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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume quarto.

Parte prima.



La lettera che mand Arriano, filosofo e istorico nobilissimo, all'imperadore
Adriano, nella qual racconta ci che si trova navigando d'intorno al mar
Maggiore.


Questo Arriano fu per sangue di Nicomedia, citt dell'Asia, e fior in Roma
ne' tempi d'Adriano, da cui fu sommamente amato e onorato;
scrisse la vita d'Epiteto filosofo e l'istoria d'Alessandro Magno.



All'imperador Cesar Traiano Adriano Augusto Arriano manda salute.

Venimmo a Trapezunte, citt greca, come dice quel gran Senofonte, posta sopra
il mare, populata da quelli di Sinopia, e con piacere guardammo il mare Eusino,
di l onde ancora Senofonte e voi il guardaste gi. E gli altari per
testimonianza vi restano ancora, li quali in verit furon fatti di mal pulita
pietra, e perci le scolpite lettere non vi si scorgono chiaramente, le quali
son greche, ma difettose, s come scritte da gente barbara ignorante. Io ho
dunque deliberato di rifar gli altari di pietra bianca, e d'intagliarvi lettere
con ben apparenti note. Evvi ancora una vostra imagine in piacevole atto, col
dito steso verso il mare, ma il lavoro n vi si simiglia n  per altro molto
bello, laonde mandatene una degna d'esser chiamata col vostro nome nel medesimo
atto, percioch il paese  attissimo ad eterna fama. Evvi ancora un tempio di
pietre quadre, non biasimevolmente edificato, ma la figura di Mercurio che v'
non  n al tempio n pure al medesimo paese convenevole: or, se vi par ben
fatto, mandatemene una di cinque piedi al pi, che cos fatta stimo io dovere
essere massimamente alla misura del tempio conveniente. Un'altra ancora me ne
potrete mandare di Filesio, di quattro piedi, percioch non mi par fuor di
ragione ch'esso sia nel medesimo tempio e nel medesimo altare col suo antico. E
di coloro che vi verranno alcuno a Mercurio, chi a Filesio, e chi all'uno e
all'altro far sacrificio, e insieme aggraderanno questi e quelli a Mercurio e
a Filesio: a Mercurio aggraderanno essi percioch onoreranno il suo
descendente, e a Filesio onorando il suo antico, nella maniera che ancora io in
questo luogo ho fatto magnifico sacrificio, non come Senofonte nel porto di
Calpe, il quale per difetto di bestie da sacrificare tolse dal carro un bue. Ma
que' medesimi della terra han fatto l'apparecchio non iscarsamente, e quivi
abbiamo avuta carne a gran dovizia, sopra quella ad onore degl'iddii bevendo
larghissimamente. Ora io so ben che non v' nascoso chi sia colui per la cui
felicit prima abbiamo fatte le nostre preghiere, essendo gi noto il nostro
costume, ed essendo voi consapevole a voi medesimo di meritare che ciascun
prieghi per la vostra felicit, ancora coloro che meno di me sono stati
beneficiati da voi.
Ora, movendoci da Trapezunte, la prima giornata arrivammo al porto d'Isso, e
facemmo esercitar que' pedoni che vi sono, percioch quivi una schiera di
vostra gente a pi, come sapete, dimora; e i venti cavalieri che sono al suo
servigio fu mestieri che ancora essi lanciassero le lancie loro. Quindi
navigammo da principio aiutati dalle matutine aure che spiravano da' fiumi e
da' remi insiememente, percioch le aure erano fredde, come dice ancora Omero,
e non bastanti a chi volesse far tosto; poi sopravenne bonaccia, in maniera che
i remi solamente ci aiutavano. Poscia una nube di repente levatasi si squarci
di verso sirocco massimamente, e mand gi impetuoso vento e a noi sommamente
contrario, il qual nondimeno sol ci fece utilit, percioch dopo poco cominci
il mare ad ondeggiare, in guisa che l'onde non pur per gli remi, ma sopra la
parte dinanzi della nave quinci e quindi discorrevano abondevolissimamente.
Questa in verit  cosa aspra da raccontare. E dall'una parte gittavamo fuori
l'acqua, dall'altra sopramontava, ma l'ondeggiare non era da traverso: e per
queste cagioni di forza, a gran pena e fatica ci sospingevamo co' remi, e dopo
molto affannare venimmo ad Atene, percioch nel Ponto Eusino  ancora un paese
che vien cos cognominato. E quivi  un tempio d'Atene, cio della dea Pallade,
fatto alla greca, onde a me par che sia disceso il nome di questa contrada, ed
evvi una certa rocca non guardata; e il porto a' suoi tempi capirebbe non molte
navi, e le potrebbe coprir dal vento ostro e da sirocco, e parimente i legni
che vi si mettessono conservar salvi da greco, ma non da tramontana n da certo
altro vento il quale in quel mar vien chiamato traschia, e in Grecia scirone.
Ma in su la notte duri tuoni e folgori discesono, e il vento non durava il
medesimo, ma si cangi in ostro e dopo poco in garbino, e alle navi pi non era
sicura la stanza. Prima adunque che al tutto il mar s'inasprisse, quante navi
poterono capire in quel luogo d'Atene tante l ne tirammo, fuor che la galea,
percioch essa, sospintasi sotto a certo sasso, sicuramente mareggiava. E ci
parve di mandarne molte a tirare in terra ne' vicini liti, e le vi tirarono, s
che tutte furono salve da una in fuori, la qual, mentre si vuol movere innanzi
al suo tempo, trovandola volta di costa soprapresela il mare, e spingendola in
terra la spezz: ma niente se ne perd, n pur le vele e gli arnesi della nave
e le persone si tolsero via salve, ma i chiovi ancora e la pece, s che per
rifarla non v'era di bisogno se non di legnami da navi, del quale come sapete
presso quel mare  copia grande. Questo tempo dur per due giorni, e fu
ragionevole, che non si conveniva che cos trapassassimo Atene, quantunque in
Ponto, come si farebbe alcun luogo disabitato e senza nome.
Quindi levati sotto l'aurora tentavamo il mare a traverso, ma, fatto d grande,
spirando un poco di greco compose il mare e acquetollo, e facemmo avanti
mezogiorno pi di cinquecento stadii, pervenendo ad Absaro, dove stanno al
continuo cinque coorti: e pagai il loro soldo, e viddi l'armi e il muro e la
fossa e la vittoaglia che v'era. Ma qual fosse il parer mio d'intorno a quelle
cose vi s' scritto nelle lettere latine. Or dicono che la contrada d'Absaro
alcuna volta gi si chiamava Absirto, per avere in questo luogo Medea ammazzato
Absirto, e la sua sepoltura vi si mostra; e che poi il nome si guast per gli
circonstanti popoli ignoranti, nella maniera ch'ancora molt'altri si son
guasti, s come dicono che Tiana di Cappadocia gi si nominava Toana, da Toante
re de' Tauri, il quale si ragiona essere venuto infino a questo paese
perseguitando Pilade e Oreste, e quivi infermatosi esser morto.
Or nel venir da Trapezunte trapassammo questi fiumi: l'Isso, onde vien detto il
porto d'Isso, il quale  lontano da Trapezunte stadii centoottanta; e l'Ofi, il
quale  lontano dal porto d'Isso infino a novanta stadii al pi, e parte il
paese de' Colchi dal Tiannico; poscia il fiume chiamato Psicheo, lontano
dall'Ofi forse trenta stadii; poi il fiume Calo, e questo ancora  lontano dal
Psicro trenta stadii. Seguita il fiume Rizio, il quale  lontano centoventi
stadii dal Calo; e un altro fiume chiamato Ascuro  da questo lontano trenta; e
un certo Adieno dall'Ascuro sessanta. Quindi ad Atene ha centoottanta stadii;
appresso d'Atene  Zagate, fiume lontano al pi sette stadii. Or, mossi
d'Atene, trapassammo il Pritane, dove ancora sono i reali palagi d'Anchialo e
questo  d'Atene lontano stadii quaranta. Al Pritane vien dietro il fiume
Pissite, e dall'uno all'altro sono novanta stadii, e da Pissite all'Arcabe
altri novanta, e dall'Arcabe all'Apsaro sessanta.
Or, levatoci dall'Apsaro, trapassammo l'Acampsi di notte, il quale  lontano
dall'Apsaro quindici stadii. Ma il Bate fiume n' da questo lontano
settantacinque, e l'Acinase da Bate novanta, e novanta dall'Acinase l'Ise: e
ricevono navi e l'Acampse e l'Ise, e in sul far del giorno mandano fuor da loro
possenti aure. Dopo l'Ise trapassammo il Mocro: novanta stadii sono tra il
Mocro e l'Ise, e questo anco riceve navi. Quindi navigammo al Fase, che n'
lontan novanta dal Mocro, il quale ha fra quanti fiumi io ho veduti giamai
leggierissima l'acqua, e che massimamente cangia colore. La leggierezza in
verit potrebbe alcun comprender dal peso, e di pi ancora da questo, che
sopranuota nel mare senza mischiarvisi, s come dice Omero che 'l Titaresio
trascorre dal di sopra del Penio a guisa d'olio: e se ne poteva prendere
esperienza con l'urna al sommo del trascorrente fiume attingendo acqua dolce,
e, cacciandola a fondo, salsa. Or tutto il mar Ponto ha l'acqua troppo pi
dolce che 'l mar di fuori, e di ci sono cagione i fiumi, li quali per
grandezza e per moltitudine sono senza misura. L'argomento della sua dolcezza
(se pur le cose apparenti a' sentimenti hanno bisogno d'argomento)  che color
che v'abitan d'intorno tutti gli animali loro che pascono cacciano al mare, e
in esso gli abbeverano, e bevendone si vede che ne stanno molto bene: e dicesi
per fermo che cotal beveraggio  loro pi giovevole che quello di dolce acqua.
E il colore del Fase  come quel del piombo o dello stagno bagnato, ma messo a
posarsi diventa chiarissimo. Stimasi ancora che color che navigan per il Fase
non debbano con esso loro portare acqua, e raccontasi che, come cominciano a
toccar del fiume, versano e gittano via quant'acqua hanno in nave: il che non
facendo, si dice per fermo che coloro che mettono questa cosa a non calere non
capitano bene nel loro viaggio. E l'acqua del Fase non si corrompe, ma sta in
istato oltre al decimo anno, fuor solamente che diventa pi dolce.
Ora a coloro ch'entrano nel Fase a sinistra sta la dea Fasiana, ed  questa, se
dall'abito s'argomenta, una cosa medesima con la dea Rea, percioch ha il
ciembalo in mano e i leoni al seggio, e siede nell'atto di quella ch' ad Atene
nel suo tempio chiamato Metroo, fatta per mano di Fidia. Quivi ancora si mostra
l'ancora d'Argo e l'ancora del ferro che vi si mostra non mi pare antica: e di
grandezza non  secondo l'ancore d'oggi, e la forma  alquanto diversa, pur mi
par pi nuova essere di tanto tempo. Mostransi anche certi pezzi d'un'altra di
pietra antichi, s che questi pi tosto si mostrano dover potere essere
reliquie dell'ancora d'Argo. Quivi non ha alcun'altra memoria di ci che si
favoleggia di Giasone. La rocca, nella quale stanno quattrocento eletti
soldati, mi parve essere fortissima per la natura del luogo, ed esser posta in
parte attissima per la sicurt di coloro che vi vanno: e intorno al muro 
doppia la fossa, e l'una e l'altra assai ben larga. Il muro era gi di terra e
vi soprastavano torri di legno; ora  di mattoni cotti ed esso e le torri, ed 
ben fondato, e gli ordigni da guerra sono apparecchiati: e, per dirlo in poche
parole, il luogo d'ogni cosa  guarnito, in guisa che niun de' barbari non
ardisce d'appressarvisi, non che di metter coloro che lo guardano in timor
d'assedio. Ma conciofossecosach fosse convenevole che le navi vi potessino
stare in sicuro, e quanto di fuor della rocca  abitato da gente che non 
scritta alla milizia e da certi altri mercanti, mi parve dalla fossa doppia, la
quale cerchia il muro, stenderne un'altra infino al fiume, la quale circonder
il luogo dove dimoran le navi e le case che sono di fuor della rocca.
Or, da Fase partiti, trapassammo il fiume Cariente, che riceve navi: infra i
due fiumi sono novanta stadii; e dal Cariente infino al fiume Cobo ne navigammo
altri novanta, dove ci fermammo: ma il perch e tutto quello che quivi facemmo
potrete leggere nelle lettere latine. Dopo il Cobo trapassammo il fiume
Singame, per lo quale si pu navigare, ed  lontano dal Cobo ducentodieci
stadii al pi. Dietro al Singame  il fiume Tarsura: fra essi sono centoventi
stadii; e il fiume Ippo n' lontano dal Tarsura centocinquanta, e trenta
l'Astelefo dall'Ippo, il quale trapassato venimmo a Sebastopoli dopo centoventi
stadii. E partiti da Cobo vi giugnemmo avanti mezogiorno, s che il medesimo
giorno pagammo le genti, e vedemmo l'armi e i cavalli, e i cavalieri salire a
cavallo, e gl'infermi e la vettoaglia, e andammo intorno al muro e alla fossa:
e sono dal Cobo insino a Sebastopoli seicentotrenta stadii, e da Trapezunte
duemiladucentosessanta. E Sebastopoli anticamente si chiamava Dioscuriade, e fu
populata da quei di Mileto. Le genti che quivi pervenendo trapassammo sono
queste. Con quei di Trapezunte, come ancora dice Senofonte, confinano i Colchi,
e coloro li quali egli dice essere battaglievolissimi e nimichevolissimi a quei
di Trapezunte Drilli gli nomina egli, ma a me par che sieno i Sanni, percioch
ancora infino al presente essi sono cos fatti, e abitan forte paese e sono
senza signore, e gi erano tributarii de' Romani, ma come rubatori non pagavano
compiutamente il tributo: ma ora con l'aiuto di Dio compiutamente il
pagheranno, o nol facendo gli metteremo a ruba. A costoro seguitano i Macheloni
e gli Eniochi: loro re  Anchialo. Appresso seguono i Zidriti, ubidienti a
Farasmano; a' Zidriti i Lazi, e de' Lazi  re Malassa, il quale tien il reame
da voi; a' Lazi gl'Apsili, donde  re Giuliano, fatto da vostro padre. Dopo
gl'Apsili sono gli Abaschi: il loro re  Resmaga, il qual pur da voi tiene il
reame; dopo li Abaschi i Sanigi, dov' posta Sebastopoli: e Spadaga  per voi
re de' Sanigi.
Ora infino all'Apsaro navigammo verso levante a destra del mare Eusino: e
l'Apsaro mi pare essere il fine della lunghezza del Ponto, percioch di quindi
gi cominciammo a piegare verso tramontana infino al fiume Cobo, e di l dal
Cobo infino al Singame. Ma dal Singame ci andammo volgendo nel sinistro lato
del Ponto infino al fiume Ippo. Or dall'Ippo infino all'Astelefo e a
Dioscuriade riguardammo il monte Caucaso: l'altezza al pi  come quella delle
Alpi di Francia, e si mostra in certo giogo del Caucaso ch'ha nome Strobilo,
dove si favoleggia che Prometeo fu appiccato da Vulcano, secondo il
comandamento di Giove.
Or questo  quello che si trova venendo dal Bosforo tracio infino alla citt di
Trapezunte. Il tempio di Giove Urio  lontano da Bizanzio centoventi stadii, e
quivi  quella strettissima come si chiama bocca del Ponto, per la quale esso
entra nella Propontide: e queste cose dico io a voi che ottimamente le sapete.
E a chi naviga dal tempio a destra occorre il fiume Reba, lontano dal tempio
nonanta stadii, poi per centocinquanta capo Melano, cos chiamato. Da capo
Melano al fiume Artane, dov' porto per picciole navi presso al tempio di
Venere, sono altri centocinquanta stadii, e dall'Artane al fiume Psile pur
centocinquanta: e vi si potrebbono fermare sicure le navi picciole sotto un
sasso che sporge in fuori, non lungi di l dove il fiume mette in mare. Quindi
al porto di Calpe ha ducento e dieci stadii, e il porto di Calpe qual paese si
sia e qual porto, e come in esso  fonte di fresca e chiara acqua, e selve
presso al mar di legnami da navi che sono abondevoli di selvagine, queste cose
tutte si raccontano dal vecchio Senofonte. Dal porto di Calpe a Roa sono venti
stadii, dove ha porto per picciole navi da Roa ad Apollonia, picciola isola
poco lontana da terra, vi sono altri venti (nell'isola ha porto), e quindi a
Chele pur venti. Da Chele centoottanta infin dove 'l fiume Sangario mette in
mare; quindi alle foci dell'Ippio altri centoottanta; dall'Ippio al Lillio
mercato cento, e da Lillio all'Eleo sessanta. Quindi ad un altro mercato
chiamato Caleta centoventi; da Caleta al fiume Lico 80, e dal Lico ad Eraclea,
citt discesa da' popoli doriesi di Grecia, populata da' Megaresi, sono venti
stadii: ad Eraclea  porto. E da Eraclea infino a quel luogo che si chiama il
Metroo ottanta stadii; quindi al Posideo quaranta, e quindi a Tindaridi
quarantacinque, e quindi a Ninfeo quindici, e dal Ninfeo al fiume Ossina
trenta, e da Ossina a Sandaraca novanta, porto di picciole navi. Quindi a
Crenidi sessanta, e da Crenidi a Psilla mercato trenta; quindi a Tio, citt
posta sopra 'l mare, greca ionica, popolata ancor essa da' Milesii, da novanta.
Da Tio al fiume Billeo venti, e dal Billeo al fiume Partenio cento: infino a
qui tengono i Bitini, popoli di Tracia, de' quali fa menzione Senofonte nel suo
componimento ch'erano infra tutti gli Asiani battaglievolissimi, e che l'oste
de' Greci in queste contrade pat molto, poi che gli Arcadi non vogliono pi
esser dalla parte di Chirisofo e di Senofonte. Da qui inanzi comincia
Paflagonia.
Dal Partenio infino ad Amastre, citt discesa da' Greci, vi sono stadii
novanta, dove ha porto; quindi agli Eritini sessanta, e dagli Eritini a Cromna
altri sessanta. Quindi a Citoro novanta (in Citoro ha porto), e da Citoro agli
Egiali sessanta, e a Timena novanta, e a Carabe centoventi; quindi a Zefirio
sessanta. Da Zefirio al Tico d'Abono, ch' picciola citt dove ha stanza non
molto sicura (ma se gran tempesta non molto durasse vi potrebbono le navi
dimorar senza danno), son centocinquanta stadii, e da Tico d'Abono ad Eginete
altri centocinquanta. Quindi a Cinole mercato sessanta, e a Cinole a certa
stagione ha gran fortuna; e da Cinole a Stefane centoottanta, dove ha stanza
sicura da navi. Da Stefane a Potami centocinquanta; quindi a capo Lepto
centoventi, e da capo Lepto ad Armene sessanta, dov' porto (e Senofonte fa
menzione d'Armena). Quindi a Sinope sono quaranta stadii (quei di Sinope
vennero da Mileto); da Sinope a Carusa centocinquanta, dove ha mala stanza da
navi, e quindi a Zagara altri centocinquanta, e quindi al fiume Ali trecento.
Questo fiume gi era il confine infra il reame di Creso e quel de' Persiani, ma
ora corre sotto la signoria de' Romani, non da mezod come dice Erodoto, ma da
oriente, e mettendo in mare viene a partire le cose de' Sinopei da quelle degli
Amiseni. Dal fiume Ali a Naustatmo sono novanta stadii, dove ha una palude;
quindi ad un'altra palude di Conopeo cinquanta, e da Conopeo ad Eusena
centoventi. Quindi ad Amiso centosessanta: Amiso siede sopra 'l mare, citt
discesa da' Greci, da quelli che vi vennero d'Atene. D'Amiso ad Ancone porto,
dove l'Iri mette in mare, son centosessanta stadii, e dalle foci dell'Iri ad
Eracleo porto trecentosessanta. Quindi quaranta al fiume Termodonte: questo 
il Termodonte dove si dice che stettono l'Amazoni. Dal Termodonte al fiume Beri
sono novanta stadii, e quindi a fiume Toari sessanta, e dal Toari ad Enoe
trenta. Da Enoe al fiume Figamunte quaranta; quindi alla rocca Fadisana
centocinquanta; quindi alla citt Polemonio dieci. Da Polemonio a capo chiamato
Giasonio centotrenta; quindi all'isola de' Cilici quindici, e dall'isola de'
Cilici a Boone settantacinque: in Boone ha porto. Quindi in Cotiore novanta: di
questa citt fa menzion Senofonte e dice che fu populata da quelli di Sinope;
ora  non molto gran villaggio. Da Cotiore al fiume Molantio sono al pi stadii
sessanta; quindi ad un altro fiume Farmateno centocinquanta, e quindi a
Farnacea centoventi: questa Farnacea anticamente si chiamava Ceraso; essa fu
ancor populata da que' di Sinope. Quindi all'isola Arrentiade son trenta
stadii, e quindi a Zefirio porto centovinti; da Zefirio a Tripoli nonanta.
Quindi agli Argirii venti, dagli Argirii a Filocalea nonanta; quindi a Coralli
cento, e da Coralli a monte Iero centocinquanta, e da monte Iero a Cordile
porto quaranta, e da Cordile ad Ermonassa quarantacinque, dove ha ancora porto,
e da Ermonassa a Trapezonte sessanta. Qui voi fate far porto, percioch prima
quanto durava il mar commosso a certa stagion dell'anno vi solean fermar le
navi. Or quanto spazio sia da Trapezonte infino a Dioscuriade gi s' detto
contando di fiume in fiume, che messi insieme fanno da Trapezunte a
Dioscuriade, ch'ora si chiama Sebastopoli, duemiladucentosessanta stadii.
Questo  quel che si trova da coloro che a destra navigano da Bizanzio infino a
Dioscuriade, la quale  stanza de' soldati romani, e il termine della signoria
di Roma navigando dalla destra del Ponto.
Ma poi ch'io seppi che Coti, re del Bosforo chiamato Cimerio, era morto, ho
posto cura descrivendo farvi ancora chiaro il viaggio infino al detto Bosforo,
accioch, se per aventura pensaste alcuna cosa intorno al detto Bosforo,
possiate meglio queste cose sappiendo deliberare. Adunque a chi parte da
Dioscuriade il primo porto dovr essere in Pitiunte, dopo trecentocinquanta
stadii, quindi alla Nitica centocinquanta, dove anticamente stava gente scizia
della quale fa menzione Erodoto scrittore, e dice costoro esser coloro che
mangiano i pedocchi: e in verit ancora infino al presente questa ferma
opinione regna di loro. E dalla Nitica al fiume Abasco sono novanta stadii, e
il Borgi n' lontano dall'Abasco centoventi, e il Neside dal Borgi, dov' capo
Eracleo, sessanta. Dal Naside a Masaitica novanta; quindi ad Acheunte sessanta,
il qual fiume parte i Zinchi da' Sanichi: Stachenface  re de' Sanichi, e da
voi riconosce il reame. Dall'Acheunte a capo Eracleo son centocinquanta stadii;
quindi a certo capo dove ha sicurt dal vento traschia e da borea centoottanta;
quindi a quella che si chiama l'Antica Lazica centoventi; quindi all'Antica
Acaica centocinquanta, e quindi a porto Pagra trecentocinquanta, e da porto
Pagra a porto Iero centoottanta. Quindi a Sindica trecento, e da Sindica al
Bosforo chiamato Cimerio e a Panticapeo, citt nel Bosforo,
cinquecentoquaranta. Quindi al fiume del Tanai sessanta, il qual si dice che
parte l'Europa dall'Asia, e venendo dalla palude Meotide entra nella marina del
Ponto Eusino. Ma Eschilo, nella sua tragedia il cui titolo  Prometeo slegato,
mette il Fase per confin dell'Asia e dell'Europa, percioch esso introduce i
Titani cos parlare a Prometeo: "O Prometeo, noi qui siamo venuti a vedere
questi tuoi gravosi affanni e questo alto dolor de' tuoi legami"; poi
raccontano di quanto lunge sieno venuti, e come hanno passato il gran doppio
confin Fase, quindi della terra d'Europa e quinci d'Asia. Or la detta palude
Meotide si dice che gira d'intorno a nove migliaia di stadii. Ora, a venir da
Panticapeo infino in sul mare, ad una villa che v' detta Cazeca, sono
quattrocento e venti stadii; quindi alla disabitata citt di Todosia
ducentoottanta: essa ancora anticamente discesa degli Ioni greci, populata da'
Milesii, e di lei si fa memoria in pi scritture. Quindi al porto de'
Scitotauri, non usato, ha dugento stadii, e quindi ad Almitide nella Taurica
seicento, e da Lambade a porto Simbolo, il quale ancora esso  in Taurica,
cinquecentoventi; e quindi al Cherroneso della Taurica centoottanta, e dal
Cherroneso al Cercinete seicento, e da Cercinete a porto Calo, il quale 
scitico anche esso, altri settecento, e da porto Calo a Tamiraca trecento. E
dentro da Tamiraca  una palude non molto grande, e quindi infino dove sgorga
la detta palude sono altri trecento stadii, e quindi ad Eoni trecentoottanta, e
quindi al fiume Boristene centocinquanta. E chi naviga su per lo fiume trova
una citt discesa da' Greci, il cui nome  Olbia. Or dal Boristene ad una certa
isoletta disabitata e senza nome sono stadii sessanta, e quindi ad Odesso
ottanta, dove ha porto. Dopo Odesso seguita il porto degli Istriani per
ducentocinquanta stadii, e per cinquanta il porto degli Isiaci, e quindi alla
bocca dell'Istro che si chiama Psilo milleducento: quanto  fra mezo disabitato
 e senza nome.
Navigando dirittamente da questa bocca per tramontana, in disparte in alto mare
 una isola, la quale alcuni chiamano l'isola, altri il Corso d'Achille, e chi
la Leuca, cio la bianca isola, per lo suo colore: si dice che Teti la lasci
al figliuolo e che Achille vi sta, ed evvi un tempio e una figura d'opera
antica. E l'isola  senza uomini, dove pascono non molte capre, le quali si
dice che tutti coloro che v'arrivano le consagrano ad Achille. E nel tempio vi
si veggono molt'altri doni, vasallamenta e anella, e delle pi preciose pietre:
tutti questi presenti si fanno ad Achille; e vi si leggono scritture, quali
latine e quali greche, che sono composte in diverse maniere de versi in lode
d'Achille, e havene alcune che lodan Patroclo, percioch ancora onorano
Patroclo in compagnia d'Achille tutti coloro che si procacciano il favore
d'Achille. E nell'isola conversano molti uccelli morgoni e fulichette e
cornacchie marine senza numero, e questi uccelli servono nel tempio d'Achille:
ciascuno giorno la mattina per tempo volano al mare, e poi, avendovisi bagnate
l'ale, tosto rivolano al tempio e lo vanno spruzzando, e accioch sia netto
alcuni lo vanno spazzando con l'ale. Sono ancora alcuni che raccontano che
coloro che vanno alla detta isola portano con esso loro bestie da sacrificare
da vantaggio, delle quali parte n'amazzano in sacrificio, parte ne lasciano
vive sacre ad Achille. Ora avviene ch'alcuni altri per fortuna vi capitano
senza bestie, e se loro piace di far sacrificio ad Achille gli dimandano di
quelle bestie che pascono, quelle dico che loro pi vanno per l'animo, e
insiememente gittano davanti all'altare tanto quanto par lor conveniente per lo
prezzo di quelle dimandate ed elette bestie. Se il dio il contende (percioch
dicono che s'odono le risposte) aggiungono moneta al prezzo; quando il consente
vengono ad intendere che l'hanno pagate giustamente: e la comperata bestia per
se stessa si viene a fermare nel tempio senza pi fuggir via; e che molta
moneta  nel tempio de' prezzi di tali animali. Dicono ancora che a coloro che
son portati all'isola o che vi vengono, poi che cominciano ad appressarvisi,
appare Achille in sogno e mostra loro dove debbano arrivare per pi agevolmente
prender terra. Alcuni ancora ardiscono di dire che lor sia visibilmente
apparito sopra la vela o sopra la sommit dell'antenna, a guisa di Castore e di
Polluce, e che solo Achille in ci fa meno che non fanno i detti figliuoli di
Giove, Castore e Polluce, ch'essi vengono ad aiuttar tutt'i naviganti e
apparendogli salvano, ma costui solamente a chi s'avicina all'isola sua. Non
manca ancor chi affermi che Patroclo gli sia pure in sogno apparito. E queste
cose dell'isola d'Achille ho scritte per averle udite parte da chi v' stato,
parte da chi l'ha intese e credute ad altri: e a me paiono non indegne di
credenza, percioch io mi fo a credere Achille dovere essere cos ben santo
come alcuno altro prendendo argomento dalla nobilit e dalla bellezza e dal
valor dell'animo, e per esser morto giovane, e per aver di lui cantato Omero, e
avendo amato per amore in guisa che ne volle morire ed essere stato amico
dell'amico.
Dalla bocca dell'Istro chiamata Psilo alla seconda sono stadii sessanta, e
quindi a quella che si dice Calo quaranta; al Narico, che cos si chiama la
quarta, sessanta; quindi alla quinta centoventi, e quindi ad Istria citt
cinquecento. Quindi a Tomea trecento; da Tomea a Callancia altri trecento, dove
ha porto. Quindi al porto de' Cari centoottanta, e il paese d'intorno al porto
si nomina Caria. Dal porto de' Cari a Tretisiade centoventi; quindi al paese
disabitato de Bizi sessanta, e da Bizi a Dionisopoli ottanta. Quindi a Odesso
porto ducento; da Odesso a pi di monte Emo, che perviene insino in sul mare,
trecentosessanta, dove pure  porto. E da Emo alla citt di Mesimbria con porto
novanta, e da Mesimbria ad Anchialo citt, e da Anchialo ad Apollonia,
centoottanta. Tutte queste citt sono state da' Greci populate, in Iscizia, a
sinistra di chi va nel mar Pontico. E d'Apollonia al Cherroneso, dove ha porto,
son sessanta stadii, e dal Cherroneso al muro d'Auleo 250, e quindi al lito di
Tiniade centoventi, e da Tiniade a Salmideso ducento. Di questa contrada fa
menzione il vecchio Senofonte, e infino a qui dice che venne l'oste de' Greci
della quale era duce, quando l'ultima volta milit con Seuta di Tracia, e molte
cose scrisse della malagevolezza di questo paese quanto  a' porti, e che quivi
perd le navi per fortuna, e che i vicini Traci combatterono con loro per lo
rompimento delle navi. Da Salmadeso a Frigia sono trecentotrenta stadii; quindi
alle Cianee trecentoventi: queste sono quelle isole Cianee le quali i poeti
fingono alcuna volta essere andate errando, e che per mezo fra lor pass la
prima nave Argo, la quale men Giasone da Colchi. Dalle Cianee al tempio di
Giove Urio, dov' la bocca del Ponto, sono stadii quaranta; quindi al porto che
si chiama della Furiosa Dafne pur quaranta; da Dafne a Bizanzio ottanta. Questo
 quanto  da Bosforo Cimerio infino al Bosforo di Tracia e alla citt di
Bizanzio.

Il fine della lettera di Arriano
della sua navigazione d'intorno al mar Maggiore


Aldus Manutius Romanus Iacobo Sanazaro patritio Neapolitano et equiti
clarissimo S.P.D.


Georgius Interianuas Genuensis, homo frugi, venit iam annum Venetias, quo cum
primum adplicuit, etsi me de facie non cognosceret nec ulla inter nos
familiaritas intercederet, me tamen officiose adiit, tum quia ipse benignus est
et sane quam humanus, tum etiam quia Daniel Clarius Parmensis, vir utraque
lingua doctus et qui in urbe Rhacusa publice summa cum laude profitetur bonas
literas, ei ut me suo nomine salutaret iniunxerat, mihique statim sic factus
est familiaris ac si vixisset mecum. Est enim homo, ut nosti, facetus ac
integer vitae et doctorum hominum studiosissimus. Tum visus est mihi Homeri
Ulisses alter: nam et ipse

polln d'anthrpon den stea, ka non gno,
poll d'o gh'en pnto pthen lghea on kat thymn

Non miror igitur si et tu plurimum eo homine delectaris, et Pontanus, vir
doctissimus ac aetate nostra Vergilius alter, et Politianus olim, multi homo
studii ac summo ingenio, qui etiam in Miscellaneis suis de eo ipso Georgio
meminit, delectatus est. Is vulgari lingua libellum de eorum Sarmatarum vita et
moribus composuit, qui a Strabone et Plinio et Stephano Zygi appellantur, qui
ultra Tanaim fluvium et Maeotin paludem habitant orientem versus, eumque ad me
misit imprimendum hac lege, ut ubicunque opus esset emendarem. Sed ego immutavi
tantum quod in ortographia peccare videbatur: caetera, ut maior fides historiae
haberetur, dimisi ut ipse composuit. Ipsum autem libellum, quoniam gratissimum
tibi fore existimamus tum ipsa historia tum summo ipsius Georgii in te amore,
ad te mittimus. Simul ut hac ad te epistola peterem, ut quae et latina et
vulgari lingua docte et eleganter composuisti ad me perquam diligenter
castigata dares, ut excusa typis nostris edantur in manus studiosorum, quam
emendatissima et digna Sanazaro. Nam quae impressa habentur valde sunt
depravata ab impressoribus.
Vale, vir doctissime suavissimeque, et me fac diligas quemadmodum facere te
accepi a Marco Musuro, Cretensi iuvene, et latine et graece oppidoque erudito
atque utriusque nostrum amantissimo.

Venetiis, XX Octobris DII.



Giorgio Interiano genovese a messer Aldo Manuzio romano della vita de' Zichi,
chiamati Ciarcassi.


Perch vi ho conosciuto molto amator di virt e diligente indagatore di gesti e
costumi alieni, avendo io da pi anni in qua premeditato e contemplato la
natura e condizione del sito e vivere di Ciarcassi e Sarmazia, non m' parso
cosa indegna raccoglier insieme molte loro estranee e notabili maniere e
drizarle pi tosto a voi, come a ingeniosissimo e dotto, il quale, meritando
punto l'opera d'essere produtta a luce, avete pi facult e di correggerla e
castigarla e farla imprimere pi diligentemente che niuno altro. Non solum dico
per simili opere minime e infime, ma etiam per ogn'altra quantunque dignissima.
Sich vi dedico l'opera tale quale  e la rimetto tutta a voi, el quale prego
non li rincresca rileggerla ed emendarla, ch'io so ch'ella ne deve aver
bisogno, e massime in ortografia, perch sappialo ognuno ch'io non ebbi mai
ventura d'imparare n mediocri littere n artificii d'eleganzie. Ma s'io veder
che per lo stile indotto l'opra non manchi del tutto essere gradita, ho in
animo, se 'l tempo mel conceder, con quanta pi verit me sar possibile,
scrivere e produrre molt'altre cose notabili ed egregie, intese, viste e
palpate in diverse regioni del mondo, le quali son certo non solum daranno
diletto, ma etiam in qualche parte admirazione a chi l'ascolter. State sano.

Zichi, in lingua vulgare, greca e latina cos chiamati e da' Tartari e Turchi
dimandati Ciarcassi, in loro proprio linguaggio appellati Adiga, abitano dal
fiume della Tana detto Don su l'Asia tutta quell'ora maritima verso el Bosforo
Cimerio, oggid chiamato Vospero e bocca di San Giovanni, e bocca del mar
Ciabachi e del mare di Tana, antiquitus palude Meotide; indi poi fora la bocca
per costa maritima fin appresso al cavo di Bussi per sirocco verso el fiume
Fasi, e quivi confinano con Avogasia, cio parte di Colchide. E tutta lor
costiera maritima, fra dentro la palude predetta e fora, pu essere da miglia
500; penetra fra terra per levante giornate 8 o circa in el pi largo. Abitano
tutto questo paese vicatim, senz'alcuna terra o loco murato, e loro maggiore e
migliore loco  una valle mediterranea piccola chiamata Cromuc, meglio situata
e abitata che 'l resto. Confinano fra terra con Sciti, cio Tartari. La lingua
loro  penitus separata da quella di convicini, e molto fra la gola. Fanno
professione di cristiani, e hanno sacerdoti alla greca. Non si battezano se non
adulti d'otto anni in su, e pi numero insieme, con simplice asperges d'acqua
benedetta a lor modo e breve benedizione di detti sacerdoti. Li nobili non
intrano in chiesa se non hanno 60 anni, che, vivendo di rapto come fanno tutti,
li pare non essere licito e crederiano profanare la chiesa. Passato detto tempo
o circa lasciano il robare, e allora intrano a quelli officii divini, i quali
etiam in gioventute ascoltano fora su la porta de la chiesa, ma a cavallo e non
altramente. Le loro donne parturiscono su la paglia, la quale vogliono sia el
primo letto de la creatura; poi, portata al fiume, quivi la lavano, non ostante
gelo o freddo alcuno, molto peculiare a quelle regioni. Impongono alla ditta
creatura el nome de la prima persona aliena quale entri dopo lo parto in casa,
e se  greco o latino o chiamato alla forestiera l'aggiungono sempre a quel
nome uc, come a Pietro Petruc, a Paulo Pauluc etc. Essi non hanno n usano
lettere alcune, n proprie n straniere. Loro sacerdoti officiano a suo modo,
con parole e carattere greche, senza intenderle; quando li accade far scriver
ad alcuno, che raro lo costumano, fanno far l'officio a Iudei per la maggior
parte, con lettere ebree, ma lo forzo mandano l'uno a l'altro ambasciatori a
bocca.
Fra loro sono nobili e vasalli e servi o schiavi; li nobili tra li altri sono
molto reveriti, e la maggior parte del tempo stanno a cavallo. Non patiscono
che li sudditi tengano cavalli, e se a caso un vasallo allieva alcun polledro,
cresciuto ch', di subito gli  tolto dal gentiluomo e datogli bovi per contra,
dicendogli: "Questo t'aspetta, e non cavallo". Fra loro sono di detti nobili
assai signori di vassalli, e viveno tutti senza subiezione alcuna l'uno a
l'altro, n vogliono superiore alcuno se non Dio, n tengono veruno
administratore di iustizia n alcuna legge scritta: la forza o la sagacit o
interposite persone sono mezi di loro litigii. D'una gran parte di detti nobili
l'un parente amazza l'altro, e il pi delli fratelli; e s presto che l'un
fratello ha morto l'altro, la prossima notte dorme con la moglie del defunto,
sua cognata, perch se fanno licito avere etiam diverse moglie, quale tengono
poi tutte per legitime. Subito che 'l figlio del nobile ha doi o tre anni, lo
danno in governo ad uno delli servitori, il qual lo mena ogni d cavalcando con
un archetto piccolo in mano, e come vede una gallina o uccello o porco o altro
animale, l'insegna a saettare; poi, diventando pi grande, esso medemo va a
caccia dentro da li loro proprii casali a detti animali, n il suddito ardiria
farli alcun ostaculo. E fatti che sono uomini, la loro vita  continuo a la
preda di fiere selvatiche, e pi di domestiche, ed etiam di creature umane.
Loro paese per la maggior parte  palustre, molto occupato di cannuccie e
calami, de la radice di quali s'accoglie el calamo aromatico; le quali palude
procedeno dai gran fiumi del Tanai, similiter oggi cos chiamato, e Rombite
detto Copa, e pi altre grosse e piccole fiumare, quale fanno molte bocche e
quasi infinite paludi, come s' detto, fra le quali sono fatti assai meati e
transiti; e cos furtivamente per simili passi secreti insultano i poveri
villani e gli animali, delli quali con li proprii figliuoli ne portano la pena,
per che, straportati d'un paese in un altro, li barattano e vendeno. E
imperoch in quel paese non s'usa n corre alcuna moneta, massime nelli
mediterranei, li loro contratti se fanno a boccassini, ch' una pezza di tela
da fare una camisa: e cos ragionano ogni lor vendita, e aprezzano tutta la
mercanzia a boccassini. La maggior parte di detti popoli venduti sono condotti
al Cairo in Egitto, e cos la fortuna li transmuta dai pi sudditi villani del
mondo a de li maggiori stati e signorie del nostro secolo, come soldano,
armiragli etc. Loro vestimenti di sopra sono de feltro, a guisa de peviali de
chiesa, portandolo aperto d'una delle bande per cacciare lo destro brazzo fora;
in testa una beretta etiam de feltro in forma d'uno pane di zuccaro. Sotto
detto manto portano terrilicci cos chiamati de seta o tela, affaldati e rugati
da la centura in gi, quasi simili a le falde de l'antica armatura romana;
portano stivali e stivaletti l'uno sopra l'altro, assettati e molto galanti, e
calzebrache di tela larghe. Portano mostacchii di barba longhissimi. Portano
etiam continuo allato quest'altre artegliarie, cio fucino da foco, in uno
polito borsoto di corio fatto e recamato da loro donne. Portano rasoro e cota
de pietra da affilarlo, con il quale si radeno l'un l'altro la testa, lasciando
sul vertice un lineo de capelli longo e intrecciato, ch'alcuni voglion dire sia
per lasciare appiglio alla testa, se a loro fussi tagliata, acci non sia
imbrattata la faccia con le mani sanguinenti e brutte de l'omicida. Si radeno
etiam lo pettenale, sempre che siano per combattere, dicendo che saria vergogna
e peccato essere visto morto con peli in tal loco. Gettano foco a case de'
nimici, qual tutte sono di paglia, attaccati solfarini accesi a freze.
Tengono in case coppe d'oro grande da 300 fin in 500 ducati, dico li potenti, e
ancora d'argento, con le quali beveno con grandissima ceremonia, in uso pi al
bevere che a molt'altri loro apparati, bevendo continuo e a nome di Dio e a
nome di santi e di parenti e d'amici morti, commemorando qualche gesti egregii
e notabile condizione con grandi onori e riverenzie, quasi come sacrificio, e
con lo capo sempre scoperto per maggiore umilit. Dormeno con la lorica, cos
da loro chiamata, ch' camisa di maglia, sotto la testa per guancial, e con
l'arme appresso, e levandosi a l'improvisa di subito si vesteno detta panciera
e si drizzano armati. Marito e moglie iaceno in letto capo a piedi, e loro
letti sono de corio, pieni di fiori di calami o iunchi. Tengono questa opinione
fra loro, che non si debbi reputare alcun di generazione nobile, della quale se
abbia notizia per alcun tempo essere stata ignobile, se bene avesse poi
procreati pi re. Vogliono che 'l gentiluomo non sappia fare n conti n
negozii mercantili, salvo per vendere loro prede, dicendo non spettare al
nobile se non reggere popoli e difensarli e agitarsi a caccie e ad esercizii
militari. E assai laudano la liberalit, e donano facilissimamente ogni loro
utensile, da cavallo e arme in fora; ma de' loro vestimenti sopra tutto ne sono
non solum liberali ma prodighi, e per questo accade ut plurimum siano di vesti
peggio in ordine che sudditi. E tante fiate l'anno che si fanno veste nove o
camise de seta cremesina, da loro usitate, de subito li sono richieste in dono
da' vassalli: e se recusassino di darle o ne demostrassino mala voglia gli ne
seguiria grandissima vergogna, e per ci incontinente gli  dimandata e in quel
instante proferendola se la spogliano, e per contra pigliano la povera camisa
de l'infimo dimandatore, per la maggior parte trista e sporca. E cos quasi
sempre li nobili sono peggio vestiti degli altri, stivali, arme e cavallo in
fora, che mai non donano, nelle quali cose sopra tutto consiste la loro pompa.
E pi fiate donano quanti mobili hanno per avere un cavallo che gli aggrada, n
tengono cosa pi preziosa d'un ottimo cavallo. Se gli accade acquistare alla
preda o in qualch'altro modo oro o argento, subito lo dispensano in poculi
predetti o in guarnimenti di selle, o per uso d'adornamenti militari. Quanto
per spendere, fra loro non lo costumano, e potissime li mediterranei, che
quelli de le marine sono pi avezzati a' negozii.
Combatteno quotidianamente con Tartari, dai quali d'ogni banda quasi sono
cinti. Passano etiam lo Bosforo su la Taurica Chersoneso, provincia dov'
situata Cafa, colonia constituta ab antico da' Genoesi, e passano volentieri
detto freto all'invernata, che 'l mare  gelato, a preda d'abitanti sciti. E
poco numero di loro caccia gran gente di quella, perch sono molto pi agili e
meglio in ordine d'arme e di cavalli, e dimostrano pi animosit. Le loro
armature da testa sono proprie a ponto come se vede sopra l'antigaglie, con le
retenute per le guancie attaccate sotto la gola al modo antico. Tartari sono
pi pazienti ad ogni necessit, tanto ch' cosa mirabile, e cos pi fiate
vincono, precipue quando se poteno conducere in qualche estreme paludi o neve o
giacci o luoghi penuriosi d'ogni bene, dove per constanzia e ostinazione il pi
delle volte vincono.
Detti Zichi per la maggior parte sono formosi e belli, e al Cairo, fra quelli
mamaluchi e armiragli, che il pi di loro sono di tal stirpe (come s' detto),
si vede gente di grande aspetto; e di loro donne el simile, quali sono nel
proprio paese etiam con forestieri domestichissime. Usano l'officio de
l'ospitalit generalmente ad ognuno con grande carezze, e l'albergato e
l'albergante chiamano conacco, come l'ospite in latino, e alla partenza
l'ospite accompagna el conacco forestiero per fin ad un altro ospizio, e lo
defende e mettegli, bisognando, la vita fidelissimamente. E bench (come s'
detto) tanto si costuma il depredare in quelle parte che viene a parere
guadagno quasi di iusto affanno, tamen a' loro conacchi usano molta fidelt, e
in casa loro e fora, con grandissime carezze. Lasciano maneggiare le loro
fanciulle vergine dal capo alli piedi, precipue in presenzia de' parenti, salvo
sempre l'atto venereo; e, riposandosi il forestiero conacco, a dormire o
risvegliato che 'l sia, dette fanciulle con molti vezzi li cercano le
immondizie, come cose peculiarissime e naturale a quelli paesi. Intrano ditte
poncelle nude nei fiumi, ad occhi veggenti d'ognuno, dove si vede numero
infinito di formatissime creature e molto bianche. El vitto loro  una gran
parte di quelli pesci anticei, cos oggid da loro chiamati, ed etiam
antiquitus, secondo Strabone, che in effetto sono sturioni pi grossi e pi
piccoli, e beveno di quell'acque di dette fiumare, molto speciale alla
digestione. Usano ancora ogn'altra carne domestica e salvatica; frumenti e vini
d'uva non hanno; miglio assai e simili altre semenze, delle quali fanno pane e
vivande diverse, e bevande chiamate boza; usano etiam vino di mele d'ape. Le
loro stanzie tutte sono di paglia, di canne, di legnami, e gran vergogna saria
ad uno signore o gentiluomo fabricare o fortezza o stanzia de muro forte,
dicendo che l'uomo si dimostreria vile e pauroso e non bastante n a guardarsi
n a defendersi: e cos tutti abitano in quelle case predette, e a casale a
casale, n una minima fortezza s'usa o abita in tutto quel paese; e perch si
trovano alcune torre e muraglie antiche, li villani a qualche loro proposito
l'adoperano, che i nobili se ne vergognariano. Loro medemi lavorano ogni d le
proprie saette etiam a cavallo, delle quali ne fanno perfettissime: e poche
saette si trovano di maggiore passata delle loro, con spiculi o ferri d'ottima
fazione, temperatissimi e di terribil passata. Le loro donne nobili non
s'adoperano in altri lavori che in recami etiam sopra corami, e recamano
borsotti di pelle per focini da foco (come di sopra s' detto) e centure di
corio politissime.
Le loro esequie sono molto strane. Poi la morte di gentiluomini li fanno talami
di legname alti alla campagna, sopra li quali pongono a sedere el corpo morto,
cavati prima l'intestini: e quivi per otto giorni sono visitati da parenti,
amici e sudditi, dai quali sono appresentati variamente, come di tazze
d'argento, archi, freccie e altre merce. Da li due lati del talamo stanno li
due parenti stretti d'et, in piedi, appoggiati ad un bastone per uno, e sul
talamo da man manca sta una poncella con la freccia in mano, sopra la qual ha
uno fazzoletto di seta spiegato, col quale li caccia le mosche, avenga che sia
il tempo gelato, com' la pi parte dell'anno in quelli paesi. E in faccia del
morto, in terra piana, sta la prima delle moglie, assettata sopra una catedra,
mirando continuo il marito morto, constantemente e senza piangere, che
lacrimando seria vergogna. E questo fanno per un gran pezzo del d fin
all'ottava, e poi lo sepeliscono in questo modo: prendono un grossissimo arboro
e de la parte pi massiccia o grossa tagliano a sufficienzia per la longhezza,
e lo sfendono in due parte, e poi lo votano o cavano tanto che li stia il corpo
a bastanza, con parte delli donarii appresentati ut supra; poi, posto il
cadavere nel cavato de' detti legni, lo pongono al luogo statuito della
sepoltura, dov' gran multitudine di gente. L fanno la tomba cos chiamata,
cio el monte di terra sopra, e quanto  stato maggior maestro e avuto pi
sudditi e amici, tanto fanno il monte pi eccelso e maggiore; avendo il pi
stretto parente raccolte tutte l'offerte e fatto continuo le spese a'
visitanti, secondo  stato pi amoroso e onorevole, tanto pi e manco
sepeliscono di dette offerte col corpo.
Costumano etiam in dette esequie a li gran maestri un altro sacrificio barbaro,
opera meritoria di spettaculo: prendeno una poncella di 12 in 14 anni e, posta
a sedere sopra una pelle d'un bove allora amazzato e distesa col pelo sul suolo
della terra, in presenzia di tutt'i circonstanti, uomini e donne, e il pi
gagliardo e ardito giovane di quelli sotto il manto di feltro si prova a
sponcellare detta fanciulla, e rare fiate che quella renitente non ne stracca
tre o quattro e tal fiate pi inanzi ch'ella sia vinta; tandem poi, lassa e
stanca, con mille promissione d'essere tenuta per moglie o altre persuasione,
el valent'uomo rompe la porta e intra in casa. E poi come vincitore mostra
subito a' circonstanti le spoglie fedate di sangue, e cos le donne presenti,
forse con finta vergogna, voltano la faccia fingendo non volere mirare, non
potendo per contenere il riso etc.
Poi la sepoltura, per pi d all'ora del mangiare fanno mettere in ordine el
cavallo del defonto, qual mandano a mano con uno di servitori alla sepoltura;
onde, sino a tre fiate per nome chiamato el morto, lo convitano da parte delli
parenti e amici se vuole venire a mangiare; e, visto il servitore non avere
alcuna risposta, ritorna col cavallo a riferire che non risponde: e cos scusi,
parendo avere fatto loro debito, mangiano e beveno a suo onore.


Il fine di Giorgio Interiano genovese della vita de' Zichi, chiamati Circassi.



Parte del trattato Dell'aere, dell'acqua e de' luoghi d'Ippocrate, nella quale
si ragiona delli Sciti.


Or tra' Sciti in Europa  una gente diversa dall'altre, la quale abita intorno
alla palude Meoti, che con speciale nome Sauromati sono chiamati, le femine de'
quali cavalcano e saettano e lanciano dardi d'in sui cavalli e combattono coi
nimici mentre son pulcelle, n prima si lasciano privare della virginit che
non abbiano ammazzati di sua mano tre de' nemici, n mai consumano il
matrimonio se non hanno sacrificate le vittime secondo che si costuma. E
qualunque prende marito si rimane di cavalcare, infin che necessit non
sopravenga di fare oste di tutte loro. E hanno meno la poppa destra, percioch
le madri, mentre le figliuolette sono ancora in infantilit, fabricato certo
stromento di rame il mettono loro infogato in su la destra poppa, la quale
s'abbrucia in guisa ch'ogni accrescimento vi s'impedisce, e tutto il vigoroso
augmento nella spalla destra e braccio trapassa. Or, quanto  alla forma degli
altri Sciti,  da sapere ch'essi sono tra loro simiglianti, ma differenti dagli
altri uomini, il che ancora aviene degli Egiziani, se non che questi sono
molestati dal caldo e quelli dal freddo.
Or la solitudine, com' chiamata, degli Sciti  una prateria piana, rilevata,
n troppo acquosa, percioch vi sono fiumi grandi che via conducono l'acqua da'
campi. In questo luogo gli Sciti dimorano, e chiamansi Nomadi, peroch quivi
non han case, ma abitano in carri. E alcuni de' carri, che sono piccolissimi,
hanno quattro ruote, e gli altri sei, e sono smaltati di fango e fatti a guisa
di camere, le quali alcuna volta sono semplici e altra divise in tre; e queste
sono strette, per poter ripararsi dall'acqua e dalla neve e da' venti. E sono i
carri tirati alcuni da due e altri da tre paia di buoi senza corna, percioch
quivi i buoi per la freddura non hanno corna. Adunque in questi carri dimorano
le femine, e gli uomini vanno a cavallo, e con esso loro menano le pecore
quante n'hanno e i buoi e i cavalli, e soggiornano in un luogo tanto tempo
quanto basta l'erbaggio al loro bestiame, ma quando viene meno vanno altrove;
ed essi mangiano carni cotte a lesso e beono latte di cavalle e manducono
ippace, cio cacio di cavalle.
Cos fatta adunque  la maniera del viver loro e de' costumi e delle stagioni e
della forma, che la nazione degli Sciti  differente molto dagli altri uomini e
simile a se stessa, s come altres si vede negli Egiziani, e poco abonda in
figlioli. N la contrada sostiene se non pochissime e picciolissime fiere,
percioch  sottoposta alla tramontana e alle montagne Rifee, onde spira borea.
E quantunque il sole vi s'appressi allora quando egli gira pi alto sopra di
noi di state, nondimeno per picciolo spazio si riscalda, n venti traenti da
parti calde quivi pervengono, se non di rado e gi stanchi. Ma di verso
tramontana sempre soffiano venti freddi, per la neve e per gli giacci e per la
copia dell'acqua, che mai non abandonano quelle montagne, le quali pur perci
non si possono abitare; e molta nebbia il d occupa i piani, e cos si vive in
umidore. Adunque quivi sempre ha verno, ma state pochi d e que' pochi non
molto buona, percioch le pianure sono rilevate e nude, n sono inghirlandate
de monti, e sottogiacciono a tramontana in guisa di piaggia. Quivi non nascono
fiere di grande statura, ma solamente di tanta che si possano riparare
sotterra, percioch altrimente non permette il verno e la nudit del terreno: e
di vero quivi non ha n tiepidezza n coperto. Percioch i mutamenti delle
stagioni non sono n grandi n potenti, ma simili e poco differenti, laonde
ancora essi sono tutti simili di figura, e costumano sempre il medesimo cibo e
il medesimo vestire, e di state e di verno; e tirano a s l'aere aquoso e
grasso, e beono l'acque di nevi e di giacci disfatti, n punto s'affaticano,
che n il corpo n l'animo si pu affaticare l dove i mutamenti non sono
potenti. Adunque perci  di necessit che si veggano essere grassi e pieni di
carne, e che abbiano le giunture umide e deboli, e i ventri da basso umidissimi
oltre a tutti gli altri ventri, percioch possibile non  che la panza
s'asciughi in cos fatta contrada e natura e disposizione di stagione. Adunque
per grassezza e carne senza peli appaiono l'uno all'altro simili, io dico i
maschi a maschi e le femine a femine. Percioch, non essendo le stagioni
dissomiglianti, n corruzioni n male disposizioni possono avenire nel
concepimento della creatura, s'alcuna gran disaventura o infirmit a forza ci
non operi.
Ora io dar un manifesto segnale della loro umidit. Troverai che tutti i
Nomadii, e i pi degli altri Sciti, ancora s'abbrucciano le spalle, le braccia
e le palme delle mani, e i petti e le coscie e le reni, non per altro se non
per la naturale umidit e morbidezza, percioch non possono n tirare archi n
lanzar dardi per umidit e debolezza della spalla; ma per l'abbruciamento
s'asciuga dalle giunture molto dell'umore, e divengono i corpi pi gagliardi e
meglio si nutriscono, e le giunture s'invigoriscono. Or sono i corpi loro e
morbidi e larghi, prima perch non si fasciano s come in Egitto, n hanno in
costume cavalcando di stare assettati in su la persona, e appresso perch
seggono assai, che i maschi, prima che si possano tenere a cavallo, il pi del
tempo seggono in carro, e poco usano di spasseggiare a pi, perch sono
tuttavia in viaggi e qua e l trasportati. E maravigliosa cosa  a vedere
quanto morbide sieno le femine. Or rossa  la nazione degli Sciti per la
freddura, non potendo molto quivi il sole, che la bianchezza  abbrucciata
dalla freddura e si trasmuta in rossezza.
N possibile  che cos fatta natura abondi in figliuoli, percioch n l'uomo
appetisce spesso di congiungersi con femina, per umidit di natura e per
morbidezza e per frigidit di ventre, per le quali cose  di necessit che
rarissime volte nasca nell'uomo stemperato appetito di congiugnimento, e di
pi, per lo continuo cavalcare rotti, divengono mal atti a ci. Or questi sono
gl'impedimenti dalla parte degli uomini. E dalla parte delle femine sono
altres e la grassezza della carne e l'umidit, percioch le matrici non
possono poi apprendere il seme, che la purgazione non viene loro ogni mese come
fanno di bisogno, ma dopo lungo tempo e poca, e la bocca delle matrici per la
grassezza si riserra n pu ricevere il seme; ed esse sono ociose e grasse, e i
ventri loro freddi e morbidi. E per queste necessit non pu la nazione degli
Sciti abbondare in figliuoli. E si pu di ci prendere certo argomento dalle
serve, che non cos tosto s'accostano a l'uomo che concepiscono, perch
s'affaticano e hanno carne magra. Oltre a ci i pi degli Sciti divengono
disutili al congiungimento e si mettono a fare le bisogne feminili, e il
ragionar loro  parimente da femine: e questi sono chiamati uomini senza
maschilit. Ora i paesani attribuiscono la cagione a Dio, riveriscono questi
uomini e adorangli, temendo ciascuno di s simile disaventura. Ma a me pare che
e questi mali e tutti gli altri procedono da Dio, e che niuno abbia pi del
divino dell'altro o dell'umano, anzi tutti sono divini, e ciascuno di questi ha
sua natura, n niuno aviene senza natura.
E racconter come a me paia che questo male avenga. Essi per lo cavalcare sono
assaliti da lunghi dolori, s come coloro che cavalcano co' piedi pendenti; poi
diventano zoppi e si ritraggono le coscie a coloro che fieramente s'infermano.
Or tengono cotale maniera in curarsi: dal principio dell'infirmit si tagliano
l'una e l'altra vena dopo l'orecchia, e quando  sgollato il sangue per
debolezza sono soprapresi dal sonno e dormono; poscia si destano, alcuni sani e
alcuni no. A me pare adunque che essi con questa cura si guastino, percioch
dopo gli orecchi sono vene le quali quando altri taglia, coloro a' quali sono
tagliati divengono sterili. Io stimo adunque ch'essi perci si tagliano quelle
vene. Appresso perch, andando per usar con le mogli, n venga loro fatto la
prima volta, non mettono il cuore a ci n si danno affanno; ma quando due e
tre e pi fiate hanno tentato senza effetto, facendosi a credere d'aver
commesso alcun peccato verso Dio, a cui attribuiscono ci, si vestono di gonna
feminile publicandosi d'essere senza maschilit, e femineggiano e si mettono a
fare insieme con le femine quelle bisogne ch'esse sogliono fare. Or ci aviene
a' ricchi degli Sciti e non agl'infimi, ma i nobilissimi e coloro ch'hanno pi
polso perch cavalcano sono sottoposti a ci, e i poveri meno, che non
cavalcano. E di vero convenevole cosa era, se questa infirmit  pi divina
dell'altre, che non toccasse solamente a' nobilissimi e a' ricchissimi tra'
Sciti, ma a tutti ugualmente, anzi pare a coloro che non hanno beni, li quali
mai non onorano gl'iddii (se vero  ch'essi godano dell'onore fatto loro dagli
uomini e ne rendano loro guiderdone), percioch verisimile cosa  che i ricchi
sacrifichino spesse fiate agl'iddii e che consagrino loro de' doni delle sue
ricchezze e che gli onorino, e che i poveri non facciano ci perch non hanno
di che, e di pi ch'essi gli maledicano perch non danno loro medesimamente
delle facult: laonde per questi peccati doverebbono i disagiati incappare pi
tosto ne' mali che i ricchi. Ma, cos come ancora prima ho detto, questi mali
procedono dagl'iddii come ancora gli altri, e ciascuno aviene secondo la
natura. E cos fatta infermit aviene agli Sciti per tale cagione quale io ho
detto, n punto sono risparmiati gli altri uomini, percioch l dove cavalcano
assai e spesso i pi sono assaliti da lunghi dolori e da sciatica e da doglie
de' piedi, n sono stimulati a lussuria.
Queste cose fanno gli Sciti, e per queste cagioni oltre a tutti gli uomini sono
disutilissimi all'usare con le femine, e perch continuamente portano le brache
e sono a cavallo il pi del tempo, laonde n con mano si toccano le parti
vergognose, e per la freddura e per la stanchezza si dimenticano del piacere
dell'amoroso congiungimento, n intendono a ci se non quando sono privati
della maschilit. Cos fatte cose adunque diciamo della nazione delli Sciti.

Il fine del trattato d'Ippocrate Dell'Aere e dell'acqua



Viaggio del magnifico messer Piero Quirino viniziano, nel quale, partito di
Candia con malvagie per ponente l'anno 1431, incorre in uno orribile e
spaventoso naufragio, del quale alla fine con diversi accidenti campato, arriva
nella Norvegia e Svezia, regni settentrionali.

Ancor che la umana fragilit naturalmente ne faccia inclinati a vani pensieri e
opere reprensibili, nondimeno, participando di quella parte divina dell'anima
che sopra gli altri animanti il nostro Signor Dio per sua singular grazia ne ha
concesso, ci debbiamo sforzar con tutto il poter di laudar il nostro
benefattor, estollendo e facendo note le miracolose opere sue verso di suoi
fideli, a devozione di cristiani e per esempio all'altre nazion d'infideli. Del
qual officio ancor che tutti ne siano debitori, pur quelli si deono reputar
esserne maggiormente i quali, nelle immense adversit loro, dove avean bisogno
d'aiuto presentaneo, sono stati soccorsi e liberati per l'infinita bont e
misericordia sua. Per questa causa io, Pietro Quirino di Vinezia, ho
deliberato, a futura memoria di posteri nostri e a cognizione di presenti,
scrivere e con pura verit manifestare quali e in che parti del mondo furono le
adversit e infortunii che mi sopravennero per il corso e disposizion della
volubil rota di fortuna, l'officio della quale (come abbiamo per lunga
esperienzia)  di abbassar in un momento il sublime e per il contrario l'infimo
e basso inalzare, e molto pi quelli che pongono in essa ogni sua speranza. Per
tanto non  da tacere, anzi pi efficacemente son debitor di dichiarire i
miracolosi soccorsi che 'l nostro pietosissisno Signor Dio ha usato verso la
mia indegna persona, e d'altri dieci, che fummo del consorzio e compagnia di
LXVIII.
Dovete adunque sapere che, per desiderio d'acquistar parte di quello di che noi
mondani siamo insaziabili, cio onore e ricchezze, io m'intromisi di
patronizzar una nave per il viaggio di Fiandra, ne la quale non solamente la
mia persona, ma eziandio disposi di metter la facult e uno mio maggior
figliolo. E come piacque al Salvator nostro, i giudicii del quale sono immensi
e profondi, per principio di miei singular doni e grazie (ancor ch'io allora
per l'affetto paterno non li conoscessi), giorni cinque avanti il mio partir di
Candia, dove io avea caricata la detta nave, il detto mio figliolo pass di
questa vita: il che mi fu d'un estremo cordoglio che mi penetr nelle viscere,
parendomi esser rimasto solo e privo d'ogni consolazion in un viaggio cos
lungo come dovea fare. O quale e quanta fu la cecit e ignoranzia mia, che di
s fatto principio mi riputassi esser da Dio offeso?
Essendo seguito il detto miserabil caso, alli 25 aprile 1431, essendomi
sforzato, con grande amaritudine dell'animo mio, feci partenza di Candia per
venir in ponente. E avendo costeggiata gran parte della Barberia, per il
contrasto de' venti contrarii, usciti che fummo fuor del stretto di
Gibralterra, giugnemmo ad 2 giugno con l'infelice nave appresso il luoco di
Calese, posto in la provincia di Spagna, dove, per causa del pedota ignorante,
accostati alla bassa di San Pietro toccammo con la nave in una roccia di
scoglio non apparente sopra il mare, in modo che 'l nostro timone uscitte del
luoco suo, non senza risentimento delle cancare, come si dimostr per i seguiti
casi. E oltre ci la nave in tre parti della colomba si ruppe, facendo infinita
acqua, con tanta furia che con gran pena si poteva tener seccata. Questo cos
inopinato caso radoppi il dolore al mio appassionato cuore; pur il nostro
Signor Dio clementissimo non manc della sua grazia, che, giunti in Calese,
immediate discaricammo la nave rotta (e fu ad 3 di giugno), e discaricata la
mettemmo a carena, e in giorni 25 non senza difficult remediammo al tutto,
ritornando il carico in la nave. E perch'io ebbi notizia della guerra bandita
fra la mia ducal signoria di Venezia e Genovesi, fummi bisogno accrescer il
numero di miei combattenti, s che soggiunsi fino alla somma di persone 68. E
ad 14 di luglio per seguitar l'infortunato viaggio mi parti', e per non
incontrarmi in molte navi nemiche, quali si aspettavano di ponente, deliberai,
alquanto andando fuor di cammino, allontanarmi dal capo di San Vicenzo. E
perch regnava il vento chiamato in quella costa agione, il quale largo dal
terreno dimostra da greco, questo mi fu tanto contrario di riveder terra ch'io
volteggiai giorni quarantacinque nei contorni delle Canarie, luoghi incogniti e
spaventosi a tutti i marinari, massimamente delle parti nostre.
Quali sogliono esser i pensieri de' circonspetti patroni quando si trovano con
tante persone in simil casi, luoghi e stagioni, tali dovete creder che fossero
i miei, massime vedendomi ogni giorno minuire la vettovaglia, unico conforto e
sostegno dell'umana natura, specialmente di marinari che di continuo
s'affatticano. Pur piacque a Dio di porgermi remedio e conforto, aiutandomi il
vento a segno di garbino, e per ritrovar la tanto desiderata terra drizzammo
prora e vele verso il greco, e per duoi giorni e notti quasi in poppa andavamo
con le vele alzate. Ma, non consentendo la nimica fortuna il continuar del
nostro desiderato bene, ne sopramesse ancor spaurosi accidenti, che fu il
rompersi d'alcune delle cancare dove sta il timone, che fummo constretti a
proveder di nuovo sostegno per fortificarlo; s che in luogo di ferro vi
ponemmo delle nostre fonde a opera di nizza, e talmente le acconciammo che ne
fummo serviti fino a Lisbona, dove giugnemmo alli 29 d'agosto.
Nel detto luoco con debita solecitudine confermammo le gi rotte cancare e
fornimmo la mesa nostra, e ad 14 di setembre uscimmo di porto per inviarsi al
detto viaggio. Nondimeno, contrariati da nimichevoli venti, volteggiando in
alto mare giugnemmo alli 26 d'ottobre al porto di Mures, dov'io, accompagnato
da 13 miei compagni, andai devotamente a visitar la chiesa di messer San
Iacomo. Ma poco vi dimorai, che subito ritornato feci vela alli 28, con assai
favorevole vento di garbino, dal qual speravo aver la desiderata e bisognevole
colla. E allungatomi da capo Finisterrae per cerca miglia 200 al mio dritto
camino, alli 5 di novembre, cessando il prospero e soave vento, si cominci a
levar quello da levante e sciroco, qual, se bonazzevole fosse durato, averiane
scorti ad entrar nei canali di Fiandra, luogo da noi ne' precedenti giorni
sommamente desiderato; ma, accrescendosi ogn'ora la possanza e impeto suo,
fummo ribattuti fuori del dritto nostro cammino, per tal modo che spedegassemo
sopra l'isola di Sorlinga. E ancor che per vista di terreno di questo non
fussimo accertati, nondimeno l'opinione de' nostri buoni pedoti, i quali
avevano gi posto il suo scandaglio nel fondo del mare e trovandolo a passa 80,
di questo n'affermava. Come i naviganti accostandosi pi al terreno, il vento
mutando faceva segno per la revoluzione delle valute, onde si mostrava da greco
a tramontana opposito di lassarne accostare alla coperta di terreno.
E per incominciar a dir del principio delle nostre afflizioni e amarissime
morti, ancor che la potenzia del nostro Salvatore soccorresse a tempo e luogo
la mia indegna persona e de dieci compagni, come non senza gran stupore nella
sequente parte sar inteso, accadette che ad 10 del detto mese, la vigilia di
san Martino, che per forza e impeto del gonfiato mare venne a meno il nostro
timon delle sue cancare, il qual era freno e segurt della infelice nave, non
rimanendone pur una sola al suo sostegno. Quanta e qual fosse l'angustia e
desperazion nostra lo lascio considerar ai savii auditori, n in altro modo in
quel ponto mi viddi abbandonato di vita di quello che faccian li miseri quando
col capestro al collo si veggon tirar in alto. Pur, fatto animo meglio ch'io
potei, cominciai ad usar l'officio del patron, con la voce e coi gesti
innanimando e confortando gl'impauriti marinari che gi erano mezi persi, che
con una grossa tortizza legorono il detto timone: non gi che fussimo sicuri di
mantenerlo al suo luoco, ma solo per averlo raccommandato per fortezza di
quello nel lato della nave, ch'andava tutt'ora travagliando. Ma ne avenne in
contrario che, dispiccatosi in tutto dalla nave, rimase da poppe nondimeno
legato, e cos inutilmente tre giorni cel tirammo drieto. Pur alla fin con
vigorosit d'animo e con gran forza il recuperammo dentro la nave, ligandolo
pi che potevamo a causa che nel travagliar di quella non percotesse l'una e
l'altra parte, con tal apertura di quella.
Trovandomi adunque in cos alto e impetuoso mare, con tanta rabbia di fortuna,
senza governo alcuno e con le vele alzate al vento andando a posta di quello,
quando straorzando fino al batter della vela, poi alquanto poggiando,
discorrevamo secondo e a quella parte che la fortuna ne spingeva, sempre
allontanandoci da terra. Per il che, vedendomi in cos disperato cammino,
cognoscendo la natura di marinari, che vogliono di continuo saziar gl'appetiti
loro, dopo varie e util considerazioni gli esortai che si mettesse regola e
misura a quello che n'era rimaso della mensa nostra, dando il governo di quella
a due o tre che alla maggior parte fosse piaciuto, li quali con equalit la
distribuissero due volte fra il giorno e la notte, non iscludendo ancor me da
questo numero, accioch, durando il nostro infortunio, con questo ordine pi
lungamente fussimo preservati dalla morte: il che da tutti fu laudato e messo
ad esecuzione. Dapoi, vedendo che non si poteva far altro, io mi ridussi solo
nella mia cameretta con grande amaritudine d'animo e, considerando l'estrema
miseria nella qual io ero, drizzai il cuore al nostro Signore Iddio,
raccomandandomi a quello e pentendomi di tutti i miei peccati. E veramente io
confesso che 'l rimuovermi dagli occhi quella persona, la qual per il paterno
affetto amavo grandemente, mi fu d'incredibil alleviamento alle immense
angustie che mi soprastavano, perch non so come fosse stato possibile che non
mi fosse crepato a tutte l'ore il cuore, vedendolo e considerando che mi
dovesse morire avanti gli occhi. E per volermi sollevar alquanto la passione,
mi posi ad andar con l'animo ripensando la misera qualit de' corpi nostri, e
come tutt'i gran principi e re, poveri e bassi, presenti e futuri, erano
soggetti alla necessit della morte, e che noi cristiani avevamo questo
privilegio, donatone per la passione del Signor nostro Ies Cristo, della
gloria del paradiso, quando contriti ci raccomandassimo a lui. E con questi e
simili pensieri presi grandissimo vigore, che poco o niente stimava pi la
morte, e con le medesime ragioni andai poi ad inanimar quella misera turba di
marinari, che volessero pentirsi dei loro misfatti: in alcuni delli quali
conobbi che le mie parole avean fatto profitto.
Or, trovandoci nel sopradetto stato, per consiglio d'un nostro marangon fu
terminato di fabricar dell'antenne superflue e alboro di mezo due timoni alla
latina, sperando di metter freno all'immenso travaglio della nave: li quali con
ogni sollecitudine furono immediate fatti, e posti alli loro luoghi congrui e
convenienti. E questa opera ne dette assai conforto e speranza, vedendo per
isperienzia che facevan l'officio suo. Ma la fortuna inimica, che non ne
concedeva termine di poter respirar, aument di sorte la possanza de' venti e
gonfiamento del mare che, percotendo con l'onde i detti timoni, li lev via del
tutto dalla nave: del qual accidente rimanemmo cos attoniti e storniti come
fanno quelli che in tempo di pestifero morbo si sentono affebrati col segno
mortale. E cos abbandonati discorrevamo il cammino verso il qual la furia di
venti ne menava.
Ad 25 novembre, il giorno dedicato alla vergine santa Caterina, qual fassi
fortunale e dicesi esser punto di stella, tanto si aument la rabbia del mare e
dei venti che stimassemo certo in quel giorno dover esser l'ultimo di nostro
fine, e per tanto tutti ad una voce con grandissime lacrime ci raccomandavamo
alla gloriosa Vergine Maria e altri santi del paradiso, che placassino il
nostro Signor Dio e n'aiutassino, avodandoci con diverse devozioni in
pellegrinaggi e altre opere d'umilit. Del che ne vedemmo mirabil effetto, che
fummo in tanto e cos gran furor di mare preservati dalla morte, qual si
bonacci alquanto, non per che di continuo non andassimo scorrendo alla via di
ponente maistro, sempre dilungandoci dalla terra. E gi per le continue pioggie
e furie de' venti la vela era tanto indebolita che la cominci a squarciarsi,
s che per pi fiate nel tanto batterla ne fummo del tutto privati; e ancor che
ne mettessimo una seconda, che si suol portar per simil respetti, nondimeno,
per esser ancor lei non troppo forte, come la fu bagnata e dalla furia dei
venti gonfiata poco tempo ne servite.
Or, trovandosi la nave senza vele e senza timoni, instrumenti necessarii al
navigare, similmente gl'animi di tutti noi erano tanto afflitti e sbattuti che
non si trovavan pi forza, lena n vigor; e ancor che la detta nave fosse nuda
e priva delle dette cose, e non avesse pi corso e rimanesse come stanca,
nondimeno a tutt'ore l'impeto grande del mare la percoteva in s fatto modo che
la faceva risentir in tutte le sue fitture, e alcune fiate la soperchiava ed
empiva d'acqua: e pur noi miseri, cos stanchi, eravamo astretti a svodarla.
Pi volte avendo esperimentato col scandaglio nostro di trovar fondo, avenne
che ci trovammo in passa 80, di giaroso terreno, e s come accade a quelli che
non sanno notare che, trovandosi in acqua profonda, s'attaccano ad ogni piccolo
ramoscello per non perire, medesimamente noi, redutti in tanta estremit, ne
parve di tentar un simil remedio, qual solo ne restava, cio d'afferrarsi con
l'ancore: e cos facemmo, ponendo quattro nostre tortizze una in capo
dell'altra. La qual nostra retenzion ne venne fatta, ancor che alla fine ne
riuscisse inutile, perch, avendo per ore 40 sopra il detto sostegno
travagliato grandemente la gi indebolita nave, uno de' miseri compagni,
spaventato e dubitando di peggio, al luoco di prua nascosamente tagli il capo
e fine dell'ultima tortizza: e cos noi, abbandonati dal detto sostegno,
discorrevamo alla via e usitato modo, aspettando di continuo la morte, qual la
maggior parte di noi si preparava di ricevere con cristianissima disposizione,
ponendo tutta la nostra speranza nella futura vita. E alcuni veramente per
gesti e per parole si mostravano al tutto disperati, massime non vedendo punto
fermarsi la rabbia del mare e di venti.
Ad 4 decembre, la festa di santa Barbara, con unita possanza di quattro onde
fummo vinti e superati, in modo che l'infelice nave profond oltra l'usato
modo. Nondimeno, ancor che fussimo mezi morti, pur si prese tanto di vigore che
si mettemmo a star nell'acqua fino a meza la persona e votarla: e cos la
vincemmo, e per tre giorni dapoi un poco meglio andammo scorrendo. Ma alli 7
del mese, rifrescandosi di nuovo il furor del vento e mare, fummo di nuovo
superchiati, di sorte che la nave s'ingallon, e dalla banda di sottovento
senza trovar contrasto l'acqua entrava dentro. Allora veramente pensammo di
profondarsi del tutto, perch, non sapendo che fare, stavamo di continuo
aspettando la morte, riguardandosi l'un l'altro con grandissima piet e
compassione. Alla fine fu ricordato per ultimo rimedio che si tagliasse
l'alboro, pensando che la nave, alleviata da quel peso, dovesse alquanto
respirare e sollevarsi: e cos fu fatto. E avendolo tagliato venne una botta di
mare che lo lanci fuori, insieme con l'antenna, senza toccar punto la banda,
come se a mano fosse stata fatta: il che fece sopirar grandemente la nave, e a
noi dette ardire di poterla votar dalla grande acqua che vi era entrata. E come
piacque a Dio il mar e vento cominci a cessar del suo furore.
Or, trovandosi la nave cos spogliata di tutti gli arbori, che sono quelli che
la sostengono dritta, come sanno tutti i marinari, dove spettavamo che la
respirasse alquanto, la cominci ad andar pi alla banda, di sorte che l'onde
del mare facilmente v'entravano dentro. E noi, afflitti per il continuo
travaglio patito gi tanto tempo, n star in piedi n sentar potevamo, tanto
erano i corpi nostri redutti in estrema debolezza, e pur convenivamo a tutt'ore
adoperarci con gl'instrumenti a votar l'acqua. Ed essendo in questo stato,
senza speranza alcuna di riveder terra, esaminando la nostra miseria e calamit
concludemmo che, piacendo a Dio di mitigar l'ira del mare e vento, metter la
nostra barca e schiffo nel mare e in esse entrar per provar d'andar a terra,
che, rimanendo in nave volontariamente, ci vedessemo morir di fame,
conciosiach'impossibil fusse con la nave poter pervenire a terra, non avendo
timon n arboro n la vela, e secondo il parer nostro lontani dalla pi
prossima terra verso levante, ch'era l'isola d'Irlanda, oltra miglia 700.
Fu posto adunque ordine di preparar le piccole fuste per abbandonar la
maggiore, quando il furioso mare nel concedesse. Trovandosi alcuni dei miseri
compagni s abituati in bever vino fuor di misura, i quali non credevan morire,
e di starsi tutto il giorno a scaldarsi, accendendo il fuoco d'odoriferi
cipressi (perch in gran parte il corpo e cargo d'essa nave era di tal
legname),  cosa incredibile a questi tali di quanto nocumento fosse l'intrar
in le barche e variar stilo di vivere, come qui di sotto si dir.
Avevamo per costume al far della lunghissima notte, avanti che fussimo privi
dell'arboro, di ridurci nella mia camera e salutar la Vergine nostra
imperatrice, e con devotissima orazione lagrimando pregar essa e il suo
Figliuolo omnipotente e redentor nostro che ne salvasse da tanto impeto, furor
e tenebria. Non era pi in poter nostro di darci a cos santo misterio, perch
n il star n l'andare, anzi con gran pena il giacere n'era permesso: per,
secondo il parer di ciascuno, dove ci ritrovavamo distesi facevamo le nostre
orazioni col cuore. Stando in queste angustie, m'andavano per mente varie
considerazioni, e fra l'altre che nell'entrar di queste barche non nascesse
question e rissa fra quelli ch'hanno manco discrezione degli altri con
effusione di sangue, volendo ognuno entrar nella maggiore: ed era cosa
verisimile, massimamente intravenendo il molto bere che a questi li faceva
inclinati. E per tanto io ricorsi all'omnipotente Dio, pregandolo che
m'illuminasse a trovar via e modo che fra noi non intravenissero simili
inconvenienti. Piacque a sua bont d'esaudirmi, mettendomi nella mente ch'io
dovessi confortar tutti che la elezion d'entrar nelle barche fusse secreta, e
solamente manifesta al scrivano, qual facesse nota della volont di ciascuno. E
cos miracolosamente avenne che, dove tra noi s'era deliberato che 21 toccasse
al schiffo e 47 alla barca maggiore, per propria volont 21 furono contenti
andar nel schiffo e i remanenti nella barca. Vero  che a me fu conceduto la
preminenzia di poter nella fine far entrar e menar meco un mio famiglio dove
pi mi piacesse: e quantunque nel mio concetto avessi fatto elezion d'andar nel
schiffo, perch era provato molto buono, finalmente, visto i miei officiali
aver presa l'entrata della barca, mutai opinione e insieme col mio famiglio
entrai nella maggiore, che fu causa della salute nostra, come intenderete.
Fatta la partizione, cominciammo a preparar le piccole fuste per abbandonar la
maggiore. Parevane cosa molto difficile, per non aver l'arboro n altro luoco
altiero da poterle metter nella banda; nondimeno la necessit ne messe avanti
di drizzar l'arguola del gi nostro timone e fortemente legarla alla sinistra
banda del nostro castello da poppe, per che l'era sotto vento, mettendo le
taie congrue e frasconi nella cima con le fonde sufficienti, e aspettando anco
che 'l tempo, il mare e vento si mitigasseno.
Ad 17 di decembre, essendo fatta alquanto di bonazza, con gran difficult
mettemmo le piccole fuste nel grande e spaventoso mare, al far del giorno, e
ragunate le vettovaglie che n'eran rimaste giustamente le dividemmo, dandone a
quelli del schiffo per persona 21 la sua rata, e alla barca per 47. Ma del
molto vino che si attrovavamo l'una e l'altra turba ne prese quanto le fuste
con debito modo erano capaci. Venuta adunque l'ora della partenza e separazion
nostra, primamente io chiamai tutti quelli che mi parveno pi spogliati di
vestimenti, e a cadauno diedi delli miei che mi ritrovavo. Dapoi, quando fummo
nell'entrar e separarci, ci perturbammo tutti d'una immensa tenerezza di cuore,
e si abbracciavamo l'una e l'altra parte baciandoci per la bocca, mandando
fuori acerbissimi sospiri: e ben pareva (come avenne) che pi non eravamo per
rivederci.
Partimoci adunque nel fare del detto giorno, abbandonando l'infelice nave, la
qual con sommo studio e con gran delettazione avevo fabricata, e nella quale io
avevo posto mediante il suo navigare grandissima speranza. Lasciamo in quella
botte 800 di malvagia, assai odoriferi cipressi lavorati, pevere e gengevo per
non poca valuta, e altre assai ricche robe e mercanzie. Come dicemmo in quel
giorno mutammo fusta, ma non per fortuna, conciosiach nella sopravenente
longhissima notte, che fu il marted al far del mercore, il vento da levante e
scirocco tanto rafresc che la misera nostra conserva, qual era nel schiffo, si
smarr da noi, n pi sapemmo qual fusse il lor fine. E noi, dalla forza del
mare e dell'onde vedendoci soperchiare, per esser stracargati, ci mettemmo per
ultimo remedio a libar, e per slungarsi la vita ci privammo della causa del
vivere, peroch in quella notte gettammo gran parte di cibo e vino ch'avevamo,
e alcune delle vestimenta nostre e altri instrumenti necessarii a salvamento
della fusta. Pur piacque a Dio per salute di noi 11 rimasti in vita, che la
fortuna il sequente giorno di 18 cess, onde drizzammo la prova alla via di
levante stimando di ritrovar il pi prossimo terren dell'isola d'Irlanda a capo
di ponente. Ma, non possendo continuar in quel cammino, per la mutabilit di
venti che venivano or a greco or a garbino, discorrevamo con poca, anzi nulla
speranza di preservarci in vita, per mancamento massime del bere.
Or qui  da far intendere gli amarissimi casi per li quali numero di 47
ch'entrorno nella barca cominci a mancare: e prima, per il martellar della
misera barca aveva patito nel travaglio della nave, la si era alquanto
risentita e faceva acqua, e di continuo a sette per guardia scambiandoci
eravamo astretti a votarla e star al timon per governo, con grandissimo freddo;
secondariamente per il mancar del vino, che in poca quantit n'era rimasto, fu
necessario di ponerli ordine, pigliandone il quarto d'una tazza (non per
grande) due volte tra il giorno e la notte, ch'era una miseria. Del mangiare
pur ci potevamo contentare alquanto meglio, per che di carne salata, formaggio
e biscotto ne avevamo assai bene; ma il poco bere ne metteva spavento adosso,
dovendo mangiar cibi salati.
Adunque per le cause sopradette alcuni cominciorono a morire, n avanti
mostravano alcun segno mortale, ma in un momento ne cadevano avanti gli occhi
morti. E per pi distintamente parlare, dico che i primi furono quelli che
nella nave dissolutamente vivevano in bere molto vino e in darsi alla crapula,
stando al fuoco senza alcuna moderazione, che per il variar d'una estremit
all'altra, ancor che fussero i pi robusti, nondimeno erano manco atti a
tolerare tali accidenti: cadevano morti tal giorno duoi, tal giorno tre e
quattro, e questo durante dalli 19 decembre fino alli 29; e subito li buttavamo
in mare.
Al detto giorno 29, mancando del tutto il vino, n sapendo come ci trovavamo
lontani over appresso terra, per dir il mio pensiero, io desideravo esser del
numero di quelli che gi erano morti: pur a Dio piacque ch'io ebbi grandissima
toleranzia per mantenermi in vita. E vedendoci tutti in tal desperazione e
certezza di morte, fui inspirato da Dio di persuader alli remanenti, con forma
di parole convenienti, che devoti e contriti ricevessero la certa morte,
communicando insieme l'ultimo vino che ne restava: alle qual parole tutti pieni
di lacrime mostrorono un'ottima e cristiana disposizione, raccomandando a Dio
l'anime loro. Ed essendo ridutti in questa estrema necessit del bere, molti,
arrabbiati di sete, si misero a bere dell'acqua salmastra: e cos uno avanti
l'altro, secondo la lor complessione, andavan mancando di questa vita. Con
alcuni della miserabil compagnia, contenendosi, ci ponemmo a bere dell'urina
nostra, cagion potissima di preservarne in vita. E per non patir maggior
siccitt m'asteneva di mangiare se non pochissimo, perch d'altri cibi non
avevamo che di salmastri. Nel qual miserrimo stato continuassemo per giorni
cinque, e ad 4 di zenaro avanti il far del giorno, navicando con suavissimo
vento per greco, uno de' compagni che si trovava verso la prova vidde quasi
ombra di terreno avanti di noi sotto vento: il quale con voce ansiosa cominci
ad annunciarne quel che li pareva, s che tutti bramosi di tanto bene con gli
occhi attenti guardammo verso quella parte. E per non esser ancor sopravenuto
il giorno, rimanemmo per fin che la chiarezza ne certific esser terra, con
grandissima allegrezza.
Adunque, reassumendo vigor e forza, pigliammo i remi per approssimarsi al tanto
desiderato terreno, ma per la molta distanzia e per la brevit del giorno, qual
era di spazio d'ore due, quello perdemmo di vista; n potemmo usar troppo i
remi per debolezza, e quella lunghissima notte dimorammo con non poca speranza.
E sopravenuto il d sequente, smaritosi il detto terreno dal veder nostro, di
sotto il vento ne vedemmo un altro montuoso e assai pi prossimo, in modo che
ne parve di poter pi facilmente smontar in quello che nell'altro per avanti
veduto. Quello adunque tollemmo a segno col bossol nostro, per non smarrirlo la
notte sequente, e con le vele in poppa cacciando il vento, a circa ore quattro
di notte giugnemmo sotto il detto terreno, al qual accostandosi ci trovammo
esser circondati da molte secche, come dimostrava il romper dell'onde: n 
cosa alcuna pi paurosa al marinaro che a sequaro di terra trovarsi di notte in
luoghi incogniti, e per il gaudio e conforto nostro si convert in
desperazione ed estrema mestizia, onde piangendo ci raccomandavamo a Dio e alla
Madre sua, fido soccorso de' peccatori. Piacque alla misericordia sua in tal e
tanto pericolo d'aiutarci, in modo che, avendo la barca nostra tocco in una di
quelle secche, un colpo di mare, stendendosi per sotto il fondo, la sollev e
messela fuori di quella, onde ci vedemmo franchi da tal pericolo. E tuttavia
appressandoci al salutifero scoglio, avenne per miracolo grande che, non
trovandosi in alcuna sua banda spiaggia n luogo da poter ben capitare, perch
in tutto il suo circuito era spredo grebanoso, in quella sola spiaggetta il
Guida e Salvator nostro ne condusse, stanchi e lassi come deboli uccelletti
dapoi che fatto il passaggio giungono a terra. In questo luoco ferimmo con la
prova della barca, e quelli che si ritrovavano in quella parte saltorono
immediate in terra, qual trovorono tutta coperta di neve, della qual ne presero
senza misura per raffreddar le viscere loro arse e asciutte: il che fatto, a
noi ch'eravamo rimasti per debolezza in barca, e per difenderla dal rompersi,
ne porsero in una secchia e caldiera. Io con verit vi dico che tanta ne presi
ch'io non l'arei potuta portar sopra le spalle, e mi pareva che nel prender di
quella consistesse ogni mia salute e felicit: ma il contrario avenne a cinque
della misera compagnia, peroch quella notte, avendo ancor loro mangiatone,
spirorono di questa vita. Noi stimammo che l'acqua salmastra che per avanti
beverono gli desse la caparra della lor morte.
Quivi dimorammo la lunghissima notte per salvar la fusta dal romper, non avendo
corde n altro modo di ligarla, e aspettammo il breve giorno; il qual fattosi
discendemmo, sedici rimasi di quarantasette, non trovando altro che neve, nella
qual si mettemmo a riposare, ringraziando il Signor Dio ch'al natural sito
nostro n'avea condotti, e campati dal soffocarsi nel mare. Costretti poi dalla
fame, rivedemmo quello che ne fosse rimasto della mesa nostra, n altro
ritrovammo che in fondo d'un sacco molte fregole di biscotto, messedate con
sterchi di ratti, un persutto e un pezzo piccolo di formaggio: le qual cose,
riscaldandole ad un piccolo fuoco che noi femmo di costrati della barca, ci
restaurammo alquanto dalla fame.
E conosciuto poi con certezza quello esser scoglio deserto, deliberammo di
partirci il secondo giorno, empiendo cinque nostre barile d'acqua ch'usciva
dalla neve. Fattosi il d sequente entrammo nella barca, per veder di trovar
qualche altro luoco abitato, a ventura e non per alcuna certezza che sapessimo
dove andar. Ma cos tosto come vi montammo dentro, entrando l'acqua del mare
per le commissure, peroch non era stata ben ligata la precedente lunghissima
notte, e sbattuta su le pietre e in diverse parti apritasi, and a piombo a
fondo, e noi tutti bagnati ci sforzammo di ritornar a terra. Or, vedendoci
rimaner in tal deserto luoco tutto coperto di neve, soprapresi da grande
tristizia, ma non gi comparabile alla precedente (dico quando ci vedemmo nella
piccola barca su l'alto mare), stimavamo che per alcun giorno ne fusse
prolungata la morte, ma non perdonata: e ch'altro ci dovevamo imaginare,
vedendoci debolissimi, in uno scoglio della detta condizione, senza coperto
alcuno e senza vettovaglia da mangiare? Pur, inspirati dal nostro unico
Benefattor, provedemmo a duoi estremi e deboli remedii: l'uno di fabricar duoi
coperti con li remi, duoi gabbanetti e vela; l'altra di tagliar le corbe e
maieri della barca, e far fuoco e riscaldarci. Poi per unico cibo ricorrevamo
al lito del mare, raccogliendo buovoli e pantalene, delle quali poca quantit
si trovava: con quelli si mitigava alquanto la nostra rabbiosa fame.
Eramo tredici sotto un coperto e tre sotto un altro, giacendo parte sopra la
neve e parte sedendo; ci scaldavamo ad assai debole e fumoso fuoco, peroch
dalla pegola bagnata procedeva tanto fumo dai detti legni ch'appena lo potevamo
tolerare, e gli occhi nostri e il volto s'enfiorono di sorte che dubitassimo di
perder la vista. Ma peggio che noi eravamo carghi e pieni di vermenezzo di
pedocchi, ch'a pugnate li gettavamo nel fuoco, e tra gli altri sopra il collo
d'uno mio scrivanello ne viddi tanti che gli avevano rosa la carne fino alli
nervi, e stimo che fossero potissima cagione della sua morte. Essendo in tale
misero stato tre degl'infortunati compagni, di nazion spagnuola, uomini robusti
e ben formati, spirorono di questa vita, credo per il bere dell'acqua del mare.
E per esser noi tredici che eravamo rimasi deboli e impotenti, non li potevamo
rimover dal fuoco, s che tre giorni e notti vi stettero: pur con difficult li
mettemmo fuori del coperto nostro, il quale poco ne difendeva.
In capo di undici giorni, andando il mio servitor a raccoglier delle pantalene,
perch altro non era il cibo nostro, avenne che nell'estrema parte del scoglio
trov una casetta fatta di legnami al lor modo, e intorno di quella e dentro vi
era sterco di bove, s che chiaro si conosceva da nuovo esservi stati animali
di quella sorte, e che gente umana vi praticasse: la qual cosa ne dette non
poca speranza, per il che terminammo d'andarvi per trovar riparo e coperto. Ma
tre della compagnia erano tanto estenuati e appresso al morire che non si
poteron partire, onde noi dieci, fatti fasci di legni della nostra barchetta, e
io con una mia anconetta d'un Crocifisso, che mai non mi abbandon n io lui,
ce n'andammo verso la detta casa: e per la molta neve io, che pi debole ero
degli altri, molto m'affannai a giugnervi, bench non fosse oltra ch'un miglio
e mezo discosta dal primo luogo. Dentro la qual arrivati ne parve aver trovato
grande rimedio, percioch ne riparava dal vento e dalla neve, e fatta netta
meglio che fu possibile ci ponemmo a giacere, ragionando fra noi ch'alcun luoco
abitato dovesse esser qui propinquo, ma che solamente nella state dovevano
venir a questo luoco a veder i suoi animali, perch gi per la freschezza del
sterco di buoi conoscevamo esservi stati animali. E ancor che la ragion e
necessit ne suadesse che dovessemo andar cercando quelli, nondimeno per
l'estrema debolezza nostra non era possibile ch'alcun potesse ascender il monte
vicino. E cos dimorando, sospinti dalla fame andavasi per il lito del mar,
propinquo un trar di pietra, cercando il cibo nostro consueto, cio pantalene e
buovoli marini.
L'andata nostra in questa casa fu un gioved; sopragiunse il sabbato, che fu
giorno a noi salutifero perch, essendo andati tutti eccetto io per pantalene,
avenne ch'uno della misera compagnia trov un pesce di mirabil grandezza morto
sopra il lito del mare, che poteva pesare da lire 200 e pareva esser morto da
fresco: in che modo li fosse stato buttato noi non lo sappiamo, ma ben debbiamo
credere che 'l misericordioso Dio per salvarne cos permettesse. Colui che 'l
trov cominci a chiamare i suoi compagni, nunziandoli la grazia sopravenutali,
e diviso in pi pezzi lo portorono alla casetta, dov'io avea acceso un debil
fuoco. Considerate ch'allegrezza fu la nostra. E immediate ci mettemmo a
cuocerne parte, qual si poneva in la caldara che ci trovavamo, e parte su le
deboli brace, s che al sentimento dell'odor suo alcuni di compagni
sopravenendo, con stupore ch'avessero sentito tal inconsueto odore, per la fame
grande non potendo aspettare che fusse del tutto cotto, lo cominciammo a
mangiare, e per giorni quattro senza regola alcuna ce ne saziammo. Poi,
vedendolo mancare, fu ricordato ch'a misura da l avanti fusse distribuito.
Ma non  da lasciare adietro una particella necessaria: dico che de' tre de'
nostri compagni che da prima erano restati adietro, vedendo che noi eravamo
partiti, un di loro ricercandone venne a trovarne il d sequente che trovammo
il pesce. E vistolo entrare, fra noi fu uno di tanta malignit che dava per
consiglio ch'al detto non se ne dovesse lassar gustare, anzi egli voleva
violentemente obviarli, ma io, con parole convenienti persuadendo il contrario,
indussi tutti a fargliene parte: il qual rest quella notte con noi, poi
l'altro giorno and agli altri dua suoi compagni e invitogli alla grazia
mandatane da Dio, e cos vennero a reficiarsi.
E con la regola posta com'ho detto dopo giorni quattro, il detto pesce ne dur
giorni dieci, porgendone non solamente sodisfazione alla fame, ma vigore alla
indebolita natura. E di pi, quanto dur il detto pesce, tanto fu tempo
fortunato, e cos impetuoso che per niun modo averiamo potuto aver ricorso alle
solite pantalene, s che chiaramente comprendemmo che Dio per salvarne ne
l'aveva mandato. Consumato il pesce, ritornammo all'opera e guadagno solito di
trovar da saziarci di pantalene, cibo di poco nutrimento.
Or qui si dir come miracolosamente piacque al Salvator nostro di cavarne di
tanti guai e disperazione; e fu in questo modo, che ritrovandosi a miglia otto
prossimo uno scoglio abitato da pescatori, nel qual ve n'era uno ch'aveva duoi
figliuoli, e nel detto disabitato luoco dove noi ci trovavamo aveva in pascolo,
serrati in una casetta sopra 'l monte, alcuni suoi animali, ad uno delli detti
figliuoli venne in visione come i prefati animali s'erano derupati dalla parte
dove noi ci ritrovavamo, e narrata al padre questa cosa, egli deliber di
venirsene insieme con detti suoi figliuoli in una sua barchetta a vedere ci
che fusse. E cos all'alba vennero al lito prossimo dell'abitazion nostra, e
discesero i duoi figliuoli, rimanendo il padre al governo della barca; e
vedendo fumar la casa dove eravamo, verso quella drizzorono i passi, ragionando
insieme che volesse dir questo fumo nella casa disabitata, perch non potevano
pensar che a questo luoco vi potesse capitar gente da parte alcuna. Ma per
aventura la voce umana prima pervenne all'orecchie d'un mio compagno, nominato
Cristoforo Fioravante, qual disse con ammirazione: "Non udite voi voci umane?"
Rispose il nocchier nostro: "Sono questi maledetti corbi, ch'aspettano la fin
nostra per divorarne, com'hanno fatto degli altri corpi di nostri compagni".
Ma, pi approssimandosi i predetti, a tutti fu chiaro la voce esser umana, onde
n'andammo verso l'uscio con imaginazione di qualche inopinata speranza. E
vedendo noi costoro, i cuori nostri s'empierono d'inestimabil conforto, ma
essi, che ci viddero in tanto numero di persone incognite, rimasero per buon
spazio spaventati e muti. Ma poi che da noi con li gesti e con la voce furono
certificati ch'eravamo persone pericolate e bisognose d'aiuto, cominciorono a
parlarne, nominando il suo scoglio e assai altre cose: ma nulla per noi era
inteso. Duoi della nostra compagnia, sperando di trovar qualche cibo, se
n'andorono verso la barca, ma niente vi trovorono; e venuti a noi estimassemo
che detta barca fosse di luoco abitato prossimo, e per non aveano portato seco
da mangiare. Qui terminammo che duoi di noi andassero con detta barca, perch
di pi non era capace; e quantunque ad alcuni paresse bene si dovesse ritener
uno de' detti paesani, con dir che saressimo con pi prestezza aiutati, nel
vero n a me n agli altri parve d'acconsentirli, per non sdegnar gli animi
d'alcuni di loro, dai quali aspettavamo qualche grazia e rifugio. E cos li
nostri duoi andorono in detta barca, e con atti cercavano di farli intendere il
bisogno nostro, perch con parole niuna delle parti si poteva intendere.
E partironsi un giorno di venerd, rimanendo noi in grande speranza e
aspettando che 'l giorno sequente venisseno per noi. Accadette che non apparve
n messo n ambasciata, onde la notte del sabbato venendo la domenica dimorammo
in grandi sospiri e fastidiosi pensieri, estimando che, per esser la barchetta
di piccola portata e troppo caricata, per il cammin si fosse roversciata. Ma la
causa dell'indugio processe perch gli abitatori del scoglio, essendo alle lor
pescagioni, non poterono aver notizia del caso e bisogno nostro. Ma sopravenuta
la domenica, all'ora della messa, il suo capellano, ch'era todesco, il quale
avea parlato con uno delli duoi ch'andorono, il quale era fiammengo, compita la
messa fece intendere a tutti il caso, la condizione e nazion nostra,
mostrandoli i nostri compagni: e commossi a piet tutti lagrimorono, e beato
colui che prima pot mettersi in via con le loro barchette portando di lor cibi
per trovarne, s che la detta dominica, giorno di somma venerazione e a noi
salutifero, barche sei, qual prima e qual ultima, vennero per noi, portandone
copia de' suoi cibi. E chi potria stimare quanta e qual fosse l'allegrezza
nostra, vedendoci visitar con tant'amore e carit?
Venne con loro il frate suo cappellano, dell'ordine di San Dominico, e con
parlar latino dimand qual fra noi era il padrone: a cui respondendo mi
dimostrai per esso. E lui, poi che m'ebbe dato da mangiare de' suoi pani di
segala, che mi parveno manna, e da bere della cervosa, mi prese per mano,
dicendo ch'io menassi duoi con me: onde elessi uno Francesco Quirini candiotto
e Cristoforo Fioravante veneziano, e insieme seguitammo il detto frate. Entrati
in barca del principal di detto scoglio, fummo condotti in quello e menati
all'abitazione del detto, che pur era pescatore, per un suo figliuolo, per la
mano sempre, per esser io tanto debole che non potevo camminare. Entrati nella
casa ne venne incontra la madonna con una sua fantesca, e io, ricordandomi del
modo che sogliono far alcune schiave grezze quando riconoscono qual sono le sue
madonne, mi gettai a terra per volerli baciar il piede: ma lei non volse,
perch commossa a piet mi condusse al fuoco e porsemi un scodellotto di buona
latte. E successivamente ebbi buona compagnia e fui pi degli altri ben visto.
 vero ch'io non mi sdegnai, in tre mesi e mezo che vi stemmo, di porgerli
aiuto ne' lor bisogni: n alcuna cosa  pi necessaria a chi va per il mondo
che umiliarsi nella mente e opere sue.
Gli altri compagni, ch'eran per numero otto, furono condotti e divisi fra lor
case. Fu arricordato di duoi ch'erano rimasi nel primo nostro alloggiamento,
uno de' quai moritte, l'altro era in estremo, e subito gionto a noi pass di
questa vita: e a lui con gli altri morti nel primo scoglio fu data la debita
sepoltura, bench per li corbi la carne d'alcuni fosse devorata. Noi altri
fummo raccolti e governati secondo il suo potere con gran carit. Erano in
detto scoglio abitato d'anime 120, e alla Pasqua 72 si communicorono come
catolici fidelissimi e devoti. Non d'altro mantengono la lor vita che del
pescare, peroch in quella estrema regione non vi nasce alcun frutto. Tre mesi
dell'anno, cio giugno, luglio e agosto, sempre  giorno n mai tramonta il
sole, e ne' mesi oppositi sempre  quasi notte, e sempre hanno la luminaria
della luna. Prendono fra l'anno innumerabili quantit di pesci, e solamente di
due specie: l'una, ch' in maggior anzi incomparabil quantit, sono chiamati
stocfisi; l'altra sono passare, ma di mirabile grandezza, dico di peso di libre
dugento a grosso l'una. I stocfisi seccano al vento e al sole senza sale, e
perch sono pesci di poca umidit grassa, diventano duri come legno. Quando si
vogliono mangiare li battono col roverso della mannara, che gli fa diventar
sfilati come nervi, poi compongono butiro e specie per darli sapore: ed 
grande e inestimabil mercanzia per quel mare d'Alemagna. Le passare, per esser
grandissime, partite in pezzi le salano, e cos sono buone. E poi nel mese di
maggio si partono di quel scoglio con una sua grapparia grandetta, di botte 50,
e cargato detto pesce conduconlo in una terra di Norvegia, per miglia oltra
mille, chiamata Berge, dove a quella muda di molte parti vengono navi di
portata di botte 300 e 350, cariche di tutte le cose che nascono in Alemagna,
Inghilterra, Scoccia e Prusia, dico necessarie al vivere e vestire. E quelli
che conducono detto pesce (ch'innumerabil sono le grapparie) lo barattano in
cose a lor necessarie, perch com'ho detto niente vi nasce dov' la lor
abitazione; n hanno n maneggiano moneta alcuna, s che fatti i suoi baratti
se ne tornano adrieto, sempre resalvandosi luoco da poter tor delle legne da
brucciare per tutto l'anno e altri suoi bisogni.
Questi di detti scogli sono uomini purissimi e di bello aspetto, e cos le
donne sue, e tanta  la loro semplicit che non curano di chiuder alcuna sua
roba, n ancor delle donne loro hanno riguardo: e questo chiaramente
comprendemmo perch nelle camere medeme dove dormivano mariti e moglie e le
loro figliuole alloggiavamo ancora noi, e nel conspetto nostro nudissime si
spogliavano quando volevano andar in letto; e avendo per costume di stufarsi il
gioved, si spogliavano a casa e nudissime per il trar d'un balestro andavano a
trovar la stufa, mescolandosi con gl'uomini. Sono (com'io predissi) devotissimi
cristiani: non perderiano la festa di veder messa, e quando sono in chiesa
sempre stanno in orazione inginocchiati; mai non mormorano n bestemmiano
santi, non nominano il demonio. Quando muore alcun loro congiunto, le mogli per
li mariti il giorno della sepoltura fanno un gran convito a tutt'i vicini,
quali apparecchiansi secondo il lor costume e potere con suntuose e ricche
veste. La moglie del morto suo si veste de pi belle e care veste che l'abbia,
e serve delle brutte a' convitati, e ricordagli spesso che facciano allegrezza
per la requie del defunto. Digiunano continuamente li giorni comandati, e
quante feste che vengono all'anno con cristianissima fede l'hanno in
venerazione. Le loro abitazioni sono composte di legnami in forma tonda. Usano
solo un luminale dritto in mezo del colmo, e l'inverno, per esservi
insupportabili freddi, lo tengono coperto con scorze di pesci grandissimi, qual
sanno preparar in tal modo che rendono gran lustro. Usano panni di lana grossi
di Londra e d'altri luoghi, e non usano pelle se non poche. E per conformarsi
con la region fredda, e per esser pi atti al tolerare, nate che sono le lor
creature, come hanno quattro giorni le pongono nude sotto il luminale, quello
scoprendo acci la neve li caschi adosso: imperoch per tutto l'inverno, dalli
5 di febraro fino alli 14 di maggio, che fu la nostra dimora, sempre quasi ci
nevicava. Quelle creature che scapolano la pueril etade tanto sono cotti e
assueti al freddo che grandi poco, anzi nulla lo stimano. Considerisi come noi
altri, mal vestiti e non usi a cos fatta regione, dovevamo comportarci,
massime le feste, che andavamo alla chiesa distante da mezo miglio: pur, con
l'aiuto del Redentor nostro, il tutto tolerammo nel detto scoglio.
Alla stagione della primavera capitavano innumerabili oche salvatiche, e
annidavansi per lo scoglio e pi appresso i pareti delle case; e tanto erano
domestiche, per non esserli fatto alcun spavento, che le madonne delle case
andavano al covo, e l'oca, levandosi con lento passo, dava commodit che gli
fusser tolte l'uova pi e meno come pareva a quelle donne: e ne facevano
frittaglie per nostro uso. E come de l se rimoveva, l'oca ritornava al nido e
ponevasi a covare, n per alcun modo ricevevano altro spavento. A noi pareva
cosa stupenda, con altre assai che saria lungo narrarle.
Questo scoglio era distante inver ponente dal capo di Norvega, luogo forian ed
estremo, perch  chiamato in suo lenguaggio Culo mundi, da miglia 70, e basso
in acqua e piano, eccetto alcune mote dove sono fabricate le sue casette. Sono
appresso quello alcuni altri scogli, quali abitati e quali no, piccoli e
mezzani; e questo era da miglia tre per circuito. Nel tempo che vi dimorammo
fummo umanamente trattati, secondo il lor potere, mangiando inestimabilmente
per duoi mesi di lungo di quelle sue vivande, cio butiro, pesce, e alcuna
volta della carne: n mai ci potevamo saziare, e veramente, se i detti cibi non
fussero stati di natura lubrici, noi eravamo morti dal soverchio mangiare. La
medicina nostra era latte di fresco munta, perch ognuno di quei capi di
famiglia aveva chi quattro e chi sei vacchette a sostentamento della sua
brigata.
Venuto il tempo di maggio, all'uscita del quale sogliono condur il pesce loro
nell'antedetto luoco di Berge, si preparorono con quello di condur ancora noi.
Ma prima alcuni giorni, pervenuto a notizia di una donna, moglie del principal
rettore di tutti gli scogli, il quale da quelle parti era absente, del capitar
nostro in quel luogo, mand un suo cappellano con la sua barca, che vogava a
remi 12, e a me come principale port in nome di detta donna pesci 60 stocfisi
indurati al vento, e pani tre grandi rotondi a nostro modo di segala e una
fugaccia, dicendo che la causa della venuta era perch, avendo inteso detta
madonna noi esser stati mal trattati da quelli dove ci ritrovavamo alloggiati,
che largamente dicessimo in che cosa ne fosse stato fatto alcun torto, perch
del tutto ne farebbe restaurare, comandando a quelli del scoglio che ne
facessero buona compagnia e ne conducessino a Berge. Noi, ringraziandola,
escusammo l'innocenzia de' nostri ospiti, laudando il suo buon portamento; e
trovandomi una corda di paternostri di ambra, che ebbi a San Iacomo di Galizia,
la mandai a detta madonna, acci pregasse Iddio per il nostro repatriare.
Approssimandosi il tempo del partir nostro, per indicio del lor cappellano,
perch era frate predicatore alemano, fummo constretti a pagar cadauno di noi a
ragion di due corone al mese, cio corone sette per uno: e non avendo danari a
bastanza, ebbero del nostro tazze sei d'argento, pironi sei e cucchiari sei, la
maggior parte delle qual cose pervenne in mano del malvagio frate, forse che
non se ne fece conscienzia, parendoli meritare per la sua turcimania, e
accioch nulla ne rimanesse delle robe del sfortunato viaggio. Nel giorno della
partenza nostra universalmente da tutti fummo presentati del lor pesce, e al
prender licenzia le donne e fanciulli lagrimavano, e noi con loro, venendo il
frate con noi per visitar il suo arcivescovo e portarli dell'acquistate robe la
parte sua.
Partimoci alla stagione che gi era tanto cresciuto il giorno che navigando
alla fine di maggio vedemmo per ore 48 il corpo solare, ma andando alla via di
mezogiorno e allontanandoci dalla settentrional regione perdevamo per poco
spazio il veder di raggi del sole, perch, ancor che si smarrisse, rimaneva
per chiaro il giorno, apparendo in spazio d'un'ora il sole. Ma, come
n'affermavano quelli del scoglio della salute nostra (dico del scoglio
abitato), per mesi tre dell'anno sempre veggono il corpo solare, com'ho detto
per avanti. Onde, navigando noi per molti scogli e sempre per canali alla via
di mezogiorno, udivamo grandi strepiti di coccali e altri uccelli marini,
ch'avevano i lor nidi per li detti scogli; ma, come veniva il punto di dover
dormire, tutti rimanevano in silenzio, e a noi si manifestava il tempo del
riposo, ancor che fosse giorno, e allora si mettevamo ancor noi a dormire. Cos
scorrendo per giorni 15 col vento quasi in poppa, di continuo al dretto di
monteselli fatti a posta in su le ponte di detti scogli, che n'insegnavano la
via netta e profonda, e trovavamo che molti delli detti erano abitati, e
venivamo da quelle genti raccolti con piet, e fatto che gli avea il frate a
sapere della condizion nostra, ne porgevan di lor cibi, cio latte, pesce e
simil cose, senza pagamento alcuno.
Avenne che per il cammino s'incontrammo in quello arcivescovo che 'l frate
andava a visitare, qual era superiore di tutti quei luoghi e scogli, nominato
archiepiscopus Trundunensis, con due suoi belingieri che venivan remorciati: e
la sua compagnia era da persone oltra ducento. Li fummo appresentati, e inteso
ch'ebbe i casi nostri, condizion e nazione, molto si condolse; offerendoci a
noi, scrisse una lettera al luoco della sua sedia, chiamato Trondon, dove  il
corpo di s. Olavo, qual fu re di Norvega, perch ivi dovevamo capitare, per la
qual avemmo buona raccoglienza; a me fu donato un cavallo. Dopo molti
parlamenti pur del naufragio nostro ci partimmo per seguir il viaggio.
Giunti in Trondon, intendendo il patron nostro che si faceva guerra fra Alemani
e il suo signore re di Norvega, deliber di non andar pi oltra, s che ne
messe in un scoglio appresso Trondon abitato, raccomandandone agli abitatori di
quello, e lui ritorn adietro. Il d sequente, che fu il d venerandissimo
dell'Ascensione del nostro Signore, fummo condotti in detto luogo e menati ad
uno ornatissimo tempio di S. Olavo, dov'era il rettor con tutti gli abitatori,
e quivi stemmo alla messa. Finito l'officio fummo presentati al detto rettore,
facendoli intendere con cui eravamo l capitati: con maraviglia e piet
m'interrog s'io sapevo parlar latino; li dissi di s. Prima convitatone tutti
ch'andassimo a disinar con lui ne l'ora che manderia per noi, ne fece ritornar
in chiesa, dove dimorammo per poco spacio; poi venne un canonico, col qual
andai ragionando della condizion e stato nostro, che stupido il faceva
rimanere. Giunti a casa del detto rettor, trovammo che l'avea convitati molti
del luoco, insieme con altri chierici paesani: e quivi umanissimamente ne
ricevette, facendone un convito di pi vivande a lor modo, bench attendessino
li paesani ch'erano l presenti pi al mirarne e interrogarne che al mangiare.
Funne dipoi provisto d'alloggiamento per dormire, ma di continuo dal detto
rettore e altri canonici avessimo il mangiare copiosamente.
Io, che ad altro non pensavo che di venir a casa, il giorno seguente dimandai
consiglio e aiuto come dovessimo far per addrizzarci verso l'Alemagna over
Inghilterra, perch secondo che meglio a lor paresse cos eravamo per fare.
Dopo molte parole fu concluso che per pi sicurt della guerra e per non passar
tanto mare, e per aver soccorso e aiuto alle nostre miserie, che dovessimo
andar a trovar uno messer Zuan Franco, cavaliere fatto per il re di Dacia,
della nostra nazione, il qual abitava in uno suo castello nel regno di Svezia
distante per giorni cinquanta. Onde dopo giorni otto dal giunger nostro al
Trondon ci partimo, dandone una guida il rettore con duoi cavalli; e
all'incontro di miei pesci ch'io li donai, e uno sigillo e centura d'argento,
mi dette spironi, stivali, capello e una manaretta ad onor di s. Olavo, che
l'aveva per sua divisa sopra la sua arma, bolze di cuoio, alcune renghe e pan,
con fiorini quattro di Rens. Oltre di ci avemmo per parte del reverendo
arcivescovo un altro cavallo, s che ci mettemmo a cammino persone dodici con
la guida e cavalli tre, e giorni 53 camminammo verso levante sempre, e di
continuo avendo giorno, capitando quando in cattivo e quando in peggior
alloggiamento, bramosi massimamente di pane. E in pi luoghi macinavano nel
pistrino scorzi d'arbori tagliati a sonde a modo di zucche, e componendoli con
latte e butiro facevano come fugaccine, quali usavano in luoco di pane; e ne
davano latte, butiro e formazo, e da bere l'acqua del latte agro. Pur
trascorrevamo il cammino, e alcuna volta c'imbattevamo in migliore
alloggiamento, trovando cervosa, carne e altre cose necessarie. D'una cosa
trovammo copia, cio di caritativi e amorevol ricetti, s che in ogni luogo
fummo ben visti.
Per il reame di Norvega sono rarissime abitazioni, e molte volte capitavamo
all'ora del suo dormire: bench non fosse notte, pur era il tempo della notte.
La guida nostra, che sapeva il modo e il lor costume, apriva l'uscio
dell'ostaria, e trovavamo la mensa con le sedie a torno, fornita di cussini di
cuoio con buona piuma, che serviva in luogo di stramazzo, e trovando tutto
aperto ci prendevamo da mangiare di quello che vi era, poi ci mettevamo a
posare. E molte volte intravenne che i padroni delle case venivano a
riguardarne quando dormivamo, e rimanevano con stupore. Sentendoli poi la
guida, parlando con loro li faceva intendere la nazione e casi nostri, e
commovevansi a piet e maraviglia, e ne portavano da mangiare senz'alcun
pagamento, s che persone dodici e tre cavalli furon nutriti per tutto il
cammino di giornate cinquantatre con l'amontar di fiorini quattro che a Trondon
ne furon donati. In questo cammino ritrovammo monti e valli aridissime e
spaventose. Il forzo degli animali, come caprioli e uccelli, cio francolini e
pernici, erano bianchissimi quanto la neve, fagiani grandissimi quanto oche.
Vedemmo nella chiesa di S. Olavo, a pi della sedia metropolitana, una pelle
d'orso bianchissima, di lunghezza di piedi quattordici e mezo. Altri uccelli,
zirifalchi, astori, falconi di pi sorti, sono bianchi oltra il natural suo, e
questo per il grandissimo freddo di quella regione. Per tal cammino, gi
dismentichevoli di nostri infortunii e allegri, ci appropinquammo quattro
giornate appresso a Stichimborgo, castello dov'era il prenominato messer Zuan
Franco. Ma prima capitammo in un luoco nominato Vastena, nel qual nacque s.
Brigida, la quale constitu una regola di donne e cappellani d'osservanza
devotissima: e a suo onore nel detto luoco li reali e principi di ponente
fecero fabricare una nobilissima e stupenda chiesa, nella quale numerai altari
62, e la copertura di quella era tutta fatta di rame. Quivi sono donne monache
devotissime, con lor cappellani osservanti di detta regola. Nel detto
monasterio fummo raccolti come forestieri e bisognosi, perch  ricco e
abondante, e per uso pio danno rifugio a' poveri: e cos ancora noi dettero da
vivere abondantemente. Due giorni dipoi ci aviammo per ritrovar il compatriota
nostro messer Zuan Franco, dove giugnemmo in spazio di quattro giorni: e quanto
a noi fusse di conforto a vederlo niuno  che considerar lo potesse. N men fu
allegro il detto messer Zuanne a vederne, il qual si dimostr molto cortese e
pietoso verso di noi, poi che per relazion nostra ebbe notizia di casi e
naufragii nostri, e pose tanta diligenzia e fervore in racconfortarne e darne
aiuto che pi dir n stimar si potrebbe, perch era per costume e per natura
cortesissimo e liberalissimo. Dico che per giorni 15 che dimorammo con lui
ognuno cercava di ben trattarne con opere e con parole, in modo che nelle
nostre proprie case non aressimo potuto aver meglio i nostri commodi.
Approssimandosi il tempo che per devozione di certa indulgenzia alla chiesa di
S. Brigida gi nominata in Vastena innumerabili cristiani e di lontane
provincie sogliono andare, il valoroso messer Zuane a nostro conforto e
instruzione disse ch'avea deliberato di voler andar e menar ancor noi al detto
perdono, non solamente acci pigliassimo l'indulgenzia, la quale era grande, ma
per veder il concorso di tante devote persone, e per aver notizia se in alcuna
parte maritima si trovavano navilii ch'andasseno verso Alemagna o Inghilterra,
luoghi dove per necessit del nostro repatriare ne conveniva capitare. E cos
avenne che al tempo debito con lui andammo, accompagnati dalla sua famiglia,
che passava cavalli cento benissimo in punto, e partimmo andando ogni giorno in
commodissimi alloggiamenti de' luoghi sottoposti al detto messer Zuane. Dur
l'andata nostra 5 giornate, e veramente, cos nel suo castello come ne' suoi
villaggi del cammino, fummo magnificamente e splendidamente trattati. Giunti in
Vastena la vigilia del perdono, trovammo nel vero un concorso d'innumerabili
persone di diverse nazioni: molti cavalieri con le loro famiglie passati di
Dacia, luoghi distanti oltra miglia 600; altri d'Alemagna, d'Olanda, Scocia,
che son oltra il mare; similmente di Norvegia, Svezia, assai genti venute per
terra. Quivi intendemmo che in Lodese, luoco maritimo distante a giornate otto,
si trovavano due navi, una per Alemagna, cio per Rostoch, l'altra per l'isola
d'Inghilterra: della qual cosa fummo molto contenti e allegri. S che, restati
fin il d sequente della festa, che fu il primo d'agosto, devotamente ricevemmo
il perdono; tolta poi ad 3 del detto licenza dal prefato magnifico cavalier,
qual n'abbracci tutti con tante dolci e amorevol parole che tutti piangevamo,
ne consegn ad un suo figliuolo nominato Mafio, giovane molto costumato e
amorevole, comandandoli che ne conducesse a Lodese. E vedendomi alterato
alquanto di febre, mi volse quel valorosissimo cavalier per pi mia commodit
dar un suo cavallo portante notabilissimo, e di andar tanto soave che non viddi
mai il simile: e ben mi fu necessario per l'augumento del detto accidente,
perch altramente averia fatto molto male.
Giunti in Lodese alloggiammo in una sua casa propria che aveva quivi con
possessioni, s come anco in Vastena, dove dal figliuolo fummo governati
secondo il solito suo e paterno costume, dimorando pi giorni per aspettar la
partenza delle dette navi. Pur venne il tempo che quella si part per Rostoch,
luogo d'Alemagna, con la quale se n'andorono Nicol di Michiel mio scrivano,
Cristoforo Fioravante uomo di consiglio e Girardo dal Vin sescalco, rimanendo
di noi otto, che poi ad 14 di settembre ci partimmo per Inghilterra, forniti
dal prefato Maffio di tutte le cose necessarie. E come piacque alla bont
divina per otto giorni e notti tanto ne fu favorevole e soavissimo il vento che
noi passammo in Inghilterra al luogo di Lisla, ch' nell'estrema parte verso
tramontana dell'isola; nel qual luogo il buon parone ne appresent al suo
parzionevole, uomo ricco e da bene, il qual, intese ch'ebbe le condizion
nostre, ne raccolse con tanta carit che pi non averebbono potuto far i pi
propinqui parenti. Qui dimorammo due giorni e due notti; dipoi con suo favore,
dandomi nobeli quattro, ne messe in via d'andar a Londra.
Ma non voglio tacer quel che m'avenne quando io dismontai di nave in terra a
Lisla: parendomi esser uscito del profondo dell'inferno, fui ripieno di tanta
allegrezza e divozione che per quella notte, ringraziando Dio e per tenerezza
lagrimando, mai mi potei addormentare. Partitici da Lisla, andando con un bato
su per una fiumara, aggiungemmo a Cambris, terra grande dov' studio di pi
facult. La domenica, andati alla messa ad un notabile monasterio, mentre
udivamo la messa un monaco di detto luoco, dell'ordine di S. Benedetto, mi
venne a trovar, parendogli ch'io fussi sopra gli altri, dicendomi in latino che
dopo la messa voleva parlarmi. La qual finita che fu, senza dimora venne e
menommi solo in una parte remota di detta chiesa, e poi che 'l m'ebbe
interrogato della nazion mia e di casi intravenuti, mi porse scudi sedici in
mano, dicendo che ancor lui voleva andar al santo Sepolcro, e che capiteria in
Venezia e veniria a trovarmi. Accettata la detta elemosina e fattili li debiti
ringraziamenti, mi parti' e fui a confortar i miei compagni, alli quali dissi
il tutto; e pagata ch'ebbi l'ostaria con questa elemosina, tutti allegri
cominciammo di nuovo a ringraziar la divina clemenzia, che pur un giorno, dopo
partiti dal scoglio deserto, posto che vi fosse mancamento di danari e di roba,
mai non patimmo carestia di mangiare, ma sempre a luoco e tempo la grazia ne
era preparata. Speriamo adunque in Dio e facciamo bene, che mai non ne potr
mancare.
Partiti da Cambris il sequente giorno capitammo a Londra, dove poche ore avanti
capit il mio nocchiero con due altri. E datosi a conoscere a quei signori
mercatanti della nazion nostra, e dittoli della mia venuta, messer Vettor
Cappello con gli altri ne vennero incontro lontan da Londra per pi miglia
aspettandomi. E quando a lor fui giunto, quanta e qual fosse l'allegrezza
nostra ogni persona discreta lo pu comprendere, percioch, abbracciandomi e
con tenerezza lagrimando, parve loro d'aver recuperato il perduto, e a me
d'esser resuscitato da morte a vita: e non altrimenti mi condussero e
riceverono nelle lor case, con tutti gli altri ch'erano in mia compagnia, che
se gli fussimo stati lor proprii e amati fratelli. Il gentilissimo e d'ogni
virt ornatissimo messer Zuan Marcanuova, venendo a mia visitazione, perch'io
non potevo andar fuori, similmente mi strinse con grande affetto e
amorevolezza, mi abbracci, poi men seco i bisognosi nobili nati in Candia che
in mia compagnia si ritrovavano, cio messer Francesco Quirini e messer Piero
Gradenico suo nepote: i quali veramente non potevano capitar meglio, perch si
ritrovavano infermi e ruinati della persona in tal modo, per il lungo viaggio,
che, se non fosse stata una cos amorevole e pietosa accoglienza, incorrevano a
pericolo di morte. Ad essi adunque in quella casa con ogni diligente studio e
carit fu provisto via pi di quello ch'era a bastanza a' suoi casi. Io ancor
dove rimasi, che fu la casa del valoroso messer Vettor Cappello, e in compagnia
di messer Ieronimo Bragadin, umanissimi e cortesi, ebbi tanto abondantemente i
miei commodi che pi desiderar non aria potuto: s'ingegnavano, insieme con gli
altri mercanti, con ogni modo e via di confortarmi e aiutarmi, acci che io
potessi riaver la mia salute. O Signor Iddio, quante sono le tue grazie e doni
a noi nel tanto travaglio, pericolo e sinistri concessi, che da una estrema
miseria e calamit ne reducesti a tanta abondanzia d'ogni bene! Questo io sento
col cuore, dicolo con la lingua, e mettolo anco in scrittura.
Dapoi alcuni giorni si volse partir parte di miei compagni, che fu il nocchier
Bernardo dai Caglieri e Andrea di Piero da Otranto marinari, per andar a far
suoi voti, e io rimasi con Nicol, fidel famiglio, e Alvise di Nasimben penese
in casa di detti signori, e similmente il Quirini e Gradenigo. A quelli che si
partissero fu dato danari, per modo che non patirono alcuni incommodi nel
cammino.
Dimorammo noi rimasti in Londra circa mesi duoi, contra il voler nostro,
sforzandone i nobilissimi e amorevoli mercatanti, perch a lor pareva che
fussimo ancor troppo deboli e non ben fortificati. Fummo dapoi tutti vestiti e
messi in punto secondo il grado nostro, e volendo che io con gli altri
riconoscessi in dono vestimenti e danari datine per le cavalcature e viaggio,
io ringraziandoli non volsi per modo alcuno, assegnandogli la ragione. Li
pregai bene che in luoco nostro avessero per raccomandati gli altri compagni,
come bisognosi. E venuto che fu il tempo della partenza nostra da Londra,
avendone provisto di cavalcature e guida, mi aviai insieme col nobile messer
Ieronimo Bragadin, uno di nostri benefattori, e passato il mare si separorono
dapoi dalla mia compagnia alcuni marinari per andar a' suoi voti, e messer
Francesco Quirini, Piero Gradenigo, nobili candiotti, quali fecero altra via
incognitamente. Loro e noi trascorremmo l'Alemagna, andando messer Ieronimo e
io per la via di Basilea, e in giorni 24 giugnemmo al desiderato porto della
patria nostra dell'alma citt di Venezia, dove fu consumata e approvata
l'esaudizione fattami per il misericordioso Iddio, intercedendo il glorioso
santo Agostino, la cui orazione per giorni quaranta avevo devotamente a
ginocchi nudi detta avanti il Crocifisso, con ferma speranza e fede d'esser
esaudito, la qual comincia: "O dulcissime Iesu Christe Deus verus, etc.". E la
mia dimanda conteneva che 'l Signor Dio mi concedesse grazia di ritornar a casa
sano e ritrovar i miei vivi in simile stato: e cos m'avenne, s che laude e
gloria incessabilmente sia riferita al Signore in secula seculorum. Amen.

Il fine del viaggio e naufragio del magnifico messer Pietro Quirino.


Naufragio del sopradetto messer Piero Quirini descritto per Cristoforo
Fioravante e Niccol di Michiel, che vi si trovarono presenti.

Ancora che per infiniti esempi, s antichi come moderni, ogn'ora siamo
esortati, nella misera e travagliata vita di noi marinari, che dobbiamo sempre
aver la mente e animo drizzato al nostro Signor messer Ies Cristo e in quello
metter ogni speranza; vedendosi nondimeno che per esser mal allevati e nodriti,
o per natural inclinazion che abbiamo sempre al male, le dette esortazioni poco
giovarne, accioch con la viva voce e testimonio proprio vediamo di commover
questi animi indurati e poco devoti, n'ha parso esser conveniente officio di
far memoria e non lassar andar in oblivione un pietoso e crudel viaggio pieno
d'innumerabili ed estremi casi, occorsi ad una cocca veneziana sopra la qual
noi eravamo, di portata di botte 700 e pi, carica di vini, specie, cottoni e
altre mercanzie di gran valuta, fatta d'ancipresso e armata in Candia d'uomini
68 per andar verso ponente, il patron della qual era messer Piero Quirini,
gentiluomo veneziano, nel 1431. La qual, dopo molti disagi, infortunii e
mancamenti occorsili dal partir suo di Candia fino in ponente, alli 6 di
novembre del detto millesimo capit alla bocca di canali di Fiandra, e
trascorse larga delli detti per fortuna da sirocco alla volta di maestro circa
miglia 140, scorrendo ogn'ora sopra l'isola di Ussenti, dove d'accordo dicemo
noi, Cristoforo Fioravante e Nicol di Michiel, che a mezod tentammo con il
scandaglio il fondo del mare e trovammoci in passa 55 d'acqua, e poi verso la
sera di nuovo il cercammo e trovammoci in passa 90 e pi. Ma la fortuna e
rabbia de' venti era tanto grande che ne ruppe cinque cancare del nostro timon,
ch'erano appiccate all'asta d'essa nave, bench parte di maschi di quella
fussero spezzati. E per aiutar esso timon ci sforzammo di ridurlo e farlo star
al suo luogo per forza di nizze, cavi e stroppe, il che si faceva con
grandissima difficult: e nondimeno la nave andava sempre verso ponente maestro
con vento di levante.
Alli 11 del detto mese ci trovammo trascorsi circa il fin dell'isola d'Irlanda,
dove incontrammo due navi dalle Schiuse cariche a Baia di sale che tiravano in
Irlanda, alle qual ci sforzammo d'accostarci per darli lingua: e con difficult
ad una sola potemmo porger alcune poche parole, e ci accorgemmo ch'ancora le
dette avean voglia di parlarne, e se l'impeto della fortuna non n'avesse
obstato l'un con l'altro averia soccorso alli suoi bisogni. Ma, come dapoi
intendemmo, una di dette navi capit male.
Alli 12 all'alba, non restando, anzi ogn'ora pi aumentandosi la fortuna, con
tanto impeto e furor carg sopra il timon gi indebolito che li ruppe ogni suo
ritegno, di sorte che l'and alla banda, dove noi per ultimo rimedio gli
attaccammo una grossa tortizza, con la qual tre d cel tirammo dietro, non li
possendo far altro: nel qual tempo per arbitrio nostro ci parve che scorressimo
miglia 200 e pi contra nostro volere.
Alli 15 la mattina, essendo il vento e mar alquanto bonazzato, con grandissimo
nostro affanno tirammo in nave il detto timon, sperando col tempo, essendo
acconcio, d'adoperarlo; e per allora fabricammo di legname due spere over
retegni, con li qual potessimo contrastar alla seconda dell'acque e venti, li
quali contra il voler nostro conducevan tutt'ora la nave alla traversa, non
potendo adoperar la vela gonfia in alcun nostro proposito.
Scorremmo con questi travagli da d 20 fin 25 novembre, a punto la notte di s.
Caterina, nella qual le palle di duoi postizzi timoni, ch'avevamo fatto
essendone mancato il vero governo, ci furon dal vento e dal mare con gran furia
fracassate e rotte. E oltra di questo ci lev collo la maggior parte del
quartier sopravento dalla banda destra, dove all'alba fu necessario lassar
l'antenna e quel poco resto della vela ch'era rimasa, e rimettemmo una seconda
vela per necessit: non per che fosse bastante a tempi di tanta rabbia e
fortuna. Poi levammo via l'aste di duoi postizzi timoni, e con molti pezzi di
legni ne fabricammo un altro, che pi presto ombra che vero timon si poteva
chiamare, e lo mettemmo al luoco suo per governo: ma non pot durar se non fin
alli 26 novembre, che l'impeto del mare ne lo port via del tutto, s che
rimanemmo privi d'ogni speranza di governo.
Alli 27, trovandone tutti dolenti e angustiosi, vedendone tutt'ora rappresentar
la morte, non sapendo che fare deliberammo di sorger con l'ancore, e avendo
tentata la distanzia del fondo col scandaglio, ci trovammo esser la mattina in
passa 80, e sperando di pi bassezza verso la sera, ci trovammo in passa 120
alti dalla rena. Onde ne parse di non aspettar pi di far questo effetto, e
attaccammo alla maggior ancora tre nove e grosse tortizze, una in capo
dell'altra, per lunghezza capace a tal distanzia di fondo, e gettatala in mare
stemmo attaccati fortemente, di continuo travagliando la nave per gran spazio
di tempo. Poi, vedendo incrudelirsi pi la fortuna, la qual faceva fregar tanto
la detta tortizza alla banda della nave che li fili eran frusti, e la tortizza
fatta debile che pi non poteva durare, e perdendo ogni speranza di ritegno, ne
parse di tagliarla. E cos facemmo, lassandola insieme con il ferro nel mare; e
la nave in abbandono andava dove la furia di venti e mare la menava, con
grandissimo spavento di cuori nostri.
Ad 29 detto, non cessando per modo alcuno la fortuna, anzi tutt'ora crescendo,
un groppo di vento sforzevole pi dell'usato ci lev via la seconda vela
dell'antenna, onde tutti attoniti e smariti ci sforzammo di nuovo, delle
strazze della prima e di questa seconda, di avilupparne un'altra, pi presto
segno che vela, e la mettemmo meglio che fu possibile sopra l'antenna, con la
quale andammo errando or qua or l, dove il mar ne portava, fin alli 4 di
decembre, che fu il giorno di santa Barbara.
Alli 4 di nuovo s'incrudel tanto la rabbia del vento che ne port via del
tutto questa terza vela, e cos nudi e spogliati di vela e timoni andammo alla
ventura fino alli 8 d, sempre errando senza saper farli provisione alcuna per
la salute nostra. Dapoi sempre crescette il vento di levante, e con tanto
impeto e forzo che 'l mar si cominci a levar cos alto che l'onde parevan
montagne, e molto maggiori che mai per avanti le avessimo vedute, con
l'oscurit della notte lunghissima, che pareva ch'andassimo nel profondo
d'abisso. Qui si pu pensar quanta era l'angustia e tremor nei nostri cuori,
perch, ancor che fussimo vivi, ne pareva in quel instante esser morti,
aspettando ogn'ora la morte, la qual vedevamo presente. In queste tenebre si
vedeva alle fiate aprir il cielo con folgori e lampi cos risplendenti che ne
toglievan la vista degli occhi; e ora ne pareva toccar le stelle, tanto la nave
era portata in alto, ora ci vedevamo sepolti nell'inferno, di sorte che tutti
attoniti avevamo perso il poter e le forze, n altro si faceva per noi se non
che con piet uno riguardava l'altro.
E scorrendo con tant'impeto per molte ore, alla fine un collo di mare ne
sopragiunse con tanta furia sotto vento alla nave che l'acqua v'entr dentro e
l'impitte quasi meza, per la qual gi indebolita s'ingallon e mostr carena. E
veramente quella era l'ultima ora e fin nostro, e certo eravamo inghiottiti dal
mare, se non fusse stato il nostro Signor Ies Cristo, che non abbandona quelli
che pietosamente lo chiamano, che porse tanto vigore e forza nelli animi nostri
afflitti che, vedendo la nave in cos pericoloso termine piena d'acqua, n
poterla per forza umana buttar fuori, deliberammo di tagliar l'arboro, e con
l'antenne e sartie buttarlo in mare. E cos facemmo, e la nave alleggerita
respir alquanto; e noi allora, preso ardire, cominciammo a buttar fuori
l'acqua, la quale con gran nostro affanno e sudore alla fine vincemmo. Di
questa maniera andammo scorrendo quella lunghissima notte, e venuto pur
alquanto di giorno, il nostro generoso e constante patron, vedendo la sua nave
spogliata d'ogni armizzo e instrumento, qual avea fabricata e adornata con
tant'allegrezza, soprapreso da un dolor e affanno inestimabile che lo faceva
attonito e fuor di s, considerando che pi non vi era rimedio di poter
scapolar la vita, andando errando dove il vento e mar ne menava, pur alla fine
sforzatosi, non mostrando perturbazion alcuna nel viso n nel parlare, ancor
che 'l cuor li fosse trafitto e se li vedessin le lagrime agli occhi, con voce
salda voltatosi verso di noi ne cominci a parlar in questo modo:
"Carissimi fratelli e uniti compagni in cos estremo e orribil caso, poi che
per li nostri peccati  parso a colui che solo pu l'anime nostre salvare e per
questa via purgarle di condurne a questo miserabil passo, vi prego che con
tutto il cuore debbiate levar la mente vostra verso nostro Signore, qual per
amor nostro venne in questo mondo a patir la morte con tanta e s crudel
passione, pentendovi di tutt'i vostri peccati e raccomandandovi alla
misericordia sua, acci che, come l'ora venghi dell'uscir di questa nostra
misera e afflitta vita, la qual vedo approssimarsi, la maest sua in questo
nostro transito ne riceva nelle benigne e piatose sue braccia". E quivi,
mancandoli la voce, s'ingropp d'una estrema tenerezza di cuore e stette un
gran pezzo che non pot parlare, non mostrando per segno alcun di dolore:
solum se gli vedeva correr le lagrime dagli occhi.
Alla fine, riavutosi, con la medema costante voce and drieto continuando:
"Considerato adunque i nostri spaventevoli termini nelli quali ci troviamo, io
comprendo chiaramente che stando in nave  star in man d'una morte certa, e noi
di noi medemi saremo omicidi, perch, ancor che restassino i venti e il mar si
abbonacciasse, non abbiam per da vivere per pi di 40 giorni, rispiarmando e
allungando quanto sia possibile la mesa che ci troviamo; la qual finita, ci
vederemo subito morire tutti ad un tratto, essendo privi d'ogni soccorso e
aiuto di poter navicar con questo corpo di nave, che senza arbori, vela e timon
si pu chiamar morto. Ma se noi l'abbandoniamo con quel poco che ci  restato
di vivere ed entriamo nelle due barche che sono qui in nave, non per
scapoliamo l'impeto del mare, al quale bisogna obedire, ma noi avemo in quelle
governo e vele da poterne guidar dove conosceremo esser la nostra salvezza, e
non esser condotti or qua or l contra il voler nostro: e per, quando piacesse
al nostro Signor Dio di darne un poco di bonaccia, che saria segno d'esser
placato verso noi miseri peccatori, a me pareria, quando a voi ancor cos
piacesse, che preparassimo la barca e schiffo di quel poco di viver che ci 
rimasto, e quello equalmente partire". A queste ultime parole avendo tutti
piangendo risposto d'esser contenti, egli continuando disse: "Per con vostro
consenso comando a te, Nicol di Michiel scrivano, che secretamente debbi tuor
in nota il nome di quelli che vogliono montar sopra del schiffo e sopra la
barca". E immediate si dettero in nota persone 45 di voler montar sopra il
schiffo, qual era capace solum d'uomini 21, e per fu necessario di buttar per
sorte chi vi doveva montar suso: e cos fu fatto, e quello preparorono e misero
in ordine, e il simile fecero della barca, nella qual entr il patron con
uomini 47 salvati fin allora.
Alli 17 decembre, mitigatosi alquanto la furia di venti, parse a tutti esser
tempo atto di lassar la nave e montar nelle barche. Ma il timon, ch'era sopra
coperta disteso, ne impediva che non le potevamo buttar in mare, onde fu forza
tagliarlo e farne tre pezzi, e quelli gettar fuori. Ma il giorno era tanto
curto che in un momento si vedeva la notte, onde fu forza d'aspettar il giorno
di 18, nel qual si trov il mar pi bonacciato. E allora cominciammo a voler
alzar in alto la barca e schiffo, ma, non avendo l'arboro, fu forza di pigliar
l'arguola del timon e, quella con sartie e taglie acconciata, ci mettemmo a
voler levar la barca: ma, non potendola alzar tanto alto che la non rimanesse
obligata dentro della banda del vivo della nave, ne fu forza di tagliar di
detta banda non manco di due braccia per altezza e molto pi per lunghezza, e a
questo modo le gettammo in mare salve. E dovendoci partir l'un dall'altro, si
contristorono tutti i nostri cuori, e ci cominciammo ad abbracciar e baciar con
infinite lagrime, sospiri e singulti: ed erano tanto serrati e contristati i
nostri spiriti che non era possibile di mandar fuori parola alcuna, se non
guardarsi piangendo.
Montorono nel schiffo i 21 a cui era toccata la sorte, e li fu data per rata
secondo la porzione della mesa rimasta biscotti, anzi frisoppi, circa lire 300,
formaggio candiotto lire 80, persutti lire otto, sevo da ripalmare lire 40,
oglio circa lire due e non pi; ma ben vi mettemmo carrattelli sette di vini
tiri, ch' una sorte di malvasia, che di pi la ditta fusta non era capace.
Similmente nella barca entroron uomini 47, computando il padrone, alli quali
per rata tocc la lor parte di vettovaglia, aggiuntovi un poco di gengevo verde
in sciroppo e sciroppi di limoni, con alquante poche spezie che furon tolte.
Noi eravamo per arbitrio nostro distanti dalla pi prossima isola o terren da
miglia 500 o pi dal capo sotto vento dalla parte di tramontana, e navigammo di
conserva nel tranquillo mar quel poco di giorno con li nostri 21 compagni,
consolandoci visto il principio di s piana fortuna. Ma nel far della notte si
lev una nebbia con oscurit che ne fu nunzio della mala sorte e fine che
dovevano aver i compagni del schiffo, quali perdemmo di vista n pi li
vedemmo.
Alli 19, apparsa l'alba e non vedendo alcun segno del schiffo, ne fece dubitar
della lor morte, onde gli animi nostri molto si conturborono dubitando di
quello che doveva intravenire, percioch s'incrudelirono i venti per tal modo
ch'un colpo di mare s impetuoso salt nella barca dietro della popa, dove noi
Cristoforo e Nicol eravamo assentati, che per forza del suo furore si piegoron
due falche, che lasciorono segno d'insupportabil affanno, per modo che la barca
era pi carica del peso dell'acqua che del suo proprio. Onde per aiutarla
corressimo tutti a cavarla a mano, e, dalla paura e necessit constretti, ne
conveniva gittar fuori per libarla tutto quello, o con acqua o senza, che pi
pronto e commodo ne veniva alle mani. Riseccata la barca, subito s'accorgemmo
d'aver in questa fortuna buttato via la maggior parte del vino, e che ci
trovavamo in tanta estremit che, se volevamo gustarne per rivigorar gli
affannati sensi, non toccava a cadaun per rata pi d'una tazza al giorno, e chi
pi voleva bere gli conveniva pigliar dell'acqua del mare: e dur questa misura
otto giorni e non pi. Dipoi, accortisi di maggior bisogno, ci riducessimo a
maggior estremit, restringendo la rata nostra a meza tazza il giorno. N
alcuno di noi poteva fissamente dormire, per li varii dubbii e pericoli che
sempre ne stavano presenti. Stavamo di continuo, giorno e notte, quatro o sei
di noi, chi al timone e chi alla sentina, stando sempre fermi e dritti, dandoci
il cambio: dove pativamo freddo senza comparazion molto maggiore di quello qual
gi fu non sono molti anni in Venezia, quando tutt'i canali erano giacciati,
che da Margara a Venezia passavano sopra il ghiaccio non solamente gli uomini e
le donne, ma buoi, cavalli, carri e carrette in gran quantit, con admirazione
di tutto 'l popolo, conciosiach quella regione sia senza comparazione molto
pi fredda del paese d'Italia. Or considera che stato era il nostro,
ritrovandoci alla scoperta con pochi panni, non avendo da mangiar n da bere n
altra cosa necessaria al viver umano, salvo pochi frisoppi avanzatici, e le
notti di ore 21 l'una, pur oscure. Per il qual freddo cominciavamo a perder i
sentimenti de' piedi, e a poco a poco tal freddo intenso occupava tutto il
corpo, accendendone d'una canina e rabbiosa fame, tal che cadaun cercava di
divorar ci che pi accanto e prossimo avesse in qual parte potea, pur che far
lo potesse con quel debole e poco vigore che gli era rimaso. Poi,
sopragiungendoli la morte, lo vedevi crollar la testa e cader immediate morto.
Nei quali disagi, di 47 uomini che in questo termine ci ritrovavamo, ne
spirorono 26: e non  cosa di maraviglia, non potendo aver alcun soccorso; anzi
 divino miracolo che ne sia rimasto vivo alcuno, e quelli pochi che siam
restati  solamente per far memoria di sommamente esaltare la divina potenzia.
Li quali 26 morirono dalli 23 di decembre fino alli 5 di gennaio, quando uno,
quando duoi e pi al giorno, e li davamo il mare per sepoltura.
Ad 31 decembre, mancatone in tutto il vino e vista la cruda esperienza di
nostri 26 compagni, che per bere dell'acqua del mare morirono, la necessit ne
fece buon stomaco, cio di pigliar della nostra urina per spegner la sete. E
gi vi erano di compagni usi a torne in abondanzia, perch, mancatali
l'abondante copia del vino, non potevano tolerar la sete, non che scacciarla,
anzi avevano per somma grazia di poterne impetrar da' compagni, de' quali ve ne
furono alcuni che la negavano al pi suo propinquo per riservarla a se medemi.
Vero  che alcun di noi cautamente la mortificava con alquanto siropo di
gengevo verde o di limoni a caso rimastici, durante questo fin al quinto di
gennaio, ogn'ora pi usandoci a maggiori estremit.
Ad 3 di gennaio 1431 avemmo vista del primo terreno, il che ne porse somma
speranza, avenga che fosse molto distante, dove vedemmo alcuni scogli
sopravento colmi d'infinita neve, alli quali, per esserne i venti contrarii,
non potemmo accostarci con la vela, e manco con li remi, per esser le nostre
braccia grandemente indebilite: onde pur ci afforzavamo d'appressarvici secondo
il vento, ma, per la correntia dell'acqua trapassandoli del tutto, li perdemmo
di vista.
Ad 5 del detto avemmo vista d'un pi alto scoglio sotto vento, il quale
scorrendo, subito ci afforzammo di accostarvici, bench scorremmo per alquante
ore. E visto noi esser soprani allo scoglio pur lontano, allargammo la vela per
andarvi, talch circa le tre ore di notte vi fummo appresso, e forse troppo: ma
mediante il lume della divina clemenzia s'accorsero quelli da proa dell'occulto
e sassoso scoglio, onde subito fu ordinato a quelli del timon che dovessero
tirare a poggia. Noi ci trovavamo in grandissimo pericolo di manifesto e certo
naufragio, per esservi sotto sassi infiniti che ne facevan spaventar, percioch
eravamo entrati fra due scogli in un luogo che a torno a torno era petroso e
innavigabile; nel qual punto essa misericordia di Dio, per salvarne, subito
mand un colpo di mare senza rottura, il qual a peso ne cav salvi fuori di
quella concavit, bench per questo cargasse la fusta di molta acqua, la qual
subito riseccammo. Il che veramente conoscemmo esser dono del Signor Dio, che
secondo i bisogni nostri e casi estremi ne porgeva ardire, vigor e sapere, del
corpo come della mente.
E andando alla via d'uno pi alto scoglio, avemmo vista d'una valle posta fra
duoi prossimi monti, nella qual volendo entrare, circa la quarta ora di notte,
i crudel venti non ne lasciavano. E accesi di grandissimo desiderio di smontar
in terra, ripigliammo vigore e a forza di remi e col divino aiuto entrammo
nella detta valle, a punto nel men dubbioso luoco, quasi nel suo principio, nel
qual subito che si sent toccar con la fusta la rena, cinque de' nostri
compagni, pi desiderosi del bere che d'altra recreazione, saltorono in acqua
senza riguardo alcuno, ancor che fosse molto alta, e s'aviorono verso la neve,
e tanta n'inghiottirono ch'era cosa incredibile. Poi a noi ch'eravamo rimasti
in barca per defenderla dal batter del mare ne portorono gran quantit, della
quale con grande avidit ne pigliammo ancor noi fuor di misura.
E discorrendo secondo i nostri iudicii, che avendo scorsi con questa fusta
giorni 18 dal d che ci partimmo dalla nave fin questo d 6 di gennaio, sempre
camminando fra greco e levante, e non di minor vento che di sei miglia per ora,
noi eravamo trascorsi da duoimila e cinquecento miglia e pi, senza mai veder
terreno alcuno.
Ad 6 di gennaio, a punto il solenne giorno dell'Epifania, smontammo in terra
19 di noi in questo disabitato e arido luogo, chiamato l'isola di Santi, in la
costiera di Norvega sottoposta alla corona di Dacia, lassando duoi altri alla
guardia della debole barca, acci dalle percosse del mare non fosse rotta. E
quivi smontati col favor d'un remo c'ingegnammo d'accender fuoco, e con la
casettina del fucile ci riducemmo nel men scoperto luogo da' venti: e visto il
fuoco la natura pur prese alquanto di vigore. Ma questa prima notte, per li gi
patiti disagi, tre di nostri compagni smontati in terra morirono, e li due
compagni ch'erano rimasi in barca, visto che niuno andava n andar poteva a
darli aiuto n scambio, abbandonarono la barca con li suoi coredi, e tremanti,
freddi e mezi morti ne vennero a ritrovare, dove pur alquanto si scaldorono.
Vista per noi l'estrema nostra calamit, e comprendendo quest'isola esser
disabitata, e accorgendoci chiaramente, per li fumi e fuochi che noi vedevamo,
ch'altra isola ch'era appresso a noi cinque miglia era abitata, noi 18 rimasi
deliberammo d'andar a quella. Ed essendo rimasa in abandono la nostra barca, il
mar l'avea molto battuta, onde cercammo restoppiarla e calefattar al meglio
potemmo, ritornandovi dentro quei pochi armizzi che ci eran restati per andar
alla detta isola. Ma, montati che vi fummo sopra, la barca s'apr e allarg le
sue corbe, in modo che subito la vedemmo piena d'acqua: onde ne fu forza mutar
pensiero.
Smontati parte di noi quasi tutti in acqua e parte fino al mezo in minor acqua,
ci sforzammo di tirarla in terra, e, desperati di mai non potervi star sopra,
deliberammo di adattarla in modo che fosse a proposito per coprirci. Come
meglio potemmo la facemmo in due parti, e della maggiore femmo una copritura
over capanna per tredici di noi, e della minore un'altra capace per cinque
uomini: sotto le quali entrammo, coprendole con parte della nostra vela. E
delle reliquie e coredi di detta barca facemmo continuamente fuoco, solo per
conservar la vita nostra.
Mancandone in tutto ogni sostanzia del cibarci e del bere, andavamo vagando
sopra il lito del mare, dove la natura ne porgeva il vivere con alcune
chiocciole e pantalene: e di questi non quanti n quando volevamo, ma quando
potevamo e in picciola quantit. E levando la neve in alcuni luochi, trovavamo
certa erba la qual con la neve mettevamo in la caldiera, e come ne parea che la
fosse cotta la mangiavamo: n per ci potevamo saziare. E cos vivemmo 13
giorni continui, con pochissima carit fra noi, per la gran penuria di tutte le
cose ed estrema fame facendo pi tosto vita bestiale che umana.
Perseverando in cos aspra vita, avenne che per gl'insupportabili disagi
mancorono quattro di nostri compagni del maggior ridutto, a punto dov'era
l'afflitto padrone, con quelli rimedii e pochi conforti all'anime e corpi loro
che si pu stimare, appresso di noi rimanendo i lor corpi, i quali, per esser
noi debolissimi, perso ogni nostro vigore, non potevamo rimover due braccia
lontani dagli occhi: anzi dir pi che non avevamo cos tosto presa la gelata o
calda acqua per bocca, che subito la natura per se medesima la mandava fuori,
non potendo noi di ci astenerci n pur levarci in piedi.
Aveaci la fredda stagione a tanto bisogno ridotti che per riscaldarci stavamo
stretti in modo che parevamo quasi cuciti insieme, onde, entrati sotto la vela
la qual copriva intorno intorno fino a terra ambe le nostre capanne, non
potendo esalar il fumo, che procedeva (com'io stimo) per la pece ch'era intorno
ad alcuni pezzi della barca, li quali noi abbrucciavamo, di sorte s'enfiorono
gli occhi che non potevamo vedere: nondimeno il tutto pativamo per riscaldarci.
E i vestimenti nostri, quali mai ci cavamo da dosso, s'empierono di vermenezzo,
e abondavano i pedocchi in tanto numero che, levandocegli da dosso, li
gettavamo a piene mani nel fuoco, e s'incarnavano per tal modo nella cotica e
fin nell'ossa che finalmente condussero a morte un nostro giovane scrivanello,
che mai si pot da tal abominevol vermenezzo difendere: cosa di manifestissimo
esempio per abassar le nostre superbie e alterezze.
Ora, essendo fra noi mancata la concordia, ciascun usava il suo proprio aviso,
onde, vagando parte di nostri compagni per il salvatico e disabitato sito,
vennero a notizia d'un solitario e antico ridutto, gi fatto da pastori per il
tempo della state: ed era posto nel pi alto di la costa di detta isola di ver
ponente, distante dal nostro circa un miglio e mezo. Al quale sei di compagni
del numero degli otto che in questo primo si trovavano deliberorono
trasferirsi, per manco loro incommodit, lassando gli altri duoi compagni soli
nell'abbandonato luoco, s per non poter lor camminare come per esser noi a
condurgli impotenti.
Avenne che quelli sei, per grazia e dono di Dio, trovorono un pesce
grandissimo, al qual non so che nome darli, o balena over porco di mare, qual 
da stimare che fosse mandato dalla somma e divina bont per cibarne. E
considerato che quello si vedea esser stato gettato dal mare sul lito, morto da
fresco e buono e grande, e al tempo di tanto bisogno, ne rendemmo grazie al
clementissimo Signor Dio, il quale per allora volse sostentare li tanti
estenuati corpi e tanto bisognosi di questo cibo, placato forse per l'orazioni
di qualche risvegliata anima divota. Onde noi altri cinque compagni del piccolo
e secondo ridutto, come ci acorgemmo che questi nostri compagni aveano
acquistata cos abondante preda e che la volean tener secreta, tutti adirati
n'andammo a ritrovarli, disposti al tutto di volerne ancor noi, o per amor o
per forza, spingendone la fame ad usar ogni crudelt e metter le persone ad
ogni rischio di morte, ogn'ora pi accrescendo l'odio tra noi. Ma il
prudentissimo padrone, vedutone nel viso tutti accesi di fuoco, con parole
umili e piene di carit cominci a pregar e supplicar, minacciando l'ira divina
sopra di loro crudeli se non ne facean partecipi del dono mandatoli dal Signor
nostro clementissimo, di sorte che ne gustammo quanto volemmo insieme con loro,
e anco n'ebbero gli altri duoi compagni ch'erano restati infermi nel primo
ridotto. Con questo pesce ci nutrimmo nove d convenientemente, e per aventura
quelli proprii nove giorni furono con tanti venti, pioggie e nevi che per niun
modo il crudel tempo n'averebbe lasciati uscir un passo fuori della nostra
capanna.
Consumato il miracoloso pesce, alquanto si bonacci la rabiosa fortuna, onde,
non avendo da vivere, a guisa di lupi che spinti dalla fame van cercando
l'altrui abitazioni, uscimmo della capanna e andammo vagando per il deserto
scoglio, per trovar alcun soccorso da vivere di pantalene e buovoli marini, con
li quali ci era necessario contentarci, ancor che fossero cose minime. E cos
ci nutrimmo insino all'ultimo di gennaio 1431, per magri, pallidi, afflitti e
mezi vivi. Fra il qual tempo, trovando alcun sterco di bove che dal freddo e
vento era riarso (che ogni d ne racoglievan per far fuoco), conoscemmo per
fermo quel luoco esser stato abitato da buoi, la qual cosa ne porgea ferma
speranza di qualche buon fine: e con questo tolleravamo parte di nostri acerbi
pensieri e dolori.
Alla fine venne l'ora che 'l nostro benigno Fattore e clementissimo Signore
volse condurre al porto di salute le sue tanto affannate pecorelle, e fu in
questo modo. Essendosi ad un pescatore, vicino a questa isola cinque miglia,
l'anno dinanzi smarriti duoi vitelli dal luoco dove gli soleva tenere, e non
avendo mai di quelli fra l'anno sentito nuova alcuna, n avendo speranza di
ritrovarli, la propria notte venendo il primo giorno di febraio 1431 venne in
visione ad uno figliuolo del detto pescatore di Rustene (che cos la detta
isola si chiamava), il qual era di et d'anni 16, come certamente i duoi
vitelli erano scampati su l'isola di Santi, distante dalla loro, dove noi
eravamo alloggiati, a punto dalla parte di ponente, dove non ebbe ardir mai
alcuno d'andarvi suso per la bassezza della marea. Onde il figliuolo ch'ebbe
tal visione preg il padre e un suo fratello maggiore che li facessero
compagnia per andar a ritrovarli, e cos tutti tre con una loro barca
pescaressa presero il viaggio verso detta isola, e vennero a punto dove noi
eravamo; e quivi smontando i detti giovani lasciorono il padre a guardia della
barca, e alquanto su per la costiera montati, s'avviddono innanzi nell'aria
uscir fumo del loro usitato altre volte ridutto, onde spaventati e confusi si
maravigliavano, e non poco, come, donde e per qual via questo potesse esser,
per il che stavano molto pi stupefatti: e desiderando di saperne la causa,
comincioron fra loro a parlare. Noi, bench sentimmo tal strepito e udimmo le
voci, pur non potevamo comprender ci che si fosse, ma giudicavamo pi tosto
che fosse il gracchiar di corbi che voci umane: e a questo ne induceva l'aver
veduto pochi d innanzi, sopra i miseri corpi de' nostri otto compagni gettati
al vento, moltitudine de corbi che con la voce fendevano l'aria, pascendosi di
quelli, onde pensavamo non poter esser altri. Ma, perseverando di ben in meglio
le voci de' fanciulli da Dio mandati per salvarne, chiaramente s'accorgemmo che
queste erano voci umane e non d'uccelli. E in quello instante Cristoforo
Fioravante usc della capanna e, visti li duoi garzonetti, ad alta voce
gridando venne verso di noi, dicendo: "Rallegratevi, ecco che duoi ne vengono a
ritrovare". Onde, accesi d'uno ardente disio, ci levammo in piedi, andando pi
col cuore che con li piedi; alli quali approssimati, conoscemmo che per la
subita ed estrema novit si spaventarono, e nella loro effigie divennero
pallidi. Noi per il contrario, rallegratici e con certa speranza confortati,
con atti e gesti di umilit ci dimostravamo che non eravamo per offenderli in
modo alcuno. Varii pensieri n'andavano per la mente, se dovevamo ritener uno di
loro o tutti duoi, overo se doveva andar con loro uno o due di noi. Il primo
aviso ci contrariava, per non saper con chi n con quanti avessimo a fare, per
non intendere noi loro n essi noi. Ma, consigliati dal Spirito Santo, con
dolci maniere quanto pi potemmo descendemmo alla barca loro, dove era il padre
che gli aspettava, il quale quando ne vidde rimase ancor lui stupido e
attonito. In questo mezo guardavamo se nella lor barca vi fosse cosa alcuna da
soccorrere a' bisogni nostri da vivere, e nulla vi trovammo. E mossi a piet,
che ne vedevano affamati per segni e atti che li facevamo, contentorono di
menar con loro Ghirardo da Lione scalco e Cola di Otranto marinaro, per aver
qualche intelligenzia del parlar francese e todesco, lasciandone con gran
speranza di presta salute.
Giunta la lor barca con li duoi nostri compagni a Rustene, tutto quel popolo
concorse, e visto l'aspetto e l'abito d'essi nostri compagni, e di tanta e tal
novit stupefatti, dimandavano fra loro donde e come questi tali fussero
apparsi, over onde smontati, e per esser meglio intesi tentoron di parlarli con
diverse lingue: ma finalmente un sacerdote alemano dell'ordine de' Predicatori
s'intese con uno de' detti compagni in todesco, e per tal mezo furon
certificati chi fussimo, donde e per qual via quivi eravamo capitati. La qual
cosa la mattina sequente, che fu il d secondo di febraio, giorno dedicato alla
gloriosa Madre di Cristo, il detto prete public a tutto il popolo di Rustene,
esortandoli che dell'infortunio nostro si movessero a piet e ad aiutarne con
le lor forze. Noi che eravamo rimasti nell'isola disabitata stavamo con ferma
credenza e infallibile speranza che senza dimora alcuna la mattina seguente
dovessero tornar per noi, s per esserne avisati, come eziandio perch i duoi
nostri compagni li sollecitariano. Passato un giorno e una notte e non vedendo
alcuno comparir, varii e terribili pensieri n'andavano per la mente, e tutti
tendevan al male, onde, passata la solennit della gloriosa Donna e non venendo
n ambasciata n soccorso alcuno, fummo eccessivamente conturbati, rimanendo
mezi morti.
In questo mezo, per il catolico ricordo del prete alemano, alli 3 di febraio
1431, a punto il d di san Biagio, giunsero a noi gli umani e pietosi cittadini
di Rustene, copiosi d'ogni sustanzia che usano per il loro vivere, per cibarne
e salvarne, desiderosi di condurne all'amorevol loro abitazioni per recreare i
nostri estenuati corpi. E cos fummo guidati e accettati in Rustene il giorno
predetto, dove ne furon porti grandi restauri, che n'erano pi tosto nocivi per
la troppa abondanzia, perch non ci potevamo saziar ogn'ora del mangiare, e il
stomaco debile, non potendo patire, ne induceva un affanno nel cuore che
pensavamo di morire.
Erano rimasti nel primo e maggior di due nostri ridutti duoi di compagni
ch'erano impotenti, i quali nulla sapevano di questo cos miracoloso soccorso:
e data di loro notizia a questi catolici paesani, e similmente degli altri otto
morti e non sepolti, radunatisi insieme andorono col prete cantando salmi e
imni, s per sepelire gli otto morti come per condur a porto di salute i duoi
rimasi, i quali giunti all'isola di Santi fecero l'opera di misericordia con li
detti otto spirati, al numero de' quali s'aggiunse uno delli duoi rimasti, qual
trovorono morto. Or pensate come doveva star l'altro, privo di compagnia e
d'ogni umana sustanzia: e costui ancora con poca vita fu condotto a Rustene,
dove in capo di due giorni pass di questa vita.
Giunti noi undici a Rustene, smontammo in casa del nostro conduttore, ostiero e
signore, come lui e gli altri volsero: nella cui entrata il prudentissimo
nostro padrone messer Piero Quirino, usando della sapienzia sua, fece un atto
di grandissima umilt, che subito che 'l vidde la consorte del nostro maggiore,
mostrando per sembianti volerla riconoscer per signora e madonna, a' piedi di
quella si gett; ma essa non volse e lo sollev di terra, abbracciandolo e
conducendolo al fuoco, e di sua mano li dette da mangiare.
In questa isola sono dodici casette con circa bocche 120, per la maggior parte
pescatori, e sono dalla natura dotati di ingegno di saper far barche, secchie,
tine, cesti, reti d'ogni sorte e ogni altra cosa che sia necessaria per il suo
mestiero, e sono l'un verso l'altro molto benivoli e serviziali, desiderosi di
compiacersi pi per amore che per sperar alcun servizio o dono all'incontro. Il
forzo de' loro pagamenti e baratti, in luoco di moneta battuta, sono pesci
chiamati stochfis, quasi tutti d'una misura, di quali ogn'anno seccano al vento
copia infinita, e li caricano al tempo di maggio, conducendoli per li reami di
Dacia, cio Svezia, Dacia e Norvega, pur tutti sottoposti al re di Dacia, dove
barattano detti pesci a corami, panni, ferro, legumi e altre cose delle quali
essi hanno carestia. Poche altre cose per vivere si trovano qui oltra il pesce;
pur alle fiate qualche poco di carne di bue, latte di vacca, del quale con
segala e non so che altra mistura fanno pane di cattivo sapor. Il loro bere 
latte agro, ch' dispiacevole a chi non  avezzo; usano anco cervosa, cio vino
cavato di segala. Noi mangiammo del pesce passera, li quali sono grandissime e
da non poter credere: ne vedemmo alcune assai pi lunghe di sei piedi di misura
commune veneziana, larghe su la schiena pi di duoi piedi, e per altezza grosse
pi di duoi terzi d'un piede, cosa mirabile a dire. Vestono gli uomini di pelle
rosse e tal nere, difensive dell'acqua, e se usano panni sono grossi, di colori
azzurri, rossi e berrettini, condutti di Dacia, di picciol prezzo. Usano questi
paesani di frequentar molto le chiese, perch sono devotissimi e hanno somma
reverenzia al culto divino. L'avarizia  qui totalmente spenta, per in niuna
guisa sanno n conoscono che cosa sia dell'altrui far suo, salvo per baratto: e
per non costumano di serrar n uscio n casa n finestre n alcuna cassa per
dubio di non esser robati, ma s ben per causa degli animali salvatichi.
Gli abitatori di questo luoco, e giovani e vecchi, sono di tanta semplicit di
cuore e obedienti al divino precetto che non sanno n conoscono n pensano in
guisa alcuna che cosa sia fornicazione n adulterio, ma usano il matrimonio
secondo il comandamento di Dio, come proprio sacramento, solo per osservar il
divin precetto e non per alcuna propria lussuria n alleviamento del stimolo
della carne, tanto  la region fredda e contraria alla libidine. E per dar di
ci vero argomento, dico io Cristoforo ch'eravamo in casa del predetto nostro
ostiero e dormivamo in una medema capanna dove ancor lui e la moglie dormivano,
e successivamente v'erano in un contiguo letto le sue figliuole e figliuoli
d'ottima et insieme, appresso li quali letti dormivamo ancor noi, pur alli
loro contigui, s che nell'andar loro a dormir o al levarsi di d o di notte,
spogliati nudi, e noi similmente, cos indifferentemente ci vedevamo insieme, e
con quella purit come se fussemo stati piccolini fanciulli. Anzi vi dir di
pi, che quasi di duo giorni l'uno il predetto nostro ostiero con li figliuoli
maggiori si levavano per andar a pescare, quasi nella pi dilettevole ora del
dormire, lasciando in letto la moglie e figliuole, con quella securit e purit
che se propriamente nelle braccia della madre l'avesse lasciate, non tornando a
casa per minor spazio che di ore otto.
Gli abitanti in quest'isola, massime i pi vecchi, si trovano cos uniti di
volont con Dio che in ogni caso di morte natural che occorra, di padre, madre,
marito, moglie, figliuoli, o qualunque altro parente overo amico, quando 
apparita l'ora del passare all'altra vita, subito senza alcun ramarico
s'uniscono insieme alla catedral chiesa a ringraziar e lodar il sommo Creatore,
che ha concesso a quel tale di viver tanti anni, e al presente come sua
creatura l'ha voluto chiamar in grazia e appresso di s, e ad ora debita farlo
mondare per riaverlo puro e netto come il nacque. Onde, lieti e contenti della
sua infallibil volont, li danno lode e gloria, non mostrando in parole n in
gesti passione alcuna, come se proprio ei dormisse. Veramente possiamo dire che
da d 3 febraio 1431 insino alli 14 di maggio 1432, che sono giorni cento e
uno, esser stati nel cerchio del paradiso, ad obbrobrio e confusione de' paesi
d'Italia.
Quivi vedemmo all'entrar di maggio grande variet. Prima le lor donne usano
d'andar ai bagni, li quali sono molto vicini e commodi, e per purit e usanza,
che tengono che sia la seconda natura, usano di uscir delle loro abitazioni
nude come proprio uscirono dal ventre materno, andando senz'alcun riguardo al
lor viaggio; solo in la man dritta portano un mazzo d'erba in guisa di scopa,
dicono per fregarsi il sudore da dosso, e la man manca tengono sul fianco
distendendola quasi per ombra di coprir le posterior parti, non per che
s'appressi molto: dove noi, vistole da due volte in suso, se ne passavamo cos
leggiermente come lor proprii, tanto ne inclinava la region fredda e il
continuo vederle a non ne far conto alcuno. Dall'altra parte queste proprie
donne si vedevan la domenica entrar in chiesa con lunghi e onestissimi panni, e
per non esser viste per alcun modo nel viso portano in testa a modo di una
compiuta celata da gorzarino, la qual ha una visiera a punto in modo d'una
cimiara da piffari, per la qual guardano per entro quella non meno lungi dagli
occhi loro che si sia la cimiara lunga, come proprio s'ella avesse in bocca per
sonare, e peggio ch'ella non puol vedere n parlare se non si volge larga
dall'uditore un braccio e pi. Io ho voluto notar queste due estreme variet,
come degne da esser intese.
Quivi da 20 novembre fino ad 20 febraio la notte si mantiene e dura circa ore
21 o pi, non ascondendosi per mai la luna del tutto, o almeno i suoi raggi; e
da 20 maggio fino alli 20 d'agosto sempre si vede o tutto il sole o i suoi
raggi non mancano.
In questa regione vi  copia infinita d'uccelli bianchi, nella loro lingua
chiamati muxi, e noi li chiamiamo coccali marini, i quali per natura conversano
e dimorano volentieri dove abitano le persone, o in barca o in terra che si
ritrovino, e sono cos domestici come i colombi casalenghi appresso di noi.
Questi uccelli par che si paschino e nudriscono solo del stridare, tanto
continuamente cinguettano: vero  che al pi caldo tempo e quando  sempre
giorno, circa ore quattro, come saria a dir appresso di noi innanzi l'occaso
del sole, restano di stridare, e allora i paesani assueti a ci per tal restare
se ne vanno a dormire, come segno di quiete. In questa isola e in li paesi di
Svezia vedemmo pelli bianchissime d'orsi, come di armellini, assai pi lunghe
di dodici piedi veneziani, cosa stupenda ma vera.
Stemmo in Rustene mesi tre e giorni undici, pur aspettando tempo congruo di
passar col nostro ostiero in Svezia, con l'usato suo carico di pesce stocfis,
il qual  a punto di maggio, dove questi paesani si partono, conducendone copia
infinita per li reami dell'antedetto re di Dacia. Ad 14 di maggio 1432 venne
la tanto desiderata ora di rivolger il viso verso l'amorosa e amata patria,
com'avemo avuto sempre il desiderio e l'animo, e lasciar il caritativo sito di
Rustene, che fu l'ultimo sussidio e restauro alle nostre miserie. E prendemmo
licenzia dalli nostri domestici di casa e dalla nostra madonna e ostiera, alla
qual per segno di carit lasciammo non quello eravamo obligati, ma solo quello
ne era rimaso, cio certe piccole cosette di minima valuta all'animo nostro,
come fu tazze, centure e annelletti; e similmente prendemmo dalli vicini e dal
prete e universalmente da tutti, dimostrando loro per cenni e per parole,
secondo che dall'interprete poteron comprendere, come noi a tutti ci riputavamo
obligati. E fatte le debite salutazioni, montammo sopra una fusta di portata di
circa botte 20, carica del detto pesce, guidata dal nostro patron ostiero con
tre delli suoi figliuoli e alcuni suoi parenti, e il detto giorno ci partimmo
tirando alla volta di Bergie: ed  il primo porto atto al spaccio di tal pesce,
il qual luoco  distante da Rustene circa mille miglia. E conducevano detta
fusta per certi dritti e securi canali, commodissimamente vogando.
Ma poi che fummo dilungati da Rustene da circa dugento miglia, trovammo certe
reliquie di corbami e forcami del nostro schiffo, per il che conoscemmo chiaro
come li nostri compagni ch'erano in quello la prima notte che da noi si
partirono esser sommersi e periti.
Ad 29 maggio 1432 capitammo con la predetta fusta al Trondon, in la costiera
di Norvega, luogo del re di Dacia, dove si riposa l'onorato corpo del glorioso
santo Olao. Qui dimorammo giorni 10, per aspettar passaggio e tempo conforme al
nostro cammino; e non lo trovando, per non perder pi tempo prendemmo licenzia
dal nostro amoroso ostiero, dai figliuoli e dagli altri, per seguir il nostro
viaggio per terra.
Ad 9 giugno ci partimmo dal Trondon camminando a piedi, andando verso Vastena,
luoco sottoposto al re di Dacia nella provincia di Svezia, dove  la mascella e
parte dell'osso della testa di santa Brigida. Quivi essendo conosciuti per
Veneziani, gli abitanti, per reverenzia del lor glorioso re santo Olao, al qual
gi (come ben sapevan) la nostra signoria di Venezia fece grandissimo favore
nell'andar e tornar del viaggio di Ierusalem, si disposero con fatti di
provederci di consiglio, aiuto e danari. E prima ci consiglioron che non
andassimo per il dritto cammino in Dacia, per li pericoli d'animali salvatichi
che ci potrian occorrere, ma addrizzarsi verso Stichimborg, per trovar un
valoroso cavalliero veneziano, detto messer Giovan Franco, dal qual avessemo
per amor della patria favor e aiuto copiosamente, ancor che la strada fosse di
30 giornate al contrario del nostro dritto camminare.
Partiti da Vastena, duoi di nostri compagni, pi veloci del camminar che dotti,
n'andorono innanzi forse due balestrate, dove, trovando due egual strade, una
delle quali  manco usata ma pi corta e sassosa, s'aviarono per quella ch'era
pi corta, e giunsero a Stichimborg ad 13 luglio, da noi sempre con affanno
d'ambe le parti smarriti. E noi altri nove rimasi adietro andammo per l'altra
strada, soggiornando con alquanto dispiacere per il lor smarrimento, e alli 18
capitammo in la corte del detto cavallier messer Giovan Franco, baron onorato e
appreziato dalla corona di Dacia, dove trovammo con grande allegrezza li due
smarriti compagni.
Al giunger nostro, sendo gi informato il valoroso cavalliere, con allegra
faccia ben mostr a noi quanto sia l'amor della patria, e massime conoscendo la
calamit e penuria di noi compatrioti, e poterla facilmente sovenire. E per
non si poteva saziar d'onorarne, vestirne, cibarne, donarne danari per li
nostri bisogni; dapoi, accommodandone di buone cavalcature, con la propria sua
persona e dell'unico suo figliuolo messer Mafeo, con 120 cavalli de' suoi
servitori ne accompagn molte giornate per il suo territorio, camminando sempre
a sue proprie spese. Dapoi sopra i suoi confini prendemmo combiato,
ringraziandolo con quelle pi reverenti e amorevoli parole che ci fosse
possibile. Onde egli partito ne lass per nostra guida il detto suo figliuolo
messer Mafeo, con 20 famigli a cavallo, il qual ne fece compagnia fino a
Vastena, luogo donde circa 40 d avanti ci eravamo partiti, al qual luogo per
schifar il cammino di due mesi ci affannammo di ritornare, talch ad 30 luglio
entrammo in Vastena, dove dimorammo fino alli 2 d'agosto, sempre accompagnato e
fattone le spese dal detto messer Mafeo.
Ad 2 d'agosto ci licenziammo dal predetto messer Mafeo, rendendoli quelle
grazie che potemmo, e da lui partiti andammo a Lodese, dove capitammo alli 11
del detto, nel qual luogo trovammo duoi passaggi, l'uno per Inghilterra,
l'altro per Alemagna bassa: e quivi ci dividemmo volontariamente in due parti.
Ad 22 agosto 1432 noi Cristoforo Fioravante, uomo di consiglio dell'infelice
nave, insieme con Girardo da Lione scalco e Nicol di Michiel di Venezia
scrivano, ora scrittore della presente opera, ci partimmo dagli altri 8 nostri
compagni, essi andando a Londra e noi verso Venezia per via di Rostoch,
fingendo d'andar per il perdono a Roma.
E dopo molti affanni e disagi, passando monti, valli, fiumi, quando a pi
quando a cavallo, con l'aiuto dell'omnipotente Iddio capitammo alla nostra
tanto desiderata patria di Venezia ad 12 di ottobre 1432, sani e salvi,
lasciando a Vasenech il detto Ghirardo da Lion, il quale de l and alla sua
nazione.
E quelli ch'andorono in Inghilterra furono questi:
Messer Piero Quirini fu di messer Francesco, patron poco aventurato, il quale,
avanti questi aspri casi, era uso di viver tanto delicatamente quanto a
gentiluomo della sua sorte si richiedeva, avendo il corpo di gentilissima
complessione: e s come prima era debile e delicato, cos dipoi, per li tanti
patiti disagi cangiata natura, divenne forte e robusto.
Messer Francesco Quirini fu di messer Iacomo, gentiluomo veneto, stato su
l'infelice cocca mercatante.
Messer Piero Gradenico fu di messer Andrea, di et d'anni 18, giovane
mercatante: cosa stupenda che in cos tenera et abbia potuto sostener gli
affanni e disagi predetti.
Ser Bernardo da Cagliere, nocchiero della nave, la cui moglie, essendo giovane,
s per la longa dimora del tempo trapassato, s per essersi verificato pi
volte detta nave con tutti quelli che vi eran sopra esser pericolata, e non
apparendo alcun segno in contrario, consigliatasi pi frezzolosa che
pensatamente, com' usanza delle bisognose donne, si marit a Triviso e pi
mesi visse in santo matrimonio, credendo perseverar in quello. Ma, sentita la
nostra venuta e la vera novella del vivo e vero marito, subito separ la copula
del secondo matrimonio e rinchiusesi in uno onesto monasterio, s per dichiarir
la integrit della sua mente come per aspettar di ritornar col vero sposo, il
qual dopo noi circa tre mesi venne a Venezia sano e salvo. E dopo alcuni
ragionevoli sospetti, ma non veri, purgati, come onesta, savia e cara donna se
la ritolse, avendo pi rispetto alla sua debole natura che al preso consiglio,
e oggi l'ha pi cara che mai per la sua innocenzia. Alvise di Nasimben da Zara,
gi penese della predetta cocca. Andrea di Piero da Sibenico, Cola da Otranto
marinari e Nicol Quirini, gi tartaro e famiglio fidelissimo, che pi tosto si
dee chiamar balia over mamma del detto suo padrone messer Piero, il qual
servitor veramente, in ogni estremit che patirono, sempre mostr con vero
effetto d'aver pi cara la vita del detto che la sua propria, scemando sempre
la rata sua per sovenir all'estenuato corpo e appetito del suo bisognoso
signore. Li quali tutti, fuor che ser Bernardo di Caglieri, tornorono dalli lor
voti dalli 14 alli 25 di gennaio.
E tutte le cose che abbiam detto di sopra furon narrate per li sopradetti
Cristoforo Fioravante e scritte per Nicol di Michiel scrivano, ma ordinate e
messe insieme da me, Antonio di Matteo di Curado, secondo che da lor mi furono
recitate; e ancor che siano confusamente dettate, sono per tutte scritte con
ogni verit.
A Bruggia capitando poi nel suo ritorno il detto messer Piero Quirino, ridotto
in casa di messer Vettor Cappello fu di messer Giorgio, sent dir di bocca di
uno di padroni gi trovato a capo Chiara come quella propria notte del nostro
infortunio l'altro padrone con la sua nave carica di sale a Buya, alla qual
dieron lingua capit male, pericolando alli 11 di novembre 1431.

Il fine della narrzion di Cristoforo Fioravante e Niccol di Michel sopra il
naufragio del magnifico messer Piero Quirino



Navigazione di Sebastiano Caboto


PREFAZIONE NELLA SEGUENTE NAVIGAZIONE

Si aveva messo in fantasia Sebastiano Cabota inglese, nato di padre veneziano,
instrutto prima da Giovanni Cabota suo padre, e molti anni col pensier discorso
aveva poter esser che qualche passo fosse nel mar Settentrionale per il quale o
di verso levante o di verso ponente, con breve navigazione e facile, da queste
nostre parti nel grande oceano Indico passare si potesse, perch
dall'opposizione di qualche terra incognita esso passo impedito non fosse,
persuaso ad imaginarsi questa cosa cos dal testimonio d'alcuni autori antiqui
come dall'esperienza de molti moderni.
Gli argomenti che movevano e il padre e il figliuolo a credere che questo esser
potesse erano che Plinio, servendosi del testimonio di Cornelio Nipote, scrive
che dal re di Svezia furon donati a Metello Celere, proconsole della Gallia,
alcuni mercadanti indiani che erano da fortuna maritima stati trasportati da'
lor paesi ne' liti di Svezia. Dicono ancora trovarse scritto che a' tempi di
Ottone imperatore fu presa nel mar Settentrionale germanico una certa nave che
di Levante dalla forza de' contrarii venti vi era stata portata; il che (come
essi affermano) a modo alcuno far non si saria potuto se quel mare
Settentrionale fosse per cagione de' gran freddi e ghiacci sempre innavigabile.
Un altro argumento ancora avevano, che oltra il mare Indico, il golfo
Gangetico, l'Aurea Chersoneso over Malacha,  la provincia de Sina, e oltra le
navigazioni de' moderni sapevano di certo che questo mare Indico era posto in
longhezza quasi nel grado 180 e in larghezza nel 25 grado, poco di l dal
meridiano di Tartaria e dell'amplissimo imperio del Cathai, qual da' naviganti
 cercato come scopo e premio delle fatiche loro. E considerando come e quanto
questo gran mar delle Indie si andasse ognior pi sotto questo meridiano
ingolfando e piegando verso settentrione, non con leggier coniettura n senza
ragione (essendo che le cose incognite possono esser cos false come vere)
giudicavano esser verisimile che, se il mar nostro Settentrionale o di verso
levante o di verso ponente si distendesse alla volta di mezogiorno, se
particolarmente sotto quell'istesso meridiano sotto il quale il mar Indico
verso settentrione si piega, che facilmente sotto l'istesso meridiano col mar
d'India congiungere si potrebbe. La qual cosa giudicano doversi ricercare, cos
perch a' nostri tempi molte altre cose non men incognite, incredibili e
difficili scoperte si sono, come ancora perch ritornarebbe, quando questo
passo si trovasse, di grande utilit, guadagno e sigurezza e di molto minor
travaglio il navigar per esso a' popoli d'Europa. Quali utilit e guadagni
questi esser possano, un'altra volta dirassi. Fra tanto non posso far di non mi
ridere della vergognosa audacia e temerit d'alcuni li quali, come se gi la
cosa chiara fosse, non si vergognano di porre nelle lor carte di geografia
questa strada aperta, congiungendo insieme questo nostro mar Settentrionale con
l'Indico oceano: la qual cosa fanno alcuni di verso ponente, e altri alla volta
di levante.
Questi sono i principali argomenti ne' quali Sebastiano Cabota confidatosi
persuase agli uomini di questi paesi di potersene passare dal mar
Settentrionale dalla banda di levante (percioch quella di ponente avevano
indarno ed esso e il padre cercata) facilmente e in curto tempo nell'India
orientale, o almeno di giungere nel regno del Cathai, di dove sperava ritornare
carico di oro, di gioie e di speciarie. Non che tutte queste tanto
abbondantemente in quel regno nascano (qual  paese molto temperato e da uomini
bianchi abitato), ma perch, distendendosi il vastissimo imperio del gran Can
tanto largamente e verso levante e verso mezogiorno, sono anco da lontanissimi
paesi, al suo imperio sottoposti, portate a quel grande imperatore per tributo
queste cose tutte. Si potrebbono dire molte cose di Cathaia e del Cathai (il
primo de' quali  posto sotto il grado 130 di longitudine e sotto il grado 230
l'altro); ma per esser sin ora molto incerte e dubbie altro io non ne voglio
scrivere.
Ora, se fosse lecito di passare dal mar Settentrionale sotto il meridiano
dell'uno e dell'altro, e che il mare piegasse ivi verso mezogiorno, non sarebbe
lunga navigazione dal grado di latitudine 70, over 60, sino al grado di
latitudine 30, sotto il quale il Cathay situano, da Moscovia con incredibile
distanzia lontano: se bene Sigismondo Libero, qual lungo tempo in Moscovia
stette per ambasciatore di Ferdinando re d'Ungaria, scrive che i Cathaini ed
esso gran Can non  in tutto a' Moscoviti incognito, che spesse volte occorre
che nelle battaglie le quali co' Tartari si fanno alcuni soldati si prendono
che dicono esser stati al soldo di detto gran Can. Descrive anco egli con
viaggi di giorno in giorno fatti che tra la Moscovia e i regni del gran Can si
trovano Paulo Giovio ancor lui, informato da Demetrio moscovita, del granduca
di Moscovia ambasciatore, a questo modo scrive: la Dwina, fiume grossissimo
della Moscovia, tirando seco infiniti altri fiumi velocissimo corre verso
settentrione, ove  un grandissimo mare, talmente che quelli che a banda destra
navigano possono indi passar verso il Cathay. Il che non leggiermente
conietturar si pu, se per sorte non vi si interpone qualche banda di terra,
percioch la provincia del Cathaio all'ultime parti dell'India orientale
appartiene, ed  quasi nel paralello di Tracia situata; la qual da' Portughesi
 stata discoperta, mentre essi navigarono per i paesi di Sina e di Malacha, e
ne riportarono certe vesti di pelle di zebellini fatte, col quale argumento
chiaramente si comprende non essere la citt del Cathay troppo da' paesi de'
Tartari distante. Cos dice lui.
Ma basti questo, quanto alle cose del Cathay, percioch mi  parso che non
sarebbe stato bene il scrivere le navigazioni fatte per trovare il Cathay e non
aver prima di esso qualche cosa detto, massime che le cose le quali nella
seguente navigazione da me seranno scritte con questo pi manifeste si faranno.
Venendo per tanto alle nostre navigazioni, hassi da sapere che i mercadanti di
questa cittade hanno una certa casa nella qual a consultare e a deliberare si
sogliono redurre: e chiamasi la lor compagnia la Compagnia de' mercatanti del
Cathaio, over della Russia; e Sebastiano Cabota (il quale  gi morto), uomo di
lunga esperienza e peritissimo dell'arte del navigare, e il quale (come esso
dir soleva) sin quando in Spagna abitava aveva nella mente tenuto per marinari
questo secreto occulto per utilit e beneficio della sua patria, era di questa
compagnia governatore, con suo grande onore e riputazione. De molte navigazioni
poi che i nostri uomini hanno in Moscovia fatte, questa sola in questo luoco si
descrive, ed essa non come istoria, ma pi presto come una certa maritima
peregrinazione con frase e ordine marinaresco  scritta. Un'altra volta poi, se
cos ne parer, pi diffusamente scriveremo quelle cose che all'istoria di
Moscovia e del Cathaio appartengono, le quali certamente maravigliose sono,
percioch gi molti de' nostri uomini di Moscovia si sono partiti con disegno
d'andarsene per terra a trovare il Cathaio, da' quali hanno anco i nostri
mercadanti avute lettere, ne' paesi oltra il mar Caspio scritte. State sani.



Discoprimento del mare Settentrionale sino al gran fiume Obbo, fatto del mese
di maggio del 1556.

Il quarto giorno di maggio, in giorno di luni, la matina a ora di terza date le
vele a' venti si partimmo dal porto di Harruici col vento di ponente maestro, e
intorno all'ottava ora fossemo all'incontro del paese Orfordnesse, ove il vento
si mut, e da scirocco buttossi; e a l'ora seconda fossemo all'incontro di
Sole, e indi sino all'ora sesta verso greco navigassemo, nel qual tempo il
campanile della chiesa di Varmouth otto leghe era distante verso ponente, di
dove dirizassemo il camino verso settentrione, qual tramontana  chiamata.
Dapoi sin all'ora sesta del giorno di marti navigassemo diritto per tramontana
otto leghe, della quale ora sino a mezogiorno tirassemo verso maestro e
tramontana, e indi per l'istesso vento sino all'ora sesta del mercore seguente:
nella quale ora mossesi il vento di luoco, e and a ponente maestro; e in
questo giorno si trovassemo in 55 gradi e minuti 10 di latitudine. E in questo
luoco anco l'aguglia del bossolo da navigare variava da settentrione a levante
quasi tredeci gradi. E indi velegiassemo per greco cinque leghe; il vento
voltossi a hort hort ost, cio a greco tramontana, e sino alla ora sesta del
gioved seguente facessemo cinque leghe di camino per greco e tramontana, e tre
sul mezogiorno greco. Ove, buttato il scandaglio, quarantacinque passa d'acqua
trovassemo, col fondo d'arena minutissima, negra e bianca mescolata insieme. E
avessemo questo giorno 55 gradi e 23 minuti, contrastando fra tanto, come di
sotto dechiararemo, col vento contrario.
De qui sino al tramontar del sole andassemo otto leghe verso tramontana e sino
al venerd, all'ora che il sole era in zuid west, con una gagliarda buora diece
leghe scorressemo; e indi sino al sabbato, essendo il sole in hort ost, in
greco, e soffiando il vento zuid west, da garbino, sei leghe avanzassemo, e
allora piegassemo le prore verso buora, essendo da sirocco il vento. Di dove,
sino che il sole fu in zuid ost, sirocco, otto leghe per greco e tramontana
velegiassemo, nel qual luoco and il vento un'altra volta a tramontana; e poi,
sino al tramontar del sole, navigassemo per greco e per tramontana otto leghe,
e di nuovo voltossi tramontana, e sul tramontar del sole doi leghe verso greco
e tramontana facessemo. E indi sino a ora di terza della domenica sei leghe per
detto vento andassemo, e de quindi sino al lunid, essendo il sole in zuid
sirocco zuid ost, facessemo tredeci leghe e meza di camino, e sino al sole in
zuid garbino west altre tre leghe.
Mutossi in questo luoco il vento, e buttossi a maestro west e per hort,
tramontana; poi sino al tramontar del sole da ponente maestro. Navigammo per
tanto sino a ora di terza del seguente giorno per hort hort west, per
tramontana e maestro, venticinque leghe, e sino a sol a monte per tramontana e
per west quattordeci leghe. Fecesi allora una bonaccia calma con una foltissima
nebbia, e il vento and a hort maestro e a ponente west e per west; dal qual
luoco andassemo poi sino al sole hort west, col vento da greco ost hort ost,
quasi quattro leghe e meza verso tramontana. E de qui sino al mezogiomo del
mercord seguente navigassemo per greco e per levante ost e si trovassemo in 57
gradi e minuti 52 di latitudine; e sino alli 14 del mese, essendo il sole in
zuid, ostro, facessemo tre leghe e meza verso ost hort ost, greco e tramontana,
e soffiando poi il vento da greco buttassemo da brazzo per pigliar il vento. E
in questo giorno di venere fossemo sette leghe vicini a' liti di Norvegia,
sopra un luoco da' nostri chiamato Norwai, ove sul mezogiorno eravamo in
latitudine gradi 58 e mezo, e vi scoprissemo altre tre navi oltra le nostre. E
a questo modo andassemo seguitando i liti di quella regione, la quale per hort
hort west si distende, e per west, hort west e per hort, tramontana, come
meglio appare nella carta di questa nostra navigazione.
Si trovassemo nel levar del sole del giorno del sabbato doi leghe e meza vicini
all'isola di San Donstano, cos da me nominata, avendola alla banda di levante,
ove nell'istesso giorno si trovassemo in 59 gradi e minuti 42 di latitudine;
ove anco scoprissemo di verso levante quel monte tondo ed eminente, qual quando
si mostra per levante a quelli che per tramontana navigano, allora si distende
la terra verso tramontana, con la mit d'un punto alla volta di ponente. E di
qui, secondando il lito dal sole meridionale sino al settentrionale,
navigassemo venti leghe per ponente maestro. La domenica mattina poi, su l'ora
di sesta, l'ultima terra che noi scoprir potessemo era distante tre leghe da
noi verso levante, e poi piegava a tramontana e a levante: il capo e
promontorio della qual terra io giudico che l'istesso sia che quello qual
Cowtenesse over Sckwtenesse chiamano. L'ora sesta di questo giorno mutassemo
viaggio, voltando le prore a tramontana col vento zuid zuid ost, sirocco; e
levatasi poi una foltissima nebbia, perdessemo la vista d'una delle nostre
navi, chiamata Scerhthrift, mentre verso tramontana prendemmo il camino. E poco
dopo perdessemo anco la vista di terra, e d'una fusta della nostra conserva,
che pinace chiamano, essendo vicini doi leghe e meza al lito; e l'ultima terra
da noi vista, dopo che in questa nebbia entrassemo, la quale  la parte
settentrionale del promontorio Cowtenesse, n'era verso hort hort ost, tra greco
e tramontana, e zuid zuid west. E sul finir del giorno navigassemo cinque leghe
verso settentrione, e poi sino a ora di terza del luni seguente facessemo diece
leghe verso hort hort ost, e indi per hort, tramontana, e per ost, levante,
percioch and il vento da west garbino zuid west con molta nebbia: nel qual
giorno sul mezod erravamo in 63 gradi e mezo di latitudine, e trovassemo la
fusta che poco prima si era persa.
Da questo luoco sino al mezogiorno del lunid seguente navigassemo per hort
hort ost 44 leghe, e da mezogiorno indietro sino all'ora ottava quindeci leghe
per greco; di dove sino al mezod del mercore per hort hort ost e per levante,
ost, e si trovammo in 67 gradi e minuti 39 di latitudine. Dapoi sino al sole
hort west facessemo 18 leghe verso hort ost, greco, e giungessemo doi leghe
vicino al lito, ove per mezo di la nebbia che si disfantava scoprissimo terra,
che dalla banda meridionale di Lowfow s'alzava; di dove navigammo sino alla
quarta ora del venerd diece leghe e meza per tramontana e per levante, ost.
Dopo, sul mezogiorno, si trovassemo in 69 gradi e nel mezo di latitudine, e
sino alla settima ora per il vento hort hort ost undeci leghe e meza
navigassemo, e per greco altre dieci leghe, e di nuovo con ost hort ost tre
leghe e meza. E allora, di mezo alla nebbia, terra scoprissemo, essendo il
vento zuid zuid west, e indi sino all'ora ottava del sabbato per tramontana 43
leghe velegiassemo. Nel qual tempo il vento and da tramontana, essendo noi
vicini al lito, all'incontro d'una certa chiesa piccola, qual stimo io che sia
quella la qual Kedelwick  chiamata. Voltassemo allora le prore al mare, per
esser molto gagliardo il vento, e commandai che la fusta andasse a terra in
cerca di qualche luoco sicuro per le navi: qual trov, e viddevi doi altre navi
su l'ancore e alcune case in terra; ma il vento di modo rinforz che non si
puot in quel luoco commodamente ritirarsi. In questo luoco, essendo il sole
settentrionale, scoprimmo il capo di Hort (cos da me chiamato nella prima
navigazione in queste parti), qual era verso levante da detta chiesetta nove
leghe distante da noi, nel supremo angolo cio della sua parte pi orientale.
Il primo di giugno, giorno di domenica, dessemo fondo nel colfo del Corpo di
Cristo, essendo il sole in hort ost, greco, e in ost, levante; qual  un colfo
meza lega profondo, il capo del quale (qual  il promontorio del Corpo di
Cristo)  posto per zuid ost, sirocco e per ost, levante, una lega dal
principio del colfo distante. Patissemo in questo luoco gran travaglio del
mare, correndovi l'acqua a guisa d'un rapido torrente; la larghezza di questo
colfo esser pu intorno a doi leghe. Navigammo dal promontorio Pulcro sino al
capo del Corpo di Cristo per ost, levante, dieci leghe, ed  da sapere che
quando la luna  in zuid, ostro, e per ponente, west, fa il mare in questo
colfo accrescimento grande.
Levate l'ancore e date le vele a' venti, navigassemo sino all'ora settima della
sera per zuid, ostro, 20 leghe, e ci bisogn calar le vele per la nebbia che
grande levossi: e vedevasi molti e grossi pezzi di ghiaccio che del colfo
uscivano. Dopo, avendo fatto vela solo con la mezana, drizzassemo il corso
verso scirocco zuid zuid ostro; e su l'ottava ora sentimmo un tiro
d'artegliaria, qual sapemmo dopo esser tanto tirato dalla nave Edouardo, che
con esso ne salutava, alla quale ancor noi con un tiro respondessemo: per la
nebbia veder non si potessemo. Essendo poi il sole in hort hort, e la nebbia
disfacendosi, vedessimo un certo promontorio di terra, il lito della quale
verso zuid west si destendeva: qual terra io giudicai che l'isola della Croce
fosse, ed essendo il sole in greco ne era essa posta verso west zuid west.
Dal ditto sole sino al luned per zuid ost navigassemo, e il giorno ottavo di
questo mese, nel romper dell'aurora, soffiando il vento ost zuid, dessemo fondo
in un mare basso, qual  all'incontro del promontorio Lowcowt, ove nella luna
meridionale l'acqua del mar si gonfia. Notisi che il capo di Goodffortune, cio
il promontorio di Buona Fortuna, giace per zuid ost distante dieci leghe
dell'isola della Croce, e il promontorio Lowcowt  posto per zuid ost sei leghe
dal promontorio di Buona Fortuna; il capo di Santo Edemando  situato dal
promontorio Lowcowt verso ost zuid ost e mezo punto verso zuid, sei leghe da
quello distante, tra i quali doi promontorii giace quel colfo di meza lega,
profondo ma piccolo e di pericoli pieno. Essendo poi il sole in zuid ost, si
sforzassemo di far viaggio contra il vento, soffiando allora ost zuid ost, e ne
fu forza fermarsi su l'ancore: e trovassemo che il mare s'alzava in quel luoco
cinque passa, e quasi per tutto quel tratto e anco nel capo di Lowcowt s'alza
il mare quattro exopedii, overo passa, d'acqua.
Ed essendo il sole in west hort, se mettessemo ad andare incontra al vento sino
al sole hort ost del luni seguente; ma nell'alzarsi del mare dessemo fondo su
la bocca del fiume Coloay, ove otto passa d'acqua trovassemo. Il capo di San
Bernardo  situato verso zuid ost, e per zuid sei leghe distante dal
promontorio di Santo Emondo: e tra essi  il fiume Coloay, nel quale l'istessa
sera entrassemo, e per esso il mercord tutto navigassemo col vento
settentrionale, ove anco mandassemo il schifo in terra per calefatarlo.  la
bocca di questo fiume in sessantanove gradi e minuti quarantaotto di
longitudine. La mattina poi del gioved seguente, sull'ora di sesta, venne alle
nostre navi una barca di Moscoviti over di Russi, vogata da venti remi, nella
quale ventiquattro uomini erano, il capo delli quali mi present un gran pane,
sei grandi bracciadelli (da loro colachi chiamati), quattro lucci salati e
secchi, e la quarta parte d'un staro di farina d'avena: qual fu da me d'un
pettine e d'un specchio retrocambiato; e mi disse che a Pechora o Petzora era
il suo viaggio. E avendoli io dato largamente da bere, da noi s'accommiatarono,
essendo ormai alquanto sminuito il gran reflusso dell'acqua. Mandassemo in
questo luoco a terra anco la nostra fusta, per avere essa bisogno d'essere
acconcia, ove dai cattivi tempi fur di modo impediti e tanto tempo trattenuti
che manc le cose da mangiare, furon dalla fame astretti a mangiare erbe e
radice salvatiche. Fu la nostra nave dalla giobbia dopo mezogiorno sino alla
domenica fuor di modo dalla fortuna grande travagliata, e tanto che alla divina
clemenzia attribuire si pu che essa da tal fortuna si salvasse.
 da avvertire che nel lito del fiume Coloaya verso zuid zuid west  un
commodissimo luoco da star su l'ancore, con quattro e anco cinque passa d'acqua
nel maggior discrescente del mare; ma in questo luoco non  terra alcuna verso
ost hort ost, e ho scandagliato con la nostra fusta che la sua profondit tira
verso il lito di zuid ost. Il giorno di giobbia di questo mese, salpate
l'ancore, uscissemo dal fiume in alto mare e veleggiassemo sette overo otto
leghe, dove incontrassemo una tramontana cos gagliarda che ne fu forza nel
lassato fiume tornare; n troppo vi dimorassemo che vennero alle nostre navi
co' lor zoppoli alquanti pescatori, che ne dicevano che loro verso settentrione
andavano in pesca di certi pesci, morsi e salmoni chiamati: quali tutti ne
fecero volontieri e allegramente parte del pane e farina che seco avevano.
Mentre in questo fiume stessemo, ogni giorno vedessemo molti zoppoli de quei
popoli vicini, da loro detti lodie, venire a seconda del fiume, talch se
n'erano raccolti insieme al numero di trenta, ciascun de' quali per il manco
ventiquattro uomini aveva. Tra' quali fu un certo chiamato Gabrielle, che con
noi stretta amicizia fece, e dissemi che tutte quelle lodie andavano a Petzora
a pigliare e morsi e salmoni; mostrommi ancora in che modo, per qual strada e
con che vento condurre mi poteva a Petzora con la navigazione di sette giorni o
di otto, per la qual cosa io giudicai dover essere ottima cosa con loro
accompagnarmi e servirmene come per guida, offerendosi esso Gabrielle di
mostrarmi le secche e altri luochi pericolosi che per questa strada erano; il
che fu da lui anco fidelmente fatto.
Il giorno della domenica, che fu alli 21 del mese di giugno, mi don una gran
barile di quella bevanda che usano quei popoli, da lor meda chiamata, d'acqua,
di miele e di certe erbe fatta. Si partissemo il luned in conserva di tutte
quelle lodie dal fiume Coloaya, le quali a piene vele e con vento favorevole
velocemente navigando, ne passarono molto viaggio: ma tuttavia, ricordevoli
della fatta promessa, andavano spesso calando le vele e aspettandoci. Andassemo
seguendo il lito sino al promontorio di San Giovanni, come nella nostra carta
pi apertamente si vede, e il luned, essendo il sole in ost hort ost, fussemo
all'incontro del promontorio di San Giovanni; ove  da avvertire che sino al
fiume, o colfo, per il quale vassi a Mezean sono tutte bassure piene di
seccagne e di molti altri pericoli, essendovi a pena doi passa d'acqua, n da
alcuna banda si discopre terra. Buttassemo questo istesso giorno l'ancora
all'incontro d'un certo colfetto lontano quattro over cinque leghe da detto
promontorio, nel quale colfetto entrarono con le lor barche andando a remi
Gabrielle e un altro de' principali tra loro, il che noi a modo alcuno mai noi
non potessemo fare: e prima che si facesse notte vi entrarono pi de venti
delle lor barchette, essendo il vento da greco, e noi andassemo velegiando a
sequaro di terra, la quale ne diffendeva dal vento. Vene questo giorno, sul
mezod, Gabrielle col suo battello a trovarne, al quale io feci alcuni
presenti, per esser con la sua guida uscito di quelle seccagne a salvamento,
che furono duoi pettini d'avolio e duoi specchi d'acciaro e certe altre cosette
di poco momento.
E il mercore, cio il giorno di san Giovanni Battista, mandassemo il nostro
schifo a terra a scandagliare l'altezza dell'acqua di detto colfetto, e
trovollo quasi in tutto secco, e di modo che tutte le barchette che entrate vi
erano toccavano terra. Con tutto che questo luoco fosse poco commodo da
fermarvisi, tuttavia, conoscendo a manifesti segni che era per succedere presto
fortuna, e travagliandone grandemente il vento settentrionale e il gran corso
dell'acqua, fossemo sforzati a darvi fondo e per un gran pezzo, non senza molto
pericolo, contra il vento e la fortuna contrastare, e si trovavamo di modo in
questo luoco intrigati che non era pi in noi speranza di salvarsi. E in questa
maniera travagliati su doi ancore voltassemo alla fine la prora al mare, e con
la mezzana e con l'artimone preso il vento e tagliate le gomone dell'ancore,
felicemente aiutati dal gagliardo vento, di quelle secche uscimo in alto mare,
e tutto quel giorno con l'artimone andassemo scorrendo: e il gioved
giungessemo all'incontro del promontorio di San Giovanni, ove un buon luoco da
dar fondo trovassemo, quando sia il vento da hort hort ost.
Il venerd poi sul mezogiorno, rasserenatosi il cielo e acquietatosi il mare e
i venti, de qui si partimmo e dove l'ancore restate erano tornassemo; le quali
mentre da noi si salpavano, venne di nuovo a trovarne Gabrielle, con noi
rallegrandosi dell'essersi salvati dal scorso pericolo. E per segno d'essermi
vero amico donommi un vaso d'acqua di vita e una barila di mede, offerendosi di
pi di servirne in tutto quello che per lui si potesse; e io all'incontro, per
non parere discortese, le feci un pasto e a lui e ad alquanti suoi compagni
nella nostra nave. Abita questo Gabriele in un castello detto Coboay. Mandai il
giorno sequente, cio il sabbato, il nostro schifo al lito a far acqua e legne,
ove furono i nostri umanamente trattati e pasteggiati da un nobile e generoso
gentiluomo, Kerrillo chiamato. Qual, fatto poi cargare da' suoi servi il schifo
di legne e d'acqua, se ne venne con presenti alla nostra nave, vestito d'una
veste di seta e con una collana al collo di perle; e io lo rallegrai con darli
vino a bere e con remunerare il suo dono con alcune delle cose nostre.
Dopo la partita del quale facessemo vela col vento settentrionale, e sul far
della sera si turb talmente il mare e crescettero i venti che fossemo sforzati
di nuovo tornare al promontorio di San Giovanni. Perdessemo in questa fortuna
il schifo, che per poppe era ligato, e stessemo in questo luoco su l'ancore
sino alli quattro di luio.  il promontorio di San Giovanni in latitudine di 66
gradi e 50 minuti.  da notare che la terra di questo promontorio avanza sopra
l'acqua dieci passa, quando che il mare  nel maggior crescente, ed  d'arbori
priva, senza pietre, senza rupe over scogli: ma  solo una certa terra negra la
quale  di sorte marcia putrefatta che, se ne casca qualche pezzetto in mare,
non va a fondo, ma sta sopra l'acqua come fosse legno. Trovansi in questo
luoco, luntano tre leghe dal lito, nuove passa d'acqua col fondo di creta.

Luio.

Il sabbato, quarto giorno di questo mese, essendo il sole in hort hort ovest,
and il vento da ost hort ost, col qual noi si sforzassemo far viaggio. Ed
essendo doi leghe dal promontorio lontani, vedessemo in una valle una casetta,
cosa rara in quelle parti; e poco dopo vedessemo anco nella cima d'un monte tre
uomini, che d'altre parti ivi erano venuti per pigliare con i lacci armellini,
martori, sciuri e altri animaletti di simil sorte: il che fu da noi giudicato
per i molti lacci che su per il lito vedessimo. Nel levar del sole della
domenica, si trovassemo all'incontro d'un certo colfo torto, ove i Russi con le
lor barche s'erano in salvo retirati, e ove ancor noi dessemo fondo. E poi,
vedendo che la maggior parte di loro erano partiti, non mi parve di pi ivi
fermarmi, onde, seguendo il vento, con l'istesso corso superassemo il reflusso
grande del mare.
Il luned, su l'ora del mezogiorno, copriva il crescente il lito tutto, qual
non cresce altramente quasi se non quando la luna  meridionale. Subito che
salpassemo l'ancore, scoprissemo le lodie de' Russi, che prima avevamo perse di
vista, le quali di quel colfo per mezo gli arenosi monti uscivano: cominciano
questi monti, quindeci leghe verso hort hort ost dal promontorio di San
Giovanni. Seguitando noi sino al fine la correntia dell'acqua, dessemo poi
fondo luntano sei leghe verso hort hort ost dal luoco ove questo istesso giorno
vedessemo i Russi uscir del colfo. E in questo luoco ancora si retiraro i Russi
con le lor lodie in colfo, nel quale per la bassezza all'acqua entrar noi non
potessemo. Nell'ora del sole settentrionale, salpate l'ancore, drizzassemo il
corso verso settentrione, e la terra si distendeva verso hort hort ost e verso
zuid zuid west, sino al sole meridionale; e allora in 68 gradi e mezo di
latitudine si ritrovassemo. Sotto la qual latitudine terminano i predetti monti
e la terra si distende per hort, tramontana, e per ponente, west, per zuid,
ostro, e per ost, levante, per ponente maestro e poi di nuovo per west; e da
qui in poi si trovano l'acque pi grosse. Nell'ora poi che il sole era in hort
west, si fermano meza lega vicino al lito, in dieci passa d'acqua, ove
trovassemo gran quantitade de pesci diversi, come sono accelli over branchi e
capitoni.
Passassemo il mercore appresso il promontorio detto da' suoi abitatori Cany
Noz, avendo il vento ost da levante in nostro favore. La giobbia poi, essendo
pochissimo vento, lo pigliassemo all'orza, per giungere con l'aiuto del
reflusso pi facilmente a Cany Noz, e si trovammo sul mezogiorno in latitudine
di 68 gradi e minuti 40. Volendo il giorno di venere seguente navigare nel modo
del giorno passato, mai non si puot, onde ci bisogn fermarsi su l'ancore: ed
ecco vedemo turbarsi l'aere da settentrione e da ponente, e minacciare orribil
tempesta. E io non sapeva ove per l'ancore fosse buon tenidore, n dove trovar
porto alcuno ove le navi dalla fortuna imminente salvar si potessero: e la
terra sotto la qual in questo temporale su l'ancore stessemo era al mare e a'
venti scoperta. Mentre io m'andava imaginando quello ch'era da farsi, vidi una
barchetta uscire fuori d'un colfo di detto promontorio Cany Noz, qual era
quella di Gabrielle amico nostro, che per visitarne aveva e il porto sicuro e i
compagni abbandonato. Ne avvert esso della strada che per andar verso levante
dovevamo tenere, onde salpassemo l'ancore: seguendo questa guida navigassemo
verso levante, ost, e per zuid, ostro, col vento da ponente maestro, essendo
una foltissima nebbia.
Il sabbato ancora per ost zuid ost navigassemo, e si trovammo da Gabrielle
condotti in un certo colfo sicuro, detto Horgiovett, quale  da Cany Noz trenta
leghe distante; nella bocca ed entrata del quale doi passa d'acqua trovassemo,
ma passata quella l'acqua sempre era maggior, crescendo sino alla profondit di
cinque passa e mezo. Mentre in questo luoco su l'ancore stessemo, mandai
alquanti de' nostri a far legne al lito, li quali non vi trovarono pur un solo
arbore, ma trovarono bene gran cataste di legne, dal corso dell'acqua ivi
portate. Vi si trovarono anco gran quantit di uccelletti nei nidi, come di
platee, di sepie, d'alcioni, di foleghe e d'altri diversi uccelli di simil
sorte, de' quali ne tocc a noi la miglior parte, non volendosi i Russi, per
una certa lor superstizione, toccare a modo alcuno. Caricassimo la domenica le
legne in nave, e di pietre la saorna li dessemo; a che mentre si attende,
scoperse Gabriel da lontano un certo fumo, e and con la sua barca a vedere
quello che fosse. Pareva che questo fumo sul lito fosse, ed era da noi due
leghe lontano; ma essendo il sole in hort west, Gabrielle alla nave torn,
menando seco un certo giovene della gente de' Samoidi, l'abito e vestimento del
quale molti forestieri ne parvero. Ne present questo giovene tre oche
salvatiche e un chelonalopice ( questa una spezie d'anatre salvatiche). Mandai
il luned nella barca di Gabrielle alcuni de' nostri al lito, quali al lor
ritorno otto baricoo d'acqua dolce portarono. La latitudine di questo
Horgiovett  di 68 gradi e mezo, e fassi quivi il crescente quando in zuid
west, garbino, si trova la luna, alzandosi l'acqua per doi passa d'altezza.
Partimmo di questo luoco essendo il sole in ponente maestro, e felicemente
verso levante veligiando venticinque leghe di viaggio facessemo, dove
scoprissemo verso tramontana, hort, e per west, ponente, una certa isola otto
leghe da noi distante, chiamata Dolgoyeve, dalla banda orientale della quale
per spazio di sette leghe alla volta di ost, levante, e per zuid, ostro, sono
molte pericolose seccagne. Il mercord, essendo il sole per levante, s'eravamo
al promontorio Zsvatoy Noz a cinque leghe avvicinati, avendo noi verso
mezogiorno. Entrassemo questo istesso giorno per un pericoloso scanno della
bocca del fiume Petzora, essendovi appena in essa un passo d'acqua; ed essendo
stati tutto il gioved su l'ancore, discesi il venere sul lito, ove trovai che
'l bossolo da navigare variava gradi tre e mezo da settentrione a ponente,
essendo nell'istesso giorno in gradi 69 e minuti 10 di latitudine. Per
lunghezza di doi overo di tre leghe della banda orientale di Zsviatoy Noz sino
alla bocca del fiume Petzora  un continuo tratto di colli arenosi e una terra
umile e molto bassa, e col reflusso del mare l'acqua sopra il predetto scanno
quattro piedi cresce: qual accrescimento in questo luoco fassi essendo la luna
in zuid west.
Il luni, essendo il sole in hort e ost, non senza molti pericoli se tirassemo
fuora del scanno, ove soli cinque piedi d'acqua trovassemo, talch nell'uscire
vi era un piede d'acqua manco che nell'entrare. Di che giudico questa esser la
cagione, che nell'entrare il vento, che di verso il mare soffiava, era
gagliardo, e per, mentre noi passavamo co' nostri legni arando e movendo dette
arene, il vento e il moto del mare in qua e in l le disperdevano; la qual cosa
non averessemo auto ardire di fare, se non avessemo veduto le barche de' Russi
passarci inanzi e assicurarci la strada. Ma nell'uscire i venti eran cessati, e
il cielo da ogni parte era sereno, talch non era cos agitata l'arena
dall'onde come nell'entrata; ma questo di bene avessemo, che alla nostra nave
cinque pi d'acqua eran bastanti. Or, mentre sopra questo scanno passavamo, ne
manc in tutto il vento, qual era ost zuid ost, di modo che la correntia
dell'acqua sequimmo, facendo il viaggio alla volta di ost hort ost. Ne parve il
marti, essendo il sole in hort west, di veder terra di verso levante, ma
s'accorgessemo poi che non terra, ma mucchi grandi e prodigiosi di pezzi di
ghiaccio erano quelli, perch non pass meza ora dopo che furo da noi scoperti
che in mezo di esso si ritrovassemo, essendone in un subito venuti addosso e
d'ogni intorno avendone chiusi. Ne pose questa cosa in gran spavento, e ne
dette tanto da fare fatiche e stenti, da cos imminente pericolo la nave
cavassemo: percioch fossemo di modo travagliati da questi quasi monti e
castelli di ghiaccio che se la nostra nave, la quale col solo artimone allora
veleggiava, non fosse stata agile e destra da maneggiare, essendo massime
allora il vento di zuid zuid ost, era quasi impossibile di poter mai da tanti
pericoli uscire a salvamento. Ma avendoli pur con divino aiuto finalmente
superati, verso levante drizzassemo il camino, meglio che si poteva il vento
pigliando, n troppo andassemo che di nuovo in mezo a gran pezzi di ghiaccio si
trovassemo, ma non tanto pericolosi come erano i primi.
Il gioved poi, essendo tranquillo il mare, si sforzassemo d'andare incontra al
vento, che da settentrione allora spirava; e sul mezogiorno trovai che eravamo
in latitudine di 70 gradi e 11 minuti. E avendo navigato quasi per doi ore con
vento fresco da hort ost, greco, verso maestro, hort west, da una troppa di
ghiaccio un'altra volta circondati fossemo, la qual, pigliando bene il vento,
sicuramente passassemo, e spintisi in alto mare sei leghe di camino verso
ponente facessemo. Voltassemo poi nel sole meridionale del venere le prore alla
volta di levante, avendo il vento hort hort ost, e sul mezogiorno eravamo in 70
gradi e minuti 15 di latitudine; e a questo modo contrastando contra il vento
fussemo il giorno di san Iacomo in 70 gradi e minuti 20 di latitudine. Nel qual
giorno, essendo il sole in zuid west, s'accost di modo alla nostra nave una
gran balena, che facilmente s'averebbe con arme d'asta e anco con le spade
potuta ferire: il che non si ebbe ardimento di fare, accioch essa, sentendosi
ferire, non gettasse sottosopra la nave, ma chiamai tutti gli uomini che eran
su la nave e gli ordinai che tutti a un tratto a pi poter gridassero, affine
che essa, spaventata da quei gridi, via se ne fuggisse. Il tempo era sereno e
il mare tranquillo e senza vento, ed essendosi quella bestia a una banda della
nave appoggiata, la tolse dal camino e fecela girare co l'altra banda a quel
poco di vento che era, onde, come serrata tra doi muri, non si puot muovere
fin che co' gridi questa bestia non fu da noi scacciata. Avanzava la sua
schiena di modo sopra l'acqua che da principio da gran maraviglia fossemo
presi, nel considerare ci che questo esser potesse, n potevamo sospicare che
animale o pesce fosse.
Vedessemo poco dopo alcune isole, e verso esse il camino drizzassemo, ove era
commoda stazione per le navi in 15 e 18 passa d'acqua, col fondo di fango
negro: e quivi dessemo fondo, essendo il sole in hort west. E avendovi acqua
dolce trovata, l'isole San Giacomo furon da noi nomate. Essendo la domenica il
vento gagliardo e a noi contrario, su l'ancore stessemo; e il luni sul lito me
ne andai per pigliare di quel luoco la latitudine, qual trovai di gradi 70 e di
42 minuti, e il bossolo da navigare sette gradi mezo variava da settentrione a
ponente.
Navigassemo il marti lungo il lito alla volta di ponente, col vento di hort
west; e mentre io voleva dar fondo, vedessemo venire una barchetta fuori della
costa del promontorio ove aveva disegnato fermarmi: e mandai subbito il nostro
schifo a intendere che gente in essa barca fosse. Furono i nostri umanamente
nella barchetta ricevuti da quello che in essa commandava, qual gli aveva gi
conosciuto, e narrolli ch'era stato lor compagno di viaggio nel fiume Colay;
insegnolli poi la strada che tenere si doveva per arrivare al fiume Obbi, e che
il paese nel quale allora si trovavamo la Nova Gemba, cio la nuova terra, si
chiamava. N di questo sodisfatto, se ne venne in persona col suo schifo alla
nostra nave, nella quale essendo montato, di nuovo mi raccont l'istesse cose
dette di sopra, aggiungendo che in questa Nuova Gembla era un monte che al suo
giudicio superava d'altezza tutti gli altri monti del mondo, e che n anco il
Camen Bolshoy, qual in terra di Petzora a grande altezza ascende, a questo
monte ad alcun modo parangonare d'altezza si pu. Mi dette ancora certi segnali
della strada per la quale al fiume Obbi si va. Pareva poi che egli avesse gran
fretta di partire, essendo (come egli diceva) ormai passato il tempo commodo
per le sue facende, e che per questo con noi pi non poteva dimorare; ond'io
licenziandolo li donai un specchio d'acciaro, doi scorlieri di stagno e doi
coltelli con la vagina di veluto. Per il qual presente parve che egli si
contentasse di non si partire ancora, e raccontommi molte cose che al nostro
proposito facevano, e in oltre retrocambi il mio dono presentandomi decesette
oche salvatiche e un grosso bracciadello. Ne disse poi che quattro delle lor
lodie, over barchette, erano state dalla furia de' venti da Cany Noz gettate in
questa Nuova Gembla. Chiamavasi costui per nome Loschak.
Mentre il mercore navigavamo verso levante, una barchetta vedessemo, quale era
ancora essa una delle compagne di Loschak; alla quale avvicinatisi, e venuto a
parlamento con quello che la guidava, intendessemo anco da lui del fiume Obba
l'istesso che da Loschak inteso avevamo. Navigammo la giobbia verso levante col
vento d'ost hort ost; il venere si lev un gagliardo vento da ponente, onde,
essendo il sole in hort west, dessemo fondo sopra l'isole dette Vaigatt, ove
vedessemo doi piccole lodie, cio barchette de paesani, quali vennero alla
nostra nave. Il patron delle quali mi fece presente d'un gran pane, e dissemi
che tutti loro erano della citt di Colmagro, da uno in fuori, quale in Petzora
abitava, che ne parve anco pi valente de tutti gli altri nell'amazzare i pesci
da lor chiamati morsi. Alcuni compagni loro davano in questo tempo la caccia a
un orso bianco nelle rotture del monte poco dal lito lontane, e talmente
l'astrinsero che egli si gitt nel mare, ove da' Moscoviti over Russi che eran
con le barchette a noi venuti fu su' nostri occhi ucciso. Levatosi poi questo
istesso giorno il vento da settentrione, vedessemo da lontano tanto ghiaccio
che non ne parve sicuro il mettersi in mare.

Agosto.

Me n'andai il sabbato sul lito, ove vidi tre morsi che erano stati dalle
predette gente amazzati; un dento non troppo grande del qual pesce un roublo 
da lor stimato, qual  una sorte di moneta di quelle parti; e la pelle bianca
de l'orso apprezzano doi over tre roubli. Ci dissero poi questi che nella
maggiore di quell'isole era una sorte de Samoidi, gente fiera, crudele e
idolatra, la quale non voleva la pratica de nessuna altra sorte di gente. Non
hanno case, ma abitano sotto tende coperte de pelle di cervi, e sono gran
lanciatori e sagittarii; hanno gran quantit d'ogni sorte de cervi.
Si lev la notte seguente una fortuna grande con vento gagliardo da ponente, e
la domenica il vento era s fiero, e tanta neve dal cielo casc, che, ancor che
fossemo sorti su doi ancore, appena dalla fortuna diffender si potemmo. Salpate
il luni l'ancore e date le vele a' venti, arrivassemo all'incontro d'un'altra
isola, distante dalla prima cinque leghe verso ost hort ost, ove venne Loschak
un'altra volta a trovarci e pregommi che, lassata la nave, io andassi alquanto
seco. La qual cosa avendo io fatta, smontammo in terra, e condussemi in un
luoco non troppo dal lito lontano, ove me fece vedere molti idoli de' Samoidi,
quali pi di trecento erano, brutti, sporchi e senza alcuna arte fatti, di modo
che generavano nausea a' risguardanti, e avevano gli occhi e la bocca tutti
sanguinosi. Erano questi effigie d'uomini, di donne e de fanciulli, tanto
goffamente fatti che peggio non si potrebbe dire; ed erano anco le lor parti
vergognose imbrattate di sangue, quale erano d'alcuni legnetti fatte, con doi o
tre segni sopra col coltello fattivi.
Non vedessemo nessuno de' Samoidi, ma s bene molti segnali loro, e tra gli
altri alquante delle lor carrette guaste, oltra i molti tronchi d'arbori
bagnati di sangue, quali che i lor altari fossero da noi fu giudicato.
Vedessemo ancora certi instrumenti di legno, essi in luoco di speti per
arrostir le carni adoperano, e per questo si pu conietturare fanno il fuoco
diritto sotto a essi speti. Mi diceva Loshak, qual era meco, che questi Samoidi
di questo luoco non sono cos fieri, salvatici e crudeli come quelli che
intorno al fiume Obbi hanno le lor stanze. Dissemi ancora che essi case non
hanno, n certo io mai ne viddi alcuna, ma fanno le lor tende di pelle di
cervi, sostentandole con tavole e pali; e hanno anco barchette dell'istesse
pelle fatte, le quali, quando essi dal mar s'allontanano, se le portano seco su
le spalle. Non hanno da' cervi in fuora altre bestie da soma; sono privi di
pane e di frumento, se a caso de' Russi non gli n' portato. N s'usa tra lor
leggere o scrivere, essendo affatto privi delle lettere.
Giungessemo il marti ove la lodia di Loshak s'era in sicuro retirata, e ove
prima eravamo su l'ancore stati. Allegrossi esso grandemente della nostra
venuta, e avendone fatte molte carezze mont sopra la nostra nave e disse: "Se
piacer a Dio e al vento, voglio con voi sino al fiume Obbi venire, percioch
in queste isole de' Vaigatti pochissimi morsi si trovano"; aggiungendo che se
non si fosse potuto arrivare al fiume Obbi, che nel fiume Narmzoye sarebbe
entrato, ove non sono gli uomini tanto salvatici e bestiali come quelli che
intorno al fiume Obbi abitano: percioch quelli assaltano con le frezze e con
le frombe tutti quelli che del lor lenguaggio non sono. Vedessemo il mercore
venirci sopra monti cos grandi di ghiaccio che fossemo astretti con prestezza
di questo luoco partirsi, e di nuovo tornare verso mezogiorno all'isola nella
quale alli 31 di luio s'eravamo fermati; sul lito della quale il gioved
smontai per pigliare la latitudine del luoco, e la trovai di 70 gradi e 25
minuti. E variava in questo luoco il bossolo da navigare otto gradi da
settentrione verso ponente. E fra tanto che io sul lito stetti, Loshak e doi
altre barchette di Petzora da noi si partirono; n poca maraviglia mi gener il
vederli cos in un subbito lassarci, n lo potessemo a modo alcuno per le
secche sequire, essendovene tra quell'isola molte e molto pericolose. Ma, per
quanto m'accorsi dopo, sono essi gran valent'uomini in prevedere le fortune
maritime, percioch il venere ne bisogn star sorti su l'ancore, essendosi una
gran burasca da hort hort ost levata: la qual mentre durava, ne venne adosso
dall'uno e dall'altro angolo dell'isola, alla coperta della quale sorti
eravamo, tanta furia di quasi monti di ghiaccio che ne misero non poco
spavento. Dur questa fortuna lungo tempo, con neve, grandine e pioggia; la
quale essendo il sabbato alquanto abbassata, convenissemo nondimeno starsene
fermi, per cagione d'una nebbia cos fatta che appena tra noi di nave veder si
potevamo, soffiando in questo tempo il vento hort ost e ost.
La domenica, su l'ora quarta della mattina, col vento zuid, dall'ostro, da
questa isola facessemo levata. Mentre che tra le secche di queste isole piccole
alla volta del mar s'avanzavamo, crebbe di modo la nebbia che ne convenne
abbassar le vele per non urtare con quella oscurit in qualche scoglio, o dar
su qualche seccagna. Essendo il sole in zuid ost, si sfant alquanto la nebbia,
onde, fatto vela, a mezogiorno si voltassemo verso l'isole Vaigatti; ed essendo
il sole in occidente, di nuovo le vele callassemo, percioch di nuovo levossi
gran nebbia con pioggia. E scandagliato in questo luoco il mare, 25 passa
d'acqua trovammo col fondo di fango negro; nel sole poi settentrionale, and il
vento a tramontana e per ost, levante, durando ancora foltissima nebbia. Il
luni, essendo il sole orientale, buttato il scandaglio trovassemo 40 passa
d'acqua, e il marti, durando ancora la nebbia, sorgessemo in 23 passa, essendo
il sole in ost hort ost. Il mercore poi la mattina, su la terza ora, si
disfant la nebbia, essendo il vento hort ost e ost, e scoprissemo alcune altre
isole di l dai Vagiatti, alle quali il nostro camino drizzassemo, navigando
per ost zuid ost, e nel sole occidentale dessemo fondo dalla banda di zuid west
di dette isole. E messi tre de' nostri nel schifo, li mandai in terra a pigliar
lengua e far pratica coi Samoidi di detto paese, ma tornati rifferirono non
aver trovato alcuno; e tutto questo giorno fu gran pioggia e pochissimo vento.
Levossi la giobbia vento da ponente, talmente che fossemo sforzati a star su
l'ancore, percioch il vento gagliardo ne spingeva alla volta di terra. E
quantunque l'aere pieno di nebbia fosse, tuttavia navigassemo appresso il lito,
sempre col scandaglio in mano: e avendo trovato terra tra noi e il vento,
dessemo fondo, ma, schiarendosi la nebbia nel tramontar del sole, si trovassemo
esser scorsi in mezo alle seccagne. E in questo giorno istesso di nuovo la nave
saornassemo. Ascende il crescente del mare in questo luoco all'altezza di
quattro piedi, e con ordine incerto crescono l'acque e callano. Stessemo il
venere su l'ancore in mezo alle seccagne, essendo il vento da zuid west con
gran pioggia e nebbia; qual tempo fu anco il sabbato, la domenica e il luni
seguente, ora col vento da ponente, ora regnando west hort west. E il marti,
sfantatasi la nebbia, si trovassemo in latitudine di 70 gradi e 10 minuti, e
l'istesso giorno levossi di nuovo la nebbia col vento di west hort west; la
quale dopo il mezogiorno del mercore essendosi schiarita, e levatosi il vento
da ost hort ost, salpassemo l'ancora e otto leghe di camino per zuid e per ost
navigassemo, insino all'ora settima, stimando noi di arrivare a vista de quei
colli arenosi che sono dalla banda orientale di Petzora. Ed essendo il sole in
hort west, la mezzana calassemo, per essersi levato vento contrario. E
soffiando ost hort ost, levossi intorno a meza ora di notte fortuna tale che
una simile non fu mai da noi provata dopo che d'Inghilterra partissemo; e dico
tale che, se la man de Dio diffesi non ci avesse, era impossibile che la nostra
nave avesse potuto reggere a cos grand'empito del mare e de' venti. La quale
pi furiosa la giobbia si fece, crescendo il vento da zuid zuid west; ma
levatosi poco dopo il vento settentrionale, cessaron gli altri e acquietossi il
mare. E giudicai allora di esser quindici leghe distante dall'angolo pi
meridionale di Petzora. Essendo poi il sole in zuid west, con la mezzana
comminciammo quasi contra il vento a velligiare, essendo egli in quel tempo da
hort west e per hort. Ma, impediti dall'onde grande del mare, poco viaggio
facessemo, e intorno a mezzanotte andava lentamente la nave per hort hort ost.
Il venerd sul mezogiorno eravamo in latitudine di gradi 70 e otto minuti, ove,
gettato il scandaglio, trovassemo 29 passa d'acqua e il fondo d'arena schietta
di negro colore; ed essendo il sole in occidente voltassemo verso ponente la
prora della nave, ma non pass troppo che da ponente il vento si lev. Fu il
sabbato poi bonaccia calma, e intorno al suo mezogiorno fussemo in latitudine
di 70 gradi e un terzo, ove, buttato il scandaglio, 49 passa d'acqua
trovassemo, e il fondo di fango negro; onde se accorgessemo non esser troppo
lontani dalla Nuova Gembla. E a questo modo per tre cagioni principali
perdessemo la speranza di poter pi per questo anno verso levante andare. La
prima delle quali fu che il vento per lo pi era da hort hort ost e per hort;
quai venti, da settentrione venendo, sempre vanno crescendo, passato che si 
Cany Noz per andar verso levante. La seconda fu la grande e terribile quantit
del ghiaccio la quale ogni d se vedevamo addosso, talch sa Dio quanti
pericoli passassemo. Il giorno per tanto di giobbia di questo mese, essendo la
notte oscurissima e avvicinandosi l'inverno con le sue procelle, giudicai esser
ben fatto, cos per la salute de tutti noi come perch non si poteva ci fare
se non con grandissimo pericolo, il lassar per questo anno di volere pi avanti
scoprire. E per determinai col primo vento che a proposito fosse di drizzar il
nostro viaggio alla volta del colfo di San Nicol, per provare se ivi si poteva
far qualche guadagno.
Vedessemo il sabbato forsi doi o tre leghe da lontano grandissimi mucchi de
ghiaccio, il qual cos da lungi parean quasi terra ferma, e si estendeva da
settentrione alla volta del levante; ma spirando l'istesso giorno un
piacevolissimo vento meridionale, dal qual portati piegassemo alquanto a
levante, e cos fuggissemo l'instante pericolo. Nel farsi poi sera,
s'abbonacci di fatto il mare, e soffiando un venticello da zuid west
navigassemo per hort west e per west sino al mezogiorno del sabbato seguente;
nel qual giorno fussemo in 70 gradi e mezo di latitudine, quantunque non si
puot la latitudine cos giustamente a punto pigliare, per essersi alquanto il
mar turbato, onde l'ebbi pi tosto per coniettura che per certezza ferma.
Avessemo il luni il vento meridionale e per zuid, ostro, e per west, ponente,
navigassemo, essendo sul mezogiorno in 70 gradi e minuti 10 di latitudine, e
poco fu il vento di tutto questo giorno. Ed essendo il sole in west hort
ponente maestro west, buttato il scandaglio 29 passa d'acqua trovassemo, col
fondo di terra negra fangosa, con arena messedata: e qui fossemo cinque leghe
distanti dall'isola Colgoyeva, dalla parte di hort hort ost. Fu il marti vento
da ponente, contra il quale si sforzammo di navigare, e il simile fu il
mercore, ma alquanto pi piacevole. E anco in questo giorno fossemo in 70 gradi
e 10 minuti di latitudine, e lontani tre leghe dall'angolo settentrionale
dall'isola Colgoyeva. Scorressemo il gioved la parte occidentale di questa
isola, in cerca di qualche luoco che buon tenitore avesse, essendo il vento di
hort west, ma trovar non lo potessimo, per che di nuovo verso il mar
voltassemo il camino, avendo il vento di west zuid west ed essendo nel far del
giorno cascata molta neve.
Il venere si lev il vento meridionale, contra il quale fu il nostro camino, e
il sabbato pur con detto si drizzassemo alla volta di ponente, ed essendo sul
mezogiorno disfatta la nebbia, scoprissemo terra lontano da noi sette overo
otto leghe, posta a levante di Cany Noz, ove trovassemo 35 passa d'acqua col
fondo di terra fangosa. E poco dopo, avendo di nuovo buttato il scandaglio,
solo 19 passa d'acqua trovassemo col fondo arenoso, ed eravamo vicini al lito
tre leghe e meza. Nell'abbrunirsi della sera si lev in un subbito cos gran
furia de' venti che, non li potendo far contrasto, la prora alla volta di
ponente girassemo. Si fece la domenica il vento pi piacevole e levossi nebbia,
e col vento meridionale tirassemo verso levante per spazio d'otto ore, e indi
col vento vest zuid vest navigassemo; e buttando il scandaglio trovassemo 32
passa d'acqua col fondo di terra fangosa. Il luni s'avvicinassemo al
promontorio di Cany Noz, ove gettate l'ancore si ponemmo a pescare; e vi
trovassemo gran quantit de pesci, e in particolare ve n'eran tanti d'una certa
sorte, chiamati nusi da' paesani, che non lassavano avvicinarsi altra sorte di
pesce agli ami, e con tal furia s'incozzavano che molti ne portarono via gli
ami con i piombi che gli erano attaccati. Essendo poi il sole in occidente,
levossi dalla parte di west hort west il vento con fortuna tale che sforzati
fossemo ad abbandonar la pescaggione; e pigliando il vento stretto per zuid
west e per zuid il camino prendessemo.

Settembre.

Il luni, essendo il sole in occidente, gettassemo il scandaglio e 20 passa
d'acqua trovassemo, e nel fondo molti scorzi de caraguoli, onde feci giudicio
d'esser lontano da Cany Noz 24 leghe. L'undecimo giorno poi di questo mese a
Colmogro prendessemo porto, e ivi aspettassemo che l'inverno passasse.

Nel mese di maggio del 1557.

Partimmo una domenica dalla citt di Colmogro col nome de Dio, nella nave
chiamata Serchthrift. E questa citt  situata in 64 gradi e minuti 25 di
latitudine, e variava il bossolo da navigare da settentrione a levante gradi
cinque e minuti diece. E giungessemo il luni all'isola Pozavka, qual  distante
solo quattro leghe dai scanni di Berozova, e vi si fa il crescimento del mare
quando la luna  in hort e per zuid. Si levammo il sabbato da Pozavka e
drizzassemo il camino verso i scanni di Berozova, ove nel descrescente del mare
dessemo fondo; mandando doi schifi sopra esso scanno tentassemo il suo fondo, e
tredeci piedi alta, dove il suo maggior fondo era, la trovassemo. Vi s'alza il
mare quando egli cresce intorno a tre piedi, qual fa il crescente quando la
luna  in oriente. La domenica mattina de qui partita fessemo, e navigando tra
le secche di quei scanni trovassemo in alcuni luoghi appena cinque passa
d'acqua, sin che scoprissemo il colfo di San Nicol; e alora, verso
settentrione voltatici, l'indrizzassemo verso la cima d'un monte, posto a
levante di Coia Reca, e mezo miglio da esso luoco distante.
Questa cima, monte e il monasterio di San Nicol sono situati verso zuid zuid
west e hort hort west, e sono lontane uno dall'altro undeci leghe. Coia Reca 
mezo miglio vicina del Cany Noz dalla banda di levante; Cany Noz, e mezo
l'isola Mowdeastro Ostro, la quale all'incontro de' scanni di Berozova  posta,
sono verso zuid e per ost e verso hort e per west, e sono uno dall'altro
distante quattro leghe; o per dir meglio dalla parte del scanno che verso il
mare se distende a Cany Noz sono tre leghe e meza de distanzia. Il luni,
essendo il sole in hort ost e per ost, fussemo all'incontro di Coscoy Noz.
Dogges Noz  posto verso hort hort west otto leghe lontano da Coscoy Noz, e ha
Dogges Noz la somiglianza di quel pesce che da' Latini capone  detto; nella
pi bassa parte del quale vi si vede piantata una croce.

Giugno.

Tre leghe  distante il promontorio di Dogges Noz da Fox Noz, alla volta di
hort e per west. E il secondo giorno di giugno sul lito smontai nell'angolo
settentrionale di Dogges Noz, doi miglia da esso angolo lontano; trovai la
latitudine di 65 gradi e di minuti 47, e anco in questo luoco essendo la luna
orientale fassi il crescente del mare. Ed  qui da notare che quando il mare 
nel maggior crescente, e che sopra il lito se distende,  il spazio di doi
punti del bossolo da navigare prima che l'acque nel lor letto ritornino; e la
variazione d'esso bossolo in questo luoco  di quattro gradi da settentrione a
levante. L'istesso giorno il vento da hort hort west ne gitt indietro sino
all'incontro di Dogges Noz, ove soffiando il vento hort e per west  un
bonissimo luoco da star sull'ancore all'incontro di alcune saline, in quattro
passa e mezo d'acqua: qual seccagna over saline sono mezo miglio distante
dall'angolo settentrionale di Noz.
Essendo il venere il sole in zuid zuid west, di questo luoco se partissemo; e
passati ch'avessemo quattro miglia verso settentrione, vedessemo che per tutti
quei liti che a settentrione guardano non vi nascono n crescono arbori,
essendo il lito tutto di terra da tentori; tuttavia in alcune rotture de' monti
vi si vedono degli arbori. E il pi certo e manifesto segno di conoscere questo
paese di Dogges Noz  questo, che egli  di terra da tentori, la qual cosa
certo in altro luoco di questo paese non avemo veduta. All'incontro di Fox Noz,
una lega dal lito lontano, vi  fondo di quindici passa d'acqua, e dall'angolo
meridionale di Fox Noz sino a Zolatista vi fanno sei leghe di camino. La
domenica, gettato in mare il scandaglio, cercai che altezza d'acqua era sopra i
scanni di Zolasta, ove n'avevano detto i Russi che buon luoco averessemo per le
navi trovato; ma dove essa era pi profonda non trovassemo se non quattro piedi
d'acqua. Fossemo il luni in sessantasei gradi di latitudine, e in questo luoco
avevamo a mezogiorno il capo di Pentecoste, da noi sei leghe distante.
Smontai il mercore in terra, su l'isola detta Croce, ove presi la latitudine
gradi 66 e 24 minuti; ed essendosi slontanati dall'isola della Croce quasi una
lega verso hort ost, scoprissemo terra dalla banda di levante, qual io giudicai
che fosse il capo di Buona Fortuna, ed era allora da noi lontano intorno a nove
leghe verso ost zuid ost. Il promontorio delle Grazie, overo il capo di Grace,
 distante da l'isola della Croce sette leghe e meza verso hort ost. Vi sono
anco doi altre isole verso hort hort ost, cinque leghe distante dal capo di
Grace, delle quali quella che  pi verso mezod  piccola e appena mille passa
lunga, ma quella che  pi sotto il settentrione  ancor essa piccola e
rotonda, e ambedue poco sono dal lito distante. Dalla prima di queste isole 
situato il capo di Race verso tramontana e per west, e doi leghe sono l'una
dall'altra distante. Meza lega lontano dal capo di Race, verso hort hort west,
 un altro promontorio, tra l'uno e l'altro de' quali sicuramente e
commodamente i Russi con le lodie si fermano, ed  da loro quel luoco chiamato
Stanavich. Dalla banda poi occidentale del sopradetto promontorio  una lunga e
alta pianura d'arena.
Alli diece di questo mese dessemo fondo tre leghe e meza oltra il capo di Race
verso settentrione, e mezo miglia vicino al lito, ove fossemo in latitudine di
67 gradi e minuti 10; e conobbi farsi ivi il crescente quando  la luna in
tramontana e per ost. Scandagliata poi l'acqua, trovassemo 22 passa di fondo, e
in esso molti pozzi di varii conchilii grandi, e in alcun luoco pietre d'arena
insieme stretta. Si levassemo da questo luoco sul mezogiorno col vento da
tramontana, e per ost verso levante la prora drizzando, ed essendo dal corso
dell'acqua aiutati. Voltandoci poi verso ponente trovassemo 22 passa d'acqua,
col fondo di conchilie rotte e d'arena di color di cenere: ed era l'aere tutto
di nebbia pieno, e di sorte fredda che essa sopra le corde s'agghiacciava, di
galaverna cargandole.
La mattina del venere poi, essendo il sole orientale, disfantossi alquanto la
nebbia, ma, soffiando un gagliardo vento da tramontana e per west, ed essendo
le corde di galaverna cariche, giudicassemo che presto si levaria gran
temporale, e che per saria bene di provedersi di qualche luoco sicuro: onde,
drizzando il corso a quelle isole che sono dal capo di Race doi leghe distante
verso mezogiorno, trovassemo buon luoco e sicuro. E in questo luoco il flusso
del mar doi passa si alza, e fassi il reflusso quando la luna in zuid zuid si
ritrova. Sono da' Russi queste isole chiamate Trie Ostrevee. Si pu sicuramente
tra l'una e l'altra passare, pur che si tenghi dritto il viaggio per il mezo
del canale; ma se pur fia bisogno di piegare da alcuna delle bande, pieghisi
verso l'isola maggiore, ove si trova tre passa e mezo, e quattro, d'acqua,
finch si giunge ove il canale  strettissimo, cio tra l'angolo settentrionale
dell'isola maggiore e l'angolo meridionale di terra ferma, all'incontro di
detta isola posta; e allora bisogna il corso drizzare verso settentrione,
finch si arriva all'incontro di quella croce che in terra ferma si vede, e
troverassi nel maggior calar dell'acqua 10 piedi di fondo con arena nettissima.
E se ancora si vorr per esso canale navigare alla volta di mezogiorno, bisogna
avvertire di tenersi a banda destra quel lito che verso hort west si distende,
percioch, giunto che sarai all'incontro della croce detta di sopra, trovarai
dalla banda dell'isola infiniti scogli, che si distendono per quanto tiene la
met della pianura arenosa di sopra nominata. Ma se converrai trovar luoco da
stazio per i venti aquilonari, subito che del mare uscito serai accostati alla
parte pi meridionale dell'isola maggiore, percioch, avvicinato che sarai al
continente, trovarai un commodissimo luoco da star al coperto de' venti
aquilonari, in 4, 5, 6 e 7 passa d'acqua anco nel calar del mare. E inoltre, se
bisogno far, averai nell'isola maggiore commodissimo luoco da callefattare le
navi, la qual isola maggiore  lunga quasi un miglio e un quarto di miglio
larga.
Dur questa furia de' venti aquilonari sino alli sedeci di questo mese, e poi
and il vento a mezogiorno, ma sopragiunse tanta quantit di ghiaccio che non
si potessemo di quel luoco partire. Nel qual tempo io me n'andai sul lito, e
poco lontano dalla sopradetta croce trovai che eravamo in 66 gradi,
cinquantaotto minuti e trenta secondi di latitudine, e la variazione del
bossolo era di tre gradi e mezo da settentrione a levante. La giobbia, essendo
il ciel sereno e il vento da settentrione, a piene vele il vento seguitassemo;
e avendo dato fondo lontano tre leghe dall'angolo settentrionale del capo di
Race e doi miglia a terra vicino, trovassemo venti passa d'acqua col fondo
d'arena di color di cenere e negra, con la quale messedate erano pezzetti de
diverse conchilie. E abbonacciato alquanto il vento, al lito s'avvicinassemo
tanto quanto son lunghe due corde, e vi trovammo 18 passa d'acqua col fondo
d'arena cenericia e negra.
 in questo luoco buona e sicura stanzia per le navi ne' tempi tempestosi per i
venti da settentrione e da ponente. Dal capo del Corpo di Cristo verso
mezogiorno, e da esso due leghe distante,  una certa altezza di terra, alla
coperta della quale si possono le navi reparare dalla tramontana e dall'ost. E
dalla banda di ponente, quasi un miglio vicino al lito, sono 23 passa d'acqua,
col fondo di nettissima arena, tra la quale sono meschiati alcuni pezzetti di
scorze di conchilie, e l'istesso fondo si trova vicino al lito quanto son
lunghe due corde in 18 passa d'acqua. Dessemo fondo un miglio dal lito lontano,
ove si fa il crescente quando la luna  in zuid e per west, due leghe lontano
dal capo del Corpo di Cristo alla volta di mezogiorno:  la pi orientale punta
di tutta quella terra, la quale insieme col capo di Race  verso mezogiorno
situata, con mezo punto a west e per tramontana e con mezo punto verso ost; e
sei leghe sono l'uno dall'altro distanti. Si fermassemo questo giorno su
l'ancore lontani da capo di Race sei leghe verso settentrione, avendo il vento
da ponente maestro, con nebbia e freddo grande; e intorno al mezod apparve
alquanto il sole in mezo alla folta nebbia. E cercando io la latitudine del
luoco, la trovai di 67 gradi e 29 minuti.
Giungessemo il luni all'incontro del capo del Corpo di Cristo, doi leghe e meza
dal lito lontani, ove, scandagliata l'acqua, si trovassemo in 36 passa e il
fondo d'arena di color di semola, con molti pezzetti di scorze di quelle cappe
che si chiamano di san Iacomo di Compostella. Il martid di mattina fossemo
all'incontro del capo Galant, che da' Russi Socti Noz  nominato; e mentre
navigamo tra esso e il capo di Confort, levossi prima il vento da hort west,
indi subbito and da tramontana, talch ne convenne cercar luoco sicuro per le
navi e lo trovassemo sicurissimo contra tutti i venti in sette passa d'acqua. E
avendo dato fondi tra l'isola di San Giovanni e i luochi di terra ferma, mi
ritrovai in 68 gradi e un minuto. Passato il mezod, il vento era tutto
settentrionale, e fossemo quasi sepolti dalla gran neve qual casc quel giorno
dal cielo. Vennero questo giorno a trovarne nelle lor barchette di cuoro sedeci
Lapponi, che doi fanciulletti seco avevano; ed essendovene alcuni che parlavano
russo, li domandai ove essi le lor stanzie avessero, e mi risposero che le loro
abitazioni erano poco distanti dal fiume Vecongo, e che la loro orda era di
circa cento uomini, non computando n le donne n i putti. Diceva ancora che
essi cercavano il lor vento tra le rupi e i sassi, affermando che, se non ne
trovavano, convenivano star senza mangiare. E io certo li vidi, non altrimente
che se buoi fossero stati, ingordamente l'erbe mangiare e anco inghiottirsi gli
ovi crudi che nei nidi degli uccelli trovavano, e tal volta con i pozzi dentro
gi mezo creati.
Il venerd mattina dall'isole di San Giovanni si partissemo, e scandagliando il
mar dalla lor banda di ponente 36 passa d'acqua trovassemo, col fondo di terra
fangosa con arena mescolata.  situata Ivana Creos (cio la isola di San
Giovanni) a west hort west con mezo punto verso settentrione dal promontorio
del capo Galant, e sono sette leghe l'un luoco dall'altro distanti. Il
promontorio di questa isola, la qual noi capo Confort nominassemo,  situato da
Ivana Creos verso hort west e per tramontana, e quasi la terza parte d'un punto
dalla volta di ponente, e sono tre leghe tra esse distanti. Delle sette isole
poi, quella di San Giorgio, la quale  pi orientale de tutte l'altre, 
situata da Ivana Creos a hort west, con mezo punto verso tramontana:
quattordici leghe e meza sono una dall'altra lontane, e il capo di Confort in
questo tratto  posto. La ultima ancora di queste isole, insieme col capo di
Confort, si distende verso hort west e per tramontana, a zuid ost e per zuid.
Sotto quella che  pi meridionale  commodissimo luoco per le navi, quando 
fortuna da hort west sino a hort ost. Dalla banda di zuid ost sino a quella di
hort west di queste sette isole vi  distanzia di tre leghe e meza. Dalla parte
poi di hort ost delle dette isole sino all'isola di San Pietro sono undeci
leghe di camino; qual isola di San Pietro si scopre alla volta di hort west,
pi tosto come una punta di terra bassa e depressa che abbia d'isola forma, e
ha un certo luoco rilevato a somiglianza d'un castello.
L'isola di San Paulo  situata da quella di San Pietro verso hort west e per
west; sei leghe sono l'una dall'altra distanti.  in questa isola un bellissimo
colfo col fondo arenoso, e molto commodo da mettersi in sicuro contra i venti
aquilonari. Il promontorio over capo di Sover Bear  posto verso hort west e
per west dall'isola di San Paulo, cinque leghe da quella distante. Il capo di
Confort, qual  l'isola Kildena, giace sei leghe lontano da Sover Bear, alla
volta di hort west; e sono per tutto questo colfo isole assai. Dal capo di
Bonaventura sino a Chebe Navogolocke sono diece leghe verso hort west, e
piegando assai alla volta di west; qual Chebe Navogolocke  amenissimo
promontorio, sopra il quale la terra s'alza a somiglianza d'una grandissima
botte; e da questo luoco sino a Regor sono leghe nove e meza di distanzia,
tirando alla volta di hort west con mezo ponto verso west. Appare Rhegor a
quelli che di levante vengono come doi monticelli uniti insieme a guisa d'una
sella, overo d'una gobba di camello.
Si fermassemo la domenica sopra l'ancore alla banda orientale di Rhegor, ove
notassemo che il mare il suo crescente faceva quando era la luna in zuid west e
per ost; e mezo miglio dal lito lontano, 15 passa d'acqua trovassemo. Essendo
poi il sole in hort west, si lev la nebbia cos spessa che sforzati fossemo a
dar fondo poco da quella punta lontani che verso Doms Haffe si distende, ove
avessemo 33 passa d'acqua col fondo furfuraceo. Giungessimo il luni dopo
mezogiorno alla bocca del fiume Vardhusso, il che col scandagliar l'acqua fu da
noi conosciuto, percioch per la gran nebbia scoprir non lo potessemo. Mandai
in questo uno de' nostri al lito, che intendesse che paesi questi fossero, e
quello che in essi si facesse, e che insieme procurasse d'intendere qualche
nuova delle nostre navi. E il marti sul lito smontai, ove desinai col
luocotenente del governator di quei paesi, dal qual fui cortesemente
accarezzato, percioch il governatore non era ancora da Bargia venuto, quale di
giorno in giorno s'aspettava, ed era openione che dovesse portare qualche cosa
di nuovo. Essendo poi il sole in hort west e per tramontana, da Vardhusso si
partissemo, e alla pi dretta verso Colmagro tirassemo. E il mercord, giunti
che fossemo a Rhegor, si lev il vento ost zuid ost a noi contrario, talch ci
astrense a retirarsi alla coperta dalla banda occidentale del promontorio di
Rhegor, ove si trova un bonissimo luoco da stazio per tre over quattro navi
piccole, che non peschino pi d'undeci over dodeci piedi, e non possono esser
travagliate se non dal vento ost hort ost, percioch sono diffese da' venti
aquilonari da alcuni scogli ver tramontana posti.
Nel qual luoco essendo noi entrati, vi trovassemo una piccola navetta che di
Dronton veniva, il patron della quale ne fece relazione che una delle nostre
navi, detta Filippo e Maria, s'era in esso luoco sovernata, e che il mese di
marzo in Inghilterra era tornata; e un'altra, chiamata Confiera, andata in
marina, e s'era spezzata, le vele delle quali disse aver comprate e ce le
mostr, che alla sua navetta accommodate l'aveva. Ivi condussero poco dopo i
Teutoni alle lor tende, ove fui da loro umanamente trattato, e vidi una fiera
ove i Laponi da' Teutoni molte cose compravano, come sono piatti, tondi, bazini
e scoglieri d'argento, e anco annelli e fibbie da centure d'argento indorato,
con collanne e manili pur d'argento con bella arte lavorati. Vi portano i
Teutoni anco il zito, qual  una gagliardissima bevanda, e detta volgarmente la
doppia birra, e un'altra sorte di vino, chiamato meda, qual con miele ed erbe 
fatto da loro. E son sicuro che quel zito, ch'appresso di noi in Inghilterra 
reputato per una cosa rara e che universalmente la doppia birra si chiama, non
saria a par del loro stimato di bontade alcuna da' Kerilli, da' Laponi. Vidi
anco che i Teutoni vendevano in questo luoco panni grossi de diversi colori, e
molte pelle di ludrie, di castori e di volpe, cos negre come rosse, con le
quali non possono le nostre stare a parangone; ma i prezzi di queste cose non
puoti mai da loro intendere. Imparai solo questo, che li vidi cambiare doi
loade d'argento, le quali un dolor fanno, con cento pesci secchi, volgarmente
da lor stockffissche, chiamati. Si raccontavano poi che questo anno del 1557
avevano con le lor mercanzie fatto in queste parti un gran guadagno, e che
disegnavano di partirsi con prestezza con gli lor legni carichi e andarsene per
la pi curta a Vardusso, ove scaricata la lor robba volevano con l'istessa
velocit in questo luoco con nuove mercanzie tornare. E il figliuolo del
governatore mi disse di voler andare in Amsterdam con una nave carica di pesci,
qual anco mi don una barile di quel gagliardo zito, e portomela esso istesso
sino alla nave.
Indi mi detti a praticare con i Russi, con i Kerilli, quali mi offersero di
vender de' lor pesci; e facendomi l'istessa offerta anco i Lapponi, agli uni e
agli altri resposi che io non mi ritrovava per allora denari da poter con essi
trafegare, e che io non era venuto quivi ad altro effetto se non per ricercare
le navi le quali da noi s'erano smarrite. Mi pregarono essi che io tornasse
l'anno seguente a vederli; e avendoli detto io tra l'altre cose che non era
possibile che loro tanto pesce avessero che a noi dar ne potessero, e far che
anco Teutoni sodisfatti ne restassero, mi fu da lor risposto che quando vi
andassero pi navi e pi spesso a levare la lor mercanzia, che anco pi gente
concorreria dalle circonvicine provincie cos a pigliare come ad acconciare i
pesci; aggiungendo esser alcuni di quelli che quivi eran presenti li quali
abitavano quindi lontano il viaggio di doi mesi, e con carrettine tirate da
velocissimi cervi (che di velocit superavano il corso de' cavalli) in queste
parti venivano.
Mentre che io era a parlamento co' Laponi e con i Kerilli, un officiale del
grande imperator de Russia, qual era quivi venuto a rescoter il tributo che al
suo prencipe da queste genti si pagava, mi mand per un suo messo a pregare che
io mi contentasse d'andare alla sua tenda; qual, dopo avermi umanamente
salutato, con inchinare il capo ad usanza de' monaci, e dopo fatta insieme una
colazione, mi domand per qual cagione non andassero le nostre navi in quelle
parti. A che risposi ci esser occorso per non aver noi prima avuta di questo
luoco conoscenza, n saputo di questa fiera che in esso si faceva. Replic
egli: "Se voi frequentarete il venirvi spesso, vi si far molto maggior
concorso di pescatori, onde giudico che saria ben fatto a dar principio a
questo negozio". "Se piacer a Dio, - dissi io, - questo anno che viene averete
delle nostre navi in questo porto". E perch io vidi che nell'istesso tempo i
ministri del re di Dazia dagli istessi Laponi il tributo rescuotevano, domandai
Vassilleo Feothrovich, officiale del prencipe di Russia, se i Daci ne
averebbeno dato fastidio alcuno nel venir che noi facessemo a Rhegor. Mi
rispose: "Non abbiate di ci spavento alcuno, perch questo paese  del mio
prencipe, e per suo nome io vi commando che voi arditamente e con l'animo
reposato frequentiate di questo luoco la pratica". Non venderono i Kerilli n i
Laponi i lor pesci sinch questo officiale non li ebbe veduti e datoli licenza
di venderli.
Li domandai anco che sorte di mercanzia a questa fiera venissero: "Oro, - mi
rispose egli, - argento, perle e panni di varii colori, ma per la maggior parte
turchini, rossi e verdi; molto gagliardo zitto, vino, vasi di peltre e pelle de
volpi". Pagano questi Laponi tributo al grande imperador de' Russi, al re di
Dazia e a quello di Svezia. Mi disse poi Vassileo che nel fiume Cola, qual
nasce 20 leghe sopra Reghor verso zuid ost, gran copia di salmoni trovaressemo,
purch nella Russia fosse il frumento in basso prezzo, percioch allora gran
numero di poveri e di pescatori a pescarli vi concorreno. Mi dissero i Teutoni
che essi avevano questo anno fatto un buon guadagno, secondo ch'all'incontro i
Kerilli si lamentavano d'aver avuto un cattivo anno, per non aver potuto
vendere i lor pesci, e che quelli che venduti avevano gli avevano a' Teutoni
dati per quel prezzo che ad essi era piacciuto. Li domandai allora a che prezzo
venduti gli avessero; e mi dissero che gli aveano dati 25 pesci per quattro
alteni, che redotti alla nostra moneta possono essere intorno a venti dinari.
Mi fu anco detto da' Teutoni che in Reghor si acconciavano i miglior pesci
secchi che nel paese fossero, che da loro stookiffische son chiamati.
Vidi nella tenda di Vassilleo sette overo otto arme d'asta e altrettanti archi
con i lor carcassi pieni di frezze, spade e altre sorte d'armi. Fui invitato a
la lor tenda anco da quelli che per lo re di Dazia il tributo riscotevano, ove
vidi anco l'istesse arme, e non in alcuno altro luoco. E domandandoli io se si
servivano di queste arme contra i Laponi, mi risposero che non l'adoperavano in
questo, ma solo per castigare i suoi quando in qualche errore incorressero.
Guardati da non ti fidare di Kerilli n di Laponi, percioch essi non men che i
Russi al robare attendono, e in questo assuefatti sono.
Ora, mancando il vento ed essendo ormai tanto calcato che non potevano pi a
Colmogro tornare, si fermassemo su la banda orientale del promontorio Reghor,
ove mandai a terra alquanti de' nostri, accioch ne' forni de' Kerilli
cuocessero del pane.

Il fine di questa navigazione



Dei commentarii del viaggio in Persia di messer Caterino Zeno il cavaliere, e
delle guerre fatte nell'imperio persiano dal tempo di Ussuncassano in qua,
libri due; e dello scoprimento dell'isole Frislanda, Eslanda, Engrovelanda,
Estochilanda e Icaria, fatto sotto il polo artico da due fratelli Zeni, messer
Nicol il cavaliere e messer antonio, libro uno.


PROEMIO DELL'AUTTORE

Avendo io preso a scrivere un viaggio fatto in Persia da messer Caterino Zeno
il cavalliere mentre la nostra Republica, per esser in guerra col Turco,
desiderava che dalla banda di levante egli fosse travagliato dall'arme del re
Ussuncassano, che alcuni anni avanti con molta scienzia dell'arte militare
aveva fatta sua la Persia e gran parte delle convicine provincie, ho giudicato
convenirsi assai al mio proposito toccar tutte le guerre che furono fatte in
Persia, o tra quelli della casa reale o da essi Persiani contra i Turchi; e
particolarmente narrar in che modo esso Ussuncassano, essendo povero signore e
di molti fratelli che aveva (dei quali Giausa, il primogenito, era rimaso re di
Persia) il men potente di stato, perch non possedeva se non un picciolo
castello, n aveva a sua ubbidienza fuor che trenta soldati, s'alzasse poi a
tanta grandezza che gli bastasse l'animo di combatter l'imperio di tutta l'Asia
con la casa ottomana, che molto in fiore di opulenzia e di potenza sotto
Maomette era formidabile a tutto il Levante.
Ma con che arte egli si facesse re, se per sua propria virt o per astuzia,
dir con quella brevit che potr maggiore, per aver istimato questa cosa degna
da essere scritta alle nostre genti: perch di tutti i re d'Oriente che furono
doppo che dai Persi fu tolta la monarchia e trasferita nei Greci, niun fu che
pareggiasse la grandezza di Dario d'Istaspe di Ussuncassano, e se la fortuna
l'avesse favorito, come nella prima battaglia ch'egli ebbe su l'Eufrate con i
Turchi, anco nella seconda a Tabeada, nelle campagne di Tocato, non  dubio che
si sarebbe col corso di quelle due vittorie insignorito di tutta l'Asia e
dell'Egitto. Ma si debbono forte doler alcuni re orientali, grandi di forze,
grandi d'animo, di non aver avuto scrittori ch'abbiano celebrato le lor cose:
perch e tra i soldani d'Egitto e tra i re di Persia ci sono stati uomini
eccellentissimi nella guerra e degni non solo d'essere paragonati con i re
barbari antichi famosi in arme, ma eziandio con i grandi capitani greci e
romani in tutte quelle cose che si possono desiderar in sommo grado di
eccellenza ne' valenti imperatori d'eserciti. Perch a noi, che siamo in
Europa, e ammiratori delle lontane e vicine virt, vengono cos mozze e cos
imperfette le cose fatte da quelli, che per i pochi particolari che se ne ha
non  possibile che si ordisca compiuta istoria. Per non sia alcuno che si
maravigli se in questi miei commentarii non iscriver le cose cos largamente
in alcuni luoghi, come averei fatto se pi piene informazioni avesse avuto,
perch messer Caterino, che come s' detto and ambasciadore a Ussuncassano,
scrisse alcune lettere sopra ci, delle quali ho tratto il sugo di questa poca
istoria, a sodisfazione di coloro che, sentendo ragionar del Sof e del suo
grande stato, sono vaghi d'aver notizia delle cose di quell'imperio.
E ben so che, nello scrivere assai diversamente in questa materia da quel che
ne ha scritto e altri autori, molti si rivolgeranno al riprendere, per essere
difficile estirpar dalle menti le radici de una invecchiata opinione; ma avanti
che essi il facciano, prego che mirino pi alla buona intenzione mia che ad
altro desiderio ch'io abbia di farmi riputar per pi intendente delle cose del
mondo che gli altri scrittori. Perch noi dobbiamo molto pi prestar fede a uno
che per parentado era congiunto con Ussuncassano e ch'ebbe dalla reina Despina
sua zia, come si de' credere, di tutte le cose da lui fatte cognizioni, che non
a coloro che solo nelle loro istorie si sono valuti delle relazioni d'alcuni
Armeni, forse nimici di quel re; i quali, per torgli la riputazione, andarono
spargendo fama ch'egli non era nato di sangue reale e che, mentre egli
governava alcuni luoghi d'Armenia, con lo spender assai e farsi ben voler ai
soldati, ebbe occasione di venir a rottura con Giausa, e fraudolentemente farlo
morir col figliuolo. E aggiungono, per pi abbellir questa menzogna, che in
esso Giausa si estinse la progenie di Moleoncre, gi gran sultano de' Parti. Le
quali cose tutte si conoscono non essere vere, perch come averebbe
Ussuncassano potuto signoreggiar la Persia quando egli non fosse stato di
sangue reale? Massimamente perch non  alcuna nazione che abbia in pi stima
la nobilt e stirpe reggia di quel che hanno i Persiani; e lasciati gli esempii
antichi di Dario d'Istaspe, nato di Atossa, figliuola di Ciro, s' veduto nei
pi freschi tempi regnar gloriosamente Ismale per questa cagione, che,
quantunque egli non nascesse di sangue reale da canto di padre, la madre
nondimeno sua, chiamata Marta, fu figliuola di Ussuncassano, per la quale il
nuovo re fu tolerato, come gi Dario per sua madre Atossa. N debbiamo credere
che la fazione degli antichi re (se pur alcuna fazione vi fu, come costoro
dicono) si fosse cos tosto levata via, percioch, dove occorre un nuovo sangue
che regni,  impossibile che ci nascano grandi motivi e tumulti, come tra molti
regni della cristianit abbiamo veduto. E pur il regno di Ussuncassano, quanto
alle cose di dentro, non sent alcuno strepito di guerra domestica o civile, se
non quella di suo figliuolo Unghermaumet: ma questa fu ambizione di
signoreggiare e non fazione di antico o recente regno.
Per leggansi senza riprensione questi miei commentarii, che se io avessi
potuto trovar il viaggio fatto per messer Caterino, che primo ci diede a
conoscer le cose della Persia, e doppo di lui messer Giosafat Barbaro, e in
fine messer Ambrogio Contarini, tutti ambasciadori in Persia per la nostra
Republica, molte altre particolarit averei tocche che sarebbeno state
carissime a quelli che si dilettano di queste cose: perch esso viaggio, che fu
stampato, per gran ricercar che abbia fatto non m' mai potuto venir alle mani.
S'egli mi verr, che non  alcuno cos maligno che nol debba dar fuori,
supplir a quanto ora ho mancato. Ma assai si dice che fa colui che fa quel che
pu: poi che altri particolari maggiori non s' potuto avere, tolgasi questi e
lodissi l'industria del buon messer Caterino, che io, per non aver trovato pi
che tanto tra le sue scritture, pi che tanto non ho potuto scrivere.


DEI COMMENTARII DEL VIAGGIO IN PERSIA
E DELLE GUERRE PERSIANE
DI MESSER CATERINO ZENO IL CAVALLIERE.

LIBRO PRIMO


L'anno del nascer del nostro Signor Ies Cristo mille e quattrocento e
cinquanta, regnando in Persia Giausa, Assimbeio, che dapoi per le cose da lui
fatte si disse Ussuncassano, che in lingua persiana vien a dire magno uomo, non
si contentando d'essere signore d'un picciolo castello, cominci a poco a poco
a usurparsi gli stati e le giurisdizioni degli altri suoi fratelli men potenti
di lui; i quali, o perch non fossero da s studiosi dell'arme, o perch per
altro amassero di vivere in ocio, non resistendo alla sua ambizione facilmente
lo fecero montar in credito e in fama. Era Ussuncassano uomo bellicoso, valente
e sopra tutto di magnificentissima liberalit, ch' virt rara nei gran signori
a destar verso di s l'affezione dei soldati, pur ch'ella s'usi a tempo e a
luogo, e con quelli ch'hanno qualche merito di valentigia, accioch quel che
l'usa non sia riputato o di poco giudicio o prodigo. Per la qual cosa egli ebbe
tosto il seguito di gente di guerra, s che, messo insieme cinquecento buoni
cavalli, diede l'assalto alla famosa e grande citt di Amitto; dove la fortuna
gli fu cos favorevole che la prese, con tanta sua riputazione che oramai egli
avea il concorso di tutti quei paesi.
Per questo pens che di leggier li verrebbe fatto di poter isforzar il regno di
Persia, pur che non gli mancassero quelli favori ch'avea cos pronti di molti
suoi partegiani. Per il che, fatto di lor grosso esercito, si mise in campagna
con animo, se Giausa si movesse di tentar la fortuna della battaglia. Essendo
ridetto a Giausa, che s'avea mezo insospettito per quei motivi del fratello,
l'insulto e presa di Amitto, non giudic che facesse pi per lui lo star a
bada, cos per non lasciar crescer in pi forze Ussuncassano, come per riparar
a molt'altri inconvenienti che sogliono addur con seco le tarde provigioni
della guerra. Messo per tanto insieme l'esercito con quasi tutte le forze della
Persia, venne contra Ussuncassano. Qui alcuni signori persiani, amicissimi
dell'uno e dell'altro, conoscendo quanto danno ne sarebbe seguito alla Persia
se si fosse venuto all'arme e al sangue, si framessero tra questi fratelli e
ridussero con molta destrezza le cose a buoni termini di pace. Se non che
Giausa, chiedendo di tributo a Ussuncassano trecento garzoni, n volendo esso a
ci consentire, fu cagione che si rompesse ogni pratica di accordo, perch egli
diceva: "Ho io imperio sopra i figliuoli de' miei vassalli che gli paghi a
Giausa per tributo? O posso io forse disporre delle loro come delle mie cose?
Se Giausa volesse far forza di averli con l'arme in mano dai lor padri e dalle
madri, io non consentirei mai che fossero tolti, quantunque fossi certo di
perdervi la vita, perch cos  obligato il prencipe a difender i suoi, come
essi a ubbidire: or consideri se di volont glieli dar". La qual risposta
tocc in maniera al vivo l'animo di quei popoli, che non era alcuno che
volentieri non avesse messo in ogni pericolo la vita per Ussuncassano. Con
questo favore adunque egli tir artificiosamente Giausa nelle campagne di
Arsenga, nel qual luogo, venuto con lui alle mani, lo vinse e prese, seguendo
suo figliuolo, che si salv con la fuga fin sopra Tauris.
Dicono le istorie persiane che Maomete secondo, signor di Turchi, il quale
dubitava che la grandezza di Ussuncassano non gli avesse col tempo a nuocere,
prese a favorir Giausa per rimetterlo in stato; onde Ussuncassano, ch'aspettava
qualche gran moto di verso quelle parti, mand Unghermaumet suo figliuolo,
valentissimo giovinetto in arme, fin sopra Tauris, il quale s'insignor d'un
gran paese, mentre egli d'altro lato, che andava riducendo tutta la Persia a
sua ubbidienza, aveva occupato fin al mar d'India, possedendo grande stato. Il
quale stato si chiudeva in questi termini: da levante aveva il fiume Indo e i
Tartari, da ponente Gorgora, Trabisonda, Caramania, Soria e l'Armenia minore di
qua dell'Eufrate; da ostro gli Arabi e 'l mar d'India, da tramontana il mar di
Bacc. Questo suo paese era la maggior parte tenuto dagli Armeni cristiani e
dai popoli naturali persiani, separandolo una perpetua trincea di montagne,
abitate da' Curdi, popoli liberi, e parte dominate dal signor di Betelis, il
quale alcuni anni dapoi, vedendo la grandezza di Ussuncassano, venne alla sua
ubidienza.
E perch allora l'arme turchesche erano pi che mai floride e illustri sotto
Maomete secondo gran Turco, e si faceano gloriosamente sentire in Asia e in
Europa, dubitando Ussuncassano che tanto imperio e tante forze della casa
ottomana non distruggessero col tempo il regno di Persia, come suol avenire a'
grandi prencipi che sempre viveno in gelosia degli stati loro, se veggono un
qualch'altro prencipe di spirito far grandi progressi con l'arme in mano, fece
strettissima lega e parentado con Caloiane, imperador di Trabisonda, prendendo
per moglie la Despina sua figliola, con condizione ch'ella potesse vivere nella
legge cristiana. Questo medesimo imperadore marit anco un'altra sua figliuola
nel signor Nicol Crespo, duca dell'Arcipelago, di cui ne nacquero quattro
figliuole femine, che furono dapoi onoratissimamente maritate in altretanti
gentiluomini veneziani de' primi della nobilit. E d'una, che fu Fiorenza,
locata in casa Cornaro, nacque madama Caterina, la reina di Cipri, e messer
Giorgio il procuratore; di Valenza, maritata in messer Giovanni Loredano dalla
Samitara fu di messer Alvise il procuratore, non usc prole alcuna. D'un'altra,
detta Lucrezia, maritata in casa Priuli, usc messer Nicol il procuratore, e
di Violante, che si congiunse in matrimonio con messer Caterino Zeno il
cavalliere, che fu poi ambasciadore in Persia a Ussuncassano, usc messer
Pietro, che gener messer Caterino, morto l'anno passato, che Dio abbia
raccolta la sua felicissima anima: dal quale  nato messer Nicol, che ancor
vive.
Il qual messer Caterino cavaliere, in quelli sospetti ch'avevano quasi tutte le
potenzie del mondo della grandezza di Maumete gran Turco, fu spedito
ambasciadore della nostra Republica a Ussuncassano, accioch, poi che non
potevano mover i re di Ponente a travagliar il commune nimico, che tutto
sitibondo di regni aspirava all'imperio del mondo, movessero almeno quelli di
Levante, che dal medesimo sospetto presi stavano ansii e dubbii delle cose
loro. Perch la fortuna, che molte volte suole opporsi agli alti desiderii
degl'uomini, fece che la nostra Republica, per trovarsi allora in colmo
d'amplitudine e floridissima per molti acquisti fatti, avendo gli anni davanti
gloriosamente guerreggiato in Lombardia con Filippo Visconte e accresciuto il
suo imperio in quella provincia, dest di s una certa gelosia nei re d'Europa,
che temevano che tanto stato e tanta opulenzia non si rivolgesse col tempo in
lor pernicie; e sopra tutto che essa Republica, sendo superiore ne' governi
civili alla romana, nell'ingrandirsi e alzarsi in potenzia in un certo modo non
la venisse con gli anni a pareggiare. Onde, quasi che congiurati insieme,
mentr'ella li chiedeva a un per uno di lega contra Maomete, tutti gliela
negarono a viso aperto. Per la qual cosa i maggiori nostri, che per buon zelo
erano infiammati a questa salutifera impresa, ne stavano pieni di molt'affanni,
vedendo che l'invidia della lor grandezza veniva a cagionar la ruina della
cristianit: che, se essi ch'erano potentissimi in mare e con grande stato in
Grecia, e ricchi per alcune grosse isole che possedevano, avessero riceuto pur
un poco di percossa, che ostacolo sarebbe rimaso al Turco che non avesse
assaltato l'Italia, come se ne vide l'effetto poi nella presa d'Otranto? Ma
quel era che li teneva in maggior fastidio e travaglio d'animo, che il Turco,
conosciuta l'importanza d'aver questa Republica amica, la ricercava di pace; e
i padri vedevano che, doppo che fossero stati battuti i pi potenti delle sue
arme, rimanevano, collegandosi con lui, a una manifesta preda del vincitore.
Or, mentre si trovavano in queste ansiet, giunsero a Venezia quattro
ambasciadori mandati da Ussuncassano, cio Azimamet, Morat, Nicol e Chefarsa,
uomini gravi e di grande auttorit appresso il re, i quali, con assai proferte
del signor loro, s'offerirono di far lega e buona compagnia contra il Turco e
contra il soldano, pur che i Veneziani non mancassero con l'armate di mare di
travagliar l'una e l'altra potenzia. I quali, lieti d'aver trovato il maggiore
e pi potente re di Levante per confederato e compagno di quella guerra,
accettarono l'offerta e se profersero d'ogni tempo d'essere buoni amici del re
e di fargli conoscere che per suo e lor rispetto questa guerra sarebbe lor, pi
di quante altre mai n'avessero fatto, a cuore. E cos, rimaso Azimamet in
Venezia, gli altri tre passarono al papa e al re di Napoli, per mover se
potevano l'uno e l'altro a entrar in quella lega. Per questo parve al senato
che si devesse elegger un ambasciadore che residesse presso il re Ussuncassano,
cos per essere egli pronto a infiammarlo e muoverlo a prender alla commune
offesa e difesa l'arme, come perch'egli rappresentasse la grandezza e la
dignit della Republica.
Adunque fu prima eletto messer Francesco Michele, che rifiut; dapoi elessero i
padri messer Giacomo da Mezo, che anch'egli non volse accettar un tal carico;
in fine, l'anno 1471, fu eletto messer Caterino Zeno, il quale lietamente prese
il viaggio, mosso solamente dal zelo della santa fede. Costui fu figliuolo di
messer Dragon Zeno, che mor in Damasco, essendo stato molt'anni avanti fin
alla Balsera e in Meca e in Persia; onde messer Caterino, ch'aveva qualche
cognizione di quei luoghi e che sapeva d'essere nipote della reina Despina,
moglie d'Ussuncassano, solo si giudic idoneo di servir bene e prontamente in
quella legazione la sua patria. Ma perch questo viaggio era nuovo, lungo,
insolito e pieno di pericoli e di fastidii, niuno si trovava che volesse andar
con messer Caterino; e la Signoria nostra, che non voleva desister
dall'impresa, conosciuta questa difficult accrebbe maggior soldo e pi grosse
provisioni a quelli servidori che volessero andar con lui, per il che si
trovaron alcuni valent'uomini, usi a patir tutt'i disagi, che, tirati
dall'ingordo salario e dalla vaghezza di veder il mondo, volentieri vennero al
suo servigio.
Fu per tanto messer Caterino spedito alli 6 di giugno quel medesimo anno che fu
eletto, con commissione a Ussuncassano che la nostra Signoria s'offeriva
d'armar cento galee e molt'altri maggiori e minori legni, e con quelli
travagliar dal canto di mare lo stato del Turco, dov'egli dalla banda di
levante non mancasse di stringerlo con tutte le sue forze. Con queste
commissioni partitosi messer Caterino da Venezia, pass a Rodi in pochi mesi, e
di l entrato nel paese del Caramano pervenne, ben che con suo molto travaglio,
in Persia. N io posso scrivere i particolari del suo viaggio, perch, come
dissi di sopra, egli, che fu stampato, non m' mai per gran ricercar ch'abbia
fatto potuto pervenir alle mani. Giunto messer Caterino a Ussuncassano, fu
ricevuto con gran festa e onore, per essere ambasciadore d'una Republica s
illustre e potente, sua nuova confederata e amica. Dove, doppo aver visitato il
re, chiese di poter visitar la reina Despina, la quale cosa, come non usata a
concedersi a qualsivoglia persona di Persiani, gli fu negata, perch  costume
tra loro che le donne non si lasciano veder d'alcuno. E tanto stimano l'essere
vedute quanto se una tra noi ben pudicissima commettesse adulterio; per questo,
mentre o camminano per le citt e per le castella o cavalcano con i mariti alla
guerra dietro la persona del re, si copreno il viso d'alcune reti tessuti di
setole di cavalli, cos spesse ch'esse possono ben veder altri, ma elle non
d'alcuno.
Pure, stando messer Caterino, gli fu concesso per special grazia del re che la
visitasse a nome della Republica, laonde, commesso dentro alla reina e datole
notizia ch'egli era, come caro nipote e parente fu raccolto e ricevuto da lei
con somma allegrezza, richiedendo con grand'istanza s'erano tutte vive le
nipote sue e in che stato si trovavano: a che tutto rispose graziosissimamente
messer Caterino, e a ogni sua dimanda pienamente sodisfece. Dapoi, volendosi
tornar al suo alloggiamento, ella nol consent, ma lo tenne nel suo palagio,
dandogli appartate stanze per s e per la famiglia, e presentandolo ogni d
(cosa ch' riputata molt'onorata presso i re di Persia) delle medesime vivande
che se le mettevano a mangiar davanti. E udita dapoi pi particolarmente la
cagione della sua venuta, gli promise ogni sua opera a favore, per riputarse
anch'ella parente della nostra illustrissima Signoria; e in effetto questa
reina fu un buon braccio, mediante messer Caterino, a muover Ussuncassano a
imprender la guerra contra il Turco. N  da tacere che, per il parentado
ch'aveva messer Caterino con la Despina, pervenne in tanta grazia e
domestichezza appresso Ussuncassano ch'egli entrava e usciva ad ogni suo
piacere nelle stesse segrete camere del re e della reina a che ora e a che
tempo voleva, e, quel ch' pi maraviglia, trovandosi anco amendue quelle
maest in letto: il che non so mai s'altro re macomettano o cristiano
concedesse ad alcuno, per istrettissimo parente ch'egli fosse.
Questa reina Despina fu la pi religiosa signora del mondo, visse sempre
cristianissima, e ogni d solennemente faceva celebrar messa alla greca, alla
quale stava con molta divozione; n il marito, tutto che fosse di diversa legge
e nimico della sua, le ne disse mai una parola, n la persuase mai ch'ella
lasciasse la fede sua, cosa rara certo da sentire che l'uno comportasse tanto
l'altro e s'avessero tra s tanto amore e tanta affezione. N messer Caterino
mancava, vedutala buona cristiana, d'infiammarla a persuader il marito che
facesse una gagliarda guerra a' Turchi, aspri nimici di tutti i cristiani, e
particolarmente nimicissimi di lei e di tutt'il suo sangue, poi che le avevano
morto il padre e toltole il suo stato. Per le quali persuasioni la reina tanto
fece e tanto disse col marito ch'egli, che da s era pur troppo infiammato ad
abbassar la grandezza dell'imperio ottomano, scrisse di sua propria mano
lettere al re di Gorgora, signor di Giorgiani, che rompesse da quel lato guerra
al Turco. E la Despina, mentre il marito era volto a questa impresa e
raccoglieva genti a furia, fece spedir il cappellano di messer Caterino con
lettere scritte di sua mano alla illustrissima Signoria e a tutti i parenti
suoi.
Ma, passato quel verno, n s'avendo nuove degli apparati che avea detto messer
Caterino che faceva la Republica nostra a' danni dell'Ottomano, cominci il re
a scemar forte di speranza e a dargli men credito che non faceva per avanti.
Per la qual cosa, avendo in ponto un bellissimo e fioritissimo esercito,
pensava di muoversi contra alcuni signori tartari suoi nimici. Ma la nostra
Republica, che non mancava di mandar messi e lettere e di tenerlo desto
all'impresa, per pi confirmarlo nella opinione che i Veneziani non sarebbeno
mai mancati di quanto avevano promesso, elessero a' sei di gennaio per
ambasciadore in Persia, venti mesi doppo la partita di messer Caterino, messer
Giosafat Barbaro, e inviarono con lui alcuni doni al re, che furono sei
bombarde grosse, archibusi e spingarde in gran numero, polvere e altre
munizioni, sei bombardieri e cento archibugieri e altri maestri da far
artigliaria. E d'altro lato fecero il capitan general di mare, e con grande
armata lo mandarono alle marine di Caramania; dove giunto, e fatte alcune
leggieri battaglie co' nimici, prese certe castella che aveva occupato il
Turco, consignandole a' capitani del signor caramano. Questo signore, per aver
dato transito a messer Caterino, fu all'improviso assaltato dal Turco e
spogliato dello stato suo; onde egli, lasciate alcune fortezze ben fornite di
genti e di munizioni, fugg a Ussuncassan, dal quale fu graziosamente ricevuto
e datogli speranza di rimetterlo in casa, pur che quelle fortezze, ch'esso
diceva che tenevano ancora per lui, si conservassero a sua devozione. Ma la
speranza che molte volte fallisce ai desiderii degli uomini, and in questo
fallita al Caramano, perch i capitani che avevano in guardia quei fortissimi
luoghi, corrotti dall'oro turchesco, bench con disonorato nome d'essere
chiamati traditori del signor loro, diedero ai nemici le fortezze ch'avevano in
mano.
Fatto questo acquisto, Maomete mand ambasciadori da Constantinopoli in Persia
per iscusarsi con Ussuncassano di quanto s'era fatto e per confermar con lui
buona pace e amist. Ma quel d che dovevano aver udienza dal re, messer
Caterino per tempissimo entr nella sua camera, e gli parl con tanta efficacia
e promesse che, aiutato dalla Despina e dal sospetto preso del signor caramano
cacciato di casa sua, e che fuor uscito presso di lui lo supplicava e pregava
che non l'abbandonasse in quella fortuna, gli ambasciadori senza altra
conclusione furono licenziati; e subito, dato ordine alle cose della guerra,
mise in punto l'esercito. Ed esso, a gran cammino venuto nella citt di
Betilis, si fece venir messer Caterino e gli disse che voleva che andasse con
lui nel suo esercito, acci che vedesse con quanta prontezza egli aveva presa
la guerra, parte per suo rispetto e per sicurezza del regno di Persia, e parte
spinto dalla nostra Republica e dalla fresca ingiuria stata fatta al signor
caramano, al quale non poteva mancare per essere suo confederato e amico, e che
novellamente s'aveva tutto messo nelle sue braccia.
Le quali cose ud allegrissimamente messer Caterino, e lo ringrazi con molte
parole dell'affezione che egli portava alla nostra Illustrissima Signoria; e
accompagnatosi con un suo capitano, chiamato amarbei, Giusultan Nichenizza,
and a far la mostra delle genti di guerra del re, le quali, com'egli scrive in
una sua lettera particolare, erano centomila cavalli, computati i servidori che
accompagnavano i padroni, parte armati essi e i cavalli al modo d'Italia, parte
coperti di alcuni corami corti fortissimi e atti a resister contra ogni gran
colpo senza che l'uomo ne sentisse alcuna offesa. Altri vestivano di sete
finissime, con giubbe imbottite, anch'elle s forti che non potevano essere
passate dalle saette. Altri avevano corazzine dorate e maglie, con tante arme
da offesa e diffesa ch'era uno stupore a vedere come bene e agevolmente nelle
fazioni se ne prevalevano. I servidori anch'essi erano benissimo a cavallo con
corazze di ferro forbite, e in iscambio delli scudi che usano i nostri avevano
rotelle con le quali si coprivano, e usavano scimitare finissime nella
battaglia. I padroni facevano la somma di quarantamila uomini, tutti bravi
soldati, e i servidori sessantamila, che mai non fu veduta in altro esercito la
pi bella gente a cavallo: gli uomini erano grandi e nerbuti molto di persona,
e cos destri nel valersi dell'arme che si sono dette che una picciola banda di
essi averebbe rotto qualsivoglia grosso squadrone d'inimici.
Fatta la mostra, si marchi a gran giornate con tutto l'esercito verso il paese
nimico, sendovi Pirameto signor caramano e tutt'i figliuoli del re, giovani
valenti e animosi quanto pi si possa dire. E messer Caterino, che anch'esso vi
si voleva pur trovare, and a tor prima buona licenza dalla reina Despina; ma
l'esercito marchiava avanti con tanta prestezza che non ebbe spazio di poterlo
pi aggiungere, ond'egli, ch'aveva una banda di cinquecento cavalli, se ne
rest tutto malcontento. Con questi facendo cammino, fu assaltato in Giavas da
quelli del paese, che gli fecero di molti danni; per il che, perduti alcuni
soldati e patito altri diversi incommodi, si volse verso il Tocato e si
condusse al fine nella citt di Carpeto, dove intese con suo molto contento che
Ussuncassano tosto vi doveva venire.
L'esercito persiano entr il mese di settembre in Giavas e corse e abbruci per
lungo e per largo il paese, facendo preda e tagliando gli uomini a pezzi, con
tanto spavento de' paesani che ognuno fuggiva davanti quella tempesta. E
passato Arsenga e il Tocato col medesimo empito arsero i borghi e i vilaggi per
tutto, e assaltarono e presero Carle, che fu del Caramano. Di che impaurito
Mustaf, figliuolo del Turco, che con Acomat basci si trovava in Lulla, citt
del Caramano, fugg alla volta del Cogno, e levata sua madre la mand in
Saibcarascar, quattro giornate pi adentro verso Costantinopoli. Ma, venendo i
Persiani alla volta del Cogno, il Turco scrisse lettere al figliuolo che si
dovesse ritirare, n cercasse di temerariamente venir alle mani co' nimici,
perch ogni picciola vittoria li averebbe fatto sperar e tentare poi tutte le
cose. Per le quali lettere Mustaf, che conosceva il padre dirgli il vero, si
ritir in Cuteia, dove trov Daut basci, beglierbei della Natolia, che faceva
gran provisioni di gente di guerra; n il gran Turco giudic il rimanere, acci
che i suoi, mancando della sua presenza, non venissero a perdersi d'animo e
lasciar i nimici audacemente penetrar nel paese ed espugnar i fortissimi
luoghi. Per la qual cosa, passato in Asia con tutta la corte, stava in continua
aspettazione di dover tosto aver contra Ussuncassano con l'esercito persiano;
ma, inteso dalle spie che i tumulti in quelle provincie procedevano da un
capitano di Ussuncassano che con quarantamila cavalli andava predando,
abbruciando e facendo uccisioni, e che tuttavia marchiavano alla volta di
Bursia per abbruciarla, sendo rimaso il re adietro col resto dell'esercito, il
Turco sped Mustaf con sessantamila cavalli, i migliori dell'esercito. Il
quale a grandissimo cammino mosse alla volta de' nimici, desideroso di venir
con loro alle mani e frenar tanta soldaresca licenza.
Di che avertito, l'esercito persiano si cominci a ritirare, per conoscersi
molto inferior di numero al nimico; e perch erano carichi di preda e
camminavano difficilmente, quattromila cavalli turcheschi, che venivano a tutto
corso avanti sotto Armaut, li giunsero e in un punto s'attaccarono con lor a
battaglia: dove i Persiani, dando dentro animosamente, gli strinsero con tanta
forza che li ruppero in un attimo e tagliarono a pezzi duemila Turchi col
capitano Armaut. A pena avevano finita questa fazione che vi sopravenne Mustaf
col resto delle genti, il quale, serratosi in un squadrone, urt i Persiani
molto bravamente, ed essi non men onoratamente gli risposero, s che si men le
mani bene d'ambi i lati per molte ore. E si giudica che la vittoria ad ogni
modo sarebbe stata de' Persiani se non avessero prima combattuto con quei
quattromila cavalli; perch trovatili Mustaf, che veniva con genti fresche,
stanchi da quella battaglia e dal cammino, rimase, bench con suo gran danno,
vincitore. Il numero degli uccisi non  messo nelle lettere dalle quali s'
tratta questa istoria: solo v' che rimase prigione de' Turchi Usufcan,
capitano di Ussuncassano, e che Pirameto, signor caramano, fuggendo si salv
con gran parte dell'esercito.
Tutto 'l verno che segu il re e il Turco attesero a far nuovi apparati di
guerra, per poter a tempo nuovo mostrar il viso al nimico. E Ussuncassano ne'
bei principii della state si mise in campagna con l'esercito, e, prese alcune
spie del Turco, comand che fossero tagliato lor le mani e, appiccate al collo,
si rimandassero in quel modo all'Ottomano. Di quei medesimi d giunsero lettere
a messer Caterino scrittegli da messer Pietro Mocenigo, che fu poi doge, allora
capitan generale di mare, e da messer Giosafat Barbaro, nelle quali ebbe aviso
e di doni che mandava l'illustrissima Signoria al re e dell'armata venuta alle
marine di Caramania; e sopra tutto intese con sommo piacere delle castella
espugnate e rese ai capitani del signor caramano. Le quali lettere riempierono
in maniera d'allegrezza e di speranza Ussuncassano che fece per tutto
l'esercito bandir tal nuova, e comand per maggior segno d'affezione e di onore
verso la nostra Republica che a suon di trombette e di zamblacare fosse lodato
e salutato il nome veneziano: e fu tanto lo strepito che se ne ud il grido per
molte miglia lontano. Il Turco anch'egli, fatto il maggiore sforzo che per
avanti avesse mai fatto, pass in Asia e si ferm in Amasia, citt di
Cappadocia, che era il sangiacato di suo figliuolo Baiazete, che and col padre
a questa guerra insieme con Mustaf, rimanendo Gien, suo terzo figliuolo, in
Costantinopoli.
E perch la difficult di guidar gli eserciti in Persia consiste in condursi
delle vittovaglie dietro, avendo costume i Persiani di ridur il paese in
solitudine le belle quindici e venti giornate di verso quella banda di dove
aspettano guerra da qualche prencipe, s che, se colui che assalta la Persia
non va ben provisto di tutte le cose necessarie, o nel viaggio s'ha da morir da
fame, o come rotto ha da ritornar indietro con molto suo disonore, o rimaner
preda del nimico, Maumete, che sopra questo s'era consigliato bene con i suoi,
dopo aver fatto buona provisione di vettovaglie fece cinque squadroni di tutto
il suo esercito. Il primo conduceva la sua persona, nel quale con l'ordinanze
dei gianizzari, v'erano trentamila soldati, il fior si pu dir delle genti
turchesche; il secondo guidava Baiazete, con altri trentamila; il terzo
Mustaf, parimente di trentamila, computati dodicimila Valacchi condotti da
Basaraba lor capitano, che venne in aiuto del Turco in quella guerra. Il quarto
aveva sotto di s Asmurat Paleologo turco, beglierbei della Romania, con
sessantamila persone, tra le quali vi furono molti cristiani suoi vassalli che
lo seguitavano; il quinto fu di Daut, belierbei della Natolia, di quarantamila
uomini. V'erano poi gli acangi, cavalli venturieri col capitan loro, alla somma
di trentamila: questi trascorreno i paesi trenta, quaranta e cinquanta miglia
avanti gli eserciti turcheschi, e rubano e abbruciano e ammazzano ci che si
para lor davanti; sono valentissimi delle persone e il lor ufficio  di portar
vittovaglie al campo.
Con tanto esercito il Turco si lev di Amasia, e conducendo con seco molti
pezzi grossi d'artigliaria con belle ordinanze prese la via del Tocato; e
lasciata a man sinistra la citt di Sivas, appresso il fiume Lais, che vien
dalle montagne di Trabisonda, entrorono in una pianura bassa tra detta citt e
il monte Tauro, e trovarono per cammino Nicheset, castello de' Persiani
fortissimo, che non fu combattuto altramente per non perder tempo nel viaggio.
E cos marchiando ebbero da man manca la citt di Coilivatar, posta tra monti e
circondata de villaggi, e, disceso il monte, si fermarono presso la citt
Carascar, illustre per alcune minere.La gente di questo luogo era tutta fuggita
ai monti, per il che non vi si fermando punto pervennero alla citt d'Argina,
situata in una gran pianura. Quivi fu trovato in una chiesa un filosofo che
studiava con molti libri intorno, n si movendo dal leggere per gridi o per
romori che si facessero, fu tagliato a pezzi da' cavalli acangi; tutto l'altro
popolo era fuggito oltra l'Eufrate. Di qui levatisi i Turchi passarono il paese
detto Arsenga, ch' nell'Armenia minore, e s'avicinarono all'Eufrate poco lungi
da Malatia, dove vi giunsero i nuncii del soldano del Cairo, sopra undici
dromedarii; i quali legati comparvero davanti al signore, dandogli una saetta
con una lettera in cima, alla quale fu subito risposto; ed essi, rimontati i
lor dromedarii, si partirono, facendo grandissimo cammino in un d, perch il
dromedario  cos veloce che cammina senza intermissione pi che tutti gli
altri animali. E scrive san Giovanni Crisostomo sopra Matteo, dechiarando quel
passo difficile, come potevano essere venuti i magi di Oriente in Giudea ad
adorar Cristo in cos breve spazio di tempo, come  notato dall'evangelista,
che essi vennero su dromedarii, che come s' detto sono velocissimi animali a
far lungo cammino.
Levatosi da quel luogo l'esercito turchesco marchi avanti lungo la riva
dell'Eufrate verso greco levante contra il corso del fiume, dove su l'altra
riva si present Ussuncassano con tutto l'esercito persiano in ordinanza. In
questo luogo l'Eufrate, che  fiume larghissimo e con rive altissime, faceva
molte isole ghiarose, per le quali facilmente si poteva passar a guazzo
dall'una riva all'altra. Ussuncassano aveva un bellissimo esercito di Lesdi,
che sono i Parti, di Persiani, di Giorgiani, di Curdi e di Tartari; e i
principali capitani che 'l conducevano erano Unghermaumet, Calul ed Ezeinel
suoi figliuoli, e Pirameto, signor caramano. Ma quantunque il suo esercito
fosse grande, veduto egli nondimeno quel del Turco cos immenso e che occupava
tanto spazio di paese, cosa che non averebbe prima creduto di udita, lo mir
sospeso un pezzo, e poi tutto ammirativo disse: "Hai cabesenne dentider", che
in lingua persiana vien a dire: "O figliuolo di putana, che mare", paragonando
tanto esercito a un mare. Or il Turco, che giudicava con l'ardire di prevenir e
spuntar le forze di Ussuncassano, comand al beglierbei della Romania, Asmurat
Paleologo, che con la sua gente passasse il fiume e s'insignorisse dell'altra
riva, che era un manifesto spezzar Ussuncassano e tutto 'l suo esercito. E
perch il Paleologo era giovane e ardito, acci che con la temerit non si
cagionasse qualche errore, gli diede Maomete basci che lo reggesse negli
urgenti bisogni.
Costui mostr uno grossissimo squadrone a suon di gnaccare e d'altri istromenti
bellici, con le bandiere spiegate cal la riva del fiume, e di secca in secca
se ne passava all'altra; quando Ussuncassano, sdegnato di tanto temerario
ardire, spinse nel fiume una banda fortissima delle pi fiorite sue genti, dove
attaccatisi i Persiani a battaglia co' Turchi nel mezo del fiume, combatterono
valorosamente pi che tre ore continue sugli occhi d'amendue gli eserciti, che
gli stavano a riguardare e innanimare de su le rive, senza che l'una parte
cedesse all'altra pur un'oncia d'acqua o di terreno. In fine i Turchi, ributati
dai Persiani, con estremo lor danno furono rotti e cacciati dalle secche: molti
in quella furia si annegarono, tirati gi dal corrente del fiume. E i Persiani,
caricandoli continuamente, furono cagione che di nuovo si rimettesse la
battaglia pi feroce e pi crudele che la prima, perch in quel ritirarsi il
Paleologo, preso dall'acqua, era vicino a sommergersi: dove volendolo aiutar i
Turchi, e principalmente i suoi schiavi, di nuovo fecero testa, sprezzando in
un certo modo la vita, per il che si rinovell l'assalto di nuovo, menandosi le
mani cos bene che non vi si discerneva vantaggio alcuno. Tuttavia i Persiani,
posti su la vittoria, un'altra volta ruppero i nimici e li ributtaron con
grande mortalit, rimanendo affogato nell'acque Asmurat. Veduto questo, Maumete
basci, che in un'altra secca vicina stava in ordinanza, si ritir destramente
alla riva; alla quale giunti i Persiani che davano la caccia ai nimici, Maomete
appizz il terzo assalto, e facendo testa sostenne valorosamente la furia
persiana. E s'averebbe combattuto pi che mai bene se non sopraveniva la notte,
che divise la battaglia. Ed  opinione che 'l mancar del d tolse a
Ussuncassano una bellissima vittoria di mano, perch, rotto che fosse stato
Maomete basci, i Persiani si sarebbeno con molto lor onore insignoriti
dell'altra riva, e, non potendo il Turco in luoghi rilevati usar l'artigliarie
n occupar gran terreno con la cavalleria, remaneva certissima preda del
nimico: perch nel fatto d'arme del fiume non morirono pi che cinquecento
Persiani, e dell'esercito turchesco tra morti e annegati mancarono quindicimila
persone, e infiniti furono i prigioni. Per la qual cosa il Turco, travagliato
da mille pensieri, tutta la notte tenne l'esercito in arme, temendo di non
essere assaltato.
L'altro d fece un donativo estraordinario a tutte le genti, liber gli
schiavi, con condizione che ritornassero col campo a Costantinopoli, e
rassettato l'esercito marchi alla seconda del fiume, discostandosi da lui
presso la citt di Braibret, che lasci a man destra, a canto le montagne che
parteno l'Armenia maggiore dalla minore; il quale cammino era verso maestro
alla volta di Trabisonda. Rotti i Turchi al vado dell'Eufrate nella maniera che
s' detto Ussuncassano era molestato da' figliuoli e da tutto l'esercito che
seguitasse avanti, n perdesse l'occasione di una tanta vittoria: perch i
Persiani, che avevano provato la forza del nimico, sprezzavano quella milizia e
pensavano in tutti i luoghi di rimaner al di sopra combattendo con essi.
Seguitava adunque il re dall'altra riva i Turchi, per veder a che riusciva il
disegno loro; ma come videro i Persiani che essi si erano discostati
dall'Eufrate, chiesero con grande istanza a Ussuncassano d'essere passati oltra
il fiume, poi che si conosceva che quella era una manifesta fuga di Turchi.
Egli, bench contra sua voglia si piegasse a questo, perch come astuto,
pratico e vecchio soldato nelle guerre si ricordava quel nobil precetto della
disciplina militare, che ai nimici che fuggono si debbono lastricar le strade
d'oro e far i ponti di argento, pur condiscese al fine nel voler de' suoi, per
vedere a che devesse riuscire tanto ardore e tanto disiderio di battaglia. E
cos, scelti quarantamila soldati, i pi pronti di mano e arditi, pass
l'Eufrate e a gran cammino si mise a seguitar l'esercito nimico, avendo
lasciato oltra il fiume Calul, suo figliuolo primogenito, con tutti i Giorgiani
e i Tartari, molti altri soldati a guardia delle bagaglie.
E alla fine d'agosto giunse sopra alcune montagne, di cima delle quali vide
nella valle che menava verso Trebisonda l'esercito turchesco; e credendo per la
fresca vittoria di poterlo facilmente superare e metter in fuga, s'ordin a
fatto d'arme. I Turchi, che si vedevano chiusa la strada e conoscevano che o
bisognava che se l'aprissero con l'arme in mano o rimaner con molto disonor
loro rotti e tagliati a pezzi, come aviene a quelli che sono in frangente di
disperazione fecero della necessit virt, e s'ordinarono anch'essi con grande
ardire a battaglia. Il Turco adunque, lasciato Ustrefo con buona guardia in
presidio degli alloggiamenti, si mise a salir il monte da un'altra parte che
non era stata occupata dalle genti persiane; e Ussuncassano, che 'l vide
partire dagli alloggiamenti, spinse Unghermaumet suo figliuolo con uno
squadrone di diecimila cavalli a dar la stretta a Ustrefo e a tor ogni rifugio
al Turco di potersi pi salvare. Ed egli, fatto tre altri grossi squadroni,
diede il corno destro a Pirameto, signor caramano, e 'l sinistro a Ezeimel suo
figliuolo, tenendosi esso nel battaglione di mezo con tutta la fanteria, che
era benissimo in punto. E attaccata la battaglia a quattordici ore, dur il
fatto d'arme otto ore continue, sostenendo i Persiani con tanto valore quel
grande e grosso esercito, ch'era miracolosa cosa a vedere l'incredibil prodezze
che facevano dei lor corpi. E se non era che Mustaf, figliuolo del Turco, con
un fresco squadrone di genti urt per fianco nel corno destro del Caramano, la
vittoria sarebbe stata incerta e dubbia ancor pi: perch, cedendo il Caramano
al nuovo assalto di Mustaf, mise tutta in confusione da quel lato la
battaglia, conciosiach nel ritirarsi caric per fianco la battaglia di
Ussuncassano, il quale, per quel disordine di suoi e per combatter dal fronte
col nimico, si vide stretto in maniera che dubit d'esser stato tolto in mezo.
Onde, preso da timore non picciolo per l'incertezza della cosa, smont da
cavallo e sal sopra una cavalla corridora che si faceva condur per tai bisogni
sempre appresso; e vedendosi pi e pi ogni ora stringere e incalzare dal
destro corno, diede volta e fugg. Il che veduto da suo figliuolo Ezemiel, si
mise con gran cuore in mezo la fanteria e cerc di far testa, acci che per un
poco d'empito ch'avevano fatto i nimici tutto l'esercito non fosse rotto; ma,
quantunque questo giovinetto valentissimo sostenesse alquanto la furia de'
Turchi, pur, morto da loro, i Persiani furono rotti e messi in fuga.
Unghermaumet, ch'era andato ad assaltar gli alloggiamenti del Turco guardati da
Ustrefo, se ben vi trov gran difesa, sperava nondimeno, combattendovi
lungamente, di avergli presi: ma, vedendo la rotta del padre, si ritir a poco
a poco, e fu in gran pericolo d'essere fatto prigione, perch avanti la sua
ritirata i Turchi di gi avevano occupata tutta la campagna. Pur a tutta forza
fattosi il cammino, si salv e si ridusse al padre; il quale, non si tenendo
sicuro negli alloggiamenti, ch'erano dieci miglia lontani dal luogo della
battaglia, pass in fretta l'Eufrate e si ritir col resto delle sue genti
adentro nel suo paese. Fu questa giornata fatta l'anno 1473, nella quale
morirono diecimila Persiani e quatordicimila Turchi.
Maomete, rimaso in questa maniera vincitore, deliber di seguitar avanti la sua
buona fortuna, e col corso di quella guerra insignorirsi di qualche luogo del
nimico; onde, riordinato l'esercito, marchi un'altra volta verso la citt di
Baibret. E gli acangi, che procedevano innanzi, assaltati da quelli della
terra, furono in gran numero tagliati a pezzi; doppo la qual fazione tutto 'l
popolo di quel luogo, ch'era stato avertito dalle spie che il Turco se ne
veniva a gran cammino col rimanente dell'esercito, fugg ai monti, avendo
sfogata per un modo di dire la rabbia contra i suoi nimici. Giunti i Turchi al
passo per il fiume Eufrate, dove fu fatta la prima battaglia, passarono senza
contrasto alcuno, e gli acangi furono i primi; e marciando alla volta di
Erseagan, per tutto trovavano il paese e le citt abbandonate, e quattro
giornate dapoi pervennero a Carascar, fortezza posta in cima d'un monte. Dove i
Turchi, apparechiatisi a combatterla, tirarono alcune artigliarie sopra un alto
monte che batteva la fortezza, dal quale quindici d continui la bombardorono;
e infino un capitano chiamato Darap, schiavo di Ezeimel, figliuolo di
Ussuncassano, che l'aveva in guardia, intendendo la morte del suo signore si
rese.
Da Carascar il campo marchi a Coliasar, citt che, non volendo far prova delle
sue forze contra cos gagliardo nimico, si rese anch'ella. In tanto giunsero
nuove al Turco che Ussuncassano rimetteva l'esercito, con animo di ributtar, se
poteva, i nimici fuori del paese; per la qual cosa non gli parve di proceder
pi avanti, per non entrar in quelli pericoli da' quali non potesse poi uscire.
Dato adunque volta, ritorn a grandissimo cammino in Sevas e poi in Tocato; nel
qual luogo era l'ambasciator del re d'Ungheria, che con molte simulate parole
fin a quel punto aveva intertenuto, dicendogli che voleva prima liberarsi dalla
guerra di Persia, e poi che conchiuderebbe la pace col suo re, che ne lo
richiedeva: il che fece egli tutto ad antiveduto fine, acci che in quel
frangente l'arme unghere non lo molestassero. Ma, vedutosi poi su la vittoria,
lo licenzi senza conchiusione: con la quale arte il re unghero fu con suo gran
danno e di tutta la cristianit ingannato, perch, s'egli si fosse valuto di
quella occasione, non  dubbio che con pochissime forze averebbe non solo
cacciato i Turchi di Grecia, ma messo in terror tutta l'Asia.
Spedita nella maniera che s' detto la guerra persiana, il Turco torn con
molto trionfo a Costantinopoli, lasciando Mustaf al suo sangiacato, che poco
dapoi si mor. E Acomat basci con buon esercito and alla volta di Laranto,
citt del signor caramano, posta appresso il monte Tauro, dove, fingendo buona
pace e amist co' paesani, assicur a poco a poco i grandi, invitando quando
questo quando quel con domestichezza e famigliarit a mangiar con seco. E usata
quest'arte alcuni d, fin che gli parve di averli ben tratti di suspizione di
s e dell'esercito, prefisse un certo d alla sua partita, avanti il quale fece
un solenne convito a tutti quelli signori, i quali, mentre allegri con lui
mangiavano e bevevano, furono da alcuni suoi, a questo effetto eletti, fatti
prigioni e strangolati in alcuni segreti luoghi: perch, entrato senza
difficult nel monte, lev quei popoli e li mand in Grecia, ponendo in cambio
lor altri ad abitar il paese.
Mentre queste cose si facevano nello stato del Caramano, Ussuncassano, che in
pochi d aveva avuto la fortuna con lietissimo aspetto contra, e dapoi col pi
turbato che mai gli paresse aver avuto per la rotta passata, si trovava in gran
travaglio d'animo, perch tutta quella opinione che egli s'aveva in tante
guerre acquistato d'essere invincibile parve che a una sola percossa la
perdesse. Laonde, avendo appresso di s due ambasciadori, un polono e l'altro
unghero, acci che non vedessero le sue miserie e per conseguente non gliele
accrescessero, diede all'uno e all'altro buona licenza. E perch la sua
maggiore speranza era ne' principi cristiani, ai quali vedeva che non men
toccavano le sue piaghe che a se stesso, sped messer Caterino con lettere
scritte a tutt'i re dell'Europa, con richieder quel favore da loro che
ricercava il pericolo ch'egli ed essi correvano, poi che a contemplazione della
nostra Republica e d'altre potenzie cristiane egli principalmente aveva prese
l'arme contra l'Ottomano. E cos tutti questi ambasciadori, partitisi di
compagnia da quel re, passarono in Gorgora. E messer Caterino, lasciati andar a
lor viaggio gli altri due, venne in Salvatopoli, sopra il mar Maggiore, di dove
pass in Cafa, con un naviglio di Luigi da Pozzo genovese; il quale, avuto
sentore per viaggio che egli era ambasciadore di Ussuncassano, lo voleva
condurre a Costantinopoli al Turco, perch Cafa gli ubidiva e pagava tributo,
onde si mand un bando sotto gravissime pene che niuno lo dovesse alloggiare o
riccettare o sovenire d'alcuno aiuto. Tuttavia Andrea Scaramelli,
affezionatissimo cittadino della nostra Republica, senza guardar a pene che
fossero state fatte, stimando pi la grazia della Signoria che la vita e le sue
facult, venne di notte segretamente con una barchetta appresso il naviglio e,
fattogli sapere perch egli era venuto, lo lev e condusse a salvamento in
terra, nascondendolo in casa sua. Qui non si trovando messer Caterino denari,
era in un grandissimo fastidio delle sue cose, quando un servidore ch'egli
aveva, chiamato Martino, lo persuase con molte parole che lo facesse vender
all'incanto e di quel danaio se ne valesse. Messer Caterino, bench gli paresse
la liberalit e la fede di Martino singolare, pure, stretto dal bisogno in chi
si trovava, lo fece vender, com'egli aveva detto, all'incanto, servendosi dal
pregio tratto di quella vendizione: esempio certo raro di una servit fidele, e
da comparare con qual altra si voglia di quelle antiche, che si dice che tali
servi furono che per salvar la vita ai padroni s'offerirono di essere morti. N
la nostra Republica manc di riconoscer un tanto servigio fatto in un suo s
benemerito cittadino, perch, oltra il riscatto suo, gli diede una buona
pensione, con la quale visse, dando a veder agli altri quanto importi a servir
fedelmente questo stato.
Di Cafa messer Caterino scrisse lettere alla illustrissima Signoria, narrando
in quelle tutto il successo delle due battaglie passate, e come Ussuncassano
l'aveva spedito con commissioni segrete a tutti i re d'Europa per moverli a far
una gagliarda guerra al commune nimico, avendo esso in animo ne' bei principii
della primavera d'uscir con tutte le forze della Persia in campagna e tentar di
nuovo la fortuna della battaglia. Queste lettere furono gratissime alla
Signoria, per tante nuove che d'altro lato ancora non aveva avuto; ma,
intendendo che ancora messer Giosafat Barbaro non era passato in Persia,
secondo le commissioni ch'ebbe in prima che egli prese quella legazione, non
gli parve che si convenisse alla dignit sua lasciar un re affezionatissimo suo
amico, e sopra tutto valoroso e costante a mantener la sua parola a chi una
volta l'avea promessa, senza un ambasciatore, poi che messer Caterino s'era da
lui partito. Onde, alli 10 di settembre l'anno 1473, il senato elesse
ambasciador in Persia messer Ambrosio Contarini, il quale part alli 13 di
febraio, come nel suo viaggio si legge. Costui, facendo anch'egli per la Magna
e Polonia il cammino di Cafa, pass finalmente in Persia, dove trov ch'era
anco giunto messer Giosafat Barbaro; ma fu poco ben veduto dal re, o fosse che
avesse trovato ne' nostri prencipi assai proferte e parole e pochi fatti
(levandone la nostra Republica, che gli aveva inviolabilmente attenuto quanto
aveva promesso ed era prontissima di nuovo con lui a seguitar una medesima
fortuna), o pur che si conoscesse inferior di forze ai Turchi per la maniera
della milizia persiana, che non  pagata, ma chiamata serve i re nelle guerre.
Laonde gli diede buon commiato, con generali parole di voler a tempo nuovo
guerreggiar coi nimici, e negando esso di volersene ritornare con dire che non
l'aveva avuto in commissione della Republica, a forza lo costrinse a partirsi
con un altro ambasciador del duca di Borgogna per la qual ripulsa rimaso mal
sodisfatto messer Ambrogio di quel re, cerc poi con parole d'oscurar molto la
sua potenzia.
Messer Caterino in questo mezo, con l'aiuto del signor Michele Aman, doppo
sofferte molte fatiche e molti grandi pericoli scorsi, pass in Polonia e trov
il re Cassimiro che faceva gran guerra al re unghero. Con tutto questo messer
Caterino gli espose l'ambasciata di Ussuncassano e lo preg che, considerato il
gran pericolo che correva la cristianit se, vinti i re potentissimi di
Levante, Maomete si fosse volto in Ponente, volesse far buona lega e amist con
quel re e dal suo lato travagliar il nimico, che altretanto egli farebbe in
Levante. L'ud il re graziosamente e gli rispose che per la guerra in Ungheria
non poteva guerreggiar altramente co' Turchi, co' quali si trovava in lega;
della qual resposta conosciuto messer Caterino l'animo di quella maest, che
non ne poteva trar n ambasciadori n pur una lettera scritta a Ussuncassano,
con una lunga orazione l'esort a far pace con gli Ungheri, dicendo che, poi
ch'egli non volea far guerra ai Turchi, almeno non fosse cagione che l'Ungheria
per suo rispetto non facesse in tanto bisogno della cristianit il suo debito,
come in tante altre guerre pur co' medesimi nimici era usata di fare. E furono
cos efficaci le sue parole che Cassimiro, uditi gli ambasciadori ungheri, la
conchiuse e serr in tre d.
Stando messer Caterino in Polonia, trov messer Paolo Ognibene che andava
nuncio della nostra illustrissima Signoria a Ussuncassano, al quale diede
lettere scritte al re tutte piene di esortazioni e di parole caldissime, che
egli seguitasse arditamente la guerra cominciata, perch ad ogni modo averebbe
poi seguito de' prencipi cristiani, quando lo vedessero da dovero muoversi
contra l'Ottomano; e che egli non mancava di ufficio e di ogni sorte di fatica
a esporre agli Europei quanto aveva avuto in commissione da lui. E con queste
lettere scrisse anco nel medesimo tenore al re di Gorgora e al re Melico di
Mengrelea. E mandato a buon viaggio l'Ognibene, egli part per Ungheria, dove
ricevuto onoratamente dal re Mattia Corvino, che fu il pi illustre re in arme
e in lettere che avessero mai non solo gli Ungheri, ma tutti i regni della
cristianit, gli parl tanto bene sopra le commissioni avute da Ussuncassano
che il re, che era pur da s troppo inclinato a far guerra ai Turchi, promise
che non mancarebbe mai a un re cos benemerito della republica cristiana. E
dapoi conversato pi intrinsicamente messer Caterino e conosciuto il suo valore
e la virt, lo fece con molto onore cavalliere, come nel privilegio fatto in
Buda alli 20 d'aprile 1474 si pu vedere, nel quale sono esplicate tutte
l'opere sue in questa impresa e le fatiche esemplari.
Part d'Ungheria messer Caterino e se ne venne a Venezia, dove, per esser egli
stato in s lontane regioni che non si ricordava per memoria di uomini che
alcun Veneziano avesse fatto n pi lungo cammino n pi memorabile in servigio
della patria, fu ricevuto da tutta la nobilit e dal popolo con molta
allegrezza; e in particolare i suoi lo viddero come un dio disceso dal cielo. E
sentite poi pi adagio il senato le commissioni di Ussuncassano e il buon animo
che aveva verso la nostra Republica, elessero quattro ambasciadori al papa e al
re di Napoli, e mandarono con lor messer Caterino come ambasciadore del re di
Persia, con questo che devesse preferir gli altri; e furono spediti in senato
alli ventidue d'agosto, l'anno mille e quattrocento e settantaquattro. Le quali
ambasciarie per non produssero alcun effetto buono, perch, in quei tempi
sendo gravissime discordie tra i nostri prencipi, pareva che s'opponesse una
certa violenza fatale a non lasciar che si prendesse l'arme con un tanto re e
s valoroso, e che pur dianzi aveva esposto se stesso e tutto il suo regno al
giuoco della fortuna per dimostrar che l'impresa gli era a cuore, contra quel
nimico che si vedeva apertamente che aspirava a far suo tutto il mondo.
E fu scritto avanti la partita di questi ambasciadori a messer Giosafat
Barbaro, che era in Cipro, che dovesse passar a Ussuncassano, n facesse
riuscir vana la sua legazione, poi che era stato tanto tempo di qua nelle
marine di Caramania; perch, essendo stato eletto in senato alli cinque di
gennaio del settantuno, si part doppo aver ricevuto questa lettera, che gli fu
scritta l'ultimo di gennaio del settantatre. Perch'egli, lasciato da parte ogni
rispetto della sua vita, s'incammin finalmente al destinato suo viaggio per
servir la patria, e cos, doppo diversi pericoli scorsi, arriv in Tauris a
Ussuncassano, come narra nel suo viaggio, l'anno mille e quattrocento e
settantaquattro: dove fu accarezzato e benissimo veduto da quella maest. E
scrive il medesimo messer Giosafat che lo trov nella sua grandezza e
riputazione di prima, perch in quei d ricevette gli ambasciadori d'India con
grandissima pompa, che ogni anno erano usati a portarli certi doni in segno di
soggezione. Ma la guerra che nacque tra lui e Unghermaumet suo figliuolo, il
valente, fu cagione di torgli ogni sua riputazione e di spuntar quelle forze
dell'animo suo che fin allora erano state giudicate invitte: conciosiach per
il dolore di vedersi ribellato contra un cos valoroso figliuolo, e famosissimo
per la sua gagliardezza in Asia e in Europa, non poteva se non mancar degli
ufficii di re, e sopra tutto di ritor l'animo dall'impresa che aveva concetta
in cuore di far contra l'Ottomano.
La cagione di questa guerra tra padre e figliuolo fu che i Curdi, popoli della
montagna, inimici d'Ussuncassano e della grandezza del regno di Persia, per
isparger semi di discordia nel bel mezo della quiete di quello stato fecero
divulgar fama attorno che Ussuncassano era morto; alla qual fama diede
facilmente orecchie Unghermaumet, come quel che aspirava, dopo che fosse morto
il padre, a farsi re di Persia. E per questo, raccolto quell'esercito che gli
aveva dato Ussuncassano acci che guardasse Bagadet, che fu gi Babilonia, e
tutto il paese di Biarbera, occup in un subito Seras, citt che  sul confino
della Persia, avendo quasi tutti i Curdi in suo aiuto, percioch, inteso essi
che Unghermaumet s'era insignorito di Seras, si misero insieme in gran numero e
corsero e depredarono il paese fin appresso Tauris. Per la qual cosa
Ussuncassano, che si trovava in campagna con la porta, cio con quelli soldati
ordinarii ch'egli continuamente teneva in presidio della sua persona, si mosse
a gran giornate verso Leras; di che impaurito Unghermaumet, che di gi aveva
conosciuto l'inganno de' Curdi e il suo troppo credere avergli fatto tentar
temerariamente con l'arme un negocio di tanta importanza, usc della terra, e
col mezo d'alcuni signori amici di lui e del padre cercava d'impetrar del suo
fallo perdono. Ma sentendo che Ussuncassano veniva con animo incrudelito verso
di lui, gli parve di aver mal fatto, e perci entr in suspizione della sua
vita e di non essere tradito; e tanto valse questa sua imaginazione che, senza
veder pur in faccia le genti del padre, si mise in fuga e pervenne nel paese
dell'Ottamano, su le frontiere del sangiaccato di Baiazete, figliuolo del
Turco, dal quale ebbe salvocondotto con licenzia del padre di potersi ricovrar
sotto il patrocinio turchesco. E mandata la moglie e suoi figliuoli in Amasia,
perch pi se ne assicurasse Baiazete, egli poi cavalc alla sua volta, e fu
accarezzato e grandemente onorato da quel signore.
E perch questo giovane valente non poteva patir d'essere stato cos in quel
modo sbattuto dalla fortuna, desideroso di tentar la sorte, che molte volte si
dice che di turbata ci suol venir allegra incontra, pur che per noi non si
manchi a noi stessi, pass a Constantinopoli per mover se poteva Maomete gran
Turco a dargli qualche aiuto, e fu ricevuto con grandissime dimostrazioni
d'amore e con promesse e offerte grandi: perch Maomete era uomo di valore e
ammirava negli uomini illustri la nobilit e la virt pi che altro prencipe
ottomano stato avanti di lui. N dalle parole discordavano punto gli effetti,
perch Maomete, disiderando di tor il credito e la riputazione a Ussuncassano e
farsi amico costui, s che l'arme persiane per l'avvenire non se gli
opponessero nel bel mezo del corso delle sue vittorie, giudic che facesse
molto per lui aiutar Unghermaumet in questa impresa, e con quelle discordie tra
padre e figliuolo snervar le forze della Persia, accioch col tempo poi o esso
o i suoi discendenti se la potessero sottoporre.
Avuto Unghermaumet questi aiuti turcheschi, entr nella provincia di Sanga, sul
confine della Persia, e di l con ispesse correrie danneggiava continuamente il
paese di suo padre, il quale, con tutto che mandasse alcune bande di cavalleria
e fanteria a quelli confini perch ne ributtassero il figliuolo che ostilmente
lo guerreggiava, non per questo mostr di volersi vendicar di tante ingiurie:
anzi in publico e in privato diceva di sentir tanto dolore di queste cose che
doppo non molto si finse di essere caduto infermo, e ritirandosi a poco a poco
con quelli ne' quali aveva, o per beneficii lor fatti o per altro, pi fede,
fece sparger fama per tutta la Persia e anco in Turchia di questo suo gran
male, e in fine si public da' medesimi ch'egli era morto. Perch furon subito
mandate lettere e messi avisando a Unghermaumet, co' contrasegni della morte
del padre, ricercandolo i primi signori del regno che egli venisse in diligenza
a causa che per aventura gli altri fratelli, cio Calul e Giacuppo, non gli
togliessero il regno, che di ragione a lui si conveniva pi che gli altri per
il suo molto valore; e perch si coprisse meglio l'inganno si celebrarono
sontuosissime esequie al morto re nella citt. Onde l'infelice Unghermaumet,
che era strassinato per i capelli dalla sua sorte a morire, non si ricordando
che il troppo credere l'aveva gi cacciato di casa sua e fattol andar
fuoruscito a cercar aiuto da' suoi nimici, che fentamente lo favorivano per
farlo poi con l'occasione pi in profondo ruinare, prest certissima fede alla
cosa e, dati ad alcuni suoi in guardia i messi che gliene portavano la nuova,
corse in posta verso la Persia, in tanta fretta che in pochi d fu in Tauris. E
ricercato quelli che gli avevano scritto la morte del padre e datogli speranza
del futuro regno, fu da lor condotto fin dov'era il padre, con tanta segretezza
che 'l meschino non se ne avidde se non quando si trov avanti di lui. E cos
ricevuto con gravi parole e minaccie fu fatto prigione, e poco dapoi morto.
Questo fine ebbe Unghermaumet, che da' Persiani fu sempre chiamato per la sua
gran fortezza il valente, uomo senza dubbio eccellentissimo nell'arme e degno
del paterno imperio, quando, allettato dalla dolceza del regnare, non fosse
stato cos frettoloso al credere: perch, se viveva pi lungamente, averebbe il
regno di Persia ricevuto da lui bellissimi ornamenti di gloria, e sarebbe
montato in maggior fama che non mont poi per Ismaele suo nepote. N doppo la
sua morte fu pi la Persia molestata da' Turchi, n Ussuncassano fece pi
alcuna cosa memorabile fin alla sua morte.
E messer Caterino anch'egli, doppo che ebbe fatto tutte quelle legazioni che
aveva tolto a fare per comandamento di Ussuncassano e della nostra Republica,
ritorn a Venezia, tanto ben veduto e accarezzato universalmente cos da'
nobili come da' popolari che per la somma grazia in che era appresso tutti, in
lui tutti si rivolgevano gli occhi, vedendo uno che aveva con un lungo pericolo
circuito non solo l'Europa, ma anco gran parte dell'Asia. E fu mirabil cosa che
per questa grazia essendo tolto del consiglio di Dieci, che  singularissimo e
grandissimo onore nella Republica, non ebbe se non dicisette voti contrarii nel
gran consiglio; ma quel era assai pi mirabile che, mentre egli passava per
via, concorrevano tante persone a vederlo che non poteva andar innanzi. E cos
si dice che all'andar alla gloria vi va per istrade strette e difficili, che
quel Ercole introdotto da Senofonte tolse anzi di viver con gli affanni lodato
che standosi in piacere rimaner senza alcuna fama al mondo; il quale fu
fortemente in questo imitato dal buon messer Caterino, che per servir la patria
e aggiunger alla perfetta lode non guard mai n a fatiche n a pericoli. Onde
si pu conchiuder certo che colui possede assai onori, che col merito dei
proprii sudori li acquista, sendo quegli altri, che paiono veri onori e che
sono per tali stimati dal volgo, ombra e fumo a comparazione loro.



DEI COMMENTARII DEL VIAGGIO IN PERSIA E DELLE GUERRE PERSIANE DI MESSER
CATERINO ZENO IL CAVALLIERE.


Sapendo io quanto universalmente piaccia agli uomini la novit delle cose, e
sopra tutto quanto aggradisca la variet dei fatti di re illustri a quelli che
versano nelle istorie, ho stimato degna cosa essere alla superior narrazione
aggiunger quelle altre guerre persiane che furono doppo la morte di
Ussuncassano, acci che si vegga da questi pochi capi quante eccellenti cose si
averebbono da scriver di quelli re, se tra lor vi fosse, come la polizia de'
costumi e valor dell'armi, anco una esquisita letteratura che, raccogliendo i
fatti loro, li comendasse alla memoria di posteri. N di niun'altra cosa
s'hanno da doler i re di Levante, se non che tra loro non vi fioriscono gli
studii n la politezza delle lettere, perch, congiunto il pregio dell'arme con
quel de' libri, non  dubbio che, l'uno all'altro sendo come puntello e
sostentacolo, verrebbeno ad essere assai pi illustri che le cose fatte dai
nostri re: conciosiach pare che i belli soggetti arricchiscano in un certo
modo di parole gli stili e li facciano singolari tra gli altri, e molte volte
gli stili aiutano gli alti soggetti a comparere e a farsi valere in bellissima
mostra tra gli altri pi chiari.
Venendo adunque al proposito mio, dico che doppo la morte di Unghermaumet
Ussuncassano sopravisse poco tempo, e, morendo la notte dell'Epifania del mille
e quattrocento e settantotto, lasci quattro figliuoli maschi, tre nati di una
madre e uno della Despinacaton, figliuola dell'imperador di Trabisonda, il
quale la notte istessa che mor il padre fu dagli altri tre fratelli morto. E
tra questi tre poi, per il desiderio di regnare che tutti avevano, nacque
grande emulazione e odio, s che il secondo ammazz il maggior fratello e regn
solo, che si chiamava Giacuppo Chiorzeinal. Gi la Despina per avanti s'era
separata dal marito e abitava sul confine di Riarbera la citt di Cavalleria,
nella quale mor, e fu sepolta nella citt in chiesa di San Giorgio, dove si
vede fin oggid la sua sepoltura molto onorata. Ebbe Ussuncassano di costei tre
figliuole femine. La prima, che era chiamata Marta, fu maritata in Secheaidare,
signor di Arduil, citt verso greco, lontana da Tauris tre giornate; il qual
signore era capo della fazione de' cacari neri, che  la parte sofiana e la pi
potente per il seguito de' popoli e per la nuova dottrina, essendo tutta la
Persia divisa in due fazioni, l'una delle quali  detta cacari bianchi e
l'altra cacari neri, che sono come gi erano in Italia i guelfi e i ghibellini,
i bianchi e i neri. E l'altre due figliuole vissero appresso la madre con
amplissime ricchezze, e doppo la sua morte abitarono pur in Cavalliera; ma,
intesa la morte del padre e con quanta crudelt gli altri fratelli avevano
morto il lor fratello uterino, temendo anch'elle di quel che gli potea avenire,
raccolte gioie e altre cose di pi valuta fuggirono in Aleppo e di l in
Damasco. Nel qual luogo una d'esse si trov fin l'anno mille e cinquecento e
dodici, e vide messer Caterino, figliuolo di messer Pietro, che nacque di
messer Caterino Zeno gi stato ambasciadore in Persia, che giovinetto
mercatante negociava allora in Damasco; e riconosciutol per parente l'accarezz
con ogni sorte di demostrazione d'amore, e volendosene ritornar in Persia per
aver inteso i felici successi d'Ismaele suo nipote, per i quali era divenuto re
di Persia, cerc di menarlo con esso lei, proferendogli grandissime cose e
qualche stato. Dove messer Caterino, ch'era tirato dalla dolcezza di goder la
sua patria e d'altro lato dall'amor de' parenti, ringraziatala di tanta
amorevolezza e gratitudine d'animo si rimase, scusandosi non vi poter andar per
l'importanza de' suoi affari e per l'affezione che aveva al suo natural paese.
Or Giacuppo, morto che ebbe il maggior suo fratello, regn lungamente e, come
si dice, poi per inganno di sua moglie, poco pudica femina, fu morto. Doppo il
quale tenne il regno Allamur, suo figliuolo, che oltra la Persia possedeva
Diarbec e parte dell'Armenia maggiore appresso l'Eufrate; al cui tempo la
fazione de' Cacari neri era in tanto credito per Secheaidare che l'altra de'
cacari bianchi pareva che non fosse in alcuna stima. Era Secheaidare come un
alano, o maestro o profeta, come lo vogliamo dire, che predicando nella setta
macomettana nuovo dogma, e Al essere stato maggiore che Omar, aveva molti
discepoli e persone che favorivano la sua dottrina, e persever cos in questo
un tempo, di maniera che era da tutti riputato santo e un uom quasi divino.
Ebbe costui di Marta, figliuola della Despina e di Ussuncassano, sei figliuoli,
tre maschi e tre femine; n, con tutto che avesse sua moglie figliuola di una
signora cristiana, rest d'essere nimico della fede nostra, perch, fattosi
capitan di ventura, corse molte volte ostilmente fin in Circassia, mettendo
tutto in preda e menando gran numero di schiavi in Persia, in Arduil sua citt.
Queste correrie, oltra la utilit che ne traeva per i bottini, gli facevano
onori, di maniera che ebbe tosto il concorso degli onori della sua fazione: de'
quali fatto buon esercito, s'incamin pur alla medesima impresa di Circassia, e
passato Sumachi, otto giornate di sopra Arduil, arriv in Berbento, che 
cinque giornate lontana da Sumachi, avendo lo sforzo con seco di cinque in
seimila persone, tutte da guerra e bravi soldati con l'arme in mano.
 Berbento citt che fu edificata alle angustie de' monti Caspii d'Alessandro
contra le correrie degli Sciti, dove c' il passo cos stretto che cento fanti
espediti possono vietar il passo con le picche a un millione d'uomini. Il suo
sito  giudicato sopra tutti gli altri delle citt di Levante fortissimo,
perch ella  posta su l'altezza di certi monti e manda due ale quadre di muro
fin al mare, che abbraccia il borgo e il porto, nel quale stanno le navi, con
ispazio che non eccede trecento passi. Ed  questo spazio cos forte e ben
munito che sempre facendovi la guardia non vi si lascia entrar alcuno, ed 
solo passo per il quale si pu andar in Circassia; e lo chiamano i paesani
Amircarpi, che significa porte di ferro, non perch ci siano, ma perch il
luogo  fortissimo e atto a resister contra ogni guerra. Per la qual cosa,
sendo di se stessi sicuri, gli uomini della terra non volsero dar il transito a
Secheaidare, n pur lasciar entrar alcun de' suoi dentro, per sospetto preso
delle genti che aveva con lui: e spacciando subito lettere e messi al re Alamur
che gli facessero intender questa cosa, si apparecchiarono a difendersi se
Secheaidare avesse voluto far forza di passare. Il re, grandemente commosso per
questi motivi di Secheaidare, entr in non picciola suspizione di lui,
parendogli che egli, per il gran credito in che era e per aver il concorso di
tanti uomini, e poi per essere d'una setta capo che era allora in molto conto
in Persia, ma pi per le prede grosse che faceva e arricchiva quelli che lo
seguitavano, e anco per la fama della sua santit, potesse farsi col tempo s
grande che gli levasse il regno e ne stabilisse uno a sua voglia fermo e saldo
contra ogni sforzo d'arme.
Secheaidare, vedendosi vietar il passo, sdegnato forte contra quelli di
Berbento, cominci a combatter la terra e a porre ogni sua forza per averla
nelle mani; di che avisato Alamur, non gli parve pi di star a bada, acci che
il troppo indugio non gli fosse cagione di qualche ruina. Raccolto adunque
prestamente l'esercito, si mosse alla volta di Berbento e marchi con
diligenza, giungendo a tempo in soccorso de' suoi. Secheaidare, come vide
comparir l'esercito di Alamur, lasciato di oppugnar la terra si volt in
ordinanza contra di lui; e appiccatasi la zuffa d'ambi i lati molto feroce, si
men le mani parecchie ore bene, s che non vi si discerneva chi ne avesse il
meglio; in fine, soprafato Secheaidare dalla moltitudine de' nimici, rimase
tagliato a pezzi, e i suoi anch'essi, bench fossero pochi, fecero nondimeno
cose incredibili, e non ne scamp pur uno che non fusse morto o ferito a morte.
La testa di Secheaidare, fitta su la punta di una lancia, fu mandata in Tauris
e tenuta in publico perch fosse veduta da tutti, e doppo essersi festeggiato e
fatto grandi allegrezze per la vittoria avuta di lui fu tratta ai cani.
Giunta questa nuova in Arduil, dove era la moglie di Secheaidare con suoi
figliuoli, se ne dolsero grandemente quelli ch'erano della fazione sofiana,
tuttavia tacevano e simulavano il dispiacere per non dar cagione al re
d'incrudelir contra di loro. Ma suoi figliuoli, presi di timor di se stessi e
della vita (come avviene nelle subito cose, che tutto si teme), un fugg nella
Natolia, l'altro in Aleppo e il terzo in una isola che  dentro il lago
Attamar, abitata dagli Armeni cristiani e chiamata Sancta Dei Genitrix, dove in
casa d'un prete stette nascosto quattro anni, che non se ne seppe mai in Persia
cosa alcuna. Era questo giovinetto, che si chiamava Ismaele, di tredici anni,
di nobilissima presenza e di aspetto veramente regale, perch negli occhi e nel
sovraciglio teneva un non so che di grande e di signorile, che dimostrava ben
che egli aveva da riuscir ancora un gran signore: n le virt dell'animo
discordavano punto dalla bellezza del corpo, perch aveva ingegno elevato e
senso delle cose cos alto, che pareva incredibile che in s tenera et egli lo
potesse aver tale. Onde il buon prete, che faceva professione d'astrologo e di
conoscer per gli aspetti del cielo l'influsso delle cose, tratta la sorte sopra
di lui, previde ch'egli sarebbe ancora padrone di tutta l'Asia: perch, con pi
sollecitudine datosi a servirlo, lo trattenne secondo le sue forze e stato con
ogni sorte d'amorevolezza e di cortesia, acquistandosene perci somma grazia
presso di lui.
Ismaele, aspirando a ricuperar lo stato paterno, partitosi da questo luogo che
non aveva ancora forniti diciotto anni, and in Carabac e poi in Gillon,
riparandosi in casa di un antichissimo amico di suo padre, chiamato Pircale.
Costui, mosso a piet dello stato d'Ismaele, come quel che aveva veduto suo
padre gi essere stato gran signore e riputato divino per la maniera della sua
vita, scrisse secretamente in Arduil a tutti quelli della fazione sofiana, ai
quali sapeva che nella battaglia di Derbento erano stati morti per il pi dalla
fazione contraria dei cacari bianchi padri, parenti e fratelli, che
ritornandosi a mente quanto gi Secheaidare aveva fatto per loro volessero
favorir di aiuto suo figliuolo Ismaele, che fuor uscito si riparava presso di
lui, acci che potesse avere e lo stato paterno e mantener in piede la parte:
che se si poteva prometter di un giovinetto ben creato e ben nato, come era
egli, cose grandi, egli prometteva lor di costui cose grandissime, per conoscer
in lui e vigor d'animo e destrezza d'ingegno e valor corporale, quanto non gli
era mai pi parso di vedere in niun altro suo pare. Per le quali lettere mossi,
quelli di Arduil gli proferirono in questo conto e in ogni altro per aiuto
d'Ismaele tutto lo stato e poter loro. Perch'egli, messi segreti ordini di quel
che aveva da fare, raccozz insieme dugento uomini della sua fazione in Gillon,
e dugento altri gliene diedero quelli di Arduil, co' quali, appostate
d'incaminar con qualche bel principio le sue cose a buon fine, si mise in una
vale commoda atta alle insidie, di dove, come tempo gli parve, corse alla parte
del castello Marmurlagi. E fatto un subito empito, tagli a pezzi tutto il
presidio che v'era, e, posto in lui buon ordine e miglior guardie, usc fuori
nel borgo e lo diede a saccomano ai suoi soldati, mandando a fil di spada tutte
le genti. Questo castello era ricchissimo, per essere posto sopra un porto del
mar di Bacc, lontano da Tauris otto giornate, nel qual porto vengono le navi
di Namiscaderem e d'altri luoghi, cariche di mercanzie per Tauris, per Sumachi
e per tutta la Persia. Preso il castello, Ismaele vi fece condur dentro la
preda e la dispens largamente a' suoi soldati, non tenendo di tante preziose
cose acquistate niente per s, come quel che voleva con la liberalit obligarsi
quanto fosse possibile gli animi degli uomini, per saper che in questa parte
consiste ogni acquisto de' stabili regni e degli imperii. Per la qual cosa
tosto si sparse attorno la fama della sua liberalit e dell'ardire, e la
memoria di suo padre, riputato uomo divinissimo, si rinovell pi che mai bella
e illustre, e la fazione sofiana, che dalla morte sua fin allora era stata in
poco conto, cominci a moversi e a rimontare, concorrendo in gran frequenza la
gente da ventura a lui; per il che, avendo egli raccolti insieme cinquemila
buoni soldati, entr in speranza di poter tentar sicuramente maggiori cose che
non aveva fatto per innanzi.
Conosciuta adunque la facilit di insignorirsi della citt di Sumachi, per non
ci essere nel paese alcun suspetto di guerra e per conseguente poche genti che
la guardassero, si mosse a gran camino alla sua volta; di che avuto aviso il re
Sermendole, che la signoreggiava, vedutosi impotente alla difesa contra
Ismaele, fugg e se ritir nel castello di Culisan, fortissimo, posto pur nel
paese medesimo di Sumachi. Per il che Ismaele, trovata la citt senza
difensori, la prese a man salva, e tagliati a pezzi per tutto i Sumachini si
arricch di un grandissimo tesoro che v'era, il quale, seguendo egli pur la sua
prima liberalit, fu da lui compartito e donato alle sue genti, che perci si
fecero molto ricche. Questa seconda impresa cos felicemente successagli lo
fece montar in estremo credito, di modo che, avendo il concorso di tutti i
convicini paesi, ingrossava ogni d pi l'esercito. Di che insospettitosi pi
che non fece al tempo di suo padre, Alamur chiam alla porta tutti i gran
signori persiani, e fatte provisioni di genti da guerra si mosse con l'esercito
contra Ismaele; il quale, vedute le sue forze deboli da potersi tener in
campagna e venir, se l'occasione li richiedesse, a giornata col re, ricerc di
aiuto alcuni signori giorgiani cristiani che confinavano con quel paese, i
quali erano Alessandro Bec, Gurgurabet e Mirabet. Costoro, perch avevano
antica nimist con Alamur e desideravano di batter la sua potenza, valendosi
dell'occasione d'Ismaele, si deliberorono di favorirlo contra Alamur, onde
ognun da per s gli mand una banda di tremila cavalli, s che in tutto furono
novemila, molto buoni soldati, perch questi sono quelli che anticamente si
chiamavano Iberi, e che allora per essere cristiani, come ancora sono,
guerreggiavano continuamente co' Turchi su le frontiere di Trabisonda. I quali
furono allegramente veduti e riccamente presentati da Ismaele, che con questi
aiuti giorgiani si trov aver in campagna un bellissimo esercito di sedicimila
persone, onde marchi avanti con animo di venir a battaglia con Alamur, se
gliene fosse data da lui l'occasione.
E cos amendue s'incontrarono fra Tauris e Sumachi, appresso un gran fiume,
dove Alamur, che aveva un esercito di trentamila uomini tra cavalli e fanti,
postosi su l'aviso occup due soli ponti per i quali Ismaele poteva passare
nella campagna dove egli s'era alloggiato, con questo consiglio, che fosse per
quella via vietato ai nimici che con l'ardire (che molte volte si dice che 
favorito dalla fortuna) non tentassero la somma di tutte le cose, e contra sua
voglia lo facessero venir a fatto d'arme. Ma Ismaele, che dubitava di perder la
reputazione se vi si fosse framesso tempo in mezo, e tanto pi quando vedeva
che per i ponti occupati Alamur si stava sicuro d'ogni guerra negli
alloggiamenti, n si curava molto della zuffa, trovato insperatamente il guado
del fiume di notte tempo lo valic tacitamente, e serratosi in un grosso
squadrone assalt l'esercito nimico e fece una grandissima uccisione d'uomini:
perch, non avendo tempo quelli del re a prender l'arme, mezi nudi, da' soldati
armati e feroci erano tagliati smisuratamente a pezzi per tutto. E se pur
alcuno pi animoso faceva testa, era tanto fiero l'urto de' sofiani che, in un
attimo, ributati da una perpetua tempesta di colpi, convenivano correr una
medesima fortuna con gli altri. N si ricorda per memoria d'uomini che fosse
fatta la pi orribil battaglia notturna di questa, conciosiach nel pi gran
buio della notte si vedeva tutta quella campagna rilucer d'arme e si sentiva lo
strepito e il grido e la confusione d'un tanto esercito che, rotto e spezzato,
fuggiva davanti la caccia dei nimici. Alamur, sendo a pena con pochi scampato,
si ritir in Amir, facendosi in quella citt forte.
E Ismaele, avendo con tanto suo onore mandato a fil di spada quel grande
esercito, fece ragunar tutta la preda insieme e la dispens ai suoi senza tener
per s cosa alcuna, e mostrossi l'altro d verso Tauris; n vi trovando difesa,
la prese e mise a sacco, tagliando a pezzi per tutto quelli della fazione
contraria. E per far le vendette di suo padre contra quelli capitani e signori
che si diceva esser stati contra Secheaidare nella battaglia di Berbento e aver
tenuto mano nella sua morte, fece trar di sepoltura i lor corpi e abbruciar in
piazza; e mentre vi si conducevano, volle che andassero per via in processione
avanti di loro dugento femine meretrici e quattrocento sbirri, e per maggior
infamia di quelli signori ordin che agli sbirri e alle meretrici fosse
tagliata la testa e abbrucciati con i corpi. N sazio di questo, fattosi condur
davanti sua matrigna, che doppo la morte del padre aveva preso per marito un
certo gran signore che si ritrov col re nel medesimo fatto d'arme di Berbento,
le disse una grandissima villania in faccia e la ingiuri con ogni sorte di
oltraggio, e in fine comand che, come vilissima e disonestissima femina che
ella era, le fosse mozzo il capo in vendetta del poco capitale che ella aveva
fatto di suo padre.
Per la presa di Tauris e rotta del re impauriti, tutti i popoli e signori
convicini mandarono a dar ubbidienza a Ismaele, fuor che Alangiacalai, castello
due giornate posto sopra Tauris di verso tramontana, il quale con dieci ville
contermini  abitato da cristiani catolici; ma infine, doppo essersi tenuto
cinque anni in devozione di Alamur, sentita la sua morte si rese a patti a
Ismaele, con un grandissimo tesoro che v'era dentro. Auto questo castello,
Ismaele si fece chiamare imperador della Persia con nuovo nome di Sof. Ma
Moratcan, figliuolo di Alamur, fatto un esercito di trentamilia persone con
alcuni aiuti turcheschi, venne all'acquisto del regno che di ragione gli
toccava, con intenzione di ricuperar lo stato paterno e di vendicar in un
medesimo punto le sciagure del padre contra la fazione sofiana. Il che sentito,
Ismaele raccolse prestamente l'esercito e venne alla volta di Moratcan, dove,
azzuffatisi insieme questi due giovani nelle campagne di Tauris, fecero un
pezzo amendue gran cose con l'arme in mano per rimaner superiore al nimico. Ma
sendo i sofiani valenti e vecchi soldati e usi a vincer per tutto con la buona
fortuna del capitano, ruppero quelli di Moratcan con grandissima loro strage, e
quel meschin giovane, non vedendo pi alcun rimedio alle sue cose, fugg in
Diarbeca con alcuni pochi soldati che si salvarono dalla rotta. E queste cose
furono fatte l'anno mille e quattrocento e nuovantanove, con tanta fama della
buona ventura d'Ismaele, ma pi del suo valore, che di gi egli cominciava ad
essere in ispavento a tutto il Levante.
L'anno che segu fece Ismaele l'impresa di Diarbeca, che era pi sotto
l'imperio di Moratcan, e s'insignor in quel paese di alcune terre importanti.
E perch l'Aladuli in questa guerra aveva aiutato Moratcan per suspizione presa
d'Ismaele e della sua grandezza, fatto un esercito di pi de settantamila
persone si mosse contra di lui, non senza per gran timore di non s'irritar
contra il soldano e il Turco, essendo il paese dell'Aladuli posto in mezo
queste due potenzie. E fatta la via di Arsenga e di Sevas, venne in Naseria per
il paese del Turco, pagando le vittovaglie e i passi per tutto senza molestar
in alcun luogo gl'uomini, mostrando di tener buona amist con l'Ottomano.
Giunto per questa via a Aladulo alla citt di Alessat, pass in una giornata
alcuni monti, finch pervenne in Amaras, mettendo tutto il paese in preda e a
ferro e fuoco. Ma il signor di Aladuli, ch'era fuggito nelle montagne di
Catarac e in quelle fattosi forte, non volendo metter tutto il suo stato al
giuoco della fortuna, non si cur altramente di venir a giornata con Ismaele,
ma, mandando fuori alcune bande di buona cavalleria, faceva assaltar quando di
d e quando di notte tempo i sofiani, e ritirandosi al monte teneva in continuo
travaglio l'esercito nimico. Dove Ismaele, essendo stato dai ventinove di
luglio fin a mezo novembre senza aver fatto nulla a questa impresa, mancandogli
le vittovaglie fu ributtato dal verno e dalla carestia delle cose in Malatia,
citt del soldano; dalla quale partitosi pass in Tauris, avendo perduto nel
camino molti soldati e un numero quasi infinito di cavalli e cameli, per
l'asprezza del freddo e per la gran neve che tirava.
Ma, non si essendo per quella sciagura punto perduto di animo, l'anno che
segu, raccozzato un esercito di quarantamila persone, assalt Casan, citt di
Moratcan in Babilonia, per liberarsi d'ogni sospetto che costui col tempo gli
potesse nuocere. Perch Moratcan, messi insieme trentaseimila uomini tra
cavalli e fanti, venne in Sevas per tor dall'impresa di Casan il nimico; onde
Ismaele, tenendogli dietro, and in Spaam per far fatto d'arme con Moratcan,
avendo posto nella battaglia tutta la somma di questa impresa, conoscendo ben
il valor dei suoi, e che di gi i Persiani e tutti gl'altri che eran stati
sotto l'imperio di Alamur desideravano di ubidirgli. Questa mossa d'Ismaele
mise tanto spavento nell'esercito nimico che a pezzo a pezzo cominci a
partirsi e a fuggir nel campo de sofiani: di che tutto sbigottito, Moratcan
cerc di far buona pace con Ismaele, onde gli mand alcuni ambasciadori che gli
dicessero che egli si contentava di essergli soggetto pur che gli lasciasse
Bagadet. Ma non essendo n gli ambasciadori n le condizioni della pace
accettate da Ismaele, che aspirava a rimaner assoluto signor del tutto,
Moratcan, disperatosi anco di poter impetrar la vita si gl'andava nelle mani,
fugg con una banda di tremila cavalli verso Aleppo, dove non essendo ricevuto,
per timor che aveva il soldano di non s'irritar contra Ismaele, pass in
Aladuli; e fu da quel signore, che gl'era stato prima grandemente amico,
benignamente raccolto, con dargli speranza di rimetterlo in istato, come
l'occasione venisse, e perch questa speranza avesse pi luogo in lui gli diede
per moglie una sua figliuola.
Ismaele, avendo nel modo che s' detto ributtato Moratcan venne con tutto
l'esercito in Biarbeca e s'insignor di Bagadet e di Seras, tagliando a pezzi
molti della contraria fazione in quel paese e messovi ordine e presidio che lo
guardasse, ritorn in Tauris. E l'anno che segu, che fu il mille e cinquecento
e otto, fatte grandi provisioni di genti di guerra si mosse in persona contra
il Tartaro Leasilbas, signor di Sarmarcant, al quale ubidivano i Zagatai,
altrimente detti dalle berrette verdi. Costui si trovava allora con un esercito
vittorioso al confine della Persia, avendo fatto molte prodezze in arme al
dintorno, perch, dopo essersi impadronito del paese de' Saraceni, aveva dapoi
preso la gran citt di Eri e Cavadisca e Cava, e all'ultimo Sanderem e Sari,
due gran citt poste sopra il mar di Bacc e vicine allo stato d'Ismaele. Per i
quali acquisti mise in grandissimo spavento tutto il Levante, e particolarmente
insospett forte il Sof, che era nimico di quelli dalle berrette verde; per il
che si ritir in Spaam. Tutti gli eserciti si fermarono: ma Lasilbas,
vittorioso, per aver occasione di venir alli mani co' sofiani dimand il passo
a Ismaele, dicendo che voleva andar in Mecca per cagion di voto. La qual
dimanda fece molto pi insospettir Ismaele, perch, negatoglielo a viso aperto,
afforz tutte quelle frontiere sui confini di Lasilbas con buone bande di
cavalli, tenendo tutto l'anno mille e cinquecento e nove l'esercito in quelle
parti, con animo di opporsi al Tartaro se avesse voluto far forza di passare.
In fine, per interpretazione di alcuni signori tartari e persiani amici
dell'uno e dell'altro, fecero buona pace tra s.
E Ismaele, che da una guerra era spinto in un'altra, l'anno che segu and
addosso il signor del paese di Siraan, che egli aveva negato il tributo che
ogni anno gli pagava, ed entrato nella campagna di Carabac, che gli era pi di
mille miglia e ha nel mezo la terra di Chianer, dalla quale vengono le sete
canarie, mand a prender Sumachi. E assaltato Culosan, castello fortissimo,
posto pur nel medesimo paese di Sumachi, lo ridusse in sua forza, e insieme con
lui Mamurcagi castello, per la sua fortezza di grande importanza in quelle
parti. E caminando pur per la riviera del mar di Bacc, prese molte altre buone
castella, perch il paese di Servan ha sette giornate di riviera sopra il detto
mare, cominciando da Mamurcagi fin in Berbento, nel qual tratto ci sono tre
grandi citt e tre castella: col qual acquisto ritorn a guisa di trionfante in
Persia e festeggi alcuni d per la vittoria avuta quasi con tutti i gran
signori e prencipi del regno. E poco tempo dapoi ruppe gran guerra al detto
Tartaro Lasilbas, per una certa emulazione d'imperio che vegghiava tra l'uno e
l'altro; dove Lasilbas con grosso esercito venne contra i sofiani e, attaccata
con lor la battaglia feroce e sanguinosa, fece per molte ore da valente uomo:
tuttavia, prevalendo le forze de' nimici, rotto e ributtato si salv con la
fuga in Samarcant. Fu questa vittoria la pi illustre che mai avesse Ismaele,
perch aveva combattuto con nimici grandi guerrieri e famosi in arme per tutto
il Levante: onde il Turco e il soldano entrarono in molto sospetto della
potenza d'Ismaele, giudicando l'uno e l'altro che, se il Tartaro rimaneva in
tutto vinto, aprivano a Ismaele la strada d'acquistarsi l'Asia e l'Egitto, poi
che in Levante non ci erano altri signori che fossero pi potenti di loro
appresso il Tartaro Lasilbas.
Per la qual cosa Selim gran Turco, inteso che Ismaele era occupato nella guerra
che faceva alla citt di Samarcant, ch'era la principale che possedeva il
signor tartaro, mise insieme un grossissimo esercito di Turchi e si mosse in
persona contra la Persia, l'anno mille e cinquecento e quattordici, e fece la
via del fiume Sivas, che  settecento miglia lontano da Costantinopoli e da
Tauris settecento e quarantacinque, che si pu dire che di poco era a essere in
mezo delle due dette citt, e passato il fiume Lai marchi a gran giornate
avanti per il paese di Arsenga. Il che sentito Ismaele, che era in Tauris senza
la sua banda ordinaria, che stringeva Samarcant, si diede a far genti a furia,
con le quali fatto un assai buon esercito lo mise sotto due suoi molto valenti
capitani, un detto Stacal Amarbei e l'altro Aurbec Samper, e li mand alla
volta di Selim, acci che ritardassero con le scaramuccie il suo empito,
finch'egli, raccozzati insieme maggiori genti, si trovasse gagliardo in
campagna come il nimico a far giornata. Era questo esercito di quindicimila
cavalli, tutti buoni soldati, e 'l fior si pu dir delle genti persiane, perch
non sogliono i re di Persia dar soldo per cagione di far guerra se non a una
banda ordinaria, che si chiama la porta del signore: conciosiach i
gentiluomini della Persia, per essere civilmente nutriti, danno opere alle
cavallerie, e quando il bisogno il ricerca vanno volontariamente alla guerra e
si menano dietro, secondo che sono pi o meno ricchi, schiavi cos ben armati e
bene a cavallo come sono essi. Nondimeno non si moveno mai se non per difesa
del paese; che se la milizia persiana fosse pagata come la turchesca, non 
dubio ch'ella sarebbe molto pi potente che quella de' prencipi ottomani, la
qual cosa  stata osservata quasi da tutti quelli che hanno auto comercio con
l'una e l'altra nazione. E l'istesse donne persiane anco segueno armate una
medesima fortuna con i mariti, e combatteno virilmente, come quelle altre
antiche Amazoni che fecero tante prodezze al lor tempo con l'arme in mano.
Or i due capitani Amarbei e Samper marchiarono avanti, e inteso che Selim aveva
passato l'Eufrate e se ne veniva a gran giornate, si ritirarono a Coi, nel qual
luogo si trovava Ismaele, venutovi dianzi di Tauris. Il quale, udito il grande
apparato di guerra che menava a quella impresa Selim, fatto ben fortificar
l'esercito suo, ritorn di nuovo in Tauris per far provisione di maggiori forze
e mostrar poi il viso ai nimici.  Coi citt che si dice essere stata edificata
dalle ruine dell'antica Artasata, non pi lontana da Tauris che tre giornate:
per, parendo a Ismaele che per la vicinanza averebbe potuto venir in un volo a
trovarsi nel fatto d'arme, commise sotto espresso comandamento a detti suoi
capitani che lo devesseno aspettare, che tosto egli verrebbe con nuove genti, e
con lor poi insieme ne ributtarebbe il nimico. Ma poco dapoi partito Ismaele,
sopravenne l'esercito turchesco in ordinanza, che fu ai ventiquattro d'agosto,
e si distese su le campagne che si dicono Calderane, dove avevano anco i lor
alloggiamenti i Persiani. I quali, vedendo i nimici menar tanta bravura e
provocarli a battaglia, non si poterono tenere di non dar dentro, sendo sempre
stati vittoriosi in tante guerre passate, che aveano fatto sotto gli auspicii
del pi gran re che mai avesse avuto il Levante. Onde, per essere arrivate
alcune bande di cavalli la notte passata venute di Tauris, s che in tutto
facevano ventiquattromila soldati, si divisero in due grossi squadroni: il
primo conduceva Stacal Amarbei, e l'altro Aurbec Samper. E dato il segno della
battaglia, investirono animosamente i nimici, e il primo fu Amarbei, che diede
nella banda di Natolia con s terribil urto che tutta la ruppe e fracass,
facendo tanta uccisione i Persiani di Turchi che di gi da quel lato avevano la
vittoria in pugno; se non che Sinan basci, per soccorrer da quel canto la
battaglia, che andavano tutta in ruina, mosse la banda caramana e, caricato lo
squadrone persiano, fece rifar testa a quelli che gi rotti s'apparecchiavano a
fuggire. Onde i Persiani, rispondendo bene a Sinan, fecero pi che mai da
valent'uomini il lor devere, n, perch fosse tagliato a pezzi Amarbei,
rimasero di mantener valorosamente la battaglia.
Veduto Samper moversi di luogo i Caramani e caricar Amarbei, anch'egli, serrato
il suo squadrone, si mosse e urt per fianco Sinan, ruppe i Caramani e in un
attimo fu adosso l'esercito del signore, e rotta e malmenata la cavalleria
tagli a pezzi le prime ordinanze de' gianizzari e mise in confusione tutte
quelle brave fanterie, che parve una saetta celeste che aprisse tutto quel
grande e grosso esercito. Di maniera che il signore, vedendo tanta strage, si
mosse di luogo e voleva voltarsi e fugg, quando Sinan, soccorrendo al bisogno,
fece con prestezza drizzar le artigliarie nel battaglione e dar cos ne'
giannizzari come nei Persiani. Onde, sentito lo strepito di quelle machine
infernali, i cavalli persiani sparsi per la campagna si divisero e ruppero da
se stessi, non ubbidendo pi per lo spavento preso n alla mano n allo sprone.
Il che veduto, Sinan, fatto una sola battaglia di cavalleria di tutte l'altre
rotte da' Persiani, si mise a tagliarli per tutto a pezzi, talch per la sua
industria Selim rimase, quando pi si teneva per perdente, vittorioso. E si
dice per certo che, se non erano le artigliarie che spavent in quel modo i
cavalli persiani, che non avevano mai pi sentito s fatti strepiti, tutte le
sue genti rimanevano rotte e mandate a fil di spada: e, vinto il Turco, la
potenzia d'Ismaele sarebbe stata maggiore che quella del Tamerlane, perch con
la riputazione sola di una tanta vittoria si averebbe fatto signore assoluto di
tutto il Levante.
Ora, sconfitti che furono in quel modo da Selim i Persiani, non senza suo
estremo danno, gli fu menato davanti, carico di molte ferite, Aurbec Sampir; e
intendendo che nel fatto d'arme non vi si era trovato Ismaele, gli disse tutto
pieno di sdegno: "Cane che sei, tu hai avuto ardire di venir contra di me, che
sono in luogo di profeta e tengo il luogo di Dio in terra?" A cui, senza
mostrar alcun segno di paura, rispose Samper: "Se tu tenessi il luogo di Dio in
terra, non verresti contra il signor mio; ma Dio t'ha salvato dalle mani nostre
acci che pervenghi vivo nelle sue, e allora egli far le nostre e sue
vendette". Per le quali sue parole turbatosi oltra modo, Selim disse: "Andate e
ammazzate questo cane"; ed egli rispose: "Io so che questa  la mia ora, ma tu
apparecchia l'anima tua a far sacrificio alla mia, perci che verr il signor
mio in un anno e far il simile di te che vuoi che ora si faccia di me", e fu
subito tagliato a pezzi. Fatto questo, Selim lev il campo e venne sotto Coi;
nella qual citt si ripos con tutto l'esercito alcuni d, e sparse fama, e
cos lo scrisse in molte lettere in diversi luoghi mandati, ch'egli era rimaso
vittorioso, essendosi nella giornata fatta nelle campagne Calderani ritrovato
in persona Ismaele: il che scrisse per falsamente, perch Ismaele non vi fu in
persona, n men la banda dei suoi vecchi soldati, che si trovavano allora
intorno Samarcant stringendo quella citt.
Ismaele, avuta la nuova della rotta del suo esercito, mise insieme quelle genti
che si erano salvate dal fatto d'arme e avevano fatto capo in Tauris; con la
moglie e con tutte le sue ricchezze si lev di quella citt e and in Caseria,
che  lontana da Tauris per levante sette giornate, raccozzandovi un altro
esercito per tentar un'altra volta in persona la fortuna della battaglia. Poco
doppo la sua partita il Turco, levatosi da Coi, arriv in Tauris, e fu ricevuto
con dimostrazioni amorevoli e cortesi da quelli della citt, perch non parve
lor di metter in pericolo la vita, quanta facult avevano contra quel nimico,
davanti il quale non aveva potuto durar tanti uomini valentissimi che si erano
armati in difesa della Persia. E statoci tre soli d, n vedendo concorrer
alcun dei popoli e signori convicini a fargli dedizione, entr in suspizione
che Ismaele non fosse pi forte che egli non pensava, come veramente era, che
quasi tutti i primi uomini della Persia facevano da tutte le bande capo a lui
per salute del regno. Laonde, levati diversi uomini eccellenti in diverse arti
e cinquecento some di ricchezze, senza ingiurar in altro la citt si lev e
marchi alla volta dell'Eufrate, essendo sempre travagliato per il cammino dai
Giorgiani, i quali, con alcune bande di cavalleria espedita, rubbavano le
bagaglie dell'esercito e tagliavano a pezzi quelli che si partivano punto dalle
ordinanze. Ed erano cos spessi i lor assalti che gli acangi, usi a correr
avanti l'esercito le belle quaranta e cinquanta miglia, non s'argomentavano
punto di scostarsi dall'esercito, perch quei feroci nimici stradaiuoli
facevano di lor per tutto grandissima uccisione. N di spada solamente
morivano, ma di fame ancora, perch, provedendo essi all'esercito di
vittovaglie, n potendo per tanto fastidio far l'ufficio detto, convenivano
scampando una misera morte perir per una miserrima.
Aveva in questo mezo Ismaele grandemente ingrossato il suo esercito, onde, per
aggiunger a tempo i nimici, si mosse per Tauris; e inteso che il Turco s'era
levato e che marchiava avanti in tanta fretta che non l'averebbe potuto
arrivare, gli parve di soprastare e di muoversi con pi discorso in questa
impresa. Scrisse adunque lettere e mand ambasciadori al soldano, al signor
d'Aladuli e al re di Gorgora con mostrar loro il gran pericolo che correvano se
non si fossero armati con lui contra Selim, perch, sbattuta la Persia, tutti
li stati loro rimanevano preda del nimico. Questi ambasciadori furono
volentieri uditi per timor che entr in quei signori, veduto Selim essere
rimaso vittorioso dei sofiani, per il che si serr una lega nella quale
entrarono Ismaele, il re di Gorgora, il soldano e il signor di Aladuli,
promettendosi questi re di aiutarsi l'un l'altro quando il bisogno il
richiedesse contra l'Ottomano, con patto espresso che non si udisse da loro
alcuno ambasciadore del Turco. Il qual patto per non essere stato osservato dal
soldano fu poi la sua ruina, e di tutta la potenzia dei mamalucchi: perch,
avendogli il Turco mandato un ambasciadore poco tempo dapoi, l'ammesse e sent
contra la capitulazione della lega. Onde, quando Selim entr in Soria per
batter il soldano, Ismaele non gli volse dar aiuto, per timor preso di non
essere stato tolto in mezo.
Or, chiusa la lega che s' detto, Ismaele, che era tutto volto a far l'impresa
contra i Turchi, mand suoi ambasciadori a Selim che si trovava allora in
Amasia, i quali gli appresentarono una mazza d'oro gioiellata, una sella e una
spada ricchissimamente guarnite, con una lettera che diceva: "Ismaele, gran
signor della Persia, manda a te, Selim, questi doni molto eguali alla tua
grandezza, percioch vagliano tanto quanto il tuo regno: se tu sei uomo di
valore, conservateli bene, perch verr a torteli insieme con la tua testa e
col regno che possiedi contra ogni ragione, non essendo lecito che stirpe di
villani abbia imperio sopra tante provincie". Questa lettera alter tanto
l'animo sdegnoso di Selim che volse ammazzar gli ambasciadori, ma, ritenuto dai
suoi basci, si rimase; tuttavia per la gran collera non si puot tenere che
non facesse lor tagliar gli orecchi e il naso, e cos gli sped con una lettera
scritta a Ismaele, che diceva: "Selim, gran signor di Turchi, risponde a un
cane senza stimar il suo abbaiare, dicendogli che, se si mostrer, trover
incontro che gli far quel che fece mio avolo Maomete a suo avolo
Ussuncassano".

DELLO SCOPRIMENTO DELL'ISOLA FRISLANDA, ESLANDA, ENGROVELANDA, ESTOTILANDA E
ICARIA FATTO PER DUE FRATELLI ZENI, MESSER NICOL IL CAVALIERE E MESSER
ANTONIO, LIBRO UNO.


Nel mille e dugento anni della nostra salute fu molto famoso in Venezia messer
Marin Zeno, chiamato per la sua gran virt e destrezza d'ingegno podest in
alcune republiche d'Italia, ne' governi delle quali si port sempre cos bene
ch'era amato e grandemente riverito il suo nome da quelli anco che non
l'avevano mai per presenza conosciuto: e, tra l'altre sue belle opere,
particolarmente si narra che pacific certe gravi discordie cittadinesche nate
tra' Veronesi, dalle quali si aspettavano grandi motivi di guerra, se la sua
estrema diligenza e buon consiglio non vi si fosse interposto. Fu il primo
podest che tenessi la Republica veneziana in Costantinopoli, l'anno 1205,
quando ella n'era patrona con li baroni francesi. Di costui nacque messer
Pietro, che fu padre del duce Rinieri, il qual duce, morendo senza lasciar di
s figliuoli maschi, fece suo erede messer Andrea, figliuolo di messer Marco
suo fratello. Questo messer Andrea fu capitan generale e procuratore di
grandissima riputazione per molte rare parti ch'erano in lui, e fu suo
figliuolo messer Rinieri, senatore illustre e pi volte consigliero; di cui
usc messer Pietro, capitan generale della lega de' cristiani contra Turchi,
chiamato Dragone, perch nel suo scudo port, in cambio d'un manfrone che aveva
prima, un dragone. Il quale fu padre di messer Carlo il grande, clarissimo
procuratore e capitan generale contra Genovesi, in quelle pericolose guerre che
furono fatte mentre quasi tutti i maggiori prencipi dell'Europa oppugnavano la
nostra libert e l'imperio: nelle quali per il suo valore liber, non
altrimenti che un altro Furio Camillo Roma, la sua patria da un istante
pericolo che correva di non divenir preda de' suoi nimici, onde perci se ne
acquist il cognome di Leone, portandolo per eterna memoria delle sue prodezze
nello scudo dipinto. Di messer Carlo furono fratelli messer Nicol il
cavalliere e messer Antonio, padre di messer Dragone, del quale nacque messer
Caterino, che gener messer Pietro dai Crocecchieri, di cui usc un altro
messer Caterino, che mor l'anno passato, fratello di messer Francesco, di
messer Carlo, di messer Gian Battista e di messer Vicenzo; il quale messer
Caterino fu padre di messer Nicol, che ancor vive.
Or messer Nicol il cavaliere, come uom di alto spirito, doppo la sudetta
guerra genovese di Chioggia che diede tanto da far ai nostri maggiori, entr in
grandissimo disiderio di veder il mondo e peregrinare e farsi capace di varii
costumi e di lingue degli uomini, acci che con le occasioni poi potesse meglio
far servigio alla sua patria, e a s acquistar fama e onore. Laonde, fatta e
armata una nave delle sue proprie ricchezze, che amplissime aveva, usc fuori
dei nostri mari, e passato lo stretto di Gibilterra navig alcuni d per
l'Oceano, sempre tenendosi verso la tramontana, con animo di veder
l'Inghilterra e la Fiandra. Dove, assaltato in quel mare da una gran fortuna,
molti d and trasportato dalle onde e da' venti senza sapere dove si fosse,
quando finalmente scoprendo terra, n potendo pi reggersi contra quella
fierissima burasca, ruppe nell'isola Frislanda, salvandosi gli uomini e gran
parte delle robbe che erano su la nave: e questo fu l'anno mille e trecento e
ottanta. Qui concorrendo gl'isolani armati, in gran numero assaltarono messer
Nicol e i suoi che, tutti travagliati per la fortuna passata, non sapevano in
che mondo si fossero, e per consequente non erano atti a far un picciolo
insulto, non che a difendersi gagliardamente come il pericolo lo portava contra
tai nimici. E in ogni modo sarebbono stati malmenati se la buona ventura non
faceva che casualmente si fosse trovato ivi vicino un prencipe con gente
armata, il quale, inteso che s'era rotta pur allora una gran nave nell'isola,
corse al romore e alle grida che si facevano contra i nostri poveri marinari, e
cacciati via quelli del paese parl in latino e dimand che genti erano e di
dove venivano; e saputo che venivano d'Italia e che erano uomini del medesimo
paese, fu preso di grandissima allegrezza, onde, promettendo a ciascuno che non
riceverebbono alcun dispiacere, e che erano venuti in luogo nel quale sarebbono
benissimo trattati e meglio veduti, li tolse tutti sopra la sua fede.
Era costui gran signore e possedeva alcune isole dette Porlanda, vicine a
Frislanda da mezogiorno, le pi ricche e popolate di tutte quelle parti, e si
chiamava Zichmni; e oltra le dette picciole isole signoreggiava fra terra la
duchea di Sorani, posta dalla banda verso Scozia. Di queste parti di tramontana
m' paruto di trarne una copia dalla carta da navigare che ancora mi truovo
avere tra le antiche nostre cose di casa, la quale, con tutto che sia marcia e
vecchia di molti anni, m' riuscita assai bene e, posta davanti gli occhi di
chi si diletta di queste cose, servir quasi per un lume a darli intelligenzia
di quel che senz'essa non si potrebbe cos ben sapere.
Con tanto stato che s' detto, Zichmni era bellicoso e valente e sopra tutto
famosissimo nelle cose di mare, e per aver avuto vittoria l'anno avanti del re
di Norvegia, che signoreggiava l'isola, com'uom che desiderava con l'arme di
farsi molto pi illustre che non era, con le sue genti era disceso per far
l'impresa, e acquistarsi il paese di Frislanda, che  isola assai maggiore che
Irlanda. Onde, vedendo che messer Nicol era persona sensata e nelle cose
marinaresche e della guerra grandemente pratico, gli commise che andasse su
l'armata con tutti i suoi, imponendo al capitano che l'onorasse e in tutte le
cose si valesse del suo consiglio, come di quel che conosceva e sapeva da s
molto per lungo uso di navigare e dell'arme. Questa armata di Zichmni era di
tredici legni, due solamente da remo, il resto navigli e una nave, con la quale
navigarono verso ponente. E s'insignorirono con poca fatica di Ledovo e di
Ilofe e di alcune altre isolette, volgendosi in un golfo chiamato Sudero, dove,
nel porto della terra detta Sanestol, presero alcuni navigli carichi de pesce
salato; e, trovato qui Zichmni che con l'esercito di terra era venuto
acquistando tutto il paese, poco vi si fermarono, perch, fatto vela pur per
ponente, pervennero fin all'altro capo del golfo, e girandosi di nuovo
trovarono alcune isole e terre, che furono tutte da lor ridotte in poter di
Zichmni. Questo mare da lor navigato era in maniera pieno di seccagne e di
scogli che, se non fosse stato messer Nicol, il suo piloto e i marinai
veneziani, tutta quell'armata, per giudicio di quanti v'erano su, si sarebbe
perduta, per la poca prattica che avevano quelli di Zichmni a comparazione dei
nostri, che nell'arte erano, si pu dir, nati, cresciuti e invecchiati.
Or, avendo l'armata fatte quelle cose che si sono dette, il capitano, col
consiglio di messer Nicol, volle che si facesse scala a una terra chiamata
Bondendon per intender i successi della guerra di Zichmni; dove intese con suo
molto piacere che egli aveva fatto una gran battaglia e aveva rotto l'esercito
nimico, per la qual sua vittoria tutta l'isola gli mandava ambasciadori a
fargli dedizione, levando le sue insegne per tutte le terre e castella: per il
che gli parve di soprastar in quel luogo fin alla sua venuta, dicendosi per
fermo ch'egli tosto v'aveva da essere. Al suo arrivare si fecero grande
dimostrazioni d'allegrezza, cos per la vittoria di terra come per quella di
mare, per la quale i Veneziani erano tanto onorati e celebrati da tutti che non
si sentiva d'altro parlare che di loro e del valore di messer Nicol. Onde il
prencipe, che era da s amantissimo de' valenti uomini, e di quelli
spezialmente che si portavano bene nelle cose marinaresche, si fece venir
messer Nicol, e dopo aver con molte onorate parole comendato e lodato la sua
grande industria e l'ingegno, dalle quali due cose diceva che riconosceva un
molto grande e rilevato beneficio, come era quel di avergli salvata l'armata e
acquistato senza alcuna sua fatica tanti luoghi, lo fece cavalliere. E onorati
e donati di ricchissimi presenti tutti i suoi, part di quel luogo, e a guisa
di trionfanti per la vittoria avuta and alla volta di Frislanda, citt
principale dell'isola, posta dalla banda di levante verso ostro dentro un
golfo, che molti ne fa quell'isola, nel quale si prende pesce in tanta copia
che se ne caricano molte navi e se ne fornisce la Fiandra, la Bretagna,
l'Inghilterra, la Scozia, la Norvegia e Danimarche, e di quel ne cavano
grandissime ricchezze.
Fin qui scrive messer Nicol in una sua lettera a messer Antonio, suo fratello,
questi avisi, pregandolo che con qualche nave lo volesse andar a trovare. Per
il che egli, che non men era desideroso che si fosse il fratello di veder il
mondo e pratticar varie genti, e perci farsi illustre e grand'uomo, compr una
nave e, dirizzatosi a quel camino, doppo un lungo viaggio e varii pericoli
scorsi giunse finalmente sano e salvo a messer Nicol, che lo ricevette con
grandissima allegrezza, e perch gli era fratello e perch era fratello di
valore. Fermossi messer Antonio in Frislanda e ci abit quatordici anni,
quattro con messer Nicol e dieci solo; dove pervenuti in tanta grazia e favor
di quel prencipe che per gratificarselo, ma pi perch da s egli pur troppo il
valeva, fece capitan della sua armata messer Nicol, e con grande apparato di
guerra si misero all'impresa di Estlanda, che  sopra la costa tra Frislanda e
Norvegia, dove fecero molti danni. Ma inteso che il re di Norvegia con una
grossa armata di navi veniva lor contra per distorli da quella guerra, si
levarono con una burasca s terribil che, cacciati in certe seccagini, ruppero
gran parte delle lor navi, salvandosi il rimanente in Grislanda, isola grande
ma disabitata. L'armata del re di Norvegia, anch'ella assaltata dalla medesima
fortuna, si ruppe e perd tutta per quei pelaghi. Di che avuto aviso Zichmni da
un naviglio de' nimici scorso per fortuna in Grislanda, avendo gi racconcia la
sua armata e vedendosi per la tramontana vicino alle Islande, si diliber di
assaltar Islanda, che medesimamente con l'altre era sotto il re di Norvegia; ma
trov il paese cos ben munito e guarnito di difesa che ne fu ributtato per
aver poca armata, e quella poca anco malissimo in ordine di arme e di genti.
Per la qual cosa si part da quella impresa senza avervi fatto nulla, e assalt
nelli istessi canali l'altre isole, dette Islande, che sono sette, cio Talas,
Broas, Iscant, Trans, Mimant, Damberc e Bres; e messo tutto in preda edific
una fortezza in Bres, nella quale lasci messer Nicol con alcuni navigli e
genti e altre munizioni, ed egli, parendogli allora di aver fatto assai, con
quella poca armata che gli era rimasa ritorn a salvamento in Frislanda.
Messer Nicol, rimaso in Bres, si deliber a tempo nuovo di uscir fuori e di
scoprir terra; onde, armati tre navigli non molto grandi, del mese di luglio
fece vela verso tramontana e giunse in Engroveland, dove trov un monistero di
frati dell'ordine de' Predicatori e una chiesa dedicata a san Tomaso, appresso
un monte che butta fuoco come Vesuvio ed Etna. E c' una fontana di acqua
affocata, con la quale nella chiesa del monastero e nelle camere de' frati si
fa l'abitazione calda, essendo nella cucina cos bollente che senza altro fuoco
farvi si serveno al bisogno di quella, mettendo nelle pignatte di rame il pane
senz'acqua, che si cuoce come in un forno ben riscaldato. E ci sono giardinetti
coperti di verno, i quali inaffiati di quell'acqua si difendeno contra la neve
e il freddo, che in quelle parti, per essere grandemente situate sotto il polo,
v' asprissimo: onde ne nascono fiori e frutti ed erbe di varie sorti, non
altrimente che si facciano ne' paesi temperati alle loro stagioni. Per le quali
cose le genti rozze e salvatiche di quei luoghi, vedendo effetti sopra natura,
tengono quelli frati per dei, e portano a lor polli, carne e altre cose, e come
signori li hanno tutti in grandissima riverenza e rispetto.
Nel modo adunque che s' detto fanno questi frati, quando v' maggior il
ghiaccio e la neve, la lor abitazione temperata, e possono in un attimo
riscaldar e raffreddar una stanza con far crescer a certi termini pi l'acqua,
e con aprir le finestre e lasciarvi entrar la freddura della stagione. Nelle
fabriche del monistero non si serveno di altra materia che di quella stessa che
porta lor il fuoco, perch tolgono le pietre ardenti, che a similitudine di
faville escono dalla bocca dell'arsura del monte allora che sono pi
infiammate, e buttano lor sopra dell'acqua, per la quale si apreno, e fanno
bitumo o calcina bianchissima e molto tenace, che, posta in conserva, non si
guasta mai. E le faville medesime, estinte che sono, serveno in luogo di pietre
a far i muri e i volti, perch, come si raffreddano, non si possono pi disfare
o rompere, se per aventura non sono spezzate dal ferro; e i volti fatti di
quelle sono in maniera liggieri che non hanno bisogno di altro sostentacolo, e
durano sempre belli e in concio. Per queste tante commodit v'han fatto quei
buon padri tante abitazioni e muraglie che  uno stupore a vederle. Il pi de'
coperti che vi sono si fanno in questo modo, che tirato il muro fin alla sua
altezza, lo vanno a poco a poco avanzando sopra il volto, tanto che nel mezo
forma un giusto piover; ma di pioggie non ci si teme troppo in quelle parti,
perch per essere il polo, come s' detto, freddissimo, caduta la prima neve
non si disf pi, se non passati i nove mesi dell'anno, che tanto tra lor dura
il verno. Viveno di salvaticine e de pesci, percioch dove entra l'acqua
tiepida nel mare v' il porto assai capace e grande, che per l'acqua che bolle
di verno non si congela mai; laonde c' tanto concorso di uccelli marini e di
pesci che ne prendeno un numero quasi infinito, col quale fanno le spese a un
gran popolo ivi vicino, che tengono in continua opera, cos nel tirar su le
fabriche come nel prender gl'uccelli e il pesce e nel far mille altre cose che
bisognano al monistero. Le case di costoro sono intorno al monte tutte rotonde
e larghe venticinque piedi, e nell'alto si vanno stringendo in maniera che vi
lasciano di sopra una picciola apritura, per dove entra l'aere, che d lume al
luogo; e la terra v' cos calda di sotto che dentro non ci sente alcun freddo.
Qui di state vengono molti navigli dall'isole convicini e dal capo di sopra
Norvegia e dal Trondon, e portano ai frati tutte le cose che si possono
disiderare e le cambiano con tor per esse del pesce, che seccano all'aere e al
freddo, e pelli di diverse sorti d'animali. Onde s'acquistano legna
d'abbrucciare e legnami eccellentemente lavorati e grano e panno da vestire,
conciosiach per il cambio delle due cose dette quasi tutti i convicini
disiderano di smaltir le mercatanzie loro, ed essi senza fatica e dispendio
hanno ci che vogliono. Ci concorreno in questo monistero frati di Norvegia, di
Svezia e di altri paesi, ma la maggior parte sono delle Islande. E sempre in
quel porto ci sono molti navigli che non possono partire per essere il mare
aggiacciato, e aspettano il nuovo tempo che lo disgele. Le barche de' pescatori
si fanno come le navicelle che usano li tessitori nel far la tela; e tolte le
pelli de' pesci le formano con alcuni ossi de' medesimi pesci che le formano, e
cucite insieme e poste in pi doppii riescono s buone e sicure ch' cosa certo
miracolosa a sentire: nelle fortune vi si serrano dentro e lasciano portarsi
dall'onde e da' venti per il mare senza alcun timore o di rompere o di
affogarsi, e se danno in terra stanno salde a molte percosse. E hanno una
manica nel fondo, che tengono legata nel mezo, e quando entra acqua nel
naviglio la prendeno nell'altra met e, con due legni chiusi serrando di sopra,
e aprendo la legatura di sotto, cacciano l'acqua fuori; e quante volte occorre
lor di far di questo, lo fanno senza disconcio o pericolo alcuno.
L'acqua poi nel monistero, per esser di zolfo, si conduce nelle camere de'
maggiori per certi vasi di rame, di stagno o di pietra, cos calda che come una
stufa riscalda benissimo la stanza senza che v'introduchi puzza o altro cattivo
odore. Oltra di questo, menano un'altra acqua viva con un muro sotto terra,
acci che non si agghiacci, fin nel mezo della corte, dove cade in un gran vaso
di rame, il quale sta in mezo d'un fonte bollente; e cos riscaldando l'aqua
per il bere e adacquar i giardini, hanno dal monte tutte le commodit che si
possono desiderar maggiori. N pongono in altro pi cura quei buon padri che
nel coltivar bene i giardini e nel far belle fabriche e vaghe, e sopra tutto
commode; n mancano lor in questo buoni ingegni e uomini industriosi, perch
pagano e donano largamente, e verso quelli che portano frutti e semenze sono
senza fine liberali e larghi nello spendere; per il che v' un grandissimo
concorso di ovre e di maestramenti, per esserci in quel luogo cos buon
guadagno e miglior vivere. Usano il pi d'essi la lingua latina, e specialmente
i superiori e i grandi del monistero.
Questo tanto si sa d'Engroveland, della quale messer Nicol descrive tutte le
cose dette, e particolarmente la riviera da lui discoperta, come nel disegno
per me fatto si pu vedere. E in fine, non essendo egli uso a quelli freddi
aspri, inferm e poco dapoi ritornato in Frislanda mor, lasciando in Venezia
due figliuoli, messer Giovanni e messer Tomm; da messer Nicol figliuolo del
quale nacque poi l'illustrissimo cardinal Zeno tanto famoso, e da messer Pietro
gl'altri Zeni che vivono oggid. Or, morto messer Nicol, messer Antonio
successe nelle sue ricchezze e all'onore, n, con tutto che tentasse molte vie
e pregasse e supplicasse assai, gli venne mai fatto di ritornarsene a casa sua,
perch Zichmni, come uom di spirito e di valore, si aveva al tutto messo in
cuore di farsi padron del mare. Onde, valendosi di messer Antonio, volle che
con alcuni navigli navigasse verso ponente, per essere state discoperte da quel
lato da certi suoi pescatori isole ricchissime e popolatissime; la qual
discoperta narra messer Antonio in una sua lettera scritta a messer Carlo, suo
fratello, cos puntalmente, mutate per alcune voci antiche e lo stile, e
lasciata star nel suo essere la materia.
"Si partirono ventisei anni fa quattro navigli de pescatori, i quali, assaltati
da una gran fortuna, molti giorni andarono come perduti per il mare, quando
finalmente raddolcitosi il tempo scoprirono una isola detta Estotilanda, posta
in ponente, lontana da Frislanda pi di mille miglia, nella quale si ruppe un
de' navigli; e sei uomini che v'erano su furono presi dagli isolani e condotti
a una citt bellissima e molto popolata, dove il re che la signoreggiava, fatti
venir molti interpreti, non ne trov mai alcuno che sapesse la lingua di quelli
pescatori, se non un Latino nella stessa isola per fortuna medesimamente
capitato. Il quale, dimandando lor da parte del re chi erano e di dove
venivano, raccolse il tutto e lo rifer al re, il quale, intese tutte queste
cose, volle che si fermassero nel paese. Perch essi, facendo il suo
comandamento per non si poter altro fare, stettero cinque anni nell'isola e
appresero la lingua; e un di loro particolarmente fu in diverse parti
dell'isola, e narra che  ricchissima e abbondantissima di tutti li beni del
mondo, e che  poco minore di Islanda, ma pi fertile, avendo nel mezo un monte
altissimo dal quale nascono quattro fiumi che la irrigano. Quelli che l'abitano
sono ingeniosi e hanno tutte l'arti come noi, e credesi che in altri tempi
avessero commercio con i nostri, perch dice d'aver veduti libri latini nella
libraria del re, che non vengono ora da lor intesi. Hanno lingua e lettere
separate, e cavano di dove traggono pellereccie e zolfo e pegola; e verso ostro
narra che v' un gran paese molto ricco d'oro e popolato. Seminano grano e
fanno la cervosa, che  una sorte di bevanda che usano i popoli settentrionali,
come noi il vino. Hanno boschi d'immensa grandezza, e fabricano a muraglia, e
ci sono molte citt e castella. Fanno navili e navigano, ma non hanno la
calamita, n intendeno col bossolo la tramontana.
Per il che questi pescatori furono in gran pregio, s che il re li sped con
dodici navili verso ostro, nel paese che essi chiamano Drogio; ma nel viaggio
ebbero cos gran fortuna che si tenevano per perduti. Tuttavia, fuggita una
morte crudele, diedero di petto in una crudelissima, perci che, presi nel
paese, furono la pi parte da quelli feroci popoli mangiati, cibandosi essi di
carne umana, che tengono per molto saporita vivanda. Ma, mostrando lor quel
pescatore co' compagni il modo di prender il pesce con le reti, scamp la vita,
e pescando ogni d in mare e nelle acque dolci prendeva assai pesce e lo donava
ai principali: onde se ne acquist perci tanta grazia, che era tenuto caro e
amato e molto onorato da ciascuno.
Sparsasi la fama di costui ne' convicini popoli, entr in tanto disiderio un
signor vicino di averlo appresso di s e veder com'egli usava quella sua
mirabil arte di prender il pesce, che mosse guerra a quell'altro signore,
appresso il quale egli si riparava; e prevalendo in fine, per essere pi
potente e armigero, gli fu mandato insieme con gli altri. E in tredici anni che
stette continuamente in quelle parti dice che fu mandato in quel modo a pi di
venticinque signori, movendo sempre questo a quel guerra, e quel a quell'altro,
solamente per averlo appresso di s: e cos errando and senza aver mai ferma
abitazione in un luogo lungo tempo, s che conobbe e pratic quasi tutte quelle
parti. E dice il paese essere grandissimo, e quasi un nuovo mondo, ma gente
rozza e priva d'ogni bene, perch vanno nudi tutti, che patiscano freddi
crudeli, n sanno coprirsi delle pelli degli animali che prendono in caccia.
Non hanno metallo di sorte alcuna, vivono di cacciaggioni e portano lancie di
legno nella punta aguzze, e archi le corde de' quali sono di pelle d'animali.
Sono popoli di gran ferocit, combattono insieme mortalmente e si mangiano l'un
l'altro; hanno superiori, e certe leggi molto differenti tra di loro. Ma pi
che si va verso garbino vi si trova pi civilit, per l'aere temperato che v',
di maniera che ci sono citt, tempii agli idoli, e vi sacrificano gli uomini e
se li mangiano poi, avendo in questa parte qualche intelligenza e uso dell'oro
e dell'argento.
Or, sendo stato tanti anni questo pescatore in questi paesi, si deliber di
ritornar, se poteva, alla patria; ma i suoi compagni, disperatosi di poterla
pi rivedere, lo lasciarono partir a buon viaggio, ed essi si rimasero l.
Ond'egli, detto a lor a Dio, fugg via per i boschi verso Drogio, e fu
benissimo veduto e accarezzato dal signor vicino, che lo conosceva e teneva
grande nimist con l'altro. E cos andando d'una in un'altra mano di quelli
medesimi per li quali era passato, dopo molto tempo e assai travagli e fatiche
pervenne finalmente in Drogio, nel quale abit tre anni continui, quando per
sua buona ventura intese da' paesani che erano giunti alla marina alcuni
navili. Ond'egli, entrato in buona speranza di far bene i fatti suoi, venne al
mare, e dimandato di che paese erano intese con suo gran piacere che erano di
Estotilanda: perch, avendo egli pregato d'essere levato, fu volentier ricevuto
per aver la lingua del paese, n essendo altri che la sapesse lo usarono per
lor interprete. Laonde egli frequent poi con lor quel viaggio, s che divenne
molto ricco, e fatto e armato un navilio del suo se ne  ritornato in
Frislanda, portando a questo signor la nuova dello scoprimento di quel paese
ricchissimo: e a tutto se gli d fede per i marinari, e molte cose nuove, che
appruovano essere vero quanto egli ha rapportato. Per la qual cosa questo
signore s' risoluto di mandarmi con un'armata verso quelle parti, e tanti sono
quelli che vi vogliono su venire, per la novit della cosa, che senza dispendio
publico penso che saremo potentissimi".
Questo si contiene nella lettera per me di sopra allegata, e ho posto il suo
tenor qui a causa che s'intenda un altro viaggio che fece messer Antonio, il
quale part con molte gente e navili, non essendo per stato fatto capitano,
come da prima aveva pensato, perch Zichmni in persona vi si volle trovare. E
ho una lettera sopra questa impresa che dice in questo modo:
"L'apparato nostro grande per andar in Estotilanda fu incominciato con mal
augurio, perch tre d a punto avanti la nostra partita mor il pescatore che
aveva da essere nostra guida; tuttavia non rest questo signore di seguitar
avanti il preso viaggio, prendendo per guide, in cambio del morto pescatore,
alcuni marinai ch'erano tornati da quella isola con lui. E cos ci ponemmo a
navigar verso ponente e scoprimmo alcune isole soggette a Frislanda, e passate
certe seccagne ci fermammo a Ledovo, dove per sette d fummo per cagione di
riposo e di fornir l'armata delle cose necessarie. Partiti di qui, arrivammo il
primo di luglio all'isola di Ilofe e, perch il vento faceva per noi, senza
punto fermarci passammo avanti; e ingolfatici nel pi cupo pelago, non doppo
molto ci assalt una fortuna cos fiera che per otto giorni continui ci tenne
in travaglio e balestr senza saper dove ci fossemo, perdendosi gran parte de'
navili. In fine, tranquillitosi il tempo, si ragunarono insieme i legni che si
erano smarriti dagli altri, e navigando con buon vento scoprimmo da ponente
terra. Perch, drizzate le vele a quella volta, arrivammo in un porto quieto e
sicuro, e vedemmo un popolo quasi infinito, posto in arme e in atto di ferire,
essere corso al lito per difesa dell'isola. Laonde Zichmni facendo dar a' suoi
segno di pace, gl'isolani mandarono dieci uomini che sapevano parlar in dieci
linguaggi, n fu inteso alcun di loro fuor ch'un d'Islanda.
Costui, sendo stato condotto davanti il nostro prencipe, e dimandato da lui
come si chiamava quell'isola e quai genti l'abitavano e chi la signoreggiava,
disse che l'isola si chiamava Icaria, che tutti i re che aveano regnato in
quella si chiamarono Icari, dal primo re che vi fu, che dicono esser stato
figliuolo di Dedalo, re di Scozia; il quale, sendosi insignorito di
quell'isola, vi lasci per re il figliuolo con le leggi che ancora gl'isolani
usano, e doppo fatte queste cose, volendo pi avanti navigare, per una gran
fortuna che si lev si sommerse, onde per la sua morte ancora chiamano quel
mare Icareo e i re dell'isola Icari. E perch si appagavano di quello stato che
avea lor dato Dio, n volevano punto innovar costumi, non ricevevano alcun
forestiero, e che perci pregavano il nostro prencipe che non volesse romper
quelle leggi che aveano avuto dalla felice memoria di quel re, e osservate fin
allora; perch non lo potrebbe fare se non con manifesta sua ruina, essendosi
essi tutti apparecchiati di lasciar anzi d la vita che di perder in alcun
conto l'uso di quelle. Nondimeno, accioch non paresse che in tutto
rifiutassero il commercio degli altri uomini, gli dicevano per conchiusione che
volentieri averebbeno ricevuto un de' nostri e l'averebbono tra loro fatto de'
primi, e questo sol per apprender la lingua mia e aver relazione de' nostri
costumi, cos come avevano gi ricevuto quelli altri dieci d'altri diversi
dieci paesi che all'isola erano venuti.
A queste cose non rispose altro il nostro prencipe se non che, fatto ricercar
dove ci era buon porto, fece vista di levarsi, e circondando l'isola si cacci
a piene vele con tutta l'armata in un porto mostratogli dalla banda di levante;
nel quale fatto scala, discesero i marinai a far legna e acqua con quella
prestezza che poterono maggiore, dubitando tuttavia di non esser assaltati
dagli isolani. N fu vano il timore, perch quelli che abitavano al dintorno,
facendo segno agli altri con fuoco e con fummo, si misero tosto in arme, e,
sopravenendo gli altri, in tanto numero discesero al lito sopra di noi con arme
e saette che molti restarono morti e feriti. N valeva che si facesse segno di
pace, che, quasi che combattessero della somma di tutte le cose,
s'incrudelivano ognor pi. Per la qual cosa ci fu forza a levare e dalla lunga
andar con un gran circuito grande intorno l'isola, essendo sempre accompagnati
per i monti e per le marine da una moltitudine infinita di uomini armati. E
cos, voltando il capo dell'isola verso tramontana, trovammo grandissime
seccagne, nelle quali per dieci d continui fussemo in molto pericolo di non
perder l'armata, ma per buona nostra sorte fu sempre bellissimo tempo.
Passando adunque avanti fin al capo di levante, sempre vedevamo gli isolani
nelle sommit de' monti e per i liti venir con noi, e con grida e con saettarci
dalla lunga dimostrar verso di noi ognor pi un medesimo animo nimico; perch
ci deliberammo di fermarci in un porto sicuro, e veder di parlar un'altra volta
con l'Islando. Ma non ci riusc il disegno, percioch quel popolo poco men che
bestiale in questo stette continuamente in arme, con animo deliberato di
combatterci se avessimo tentato la discesa. Laonde Zichmni, vedendo di non
poter far cosa alcuna, e che s'egli fosse stato pi ostinato nel suo proposito
la vittovaglia averebbe potuto mancar all'armata, si lev con buon vento,
navigando sei giorni per ponente. Ma, voltatosi il tempo a garbino e
ingagliarditosi perci il mare, scorse l'armata quattro d con vento in poppa;
e discoprendo finalmente terra, con non picciolo timore ci appressammo a
quella, per essere il mar gonfio e la terra discoperta da noi non conosciuta.
Nondimeno Dio ci aiut, che mancato il vento ci pose in bonaccia; onde alcuni
della armata, andando a terra con i navili da remo, dopo non molto ritornarono
e ci riferirono con sommo nostro piacere che avevano trovato bonissimo paese e
miglior porto. Per la qual nuova rimorchiate noi le navi e i navili andammo a
terra, ed entrati in un buon porto vedemmo dalla lunga un gran monte che
gettava fummo, il che ci diede speranza che nell'isola ci sarebbeno trovate
genti. N, con tutto che fosse assai lontano, rest Zichmni di mandar cento
buoni soldati che riconoscessero il paese e rapportassero quai genti
l'abitavano; e fra tanto l'armata si forn d'acqua e di legna e prese di molto
pesce e uccelli marini, e vi si trovarono tante vuova d'uccelli che se ne
saziarono le genti meze affamate.
Mentre noi dimoravamo qui, entr il mese di giugno, nel qual tempo l'aere era
nell'isola temperato e dolce pi che si possa dire; tuttavia, non vi si vedendo
alcuno, entrammo in suspizione che un s bel luogo fusse disabitato, e ponemmo
nome al porto e alla punta che usciva in mare Trin e capo di Trin. I cento
soldati andati doppo otto d ritornarono e riferirono essere stati per l'isola
e al monte, e che quel fummo nasceva perch dimostrava che nel suo fondo v'era
gran fuoco, e che c'era una fontana dalla quale nasceva una certa materia come
pegola che correva al mare; e che v'abitavano molte genti intorno mezze
salvatiche, riparandosi nelle caverne, di picciola statura e molte paurose,
perch subito che ci videro fuggirono nelle caverne; e che v'era un gran fiume
e un porto buono e sicuro. Di che informato Zichmni, vedendo il luogo con aere
salubre e sottile e con miglior terreno e fiumi, e tante altre particularit,
entr in pensiero di farlo abitare e di fabricarvi una citt; quando la sua
gente, stanca oggimai d'un viaggio cos pien di travagli, cominci a tumultuare
e a dire che volevano ritornar a casa, perch il verno era vicino, e che, se lo
lasciavano entrare, non s'averebbeno poi potuto pi partire se non la state che
veniva. Per la qual cosa egli, ritenuti solamente i navili da remo e quelli che
vi volevano restare, rimand gli altri indietro tutti con le navi, e volle che
contra mia voglia io fossi lor capitano.
Partitomi adunque, poi che altro non si poteva fare, senza mai veder terra
navigai verso levante venti giorni continui; voltatomi poi verso silocco, doppo
cinque d scopersi terra, trovandomi arrivato nell'isola Neome, e, conosciuto
il paese, m'accorsi d'aver passato Islanda. Perch, presi rinfrescamenti
dagl'isolani ch'erano sotto l'imperio di Zichmni, navigai con buon vento in tre
d in Frislanda, dove il popolo, che credeva d'aver perduto il suo prencipe per
s lunga dimora che nel viaggio avevamo fatto, ci raccolse con segni di
grandissima allegrezza".
Doppo questa lettera non trovo altro, se non che per congettura giudico (come
posso trar da un altro capo di un'altra lettera che porto qui di sotto) che
Zichmni fece una terra nel porto dell'isola da lui novellamente discoperta, e
che, datosi meglio a cercar il paese, la discopr tutta, insieme con le riviere
dell'una e l'altra parte di Engroveland, perch la veggo particolarmente
descritta nella carta da navigare; nondimeno la narrazione  perduta. Il capo
della lettera dice cos:
"Quanto a sapere le cose che mi ricercate de' costumi degl'uomini, degli
animali e de' paesi convicini, io ho fatto di tutto un libro distinto che
piacendo a Dio porter con meco, nel quale ho descritto il paese, i pesci
mostruosi, i costumi, le leggi di Frislanda, d'Islanda, d'Estlanda, del regno
di Norvegia, d'Estotilanda, di Drogio e in fine la vita di Nicol il cavalliere
nostro fratello con la discoperta da lui fatta e le cose di Grolanda. Ho anco
scritto la vita e l'imprese di Zichmni, prencipe certo degno di memoria
immortale quanto mai altro sia stato al mondo per il suo molto valore e molta
bont; nella quale si legge lo scoprimento di Engroviland da tutte due le parti
e la citt edificata da lui. Per non vi dir altro in questa lettera, sperando
tosto d'esser con voi e di sodisfarvi di molte altre cose con la viva voce".
Tutte queste lettere furon scritte da messer Antonio a messer Carlo suo
fratello. E mi dolgo che il libro e molte altre scritture pur in questo
medesimo proposito siano andati non so come miseramente di male, perch, sendo
io ancor fanciullo, e pervenutomi alle mani, n sapendo ci che fossero, come
fanno i fanciulli le squarciai e mandai tutte a male, il che non posso se non
con grandissimo dolore ricordarmi ora. Pur, perch non si perda una s bella
memoria di cose, quel che ho potuto avere in detta materia ho posto per ordine
nella narrazione di sopra, acci che se ne sodisfaccia in qualche parte questa
et, che pi che alcun'altra mai passata, merc di tanti scoprimenti di nuove
terre fatte in quelle parti dove a punto meno si pensava che vi fossero, 
studiosissima delle narrazioni nuove e delle discoperte de' paesi non
conosciuti fatte dal grande animo e grande industria dei nostri maggiori.



Due viaggi in Tartaria per alcuni frati dell'ordine minore e di San Dominico,
mandati da papa Innocenzio IIII nella detta provincia per ambasciatori l'anno
1247.


Alli lettori


Correndo gli anni del Signore 1247, papa Innocenzio IIII, volendo retraer le
genti barbare dalla tanta crudelt che usavano verso gli uomini e massime
cristiani, ancor che in ogni luogo si publicasse la cruciata, mand ancor
ambasciatori nelle parti orientali frati minori e predicatori, li quali, preso
cammino per terra per la Polonia e Rossia, vennero in Tartaria, scrivendo
diligentemente il loro viaggio e notando ci che con proprii occhi avevano
veduto e da molti cristiani che abitano nel paese fermamente inteso


Del sito e qualit del paese de' Tartari.
Cap. 1.

Truovasi nelle parti orientali una provincia detta Mongal, overo Tartaria.
Questa  situata da quella parte che l'oriente si congiunge con l'aquilone; e
di qui  il paese di certi popoli che si dimandano Leitai e anche Solanghi. Da
mezogiorno  la sede de li Saracini, fra l'oriente e mezogiorno abitano gli
Humi, e da l'occidente li Naimani; dall'aquilone circonda il mare Oceano. In
alcuni luoghi  montosa e in alcuni ha molte pianure, ma tutta quasi in ogni
canto  piena d'arena. Non  fruttuosa nella centesima parte, percioch non pu
far frutto se non  irrigata da fiumi, che ivi rarissimi si truovano, onde n
villaggi n citt alcuna vi  edificata, salvo una che si dimanda Carcurim e si
dice sufficientemente esser buona. Noi certo non abbiamo veduto quella, ma
siamo stati vicino a meza dieta quando a Syraorda, che  la maggior corte de
l'imperatore, dimorassimo. Avenga che questo paese sia molto sterile,
nientedimeno  molto condecente a nutrir bestiami. Sono certi luoghi che hanno
alquanti boschetti, e fuor di questi legname alcuno non si ritruova; per tanto
cos l'imperator come li principi e altri s'acconciano a sedere in terra,
cuocono le loro vivande con sterco di buoi e cavalli. L'aere  mirabilmente
inordinato: a meza estate tuoni, lampi e saette, donde molti allora periscono,
e cadono le nevi alte per li campi. Sono eziandio in questo paese s freddi e
crudeli venti che alle fiate non si pu appena cavalcare, onde quando fossimo a
orda, che cos chiamano le stanze dell'imperadore e principe, per il gran vento
giacevamo gettati in terra, e per la gran polvere che 'l vento inalzava nulla
vedevamo. Mai nell'inverno piove, ma spesso nella estate, e cos poco che
appena la polvere e radice d'erbe si possono inaquare. Qui ancora cade molte
volte grande tempesta, e questo noi vedemmo quando l'imperator, dopo la
elezione, si doveva poner nella sedia regale, nel qual tempo cadde tanta
tempesta che 160 uomini nella corte furono percossi. Vi  ancora ne la estate
un gran caldo, e di subito freddo grandissimo.


De la forma, abito e viver loro.
Cap. 2.

La forma de li Mongali, over Tartari,  estratta da tutti li uomini, per che
tra gli occhi e le guancie sono largi pi degli altri, le guancie eziandio sono
prominenti molto da le mascelle, hanno il naso piatto e breve, gli occhi
piccoli e le palpebre fino alle ciglie elevate; e sopra il capo, a modo de'
sacerdoti, radendo da l'una e l'altra parte del fronte pi ch'in mezo fanno
capegli longhi, e gli altri come le femine lasciano crescere, de' quali fanno
due code e leganle drieto le orecchie. Hanno li piedi piccoli; li vestimenti,
cos degli uomini come delle donne, sono fatti ad un medesimo modo. Non usano
mantelli, cappe o cappucci, ma portano vesti fatte a maraviglia di bucaranno,
di scarlato over baldaquino, qual sono forti e preciosi panni; e quelle che son
fodrate hanno le pelle di fora, e sono aperte dalla parte di dietro, ove etiam
pende una coda piccola fino alli ginocchi; le quale essi non lavano, n
permettono che sian lavate, specialmente fin che dura il tempo de' tuoni.
Le loro abitazioni sono rotonde a modo di padiglioni, fatte di bacchette e
verghe di sopra; a mezo il coperto hanno una fenestra rotonda, per la qual
entra il lume ed esce il fumo, percioch sempre a mezo fanno fuoco; il colmo e
le bande sono coperte di feltro, e del medesimo sono anche le porte. Queste sue
trabacche alcune si disfanno e portansi da' somieri dove si vole, altre non si
possono disfare, ma nelle carrette cos intiere si portano, e quelle sempre
portano seco, vadano in guerra o in altro luogo. Sono molto ricchi d'animali,
cio camelli, buoi, capre e pecore; li cavalli e altre bestie da soma sono
appresso loro in tanta quantit che non credo tutto il resto del mondo n'abbia
tanti. Ma porci e altri animali non hanno.
Lo imperator, baroni e altri magnati abondano d'oro, argento, seta e pietre
preziose. Li cibi d'essi son tutte le cose che si posson mangiare: avemoli
veduto mangiar fino pedochi. Bevono il latte delli animali e in gran quantit,
pur che se ne trovi di quello di bestie da soma, per che nello inverno li
richi solo ne bevono, ma li poveri cuocono del miglio nell'acqua e lo lasciano
dissolver, poi la mattina ne bevono uno o due bichieri, e alle volte pi non
mangiano quel giorno. Quando  la sera, si d a ogniuno un poco di carne, e
sorbono il brodo; ma nell'estate, che hanno del latte a sufficienzia, rare
volte mangiano carne, se non le vien donate, o che sia stata presa a caccia,
como sono uccelli e fiere salvatiche.


Delli loro costumi.
Cap. 3.

Hanno alcuni costumi che son molto laudabili e alcuni in tutto abominevoli.
Sono pi obedienti a li loro patroni che molti di noi, cos religiosi come
seculari, percioch portano a quelli somma riverenzia, n mai direbbono loro
una bugia cos facilmente, n farebbono altro di quello che loro viene imposto.
Rare volte e quasi mai contendono insieme. Guerre, risse, questioni, omicidio
tra loro niuno interviene; non si ritrovano assassini e robatori, onde le loro
stanze e carrette, dove sono gran tesoro, n con serrature n con altro
instrumento si chiudeno. Se alcuna bestia  smarrita, colui che la vede, o
lassala stare, o la conduce a quelli che hanno questo officio, appresso li
quali colui che l'ha perduta la ricerca e senza alcuna difficult se la piglia.
Uno onora l'altro, e liberalmente con famigliarit communicano le vivande,
bench poche siano appresso loro. Sono uomini di grande toleranzia, percioch
alle volte che sono stati uno e due giorni senza mangiare sopportano
valentemente e cantano e giocano come se avessero ben mangiato. Nel cavalcare
sostengono gran freddo e anche caldo intollerabile. Fra loro quasi mai  alcun
piacere, e, bench molto s'imbriachino, tamen nella sua imbriachezza mai
contendono. Niuno sprezza il compagno, ma quanto pu li d aiuto. Le loro donne
sono caste n tra loro mai si dice della sua impudicizia, ma alcune di quelle
dicono parole assai brutte e disoneste.
Li Tartari verso tutti gli altri uomini son superbissimi, e reputano cos
nobili como ignobili da poco, e li scherniscono; onde vedemmo nella corte de
l'imperatore il gran principe di Rossia e 'l figliuolo del re di Giorgiani e
molti soldani nissuno onor ricever da quelli, anzi, coloro che alla cura sua
erano assegnati, bench fossero vili, li andavano di sopra, e sempre tenevano
il primo loco, e spesso bisognava sedessero dietro le sue spalle. Oltra di
questo sono verso gli altri uomini iracondi e sdegnosi, e quasi mai dicono la
verit: al principio sono losinghevoli, ma poi pungono come scorpioni,
conciosiach sono ingannatori e fraudolenti, e ad ogniuno che possono con
l'astuzia sua danno inciampo. Quello mal che li vogliono fare a maraviglia
occoltano, aci non se ne avvedano e trovino qualche remedio contra le sue
astuzie. Sono sporchi nel mangiare e altri suoi fatti. La imbriachezza
sommamente onorano, e poi che alcuno ha molto bevuto, vomita e tosto corre a
riempiersi. Prontissimi sono a dimandare, a donar avarissimi, e, se alcun
forestiero appresso loro  morto, non si dice nulla.


Della legge e consuetudine loro.
Cap. 4.

Hanno nella loro legge, over costume, che uccidono gli uomini e le donne che si
trovano in adulterio manifesto; similmente, se una vergine cade in Fornicazione
con alcuno, ambedue son messi a morte. Se si ritruova alcuno che assassini o
robbi in palese, senza piet alcuna  ammazzato. A qualunque discopre li
consigli, massime quando vanno a battagliare, li danno cento battiture delle
maggior che possa dare un rustico col bastone. Cos eziandio, quando li minori
offendono alcun de' suoi maggiori, non gli perdonano, ma gravemente lo battono.
Generalmente si maritano con tutti i suoi propinqui, eccetto la madre e la
figlia che sia sorella da parte d'essa madre, perci che la sarebbe da parte di
padre; e la moglie d'esso padre dopo la sua morte sogliono torre. Anche la
moglie del fratello, il pi giovene dopo la sua morte, overo alcun della
parentela, convien che la toglia.
Ed essendo noi l, un certo prencipe di Rossia, che si chiamava Andrea, fu
accusato al Baty che menava cavalli fuori di Tartaria e vendevali ad altri; e
bench questo non fosse provato, li fu data la morte. La qual cosa saputa, il
fratello minore e la moglie di quello ch'era morto vennero a supplicar il
prefato prencipe che la terra non li fosse tolta, ma quello comand al giovine
che togliesse la cognata, e ad essa similmente che l'accettasse per marito.
Quella rispose voler pi tosto la morte che far contro la sua legge; costui
nientedimeno, ben che amendue rifiutassero quanto potevano, li constrinse per
forza far questa cosa nefanda.
Dopo la morte delli primi mariti, le mogli de' Tartari non facilmente pi si
maritano, se non volesse forse alcuno tuor la cognata o madregna. Non 
appresso loro differenza alcuna tra bastardi e legitimi, ma il padre d ci che
vol ad ogniuno, onde, se ben sono di sangue reale, cos si fa principe il
figliuol naturale come quello della regina. E avendo il re di Georgia o Scozia
due figliuoli, uno chiamato Melich, legitimo, e l'altro David, nato
d'adulterio, morendo lass una parte del paese al naturale Melich, a cui etiam
da parte de la madre veniva il reame per la succession feminile; il quale venne
da l'imperator de' Tartari, e anche David prese tal cammino. Venuti adonque
amendue a corte, e dati grandissimi doni, dimandava il figliuol naturale che li
fosse fatta giustizia a modo di Tartaria, e cos fu data la sentenzia contra
Melich, che David il maggiore la eredit che gli aveva lassata il padre
quietamente in pace possedesse. E conciosiach un Tartaro abbi una moltitudine
di mogli, ha ogniuna casa per s e famiglia: or con una, or con l'altra mangia,
beve e dorme. Nientedimeno una fra le altre  la maggior, con la qual pi
spesso dimora; e, con tutto che son tante, rare volte s'appicciano insieme.


Delle superstiziose tradizioni che essi o li suoi maggiori hanno fatto.
Cap. 5.

Per certe constituzioni che essi o li suoi antecessori hanno ordinato, dicono
alcuni peccati esser indifferenti: uno  poner il coltello nel foco, over a
qualunque modo toccare il foco col ferro, ed etiam tirar fori della caldiera la
carne col coltello, over tagliar con la manera appresso il foco, imperoch
credono cos tagliarsi la testa al foco. Un altro  appoggiarsi a quel flagello
con che si percuote il cavallo, perch non sanno ci che siano speroni, e con
la medesima scorizata toccar le frezze, pigliar uccelli gioveni e occiderli,
batter il cavallo col freno, un osso romper con un altro, gettar in terra latte
o altre vivande, urinar nella sua stanza. La qual cosa se alcuno fa di volont,
 occiso; se per necessit, bisogna che dia molti danari all'incantatore, dal
qual vien mondato e purificato, il quale eziandio faccia che la stanza con
tutte le masserie passino per mezo due fuochi: innanzi che a questo modo sia
purificata, niuno  ardito intrare o portar fuori alcuna cosa. Oltra di questo,
se qualche morsello si mette nella bocca d'uno che, non lo potendo inghiottire,
lo mandi fuora subitamente per la fenestra tonda della sua stanza, lo cavano
fuora e senza piet l'ammazzano. E se alcuno zappa sopra la porta della stanza
d'un prencipe perde la vita. Molte altre cose hanno simili a queste, che
reputano peccati; amazzar gli uomini, assaltar il paese d'altri e robbarli le
sue facult e fare contro li comandamenti e proibizioni di Dio non  peccato
appresso loro. Della vita eterna e dannazione niente sanno, credono solamente
dopo la morte viver nell'altro mondo, moltiplicar in bestiami, mangiar e bere e
far ci che facevano in questa vita presente. Nel principio della luna, overo
quando  piena, cominciano quello che vogliono fare, e chiamano essa luna
grande imperatore, e pregando quella si inginocchiano.
Tutti quelli che dimorano nelle sue stanze bisogna che si purifichino per il
fuoco, la qual purificazione si fa in cotal modo: prima appicciano due fuochi,
e due aste mettono appresso quelli, e una corda in la sommit delle aste;
ligano poi sopra la corda certi pezzi di burcarano, sotto la qual corda e
ligature tra quelli fuochi passano di uomini, le bestie e gli abitacoli. Sono
anco due donne, una di qua e l'altra di l, che, spargendo acqua, recitano
certi incantamenti. E se alcuno  ammazzato da saetta, bisogna al preditto modo
passare tutti quelli che dimorano in quello loco. La stanza, il letto, la
carretta, li feltri, le veste e ci che hanno da niuno si tocca, ma da tutti si
rifiuta come cosa immonda. E acci brevemente dica, tutte le cose pensano che
si purghino col fuoco: onde, quando viene qualche ambasciatore, principe o
altra persona, bisogna esso e li suoi doni per due fuochi, acci si purifichi,
passare, conciosiach temono non si porti qualche incanto, veneno o cosa
nociva.


Del principio dell'imperio over principato de' Tartari.
Cap. 6.

Questa parte orientale, la qual abbiamo detto di sopra chiamasi Mongal e in che
modo sia situata, ebbe anticamente quattro popoli, come si dice: il primo
popolo in lingua loro dicevasi Iekamongal, cio Grandi Mongali; il secondo
Summongal, cio Aquatici Mongali, che erano essi Tartari, da un fiume Tartar
cos nominati, il quale bagna il suo paese; il terzo Merkath; il quarto
Metrithl. Tutti questi avevano una medesima forma e linguaggio, ben che tra
loro in diversi principi e provincie fossero divisi. Nel paese di Iekamongal fu
uno detto Chingis. Costui cominci esser robusto cacciator, e impar robbar li
uomini e far bottini, e a poco eziandio andava per le citt, e qualunque poteva
pigliava e facevalo suo seguace. Cos inclin li suoi cittadini, che lo
seguitavano per capitano, in male operare, e cominci a combatter con li
Aquatici Mongali, overo Tartari, e quelli soggiog, morto lo principe loro in
battaglia. Dopoi vinse li Merchathi e, procedendo oltra, ottenne eziandio
l'imperio de' Metriti. Udito questo li Naimani ebbero a gran sdegno che Chingis
fosse cos elevato. Questi avevano avuto uno valente imperatore, a cui tutte le
predette nazioni di Tartari davano tributo: essendo questo morto, successero li
figliuoli in luogo suo, ma, perch gioveni e stolti, non sapevano regger il
popolo, erano fra loro divisi e in diverso voler partiti, n per questo
cessavano molestar li confini de' Tartari e far molte correrie. Per la qual
cosa Chingis congreg insieme tutti li suoi sudditi, e facendo il simile li
Naimani e Karakitai popoli, vennero all'incontro. Pervenuti adonque in una
valle stretta, fu fatta la battaglia, e superati li Naimani e Karakitai dalli
Tartari: quelli che poteron fuggirno, gli altri furono fatti prigioni. Fra
questo mezo lo Octoday delli predetti Karakitai, Cam figliuolo de Chingicam,
poi che fu creato imperatore edific una certa cittade nominata Chanil.
Appresso qui, verso mezogiorno,  un deserto grande, nel qual si dice per certo
abitar uomini salvatichi, li quali niente al postuto parlano, n hanno giunture
nelle gambe, e se alle fiate cadeno non si ponno levare per se stessi; ma
nientedimanco hanno tanta discrezione che fanno feltri di lana de camelle, con
quali si vestono e reparano il vento impetuosissimo. E quando sono sagittati
da' Tartari mettono nelle ferite certe erbe, e fortemente fuggono da quelli.


Della vittoria de' Tartari e Kithai.
Cap. 7.

Ritornati li Tartari nel suo paese, si apparecchiorno a guerra con li Kithai
popoli, e di subito mosso il campo entrorno nelli suoi confini; la qual cosa
sentendo l'imperatore de' Kithai, mosso l'esercito suo contro a quelli, fu
commessa una dura battaglia, nella quale vinti li Tartari, tutti i nobili loro
furono occisi, se non sette. Onde fino al d d'oggi, quando vogliono
battagliare qualche contrada e alcuno gli minaccia uccisione, dicono: "Per il
passato eziandio occisi, non rimanemmo pi che sette, e tamen ora siamo
cresciuti in tanta moltitudine, onde non ci spaventiamo di tal cosa". Chingis e
gli altri che rimasero si fuggirono nella sua terra, e conciosiach alquanto si
avessero riposato, un'altra fiata si prepar alla guerra e and contro li
Huyri. Questi sono cristiani nestorini. Rimasto per tanto vincitore, tolse e
usurp le sue lettere, peroch li Tartari fin qua scrittura alcuna non avevano.
Di qui partito, venne al paese de' Sarhuyur e de' Caraniti e de' Hudirath, li
quali tutti ottenuti ritorn nella patria. E, pigliato alquanto di riposo,
ragun tutti li suoi soldati e assalt un'altra fiata li Kithai, e longamente
combattendo con quelli pigliaro una gran parte del paese e constrinsero
l'imperatore a chiudersi nella sua citt maggiore, la qual tanto tempo
assediorono che in tutto mancorono le vettovaglie all'esercito. Non avendo
adunque che mangiare, command Chingiscam a' suoi che di dieci uomini uno
dessero a mangiare. Quelli della citt virilmente con sagitte e altre machine
dalli muri si difendevano; e poi che mancorono li sassi, gettavano l'argento
liquefatto, imperoch quella citt era molto piena di ricchezze. Li Tartari,
non potendo vincer quella con guerra, cavorno sotto terra una grande via dal
campo fino a mezo la citt; e dapoi discoprendosi entro e fuori, tanto
molestarono con l'arme li cittadini che, rotte le porte e l'imperatore con
molti ammazzato, ottennero la terra e portorno seco in Tartaria l'oro e
l'argento con tutte l'altre ricchezze, lasciati delli suoi in governo della
provincia. Allora, superati li Kithai, Chingis fu dichiarato imperatore; ma fin
al d d'oggi  una parte di questo paese in mare la qual non hanno potuto
pigliare li Tartari.
Sono li Kithai uomini pagani, che hanno linguaggio per s, ed eziandio (come si
dice) il vecchio e nuovo Testamento, e le vite de' santi padri ed eremiti, e
case dove orano a certi tempi, come chiese. Dicono ancora aver alcuni santi;
adorano un Dio, e Ies Cristo e credono la vita eterna, ma non si batteggiano.
La nostra scrittura onorano e reveriscono, amano li cristiani e fanno molte
elemosine, e parono uomini assai benigni e umani. Non hanno barba nella faccia;
concordano in parte con li Tartari. Megliori artefici non si potrebbeno trovare
al mondo, in qualonque opera si esercitano; la terra loro  ricchissima di
formento, vino, oro, seta e altre cose.


Della battaglia che fecero nell'India maggiore e minore.
Cap. 8.

Avendo dopo la prefata vittoria li Tartari alquanto riposato, partirono li suoi
eserciti. E l'imperatore mand uno delli suoi figliuoli, detto per nome Fossut,
il quale eziandio chiamavasi Cam, cio imperatore, contro li Comani, i quali
con molta guerra superati, ritornorono nel suo paese. Mand etiam un altro
figliuolo contro li Indiani e super l'India minore. Questi sono neri saracini,
chiamati Etiopi. Partito l'esercito de l, se n'and alli cristiani che sono
nell'India maggiore. La qual cosa udendo il re di quel paese (che da tutti 
detto il Prete Ianni), congregato l'esercito venne contro a quelli. E aveva
fatto far imagine di bronzo le quali, poste sopra li cavalli o pi tosto
elefanti, oppose a quelli; dietro quelle erano uomini con folli over mantici,
che soffiando accendevano un foco artificiato che di quelle abondantissimamente
usciva, che, con gran scorno de l'inimica gente, li cavalli e l'inimici
abbrucciava. Scendeva s grande fumo da quel fuoco greco in aere che luce
alcuna ivi non si poteva vedere. Allora gl'Indiani cominciorono a scarcare li
archi e far piover sagitte, onde molti morti alle fiere rimasero e gli altri
confusi si partirono, n pi avemo udito che siano tornati.


Come furono scacciati dalli uomini canini e superorono li Tabethini.
Cap. 9.

Ritornando per deserti, li Tartari pervennero ad una terra nella quale, s come
alla corte de l'imperatore con fermezza ne raccontorno i clerici ruteni e altri
che vi erano stati, ritrovarono certi monstri li quali hanno specie di femina;
e poi che per molti interpreti ebbero dimandato quali fossero gli uomini di
quella terra, fugli risposto in quel luoco tutte le femine che nascevano aver
forma umana, ma li mascoli di cane. Mentre che dimorarono in questa terra, li
cani nell'altra parte del fiume si congregarono insieme, ed essendo d'inverno
tutti si gettorono all'acqua, poi rivolgevansi nella sabia, e cos per lo gran
freddo si congelava sopra di loro quella materia. E poi che ci molte fiate
ebbero fatto, con grande impeto assaltorono li Tartari, i quali gettando saette
sopra loro, pareva che percotessero sassi, conciosiach quelle indietro
ritornavano, n manco l'altre sue arme li potevano dar noia alcuna. Ma essi
cani, saltando in mezo loro, molti col morder ammazzorono, e cos furono
scacciati li Tartari dalla sua patria; onde fin a questo tempo  un proverbio
tra loro de ci, che ridendo insieme dicono: "Il mio padre, over fratello, fu
occiso dalli cani". Le donne di quelli che pigliarono menorono seco in Tartaria
e sono state fino al d della sua morte.
Di qui scampati, capitorono ad un paese detto Rurihabeth, dove li abitatori son
pagani, e questi con l'arme vigorosamente combattendo soggiogorono. Ha tal
gente una mirabil consuetudine, anzi miserabile, perci che, come il padre
d'alcuno muore, si aguna tutto il parentado e lo mangiano. Costoro non hanno
pelli nella barba, anzi portano in mano un certo ferro (come avemo veduto) con
il qual sempre pelano la barba, se qualche pelo vi nascesse; molto brutti sono.
Di qui l'esercito ritorn nella sua patria.


Come furono cacciati dalli monti Caspii per certi uomini che abitano sotto
terra.
Cap. 10.

Nel medesimo tempo che furono mandati li predetti eserciti a varie espedizioni,
avviossi Chimgiscam contra oriente, al paese de' Kergis; il qual allora non
prese, ma, s come ne era detto, venne alli monti Caspii, e da quella parte che
arrivorono li monti sono come di pietra adamantina, e per le sagitte e arme
loro trasse a s, a modo di calamita. Gli uomini che stanno tra li monti
rinchiusi da Alessandro Magno, sentito il cridor dell'esercito (come si crede),
cominciarono a romper il monte. E quando d'altro tempo dato dieci anni
ritornorono li Tartari, era rotto il monte, ma provando d'entrare a quelli mai
fu possibile, che una nuvola era posta innanti essi, oltra la quale pi andar
non potevano, perdendo il vedere. Costoro, sentendo li Tartari non proceder
oltra, pensando questo esser da timore corsero con impeto per andar loro
addosso, ma, trovata la nebbia, n loro eziandio poteron passare. Innanti che
venissero li Tartari alli predetti monti, passorono pi d'uno mese per una
larga solitudine; e indi procedendo pi anche d'un mese camminorono per un
grande deserto, onde fu ritrovato uno paese nel quale vedevano le pedate de'
piedi per le strade, ma gente alcuna non era d'intorno. Pur finalmente
ritrovorono uno uomo con la sua moglie, il quale, menato alla presenza de
Chingiscam, fu dimandato da l'imperatore dove abitassero gli uomini di quel
paese. Rispose che in terra sotto li monti abitavano; allora Chingiscam, tenuta
la sua donna, mand lor a dire che venissero a lui. Il quale andato, tutto il
fatto raccont: quelli risposero che in tal giorno venirono alla sua presenza,
per fare il suo comandamento. Ma in questo mezo per vie occulte sotto terra si
ragunarono, e vennero disopra a battagliare con Tartari, e molti all'improvisa
ammazzorno.
Questi popoli, quando il sole usciva, non potevano soffrire quel strepito,
anzi, come era tal tempo, bisognava che ponessero una orecchia in terra e
l'altra fortemente chiudessino, per non udire quel suono orribile; n eziandio
a questo modo erano s cauti che molti non morissino.
Veduto adunque Chingiscam che faceva nulla, e li suoi avevano il peggio,
partissi di qui, e men seco quelli due che erano stati trovati, i quali
dimororono in Tartaria fino alla morte. E dimandati per qual causa abitassero
sotto terra, dissero che in quello luoco ogni anno a certo tempo, quando nasce
il sole, fassi tanto romore che non si pu per modo alcuno tolerare; la qual
cosa acci non odano, allora con timpani e altri instrumenti musici tutti
cominciano a sonare.


Delli statuti di Chingiscam e morte sua, con il numero de' suoi figliuoli e
baroni.
Cap. 11.

Ritornando da quel paese Chingiscam, e mancate le vettovaglie, pativano gran
fame. Or per sorte furono trovate le interiore fresche d'una bestia, e cavato
fuora il sterco le misero a cuocer, e poi innanzi a Chingiscam portate tutti si
posero a mangiare. Per la qual cosa ordin che n sangue n interiori n cosa
alcuna che si possa mangiare (eccetto il sterco) si gettasse via. Venuto
adonque nella sua patria, ordin li statuti che di sopra avemo narrati, li
quali inviolabilmente osservano li Tartari. Poi questo da una percossa di un
tuono mor.
Ebbe quattro figliuoli: il primo Octoday, il secondo Tossutcham, il terzo
Thiaday, il quarto non sapemo il nome. Da questi quatro sono discesi tutti li
principi de' Tartari. Il primo de' figliuoli di Octoday fo Cuyne, che ora 
l'imperatore; li fratelli di costui, Cocthen e Chitenen. Delli figliuoli di
Thossutcham sono Baty, Ordu, Siban, Borobaty, che  pi ricco e possente, poi
l'imperator di tutti, Ordu, pi vecchio delli capitani. Di Thiaday, Hurin e
Cadan. Del quarto figliuolo de Chingiscam, Mengu, Bithath e altri molti. La
madre de Mengu, detta Serocthan,  gran signora fra li Tartari, e, salvo la
madre dell'imperatore, pi nomata e potente di tutti (eccetto il Baty). Questi
sono li nomi. Ordu  stato in Polonia e Ungaria, Baty eziandio, Hurin e Caden e
Siban e Duyghet, li quali tutti furono in Ungaria, ma ancora Cirpodan, il quale
ancora  oltra mare, contra certi soldani de' Saracini e altri abitanti lo
paese transmarino. Il resto  rimasto in Tartaria, cio Mengu, Sirenen,
Hubibay, Smocur, Cara, Gay, Sibedey, Bora, Berca, Coresa. Sono etiam molti
altri principi de' quali non sapemo il nome.


Della potest che ha l'imperator e li principi.
Cap. 12.

L'imperator loro sopra tutti ha un mirabile dominio, conciosiach niuno ardisce
dimorar in parte alcuna se non gliela assegna; e quello ordina il loco a'
principi, li principi a' conduttieri, li conduttieri a' centurioni, li
centurioni a' decani. Tutto quello viene loro commandato, sia qual tempo e loco
si voglia, in guerra alla morte, senza altra contradizione obbediscono.
Imperoch, se l'imperatore dimanda la figlia vergine o sorella d'alcuno, la
danno senza contradire, anzi spesse volte fa adunare molte donzelle dalli
confini di Tartari, e quelle che vuol ritiene per esso e le altre d alli suoi
baroni. E in ogni luoco dove manda messaggi fa di bisogno li sia dato cavalli e
spese senza dimora; e similmente venga da qual parte si voglia ambasciatori con
tributi,  di necessit gli siano dato cavalli, carrette e spese. Ma quelli che
vengono da terre non sottoposte a lui sono in gran miseria e povert del viver
e vestire, e massime quando vanno a' principi e li bisogna tardare, per che
cos poco danno a dieci uomini che non basteria a uno over duo. E se vien loro
fatto ingiuria, non si possono lamentare, e peggio che molti doni cos da
principi come sergenti sono richiesti, li quali se non darai fanno beffe di te
e reputano da niente. Onde a noi gran parte delle cose che n'avevano dato li
cristiani per viver fu di bisogno spender in presenti. Alla conclusione, cos
tutte le cose sono in potest de l'imperadore che niuno ha tanto ardire che
dicesse: questo  mio, quello  tuo; ma gli uomini, gli animali e ci che
possedono  suo. Il medesimo dominio ha ciascun de' principi sopra le provincie
che reggono.


Della elezione dello imperator Octoday e legazione del principe Baty.
Cap. 13.

Morto, come  detto di sopra, Chingis, congregoronsi tutti li baroni ed
elessero per imperatore Octoday, suo figliuolo, il quale, fatto consiglio co'
suoi principi, divise gli eserciti e mand il Baly, che li apparteniva nel
secondo grado, contro la terra d'Altissodan e lo paese de' Bismini, che erano
saracini ma parlavano in comano. Entrato adonque nelle provincie di costoro, li
fece suoi sudditi; ma una citt detta Barchin fece gran tempo resistenza, per
che li cittadini nel circuito della citt avevano fatti molti fossati, e nanti
che questi fossero riempiuti non si poteva pigliarla. Li cittadini della citt
detta Sarguit, udito questo, uscirono fuori e se resero spontaneamente, onde
non fu destrutta la citt, ma molti di quelli ammazzati e fatti prigioni.
Ricevute le spoglie, posero delli suoi per guardia e andorono contra la citt
Orva. Questa era molto abitata e ricca: trovansi entro molti cristiani, Gazari,
Ruteni, Alani e altri; similmente molti Saracini, da' quali era dominata. Stava
sopra un gran fiume ed era come porto spaziosissimo. Poi che li Tartari non la
poteron pigliare, tagliorono il fiume e quella con tutti li abitanti somersero.
Fatto questo, se n'andorono in Rossia, dove con gran occisione de cristiani
citt e castelli distrussero. Kaonia, citt metropolitana della provincia,
longamente assediorono, e al fine presa, furono amazzati li cittadini. Onde
noi, passando per quel paese, trovammo infinite teste e ossi di morti che
giacevano sopra la strada, imperoch era stata gran citt e molto abitata; ma
al presente  ridutta quasi a nulla, e appena sono ducento case, e li abitatori
di quelle sono tenuti in estrema servit. Partiti da Rossia e Comania, li
Tartari condussero l'esercito contra li Ungari e Poloni, dove molti di loro
rimasero morti; e (come  detto di sopra) se li Ungari avessero virilmente
fatto resistenza, si partivano al tutto confusi. Di qui vennero nella terra de'
Mordvani, che son infedeli; e superati questi nel paese de' Byleri, cio la
grande Bulgaria, quella al tutto ruinorono. Poi verso l'aquilone contra li
Hastarchi, cio l'Ungaria grande; e avuta la vittoria camminorono pi oltra
alli Parositi, e' quali hanno la bocca e lo stomaco piccolo a maraviglia, onde
non mangiano, ma cuocono le carne, e quando son cotte pongono la bocca sopra la
pignata e del fumo si nutriscono; e, se pur mangiano qualche cosa, mangiano
pochissimo. Di qui vennero alli sogomedi, li quali vivono solamente di caccia,
e le case e vestimenti hanno di pelle di bestia; poi ad uno certo paese sopra
il mare oceano, dove ritrovorono certi monstri che in tutto hanno forma umana,
ma li piedi di bove, con la testa d'uomo che in la faccia pare sia di cane: doi
parole parlavano come uomini, e poi latravano como cani. Di qui ritornorono in
Comania, e l fin al presente molti sono rimasti.


Della legazione di Cirpodan.
Cap. 14.

Nel medesimo tempo Octoday Cam mand Cirpodan, capitano de l'esercito, verso
mezogiorno, contra una nazione detta Chergis, la quale eziandio super. Costoro
sono pagani, e non hanno peli nella barba; quando more il padre, per dolore, in
segno di scoruccio, si levano da una orecchia a l'altra come dire una correggia
dalla sua faccia. Da indi Cirpodan venne alli Armeni. Passando per certi
deserti trovorono monstri che hanno forma umana, e solo a mezo il petto un
braccio con la mano, e similmente un solo piede; duo scargavano uno arco, e s
fortemente correvano che li cavalli non li potevano aggiugnere. Il suo corso
era con un piede a salto a salto, e poi che cos erano stanchi facevano della
mano l'altro piede, torcendosi come un cerchio; ancora, quando cos erano
lassi, ritornavano all'andar di prima. Questi Isidoro li chiama Cyclopedi, de'
quali alcuni ne ammazzarono li Tartari, e (s come a noi fu detto dalli
chierici ruteni nella corte, che stanno con l'imperatore) molte fiate vennero
ad esso ambasciadori mandati da quelli, acci avessero pace con lui.
Venuti adunque li Tartari in Armenia, quella soggiogorono, ed eziandio una
parte della Georgia; l'altra parte si rese al suo comando, e paga di tributo
fino al presente vintimila perpere, che son alcune monete. Di qui arrivorono
nella terra del soldano de Vurun, forte e possente, onde, combattendo con
quello, lo vinsero. In somma seguitorono pi oltre e battagliorono fino al
paese del soldano d'Halapia, e adesso anche lo possedono; deliberando tutta
volta di battagliare in altre terre, non son ritornati fino al d d'oggi nella
sua provincia. And il medesimo esercito ad un paese detto Calisibaldac, e
fecenlo suddito, imponendo di tributo ogni giorno quattrocento bisanti oltra
baldachini e altri doni che sono obligati a' Tartari. Mandano eziandio ogni
anno a dire al califa che venga in Tartaria, ma quello con tributo e infiniti
presenti prega che lo voglino sopportare; nientedimeno lo imperatore piglia ci
che manda, ma dicegli con ambasciatori sempre che debba venire.


In che modo si deportano li Tartari nelle battaglie.
Cap. 15.

Ordin Chingiscam li Tartari per decani, centurioni e caporali; ma ogni diece
caporali sono sotto il governo d'uno, e sopra tutto l'esercito uno o due, al
pi tre capitani, ma in tal modo che abbino uno ad ubbidire. E quando son
appiccati a battaglia, se communemente tutti non fuggono, quelli che voltano le
spalle perdono la vita; e se uno o due over pi di dieci audacemente si mettono
a combatter, e gli altri non li seguitano, conviene che sian morti. Similmente,
se accade che in dieci sia preso alcuno, che li compagni non lo liberino, essi
anche sono decapitati. Le armi loro dicono esser due archi, almen uno che sia
buono, e tre carcassi pieni di frezze, un manerino e corde da tirare drieto le
machine. Li ricchi hanno arme nella ponta acute, che solo tagliano da una
parte, e alquanto storte; li cavalli armati, le gambe coperte, scudo e
panciera, ma le panciere e coperture di cavalli alcuni hanno di cuoro, sopra il
corpo con artificio duplicato e triplicato; l'elmo di sopra  ferro o acciaro,
ma quello che attorno copre il collo e la gola  di cuoro. Altri tutte queste
cose hanno di ferro, fatte in questa forma: sono certe lame sottili, larghe
come un dito, longhe un palmo, e in ciascheduna fanno otto busi piccoli; entro
mettono tre correggie strette e forte, accozzando le lame una sopra l'altra;
per tanto quelle alle tre correggie con altre sottile tirate per li busi
ligano, e nella parte di sopra una coreggia da l'una e l'altra parte duplicata
con un altra cuciono, acci le lame stiano salde e assettate. Questo fanno cos
agli uomini come li cavalli: e tanto sono lucente che si guarda entro come in
un specchio.
Altri nel ferro de la lanza hanno uno ancino, col quale, se possono, tirano
fuor di sella li nimici. Li ferri delle frezze sono acutissimi da l'una e
l'altra parte, e perci sempre allato li carcassi portano lime per aguzzare le
sagitte. Hanno scuti di bacchette e verge, ma non credo che quelli usino se non
nelli alloggiamenti e a guardia dell'imperatore e principi, solamente di notte.
Sono astutissimi nelle guerre, conciosiach 42 anni  che battagliano con altri
popoli. Quando arrivano alle fiumare, li maggiori hanno un cuoro tondo e
leggiero nella bocca, attorno il quale sono molte orecchie; dentro quelle
mettono una corda e, poi che l'hanno empito di vestimenti e altre cose,
stringono fortemente e calcano per modo che pare una balla. Nel mezo mettonsi
cose pi gravi, e di sopra la sella, dove si sedono come in una nave, e, ligati
alla coda del cavallo, mandano uno dinanti che notando governi il destrieri;
alle volte hanno due remi e loro medesimi si vogano in terra; e spinto adunque
uno cavallo nell'aqua, tutti gli altri tengono dietro a quello. Ma li poveri
hanno ogniuno da per s una bolza, o vogli dire sacco di cuoro ben cucito, e,
messo in questo le sue robbe, lo ligano alla coda del cavallo, e cos passano
il fiume, come  detto di sopra.


In che modo si pu loro resistere.
Cap. 16.

Niuna provincia esser penso che possi fargli resistenza, percioch d'ogni paese
qual sia sotto il suo dominio soglieno far gente d'arme. E se una provincia che
li sia vicina non li d soccorso, destrutta quella che assediavano, con li
uomini che hanno preso vanno contro a questa, e pongono quelli primi
nell'esercito, e se si portano male li occidono. Se gli cristiani vogliano
combatter con loro, fa bisogno si adunino insieme e di commune consiglio
facciano resistenza. Li combattitori abbino archi forti e balestre, che molto
temono, frezze e dardi a sufficienza; una parte s'arma di buon ferro, over
manera col manego longo. Li ferri delle sagitte, quando son caldi, debbono
temperare a modo de' Tartari, cio nell'aqua mescolata col sale, acci vagliono
a penetrar l'arme loro. Le spade e lancie con gli ancini, che vagliano a traer
quelli di sella, per che facilmente cascon di quella. Abbi scudi e altre armi
con le quali possino defender se stessi e li cavalli dall'armi e sagitte loro;
e se alcuni non sono s ben armati, debbono a l'usanza loro stare indietro e
ferir quelli da longi con archi e balestre.
Similmente  di bisogno, come abbiam detto di sopra fare li Tartari, ordinar le
squadre e poner legge alli combattenti che, qualunque si volter a saccheggiar
nanti la vittoria, debbono sottogiacer a gran pena: chi cos facesse appo loro
sarebbe morto senza altra compassione. Il loco dove si de' battagliare sia nel
piano pi che si pu, acci da ogni canto si veggiano; n tutti debbono insieme
ragunarsi, ma ordinar molte schiere, n perci troppo distanti l'una
dall'altra. Contra quelli che prima s'affrontano  bisogno mandar un squadrone,
e l'altro sia preparato in suo soccorso succedere; son ancora necessarii molti
speculatori ad avisar quando si muoveno le ciurme, imper esse sempre squadre
con squadre debbonsi poner all'incontro, conciosiach quelli ogni ora si
sforzino serrar in mezo l'inimico. Siano attenti eziamdio li soldati, bench
fuggano, non li tenir molto dietro, acci (come soleno fare) non li tirino
all'inganni apparecchiati, peroch pi con fraude che con fortezza combattono,
e ancora acci non si stanchino li cavalli, imperoch noi non n'abbiamo in
tanta moltitudine quanto loro: li Tartari, quelli che cavalcano un giorno, tre
e quattro giorni pi non toccano. Oltra di questo, se voltano e' Tartari le
spalle, non perci debbono partirsi li nostri over separarsi: questo fingono
per poter, diviso l'esercito liberamente tornar a distrugger il paese. Ma al
postuto li nostri capitani mettano guardie giorno e notte per l'esercito, n fa
mestier li combattenti giacer spogliati, ma sempre pronti alla battaglia,
conciosiach sempre li Tartari come demonii son vigilanti a procurare inganno e
dar nocumento. Certo quelli di loro che in guerra son caduti da cavallo  da
pigliarli, perch, come son al piano, fortemente sagittano e gli uomini con gli
cavalli ferendo amazzano.


Del viaggio di frate Giovanne minore fin alla prima custodia de' Tartari.
Cap. 17.

Noi adonque, secondo il mandato della Sedia apostolica essendo per gir alle
nazioni de' populi dell'Oriente, eleggemmo prima andare alli Tartari,
conciosiach temessimo alcun pericolo per loro non avvenisse alla Chiesa
d'Iddio. Cos prendendo cammino arrivammo al re di Boemia, il quale, essendo
nostro familiare, ci consigli che ci aviassimo verso Polonia e Rossia, perch
in Polonia aveva della sua stirpe, con l'aiuto de' quali potressimo intrar in
Rossia; e, date le lettere di salvocondutto, fece che etiam per le sue corti e
citt ne fossero date le spese, insino al duca Bolezlao di Slesia, suo nipote.
Il qual similmente a noi era noto e familiare, onde fece il medesimo per fin
che arrivassimo a Conrado, duca di Lantiscia. Al quale (favoreggiando Iddio
noi) era allora venuto il signor Wasilicon, duca di Rossia, da cui etiam pi
chiaramente intendessimo del fatto de' Tartari, perch gli aveva mandato
ambasciatori, li quali gi erano tornati. Ma inteso che seria bisogno noi darli
presenti, facemmo comprare, di quello che in elemosina n'era dato per subsidio
del viaggio, pelle de castori e altri animali; la qual cosa presentando, il
duca Conrado e la duchessa di Cratonia, l'episcopo e certi soldati con molti
altri ne diedero di queste pelle. Finalmente pregato il duca Wasilicon dal duca
di Cracovia, l'episcopo, e baroni, ne condusse seco nel suo paese; dove
riposati alquanti giorni a sue spese, poi che, da noi pregato, fece ragunare li
episcopi, leggemmo le lettere del nostro santo papa, che gli ammoniva volessino
tornar alla unit della santa madre Chiesa, alla qual cosa noi eziamdio quanto
potevamo inducessimo il duca, gli episcopi e insieme tutti gli altri. Ma perch
il duca Daniele, fratello del predetto Wasilicone, ito al Baty, non era
presente, non potero dar di questo ultima risposta.
Poscia Wasilicone ne mand con un suo sergente fino in Kionia, citt
metropolitana di Rossia. Nientedimeno andavamo sempre con paura di morte per li
Lituani populi, che solevano spesso far assalto in Rossia, e specialmente in
quelli luoghi per quali passavamo. Ma per il predetto sergente eramo securi da'
Ruteni, delli quali etiam una grandissima parte presa e morta era da' Tartari.
Nella citt Damilone fossimo amalati a morte, nientedimanco per una carretta
con freddo e neve ci facemmo trarre. Essendo adonque venuti in Kionia, auto
consiglio del nostro camino col caporale e altri nobili, ne fu risposto che, se
conducessimo li nostri cavalli nelli confini de Tartaria, quando fosse gran
neve tutti morirebbono, conciosiach non saperebbono cavare l'erba sotto la
neve come li tartareschi, n si potria trovar altro da pascerli, per che li
Tartari non hanno n strame n fieno n altro pascolo. Onde determinammo
lassargli con due famigli che gli avessino in governo, e perci mi fu
necessario far presenti al caporale, acci ne fosse benigno in dar cavalli e
salvocondutto. Il secondo giorno poi la festa della Purificazione, preso
cammino, giungemmo ad una villa di Canona, la quale era immediate sotto
Tartaria, il prefetto della quale ne diede cavalli e condutta fino ad un'altra;
nella qual trovammo prefetto Michea, pieno d'ogni scelerit, il qual, pigliato
ci che gli piacque, ne condusse fino alla prima guardia de' Tartari.


Come e in che modo prima furono ricevuti dalli Tartari.
Cap. 18.

Era la sesta feria poi lo primo giorno di quadragesima, e giva il sol a monte,
quando, posti ad alloggiare, corsero sopra noi Tartari orribilmente armati; e
cridando che uomini fossemo, fu lor risposto noi esser ambasciatori del signor
nostro papa de' cristiani, onde, pigliate alcune vivande da noi, subito si
partirono. La mattina, per tempo levati, andammo alquanto pi oltra: ed ecco
che molti de li maggiori che fossero in corte ci vennero incontra, dimandando
per qual causa fossemo iti in Tartaria e ci che avevamo a fare con loro. A'
quali rispondemmo esser ambasciatori del signor nostro papa, il quale  padre e
signore de' cristiani, e per questo averne mandato cos a re come a principi e
tutti i Tartari, acci piaccia loro li cristiani esser suoi amici e far pace
con loro: anzi desidera quelli siano grandi in cielo appresso Iddio, e per li
esorta con nostra voce e sue littere che si faccino cristiani e ricevino la
fede del nostro Signor Gies Cristo, perch altrimenti non si possono salvare.
E molto maravigliasi di tanta occisione d'uomini, e massime cristiani, cio
Ungari, Montani, Poloni, che sono suoi subditi, conciosiach nulla offesa
avessimo ricevuta da quelli ne' Tartari, n manco sospizione d'esser
danneggiati. E perch sopra questo Iddio  molto adirato, avvisa quelli da qui
indietro guardarsi da tal sceleraggine e pentirsi de quello che han fatto; e
finalmente prega voglino rescriverli ci intendono di fare.
Le qual cose udite, li Tartari dissero voler dar cavalli e guida che ne
conducessero fino a Corenza. Subitamente, ricevuto quello che dimandorono da
noi, prendemmo cammino con la guida a Corenza principe; ma essi nientedimeno
mandoron innanti un messo a staffetta che dicesse al prefatto principe ci che
da noi avevano inteso. Questo principe  signor di tutti che son posti in
guardia contra gli popoli occidentali, acci per caso non si facesse alla
provista movimento alcuno; e si dice che ha sotto di s seicentomille armati.


In che modo furono ricevuti da Corenza.
Cap. 19.

Pervenuti adonque alla sua corte, fece che lunge da lui ne fosse posta una
stanza, e mand gli suoi procuratori che ne dimandassero con che cosa se gli
volevamo inchinare, cio che presenti, inchinandosi, eramo per fargli. A' quali
rispondemmo lo signor nostro papa non mandar presente alcuno, sopra ci che non
era certo dovessimo pervenir in Tartaria, e che eramo venuti per lochi
pericolosi; ma nientedimeno, di quelle cose che per grazia d'Iddio e del signor
nostro papa avevamo avuto per viver, a nostro poter lo onoraressimo. Cos,
presi da noi doni, fumo condotti al suo padiglione, over orda, insegnatoci che
nanti la porta della stanza tre fiate col ginocchio sinistro ci inchinassemo e
attendessimo con diligenzia non toccar col piede il soglier della porta. E poi
che entrammo alla presenzia sua, e de tutti i maggiori che per questo erano
chiamati, replicassimo inginocchione quello avemo detto desopra. Furono
eziandio offerte le lettere del signor nostro papa, ma l'interprete che da
Kionia con pagamento avevamo menato con noi non era sufficiente ad
interpretarle, n manco si ritrovava alcun altro; dove, datigli cavalli e tre
Tartari che ne guidassero, se n'andammo al Baty. Questo  appresso loro il pi
possente, salvo l'imperatore, a cui tutti son tenuti obedire pi che ad altro
principe.
Si partimmo la seconda feria poi la prima domenica di quadragesima, e sempre
cavalcammo tanto quanto potevamo trovar li cavalli, perci che tre e quattro
fiate avevamo cavalli da nuovo, ogni giorno dalla mattina sino alla notte, anzi
spesso di notte s'affrezzavamo, n perci potessimo aggiunger nanti il mercord
santo. Era il nostro cammino per il paese de' Comani; il quale  tutto piano e
ha quattro fiumi grandi: il primo detto Nepar, appresso il quale dal lato di
Rossia stava Corenza, e Moncii, che  maggior di lui nella parte campestre; il
secondo Don, sopra il quale sta un certo prince che ha la sorella del Baty per
moglie, detta Tirbon; il terzo Volga, che  molto grande, dove signoreggia il
Baty; il quarto Laes, sopra il quale camminano doi caporali, uno da una parte e
l'altro dall'altra. Questi tutti nell'inverno descendono al mare e ne l'estade
sopra la ripa ascendono alli monti, cio il mar Maggiore, dal quale esce poi il
braccio di San Zorzi, cio la Propontide, che passa in Constantinopoli. Sono
queste fiumare molto piene di pesci, e massimamente Volga, ed entrano il mar di
Grecia, che si dice il mar Maggiore. Sopra Nepar molti giorni semo caminati non
solo per il giaccio, ma eziandio sopra li liti del mar Greco a gran pericolo
siamo andati per il giaccio in pi luochi molti giorni, conciosiach si congela
circa i liti tre leghe in pi basso. Ma nanti che arrivassimo al Baty, due
Tartari andorno innanti a notificargli quello che dicemmo a Corenza.


In che modo fussimo ricevuti dal gran prince Baty.
Cap. 20.

Giunti nelli confini de' Comani al Baty, fummo posti una lega lunge dalle sue
stanze, e poi fussimo menati alla sua presenzia. Ne fu detto esser necessario
prima passar per mezo due fochi, ma noi questo per nissun modo volevamo fare.
Quelli ci dissero: "Andate securamente, che per altra causa non facciamo se non
che, portando voi qualche mal pensiero al nostro signore, over veneno, il foco
vi lievi ogni cosa nociva". A' quali rispondemmo che, acci di tal cosa non
avessero sospizione, volentieri eramo apparecchiati di passare. Venuti adonque
ad orda, over padiglione, fummo interrogati dal suo procuratore Eldegay in che
modo volessimo inchinarsi: fu detto quello che di sopra a' procuratori di
Corenza, onde, dati li doni e intesa la causa della nostra venuta, fummo
introdotti alla stanza del signore. Fatte quelle circonstanze d'inchinarsi e
non toccar il soglier della porta, entrati dentro dicemmo inginocchione la
nostra ambasciata, e, date le lettere, fu molto pregato che volesse dare
interpreti a traslatar quelle. Furono dati nel venerd santo, e cos con loro
translatammo diligentemente quelle in lingua rutena, saracina, e tartaresca; la
qual interpretazione fu presentata al Baty, che poi l'ebbe molto ben letta e
notata. Finalmente fummo redutti alla nostra stanza, ma non ne diedero vivanda
alcuna, eccetto una fiata la notte che giungemmo, un poco di miglio in una
scutella.
Questo Baty sta con gran magnificenzia, tenendo ostiarii e officiali come
imperatore; senta in uno loco eminente, come sedia regale, con una delle sue
mogli. Gli altri, cos fratelli e figliuoli, come maggiori seggono in mezo
sopra un banco, e gli altri uomini in terra; ma gli uomini alla destra, le
femine alla sinistra. Ha eziandio padiglioni di lino belli e grandi, che furono
del re di Ongheria; niuno oltra la sua famiglia ha ardimento approssimar alla
sua stanza, sia quanto possente e grande si voglia, salvo che non sia chiamato
o che sapesser esser tale la sua volont. E noi, fatta l'ambascieria, sedemmo
alla sinistra, perch cos fanno tutti gli ambasciatori nell'andare, ma nel
ritorno eramo posti alla destra. Nel mezo s'acconcia la mensa vicino alla porta
della stanza, sopra la qual si mette il beveraggio in vasi d'oro e d'argento:
n mai beve il Baty o altro prince de' Tartari che non si canti over suoni, a
quello specialmente, quando sono in publico. Quando cavalca sempre gli vien
portato sopra il capo ne l'asta un'ombrella o altra cosa da coprirlo, e cos
fanno a tutti i principi maggiori della provincia, ed eziandio alle mogli loro.
Il medesimo Baty  benigno verso gli suoi uomini, ma nientedimeno  molto
temuto da quelli; nella battaglia crudelissimo, sagace e molto astuto,
conciosiach gran tempo abbi combattuto.


Come, partiti dal Baty, passorono per lo paese de' Comani e Changiti.
Cap. 21.

Nel giorno del sabato santo fummo chiamati alla corte, e uscito a noi il
predetto procuratore del Baty, disse da parte sua che volessimo andare a
l'imperador Cuyne, ritenuti alcuni de' nostri sotto certa speranza di volerli
mandar indietro al papa, a' quali dessimo etiam lettere di quello avevamo
fatto; ma, come furono al prince Moncii sopradetto, non gli lass partire nanti
del nostro ritorno. Noi lo giorno di Pasqua, detto l'officio e mangiato, come
Dio volse, con gli due Tartari che n'erano stati assegnati da Corenza con molte
lagrime se partimmo, non sapendo d'andar o a morte o a vita; ed eramo tanto
debili che appena potevamo cavalcare, conciosiach in tutta la quadragesima fu
il nostro cibo miglio con aqua e sale solamente, il medesimo nelli altri giorni
da digiunare, n avevamo altro da bere che neve risolta nel caldaio. Il nostro
cammino era per Comania, cavalcando fortissimamente, conciosia non mancasse da
mutar cavalli cinque e pi fiate al giorno, salvo quando camminavamo per li
deserti; ma allora toglievamo cavalli migliori e pi forti, che potessero
sostenire la continua fatica. E questo dal cominciar della settuagesima fino
all'ottava di Pasqua.
Tal paese di Comania da l'aquilone immediate poi la Rossia ha li Mordvini,
Byleri, cio la gran Bulgaria, li Bastarchi, cio la grande Ungaria, poi li
Parositi, Samoedi, quelli che si dice aver la faccia di cane. Nelli liti
deserti del mare da mezogiorno li Alani, Circassi, Gazari, la Grecia,
Constantinopoli, la terra d'Iberi, li Catii, Brutachii, li quali dicono esser
giudei, che si radono tutta la testa; il paese de' Cithii, Giorgiani, Armeni e
Turchi. Da l'occidente, l'Ungaria e Rossia.  Comania terra grandissima e
longa, li popoli della quale li Tartari hanno destrutta, bench altri scamporno
che poi son tornati e fatti suoi servi. Poi intrammo nella terra de' Kangiti,
la quale in molti lochi ha grande carestia d'acqua, e dove pochi abitano, non
gli essendo acque. Di qui passando gli uomini che andavano a Ieroslao, duca di
Rossia, morirono di sete in grande numero. Per questo paese e per Comania
eziandio trovammo giacer in terra molti capi e ossi di morti, come in
sterquilinio. Fu lo nostro cammino dall'ottava di Pasqua fino a l'Ascensione, e
gli abitanti erano pagani, e cos loro come li Comani non lavorano terra, ma
vivono d'animali, n edificano case, ma stanno in trabache. Li Tartari
destrussero questi e abitano nelle loro terre, e quelli che son rimasti li
servono.


Come vennero alla prima corte del futuro imperatore.
Cap. 22.

Usciti del paese de' Kangiti intrammo nella provincia de' Bisermini, che
parlano in lingua comana, ma tengono la legge de' Saracini; eziandio in questo
paese trovammo infinite citt con castelli minate e molte ville deserte. Il
signor si chiamava Altissoldano, il quale con tutta la sua progenie fu
destrutto da' Tartari. Qui sono monti altissimi, e da mezogiorno  la citt di
Gierusalem e Baldac e tutta la terra de' Saracini, e non distante da quelli
confini dimorano due fratelli carnali principi de' Tartari, cio Burin e Cadan,
figliuoli de Thiaday, che fu de Chingiscam. Da l'aquilone  il paese de Kithay
e lo mare dove dimora Siban, fratello del Baty. Per questi luoghi andammo
dall'Ascensione fin quasi ad otto giorni nanti la festa di santo Giovanni
Battista; poi intramo nella terra delli Kithai neri, nella quale l'imperatore
ha edificato un palazzo dove etiam fummo invitati a bere. E quello che posto 
l dall'imperatore fece danzar alla nostra presenzia li maggiori della citt e
due proprii figliuoli che aveva.
Partiti di qui, venimmo a un picolo mare, nel lito del quale sta un monticello
ove si dice esser un buso, e de l nell'inverno uscir tanta tempesta di venti
che a pena possono passare li viandanti senza gran pericolo; nell'estate sempre
s'ode romore, ma esce fora piacevolmente. Per li liti di questo mare camminammo
molti giorni, e, bench sia piccolo, ha per molte isole. Lasciato questo a man
sinistra, trovammo che in quel paese abitava Orda, pi antico di tutti i
principi de Tartaria (come  detto di sopra). Qui  la corte del suo padre,
nella qual abitava una delle sue mogli, per che  consuetudine de' Tartari che
non si disfaccino le corti, over stanze, de' principi e maggiori, ma sempre
sono ordinate alcune donne che l'abbino in governo, alla quale perviene la
parte de li doni, s come nanti alli mariti era data. Cos finalmente
pervenimmo alla prima corte dell'imperatore, nella qual dimorava una delle sue
mogli.


Come arrivorono da Cuyne, che aveva ad esser imperatore.
Cap. 23.

E conciosiach non avessimo ancor veduto l'imperatore, non ne volsero chiamar e
introdur alla sua stanza, ma nel nostro padiglione, a costume de' Tartari, ne
fecero molto ben servire, e acci si riposassemo ne tennero un giorno. Partiti
la vigilia di san Pietro e Paulo, entrammo nella terra de' Naimani, che son
infideli. Nel giorno delli Apostoli casc una gran neve e avessimo un gran
freddo. Questo paese  frigidissimo e pieno di monti, e ha poco piano; queste
genti, come li Tartari da' quali erano soggiogate, non lavorano e abitano ne'
padiglioni. Passati per questo luoco molti giorni, venimmo al paese de'
Tartari; qui cavalcando velocemente tre settimane, il giorno di santa Maria
Maddalena pervenimmo a Cuyne, eletto imperatore. E perci tanto ci affrettammo
in questo cammino, che era comandato a' Tartari che ne guidavano tosto
condurceci alla sollenne corte, che gi molti anni era publicata per la nuova
elezione dell'imperatore. Levavamo la mattina per tempo e, senza mangiare,
cavalcavamo fino a sera, e spesse fiate cos tardi venivamo che non si trovava
che mangiare, ma quel che dovevamo aver cenato davasi la mattina; e mutati
spesso li cavalli, senza perdonarli, senza alcuna intermissione, velocemente
quanto potevano trottare, tanto li sforzavamo.


Della esaltazione di Raconadio in soldan di Turchia.
Cap. 24.

L'anno disopra, nella legazione de' frati in Tartaria, che fu dall'Incarnazione
1245, del mese d'ottobre mor Gaiasadino, soldan di Turchia; successe nel regno
il suo figliuol Raconadio, ancora fanciullo, il qual aveva generato d'una
figlia di sacerdote greco. Uno altro, detto Azadino, d'una figlia (come si
dice) d'un certo Iconio over pretorio burghese; il terzo, Aladino, della
figliuola della regina di Giorgia, la qual aveva avuto per moglie. Raconadio
era d'anni undici, Azadino di nove, Aladino di sette. E certamente questo minor
figlio della regina era erede legitimo, percioch eziandio il padre suo, il
terzo giorno poi che nacque, command a tutti li ammiragli prestassero
giuramento di omaggio al fanciullo s come erede legitimo e figliuolo, secondo
il costume del paese, e volse fosse battuta un'altra moneta differente dalla
sua, la qual fino al tempo presente corre in Turchia. Ma allora era bailo di
tutta la Turchia un certo Persiano, chiamato Losyr. Costui longo tempo innanti,
venuto dal soldano, era notario di corte, e aveva un fratello che vendeva
legne. Poi, a poco a poco, in tanto ascese che fu canciellieri di Turchia, onde
era delli pi antichi della terra, e in molte facende sagace ed esperto; il
quale eziandio per salvar il paese era ito alli Tartari, e il soldano, venendo
a morte, gli lass sua spada. Costui, per commission di quello, aveva tutto il
reame in pugno, onde pi volte desider con ogni suo sforzo torre una delle
mogli del suo signore ch'era morto; la qual cosa appresso li Turchi  gran
vergogna, cos del signore come della gente. Narr questa sua intenzione a
Salesadino, come amico e famigliare, che dopo quello allora era in Turchia
potentissimo; il che molto gli dispiacque, e quanto puot da tale opprobrio lo
dissuase. Ma egli finalmente prevalse e, tolta la madre di Raconadio per
moglie, esso Raconadio, come maggior d'et, dichiar esser soldano. Onde l'uno
e l'altro errore niente fu a grado Salesadino e altri ammiragli, parte che esso
Losyr, constituendo quello soldan, incorreva lo spergiuro, parte che esso, omo
plebeio e foristiero, facea a tutti loro molto disonore e villania.


Della furia di Losyr tiranno.
Cap. 25.

Salesadino e molti ammiragli turchi a tanto si sdegnarono verso Losyr, che
seicento di loro della morte sua fecero congiurazione. Ma alcuni di quelli
ch'erano in tal fatto andorono da Losyr e, detto come la morte sua era
trattata, chiesero il giuramento che avevano fatto, promettendo da qui indietro
fidelmente accostarsi a lui; nominorono eziandio alcuni che pi in odio
avevano, e persuaderono a Losyr che quelli amazzasse. Ma uno tra quelli pi
astuto consigliollo che per alcun giorno, serrato nella camera, fingesse
d'esser ammalato e, sotto specie di visitazione, quelli a s chiamasse,
apparecchiato il loco conveniente tutti con insidie chiudesse, li quali poi
potesse a suo modo far morire. La qual cosa fatta, quindici overo, secondo
altri, vintiquattro ammiragli delli maggiori secretamente furono occisi. Dicono
eziandio li Latini e cristiani che lo medesimo Losyr fino 60 ammiragli ammaz,
e altri perseguitando cacci della patria, altri rinchiuse in pregione, il
marchese di Lambro incarcer e l'ammiraglio come bandito cacci fino in
Tartaria. E quello che l'aveva consigliato di far tanta strage, con la moglie e
figliuoli fece decapitare. Ma molto pi era sdegnato contra di Salesadino, come
quello che potente in Turchia non poteva soffrire ci che faceva.
Salesadino dimorava in Arsenga, paese a lui commesso. Avendo adonque un giorno
seco ducento combattitori, sopragiunsero vintimila uomini dell'esercito di
Losyr. Quelli che eran in questo campo mandorono dir a Salesadino che non
fuggisse, ma constantemente aspettasse la venuta loro, per che, l'ora che si
cominciasse la zuffa, quelli che gli parevano contrarii gli sarebbono
favorevoli. Costui, troppo credevole alle sue parole, misesi alla battaglia, e
subitamente fu preso da tanta moltitudine; ma nientedimeno scampato con
alquanti si fortific in un castello detto Gamach. Finalmente circondato e
assediato dall'esercito di Losyr, fu quasi costretto da' castellani uscire,
peroch dicevano non voler difender uno nel castello del soldan che fosse
contra lui. Tra questo mezo mandava Losyr messi, dicendo che securo uscisse del
castello e si eleggesse quello che meglio li pareva, o liberamente lassar il
paese e gir dove li piacesse, over da qui indietro rimaner nella Turchia con
benevolenzia de Losyr, come gi per avanti. Consentendo Salesadino, e avuto il
giuramento da Losyr d'osservar ci gli prometteva, era uscito gi del castello
e menato dagli ambasciatori, quando il perverso, mandati all'incontro altri,
comand che l'amazzassero nella via, la qual cosa eziandio fu osservata. Sapeva
Salesadino parlar tedesco e francese, amava molto li cristiani e, se alquanto
pi fosse vissuto, sarebbesi (come si crede) battezzato.


Della confermazione della pace fra Turchi e Tartari.
Cap. 26.

Nel medesimo anno che mor il soldan di Turchia Gaiasadino, li successe il
figliuol maggiore Raconadio, cio l'anno dell'Incarnazione 1245. Li Tartari
fecero tregua con li Turchi e allora quattordici camelli carichi d'iperperi,
che son sorte di monete, furono mandati al gran Cane, e trecento somieri di
panni di seta scarlatti e altri panni preziosi con molte cavalcature. Il
fratello del soldan, Azadino, fu mandato a l'imperator per far questa pace; in
somma li Turchi con questa condizione si fecero tributarii de' Tartari. Ogni
anno rendono a quelli mille migliara e ducentomille iperpere e cinquecento
panni di seta, la seconda parte dorati, cinquecento cavalli e tanti camelli e
cinquemila castroni: tutte queste cose son tenuti condurre a sue spese salve e
intere fino a Mongan. Tanto vagliono li doni e presenti che si mandano quanto
il tributo, e pi, come si dice, oltra di questo sono obligati li Turchi per
tutta la Turchia proveder agli ambasciatori de' Tartari in cavalcature, doni e
vettovaglie a l'andare, dimorare e ritornare. Il notario del soldano comput le
spese delli ambasciatori tartari, le quali avevano fatte nella citt d'Iconio
in due anni, e fu trovato che, senza il pane e vino, avevano speso seicentomila
iperpere. La predetta confederazione tributaria fu fatta in Savastia, presente
il marchese di Lambro, detto Constantino, il quale a quel tempo era marescalco
della Turchia ed era stato bailo; e quando prima questo tributo fu dato a'
Tartari gli era presente un soldato di Constantino provinciale, il quale molte
cose di quelli narr a' frati predicatori mandati dal signor nostro papa con
sue lettere in Tartaria.


Come il re d'Armenia  sottoposto a' Tartari, e altre cose accadute in quel
regno.
Cap. 27.

Cerca il medesimo tempo Constante, padre e bailo dil re d'Armenia, che si
chiama Aitons, mand il figliuolo suo, conestabolo del medesimo regno, alli
Tartari e, sottomettendosi col suo reame a darli tributo, fece pace con loro.
Questa Armenia minore anticamente si diceva Cilicia, ed  situata fra Turchia e
Siria. Qui  Tarsis, citt archiepiscopale, della qual Paulo apostolo si dice
esser stato; qui eziandio  lo catolico, cio universale, episcopo, s come in
Georgia. Il regno di questa Armenia pochi anni avanti due fratelli della
maggior Armenia, Leone e Robino, acquistarono, e prima Robino maggior d'et
regn in quella, o pi tosto la govern; essendo per morire, il regno e la sua
figlia, cio erede di quello, lass nel governo del suo fratello Leone. Ma
quello, usurpato per s l'imperio, e fece di baronia regno, peroch, come 
detto disopra, per avanti non era l re, ma un barone, il quale serviva al
soldano di Turchia sotto tributo. A sua petizione l'avo del signor de Trousot
and alla corte romana e da Otone imperatore, chiedendo che volesse ricever
quello in uomo regale. La Chiesa con condizione, cio salva la ragione
dell'eredit, lo ricevette; il simile fece Otone. Un arcivescovo todesco, cio
il mogontino, pose la Corona in testa al Leone, con questo patto, che tutti li
putti fra dodeci anni facesse poner al studio delle lettere latine. Allora,
incoronato re, dot la Chiesa del casale di Estelica, del castello di Paperon e
molti altri casali; questo giurorno tutti gli baroni mantenerli fede, che fu
del 1242. Poscia il medesimo Leone, tre fiate caduto in infirmit, fece che
tutti i baroni giurassero a Robino suo nipote come vero e ultimo signore di
giusta eredit; nientedimeno diede la sua figlia, a cui era disposto lasciar il
regno, ad un fratello del prince d'Antiochia per moglie, e quello poi a
tradimento l'ammazz.
Morto esso Leone, un certo baron della medesima provincia, detto per nome
Constante, tolse la sua figliuola per forza, e poi quella, che non consent, ad
un suo figliuol Haiton la congiunse in matrimonio e a quello diede il regno. Ma
la figlia di Robin, la qual per eredit debbe aver il regno, halla tolta un
Filippo soldato di Monte Forte, per il che meritamente aspira a quello, e come
giusto spera poterlo acquistare. Constante con diversi inganni e fraude 62
baroni maggiori dell'Armenia ha morti, e la madre e sorella del soldan di
Turchia, le quali avevano mandato a lui, come uomo regio e fidele, per
scamparle da' Tartari; ma esso, infedele e iniquo, le mand ad essi Tartari, e
si dice quelle esser morte in cammino. Onde il soldan entr nel suo paese e
accampossi a Tarso, ma l infermosse e mor; poi fu sepolto in Satellia, citt
regale.


Come e in che modo Cuyno ricev li frati minori
Cap. 28.

Poi che arrivarono da Cuyne, fecene dare alloggiamento e spese come sogliono
dar li Tartari, ma meglio a noi che alli altri ambasciatori; n perci fummo
chiamati, che ancora non era eletto n intromesso nell'imperio. La
interpretazione delle lettere del papa e le parole del Baty erano gi mandate a
quello; poi che fossimo stati cinque o sei giorni, mandonne da sua madre, dove
si ragunava la corte solenne. Quivi era teso un padiglione di scarlatto bianco,
di tal grandezza che a nostro giudicio potevano ben star entro duemila uomini;
era fatto atorno il circuito un palco di legname, over steccato, con varie
figure a maraviglia dipinto. Qui andammo noi con li Tartari che a guardia
nostra erano assegnati, e gi tutti i principi erano venuti insieme, e ciascun
d'intorno cavalcava con li suoi fanti per pianure e colli. Il primo giorno
tutti si vestirono di scarlatto bianco, il secondo di rosso, e allora venne
Cuyne al padiglione, ma il terzo giorno tutti furono in scarlatto turchino, il
quarto in bellissimi baldaquini. Nel steccato appresso il padiglione erano due
maggior porte, per una delle quali doveva entrare l'imperator solamente, e qui
niuna guardia era posta, bench fosse aperta, conciosiach nissuno aveva
ardimento d'entrare o uscire per quella. Dall'altra tutti quelli ch'erano
ricevuti entravano, e qui era la guardia con spade, archi e sagitte: per tanto,
se alcuno si approssimava oltra li confini posti al padiglione, se era preso
battevasi, ma, se fuggiva, con ferro o frezza li tiravano dietro. Erano molti
li quali nel freno, sella, petoriali e simil cose a nostro giudicio avevano per
vinti marche d'oro. Cos li principi infra il padiglione parlavano insieme e
trattavano (come credemmo) la elezione dell'imperatore, ma tutto il popolo
dimorava da lontano fuori dello steccato, e cos stavano insino a mezogiorno;
allora si cominciava a bever latte di cavalle, e fin alla sera tanto ne
bevevano che era cosa mirabile a vedere. Noi eziandio chiamaron pi entro e ne
diedero della cervosa, e questo ne fecero per segno di onore, ma tanto ne
sforzavano a bevere che per niun modo tal consuetudine potevamo sostenere; onde
mostrammo questo esserne grave, per il che cessorno far tal sforzo.
Erano di fuora il prince Ieroslao de Susdal di Rossia e molti principi de'
Kithai e Solanghi; due eziandio figliuoli del re di Georgio, li ambasciatori
del califo di Baldach, che era soldano, e pi di dieci soldani de' Saracini
(come credemmo). Dicevasi esser pi di tremile ambasciatori tra quelli che
portavano tributo e quelli che lo lassavano, e per quali avevano mandato quelli
ch'erano prefetti delle provincie. Tutti costoro stavano fuori del steccato e
qui davanli da bevere, ma sempre era dato a noi e lo prince Ieroslao lo
superior loco, quando eramo con loro.


Come fu sublimato nell'imperio.
Cap. 29.

Certamente, se ben ci ricordiamo, fummo l circa quattro settimane, e credemmo
che gli fosse celebrata la elezione, nientedimeno non publicata, e per questo
massime credevamo, perch sempre, quando Cuyne usciva del padiglione, gli
cantavano e con belle verghe che nella cima hanno lana scarlattina se
gl'inchinavano, la qual cosa non si faceva a niun altro de' principi infino che
di fuori stavano. Questa stanza, over corte,  nominata da loro Syra Orda.
Usciti di qui tutti parimente cavalcammo per tre o quattro leghe ad un loco in
una bellissima pianura, vicino ad una fonte, dov'era apparecchiato un
padiglione il quale chiamavano orda Aurea, peroch qui Cuyne si doveva poner in
sedia il d dell'Assunzione della nostra Donna; ma per la tempesta grande della
qual dicessimo nel primo capitolo fu rimessa e differrita. Era questo
padiglione posto nelle colonne coperte a lame d'oro, e fitte con chiavature del
medesimo metallo e altri legni; disopra era de baldaquino, ma nell'altre parte
di panno. Qui dimorassimo fino alla festa di s. Bartolameo, nella quale una
grandissima moltitudine si congreg e, volta la faccia verso mezogiorno, stava
in piedi. E alcuni un trar di pietra erano lontani dagli altri, e, sempre
facendo orazioni e inchinandosi con le ginocchia contra mezogiorno, procedevano
oltra; ma noi, che non sapevamo se facessero incantamenti o se
s'inginochiassero a Dio over altro, non volevamo far tal cerimonie. E, poi che
molto cos ebbero fatto, ritornorno al padiglione e posero Cuyne nella sedia
imperiale: allora li principi s'inginochiorono dinanti a quello, e poi cos
tutto il popolo fece, salvo noi che non eramo suoi subditi.


Della solennit fatta quando fu intronizato.
Cap. 30.

L'anno del Signore MCCXLVI Cuyne, il quale  detto etiam Gogcam, cio imperator
over re, fu sublimato nel regno de' Tartari. Tutti li baroni loro, congregati
nel mezo del sopra detto loco, collocorono una sedia d'oro sopra la quale fu
posto a sedere Gog, e alla sua presenzia tennero una spada, dicendo: "Volemo,
preghiamo e comandiamo che vogli signoreggiare sopra tutti noi". Allora disse
quello: "Se volete ch'io signoreggi, voi siate apparecchiati ognuno a far
quello che commander, venir quelli che son chiamati, andar ove manderovi a
occidere quello vorr sia morto". Tutti risposero esser apparecchiati; adunque
disse: "Da qui indietro il parlar della mia bocca sar cortello tagliente", e
tutti in commune acconsentirono. Poi questo posero in terra un feltro, e fecero
che sedesse sopra quello, dicendo: "Guarda disopra e conosci Iddio, e contempla
il feltro nel qual qui a basso sei sentato. Se governarai ben il tuo regno, se
liberal serai e amator della giustizia e tutti li baroni tuoi secondo la loro
dignit onorerai, sei per regnare magnifico e tutto il mondo verr sotto il tuo
dominio, e Iddio  per darti ci che desiderer il tuo core. Ma, se il
contrario sei per fare, misero serai e abietto, anzi tanto povero che non ti
sar lassato il feltro nel qual siedi". Detto questo, li baroni fecero sentar
la moglie di Gogcam con esso nel feltro, e cos sedendo ambedoi levaronsi sopra
nell'aere, e con voce publica e cridor di tutti protestorono quelli esser
l'imperator e l'imperatrice. Poscia fecero portare infinita quantit d'oro,
argento e pietre preziose e ci ch'era rimasto a Chagadcham, acci il novo
imperatore avesse plenaria potest di quel tesoro. Le qual cose esso, come li
piacque, a ognuno de' principi distribu, e quello che avanz riserv per s.
Fatto questo, incominciorono a bere, come  di suo costume, e insino a sera
stettero continuamente in quel mestiere. Poi vennero carni cotte nella cenere
senza sale: di queste davano li servitori un membro solo o particella a quattro
e cinque uomini. Non molto stette che giunsero carne e brodo con sale a modo di
salsa. Cos facevano tutti i giorni che celebravano conviti.


Della etade, costumi e sigillo dell'imperatore de' Tartari.
Cap. 31.

L'imperatore, quando fu sublimato, pareva esser d'anni XL over XLV, era di
statura mediocre, molto prudente, astuto, non da scherzare, ma grave di
costumi; n mai uomo alcuno lo vedeva cos facilmente ridere o far qualche
levit, s come ne dicevano li cristiani i quali di continuo stanno con esso; e
ne affermarono che di corto era per farsi cristiano, e ci perch lui teneva
sacerdoti cristiani e li faceva le spese. Ed eziandio aveva la cappella da
cristiano innanzi al suo maggior padiglione, dove li chierici publicamente
cantano e in aperto battono le ore come gli altri cristiani, a consuetudine di
Greci, sia quanto voglia la moltitudine de' Tartari e altre genti: e questo non
fanno gli altri principi.
 usanza dell'imperatore che mai con la bocca propria parla con forestieri,
siano quanto grandi si vogliano, ma per una persona intermedia ode e risponde
ogni fiata che propongono alcun detto over odono risposta dalla sua bocca.
Quelli che sono sotto lui, sia qual si voglia, stanno fermi ingenocchione fin
che abbi parlato, n  licito pi ad alcuno parlar sopra quello che ha
determinato l'imperatore, il quale ha un procuratore e protonotarii e scrivani
e tutti officiali di corte, cos in cose private come publice (eccetto
avvocati), imperoch senza strepito di giudici e lite ogni cosa  fatta ad
arbitrio suo. Il simile fanno tutti li principi de' Tartari nelli lochi che son
pertinenti a loro.
Ma questo a tutti sia manifesto, che, sendo noi allora nella solenne corte gi
molti anni congregata, il medesimo Cuyne imperator di novo eletto con tutti i
suoi principi spieg il vessillo contra la Chiesa d'Iddio, l'imperio romano e
tutti i reami de' cristiani e popoli dell'Occidente, se non esequiseno (la qual
cosa non voglia Dio) ci che mandava a dir al papa e tutti principi potenti de'
Cristiani: cio che si sottomettino a quelli, conciosiach niun paese temano
salvo la cristianit, e per contra noi si preparano alla guerra. L'imperator
padre de costui, cio Octoday, fo morto col veneno, e per questo avevano
alquanto restato da battagliare. La intenzion loro, come  detto di sopra, 
soggiogare tutto l'universo, il che hanno avuto per testamento de Chingiscan,
onde ed esso imperator cos scrive nelle sue littere: "La fortezza d'Iddio,
l'imperator di tutti gli uomini". Nella superscrizion del suo sigillo eziandio
 questo: "Iddio in cielo e Cuynecam sopra la terra, fortezza d'Iddio, sigillo
de l'imperator di tutti i mortali".


Delli suoi nomi, principi ed eserciti.
Cap. 32.

Questo nome Cham, overo Chaam,  appellativo, e vuol dire re over imperator
magnifico o magnificato; ma ci singularmente attribuiscono li Tartari al suo
signore, tacendo il proprio nome, ed esso s'avanta d'esser figliuol d'Iddio e
cos nomarsi dagli uomini. Il medesimo vol dir Cuyne che Gog e il fratello suo
Magog: certamente Iddio predice l'advenimento di Gog e Magog per Ezechiel
profeta, e promette esser fatto la morte di quelli. Eziandio essi Tartari,
propriamente parlando, si chiamano Mongil over Mongol, che forse consona a
Mossoth.
Questo Cuynecam, over Gogchaam, fervido e bogliente a sottometter li mortali
come un forno caldissimo, ha cinque eserciti che obediscono al suo dominio, per
li quali impugna tutti gli avversarii e ribelli a s. Nelli confini di Persia
tiene un capitano, detto per nome Bayothnoy, il quale ha soggiogato tutto il
paese de' cristiani e saracini fino al mare Mediterraneo, e vicino ad
Antiochia, e pi oltra delle diete, intanto che dal capo di Persia fino al mare
14 regni ha conquistato. Bayoth  nome proprio, ma noy vol dir dignit. Corenza
 un altro capitano, verso li cristiani d'Occidente, il quale ha sotto di s
seicentomilla armati, dimorandolli come in guardia acci li cristiani non
faccino impeto. Baioth  maggior capitano de' Tartari, a' suoi piacevole e
molto riverito da quelli, nell'esercito del quale sono seicentomilla
combattenti, cio 160 mille Tartari, 450 mila fra cristiani e infideli; e si
dice aver lui sette volte pi soldati che Baiothnoy. Costui  crudelissimo in
guerra, ma Cham dicono aver cinque eserciti, il numero de quali niuno
facilmente potria compreender. Dicesi Baioth aver diciotto fratelli di pi
padri e madri, li quali tutti son baroni, e hanno ciascheduno almanco sotto s
diecimila combattenti; e fra tutti due soli fratelli sono entrati nel regno
d'Ungheria. E doveano trenta anni procedendo oltra combattere, ma allora mor
l'imperatore; un'altra fiata sono apparecchiati a guerra.


In che modo furono ricevuti li frati dall'imperatore.
Cap. 33.

In quel luoco dove fu posto l'imperatore nella sedia fummo chiamati nanti la
stanza, e, poi che Ginghay, protonotario suo, ebbe scritto li nostri nomi e di
coloro da' quali eramo mandati, e del prince de' Solanghi e degli altri, crid
in alta voce recitando quelli all'imperatore e universit de' signori. La qual
cosa fatta, ogniun di noi quattro fiate inchinosse col ginocchio sinistro; ne
avvisorno che non toccassimo il soglier della porta e, poi che con diligenzia
fummo cercati, non ci trovarno arme alcune adosso. Entrammo per la porta dalla
parte orientale, per che da l'occidente niuno passa se non l'imperatore; il
simile fa uno principe nel suo padiglione, ma gli altri non fanno molto stima
di tal cosa. Allora primamente venimmo alla sua presenzia, e nella stanza, cio
dopoi che fu dichiarato imperatore, tutti eziandio gli ambasciatori furono
ricevuti da quello, ma pochissimi entrorno nel suo padiglione. Molti doni
furono presentatili da loro, ch'erano vasi infiniti, cio sciamiti, scarlatti,
baldaquini, centure di seta lavorate d'oro, pelli nobilissime e altri presenti.
Fugli etiam data un'ombrella, over padiglioncello, a modo di solana, che si
porta sopra il capo dell'imperatore quando cavalca, coperta tutta di gemme. Uno
prefetto d'una provincia aveva menato a quello molti cameli coperti di
baldaquini, e sopra erano con certi instrumenti che si poteva seder entro
quelli; altri menavano cavalli e muli guarniti e armati, parte di cuoro, parte
di ferro. E noi fossimo richiesti se li volevamo far presenti, ma gi non era
possibilit, conciosiach tutto quasi il nostro avevamo consumato in tal arte.
Nel medesimo luogo, longi dalle stanze, sopra un monte, stavano pi de
cinquecento carrette, le quali tutte erano piene d'oro e argento e drappi di
seta, e ci fu diviso fra l'imperatore e capitani, i quali dopoi distribuirono
come gli piacque a' suoi la parte che gli era toccata.


Del luogo dove presero combiato la madre e 'l figliuolo, e della morte de
Ieroslao, principe di Rossia.
Cap. 34.

Partiti di qui, venimmo ad un altro luogo dove era un padiglione mirabile,
tutto di porpora rossa, il quale avevano dato li Kithai. Qui eziandio fummo
introdotti, e sempre, quando entravamo, n'era dato cervosa da bere over vino,
ed etiam carne cotta, se volevamo mangiare. Eravi nel mezo una picciola tresca
di legname preparata, dove era posta la sedia imperiale d'avolio a meraviglia
scolpito, nella qual eziandio, se ben ci ricordiamo, era oro e pietre preziose,
e s'ascendeva in questo luogo per scalini, ed era di sopra rotonda. Nel
circuito della sedia erano banchi dove sedevano le matrone, a mano sinistra;
dalla destra di sopra niuno sedeva, ma di sotto al mezo li principi erano nelli
banchi inferiori, altri dietro loro. E ogni giorno veniva gran moltitudine di
matrone.
Questi tre padiglioni de' quali abbiamo detto di sopra erano molto grandi, ed
eziandio le mogli sue avevano, altri di bianco feltrone, grandi e belli a
sofficienza. Qui tolsero combiato: la madre dell'imperatore and in una parte
del paese, e Cuyne in un'altra a far giudicio, peroch era presa una sua amica
la quale aveva ucciso il padre suo con veneno, in quel tempo che erano iti li
Tartari in Ongheria; per il che eziandio ritornarono adietro. Questa con molti
altri fu sentenziata a morte.
Nel medesimo tempo mor Ieroslao, principe grande di Soldal, che  una parte di
Rossia, percioch, chiamato dalla madre de l'imperatore quasi per onorarlo a
mensa, incontinente che ritorn al suo alloggiamento infermossi e mor. Dopo
sette giorni il suo corpo divent biavo a meraviglia, per il che si diceva da
tutti esser stato da quella con beveraggio avelenato, acci potessero
liberamente a pieno posseder il suo paese.


Come finalmente andati all'imperatore diedero e ricevetero lettere.
Cap. 35.

Finalmente li Tartari nostri guidatori ne condussero all'imperatore, il quale,
inteso noi esser presenti, ne fece un'altra fiata ritornar da sua madre,
imperoch intendeva il secondo giorno voler spiegare un stendardo, s come 
detto disopra, contra tutta la cristianit, la qual cosa non voleva che
sapessimo noi. Pertanto partiti, dimorammo pochi giorni, che un'altra fiata
ritornati ad esso dimorassimo un mese con lui, in tanta fame e sete che appena
potevamo vivere, peroch le spese date per quattro giorni appena bastavano per
uno, n potevamo trovar cosa alcuna da comprarci: era lontano la piazza. Ma il
Signor Dio proviste a noi, che un lavoratore d'un Ruteno, per nome detto Cosma,
molto amato dall'imperatore, alquanto ne sustent. Costui ne mostr la sedia
dell'imperatore, che aveva fatta nanti che fosse incoronato, e il suo sigillo,
che eziandio aveva lavorato.
Poi l'imperatore mand per noi e fece dir per lo suo protonotario Chyngay che
volessimo scriver li nostri fatti e porgerli a quello, la qual cosa fu
esequita. Passati molti giorni, un'altra fiata ne fece chiamare e interrog se
fosse appresso il papa nostro alcuno che sapesse intender lingua o tartaresca o
saracina o rutena; al quale rispondemmo che niuna di queste lettere avevamo, ma
che ne pareva espediente scrivessero i Saraceni in tartaresco e ne
interpretassero, che noi in lingua nostra poi transferiressimo, e che cos la
lettera con la interpretazione fosse portata al papa nostro. Allora, partiti da
noi, andorno all'imperatore, ma nel giorno di s. Martino fummo chiamati:
incontinente Kadach, procurator di tutto l'imperio, e Chinghay e Bala e molti
altri scrittori vennero da noi e ne interpretarono la lettera di parola in
parola; e poi che scrivessimo in lingua latina, facevano interpretar di parte
in parte un'altra fiata, volendo saper se avessimo fallato in qualche parola.
Scritte adonque ambedoi le lettere, fecero noi una e due fiate leggere, acci
non fosse cosa alcuna di manco, e dissero: "Vedete che tutto ben abbiate
inteso, conciosia, non intendendo voi ci che  scritto, sarebbe vano". E per
scrissero lettere in saracino, acci nelle parti nostre, se fosse bisogno,
trovassimo alcuno che le potesse leggere.


Come furono licenziati.
Cap. 36.

Dissero le nostre guide: "Ha proposto l'imperator di mandar con voi suoi
ambasciatori"; ma voleva lui (come credemo) che questo noi adimandassimo: uno
ch'era il pi vecchio ne esortava ci dimandare. Ma non pareva a noi utile che
venissero, perci rispondemmo non star a noi dimandar questo, che volentieri,
piacendo a Dio, se gli mandasse, securamente gli condurremmo. Certo per molte
cause non piaceva che venissero: prima, perch temevamo che, vedute le guerre e
contrasti che fra noi si fanno, non pigliassero pi ardimento di venir contra
noi; secondariamente, che spiassero li paesi; terzo, perch non fossero morti,
per che le genti nostre son arroganti e superbe, onde li servitori che stanno
con noi, pregati dal cardinale legato della Lemagna che andassero da lui,
presero cammino in abito tartaresco, nella via quasi furono lapidati da'
Tedeschi e costretti metter gi quel abito. L'usanza  de' Tartari che mai
faccino pace con coloro che hanno morti li suoi ambasciatori, se prima non
piglino vendetta. La quarta causa acci non ne fossero tolti per forza; la
quinta perch niuna utilit era del loro venire, conciosia non avessino altra
potest o commissione che portar le lettere dell'imperator al signor nostro
papa e principi cristiani, le quali noi avevamo.
Per tanto il terzo giorno, che fu la festa di san Bricio, data la littera e
chiusa col sigillo dell'imperatore, ne licenziaro, mandandone alla corte di sua
madre, la quale diede a ciascun de noi un pelizzone di volpe fodrato di fuori
col pelo e una porpora; de' quali drappi le nostre guide si saziaro, cio
pagandosi d'un vestimento per ogni passo, e robborno meza la parte di quello
che dato al servitore, e la migliore. La qual cosa non ne fo ascosa, ma
nientedimanco non volessino far parole.


Come ritornarono dal viaggio.
Cap. 37.

Allora prendemmo cammino verso le nostre parti, e per tutta la vernata venimmo
giacendo per deserti, spesse fiate nella neve, salvo quel loco che ci potevamo
fare col piede. L certo non sono arbori, ma pianura, e spesso la mattina ci
trovammo coperti di neve che la notte il vento gettava. Cos camminando fino
all'Ascensione pervenimmo dal Baty; e dimandato se cosa alcuna volesse scriver
al papa, rispose niente pi di quello che aveva scritto l'imperatore, e date
lettere di salvocondutto ci partimmo da quello. E il sabbato infra l'ottava
delle Pentecoste arrivammo dal Moncii, dove erano stati ritenuti li nostri
compagni e servidori. Cos, ricevuti quelli, andammo alla via nostra insino a
Corenza, e dimandati da quello presenti un'altra fiata, niente li dessimo, per
che non avevamo. Furono dati a noi doi Comani, ch'erano della plebe de'
Tartari, acci ne conducessero per fin a Kionia di Rossia, ma lo nostro Tartaro
non ci lasci prima che non avessimo passato l'ultima guardia. Costoro che
Corenza n'aveva dato ci condussero in sei giorni da l'ultima guardia a Kionia.
Arrivammo adonque quivi quindici giorni nanti la festa di san Giovambattista,
ma gli Kionesi, saputo la nostra venuta, tutti ci vennero incontra allegramente
e si congratulavano con noi come se fossimo suscitati da morte a vita. Il
medesimo fo fatto a noi per tutta Rossia, Polonia e Boemia. Daniel e Wasilicon
suo fratello ne fecero gran festa, e contra il nostro voler ne tennero otto
giorni. Fra questo mezo, facendo seco consiglio e con li episcopi e con altri
uomini eccellenti sopra quello che avevamo detto noi nel nostro andare,
risposero in commune voler il papa nostro in special signore e padre, e la
santa madre Chiesa in segnora e maestra, confermando cio che prima di questa
materia per un suo abbate avevano mandato a dire, e pi etiam mandorno con noi
di novo ambasciatori con lettere al papa.


Come li frati predicatori foro ricevuti da Baiothnoy, prince de' Tartari.
Cap. 38.

L'anno del Signore 1247, nel giorno della translazione di san Dominico, primo
padre de' predicatori, frate Ascelino, mandato dal papa per ambasciatore,
arriv ne l'esercito de' Tartari, cio nella Persia, dove era Baiothnoy
capitano. La qual cosa intesa, quello, che nel suo padiglione sedeva, vestito
d'oro, con suoi baroni circonstanti che riccamente erano addobbati di seta,
d'oro e preziosi drappi, mand alcuni col suo egyp principale (cio
consigliero) e interpreti, li quali, poi che gli ebbero salutati, dimandaro di
cui ambasciatori fossero. Frate Ascelino, principal ambasciatore del signor
nostro papa, rispose per tutti: "Io son ambasciator del signor papa, il quale
apresso cristiani  di maggior dignit che ciascun altro uomo, e a quello si fa
riverenzia como padre e signore nostro". In questo detto, coloro molto sdegnati
dissero, superbamente parlando: "In che modo lo papa vostro  maggior de tutti
li uomini?  pervenuto ancor a notizia sua che Chaam sia figliuolo d'Iddio, e
Baiothnoy e Batho suoi capitani, e si divulghino li nomi loro e multiplichino
in ogni loco?" A' quali rispose frate Ascelino: "Il nostro signore papa non sa
chi sia Chaam, Baiothnoy e Batho, n mai ha udito cotali nomi. Ma questo ha
bene inteso da molti, che  una certa gente barbara che si dice Tartari, gi
molto tempo uscita delli confini orientali, la qual ha sottomesso al suo
dominio molte contrade e, non perdonando a niuno, infinita gente ha destrutto;
e se li nomi di Chaam e suoi principi avessen saputo, non saria restato di
scrivergli nelle sue lettere che portamo. Ma, dolendosi di tanta occisione de
cristiani e altre genti, mosso per compassione, di consiglio de' suoi fratelli
cardinali ne ha mandato al primo esercito de' Tartari che pi tosto potessimo
ritrovare, esortando il signore dell'esercito e quelli che gli obediscono
voglino per l'avvenir cessar da tanta strage, e massime de cristiani, e
pentirsi delle scelerit che fin qua hanno fatto, s como il tenor delle
littere sue a quelli che leggono manifesta. Pregamo adonque il vostro signor
che vogli ricever la scritta del nostro papa e, quella letta, si degni
rescrivergli o con ambasciatori o con sola parola".


Come li Tartari dimandarono doni, e della venuta de' Francesi.
Cap. 39.

Dette queste parole, li predetti baroni con suoi interpreti ritornarono al
padiglione e li raccontarono le parole di frate Ascelino. Dopo per alquanto
spazio, deposti li vestimenti di prima e vestiti di novo, vennero dalli frati
con interpreti, dissero in tal modo: "Cercamo solamente ci da voi, se 'l
vostro signor papa manda presenti a Baiothnoy". A' quali rispose frate
Ascelino: "Da parte sua noi niente portiamo, imperoch non  di consuetudine
mandar presenti ad alcuno, e massime incognito e infidele, anci li figliuoli
suoi cristiani e pagani eziandio donano a lui molte cose". Detto questo,
ritornarono al suo capitano e, dimorati alquanto, con novi vestimenti vennero
a' frati dicendo: "Con che modo senza vergogna potete comparer al conspetto del
nostro prince con le mani vote e porgerli lettere del vostro papa, la qual cosa
mai uomo alcuno venuto qui ha fatto?" Allora rispose frate Ascelino: "Bench
usanza  di qualunque ambasciatore, e massime appo cristiani, che porti le
lettere nanti il prince e veggia quello, nientedimeno, se non  lecito a noi
presentarsi al vostro signore senza doni, n manco voi volete, raccomandamo a
voi, se v' in piacere, le lettere del signor nostro papa, che da parte sua a
Baiothnoy le presentate". Ma sopra tutto costoro, nelle sue dimande, cercavano
astutamente e con sollecitudine da' frati se ancor li Francesi avessero fatta
la cruciata e con Veneziani insieme fussero passati in Siria, peroch avevano
udito (come dicevano) da suoi mercanti che molti de' Francesi, insieme con
Veneziani, erano per navigare in Siria. E forse pensavano in che modo potessero
impedire la venuta loro, o fingendo di volersi far cristiani, o sotto altra
specie d'inganno, acci li removessero dall'entrata di Turchia e Halapia sue
provincie, e almeno per qualche tempo finger amicizia con Francesi, li quali
(come affermano i Giorgiani e Armeni) sopra tutte le genti del mondo temono,
dopo veduta la impresa fatta del valoroso duca Gottifredo di Boglione, primo re
di Ierusalemme, il qual fece soggietta a' cristiani gran parte di Terra Santa,
del 1090 di nostra salute.


Come gli frati non volsero adorar Baiothnoy.
Cap. 40.

Dopo lo sopradetto parlare, ritornorono li baroni al padiglione, e, poco
dimorati, un'altra fiata vestiti di novo vennero alli frati e dissero: "Se
volete veder la faccia del nostro signore e presentargli le lettere, 
necessario che lo adoriate come figliuolo d'Iddio che regna sopra la terra, e
tre fiate v'inginocchiate nanti a quello, peroch cos ci ha comandato Chaam,
che regna sopra la terra figliuolo d'Iddio, cio dover esser adorati Baiothnoy
e Batho da qualunque venir qui come se stesso: la qual cosa fin all'ora
presente avemo fatto, per l'avvenire fermamente osservaremo". Allora, dubitando
li frati e questionando ci intendeva fare Baiothnoy per questa adorazione,
cio idolatria o altro errore, frate Guiscardo cremonese, che sapeva li costumi
e la consuetudine de' Tartari, s come aveva imparato da' Giorgiani, nella
citt de' quali detta Triplheis, in casa delli frati, per sette anni era
dimorato, sopra questo certificando li frati disse: "Di far idolatria a
Baiothnoy nulla dubitate, per che non intende voler questo da voi, ma, in
segno che 'l papa gli sia soggetto e tutta la Chiesa romana, che per
comandamento di Chaam credono soggiogare, vuol li sia fatto questa riverenzia
da qualunque capita qui a lui con ambascierie". Per tanto tutti d'un medesimo
animo li compagni, poi che circa tal petizione ebbero consultato, deliberorono
pi tosto esser decapitati che cos adorando inginocchiarsi a Baiothnoy; e ci
parte per conservar l'onor della Chiesa universale, parte per schifar scandolo
con Giorgiani, Armeni, Greci, Persiani, Turchi e tutte le gente orientali,
acci per questa riverenzia divulgata nel Levante non si desse occasione e
materia di far allegrar li nimici della Chiesa, conciosia questo fosse segno
della soggezion e tributo che aspettavano da noi li Tartari. Oltra che saria
stata in tutto spenta la speranza di quelli cristiani che son suoi prigioni e
aspettano dalla Chiesa la sua liberazione, e ancora acci non fosse imputata
alla sacrosanta Chiesa macula alcuna nella costanzia e dispregio di morte che
adorando quello sarebbono incorsi.


Come li frati esortorno li Tartari a diventar cristiani.
Cap. 41.

Il predetto consiglio e proponimento di consenso di tutti liberamente a quelli
frate Ascelino dichiar, e pi aggiunse: "N forse che sia longi da noi si
possi trovare materia di discordia over pertinacia nelle nostre risposte, o dal
vostro signore o d'altri, conciosiach alle orecchie vostre possono parer aspre
e superbe, questo eziandio per voi notificamo a quello, che siamo apparecchiati
farli ogni reverenzia che si conviene far sacerdoti e uomini religiosi e
ambasciatori del signor papa, salva la dignit della religion cristiana e
osservata in ogni loco la libert della Chiesa. Eziandio quella riverenzia che
solemo far a' nostri maggiori re e principi, la quale c'insegna la Scrittura:
"a' maggiori inchina lo tuo capo", pronti semo e apparecchiati prestargli per
il ben della pace, unit e concordia. Ma quella che volete ricusamo, come
ignominia della religion nostra, e pi tosto eleggemo sostenere qual morte ne
vorr dare il vostro signore. Ma se (quello che lo nostro signor papa e
cristiani desiderano) si volesse far cristiano Baiothnoy, non solo nanti quello
se ingenocchiaressimo, ma etiam tutti voi; e pi baciaressimo le piante de'
piedi vostri e de' minori per l'amor d'Iddio".
La qual cosa intesa, con impeto e furore turbati dissero: "Voi ne avisati che
ci facciamo cristiani e siamo cani come voi: non  un cane il vostro papa, e
voi tutti cristiani cani?" Allora per niun modo frate Ascelino pot negare
quello che dicevano, conciosiach impedito fosse da rugiti e fremiti, pieni di
cridore e protervi. Per tanto li prefati baroni con li suoi interpreti
ritornorno al padiglione e riferirono al capitano ci che avevano detto li
frati.


Il trattato d'occider li frati.
Cap. 42.

Udito Baiothnoy la risposta dallo egyp e suoi baroni, sostenendo con sdegno tal
cosa, comand irato per definitiva sentenzia che quelli fossero morti, non
temendo sparger il sangue loro innocente e romper la consuetudine d'ogni gente,
che vol possino liberamente andar gli ambasciatori e ritornare. Alcuni de' suoi
consiglieri dicevano: "Non amazziamo tutti, ma solamente due, e gli altri
mandiammo indietro al papa". Era l'opinione d'alcuni scorticar il principale,
ed empita la pelle di paglia mandarla per li altri al pontefice; altri volevano
che due frustati per tutto l'esercito s'occidessero, e li compagni riservassero
fino alla venuta de' Francesi. Alcuni dicevano di menar per l'esercito a veder
la potest e moltitudine di gente, e ponergli nanti le machine che iacevano nel
piano, e cos paressino uccisi non da loro, ma da quelli instrumenti. Prevaleva
la sentenzia de Baiothnoy di decapitarli, conciosiach fossero stati contumaci
nella sua adorazione. Ma finalmente, volendo cos quello che dissipa li
pensieri de' maligni, una di sei mogli che aveva Baiothnoy, la quale era pi
antica, e altri che erano venuti, preposti alla cura degli ambasciatori, con
tutto il suo sforzo furono contro la sentenzia data sopra li frati. Quella sua
moglie dinanti lui parlava: "Sappi che, se farai morir quelli, sei per incorrer
nell'odio e orrore di coloro che udiranno tal cosa, e perderai tanti doni e
presenti che ti solevano esser mandati da longinque parte e grandi uomini, ed
eziandio li toi che mandi ambasciatori a diversi principi per tuo esempio con
giusta fidanza saranno morti e distrutti senza rispetto alcuno". Similmente
quello che aveva cura de' noncii cos li diceva: "Non ti ricorda come si adir
verso di me Chaam sopra la morte di quello messo che comandasti l'ammazzasse,
il core del quale, cavato dalle viscere, per metter paura agli altri che
venissero qui e udissero questo, mel facesti portare nel pettorale del cavallo
per tutto l'esercito publicamente? Se mi comandarai ch'io ammazzi quelli, non
gli ammazzer, ma son per fuggire da te e, conservando la mia innocenzia,
velocemente andar a Chaam e accusarti della morte sua nella corte plenaria,
come malefico e inaudito omicida". Per queste persuasioni vinto e mitigato
Baiothnoy, lo cor suo turbato e fello a poco a poco rimosso il furore si
quiet.


In che modo di adorarlo con loro fecero contesa.
Cap. 43.

Finalmente, poi che pi longi del solito avessero dimorato, ritornorno alli
frati con l'interpreti e, non dimostrando il furore che Baiothnoy aveva
conceputo verso di loro, cos parlarono: "Poi che per niun modo vi degnate
adorar il nostro capitano inginocchione, cercamo da voi qual sia il modo che
tenete in onorar li vostri maggiori secondo la sua dignit; oltra questo, se vi
lasciamo venir dinanti lui, in che modo farete onore e riverenza a sua
signoria, s come merita umilmente esser riverita". Allora frate Ascelino,
cavato un poco il capuccio di testa e inchinato il capo: "Cos - disse -
faremo, e questo  il modo di onorar i nostri maggiori, e cos a Baiothnoy non
altrimenti, bench ne fusse fatto violenza, siamo per fare". Allora costoro li
domandorno in che modo adorassino Iddio li cristiani. Fu risposto: "Li
cristiani in molti modi adorano Dio, alcuni prostrati in terra, altri
genuflessi, e chi ad un modo e chi ad un altro. E molti certo e diversi, venuti
da lontano, adorano il vostro signore impauriti, per il suo tiranneggiare fatti
servi suoi e schiavi. Ma il nostro signor papa e tutti li cristiani non temono
tiranni, n a quelli potete di ragion comandare vi adorino, come comanda il
vostro Chaam, imperoch non sono sotto sua giurisdizione o imperio".
Un'altra fiata li Tartari aggiunsero tal questione: "Conciosiach voi cristiani
adoriati legni e sassi, cio croce in legno e sasso scolpite, per che causa non
voleti adorar Baiothnoy, il quale il figliuolo d'Iddio Chaam ha comandato che
come se stesso si adori?" A questa questione con duplice articolo intrigata per
ordine rispose frate Ascelino: "Li cristiani non adorano legni e sassi, ma il
segno della croce formato in quelli, per il nostro Signor Gies Cristo sospeso
in essa, il quale l'ha ornata delle membra sue come di preziose gemme e col suo
sangue consecrata, dove acquist la nostra salute. Ma il vostro signor a niuno
modo per le ragion sopradette potemo adorare, quantunque con ogni tormento
fossimo cruciati".


Come non volsero andare da Chaam.
Cap. 44.

Finito questo parlare, li baroni, ritornati al suo capitano e detto
l'intendimento de' frati, poi che ebbero alquanto dimorato vennero a quelli
dicendo: "Il signor nostro Baiothnoy comanda che, tosto partiti di qui,
debbiate andar a Chaam, signor e re di tutti i Tartari, peroch, venuti ad
esso, potrete apertamente veder quanta sia la gloria sua e potenzia, e quale
sia e quanto grande, le qual cose ora sono nascoste agli occhi vostri: e l voi
medesimi li potrete presentar le lettere del vostro papa da sua parte e, veduta
la gloria, potenzia e ricchezze, verissimamente ci che arete veduto e udito
ritornati raccontar a quello". Frate Ascelino, conosciuta allora la malizia di
Baiothnoy, che da molti cristiani e infideli prima aveva imparato, cos rispose
alli baroni: "Poi che il mio signore (come altre fiate ho detto) mai ha udito
il nome di Chaam, n mandatomi a quello, ma al primo esercito de' Tartari ch'io
incontrassi, non voglio n debbo andare a Chaam, contento della presenza del
signor vostro e dell'esercito nel qual son capitato, e massime sciolto a
bastanza da quello mi era imposto. Per tanto son preparato a mostrar le lettere
del papa al vostro capitano ed esercito, se li piacer di vederle e pigliarle;
il che se non li piace, ritorner adietro e narrer al mio signore tutto il
fatto per ordine".
Dissero quelli un'altra fiata: "Con che fronte voi altri cristiani avete
ardimento dire che 'l vostro papa sia maggiore d'ogni uomo in dignit, per che
qual  colui che ha udito il vostro papa aver conquistato tanti reami quanti il
figliuol d'Iddio Chaam? Chi mai ha inteso cos da longi dilatarsi il nome del
papa vostro come quello di Chaam, che gi per tutto l'universo si sparge,
diffunde e in ogni loco  temuto, imperoch gi (cos Iddio comandando)
signoreggia dal levar del sole sino al mare Mediterraneo e Pontico e in ogni
luogo per queste parte il nome suo  celebrato, e da tutti gli abitanti con
grande onorificenzia riverito? Perci Chaam  maggior del vostro signore e
d'ogni persona di potenzia e gloria, che ha ricevuto da Iddio in lo conquistare
di tanti paesi". Rispose frate Ascelino alla prima parte della questione lo
signor papa esser maggior d'ogniuno per dignit, conciosiach dal Signor nostro
sia stata conceduta la universal potest della sacrosanta madre Chiesa a santo
Pietro e suoi successori, questa medesima durando in quelli per infino alla
consumazione del mondo. Finalmente dichiarando ci con molti modi ed esempli,
quelli uomini bestiali, non potendo a pieno intender ci che dicesse, molto si
adiravano; onde, volendo risponder agli altri articoli, fu impedito dalla
protervia loro e instanzia, la qual cridando ogn'ora pi dimostravano.


Come fecero transferir le lettere del papa in linguaggio tartaresco.
Cap. 45.

Poscia li ditti baroni andorno a riferire quelle parole a Baiothnoy e, dimorati
alquanto, un'altra fiata ritornarono a' frati, dicendo: "Il signor nostro
Baiothnoy manda a dire che vogliati dare le lettere del vostro signor papa a
noi, come messaggi suoi fideli e sicuri". Adunque frate Ascelino, non chiamato
alla presenzia di Baiothnoy, ma escluso fuori, diede a quelli le lettere,
quantunque ci contra la consuetudine approbata non facesse volentieri. Quelli,
prese le lettere, andorno a Baiothnoy e, fatto l poca dimora, vennero dalli
frati dicendo che mediante loro e l'interpreti incontinente le lettere fossero
tradotte in lingua persiana e poi esposte in tartaresco, e poi sarebbono
chiaramente intese da Baiothnoy. Allora frate Ascelino, con tre suoi compagni e
con l'interpreti e scrittori del prince, dilongossi dalla moltitudine degli
astanti ed espose le lettere a' translatori di parola in parola, cio scrivendo
li notarii persiani quello che da' Turchi, Greci e frati li era detto.
Per tanto, transcritte le lettere e in tartaresco lette a Baiothnoy, e ritenute
col sigillo appresso di s, mand li baroni con uno cancellier grande e
sollenne di Chaam che al presente si partiva, li quali dissero: "Comanda a voi
Baiothnoy che si debbino elegger due li quali vadino a Chaam con questo suo
servitore, che sicuramente si condurr sino alla sua corte; e venuti daranno le
lettere alla sua presenzia, e ci che aranno veduto della sua gloria
riferiranno al papa". Rispose frate Ascelino: "Non vi abbiamo detto altre fiate
che per il mandato che ci  imposto non siamo tenuti di andare al vostro
imperatore? Potemo ben esser ligati e per forza condotti, ma di nostra volont
mai anderemo, n voi ci condurrete, oltra che non ci vogliamo separar un da
l'altro in questa ambasciaria".
Or, partiti costoro, ritorn il predetto cancelliero e con astute parole
cautamente li losingava, reprendendo con piacevolezza frate Ascelino della
durezza del parlare ed esperimentando se lo potesse inchinar all'adorazione di
Baiothnoy. A cui frate Ascelino disse: "Pensavo, come aveva udito da molti, che
tra li Tartari volentieri fosse intesa la verit, ma, come vedo,  gi caduta
nelle piazze, e non entra in quelli, n manco da loro  amata. Due parole
solamente ho detto, cio che 'l nostro papa, quanto a noi cristiani,  maggior
d'ogniuno in dignit, e che non sa ci che sia Chaam o Baiothnoy, le quali
hanno aggravato pi il vostro capitano e suoi baroni (s come mi son potuto
accorger) che tutto il resto del mio dire. Ma son qui presente per la libert
della fede e verit, n temo un uomo mortale". Venuta gi la sera che si
dovevano licenziar da corte, lo antedetto cancellieri, sendo per partirsi la
mattina seguente, fece chiamar li frati e gli ebbe letto le lettere che Chaam
aveva mandato a Baiothnoy, fatte da mandar per tutto il mondo, ammonendo quelli
che ci che udissero tenessero a mente. Tutte queste cose predette si fecero
nel primo giorno.


Come li Tartari con beffe e inganni fecero molto appo loro dimorare li frati.
Cap. 46.

Nel medesimo giorno la sera, udito il tenor delle lettere, promettendogli
quelli baroni e lo cancelliere di dar a loro una copia di tal lettere, li frati
digiuni ritornorno al suo alloggiamento, che era ben lontano un miglio dal
padiglione di Baiothnoy. Dopo quattro giorni frate Ascelino e frate Guiscardo
vennero a corte e dissero a' baroni, mediante gli interpreti, che si volesse
degnar il prince risponder al tenore delle lettere papali, e tosto licenziati
volesse darli salvocondutto per il suo paese. Or alcuni baroni che
s'intendevano col signore risposero: "L'altro giorno che eravate venuti a
corte, intendemmo dal vostro parlare esservi partiti di cristianit per veder
l'esercito de' Tartari; poi che tutto non  ancor ragunato insieme n quello
avete veduto, non fa bisogno d'esser licenziati da corte n partirvi di qui".
Alle qual parole rispose frate Ascelino: "S come nel primo giorno pi fiate
sopra questo detto vi rispondemmo, non siamo venuti qui prima per veder il
vostro esercito, ma portar le lettere del nostro signor papa e darli risposta,
quantunque senza dubio alcuno conseguiti per questa venuta veder voi e il
vostro esercito". Allora partendosi li baroni e promettendo ci ricordare a
Baiothnoy e con celerit darli risposta, espettarono li frati dalla mattina al
gran fervor del sole fino a nona; e ultimamente senza risposta alcuna
ritornorno alla loro stanza. Cos spesse fiate frequentando li altri giorni
alla corte per aver licenzia d'andare, furno scherniti da' Tartari e riputati
da quelli como vilissimi garzoncelli, n degni d'aver risposta, anzi come cani.
Per tanto molte volte e quasi ogni giorno givano a corte, e da prima sino a
sesta, e tal fiata a nona, in quel gran caldo del mese di giugno e luglio senza
coperta alcuna dimoravano, chiedendo risposta o licenzia; ma non sendo tenuti
degni pur di parlare con essi, sempre ritornavano al loro alloggiamento digiuni
e affamati. In questo modo Baiothnoy, sdegnato verso di quelli, e per
escusazion della sua scelerit opponendogli le ostinate risposte e comandando
tre fiate che fossero morti, li ritenne nove settimane nell'esercito,
dileggiandoli come indegni di udienza. Ma li frati, con umilt sopportando la
sua malizia e indegnazione, mutarono con ingegno la necessit in virtude.


Come li fecero espettare Augutha.
Cap. 47.

Al fine, suspesa la sentenzia per cinque settimane, fatto lettere da mandare al
papa e apparecchiati suoi ambasciatori, pens di licenziarli il giorno di s.
Giovambattista; ma il terzo giorno seguente rivoc quello aveva deliberato,
dicendo aver inteso come veniva un grande e solenne ambasciatore da Chaam,
figliuolo d'Iddio, detto per nome Augutha. Costui, come molti affermavano, era
mandato a signoreggiar tutta la Georgia, e nella corte dell'imperatore era
delli primi consiglieri, e sapeva come Chaam aveva rescritto al papa e datoli
un nuovo mandato, che si spargesse in tutto il mondo, la copia del quale
Baiothnoy voleva portassino li frati, bench poco innanti fossero licenziati. E
forse, come molti credevano, si pensava di finir con questo prince la morte
loro, che fin qua aveva differita. Onde, non si potendo resister alla tirannia
sua, per tre settimane e pi con umilt e pazienzia sostennero, aspettando di
giorno in giorno l'avvenimento d'Augutha. Stavano fermi e immobili, avendo per
sostentazion del corpo un poco di pane e acqua a bastanza; e alcuna volta, per
non averne, digiunando fino a sera mangiavano latte di capra e vacche, forse
ancor alle volte di cavalle, e pi spesso avevano acqua pura; e per non esser a
sufficienza mescolavano col latte agro, senza far menzione alcuna di vino.


Come dapoi la venuta di Augutha si partirono.
Cap. 48.

Ma pensando frate Ascelino che facilmente, con questo tardare, potria perder il
passaggio del mare che era necessario per la invernata che s'approssimava, and
a ritrovar un gran consigliero della corte, pregandolo che volesse con suo
preghi far che Baiothnoy gli espedisse, promettendogli, se tal cosa facesse,
non dovergli esser ingrati. Costui, andato da Baiothnoy, interpose preghiere e
bone parole per li frati, onde fece far per comandamento suo le lettere al papa
e metter in punto gli ambasciatori. Or, fatte le lettere e scritti entro li
nomi de' noncii e apparecchiati al cammino ecco che quel giorno nel qual
parimente erano per far partita sopragiunse Augutha con l'avunculo del soldano
di Halapia e lo fratello del soldano di Mosloal, che anticamente si dicea
Ninive. Costoro eziandio venivano dal gran Cane, a cui avevano fatto omaggio
per li suoi descendenti, ed essi con molti doni e presenti onorato s'avevano
fatto tributarii suoi. Vennero alla presenzia de Baiothnoy, e quello con molti
doni adororno, tre fiate inginocchiandosi, come avevan fatto al gran Cane.
Di qui facendosi festa per tutto l'esercito e conviti a suo costume, in bever
latte di cavalle e camelli, con canti over cridori, e invitando li Tartari
d'intorno con le mogli loro a tal solennitade, lasciorno da canto le facende
nostre e di tutti gli ambasciatori. Sette giorni continovi sedettero a
mangiare, bere e solazzare; l'ottavo, che fu la festa di santo Iacobo, diedero
licenzia a' frati che si partissero con le littere di Baiothnoy e Chaam, che
dicono lettere d'Iddio, e insieme con messaggieri che mandavano al papa. Uno
anno tra l'andar e dimorar e ritornar stettero li frati; ma frate Ascelino in
quel viaggio stette anni tre e sette mesi innanzi che giongesse al pontefice.
Frate Alessandro e frate Alberico furono con lui tre anni, poco meno; frate
Simone due anni e sei settimane; frate Guiscardo, che l'avevano tolto da
Triphleis, cinque mesi. Sono, come si dice, da Achon insino a quello esercito
de' Tartari, in Persia, 58 diete.


Della lettera che fu mandata al papa.
Cap. 49.

La forma della lettera la qual mand Baiothnoy al pontefice nostro  tale: "Per
disposizion divina la parola d'esso Chaam mandata a Baiothnoy sappi, papa,
esser cos. Li toi ambasciatori son venuti e ne hanno presentato le tue
lettere. Li toi noncii hanno detto gran parole, non sapemo se di tuo precetto o
da se stessi abbin parlato. Tal parole erano nelle littere: molti uomini
amazzate, estinguete e date in perdizione. Il comandamento stabile de Dio e lo
statuto de colui che contiene la faccia dell'universo cos  appo noi:
qualunque udir quello, abbi stanza sopra il proprio paese, aqua e patrimonio,
e dia la virt a quello che contiene la faccia de l'universo; ma qualunque il
precetto e statuto non udir, ma metterasi far a l'opposito, sia destrutto e
dato in perdizione. Sopra ci vi mandamo questo precetto e statuto: se volete
abitar sopra la terra nostra, aqua e patrimonio, fa di bisogno che tu, papa, in
propria persona venghi da noi, e a quello che contiene la faccia de l'universo
ti appresenti; e se tu non udirai il precetto d'Iddio e di quello che contiene
la faccia di tutto il mondo, noi nol sapemo (Iddio il sa),  necessario che
nanti che venghi mandi ambasciatori, e ne facci avvisati se vieni o non, se voi
far pace o esser inimico. La risposta di questo precetto tosto manderai a noi.
Questo precetto per le mano de Aybeg e Sargis avemo mandato, dil mese di
luglio, il vigesimo giorno di la luna, scritta nel territorio del castello
Sitiente".


Delle lettere de l'imperatore mandate al medesimo principe.
Cap. 50.

Questa  la forma della lettera d'esso Chaam, che loro dicono esser lettera
d'Iddio: "Per comandamento d'Iddio vivo, Chingiscam, figliuolo d'Iddio dolce e
venerabile, dice: Iddio  eccelso sopra tutte le cose, esso Iddio immortale, ma
sopra la terra Chingiscam solo signore. Vogliamo questo pervenir a notizia di
tutti in ogni loco, alle provincie a noi soggette, alle provincie a noi
ribelle. Fa di bisogno tu, o Baiothnoy, gli ecciti e faccia avviso che questo 
il mandato de Dio vivo e immortale senza dimora, ed eziandio fagli a sapere
sopra ci la tua petizione, e in ogni loco questo mio mandato, dovunque potr
pervenir, ti noncio. E qualunque contradir sar preso a caccia, e il suo paese
rovinato; e ti certifico che ogniuno che non udir questo mio mandato sar
sordo, e chi veder n aver cura di metterlo in esecuzione sar cieco, e
chiunque far secondo il giuramento di questo, conoscendo la pace e non
pigliandola, sar zoppo. Questa mia ordinazione pervenga a notizia di quelli
che sanno e non sanno. Qualunque udir e non far cura di osservare sar
destrutto, morto e dato in perdizione; pertanto ci manifesta, o Baiothnoy. E
qualunque vorr la utilit della sua casa, proseguir quello e si far nostro
servo, sar salvo e onorato; e colui che contradir a questo, secondo il tuo
volere sforzati di castigarlo".

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