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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quarto.

Parte seconda.

Viaggio del beato Odorico da Udine, dell'ordine de' frati minori; delle usanze,
costumi e nature di diverse nazioni e genti del mondo; e del martirio di
quattro frati dell'ordine predetto, qual patirono tra gl'infedeli.


Quantunque molti scrittori, quali hanno scritto del sito de la terra, abbino
ancora detto delle usanze, costumi e natura di diversi popoli, nazioni e genti
di esse, nondimeno, avendo io deliberato passar di l dal mar verso le parti
orientali, acci facessi alcun frutto nella salute dell'anime, mi  parso cosa
lecita dire molte cose degne di grande ammirazione, come quello ch'avendole
viste e intese possa fedelmente scriverne.
Dico dunque che, passando il mar Maggior, me ne andai in Trabisonda,
anticamente chiamata Ponto Euxino. Questa terra  molto ben situata ed  porto
e quasi scala di Persiani, di Medi e di tutti quelli che sono di l dal mare.
Qui vidi cosa che molto mi piacque: eravi un uomo qual menava seco pi di
quattromilla pernici, ed esso camminava a piedi per terra, e quelle lo
seguivano volando per l'aere; e se ne andavano ad un certo castello chiamato
Zanga, lontano da Trabisonda tre giornate. Queste pernici erano di tal sorte
che, volendo il dito uomo riposarsi, tutte, a guisa de polli, intorno di lui
s'acconciavano; e cos le conduceva in Trabisonda, sino al palazzo
dell'imperatore, ove egli eleggeva quante ad esso piacevano, e l'altre da novo
menava al loco di dove prima l'aveva tolte. Sopra la porta di questa citt 
posto il corpo di s. Atanasio, quello dico qual compose il simbolo qual
comincia: "Quicunque vult salvus esse etc.".
Ora, da quivi partendomi, me ne andai nell'Armenia maggiore, ad una citt
domandata Acron, citt certamente buona; e per il tempo passato fu molto ricca
e abondevole di carne, pane e di molte altre vettovaglie, eccetto che di
frutti; e oggid in quello stato di abondanzia e suo esser sarebbe, quando da
gente tartaresche e moresche non fusse stata destrutta. Questa dicono esser la
pi alta terra che al presente sia nel sito del mondo. Ha ancora buone acque,
imperoch le vene dalle quale esse acque sorgono e nascono hanno origine e capo
dal fiume Eufrate, distante dalla detta citt una giornata; e da quello le
acque per ditte vene pianamente trascorrono insino ad essa. Questa ancora ci
diede mezo per andar in Tauris citt.
Di qua partendomi, andai in un certo monte chiamato Sollisaculo, nella contrata
del quale  il monte Gordico, dove No insieme con l'arca dopo la cessazione
del diluvio si pos; lo quale, quando dalla compagnia con la quale io era fosse
stato aspettato, con desiderio arei asceso. Nondimeno volendo, non ostante
questo, salirvi, le genti della predetta contrada che ivi erano dicevano mai in
alcun tempo alcuno aver possuto n poter salirvi, dicendo questo parere che non
da altro procedesse, eccetto dal voler dell'altissimo e grande Iddio, al qual
credemo, come se dice, che non piaccia che niuno vi salisca.
E da questa contrada e preditti monti partendomi, me n'andai in Tauris,
anticamente chiamata Susi, citt grande e regale e in bel sito posta, qual fu
sotto il dominio di Assuero re: dove si dice esser l'Arbor secca in una
mosceta, che vuol dire una chiesa di saraceni.
Questa citt  la miglior per traffico di mercanzia che altra citt
qualsivoglia al mondo, essendo che non si trovano oggi cose, s per il vitto
dell'uomo come per altro uso, e sorte di mercanzia delle quali non sia
copiosamente abondevole, e talmente che  quasi incredibile a credersi della
tanta copia delle cose che ivi si trovano. Molti mercanti, s convicini come di
varii e diversi paesi, e quasi d'ogni parte del mondo, concorrono in la
predetta per causa di mercanzia e uso de' lor mercimonii. Di questa intendeno
coloro che dicono che 'l suo re ha pi intrata e rendita da essa sola che il re
di Francia di tutto il suo regno. Non troppo lungi di quivi  un monte di sale,
qual d grande copia di sale a essa citt, del quale ciascuno quanto gli fa di
bisogno pu senza pagarlo torre. In questa citt ancora vi  un gran numero di
cristiani di ciascuno paese e nazione, alli quali essi mori sono signori e
dominano. Vi sono molte altre cose quali io, per fuggir la longhezza, lasso di
scriverle. Da questa citt partendomi, camminando per dieci giorni arrivai in
una citt domandata Soldania, dove il re de' Persiani nel tempo de l'estate
dimora, e di l, venuto lo inverno, si parte ad invernare in una certa contrada
di sopra il mar Bacud. Questa citt  grande e ha in s molte buone acque, e in
essa si portano molte e grande mercanzie per vendersi.
Di essa partendomi con certi Caranani con li quali io era in compagnia, presi
il cammino verso la India superiore, verso la quale molti giorni camminando
arrivai in una citt domandata Cass, citt delli magi regale e di grande
stima, ma da' Tartari molto distrutta. Questa  molto copiosa di pane e di vino
e d'altre cose. Dalla predetta citt insino a Ierusalem, l dove li magi non
per umana forza ma divina andorno, essendo che cos presti arrivassero, sono
cinquanta giornate.
Di qua partendomi, arrivai in una citt domandata Gest, distante dal mare
arenoso (mare molto mirabile e pericoloso) una giornata. In questa  una gran
copia di frumento, orgio, vino e di altre vettovaglie e di ogn'altra cosa si
possa dire, specialmente di fichi, uva passa verde come erba e molto minuta.
Questa  la miglior citt che il re de' Persiani possegga in tutto il suo
regno, in essa quale dicano li saraceni che nessuno cristiano possa pi che per
spazio di un anno vivervi.
Quivi da Gest partendomi e passando per molte terre e citt, arrivai in una
terra domandata Como, citt anticamente grande e per il tempo passato molto
dannosa a' Romani, le mura della quale sono circa cinquanta miglia di circuito,
e sonvi oggi delli palazzi integri, ma inabitati; la predetta di molte
vittovaglie  copiosa.
E da questa, molte terre vedendo, passai in una terra domandata Iob, sito di
ciascuna cosa al vivere umano necessaria, molto buono, s per essere vicina a
monti nelli quali sono grassi pascoli per gli animali, come per esservi tanta
copia di pernici che quattro d'esse si vendono men d'un grosso, e abondevole
della pi perfetta e miglior manna che sia in alcuna terra del mondo. Li vecchi
di questa sono bellissimi, ma in luogo di donne filano. Questa terra 
all'incontro dal capo della Caldea alla tramontana.
Di dove partendomi, passai in la Caldea, il regno della quale  molto grande, e
verso di essa camminando giunsi alla torre di Babilonia, dalla predetta
distante quattro giornate. Nella detta Caldea  il vero idioma caldeo, qual noi
chiamamo lingua caldea. Gli uomini della quale sono belli, e vanno molto ornati
e acconci in quel modo che le donne nostre qui usano: portano in testa certi
faccioli d'oro insertati di perle. Ma le lor donne sono brutte e non portano
vestimenti n scuffia n altra legatura in testa, ma con li capelli sciolti e
scapigliate, solo di una camicia insino alle ginocchia corta vestite e discalze
vanno, con le maniche larghe e s longhe che toccano la terra; e quando cos in
alcuno luogo vanno, vi  usanza che gli uomini dalli quali esse sono
accompagnate avanti di loro camminano, s come qui da noi gli uomini dopo le
donne seguano.
Di qui partito, venni nella interiore India, molto dalli Tartari danneggiata,
gli uomini della quale il pi delle volte il lor cibo usano solamente mangiare
dattili, delli quali v' tanta copia che 40 libbre d'essi per men prezio se
hanno che sia un grosso: e di molte altre cose v' il simile.
E partito che fui dal predetto luogo, molti luoghi e paesi passando, venni al
mar Oceano. La prima terra che trovai era chiamata Ornez, terra ben murata e di
molte e grandi mercanzie copiosa, in la quale  tanto grande caldo che le
virile membra degli uomini escono dalla lor borsa e loco dove sono, e per
insino alla mit delle coscie scendendo vengono: per il che fanno una certa
unzione con la quale il corpo e le membra ongono, e quelle onte in certi
sacchetti legate e intorno di essi centi portano; la qual cosa se li predetti
non facessero, tutti senza dubio morirebbono. Gli uomini di questo paese usano
certa sorte di barche, nell'una delle quali essendo montato, non vi potei
vedere ferro alcuno. E con quella vinti giorni navigando giunsi in una terra
domandata Thana, dove quattro nostri frati per amore e fede de Cristo glorioso
e benedetto martirio pazientemente sofferirono: le ossa de li quali furono
nell'India superiore portate, in una citt domandata Zailo, dove in un certo
luogo de frati del medesimo ordine furono con grande onore e reverenzia
riposte.
Il predetto loco de Thana s de pane e vino come anco d'arbori 
abondantissimo. Questa terra per il tempo passato fu grande, allora che 'l re
Porro, quale con Alesandro re ebbe gran guerra, la dominava; ma al presente,
dapoi che li mori per forza la presero,  sottoposta al dominio de Doldalo lor
re. Il popolo de questa adora gli idoli, cio il fuoco, il serpente e gli
arbori, quali essi per loro dei tengono. Usa ancora il predetto popolo e
ciascuno d'essi tenere avanti sua casa un pede o vero pianta de fasioli, quanto
una colonna grosso, al qual per insino gli danno l'acqua in niuno tempo si
dissecca. In lo paese e contrada di questa vi sono varie e diverse sorti
d'animali, come leoni negri in grande numero, simie, gatti maimoni e nottue
cos grande come qui appresso noi sono li colombi; similmente li sorzi d'essa
cos grandi come qui da noi li cani, quali lor cani gli ammazzano, non potendo
le gatte prenderli. Sonovi ancora molte altre belle cose e delettevole ad
intendere.
Ma da quivi arrivai in un bosco detto Muubar, di circuito 18 giornate, dove il
pepe, e non in altra parte del mondo, nasce. Mi  parso utile e non fuor di
preposito scrivere in che modo esso pepe nasca e si coglia. Dico dunque che 'l
pepe nasce in certe foglie d'erba, domandata elera, quali foglie si piantano a
canto gli arbori pini, olmi e altri arbori grandi, s come qui da noi e
universalmente in terra di lavoro usasi piantar le vigne. Quali poi in alto
elevate fanno li racemi, a modo delli racemi de l'uva, e talmente di pepe
carchi che per il soperchio peso parono spezzarsi; qual maturato, essendo
allora in color verde, lo vendemmiano nel modo che fanno qui le vendemmie
dell'uva, e poi colto lo pongono a seccare e deseccato lo serbano nelli vasi.
In lo predetto bosco sono due citt una chiamata Ziniglin, l'altra Alandrina,
quali continuamente tra esse fanno guerra, e parte da giudei, parte da
cristiani abitata: e in quelle guerre sempre cristiani restano delli iudei
vincitori. Vi sono ancora nel predetto bosco certi fiumi, nelli quali sono
cocodrilli, venenosi serpenti.
Dal capo ancora di questo bosco verso il mezogiorno vi  una citt chiamata
Palombo, nella quale nasce il zenzaro meglior che in altra parte del mondo
nasca; la quale molti non credano che sia di tanti mercimonii grassa, delli
quali essa veramente abonda. In lo paese di questa adorano il bove, qual essi
per loro dio tengono e stimano, e quello la mattina uscendo dalla stalla, di
sotto di esso mettono dui bacili d'oro, nell'uno delli quali pigliano la orina,
nell'altro il sterco. Dell'una lavano la faccia, dell'altro in tre parte del
corpo mettano: primo in mezo del viso, secondo nella sommit delle galte,
ultimo in mezo del petto; e questo modo non solamente il popolo, ma il lor re e
la regina osservano, con quello veramente estimandosi esser santificati e
salvi. Il predetto bove lor dio fanno per sei anni fatigare, nel settimo  nel
commune. Questi popoli similmente hanno per lor dio un idolo mezo uomo e mezo
bove, e quello adorano: quale pi volte ad essi popoli rechiedendo dice che
amazzino quaranta vergini, del sangue delle quali abbino a far sacrificio ad
esso. Per il che s li uomini come le donne usano far voto di dar al ditto li
loro figliuoli e figliuole (in quel modo che delli nostri noi per alcuno caso o
infermit facciamo, in alcuna religione dedicandogli), quali, venuto il tempo,
avanti il detto idolo amazzano, e il sangue de quelli avanti esso sacrificano,
secondo che il profeta dice "immolaverunt filios et filias suas demonibus".
Osservano ancora un altro pessimo e irragionevole costume, che, morendo alcuno,
il corpo morto e la sua moglie insieme, quantunque viva, dopo quello
abbrucciano, dicendo quella insieme con esso seco in l'altro mondo godersi; e
se la donna del morto ha con esso figliuoli, pu senza esserli reputato in
vergogna con essi starsi. Ma, se la donna avanti del marito muore, da niuna
lege vi  il marito costretto che, volendo altra moglie, non possa. Le donne
similmente di questo loco portano raso il viso e la barba, e il lor bevere 
vino; li uomini il contrario di esse usano. Molte altre cose a queste simile il
predetto popolo osserva, quali, per essersi a vedere come ad intendere
abominevoli, lascio di scrivere.
Da questo regno insino ad un altro gran regno chiamato Mebor (sotto del quale
sono molte altre cittadi e terre) sono dieci giornate. In esso  il corpo del
beato Tommaso apostolo, dove la sua chiesa  piena d'idoli, al contorno della
quale sono circa quindici case di cristiani, ma mali uomini ed eretici.
Similmente in questo  un idolo di statura grande, come generalmente li pittori
qui da noi dipingono san Cristofono, tutto d'oro fino composto e in una catreda
similmente d'oro assettato, avvolto con una corda al collo di pietre preziose e
di gran valore, quale non solamente le genti di quel paese onorano, ma molti di
lontani paesi (s come cristiani vanno a San Pietro) a quello corrono e
visitano. Delli quali molti con una corda, altri con una tavola al collo
alligata, molti con un cortello al braccio cacciato vengono, e quello mai
muovono insino che al ditto idolo siano arrivati; al qual gionti il braccio,
gi per la ferita marcio, tagliano e troncano. Molti altri qual per il medesimo
effetto vengono, mosso che dalla lor casa hanno tre passi, nel quarto fanno una
cava sopra la terra, quanto uno di essi longo, qual poi con uno incensero con
incenso e fuoco dentro aspergono, alli quali, mentre che sono in cammino,
accascando fare alcuna cosa, fanno un certo segnale per il qual conoscano
quanto abbiano camminato. E cos continuamente procedendo camminano insino che
al ditto idolo siano venuti, dove essi per tai impedimento e lor cerimonia
impediti in longo tempo arrivano; e al qual finalmente aggiunti, nel canto
della chiesa del ditto idolo trovano un lago, nel quale li peregrini, e tutti
quelli che per causa di visitar detto idolo vengono, buttano oro o argento o
pietre preziose in onore dell'idolo e per causa della fabrica del tempio di
esso. Per il che, quando in quello vi  da farsi o renovarsi alcuna cosa
necessaria, in quello fanno con diligenzia cercare, dove trovano una quantit
d'oro e d'argento e finalmente tutte quelle cose che sono state da' peregrini e
altri (come ho detto) buttate.
Nel giorno che questo idolo fu fatto vengono tutti quelli che sono di quel
contorno, e al loco dove sta esso idolo vanno, qual solennemente prendeno e
sopra un ornato e acconcio carro l'assettano, e quello poi il re e la regina,
con tutti li forestieri e tutto il popolo coadunato insieme, fuor della chiesa
menano e insino ad un certo lor loco deputato con grandi instrumenti e sorte di
suoni accompagnano, avanti di esso molte vergine precedendo, quali a due a due
mirabilmente insino al ditto loco cantando vanno. Al qual venuti, il ditto
popolo e donne insieme con quella medesima armonia, suoni e istrumenti il
riportano, e in quel loco di dove prima l'hanno tolto ripongono. E nel portar
che fanno del detto carro molti di quelli peregrini per causa della festa
venuti avanti del popolo si appresentano, dicendo aver desiderio in servizio e
amor del lor dio morire. Il che detto, nel loco di dove il carro ha da passare
in terra si mettono, sopra delli quali il carro passando gli amazza e subito
morono; e in questo modo ciascuno anno pi di cinquanta vi morono, li corpi de
li quali sono con diligenzia tolti e abbrucciati, estimando quelli (essendo per
lor dio morti) esser santi.
Usa ancora il popolo di questo loco che, se vi capita alcuno qual faccia
intendere volere per il suo dio morire e amazzarsi, allora gli amici, parenti e
tutti li buffoni di quella contrada insieme si ragunano a far festa a costui,
al collo del quale cinque cortelli ben aguzzati appendeno, e quello avanti del
lor idolo con grandi canti accompagnato menano. Al qual gionto e preso in mano
un di quelli cortelli, taglia la sua carne, e quella tagliando con alta voce
dice: "Per il dio mio taglio la carne mia"; e li pezzi di essa butta nella
faccia di quel idolo, dicendo: "Voglio per il mio dio morire", e cos
finalmente muore; il corpo del quale subito abbruciano, dicendo quello esser
santo, avendosi per il suo dio ammazzato. Vi sono ancora in questo regno molte
altre maravigliose e inusitate usanze, da non farsi d'esse menzione n da
scriversi.
Da questo regno e paese partito, presi il cammino verso il mezogiorno e, per il
mar Oceano venti giorni navigando, venni in un paese domandato Lamori, dove,
per la distanza del cammino, incominciai a perdere la tramontana, perch la
terra per la sua altezza se gli opponeva. Quivi  tanto grande il caldo che
cos gli uomini come le donne vanno nudi, de niuna sorte di vestimenti coperti;
per il che, vedendo me, si maravigliavano e mi beffavano, con dire il Dio Adam
aver fatto l'uomo nudo, e al suo mal grado volere io andar vestito. Gli uomini
di questa contrada hanno le lor donne in commune, talmente che nissuno delli
uomini ha donna qual possa dire esser sua, n meno esse delli uomini nessuno
essere suoi. Delle quali se alcuna viene a figliar, quello che o maschio o
femina nasca ad un di quelli con li quali esse hanno conversato donano, e lo
chiamano patre. Il sito di questa terra  molto buono, abondevole s di carne,
di biada e di riso come ancora d'oro, di legna, di aloe, di canfora copioso, ma
abitato da genti crudeli e pessime, quali di carne umane non meno si notricano
che noi del manzo facciamo. Per il che molti mercanti di lontano paese vi
vengano a vendere a costoro uomini e figliuoli, quali essi comprano, e comprati
gli ammazzano e mangiano. E cos di molte altre, quali non scrivo, cose a
queste simili vi sono.
Nel medesimo paese di Lamori, verso il mezogiorno,  un altro regno, chiamato
Sumoltra, di molte cose copioso, nel qual s gli uomini come le donne usano in
circa dodeci parte della faccia con un ferretto caldo segnarsi; e questi
continuamente fanno guerra con quelli che vanno nudi. Vicino al qual v' un
altro regno chiamato Botterigo, dove nascono molte cose quali non scrivo.
Similmente non da lungi di questo regno di Botterigo  una isola di circa
tremila miglia di circuito, domandata Iana, nella quale nasce la canfora, le
cubebe, le melegete, le noci moscate e molte altre specie similmente preziose;
 finalmente grassa di tutte le cose al vivere dell'uomo necessarie, eccetto
che di vino. Il re della quale ha sette re sotto di s, il palazzo del qual 
molto grande a maraviglia; le sue scale sono di molta grandezza, alte e larghe,
e li gradi d'essa uno d'oro, l'altro d'argento  fatto. Li lati della sala uno
d'oro, l'altro d'argento  coperto e composto, e li muri d'esso sono tutti di
lame d'oro limate, nelle quali vi sono scolpite molte imagini di cavalieri,
alla testa delli quali vi  un circulo (s come qui l'imagine di nostri santi
tengano) tutto d'oro e di preziose pietre insertato; e da un tetto tutto di
fino oro fatto coperto. Finalmente questo palazzo  pi bello e pi ricco che
qualsivoglia altro al mondo. Con il detto re molte volte il gran Can di Catay
ha fatto guerra, ma sempre da questo  rimasto vinto e superato.
Vicino a questa isola  posta un'altra contrada domandata Paten e d'alcuni
altri chiamata Malamasmi, sotto della quale sono molte isole. In questa
contrada sono varie e diverse sorti d'arbori, delli quali alcuni farina, alcuni
mele, altri vino producono, e molti veneno il pi pericoloso che sia al mondo;
tal che, se casualmente alcuno ne prendesse, a quello non  niuno rimedio se
non uno, che pigliano del sterco dell'uomo e quello dissoluto con acqua beveno,
e in questo modo si liberano. Quelli arbori che producono farina sono grandi,
ma di poca altezza, il tronco delli quali con una accetta tagliano, di dove
escie un certo liquore simile alla colla; qual essi in certi sacchetti di
foglia mettono, e quello per spazio di giorni quindeci al sole lasciano. Dove
dimorando, nel fine di detto spazio si converte in farina, qual pigliano, e
nell'acqua del mar dimorando per dui giorni continui quella lasciano. Qual
passati ripigliano e nell'acqua dolce la lavano, e di quella poi fanno pane
molto buono, di fora bello ma dentro alquanto negro, e non solamente di quello
pane, ma in ogn'altro uso che lor piace se ne serveno: del qual io, fra
Odorico, ho veramente visto e mangiato.
Appresso di questa provincia e paese di Paten, verso il mezogiorno, vi  il mar
qual chiamano il mar Morto, l'acque del quale s continuamente e veloce verso
il mezogiorno corrono che, se alcuno vi casca, mai pi (per la velocit credo
d'esse acque) si ritrova. In questa contrada sono certe sorti de canne delle
quali alcune son passi cinquanta di longhezza, e grandi come arbori; alcune
altre sono quale a modo di gramegna per la terra s'estendeno, domandate casar,
dove in ciascun nodo d'esse sono le radici le quali produceno altri rametti, e
quelli da rami in rami procedendo s'estendono per pi d'un miglio. In esse se
trovano pietre di tal virt che quelli che le portano addosso non ponno esser
da spada n da alcun ferro offesi, per il che molti uomini menano li lor
figliuoli, alli quali essi fanno una ferita picola al braccio, nella quale essi
dentro mettono de quelle pietre, e quella poi con una polve de un certo pesce e
con quelle pietre dentro consolidano. Molti diventano gagliardi e animosi
corsari, dalli quali gli altri naviganti vedendo esser grandemente offesi e non
potere da quelli con arme di ferro difendersi, cominciano per loro defensione a
fare certi pali acutissimi di un fortissimo legno fatti e con ferro legati; con
li quali (essendo da ditti corsari assaliti) e con certe altre saette
similmente acutissime quelli feriscono e da essi, essendo massimamente quelli
poco armati, gagliardamente in questo modo si difendono. Delle predette canne
similmente ne fanno vele alle lor nave, sostorie, pagliette, e altre cose di
molta utilit. Finalmente in questa contrada sono di grande maraviglia, e tali
che narrandole non sarebbono credute, onde non ho curato troppo di scriverle.
Questo regno per molte giornate  distante da un altro regno domandato Zapa, il
paese del quale  molto ricco di robbe e altre cose che sono all'uso dell'uomo
necessarie. Il re ha molte moglie e donne, dalle quali tra maschi e femine
dicesi aver circa 200 figliuoli. Questa similmente ha quattordici elefanti
domestici, quali esso tiene, e quelli fa dagli uomini delle sue ville, quali ad
esso sono soggiette, a quel modo guardare come li nostri qui guardano pecore,
castroni o simili altri animali. Nel mar di questa contrada vi  una certa
sorte di pesci, maravigliosa certo e cosa bella ad intendere, di tal natura che
ciascuno anno se parteno per venire alla detta contrada, e nel venire che fanno
tanto e s innumerabile  il numero di essi che 'l mare pare sia tutto di pesci
coperto. Alla ripa del qual venuti, dal mare in quella si lanciano e buttano, e
l per tre giorni continui stanno; qual passati, vengono li altri e fanno
l'istesso che hanno fatto li primi, e cos di grado in grado secondo lor
condicione e specie tutti fanno. Alla qual ripa gli uomini di quel paese vanno
e di quelli quanto lor piace ne toglieno; quali essendo domandati della causa
onde questo proceda, rispondono detti pesci far quello in onore e riverenza del
lor signore. E in questo loco ancora ho visto una testudine di grandezza
mirabile, simile al cuba overo trullo di Santo Antonio a Padoa. In questa
contrada pur si usa che, se alcuno more qual abbia moglie, quella insieme con
il marito abbruciano, estimando insieme in quel mondo, s come in questo,
andare a godersi.
E da questa contrada partendomi e navigando per il mar Oceano verso il
mezogiorno, trovai molte isole e contrade; e tra le altre che trovai v'era una
isola domandata Hicunera, di circa duomila miglia de circuito. Gli uomini e le
donne di questa contrada adorano il bove, qual essi lor dio stimano, per il che
ciascuno d'essi porta nella fronte un bove di oro o d'argento, dinotando quello
esser il lor dio. Costoro similmente vanno nudi, di niuno vestimento coperti,
ma solamente di una tovaglia, con la quale le loro vergognose membra
nascondono, centi vanno. Sono s di statura grandi come di fortezza di corpo
gagliardi e in guerra valenti, alla quale quando vanno, cos nudi e senza armi
se partono e in quel modo combattono, solamente di un scudo che lor cuopre la
testa, il corpo insino al piedi grande difesi; e se gli accasca prendere alcuno
qual non si possa riscattare, quello non ammazzano, ma lo lassano per il lor
cammino andare. Il re di questa contrada porta una collana nella quale sono
trecento perle grosse e di gran valore, e ciascun giorno in onore delli suoi
dei dice trecento orazioni. Porta ancora un rubino grande e longo un palmo, di
s vivo colore che pare essere una fiamma di fuoco; si stima questa essere la
pi bella e la pi preziosa pietra che sia al mondo. Il gran Tartaro di Catai
l'ha molto desiderata, n mai per denari o per forza o ingegno ha potuto
ottenerla. Osservasi per tutto il suo regno gran giustizia, talch ciascuno pu
per quello securo andare.
L'altra isola era di circa duemila miglia di giro, domandata Silam, di cose al
vivere necessarie e di altri beni molto grassa; in essa  un infinito numero s
di serpenti ed elefanti come di molti animali selvaggi, tra li quali ivi dicono
esserne alcuni quali non offendono uomini forestieri n di altro paese, ma
quelli che sono in quella isola nati solamente noiano. In questa contrada
ancora  un grande e alto monte, dove dicesi Adam aver ivi pianto il figliuolo
cento anni, sopra del quale  un bel piano e in mezo di quello  un grande e
profondo lago, le acque del quale dicono essere nate (il che non si crede) le
lagrime d'Adam e d'Eva. Nella profondit d'esso si trovano molte pietre
preziose, quali il re di questa contrada a' poveri per la sua anima dona,
lasciando quelli una over due volte l'anno in ditto lago intrare, permettendo
che togliano di queste pietre quante essi ne ponno prendere, e prese a quelli
liberamente donando. E perch ditte acque sono piene di sanguisughe, acci che
ditti poveri vi possano intrare senza essere da quelle offesi, pigliano un
certo frutto domandato bavoyr, qual pestano, e pesto del succo di quello molto
bene s'ungono, e unti in ditto lago entrano, e non ponno le sanguisughe per il
ditto licore e succo di quel frutto offendergli. Le acque che vengono gi per
questo monte da questo lago, dove cavando si trovano fini rubini, diamanti,
perle e altre pietre preziose, per il che il re di questa contrada si dice
avere pi pietre preziose che altro re che sia al mondo.
Da qui partendomi e pi verso el mezogiorno caminando, arrivai in un'altra
isola domandata Dadin, che appresso noi significa immondo e brutto: perch gli
uomini che qui dimorano in lor cibo usano mangiare carne crude, s umane come
di molti altri animali, e d'ogn'altra bruttezza che si possa dire. Osservano
tra essi un brutto e abominevole costume, che 'l padre mangia il figlio e il
figlio il padre, la moglie il marito e il marito la moglie, in questo modo.
Infermandosi il padre d'alcuno, subito il suo figlio va da l'astrologo, cio
lor sacerdote, al quale dice: "Signore, vi prego che andiate dal nostro dio a
saper se mio padre die esser liberato da questa infirmit, overo deve per
quella morire". Allora il sacerdote con il figlio dell'infermo insieme vanno
dal lor idolo, al qual gionti fanno orazione e dicono: "Signor, tu sei il
nostro dio, qual noi per nostro dio adoriamo e stimiamo; ti preghiamo che vogli
risponder a quello che noi ti domandiamo. Il tale uomo  molto infermato: ti
domandiamo se deve di tal infirmit essere liberato, over di quella morire".
Allora il demonio per bocca di quell'idolo risponde: "Tuo padre non morir, ma
da questa infirmit ser libero, ma tu adesso tali e tali cose quali ti comando
farai". E cos, inteso il figlio il modo qual deve tenere nel governo di suo
padre, da quello si parte e va da suo padre, al qual serve diligentemente
facendo tutto quello che l'idolo ha detto, insino a tanto che 'l ditto suo
padre  liberato totalmente di sua infirmit.
Ma se 'l demonio aver detto che 'l padre ha da morire, allora il detto
sacerdote va l dove sta l'infermo e, postoli un panno alla bocca, il soffoca;
e morto in questo modo che l'ha, subito lo spezzano in pi pezzi, e tagliato
che l'hanno invitano gli amici e parenti e tutti li buffoni di quella contrada,
quali insieme con li figliuoli e la moglie con grand'allegrezza e suoni lo
mangiano. Le ossa del quale poi con grande solennit sotteranno, e gli altri
parenti, quali non sono stati per sorte alla festa con essi, se lo reputano in
grande vergogna. Questi volendo io di tal cosa riprendere, dicendo che essi
facevano contra ogni ragione e natura di tutti gli altri animali, "imperoch,
se voi amazate un cane, quello gli altri cani non mangiaranno: quanto
maggiormente voi, che sete uomini razionali, non dovereste fare questo?", essi
respondevano: "Noi la mangiamo accioch non la mangiano li vermi e per quello
pata alcuna pena, imperoch, essendo mangiata da' vermi, l'anima di quello
patirebbe gran pena". E quantunque molte cose replicassi, mai in alcuna parte
dalla lor opinione e costume li potei rimovere. In questa similmente vi sono
molte e altre diverse novitati, quali se non si vedeno non se gli pu dar fede,
perch in tutto 'l mondo non sono pi grandi e maravigliose cose di quelle che
sono e si trovano quivi.
Delle parti di questa contrada volendomi io ben informare, tutti dicevano
questa India avere sotto di s vintiquattromila isole, delle quali la maggior
parte  abitata, e similmente avere sessantaquattro re di corona. E con questo
faccio fine di scrivere altro dell'India inferiore: al presente intendo
solamente dire della superiore.
Dalla qual partendomi, presi il cammino verso l'oriente e, per il mar Oceano
molti giorni navigando, venni in una nobile e grande provincia domandata Manzi,
qual noi chiamamo India superiore, molto abondevole di pane, di vino, di carne,
di pesci, di riso e finalmente di tutte cose che fanno per l'uso dell'uomo
molto ricca. Della grandezza della quale volendomi informare, domandai molti
mori, cristiani e officiali del gran Cane, quali di un istesso parlar
affermavano questa provincia anzi avere 2000 grosse citt sotto di s, talmente
grandi che n Venezia n altra citt si potrebbe equiparare a quelle di
grandezza; per il che tanta moltitudine di genti e numero di uomini  in la
predetta provincia che  incredibile a dirsi. Delli quali tutti sono mercanti o
vero artesani, quali per lor povert, purch possano con le mani aiutarsi, non
patono alcuno bisogno. Gli uomini di questa sono di corpo belli, ma alquanto di
color pallidi, la barba delli quali  rara e longa, a modo di gatte; ma le
donne sono di corpo e di faccia bellissime.
La prima terra di questa provincia qual io trovai era domandata Ceuscala, per
tre Venezie di grandezza, distante dal mare una giornata e sopra d'un fiume
posta, le acque del qual nascono dal mare e si stendono di l dalla terra 12
giornate: terra di grande abondanzia e di tutte le cose che si trovano al mondo
fertile, e di tanta quantit di zenzaro copiosa che 300 libre d'esso si hanno
per men prezio de un grosso. Quivi ancora si trovano le pi belle, grasse e
migliore oche che siano oggi al mondo, e al doppio de le nostre grande, de
color bianche, sopra la testa delle quale nasce un osso di grandezza simile ad
un ovo, di color sanguigno; e sotto la gola di essi pende una pelle per mezo
palmo longa. Di esse vi  il miglior mercato che in qual altro loco si voglia,
talch una d'esse cotta e ben concia costa men d'un grosso; e quella copia che
si trova l di queste, la simile d'anatre e di galline, quali sono a maraviglia
grandi. In questa si trovano serpenti, di grandezza pi grandi che tutti gli
altri del mondo, quali gli uomini di questa terra prendono, e presi li
mangiano: la vivanda delli quali talmente solenne e unica  stimata da essi
che, accadendo a quelli fare un convito o vero alcuno pasto nel qual non vi sia
stato la minestra di quest'animali, si riputano non avere fatto e non essere
stato in quel convito cosa degna. Gli uomini di questa citt e di tutta questa
provincia sono idolatri, e usano certa sorte di barche per navigare e
grandissime, come in tutte le altre citt del suo regno.
Questa contrada lasciata, passando per molte citt, doppo longo camino di molti
giorni, venne in una certa citt molto nobile domandata Zaton, quale di tutte
quelle cose che sono all'umano uso necessarie  molto grassa, ma di zuccaro
tanto che tre libre e otto onze di quello ivi vagliono men di un grosso. Questa
citt al doppio di Bologna  grande, e vi sono molti monasterii di religiosi
idolatri, quali adorano universalmente gli idoli, nell'uno delli quali io fui e
trovai che vi erano 3000 di questi religiosi, e nella loro chiesa vi erano
11000 idoli, di statura s grandi che 'l pi picciolo d'essi era di grandezza
simile alla pittura che si fa qui da noi di san Cristoforo. Alli quali quando
essi danno a mangiare (perch vi fui presente) fanno portare le minestre calde,
e quelle avanti d'essi idoli pongono, e il fumo d'esse ascende nella faccia
d'essi idoli, e ivi tanto quelle dimorare lassano insino che vi sia fumo; e
quello lor tengono essere la vivanda di lor dei, stimando di quello essi
nutrirsi. Il resto che avanza lo riserbano e mangiano essi. Molte altre cose in
questa terra trovai quali lasso scrivere.
Da questa verso l'oriente caminando, venni in una citt domandata Fluzo, bella
e di circa 30 miglia de grandezza, sopra del mare posta, nella quale li galli
sono s grandi che in altra parte del mondo non si trovano maggiori, e le loro
galline sono bianchissime come neve, senza penne, ma di lana (in loco di
quelle) coperte, a modo di pecore.
Dalla quale partendomi e caminando 18 giornate, passando molte citt, terre e
diversi paesi, venni in un gran monte abitato da due lati, nell'uno lato del
quale abitavano certe genti quali vivevano in un modo de vivere strano e
inusitato, e tutti gli animali che sono e nascono in quello son negri; e gli
animali che in l'altro lato si trovano sono bianchi, similmente da stranie
genti abitato e nel vivere molto dagli altri alieno: le donne quali hanno
marito hanno in testa un gran barile di corna, quali in segno del lor
maritaggio portano. Da questo predetto monte doppo il camino di 18 altre
giornate, vedendo molti luoghi e paesi, arrivai in un gran fiume, per il
traverso del qual era un ponte, e nel capo d'esso una casa di un pescatore dove
alloggiai, qual, volendo darmi alquanto spasso mi disse che se volevo andar
seco a vedere un bel pescare. Similmente in un altro loco partito e
allontanatomi da questo fiume molte giornate, vedetti un altro modo di pescare
qual era questo, che gli uomini che pescavano erano in una barca nudi, con un
sacco dietro al collo legato, e in quella una tina d'acqua piena tenevano, e
ciascuno d'essi con il sacco nell'acque butandosi prendeva li pesci con le
mani, qual presi in quel sacco mettevano; e dall'acque levatosi saliva nella
barca, dove reponeva li pesci quali avea presi, e subito intrato nella tina in
quell'acqua calda si lava, e in questo modo uno doppo l'altro facevano.
Venni doppo questo in una citt domandata Cansay, che appresso noi vuol dire
citt celestiale, di pane, di vino, di carne, di porco, di riso e finalmente di
tutte quelle cose che sono all'umano uso necessarie copiosa, e ancora di
mercanzie grandi, e nobilissima. Questa  la maggior citt che sia oggi al
mondo, e in tutto il sito della terra di grandezza e circuito (secondo
l'opinione di molti cristiani e altra gente che ivi dimorano)  100 miglia,
posta appresso un fiume, qual dall'un lato di essa passa, s come in Ferrara;
per il che la detta  pi longa che larga, circondata tutta d'acque di lacune
come Venezia, nel contorno della quale sono circa 11000 porti, in ciascuno
delli quali sono le guardie del gran Cane quali ivi per difensione e guardia
d'essa citt continuamente dimorano. Questa ha 12 porte principali; lungi da
ciascuna d'essa pi di 8 miglia vi sono citt maggiori che Venezia e Padova di
grandezza, talch caminer alcuno sei e otto giorni continui, caminando sempre
per ditto spazio alle volte per un borgo solo e loci abitati d'essa: onde
parer, doppo longo e grande camino, non aversi quasi di l partito. Questa
citt s grandemente  abitata che non  spanna n palmo d'essa dove non siano
abitacoli, talch in una casa saranno alle volte dieci e dodici fuochi insieme,
quali, per statuto del lor signore, pagano per ciascuno anno un balis, che vuol
dire cinque carte bombacine, di valore un fiorino e mezo delli nostri.  ben
vero che ditti dodeci fuochi, essendo in una casa insieme, fanno e sono
numerati per un fuoco, e cos per uno pagano; quali tutti sono 90 tunne,
vocabulo e nome che appresso noi significa numero di 10000. Nonanta tunne
adunque importa qui da noi numero di 90000 fuochi. E gli altri che ivi
dimorano, alcuni son cristiani, alcuni mercanti, alcuni passaggeri che di l
passano. Finalmente, pi volte mi maravigliai come tanta gente e numero di
uomini vi potesse capire; e sotto di essa sono li borghi, nelli quali non minor
numero di gente vi sono che sia in essa citt.
Qua capitando quattro nostri frati minori, convertirono un grande e potente
uomo alla fede nostra, nella casa del quale allora alloggiai, e quello alle
volte mi diceva: "Atha, - che vuol dire padre, - piace a voi venir meco a
spasso vedendo la terra?" Al qual io risposi piacermi, per il che, in una barca
montati, andassimo ad un gran monastero, al qual intrati chiam a s un di
quelli religiosi; e quello l venuto, mostrandomi gli disse: "Vedete voi questo
raban frach (cio questo uomo religioso)? Costui viene dalle parti occidentali
e va al presente in Cabalec a pregar alli dei la vita del gran Cane. Per il che
vi prego che mostriate alcuna cosa nuova a costui, ch'esso poi, partito di qui,
possa in questa citt di Cansay avere alcuna cosa nuova visto raccontare".
Quale rispose esserli grato far tutto quello ne piacesse, e cos di l
andassimo seco. Qual prese prima dui gran mastelli pieni di molene e altri
fragmenti quali doppo la lor tavola avanzavano, e quelli presi andassimo ad un
certo giardino nel quale, aperta primo la porta d'esso, entrassimo, dove era un
monticello di delettevoli e ameni arbori pieno. Cos stando, il predetto uomo
prese un cimbalo e quello preso incominci a sonare, al suono del quale varii e
diversi animali che in quello monticello dimoravano si movevano, e gi dal
detto monte a tre a tre ordinatamente li vedevamo scendere: delli quali alcuni
erano come gatti maimoni, alcuni altri avevano la faccia di uomo, altri di
diversa sorte. Quali avanti d'esso cos ordinatamente venuti, a quelli secondo
era di bisogno e secondo la lor qualit dava mangiare, ponendo avanti d'essi
certi catini dove mangiavano. E quando al ditto uomo pareva ch'avessero
mangiato, preso un'altra volta il cimbalo in mano e sonandolo, tutti al lor
loco ritornavano. Della qual cosa ridendomi, domandai onde questa cosa
procedesse, ed egli rispondendomi disse: "Queste sono le anime di gentiluomini
grandi e potenti, quali noi per l'amor di Dio pascemo". "Come le anime di
gentiluomini? - dissi io. - Questi sono bestie e animali come gli altri". Qual
replicandomi disse: "Queste sono le anime di gentiluomini grandi e potenti
(com'ho detto), quali, partiti che sono dal corpo, vengono in simil animali ad
albergare, in tanto che, secondo la nobilt e grandezza del morto, sua anima si
elegge un animale bello e nobile come lei ad abitarvi. E le anime degli uomini
rustici e villani entrano in corpo d'animali vili simili ad esse, e in quelli
abitano". Al qual pur sforzandomi volerli dire il vero, non potei mai da quella
opinione ritrarlo.
Finalmente, chi volesse dire a pieno tutte quelle cose che in questa citt
sono, certo che in longo scrivere n anco compiria. Visto che ebbi Cansay, mi
parti' e caminando sei giorni venni in una gran citt domandata Chileraphe,
terra in un bel sito posta, di grandezza e circuito di muro 40 miglia: citt
molto abondante, nella quale fu la prima sede del re manzo, e nella quale sono
circa 370 ponti di pietre, pi belli che siano al mondo. Quivi ancora  una
sorte di barche per navigare di grandezza mirabile.
Da Chileraphe venni in un fiume grande, chiamato Dotalay, maggiore di tutti gli
altri fiumi che siano oggi nella terra, talmente che il pi stretto loco d'esso
 di larghezza sette miglia. Qual passa per mezo la terra de' Pigmei, domandata
Tacchara, citt delle pi belle e maggiori che siano al mondo. Gli uomini di
questa son chiamati Pigmei, de statura tre spanne o palmi grandi; e non
solamente essi, ma gli altri uomini di altro paese, quantunque grandi, che ivi
dimorano, se generano figliuoli, quelli sono di picciolezza di corpo simili a
quelli Pigmei. Quali essendo nell'et di cinque anni si maritano, onde vi nasce
ed  tanto il numero di questi che non si pu n dire n numerare; per la lor
picciolezza vengono da tutto il mondo nominati e famosi. Questi tali hanno il
discorso della ragione come noi, e il loro lavoro  di bombace, della qual
fanno pi opere che in altro loco del mondo.
E passando da questo fiume e da molte altre cittadi, venni in un loco domandato
Iamzai, citt nobile e grande, de abitazione de 80 tunne, cio 80000 fuochi,
essendo com' detto che una tunna significa numero de 10000, di tutte le cose
che sono per il vitto degli uomini abondantissima. Di essa il loro signore ha
di entrata e rendita 50 tunne di balassi, cio numero de 750000 fiorini,
essendo che pur abbiamo detto che ogni balasso importa il valore de un fiorino
e mezo delli nostri. Ma accioch per il pagare di una tanta summa di denari
detta citt non patisse disaggio e impoverisse, il detto signore gli lassava
dugento tunne. Quivi usasi che, volendo alcuno invitare a pasto suoi amici o
altro, va a certi alloggiamenti a questo solo effetto deputati, dove l gionto
chiama quello che governa lo alloggiamento, e dicegli: "Patrone, io voglio fare
un pasto a certi miei amici e spendere tanto: fate che trovi apparecchiato".
Partito, torna poi con quelli a chi ha da fare il pasto al ditto alloggiamento,
ove si fa il pasto ordinatamente, essendo l molto meglio serviti che nelle lor
case proprie. Quivi ancora  una sorte di barche di grandezza mirabile; e in
quella vi  ancora un loco de frati minori dell'ordine nostro.
Da longi di questa citt dieci miglia, nel capo di questo fiume,  un'altra
citt domandata Meugu, quale come le altre citt sono bianche, e li lor palazzi
e sale di essi sono gi nella pietra cavati, e l abitano; e molte altre cose
belle e mirabili vi sono, ma tra le altre una sorte di barche cos grande che 
incredibile ad intendere la grandezza di esse.
E da questo passando molte cittadi e luoghi e caminando otto giorni per acqua
dolce, venni in una citt domandata Benzin, sopra de un certo fiume posta,
domandato Caramoraz: questo fiume passa per mezo la citt di Catay, alla quale,
quando le acque d'esso crescono, fanno gran danno, come il Po qual passa per
Ferrara. E caminando molti giorni per questo fiume giunsi in una citt
domandata Suzupato, molto di pane e vino e mercimonii e d'ogn'altra cosa
copiosa, e di sorgo tanto abondevole che in tempo quando  pi caro e costa,
ivi 40 libre costano men d'otto grossi.
Dalla predetta citt di Suzzumato partendomi venni in una nobile e grande citt
chiamata Cabalec, molto antica e nobile, posta nella provincia di Catay, quale
li Tartari insieme con un'altra citt domandata Taydo, distante dalla ditta
mezo miglia, per forza presero. Questa citt ha 12 porte una dall'altra
distante per spazio di due miglia, donde il contenuto di esse  circa 50 miglia
di giro e di grandezza. In essa il gran Cane tiene sua sede, dove ha un bello e
grande palazzo, le mura del qual sono circa quattro miglia di circuito; e nel
cortile d'esso  un monte non naturale ma fatto a mano, piantato tutto
d'arbori, onde lo chiamano Monte Verde. Nella sommit del quale vi  posto un
altro palazzo quanto si possa dire bello, e dal lato d'esso un lago similmente
con arte fatto, dove sono e vi vengono tanta quantit di oche selvagge, anatre
e cesani che chi li vede fa piacere e maraviglia. Quando al signor piace andare
a caccia, pu l senza uscire fuor della terra cacciare; quale al suo traverso
ha un bel ponte di pietra. Ma il palazzo dove la propria persona del re dimora
 grande, ma molto pi bello, posto sopra un certo loco elevato dalla terra dui
passi, li muri del qual son di finissime pelle rosse coperti, e di dentro ha
vintiquattro colonne di puro oro fatte. E in mezo d'esso vi  una pigna grande,
alta due passi, fatta d'una pietra preziosa chiamata merdicas, tutta d'oro fino
ligata; e da quella pendono certe reticelle quanto una spanna grande,
similmente di fine perle insertate, e in ciascuno angulo d'essi vi  un serpe
tutto d'oro fatto, qual pare che ditti angoli fortemente batta. E da li
condutti per questa, a modo di fontana, viene l'acqua, della quale tutta la
corte del re si serve, per il che all'incontro d'essa sono molti vasi di oro,
ad effetto che chi vuol bevere quelli prendendo beva. In questo palazzo ancora
sono molti pagoni d'oro, di tal sorte che, volendo alcuno di quelli del signor
alcun spasso dargli, fanno un romore, battendosi insieme man con mano, quali
come se fossero di quel suono spaventati mettono le ale e fanno segno di
moversi, come se volessero di l partire.
E quando il gran signore di questa siede in sedia regale, nel sinistro lato
d'esso sede la regina, nel secondo grado sono due sue donne, nell'ultimo tutti
li parenti della regina. Delle quali donne le maritate hanno in testa un piede
di uomo, un braccio e mezo di longhezza, di grosse e fine perle ornato (talch
se in alcuna parte del mondo sono perle di valore, si trovano qui), e sopra
d'esso hanno similmente certe penne di grue, le quali in segno di maritaggio
portano. Nel destro lato d'essa regina siede il figliuolo primogenito, qual
doppo morto il padre ha da succedere in regno, e doppo questi predetti siedono
gi tutti quelli che sono di sangue regale; dove sono quattro scrittori,
l'officio delli quali  scrivere tutte le parole che il re sedendo dice. In
presenza del qual similmente sono molti altri e innumerabili baroni, con
mirabil silenzio avanti il suo cospetto stando in piedi, non avendo nessuno
d'essi ardimento (se prima non sono da esso re domandati) parlare, eccetto li
suoi buffoni, li quali ponno, per dar spasso e far ridere il signor, dire
alcuna cosa; nondimeno non hanno ardire altrimente fare, eccetto secondo
l'ordine dato ad essi dal re; dimorando avanti la porta del palazzo molti
baroni, quali guardano e vedono che nissuno senza licenzia del re entri, e
avendo alcuno ardire di fare altrimente ed entrarvi, non solamente non lo
lassano, ma quello viene crudelmente battuto. E quando da questo signor si ha
da far qualche convito, il secondo suo figliuolo insieme con quattromille
baroni lo servono, delli quali ciascuno porta una corona in testa, vestiti
d'una veste tutta de finissime perle conserta, di tal valore che solo esse
perle si stimano passare il valore di 15000 fiorini.
Nella corte del qual sono pi di 10000 uomini, quali hanno diversi officii, uno
all'altro respondenti e talmente bene ordinati che ciascuno d'essi fa
fidelmente il suo officio, senza in quelli trovarsi alcuna fraude. Nella qual
corte io, fra Odorico, fui tre anni continui, e alle predette feste e conviti
molte volte presente; e in essa noi frati minori avemo un loco deputato, al
qual capitati, bisogna a noi dare la nostra benedizione ad esso re. Ivi
essendo, diligentemente domandai cristiani, mori, saraceni e molti altri baroni
quali mirano la persona del re, a quello solo officio deputati: dalli quali
tutti di un conforme parlar fui informato che li buffoni solamente di esso
erano circa 7300 tunne, cio 30000 de essi, delli quali alcuni guardavano li
cani, altri le bestie, altri in guardia degli uccelli erano deputati. Il numero
delli quali uccelli dicevano essere 15 tunne, cio 150000; e li medici quali il
detto per sua cura tiene sono 4009, delli quali 4000 sono idolatri, otto
cristiani e un saraceno, quali tutto quello che loro fa di bisogno hanno dalla
corte del re.
Questo signore nell'inverno sta in Cabalec, e nel principio dell'estate si
parte a starsi in una citt domandata Sanay, posta sotto la tramontana, loco e
abitazione freddissima, dalla quale quando dal l'una per starsi all'altra si
parte, va con mirabil grandezza. Avanti d'esso vanno quattro eserciti d'uomini
a cavallo, di numero 50 tunne, cio 50000 cavaglieri, delli quali uno precede
all'altro una giornata, trovando, in ogni giornata deputata alla quale
arrivano, apparato tutto quello che fa di bisogno per lor vitto. E nell'ultimo
esercito, in mezo del qual sopra un ornato e concio carro a due rote viene il
re, e nel qual  un solaro a modo di sala ordinato, fatto tutto di legno d'aloe
d'oro inaurato e di bellissime pelli di molte pietre preziose ornate coperto,
da quattro elefanti e da altrettanti cavalli bellissimi tirato, e similmente da
quattro baroni (l chiamati zuche) guidato, delli quali l'officio  con
diligenza guardare che 'l carro sia da bon loco tirato e che il re non abbia
alcuna offensione; al qual niuno per meza arcata (eccetto li suoi deputati) ha
ardimento avicinarsi. Per prendersi nel camino alcun spasso, seco nel carro
porta dodici uccelli domandati zifalci, quali, vedendo alcuno uccello, lassa
dietro quelli volare. E questo medesimo o simil modo osservano secondo il lor
grado le sue donne, e l'istesso il suo figliuolo primogenito.
Questo divise il suo regno dodici parti, nominata ciascuna con il segno de 12,
delle quali una  quella provincia di Manzo della quale abbiamo detto, cio
India superiore, qual sotto di s ha circa 2000 cittadi grosse; donde talmente
 grande questo suo imperio che in caminar alcuna parte d'esso v'anderebbe il
camino di sei e pi giorni in vederla, non numerando tra le divise parte le
isole, quali passano il numero di 5000. In ciascuna delle quali isole e parti
del suo regno il detto fece ordinare certe case e alloggiamenti di cortina,
(tenendo esse questo nome: case di cortina) di tutte quelle cose che fanno per
il vitto dell'uomo fornite, ad effetto che li passaggeri e altri viandanti,
quali per il suo regno caminano, per lor bisogno loco e albergo e tutto quello
che ad essi  necessario abbiano e trovino. E a fine che, quando nel suo regno
accade alcuna cosa di nuovo, subito gli ambasciatori del ditto signore
cavalcano, e se il fatto  di troppo importanzia montano sopra li dromedarii, e
a quello velocemente corrono; dove a questi alloggiamenti avvicinati mettono un
corno in bocca fortemente sonandolo, dando per quello aviso a quelli che
nell'alloggiamento e case stanno che viene l'ambasciatore (quali appresso noi
si domandano staffette). Per il che l'oste, per insino a tanto che quello
arriva, fa mettere in ordine un uomo e un cavallo fresco, al quale arrivato al
detto alloggiamento il primo gli consegna le littere, quali consignate, l si
reposa e della fame e camino gi fatto si restaura; e l'altro che ha preso le
littere corri insino all'altro alloggiamento, e in quel modo fa come il primo
ha fatto.
Quando questo signore va alla caccia serva quest'ordine. Fuori de Cabalec vinti
giornate ha un bellissimo bosco di otto giornate di circuito, nel quale  tanta
variet di animali che  cosa maravigliosa; alla custodia di questo bosco sono
posti dal gran Cane alcuni li quali diligentemente lo custodiscono. E alla fine
di tre o vero quattro anni se ne va il predetto con la sua gente, e quello
circonda con gli uomini, li quali lasciano intrare li cani, e gli uccelli
consueti doppo quelli dentro mandano a volo; ed essi a torno a torno
diligentemente investigando cacciando vanno, reducendo quelle fiere ad una
bellissima pianura quale in mezo di quel bosco se ritrova, talmente che ivi si
congrega di ogni parte grandissimo numero di selvaggie fiere, come sono, cervi
e molti altri e varii animali, tanti che  grandissima maraviglia. Li gridi
degli uomini, delli cani e li stridi degli uccelli sono s grandi che uno non
pu intendere l'altro: dalli quali ancora tutti quelli animali ridotti tanto si
spaventano che timidamente tremano. E congregati quelli animali nel modo
predetto, viene il re, portato da tre elefanti, e lancia tre saette in quelli;
quali lanciate, tutti quelli che li accompagnano fanno il medesimo, avendo
ciascuno la sua saetta con il proprio segno segnata, accioch una dall'altra si
cognosca. E a quell'altre ammazzate poi vanno, e le saette dietro quelle
lanciate raccogliendo; quali essendo (come  detto) segnate, ottimamente la sua
ciascuno discerne, toccando ad ogniuno d'essi quell'animale qual con la sua
saetta ha ferito.
Questo re similmente fa quattro feste all'anno, cio la festa del suo
nascimento e la festa della sua circoncisione, e cos le altre, alle quali fa
chiamare tutti li buffoni e li baroni di sua parentela, ma specialmente quelli
chiama alle predette due prime. Li quali essendo chiamati vengono con una
corona in testa, sedendo allora il re in sede regale di quel modo abbiamo di
sopra detto; al qual arrivati, ordinatamente stanno nel lor loco deputati.
Delli quali li primi vanno vestiti di scarlato, li secondi di colore sanguigno,
li terzi di turchino, portando ciascuno in mano una tavola di denti d'elefanti
bianca, centi de cingolo d'oro un somesso alto, con un grande silenzio stando
in piedi; vicini a questi stanno similmente li buffoni, tenendo le loro
insegne. E doppo questi in un angulo del palazzo dimorano filosofi grandi e
sapienti, li quali attendono a ciascun punto e ora e, occorrendoli quel punto o
vero quell'ora quale aspettano, un di quelli allora con alta voce gridando
dice: "Chinatevi al nostro imperator signor grande"; allora tutti li baroni tre
volte una doppo l'altra danno della testa in terra, e cos battuti stanno
insino che un altro delli detti sapienti un'altra volta sclama dicendo: "Tutti
levatevi". Il che inteso, subito si levano, e fatto questo attendono agli altri
punti, quali similmente trovati, un'altra volta si sclama: "Ponetevi un dito
nell'orecchia", e quelli subito lo pongano, e dicendo: "Cavatelo", lo cavano. E
doppo un pezzo li predetti diranno: "Burattate farina", e questi e molti altri
simili alli predetti segni fanno fare questi filosofi, dicendo quelli essere di
gran significato e denotare gran cose. E a queste feste sono molti deputati,
l'officio delli quali  vedere che nessuno delli baroni e buffoni chiamati vi
manchi; il che trovandosi, quello che manca verrebbe ad incorrere gran pena e
castigo. E li predetti sapienti similmente attendono il ponto di questi
buffoni, qual venuto esclamano: "Fatte festa al nostro signore". Allora quelli
cominciano a sonare tutti li loro istrumenti di suono, fortemente cantando,
delli quali  tanto lo strepito che fa maraviglia ad intendere, non cessando
per insino che esclamando gli  detto: "Tacete tutti", e cos quelli tutti
tacciono. E dopo fatto questo, tutti quelli che sono della parentela del re
tengono molti cavalli bianchi apparecchiati per donarli al re, e stando in tal
procinto, esce una voce dicendo: "Il tal di tal casa tanti cavalli tiene per il
suo signore". Alcuni altri essi stessi dicono quelli cavalli tenere in ordine
per il suo signore, in tanto ch' una maraviglia di tanto numero di cavalli che
vengono donati a questo signore. Molti altri baroni vi sono quali da parte di
altri signori e baroni portano presenti al predetto, e quelli da lor nome gli
presentano. A questo similmente tutti li principali delli monasterii vanno con
li presenti, al qual arrivati gli donano e gli danno la lor benedizione, e il
medesimo a noi frati minori  necessario fare, darli la nostra. E fatto questo,
avanti di esso si presentano alcuni buffoni e buffonesse, e in sua presenzia s
dolcemente cantano che ad intendergli danno piacere e maraviglia; e doppo
cantato che hanno, fanno menare certi leoni in presenzia del re, al quale fanno
dagli predetti leoni fare riverenzia, facendo doppo questo portare certi cifi
artificiosamente pieni di buon vino, e alla bocca di chi vuol bevere detti cifi
porgono.
Finalmente, queste e molte altre cose simili in presenzia di questo signore
fanno, talmente che, se io volessi a pieno della grandezza di costui e delle
cose della sua corte dire, indurrei pi tosto maraviglia che credenza, se prima
non fossero con li proprii occhi visti. N meno  da maravigliarsi che possa
questo fare tanta e s incomparabil spesa, imperoch in tutto il suo regno si
spendono certe carte quali l si hanno, e si spendono per moneta, donde
infinito tesoro perviene alle mani di questo signore. E di esso faccio fine.
Una cosa maravigliosa e stupenda similmente scrivo, non come cosa che l'abbia
vista, ma intesa da uomini veramente degni di fede, quali dicevano che in un
regno sono certi monti domandati Capesci, dove nascono melloni molti grandi:
quali essendo maturi si aprono, e dentro dicono che si trova un animaletto a
modo d'agnello picciolo, quale ha il mellone e la carne insieme. E quantunque
questo paia all'orecchie di chi l'intende incredibile, nondimeno, s come nella
provincia d'Iberina sono gli arbori quali producono uccelli, similmente pu
essere possibile e vero che ivi si trovassero li predetti melloni.
Viste queste predette cose in Catayo, me partetti e, caminando per 50 giornate
verso il ponente, passai per molte cittadi e per la terra del Preteianne, del
qual non  n anco una centesima parte di quello si dice e si afferma essere
vero. La principale sua citt  domandata Cassan, nondimeno non  maggior di
Vicenza, quantunque pur il detto abbia molte altre cittadi sotto di s. Questo,
per patto fatto tra essi loro, ha da menare la figlia del gran Cane per moglie.
Da questa citt molti giorni caminando, venni in una provincia domandata
Cassan, la miglior seconda provincia e la pi abitabile che altra che sia al
mondo; quale nel loco che  pi stretta  circa 50 giornate larga, longa pi di
60. Talmente questa provincia  abitata che uscendo dalla porta d'una citt si
vedono quelle dell'altra; copiosa di fromento, orgio, fave e altre vettovaglie,
ma specialmente di castagne e di reobarbaro (perch in questa provincia nasce)
vi  tanta copia che quasi una soma di cavallo si vende e se averia per meno di
sei grossi. Questa predetta provincia  numerata tra le 12 parti del regno del
gran Cane.
Passato da questa provincia, venni in un gran regno domandato Tiboc, qual
confina con essa India, sottoposto pur tutto al dominio del gran Cane, nel
quale  la maggior abondanzia di pane e di vino che in altra parte del mondo
sia. E le gente di questo regno abitano in le tende fatte di feltri negri; e la
regale e principal citt sua  fatta di mura bianche e negre, e le vie di
quella sono salizate, in le quali nessuno ha ardimento spandere sangue di uomo
n di animali, in reverenzia di un certo idolo quale adorano e hanno in stima.
Ivi ancora dimora il lor papa, qual essi chiamano lo alfabi, capo di tutti
quelli idoli, cio lor fattore e governatore, alli quali esso secondo il suo
costume distribuisce tutti quelli beneficii quali loro hanno. Le donne di
questo regno portano pi di cento, e nella bocca hanno dui denti cos longhi
come cignali.
Usasi qui ancora che, morendovi alcuno, allora il figlio del morto far
intendere come vuol fare onore a suo padre: per il che far chiamare tutti li
sacerdoti e religiosi e buffoni di quel contorno, quali venuti portano esso
morto fuori in una campagna con grande allegrezza, nella quale  apparato un
gran desco, sopra il qual mettono la testa del morto e quella dapoi tagliano, e
tagliata danno in mano del figlio. Qual presa, esso, insieme con tutta la sua
compagnia, cantano molte orazioni per esso, e doppo li sacerdoti prendono il
busto e quello in pi pezzi tagliano, e tagliato che l'hanno ritornano con
tutta la compagnia, insieme dicendo per il morto molte orazioni. Qual stando
cos in pezzi, poco doppo vengono gli uccelli, aquile, voltori e altri uccelli
quali dalli monti calano, e quelli prendendo portano seco. La qual cosa vedendo
con alta voce quelli cridando dicono: "Vedemo qual sia stato quest'uomo? Per
certo esso  santo, imperoch vengono gli angeli di Dio e quello seco portano
in paradiso", stimando li predetti uccelli essere angeli. Della qual cosa il
figlio si tiene molto onorato e grande, credendo che 'l corpo del padre sia
stato cos onorificamente portato dagli angeli di Dio. Il che visto e fatto,
subito il figliuolo prende la testa del padre e cuocela, qual cotta, la
mangiano, e dell'osso grande di quella ne fa fare un cifo, con il qual esso e
tutti della sua casa in memoria del suo padre morto con reverenzia e devozione
beveno. E queste e molte cose inusitate e irragionevoli alle predette simili
osservano.
Ed essendo io nella predetta provincia di Manzi, fui vicino al palazzo d'un
uomo popolare, la vita del quale era in questo modo: il predetto aveva in suo
servizio 50 donzelle, quali continuamente lo serveno; e quando il detto uomo
vuol mangiare, senta a tavola, al qual le predette donzelle con canti diversi e
sorte di suoni le vivande a cinque a cinque le portano, e quelle con le lor
mani in bocca di quello mettono, a modo d'uccello pascendolo, non cessando mai
avanti di esso cantare insino che le predette minestre non abbia mangiato; e
quelle di mangiar compite, vengono le altre donzelle, quali con diversi canti e
sorti di suoni cinque altre vivande li portano, menando finalmente, insino che
vive, in questo modo sua vita. Il cortile del palazzo di questo tiene di
grandezza dui miglia, e il solaro di quello un lato d'oro, l'altro d'argento 
coperto; sopra del qual sono li monasterii e campanili, a modo che molti per
lor piacere far sogliono. Ed essendo io (come ho detto) l, dicevano che
quattro uomini simili a questo erano in la provincia di Manzo. La nobilt di
questi quella essere stimano, quando portano le ungia delle mani al possibil
longhe, per il che molti permettono talmente crescere le ungia, massimamente
del dito grosso, che con quella si circondano tutta la mano. E la bellezza
delle donne appresso di essi consiste in avere il piede picciolo, per il che le
donne, quando hanno figlioli, essendo quelli in fascia li legano, e non
permettono che crescano.
Partendomi dalle terre del Preteianne, tenendo pur il camino verso il ponente,
arrivai in una contrada molto bella e fertile, domandata Melistorte, nella
quale era un uomo domandato il Vecchio del Monte, imperoch questo fra dui
monti di questa contrada avea fatto un muro, qual circondava il monte. Di
dentro del qual erano certi fonti di acqua, li pi belli che si potriano
trovare, appresso delli quali si dimoravano donzelle bellissime quanto mai
altre si trovassero, similmente belli e ornati cavalli, e finalmente v'erano
tutte quelle delizie e piaceri che poriano dar diletto ad uomo, facendo
similmente per certi condotti al detto loco venire latte e vino: per il che
questo loco chiamavano paradiso. E quando il detto uomo trovava alcune giovane
valoroso, quello dentro di questo suo loco faceva mettere, ad effetto che,
volendo il detto fare arrobbar e assassinare alcun re o vero barone, chiamava
un de quelli qual pi era avanti al suo loco, al qual domandava che trovasse
alcuno il quale pi ad esso paresse che si dilettasse stare in quel suo
paradiso. Quale trovato e postovi, e gustato ch'aveva quella somma dolcezza di
quel loco, li faceva dare bere una bevanda, qual subito bevuta lo faceva
gravemente dormire; e addormentato che era, quello fuori di quel loco portar
faceva. E risvegliato, e trovandosi fuori di quel piacere, veniva in tanto
grande travaglio, angoscia, che non sapeva che farsi. Allora a quel vecchio
patrone del loco instantemente pregandolo gli diceva che volesse un'altra volta
in quel suo loco ridurlo, e gli era dal predetto vecchio resposto: "Se tu non
amazzi il tale re, o vero tal barone, non puoi intrar l, promettendoti dopo,
vivo o morto che tu rimanghi, nel paradiso ridurti"; quali, per la dolcezza di
quel loco gustata, per tornarvi non rifiutavano morire. E in questo modo faceva
assassinare da quelli qual esso voleva. Per il che tutti li re di quel
contorno, avendo paura di costui, gli danno gran tributo; ma dopo che li
Tartari avevano quasi per forza preso tutto il mondo, pervennero al loco di
questo e gli tolsero il dominio. E tolti molti di questi saraceni, quali esso
per il sopra detto effetto teneva, mandorno via; e finalmente v'entr nella
citt dove il predetto vecchio dimorava, quale assediorno, da quella mai
partendosi insino che la presero. Quale presa, ebbero alle mani il vecchio,
qual ligorno, e finalmente mala e crudel morte a quello derno.
In questo paese del predetto loco di Melistorte l'omnipotente Iddio ha concesso
una singular grazia alli frati minori, qual  questa, che nella grande Tartaria
cos facilmente cacciano li demonii dalli corpi assediati da quelli come si
caccia un cane di casa. Donde molti uomini e donne, quali sono da' demonii
assediati e vessati, quelli ligati per 10 giorni camminando alli nostri frati
conducono alli quali condotti e menati, li predetti frati a quelli demonii
comandano da parte del nome di Ies Cristo debbiano da quelli corpi prestissimo
uscire e non vessarli; e subito inteso il comandamento fatto ad essi escono, e
quelli che restano dal demonio per grazia de Dio (data alli predetti) liberati
si battezzano. Allora li predetti frati vanno a pigliare li loro idoli, di
feltro fatti, quali con croce e con acqua benedetta prendeno, e quelli al foco
portano, e tutti quelli che sono alla contrada di questi vicini vengono a
vedere abbrusciare li dei delli suoi convicini. Quali nel foco buttati (essendo
in quelli il demonio) dal foco escono e non lascia quelli abbruciare; per il
che li predetti frati buttano acqua benedetta sopra del foco, onde li predetti
demonii dal corpo di quell'idoli escono, cridando in aere: "Mira, mira come
sono dalla mia casa cacciato"; e allora quelli corpi delli idoli, non essendovi
il demonio, si brusciano. Per la qual cosa molti di quelli indemoniati all'anno
da' nostri frati sono battezzati.
Un'altra cosa mirabile e di terror piena ho vista, che andando per la valle
posta sopra del fiume qual si domanda fiume di Piaceri, uscendo quello dal
paradiso terrestre, viddi molti corpi di uomini morti, e ivi intendeva diversa
sorte di suoni, quali a modo de nacari mirabilmente sonavano, donde tanto era
il romore che mi metteva gran paura. Questa valle circa 7 o 8 miglia di terra 
longa, nella quale se alcun v'entra, senza mai pi uscire di l subito muore.
Pur nondimeno vi volsi entrare, ad effetto che vedessi che cosa erano questi
suoni e corpi morti; alla quale intrato, viddi tanti corpi morti, com'ho detto,
che  incredibile dirsi. E nel lato di detta valle, nel muro d'esso, in un
sasso vi era una faccia di uomo talmente terribile che per il timor preso da
quella mi credetti veramente morire, continuamente meco dicendo orazioni, non
avendo totalmente ardire pi de sei o vero otto passi appropinquarmeli. Per il
che non volendo a quella (com'ho detto) avicinarmi, andai nell'altro capo della
valle, e sopra un certo monte arenoso salito sopra di esso guardando niente
altro vedeva, eccetto che udiva li predetti nacari sonare. Ed essendo nel capo
di questo monte, trovai una quantit d'oro e d'argento a modo di squame di
pesce adunata, della quale me ne posi nel seno alquanto, qual poi pensando che
fossero inganni di demonii, quello sprezzando in terra buttai. E cos di l per
il volere di Dio senza niuna offensione usci': qual cosa sapendolo poi li
saraceni e altre genti, molto mi riverivano, stimandomi, essendo di tal loco
vivo uscito, santo, dicendo quelli corpi morti che in quella valle dimoravano
essere uomini di spiriti infernali.
Una cosa ho a dire del gran Cane, qual ho vista, che passando il predetto per
quella contrada, tutti gli uomini avanti l'uscio di sua casa fanno fuoco, e in
quello pongono profumi, accioch quello passando gli inspirino odore, e venendo
molti uomini lo vanno ad incontrare. Il qual avendo una volta a venir in
Cabalec, e sapendosi certo della sua venuta, un nostro vescovo e alcuni nostri
frati e io con essi in compagnia andassimo per due giornate ad incontrarlo; ed
essendoci a quello appropinquati, ponessimo la croce sopra un legno, tal che si
potea manifestamente da ciascuno vedere. Io aveva in mani l'incensero, qual
meco aveva portato, e incominciassimo ad alta voce cantare, dicendo "Veni
creator Spiritus". Qual canti avendo il detto udito, ne fece chiamare e comand
che ce gli accostassimo, che altramente non si averessimo appropinquati,
essendo che abbiamo detto che nissuno per meza arcata possa, se non chiamato,
appropinquarseli. Cos a quello avicinati, deponendo il suo capello, qual era
di inestimabil valore, fe' reverenzia alla nostra croce: e subito il vescovo,
pigliando l'incensero da mano qual io aveva quello con il fumo dell'incenso
suffumig. E perch tutti quelli che al detto signore vanno seco portano alcuna
cosa ad offerirgli, servando quella legge antica qual dice: "Non apparebis in
conspectu meo vacuus", per questo noi certi frutti portassimo, quali in un
piatto gli offeriscono, de li quali ne prendette due, dell'uno delli quali ne
mangi un poco; e a quello il predetto vescovo dopo questo gli diede la sua
benedizione. Il che fatto, comand che di l partissimo, acci dalla
moltitudine de' cavalli non fossimo offesi. Per il che, di l partiti,
andassimo ad alcuni suoi baroni, quali certi frati del nostro medesimo ordine
alla fede convertirono, quali erano nell'esercito di costui, alli quali
offerimmo del resto di quelli pomi: quali non con minor allegrezza furno da
quelli accettati, come se gli avessimo donati grandissimi presenti.
Io, fra Odorico di Friuoli, dell'ordine de' frati minori, al reverendo padre
fra Guidotto, ministro della provincia di Santo Antonio, confesso che, essendo
io da quello per obedienzia richiesto che le sopradette cose, s quelle che con
li proprii occhi ho viste come quelle che da uomini degni di fede ho intese,
gli volesse dire e far scrivere, quelle ho dette.  ben vero che molte cose ho
fatte scrivere quali non ho viste, ma quelli che sono di quella contrada funno
testimonio essere vere. E molte altre cose ho lasciate, quale se prima con li
proprii non fossero viste non sono credibili.
Le predette cose io, fra Guglielmo di Solona, nell'anno 1330 nel mese di maggio
a Padova, nel loco di S. Antonio, ho scritte, in quel modo che il predetto fra
Odorico con la propria bocca gli riferiva, non curandomi d'un alto e ornato
modo di parlare scriverli, ma con un domestico e mezo modo di dire, accioch da
dotti e ignoranti siano quelle intese. Il predetto fra Odorico pass dalla
presente vita del Signor nell'anno 1331 alli 4 di gennaio, e dopo la sua morte
di molti miracoli risplendette.


Viaggio del beato frate Odorico di Porto Maggiore del Friuli, fatto nell'anno
MCCCXVIII.


In questo anno corrente del MCCCXVIII divotamente prego il mio Signore Iddio
che porga tal lume al mio intelletto che io possa, in tutto o in parte,
rammemorare le maravigliose cose da me viste con questi occhi, alle quali,
perch maravigliose siano, non perci se gli deve aver minor fede, poscia che
appresso Iddio niuna cosa  impossibile. Voglio dunque a coloro che queste cose
che io dir vedute non hanno, quanto meglio potr, brevemente scrivendo,
dimostrarle. E giuro, per quell'Iddio che in mio aiuto ho chiamato, in questa
narrazione non dovere io dire n meno n pi di quel che in varie parti del
mondo caminando ho visto.
Nell'anno sopradetto io, frate Odorico di Porto Maggiore del Friuli, della
provincia di Padova, nel mese d'aprile, con buona licenza del mio superiore mi
parti', e navigando con l'aiuto di Dio e buon vento giunsi in Constantinopoli
con altri miei compagni. E indi partendo, passammo il mare Maggiore e arrivammo
in Trabisonda, citt metropoli di Ponto, ove giace il corpo del beato Atanasio.
Qui fu la prima cosa da me veduta degna di maraviglia, quale tanto pi oser di
dirla quanto che molti, con quali ho parlato in Venezia, m'hanno riferito
d'aver visto simil cosa. Viddi un uomo barbuto e di feroce aspetto che menava
con lui circa duemila perdici, a quella guisa che menava i pastori loro
armenti; quali Eferdici volando e andando via le men a donare all'imperatore
di Costantinopoli, il quale ne tolse quante a lui parve e l'altre le lasci
andar via. Del che maravigliandomi fortemente, udi' da coloro che sarebbe egli
per far altre prove pi maravigliose di queste; fra le quali fu questa, che un
giorno essendo stato ammazzato un caro e fidelissimo fameglio dello imperatore
di Costantinopoli, e non trovandosi il malfattore, ne fu questo barbato dallo
imperatore con istanza pregato che con qualche via lo scoprisse. Il quale,
fatto portare il giovane morto nel mezo della piazza tutto insanguinato, in
presenza di molta gente, scongiurando con li suoi incantesmi gli messe in bocca
una crescia piccola di fior di farina, il quale non s presto ebbe in bocca la
crescia che si rizz in piedi e disse chi l'aveva ammazzato e per che cagione,
e ci detto ricadde subito morto.
Dopo molti giorni andassimo ad un castello dello imperadore di Costantinopoli,
che avea nome Zanicco, dove si cava l'oricalco e 'l cristallo. Indi partiti
venimmo in Armenia maggiore, in una terra che ha nome Orzaloni, ove poco
innanti era morta una ricchissima donna, la quale fece testamento e, fra
l'altre cose, lass che de' suoi beni si fabricasse un monastero di meretrici
delle pi belle giovani del paese, e di detti beni della defunta queste donne
fussero ben vestite e adornate secondo loro usanza, e ben servite cos nel
vestire come nel mangiare, le quali erano obligate senza alcuna mercede di
sodisfare tutti coloro da' quali fussero richieste. E se pure vi fusse tra loro
alcuna che non avesse sodisfatto a quei che l'avessino richiesta, e coloro se
ne fussero lamentati, subito la donna fusse mandata via da detto monastero e
priva di tutto quanto aveva in compagnia di quelle. Di che volendo noi saper la
cagione, e perch avessi fatto fare tal cosa doppo morte la detta donna, ci fu
risposto per impetrar misericordia della anima sua e di suoi peccati dal Dio
suo che ella adorava.
Quindi partito, andai sul monte dove  l'arca di No, nella cui cima si dice
pochi che abbino voluto andarvi essere potuti pervenire, perch il monte 
santissimo e oltre ci inaccessibile per l'altissima neve che vi sta tutto
l'anno e piglia almeno le due parti del monte. E quindi partiti, navigammo e
venimmo in una citt di Persia detta Taurisio, dove sono luoghi di frati
minori. La citt  mirabile e abondante di ricchi mercadanti, al cui lato  un
grandissimo monte di sale, donde ogni persona ne pu torre quanto vuole; e gi
se n'erano carche navi e mandato dove ne era carestia.
Quindi ci partimmo e arrivammo in Soldania, dove  la sedia del re di Persia, e
da qui a Sabba, dove arrivarono i tre magi. Questa l' una bella citt e ben
situata, lontana da Gierusalemme delle giornate pi di LX. Di qui andammo al
mar sabbionoso, e ci convenne star colla caravana in porto ben quattro giorni.
E non fu niuno di noi che ardisse d'intrar in questo loco, perch l' un'arena
asciutta e al tutto priva d'umore, e si muta a quella guisa che fa il mare
quando  in tempesta, or qui or l, e fa nel muoversi l'istesso ondeggiar che
fa il mare, in guisa tale che un'infinit di persone s' trovata, caminando per
viaggio, oppressa e sommersa e coverta da queste arene, le quali dal vento
dibattute e trasportate or fanno come monte in un loco e or in un altro,
secondo la forza del vento da cui sono elle agitate.
Tra pochi giorni doppo venimmo in una citt chiamata Geste, la quale  l'ultima
parte della Persia verso il paese d'India. Quivi trovai grandissima abondanza
di grano e di fichi e d'uva passa grossissima e verde. E quindi partito andai
nella Caldea, l ove tutti e' giovani e vecchi secondo loro facult sono
vestiti da donne alla guisa di queste del nostro paese; la maggior parte di
qual porta in testa cuffie lavorate di oro e adornate di perle e altre pietre
preziose. E le donne loro al contrario vanno mal vestite, con veste che non
giunge sino al ginocchio, con braghesse e legazze che pendono insino al collo
del piede, e portano la testa discoverta, scapigliate, senza ornamento niuno
nel capo. Qui viddi io un giovane che voleva menar per moglie una bella
giovane, accompagnata da altre giovani belle e vergini, le quali forte e
dirottamente piangevano, stando il giovane sposo con la testa bassa e
leggiadrissimamente vestito; e d'indi a poco il giovane mont s'un asino, e la
moglie lo seguiva mal vestita e scalza a piedi, toccando l'asino, e 'l padre
andava benedicendo, fino a casa dove la men per moglie.
Lungi di qui navigando per lo mar d'India, in ventotto giorni arrivassimo in
una citt stata gi del re Porro e chiamata Tava, e ben situata, l ov' grande
abondanza per conto del vivere. Qui viddi uno leon grande e negrissimo, alla
guisa di un bufalo, e viddi le nottole, o vogliam dire vespertiglioni, come
sono le anatre di qui da noi, e topi chiamati sorici di faraone, che sono
grandi come volpi, e ve ne sono un'infinit grande, e peggiori de' cani
mordenti. Il paese  di saracini. La gente  idololatra e adora il bue, della
cui carne non ne mangierebbeno per qualsivoglia cosa del mondo, ma gli fanno
ben lavorar la terra; per, giunti che sono al sesto anno, li lasciano andar
via dove loro piace e gli adorano in ogni loco che se gli fanno incontro; e del
loro sterco se n'ungono il viso, credendo eglino allora esser santificati. N
solo questo animale adorano, ma bens come primo degli altri con minor
riverenza, ma per molti e varii ne adorano: chi pesci, chi fuoco, chi luna,
chi arbori, chi il sole. Le donne vanno nude, e quando alcuna va a marito,
monta a cavallo e 'l marito monta in groppa e gli tiene appontato un coltello
alla gola; e non hanno niente indosso, se non in testa una cuffia alta alla
guisa d'una mitra e lavorata di fioretti bianchi; a cui cantando tutte le
vergini della terra vanno innanzi ordinatamente fino a casa, dove lo sposo e la
sposa si restano soli, e la mattina, levati, vanno pur nudi come prima.
Quindi partendo e navigando per lo mare Oceano verso il nirisi, e trovando il
sole, e caminando per lunghe contrade, arrivammo a quella di Nicoverra, la qual
gira a torno circa duemila miglia. Dove viddi e uomini e donne colla testa di
cane e nudi, quali pure adoravano un bue, della cui effigie tali ne portano
nella fronte una d'oro, altri una d'argento, secondo loro avere. Gli uomini
sono grandi communemente e fortissimi; la maggior parte del tempo fanno guerra,
e alla nuda, fuori che sono coverti da uno scudo grandissimo che gli cuopre
fino a terra. Quando prendono alcuni de' loro nemici, se non si riscattano se
gli mangiano arrostiti, e 'l simile vien fatto a loro dai nemici. E 'l re di
queste bestie era con una catena al collo di trecento perle grosse e bianche e
tonde com'una nocella; e oltre ci nella destra mano aveva un rubino che, per
lo vero Iddio, era pi grande d'una spanna, e cos fino che parea d'aver in
mano un carbone infocato. E diceasi che il gran Cane avea pi volte messo ogni
suo ingegno e forza per averlo, ma non l'avea mai possuto avere. Il re, bench
sia idololatra e col viso rassembri un cane, tien ragione e giustizia, e ha
gran quantit di figliuoli ed  di gran possanza, e per tutto il suo paese si
va sicuro senza essere offeso.
Di qui partiti arrivammo, caminando verso oriente, in una grandissima isola
chiamata Diddi. Qui  grandissima gente, che non mangia cose che siano compre;
le donne e gli uomini grandi e membrutti, quali si mangiano l'un l'altro; e il
padre vende i figli come da noi si vendono i capretti. E se o uomo o donna
alcuna si ammalasse, subito sono portati ad un lor sacerdote che attende alli
sacrificii de' loro idoli, fra' quali ve n' un grandissimo tutto di oro il
quale  pi degli altri adorato, a cui si porta innanzi l'ammalato, il quale
doppo molte orazioni fattegli risponde se dee morire o guarire. Se dee guarire,
l'ammalato  riportato a casa, con esser prima fatte all'idolo molte offerte.
Ma se l'idolo risponde che debba morire, il sacerdote toglie un panno e gli lo
mette d'intorno alla gola e lo strangola, e del morto ne fanno pi di mille
pezzi e lo mettono in un vaso grande, e cos vien mangiato da tutti i parenti;
e dell'ossa si fan certe cerimonie e poi sono sotterrate. E se alcuno de'
parenti non vi fusse invitato, se lo reputa a grande ignominia e scorno, e
quasi sono lieti quando alcuno s'inferma per posserlo mangiare e farne festa.
Onde io avendogli di ci ripreso, e dettogli che farebbono meglio a lasciarli
morire naturalmente e sotterarli, mi fu risposto che sepelliti a questo modo
puzzarebbono e farebbono i vermi, di modo che Iddio, offeso dalla puzza, non
gli riceverebbe nella gloria sua.
Da qui passammo nell'India superiore e pervenimmo nella nobile provincia di
Mangi, chiamata l'India di sopra, qual provincia contiene pi di duemila grosse
cittadi e altretante tenute e grosse castella, che sono come Vicenza o Trivigi,
che non han nome di citt. In questo paese  tanta moltitudine di gente che 
una cosa incredibile, di tal sorte che in molte parti di detta provincia viddi
pi stretta la gente che non  a Vinezia al tempo dell'Ascensione. Il paese 
abondante assai di pane e vino e carne, ma molto pi di pesce, e vi sono
infiniti artegiani e assaissimi mercadanti. E non vi  chi vada cercando la
limosina, perch o poveri o infermi sono ben governati e provisti delle cose
necessarie. Gli uomini sono tutti ugualmente grandi e pallidi, con i peli della
barba irti e male composti alla guisa delle capre; le donne sono bellissime.
La prima citt della provincia che io vedessi fu Tescol, la quale  tre volte
maggior di Vinezia, ed  lungi del mare una giornata ed  messa sopra un fiume;
e vi sono tanti navilii de naviganti che osarei dire non averne tanti tutta
l'Italia. E per un ducato viddi dar 700 libre di zenzevero verde e fresco. Qui
sono oche bellissime e maggiori tre volte delle nostre e bianchissime, e hanno
su la testa un osso com'un ovo, e dalla gola gli pende la pelle fin in terra;
l'anatre e le galline sono per due delle nostre. Qui sono i maggiori serpenti
del mondo, quali si prendono con certi loro ingegni, e li coceno e mangiano, e
gli paiono odoriferi; di modo che il mangiar serpenti in convito non 
differente da altre vivande, anzi, quando vogliono far convito pi famoso,
tanto pi serpenti apparecchiano e danno in tavola a' convitati.
Quindi partimmo e navigammo 27 giornate, e trovammo di molte cittadi e
castella, ne' quali entrammo, e specialmente venimmo in una bellissima citt
detta Zanton, dove sono dui luoghi di nostri frati minori. La terra  abondante
di tutte le cose necessarie alla vita umana; qui 3 libre di zuchero si danno
per un soldo. La citt  grande due volte pi di Bologna; uomini e donne sono
piacevoli e belli e cortesi, massime a' forastieri. Sono in questa terra molti
monasteri e idololatrice, avisandovi che vi sono pi di 3000 idoli, e il minore
 due volte pi grande d'un uomo, e sono d'oro o d'argento o d'altri metalli
lavorati; e gli danno da mangiare mettendogli il fumo nel naso, e loro si
mangiano le bevande refreddate che sono.
Di qui partendo verso oriente, giunsi in una citt che  sopra il mare, grande
pi di 30 miglia, chiamata Foggia; i galli sono grandissimi, le galline
bianchissime e in vece di piume sono vestite di lana come pecore. Quindi
navigammo 18 giornate, trovando sempre citt e castella, e pervenimmo ad un
monte altissimo nel qual mi parve veder cosa strana, che da quel lito dove noi
discendessemo io viddi uomini, le donne e bestie tutti negrissimi pi che
carboni spenti, e da l'altro lato verso oriente erano tutti, uomini e donne e
bestie, bianchissimi; ma l'una parte e l'altra mi pareva che vivessino e
vestisseno come bestie. Le donne maritate portano in testa un corno di legno
coverto di pelle, lungo pi di due spanne, a mezo la fronte.
Qui poco dimorammo e, partiti, arrivammo ad una citt chiamata Belsa, che ha un
fiume che passa per mezo la terra, e fuori ha un grandissimo ponte di marmo e
da capo ha una bella osteria. E lo ostieri, per darci piacere, ci disse se noi
volemo veder pescare, e menocci al lato del ponte dove il fiume era pi largo,
l ove erano molte barche; ed eracene una che pescava con un pesce che loro
chiamano marigione. E l'oste ne aveva un altro, e quello tolse, e tenevalo con
una corda messa in una bella collana:  ben vero che noi ne avevamo veduti ne'
nostri paesi assai, e molti lo chiamano veglio marino. Questa bestia avea il
muso e 'l collo com'una volpe, e i piedi davanti com'un cane, ma avea le dita
pi longhe e i piedi di dietro come un'oca, e la coda col resto del busto come
un pesce. Quale l'oste lo mand gi nel fiume ed egli, cacciatosi dentro,
cominci a prendere di molto pesce con la bocca, tuttavia mettendolo nella
barca: e giuro che in meno di due ore n'emp pi di dui cestoni, e similmente
fecero gli altri pescatori. Quando poi non volean pi pescare, lasciavano la
bestia nell'acqua, accioch andasse a pascersi, e quando era ben pasciuta
ritornava ciascuna al suo pescatore, come cosa domestica. Qui medesimo viddi
un'altra sorte di pescare: stavano gli uomini tutti nudi in barca, e ciascuno
aveva un sacchetto a torno e buttavasi in acqua per un ottavo d'ora in circa, e
prendeva del pesce con mano mettendolo in sacchetto, e poi tornava in barca; e
incontinente si metteva in una tina d'acqua calda, e un'altra volta poi si
buttavano in acqua a pigliar del pesce.
Stati qui alquanti giorni, partimmo e arrivammo in una citt maravigliosa detta
Guinzai, che in nostra favella vuol dire citt di cielo. Questa citt  la
maggiore che sia in tutto 'l mondo, ed  s grande che a pena ardisco di dirlo;
ma ho ben trovate in Vinezia assai persone che vi sono state. La terra 
pienissima di gente, e non vi  un passo di terra che non sia abitato. Case ve
ne sono assaissime, di otto e di dieci solari, che in ogni solaro abita una
fameglia con le sue massarie, per la gran carestia di terreno, di modo tale che
ogni piccola stanza vale gran danari. La citt ha grandissimi borghi, ne' quali
abita assai pi gente che nella citt; la quale ha 12 porte principali, e
ciascuna porta ha una strada dritta d'otto miglia, e in capo di 8 miglia v'
una citt pi grande di Padova, di sorte che ogni porta delle 12 ha per la
dritta strada una citt della grandezza che ho detto. Noi eravamo 7 che
andassimo per quei borghi. Qui han cavato i terrazani e fatto lagune per certi
canali, come sono a Vinezia, e sono tanti e tali che da capo e da pi delli
canali, o vero lagune, hanno porte che, per Dio vero, sono di certo di pi di
diece miglia: e a tutte sono le guardie, e queste stanno per il gran Cane.
Nella terra vi son di molti cristiani, ma pi di saraceni e idololatri. E mi fu
detto che ciascuna casa paga l'anno al signore un bastagne, che val un ducato e
mezo, e dieci fameglie fanno un fuoco per focolaro. Questi focolari della terra
sono 85, e ogni focolaro  diecimila fochi, e ogni foco  communemente 10
famiglie; e questo  solamente de' saracini, tutti il resto  di cristiani e
mercadanti e altre genti forastiere, che sono dieci volte pi di saracini. E
appresso alla maraviglia come potessimo star tante genti insieme, s'aggiungeva
il veder quanto in abondanza vi fusse e pane e vino e carne e altre cose tutte
necessarie alla vita umana. Qui dimora lo re di Mangi.
Dove  un luogo di frati minori che convertirono un grandissimo barone, nella
cui casa io albergai, e dissemi: "Acta, - cio "o padre', - vieni che ti
mostrer la terra". Ci detto salimmo in una barchetta, e mi men in un
monastero chiamata Thebe; e uno di quei religiosi mi disse: "O rabin, - che
viene a dire "o religioso', - va' con questo che  del tuo ordine, che vi
mostrer qualcosa di nuovo". E cos andammo sin al loco de' frati minori, dove
ebbi grandissimo onore, e fui fino a sera trattenuto con varii ragionamenti
della magnificenza delle terre. Fra tanto venne lui con molti altri frati di
fuora del loco un trar d'arco, in un orto grande e dove era un monticello tutto
pien di caverne e intorno intorno d'alberi fruttiferi. Ivi due di quei nostri
frati cominciorno a sonar di cembalo, e subito viddi cosa pi maravigliosa che
avessi mai visto per viaggio, conciosiach io viddi uscir da quelle caverne,
spinte dal suono udito, le migliaia di bestie salvatiche le pi diverse e
strane che mai pi fussino vedute: fra quali conobbi gatti salvatichi,
martarelli, scimie, maimoni, volpi, lupi, spinosi, ed erano bestie cornute con
viso umano e altri assai diversi, ma la pi parte aveano viso umano. E poich
alquanto erano stati, s'andorono via e con gran fretta tornorono nelle caverne;
onde io fui pien di paura e di meraviglia, pregai colui che m'avea qui menato
che cosa ci fusse, e che volesse significar tanta diversit di bestie. Ed egli
sorridendo dissemi che quelle erano anime de gran signori e nobili uomini, che
qui si pascono di sudor di Dio: e quanto l'uomo era pi nobile, tanto pi in
nobil corpo di bestia entrava l'anima sua. Il che tuttavia che io nol credessi,
non potti cavar altro da lui, n da quegli che vi erano presenti.
E desiderosi di veder qualche cosa altra di nuovo, ci partimmo, e navigando in
men di sei giorni arrivammo ad un'altra bellissima citt chiamata Chilense, la
qual girava intorno delle miglia pi di quaranta; nella qual sono 360 porte
tutte lavorate di marmo con intagli bellissimi. E dicesi che questa terra fu la
prima che avesse il re de Mangi, quale  assai abitata e d'assaissimi navilii,
abondantissima d'ogni cosa; ma perch non vi erano cose degne di meraviglia,
poco vi dimorammo. E navigando trovammo un fiume largo pi di 20 miglia, di cui
un ramo passa per la terra, chiamato Piemaronni. Gli uomini e le donne qui non
sono maggiori di tre spanne. Qui si fanno i maggiori lavori di bombace del
mondo, e vi sono assaissimi mercanti e forastieri, ma ogniuno di loro non
maggiore, come ho detto, di tre spanne.
Di qui usciti, caminando e passando una infinit di citt e castella,
giungessimo in una citt chiamata Sai, ove  un luogo de frati minori. Qui
trovassimo tre belle chiese di cristiani. La terra  bella e grande, e 18
tomavi di focolari; ogni focolaro  10000 fochi, e ogni foco  10 e 12
fameglie. Similmente ogn'anno pagano per foco quel che vale un ducato. Le genti
di questa citt la maggior parte vanno agli alberghi, di quali ve n'
grandissima quantit; e se alcuno volesse convitare od onorare un altro, va
dall'ostiere e gli ordina tutto quel che ci vuole per bevanda de' convitati.
Quindi navigando, giungemmo ad una citt nominata Laurenza, la quale  fondata
sopra un fiume che passa per mezo il Cataio e fa grandissimo danno quando rompe
gli argini. Cos navigando giungessimo ad un'altra citt chiamata Sunzomaco.
Quivi  maggior abondanza di seta che sia in tutto 'l mondo, che nella maggior
carestia se ne danno 40 libre per un soldo; di mangiar vi  abondanza grande. E
perch vi era in questo loco pi gente che in niun altro che avessi visto,
domandando donde ci avvenisse, mi fu risposto per conto che l'aria e il luogo
sono alla generazione molto salutiferi, di modo tale che pochi sono che moiono,
se non di vecchiezza.
E navigando da quattro giornate, pervenimmo nella nobil citt chiamata Cambal,
che  terra molto antica e gira 24 miglia, e un'altra appresso a questa meno di
un mezo miglio. Il circuito di ambedue  da 60 miglia: sono poi tutte due
insieme cerchiate da un'altra muraglia, che gira in tutto circa 100 miglia. E
questa  la principal terra del gran Cane, e qui si tien ragione, e quivi  la
sedia di questo mirabil signore del gran Cane; il cui palazzo gira pi di
quattro miglia, e ad ogni cantone  un palazzo dove dimora uno di quattro suo
baroni principali. E dentro al palazzo grande  un altro circuito di muro, che
da un muro all'altro  forse meza tirata d'arco, e tra questi muri vi stanno i
suoi provisionati con tutte le sue fameglie. E nell'altro circuito abita il
gran Cane con tutti i suoi congiunti, che sono assaissimi, con tanti figliuoli,
figliuole, generi, de nepoti, con tante moglie, consiglieri, secretarii e
famegli che tutto il palazzo, che gira 4 miglia, viene ad esser abitato. Ben
vero  che nel mezo delle case dove lui risiede  un monticello bellissimo,
attorniato di bellissimi alberi, nel cui mezo sorge un laghetto che gira pi
d'un miglio, sopra cui  'l pi bel ponte che non ho mai visto il migliore, in
considerando il marmo, l'artificio, che  una maraviglia. Eran nell'acqua le
centinaia dell'anatre e de assaissimi uccelli che vivono di pesce, d'ogni
sorte, che quel lago produce. Io viddi il palazzo dentro ove stava il gran
Cane, nel quale erano 24 colonne d'oro fino. Nel mezo del palazzo era una
colonna di oro massiccio nella quale era intagliata una pigna di pietra
preziosa, ed  s fina, s come io intesi, che 'l suo prezzo non lo potrebbono
agguagliare quattro grosse cittadi. Il suo nome  medecas, ed  tutta legata in
oro fino. E artificialmente escie di questa pigna il beveraggio per lo signore,
e similmente per condutto vanno atorno la mensa sua molti pavoni d'oro
smaltati, che paiono che sian vivi, e tal volta si mettono a cantare fino che
'l signor mangia. Il che tutto credo per certo che sia per arte diabolica.
Quando questo gran Cane siede nella sua sedia imperiale, nel lato manco sta la
regina, un grado pi gi, sotto cui stanno tutte le altre mogli, e sotto quelle
tutto l'altro parentado. Da lato destro appresso il signore sta il figliuolo
primogenito, che dee regnar doppo la sua morte, e a lui sotto tutti gli altri
figliuoli e tutti coloro che vengono dal sangue regale. Nel loco pi basso di
tutti stanno quattro scrittori che scrivono tutto quello che parla il signore
finch sta nella sedia; a cui davanti sta una grandissima quantit di baroni e
altri nobilissimi, quali non ardiscono mai di parlare finch stanno inanzi alla
presenza del signore, se da lui non fussero domandati. Sono poi attorno alla
sua mensa tanti suoni e canti, tanti buffoni e altre sorti di persone, che a
ciascuno fia incredibile, se volessi dir minutamente tutto quel tanto che io
viddi. E di quei buffoni ciascuno ha l'ora sua deputata, quando dee star in
guardia e trattenimento del signore; ma nelle porte sono guardie grandissime, e
se alcuno vi s'appressasse senza licenza del capitano sarebbe amaramente
battuto. E quando questo signore volesse far qualche gran convito, subito
s'appresentano a lui quindecimila baroni che vengono tutti a servirlo. E io vi
stetti tre anni in compagnia di frati minori che vi hanno il monastero, che
dove dalla corte vi veniva tanta robba che sarebbe stata bastante per mille
frati.
E, per lo Dio vero,  tanta differenza da questo signore a questi d'Italia come
da un uomo ricchissimo ad un che sia il pi povero del mondo; e perch le cose
che io vi dico vi sieno pi degne di fede, vi dico che mi fu da parecchi
cristiani che ivi dimorano detto che questo signore teneva da
ducentoottantamila uomini, li quali non attendevano se non a' cani e cavalli e
a tutte le cose che appartengono alla caccia per servigio del signore. Anzi,
per solo governo del signore sono 400 medici constituiti quali sono tutti
idololatri, de' cristiani continuamente vi sono 8 medici; quali non si scemano
n aumentano, ma, morto l'uno, in suo loco si mette l'altro. In somma la corte
 ordinatissima e magnifica quanto sia per tutto 'l mondo di baroni,
gentiluomini, famegli, agenti, cristiani, turchi, idololatri, quali tutti hanno
dalla corte quel che gli fa di mestieri.
Il signore nel tempo della state dimora in una citt tanto fresca che  pi
somigliante all'inverno che alla primavera, e ha nome Sandoy, ed  sotto
tramontana; l'inverno dimora in un'altra citt caldissima chiamata Cambal. E
di rado il detto signore colla sua fameglia more di malatie, se non di
vecchiezza. Quando vuole andare da una terra in un'altra, va sopra un
bellissimo carro ornato di drappi d'oro e di pietre preziose e perle grosse,
menato da quattro elefanti coverti trionfalmente; e sopra il carro vanno dieci
girfalchi, e quando vanno per strada van sempre uccellando. Allato al carro
vanno sempre 50 baroni a cavallo per guardia; e la regina viene appresso in un
altro carro con i figliuoli, con guardia d'altretanti baroni, ma non cos
adornato come quello del marito. Dietro poi una giornata viene tutto il
restante della famiglia.
Le bestie poi di tante sorti strane sono infinite che lui tiene, fra quali
erano sei cavalli che aveano sei piedi e sei gambe per uno, e viddi dui
grandissimi struzzi e dui piccioli dietro di loro con dui colli per ciascuno e
dui teste, dalle quali mangiavano; senza far menzione di altri uomini
salvatichi che stanno nello giardino di detto signore, e donne tutte pelose di
un pelo grande e bigio, quali han forma umana e si pascono di poma e d'altre
bevande che gli ordina il signore che se gli dia: fra quali erano uomini non
pi grandi di dui spanne, e questi chiamano gomiti. Nella corte ho visto uomini
di un occhio nella fronte, che si chiamavano minocchi. E a quel tempo furono
appresentati al signore dui, un maschio e una femina, quali avevano una spanna
di busto, colla testa grossa e le gambe lunghe, e senza mani, e s'imboccavano
con uno dei piedi. E viddi un gigante grande circa 20 piedi, che menava dui
leoni, l'un rosso e l'altro nero, e l'altro aveva in guardia leonesse e
leopardi; e con s fatte bestie andava il signore a far caccia, a prender
cervi, caprioli, lupi, cingiali, orsi e altre bestie salvatiche.
Ma la grandezza del paese che domina questo gran principe  tanta che non
bastano otto mesi ad andar da un capo all'altro per traverso, senza contarvi
l'isole, che sono pi di cinquemila, avisandovi che in questo terreno del
principe sono pi di duimilla grosse citt, senza le castella, che son senza
numero: e vi sono proposti quattro che governano l'imperio di questo gran
signore. E ciascuna persona che, facendo viaggio, passa per quei paesi, di qual
condizion sia,  ordinato che per dui pasti che fa non paghi nulla. Per tutto
il paese vi sono torri altissime, dove sono assaissime guardie, le quali hanno
sempre dui o tre corni da sonare grandissimi. E quando il signore vuol far
sapere qualche novit da lungi, o vuol mandar lettere altrove che siano di
grande importanza, incontanente ordina che si suoni il corno, e di mano in mano
ad ogni loco, dove si trova apparecchiato un cavallo buono per posta, per tre o
quattro miglia distante; ove si cambiano cavalli, persone, di tal sorte che in
un giorno riceve e manda le littere dove non bastarebbono a pena dieci.
Quando poi questo gran Cane vuol far una bella caccia, che la fa una sola volta
l'anno, va in un loco che  di lungi da questa citt dove egli dimora delle
miglia pi di 400, dove  un grande, folto bosco. Ivi sono bestie di ogni
sorte, e si diceva che 'l bosco girasse pi di 200 miglia. Qui il signore mena
con seco tanti cacciatori che circonda tutto 'l bosco intorno intorno, e allora
dislaccia i cani e leoni e leonesse e altre bestie fatte domestiche e acconcie
a tal arte, e similmente varie sorti d'uccelli; e la gente si viene stringendo
a poco a poco, e 'l signore sta nel mezo della selva, l ove  un prato che
gira un miglio, con quattro uomini armati e suoi fidati. E lui sta solo in un
muro di quattro passi che lo circonda fino alla cintura, ma sta a cavallo
insieme con gli altri, e talora nel suo carro imperiale: e queste fiere tutte,
o la maggior parte, passano dinanzi a lui, o poco lungi, con gli altri
cacciatori che tengono i lioni e leonesse e leopardi che stanno di lungi una
tirata d'arco. Quivi  s forte il gridar delle genti, l'abbaiar de' cani,
l'ulular delle fiere e 'l sonar de' corni e d'altri stromenti che le povere
fiere, assalite da tema grande e orror di morte che porta seco, e lo presente
stato che versa negli occhi delle infelici bestie, e 'l ricordarsi delle altre
volte che vi sono incappate, che fa tremare come debole canna e non ben ferma,
percossa di crudelissimi e violentissimi soffiar di borea o d'aquilone, le
quali vengono uccise quasi per tema. Ma fatta una grande uccisione di loro,
l'imperatore, come tempo gli pare, grida "sio", che vuol dire misericordia alle
bestie: alla cui voce i cacciatori suonano raccolta e chiamano i cani dalla
preda e gli uccelli, e fa riserrare le bocche della selva, che le bestie non vi
possino pi entrare. Ci fatto, il signore monta sopra uno elefante,
accompagnato da quaranta over cinquanta baroni, andando saettando le bestie che
passano dinanti a loro. L'altro giorno poi fa pigliar le bestie morte e le
ferite, e ciascuno di loro conosce la sua saetta che avea tirato alla bestia:
secondo il colpo che ha fatto vien lodato o pi o meno.
Oltre ci il signore ogn'anno fa quattro feste: la prima  per il d della sua
nativit, la seconda  dell'incoronazione sua, la terza  del matrimonio,
quando men per moglie la regina, la quarta  della nativit del suo
primogenito figliuolo; dove convita tutti i parenti suoi e baroni. Delle quali
una ne vidd'io che vi fui presente, dove il veder tanti buffoni, tanti
servitori, tante sorti di bevande, canti, suoni e altre cose metteva maraviglia
a tutti; e massime il vedere il gran Cane in persona in una sedia ricchissima e
ornatissima con tutti quanti i baroni coronati di pietre preziose e perle e
oro, ciascuno secondo la sua possibilit, divisi in quattro parti overo
squadre. In un poggetto di marmo poi stanno tutti i filosofi e astrologi, e
tutti, secondo la loro professione, fanno prova di loro. E di loro certi
guardano non so che ponti, o di stelle o di pianeti, secondo i quali, quando
ora gli pare, gridano forte dicendo secondo il nostro idioma: "Ingenocchiamoci
al nostro grandissimo signore". E ogni persona che vi si trova presente inchina
il capo a terra, e i baroni si cavano la corona, e similmente gridando un'altra
volta accennano che seria 'l tempo di levarsi e mettersi a sedere. In oltre
ogni barone  tenuto dargli per tributo un cavallo bianco l'anno; senza dire
dell'altre genti private, che gli donano chi bestie insegnate di farli
riverenza e inchinarsi inanzi a lui e altre cose con quali si danno a conoscere
al signore.
Un d fra gli altri viddi una bestia grande come un agnello, che era tutta
bianca pi che neve, la cui lana rassembrava un bombace, la quale si pelava. E
domandando dai circostanti che cosa fusse, fummi detto che era stata donata dal
signore ad un barone per una carne che fusse la migliore e pi utile al corpo
umano d'ogn'altra; soggiungendomi che vi  un monte che ha nome Capsiis in cui
nascono certi peponi grandi, e quando si fan maturi si aprono e n'esce fuori
questa bestia. E fummi anche soggionto che nel reame di Scozia e d'Inghilterra
sono arbori che producono pomi violati e tondi alla guisa di una zucca, da'
quali, quando sono maturi, esce fuora un uccello. Questo credo pi, per averne
avuto raguaglio da persone d'importanza e degne di fede, che se l'avessi visto
con i miei propri occhi.
Ma voglio qui far fine di dir delle cose del gran Cane, ch'io sarei certo di
non poter dir la millesima parte di quanto ho visto. Tuttavia stimo che sia
meglio di passar altrove.

FINE



La descrizione della Sarmazia europea del magnifico cavalliere Alessandro
Guagnino veronese, tradotta dalla lingua latina nel volgare italiano dal
reverendo messer Bartolomeo Dionigi da Fano.


Essendo io per descrivere le genti di Sarmazia dell'Europa e il sito de' paesi
che abbraccia essa provincia, ho giudicato non esser fuor di proposito, anzi
dover molto a' lettori delettare, il porre prima i termini che l'Europa
dall'Africa dividono e dall'Asia. L'Europa per tanto, terza parte del mondo, fu
cos nomata da Europa, figliuola d'Agenore, re di Libia e di Soria; della rara
bellezza della quale inamoratosi (come i poeti favoleggiano) Giove, n trovando
altro mezo di condurre a fine il suo desio, transformatosi in un toro
candidissimo si mescol con altri armenti che vicino al lito del mar pascendo
andavano, ove anco per suo diporto Europa con le sue damigelle alor si
ritrovava. La qual, tirata dalla insolita bellezza di questo animale, se li
fece vicina, e trovatolo piacevolissimo si assicur di modo che sopra vi
ascese, e il toro, carico della desiata preda, a poco a poco si cacci nel mare
e portolla nell'isola di Candia.
Confina l'Europa verso levante col fiume Tanai; da mezzogiorno ha per confine
il mar Mediterraneo, da settentrione il Britannico, e l'Atlantico oceano di
verso ponente.  questa parte del mondo pi piccola assai dell'altre dua, che
sono l'Asia e l'Africa, ma  molto pi abitabile, percioch, non sottogiacendo
a troppo n freddo n caldo, per consequente  molto copiosa e piena
d'abitatori per la sua temperanza, da alcuni luochi in fuora, che, situati
sotto la plaga settentrionale, per caggione de' freddi grandi malamente abitar
si possono. La rendono anco superiore all'altre parti la cristiana religione, i
costumi e la consuetudine del vivere, la frequenza degli uomini e delle citt,
la gran fertilit de tutte le cose necessarie al vitto umano e l'ottima
temperie dell'aere sanissimo. Si distende in larghezza mille e doicento miglia
italiani dal mar Ionio, o vogliam dire Arcipellago, insino all'oceano Ibernico,
e in longhezza tremilia e ottocento miglia dal capo di Portugallo sino al fiume
Tanai, qual la Sarmazia dell'Asia divide. Comincia pertanto l'Europa a
mezzogiorno dal mar Ionio, e da levante dal fiume Tanai.
La Sarmazia, della quale ho proposto di parlare, regione grandissima e che
molti regni e nazioni abbraccia, giace in questa terza parte del mondo. Ma
bisogna sapere che due sono le Sarmazie: una scitica, over asiatica, situata
oltre i fiumi Tanai e Wolga verso levante, la quale da' Tartari over Sciti
zawolensi, divisi in orde, cio in trib o compagnie,  largamente abitata;
l'altra si chiama la Sarmazia d'Europa, gli abitatori della quale sono i
Poloni, i Russi, i Lituani, i Masoviti, i Pruteni, i Pomerani, i Livoni, i
Moscoviti, i Goti, gli Alani, i Valacchi e quei Tartari che su la banda
occidentale del Tanai hanno le stanze appresso il mar Maggiore. Il fiume Tanai
e la palude Meotide dividono questa Sarmazia dalla banda di levante dall'Asia,
e il fiume Vistola, da altri detto Odera, di verso ponente  il suo confine; da
mezzod  serrata da' monti d'Ungaria, che i paesani chiamano Beskid, e di
verso tramontana la separa dalla Germania il mar detto Sarmatico. Altri confini
sono dati da Ptolomeo, principe de' cosmografi, alla Sarmazia europea, quali
per brevit tralasso, rimettendo i desiderosi di saperli al quinto capitolo del
terzo libro d'esso famoso autore. Qual anco scrive questi essere i fiumi che al
suo tempo per essa scorrevano: la Vistola, che dagli antichi anco Vandalo,
Istola over Iugula con nomi diversi fu chiamato; nasce questo ne' monti
Sarmatici, e passando per la Slesia, Polonia, Massovia e Prussia, dopo l'aver
molti altri fiumi nel suo letto recevuti scarica le sue acque nel mar Sarmatico
over Balteo, appresso Gedano, famosissima fiera della Prussia. Il fiume
Cronone, volgarmente detto Hiemen, ha il suo fonte non lungi da Torow della
Russia, che, scorrendo oltra essa provincia, la Littuania e la Prussia, piega
poi verso settentrione e va a sboccare in quella parte del mar Germanico che 
forsi da lui chiamato Cronio. Il Rubone, che adesso da' paesani  detto Dzwina
e da' Latini e Germani Duna, principia nella Russia di Moscovia e, per essa
facendo il suo corso, passa poi per la Littuania e per la Livonia e va a
cascare con molte gran bocche vicino doi miglia a Riga, metropoli di Livonia,
dopo l'aver scorso dal suo fonte cento e trenta miglia poloni di paese. I fiumi
anco Ternuto e Chersiro, che nascono, secondo Ptolomeo, da' monti Rifei, 
opinione ch'entrino nell'istesso mare, quali credo che siano quelli che
volgarmente oggi Narezv e Bug son chiamati.
Ha la Sarmazia europea oltra questi molti altri fiumi famosissimi, come sono il
Boristen, detto Dneper, il qual corre nel mar Maggiore; l'Ippane, ch'oggi Beg 
detto, ed entra nella Vistola; il Tiran, over Dnester, detto propriamente da
tirare, parola italiana,  cos detto percioch, quasi da un arco tirata
saetta, con empito terribile le sue acque corrono. E di pi ha la Vilia, la
Disna, il Peripeto, la Sluenza, la Narva in Livonia e molti altri fiumi
navigabili, che troppo sarei longo a nominarli tutti.
 questa Sarmazia, dentro a' termini da Ptolomeo e da me descritti,
signoreggiata dal potentissimo e invittissimo re di Polonia, i confini del
regno del quale, acquistati dagli antichi col mezo della guerra e della pace,
sono a' tempi nostri dentro a questi termini compresi. Cominciando da' monti
Sarmatici e dal palatinato di Transilvania, appresso il fonte del fiume
Vistola, ove principia il ducato tessinense, si distende per la Slesia al fiume
Odera, e sino alla marca brandburgense e sino a Francfordia; indi con lungo
tratto passando la Pomerania arriva a' liti dell'oceano Germanico e al golfo
Godano over Baltico; e poi girando per la banda di settentrione tira alla volta
di levante per la Samogizia, per la Curlandia e per il gran paese di Livonia, e
toccando la Filandia, quasi luoco ultimo del mondo, sottoposto al re di Svezia,
e molti paesi della Russia, giunge a' confini del granducato di Moscovia.
Partendosi poi dal mar Germanico e piegando verso gli altari d'Alessandro Magno
per quelle campagne inculte vicine alla palude Meotide, con lunghissimo tratto
passa di l dal Boristen, e indi dal mar Maggiore tornando verso ove abbiamo
cominciato comprende i campi della Podolia e tocca i Moldavi e Valacchi, i
Iazici, i Metastani over Transilvani e gli Ungari; ed  serrato questo
nobilissimo regno di verso mezogiorno da' monti ch'oggi si chiamano
Schepusiensi. Chiamasi Sarmazia con greco vocabulo, pigliando la derivazione di
questo nome dalla somiglianza ch'hanno gli occhi de' popoli che gli abitano con
quelli della vipera, cio terribili e crudeli: percioch sauros in greco vipera
e omma occhio significa. Or, avendo descritta questa Sarmazia in generale,
descendendo a particolari ragionaremo prima de' Poloni, prencipali popoli di
tutti questi paesi.


Origine dell'antica e bellicosa gente di Sarmazia, dalla quale sono i Poloni
discesi.

Dovendo io scrivere l'origine de' Poloni e dei re loro, e per ordine poi le lor
imprese, mi par d'avvertire prima il lettore che io in questo prencipio non
parlar particolarmente de' Poloni, percioch  necessario investigar prima
l'origine e costumi dell'antichissima gente sarmatica, o vogliam dir slavonica,
il che facilitar grandemente l'intelligenza delle cose seguenti.
Apertamente appare per le Scritture sacre dell'antica legge, con le quali si
concordano anco l'opinioni de tutti gli istorici, che, cessato quel diluvio
universale ch'al tempo di No successe, Iafet, primogenito di No, si ferm
primieramente in quella parte dell'Europa qual verso levante e settentrione si
distende, nella provincia che ditta fu poi l'Asia minore. Nel qual luoco,
favorendo Dio questa azione, in termine di non molti anni crescettero i
discendenti da lui in un popolo grandissimo, il che presignificava e
l'etimologia del suo nome e la felice benedizione da suo padre datali.
Percioch quel gran patriarca No, prefigurando che necessariamente doveva
esser la condizione dell'umana vita di tre sorte, si dice che disse e ordin a'
figliuoli, imponendo a ciascun d'essi l'officio che esercitar dovevano, che
dovesse ciaschedun di loro attendere alla vocazione predefinita, con queste
parole: "Tu, Sem, come sacerdote ora, attendendo al divino culto. Tu, Cam,
affaticati lavorando la terra ed esercitando tutte l'arte mecaniche. Tu, Iafet,
reggi e difende come re e come soldato maneggia l'armi, e, proponendo leggi
certe, fa che tutti gli altri, stando ne' lor termini, attendino a menar vita
pacifica". Qual comandamento e testamento noi vedemo durare insino a' tempi
nostri, essendo che ciascuna nazione che da' detti tre fratelli  discesa sin
ora osserva la vocazione alla quale da una certa predestinazione e dalla
paterna imprecazione  stata chiamata.
I descendenti pertanto di Iafet, che si erano molto nell'Europa dilatati
nell'Asia minore, corrispondendo alla felice benedizione o testamento del padre
applicarono subito l'animo al maneggiar l'armi, ed essendo grandemente col
tempo cresciuti popolarono, sotto la guida di Gomero, figliuolo di Iafet, le
parte orientali, l'Armenia e altri paesi nelle parti settentrionali,
distendendosi sino al Bosforo vicino alla palude Meotide, ch'ora la Cimeria si
chiama, e occupando per lungo tratto, dalle fonti del Tanai sino ove egli in
mar sbocca, tutti i paesi per i quali esso scorre. Considerando poi esser
necessaria una superiorit sotto la quale gli altri quietamente vivono,
elessero Tuiscono, overo Ascena, figliuolo di Gomero, per lor signore
universale, il qual, per quanto dice Beroso, signoreggi tutti quei paesi che
si contengono dal nascimento del Tanai insino al Reno, fiume di Germania. Dalla
qual testimonianza conseguentemente si potria cavare i Sarmati o Slavi e i
Germani, or detti Todeschi, esser discesi da un istesso capo e fondatore ed
esser una cosa istessa. E Cranzio ancora scrive che i Poloni e i Boemi sono
parenti de' Todeschi, allegando in confirmazione di questo che molto tra queste
nazioni s'usa il lor lenguaggio, e molti anco alla todesca vestono. La qual
ragione se vera fosse, si provaria che fossero anco italiani e ungari,
percioch e gli abiti e la lengua latina  talmente a' Poloni familiare che nel
parlare elegantemente latino di gran lunga tutte l'altre nazioni avanzano.
Cranzio per tanto s'abbaglia in questo luoco, percioch se i Slavi over Sarmati
descendessero da' Todeschi e avessero sin da' tempi antichi avuto un istesso
lenguaggio, di dove saria nato l'uso ch'hanno questi popoli della lengua
sarmatica, over slavica, la quale  tra essi communissima? Oltre che e
nell'abito e ne' costumi e nel modo del vivere sono in tutto i Sarmati diversi
da' Todeschi; la qual cosa  da Plinio confermata con queste parole: "I Sarmati
certamente non sono todeschi, dividendo gli uni dagli altri il fiume Vandolo,
over Vistola". La qual openione  approbata da' diligenti investigatori
dell'antichit, Cornelio Tacito, Strabone e Ptolomeo.
Ma, tornando di dove son partito, questi discendenti di Iafet furono uomini
valorosi, strenui, pronti di mano e bellicosi; di che rendono testimonianza
l'imprese da essi in quel principio strenuamente e con audazia fatte, per le
quali si dice ch'erano da tutto il resto del mondo temuti. Onde furono
primieramente Sauromati da' Greci chiamati, da sauros che, come di sopra si 
detto, vipera significa, e omma, che vol dire occhio, quasi volendo dire gente
terribile e con occhi di vipera; dal qual tempo questa gente e questi paesi da
essi abitati ritengono il nome di Sauromati e di Sauromazia. Crebbero in
processo di tempo questi popoli di modo ch'essendo troppo stretti a tante genti
i lor confini, si dilatarono dalle bocche del Tanai e dalla palude Meotide
verso mezogiorno, e occuparono la Dazia, la Russia, la Lituania, la Borussia,
ch'ora Prussia si chiama, e tutta la Livonia. La maggior parte de' quali pass
in quelle parti ch'a' tempi nostri Polonia  chiamata, e popolarono l'una e
l'altra riva del fiume Vistola, dagli antichi detto Vandalo; e fatta compagnia
e amicizia con i Teutoni ch'appresso quel fiume molto prima in alcune capanne
abitavano, non essendo ancor usi a procacciarsi il vivere con le lor fatiche,
si dettero insieme con essi a depredare la Sassonia e la Pomerania; e fatti
alcuni legni andavano scorsegiando il mar Germanico over Balteo, e infestando i
suoi luochi maritimi per provedersi delle cose al vitto necessarie.
Ma quando e con quale occasione fosse questo passagio da' Sarmati fatto, dai
luochi del Tanai e dalla Meotide palude in questi paesi, non si trovando di
questo tra lor memoria alcuna non si pu prefissamente sapere; e se tra'
Sarmati il studio delle lettere fosse fiorito alora al par delle arte militare,
non  dubio ch'averiano lassata memoria pi certa e della lor venuta in quelle
parti e di molti altri lor fatti gloriosi, ma attesero essi pi tosto ad
animosamente e virilmente adoperar l'armi che ad ornatamente ed elegantemente
scrivere. Il Sabellico nondimeno ed Erodoto scriveno che i Sarmati e i Cimbri
furon da Aliate, re de' Lidi, dell'Asia scacciati; alcuni altri hanno openione
che essi spinti fossero da' Goti fuor delle loro sedi; la qual cosa non pur
punto  verisimile, ma  pi tosto da credere ch'essi di propria volont, over
da qualche fato tirati, o pur bramosi dell'altrui ricchezze, si movessero ad
acquistar quei paesi con l'arme che eran per l'abitar del genere umano de' suoi
molto megliori. E non solo i Sarmati, ma molte altre nazioni ad essi finitime,
abbandonando le lor proprie stanze, passarono in provincie pi abitabili, come
furono i Cimerii, altramente detti Cimbri, i Goti, i Daci, i Svevi, over
Tuisconi, e i Saci, che ora si chiamano Sassoni e che sino a' tempi nostri co'
Sarmati confinano. Ma non  gi da credere che le genti da' suoi luochi tutti a
un tempo si levassero, ma che molti rimanessero nell'abitazioni dagli altri
abbandonate; la qual cosa appieno si prova esser vera per quelli Tartari che
stanno a' tempi nostri appresso il fiume Tanai e tra la palude Meotide e il mar
Maggiore, percioch questi e ne' costumi e nel modo del vivere poco sono da'
Sarmati differenti.
Ma, tornando all'istoria, quei Sarmati che si fermaro appresso il fiume
Vistola, avendo insieme coi Teutoni lor confederati con le continue correrie
desolate tutte le circonvicine provincie, e non trovando pi che depredare, n
volendo piegarsi a lavorar la terra, si trovaro non aver pi di che vivere:
onde, unitisi insieme con detti Teutoni, fecero un esercito di trecentomila
persone e passarono pi inanzi all'acquisto di provincie pi fertile e pi
grasse, e lassato il nome de Sarmati, dal fiume Vandalo, sopra il qual essi
abitavano, detto da' moderni Vistola, fur nomati Vandali. Il primo passaggio
che fece questo cos grosso esercito fu nella Panonia, al tempo dell'imperator
Costantino il Magno, e scacciatone gli antichi abitatori per quaranta anni la
conservar in poter loro, di dove (per quanto narrano l'istorie degli Ungari)
furon poi da' Goti discacciati. Ma gli annali de' Poloni raccontano che i
Vandali fur di Panonia cavati da Stilicone lor capitano, e, in Italia condotti,
la scorsero e rovinarono tutta. Poi, sotto la condotta dell'istesso, in Spagna
passarono, e di Spagna per il stretto di Gibelterra traghetarono in Africa;
qual avendo con l'armi occupata, in pace e prosperit grandissima per doicento
anni possederono, nel qual tempo non solo travagliarono grandemente il romano
imperio e in terra e in mare, ma presero anco e crudelmente saccheggiarono
l'istessa citt di Roma sotto Sixto papa, per quanto alcuni scrivono, l'anno di
Cristo quattrocento e ventinuove. E finalmente l'anno cinquecento e trentaotto
Iustiniano imperatore col mezo di Belisario, capitano celeberrimo del suo
esercito e uomo segnalato e chiaro per le molte degne imprese da lui fatte, gli
dette una tal rotta che persero totalmente le lor forze e fur dell'Africa
scacciati, essendo il lor re Gilimero venuto in poter de' nimici e condotto a
Costantinopoli pregione.
Dicono alcuni che i Vandali in questa battaglia fur in tutto estinti e spenti;
ma questo appar non esser vero per pi di un argomento, percioch, quantunque
in questo fatto d'arme fossero le forze lor indebolite in modo che non poterono
pi tornare nella pristina lor possanza, tuttavia le reliquie che
dall'uccisione avanzarono si sparsero con la fuga in diverse parti del mondo: e
alcuni tornarono sul fiume Vistola, lor antica patria, e di dove gi tanti anni
si erano i lor progenitori partiti; altri passaro in Grecia, altri in Panonia,
altri in Germania, a provedersi di nuove stanze. Le reliquie di quelli che
occuparono il paese posto di l dal fiume Albi verso settentrione, per la
maggior parte mantengono ancora la lengua slavica, e il lor ducato, confine
alla Prussia, Vandalia si chiama, il duca de' quali s'usurpa il titolo di feudo
della Prussia de' Poloni. I Todeschi, pigliando la denominazione da' Vandali,
chiamano tutti i Sarmati che usano la lengua slavonica Wenden o Winden; e il
mare che bagna la Sarmazia  da loro chiamato Venedico. Attendendo io alla
brevit, tralasso gli altri fatti di questi Vandali, e tanto pi che di lor non
si scrive altro che una crudelt e barbara empiet con la quale contra
ogn'altra nazione si incrudelivano, onde sino a' nostri giorni si canta nelle
letanie dalla catolica romana Chiesa: "A Vandalis libera nos, Domine".
Si lev dopo questi Vandali dall'istesso paese un'altra gente, niente
nell'esser crudele dalla prima dissimile: quali, per quanto scrive Procopio,
Roxolani over Rossani e anco Ruteni o Russi si chiamarono. I Volgari ancora,
over Voltinii popoli, cos chiamati dal fiume Volga, di costumi e di lengua
conformi a' Roxolani, usciron degli istessi luochi. Qual fiume Volga
celeberrimo, stimato da molti (ma falsamente) il Tanai, chiamato Rha da
Ptolomeo, e da' Tartari Edel, divide con termini certi i Moscoviti da' Tartari
campestri. Quelli Roxolani pertanto, o Russi, avendo per somiglianza della vita
e de' costumi fatto amicizia e compagnia con questi Volgari, congiunte insieme
le forze passaro nella regione taurica, che possedono ora i Tartari precopensi,
e ivi fermaro le lor stanze. Quanto tempo vi siano stati e quando vi andassero
non si pu sapere, non essendo tra essi stato alcuno che, scrivendo e i tempi e
le cose da questi popoli fatte, procurasse e di giovare alla posterit e di dar
perpetua fama alle lor imprese.
Intendendo poi questi esser gran discordie in Grecia tra' prencipi cristiani,
assai di loro passarono con Chranno lor capitano il Danubio, e scorsero
predando per tutta la Tracia, ove anco in una sanguinosa battaglia roppero
l'imperator di Costantinopoli, tagliandoli a pezzi tutte le sue genti, e
inoltre amazzarono Niceforo e Michele Curoplato imperatori appresso
Andrianopoli. E avendo finalmente occupata l'una e l'altra Misia, dal nome loro
Wolgaria la chiamarono, ch'oggi Bulgaria da tutti  detta. Altri s'impatroniro
di parte della Russia e Wolinia la nomarono, che sin a' tempi nostri il nome
conserva; il resto fermaro le lor sedi in Podolia, in Lituania, in Podlasia e
in Massovia. Quali tutti sino a questo giorno han mantenuti gli occupati
luochi, da quelli in fuora che in Misia s'erano fermati.
Fur questi popoli dagli istoriografi chiamati con nomi diversi, percioch i
Greci li dettero nome di Sporii, cio dispersi, e di Sauromati, cio crudeli,
pigliando l'etimologia dagli occhi viperini; gli altri li nominaro Roxolani,
Besi, Guadi, Bodini dal fiume Boristen, Bolgari dalla Volga, Moravi dal fiume
Moravo, over dal re Morato, Anti, Bosmi, Corni, Serbi, Rasci dalla Russia,
Dalmati, Slavi, Illirici, Istri dal fiume Istro, che  il Danubio, Boemi dalla
regione Boemia, Poloni dal paese campestre e piano, overo dalla caccia:
percioch questa parola pole in lengua slava e caccia e pianura significa, e
questa gente abita un paese piano e quasi tutta aperto, e grandemente della
caccia si diletta.
Questi popoli di Sarmazia, secondo che in diverse provincie divisi sono e che
con varii nomi son denominati, cos hanno anco diversi lenguaggi, secondo che
per lontananza sono gli uni dagli altri divisi, se bene tutti d'un istesso
ceppo son discesi e tutti hanno un istesso idioma slavonico. Percioch i
Moscoviti da' Ruteni, i Ruteni da' Poloni e Masoviti, e cos i Boemi e i
Croatti, nella proferta, negli accenti e in alcune parole son talmente
differenti che difficilmente tra loro anco si intendono, se con la scambievole
pratica e conversazione non si assuefanno l'uno al parlar dell'altro. E questo
 occorso perch i Sarmati o Slavoni, gente bellicosa e odiosa della pace,
scorrendo in molte guerre per diverse parte del mondo e occupandone anco molte,
mutarono assai il parlar slavonico con i molti vocaboli in queste e in quelle
parte presi. Si vede poi per le scritture degli antichi istoriografi che la
gente de' Slavini o Slavi fioriva sino al tempo della guerra troiana in
Paflagonia; Procopio anco cesariense, scrivendo gi mille e cinquanta anni
della guerra gotica, fatta a' tempi de Iustiniano imperatore, fa menzione di
questi Slavini. E il Biondo, che gi cento e dieci anni scrisse l'istoria dalla
declinazione del romano imperio, mentre scrive i fatti d'Arcadio e Onorio
romani imperatori, nomina in quella anco gli Slavi. Ma Iornando alano nelle sue
croniche dice che questo nome de Slavi era nuovo a' suoi tempi, e che il
lenguaggio ch'usano i Slavoni era antichissimo.
Scrivono ancora Iornando e san Gregorio papa, primo di questo nome, che i Slavi
abitavano sopra il Danubio verso settentrione, e che passato il Danubio
travagliarono grandemente l'una e l'altra Misia, la Panonia, la Macedonia, la
Tracia, l'Istria, e che finalmente fermatisi nella Dalmazia e nell'Illirico tra
la Drava e Sava fiumi dettero a quel paese il nome di Slavonia, e indebolirono
totalmente il romano imperio. Non perdonaro gli istessi Slavi n anco alla
Germania, e giunsero a tal grandezza che possedono quasi meza l'Europa e parte
dell'Asia, percioch si computano in questa nazione non solo quelli che abitano
la Dalmazia, l'Illirico, il Corpato e le montagne d'Ungaria, ma anco molti
altri grossi e potentissimi popoli orientali e settentrionali, quelli tutti
cio che parlano nel lenguaggio slavonico: come sono i Bolgari, quei della
Bossina, i Servii, i Croatti, i Carni, i Rasciani, i Dalmatini, gli Istriani (i
Burgundi hanno gi perso la lengua slavonica), i Stirii, i Poloni i Masoviti, i
Pomerani, i Lusazi, i Podoli, i Volini, i Ruteni, i Moldavi, i Moscoviti, che
gran stato possedono, i Cassubi, i Vandali, i Slesii, i Moravi, i Boemi e altri
molti. In tutte queste provincie, che si distendono dall'oceano Glaciale, posto
oltre i confini del granduca di Moscovia verso settentrione, sino al mar
Mediterraneo e Adriatico, si usa la lengua slava. E similmente dal mar Maggiore
insino al mar Germanico hanno le lor colonie i Moldavi, i Valacchi e gli altri
popoli ruteni, quantunque assai di loro, pigliando costumi forestieri, hanno
mutato il lor antico ordine di vivere, percioch i Bulgari, quelli della
Bosina, i Rascii e i Dalmati si tengono co' Turchi e con gli Ungari; i
Burgundi, Misii, Pomerani e Slesi con i Germani; i Littuani, i Ruteni e i
Masoviti con i Poloni; e gli Istriani, i Carni e i Carinzii con gli Italiani. E
con tutto che questi siano tra diverse nazioni dispersi, conservano per
l'idioma slavonico, quantunque nella proferta e accenti molto differente.
Fecero questi Sarmati molte onorate imprese, e prencipalmente quando i Roxolani
(i descendenti de' quali oggi Ruteni o Russi son chiamati) combatterono in
favor di Mitridate re di Ponto, il qual signoreggiava in quelle parti ch'ora
obediscono all'imperio turchesco. Guerreggiarono anco con varia fortuna lungo
tempo co' Romani e con diversi re circonvicini, ma, perch non fu tra loro chi
si desse alle lettere, tenevano poco conto de saper le cose passate, n di far
memoria de' lor antichi gesti a beneficio della posterit. Ma chi vorr ben
considerare il tutto, conoscer non esser stata anticamente gente pi bellicosa
de' Sarmati, percioch essi niente stimavano i discomodi che porta seco la
guerra, come sono freddi, cattivi tempi e altri simili disagi, stimando poco la
vita per acquistarsi eterno nome; n temendo punto la morte si metteno ad ogni
risego e pericolo. Della rara forza e audace animosit de' quali quello Ovidio
Nasone che fu da Roma confinato in Ponto scrisse come per un miracolo ad alcuni
prencipali gentiluomini romani in queste parole.

Nel primo libro de Ponto, l'elegia seconda a Maximo:

Hostibus in mediis interque pericula versor,
tanquam cum patria pax sit adempta mihi:
qui, mortis saevo geminent ut vulnere causas,
omnia vipereo spicula felle linunt.
Hic eques instructus perterrita moenia lustrat
more lupi clausas circumeuntis oves.
Tecta rigent fixis veluti vallata sagittis,
portaque vix firma summovet arma sera.



All'istesso nella terza elegia:

aut quid Sauromatae faciant, quid Iasiges acres
cultaque Oresteae Taurica terra Deae,
quaeque aliae gentes, ubi frigore constitit Ister,
dura meant celeri terga per amnis equo.
Maxima pars hominum nec te, pulcherrima, curat,
Roma, nec Ausonii militis arma timet.
Dant illis animos arcus plenaeque pharetrae,
quamque libet longis cursibus aptus eques,
quodque sitim didicere diu tollerare famemque
quodque sequens nullas hostis habebit aquas.



Nell'elegia settima del quarto libro a Vestale:

ipse vides onerata ferox ut ducat Iasis
per medias Istri plaustra bubulcus aquas.
Aspicis et mitti sub adunco toxica ferro
ac telum causas mortis habere duas.



A Severo nella elegia decima nona:

Nulla Getis toto gens est truculentior orbe,
tinctaque mortifera tela sagitta madet.



Da questa d'Ovidio testimonianza appare che i Sarmati erano gente bellicosa e
che non erano soggetti al romano imperio, quando dice: "Nec te, pulcherrima,
curat, Roma". Quello poi che si pu dire degli antichissimi lor costumi e
instituti sono per lo pi le cose seguenti. Usavano ne' primi tempi quelli
antichissimi Sarmati, over Slavoni, e quelli che le lor stanze nelle regioni di
Polonia e di Russia posero, la prisca lengua slavonica, qual  commune a'
Sarmati e a' Ruteni. Non conoscevano re o prencipe per descendenzia over
lignaggio, ma, quando si movevano a far guerra, eleggevano per lor capo quello
che tra loro era conosciuto avanzar gli altri d'ingegno e di valore, la
signoria del quale durava tanto quanto la guerra durava, per cagione della
quale era stato dichiarato capitano, e non pi. E de qui viene che sino oggi
non succedono nel regno di Polonia i figliuoli o altri propinqui del re, ma dal
consenso del senato a quella degnit  assonto quello che per valore e virt se
ne mostra esser pi degno. Tutti quelli che erano atti a maneggiar l'armi le
pigliavano nelle guerre da essi mosse, le quali armi loro erano archi, alabarde
e lancie; e conducevano seco nelle guerre anco le moglie, che, essendo donne
molto dedite agli incantamenti e all'arte magica, attendevano agli augurii e
all'indovinare, e con grande e provata certezza predicevano i futuri successi
delle lor battaglie. Non conoscevano tra loro la maggior vergogna e ignominia
che il fuggir dall'inimico: e per mai questo ad alcun di lor eserciti
intervenne, e, se alcun soldato nelle battaglie fuggito fosse, gli era in tutto
vietato il ritornar fra' suoi. La degnit maggiore tra essi, dopo quella de'
capitani da lor eletti, era l'esser cavalieri, che da' fornimenti chiamamo a
speron d'oro; alla qual degnit alcun non poteva ascendere che non se l'avesse
con l'arme in mano e con valorosi fatti nelle guerre contra nemici acquistata,
e mostrato esserne meritevole. Adoravano Marte, la luna e il sole e altri falsi
dei della antica religione, facendoli sacrificii e onorandoli in luochi a
questo deputati, e tenevano l'anime esser immortali. Ponevano le sepolture de'
lor morti nelle selve e ne' campi, e accumulandoli sopra molte pietre le
rendevano molte eminente, della qual sorte di sepolture se ne vedono sin al
giorno d'oggi infinite per tutta la Russia. Molti ancora usavano, all'usanza
de' Romani, d'abbrusciar i cadaveri e raccolte le ceneri reponerle nell'urne.
Di poco cibo restavano contenti, e si fornivano delle cose necessarie col
barattare una cosa con l'altra, n avevano cosa alcuna di proprio fuor che
l'arco, la framea, e la lancia. Vestivano vilmente e vesti fatte di cuoro o di
pelle di animali, lunghe insino a' piedi. Non si curavano d'accumular tesori o
vesti preciose, n di posseder possessioni e campi, e le differenze che tra lor
nascevano le diffinivano in campagna aperta con l'arme in mano. Questo  quanto
si pu dire delli antichissimi costumi e instituti della gente sarmatica over
slavonica, gran parte de' quali insino a' tempi nostri da' lor posteri in
alcuni luochi ancora s'usano.
Or si cominciar a ragionar particolarmente de' Poloni, di dove cio siano
venuti e quando in questi luochi di Sarmazia fermati se siano. E qui metteremo,
benigno lettore, le vite e successioni di ciascun prencipe e re di Polonia,
scritte gi da Clemente Ianizio in elegie, le quali tornaranno a grande
ornamento, bellezza e ampliazione della prosa, da noi con somma diligenza
nettate da molti errori che per colpa de' stampatori scorsi vi erano.


COMPENDIO DELLE CRONICHE DI POLONIA SECONDO L'ORDINE E SUCCESSIONE DE TUTTI I
PRENCIPI E RE DI QUELLA GENTE, DA LECHO PRIMO DUCA E AUTORE DE' POLONI SINO AL
RE ENRICO VALESIO.


Lecho primo duca e autore de' Poloni.

Quae modo Sarmatia est, quondam deserta fuerunt
invia, post magnas Deucalionis aquas.
Primus in haec Lechus popolum deduxit agrestem,
de patria pulsus seditione domo:
Dalmata vir, Phariis claro patre natus in agris,
quos rapidus curvis Crupa pererrat aquis.
Colle super pulchro properatae moenia Gneznae
struxit et a nidis nomen habere dedit,
omine permotus: multas ibi namque videbat
per vicinum aquilas nidificasse nemus.
Exule patre sumus, sed plurima regna per orbem
principia exulibus, dat sua Roma notho.



Doi illustri e magnanimi prencipi uscirono di questa gente slavonica over
sarmatica, l'origine della quale abbiamo copiosamente descritta, uno de' quali
Cecho si chiam e l'altro Lecho, fratelli tra loro. Questi, passate e superate
molte difficilissime fatiche e molti duri travagli de' tempi bellicosi
nell'Illirico e nella Dalmazia, fastiditi dalle domestiche sedizioni che, posto
fine alle guerre esterne, dalla pace e dall'ozio nascevano, essendo dotati
d'ingegno nobile ed elevato elessero un'altra sorte di vivere, ed essendo
guerra civile tra la lor gente si cavaro con quelli che li volsero seguire fuor
delle lor trinciere. E usciti di Croazia, regione dell'Illirico, entraro verso
ponente ne' paesi di Germania e occuparo quel paese che giace tra l'Albi e la
Vesera, fiumi celeberrimi; e fabricando una citt e fortezza su le rive della
Vesera la nominaron Bremia, denotando esser ormai finiti i gravi pesi delle lor
miserie, percioch Bremia in lengua slavica significa peso; la qual citt sin
ora da' Todeschi Bremen  chiamata.
Seguirono molte battaglie tra' Germani e questi doi fratelli per cagione del
paese da lor occupato, nelle quali assai cittade e castelli, spaventati della
lor gran possanza, vennero volontariamente sotto al lor dominio. E cos Cecho
pose le sue prime stanze appresso li fiumi Danubio e Albi, nella citt di
Boemia, antica colonia de' Romani, avendo scacciati in parte i primi abitatori
e parte tra i suoi connumerati. Favorendolo poi la fortuna e la virt,
l'Austria, la Lusazia, la Moravia e la Misna alla sua obedienza sottopose.
Lecho, l'altro fratello, eroo magnanimo, pass pi inanzi assai col suo
esercito l'anno della nostra salute cinquecento e cinquanta, per trovare ed
elegere a sua voglia luochi pi abitabili; e andando da ponente verso
settentrione giunse in questi campi ove ora  la Polonia, e fermossi con i suoi
appresso il fiume Vistola, nell'istesso luoco di dove si eran gi partiti i
Vandali. Dopo, tirando dalla Vistola al fiume Odera alla volta di levante e del
settentrione, sottomise al suo imperio tutte quelle provincie ch'oggi la
Slesia, il marchesato di Brandburg, la Prussia, Meckelburg, la Pomerania,
l'Holsatia e la Sassonia si chiamano, avendo tagliati a pezzi, scacciati e
parte anco ricevuti in grazia gli antichi abitatori di quei luochi. Mentre
Lecho col valore va cos dilatando i termini del suo imperio, fu da un certo
signorotto di Germania, col quale aveva lungo tempo guerregiato, sfidato a
singolar duello per diffinire con la spada tra essi due le lor differenze, nate
dall'ingordizia di signoregiare. Accett animosamente Lecho la disfida, e,
venuti a battaglia sulla vista de' lor eserciti, assalse con tal valore Lecho
il suo contrario ch'al primo affronto li tolse la vita, e fecesi patrone di
tutto il suo stato, nel quale sono molti luochi maritimi, chiamato ora
Pomerania.
Pacificato ch'egli ebbe il suo imperio e debellati tutti quelli che nuocer li
potevano, si dette ad assettare le cose del regno, e andando revedendo i
deserti di Polonia considerava i luochi pi forti e pi commodi da fabricare
cittadi e fortezze; e a caso trov un luoco molto forte per sito o per natura,
per esser serrato d'ogni intorno da laghi e da fangose paludi; qual grandemente
piacendoli, ivi fond la prima citt e fortezza ch'egli edificasse, la qual fu
da lui chiamata Gnezna dalla gran moltitudine de' nidi d'aquile ch'in esso
luoco ritrov, percioch in quella lengua i nidi degli uccelli gniazdo si
chiamano. E per consiglio degli aruspici e indovini prese per arma un'aquila
bianca che l'ale spiega in atto di volare e fecela porre nell'insegne militari;
onde sin da quel tempo  dai re di Polonia sempre per arma del regno polonico
stata adoperata. Da Lecho pertanto, primo duca e autore de' Poloni, furono essi
da' Ruteni e dagli altri Slavi chiamati Lechiti, e i Boemi da Cecho fur
chiamati Cechi; e il nome con che ora si chiamano i Poloni  stato cavato dalla
pianura e campi aperti ne' quali essi abitano, perch (s come di sopra  stato
detto) il campo da lor si chiama pole. Avendo per tanto Lecho fatte molte
onorate imprese, e benissimo ordinate le cose del suo regno, felicemente usc
di questa vita. Dopo la morte del quale non si truova cosa alcuna certa de'
suoi legittimi eredi e successori, e sopra questo  gran variet negli istorici
poloni; ma lui per testamento ordin che i popoli dovessero elegere uno della
lor nazione che fosse della republica benemerito e valoroso nell'armi, e a
questo dovessero obedire.
Visimiro, uno de' discendenti di Lecho, prencipe de' Poloni, avendo dilatata la
sua signoria sin a' confini de' Dani, ed essendo i suoi luochi per la vicinanza
grandemente infestati e predati da Sinardo, re de' Dani, raccolto aiuto da
tutte quelle parti ch'egli puot, e fatta una potente armata, la forn di
soldati e si mosse alla volta de' nimici. Era tra gli altri suoi legni un
naviglio di smisurata grandezza, l'aspetto solo del quale spavent grandemente
i Dani, che sotto la guida di Sinardo lor re eran venuti con le lor navi ad
incontrarlo: e venutosi a battaglia, fur da' Poloni i Dani rotti e messi in
fuga, e datali la caccia insino in terra occuparono in Dania col favor della
vittoria l'isole Ruggia, Hemeria, Teondia e Salendia, nelle quali fabricate
molte citt e castelli, le fortific con presidii de Poloni. E sina a' nostri
tempi ritengono queste citt i nomi da' Poloni in lengua slava postoli, come
sono Wisimer da Wisimero, Lubeca, citt ricchissima e popolosa, Dancica, terra
famosissima, fondata da' Poloni su' liti del mar Germanico per un ostaculo
contra le correrie de' Dani. Avendosi poi Visimiro fatto tributario il re de'
Dani e tolto un suo figliuolo per ostaggio, dopo assettate le cose di Dania
ricondusse l'armata carica delle spoglie de' nimici a salvamento in Polonia. Ed
essendo successa bene a' Poloni questa prima impresa navale, presero animo
grande e attesero ad esercitarsi nelle cose maritime.
Passati alquanti anni, sopportando mal volontieri il re Sivardo il giogo de'
Poloni, fece lega con gli Holsazi e con i Swezii, e levatosi dalla obedienza
mosse di nuovo guerra a' Poloni, menandoli sopra un numeroso esercito. Ma anco
questa seconda volta fu da' Poloni rotto e le sue genti messe a fil di spada in
Scania, ed essendosi il re con la fuga salvato, poco dopo, vedendosi privo
dell'esercito e le sue cose redotte a mal passo, mor di puro dolore. Dopo la
cui morte Visimiro soggiog al suo imperio gran parte della Dania, e dopo aver
fatte molte altre degne imprese, e aggrandito assai il suo stato, mor senza
lassar figliuolo alcuno. Estinta che fu in Visimiro la casata di Lecho, se
misero i Poloni in libert, e non volendo comportare d'esser da alcun prencipe
straniero signoregiati, fatta una general dieta in Gniezna crearono dodeci
palatini, uomini tra lor prencipali e valorosi, a' quali della lor republica
dettero il governo. Qual non dur pi di venti anni, percioch, essendo il
dominio in man de molti, cominciarono per ambizione a discordar tra loro: da
che ne successero guerre civili e scambievole occisioni, che dettero animo a'
popoli finitimi di liberarsi dal giogo de' Poloni. S'accorsero i Poloni de'
gran danni che cagionava la signoria di tanti, onde, chiamata la general dieta,
elessero per lor signore un certo Craco o Croco, uomo in quei tempi molto
segnalato, e il quale descendeva dalla casata di quel Cecho che di sopra
nominato abbiamo.


Craco prencipe de' Poloni.

Eluctata iugo multorum, patria Cracum
praefecit rebus laeta lubensque suis.
Finibus hic pepulit Gallos, qui nostra ruebant
in rura, exustae post mala Pannoniae.
Invitus regni tenuit quoque sceptra Bohemi,
et rexit geminum, carus utrique, solum.
Tunc habitasse draco fertur sub rupe Vaneli,
dirus vicini depopulator agri:
sulphure farcit ovem Cracus, monstro obiicit, illo
interiit ingens bellua victa cibo.
Conditur a Croco Cracovia: fabula Grachi
frivola Romani iam mihi, quaeso, tace.



Croco, descendente di Cecho, autor de' Boemi, recevuta ch'ebbe di commun volere
la signoria di Polonia, raffren le genti finitime, che gi aveano cominciato a
rebellarsi, e diffese valorosamente il regno dagli insulti de' nimici: ruppe un
grosso esercito de' Galli che, usciti de' lor paesi, dopo aver messo l'Ungaria
tutta a ferro e a fuoco, venivano per scorrere e predar la Polonia. Finalmente
paceficato il suo stato, riemp di lavoratori i luochi inculti e a cultura li
redusse, ed edific una famosa citt o fortezza in un luoco ditto Vanel,
appresso il fiume Vistola, e dal suo nome la chiam Cracovia.
Si ritrovava in una spelonca di questo luoco, a quei tempi, un dracone di
grandezza smisurata che, stando in essa ascoso, n'usciva quando dalla fame era
cacciato, e col suo venenoso fiato corrompeva di sorte l'aere che molti ne
morivano, e, scorrendo per la citt e per i luochi vicini, mangiava ci che
egli di vivo incontrava. Onde, per fuggir questo danno, fur i cittadini
sforzati porli ogni giorno alla bocca della spelonca tre corpi de bestie,
affine che, trovando egli da mangiare commodamente, non uscisse a farli s gran
danno. Ma prevedendo Craco che il continuare questa cosa averia cagionato, a
lungo andare, ch'essi senza bestie (tanto all'uman genere necessarie) seriano
restati, fece scorticare un vitello ed empita la pelle di solfore e di salnitro
e di pece la fece porre alla bocca della spelonca nell'ora ch'a pigliare il
pasto il dracone uscir soleva; che giunto ivi tutto famelico, n trovando se
non questa sol pelle, la devor credendola una bestia. N pass troppo che,
operando il calor grande di quella mistura, cacciata la bestia da l'ardor che
dentro aveva, corse al fiume Vistola e bev tanto che finalmente crep. E
Craco, dopo l'aver lungamente regnato e bene ordinate le cose del suo stato,
lassando doi figliuoli, Craco e Lecho, e una figliuola nomata Vanda, usc di
questa vita.
Sepulto che fu Craco secondo il costume del paese, chiamata la dieta elessero i
Poloni in lor prencipe Craco secondo, figliuolo di maggior et del primo Craco;
ma Lecho suo fratello, spento dall'ambizione e dalla invidia ch'alla grandezza
del fratello portava, l'uccise in una caccia, e disse (aggiungendovi lacrime
fente) ch'egli, mentre temerariamente una fiera seguiva, era da cavallo cascato
e dalla fiera crudelmente stracciato. Con la qual arte ebbe astutamente Lecho
la signoria del paese, ma non pass troppo ch'essendosi l'inganno scoperto egli
fu del regno discacciato.


Vanda donna d'animo virile.

Connubii ob crebram virgo formosa repulsam
Teutonici Vanda bello petita ducis,
hosti congreditur, vincit. Magno ille pudore
incumbit gladio, se peremitque suo.
At victrix: "Mea virginitas sit victima vobis,
o superi, per quos est mihi sospes, - ait, -
Rotogari effugi thalamos". Sic fata, sub alti
se fluvii rapidas praecipitavit aquas.
Bactra Semiramidem, Tomirin Scitaque ornet, utrique
quam meus anteferat laude Polonus habet:
aequentur regnis, aequentur Marte, licebit,
aequari Vandae quae, rogo, morte potest?



L'anno della nativit di Cristo nostro Signore settecento e trenta Vanda,
quarta nell'ordine de' duchi di Polonia, unica e legittima del regno erede, fu
con universal consenso al governo di quello inalzata. Govern questa la
republica, menando vita verginale, strenuamente e con rara e prudenza e
forteza, non altrimente che un'altra Pantasilea o un'altra Ortigia. E adescando
la fama della sua rara e singolar bellezza gli animi de molti prencipi al suo
amore, come con l'amo i pesci pigliar si sogliono, li fu dato questo cognome di
Vanda over di Venda, ch'in lengua slava significa l'amo con che si piglia il
pesce. Tra gli altri prencipi che per fama della sua gran belt di lei
inamorati si erano, era smisuratamente amata da Ritagora, prencipe germano, che
spesse volte per suoi ambasciatori ricerc di averla per moglie, n mai puot
venire al suo disegno, rispondendo essa non volersi a modo alcuno maritare.
Onde, vinto per queste repulse e dall'amore e dallo sdegno, mosse guerra a'
Poloni, sperando ottenere quello con la forza a che dalla durezza della donna
si vedeva tagliar ogn'altra strada, e credendo che i Poloni, spaventati delle
sue gran forze, glila dovessero consignare in moglie. Ma Vanda, avendo raccolti
da pi bande grossi aiuti, intrepidamente ad incontrar lo venne, e fatto con
esso doi sanguinosi fatti d'arme nell'uno e nell'altro rest vittoriosa,
tagliando a pezzi tutte le genti del nimico; e Ritagora a fatica con la fuga
gli usc delle mani, che quando poi, ridotto in sicuro, consider le cose
seguite e videsi esser stato doi volte da una donna superato, fu da tal dolore
e vergogna assalito che, non volendo pi vedere il sole, con la sua propria
spada se uccise. E Vanda, lassando una memorabil vittoria a' suoi Poloni,
avendo offerta la sua verginit agli dei, si gett gi d'un ponte nella
Vistola, cos finendo la vita entro a quelle acque; il corpo della quale,
essendo dopo stato trovato in bocca della Dlubna, ove essa entra in la Vistola,
fu sopra un luoco elevato sepulto, un miglio luntano da Cracovia.
Non rest dopo Vanda successore alcun legittimo, onde tornarono un'altra volta
i Poloni ad elegere i dodeci palatini che, governando altrettante provincie,
mantenessero il stato e la riputazione di quel regno. Ma ne segu il contrario,
percioch, convertendo essi l'arme, che voltar dovean contra il nemico, contra
proprii paesani, crudelmente per gara di commandare tra loro l'uccidevano;
d'onde nacque che i Marcomanni, gli Unni e i Germani da ogni banda quel regno
travagliarono.


Premislao, overo Lesco primo.

Restituit patriae magna virtute ruinam
Lesco suae, miris usus in hoste dolis.
Sub nemore hostis erat, Lesco sub nocte silenti
appendi galeas per nemus omne iubet;
sol oritur, galeas accendit, it obvius hostis
in nemus, instructi militis arma putans:
nil reperit, species quia Lesco removerat illas,
sic nostros Moravis terga dedisse putat.
Castra mero celebrat, belli securus, in antris:
Lesco venit tenebris, castra sopita capit,
aeternumque hosti dat somnum, longa Polonis
otia, finitimis foedera, iura, metum.



L'anno del parto virgineo settecento e cinquanta, essendo guerra in Polonia per
la discordia che tra' palatini regnava, uno solo di essi, chiamato Lesco,
cercava l'utile della patria e non il suo. E avendo fatta in quei tempi i
Moravi una grossa correria nella Polonia, mentre tornano indietro carichi di
preda, fur da Lesco, che raccolti molti soldati seguitati gli aveva, giunti e
assaliti apresso il monte ch'or si chiama Calvo, nel luoco ove adesso  la
famosa chiesa di Santa Croce, e ove i Moravi, fuor d'ogni pensiero d'esser da'
nemici assaliti, s'erano accampati all'ombra de' boschi vicini; e fattoli dar
all'arma, subito nelle vicine selve si ritir con le sue genti. E i Moravi, che
gi avean prese l'arme, quando viddero i Poloni esser cos in un subito
smariti, imaginandosi che per paura indi fuggiti fossero, deposte l'arme, non
avendo pi alcun sospetto de' nemici, si dettero largamente a bevere e indi a
dormire. Alora Presmilao, che questa occasione aspettava, su la mezanotte usc
fuor delle selve e, divise le genti, assal da pi bande i Moravi adormentati
e, uccisili tutti, recuper la preda e i pregioni. Dalla qual vittoria reso
illustre, fu con i suffragii de tutta la gente, sprezato il molto numero de'
governatori, eletto per signor de tutto il regno; nel quale avendo fatte molte
degne imprese e restaurate con la sua gran virt le ruine della patria, usc di
vita senza alcun figliuolo.


Lesco secondo.

Attulit huic regnum variorum cursus equorum
et praeter morem sors oculata suum.
Dignus erat regno, quamvis patre natus agresti,
rusticus et modica iustus arator agri.
Non bello quam pace minor: mireris in illo
hoc, qui nulla umquam noverat arma, viro.
Ante oculos voluit monumentum vile prioris
fortunae, sagulum, semper habere suos.
Et tamen illius non legerat ille poetae
Sarmatico dignum carmen in orbe legi.
Fortunam reverenter, quicunque repente
dives ab exili progrediere loco.



Morto Premislao Lescone l'anno settecento e ottanta della nostra salute senza
lassar posteritade alcuna, nacque gran differenza tra' senatori e il popolo per
l'elezione del futuro signore, la qual fu ultimamente di commune consenso
levata col terminare ch'il prencipe nell'infrascritto modo si elegesse.
Piantarono una colonna inanzi ad una porta di Cracovia e la corona e il scettro
regal sopra vi posero, e per publico bando fecero per tutto intendere ch'un
giorno terminato tutti quelli ch'al regno aspiravano dovessero trovarsi a
cavallo appresso il fiume Pradni, perch, d'indi date le mosse a tutti a un
tempo, quello nel regno succederia che prima alla colonna giungesse. Publicata
per il regno questa cosa, un giovene di bassa famiglia, ma astuto molto,
considerato ben il tutto, ficc per strada ove il corso esser doveva molti
chiodi di ferro con le punte in su e, coperteli pulitamente con la terra, pose
ben mente al luoco che netto de chiodi avea lassato, per occuparlo esso nel
corso. Venutosi pertanto a questa prova, esso, preoccupato il luoco buono,
giunse solo alla colonna, essendo tutti gli altri restati adietro coi cavalli
feriti: e con questa astuzia inalz se stesso al regno. Ma presto questo
occulto inganno si fece palese, percioch, essendosi sfidati doi gioveni a
correr per l'istessa strada a piedi, restaro ambidoi da questi chiodi feriti;
uno per manco dell'altro, qual essendo alla colonna giunto, l'altro,
sentendosi pungere i piedi, volse chiarirse di dove ci venisse e, trovato
l'inganno, negava voler pagare quello ch'eran prima tra lor stati d'accordo.
Onde, essendo la causa andata inanzi al magistrato, fu scoperta la fraude con
la quale Lescio s'era del regno impatronito. Levatosi pertanto il rumore de'
nobili e prencipali del regno, fu Lescio privo della degnit e fatto squartare
a coda di cavalli, e il giovene ch'a piedi era corso alla colonna fu di voler
de tutti ornato della degnit regale e chiamato Lesco secondo. Questo,
quantunque fosse plebeo, si port tuttavia in modo come se di regal sangue nato
fosse, e tutto il tempo di sua vita esercit questo, che, vestitosi gli
ornamenti regii, si poneva sopra quelle veste di lana che soleva prima portare,
per un ricordo della vita di prima e per burlarsi della fortuna che molte volte
suol buttare al fondo quelli che da bassi luochi inalza: la qual consuetudine
osservavano anco molti altri prencipi poloni. Finalmente, dopo l'aver fatto
molti fatti eroici, mor Lesco lassando un sol figliuolo dell'istesso nome.


Lesco terzo.

Quam fuerit belli cupidus, quam Martis amicus
iste, vel hoc signo duscere quisque potest.
Cum sub eo patriae pax arma quieta teneret,
bellandi fieret nullaque causa domi,
impatiens otii Graicos contra atque Latinos
Pannonibus toties auxiliaris erat.
Viginti genitor varia de matre nothorum,
infamat quantum tanta libido virum.
Saepe, licet magna post multa trophaea legantur,
et Cipriae studiis incubuisse divos,
quod si defendi exemplo non possit Achillis,
Lesco, et Alexandri, Mars quoque moechus erat.



Sepulto Lesco secondo l'uso della patria, fu salutato per signore Lesco terzo
suo figliuolo, e settimo nell'ordine de' prencipi poloni. Non degener punto
da' costumi paterni, e col suo valore acquiet tutti i nemici circonvicini e
redusse tutto il suo stato in pace e sicurezza grandissima. Dopo, non potendo
l'ozio sopportare, and con l'esercito in aiuto degli Ungari e de' Sassoni che
contra l'imperator romano Carlo Magno guerreggiavano, e finalmente l'anno
ottocento e uno fu nella Slesia da Carlo Magno con le sue genti ucciso in
compagnia de' Boemi, Pomerani e Pruteni, in un fatto d'arme che appresso il
fiume Odera successe. Popelo figliuolo legitimo del quale (percioch vinti
altri n'avea di concubine, a' quali avea assignato stati in Pomerania), intesa
la morte del padre, prese l'insegne del regno.


Popelo primo.

An ne tibi lectum tantum, lascive, reliquit,
non etiam clipeos armaque dura pater?
Et Veneri tantum iussit servire? Gradivo
non etiam, o noster Sardanapale, suo?
Quandoquidem in fratrum tam multa gente tuorum
legitima solus coniuge natus eras,
successisse etiam patris te laudibus aequum,
non tantum vitiis imperioque fuit.
At genitore tuo felicior ipse fuisti
hac in tam rari parte, Popele, boni,
quod tibi dissimilem genuisti, quique putaret
a cuculo cuculum degenerare nefas.



Popelo, primo di questo nome, e di Lesco terzo figliuolo, che da' Germani fu
chiamato Osserich, morto che fu il padre prese il governo del regno l'anno del
Signore ottocento e quindeci. Degener questo grandemente dalla paterna virt,
e sprezzando di tener la sede regale in Cracovia la transfer prima in Gnezna e
indi in Grufficia, ove anco nel laco Goplo una fortezza edific. N altro di
lui resta da scrivere, non avendo mai fatto cosa di memoria degna, ma atteso
solo a piaceri e a solazzi. Soleva questo nelle sue maledizioni dir spesso
queste parole: "O fosse io da' sorci rosegato!"; il che, quantunque a lui non
occorresse, intervenne, come di sotto si dir, al suo figliuolo.


Popelo secondo.

Dum timet hic regno, vir inutilis, et cum
coniuge consultat quid male tutus agat,
vim morbi simulat, patruos accersit et illis
(viginti fuerant) toxica mista dedit.
Orta cadaveribus vis murum erupit et illum,
uxorem, natos undique dente petit,
dilaniat: frustra medios fugiebat in ignes,
frustra in Glopeas perfidus hospes aquas.
Discite iustitiam, qui propter lucra paratas
fertis et exertas ad scelus omne manus.
Est Deus, est scelerum vindicta, est poena malorum:
unde putes minime posse venire, venit.



L'anno del salutifero parto della Vergine ottocento e trenta, Popelo secondo,
succedendo al padre nel regno, non li fu punto dissimile ne' costumi
libidinosi, percioch, lassato da parte i negozii del regno, si dette agli
ozii, a' balli e alle delicie. E oltra di questo non lui, ma la sua moglie
commandava, che da lui fuor d'ogni termine era amata. Per la qual cosa i baroni
del regno, chiamandolo Sardanapalo di Polonia, poco, anzi niente lo stimavano.
Onde Popelo, considerata questa cosa, venne in sospetto che i Poloni lo
privassero del regno e ch'in suo luoco sustituissero alcuno de' suo cii; e
per, preso consiglio dalla moglie, finse esser infermo, e fatti chiamare a s
vinti suo cii, prencipi di Pomerania, e stando in letto, strettamente li preg
che caso ch'egli di questa infermit morisse fossero contenti di sustituire uno
de' doi suo figliuoli nel regno: il che promisero essi di volentieri esequire,
ogni volta che vi concoresse la volont de' principali del regno. E fra tanto
che essi insieme ragionano, apparecchi la regina per darli bere una bevanda
avelenata, e, fattala ad essi appresentare, gli esort che volessero tutti
bevere. Fecero loro quanto essa ricercava, e poco dopo, partitisi dalla
presenza del re, fur tutti da quella bevanda uccisi. La qual nuova venuta in
palazzo, grid con allegrezza la regina ch'i dei giustamente castigati avevano
quelli che contra la vita del lor signore machinavano, e per per comandamento
della regina furono i corpi loro come de rubelli lassati insepolti e gettati
nel laco Goplo. E subito Dio, giusto vendicatore del scelerato omicidio, fece
di quei corpi in maraviglioso modo uscir una gran moltitudine di sorci, che con
strepito terribile assaltaro il re, che con la moglie e figliuoli nella rocca
attendeva a conviti; n mai con arme n con fuoco discacciar si puotero. Alora
il re, spaventato dall'inusitato n mai pi udito pericolo, fugg con la moglie
e con i figli nella rocca che sin ora  nel laco Goplo appresso il castello
Crusphicia; ma crescendo di continuo i sorci in tanta quantit che e l'acqua e
la terra coprivano, tutti con stridi orribili lo perseguitavano, onde i
marinari che vogavano la barca ove era il re, temendo il manifesto pericolo e
che in mezo all'acque li fosse la barca da' sorci rosegata, s'accostarono alla
pi vicina riva e fuggirono quanto pi lontano puotero. E il re con prestezza
si salv nella rocca fortissima con la moglie e figliuoli, ove furono da' sorci
consumati in modo che di lor non ne rest segnale alcuno.


Piasto crusphicense.

O priscos hominum mores, o nescia fastus
simplicitas, ingens o probitas et amor!
Non puduit proceres homini dare sceptra Polonos
qui modo cultor agri Crusphiciensis erat,
ob solas virtutis opes, virtutis honorem,
qua vir in exigua floruit ille casa.
Hoc orti de fonte duces regesque Poloni
duravere dies ad, Ludovice, tuos.
Compita Crusphiciae veterum, nostro estis in orbe
eventu gemini nobilitata ducis:
regnum ruricolae deferri, a mure vorari
regem, res aeque prodigiosa fuit.



Consumato monstruosamente da' sorci Popelo secondo, nacquero l'anno ottocento e
quarantadoi nella dieta di Crusphicia molte contese per cagione dell'elezione
de nuovo prencipe. Si ritrovava in questo tempo in Crusphicia un certo Pijasto,
uomo simplice ma di gran virt e bont, al qual, mentre la dieta ancor durava,
nacque un figliuolo; per il giorno de l'imposizione del nome del quale, secondo
il costume del paese, apparecchi Pijasto doi vasi di perfettissimo miele e
fece amazzare un porcello per ricevere allegramente gli invitati. Giunsero in
quei giorni in Crusphicia doi uomini sconosciuti e in abito forestiere ( fama
che furono i santi Giovanni e Paulo romani) che, volendo entrare nel palazzo
ove l'elezione si trattava, non gli fu promesso, e andati in casa di Pijasto
fur da lui amorevolmente accettati e umanamente trattati. Li quali radettero,
secondo il costume di quei popoli, il nato fanciullo, e mettendoli nome
Semovito si partirono, n mai pi veduti furono. Per il gran concorso delle
genti in Crusphicia per cagione della dieta, vi era grande ed estrema carestia
delle cose all'uman vito necessarie, onde andavano molti a casa di Pijasto a
comprarsi quanto li faceva di bisogno; nella quale, dopo la partita di quei
santi, mai venne a manco n il pane n il miele n la carne porcina,
moltiplicando Dio, larghissimo donatore e remuneratore, in essa tutte queste
cose: ed esso senza alcun prezzo abondantemente ne porgeva a tutti, quanto il
lor bisogno ricercava. Per lo che vedendo tutti Pijasto esser dalla potente
mano de Dio tanto favorito, e a viva voce e con i soffragii l'elessero monarca
del lor regno. Il qual, quantunque nato di basso lignaggio, govern per vinti
anni con somma destrezza e fortezza il regno a s commesso; dopo, essendo
vivuto cento e venti anni, usc di vita lassando Semovito suo figliuolo, dal
sangue del quale sono disceso i duchi e re che signoreggiarono la Polonia, sino
al tempo del re Ludovico ungaro.


Semovito.

Sic et Alexander iuvenis, vix illa suarum
ingressus rerum limina magna, perit,
ut Semovite peris, patriaeque relinquis acerbos
maerores, iustam mortuus ante diem.
Ense tuo eiecti de nostro turpiter agro
ultra Carpathium Pannones usque iugum.
Tota tibi solvit Pomerania victa tributum,
fluctibus et nostris accola quisquis erat.
Quatuor annorum sunt haec omnia, quid si
non abrupta tibi tam cito vita foret?
Quamvis, quantumvis modicae sub tempore vitae,
maxima qui gessit vixit abunde diu.



L'anno della umana redenzione ottocento e nonantacinque Semovito, fatte le
solenne esequie al padre, fu assonto al regno. Questo con rara e segnalata
prudenza, fortezza e providenza resse il popolo a s comesso, e spesso scacci
i nemici da' confini del suo imperio: e fu tale il suo valore che astrense gli
Ungari, i Boemi, i Cassubri e i Pomerani a pagarli tributo. E fatte, in quattro
anni ch'egli regn, molte egregie imprese, mor in et giovenile, lassando la
patria vittoriosa e pacefica e un figliuolo che fu poi Lesco quarto.


Lesco quarto.

Quam pater invictis Semovitus fecerat armis
pacem, Sauromatis attuleratque suis,
filius est illam miro complexus amore,
et vitae summam fovit adusque diem:
vir cuius mores nemo reprehendere possit,
aut nisi quem pugnae classica bella iuvant.
Sed cur bella geras, frueris qui pace. Quid optes,
contentus proprio qui potes esse, meum?
Gloria ad arma vocat multos laudumque cupido,
spes praedae multos dives ad arma vocat,
utraque bellandi causa iniustissima: solam
quae pacem querant proelia iusta voca.



L'anno del parto della Vergine novecento e doi, successe Lesco al padre
Semovito, essendo ancora in giovenile etade, onde fu sotto tutori sin che
pervenne all'et atta a governare; nella quale, non essendo da alcuno
provocato, mantenne il regno nella pace dal padre lassatavi, non degenerando
punto dalle virt del padre e dell'avo. Ma ancor lui prevenuto dalla morte
nella sua pi fresca etade, lass un figliuolo chiamato Semomislao.


Semomislao.

Ultimus iste fuit nostrorum ex ordine regum
ignari falsos qui coluere Deos.
Huic peperit coniunx oculorum luce carentem
haeredem, sterilis cum foret ante diu.
Mos erat infanti, vitae ut compleverat annum,
ludere quod vellet nomen habere pater.
Ergo, dies venit simul illa, recepit ocellos,
ostentum dubia plebe stupente, puer.
Res ea signabat discussa nocte Polonos
visuros lucis lumina vera novae.
Visuros illo Christum sub rege negemus,
quod bona praestituat quaeque futura Deus.



Morto Lesco, fu assonto al regno il figliuolo Semomislao, l'anno novecento e
ventuno. N questo fu dissimile a' suoi predecessori, e a pena nell'ultima sua
vecchiezza puot aver un figlio, e quello cieco nacque. Ed essendo redotti in
Gnezna i prencipali del regno per raderlo e metterli il nome, fu da essi
Miescone nominato: e mentre, posti a tavola, cominciano a mangiare, venne chi
port la nuova ch'il cieco fanciullo avea ricuperato gli occhi, e restando e il
padre e gli altri tutti attoniti per questa nuova, fu il fanciullo ivi portato
con gli occhi aperti e belli. Volse intendere il re da' suoi indovini quello
che ci poteva significare, quali resposero che s come questo suo figlio per
grazia degli dei era stato illuminato, che cos per suo mezo fra poco tempo la
Polonia saria illuminata, il che anco successe. E finalmente Semomislao,
lassando il regno in stato tranquillo, usc di questa vita.


Miesco primo.

Christe, sub hoc ad nos venisti principe, ab hoste
possessas Stigio commiseratus oves.
Cesserunt idola tibi, Mars, Leda, Gemelli,
Cynthia, Pluto, Ceres, Iupiter, Aura, Venus.
Foemina te nobis ostendit prima, Bohemo
sanguine, prima crucem nos docuitque tuam.
Sic tu prima quidem nobis es caussa salutis
ipse Deus, mulier caussa secunda fuit.
Illa tuo tingi Mesconem fonte maritum
fecit, terra suum est tota secuta ducem.
Plurima tunc data sunt tibi templa, novemque cathedrae,
et quas sacrifici dilapidamus opes.



L'anno del Signore novecento e sessantadoi, sepulto Semomislao con le solite
pompe, Miesco suo figliuolo, il qual nato era cieco e poi, come si disse, avea
miracolosamente la vista recuperata, fu da' Poloni eletto al governo del
paterno regno. Aveva questo sette concubine, n mai da alcuna d'esse puot aver
figliuoli, per il che si ritrovava molto malcontento. Praticavano in quel tempo
nel suo regno molti cristiani, quali l'esortavano, se desiderava aver
figliuoli, abbraciare insieme con le sue genti cristiana fede. Dalle quali
persuasioni mosso, Miesco mand ambasciatori a Boleslao, alor re di Boemia,
quello che con gran ribaldaria aveva ammazato san Venceslao, suo fratello
germano, domandandoli una sua figlia per moglie; il che promise Boleslao di far
molto volentieri ogni volta che egli insieme co' suoi si battezzasse. Piacque
la condizione a Miesco, e l'anno della nostra salute novecento e sessantacinque
si battez con tutta la sua gente, e lassato il nome di Miesco fu chiamato
Mieczslao, pigliando quasi il chiaro nome con la spada. E subito mand
commissione per tutto il regno che alli sette di marzo si gettassero per terra,
si spezzassero e si abbrusciassero tutti gli idoli ch'erano nelle terre e
luochi a lui sogetti; percioch quei popoli prima onoravano col divino culto
molte creature, come il sole, la luna e l'aura, che essi Pegwisd chiamavano. E
oltra questo adoravano Iove, da essi detto Iossa; Plutone, qual Lacton over
Lactone nominavano; Cerere, chiamata Niam, un tempio famosissimo della quale
era nella citt di Gnezna; Venere e Diana, questa detta da lor Ziovonia e
quella Marzana; e anco Lelo e Poleto, da' Romani chiamati Castore e Poluce: e
sin ora ne' conviti o mentre insieme bevono raccordano queste genti i nomi
loro, gridando spesso d'allegrezza queste parole, Lelo e Poleto.
Solevano, ne' giorni dedicati alle feste di questi lor dei, ridursi gli uomini
e le donne, i gioveni e i vecchi, tutti in un luoco a ballare e giocare, e
massime alli venticinque di maggio e alli venticinque di giugno: la qual
congregazione chiamavano stado, cio squadra. La qual cosa nelle ville de'
Ruteni e de' Littuani ancora s'usa, percioch dalla dominica di Pasqua insino
alla festa di san Giovanni Battista si raccogliono le donne e le donzelle a
squadre a ballare, gridando con voci geminate questa parola, lado lado, e
battendo insieme le mani vanno in giro ballando. E nella Slesia, a' confini di
Polonia, alli sette di marzo, giorno nel quale fur gli idoli destrutti,
redottisi insieme i putti per i castelli e per le ville, per un costume gi
molto tempo messo in uso, fanno una statua come di donna e uscendo a squadre
fuori del castello, cantando una certa lor cantilena il simulacro gi di un
ponte nel fiume precipitano.
Nettata a questo modo la Polonia dagli idoli, il prencipe Mieczslao institu
per segno pi chiaro della accettata cristiana fede che nel celebrar la santa
messa, mentre l'Evangelio si legge, cacciassero gli uomini mano alle lor spade,
volendo significare che essi erano apparecchiati a combattere sina alla morte
per la fede cristiana. Fond molte chiese, parocchie ed episcopati, e
arricchilli di buone e grosse intrate. Ebbe un solo figliuolo della moglie
boema, nomata Dambrowka, che battezato prese nome Boleslao Chabro; ed essendo
essa poco dopo il parto morta, si torn Mieczslao a maritare in Iudit,
figliuola del prencipe degli Ungari, la qual anco essa li partor un figliuolo,
nomato Mieczslao. E finalmente, lassando molte memorie de cristiana piet nella
Polonia, felicemente usc di vita. Aveva egli molto prima mandati ambasciatori
a Benedetto, sommo pontefice, chiedendo di esser ornato di regal corona; ma non
li fu concessa per dubbio che egli non fosse bene ancora fermato nella
cristiana fede.


Boleslao Chabro primo re di Polonia.

Vici, devictos cepi cum rege Bohemos,
subieci Moravos Saxoniosque mihi,
Cassubios populosque freti cis littora nostri
et Prussios, dubia teque, Ruthene, fide.
Imperii fines, positis ex aere columnis,
signavi, Herculeum sic imitatus opus.
nec mihi templa minus curae quam castra fuerunt,
hac quoque laude patri cedere nolo meo.
Regia ab egregio sortitus stemmata Othone
sum Gneznae (Gneznae tunc meus hospes erat).
Quae quicunque fac sic hoc dignus honore,
quo tunc, magno iudice, dignus eram.



L'anno novecentonovantanove dalla nativit di Cristo Boleslao, primo di questo
nome, da' suoi fatti eroici cognominato Chabri, figliuolo maggiore del morto
Meczslao, fu di commun volere sostituito al padre nel governo del regno.
Transfer questo con grand'onore da Prussia in Gnezna il corpo di santo
Alberto, vescovo di Praga, qual mentre predica a' gentili la cristiana fede era
da loro stato ucciso appresso il fiume Savo, vicino a Fescau, castello
maritimo; nella qual translazione fur per virt divina fatti infiniti miracoli.
Era in questo tempo Ottone terzo imperator romano aggravato da crudele
infirmitade, dalla qual essendo oramai condotto vicino al morire, intese dei
gran miracoli che si facevano alla sepoltura di questo santo glorioso. Onde
fece voto, se per sua intercessione era da questa infirmit liberato, d'andare
a visitare il suo sepolcro; e subito fatto il voto recuper per divina bont
intieramente la sua sanitade. E messosi in viaggio per sodisfare il suo voto,
quando egli fu vicino a Posnania, citt della maggior Polonia, fu incontrato da
Boleslao accompagnato da numero infinito di baroni e nobili poloni, che,
ingegnandosi d'onorar Cesare quanto era possibile, fece tra l'altre cose
silicare per sette miglia la strada per dove l'imperator passar doveva di panni
di seta e de altra sorte di varii colori, che tanta strada vi  da Posnania in
Gnezna; e salutatisi e datosi la mano, se n'andarono cos a piedi tenendosi per
mano e ragionando tra lor di varie cose insino a Gnezna. Ove entrato il devoto
imperatore nel tempio nel qual giacevano gli ossi di quel beato santo, se gitt
prono in terra inanzi alla sua sepoltura, e con ardente cuore rese grazie
all'onnipotente Iddio, qual ne' suoi santi  mirabile, della recevuta grazia, e
al suo voto sodisfece. Trattenuto poi per molti giorni onoratamente e
copiosamente da Boleslao, e da lui di molti preziosi doni presentato, consider
Ottone molto sopra queste sue gran cortesie, e deliberossi di premiarle con
qualche segnalato favore; onde, redottisi nella prencipal chiesa di Gnezna, lo
coron di corona imperiale e dechiarollo e confirmollo in perpetuo con
l'autorit dell'imperio re di Polonia, facendo libero ed esente lui e i suoi
successori da tutti i tributi e servit debite all'imperio romano. Nel partirsi
poi l'imperatore di quei paesi, per pi chiaro segno della lor stretta amicizia
don al nuovo re Boleslao la lancia di san Maurizio e un chiodo della croce di
Cristo; e all'incontro recevette da lui un braccio di santo Adalberto, che
dall'imperator fu in Roma collocato nella chiesa di S. Bartolomeo. E de pi tra
lor parentella contrassero, avendoli data l'imperatore in moglie una sua nipote
chiamata Risca, figliuola del palatino del Reno. E alla sua partita fu da
Boleslao, con gran pompa e molta cavallaria de' principali baroni, accompagnato
sino a' confini del suo regno.
Questo primo re di Polonia tutte le cose con gran prudenza e fortezza maneggi,
e fu sopra modo bellicoso, percioch con guerre felici spesse volte ruppe gli
eserciti de' circonvicini nemici e scorse senza trovar resistenza i lor paesi.
Ruppe Boleslao re di Boemia con il suo grosso esercito, e fattolo prigione li
fece cavar gli occhi, mettendo tutto il suo regno a ferro e a fuoco. Ed
essendoseli mosso contra Iaroslao, prencipal duca de Russia, con un potente
esercito, in un memorabile e sanguinoso fatto d'arme l'uccise con tutte le sue
genti, e prese Kiovia, metropoli della Russia, di dove port via molti tesori,
e si fece tributarii tutti i prencipi di quella provincia. Soggiog i Pruteni,
i Sassoni, i Cassubii e i Pomerani; pose i suoi termini con i Ruteni insino al
fiume Tira e Boristen, con i Pruteni, Cassubii e Sassoni al fiume Albi e al mar
Germanico over Baltico; e avendo imitato Ercule, piant sopra quel mare doi
colonne di ramo, a perpetua memoria delle sue degne imprese. E avendo cos
allargato grandemente i confini del suo regno, usc di vita lassando un
figliuolo chiamato Miescone.


Miesco secondo.

Degener, imbellis, gula, crapula, sordibus uxor
uxoris, totus foemina, lurco nihil
hic erat; uxor erat rex, princeps, omnia, nostrum
asperius quovis angue perosa genus,
Teutonibus tantum aequa suis: quam credis ab illa
tractata est miseris terra Polona modis?
Tunc Boleslai nobis periere labores,
ruperunt nostrum regna subacta iugum.
Ut rapuit tantum mors fausta phrenetide regem,
pellitur e regno Rixa fugitque suo.
Dant poenas scelerum, furor hunc, dolor abstulit illam,
at longo fato dignus uterque fuit.



Miesco secondo fu inalzato dopo la morte del padre alla regal degnit l'anno
mille e venticinque dal parto virginale. Degener questo grandemente da'
costumi del padre, e, abbandonati i fatti della republica, si lassava dalla
moglie reggere, onde con la sua dapoccaggine e libidine sminu e grandemente
debilit l'amplissimo regno dal padre lassato, facendo nulle le tante fatiche
gi da quello fatte. E finalmente, sprezzato da tutti, lassando Casimiro suo
figliuolo, fu da infirmit che teneva di pazzia cavato dal mondo. E morto lui
nacquero molte controversie intorno alla elezione del prencipe nuovo, percioch
alcuni volevano Casimiro suo figliuolo e altri, dubitando che egli dovesse
imitare il padre, non volevano a questo in modo alcuno acconsentire. Onde la
regina relitta del morto Miscone, vedendosi da' Poloni sprezzare, tolto il
figliuolo Casimiro, la corona regale e molto tesoro, se ne pass con queste
cose in Sassonia a trovar suo fratello Cesare. E indi mand il figliuolo a
Parigi, accioch ivi attendesse a studii delle buone discipline; ove esso,
resosi monaco, entr nel monasterio cluniacense e prese gli ordini sacri. Fra
tanto, essendo stati molti anni i Poloni privi del lor re legittimo con lor
gran danno e della lor republica, furon sforzati andarlo a ricercare in
Francia, il quale per molti respetti gli era dall'abbate di quel monasterio
denegato. Ma finalmente, con molte fatiche e spese de' Poloni, fu da Benedetto
nono sommo pontefice assolto dalla professione, avendo imposto a' Poloni, per
penitenzia d'aver scacciato il lor signore e legittimo erede, che dovessero
ogni anno pagare al pontefice romano un dinaro per testa, qual paga si chiama
tra loro il debito di San Pietro; che tutti gli uomini si tagliassero i capelli
sopra l'orecchie; e che nelle feste prencipali dovessero adoperare un fazuol
bianco in luoco di centura.


Casimiro primo.

Innocuus cum matre puer Casimirus eodem
exilio, matris crimine, pulsus erat.
Cluniaci placuit sibi vita monastica, servus
quam cuiusquam hominis maluit esse Dei.
Nos sumus interea sine principe, subdita cunctis
terra dolor fuerit quae numerare malis.
Reddimus eiecto regnum, multa ille reversus
restituit melior vix patre, dignus avo.
Maslaum domuit civili Marte furentem,
in reliquos mansit pax sibi grata dies.
Quod Deus innocuis adsit, quod corruat insons,
maiori ut surgat laude, videre potes.



L'anno del Signore mille e quarantauno Casimiro, primo di questo nome, cavato
dal monasterio, figliuolo di Miescone secondo, terzo re di Polonia, con
universale applauso fu coronato nella citt di Gnezna. Questo primieramente
nett il regno da molti ladroni e assasini che grandemente lo dannegiavano; poi
attese a ritornare sotto il suo giogo consueto le nazioni che ribellate si
erano. E avendole Maslao, duca di Massovia, congiurato con i Pruteni e con i
Piecinghi mossa guerra civile, con un sanguinoso fatto d'arme lo ruppe appresso
il fiume Vistola, vicino alla citt di Ploczko. E avendo Maslao raccolto un
altro esercito, fu di nuovo da Casimiro rotto e posto in fuga, onde, vedendo
esso le sue cose disperate, fug nel paese de' Pruteni, da' quali con molti
tormenti cruciato fu al fin fatto morir sopra la forca. E Casimiro, paceficato
che egli ebbe il suo regno, quietamente lo resse il resto di sua vita, qual
felicemente fin lassando tre figliuoli, Boleslao, Vladislao e Miescone, e una
figlia Swatochna chiamata. E prima che ei morisse, fece edificare in Tinyec un
monasterio dell'istessa regola della quale egli aveva gi fatto professione, e
lo dott de molti privilegii, esenzioni e grosse intrade.


Boleslao Audace.

Quam bello magnus, quam magnis strenuus ausis
Boleslaus erat, tam truculentus erat.
Vastavit Moravos, Hunnos, te, Russe, Bohemos,
vastavit patriae nec minus arva suae.
Cuncta libidinibus complebat, cuncta rapinis,
cuncta ignominiis, sanguine, cuncta metu.
Ponteficem secuit frustratim recta monentem,
urbis pontificem, maxime Crace, tuae.
O scelus, o portentum, o nostri infamia regni,
non tibi sacrilegae tunc cecidere manus?
Unde et ubi periit, nec iam dubitate, Poloni:
raptum sub Stigiis obruit Orcus aquis.



Nel mille e settantaotto Boleslao, figliuolo di Casimiro, cognominato Audace
dalla grandezza dell'animo suo eroico, fu da tutti i suffragii dechiarato re e
successore del padre; n pi presto prese l'insegne regali che li fu mosso
guerra dal re di Boemia Vratislao, che venne col suo esercito predando sin
dentro a' confini della Slesia. La qual cosa subito che intese Boleslao,
raccolte con prestezza le sue genti l'and animosamente a ritrovare, ma
Vratislao, quando seppe della sua venuta, non li sofferse l'animo d'aspettarlo,
e messosi in fuga ritorn vergognosamente nel suo regno. Nel quale seguendolo
Boleslao gli lo mise tutto a ferro e a fuoco, e carico di spoglie nemiche
ricondusse il suo esercito in Polonia, senza aver trovato in luoco alcuno chi
se gli opponesse. L'anno seguente poi, avendo Boleslao messo insieme molto
maggior esercito, dette il guasto alla Moravia e alla Boemia, onde Vratislao,
temendo di peggio, tratt accordo con lui, sodisfacendolo di quanto egli volse.
Domati che egli ebbe da una banda i Moravi e i Boemi, se li levarono contra i
Pruteni e i Pomerani, l'esercito de' quali avendo esso circondato appresso il
fiume Ossa, lo mise tutto, senza che pur un vivo ne restasse, a fil di spada; e
sottomise al suo dominio la Pomerania e molte fortezze nella Prussia, e pose
anco il giogo a essi Pruteni l'anno mille e settantanuove.
Venne in questo tempo a trovarlo Bela, erede del regno d'Ungaria,
raccomandandosi alla sua fede e aiuto chiedendoli contra Andrea suo fratello,
dal quale era del regno stato privo e discacciato. Piacque questa nuova
occasione di guerreggiare a Boleslao, ed entrato con l'arme nemiche in Ungaria
roppe l'esercito dell'imperatore Enrico, che in compagnia de Boemi e di Teutoni
diffendeva le parti d'Andrea; nella qual battaglia rest esso Andrea morto, e
Bela fu col braccio di Boleslao di quel regno coronato. Che tornato in Polonia
prese per moglie Viseslava, unica erede del ducato di Russia, ed ebbe per nome
di dote molti ducati di quella provincia. Prese poi anco Kiovia, metropoli di
quel ducato, per forza; dove si trattenne quell'inverno con l'esercito per non
esser pi tempo da star in campagna, e mise tal spavento per tutta la Russia
che molti prencipali duchi di quella provincia s'apparecchiarono di fuggire in
Grecia, e molte citt e castelli, senza farli alcuna resistenza, si dettero
nelle sue mani. E perch Premislia non fece segno alcuno di volersi arrendere,
andatoli sopra con tutte le sue genti, per forza la prese e abbrusci, n
potendo per l'acque grosse di che era circondata prendere la sua cittadella,
l'ebbe finalmente a patti in suo potere. E indi passando di nuovo con l'armi in
Ungaria acquiet i rumori che vi s'erano levati tra gli eredi di Bela e
Salomone, allora re d'Ungaria. E accommodate queste differenze, senza mettervi
dimora torn con l'esercito in Russia e prese Volodimiria e Chelma, citt
grosse, con i luochi ad esse sottoposti; e dopo si fece signore de tutto il
ducato di Volhinia. Indi si transfer con le sue genti a Kiovia, ove in un
sanguinoso fatto d'arme roppe e mise in fuga Swatoslao, prencipe di Russia, che
avendo un grosso esercito cercava con inganno trapolare il re Boleslao: con la
qual fazione rese totalmente debile le forze de' Russi. Fece poi lunga dimora
in Kiovia, ove si dette a piaceri, a solazzi, alla lusuria e a molti altri
vizii. Dopo l'esser stato sette anni fuora con l'esercito, ritorn in Polonia
e, sdegnato contra san Stanislao, vescovo di Cracovia, lo fece amazzare e
tagliare in pezzi a membro a membro. Il corpo del quale, essendo poi per divina
providenza tornato a reunirsi e onoratamente sepolto, risplend de molti
miracoli, come per le croniche di Polonia appare. E Boleslao, travagliato dalla
conscienza della comessa scelerit e pentitosi di quanto aveva fatto,
abbandonando il regno insieme col figliuolo Mieczslao and per il mondo vagando
sconosciuto, e in abito di peregrino mor in lontani paesi; dopo la cui morte
il figliuolo Mieczslao fece nella patria ritorno.


Vladislao Hermano.

Plurima rescidit fratris decreta tiranni
Hermanus, Latio par pietate Numae.
Hunc spurius vetitis vexavit filius armis,
sed pius arma tulit pro pietate Deus.
Vincitur impietas Gopleae ad stagna paludis,
induit inque feras debita vincla manus.
Dic, qui multa legis, quot dignos laude piosque
legeris historiae per genus omne nothos?
Telegonus, qui pisce patrem obtruncavit Ulissem,
de turpi Circes natus amore fuit.
Proditor Aeneas patriae est, ne crede Maroni,
Romulus occisor fratris, uterque nothus.



L'anno mille e ottantadoi dalla nativit di Cristo, Vladislao Hermano successe
nel regno al fratello Boleslao. Ebbe questo un figliuolo di Iudit, figliuola di
Wratislao, re di Boemia, che Boleslao terzo si chiam, e fu dalla stortezza
della bocca cognominato Krziwousti; e della seconda moglie, figliuola d'Enrico
quarto imperator romano, tre figlie li nacquero. Fabric e riccamente dot
molti monasterii e chiese. Con un sanguinoso fatto d'arme roppe e astrense a
tornare ad obedienza i Prussi e i Pomerani che ribellati s'erano; nella qual
impresa mentre egli  occupato, Bratislao prencipe di Boemia, presa
l'occasione, fece molti danni alla Polonia. Onde li mand il re contra per
refrenar quella licenza Siecziech, palatino di Cracovia, insieme con Boleslao
suo figliuolo di nuove anni, che ruppero valorosamente gli nemici, e con loro
il lor prencipe Bratislao; e avendo scorsa la Moravia e datali il guasto col
ferro e col fuoco, carichi di spoglie nel campo del lor re tornarono. Fu non
dopo molto fatto intendere a Vladislao che i Pomerani, rotta la fede, s'erano
impatroniti di Miedzirzechz, rocca fortissima ne' confini di Sassonia. Alla
qual nuova Boleslao, allora di et di dodeci anni, con grande instanza,
mescolandovi le lacrime, pregava il padre che a lui dovesse imporre il carico
di recuperar quel luoco. Onde restando il re maraviglioso della grande audacia,
prudenza e animosit di questo giovenetto suo figliuolo, li dette una parte
dell'esercito, accompagnandolo con molti uomini di consiglio, e il resto mand
sotto il governo di Siecziech, palatino di Cracovia. Quali valorosamente
assediarono e combatterono questa forteza, ma, perch il luoco per natura era
inespugnabile, indarno le lor fatiche spendevano. Per il che il palatino
persuadeva che si dovessero dall'assedio levare, ma Boleslao lo rimosse da
questo parere, e fatto animo a' soldati ordin che si facessero gli
alloggiamenti intorno alla rocca, fabricandovi casette e capanne per
diffendersi dall'inverno che sopragiungeva, fingendo di voler continuare
l'assedio anco l'inverno. Onde gli assediati, che speravano che i nemici,
cacciati da' freddi, dovessero l'assedio abbandonare, quando videro far queste
provisioni si misero in paura e, mandati ambasciatori con doni a Boleslao, e la
fortezza e se stesse gli offerirono. Qual avendo esso accettati, li lass tutti
andar liberi, e ricuperata con sua gran gloria la rocca, allegro e pieno de
nemiche spoglie al padre con le gente a lui commesse ritorn. Dopo Hermano,
consumato dalla vecchiezza, avendo fatto molte forti e onorate imprese,
felicemente fece passaggio all'altra vita.


Boleslao Krzivousti.

Hic quinquaginta pugnavit proelia, signis
collatis, casu non variante fidem.
Pugnavit quoties, toties et vicit: eorum
nomina quas vicit, quod breve claudat opus?
Caesaris Henrici magnas fudisse cohortes
sat sibi, si deessent caetera, laudis erat.
Maerore interiit, quod prorsus inermis ab hoste
foedifrago victus, fraude doloque semel.
I modo, Pompeii numera mihi Romae triumphos,
nos Boleslai proelia: maior uter?
Pompeium Caesar bello prostravit aperto,
fraus potuit nostrum vincere sola ducem.



Nel millecento e tre Boleslao, Krzivousti cognominato dalla bocca che per
infermit se gli era storta, morto che fu il padre, li fu di commune volont
dato per successore nella regia degnit. Fu questo travagliato da Zbignevio
monaco, suo fratello bastardo, che invidiandoli il regno Borivoio, re di
Boemia, e Svatepolk, duca di Moravia, contra li mosse; de' quali ebbe Boleslao
vittoria per mezo di Zelislao, capitano generale delle sue genti. E l'anno
seguente, ingrossato l'esercito, fece una correria nella Moravia, e senza
trovare alcun incontro l'and tutta depredando. E anco la terza volta guid
l'esercito a danno de' Boemi e de' Moravi, e mentre che egli va mettendo il
tutto e a ferro e a fuoco, i Boemi, avendoli posti gli aguaiti, l'assalirono
animosamente in un passo difficile e luoco stretto. Alora il re, vedendo il
gran bisogno, fece officio di valente soldato e di prudente imperatore,
percioch, sugli occhi del suo esercito mezo spaventato, fu egli il primo che
and sopra a uno de' nemici e in poco tempo l'uccise con la spada; e
nell'istesso tempo Dershiak, cavalliere polono, un altro ne amazz con la sua
lancia. Da' quali esempii avendo preso animo i Poloni, urtarono s fieramente
ne' Boemi che, non potendo essi a tal virt resistere, fur forzati a cedere e a
mettersi in fuga. Dopo la qual vittoria il re in Pomerania pass, e avendola
tutta depredata, e prese in essa molte citt e castelli, ricondusse l'esercito
alla patria ricco per le molte spoglie a' nemici tolte.
Occorse dopo queste vittorie che, essendo il re andato a un convito d'un certo
nobile il giorno della dedicazione d'una chiesa, e volendo per sua recreazione
andare alla caccia, si trov aver solo cento cavallieri che l'accompagnassero;
con i quali mentre va cacciando, dette in una imboscata di tremila Pomerani,
ne' quali il re come feroce leone fu primo ad investire, e avendone di sua mano
amazzati tre accresette grandemente l'animo a' suoi. E mentre egli
valorosamente combatte, fu da un Pomerano assalito, che fall il colpo e gli
amazz il cavallo sotto. Ma essendo con prestezza aiutato da' suoi a rimettersi
a cavallo, urtarono stretti insieme con tal valor negli nemici che li posero in
fuga; e per un pezzo fur dal re perseguitati qual con molta fatica de' suoi fu
dall'ostinata audazia di volerli ancor perseguitar ritratto. E indi vittorioso
al luoco del convito insieme co' suoi fece ritorno.
Giunse fra tanto alla sua corte Borivagio, re di Boemia, chiedendo aiuto contra
Sivatopolg suo nepote, che del regno privo l'aveva; e da lui fu nel regno
riposto e alla Boemia dato il guasto. Dalla qual impresa speditosi, volt
l'insegne verso Pomerania, la qual avendo tutta messa a sacco, prese per forza
la rocca di Bielgrad e insieme la cittade, luochi per natura e per arte
fortissimi. E alora l'altre citt e fortezze vennero di lor volont in poter
suo, che furono Camenecia, Golimberg, Vielim e Czarncovia. E poco dopo tornato
in Boemia li dette un'altra volta il guasto, e ruppe e fece prigioni Zbignevio
e Gvevoniro, duchi rebelli di Pomerania, che contra il giuramento fattoli di
fidelt contra di lui avevan preso l'armi. Enrico quarto imperator romano,
sdegnato con Boleslao per i molti danni tante volte da lui fatti in Boemia,
congiunte le sue forze con quelle di Swatopolg, re di quei paesi, si mosse con
un potentissimo esercito sopra la Slesia, e avendo per forza presa la citt
Lubusa combatt con molti fieri assalti Glogovia, citt prencipale del ducato
glogoviense; ma indarno spese in questo luoco le sue forze, e vi perse gran
numero de' suoi pi valorosi soldati. E in quel mezo avendo Boleslao messe le
sue genti insieme, le mosse sopra l'imperatore e i Boemi, avendo fatto
publicare nel suo campo che qual si fosse che li bastasse l'animo d'ammazzare
Swatopolg, re di Boemia, sarebbe quello con tutta la sua posterit dal re
grandemente remunerato. Era tra gli altri nel campo polono un soldato boemo
che, avendo questa promessa intesa, se ne pass nel campo de' nemici e, sapendo
benissimo come le trinciere stessero, si condusse sino al pavion regale; e
visto il re cominci con voce orribile a gridare: "Fuggi, fuggi o re, percioch
siamo assaliti da una moltitudine grande di Polonia". Alla qual voce paesana
uscito il re fuor della tenda, fu da questo soldato con una lancia passato da
una banda all'altra e amazzato; che indarno seguito da' Boemi felicemente nel
campo polono si salv ed ebbe i promessi doni, avendoli il re dato per insegna
un'oxa, cio una secure, che crescette poi in un gran famiglia di Polonia.
Non rest per la morte di Swatopolg l'imperatore di seguitar la guerra, anzi
molti danni a' Poloni nella Slesia fece; e ricercandolo Boleslao d'accordo, n
lo potendo con giuste condizioni ottennere, messe in arme le sue genti, una
mattina nel romper dell'aurora assalt il campo cesareo un miglio lontano da
Wratislavia, citt della Slesia. N fu con minor virt dagli imperiali
l'assalto ricevuto, e combattendo gli uni e gli altri per la gloria e per la
vita e signoria, durarono nel sanguinoso conflitto e mortale sino vicino alla
notte. Onde, vedendo Boleslao esser bisogno per ottenere la vittoria di qualche
maggior sforzo, raccoz cos combattendo una grossa banda de' suoi pi valorosi
cavallieri e, pigliata alquanto di giravolta, and ad urtare i nemici per
fianco con empito e furia tale che disordin le squadre imperiali, e, mossele
di luoco, dettero esse segno di voler fuggire. Di che accortosi l'uno e l'altro
esercito, questi, preso animo, renforzaron la battaglia, e quelli, sbigottiti,
cominciarono a piegare prima e indi apertamente a mettersi in fuga; nella quale
non fu minore l'uccisione di quello che era nella battaglia di tutto il giorno
stata, e l'imperatore a fatica con la fuga si puot salvare, accompagnato da un
solo servitore. E i Poloni, arricchiti con le spoglie dell'esercito nemico, la
palma della vittoria ottennero; e sin ora il luoco ove successe questo famoso
fatto d'arme da' Poloni Psiepole, cio campo canino,  chiamato, percioch vi
concorse tanta moltitudine de cani a devorare i corpi degli uccisi che, essendo
usi all'umana carne, non fu per molto tempo sicura quella strada a' passagieri.
L'anno seguente, apparecchiando l'imperatore un'espedizione per Roma contra il
pontefice e temendo che in absenzia sua Boleslao inquietasse e rovinasse le
provincie dell'imperio, gli mand ambasciatori pregandolo con certe condizioni,
avuto rispetto alla degnit imperiale, che egli volesse andare a trovarlo a
Bambergo, permettendoli far in modo che di questo abboccamento mai si
pentirebbe. And Boleslao e, abboccatosi con l'imperatore, renonci
perpetuamente a ogni servizio che egli come re di Polonia fosse all'imperio
tenuto, e fatta con Enrico una stabile pace si congiunsero insieme (secondo che
nel pacificarsi tra prencipi usar si suole) con vincolo di parentado, percioch
prese Boleslao in moglie Adchleyda, sorella dell'imperatore, e a Vladislao suo
figliuolo fu congiunta in matrimonio Cristiana, figliuola dell'istesso
imperatore. E cos composta e fermata tra loro una perpetua pace, furono
liberati i pregioni dell'una e dell'altra parte. Non puot Boleslao goder di
questa pace troppo tempo, percioch l'anno millecento e tredeci i Pomerani e i
Pruteni, sprezzando il fatto giuramento, fecero alla sprovista una correria nel
ducato di Massovia, e con arme nemiche a tutta quella provincia il guasto
dettero. E mentre carichi di preda indietro tornano, furono dal governatore di
quei paesi, quando men vi pensavano, assaliti, tagliati a pezzi e la preda
ricuperata. Del qual castigo non sodisfatto, Boleslao, che era per la lor
perfidia grandemente sdegnato, fece esercito e lo condusse alli lor danni, e
avendo posto lo assedio intorno alla fortezza di Naklo, nella quale diecimila
Pomerani, uomini da guerra, si trovavano: quali, non li bastando l'animo de
diffendersi dalle forze regie, vennero a questi patti col re, che se fra
termine di quindeci giorni non erano soccorsi dagli suoi, di darsi
volontariamente in le sue mani, con questo che fra tanto fosse tregua tra loro,
n offendere a modo alcuno si dovessero. La qual triegua fermata, seppe il re
che venivano ascosamente per le selve cinquantamila Pomerani e Pruteni in
soccorso degli assediati; e avendo insieme avuto per spia ove e come erano
alloggiati, fece due parte del suo esercito e, prevenendo con la prestezza la
nuova dell'essersi mosso, fu adosso agli nemici. E assalitili a un istesso
tempo e alla fronte e alle spalle, secondo che fur trovati sprovisti e perci
disordinati, fecero poca o nissuna resistenza, onde fur presto tutti rotti e
sbaragliati, e restandone uccisi quattromila gli altri parte fugirono e parte
presi furono. Alora i Noklocensi resero e se stessi e la lor citt con tutti i
luochi ad essa sottoposti a' Poloni vencitori. E avendo poco dopo i Pomerani e
i Pruteni formato un altro esercito, dal valoroso Boleslao di nuovo rotti
furono, e il prencipe lor fatto pregione e condennato a carcere perpetua.
Accomodate ch'ebbe il re le cose di Pomerania e di Prussia, apparecchi del
millecento e ventiquattro una potente armata, e passato con essa in Dania,
s'offersero tutti quei d'accettarlo volontariamente per signore; ma esso,
rifiutando quel regno, si content solo di cavarne i tesori, quali insieme con
l'istesso tesoriere in Polonia fece portare, i descendenti del qual tesoriere
sino a' nostri tempi in Polonia e in Prussia ancor celebri sono, e da Dania
Durini son chiamati. Tornato che fu Boleslao di Dania, se li lev contra
un'altra guerra, percioch i prencipi sediziosi di Russia se li scopersero
nemici, e per farlo maggiormente sdegnare il prencipe halliciense, parente del
re, del suo stato scacciarono. Si vendic di questi onoratamente Boleslao,
percioch, andatoli sopra, ruppe il lor esercito e uccise il duca di Presmilia
con tre altri duchi di Russia che in questo campo si trovavano. N pass troppo
che vedendo i prencipi di Russia che a guerra aperta non lo potevano offendere,
determinarono, cos consigliati da Ieroplo duca di Kiovia, d'ingannarlo sotto
pretesto d'amicizia. Li mandano pertanto ambasciatori e li promettono di voler
esser tributarii e subditi del regno di Polonia, e che grandemente desideravano
di remettere il duca halicense nel suo primo stato con le proprie forze.
Credette Boleslao a queste lor promesse, e di loro fidandosi and con poche
genti alla volta d'Halice; ed essendo ormai a quella vicino, ecco che i
prencipi di Russia, avendo condotto nel lor campo molte bande d'Ungari,
uscirono dell'imboscate e circondarono i Poloni d'ogni intorno. Quando
s'accorse il re della perfidia de' Russi, non si perse punto d'animo, anzi,
voltatosi a' suoi, gli esort a valorosamente combattere contra questi che
sotto la fede gli avevano traditi. Ma il palatino di Cracovia, non si movendo
n per la presenzia n per le parole del re, nel primo rumore se mise in fuga
con una banda di cavalli a quali esso comandava. E il re, vedendo che non vi
era altro rimedio, facendo officio di valente soldato e d'animoso capitano,
and prima de tutti ad investire con i cavallieri della sua corte nelle squadre
degli Ungari. E avendoli tutti sbaragliati, restrense insieme i suoi e si
spinse sopra i Ruteni, ove dur un pezzo la battaglia; e gi cominciavano i
Ruteni a piegare, quando correndo tutto il resto del campo adosso a questi
pochi Poloni, fur dalla gran moltitudine soprafatti e rotti. Nel qual conflitto
fu amazzato il cavallo sotto al re, mentre egli e con la voce e con fatti
inanimava i suoi; ed essendoli da un cavaliere il suo cavallo dato, fu da' suoi
che gli erano intorno sforzato a torsi fuor di quel pericolo, passando
valorosamente per mezo a' nemici che d'ogni intorno l'aveano circondato.
Tornato che egli fu nel regno, era grandemente per questo caso adolorato, e
biasmava non tanto gli inganni e perfidia de' Ruteni quanto la vilt e
vergognosa fuga del palatino di Cracovia; al quale mand ad appresentare una
pelle di lepore, una rocca con un fascetto di lino e un pezzo di corda,
dimostrando che egli nel fuggire somigliava il lepore, che indegnamente era
uomo tenuto e che doveva esercitare gli esercizii donneschi e non cose che ad
uomo si convengono, e che esser appicato meritava. Per la qual cosa messosi
quel palatino in desperazione, di propria mano si appicc alla corda della
campana d'un oratorio che egli aveva, il nome del quale per il rispetto che si
porta a' suoi posteri nelle croniche si tace. E da quel tempo in qua il
castellano di Cracovia per questa caggione al palatino di degnit precede.
E Boleslao, dolendosi ogni giorno pi della fortuna contraria, casc in
infermit, dalla quale dopo presi i santi sacramenti fu a morte condotto l'anno
della sua et quinquagesimo quarto, e dopo l'aver regnato anni trentasei, e
nella catedrale chiesa di Plocia fu sepolto. Del qual sino a' nostri tempi non
 stato alcun re di Polonia pi bellicoso n pi felice in tutte le sue
imprese, percioch, essendo egli stato travagliato con guerre da tutti i re e
signori circonvicini, esso, non mancando la fortuna a' suoi alti disegni, non
solo da loro si diffese, ma anco a sua volont, avendo prima rotti i lor
eserciti, and scorrendo per tutti i stati loro, non essendo manco valoroso nel
combattere con la propria persona che savio nel sapere agli altri comandare.
Fece con gli inimici quarantasette fatti d'arme prencipali e memorabili, non
computando i molti assalti e le spesse scaramuccie, ed eccettuando anco questo
ultimo conflitto nel qual fu da' Ruteni ingannato. Dal quale per, non
altrimente che Ettore troiano e che il cartaginese Annibale, diffendendosi con
le proprie forze e rompendo le fatte squadre de' nimici da' quali era
circondato, illeso si salv. Mentre ancora egli viveva, il regno a' suoi
figliuoli divise, lassando per testamento a Wladislao, di maggior et, i ducati
di Cracovia, di Siradia, di Slesia e di Pomerania; a Boelslao Crispo la
Masovia, la Drobinia, la Cuiavia; a Mieslao il stato di Gnezna, di Posnania e
di Calisi; e ad Enrico quello di Lubla e di Casimira. E non lassando cosa
alcuna a Casimiro, suo figliuolo di minor et, li fu da' senatori domandato
quello che di lui esso ordinava, a' quali dette questa risposta: "Non sapete
voi che a un carro che con quattro rote corre  necessario che uno vi sia che
sopra li seda?" La qual cosa anco successe, come pi a basso si dir.


Wladislao secondo.

Quatuor in natos regnum diviserat aequis
partibus, egregia cum ratione, pater.
Ladislae, tibi cessit Cracovia, natu
maxime, avaritia maxime, Marte nihil.
Fratribus eiectis, solus dum quaeris habere
omnia, possessis pelleris ipse bonis,
coniuge cumque tua, quae rem tibi suasit iniquam,
victus in externam profugis exul humum.
Ignorata tibi fuit alea? Discere in illa
contentus proprio vivere quisque potest.
Nam aliena petens perdit sua lusor et aurum
dum cupit amisso flens alit aere domum.



L'anno del Signore millecento e quaranta Wladislao secondo al padre nel regno
successe. Degener questo grandemente da' costumi del padre e, spento dalle
lusinghe della moglie, non si contentando del stato dal padre lassatoli, se
dispose di spogliar suoi fratelli de' lor ducati, e avendo condotti soldati
pagati di Russia li cominci con la guerra a travagliare. Per la qual cosa
Enrico, Boleslao Crispo e Mieczlao, per paura delle forze del fratello, si
ritirarono nella rocca di Posnania, ove dal smenticato della fraterna carit
strettamente assediati furono. E gi non avendo da mangiare trattavano di
rendersi al fratello, quando i soldati vecchi che con loro si ritrovavano,
mossi a compassione del torto fatto a' lor signori, se gli offersero a spender
per lor la propria vita, e li persuasero a combattere e far prova della virt
loro. Essendoseli pertanto appresentata una occasione di far bene i fatti loro,
una notte che i nemici, avendo tutto il giorno atteso a balli, ubriachi
dormivano, gli uscirono sopra con facelle accese in mano e con gridi terribili,
e messo fuoco nelli loro alloggiamenti ne misero molti a fil di spada. E gli
altri mezo adormentati fuggirono, tra' quali essendosi anco salvato Wladislao,
fu da' fratelli sin a Cracovia perseguitato; ma non doppo molto se ne fugg
esso in Germania a trovare i parenti della moglie, ove fu dalla moglie e da'
figli seguito. E cos quello che, non contento del suo stato, aveva aspirato
alle cose d'altri rest in tutto privo anco del suo.


Boleslao quarto Crispo.

Dum cogit Prussos ad Christi dogma, Polonos
amisso evertit milite Crispus opes.
Transfuga ducebat nostros malefidus, iniquum
transgressos Ossam protrahit inque locum.
In convestitum viridanti cespite caenum
(a tergo in silvis abditus hostis erat)
insilit, inclusos caeno suffocat in illo:
vix pauci incolumes se eripuere fuga.
Mens generosa, dolo quia nil agit, ipsa malignis
opportuna dolis insidiisque capi est,
et quia metitur propriis virtutibus omnes,
est in perniciem credula saepe suam.



L'anno millecento e quarantasei Boleslao Crispo, cos cognominato dai capelli
ricci, essendo scacciato il sedizioso fratello, prese il governo del regno. E
fu spesse volte dall'imperator Corrado ricercato che volesse concedere qualche
provincia al scacciato fratello, il che essendoli fermamente negato, condusse
l'imperatore le sue genti in Slesia per astrengerlo a far questo per forza; ma,
mal trattato assai volte da' Poloni, si part senza aver potuto cosa alcuna
operare. Guerreggi per l'istessa cagione anco con l'imperator Federico
Barbarossa, con il qual avendo ultimamente fatta pace, richiam il fratello di
Germania, perdonandoli le passate offese, che poco dopo mor nella citt di
Kloczko, non senza sospetto di veneno. L'anno poi millecento e sessantaquattro,
fatto il re Boleslao tre grossi eserciti, li guid in compagnia de' fratelli
contra Pruteni e dette il guasto a tutto il lor paese, ricercando quei popoli
che dovessero venire al cristianesimo, finch essi promisero di battezzarsi. Ma
poi, sprezzato essi la accettata fede, fecero una correria contra Poloni nella
Massovia, e di nuovo Boleslao con i fratelli se li mosse contra. Vennero in
questo doi Pruteni nel campo polono, fingendo di esser fuorusciti e di esser
benissimo informati del sito della Prussia, onde furono da' Poloni tolti per
guida del campo. Ma essi, caminando con inganno, guidarono l'esercito polono in
certi luochi molto intricati per i folti boschi e per le fangose paludi; ove
trovandosi esser entrati in una profonda palude, che ad arte da' nemici era
stata di verde erbe coperta, non potevano andare inanzi n indietro tornare. E
mentre s'affaticano di cavarsi di luoco cos iniquo, uscirono i Pruteni
dell'imboscate e a' Poloni una gran rotta diedero, nella quale mor tra gli
altri Enrico, duca di Lubla e di Sendomira, fratello di Boleslao, strenuamente
combattendo. E il re ritorn con l'altre genti in Polonia e attese a menar vita
pacifica, sinch del millecento e settantauno e l'anno vigesimonono della sua
vita mor dentro a Cracovia, e fu nella chiesa della rocca sepolto.


Mieczlao overo Miesco terzo.

Saepe dies oritur nitida face, nec tamen illi
credideris: subito nubilus esse potest,
grandine messores lapidare, tonitribus orbem
concutere et rapidis frangere fulminibus.
Ecce senex noster, regni cum cepit habenas,
vir bonus et placidi fratris imago fuit.
Mox sobole ingenti, generis, affinibus, auro
inflatus, coeptam destitit ire viam.
Nil illo peius, nil et crudelius illo
(Audace excepto) patria nostra tulit.
Sed tamen est pulsus. Numquam impunita tirannis
Sarmaticis feritas scilicet illa fuit.



Il vecchio Mieczlao successe nel regno al fratello Boleslao Crispo l'anno della
nostra salute millecento e settantaquattro. Fu questo rapace, crudele e troppo
severo contra i suoi sudditi, e in essi una dura tirannide esercit, per lo che
da tutti era con orribili biasteme maledetto. Onde il vescovo di Cracovia,
chiamato Gedeone, fece consiglio con gli altri senatori occultamente de
cacciarlo del regno e sustituire Casimiro in luoco suo; e venuta l'occasione
che il re era passato nella Polonia maggiore, gridarono essi Casimiro in lor re
contra sua voglia.


Casimiro secondo cognominato Giusto.

Tractus ad imperium precibus lacrimisque suorum
imperii fractas surgere fecit opes,
percussit scelerum fratris iusto ense ministros,
sacrificis pacem ruricolisque dedit,
qui modo calcati sub direptore iacebant
inque suis rebus nil habuere sui.
Intulit in patriam corpus, Roma usque petitum,
divi qui Floris nobile nomen habet.
Mista dedit domino scelerati aconita ministri
inter solennes perfida dextra dapes,
trusit et in subitum, patria plangente, sepulchrum
delicias hominum deliciasque deum.



L'anno del salutifero parto virgineo millecentoottanta Casimiro, al fratello
sostituito nel regno di Polonia, fece una dieta generale in Lancizia, ove con
degni supplicii pun tutti quelli che eran stati cagioni de' mali dal fratello
fatti. Indi, avendo recevuto Mieczlao suo fratello in grazia, li consign
l'entrate di Gnezna e di Posnania. Nel qual tempo i Pomerani e i Pruteni,
considerata la gran clemenza e bont di Casimiro, volontariamente al dominio
suo si sottoposero. Nell'istesso tempo Brestia, citt di Littuania a' Poloni
rebellatasi, fu caggione che il re, andatovi sopra con l'esercito, la prese
insieme con la rocca e fece morire tutti quelli che questa rebellione
caggionata avevano. E raquistato questo luoco mosse le vittoriose insegne sopra
la Russia, ove in un sanguinoso fatto d'arme roppe l'orgoglio dei duchi Sevoldo
e Volodomiro, che ribellati s'erano. Contra quali mentre egli guerreggia, il
vecchio Mieczlao affettando la pristina sua degnitade si fece di Cracovia
signore, restando la fortezza in poter de' soldati di Casimiro; e Mieczlao,
fortificata la citt con buoni presidii, and fuori a far provision di nuove
genti. Ma Casimiro, essendo gi espedito di Russia, ricondusse l'esercito a
Cracovia e vi fu senza alcun contrasto ricevuto, ove dette il conveniente
castigo a tutti quelli che in questa sedizione il fratello favorito avevano.
Dopo, non essendosi smenticato della morte d'Enrico suo fratello e della rotta
data a' Poloni con inganno, guid il suo fiorito esercito nella Prussia e tutta
a ferro e a fuoco la mise, e si fece tributari i Pruteni e i Pomerani. Di dove
a Cracovia tornato, fin la sua vita l'anno millecento e nonantaquattro, non
senza sospetto di veneno. Nel suo tempo, cio l'anno decimo prima che egli
morisse, procur e ottenne che a tutte sue spese fosse portato il corpo di san
Floriano da Roma insino in Cracovia, ove lo fece onoratamente collocare.


Lesco quarto il Bianco.

Cum sene bellavi patruo, sed an impius isto
sim facto iusti discutitote viri.
Esset uter rerum dominus certavimus, at me
id velle in patriam nudus adegit amor,
ne paterer regnare lupum maiore petentem
a quo pulsus erat cum feritate gregem.
Dum labor, invadit Pomeranus balnea, inermum
dat non speratae me meosque neci.
Quanto igitur rerum dominis securius aevum
(quod quidam scripsit) cernite pauper agit?
Tempora sunt, loca sunt quaevis metuenda potenti:
quod vivit, totum est cura, pericula, metus.



Fatte le debbite esequie funerali a Casimiro, Lesco suo figliuolo, da' capelli
Bianco cognominato, fu re da tutti salutato. Tuttavia Mieczlao suo cio aveva
anco egli gran parte del regno a sua devozione, onde fece tra lor varie
battaglie. Chiam poi Lesco la dieta generale in Zueiman, nella quale si
congregarono molti prencipi e baroni di Polonia. Fu a questa dieta citato de
commissione del re Svantopolo, capitano di Pomerania, per non aver egli gi
alquanti anni pagato il tributo che era obligato ai re di Polonia di diecimila
marche d'argento all'anno; il quale, avendo dalle spie inteso con quanta poca
gente il re si ritrovasse, lo venne improvisamente a trovare con una grossa
banda de soldati, ed entrato nella citt mise ogni cosa sottosopra, tagliando a
pezzi quanti resistenza facevano. Fu il re, che alora ne' bagni si ritrovava,
di questo tumulto avisato, che, vedendo non aver il modo de potersi diffendere,
mont a cavallo con alquanti servitori e dettesi a fuggire. Ma fu seguito e
giunto da Svantopolo che, da ribello e mancator di fede portandosi, senza aver
rispetto alcuno alla regia maest crudelmente l'uccise, col qual amazz anco
Enrico, prencipe d'Vratislavia, e molti altri, del milledoicento e ventisette.
Fu il corpo di Lesco portato in Cracovia da' suoi e con gran pianto di tutta la
citt onoratamente sepolto


Boleslao quinto il Pudico.

Tartaricus furor in cineres, regnante Pudico,
Sarmatiae totas pene redegit opes.
In flammas abiit Cracovia, quicquid et agris
porrigitur ripas, Odera, ad usque tuas.
Fugerat ad Ingros princeps, quia vitribus impar
ad confligendum cum subito hoste fuit.
Stanislae, tuos cineres tellure levavit
et sacrum in fastis fecit habere locum.
Coniuge consenuit cum virgine virgo maritus,
addictus studiis, casta Diana, tuis.
Bochnenses reperit thesauros primus et inde
sarciit a diris damna recepta Getis.



Boleslao Pudico prese dopo la morte del padre il governo del regno l'anno
milledoicento e quarantatre. Pat in questo tempo la Polonia molti danni per la
moltitudine di quelli che la governavano, percioch era il regno in mano de
ventiquattro prencipi che con le lor discordie tutto inquieto lo tenevano. La
qual ruina fu poi maggiormente accresciuta da nuova sorte de nemici, percioch
vennero in questi tempi nel regno centomila Tartari che, scorrendo tutta la
Polonia e la Russia, l'una e l'altra orribilmente guastarono e abbrusciando le
citt e le ville ne menarono i lor popoli pregioni. Per remediare a questi
danni, raccolte il re Boleslao le forze del suo regno e unitele con quelle
d'Enrico, duca della maggior Polonia, e degli altri prencipi al suo dominio
soggetti, and animosamente ad incontrare i Tartari. E venuti alle mani, fu per
molte ore ostinatamente combattuto e con gran fierezza d'animo dell'una parte e
dell'altra, e gi i Tartari a piegare incominciavano, quando un lor alfiere si
fece inanzi con una insegna nella quale era scritta questa lettera greca x, in
cima all'asta della quale era fitto una testa terribile, fatta per arte magica,
che fumo e sporco vapore per la bocca gettava. Per l'aspetto di questa cosa
orribile e spaventevole i Poloni attoniti e quasi incantati restarono, e
mancandoli tutto a un tempo e l'animo e le forze furon da' Tartari fracassati,
non altrimente che i frumenti dalla spessa grandine ne' campi. Volendo poi
questi barbari investigare il numero degli uccisi, a tutti l'orecchia destra
tagliarono e ne empirono novi sacchi grandissimi. In questo fatto d'arme si
sminu grandemente la moltitudine de' baroni e prencipi di Polonia, di Slesia e
di Russia; e i Tartari, insuperbiti per questa cos gran vittoria, misero a
fuoco e a fiamma quasi tutta la Russia e la Polonia, e anco parte dell'Ungaria
e della Germania, con i quali abbrusciamenti e con le crudele occisioni e
rapine che facevano riempirono tutti i luochi circonvicini di paura e di
spavento. L'anno milledoicento e settantanuove fu visto in cielo un esercito
d'uomini a cavallo che tra lor fieramente combattevano. E l'anno istesso una
gentildonna di Cracovia partor in un portato sei figliuoli. E nella citt di
Calissa nacque un vitello con doi teste e sette piedi, il corpo morto del
quale, essendo stato gettato alla campagna, n da cani n da uccelli fu mai
stracciato o tocco. Boleslao, dopo l'aver regnato anni trentasette, senza
lassar figliuoli usc di questa vita, e si disse che era sempre vissuto
vergine, onde s'acquist anco il nome di Pudico.


Lesco sesto il Negro.

Quanta locustarum, quo nos haec scripsimus anno,
appulit in nostros agmina ventus agros,
agmina tanta ferunt in nos venisse Getarum
sub Nigro, et primum congeminasse malum:
iis cessit solis, alioqui semper in hoste,
cum quocunque iniit proelia, victor erat.
Arma Ruthenorum, ductore superba Leone
et magna, exigua contudit ille manu.
Obtrivit quoties Lituanum et Iazigas? (Hoc iam
interiit nostro funditus ense genus).
Multa in Christicolas nil laudum habitura fuerunt
bella, lacessitus sed quia vicit habent.



L'anno della salute nostra milledoicento e settantanuove Lesco Negro, duca di
Siradia, nel regno al fratello successe; qual sin dal prencipio del suo regno
fu da molti nemici travagliato, percioch i Tartari tornarono in grossissimo
numero e dettero di nuovo il guasto alla Russia e alla Polonia. Contra quali
andato con miglior fortuna Lesco dette una memorabil rotta a Leone, prencipe
superbo di Russia, che accordatosi coi Tartari se gli era ribellato e avea
molte compagnie di quei Tartari al suo soldo condotte; e avendo scacciati di
Russia tutti quei barbari e amazzatone molti, ne condusse schiavi in Polonia
meglio di seimila. L'anno poi milledoicentoottantadoi fecero i Littuani una
correria nel territorio di Lubla e ne menarono via molti pregioni. Il che
intendendo Lesco, con quelle genti che la brevit del tempo li concesse di
raccorre se li pose dietro, e giuntoli appresso i fiumi Nemen e Narew li
assalse, roppe e mise in fuga, e avendo fatto di loro una gran strage tutti i
prigioni recuper con la preda insieme. Ed essendo del milledoicento e
ottantacinque tornati i Lituani a predare in molto maggior numero, furono
similmente da lui rotti e scacciati e toltoli la preda e i pregioni. E
finalmente, dopo l'essersi in molte imprese strenuamente portato, se ne pass
all'altra vita e nella citt di Cracovia fu sepolto.


Enrico il Buono.

Teutonibus solis claves permiserat urbis,
quae regni titulum possidet una, Niger.
Illi Silesium furtim sub nocte silenti
menibus accipiunt cui studuere ducem,
nobilium contra, contra decreta senatus:
nam cui legitime scepta darentur erat.
Perfida pars vicit, regnat Probus, exulat heres,
sed res parta dolo non diuturna fuit.
Silesii Henricum dubio rapuere veneno,
quod factis alter, nomine et alter erat.
Qui fraudem in vita coluit, rem fraude paravit,
qua periit, dignus fraude perire fuit.



Enrico il Buono, duca di Vratislavia, prese dopo la morte di Lesco il governo
del regno l'anno della nativit de Cristo milledoicentononanta; e perch il
vescovo di Cracovia insieme con gli altri baroni avevano chiamato al regno
Boleslao, duca di Masovia, Enrico, che gi n'era in possesso, trovandosi pi
potente facilmente lo fece ritirare. E poco dopo Vladislao Cubitale, duca di
Siradia (a costui per ragion naturale il regno perveniva), avendo congiunte
alle sue forze la cavalleria della maggior Polonia, mosse guerra ad Enrico per
scacciarlo del regno a lui debito, e venuto con esso a battaglia appresso
Sievira, citt della Slesia, li ruppe e tagli a pezzi le sue genti, nella qual
fazione occise anco il figliuolo del duca glogoviense e prencipe di Sprotavia.
E ottenuta una segnalata vittoria tir con l'esercito alla volta di Cracovia,
che senza far resistenza se li dette. Ma essendo tornato di nuovo Enrico con
esercito sopra questa cittade, vi fu di notte secretamente da' Teutoni
introdotto, e fu questa cosa tanto impensata e subito che Vladislao ebbe a pena
tempo, buttatasi indosso una tonica monacale, di fuggire. E cos di nuovo si
fece Enrico del regno signore, qual non avendo goduto pi d'un anno usc di
vita, non senza sospetto di veneno, e fu sepolto nella citt d'Vratislavia.


Presmislao secondo.

Ob scelus Audacis raptum diadema Polonis
retulit istius gloria luxque viri.
Magnus erat, tantum peperit qui primus honorem
nobis, magnus et hic qui revocavit erat,
splendidus, antiquis certans heroibus omni
virtute, in summo quam decet esse viro.
Caeditur insidiis, celebrans solenne Liici:
invidiam virtus dat sibi et illa necem.
Et caute et timide genio servite, potentes,
exitio multis lux genialis erat.
Hoc Cyrus interiit, Macedo interiitque Philippus,
hoc est Argolicis Troia cremata rogis.



L'anno del Signore milledoicento e nonantacinque Premislao, prencipe della
Polonia maggiore e della Pomerania, alla degnit regal fu assunto. Avendo
questo con la fama del suo gran valore spaventati gli animi de tutti i prencipi
finitimi, fu d'ordine di Venceslao, re di Boemi, dai marchesi di Brandeburg
ucciso, avendo presa occasione d'assalirlo e con molte ferite, dopo sua molta
resistenza e diffesa, amazzarlo, mentre egli il giorno di santa Dorotea in un
convito con i suoi si trattenneva in solazzi e ragionamenti delettevoli, avendo
solo regnato sette mesi.


Venceslao re di Boemia.

Ad Venceslai usque dies, Auguste, Bohemi
scortea Sauromatis tota moneta fuit;
nummus erat pellis detracta animantibus illis
quas aspergillos patria nostra vocat.
Hoc ego dum cuidam narro, qui strangulat amplo
arcas argento, semper egenus ait:
"Ergo putrescebant tunc nummi? O dura priorum
tempora, tunc nasci res miseranda fuit!
Gratia magna Deo, quod homo sum natus in isto
seculo, cum pelles non nisi sutor habet!
Quod si quando Deus mala vult secla illa recurri,
tunc ego, tunc, superi, mivius esse precor".



L'anno del parto della Vergine mille e trecento Venceslao, re di Boemia, al
regno di Polonia fu chiamato. Combattette questo lungo tempo per il regno con
Vladislao Cubitale, e lo priv de tutte le citt e fortezze che egli possedeva,
li quali dette in governo non a' Poloni ma agli suoi Boemi. E Vladislao, che di
ragione doveva esser signore, spogliato de tutti li suoi beni se n'and come in
bando in Ungaria e indi a Roma; di dove essendo in Ungaria tornato, mise
insieme alcune bande d'Ungari e cominci con varie correrie a travagliare i
Boemi in Polonia. E poco dopo di Pelce, di Vislicia e di Lelovia si fece
patrone; e finalmente essendo (come si dice) dopo la pioggia rasserenato il
cielo, Venceslao pass di questa vita e Vladislao ebbe dopo la sua morte il
tanto da lui aspettato regno. Questo Venceslao boemo fu il primo che introdusse
la moneta d'argento in Polonia, quei grossi cio boemi che in Cracovia ancora
si usano; essendo che per avanti col baratto di alcuni pezzetti d'argento, di
pelle di aspreoli e di molte altre cose si provedevano di quanto a' lor bisogni
era necessario. Nel tempo di questo re boemo Cracovia fu centa di mura.


Vladislao Cubitale, detto volgarmente Loxietex.

Corpore parvus eram, cubito vix altior uno,
sed tamen in parvo corpore magnus eram.
Non ego Prussorumque Bohemorumque cruorem
iactabo, cladem nec, Gedemine, tuam.
Fortunam vici, cum qua mihi bella fuerunt,
ut Niger e terris triste volarat iter.
Ter cecidi regno: per te, Ramnusia, semper
post lapsum erexi maius ad arma caput.
Corde viris opus est magno, non corpore: magnum
qui stravit Goliam nonne pusillus erat?
Ingentem parvus Poliphemum vicit Ulisses?
Sed tamen ille hominem, tam grave numen ego.



Del milletrecento e sei, dopo l'aver passati molti pericoli e dopo l'aver
superate le frequenti repulse, pur finalmente ascese Vladislao Cubitale alla
bramata corona del regno di Polonia; e l'anno istesso che egli il regno prese,
raccolto un grosso esercito, lo condusse in Slesia contra Enrico duca di
Glogovia, e senza in luoco alcun trovar contrasto li mise a ferro e a fuoco
tutto il suo paese. L'anno poi milletrecento e venti fu il prefato Vladislao
insieme con Hedvigi sua consorte coronato in vero re e monarca di Polonia. E
alora primieramente fu la chiesa di Cracovia dotata e privilegiata di questa
autorit di coronare i re di Polonia, essendo che prima in Gnezna, citt non
troppo sicura, questa cerimonia solea farsi. E l'anno milletrecento e ventisei
fece il re un potente esercito di Lituani, Pruteni e Poloni per vendicare la
morte del fratello Premislao, ed entrato ne' paesi de' marchesi brandeburgensi
li mise tutti a ferro e a fuoco, dal fiume Odera e da Brandeburg sino a
Francfordia; e avendo arrichiti i suoi con le nemiche spoglie salvi li
ricondusse in Polonia, menando seco seimila pregioni. Fece gran guerra con i
cruciferi di Prussia, e avendoli essi pi volte con correrie travagliato il suo
regno, sdegnato il re condusse le sue genti armati in Prussia, l'anno
milletrecento e trentauno. Ove trov che i nemici avevan rinforzato il campo
loro con bande fortissime di Teutoni, co' quali del mese di settembre venuto
animosamente alle mani, nel primo empito de' suoi Poloni fracass le prime
squadre de' nemici; e fattoseli poi contra la seconda battaglia de' Teutoni,
guidata dai commendatori Russer, conte di Plauno, e Otto Magno di Brunsdorff,
si renov un crudel conflitto e sanguinoso. Ma fu tal la virt e fortuna de'
Poloni e del re loro che, fraccassate le forze de' nemici, restarono al fin
vittoriosi, avendo oltra altri molti amazzati in questa fazione quattromila
cavallieri cruciferi, tra' quali molti commendatori e altri personaggi di
conto. Dopo la qual vittoria tornato Vladislao in Polonia, preso da infermit
giunse al fin della sua vita in Cracovia l'anno milletrecento e trentatre.


Casimiro Magno.

Nil hoc splendidius, nil magnificentius uno est,
quodcunque illius respiciatur opus.
Legibus armavit patriam, placidumque sub illo
libertas ad nos protulit alma caput.
Oppida tot cinxit muris quot pene per omne
hoc regnum muris oppida cincta vides.
Tres simul hospitio excepit cum Caesare reges,
cum tibi dat neptem, Carole quarte, suam.
Rex ingens opibus, bello, pietate: quid illum,
quid premis infami, Cypria, sola nota?
Hunc dici Magnum est iniuria magna, Poloni:
iure suum nomen Maximus esse potest.



Sepolto e fatte le debite esequie ad Vladislao, fu di consentimento universale
gridato re Casimiro Magno suo figliuolo, l'anno del Signore milletrecento e
trentatre, il quale attese prima a pacificare il suo regno, nettandolo da tutti
i sediziosi, da' ladroni e da l'altri uomini di mal affare; e poi nel
milletrecento e trentanuove dechiar e constitu suo successore Lodovico suo
nepote, figliuolo di Carlo re d'Ungaria e d'una sua sorella. Il che fatto, del
milletrecento e quaranta mosse le sue genti a' danni de' Russi, e nella lor
provincia entrato prese Leopoli, lor citt metropoli, di dove port via molti
tesori, e andatosene sotto Volodimira anco di essa si fece signore, avendola
per forza d'armi acquistata, e indi torn col trionfante esercito in Cracovia.
N varc troppo tempo che, ingrossato che egli ebbe con nuove bande de soldati
il suo esercito, di nuovo in Russia lo condusse e tir alla sua obedienza
l'infrascritte regioni con le lor cittadi: cio Presmilia, Halicia, Leopoli,
Sanocia, Lucovia, Volodimira, Lubaczovia, Treblovia, Tustania e molte altre, le
quali sin ora al regno di Polonia sono unite. E tornato la terza volta in
Russia la soggiog totalmente al suo dominio, pigliando alcune rocche e
fortezze che nell'altre espedizioni diffese s'erano.
Nel milletrecento e sessantatre dette Casimiro Elisabetta sua nepote, figliuola
del duca stolpense, in matrimonio a Carlo quarto imperator romano, alle nozze
della quale in Cracovia si trovarono esso imperatore, Ludovico re d'Ungaria,
Pietro re di Cipria, Sigismondo re di Dania, Otto duca di Baviera, Semovito di
Massovia, Boleslao di Svidnicia e Vladislao di Opolia. Le qual nozze compite,
un gentiluomo di Cracovia, chiamato Vierinok, i genitori del quale erano venuti
da' paesi del Reno in Cracovia ad abitare e il qual era regio tesoriere, dette
per alquanti giorni onoratissimi e abondantissimi conviti all'imperatore e a
tutti quei re e duchi che in la citt si ritrovavano, onorandoli poi in fine
con richissimi e preziosissimi presenti. L'anno finalmente milletrecento e
settanta, mentre il re Casimiro in una caccia dietro a un cervo corre appresso
Prezdboria, li casc sotto il cavallo e scavezzolli una gamba, dal dolore dalla
qual percossa egli fra pochi giorni usc di vita, e nella citt di Cracovia fu
sepolto. Cense questo di mura tutte quasi le citt e fortezze di Polonia,
fabric molte rocche e assai chiese, orn la patria di molte leggi e
cavallaresche e civili, le quali sin ora s'osservano, e di gran lunga avanz
tutti i re suoi predecessori in accrescere i tesori e l'entrate del regno: e
per ragionevolmente fu chiamato Magno.


Ludovico ungaro.

Non quia vir fuerit nequam Ludovicus et ultor
crudelis nostras non bene rexit opes,
sed quia Pannoniae dum plus amat arva paternae
linquebat saevis istud ovile lupis.
Qui novit quid agant famuli, si longius absit
(praesertim fuerit qui minus asper) herus,
hic videt aerumnas, quas multa absentia veri
pastoris nostrum tum cumulabat avis.
Illo rege quidem leges crevere, sed illo
rege tamen robur non habuere suum.
Lex, nisi tutores habeat, contra arma potentum
est quod araneolus sub trabe nectit opus.



Morto Casimiro Magno senza alcun figliuolo e legittimo erede, fu l'anno
milletrecento e settanta coronato del regno di Polonia il re Ludovico
d'Ungaria, a lui nepote. Nel cui tempo non successe in Polonia cosa alcuna di
memoria degna, fuora che i molti omicidii e latrocinii che per la sua absenzia
per tutto quel regno si facevano. E se alcuno passava in Ungaria a dolersi col
re delle ricevute ingiurie, era da lui rimesso alla regina, dalla regina a'
fattori regii, e da quelli era di nuovo con lettere rimandato a' governatori di
Polonia, talch in quel tempo molto male le cose di quel regno passavano.
L'anno poi milletrecento e ottantauno dette il re Ludovico sua figliuola Maria
in moglie al marchese Sigismondo, figliuolo di Carlo quarto imperatore de'
Romani, e re di Boemia; e dechiarollo re di Polonia dopo la sua morte. Il qual
pass in Polonia in atto di guerra, e castigati alcuni ribelli guid le genti
contra il duca di Massovia, che pretendeva per cagione di parentella ragione
nel regno di Polonia, e dato il guasto a tutta la Massovia si condusse a
Posnania, metropoli della maggior Polonia, ove da tutti fu onorevolmente e con
molti segni d'allegrezza accettato per re. Mor fra tanto il re Ludovico, e fu
sepolto in Alba Regale, avendo dodeci anni sopra Poloni regnato. Publicata che
fu la sua morte in Polonia, si consigliarono secretamente i prencipali del
regno d'abbandonare Sigismondo, e chiamando una figlia del re Ludovico
d'Ungaria, e creatala regina, darla in matrimonio a prencipe tale che fosse
bastante a governar bene la lor republica e diffenderla da tutti i suoi nemici.
Fatto pertanto sapere questo lor disegno alla regina vedova d'Ungaria, che fu
sorella del re Casimiro, li mand essa Hedvigi sua figliuola, che, onoratamente
da' baroni poloni recevuta, fu da essi solennemente in Cracovia secondo
l'antico costume del regno di Polonia coronata. E l'anno milletrecento e
ottantacinque, avendo Iagellone, granduca di Littuania, inteso la venuta della
regina Hedvige in Polonia, per fama della sua rara bellezza e nobili costumi
inamoratosi, la mand per dui suoi fratelli, Skiergellone e Borisso, ad
appresentare con doni richissimi e insieme a richiederla di matrimonio;
promettendo, se questo otteneva, di batizzarsi con la sua gente, di restituire
tutte le citt e rocche con i lor territorii che Littuani occupate tenevano al
regno di Polonia, di liberare tutti i schiavi poloni che per il suo stato si
trovavano, e de pi di unire e incorporare il granducato di Littuania col regno
di Polonia, di recuperare per forza d'arme la Slesia, la Prussia e la
Pomerania, di convertire tutti i tesori in utile del regno polono, e finalmente
di fare tutto quello che fosse per tornare a beneficio e grandezza della polona
republica e ad accrescimento della cristianitade.
Fu molto cara e grata questa ambasciaria a' prencipi poloni, ma alla regina
grandemente spiacque, percioch, essendo essa, vivendo ancora il padre, stata
promessa in moglie a Vilhelmo duca d'Austria, ardentemente il matrimonio di lui
desiderava, n poteva a questo secondo piegarsi. Per lo che mandarono i Poloni
ambasciatori in Ungaria alla regina Elisabetta sua madre, che l'informassero di
quanto si trattava e il suo parer gli adomandassero; la qual rispose che essa
in tutto e per tutto si reportava a quanto al consiglio de' Poloni paresse ben
fatto e a quanto da lor fosse ordinato. Mandarono alora i Poloni un'onorata man
d'ambasciatori in Littuania, invitando quel duca a venire con le condizioni da
esso proposte a pigliare la corona del regno di Polonia e la bella Hedvige per
moglie. A che mentre si attende, Vilhelmo duca d'Austria, avisato come le cose
in Polonia passassero, venne in Cracovia accompagnato da una nobil squadra de
cavallieri della sua corte, e port seco grandissimi e preziosissimi doni per
tentare che il matrimonio gi a lui promesso effetto avesse: che fu dalla
regina allegramente recevuto, e per molti giorni attesero a darsi piacere
(onoratamente per) in conviti e in danze. Per la qual cosa vedendo alcuni
baroni di Polonia quanto Vilhelmo alla regina caro fosse e quanto
scambievolmente s'amassero, lo menarono dentro alla fortezza, ove mentre si
tratta d'accompagnarli insieme, venne nuova esser giunto ivi appresso
Iagellone; onde turbatisi tutti cacciarono Vilhelmo fuor della fortezza,
serrandoli dietro le porte. Corse, quando ci seppe, la regina, e spenta dal
dolore si sforz con le proprie mani romper le serrature delle porte, per
andare nella citt a trovar Vilhelmo e il matrimonio con esso consumare, ma fu
da' consiglieri con lungo ragionamento e con molte ragioni da questo disuasa. E
Vilhelmo, vedendosi aver ostinatamente contrari i baroni di Polonia e crescendo
la fama della giunta di Iagiello, di Cracovia con i suoi ascosamente si part.


Iagiellone overo Vladislao littuano.

L'anno della nativit di Cristo milletrecentoottantasei Iagiellone, granduca di
Littuania (la cui genealogia diffusamente nella descrizione di Littuania si
vede), venne molto onoratamente a' dodeci di febraro in Cracovia, accompagnato
da tre suoi fratelli, Borisso, Svidrigielone e Vitoldo, ove con allegrezza
grande lo ricevero i Poloni e condussero nella rocca ad alloggiare. E alli
quattordeci de ditto mese fu insieme con i fratelli battizzato e chiamato
Vladislao, e il giorno istesso fece le nozze con la regina Hedvigi, e secondo
la sua promessa incorpor e un con publica scrittura e col suo giuramento
confirm il ducato di Littuania, la Samogizia e la Russia col regno di Polonia;
e la settimana seguente lo crearono e coronarono i Poloni con le solite
ceremonie re de' paesi loro. Compite le solennit delle nozze, si transfer il
re insieme con la regina sua moglie nella maggior Polonia, per acquietare
alcuni tumulti che ad instanzia di Domarato, capitano generale della maggior
Polonia, e di Vincenzo palatino in quella provincia si levavano. Li quali
acquietati e accommodati, fece apparecchio di far una espedizione in Littuania
per rimuovere con la forza dalla cultura degli idoli quelli che di propria
volont non avessero voluto accettare la cristiana fede. L'accompagnarono a
questa impresa gran numero di baroni e cavallieri poloni, l'arcivescovo di
Gnezna con molte persone ecclesiastiche e Semovito di Massovia e Conrado di
Olensnicia duchi. E giunto in Vilna fece intimare per il principio della
seguente quadragesima in essa citt la general dieta, nella quale si tratt e
concluse di levar affatto di quei paesi il vano culto degli idoli: e cos
quelle genti barbare della Lituania e della Samogizia vennero al fonte del
sacro battesmo e furono a turme, come nella descrizione della Littuania appare,
aspergendoli con l'acqua benedetta battizati, mettendo a ciascuna turma nome o
Stanislao o Pietro o altro simile.
Assettate dal pio re le cose di Lituania secondo il voler suo, vi lass Vitoldo
suo cugino in governo e, tornato in Polonia, mosse le genti contro la Slesia e
prese le citt e castelli sottoposte a Vladislao duca d'Opelia, che furono
Krzepice, Bobolicze, Olstin, Brzeznice, Ostresevo e Grabovo. Sette anni tenne
assediata la rocca di Boleslaviecz, la qual ebbe finalmente per fame da Oska
duchesa vedova. E il duca opoliense, conoscendosi non esser bastante da poter
gli altri suoi luochi diffendere, li vendette per quarantamila fiorini a'
cruciferi di Prussia, che con i lor presidii li fortificarono; ma il re,
mandatovi un gagliardo esercito, tutte le sottopose al suo dominio. Mor l'anno
trecentononantanuove la regina Hedvigi, della santit della cui vita gli annali
de' Poloni larga testimonianza fanno; e l'anno seguente fu al re mandata in
moglie sin d'Ungaria Anna, figliuola del conte ciliciense.
L'anno poi millequattrocento e dieci mosse il re guerra a' cruciferi di
Prussia, e passato il fiume Vistola fece gli alloggiamenti appresso il castello
Cierniensko, ove li venne in soccorso con grosse bande di Lituani e di Tartari
Vitoldo suo cugino, e anco Semovito e Ianusio duchi di Massovia lo vennero ad
aiutar con le lor genti; e unite tutte queste forze insieme, mosse il re
l'esercito verso i castelli Tanebrigo e Grimoaldo. Nel qual luoco, mentre egli
la messa ascoltava, li vennero quasi a un istesso punto doi spie che
l'avisavano i Pruteni suoi nemici venire alla sua volta con tutte le lor forze,
e che erano poco indi luntani. Alla qual nuova non fece egli moto alcuno, anzi
stette devotamente saldo fin che la messa fu compita; la qual finita mise le
sue genti in battaglia, ponendo nella vanguardia quaranta insegne de' Lituani
insieme con tutti i Tartari che in suo favore l'armi prese avevano. Lo venne in
questo a trovare un messo de Ulrico Iungingen, mastro de' cruciferi di Prussia,
che quasi bertizando il re li mand a donare doi spade nude e altretanti scudi
con queste parole: "Che aspetti, o re, che non vieni alla battaglia? Se spade
ti mancano, eccotene dua, una per te e l'altra per Vitoldo tuo fratello; se hai
stretto campo da metter l'esercito in battaglia, io luoco ti dar". Accett il
re queste due spade e sospirando disse: "Quantunque a me non mancano armi
d'ogni sorte, accetto volontieri questo dono, come prenuncio col favor divino
della futura vittoria". E ditte queste parole fece dar nelle trombe, e il
simile fu da' Pruteni fatto, e tutto a un tempo questi doi eserciti con empito
grande ad incontrar s'andarono. E la prima battaglia de' Lituani e Tartari, usi
all'arco e alle frezze, scaricorono un folto e mortal nembo di frezze contra
lor nemici; poi venuti alle mani fur da' Teutoni nel primo affronto rotti e
messi in fuga. Sotto intraro subito i Poloni freschi d'animo e di forze con
strepito e fragore orribile di gridi, di tamburi e di trombe, e con tal valore
ne' Pruteni urtarono che a viva forza, superato e abbassato il lor orgolio, li
fecero indietro rinculare. E avendo il re mandato fuori due grosse ale di
cavallaria dai dui corni della battaglia, serr in mezo i nemici gi
disordinati, che persi d'animo avevano l'occhio pi al fuggire che al
combattere; ma avendoli i nemici circondati, fur pochi quelli che salvar si
potero, restando gli altri alla campagna uccisi. Ulrico, il gran mastro de'
cruciferi di Prussia, mentre s'affatica per far star salda la battaglia e
mentre con le parole e con i fatti tenta di fermar i suoi posti in disordine,
fu con trecento suoi commendatori ucciso, e il duca stetinense e quello di
Osnicia fur fatti pregioni. Morirono in questa giornata tra Pruteni e Teutoni
cinquantamila soldati; ma Silvio scrive solo quarantamila.
Ottenuta ch'ebbero i Poloni la vittoria, presero e saccheggiaron le trinciere
nemiche, nelle quale fecero un grosso e ricco buttino, e avendo riportato
cinquanta insegne de' nemici, a perpetua memoria d'impresa tanto segnalata
nella chiesa della fortezza di Cracovia in luoco alto ed eminente le posero.
Fecero i cruciferi di nuovo un altro sforzo e, avendo ottenuto aiuti da'
Sassoni e dal re de' Romani Sigismondo, si mossero alla volta di Polonia, e
furono da' Poloni, che di questi loro apparecchi erano stati avertiti e avevano
le lor genti raccolte, animosamente incontrati. E mentre che la battaglia
crudele e sanguinosa per l'ostinazione e valore degli uni e degli altri ancora
dura, un certo cavalliero polono, chiamato Giovanni Misai, cacciatosi
vigorosamente per mezo a' nemici, a lor dispetto sina alla insegna prencipale
agiunse, e amazzato l'alfiere prese l'insegna, e attacatesela alle spalle
ferendo e uccidendo si fece strada per mezo a' nemici e con l'insegna tra' suoi
salvo si condusse. Persa la prencipale insegna, fur tutti cruciferi disordinati
e indi posti in fuga, che da' Poloni trovati per le selve e per i campi
sbandati erano messi tutti a fil di spada, onde ne perirono intorno a
diecimila. E l'anno istesso, essendo venute dodeci insegne d'Ungari a predar
nella Polonia, fur da' Poloni rotti e discacciati. E l'anno millequattrocento e
quatordeci, non attendendo i cruciferi a quanto avevano promesso, li men sopra
il re con Vitoldo suo fratello l'esercito di Lituani e di Poloni, e si fece
nella Prussia patrone di molte cittade e fortezze, acquistandole col felice
valor de' suoi soldati, che fur della lor virt da lui largamente premiati,
avendo remunerato i Littuani che ben servito avevano con darli l'arme e
ornamenti della polona nobilt.
L'anno finalmente millequattrocento e trentadoi, essendo il re Vladislao
Iagellone vecchio divenuto e avendo mentre regnato aveva fatte molte imprese
nobilissime, pass felicemente all'altra vita, lassando doi figliuoli,
Vladislao e Casimiro, e fu in Cracovia nella chiesa del castello sepolto in un
monumento di marmore, nel quale fu anco scolpita la sua imagine.


Vladislao quinto.

Ladislae, tibi regale Polonia sceptrum
contulit ob proprii splendida facta patris.
Hinc quoque et Ungaricus defert diadema senatus
et quae sunt lati iugera multa soli.
Egregia vero tu praeditus indole regnas
ac regis imperio subdita regna tuo.
Nec piguit Macedum fines vastare remotos,
nominis ut foret gloria nota tui,
donec inire petit tecum trux foedera Turca
quod facis, at Latius frangere papa iubet.
Cui tu dum pares, te ad Varnam Marte paludem
fudit Amurates et tua castra capit.



Vladislao quinto al padre Iagellone nel regno di Polonia successe l'anno del
Signore millequattrocento e trentaquattro; qual l'anno poi millequattrocento e
trentasette, essendo morto Sigismondo imperator romano e re d'Ungaria e di
Boemia, fu solecitato da molte preghiere de' baroni ungari ad accettare il
regno d'Ungaria, onde andatovi del millequattrocento e quaranta fu solennemente
in Buda coronato. Mosse poi il re le forze di questi doi regni contra Turchi
del quarantatre, e recuper molti luochi che da essi nella Rascia erano stati
occupati. Intendendo poi che i Turchi li venivano molto potenti sopra, dette
una grossa banda d'Ungari e di Poloni a Giovanni Uniade, palatino di
Transilvania, e mandollo ad incontrare l'esercito nemico. Fu la prestezza del
Uniade tale che prima visto fu da' Turchi nelle lor trinciere che essi
sapessero lui venirli contra: e secondo che sprovisto fu l'assalto, e
l'animosit e valore de' cristiani grande, fur in poco d'ora i Turchi rotti e
messi in fuga, e ne restaro pregioni quattromila insieme con nuove insegne
militari, col favor della qual vittoria scorsero i Poloni e gli Ungari tutte le
provincie di Slavonia sino a' confini della Macedonia. Pose alora l'imperator
de' Turchi un buon esercito nella montagna della Macedonia o della Romania per
diffender quelle provincie dell'empito de' Poloni; ma il bass che di questo
aveva il carico, confidatosi nella gran moltitudine de' suoi, discese alla
pianura a far il fatto d'arme coi cristiani, sperandone ottennere vittoria
certa. Ma la cosa altrimente pass, percioch i cristiani dettero cos gran
rotta a' Turchi che Amurate fu sforzato a mandare ambasciatori ad Vladislao e
domandarli la pace, la quale per dieci anni ottenne, restituendo al re polono
tutte le fortezze e altri luochi occupati nella Rascia; e questo accordo da
ciascuna delle parti fu giurato d'inviolabilmente osservare.
Giunse poco dopo alla corte del re il cardinal Giuliano, legato del sommo
pontefice, il quale con molte e varie persuasioni mosse il re a rompere la
conclusa e giurata triegua, assolvendolo con l'autorit del sommo pontefice dal
giuramento al Turco fatto, e lo persuase a prendere l'armi in compagnia degli
altri prencipi cristiani contra il commun nemico de' popoli di Cristo. L'anno
pertanto millequattrocento e quarantaquattro, fatto un numeroso esercito, con
esso si mosse a' danni del Turco; il che quando egli intese, molto si
maravigli della inconstanza e legerezza de' cristiani, e che cos poco conto
del nome del lor Dio facessero, e chiamato un potentissimo esercito d'Asia
venne alle mani co' cristiani appresso la palude Varna e al lito del mar
Maggiore. Sanguinoso e crudele fu questo conflitto, del quale il Turco al fin
rest vittorioso, avendo con la gran moltitudine de' suoi circondato l'esercito
cristiano e tagliatolo quasi tutto a pezzi, restandovi tra gli altri anco il re
ucciso, mentre con animo intrepido non manca, in cos ria fortuna, di portarsi
da valente soldato e da prudente imperatore; la qual rotta cagion non poco
dolore e pianto per tutta la cristianitade. Visse Vladislao, dopo coronato re
di Polonia, diece anni, e quattro anni resse il regno d'Ungaria: e il
ventesimoprimo anno della sua et fu, come si disse, appresso Varna da' Turchi
amazzato, mentre per obedire al consiglio del pontefice roppe la tregua con
Amurate fatta.


Casimiro quarto.

Post fratrem Casimirus adest, quem Turca peremit,
Sarmaticas iustus qui regit ultor opes,
eripit et captas Marianis fratribus urbes
aetera terribili discutiente modo.
Hoc duce sacrifici magnas sensere repulsas,
hic ubi Castuliam Vistula volvit aquam.
Hinc repetit Mariae non vi sed munere Castrum,
Prussiaci quod tunc incoluere duces.
Hunc quoque Choynitium, multis licet inde peremptis,
sensit et illius quae ditionis erant.
Ducentem reliquae felicia tempora vitae
fata gravem nobis eripuere ducem.



L'anno della nostra redenzione millequattrocento e quarantasette Casimiro,
granduca di Lituania, al fratello Vladislao nel regno successe. E l'anno
seguente Pietro, palatino di Valachia, li giur obedienza e promise pagarli il
debito tributo, essendo da' Poloni stato aiutato nella guerra che egli aveva
con Bochdaneo suo fratello bastardo, che del suo stato privarlo voleva; qual
da' Poloni fu col suo esercito rotto, scacciato e amazzato. E l'anno
millequattrocento e cinquantaquattro vennero ambasciatori dei nobili e
cittadini di Prussia a raccomandarsi e mettersi nelle braccia del re Casimiro,
come quelli che si lamentavano di non poter pi sopportare gl'intollerabili
pesi e le straordinarie gravezze con le quali erano da' cruciferi tirannigiati,
che le moglie levavano per forza a' mariti, le tenere verginelle a' patri e
alle madri, le possessioni e bestiami a' contadini, e reducendo il vulgo in
miserabile servit se ne servivano come se bestie fossero in fabricar luochi
forti e le citt de muraglie circondare. Ebbero forza questi giusti lamenti di
farli dal re accettar sotto la sua protezione, e impostoli un leggier tributo
fur connumerati tra' subditi della corona di Polonia, e come a tali fu
deliberato dar l'aiuto che essi ricercavano per liberarli dalla dura servit
nella qual da' cruciferi erano tenuti. Fatto per tanto quelle provisioni di
gente che la brevit del tempo li concesse, le mosse il re contra Ludovico,
gran mastro di cruciferi; qual, avendo risaputo prima quanto in Polonia in suo
danno si trattava, s'era fortificato con un grosso esercito de Teutoni. E
incontratisi questi doi eserciti appresso la citt di Choynicze, vennero a
prima giunta al fatto d'arme.
Roppero i Poloni le prime squadre de' nemici, e avendo ucciso Battazare, duca
di Zegania, e fatto pregione Bernardo Stumburg, general capitano dell'esercito
nemico, avevano col empito loro fracassata tutta questa banda, quando, essendo
nel perseguitar quei che fuggivano disordinato alquanto il battaglione de'
Poloni, fur gagliardamente dalla battaglia prutena investiti: che trovatili
disordinati, prima li mossero di luoco, e poi pigliando animo da questo buon
prencipio li cargarono con tal empito sopra che, non potendo i Poloni pi
resistere, guasta e stracciata l'ordinanza si dettero a fugire. Fece il re cose
maravigliose per fermarli, ma erano le cose in tal confusione che non fu mai
possibile, anzi corse pericolo, mentre troppo tardi si retira, di restar
pregion de' suoi nemici. Furono in questa battaglia amazzati molti Poloni, e
trecento ne restar pregioni. Per levarsi questa macchia fece Casimiro un altro
pi potente esercito, ed entrato nella Prussia prese molte citt e fortezze. E
non avendo il gran mastro de' cruciferi dinari da dare le debbite paghe a' suoi
soldati, dette per acquietarli in lor potere la fortissima rocca di Marimburg,
acci la tenessero sinch fossero del tutto sodisfatti; ma andando questa cosa
in lunga, e volendo i soldati le lor paghe, vennero a patti del
millequattrocentocinquantasette col re Casimiro, e li vendettero quel luoco con
tutte l'artegliarie, arme e munizioni che vi si ritrovavano per quattrocento e
settantaseimila fiorini. Onde, per vendicarsi il gran mastro di questa e altre
offese, prese per forza alcune di quelle fortezze che il re in Prussia
possedeva, che mosse il re a metter di nuovo sercito in campagna, e con i
cruciferi affrontatosi roppe e fracass totalmente il lor esercito, uscendoli
appena il gran mastro con pochi de' suoi vivo dalle mani. E cos finalmente
spogliaro i Poloni (bench con gran difficult) i cruciferi del possesso de
tutti i luochi forti.
L'anno poi millequattrocento e sessantasei, avendo il re per forza presa la
citt e castello di Choynico, mosso dalle molte preghiere de diversi prencipi
cristiani fece con il gran mastro e con l'ordine de' Teutoni pace e perpetua
confederazione. Dal qual tempo il ducato di Pomerania e le citt Michlovia e
Culma fur aggiunte al regno di Polonia, per le quali i Poloni avevan co'
cruciferi combattuto per il spazio di cento e ottanta anni. E Casimiro, vivendo
il resto di sua vita in somma pace e quiete, con tranquillit e felicit grande
de suoi popoli, del millequattrocento e nonanta a miglior vita pass; del quale
rimasero sei figliuoli, Vladislao, Casimiro, Alberto, Sigismondo, Frederico e
Alessandro, e sette figlie, Hedvigi, Zofia, Anna, Barbara, Elisabetta e altre
due. Vladislao fu dagli Ungari dopo la morte del re Mattia di commun consenso
di quel regno coronato, qual tolse anco dopo sotto la sua protezione il regno
di Boemia. Alberto al padre successe nel regno di Polonia, e cavati a sorte ad
Alessandro tocc il granducato di Lituania e a Sigismondo quello di Glogovia;
Friderico fu assunto ai vescovadi di Cracovia e di Posnania, dopo l'anno l'orn
anco il papa della degnit cardinalesca.


Giovanni Alberto.

Ducis, Ioannes Alberte, binominis agmen
Sarmaticum, matre id perfidente tua,
instauras novo, sed frustra Marte tumultum
ulturus patrui funera maesta tui.
Nam Dacus variat primo quod dixerat ore,
te contra Turcam velle iuvare ferum.
Instruit horrendos te contra perfidus hostes
et fudit populos Marte iuvante tuos,
unde nemus nostris patuli memorabile fagi,
dum sol siderico tramite currit, erit.
Sic igitur multis non faustis obrutus actis
te rapuit iuvenem Parca severa ducem.



Fu sustituito Giovanni Alberto al padre nel regno polono e coronato della regal
corona l'anno millequattrocentononantadoi. Mandarono i Veneziani ambasciatori a
questo re a rallegrarsi seco della ricevuta degnit e ad augurarli felice
fortuna contra i nemici del cristiano sangue. Vennero anco a trovarlo gli
ambasciatori del Turco ricercandolo di tregua, la quale per alquanto tempo
ottennero. L'anno poi millequattrocentononantaquattro and Giovanni Alberto ad
abboccarsi con Vladislao, re di Ungaria e di Boemia suo fratello, nella citt
di Livocza, ove trattarono di congiunger le forze di questi regni insieme e far
vendetta della morte d'Vladislao lor cio, che fu da' Turchi crudelmente ucciso.
E per diligenzia che facessero che il lor disegno passasse secreto, non potero
impedire che l'imperatore de' Turchi, che non ne steva senza qualche gelosia,
non fosse del tutto avvertito, onde mand al re Alberto un ambasciatore per
confermare la tra lor gi fatta triegua. Occorse nell'istesso tempo che,
essendo Stefano palatino di Valacchia da' Turchi travagliato, richiese come
feudale del regno di Polonia d'esser dalle forze di quel regno aiutato. Piacque
grandemente al re questa occasione di poter ragionevolmente romper guerra al
Turco e vendicare le passate offese: e posto in campagna un potentissimo
esercito di Poloni, Lituani, Masoviti, Ruteni, Pruteni e Slesii, lo mosse verso
Moldavia a' danni de' Turchi.
Diversi segni occorsero, per i quali poteasi facilmente prevedere l'infelice
fin di questa impresa, percioch, mentre il re attende ad apparecchiare le cose
a tanta guerra necessarie, li casc sotto un generoso cavallo che egli
cavalcava, appresso Leopoli di Russia, in un picciol torrente, e quantunque
l'acqua fosse bassissima non si puot aiutare che non vi lassasse la vita. E
nella citt di Leopoli un cavalier polono chiamato Stopsi, che da tutti era per
matto conosciuto, andava tutto il giorno gridando: "I nostri vanno incontro al
lor male!" Dette anco una saetta nel suo campo e amazz un cavalliere con
dodeci cavalli. Aveva al re promesso il palatino di Moldavia di mantenere il
suo esercito di vittuaglie, delle cose necessarie anco a' cavalli, e il re,
fidatosi delle sue false promesse, non fece quella provisione che per il campo
bisognevole era; ma, giunto con le genti in Valacchia, mand chi ricordasse al
palatino di quanto aveva promesso e l'esortasse a mandar le vittuaglie e ad
apparecchiarsi ad uscir seco alla guerra contra Turchi. A che rispose il
mancator di fede: "Abbisi cura il re di guardarsi da' Turchi e da altri, poi
che gli ha bastato l'animo de entrar con gente armata ne' luochi a me
sottoposti senza mia saputa".
E avendo doi e tre altre volte il re ammonito che non li mancasse di fede, e di
queste ammonizioni il palatino facendo poco conto, mosse a gran sdegno il re
con tutti i suoi Poloni, onde quell'arme che apparecchiate avean contra Turchi
le convennero voltar contra i suoi ribelli, e andarono subbito all'assedio di
Soczava, metropoli della Valacchia. La qual mentre essi valorosamente
combattono, Vladislao re d'Ungaria mand all'uno e all'altro ambasciatori e
feceli far pace insieme, la qual con giuramento confirmata il re, che per le
gran fatiche del corpo e i molti travagli dell'animo era cascato in malattia,
prese col suo esercito la strada per ritornare in Polonia. E mentre ei conduce
l'esercito per mezo di una selva grandissima che dalla moltitudine de' faggi 
ditta Bukovia, e che senza pensiero alcuno de' nemici i soldati alla sfilata
marciano, fur tolti in mezo dal traditor palatino di Valacchia, che contra ogni
legge e divina e umana e contra l'accordo e giuramento ultimamente fatto urt
d'ogni intorno ne' Poloni disordinati e stracchi, e tagliatili per la maggior
parte a pezzi fece quasi tutti gli altri pregioni; tra' quali furono i pi
segnalati Nicol, palatino di Russia, Gabriel, conte di Tenczin, Giovanni
Zbignevio figliuolo del capitanio di Marinburg, e molti altri quali con il
sangue proprio salvarono la vita al lor re posto in estremo pericolo. Sono
ancora in questa selva infiniti ossi che di qua e di l biancheggiano, veri
segnali di questa infelice rotta: e io che questa istoria scrivo mi ricordo
averli visti mentre capitano della fantaria serviva il magnifico Lasco,
palatino di Siradia, che era andato in aiuto alla despota Erachide, qual
cercava acquistar la Valacchia l'anno millecinquecentosessantadoi della nostra
salute.
Ma tornando all'istoria, nel millequattrocentononantatre fu tanto caldo il mese
di genaro e di febraro (cosa maravigliosa in Polonia) che gli arbori fiorirono,
li uccelli i nidi fecero e le campagne di bellissima erba coperte erano; ma dai
rigidi freddi e ghiacci che il mese di marzo poi seguirono fu tutta questa
bella vista guasta e strapacciata. E l'anno seguente, appresso Cracovia, in una
villa detta Czarna, partur una donna un figliuolo col collo e l'orecchie di
lepore. N troppo dopo un'altra donna un altro ne partor, e insieme con esso
un fiero serpente che il putto devor sino alle viscere. E del nonantanuove
d'una Giudea nacque in Cracovia un vitello con doi teste, una nella coda e
l'altra al luoco solito, e la coda era posta nella schiena, e aveva nella parte
destra sette piedi e nissun nella sinistra; qual mostro fu per molto tempo fuor
di Cracovia tenuto in mostra di qualunque veder lo volesse. Ora il re Alberto,
essendo del millecinquecento e uno passato di Cracovia in Prussia, venne a
morte nella citt di Torunia l'anno quadragesimo della sua et, avendo regnato
otto anni e otto mesi.


Alessandro.

Multa laborati hoc recinunt de rege libelli,
quam duri promptus Martis ad arma fuit.
Nil illum morbi, nil frigora saeva movebant,
ut non inceptum perficeretur opus.
Saepius insano compressit Iazigas arcu
et dedit horrendae millia multa neci;
indigna ulciscens saevi periuria Mosci,
illius constans abstulit ultor opes.
Nec tantum bello studuit, sed legibus aequis
subiectam patiens est moderatus humum.
Illa ducis laus est certo verissima magni
quivi sacra, qui iustum cum pietate colit.



Alessandro, granduca di Lituania, successe nel regno al fratello l'istesso anno
che egli usc di vita, e del millecinquecento e sei mosse guerra a' Valacchi, e
preseli alcune fortezze poste appresso il fiume Tyra. E indi passato in
Littuania, fu da grave infirmitade soprapreso, ed essendo nell'istesso tempo
venuti ventimila Tartari a depredare nella Lituania, mand il re ad incontrarli
Stanislano Kizka lituano con una fiorita banda del suo esercito, seguitandolo
esso col resto, quasi mezo morto. E fatta la rasegna delle sue genti,
aggrevandolo di continuo maggiormente il male, si ferm nel castello di Lida, e
seguitando Stanislao l'arme de' Tartari, li giunse inaspettato appresso il
castello Kleczo: e con tanto valore urtarono i Lituani in essi sbandati che pur
uno non ne rest vivo, e fu recuperata la preda e i pregioni furon liberati. La
nuova di questa vittoria fu al re portata nell'ora che ei stava per passar di
questa: che quantunque avesse la favella persa, nondimeno con l'alzar le mani e
con le lacrime e sospiri ne rese a Dio le debbite grazie, e porgendo le mani a
tutti i circonstanti l'anima rese al suo Fattore l'anno quadragesimoquinto
della sua etade nella citt di Vilna, dove fu anco sepolto, dopo l'aver regnato
in Polonia quattro anni e otto mesi, e quatordeci anni governato il granducato
di Lituania.


Sigismondo primo.

Cum iurarat atrox devicto Glinscius hoste
suspectam, pulsa suspitione, fidem,
qui caperet regni post mortem fratris habenas,
tota Sigismundum terra Polona cupit,
hoc qui magnatum tunc nemo tenatior aequi,
maior consiliis et pietate foret.
Dos regum decorabat eum clementia, solus
deque Iagellona stirpe superstes erat.
Prostravit fretum numeroso milite Moscum,
millia quo bello bis cecidere decem.
Quantus amor populoque suo, externisque monarchis,
tantus erat Turcis et tibi, Teuto, tremor.



L'anno del Signore millecinquecento e sette, sepolto con grandissimo onore il
morto re Alessandro, Sigismondo suo fratello, duca di Glogovia, d'Opavia,
capitano generale e granduca di Lituania, prese il governo del regno. Redriz
questo con le sue spalle la quasi cascata republica polona, e avendola da ogni
banda paceficata mosse guerra a Basilio, prencipe di Moscovia, avendo condotti
in suo aiuto i Tartari precopensi, e avendo preso molti de' suoi castelli vi
pose grossi presidii de' suoi pi valorosi soldati. Fecero l'istesso anno i
Tartari una grossa correria nella Russia, contra quali essendo andato il
castellano di Leopoli con i cinquecento cavalli poloni, secondo che trov i
nemici sbandati e carichi di preda, con l'aiuto divino li roppe e tolseli la
preda. Del cinquecento e nuove il palatino di Valacchia, rompitor di fede pass
con molta gente in Russia e mise a sacco la citt di Leopoli, di dove port via
molto tesoro, ed ebbe a patti il forte castello di Rohatinia. E sentendo che i
Poloni s'apparecchiavano a venirli contra, con prestezza in Valachia si ritir,
ove, da' Poloni vistosi seguitare, s'ascose esso nelle selve. E i Poloni, non
trovando resistenza, misero tutta quella provincia a ferro e a fuoco e presero
queste fortezze: Dorochinia, Sozez Panonice, Botusania e Chocinia. Dettero anco
molti gagliardi a Soczava, metropoli della provincia, ma, non la potendo
acquistare, carichi di spoglie e dato il guasto a' luochi dei nemici
s'inviarono alla volta di Polonia. E mentre essi passavano il fiume Tira, over
Nestro, i Valacchi, presa l'occasione per esser nel passar disordinati e anco
divisi dal fiume, usciro delle selve e dettero un feroce assalto a quelli che
ancora passati non erano. Erano questi i cavallieri della corte regia, che,
animosamente fatto testa, sostennero valorosamente l'empito nemico; e mentre
essi combattono, repassarono alquante compagnie de' Poloni secretamente il
fiume e, andate alle spalle de' Valacchi, con empito grande in essi
investirono, che vistosi da' nemici circondati si persero d'animo, e postisi in
fuga lassaro a' lor nemici la vittoria.
Dell'anno poi millecinquecento e dodeci i Tartari precopensi, stipendiarii del
re, messosi insieme intorno a ventiquattromila cavalli, fecero una correria
nella Russia e fermaronsi a Visniovicio, in Podolia. Presero i Lituani e i
Poloni l'arme per reprimere l'audazia di costoro, e venuti con essi alle mani,
mentre si era sul maggior furor della battaglia un'ala de cavalaria polona
secretamente pass alle trinciere nemiche ed entratevi sciolse tutti i Poloni e
Lituani che da' Tartari pregioni eran menati; che, dato di mano a quelle arme
che aver in quel bisogno puotero, i nemici alle spalle assaltarono, e cargando
essi da quella parte e valorosamente combattendo gli altri alla fronte, fur i
Tartari disordinati e rotti e privi della preda di Polonia scacciati da minor
numero assai di quello che essi erano.
Passati doi anni dopo questa impresa, seppe il re Sigismondo che Basilio,
granduca di Moscovia, era con gente armata nella Livonia entrato e che si era
insignorito di Smolensko, castello fortissimo; onde, per diffender le sue
giurisdizioni, fece un esercito di Lituani e de Poloni alla somma di
trentacinquemila tra cavalli e fanti e mandollo sotto la condotta di Costantino
duca di Ostrovaski a recuperare quanto da' Moschi era stato occupato, contra il
quale d'ordine del Moscovito si mossero ottantamila cavalli. Giunto Costantino
con le sue genti al Boristene, li fece sopra un ponte fabricare appresso il
castello Orsham, e fece passar dall'altra parte le sue genti; ed essendone gi
la met passate, fu consigliato Giovanni Andrea Coladin, generale capitano
dell'esercito de' Moschi, il quale era col campo poco indi luntano, che si
servisse di questa buona occasione di rompere i Poloni, avendo messo il lor
esercito in luoco che non poteva dagli altri esser soccorso. A che esso
rispose: "Se noi tagliamo a pezzi questa parte de' nemici, che faremo poi? Gli
altri, questo vedendo, si salvaranno fuggendo: per  molto meglio che tanto
aspettiamo che tutto il lor esercito dalla nostra banda passi, percioch tale e
tante son le forze nostre che, circondati che averemo gli inimici, li potremo,
come se tante bestie fossero, andarseli inanzi cacciando sin nella Moscovia, e
fatteli tutti schiavi a man salva di tutta la Lituania saremo patroni". Passato
per tanto che fu l'esercito polono, fu dall'una e dall'altra parte dato nelle
trombe e tamburi e cominciato animosamente la battaglia, avendo prima i
Moscoviti urtato con empito grande nelli Lituani, da' quali fur valorosamente
sostenuti per un pezzo, e poi fingendo di pigliar la carica s'andarono pian
piano retirando alla volta d'un colle per tirare il nemico nelle insidie da lor
postoli. Il che felicemente li successe, percioch, seguitando i Moschi
valorosamente la da lor creduta vittoria, si condussero in parte ove i Poloni
le lor artegliarie piantate avevano, che in un subbito essendoli contra sparate
fecero una strage orribile e di cavalli e d'uomini. Col quale aspetto e col
rumor terribile, essendo questa cosa nuova appresso i Moscoviti, restarono essi
di modo sbigotiti e i lor cavalli spaventati che, non li potendo pi reggere,
si posero a fuggire. E i Lituani e Poloni, che prima di fuggire mostravano,
voltando faccia e strette tutte le lor gente insieme urtarono gagliardamente
ne' gi disordinati, e per tutto quel giorno li dettero la caccia e uccisero, e
la notte all'uccisione il fine dette.  un fiume tra Orsham e Dubrovna,
chiamato Cropiuna, nell'incerto guado e alte ripe del quale perirono tanti de'
Moschi che fuggivano che i lor corpi il corso del fiume ritennero. Fur fatti
pregioni in questa battaglia tutti i capitani e consiglieri del duca e al re
mandati; ma Giovanni Celadin, capitan generale, con doi altri uomini di conto
fu ritenuto in ferri nella citt di Vilna. Morirono in questo fatto d'arme
quarantadoimila Moscoviti, non computando quelli che nella fuga anegati
s'erano, e doimila ne fur fatti pregioni, restandovi morti de' Lituani e de'
Poloni solo trecento. E da quel tempo in qua non ha pi il Moscovita avuto
animo d'affrontarsi co' Poloni a battaglia campestre.
Intesa ch'ebbe il prencipe di Moscovia la rotta de' suoi, uscito di Smolensko
se retir pi che di passo in Moscovia, e l'esercito regio, avendo assediato
Smolensko, non lo pot prendere, per esservi stato lassato dal Moscovito grosso
e valoroso presidio; onde, presi tre altri castelli a lui vicini, e dato il
guasto ad altri luochi, carichi i soldati di preda vittoriosi tornaro alle lor
case.
L'anno seguente se ridussero insieme a parlamento in Vienna d'Austria
l'imperator Massimiliano, Sigismondo re di Polonia e Vladislao re di Ungaria e
di Boemia, fratelli. E l'anno millecinquecento e decedotto fu d'Italia mandata
al re Sigismondo in moglie Bona, figliuola de Giovanni Sforza duca di Milano,
che fece in Cracovia molto onoratamente la sua entrata, essendo stata
incontrata dagli vescovi, baroni e cavallieri poloni con molta pompa e
apparato. La quale del millecinquecento e venti partor in Cracovia in absenza
del re un figliuolo, che Sigismondo Augusto fu nomato. L'anno poi
millecinquecento e venticinque Alberto, marchese di Brandeburg e gran mastro
dell'ordine teutonico, dopo molte guerre e inimicizie con Poloni avute, vedendo
che indarno calcitrava contra il stimolo, fece solenne giuramento d'obedienza
al re Sigismondo in Cracovia, e cavatosi l'abito dell'ordine fu creato dal re
duca di Prussia, con che ebbero in quella provincia fine le giurisdizioni de'
cavallieri teutonici. Ed essendo l'anno seguente morti in et giovenile
Stanislao e Giovanni, duchi di Masovia, ricasc quel ducato alla corona di
Polonia. E l'anno millecinquecento e trenta Sigismondo Augusto, d'et d'anni
diece, vivendo ancora il padre, di suo ordine e volont fu in Cracovia
solennemente del regno di Polonia coronato.
L'anno seguente Petrillo, palatino di Valacchia, entr con arme nemiche ne'
paesi al re di Polonia soggetti e abbrusci Sniati, Colonia con le circonvicine
ville; onde il re ordin a Giovanni, conte di Tarnovia, che con seimila soldati
andasse a reprimere l'audacia del spergiuro nemico. Che andato fortific il suo
campo appresso ad Obertina, in un luoco per natura forte, e all'incontro si
mostr sopra un colle di quello pi alto il palatino Pedrillo con cinquantamila
combattenti tra Valacchi, Turchi e Ungari, e fece sparare (senza per far danno
alcuno) molti pezzi d'artegliaria contra Poloni. Ma essi, avendo le sue meglio
aggiustate, le spararono con gran danno de' nemici, e tutto a un tempo ad
assaltargli andarono, quali animosamente avendosi incontrati, con lancie, spade
e con ogni altra sorte d'arme crudelmente s'uccidono. I Poloni avanzavano di
virt e i Valacchi di numero, onde per un pezzo non si conosceva ove la
vittoria piegasse; ma avendo i bombardieri poloni di nuovo cargato le lor
artegliarie e nel maggior furor della battaglia nelle folte squadre de' nimici
sparatele, li disordinarono di modo che, cargandoli gagliardamente i Poloni in
questa occasione sopra, li fecero a viva forza le spalle voltare, con tal
spavento e vilt d'animo che, gettando l'armi per esser pi espediti nella
fuga, erano come vil pecorelle da' Poloni messi a fil di spada. Che, gloriosi
per aver cos pochi fracassato un esercito tanto grosso de' nemici,
s'arrichirono con la molta preda nelle lor trinciere trovata, e conducendo seco
cinquanta pezzi d'artegliaria grossa tolta a' Valacchi e mille pregioni, tutti
uomini di conto, con una segnalata vittoria in Polonia al lor re tornarono.
Del trentadoi in Moravia, sopra Olomuncia, apparvero tre soli. Del trentacinque
il tutore e governatore del duca di Moscovia fece una grossa correria in
Littuania, dando il guasto per tutto ove passava sin vicino quindeci miglia
alla citt di Vilna, onde il re di Polonia, raccolti all'insegne molti soldati
pagati e anco molti volontarii, li dette per capo Giovanni di Tarnev e mandolli
a danneggiare la Moscovia. Con i quali avendo i Littuani le lor forze
congiunte, entraro nel paese nemico e presero per forza il castello Honul e lo
fortificarono con i lor presidii, e indi tirarono alla volta di Starodub, luoco
fortissimo, nel qual sapevano essere Owczina, Suiski, Koluczow e molti altri
de' prencipali baroni di Moscovia. E postovi l'assedio e fatta con
l'artegliaria la batteria, grandemente travagliano i diffensori, che essendo
molti e valorosi gagliardamente si diffendono; e perch i muri della rocca
erano fatti di roveri con terrapieni grossissimi, vi faceva l'artegliaria
pochissimo danno, onde fecero i Poloni una mina, e datoli fuoco abbrusciarono e
spezzarono gran parte della rocca, e fattosi del resto patroni ne riportaro
ricchissimo tesoro, restando abbrusciati molti Moscoviti, e tutti i baroni
sopranominati fur fatti prigioni. Il popolo del qual luoco superava di numero
l'esercito regio alla somma di sessantamila persone, per il che il Tarnow, per
non vi lassar cos grosso numero de nemici che fossero bastanti, levando
rumore, ad opprimere il presidio, fece amazzare tutti i vecchi, i plebei e la
gente disutile, lassando solo vivi li giovenetti nobili e le giovenette
verginelle. Giunto Sigismondo all'ottantesimoprimo anno della sua vita, e
passatolo di doi mesi e sette giorni, avendo molte degne imprese con sua gran
lode fatte e lassando il suo regno in stato pacifico e ben ordinate le cose
della sua republica, fece il commun passaggio all'altra vita il solenne giorno
di Pasqua del 1548, e con onorata pompa funerale fu in Cracovia nella chiesa
del castel sepolto.
Scrive Martin Bielsk polono, negli annali de' Poloni che nella sua patria
lengua fece, che nel prencipio del regno di questo Sigismondo fu un certo
gentiluomo polono chiamato Giacomo Melstink, della citt di Brezinio, il quale,
fosse o per legerezza d'animo o pi presto per qualche desperazione, si prese
il nome e autorit di Cristo ed elesse Pietro Zatorsk, cittadino di Cracovia, e
altri alla somma di dodeci ribaldi a lui simili, secondo il numero degli
apostoli di Cristo, il nome de' quali anco li pose, chiamandosi lui Ies
Cristo. Che, caminando per le ville, facevano infiniti incantamenti e
ghiottonarie, percioch fingevano alcuni lor compagni di esser morti e
publicamente eran da lor resuscitati; mettevano dei pesci nelle fangose paludi,
nelle quali mai a ricordo d'uomo vi se n'eran visto, e poi invocando il nome
del lor Cristo con le mani li pigliavano; ponevano ascosamente nelle fornace il
pane e in nome di Cristo publicamente d'indi lo cavavano, non senza gran
maraviglia e stupor del volgo, qual sapeva ivi non esser pane. Giunsero questi
al monasterio di Cestochovia, famoso per una miracolosa imagine della Madonna,
ove non erano ancora conosciuti, e dopo esser stati in quel luoco alquanti
giorni per ordine da essi fatto si finse uno di loro di esser indemoniato: col
qual mezo il viver lor si guadagnavano, percioch, non avendo essi n borsa n
cuccina, si cacciava questo per l'osterie e per le case, e robando la carne che
trovava la gettava tra' suoi, quali facendoli, per dar fede alla cosa, il segno
della croce, sicuramente poi se le mangiavano. Era in questo luoco grandissimo
concorso di popolo, per esser luoco di gran devozione, come  in Italia la
gloriosa Madonna da Loreto. Menarono finalmente questi ribaldi il suo spiritato
all'altare di quella Vergine beata, avendolo prima vestito d'una veste doppia
ed empitoli il seno di sassetti tra la veste e la camisa: che trovandosi
all'altare Ticino, usc di man di quei che lo tenevano e salt sull'altare
carico de' dinari dell'offerte fatte, e di quelle se n'imp il seno, per tra
le due veste. Al qual rumore essendosi il monaco che serviva allo altar da quel
fugito, corsero gli altri monachi, e preso questo spiritato lo discensero,
accioch in terra cascassero i denari de' quali aveva fento empirsi il seno; ma
non cascaro in terra altro che sassi, restando il denaro nella veste doppia. I
monachi allor di mala voglia pensarono che per malizia del demonio fossero i
dinari in sassetti convertiti, e cominciarono a legger varii exorcismi e
orazioni sopra d'essi, accioch di nuovo tornassero dinari. Ma, non facendo
essi dopo molte fatiche mutazione alcuna, sdegnato il monaco gett il libro per
terra, dicendo: "Mai pi ho combattuto con diavoli di questa sorte: vadano seco
tutti gli altri diavoli!", e si tolse dall'impresa. E gli ingannatori, levatisi
con quei dinari di questo paese, andarono alla volta di Slesia, vicina alla
Polonia, ingannando per tutto ove passavano il volgo ignorante.
Ed essendo in una certa villa capitati, fur a trovare una matrona nobile,
dicendoli: "O donna, Cristo con i suoi apostoli ti visita, per a lui
offeriseti e l'anima tua salva ser". Rispose la donna che il marito non era a
casa, e che in sua absenzia non gli era licito accettare alcuno. Li domandaro
allora essi se lei aveva o tovaglie o tela da offerirli, e mostrandoli essa una
pezza di tela: "Questa, - dissero loro, - pigliaremo per noi, e Cristo ti
benedir, accioch sempre abbi buon raccolto di lino. Mostra se tu n'hai alcuna
altra pezza"; che mostratali, e volendo anco quella pigliare, li disse la donna
non volerglila dare, perch il marito dato gli arebbe. Onde questi ribaldi,
ficcandoli dentro un pezzo d'esca accesa, glila restituiro, e la donna, alcun
mal non sospettando, mise la tela in una cesta: la qual dopo poco impicciatasi
attacc il fuoco nella cesta e la cesta nella casa, che s'abbrusci con quanto
dentro vi era. E tornato il marito e trovata la casa abbrusciata, volse
intendere come il caso era seguito; e dicendo la donna esser questo intervenuto
per non aver fatto essa le debbite accoglienze a Cristo e agli suoi apostoli,
il marito, acceso di sdegno, disse: "Questo un ladrone e non gi Cristo 
stato", e chiamati alquanti suoi vicini si pose con essi a seguitare i
malfattori. E giuntoli in una certa villa, quando il falso Cristo si sent quel
rumor sopra, voltatosi verso quello che Pietro chiamava: "Pietro, - disse, -
s'avicina l'ora della mia passione e del calice qual io son per bevere"; al
qual Pietro rispose: "L'istesso a me soprast, per quanto io sento". Disse il
simulato Cristo: "Pietro, io non so come passar questo pericolo, se non fuggo
per questa finestra". "Finch io viva, - disse egli, - non ti lasser, ma per
l'istesso luoco ancora io fugir e seguirotti". E cos ambedui per una finestra
fugirono, e gli altri apostoli chi da una banda chi da un'altra se n'andarono,
che seguiti e presi dai villani, li dettero infinite bastonate, dicendoli:
"Profetiza, Cristo, con i tuoi apostoli in qual bosco questi bastoni son
cresciuti". Per le qual bastonate essi, mutato pensier, si castigarono,
dicendo: " troppo dura cosa il passar per la passione e per i tormenti che
Cristo e gli suoi apostoli patirono".
L'anno del salutifero parto della Vergine millecinquecento e quarantaotto
Sigismondo Augusto, granduca di Littuania, dopo fatte le debbite esequie al
corpo del padre, fu al governo del regno inalzato, qual da lui fu con somma
prudenzia e fortezza in pace mantenuto. Aveva questo del quarantatre presa in
moglie Elisabetta, figliuola di Ferdinando re de' Romani, d'Ungari e di Boemi,
che d'immatura morte il lass vedovo del quarantacinque, non avendo di lei
lassata alcuna prole. Onde egli, contra il voler della madre, spos Barbara
lituana, della casata dei Radivili, la qual prima era stata moglie di Gustoldo
lituano; qual matrimonio spiacque non solo alla madre, ma anco a tutti i baroni
di Polonia, che se ne mostrarono di modo sdegnati che vi and poco non si
levasse qualche gran rebellione. Ma essendo essa, e non senza sospetto di
veneno, in poco tempo uscita di vita, l'accompagn il re cos morta da Cracovia
sino a Vilna, e ivi onoratamente la fece sepellire nella chiesa del castello, a
santo Stanislao dedicata. Voltatosi poi a reintegrare l'amicizia e parentella
con Ferdinando, prese per moglie un'altra sua figliuola nomata Catarina, che
era prima stata congiunta in matrimonio col duca di Mantua Francesco Gonzaga,
la qual dopo trovando sterile repudi e onoratamente la rimand a suo fratello
Massimiliano imperatore in Germania.
E l'anno millecinquecentocinquantasette prese una guerra giustissima contra
Guilhelmo Furstemberk, mastro in Livonia dell'ordine teutonico, e circondato da
centomila tra cavalli e fanti, poloni, lituani e ruteni, and in persona in
Livonia a questa guerra. Ma il mastro di Livonia, vedendosi di forze troppo
inferiore, la pace supplichevolmente adimand e ottenne, remettendosi con tutto
l'ordine suo nella fede e clientella del re, come pi diffusamente nella
descrizione della Livonia appare. Il prencipe di Moscovia, pretendendo alcune
ragioni di eredit e di tributi scorsi e non pagati, entr l'anno
millecinquecento e cinquantaotto nella Livonia con numeroso esercito e prese
Derpta, citt episcopale della provincia derptense, con il suo castello, e in
processo di tempo si fece anco di molti altri castelli patrone. Per lo che
Sigismondo Augusto, mosso da giusto dolore, roppe la guerra con il Moscovito,
la qual con varii successi fu per molti anni da' lor capitani manegiata cos
nella Livonia come anco nella Russia. E del sessanta, avendo il Moscovito fatto
un esercito di trecentomila soldati, si mosse in persona all'acquisto di
Poloczo nel tempo del carnevale intorno al fin di febraro, e avendola con molte
battaglie redotta in poter suo, ne cav grandissimo tesoro e men in Moscovia
ottantamila schiavi, oltra quelli che da' suoi furono uccisi; fece sommergere
nella Duna tutti quelli giudei che battizzare non si volsero, lassando andar
liberi i Poloni soli che in quella citt da lui furon trovati.
E del millecinquecento e sessantaquattro, avendo il granduca di Moscovia
trattenuto longo tempo gli ambasciatori de' Lituani in Moscovia, mise con
prestezza un esercito in campagna e, subbito licenziati gli ambasciatori, a'
danni della Lituania lo mand: che diviso in due parti, fu una parte guidata
dal duca di Srebrnio, dalla banda di Smolensko, e l'altra dal duca di Soiski,
verso Polocza. S'accamp questo ultimo ne' campi czasniciensi, appresso il
fiume Ula. E Nicol Radivil, palatino di Vilna, capitano generale de' Lituani,
e Gregorio Chodkiewez, mastro di campo, essendo dalle spie benissimo informati,
assaltarono con poca gente i nemici che, di ci non avendo alcun pensiero,
sicuri e senza far le debbite guardie se ne stavano, e ne fecero una orribil
strage, essendosi in quello affronto persi d'animo e messisi a fuggire. Il che
poco o niente li giov, percioch quelli che uscir di mano a' Lituani, secondo
che andavan per le selve, campagne e palude sbandati, o s'annegavano o erano
da' villani amazzati, e pochi ne tornarono a casa. Mor tra gli altri Pietro
Soiski, general di quelle genti, mentre ferito cercava con la fuga salvarsi,
essendo capitato in man d'un villano che con una accetta l'uccise: il che a'
Lituani assai dispiacque, che averlo vivo nelle man desideravano; il corpo del
qual, portato a Vilna, fu nella chiesa de' Ruteni onoratamente sepolto. L'altra
parte dell'esercito, che da Smolensko alla volta d'Orsha tiravano, intesa che
ebbero la sanguinosa e infelice rotta de' suoi, furono da tal spavento assaliti
che, gettando l'arme e le bagaglie per poter pi speditamente fuggire, con una
vergognosa retirata o pi presto fuga alla lor salute providdero. E l'istesso
anno Stanislao Pacz, luocotenente del granducato di Littuania e alora palatino
vitebliense, raccolto del suo stato una grossa banda de soldati e
accompagnatoli con i cavallieri della sua corte, li guid contra i Moscoviti,
che allora con tredecimila soldati Iezciriscza gagliardamente combattevano, e
valorosamente assalitili spezzaro a viva forza le lor squadre e l'artegliaria
tutta li presero. Ond'essi spaventati in fuga si posero, nella quale essendo
da' Lituani vittoriosi seguiti, ne fur occisi intorno a ottomila, alcuni presi
e il resto, gettate l'arme, chi qua chi l sbandati con la fuga si salvarono. E
i Lituani, fatto un grosso bottino dell'arme, bagaglie e artegliarie de'
nemici, essendo in questa fazione di lor morti pochissimi, salvi a Witepska
ritornarono. Gregorio Tewmax, generale de' Moscoviti, appena usc con la
velocit de man de' Littuani che, rifatto dopo esercito maggiore, torn
all'assedio di quel luoco con molti pezzi di buona artegliaria, e dopo molto
contrasto del fin se ne fece patrone.
Fu dopo per alcuni anni dagli uni e dagli altri combattuto con egual fortuna, e
le fortezze loro variamente travagliate, nel qual tempo fur grandemente le
forze de' Moschi sbattute dal capitano Romano Sangusk, mastro de' Littuani, che
con poca gente spesse volte ruppe eserciti grossi de' nemici, mentre egli tenta
pigliare Sussa e Ulla, fortezze di Moscovia. E del sessantasette i Lituani di
Witebsca amazarono nel laco Sitno tremila Moscoviti, li tolsero cento e venti
pezzi d'artegliaria minuta e con essa molta polvere e balle. E l'anno istesso
alcuni pedoni di Witelsca uccisero sotto la rocca Vielis molti Moscoviti, e gli
altri, avendo la carica da' nemici, nel fiume Duna s'annegaro, restando
pregioni doi nobili, Alessio Simiczov e Bachdano Hrevri, con molti altri
Moscoviti. E l'anno seguente si deliber il re Sigismondo Augusto d'andare in
persona contra il granduca di Moscovia e, fatto un esercito elettissimo di
centomila combattenti e provistolo d'artegliaria e delle altre cose alla guerra
necessarie, pass con esso di l da Vilna miglia ventiquattro, sino
Rodoskowicze. Ove accampatosi e fermatosi per molte settimane, senza far altro
cass una gran parte del suo esercito e tornosene a Grodna, avendo prima
inviate genti pagate, cos cavalli come fanti, con molti pezzi de artegliaria
da muraglia a combattere Ula, fortezza del Moscovito, sotto la condotta di
Giovanni Chotkiewicz, capitan generale di Samogizia, uomo pratico delle cose di
guerra e che nelle guerre dell'imperatore Carlo quinto s'era onoratamente
portato. Il quale, quantunque non mancasse d'ogni strada tentare per farsi di
quel luoco signore, fu nondimeno astretto a levarsi dall'assedio, per esser
giunto grosso soccorso agli assediati. La qual fortezza per fu poco dopo dal
capitano Romano Sangusko con un improviso assalto presa e abbrusciata, e il
presidio che dentro vi era parte fu da' nemici amazzato, parte insieme col
luoco arse, e parte nel fugire nella Duna e Ula fiumi s'affogaro, essendone
stati fatti prigioni alcuni pochi; e de' Lituani solo alcuni feriti restaro.
Fur trovate in questo luoco molte spoglie e bagaglie de' soldati, gran quantit
de dinari e alquante bombarde e altri instrumenti da guerra, che tutto and in
poter de' vencitori. Le vittuaglie per la maggior parte s'abbrusciarono e il
castello, con altro modello da' Lituani riedificato e fortificato, fu da essi
raccomandato ad un grosso presidio de' suoi pi valorosi.
L'istesso anno alcuni pedoni della citt di Vitebsca entrarono alli cinque di
genaro di notte alla sprovista nei borghi del castello Vielissa, e
abbrusciatili amazzarono trecento nemici, delle spoglie de' quali e della preda
in quei borghi fatta alle lor case carichi tornarono. E alli decesette gli
istessi pedoni, entrati in Usviat, citt di Moscovia, vi fecero un grosso
bottino, menando via tra l'altre cose alcune artegliarie, e poco manc che non
pigliassero anco il suo castello. Nel qual tempo torn a Vitebska con molta
preda e con molti pregioni fatti nel ducato di Biela di Moscovia il Birula con
i suoi fantacini, che in quel paese son chiamati kozaci dallo assaltare
sprovista e furtivamente gli nemici, come a dire quelli che in Italia corsari e
in Germania freibiteri dal corseggiar il mar nomati sono; ma questi stanno in
terra ai mali passi, e a dieci di essi d l'animo d'assalire furtivamente cento
Moscoviti, romperli, metterli in fuga e dispogliarli. Da un'altra banda essendo
usciti i fanti di Vitebeska e di Surafa, e accompagnatisi con la cavallaria del
palatino vitebliense, abbrusciaro la citt di Vielissa, amazzandovi il Polviato
rotmaestro di quel luoco, che del castello era uscito per dar soccorso a' suoi;
ed essendovi giunti da trenta cortigiani del granduca la notte con trecento
cavalli per entrare in soccorso del castello, e non essendo dal presidio tolti
a tempo dentro, fur ancora essi da' Lituani rotti e discacciati, che dopo
sacchegiata la citt a Vitebska allegri ritornaro, menando pregione tra gli
altri il coppiero del granduca di Moscovia. Molte altre simili fazioni fur
fatte mentre la guerra dur tra questi prencipi, che finalmente del mille e
cinquecento e settantauno fu terminata con una triegua di tre anni. E l'anno
seguente del mese di luglio venne a morte il re Sismondo in Knissinia, posta a'
confini alla Littuania, della Podlassia e della Masovia, dopo la cui morte
l'interregno per un anno pacificamente per grazia divina dur, contra
l'openione universale, non si movendo alcuno de' circonvicini nemici.
Gli interregni del regno di Polonia, cominciando da Lecho primo di quel regno
fondatore del cinquecento e cinquanta insino all'anno
millecinquecentosettantadoi, nel qual Sigismondo Augusto di questa vita pass,
nuove esser stati si contano. Il primo fu quando venne a fine la progenie di
Lecho, al qual dopo (il tempo non si sa) secondo alcuni Visimiro successe, e a
Visimiro Craco. Il secondo interregno dopo la morte di Vanda, figliuola di
Craco, successe, la qual, avendo agli dei la sua verginit votata, dopo l'esser
restata vittoriosa in tre sanguinosi fatti d'arme di Ritagora, prencipe di
Germania, precipitatasi nell'acque della Vistola vi lass la vita. Dopo la
quale avendo diviso dodeci palatini il regno tra loro, con danno della lor
republica per alquanti anni il governarono. Fu il terzo interregno quando,
essendo morto Premislao senza figliuoli, fu conteso del regno col corso de'
cavalli e che pervenne con inganno in Lesco, giovene di bassa famiglia.
Successe il quarto dopo Popello secondo, che da' sorci in Crusphicia devorato
rimase, quando quel Piasto cittadino crusphiciense e semplice contadino, ma
grande uomo da bene, fu di commune volont de tutti fatto del regno signore. Il
quinto interregno occorse quando, essendo morto Mieczlao over Miesco secondo,
Rixa sua moglie, consentendolo il senato, per alquanti anni con danni di
Polonia il regno govern che fu poi per le sue perversit insieme col figlio
Casimiro giustamente da' Poloni del regno privata e in Sassonia al fratello
romano imperator mandata. Il sesto fu dopo che Premislao fu da Ottone Lango e
da' marchesi brandburgensi ucciso, quando chiamarono i Poloni al governo del
lor regno il re di Boemia Venceslao. Il settimo dopo Casimiro Magno, di
Vladislao Lokietktone figliuolo, quando fu a quel regno chiamato il re Ludovico
d'Ungaria. L'ottavo dopo Ludovico, re d'Ungaria e di Boemia, quando chiamarono
i Poloni Iagellone granduca di Lituania al matrimonio della regina Hedvigi e
alla regale corona; la posterit del quale sino a questo nono interregno 
durata.
Ma torno di dove partito mi sono. Subbito morto il re Sigimondo furono fatte
molte particolari diete de' nobili e baroni di Polonia e di Lituania, nelle
quali si tratt di pacificare i lor confini e dalla banda di Podolia da'
Tartari e da quella di Lituania e di Russia da' Moscoviti, e indi di venire
all'elezione del nuovo re. Vennero, subbito sparsa questa nuova, ambasciatori
in Polonia del sommo pontefice, di Massimiliano imperator romano, del re di
Francia e di suo fratello Enrico duca d'Angi, del re di Svezia e di molti
altri signori, duchi e prencipi circonvicini, e il tutto per divina grazia
pacificamente passava contra quasi il parer universale. Vi fu solo questo
strepito, che il sabbato santo dell'anno seguente fecero i Tartari una correria
nella Podolia nel territorio del castello Dara, guidati da Baca e Sicoza lor
capitani, che mentre, avendo abbrusciate alcune ville, se retiravano carichi di
preda furono assaliti alla sprovista dai cortegiani e senatori di Buczacio,
capitano di Camienez, che amazzatone molti recuperarono la preda e scacciarono
gli altri fuor di quei paesi. E a' sette poi d'aprile del millecinquecento e
settantatre si prencipi la dieta generale fuori di Varsovia dalla banda del
fiume Vistola che guarda a levante, nella gran tenda a questo destinata, ove
tutti i senatori del regno polono e del granducato di Lituania per questa
elezion redotti si erano. Giunsero in questo mezo lettere di Mehemet, primo
visir nella corte del Turco, con le quali raccomandava egli caldamente per nome
del suo signore agli elettori Enrico, duca d'Angi e fratello del re Carlo di
Francia, proponendo molte condizioni a quel regno utile, ogni volta che essi in
lor re eletto l'avessero; che, ascoltato in Varsovia, fu fra pochi giorni
espedito. E indi a poco a poco venne a questa dieta un chiaus di Selim, gran
signor de' Turchi, che nella sua orazione fatta al senato mostr quanto il suo
signore fosse amorevole e benevole amico di quella republica e quanto ad essa
affezionato; da sua parte poi lo preg (dechiarando questo esser dal gran
signore sinceramente desiderato) che volessero eleggere in re loro uno de'
baroni del regno, quello che ad essi paresse esserne degno: e nomin
prencipalmente Giacomo Uchamsk, arcivescovo di Gnezna, primato del regno;
Giovanni Ferleo di Bambrovicza, palatino di Cracovia e marescalco del regno;
Giorgio Iazlonieczk, palatino di Russia, e Nicol Mieleczk, palatino di
Podolia. Il che quando essi non volessero esequire, li pregava strettamente e
ricercava che, dovendo essi un re d'altra nazione pigliare, dovessero elegerne
uno che dall'imperio turchesco e de' Tartari suoi stipendiarii amico fosse,
accioch in ogni bisogno potessero esser da lui contra a' lor nemici favoriti.
Ringraziarono i senatori il Turco di questa sua dimostrazione di benevolenzia,
dicendo che per grazia de Dio essi avevano forze bastante a diffendersi da
qualunque nemico, e che per non li facevano bisogno aiuti de stranieri.
Dopo molte consulte nella dieta fatte fu risoluto d'eleggere Enrico, duca
d'Angi, contradicendo solo il palatino di Cracovia, quello di Sandomira e
quello di Podolia, quali, quantunque questa elezione lodassero, volevano che
prima si confermassero nel suo stato le cose della religione, e che fermo
ordine si desse alle giurisdizioni e immunit della nobilt polona. Fatta
questa deliberazione, l'arcivescovo di Gnezna public nella dieta Enrico duca
d'Angi eletto re di Polonia; della qual grandemente si sdegnaro i marescalchi
e gli altri ordini a' quali far questo officio conveniva, e gi molti
disegnavano di partirsi della dieta e lassar le cose imperfette, quando,
favorendo questo negozio la grazia divina, fur levate tutte l'occasione dei
despareri che tra lor sorgevano, e redottisi insieme alli tredici e quattordeci
di maggio fecero con gli ambasciatori del duca Enrico i patti e le condizioni
pertinenti al mantenere la libert, l'immunit, le leggi e privilegi del regno
di Polonia e del granducato di Lituania. Le qual cose tutte i detti
ambasciatori con solenne giuramento (le cui parole il vescovo di Cracovia
propose) giurarono e promisero che dal lor duca e re futuro sariano mantenute,
confermate e accresciute. Dopo la solennit del qual giuramento tutti a una
voce, cos i Poloni come i Lituani, pronunciarono e solennemente confirmarono
il duca Enrico esser legittimamente eletto re di Polonia e granduca di
Lituania, la qual elezione fu subito anco a' Lituani publicata dal palatino di
Cracovia Giovanni Fierleo, marescalco del regno polono, e da Giovanni
Chodkiemicz, capitano di Samogizia e marescalco generale del granducato di
Lituania. E concluse a questo modo le cose, si redussero cos i catolici come
gli evangelici nella chiesa di San Giovanni, e con voci concordi e il Te Deum e
l'altre cose dalla romana Chiesa in simile occasioni usate devotamente
cantarono, essendosi fratanto sparate tutte l'artegliarie per segno
d'allegrezza universale. E prima che la dieta si licenziasse furon fatte le
lettere dell'elezione, ed eletti cos da' senatori come dall'ordine de'
cavallieri tredeci ambasciatori, uomini chiari per sangue e ornati di somma
prudenzia, che in Francia le portassero e andassero a far reverenza al re da
essi eletto. Capo della qual ambasciaria era Adamo Conarsk, vescovo di
Posnania, e i suoi compagni Alberto Lasco, palatino di Siradia, Giovanni, conte
di Tenzin, castellano di Voinicia, Giovanni Tomiczk con Nicol suo figlio,
castellano di Gnezna, Andrea, conte di Gorka, Giovanni Herbort, castellano
sanocense, Stanislao Crisk, castellano raciaznense, Nicol Cristoforo, duca
d'Olik e di Niesviez, Giovanni Zborowsk, Giovanni Zamoisk, Nicol Fierl e
Alessandro Prunsk, di diverse citt governatori. Quali, richiesta e non ancora
ottenuta licenzia di passar per Germania, solecitando il viaggio giunsero
felicemente a Parigi il decimonono giorno d'agosto, accompagnati da pi di
doicento e cinquanta gentiluomini onorati, che dal re Carlo con somma umanit
fur ricevuti, e da' suoi ministri con ogni sorte di carezze copiosamente d'ogni
cosa serviti. Quali, avendo col re eletto trattato e concluso quello che si
richiedeva per l'una e l'altra parte, essendo fratanto con conviti e molti
altri solazzi trattenuti, alli ventiotto di settembre insieme col re di Parigi
si partirono, pregando Dio tutta la nobilt francese e i popoli tutti di quel
regno che fausta e felice reuscisse ad Enrico questa andata.
Aveva il re Carlo disegnato d'accompagnare con tutta la corte il fratello sino
a' confini del suo regno, n da lui dividersi sinch egli in Germania non
entrasse; ma per strada assalito da infermit fu sforzato a mutar pensiero e
restare indietro, travagliato nel corpo dal male e nell'animo dalla partita del
fratello. E il re eletto, seguitando il suo viaggio, giunse nel ducato di
Lorena, ove da quel duca suo cugino fu con tutta la sua compagnia lautamente e
abondantemente ricevuto; e dovendosi in quei giorni battezzare una figliuola
poco inanzi al duca nata, fu levata dal sacro fonte dal vescovo di Posnania e
dagli altri ambasciatori suoi colleghi. Licenziatosi poi dal cugino e giunto
per i suoi viaggi a Biamont, ultimo confine del regno di Francia, s'accombiat
dalla regina Catarina sua madre, da Francesco, duca d'Alansone, suo fratello,
da Margarita sua sorella e dagli altri prencipali baroni del regno francese, e
accompagnato dal nuncio apostolico, il vescovo de Montereale, da duchi, conti,
baroni e altra nobilt di Francia al numero di seicento, oltra i Poloni che con
gli ambasciatori eran venuti, entr ne' confini di Germania. Dove fu incontrato
da un'onorata compagnia de prencipi germani, che furono Cristoforo, figliuolo
de Federico conte palatino, prencipe di Parvapietra, e il conte Ludovico di
Namsau, fratello del prencipe d'Orange, da' quali come da guide del camino a
Zabernia fu condotto, ove molto alla grande dal vescovo d'Argentina riceuto fu.
E indi passando per il territorio di Spira e per Vormacensi giunse al Reno,
fiume celeberrimo e famoso, e passatolo si tolse alquanto di strada per
visitare il conte Federico palatino, che in Heidelberg allor si ritrovava, che
con molte carezze e amorevolezza grande, allegro dell'esserli un tanto
forestiero venuto alla sprovista in casa, nel proprio castello lo ricevette e
allogi. Tornato poi di nuovo a passare il Reno a Mogunza si condusse,
incontrato dal vescovo di quella citt con seicento cavalli, e passando la
terza volta il Reno giunse a Francfordia, citt posta appresso il fiume Meno,
ove da' cittadini di quel luoco fu con ogni sorte d'onore accarezzato; di dove
passato a Fulda castello la vigilia di Natale, vi si ripos tutte le feste. Le
qual passate and a Vatico, e ivi fu da Filippo langravio, che con tremila
Teutoni incontrato l'aveva, onoratamente trattato. E indi passati i fiumi
Visurgo e Albi entr nella Sassonia, a' confini della quale lo venne ad
incontrare il Casimiro, genero del duca di Sassonia, con doimila gentiluomini
sassoni, di arme e vesti forte e ricche armati e adornati, che per tutta la
Sassonia compagnia li fece. Fu poi receuto a Locri dell'ambasciator di
Massimiliano imperatore con mille e cinquecento cavalli, che li tenne compagnia
sino a' confini della marca brandburgense, i signori della quale sono dei re di
Polonia vasalli. Fu anco in questo luoco da quel prencipe con sommo onore
receuto, servito e accompagnato insino a Francfordia, citt posta sul fiume
Odera, che la Germania dalla Polonia divide, con non piccola allegrezza de'
Poloni che seco erano; a' quali grandemente delettava aver condotto a
salvamento il lor re sino a' confini de' paesi loro, di che ne ringraziavano
tutti il vero Dio. Il re Enrico rese le debbite grazie e all'imperatore e agli
altri prencipi germani, per i paesi de' quali era passato, della fede data e
mantenuta e delle cortesie in questo viaggio da lor fatteli; e passata l'Odera
giunse a Medericia castello, posto su le ripe d'esso fiume e alla corona di
Polonia soggetto, ove fu dai prencipali baroni e da gran numero della nobilt
polona con gran pompa e infiniti segni d'allegrezza accettato e condotto a
Posnania, metropoli della maggior Polonia. Ove per alquanti giorni onoratamente
trattennuto, prese il camino poi verso Cracovia, avendo mandato inanzi Alberto,
marescalco di Francia, ad onorare con la sua presenzia l'esequie del re
Sigismondo suo predecessore, quali in quei giorni, secondo l'antico costume di
quel regno, si facevano.
Pare a noi di descrivere ora le pompe di queste esequie, percioch, avendo di
sopra scritto la vita, imprese e morte di questo re serenissimo Sigismondo e
della felice tranquillit dei suoi tempi diffusamente trattato, ne pare, o
lettori umanissimi, di vedervi desiderosi di sapere con che pompa e onore egli
fosse sepulto, e con quanto splendore e magnificenzia le sue esequie passarono;
le qual cose essendoli con sommo onore, come anco l'altre cose, meritamente
avvenute, pi brevemente che potr da me descritte saranno.
Passato ch'ebbe questo re l'anno quinquagesimo della sua et, indebolito
grandemente da gravi e spessi pensieri delle cose del regno e tirato al fine da
una lenta e longa infirmitade, usc di questa travagliata vita con morte
piacevolissima e tranquilla, ritenendo sino all'ultimo spirare i sensi
dell'intelletto sani e illesi, nella citt di Knysinia, ove si era transferito
per visitar la Lituania. E da Knysinia fu il suo corpo portato nel forte
castello de Tikocin da esso fabricato, doi miglia da quel luoco distante, e
indi, passato l'anno, in Varsovia fu condotto e da Varsovia a Cracovia per
sepelirlo fu portato, accompagnato da una grossa comitiva de senatori e dalla
regina sorella. Quando s'intese essere il nuovo re entrato ne' confini del
regno, fermato fuor di Cracovia nella corte chiamata Pradenik, s'attese per tre
giorni ad apparecchiare quanto di bisogno faceva per onorare un tanto prencipe;
e alli quindeci di febraro tutti i senatori, vescovi e cavallieri che si erano
redotti da tutte le parti del regno, cos per onorare queste esequie come per
l'espettazione del nuovo re, andarono in castello a ritrovare l'infante Anna,
vergine prudentissima e onoratissima. E similmente tutte le gran matrone
involte in veste negre li furono intorno, amorevolmente consolandola del longo
dolore e lacrime frequenti che la rendevano mesta e sconsolata. Sonavano fra
tanto tutte le campane, cos della citt come delle vicine ville. E l'infanta
uscita di castello con questa onorata comitiva di signori e di signore and al
luoco ove il corpo era, che d'indi levato in una cassa di piombo coperta di
veluto negro, nel quale l'insegne e arme regali eran ricamate, fu tirato da
otto cavalli di segnalata negrezza, circondato d'ogni intorno da suoi
cortegiani da corotto vestiti. Seguiva dietro una gran compagnia d'uomini
illustri, ancor loro vestiti di negro, tra' quali andavano gli ambasciatori de
diversi prencipi stranieri, l'arcivescovo, vescovi e abbati, e l'infanta con
lento passo veniva in mezo al legato del sommo pontefice e allo ambasciatore
de' signori veneziani. Erano poi portate trentadoi barre coperte di veluto,
panni d'oro e d'altri preziosi drappi di seta, sopra le quali l'arme regali
recamate si vedevano. E similmente trentatre cavalli eran menati a mano,
coperti sino a terra di veste di seta di varii colori, con l'insegne regie
dall'una e dall'altra banda. Ultimamente venivano gli alfieri de ciascuna
provincia, portando su generosi cavalli l'insegne delle provincie loro. Prima
l'insegna negra della regal corte comparse, nella quale era l'aquila bianca
coronata, con l'ale in atto di volare, posta in campo rosso, qual era
circondata dell'insegne de tutte l'altre provincie. Portava nel secondo luoco
l'alfier di Lituania l'insegna rossa di quel ducato, nella quale in campo rosso
era un cavallo corrente con un uomo armato sopra che una spada tenea sopra la
testa e dall'altra banda aveva quattro colonne; e con questa insegna ne
portavano un'altra, detta goncza, nella quale in campo azurro eran doi croce.
La citt di Cracovia l'insegna rossa con l'aquila bianca; quella di Sendomira
l'insegna rossa con un scudo diviso, nella mit del quale erano tre bande rosse
e tre bianche, nell'altra un campo azzurro con tre ordini di stelle.
Nell'insegna della citt kalisiense, fatta a scacchi bianchi e rossi, si vedeva
una testa di bisonte ch'avea tra' corni una corona d'oro e nelle nari pur un
cerchio d'oro. Posnania nel campo rosso ha la semplice aquila bianca. Siradia
porta mezo un lione e mezza un'aquila bianca coronati; Cuiavia mezo leon e meza
aquila rossa coronati; Lanciacia mezo aquila bianca e mezo leon rosso coronati.
Ravia l'aquila negra con un R d'oro in mezo al petto, e il simile la citt
plocense, ma in luoco del R ha un P per differenziarsi dall'altra. La belzense
ha il grifon bianco in mezo al campo rosso. Lubla in campo rosso un cervo, nel
collo coronato; Podolia in campo bianco un sol con i suoi raggi; Leopoli un
leon in atto di salir sopra una pietra in campo azurro; Premislia in campo
azurro l'aquila d'oro con doi teste coronate; Chelma un orso che in mezo a tre
arbori camina in campo glauco. La citt dobrinense un capo umano coronato, fuor
della qual corona escon doi corni. La vielunense un agnus Dei col segno della
croce ornato e un calice in campo rosso. La sadecense un scudo diviso, nella
met del quale sono linee rosse e glauche e nell'altra nuove stelle in campo
rosso. La livense meza aquila rossa e mezo orso bianco coronati. La
drohicinense ha da una parte l'insegna del granducato di Lituania e dall'altra
l'aquila bianca in campo rosso. Kiovia un san Georgio che ferisse il dracon con
una lancia in campo azurro, e dall'altra parte in campo bianco un orso verde.
Il ducato di Prussia l'aquila negra, fuor delle cui ale una man esce con una
spada nuda. Il palatino di Valacchia una testa di bisonte con stelle infra le
corna e dalla banda destra una luna eclissata, con un circolo nel naso, nel
campo celestino. Il ducato zatoriense l'insegna di color celeste ornato con
un'aquila bianca con la lettera Z in mezo al petto, e quello di Sviecinia in
campo azurro l'aquila negra con la lettera O nell'istesso luoco. Il ducato di
Massovia in campo rosso l'aquila bianca col capello ducale, e quelli di Slupza
e di Pomerania il grifon rosso in campo bianco portano.
Cavalcava inanzi a questo funerale il Macziciwski, di tutte arme armato, che
con la richezza e gran fatture che erano in quelle arme gli occhi di ciascuno a
s tirava; portava questo in mano una spada nuda indorata con la ponta
appoggiata al destro fianco. Seguiva poi il scudiero regio da corotto vestito,
che per terra la regal insegna strascinava e nel braccio sinistro portava il
scudo, nel qual l'arma del re era depinta. Vedeasi dopo questo uno con la spada
del regno in mano, la punta della quale al suo fianco appoggiava. Eran poi il
pomo, che il mondo figurava, il scettro e la corona d'oro portati da quei
senatori a' quali per antico instituto ci si conveniva. Caminavano inanzi a
questi gli ambasciatori de tutte le provincie, e dopo la nobilt il senato
della citt seguiva, e dopo quello con lungo ordine il popolo. E prima degli
altri tutti eran processionalmente e con bello ordine inanzi passati i chierici
e religiosi de tutta la citt. Vedeansi poi i putti de tutte le scuole
ordinatamente caminare cantando lugubre canzoni, dopo i quali andavano i
dottori e maestri dell'universitadi e tutti i professori delle buone lettere.
Serravano ultimamente su questa ordinanza quattromila persone vestite d'abito
oscuro e malinconico, con torzi e candele accese in mano. Pervenuta che fu
questa pompa in castello, nella chiesa catedra, quel corpo posero, la qual
pareva che tutta ardesse per la gran moltitudine de' torci in essa accesi, e
rendevano mesto spettaculo le molte arme o vogliam dire insegne regie in campo
negro per tutto il tempio poste. Fatti in questo luoco da' sacerdoti i soliti
officii e le cristiane preci, fece l'abbate magilense la funebre orazione, e
compite le cerimonie tutte fu il corpo nelle sepolture de' suoi predecessori
collocato. E il giorno seguente in tutte le chiese e monasterii della citt e
del castello si celebraro le messe da morto per l'anima del re defonto, e
passando gli alfieri con molta turba del popolo e con l'istesse bare e altre
cose del passato giorno per tutta la citt. E un uomo d'arme a cavallo che in
luoco di cimiero carico avea l'elmo di candele accese, giunto alla chiesa
catedrale, rotta la lancia e gettata via la spada lasciossi da cavallo cader. E
giunto nella messa solenne agli Agnus Dei, il cancelliero e il vicecancelliero
ruppero i sugelli del re morto e i senatori posero i lor scettri sopra l'altare
nel qual il sacrificio si faceva. A che mentre in castello si attende da'
prencipali del regno, i cittadini e il popolo nella chiesa parocchiale di Santa
Maria ancora lor l'esequie celebravano.


Della solennissima entrata de Enrico Valesio, potentissimo re di Polonia, in
Cracovia, e della preclara sua coronazione.


L'anno 1574 dopo che la divina potenza per restaurare la salute nostra d'umana
carne si vest, essendosi solennemente fatto il sontuoso funerale del re
Sigismondo Augusto, e levate via le veste oscure e altri segnali di mestizia e
di dolore, tutti gli ordini del regno e del granducato di Littuania, di Russia,
di Massovia e dell'altre regioni di Sarmazia, desiderosi di veder pur
finalmente il tanto da lor bramato viso del re da loro eletto, se dettero ad
apparecchiare, non guardando a sparagno in cosa alcuna, quanto li pareva esser
conveniente per ricever con pompa grande il nuovo re. Saria cosa longa il
descrivere in questo luoco i superbi apparati de' vestimenti ne' quali tra lor
a gara facevano di superarsi i pomposi Poloni e i splendidi Lituani e gli
impazienti d'esser in questo venti Ruteni e Massoviti, che s'ingegnavano non
guardando a spesa di far al nuovo re palese il grande affetto che a lui tutti
portavano, con gli onorati e ricchi abiti de' quali per onorar la sua entrata
si adornavano. Alcuni in veste di panni d'oro, altri d'argento, questi di seta
e quelli di veluto di varii e preziosi colori, carichi e tempestate di perle e
d'infinite gioie, veder si facevano, i cavalli dei quali non eran di minor
bellezza e bont di quanti siano dagli antiqui mai stati laudati. Era tal
finalmente questa pompa che l'invidia non avea che opporli. La citt poi di
Cracovia, capo e metropoli del regno polono, non perdonava n a fatica n a
spesa per onoratamente ricevere il suo re novello: le strade per dove egli
passar doveva nette e di verde frondi fiorite si vedevano, i muri di finissimi
tapeti e razzi coperti, fra' quali bella vista rendevano le molte tele d'oro e
di argento interpostevi e i molti vasi d'oro e d'argento che da quelli
pendevano, da che giudicar si pu di quanto pomposo e ricco conciero il
castello fosse adobbato. La plebe di verde ghirlande le porte e le fenestre
coronavano, altri luoco alle facelle apparecchiavano per scacciar con esse le
notturne tenebre, altri gran cataste di legne facevano per far i fuochi, segni
per tutto usati d'allegrezza. Le muraglie della citt e i beluardi del castello
forniti fur di grossa artegliaria, n era alcuno, per vecchio o debile che ei
fosse, che non si adoperasse o con l'ingegno o con la mano in questa publica
allegrezza.
Le qual cose tutte abondantemente e perfettamente apparecchiate e proviste,
giunse il re a Balicie, villa del palatino di Cracovia distante dalla citt per
mezo miglio, con una innumerabil moltitudine di Francesi e di Poloni, ove per
quella notte si ferm, e vi fu con grande allegrezza e sua e di tutti i suoi
molto alla grande accettato e trattenuto. E il giorno seguente, che fu il
decimoottavo di febraro, fur le strade di Cracovia tutte ripiene cos di quelli
che per incontrare il re s'apparecchiavano, come di quelli che da molte parte
del regno per vederlo eran venuti. Il tutto pieno era di giubilo e di festa,
mostrando sin l'aere sentir questa allegrezza percioch per molti giorni inanzi
e dopo l'incoronazione i tempi fur tanto tranquilli e dolci come se fosse a
mezo primavera, onde diversi concerti d'uccelletti si sentivano, cosa che in
quella stagion fu sempre insolita. Prima che il re dalle Ballicie si levasse lo
venne ad incontrare (a guisa d'un grosso torrente che dagli alti monti scende)
una folta, spessa e grossa squadra di senatori, di cavallieri, oltra il popolo
e il volgo tutto e una moltitudine grandissima di persone dell'uno e dell'altro
sesso, ornati con le ricche vesti a questo effetto fatte. Erano queste genti
tante che empiendo tutti i campi fuor della cittade, i monti, i colli e le
vicine strade, e cargando i tetti delle ville e degli arbori i rami,
rapresentavano a' riguardanti il popoloso esercito di Xerse. Venne prima de
tutti l'arcivescovo di Gnezna, primo senatore del regno polono, che si mandava
inanzi doicento cavallieri vestiti all'ungaresca, con le lancie su la cossa,
che risplendevano per il molto oro di che eran ricamate le lor sopraveste di
seta. Ed esso li seguiva in una caretta rossa, tirata da sei cavalli di seta
rossa coperti, e con esso venivano il vescovo di Posnania Adamo Konarsk e
quello di Ploccia Pietro Miscowk, inanzi a' quali la croce era portata. Erano
questi seguiti da Stanislao Slomousk, arcivescovo di Leopoli, e dal vescovo di
Camenez, accompagnati ancor loro da una grossa banda di ben ornati e armati
cavallieri. Dietro a' quali comparve Francesco Crassinsk, vescovo di Cracovia,
inanzi al qual marciavano doicento cavallieri, all'italiana vestiti di drappi
di seta fodrati di martori finissimi e con grosse catene d'oro al collo. Ed
essendo questo passato, si vidde Stanislao Carncowsk, vescovo di Cuiavia, col
qual venivano il vescovo di Chelm e il palatino di Lancicia con una onorata
banda di cavalli.
Passati i vescovi comparve prima de tutti il castellano di Cracovia in abito
ungaro con doicento cavallieri armati, resplendenti per molto oro e argento,
che bella mostra facevano con le molte insegne e scudi che portavano. Dopo il
quale i palatini apparver uomini ornati di somma gravit: il primo de' quali,
il cracoviense, col fratello, capitano general di Sandomira, conducevano
trecento cavalli all'ungaresca e alla tartaresca armati e con vesti e livree
tanto superbe che facevan stupire i risguardanti. Li veniva dietro il palatino
di Sandomira e l'ensifero del regno suo fratello, con doicento e cinquanta
cavalli pur all'ungaresca armati e di sopraveste richissime adornati, che non
men si mostravano atti alla battaglia di quello che con la lor pompa gli occhi
de' circonstanti delettassero. Alla coda de' quali i castellani oscvienense e
bresinense accrescevano con le lor genti questa squadra trionfale, seguiti dal
palatino calisiense con la sua corte superbamente vestita all'ungaresca. Dopo
il quale Alberto Lasco, palatino di Siradia, lume della patria e propugnaculo
di tutte le virtudi, conduceva quattrocento cavalli vestiti a modo d'Ungari e
cento con gli abiti de' Tartari, cos bene armati e tanto riccamente adobbati
che a giudicio de tutti avanz di gran lunga tutti gli altri, percioch con
diligenzia tale era stata da lui la sua squadra ordinata che n gli uomini
desiderar potean migliori cavalli, n a belli e forti cavalli mancavan
cavallieri di loro indegni. Ultimo venne il palatino di Podolia, che con cento
e cinquanta ben armati cavalli fu come una bella aggiunta all'altre. Venivano
dopo questi i baroni di Lituania e di Russia insieme mesciati, che le lor
squadre guidavano, non men ornate di preziose veste per onor del trionfo che
ben armate e pronte alla battaglia: il primo de' quali era il duca Nicol
Giorgio Radivillo, palatino di Vilna, ornamento della patria e senator dotto e
d'ingegno divino, che seco conduceva tal cavallaria che in conto alcuno non si
mostrava a' Poloni inferiore; qual dal castellano tracense, condecentemente
d'uomini e di cavalli fornito, era accompagnato. Seguiva Giovanni Chodkievicio,
capitan general di Samogizia, chiaro e in pace e in guerra e uomo nato per far
le grandi imprese. Era seguito questo dal gran tesorier di quel ducato e dal
castellano miscense, gli uomini e cavalli de' quali per il molto oro d'ogni
intorno risplendevano. Dopo i quali veniva il duca Nicol Cristoforo Radivillo,
marescalco della corte, con le sue genti riccamente vestite all'usanza
d'Italia. Venivan finalmente il mastro di campo, il scalco e gli altri ministri
della persona del re, quali in abito ungaresco, quali in italiano, quali in
tartaresco e quali in moscovitico superbamente e riccamente adobbati.
Il giorno mi mancar prima che io possa commemorare che uomini, che eroi, che
duchi si fossero ad onorar questa festa adunati. Si vedeva la cavallaria di
Lituania al numero di pi di tremila risplendere per il molto oro, perle e
gioie. E dopo i Lituani il duca Costantino, palatino di Kiovia, con doi
figliuoli, uno in abito Italiano e l'altro alla moscovita vestito, si mandava
inanzi trecento cavallieri d'infinito oro e argento adornati. E il palatino di
Blaslavia conduceva i suoi Wolinii al numero di doicento alla tartaresca
confusamente armati, con le faretre e gli archi dorati. E finalmente i palatini
di Culma, di Marimburg e di Pomerania guidaron le lor squadre armate alla
todesca, a' quali aggiunse il Dulscio pruteno trentasei cavallieri armati di
corazze d'oro. Indi i conti di Tencinio, Giovanni castellano wivicense e Andrea
belzense, illustri per l'antiquit della famiglia e per l'onorate imprese da
lor fatte, fecero mostra de doicento e cinquanta cavalli all'usanza degli
Ungari armati di lancia e di rottella e nelle vesti non men degli altri
superbi. Seguivano gli Herbortoni, chiari per l'ingegno, per la prudenzia e per
i libri da essi composti, con doicento cavalli; i castellani camenecense e
savichmostense centi di cento e cinquanta; Andrea Wapowik con cavalli cento e
il biecense e radomiense con ottanta. Dopo i quale Stanislao, conte di Tarnaw e
castellano cechoviense, comparve con doicento cavalli benissimo in ordine
d'arme e di veste richissime adornati. Tutti gli altri castellani, i nomi de'
quali seria cosa troppo lunga il raccontarli, condussero ancor essi le lor
squadre benissimo in ordine e degne d'un tanto trionfo. E il cancilliero col
tesoriero del regno, Girolamo Businsk, senatori degni di venerazione cos per
le lor virt come per il lor grande amor verso la patria, presentarono i suoi
non men degli altri ornati. Dopo i quali il marescalco della corte Andrea
Opalinsk, uomo ornato d'ogni sorte di virt, comparse con settantacinque
cavalli armati all'usanza d'Italia. Serravano su questo corpo di gente le
squadre de' capitani delle citt e degli regii officiali, che, se non
passavano, non erano anco inferiore d'arme e d'ornamenti ad alcuna delle sopra
nominate. Delettava non senza qualche spavento i risguardanti una squadra di
doicento cavalli del palatin di Lubla, che, ornati i cavalli con ale
d'avoltori, comparvero essi armati all'ungaresca come se in battaglia entrar
volessero. E per finirla, tutte le citt del regno mandarono onorate compagnie
de suoi cittadini ad onorare questa solenne festa, e dopo tutti i cittadini di
Cracovia con la plebe al numero di quattromila, cento e venti de' quali erano a
cavallo vestiti alla todesca e il resto tutti pedoni, divisi in squadre sotto
diverse insegne, secondo i diversi mestieri degli artegiani, venivano
pomposamente vestiti.
Passate che fur tutte queste genti, si mosse il re in mezo a' suoi Francesi e
Guasconi e da una gran comitiva di Poloni accompagnato, e allora si dette nelle
trombe e tamburi e si spararono l'artegliarie tutte; e fatta l'orazione dal
vescovo plocense, alla qual d'ordine del re fu dal Bibraco risposto, si mossero
tutti per entrar nella citt, dilettandosi grandemente il re della vista di
cos bella gente, la quale a giudicio de' pratichi delle cose di guerra era
tale che a qualsivoglia esercito potente sicuramente opponer si poteva. Per
esser il popolo cos grosso non si pot tanto solecitar il marciar di queste
squadre che tutto il giorno non si consumasse, onde quando il re giunse alla
porta della citt detta di San Floriano un'ora di notte era passata. Era questa
porta ornata come a un trionfo tal si conveniva, e il re era stato posto a
cavallo d'una chinea bianchissima e pi alta assai d'ogni altro cavallo, affine
che da tutti potesse esser veduto; e i consoli della citt l'ombrella d'oro
sopra li portavano. Era esso vestito d'una veste negra fodrata di pelle di
pantiera e avea intorno la sua guardia di quaranta Guasconi archibugieri e di
sessanta Svizzari con alabarde superbamente vestiti; aveva appresso la sua
persona il duca di Nivers e quel d'Humene, il marchese d'Elba, il duca de Ghisa
e molti altri baroni francesi, ciascun de' quali, per onorarli, erano da doi
palatini in mezo tolti. Andavano inanzi e seguivano diversi concerti di varii
instrumenti; seguivano anco gli ambasciatori de diversi prencipi e republiche,
e dopo le confuse e grosse turme del popolo che, desideroso di vedere il re, di
qua e di l senza alcun ordine correva. I tetti delle case erano pieni, chi
s'attaccava a un trave e chi a una collonna, ogni fenestra, ogni buso eran di
gente piene; fur rotti i muri e fattevi larghi pertusi nelle case poste su la
strada ove il re passar doveva; tutti i luochi erano occupati, e anco quelli
ne' quali non senza pericolo si stava. Nel giungere la persona del re in
piazza, parve che la terra s'apprisse dal strepito terribile dell'artegliarie
che allor furon sparate; e nell'entrar in castello trov un arco trionfale con
sommo artificio fabricato, ornato di tapeti d'oro, nel quale si sentiva una
soave melodia de musici instrumenti, e in cima vi era un'aquila bianca con
gigli d'oro in mezo al petto, la quale era con tale artificio composta che
s'andava sempre voltando verso il re, e col sbatter delle ali e col chinar la
testa segno d'allegrezza mostrando. Mentre poi il re nel castello entrava, fu
tale il strepito dell'artegliarie che parve che quanti tuoni e folgori venner
mai dal cielo fossero tutti in quel punto ivi mandati, che fu poi seguito da un
pi dolce ma bellicoso suono di tamburi, di fifferi e di trombe. Entrato nel
castello, ove un'altra aquila con l'ali pur festa faceva, and alla chiesa
catedrale di Santo Stanilao, e fu da' canonici incontrato e salutato, e cantato
il Te Deum con suave melodia. Visit l'infanta Anna e poi, fatte dall'uno e
dall'altro le debbite accoglienze, se retir nel palazzo assignato alla cena e
allo allogiamento.
Il giorno seguente and il re in consiglio, ove per bocca del Bibraco, suo
cancelliere privato, rengrazi tutti gli ordini del regno del favor che gli
avean fatto in darli in governo un regno cos florido e potente, pregando Dio
che facesse che questa loro elezione fosse giovevole e ad essi e alla
cristianit tutta, e, promettendo di non mancar dal canto suo di far s che
essi de lui non restassero ingannati, li preg che si venisse presto alla
coronazione. E l'altro giorno da Sandivoio Carncovio, referendario del regno,
fu il re salutato per nome de tutta la nobilt polona con una molto affabile
orazione, nella quale sofficientemente dechiar quello che al re s'apparteneva
a fare per conservazione della lor republica e anco della regia degnit. A che
per nome del re fu anco risposto che esso era per sodisfare a tutti, che voleva
conservare salve le cose a lui commesse, il che era pronto a confirmare non
solo con scrittura, ma anco con il proprio sangue. E l'istessa sera nel
tramontar del sole fu condotto il re, accompagnato da molti vescovi e dal
legato del sommo pontefice, nella chiesa di Santo Stanislao, prottettore de'
Poloni, nella citt di Casimiro, posta dall'altra parte del fiume, nel qual
luoco gi fu quel glorioso santo ucciso; ove fatta orazione e basciato
l'altare, nel castello con la sua compagnia fece ritorno. Questa visita di
Santo Stanislao, per antico costume in legge convertito, sono tenuti di fare
tutti i re di Polonia prima che allo atto della coronazione si venga.


Ordine qual si tiene per antico instituto nella coronazione de' re di Polonia,
e le solenni cerimonie che in essa si costumano.


Primieramente sono obligati congregarsi tutti i vescovi, consiglieri del regno
e gli altri officiali, e di pi tutti gli abbati che portano mitria, o almeno
quelli della diocesi cracoviense, nel luoco e per il giorno alla coronazione
destinato. E il re, dovendo in tal giorno ricevere il santissimo corpo di
Cristo nostro Signore, si prepara con digiuni, elemosine e con la confessione
sacramentale a quanto si pu degnamente pigliarlo. E la domenica nella qual
deve esser benedetto si reducono l'arcivescovo, i suffraganei, gli abbati
mitriati e gli altri prelati tutti nella chiesa catedrale, vestiti di
rocchetti, stole, piviali, mitre e altri abbiti sacri; vi si riducono anco
tutti i senatori e l'ordine de' cavallieri. E ordinata la processione con
l'incenso e aqua benedetta al palazzo del re andarono per levarlo e condurlo
nella chiesa catedrale, e, fermatisi tutti gli altri alle scale, solo i vescovi
accompagnarono l'arcivescovo nella camera regia, ove dal marescalco del regno
overo dal maestro delle cerimonie fu il re vestito di sandali, d'una tonica, di
guanti, di camiso, di tonicella e di palio; che di questo abito adornato, e
chiuso d'ogni intorno da' prencipali baroni del regno, gli fu dallo arcivescovo
gettata sopra l'aqua benedetta e dettali una orazione devota per questo effetto
composta. Indi, tolto in mezo dal vescovo di Cracovia e da quel di Cuiavia,
sostentandoli uno il braccio destro e l'altro il sinistro, s'inviarono verso la
chiesa, caminandoli inanzi il castellano di Cracovia con la regal corona e il
palatino col scettro, il palatino di Vilna col pomo d'oro e con la spada nuda
Andrea Sborovio. Dopo i quali con la croce innanzi andavano i vescovi,
arcivescovi, abbati e gli altri baroni, ciascun al suo luoco ordinato, e
similmente i baroni francesi e gli ambasciatori de' prencipi stranieri. Giunti
in chiesa, fur fermate sopra l'altar maggiore le regali insegne che, come si
disse, da' senatori eran portate; e il re nel suo trono fu posto a sedere,
inanzi al quale disse l'arcivescovo alcune altre orazioni. Si lev in questo
punto un gran contrasto, per caggione che i vescovi volevano che si annullasse
un certo accordo fatto nel tempo dell'interregno tra i catolici e gli
evangelici, allegando quello esser contra le leggi divine ed ecclesiastiche e
fatto contra il voler de tutti i prelati, e all'incontro producendo gli
evangelici che si dovesse per sicurezza delle cose loro fermo e inviolato
mantenere. La qual contesa, essendosi col divino aiuto trovato mezo di
sodisfarli tutti, fu acquietata. E ridotto il tutto in tranquillo stato, uno
de' vescovi lesse un'altra orazione, la qual finita fece al re una pia
esortazione nell'infrascritto modo: "Dovendo voi, ottimo prencipe, recevere
oggi la sacra onzione e l'insegne regali dalle nostre mani, i quali (bench
indegnamente) siamo in questa azione vicarii di Cristo nostro Salvatore, sar
bene che vi avertiamo prima del peso che voi sete per pigliare. Voi prendete
oggi la regia degnit e la cura di governare i popoli fideli a voi commessi,
luoco certamente preclaro tra' mortali, ma pieno di pericoli, di fatica e di
travagli. Ma se considerarete che ogni signoria da Dio viene, per il quale e i
re regnano e i legislatori cose giuste statuiscono, e che voi sete per aver a
render conto del gregge a voi commesso a esso Iddio, osservando primieramente
la piet onorarete il Signor Dio con tutta la mente e con purit di cuore;
conservarete inviolata sino al vostro fine la religione cristiana e la fede
catolica, della quale sin dal vostro nascimento professione avete fatta, la
qual anco, per quanto le vostre forze potranno, contra a' nemici suoi
diffenderete; renderete la debita reverenza a' prelati, sacerdoti e altre
persone ecclesiastiche; non conculcarete l'ecclesiastica libert. Amministrate
saldamente iustizia verso tutti, senza la quale compagnia nissuna troppo pu
durare, premiando i buoni e i cattivi castigando. Defenderete le vedove, i
pupilli e i poveri e deboli da ogni oppressione; benevole e benigno, mansueto e
affabile a tutti (quanto la degnit regal comporta) vi mostrarete; e finalmente
vi portarete in modo che appara che voi non per propria utilit ma per
beneficio de' popoli il regno abbiate preso, e che il premio delle vostre buone
opere non in terra ma nel cielo aspettiate, la qual cosa quello Dio si degni di
concedervi che vive e regna per tutti quanti i secoli".
Fatta questa esortazione, fu il re dal vescovo con queste parole interrogato:
"Volete voi tenere la santa fede da uomini catolici insegnata e con buone opere
in quella servire?" E il re rispose: "Voglio". "Volete voi esser tutore e
diffensore delle chiese e de' suoi ministri?" "Voglio". "Volete voi tenere,
regere e diffendere il regno a voi commesso secondo la iustizia de' nostri
antichi?" "Voglio e prometto di fidelmente il tutto fare, per quanto il divino
favore e l'aiuto de tutti i suoi fideli mi daranno forze". Le quali
interrogazioni finite, il re ingenochiato inanzi all'arcivescovo col capo
scoperto disse le seguente parole: "Io, Enrico, per grazia de Dio re futuro di
Polonia, publicamente confesso e prometto innanzi a Dio e agli angeli suoi di
quanto poter e saper mantenere le leggi, la iustizia e la pace alla Chiesa de
Dio e al popolo a me soggetto, salvo sempre il condegno rispetto della
misericordia divina, e secondo che meglio da' miei fideli consiglieri
consigliato ser. Portar sempre il dovuto rispetto agli ecclesiastici prelati
e alla Chiesa inviolabilmente mantener quanto dagli imperatori e da altri re
concesso  stato. Agli abbati, conti e altri miei vassalli i lor congrui onori
da me osservati saranno, e secondo che in ci i miei fideli mi consigliaranno".
E ci dicendo pose le mani sopra il libro degli Evangeli e disse: "Cos mi
aiuti Dio e questi Evangeli santi". Alora l'arcivescovo, ditte prima alcune
devote orazioni, si pose ingenocchioni e disse sopra il re, che genuflesso e
col capo chino verso l'altar stava, i versetti della benedizione; quai finiti,
gli altri vescovi con devozione cantarono le lettanie, in fin delle quali fur
da l'arcivescovo detti alcuni versetti e orazioni, gi anticamente per questo
ordinate.
Dopo le quali postosi l'arcivescovo a sedere, se li present il re avanti, e
ingenocchiatosi fu del palio e della tonicella spogliato e indi unto
dall'arcivescovo dalla palma della man destra sino al gomito e tra le spalle e
insieme la spalla destra, dicendo parole e orazioni a questo appropriate. E
nettato il luoco da un vescovo, e di nuovo vestito il re della tonicella e
palio, sempre orazioni dicendo, l'arcivescovo le mani si lava e, deposta la
mitria, fa la confessione, e il re menato nel suo solio fa orazione. E detto
l'alleluia nella messa e da un vescovo alcune orazioni per il re, stando esso
genuflesso li porse l'arcivescovo la spada, dicendo: "Pigliate la spada tolta
dall'altare dalle nostre, bench indegne, mani, in luoco per e con l'auttorit
de' santi apostoli consecrata e regalmente a voi concessa e di volont divina
da noi benedetta, in defensione della santa Chiesa, per castigare i malfattori
e in lode de' buoni; e siate recordevole di quello del quale il salmista
profett dicendo: ""Cengite la tua spada sopra il tuo fianco, o potentissimo",
accioch con questa voi faciate l'opere giuste e ragionevoli e gagliardamente
la grandezza dell'empiet voi destrugiate; la santa Chiesa e suoi fideli
defendiate, odiando e destrugendo non meno i falsi cristiani che i nemici di
questa santa fede; defendiate ancora e con clemenza aiutiate le vedove e i
pupilli, restauriate le cose destrutte, conserviate le restaurate, vendichiate
le cose ingiuste e le ben ordinate da voi sian confirmate; accioch questo
facendo, ed essendo egregio osservatore del giusto e convenevole, potiate poi
senza fin regnare in compagnia del Salvator del mondo, la somiglianza del quale
in voi portate, e il quale con Dio Padre e col Spirito Santo vive e regna Dio
per tutti i secoli". Dette le qual parole li cense la spada, dicendo alcune
altre parole di questo tenore: "Accengite, o potentissimo, la tua spada sopra
il tuo fianco, e averti che i santi non con la spada ma con la fede restaron
de' regni vencitori". E indi, mettendoli la corona, disse: "Pigliate la corona
del regno, la quale bench da indegni  per sopra il vostro capo imposta per
le mani de' vescovi, in nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, la
quale sappiate significare gloria e onore de virt e opera di fortezza, e che
per questa sete partecipe de' nostri ministeri; percioch, s come noi siamo
interiormente pastori dell'anime e rettori, cos sapiate voi dover esser
defensore contra tutte l'adversit della Chiesa di Cristo, e utile esecutore e
prospicuo regnatore del regno da Dio datovi e per l'officio della nostra
benedizione da noi in luoco degli apostoli e de tutti i santi a voi commesso;
accioch finalmente, essendo ornato di gemme di virt tra i graziosi santi e
coronato de premii dell'eterna felicit, vi possiate senza fine gloriare
insieme col Redentore e Salvator nostro Ies Cristo, il nome e luoco del quale
ora tenete, il qual vive e signoreggia Dio col Padre e Spirito Santo ne' secoli
de' secoli". Finalmente li pose l'arcivescovo nella sinistra il pomo d'oro che
il mondo significa, e nella destra il regal scettro, dicendo: "Pigliate la
verga della virt e della verit, per la quale intendiate voi essere tenuto ad
accarezzare i buoni, spaventare i cattivi, insegnare la buona strada a quelli
che errano, porger la man a quei che son caduti, i superbi disperdere e gli
umili inalzare. E dal nostro Signor Ies Cristo la porta aperta ve sia, il qual
di se stesso parlando disse: "Io son la porta, ciascuno che per me entrar
salvo sar", e il quale  la chiave di David e il scettro della casa d'Israel,
che apre e nissun serra, serra e nissuno apre; e quello che il legato della
carcere cav, che sedeva nelle tenebre e ombra della morte, vi sia autore che
lo possiate in tutte le cose seguire, del qual il profeta David cant: "La tua
sede Dio, nel secolo de' secoli, verga d'equit la verga del tuo regno"; e
imitando lui amiate la iustizia e alle iniquit odio portate, percioch per
questo vi ha onto Dio, Dio vostro, ad imitazione di quello che inanzi a' secoli
onto aveva d'oglio d'esultazione pi che gli altri suoi partecipi, Ies Cristo
Signor nostro, il qual con esso vive e regna Dio ne' secoli de' secoli".
Mentre poi l'offertorio della messa si cantava, offer il re sopra l'altare
pane e vino e al suo tempo la pace basci e comunicossi. E poi, scintosi la
spada e finita la messa, fu il re condotto al trono regale in mezo la chiesa
apparecchiato, nel qual dall'arcivescovo intronizato fu e datoli il governo del
regno con queste parole: "Sedete, e da qui in poi tenete il luoco datovi da Dio
per la sua onnipotente autorit e per la presente nostra tradizione, di noi
cio vescovi e altri servi de Dio. E quanto voi vedete il clero pi vicino a'
sacri altari, ricordatevi di darli ne' luochi pertinenti tanto maggiore onore,
accioch il mediatore tra Dio e gli uomini confermi voi mediatore del clero e
della plebe per longo tempo in questo regal solio, e ne l'eterno regno seco vi
faccia regnare Ies Cristo nostro Signore, re di re e signor dei signori, il
qual col Padre e Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli de' secoli".
La qual ceremonia compita, fu dall'arcivescovo intonato il Te Deum e
sollennemente da' musici cantato, e indi stando esso alla destra del re disse
alcuni versetti e devote orazioni, nelle quali pregava Dio per la lunga e buona
vita del re e per la felicit e tranquillit del regno a lui comesso. Prese poi
il re la sacra spada in mano e orn della degnit di cavallieri a speron d'oro
alquanti nobili e consiglieri regii. Finite tutte queste solenni cerimonie, in
palazzo il re fu accompagnato, ove un nobilissimo convito era apparecchiato, e
mangi il re nell'istessa sala ove tutti gli altri prencipi e senatori
mangiarono, in luoco per pi degli altri eminente e servito da molti onorati
officiali del regno. E il giorno seguente and con l'istesso ordine del giorno
passato in piazza, e sedendo in un alto tribunale fabricato a questo effetto
ricevette il giuramento e molti doni da' cittadini di Cracovia, e preso in mano
il pomo e la spada fece anco in quel luoco molti cavallieri; e per molti giorni
poi a feste e a solazzi si attese.


BREVE E COMPENDIOSA DESCRIZIONE DEL REGNO DI POLONIA CON I SUOI PALATINATI,
DISTRETTI OVER PROVINCIE, CITT E CASTELLI PRENCIPALI.



Il regno di Polonia, amplissimo e nobilissimo nell'europea Sarmazia, piegando
alquanto da levante verso settentrione  contiguo alla Massovia e alla
Lituania; dalla banda di settentrione alla Prussia e al mar Germanico over
Venedico s'accosta; da quella di mezogiorno e da levante insieme confina con la
Russia, Podolia, Valacchia e coi monti d'Ungaria, detti Beskid; da ponente i
suoi termini sono i confini della Slesia, della Sassonia e il fiume detto Albi.
Qual Polonia in due parti  divisa, dette maggiore e minore. La maggiore  cos
detta perch in essa primieramente si ferm Lecho, auttore e fondatore de'
Poloni, e in essa fabric la citt di Gnezna, sede del regno; ma doppo fu la
regal sede transportata in Cracovia, metropoli della minor Polonia, nella quale
sin ora ancora dura, e per questa caggione la minor Polonia  alla maggior
preposta, e ancor noi prima questa descriveremo.


Cracovia terra.

Cracovia, citt famosissima, metropoli della minor Polonia, fabricata in
pianura appresso la Vistola, fiume navigabile per il quale a Gedeno, nobil
mercato della Prussia, si portano di tutte le sorte mercanzie,  di doppio
muro, d'argine e di fossa cinta. Il castello della quale in un colle alquanto
alto, detto Vanel,  situato, appresso detto fiume, famoso per la sede,
coronazione e sepoltura de' re di Polonia, e chiaro per il studio e universit.
Sono contigue a Cracovia tre altre citt, Clepardia, Stradomia e Casimira,
questa bagnata dal fiume Rudawk, dalla Vistola quelle. Non ha Cracovia il
supremo avvocato, come l'altre citt del regno, percioch del milletrecento e
dodeci, regnando Vladislao Cubitale, un certo Todesco, avvocato di Cracovia, fu
capo di quel tradimento per il quale venne Cracovia in potere di Boleslao, duca
opoliense, del qual misfatto fu anco co' suoi complici severamente castigato; e
da quel tempo in qua l'istesso re  della citt pretore. E anco il castellano
di Cracovia precede in senato di luoco e di degnit il palatino, percioch al
tempo di Boleslao Krzivoust re di Polonia, essendo esso re con inganno da'
Ruteni suoi nemici tolto in mezo, il palatino in quel tempo di Cracovia, poco
conto del suo onor tenendo, fugg con le genti a lui commesse, il suo re in
mezo a' nemici abbandonando, onde d'alora in qua fu dato al castellano il primo
luoco. Ma in tutte l'altre provincie i palatini son di maggior degnit che i
castellani.
Sono nel distretto o palatinato di Cracovia l'infrascritte cittadi, nelle quali
si tien ragione delle cause de' nobili da capitanei, da giudici e da altri
regii officiali: Biecz, citt di muro circondata, posta in pianura e per mezo
la quale passa il fiume Rapa, nella cui acqua si raccoglie certa spiuma da che
il solfore si cava, e luntana quindeci miglia da Cracovia. Woyniz, citt fatta
di legname, sul fiume Dunaiecz, da Cracovia distante nuove miglia. E undeci
miglia  Sandecz, citt murata, posta in pianura, appresso la quale il detto
fiume passa. Lelovia, citt ancor essa murata, posta sopra un colle, ha il suo
castello in pianura, bagnato dal fiume Biala,  da Cracovia luntana undeci
miglia; e Kzyaz, citt di legno,  sette miglia distante. Prozzovice, citt
posta in pianura,  di legno fabricata ed  in essa appresso il fiume Sozeniana
un palazzo del re, luntana da Cracovia non pi di quattro miglia: in questo
luoco si soglion fare le terrestre adunanze de' nobili. Molte altre citt e
castelli de' nobili e baroni sono nel territorio di Cracovia, ma in questo
luoco non si fa menzione se non di quei luochi ne' quali fanno residenza i
regii officiali. Son nell'istesso territorio tre minere notabili, che con
l'entrate che d'esse si cavano grandemente accrescono il regio tesoro: la prima
in Olkussia, cinque miglia da Cracovia distante, ove argento e gran quantit di
piombo si cava; la seconda nella citt di Bochkia, luntana anco essa da
Cracovia cinque miglia, e in essa si cavano gran masse di sal al ghiazzo
simile; in Vielicza, distante doi miglia,  la terza minera, ove simil sorte di
sale, ma non s fino, in gran copia si cava.


Senato prencipale di Cracovia e suo distretto.

Il vescovo, il castellano, il palatino di Cracovia; i castellani sandecense,
woinicense, biecense, oswiecinense.
L'arma della citt di Cracovia  l'aquila bianca coronata in campo rosso, con
una banda d'oro al traverso dell'ali. E il distretto sandecense ha l'arma sua
peculiare, qual  un scudo compartito da doi colori. Nell'istesso territorio
cracoviense doi ducati sono che per natural ragione nelle mani dei re son
ricaduti, il zatoriense e l'oswiecimense.
Osviecim, citt prencipale di detto ducato,  di legname fabricata e posta in
luoco piano, il cui castello ancora esso  fatto di legno, ma le sue mure di
creta sono smaltate, e appresso li passa un certo fiume, luntano sette miglia
da Cracovia. Porta per arma un'aquila negra con la lettera O in mezo al petto.
La citt di Zator col suo castello, in luoco piano posta appresso la Vistola,
non pi di cinque miglia da Cracovia distante,  fatta tutta di legname. Era
questa capo di quel ducato e ha per arma l'aquila azurra, nel petto della quale
la lettera Z si vede. Fu il duca di questa citt con inganno da Spiticowe
Miskowsk, cavallier polono, ucciso, dal qual tempo  poi sempre stata in potere
de' re di Polonia.


Sandomira.

Sandomira, una delle principali citt del regno di Polonia,  posta in un colle
appresso la Vistola, ventidoi miglia da Cracovia luntana, e cos essa come il
suo castello di muraglia son cinti. Le citt e castella di sua giurisdizione
sono: Checini, citt posta in piano, la rocca della quale  fondata sopra un
scoglio eminente, che dist da Cracovia miglia tredici ed  chiara per la
minera del lasuli, nella quale dell'argento anco si trova. Korczin, citt nuova
di legno col castello di muro, situata appresso il fiume Vislok, circondata di
paludi d'ogni intorno. Wislicia, citt le cui case son di legno e intorno alla
quale il fiume Nida corre, di muro  circondata ed  sopra un scoglio in mezo a
paludi fangose situata, nelle quali sono infinite biscie e altri simili
animali. Pilzno, citt fatta di legno apresso il fiume Vislok; Opozno, citt
murata e posta in pianura, appresso ai cui mura il fiume Pilza passa; Rodonia,
in pianura, di muro e di buon argine cinta; Poloviec, citt di legno, fra
alcuni colli posta; Zawichost, citt pur di legno, appresso la Vistola posta,
qual ha una rocca di mura dall'altra banda del fiume; Zarnow, castello di
legno, e Malogost, citt di legno anco essa. I senatori della qual terra sono
il palatino e castellano di Sandomira e i castellani vislicense, radoniense,
zawicostense, zarnoniense, malogostense e il polanecense. Porta questa terra
per sua arma un scudo nella met del quale sono tre bande rosse e tre bianche,
e nell'altra met in campo azurro tre ordini di stelle a tre per ordine.


Lublin terra.

 la citt di Lublin di fortissimo muro, fossa e acqua circondata; e il suo
castello, fondato sopra un eminente colle, appresso al maggior stagno, ancor
lui  d'un muro grossissimo e da una profondissima fossa serrato. Si fanno in
questa citt tre fiere all'anno, ciascuna delle quali un mese dura: la prima
per la festa delle Pentecoste, la seconda per quella di san Simone e Giuda e la
terza per la Purificazione della Madonna. Alle quali sogliono dalle
circonvicine provincie redursi diversi mercanti, come sono turchi, armeni,
greci, todeschi, moscoviti e lituani. I borghi di questa citt sono per la
maggior parte abitati da giudei, ove hanno anco una bella sinagoga, e il suo
castello dal fiume Bistrzica  bagnato; ed  da Sandomira quattordeci miglia
lontana, da Cracovia trentasei, da Vilna settanta e ventiquattro da Marsovia.
Le citt del cui territorio son queste: Vezendow, citt grande di legno
appresso un laco posta e luntana sette miglia da Lublin; Lulow, citt di legno
in pianura situata e da una banda forte da una fangosa palude, dall'altra da un
argine fortissimo,  da Lublin distante miglia quattordeci e un largo
territorio possede; Parcow, anco esso di legno, posto in pianura vicino ad un
gran laco, nuove miglia da Lublin distante; Casimira, citt di legno, edificata
in mezo a' scogli appresso la Vistola, al tempo che quel fiume inonda va quasi
meza sotto l'acque, ed  da Lublin luntana sette miglia. Ha la terra di Lublin
doi senatori prencipali, il suo palatino cio e il suo castellano. Porta per
insegna in campo rosso un bianco cervo con una regal corona al collo.


Delle terre e distretti della maggior Polonia.

Posnania, famosa citt e metropoli della maggior Polonia, fabricata tra colli
in mezo al Varta, fiume navigabile, e al fiumicello Prosna,  serrata di doppio
muro e fossa. Sono in essa palazzi e case bellissime e politamente di pietre
acconcie fatte; il cui castello per sito fortissimo e per arte nel pi eminente
colle siede, serrato anco esso da detti doi fiumi. E dall'altra banda della
Varta vi sono grandissimi borghi, da un gran laco e da molte paludi circondati,
li quali spesse volte dal gran accrescimento della Varta tutti allagati sono
insieme con le ville a lor vicine, e tal volta di sorte che appena fuor
dell'acque le cime degli edifici appaiono. E in essa citt crescon alle volte
in modo l'acque che e per la piazza e per le strade con barchette si naviga, la
qual inondazione non dura per pi di tre giorni al pi che durar possa. Sono
in questa citt tre famose fiere: la prima nel prencipio di quadragesima, che
dura un mese integro; la seconda dura cinque settimane e comincia la festa di
san Giovan Battista; e quattro settimane la terza per la festa di san Michele.
Sono nel suo distretto: Koscien, citt posta in pianura e in mezo alle paludi,
fortificata di doppio muro, fossa e argine, distante da Posnania sette miglia.
Miedzirzecze, che in piano tra fiumi e fangose paludi giace, dalle quali anco
ha il nome preso,  alla Slesia e Pomerania vicina, confinando con l'una e con
l'altra di queste provincie; e il suo castello per natura, sito di luoco,
aggiuntovi le cose da buoni ingegni fatte,  da tutti stimato inespugnabile,
percioch oltre il sito  in modo di forte mura, grossi argini e profonde fosse
cinto che prender non si pu se non per fame, di che i Todeschi fede far ne
possono, ch'avendolo tenuto molti anni strettamente assediato convennero
ultimamente con lor vergogna dall'impresa levarsi. Quindeci miglia  questo
luoco da Posnania luntano. Ostresow, citt di legno fabricata a' confini della
Slesia in una larghissima pianura,  d'ogni intorno dalle selve cinta. E
Uschow, luoco murato posto in piano, undeci miglia  dalla sua metropoli.
Sremsk, Premescz, Rogozno tutte tre sono di legno e a Posnania appartengono, in
ciascuna della qual si tien ragione. I Senatori di Posnania sono sette: il
vescovo, il palatino e il castellano della citt e i castellani di Sremsk, di
Miedzyrzecze, di Premecz e di Rogozno. Nelle lor insegne i Posnani l'aquila
bianca posta in volo portano


Caliss terra.

Caliss, citt cinta di muro e posta tra paludi,  dal fiume Prosna bagnata; vi
si vedono ancora le ruine d'un forte castello, che a' tempi antichi fu da'
cruciferi di Prussia destrutto. Contiene il suo territorio la citt di Gnezna,
la qual  di muro circondata in mezo a una pianura posta tra laghi e alcune
coline. Ed  questa citt chiara per la sedia archiepiscopale, e fu questa la
prima citt che da Lecho, autore de' Poloni, in Polonia fondata fosse, ove ne'
primi tempi i re la residenza facevano; e in essa il prencipe Boleslao Chabri
fu dall'imperatore Ottone coronato di regio diadema, del qual sino a' tempi
nostri i re di Polonia ancor s'adornano. In questa citt  la chiesa catedrale
metropolitana, e in essa il corpo di santo Adalberto, vescovo di Praga. Ed 
Gnezna distante da Caliss quattordeci miglia e sette da Posnania. Si fanno in
essa fiere molto famose, ma la prencipale  quella che per la festa di santo
Adalberto si fa. Pizdry, che  nella pianura e tra le selvi posta su la ripa
del fiume Warta,  nuove miglia da Caliss luntana. Warta, grossa citt posta
ancora essa sul fiume dell'istesso nome; Naklo, citt de legname vicina al
fiume Notesia, qual nel laco Goblo ha il suo prencipio, il cui castello  in
mezo alle paludi di sassi murato; la citt Land su la Warta, quattro miglia
luntana da Gnezna; Konin, citt murata, d'ogni intorno col suo castello
dall'acque della Warta circondata, alla quale non vi si pu andare se non per
ponti,  luntana otto miglia da Caliss; Slupza, citt d'un grosso muro e di
forti bastioni ben fortificata, appresso il Warta fiume; Kolo, citt serrata di
legname,  alle volte col suo castello dalla Warta d'ogni intorno allagata, e
otto miglia  da Caliss luntana; vi sono poi Land e Camenez, ne' confini della
Pomerania. I senatori prencipali della citt di Caless sono l'arcivescovo
gneznense, il palatino e castellano di Calijss e i castellani di Gnezna, di
Nakyd, di Camenez e quello di Landa. L'arma che essa nella insegna porta  una
testa di bisonte con la corona d'oro e uno annello d'oro nelle nari, in un
campo diviso a scachiero di rosso e di bianco.


Siradia terra.

Siradia, le cui case son fatte di tavole,  posta in luoco piano e di muro e di
pietre circondata, il cui castello, fatto pur di pietra, appresso la Warta 
fabricato. Era gi questa provincia tenuta per un grandissimo ducato e
applicata a' secondigeniti de' re di Polonia. Nel suo distretto si contengono:
Vielunia, citt di buon muro di bastioni e di profonda fossa circondata,
bagnata insieme col suo castello dalla Posna fiume; Sadex, citt fatta di
legno, posta in pianura appresso un stagno, luntana da Siradia cinque miglia;
Petrocovia, citt murata e in luochi palustri fabricata, nella quale di comun
volere dei re e senatori di Polonia  statuito che le diete generali si
facciano. Ne' suoi borghi  una torre e un palazzo regio, ove si tien ragion
da' magistrati, che di profonda fossa  circondata; sono anco in essa molti
palazzi dei vescovi e de' baroni poloni, e fuor della citt vicino a un ameno
bosco vi , fatto di tavole, un palazzo regale, chiamato Bugey, ove al tempo
delle general diete abita il re con tutta la sua corte per godersi la bont di
quell'aere perfettissimo. Rospiza, citt di legname fatta,  posta in pianura
in mezo alle paludi, e Spicimira  dell'istessa sorte. I nobili della citt di
Siradia possono per privilegio a lor da' re concesso le lor lettere con cera
rossa sigillare, il che non possono negli altri luochi fare se non i baroni e i
regii officiali. Si guadagnarono essi questa autorit quando, in una battaglia
che i Poloni coi Pruteni facevano, avendo quelli di Lancicia persa l'insegna
del lor palatinato, si fecero inanzi i Siradiensi e s fieramente nei nemici
urtarono che rottoli recuperaron la perduta insegna. I suoi senatori sono il
palatino e il castellano di Siradia e i castellani rospiriense, spicimirense e
vielunense. Porta per arma in campo lasurino la met d'un leon rosso e la mett
d'un'aquila negra; e il distretto wielunense ha la sua particolar insegna, la
qual  in campo rosso un agnus Dei con una bandiruola e dentrovi una croce.


Lancicia terra.

Lancicia, serrata di buon muro e di fossa,  posta in piano e d'ogni banda di
fangose paludi circondata; il suo castello  in luoco alto, di muro fabricato e
serrato di profonda fossa, appresso al quale il fiume Bsura passa. E nella
villa detta Kozciol  posta la chiesa catedrale, fatta tutta di pietre
intagliate e assai sontuosamente fornita. Orlovia, citt di suo distretto, 
tutta fatta di legno e da una banda da un fangoso e largo fiume  resa forte,
dall'altra da paludose lagune, ed  da Lancicia luntana quattro miglia.
Nell'istesso distretto  la citt di Piatek, tra fangose paludi, dal fiume
Bsura cinta, famosa per tutta la Polonia per la buona cervosa che in essa si
cuoce. Bresina, citt di legno assai grande, posta in mezo ai stagni,  da
Lancicia sette miglia distante. Konarzem, Inowlodz, Biechom e molte altre citt
e castelli alla giurisdizione di Lancicia appartengono. Sono i senatori di
Lancicia il suo palatino e il suo castellano e i castellani bresiniense,
konariense, inowbodiense e biecoviense. La sua arma  meza aquila bianca e mezo
leon negro in campo rosso, di corona d'oro coronati.


Cuiavia overo Vladislavia terra.

Vladislavia, citt grande e chiara per la sedia episcopale,  fabricata in mezo
ai stagni appresso il fiume Vistola.  questa provincia per la maggior parte
palustre e sono in essa rarissime selve, onde gli abitatori di legne patiscono.
Bidgostia, citt murata e in pianura posta,  sei miglia da Vladislavia
luntana, appresso la quale passa il Borda, fiume navigabile, per dove dalla
maggior Polonia sono le mercanzie nella Vistola portate. Ha Vladislavia tre
prencipali senatori, il suo palatino e castellano e il castellano di Bidgostia.


Breste terra.

Breste  citt murata e di bastioni, argini e fossa fortificata, fondata in
pianura alle paludi in mezo. Contiene nel suo distretto Radzieiow, citt di
legno in campo aperto appresso ad un gran laco fondata; la citt di Crasphice,
di legno anticamente e prima dopo Gnezna fabricata, la cui rocca fatta di muro
giace appresso al gran laco Gopla detto, di dove uscirono i sorci che Popelo
prencipe di Polonia devorarono, secondo che pi diffusamente ne' fatti dei re
di Polonia si descrive (soleva gi esser in questa citt la sede del regno, che
fu poi in Cracovia transferita); e Kovalow, castello in luoco palustre di legno
fabricato. Quattro sono i senatori della terra di Breste, il suo palatino e
castellano e i castellani di Crusphice e di Kowolow. Il palatinato
d'Vladislavia e quello di Breste hanno nella lor insegna un'istessa arma, cio
meza un'aquila rossa e mezo un leon negro in campo d'oro, ma senza corona.


Rava terra.

Rava, citt di legno, posta in piano, ha il suo castello murato in cima a un
scoglio del fiume detto Rava. Sochaczovia, citt di legno anco essa,  d'alte
siepe di grossi legni da una banda serrata, e il castello di buone mura in cima
a uno alto scoglio fabricato  reso forte dalla Bsura, fiume che appresso li
corre; Gostinin, citt fatta di legname in mezo a fangose paludi, ha il
castello murato in cima a un scoglio e forte per le molte paludi che intorno
have; Gambin, citt grande di legno e in mezo alle paludi posta, sono le citt
del distretto di Rava, i cui senatori sono il suo palatino e castellano e i
castellani di Sochaczovia e di Gostinin. Ha per insegna in campo rosso una
aquila negra con un R in mezo al petto.


Plosco terra.

Plosco, citt murata, situata appresso il fiume Vistola e chiara per la sede
episcopale, ha il castello forte di mura in cima ad un colle eminente. Molte
sono le citt del suo territorio, che sono: Bielsko, citt di legno posta in
piano, da Plosco sette miglia luntana; Racziayas, citt di legno, da fangose
paludi serrata, otto miglia  dalla sua metropoli distante; Sieprcz, citt di
legno posta in cima a un alto colle, qual d'ogni intorno di paludi 
circondata, dista da Plosco cinque miglia; Srensko, citt di legno posta in
piano, la cui rocca murata da grandissime paludi e stagni  cerchiata, ed  da
Plosco luntana dieci miglia; Mlawa, citt di legno alla Prussia finitima,  da
un fiume bagnata dell'istesso nome, luntano miglia undeci da Plosco; Plonsko,
castello di legno, luntano sette miglia; e Radzanow, citt di legno appresso il
fiume Ukra, qual ha un forte castello murato in cima a un scoglio in mezo a
palustre lacune e otto miglia da Plosco distante. I senatori di Plosco, il suo
Vescovo il palatino e il castellano sono e i castellani raczialense e il
sieprcense.  simile la sua insegna a quella di Rava, eccetto che in luoco
dello R ha il P in mezo al petto.


Territorio dobrinense.

Dobrina, citt di legno, di grosse serraie circondata,  posta in un scoglio,
vicina alla Vistola, il castello della quale fu da' cruciferi, destrutto.
Slonsk, citt di legno in piano, alla Vistola propinqua,  doi miglia luntana
da Dobrina. Ripin, castello di legno fabricato in pianura appresso il fiume
Odlex, cinque miglia da Dobrina distante. Gorzno, citt di legno, edificata in
cima a un colle e circondata d'argine e di fossa d'acqua piena,  sei miglia
distante da Dobrina. Fur ne' tempi passati molte guerre tra Poloni e cruciferi
di Prussia per il possesso di questa provincia, qual ha tre senatori
prencipali, il castellano di Dobrinia, quello di Ripin e quello Slonsk. La sua
insegna  in campo rosso un capo umano con doi corni che ha doi corone, una in
cima alla testa e l'altra al collo.


Ducato di Massovia.

La Massovia  una regione amplissima, congiunta alla Polonia; ha da
settentrione la Prussia e da levante la Lituania, e la Russia alquanto verso
mezogiorno piegando. Aveva anticamente prencipe da sua posta ed era designata
ai secondigeniti dei re di Polonia, ma del millecinquecento e ventisei, essendo
di morte immatura mancati i duchi Giovanni e Stanislao, unichi eredi di quel
stato, ricaddette esso ducato alla corona di Polonia. Gli abitatori del quale e
nel parlare (da alcuni fischi in fuora) e nell'abito, costumi e religione co'
Poloni si confanno; sono gli uomini strenui e bellicosi e pronti a cacciarsi
inanzi nelle sanguinose battaglie. La prencipale citt di questo ducato  detta
Varschovia, citt murata illustre e metropoli di tutta la Massovia, la qual di
doppio muro e fossa  circondata, posta in pianura appresso il fiume Vistola,
sopra la ripa del qual fiume  situato il suo forte e ben murato castello, con
la citt da una banda congiunto.  in questo luoco un magnifico ponte di legno
sopra la Vistola con gran spesa fabricato. Comprende questa citt nel suo
distretto molte altre buone cittadi, che sono: Czersko, appresso la Vistola, di
legname fatta, la qual ha un forte castello di muro in cima a un colle e dista
da Vascovia cinque miglia; e della istessa sorte sono Egrod e Zakrozin, quella
dodeci miglia e questa otto da Varschovia distante. La citt di Cziechanow, in
pianura situata,  di grosso argine circondata, il cui castello serrato da
profonda fossa in mezo alle paludi  posto, ed  dodeci miglia luntana dalla
sua metropoli. Czerniensk, citt grossa di legno, ha il suo castello e un bello
monastero de' frati di Santo Agostino. Pultowosk, citt murata, posta insieme
col castello appresso il fiume Narew; e Rosan, posta in piano, col suo castello
in cima un scoglio appresso a detto fiume. Varka, citt grande di legno, posta
in pianura vicina al fiume Pilcza, otto miglia distante da Varschovia; Blonie,
Tarcin e Godziek, citt fatte di legno, la prima quattro miglia, l'altra cinque
e la terza sette da Varschovia distante; Prasni, citt grande con le case di
muro; Lomza, citt grande appresso al Narew, fiume navigabile, nella quale sono
edificii bellissimi di muro, ed  da Varschovia luntana venti miglia. I
senatori principali del ducato di Massovia sono il palatino generale di
Massovia e i castellani di Varschovia, di Czersko, di Vissegrod, di Zakrozim e
di Cziechanow. Porta la Massovia per insegna in campo rosso un'aquila bianca in
atto di volare.


Liwo terra.

Liwo  citt di legno fatta col castello di mura appresso il fiume Liwiecz.
Wegrow, castello di legno, mezo miglio da Liwo distante. Wizna, citt posta in
pianura vicino al fiume Narew, il cui castello di fossa circondato in cima a un
colle siede. Nur, citt grande di legno, posta anco essa sopra detto fiume.
Cameniec, citt di legno, situata in pianura appresso il fiume Bug, otto miglia
da Liwo distante. Doi sono i senatori della terra liwense, il castellano di
Liwo e quello Wizna, e ha per insegna meza aquila rossa e mezo leon bianco
coronati.


Podlassia provincia.

 Podlassia una assai grande provincia che da ponente con la Massovia e da
levante con la Lituania confina. Fu gi sotto la giurisdizione e signoria de'
Lituani, ma del millecinquecento e sessantanove il re di Polonia e granduca di
Lituania Sigismondo Augusto la un col regno di Polonia. Sono i suoi abitatori
parte poloni, parte ruteni e parte masoviti, e in s contiene queste cittadi
prencipali: Bielsko, citt grandissima di legno e prencipale della Podlassia,
fabricata a' confini della Lituania appresso il fiume Byala; il suo castello di
legno fu alla presenzia del re dalla saetta percosso e convertito in cenere.
Tre miglia luntano dalla qual cittade si trova sul fiume Nur la citt di
Bransko, di legno anco essa edificata, nella quale  la corte regia ove le
cause de' nobili si disputano. E indi altri tre miglia da Bielsko luntano  di
legno edificata Sura, infra i colli appresso il fiume Narew, sopra un de' quali
giace il suo castello di fossa circondato. Tikoczin, citt di legno, posta in
pianura appresso il Narew, la cui rocca fortissima per natura e per sito del
luoco  resa con arte quasi inespugnabile, percioch, oltra i grossi ripari e
forti bastioni e la molta artegliaria,  talmente dalle paludi e dall'acque del
fiume Narew serrata e circondata che da banda alcuna non vi si puol entrare; e
in essa il tesoro regio come in luoco sicurissimo  riposto. Fu questa a' tempi
nostri dal re Sigismondo Augusto con gran spesa restaurata, e vi si batte
moneta;  luntana dieci miglia da Bielsko e quarantadoi dalla citt di Vilna.
Non pi di doi miglia da questo luoco luntano giace la citt di Knissin,
fabricata di legno, tra stagni, boschi e fangose paludi; e anco in questa  un
palazzo regale con un giardino grande e amenissimo, pieno di varie sorte di
salvaticine e di vaghe peschiere, onde bellissime caccie vi si fanno. Narew 
citt posta sul fiume dell'istesso nome, luntana quattro miglia da Bielsko; e
Wasilkow, castello di legno sopra l'istesso fiume, nel quale resiede un
capitano regio; Augustow, citt nuova, da Sigismondo Augusto edificata, del
quale anco il nome porta,  luntana da Bielsko venti miglia.


Distretto drohicinense.

Drohicin, citt di legno appresso il fiume Bug edificata, ha sopra un colle la
corte regia ove le cause de' nobili si difiniscono, ed  luntana da Bielsko
dieci miglia e trenta da Varschovia. Cinque miglia distante dalla quale  il
castello Mielmik, fabricato di legno appresso il fiume Bug, e la sua rocca in
un colle eminente. La citt di Losiscze, vicino tre miglia a Drohicin, giace
appresso ad un gran stagno, sopra il quale  anco in pianura posto il castello
Mordi, d'indi luntano cinque miglia. Si cavano di questi distretti di Podlassia
Bielsk e Drohicin in ogni occasione di guerra ventimila nobili, e vi son doi
senatori prencipali, il lor palatino e il castellano. Portan la sua insegna
zalla e in essa in campo bianco l'arma del granducato di Lituania, cio un
cavalliero armato con una spada impugnata e alzata sopra la testa in atto di
menare; e dall'altra parte, dopo che furono incorporati al regno di Polonia,
portan l'aquila bianca in campo rosso.


Delle terre e distretti della Russia al regno di Polonia incorporate.

Varie sono l'opinioni cerca l'origine de' Roxolani over Ruteni, altramente
detti Russi; quali, secondo che trattando de' Sarmati e de' Poloni si  detto,
 cosa chiara esser ancor essi Sarmati e Slavoni e che da Iafet senza alcun
dubio descendono. Alcuni sono che se imaginano che dal color Russi si chiamano,
altri dall'esser in diverse parti dispersi, percioch rozsieia in lengua slava
dispersione significa; il che molto pi s'accosta al vero, essendo che essi
occupano tutta la Sarmazia europea e parte ancor della asiatica, e che le lor
colonie dal mar Glaciale al Mediterraneo o Adriatico e dal mar Maggiore al
Baltico oceano si distendono, per lo che sporii da' Greci, cio dispersi, fur
chiamati. Quali fossero i primi signori de' Ruteni sapere non si pu, non
essendo l'uso delle lettere tra loro, finch l'anno della nativit del nostro
Signore settecento e nonantasei fur dall'imperatore di Costantinopoli Michiel
Curopalato mandati a' Bulgari i carateri co' quai scriver dovessero, che fur da
tutti i Ruteni accettati, e si dettero da quel tempo in qua a far memoria con
scritture cos delle cose che si raccordavano esser passate come di quelle che
dopo successero. E la Russia da doi gran prencipi signoreggiata, che sono il
granduca di Moscovia, che si d titolo d'imperator di tutta la Russia,
percioch in essa possede assai ducati, e il re di Polonia, qual  anco signore
del granducato di Littuania e possede i ducati della Russia alla Lituania
incorporati: quello cio di Vitepsko, di Chiovia e di Mescislavio e altri de'
quali nella descrizione della Lituania trattato abbiamo. Ora, lassando questi
gi descritti, descriveremo l'altre regioni della Russia confinante con la
Polonia con tutte le lor cittade prencipali, nelle quali in gran parte sono
colonie de Poloni e i baroni e cavallieri son quasi tutti poloni, e la maggior
parte segueno i riti della romana religione, come sono i nobili e i cittadini;
ma i contadini e lavoratori viveno alla greca, la religione e riti de' quali
nella descrizione della Moscovia diffusamente avemo dimostrato.


Leopoli e Halicia terre.

Leopoli, citt famosa e metropoli della Russia, e al re di Polonia sottoposta,
fu da Leone prencipe de' Russi edificata.  questa citt di doppio muro, di
bastioni, d'argini, di profonda fossa, d'artegliaria e d'altri bellici
instrumenti fortificata e ben provista, e ha doi fortezze, o vogliam dir
castelli, uno nella citt e l'altro sopra un altissimo scoglio che signoreggia
tutta la cittade, scuopre dieci miglia di paese d'ogn'intorno. Rendono famosa
questa citt e la sede archiepiscopale e le grosse fiere che in essa si fanno,
oltre che anco il metropolitano di tutta la Russia la sua sede vi tiene. Vi
sono molte chiese che alla romana e molte che alla greca fanno; e anco gli
Armeni una chiesa della lor religione col suo prelato e sacerdoti vi hanno.
Halicia, grandissima citt di legno anticamente fatta, una dei ducati di
Russia,  in mezo a dui fiumi situata, percioch dalla Moldavia la divide il
fiume Prud e dall'altra banda  bagnata dal Tiras, detto volgarmente Nester, il
cui castello, pur fatto di legno, in cima a un alto colle  posto. Contengono
nel lor distretto queste doi cittadi: Zidacow in Pokutia, citt di legno, posta
in pianura appresso il fiume Striy, col castello in un colle eminente di buon
argine serrato. Grodex, serrata col suo castello in pianura da stagni
circonstanti, quattro miglia a Leopoli vicina. Busko, citt posta tra fangose
paludi dalle qual esce il fiume Bug, e per esso da Volynia nella Vistola
diverse mercanzie si portano, ed  da Leopoli distante miglia cinque. Striy e
Vizna, citt di legno e in pianura poste: la prima sopra un fiume dell'istesso
nome, e l'altra chiusa dalle paludi  ancor essa bagnata da un fiume del suo
nome. Sviatin, citt di legno e di buoni ripari circondata, con la Moldavia
confina e appresso li corre il fiume Prud;  luntana da Leopoli dodeci miglia.
Colomia, citt di legno, giace alle radice d'un monte appresso al fiume Prud e
in essa il sal si cuoce. Rohatin, citt di legno, in pianura di seraie
accerchiata, e appresso li passa la Rohatinka fiume, il cui castello situato
sopra un colle  d'ogni intorno dalle paludi e da' stagni chiuso, dieci miglia
da Leopoli luntano. Dolinia, castello di legno, serrato in mezo ai colli; e
Lubaczow, citt di legno collocata in pianura, col castello in mezo all'acqua
de paludi e de stagni edificato. I prencipali senatori di queste terre sono
l'arcivescovo di Leopoli, il palatino generale di Russia e i castellani di
Leopo, di Halicia e di Lubaczow. L'arma della terra di Leopoli  in campo
lazurino un leon fulvo in atto di montar sopra d'un sasso, e quella d'Halicia 
in campo rosso con l'ali aperte una monacchia coronata.


Belsa terra.

Belsa  citt di legno, grande e in pianura edificata, il cui castello  da
cos larghe paludi circondato che le saette de' predatori tartari giunger non
vi possono. Sokal, citt posta in pianura appresso il fiume Bug, ha il suo
castello di legno sopra un alto colle. Hrubyesow castello con la sua fortezza
in cima pur d'un colle  fabricato.  nell'istesso distretto la citt di
Hrodlo, d'acuti pali d'intorno serrata, il cui castello occupa un colle al
fiume Bog contiguo. Vi  medesimamente Graboniec, citt fatta di legno in capo
a una pianura, qual ha in cima a un colle altissimo una fortezza per natura e
per sito fortissima, essendo la sua salita montuosa e alpestre. Della istessa
sorte  anco Thissowice, ma non cos forte il suo castello. Doi sono i senatori
prencipali di questa provincia, cio il suo palatino e il castellano, e per
insegna porta un griffon bianco coronato in campo rosso.


Chelm e suo territorio.

Chelm, citt chiara per la sedia episcopale,  di grossa siepe di travi
circondata, col castello di legno e di creta smaltato, in cima a un colle che
per quattro miglia d'ogni intorno si scuopre. Crasmistaw, citt murata,
appresso a un grandissimo stagno, ha la sua fortezza in pianura di buone mura
fabricata, vicino alla quale passa il Viepr, fiume navigabile;  da Lublin
luntana sette miglia, e in essa fa residenza un regio capitano generale. Ratno
 citt grande di legno, posta tra larghissime paludi, e da Chelm sino ad essa
per strada di ventiquattro miglia si camina quasi sempre per ponti fatti a
mano; ha la sua fortezza in un colle eminente appresso il fiume Perepeto
navigabile, la qual dall'altra banda  dal fiume Tur e dalle fangose paludi
molto forte resa, e da tutte le parti l'andarvi  molto difficile.  la citt
di Liubowlia su le rive del Bug edificata; ancor essa ha in un colle alto il
suo castello. Il vescovo e il castellano di Chelm sono i senatori prencipali di
questa provincia. Porta per insegna in campo d'oro un orso che in mezo d'arbori
tre si mostra caminare.


Presmiliense territorio.

Presmilia  citt fatta di muro appresso al navigabil fiume San, chiara per la
sedia episcopale; la sua rocca  dall'altra banda del fiume, di grossi bastioni
ben fortificata, ove  un regio giardino pieno d'ogni sorte di fiere. Sambor 
citt di forte siepe di travi circondata, appresso il fiume Tira, con la sua
rocca all'Ungaria finitima. Drohobicz, citt di pianura fortificata con acuti
pali, , famosa per le minere del sale che ivi abondante si cava. Sanok, citt
di legno, da colli d'ogni intorno chiusa, sopra un de' quali  la sua rocca
murata. Przeworsk, sopra un colle edificata e di muro circondata,  posta
appresso il fiume Mleczka. Krosno  citt murata, intorno alla quale corre il
fiume Iasiolda, e un altro fiume detto Vislok li passa per mezo; e mezo miglio
indi luntano  la forte rocca de Camieniecz, posta sopra un eminente scoglio e
per sito e per arte quasi inespugnabile tenuta. Ha il territorio premiliense
tre prencipali senatori, il vescovo e il castellano di Presmilia e il
castellano sanocense. Nella sua insegna porta in campo azurino l'aquila d'oro
con doi teste e coronata.


Regione di Podolia.

Confina la Podolia, amplissima regione, di verso mezogiorno con la Moldavia e
con la Valacchia; dalla banda di levante ha larghissime campagne e disabitate
sino al fiume Tanai, alla palude Meotide e al mar Maggiore e sino ai luochi dei
Tartari precopensi.  questo paese fertilissimo di tutte le cose che dalla
terra nascono, onde, seminino pur i lavoratori i lor campi con quanta
negligenza possono,  tale la bont del terreno che per ogni uno cento ne
raccogliono; e ne' prati di maniera l'erbe crescono che appena si vedeno le
corna dei buo' che dentro vi vanno pascendosi. Con tutto questo la terra  dura
e carantosa, talmente che per ararla convengono giungere sotto un aratro sei
para di buo', che col frequente anelare mostrano la gran fatica che nell'ararla
fanno. Sono i suoi boschi abondantissimi di miele, percioch non  arbore
alcuno ogni poco sbusato che non sia pieno di perfetto miele. Non  paese
alcuno pi copioso d'armenti, gregi e fiere di questo. Fu anticamente da
Allani, da Goti, da Geti, da Cumani, da Poluvcii e da Rosolani abitato, e sin
ora vi sono alcune reliquie di Circassi appresso il Boristene.
Contiene questa regione molte citt e fortezze, le prencipali delle quali sono:
Camenez, citt con la Moldavia confinante e quasi per man divina tra scozese e
ruvinose rupi edificata, e ha sole doi porte, la cui rocca, cinta d'ogni
intorno dalla natura d'una perpetua rupe e d'una profondissima fossa ad arte
fatta circondata, con la giunta di molti bastioni  resa inaccessibile a'
nemici; come anco la citt  dalle sassose, continue e altissime rupe di sorte
chiusa che per molte pruove  stata inespugnabile conosciuta. Li corre appresso
il fiume Smotricz, ed  talmente dalle rupi serrata che, quantunque le case
siano altissime, non appareno per i lor tetti sopra le rupe che la serrano.
Assai volte da' Tartari, da' Valacchi e da' Turchi  stata tentata, ma sempre
con lor gran vergogna e strage ne son stati scacciati; ed  solo doi miglia da
Chochimia, fortezza importante della Moldavia, luntana. Bar, citt di grossi
pali a modo di siepe serrata, fu, col suo castello fatto di muro sopra un colle
di larghe paludi circondato, in pianura edificata da Buona, figliuola di
Giovanni Sforza duca di Milano e moglie di Sigismondo re di Polonia, qual
nomin Barri da una citt di Puglia della quale essa era signora. Miedzibosz,
citt di legno, insieme con la sua rocca giace tra larghissime paludi, n vi si
pu andare se non per i ponti fatti a questo effetto, ma con tutto questo 
spesso da' Tartari infestata. Brezania, castello di legno con la rocca di muro
in cima a un colle. Trebowla, citt posta a pi d'un altissimo monte, la cui
rocca  sopra un colle eminente fabricata. Chmielnik, citt di legno da pali
serrata, ha la rocca di legno in pianura appresso il fiume Bog, da Erodoto
chiamato Hipanis, e da Camenez venti miglia luntana. Braslaw e Vinnicka, citt
e rocche di legno di palificata e di fossa circondata, e appresso li corre il
fiume Bog. Sono questi doi luochi pi de tutti gli altri da' Tartari precopensi
travagliati, e possedono territorio grandissimo, portando nella lor insegna di
cinericio colore l'arma del granducato di Lituania.
La citt di Svinigrod con la sua rocca  di legno in piano edificata, intorno
alla quale sono per quelle compagne diversi forti, fatti per impedir le spesse
correrie de' Tartari. Passando poi oltra il Bog, le reliquie de' Circassi e de'
Canoncii abitano quelle larghissime e deserte campagne, nelle quali n fortezza
n colle n selva n monte alcun se vede, che per doicento miglia poloni sino
al Tanai alla palude Meotide, al mar Maggiore e a' Tartari precopensi si
distendeno. Ha la Podolia solo tre senatori prencipali, il vescovo di Camenez,
il palatino generale di Podolia e il castellano di Camenez, e per insegna in
campo bianco porta il sole da dodeci stelle circondato.

Non crediate, candidi lettori, che io abbia qui descritto tutto il regno
polono, perch ho solo fatta in questo luoco menzione delle provincie
prencipali, le quali gi eran ducati e ora in palatinati son redotte, e delle
citt e fortezze prencipali, nelle quali si tien ragione delle cause de'
nobili. Le qual provincie, oltre i luochi da me descritti, hanno molte e
frequentissime altre cittadi, fortezze, castelli cos del re come de' vescovi,
de' baroni e de' nobili poloni. E in ciascuno de' luochi da me disopra nominati
sono dal re mandati gli officiali a tenere ragione, come sono i capitanei
generali, che la persona regia rapresentano, i giudici, i sottogiudici, i
notari, i camerlenghi e i sottocamerlenghi. Tutti questi nelle cause civili de'
nobili sentenziano, ma le capitali o criminali d'ordine del re alla dieta
generale si remettono. Sono molti altri gli officiali regii, quali per brevit
qui non descrivo; sono anco nel regno di Polonia molti contadi, come il contado
di Tarnow, di Gorka, di Tencin, di Melstin, di Sidlowiecz e molti altri, che
per non esser troppo lungo qui tralasso.

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