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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quarto.
Parte terza.
ORDINI DEL REGNO DI POLONIA, DEL GRANDUCATO DI LITUANIA
E DEL RE CON I SUOI SENATORI.


Il regno di Polonia, grandissimo e potentissimo, come abbiamo detto, nella
europea Sarmazia,  dagli altri regni differente cos in molte altre degne cose
come nel modo del governo, percioch negli altri regni sogliono i re di suo
volere, senza il consiglio de' senatori e senza il consenso de' nobili, imporre
a' popoli che legge li pare, e se non sono da natural bont retti e governati
facilmente tiranni divengono. Ma nella Polonia, secondo che i re non nascono,
ma sono da' communi suffragii de' senatori e de' nobili eletti, cos,
quantunque siano potentissimi e di soldati volontarii avanzino il gran poter
degli altri re, non possono senza il parer de' suoi elettori cosa alcuna
publica determinare. Chiara cosa  che i re di Polonia superano di forze tutti
gli altri potentissimi re, che ogni volta che li fa bisogno possono mettere in
campagna senza alcun stipendio un esercito di doicentomila nobili, soldati
volontarii, provisto d'ogni sorte d'arme alla guerra necessarie, percioch la
nobilt polona, libera ed esente da tutte le gravezze e gabelle,  solamente
obligata a servire il suo re quando per la patria guerreggiar bisogna; e se
questi volontarii non fossero a bastanza, possono cavar del proprio regno
trecentomila soldati pagati. E con tutto che il re di Polonia sia di tante
forze signore,  nondimeno tenuto a vivere secondo le leggi e secondo gli
ordini da' senatori dattoli, e cos l'amplissimo regno dall'imperio regio, e la
regia maest dalla libert del senato e de' nobili  temperata, e tutti gli
ordini del regno e il re istesso son dentro a' termini dell'equit sempre
mantenuti. E se per sorte il re, uscendo de' suoi termini, trattasse d'opprimer
la libert de' suoi, gli  proibito dalla senatoria autorit, che per
giuramento a questo son tenuti, talch il poter del re di Polonia  tutto sopra
il gravissimo consiglio de' suoi senatori fondato. E all'incontro gli istessi
senatori e tutto l'ordine equestre reveriscono, amano e onorano la regia maest
e sono sempre apparecchiati a spendere e la robba e la vita per il suo bene e
salute.
I senatori sono dal re eletti della prencipale e pi illustre nobilt di tutto
il regno, uomini ornati d'ogni sorte di virt e bont, e datoli sacramento
d'essere alla patria fideli. E i prencipali senatori sono arcivescovi e
vescovi, cos per reverenzia che portano alla maest e autorit dell'ordine
ecclesiastico, come per le richezze grande di che essi abondano; e siedeno
questi in senato da una banda e dall'altra al re vicini. Doi sono gli
arcivescovi in tutto il regno polono: quello di Gnezna, primato del regno e
legato nato del sommo pontefice in tutta la Sarmazia, qual da' tempi antichi ha
autorit di coronare i re novelli; il secondo  l'arcivescovo di Leopoli, nella
Negra Russia, ove da Cracovia fu transferita la sede metropolitana l'anno mille
e settantacinque nella corte di Lamperto Zula, di santo Stanislao predecessore.
Si trovano in tutta la Polonia tredeci vescovi, ch'altri non sono che prencipi
grandissimi e abondanti di tutte le cose: quali sono quello di Cracovia nella
minor Polonia, di Posnania nella maggiore, di Vladislavia over Cuiavia nella
Pomerania, di Vilna nella Littuania, di Plosco nella Massovia, il varmiense, di
Culma nella Prussia, di Presmilia, di Lucicia, di Chelm, di Chiovia nella
Russia, di Samogizia e di Camenez. Assistono questi per ordine al re loro ne'
luochi ad essi deputati, e perch  lite antiqua tra il vescovo di Vladislavia
e quello di Posnania per la precedenza, or l'uno or l'altro precede.
Per privilegio antiquo, dopo i vescovi il primo luoco  del castellano di
Cracovia, capo de' capitani da guerra, dopo il qual hanno il lor luoco i
palatini, tra' quali tiene il pi degno luoco il cracoviense, e tra essi sono
mescolati alcuni castellani prencipali; e finalmente gli altri castellani
maggiori e minori, quali seria troppo lungo il nominarli, sono ne' lor debbiti
luochi collocati. Li quali non sono, come par che la voce significhi,
castellani di rocche o di fortezze, ma sono governatori di provincie minori per
nome del re, n fuor della degnit e autorit, la quale  prima dopo i
palatini, di questi lor officii guadagno alcuno riportano, bench siano
chiamati signori di quelle provincie al lor governo commesse, percioch essi
non cercano altro (cosa da veri senatori) che il commodo e l'utile della patria
loro. Seguono dopo i castellani gli arcimariscalchi e i marescalchi, supremi
officiali del regno tutto, che sono doi del regno di Polonia e doi del
granducato di Lituania; l'officio de' quali  aver cura della pace e
tranquillit della corte regia e delle diete tutte, compartire i luochi a'
baroni e a' cortegiani. Caminano inanzi al re quando esce di palazzo, con
alcuni bastoni dretti in mano, e provedeno che senza confusione ciascun facci
il suo officio intorno alla persona regia, e nel dar il lor luoco a' senatori
usano somma avvertenza. Succedono a questi in degnit i cancellieri e i
vicecancellieri, che sono similmente doi per la Polonia e doi per la Lituania,
e doi sugelli tengono. Carico di questi  di scrivere i privilegi, l'immunit e
le prerogative dal re ad alcuno concesse, scrivere le lettere regie, leggere
quelle ch'al re sono mandate, le qual tutte cose sottoscritte che sono dal re,
essi il sugello vi pongono. Le lettere e privilegii tutti che nella cancellaria
del granducato di Lituania si distendono con caratteri e parole rutene sono
descritte, ma quelle che in Polonia si fanno in lengua latina, della quale sono
essi peritissimi, si scrivono.
La maggior degnit che in senato sia  quella de doi capitani generali di
guerra, uno de' quali in Polonia, l'altro in Lituania comanda; appresso questi
 la piena autorit di commandare agli eserciti in nome del re. E dopo questi
hanno il lor luoco doi mastri di campo del regno e doi del granducato; segue
poi il general governatore della maggior Polonia, e similmente i governatori
della Samogizia e della Russia, delle quali degnit non sono dal re ornati se
non gentiluomini prencipali e benemeriti del regno e della patria. Si eleggeno
anco in senatori gli officiali regii dell'uno e dell'altro imperio, come sono i
giudici che d'ordine del re nelle cause de' nobili sentenziano, i coppieri, i
sottocamerieri, i secretarii, gli alfieri, i notari e i capitani de' soldati,
gli esattori delle intrate del regno e i tesorieri e tutti gli altri che per le
provincie a' desegnati officii attendono, e a certo tempo de l'anno si reducano
a far certi iudicii che termini o roki volgarmente son detti. E anco l'ensifero
e alfiero della corte regia, il quale in guerra porta l'insegna della corte,
hanno in quel regno non piccola degnit. Non sono senza degnit e autorit i
secretarii, notari e i protonotari; e oltra questi i camerieri, il mastro di
stalla e quello de' cuochi hanno in senato le lor degnitadi. I governatori
delle citt, de' castelli, delle rocche e delle provincie, i referendarii che e
al re e in senato le suppliche e domande porgono de' popoli, il gran secretario
e referendario del re, gli soprastanti alle saline e alle minere de' metalli
godono ancora essi di non poca degnit. Tengono in senato il luoco loro li
nuncii delle provincie e delle prencipal cittadi, eletti dagli ordini di dette
provincie e cittadi a comparire per nome della nobilt tutta, e anco i
cavallieri e giovenetti nobili, di virt e di nobiltade ornati, quali servono
ordinariamente nella corte regia, e i cubicularii o carrettieri che per tutte
le provincie con le lettere e regii mandati discorrono; e l'ultimo luoco di
degnit  quello de' soldati pagati per guardia della persona del re.
Hanno tutti questi senatori, cos per il giuramento che fanno come per l'amor
che alla lor patria portano, una perpetua e indefessa volont di diffendere la
libert publica e d'accrescere i confini del lor imperio. Quando si tratta in
senato della lor republica, liberamente e spesse volte gagliardamente dicono il
lor parere, riprendono il re se cose fa di reprensione meritevoli, e di comun
consenso gli ordini santissimi de' lor antiqui e le carissime leggi della
commune patria sin alla morte diffendono. Nella Polonia minore sono quaranta
capitani generali, nella maggior trenta, nel ducato di Massovia decedotto, li
quali officii non per successione s'acquistano, ma per grazia del re sono
conferiti a' benemeriti. Governano questi le provincie e con regia autorit le
cause de' nobili giudicano, rescuoteno l'entrate regie e al maggior tesoriero
le consegnano.
Gode il regno di Polonia un aere saluberrimo ed  fertilissimo di tutto quello
che pu produr la terra, della qual fertilit sentono anco utile le regioni
oltra il suo mar poste, alle quali  di Polonia gran quantit di frumento
condotto.  copioso d'animali e salvaticine d'ogni sorte, talmente che la
Sassonia e gli altri popoli di Germania vivono delle carne de' buoi che di
Polonia cavano. I suoi abitatori diversamente e secondo gli abiti di varie
nazioni vestono, ma  in grand'uso l'italico, il spagnuolo e l'ungaresco, il
qual  proprio e particolare abito loro. Usano altri il turchesco, il
germanico, il moscovitico e il boemo, percioch, delettandosi loro d'andar
vedendo diversi e luntani paesi, diversi alle lor patrie riportano costumi.
Sono i Poloni dotati d'industria eccellentissima e si dilettano saper varii
lenguaggi, e prencipalmente son della lengua latina peritissimi, della quale
come della lor nativa per la maggior nelle citt e ville communemente si
servono; ed  cos familiare a' poveri e a' ricchi, percioch non sparagnano a
spesa n a fatica alcuna in fare che i putti siano in quella amaestrati ed
esercitati. E di qui viene che quasi tutti parlano benissimo latino, e questa
mi par cosa degna da esser osservata, che delle lettere o scritture del lor
idioma o sia nelle cose sacre o sia nelle profane mai non si servono, anzi
tutte le leggi cos civili come de' nobili e de' villani son latine, e le
cancellarie tutte le lor espedizioni in lengua latina fanno, da che nasce che
tutti in questa lengua dottissimi deventano. Hanno di pi i Poloni e i Lituani
la propria e perfettissima proferta d'essa lengua, talch nel lor parlare con
una certa grazia e dolcezza gli accenti d'essa giustamente proferiscono. Per il
che appare che la Polonia i studii di tutte l'altre gente supera, essendo che
pochi sono quelli che benissimo non parlino latino, e molti che la lengua
germanica, l'ungara e communemente l'italiana e indi la francese e la spagnuola
possedono.
Si delettano molto i cavallieri degli ornamenti de' lor cavalli, de forti e
bellissime arme e di veste sontuose e ricche. Nelle battaglie campestre o pochi
o molti che siano allegramente assaltano il nemico; piantano le lor trinciere
con sommo giudicio, serrandole d'ogni intorno con le lor carrette, talmente che
non meno vi sono entro sicuri che se fossero dentro a qual se sia fortezza.
Sono uomini bellicosi, strenui, n conoscono che cosa sia paura. Per la maggior
parte all'ungaresca s'armano, e portano le lancie lunghe e targa tale che con
essa stando a cavallo tutti si cuopreno. E tra loro sono uomini tanto animosi
che nelle rotte date ai lor eserciti, pi tosto che vergognosamente fuggire e
abbandonar gli amici, soffreno di lasciarsi a pezzi tagliare. Come avvenne in
Moldavia a doi fratelli cavallieri poloni, detti i Strusoviczii, quali,
essendosi con cinquanta compagni dall'esercito smariti, dettero in una grossa
imboscata de Valacchi, da' quali essendo d'ogni intorno circondati fu uno
d'essi nel primo affronto ucciso e l'altro, serrati insieme i suoi, credendo
esser tra quelli anco il fratello, divise valorosamente le nemiche squadre
felicemente si salv. Ma, accortosi della morte del fratello, li spiacque di
sorte il viver senza lui che torn di nuovo a cacciarsi in mezo l'esercito
nemico e, quantunque avrebbe potuto ancora salvarsi, volse pi tosto
combattendo morire che sopravivere al fratello. E del milletrecento e
nonantasette, come nella descrizione de' duchi di Lituania appare, essendo il
duca Vitoldo dalla moltitudine de' Tartari in fuga posto, un cavalliero,
Melstinio detto, animosamente si volt contra nemici e in mezo alle lor squadre
cacciatosi valorosamente combattendo molti di loro uccise, n puot dal
combattere esser rimosso sinch, d'ogni banda da' Tartari ferito, cascando da
cavallo fin insieme la vita e la battaglia.
Si trovano ne' gesti de' Poloni molti casi simili, quali seria cosa troppo
lunga ad uno ad uno raccontare. E questo non solo tra fratelli, ma anco tra
fideli amici e compagni spesse volte avviene, come occorse non  troppo in
Vilna, ove caminando di notte doi giovenetti compagni in doi altri armati
s'incontrarono e, venuti a parole e alle mani, un d'essi uno de' suoi
avversarii uccise; ed essendosi per timor della iustizia indi fuggitto, fu il
suo compagno preso e, imputando la giustizia a lui il commesso omicidio, fu per
il giorno seguente alla morte condennato. E condotto al luoco alla giustizia
deputato e in quello che il boia, sfodrata la spada, s'apparecchia a tagliarli
di un colpo la testa, quello che l'omicidio aveva fatto a tutto corso ivi ne
venne e disse: "Lassate libero andar questo innocente, perch son sol di questa
morte reo". Il che detto, ingenochiatosi intrepidamente aspett il colpo che li
lev la testa, e l'innocente suo compagno fu in libert lasciato.
I nobili e non troppo abbondanti di ricchezze non sopportano a patti l'ingiurie
da baroni o da pi ricchi fatteli, percioch per povero che sia un nobile 
bastante, raccolti gli amici e i parenti, di castigare l'altro, quantunque
ricchissimo; perch li amici non solo le possessioni e la robba, ma anco la
propria vita per l'amico spendono. Per la qual cosa i baroni di Polonia fanno
gran stima de' lor nobili, quantunque poveri, ma in Lituania i poveri nobili
son come servi de quelli che di ricchezze abbondano. Occorse al mio tempo in
Polonia che un certo signore di grande autorit, Giovanni Luthormisk, gran
tesoriero del regno, capitano di Lancicia e di Radomia e castellano de Siradia,
ingiuri alcuni poveri nobili, detti Mikolaiewsk; onde essi, raccolti molti
suoi parenti e trovatolo in viaggio assai bene accompagnato, l'uccisero e
fecero in pezzi. Il capo de' quali dovendo per questo misfatto over esser privo
della nobilt over perder la vita, e di quella pi l'onor stimando, comparse
allegramente alla dieta in Lublino, ove era stato citato, e ivi, salvo l'onore,
li fu per sentenzia del re tagliato il capo. Onde, se il troppo pasteggiare e
le prodighe spese delle lor ricchezze, insieme con le molte imbriachezze, non
dessero danno alla fama de' Poloni, avanzariano di grandezza d'animo e d'innata
virt tutte l'altre nazioni. Ma bevendo uno (s come  lor costume) per la
sanit dell'altro, si cargano assai volte di vino pi d'ogni dovere, col votare
in un sol fiato grandissimi bicchieri, talmente che molte volte la troppa
carit che ne' conviti un mostra all'altro li priva della propria sanitade e
per il troppo bere in varie infermitadi cascano. E quando beve uno per la
sanit dell'altro, bevuto che ha si batte della tazza quanto pu sopra la
testa, e sia pur la testa o di vetro o di legno over di terra; e quando poi il
giorno si sente ammalato, al vino d la colpa, non si raccordando della botta
nella testa datosi col vaso col quale egli ha bevuto. E interviene anco alle
volte, e massime in Massovia, che per forza uno l'altro a bever astrenge,
dicendo: "O bevi o meco combatte"; e si trova tal cervello che pi presto vuol
combattere che bever pi di quello che li comporta il stomaco.
Per tutta la Sarmazia, ma particolarmente in Polonia, in Massovia, in Lituania
e in Russia, tengono tutti tanta copia di servitori e di ministri che quasi
impossibile pare che tanti spesar ne possino; li quali per altro non fanno che
tener compagnia al lor patrone, overo andare in qualche viaggio per suo
servizio, essendo esenti dal far ogni altra sorte di servit. Non ordina mai il
nobile ad alcun servitore ingenuo, per pover che egli sia, servizio alcun
mecanico; e se pur alcuno ha s poca discrezione che gli l'ordini, li risponde
esso che a' pari suoi non si commandano cose simili e che debba trovarsi de'
villani da' quali possi in questo esser servito, che egli lo servir sempre in
quello che onesto e lecito sia. E di qui avviene che spesso i nobili serveno e
cortegiano altri nobili, con tutto che di sangue e di virt non li siano punto
inferiori, percioch fanno solo servizii onesti di lor degni, contra il costume
delle parti occidentali, nelle quali si tengono i nobili il servire a vergogna,
percioch a far servizii vili da' lor signori astretti sono. Apresso i Sarmati
quello che pi per la sanit del suo signore beve miglior servitore  stimato.
E posto a tavola il signore, subbito siedeno a mensa tutti i cortegiani a' suoi
luochi, che alle volte occupano tre e quattro tavole, e tante vivande messe
dinanzi li sono che ciascun cortegiano puol della sua parte, mangiato che egli
ha, tre servitori spesare; e mentre mangia va porgendo quello che li piace ad
un paggio che di dietro li sta. Suol ciascun cortigiano aver servitori e paggi,
li quali servitori hanno ancor essi servitori e i paggi paggi, e questi hanno
altri insino al quarto ordine, che tutti dal patrone spesati sono e salariati.
Li quali per la maggior parte non fanno altro che servire a tavola, e mangiato
ch'hanno, scopertisi il capo e fatta al signore (secondo il lor costume) una
profonda riverenza, se ne vanno ove li piace, e talvolta tre e quatro giorni e
la settimana intiera pi non li vede il patrone, secondo che con i compagni o
nelle taverne si trattengono. E rare volte son da' patroni ove sian stati
adomandati, e se pur adomandati sono respondono aver allegramente per la salute
del lor signor bevuto, ed egli sorridendo grazie ne gli rende e alle fiate
largamente li dona.
Occorse una volta che, pagando un certo episcopo per man del suo tesoriero i
suoi cortigiani nel tempo dell'anno alle paghe deputato, ed essendo essi tutti
posti per ordine, un certo vagabondo (che senza esser al servizio d'alcuno
applicato pratticava in corte mangiando ogni giorno e bevendo alla tavola del
signore) se mescol tra gli altri servitori che di esser pagati attendevano; e
mormorando essi che non servendo egli ad alcuno volesse come gli altri la paga
tirare, fu dal vescovo domandato a chi e in che cosa servisse. Rispose egli: "A
voi, monsignor reverendissimo, servo e faccio da valent'uomo quello che tutti
gli altri fanno". E domandandoli il Vescovo che servizio fosse questo suo, "Doi
volte al giorno, - disse egli, - monsignor reverendissimo, mangio e bevo alla
vostra tavola". Per la qual risposta mossosi quel signore a riso, ordin che
come gli altri ancor lui fosse pagato.
Si governano i nobili con le leggi castrensi e terrestri datteli dal re, e
citati sono alle cittadi provinciali e distrettuali, che di sopra numerate
abbiamo, in nome di quel capitano che ivi il luoco del re tiene e che le
provincie e fortezze governa, e chiaman questi termini castrensi. Sono anco
citati per nome del re ai termini terrestri, quali rare volte si fanno, ove
sono da' giudeci terrestri, ch'hanno questo carico dal re, le lor cause
giudicate; ma da' cittadini sono nelle citt osservate le leggi imperiali, che
da essi magdeburgense son chiamate. E questo basti per quanto brevemente si pu
dire del regno di Polonia, il qual per molte raggioni  utilissimo a tutta la
cristiana republica, essendo (e massime a' popoli di Germania) come un fermo
ostaculo e saldo bastione contra l'empito de' Tartari e de' Turchi.


BREVE E SOMMARIA DESCRIZIONE DEL GRANDUCATO DI LITUANIA, DE' SUOI DUCHI,
PROVINCIE, PALATINATI, CITT E PI FAMOSI CASTELLI, E DELL'ORIGINE, COSTUMI E
ANTIQUA SUA RELIGIONE.



Vera origine della famosissima gente lituana, non pi mai da istorici latini
dechiarata.

Ptolomeo, di tutto il mondo curiosissimo geografo, scrisse che in quelle parti
che da' Lituani oggi son abitate e in quelle che al lor dominio sottoposte
sono, quali sono la Russia, la Podolia, la Volhinia, la Podlassia e la
Samogizia, avean le lor colonie alcuni popoli de' quali a' nostri tempi  persa
affatto ogni memoria, chiamati alora i Galindi, i Bodini, i Gemini, i Sudini, i
Carioni, gli Amoxobii, i Stabani, i Sturni, i Nascii, gli Asubii, i Vibiani e
gli Ombroni, e abitavano tra Lublin, Brestia e i Sargati. Quali popoli vuol
l'istesso Ptolomeo che da' Cimbri, da' Goti e da' Sarmati descendessero. Ora,
avendo noi appieno di sopra di Sarmati descritta l'origine, resta che palese
facciamo anco l'origine de' Cimbri.  pertanto ferma openione de tutti gli
antiqui istorici che i Cimbri da Gomero, nepote di No e di Iafet figlio, siano
discesi e che da lui quel nome abbino auto che per tanti secoli conservato si
hanno; i descendenti del quale avendo nell'Asia e nell'Europa occupata gran
parte del mondo, il che e la etimologia del nome (che larghezza significa) e la
benedizione paterna pronosticato avevano, possedettero di Gomero i figliuoli il
monte Cimero, che da lor quel nome prese, mettendo le lor stanze appresso la
Meotide palude oltre le fonti del fiume Tanai, qual tiene il suo prencipio nel
ducato di Rhesa, che al granduca di Moscovia obedienza rende. Ed essendo in
processo di tempo grandemente cresciuti, li fu cosa molto facile il distendersi
per le provincie vicine e il farsi patroni della Russia, della Lituania, della
Livonia, della Borussia, detta ora la Prussia, e della Cimbrica Chersonesi, ove
sono adesso gli Sweci, i Dani e i Calandi; e alterato alquanto il lor antiquo
nome de Cimeri, furon detti Cimbri.
Quando e con quale occasione si fecero di quei luochi patroni non si pu
sapere, non essendo in uso tra lor a quei tempi il scrivere e il notar i lor
successi.  ben questo a tutto il mondo noto, che essi sono sempre stati gente
bellicosa, valente e pronta di mano, alla qual cosa le imprese da loro
animosamente e con gran valor fatte chiara testimonianza rendono. Percioch
abbandonando essi queste lor colonie settentrionali passarono in numero di
trecentomila per la Germania nelle terre de' Svizari e di Francia, e indi nella
Spagna, mettendo a sacco tutti questi regni; e l'anno centesimodecimo prima che
Cristo nascesse entrarono in Italia e l'andarono tutta sacchegiando, avendo
prima occiso col suo esercito il consolo de' Romani Papirio Carbone, che andato
era ad opporseli, e poco dopo un'altra rotta dettero al consolo Marco Iunio
Silano. E in un'altra fazione avendo superate le genti d'Aurelio Scauro, legato
del consolo, e fatto lui pregione, d'ordine di Bolo, in quel tempo re de'
Cimbri, crudelmente l'uccisero, la qual cosa, per quanto Cornelio Tacito
scrive, occorse l'anno seicento e quaranta dalla edificazione della citt di
Roma. Finalmente, avendo i Romani raccolto un esercito molto grosso e potente,
lo mandarono contra a' Cimbri, che con essi fecero un sanguinoso fatto d'arme
nel passo dell'Alpi che l'Italia dalla Francia dividono, ove fur di nuovo i
Romani rotti e messi a fil di spada il lor esercito, nel quale erano
ottantamila combattenti, salvandosi solo di tanto numero il lor capitan
generale Quinto Servilio Cepio con dieci compagni per portar a Roma l'infelice
nuova di rotta cos grande; qual fu dal senato fatto vergognosamente morire e
confiscatili tutti i suoi beni, imputandoli che per suo diffetto e colpa questo
danno cos grande era successo. Dicono che mai non avevano i Romani in un sol
fatto d'arme percossa cos grande recevuta, onde, essendo grandemente
travagliati e dubbitando della ruvina dell'imperio loro, volando la fama che i
Cimbri s'apparecchiavano di venire alla lor destruzione rechiamarono d'Affrica,
ove egli avea superato il re Iugurta, Caio Mario, capitano bellicoso e
avventurato. E doi anni dopo la rotta detta di sopra venne Caio Mario alle mani
co' Cimbri e co' Teutoni vicino all'Acquesextie, e in un sanguinoso e orribil
fatto d'arme doicentomila ne mise a fil di spada; e fu tanta la moltitudine
degli uccisi che i Massiliensi, raccolti gli ossi loro, ne fecero siepi intorno
alle lor possessioni e i campi, ingrassati dal sangue e grasso umano,
deventarono in tutto fertilissimi.
E i Cimbri, quantunque fossero tanto scemati, non si persero per questo
d'animo, anzi, serratisi insieme, urtarono nell'esercito del proconsole Quinto
Catullo e lo misero in fuga, e piantate le lor trinciere appresso il fiume
Tessino in Lombardia misero ancora in spavento il popolo romano; onde, passato
Caio Mario con l'esercito in quelle parti e unite le sue genti con quelle di
Catullo, li present a' ventinove di luio la giornata, e dopo un lungo e
ostinato menar de mani li roppe tagliandone a pezzi cento e quarantamila. Per
la quale uccisione essendo spezzate a fatto le lor forze, usciti d'Italia alle
antiche lor stanze ritornaro, e fermarono le lor sede in Dania, in Prussia, in
Svezia, in Livonia e in Lituania; gli abitadori della qual provincia Gepidi
furon nominati, e quelli che in Samogizia si fermarono afferma Enea Silvio che
Masageti si chiamarono, gente assai da Plinio nominata. Ma Erasmo Stella, con
belle ragioni pruova esser i Gepidi di nazione gotica, e che guidati da
Litalano over Litwone, figliuolo di Vedenato, re di Prussia, che di commissione
del re suo padre del cinquecentosettantatre a questa impresa si mosse, vennero
in queste parti a quel regno vicine e vi si fermarono, avendone scacciati gli
Alani da' quali prima erano abitate, e Lituania dal nome del lor capitano le
nomarono. Qual anco scrive, nell'istoria della Prussia, che la Samogizia fu
cos chiamata da Saimone, di detto Litwone fratello, che la venne a populare,
la qual a quel tempo per lunghi tratti di terra verso la Prussia e verso la
Livonia si stendeva; che similmente i Lotiali, over Litwoni, che ora dopo la
venuta de Germania in quelle parti da' Latini son chiamati Livoni, ebbero il
nome dall'istesso Litwone.
Tutte queste genti, i Pruteni cio, i Polowci, i Samogiti, i Gepidi, i Lituani,
i Livoni, i Curlandi, i Iatwirgin over Iagizi e Iaczwingi, secondo che erano
d'un istesso lenguaggio, cos avevano gli istessi costumi, consuetudini e
leggi, e sempre di commun volere guerreggiarono contra i popoli cristiani,
essendo per tutte divise da confini, e ciascuna il suo signore avendo. Furono
i Iaczvingi crudelissimi popoli, che le lor sede avevano ne' confini di
Lituania appresso la Massovia, in quel paese ch'oggi la Podlassia  nominata,
li quali nelle battaglie mai non si retiravano se non vincevano o venti non
erano: e de qui successe che dalle continue guerre in tutto esterminati furono,
e quei pochi che avanzarono in Lituania, Russia e in Massovia per la commodit
della vicinanza ad abitar si retirarono. Sono alcuni che stimano che i Lituani
siano cos stati chiamati dal lituo, che il corno de' cacciatori significa, la
qual opinione come frivola e degna di ridersene  da tutti reprobata. Matia
Miecoviense e Dlugoso, diligenti investigatori dell'istorie polonice, e gli
annali de' Ruteni affermano che alquanti Italiani, over fugendo la tirannide
dell'imperator Nerone overo il meritato esilio over la crudel ruvina che
Attila, re degli Unni, faceva, dopo longa navigazione, sotto la guida d'un
certo Palemone vennero per il mar Baltico in queste parti, ed entrati con la
lor armata nel fiume Nemna, da Ptolomeo detto Cronone, posero in Lituania le
lor sedi; il che  anco da' Lituani gagliardamente confirmato, e che ci possi
essere par che ne rendino testimonianza certa le molte parole italiane delle
quali essi si servono. E dicono che questo Palemone (qual il nome istesso
mostra esser stato latino e italiano), essendo in quelle parti venuto con gran
comitiva d'uomini nobili a lui parenti, i prencipali dei quali erano Orsini,
Colonni, Iuliani, Cesarini e Gastaldi, dette in Lituania prencipio alle casate
de' nobili; ma il volgo, come sono i contadini e lavoratori, vogliono che da'
Goti siano discesi, a che consentono anco molti scrittori dell'istoria di
Polonia, di Germania e de' Russi, al giudicio e autorit de' quali reportandosi
noi laudiamo quanto da essi  stato scritto.
Questo Palemone pertanto, accettato per le sue virt da quei popoli per
prencipe, dette il nome al paese dall'Italia sua patria proponendoli, secondo
l'uso della italiana lengua, articolo feminino a questo modo: l'Italia; ma in
processo di lungo tempo essendosi persi per la barbarie e i costumi e la lengua
italiana, fu il paese con nome corrotto detto Lituania. Vogliono alcuni altri
che gli Italiani cos la nominassero dal lito del mar Baltico, qual la Prussia,
la Livonia e l'ultime parti della Lituania e della Samogizia bagna, e questo
perch prima l si erano fermati. Succedendo poi a Palemone un prencipe
dell'istessa casata, non solo presero gli Italiani il nuovo nome, ma presero
anco la lengua di quella gente, la signoria delle qual s'aveano tolta, e al
modo e norma di vivere s'accostaron degli istessi barbari. Ma nel suo prencipio
e molti anni anco dopo fu questa gente lituana oscura e all'imperio de' Russi
sottoposta, pagando essi al prencipe di Kiovia in segno di sogezione alcune
cosette di poca valuta, per esser il lor paese sterile; sin che Mendolfo overo
Mendog, Witement e Gedimino, capitani illustri, succedendo l'un dopo l'altro
nel prencipato di Lituania, non solo denegarono la solita obedienza a' Russi,
ma anco, con spesse battaglie e pi con astuzie militari avendo pi volte rotti
e quasi a fatto debellati i Russi, al lor domino li sottoposero e gli
astrensero a pagare a' Lituani, in luoco del picciol tributo di cose vile che
da essi eran soliti a scuodere, grossa somma d'argento e di oro. Pigliando per
tanto il prencipio da' tre fratelli nepoti di Palemone cominciar a narrare,
secondo l'opinione de' Ruteni, i successi de' Lituani dal prencipio del
prencipato loro.


Ordine e genealogia dei duchi di Lituania.

Successero nel prencipato di Lituania a Palemone, patricio romano, tre suoi
nepoti, Borco, Cunosso e Spera, che da' Ruteni, ma contra la verit
dell'istoria, non nepoti ma suoi legitimi figliuoli son tenuti. Borco, avendo
fabricato un castello appresso il fiume Iuria, ove esso discarga le sue acque
nel Cronone, altramente detto Nemna, fiume della Samogizia, prese la
denominazione dal suo nome e da quello del fiume e Iurborg chiamollo, qual
luoco sino a' tempi nostri dura, e in esso facendo la sua residenza
signoreggiava la Samogizia tutta. Ma Cunosso, passando pi avanti nell'istessa
regione, fond un castello dal suo nome Kunosso chiamato, applicandoli per
territorio gran paese a lui circonvicino. E anco Spera, fabricata la fortezza
Vilcomir appresso il fiume Sventa, di quei luochi si fece signore. Ma essendo
finalmente Borco e Spera usciti di vita, a Cunosso le lor signorie ricadettero,
che avendo generato doi figliuoli, Kierno e Gybuto, pass ancor egli al fin di
questa vita. Dopo la morte del quale Kierno, fattosi signore nella Lituania
sopra l'una e l'altra ripa del fiume Vilia, constitu il castello Kiernow sede
del suo prencipato, qual i Ruteni ed essi Lituani senza alcun buon fondamento
s'imaginano che dal lito, over dal lituo o corno da cacciare, Lituania nomato
fosse. Gybutio, di Kierno fratello, rest della Samogizia signore, e, unite
insieme le forze, fecero una espedizione nella Russia e dettero il guasto a
tutto quel paese che giace intorno alle citt di Brasla e di Poloczo; e mentre
vittoriosi e carichi di preda nel lor paese tornano, trovarono che la Samogizia
era in quel tempo stata da' Livoni depredata, onde per vendicarsene in Livonia
subbito passarono e, messala tutta a ferro e a fuoco, un grosso e buon bottino
indi ne riportarono.
Dopo la morte de questi doi fratelli li successero ne' lor stati Zivibondo di
Kierno e Moatwil di Gibuto figliuoli, che di fraterno amore amandosi i lor
sudditi in pace mantennero, pagando un certo leggier tributo a' prencipi di
Russia. Ed essendo in giovenile et morto Muntwilo, li successe nel prencipato
di Samogizia Vikint suo figliuolo. In questo tempo Batti, imperator de'
Tartari, entrato con grosso esercito nella Russia, la percosse di modo che rese
molte debile le forze de' duchi di quella provincia; onde parendo a Zivibondo,
duca di Lituania, esser questa buona occasione di levarsi dal giogo de Ruteni e
mettersi in libert, fece capitano delle sue genti Erdziwilo, figliuolo di
Vikint suo nepote, e mandollo a danni della Russia. Qual passato il fiume Vilia
prese Novogrodck, grossa fortezza e citt de' Ruteni, e ivi ferm la sedia del
suo prencipato; e passando poi pi inanzi, e trovato appresso il fiume Nemna un
scoglio molto forte per natura, vi fabric sopra il castello Grodno. E indi
passando con l'esercito in Podlassia si fece patrone di Brzestia, di Mielco e
di Drohicino, citt de' Ruteni destrutte da' Tartari, e fortificolle, e con
poca fatica redusse sotto al suo domino tutti i circonvicini paesi. Le quali
imprese essendoli felicemente successe, riconobbe con onorati premii quei
capitani che in essa l'avevano valorosamente e fidelmente servito, percioch
assign in Lituania a Eixio, dal qual la famiglia de' Dovoini  discesa, la
provincia che ora da esso Eixiski  chiamata; Granso, ove sono adesso i
Gransiski; e a Campo, dal qual discende la famiglia de' Gastuldi, dette la
provincia Osmiana.
Avendo pertanto Erdzivil accresciute le sue forze in Russia e in Lituania, and
ad incontrare Kurdasso, re de' Tartari zawolensi, che secondo sua usanza andava
scorrendo e predando la Russia; e trovatolo appresso il castello Mozera, qual 
vicino al fiume Okovniowka, lo ruppe e mise in fuga. E finalmente, dopo l'aver
fatte molte imprese eroiche, usc di vita, lassando Mingailo e Algimonte suoi
figliuoli del suo prencipato successori. Algimonte signoreggi a Samogizia e
Mingalio mosse guerra a' Polocensi, che in libert vivevano e datoli una rotta
appresso a Grodzecz lor fortezza prese la citt di Polocza, e lungo tempo
domin a' Polocensi e a' Novogrodensi, lassando quella signoria nella sua morte
a Ginvilo e Skirmunto suoi figliuoli. Skirmunt, sepulto onoratamente il padre,
prese la signoria di Lituani e di Novogrodensi, e Ginvil quella di Polocza; il
qual, avendo preso per moglie Maria, figliuola del duca dei Twerensi, si fece
cristiano e, chiamatosi Georgio, fece un'aspra e lunga guerra per la patria
contra i Pskoviensi e contra quelli di Smolenco; e finalmente pass di questa
vita lassando Borisso suo figliuolo successore nel ducato di Polocza.
Govern con somma destrezza Borisso il ducato di Polozca, e fabric nel
castello della citt prencipal di quel ducato un bellissimo tempio di pietre
cotte sotto il titolo di Santa Sofia, e un altro al nostro Salvator Cristo
Ies; oltra i quali fece anco mezo miglio luntano da Polozca un monasterio di
verginelle a Dio consecrate, e restaur e dot le chiese de' Santi Borisso e
Hlebo. Fond il castello e fortezza dal suo nome detto Borisowo, appresso al
fiume Beresina, sina al quale contende sin oggi il granduca di Moscovia
arrivare i suoi confini. Successe dopo la morte di Borisso nel prencipato di
Polozca suo figliuolo Rechwold, il qual pieno d'anni all'altra vita pass
lassando una figliuola, Poroskavia chiamata, e un figliuolo, Hlebo detto. Hlebo
visse pochi anni e Poroskavia men sua vita verginalmente nel monasterio del
rito rutenico; e non dopo molto per causa de divozione venne a Roma con alcuni
monaci grechi, ove mor e fu per la santit della sua vita canonizata e messa
nel catalogo de' santi, e Paraxide chiamata da' Latini secondo l'opinione de'
Ruteni.
Skirmunt, figliuolo di Mingail e di Ginvil fratello, governando virilmente la
Lituania dette una gran rotta a Micislao, duca di Lucicia, che con
grand'esercito de Russi andato era a trovarlo, e tolseli doi castelli, Pinska e
Twowia; e ruppe anco e mise in fuga Balaklaio, re de' Tartari zawolensi, che
andava predando la Russia. E finalmente mosse guerra a' prencipi di Russia,
essendosi accorto che essi trattavano di scacciarlo di Lituania, e avuto di
loro una notabil vittoria sottopose al suo dominio Mozera, Cernihovia e
Karasovia, grosse fortezze, con i lor territorii e dettele in dono a Stroinato,
Lauborto e Pissimonte suoi figliuoli. Kukovito, cio di Skiermunt, avendo
governato molti anni il prencipato di Lituania e Samogizia, usc di vita
lassando il dominio di quei luochi a Giedrusso suo genero, marito di Poiata sua
figlia, qual dopo avendolo felicemente assai tempo dominato morendo a Ringolt
suo figlio lo lasci.

Qual non ebbe pi presto presa di quei stati la signoria che fu sin dentro al
suo ducato assalito da' prencipi di Russia, che, sdegnati per non gli esser
pagato l'antico tributo, cercavano di quel stato privarlo, n contenti delle
proprie forze condussero anco a' suoi danni una grossa banda de Tartari. Onde,
raccolto Ringolt di Lituania e di Samogizia un grosso esercito, venne con essi
alle mani appresso il fiume Mahilva, e tagliati a pezzi seimila Tartari e gran
numero de Ruteni, fra quali morirono anco Demetrio, duca drucense, Luetoslao,
duca di Kiovia, e Leone, duca di Volodimira, acquist d'essi una segnalata e
famosa vittoria; alla qual sopravivendo poco, lass l'anno della nostra salute
milledoicento e quaranta la signoria a Mindog suo figliuolo. Qual essendo da
tutti i suoi nell'imperio paterno confirmato, guerreggi con sua gran lode con
i cruciferi di Prussia e con i Livoni, e dopo molti conflitti sottopose al suo
dominio i duchi di Smolenco e di Volhinia; e del milledoicento e quarantatre e
del quarantasei travagli con correrie e sparger molto sangue de cristiani i
stati di Boleslao Pudico, re di Polonia, e quello di Daniele, signore e re
coronato di Russia; indi mise pi volte a ferro e a fuoco cavandone grossissimi
bottini la Massovia, la Dobrinia e la Kuiavia. E l'anno milledoicento e
cinquantadoi, persuaso da' cruciferi di Prussia e di Livonia, abbracci con
molti de' suoi la cristiana fede, e scrisse lettere ad Enrico di Zalcza, alora
di quell'ordine gran mastro, nelle quali, chiamandosi grandemente a lui
obligato per gli aiuti e favori da esso receuti, li consegnava in dono gran
parte de tutto il suo ducato; e da' frati cruciferi consigliato mand
ambasciatori ad Innocenzio quarto papa in compagnia de quelli del gran mastro e
de' cruciferi, a darli notizia del suo esser venuto alla cristiana fede e
chiederli che con la sua autorit li desse titolo di re di Lituania. A che
acconsentendo il sommo pontefice dette ordine ad alcuni vescovi di quelle
provincie che coronar lo dovessero; il che essi fatto avendo, non pass l'anno
che egli, o pentito d'aversi privato di tante cittadi e donatele al gran mastro
o per qualche altra cagione, rinonciando alla gi presa fede torn di nuovo ad
adorare gl'idoli. E del milledoicento e sessanta, avendo raccolti trentamila
soldati, mise crudelmente tutta la Massovia a sacco, prese e abbrusci la citt
di Polozco, e indi voltatosi verso la Prussia, non avendo ardimento i cruciferi
di uscir delle trinciere, abbrusci e rovin tutte le citt da' cruciferi
edificate, mettendo a fil di spada quanti cristiani egli trovava, e lieto
ricondusse il suo esercito in Lituania carico delle spoglie de' nimici. E
fabricando l'anno istesso il gran mastro e i cruciferi il castello Carsowin
sopra il monte di San Giorgio, furono da' Lituani e da' Ruteni assaliti e
rotti, nella qual fazione Enrico Massusen, maestro di Livonia, ed Enrico,
marescalco di Prussia, da' Lituani uccisi furono, e il castello Carsowin e un
altro detto Heizburg vennero in poter de' Lituani per difetto che ebbero i
difensori di vittovaglia; di dove essendo andati sotto Komisberg, da' cruciferi
discacciati furono.
L'anno poi milledoicento e sessantadoi, unitosi Mendog con Swarno, prencipe di
Russia, misero insieme un potente esercito ed entrati nella Massovia colsero
alla sprovista, il giorno della vigilia di san Giovanni Battista, Semovito,
duca di Massovia, nella corte di Iasdow e lo fecero prigione insieme con suo
figliuolo Corrado e con tutti i soldati che seco allora si ritrovavano. Ed
essendo venuto il duca Semovito nelle mani di Swarno, prencipe di Russia, fu
crudelmente da lui fatto decapitare, ma Corrado suo figliuolo fu da Mendog e
da' Lituani conservato vivo e anco l'anno istesso lassato in libertade. Avendo
poi i Lituani e i Ruteni saccheggiata tutta la Massovia e parte della Cuiavia,
carichi di preda a casa ritornarono. Ed essendovi tornati l'anno seguente, n
trovando che predare per raggione del gran guasto datoli l'anno passato,
scorsero nella castellania loviciense, all'arcivescovato di Gnezna
appartenente, n vi trovando resistenza alcuna la depredaron tutta e superbi e
altieri tornarono alle patrie loro. Finalmente il pietoso Iddio, avendo
compassione de' Poloni e de' Massoviti cultori della cristiana fede, permise
che i Lituani e i Ruteni tra loro si rompessero. Percioch Stroinat, nepote di
Mendog, mosso da desiderio di farsi signor di Lituania, tolto in sua compagnia
Dowmanto, genero dell'istesso, lo assaltarono mentre egli dormiva e, uccisolo
insieme con Ruklam e Rzepikaza suoi figliuoli, si fece per forza di quel stato
signore, l'anno milledoicento e sessantatre; e poco dopo, mosso dall'istessa
ambizione di signoreggiare, uccise Towcivilo, duca di Polosco, suo fratello.
Onde Voisalk, monaco secondo il lor rito rutenico, figliuolo di Mendog, per
vendicar la morte del padre ammazz l'anno seguente Stroinat e, di monaco
fattosi di Lituania prencipe, infest con spesse correrie la Polonia, la
Massovia e i cruciferi; ma anco egli del milledoicento e sessantasette, essendo
venuto in disparere con Leone, duca di Russia, per cagione d'alcune cittadi che
egli in Russia si voleva usurpare, fu da lui ucciso in Varowsko, nel monasterio
ruteno di Santo Michele. Fu questo Leone figliuolo di Danielle, gi re di
Russia, ed edific la famosa citt di Leopoli.
Essendo estinti per queste sedizioni i prencipi di Lituania, fu di comun volere
de tutti quei popoli creato granduca di Lituania e di Samogizia Uteno, della
casata dei Kitauri, qual descendeva anco essa dal sangue degli antiqui
prencipi. Qual dopo l'aver fatte molte guerre con i Ruteni e con i cruciferi de
Prussia usc di vita lassando suo figliuolo Swiutoro del ducato erede, qual
poco tempo sopravivendo al padre, nel qual dette per saggio di prencipe ottimo
e prudente, mor, e successeli Germonte suo figliuolo, qual avendo anco in
breve la sua vita finita, venne il prencipato in mano de Trahu figliuolo. Qual
fu molto chiaro e in guerra e in pace, e fabricato un forte castello, qual sin
ora dura, Trahy dal suo nome lo chiam, e finalmente lassando cinque figliuoli
leggittimi, Narimondo, Dowmante, Holsano, Giedruto e Troideno, usc di questa
vita glorioso per molte degne imprese. Sepolto Trahu con le solite ceremonie
della patria, Narimondo suo figliuolo de pi tempo nel granducato gli successe,
e port la sua sede da Novogrodek in Kiernova; e Dowmant ebbe la signoria del
castello Uciano; Giedrate un castello fabric appresso un laco e dal suo nome
Giedrat il nomin e ivi tenne la sede del suo prencipato, la posterit del
quale in grosso numero sino a' tempi nostri dura, quali tutti godono di titolo
di duca e per duchi si tengono; la giurisdizione de' quali, cominciando quattro
miglia vicino a Vilna, metropoli di Lituania, si distende per ventisei miglia
poloni. E molti di loro, quantunque poverissimi, che stanno al servizio d'altri
ricchi signori, non vogliono per a patto alcuno esser privati del titolo di
duca, anzi hanno molto per male quando altramente chiamati sono: e veramente
essi dal sangue de' duchi de Lituania descendono, e portano l'arme antique di
quel ducato, quali dicono che da' Romani portate vi furono. Ma tornando a
l'ordine disegnato, Holza, quarto figliuolo di Trahu, passato il fiume Vilia si
distese verso levante e giunto al fiume Horabla un castello vi fabric e, dal
suo nome Holsani chiamatolo, ivi ferm la sede del suo prencipato. Termin la
famiglia di questi duchi holsanensi in la persona de Paulo, episcopo di Vilna,
predecessore di Valeriano, veramente reverendissimo presente episcopo di
quella, e il ducato  riccaduto alla corona regia. Il quinto fratello, Troideno
detto, ebbe la signoria degli Iatwingi, ove adesso  la Podlassia, e degli
Doinowi, ove edific la rocca detta Rarroda, appresso il fiume Biebra, la qual
a' tempi nostri ancora dura.
Comandando a questi quattro fratelli per ragione di et Narimunte granduca di
Lituania, e congiunte insieme le forze loro, infestavano con spesse correrie la
Polonia, la Russia, la Massovia e la Prussia, e grandemente anco i cruciferi
cos di Livonia come di Prussia travagliavano. Nacque poi guerra civile tra
Narimonte e Dowmante suo fratello, per averli esso rapita la moglie; e
assediatolo in Ucziana, ove esso si era fatto forte, prese il castello,
ricuper la moglie e, privato Dowmante del ducato, lo cacci fuor di quei
paesi. Qual fuggendo in Pscovia fu da' Pscovensi per lor prencipe accettato,
con le forze de' quali i Ruteni polecensi si soggiog, avendo presa la citt di
Polozca. Vogliono gli annali de' Ruteni che Narimunte, granduca di Lituania,
fosse primo autore dell'arma che ora i duchi nelle lor insegne portano, un
cavalliere cio sopra un bianco cavallo con la spada nuda sopra la testa in
atto di dar la caccia a gente posta in fuga, onde  da lor detta volgarmente
poggonia. Morendo poi Naremunte, fu Troideno suo fratello al granducato
assunto, qual, defendendo con sommo valore i confini del suo stato dagli
assalti de' Ruteni e de' cruciferi, govern con gran spavento de' circonvicini
il suo prencipato. Ed essendoli nato un figliuolo d'una figlia del duca di
Massovia, fu il putto battezzato, e fattosi grande si rese monaco secondo la
setta de' Ruteni. L'anno poi milledoicento e settantaotto racolse Troideno i
suoi Lituani e grosse bande de barbari ruteni alla somma di trentamila e pi, e
in tre parti diviseli ne mand una a' danni di Massovia; l'altre due nel paese
di Culma contra cruciferi guid e, avendo dato il guasto a una gran parte della
Prussia a' cruciferi sottoposta e presi Burglam, Luba e Chelm, nobilissimi
castelli, redusse l'esercito in Lituania carico di preda e con numero infinito
de pregioni. E l'istesso anno la terra di Cuiavia, il castello Kowale e la
citt di Lancicia da' Lituani sacchegiate furono.
Fratanto Dowmante, prencipe di Pskovia e di Poloczo, tenendosi grandemente
ingiuriato che Troideno, suo fratello e di et di lui minore, signoreggiasse il
granducato di Lituania, corroppe con gran somma de dinari tre villani e
mandolli ad ammazzare il fratello: quali avendolo appostato quando egli del
bagno usciva l'assalirono e, prima che da' suoi potesse esser soccorso,
crudelmente uccisero. Alla qual nuova corse subito Dowmante con le sue genti
all'acquisto della Lituania, ma non ebbe il suo tradimento il fin da esso
propostoli, percioch Rimunte, figliuolo di Troideno, fattosi in un subito di
monaco prencipe, lo venne con le forze di Lituania ad incontrare e rottoli e
dissipate le sue genti lo tagli nella battaglia a pezzi anco esso, vendicando
egreggiamente l'ingiusta morte al padre data e facendoli le condegne esequie
col sangue de chi tramata l'aveva. Dopo la qual vittoria, chiamata la dieta in
Kiernova, renonci a tutte le ragioni che nel granducato aveva e, sprezzando il
terreno prencipato, si elesse di continuare nella vita monastica. E quantunque
fossero ancor vivi doi fratelli di suo padre, il duca di Giedra e quello di
Nalsa, a' quali per ragione d'eredit quel ducato perveniva, dissuase la dieta
dal dar la signoria ad alcun di loro, allegando quelli esser troppo gioveni e
mal atti a quel governo, e ch'avendo suo cio Narimunte di felice memoria dato
per insegna a quel ducato un uom armato a cavallo con la spada impugnata,
bisognava eleggere un prencipe che con i fatti respondesse a quella impresa: e
propose e ottenne che quel prencipato dato fosse a Vittenen samogita,
dall'illustre famiglia dei Kitauri, descendente da romani prencipi, uomo
strenuo e magnanimo e del qual gran cose si speravano.
L'anno milledocento e settantanuove della nativit dell'incarnato Verbo fu
Vittenen di comune consentimento de tutti salutato di Lituania prencipe, qual
domin gran parte anco della Russia e molte guerre fece con i Poloni suoi
confinanti e con i duchi della Russia. Dell'ottantadoi pass nel territorio di
Lublin con grosso esercito di Lituani e di Iaczvingi, e avendovi fatta grossa
preda, mentre sicuro riconduce le genti in Littuania assalito fu da Lesco il
Negro, il quale in Lublin da una angelica visione a questa impresa era stato
esortato e inanimato, ch'avendolo tra il Narrew e il Nemen colto sprovisto e
fuor d'ogni pensiero d'esser assalito da' nemici, e perci senza guardia
alcuna, quantunque con numero assai minore de soldati lo ruppe e uccise
diecimila barbari, riportandone oltre la vittoria molte onorate spoglie. Per
memoria della qual gloriosa vittoria edific Lesco in Lublin una chiesa
parochiale, a san Michele Arcangelo dedicandola, nel giorno della cui festa de'
suoi nemici vittorioso era restato. Del milledoicentoottantasei uno de' duchi
di Lituania, chiamato Peluso, tenendosi offeso da' prencipi di Lituania and
secrettamente a trovare Alberto Missen, comendatore in Orugsberg, e fattosi
dare venti cavallieri teutonici, tra' quali erano de pi nome Martino Golin e
Conrado Twil cruciferi, venne occultamente dove si facevano banchetti per certe
nozze tra molti prencipi lituani, e assalitili di notte mentre essi dormivano,
settanta n'uccisero oltra molta altra turba de' convitati, e fatto pregione il
sposo, la sposa con molte matrone e donzelle, carico di preziose vesti e perle
per onorar le nozze e per la dote ivi portate, a salvamento in Konigsber si
condusse. E del milleottantasette i Lituani, i Pruteni e i Samogiti, passati
ascosamente nel territorio drobrzinense, entrarono una domenica mattina, mentre
era il popolo occupato in chiesa ne' divini officii, in Dobrzin, citt
prencipale, e, uccisi i vecchi e i fantolini lattanti, menarono tutti gli altri
in misera servit dopo l'avere tutto 'l paese saccheggiato. E indi a doi anni,
raccoltosi intorno a ottomila Lituani, fecero una correria nel territorio
sambiense di Prussia, e abbrucciate molte ville, uccise assai persone e menato
via grosso bottino, salvi a casa lor ne ritornarono, non avendo auto animo i
cruciferi d'affrontarsi con loro, ma solo cos dalla luntana travagliandoli li
tolsero da cinquanta persone.
Del nonantauno poi i cruciferi prussiensi dettero il guasto alla Lituania e,
avendone amazzati molti, settecento ne condussero pregioni. N pass troppo che
il comendatore di Konigsberg prese il castello Mederabe, in Lituania posto; e
Memer, gran mastro della Prussia, assaltando con grosso esercito la Lituania
mise a fuoco e in cenere redusse Pastonw e Gersonv, e carico di preda a casa
ritornassene. Pochi giorni dopo Vitenen, duca di Lituania, entrato come nemico
nel territorio di Cuiavia fece grand'uccisione intorno alla citt di Brzescia
e, gran numero di pregioni e grossa preda fattavi, salvo ritorn ne' suoi
paesi; quantunque Vladislao Loktek e Casimiro di Cuiavia e di Lancicia duchi e
il mastro di Prussia Menhardo li fossero con le lor genti sopra, non glilo
puotero vietare, anzi senza far cosa alcuna memorabile furon astretti indietro
a ritornare. L'anno del nonantatre Conrado Stange, commendator di Ragneta,
espugn intorno alla festa di san Iacomo Miendege, castello di Lituania, e
avendovi uccisi molti Lituani assai pi ne men pregioni; e il duca Vitenen,
messi insieme assai Lituani e Ruteni, per ottanta giorni and scorrendo la
Prussia e a sacco mettendola. E l'anno seguente, fatta una squadra di mille e
ottocento cavalli e facendo il viaggio secretamente per le selve e per i
boschi, entr all'improvisa in Lancicia dopo la festa delle Pentecoste, e fatto
empito nella chiesa catedrale, ove la maggior parte del popolo come in luoco
pi sicuro era fugita, ne uccise un numero grandissimo. E fatti prigioni gli
altri insieme con i prelati, canonici e sacerdoti, mise a sacco la chiesa,
levandone i vasi, le vestimenta e altre cose al divino culto consecrate; n
potendo aver cos facilmente come egli voluto averebbe molti che sopra la
chiesa eran saliti, fece accendere il fuoco in tutte le case ad essa vicine,
onde restaron tutti dal gran calore e folto fumo soffocati. Voltatosi poi
contra le ville, ne cav preda grandissima d'ogni sorte di bestiame e d'altre
cose.
Casimiro, raccolti quanti soldati egli puot in quella pressa, lo and
valorosamente ad assalire per ricuperare la preda e i pregioni e delle recevute
ingiurie vendicarsi; e affrontatosi seco nella villa di Troianow, appresso la
citt Subaczow, con forze assai minori, fu dalla moltitudine de' Lituani
soprafatto e intrepidamente combattendo ucciso e i suoi, morto lui, fur rotti,
uccisi e fatti pregioni. Dopo la qual vittoria dividendo il duca i pregioni
tra' soldati del suo esercito, fu cosa degna da notare che a ciaschedun soldato
lituano vinti Poloni in parte toccarono. E l'anno istesso Meinhardo, gran
mastro della Prussia, dette il guasto a doi territorii della Lituania, a quello
di Pastonv e a quello di Gierscow; e il comendator de Ragneta prese e abbrusci
Keinul, castello de' Lituani. E del nonantasei, entrato Vitenen nel territorio
di Culma e in quello di Colubia, nell'uno e nell'altro luoco gran danni fece, e
indi guid le sue genti in Livonia e misela tutta a ferro e a fuoco. Del
nonantaotto ruinarono i Lituani il castello Strasburg, nel tener di Culma
posto, ed essendo nel ritorno da' cruciferi assaliti convennero a forza lassar
parte dell'acquistata preda. E l'anno seguente fecero seicento Lituani una
correria nella Prussia, mettendo a ferro e a fuoco per tutto ove passavano, e
maggior danno che in altro luoco nel distretto di Natangia fecero; e avendone
in ogni luoco uccisi molti, trecento Teutoni menaron pregioni.
Aveva il duca Vitenen un mastro di stalla Gedimino chiamato, uomo ambizioso e
di grand'animo, qual desiderando di farsi signore, presa sicura occasione, il
suo signor uccise, e presa la duchessa in moglie, la quale alla morte del
marito consentito aveva, si fece del ducato anco patrone: e tal fu il fine del
duca Vitenen. Tutti gli istorici degni di fede questa cosa affermano, solo i
Ruteni vogliono che questo Gedimino fosse di Vitenen figliuolo e che
legitimamente nel ducato li succedesse.
L'anno di Cristo nato mille e trecento essendosi Gedimino, nel modo detto di
sopra, fatto del granducato di Lituania signore, aggrand molto il suo stato,
avendo parte per forza parte d'accordo tirati assai luochi della Prussia sotto
la sua giurisdizione. E mentre egli strenuamente il suo stato governa e
felicemente da' Poloni e da' Prussi lo diffende, i cruciferi prussiensi e
quelli di Livonia, fatta liga insieme e condotti grossi aiuti di Germania, come
nemici nella Samogizia entrarono e rovinando quanto essi incontravano posero
l'assedio alla fortezza di Kunosow e, avendola molti giorni battuta, con un
gagliardo assalto se ne impatronirono, facendovi pregione Gastaldo, capitan
general de' Lituani: col favor dalla qual vittoria tutta la Samogizia sotto al
lor dominio venne. Onde l'anno seguente, volendo Gedimino vendicarse delle
receute ingiurie e de' danni nella Samogizia patiti, scrisse un potente
esercito de Lituani e, condotti in suo aiuto molte bande de Tartari e de Russi,
contra i cruciferi e contra suoi collegati lo condusse. E affrontatosi con essi
una mattina nel levar del sole appresso il fiume Okmiena, dur il sanguinoso
conflitto sino a mezogiorno, sin che la banda de' Samogiti, in mezo al furor
della battaglia abbandonando i cruciferi, dalla banda de' Lituani passarono e
le forze de Gedimino molto accrescettero. Il qual col favor di questi (avendo
anco i suoi preso grande animo) urt s fieramente ne' sbigotiti nemici che li
ruppe, tagli a pezzi e mise in fuga, nella qual molti Germani con i lor
commendatori uccisi furono e altri presi, che a Gedimino furono appresentati.
Servisse egli del favore di questa vittoria, ed entrato nella Prussia prese
Ragneta e Cilza, citt de' nemici, e avendo a molti altri luochi dato il
guasto, trionfante e carico di spoglie ritorn le sue genti alle lor patrie,
avendo anco recuperata tutta la Samogizia e scacciatone affatto tutti i
presidii de' cruciferi. E continuando felicemente questa guerra, del
milletrecento e quattro mossosi contra i prencipi di Russia tagli a pezzi
Volodimiro, duca di Volhinia, con le sue genti, e la citt Voledimira prese; e
voltatosi contra Leone, duca di Luca, lo fece fuggire e occup Luczkum e fecesi
da tutta la Volhinia signore; dopo le quali imprese men l'esercito in Brestia
alle stanze e delle passate fatiche ricreollo.
E ricrescendoli poi lo star in ozio rinforz l'esercito de pi gente e si mosse
contra Stanislao, prencipe di Chiovia, e dopo l'aver espugnati doi castelli,
Vraczaio e Zitomira, s'incontr in esso Stanislao, ch'avendo congiunte le sue
forze con quelle di Leone, prencipe lucense, di Romano branscense e d'Ula
preslaviense, lo venivano unitamente a ritrovare. E fatto con essi un
sanguinoso fatto d'arme li roppe, con la morte del prencipe lucense e di quello
di Preslavia, essendosi Stanislao e Romano con la fuga salvati. Per la qual
vittoria inalzatosi Gedimino a speranza di cose maggiori, adentro nel paese
nemico si cacci, e presa Bialigrodek e Kiovia, mettropoli allor della Russia,
Cercasso, Kaniomia e Putvilla, pass per settanta miglia oltra Kiovia ed ebbe,
parte d'accordo parte a forza, Slempowrato, Bransko e Pereslavia; e fattosi
signore di quasi tutta la Russia, Severia e Volhinia ritorn trionfante in
Lituania. Essendo poi un giorno andato Gedimino alla caccia fuor di Kiernova ed
essendo scorso per cinque miglia oltre il fiume Vilia, trov un luoco per sito
e per natura fortissimo, e piacendoli grandemente vi fabric sopra una
fortezza, e appresso a quella una citt che da lui fu Troko nominata, ove da
Kiernova la sedia del granducato trasport.
Dell'anno trecento e cinque oltra il millesimo, essendo andato alla caccia
verso levante, molte fiere trov ove la Vilna con la Vilia si miscia, e ivi nel
monte allora Krzywagora e ora Turzagoria over Lissa, cio Calvo, detto uccise
di sua mano un'ura, qual  una fiera molto grande; e stracco dalla caccia,
essendo la notte sopragiunta, in quelli monti si pose a dormire. E mentre egli
riposa, li parve in sonno di vedere in quel luoco un gran lupo di ferro che
fortemente urlava, nel cui ventre rugivano altri cento lupi; e dal sonno
destatosi racont l'insonio alla sua guardia e a' suoi cortegiani, che da
diversi diversamente interpretato fu, ma Lezdzieiko, sacerdote de' suoi dei
(qual dicono che fu in un nido d'aquila trovato) e che era molto perito nelli
augurii e nel predire le cose future, interpret i secreti di questo insonio a
questo modo. "Il lupo di ferro, - disse egli, - che ruggiva significa una citt
forte, famosa e nobile, e i lupi che in esso rugivano la gran moltitudine de'
popoli che in essa sono per essere; onde, o signore, io ti consiglio che tu in
questo loco debbi una terra e una rocca edificare". Fu da Gedimino molto
onorato questo sacerdote per la eccellenzia della sua virt e Radiwil quasi
consigliero dello edificare Vilna chiamato; i discendenti del quale, uomini di
gran valore e in pace e in guerra, si mostrano sino a' tempi nostri in servizio
della cristianit esser dotati d'animo generoso e d'ingegno prestantissimo.
Mosso Gedimino dal savio consiglio di Lezdzieiko fece subbito doi torre
edificare, una in cima al soprascritto monte e l'altra nella sottoposta a lui
pianura, appresso alle quale comand si fabricasse una grossa cittade, la qual
Vilna dal fiume che appresso li passa nomin; e transferendo la ducal sede da
Trochi in questo luoco, felicemente avendo dilatati i suoi confini governava il
suo prencipato.
Successero l'anno seguente alcune discordie nel regno di Polonia: dalle quali
presa occasione i Lituani, passando occultamente per i boschi e per luochi
senza strada, si condussero nella maggior Polonia e, presi e abbrusciati i
castelli Kalis e Stanisino con le ville loro, vi uccisero tutti i vecchi e
tutti i puttini, menando pregioni in Lituania tutta l'altra turba de l'uno e
dell'altro sesso. E l'anno medesimo Enrico de Pleczko sassone, mastro de
Prussia, essendosi abbatuto in un tempo scuro per molta nebbia, assalt
all'improvisa e prese nella Samogizia il castello Gartin, fortificato con
presidio de Lituani, quali da' suoi Teutoni uccisi tutti furono. E giungendo di
continuo molti forestieri di Germania in aiuto de' Pruteni, mossero un'altra
guerra a' Lituani, e avendo spogliato il territorio di Karssovin menarono in
Prussia numero grande de pregioni. Del milletrecento e sette entrarono i
Lituani il giorno della festa di san Gallo nel territorio di Syradia e di
Kalissia, ove grossa preda fecero; avendo col ferro e col fuoco molti danni
fatto, si retirarono con prestezza in Lituania. L'anno che a questo successe
Olgerdo, figliuolo di Gedimino, entrato con Lituani nella Prussia vi fece molto
danno e ne cav una preda grossissima. Ed era questa una cosa ordinaria, che i
Lituani e i cruciferi di Prussia spesse volte s'andavano l'uno l'altro
dannegiando. L'anno seguente poi pass l'istesso Olgerdo, quasi sotto
carnevale, con tutte le sue genti nella Prussia e la ridusse per la maggior
parte in ruina, e in Lituania ritorn con cinquecento pregioni; di che vendetta
facendo i cruciferi desolarono all'incontro tutta la Samogizia, e fur da'
Lituani le lor provincie desolate. Dell'undeci poi assediarono con un numeroso
esercito i Samogiti Ragneta, e avendola lungo tempo combattuta, n potendola
prendere, dato il guasto alle lor biade e il tutto all'intorno saccheggiato in
Samogizia ritornarono. Ma Olgerdo, seguitando l'impresa de' Samogiti, pose
l'assedio intorno a Trismemel, e per dicessette giorni continui gagliardamente
lo combattete; e venendo doicento soldati da Enrico, mastro de' Prussi, per
soccorso di quel luoco, li mise essi tutti a fil di spada.
Del milletrecento e venti Enrico, marscalco di Prussia, condusse un ben
instrutto esercito a' danni de' Lituani, quali accompagnati con i Samogiti
presero un passo cattivo per dove nel ritorno bisognava a' cruciferi passare, e
tagliati molti grossi arbori e attraversatili per la strada, pi difficile da
passar lo resero. E indi messosi in aguaiti aspettavano che i nemici
giungessero, quali non sapendo di questo cosa alcuna securi verso la patria
ritornavano; e avvicinatisi alle preparate insidie, fur da' Lituani con
avantaggio tale assaliti che tutti vi restaron morti, senza che pur uno
n'avanzasse da portar la nuova. Andarono indi i Lituani nel territorio di
Dobrzin e, abbrusciata la cittade, carichi di preda a casa ritornarono. E di l
a doi anni rovinarono i Lituani in Livonia l'episcopato derptense, di dove
menarono in Lituania cinquemila pregioni. E in mezo a freddi crudeli del
medesimo anno David, capitano de Gartin, lituano, fece una correria nella
Livonia sino a Ravalia, e abbrusciate le chiese, tolti i vasi sacri, torn in
Lituania seco menando seimila pregioni e quantit grande di spoglie; e
nell'istesso tempo un'altra banda di Lituani e di Samogiti presero la citt di
Memel con tre castelli ad essa vicini. E indi entrati nel distretto di Vilow,
nella Prussia, tagliarono a pezzi il commendator di Capiow con l'esercito de'
Teutoni che egli gli avea contra menato; e David di Gartin, cacciatosi nella
Massovia, li dette il guasto abbrusciandovi molti castelli e ville.
L'anno milletrecento e ventitre, mossisi secretamente, i Lituani assaltarono
nella Polonia la citt dobrzinense e presala l'abbrusciarono, menandone via
novemila captivi. E David de Gartin l'anno seguente dette il guasto alla
Massovia, entratovi dalla banda di Polovska di ordine del duca Gedimino, e
avendo abbrusciate trenta ville e rovinate trenta chiese parochiali,
quattromila pregioni in Lituania condusse; e un altro esercito de Lituani fece
una correria nella Livonia e in molti luochi gran danni vi fece. L'anno
milletrecento e venticinque dette il duca Gedimino Anna, sua figlia, in moglie
al duca Casimiro, del re di Polonia Vladislao figliuolo, consignandoli in luoco
di dote tutti i Poloni che nel suo granducato eran pregioni; per il qual
matrimonio successe la desiderata pace tra Poloni e Lituani. Gedimino dopo,
mentre valorosamente assalta il castello Fridburg, che i cruciferi in Samogizia
fabricato avevano, fu da un crucifero, valent'uomo in tirar d'arco, con una
frezza nella qual era fuoco artificiato nella schiena ferito e di vita cavato.
Ebbe questo prencipe sette figliuoli della moglie di Vitenen suo signore,
ucciso da lui: Montivido o Monivido, Narimondo, Olgerdo, Iawnuto, Keistuto,
Koriato e Lubarto; e oltra di questi ebbe anco alquante figlie, una delle quali
abbiamo gi detto che fu maritata nel re di Polonia Casimiro. Divise egli
mentre viveva il suo stato a' suoi figliuoli, consignando a Munivido, de pi
et, le citt di Kiernovia e di Slonimo con le lor provincie; a Narimundo
Pinsko, col suo distretto, da' Russi o con la forza o d'accordo acquistato; ad
Olgerdo Krewo; a Keistuto Troki; a Kuriato la citt di Novogrodek col suo
territorio; e a Iawnuto (qual pi che tutti gli altri suoi figliuoli amava)
dette la citt di Vilna e la summa de tutto l'imperio. Tocc a Lubato nella
Russia il ducato di Volodimira, percioch, avendo questo preso per moglie la
russa figliuola del duca di Volodimira, ed essendo al socero restato erede, non
ebbe parte alcuna nel paterno stato. Olgerdo e Keistuto grandemente si amarono,
ed essendo per natura d'ingegno molto nobile li spiaceva che Iawnutio, uomo da
niente, fosse del prencipato restato signore. Onde dopo la morte del padre si
consigliarono di torli il prencipato e di Vilna scacciarlo, e, messo l'ordine,
determinaro il giorno da metterlo in esecuzione. Aveva Olgerdo nella Russia il
ducato viteuscense, avendo in moglie una unica figliuola del signor di quei
paesi; ove essendo egli andato per alcune facende, non puot esser il destinato
giorno in Vilna. All'incontro Keistuto, per adempir quanto ordinato si era,
entr all'improviso con le sue genti in Vilna e, fattosi patrone dell'una e
dell'altra rocca, fece cercare di Iawnuto, che in quel rumore fuggito era ne'
boschi; e trovatolo e fattolo in Vilna condurre, lo cacci pregione. Venne poco
dopo Olgerdo di Russia, e col fratello Keistuto abboccatosi, nacque tra loro un
notabile contrasto, percioch Keistuto cedeva il prencipato ad Olgerdo per
esser di maggior etade, e Olgerdo voleva che lui fosse signore, poi che e la
fortuna e la propria virt l'avean nelle sue man fatto cascare. Finalmente dopo
molte cortese dispute si convennero di cavare il fratello Iawonuto di pregione
e tra lor doi divider tutto il stato, restando per Vilna e la suprema autorit
in man di Olgerdo, fratello de pi tempo; e che nissuno entrasse nella
giurisdizione dell'altro, ma che ciascuno la sua parte governasse; e se per
l'avvenire acquistassero con guerra o in altro modo altri paesi, de dividerli
equalmente tra loro. Le qual condizioni furon da essi con giuramento
confirmate; indi, cavato il fratello de prigione, per misericordia fraterna il
ducato zaslaviense li concessero.


Olgerdo prencipe di Lituania.

Olgerdo, avendo sotto Iawnutio col mezo di Keistato ottenuto il prencipato,
fece molte guerre con i Livoni e con i cruciferi di Prussia suoi finitimi,
variando la fortuna or per l'uno or per gli altri. E dell'anno milletrecento e
ventisette un potente esercito di Lituani e di Russi entr come nemico nella
Prussia e l'and in gran parte danneggiando, e prese ch'ebbe molte fortezze e
ammazzati molti Teutoni in vendetta del da loro ucciso suo padre Gedimino,
ricondusse l'esercito in Lituania carico di preda, non avendo mai auto ardire i
cruciferi in luoco alcuno d'opponerseli o di venire con esso a battaglia. E
indi passato con sommo silenzio nella Nuova Marca, l'and tutta scorrendo sino
a Franford, e tutto quel paese che giace appresso l'Odera fiume liberamente a
sacco mise. Dette poi una rotta a tre prencipi de' Tartari, fratelli tra loro,
Kutlubacho, Zacbeio e Dmeitro, e scacciolli fuor della Podolia. Demetrio
Iwanowicz, granduca di Moscovia, insuperbito per la sua gran possanza, mand a
minacciare Olgerdo che egli fra il termine d'un mese voleva alle sue provincie
dar il guasto e che per le feste di Pasqua lo voleva col ferro e col fuoco
venire in Vilna a ritrovare. Si ritrovava alora Olgerdo in Vitebska, che intesa
questa imbasciata li mand una facella accesa, altieramente avertendolo che
prima che quella si smorzasse egli entraria potentissimo in Moscovia e la sua
lancia nelle mura della fortezza di quel duca cacciarebbe. E con somma
prestezza raccolte le sue genti da guerra, a lunghe giornate entr nella
Moscovia e, assediata strettamente la citt ducale, astrense quel tiranno ad
abboccarsi seco e a domandar la pace; qual datali secondo il suo desio, spense
il cavallo e secondo avea promesso la lancia nelle mura di Moscovia ruppe. Con
la qual pace avendo allargato molto i confini del suo stato, col passar sei
miglia di l dal Mozaisko e col avicinarsi a Moscovia miglia dodeci, trionfante
in Lituania ritorn; e indi quasi tutta la Russia al suo dominio sottopose, a'
prencipi della quale soleano gi i Lituani tributo pagare.
Ebbe Olgerdo di Maria sua moglie e figlia del duca thwerense, dodeci figliuoli:
Iagelone (che fu poi re di Polonia), Skiergelone, Boriso, Coributo, Vigundo,
Korigelone, Narimundo, Languino, Lubarto, Andrea e Burano. Tra' quali Iagelone
era pi che gli altri tutti da suo padre amato, percioch esso e di effigie e
di virt e di grandezza d'animo pi de tutti lo somigliava; e con consenso di
Keistuto, suo fratello, fu da lui dechiarato del prencipato erede. Ebbe anco
Keistuto sei figliuoli: Vitoldo, Patricio, Totivilo, Sigismondo, Voijdato e
Dowgato; e amando egli per il suo bello ingegno e animo Vitoldo, lo design suo
successore. Tra questi doi cugini Iagelone e Vitoldo era una stretta
amorevolezza e amicizia.


Iagielo prencipe di Lituania.

L'anno del Signore milletrecento e ottantauno, essendo morto Olgerdo, Iagielo
col favor di Keistuto suo cio ebbe il paterno dominio. Fece con vario evento
molte guerre con Ruteni, con Poloni e con i cruciferi di Livonia e di Prussia.
Era nella corte di Iagielo un certo Voijdilo, uomo di schiatta de villani e
bassa, ma sopra modo astuto; qual avendo da prima servito Olgerdo per pistore,
e conosciuto da lui per uomo di buon ingegno, lo fece suo cubiculario e indi
suo coppiero, e favorendolo la fortuna ascese al grado del pi intimo
secretario che egli avesse, e tale si mantenne sinch Olgerdo visse. E
Iagiello, non lo tenendo manco caro di quello che al padre fosse stato e
stimandolo molto, una sua sorella per moglie li dette; la qual cosa a suo cio
Keistuto grandemente dispiacque. Di che Voijdilo accortosi, entr in sospetto
di correre qualche pericolo nell'autorit e nella grazia del prencipe, e per
rimediarvi cominci falsamente a biasmare Keistuto appresso Iagielo, e fece s
co' suoi falsi consigli che mosse il giovene a far secretamente lega con i
cruciferi di Prussia contra Keistuto suo cio. Fu di questa lega Keistuto
avisato da un crucifero commendatore hosterodense, qual gli avea dal sacro
fonte levata una sua figlia, a Giovanni duca di Massovia maritata. E
volendosene egli risentire, fu da Vitoldo suo figliuolo, che il cio appresso
lui scusava, acquietato. Ma poco dopo, essendosi Iagielo scoperto suo nemico
col mover guerra ai Ruteni polocensi, che erano da Andrea suo figliuolo
governati, e col menar nel suo campo grosse bande di Livoni dal gran mastro di
Livonia mandateli, remosse Keistuto ogni dubbio e venne con le sue genti a
Vilna; e fattosene al primo assalto patrone, fece venire Vitoldo suo figlio e
mostrolli le testimonianze vere della lega contra lui fatta tra Iagiello e i
cruciferi. Ma amandolo lui, come si disse, caramente, oper tanto con il padre
che, tolta solo Vilna a Iagielo, li concesse che potesse godere Kreva, suo
patrimonio, e Vitepska, che per dote della madre a lui toccava. Indi preso
Voijdilo, di tutti questi mali caggione, per la gola lo fece appiccare.
Non pass troppo che, essendo andato Keistuto in Russia per castigare Coributo
suo ribello, mentre egli combatteva Novogradia severiense, Iagielo non solo
ebbe per tradimento la citt di Vilna ma anco, posto l'assedio a Troko, ne
divenne a patti patrone. Per lo che, apparecchiando Keistuto le sue genti de
Samogiti e di Ruteni per andar contra il nepote, mise ancor egli in compagna un
esercito grosso di Prussi e di cruciferi livoni: voleva quello ricuperare Troko
e questo mantenerselo. Ma essendo questi due potenti eserciti venuti a vista
uno dell'altro, prima che al fatto d'arme venissero, mand Iagiello suo
fratello Skergelone ad invitare Keistuto e Vitoldo suo figliuolo ad abboccarsi
insieme; al qual parlamento essendo essi senza alcun sospetto venuti, fur da
Iagiello fatti pregioni, che, messo Keistuto in catena, lo mand a Kreva e in
pregione soffocar lo fece. E Vitoldo tenne in Vilna lungo tempo pregione, n
mai ebbero forza le preghiere de' baroni lituani, del gran mastro de' cruciferi
di Prussia suo collegato, n quelle de' fratelli e de' suoi cii di farlo di
pregione liberare; anzi ordin che in Kreva condotto fosse e ivi fatto morire.
Dalla qual morte dalla moglie liberato fu, percioch, avendo essa libert
d'andarlo in pregione a visitare, una notte lo fece vestire de' drappi d'una
sua damigella, e cos stravestito lo condusse fuori, restando facilmente i
guardiani ingannati per esser egli giovenetto sbarbato. Liberato che egli fu,
and subito a trovare Giovanni, duca di Massovia, suo parente, e indi a'
cruciferi di Prussia pass, a lor raccommandandosi. Da' quali fu prima ripreso
che egli cercasse la lor amicizia, ora che dalla necessit era sforzato, e poi
benignamente lo consolarono e l'esortarono ad aver buona speranza. E subito
unitisi i cruciferi con i Samogiti, che grandemente Vitoldo favorivano, e fatto
empito nella Lituania, presero Troki e la fortificaro con grosso presidio; ma
tornando Iagiello di Russia, ove si trovava alora, riprese quel luoco e
scaccionne i nemici. Finalmente, richiamando Iagiello per suoi internuncii
Vitoldo in Lituania e con lui pacificatosi, lo fece signore di Grodna, di
Breste, di Drohicino, di Mielnik, di Bielsk, di Suraso, di Camenez e di
Wolkowisko con lor territorii, facendosi promettere e giurare obedienza e
vasallaggio, e tra l'altre cose di non mandar ambasciatori in luoco alcuno
senza sua saputa. Gli annali di Lituania vogliono che oltra le predette citt
li fossero da Iagiello dati nella Russia anco i ducati di Volhinia e di
Podolia.
Poco dopo, mancando il regno di Polonia per la morte di Ludovico, re degli
Ungari, fu Iagielo con alcune condizioni (come nella descrizione di Polonia si
vede) da' Poloni a quel regno chiamato, e alli quattordeci di febraro del
milletrecentoottantasei insieme con i fratelli e con i suoi cugini in Cracovia,
metropoli di Polonia, battizato fu; e il giorno istesso matrimonio contrasse
con Hedvige, unica erede del regno e di Ludovico re degli Ungari e de' Poloni
figlia, e per molti giorni si attese in quella corte a giuochi e a solazzi. Nel
qual tempo Conrado Zelner, gran mastro de' cruciferi di Prussia, vedendo esser
la Lituania senza i suoi signori, che erano andati tutti queste nozze ad
onorare, congiunse le forze col gran mastro di Livonia e andolla da doi bande
ad assalire, e col ferro e col fuoco in molte sue parti il guasto li dette. E
presa in Russia Lucomlia, luoco forte, vi lasci in guardia Andrea, di Iagiello
fratello, qual in Russia si era fatto cristiano e il quale questa espedizione
procurata aveva, al qual anco i Polocensi d'accordo si dettero. E nell'istesso
tempo Swatoslao, duca di Smolenco, entrato nella Russia, il territorio di
Vitepsko e d'Orsha a sacco mise e per forza Mscilavia prese. Le qual cose
intese ch'ebbe Iagielo, invi subbito Skiergelone e Vitoldo con i Lituani e con
i Poloni volontarii in Lituania. Quali accelerando il viaggio non poterono per
giungere l'esercito di cruciferi, che gi di Lituania era partito; ma
ricuperarono di subbito Lucomlia, e d'indi in Misczlavia andati con poca fatica
di tutto quel paese patroni si fecero, amazandovi Svatoslao che occupato
l'aveva; e recuperata anco Polocza, castigarono quelli che l'avean data a'
nemici. Ed essendo in questa impresa restato pregione Andrea, fratello del re,
che de tutti questi rumori stato era cagione, fu di commissione del re tenuto
serrato tre anni pregione nel castello dheczinense di Polonia, di dove fu poi
finalmente liberato a instanzia de Vitoldo suo cugino e degli altri suoi
fratelli. Ne resta ora a dire in che maniera i popoli di Lituania insieme con i
lor duchi alla cristiana fede venissero e alcune altre cose a' Lituani
appartenenti.


Dell'antiqua religione de' Lituani.

Fu la gente lituanica e samogitica dedita al culto di molti dei, o pi tosto
demonii, sino al tempo di Iagielo Vladislao, che di duca di quei paesi fu alla
corona di Polonia assunto, e del quale diffusamente ragionato abbiamo nella
descrizione de' re di Polonia. E pi d'ogni altro erano questi popoli dedicati
ad adorare il fuoco, da essi in lengua loro znicz, come  dire cosa sacra,
chiamavano; e lo mantenevano ne' pi onorati luochi della citt perpetuamente
acceso, avendoli solenni sacerdoti e ministri consecrati, e se per colpa loro
il fuoco si smorzava erano puniti di pena capitale. Conservavano in Vilna,
metropoli di Lituania, questo fuoco in mezo la cittadella, nel luoco ove adesso
drizzata  la bella chiesa di Santo Stanislao. Tenevano anco e adoravano per
dio il fulmine, o vogliam dir saetta, che peruno in lengua slavica si chiama;
onoravano di adorazione di latria i boschi e gli arbori in essi di maggior
grandezza, di sorte che era tenuto gran sceleragine il violarli o con ferro o
con altra sorte d'ingiuria. La qual cosa se da qualche Lituano, osservatore
dell'istessa religione, fatto era, cio si egli a modo alcuno offendeva qualche
arbore overo il fuoco, era subbito da' diavoli o amazzato o stroppiato di
qualche membro. E quando vedevano il sole oscurarsi per cagione delle nubi,
stimavano che egli con loro corrocciato fosse, e per placarlo ad esso si
avvodavano. Credevano anco che le vipere e serpenti fosser dei, e ciascuno
padre di famiglia cittadino, contadino e ciascun nobile tenevano in casa loro
un serpente, quali in luoco degli dei penati e famigliari adoravano,
offerendoli latte e galli. Ed era cosa di cattivo annuncio e perniciosa
riputata a tutta la famiglia il violare o disonorare in alcun modo o non tener
in casa e accarezare alcuna di queste fiere e venenose bestie, percioch questi
tali overo de tutti i lor beni privati erano, overo con crudelissimi tormenti
erano uccisi. Era poi tra loro ogni anno un sacrificio solenne qual nel
principio d'ottobre, dopo fatto il raccolto, essi facevano, al quale si
reducevano con le moglie, figliuoli e servi, e per tre giorni attendevano
sontuosamente a banchetti, mangiando quello che a' lor dei sacrificato avevano;
la qual cerimonia in Samogizia, Lituania e in alcuni luochi della Russia da'
vilani ancor si osserva, come di sotto al suo luoco si dir.
Quando essi vittoriosi dalle guerre tornavano, parte della preda e uno de' pi
degni pregioni ch'avessero in vece di vittima al fuoco donavano. Abbrusciavano
i corpi de' morti con quelli ornamenti de' quali il morto, mentre viveva,
sapevano essersi dilettato, con i cavalli e arme, doi cani da caccia e un
falcone, e solevano anco con il corpo di qualche grand'uomo abbrusciare vivo il
pi caro e fidel servitore che egli avesse avuto, e per questo grandissimi
presenti agli amici del servo e a' parenti facevano. Facevano l'esequie in
torno a' sepulcri de' lor passati spargendovi sopra late, miele e cervosa e a
suono di piva e di timpano molti balli facendovi; qual costume ancora da'
contadini si mantiene nelle parti di Samogizia che con la Curlandia confinano.
Quali errori e vane superstizioni furono da Iagiello tolte via dopo che egli si
congiunse in matrimonio con Hedvige, del regno di Polonia unica erede, come di
sopra appare ove de' regi di Polonia si tratta. Percioch egli, assettate
ch'ebbe le cose di Polonia, non potendo patire che la Littania sua patria
stesse pi persa nel servire a' demonii, comand una dieta generale in Vilna,
metropoli di Lituania, per il principio di quadragesima dell'anno
milletrecentoottantasette, alla quale vi si condusse egli con la regina
Hedvige, da grandissimo numero di baroni e di nobili poloni accompagnato,
menando seco l'arcivescovo di Gnezna e molti sacerdoti e altre devote persone.
Ve lo accompagnarono anco Semovito e Giovanni di Massovia e Conrado di
Olesnicia duchi. Vennero a questa dieta Skergelo di Troko, Vitoldo di Grodna,
Volodimira di Kiovia e Coributo di Novogrod duchi, del re Iagielo fratelli, con
una moltitudine infinita di cavallieri e di popolo minuto. Fu in questo luoco
diligentemente trattato che i popoli, renonciando alle vani superstizioni e al
culto degli falsi dei, la cristiana fede accettassero, affaticandosi in
persuaderli questa cosa pi d'ogni altri il proprio re, non solo col esortare e
gran premii promettere, ma anco insegnando, non potendo ci fare i sacerdoti
poloni per non aver la lengua littuana. Ma quella barbara gente difficilmente
si poteva indurare a lassare quella religione che per tanti anni da' suoi
antichi era stata osservata, sinch, essendo di comandamento del re smorzato il
fuoco sacro e gettato per terra il suo tempio e altare, qual era in Vilna ove
ora  la chiesa di Santo Stanislao, i serpenti uccisi, tagliati i boschi e gli
arbori sacrati senza alcuna offesa di Poloni che queste cose facevano, si
ritrovarono i Lituani in tutto stupidi e maravegliati, percioch dicevano essi:
"A che modo i nostri dei perdonano tanta ingiuria a questi ribaldi cristiani
poloni e si lassano cos bruttamente offendere con le scelerate lor mani,
essendo che qual di noi questo facesse da lor sarebbe subitamente ucciso?" E
seguitando pur i Poloni senza esser punto offesi in destrugere i tempii e
statue di quei falsi dei, conobbero gran parte de' Lituani la falsit della lor
religione e, rendendosi facili ad obedire il lor signore, vennero in
grandissima quantit al sacro battesmo, che furon tutti di vesti bianche di
lana vestiti quali per questo effetto dal re eran di Polonia state portate. Ed
essendo troppo gran fatica battizarli tutti ad uno ad uno, fu questo onore
fatto solo alli pi nobili; e il volgo partito in diverse turme fur da'
sacerdoti, aspergendoli di acqua benedetta e imponendo a ciascuna turma un nome
o di donna o di omo, battizato in nome del Padre, del Figliuolo e del Spirito
Santo, e a questo modo in un giorno ne fur battizati trentamila, non computando
tra questi i pi nobili n quelli che in Polonia col re s'eran cristiani fatti;
dal qual tempo sono sempre i Lituani stati saldi nella cristiana fede.


Skergelo prencipe di Lituania.

Accettata ch'ebbero i Lituani la lege di Cristo, volendo Iagielo in Polonia
tornare, invest Skergelone suo fratello del ducato di Lituania e al governo di
quello lassollo. Onde Vitoldo, signor d'animo grande, sdegnandosi e avendo per
indegnit di dover obedire a uno uomo peggiore di s e di nissun valore,
fortific Grodna e Brzeste sue rocche e, di grosso presidio fornitele, se
n'and con Anna sua moglie in Massovia a trovare il duca Giovanni suo genero;
di dove pass in Prussia e abboccossi co' cruciferi, dai quali fu umanamente
accettato, sperando essi col suo mezo di facilmente impatronirsi di Samogizia e
della Lituania. Cominci per tanto Vitoldo a travagliar la Lituania con l'armi
de' cruciferi di Prussia e di Livonia; ma accortosi ad alcuni segni che egli
malamente de' cruciferi si potea fidare, mand internuncii a Iagielo suo
fratello e, reconciliatosi con lui e avuta da lui speranza d'esser granduca di
Lituania instituito, vestitosi in abito di crucifero secretamente in Lituania
corse e per non tornar da' nemici, come se dice, con le mani vuote prese tre
rocche de' cruciferi confine a' Samogiti, Iurgemburg, Mergerburg e Neginhasun,
essendovi come amico stato dentro recevuto: spian egli questi luochi parte
amazando, parte facendo pregioni i capitani e i soldati che vi erano in
presidio. Ma vedendo poi che la speranza datali del ducato andava in lungo,
tent di pigliar Vilna a tradimento in questo modo. Sparse fama di voler fare
in Vilna feste solenni nelle nozze d'una sua sorella e, fornite cento carrette
di valorosi soldati, li coperse di strame e inviolli nella rocca di Vilna come
se fosser carichi di salvaticine e altre robbe per le nozze necessarie. Fu
questa sua fraude scoperta prima che le carrette nella rocca entrassero, ed
esso cascato di questa speranza, avendosi prima reconciliati gli animi de'
cruciferi col mezo de' suoi ambasciatori, fugg di nuovo nella Prussia, di dove
di l a doi anni venne con grosso esercito ad infestar la Lituania.
L'anno poi milletrecentononanta pass Iagielo, re di Polonia, con le sue genti
in Lituania per reprimere le correrie che da Vitoldo in essa erano fatte: prese
Camenez e, posto l'assedio a Grodno, fortezza di Vitoldo posta appresso il
fiume Nemen e da lui di grosso presidio provista, il giorno quinquagesimo
dell'assedio se ne fece per forza patrone, non avendo mancato fratanto Vitoldo
di tentar varie stratageme, ma sempre indarno, per darli soccorso. E l'anno
istesso, nel maturire delle biave, entrarono i cruciferi da tre bande in
Lituania, con pretesto in apparenza di voler vendicare Vitoldo e in stato
rimetterlo, ma in vero per farsi essi signori di quella provincia. Guidava uno
di questi eserciti Vitoldo, il mastro de' cruciferi di Livonia l'altro, e il
terzo avea per capo Conrado Valerodo, gran mastro di Prussia e di tutta questa
impresa supremo capitano. Dettero questi il guasto per tutto ove passarono, e
preso e abbrusciato Troko se accamparono tutti insieme sotto Vilna, la fortezza
inferiore delle quale ebbero subito, per tradimento de' Russi e d'alcuni
Lituani che il fuoco vi impicciarono, nelle mani. Di dove mentre Corigelo,
fratello del re e cio di Vitoldo, fuggendo l'incendio se n'andava, fu da'
nemici preso e tagliatoli il capo, e gli altri tutti che erano in essa parte
dal fuoco, parte dal ferro inimico fur di vita cavati, che fur contati sino al
numero di quattordecimila.
Era in presidio della fortezza superiore il capitan Nicol Moscorovio con una
buona banda di Poloni, qual non puot mai sbigottire, s che a' nemici si
rendesse, n la occisione de' suoi nell'altra rocca fatta, n il vederla ardere
e convertirse in cenere, n minaccie nemiche che cercavano spaventarlo col
mostrarli la testa di Corigielo, n i molti e gagliardi assalti da' nemici
datili, con tutto che gli avessero gettati per terra gran parte de' muri. Li
quali non avendo esso il modo da poterli riffare, n terra da riempire le
rotture in essi fatte, venne all'ultimo a questo rimedio, d'attaccare molte
pelle d'animali tra una ruina e l'altra di quei muri e a questo modo coprirsi
da' spessi tiri de' nemici: e negli assalti coi proprii petti i soldati quei
passi serravano. E anco Skergelone, fratello del re, uscendo spesso con i suoi
Russi e Lituani sopra dei nemici e molti uccidendone, indeboliva grandemente le
lor forze; onde, vedendo essi l'impresa difficile, nel mese d'ottobrio
l'assedio abbandonarono, lassando il paese tutto dannegiato.
E l'estate seguente, essendo tornato Vitoldo con i cruciferi sopra Vilna ed
essendo essa da' Poloni valorosamente diffesa, fu sforzato a torsi
dall'impresa, e i cruciferi, per non parere d'esser venuti indarno in quelle
parti, presero per forza di ritorno i castelli Vilcomera e Novogrod, e
amazzativi i presidii di Sckergelone gli abbrusciarono. L'istessa estate fecero
i cruciferi doi altre correrie in Lituania, mettendo il tutto a sacco, e
drizarono tre forti appresso Cowna, Mennerdero, Metenburg e Riteverdero; e
concessono uno a Vitoldo, fortificarono gli altri doi con i lor presidii, di
dove infestavano tutto il circonvicino paese. Onde, rincrescendo finalmente al
re Iagielo le tante percosse della Lituania, mand Enrico, figliuolo di
Semovito duca di Massovia, a trattar secretamente la pace con Vitoldo e
rechiamarlo nel granducato di Lituania. E a questo modo tra loro la pace
successe, concedendo il re Iagielo a Vitoldo suo cugino il ducato di Lituania,
quantunque avesse de' fratelli carnali a' quali era pi onesto che concesso
fosse. Assettate le cose con queste condizioni e avendo ottenuto Vitoldo quanto
egli desiderava, fece alla sprovista pregioni i cruciferi e i mercanti germani
che in Riteverdero seco si trovavano e, abbrusciato il luoco, in Lituania li
condusse. Fu mentre egli era in viaggio assalito da' cruciferi degli altri doi
forti, ma fur da lui facilmente rotti e ributtati e i lor forti presi e
abbrusciati. Giunto poi che egli fu in Vilna con molti pregioni e ricca preda
de cruciferi, da Iagielo fu onoratamente e con molta clemenza ricevuto.


Vitoldo granduca di Lituania.

Vitoldo, di Prussia rechiamato, l'anno della nostra salute milletrecento e
nonantadoi fu da Iagielo, suo cugino e re di Polonia, investito del granducato
di Lituania e fatto supremo signore de' Lituani e de' Ruteni, ed esso e con
solenne giuramento e con instrumenti e scritture s'oblig d'esser sempre a
devozione de' re di Polonia. Non pass troppo dopo fatta questa investitura
che, non potendo sopportare Swidrigelone e Skiergelone che Vitoldo fosse stato
da Iagielo a' fratelli carnali preposto, mossero guerre civili contra Vitoldo.
Ed essendo Swidrigelone debole de forze, si retir in Prussia e, unitosi con i
cruciferi, dette con essi molti travagli alla Lituania; sotto la scorta del
quale presero i cruciferi i castelli Suraso, Gartena e Stramela. Ma Skiergelo,
di maggior animo dotato e di forze pi gagliardi provisto, raccolte quante
genti egli puot si mostr nemico Vitoldo; per acquietare i quai rumori
convenne di nuovo tornare il re Iagielo in Lituania, e aggiungendo ai stati di
Skiergelone il territorio cremenense, il stanubudense e il trocense, lo rese
pacifico e quieto. E ribellandosi poi Coributo a suo fratello Vitoldo, fu da
lui rotto in battaglia. Si mosse indi Vitoldo d'ordine del re contra Orshan,
fortezza della Russia, e fattosene patrone ebbe anco a patti Vitebsko sotto
Svidrigelone, ove lo vennero supplichevolmente a ritrovare il duca odrucense e
il prencipe di Smolenco e li promisero esserli vasalli fideli. Indi si
sottopose Vitoldo Zithomira e Kiovia, di Russia metropoli, e scacciatone il
duca Volodimiro, russo per nazione, la don secondo che egli aveva promesso a
Skiergelone, suo fratel cugino. Qual ancor egli maneggiando felicemente l'armi
e passando oltra a Kiovia, Circasso e Swinigrod, castelli posti appresso il
Boristene, al suo dominio sottopose. E poco dopo, essendo Skiergelone alla
caccia andato, fu da un monaco russo, dell'arcivescovo vicario, invitato a una
sua villa, ove dandoli una bevanda avenenata lo priv di vita; e fu in Kiovia
sepolto in certe profondissime e sotterranee caverne, petzari chiamate, chiare
e illustri per le sepolture de' prencipi di Russia.
Dopo la cui morte dette Vitoldo il governo di Kiovia ad un certo figliuolo
d'Olgemundo, e mandando Simone, suo capitano, dette il guasto a quasi tutto il
ducato rhesanense; indi passando esso in persona sopra Smolensko scacci di
quel luoco Glebo, di esso signore, per non gli averli egli reso obedienza, e
messo un altro al governo di Smolensko, ricevette e accarez in esso Basilio
duca di Moscovia, che da lui invitato venuto era a trovarlo. Roppe poi e tagli
a pezzi col mezo di Algerdo, luocotenente generale delle sue genti da guerra, i
Tartari con tre lor famosi capitani. Ed essendoseli ribellato Theodoro,
figliuolo di Coriato, duca di Podolia, n'ebbe vittoria e fecelo prigione e tir
sotto al suo giogo Bratislavia, Camenez, Smotricia, Scala, Cervonigrod e tutta
la Podolia, della qual a Iagielo re di Polonia dono fece. Mentre Vitoldo a
queste imprese attese, i cruciferi di Prussia, incitati da Swidrigelone, qual
come si disse tra loro era rifugito, travagliarono con molte correrie la
Lituania, presero alquanti castelli e tentarono d'impatronirsi anco di Vilna,
capo di quel ducato, dalla qual senza effetto convennero partirsi. E i Lituani,
con i Poloni che con essi si trovarono, entrati nella Prussia fecero in essa
non minor danno di quello che i lor paesi patito avevano.
L'anno milletrecento e nonantasei apparecchi Vitoldo una espedizione contra
Tartari, e avendo rotte le lor genti da guerra ne condusse una trib pregioni,
nel lor lenguaggio horda chiamata; e donati parte de' prigioni al re e a'
baroni di Polonia, pose gli altri sopra il fiume Vacca, luntani da Vilna doi
miglia, consignandoli ivi all'intorno campi da cultivare. Quali sino al giorno
d'oggi ivi dimorano, e con tutto che alla agricoltura dati se siano, non hanno
per in tutto tralassate l'arme, e osservando la maumetana superstizione con le
lor leggi liberi viveno, riconoscendo come tutti gli altri Lituani, n peggio
trattati di loro, per lor signore il re di Polonia granduca di Lituania; e
hanno la propria insegna da portar nelle guerre, di lettere arabice scritta.
L'anno seguente, dissuadendolo indarno il re e la regina di Polonia, si mosse
Vitoldo con forze maggiori contra Tartari, da molti illustri signori di Polonia
e di Lituania desiderosi di gloria accompagnato. E fatta la resegna delle sue
genti in Kiovia, pieno di buona speranza penetr nelle larghissime campagne de'
Tartari, regnando in quel tempo tra loro nella gran Scizia il Tamerlano, uomo
in vero bassamente nato, ma che con la scienzia dell'arte militare e per
beneficio di fortuna era a tal grandezza asceso che si ritrovava nel suo
esercito un millione e docentomila soldati; e avendo dato una gran rotta a'
Turchi con amazzarne in un fatto d'arme ducentomila, fece prigione Baiazet,
grande imperator de' Turchi, che in quel tempo Costantinopoli assediava, e,
messolo in una gabbia di ferro, se lo strasin dietro per tutta l'Asia ligato
con catene d'oro. Scorse con maravigliosa prestezza, destrusse e occup questo
Tamerlano l'anno milletrecentononantasette l'Iberia, l'Albania, l'Armenia, la
Persia, la Mesopotamia e l'Egitto e riemp il mondo col spavento del suo nome.
Ora, avendo varcato Vitoldo la Sula e la Psola fiumi, era senza contrasto
alcuno nelle campagne de' Tartari passato, quando fu d'ordine del Tamerlano in
un subbito incontrato da Ediga, uno de' potentissimi capitani de' Tartari, che
seco una innumerabile moltitudine del Tartari menava. E venuti al fatto d'arme
ebbero i Tartari una sanguinosa vittoria, e se non fossero stati cos di numero
tanto superiori, come erano, restavano sicuramente dalla virt de' Vitoldiani
superati e venti. Morirono in questa battaglia molti prencipi di Lituania e di
Polonia, tra' quali de' pi nominati sono tre fratelli del re Iagielo di
Polonia, Andrea, Demetrio e Coributo, e altri nuovi duchi lituani e russi; e
pochi furon fatti pregioni. Vitoldo insieme con Swidrigelone suo cugino, con
Ostroroge e Samotulio poloni, con velocissima fuga si salvarono; e Melstinio
polono, potendosi con la fuga salvare, volse pi presto cacciarsi nelle folte
squadre de' nemici e valorosamente combattendo morire.
L'anno millequattrocento e tre fece di nuovo guerra Vitoldo con Smolenzci, che
ribellati s'erano; e confidatosi negli aiuti de' Poloni assedi il forte
castello di Smolensko, ove tutti i pi nobili con le lor moglie, figliuoli e
richezze retirati si erano, e dopo lungo combatterlo l'ebbe finalmente a forza,
e delle gran richezze in esso trovate parte mand a donare al re di Polonia,
parte secondo i lor meriti tra' soldati divise. Ed essendoseli resi d'accordo
tutti gli altri luochi, redusse quel ducato in forma di provincia. Entrarono i
cruciferi di Livonia nella Lituania, e fattovi grosso bottino nelle lor patrie
tornarono; che seguiti dalla luntana da Vitoldo, quando vide egli che disfatto
l'esercito erano chi qua chi l alle lor case andati, entr qual rapido
torrente nella lor provincia e l'and scorrendo, guastando e abbrusciando tutte
le ville e luochi men forti, e avendo anco preso e abbrusciato un forte
castello chiamato da' Germani Dunimburg, posto sopra il fiume Dwina, se retir
nella Lituania carico di preda. N varc troppo tempo che da nuovo fu la
Lituania travagliata da una banda da' cruciferi di Prussia e dall'altra da
quelli di Livonia, di che ne fu caggione Swidrigelone, che la seconda volta era
tra loro riffugito. Onde e il re Iagielo e il duca Vitoldo, mossi a compassione
de' danni che i lor popoli pativano, richiamaron Swidrigelone di Prussia e il
ducato di Podolia li concessero. Ma questo uomo ambizioso e perverso, n punto
acquietato per questa regia liberalit, abbrusci i castelli che egli in Russia
possedeva, e non potendo pi aver recapito in Prussia per le condizioni
nuovamente fatte tra il re polono e i Prusiensi, tra le quali era questa, che
essi non potessero pi accettare alcun bandito che della casata regia fosse, se
ne fugg in Moscovia alla corte del duca Basilio. E l'istesso anno, che fu del
millequattrocento e sei, avendo Vitoldo fatto pace con tutti i cruciferi, pass
il fiume Hugra e ruppe la prima volta guerra contra il Moscovita, pretendendo
esser a questo provocato dall'ingiurie fateli dal genero del duca Basilio; e
dato il guasto per il lungo e per il largo dentro alla Moscovia, carichi di
preda ricondusse i soldati in Lituania. E l'anno che venne, fortificato con
grossi aiuti di Polonia e de' cruciferi, torn con maggior forze a questa
guerra e scorse quel ducato sacchegiando e abbrusciando per tutto ove passava,
sino che giunse all'Occa, grandissimo fiume: n pi inanzi passar puot,
impedito dall'arme di Swidrigelone suo cugino, che in favor del Moscovito
combatteva. Finalmente ottenne il duca Basilio da Vitoldo la pace, e fu tra
loro con condizioni equali confermata.
Mentre che queste cose succedono, non sapendo Sigismondo Coributo cosa alcuna
della triegua tra' cruciferi e il fratello fatta, raccolto un buon esercito de
Lituani, entr con esso a' danni della Prussia e, avendovi tre castelli e molte
ville prese e abbrusciate, ne riport un grosso e ricco bottino. Onde i
cruciferi, non ammettendo scusa alcuna de ignoranzia, subbito per vendicarsene
si mossero e, passati occultamente per alcune foresti ove non fu mai n strada
n sentiero, sopra Volkovisko inaspettati giunsero: e fattosene con un
improviso assalto patroni, e il castello abbrusciarono e una infinita
moltitudine di ogni sesso ed et, che in esso erano nelle sollennit del culto
divino in quel giorno di festa occupati, ne menaron pregioni. Non era in questo
tempo Vitoldo pi che sette miglia indi luntano, che intesa la venuta de'
nemici si retir con prestezza insieme con la moglie ne' luochi pi reposti di
quella foresta, e vi stette finch seppe i nemici esser partiti, percioch non
ebbe egli mai ardire d'opporsi a' nemici che a' suoi luochi il guasto devano,
ma sempre partiti che essi erano ne' lor paesi entrava, la pariglia de' danni
recevuti rendendoli.
L'anno poi millequattrocento e quindeci condusse Vitoldo grosse bande de
soldati di Polonia e mosse guerra a' Russi di Pskovia, quali, non si sentendo
atti a potersi diffendere, la pace con molto oro e argento comprarono; e il
simile poco dopo fecero quei di Novogrod a' Pskovesi vicini, acquietando con
molti doni Vitoldo, che a' lor danni mosso si era. Finalmente Sigismondo, re
de' Romani, per far che Iagielo re di Polonia e Vitoldo di Lituania duca tra
loro si rompessero, fece secretamente con Vitoldo lega e promiseli, a onta e
ingiuria de' Poloni, di incoronarlo di corona regia, cosa grandemente da
Vitoldo, uomo ambizioso e di grand'animo, desiderata. Alla qual cosa
contradicendo gagliardamente Iagielo suo cugino co' Poloni tutti, nacquer tra
lor diverse controversie. Sigismondo mand in questo tempo ambasciatori a
Vitoldo, ricercandolo che giurasse di mantenere la promessa lega, e per essi lo
appresent d'un drago d'oro politamente e con grand'arte lavorato, qual fosse
come un segnale o pegno della lor amicizia. Accett Vitoldo la cortesia del
mandato presente, ma non volse ad alcun patto far il giuramento del qual era
richiesto, e con tutto questo non si removeva dalla ambizione d'esser da
Sigismondo dechiarato re di Lituania e di regal corona il capo ornarsi; la qual
promisero gli ambasciatori imperiali a mezo il mese d'agosto portarli.
Non passarono questi accordi cos secretamente che Iagielo re di Polonia non ne
fosse avisato, che subbito commise a Giovanni Czarnkovio, sottocamerario di
Posnania, uomo solecito e diligente, che, postosi a' confini della Polonia e
della Sassonia, facesse ogni opera d'aver nelle mani gli ambasciatori che
inanzi e indietro per questo negozio andavano. Prese egli poco dopo Batista
Ciegola italiano, dottor di legge e di patria genoese, insieme col Rota
germano, che da Cesare a Vitoldo andavano, e avendoli cerchi e toltoli le
lettere li lass poi al lor viaggio andare. Lette ch'ebbe il re queste lettere,
intese per esse che presto passaria un'altra man di ambasciatori con la regia
corona, e che per Vitoldo, rimosso ogni dubbio, dovesse unirsi e far lega con
i cruciferi di Prussia e di Livonia, con gli Ungari e con Germani a danno del
regno di Polonia. Quando la nuova di questa cosa per la Polonia si sparse fu
tale l'alterazione e sdegno che quei popoli ne presero che, senza che da alcuno
commandato li fosse, dato di man all'arme e inalborate l'insegne, appresso
Turagora si posero, apparechiati di andare per la quiete, onore e riputazione
della patria loro a trovare il nemico sin sugli estremi liti del Germanico
oceano. S'approsimavano ormai i cesarei ambasciatori a' confini di Prussia, per
la qual passar dovevano, quando, avendo inteso essere i passi da' Poloni
occupati, non ebbero ordine de passar pi avanti; anzi, avendo indarno doi mesi
aspettato per veder se a qualche modo pur passar potessero, n trovando strada
alcuna sicura, a Cesare in Ungaria tornarono. E poco dopo, avendosi preso
Vitoldo grandissimo affanno per non aver potuto ottenere quanto esso desiava,
del millequattrocento e trenta nella citt di Troki usc di vita, dopo l'esser
ottanta anni vivuto. Prencipe veramente solicito e d'animo invitto, e che in
tutta la sua vita mai altro che acqua avea bevuto, temperatissimo nel mangiare,
e tanto intento in non voler mai il tempo indarno consumare che molte volte
espediva le cause e agli ambasciatori dava risposta mentre a tavola per mangiar
sedeva; ma molto inchinato a' solazzi venerei, percioch egli era solito,
ottenuta che egli avea de' nemici la vittoria, lassare le sue squadre anco nel
paese nemico e con velocissime poste andare a casa a ritrovar la moglie. Fu
molto cortese e liberale a' forestieri, ma voleva in obedienza i suoi tenere
pi tosto con la paura che coi beneficii. Fu di statura mediocre, debole di
complessione e solito di portar rasa la barba e le mascielle.


Swidrigelone prencipe di Lituania.

Sepulto e fatte l'esequie a Vitoldo nella rocca di Vilna, fu da Iagielo il
governo di Lituania a Swidrigelone, suo fratello, di Vitoldo cugino,
consignato; qual era uomo d'animo vile e dato all'ubriachezze. Ma i baroni
poloni, provedendo all'utilit della patria e ben considerata questa cosa,
chiamarono a parlamento Daugerto, palatino di Vilna, qual da Vitoldo al governo
di Podolia era stato posto; e non sapendo esso quanto da essi si trattava, lo
fecero pregione e occuparono Kamenez, Smotric, Skala e Cervonigrod, e
facilmente della maggior parte della Podolia signori si fecero, levandola dalla
obedienza de' Lituani. La qual cosa risaputa ch'ebbe Swidrigelone, uomo
violento e molto precipitoso, smenticatosi de' beneficii dal re suo fratello
recevuti, qual in quei giorni celebrava in Vilna gli officii funebri al defonto
prencipe, cominci a bravare contra di lui e scopertamente minacciarli pregioni
e morte, insieme con tutti i suoi Poloni, talmente che fur essi sforzati a
farli giorno e notte diligente guardia. E il re, o perch egli temesse della
sua persona o pur perch egli la parte di Swidrigelone favorisse, acconsent
che la Podolia restituita li fosse e scrisse di questa cosa a' magistrati di
quei luochi, mandando le lettere per Tarlone, uno de' suoi baroni, nelle quali
commandava che si dovesser consignare i luochi di Podolia in nome de
Swidrigelone suo fratello a Michiel Baba russo, suo commesso. Ma Andrea
Tencinio e Nicol Brevicio, nobilissimi gioveni poloni che il regio sigillo
tenevano, mossi dall'amore che alla patria portavano scrissero lettere a
Michiele Buczac, che era al governo di Camenez di Podolia, avisandolo che il re
vinto da estrema necessit cedeva la Podolia a Swidrigelone, e che per egli
non solo non dovesse obedire alle regie commissioni, ma che anzi dovesse
subbito far pregioni il Tarlone e il Baba. E perch non era sicuro mandar
palesemente queste lettere, percioch di ordine di Swidrigelone erano
diligentemente cercati tutti quelli che per i suoi luochi passavano, dentro a
un candelotto di cera le chiusero e, a Tarlone datolo, lo pregarono che, giunto
che egli fosse in Camenez, a Buczac presentar lo dovessero e da lor parte dirli
che, chiamato esso i magistrati della citt, se non voleva commettere errore
dovesse da quel candelotto il lume ricercare. Fece il giovene Tarlone, non
sapendo come il fatto passasse, fidelmente questa imbasciata; ed essendo il
Buczac uomo molto intelligente, comprese quello che poteva essere e, rotto il
candelotto e lette le lettere che in esso erano, mise pregione il Tarlone e il
Baba, n lass entrare alcun Lituano nelle fortezze di Podolia. E anco in
Polonia, essendovi giunta la nuova del pericolo del re, fecero con prestezza
provisioni di genti da guerra per andare a soccorrerlo. Onde Swidrigelone, di
questo avisato, si riconcili col re suo e appresentatoli molto oro e molto
argento libero lo lass tornare nel suo regno. Ma non rest per questo di menar
il suo esercito in Podolia per ritornarla sotto al suo domino, al qual venne
contra il re Iagielo con le sue genti da guerra: e s'affrontarono insieme il
giorno di santa Margarita del millequattrocento e trentauno appresso la citt
di Luczkum, e avendo consumati molti giorni tra lor scaramucciando, vennero
finalmente all'accordo il giorno della Purificazione della Madonna, e fu tra
lor formata la pace. Fratanto il palatino di Valacchia, tributario del regno di
Polonia, entr come nemico in esso regno, l'esercito del quale sbandato e che
per quelle selve e campagne andava errando fu da' Poloni e da quelli di Podolia
quasi tutto ucciso. Indi vedendo il re che Swidrigelone perseverava nel suo
cattivo animo, n restava di mover sedizioni, li concit contra i proprii
Lituani e consigli Sigismondo, suo cugino e fratello del morto Vitoldo, duca
starudubense, che procurasse di farsi con l'arme del ducato di Lituania
signore. E subbito i baroni lituani, conoscendo esser cos voler del re, a
Sigismondo s'accostarono e mossero l'armi contra Swidrigelone suo duca, a
questo dalla sua troppa crudelt incitati, e l'andarono ad Osmana, dove alor si
ritrovava, ad assalire. Il qual essendo di questo trattato da Giovanni Munivido
a tempo stato avisato, con somma prestezza fugg nella Russia, di dove unito
co' cruciferi di Livonia diverse correrie in Lituania fece.


Sigismondo prencipe di Lituania.

L'anno del Signore millequattrocento e trentadoi Sigismondo, figliuolo di
Keistuto gi prencipe di Lituania e duca starodubense nella Russia, cugino del
re Iagielo di Polonia, fu per beneficio e favore de' baroni poloni assunto al
granducato lituano, essendone, come di sopra si  detto, stato meritamente
scacciato Swidrigelone, uomo sedizioso e inquieto. Qual nuovo signore giur
fidelt e omaggio al re e a' baroni di Polonia, e giur similmente ai Lituani
di mantenerli nelle lor giurisdizioni; e cos la terza volta fu solennemente
fatta l'unione e incorporazione del granducato di Lituania col regno di
Polonia. E l'anno istesso il re Iagielo usc felicemente di vita l'ultimo
giorno del mese di maggio, al qual Vladislao suo figlio nel regno successe, che
poco dopo fu chiamato anco al regno d'Ungaria. Qual essendo l'anno
millequattrocentoquaranta andato a pigliar il posesso di quel regno, il duca
czartoriense russo con inganno e fraude uccise in Troki Sigismondo, granduca di
Lituania; e d'allora in poi fu il granducato di Lituania transferito nella
persona de' secondigeniti dei re di Polonia, percioch i baroni poloni insieme
con i duchi di Massovia menarono al possesso di quel granducato Casimiro,
secondogenito del re Iagielo, qual fu con l'allegrezza grande da' Lituani
recevuto e con suffragii communi per lor signore accettato. Successe poi questo
del quarantasette nel regno a suo fratello Vladislao, e granduca di Lituania fu
con desideroso affetto di Lituani creato Alessandro, suo figliuolo.


Alessandro prencipe de Lituania.

Alessandro, nepote di Iagielo e figliuolo di Casimiro, re di Polonia, ottenuto
ch'ebbe il possesso del granducato di Lituania, prese in matrimonio Elena,
figliuola di Giovanni granduca di Moscovia, con questa condizione, che dovesse
fabricarli una chiesa secondo il rito rutenico nella citt di Vilna, nella
quale dovessero metterli alcune matrone e vergine a servire secondo il detto
rito. La qual condizione differendo Alessandro di adempire, fu cagione che il
suocero l'arme contra li prese e, fatti tre potenti eserciti, in tre diverse
parti a' suoi danni si mosse. Entr il primo verso mezod nella provincia
Severa; verso ponente l'altro, contra Toripiec e Biela; e il terzo tenne la
strada in mezo agli altri dui, tirando alla volta di Drohob e di Smolensko; e
oltra questi un altro ne ritenne a' confini, per soccorrere ove il bisogno
richiedesse e quello degli altri tre contra il quale i Lituani si movessero.
Or, essendo giunto uno d'essi a un certo fiume Wedrasch detto, fu da' Lituani
incontrato, che dal duca Costantino Ostroski eran guidati, che seco una onorata
banda de baroni e de nobili menava. Nel qual luoco avendo da alcuni pregioni il
numero de' nemici e chi i lor capi fossero risaputo, entrarono in gran speranza
di restar superiori e di romper le nemiche squadre. Era tra l'uno esercito e
l'altro il detto fiumicello, che impediva il venire alle mani, e l'uno e
l'altro tentava di passarlo; ma avendolo alquanti Moschi prima passato,
cominciarono a travagliare i Lituani e provocarli alla battaglia. Ed essi,
valorosamente incontrandoli, li posero in fuga e di nuovo il fiume li fecero
passare; e allora tutte le squadre si mosero e cominciosse un orribil fatto
d'arme, qual mentre sanguinoso e con grande ardor d'animo si mescia, furono i
Lituani assaliti per fianco da una grossa banda di Moschi che negli aguaiti
erano stati posti. Fu tale il spavento e disordine che questo inaspettato
assalto gener ne' Lituani che, persi d'animo, si posero in fuga e lassarono la
vittoria a' Moschi. Fu il capitan generale con molti altri nella battaglia
preso, e gli altri sbigotiti resero a' nemici le trinciere e se stessi, e i
castelli Drohob, Toropiec e Biela volontariamente in poter de' Moschi andarono.
L'altro esercito che verso mezogiorno sotto la guida di Macmetemin prese il
camino, avendo a caso fatto pregione il governator della citt di Bransko, con
questo mezo di quella citt signor si fece.
E poco dopo doi fratelli germani, prencipi di Severia, detti i Semeteici, che
prima a' duchi di Lituania obedienza rendevano, ribellatisi al duca di Moscovia
si dettero, talch quello che in molti anni e con molte fatiche Vitoldo
acquistato aveva in un sol fatto d'arme si perse e in poter venne del duca di
Moscovia. Crudelmente si port il Moscovito con i pregioni fatti in questa
guerra, e tent con stretta pregionia e con lusinghe d'indurre il duca
Costantino, capitan generale di questa impresa, ad abbandonare il suo natural
signore e al suo servizio porsi; qual dopo lunga resistenza, vedendo non essere
altra strada alla sua liberazione, accett il partito e giur fidelt al
Moscovito. E quantunque li fosser da lui state consignate entrate tali
ch'onoratamente e da suo pari viver poteva, e che da quel prencipe con sommo
amor fosse trattato, tuttavia dopo l'esservi alquanti anni stato, venutali
occasione, se ne fugg per le selve e in Lituania con molto tesoro torn. Il
qual poi l'anno millecinquecento e quattordeci, facendo con l'esercito de'
Lituani officio non solo di savio e prudente generale, ma quello anco di
valoroso soldato, roppe e tagli a pezzi sotto il re Sigismondo (come di sopra
ne' fatti di quel re si disse) ottantamila Moscoviti.
Ma al proposito tornando, essendo morto Giovanni Alberto suo fratello, fu
Alessandro, granduca di Lituania, re di Polonia eletto, e contentandosi solo
della liberazione de' pregioni fece per sei anni tregua col Moscovito suo
suocero l'anno mille e cinquecento e tre. E di l a tre anni fin sua vita in
Vilna, ove anco fu sepolto, essendo quarantacinque anni vivuto, de' quali
quattordeci signoreggi la Lituania e quattro e mesi otto port la regal corona
di Polonia. Li successe nel granducato di Lituania e nel regno di Polonia
Sigismondo suo fratello, e di questo nome primo.


DESCRIZIONE DELLE PROVINCIE OVER PALATINATI DI LITUANIA
E DELLE SUE PRENCIPAL CITTADI.



Confina la Lituania di verso levante con quella parte della Russia che obedisse
al Moscovito; da ponente alla Podlassia, Massovia, Polonia e, piegando alquanto
ver settentrione, alla Prussia s'accosta; tocca da settentrione la Livonia e la
Samogizia e da mezogiorno la Podolia e la Volinia, della Russia provincie.  la
Lituania grandissimo paese e in s contiene molti ducati, regioni e provincie
con diversi nomi chiamate; e a' tempi del granduca Vitoldo si distendevano con
lungo tratto i suoi termini verso i Livoni e i Pruteni dal Ponto Euxino, o
vogliamo dire il mar Maggiore, e dalla Taurica Chersoneso sino al golfo del mar
Baltico e al mar di Curlandia.  il granducato di Lituania tutto diviso in
palatinati e distretti o provincie determinate, ove e i giudicii particolari e
i terrestri di nobili s'esercitano, non altrimente di quello che usa anco la
Polonia. Quali palatinati e distretti possono computarsi per altretanti ducati
(come erano anco al tempo de pi duchi), e cadaun palatinato ha la sua
particolare insegna, della qual nelle battaglie si servono, portando poi tutte
le provincie e distretti che sono sotto a ciaschedun palatinato nelle lor
insegne l'istesso colore e segno che i lor prencipali portano. Vi  solo questa
differenza, che l'insegna di palatinati  maggiore e ha doi corni, cio 
biforcata in cima, e quella de' suoi distretti  minore e si distende e finisse
in un sol corno. Primamente l'insegna peculiare del granducato  quadra, a
differenza dell'altre, e vi sono sessanta braccia di tela di seta rossa, e in
mezo vi  la propria arma, cio un uomo armato sopra un bianco cavallo che di
correr mostra, che tiene sopra la testa una spada nuda e in atto di colpire, e
sopra di esso il capello ducale; dall'altra parte dell'insegna  posta
l'imagine di nostra Signora con un puttino, vestita dil sole. L'insegna poi del
generale capitano dell'esercito, dell'istessa grandezza e forma,  di colore
azzurro, e da una banda ha l'istessa arma del granducato, dall'altra l'imagine
di santo Stanislao, vescovo cracoviense, in campo rosso.


Palatinato di Vilna.

Vilna, capo e metropoli de tutta la Lituania, giace tra' colli appresso la
Vilna (dalla quale il nome ha preso) e Vilia fiumi;  circondata di muro e le
sue case sono anco di muro fabricate. Ha doi forte e ben murate cittadelle, una
inferiore, e questa  grande e riccamente edificata, superiore l'altra, e posta
sopra un colle eminente. E l'una e l'altra sono da una banda rese forte dalla
Vilna che appresso li corre, e dall'altra dalla Vilia, fiume della Vilna
maggiore e navigabile, e per il quale si portano da Vilna le mercanzie a
Gedano, fiera famosissima della Prussia. Sono in questa citt molte chiese che
fanno alla romana e molte secondo il rito rutenico, e tutte con gran spesa
fatte e onoratamente mantenute. L'episcopale sede  nella rocca, nella chiesa
dedicata a santo Stanislao; e il metropolitano anco di Russia tiene in questa
citt la sua sede secondo il rito rutenico, in una grande e bellissima chiesa a
Maria Vergine e de Dio madre dedicata. E in tutto il granducato di Lituania
cinque sono gli episcopati che alla romana Chiesa obedienza rendono, cio di
Vilna, di Samogizia, di Kiovia, di Luca e di Ianovia; e oltra questi sette
prepositure over parocchie pi notabili fondate e dotate da Vadislao Iagielo,
che fu ultimo che reducesse i Lituani alla cristiana fede, che son la
wilcomeriense, la misogoliense, la nemenciense, la medvicense, la crevense,
l'olbolcense, l'haynense. L'arcivescovo che a questi vescovi comanda in
Leopoli, citt della Russia, resede. Quelli del rito ruteno sono sette, cos
nella Lituania come nella Russia al regno di Polonia soggetta, cio
l'arcivescovo di Vilna, e gli vescovi (che da' Ruteni vladica son chiamati)
sono quello di Poloczo, di Volodimira, di Luca, di Pinsce, di Kiovia, di
Presmilia e di Leopoli, il qual gode anco il titolo di metropolita. I costumi,
gli abiti e religione de' quali nella descrizione di Moscovia vederannosi, l
ove si tratta della religione de' Russi.
Il palatinato di Vilna l'insegna rossa biforcata porta, nella quale vi entrano
braccia trentacinque di tela di seta, da una banda della quale in campo bianco
l'arma del granducato si vede, ornata dall'altra di colonne, arma antica della
gente di Vilna. Sono in questo palatinato tre distretti, o dir vogliam
provincie, l'osmianense, il bratislaviense e il vilcomeriense, ciascun de'
quali ha la propria insegna, dalla nobilt nelle guerre usa a portarsi. Osmiano
 castello fabricato di legno, luntano da Vilna sette miglia, e possede un
assai grande territorio, nel quale molti castelli del re e de' nobili sono.
Porta insegna rossa, a quella di Vilna simile, ma con un corno solo, in mezo
alla quale  in campo bianco l'arma del granducato posta.  Vilkomeria castello
anco esso di legno, collocato appresso il fiume Swienta, nel quale resiede la
corte e magistrato regio, e ivi le cause de' nobili si disputano; la sua rocca
fu gi da' cruciferi abbrusciata, della quale ancora in cima a un scoglio le
ruine apparono. Possede un distretto grandissimo, che per miglia venticinque si
distende, nel quale molti castelli del re, de' nobili e di religiosi si vedono.
Porta ancor lui l'insegna rossa ornata da una banda dell'arma del granducato e
dall'altra con l'imagine dell'arcangelo Michiele. Bratislavia, citt di legno,
ha la sua rocca sopra uno scoglio d'un grandissimo laco, la nobilt della quale
l'insegna rossa porta con l'arma del granducato di Lituania; ed  questo luoco
venti miglia da Vilna luntano. N pi di doi miglia distante da Bratislavia
giace la rocca Ikaznia, fabricata di muro, con la citt di legno, appresso un
fiume dell'istesso nome; e Driswiat, rocca posta sopra un gran laco
dell'istesso nome, cinque miglia da Bratislavia  distante.


Palatinato trocense.

Troki  citt fatta di legno, e fu gi di muro circondata, del qual sin ora le
ruine appaiono, ma da' cruciferi di Prussia fur con la sua rocca rovinati. 
luntana da Vilna sei miglia e ha la sua rocca nel laco, in luoco per natura
molto forte, alla qual andare non si pu se non per barca. Facevano gi i duchi
di Lituania la lor residenza in questa cittade, prima che in Vilna transferita
fosse. Quattro miglia vicino a Vilna  un castello dell'istesso nome sopra il
fiume Vaca, il quale a differenza di questa cittade Troki Nuovo si chiama. Son
in questo palatinato quattro grandissimi distretti, il grodnense, il cownense,
il lidense e l'upitinense. Grodno  citt di legno, con la rocca di muro in
cima a un scoglio, appresso la quale passa il Nemen o Cronon, fiume famoso e
navigabile, e per il qual le mercanzie di Lituania a Gedano si portano. Il
territorio grodnense  assai grande, ed era gi tenuto per ducato. Porta
l'insegna azurra con un corno solo, correspondente al suo palatinato, e in essa
l'arma del granducato lituano. Cowno, citt famosa di legno, nella qual per
sono molte case di muro,  posta dove il Nemene e la Vilia, fiumi navigabili,
insieme si mescolano, e ha sopra un scoglio la sua rocca murata sino da' tempi
antichi; la cui nobilt nelle guerre porta l'insegna di color celeste. Lida,
castello distrittuale di legno, ha la sua rocca di muro, nella qual si tien
ragione de' nobili, e ancor esso porta l'insegna di color celeste. Upita, citt
provinciale di legno, ha un territorio grandissimo e nel qual molti castelli
sono; e l'insegna che nelle guerre porta all'altre dette di sopra  simile.
L'insegna del palatinato di Troki con doi corni  fatto di braccia trentacinque
di seta azurra, nella quale in campo rosso l'arma del granducato  posta.


Palatinato minscense.

Minsko  citt grandissima di legno, la cui rocca fatta di fermissimi roveri 
per sito e natura del luoco molto forte, essendo da una profonda fossa
circondata e passandoli appresso un certo fiume, sopra il quale son molti
molini. L'insegna bicorne di questo palatinato  di color purpureo, ornata con
l'arma del granducato in campo bianco; e il distretto recicense, che solo a
questo palatinato  sottoposto, porta l'istessa insegna, ma d'un corno solo.
Sono in esso: Keidanow, castello con una forte rocca, venticinque miglia da
Vilna luntano; Radoskowice, rocca e cittade, ove del millecinquecento e
sessantaotto Sigismondo Augusto, re di Polonia, fece la resegna di centomila
soldati e pi; Borisow, citt di legno con la rocca fabricata di roveri e di
molti bastioni fornita, serrata intorno con quattro cente di mura di legno,
fra' quali quel vacuo che resta di pietre e terra  fermamente ripieno, ed 
commodamente dal fiume Beresina circondata: quaranta miglia  da Vilna luntana,
porta l'insegna del suo palatinato e in essa del continuo grossi presidii
contra le correrie de' Moschi si tengono, percioch il Moscovito pretende
arrivar sino a essa i suoi confini. Lohoisko, citt con la rocca di legno,
distante otto miglia da Borrisow; Svilocz, fortezza e castello posto sopra un
fiume dell'istesso nome. Bobroisko, rocca e citt appresso il fiume Beresina.
Odwczko, rocca di legno, posta in cima ad un colle eminente, era gi computata
per ducato, e sin ora molti nobili russi del titolo di questo ducato s'ornano.


Palatinato novogrodense.

Novogrod, citt grande di legno, era gi a' secondigeniti de prencipi lituani
attribuita, ma ora anco essa in palatinato  redotta. Porta nelle guerre
l'insegna rossa biforcata, con l'arma del granducato in campo bianco; nella sua
giurisdizione doi distretti contiene, il slonincense e il wolkoviscense. 
Slonim citt e fortezza fabricata di legno, gi consignata a' secondogeniti de'
granduchi di Lituania e per ducato tenuta, e dopo in provincia fu redotta; la
nobilt provinciale della quale l'insegna rossa con un corno solo e con l'arme
del granducato porta. Wolcovisko  gran cittade e in essa si tien ragione per i
nobili, la cui insegna a quella di Slonim  simile. Msczibow, castello e rocca
di legno, fortificato da un stagno che la circonda in mezzo a una pianura,  da
Wolkovisko doi miglia distante. Sono in questo palatinato di Novogrod molti
altri castelli, cos del re come de diversi nobili, oltra a questi di sopra
descritti.


Palatinato brestiense.

Breste  citt grande, ancora essa di legno, negli ultimi confini della
Lituania di verso la Podlassia posta; qual ha la sua rocca di legno, forte
assai per natura del luoco ove  fondata, essendo da doi fiumi, Mukaviecz e
Bug, d'ogni intorno serrata. Porta l'insegna biforcata di colore azurro con
dentro l'arma del granducato in campo rosso, e ha sotto di s solo il distretto
pinscense.  Pinsco citt assai grande di legno, fondata appresso il fiume
Perepeto, il qual dopo l'aver molti castelli della Russia lavati nel Boristene,
fiume grossissimo, l'acque sue discarga. Era gi questa cittade col suo
territorio computata tra' prencipati di Russia, ma da Gedimino, granduca di
Lituania, soggiogata, fu a' secondigeniti di prencipi consegnata, e or ridotta
 in forma di provincia. Porta la sua nobilt l'insegna azurra con l'arma del
granducato di Lituania. Prepeto e una rocca e cittade posta sopra un fiume
dell'istesso nome.


Volinia regione.

Volinia ha la pi bellicosa gente che sia tra tutti i prencipati di Russia, ed
 grandissimo paese e abbondante d'ogni sorte di biave; ha selve piene di
salvaticine e i suoi lachi di buoni pesci abbondano. Fu gi sogetta a' duchi di
Lituania, ma ora a' re di Polonia obedisse. Vennero questi popoli dalla Wolga,
fiume grossissimo qual da' Moschi i Tartari divide (s come nella descrizione
di Polonia pi diffusamente si vede), in queste regione; e perch essi Volgari
dalla Wolga eran chiamati, dal lor nome Volgaria le nominarono, che col
successo del tempo, corrompendosi il vocabulo, in questo nome di Volinia pass.
Sono i suoi abitatori uomini strenui e bellicosi e hanno la lengua, i costumi e
la religione rutenica. Ed  tutto il paese in tre distretti over provincie
diviso: lucense, volodimiriense e cremenecense. L'insegna da guerra prencipale
di questa provincia  biforcata e di color purpureo, e ha in campo bianco
l'arma del granducato lituano; e anco l'insegne provinciali sono dell'istesso
colore e arma, salvo che in un sol corno finiscono. Luczko, citt provinciale
di legno, chiara per la sede episcopale de' vescovi, il ruteno e quello della
romana obedienza, ha due roche murate in cima ad uno eminente colle.
Wolodimiria, castello di legno con la rocca anco di legno, posta appresso le
paludi, che gi era tenuta per ducato. Kyzemenec, citt grande di legno, ha il
suo castello similmente di legno, impiastrato d'ogni intorno di creta.
Abbracciano queste citt provinciali molti castelli e fortezze ad esse
pertinenti, che sono: Chabno, rocca e castello posto appresso il fiume Ussa;
Owruczi, castello e citt in cima a un alto colle; Olewsko, rocca e cittade
sopra il fiume Huberczia; Zithomir, rocca di legno edificata sopra un colle;
Korec, rocca e citt di legno, gi per ducato tenuta col suo territorio;
Ramieniec, fortezza in cima a un colle edificata; Zbarasz, rocca e cittade che
gi viveva in libertade col suo territorio, e sin ora ducato  riputata. E
molti nobili e signori di questi paesi sono dalle sue cittadi onorati di titolo
di duca.


Palatinato di Kiovia.

 Kiovia antichissima e grandissima cittade, circondata di grosse palificate di
legno, e fu gi di tutta la Russia metropoli, e posta sopra il famosissimo
fiume Boristene, luntana da Vilna cento e venti miglia polonici; le cui rovine,
che per sei miglia si distendono, danno vera testimonianza che essa per il
passato  stata cittade regia e magnifica, percioch sin ora ne' vicini monti e
colline le rovine si vedono di quasi infinite chiese, monasterii e privati
edificii. Sono in questa citt alcune caverne grandissime, e le quali dicono
che per ottanta miglia sotto terra si stendono, e in esse assaissime sepolcri e
corpi degli antichi uomini illustri di Russia, che quantunque vi siano stati
posti gi tanti anni che non n'appare alcuna memoria, tuttavia, essendo solo la
carne consumata, nel resto integri si conservano; tra' quali sono doi corpi de
doi prencipi a modo del paese vestiti e nell'istesso abito che vivi portavano,
di modo integri che pare che pur ora vi siano stati posti, e standosi cos in
piedi senza esser sepolti, sono da' monaci del rutenico rito a' forestieri per
una rara cosa mostrati. Ha questa cittade la sua cittadella sopra il Boristene,
ben fortificata con centa di roveri, di pietre e di terra. Il suo grandissimo
territorio si distende per cinquanta miglia polonici e pi, ed ebbe prencipe
particolare, ma  ridotta ora in palatinato.
Partendosi da Kiovia per tirar verso mezogiorno si trova la citt di Circass, i
cui abitatori Circassi son chiamati, e per lungo tratto sopra il Boristene i
lor luochi si distendono. Sono per nazione ruteni, e da quelli diversi che
abitano in alcuni monti vicini al mar Maggiore. Sono uomini bellicosi e
strenui, e quasi del continuo guerreggiano co' Tartari precopensi ad essi
vicini, scorrendo nelle lor provincie e predando i bestiami loro, che poco
altro in quei luochi trovava che predare.  Circass distante da Kiovia
venticinque miglia poloni, sopra la quale andando contra il corso del Boristene
per dicessette miglia si scuopre il castello Kaniow, chiaro per li uomini
bellicosi da' quali abitato . Tra' Circassi e Kanioviensi non sono abitazioni
alcune de cristiani, ma si trovano solo campagne diserte e luochi da fiere
salvatiche che per quaranta miglia si distendono, sino ad Oczacow, castello e
cittade posta nella bocca del fiume Boristene: nella quale e per tutti i
circonvicini luochi e campagne aperte abitano i Tartari precopensi, con tutto
che la cittade e fortezza sia in potere del presidio turchesco. E sin qui a'
tempi del duca Vitoldo si estendevano i confini della Lituania. Porta il
palatinato di Kiovia il stendardo da guerra di color verde e biforcato, da una
banda del quale  l'arma del granducato in campo rosso, e dall'altra in campo
bianco un orso, e ha solo un distretto, ma grandissimo, il moserense chiamato.
Moser, citt provinciale grande di legno,  apresso il fiume Perepeto
edificata, il qual ricevendo dodeci miglia sopra Kiovia un fiume di pesce
abbondante, detto il Tur, se ne va indi a scaricar l'acque sue nel Boristene. 
Meser luntana trenta miglia polonici da Kiovia e altratanti da Bobrasko, venti
da Mohilow e ventisei da Orsha. La sua insegna  verde come quella del suo
palatinato.


Palatinato msczislaviense.

Msczilavia, citt di legno posta appresso il fiume Sola, ha la sua rocca
benissimo di roveri fortificata; giace a' confini del Moscovita, e per
ordinariamente vi si tien grosso presidio. Il suo stendardo  di color zallo
con l'insegna del granducato in campo rosso. Non ha cittade alcuna
distrittuale, ma commanda a molti castelli e rocche. Ebbe gi signore da sua
posta, ma  ridotta ora in forma di provincia. I suoi castelli, posti tutti
sopra il Boristene, sono: Dambrowna, posta a' confini di Moscovia sopra il
Boristene, distante quattordeci miglia da Smolensko e quattro da Orsha; Kopisz,
luntano da Orsha quattro miglia; Sklow, rocca e citt distante da Kopisz doi
miglia e riputata contea; Moilow, rocca e cittade da Skow sei miglia distante;
Bichow, rocca e castello dodeci miglia luntano da Mohilow; Reczicza, rocca e
castello; Strissin, rocca e cittade, Lubetz, rocca; e Viszchorod, rocca tre
miglia distante da Kiovia.


Palatinato vitebciense over vitebliense.

Vitebsk, citt assai grande di legno, posta su la Duna, fiume famoso e
navigabile per il quale ogni sorte di mercanzia a Riga di Livonia si portano,
ha doi cittadelle grandissime e per natura e sito del luoco fortissime, una
delle quali, in pianura posta, dicono far mostra di cittade per la sua
grandezza; l'altra  in cima a un colle edificata. E l'una e l'altra di
bastioni, di cortine di muro fatto di roveri, di grossi terrapieni e di
armature e bombarde  benissimo fornita e fortificata; e cos esse come la
citt dalla banda di levante sono commodamente dalla Duna serrate, nella quale
sotto essa cittadella entra dall'altra parte il fiume Viczba.  questa fortezza
un fermissimo riparo e bastione a tutta la Lituania contra li empiti del
granduca di Moscovia, percioch a' suoi confini  posta, e assai volte ne son
stati i Moscoviti con lor gran danno scacciati. Vi stanno ordinariamente
quattro compagnie di cinquecento soldati l'una in presidio, ed  da Vilna
luntana ottanta miglia. Era gi ducato e aveva prencipe particolare, e ora in
palatinato redotta . Porta il stendardo verde biforcato con l'arma del
granducato in campo bianco, e ha solo il distretto orshense.
Orsha  citt grande di legno, serrata da una banda dal fiume Boristene e
dall'altra da una trinciera di grossissimi e acuti pali; la sua rocca  fatta
di muro e da una parte li corre il Boristene e dall'altra il fiume Orshicza,
dal quale la cittade il nome ha preso;  da Vitebska luntana diceotto miglia, e
porta in guerra l'insegna del colore di quella del suo palatinato. Suras  un
castello posto tra la Duna, Casplam e Surasco, otto miglia distante da Vitebska
verso levante, per andare alla volta di Moscovia. Ula  una rocca fondata e
possessa gi da' Moscoviti, ove il fiume Ula (dal qual essa il nome prende) con
la Duna si miscia.  stata assai volte, ma indarno sempre, da' Lituani
combattuta, sinch dal duca Romano Sanguskovicz fu con un subbito e inaspettato
assalto presa e abbrusciata, che da' Lituani fu poi restaurata. Turowla,
castello de' Moschi, posto sopra un fiume del istesso nome e sopra la Duna, 
per sito molto forte ed  vicino tre miglia a Poloczka. Susza, rocca de'
Moscoviti,  posta sopra un laco del istesso nome. Czasniki, rocca e castello
di legno edificato appresso l'Ula,  distante da Susza quattro miglia; Sieno,
rocca e castello, sei miglia distante da Czasniki. Leplo, rocca e cittade ben
fortificata,  quasi peninsola in un laco fabricata, ed  da Czasniki sette
miglia luntana. Ciotcza  una fortezza sopra un laco dell'istesso nome;
Crassne, rocca de' Moschi un miglio a Ciotcza vicina. Woroniec, castello posto
sopra il fiume Usacza, non pi di tre miglia da Polocska  distante. Strzyzow 
un forte posto appresso un laco grandissimo.


Palatinato polocense.

Poloczka, gi citt grandissima di legno,  sopra la Duna edificata e di pali e
muraglie di legno circondata. Ha una rocca per arte e per sito e per natura del
luoco fortissima, da una banda dalla quale corre la Duna e dall'altra dal fiume
Polota (che d il nome alla cittade)  quasi inespugnabil resa. Solevano i re
di Polonia tenervi grossi presidii de soldati, ed era essa copiosa di
richissimi mercanti, ma l'anno della nostra salute millecinquecentosessantadoi
Giovanni Basiliade, granduca di Moscovia, fattoli molte batterie con grosse
artegliarie e dattoli assai gagliardi assalti, mancando i defensori
dell'officio loro se ne fece signore; e lassato liberamente andarsene il
presidio polono, men in Moscovia pregioni tutti i Lituani e Ruteni che in essa
abitavano e che quivi come in luoco sicuro dagli altri luochi per salvarsi eran
fugiti, e in oltre vi fece un grosso bottino d'oro, d'argento e d'altre cose di
valuta grandissima. Ne tenne il Moscovita il possesso da quel tempo sino
all'anno millecinquecento e settantanuove, che fu dall'invitissimo re di
Polonia Stefano Battor col territorio suo valorosamente, come pi a basso si
dir, recuperata. Era gi questa citt ducato e aveva signor particolare. La
nobilt provinciale, e che al re di Polonia obedisse, porta nelle guerre il
stendardo di color purpureo con l'arma del granducato lituano.
Usacza  una fortezza posta tre miglia da Poloczko luntana, tra la Duna e un
fiume dell'istesso nome. Disna, rocca forte e d'una ferma e grossa palificata
circondata e ben provista delle cose alla guerra necessarie,  dalla Duna e
dalla Disna d'ogni intorno serrata, e anco la citt  posta in mezo a detti
fiumi e da acuti pali e forti bastioni serrata, luntana da Poloczka sei miglia
e da Vilna quaranta. Drissa, rocca e castello serrato posto tra la Duna e un
altro fiume del suo nome,  sei miglia da Disna luntano. Druta, fortezza e
castello sei miglia da Drissa distante, giace tra la Duna e un fiume come esso
chiamato. Da questa rocca cominciano i confini di Livonia e le sue rocche,
sopra la Duna poste, le quali al luoco suo descritte sono. E anco i luochi
della Lituania e della Samogizia sono su la ripa della Duna verso ponente
posti; e per cominciaremo a descrivere la Samogizia, la quale di costumi, di
consuetudine di vivere e di lenguaggio alla Lituania  simile, ed  uno de'
prencipati di quel granducato.


Ducato di Samogizia.

La Samogizia  regione assai grande alla Lituania vicina, e da settentrione con
la Livonia confina, da ponente col mar Baltico over Germanico, piegando
alquanto verso settentrione; alla quale  vicina anco la Prussia. Non sono in
essa fortezze alcune notabili, ma  ben copiosa di cittadi e ville, cos regie
come de' nobili. D il re di Polonia e granduca di Lituania il governo di
questa provincia a chi li piace, n cos leggiermente ad alcuno questo governo
 tolto, anzi suol da tutti esser goduto in vita; ha il suo vescovo che alla
romana vive con tutto il suo clero. Gli contadini hanno le lor case basse e
longhe, in mezo alle quali  il luoco ove si fa fuoco, talch, sedendo il padre
di famiglia al fuoco con tutti i suoi, scuopre quello che per tutta la casa si
fa e quello che alle sue bestie bisogna; essendo questa usanza, che cos gli
uomini come gli animali stanno sotto un istesso coperto, senza esservi cosa
alcuna che gli uni dagli altri divida. E i pi grandi adoperano per tazze i
corni d'alcuni animali, uri da essi chiamati. Sono uomini strenui e audaci e
alle guerre pronti; hanno corazine e altre armi de diverse sorti, e
particolarmente si servono di spedi da caccia. Hanno i lor cavalli tanto
piccoli che par impossibile e cosa non credibile che possino durare in tante
fatiche, che fuori alla guerra e a casa nel lavorare i campi far convengono.
Rompono la terra non col fero ma col legno, la qual cosa per questo 
maravigliosa, che i lor terreni sono grossi e non punto arenosi. Quando vanno
ad arare portano molti di quei legni che in luoco di aratro adoperano,
accioch, rotto uno, l'altro sia in pronto senza tempo perdere. Volse un certo
governatore o general capitano allegierire questa fatica a' suoi provinciali e
fece fare assai vomeri di ferro, co' quali le terre si arassero; ma essendo per
una certa intemperie dell'aere stato quello anno e gli altri seguenti cattiva
ricolta, entr in opinione del vulgo e pertinacemente questo affermava avenire
per cagione de' vomeri di ferro, e non per altro; onde, temendo esso di qualche
solevazione e rumore, rimossi i suoi ferri li lass lavorare i campi a modo
loro.
Abonda questa provincia di selve e di boschi, nelle quali visioni orrende e
spaventose si vedono. Non si truova in luoco alcuno il pi nobile e il pi
delicato miele, con manco cera e pi bianco di quello che la Samogizia produce:
e in essa delle selve gran ricchezze si cavano, percioch in ogni concavo
arbore perfetto miele si trova. Sono ancora tra loro molti contadini idolatri,
i quali nutriscono in casa lor certi serpenti con quattro piedi a foggia di
luserte e negri di corpo, detto in lor lenguaccio givoiti, che sono da lor
tenuti come dei penati; e a certi giorni ordinati, purificate le case, mentre
essi escono fuori a prendere il cibo, li stanno sinch al lor luoco ritornano
con timore e riverenza a risguardare; e se qualche disgrazia gli occorre,
giudicano ci intervenirli per aver maltrattato il suo domestico dio. 
intervenuto nuovamente in Lituania, in una villa da Vilna sei miglia luntana,
vicina alla citt di Trochi, che un certo cristiano, avendo comprato alquanti
bozzi di api, da uno che adorava una simil bestia, li predic tanto la catolica
fede che lo indusse ad occidere quel serpente che egli prima adorava. Ed
essendo poco tempo dopo tornato a vedere quello che delle sue api fosse, trov
quello uomo tutto disformato e con la bocca storta sin quasi all'orecchia; che
domandato della cagion di tanto male, rispose questo esserli avenuto per aver
lui empiamente offeso il serpente, suo domestico dio, e che di questo male
faceva or la penitenzia, e che peggio li interveneria se non tornasse alla sua
antica fede e religione.  anco quattro miglia luntano da Vilna una villa del
re, Lavariski chiamata, nella qual sin ora s'adorano i serpenti. E quantunque
queste cose siano occorse in Lituania e non in Samogizia, m' per parso in
questo luoco per un esempio metterle.
I contadini di Samogizia celebrano ogni anno nel mese d'ottobre, raccolte
ch'hanno le lor biave, un certo sacrificio secondo un lor antico costume,
nell'infrascritto modo. Si raccogliono nel luoco al convivio e sacrificio
destinato tutti con le mogli, figliuoli e servi, e sparso sopra la mensa molto
fieno vi pongono il pane, e da ogni banda di esso doi vasi di cervosa. Menano
poi in quel luoco un vitello, un porco e una porca, un gallo e una gallina e
altri animali domestici, un maschio e una femina per sorte, quali sono da essi
secondo il rito patrio di sacrificare occisi in questo modo. Prima l'augure
over incantatore dicendo alcune parole comincia con un bastone a batter
l'animale destinato al sacrificio, indi tutti quelli che presenti sono co'
bastoni per tutto il corpo lo battono e poi crolandoli la schiena, il ventre e
gli altri membri dicono queste parole: "Noi ti offerimo, o dio Ziemienni (cos
 da' villani quel demonio chiamato) questo sacrificio, e grazie ti rendiamo
che degnato sei di conservarne questo anno sani e abbondanti di tutte le cose.
Ti pregamo ora che ti degni di favorirne anco questo anno nel qual entrati
siamo, e diffenderne da ferro, da fuoco, da peste e da tutti i nemici".
Mangiano poi le carne di questi animali cos sacrificati, e d'ogni piatto,
prima che lo comincino a mangiare, ne tagliano fuori una particella e in terra
la gettano per i cantoni tutti della casa, dicendo: "Recevi benignamente e
mangia, o Ziemiennik, questi nostri olocausti"; indi allegramente tutti si
mettono a mangiare.  questa usanza osservata da' villani in alcuni luochi
della Lituania e della Russia.
Il mare Balteo che la Samogizia bagna  da alcuni Germanico, da altri Prutenico
chiamato, ma propriamente il colfo Baltico si noma; percioch esso bagna la
Cimbrica Chersoneso, la quale da' Germani Iutland e da' Latini  detta Iutia;
bagna anco la Germania e tutta la regione di Pomerania, e con lungo tratto la
Livonia, la Curlandia, alcuni paesi del Moscovito, la Swezia, la Filandia e la
Dania tocca. Il re di Polonia e granduca di Lituania gode il titolo di questa
regione di Samogizia, la quale nel suo stendardo bianco e biforcato l'arma del
granducato lituano in campo rosso porta. E perch gli abitatori della Samogizia
e nell'abito e ne' costumi e nel sito del paese e nel parlare pochissimo a'
Lituani differenti sono, io voltar il parlare a descrivere i costumi della
Lituania.
Sono nella Lituania, come anco nella Samogizia, infiniti boschi, paludi, laghi
grandissimi e tali che in alcuni luochi al mare assomigliano. Vi sono in oltre
molti grossi fiumi e navigabili, alcuni de' quali verso levante corrono, come
sono il Bog (da Erodoto Ippane chiamato), il Perepeto, il Tur, il Swilocz e la
Beresina, che tutti nel Boristene, detto volgarmente Dneper, le lor acque
discargano. Ed esso Boristene, avendo prese molte acque in levante, finalmente
verso mezzogiorno si volta e vassene a sboccar nel mar Maggiore. Altri, che
sono il Cronon, volgarmente detto Niemen, la Vilia, il Karem e il Bug, fanno il
lor corso di verso ponente e piegando alquanto a settentrione sboccano nel mar
Germanico appresso Gedano, famosissima fiera della Prussia. E la Dzwina, detta
Rubon da Tolomeo, la qual nasce in Moscovia, corre nell'istesso mare doi miglia
appresso Riga.
Tutti gli animali in la lor sorte sono in Lituania non molto grandi. Le genti
misere, massimamente nelle ville e ne' castelli, sono d'infelice servitude
oppresse, percioch a ciascuno  lecito, circondato d'una turba di servitori,
entrare a suo piacere, e senza pena alcuna incorrere, nelle case de' contadini
e farvi ci che egli vuole, pigliar le cose necessarie al vivere, consumare e
anco crudelmente il contadino battere. E all'incontro non  lecito a' contadini
entrare dai suoi patroni senza portare di che appresentarlo; e se pur vi
entrano sono remessi agli officiali e ministri di giustizia, li quali se non vi
giuocano i presenti non giudicano cosa alcuna drettamente, e ogni parola de'
lituani giudici altro che oro non suona. I lavoratori cinque giorni e alcune
volte sei per i patroni lavorano, e il luni gli  concesso per le lor proprie
facende; e per il pi la domenica (percioch non osservano i villani festa
alcuna de' santi) fanno ogni sorte di lavoro, arano le terre e ogni altra opera
dell'agricoltura esercitano, tagliando le biave, segando i prati, battendo i
grani e altre cose simili facendo. E particolarmente in Russia hanno questo
dettato, che se sono domandati perch la domenica lavorino rispondono: "Non
bisogna anco la domenica mangiare?" Pagano ogni anno tre e quattro taglioni per
pagare le diffese de' confini del regno, e anco da' proprii patroni sono
aggravati di molte straordinarie page. Vivono di pan negro e vilissimo,
macinando la segala con le spige insieme, e ogni contadino ha tre e anco cinque
molini da mano in casa sua con li quali le lor biade macinano; alla qual fatiga
mentre attendono, cantano una certa cantilena antiqua rendendo un salvatico
concerto, e spesso in canto ripetendo questa parola: meglio. Ed  questa cosa
cos agli uomini come alle donne familiare, che di qualunque lavoro essi
facciano hanno le particolare lor rozze cantilene ad esso applicate. Hanno
inoltre certe trombe lunghe di legno, che gonfie da loro rendono un fastidioso
e sconcertato suono, e tal volta alcuno con una certa grossa armonia doi a un
tempo ne suona insieme unite.
Quasi tutti i Lituani, Samogiti e Livoni comunemente vestono drappi vili e di
color di cenere, talch quando la piazza di popolo  piena non se ne vede
alcuno che di quello colore vestito non sia, con stivaletti in piedi overo di
scorza di tilia over di pelle d'animali. Fanno carette leggieri senza
commissura alcuna di ferro, anzi tutte concatenate con legnami insieme, le
ruote delle quali son tutte di un pezzo; n ongendole mai con grasso d'alcuna
sorte, quando fanno viaggio insieme molte un fastidioso stridore degli assi si
sente. Sopra che furon i seguenti versi fatti:

Neque linunt Rutheni querulos pinguedine currus,
haud picis auxilium stridulus axis habet.
Auditur veniens longe crepitare colassa:
sic fragiles currus, Russe, vocare soles.
Nam faciunt habiles uno vectore quadrigas
invectas Ruthenis, quas equus unus agit;
nec faciles invenies ferrato haerentia clavo
plaustra: facit ligni cuncta ministerium;
et sine ferri iussu pangunt sua plaustra terebris
et lignum ligno consolidare solent.


Seccano le biave de tutte le sorte col fumo in una calidissima casa e indi nel
granaro le battono.


Modo di arare e di seminare che nella Bianca Russia, a' confini della Moscovia,
e nel granducato di Lituania s'usa.

Apparecchiano i Lituani e i Russi i lor campi nell'infrascritto modo. Intorno
alla festa degli Apostoli, del mese di giugno, cominciano a tagliare i spini e
arboscelli de' quali imboscati i campi sono, e sino alla Madonna di agosto a
questo esercizio attendono, il qual taglio  volgarmente da lor chiamato lada.
Tagliate queste cose, di strame le copreno, cos sparse per i campi secondo che
tagliando cascano, e per tutto l'inverno seguente cos restano. Venuta poi la
primavera e passate le feste di Pasqua, appostano che siano stati alquanti d
sole ardentissimo e, datoli poi fuoco, quelle materie tutte in cenere
convertono: e perch dove non ardessero non produrebbe la terra quasi frutto
alcuno, s'in qualche luoco non l'avesse il fuoco consumate, raccogliono e
mettono insieme quanto non  arso e di nuovo il fuoco li danno. Indi, levatone
solo i tizzi e i carboni, seminano in quella terra cos incolta il lor frumento
e, messo un cavallo sotto l'aratro, rompono la terra e il frumento cuoprono. E
questo nella Russia, percioch i Lituani adoperano in luoco del cavallo i buo',
alle corna le correggie ligandoli. Ed  quasi cosa incredibile da dire quanta
sia la fecondit di queste terre, la quale  veramente tale che diresti che
Cerere in questi paesi nata fosse. Nell'istesso modo si semina, miete e
raccoglie ancora l'orzo, eccetto che per esso cercano dove la terra sia pi
imboscata e pi grossa, volendo esso il terreno pi grasso di quello che al
frumento si richiede. Ne' quai campi a questo modo abbrusciati sogliono
seminare per sei over otto anni continui senza altro ledamo ponervi. Ma se nel
luoco ove voglion seminare vi fossero arbori alti e troppo grossi, come
sarebbono pini, frassini, quercie e altri di questa sorte, non li tagliano
altrimente da' piedi, ma solo i rami attorno attorno li troncano, accioch non
impediscano il giungere in terra i raggi solari. Fatta la raccolta del frumento
e dell'orzo, arano doi volte la terra e per la festa dell'Assunzione della
Madonna la segala iemale vi seminano (dico iemale perch ne seminano anco la
primavera, e quella estiva chiamano), n bisogna, volendo il frutto cavarne,
esser pegri a seminarla, anzi debbono esser le semine compite per la Madonna di
settembre. Hanno anco un altro modo di seminare, nuovamente trovato: accomodate
le terre nel soprascritto modo, pigliano doi terzi d'orzo e uno di segala e al
solito tempo della primavera lo seminano, e quella estate l'orzo solo
raccogliono, restando fratanto la segala bassa, a modo di gramegna, e a poco a
poco spessissima facendosi; che, remanendo in terra la seguente invernata,
cresce poi nella primavera di sorte e tanto s'inspessisse che possibile non 
n anco a cavallo dentro cacciarvisi, e d'un sol grano trenta e pi spighe
pullular si vedono in tanta altezza che superano quella d'un uomo a cavallo. E
i Russi con un solo cavallo le sue terre rompono, per esser quelle facilissime
da lavorare.
Per tutta la Sarmazia questo ordine nel seminar le biade si tiene: fatte le
feste di Pasqua, prima il frumento e poi la segala seminano, e dico la segala
detta estiva, nella lor lengua iarzycza, a differenzia di quella dell'inverno,
la quale, s come detto abbiamo, per l'inverno si semina intorno alla festa
dell'Assunzione della Madonna, onde da loro volgarmente ozimina vien detta. E
se di questa si seminasse l'estate, non nascerebbe cosa alcuna, come anco
l'estiva se si seminasse per l'inverno, si gettarebbe via la semenza: percioch
quantunque di grano siano simile e anco di sapore, non fruttano per l'una
nella stagione dell'altra, anzi tutte in erbe si resolveno. Seminano pertanto
questa estiva fatte le feste di Pasqua i Poloni, i Lituani, i Ruteni Negri con
i Massoviti e i Pruteni; e per beneficio del sole molto prima de' Ruteni
Bianchi e de' Moscoviti, che ver settentrion si stendono, fanno le lor semine,
essendo questi sforzati per la fredezza dell'aere molto pi tardi a questo atto
venire. Ma con tutto questo spesse volte a un istesso tempo gli uni e gli altri
mietono. E questa  cosa maravigliosa, che se bene alcuni seminano questa
segala estiva alquante settimane dopo le feste di Pasqua, nondimeno quella
istessa estate il suo raccolto fanno, essendo alle volte stata in terra non pi
d'otto settimane.
Seminano i piselli, detti grod da loro, per la festa di santo Adalberto, che
secchi lungo tempo conservano. La avena e l'orzo  da lor dopo la Pentecoste
seminato; il cece alquanti giorni inanzi la festa di s. Pietro; e le rape per
la festa di san Giovan Battista. E tutte queste cose l'istessa estate si
raccogliono, talmente che le biave spesse volte, secondo che dal sole favorite
sono, ne' granari tornano, reportando cento per uno, otto settimane dopo che
indi cavato furono. Tutti i Poloni e Negri Ruteni (delli quali  metropoli
Leopoli), i Massoviti, i Slesii, i Pruteni, alcuni Lituani repongono i frumenti
ne' granari con la paglia in mucchi grandi; e si vedono alle volte appresso i
buoni padri di famiglia i quattrocento e seicento mucchi di frumento che parono
altratante quadrate torri, reposti gi quindeci e pi anni. Ma i Ruteni
Bianchi, tutti i Moscoviti e i Lituani battono subbito raccolte le lor biave, e
cos nette le repongono alcuni nelle fosse a questo effetto sotto terra fatte,
e di scorze d'arbori fodrate, ne' secreti luochi de' boschi. Nelle quali,
massime al tempo della guerra, ve ascondono anco tutte l'altre cose che si
mangiano, le lor vesti e massarizie, e cos i poveri contadini s'assicurano e
dall'empito nemico e dalle rapine de' propii soldati.
Si osserva anco questo appresso di loro, e massimamente nelle persone vili, che
se uno alla morte  condennato  sforzato, cos comandando signore, ad
appiccarsi da sua posta, e se recusa di farlo con minaccie e bastonate ve lo
spingono. E questo basti in quanto a' Lituani.
Ti resta ora, o candido lettore, a sapere che in questo granducato, qual con
tutte le provincie al re di Polonia  sottoposto, sono molti altri castelli e
luochi, cos del re come de nobili e de ecclesiastici, oltra quelli che sono
qui stati descritti, percioch sono in questo luoco state poste solo le citt e
castelli pi famosi, che gi co' loro territorii per ducati tenuti erano. Sono
anco in Lituania molti duchi particolari e contadi, tra' quali  il pi famoso
il ducato di Sluekzo, il signore del quale, quantunque rendi obedienza al re di
Polonia come a granduca di Lituania,  tuttavia signore assoluto di tutto il
suo stato, qual per lunghezza e per larghezza trenta miglia poloni si distende,
ed  cos ricco di tesoro quanto alcun altro prencipe d'Italia e d'Alemagna.
Oltra questo comprende la Lituania molti altri degni ducati, i quali fanno essa
granducato, tra' quali tengono il primo luoco i magnifici e illustri signori
Radiviloni, il signor Domenico Nicolao Radivilo, duca di Bierze e di Dubingio,
lume della patria e un altro Cicerone ed Ettore della Lituania, palatino di
Vilna; e l'illustre eroe Nicol Cristoforo Radivilo, duca di Olika e di
Neswicz, conte di Schidloniec e della corte marescalco dignissimo; e il duca
Giorgio suo fratello, per grazia de Dio episcopo disegnato di Vilna. E anco
quello che a' tempi nostri un altro Scipion si mostra, il signor Giovanni
Chodchienich, conte di Schom e di Mess e di Vilna castellano, archimarescalco
del granducato di Lituania, generale delle genti da guerra e di Livonia
governatore e capitan general di Samogizia, raro specchio d'ogni virt, nutrito
da Marte e da Minerva. Molti altri sono non dissimili di virt agli antichi
eroi, quali ne par cosa lunga e infrutuosa il nominarli ad uno ad uno.


Gli articoli delle constituzione della guerra del granducato di Lituania
ordinate nella dieta generale di detto ducato.

1. Che ciaschedun che s'obligar al servizio della maest regia debba sina al
tempo determinato servire; ma se la guerra andasse pi in lunga dell'assignato
tempo, e che nel primo quartiere dopo ditto tempo non si lassar il soldato
intendere di non voler pi servire, sia tenuto a servire anco il quartiero
seguente.
2. Non debba alcuno servire ad altro prencipe, sotto pena della perdita
dell'onore.
3. Se alcuno si partir dell'esercito prima che finita sia la sua condotta, se
ser nobile sia privo dell'onore, e se plebeo li sia la vita tolta; e s'alcuno
amazzar questo tale qual non abbia la patente o dal generale o dal rotmaestro
di potersi partire, sia giudicato ben fatto.
4. Non ardiscano i soldati di seminare liti e discordie tra loro, sotto grave
pena.
5. Se alcun soldato e massime fante a piedi giocar l'arme le quali contra
l'inimico operar debbe, o s'alcun a cavallo giocar il cavallo destinato a
quella guerra, cos quello che l'aver perso come quello che guadagnato aver
siano per la gola impiccati.
6. Se alcuno o con parole disoneste o con fatti si levar contro il suo
generale, rotmaestro over capitano, o s'alcun servitore contra il suo patrone,
sia con morte punito.
7. Se alcuno facesse empito contra le guardie del campo, overo negasse di far
la commessa guardia, over dal luoco della sua guardia senza licenza del
generale si partisse, sia privo di vita, eccetto se le guardie ordinarie non
gli avessero dato il cambio.
8. Qualunque ferir alcuno appresso l'insegna sia privo dell'onore e della
vita.
9. S'alcun soldato a piedi non tener il luoco per guardia deputatoli e indi
per cagione di qualche sua necessit si partir, o se posto in battaglia o in
sentinella a dormir ser trovato, o che il suo officio negligentemente far e
da poltrone, licito sia alla ronda di amazzarlo; e se al generale presentato
sar, sia della vita privo e dell'onore.
10. S'alcuna sentinella o altri posto in guardia cos in campagna come alla
muraglia senza licenza del generale ad alcun de' nemici aver parlato, per
questo misfatto sia fatto morire.
11. S'alcun soldato si usurpar cosa alcuna cos del regio tesoro come delle
artegliarie, polvere o palle, o di qual altra cosa a sua maest pertinente,
senza misericordia alcuna sia di qualsivoglia pi vituperosa sorte di morte
cavato del mondo.
12. S'alcuno dar in casa sua recapito alle spie de' nemici, o chi questo
saper, sia in quatro quarti fatto.
13. Qualunque nelle battaglie fuggendo abbandonar l'insegna, overo con qualche
parola dar cagione ad altri di fuggire, perdi la testa e l'onore; con la qual
pena siano anco castigati quelli che in tempo del pericolo contra i nemici non
combatteranno, venendo con essi alle mani.
14. S'alcuno temerariamente e senza volont del generale scorrer nel paese
nemico, over dar al nemico occasione di guerra, perdi la testa.
15. Dopo dato il nome (che in Polonia hasto si dice) debba ciascun soldato star
quieto al luoco suo; e se dopo dato il nome uscir alcuno d'ordinanza, o vero
se domandato del nome non lo saper, li sia tagliata la testa.
16. Dato con la tromba il segno di riposare, non ardischi far strepito in
campo, sotto grave pena.
17. S'alcuno mentre si d il nome suscitar qualche rumore, overo scaricar
qualche bombarda contra nemici, sia privo di vita.
18. Le taverne e il pasteggiar notturno siano in quel tempo proibite e vietate,
sotto grave pena.
19. Non ardisca alcun soldato per forza ad un altro levar qual se sia cosa,
sotto pena della forca; e si alcuno torr, fuor che delle cose necessarie al
vito, per il valor d'un grosso, sia senza alcuna misericordia scannato.
20. Non ardisca soldato alcuno far correrie per le ville per trovar robba da
mangiare se non ha seco un servo del generale, n ad alcuno ingiuria si faccia,
sotto grave pena.
21. Non ardisca alcuno pigliare per il servizio militare uomo alcuno forestiero
e non conosciuto senza licenza del generale, sotto pena d'esser gravemente
punito.
22. Non ardisca alcuno di tirare con buone parole e promesse al suo servizio i
servitori d'altro soldato o capitano.
23. Non metta alcun soldato i cavalli alla guerra deputati a tirar le carette,
n per cagione de privati bisogni ardisca di servirsene o ad altri prestarli
senza licenza del suo generale.
24. S'alcuno far violenza a' vivandieri sia per la gola impiccato.
25. S'alcuno passer nelle publiche strade per far mercanzia o per andare a
buscarsi il vitto, uscendo per questo brutto guadagno delle trinciere, sia
gravemente punito.
26. Metta il generale il prezzo alle cose necessarie al vitto.
27. S'alcuno vender prima che la robba sia stimata, il comprator perda il
denaro e il venditor la robba; la qual cosa s'intendi anco di quello che pi
caro vender di quello che dal general sar limitato.
28. Non ardischi alcuno, sotto grave pena, di svillar con disoneste e
ingiuriose parole i ministri della giustizia dal general mandati a prender
qualche malfattore; e similmente, sotto pena di perder l'onore, non sia al
boia, ministro della giustizia, detta n fatta villania.
29. Siano i capitani obbligati, sotto pena di perder l'onore, a denonciare
quanti nelle lor compagnie soldati muoreno; n ardischino quelli che sono posti
in presidio di qualche rocca o cittade di pigliare nelle lor compagnie alcun
cittadino over abitatore de' luochi a lor commessi senza licenza del lor
generale.
30. Guardisi cadaun capitano, sotto pena della testa e dell'onore, di non
rendere a' nemici i luochi alla lor fede commessi sino che non sono in estremo
pericolo di perdersi.
31. S'il rotmastro (il che mai non sia) fosse scoperto per qualche segnale che
dar volesse il luoco a' nemici, possino e debbano i caporali e i soldati
prenderlo e al generale appresentarlo.
32. Sia obbligato il rotmastro over capitano de' soldati d'esser continuamente
presente al serrar le porte del luoco a s commesso, n sia ad alcun lecito
aprirle fuor di tempo, e debba la notte tenere tutti i suoi soldati dentro alla
fortezza.
33. Non si lassi entrare alcuno dentro alle fortezze, se di lui non si ha vera
notizia chi egli sia e quello che vada facendo; e se allegar buona raggione,
sia lassato entrare solo senza i servitori quali senza licenza del generale
intromessi non siano.
34. S'alcun soldato e massime pedone per legerezza andar su quello di nemici a
bottinare, sia fatto morire.
35. S'ad alcuno toccar la guardia ordinaria e non ser presente, li vadi la
vita.
36. S'alcuno, essendo in guardia, se ne partir temerariamente prima che il suo
cambio venga, perda la testa.
37. Quello a chi per ordine toccar la guardia, e per negligenza o per
embriachezza o per il gioco non far l'officio suo, perda la testa e l'onore.
38. Non ardisca alcun rotmastro uscir fuori delle sue fortezze, n mandare i
suoi soldati per i suoi particolari interessi in alcun luoco, senza licenza del
generale, e massime quando esso  presente, sotto grave pena.
39. Nisuno tenga appresso di s n anco una notte cosa alcuna a caso trovata,
ma debba subito appresentarla al rotmastro overo al generale, sotto pena,
contrafacendo, d'esser appiccato.
40. Qualunque soldato sar trovato caminare senza l'armi, per le quali esso ha
tocco dinari, sia messo pregione.
41. Non ardisca alcuno di far rumore o questione nelle fortezze, sotto pena
atroce; e se alcuno ferir alcuno, perda la vita; e per cacciar semplicemente
man all'armi li sia la man tagliata.
42. Nel racconciare le fortezze, e massime in tempo d'assedio, non si schivi
soldato alcuno posto ivi in presidio di lavorare in quanto fa bisogno.
43. Debbano i rotmastri e caporali amaestrare i lor soldati e insegnarli come
debbano star nelle lor squadre e come le lor armi adoperare; e se alcun esce
d'ordinanza, sia di vita privo.
44. Portino rispetto i caporali al lor rotmastro cos di fatti come di parole;
e il simile il rotmastro faccia verso loro, non li vergognando in alcun modo di
parole o di battiture; ma se far alcuno qualche errore, chiamati a conseglio
gli altri ministri da guerra lo iudichi e castighi, e in caso di rebellione lo
denoncii al generale.
S'alcuno officiale o compagno o luocotenente non osservar legittimamente
questi articoli fortificati con la pena dell'onore e della vita, il suo
rotmastro, presa sicurt e con protesto della perdita dell'onore e della
nobilt, al suo generale con i debiti modi lo mandi.


DESCRIZIONE COMPENDIOSA DELLA PRUSIA CON LE SUE PROVINCIE E CITTADI, E DE TUTTI
I MAESTRI CRUCIFERI DELL'ORDINE TEUTONICO.



Opinione de' dotti intorno alla derivazione della Prussia.

Quel preclaro ambasciator de' Germani e oratore celeberrimo appresso molti
prencipi stranieri, Enea Silvio, qual fu spesse volte ambasciator in Prussia,
nelle sue croniche scrisse che la Prussia pi convenientemente Ulmigavia
doverebbe esser chiamata; e ci non senza cagione, percioch il popolo dal
quale fu prima abitata Ulmigavo era nomato. Ma Giovanni Boemo scrive che di
verso levante vennero in queste parti ad abitare gli Amaxobii, gli Alani, i
Goti e i Venedi overo Vandaliti. E Matia Miecoviense, scrittore della
cronografia de' Poloni, referisse nel secondo libro e ottavo capitolo del suo
libro che Prussa, re di Bitinia, fu dal cartaginese Annibale persuaso a mover
guerra a' Romani, il che egli fatto avendo gli ne successe male, percioch
molto pi potenti erano i Romani, quasi alora di tutto il mondo signori, che
Prussa, re della Bitinia sola; onde li fu da' Romani tal rotta data che fu
sforzato ad abbandonare il regno e con lungo viaggio nella Ulmigavia passare,
la qual dal suo nome Prussia nomin. Narra l'istesso Miecoviense, in un altro
luoco di detta cronica, che, partitisi molti Romani d'Italia per le crudel
guerre che la travagliavano, in questi paesi si condussero e per la Prussia,
Lituania, Livonia e Samogizia si diffusero. Erasmo Stella afferma che questa
provincia fu populata da alcuni popoli chiamati Sargatiani, Gelidani, Alani e
Venedi, quali per troppo non vi si fermarono. Sebastiano Brand, scrittore
della cronografia di Germania, cos dice de' Pruteni e de' lor luochi: "Sono i
Pruteni alla Vistola over Vandalo vicini, qual fiume la Polonia dalla Germania
separa, e uscito dalla Slesia passando per la minor Polonia e per la Massovia e
per la Prussia sino a Gedano corre, ove nel mare le sue acque scarica". Confina
la Prussia dall'equinozio con la Sassonia, da ponente con la Pomerania e col
mar Baltico over Germanico, da levante con la Lituania, da mezogiorno col regno
di Polonia e col ducato di Massovia, e con la Curlandia e Livonia da
settentrione. Ed  paese fertilissimo di biave e d'animali. Fu abitata, e
massime intorno alla Vistola, s come afferma Tolomeo, dagli Ulmigavi, dagli
Alani, dalli Amaxobii e da' Gotti. Adorarono queste genti i demonii e alcune
profane creature sino a' tempi de Federico secondo imperatore, col consenso del
quale da' cruciferi dell'ordine teutonico, che prima mariani o pauperiani si
chiamavano, domati furono e alla cristiana fede convertiti l'anno del Signore
milledoicento e sedeci. De' quai cavallieri chi desidera i fatti e l'origine
sapere, lega la cronica de' pontefici dell'ordine de' frati teutonici, e
Sebastiano Franco nella seconda parte della sua cronologia.


L'antica religione de' primi Pruteni.

L'anno del Signore cinquecento e tre signoreggiava a' Pruteni overo Ulmigavi il
re Bruteno, il quale, vedendosi alla vecchiezza vicino, stuffo di pi comandare
e desideroso di menar vita tranquilla, rassegn il regno a Veijdenuto, suo
fratello, e prese il sommo sacerdozio della sua gente, essendo per degnit
kirie kireijto chiamato, che significa prossimo nostro signore. Avevano i
Pruteni fabricato a questo lor pontefice e agli idoli loro una magnifica e
ricca abitazione sotto una certa quercia, e da Roma romana la chiamavano. Otto
braccia intorno a questa quercia erano tirate tele di finissima seta
dell'istessa altezza, dentro alle quali non potevano entrare altri che il
patriarca, kirie kireijto detto, e i prencipali ministri degli idoli: e se
venivano alcuni per vedere, onorare, adorare e offerire agli idoli, i lor
ministri alzavano alquanto una cortina di detta tela, tanto che gli idoli veder
si potessero. Era questa quercia tripartita e tra molti boschi di quercia per
la pi bella eletta, posta in un luoco ove  stato poi edificato il castello
Heyligenbeil. E da una parte aveva il dio de' Pruteni Petuno, cio fulmine,
chiamato, in onore del quale ardeva un perpetuo fuoco fatto di legne di
quercia, che se per mala sorte o per negligenzia si fosse smorzato, n'andava la
vita a' ministri che erano deputati a mantenerlo. Dall'altra parte collocato
era l'idolo Patrimpo, il culto del quale era in mantener vivo un serpente, che
da' ministri di latte nutrito era. E nella terza parte un idolo del diavolo si
vedeva, detto per nome Patelo, e il suo onorarlo consisteva nel tenerli
appresso una testa di qualche uomo morto. Avevano oltra questi anco molti altri
dei, a' quali davano il divino culto, e sempre tra l'ombrose quercie: quasi
quante cose avevano, tanti dei li consegnavano. Uno n'avevano, detto in lor
lenguaggio Vurschaito, da loro molto reverito, come quello che tenevano per lor
dio domestico e ch'avesse dei suoi mobili cura, come anco a tutte le bestie
domestice di quattro piedi da lor era preposto. Un altro, detto Sneibrato,
preponevano all'oche, anatre, galline, colombi e altri simili uccelli; e il
terzo, Gurcho detto, de tutte le cose necessarie al vivere tenean che avesse
cura. In oltre devano il divino onore a' tuoni, alla luna, alle stelle, a'
serpenti, a' rospi e a quasi tutte le creature. Fu gi questa gente barbara e
inculta e senza cognizione alcuna di lettere, e per non si poteva farli
credere che uno uomo potesse col mezo delle lettere ad un altro uomo narrare i
suoi pensieri e volontadi. L'acqua mesciata con miele e latte di cavalla era la
lor bevanda; ed erano molto amorevoli co' forestieri che nelle lor case
arrivavano.


Divisione della Prussia in dodeci ducati.

L'anno della nativit del nostro Signore cinquecentosettantatre Vedenuto,
prencipe di Prussia, al qual (come si disse) fu dal fratello Bruteno quel stato
rassegnato, se trov padre di dodeci figliuoli, i nomi de' quali son questi:
Saymo, Neydro, Sudo, Slavo, Natango, Barto, Galindo, Varmo, Oggo, Pomedzo,
Colmo e Lituo. Ed essendo esso in processo di tempo giunto in et di cento e
sedeci anni, divise la Prussia a' suoi figliuoli, constituendo Saymone, di
maggior etade, superiore agli altri tutti. E a questo modo la Prussia fu,
secondo il numero de' figliuoli di Vedenuto, in dodeci ducati partita, ciascuna
parte della quale dal proprio prencipe il suo nome prese. Le quali in questo
luoco da noi seran descritte con le lor cittade e castelli e col tempo che per
la maggior parte da' cruciferi edificate furono.


Sudavia, primo ducato.

Sudavia era gi il primo e prencipal ducato della Prussia, qual dal prencipe
Sudavo cos fu nominata. Avanza questo ducato tutti gli altri di bont e di
fertilitade; e di esso a un suon di tromba si cavavano seimila cavalli e
ottomila fanti. E in questo facevano anticamente residenza i prencipali baroni
e nobili di tutta la Prussia, ma ora  di selve pieno e di paludi, n vi si
vede segno alcuno del suo pristino splendore fuor che sette ville da lavoratori
delle terre abitate nel territorio luptavense; percioch esso fu tutto rovinato
da' cruciferi dell'ordine teutonico, non per altra caggione che per la loro
perfidia e disobedienza. Ed  questa provincia distinta dalla Sambia col mezo
d'una palude, e dal ducato nadraviense dal fiume detto Lawo.


Sambia, ducato secondo.

Sambia, adesso chiamata Szamland, prese il nome da Saymo suo prencipe; ed era
di forze e di fertilit poco all'altro inferiore, percioch si potean d'esso
cavare quattromila e quattrocento fanti. Il fiume Pregel dalla Natangia la
divide, e queste son le sue cittade e castelli:

Lebonicht

1256
Kneypach

1380
Regiomonte, con un castello e una antica (come essi chiamano) cittade
ciascuna delle quali fu edificata l'anno del Signore
1260
Fischusia

1269
Lechstet

1289
Mumelburgia

1279

Germania, Bobetia, Tiremburgia, Rudavia, Novhusia, Wargia, Ceilgarbia,
Lutbavia, Schaccia, Chremetia, Waldovia, Bonundia, Rosita, Caymen.

Questo sono i nomi delle rocche e cittadi che erano gi nel ducato di Samblia,
che furon tutte fortificate di fossa e mura da' cruciferi; alcuna delle quali
son or redotte in corte giudiciali, e una gran parte giaceno per terra
destrutte e rovinate.


Natangia, ducato terzo.

La Natangia ebbe il nome da Natango suo prencipe, la quale  divisa dalla
regione detta Bartia dall'Alla e dalla Pomesania dal Passara fiume.  bonissimo
paese e ha molte rocche e cittadi, come qui di sotto appare:

Valdovia citt

1256
Girdavia citt

1326
Cintia castello

1313
Creneburga citt con la rocca

1253
Heiligenbeil castello
furono edificate l'anno del
1301
Fridlandia citt
Signore
1312
Schippenbeilia citt

1315
Brandeburg castello con la rocca

1362
Balga rocca

1239
Damnovia citt

1400


Nadravia, quarta provincia.

La provincia di Nadravia da Nadra fu denominata, e il fiume Pregiel dalla
Natangia la divide, e la Nara, un altro fiume, dalla Slavonia. Fu questa da'
cavallieri teutonici quasi tutta ruinata per la gran perfidia de' suoi
abitatori; della quale appareno ancora alcune reliquie, che sono case e capanne
de pescatori.


Slavonia, ducato quinto.

La regione di Slavonia a tempo degli antichi Pruteni era per ducato reputata,
ed ebbe il nome dal prencipe Slavo. Per la maggior parte da Lituani e cruciferi
destrutta,  dalla Lituania separata dal Memola fiume; nel cui distretto
l'infrascritte cittade e castelli si contengono:

Ragneta

1253
Tilsa

1289
Reno

1276
Liecovia

1273
Salavia

1385
Labia

1258
Tapia
che da' frati cruciferi
1255
Vintburgia
in questi anni
1249
Christoverder
della incarnazione del
1253
Boitia
Signore edificate furono
1338
Cestia

1185
Norbeitia

1381
Vonsdorsa

1391
Angerburgia

1412
Dringofortia

1403



Bartonia, sesto ducato.

Bartonia ha la sua etimologia dal prencipe Barto, e con Lituani e Moscoviti per
i confini contrasta. Settanta stagni e un gran deserto dalla Lituania la
separano, e dalla Galindia un certo fiume. E anco questa provincia in gran
parte  stata da Lituani e cruciferi destrutta, le cui rocche e castelli da'
cruciferi rifatte l'infrascritte sono:

Norderburg

1505
Ioannesburg

1268
Gurgburg
furon da' cruciferi
1259
Insterburg
questi anni edificate
1342
Riteverder

1396
Bartovia

1365
Rheno

1375



Galindia, settima regione.

Da Galindo prencipe fu questa regione Galindia nominata, i confini della qual
verso Massovia son da boschi terminati. A' tempi vecchi fu tanto popolosa che
il paese non era al suo gran popolo bastante, onde quelli che il paese
governavano comandarono severamente alle loro ostetrice che non lassassero viva
alcuna putta che per l'avvenir nascesse. La qual cosa vedendo essi non essere
osservata, tagliarono le tette a tutte le donne lattanti, accioch non
potessero pi notrire alcun figliuolo: la qual cosa cagion grand'affanno e
miseria in tutte le altre donne. Era in questa provincia a quei tempi una certa
donna chiara per potenza e autoritade, la quale per profetessa era tenuta in
quelle parti e solea dare alcune vere risposte. Si dolsero con questa donna
tutte le donne offese, ed essa, avendoli compassione, cominci ad imaginarsi di
far qualche inganno in danno degli uomini e in vendetta del receuto oltragio; e
chiamati tutti i prencipi e baroni, li persuase a mover guerra quanto prima a'
cristiani e andare ad affrontarli senza alcuna sorte d'armi, affermando tal
essere il voler de' dei, che n'averebon riportata una segnalata vittoria.
Stimando i Galindi questo esser vero, perch, come si disse, per profetessa
l'avevano, raccoltosi e gioveni e vecchi senza alcuna arma corsero in Polonia e
Massovia, provincie de' cristiani, e fatto d'uomini e di bestie un grosso
bottino alla volta della patria tornavano, quando, essendo fuggiti dalle lor
mani alcuni pregioni, fecero sapere come i nemici erano senza armi. Onde, dato
i cristiani in pressa di man all'armi, furono a trovare i lor nemici, e
giuntoli gli assaltarono, roppero e misero in fuga, tagliandone la maggior
parte a pezzi; e seguitando la vittoria e i nemici che fuggivano entrarono ne'
lor paesi e li posero tutti a ferro e a fuoco, menandone via tutte le donne e
giovenetti e putti che in essi erano.
Le cittade e fortezze di Galindia sono l'infrascritte:

Orteleburg fortezza

1266
Rastenburg castello

1329
Neiburg rocca e castello
furono restaurati
1238
Passenwia castello
l'anno
1388
Dresdovia rocca e castello

1338
Lucia castello

1348
Lucemburg castello

1349


Varmia, ottava regione.

Varmia over Wermelandia provincia prese il nome dal suo prencipe Warmo. Un
stagno e il fiume Passaria dalla Pomesania la dividono, e alcuni altri
fiumicelli dalla Natangia. E l'infrascritte rocche e cittadi in s contiene:

Ressel rocca e cittade

1337
Streburg rocca

1348
Bischofstein citt

1325
Wartemburg citt
furono a questi tempi
1325
Allenstein rocca e citt
edificate
1367
Melsatia rocca e citt

1326
Helsberg rocca e citt

1320
Wermedito rocca e citt

1316
Gustaldia citt

1326


Hogkerlandia, nona provincia.

Hogkerlandia, overo Pomesania, fu cos nomata dal nome di Hogo, di essa
signore; e il Passaria fiume dalla Natangia la divide, e vi corrono doi altri
fiumi, Melfink e Drasen; le cui rocche e cittadi l'infrascritte sono:

Brademburg fortezza e castello

1258
Frauemburg castello
quali questi anni
1279
Tolkiemit castello
edificate furono
1365
Munusia castello

1365
Scharpovi villa

1400


La fortezza d'Elbinga fu fatta l'anno 1237, ed essa citt, famosa e ben
popolata e chiara per le grosse fiere che in essa si fanno, l'anno 1239
edificata fu.


Culma, decimo ducato.

Culma, regione della Prussia, prese il nome da Culmo suo prencipe; la separa
dalla Polonia e dalla Pomerania il Vistola fiume, dalla Pomesania l'Ossa e da'
territorii di Michlovia e di Dobrinia il Drebnicz. E contiene queste cittadi e
fortezze:

Culmina citt grande

1223
Wetislavia rocca
che furono
1215
Aldusia castello
questi anni
1238
Grandentz rocca e castello
edificate
1299
Gugeleburg citt

1230

Schonse rocca e cittade

1305
Strasbur rocca e cittade

1285
Bartonia rocca

1246
Neumarkt citt

1325
Rogosna rocca

1293
Colmense citt

1251
Torunia rocca e citt grossa, cittade chiara per la fiera che in essa si fa,
edificata presso il fiume Vistola
questi anni
edificate furono
1235
Papavia rocca

1375
Fideck rocca

1331
Lipno rocca

1319
Lelna citt

1328
Golba rocca e cittade

1300
Luben rocca e cittade

1233
Deden citt con la rocca

1233
Bergelania rocca

1305
Lautergurgia rocca

1301

Il re di Polonia tra gli suoi titoli porta quello di questo ducato.


Pomesania, provincia undecima.

Pomesania, cos detta dal prencipe Pomesa,  dall'altre regioni divisa da'
fiumi Vistola, Elbinga, Drusno, Drobnicz e Wessera. Sono in essa molte chiare e
famose cittadi e fortezze, come qui di sotto appare.
Mariemburg, grossa cittade, fu del milletrecento e doi fondata, ma la rocca del
milledoicento e ottantauno era da' frati teutonici stata edificata, nel tempo
che era del lor ordine gran maestro il conte neldroviense Hartmano.  questo
luoco per sito fortissimo, oltra che di grossa palificata, di profonda fossa,
di muro e di bastioni  circondata, e di grossa munizione fornita; e in essa il
re di Polonia grosso presidio tiene.

Neutichia castello

1329
Stum rocca e cittade

1249
Cristburg rocca e citt

1258
Preusmarck rocca

1329
Salfeld citt

1328
Merinek rocca e cittade

1390
Holand rocca e citt

1329
Lubstadia citt

1302
Osterrade rocca e citt
le quali con le
1270
Rossemburg rocca e citt
lor fortezze
1289
Marienverder cittade e rocca
questi anni
1311
Garnesia citt
edificate furono
1328
Germanica Eilovia cittade e rocca

1337
Lebmulia citt

1337
Hohenstein citt

1301
Schomemberg rocca

1319
Rosemberg citt

1315
Eilembur citt

1299
Neumburg citt con la rocca

1289
Salavia citt con la rocca

1306


Michlovia, provincia duodecima.

Michlovio  stretto paese, posto tra il Brodna e Drebnicz fiumi, per cagione
del quale ebbero i Poloni e i frati teutonici tra lor risse perpetue. Non fuor
che una rocca sola nella citt di Strasburg e tre fortezze, Berklio, Donnik e
Mitchlovia.
La regione di Pomerania, che con lungo tratto di terra confina col mare e dal
qual anco il suo nome ha preso,  da noi stata descritta ove della Polonia
trattato abbiamo: il possesso della quale fu per molti anni e con molte
battaglie tra Poloni e Pruteni cruciferi combattuto. In questa  posta la
famosa citt di Gedano over Dantisco, per un miglio dal mar Germanico distante,
e appresso alla quale passando il fiume Vistola va poco indi luntano a
discaricare con molte gran bocche le sue grosse acque in detto mare. Si fa in
questa terra la pi famosa fiera che sia in tutte quelle parti. Al re di
Polonia  sottoposta, e fu del 1285 edificata.
Erano i Pruteni gente di barbara e fiera natura, cattivi e infideli; adoravano
per dio ogni sorte de vane creature, n sopportar potevano d'esser redotti alla
luce della cristiana fede. Il lor proprio lenguaggio non  punto dal livonico
dissimile; e a' Poloni e a' Massoviti tributo pagavano, ma spesso con ogni
picciola occasione da lor si ribellavano, onde per lungo tempo tra loro molte
guerre successero. E finalmente del milledoicento e undeci, essendo Conrado,
prencipe di Massovia, che dal sangue regal di Polonia era disceso, grandemente
travagliato dalle lor spesse correrie, domand per suoi ambasciatori aiuto a
Federico secondo, romano imperatore, che volontieri li mand ventimila
cavallieri cruciferi dell'ordine teutonico, che in quei tempi di Ierusalem da'
Saraceni eran stati scacciati. A' quali di prima giunta don il prencipe di
Massovia la terra culmense con la rocca drobzinense, con questa condizione, che
essi fossero tenuti ad ogni suo bisogno darli soccorso contra gli infideli
Pruteni, e d'accordo insieme di giustamente tra lor partire quanto essi nella
Prussia acquistassero. Tornar in questo luoco a proposito dire qualche cosa
intorno all'origine de' cruciferi dell'ordine teutonico.


Origine e prencipio dell'ordine teutonico.

L'anno del Signore millecentoottantaotto, regnando Balduino re cristiano in
Ierusalem, i Saraceni e barbari di Ptolemaida, detta dagli Italiani Acona e da'
Germani Acris, con le spesse correrie il stato di Terra Santa grandemente
travagliar solevano; per lo che fu il re Balduino sforzato a chiedere aiuto a'
popoli cristiani, ed ebbe tra gli altri da' Longobardi, sessanta galee con
cinquantamila soldati, co' quali passarono anco molti uomini devoti per
visitare con questa occasione i luochi di Terra Santa. Erano questi (come ho
detto) cinquantamila, parte di Sassonia e parte d'altre provincie di Germania;
che, giunti in Soria, andarono con molti altri cristiani all'assedio d'Acona e
per un anno assediata la tennero. E ne' molti assalti restandone molti feriti
dall'arme nemiche, e molti anco d'altre malatie infermandosi, n avendo nel
paese chi li soccorresse delle cose necessarie, infiniti ne morivano. Mossi
otto Teutoni, uomini da bene e pii, a compassione di tanti che perivano per non
aver governo, d'averne cura l'assunto si presero, per la diligenzia e buona
servit de' quali molti la sanit recuperarono. Avendo poi presa i cristiani la
cittade, edificarono questi Teutoni un ospidale sotto il titolo della beata
Vergine Maria, ed elessero il primo maestro di esso Enrico di Valpor, di
nazione germano, qual diligentemente il suo officio fece, n manc di dar ogni
aiuto possibile a' poveri e agli infermi; nella qual buona opera in Acona i
suoi giorni fin del millecento e nonanta. Edific poi il re Balduino in
Ierusalem un tempio e un ospitale sotto l'istesso titolo, accioch fossero in
esso governati quei poveri nobili e infermi che nella guerra d'Acona offesi
erano stati. E finalmente del millecento e nonantauno papa Clemente terzo
questo ordine conferm e detteli titolo de frati teutonici dell'ospitale
ierosolimitano di Santa Maria, ordinandoli che secondo la regola di santo
Agostino vivessero, e dandoli per insegna la croce negra. Il patriarca poi
ierosolimitano li dette l'abito d'un mantello bianco con doi croci negre, una
per banda. Ventiquattro laici furon questi primi che l'abito presero, e sette
sacerdoti, a' quali fu permesso che con la corazza indosso e con la spada alla
banda la messa celebrar potessero. Nissuno la barba si tagliava, e cos volendo
la regola sopra un sacco pien di paglia dormivano; ma fra poco tempo con una
maravigliosa metamorfosi queste cose il lor stato mutarono.
2. Successe ad Enrico di Valpor nel magisterio dell'ospitale ierosolimitano
Otto di Karpen, nobile germano, l'anno del Signor 1200, sotto Filippo secondo
di questo nome imperator romano e a' tempi d'Innocenzio terzo sommo pontefice.
Serv questo con umilt e simplicit di cuore a Dio e a' frati, e l'anno sesto
del suo officio usc di vita e in Acona fu sepolto.
3. Il terzo mastro dell'ordine fu Hermano Brand olsacense, sotto il pontefice
Innocenzio terzo e Filippo secondo imperator romano, l'anno 1206; e visse
quattro anni in questo officio, aiutando quanto egli puot i poveri, e in Acona
ebbe la sepultura.
4. Successe a questo Hermano Salicen, nobile misnense, a' tempi d'Ottone e di
Federico secondo imperatori e d'Innocenzio terzo e d'Onorio e Gregorio nono
sommi pontefici. Ottenne questo al suo ordine segnalati privilegi e dal papa e
dall'imperatore Federico secondo; percioch, essendo nate alcune discordie tra
'l sommo pontefice e l'imperatore, esso con la sua prudenza acquiet gli animi
alterati. E sotto lui prese l'abito di quell'ordine Conrado, marchese
turingense, nel qual a' suoi tempi doimila nobili cavallieri a speron d'oro
della germanica nazione si ritrovaro, che fur da lui per trenta anni continui
governati. E al suo tempo essendo stati scacciati i frati di detto ordine di
Ierusalem da' Saraceni, li fu di consenso dell'imperator Federico, del re di
Polonia e di Conrado, duca di Massovia, la Prussia concessa; ventimila de'
quali entrati nella Prussia col braccio e aiuto de' Poloni s'impatronirono del
territorio culnense.
5. El quinto mastro di questo ordine fu Conrado, marchese de' Turingi e de'
Cati, a' tempi di Celestino quarto sommo pontefice e di Federico secondo
imperatore, l'anno 1240. Qual prese l'abito in Mariemburg, nella Prussia, con
molti nobili giovenetti e uomini di conto e prudenti, e con Prussi molte guerre
fece, con le quali e non senza gran fatica ampli grandemente il stato del suo
ordine. E provedendo alle ruine che occorrere li potevano, benissimo conserv
tutti i suoi luochi, ed essendo poi di vita uscito, in Mariemburg li fu data
sepoltura.
6. Poppa da Osterling eletto fu sexto mastro dell'ordine al tempo di Conrado
quarto imperatore e di papa Innocenzio quarto, l'anno 1252. Guerreggi
onoratamente co' Pruteni, co' Lituani e Swantopolo, duca di Pomerania; e
finalmente fu da' Tartari ucciso inanzi la citt di Legnicia insieme con
Conrado, duca di Slesia, marito di santa Hedvige, e da' cristiani portato in
Wratislavia nella chiesa di Santo Alberto fu sepolto. Fu Regiomonte nel suo
tempo edificato.
7. L'anno 1263, regnando Wilelmo conte di Fiandra imperatore e tenendo
Alessandro quarto le chiavi di Pietro, fu eletto il settimo gran mastro
dell'ordine Giovanni sangerusense. Sminu grandemente le forze de' Pruteni
infideli, e sotto il suo governo prese l'ordine suo grand'augumento. Edific in
Torunia il monasterio de' frati dominicani, e anco la citt di Brandeburg con
la sua rocca in questi tempi edificata fu, l'anno del Signore 1266, insieme con
Tapia, fortezza di qualche importanza. E dopo l'aver governato dodeci anni mor
e in Treveri fu sepolto.
8. L'ottavo mastro dell'ordine, Hartmano, conte heldrigense, fu eletto a' tempi
di Rodolfo imperatore e di Clemente quarto sommo pontefice, del 1275. Fu uomo
pio e molto industrioso, e per forza d'arme si sottopose Nadravia e Sudavia,
regioni della Prussia, e lungo tempo guerreggi co' popoli circonvicini. Al suo
tempo, del 1279, fu edificata la citt di Menia, e del 1281 fu drizzato il
castello di Mariemburg. Fin la sua vita in Venezia e ivi fu sepolto.
9. Successe ad Hartmano Bruthardo Sweden, nono mastro dell'ordine, al tempo di
Rodolfo Cesare e del pontefice Giovanni vigesimoprimo, del 1283. E sotto il suo
governo fu fatto un sanguinoso e gagliardo fatto d'arme con Pruteni infideli,
nel quale essendosi tagliati a pezzi tutti i prencipali de' nemici, redussero i
frati dell'ordine tutta la Prussia alla lor devozione e obedienza. Indi, sette
anni governato avendo, renonci l'officio, e morto a Rodio ivi nella chiesa di
San Giovanni fu sepolto.
10. Prese il governo dopo Buchardo il decimo mastro, Conrado Feuchtvangen,
regnando Adolfo imperatore e nel pontificato Nicol quarto sedendo, l'anno 1290
del nostro Signore, al cui tempo l'ordine fece gran profitto. E l'anno settimo
del suo governo in Praga di Boemia all'altra vita pass e in Trebnicia fu
sepolto.
11. L'undecimo mastro dell'ordine, Gotfredo conte di Oloch, fu eletto al tempo
dell'imperatore Adolfo e di papa Celestino quinto, l'anno del Signore 1297.
Pass questo da Venezia con molti frati in Prussia, e l'officio dieci anni
esercit; indi, chiamati i cavallieri a capitolo, renonci il maestrato e
passato in Germania usc di vita.
12. L'anno 1307 fu creato il duodecimo mastro, Sofrido Feuchtvangen, al tempo
d'Alberto imperatore duca d'Austria e di papa Clemente quarto. Transfer questo
la sua sedia da Venezia in Prussia nel castello di Mariemburg, percioch in
questi tempi perse questo ordine per alcune occasioni le sedie e bellissimi
palazzi che egli in Terra Santa, in Venezia, in Napoli e in Inghilterra aveva.
Govern Safrido doi anni, e in Mariemburg usc di vita.
13. Carlo treverense sotto Enrico settimo imperatore e Clemente quinto sommo
pontefice al magistrato assonto fu l'anno 1309. Fu uomo chiaro, prudente e
industrioso, e al suo tempo, del 1312, fu fondata contra gli insulti de'
Lituani la rocca di Memola nella Curlandia, regione della Prussia. Fu chiamato
questo prencipe a Roma, ove di modo col divino aiuto si diffese dalle cose
imposteli che sopra il capo de' suoi accusatori l'accusa ritorn. E da Roma
partitosi, per strada usc di vita nella citt di Vienna, nella quale anco fu
sepolto. Al suo tempo successe una cos terribil peste che i frumenti ne' campi
si marcirono, per non vi esser uomini che a raccogliere gli andassero.
14. Il quartodecimo mastro, Vernero urselense, prese l'officio l'anno 1322, a'
tempi di Ludovico Cesare e di Giovanni vigesimosecondo; e con sua gran lode
quello esercit, ma poco tempo, percioch, mentre egli tornava da vespero la
vigilia di santa Elisabetta, da Giovanni Bunsdorfio, frate dell'ordine,
amazzato fu.
15. Ludolfo, duca tulisurgense overo brusvicense, quintodecimo mastro, prese
questa dignit l'anno 1325 sotto Ludovico imperatore e di papa Giovanni
vigesimosecondo. Fu uomo pio e prudente e integramente la iustizia ministr.
Astrense grandemente i frati al divino culto e, dandoli largamente le cose
necessarie, se li rese con questa liberalit molto obedienti.
16. Di ottanta anni era il Districho conte d'Aldeburg, sestodecimo mastro,
quando a questa degnit fu assonto, ne' tempi dell'imperator Ludovico e di
Giovanni vigesimosecondo sommo pontefice. Fu uomo molto eloquente, di
grand'autorit e molto severo nell'amministrar giustizia; fu molto spaventevole
a' nemici infideli, ed edific in Mariemburg una chiesa alla beata Vergine.
Mor in Torunio e, portato in Mariemburg, nella chiesa di Santa Anna fu
sepolto.
17. Fu eletto decimosettimo mastro Rodolfo, duca di Sassonia, del 1339,
regnando l'imperator Ludovico e il papa Benedetto undecimo. Fece questo del
1341 un grosso esercito, col quale la Neumarcovia si fece soggetta; a che
mentre egli attende, entrarono i Lituani in Prussia e la misero quasi tutta a
ferro e a fuoco, menandone via molti pregioni. Cagion questa cosa tal dolore
nel petto a questo prencipe che, datoli volta il cervello, fu dall'officio
deposto, e poco sopravivendo di dolore mor e nella citt di Marienverder
sepolto fu.
18. Enrico dusmariense, mastro decimoottavo, eletto fu al tempo di Clemente
sesto, e anni sette visse in questo governo. Fece con Lituani e Pruteni un
famoso fatto d'arme il giorno della Purificazione della Madonna, nel qual
diecimila de' nemici uccise; e dopo la sua morte fu in Mariemburgo sepolto,
avendo prima che di vita uscisse fabricato in Regiomonte il monasterio delle
vergine a Dio sacre, detto volgarmente Lebenich.
19. Il decimonono mastro fu Enrico kimpradiense, che del 1348, regnando Carlo
imperatore e Clemente sesto, a questa degnit fu assonto; sotto al cui governo
fiorirono nel suo ordine molti uomini dotti. E avendo per trentauno anno
ammaestrato i suoi sudditi nel timor divino, mor e fu sepolto in Mariemburg.
20. Conrado Zolner, vigesimo gran mastro, prese questo officio al tempo
dell'imperatore Venceslao e d'Urbano sesto sommo pontefice. Fece molte onorate
imprese contra gli infideli di Lituania e di Samogizia, ne' tempi di Keistudo,
di Iagiello, Vitoldo e Visdrigellone di Lituania duchi. Visse otto anni e in
Mariemburg usc di vita.
Del milletrecento e ottantaotto Conrado valenrodense ascese alla degnit del
maestrato, a' tempi di Venceslao imperatore e di papa Bonifacio. Fu uomo
colerico e terribile, ed essendo per natura alle cose di guerra inchinato,
odiava di maniera i sacerdoti e monaci e tutte le persone ecclesiastice che n
anco al suo morire volse da alcuni d'essi esser visitato. L'anno 1391, armatisi
i frati dell'ordine, parte per terra e parte per barca su per il fiume Cronone,
ditto Nemen da' Lituani, in Lituania passarono, e giunti sotto la rocca
cawnense vi posero l'assedio; e fattoli intorno tre forti, Denverder,
Riteverder e Metemburg chiamati, scorrevano la Lituania, e amazzando e col
ferro e col fuoco rovinando il paese d'ogni intorno, in questi forti poi si
retiravano.
22. Conrado Iungingen, in ordine vigesimosecondo mastro, fu a questo grado
chiamato sotto Venceslao imperatore e Bonifacio papa. Fu questo assai lodato
per la rara bont de' suoi costumi, e molto della pace dilettossi, onde li
convenne molte cose da' frati dell'ordine soffrire. Dodeci anni visse in questa
degnitade, e dopo morte fu in Mariemburg sepolto, nel tempio di Santa Anna.
23. Successe a Conrado Ulrico suo fratello, al tempo di Ruberto imperatore e
del pontefice Gregorio duodecimo, nell'anno del Signore 1404. Fu uomo strenuo e
bellicoso, n troppo osserv le regole dell'ordine. Odiava i proprii parenti,
a' quali anco lev molte fortezze e molte distrusse; assai guerre con Lituani e
con Poloni fece; e finalmente da Iagiello, re di Polonia, e da Vitoldo,
granduca di Lituania, fu in un sanguinoso fatto d'arme rotto, nel qual anco con
doicento commendatori ucciso fu, e vi restaron prigioni il duca stetinense e
olesnicense, Kerczdoff, capitan generale dell'esercito. Morirono in questa
giornata cinquantamila cruciferi, e non senza vendetta, percioch nel primo
affronto uccisero settemila Lituani e lassarono a' nemici una sanguinosa
vittoria.
24. Enrico, conte plauense, a questo successe, regnando Sigismondo imperatore e
il vicario di Cristo Giovanni vigesimoterzo. Volse questo vendicar il suo
ordine de' danni dal Polono fattoli, ma mentre egli a questo s'apparecchia fu
dell'officio privo e messo prigione, nella quale il settimo giorno essendo
morto, in Mariemburg fu sepolto.
25. Il vigesimoquinto mastro di questo ordine, Michiel sterbergense, mastro
della cucina imperiale, fu a esso preposto a' tempi de Sigismondo imperatore e
del sommo pontefice Giovanni vigesimoterzo, l'anno del Signore 1410. Nel primo
anno del cui governo il re di Polonia Iagielo e Vitoldo, duca di Lituania,
saccheggiarono le cittadi e i territorii d'Osterroda, del vescovato
nelsburgense, di Resemburg, d'Elbinga e di Christburg; assediarono anco
Argentorato, ma non lo potero prendere. Visse Michiele nuove anni in questa
degnitade, e dopo a sua instanzia fu deposto e fin la sua vita in Gedano, e in
Mariemburgo fu sepolto.
26. L'anno della nostra salute 1419 fu eletto a questo officio Paulo
rudolfiense, che in ordine fu il vigesimosesto. Prese egli questo governo
regnando Sigismondo imperatore e Martino sommo pontefice, nel cui tempo molte
provincie e citt della Prussia, ribellandosi da' cruciferi, a Casimiro, re di
Polonia, si dettero. Visse egli nuove anni in questo magistrato, e morendo in
Mariemburgo fu sepolto.
27. Conrado Erlihusio, vigesimosettimo mastro, fu al tempo dell'imperator
Alberto eletto, del 1438. Si guard questo sempre dalle guerre; e finalmente,
consumato dal dolore che per le tristizie de' fratelli dell'ordine si pigliava,
venne a morte in Mariemburg e ivi fu sepolto.
28. Ludovico Herlihusio, mastro vigesimoottavo, cominci a regger i frati
dell'ordine del 1450, in tempo dell'imperatore Federico terzo. Sotto il governo
del quale tutta la Prussia si rebell dall'ordine e venne per la maggior parte
a darsi al re di Polonia Casimiro, e anco i soldati che in Mariemburg erano in
presidio del 1457 vendorono quella citt con tutta la sua giurisdizione al re
polono per quattrocentosettantaseimila fiorini. Avendo dopo preso il detto re
la fortezza di Choijnicz, con i cruciferi la pace fece, e allora venne la
Pomerania totalmente sotto la corona di Polonia, per la quale tra Poloni e
cruciferi per cento e cinquanta anni guerreggiato si era.
29. Del 1467, a' tempi di Federico terzo imperatore, Enrico Rheo, conte
plauense, mastro vigesimonono, a quella degnit fu assonto, nella quale solo
undeci settimane visse, e nella chiesa catedral di Regiomonte fu sepolto.
30. Il trigesimo mastro, Enrico conte retherbergense, nel 1470 sotto Federico
imperatore e Sisto quarto sommo pontefice questo officio prese. Fu uomo duro e
furibundo; fece morire di fame in pregione Theodoro, vescovo di Prussia, e per
sette anni governato avendo mor e fu sepolto in Regiomonte. A' tempi suoi fu
la guerra de' sacerdoti in Germania.
31. Martino Trachses weczhausense ad Enrico successe, regnando l'imperator
Federico e Sisto quarto papa.
Visse dodeci anni in questo officio e sudditto si fece del re di Polonia
Casimiro; mor in Regiomonte e ivi fu sepolto.
32. Giovanni de Tiefen svizaro, nato di famiglia illustre, trigesimosecondo
mastro, del 1489, al tempo di Federico terzo imperatore e di Iulio sommo
pontefice, dell'ordine la cura prese. E l'anno istesso al re di Polonia omaggio
e obedienza giur, in aiuto del quale combattendo egli contra Valacchi fu rotto
e ucciso; e portato in Regiomonte ivi sepolto fu.
33. Federico, duca di Sassonia, ebbe il trigesimoterzo luoco tra' gran mastri
l'anno 1498, regnando Massimiliano imperatore e Iulio sommo pontefice. Non
volse questo mai obedienza al re di Polonia giurare, per lo che da' Poloni fu
molto travagliato; ed esso, retiratosi in Hermandura, sua patria, tenne fuor
de' confini del suo ordine per dodeci anni il maestrato. E nel suo tempo mor
Giovanni Alberto, re di Polonia, al qual successe nel regno Alessandro suo
fratello.
34. Alberto, marchese di Brandburg, nepote di Casimiro re di Polonia,
trigesimoquarto gran mastro, fu del 1512 di questa degnit in Regiomonte con
gran pompa investito, a' tempi di Massimiliano Cesare e di Iulio pontefice. Non
volse mai a suo germano Sigismondo, re di Polonia, fidelt giurare, anzi,
fortificati tutti i luochi suoi, si mise con esso in guerra che molto tempo e
con morte d'assai dell'una e dell'altra parte dur.


Fatti pi notabili occorsi al tempo di questo gran mastro.

L'anno del 1519, intorno all'autunno, principi la guerra tra il re Sigismondo
e il marchese Alberto, di Prussia mastro; e nel prencipio dell'anno seguente,
il primo giorno dell'anno, il marchese Alberto all'improvisa occup Brasberg, e
l'anno medesimo Mielzak e Milimhin con molte altre cittade e castelli al re si
diedero. E ne' giorni di quadragesima, nel mese d'aprile, prese l'esercito
regio la citt e rocca d'Oland, e indi fu dall'istesso la citt e rocca di
Brandeburg presa e sacchegiata. E nell'istesso tempo Volfango, duca
schonemburgense, raccolti diecimila fanti e quattromila cavalli de' cruciferi,
and a combattere la citt di Gedano e, piantate l'artegliarie sopra un monte
(detto del Vescovo) che la citt signoreggia, indarno quattrocento tiri contra
essa sparar fece; percioch esso non fece a' nemici danno alcuno, ed ebbe molto
danno nella polvere e nelle balle, e anco dalle mura della citt li fu spezzato
il miglior pezzo che egli avesse. E se alcuno soldato si lassava vedere niente
alla scoperta, era dalle torre della citt con tre e quattro tiri da' nemici
salutato; e patendo poi anco il campo assai di vittuaglia, furon i cruciferi
sforzati a levarsi dall'impresa con perdita de molti de' suoi. Mand fratanto
il re di Polonia dodecimila cavalli in aiuto della cittade assediata, che dato
alla coda de' nemici, che dallo assedio si partivano, n'uccisero molti e alcuni
fecero pregioni; e da' Cassabii e Pomerani ancora assai uccisi ne furono. Prese
indi l'esercito regio le rocche Dirschovia e Stargerdo, e anco la forte rocca
di Coinicz da esso fu presa con la cittade insieme: onde tutte l'altre cittade
e rocche al re di volont si diedero, e furono i cruciferi con tutti i lor
soldati totalmente di Prussia scacciati.
L'anno del Signore 1525, il giorno ottavo d'aprile, la Prussia, che prima era
da' religiosi cruciferi signoreggiata, venne in poter del stato secolare,
percioch il marchese brandburgense, trigesimoquarto e ultimo maestro di
quell'ordine, fastidito di s lunga e dannosa guerra, trovandosi di gran lunga
al nemico inferiore e conoscendosi non poter contra il stimolo calcitrare, si
rapacific col mezo d'internuncii col re Sigismondo di Polonia e, andatolo in
Cracovia a trovare, li fece il solenne giuramento d'obedienza in mezo alla
piazza di Cracovia, sedendo il re in abito regale sopra il regio tribunale a
questo effetto fabricato, alla presenza de molti prencipi e del popolo tutto.
Qual giuramento fatto, cre il re detto marchese Alberto prencipe secolare e
cavalliere a speron d'oro, e li dette in feudo come a suddito suo le terre
della Prussia, con alcune condizioni, e ordin che il stendardo portasse con
l'arma del regno polono. E qui ebbe fine l'ordine de' Teutoni cruciferi, l'anno
del Signore 1527, e il marchese Alberto, refudato il titolo di gran mastro,
duca della Prussia fu chiamato; e presa in moglie la sorella del re di Dania,
n'ebbe un figliuolo, Alberto Federigo nomato, moderno duca di Prussia, qual
ancor lui dopo la morte del padre giur omaggio e fidelt al re di Polonia. Chi
desidera sapere la ceremonia che in far questo giuramento s'usa, legga la
descrizione latina dalla qual questa  cavata.
La Prussia  regione in tutte le sue parti amena, e molto commoda per i spessi
porti che essa ha sopra il mar Baltico. Sono in essa molte illustri cittade,
castelli e rocche, piene d'abitatori e d'ogni sorte de ricchezza.  grasso
paese e abbondante d'ogni sorte di bestiame, di pescagione, di caccie e di
selve fruttuosissime; l'aere suo  temperatissimo e ameno. E dopo che essa
abbracci la cristiana fede, vi furon da' cruciferi fabricate sessantadoi
rocche prencipali e sessantadoi grosse cittadi, il numero delle quali adesso 
grandemente acresciuto, percioch, mentre con varia fortuna della guerra ora i
Poloni ora i cruciferi di qualche parte patroni si facevano, vi fabricavano per
mantenersi il possesso e castella e cittadi. Tira la sua lunghezza da
settentrione a mezogiorno, dalla citt di Torun, che con la Massovia confina,
sina al castello Memola, per cinquantaotto miglia poloni; e cinquanta la
larghezza, toccando la Lituania e la Massovia. Dodeci sono i suoi fiumi
prencipali: la Istola overo Vistola, la quale per la Slesia, Polonia, Massovia
e Prussia passa; similmente il Cronon overo Nemen, che della Lituania viene, il
Negat, l'Elbinga, la Wsera, il Passaria, l'Alla, il Pregel, l'Ossa, il
Drebnicz, la Lica e la Lavia. Vi sono molti altri fiumi abbondanti d'ogni sorte
di pesci, ma non cos conosciuti, e massime da' forestieri.  piena di lachi,
de' quali ve ne sono di circuito di sette miglia poloni, copiosi di buonissimi
pesci. Si raccoglie copiosamente ne' suoi liti sopra il mare Baltico una sorte
di goma lucidissima ambro chiamata, e da' paesani detta burstin.
Essendo poi (come s' detto di sopra) stata la Prussia anticamente da' barbari
abitata, riconosce la cristiana fede da' Poloni e da' cruciferi, ch'avendo
quasi in tutto e per tutto i barbari estirpati, diverse colonie edificarono; e
ora  piena di abitatori poloni e germani, cos nelle citt come per le ville.
Vi sono solo alcune reliquie de barbari appresso il laco Curlandico, quali e
nel parlare e ne' costumi e abito co' Livoni e Lituani lor vicini si
confermano. Non  tra tutte le regione al regno di Polonia sogette provincia
alcuna di cittadi, rocche e castelli pi piena. Questa regione cos grande e
tanto abbondante de frutti, cos di terra come di mare, in doi parti  divisa,
nella ducale e nella regal, percioch il duca per grazia del re di Polonia ha
soprema autorit e dominio in tutte le sue cittade e castelli, come per
vasallo, feudatario e beneficiario del regno di Polonia. E fa la sua residenzia
in Regiomonte, citt maritima, nella qual vi  il studio delle buone scienzie
da questo suo primo duca Alberto instituito; e fassi in essa una famosa fiera,
e del continuo grosse facende, percioch da diverse parti diverse mercanzie vi
son portate. Vi transferirono i gran mastri dell'ordine teutonico la lor sede,
che prima era in Mariemburg, citt nobilissima e che  fornita d'un fortissimo
castello, qual  come un bastione de tutta la Prussia; che non potendo per
forza esser superata, venne (come si disse) per trattato de' soldati del
presidio in potere del re Casimiro di Polonia. Vi tiene ora il re grossissima
guardia, e cos ben  fornita di vittuaglie e d'altre cose alla guerra
necessarie che per sei anni diffendere e mantener si pu da ogni esercito
nemico, percioch essa  metropoli e capo della Prussia regale, cio di quelle
rocche e cittadi che il re, oltra quelle che al duca ha concesse, possede, per
esser state anticamente da' suoi predecessori conquistate; ed  da Gedano
luntana sette miglia. Sono in Prussia (come di sopra abiamo descritto)
assaissime citt, rocche e castelli; e seminata che vi fu la cristiana fede,
ebbe quattro vescovati catolici, il warmiense, il culmense, il sambiense e il
pomesnaniense. Ora il sambiense al warmiense  unito, e al culmense il
pomesnaniense. Governa adesso il warmiense episcopato, qual  il prencipale,
Stanislao Ossio polono, vescovo di quella citt e cardinal di santa Chiesa
dignissimo, uomo di rara pietade e illustre per dottrina e santit di vita, il
qual ragionevolmente meglio degli eretici e strenuo diffensore si pu chiamare
della fede catolica.
Ne occorre adesso a ragionare della grandissima provincia della Pomerania, la
qual, domata anticamente dall'arme polone, al lor imperio obedisse. Percioch
Boleslao, re bellicosissimo, l'anno del Signore mille e tre, avendo superati i
prencipi della Russia e fracassate le lor forze, piant ad esempio del gi
Ercole invitto tre colonne di ferro sul fiume Boristene, a memoria perpetua
delle sue vittorie. E del mille e otto mosse guerra a' Sassoni e al suo imperio
soggiog tutta quella parte del paese loro che appresso l'Odera, Albi e Sala
fiumi si distende, e giunse con le sue vittoriose insegne sino alla Cimbrica
Chersoneso, detta oggi Dania. Destrusse molte lor grosse cittadi e molte co'
suoi presidii fortific, reducendo per forza d'arme tutte le barbare e inculte
genti della Pomerania a prender la cristiana fede. E accioch durasse appresso
a' posteri la memoria delle sue felicissime vittorie, drizz ne' fiumi Albi,
Sala e Ossa colonne di ferro, avendo valorosamente domata tutta la Prussia e
Pomerania, provincie nemicissime del cristiano nome.


Ducato di Pomerania.

La Pomerania, regione grandissima, da Holsatia sino in Livonia sopra il mar
Germanico con longo tratto si distende, e l'esser sopra il mar gli ha il nome
dato, percioch in lengua slava pomorze significa luoco vicino al mare. Fu
anticamente da gente slavonica populata, ma a' tempi nostri per la maggior
parte  da Germani abitata. Infra terra ha queste citt prencipali: Stetinia,
dalla quale si noma il ducato stetinense, Neugardia, Lemburg, Stargardia,
Bergrado, Camenez, Publina, Grifemburg e altre molte; ma le poste sopra il mare
sono Colberg, Camin, Coslin, Gribsvald, Sund, Puckza, Revecol, Louemburg,
Hechel e altri. Vi fu gi la famosissima citt di Iulino, qual giace ora
destrutta. Lungo tempo combatterono i Poloni con i Pruteni infideli e indi co'
cruciferi per il possesso di questa provincia; i re di Polonia ora, che per la
maggior parte la possedono, e i duchi di Prussia, feudatarii de' Poloni, di
essa signori s'intitolano. Gedano, over Dantisco,  di questa provincia
metropoli, qual  citt grossissima e famosa, per un miglio vicina al mar
Germanico, e appresso alle sue mura passa il fiume Vistola, e ivi con
larghissime bocche nel mar le sue acque descarica. Si fanno in questa citt
grossi traffichi di mercanzie, percioch in essa concorreno mercanti d'oltra
mare e di luntani paesi, d'Inghilterra, di Bertagna, di Scozia, di Francia, di
Spagna, di Svezia, di Dania e di Nordvegia, portandovi per mare varie e
infinite mercanzie; secondo che anco per fiumi navigabili ve ne sono portate di
Lituania, di Russia, di Volinia e di Polonia, de quai luochi particolarmente vi
vanno molti frumenti e segale.  al re di Polonia sottoposta, qual vi manda il
castellano, supremo magistrato tra loro. Hanno una fossa fatta a mano che dal
mare in la cittade viene, e per essa anco nave grossissime. Governa la cittade
per nome del re il burgratio con i consoli e proconsoli, i cittadini della
quale quasi son tutti germani e mercanti ricchissimi; talch questa citt per
la bellezza degli edifici, per la variet de' traffichi, per la commodit del
mare e della Vistola, per la moltitudine grande degli abitanti e de'
forestieri, per le ricchezze de' cittadini e per la gran quantit de bellici
instrumenti, e in particolar d'artegliarie, si pu a mio giudicio parangonar
con le pi famose cittadi d'Europa. Ha il pretorio con grande e regal spesa
edificato, con una superba rocca; sono ornatissime le sue chiese, e le case de'
privati non men grandi che ricche e con sommo artificio e non minor spesa
fabricate. Vi  la Gelda, publico palazzo della cittade, con un orologio da
quasi divine mani fatto, le campani del quale rendono un maraviglioso e
soavissimo concerto, secondo che al suo artefice piace e che il tempo richiede:
cosa che fa stupir quei forestieri che ad ascoltarle vanno. Ha una fortissima
cittadella che il suo porto scuopre, fornita di molta artegliaria e di grosso
presidio de soldati. Porta la Pomerania nel suo stendardo in campo d'oro
l'aquila negra coronata nel collo, che con umana mano una spada nuda tiene, non
punto dissimile a quella della Prussia che di sopra nel prencipio descritta
abbiamo.
La citt d'Elbinga, sul lito del mare, alla bocca del fiume Albi, 
magnificamente e riccamente edificata, e chiara la rendono le gran ricchezze
de' cittadini e la frequenza de ricchi mercadanti. Tra gli altri suoi titoli,
il re di Polonia si chiama d'Elbinga signore, percioch grandissimo  il suo
territorio. E questo basti intorno alle cose della Prussia.


BREVE E SUCCINTA DESCRIZIONE DELLA LIVONIA TUTTA, CON LE SUE PROVINCIE, CITT,
CASTELLI E COMMENDATURE OVER PALATINATI, AGGIUNTOVI UNA BREVE NARRAZIONE IN CHE
MODO QUESTA REGIONE VENISSE IN POTERE DE SIGISMONDO, RE DI POLONIA E GRANDUCA
DI LITUANIA, E COME DAL GRANDUCA DI MOSCOVIA E DAL RE DI SVEZIA SIA STATA
SMEMBRATA.



La Livonia overo Lieflandia confina da levante con la Russia, che al prencipe
de' Moschi obedienza rende, e il Nerva, fiume navigabile (su l'una e l'altra
ripa del quale sono doi rocche d'un istesso nome, de' Livoni una, l'altra de'
Moscoviti, poste all'incontro una dell'altra), i stati del Moscovito dalla
Livonia separa. Ma Giovanni Basiliade, moderno monarca de' Moschi, avendo
occupato Derpt, citt grossa ed episcopale della Livonia, con la provincia ad
essa sottoposta, ha (come di sotto si dir) pi oltre slargato i suoi confini.
Di verso settentrione sono dal mar Baltico i suoi termini dal regno di Swezia e
dal ducato di Filandia divisi. Termina da ponente sul mar Balteo, che anco
Germanico e Prutenico si chiama; e da mezogiorno alla Samogizia e alla Lituania
e, alquanto verso ponente piegando, alla Prussia s'accosta. Si distende sopra
il mar Baltico in lunghezza nonanta miglia germanici e in larghezza cinquanta;
ma ora per la crudelt dell'empie guerre in molti luochi  guasta e sminuita.
Assai territorii in s contiene che possono reputarsi per ducati, ciascuno de'
quali mi sforzar di succintamente descrivere con tutte le lor cittade e
castelli; ma prima dir voglio come e quando accettassero i suoi popoli la
cristiana fede.
 manifesto che dopo l'universal diluvio il mondo tutto, abbandonato il culto
del vero Iddio, si dette empiamente e vanamente ad adorare (da' demonii
ingannato) molti falsi dei, mutando la vera religione d'un solo Dio in infinite
vane superstizioni. Percioch alcuni popoli, mossi da' receuti beneficii e
dagli egregii lor fatti, uomini morti adoravano; altri, ingannati da bugiardi
miracoli e prodigii co' quali i demonii da essi veder si lassavano, al lor
culto si dettero; e finalmente attribuivano le genti il divino onore alle
bestie, a' serpenti e a sculture e pitture dagli uomini fatte, sinch la
benignit di Ies Cristo, vero Dio e uomo vero, e la chiarezza dell'Evangelio
suo, dopo molti secoli quasi luce chiarissima dal cielo al mondo relucente,
scacci e disfece queste terribili e scelerate tenebre. Ma le regioni e paesi
settentrionali e tutti quei popoli che guardano verso aquilone pi lungo tempo
degli altri nelle tenebre dell'idolatria involti stettero, percioch
difficilmente l'altre genti a lor passar potevano per la lor crudele ed
efferata barbarie. E i Romani anco e i Greci, che prima de tutti la cristiana
fede abbracciaro, di questi paesi ebbero pochissima notizia; da che  venuto
che la Livonia, con gli altri paesi che all'aquilone risguardano, ultimi di
tutti sono dell'acqua del sacro batesmo stati lavati. Finalmente a' tempi di
Federico primo imperator romano passarono alcuni mercanti di Germania per il
mar Baltico ne' liti di Livonia, e facilmente piegarono gli animi di quei
popoli, barbari ma semplicissimi, a contrattar con loro, col mostrarli molte
cose all'uso umano necessarie. Era veramente questa gente d'una maravigliosa
semplicit e pi negligente di quel che bisognava in provedersi di quello che
per uso delle sue case avea bisogno, n punto alle ricchezze aspirava: anzi del
proprio mele (del quale il paese grandemente abbonda) solo servendosi, la cera,
non conoscendo il suo uso, gettava come cosa inutile. Succedendo poi il
guadagno, concorrendovi da pi parti di ponente infiniti mercanti, si
cominciarono tra essi a mescolare a poco a poco alcuni sacerdoti, accioch,
mentre i mercanti con quel trafico gran ricchezze di Livonia cavavano, essi col
mezo della parola evangelica acquistassero l'anime di quei popoli a Cristo.
Fu in quei tempi in Lubeca, citt famosissima, un certo uomo nomato Meinardo,
di buona e santa vita, qual imbarcatosi co' mercanti che in Livonia andavano
l'anno della salute nostra mille e doicento in essa pass; e vedendo in s
grande e matura raccolta non si trovare alcuno operario, fece subbito
deliberazione di fermarvisi e, ritenuto seco un solo servitore, di rami
d'arbori una casa si fece, per potersi con essa dalla pioggia diffendere. E
fattosi a poco a poco familiare a' paesani, con loro praticando e mangiando,
cominci con essi della fede cristiana a ragionare, e cos pian piano or uno or
un altro ritrasse dal culto degli idoli. Favorendo poi Dio questa santa
impresa, in poco tempo molti la vera fede abbracciaro, il numero de' quali ogni
giorno crescendo e accendendosi di continuo (come suol occorrere) gli animi de
molti nel studio di questa nuova e inusitata religione, fu da essi una chiesa
edificata. E poco dopo fu Meinardo dall'arcivescovo bremense vescovo di Livonia
consecrato, il qual indeffessamente nelle messe di Cristo affaticandosi,
accrescette grandemente la cristianitade, convertendo la maggior parte di quei
popoli alla cristiana fede. Dopo le qual fatiche essendo l'anima sua al cielo
ascesa a goderne il premio, li successe Bertoldo, abbate cisterciense, qual si
deliber di voler ad ogni modo usar la forza contra nemici del nome cristiano e
che ogni opera facevano per estinguere affatto ne' lor paesi la prencipiata
fede; e raccolto un giusto esercito di soldati germani, che per amor di Cristo
volontariamente a questa impresa andarono, venne con essi al fatto d'arme, e
nel maggior furor della battaglia fu dal suo sfrenato cavallo in mezo de'
nimici trasportato e da essi crudelmente ucciso, le sue genti rotte.
Non si rest per questo di continuare la prencipiata impresa, percioch,
crescendo ognora pi la devozione, a questa sacra milizia assai si destinarono
e, preso l'abito dell'ordine de' frati teutonici, presero insieme il nome di
frati spadiferi; ma essendo di forze a' barbari molto inferiori n bastanti a
poterli conquistare, crescendo contra loro da tutte le bande, si congionsero in
Prussia con l'ordine de' frati teutonici, qual in quei tempi per la Germania
tutta gran profitto faceva. E cos Volquino lor capo, in ordine quinto, fu nel
suo ordine da Conrado, mastro de' cruciferi e gi conte turigense, accettato
l'anno della nostra salute 1234; a richiesta del qual mastro papa Gregorio nono
command che si proclamasse in ogni luoco, e particularmente appresso a' Livoni
e a' Pruteni infideli, che l'ordine de' frati dalla spada, qual dall'apostolica
sede ancora confirmato non era, s'intendesse essere unito e incorporato con
quello de' frati teutonici. Presero pertanto i frati di Livonia, detti della
spada, la croce e l'abito secondo l'uso de' frati teutonici di Prussia; e da
quel tempo in poi i gran mastri di Prussia riceverono un certo tributo e
l'obedienza da' mastri di Livonia, sino a' tempi di Alberto marchese di
Brandburg e di Prussia mastro, il quale l'anno del Signore mille e cinquecento
e tredici rest con i Livoniensi d'accordo e, ricevuta da loro una grossa somma
di denari, li liber che per l'avenire non fossero pi tenuti a rendere
obedienza a' mastri de' Teutonici di Prussia. Persero poi essi questa libert
per la loro insolenzia in curto tempo, percioch Sigismondo Augusto, re di
Polonia, come di sotto se dir, sotto il suo giogo li redusse.
Ma all'istoria tornando, preso ch'ebbero i Livoni l'abito de' Teutoni cruciferi
di Prussia, attesero alle cose della guerra, e dopo l'aver valorosamente
passate e superate molte dure fatiche restarono superiori a' barbari, e, di
tutta la Livonia fattisi signori, si elessero un mastro il quale in compagnia
de' commendatori tutto il paese governasse. Oltra il quale erano cinque vescovi
in Livonia, che furono l'arcivescovo di Riga e i vescovi di Derpta, di Habselia
e d'Oselia, di Curlandia e di Revalia, i quali come altretanti prencipi oltre
il spirituale erano anco del temporal signori. Ma l'anno del Signore 1558 prese
la citt di Derpta, altramente Torpato detta, e ne lev in tutto e per tutto il
vescovato e la sua giurisdizione, e il re di Polonia, come della Livonia
signore, per s tiene l'arcivescovato di Riga con tutte le sue rocche e
cittadi. Il re di Swezia poi avendo preso Revalia quello episcopato possede, e
quello d'Oselia e d'Habselia  da Magno, fratello di detto re, stato occupato
insieme con l'isola d'Oselia. Possedeva nella Livonia molti castelli e rocche
fortissime il mastro dell'ordine teutonico insieme co' suoi commendatori, e ne'
primi tempi era della citt di Riga, qual  metropoli di quella regione,
insieme con l'arcivescovo patrone, e l'uno e l'altro la propria moneta vi
battevano, della quale sin ora quei popoli si servono; ma il mastro, oltra la
compagnia del dominio e signoria della citt, era in particolare del suo
castello patrone.
Descriver ora per ordine le provincie e territorii che nel dominio di Livonia
sono, cos delle cittadi e castelli che al mastro dell'ordine eran sottoposte
come quelle che a' suoi commendatori e a' vescovi obedienza rendevano, e sono
l'infrascritte, che in quei paesi sono come altratanti ducati: la Leitlandia,
la Vikeclandia, la Curlandia, la Semigalia, l'Estlandia, la Virlandia, l'Haria
e la Gervendia.


La provincia Leitlandia over di Riga.

Leitlandia, provincia di Livonia, contiene in s queste cittade e rocche
prencipali, al re di Polonia sottoposte. Riga, citt famosissima, metropoli de
tutta la Livonia, in tutte le sue parti ben fortificata di fortissimo muro, di
bastioni, di spesse torri, de artegliaria e d'un grosso e forte argine fornito
di tre man d'artegliaria,  da doi fosse centa, una fuori, l'altra dentro
dall'argine, che da spessa corona di grossi e acuti pali  circondata; ed 
benissimo provista de tutto quello che alla guerra  necessario, e cos in
tempo di pace come di guerra di vettovaglia e di soldati pagati si tien
diligentemente fornita. Con la cittade  congiunto il castello, ancor lui
d'ogni cosa ben provisto, nel quale avevano gi i mastri la lor sede; e ora 
da Gothardo Kietler, duca di Curlandia e feudale del re di Polonia, per nome
d'esso re tenuto, qual non ha per giurisdizione alcuna sopra la cittade;
percioch i cittadini, pretendendo libert, non vogliono comportare d'esser
commandati da alcuno o capitano o altro regio ministro, ma, rendendo fidelmente
al re obbedienza e il solito tributo, governano essi la citt con le lor leggi
civili. Bagna le mura di questa cittade e del suo castello il grosso fiume
Dwina, qual, nato in Severa, provincia della Russia, dopo l'aver molto paese
corso con doi larghissime bocche entra nel mare appresso Riga. Entrano per
questo dal mare molti grossi navilii che di luntani paesi con molte mercanzie
vi passano, come sono di Swezia, di Dania, d'Holsatia e di molti altri regni e
provincie. Di Russia anco e di Lituania vi vengono portati molti legnami da
fabricar navilii e case, insieme con molta cenere e frumento in quantit
grandissima, oltra molte altre sorti di mercanzia. Ed  in questo luoco una
grossa fiera e mercato di tutte le cose, percioch, quantunque sia dal mare dua
miglia distante, vanno nondimeno commodamente e vengono per il fiume sin sotto
le sue muraglie, e siano grossi quanto esser possino, i vascelli.
Le rocche e cittadi, prefetture e capitaneati che nella provincia di Leitlandia
over di Riga si contengono:
Dunamunt, rocca inespugnabil per natura e per sito del luoco,  posta sopra il
mare nella bocca del fiume Dwina, luntano da Riga doi miglia, qual dal presidio
polono  guardata; e in essa sono obligati tutti i navili che vengono dal mare
dar in nota le mercanzie che portano e la gabella pagarne.
Blokao, fortezza posta tra Riga e Dunamunt su la Dwina, ove anco i navilii si
cercano da' ministri della corte. Quali doi luochi son grandemente odiati da'
Rigesi.
Kircolm, rocca murata su la Dwina edificata, luntana da Riga dua miglia da
quella parte che a levante guarda. Sopra il qual fiume vi sono anco queste
altre rocche:
Uxul, rocca abbandonata, nella qual per ragion si tiene, facendovi un prefetto
residenza, luntana da Kircolm miglia due, ove un grandissimo mucchio d'ossa
umane che vi si vedono mostrano esservi gi stato fatto un gran conflitto.
Lenvard, rocca da Uxul quatro miglia luntana.
Ascherad, che fu gi palatinato, or rocca forte, e dalla quale molte volte i
Moscoviti son stati scacciati,  luntana da Lenvard miglia quattro.
Nitau, Sesvegen, Georgenburk, Lewburg, Rossiten, Lucen, Luden, Neuenhul, tutte
rocche murate.
Dunemborg, rocca fortissima, nella qual soleva gi stare un palatino per nome
del mastro dell'ordine.
Segevolt, rocca e citt, gi del primo marescalco dell'ordine, con i luochi ad
essa appartenenti, cio Lewburg, Nitaw, Georgemburg e Choen castelli.
Aries, rocca, Wolmer, citt e castello, Hermes, rocca, quattro miglia da
Pernowa e da Phelin distanti.
Possede l'invittissimo re di Polonia tutte queste rocche e cittadi con i suoi
palatinati e prefetture, eccetto il castello Mariemburg che dal duca di
Moscovia  stato occupato. Ma Adzel e Rodompeo avendole i Moscoviti
abbrusciate, sono rimaste abbandonate.


Descrizione dell'arcivescovato di Riga.

Il re di Polonia possede tutte le rocche e cittadi, capitaneati e prefetture di
detto territorio di Riga che all'arcivescovato appartengono, che sono:
Kokenao, rocca e cittade per natura e per sito del luoco fortissima, posta
sopra la Dwina, prencipale tra tutti gli altri luochi episcopali.
Uxul, Lenvard, rocche di sopra nominate, Kremburg, Laudon, Sesvegen, Scancborg,
Serben, Conemburg, rocca e cittade, Salis, Vansel, Dalen, Iencel e Treiden.
Smilten, rocca da' Moscoviti destrutta, Cremon, castello gi del capitolo della
chiesa metropolitana di Riga.
Sancel, rocca fortissima al mar vicina, appartenente gi all'archidiaconato di
Riga.
Tutti questi sopranominati luochi al re di Polonia sottoposti sono.
Le rocche de' nobili che son in questo archiepiscopato sono queste: Nochrosen,
Rosemberg, Maian, Pierkiel, Roppe, Nabbe, Elner e Bersen; i signori delle quali
ai re di Polonia obedienza rendono.


Il vescovato derptense.

Derpt, over Torpato, over Debert, citt famosa episcopale, ha la sua rocca
fortissima in cima a un colle che signoreggia tutta la cittade. Fu questa del
1558 con dura battaglia dell'esercito del granduca di Moscovia presa con tutto
il circonvicino paese. E queste sono le rocche che ad essa apartengono:
Falcanow, castello e monasterio famoso; Neinhaus, miglia decedotto luntana da
Derpt e a' confini de' Russi vicina; Werbekoldentorn, Kiriepe e Verpech.
Quattro erano in questo episcopato le rocche de' nobili: Olsen, Kanelscth,
Raden e Cundtal overo Regental, che tutte sono ora in poter del duca di
Moscovia.


L'episcopato habselense e ozelense.

Aparteneva la Vikeczlaundia con le sue rocche e cittadi all'episcopato
habselense, la qual regione tira in lunghezza miglia quattordeci e dodeci in
larghezza su per i liti del mar Germanico; le cui rocche e cittadi tutte il re
di Swezia possede, che l'infrascritte sono:
Habsel, rocca e citt prencipale, nella quale  la chiesa catedrale; e per
forza al re di Swezia, che con un stretto assedio molto la travagliava, render
si convenne.
Lode, rocca forte, qual per un pezzo da Gotardo Ketler, duca di Curlandi, fu
dell'empito de' Swezii diffesa, a' quali anco tolse per forza alquanti pezzi
d'artegliaria; ma pur finalmente venne in le lor mani.
Lehal, castello e citt nella quale  un famoso monasterio di vergine, ch'ora
da' Swezii  con fermo presidio tenuta.
Ficzel e Felix, rocche da' Moscoviti abbrusciate e rovinate.
Verder, rocca fortissima, posta appresso il fiume Zunda, fu dagli istessi
cruciferi di Livonia destrutta e rovinata.
 Ozilia un'isola nel mar Germanico, luntana alquanti miglia da terra ferma, ed
era di ragione dell'episcopato ozelense; aveva due rocche e cittadi fortissime
che per trattato d'alcuni cruciferi in poter del re di Dania vennero, e le
possede ora Magno, di detto re fratello, una delle quali Arnczburg, Sonenburg 
l'altra chiamata.


La regione Curlandia.

Questa regione, in Livonia posta, dalla banda verso settentrione dal mar
Baltico e di verso ponente, ove essa la Prussia tocca, dal mar Curlandico 
bagnata; obedisse al re di Polonia, per grazia e benignit del quale Gotardo
Ketler ora la gode. Sono in essa queste cittade e rocche:
Vinda, rocca e citt e palatinato, detta da' Poloni Kiess. In essa facevano i
mastri la lor residenza e vi solevano far le diete e congregazioni. Ora da
presidii poloni  guardata.
Goldingen, rocca e cittade con territorio grande.
Gurbin e Candaf arce, richissimi governi.
Tuczkum, Sabel, Durbin, Asempoth, Shruden, Frauemburg e Alfangen rocche.
Neuburg, castello ne' confini della Samogizia.
L'episcopato di Curlandia ha sette rocche che Magno, fratello del re di Dania,
possede, qual anco il titolo di vescovo se usurpa; e queste rocche si chiamano
Edwalen, Pilthen, Asempoth, Angermund, Dandangen, Neinhaus e Amboten.


Ducato di Semigalia.

 questo al ducato di Curlandia appoggiato, con la Lituania di verso mezod
confina, e queste le sue rocche sono: Soleburg, rocca e prefettura, Besembor,
Doblin, Nitaw. Non ha cittade alcuna, e queste castella sono del re di Polonia
lassate godere al duca di Curlandia.


Ducato d'Estlandia.

Il ducato d'Estlandia, over d'Estonia, da settentrione col mar di Swezia
confina, e contiene l'infrascritte cittade e rocche con le lor prefetture:
Felin, rocca e cittade fortissima, che insieme con Vilhelmo Fursterberg, ultimo
mastro di Livonia e del re di Polonia feudatario, fu da' proprii soldati
mercenarii di Germania per tradimento al duca di Moscovia data, che, fatta
abbruciare la cittade, mantiene grosso presidio nella rocca e si usurpa tutto
quel territorio e palatinato. E il mastro in Moscovia condotto nella pregione
la vita fin, e questo l'ultimo fine fu de' mastri di Livonia.
Lais e Talczkofen, rocche, ancora esse dal Mosco occupate.
Tarnest over Tauro, rocca fortissima dal presidio moscovito tenuta, fu da
Nicol Radziwil, palatino di Vilna e general delle gente da guerra di Lituania,
minata e insieme con Moscoviti fatta andare in aere, alla qual impresa ancora
io insieme con mio padre mi ritrovai. Presa e rovinata questa rocca, non si
fecero conto i Lituani di pi fortificarla, ma avendo in parte amazzati i
Moscoviti e in parte fatti pregioni, lassandola a guisa de' Tartari destrutta e
abbandonata, in Lituania con l'artegliaria e altri instrumenti bellici in essa
trovati l'ultimo di luio del 1561 se ne tornaro.
La rocca di Operpal fu dall'esercito polono abbrusciata e destrutta, e il re di
Polonia possede in questo ducato solo queste rocche: Karxha, Helmeth, Rugen e
Parnavan, rocca famosa e forte con la cittade appresso i liti del mare. Era gi
questa dal re di Swezia stata occupata, ma, recuperata alla sprovista da'
Poloni, torn sotto l'obedienza della lor corona.


Virlandia.

Questo territorio di Livonia, tra il levante e il settentrione situato, dal
golfo del Baltico mare di verso settentrione  terminato, ed  bagnato dal
fiume Nerva che da levante, venendo fuori del famoso laco detto Peibas, nel mar
Baltico corre. Confina da mezogiorno con l'Estlandia e con l'Haria da ponente;
e dalla Nerva insino a Rewalia per longhezza otto miglia si distende; qual
paese l'infrascritte rocche abbraccia:

Nerva, rocca e cittade famosa e fortissima,  situata sul fiume dell'istesso
nome; all'incontro della quale sull'altra ripa del fiume  stata dal Moscovito
un'altra rocca drizzata, che chiamano Iwanow Gorod, e questo fiume che tra
l'una e l'altra passa soleva gi la Livonia dalla Moscovia dividere.
Tolczburg, rocca posta sul lito del mar Baltico,  equalmente distante da Nerva
e da Revalia, tra le qual due cittade  fabricata.
Wesemburg, rocca e capitaneato.
Berolmolim, era gi rocca del vescovo di Revalia; Ass ancora ed Est, due rocche
de doi nobili livoni, che tutte dal prencipe di Moscovia son state occupate.


Hari provincia.

Hari, posta appresso il mar di Swezia, sedeci mila in lunghezza e otto in
larghezza si distende, e insieme col territorio di Virlandia per ducato 
reputata e tenuta; nella qual sono l'infrascritte rocche:
Revalia, citt famosa con una fortissima rocca, sul lito del mar Baltico si
vede, ed  chiara per la sede episcopale; non  molto che essa in poter and
del re di Swezia. Battono i Revaliense la propria moneta di forma
quadrangolare. E il lor vescovo gi alcune rocche possedeva, ma nella cittade
non avea signoria alcuna, percioch dal mastro dell'ordine era governata.
Badis, castello e monasterio famoso, fu con un sprovisto assalto da' Swezii in
un subbito preso.
Fegueur, rocca gi del vescovo revaliense, ora in poter del Moscovito  andata.


Gerverlandia ducato.

La regione di Gerverlandia tira sette miglia in lunghezza su' liti del mare e
sei  la sua larghezza; produce grandissima quantit di frumento e di tutte
l'altre cose che dalla terra nascono. Ha una rocca prencipale detta
Viltenstein, con molte ville e corte de' nobili. E l'hanno i Swezii tolta alli
re di Polonia, e i Poloni Bialikamien la chiamano, che pietra bianca significa.
In tutti questi territorii, o vogliamo dir provincie, della Livonia, che per
ducati si posson computare, di diverse lingue si parla; e la plebe istessa di
Livonia usa quasi tre lenguaggi, non molto per tra essi differenti, e assai
all'idioma lituanico s'accostano. Sono rozzi di costumi e barbari, e per la
vicinanza in molte cose a' Samogiti e a' Lituani s'assomigliano. Vestono di
vilissimi panni, e per lo pi di color cinerizio, e nella foggia de l'abito
assai co' Germani si confermano; e a usanza de' Lituani e de' Ruteni si fanno i
lor stivali o di scorza della tilia o di pelle d'animali, cos con tutto il
pelo. Si vestono le donne dalle ville a modo di cingare, e le sue vesture
ornano con alcune ballottine di piombo e d'ambro, e anco le lor camise, e
particolarmente intorno al collo, con annelli e varii recami da esse ornate
sono. E cos le vecchie come le verginelle portano i capelli lor gi per le
spalle, senza altramente in treccia redurli; portano in capo alcuni ornamenti,
pulitamente fatti di perle finte e di gioie di color diverse, che un vago veder
fanno. Sono tutte le matrone peritissime incantatrici e fuor di modo all'arte
magica attendono. Mangiano negro e vilissimo pane e altri cibi senza alcuna
arte fatti. Seccano prima le lor biave d'ogni sorte (a usanza de' Lituani) col
fumo in una tezza calidissima, e poi in un granaro per questo effetto fatto le
battono. N trovaresti in tutta la Livonia pur una pignata di terra, ma cos
nelle citt come nelle ville il lor mangiare in lapeggi di rame e di mettallo
cuocono. Il vulgo per la maggior parte suol mangiare la paglia di frumento con
farina di segala mescolata. E quantunque sia poverissima gente,  tuttavia
oltra ogni creder astuta, falsa, superba, crudele e pronta ad amazzare. Odiano
da' Germani infuora (sotto il giogo de' quali son stati lungo tempo) tutti gli
altri stranieri, e particularmente i Poloni, i Lituani e i Ruteni e gli altri
al re di Polonia soggetti, chiamandoli assassini, mangiatori de' lor beni e
tempesta de' campi loro; e quando possono aver qualche soldato separato dagli
altri, crudelmente l'amazzano, e non  sicuro ad uno e a doi caminare per il
lor paese, e massime quando in casa de villani allogiano, percioch mentre essi
sicuramente dormono da' villani scannati o soffocati sono. Poche e quasi
nissuna osteria si trovano in tutta Livonia, ma sogliono i viandanti retirarsi
la notte a' cortivi e alle case de' lavoratori; vi sono anco rarissime chiese,
e quelle poche quasi tutte nelle rocche.
Sono i cittadini e i nobili tutti di Germania, e vivono alla germana e parlano.
Portano le donne alcuni manteli rossi che increspati dalla testa fina a' piedi
le copreno; non si fanno treccie delli lor capelli, n con cordelle li ligano,
ma con artificio facendoli ricci cos le maritate come le donzelle intorno a la
testa li rivolgono, sopra la quale alcune berrette quadre portano, simile a
quelle de' cardinali di Roma; e altre col solo mantello tutto il capo e la
fronte si copreno. Quando la sposa menano a marito, d'una rotonda e alta corona
d'argento indorato l'adornano, ed  da una gran squadra di matrone e di
dongelle vestite di palii rossi accompagnata. Beveno questi popoli, cos per le
citt come alle ville, una cervosa d'orzo fatta e di lupuli, al gusto
amarissima e molto dalle cervose degli altri paesi differente, che, con tutto
che tanto amara sia, cos da' Germani che quivi abitano come da tutto il resto
de' paesani  con suavit bevuta.
 la Livonia abbondante di frumento e di segala, di modo che ne godono anco i
luntani paesi e oltra il mare posti, come sono Lubeca, Amsterdam, Olanda, Dania
e Swezia, ne' quai luochi di Livonia molto frumento portano; e in essa Livonia
sono portate dalle provincie di Russia e di Lituania per i fiumi Dwina e Nerva
molte segale e simil sorte di biave, che d'indi poi per i paesi oltramarini si
smaltiscono. Abonda d'ogni sorte d'animali domestici; ha molti luoghi e fiumi
di buoni pesci ripieni, e commodissime sono le sue selve alla caccia,
trovandovisi gran quantit d'orsi, di alci, di volpe, di linci, di martori, di
castori e d'ogni sorte fiere. Mutano i lepori di Livonia con la stagione anco
il colore, come fanno anco quelli delle montagne de' Svizzari, percioch
d'inverno sono bianchi e l'estate beretini, si fanno. Vi portano i Moscoviti
pelle bianche d'orsi, quali cavano de' frigidissimi paesi de' popoli
settentrionali, e massime dalla Dwina, provincia posta sotto il Glaciale
oceano.
Fu la Livonia, dopo che recevette la cristiana fede, sempre religiosissima, e
caldamente osserv i riti della romana Chiesa; e anco i signori dell'ordine
teutonico ed esso mastro, prima che nel luteranesmo cascassero, con religiosa
piet e nell'abito e ne' costumi e vivere le regole dell'ordine osservavano.
Magnificamente le lor chiese ornavano, ch'oggi destrutte da' Lituani si vedono;
valorosamente e con somma lor lode i confini loro dall'empito e correrie de'
barbari diffendevano, e tutte le lor cose (favorendo Iddio la lor bont e
religione) li passavan bene. E assai volte con gloriosa vittoria da' lor
confini il Mosco, gagliardo e potente nemico, discacciarono, tra le quali doi
ne seglio memorabili. L'anno 1381 assediava il granduca di Moscovia con
trecentomila persone il castello Nenhuis e l'aveva ormai redotto a termine che
pi non si potea diffendere, quando un venere, di notte, fecero i deffensori
calde orazioni a Dio che dall'imminente pericolo li liberasse; e levato il sole
si lev il lor capitano dall'orazione e, messa una frezza su l'arco, a ventura
nel campo del Moscovito tirolla. Volse la sorte e il voler divino che essa, tra
la spessa moltitudine de' barbari, and nel petto del granduca a ferire e,
passatoli il core, subbito l'uccise; onde si spavent il suo esercito di sorte
che, preso il corpo del prencipe ucciso, abbandonato l'assedio in fuga si
posero. Da che pigliando animo quei pochi Livoni che in quel castello allor si
ritrovarono, li dettero alla coda e infiniti ne uccisero. Indi in memoria della
grazia recevuta da Dio attaccarono quell'arco sopra l'altar maggiore della
chiesa della rocca, e vi stette sinch del 1558 Giovanni Basilide, granduca di
Moscovia, si fece di quella rocca signore.
Fu l'altra memorabil vittoria del 1500, a' tempi di Waltero mastro de l'ordine
teutonico, qual, dovendo co' Moschi guerreggiare, ordin prima il digiuno e
fece far solenne e devote processioni; indi, fatta la mostra del suo esercito e
trovatosi aver settemila cavalli germani e cinquemila fanti curioni (sono
questi alcuni popoli di Livonia, del paese detto Curlandia), entr con essi nel
paese nemico e, dato a molti luochi il guasto, giunse il giorno
dell'esaltazione della Croce sotto Pscovia, ove in una larga pianura incontr
il Moscovito, che centomila cavalli partiti in dodeci schiere menava, oltra
trentamila Tartari in la vanguardia posti. Quando vidde il mastro che overo
bisognava vergognosamente fuggire, overo con animo grande venire alle mani con
esercito cos potente, non si smarendo punto d'animo, anzi sperando fermamente
la vittoria, fece animo a' suoi e si risolse di combattere: e dato il segno
della battaglia dagli uni e dagli altri, s'andarono animosamente ad incontrare.
Di qua fiocavano l'archibugiate, piovevano di l le tartaresche frezze: ma dur
poco questo primo conflitto, percioch, vedendo i Tartari il danno che dagli
archibusi ricevevano, si posero in rotta e nelle schiere de' Moscoviti urtando
le misero in disordine. Di che accortosi i Livoni, non persero cos bella
occasione d'acquistar la vittoria, ma fattosi animosamente inanzi nei nemici
disordinati urtarono con tal valore e forza che, non potendo essi riordinarsi e
perci avvilitisi d'animo, gettando l'armi si misero in fuga. Ed essendo ormai
vicino a sera, molti in Pscovia si salvarono, e gli altri fur per quei campi
come pecore uccisi, che per doi miglia erano tutti di corpi morti coperti.
Finita la battaglia, un solo Teutone si ritrov esser in essa morto, bench ve
ne fossero molti, ma non mortalmente, feriti; e de' nemici periron centomila, e
trentamila con la fuga alle vite providdero. Dalla qual rotta spaventato,
Basilio di Giovanni, granduca di Moscovia, per cinquanta anni con i Teutoni
tregua fece, e da quell'ora in poi furo i Teutoni da' Ruteni e Moscoviti
chiamati uomini di ferro.
Da queste doi felicissime vittorie si conosce apertamente che mentre stettero i
Livoni saldi nella catolica fede, che furono sempre dalla divinit favoriti e
aiutati, e i lor campi eran sopra modo frugiferi; ma dopo che del 1527
abbracciarono la setta luterana persero ogni lor antico vigore e da varie
percosse travagliati furono, percioch la terra, prima feracissima, li denegava
il solito frutto, n produceva tanto che di quello viver potessero. E l'acque,
prima di pesci piene, restaron senza pesci e malsane, l'aere corotto e
pestifero divenne, e i Moscoviti col ferro e col fuoco la provincia derptense
destrussero. La colpa delle qual miserie era da' frati teutoni, dai nobili e
da' cittadini a' catolici attribuita e imputata.


Della guerra civile de' Livoni, e per qual cagione il re di Polonia prese
l'armi contra il mastro di Livonia.

Dopo che il mastro di Livonia con i suoi frati teutoni e con tutto l'ordine
equestre settatori della luterana setta si fecero, nacquero gravi discordie tra
lui e l'arcivescovo di Riga, suo collega, qual di questa nuova eresia infettare
non si volse. Era questo arcivescovo dell'illustre sangue de' marchesi di
Brandeburg, fratello d'Alberto, marchese di Brandeburg, gi mastro dell'ordine
teutonico e dopo duca di Prussia, e del re di Polonia nepote. Il mastro
pertanto di Livonia, fatta la general dieta, concluse in essa e determin di
muover guerra contra l'arcivescovo, consentendo a questo e ci lodando l'ordine
e la nobilt tutta. E anco Enrico, vescovo torputense, secondo che era d'animo
inconstante, leggiermente a far guerra all'arcivescovo s'indusse; e gli vescovi
revaliense e habselense, per tema del mastro, favorirono ancor essi questa
impresa, talmente che la Livonia tutta contra l'arcivescovo predetto l'arme
prese. E l'anno 1557, poco dopo la festa di san Giovanni Battista, Vilhelmo
Furstemberg, mastro dell'ordine teutonico, congiunte le sue genti con quelle
de' tre vescovi predetti, entr con un ben ordinato esercito e con grosso
apparato di cose da guerra nel territorio di Riga. E quantunque disegnasse
l'arcivescovo di mettersi in diffesa, come quello che seco avea gran parte
della nobilt rigense, nondimeno, al nemico di forze molto inferior vedendosi,
e conoscendo non esser possibile non che di scacciarlo, ma n anco di potersi
diffendere, se retir co' suoi nella rocca Cokehusen, per natura del luoco
fortissima e in cima a un'alta rupe edificata. All'assedio della qual postosi
il mastro con l'esercito tutto, non cessava di batter di continuo le sue mura;
ma non potendola n col batterla n con i spessi assalti superarla, l'ebbe per
la carestia delle cose da vivere nelle mani, percioch l'ottavo giorno
dell'assedio, vedendo l'arcivescovo i suoi morir di fame, fece aprir le porte e
dettesi a' nemici a discrezione. La qual pochissima fu nel petto del mastro,
percioch, non risguardando che egli compagno gli era nel governo di Riga e
della provincia tutta, che da cos nobil sangue discendeva e che di cos alta
degnit ecclesiastica era ornato, come se un barbaro stato fosse lo tratt, e
vituperatolo con indegne parole e vergognose lo priv de tutti i suoi castelli
e ville, e cacciatolo pregione un anno ve lo tenne.
Seppe il re di Polonia Sigismondo Augusto questo successo dal marascalco
dell'ordine, che dal mastro per aver egli dissuasa questa guerra era stato
scacciato; e compassionando il caso del nepote, mand un ambasciator in
Livonia, esortando il mastro a liberare l'arcivescovo suo nepote di pregione e
a venir con esso a qualche giusto accordo. Ma non volendo egli a questo
acconsentire, li fece il re denonciar la guerra; alla qual nuova mand il
mastro gran tesoro in Alemagna per assoldar cavallaria e fanti, di dove li fur
condotte in Livonia alquanti mila cavalli e insegne sei di fantaria.
All'incontro il re, non perdendo punto di tempo, pass in Livonia con centomila
combattenti tra cavallaria e fantaria e con molta artegliaria e altro bellico
apparato. Lo venne il mastro ad incontrare con tutte le sue forze, avendo nel
suo esercito settemila cavalli e sei insegne di fantaria, di Germania venutili,
gli tre vescovi detti di sopra con quanta gente avean potuta fare e molti
migliara de contadini di Livonia. Ma scoperto che egli ebbe l'esercito regio e
conosciutolo tanto potente, perse la speranza d'averne vittoria e mand per
suoi ambasciadori a domandar la pace al re, che in persona in quello esercito
si ritrovava. Con somma clemenzia e benignit li fu dal re risposto con parole
di questo tenore, che se egli non risguardasse a' danni che in questa guerra
erano per patire le povere vedove, orfani e pupilli e tutto il popol minuto,
che di tutto questo male era innocente, e a' quali esso avea compassione, che
mai col mastro pace farebbe. "Ma accioch egli, - disse il re, - conosca che io
del sangue umano non ho punto sete, venghi, se la pace brama, in termine
decedotto ore qui in campo a ritrovarmi, seco il prencipe e arcivescovo di Riga
conducendo, e alora i patti della pace e accordo trattaremo". Avuta ch'ebbe il
mastro dell'ordine questa risposta, fece subbito liberare l'arcivescovo di
pregione, percioch egli era poco indi lontano, e insieme con lui, accompagnati
da trecento nobili senza arme, alla presenza del re Sigismondo si condusse. Ove
dopo l'essersi dagli uni e dagli altri lungamente trattato sopra i capitoli
dell'accordo, a questa conclusione finalmente vennero: che il mastro dovesse
ritornare l'arcivescovo nel pristino stato e darli il libero possesso de' suoi
luochi, pagandoli in oltre tutto il danno e spesa che per cagione di questa
guerra l'avea sforzato a patire, e che al re di Polonia rimborsciase il denaro
che egli in dar le paghe a' soldati speso aveva. Parvero dure queste condizioni
al mastro teutonico, tuttavia per paura di peggio acconsentitte ed esequ
quanto concluso si era. Morendo dopo l'arcivescovo predetto, pretendendo il re
di Polonia che per ragione di parentela in lui fosser ricadute, si fece patrone
di tutte le citt, rocche, ville e castelli e altre giurisdizioni
all'arcivescovato appartenenti. N pass troppo che, essendo il mastro per
tradimento de' suoi soldati stato dato nella rocca di Felin in poter de'
Moscoviti suoi nemici e morto nelle lor pregioni, venne la Livonia con tutte le
sue provincie in mano del re Sigismondo di Polonia. E cos questo Vilhelmo
Frustemberg, ultimo mastro de' Teutoni e cruciferi de Livonia, fin il
magisterio e dette insieme all'ordine predetto estremo fine.


Tavola e somma de tutte le rocche e castelli della Livonia, e in poter de chi
si trovino, eccettuate per le corti, possessioni e prefetture.


Dwnamunt
Blokhao
Riga
Karxhao
Helmeth
Rugen
Parnava
Ermes
Burtnic
Wolmer
Aries
Segenvol
Neuenlus
Kircholm
Uxul
Lenvard
Ascherad
Kokenhao
Gelborg
Kreczborg
Dunemborg
Rodompeo
Nitaw
Sesvegen
Georgemborg
Lewborg
Sossiten
Ludsen
Luden
Laudon
Schanczborg
Filacover
Maienhausen
Rodempeo
Serben
Konnemburg
Smilten
Lemzel
Treiden
Cremon
Sancel
Dalen
Wansel
Salis
Nocrosen
Rossembex
Maian
Pierkiel
Roppe
Nabbe
Erle
Bersen.
Sono in tutto cinquantauna
e al re di Polonia obbediscono.



Seleborg
Basseburg
Doblin
Mittaw
Neuburg
Ravenburg
Schroden
Nassempot
Durbin
Hrubrin
Alfangen
Winda
Goldingen
Sabel
Candaw
Tuczkum.


Sedeci sono, e le signoreggia il duca di Curlandia, vasallo e feudatario del re
di Polonia.


Derp
Falkenaw
Werpec
Kirempe
Olleutorn
Newha
Odempel
Holsen
Kanelicht
Raden
Lais
Operpal
Pelin
Tarnect
Talckofen
Fegfeor
Nerva
Iwangorod
Newbur
Tolsburg
Wessemberg
Berlcholim
Ass
Est
Cunontal.


Questi venticinque luochi dal granduca di Moscovia son stati occupati.


Revel
Vitenstein
Badis
Hapsel
Leal
Ficzkel
Verder
Felix.


Questi otto il re di Svezia possede.


Arnsborg
Sonemburg
Lode
Pilten
Edvalen
Hasempot
Argemunde
Dendangen
Neaudao
Samborem.


Magno, fratello del re di Dania, di questi diece s' fatto patrone.


SOFFICIENTE E VERA DESCRIZIONE DE TUTTE LE REGIONI AL MONARCA DI MOSCOVIA
SOGGETTE, DE TUTTI I TARTARI CAMPESTRI, DELLE ROCCHE E DELLE PRENCIPALI
CITTADE, DE' COSTUMI DE' POPOLI E DELLA LOR RELIGIONE E CONSUETUDINE DI VIVERE,
AGGIONTOVI DI PI I FATTI PRENCIPALI E LA TIRANNIDE GRANDE DEL MODERNO MONARCA
DI MOSCOVIA GIOVANNI BASILIADE, FIDELMENTE DESCRITTA



Alessandro Guagnino veronese, capitano de' fanti nella rocca di Vitebscka, che
con la Moscovia confina, al lettore.

Dovendo io descrivere, candido lettore, la Moscovia e i confini dentro a' quali
essa  rinchiusa, giudico esser convenevole dir prima onde essa questo nome
prendesse.  situata questa provincia ne' luochi meditterranii della Bianca
Russia, e a settentrione e a levante guarda; dalla quale tutte l'altre
provincie della Russia all'intorno poste, quantunque abbino diversi nomi, sotto
il nome di Moscovia si comprendono, ed esso monarca della Russia granduca di
Moscovia si chiama. Fu nel suo prencipio la gente de' Russi di Moscovia piccola
e oscura, ma ora, cos per l'accessione de molti prencipati de' Russi, alcuni
di volont congiunti, altri per forza soggiogati, come per aver essi espugnate
e occupate molte altre provincie a lor finitime,  talmente accresciuta che
reputar si pu per un grandissimo imperio. Quale in questo luoco (tolta parte
informazione da dotti cosmografi e da quelli che per esso han caminato, parte
avendolo con l'esperienza e con i proprii occhi visto) abbiamo descritto con le
sue regioni, ducati, provincie, rocche, castelli e cittade prencipali, con i
fonti, laghi e fiumi che per tutto il paese scaturiscono, e finalmente con i
costumi, religione, abito e consuetudine del vivere e il titolo del quale
s'ornano i suoi prencipi. A che aggiunto abbiamo, e con buona fede, i fatti
prencipali, o per dir meglio la tirannide in poco tempo esercitata dal presente
prencipe. Oltra le qual cose n' parso anco di scrivere i costumi e modo di
vivere de' Tartari campestri, in orde divisi.


Della regione di Moscovia e della sua principal cittade, dell'istesso nome
chiamata.

Moscovia, detta volgarmente Moskzwa,  citt grandissima, capo e metropoli
della Bianca Russia, ed  sottoposta con tutta la provincia, over ducato, al
granduca de' Moschi; e questo nome prese dal fiume Moschwa che appresso li
corre, il quale ha il suo fonte nella provincia towerense, al castello Olesco
vicino, e da Moscovia luntano ottanta verst, cinque delle quali fanno un miglio
polono. E indi, passata che egli ha Moscovia, e recevuto che egli ha alcuni
altri fiumi, seguita il corso suo verso levante e finalmente nella provincia
rezanense col fiume Occa si miscia.
La citt di Moscovia, che assai verso levante si distende,  tutta di legnami
fatta ed  assai grande; qual per a guardarla di luntano pare assai maggiore
di quello che essa , percioch i molti orti e i spaziosi cortivi in
ciascheduna casa e la larghezza delle strade fanno mostra d'una grandissima
cittade; a che si aggiunge ch'avendo tutti quelli artefici che nei lor
esercizii adoperano il fuoco le lor case fuor della cittade con un ordine
lungo, ciascuna delle quali ha seco uniti e campi e prati, rendono la vista de
una citt fuor di modo grande, e in oltre gli accresse non poca grandezza il
castello Nelewki, cos detto dall'empire spesso i bichieri. Qual castello da
Basilio, padre del prencipe moderno, dall'altra parte del fiume edificato fu
per i soldati della sua guardia e per gli altri soldati stranieri, come sono
poloni, germani e lituani, che per natura di bever si dilettano.  concesso in
questo luoco a' soldati e altri forestieri e a' satelliti del prencipe di
potersi a lor modo d'ogni bevanda imbriacare, la qual cosa  a tutti i
Moscoviti sotto grave pena proibita, da alcune feste dell'anno in fuora, che
sono il tempo della Nativit del nostro Signore e quello della Resurrezione e
della Pentecoste e in alcuni giorni dedicati a santi: e prencipalmente la festa
di san Nicol, qual  da' Moschi quasi come dio adorato, quelle della beata
Vergine, di san Pietro e di san Giovanni. Ne' quai giorni, come sciolti da un
grave ligamo, si allegrano esser giunto non la festa di quel santo che in quel
giorno celebrano, ma la libert di poter bevere a lor voglia; e appena finita
la messa, come porci empitisi d'ogni sorte di bevanda, vanno gridando per i lor
luochi e tra loro vilania dicendosi e anco percotendosi. E se fosse concesso a
questa gente il potersi ogni giorno imbriacare, tra loro istessi si
distruggerebbono, percioch, come sono imbriachi, perdono affatto il cervello e
la ragione e quasi altratante bestie tra loro incrudeliscono, dandosi de'
coltelli, de' pugnali e d'altre simile arme.
Ma al proposito tornando,  tanta la grandezza di questa citt che non 
possibile con muro, fossa o bastioni fortificarla; sono ben fortificate alcune
piazze con tirarvi la notte travi che le serrano e col porvi da prima sera un
buon corpo di guardia, talch non vi pu la notte alcun passare.  tanto bassa
e fangosa che fa necessariamente bisogno fare i ponti in diversi luochi per le
strade, ma adesso, per quanto si dice, con un argine di terra la circondano. Ha
doi gran rocche di muro che unite d'una cittade mostra fanno; una delle quali 
da lor detta Kitaigorod e l'altra Bolsigorod, che sono da una banda serrate
dalla Moskwa e dall'altra dalla Neglinna, nella quale sono assai molini. Vi
sono molte chiese di muro e molte di legname, come sono anco spesse le case de'
nobili e de' prencipali della terra. Il presente prencipe Giovanni Basiliade ha
fabricato un trar di frezza di l dalla Neglinna, in un luoco detto Nerbat,
l'anno del Signore 1565, una corte chiamata opriczna, cio abitazione separata,
nella quale abita esso prencipe con i soldati della sua guardia eletti da lui
per uomini bravi e segnalati al numero de ventimila, che sono da lui tenuti
alla guardia della sua persona, non altrimente di quello che fa il Turco de'
gianizari: la maggior parte de' quali sono archibugieri, e gli altri di framee,
archi, lancie e corazzine armati vanno. Quale invenzione  dal moderno prencipe
stata trovata per potere (come di sotto si dir) pi sicuramente tirannizzare.
Fu questa citt con una delle sue rocche l'anno 1571 da' Tartari precopensi
presa e abbrusciata, il giorno dell'Ascensione del Signore, nella quale vi per
una infinita moltitudine di persone, parte affocati dal fumo e parte dalle
fiamme abbrusciati; e pochi con la fuga si salvarono. Solo la rocca Kitaigorod
appena si diffese, e se n'andarono i Tartari menandone un numero infinito di
pregioni.
Tutte le mercanzie che da' forestieri vi sono portate bisogna a' dazieri darle
in nota, che, all'ora ordinata viste ed estimate, non possono per prima esser
vendute che al prencipe non siano appresentate; da che viene che i mercadanti
sono con lor danno pi dell'onesto intertenuti. Quando poi occorre che di
Lituania venghino a questa corte ambasciatori del re di Polonia, possono allora
tutti i mercadanti che seco s'accompagnano passarvi con le lor robbe senza
alcun dazio pagare, e di pi li son fatte le spese dalla camera ducale. E
queste le mercanzie sono che di Lituania, di Russia, di Polonia e d'altri paesi
i mercadanti vi portano: pannine d'ogni sorte e colore, panni e veste di seta,
tele d'oro e d'argento, gioie, oro filato e molte sorte di preziosi mettalli, e
di pi pevere, zaffarano, zenzare e altre drogarie. Di Moscovia si cavan poi
diverse pelle di varii animali, cere e simil sorte di mercanzie. Portano in
Tartaria selle da cavalli e briglie, veste e centure, ma arme e ferro non vi si
pu portar se non ascosamente;  per licito portarvi coltelli, manerini, achi,
specchii, taschini e altre cose simili. Sono i Moscoviti nel contrattare gente
buggiarda e spergiura, e s'hanno a fare con qualche forestiero domandano della
robba la met pi di quel che vale (il che  proprio anco de' Lituani), e
quando essi cominciano a giurare bisogna allora guardarsi, percioch con animo
d'ingannare i giuramenti fanno; ma non li cedono in questo i forestieri, anzi
con le lor arti li pigliano. Ha questo paese molta diversit di pelle, e ne'
zebellini la negrezza, spessezza e lunghezza del pelo li mostra esser megliori
e per di maggior prezzo; e pi fini sono quelli che nelle provincie ustiugense
e diwense e di Pezzora nascono. Le pelle de' martori vi sono da diverse bande
portate, e perfette sono quelle che di Swezia vengono; ma intorno a Moscovia ve
n' molto maggior copia. Le pellicine anco degli armellini da molte parti
portate vi sono, e dai bolli che esse hanno nel capo e nella coda si conosce se
son state prese in buona stagione o no. Vi sono anco in gran prezzo le pelli
de' castroni e delle volpi negre.
Essa provincia di Moscovia non  molto grande n molto fertile, per essere
arenosi i suoi terreni, oltra la immoderata asprezza dell'aere, per i freddi
grandi del quale non possono i seminati compitamente maturirsi, percioch vi
sono i freddi tanto grandi che, secondo che in Italia l'estate s'apre la terra
per il troppo ardor del sole, cos in queste parti s'apre per il grande e
rabioso freddo. E gettando l'acqua in aere o spudando, l'uno e l'altro prima
che giungano in terra s'aghiacciano, e i rami degli arbori fruttiferi assai
volte per il furor del freddo si seccano; e spesse volte sono stati trovati gli
uomini aghiacciati e morti nelle carrette, e gli orsi cacciati dalla fame fuor
de' boschi, scorrendo per le case de' contadini, li mettono tal terrore e
spavento che, da essi alle campagne fuggendo, di freddo vi moreno. A questo
cos orrido freddo corrisponde alle volte un caldo ardentissimo, e talora di
sorte che per il troppo ardor del sole i stagni e i fiumi si seccano, e i prati
con i seminati sono come da una fiamma abbrusciati; qual soperchio ardor del
sole per sette giorni e non pi durare  solito. Non ha questa provincia n
miel n fiere di sorte alcuna, da' lepori infuora, de' quali ve n' copia
grandissima. Produce frumento ed erbaggi communi; ceriese non se ne trova pur
una, e gli altri frutti sono molto insipidi.
L'aere  poi tanto sano che oltra il Tanai, verso il settentrione, e anco verso
levante, mai si disse che vi sia stata peste; patiscono per spesso di quella
infermit che da noi febre acuta  chiamata, la qual poco  dissimile dalla
peste, e in lor lenguaggio la chiamano ognyowa, come a dire infocato, percioch
come fuoco i corpi infiamma. Ed  molto tra lor contagiosa, facilmente a chi
non si guarda attaccandosi, e pochi a che s'attacca vivi restano.
Son questi Moscoviti assai pi astuti e fallaci de tutti gli altri Russi, e, se
negoziano con qualche forestiero, per aver maggior credito non confessano
d'esser Moscoviti, ma fingono d'esser forestieri ivi venuti di Novogard over di
Plescovia ad abitare. Quattro sorte di moneta per tutto il dominio del granduca
si spendono: la moscovitica, la novogardense, la twerense e la plescoviense. La
moneta moscovitica non  tonda, ma ovata, e in lor lengua detta dzienga, le
quali di doi sorte si battono: nella prima  da una banda un uomo nudo a
cavallo che con la lancia ferisce un dracone, e dall'altra il nome del
granduca; nella seconda, dall'una e dall'altra banda vi sono lettere che il
nome e i titoli del granduca esprimono; sessanta delle quali vanno a far un
ducato ongaro. La moneta di Novogrod ha da una parte l'imagine del prencipe che
sede in maest, con un uomo dinanzi che se gli inchina, e dall'altra  di
lettere piena; e chiamasi newogodka e vale il doppio della moscovitica. Il
dinaro twerense  carico di lettere da ogni parte e val quanto il moscovitico;
e quello di Plescovia da una banda ha una testa di buo incoronata, e dall'altra
vi sono impresse lettere. Una altra sorte di moneta  in Moscovia che per i
poveri di rame si batte, e volgarmente  detta pula, quaranta delle quali fanno
una denga moscovitica. Tutta la moneta moscovitica  di puro e buono argento, e
in ciascheduno di questi quattro luochi  lecito ad ogni orefice di batter
moneta; e qualunque si trova aver argento rotto e non cuneato, portandolo agli
orefici gli  cambiato a peso per peso, pagando solo di pi una poca mercede
all'orefice per le sue fatiche. N in tutto l'imperio moscovitico si trova
altro oro o altro argento se non quello che d'altre parti vi  portato, e per
questa cagione non vuole quel prencipe, e sotto gravi pene lo proibisse, che
de' suoi luochi possi esser cavato n oro n argento, ma vuole che i suoi
sudditi diano a baratto a' forestieri pelli e altre mercanzie del paese. E a
questo modo dicono che esso  d'oro e d'argento richissimo, potendone entrare
ne' suoi luochi e non uscirne. Non sono pi di cento anni che in Moscovia si ha
cominciato a batter moneta d'argento; e prima spendevano pezzetti lunghi
d'argento senza imagini o scrittura, di valore d'un rublo, e un rublo vale
cento denghe moscovite, che sono cento grossi poloni. E prima che vi si fosse
l'argento portato, si servivano in luoco di monete delle pelle d'aspreoli e
d'altri animali, con esse le cose al vitto necessarie comprando. Non si batte
in questo paese moneta alcuna d'oro, ma gran quantit vene portata d'Ungaria e
d'altri paesi.
Avendo noi descritta nel primo luoco Moscovia, capo e metropoli dell'altre
regioni e cittade al granduca di Moscovia soggette, seguitaremo a scrivere
l'altre provincie e cittade prencipali che ad esso obedienza rendono, con
questo ordine, che cominciando da quelle che son verso levante seguiremo a
mezogiorno, ponente e settentrione, sinch tornaremo ove averemo dato
prencipio.


Ducato di Volodimira.

La prima che ne viene inanzi  Volodimira, citt grande con il suo ducato, il
titolo della quale il granduca di Moscovia s'usurpa. Ha questa il castello
fatto di legno, ed  da Moscovia trentasei miglia polonici distante alla volta
di levante. I campi di questa provincia son s grassi che rendono
ordinariamente venti per uno, e talora venticinque. Era Volodimira metropoli de
tutta la Russia dal tempo di Volodimiro che la edific e il nome li dette, sina
a' tempi de Giovanni figliuol di Daniele, granduca di Moscovia, qual da essa in
Moscovia la sede de' duchi transfer.


Ducato di Novogrod inferiore.

Passando pi oltra da Volodimira verso levante, il ducato di Novogrod inferiore
si trova, che di fertilit a Volodimira non cede.  in esso una gran citt di
legno, detta Novogrod inferiore, dalla qual tutto il paese il nome ha preso, ed
 posta ove la Volga e l'Occa insieme si congiungono; appresso alla quale vi fu
da Basilio granduca edificato in cima a un scoglio un forte castello di muro.
Ed  Novogrod inferiore distante da Moscovia cento miglia polonici.
Qui confina la cristianit da quella banda, percioch, quantunque il Moscovito
signoreggi oltra Novogrod un castello da un fiume dell'istesso nome detto Sura,
vi sono nondimeno mescolati alcuni popoli maumettani, Ceremissi nominati, e tra
essi altri, Mordwa detti. Il granduca di Moscovia gode del titolo di questo
ducato di Novogrod inferiore.


Ducato rhezanense.

Partendosi dal ducato di Novogrod inferiore e alquanto verso ponente piegando,
si trova la provincia Rhezan, situata tra il Tanai e Occa fiumi.  questo
prencipato pi fertile assai de tutti gli altri di Moscovia, e vi cresce di
maniera il frumento e tanto s'inspessisse che n i cavalli per entro andar vi
possono, n le quaglie possono a volo uscirne. Ha gran copia di miele, di
pesce, d'uccelli e di fiere d'ogni sorte, e i suoi frutti molto megliori che
quelli di Moscovia sono; e vi sono uomini audaci e bellicosi. La citt,
dell'istesso nome della provincia nomata,  di legno, fabricata sopra la ripa
del fiume Occa; non troppo lungi dalla quale fa il detto fiume un'isola la qual
nomata  Strup, e a lei intorno era a' tempi antichi un granducato ch'ora 
totalmente estinto, il signore del quale a nissuno rendeva obedienza. E anco
questo ducato rheginense i titoli del granduca di Moscovia accresse.

Corsira, castello di legno su la ripa del fiume Occa, distante da Rhezam
ventiotto miglia, era gi signoria da sua posta, ma ora  soggetta al granduca
di Moscovia.
Tulla, castello di legno, quasi quaranta miglia luntano da Rhezan e trentasei
da Moscovia di verso mezogiorno: e questo  l'ultimo castello verso le campagne
diserte, nel quale Basilio di Giovanni fece una forte rocca di muro, appresso
il quale un fiume passa dell'istesso nome; e un altro detto Uppa la bagna alla
banda di levante, che mescolato con la Tulla sboccano nell'Occa venti miglia
sopra Vorotin. Ebbe questo castello sina a' tempi di Basilio, padre del
presente duca di Moscovia, proprio signore che per eredit in esso succedeva.
Odoiow  castello situato ove la Tulla e l'Uppa nell'Occa si discargano; dal
qual piegando alquanto verso mezogiorno s'incontra nelle paludi di Msczenek,
ove era gi una forte rocca, le ruine della quale ancora appaiono; e intorno ad
esse abitano nelle capanne alcune povere famiglie, che, quando son da' Tartari
infestati, si retirano come in uno asilo nella piazza ove la torre esser
soleva, che essendo dalle paludi cinta dall'impeto tartaresco sicuri li rende.
 questo luoco luntano da Moscovia sessanta miglia polonici, e dalle fonti
dell'Occa, piegando a man signistra, miglia decedotto. Il qual fiume, passando
vicino a Vorotina, Colluga, Cerpacho, Corsira, Colunna, Regana, Cazigoroda e
Murina castelli, piega indi alquanto verso settentrione e poco sotto Novogrod
inferiore entra nella Volga, le ripe del quale sono dall'una e dall'altra banda
cente di selve piene d'aspreoli, d'armelini, di castori e di molto miele; e
tutti i campi ancora per ove egli passa, inaffiati da esso, fertilissimi sono;
ha gran quantit di pesci, che di bont tutti gli altri di Moscovia precedono.
Escono dall'istesso fonte onde egli nasce doi altri fiumi, il Sem e la Sosna.
Il Sem, tirando diritto verso mezogiorno e poi un poco verso levante girando,
passa per il ducato severense e, bagnato il castello Potivolo, nella Disna
mette capo appresso Czernigow, la qual Disna poco sotto da Kiovia nel Boristene
l'acque sue discarica. E la Sosna, drizato il suo corso alla volta di levante,
per le larghe campagne de' Tartari, col Tanai finalmente si mescola.
Coluga  castello e rocca di legno sul fiume Occa, distante da Moscovia
trentasei miglia polonici, ove ogni anno  solito il granduca di Moscovia
mettervi sofficienti presidii per reprimere l'audaci correrie de' Tartari.


Ducato vorotinense.

Il ducato vorotinense  situato sopra il fiume Occa, con una cittade e castello
del nome medesimo, e non  da Coluga pi di tre miglia distante.


Delle fonti del fiume Tanai.

Ponevano alcuni, ingannandosi e da falsa opinion guidati, le fonti del Tanai
(qual l'Asia dall'Europa divide) nelle valli de' monti Rifei; ma egli veramente
nasce in Rhezania, provincia della Russia e al duca di Moscovia soggetta, e
fuori esce d'un laco che da' Moscoviti Iwanow Iezioro  detto, quale in
larghezza verst cinquecento moscovite si distende, che redotti in miglia poloni
cento miglia fanno. Un altro gran fiume, minor per del Tanai, da questo laco
ha origine, che, diritivamente correndo alla volta di ponente, dopo receuto
l'Huopa nell'Occa mette capo. Ma il Tanai, che Don i Moscoviti chiamano, uscito
dell'istesso laco alla dritta verso levante corre, e tra Cazan e Astrahan,
regni de' Tartari (che del 1554 fur dal duca de' Moschi al suo imperio
soggiogati), piegando il suo corso verso settentrione alquanto s'avvicina per
sei miglia o sette alla Volga; indi voltatosi totalmente a mezogiorno, dopo
molto aggirarsi nella palude Meotide si perde, nella cui bocca Azaph, citt
tributaria del Turco,  situata. La quale per cinque giorni di navigazione 
distante dall'istmo Taurico, che Precop adesso si chiama, e in essa vi
concorreno da diverse parti del mondo infiniti mercanti, e vi si trafficano
grosse mercanzie. Ed  da notare che in queste parti, e particolarmente intorno
alla palude Meotide, non contano i viaggi e le distanzie a miglia, ma a
giornate, dicendo da questo luoco a quell'altro sono tante giornate, e non
tanti miglia. Si ritrova un altro Tanai, di questo assai minore, che nel ducato
severiense ha il fonte, onde  anco Dunecz Severski nomato, e sopra d'Azoph nel
Tanai grande mette capo. Intorno alla bocca del quale, distante dalla citt
d'Azoph quattro diete, dicono vedersi ne' monti chiamati Santi alcune statue e
imagini antichissime. Hanno anco alcuni in questi luochi poste le colonne del
magno Alessandro, ma quelli che per essi spesse volte hanno caminato negano
apparerne alcun segnale, e per non si pu cosa alcuna di certo di esse
scrivere.
E questo basti quanto al fiume Tanai: tornar ora a descrivere l'altre
provincie del granduca di Moscovia, e voltandomi a man destra da Moscovia verso
mezogiorno il ducato severiense toccar.


Del gran ducato severiense.

Il ducato severiense  grande e di tutte le cose abbondante, la cui larghezza
dal Boristene sino al sopradetto Mscenek si distende, grande e deserte campagne
abbracciando. Non conoscevano anticamente i suoi duchi superiore alcuno; dopo
per molti anni al granduca di Lituania obbedienza resero. Venendo poi quel
granducato, col batesmo e sponsalizio di Iagielo, sotto la corona di Polonia,
ancor essi per un tempo a quella tributo pagarono, e finalmente, ribellatisi da
Casimiro, figliuolo di Iagielo, granduca di Lituania e di Polonia re, a
Giovanni granduca di Moscovia omaggio giurarono. La sede prencipal di questi
duchi  posta in Nowogrodek. Qual prencipato ebbe il suo fine, come anco molti
altri, al tempo di Basilio, padre del duca di Moscovia presente, essendo
innocentemente il prencipe di rebellion calonniato, e perci del prencipato
privo. Descendevano questi prencipi severiensi da Demetrio, granduca di
Moscovia. Assai rocche e cittade sotto questo ducato si comprendono, ma le pi
celebre sono Novogrod, altramente detta Sievierski, Starobud, Potivolu,
Czernigow e Bransko. Abbondano le sue selve d'armelini, d'aspreoli e di miele,
e anco i suoi campi fertilissimi sono.

Novogrod, Siewierski detta,  citt con la sua rocca di legno edificata, nella
qual fu gi la sede de' duchi severiensi, e dista da Potivolo miglia decedotto,
e quattordeci da Starobud. Alla quale, partendosi da Moscovia e a man destra
caminando verso mezogiorno, fatti cento e cinquanta miglia si arriva, nel qual
viaggio si toccano Coluga, Vorotinia, Serensko e Bransko.
Czernigow, rocca e castello,  da Kiovia trenta miglia luntano.
Potivolo, rocca e citt di legno, da Moscovia cento e quaranta miglia polonici
 distante, e da Kiovia sessanta; ha per fianco una selva di ventiquattro
miglia di larghezza. Il granduca di Moscovia tra gli suoi titoli imperator
severiense si chiama.


Il ducato smolescense.

 Smolensko citt grande e famosa, situata sopra il Boristen, e ha una rocca
fatta di roveri dall'altra parte del fiume, nella quale essendovi molte case di
legno fabricate, li danno quasi forma d'un'altra cittade; ed  questa serrata
da una banda dal fiume Boristene, dall'altra da profonde fosse e da una acuta
palificata, nel cui mezo, in cima ad un elevato scoglio, siede una chiesa alla
Vergine Madre dedicata. Fu questa citt per lungo tempo e indarno combattuta
con estreme forze da Basilio, granduca di Moscovia, finch Michael Glinsko, uno
de' pi nobili baroni de Russia, e che regnando Alessandro in Polonia di tutto
quel regno il maneggio ebbe, per una certa sedizione nata in Lituania al tempo
di Sigismondo Augusto, ribellatosi da quella corona e rifugito a detto Basilio,
fu da lui delle sue genti fatto capitano. Con le quali venne egli all'assedio
di Smolensko e gagliardamente lo combattete, tentando tutte le strade per
espugnarlo a forza; ma non gli ne succedendo alcuna, coroppe con denari e
presenti i capitani che erano in guardia della rocca e da lor l'ebbe d'accordo
in suo potere, dal qual tempo sino a questo il granduca di Moscovia la possede.
 questa citt posta in pianura e d'ogni intorno da colli e selve  cinta,
delle quali gran copia di finissime pelle si cavano; ed  da Moscovia distante
ottanta miglia polonici.
Drohobo, luntano da Moscovia settantadoi miglia e da Smolensko decedotto, sul
Boristene  situato, con un castello dell'istesso nome.
L'Hugra, fiume grosso e fangoso, in una certa selva poco lungi da Dohobo nasce,
e tra Caluga e Vorotinia nell'Occa mette capo; ed era gi questo fiume il
termine tra Lituani e Moscoviti.
Viezma, rocca e castello di legno, posto sopra un fiume del medesimo nome che
poco di sotto entra nel Boristene,  da Moscovia quarantasei miglia luntano, da
Mosaysko ventisei, e decedotto da Drohobo. Ma perch occorre in questo luoco
far spesso menzione del Boristene, fiume molto nominato, dir alcune cose
intorno al suo nascimento.
Ha il Boristene il suo fonte appresso una certa villa detta Dnepersko, e per
da' Moscoviti e dagli altri Russi Dneper  nominato, e il suo corso  questo:
bagna egli prima Viezma a mezogiorno, indi il corso a levante voltando passa
vicino a Drohob, Smolensko, Orsa, Dubrowna e Mohilow; e poi di nuovo a
mezogiorno girandosi tocca Kiovia, gi della Russia metropoli, i Circassi, ed
entrato finalmente ne' diserti arriva a Oczakom, rocca e cittade de' Tartari
precopensi, quaranta miglia distante da Circas, di dove finalmente dopo tante
revoluzioni nel mar Maggiore si discarica, le bocche del quale tanto grande
sono che a vederle di luntano ad un gran mare rassomigliano. Se mo' questo
fiume Dneper sia dagli Italiani congruamente chiamato Boristene, io non lo
giudico, percioch esso dalle sue fonti, Dnepersko dette, communemente  da'
Moscoviti, da' Russi, da' Lituani, da' Poloni e da tutti gli altri Sarmati
chiamato Dneper; qual vocabolo anco da Boristene  molto discrepante, onde io
stimo che il fiume Berezina, qual passando per la rocca Borisow e per molte
altre alfine sbocca nel Dneper, fosse anticamente chiamato Boristene, il che e
il luoco del vocabolo ed essa congruenzia della voce dimostra.
Mozaysko, rocca e castello di legno, luntano da Moscovia decedotto miglia verso
mezogiorno e da Viezna ventisei. In questo luoco alle volte suole il prencipe
dar audienzia agli ambasciatori, e ogni d si riduce alla caccia, percioch vi
regna oltra ogni creder gran copia di lepori, per la maggior parte bianchi.
Quel Olgerdo e quel Vitoldo granduchi di Lituania, de' quali non ebbe la
Lituania i pi bellicosi, posero a' suoi tempi i termini del suo ducato sei
miglia oltra il Mozaysko.


Bielskia ducato.

Bielskia di Russia ebbe gi signore da sua posta, quali a' granduchi di
Lituania, descendenti di Iagielo, tributo pagavano; ma Basilio suo prencipe, ad
essi ribellatosi, s'accost a Basilio granduca di Moscovia e fecesi col suo
ducato a lui sogetto.  in questo prencipato la citt di Biela, col suo
castello, appresso il fiume Obscha tra profondissime selve situata, da Moscovia
sessanta miglia polonici e da Smolensko trentasei distante. Tra gli altri suoi
titoli il granduca di Moscovia duca di Bielskia si chiama.


Ducato di Rscovia.

Nel territorio rscovense sopra il fiume Volga la citt e rocca di Rshewa  di
legno edificata, ed  da Moscovia verso ponente andando ventitre miglia
luntana. Oltra la quale alquante miglia, pur continuando il camino a ponente,
si trova la selva Wolkowskiles, nella quale  la palude Wronow, d'onde esce un
certo fiume il qual dopo corsi doi miglia polonici entra in un altro laco detto
Volgo, con l'acque del quale accresciuto pi grosso di quello esce, e da esso
Volga  nominato. E in s recevendo molti fiumi corre per tutto l'imperio
moscovito, e, passando per il regno cazanense e astrachanense e per alcune
campagne deserte de' Tartari, sbocca finalmente con bocche settanta nel mar
Caspio. I Moscoviti dal lago onde egli nasce Volga lo chiamano, i Tartari Edel,
e da Ptolomeo e da' Greci  chiamato Rha. Questo ducato nel quale  la sua
fonte molto paese abbraccia, e d'esso il granduca di Moscovia il titolo
s'usurpa, di Rscovia duca chiamandosi.
Woloczk  rocca e citt di legno, da Moscovia verso ponente ventiquattro miglia
luntana, dodeci da Mozaysko, da Twera venti; abbonda questa provincia di lepori
bianchi e vi suol il granduca andar spesso alla caccia.
Velcoluk, cittade e rocca pur di legno,  da Moscovia cento e quaranta miglia
distante, da Novogrod la grande sessanta e da Polozko trentasei; per essa il
fiume Lovat passa, e verso settentrione correndo vicino a Novogrod la grande
nel lago Ilmen si perde.
Toropiecz, rocca e cittade distante da Velcoluk miglia decedotto, a' confini
della Lituania, toccando il ducato di Smolensko,  posta; la quale con l'altre
rocche vicine, Drohobo, Biela e Brensko, con buona parte del ducato severiense
si dette al tempo d'Alessandro, re di Polonia, in potere di Giovanni di
Basilio, granduca di Moscovia, come pi diffusamente di sopra si  detto.


Ducato twerense.

Il ducato twerense, il titolo del quale il Moscovito s'usurpa, era gi di sua
giurisdizione, e uno de' gran prencipati di Russia, posto sopra la Volga,
trentasei miglia da Moscovia distante.  in esso alla volta di ponente la citt
detta Twer, per la qual la Volga passa, su l'altra riva del qual fiume  il suo
castello di legno, all'incontro di dove la Twercza entra in la Volga. Batte
questa citt propria moneta, che di valuta alla moscovitica  pari.
Tersak castello, dieci miglia polonici lontano da Twer, il possesso della mitt
del quale fu gi del ducato di Novogrod, e l'altra mitt di quello di Twer.
Dopo da Giovanni di Basilio, granduca di Moscovia, di questo ducato si fece
signore.


Ducato pscoviense.

Il prencipato di Pscovia fu ancora esso gi di propria giurisdizione, ma da
Giovanni di Basilio del 1509 occupato fu.  in esso la famosa citt di Pscovia,
metropoli de tutta la provincia, situata sopra un laco, Pskowa detto, dal qual
un fiume nasce dell'istesso nome che, passando per mezo la cittade, sei miglia
indi luntano entra nel lago Czuczko da quei popoli chiamato. Sola Pscovia, di
s grosso numero di cittadi all'imperio moscovitico soggette,  cinta di muro,
che in quattro parte divisa, ciascuna da forte muraglia  circondata. Ed 
distante questa citt da Novogrod la grande, verso ponente andando, miglia
trentasei, e da Velcoluk e da Riga, di Livonia metropoli, sessanta. Se non
fosse l'impedimento d'alcuni scogli che sono tra Ivanow Gorod e Nerva castelli,
facilissima seria la navigazione da Pscovia sino nel mar Baltico, nel quale il
fiume Nerva, dopo l'aver recevuti molti fiumi, a scaricar si va. L'anno detto
di sopra ebbe il duca di Moscovia per tradimento de' sacerdoti questa citt
nelle mani e, cavatone tutti li suoi cittadini e in Moscovia condottili, la
riemp di Moscoviti; e cos rest essa priva di quella libert che lungo tempo
diffesa s'aveva.


Ducato di Novogrod la grande.

Fu gi il prencipato di Novogrod tra' russi de tutti gli altri il maggiore, la
signoria del quale ebbe primieramente a sorte Kurik varego, i cui successori il
lor stato sino a' confini della Grecia distesero. Ed era a quei tempi la sua
giurisdizione in cinque parti divisa, dilattandosi il suo imperio a levante, a
mezogiorno e a settentrione e la Lituania, Filandia, Swezia e Nordwezia
toccando.  in questo prencipato una citt grande e magnifica, chiamata
Novograda la grande, per la qual il Wolchow, fiume navigabil, passa, che uscito
poco sopra la citt del lago Ilmen, dopo aver corso trentasei miglia polonici
in un altro lago, detto Ladoga, finisce. Il lago Ilmen, posto doi werst sopra
Novogrod, decedotto miglia polonici  lungo e dodeci largo, e in s doi fiumi
riceve, il Lovat e la Scholona, uno solo detto di sopra mandandone fuori.
Novogrod  distante da Moscovia dalla banda di ponente cento e venti miglia, da
Pskovia trentasei, da Ivanow Gorod e Velcoluk quaranta. Era in questa citt
anticamente un idolo detto Porun, nell'istesso luoco ove adesso  il monasterio
dall'istesso idolo Perunski monaster chiamato. Adoravano i Novogrodensi questo
idolo con somma venerazione e culto divino, qual aveva forma d'un uomo che in
man tenesse una infocata pietra, alla saetta simile; percioch perun in lengua
rutenica e polonica fulmine significa. A onor di questo idolo ardeva di
continuo un fuoco fatto di quercie ed era pena capitale a chi n'aveva cura il
lassarlo estinguere.
Del 1470, governando Teofilo, arcivescovo di Novogarda, con la sua autorit
pacificamente il stato di questa republica, e con presenti reconoscendo come
per superiore Casimiro, re di Polonia e di Lituania granduca, Giovanni di
Basilio moscovito guerra li mosse e per sette anni continui grandemente e la
citt e il suo territorio travagli, dandoli, ma indarno, spessi assalti. Pur
alla fine del 1477, avendo dato una gran rotta al suo esercito appresso il
fiume Scholona, gli astrense a forza a darsi in suo potere e detteli un
luocotenente che gli governasse. Ma non li parendo d'esserne intieramente
patrone, entr con l'aiuto dell'arcivescovo predetto in la cittade, fingendo di
entrarvi per castigare alcuni che, lassato il rito rutenico, mostravano volersi
accostare alla romana Chiesa; col qual inganno entrato in la cittade, in misera
servit la ridusse, e spogliati i cittadini e mercadanti delle facult loro,
solo un quarto del lor aver lassandoli, si fece esso del resto patrone; e
privato l'arcivescovo della dignit, dell'intrade, dell'argento e dell'oro, un
altro con pochissima rendita in suo luoco elesse e mise in possesso.
Russa, castello antichissimo, gi detto l'Antica Russia, da Novogarda  miglia
dodeci luntano. Passa vicino ad esso un fiume d'acqua salsa che, ridotto dagli
abitanti con una larga fossa in forma di lago,  poi con diversi canali nel
castello alle lor case tirato, e ciascun di quella acqua a suo piacer si fa del
sale.
Ivanow Gorod  una rocca fabricata di pietre su la ripa della Nerva da Giovanni
Basiliade, dal qual prese anco il nome;  distante da Novogrod quaranta miglia,
e altretanti da Pscovia. Vicino ad essa  la citt di Nerva, cos dal fiume
chiamata, nella qual sogliono i mercadanti di Novogarda e di Pscovia le lor
mercanzie fermare. Su l'altra ripa del qual fiume  un'altra cittade e rocca
pur Nerva chiamata, qual  delle ragioni di Livonia; e questo fiume soleva gi
i stati del Moscovita dalla Livonia dividere, ma Giovanni Basiliade a' tempi
nostri, impatronitosi della Nerva su l'altra riva posta e d'altri luochi assai,
ha molto allargati i suoi confini. Il fiume Nerva nasce nel lago detto Czudzko,
e receuti in s doi altri fiumi, la Pskovea e la Vielika Reka, che di verso
mezo vengono, passa per Ivanow Gorod e per la Nerva e indi sbocca il mar
Livonico; e per esso si portano al mare le mercanzie di Moscovia e
particolarmente quelle di Novogarda e di Pscovia.
Iamma  un castello luntano dodeci miglia di Ivanow Gorod e da Nerva, posto
alla bocca del fiume Plussa, alla volta di settentrione; dal qual luoco quattro
miglia distante  il castello e citt di Coporogia, sopra un fiume dell'istesso
nome, di dove verso settentrione andando per venticinque miglia si trovan le
cittadi Oressk e Corella, poste sopra il fiume Polna, il quale divide l'imperio
del Moscovito dalla Filandia, al re di Swezia sottoposta.


Volzka regione.

Questa provincia, da Novograda trenta miglia distante,  tra ponente e
settentrione situata, gli abitatori della quale hanno il proprio lenguaggio,
alquanto differente dal rutenico. Vi  questo di maraviglioso, che tutti gli
animali che d'altre parti ivi si portano, mutando il lor colore bianchi
doventano.


Corella provincia.

Ha questa provincia l'idioma proprio ed  da Novogarda, andando verso
settentrione, sessanta miglia polonici distante; gli abitatori della quale, per
la vicinanza dell'uno e dell'altro prencipe, e al duca di Moscovia e al re di
Swezia tributo pagano; e i confini di questa provincia sino al mar Glaciale si
distendono.
L'isola Solaviki, posta otto miglia polonici in mar verso settentrione, tra la
Dwina e Corella provincie, al granduca di Moscovia  sottoposta, ed  da
Moscovia trecento miglia polonici distante. Vi si fa gran quantit di sale, e
nel solstizio estivo ventidoi ore in essa il giorno  lungo.


Dwina provincia.

Giace questa provincia sotto il settentrione, ed era gi sottoposta a
Novogarda, e il nome prese dal fiume Dwina che per essa passa. Ed esso fiume
cos  detto per l'unione del Iug e della Suchana, altri doi fiumi, percioch
dwina in lengua de' Russi doi insieme significa; che dopo il conflusso di detti
doi fiumi, preso il nome predetto, per cento miglia corre e nell'Oceano
settentrionale, che la Swezia e la Nordvezia bagna, con sei bocche le sue acque
discarica, dalle cui bocche sino alla citt di Moscovia trecento miglia
polonici si contano. Questa provincia, quantunque circondi cento miglia, non
contiene in s altro che il castello Colmogora e la citt Dwina, che nel mezo
di essa  situata, e il castello Pinega, che nelle bocche della Dwina 
fabricato; vi sono nondimeno molte ville, ma per l'una dall'altra distante per
la gran sterilit di quelle terre. Vivono i suoi popoli di pesce e di carne
d'animali, delle pelli delli quali anco si vestono, n mai sanno che cosa sia
pane. Si trovano ne' suoi luochi maritimi molti orsi bianchi, che stanno la
maggior parte del tempo nel mare, con le pelle de' quali, con quelle d'altri
animali accompagnate, pagano il tributo al duca di Moscovia lor signore. Vi si
fa gran quantit di sale, onde tutte l'altre circonvicine provincie quivi
abondantemente d'esso si forniscono.


Ustiuga regione.

Andando da Dwina verso mezogiorno, si trova sul fiume Suchana la citt e rocca
d'Ustiug, dalla quale la provincia tutta il nome ha preso; ed  luntana da
Wolokda cittade cento miglia, e da Bieleiezioro cento e quaranta. E chiamasi
Ustiug da ust, che bocca significa, e da Iug, fiume che da mezogiorno a
settentrione corre, nella bocca del quale essa era edificata prima; ma dopo per
commodit del luoco fu mezo miglia pi in su transferita, e ancora il nome
vecchio mantiene. Pagava gi questa regione tributo a' Novogradensi; nella
quale mai si mangia pane, ma vivono i suoi popoli di pesci e di salvaticine;
hanno il proprio lenguaggio, quantunque del ruteno pi si servono. Gli  da
Dwina il sal portato, e abbonda di finissime pelle d'ogni sorte, e
particolarmente di pelle di volpe negre, le quali alle volte di finezza a'
zebellini s'aguagliano; e pochi zebellini vi sono, e non troppo fini.


Volochda provincia.

 la provincia di Volochda posta tra levante e settentrione, e ha una cittade e
rocca dell'istesso nome, la quale  per sito fortissima e nella quale il
granduca di Moscovia suole ascondere ne' tempi pericolosi parte del suo tesoro.
 luntana da Iaroslaw cinquanta miglia polonici e quaranta da Bieleiezioro, e
passali vicino il fiume Volochda, che da ponente corre verso settentrione, dal
quale e la citt e la provincia il nome prese. Sono in questo paese tanto
spesse le palude e le rotture de' fiumi, essendo esso tutto paludoso e
salvatico, che non possono i viandanti tenere un certo viaggio, per con
difficult vi si camina; ed era gi a Novograda sottoposto. Nasce nelle paludi
e spessi boschi che sono tra Volochda e Bieleiezioro il fiume Vaga, abbondante
d'ogni sorte de pesci, il qual va poi a referir nella Dwina. E quelli che sopra
le sue rive stanno, non sanno punto che cosa sia pane, ma di pesce e di
salvaticine vivono, e hanno gran quantit di pelle di volpi negre e berrettine.


Bieleiezioro ducato.

Bieleiezioro, come a dire lago bianco,  gran provincia e uno de' ducati di
Russia, posta a settentrione sopra un gran lago, dal qual il nome prende e la
provincia e la sua prencipal cittade e rocca.  questo ducato uno de' titoli
del granduca di Moscovia. E il sopradetto lago  tredeci miglia polonici lungo
e altratanto largo; trentasei fiumi in esso capo mettono, ed esso uno solo ne
produce, che Sosna  chiamato, qual, avendo corso quindeci miglia sopra
Iaroslaw e quattro sotto Mologa, nella Volga le sue acque scarica.  in questo
lago una rocca fortissima e inespugnabile, nella quale il prencipe di Moscovia
salva il suo tesoro e a' bisogni, quando  troppo da' nemici incalzato, come in
un sicuro asilo in essa si riduce. Ed  da Moscovia luntana cento miglia, e
altratanti da Novogarda la grande.  paese paludoso e pien de boschi, e per
molto difficile da caminarvi se non con molti ponti, over quando sono l'acque
aghiacciate. Hanno i suoi popoli il proprio lenguaggio, ma ora quasi tutti
parlano rutenico. Un tratto d'arco vicino al lago Bieleiezior un altro lago si
trova, il qual solfore produce in abbondanzia grande, che quasi spuma  fuori
portato da un fiume che di quello nasce. Fu primo signor di questo ducato Sinao
varego, a cui per sorte era toccato, i fratelli del quale uno in Pskovia,
chiamato Truvor, l'altro in Novogarda la grande, Ruriczk detto, signoregiarono.


Ducato di Iaraslavia.

Iaroslaw  gran cittade e rocca di legno, posta sopra la Volga, distante
quarantasei miglia da Moscovia. Il suo territorio  fertilissimo, e
massimamente da quella parte che guarda la Volga. Era gi destinato a'
secondigeniti de' duchi di Moscovia, ma Giovanni Basiliade, monarca di
Moscovia, spogliatili di questa signoria li redusse in servit. Della stirpe
de' quali vivono ancora alcuni, che knesi, cio duchi, si chiamano, ma hanno
nel paese pochissima entrata, percioch esso duca di Moscovia e il titolo e
l'entrate s'usurpa.


Ducato di Rostovia

Era anticamente questo ducato reputato dopo Novogarda la grande tra' prencipali
e pi antichi prencipati di Russia, e a' secondigeniti de' duchi de Russia era
assignato; i descendenti del quale da Giovanni di Basilio, avo del presente
Giovanni Basiliade, d'esso privati furono.  in esso una citt e rocca di
legno, Rostow detta, della provincia capo, nella quale l'arcivescovo la sua
sede tiene; ed  da Moscovia trentaquattro miglia distante, situata appresso un
certo lago, dal qual esce il fiume Cotorea, che passato la citt di Iarossavia
entra in la Volga. Il duca di Moscovia s'intitola di questo luoco duca, avendo
tirannicamente amazzato del 1565 il vero suo signore con tutto il suo
parentado.
Ulitz, citt e castello, su la Volga edificata, luntana da Moscovia
ventiquattro miglia e da Iaroslavia trenta.
Chlopigrod, citt doi miglia distante da Uglitz: si fanno in questa spesse e
grosse fiere, alle quali vi concorreno mercanti di Swezia, di Livonia, di
Russia, di Lituania, di Tartaria e di molti altri paesi, e tra questi non
corron dinari, ma tutto a barratto si d.
Pereaslaw, citt e castello,  sopra un lago posta, distante da Moscovia
ventiquattro miglia e da Rostow dieci, vicino alle quale  un lago, del qual
molto sale si cava.


Ducato susdaliense.

Il ducato Susdali col castello e cittade del medesimo nome, nella quale  la
sede episcopale, alla Rostovia e alla Volodimira  confinante, ed era gi tra'
primi e prencipali della Russia connumerato, essendo metropoli dell'altre parti
d'essa. Era anco questo uno de' ducati che per ragion d'eredit a'
secondigeniti de' duchi di Moscovia perveniva, i descendenti de' quali da
Giovanni di Basilio, avo del presente duca, furono di signoria privati e del
stato scacciati.

Castromovgorod  una citt con la sua rocca posta ove la Costroma e la Volga
insieme si mescolano, luntana da Iaroslavia venti miglia alla volta di levante.

Andando da Moscovia verso levante, passato che si ha Castromovgorod, si trova
la provincia e cittade di Galicz, nella quale per le spesse palude e fiumi e
foltissimi boschi possibil non  d'osservar sempre una certa, sicura e vera
strada.


Viatka regione.

Piglia il nome questo paese dal fiume Viatka, sopra le cui ripe son poste
Chilinona, Orla, Cotelmicz e Sloboda cittadi; delle quali Orlo  oltra
Chilinova quattro miglia, e andando poi verso ponente si trovano Sloboda e
Cotelnicz, vicine al fiume Reczicza, qual da levante venendo entra in la
Viatka.  questa regione luntana cento e cinquanta miglia da Moscovia, andando
tra sirocco e levante, ed  tutta palustre; abbonda solo di miele, salvaticine,
pesci e aspreoli; e i Ceremissi, che sono certi popoli vagabondi, spesse
correrie e molti latrocinii vi fanno. Fu gi sotto l'imperio de' Tartari, ma
fur scacciati da Basilio, monarca di Moscovia, che indi duca di Viatka si
chiama. Abitano nondimeno assai di loro nelle campagne vicine all'una e
all'altra ripa del fiume Viatka, e massime ove esso entra nel Cama, fiume
grossissimo.


Permia regione.

Doicento e cinquanta miglia distante da Moscovia  la gran regione di Permia, e
ha una cittade dell'istesso nome posta sul fiume Vischoro, qual dieci miglia di
sotto nel Cama si caccia. Gli abitatori di questo paese rarissime volte
mangiano pane, ma di carne di cervo e d'altre fiere vivono. Hanno lenguaggio
proprio e proprii caratteri di lettere, le quali dall'episcopo Stefano (che
alla fede di Cristo li convert, e qual da' Ruteni  messo nel catalogo de'
santi) dati li furono. Volse un altro vescovo prima di Stefano alla fede
tirarli, ma fu da essi scorticato vivo, e ve ne sono ancora tra loro che agli
idoli servono, quali vanno qua e l per le selve vagando. L'inverno per le nevi
con le treggie fanno i lor viaggi: sono le treggie carrettine senza ruote che
da cani over da cervi bianchi strascinate sono. E i pedoni, postesi sotto i
piedi certe suole di legno lunghe doi over tre braccia e alquanto alte dinanzi,
e a un lungo bastone appoggiatisi e con esso spingendosi, velocemente per la
neve corrono. Narte son da lor queste suole chiamate, e con esse s veloci
vanno che n anco da' cavalli possono esser giunti, essendo il corso de quelli
dalle nevi e dall'asprezza del camino grandemente retardati, ove quelli che con
queste corrono facilissimamente i colli, i tronchi e le fosse passano: e a
questo modo sogliono anco con la lor prestezza giungere e amazzar diverse
fiere. Confina questa regione col regno di Tumen, del quale un prencipe tartaro
 signore.


Sibio provincia.

 situata questa provincia sul fiume Camam, in mezo le regioni Permia e Viatka,
la quale in tutto di castelli e di cittadi  vuota. Nasce in essa il fiume
Iaijczk, qual  grosso fiume e, passate le campagne de' Tartari, va nel mar
Caspio a riferire. Gli abitatori hanno proprio lenguaggio, non sanno che cosa
sia pane, ma di carne salvatiche si pascono; di pelle d'aspreoli, che tra lor
sono finissimi, fanno mercanzia, e dell'istesse al granduca di Moscovia il lor
tributo pagano. Il paese  tutto paludoso e salvatico, ed  per la vicinanza
de' Tartari in gran parte deserto.


Iugra regione.

La regione Iugra, over Iuhra,  posta su l'oceano Settentrionale, e d'essa
vogliono che per cagione della sterilit gi anticamente uscissero gli Ungari,
quali, fermatisi prima su la palude Meotide, indi poi in Pannonia vennero e,
presone il possesso, Iuharia la chiamarono. Qual nome col tempo in Ungaria
mutossi, e sotto Attila, lor valoroso prencipe, molte provincie dell'Asia e
dell'Europa travagliarono. E di qui viene che i Moscoviti si gloriano che i lor
sudditi guastaron gi i paesi della Germania, dell'Italia e della Grecia, e che
a tutto il mondo spaventevoli furono. Pagano i popoli di questa regione tributo
al granduca di Moscovia, e hanno la lengua ungaresca.


Petzora regione.

Si distende la regione Petzora con lungo tratto a settentrione e a levante,
sopra i liti del mar detto Glaciale; prese il nome da un fiume che, venendo da
mezogiorno, tutta la trascorre, e finalmente con sei bocche appresso il
castello Pusteoziero entra in detto mare. Intorno a questo fiume son monti e
rupe altissime, che da' Ruteni Ziemnot Poias son chiamati, che cingolo della
terra significa, le sommit de' quali per il continuo soffiar de' venti nudi e
senza erba sono, e per la maggior parte del tempo carichi di neve. Crescono
nelle parti inferiori infiniti cedri, arbori altissimi e odoriferi, tra' quali
negrissimi zebellini si trovano; e abondano questi monti d'uccelli da caccia, e
in particolare di falconi bianchi, che d'indi in Moscovia sono portati e nelle
caccie sono dal granduca molto usati. Al qual rendono obedienza gli abitatori
d'essi monti, che dagli antichi Rifei overo Iperborei fur chiamati. Non si vede
in essi altro che perpetui ghiacci e nevi, e difficilmente vi si fa viaggio,
percioch si dice essere d'altezza tale che alcuni mandati a questo effetto dal
granduca di Moscovia penarono decesette giorni nell'ascendere sopra ad uno
d'essi, n per potero nella sua cima aggiungere. Onde quelli che di Moscovia a
Petzora andar vogliono, fuggendo la difficolt di questi monti, passando per le
provincie Ustiuga e Dwina tirano dirittamente alla volta di Permia, che 
doicentocinquanta miglia da Moscovia distante, e indi per strade pi
praticabili a Petzora si conducono.
Sono i suoi popoli semplicissime persone, hanno lenguaggio proprio, n sanno
che cosa sia pane. L'anno millecinquecento e decedotto secondo il rutenico rito
alla cristiana fede si redussero. Varie pelle per tributo al granduca di
Moscovia mandano. Ove il Petzora sbocca in mare, vi  il castello detto
Pusteiezioro, oltra il quale, ne' liti dell'oceano Settentrionale, varie genti
si trovano che communemente da' Russi sono chiamate Samogedz, cio genti che
tra lor si mangiano; n di questi se ne vede mai alcuno in Moscovia, percioch
la pratica de tutti gli altri uomini fuggono. Abondano fuor di modo d'uccelli e
d'animali, come a dire di zebellini, di castori, d'ermelini, d'aspreoli, d'orsi
bianchi, de lupi, di lepori e d'altre sorte simili. N men che le selve de
fiere  l'oceano de diversi pesci copioso, e oltra i pesci nascono in esso
cavalli marini e altri animali aquatici, tra' quali uno ve n' di grandezza
d'un buo, che da' Moscoviti  chiamato mors, il quale ora sta in terra e ora in
mare, e spaventevoli sono i suoi boati; ha i piedi curti a foggi di castore, il
petto infuora e largo e i denti di sopra molto lunghi. E quando esce
dell'oceano per andar in terra a predare, s'attacca co' denti a' scogli che
sopra d'essi pendono, e coi piedi di dietro aiutandosi velocemente in terra
arriva, e per dieci e pi miglia ci che egli incontra devora e amazza e indi
nell'oceano ritorna; ma molte volte, quando le genti del mar uscir lo vedono,
postesi nelle cime de' monti coi sassi e altre arme la strada li togliono e
assai volte uccidono, prima che alla sommit de' monti arrivi. Per avere i suoi
denti solo si cerca di pigliarne, percioch, servendosene i Moscoviti, i Turchi
e i Tartari in far d'essi manichi da pugnali e da coltelli, a gran prezzo li
pagano. Sopra il sopradetto fiume Petzora si trova un altro castello, detto
Papinovgorod, ch'ha il suo parlare diverso dal ruteno, e tributo al granduca di
Moscovia paga.


Obdoria regione.

Obdora prese il nome dal fiume Obbi, che per essa passa; esce questo d'un
grandissimo lago, chiamato Kitaisko, e correndo da levante verso settentrione
con sei bocche entra nell'oceano Settentrionale. E dicono essere appresso il
castello Obbi tal sua larghezza che sedici miglia polonici e ottanta werst
moscovitice passa, e per fresco che sia il vento nelle vele doi giornate vi si
sta a passarlo; e tanto spessi i pesci vi guizzano che i naviganti gli urtano
coi remi. Abitano anco sopra questo fiume i popoli detti Vogulici e Hugritzchi,
che animali di pi sorte pigliano e della lor carne si sostentano, non essendo
punto tra lor il pane in uso; sono del granduca di Moscovia tributari, e di
preziose pelle gli lo pagano.


Dell'idolo detto la vecchia d'oro.

 in questa regione d'Obdoria, alla bocca del fiume Obba, un certo antichissimo
idolo intagliato di pietra, quale zolota baba, cio vecchia d'oro, i Moscoviti
chiamano.  la sua effigie una donna vecchia che tiene un puttino in braccio, e
un altro appresso li sta, qual i paesani suo nepote essere affermano. Adorano
questo idolo col divino culto gli Obdonani, i Iurhisci, i Vohulisci e altre
genti ad essi confinante, zebellini e preziose altre pelle offerendoli e cervi
elettissimi sacrificandoli, del sangue de' quali la bocca, gli occhi e gli
altri membri dell'idolo bagnano, e la carne  cos cruda da essi devorata. E
mentre il sacrificio dura, domanda il sacerdote consiglio all'idolo di quanto
far debbono, ed  fama (cosa in vero maravigliosa da dire) che esso suol dar
risposte certe e predir le cose venture. Dicono anco che ne' vicini monti si
sentono strepiti continui a modo di suono di trombe; il che io non penso che
altro sia che qualche instrumento anticamente in essi posti, overo qualche
sotterraneo canale dalla natura fatto, quali per il perpetuo soffiar de' venti
rendono il detto suono che si sente.
Andando a man sinistra su per il fiume Obbo si trovano i Canali, popoli che
alla campagna vivono e del granduca di Moscovia tributarii sono.
Tra le bocche all'Obba e la vecchia d'oro corrono molti grossi fiumi,
l'Irtisca, la Bereswa, la Sosa, il Trachnim, il Danadim e altri molti, che da'
monti detti Circolo della terra discendono. E se dice che tutte le genti che
sopra vi abitano sino alla vecchia d'oro e all'oceano Settentrionale al
Moscovito obedienza e tributo rendono.


Condora regione.

Questa regione, situata sopra l'oceano Settentrionale,  all'Obdora vicina, ed
 quasi tutta da boschi e da fiumare impedita. Quelli che l'abitano hanno
lenguaggio proprio, adorano con gli Obdoriti l'idolo della vecchia, si pascono
di carne de fiere, della quale abbondan molto, e pagano per tributo al granduca
di Moscovia varie pelli. E questo paese vuoto in tutto di cittade, di castelli
e di ville borgate. Tra gli altri suoi titoli il Moscovito duca di Candora si
chiama.


Lucomoria regione.

Si distende Lucomoria con tratto lunghissimo sopra il Settentrionale oceano, e
l'abitano i suoi popoli non nelle case, che non le voglion fare, ma per le
selve e per i campi dispersi. Sono vicini a questa regione quei popoli che
Grustintzi e Serponovtzi son chiamati, dal castello Grustina, posto sul lago
Kitaijsko, ove il fiume Obbo ha le sue fonti. Sogliono venire da questo lago a
Grustina alcuni uomini negri, il cui lenguaggio in tutto  dal paesano
differente, e varie mercanzie vi portano, ma prencipalmente perle, gemme e
preziose pietre, che sono da' paesani a baratto comprate. E tutte queste genti,
cos di Lucomoria come dell'altre provincie sopradette, al Moscovito obedienza
rendono e paganli tributo. Una cosa portentosa e quasi incredibile d'alcuni
popoli di Lucomoria si dice: che essi cio ogni anno alli ventisette di
novembre, a guisa de arondine o di rane, per il gran freddo muoiono, e tornando
poi la primavera alli ventiquattro d'aprile di nuovo resuscitano. Fanno le lor
mercanzie co' Grustivtzi e co' Serponovtzi a questo modo: quando sentono
avvicinarsi il tempo di morire, portano le lor merce ne' luochi deputati e ivi
senza guardia alcuna le lassano, che da quelli altri popoli sono levate, e
postevi delle sue per la valuta; e quando son poi tornati vivi, se li pare che
le sue merce siano giustamente retrocambiate se le pigliano, caso che non,
rimandano indietro le loro: e spesse volte ne nascono contrasti e guerre. Nasce
da' monti di Lucomario un grossissimo fiume, detto Cossin, che passata
Lucomaria nel Tachmin le sue acque discarica; nel qual Tachmin alcuni pesci
nascono che nel capo, negli occhi, nel naso, nella bocca, nelle mani e ne'
piedi in tutto all'uomo s'assomigliano, ma per senza voce sono. Dicono ancora
che oltra questo fiume vi abitano uomini di monstruose forme, de' quali sono
alcuni come bestie pelosi, altri la testa hanno di cane, e son nelle spelonche
le lor stanze.


Loppia regione.

Passando Lucomoria e pi oltra verso l'oceano Glacial tirando, i Loppi si
trovano, gente fiera e bestiale che per le selve e alla campagna stanno. Non
hanno mai questi sedie ferme, ma consummato ch'hanno in un luoco i pesci e le
fiere delle quali (pan non avendo) si nutriscono, passano in un altro. Cuoprono
le lor capanelle di scorze d'arbori e di zolle di terra, si vestono di pelle di
fiere diverse insieme cusite, che sono di zebellini, di ermilini e cervine, de'
quali ne vengono in Moscovia portati; e delle pelle de' cervi se ne fanno anco
capelli e scarpe. Pagano per tributo al Moscovito pelle e pesci; hanno l'idioma
proprio, che da altri inteso non , e per appresso a' forestieri muti paiono.
Sono perfettissimi sagittarii e tali che, quando trovano qualche fiera e che
guastar non gli vogliono la pelle, la colgono di mira a lor piacere nel naso
over negli occhi. Fanno gran carezze a' mercanti e, recevutoli nelle lor
capanelle, insieme con le moglie li lassano e alla caccia vanno: e se al
ritorno trovano le moglie allegre per aver auto commercio carnale col suo
forestiero, radopiandoli le carezze li fanno anco de' doni; ma quando questo
non , con brutte villanie lo discacciano. Non s'usa tra lor moneta d'alcuna
sorte, ma tutto danno a baratto, dando per panno grosso, per manare, achi,
scorlieri, coltelli, bicchieri, specchi e altre cose simili, pelli finissime de
tutte le sorte.  questo paese frigidissimo, e nel solstizio estivo per
quaranta giorni perpetui vedono il corpo solare che da ore tre della notte in
fuora: nel qual tempo par che egli nella nebbia s'ascondi e i suoi raggi non si
vedono, non restando per essi di far in quel mezo i lor lavori, come se chiaro
fosse. Sonovi alcuni altissimi monti che, a somiglianza de Etna di Sicilia, il
fuoco esalano; nel qual fuoco dicono viver le salamandre, animaletti alle
lucerte simili, e in esso vi crescono non altrimente di quello che fa
nell'acqua il pesce.
Oltra l'oceano Glaciale giace una provincia detta Engroneland, come a dire
incognita. Questa per gli alti monti di neve carichi e di ghiaccio e per la
pericolosa navigazione, essendo quel mare sempre pieno di ghiazzoni che i venti
attorno menano, non si pu praticare, e perci incognita  chiamata. Si
gloriano i Moscoviti che il lor prencipe receva il tributo da regione cos
remota e quasi ultima del mondo; il che, quantunque non pare verisimile, quando
per vero fosse non  tanto da lodarsene, percioch non hanno quei popoli,
quantunque remotissimi, prencipe alcuno di lui pi vicino.
E qui sia il fine delle regioni che sopra il mar Glaciale si distendono, le
qual concediamo di grazia a' Moscoviti che lor tributarie sieno. Tornar ora
verso levante e verso mezogiorno a descrivere quelle provincie che con la
Moscovia confinano.


Ceremissi popoli.

Ceremissi, i Mordovoti e i Vachini nelle foltissime selve senza case per gran
paese tra la Viatka e Volocda abitano. Hanno lenguaggio proprio e osservano la
maumettana setta, e ve ne sono anco de gentili, privi in tutto della cognizione
de Dio. Attendono tutti a latrocinii e a furti, e sono grandemente inchinati
agli incanti e all'arte magica. Sono nelle battaglie contra i tiri delle frezze
intrepidi; rare volte mangiano pane, ma per il pi di carne di salvaticine
vivono e di miele, del quale molto esso paese abbonda. Cos le donne come gli
uomini velocemente corrono, e sono valenti sagittarii, n mai si lassano l'arco
di mano, del quale tanto si dilettano che non vogliono dar da mangiare a'
figliuoli se prima non colgono con la frezza il designato luoco: e tutto il lor
arteficio e fatica  l'andare alla caccia e con le frezze le fiere traffigere,
la carne delle quali mangiando, e delle pelle si vestono, e al Moscovito il lor
tributo pagano. Portano in piedi nelle caccie, come anco fanno quasi tutti i
settentrionali, le narte, delle quali di sopra nella descrizione di Permia si 
ragionato.


Mordwa popoli.

Andando da Novogrod inferiore, la qual di sopra abbiamo descritta, alla volta
di levante e di mezogiorno, si trovano grandi e profondi boschi che intorno
alla Volga da alcuni popoli, detti Mordwa, abitati sono, quali hanno proprio
lenguaggio, hanno ville borgate, e l'agricoltura esercitano. Hanno miele e
pelle preziose d'animali in abbondanzia; sono uomini duri e bellicosi e
valorosamente scacciano i Tartari, che a lor vicini sono, quando a molestar li
vanno. Sono quasi tutti pedoni, adoperano archi lunghissimi e sono valenti
sagittatori: il che si conosce che, volendo essi amazzar fiere che le pelle
hanno finissime, per non guastarli la pelle nel naso a piacer loro con le
frezze le feriscono. Alcuni sono tra lor maumettani e alcuni ancor
nell'idolatria perseverano; pagano ogni anno il lor tributo al Moscovito di
preziose pelle. Si tengono le lor donne per bellezza l'onghie di negro e sempre
portano i capelli sciolti e il capo scoperto. Sono con questi mescolati alcuni
popoli che, a differenzia de' Ceremissi settentrionali detti di sopra,
Ceremissi superiori over montani son denominati. Saria questo il luoco di
parlare de' Tartari cazanensi, al moscovitico imperio vicini, e anco degli
altri tutti che, divisi in orde, per le campagne menano lor vita; ma per non
interromper l'ordine toccaremo prima della vita, religioni e costumi de'
Moscoviti, indi brevemente de' Tartari e de' lor costumi a ragionar
ritornaremo.


Della religione de' Moscoviti e de tutti i Russi.

Del 942, al tempo di Olha duchessa e di Volodimiro suo figliuolo, della Russia
monarca, si convertirono i Russi alla cristiana fede, secondo per il rito de'
Greci, nella quale constantemente sempre si hanno mantenuti. E se bene alcuni
baroni di quella parte di Russia che alla corona di Polonia obedisse da poco
tempo in qua hanno abbracciata la setta luterana e la zuingliana, il vulgo e la
maggior parte de' nobili fermamente retengono la lor pristina fede. Tutta la
Russia Bianca medesimamente al prencipe di Moscovia sogetta di pari volere alla
greca fede, gi da lor recevuta, obedienza rendono. Era anticamente un solo
metropolitano de tutta la Russia, qual deva tributo e al Moscovito e al duca di
Lituania e al re di Polonia, e la sua sede teneva in Kiovia, gi della Lituania
metropoli, che d'indi in Volodimira e poi in Moscovia transferita fu. E andando
ogni sette anni il metropolitano di Moscovia a visitar la Russia a' Lituani
sottoposta e cavandone ogni volta molti dinari, Vitoldo, granduca di Lituania,
considerando che a questo modo venivano le sue provincie a esser spogliate de
dinari e arrichite quelle d'altro prencipe, e volendo a questo provedere, fece
congregare insieme tutti i vescovi e abbati del paese a lui sogetto e col parer
loro un metropolita del suo stato elesse, qual in Vilna, metropoli della
Lituania, residenza facesse, nella chiesa della Madonna, che da' Ruteni
preczista, cio castissima,  detta. Vi  anco in Vilna un vescovo secondo il
romano rito, percioch gran parte della cittade alla romana vivono, se bene
sono pi quelli che alla greca fanno, e che pi chiese vi abbino. Hanno i
metropoli di Russia la lor autorit da' patriarchi costantinopolitani, e
solevano gi essere eletti da' vescovi e abbati del stato, ma ora il granduca
di Moscovia egli solo chi a lui piace elegge.
Si gloriano i Ruteni d'aver da santo Andrea ricevuta la cristiana fede, molto
prima che Ol'ha fosse e Volomiro, qual vogliono i loro annali che di Grecia ne'
lor paesi andasse. Sono nel gran stato del Moscovito doi archiepiscopi, uno in
Novograda la grande e il secondo in Rostovia, e de vescovi ve ne sono assai.
Portano le lor veste negre, come gli altri monaci fanno, le quali sono alle
volte di seta, e prencipalmente il pallio negro, sul qual inanzi al petto sono
tre vergole bianche, a somiglianza di tre rivuli che corrino, che dicono
significare che da' lor cuori scaturiscono i rivi di buoni esempii e di
dottrina. N il metropolita n gli arcivescovi n vescovi n gli abbati n i
monaci mai mangiano carne, e dell'entrate de' lor beneficii vivono, n hanno
giurisdizione alcuna sopra il temporale; solo il metropolita di quella parte di
Russia che obedisse al re polono e gli altri vescovi ville e cittadi possedono.
Gli abbati, che igonomei, e i priori, che archimendritti son da loro detti, e i
monaci tutti sono a durissime regole sottoposti, n possono con sorte alcuna di
solazzo recrearsi; e obediscono non solo agli ordini del prencipe, ma a'
comandamenti anco di qualunque nobile. E molti di loro, uscendo de' monasterii,
nel deserto si retirano, ove o soli o accompagnati in picciole capannette di
radice d'arbori e di varie sorte d'erbe al lor viver provedono.
Solo quelli che lungo tempo hanno in chiesa servito al sacerdozio promoveno, n
pu esser alcuno sacrato diacono che non sia maritato; onde molte volte occorre
che a un istesso tempo e le moglie sposano e diaconi s'ordinano. N puole
alcuno ch'abbi tolta la verginit a qualche donna, overo che la prima volta che
egli usi con la moglie e non la trova vergine, essere ordinato diacono. Morendo
la moglie a qualche sacerdote, esso  perpetuamente del sacerdozio sospeso,
eccetto se entrando in qualche monasterio secondo la regola di quello viva; e
anco vivendo e vedovo castamente, puole insieme con gli altri ministri servire
in coro agli officii divini. Ma se un sacerdote vedovo un'altra moglie piglia,
il che gli  lecito di fare, s'intende alora esser totalmente del sacerdozio
privo, n aver pi che partire cosa alcuna col clero. Portano gran venerazione
alle imagine de' santi e a' libri ne' quai son scritti gli Evangelii, n li
toccano con le mani se prima chinando molte volte il capo non si fanno il segno
della santa croce. Vivono tutti i sacerdoti d'alcune contribuzioni, e li
consegnano alcune casette con prati e campi, dalli quali, lavorandoli con le
proprie mani o con quelle degli lor famigli, a usanza de' contadini il lor
vivere cavano.
Biasmano i sacerdoti romani, che con giuramento a vita casta s'obligano, con
dire che nel quarto canone del concilio in Gongra fatto siano anatematizati
quelli che sprezzano i sacerdoti secondo la legge ammogliati e che dicono non
esser lecito dalle lor mani i sacramenti recevere; e de pi dice l'istesso
concilio: siano privi della lor degnitade e officio quei sacerdoti e diaconi
che le lor moglie lassaranno.
Vestono a modo degli altri uomini che sacrati non sono; vi  solo questa
differenza, che portano in capo un capelletto negro e tondo col quale la
chierica si cuoprono; portano la zazzara lunga sino a' bracci e in mano un
bastone ritorto ove con man si tiene, detto da loro posoch, al qual
s'appoggiano.
Varia molto il lor calendario dal romano, facendo molte feste de santi in
giorni diversi di quello che alla romana si fa. Non celebrano la festa del
Corpo di Cristo. Gli uomini pi ricchi e pi potenti, detta che si  la festa
la messa, si danno tutto il resto del giorno a conviti e alla crapula; ma i
cittadini e gli artefiici, odita ch'hanno la messa, ai lor mestieri attendono,
dicendo a' signori e non ad essi convenirsi il star ociosi e senza lavorare.
Onorano pi de tutti gli altri santi san Nicol e li fanno grandi e onorate
chiese, di lui miracoli infiniti predicando. Hanno anco nel lor catalogo de'
santi alcuni pontefici romani, e come santi li reveriscono; ma gli altri che
dopo la lor scisma sono stati, dopo che essi da' Latini si divisero,
malediscono e gli hanno per grandissimi eretici e scismatici. Percioch dicono
che nel settimo concilio generale, che a' tempi di papa Adriano fu fatto,
concluso e determinato fu che si dovessero aver per rate, ferme e solide in
perpetuo tutte quelle cose che ne' precedenti concilii determinate s'erano, e
che per l'avvenire sotto pena d'anatemate non si potesse pi concilio alcuno
chiamare e ad esso andare. Ne' quai sette concilii questi papi furono, quali
da' Russi sono per santi tenuti e chiamati degni della sedia di Pietro,
percioch con loro sentivano: nel primo vi fu papa Silvestro, nel secondo papa
Damaso, Celestino nel terzo, nel quarto Leone, Vigilio nel quinto, nel sesto
Orfanio e nel settimo Adriano. Tutti gli altri concilii dopo questo fatti
chiamano maladetti, perversi e d'eresia imbrattati. E perch un certo Isidoro,
metropolita di Russia, venne in Fiorenza al concilio che fu sotto Eugenio
celebrato e in esso un la chiesa de' Russi alla romana, e poi tornato cercava
con l'autorit della Scrittura indurli a consentire a questa unione, lo presero
e, privatolo della degnit e de' beni, in pregione lo serrarono.
I dottori che essi seguono sono Basilio Magno, Gregorio Nazianzeno e Giovanni
Crisostomo, e hanno anco i Libri morali di Gregorio, romano pontefice. Dicono
la messa in lengua slavonica, mescolatevi alcune cose greche; recitano con alta
e chiara voce l'Epistola e l'Evangelio, fuori del coro in mezo alla chiesa,
accioch meglio dal popolo intese siano. Non vogliono predicatori,
contentandosi di ascoltar l'Epistola e l'Evangelio in la lor lengua mentre si
dice messa; e in questo ostinatissimi stanno, dicendo che essi a questo modo
fuggono diverse eresie e opinioni cattive che dalle prediche, da sottili
argomenti e da sofistiche questioni nascer sogliono. Se gloriano i Russi solo
essi esser veri cristiani, e biasmano e maledicono i Romani e gli altri
cristiani come desertori della primitiva Chiesa, e de' sette santi concilii
prevaricatori.
Usano queste ceremonie nel battizare. Nata che  la creatura, subbito il
sacerdote chiamano, che condottosi inanzi alla porta della donna di parto dice
alcune orazione, e messo il nome al putto overo putta a casa ritorna. Portano
indi il putto in chiesa, e a questo modo lo battezano: lo immergono prima tutto
nell'acqua, poi l'ungeno con la crisma, che essi la settimana santa consacrano,
e indi con la mirra. Taglia poi il sacerdote i capelli alla creatura e, con la
cera intricatili, in chiesa nel luoco a questo deputato li repone. Non vi
adoperano n sal n saliva, e ogni volta che battizzano l'acqua del battismo
consacrano, qual finito in una fossa per questo apparecchiata gettano. I
compari, ogni fiata che il prete addimanda s'il battizato al demonio renoncia,
respondendo de s in terra sputano.
Non vogliono a modo alcuno acconsentire che vi sia il sacramento della
confermazione n quello dell'estrema unzione. Negano il purgatorio e dicono che
l'anime del corpo uscite, s'hanno operato bene, vanno in certi luochi allegri
ove dagli angioli accompagnate il giorno del giudizio in allegrezza aspettano,
e quelle che hanno operato male sono in compagnia de bruttissimi spiriti in
oscurissimi luochi serrate, finch detto giorno verr, nel quale, co' corpi
reunite con i quali hanno peccato o fatto bene, insieme con essi serranno o
premiate o punite. Non restano di fare esequie e officii per i morti, dicendo
che con essi s'impetra all'anime luoco megliore dove aspettar debbono il
giudicio. E quando muore qualche uomo grande e d'autorit, il metropolitano
over episcopo scrive una lettera, e sogellata col suo suggello, qual mette sul
corpo del defonto, facendoli fede e testimonianza della sua buona vita,
accioch, conosciuto per questa esser buon cristiano, sia dopo il giudicio pi
facilmente admesso in cielo. Il volgo poi fanno diverse ceremonie, o per dir
meglio superstizioni, intorno alle sepolture de' morti, quai ne' boschi o per i
campi sepelliscono e, facendoli sopra il tumulo di terra fortificato di pietre,
in cima la croce vi piantano. N consacrano i luochi delle sepolture, dicendo
con i corpi battizati e de' sacramenti di Cristo ornati la terra si santifica.
S come nell'altre cerimonie, cos nel degiunare discordano i Russi dalla
romana Chiesa, e hanno quattro gran degiuni, ne' quali non mangiano carne. Il
primo  la quadragesima, nella quale non solo dalla carne e latticinii, ma anco
dal pesce s'astengono, solo d'erbe, de cauli, di ravani e di fungi contenti.
Alcuni, pi devoti, dalla domenica e il sabbatto infuori (ne' quai giorni
tengono esser gran peccato il degiunare), mangiano gli altri giorni della
quadragesima solo un bocconcino di pane in sul mezogiorno. Altri mangiano di
cotto la domenica, il marti, la giobbia e il sabbato, e gli altri giorni con un
boccon di pane e un poco d'acqua fermentata se la passano. Quella settimana poi
che noi facciamo il carnevale, essi non mangiano carne, ma s bene cibi di
latte e di butiro, onde  da essi chiamata butiracea. Il secondo degiuno  da
passata l'ottava della Pentecoste sino alla vigilia di san Pietro e di san
Paulo, e lo chiamano il degiuno di Pietro. Il terzo  dal primo giorno d'agosto
sino all'Assunzione della Madonna. Il quarto, sei settimane inanzi Natale, qual
chiamano di Filippo, percioch essi fanno la festa di san Filippo a quel tempo
che questo digiuno cominciano. E fuor del tempo di questi degiuni, ogni sabbato
mangiano carne, qual tengono sia gran peccato mangiarla il mercore e il venere.
Fuor che di san Giovanni Battista che alcun santo vigilia non fanno, qual festa
a' ventinove d'agosto celebrano. I monaci a maggior degiuni astretti sono,
percioch convengono star contenti d'un pezzo di pane e d'un poco d'acqua
fermentata il giorno.
Si confessano i Russi intorno alle feste di Pasqua a questo modo. Si pongono il
confessore e il penitente con gran devozione in mezo alla chiesa, volti col
viso verso l'imagine di qualche santo, e confessato e imposta al confitente la
penitenza secondo la gravezza del peccato, s'inchinano e il confessore ed esso
a detta imagine, e spesso segnandosi la fronte, il petto, i bracci e
inchinandosi, con molti sospiri dicono la lor consueta orazione: "Ies Cristo,
figliuolo de Dio vivo; abbi di noi misericordia". E quelli che hanno gran
peccati li lava con acqua santa il sacerdote, qual  da essi conservata in
chiesa a questo effetto, di quella che cavano dal fiume o dal stagno, che nella
festa dell'Epifania ogni anno consacrano. Pochi del volgo sanno il Pater
noster, perch dicono toccare il saperlo a' signori e a' sacerdoti, che non
hanno altro che fare. E quantunque la confessione sia pur di comandamento tra
loro, non si vogliono i contadini confessare, dicendo questo convenirsi a'
signori e gentiluomini, e che a lor basta credere in Dio e in Ies Cristo suo
figliuolo e nel Spirito Santo.
Usano il sacramento dell'eucaristia sotto l'una e l'altra spezie: e uno n'hanno
per quelli che si comunicano e un altro per gli infermi. Consacrano quello per
gli infermi la zobbia santa e in un vaso mondo per un anno lo conservano. E
quando vogliono communicare un infermo, mette il sacerdote una particola in un
cochiaro e buttandoli sopra vino e acqua tepida l'intenerisse, e cos
all'infermo la porge; e se  tanto putto che non possi inghiottire il pane, li
getta solo in bocca un poco di vino consecrato.
Per quelli poi che quasi ad ogni messa si communicano, si consacra il
sacramento da ogni tempo alla messa, e fatto in fregole piccole, con un
cochiaro ove  anco il vino consecrato, lo porge il sacerdote a' communicanti.
E per tutta la Russia da quelli che fanno alla greca si consacra in pane
fermentato, qual  fatto da donne di provetta etade e alle quali pi i lor
fiori non vengono, e massime da quelle che vedove de sacerdoti son remaste.
Fanno il lor matrimonio fuori del quarto grado della consanguinit, e con
fatica permettono la terza moglie; ma il rimaritarsi la quarta volta non 
concesso, n estimano esser cosa da cristiano. Non reputano adolterio ad uomo
maritato l'impacciarsi con donna che maritata non sia. Di consenso de' lor
vescovi i matrimonii disfanno, e lassata la prima moglie un'altra ne prendono.
Vanno in chiesa a sposarsi per man de' sacerdoti, il che con molte devote
cerimonie fanno.


Dell'espedizione bellica.

Il granduca di Moscovia pu lungo tempo un esercito grosso mantenere, percioch
esso non d paghe a' suoi soldati, ma li compartisse terreni per leggieri
affitti. Quando egli scrive l'esercito, secondo che i soldati a ruolo si
mettono, danno al prencipe una moneta d'argento, da essi chiamata dengha, di
valuta d'un grosso polonico, e fenita la guerra a repigliarla tornano; e
restando in man del prencipe le monete di quelli che nell'espedizione morti
sono, viene esso a sapere giustamente quanti de' suoi mancati siano. I nobili
poi, i consiglieri, i gentiluomini sono da lui di sorte tirannizati che,
volendosene egli servire o in corte o in guerra, in qualche ambasciaria
mandarli, sono tenuti far tutto a lor spese. Suole anco il granduca far tor in
nota per tutte le provincie i figliuoli de' nobili che poveri sono, per sapere
il lor numero e quanti cavalli e servitori abbi ciascuno, e assegnatoli un
leggier stipendio all'anno nelle guerre se ne serve. E pochissimo  il riposo
ch'hanno questi nobili che a lor spese alla guerra obligati sono, percioch
egli  sempre in guerra o con Lituani o con Livoni o con Swezii o con Tartari
precopensi o con Turchi e altre gente finitime; e suol mettere in presidio
ventimila uomini e pi ogni anno a' confini de quei Tartari che Crinsci,
Precopsci e Noheysci detti sono. Vanno finalmente tutti alla guerra a proprie
spese, le quali non sono grande come da' nostri soldati si fanno: percioch un
gentiluomo ch'aver cinque o sei cavalli e altratanti servi carga un d'essi di
farina di miglio e d'un poco di carne di porco e di legumi e sale, portando
seco pignatte di ramo, e quando fa bisogno, acceso il fuoco, fanno con un
picego di farina over con un poco de legumi molta minestra, aggiungendovi alle
volte un pezzetto di carne di porco, e con questa poca cosa tutti vivono. Ma
quando si trovano aver aglio o cipolle, d'altra minestra non si curano. I
capitani e altri officiali fanno un poco miglior vita e convitano sempre de'
nobili di bassa fortuna alla lor mensa.
Hanno da 40 anni in qua i Moscoviti molta artegliaria, e benissimo adoperar la
sanno, e sono molto valenti in espugnar fortezze. Ma rare volte vengono a fatti
d'arme con Poloni e con Lituani a campagna aperta, percioch, quantunque essi
siano uomini di gran forza, non sanno per l'arme maneggiare e usano sol la
forza e niente l'ingegno: onde facilmente da chi sa maneggiar l'armi son venti
e superati. E a chi con lor combatte bisogna avvertire di non si lassar metter
le mani adosso, perch saria spedito, essendo essi tanto robusti e gagliardi
che molte volte senza alcun'arma con fieri orsi s'affrontano, e preseli per
l'orecchie tanto li remenano che da stanchezza gli orsi in terra cascono ed
essi alor li uccidono. Adoperano nelle guerre la faretra di frezze piena,
l'arco, il manarino, framea, mazze dalle quali balle di piombo pendono, e
coltelli lunghi de' quali in luoco de pugnali si servono. Molti pedoni portano
picche, e i cavalli alcune lancie corte e molto dissimile dall'ungare e polone.
S'armano di corazzine lunghe e alle volte doppie, di corsaletti e di morioni.
Cavalcano cavalli piccoli castrati e senza ferarli, e le lor selle in modo
accommodate sono che ad ogni banda essi voltar si possono e senza impedimento
l'arco adoperare; cavalcano poi tanto curti in su le staffe che ogni poco
incontro di lancia li getta da cavallo; non adoperano speroni, ma in luoco de
quelli della scorregiata si servono. Usano comunemente vesti lunghe sino sul
col del piede, di lana imbottite o di bambagio. Nel piantar le trinciere
eleggeno il luoco migliore e per sito pi forte, e le serrano non con carette
ma con spini e arboscelli a modo di muro, nel mezo delle quali drizzano i pi
potenti le lor tende e trabacche, l'altro volgo con rami d'arbori
l'alloggiamento si fa; e alcuni, piantati in terra i rami degli arbori, li
piegano in arco e ficcano anco l'altro capo in terra, e gettatovi sopra i lor
mantelli con essi dall'aere si diffendono. Mandano i lor cavalli a pascere, e
per questa cagione sogliono nel pigliare il luoco per le trinciere gran paese
abbracciare. Quando sono per venire co' nemici alle mani, assai trombe suonano,
che essendo diverse e diversamente sonate rendono un sconcertato e orribil
suono. Nel numero grande pi che nel valore si confidano, e perci cercano
sempre serrare i nemici in mezo e assalirli per fianco e alle spalle, ma rare
volte in campagna vittoriosi restano, percioch portano tante arme che pi
tosto si possono dir carichi che armati, e all'incontro i lor nemici, coperti
pi dall'ingegno che dall'armi, sicuramente quantunque in minor numero con essi
la battaglia attaccano. Ostinatamente e con molto valore nel combattere i
luochi forti si portano.


Della consuetudine e costumi de' Moscoviti.

Gode questa gente moscovitica e rutena pi della servit che della libertade,
n in questo il lor prencipe li manca, percioch tutti, di qualunque stato o
condizione si siano, sono di estrema servit aggravati, come di sotto ne' fatti
del moderno prencipe dirassi. I nobili, i baroni, i governatori, i consiglieri
e tutti i prencipali uomini di quel stato si chiamano chlopi, cio abietissimi
e vilissimi schiavi del granduca; e i lor beni, cos mobili come immobili,
dicono esser non suoi ma di esso granduca. E secondo che l'ordine equestre 
dal granduca tirannizato, cos la plebe e i cittadini minori sono da' baroni e
da' nobili molto mal trattati, essendo i beni de' contadini e del popolo minuto
esposti alla preda de' pi potenti: e per disprezzo uomini negri e cristiani
communemente li chiamano. Sei giorni della settimana lavorano i contadini per i
lor patroni e il settimo per loro istessi, n vogliono lavorare solecitamente
se non sono dalle bastonate cacciati. E hanno da' lor patroni alcuni campetti
assegnateli da essi, accioch di quelli si possino cavare il vitto e da pagare
gli ordinarii tributi.  prescritto agli artifici il prezzo delle fatiche loro,
e quello piccolo, talmente che quando  niente carestia hanno fatica con la
fatica e sollecito lavor de tutto il giorno di guadagnarsi il pane. I cittadini
ancora e i mercadanti da infinite gravezze impoveriti sono, e se viene a
notizia del granduca che alcun sia denaroso, il che subbito gli  avvertito
dalle molte spie che egli in corte tiene, fattoselo presentare, gli appone
qualche delitto grave; e s'egli si scusa e dice d'esser innocente, li responde:
"Io non ne voglio saper altro, vadi sopra l'anima di quelli che accusati
l'hanno"; e tanto batter lo fa finch egli paga quanto gli  dal prencipe
prescritto.
Hanno poi in Moscovia questo costume, che, non volendo i debitori i lor debiti
pagare, sono presi e in un luoco a questo deputato condotti, ove sono dagli
officiali della giustizia con scorriggiate e bacchette tanto sotto i piedi e
ne' ginocchi battuti senza misericordia alcuna sinch, e trovinlo dove si
voglia, sono astretti a sodisfare a' lor creditori: e se non trovan tanto che
basti, dopo l'esser molto battuti sono consegnati per schiavi a' creditori per
quanto tempo possono il lor debito scontare. Tutti di schiavi si servono, o
comprati o presi in battaglia, quali spesse volte soglion alla lor morte lassar
liberi; ed essi, usati alla servit, subbito da lor posta ad altri patroni si
vendono. Hanno i padri libert di vender per quattro volte i figliuoli,
talmente che, avendoli una volta venduti, se per qualche caso in libert
ritornano, li possono i padri un'altra vendere, e cos sino alla quarta volta;
dopo la quale non hanno pi sopra di loro giurisdizione alcuna. Si dogliono i
servitori quando non sono da' patroni sgridati e battuti, dicendo questo esser
segno che essi non gli amano. E secondo che gli uomini dal prencipe sono tenuti
cos in servitude oppressi, cos essi le lor donne in casa tengono; la
condizione delle quali  molto cattiva, percioch nissuna da bene  reputata se
non sta di continuo serrata in casa, ove a filare attende e a far tele.
Le case, cos nelle citt come alle ville, son tutte in alto poste, e vi
bisogna per scalini ascendere; le quali, per grandi che siano, hanno tanto
piccole porte che all'entrarvi abbassar la testa conviensi. Ove tutti hanno
un'imagine di qualche santo nel pi degno luoco, e quando un amico o parente in
casa di qualche uno entra, prima che egli alcuno saluti, guarda ove l'imagine
si trovi e, fattoli tre reverenzie e tre volte signatosi, saluta poi quelli
della casa; la qual cerimonia si usa anco nel partirsi. S'onorano con molte
cerimonie di parole e con molti inchini. I signori di maggior portata stanno
quasi sempre in casa ascosi, acquistando a questo modo maggior credito e
reputazione co' popoli; e un che sia di sangue nobile, per povero che egli sia,
a gran vergogna e ignominia si tiene il far esercizio alcuno mecanico. Pochi
officiali del granduca hanno autorit di far morire alcuno per i lor misfatti,
ma tutti sono remessi alla corte ducale e a' suoi consiglieri. Non possono i
poveri aver entrata nelle lor cause al granduca, ma solo a consiglieri e con
difficult, per per la maggior non si fa giustizia a' poveri se non la
comprano con presentare i ministri di essa. In ogni citt prencipale dimora un
magistrato che la persona del granduca rappresenta, okolnik detto da loro.
Vestono tutti alla lunga e per il pi colore azzurro, over di bianco;
forniscono i colari delle lor camise di seta di varii colori, con recami d'oro,
con perle e con tondini d'arzento o di rame indorato. Portano i pi ricchi
crocette d'oro al collo di varie gemme ornate; i poveri di ferro, over di rame.
Non  lecito a' poveri vestir come i ricchi, ma con leggi  posto ordine al
vestir d'ogni qualit di persone. Tiene il granduca un numero quasi infinito di
veste, quali esso in occasione di qualche solennit o d'ambasciaria a'
cittadini l'impresta, pagandogline essi un certo nolo.


Giovanni Basiliade, granduca di Moscovia.

Avendo brevemente descritto il sito delle regioni della Russia al granduca di
Moscovia sogetta, la religione, i costumi e la consuetudine finalmente de' suoi
popoli, ne resta a dire qualche cosa de Giovanni Basiliade, de questi paesi
signore; ma prima che di lui si parli dir qualche cosa degna da sapersi
intorno al suo titolo.
Dal tempo di Ruriczk, primo duca di Novograda la grande, del qual s' parlato
di sopra, tutti i prencipi quasi di Russia non si hanno dato altro titolo che
di granduca, sino a Basilio di Giovanni, padre del prencipe moderno Giovanni
Basiliade; percioch, favorendo la fortuna le cose di questo Basilio, si prese
egli titolo di gran signore, re e granduca di molti luochi e provincie. Ma
adesso molti, e massime i Germani, con titolo d'imperator l'onorano, percioch
non sapendo essi il vero significato di czar, parola slavonica, in vece di re
imperator lo chiamano.  per tanto da sapere che czar re propriamente
significa, e czarstvo regno; col qual nome i Moscoviti chiamano il lor prencipe
re de tutta la Russia. Ma gli altri Slavoni, come sono i Poloni, i Boemi, i
Lituani e altri che diversamente parlano da' Russi, con diverso nome anco il re
krol, e altri korol, e altri kral denominano, e stimano che questa parola czar
imperator significhi; onde, sentendo i Ruteni ed essi Moscoviti che l'altre
nazioni imperator il lor prencipe chiamavano, cominciarono ancor loro a
onorarlo di questo nome, imaginandosi questa parola czar, quantunque altro che
re non significhi, maggior significato avere. Tuttavia in tutti i libri cos
sacri come profani de' Russi, si trova che czar re e kesar imperator significa.
E il tartaro re della Taurica czar precopense, cio re, si chiama; e cos tutti
gli altri re de' Tartari questo nome adoperano, e de qui viene che molti, non
sapendo il suo vero significato, danno titolo d'imperatori a tutti quei
prencipi de' Tartari che tra loro czar, cio re, son nominati. Chiamano altri,
e massime i suoi sudditi, il prencipe di Moscovia Cesare bianco, per la
signoria che egli della Bianca Russia, chiamandosi quella che al re di Polonia
obedisse la Russia Negra, quantunque possedi anco parte della Bianca. Overo
forsi  chiamato re bianco perch quasi tutti i suoi popoli di bianco vestono.
Basilio, padre del moderno prencipe, quando egli al papa, all'imperatore e ad
altri prencipi scriveva, si sottoscriveva re; ma col re di Polonia non re, ma
granduca s'intitolava, e se bene il prencipe moderno anco col re polono si d
titolo di re, non gli  da esso rescritto se non come a granduca.
Giovanni Basiliade, prencipe di Moscovia, supera de autorit che egli ha sopra
i suoi popoli i monarchi de tutto il resto del mondo, percioch assolutamente 
signore d'ogni sorte e condizione di persone, cos religiosi come laici, e
assolutamente senza alcuna contradizione dispone della vita e de' beni de
tutti, n gli  da alcuno, per grand'uomo che egli sia, in cosa alcuna
contradetto; anzi tutti i baroni e consiglieri e tutto l'ordine equestre e
l'ecclesiastico publicamente confessano la volont del lor prencipe esser la de
Dio volont, e che se egli fa cosa alcuna malamente, dicono esser ci voler
divino, e per questo lo reputano e credono esser vero esecutore della divina
volont. Onde quando da' consiglieri  di qualche cosa pregato, suol il
prencipe rispondere: "S'a Dio piacer, o se Dio lo commandar, io lo far". E i
Moscoviti, quando di qualche cosa dubbia domandati sono, hanno in commune uso
di rispondere: "Iddio e il granduca lo sa". Non fida questo prencipe le sue
fortezze in man d'alcuno suo parente, ma ne d il governo a chi li viene in
fantasia, che poi glilo tuole con quanta facoltade aver si trovano. E a sua
voglia crea de' plebei cavallieri, palatini e consiglieri, e i grandi rende
plebei con ridurli ad estrema povertade; elegge e priva a sua volont i
metropolita, vescovi, abbati e priori de' monasterii, e finalmente tiene tutto
sotto misera servit, e ha quasi con la sua gran asprezza estinte tutte le
maggior casate del suo stato, trovando per ogni leggierissima cagione occasione
d'occidere crudelmente i prencipali di esse, dopo la morte de' quali fa poi
anco occidere tutta la lor famiglia e parenti. Usa gran sceleragine con le
matrone ch'hanno qualche fama di bellezza, percioch, fatesele sotto pretesto
di qualche accusa falsa appresentare, dopo lo averle godute le fa da' suoi
cortigiani strapacciare e indi occidere.  tanta la crudelt che egli in alcune
citt ha usata, che son quasi restate totalmente disfatte, dilettandosi sina
d'ammazar le genti di sua mano. Aveva un fratello, del quale entrato per
legierissima caggione in sospetto, lo fece crudelmente tormentare e uccidere.
Ha fabricato questo duca un certo suo palazzo a forma di monasterio ove si
reduce spesso con i suoi cortegiani, e giunto ad esso insieme con tutti suoi
d'un certo abito negro a modo di monaco si veste, e insieme con loro l'officio
alla rutenica dice, chiamandosi in quel luoco frate e frati chiamando i
cortigiani. E finito l'officio gli  portato da mangiare prima a lui come a
frate maggiore in una cestella, e in una cestella per cadauno de' detti suoi
frati, e mangiato che egli ha non  mai giorno che non facci condurre in detto
luoco decedotto o venti uomini, e per il pi a torto accusati, e sazia la sua
efferata crudelt in vederli tormentare e dopo molti cruciati in farli con
diverse maniere di morte uccidere. Onde, quando alcuno grand'uomo  da lui
fatto in questo luoco chiamare, come certo d'andare alla morte da tutti i suoi
combiato prende.
Chi desidera pi diffusamente e pi particolarmente la sua gran crudeltade,
legga la descrizione de Moscovia latina dalla qual questa  cavata, perch a me
non pare da scriverne pi.


BREVISSIMA DESCRIZIONE DE' TARTARI CAMPESTRI, IN ORDE DIVISI, E DE' COSTUMI E
CONSUETUDINE DELLA VITA LORO.



Prima che io cominci a parlare de' Tartari in orde divisi, m'occorre a
ragionare de' Tartari cazanensi, confinanti col stato moscovitico, li quali
furono da Basilio, granduca di Moscovia, con molte battaglie al suo imperio
sottoposti del millecinquecento e cinquantatre, e li quali sono dagli altri
Tartari differenti, percioch arano e seminano i campi e nelle case abitano e
non alla campagna.


Del regno cazanense.

Divide l'imperio moscovitico dal cazanense regno il fiume Sura, qual, venendo
di verso mezogiorno, sotto Novogrod inferiore, essendosi a levante voltato,
entra nella Volga. Nel conflusso de' quai fiumi edific Basilio, granduca di
Moscovia, un castello, e dal suo nome Basilowgrod nominollo, ove tenendo un
grosso presidio dagli insulti de' Cazanensi i suoi stati diffendeva. Comincia
il regno di Cazan sessanta miglia polonici di sotto da Novogrod inferiore,
appresso la Volga, e a levante e a mezogiorno confina con quelle campagne
deserte che doicento miglia polonici si distendono, toccando su l'altra banda
del levante i confini de quei Tartari quai Shibanski e Cozaski si chiamano.
La citt di Cazan, qual  metropoli de tutto il regno, tra la Volga e il fiume
Cazana, dal qual prende il nome,  situata. Ha il suo castello per sito del
luoco fortissimo e inespugnabile, ed  da Novogrod inferiore settanta miglia
distante. Questi Cazanensi sono alquanto pi ingegnosi e pi umani de tutti gli
altri Tartari, da' quali sono anco in questo differente, che alla agricoltura e
al governo delle lor case attendono. Nelle case fanno le lor stanze e non alla
campagna, esercitano la mercanzia e barattano diverse cose coi Moscoviti lor
vicini, coi Turchi e con li altri Tartari. Ebbero re da lor posta sino al tempo
del duca Basilio sopradetto, n ad alcuno tributo pagavano, ma dopo lunga
guerra gli sottopose esso al suo dominio e li dette re di suo volere; a che
furon sforzati ad acconsentire cos per la commodit de' molti fiumi che di
Moscovia entra nella Volga, come per il gran danno che pativano, non potendo
per caggione della guerra co' Moscoviti traficare. Il primo re di Cazan che al
Moscovito tributo pagasse fu il re Chelealeczk, qual morendo senza figliuoli,
Abrahamin, Tartaro di gran nome, di consentimento del granduca la regina vedova
per moglie prese e nel regno successe. Aveva egli d'un'altra moglie un
figliuolo detto Alego, e doi gli ne fece la regina, Machmedemin e Abdelatiph. E
morto Abrahamin, Alega suo primogenito fu al regno assunto, qual mostrandosi
poco obediente a' commandamenti del granduca moscovito, fu un giorno da baroni
moscoviti, che il re dati gli avea per consiglieri, in un convito imbriacato e
indi, come se lo volessero condurre a casa, messo in un cocchio e in Moscovia
menato; ove, confinato pregione nella rocca di Volochda, poco tempo dopo fin
miseramente la vita. Privato che fu Alega del regno, li successe il fratello
Abdelatiph, ma presto ne fu anco egli privo e a Machmedemin fu consegnato; nel
cui tempo si ribellarono i Cazanensi dal Moscovito, n pi volsero obedienza
renderli. Di che sdegnato il prencipe Basilio, fatto un grosso esercito da
Moschi, lo mand con molta artegliaria a' danni de questi suoi rubelli. Ma fu
esso tolto in mezo da' Cazanesi e da' Ceremisi, popoli che bene l'arco
adoperano, e rotto, ucciso e posto in fuga, e menatone gran numero in Astrahan,
fiera del mar Caspio over Persico, a' Turchi, a' Tartari e a' Persiani venduti
furono. Scacciarono dopo i Cazanesi del regno Scheale, lor re, qual a
Machmedemin era successo e le cose de' Moschi favoriva, e chiamato al lor regno
Sapiregio, figliuolo di Mendligero, re di Taurica, unirono le forze dell'uno e
dell'altro regno; ed entrati nel stato del Moscovito dettero il guasto a molti
suoi luochi, e alla propria citt di Moscovia l'assedio posero, n se ne
partirono sin che il Moscovito non li promise d'esser perpetuamente tributario
al re di Taurica, il che poi non attese. Si disse che in questa lor retirata
condusse fuor del stato moscovitico questo esercito de' Cazanensi e de' Taurici
trecentomila anime pregioni, cosa che quasi appena si pu credere. Di che
volendosi il Mosco vendicare, raccolto un numeroso esercito sfid il re nemico
alla battaglia, renfacciandoli che l'anno passato esso come ladrone gli era
andato adosso senza intimarli la guerra; a che rispose egli che mille strade
aveva da poter assalire e offender la Moscovia, e che le guerre non tanto con
l'arme quanto con l'occasione si fanno, e che per egli non ad arbitrio del
nemico ma a suo volere moveria le genti. Onde ardendo il prencipe di Moscovia
di desiderio di vendetta, si mosse del 1523 a' danni del regno cazanese, e
fece, come si disse di sopra, una fortezza ove la Sura nella Volga mette capo,
per poter da quel luoco il nemico dannegiare; ma ultimamente senza far impresa
alcuna l'esercito dismise. Vi mand poi l'anno seguente un altro esercito, qual
dopo molto contrasto e rotte date e recevute s'impatron della citt di Cazan;
e a questo modo torn di nuovo quel regno ad esser tributario al Moscovito, e
tal si mantenne sin che il duca Basilio visse. Dopo la cui morte ribellato
essendosi, per sette anni continui li fece il duca Giovanni, suo figliuolo,
guerra, e avendolo finalmente domato d'esso re s'intitol. E sforz gran parte
de quei popoli a recever la cristiana fede, facendo tagliare a pezzi e annegare
molti di quelli che accettar non la volsero; tuttavia ora, da alcuni pochi
infuora dei pi nobili, gli altri o maumettani sono o idolatri.


Orda de' Tartari nohaicensi.

Abitano i Tartari campestri alla campagna senza avere confine o termine alcuno
prefisso, e sono in orde, quasi in provincie, dalle quali il cognome pigliano,
partiti. E questa parola orda significa una congregazione overo assunanza
d'uomini in forma di cittade insieme raccolti, ciascuna delle quali ha il suo
particolar cognome, e sono molte e alquanto anco tra lor ne' costumi
differenti: la noaicense, la zavolense, la precopense, la crimscense, la
cosaczkiense, la tumenense, la calmunkiense e la turcomanense le prencipali
sono, e oltra queste molte altre che tutte seguitano la dottrina del falso
profeta Mahumet.
L'orda de' Tartari nohaicensi  la prima che si trova andando dal regno di
Cazan verso levante; la quale va errando di l dalla Volga intorno a' liti del
mar Caspio, e su per le ripe del fiume Iaiczk, qual dalla provincia di Sibier
corre in queste parti. I Tartari del qual paese non hanno re, ma duchi, e sono
in tre ducati divisi: il primo de' quali con la citt detta Scharaczik di l
dalla Volga alla volta di levante sopra il fiume Iayczk si distende, e dalla
sopradetta citt il nome prende; l'altro ducato  situato tra la Volga, Camma e
Iayczk fiumi, e il terzo con la provincia sibiriense confina. E sono questi
paesi tutti pieni di boschi, da quella parte infuora ove la citt Scharayczke
in campagna aperta  posta. Partendosi dal ducato scharaicense e a levante
tirando si trovano i Iurgenczi, popoli dal fratello del gran Cam, sopremo
imperator de' Tartari, signoregiati; e indi diece giornate caminando ne' stati
del gran Cam re del Cataio si entra.


Orda de' Tartari zavolhensi.

Piegando alquanto del regno cazanense a mezogiorno si trova la Bulgaria overo
Volgaria, orda de' Tartari zavolensi, che questo nome prese dal famoso fiume
Volga, qual lungamente per essa passa e corre. Di questo luoco vennero quei
Bulgari slavoni ch'ora al Turco obediscono e i Volinni e Ruteni, popoli della
Lituania al re di Polonia sogetti. Fu gi questa orda la maggiore e quasi la
prencipale tra l'altre tutte per le molte valorose imprese da lei fatte, per la
grossa provincia nella qual abita, e da essa hanno origine avuta tutte l'altre
orde de' Tartari campestri; qual  situata tra la Volga e il Iayczk, appresso
il Caspio mare. Ebbe essa re proprio sino a' tempi d'Alessandro, re di Polonia,
nel qual tempo fu Sachmat, ultimo suo re, del regno scacciato per cagione
d'alcune ingiurie vecchie da Machmatgirey, re di Taurica. Ed essendo Sachmat
ricorso per aiuto al predetto re Alessandro, e andando lente le provisioni del
soccorso, s'insignor fra tanto Machmagirey de tutto il suo paese e tutta la
gente li tolse. Onde pochi anni dopo, trovando Basilio, prencipe di Moscovia,
questa orda tutta conquassata, la sottopose facilmente al suo dominio, e da
quell'ora a questa s'intitolano i duchi di Moscovia re de' Bulgari, cio di
questa orda zavolhense. Sono oltra la regione Viatca e il regno di Cazan tre
altre orde, i Thumenski, i Schibonski e i Cozaski, quali stanno alla campagna,
vivono a turme e pigliano quante moglie vogliono. Bevono late di cavalla, non
sanno l'uso di sorte alcuna de biave, non adoperano moneta, si danno
grandemente agli incantamenti e strigarie, con le quali fanno alle volte levare
foltissime e oscure nebbie e altri tempestosi tempi, con che spaventando nelle
battaglie i nemici restano poi di lor vittoriosi. L'orda calmuzkiense  di l
dalla Volga sul mar Caspio posta, abita alla campagna ed  cos chiamata dalle
lunghe zazzare che i suoi popoli nutriscono.


Astracan, regno di Tartaria.

Il regno d'Astracan  ancor lui sopra il mar Caspio situato, e contiene in s
molte cittadi, tra le quali tiene Astracan il primo luoco, essendovi gran
concorso de mercanti; e da essa tutto il regno il nome ha preso, ed  posta ove
la Volga con settanta bocche entra nel mar Caspio, facendo infinite isolette e
tanto dilattandosi che a vederla di luntano ad un gran mare assomiglia. Era gi
questo regno di propria giurisdizione e i suoi re ereditarii aveva, ma del 1554
fu da Giovanni Basiliade, granduca di Moscovia, al suo imperio sottoposto.
Sultan Selim, imperator de' Turchi, volse del 1569 farsi di questo regno
patrone e, fatte le debite provisioni, mand e per terra e per acqua uomini,
legni, artegliaria e tutto quello che a conquistarlo necessario gli era; ed
eran nell'esercito da terra venticinquemila cavalli e tremila gianizzari, co'
quali si congiunsero poi ottantamila Tartari precopensi, e per acqua si
trovarono per questa impresa cento e cinquanta galere con molti altri legni
minori. Si condusse l'esercito da terra, dopo l'aver caminato sei mesi e patito
gran fame e sete e altri disaggi nel viaggio, sotto Astracan: ove trovarono un
durissimo incontro, percioch, oltra che il luoco per natura  fortissimo,
essendo tutto d'acque circondato, vi eran anco molti mila Moscoviti in
presidio, che, usciti valorosamente sopra i nemici che assediati gli avevano,
ne fecero un'orribile occisione. Fratanto le galere, che l'artegliaria e
l'altre cose necessarie al campo portavano, essendo dopo il viaggio di doi mesi
su per il fiume Tanai giunte a un monte detto Perewloka, qual  dalla Volga
sette miglia distante, s'apparecchiaro di metter le galee in terra e con
gl'instrumenti per questo apparecchiati strasinarle per detto monte nella
Volga, e a questo modo sotto Astracan condursi. Ma mentre che a questo
attendono, furono assaliti da quindecimila Moscoviti che, amazzati seimila
Turchi, li tolsero molti instrumenti che gi sbarcati avevano, e gli altri
postisi in fuga nelle lor galere si salvaro e, vedendo esser impossibile di
proseguire il lor disegno, in Azoph furon sforzati a tornare ( Azoph una
fortezza del Turco posta nella bocca del fiume Tanai); di dove ver
Costantinopoli tornando, andarono per fortuna quei legni a traverso, e quasi di
tanto esercito nissuno alla patria salvo ritorn. Quando quelli che erano sotto
Astracan intesero la rotta della lor armata, nella quale tutte le lor speranze
erano poste, essendo da' nemici, dalla fame e da mille altri disaggi
travagliati l'impresa abbandonarono, ed essendo da' Moscoviti seguitati e
travagliati si retirarono in Azoph; e tra quelli che da' nemici uccisi furono,
tra quelli che restaro in mare e quelli che i disaggi del viaggio consum, non
ne tornaro di cos grosso esercito pi che doimila in Costantinopoli.
Luntano sei giornate da Astracan  sul lito del mar Caspio edificata un'altra
citt de' Tartari, detta Schamachia, dalla quale la sua orda il nome prende, e
al re di Persia rende obbedienza, gli abitatori della quale sono ottimi
artefici in far panni di seta.
L'orda de' Turcomani  posta oltra il mar Caspio, la signoria della quale tra
cinque fratelli  divisa, el prencipale de' quali Azincham  detto, e gli altri
titolo hanno di soltani.
E in tutto questo imperio non vi sono pi de cinque castelli; osservano tutti
la legge maumettana e spesso co' re di Persia guerra fanno.
Passata la Turcomania e a levante tirando, si trova la grandissima citt di
Sarmacand, che fu gi de tutta Tartaria metropoli, ma ora rovinata giace, di
molte vestigii d'anticaglie piena. Si vede in essa la sepoltura del gran
Tamerlano, che gi, rotto un grossissimo esercito de Turchi, fece pregione
Baiazetto lor imperatore e come un uccello, di catene d'oro incatenato, se lo
strasin dietro in una gabbia per tutta l'Asia; e anco questi maumettani sono.


Orda dei Kirgessi.

Abitano i Tartari kirgessi in turme alla campagna, e questa  la lor fede e
religione. Quando il lor sacerdote vuol far il sacrificio, piglia sangue, latte
e sterco d'animali e, mescolato in un vaso ogni cosa insieme, monta con esso in
cima ad un arbore e fa una lunga predica al popolo. Indi con quella mistura gli
asperge, e il popolo alor si getta in terra e quella mistura adora per un dio,
tenendo ferma opinione non esser cosa pi salutifera al genere umano di quello
che sono la terra e gli animali. In vece di sepelire i morti, agli arbori gli
appiccano. E hanno per confinanti da ponente i Tartari baschirdi, e gli
Ieteliti da levante. Lassati questi e per lungo tratto oltra il monte Imano
caminando alla volta del Scitico oceano, si trovano i Tartari molgomozani e i
Baidai, quali adorano il sole, overo un panno rosso drizzato in cima a un palo.
Viveno nelle caverne sotteranee e delle carni d'ogni sorte d'animal si pascono,
non la sparando n a lissene, a vermi, n a sorzi n ad altri animali simili.
Hanno proprio lenguaggio e confinano coi Macriti e Samogiti, popoli che tra lor
si mangiano. Avendo brevemente tocco de questi Tartari che stanno oltra il
monte Imavo, e quali sono per nome conosciuti appenna, tornar a ragionar de
quelli che col stato moscovitico confinano, che sono i Crimski, i Precopski e i
Pietiorski.


Circassi Tartari Pietiorski.

Partendosi dal regno d'Astracan e andando a ponente, e poi alquanto a
mezogiorno piegando, si trovano intorno alla palude Meotide e al mar Maggiore,
appresso il fiume Cupa, i popoli Aphgasi detti; ove insino al fiume Merula,
qual entra nel mar Maggiore, sono alcune altissime montagne, e in esse alcuni
Tartari circassi, detti Pietiorski, cio abitanti in cinque monti. Sono uomini
estremi bellicosi e, ne' paesi stretti e difficili delle lor montagne
assicurati, a' Turchi e a Tartari gagliardamente resistono. Hanno lenguaggio
proprio e sono cristiani secondo il rito rutenico. Stanno come gli altri
Tartari alla campagna, e nella morte de' parenti fanno onorate e pompose
esequie, e in memoria de' morti a lor carissimi un'orecchia o parte de essa si
tagliano. Sono corsari audacissimi, percioch, usciti de' fiumi che da' lor
monti scendono, con le lor barchette nel mar Maggiore o nella palude Meotide si
cacciano, e quanti ritrovan rubbano, e massime quelli che da Capha verso
Costantinopoli il camin tengono.


Crimsci over Precopsczi Tartari.

Tra i regni di Cazan e d'Astrachan al duca di Moscovia soggetti, per lungo
tratto, per doicento cio trenta miglia polonici, gi per la ripa della Volga
sino al Boristen sono campagne deserte. Le quali sono piene di Tartari erranti,
e in solo doi luochi hanno le stanze ferme e attendono a' governi delle case
loro, che sono Azoph e Achasz, citt poste nelle bocche del fiume Tanai e
tributarie del Turco, con le ville che intorno li sono.  posta in questi campi
deserti Crim, gi sedia dei re di Taurica, e della qual Crinski quei popoli
nominati furono. Ma dopo, essendo l'istmo quasi in isola ridotto con una
profonda fossa, non pi Crimski ma Precopski i re di Taurica si chiamarono, da
quel taglio il nome prendendo, percioch precop in lengua slava fossa
significa.  questa citt Precop situata nella Taurica Chersoneso, cinque
giornate da Azoph distante. E la Taurica Chersoneso da una profonda e gran
selva  per il mezo divisa, e la parte che guarda al mar Maggiore  dal Turco
posseduta, nella quale  la nobile citt di Capha, gi Teodosia detta e da'
Genuesi lungo tempo possessa, che poi fu da Mahomet, imperator de' Turchi,
avendola quattordeci anni combattuta, finalmente tolta per tradimento a'
Genuesi e al suo imperio aggiunta. Tengono l'altra parte di questa peninsola i
precopensi Tartari, che dall'orda de' zavolhensi in queste bande vennero.
Oczakow, castello e citt edificata ove il Boristene entra nel mar Maggiore, 
da' Tartari precopensi abitata, quali al Turco pagano tributo.  distante da
Precop quaranta miglia e altratanti da Abba, detta dagli antichi Moncastro,
citt della Valachia, e pur quaranta da Circass, posto sul fiume Boristene.
Fanno questi Tartari spesse correrie nella Podolia, regione della Russia ad
essi vicino, e scorreno anco alle volte in Lituania e altre parte della Russia,
menandone via bottini d'uomini e di robba. Il che alor prencipalmente soglion
fare quando non li sono dal re di Polonia pagati i soliti stipendii, percioch
i re di Polonia danno ogni anno al re loro certi stipendii, accioch in ogni
occasione di guerra siano tenuti andarlo a servire contro a suoi nemici, e
specialmente contro a' Moscoviti, quali con quasi continue correrie fa
molestare. Onde ne cavano i Tartari grosse e ricche prede, come tra l'altre
fecero quando del 1571 assaltando la propria citt di Moscovia, la presero e
abbruciarono dando il guasto per cinquanta miglia al paese intorno ad essa
posto e tagliando a pezzi un esercito de Moscoviti che se gli era opposto. Sono
questi Tartari precopensi gran nemici de' cristiani, e ogni anno pagano al
Turco trecento cristiani de tributo. Confinano a settentrione coi stati del
granduca di Moscovia, a levante co' Tartari quinquemontani, a ponente e a
settentrione alquanto con la Russia che al re di Polonia obedisse, e a
mezogiorno con la Moldavia e con la Valacchia.


De' costumi e consuetudine della vita de' Tartari.

Tutti i sopradetti Tartari seguitano la fede de' Turchi e alla turchesca
credono, ma si tengono a gran vergogna e molto si corrocciano l'esser detti
Turchi, secondo che all'incontro godono d'esser besurmani, cio gente eletta,
chiamati. Sono uomini di mediocre statura, di larga faccia, d'occhi torti e nel
capo incavati, orridi e irsuti nella barba e col capo raso, da' pi nobili
infuori, che le lor zazare negre sina alle orecchie portano. Sono gagliardi di
corpo e d'animo audace, dediti alle cose veneree, ma pi all'orribil vizio che
alle donne. Mangiano carne d'ogni bestia e massime de cavalli, solo i porci
dalla lor legge vietati li sono. Patiscono fuor d'ogni credenza il sonno e la
fame, stando tal volta tre o quattro giorni senza mangiare, e quando poi se gli
appresenta occasione di potersi a lor modo saziare, mangiano e bevono tanto che
per doi e tre giorni non possono far altro che dormire. E spesso occorre che,
essendo essi cos nel sonno sepolti, sono da' Lituani e da' Ruteni assaliti, e
cos sonacchiosi senza poter prender l'armi in fuga posti, lassandoli
recuperare le prede ne' lor paesi fatte. Quando vanno in qualche luoco luntano,
e che la fame e la sete li caccia, salassano i lor cavalli e bevendo quel
sangue soppliscono al lor bisogno: e a' cavalli dicono far gran giovamento. Si
dilettano grandemente del latte di cavalla, col qual stimano farsi grassi e
gagliardi. Mangiano molta erba, e massime quella che nasce vicino al Tanai;
rare volte usano il sale, e per questo dicono aver miglior vista degli altri
uomini. Quando i lor re o duchi li compartiscono la vittuaglia, sogliono dare
ad ogni quaranta uomini un cavallo, qual partiscono i soldati tra loro,
toccando le trippe come cosa pi eletta a quelli che tra lor sono pi nobili e
di maggior conto; le quali, dopo brustolate alquanto al fuoco tanto che il
sterco si secchi e gi ne caschi, le devorano con tutta la cenere che ad esse
si attacca, e non solo si ciucciano le dita da quelle imbrattate, ma leccano
anco i cortelli o legni co' quali gli hanno il sterco levato. Hanno per cibo
delicatissimo le teste di cavalli, e si risalvano solo per gli uomini di
maggiore autorit. Sedeno alla turchesca mangiando, tirandosi i piedi sotto e
in cerchio attorno alla mensa accomodandosi; e rare volte ne' lor paesi a
tavola sedeno, ma sempre in terra sopra tapeti quelli che sono ricchi.
Portano nelle battaglie l'arco e la faretra, la mazza, la scure e la framea,
avendo in uso d'avenenar le frezze loro. Hanno una sorte de piccoli cavalli ma
gagliardi, che bachmat da essi son chiamati, usi a usanza de' lor patroni a
soffrir e fame e sete, e buoni ad ogni fatica e lunghissime correrie; di
scorze, rami e foglie d'arbori si pascono e anco di radici, che essi con
l'unghie fuor della terra cavano; e sono i lor cavalli tutti castrati,
percioch giudicano che cos meglio possino tolerare la fatica e la fame.
Quando a qualche impresa vanno, menano doi o tre cavalli, e quando uno 
stracco sopra l'altro ascendono. Cavalcano con le staffe cortissime, per
potersi in ogni occasione su la sella voltarsi a qual banda li piace e pi
gagliardamente il nemico ferire; e fermatesi con un piede in staffa e con una
mano alla sella, sino in terra, ancor che il caval corra, con l'altra man si
chinano a tor quel che gli piace. Passano questi cavalli con i lor patroni
sopra ogni grossa fiumara; e se qualche volta sono da' nemici incalzati,
gettando via la sella e tutte l'altre bagaglie e solo l'armi salvando,
velocissimamente fuggono. E hanno i bagaglioni che le bagaglie e vittuaglie
portano usati di sorte che, quando il corpo della battaglia o fugge o qualche
fiume passa, essi a pieno corso li seguitano. Combattono co' nemici da luntano,
e spesso la fuga fingono per disordinare l'esercito nemico. E pur quando fugono
sono da temere, percioch fuggendo non men valorosamente le frezze contra
nemici scaricano di quello che mostrando il viso fanno; e tutto a un tempo i
lor cavalli girando, ne' disordinati nemici empito fanno e la battaglia
renovano.
Quando in campagne larghe la battaglia fanno, s'acconciano in cerchio e con un
ordine maraviglioso girandosi, e l'uno sottentrando all'altro, mandano una
continua e spessa pioggia de frezze sopra i nemici. E questo modo di combattere
 da essi chiamato il ballo; nel quale se per disgrazia vengono amazzati quelli
che guidano le squadre, o se per paura lassano di far il lor officio, talmente
le squadre si disordinano che non  possibil pi riordinarli, n farli co'
nemici combattere. Ma quando son redotti a passi stretti, n possono di questo
ordine servirsi, facilmente si pongono in fuga, percioch, non avendo essi n
scudo n lancia n morione o altra arma da diffesa, sono inutili da combatter
da vicino e a battaglia salda. Non hanno fantaria, n sanno combatter le
fortezze, n punto dell'artegliarie si servono; e se pur desiderano pigliar
qualche fortezza, tentano o con qualche inganno o col fuoco averla, e autala ne
menano via le genti e vuota la lassano, non si curando tenerne il possesso.
Quando per quelle lor campagne errando vanno, con la tramontana il lor camino
governano.
Vestono alla lunga con i capelli aguzzi, cos gli uomini come le donne, n sono
in altro differenti, se non che esse con un velo di lino il capo si copreno.
L'altra turba pi vile portano vesti di pelle di pecora, delle quali sino a
tanto che se ne tien pezzo non si spogliano. Si copreno con un velo di lino la
faccia le lor regine e le moglie d'uomini di maggiore autorit, quando in
publico compariscono. Non si fermano troppo in un luoco, ma mangiate ch'hanno i
lor armenti tutte le erbe d'un luoco, in un altro con le moglie e figliuoli
vanno, conducendo su carri le lor massarizie, da quelli infuori che ne' lor
pochi castelli hanno le stanze. Stimano infelicit grandissima il star lungo
tempo in un luoco fermi, talmente che, quando co' figliuoli si corozzano,
parendo a lor darli una gran biastema, cos dicono: "Possi tu sempre in un
luoco stare, come i cristiani fanno, e sentire la tua propria puzza". Quando
hanno qualche guerra importante e pericolosa, ascondono le mogli e i figliuoli
nelle pi secrete parte de' boschi. Quando in qualche provincia le lor correrie
fanno, abbrusciano e rovinano tutto quello che trovano, cercando redurle tutte
in solitudini, perch cos dicono d'ampliare i lor confini.
Sono una razza d'uomini rapacissimi, che sempre a quel d'altri hanno la gola,
depredando continuamente uomini e animali, e massime in terre de cristiani: e
di questo vivendo, non vogliono a patto alcuno lavorare. Non sanno che cosa sia
pane, se non quelle provincie che con la Podolia confinano. L'oro e argento non
 tra essi in uso alcuno, da' mercadanti infuora; e se pur toccano qualche
dinaro delle spoglie e captivi, in Russia li mandano delle vesti a comprarsi, e
tra loro il tutto si danno a baratto. Tengono schiavi i pregioni ch'essi fanno,
e ne vendono e anco ne lassano riscuotere, dalle vergini infuora; ma i vecchi e
gli infermi, da' quali non possano utilit cavare, li danno in mano de' lor
giovenetti, accioch con essi comincino usarsi ad imbratarsi le man di sangue
umano e imparino gli uomini amazzare: quali o con le frezze li traffigono, o li
tagliano a pezzi, o li lapidano, o ne' fiumi li traboccano. Non  tra lor
giustizia alcuna, anzi se un di qualche cosa ha bisogno violentemente all'altro
la tuole; e se l'offeso si duole col giudice e giustizia chiede, non niega il
raptore, ma dice che non ne pu far di manco e che per gli l'ha tolta. Alora
il giudice d questa sentenzia: "Se ancora tu averai bisogno di alcuna sua
cosa, fa' come egli ha fatto". Se vien tra essi amazzato alcuno, piglian
l'omicida e, toltoli il cavallo e l'arme e le vesti, lo cacciano via con darli
un arco e un tristo cavallo, dicendoli: "Va', provedi al fatto tuo". Ed essendo
essi come sono impazienti, rare volte tra loro s'amazzano, eccetto se non si
moveno i suoi re tra loro guerra. Portano tanta riverenza al suo seijd, cio
sommo sacerdote, che i re lo vanno ad incontrare quando a corte va, e cos a
cavallo chinandosi la mano li basciano; il che a' re solo  concesso, percioch
i duchi non la mano ma i genocchi li basciano, e i nobili i piedi: all'altra
plebe bassa basta solo a poterli il cavallo o la veste toccare. Non hanno
questi Tartari campestri alcun confine, ma a turme per le campagne errando
vanno; e gli  dalla natura dato questo, che gettati da cavallo dal nemico,
feriti, spogliati dell'armi e mezi vivi lassati, con le mani, co' piedi, co'
denti e al peggio che possono cercano il nemico offendere. E pur alora bisogna
da lor guardarsi, quando si crede che siano venti e che a morir comincino,
perch fanno ogni sforzo di far morir seco il lor nemico.

Fine della descrizione della Sarmazia Europea



I libri di Matteo di Micheovo sulle due Sarmazie



Proemio di Matteo di Micheovo, dottor fisico e canonico cracoviense, al
reverendissimo monsignor il signore Stanislao Tursone olomucense.


Molti scrittori hanno con le lor vigilie e dichiarazioni, Monsignor dignissimo,
descritto l'universit di tutto il mondo, ma come sono giunti alle Sarmazie,
passandole s come cose non conosciute, le hanno lasciate. Pur coloro che di
ci in qualche cosa a' posteri hanno voluto lasciar memoria, indistintamente
cos forzati dalla antichit, come nella mezanotte oscuramente ne hanno parlato
e, quello che  pi intolerabile, molte cose finte e favole senza capo, al
tutto impertinenti, vi hanno aggiunte: s come  quella che oltra le Sarmazie
all'oceano Settentrionale vi fossero le campagne Elisie, venti e aria
temperatissima, uomini di vita placidissima, perpetua e piena d'ogni piacere; i
quali, poi che fossero passati assai et, essendo loro venuta a noia la
vecchiezza, volontariamente dalle ripe per sommergersi nell'oceano si
gettavano, cos l'impaccio della esausta vecchiezza schifando. Oltra di questo
hanno detto che quivi nascono i dolci sughi ambrosii, di soave odore, i quali
confortano gli abitatori come in un paradiso, e che quivi si trova oro senza
numero e misura; ancora che i griffoni, uccelli orribili e rapaci, graffiano
gli uomini insieme con i cavalli e gli portano nell'aria, accioch non gli
venga tolto l'oro e via portato. E pi dicono che quivi il sole, luna e l'altre
stelle con perpetuo giro sempre danno il lume, temperatissimi li giorni facendo
e amenissimi, il che in tutto  finto, n in alcuno luogo mai trovato.
Mettono ancora i presenti frappatori la gente tartarica, terribile nelle
campagne della asiatica Sarmazia abitatrice, non dover mai morire e dal
principio fin adesso nella Scizia essere; conciosiach ella sia gente venuta di
nuovo dalle parti orientali gi poco pi che trecento anni, avendo cambiate
stanzie, nella Sarmazia asiatica entrata e non mai avanti conosciuta, s come
nel principio del mio trattato si dir. Dicono ancora essere i monti Allani,
Iperborei e Rifei, per tutto il mondo famosissimi, in quelle settentrionali
regioni, dalle quali vogliono che nascono fiumi non manco famosi (e queste cose
sono scritte da famosi e celebrati poeti): il Tanai, il Boristene maggior e
minore e Volga, il pi gran fiume di tutti gli altri; il che essendo alieno
dalla verit, non senza causa, essendo la isperienza maestra di tutte le cose
che si possono dire, si pu ributare e confutar come cosa profana e senza
isperienza divulgata. Sappiamo certo e di propria veduta conosciamo i predetti
tre fiumi (grandi certo) Boristene, Tanai e Volga dalla Moscovia nascere e
discendere; il minor Boristene, da Aristotele chiamato Diaboristenide, dalla
Russia superiore aver avuto principio e nel maggiore Boristene scorrere e
mescolarsi. Sappiamo certissimamente che i monti Allani, Rifei e Iperborei
quivi non sono, di che facciamo testimonio di propria veduta; e noi stessi
vediamo che quei fiumi nascono e continuamente sorgono in terra piana.
Perch, Monsignor reverendissimo, accioch io tutte queste cose vere e
verissime alla vostra grandezza raccontassi, io ho voluto far questo trattato
delle due Sarmazie, dalli antichi almanco conosciute di nome, con i quali a'
nostri tempi si chiamano; dico averle volute scrivere a voi, patrone e signor
mio sempre colendissimo, con brevit, s come il soggetto ricercher, per
incitar altri ch'hanno conosciuto maggior cose a scriverle con pi elegante
stile, accioch, s come la parte meridionale con le genti vicine all'oceano
fin nella India per il re di Portogallo  stata aperta, cos la parte
settentrionale con le genti e popoli all'oceano Settentrionale confinante di
verso l'oriente, per la milizia e guerreggiar del re di Polonia aperte al
mondo, siano chiare e manifeste.
State sano, Monsignor vescovo dignissimo.

Il fine del proemio


Il primo libro di Matteo di Micheovo, dottor fisico e canonico cracoviense,
delle due sarmazie, diviso in tre trattati e tradotto per il signore Annibal
Maggi.



Che sono due Sarmazie.
Cap. 1.

I pi antichi hanno posto due Sarmazie, una in Europa, l'altra nell'Asia, una
vicina all'altra. Nella Europa sono le regioni della Russia, over de' Ruteni,
Lituani, Moscoviti e alcuni altri confini, dell'occidente rinchiuse dal fiume
Visla, dall'oriente dal fiume Tanai. Le genti di queste regioni soleansi
dimandar Geti. Nella Sarmazia asiana adesso stanno e vivono pur assai sorti di
Tartari dall'occidente dal fiume Don over Tanai, dal mare Caspio verso oriente
serrate. Gl'imperi de' quali, le genealogie, le consuetudini, i costumi, le
grandezze delle terre, i fiumi e i paesi circonvicini si sottoscriveranno.


Del principio e venuta dei Tartari.
Cap. 2.

Nell'anno del Signore milledugentoundeci apparve una grande cometa nelli giorni
di maggio per diciotto giorni, la qual gir sopra Polovozchi, il Tanai e la
Russia, avendo la coda sparta verso ponente; la quale significava la venuta dei
Tartari, perch nel seguente anno la gente de' Tartari, fin a quel d
incognita, avendo (come si dice) morto il lor proprio re David, avendo di l
da' monti della India debellate pur assai nazioni del settentrione, se ne venne
nelle contrade di Polovozchi. I Polovozchi sono genti che stanno dal lato
settentrionale al mare Maggiore, oltra le paludi Meotide, quali da alcuni son
dimandati Gotti. Polovozchi in lingua rutena sono interpretati cacciatori,
overo ladri e stradaroli, perch spesse volte assaltando i Rossi gli
spogliavano, come fanno adesso i Tartari. Entrando adunque essi Tartari ne'
paesi polovozchani, mandarono ambasciatori ai prencipi della Russia, dimandando
d'essere soccorsi con tutte le sorti di aiuti che potevano, perch altrimenti
facendo essi averebbono incorso l'istesso pericolo. Dall'altra parte
sopravennero ambasciatori de' Tartari, denunziando a' Rossi che non se ne
impacciassero in porgere soccorso a' Polovozchi, ma pi presto volessero
procurar la lor ruina, come di loro avversari. Ma i Rossi, avendo terminato un
consiglio tra loro non troppo buono, morti gli ambasciatori de' Tartari e fatto
l'esercito, andarono in aiuto de' Polovozchi per terra e per acqua, cio
Micislavo Romanuich co' soldati di Kiovia, Micislavo Mscislaich co' soldati
d'Alicia, ancora gli altri capi ruteni, Vlodimiro Rurikovich, i capitani
circonoviensi e quelli smolnensi. Avendo messo insieme gli eserciti con i
Polovozchi in Protolce e da quel luogo montati a cavallo, per spazio di dodeci
stadi pervennero presso al fiume Calcza, dove gi i Tartari avevano messo il
suo campo, e cos i Tartari, non avendo dato spazio al nemico pure di
respirare, lo assaltarono; dove essendo ruinati e rotti i Polovozchi, il campo
de' Rossi fu sconfitto. E avendo fatta assai mortalit, presero due capitani
de' Rossi, Micislavo, duca di Kiovia, e il cirnoviense. Gli altri che fuggivano
(cosa compassionevole veramente) da' loro compagni Polovezchi, per la terra de'
quali fuggivano e ai quali avevano dato aiuto, erano morti e spogliati. I
cavalieri per rubar loro i cavalli, i pedoni per levar loro le vesti, erano
affogati nell'acque. In quel giorno adunque i Rossi cascarono in uno orrendo
pericolo non mai pi udito ne' loro paesi, e quella fu la prima rotta che i
Rossi patirono dai Tartari. Micislavo Mscillavic, halliciense duca, mentre
fuggendo era pervenuto alle navi, avendo passati i fiumi, perch aveva paura
della persecuzione de' Tartari, comand che le navi fossero straziate dalla
ripa, e da indi scampando pieno di paura pervenne in Halic. Vladimiro
Rurikovic, ancora egli avendosi salvato con la fuga, si condusse in Kiovo, dove
si ferm. Tutta l'altra moltitudine de' Ruteni, mentre fuggivano volendosi
salvare col beneficio delle navi, avendo trovate quelle rotte dalla ripa, di
fame morirono, eccetto alcuni capitani e pochi soldati che con battelli
passarono i fiumi.
Oltra di questo, nell'anno milledugentoventotto i Tartari entrarono con
infinita moltitudine nelle regioni de' Rossi, e avendo dato il guasto a tutta
la contrada di Rasanscha uccisero il capo, i vecchi, i giovanetti e i putti;
l'altra moltitudine fu condotta via in servit, avendo abbruciati i suoi
castelli. Un'altra volta, l'inverno dell'istesso anno, vennero i Tartari nelle
terre de' Susdali e, avendovi dato il guasto per tutto, fecero morire il duca
Giorgio con i suoi figliuoli e assai altri principi di quelle contrade.
Abbruciarono il castello Rostevo: il bottino con i prigioni fu a lor bell'agio
condotto via. Nell'anno ancora che seguit entrarono nel territorio smolnense
ed ezirnycoviense, e non avendo perdonato n a et n a sesso alcuno diedero
per tutto il guasto, uccidendo crudelissimamente ogniuno e abbrucciando i
castelli e le fortezze, dalle quali per paura erano fuggiti i suoi signori. E
cos carichi di bottino e prigioni ritornarono ne' lor paesi.


Del crudele guasto dato alla Polonia e Ungheria dai Tartari.
Cap. 3.

Dopo le predette cose, egli  da scriver per ordine un crudelissimo guasto
fatto per i Tartari. Nell'anno del Signore milledugentoquarantuno vennero i
Tartari nella Russia e fino da' fondamenti ruinarono Kiovo, grandissima citt e
metropoli della Russia, ottimamente edificata. Ebbe la predetta citt le porte
e le torri fermissimamente fatte, e il tetto di alcune porte era indorato e
lucentissimo. Ebbe e ha ancora il vescovo suo metropolitano, secondo il costume
greco overo ruteno, il quale ha sotto di s assai voladiche, overo vescovi,
verso il Danubio venendo per la Moldavia, Valachia, Russia e Moscovia; il qual
gi non sta pi in Kiovia dopo la destruzione sua. Ebbe oltra di questo
trecento ornatissime chiese, alcune delle quali adesso ancora appaiono fuori
delle ruine, meze ascose nei boschi, per nascondaglia delle fiere; e due altre
ancora, cio quella di Santa Maria e di Santo Michele, le quali hanno alcune
lame sopra il tetto indorate, che quando son vedute da' Tartari, i quali
vengono a far bottino, gridano: "Aitimbassina", cio tetti che hanno il capo
d'oro. In questo tempo i Lituani, signori di quel paese, hanno fatto nel monte
dove per il passato stava il castello di Kiovia una fortezza grandissima di
legnami grossi e fermi, e cos la possedono. S che tutta la Russia con la sua
metropolitana citt e la Podolia per ogni luogo furono conquassate e ruinate.
Batto, imperator dei Tartari, volendo entrar nella Ungheria, mand un capitano
chiamato Peta a dar il guasto alla Polonia con un grande esercito. Dicono i
Poloni che Batto tartaro diede il guasto alla Polonia, alla Slesia e alla
Moravia. Nondimeno la pi vera istoria, e cos la cronica degli Ungheri, dice
Batto non esser stato nella Polonia, ma ben i suoi capitani, i quali, avendo
fatto morire i principi tiranni dei Ruteni e avendo portato il bottino nel
castello Lublin e Zavichost e altri luoghi vicini, riportarono quello nella
Russia. E ritornando velocemente pigliarono per forza Sandomiria con il
castello, avendo ivi morto l'abbate pokrivoicense con tutti i suoi frati e gran
numero d'uomini e di donne, i quali erano ridotti in Sandomiria, cos nobili
come ignobili, per conservazione della lor vita. Usciti di l se ne vennero per
Visticha in Scarbimiria; e cos ritornavano per condur il bottino nella Russia.
Accadde che, essendo fermati al fiume Carna, appresso la villa dimandata il
maggior Thursko, furono repentinamente assaltati da Vlodimiro, palatino
cracoviense, con i soldati di Cracovia; dove combattendosi in quel mezo
fuggirono tutti i prigioni nelle vicine selve, nondimeno furono i pochi
superati dagli assai. Vlodimiro con pochi, e i Tartari erano assai: pur i
Tartari, avendo ricevuto un gran danno, paurosi ritornarono nella Russia per la
selva Stremech. Dove avendo tolti in supplemento assai Tartari, con grande
strepito crucciati ritornarono nella Polonia; e perch avevano un grandissimo
esercito, giunti a Sandomira fecero due parti della gente. La minore fu mandata
in Lancicia, Siradia e Kuiavia, con il prencipe Cadano, nominato dai Poloni
Caidano: e cos senza un minimo contrasto crudelissimamente in tutti quelli
contorni diedero il guasto a ferro e a fuoco. Il maggior esercito con il
capitano Peta, prencipe tartaro, se ne and verso Cracovia, similmente tutto il
paese propinquo dove passava a ferro, a sangue e a fuoco malmettendo. Vlodimiro
palatino, Clemente castellano cracoviense, Pacoslavo palatino, Giacomo
Raciboravich castellano saldomiriense con i nobili soldati cracoviesi e
sandomiriesi se gli fecero incontra nella villa Chmelik, appresso il castello
Sillovo. Dove essendo venuti al fatto d'arme, uno squadrone de' Tartari
sconfitto gi dando volta fu soccorso dall'altro, che era pi valente; ma i
Poloni stracchi per il fresco combattere, i pochi dai molti furono superati,
morendo quasi tutti con le ferite nel petto. Alcuni, dati alla fuga, scamparono
per occulti sentieri nei boschi da lor conosciuti. Morirono in quel fatto
d'arme Cristino Sulcovich di Nicducd, Nicol Victovich, Alberto Stampovic,
Zementa Gambrina e Sulislavo, tutti soldati valorosi, e altri assai valenti
uomini. Per la quale strage entr in tutti tanta paura che ogniuno chi qua chi
l fuggivano, e i villani con i loro figliuoli, famiglie e bestiame si
ascondevano nelle paludi, selve e altri luochi inaccessibili. Bolislavo Pudico,
duca di Cracovia e Sandomiria, prese la fuga con Grzimislava sua madre e Kinga
sua moglie, prima in Ungheria, nel castello Pienino, appresso alla rocca
Sandecz; dipoi si salv nella Moravia, nel monastero de' certosini.
I Tartari dopo quel fatto d'arme appresso Chmelic vennero a Cracovia nel giorno
delle Ceneri, primo di quaresima, e avendola trovata vuota d'abitatori, perch
tutti erano fuggiti per luoghi nascosti, s'incrudelirono con l'abbruciar le
chiese e i casamenti. Ma avendo combattuto assai la chiesa di Santo Andrea, la
quale era fuori della citt, non la poterono pigliare, essendo diffesa da pur
assai Poloni, che difendevano in quel luogo loro stessi e le lor cose ancora
con grandissima fortezza. Per nulla avendo esequito, si partirono e vennero in
Vratislavia, la qual similmente trovando senza abitatori, abbruciate le
abitazioni, cominciarono a combattere il castello. Avevano i cittadini
vratislaviesi quasi tutte le lor cose per paura abandonate, solamente le cose
migliori tolte in fretta s'avevano con la fuga salvate. Il che vedendo i
soldati del capitano Enrico discesero, riducendo con loro il restante, nella
rocca, avendo per prima messo fuoco ne' casamenti della citt, perch i
Tartari, non trovando cosa alcuna nella citt, lasciarono l'assedio della
rocca. E per le orazioni, come si dice, di Cislavo, priore dell'ordine de'
predicatori, e continue lagrime de' suoi frati, tolti nel castello, fecero
partita. In questo mezo i Tartari, essendosi congiunti la seconda feria di
Pasqua con questi che avevano dato il guasto a Kuiavia, andarono a Legnicza. Il
duca Enrico secondo, figliuolo che fu di santa Hedvia, aveva raccolto allora
gente assai e soldati, cos nobili come villani, nella maggior Polonia e
Slesia. Erano venuti i principi con i soldati, Micislavo Cazamiri, duca
oppoliense, Boleslavo, figliuolo del dispoto marchese della Moravia scacciato,
il qual fu cognominato Sepiolka, e Pompone di Hosterno, gran maestro de'
crocicchieri della Prussia, con i frati del suo ordine. Oltra di questi, pur
assai segnati di croce.
Ora, conducendo questo Enrico fuori del castello legnicense le sue squadre e
cavalcando or qua or l, una pietra che cadde dalla sommit della chiesa di
Santa Maria quasi ruppe il capo al detto duca, presagio veramente cattivo. Ma
avendo egli passato i borghi della citt, ordin quattro squadroni dei suoi
soldati. Nel primo erano quelli della cruciata e quelli delle miniere dell'oro
di Goldberk, con altri soldati forestieri. Questa tocc a Boleslao Sepiolk,
figliuolo del marchese di Moravia. L'altra schiera fu condotta da Solislao,
fratello di Vladimiro palatino cracoviense, che gi fu morto presso il castello
Chmeielic, nel quale erano i soldati di Cracovia con quelli della maggior
Polonia. Della terza fu governatore Micislavo, duca oppoliense, nella quale
erano i soldati oppoliensi e Pompone, maestro della milizia di Prussia, co'
soldati, co' suoi frati. Della quarta Enrico istesso volse esser il condutore,
con tutti i pi valorosi soldati della Slesia e maggior Polonia e i mercenarii.
Altretante schiere erano quelle dei Tartari, ma di moltitudine e fortezza de
genti erano superiori in tanto che una sola squadra delle loro era maggior di
tutte quelle di Polonia insieme.
Nella campagna dunque detta Duon, campo largo e lungo per ogni verso, l'uno e
l'altro esercito alli due d'aprile, che fu la feria seconda dopo l'ottava di
Pasqua, s'affrontarono. Il primo squadrone, di quelli dalle miniere d'oro e di
quelli della cruciata, s come tenera biada dalla tempesta, cos dalle spesse
saette de' Tartari fu con grandissimo impeto ruinato e distrutto. Dipoi
entrarono nella zuffa contra tre squadroni de' Tartari due de' nostri, sotto il
governo di Solislavo e Micislavo, duca oppoliense, i quali valentissimamente
urtarono ne' Tartari facendone grandissima strage, talmente che furono sforzati
a ritornarsene indietro fuggendo a pi potere. In quel mezo venne uno con
grandissima fretta correndo circa l'uno e l'altro esercito, con terribile voce
gridando: "Biegaijce, biegaijce", che suona nella nostra lingua "fuggite,
fuggite". Il che mise tanto terrore ne' nostri che Micislavo, duca oppoliense,
avendolo udito, abandonando il combattere si diede alla fuga, tirando seco una
gran parte di soldati. Questo fatto essendo veduto dal duca Enrico, disse:
"Gorce se nam stalo", cio: peggio e pi molestamente ci  accaduto; e avendo
spinta la quarta squadra de' suoi fortissimi soldati, in poco d'ora abbatt e
ruin i gi quasi ruinati e abbattuti tre squadroni de' Tartari, i quali erano
gi volti alla fuga. Ora la quarta schiera de' Tartari, pi grande di tutte,
sopravenendo, il capitano Peta con orribilissimo impeto entr nella battaglia,
la quale fu lunga e crudelissima. Ma essendo quasi inclinati i Tartari al voler
fuggire, un certo alfiere tartaro cominci a sbatter una grandissima insegna
che egli portava, nella quale era depinta quella lettera greca X e in cima
della asta una imagine d'un negrissimo e bruttissimo colore, con la barba
lunga, alla quale facendo tremare il capo strettamente incantava: dal qual
subbito una nebbia e fumo d'un fetido e intollerando ardore si sparse sopra le
squadre de' Poloni, perch allora, dal fumo quasi sentendosi morire, in tutto
si resero inabili al combattere. Ora i Tartari, ci vedendo, levato un
grandissimo e orrendo grido, avendo dato volta le squadre de' Poloni che erano
ancora intiere, le ruinano e fracassano. Nel qual conflitto Boleslavo,
figliuolo del gran marchese di Moravia, e Pompone, gran maestro de'
crocicchieri di Prussia, con pur assai segnalati soldati furono morti. Al duca
Enrico era stato fatto cerchio, s che di dietro e d'avanti era percosso; e
intorno a lui ultimamente soli quattro erano rimasi, Sulislavo, fratello di
Vladomiro cracoviense, Clemente, palatino glogoviense, Conrado Konrathovicz e
Giovanni Ioannoviz, i quali con quanta forza avevano lo ridussero fuori della
battaglia, esortandolo alla fuga, ma il cavallo del duca ferito non poteva
andar avanti.
I Tartari dunque con velocissimo corso con i suddeti soldati si misero a
seguitarlo, perch avevano separato da lui Giovanni Ioannovicz, contra il
quale, avendolo accerchiato, alquanto tempo combatterono. Ma Giovanni
Ioannovicz, avendo uno cavallo fresco da Roscislao, cortigian del duca, e
avendo sforzato le squadre inimiche, il present al duca, il qual montato
seguitava Giovanni Ioannovicz che faceva la via per mezo gli inimici. Ma
essendo egli nel correre stato ferito e scampando via, al duca Enrico fu tolta
la via e la terza volta cinto dal nimico. Egli generosissimamente combattendo
contra i Tartari, mentre con la man signistra levata voleva ferir un Tartaro
che gli veniva incontro, un altro Tartaro il traffisse sotto il braccio con una
lancia, e cos morendo col braccio pendente cadde da cavallo. Il qual da'
Tartari con grande strepito di voci disordinate preso, e fuor del luogo della
battaglia quando sarebbono due tirar d'arco menato, con una spada gli
tagliarono il capo, lasciando il corpo nudo e spogliato di tutte le sue
insegne. Fu morta in quella battaglia gran moltitudine de' nobili di Polonia;
tra i quali furono chiari e segnalati Sulislao, fratello di Volodimiro palatino
cracoviense, Clemente, palatino glogoviense, Conrado Conratovic, Stefano di
Virbna e Andrea suo figliuolo, Clemente, figliuolo di Andrea e Pelcznicza,
Tomaso Piotrkovicz, Pietro Cussa e altri. Il corpo del duca Enrico dopo la
battaglia a pena nel sesto dito del piede mancino fu conosciuto, e trovato fu
sepolto da Anna sua moglie in mezo il coro della chiesa di Santo Iacopo,
appresso i frati minori, in Vratislavia. I corpi di Pompone, gran maestro di
Prussia, e de' soldati segnalati sopradetti nel medesimo monasterio di
Vratislavia sono sepeliti. Il corpo di Bolislavo, figliuolo del marchese di
Moravia, nel coro de' convertiti in Lubeccho con altri corpi di fedeli morti in
quella battaglia sono sepeliti. Nel luogo proprio della battaglia  stata fatta
sopra i corpi de' morti una chiesa, la qual dura fin al d d'oggi.
Avendo i Tartari conseguita questa grandissima vittoria sopra il duca Enrico e
i Poloni e avendo raccolto le spoglie, tagliarono a tutti gli inimici morti una
orecchia per uno e nuove gran sacchi, accioch potessero saper il numero di
tutti, ne furono pieni. La testa del duca Enrico messa sopra un'asta lunga, si
voltarono verso il castel Legnicha, che per paura de' Tartari era stato
abbruciato, dove comandarono a quelli della rocca che, morto il suo capitano,
subito gli aprissero le porte. Quelli della rocca convenevolmente gli risposero
che eglino per un duca morto avevano pi figliuoli che erano vivi per capitani.
I Tartari, avendo dato il guasto e abbruciato tutti i luoghi circa Legnicha, si
ritirarono in Othomuchovo, dove essendo stati per quindici giorni continui,
diedero il guasto intorno a tutto il paese. Quindi entrati nella contrada
ratiboriense, fermati in Bolosisko ritornarono in Moravia. E tenendosi
Vincislao, re di Boemia, dentro de' ripari forte per pi d'un mese, con
mortalit e rapine gli diedero il guasto. Di qui partiti per settanta miglia da
Olmec arrivarono in Ungheria e alla maggior compagnia dell'imperator Batti, il
qual gi era entrato nell'Ungheria, si accompagnarono.


Del sanguinoso e crudel guasto dato alla Ungheria da Batti, imperator de'
Tartari.
Cap. 4.

Avendo Batti dato il guasto alla Russia e quasi ridotta a niente, s'affrettava
d'entrar nell'Ungheria con cinquecentomila soldati, dove ritrov il conte
palatino della Ungheria, mandato da Bela quarto, re della Ungheria, ne' monti
Sarmatici per chiuderli il passo e farli resistenza; ma dal Tartaro fu subito
rotto e fracassato. E con gran fretta ardendo castella e citt se ne venne al
fiume Ticia, il qual si dice fiume Cisa e scende da' monti Sarmatici verso
mezod nel Danubio; d'onde facendo correrie diedero il guasto e abbruciarono
Vacia con la sua chiesa catedrale. Andavano ancora e s'accampavano a Pesto,
dove il re Bela era intento a congregar esercito per contrastar loro, alcuna
volta avvicinandosi, alcuna volta fuggendo, s come  usanza de' Tartari di
combattere. Avendo adunque esso re adunato un grosso esercito s di persone
seculari come d'ecclesiastici, cominci andar loro incontro, procedendo fin al
fiume Tisa, dove ferm il suo campo. E avendo messi mille armati a la guardia
del ponte, pensava che i Tartari non dovessero poter passar il fiume, perch
egli  alto, profondo, fangoso e non si pu guazzare. I Tartari, che gi erano
avezzi a passar maggior fiume, avendo trovato un poco di guado il passarono la
notte, e nell'alba diedero l'assalto all'esercito di Bela, avendolo d'ogni
banda circondato e tirando spesse e quasi infinite saette, simili proprio a una
spessa tempesta e con grande strepito, perch misero gli Ungheri in scompiglio,
facendone morire assai e pi ferendone. Gli Ungheri dunque volendo contrastar e
non essendo in ordinanza morivano; il che veduto da alcuni paurosi, di nascosto
si davano a fuggire. I Tartari come persone astute gli lasciavano passar per
mezo di loro, perch Colomano, fratello del re, e il re Bela come incognito
scamparono: il resto, da quelli serrato, crudelissimamente fin all'ultimo fu
morto. Tra i quali gli ecclesiastici maggiori furono Matia, vescovo
strigoniense, Ugolino, arcivescovo colocense, Gregorio, vescovo saurinense,
Reinaldo, vescovo della Transilvania e della chiesa di Nitro, Nicolao, preposto
sebeniense e vicecancelliero del re, Eradio, archidiacono bachiense, maestro
Alberto, strigoniense archidiacono. Dei secolari nobili e ignobili quasi
infiniti morirono: alcuni di quelli che erano fuggiti e seguitati da loro
furono morti e lasciati per le vie. In Pesto ancora molto popolo insieme
ridotto, essendo sopravenuti i Tartari, fu tagliato a pezzi. Il re Bela,
affrettando il fuggire, giunse ai confini dell'Austria, dove fu ritenuto e
fatto prigione, pigliato per l'arciduca d'Austria. Finalmente lasciato e
arrivato dove era la regina sua moglie, si ritir in Ischiavonia, standosi
quivi fino alla persecuzione del Caidan, essendo ruinata l'Ungheria da una
parte del Danubio.
Venendo l'inverno prossimo il Danubio s'agghiacci, sopra il quale dall'altra
banda passarono i Tartari, avendo fatto le loro stanzie in Strigonia e Iaurino,
dove fin al d d'oggi si veggono le fosse e i bastioni delle loro abitazioni;
da' quali luoghi crudelissimamente affliggevano la regione oltra il fiume con
abbruciamenti, rubamenti e mortalit. Volendo dunque ritornare in Tartaria,
divisero l'esercito, e il principe Caidan contra il re Bela pieg il viaggio
nella Schiavonia, dal cospetto del quale spaventato, il re si ritir al mare.
Dipoi fin dentro alla citt di Pola, Caidan, s come aveva ordinato con Batti,
passate e ruinate la Bossina, la Servia e la Bulgaria si ferm circa il
Danubio, fin che la compagnia dell'imperator Batti fosse giunta. Ma Batti dopo
la partita di Caidan cinse di trincee, combatt ed entr in Strigonia, citt in
quel tempo molto famosa, e gli abitatori della quale erano Alemanni, Francesi e
Italiani mercatanti. E perch avevano ascosi i tesori cercati da' Tartari sotto
terra, perci tutti furono morti senza alcuna discrezione d'et n di sesso.
Avendo destrutta Strigonia, passarono lungo al Danubio presso all'esercito del
principe Caidan, che gli aspettava. Finalmente entrarono ne' loro paesi per la
via d'onde erano venuti, lungo la palude Meotide. Afflissero i Tartari
l'Ungheria quasi per spazio di due anni con varie disgrazie.


Come papa Innocenzio quarto mand al gran Cane, esortandolo che non volesse
perseguitar i cristiani, e come egli pigli la fede di Macometto.
Cap. 5.

In quel tempo che partirono i Tartari, trem tutta l'Europa, e i principi
cristiani consultarono l'un con l'altro per riparar alla ritornata loro, quando
un'altra volta volessero venire. Innocenzio ancora papa quarto mand frate
Ascelino con pur assai altri frati del suo ordine e d'altri ancora dal concilio
di Leone al gran Cane Cam nell'anno 1246. I quali per l'Alemagna e Boemia
vennero in Vratislavia, dove onorevolmente fu ricevuto da Boleslavo, duca della
Slesia e Vratislavia; dipoi passando per Lancizia fu alloggiato umanamente da
Conrado, duca della Mazovia; dipoi condotto a Cracovia da Boleslao Pudico e sua
madre Grimislava e ancora da Prandotta, ordinario del luogo, benignamente
raccolti e trattati furono, e di pi pelli quanto meglio e pi poterono
preziose e sottili provisti, oltra quelle che comperarono co' loro denari per
donare, perch egli  atto vituperoso entrar a' principi de' Tartari senza
presenti. Volse la buona fortuna che Vasilko, principe della Russia, fosse
presso Boleslavo, principe della Cracovia, qual era suo cugino; perch
raccomandatogli a costui furono condotti nella Russia, dove venendo a Kiovia
trovarono cavalli buoni secondo la condizione delle terre e i viaggi della
Tartaria, i quali s'acquistano il viver zappando co' piedi sotto la neve per
trovar erbe.
Finalmente da Kiovia partendosi passarono pur assai capitani di Tartari fin che
giunsero al gran Cane Cham. Al quale avendo manifestata la legazione della
Santit del papa, dimandarono che volessero conoscere e adorare il creator di
tutte le cose Dio onnipotente e il suo figliuolo unigenito Gies Cristo, e che
non volesse pi permettere che fossero fatte tante mortalit come poco fa erano
state fatte nella Polonia, Russia, Moravia e Ungheria. E avendo avuta risposta
che per cinque anni si sarebbe astenuto d'entrar in terra di cristiani, si
partirono per l'istessa via ritornando con lettere dell'imperator Cham al papa.
Tu ritroverai questa istoria nello Speculo istoriale di Vincenzio, la qual ti
bisogna leggerla cautamente, perch ella  in pur assai cose superstiziosa.
Dopo la partita degli ambasciatori cristiani sopragiunsero ambasciatori
saracini, persuadendogli l'accettar la fede di Macometto come pi facile, pi
tolerabile e piena di piaceri, che pi si confaceva a uomini bellicosi. E
dicevano confutando la fede cristiana che l'era d'uomini ociosi, invalidi,
idolatri e che adorano l'imagini; ma che la macomettana  piena di molte
utilit, piaceri, e delle altre leggi con arme e per forza vincitrice, quale
superava i superbi e agli umili imponeva il tributo. Piacque a' barbari e
specialmente ad esso imperator Batto Cham, come persone di cuore, prosontuosi e
sensuali, la persuasione de' saracini: perci quella e non altra riceverono. E
quando dicono "Eissa roccolla", cio Ies  lo spirito di Dio, dicono poi
"Mahumet rossolai", cio Macometto  giustizia di Dio. Non volsero accettar
Gies benedetto, spirito di Dio che insegnava loro a vivere spiritualmente, ma
la giustizia di Dio, cio Macometto, il qual carnalmente  come porco nel
fango, l'insegna in tutte le sporchezze sensualmente vivere. Hanno pigliata la
legge che sar d e notte nel lago delle orrende pene tormentata, perch da
quell'ora in qua hanno sempre adorato Macometto. Obediscono al Pentateuco di
Mois, si circoncidono e osservano certe lor leggi; mancano di campane, ma ogni
giorno dicono: "Lhai illio illioloch", che vol dir: non  se non un sol Dio.
Veramente dicono d'esser eglino gl'Ismaeliti; dimandano poi i cristiani
dzintis, cio pagani, baur, cio infedeli e senza religione alcuna. Celebrano
s come gli altri saracini ancora tre festi nell'anno: il primo kuviran, cio
la pasqua della oblazione, in memoria della oblazione d'Isaac, quando Abraam,
padre d'assai gente, voleva offerir Isaac in sacrificio per comandamento di
Dio. In questa festa offeriscono castroni, uccelli domestichi e salvatici.
Un'altra festa fanno per le anime de' morti: allora visitano i sepolcri de'
loro maggiori e cercano di far opere di misericordia e nutriscono de' poveri
assai. La terza festa fanno per loro e per la loro salute. Per la prima festa
digiunano trenta d, per la seconda mezo mese, per la terza dodici d.


De' costumi de' Tartari e di quelle cose che si contengono nelle lor regioni.
Cap. 6.

I Tartari sono uomini per la maggior parte di mediocre statura, lunghi di
spalle e di petto, e larghi di faccia, col naso schiacciato, di color brutto e
deforme, d'una fortezza robusta, pazienti del freddo, del caldo e della fame.
Hanno per piacere fin dalla puerizia il cavalcare e l'arte del ben saettare.
Tutte le lor cose portano con loro; non hanno luogo stabile, ma vagabondi con
le mogli, figliuoli e loro bestiami stanno per li campi: non hanno n citt, n
villa, n casamenti. Nel tempo dell'inverno per alleggierir il freddo vanno
verso il mar Caspio, perch vi trovano, per rispetto del mare, pi temperato
aere. Nel tempo della state ritornano nel lor paese; alcuni de' quali arano
una, due o tre colle in lungo per spazio di tre campi e fin quattro, e vi
seminano del miglio, del quale ne fanno cibi, e della baira, cio pasta. Non
hanno formento n altra sorte di legumi; tengono pecore e altra sorte di
bestiami, e specialmente cavalli e cavalle buoni per cavalcare e per dar loro
da vivere. Salassano li cavalli e devoransi il sangue solo, e ancora con il
miglio. Le carni d'altri bestiami cos meze cotte mangiano molto volentieri; i
cavalli morti da lor posta (avendo per tagliato via il luogo postemato) sono
loro ottimo cibo. Bevono latte, acqua e cervogia fatta col miglio. I Tartari e
i Turchi dimandano l'acqua su; alcuna volta i Tartari dicono sua; la cervogia
di miglio buzan, i Ruteni braba. Lodano principalmente il latte acetoso, perch
purga il loro stomaco e fa come una medicina purgativa. Ne' loro paesi beono il
latte solimato, che adimandano araka, il quale mirabilmente e presto imbriaca.
Non rubbano, n vogliono fra loro per modo alcuno ladri; nondimeno il viver di
rubbarie e spogliar i lor vicini  cosa non tanto gioconda appresso loro, ma
divina. Non sono presso loro artefici alcuni, n danari, ma tramutano le cose
dando delle loro per quelle d'altri; nondimeno nella compagnia de' Zavolensi
hanno cominciato a pigliar e tener una moneta turchesca d'argento, detta aspri.
Nella compagnia de' Prekopensi accettano ancora i ducati; nella compagnia
Nohaistka danno cose per cose, robe per robe. Sagaci e rompitori di fede ai
forestieri, ma fra di loro e a' loro fidelissimi. Spesse volte vestono
vestimenti di feltro e lana grossa; hanno molto acciaio; e una certa sorte di
vestimenti che nominano oponce, overo ioponce, che  un vestimento bianco e
folto senza cucitura per le pioggie. Il lor territorio  paese piano senza
monti e senza arbori, solo abondante di pascoli. Non hanno vie n adoperano
navi, ma computano il lor viaggio a giornate: come  che il paese de' Tartari
zavolensi a un velocissimo corriero  dal fiume Tanai fin al mare Caspio quasi
trenta giornate. Corrono in un d miglia venti alemani grandi. Non fanno viaggi
a piede, ma a cavallo. Trovansi presso loro animali salvatichi, cervi, daini,
stambuchi, dorce e suak, qual  della grandezza di una pecora, non pi visto in
altra terra, che ha la lana bigia, due corni piccioli, velocissimi nel correre,
e ha le carni soavissime al gusto.
Mentre che la mandria di questi suak si vede in qualche campagna star
nell'erba, Cham imperator con i suoi cacciatori da ogni banda andando
circondano il campo, ascondendosi per nelle erbe altissime, avendo con loro le
campanelle. Le quali mentre le cominciano a suonare, le suak paurose, sbattute
della paura or qua or l velocissimamente in una parte e in un'altra corrono, e
tanto replicano il correre fin che lasse e stanche cominciano a lassar il
corso: allora i Tartari con le freccie le amazzano.


Dei confini e termini de' Tartari zavolensi.
Cap. 7.

 serrato il paese di Cham e de' Tartari zavolensi dall'oriente dal mar Caspio,
dal settentrione con certi campi di grandissima lunghezza e larghezza,
dall'occidente dal fiume Volga e Tanai, dal mezzod da parte del mar Maggiore e
parte dagli altissimi monti della Albania e Iberia. Il mar Caspio vien detto
dai Ruteni Chainleske More, ed  un mare qual non vien dall'oceano, ma  fatto
da pur assai fiumi che vi cascano dentro. Sbalzano molti e gran fiumi dalle
rive alte nel suo seno con grandissimo impeto, tanto e di tal sorte che danno
libero il passaggio sotto di loro su la riva del mare a chiunque vi vol
passare; per il che nella state solevasi da' Medi e Persi cercar refrigerio in
questi luoghi al caldo, e l'inverno ancora al freddo, per rispetto de' vapori
delle acque. Appresso quel mare e oltra verso oriente sono i Tartari
capigliati, dimandati da loro Tartari kalmuchi, pagani, perch non osservano la
legge macomettana; n radono i capelli come tutti gli altri Tartari, fuori che
i giovanetti, i quali, avendo rasi gli altri capegli, lasciano pender in gi
due ciocchette di capelli sopra ambedue le orecchie e fin su le braccia in
segno che non hanno moglie e che sono vergini.
Dall'occidente sono i fiumi Volga e Tanai, Don nominato dai Tartari, il qual
dalle sue fontane nel ducato Rzosentko, dal duca della Moscovia posseduto,
verso tramontana scorre, dipoi, voltando verso mezod, con tre bocche entra
nelle palude Meotide, anzi esso causa queste paludi. Sono circa al Tanai arbori
pomari e quercie che hanno dentro del mele, onde i Tartari lo nominano sancto
Don, perch appresso quello ritrovano il vivere de' frutti, mele e pesce. Volga
fiume nella lingua de' Tartari vien detto Edel; nasce nella Moscovia e ha le
sue fonti pi verso l'occidente e pi settentrionali che non ha il Tanai; il
quale, scorrendo verso tramontana, circonda con lungo intervallo il Tanai,
dipoi voltatosi verso oriente, e poi verso mezod, con venticinque bocche entra
nel mar Maggiore, lontano Volga dal Tanai per un viaggio di cinque settimane,
overo al manco a un velocissimo corriero per spazio di tre.  Volga tre volte
tanto come  il Tanai; venticinque fiumi che vi entrano dentro sono molto
grandi; i minori sono non manco di quello che  il Tevere il qual passa per
Roma, overo Visla che passa per Cracovia. Sono molto pieni di pesci, talmente
che passando i Tartari presso quei fiumi con le spade amazzano e tagliano del
pesce e lo pigliano.  appresso questi fiumi il calamo aromatico, il qual vien
nominato brostvorce. In gran copia vi cresce il rapontico, che da loro 
chiamato cinirivent, ed  parola persica; vi nasce ancora quello che 
domandato occhio di cornice ed  di gran calidit. Del nascere di questi fiumi
quando tratter della Moscovia pi copiosamente ne dir qualche cosa.
Ogni volta che i Tartari zavolensi vanno bottinando per le nostre terre passano
per questi fiumi, cio Tanai e Volga, senza barche, ma nuotando fuori hanno
legate le lor valligie sopra le spalle, e le lor donne con i putti sopra la
schiena de' cavalli, tenendo loro le code d'essi cavalli con le mani; dove
fanno inaudite crudelt e rapine contra il mezod. Verso il mar Caspio sono i
monti di Iberia e Albania, i quali dalla gente della Russia Piacihorsi Cirkaci,
quasi cinquemontani Cirkaci, sono adimandati. In quelle montagne sono le genti
de' Cazari, i quali, come dice la nostra leggenda moravica, da santo Cirillo e
Metudio fratelli, da Michele imperator costantinopolitano mandati, furono alla
fede di Cristo convertiti e fin oggi servano la fede e cerimonie de' Greci.
Sono uomini guerrieri in tutta l'Asia e per l'Egitto accettati; appresso costui
i Tartari zavolensi si forniscono d'arme. Nondimeno in questo tempo i Greci li
chiamano Abgazari e Abgazeli, i quali hanno circonvicini a loro i popoli de'
Cirkassi e Mengrelli, tutti alla fede di Cristo nelle ceremonie greche per il
beato Cirillo convertiti. Quindi ritornando il beato Cirillo per il mar
Maggiore, nel quale Iddio onnipotente avea dato al suo martire Clemente una
abitazione di una chiesa marmorea fatta per mano di angeli, la quale ogni anno
nel giorno di santo Clemente appariva per sette d continui, dando luogo e
spazio il mare e l'acque spartendosi per far la via, dove sicuri gli abitatori
di quei paesi potevano andare e ritornare a lor piacere; dico che il predetto
beato Cirillo quindi port il corpo del beato Clemente andando in Moravia per
predicar in quel luogo la fede di Cristo. Fu egli dipoi accettato da papa
Nicola a Roma, dove port con lui il detto corpo di santo Clemente e lo dipose
onorevolmente nella chiesa di Santo Clemente in Roma. Ma voi, Monsignor
reverendissimo, avendo con gran diligenza cercato e desiderando di ritrovar
l'ossa di quelli, non le avete potute ritrovare. Dai monti de' Cirkassi, overo
dai cinque monti, come altri gli chiamano, discende un gran fiume detto Tirk in
lingua tartarica, con rapidissima caduta seco insieme voltando di gran sassi
nel mar Caspio; dopo quello dagli istessi monti nel detto mare casca il fiume
Cohan, pi piccolo che non  il Trik.


Dei Tartari che abitano oltra il fiume Volga e della geneologia de' loro
imperatori.
Cap. 8.

Quattro sono le orde overo compagnie de' Tartari, o come alcuni dicono trib, e
altrettanti i loro imperatori: cio la compagnia dei Zavolensi e dei
Cossanensi, dei Prekopensi e dei Nakacensi. Alcuni ci aggiungono la quinta, che
non ha imperatore, e la domandano Kazaka. Di questi se ne far menzione dapoi.
Orda in tartarico vol dire moltitudine o compagnia.
Adunque la principal orda si  quella di Czahadairi overo Zavolensi, la qual
tak xi, cio principal compagnia e principali uomini e liberi significa, s
perch non sono soggetti ad alcuni, s perch da quella orda le altre sono
state seminate. E perci i Moscoviti la domandano senza cognominanza altrimente
la grande orda, donde il loro imperator nel lor linguaggio vien detto ir tli
xi, cio libero uomo;  ancora detto ulaccham, che vol dir gran signore overo
grande imperator: ulu, grande, cham, signor overo imperatore. Alcuni lo
nominano gran Cane, e l'hanno mal interpretato, perch ulucham non vol dir gran
Cane. Cham, con l'aspirazione, signore o imperatore; ma cam senza h vol dir il
sangue quando  fuori delle vene, e n anco questo in lingua tartarica vol mai
dir cane. Dicono adunque i Tartari che una certa vedova s'ingravid ed ebbe un
figliuolo, al quale pose nome Cingis; il che avendo udito gli altri suoi
figlioli, la volsero far morire come donna adultera, perch ella finse e
scusossi non da uomo, ma dai raggi del sole aver concetto quel figliuolo. Alla
qual bugia i figliuoli credendo, lasciarono la madre libera. Ora questo Cingis,
di bassa condizione ma fortissimo, crebbe molto grande e possente, e questo fu
il primo seminatore degli imperatori zavolensi e primo imperatore. Il figliuol
del quale ebbe nome Iochucham, gentile e pagano. Iochucham fu padre del terzo
imperator, detto Zaincha, il qual per tutto il mondo, e massimamente in Polonia
e in Ungheria, fu chiamato Batti. Questo destrusse la Gotia, la Russia, la
Polonia, la Moravia, la Slesia e la Ungheria, come di sopra dicemmo. Questo
Batto primieramente adorava gli idoli; dipoi, persuaso da alcuni, pigli la
setta macomettana con tutti i suoi Tartari, che fino al d d'oggi mantengono.
Il quarto imperator, generato da Batti, fu Temir Kutul, ed  interpretato dai
Tartari felice ferro: temir, felice, kutlo, ferro; questo veramente fu felice e
guerriero. Questi  quello Tamerlano celebrato dalle istorie, che come un
torrente di fuoco ruinando tutta l'Asia pass fino all'Egitto. Questi  quegli
che avendo fatto prigione Baiazette, imperator de' Turchi, sconfitto da lui in
uno grandissimo fatto d'arme, prima lo tenne legato con catene d'oro, dipoi in
breve lo lasci libero. Questi ebbe un esercito d'un miglione e dugentomila
soldati. Fu un altro principe de' Tartari in quel tempo, nominato Akasak Kuklo,
che vol dir zoppo ferro, perch fu zoppo ma feroce. Costui fece pur assai
guerre felicemente, e avendo per forza presa la gran citt Rumumedezar, nel
paese de' Tartari zavolensi, la ruin talmente che la ridusse in un deserto.
Sono ancora case in quella citt murate ma vote, e trecento chiese, che per il
passato furono de' Gotti, alle cerimonie macomettane ridotte, ora senza
abitatori. Nel castello di quella citt si fa ora il sepolcro degli imperatori
zavolensi.
Il quinto imperator, nato del Tamerlano, fu Temir czar. Questo per Vitoldo,
duca della Lituania, e Vladislao, re di Polonia, domandato in soccorso contra,
come si dice, ai crocicchieri della Prussia, fortemente combattendo fu morto.
Il sesto, figliuol di Temir czar, fu Macmet czar; da questo fu generato Acmet
czar, settimo. Questi fu padre di Siachmet, ottavo, che vol dir come religioso;
e questi Tartari lo chiamano Sciachmet, come martirizato Armet, perch questi
fu pigliato dai Lituani e in Kiovia ritenuto in prigione. Questi essendo stato
domandato per Alberto, re di Polonia, e per il granduca della Lituania
Alessandro, per aiuto contra di Menlitgeri, l'imperator de' prekopensi Tartari,
nell'anno del Signore mille e cinquecento se ne venne sotto l'inverno con
sessantamila soldati; le donne e i putti furono pi di centomila. E perch
l'inverno fu freddissimo, la sua moglie, non sopportando il freddo n la fame,
di nascosto domandata dall'imperator Menlitgeri de' Prekopensi, fugg in
Prekopa dal suo marito con gran parte del suo esercito. Sciachmet adunque,
essendogli mancata una parte dell'esercito, sbattuto dal continuo e grandissimo
freddo, fece fatto d'arme contra Menlitgeri prekopense, nel qual fu rotto e
sconfitto con il suo esercito: ed egli se ne fugg verso Baiazet, imperator de
Turchi, con trecento cavalli soli. Essendo pervenuto a Bgogligrod, che vol dir
castello bianco, presso il mar Maggiore, ebbe per spia che se andava pi avanti
per commissione di Baiazette sarebbe stato fatto prigione; perch, con
velocissimo e continuo corso indietro ritornando, con cinquanta cavalli nelle
campagne appresso Kiovo si ridusse. Il capitano di Kiovo, essendo fatto certo
chi egli era, avendolo attorniato con i suoi soldati lo pigli, e facendolo
prigione lo mand in Vilna ai Lituani, d'onde alcune volte fece prova di
fuggire, ma fu ripreso. Facendosi per Alessandro, re di Polonia e il granduca
della Lituania, una dieta in Brescha della Russia, fu presentato per il suo
comandamento Sciachmet, che era in Vilna, e magnificamente per il re
Alessandro, incontrato un miglio fuori della citt, fu ricevuto. Dipoi in Rodom
condotto, fu terminato che con certa quantit di cavalli alla leggiera fosse
condotto in Tartaria, oltra il fiume Volga. E accioch la sua ritornata fosse
pi onorevole e appresso i suoi fosse pi lodevole il riceverlo, lasciarono
Razahk soldano, fratello cugino del Sciachmet, il qual arriv oltra il fiume
Volga con Albuzarim czar, zio di Sciachmet, e cos si ferm in Czalcadai, terra
della sua parentela. Ora Sciachmet essendo passato un'altra volta in Lituania
per voler far soldati un'altra volta per subornazione di Mentilgeri, imperator
de' Prekopensi, fu fatto pregione dai Lituani e messo in distretto in Kiovo, il
qual castello  appresso il mar Balteo, che vien detto golfo Germanico:
Sciachmet dai suoi veramente addimandato, cio martirizato.


Che gli Sciti, cio Tartari, sono sempre inquieti e ladri.
Cap. 9.

I Tartari non possono viver quietamente, anzi sempre assaltano e danno disturbo
ai lor vicini e fanno bottino di robe e bestiami: e questo  cosa comune a
tutte le orde de' Tartari dal d e ora che furono al mondo fin a oggi. Onde,
volendo raccogliere alcune cose, le scriveremo per esempio di quello che
abbiamo detto. Nell'anno del Signore milledugento e cinquantaquattro, un grande
esercito di Tartari fatto di pur assai squadroni, cresciuto poi nel passaggio
della Russia e Littuania, con i suoi capitani Nogaij e Telebuga, dopo la festa
di santo Andrea venne nel paese di Sandomiria e avendo passato sopra il fiume
Vistula, indurato per il ghiaccio, cos la citt come le chiese sandomiriese
abbruciarono e destrussero. Il castello, nel quale il paese di Sandomiria avea
mandate tutte le sue donne, figliuoli e roba, cinsero di assedio, d e notte
non cessando mai di combatterlo. Ma non prevalendo, i duchi della Russia,
Vasilko e Leone figliuoli di Daniele, re della Russia, con inganno cominciarono
a persuadere che volessero promettere di pagar tributo ed esser soggetti ai
Tartari, accioch fossero sicuri; onde l'accordo fu fatto. Ma i Tartari, avendo
rotta la fede, con gran furia e spaventose grida dato l'assalto, nel castello
entrando amazzarono tutti crudelissimamente con diversi supplicii. Il sangue
correndo fuori della rocca come un fiume nella Visla entrava, ma omai essendo
sazii d'amazzarne pi cominciarono a far prigioni, i quali da loro come branchi
di bestiami spinti e cacciati furono annegati nel fiume Visla. Ora, essendo
sparsi i Tartari fuori della Sandomiria e guidati dai Ruteni, vennero in
Cracovia; e avendola trovata senza abitatori, incrudelironsi nelle case e negli
ammalati, dove avendo per tre mesi assassinato senza alcuna resistenza over
contrasto, carichi di bottino ritornarono in Tartaria.
In Cracovia un putto a pena di sei mesi (mirabil cosa) con voce espedita e
chiara predisse la venuta dei Tartari, i quali doveano tagliar la testa de'
Pollacchi. Perci essendo tutti impauriti, fu domandato se ancora egli temeva
quella venuta: rispose averne paura grandissima, perch fra gli altri erano per
dover tagliar ancora il suo capo. Ed ecco un'altra volta sotto asprissimi
freddi e spessissime nevi la ferocissima gente de' Tartari, per saziar la fame,
sotto i capitani Nogaij e Telebuga, primieramente nei Lubliesi e Mazovia, dipoi
in Sandomiria, Siradia e Cracovia, spessi come locuste vennero. I quali dal
castello e citt di Sandomiria con ignominia e vergognosa mortalit furono
scacciati, adoperandosi valorosamente i soldati che erano alla guardia di
quella; ottennero per alcune fortezze e monasterii e gli destrussero
mettendovi il fuoco. Ma venendo alla citt di Cracovia, nella vigilia della
Nativit del Signore cominciarono a combatterla, dove perderono alquanti de'
loro principali, perch con gridi e mughi quindi partendosi allargarono per
assai paese il lor bottinare e le lor rubberie. Il duca Leskone Negro, non
fidandosi della fortezza de' suoi soldati, si ritir nella Ungheria con
Griffina sua moglie; e i Tartari assassinando giunsero fin a' monti della
Ungheria e della Slesia. Avendo adunque spogliate le predette terre e paesi,
amazzati i sacerdoti, i puttini che lattavano e i vecchi, con grandissimo
bottino di uomini donne, bestiami e ogni sorte di roba si partirono. Avendo poi
fra loro diviso la preda in Vladimiria, citt della Russia, fatto il computo
trovarono aver di donne non ancor maritate numero ventun migliaio: perch da
qui si potr considerar la moltitudine degli altri uomini e altre donne.
In quello istesso tempo i Tartari venendo dalla Cumania nella Ungheria
ruinarono ogni cosa e diedero il guasto fin a Pest, dove restarono e fecero
dimora dalla ottava della Epifania fin alla festa di Pasqua. Nel medesimo anno
ancora i Tartari assaltarono l'imperio constantinopolitano e, avendo morti pur
assai uomini, ruinarono molti luoghi: d'onde appare che i Tartari mai vivono
senza rapine n lasciano mai quieti i lor vicini, come in questi anni i Tartari
prekopensi hanno fatto, assassinando la Vallachia, la Russia, la Lituania e la
Moscovia. I Tartari noiahensi e rosanensi spesse volte assaltano, spogliano e
ruinano la Moscovia con grandissime mortalit e rapine.

Il fine del primo trattato


TRATTATO II DI MATTEO DI MICHEOVO, DOTTOR FISICO E CANONICO CRACOVIENSE, DELLE
DUE SARMAZIE


Che genti e che nazioni abitino nella Scizia, ch'ora vien detta Tartaria.
Cap. 1.

Essendo solamente trecento e sei anni che i Tartari hanno occupato la Sarmazia
asiana, potria dubitar alcuno che popoli abitassero la detta Sarmazia, ora e
nei tempi antichi dimandata la Scizia. Al che facilmente secondo le istorie si
risponde che i Gotti nel tempo che vennero i Tartari abitarono quel paese, dai
vicini adimandati Polovozchi, il che in lingua schiavona, rutena e mosca vol
dire ladri e assassini: percioch in quel tempo i Gotti, come adesso i Tartari,
simili ai cani di caccia, assaltando le nazioni vicine le molestavano
spogliandole. Ma volendo pi chiaro investigar la verit, diremo secondo
Tolomeo, nel secondo, che il cantone dell'aquilone settentrionale, dove adesso
stanziano i Tartari,  della partizione del triangulo dei segni aerei
settentrionale, nel quale domina Saturno con il segno di Aquario, il quale
rende nel detto cantone gli abitatori molto orrendi e feroci. Il detto Tolomeo
ancora dice quelli che conversano nei confini della Sarmazia e della Ascarda si
rassomigliano ad Aquario e Saturno, perch sono di maggior crudelt e gli animi
loro son ferocissimi. E veramente egli  d'una maligna influenzia, quello
falcifero Saturno, inimicissimo al genere umano, per le sue qualit piene di
siccit e frigidit. Da quello cantone adunque si levarono sempre e ancora si
levano generazioni aspre, crudeli e perturbatrici del genere umano. Secondo che
dice Gieremia nel primo capo, dall'aquilone si scopriranno tutti i mali sopra
gli abitatori della terra; il che se vorremo ben considerare, chiaro apparir
esser verissimo il divino oracolo.
In quel luogo dicono le istorie, e Tolomeo nel luogo preallegato, aver abitato
donne che furono chiamate Amazoni, in quel tempo terrore del mondo, le quali,
avendo la fragilit donnesca da un canto gettata, gran paesi scorsero e, avendo
occupata l'Asia minore, la famosa citt di Effeso edificarono. Ora quelle
essendo spente e in tutto estirpate, successero altre nazioni comunemente
addimandate Sciti, che furono all'universo mondo assai volte molesti.
Finalmente sopravennero i Geti overo Gotti, e quelli sono che dai comici greci,
essendo fatti schiavi, sono addimandati Geti. Questi sono che lungamente furono
signori di quelle regioni. Edificarono pur assai citt e castelli, e sempre
vissero di ladronecci, fin che ultimamente vennero da Iurha, posta nei fini
della Tartaria settentrionale, i Iurhi, prima Hagui: dipoi furono detti
Ungheri. Questi con la loro innumerabile moltitudine scacciarono essi Gotti,
nondimeno non poterono ottener certe citt e castelli. Gli scacciati Gotti
entrarono in altro paese e primieramente gli Allani, i Rossolani, i Ruteni e
Vandali scacciarono; finalmente fermati presso il mar Maggiore assaltarono la
Bulgaria, la Tracia e l'imperio costantinopolitano. Perch essendosi
grandemente spaventato Zenone imperatore, n fidandosi d'aver s fatti vicini,
li mand a liberar la Italia dalle mani di Odoacro erulo, come di sotto si
dir. Gli Allani e Vandali essendo vagabondi dimandarono luogo di potersi
fermare all'imperator Costantino, dove per loro stanzia li furono consignate le
Pannonie. Di costoro specialmente di sotto si far menzione. I Iurhi, essendo
assai multiplicati, passarono i grandissimi fiumi, i quali, come si dice,
condotti a persuasione di certi cacciatori che seguitavano una cerva, avendosi
fatto animo entrarono nella Russia. Donde presto assaltarono le Pannonie, dove
avendosi eletto per lor capitano Attila, quasi tutta la Europa conturbarono; e
quelli che erano restati, avendosi con i lor vicini pacificati, multiplicarono
grandemente, avendo accettato insieme con loro i Tartari loro assaltatori e
scacciatori, come abbiamo dimostrato di sopra. Queste cose sommariamente siano
dette della Sarmazia asiana; di sotto poi pi particolarmente ne diremo.


Dei Gotti.
Cap. 2.

Una parte dei Gotti, della Scizia scacciati, nella isola Taurica e in quei
luoghi che sono attorno al mar Maggiore si fermarono; l'altra parte, che furono
pi di dugentomila, insieme con il lor re Radagasso assalirono la Italia.
Perch essendo Roma sbigottita e tremando per la fama d'uno s potente
esercito, Dio mirabilmente le sovvenne, percioch in breve tempo quasi tutta la
multitudine di quello sopra l'aspro giogo dell'Appenino, presso Fiesole, di
fame miserabilmente mor. Il re Radagasso, preso, fu posto in prigione; quello
che era restato d'un tanto e s grande esercito, a modo di pecore messo in
rotta, fu tagliato parte a pezzi e parte venduto. Ma quelli che nella Taurica e
circa al mar Maggiore si erano fermati, in due parti si divisero: una che con
Alarico, lor re, verso occidente in Italia e Francia caminarono, Visigotti,
cio Gotti occidentali, furono detti; ma quelli che con Frigiero lor principe
ne' luoghi prima da loro occupati circa il mar Maggiore restarono, Ostrogotti,
cio orientali Gotti, furono addimandati. Onde si chiarisce per qual causa
siano chiamati Visigotti e Ostrogotti.
 anche cosa manifesta ingannarsi quelli che dicono essere Gotti quelli che
sotto al re di Dazia nella Gotia stanno, e volersi del nome di Visigotti e
Ostrogotti valere, e specialmente che non di loro, ma di quelli che abitano
circa la Misia e il mar Maggiore, e quelli ancora che passarono nella Italia e
Francia, fossero nominati allora Visigotti e Ostrogotti. Quelli poi che sono
nella Gotia sotto al settentrione presso al mare, non in oriente ma in paese
freddissimo hanno le loro stanzie, e senza alcuna ragione occupano i nomi
altrui. Nel che si pu vedere quello che dice Paolo Diacono nel libro
decimosesto, al capitolo secondo.
Ora i Gotti orientali, essendo entrati nella Misia (ora detta Bulgaria) e nella
Tracia e altre provincie dell'imperio di Costantinopoli, posero grandissimo
terrore nell'imperatore, il quale, risoluto a tenersegli lontani, con
Teodorico, lor re, gli mand a liberar la Italia dalle mani di Odoacro. Costoro
per la Servia e per l'Ungheria passando, pervenuti al fiume Lisonzio, presso
Aquilegia, pigliando il cibo e riposandosi con i loro bestiami, ebbero
all'incontro Odoacro, che gli provocava alla guerra; con il quale venuti alle
mani, lo superarono. Dove fuggendo a Roma gli furono serrate contra le porte,
perch ritornando indietro entr in Ravenna, dove, assediato da Teodorico, dopo
tre anni si rese con patti e convenzione fra loro; ma essi nondimeno lo fecero
a tradimento morire, e cos Teodorico fu signore di tutta l'Italia. Chi fossero
gli re che signoreggiarono nella Italia, nella Francia e nella Spagna  facil
cosa vederlo nelle istorie, perch di ci non  mia principale intenzione
scrivere.
Passando i Iurhi dalla Sarmazia asiana nelle Pannonie, le reliquie de' Gotti
furono grandemente accresciute e multiplicate; ma dai Tartari che sopravennero
dall'oriente furono in tutto spenti, e non solo essi, ma ancora ruinarono le
citt e le castella, talmente che nella Taurica sola ne restarono alcuni. Dove
in processo di tempo i generosi popoli italiani occuparono Teodosia, citt
famosa, facendola loro colonia con darle il nome di Caffa. Finalmente i Tartari
della famiglia ullana, entrati nella isola per la via settentrionale, la
occuparono tutta, non eccettuando n castello n villa, salvo che la rocca; la
qual fu ritenuta dai capitani di Mankup, di sangue gottico. Macometto poi,
ottavo imperator de' Turchi, avolo del presente Selim imperatore, soggiog
l'isola, prese Caffa per forza, i Tartari ullani overo prokopensi con tutto il
Cheroneso fece tributarii, e oltra di ci nella ripa del Tanai, oltra l'isola
di verso al settentrione, edific un castello detto Azovo, posseduto fin oggid
da' Turchi. N cess fin che i due fratelli di Mankup, di lenguaggio e sangue
gottico, sola speranza della posterit gottica, con la rocca di Mankup ebbe
nelle mani, facendo loro di subito tagliar la testa: e cos i Gotti totalmente
s nella Sarmazia come nella Italia, Francia e Ispagna furono disfatti e
spenti.


Degli Allani, Vandali e Svevi.
Cap. 3.

Gli Allani furono gente della Allania, nella Sarmazia europea contigua al fiume
Tanai, la qual  regione piana, senza monti, colli e valli; e manca d'abitatori
perch, da diversi assalitori dispersi e fuorusciti, in altre terre scacciati
sono finalmente morti. Giacciono i campi della Allania larghi e spaziosi, s
da' proprii come da' forestieri abitatori abandonati, avenga che alcune volte i
Razaci, come  di lor costume, cercando di assassinar qualche uno la passino.
Razak  nome tartarico, rozat rutenico, che vol dir in italiano servo
stipendiario, assassino, usi a vivere di ladronecci, a nessuno soggetti. In
squadrone le larghissime e vote campagne posseggono, a tre, a quattro, a dieci,
a venti e pi, andando or qua or l. Cresce in quella contrada il calamo
aromatico abondantissimamente, detto tatarse kaijzele dai Poloni, nome tolto
dai Tartari, percioch non molto lontano nasce dalla regione de' Tartari.
Ora i Vandali sono, e furono, come testifica Plinio, Svetonio Tranquillo e
Cornelio Tacito, popoli della Germania presso il fiume Vandalo, cos nominato
dalla sua regina; la quale, avendo riportato dei suoi nimici una grande
vittoria, si offerse in vittima e sacrificio agli dei sommergendosi in quello
spontaneamente. Questo fiume Vistula e Visla vien detto. Ma accioch si possa
meglio riferir l'istoria de' Vandali, si debbe sapere che gli Schiavi da Iavan,
figliuolo di Iafet, per Elisa furono propagati, percioch No gener Sem, Cam e
Iafet; dipoi Iavan, suo quartogenito, e suoi fratelli. Iavan, essendo entrato
in quelle terre che giacciono circa i mari dipoi detti Ionio ed Egeo, gener i
Greci. Dal figliuolo, per nome detto Elisa, vennero gli Eladici, overo Eolii, e
Schiavoni. Iavan fu quello che diede il nome al mar Ionio, e che sia il vero,
gli Ebrei chiamano Ionei e i Greci, nel lor linguaggio, Iavan. Questo  il
parer di Giosefo nelle sue Antichit dei figliuoli di No.
Non molto tempo dopo gli Schiavoni possederono il paese di qua dai Greci verso
occidente, la Servia, la Dalmazia, la Roscia, la Misia, la Bulgaria, la
Pannonia e la Schiavonia. Furono i loro principi Lech e Czech, ambi fratelli,
nepoti di Iavan, dicesi dalla linea di Elisa. Abitando questi la Croacia e la
Schiavonia, separate dal veloce e rapidissimo fiume Krupa, per sorte tocc loro
andare ad abitar con le lor famiglie l dove  la lor principal sedia reale,
nominata Psani; la quale tennero per loro villagio e castello fin al d d'oggi,
servando il lor nome appresso il fiume sopradetto di Krupa, dove adesso ancora
sono assai lavoratori di terra di linguaggio schiavone, e il castello ruinato
fin dai fondamenti non tiene altro che 'l nome e le ruine. Ora essendo
cresciuti questi popoli in infinita quantit, non erano bastanti la Croazia, la
Dalmazia e la Schiavonia a ritenerli, perch spesse volte contenzioni e
uccisioni tra fratelli, parenti e amici nascevano. Onde i predetti capitani
Lech e Czech, volendo schivare tanti misfatti, di commune e salutifero
consiglio elessero di voler andar verso l'occidente, tutte le lor genti e robbe
avendo raccolte, con quelle poche massarizie che erano restate loro.
Avendo adunque mandati spioni verso l'occidente, sapendo che verso l'oriente e
il mezogiorno erano i paesi tutti occupati, e per questo indarno gli arebbero
tentati, comandarono loro che volessero cercare stanze nuove. E cos, essendo
andate innanzi le spie, giunsero nella Moravia e Boemia, dove veduta la regione
spaziosa e larga, non ancora coltivata, d'un salutevole e buono aere, terreno
fertile e abondante, fermarono le lor tende nel monte nominato Kzip. Czech,
minor fratello, dalla amenit del luogo pigliato, con ogni instanza da Lech,
suo maggior fratello, cominci a dimandar il paese della Moravia e Boemia per
eredit de' suoi posteri e discendenti. Lech pietoso, non volendo mancare al
fratello della fraterna benivolenza, condescese alle dimande e piaceri di
Czech; dove essendosi amorevolmente accomiatato uno dall'altro, Lech se ne and
verso l'oriente, tenendosi verso settentrione, fin che trov terre inculte mai
da alcuni avanti abitate, che sono la Slesia e la maggior Polonia, dove
deliber fermarsi, e cos fece. Nel qual luogo in processo di tempo crebbero in
grandissima quantit con l'aiuto divino i Lechiti, i quali sono i Poloni: oltra
che empierono la Vandalia, cio la Polonia, presso al fiume Vendalo, ora Visla,
popolarono anche la Pomerania, la Cassubia e tutta quella regione che sta verso
il mar Germanico, dove adesso  la Marchia, Lubek e Rostok, fin alla Vesfalia,
e secondo la diversit de' luoghi che pigliarono ad abitare furono di vari nomi
chiamati. Quelli che abitarono appresso il fiume Svevo, adesso in todesco Spre
over Spreova detto, furono nominati Svevi; e altri appresso quelli Borgondioni,
cos detti da certa quantit di case ridutte insieme, che in lingua polona sono
brogij. E cos gli altri Dievijanije, Travijanije, dalla quantit de' legnami e
pascoli, si denominarono.
Nel tempo d'Augusto imperatore, come riferisce il supplemento delle Croniche,
vennero ottocentomila Borgognoni dal settentrione e fermaronsi su la ripa del
Reno; dove Tiberio e Druso, nepoti di esso imperatore, come racconta Paolo
Orosio, gli scacciarono e costrinsero tornare ne' proprii paesi. Ultimamente
Druso, passati i fiumi Reno e Albi, il qual Albi  fiume che passando per la
Boemia si scarca nel mar Germanico, detto Balteo appresso noi e appresso Boemi
Libija, ebbe all'incontro i Svevi e Boemi, con i quali essendo venuto a
battaglia sanguinosissima gli vinse. Nondimeno esso vincitor Druso, per man
della ferocissima gente sveva morto, fu riportato a Magonzia, dove gli fu fatto
un sepolcro il qual fino al d d'oggi si vede. Dipoi, vedendo Cesare Ottaviano,
come racconta Svetonio Tranquillo, la ferocia de' Svevi, accioch sotto clima
assai pi piacevole facesse pi quieta la loro indomabile natura, gli condusse
nella Gallia, circa la ripa del Reno, dove fu edificata una citt in nome di
Augusto imperatore, detta Augusta. Gli abitatori fin in questo giorno Svevi,
dalla prima patria Svevia, e Vindelici, dal linguaggio de' Vandali, e Schiavi
sono chiamati, perch essa citt vien detta Augusta de' Vindelici. Queste cose
riferiscono Svetonio e Martino nella seconda parte della sua Martiniana, nelle
descrizioni che fa delle cose di Cesare Augusto. Avenga che i Svevi d'oltre il
mar Balteo overo Germanico dalla propria provincia sieno stati cavati,
nondimeno i Poloni, i Vandali e gli Schiavoni riempierono le stanze che aveano
lasciate vote. Onde al tempo di Valentiniano imperatore, come dice Paolo Orosio
e il supplemento delle Croniche, i Burgondioni, levandosi un'altra volta dal
settentrione fuori delle terre de' Vandali, passarono al fiume Rodano, e,
perch modestamente si portarono con i vicini, pacificamente restarono in quel
paese, avendo nominata dal lor nome Borgondia quella contrada. Ma i Vandali che
stanno circa Lubek, Rostok, Meckelsburg e il fiume Svevo, essendo pertinaci e
non volendo pigliar il nome cristiano, per gli imperatori Enrici furono in
diverse battaglie vinti e sottoposti. Avendogli ultimamente Enrico terzo
imperatore superati, gli scacci, e in luogo loro v'introdusse Todeschi.
Riferisce ancora la istoria del detto imperatore che quattro re dei detti
Vandali nei giorni della festa di sua coronazione si esercitavano nella sua
cucina, per maggior ignominia, portando pignatte e caldaie, secondo che era di
mestieri e secondo il bisogno di quella. Nondimeno sono ancora in quei paesi
alcuni Vandali overo Schiavoni, cio in Lubek, Rostok, Misna e Marchia, non
dico nelle citt ma ne' villaggi e nelle contrade, specialmente quelli che sono
detti Sarbi e Vinde. Restano ancora i nomi poloni e vandali nella loro antica
nominazione a' luoghi, castelli e citt, perch Lubeck, Rostok e Meckelsburg
sono nomi poloni.


Degli istessi Vandali, Allani e Svevi.
Cap. 4.

Gli Allani, scacciati dai lor proprii paesi, pigliarono il camino verso i
Vandali e cos entrarono insieme nelle Pannonie, dove quasi per sessanta anni
avendovi abitato afflissero la romana republica, avendo assaltata la Gallia.
Onde poi ritornati nella Vandalia e Polonia fin al tempo di Stillicone,
capitano romano, ivi si quietarono, avendo riportato con loro una grandissima
quantit di monete d'argento, s come si pu far coniettura da certi segni.
Percioch quelle monete avevano improntata la effigie d'Adriano imperatore e la
circonscrizione, e ancora adesso se ne trovano in Polonia presso i fiumi e
scopriture di campagne, per acque di torrenti e dai lavoratori de' campi; e li
chiamano danari di santo Giovanni Battista, perch hanno il capo solo, con il
collo che pare troncato.
Desiderando Stillicone, conte e capitano romano nei tempi di Onorio imperatore,
acquistar al proprio figliuolo Eucherio la grandezza del romano imperio, non
rest fin che ebbe subornati i Vandali, i Svevi, Allani e Quadi a mover guerra
al dominio romano. E cos, entrati un'altra volta nelle Gallie, voltarono
sottosopra tutte le cose s divine come umane, destruggendo e ruinando il
tutto. Dipoi, cedendo alla furia gottica che gli veniva alle spalle, spinsero
nella Spagna perturbando e terribilmente ogni cosa malmenando; n anche l si
fermarono, ma da Bonifacio, capitano romano, chiamati, nella Africa
traghettarono, a ferro e fuoco mettendo il tutto fin che l'ebbero fatta loro.
Nel primo anno adunque di Graziano imperatore, che fu negli anni di nostro
Signore trecento e ottantuno, la suddetta moltitudine de' Vandali, uscita della
Polonia, ebbe per re Modogosillo, il qual regn per spazio di anni trenta. Dopo
questo, il suo figliuolo Gonderico regn nella Spagna anni sedici. Questi,
avendo messo man nelle cose sacre della chiesa d'Ispali, allora da lui per
forza soggiogata, subito dal demonio assalito e preso mor. Al quale il
fratello Genserico successe, s come ne racconta Paolo Diacono. E fu quello che
pass dalla Spagna nell'Africa, a ferro, a fuoco con crudelissimi
assassinamenti, rubberie e persecuzioni ogni cosa malmettendo, e macchi la
catolica e ortodossa fede cristiana con la pestifera setta della impiet
arriana, e bandeggi tutti i vescovi catolici. Sotto questa orribile tempesta,
dice Paolo Diacono, e Possidonio lo testifica, vedendo il beato e mirabile
dottore Agostino la ruina della sua citt Ippona, poi che ebbe compiuti anni
settantasei di sua vita, morendo and a Dio.
Ora Genserico, avendo pigliata per forza Cartagine, non rest quivi, ma con
potentissimo esercito dalla Africa traghettando nella Italia pigli Roma e la
saccheggi; e men in Cartagine Eudossia imperatrice con due figliuole e assai
migliaia di prigioni, dandola per moglie a Trasimundo, suo figliuolo. Ma prima
abbruci e distrusse la Puglia e la Campagna, non perdonando con simil ruina n
a Nola n a Capoa. In questa malvagit di tempi il pietoso Paolino, vescovo
della citt di Nola, spontaneamente si ridusse in Africa e fecesi schiavo per
riscatto dell'unico figliuolo d'una vedova. Regn Genserico quarantaotto anni;
al qual morto successe Onorico, il quale, scacciati ben pi di trecento e
trentaquattro catolici vescovi e serrate le lor chiese, afflisse la plebe di
varie e innumerabili pene, avendo a pur assai tagliate le mani e la lingua, non
restando per quelli di chiara e speditamente parlare, come dice il beato
Gregorio nel terzo libro de' suoi Dialoghi, e Paolo Diacono nelle cose de'
Romani. Finalmente, per giusto giudicio di Dio, scaturendoli vermi da tutte le
parti del corpo orribilmente mor.
Gottomondo dopo questi regn nove anni. Seguit costui Trasimondo, il quale
dugento e venti vescovi confin nella isola di Sardigna; dopo al quale regn
Ilderico, suo figliuolo, nato d'Eudosia, figliuola di Valentiniano imperatore,
che fu condotta prigiona da Genserico nell'Africa. Questi fu astretto dal padre
Trasimondo, quando volea morire, con istrettissimo sacramento, che non mai
avesse a ricevere nel suo regno i catolici; nondimeno, morto che fu il padre,
subito rivoc di bando tutti i catolici e comand a' vescovi che riformassero
le lor chiese. Questi, avendo regnato per otto anni, fu morto da Gilmero, che
regn per anni cinque, con tanta crudelt che n anco al proprio sangue suo
volse perdonare. Finalmente da Bellisario, patricio mandato nell'Africa da
Giustiniano imperatore, dopo le gran rotte date a' Vandali, fu preso vivo esso
Gilmero re e a Costantinopoli mandato, con catene d'argento legato: e cos il
regno dei Vandali nell'Africa fu destrutto.
Si vede adunque dalle suddette cose che i Vandali, Svevi e Borgondi vennero dal
regno di Polonia, avendosi pigliati i nomi da' luoghi ch'abitarono, con il
parlar in lingua polona. Tu hai ancora che i detti popoli, Vandali, Svevi e
Borgondioni, non dalla Scizia ma dalla Germania pigliarono la loro origine: e
per ci Vincenzio, nel suo Speculo istoriale, e certi ancora pi antichi, senza
ragione hanno detto che furono Sciti. Vedi ancora che i predetti popoli non
della isola Scandia, ma nativi proprio della Polonia, furono quelli che parte
della Europa occidentale e tutta l'Africa perturbarono. E perci non bene hanno
detto alcuni antichi nominandogli Sciti venuti da Scandia, essendo come si sa
proprio la Scizia oltra il Tanai verso oriente nell'Asia, e l'isola di Scandia
oltre il mar Germanico, verso occidente tenendosi, al settentrione giaccia,
presso la Dacia e dal re di Dacia posseduta, la quale  molto lontana dalla
Scizia. Perch molto confusamente parlano quelli che dicono che gli Allani, i
Gotti e gli Ungheri venissero da Scandia, la quale mai non fu da loro n veduta
n toccata. Tu hai ancora per la presente istoria che i Poloni, i Svevi e i
Boemi, tutti gli Schiavoni, godono dal diluvio fin a questa et i lor proprii e
nativi regni, e non sono venuti da altri paesi. Non  ancora il vero quello
ch'ha detto il Biondo di ci parlando (salvo per l'onore d'un tanto istorico
veramente dottissimo), che gli Schiavoni da oltre il Tanai, ascendendo per il
Bosforo, vennero nell'Illirico, Dalmazia e Croazia, e che Lech e Czech,
principi de' Poloni e Boemi, volgendosi verso occidente alle terre de' Vandali
dopo la partita loro nelle Gallie entrarono, conciosiach gli Schiavoni e i
principi Lech e Czech dal diluvio fin a questa nostra et mai non si siano
partiti dalla Polonia e Boemia, dove sono e staranno sempre con l'aiuto
d'Iddio.
E avvenga che i Ruteni, overo Rossi, siano ascesi con altri popoli dal Bosforo,
della Croazia e Illirico, e gli abbiano saccheggiati, non per questo sono
restati quivi. Ancora si partono dalla Vandalia overo Polonia da sessantamila
soldati, e anco centomila alcuna volta, contro i lor vicini: n anco per questo
il regno della Polonia riman di gente spogliato, conciosiach i cittadini,
mercanti e lavoratori de' campi restino al tutto esenti dalla milizia ne' loro
castelli e villaggi senza disertarli, talmente che sia cos libera l'entrata a'
forestieri di occuparli, come fu al tempo d'Onorio Cesare, quando solamente i
combattitori Vandali uscirono nelle Gallie. E pi dicono gli scrittori istorici
che ritornati i Vandali abitarono le proprie stanze nella Vandalia: adunque
altri non gli occuparono. Ancora si ha che il linguaggio schiavone  sparso in
grandissimi paesi e lo usano assaissime nazioni, come nella Servia, Misia,
Bulgaria, Bossina, Dalmazia, Croazia, Ungheria, Schiavonia, Carnia, Boemia,
Moravia, Slesia, Polonia maggiore e minore, Mazovia, Pomerania, Cassubia,
Sarbia, Russia e Moscovia. Questi tutti sono Vandali e Schiavoni, abitatori di
amplissimi regni. Vi sono ancora i Lituani, che gi cominciano a parlare
schiavone, i Novogardi ancora e i Pleskoviensi e gli Smolnensi e Ohulici, le
croniche de' quali si possono vedere. Ultimamente si raccoglie che di qua dal
mar Germanico i Poloni, i Svevi e i Borgondioni furono per gli imperatori
Enrici estirpati e spenti affatto, restandovi soli fin ora i Sarbi e i Vandali,
come di sopra  detto.


Delli Iurhi.
Cap. 5.

Gli Iurhi, da Iurha, terra della Scizia molto inanzi sotto al settentrione
freddissima, a canto all'occeano Settentrionale, per retta via da Moscovia,
citt de' Moschi, verso tramontana distante cinquecento grandi miglia tedeschi,
ascesero e vennero verso il mezod per paese piano nella regione della Scizia
dove adesso abitano i Czahadaiensi overo Zavolensi. I quali con la lor
moltitudine oppressero e scacciarono i Gotti dalla Gotia nella Sarmazia, dove
essendosi ingagliarditi e quasi in infinito moltiplicati, udirono da alcuni
cacciatori, i quali seguendo una cerva passarono la Volga e il Tanai, come il
paese della Sarmazia europea era pi fertile e d'aria pi piacevole. E per a
compagnie nuotando fuori de' detti fiumi, ruppero in un fatto d'arme i Sarmati
e i Rossi, e perseguitando i Gotti vennero con quelli alle mani nella Tracia e
Misia, ora detta Valacchia, e gli ruppero. Entrati poi nelle Pannonie, dalla
abondanza del terreno e dolcezza del vino allettati, in quella fermarono il
piede. Assaltarono Materno e Tenico, capitani romani. Il primo morto, l'altro
avendosi dato alla fuga, lasciarono l'esercito romano da loro sconfitto e
tagliato a pezzi. Oltra di ci, fatta l'elezione, elessero sopra di loro un re
astuto, animoso e valente, detto Attila; il quale in linguaggio unghero vien
chiamato Ethele. Questi, chiamati molti re e fatta la rassegna di tutti quelli
e d'altra gente che egli avea, entrato nelle Gallie da vero tiranno crudelmente
le cominci a ruinare; ma essendo venuto ne' larghi e spaziosi Campi
catalaunici, Ezio patrizio con le legioni romane, e Teodorico, re de' Gotti, e
molti altri aiuti se gli fecero incontro. Il che saputo da Attila, si consigli
con gl'indovini e aruspici della vittoria, i quali, viste le entraglie degli
animali, dissero lui dovere essere inferiore in quella battaglia, aggiungendoli
che il maggiore dell'esercito nimico saria morto.
Pensava veramente Attila che Ezio, patrizio e gran capitano romano, fosse
quello che dovesse morire, perch s'allegrava grandemente della sua morte, s
terribile gli parve la potenza di Ezio; per, avendo ordinate le sue squadre,
maliziosamente non nel mezod, ma verso sera, comand che dovessero dar nelle
trombe e attaccare il fatto d'arme. Dove un innumerabile e infinito popolo fu
morto e Teodorico, re de' Gotti, non Ezio, come voleva Attila, mor. Attila,
vedendosi vinto, fece un bastione intorno a s e a' suoi soldati, in mezo il
suo campo, co' carri; e perch egli era venuta la notte, command che si
facesse una barca di selle e in quelle s'accendesse il fuoco, accioch, se da'
nimici fosse urtato, in quello gettandosi morisse, pi tosto che venir nelle
altrui mani. Il giorno seguente Torismondo, figliuolo di Teodorico, desiderando
vendicar la paterna morte, apparecchiava le ordinanze de' soldati contra di
Attila. Ezio, avendo parimente per sospetti s i Gotti come gli Unni overo
Ungheri, persuase a Torismondo che dovesse affrettarsi di andare a pigliar il
possesso del regno paterno, accioch il suo fratello non se ne facesse padrone.
Alle qual cose avendo date orecchie, subito si part; dove tutto l'esercito
essendosi sbandato, and chi qua e chi l, perch Attila, da non sperata
allegrezza soprapreso, rivolgeva nell'animo suo l'inique speranze della
vendetta.
E partito da quel luogo, cinse d'assedio la citt di Remis e la prese,
tagliandovi a pezzi tutti i cittadini, con Nicasio, vescovo della citt, ed
Eutropia sua sorella. Giunto poi a Trechas, se gli fece incontro santo Lupo,
vescovo della citt, e domandandolo disse ad Attila: "Chi sei tu?"; al quale
egli: "Io son Attila, flagello della ira di Dio". Il che detto, il santo
vescovo, pigliata la briglia del suo cavallo, lo introdusse nella citt con
tutto il suo esercito queste parole dicendoli: "Ben venga il flagello della ira
di Dio". Attila in quel punto fatto cieco, e, tratto da una parte della citt
pacificamente riusc dall'altra. Una donna poverissima, avendo dieci figliuole,
sbattuta dalla paura del crudel esercito se ne fuggiva fuori d'un borgo della
citt, portando al collo legata in un panno una figliuolina di dui anni,
ultimamente da lei generata, con due altri piccioletti ancora sopra d'una
giumenta, avendo tutte le altre figliuole attorno a s. Costei, sopragiunta da'
soldati d'Attila, con le figliuole impaurite, subito da loro fu tolta in mezo;
onde restando stupida e fuori di s, veduto un fiume frettolosa correva per
annegarsi in quello. Ma i soldati, pigliandola che era ormai su la ripa del
fiume, la condussero ad Attila con tutte le figliuole; dove ella, lasciandosi
andar bocconi in terra, umilmente lo pregava che volessero aver compassione di
lei. Attila, fatto misericordioso, avendole data una buona quantit di danari e
vestimenti ancora, lei con tutte le sue figliuole lasci andar libera, e non
tanto a lei, ma a tutti quelli che erano venuti con lei perdon.
Attila, partendosi quindi, entr nella Germania, dando il guasto e ruinando
citt, castella e villaggi, fin che intese che Ezio e i Gotti un'altra volta
avevano contra di lui rinovato l'esercito; perch avendo paura ritorn nella
Pannonia, dove avendo accresciuto l'esercito, l'uomo vendicativo s'affrettava
d'entrar nella Italia, volendo passar per la Stiria e Carinzia. Avisato poi
dalle spie che Ezio con un copiosissimo esercito l'aspettava alle radici delle
Alpi, divertendo venne verso la Dalmazia e Istria, dove ruinati assai notabile
citt presso al mar Adriatico, per tre anni assedi Aquilegia. Finalmente
mancando il suo esercito di vittuaglie, cominci per la fame a mormorar contro
al capitano; onde ritorn Attila un'altra volta a riconoscer la citt,
cavalcando intorno a quella, se da qualche parte fosse espugnabile, volendo al
tutto darle l'ultimo assalto. E cos cavalcando vide una cicogna con il becco
dalla altezza della rocca portar un suo cicognino nel vicin canneto, e dietro a
quello l'altro, e cos di mano in mano fin che gli ebbe portati tutti. Attila,
ci vedendo, grid e disse che l'uccello, indovino dell'avenire, aveva per
certa la ruina della citt, e che per questo se ne partiva. Perch,
strignendola gagliardamente, la prese, dove secondo l'usanza de' tiranni fece
morir tutti quelli che vi trov dentro. In quel tempo la magnifica e
potentissima citt di Vinezia, sola reliquia della libert italiana, per la
paura di Attila ebbe il suo cominciamento.
Non contento di questo, entr in quella parte della Italia che adesso vien
detta Lombardia, crudelissimamente saccheggiando, abbruciando e ruinando ogni
cosa; ed essendo giunto a Ravenna ebbe all'incontro Leone papa, che con ogni
sorte di preghiere e umilt lo supplicava che volesse cessar dalla ruina della
Italia: il che subito gli concesse. E mentre i suoi soldati maravigliandosi
l'un con l'altro dicevano egli non aver paura d'alcuno fuor che di due animali,
che erano stati un Lupo e un Leone, in ci volendo inferir due pontefici a'
quali avea fatta grazia, rispose Attila: "Io vidi un vecchio venerando, vestito
d'abito clericale, star appresso a Leone con un coltello tagliente, e
vibrandolo mi minacci di morte se non li concedeva la pace". Si part adunque
e ritorn in Ungheria, dove celebrando le nozze con una bellissima giovane, la
sera s'imbriac ben di vino, e la notte dormendo di morte subitana soffocato
mor, versando sangue dalla bocca e dal naso, poi che ebbe compiti cento e
ventiquattro anni di sua vita. In quella notte Marziano imperatore in sogno
vide, essendo in Costantinopoli, l'arco di Attila rotto. Sono gli archi
veramente arme degli Unni.
Morto Attila, si levarono fra gli Unni molte discordie e risse sanguinose,
talmente che ne furono morti assai. Il resto con Caba, figliuolo d'Attila, dal
re dei Gepidi e da altri ad Attila soggetti furono dalle Pannonie scacciati; i
quali nella Gotia per le paludi Meotide passarono. Vero  che tremila di loro
nel partirsi fuori della Pannonia si divisero da quelli e si fermarono nella
Transilvania, e, accioch non fossero scacciati da' vicini, si fecero chiamare
Siculi, che son nella lor lingua Czakle. Quelli che aveano passate le Meotide
oltre al mar Eusino, cio mar Maggiore, raccordandosi spesse volte della
fertilit e abondanza del pane e vino della Pannonia, stimolavano i lor
discendenti che volessero ritornare a goder un'altra volta quelli dilettevoli e
abondanti paesi. E cos dopo trecento e un anno questi, avendo fatta la
rassegna di dugento e sedicimila soldati, entrati per la via che tennero i loro
avoli, a canto alle paludi Meotide, passando per la Sarmazia giunsero nelle
Pannonie: e ci fu ne' tempi di Costantino quinto imperatore e Zacaria papa,
cio negli anni del Signore settecento e quarantaquatro. E primieramente
ascesero in Iaziges, e in quello luogo elessero sette capitani, a ciascuno de'
quali per potersi difender da' nemici consignaron trentamila soldati; e
accioch pi stessero sicuri fecero sette castelli, cos alla grossa e senza
alcuna maestrevole diligenza fatti di terra, consegnandone un per capitano. De'
quali sette castelli ne vien detta la terra de' sette castelli. Oltra di questo
mandarono un lor soldato, per nome Rusid, che occultamente considerasse la
Pannonia.
Questi, avendo trovato Svoiatoplug, della Pannonia re, il qual era schiavone (e
veramente tutta la regione della Pannonia  terra degli Schiavoni, avenga che i
Romani a quelli dessero soldati e capitani forestieri), lo salut per parte de'
Iurhi forestieri, presentandogli un caval bianco con la sella e briglia
indorate, in ricompensa domandandoli un poco di terra, erba e acqua. Il che da
Svoiatoplug liberalmente fu concesso, pensando quelli esser lavoratori di
terra, e come forestieri qualche particella di terreno adimandare per
lavorarlo. E perci ridendo dissegli: "Ne piglino quanta ne vogliano". Rusid
adunque, un secchio di acqua del Danubio, uno di terra e un altro di erba
portando con lui, ritorn a' suoi, contando loro quanto avea fatto. Iurhi,
conoscendo quel paese esser ottimo e abondantissimo, per nome del primo
capitano, che avea nome Arpad, intimarono a Svoiatoplug che da quello giorno
inanzi non dovesse pi star nel suo paese, comperato da lui per un cavallo
bianco, sella e briglia indorate, ma di subito sgombrasse. Egli, tardi avveduto
che la guerra gli soprastava, metteva insieme l'esercito. Gli Iurhi, con ogni
prestezza affrettandosi di trovar il re, se gli fecero incontro presso al
Danubio e, venuti al fatto d'arme, ruppero i Pannonici con il lor re.
Svoiatoplug, fuggendo da quelli, casc nel Danubio, dalle acque del quale
sommerso mor. Gli Iurhi cacciarono tutti gli Schiavoni ch'abitavano le
Pannonie mettendogli a filo di spada, fin a questa ora possedendo quel paese. 
ben vero che gli Schiavi stanno intorno quasi per tutti i confini.
Prima si ha da notare che gli Iurhi son venuti da Iurha, regione della Scizia,
nella quale sono nati; e cos di mano in mano dagli Schiavoni, Boemi, Poloni e
Unni, dagli altri Unni finalmente furono detti Ungheri. Ancora si dichiara che
la istessa favella e modo di prononciar acuto  comune agli Iurhi che sono in
Scizia con gli Ungheri. Egli  ben vero che gli Ungheri nella Pannonia adorano
Cristo, vivono pi politicamente e sono pi umani in tutte le cose; gli Iurhi
della Scizia sono idolatri e uomini boscherecci. Si vede ancora che Iurha 
grandemente sotto la tramontana, senza grandissimi e inaccessibili monti, n
ancora cos fatti come sono le Alpi nella Italia, n ancora come i monti
Sarmati. Non hanno ben detto adunque quelli che dicono gli Ungheri essere
usciti dalla lor provincia passando per grandissimi monti e inaccessibili. 
ben il vero che sono nella Iurha monti con folte selve, piani e buoni da
passarvi, di altezza cos mediocre, abondante di sassi e pietre, come appar per
tutto presso al mar Oceano sotto la tramontana. Havvi ancora una sorte di
pesce, per nome in lingua mosca morsf, che riuscendo dal detto mar Oceano
ascende ne' monti che sono a quello contigui, attaccandosi co' denti a' sassi
finch sia alla sommit del monte; dipoi nell'altra parte sdrucciolando fin a
basso si getta. Questi sono pigliati dagli Iurhi e altre genti settentrionali,
che vendono i denti di quelli a' Moscoviti, Tartari e Turchi; de' quali, perch
sono d'una pesante gravezza, ne fanno manichi di coltelli, di spade e di
scimitarre, accioch le ferite che con quelle danno siano pi impetuose.
Ancora  manifesto che i monti Rifei e Iperborei non sono in alcun luogo, n
nella Scizia n nella Moscovia n in qualunque altro luogo, conciosiach quasi
tutti i cosmografi testificano il Tanai, Edel, overo Volga, Dzvohina e altri
gran fiumi dai predetti monti discendere, cose per finte e scritte da persone
senza esperienza. Vengono i gran fiumi Tanai e Volga e altri ancora dalla
Moscovia, e nascono in paese piano, fangoso e boschereccio, non occupato da
monti alcuni, s come quando si dir della Moscovia pienamente si far vedere.
Monsignor mio reverendissimo, qua mi si para avanti un baratro, overo
confusione intricatissima, per la quantit de' chiarissimi scrittori i quali
vogliono i monti Rifei e Iperborei essere in quelli luoghi; da' quali la vostra
amplissima dignit mi difender, contra tutti i sottilissimi argomenti loro,
opponendo la esperienza. E chi non vol credere vada e vegga egli stesso che
egli  cos come io ho scritto.
Dalle predette cose ancora si ha che gli Iurhi nella Iurha di Scizia non
coltivano campi n seminano; non hanno pane, vino n cervogia; vivono
miserimamente nelle selve e spelunche sotterranee, mangiando solo pesce e carne
di salvaticine, delle quali hanno grandissima abondanza; beono dell'acqua e si
vestono di pelli di diversi animali cucite insieme, come sarebbe di lupo, di
cervo, di volpe e di martore e d'altri animali. Quella regione  veramente
misera, come dice Ippocrate nel libro delle regioni, la quale sta sotto al polo
artico, per l'aere e per l'acqua. Sono soggetti al granduca della Moscovia e
pagano il lor tributo con pelli di diversi animali, quando non hanno altro che
donare.  ancora da notare ch'hanno fallato alcuni famosissimi scrittori, i
quali hanno creduto che in quello cantone presso al mar Settentrionale siano
regioni piacevolissime, nelle quali per il temperamento del saluberrimo aere
siano uomini che lunghissimamente e beatamente vivano fin che, da tedio di
lunga vita crucciati, da' monti nel mare per finirla si precipitano. Che
beatitudine pu egli essere non aver n pane n vino e niente altro di piacere
che temperie d'aria? patir sempiterno freddo e nel solstizio iemale provar
continua notte, nel solstizio estivo perpetui e tepidi soli vedere? Oltra che
in Iurha e altri luoghi sotto la tramontana non si cavano ori, argenti n altre
minere di sorte alcuna. Dove le favole non corrispondono in questo, che i
grifoni e altri uccelli grandi non proibiscono n il cavar dell'oro n il
portarlo fuori, perch non ce ne , e manco simil sorte d'uccelli come gli
descrivono si ritrovano in alcune parti. Si porta bene a noi un certo uccello
di rapina, della grandezza d'una aquila, ma con maggior ali e coda, in foggia
di sparviero, e lo nominano i Moscoviti kizecoth; i nostri lo chiamano
bialozor, quasi che sia d'un colore che alquanto biancheggia sotto al petto.
Tutti gli altri uccelli di rapina, come sono falconi e sparvieri e altri
simili, tanto hanno paura di questo uccello che, come lo hanno veduto, tremano,
cascano e muoiono incontinente. Ultimamente si ha da sapere che nel
settentrione, oltra la Gotia, Svezia, Finlandia e Iurha, e oltre al mar Caspio,
non sono quelle figure d'uomini mostruosi, cio d'un occhio solo, di due teste,
ch'hanno capo di cane, e altri simili, ma sono della istessa forma umana come
noi; nondimeno di diverse qualit, perch sono lividi, d'un certo colore che il
freddo imprime loro nel corpo, rari, sparnazzati, chi qua chi l abitanti, e in
poco numero. Queste cose sono vere e chi le ha scritte ha scritto il vero, e
sappiamo che il suo testimonio  vero.


TRATTATO III DI MATTEO DI MICHEOVO, DOTTOR FISICO E CANONICO CRACOVIENSE, NEL
QUAL SI TRATTA DELLA SUCCESSIVA GENERAZIONE DE' TARTARI, DIVISA IN FAMIGLIE

Delli Turchi.
Cap. 1.

Nel precedente trattato facemmo un poco di digressione parlando d'alcune
nazioni avanti all'avvenimento de' Tartari, i quali abitavano la Sarmazia
asiatica, overo Scizia, di tempo in tempo: cio delle Amazoni, degli Sciti,
Goti, Iurhi overo Unni. Ora consequentemente si dir delle valorose genti per
origine da' Tartari czaiadaiensi seminate, come sono Turchi, Ulani, overo
Tartari prekopensi, Tartari rosanensi e Tartari noihaensi; ma prima diremo
primieramente de' Turchi alcune poche parole.
Dopo la venuta de' Tartari nel paese gottico, che essi domandano
Czahaiadaiensi, forse anni ottanta, fu un certo valente soldato del gran Cane
detto Ottomano, gagliardo, piacevole e umano, povero de' beni della fortuna, ma
valoroso e molto robusto del suo corpo e d'ingegno audace, il quale, per alcune
ingiurie (s come pareva a lui) da' Tartari con quaranta uomini a cavallo
essendosi partito, cominci occultamente a occupare i passi stretti ne' monti
della Cappadocia occupati, e secondo la opportunit del luogo e del tempo far
de' ladronecci. Col quale, s come accade, molti assassini si unirono,
ingagliardendosi di d in d grandissimamente, in modo che quel che soleva fare
occultamente poi alla spiegata mise in effetto, e cominci ad assaltare e
pigliar castelli, citt e popoli. E perch non trov resistenza, egli, pronto
di mani e d'una destrezza assortita, parte con terrori e minacce, parte con
saccheggiamenti di alcune citt, occup e si fece signor della Cappadocia, di
Ponto, di Bitinia, dell'Asia minore, della Panfilia e della Cilicia. Da questa
adunque la casa e famiglia ottomana ebbe principio e origine, perch, come dice
la Scrittura, dall'aquilone saranno scoperti tutti i mali sopra la terra. Che i
Turchi siano derivati da' Tartari, la similitudine de' costumi, della favella e
del combatter lo dimostrano, perch certamente l'istesso abito e il modo del
cavalcar corto, lo adoperar saette e archi nel combattere  commune s a'
Tartari come a' Turchi. Del linguaggio sono simili, se non d'un certo che, come
sarebbono gli Italiani con gli Spagnuoli, un Polono e un Boemo.
Ora, essendo morto Ottomano, il figliuolo suo, per nome Archanes, secondo re
de' Turchi gli successe, al padre non molto dissimigliante nell'arte del
guerreggiare, d'audacia e d'ambizione ben fornito, ma di prudenza nelle cose
famigliari assai pi instrutto: perch accade che la signoria e l'imperio dal
padre cominciato per sua propria industria aumentando lo conserv. Seguit il
terzo re, figliuolo del detto, chiamato Amurate. Questi, essendo tra i Greci
grandissime discordie, dall'imperator di Trabisonda con danari condotto contra
l'imperatore costantinopolitano, avendo passato lo stretto del mare per lo
Ellesponto nella Tracia, maliziosamente prolung il successo e fine della
guerra, fin che le forze greche dall'una parte e l'altra rotte e indebolite
furono; onde, pigliata l'occasione, contra loro volt le arme sue, occupando la
Tracia. Amurate morto, levossi il figliuolo suo Baiazete, quarto re, il quale,
avendo l'animo desideroso di cose grandissime, aggiunse al suo imperio quasi
tutta la Grecia insieme con la Tessaglia e la Macedonia. I Bolgari e gli
Illirici con spesse scorrerie debilit. Saccheggi i borghi della famosa citt
di Costantinopoli, avendola talmente di fame travagliata e cinta d'assedio che
esso imperator costantinopolitano, sforzato, and in persona nella Italia e
nella Francia a dimandar soccorso. Ma per volont d'Iddio Temir Kutul, gran
Cham de' Tartari, il quale dagli istorici vien detto Tamerlane, scorrendo
l'Asia a guisa di saetta celeste, s'incontr in Baiazete ordinato e ben
preparato al combattere: i quali venuti al fatto d'arme, Baiazete rest rotto,
fracassato e prigione, e dal Tamerlano con catene d'oro legato fu condotto con
lui prigione e vilissimamente trattato. Ma in breve avendolo lasciato libero,
quindi a poco tempo mor.
Seguit questo il quinto re, per nome Calapino, contro al quale Sigismondo
imperator romano, re della Ungheria e Boemia, spinse un grande esercito. Dove
venuti alle mani, Calapino, disordinatamente combattendo, superato e vinto
abandon il campo e, fuggendo a pena con una picciola barchetta per il Danubio,
vergognosamente si salv la vita. Dopo questo il sesto re de' Turchi, per nome
Macometto, trov nel suo regno modi di metter grandi angarie, allarg i confini
del suo imperio con continue correrie. Morto Macometto, il settimo re, Amurate
secondo, pigli l'imperio paterno. Questi ruin Tessalonica, citt illustre,
guerreggi in Cipri, soggiog la Etolia, diede il guasto a' Triballi, Illirii e
Ungheri; super Vladislao, re di Polonia e Ungheria, il qual avea felicemente
dato principio al combattere, al lago Varnense; dove l'infelice re Vladislao
ultimamente con tutti i suoi fu morto, essendosi sottratto dal combattere, e
fuggendo Giovanni Huniade con gli Ungheri. Perch, per questa vittoria
insuperbito, pigli per forza il Peloponeso, ora detto la Morea, ruin fino ai
fondamenti l'Essamilo, che sono i muri di Corinto che traversano l'istmo e
separano il Peloponneso dall'altra Grecia.
Questo essendo morto, successe il suo figliuolo Macometto, ottavo re de'
Turchi, e fu quello che nell'anno di nostra salute
millequattrocentocinquantatre, l'ultimo d di maggio, dopo che ebbe assediata
Costantinopoli per cinquantaquattro d, con grande sforzo e grande disperazione
de' combattenti per forza la pigli. Ebbe ancora in quello istesso tempo Pera,
luogo ricchissimo, d'accordo, il quale sfasci de' suoi muri; soggiog la
Bulgaria e la Russia; si fece signor del magnifico e nobile castello
Snunderovo, posto sopra il Danubio nella Rossia, dal quale con spesse correrie
indusse quasi una solitudine nella Dalmazia e Croazia, avendo scorso fin nella
Stiria e nella Austria. In Negroponte, qual era posto sotto al dominio
viniziano, ferm la sua signoria, avendola per forza presa. Dipoi volt le
vittoriose arme contro Teodosia citt, adesso detta Caffa, colonia de' Genoesi,
posta nella isola Taurica, e questa con tutta l'isola fece sua, avendo fatto
tagliar il capo a due principi del castello Mankup, come si diceva ultime
reliquie della stirpe gottica, e ridotto sotto il suo imperio Mentligeri,
imperator de' Tartari, nella predetta isola Taurica. Diede il guasto alla
Moldavia e alla Valacchia; per sedici anni continui fece guerra contra
Viniziani.
Contrast con continua guerra contro Ussuncassano, re della Persia, essendo
spesse volte perditore e alcune volte vincitore. Mor il primo d di maggio del
millequattrocentoottantauno e fu seppellito in Costantinopoli, essendo dai
Turchi alzato all'imperio paterno Baiazete suo figliuolo. Perch Zizimo, suo
fratello minore, sdegnato ricorrendo al soldano dell'Egitto ebbe aiuto d'uno
esercito, col quale infelicemente combatt contra il fratello Baiazete.
Vedendosi sconfitto, drizz la fuga in Rodi, dove dal gran mastro dell'ordine
di Rodi fatto prigione, fu mandato in Francia, poi dato in mano d'Alessandro
sesto pontefice. Finalmente Carlo, re di Francia, che andava per sottomettere
la Puglia, per via di contratto lo ebbe dal papa, dove egli  in dubbio se per
stracchezza del viaggio overo essendo attossicato morisse. Pigli per forza
Baiazete, nono re de' Turchi, Kilia e Castello Bianco nella Moldavia. Nel
dominio dei signori viniziani per forza e con assedio espugn Modone citt;
spesse volte contro il Sofi, re della Persia, combatt, e ne rest inferiore
quasi sempre. Questo essendo ormai vecchio, il figliuolo suo Selim Zabeg, il
quale dai nostri vien detto Selimbeg, l'imperio pigli, e Baiazete, condotto l
dove era stato da picciolo nutrito, in breve mor.
Il decimo re de' Turchi, Selimbeg, che ora regna, preso l'imperio, in prima i
suoi fratelli amazz, dipoi minaccioso contra i cristiani, specialmente contra
l'Ungheria, si dispose mover guerra. Ma Dio onnipotente nel suo profondo
giudicio suscit contro questo il Sofi, re della Persia, che in alcune
battaglie contra quello fu vincitore. Si vede ultimamente l'imperial citt
costantinopolitana esser fatta continua sedia de tre imperatori turchi, la qual
fu nominata la seconda Roma, talmente che dai circonvicini, e specialmente dai
Schiavoni, non Bisanzio n Costantinopoli, ma Czaronvo Dom, cio casa di
Cesare, vien detta.  Costantinopoli di sito e di forma triangulare, con dui
fianchi guarda il mare e con il terzo le campagne; circonda diciotto miglia
italiani; non ha troppo gran palazzi, se non alcune stufe e certe scole di
filosofi, nuovamente con grande magnificenza edificate. E il tempio di Santa
Sofia, cio della sapienza divina, gi sontuosamente e con grande spesa lungo
tempo adietro edificato, da Macometto secondo imperatore de' Turchi in parte
ruinato, fu ridotto a essere stalla di bestie.


Della famiglia de' Tartari ullani, overo precopensi.
Cap. 2.

 derivata un'altra geneologia, overo generazione de' Tartari ullani, dai
Tartari zavolensi, da Ullano, assalitore della isola Taurica. Ulan si  una
donzella vergine, e perch Ullano fu generato da una donzella senza legittimo
marito fu chiamato cos, e ai suoi posteri nella Taurica Chersonneso diede il
nome. Egli  in uso presso i macomettani che le vergini e donzelle senza uomo
impregnano e partoriscono, e ci non  gran miracolo, perch questo presso loro
spesso interviene.  la Tauricana posta nella palude Meotide, di lunghezza di
ventiquattro miglia, di larghezza quindici; ha tre citt, Solat, Kirkel e
Caffa, e due castelli, Mankup e Azovo. Solat  chiamato da' Tartari Chrim, e
per questo chiamano l'imperator cremense Cesare prekopense. L'altra minor citt
 Kirkel, e sopra di quella vi  un ciglio alto, nel quale  una rocca fatta di
legnami e zolle di terra. Sopra questo ciglio, come si dice, stanziava un
dragone che divorava gli uomini e i bestiami; perch gli abitatori, avendo
abandonato i vicini luoghi, fuggirono. Abitavano in quel tempo nella isola
Italiani e Greci, uomini cristiani, i quali pregarono la beata e gloriosa Madre
d'Iddio che gli volesse liberar da questo pericolo del dragone. Videro adunque
in processo di tempo una candela accesa sopra quel ciglio, perch tagliarono il
sasso e fecero in quello una scala da poter salire; per la quale ascendendo
alla candela ardente, videro l'imagine della gloriosa nostra Signora, nel
cospetto della quale ardeva il lume, e il dragone sotto che giaceva rotto per
traverso. Resero adunque grazie di cos miracolosa liberazione, avendo gettato
fuori il dragone tagliato in pezzi. E perch gli abitatori, glorificando la
beata Vergine, ascendevano a onorar la sua imagine, Accigeri, Cesare
prekopense, facendo guerra contra i suoi fratelli, dall'esempio di questi
tirato supplic alla beata Vergine che lo volesse aiutare, facendo voto che
l'averia remunerata. E certamente i macomettani onorano la Vergine Maria,
testificando quella senza copula virile aver concetto e partorito il grande
profeta Gies. Ora questo re, avendo superato i suoi emuli, vend i due
migliori cavalli che egli avesse, del prezzo de' quali comper due grandissimi
ceri, comandando che quelli avanti l'imagine detta ogni anno ardessero; il che
per li posteri fin a questo giorno  stato continuato.
La terza  la citt Teodosia, ora detta Caffa, la quale essendo sottoposta a'
Genovesi, il secondo Macometto, imperator de' Turchi, la soggiog. Il castello
Mankup, il quale  dalla parte occidentale a Caffa, dal predetto Macometto per
forza fu preso: due fratelli principi in quello, ultime reliquie della stirpe
gottica, fece morire. Fortific Azovo, posto alle foci del fiume Tanai, il qual
 mantenuto fin ora da' Turchi. Ma i Tartari ulanensi (s come  lor proprio
costume) entrati nella isola stanziarono nelle campagne, e oltra quelle ancora
fuori della isoletta occuparono le pianure della Sarmazia europea presso le
paludi Meotide e circa il mare Maggiore fino a Bialigrod. Fecero questi una
entrata nella isola verso l'occidente con un terraglio di terra di lunghezza
d'uno miglio, a modo d'un ponte; non per di perfetta opera, ma cos alla
grossa, talmente che le acque del mare in alcuni luoghi sopravanzano. L'isola,
anticamente Tavica, ora vien detta Prenkop, che vol dir fossato, percioch le
acque la circondano e difendono la citt come fossati pieni di acqua. Ma questo
basti circa ci: vediamo ora la genealogia.
Dopo Ullano regn nella Taurica Thactame czar, il qual insieme con Vitoldo,
duca della Lituania, contra il suo fratello Temirkutlu czar, imperator
zavolense, guerreggi e fu superato. Thactamet czar ebbe un figliuolo, per nome
Szidachmeth czar, che volse regnar dopo lui; ma Aczikerei czar lo scacci e
fecesi egli re. Szidachmeth, scacciato, pensando trovar aiuto and nella
Lituania, dove essendo fatto prigione con la moglie e figlioli miserabilmente
mor. Ne' giorni di Kazimiro terzo re della Polonia e granduca della Lituania,
morto che fu Aczikerei czar, lasci sette figliuoli, il pi vecchio de' quali,
detto Haider, ottenne l'imperio. Ma Mentligeri, uno de' predetti figliuoli,
ebbe rifugio al gran Turco, dove avendo ricevuto aiuto e moglie ancora, cacci
in rovina Haider e Iamurco con gli altri fratelli. Costoro a Giovanni Basilio,
duca della Moscovia, ebbero ricorso, il quale li ricev e don loro il ducato
rosanense. Di Mentligeri czar nacquero nove figliuoli: il primo, Mahumet Kerei;
l'altro, Achmet Kerei; il terzo, Mahemut Kerei; il quarto, Bethi Kerei, il qual
s'anneg mentre volea condur un bottino per un fiume nella Valacchia, l'anno
del Signore MDX; il quinto, Burna Kerei; il sesto, Mubarok Kerei; il settimo,
Sadech Kerei. I nomi dell'ottavo e del nono mi sono usciti della memoria.
Adesso in luogo del padre regna Machmet Kerei czar.  ancora da sapere che
quantunque i Tartari precopensi siano sottoposti a pi piacevol aria, come 
sotto il sesto clima sotto il quale abitano, dovrebbono essere pi civili e
mansueti: nondimeno non hanno mai potuto lasciar la loro antica e lupina
rapacit, mischiata con bestiale e fiera crudelt, s come quelli che quasi
bestie abitano campagne e selve, e non citt n ville. Questi sono che ogni
anno assaltano e danno il guasto e spogliano la Russia, Lituania, Valacchia e
la Polonia, e alcune volte ancora la Moscovia.


De' Tartari rosanensi e Tartari noihaiensi.
Cap. 3.

La terza orda de' Tartari  chiamata rosanense dal castello Rosano, posto ai
confini della Moscovia sopra al fiume Volga, dove stanziano. Sono discesi dalla
principale orda de' Tartari, cio dai Tartari zavolensi, come ancora tutti gli
altri. Questa orda rosanense mette in campo quasi dodicimila combattenti, e tal
volta pi, con gli aiuti de altri Tartari, fin a trentamila. I principi, le
facende e la genealogia di questi non si descrive, perch sono tributarii al
duca della Moscovia, dal quale depende l'arbitrio della vita e morte di quelli,
e ancora del guerreggiar e constituir sopra di loro capitani: e perci quello
che si dir del principe moscovitico si potria accommodar ancora a questi. La
quarta orda, ultima e nuova dai Tartari zavolensi derivata,  detta degli
Occassi, overo Tartari noihaiensi, perch dopo che Occasso, segnalato servitore
e soldato del gran Cham, il qual avea trenta figliuoli, fu morto, i detti
figliuoli si partirono dalla principale orda zavolense e cominciarono ad
abitare presso al castello Sarai, settanta anni avanti a questo millesimo, qual
 del MDXVII, o poco manco; dove tosto crebbero in una innumerabile quantit,
in tanto che a questo tempo la loro orda si  grandissima. Questi sono pi
sottoposti al settentrione e pi freddi che gli altri Tartari; confinano con la
Moscovia dalla parte orientale, e spesso la assaltano e spogliano.
Signoreggiano tra questi i figliuoli e nepoti d'Occasso. Non hanno n danari n
moneta, ma col barattare comprano e vendono le lor cose.


Il secondo libro di Matteo di Micheovo, dottor fisico e canonico cracoviense,
delle due Sarmazie, diviso in due trattati.



Della Russia, del suo distretto, della abondanza e di quello che si contiene in
quella.
Cap. 1.

Dopo che abbiamo detto della Sarmazia asiatica, la qual si dimanda Scizia overo
Tartaria, ci resta a dir della Sarmazia europea; nella quale prima ci occorre
dir della Russia, gi detta Rossolania, un lato della quale s'accosta al fiume
Tanai e alle paludi Meotide, le quali dividono l'Asia dalla Europa. Negli
antichi tempi, gli Allani abitarono al fiume Tanai; dipoi appresso di quelli
verso il mezod erano i Rossolani. Queste nazioni in tutto spente si sono
annullate: e veggonsi le spaciosissime campagne dagli abitatori deserte, nelle
quali solo le fiere e gli assassini Rosacci, come di sopra s' detto, le
passeggiano. Oltra questi, verso il mezod, vi restano le reliquie de'
Circassi, i quali sono gente bellicosissima e fierissima, di generazione e
lingua rutena. Dipoi vi  il castello Oczarkovo, che fu fondato dall'imperator
de' Tartari precopensi nel dominio della Lituania; oltra il qual Oczarkovo,
verso il mezod, seguita Dzassovo castello, il qual a' nostri tempi  stato
ruinato. Da Dzassovo in Byaligrot, il qual fu occupato da' Turchi, sono sei
miglia. Seguita la Podolia verso occidente; la Moldavia e Valacchia dalla banda
meridionale; dalla orientale, con le campagne de' Tartari  l'isola Taurica.
Questo  uno paese fertilissimo, di grano e miele abondantissimo; e che ci sia
il vero, poco che sia lavorato il terreno, senza alcuna arte cos alla grossa,
e seminatogli sopra il grano, per tre anni continui vi nasce il formento, se
per quando si miete si lasciano cascar in terra alcuni grani che siano semenza
per l'anno seguente: e questo lo dico quanto a che nasce per tre anni senza
coltivar n arar il terreno. Produce cos presto e abondantemente gli erbaggi
ne' pascoli che, se vien messa in un prato una pertica, in tre giorni vien
dall'erba coperta; e l'aratro a caso dimenticato in qualche luogo erboso per
qualche giorno, l'erba lo copre s che non si sa trovare. Gli sciami delle
pecchie non solo ne' luoghi appropriati, ma ancora nelle ripe e nella terra
spesso si ritrovano. Avviene spesse volte che arrivano nove pecchie, e cercando
esterminar e discacciar quelle che sono nelle cassette, i contadini difendendo
le loro domestiche le amazzano sommergendole nelle acque, accioch quelle che
erano prima in casa vi stiano anco per l'avvenire.
Oltra quelli, presso i monti Sarmatici, abita la gente rutena, alla quale
signoreggiano i nobili della Polonia nella Kolomia, in Zidacono, in Striatin,
in Roatin e in Busko. Sotto i detti monti vi  il contado alliciense (gi detto
Gallizia) e premisliense; ne' monti Sarmatici il contado sanocense. Andando in
mezo la Russia, vi  il paese levpoliense e una citt dell'istesso nome assai
forte con due castelli, quello di sopra e quello di sotto; ed  la
metropolitana della Russia. Verso il settentrione vi  il distretto chelmense e
belzenense, e il paese che sta di mezo a questi. Chiudesi la Russia al mezod
da' monti Sarmatici e fiume Tira, dagli abitatori detto Nyesto; dalla parte
orientale dal fiume Tanai e dalla palude Meotide e dall'isola Taurica; dal
settentrione vi sta la Lituania, la quale dalla parte di ponente termina con la
Polonia. Dalla Moscovia viene il Boristene, dai paesani chiamato Dinepr, famoso
fiume, e scorre per la Lituania e Russia, e passa sotto Smolensco e Chiovo; nel
quale di verso l'occidente, circa il castello Chmyelnik, Buoh non picciol fiume
entra; ma il Boristene, avendo scorso trecento miglia germanici, mette nel mare
Maggiore. Nel paese della Russia, se bene ella  fertile e abondante di miele e
di medone, bevanda fatta di miele, vi si conduce nondimeno il vino della
Ungheria, della Moldavia e della Valacchia, con le quali confina; e del vino
greco della Grecia, quale  molto gagliardo, e della cervogia ne ha quanta ne
vole.  fertile di cavalli, di buoi e di pecore; ha gran quantit di cera;
abonda similmente di pelli di martori, di simie, di volpi e di buoi. 
abondante di fiumi, da' quali vien bagnata, e d'acque da pescare, talmente che,
dovunque si ritrova acqua, quivi ancora si ritrovano pesci. Non si portano
pesci nelle peschiere de' Rossi, ma, come  adunata l'acqua, subito (come si
dice) vi cascano i pesci dalla rugiada celeste, senza cura o fastidio umano. E
sono nel contado levpoliense lucci grandi e lodevoli, i quali si dividono in
pezzi come piastre di ferro. Abonda la Russia verso il Tanai e la palude
Meotide di calamo aromatico; ancora in quelli istessi luoghi  il rapontico, e
pi erbe e radici in altri luoghi non pi vedute.  copiosa tutta la Russia di
alcuni grani per li tintori che in gran quantit ivi crescono, i quali essendo
ne' passati tempi a Genova e Fiorenza, citt della Italia, portati, ora a pena
se ne raccoglie qualcuno, dove quasi annullati e non raccolti vanno in niente.
Nel distretto chelmense i rami del pino albero, tagliati e lasciati in terra,
in uno overo in due anni si convertono in sassi e pietre dure; e ancora la
terra bianca che a noi vien portata. Vi  ancora il sale, che si raccoglie nel
lago Kaczibeio ne' tempi del gran secco; e perch egli  presso al castello
Oczarkovo de' Tartari, i conduttieri del sale spesse volte sono intercetti e
fatti prigioni, alcuna volta con dugento e trecento carra di sale. Si ripone
ancora il sal cotto e fatto in pezzetti grandi e piccioli nel paese premiliense
e drohobiense.
Nella Russia sono assai sette. Vi  la religione cristiana soggetta alla santa
Chiesa romana; e quella si  la migliore, come che sia poca per numero. Havvi
un'altra setta de' Rossi maggiore, che tien le cerimonie greche e occupa tutta
la Russia. Vi  un'altra setta de' Giudei, non usurai, come sono nelle contrade
de' nostri cristiani, ma lavoratori, agricultori e mercanti grandi, i quali per
la maggior parte soprastano ai dazii e gabelle publiche. Vi  la quarta setta
degli Armeni, specialmente nella citt kamyenyecense e levpoliense: questi sono
mercanti accortissimi, che negoziano a Caffa, a Costantinopoli, in Alessandria,
al Cairo e fino nella India, d'onde portano assai mercanzie. Usano i Rossi i
paramenti e ufficii ancora delle chiese simili a quelli de' Greci; hanno il
proprio idioma e l'alfabeto quasi simile e vicino al greco. Gli Ebrei
similmente usano lettere e arti simili agli altri Ebrei; studiano ancora nelle
arti liberali, come  l'astronomia e la medicina. Gli Armeni godono i lor modi,
costumi e lettere. Fra i santi onorano pi santo Tadeo apostolo, testificando
quello essere stato che gli ha convertiti alla fede cristiana; oltra questo
ancora onorano santo Bartolomeo apostolo, dal quale, come dicono, hanno
ricevuti molti articoli della fede. Hanno assai magnifici e belli paramenti da
chiese, pianete e ornamenti non fessi, ma tondi da ogni parte, libri, callici e
altri paramenti ecclesiastici, belli e splendidi, secondo il modo antico.
Quanto a' vescovi e presidenti cristiani, il maggiore  l'arcivescovo
levpoliense, metropolitano dei Rossi lituani, che ha sotto la sua signoria il
kiovense e 'l kamieniecense, premisliense, chelmense, e 'l luceriense e
medvicense vescovi. Il metropolitano de' Rossi  il vescovo della Chiovia, il
quale fu per il passato capo della Russia. Ha soggetti gli arcivescovi e i
vescovi delle cerimonie greche, nella Moldavia e Valacchia fin al fiume del
Danubio; uno nella Russia, il quale  ancora egli detto chelmense; un altro nel
dominio de' Lituani, il valdimiriense overo bristense; il terzo de' Pinski,
overo Moroviski; il quarto polovoschense; il quinto lucenense; e il sesto
smolense, e altri vescovi e abbati nelle terre dei Moscoviti sparsi verso il
settentrione. Isidoro, di cerimonie, costumi e fede greco, vescovo
metropolitano chiovense, peritissimo nella sua dottrina, al tempo di Eugenio
papa quarto venne accompagnato con cento uomini a cavallo al concilio
fiorentino. E avendo ricevuta la unione della santa romana Chiesa, era
ritornato nella Russia, e perch predicava la unione con la romana Chiesa, i
Moscoviti lo spogliarono, sforzaronlo a morir d'una morte molto ignominiosa.
Seguono i Rossi i dottori e teologi greci, e specialmente il grande Basilio,
Gregorio Nazianzeno e Giovanni Crisostomo; adimandano Gregorio Nazianzeno in
lor linguaggio bogossovo, il che vol dire lodatore di Iddio. Accettano ancora
il nostro s. Gregorio papa romano, specialmente ne' libri de' suoi Morali, i
quali tradotti nella lor lingua gli chiamano Biessednik, che tanto vol dire
come predicatore, overo persuasore. Nelle chiese de' Rossi si usa la lingua
schiavona, con la quale leggono, celebrano e cantano i divini officii; in
quelle degli Armeni, in lingua armena; nelle sinagoghe degli Ebrei usano il
parlar ebreo; quelli poi che osservano le ceremonie romane cantano, celebrano e
leggono secondo che fanno i Latini.
Si ha ancora da sapere che ne' fiumi della Russia e della Lituania,
specialmente nel Boristene e Buoh, nel tempo della state multiplicano le
efimere, che sono vermi che volano, alcuni con quattro, alcuni con sei ali; i
quali, essendo generati la mattina, volano sopra le acque e corrono sopra le
ripe circa il mezod, e nel tramontar del sole muoiono. Di questi parla
Aristotele nel primo della Istoria degli animali e nei suoi Problemi; e i
medici, quando fanno menzione della febre efimera.


Della Lituania e Samogizia.
Cap. 2.

Il granducato della Lituania  una regione larghissima e spaziosa; in quella
signoreggiano assai duchi della Lituania e della Russia, ma uno solo si  sopra
tutti monarca, al quale tutti gli altri ubidiscono, chiamato il granduca della
Lituania. Dicono alcuni antichi investigatori delle antichit che certi
Italiani, per le discordie romane avendo abandonata la Italia, entrarono nel
paese lituanico e diedero il nome della patria alla regione, cio Italia, e
alla gente Itali: la quale da' pastori, corrotto il vocabolo, Littalia, e la
gente Littali, cominci a esser dimandata. I Rossi e i Polacchi lor vicini,
maggiormente corrompendo il nome, la nominarono come si fa fin nel presente
giorno Lituania, e la gente Lituani. Questi prima edificarono la citt Vilno,
qual ha la elevazion del polo di cinquantasette gradi, e dal nome di Villio,
con il qual capitano erano entrati in quelli paesi, la dimandarono Vilno. Ai
fiumi ancora, i quali scorrono presso quello, il nome dello istesso capitano
diedero, cio Vilia e Vilna. La Samogizia ancora cos nominarono, che nel lor
linguaggio tanto vol dire come terra inferiore, cio pi bassa. Alcuni ancora
hanno detto che la Lituania fu cos detta per il littuo, che  la tromba overo
corno dei cacciatori, percioch quella regione assai si esercita nelle caccie;
il che all'effetto, non alla origine della istoria, pi tosto si aspetta.
Questa gente lituanica ne' passati tempi fu tenuta tanto oscura e vile presso i
Rossi, che i principi chioviensi non riscotevano da quelli in luogo di tributo
se non pelli da far brache e soveri, per la povert e sterilit del paese; e
anco le dette cose le toglievano per dimostrar che erano loro soggetti, e
questo fin che Vitenen, capitano lituano, indusse i Lituani a ribellarsi contra
i Rossi. Dove avendosi fatto capitano e duca fra i suoi popolari, con astuzia
combatt contra i principi della Russia, e cos pian piano crebbe tanto di
forze che, avendo messo il giogo ai signori rossi, quelli medesimi tributi che
egli per assai tempo loro aveva pagato, i detti Rossi a lui erano sforzati di
pagare. E cos quelli che seguitarono il duca Vitenen con lupine rubarie e
improvise correrie assaltavano e spogliavano le vicine nazioni della Rossia,
Prussia, Mazovia e Polonia; fin che i frati crocicchieri dell'ordine teutonico
di Santa Maria, da Conrado, duca della Mazovia, chiamati e tolti in aiuto,
avendo per forza e con le arme acquistata la Prusia cominciarono a domar la
Samagizia e la Lituania, col far prigioni, debellar luoghi e opprimergli, fin a
tanto che la signoria pervenne successivamente a Olgedro Keystut, duca della
Lituania.
Fu Olgedro granduca della Lituania, e 'l figliuolo suo fu Iagellone; il qual,
essendo poi battizato e detto Vladislao, fu coronato re della Polonia. Ma il
fratello suo fu Keystut, grande oppugnatore e persecutore de' cristiani, il
quale nel combatter che fece contra i crocicchieri tedeschi nella Prusia tre
volte fu fatto prigione, e tre volte con astuzia e mirabile occasione contro la
volont de' Tedeschi fu liberato, scampando dalla prigione. Ebbe un figliuolo
questo Keystut, per nome Vitoldo, che fu principe pieno d'una innata bont. Ma
Iagellone, il qual fu poi Vladislao, sotto la fida della pace facendo prigione
Keystut e 'l suo figliuolo Vitoldo, fece morire Keystut incarcerato, ma Vitoldo
lasci nella prigion legato. Finalmente Iagellone, da' crocicchieri ed eserciti
de' cristiani spesse volte urtato, per misericordia divina s'accost a' Poloni,
dove avendo ricevuta la fede cristiana insieme con otto fratelli che avea, fu
coronato re della Polonia. Tolse Hedvige, figliuola di Lodovico, re della
Ungheria e della Polonia, per sua consorte, nell'anno di nostro Signore
milletrecentoottantasei, in gioved a' XIIII del mese di febraio, che fu il
giorno di santo Valentino.
Cominci il predetto re Vladislao a instare e metter l'animo secondo le sue
promesse, accioch cavasse la nazione lituanica dalle tenebre dell'errore
idolatrico, avendo con lui insieme Bodzanta, arcivescovo gneznense, e assai
altri uomini ecclesiastici e religiosi, e ancora la reina Hedvige e i duchi
Semovito e Giovanni mazoviesi, e Conrado ancora, olesnicense duca, con altri
assai baroni. Nell'anno milletrecentoottantasette, entr nella Lituania e
cominci a procurar che i Littuani pigliassero l'acqua del battesmo. Adoravano
nel principio i Lituani per dei il fuoco, le selve, gli aspidi e i serpenti. Il
fuoco, il qual nella lor lingua vien detto zinez, per man del lor sacerdote che
gli ministrava le legne era abbruciato. Pensavano ancora che le selve e i
boschi fossero sacrosanti abitacoli degli dei; ma gli aspidi e i serpenti in
ciascuna casa, come dei penati, da loro erano nutricati e adorati. Il re
Vladislao dunque, entrato che fu nella citt vilnense, quello che essi
pensavano che fosse il sacrato fuoco in presenza loro volse che fosse spento;
il tempio e l'altare ne' quali sacrificavano le bestie fece ruinare; le selve e
i boschi comand che fossero tagliati e dissipati, e i serpenti e gli aspidi
fossero morti, stando i barbari che questo vedevano in pianti e lagrime per
l'esterminio de' lor falsi dei. Ma non ardivano di dir pure una parola contra
il re, bench si maravigliano che i violatori del fuoco, delle selve e de'
serpenti non fossero puniti da' lor dei, come interveniva loro ogni volta che
gli tentavano overo simili cose facevano.
Essendosi dunque esterminati gli idoli, il popolo lituanico spese qualche
giorno per imparar gli articoli della santa fede nostra e la orazione
dominicale, per mezo de' sacerdoti poloni; ma meglio era insegnata loro per via
del re Vladislao, che intendeva il lor linguaggio; e ogni d gran moltitudine
di quelli si battezava. Dove la liberalit del re pietoso fu di gran giovamento
a quelli, perch a tutti un per uno del popolo che si venivano a battezare
donava una nuova veste di panno di lana, che a bello studio avea recate dalla
Polonia, accioch quella nazione grossa e vestita ancora alla grossa, contenta
fin a quel giorno di panni lini, divulgandosi la fama di quella liberalit, per
conseguir quella veste di lana da ogni banda concorresse al battesimo: il che
succedeva secondo il desiderio. E perch egli era una fatica troppo grande
battezar un per uno come venivano, cos commandando il re, la moltitudine si
separava in molte compagnie lunghe, a ciascuna delle quali era sufficientemente
data l'acqua benedetta. Alla prima compagnia era posto nome Pietro, alla
seconda Paolo e alla terza Giovanni, e cos di mano in mano. Alle femine,
similmente divise in compagnie, era posto il nome di Catarina, Margarita e
altri nomi secondo la quantit delle compagnie. Agli uomini poi segnalati nella
guerra si dava il battesimo col modo consueto.
Fond il re nella citt di Vilna la chiesa catedrale sotto il titolo di Santo
Stanislao, patrone e difensor della Polonia, mettendo l'altare maggiore in quel
luogo dove custodivano il fuoco, che quelli credevano dover durar in perpetuo,
accioch l'error di quelle genti fosse pi manifesto a tutti. Cre ancora in
quella chiesa vescovo un uomo di provata virt, Andrea Vazilone, di nazione
polona e di sangue nobile di casa sparaviera, per professione frate minore, gi
confessore di Elisabetta, reina d'Ungheria, predicatore segnalato e vescovo
ceretense. La Samagizia ancora, a instanza del sudetto re Vladislao, si
battez, avendo ricevuta la fede cristiana.
E per conoscere la natura di quella gente insieme con quella della provincia, 
da sapere che la Samagizia  settentrionale e fredda, che confina con la
Lituania, Livonia e Prusia, da selve, colline e fiumi circondata, distinta in
questi contadi, cio: Iragola, Myedniki, Chrosse, Rosena, Viduki, Vielunia,
Kelthini, Czetra. Le brigate della provincia sono d'alta e formata statura,
villani e senza costumi, di poco e cattivo cibo, usi a cacciar la sete con
l'acqua, rare volte con la cervogia over col medone; d'oro, d'argento, di rame,
di ferro e di vino in quel tempo erano al tutto ignoranti; a' quali era ancor
lecito che un uomo avesse pi mogli, e morto il padre pigliar per moglie la
matrigna, e morto il fratello pigliar la cognata. Quivi non erano stuffe n
palazzi di nobili, ma soli tugurii, communi a tutti loro, e sono di questa
forma: hanno il corpo disteso e lungo, ma le estremit che si ristringono, di
legno e di cannuccie; consiste la struttura d'essi larga a basso, ma cos pian
piano si va ristringendo fin alla sommit. Ma per far pi chiara la lor forma,
ella  di statura come una galea grossa riversata; in cima ha sola una finestra
che di sopra gli rende il lume, sotto della quale si fa il fuoco e si cuocono i
lor cibi necessarii e si scaccia il freddo, al quale per la maggior parte
dell'anno quella provincia  sottoposta. Vi stanno sotto i patroni, le mogli, i
figliuoli, i servitori, le serve, il bestiame grosso e minuto, il grano e tutta
la masarizia della casa.
La gente  dedita agli augurii e indovinazioni. Il principale dio de' Samagiti
era il fuoco, il qual pensavano che fosse sacrosanto e perpetuo. E questo,
posto sopra al giogo d'un monte altissimo, a canto al fiume Neviasza, dal
sacerdote a ci sacrato con il continuo mettervi legne era nodrito; al quale
andando Vladislao re abbruci la torre nella quale si serbava, avendo sparso,
dissipato e spento il fuoco. Tagli ancora per mezo de' suoi soldati poloni le
selve e i boschi, i quali, non altrimenti che se dei fossero, erano da loro
reputati sacrosanti, secondo quel detto del poeta: "Abitarono gli dei alora le
selve". E tanta calligine offuscava i lor cuori che tutte le cose le quali
ritrovavano in essi dicevano esser sacrosante, come sono uccelli e animali
salvatichi, e a quelli che violavano il luogo interveniva per arte diabolica
che i piedi o le mani se gli torcevano. Eran adunque tenuti da grandissima
maraviglia questi barbari che alcuno de' soldati poloni non pativano alcune di
quelle sciagure tagliando il bosco, come spesse volte aveano patite essi quando
v'avevano messo il ferro. Avevano oltra di questo nelle predette selve i
focolari, distinti secondo le casate e famiglie, ne' quali abbruciavano i corpi
morti de' loro pi cari e famigliari co' migliori cavalli, selle e vestimenti
ch'avessero. Mettevano ancora intorno a' fuochi sedie fatte di suvero, nelle
quali ponevano certe cose da mangiare di pasta, fatte in foggia di formaggi, e
spargevano il fuoco di medone, ingannati dal creder che le anime di quei corpi
morti che erano stati abbruciati vi dovessero venire a saziarsi di quei cibi.
Oltra di questo, il primo d'ottobre i Samagiti celebravano grandissima festa
ne' detti boschi, dove concorrendo da ogni regione tutto il popolo, cos uomini
come donne, secondo la possibilit ogniuno portava cibi per mangiare e bere;
co' quali avendo per qualche giorno pastegiato a' lor falsi dei, e specialmente
al lor dio Perkuno, cio tonitruo, ciascuno a' suoi fuochi offeriva i
sacrificii.
Vladislao re dunque primieramente il Pater noster, dipoi insegn loro il
Simbolo, perch niuno, da lui in fuora, sapeva il linguaggio samagittico; e fu
quelli che comand che fossero battezati. Ora, uno de' principali Samagiti a
nome di tutti disse: "Dipoi che, o serenissimo re, gli dei nostri come languidi
e poltroni dal Dio de' Poloni sono stati spenti, al tuo Iddio e a quello de'
Poloni similmente, che  pi gagliardo, lasciando i nostri dei e le lor
cerimonie ci accostiamo, e per ci siamo battezati". Fond il re in Myendiki
una chiesa catedrale, sotto il titolo de' Santi Alessandro, Evenzio e Teodolo;
ma negli altri luoghi edific chiese parocchiali e le dot d'entrata
sufficiente. Il primo vescovo della chiesa myednicense fu Mattia, per origine
alemanno, nondimeno nato nella citt di Vilna; il qual vi fu ancora consecrato,
perch era molto ben perito nella lingua lituanica e samagittica.
Accadde un giorno nella primitiva chiesa di costoro, mentre i Samagiti da
maestro Nicol Vazik, frate dell'ordine de' predicatori e predicatore del re,
per via d'interprete erano instrutti circa la fede, che facendosi menzione
della creazione del mondo o del caso d'Adam, primo uomo, uno Samogito, non
volendo pi sopportare il parlar di colui che predicava, lo interruppe con
queste parole: "Se ne mente questo sacerdote, o re serenissimo, perch dice il
mondo esser creato, conciosiach 'l sia un uomo di non troppo grande et; sono
certo fra di noi pur assai pi vecchi di costui per numero di anni, ch'hanno
passato cento anni di lor vita, i quali non si ricordano d'alcuna creazione, ma
sempre hanno detto il sole, la luna e le stelle con gli istessi moti che fanno
adesso aver reso il loro splendore". Ma il re Vladislao, commandando che egli
dovesse tacere, dichiar che maestro Nicol Vazik non avea detto la creazione
del mondo aver cominciato ne' suoi giorni, ma pur assai inanzi, come quella che
era stata fatta per divina dispensazione pi che seimila anni innanzi.
Confer il re Vladislao il granducato della Lituania e della Samagizia ad
Alessandro Vitoldo, suo cugino da lato di padre. Costui, perch era animoso e
gagliardo nel combattere, a' predetti ducati aggiunse il ducato di Plescovo,
che  la Plescovia; oltra di questo, ancora il ducato novogardiense e il ducato
smolense. E avendo introdotta la pace intorno a' suoi confini, scorse fuori del
suo paese verso l'oriente, dove incontrandosi per aventura in una orda de
Tartari, ne tir con lui una moltitudine e le diede stanza in una certa parte
della Lituania, nella quale fino al presente ancora stanno. Questo duca, avendo
messo insieme un maggiore esercito e pi forte, un'altra volta entr nella
Tartaria, dove avendo passati i fiumi giunse finalmente ad quattordici
d'agosto in una pianura di grandissima larghezza, intorno al fiume Vorskla:
dove ebbe all'incontro l'imperator zavolense Themirkutlu, dimandato dagli
scrittori Tamerlano, con una infinita quantit e innumerabile esercito de
Tartari. Fra questi da una parte e l'altra erano fatte menzioni della tregua e
pace ancora, ma i Tartari non volsero mai intendere cosa alcuna circa la
concordia. Vitoldo adunque, persuaso da' suoi, con la guardia della propria
persona ritorn indietro nella Lituania come fuggitivo, lasciando il suo
esercito dall'innumerabile moltitudine de' Tartari oppresso e in tutto spento.
Oltra di questo Sigismondo, re de' Romani, volendo metter discordie fra il re
Vladislao e Vitoldo suo fratello, promise la corona a Vitoldo, dandogli ad
intender che lo voleva fare re della Lituania; ma mentre la corona gli era
portata, passando per luoghi pi sicuri, cio per la Marchia e Prusia, i nobili
della maggior Polonia se gli opposero, e framettendosi con gli spioni
aspettavano gli ambasciatori del re de' Romani nel luoco che si domanda
Turragora. Vitoldo, fatto di ci avisato, essendogli nato nelle spalle un
carbone per malenconia fin la vita sua insieme col principato, nell'anno
millequattrocento e trenta.
Dopo la morte di Vitoldo, Vladislao Iagellone, re di Polonia, invest col suo
anello Svoitrigello, suo fratello, nel ducato della Lituania; il quale, ingrato
del beneficio ricevuto, contra del re Vladislao Iagellone fece tumulto e
guerra, perch Vladislao comand a Starodup che volesse levare il ducato della
Lituania a Svoitrigello. Apparve adunque una cometa picciola sopra quel ducato,
quando il capitano Sigismondo di Starodup cacci Svoitrigello ed entr in
possesso del granducato della Lituania. Questo duca fu dipoi da Giovanni, duca
czartoriense, di generazione e setta ruteno, passati alquanti giorni morto in
questo modo. Aveva questo Sigismondo una orsa, che usava entrar nel suo
padiglione; il che considerando, i Rossi, secondo la consuetudine dell'orsa,
raspando movevano l'uscio della sua camera. Sigismondo, pensando che fosse
l'orsa, aperse la porta, nella quale entrati i Rossi con pur assai ferite lo
fecero morire. Enea de' Piccoluomini, il qual fu poi papa Pio, riferisce che
questi non fu Sigismondo, ma Vitoldo di sopra scritto il qual fu da' suoi per
via dell'orsa ingannato; ma egli ha creduto a persone ignoranti della istoria e
ha scritto la bugia, s come ancora indutto da simile errore, assai cose de'
Poloni e de' Lituani finte ha scritto. Dove i seguenti istoriografi, seguitando
lui che ha fallato, errano nel descriver i luoghi e i costumi di quelle non mai
vedute nazioni, altrimente di quello che sono state per il passato e sono ora,
conciosiach la esperienza delle passate e presenti riprenda quelli che
scrivono le cose altramente che non sono.
Successe al duca Sigismondo di Starodup Kazimiro, terzogenito di Vladislao
Iagellone, nel granducato della Lituania, governandolo quasi per cinquanta
anni. Sotto gli ultimi e quasi estremi anni di questo, Giovanni, duca della
Moscovia, smembr per forza e s'appropri il ducato novogrodiense, gi detto
Nugardia overo nugardiense. Dopo Kazimiro nella Lituania signoreggi
Alessandro, suo figliuolo quartogenito; ne' tempi del quale il prefato
Giovanni, duca della Moscovia, gli rub il principato mozaisense, di lunghezza
di settanta miglia e d'altretanta larghezza, e quaranta castelli. Alessandro
poi che fu morto, il presente Sigismondo granduca della Lituania fu posto, nel
dominio del quale Basilio, duca della Moscovia, combatt il principato di
Plescovo, chiamato Plescovia e il ducato smolense; e fin ora lo possiede.


Della grandezza del grande ducato della Lituania e delle cose che si contengono
in quello.
Cap. 3.

La grandezza del granducato della Lituania  tale. Dal mare Balteo, overo
Prutenico, a Vilna, citt principale, sono sessanta miglia; ma da Riga a Vilna
ve ne sono settanta. Quelli che torcono la via sopra Polozko, come la maggior
parte fa, faranno da Riga a Vilna cento miglia. Da Vilna a Kiovo sono cento
miglia. Da Kiovo fino al confluente dove si congiungono insieme i fiumi Dineper
e Buoh, i quali da' Greci sono dimandati il maggior e minor Boristene, sono
dieci giornate, che fanno settanta miglia. Vi era il castello Dzassovo, il qual
adesso  destrutto, e in quel luogo  il fine del dominio lituanico, non
ostante che prima s'estendeva fino a Bialigrod, che da' Latini vien detto
Castel Bianco: qual fu preso e tenuto fin a ora da' Turchi, intorno al quale
abitano i Tartari per le campagne. Questo  il computo verso il mezod, anzi
per dir maggior verit fra l'oriente e il mezod. Un'altra volta computando per
traverso da Parcovo e i termini della Lituania fino in Vilna sono ottanta
miglia; ma da Cracovia per la istessa via fino in Vilna sono centoventi miglia;
da Vilna in Smolensco cento miglia, da Smolensco in Moskova, citt de'
Moscoviti, cento miglia; e tutti questi sono grandi miglia d'Alemagna.
La prima e principal citt nella Lituania si  Vilna, ed  di tanta quantit
come  Cracovia insieme con Cazimiria, Clepardia e tutti i borghi. Ma le case
non toccano una l'altra, come s'usa nelle nostre citt, ma per la maggior parte
vi intramezano orti e giardini. Ha Vilna due castelli di muro, uno nel monte di
sopra e l'altro al basso. Novigrod, che i Latini domandano Nugardia, overo
Novogardia, fu nel dominio lituanico acquistato con l'armi dal duca Vitoldo. 
Novigrod di grandezza poco maggior di Roma, ma Novigrod ha gli edificii di
legno e Roma di muro.  distante Novigrod dal mare Balteo quasi tre miglia.
Furono e sono in quella ricchissimi mercanti, talmente che presso il luogo dove
separatamente mangiano tutti i mercanti un per uno vi  il cranez, cio il
salvarobba, fatto in volta, dove l'oro, l'argento e l'altre cose preziose si
gettano senza numero. Perch Giovanni, principe moscovita, nell'anno di nostro
Signore millequattrocentosettantanuove, robbando Novigrod dalle mani di
Kazimiro, granduca della Lituania, saccheggi questi tesori novigrodiensi
menando trecento carri, pieni quanto potevano capire, solamente d'oro,
d'argento e di gioie con lui nella Moscovia. E perch in Novigrod era cresciuta
una mala consuetudine degli assassini e ladri, per essere spesse volte trovato
overo spiato qualche reo, si sonava la campana del palazzo dove cento senatori
come giudici sedevano: i quali tutti si lasciavano venir la barba lunga,
secondo la consuetudine di quella patria; dove ancora il popolo di tutta la
citt, udito il suono della campana, da ogni banda concorreva. Talmente che
ogni capo di casa avea due sassi, e i figliuoli similmente; e mentre il reo era
dai senatori condannato, il volgo che era presente lo lapidava, e tutti
confusamente correndo alla casa del condannato, stracciando rubavano i suoi
beni, e il fondo dove era la casa si vendeva, e il denaio che quello si cavava
era consegnato al fisco. Perci Giovanni, predetto duca della Moscovia, entrato
al possesso di Novigrod, in cinque pi famose piazze della citt constitu
cinque bargelli co' loro birri, accioch essi avessero a quietar e vietar che
non si facessero i soliti tumulti, assassinamenti e ruberie.
 in Novigrod un castello detto Deczen, nel quale  la principal chiesa di
Santa Sofia, cio del Salvatore, la qual  coperta di splendide piastre di oro.
Ancora nella istessa Novigrod sono sette monasterii cirkoriense, cio de'
monaci negri della regola di Santo Basilio, e sono distanti l'uno dall'altro
poco manco o pi d'un mezo miglio. Nel primo monasterio della Beata Vergine
Maria sono mille monaci; nell'altro di S. Giorgio settecento; nel terzo
seicento; nel quarto quattrocento, e cos consequentemente negli altri
monasteri. Vi sono ancora assai altre chiese intitolate a santi, ma di Santo
Nicolao solo, il quale  tenuto pi in devozione da quelle genti che tutti gli
altri santi, ve ne sono tante quanti giorni si ritrovano nell'anno.
Ha la elevazione del polo Novigrod di sessantasei gradi. Nella state, circa il
solstizio estivale, dopo il tramontar del sole fin al levar di quello appare
tanto lucido il cielo che gli artefici, sarti, calzolai e altri meccanici,
possono acconciamente cucire e lavorar nelle loro arti senza altro lume.
Oltre la Nogardia verso la tramontana vi  la Svezia e la Filandia, fin
nell'oceano Settentrionale. Poskovo, citt notabile grande e fatta di muri,
minor nondimeno che Novingrod, tocca la Moscovia e la Lituania. Questa  detta
dai Latini Pleskovia; i suoi abitatori sono tutti di lingue e costumi ruteni,
non si radono la barba, non si tosano i capelli; d'abito in tutto rassomigliano
all'alemanno. Ha la citt di Pleskovia trenta castelli fatti di muro, i quali
sono di verso la Livonia, e non sono s buoni castelli n in Lituania n in
Moscovia. Contiene il paese della Plescovia in lunghezza sessanta miglia e in
larghezza quaranta. Basilio, moderno principe moscovita, per patti e tradimenti
de' maggiori della citt si fece signore e possed Plescovia; dove depose la
campana al suono della quale tutta citt concorreva insieme, e opprimeva quelli
da' quali procedeva l'ingiuria. Contra il patto ancora sforzatamente condusse
via il volatica, cio vescovo della citt, e pur assai nobili cittadini di
Mescovia, distribuendogli poi nella citt Moska e altri luoghi della Moscovia.
Dipoi verso l'oriente vi  Polozko, castello e citt grande, che appartiene al
ducato smolense, posseduto dal granduca della Lituania. Seguita questa verso
levante il castello e citt di Smolensco, fortificata con legnami grossi e
fosse profonde. Contiene il suo paese di lunghezza sessanta o settanta miglia
germanici.
Si ha ancora da sapere che il linguaggio lituanico  partito in quattro sorti:
il primo si  de' Iaczvini e di quelli che sono circa al castello Dorhicino,
de' quali ne restano pochi; l'altro de' Lituani e Samagitti; il terzo quello
de' Pruteni; il quarto quello che s'usa in Lothvoa, cio in Livonia, circa il
fiume Dzvina e Riga citt. La lingua de' quali avenga che sia tutta d'una
sorte, nondimeno uno a pieno non intende l'altro, se non qualche uno pratico di
quel paese. Ebbe questo linguaggio quadripartito, nel tempo della idolatria,
uno pontefice maggiore, il qual dimandavano crive, che stava nella citt
Romove, detta cos da Roma, perch questa generazione si gloria d'esser venuta
d'Italia; invero ha alcuni vocabuli italiani nel suo parlare. Di questo crive e
della citt Romove se ne fa menzione nella leggenda di santo Adalberto martire.
Oltra di questo s'ha da sapere che nella Prutenia pochi sono che parlino
prutenico, percioch la lingua polona e alemanna vi sono entrate; cos ancora
in Lothva, cio Livonia, soli alcuni villani servano la nativa, perch vi 
entrata la lingua alemanna. Nella Samagizia poi, che ha di lunghezza cinquanta
miglia, e nella Littuania nelle ville sole si parla lituanico, anche per la
maggior parte al modo de' Poloni. E certo i predicatori predicano in lingua
polonica.
Ancora si debbe sapere che questo linguaggio quadripartito si  tutto
sottoposto alla santa romana Chiesa. Ma nelle circonvicine provincie, come in
Novigrod, in Plescovia, in Polocko, in Smolensco, e verso il mezod fin in
Kiovo, sono tutti ruteni e parlano in linguaggio ruteno overo schiavone.
Osservano le cerimonie de' Greci, che rendono ubidienza al patriarca di
Costantinopoli. Oltra di questo sono nel ducato della Lituania Tartari, circa
la citt di Vilna, i quali hanno i proprii villaggi, lavorano le campagne a
nostra usanza e conducono mercatanzie. Al comando del granduca della Lituania
tutti vanno alla guerra; parlano tartarico e adorano Macometto, perch sono di
setta saracina. Vi sono ancora degli Ebrei, e specialmente nella citt Troki:
questi lavorano e pigliano i dazii e alcuni ufficii, e non vivono di usure. E
questo basti quanto a' linguaggi; veniamo ora a dir de' fiumi.
Dalla parte orientale della Lituania termina il fiume Oskol Iugra, Doniecz,
cio il picciolo Don, cio Tanai. Questi con pure assai altri scorrono nel
Tanai, ancora nel dominio lituanico, oltra il castello Vesnija, il qual dal
presente duca moscovitico Basilio  stato occupato. Nasce il Dinepr, overo
Boristene, in terra piana, fangosa e acque morticce nelle spesse selve e scorre
sotto Smolensco e sotto Kiovo; finalmente, poich ha scorso trecento miglia
germanici, casca nel mar Maggiore. Ancora Vilia, un altro fiume, comincia il
suo fonte trenta miglia dalla parte orientale di Vilna citt, e sotto il
castello di Vilna con un altro fiume detto Vilna (il quale ha il suo principio
due miglia lontani dalla detta citt di Vilna) si meschia, e insieme vanno nel
gran fiume Nieme, che fa il suo viaggio molto tortuoso, sostiene le navi
cariche di mercanzie, e oltra il castello Conono casca nel mar Pruteno. Vi 
Dvozina, gran fiume; ha le sue fonti nella Moscovia e nel dominio della
Lituania, scorre sotto al castello Vitepsk, e dipoi sotto Poloczko; le sue foci
sono presso Riga, citt della Livonia, dove casca nel mare. E sappia, s come
io ho scritto di sopra, che tre gran fiumi presso l'uno all'altro nascono, cio
Dinepr, Dvozina e Volga, in luoghi paludosi, piani e boscherecci, e non da'
monti Iperborei n Rifei n altri monti, che non vi sono.  ben vero che questi
sono stati finti da' Greci s come veramente fossero, come  loro usanza di far
tutte le lor cose gloriose e piene di vanit; dove i seguenti istorici,
cosmografi e poeti, senza averne alcuna sperienza, hanno dette le bugie,
volendo seguitar quelli. Vi  il Dinepr, il qual  il Boristene, che scorre
verso il mezod fin che entra nel mar Maggiore. Dvzina, gran fiume, venendo
fuori della Moscovia incontro al ponente per il dominio lituanico e livonico,
scorrendo presso Riga citt nel mare Balteo entra. Volga, pi grande di tutti
gli altri fiumi, nascendo ancora quello dalla Moscovia, fa il suo viaggio
contro alla tramontana; dipoi voltato verso levante, da lontano circonda il
Tanai; finalmente voltato al mezod, per la Tartaria overo Sarmazia asiatica e
pianissime campagne de' Tartari, spartito in venticinque gran fiumi entra nel
mar Eusino.  distante il Tanai da Volga nella Tartaria per viaggio di sei
settimane.
Sono molti altri fiumi senza numero, grandi e piccioli, e grandi stagni nella
Lituania e Moscovia, che entrano ne' fiumi maggiori, tutti abondantemente
pescarecci; talmente che, dove sono acque, ancora quivi si ritrovano pesci, e
sono pesci pi saporosi e dilettevoli al gusto dei nostri. Non si fanno in quei
paesi peschiere per conservar il pesce, come cosa inutile.
Ancora nella Lituania il pane de' contadini e villani  negrissimo, non
crivellato, di segala overo d'orzo con le semole; il pane de' nobili e signori
 bianchissimo e bello, di purissima farina di grano. Non hanno vino se
d'altronde non vien condutto, come  il vino rinense; ancora se ne conduce
dalle regioni occidentali qualche poco, per il mare Germanico e mar Balteo. Del
medone liquido e spesso, e in diversi modi cotto, molto ve n'abonda, e con
quello si ristorano e imbriacano. Cuocono la cervogia a diversi modi, ed  di
diversi grani, come di frumento, di segala, d'orzo, di vena e di miglio e
d'altri grani, i quali non sono troppo saporosi. Gli uomini vulgari, poi, quasi
sempre bevono acqua. Frutti veramente delicati non nascono in quelli paesi,
come olive e altri frutti dolci, perch la provincia  agghiacciata e fredda.
Hanno bestiami grossi e salvaticine pi che in tutte le altre parti de'
cristiani. I pascoli deserti e boschi sono grandi, alcune volte di dieci, di
quindici e qualche volta di venticinque miglia; a canto ai deserti e selve si
trovano delle ville con gli abitatori. E perch vi sono gran selve, quivi si
ritrovano ancora gran fiere e in grandissima quantit; e si pigliano uri e buoi
salvatichi, i quali in lor linguaggio sono chiamati turhi, e zumbroni, asini e
cavalli salvatici, cervi, camozze, stambucchi, capre, cinghiali, orsi, martori,
simmie e simili altri animali. Oltra di questo gli uccelli vi abondano, e
specialmente i beccafichi, dove ancora che non siano vigne, nondimeno
s'ingrassano e sono mangiati con gran dilettazione.
 nella Lituania e nella Moscovia un animale voracissimo e inutile il qual in
altro paese non si ritrova, nominato rosomaka, d'altezza d'un cane, della
faccia d'un gatto, di corpo e coda come una volpe, di colore negro, e mangia
corpi morti. Questo animale, trovato che ha un corpo morto, tanto ne devora che
si distende e si gonfia come un tamburo: e trovata una strettezza fra due
alberi, vi entra per forza cos a poco a poco, di sorte che vien a calcar
violentemente la pancia con gli intestini, acci che quello che egli ha
mangiato violentemente, con maggior violenza lo digerisca. Ma subito che egli 
estenuato, un'altra volta si mette co' denti attorno al corpo morto; finalmente
fa tante volte questo atto finch ha finito di devorar il morticino. E forse la
natura ha prodotto in quelle regioni un simile animale accioch sia per
riprensione degli uomini che a simil vizio sono sottoposti: perch i gran
ricchi, come hanno cominciato il pasto, overo banchetto, lo riducono dal mezod
fino a mezanotte, continuamente mangiando e bevendo, levandosi da tavola ogni
volta che dalla natura sono necessitati alla digestione per secesso; e un'altra
volta tornano a devorare fin al vomito e perdita de' sentimenti, e che ogni
lucerna pare due, e che non sanno che differenza sia dalle parti da basso a
quelle del capo.  in grande uso quella mala consuetudine nella Lituania e
nella Moscovia, ma pi poi e pi sfacciatamente si costuma in Tartaria. Vi 
un'altra consuetudine ancora ne' paesi della Lituania, Moscovia e Tartaria fin
dalla sua origine, del vender degli uomini. Quelli che sono per natura servi
sono venduti da' loro patroni come bestie, insieme co' fanciulli e le mogli
ancora. Oltra di questo, quelli che sono nati liberi, quando sono poveri
uomini, non avendo da vivere vendono i figliuoli e le figliuole loro, e qualche
volta ancora se stessi, accioch appresso i patroni si saziino di qualche cosa
almeno, come fanno i porci.

Il fine del primo trattato



Della Moscovia.
Cap. 1.

La Moscovia  una regione lunghissima e larghissima, perch da Smolensco fino a
Moskva citt sono cento miglia; da Moskva citt fin a Volochda cento miglia.
Volochda  una provincia e fiume ancora dell'istesso nome, che le passa per
mezo. Da Volochda fin a Usczuga, cento miglia; da Usczuga fin a Viathka, cento
miglia; e queste quattrocento miglia sono della regione e proprio paese
moscovitico. Il parlare per tutto  ruteno, overo schiavone. Oltra di questo,
da Viathka a Permska, cento miglia; d'indi alla terra Vaulchzka, trenta miglia,
e questa confina con la Scizia; e queste provincie sono soggette al duca di
Moscovia, con la giunta di questi paesi che sono sotto alla tramontana, Iurha e
Corela, possedute dal duca di Moscovia, i quali sono nella Scizia. E cos
saranno cinquecento miglia tedesche grandi. Vero  che i Moscoviti non
computano i lor viaggi per miglia come noi, ma per verst:  il verst la quinta
parte d'un miglio tedesco. Annoverano dunque dalla citt Moskva fin a
Volodomira citt diecisette miglia tedeschi, da l a Uszuch cinquecento verst;
ancora da Usczuch a Iurha cinquecento verst.
Nella Moscovia vi sono molti ducati, e prima vi  il ducato della Moscovia,
nella quale si fanno trentamila gentiluomini combattenti; de' contadini,
sessantamila. Vi  il ducato over paese Tvoverczka, dal quale si cavano
quarantamila gentiluomini soldati. In questo ducato la principal citt si
chiama Taverd;  citt grande, cinta di mura di legname, e tutta dentro
edificata di legnami; in quella sono chiese di legno cento e sessanta. Il
castello ancora si  di legno, e sono in quello nuove chiese: la principale si
 di Santo Salvator, e quella sola  murata. Di sotto a questa citt scorre il
grandissimo fiume Volga. Vi  il ducato Chelmski, dal quale si levano settemila
soldati; il ducato Zubczovoski, che fa quattromila soldati; il ducato Klinski,
dal quale duemila soldati vanno fuori in guerra: e questi sono computati con la
regione twerdense. Ancora il ducato kubense contiene per lungo trenta miglia;
il ducato iaroslovicense quaranta miglia di territorio possede; il ducato
szversiense ne ha venti miglia; il ducato szachoense trenta miglia per Flungo.
Questo computo si contien tutto in quelle miglia che si sono dette esser nella
lunghezza della Moscovia. Oltra di questi vi  il ducato rzezense, del quale
escono quindicimila soldati boiaroni, cio nobili; e da questo ducato il
celebratissimo fiume Tanai piglia origine. Havvi ancora il ducato susdalense e
pur assai altri che sono stati ruinati da' Tartari, e stanno disabitati. Evvi
la orda nominata de' Tartari rozanensi, la qual fa trentamila combattenti e sta
in un paese a loro consegnato e soggetto al principe moscovitico, nelle
campagne presso al castello Rozan, il qual  del duca di Moscovia e vien
bagnato dal gran fiume Volga.
Moscova  la citt principale della Moscovia, maggior due volte che non 
Fiorenza, citt di Toscana, overo due volte ancora che non  Praga nella
Boemia; dico Praga che ora sta, e voi l'avete veduta, non quella Praga che un
certo novo istorico la finge lunga d'un viaggio di tre giorni. Ma Moscova  di
legni e non di muri; ha pur assai piazze, e dove una piazza finisce, l'altra
immediate non comincia, ma vi sta di mezo un campo. Tra le case ancora in mezo
d'una e d'un'altra tramezano le chiese, talmente che le case non istanno
attaccate una con l'altra. Le case de' nobili sono grandi, ma quelle de' plebei
picciole. Passa per mezo la citt il fiume detto Moscova, e di sotto il
castello ancora, il qual  cos grande come Multava in Praga, overo Arno in
Fiorenza. Il castello, che sta in mezo la citt, in sito piano,  murato e
buono castello, di tanta grandezza come Buda in Ungheria. Ha tre torrioni,
overo baloardi; con questi sono computati diecisette gran torri, coperte di
tegole di terra, ma d'un muro solo. In quel castello sono sedici chiese, tre di
muro, cio quella di Santa Maria, di S. Michele e di S. Nicolao; l'altre sono
di legno. Il palazzo del duca nel detto castello  fatto di mura nove, a
similitudine degli italiani, ma non grande n spacioso. Tre corti di
gentiluomini sono di mura, le altre di legno, e tutte le stuffe negre. Tutte le
altre citt de' Moscoviti sono minori, fabricate di legnami.
Oltra di questo, il paese della Moscovia  piano, e di boschi, selve, fiumi,
acque, pesci e fiere, s come la Lituania, pienissimo, ma pi freddo e pi
sotto alla tramontana, perch le capre e pecore l sono picciole e senza corna,
quasi sempre, e ci per il freddo. Ma gli uomini sono di grossa, alta e robusta
statura. Beono il medone e quassecz, cio liquori fatti con il levato. Arano e
fanno sentieri nel terreno senza ferramento alcuno, ed erpicano co' rami degli
alberi tirati da' cavalli sopra il seminato. E rare volte, per gli intensi e
lunghi freddi, le biade possono maturarsi; e perci, mietute e raccolte le
paglie con la biada, le ripongono nelle stuffe, dove le seccano: l maturano e
la tribbiano fuori. Spesso usano specierie che scaldano: ancora del solimato,
del mele e d'altre cose che scaldano, talmente che della vena cavano acqua
quasi ardente, overo solimato, e la bevono per fuggire e cacciare il ghiaccio e
freddo, altrimente morrebbono di freddo. Mancano di olio e vino; e accioch non
si imbriachino, i principi hanno proibito che n medone n altro liquore che
possa imbriacare si trovi in casa di alcuno, sotto pena di privazione della
vita, salvo che due volte l'anno overo tre, con licenza del principe. Hanno una
moneta di argento puro nominata dzingis, la maggior e la minore di forma
bislonga, di quattro faccie, non tonda, non polita, n bene spianata.  paese
ricco d'argento, da ogni banda serrato, talmente che non tanto i servi e
prigioni, ma n anche gli uomini liberi, abitatori e forestieri, possono uscir
senza lettere del principe.
I fiumi nella Moscovia sono assai, de' quali nominer i pi degni. Il Tanai,
nominatissimo fiume, dai Tartari e Moscoviti Don detto, ha le fonti nella
Moscovia, presso al ducato rzezense. Vien da un luogo piano, sterile, fangoso,
paludoso e boschereccio; il quale, avendo fatto il suo viaggio verso levante
fino a' termini della Scizia e Tartaria, declina al mezod e arrivando alle
paludi Meotide (ora dette Zabaccha) in quelle entra e fa la sua foce.  tanto
grande il Tanai quanto sarebbe tre volte il Tevere sotto Roma, overo il Danubio
presso Buda. Hanno questa opinione gli astrologhi, che il Tanai sia della
stessa lunghezza che il Nilo d'Egitto, cio circa sessanta gradi di lunghezza,
e s come il Nilo dal mezod nel mare alessandrino casca, cos il Tanai dal
settentrione nelle Meotide e nel mar Maggiore sbocchi. N mi rincresce a
replicar quello che di sopra ho detto, altri gran fiumi esser nati dalla
Moscovia, cio Dvozina, Volga e Dinepr, overo Boristene; e conciosiach la sia
terra piana e non montuosa, i predetti fiumi in distanza non troppo lontana un
dall'altro nascono.  quel gran fiume Volga nominato da' Tartari Edel; va
contra al settentrione per ispazio di dugento miglia fin al Nisni Novigerod,
che suona nuovo castello, nella Moscovia; nel quale s'incontra a un altro gran
fiume che procede dal mezo della Moscovia, nominato Occa, e congiungendosi
insieme per ottanta miglia tedeschi scorrendo passano sotto il castello Rosan,
terra del duca moscovita. Finalmente, a canto al castello Sarai de' Tartari, e
dipoi verso il mezod, avendo riceuti venticinque fiumi di tanta quantit
quanto  il Tevere in Roma e altri molto maggiori, nel mar Eusino si scarica.
Sappia ci dunque Vostra Signoria reverendissima e contra tutti coloro che
contrastassero mi voglia difendere, che i predetti fiumi non da monti n da
radici di monti discendono, perch non ve ne sono alcuni. Ancora ha da sapere
che non vi sono n monti Rifei n monti Iperborei, da alcuni favolosamente
scritti, salvo se qualche uno non affermasse quelli esservi perch fossero
dipinti in qualche libro.
Quella sar ancora cauta che nel dominio moscovitico, s come s'usa ancora
sotto la signoria turchesca, gli uomini sono trasferiti da luogo a luogo ad
abitare secondo la volont del principe, entrando altrui nelle abitazioni di
quelli che sono partiti. Quella ancora saper che in tutti i paesi de' Rossi e
satrapi e principali Moscoviti vi  un linguaggio e un parlare rutenico, cio
schiavone, talmente che anco gli Obulici e quelli che stanno in Viathka sono
Rossi e parlano secondo i Rossi; e tengono una setta e una religione come fanno
i Greci, e tutti i volatici, cio i loro vescovi, sono soggetti al patriarca di
Costantinopoli, dal quale pigliano la confirmazione promettendogli ubidienza.
Se ne cavano i Tartari rosanensi soli, i quali, avendo il duca moscovita per
signore, insieme co' saracini adorano Macometto e parlano tartaro. Ancora
s'eccettuano certi forestieri, i quali stanno in Scizia, sotto la tramontana,
che hanno il proprio linguaggio e adorano gli idoli, come si dir nel seguente
capitolo. Sappia ancora Vostra Signoria reverendissima che oltra il paese di
Viatka, entrando nella Scizia, vi  il grande idolo zlotababa, che interpretato
vol dire vecchia d'oro, il qual dalle gente vicine  onorato e adorato; dove 
questo costume, che alcuno il qual vada a caccia per quelli paesi o per qualche
altro servigio appresso al detto idolo, non lo passi senza farli qualche
presente. Anzi, se gli manca da dargli qualche cosa bella e di prezzo, gli d
una pelle, overo almanco cavandosi un pelo della vestimenta glielo porge, e
inchinandosi con riverenza se ne passa.


Delle regioni della Scizia, Perm, Baskird, Iurha e Corela, per il duca di
Moscovia soggiogate.
Cap. 2.

Oltra la Moscovia vi sono genti e regioni fra il settentrione e l'oriente nel
fin dell'Asia settentrionale, che propriamente vien detta Scizia, soggette al
principe di Moscovia, e da Giovanni duca principalmente soggiogate: cio Perm,
Baskird, Cziremissa, Iurha, Corela. Perm si pronunzia per una sillaba sola, e
fu regione che adorava gli idoli; ma Giovanni duca gli sforz a pigliar il
battesimo gi venti anni, all'usanza de' Rossi, overo Greci, dando loro un
vescovo per nome Stefano. Ma i barbari, dopo la partita del duca, lo
scorticarono cos vivo e lo fecero morire. Ritornato il duca gli gastig molto
bene e diede loro un altro vescovo, sotto il quale come nuovi cristiani
credono, secondo il costume e modo de' Ruteni schismatici. Ma le altre regioni
prenominate restano nella loro infedelt e idolatria: adorano il sole, la luna,
le stelle e le bestie delle selve, e quello che prima il d incontrano. Hanno
il proprio linguaggio e dottrina: nel territorio di Perm il proprio linguaggio,
nel paese baskirdo similmente il proprio, cos d'un'altra sorte in Iurha e
d'un'altra in Corela. In queste regioni non arano, non seminano, non hanno n
pane n danari; mangiano delle salvaticine, delle quali ne hanno gran copia, e
beono solo acqua. Stanno nelle folte selve e capanne fatte di vinchi, e perch
i boschi hanno coperto tutti quelli paesi, per gli uomini sono doventati
bestiali e salvatichi. Sono proprio come bestie senza ragione; non hanno
vestimenti di lana, il lor vestire  di pelli, le quali attaccano secondo che
la sorte le mette loro innanzi, di lupo, di cervo, d'orso e d'altri animali,
dei quali tutti insieme fanno un vestimento. E perch quelli paesi non sanno
che cosa siano miniere, non danno al duca di Moscovia per tributo cose
minerali, ma pelli di animali salvatichi, de' quali abondano. Quelli pi
prossimi all'oceano Settentrionale, come i Iurhi e i Corelli, pescano e
pigliano delle balene e de' vitelli e cani marini, quali da loro sono domandati
vorvol, della pelle de' quali fanno carrette, borsaggi e kollette. La sugna poi
la salvano e la vendono per far grassi i cibi.
In Iurha e Corela sono monti di mediocre altezza, ma non altissimi, come certi
hanno pensato e scritto. Ma ne' monti dell'oceano Settentrionale, i quali sono
mediocri e confinano con l'oceano, salgono pesci chiamati morff, e questo
ascender lo fanno attaccandosi cos a poco a poco co' denti al pi alto; i
quali, quando sono pervenuti alla sommit, rotolandosi cascano dall'altra
parte. Questi denti, i quali sono bianchi e di molta gravezza, sono con
diligenza ricercati da quelle genti, che gli vendono a' Moscoviti, i quali li
adoperano, e parte ne mandano in Tartaria e nella Turchia, per far manichi di
coltelli, spade e pugnali, perch con la lor gravezza danno maggior forza alla
mano quando si adoperano le dette armi nel combattere e dar le ferite. Si debbe
ricordare che questa  quella Iurha dalla quale gli Iurhi, i quali poi da'
discendenti sono adimandati Unni e Ungheri, ascendendo nella Gotia, grandissimi
fiumi passando, circa le paludi Meotide si fermarono; e poi entrarono nelle
Pannonie e nel secondo ritorno quelle occuparono, e fino al presente
posseggono. E sono dell'istesso parlare e linguaggio, eccetto che hanno
aggiunti alcuni vocaboli schiavoni di quelle cose che non si trovavano in
Iurha.  vero che nella Ungheria gli Unni sono cristiani, ma in Iurha i loro
antecessori adorano gli idoli; e sono pi politi e pi costumati nel vivere gli
Ungheri, e pieni di tutte le delizie (avvenga che non abbino in tutto deposta
la lor ferocit), che non sono gli Iurhi, sotto la tramontana, che al tutto
sono salvatichi e bestiali, vivendo in una frigidissima e povera regione.
Ancora ricordar si debbe in queste regioni settentrionali, verso l'oceano della
Scizia, non esser gran fiumi ed esservi certi scogli, e non monti di tanta
altezza come si scrive. Se avessero detto i predetti popoli esser venuti fuori
dai boschi e spessissime selve, e non da monti inaccessibili, arebbono detto
meglio.

Il fine.

FINE VOLUME QUARTO.
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