poco pi o meno. Dell'altre isole e della terra ferma ne' loro proprii luoghi
ragioner pi a lungo.
Alcuni di coloro che intendono bene la cosmografia, e la disputano e insegnano
compiutamente stando in terra, e non l'hanno sperimentata n la sanno per
vista, diranno qui che io ho fatto un grande errore nella pratica di questo
viaggio, perch ho detto che l'isola del Ferro, onde si d principio a questo
viaggio, sta posta in 27 gradi e mezzo; e che l'isola Desiata, che  quella che
le navi vanno prima a ritrovare, sta in 14 gradi; e che questa isola Spagnuola,
dalla parte di mezzogiorno e dove  apunto questa citt di S. Domenico, sta in
18 gradi; e che il pi largo di questa isola dalla parte di tramontana sta in
20 gradi. Di modo che pare che al manco s'abbassano 4 gradi pi di quello che
si converrebbe, per prendere navigando questa isola, e ogni grado da polo a
polo occupa 17 leghe e mezza, in tanto che 70 leghe si discostano navigando dal
parallelo di questa isola Spagnuola e la lasciano dalla parte di tramontana. E
cos  il vero. Ma se chi toglie li diciotto gradi non s'abbassasse fino a' 14,
errarebbe molto in questo, navigato che egli avesse 20 giorni con mediocre
tempo, perch senza pigliarlo andarebbe con li 18 gradi a dar nell'isole che
chiamano le Vergini, o pi fuori anco, dove sono molte secche e pericolose
entrate fra l'isole; e se si ritrovasse nelli 19 o nelli 20 gradi, per
aventura, con ogni poco di tempo contrario e per li diffetti del bussolo (che
nel cap. seguente si diranno) non toccarebbe questa isola, e per le correnti
andrebbe a dare nell'isole delli Lucai o nell'isola di Cuba, come all'admirante
nel suo primo viaggio avenne. S che, per fuggire molti inconvenienti e
pericoli, e perch  pi sicura l'entrata dell'isole ne' 14 gradi fino a 15, si
debbono a questo numero attenere, forzandosi sempre che sia da 15 a basso,
perch, doppo che le navi si trovano entrate per questo parallelo fra l'isole
della Desiata e dell'Antica, che chiamano, e fra l'altre che ivi sono, fanno
assai presto il restante del camino, per cagione delle correnti, e prendono con
gran piacere questa isola.
Questo che io ho qui detto non si pu imparare in Salamanca n in Bologna n in
Parigi nelle scuole, ma solamente nella catedra della gelosia, che  quel luogo
dove va posto il bussolo da navigare, e col quadrante in mano, togliendo
ordinariamente in mare le notti la stella e li d il sole con l'astrolabio,
perch, come si dice in Italia: "Altro ci vuole a tavola che tovaglia bianca".
Voglio dire che la navigazione vuole altro che parole, percioch, come ancorch
i mantili siano bianchi, non per con questo solo i convitati mangieranno, cos
non perch uno studi cosmografia e la sappia meglio che Tolomeo sapr per
navigare finch non la ponga in uso, come n anco chi legge medicina curer ben
l'infermo finch non abbia la pratica di conoscere il polso e i termini e gli
accidenti dell'infermit. A questo modo il pilotto esperto, mirando al polso
del suo bussolo, che  quella calamita temperata nel ferro, conoscer la
Tramontana, e con il quadrante la sua altezza, e dall'astrolabio quella del
sole, e dalla sperienza intender e sapr come ha da moderare le vele e da
governare i suoi marinari, e dal piombo imparer la profondit dell'acque,
essendosi infin dalla sua fanciulezza allevato nel mare, di modo che li resti
fisso questo essercizio nel cuore quanto la sua natura e ingegno ve l'aiutano.
Percioch, ancorch piccoli entrino nell'arte, non riescono per tutti i
pilotti, come quanti vanno a studiare non riescono tutti dottori. Si pu
adunque tenere per cosa certa che chi non s'allieva nel mare da fanciullino non
pu riuscire marinaro perfetto: e con questo s'accorda un proverbio cortegiano,
che chi non fu paggio sempre puzza di mulattiero. Voglio dire che, come da
fanciulli si hanno da creare in corte li paggi, perch diventino ben creati e
gentili cortegiani e non rieschino grissoni, cos quelli che hanno da essere
marinari di prova e atti pilotti bisogna che dalla fanciullezza comincino a
soffrire e patire i disagi e i travagli del mare, per non isbigottirsi n
invilirsi nel tempo delli pericolosi naufragii. E questo basti quanto al camino
e quanto al secondo viaggio che l'admirante Colombo fece, continovando il
discoprire di queste nuove terre.


Del crescere e mancare del mare Mediterraneo; e del mare Oceano, dove cresce e
manca quanto il Mediterraneo, e dove assai pi.
Cap. X.

Poi che abbiamo trattato dell'esercizio del navigare e di questi mari di qua,
non  giusto che si lasci a dietro quello che ora qui si dir che io ho veduto
del mare Oceano, nel flusso e reflusso che fa, nel suo mancare e crescere,
perch fino a questa ora niun cosmografo, n astrologo, n esperto nelle cose
di mare, di quanti ne ho io dimandati, mi ha sodisfatto, n data conveniente
ragione della vera causa che opera quello che io ho con gli occhi miei molte
volte veduto. E quello che io dire voglio  questo.
 cosa segnalata quel famoso stretto di Ghibilterra, dove sono que' duo monti
che le favole dicono che Ercole tebano aperse, e che sono chiamati Abila e
Calpe, l'uno dalla parte dell'Affrica, l'altro dalla parte d'Europa; e per
questa cos stretta bocca si congiunge il mare Mediterraneo col mare Oceano.
Or, da questa bocca andando verso levante, tutto il mare Mediterraneo, con
quanta acqua salsa qui si rinchiude fra l'Affrica, l'Asia e l'Europa, non
cresce n manca communemente pi di quello che in Valenzia, in Barzellona o in
Italia si vede, e quando qualche poco esce dall'ordinario (che assai poco ),
non  per altro che per qualche segnalata fortuna; ma tosto che quella tempesta
cessa, ritorna l'acqua a' suoi termini, e come ordinariamente si vede nel tempo
di primavera. Ma dallo stretto di Ghibilterra in fuori, questo mare Oceano
cresce e manca molto nella costiera d'Africa e d'Europa, come l'hanno veduto e
veggono ogni d quelli che mirano il mare per la costiera d'Andalusia, di
Portogallo, di Galizia, d'Asturia, di Viscaia, di Normandia, di Bertagna,
d'Inghilterra, di Fiandra, di Alemagna, con tutto il resto posto sotto
Tramontana: e in questi luoghi in grandissima maniera manca e cresce l'oceano.
Dico di pi, che navigando questo stesso mare Oceano da quelle parti dove ho
detto che tanto manca e cresce, e venendo all'isole di Canaria, cos in queste
come nell'isole di queste Indie che ho dette di sopra, e con la sua terra ferma
anco dalla parte che a tramontana riguarda, per pi di tremila leghe di
costiera, a punto non vi cresce n manca l'acqua del mare pi di quello che s'
detto che si faccia in Barzellona e negli altri luoghi del mare Mediterraneo,
in tanto che a questo modo n vi cresce n vi manca il mare in quest'isola
Spagnuola, n in quella di Cuba, n in alcuna dell'altre che si sono dette di
sopra, se non come si vede fare ne' mari d'Italia; che  pochissimo rispetto a
quello che veggiamo farsi nelle marine di Fiandra, d'Inghilterra e degli altri
luoghi che si sono detti. Il che si dee bene dal lettore notare, perch meglio
intenda quello che qui appresso seguir.
Dico appresso che questo istesso mare Oceano cresce e manca incredibilmente
nella costiera della terra ferma dell'Indie che a mezzogiorno riguarda,
incominciando dalla citt di Panama e seguendo verso levante o verso ponente,
con l'isole delle Perle e di Taboga, con tutte l'altre che chiamano di San
Paolo, e che sono in quel mare da mezzogiorno verso ponente, per pi di 300
leghe che io ho navigato per quelle costiere. E vi cresce e manca tanto il mare
che quando si ritrae pare che si perda di vista in alcuni luoghi: per in
effetto due leghe o poco pi sono che si scosta dal lito il mare in alcune
parti dalla citt di Panama verso la costiera di ponente, e questo l'ho io
veduto molte migliaia di volte. Vi ha in questa stessa materia un'altra cosa
notabile e maravigliosa pi che la prima, percioch dal mare di Tramontana a
quel di Mezzod (che ambidue da opposite parti della terra ferma delle Indie
percuotono) vi  pochissima distanzia, perch dalla citt del Nome d'Iddio, che
sta da questa parte di terra ferma verso tramontana, fino alla citt di Panama,
che sta in questa stessa terra ferma dalla parte opposita verso mezzod, non
sono pi di 18 o 20 leghe, che se la terra fosse piana e non montuosa e aspra
come ella  non sarebbono 12. E nondimeno in cos poca distanzia, essendo e
questo e quello mare Oceano, vi si vede tanta differenzia nel crescere e nel
mancare dell'acque quanta s' detta; onde questa  certo cosa da contemplarsi e
specularsi da coloro che sono inclinati a dovere simili secreti intendere, e
cose di tanta maraviglia.
Io ho praticate e ragionate queste cose con persone di gran litteratura, e non
mi hanno sodisfatto, o perch nol sanno, o perch non gliele ho io saputo dare
ad intendere, e non l'hanno essi come io veduto. Io per me mi quieto in questo,
ricordandomi che Colui che  cagione di queste cose di tanta maraviglia, sa
dell'altre anco oprare cos incomprensibili che senza speziale grazia non si
concede all'intelletto umano d'intenderle. Io ho qui posta questa questione
come testimonio di vista, n fino a questa ora sono ancora stato degno
d'intenderne la soluzione; e certo che gran piacere avrei vederla decisa. Ho
veduto quello che ne dice Plinio nel suo secondo libro, che del crescere e
mancare del mare ne sono cagione il sole e la luna, e assegna perci alcune
ragioni del corso di questi pianeti. Dice anco che il crescere del mare Oceano
 maggiore di quel del Mediterraneo, e che di ci pu esser la cagione l'essere
pi animoso nel tutto che nella parte, o che la sua grandezza pi sparsa pi
senta la forza del pianeta, che pu pi stendervisi. Dice anco appresso che in
alcuni luoghi fuori di ragione cresce e manca il mare, perch non nascono i
pianeti in un tempo stesso in tutte le terre, e perci aviene che il crescere
del mare non  d'una maniera per tutto; onde dice che nel tempo e nella forma
questa differenzia consiste, perch in alcuni luoghi vi ha una spezial natura o
moto, come nell'isola di Negroponte si vede, che sette volte il giorno vi va e
viene il mare, e vi sta fermo tre d del mese, che sono il settimo, l'ottavo e
il nono della luna.
Questo, con l'altre cose che Plinio in questa materia tratta, sono certo molto
notabili, ma a me non pare che il sole e la luna siano la cagione della cos
gran differenzia che  del crescere e mancare del mare nella citt del Nome
d'Iddio, e in tutta la costiera di terra ferma da tramontana, rispetto a quello
che cresce e manca nella citt di Panama e nella sua costiera di mezzogiorno,
per essere cos poca distanzia dall'una citt all'altra. Non mi sodisfa n anco
Plinio dicendo che il crescere e mancare dell'oceano sia maggiore di quello del
mare Mediterraneo, poich non condescese a particularit, ma disse generalmente
in tutto l'oceano: perch veggiamo avvenire il contrario, che essendo tutto uno
oceano, in Spagna vi cresce e manca molto, e in queste isole dell'India e per
tutta la costiera di terra ferma da tramontana cos poco, e della costiera di
mezzogiorno tanto quanto s' detto. N mi sodisfa quando dice che ne  cagione
il non nascere i pianeti in un tempo istesso in ogni contrada, n lo concedo
che consista nel tempo questa differenzia, ma credo pi tosto che consista
nella forma e nell'avere alcuni luoghi una speziale natura o moto; non gi,
come egli vuole, che nell'isola di Negroponte avenga, perch quello che esso di
questa isola scrive io il tengo incomprensibile all'ingegno umano, e penso che
sia necessario che sia illuminato di sopra colui che vuole a questo secreto
giungere, che sette volte il d vi cresca e manchi il mare e che vi stia fermo
tre d del mese. Questa isola di Negroponte, che  nell'arcipelago, dice Plinio
che fu distaccata dalla terra ferma della Boezia, con la quale era congiunta,
come dice che avenne anco alla Sicilia, che era con l'Italia unita. Ho detto
che al parer mio questo nasce dalla forma e dall'avere alcune parti del mondo
una speziale natura: questo non lo intendo io a quel modo che Plinio pensava, e
perci io qui dir quello che io di questo secreto penso overo sospetto.
Dallo stretto che nella terra ferma dell'Indie discoperse il capitano Fernando
di Magaglianes (di che al suo luogo si far pi particolare menzione), da
questa bocca, dico, e ponta sua chiamata l'arcipelago del capo Desiato, fino a
Panama (tirandovi una linea retta) sono pi di mille leghe: che assai pi
seranno quando sar del tutto quella costiera di mezogiorno scoperta, per le
ponte e capi che si spargeranno in mare. Dura in longo questo stretto cento e
dieci leghe, e ha di larghezza due overo tre leghe, e in qualche parte fino a
sei, di modo che in un canale cos grande e cos stretto, e di terre cos alte
come si dice che amendue le sue costiere sono, si dee credere che l'acque che
qui entrano nel mare di Mezogiorno con suprema velocit e impeto correranno;
che cos l'ho inteso dire dal capitan Giovan Sebastiano del Cano, che per
quello stretto entr con la nave Vittoria e and alla Speziaria correndo verso
ponente, e si volt poi per levante, s che questa nave and quanto il sole va
per quel parallelo, come al suo luogo si dir. Il medesimo ho udito da Fernando
di Bustamento e da altri gentili uomini che con quella nave andarono e
ritornarono: e questi furono i primi che si sappia che abbiano mai quel cammino
fatto e aggirato il mondo.  poco fa che pi particolarmente l'intesi da un
clerico sacerdote, che poi in un altro viaggio pass per lo medesimo stretto.
Sta questo stretto posto in 52 gradi e mezzo dallo equinoziale dalla parte del
polo antartico, e la citt di Panama sta in otto gradi e mezzo dall'equinoziale
dalla banda del nostro polo artico.
Dirimpetto a Panama e per quelle costiere di mezzogiorno sono poste verso
ponente molte isole, alcune presso terra ferma, alcune altre alquanto pi
remote. Per la forma adunque e sito, tanto di queste isole come della terra
ferma, penso io che le grandi correnti si causino, e che questa disposizione e
del mare e della terra sia cagione che tanto vi cresca e manchi il mare. Ma
contra a questo si potrebbe dire che, quando si viene di Spagna in queste
Indie, si incontrano le prime isole, come sono la Marigalante, la Desiata e
l'altre molte che in quel pareggio sono, che occupano pi di cento e cinquanta
leghe di longo da tramontana a mezzogiorno (anzi occupano tutto quello che 
dall'isole che chiamano Vergini fino al golfo della Bocca del Drago e della
costiera di terra ferma), e nondimeno qui non si causano cos grandi correnti,
n vi cresce e manca il mare come si vede che avviene nella costiera che s'
detta che  da mezzogiorno, onde ci nasce.
Qui si pu fare una bella e naturale risposta. Ed  questa, che tutte l'isole
poste da questa parte nostra di terra ferma che io dico, vengono tolte di
traverso dal mare Oceano, onde l'acque fra loro con meno resistenzia passano, e
senza tanto contrasto nel corso loro possono meglio essalare overo respirare,
l dove l'isole del mare di mezzogiorno si trovano opposte in longo, da levante
a ponente, longo la costiera di Panama, e cos resistono naturalmente alla fuga
e impeto dell'acque, che debbono di necessit venire dal detto stretto di
Magaglianes; e perci fra quelle isole e la terra ferma sono al parer mio
maggiori le correnti, e consequentemente cos grande il crescere, il mancare
del mare, come s' detto di sopra. Il che non aviene per altro che per la forma
e sito delle terre, e da questo a me pare che nasca la cagione di ci
particolare. Che se questa non , diremo che il medesimo Iddio sia la cagione,
e che a lui cos piacque di ordinarlo, tanto pi che in quello che io in questo
caso non so, Aristotele con la sua morte mi scusa; nel che non penso io di
imitarlo investigando questi secreti, perch di lui scrive Giovanni Vallense
che, volendo presso a Negroponte investigare la causa del flusso e reflusso del
mare, e non potendo pienamente caperla n giungervi, sdegnato disse verso
l'acqua queste parole: "Poich non posso comprendere io te, comprendi tu me". E
con queste parole si gett nel mare e mor. Onde san Paolo apostolo dice che la
sapienzia di questo mondo  una sciocchezza appresso d'Iddio; e perci non si
dee niun savio sdegnare percioch non possa a qualche profonda cosa con lo
intelletto giungere, ma si dee contentare di prenderne quello che ad Iddio
piace di comunicarcelo, e ringraziarlo, credendo che egli ogni cosa fa per lo
meglio. Ma perch s' qui di sopra detto che alcuni tengono che Aristotele
facesse quel fine, dico che alcuni altri scrivono che non fosse egli colui che
si gett nel mare, ma che fusse un altro filosofo. Chiunque si fosse err, e
cos erreranno tutti quelli che vorranno investigare e intendere col proprio
discorso loro le maravigliose cose del grande Iddio.


Del tirar che fa verso il vento di maestro e verso greco il ferro del bossolo,
e delle mutazioni della stella del Norte che chiamano la Tramontana, e delle
quattro stelle che chiamano il Crosero del polo antartico.
Cap. XI.

S' detto nel quinto capitolo che la ponta del ferro del bossolo da navigare
era diffettosa nel tirare verso il vento greco e anco verso quello di maestro;
e perch pu questo trattato esser utile non solo a quelli ch'hanno notizia di
queste cose, ma anco giovare a quelli che mai non viddero il mare, avisando
quei che mai questo non udirono e dilettando quelli che desiderano d'intendere
cose rare e di simil maniera, dico che i ferri de' bossoli da navigare si
temperano e compongono con la virt della quale  la pietra calamita, e della
sua propriet fanno menzione i naturali, e di varii nomi la chiamano, com'
magnete, ematite, siderite, eraclione; e in Spagna la chiamano pietra iman.
Ella  di diverse spezie, e una  pi forte che un'altra, n tutte le calamite
sono d'un colore, e la miglior di tutte  quella d'Etiopia, la quale si vende a
peso d'argento. Le vere calamite hanno grande efficacia e virt nella medicina
in pi infermit. Ma, parlando solo di quello che fa al proposito nostro, dico
che le ponte di ferri di bossoli temperate con questa pietra insegnano a'
naviganti il proprio luogo del nostro polo artico o della Tramontana, che in
Spagna chiamano Norte, in qual si voglia tempo, ora e momento del d o della
notte, cos stando il ciel sereno come offuscato e nubiloso. E bench di d non
vediamo la stella pi propinqua al polo, che volgarmente chiamano Tramontana, o
la notte non paia, per ritrovarsi il cielo di nuvoletti coperto, la ponta del
bossolo nondimeno, per la virt che ritiene dalla calamita, c'insegna il polo;
e con questo mezo si reggono i pilotti e tutti quei che nell'esercizio del mare
si travagliano. N creda alcun che la stella che chiaman Tramontana sia il polo
sul qual si volge il mondo, perch il polo  un'altra cosa in effetto: e lui ha
rispetto e mira la calamita e ponta del ferro del bossolo con lei temperata,
perch la stella che noi vediamo  mobile e non fissa, cio che d'intorno al
vero polo si move; poich, stando le stelle che chiamano le Guardie
(dell'istessa Tramontana) su la testa, si vede la stella della qual noi
parliamo sotto 'l polo tre gradi, e quando quelle stelle stanno nel pi ella
sta tre gradi sopra il polo, di modo ch'ella da tramontana a mezod si move tre
gradi. E stando dalla parte di ponente la stella sta un grado e mezo sopra il
polo, s che per questa via da oriente ad occidente un grado e mezo si
discosta. Stando le Guardie nella linea del greco, la stella sta sotto al polo
tre gradi e mezo; stando nella linea del garbin, ella si vede tre gradi e mezo
sopra il polo. E stando le Guardie nella linea del maestro, si vede sotto il
polo la stella mezo grado; e mezo altro si vede sopra il polo quando le Guardie
stanno nella linea del siroco. In tanto che poich tutte queste mutazioni si
fanno da questa stella, non  ella il polo n  fissa, n sarebbe certa misura
per i naviganti; ma perch ella sta pi presso al polo, si deono tutte queste
mutanze avvertire, poich il vero polo non si pu vedere, e si dee attendere
alla saldezza della calamita e ponta temperata, che perpetua nel polo
invisibile mira. Per questa via gli uomini nella scienzia o arte del navigare
esperti accertano il camin loro, mirando insieme all'altezza del polo e del
sole, e paragonando l'una con l'altra, conforme alla declinazione del sole.
Tutto questo  per quei che usano questo esercizio del mare, e per loro  pi
piacevole lezione che non per quelli che non navigaron mai.
Or, quanto alla difficolt ch'io dicea che patiscon il ferro del bossolo, o per
dir meglio l'intelletto degl'uomini (poich lui c'insegna quello ch'ora qui
dir), si crede che 'l diametro o linea che stendendosi da polo a polo
attraversa in croce la linea equinoziale passi per l'isole degli Astori, perch
mai non si ritrovano le ponte dritte di ferri e del tutto fisse da mezo a mezo
nel polo artico, se non quando le navi e caravelle si ritrovan in quel pareggio
e altezza ch'io dicea. E quando di questo termine escono verso queste parti
occidentali, maestrizan ben una quarta quando pi indi si scostano, e passando
questo termine verso levante dalle dette isole degli Astori, gregorizano,
un'altra quarta quando pi se ne allontanano: sich questo  quello ch'io volsi
dire quando toccai questa difficolt del ferro del bossolo al proposito nostro.
Io voglio qui dire un'altra cosa assai notabile, che quelli che non hanno
navigato per quest'Indie non la posson avere veduta, salvo se non fussero
andati verso l'equinoziale, o fossero giunti al manco presso a 23 gradi
dall'equinozio. E quello ch'io voglio dire  questo, che mirando alla parte di
mezod vedranno sopra l'orizonte 4 stelle in croce, che vanno intorno al
circolo delle Guardie del polo antartico, e stanno in questa forma poste.

[vedi figur_05.gif]

E la maest cesarea me le diede per aumento dell'arme mie, accioch io e tutti
i miei successori le ponessimo insieme con le nostre antiche arme di Valdes,
avendo rispetto a quello ch'io ho servito in queste Indie, e prima anco nella
corte real di Castiglia da che ebbi tredici anni: perch di tale et
incominciai a servire in camera al serenissimo prencipe don Giovanni mio
signore, zio della maest cesarea, e doppo la sua morte alli re catolici don
Fernando e donna Isabella, e doppo di costoro alle maest cesaree. E queste
arme mie si porranno nel fin di questo libro, poich  stato scritto in queste
parti dove tanti travagli soffriscono coloro che queste stelle veggono, e dove
io ho spesa la maggior parte della vita mia. Ho toccata questa particolarit di
queste stelle perch sono una segnalata figura nel cielo. Presso al polo
australe si veggono anco altre infinite e nuove stelle variamente figurate, che
dalla Spagna non si possono vedere, n da altra parte di tutta Europa, e n
anco nella maggior parte dell'Asia n dell'Africa, se non passando alli 22
gradi presso all'equinoziale, perch quanto pi si va verso il mezzogiorno,
tanto pi s'abbassa il polo artico e s'innalza l'antartico, n si possono le
dette stelle vedere in tutto il tropico di cancro.
Ritornando all'istoria,  gi tempo di dirsi per che cagione gl'Indiani e le
genti del re Goacanagari ammazzarono in questa isola Spagnuola i cristiani che
vi lasci nel primo viaggio l'admirante don Cristoforo Colombo, e che genti
ritrov egli poi in questa isola; accioch con maggior ordine e attenzione si
scrivono appresso gli animali, gli uccelli, gli alberi, i frutti e l'altre cose
che gli Indiani avevano per sostentarsi, con l'altre cose che fanno al
proposito di questa istoria nostra.


Di quello che fece il Colombo quando seppe che gl'Indiani avevano ammazzati i
suoi cristiani, e come fond la citt d'Isabella e discoperse l'isola di
Iamaica; e delle prime mostre d'oro che si portarono in Spagna.
Cap, XII.

Quando don Cristoforo Colombo nel suo primo viaggio lasci in questa isola
Spagnuola quelli 38 cristiani, elesse quelli che gli parevano di maggior sforzo
e prudenzia, sperando che si fossero dovuti fin al suo ritorno ben comportare e
reggere, e che gli Indiani (perch li parve gente assai domestica e mansueta)
non avessero dovuto loro oltraggio alcuno fare; perch, s'avesse sospettato del
contrario, non ve gli averebbe lasciati mai. Egli ebbe solamente questo
intento, che apprendessero la lingua e i costumi di quelle genti; e certo che
per questo effetto sarebbono bastati 10 o 12, e non ve ne doveva pi lasciare,
o ve ne doveva lasciare 200, li quali esso non aveva e non potea farlo, per
potersene ritornare in Spagna. In effetto meno err l'intenzion del Colombo in
lasciarli che essi in non sapersi conservare e stare bene ordinati, tanto pi
che gli aveva ammoniti e dato loro l'ordine che tenere dovevano per conservarsi
fra quelle genti selvagge, promettendo loro anco molte cose, lasciandogli
provisti di mangiare e di vestire; e gli lasci anco loro dell'arme, gli
essort che non se ne servissero a niun modo se non forzatissimi, e gli
raccomand quanto pi affezionatamente seppe al Signore del paese Goacanagari,
al quale don anco molte cose perch meglio gli trattasse e favorisse. Rest un
buon gentil uomo di Cordova chiamato Roderigo l'Arana, capitan di queste genti,
e anco un gentil chirurgico, come s' detto di sopra; ma perch la maggior
parte di queste genti che restarono erano marinari e gente di libert, e poco
atti a sapere essequire quello perch il Colombo gli lasciava, vi perirono
malamente.
In effetto, parlando senza pregiudicio d'alcuni marinari, che sono uomini da
bene e virtuosi e cortesi, io sono d'opinione che per la maggior parte quelli
che s'esercitano nell'arte di mare vagliono poco, e con le persone e con
l'ingegno, nelle cose di terra; perch, oltra che per lo pi son gente bassa e
mal dottrinata, sono anco avidi di soverchio e inchinati forte alla lussuria,
alla gola e alla rapina, e mal possono cosa alcuna soffrire. S che, perch in
coloro che lasci quivi il Colombo non era n prudenzia n vergogna perch
dovessero a' precetti di cos accorto capitano obedire, fu facil cos
disordinarsi e lasciarvi la pelle; perch, tosto che gl'Indiani si avvidero che
questi toglievano loro le mogli e figlie con quanto avevano, se 'l tacquero da
principio, veggendogli ristretti e uniti insieme, ma quando gli viddero poi
disviarsi a poco a poco e disunirsi per dentro l'isola, gli ammazzarono tutti
senza lasciarne uno in vita. Vi fu anco (secondo che gl'Indiani istessi poi
all'admirante raccontorono) che ognun di quelli che il Colombo lasci, che
fussero l'un doppo l'altro capitani, voleva essere capo, e perci si divisero e
disunirono; e facendo poco conto degl'Indiani si sparsero a due a due e a tre a
tre per diverse parti dell'isola, facendo come pi lor piaceva varii dispiaceri
e oltraggi, di modo che facilmente capitarono tutti male.
Di tutte queste cose fu particolarmente informato il Colombo da quelli Indiani
e dal re Goacanagari istesso, che assai mostrava di dolersene: e gli fu
interprete un di quelli Indiani che ritornarono seco di Spagna, chiamato Diego
Colombo, che aveva gi appresa la lingua nostra e vi parlava mediocremente. Ora
l'admirante, doppo che, con gran dispiacere di questa nuova, stette qui in
porto Reale qualche d, se ne venne in un'altra provincia dell'isola e vi fond
una citt, che la chiam Isabella. Da questo luogo part poi con due caravelle
per discoprir nuove terre, lasciando in quest'isola Spagnuola suo luogotenente
e governator don Diego Colombo, suo fratello, mentre che don Bartolomeo
Colombo, pur suo fratello, vi giungeva, che era restato in Spagna. Lasci anco
il commendatore M. Pietro Margarito per castellano d'una fortezza che aveva
fatta fare nelle minere che chiamano di Cibao, che son le pi ricche che siano
in questa isola e sono presso a un fiume chiamato Giamico. E qui gli Spagnuoli
raccolsero alcuni granelli d'oro, perch gl'Indiani, se nol ritrovavano sopra
la terra, non l'andavano altramente cercando. N anco gli Spagnuoli avevano
quella isperienzia che solevano gi anticamente dell'esercizio delle minere
avere gli austriani, i lusitani e i galleci nelle provincie loro di Spagna,
donde cavarono i Romani tanti tesori. Or, questa fortezza fu la seconda che si
vidde in questa isola, e fu chiamata di S. Tomaso, e ne fu il primo castellano
il commendator M. Pietro Margarito, come s' detto. La chiamarono di questo
nome perch, dubitando che vi fosse oro, volsero vederlo, toccarlo con mano e
crederlo, bench in quel principio poco oro vi si cavasse: e per una mostra
delle ricche minere di Cibao lo mand l'admirante alli re catolici per il
capitan Gorvalan, che ne fu ben rimunerato; bench alcuni altri dicano che chi
port in Spagna le prime mostre dell'oro fosse il capitan Antonio di Torres,
fratello del bailo del prencipe don Giovanni di gloriosa memoria.
Ma, ritornando all'istoria, ritrovato che ebbe l'admirante questo oro, con due
caravelle ben armate e proviste si part d'Isabella con molti cavalieri; e in
questo viaggio discoperse l'isola di Iamaica, che ora si chiama di San Giacomo,
ed  lontana vinticinque leghe dalla parte pi occidentale di questa isola
Spagnuola, che l'admirante il capo di San Michele chiam (bench alcuni il capo
del Tiburon lo chiamino); come l'altro capo pi orientale di quest'isola il
chiam di S. Rafaele. Ora Iamaica sta posta a 17 gradi dalla linea equinoziale;
 lunga 50 leghe o pi, e larga 25. Ma prima che l'admirante la discoprisse
and all'isola di Cuba, che ora in memoria del re catolico Fernandina si
chiama, e vidde pi particolarmente che non aveva fatto nel primo viaggio le
sue costiere. E io credo che quest'isola sia quella che il cronista Pietro
Martire chiam Alfa e Omega, e altre volte la chiama Giovana, bench non sia
luogo alcuno per tutte queste Indie di simil nome. Ma perch appresso si ha da
ragionare pi particolarmente di quest'isole, basti quello che fin qua s'
detto, per ora.


Delli travagli che passarono i cristiani nella citt d'Isabella mentre
l'admirante non vi fu, e di quello che al castellano di San Tomaso avvenne con
certe tortore, e come fu fondata questa citt di S. Domenico.
Cap. XIII.

Mentre l'admirante andava discoprendo nuove terre, molti travagli sentirono i
cristiani che nella citt Isabella restati erano: e in quel medesimo anno del
94 si perderono in Isabella quattro navi, fra le quali ne fu una la capitana,
chiamata Marigalante. Partito che fu da questa isola l'admirante con le due
caravelle, attendevano i nostri ad edificarse le stanze nella citt Isabella,
secondo che erano lor state dal Colombo compartite insieme col territorio,
perch qui si fosse dovuto abitare di lungo. Il che gl'Indiani veggendo, e non
piacendo loro troppo d'avere i cristiani per perpetui vicini, pensando di
rimediarvi fecero un atto col quale morirono pi delle due parti, o almanco la
met degli Spagnuoli, e degl'Indiani istessi un incredibile numero. E fu questo
di sorte che i cristiani, che erano nuovi nel paese, non l'intesero n vi
poterono rimediare. Or, tutti gl'Indiani di quella provincia deliberarono di
non seminare nel tempo debito, e lo fecero; onde, quando non ebbero pi maiz
(che  una certa specie di grano) si mangiarono la iuca, che  una maniera di
pianta onde medesimamente vivono: e sono queste le principali cose con le quali
qui si mantengono nella vita. I cristiani si mangiarono le loro provisioni e
vettovaglie, e fornite che l'ebbero, volendo valersi di quelle del paese che
solevano costumare gl'Indiani, s'aviddero che non ve n'era n per s n per gli
altri; onde ne aveniva che i cristiani nella lor nuova citt si cadevano morti
di fame, e il medesimo aveniva nella fortezza di S. Tomaso; e per tutto il
paese si vedevano d'ogni parte Indiani morti, di modo che ne nacque una puzza
grande e pestifera. E di pi della fame i cristiani in altre molte infermit si
trovavano, che ne effettuavano il cattivo desiderio degl'Indiani, ch'era che i
nostri o fuggendo per non aver da mangiare si andassero con Dio, o che volendo
restare vi morissero di fame. Quelli Indiani che non morivano si ponevano bene
a dentro nell'isola per trovar da mangiare, e s'appartavano dalla conversazione
de' nostri per far loro maggior danno. In questa tanta calamit si mangiarono i
nostri quanti cani gozzi erano nell'isola, i quali erano muti e non abbaiavano.
Si mangiarono anco tutti quelli che vi avevano condotti di Spagna, e insieme
anco tutte le utie che poterono avere, e tutti li chemi, e altri animali che
chiamano mohui, e altri che chiaman coris: delle quali quattro maniere
d'animali, ch'erano grandi quanto i conigli e si cacciavano co' cani venuti di
Spagna, si ragioner particolarmente nel libro 12 di questa istoria.
Ora, mangiato che s'ebbero queste spezie d'animali a quattro pi che nell'isola
erano, si voltorno a mangiare certi serpenti che si chiamano ivana, che sono
con quattro piedi, e di tal vista che danno gran spavento a chi non gli
conosce. Non vi lasciarono lacerti, n lacerte, n serpi, che di molte sorte ve
ne sono e di varii colori, ma non gi velenosi. E tutto questo per poter
vivere. Mangiavano tutte queste cose o bollite o arrostite al fuoco, per la
necessit nella quale si ritrovavano, se non volevano perdere la vita. Onde, s
per questo cattivo cibo come per l'umidit grande del paese, in molte e
incurabili infermit ne venivano coloro che vi restavano vivi. E perci que'
primi Spagnuoli, quando di qua se ne ritornavano in Spagna, vi portavano nel
viso un color giallo di zaffarano, e tanta infermit che tosto o poco tempo
appresso morivano. Vi era anco che i cibi di Spagna sono di miglior nutrimento
e pi digestibili che non erano l'erbe e vivande cattive dell'Indie, e l'aere
di Spagna  pi delicato e pi freddo di quello di queste parti; di modo che,
ancorch se ne ritornassero in Castiglia, vi terminavano presto la vita loro.
Soffrirono anco i primi cristiani che abitarono questa isola strani dolori e
passioni per le nigue e per lo mal delle bughe, cio francese (de' quali due
morbi si ragioner appresso), perch nell'Indie ebbero origine, s per le donne
di questi luoghi come per la contrada istessa. E quel delle bughe, per esser
contagioso, pass al parer mio in Spagna con li primi Spagnuoli che qui vennero
con l'admirante Colombo, e di Spagna poi pass in Italia e in molti altri
luoghi, come si dir appresso.
Ma, ritornando all'istoria, il commendatore D. Pietro Margarito, che con fino a
trenta uomini si ritrovava nella fortezza di S. Tomaso, sentiva le medesime
calamit che provavano quelli che erano nella citt d'Isabella, onde ve ne
morivano di continuo, e cos ogni d si facevano pi pochi; e perci non
potevano della fortezza uscire e lasciarla sola, perch se disconveniva alla
lealt di un cos buon cavaliero come era il commendatore. Quelli che erano
nella citt d'Isabella con don Bartolomeo Colombo, che era gi venuto, in tanti
affanni si ritrovavano che non si potevano prevalere, e quelli Indiani che
erano per la fame scampati se ne erano molto a dentro nell'isola fuggiti.
Mentre che a questi termini le cose de' cristiani si ritrovavano, se ne venne
un d un Indiano al castello di S. Tomaso, e perch, come esso dicea, il
castellano era persona da bene e non faceva violenza n usava discortesia
alcuna alle genti dell'isola, gli appresent un paio di tortore vive. Il
commendatore lo ringrazi e gli don in compensa di queste tortore certe
frascherie di vetro, che 'n quel tempo gl'Indiani stimavano molto per
attaccarsele al collo. Partito l'Indiano molto lieto, disse il commendatore a'
suoi che gli pareva che quelle tortore fossero poca cosa per mangiare a tutti,
e che a s solo sarebbon per quel d bastate per viverne. Tutti risposero che
egli dicea bene, perch a tutti erano poco pasto, e a lui sarebbon bastate:
tanto pi ch'esso pi bisogno n'avea, stando pi infermo che niuno degli altri.
Allora il castellano: "Non piaccia a Dio - disse - ch'io solo abbia a vivere,
perch, poi che voi m'avete fatto fin qua compagnia nella fame e negli affanni,
cos voglio anch'io farla a voi, perch o viviamo o moriamo tutti, finch al
Signor Iddio piacer di darci rimedio o con la morte o con la vita". E dicendo
questo lasci volare libere le tortore per una fenestra della torre dove stava.
Restarono di questo atto in modo tutti gli altri contenti e sazii come se ognun
di loro amendue quelli uccelli avuti avesse, e cos se ne trovarono al
castellano obligati, che per travaglio del mondo non avrebbono n quella
fortezza n lui lasciato giamai.
A queste tante calamit e infermit de' cristiani, perch fossero i lor mali
compiuti, sopragiunsero molti venti di tramontana, che in quest'isola sono
molti cattivi; onde non solo i nostri, ma ne morivano anco gl'Indiani istessi.
Non aspettando adunque altro soccorso che quello d'Iddio, piacque al pietoso
signor di darvi rimedio, e fu con mutarsi la citt d'Isabella in questa di S.
Domenico, per la via e maniera ch'ora si dir. Un giovane d'Aragona chiamato
Michel Dias, facendo parole con un altro Spagnuolo, gli diede alcune ferite; e
bench non l'ammazzasse, non ebbe per ardire di restarsi qui, bench fusse
creato e servitore di D. Bartolomeo Colombo. Egli adunque s'appart con 5 o 6
altri cristiani che l'accompagnarono, chi perch s'era trovato a participare
del delitto, chi perch gli era amico. Fuggendo dalla citt d'Isabella, se ne
vennero per la costiera dell'isola verso levante, e voltorono tutta questa
parte finch vennero dalla parte di mezzod, dove sta ora fondata questa citt
di S. Domenico. Qui si fermarono, perch vi ritrovarono un popolo e una
abitazione d'Indiani, e qui fece Michel Dias amist con una Indiana, cacica o
signora che vogliam dire, che poi si chiam Caterina, e ne ebbe col tempo due
figliuoli. Or, perch questa Indiana principale di quel luogo gli volse bene,
lo tratt come amico e amante caro; e per suo rispetto fece anco carezze agli
altri, e gli diede notizia delle minere che sono sette leghe da questa citt
lontane, e lo preg che chiamasse e facesse venire in questa contrada cos
fertile e bella, e con cos bel fiume e porto, tutti que' cristiani suoi amici
che nella citt d'Isabella si ritrovavano, che essa gli manterebbe e darebbe
quanto bisognato lor fosse.
Michel Dias, per compiacere a questa sua donna, o perch gli parve che con
questa buona nuova avrebbe dal don Bartolomeo Colombo ottenuto il perdono (ma
principalmente fu che a Dio piaceva che cos fusse, e che non morissero quegli
altri cristiani che erano avanzati vivi), si part co' suoi compagni,
attraversando l'isola con la guida d'alcuni Indiani che quella sua amica gli
diede, finch giunsero ad Isabella, che  da 50 leghe da questa citt di S.
Domenico lontana. Qui tenne modo di parlare secretamente con alcuni suoi amici,
e inteso che quel suo nemico stava gi sano, ebbe ardire di comparire avanti al
suo signore e di chiedergli perdono in pago de' suoi servigi, e della buona
nuova che gli portava di quella fertile terra e delle minere dell'oro. Il
Colombo lo ricevette caramente, e gli perdon e pacific col suo nemico. Egli,
dopo ch'ebbe inteso le cose di questa provincia, deliber d'andarvi in persona
a vederle, e cos, con quella compagnia che gli parve, vi venne, e ritrov
essere vero quanto il giovane detto aveva. Quivi, entrato in una barchetta di
quelle degl'Indiani, fece tentare e vedere l'altezza di questo fiume chiamato
Ozama che per questa citt passa, e cos anco l'altezza della bocca del porto,
e ne rest molto contento. Volle anco andare alle minere dell'oro, ove stette
due d, e vi fu raccolto qualche poco d'oro Dopo questo se ne ritorn alla
citt d'Isabella, e con queste buone novelle fece senza fine lieti tutti i
suoi; e fece tosto dar ordine per dover partire per questo luogo per terra, e
tutte le loro robbe che ivi aveano fece portare per mare da due caravelle che
ivi erano. E giunse in questo porto (come vogliono alcuni) di domenica a' 5
d'agosto, nel d di S. Domenico del 1494, e fond e diede principio a questa
citt; non gi in quel luogo dove ora sta, perch non volle dalla sua terra
cacciare la signora Caterina n gli altri Indiani che vi vivevano, onde la
fond dall'altra parte di questo fiume Ozama, dirimpetto a questa nostra citt.
Ma, desideroso io di sapere la verit perch questa citt fosse chiamata di San
Domenico, ritrovo che, di pi che di domenica e del d di S. Domenico si
cominci ad abitare, e se le diede tal nome perch il padre dell'admirante don
Cristoforo Colombo e di questo don Bartolomeo suo fratello si chiamava
Domenico, in memoria del quale suo figlio questo nome le pose.
Indi a duo mesi e mezo ritorn l'admirante, con gli altri ch'erano con lui
andati a discoprir nova terra, e giunto in questa citt mand tosto a saper se
'l commendator messer Pietro Margarito era vivo, e gli scrisse che con tutti
quelli ch'esso avea seco se ne venisse a ritrovarlo, e lasciasse la fortezza in
poter del capitano Alonso d'Hogieda, che fu qui il secondo castellano. E cos
fu essequito, e giunti anco qui questi altri, tutti con la fertilit e ubert
della contrada si ricrearono. Ma poich si ritrovorono qui tutti uniti, perch
l'aversario nostro non cessa mai tentar e seminar discordie fra buoni, avenne
che nacquero molte contese fra l'admirante e quel reverendo padre fra Buil. Ed
ebbero principio da questo, che l'admirante fece appiccar alcuni, e
spezialmente un Gasparo Feriz d'Aragona, e molti altri fece frustare,
mostrandosi pi severo e pi rigido del solito. E in effetto, bench dovesse
ragionevolmente essere rispettato, perch, come ben diceva l'imperator Otone,
che dove non  obedienza non  signoria, dice nondimeno anco Salomone che la
carit cuopre tutti i delitti; onde mal fa chi non s'abbraccia con la
misericordia, e specialmente in queste nuove terre, dove, per conservare la
compagnia de' pochi, bisogna dissimularsi molte volte quello che spesse volte
altrove sarebbe errore non castigarli; tanto pi che Salomone e san Paolo
dicono queste parole: "Avendoti constituito capitano, non volere essaltarti ma
mostrati come un di loro".
Or, l'admirante era tenuto crudele da quel padre che, essendo qui vicario del
papa, ogni volta che gli pareva che nelle cose di giustizia il Colombo uscisse
dal debito o nel rigore, tosto poneva interditti e faceva cessare gli ufficii
divini: e l'admirante all'incontro non faceva n al frate n agli altri di casa
sua dare da mangiare. Messer Pietro Margarito, e gli altri cavalieri che ivi
erano, vi si traponevano e gli pacificavano; ma pochi d questa pace durava,
perch, tosto che l'admirante faceva alcune delle cose gi dette criminali,
tosto il padre era con l'interditto alla mano e faceva cessare gli ufficii
divini, e il Colombo all'incontro poneva a lui l'interditto al mangiare, e non
voleva che fosse n a lui n agli altri clerici che lo servivan data cosa
alcuna per potere vivere. Dice san Gregorio che non si pu servare la concordia
se non con la pazienzia solamente, perch nelle operazioni umane nasce del
continuo onde si disseparino e disunischino. Ora, a questi contrari voleri
seguivano diverse opinioni, le quali, bench non si publicassero, si scrivevano
nondimeno dall'una parte e dall'altra in Spagna. Il perch, informati
diversamente, li re catolici mandarono in questa isola Giovanni Aguado lor
creato, che ora vive in Siviglia.
Costui, partendo con 4 caravelle, se ne venne in queste Indie con una carta
delli re catolici di credenza, fatta in Madril a' 9 d'aprile del 95, che a
questo modo diceva: "Cavalieri e scudieri e voi altri tutti che per nostro
ordine vi ritrovate nell'Indie, vi mandiamo Giovanni Aguado nostro repostiero,
che da parte nostra vi parler. Noi vi comandiamo che li diate fede e
credenza". Giunto questo capitan Aguado in questa isola Spagnuola, fece questa
sua lettera di credenza bandire, onde quanti Spagnuoli vi erano gli s'offersero
a quanto esso direbbe da parte delli re catolici. E cos, pochi d appresso,
disse all'admirante che s'apparecchiasse per passare in Spagna: di che egli si
resent molto, e vestissi di pardo a maniera di frate e si lasci crescere la
barba.
Ritorn l'admirante in Spagna nel 96 a guisa di prigione, bench non fusse
fatto altramente prendere. Mandarono anco il re e la reina a chiamare il fra
Buil e messer Pietro Margarito, i quali con la medesima armata se ne
ritornarono in Spagna, e con loro il commendatore Gallego e 'l commendatore
Arroio e 'l contator Bernardo da Pisa e Rodrigo Abarca e messer Girao e Pietro
Navarro. Giunti in Spagna, se n'andarono tutti ciascun per la strada sua alla
corte, a baciar la mano delli re catolici. Il fra Buil, bench avesse anco
dall'Indie scritto, insieme con gli altri che della sua opinione erano, inform
li re catolici delle cose dell'admirante, facendole pi criminali di quello che
erano. Ma quelli felici prencipi, udito che ebbero il tutto, avendo rispetto ai
gran servigi dell'admirante e mossi dalla lor propria e real clemenzia, non
solamente gli perdonarono, ma gli diedero anco licenzia di ritornarsi al
governo di queste terre e a discoprire il restante di queste Indie,
raccomandandogli molto il buon trattamento de' suoi vassalli Spagnuoli e
degl'Indiani anco, e ordinandogli che fusse pi moderato e men rigoroso. Ed
egli loro cos promisse, bench la maggior parte di quelli che erano di qua
passati in Spagna parlassero assai male di lui. Di che non mi maraviglio io,
bench egli non vi avesse colpa alcuna, perch alcuni di coloro che qui passano
tosto vengono dall'aere del paese destati a suscitare novit e discordie, che 
cosa propria nell'Indie; onde e per questo e per altri molti lor peccati sono
gl'Indiani tanti secoli stati come dimenticati dal grande Iddio.
Furono anco in que' primi anni accresciute molto le discordie de' cristiani che
qui passarono dall'essere gli animi degli Spagnuoli inchinati naturalmente pi
alla guerra che all'ozio, e (come Iustino dice) quando non hanno inimici
stranieri cercano fra se stessi d'averne, per la vivacit de' loro ingegni: or
quanto pi, che in queste Indie passarono varie maniere di gente, perch, se
ben erano tutti vassalli delli re di Spagna, che avrebbe concordato il viscaino
col catalano, che sono di cos differenti provincie e lingue? Chi avrebbe uniti
insieme quel d'Andalusia col valenziano, o quel di Perpignano col cordovese, o
l'aragonese col guipuzuanno, o il gallego col castigliano (sospettando che egli
sia portoghese), o l'asturiano col navarro, e cos degli altri medesimamente?
S che a questo modo non tutti i vassalli della corona di Spagna sono di
conformi costumi n di simil lingue, massimamente che in quelli principii, se
vi passava una persona nobile e di illustre sangue, ve ne venivano dieci
discortesi e di basso e oscuro sangue.
Ma perch la conquista  stata poi cos grande, vi sono poi sempre passate
persone principali e cavalieri e nobili, che hanno determinato di lasciare la
patria loro di Spagna per far stanza in queste parti, e specialmente in questa
citt, dove si piant e fond principalmente la religione cristiana, come si
dir pi appresso. Ma perch potrei essere notato per negligente, s'io
lasciassi di dire due nuove infermit che i cristiani patirono in questo
secondo viaggio dell'admirante, mi piace di dirle nel seguente capitolo, perch
furono di molta ammirazione e pericolose; e una di loro in questo secondo
ritorno del Colombo fu trasferita in Spagna, e indi poi per tutte l'altre parti
del mondo, come si crede.


Delle due infirmit notabili e pericolose che quei primi cristiani in queste
Indie sentirono, e ve le sentono anche oggi alcuni, e una di loro fu
transferita in Spagna, e poi per tutti gli altri luoghi del mondo.
Cap. XIV.

Poi che tanta parte dell'oro di quest'Indie  passata in Italia e in Francia, e
nelle contrade di mori medesimamente,  ben giusto che provino anco tutti
questi luoghi delle nostre fatiche e dolori, accioch o per l'una via o per
l'altra, cio o del bene o del male che avuto ne hanno, si ricordino di
ringraziar molto il Signor Iddio; e col male e col bene s'abbraccino con la
santa pazienzia di Giob, che n con l'esser ricco fu superbo, n con l'esser
povero e impiagato fu impaziente.
Mi ridea molte volte in Italia sentendo dagli Italiani nominare il mal
francese, e dalli Francesi dir il male di Napoli: e in effetto, che e questi e
quelli avrebbono indovinato il vero nome, se il male dell'Indie chiamato
l'avessero. E che sia cos il vero il mostrer in questo capitolo, con la molta
isperienzia che s' gi fatta del legno santo e del guaiacan, con che
principalmente pi che con altra medicina si guarisce questa orrenda infermit
delle bughe; perch la clemenzia divina, dove per nostri peccati permette il
male, ella per sua misericordia provede di rimedii. Ma di questi due alberi si
dir appresso, nel decimo libro. Ora diciamo come queste bughe passarono in
Spagna da questa isola Spagnuola con le monstre dell'oro.
S' nel precedente capitolo detto che nel 96 ritorn il Colombo in Spagna.
Doppo il qual ritorno io viddi e parlai con alcuni di quelli che ritornarono
allora in Castiglia, come fu il commendatore messer Pietro Margarito e i
commendator l'Arroio e 'l Gallego, e Gabriel di Leon e Giovan della Vega e
Pietro Navarro, e altri creati nella corte del re catolico, dai quali intesi
molte cose che vedute e patite avevan in questo secondo viaggio; come n'aveva
gi intese di quelle del primo viaggio molte da Vincenzo Pinzon, che fu un di
quelli primi pilotti che andarono col Colombo la prima volta, e col quale io
ebbi amist fino dal 1414[1514], che egli mor, e come ne fui anco informato
dal pilotto Fernando Perez Matheos, che al presente vive in questa citt, e si
ritrov nel primo e terzo viaggio che il primo admirante don Cristoforo Colombo
fece a queste Indie. Ebbi anco notizia di molte cose di questa isola da due
gentiluomini che nel secondo viaggio dell'admirante vi vennero, e oggi d qui
in questa citt vivono, e sono Giovanni di Rogias e Alonso di Valenzia; e cos
anco da molti altri, che come testimonii di vista mi diedero particolare
relazione di quanto s' detto di questa isola, e degli affanni e travagli che
vi sentirono. Ma pi che niuno degli altri che ho detti m'inform a pieno il
commendator messer Pietro Margarito, uomo principale della casa reale e tenuto
in buona estimazione dal re catolico; e questo cavaliero fu quello che il re e
la reina per principale testimonio tolsero, e a chi maggior credito diedero
delle cose che seranno qui nel secondo viaggio passate, come se n' gi
ragionato di sopra.
Ora, questo cavaliero messer Pietro andava cos infermo, e si lamentava e
doleva tanto, che ben mi credo che esso sentisse i dolori che sentire sogliono
quelli che sono da questa passione tocchi, ma non gli viddi per buga alcuna.
Indi a pochi mesi, nel medesimo anno del 96, cominci a sentirsi questa
infermit fra alcuni cortigiani: ma in quelli principii andava questo male fra
persone basse e di poca auttorit, e si credeva che si mischiasse questo morbo
con accostarsi con donne publiche. Ma poi si sparse anco fra alcune persone
principali, e gran maraviglia causava a quanti lo vedevano, s perch era il
male orrendo e contagioso, come perch se ne morivano molti. E perch
l'infermit era nuova, i medici non l'intendevano n sapevano curare n darvi
consiglio.
Ora, segu poi che fu mandato in Italia il gran capitano Gonzalo Fernandes di
Cordova con una grossa e bella armata dai re catolici in favore del re Fernando
secondo di Napoli, contra il re Carlo di Francia chiamato della testa grossa. E
fra quelli Spagnuoli che con questa armata andarono ve ne furono alcuni
ammorbati di questa infermit, onde col mezzo delle donne e col vivere
mischiarono questo lor morbo agli Italiani e alli Francesi; e perch n questi
n quelli avevano giamai tale infermit sentita, cominciarono i Francesi a
chiamarlo il mal di Napoli, credendo che proprio di quel regno fosse, e i
Napolitani, pensando che con li Francesi fosse venuto, lo chiamarono mal
francese; e cos d'allora in poi per tutta Italia si chiama.
Ma nel vero da questa isola Spagnuola pass questo male in Europa. E qui 
morbo molto ordinario agli Indiani, che se ne sanno guarire, e hanno a questo
effetto eccellenti erbe e piante appropriate a questa e ad altre infermit,
come  il guaiacan (che alcuni vogliono che sia l'ebeno) e 'l legno santo, come
si dir quando si ragioner degli alberi. Si che delle due infermit pericolose
che i cristiani sentirono da principio in queste Indie queste delle bughe n'
una, e fu (come s' detto) transferita prima in Spagna e poi in tutte l'altre
parti del mondo. L'altra  quella che chiamano delle nigue, la quale non  in
effetto infermit, ma  un certo male a caso, perch la nigua  una cosa viva e
picciolissima, di modo che  minor che il pi piccolo pulice che si vegga; e in
effetto  una specie di pulici, perch va saltando come pulice, ma  assai pi
picciolo. Questo animaletto va per la polvere, e dove l'uomo desidera che egli
non vi sia, bisogna che vi scopi molto minutamente la casa. Egli se n'entra ne'
piedi e in ogni altra parte della persona, e per lo pi nelle punte dei diti,
senza esser sentito, finch si sia gi collocato fra la pelle e la carne; e
comincia a corrodere e mangiare forte, e quanto pi vi sta pi mangia, di modo
che, col raspare che l'uomo vi fa, questa nigua si d molto fretta a
moltiplicarvi molti altri animaletti della spezie sua, tal che in breve vi si
fa un nido; percioch, tosto che vi entra il primo, vi s'annida e vi fa una
borsetta fra pelle e carne, grande quanto  una lenticchia, e piena di
lentidini che tutti diventano nigue; e se per tempo non si cavano fuori con un
ago o con una spingola, nel modo che si cavano i pedicelli,  una cattiva cosa,
massimamente che, doppo che sono gi create (che  quando cominciano molto
corrodere), con il raspare si rompe la carne, e si spargono questi animaletti
di modo che chi non vi sa ben rimediare vi avr ben sempre che fare. In
effetto, perch i cristiani, come nel curarsi del male delle bughe cos anco in
questo erano poco diligenti, ne aveniva che molti per queste nigue perdevano i
piedi o almanco i deti de' piedi, perch, doppo che si gonfiavano e vi si
faceva materia, bisognava curarle col ferro o col fuoco. Ma chi vi  presto a
cavarle nel principio vi rimedia facilmente; bench siano in alcuni neri
pericolose, perch, o per la lor mala carnatura o perch sono bestiali e non si
sanno nettare n dirlo a tempo, ne vengono a perder i piedi.
E io fra gli altri le ho avute ne' piedi miei in queste isole e in terra ferma,
e non mi pare che in persone ragionevoli siano cosa da temersi, bench sian in
effetto noiose mentre che durano o che stanno dentro la carne. Ma  facil cosa
cavarle da principio, e io ne ho fatto l'isperienzia, e cos diranno anco
coloro che le sanno cavare: e bisogna stare accorto quando si cavano per
ammazzarle, perch alcuna volta, tosto che l'ago rompendo la pelle del pi la
scuopre, ella salta e se ne va via come un pulice, il che aviene quando  poco
tempo che vi sia entrata. E per questo si crede che quella che vi entra, doppo
che vi ha fatto la sua cattiva semenza, se ne salta via fuori e va a fare danno
a qualche altra parte, lasciando nel pi uno isciamo di questa cos malvagia
generazione.
