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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume terzo.

Parte terza.

Lettera del medesimo auttore scritta al reverendissimo monsignor Piero Barocci,
vescovo di Padova,  nella qual si descrive l'erba del baltracan,  che  usano  i
Tartari per lor vivere.

Reverendissimo Monsignor,  Signor mio osservandissimo,  avendo inteso da messer
Anzolo mio fratello,  che  stato  con  Vostra  Signoria  reverendissima  molti
giorni  a  piacere  in  quelli  monti ameni del Padovano,  come ella si diletta
grandemente d'intender la natura delle erbe,  e massimamente di quelle che  non
sono cos note a ognuno,  ho voluto, per non mancar al debito della servit che
ho con Vostra Signoria reverendissima,  scriverle e darle notizia ancor  io  di
una,  che  al  presente mi occorre fra molte altre che ho vedute nelle parti di
Tartaria,  quando fui al viaggio della Tana.  E le dico  che  i  Tartari  hanno
un'erba nel lor paese, che la chiamano baltracan, la qual mancandogli patiriano
grandemente,  n  potriano  andar da loco a loco,  massimamente per quelli gran
deserti e solitudini dove non si truova da mangiar,  se non fusse questa che li
mantiene e d vigore;  la qual come ha fatta il suo gambo,  tutti li mercanti e
genti che voglion far lungo cammino si mettono sicuramente in viaggio, dicendo:
"Andiamo,  che  nato il baltracan".  E se qualche loro schiavo fugge quando il
baltracan  nato,  restano di seguitarlo,  perch sanno che ha potuto trovar da
viver per tutto.  E quando camminano con il loro lordo ne portano sopra i carri
e  sopra  le groppe de' cavalli per il lor vivere e anco in spalla,  n par lor
grave,  tanto il suo sapore diletta a tutti.  Noi mercanti ch'eramo nella Tana,
come  n'era portata nella terra,  subito ne pigliavamo e andavamo mangiando.  E
non voglio restar  di  dir  ch'essendo  poi  tornato  a  Venezia,  fui  mandato
proveditore in Albania,  dove, cavalcando verso Croia con 500 persone, viddi da
un canto della strada di questo  baltracan,  e  fecimene  dare  e  cominciai  a
mangiarne,  e  anche  tutta  la  brigata  ne  volse gustare: e gustato venne in
tant'uso che dapoi ognuno ne portava fasci,  chi a cavallo e  chi  a  piedi  in
spalla,  non tanto per necessit quanto per il suo buon gusto e buon sapore, di
modo che gli Albanesi andavano  poi  gridando:  "Baltracan,  baltracan".  Dipoi
trovandomi  anche  in  Padovana,  nella  villa  di  Terrarsa,  viddi  di questo
baltracan.
E accioch Vostra Signoria reverendissima lo possa conoscere come fo io, quando
le paresse di volerne trovare in quei monti,  le descriver qui brevemente  con
parole la sua forma. Esso fa una foglia come fanno le rape; in mezo fa un gambo
grosso pi di un dito,  e al tempo della semenza vien alto pi d'un braccio;  e
questo gambo, facendo la foglia su per il gambo, la fa una quarta lontana l'una
dall'altra,  e fa poi la semenza come il finocchio,  ma pi grossa: ha fortore,
ma   di buon sapore.  E quando  la sua stagione si scavezza fin al tenero,  e
fin al tenero si va  scorzando  come  il  pampano  della  vite.  Ha  l'odor  di
narancia,  alquanto mostoso, e la natura sua par che non richieda altro sapore,
n al mangiarlo ha di bisogno di sale.  E tengo che al tempo del seminare  ella
si  possa seminare come gli altri semi,  e massimamente in luogo temperato e di
buon terreno.  Ogni gambo fa una radice da per s,  e il gambo ha  un  poco  di
busetto dentro,  e la scorza del gambo  verde e tragge al giallo.  E penso che
chi non lo sapesse conoscere per altri segni,  con facilit lo potria conoscere
avvertendo  alla  semenza.  Oltra  di  ci,  li  Tartari  e tutti quelli che la
conoscono pigliano le foglie sue e le fanno insieme con acqua  bollire  in  una
caldiera, e bollita la mettono nei lor vasi e, lasciatola raffreddare, ne beono
come se fusse vino,  e dicono ch'ella  molto rifrescativa: e cos essere lo so
io per prova.
E a Vostra Signoria reverendissima mi raccomando.
In Venezia, alli 23 di maggio 1491.
Servitor di Vostra Signoria reverendissima Iosafa Barbaro.



Il  viaggio  del  magnifico  messer  Ambrosio  Contarini,   ambasciadore  della
illustrissima  Signoria  di Venezia al gran signore Ussuncassan,  re di Persia,
nell'anno MCCCCLXXIII.


PROEMIO DELL'AUTORE

Essendo stato eletto per la nostra  illustrissima  Signoria  nel  consiglio  di
Pregadi,   io   Ambrosio   Contarini  fu  di  messer  Benedetto,   ambasciadore
all'illustrissimo signor Ussuncassan re di Persia,  bench tal legazione  a  me
paresse  ardua  e per il lungo cammino pericolosa,  nondimeno,  considerando il
gran desiderio della mia illustrissima Signoria e il bene universale  di  tutta
la cristianit, col nome del nostro Signor messer Gies Cristo e della gloriosa
sua  Madre,  postposto  ogni  pericolo,  deliberai  andar con bonissimo animo e
volentieri a servir quella e la cristianit.  E parendomi che 'l dar notizia di
un  tanto  e  s  lungo  viaggio  possa  esser  dilettevole  e  utile a' nostri
discendenti,  per con quella  maggior  brevit  che  mi  sar  possibile  far
menzione e del mio partir da Venezia,  che fu alli 23 di febraro 1473, il primo
di quaresima, insino al giorno della mia tornata, che fu alli 10 d'aprile 1477;
e racconter tutte le terre,  luoghi e provincie dove io sono stato,  e anco  i
lor modi e costumi.


Il clarissimo ambasciador si parte da Venezia, e passa per l'Alemagna, Polonia,
Rossia bassa e il gran deserto della Tartaria d'Europa,  e arriva alla citt di
Cafa.
Cap. 1.

Io parti' da Venezia ad 23 febraro 1473, e in mia compagnia ebbi il venerabile
prete Stefano Testa,  in luogo di  mio  capellano  e  cancelliere,  Dimitri  da
Setinis  mio turciman,  Mafeo da Bergamo e Zuanne Ungaretto per miei servitori:
tutti cinque vestiti di grossi panni alla todesca.  Li danari li  quali  portai
con me erano cusciti nei giupponi del detto prete Stefano e mio, il che non era
senza affanno.  Montai in barca con li sopradetti quattro e andai a San Michiel
da Murano,  dove,  udita la messa,  feci che 'l priore ne segn tutti col legno
della croce, e con la sua benedizione andassimo a drittura a Mestre, dove erano
quivi  apparecchiati cinque cavalli,  sopra li quali montassimo,  e col nome di
Dio me ne andai a Treviso, avendo usata ogni diligenza di trovare una guida, la
qual per danari non potei trovare.
Ad 24 mi parti' per Conegliano, nel qual luogo,  considerando esser mio debito
in un s lungo e pericoloso viaggio non andar senza confessarmi e communicarmi,
lo feci divotamente insieme con la detta mia famiglia.
Ad  26  la  mattina  mi  parti'  e,  uscito di Coneglian,  trovai un Sebastian
todesco,  il qual diceva andare al camin nostro,  e mostr conoscermi  e  saper
dove io andava,  e offersesi farne compagnia fin appresso Norimbergo, che certo
mi parve un messo mandato da Dio.  Ed essendoci messi  in  viaggio  tutti  sei,
camminando ogni giorno entrammo in Alemagna,  dove trovai di molti bei castelli
e terre di diversi  signori  e  vescovi,  pur  all'ubbidienza  del  serenissimo
imperadore,  fra i quali viddi Auspurch,  terra bellissima. Ed essendo stati in
Bercemsiurch,  terra murata dell'imperadore,  usciti della detta  circa  miglia
cinque, il detto Sebastiano tolse il cammino verso Frankfort, e, abbracciandoci
strettamente, tolse comiato da noi.
Ad X marzo 1474 con una guida giungessimo in Norimbergo,  terra bellissima, la
quale ha il suo castello e li passa un fiume per mezo.  E cercando io guida per
voler  seguire  il  mio  viaggio,  l'oste  mi  disse che quivi si trovavano due
ambasciadori della maest del re di Polonia, e confortommi ad accompagnarmi con
essi: la qual cosa intesa mi fu di grandissimo contento,  e per  prete  Stefano
feci  saper  alle  magnificenze loro chi io era,  e che volentieri parleria con
esso loro. Intesa che ebbero l'ambasciata,  mi mandorno a dire che l'andare era
ad  ogni  mio  piacere.  Cos  me n'andai,  e trovai esser due de' primi di sua
maest,  uno arcivescovo,  l'altro messer Paolo cavalliero;  e fatte le  debite
salutazioni,  li  certificai come io andavo alla maest del loro re con lettera
di credenza, i quali, non ostante il mio abito,  certamente assai mi onorarono,
accettandomi  di  buona voglia in lor compagnia,  con larghissime offerte.  Nel
qual luogo, per aspettarli, stetti fin alli 14 del detto, che di l partimmo.
Ad 14,  come s' detto,  partimmo del detto luogo di Norimbergo,  in compagnia
con li sopradetti ambasciadori.  Vi era anche un ambasciadore del re di Boemia,
primogenito del re di Polonia, e potevamo essere con cavalli 60.
Cavalcando per l'Alemagna alloggiavamo alcune volte in bonissime ville,  ma  la
pi  parte  in terre e castelli,  che certo ve ne sono molti di belli e forti e
degni di memoria.  Ma per esser paese che a ciascuno quasi o per veduta  o  per
udita    noto,  non  far menzione delle sue terre e castelli.  Dal sopradetto
giorno fino alli 25,  come s' detto,  di continovo cavalcammo per  l'Alemagna,
paese del marchese di Brandimburg,  duca di Sassonia. Entrando ancora nel paese
del detto marchese di Brandimburg,  giugnemmo in una terra chiamata  Francfort,
murata  e  bella,  del detto marchese,  ove stemmo infino alli 29: e questo per
esser confin dell'Alemagna e Polonia, dove il detto marchese mand molti uomini
d'arme per accompagnar li detti ambasciadori,  fin che entrassero nel paese del
lor re, li quali certo erano benissimo in ordine.
Ad 31 entrammo in Messariza,  prima terra del detto re di Polonia,  picciola e
assai bella, con uno castelletto.
Ad II aprile 1474 giugnemmo in Posnama,  non  avendo  trovato  luogo  niun  da
conto: la qual terra  certo degna d'esser commemorata,  s per le belle strade
come case, ed  terra dove capitano assai mercanti.
Ad 3 ci partimmo di l per andare a trovar la maest del re; cavalcando per la
detta Polonia non  trovammo  terre  n  castelli  da  farne  gran  menzione,  e
d'alloggiamenti e d'ogni altra cosa  molto differente dall'Alemagna.
Ad 9 entrammo in una terra che si chiama Lancisia, e fu il sabbato santo, dove
trovai la maest del re Casimir, re di Polonia: e per due cavallieri sua maest
mand  a  ricevermi,  avendomi  dato alloggiamento assai convenevole secondo il
luogo;  e per quel giorno,  che era il d di Pasqua,  come era ragionevole  non
andai da sua maest.
Ad 11 da mattina mand a presentarmi una veste di damaschin negro, chiamandomi
da  sua  maest,  e  per esser cos lor costume,  con la detta vesta indosso me
n'andai,  accompagnato da molti uomini da conto,  e fatte le debite riverenze e
salutazioni  gli  presendai  il  presente mandatogli dalla nostra illustrissima
Signoria,  e dissi quanto m'accadeva.  Volse che io desinassi con  sua  maest.
Usano mangiar quasi a nostro modo,  benissimo apparecchiando e abbondantemente.
Finito il desinare, tolsi commiato da sua maest e tornai al mio alloggiamento.
Ad 13 mand a chiamarmi un'altra fiata,  e fecemi risposta a  quanto  io  avea
detto  ed esposto per nome della mia illustrissima Signoria,  con tante umane e
cortesi parole che conferma quello che per noi si dice, che gi assaissimi anni
non si  trovato mai pi giusto re di lui.  Comand che  mi  fussero  date  due
guide,  una per la Polonia, l'altra per la Rossia bassa, fino a un luogo che si
chiama Chio over Magraman,  che  oltra le terre di sua  maest  nella  Rossia.
Feci   li   debiti   ringraziamenti  a  quanto  accadeva  per  nome  della  mia
illustrissima Signoria, e da sua maest tolsi commiato.
Ad 14 parti' da Lancisia con le dette guide, cavalcando per la Polonia,  che 
paese  tutto  piano,  ma  pur ha delli boschi;  e ogni giorno e notte trovavamo
alloggiamenti, ora assai buoni ora altramente: e mostra d'esser povero paese.
Ad 19 arrivai in una terra che si chiama Lumberli, terra assai buona,  col suo
castello,  ove  il  re  aveva 4 suoi figliuoli (il maggiore poteva aver da anni
15),  uno sotto l'altro: e stavano in castello con un valentissimo maestro  che
insegnava loro.
Volsero  (e  credo  fusse  per  comandamento  del  padre)  che io gli andassi a
visitare, e cos feci.  Per un d'essi mi furono usate alcune parole tanto degne
quanto  dir si possa,  mostrando portar gran riverenza al suo maestro;  feci la
debita risposta, e ringraziando assai lor signorie tolsi da essi commiato.
Ad 20 uscimmo di Polonia ed entrammo nella Rossia bassa,  che pur  del  detto
re,  cavalcando fin ad 25,  quasi tuttavia per boschi,  trovando alloggiamenti
ora in qualche castelletto,  ora in qualche casale.  E venimmo ad soprascritto
in  una terra chiamata Iusch,  che ha assai buon castello,  ma di legname,  nel
qual luogo stemmo fin ad 24,  non senza pericolo,  per rispetto di un  par  di
nozze,  perch quasi tutti erano ubriachi,  e sono molto pericolosi;  non hanno
vino, ma fanno di mele certa bevanda che imbriaca molto pi che 'l vino.
Ad 25 partimmo di l,  e la sera venimmo a una villa chiamata  Aitomir,  tutta
fabricata  di  legnami,  col  suo  castello;  e  partiti di l,  tutto il d 29
cavalcammo per boschi molto pericolosi,  per esservi d'ogni condizione d'uomini
tristi,  e non trovando la sera alloggiamento, dormimmo nei detti boschi, senza
cosa alcuna da mangiare, e mi convenne tutta la notte far la guardia.
Ad 30 venimmo in Belingraoch, castello bianco, ove era la stanzia della maest
del re, e l alloggiammo con gran disagio.
Ad primo maggio 1474 fummo in una terra chiamata Chio  over  Magraman,  che  
fuori  della  detta Rossia,  la quale era governata per uno chiamato Pammartin,
Pollacco catolico: egli, intesa la mia venuta per le guide del re, mi fece dare
un alloggiamento assai cattivo,  secondo il paese,  e mandommi della vittuaglia
assai  convenientemente.  La  detta  terra    a' confini della Tartaria,  dove
capitano pur delli mercanti con pellatarie portate della  Rossia  alta,  e  con
caravane  passano  in Capha,  ma a modo di castroni spesse volte sono presi da'
Tartari;  terra abbondante di pane e di carne. La lor usanza  la mattina fino
a terza far le lor facende, e poi ridursi nelle taverne e star fino alla notte,
e spesso fanno di molte brighe come gli ubriachi.
Ad 2 il detto Pammartin mand molti de'  suoi  gentiluomini  a  convitarmi,  e
volse  ch'io  andassi a desinar con lui.  Fatte le debite salutazioni,  mi fece
molto grandi offerte,  facendomi sapere che per la maest del suo  re  gli  era
stato  comandato che mi dovesse onorare e guardarmi da ogni pericolo,  e che mi
dovesse dar il modo ch'io passassi la campagna di Tartaria  fino  a  Capha.  Io
ringraziai  assai  sua  signoria,  pregandola cos volesse fare;  e dissemi che
aspettava un ambasciadore di Lituania,  il  qual  doveva  andare  con  presenti
all'imperador  de'  Tartari,  il quale imperadore gli manda ducento cavalli de'
Tartari per accompagnarlo sicuro,  e confortandomi volse che io  aspettassi  il
detto ambasciadore,  col quale mi accompagneria e fariami passar sicuro: e cos
deliberai di fare. Ce n'andammo a disinare, in vero onorevolmente apparecchiato
e abbondantemente di tutto,  facendomi  onore  assai.  Eravi  un  suo  fratello
vescovo  e  molti  altri gentiluomini,  e avevano alcuni cantori i quali mentre
desinammo cantarono.
Fecemi star molto longamente a tavola,  con mio grande affanno,  percioch  pi
tosto mi bisognava riposo che altro. Desinato che avemmo, tolsi commiato da sua
signoria e andai al mio alloggiamento,  che era nella terra; ed esso rimase nel
castello dove era la sua stanzia, il quale  tutto di legname.  Ha una fiumana,
che  si  chiama Danambre in lor lingua,  e nella nostra Leresse,  la qual passa
appresso la terra, che mette fino in mar Maggiore.
Stemmo nel detto luogo fino a dieci d, dove giunse il detto ambasciadore; e la
mattina che fummo per partire volse che udissimo la messa,  e bench per avanti
gli  avevo parlato del mio essere l,  nondimeno,  udita la messa e abbracciati
insieme,  l'antidetto Pammartin mi fece pigliar la mano del detto ambasciadore,
e  dissegli:  "Questi    come  la  persona del nostro re,  e per fa che tu lo
conduca a salvamento in Capha"; e ci fece con parole tanto calde quanto dir si
potesse.  L'ambasciadore rispose che 'l comandamento della maest  del  re  era
sopra  la  sua  testa,  e  quel che sarebbe di lui saria eziandio di me.  E con
questo tolsi commiato da sua signoria,  ringraziandola quanto seppi e  potei  e
come  egli  meritava  di tanto onore che mi fece.  In quei giorni che stetti l
spesse volte mi visitava di vittuaglia.  Io gli presentai un  cavallo  portante
tedesco,  il  qual  fu  uno  di quelli con li quali mi parti' da Mestre,  e gli
altri,  perch erano integri,  volsero che gli lasciassi tutti l  e  pigliassi
cavalli  del  paese.  Dalle  guide  della  maest  del  re  ebbi buona e ottima
compagnia, alle quali usai cortesia.
Ad 11 partimmo di l col detto ambasciadore,  essendo io sopra  una  carretta,
con la quale era venuto dal partir mio dal re fino in quel luogo, per aver male
a  una  gamba,  di maniera ch'io non potevo cavalcare;  e camminando fino ad 9
arrivammo a un casale chiamato Cercas,  pur del detto re,  ove stemmo fino  ad
15,  che  seppe  il  detto  ambasciadore  che  li Tartari erano venuti appresso
Cercas: donde partimmo accompagnati con li detti Tartari,  ed entrammo  in  una
campagna deserta.
Ad 15 giugnemmo alla fiumana sopradetta,  la qual ci convenne passare.  Questa
fiumana parte la Tartaria dalla Rossia verso Capha,  e per esser larga pi di 1
miglio  e  molto  profonda,  i Tartari si misero a tagliar legnami,  legandogli
insieme e mettendovi sopra delle frasche;  poi  furono  poste  sopra  tutte  le
nostre robbe, e li Tartari entrorono nella fiumana tenendosi al collo delli lor
cavalli,  alla  coda  de'  quali noi legammo le corde ch'erano appiccate a quei
legnami, sopra i quali montati tutti noi,  cacciammo li cavalli per la fiumana,
la  quale passammo salvi,  con l'aiuto di Dio.  Il pericolo quanto fusse grande
lascier considerare a chi legger,  ma al parer mio non so come potesse  esser
maggiore.  Passati dall'altra banda e dismontati in terra,  ciascuno rassettato
le sue robbe, stemmo tutto quel giorno co' Tartari;  e alcuni lor capi molto mi
guardavano,  e fra loro fecero di molti pensieri. E levati dalla detta fiumana,
ci mettemmo in cammino per la campagna deserta,  con grandissimi disagi  d'ogni
sorte.  E messici a passar una selva,  l'ambasciador sopradetto mi mand a dire
per il suo turcimano che li detti Tartari avevano deliberato di menarmi al loro
imperadore,  n altramente potevano fare,  dicendo che simile uomo qual io  era
(che  ben  lo  avevano  inteso)  non  poteva  passar  Capha,  se  prima non era
presentato al loro imperadore.
Sentita tal cosa mi fu di grandissimo affanno,  onde molto  mi  raccomandai  al
detto  turcimano,  pregandolo si ricordasse della promessa che fece a Pammartin
per la maest del re di Polonia,  e gli promisi una  spada:  disse  di  volermi
servire,  e confortatomi torn al suo ambasciadore e, referendoli quanto io gli
aveva detto,  si mise a sedere e bere con li detti Tartari,  e con molte parole
accertandoli  ch'io  era  genovese,  l'acconci in ducati 15.  Ma,  prima ch'io
sentissi tal nuova, stetti con grandissimi affanni.
La mattina cavalcammo,  e camminando fin ad 24 con  molti  disagi,  stando  un
giorno  e  una  notte  senza  acqua,  ci  trovammo  ad  un  passo dove il detto
ambasciadore con li Tartari convenne pigliar la via verso il  loro  imperadore,
il  quale  era ivi,  ad un castello chiamato Chercher,  e dettemi un Tartaro in
compagnia che m'accompagnasse in Capha: e tolto commiato dal detto ambasciadore
ci separammo.  E bench per esser rimasi soli e in gran pericoli di  continovo,
dubitando  che  quei  Tartari non ne mandassero dietro,  ebbi piacere d'essermi
separato da quelli maladetti cani,  che puzzavano di carne di cavallo  in  modo
che  non si poteva star appresso loro.  Camminando con la detta guida,  la sera
alloggiammo in campagna in mezo d'alcuni carri de' Tartari con le  lor  coperte
di  feltre:  e subito ne furono molti attorno,  cercando di voler intendere chi
noi eravamo;  ed essendo detto loro per la nostra guida ch'io era genovese,  mi
presentarono latte agro.
Ad 26 la mattina avanti giorno partimmo di l, e circa ora di vespero entrammo
nel borgo di Capha,  ringraziando il nostro Signore Dio che ne aveva campati da
tanti affanni. Ed essendoci ridotti secretamente appresso una chiesa, mandai il
mio turcimanno per ritrovare il nostro  consolo,  il  quale  subito  mand  suo
fratello e mi disse ch'io indugiassi fino sul tardi, per entrar secretamente in
una sua casa nel detto borgo: e cos feci.  All'ora debita entrammo in casa del
detto consolo,  dove fummo  onorevolmente  accettati,  e  trovai  l  ser  Polo
Ogniben,  il qual era stato mandato per la nostra illustrissima Signoria,  e si
era partito gi tre mesi avanti di me.


Il clarissimo ambasciador si parte di Capha, e navigando il mar Maggiore arriva
al Fasso, e passando il paese di Mengrelia e di Giorgiania e parte dell'Armenia
perviene al paese d'Ussuncassan.
Cap. 2.

Io non posso ben dire particolarmente le condizioni della detta terra di Capha,
perci che stetti quasi di continuo in casa per non esser visto: ma  dir  bene
quel  poco  che  ne  potei  vedere e intendere.  La detta terra  posta sul mar
Maggiore,  ed  molto mercantile e ben abitata di ogni generazione,  e ha  fama
d'esser  molto  ricca.  Mentre ch'io stetti nella detta terra,  avendo in animo
d'andare al Fasso,  noliggiai una nave la qual  era  nel  mar  delle  Zabacche,
patron  Antonio  di Valdata: e mi convenne andare a cavallo per trovar la detta
nave per far tal nolo. Ma, fatto questo,  mi fu porto un partito per uno Armeno
chiamato  Morach,  il  quale  era  stato  a  Roma,  e si faceva ambasciadore di
Ussuncassan,  insieme con un altro Armeno vecchio,  che dove io voleva andare a
dismontare  al  Fasso,  mi faria dismontare in un altro luogo chiamato la Tina,
circa miglia cento lontano da Trebisonda,  che era dell'Ottomano;  e che subito
smontati in terra montaremmo a cavallo,  promettendomi che in 4 ore mi metteria
in un  castello  d'uno  Ariam  sottoposto  ad  Ussuncassan,  dandomi  anche  ad
intendere  che  in  quel  luogo  della Tina non v'era altro che un castello de'
Greci, e che senza dubio alcuno mi metteria sicuro nel detto castello. A me per
conto alcuno non piaceva tal partito,  ma,  esortandomi molto il consolo e  suo
fratello, ancor che mal volentieri, ne fui contento.
Ad  III  giugno  1474  partimmo  di  Capha,  e venne in mia compagnia il detto
consolo; e il giorno sequente fummo ove era la nave,  la quale avevo noliggiata
per ducati settanta,  ma per mutar viaggio me le convenne dare ducati cento.  E
perch dove andavamo a smontare io era informato che non si trovavano  cavalli,
ne  caricai  nove  sopra  la detta nave,  per rispetto delle guide,  e anco per
poterci condur  dietro  delle  vettovaglie  per  li  paesi  della  Mengrelia  e
Giorgiania.
Ad 15,  caricati li detti cavalli,  facemmo vela ed entrammo nel mar Maggiore,
tenendo alla volta del detto luogo della Tina e navigando con  prospero  vento.
Ed essendo circa venti miglia lontani e non avendo ancor vista del detto luogo,
il vento salt a levante,  nostro contrario,  tenendo pur alla detta volta; ma,
sentendo io che li marinari parlavano tra  loro,  e  volendo  intendere  quello
dicevano, mi dissero che erano per fare quanto io volevo, ma che mi accertavano
che  il  detto luogo era molto pericoloso.  Vedendo io tal cosa,  e vedendo che
quasi pareva  che  nostro  Signore  Iddio  non  voleva  ch'io  capitassi  male,
deliberai  andare alla volta di Liati e Fasso,  e fatta questa deliberazione di
l a poco fece tempo prospero, e navigammo con venti piacevoli.
Ad 29 giunsi al Varti,  e per esser  li  cavalli  mal  condizionati  deliberai
metterli  in  terra e farli andar al Fasso,  dove diceano esser miglia 60;  nel
detto luogo si trovava un Bernardino,  fratello del  nostro  patrone,  il  qual
venne a nave, e inteso come noi volevamo andare alla Tina, affermonne che se vi
andavamo  tutti  eravamo  presi  per schiavi,  e che sapeva certo che nel detto
luogo si trovava un sobassi con molti cavalli,  per visitar quei luoghi secondo
la loro usanza.
Ringraziai Iddio,  e partimmi di l.  Il detto Varti ha un castello con un poco
di borgo,  d'un signore che si chiama Gorbola,  pur paese de'  Mengreli,  e  ha
un'altra  terra  che  si  chiama  Caltichea,  posta  sul mar Maggiore,  di poca
condizione: pur vi capitano delle sete e traggonsene canavaccie e qualche cera,
ma non da conto, per esser genti misere d'ogni condizione.
Ad primo luglio 1474 sorgemmo alla bocca del Fasso,  e venneci  una  barca  de
Mengreli  a  lato  con modi e costumi da matti.  Dismontammo di nave,  e con la
barca entrammo nella bocca della fiumana,  dove  una isola nella qual si  dice
che 'l re Oetes,  padre di Medea venefica,  regn. La notte dormimmo l, ma con
tanti moscioni che credemmo non poter campar da loro.
Ad 2 la mattina andammo con le lor barche su per la fiumana,  e  trovammo  una
terra chiamata Asso,  posta su la detta fiumana in mezo de' boschi;  e la detta
fiumana  larga due tratti di balestra.  Dismontati in terra,  trovai un Nicol
Capello  da  Modone,  ch'era capitato l e avevasi fatto da Mecho,  e una donna
Marta circassa che fu schiava di  un  Genovese,  e  un  Genovese  maritato  l:
alloggiai  con  la  detta  donna Marta,  la qual certo mi fece buona compagnia.
Stetti in detto luogo per fino ad 4,  che mi parti'.  Il  detto  Fasso    de'
Mengreli, e il lor signore si chiama Bendian, il quale ha poco paese, percioch
a  traverso pu esser tre giornate,  e per il pi sono boschi e montagne.  Sono
uomini bestiali,  portano le chieriche a modo di frati  minori;  fanno  qualche
pier, pur poco frumento e vino, ma non da conto. Vivono di panizzo fatto duro a
modo  di  polenta miserissimamente,  e le lor femine ancora molto pi: e se non
fusse che qualche volta da Trebisonda vien portato del vino e pesci  salati,  e
sale da Capha,  fariano del tutto male.  Cavansi delle canevaccie e cere, ma di
tutto poco.  Se fussero uomini industriosi,  pigliariano nel fiume quanto pesce
volessero. Sono cristiani, ma hanno di molte eresie e celebrano alla greca.
Ad 4 partimmo dal Fasso,  tolto per mia guida il sopradetto Nicol Capello,  e
passammo con un zoppolo una fiumana chiamata Mazo.
Ad 5,  camminando per la detta Mengrelia per boschi e montagne,  la sera fummo
ov'era  la  persona di Bendian,  signore di Mengrelia,  il quale era con la sua
corte in uno poco di pianura e alloggiati sotto un arbore;  gli fece sapere per
il detto Nicol che io volevo parlare a sua signoria: mi fece chiamare.  Sedeva
in terra sopra un tapeto,  con la moglie appresso e con alcuni suoi  figliuoli;
mi  fece  sedere  in  terra avanti lui,  dove usai le parole che accadevano.  E
avendolo presentato,  non mi disse altro salvo che io fussi il ben venuto;  gli
domandai  una  guida: me la promise,  e con questo tornai al mio alloggiamento.
Mandommi a presentare una testa di porco con un poco  di  carne  di  manzo  mal
cotta,  e alcuni pochi pani e tristi: e per necessit mi fu forza mangiarli,  e
per aspettar la guida vi stetti tutto il d.  Erano nella detta  pianura  molti
arbori  in modo di bussi,  ma molti maggiori,  li quali non aveano pure un ramo
pi alto dell'altro, con la strada in mezo.
Detto Bendian poteva aver da cinquanta  anni,  assai  bello  uomo,  ma  modi  e
costumi matteschi.
Ad  7  partimmo,  camminando  di  continuo  per boschi e montagne,  e ad otto
passammo un fiume che divide la Mengrelia dalla Giorgiania, dove dormimmo sopra
un prato su l'erba fresca senza troppo vivande.
Ad 9 venimmo in una terricciuola chiamata Cotachis,  che ha un castello  fatto
tutto  di  pietra sopra un monticello,  e ha una chiesa dentro che mostra esser
molto antiqua.  Passammo poi un ponte,  per il quale si passa  un  fiume  assai
grande,  e  alloggiammo  sopra  un  prato dove erano le case del re Pangrati di
Giorgiania,  percioch il detto castello  suo.  E quel governatore  ne  lasci
alloggiare nelle dette case,  dove stemmo per tutto d 11, con gran fastidii di
quelli Giorgiani, che sono matti come li Mengrelli.  Volse quel governatore che
io desinassi con lui, e ridotti in una sua casa si mise a sedere in terra, e io
appresso di lui con alcuni delli suoi e anco dei miei.  Ne fu disteso avanti un
cuoio a modo di mantile: credo certo che 'l grasso che  vi  era  suso  averebbe
condito un gran calderone di verze. Mi mise davanti pan da bisogno, ravanelli e
un poco di carne acconcia a lor modo, e alcuni altri imbratti che certamente io
non  saperia  ridirli.  La tazza andava attorno,  e facevano tutto il possibile
ch'io m'imbriagassi,  percioch cos fecero essi: e perch'io non  lo  feci,  mi
disprezzavano  molto;  e  con gran fatica mi parti' da loro.  Il governatore mi
dette una guida che mi menasse dove era il suo re.
Ad 12 mi parti' camminando per montagne e per boschi,  e al tardi per la detta
guida fui fatto dismontare sopra un poco di prato appresso il castello, che era
sopra un monte chiamato Scander,  dove era il re Pangrati. E per la detta guida
mi fu detto che voleva andare a farlo sapere al suo re, e che tornaria subito e
mi meneria una guida che m'accompagneria per tutto il suo  paese.  Si  part  e
lassonne in mezo dei boschi,  non senza nostra paura, aspettando tutta la notte
con gran fame e sete. La mattina a bon'ora se ne venne,  e con lui due scrivani
del  re,  e dissero che 'l re era cavalcato a Cotachis e aveva mandato loro per
intender le robbe che io avea,  per farne  una  lettera,  acci  ch'io  potessi
passar per tutto il suo paese senza pagar cosa alcuna.  Volseno vedere il tutto
e notare anco li drappi che io aveva indosso,  il che mi  parve  molto  strano.
Dapoi  scritto,  mi  dissero  ch'io  montassi a cavallo solo,  e volevano ch'io
andassi al lor re. E facendo io ogni prova che mi lasciassero,  cominciarono ad
ingiuriarmi,  e  con  fatica  mi  lasciarono menare il mio turcimano.  Montai a
cavallo senza mangiare e bevere,  e camminando con loro mi condussero al  detto
castello  di Cotachis,  dove era il re,  il qual mi fece ridur sotto un arbore,
dove stetti tutta la notte; e mandommi un poco di pane e un poco di pesce,  non
per troppo. La mia famiglia rimase in guardia di alcuni altri, e furono menati
ad un casale e messi in casa d'un prete: come dovessero stare gli animi nostri,
ciascuno facilmente lo pu considerare.
La  mattina  il  re  mi mand a chiamare: egli era in una sua casa,  sedendo in
terra con molti de' suoi baroni, ove mi fece di molte domande, e fra l'altre se
io sapeva quanti re erano al mondo.  Io  dissi  a  ventura:  "Credo  che  siano
dodici". Mi rispose: "Tu dici il vero, e io sono uno di quelli; e tu sei venuto
nel  mio  paese  senza portarmi lettere del suo signore?" Io gli risposi che la
cagione che non gli aveva portato lettere era perch non credeva venire nel suo
paese,  ma che l'accertavo che 'l mio signore il papa l'apprezzava e  mettevalo
in  conto  di tutti gli altri re,  e se egli avesse creduto ch'io fussi passato
pel suo paese, che gli averia scritto volentieri. Mostr aver piacere.  Mi fece
dapoi  di  molte strane dimande,  per le quali compresi che quel ghiotton della
guida che mi aveva condotto gli aveva dato ad intendere ch'io avevo gran  cose:
e  in  vero,  se  cos avesse trovato,  non usciva mai di quel luogo.  Li detti
scrivani di quelle mie poche cose che  scrissero  tolsero  quello  che  piacque
loro,  e per forza volsero ch'io le donassi al lor re. Nel prender commiato, lo
pregai che mi dovesse dare una guida che mi accompagnasse sicuro fuor  del  suo
paese:  e  cos  mi promise,  dicendomi che mi faria far anco una lettera ch'io
andaria sicuro per tutto il suo paese.  Con questo mi parti' e venni  sotto  il
detto  arbore,  facendo  instanzia  con quello scrivano di aver la lettera e la
guida: la qual finalmente ebbi, ma con grandissima fatica.
Ad 14 mi parti' dal detto re e ritornai al casale dove era la mia brigata,  la
qual  teneva per certo che io non dovessi pi ritornare,  per le male relazioni
che per il detto prete le aveva dato del re: e quando mi viddero parve loro  di
vedere il messia,  e d'allegrezza non sapevano quello che facessero.  Il povero
prete mostr aver piacere,  e apparecchiommi da mangiare.  La notte dormimmo il
meglio che si pot;  e ne fece un poco di pane per portar con noi, e dettene un
poco di vino.
Ad 15 circa terza partimmo de l con la guida,  camminando per  boschi  e  per
montagne  terribili,  paese  maladetto,  dormendo  la  notte  in terra appresso
qualche acqua ed erba; e per li freddi facevamo fuoco.
Ad 17 giungemmo in una terra del detto  re  chiamata  Gorides,  posta  in  una
pianura,  con  un castello di legname sopra un colle;  passale una gran fiumara
d'appresso,  ed  luogo assai convenevole.  Per la guida fu fatto saper a  quel
governatore  il  giugner  mio,  e  subito  mi  fece  intrar  in  una casa dove,
aspettando di aver qualche buona accoglienza,  di l ad un poco mi mand a dire
che  'l  re gli scriveva che io gli dovessi dare vintisei ducati,  e alla guida
sei.  E io maravigliandomi dissi questo non poter essere,  perch il suo re  mi
aveva fatto buona accoglienza, e che io lo aveva presentato di ducati settanta,
con  molte  altre parole che nulla mi valsero: e ancora che io non volessi,  mi
convenne darglieli.  Mi tenne fino ad 19,  che mi licenzi: io stavo con  gran
fastidii,  percioch  pareva  che  quelle  bestie non avesser mai visti uomini.
Questo paese della Giorgiania  pur un poco migliore della  Mengrelia,  ma  nei
costumi  e  nel  vivere  tengono  un  medesimo  modo,  e cos nel credere e nel
celebrare.  Ne fu detto,  quando fussimo gi di una gran montagna,  che  in  un
bosco vi era una gran chiesa dove era una nostra Donna antiqua,  e vi stanziano
pi di quaranta caloiri: e dicevano ch'ella faceva molti  miracoli.  Non  volsi
andarvi,  per  il desiderio grande ch'io avevo d'uscir di quel maladetto paese,
che certo lo passai con grande affanno e pericolo,  che a dir tutto saria longo
e al lettor fastidioso.
Ad  20  partimmo  del  detto luogo di Gorides,  pur per montagne e per boschi,
trovando alle  volte  qualche  casa  dove  prendevamo  qualche  vettovaglia,  e
andavamo a riposare in qualche luogo dove fusse acqua ed erba per i cavalli; il
nostro  letto  era  su  l'erba  fresca: e cos facemmo di continuo per li paesi
della Mengrelia e della Giorgiania.


Il clarissimo ambasciador arriva a Tauris,  citt regia  della  Persia,  e  non
avendo  trovato Ussuncassan si appresenta al figliuolo;  e partitosi,  e avendo
camminato molte giornate per la Persia,  se ne va a  trovarlo  nella  citt  di
Spaan, dove in quel tempo si ritrovava.
Cap. 3.

Ad  22  cominciammo  a salir una montagna molto grande,  e la sera ci trovammo
quasi in cima,  dove ci fu forza riposare;  e fu  senza  acqua.  La  mattina  a
buon'ora  cavalcammo,  e  quando  avemmo  discesa la detta montagna fussimo nel
paese di Ussuncassan, cio nel principio dell'Armenia; e la sera arivammo ad un
castello del detto signor Ussuncassan chiamato Loreo,  il qual   posto  in  un
luogo che mostra pianura: ma gli passa disotto una fiumara molto profonda,  non
di acqua ma di cava, e dall'altra banda vi  una montagna, e all'incontro della
fiumara  uno casal d'Armeni,  nel quale alloggiammo;  e nel castello  vi  sono
Turchi del detto signore;  dove stessimo per fino ad 25,  s per riposare come
per trovar guida. E certo fussimo ben visti nel detto luogo. L'Armeno che menai
con me da Cafa, che diceva esser uomo del signor Ussuncassan, fu discoperto per
un gran ribaldo,  e per li detti Armeni mi fu  detto  ch'io  avevo  avuto  gran
ventura  ad  uscir delle sue mani: per la qual cosa li tolsi un cavallo che gli
avevo dato e lo licenziai,  e tolsi per mia guida un prete armeno per  fino  in
Tauris, il qual trovai fidatissimo.
Ad  26  noi  cinque,  col  prete insieme,  partimmo dal detto luogo di Loreo e
passammo una montagna; la sera ci trovammo in una campagna in mezo di montagne,
e arrivammo ad un casale di Turchi, e l dormimmo pur alla campagna,  e fossimo
assai ben veduti.
Ad  27  cavalcammo  avanti giorno per passare un'altra montagna,  perch ne fu
detto che alla discesa v'era un casal di Turchi che,  passando  di  giorno,  lo
passeremmo con gran pericolo: ma la ventura nostra volse che passammo a ora che
credo non fussimo veduti. Ed entrammo in una campagna molto bella, facendo ogni
sforzo nel camminar pi dell'usato,  con poco riposo fin alla notte, e dormimmo
alla campagna,  e cos per la detta campagna fin ad 29,  che ci  trovammo  per
mezo il monte di No,  il quale  altissimo e tutto pien di neve dalla cima fin
al basso,  e cos sta tutto il tempo dell'anno.  Dicesi che molti hanno cercato
di  andarvi  in  cima,  e che alcuni non ritornano,  e che quelli che ritornano
dicono che non par loro di poter mai trovar via alcuna.  Camminando fino ad 30
di continuo per campagna, pur trovando qualche monticello, ma non d'importanza,
arrivammo  ad  uno  castello  di  Armeni franchi che si chiamano Chiagri,  dove
stemmo fino ad 31,  che ci riposammo alquanto,  perch avemmo pane,  galline e
vino.
Ad I agosto 1474 a vespero ci partimmo, e ne convenne torre un'altra guida per
Tauris.
Ad  2  arrivammo  ad  un  casale  pur di Armeni,  assai buono,  accosto ad una
montagna,  dove convien passare una fiumara con una barca d'una  strana  foggia
che  essi  usano,  e dicono che la detta fiumara  quella dove il soldan Busech
venne per esser alle mani con Ussuncassan,  ma molto pi verso levante,  e che,
essendo  Ussuncassan  da  una  banda,  il  Tartaro dall'altra,  per disagio del
vivere,  entr il morbo in detti Tartari con tanta furia  che  fu  cagione  che
Ussuncassan  li  ruppe,  e  prese il detto soldan Busech,  e fecegli tagliar la
testa.  Passammo la detta fiumara: e da banda sinistra vi  sono  II  casali  di
Armeni,  uno  appresso l'altro,  tutti catolici,  e hanno il lor vescovo e sono
sotto il papa.  E per tanto paese la Persia non ha  il  pi  bello  n  il  pi
abondante d'ogni cosa.
Ad  3  venimmo  in  una  terricciuola  chiamata  Marerichi,  appresso la quale
riposammo quella notte.
Ad 4 a buon'ora cavalcammo per campagne, e con tanto caldo che non ci potevamo
metter la mano adosso, non trovando acqua buona in alcun luogo.
Nota che dal partir di Loreo,  camminando per li luochi come  detto,  trovammo
molti  Turcomani  con  le loro famiglie che cambiavano alloggiamento e andavano
alle erbe fresche,  perch cos usano star con  li  suoi  padiglioni  in  luogo
abondante  di  erba fin ch'ella  consumata,  poi vanno a trovar dell'altra.  E
trovavamo di quelli che stavano alloggiati,  che sono uomini molto maladetti  e
gran  ladri,  che  certo  ne facevano paura: ma facevo dir ch'io andavo dal lor
signore, e con questo passammo, e con l'aiuto del nostro Signor Dio.
Nel detto giorno,  circa ora di vespero,  entrammo nella citt  di  Tauris,  la
quale  posta in piano,  con muri di terra e tristi, e ivi appresso sono alcuni
monti rossi: dicono che si chiamano li monti Tauri.  Entrati nella detta  terra
la  ritrovammo  in gran combustione,  e con gran fatica andai ad uno caversera,
dove alloggiai.  E camminando,  avanti che  vi  arrivassi,  fra  quelli  Turchi
sentiva dir: "Questi sono di quelli cani che vengono a metter scisma nella fede
macomettana;  noi doveremmo tagliarli a pezzi". Dismontati nel detto caversera,
per  uno  Azamo  che  lo  governava  ne  furono  date  due  camere  per  nostro
alloggiamento:  e  certo  mostr esser buona persona,  e le prime parole che mi
dicesse,  si maravigli come eravamo venuti a salvamento,  mostrando non  poter
credere, e fecene a sapere come tutte le strade della terra erano sbarrate, che
cos  io  le  viddi.  Volsi intender la cagione: mi disse come Gurlumameth,  il
valente figliuol di Ussuncassan,  aveva rotto guerra a  suo  padre  e  avevagli
tolto una terra capo della Persia chiamata Siras,  la quale aveva data a godere
a sultan Chali e alla madregna del detto  Gurlumameth.  Per  la  detta  cagione
Ussuncassan  aveva  fatto  gente e cavalcava alla volta di Siras per cacciar il
detto Gurlumameth;  e come un signorotto chiamato Zagarli,  uomo  di  montagna,
aveva  pi di tremila cavalli,  e per la intelligenzia che esso aveva col detto
Gurlumameth danneggiava e correva fino appresso Tauris,  e per dubio del  detto
avemmo sbarrate le strade.  Dissemi ancora come il suo subassi era uscito fuori
per esser all'incontro di detto Zagarli,  il qual subito fu rotto e toltogli il
tutto,  ed ebbe di grazia di tornare in Tauris. Il domandai perch tutti quelli
della terra non uscivano fuori: mi rispose che essi non erano uomini da guerra,
ma che a quel signore che aveva la terra loro davano obedienzia.
Volsi far ogni esperienzia di partirmi per andar dietro al signore: non  trovai
mai  uomo  che  mi volesse accompagnar,  n da quelli subbassi potei aver alcun
favore,  onde mi fu forza star nel detto  caversera,  e  di  continuo  nascoso,
perch  cos  mi ricordava il patron di quello.  Pur qualche fiata mi era forza
andare a comprarmi da vivere over mandare il  mio  turciman,  e  qualche  volta
anche  uno  Agustin  da  Pavia,  il  qual menai con me da Cafa,  che pur sapeva
alquanto la lingua: a' quali venivano dette  molte  ingiurie,  e  che  dovremmo
esser tutti tagliati a pezzi.
Dopo  alcuni  giorni  venne  un  figliuol di Ussuncassan chiamato Masubei,  con
cavalli mille,  per stare al governo di Tauris per dubio di  quel  Zagarli,  al
quale andai,  e con fatica ebbi da lui audienzia. Convennemi donargli una pezza
di ciambellotto,  e dapoi salutatolo gli dissi ch'io  andava  dal  signore  suo
padre,  e  lo  pregai  che  mi  volesse  dar qualche buona compagnia: appena mi
rispose,  e mostr di non si curare.  Tornai al mio alloggiamento,  e  le  cose
cominciarono  a  peggiorare,  percioch  il  detto Masubei volse tor danari dal
popolo per far gente, il qual non li volse dare, e serrarono tutte le botteghe.
Onde mi fu forza per la detta cagione partirmi dal caversera,  e ridurmi in una
chiesa  d'Armeni,  dove  mi  fu  dato  un  poco d'alloggiamento per noi e per i
cavalli, e non lasciare uscir fuora alcun dei miei.  Con che animo dovevo stare
con  la  mia  famiglia  si pu considerare,  che in vero di continuo stavamo ad
aspettare di esser malmenati: ma il nostro Signor Dio, che per sua misericordia
ne aveva campati da tanti pericoli fino l, ne volse anche salvare.
Ad V settembre 1474,  stando  pur  in  Tauris,  giunse  Bartolomeo  Liompardo,
mandato  dalla  nostra  illustrissima Signoria al detto signor Ussuncassan,  il
qual mi trov in Cafa,  ed era con lui uno Brancalion suo nipote.  Costui volse
andare per via di Trabisonda,  e venne un mese dopo me,  onde deliberai mandare
il detto Agostino a Venezia con mie lettere alla nostra illustrissima Signoria,
e dar aviso del tutto: e  lo  mandai  per  via  di  Aleppo,  il  quale  and  a
salvamento,  ma  con gran pericolo.  Stetti in Tauris fino ad 22 di settembre.
Non posso dir bene della sua condizione,  perch di  continuo  stetti  ascosto.
Egli    grande,  e  ha  molte  carabe dentro;  non credo abbia gran popolo.  
abondante di ogni sorte di vettovaglia,  ma tutto  caro;  ha di molti bazzari:
vi  capitano  molte  sete per transito per Aleppo con caravane,  hanno di molti
lavori di seta leggieri fatti in Iesdi.  Usano molti boccassini e quasi  d'ogni
sorte mercanzia; di gioie non udi' far menzione per alcuno.
Volse  la  fortuna  mia  che 'l cadi lascher,  uno de' primi appresso il signor
Ussuncassan,  ch'era stato ambasciadore al soldano per far pace,  la  qual  non
pot  far,  ritornava al suo signore: e subito ch'io lo seppi tenni pur modo di
parlargli e fecigli un presente,  pregandolo che mi volesse  accettare  in  sua
compagnia,  dicendo  ch'io  andava dal suo signore per faccende importanti.  Il
qual mi accett tanto benignamente quanto dir si potesse,  con parole  umane  e
cortesi dicendomi che mi accettava di buona voglia, e sperava in Dio condurmi a
salvamento  dal suo signore: parvemi una grazia da Dio,  e molto lo ringraziai.
Costui aveva con lui duo  suoi  schiavi  schiavoni  rinegati,  i  quali  fecero
stretta amicizia con li miei servitori,  con molte offerte. E mi promisero che,
quando il lor padron saria per partirsi,  subito me lo fariano sapere:  e  cos
fecero; e io feci loro un presente, il qual mi valse.
Ad  22,  come    detto,  partimmo da Tauris col detto cadi lascher;  ed eravi
ancora una carovana di molti Azami che andavano al nostro cammino,  e per paura
si  accompagnarono  con noi.  E camminando trovavamo il paese tutto piano,  con
qualche poche colline e  molto  arido,  non  si  trovando  un  arbore  d'alcuna
condizione,  salvo appresso qualche fiumana.  Trovavamo pur qualche casale,  ma
non da conto. Avanti mezogiorno riposavamo alla campagna, e cos la notte, e di
casale in casale ci fornivamo di  vettovaglia  secondo  li  nostri  bisogni.  E
camminando al detto modo,  arrivammo ad 28 in una terra chiamata Soltania, che
per quel che mostra credo fosse bona  terra:  ha  un  castello  di  muro  assai
grande,  il  qual  volsi  vedere.  Eravi una moschea,  che mostrava esser molto
antica: aveva tre porte di bronzo,  pi alte di quelle di San Marco in Venezia,
lavorate  con  pomoli  tutti fatti alla damaschina,  intervenendovi argento;  e
certo  cosa bellissima.  Credo costassero assai danari.  Altro  da  conto  non
viddi.  La  detta  terra    posta in pianura,  ma appresso alcune montagne non
troppo grandi;  dicono che 'l verno vi fa tanto freddo che  conviene  andar  ad
abitare in altro luogo. Ha uno bazzarro di vettovaglie e di qualche boccassini,
ma non da conto.  Stemmo nel detto luogo fin alli 30, e la mattina ci partimmo,
camminando pur per campagne con colline,  come  detto: ed  della  Persia,  la
qual comincia da Tauris; e dormendo ogni notte alla campagna.
Ad  IIII  ottobre 1474 giungemmo in una terra chiamata Sena,  non murata,  con
bazzarro all'usato,  posta in campagna appresso una fiumana,  la  qual  ha  pur
degli arbori intorno, dove dormimmo in una caversera assai incommodo.
Ad 5 ne partimmo di l, e alli 6, essendo alloggiati in campagna, fui assalito
dalla  febre  con  varii  accidenti,  che  con  gran  fatica  alli 8 la mattina
cavalcammo, e a buon'ora arrivammo ad una terra chiamata Como: ed entrati in un
caversera in un poco di alberghetto,  la febre crescendo cominci gravemente  a
molestarmi.  E  il  giorno  sequente tutti li miei si ammalarono,  eccetto pre'
Stefano,  il qual era quello che ci attendeva a tutti: e fu malattia  di  sorte
che,  per quanto mi fu detto,  noi farneticavamo dicendo molte pazzie. Il detto
cadi lascher mi mand a visitare e scusarsi che lui non poteva star pi  quivi,
perch  gli  conveniva  esser  presto  dal suo signore,  ma che mi lascieria un
servitore, confortandomi che io era in paese che niuno mi faria dispiacere.  La
detta  malattia  mi tenne nel detto loco fin alli 23.  La detta terra di Como 
posta in piano,  ed  picciola ma assai bella,  e circondata di mura  fatte  di
fango,  ed    assai  abbondante  d'ogni cosa,  con buoni bazzarri di quei loro
lavori e boccassini.
Alli 23,  come s' detto,  ci partimmo di l,  e in vero che per la malattia io
cavalcavo con grande affanno.
Alli  25  arrivammo  in un'altra terra chiamata Cassan,  murata come Como e con
bazzarri, come s' detto; ma  pi bella terricciuola di Como.
Alli 26 la mattina ci partimmo di l ed entrammo  in  un'altra  terra  picciola
chiamata Nethas,  posta in piano,  dove si fa pi vin che in altro luogo: e per
la debolezza,  e perch mi era pur ritornato un poco di febre,  stetti l  quel
giorno.
E  alli  28 il meglio che potei montai a cavallo,  e camminando pur per pianura
giungemmo in una terra  chiamata  Spaan  alli  30,  dove  trovammo  il  signore
Ussuncassan.  E  inteso  dove  alloggiava  il  magnifico  messer Iosafa Barbaro
ambasciadore, andai a dismontare al suo alloggiamento,  e vistone l'un l'altro,
pieni d'allegrezza n'abbracciammo strettamente: di quanta consolazione mi fusse
si  pu considerare,  ma,  bisognandomi pi presto riposo che altro,  mi posi a
riposare.  Il giorno poi sequente  confer  con  sua  magnificenzia  quanto  mi
accadeva:  il  signore,  inteso ch'ebbe della mia venuta,  mand suoi schiavi a
ricevermi con presenti di vettovaglie.
Ad IIII novembre 1474 la mattina per suoi schiavi fussimo chiamati dal signore
nella stanza dove stava,  ed entrati in una camera col magnifico messer Iosafa,
dove  era  sua  signoria con otto dei suoi baroni,  li quali mostravano d'esser
uomini di auttorit, e fatta la debita riverenza secondo il lor costume, esposi
l'ambasciata per nome della mia illustrissima Signoria  e  gli  appresentai  la
lettera di credenza.  Compiuto quanto io aveva da dire, mi rispose con brevit,
quasi scusandosi che la forza l'avea fatto andar in quelle parti. Dapoi mi fece
sedere appresso quelli suoi  baroni,  dove  fu  portato  da  mangiare  in  vero
abondantemente  delle  vivande  secondo  la loro usanza,  ma ben apparecchiato,
sedendo sui tapeti come usano.  Mangiato che avemmo,  salutammo sua signoria  e
ritornammo alli nostri alloggiamenti.
Alli  6  fossimo  chiamati,  e fecemi mostrar gran parte de' suoi alloggiamenti
dove stava, che erano in mezo d'un campo dove correva una fiumana,  luogo molto
dilettevole.  Era una parte fatta in modo d'una cuba,  dove era dipinto il modo
ch'egli mand a tagliar la testa a soltan Busech,  mostrando che Curlumameth lo
menava  con una corda: il qual fu quello che fece far le dette stanze.  Ne fece
poi far collazione di buone confezioni;  tornammo alle nostre stanze senza  dir
altro. Stemmo in questo luogo di Spaan con sua signoria fino alli 25 del detto,
e  nelli  detti  giorni  molte  volte  fussimo  chiamati da sua signoria,  dove
mangiavamo senza dirne altro.  La detta terra di Spaan  mostra  d'essere  assai
convenevol terra, posta in piano, abondante d'ogni vettovaglia. Dicono che, non
volendosi  ella  rendere,  poi che fu presa fu molto distrutta;  ed  murata di
mura di terra come l'altre. Nota che da Tauris fin a questo luogo di Spaan sono
giornate 24, paese tutto della Persia,  piano aridissimo,  e molti luoghi hanno
acque salse.  Le biade e i frutti, che pur ve ne sono assai abondantemente, son
fatti quasi per forza d'acque: hanno frutti d'ogni sorte,  li migliori  che  io
abbia  visto  e  gustato  in  luogo  alcuno.  A banda destra e sinistra vi sono
montagne, le quali dicono esser molto fertili,  e che da quelle vien la maggior
parte  delle  vettovaglie.  Tutte  le  cose  sono care: il vino costa da tre in
quattro ducati la quarta a nostro modo, di pane  conveniente mercato, le legne
costano un ducato la soma da camelo, la carne  pi cara che da noi, le galline
si vendono sette al ducato;  le altre cose tutte per ragione.  Li Persiani sono
uomini molto costumati e gentili nelle cose loro; mostrano d'amar li cristiani:
nella detta Persia a noi non fu mai fatto oltraggio alcuno.
Le  lor  donne  vanno  vestite  assai  onorevolmente,  s  nel vestire come nel
cavalcare,  molto meglio che gli uomini: mostrano d'esser belle  donne,  perch
gli uomini sono belli e ben fatti; tengono la fede macomettana.


Il  clarissimo  ambasciador si parte da Spaan e insieme con Ussuncassan torna a
Tauris,
dove trova l'ambasciador del duca di Borgogna e del duca di Moscovia,
e dopo molte udienze  licenziato da Ussuncassan.
Cap. 4.

Ad 25 di novembre,  come s' detto,  sua signoria si part del detto luogo  di
Spaan  con la sua corte,  e tutti con le lor famiglie ritornando ad invernar in
Como, e io con sua signoria, camminando quasi per li luoghi che eravamo andati,
alloggiando alla campagna sotto padiglioni;  e in ogni luogo dove  alloggiavamo
si  facevano bazarri d'ogni cosa,  perch sono deputati alcuni che seguitano il
campo a portar vettovaglie e biade d'ogni sorte.
Ad XIIII decembre millequattrocentosettantaquattro entrammo nella detta  terra
di  Como  con  sua signoria,  dove con fatica ne fu data una casetta per nostro
alloggiamento: ma ci convenne star due giorni sotto i padiglioni avanti che  la
potessimo  avere.  Stemmo  con  gran  freddi  nel  detto  luogo di Como con sua
signoria fino alli 21 di marzo 1475,  e secondo l'usanza molte volte ne  faceva
chiamare.  Quando mangiavamo con sua signoria ci faceva entrar nella sua camera
de' padiglioni,  e anche alle volte stavamo di fuori,  e senza dirne  altro  ci
partivamo;  e quando desinavamo con sua signoria ella aveva piacere di dimandar
delli nostri luoghi,  e facevane di  strane  dimande.  La  sua  porta  certo  
onorevole,  e  di  continuo  vi  sono  molti uomini da conto,  e ogni giorno vi
mangiano da 400 persone e alle volte molto pi, le quali seggono in terra. Vien
portato loro in alcuni tapsi di rame ora risi,  ora vivande di formento con  un
poco di carne dentro,  che  un piacere a vederli mangiar con furia. Al signore
e a quei che mangiano con sua signoria vien portato onorevolmente e abondante e
bene apparecchiato;  di  continovo  beve  vino  a  pasto.  Mostra  d'esser  bel
mangiatore,  e  di  quanto mangiava aveva gran piacere di presentarci di quello
che gli era davanti.  Erano di continuo alla  sua  presenza  molti  sonatori  e
cantori,  alli  quali  comandava  quello  che  gli  piaceva  che  cantassino  o
sonassino.  Era signor che mostrava esser di natura molto allegro;   grande di
persona,  scarmo,  ha  il  viso  un  poco  tartaresco  e la faccia di continovo
colorita. Gli tremava la mano quando beveva;  secondo che mostrava,  era di et
d'anni settanta.  Molte volte faceva tanfaruzzo e molto alla domestica;  quando
passava il segno  era  pur  pericoloso,  ma,  computato  il  tutto,  era  assai
piacevole signore. Stemmo in questo luogo di Como, come s' detto, fino alli 22
di  marzo.  Lascier  di  dir  le  volte  che  parlammo  con sua signoria circa
l'ambasciata nostra,  per  non  esser  a  proposito:  ma  solo  per  quanto  fu
l'effetto, tutto si potette comprendere.
Ad  XXI marzo 1475 partimmo da Como per venir verso Tauris con tutto il lordo,
cio con ciascuno di quelli che seguivano il signore,  quale aveva tutta la sua
famiglia  e  roba  caricata  sopra  cameli  e  mule,  che  erano in grandissima
quantit.  Facevamo da 10 in 12 miglia il giorno,  e per andare a trovar  buona
erba alle volte 20: ma ci rare volte aveniva. Il costume del suo cammino  che
un  giorno avanti mandi a mettere il suo padiglione dove egli vuole alloggiare,
poi la notte il lordo si leva,  e tutti vanno dove  egli    posto;  e  dove  
qualche  buona  erba  e  acqua,  vi  sta fin che l'erba vien consumata e poi si
parte,  cos seguitando di continovo.  Le loro femine sono sempre le prime agli
alloggiamenti a drizzare li padiglioni e apparecchiare per li mariti,  le quali
son ben vestite e cavalcano benissimo su li migliori cavalli che abbiano.  Sono
gente  molto  pomposa:  hanno  quei  lor cameli tanto ben guarniti che gli  un
piacere a vedergli,  che non  si tristo che non abbia almeno sette cameli,  di
modo che a vederli da lontano paiono gran numero di gente, ma con effetto non 
cos. Al giunger suo in Tauris poteva avere in sua compagnia da duomila pedoni.
Al  magnifico  messer  Iosafa  e  a  me  non  parve mai di veder pi di cavalli
cinquecento appresso il signore,  perch gli altri andavano come piaceva  loro.
Li  padiglioni del signore veramente erano belli quanto dir si possa: dove egli
dorme  a modo d'una camera coperta di feltro rosso,  con porte che  basteriano
ad  ogni  buona  camera.  Camminando,  come s' detto,  di continuo si facevano
bazarri nel lordo e trovavasi d'ogni cosa, ma tutto era caro. Noi con li nostri
padiglioni, cio uno per uno,  seguitavamo sua signoria: e molte volte ne facea
chiamar a mangiar seco,  usando li sopradetti modi, ma spesse volte ci visitava
di  qualche  presente,   cio  delle  loro  vivande,   mostrando  certo  grande
amorevolezza,  n  per  niun,  n  de'  suoi n d'altri,  ne fu fatto mai torto
alcuno.
Ad XXX maggio 1475,  essendo circa miglia 15  lontano  da  Tauris,  giunse  al
signore  un  frate  Lodovico  da  Bologna  con  sei  cavalli  (diceva chiamarsi
patriarca d'Antiochia),  il quale disse che era stato mandato  per  ambasciador
del  duca  di Borgogna: subito il signor ci mand a dire se noi lo conoscevamo;
facemmo buona relazione di lui a sua signoria.
Ad 31 la mattina mand a chiamarlo,  e noi  di  compagnia  per  udirlo;  aveva
portato  con  lui  un  presente  di  tre  veste  di panno d'oro,  tre di veluto
cremesino e tre di panno pavonazzo,  e andato da sua signoria l'appresent.  Ci
fece  entrar  nel  suo  padiglione,  e  volse che 'l detto ambasciadore dicesse
quanto aveva da dire;  egli disse ch'era stato mandato per ambasciador dal duca
di Borgogna a sua signoria, e per nome d'esso duca le fece grandissime offerte,
con molte parole le quali non accade recitare in questo luogo. Il signor mostr
di  non  ne  far conto.  Desinassimo poi con sua signoria,  dove gli fece molte
dimande: a tutte rispose al bisogno;  dapoi  ce  ne  ritornassimo  alli  nostri
padiglioni.
Ad 11 giugno 1475 entrammo in Tauris,  e funne dato uno alloggiamento; e ad 8
fu mandato a chiamare il detto patriarca e noi.  E bench  per  avanti  quattro
volte il signor m'avesse detto che voleva che io tornassi in Franchia, e che 'l
magnifico  messer  Iosafa  rimanesse  appresso  di lui,  io sempre recusai,  n
credevo che pi di tal cosa se ne dovesse parlare.  Fummo chiamati davanti  sua
signoria,  dove al detto patriarca disse: "Tu tornerai al tuo signore, a fargli
sapere come io voglio star sopra le promesse a far guerra ad  Ottomano,  e  che
gi io son in punto", con qualche altra parola leggiera in tal proposito. Dapoi
si  volt  verso  di  me e dissemi: "Ancora tu anderai con questo casis dal tuo
signore, e dirai come sono in punto a far guerra ad Ottoman,  e che ancora essi
vogliano  fare  il  medesimo.  Io  non posso mandar migliore n pi sufficiente
messo di te: tu sei stato fin in Spaan e ritornato  con  me,  e  hai  visto  il
tutto; lo potrai riferire al tuo signore e a tutti li signori cristiani". Udito
che l'ebbi senti' grandissimo dispiacere,  e risposi che tal cosa io non poteva
far, per le ragioni che accadevano.  Mi disse con turbato volto: "Io voglio,  e
cos ti comando,  che tu vada,  e di questo mio comandamento ne scriver al tuo
signore".  Volsi il parer del detto patriarca e del magnifico messer Iosafa,  i
quali  mi dissero che non si poteva far altramente che far il suo comandamento.
Vista la volont del signore e il lor  parere,  risposi:  "Signore,  ancor  che
questa  cosa  mi  sia  grave,  poi  che  tua  signoria  comanda  cos,  il  tuo
comandamento sar sopra la mia testa e far quanto mi comandi,  e in ogni luogo
dove  mi  trover  dir  la  possanza  grande  e il buon voler di tua signoria,
confortando tutti li signori cristiani che voglino  far  il  simile  dal  canto
loro".  Mostr  che  la  mia  risposta gli fusse grata,  e usommi qualche buona
parola secondo il lor costume. Usciti fuori,  fossimo fatti ridurre in un altro
luogo,  dove  mand  a  vestire  il detto patriarca e me di due robe a lor modo
assai leggieri, per esser cos il lor costume. Di nuovo tornammo a sua signoria
e,  fattale riverenza,  venimmo alla nostra stanza,  dove ci mand a presentare
alcuni pochi denari e un cavallo per uno,  cio al patriarca e a me, con alcune
frascherie di poco momento.  In quel giorno  egli  uscitte  di  Tauris,  e  noi
rimanemmo  fin  ad  10  del  detto,  nel qual giorno noi ci partimmo e insieme
andammo a trovar sua signoria,  il qual poteva esser  circa  25  miglia  nostre
lontano  da Tauris con li suoi padiglioni,  in un luogo d'acque e di erba assai
bello.
Ad 10, come s' detto,  partimmo da Tauris e andammo a trovar sua signoria,  e
messi li nostri padiglioni al luogo usato,  stemmo molti giorni, fin che l'erbe
furono consumate.  Levossi di quivi e fece circa miglia 15 delle  nostre,  dove
stemmo  fin  ad  27,  che  ne  licenzi:  e nei detti giorni pur qualche volta
fussimo chiamati,  ma non per cosa di momento,  e qualche volta presentati  dei
loro cibi.
Ad  26  fussimo  chiamati  da  sua  signoria,  e avanti che entrassimo ci fece
mostrare alcuni lavori di seta assai  leggieri,  mostrando  che  nuovamente  li
faceva fare. Poi ci fece mostrar tre presenti, de' quali mandava uno al duca di
Borgogna per il patriarca,  l'altro alla nostra Signoria, il terzo per un Marco
rosso, che era venuto per ambasciador del duca di Moscovia, signor della Rossia
bianca: che erano alcuni lavori di Gesdi,  due spade e tulumbanti,  tutte  cose
assai  leggieri.  Fussemo  poi  chiamati  da sua signoria,  dove erano due suoi
Turchi che mandava per ambasciadori,  uno al duca di Borgogna,  l'altro al duca
di Moscovia.  E avendo noi fatte le debite salutazioni,  disse al patriarca e a
me: "Voi anderete dalli vostri signori e dalli signori cristiani, e direte loro
come io ero in punto per andar contra l'Ottoman, ma, avendo poi inteso che egli
 in Constantinopoli e che non  per uscir quest'anno fuori,  per non  mi  par
cosa  conveniente  che  io vada in persona contra le sue genti,  ma mando parte
delle mie contra  quel  disubidiente  di  mio  figliuolo  e  parte  alli  danni
dell'Ottoman.
E  io  son  venuto  in  questo luogo per esser in punto a tempo nuovo contra il
detto Ottoman: e cos averete  a  dire  alli  vostri  signori  e  alli  signori
cristiani". E cos comand che dovesse dire il suo ambasciadore. Cotal parlare,
con quel che a noi avea detto prima,  mi fu molto dispiacevole; n dir altro si
pot, salvo che far quanto egli comandava.
Con questo ne licenzi,  ed essendo noi per partire,  ci fece soprastare insino
alla  mattina,  per  usare  un'arte,  s come fece: la notte,  per quel che noi
sentimmo,  fece che tutti li suoi pedoni andorno accosto d'una montagna,  e  la
mattina fussimo fatti ridur sotto un padiglione in luogo alto, dove era uno del
ruischason, che era quello che aveva la cura degli ambasciadori. E mostrando di
parlar con noi di varie cose,  ne disse: "Ecco che vengono di molti pedoni; voi
arete tanfaruzzo (cio piacere) a vedergli".  Li suoi schiavi dicevano: "Questi
che  vengono  sono  gran  summa,  ma  quelli che resteranno sono ancora assai".
Passavano per costa d'una montagna,  accioch li potessimo ben vedere;  passati
che  furono,  dicevano  fra  loro  che  potevano  esser  da diecimila.  Volemmo
intendere il tutto,  e fussimo accertati esser quei medesimi pedoni che vennero
con  sua  signoria:  e  fecelo solo a fin che cos avessimo da riferire.  Fatto
questo ne diede le lettere, e tornammo ne' nostri padiglioni. Io,  parlando con
diverse  persone,  e  anco  insieme  col  magnifico messer Iosafa Barbaro,  per
intendere quanti cavalli potevano esser con sua signoria, cio da fatti, intesi
che erano da ventimila, ma fra buoni e cattivi da 25 mila.  Di altri apparecchi
non viddi altro,  salvo che aveano alcuni pezzi di tavola un passo lunghi,  con
due pironi di ferro da ficcare in terra,  assai deboli.  In pi  volte  potemmo
veder  da cavalli cinquanta,  coperti d'alcune lame di ferro sopra certi lavori
di seta grossi.  Le arme che usano sono archi  e  spade,  e  alcuni  brocchieri
lavorati  di  seta  over  di filato;  non hanno lancie.  La maggior parte degli
uomini da conto hanno celate assai belle e qualche panciera;  hanno buoni e bei
cavalli. Di niuna altra lor cosa ho da dire, per aver detto della condizion del
paese  e  dei  loro  costumi  e  d'ogni  altra  cosa a sufficienza,  bench pi
diffusamente averia potuto dire che non ho detto: ma l'ho fatto per  non  esser
tedioso.


Il clarissimo ambasciador si parte da Tauris e,  cavalcando per la Giorgiania e
Mengrelia,  assaltato in molti luoghi, e finalmente arriva al Fasso.
Cap. 5.

Ad 28,  ridotti sotto il  padiglione  del  magnifico  messer  Iosafa  Barbaro,
desinassimo  insieme: e a sua magnificenzia e a me pareva dura la partita,  che
certo fu con effetto,  e abbracciandone insieme  con  molte  lagrime  pigliammo
licenzia  l'uno dall'altro.  Montai a cavallo insieme col detto patriarca e gli
ambasciatori turchi e il sopradetto Marco rosso: col nome di Dio  ci  partimmo,
che  credo  fosse  in  strana  ora,  per  gli  affanni che io ebbi e i pericoli
grandissimi.  Camminando per  il  paese  d'Ussuncassan  per  venire  al  Fasso,
arrivammo  alli  9 casali d'Armeni catolici,  come abbiamo detto per avanti,  e
alloggiammo in casa  del  vescovo,  dove  fossimo  ben  visti  e  udimmo  messa
catolica.  Dimorammo  quivi tre giorni per fornirci;  donde essendo partiti,  e
camminando per pianura e anche per qualche monte,  entrammo nel paese del re di
Giorgiania.
Ad XII luglio 1475 arrivammo in una terra del detto re chiamata Tiphis,  posta
sopra un poco di monticello,  col suo castello sopra il monte pi  alto,  assai
forte,  dove  anche  trovammo  un Armeno catolico,  e con esso lui alloggiammo,
avendo passato un fiume ivi appresso,  il qual si chiama Tigris.  Per  fama  la
detta terra fu assai grande, ma  molto distrutta; e per quel poco che ora , 
assai ben abitata e vi sono anche di molti uomini catolici.
Ad  15,  cavalcando per la detta Giorgiania,  e la maggior parte per montagne,
trovavamo pur qualche casale,  e anche sopra qualche montagna vedevamo  qualche
castello.
Ad  18,  circa  li  confini della Mengrelia,  in un bosco in mezo di montagne,
trovammo il re Pangrati,  e fummo a visitarlo tutti noi: dove volse mangiassimo
con  lui,  sedendo in terra,  con li mantili di cuoio secondo la lor usanza per
tovaglia. Il nostro mangiar fu carne arrostita con qualche gallina, e tutto mal
cotto,  con qualche altra cosuccia;  ma ben vi era  del  vino  abbondantemente,
perch  tengono  quello esser il pi bell'onore che possano fare.  Mangiato che
s'ebbe,  si misero a far sdraviza con alcuni bicchieri groppolosi mezo  braccio
lunghi:  e  quelli che bevevano pi vino erano pi stimati fra loro.  I Turchi,
che non beveano vino,  furno cagione che ci levammo da tal  impresa:  ma  fummo
molto  disprezzati,  perch non facevamo a modo loro.  Il detto re poteva esser
d'anni 40, uomo grande,  bruno,  di viso tartaresco,  nondimeno bell'uomo;  dal
quale togliemmo finalmente commiato.
Ad 20 la mattina partimmo di l,  e cavalcando per la detta Giorgiania, sempre
quasi per montagne, venimmo a' confini della Mengrelia, dove trovammo (e fu ad
22) un capitano d'alcune genti a piedi  e  cavallo  del  detto  re,  per  certa
differenza  ch'era  nel  paese  della  Mengrelia  per  la  morte di Bendian suo
signore,  le quali ne fecero fermar  con  molte  minaccie,  e  ci  tolsero  due
turcassi con gli archi e con le freccie,  e pagammo alcuni danari;  lasciaronne
poi andare, e noi pi presto che potemmo cavalcando uscimmo fuori di strada,  e
ridotti  in  un  bosco stemmo quella notte con gran paura,  dubitando non esser
assaltati.

Ad 23 la mattina, cavalcando verso Cotatis, nel passare un passo stretto fummo
assaltati da alcuni del casale,  che ci tolsero il passo con minaccie di morte,
e  dopo  le  molte parole tolsero tre cavalli di quelli ambasciadori turchi che
portavano il presente: e con gran fatica,  pagando circa ducati  venti  di  lor
monete,  e  i  cavalli  e  alcuni  archi,  fummo  lasciati e venimmo a Cotatis,
castello del detto re.
Ad 24 la mattina,  convenendoci passare un  ponte  sopra  una  fiumana,  fummo
assaliti,  e ci bisogn pagare un grosso per cavallo, essendo menati: che certo
ne fu di grande affanno.  Passati che fummo entrammo nella Mengrelia,  dormendo
sempre alla foresta.
Ad  25 fummo menati a passare una fiumana con alcuni zoppoli,  e ridotti in un
casale d'una donna chiamata Maresca, che fu sorella di Bendian,  la qual mostr
farne  buonissimo accetto: presentonne del pane e del vino,  e misene dentro un
suo prato serrato.
Ad 26 la mattina deliberammo farle un presente,  che poteva  valere  da  venti
ducati:  ne  ringrazi  e  non volse accettarlo,  ma poi cominci a farne molti
strazii, dicendo voler due ducati per cavallo. E bench noi ci scusassimo,  per
povert come per altro,  non per ne valse,  e ne convenne darle due ducati per
cavallo,  e anche volse il presente che le avevamo mandato,  con qualche  altra
mangiaria  appresso,  e  con  fatica ne licenzi: che certo,  alli modi ch'ella
tenne, credetti che ne dovesse spogliar del tutto; nondimeno fummo licenziati.
Ad 27 montammo parte di noi in alcuni suoi zopoli,  e parte a cavallo: venimmo
al  Fasso,  molto  dissipati;  e  alloggiati in casa dell'antedetta donna Marta
circassa,  per conforti degli affanni che avevamo avuti,  sentimmo Capha  esser
stata  presa  da'  Turchi,  dov'era  la  speranza  nostra di passare: di quanto
affanno tal nuova ci fusse lascio considerar a voi.  Non sapevamo  che  partito
dovessimo  prendere,  e  stavamo  come  persone  perdute;  ma frate Ludovico da
Bologna, patriarca d'Antiochia sopradetto, deliber di voler andare alla via di
Circassia,  per passar la Tartaria e venir in Rossia,  mostrando  aver  qualche
notizia  del  detto  cammino.  Pi  volte  avea detto di non s'abbandonare l'un
l'altro,  e cos gli dissi e lo pregai che dovessimo di compagnia far il  detto
cammino:  e  questo  fu  pi  volte;  ma  mi  rispose ch'era tempo che ciascuno
salvasse la sua testa. Mi parve un'iniqua e strana risposta, e ancora lo pregai
non volesse usar tanta crudelt, ma niente mi valse. Volse ad ogni modo partire
con la sua  compagnia  e  famiglia,  e  con  l'ambasciador  turco  datogli  per
Ussuncassan.  Visto cos, cercai accordarmi con Marco rosso e con l'ambasciador
turco ch'aveva con  lui,  e  pigliar  qualche  partito  di  ritornare  adietro.
Mostrorno  di  volerlo  fare,  e per segnal di fede ci baciammo la bocca,  e io
teneva tal promessa per certa: ma si consigliorno poi fra  loro  e  deliberorno
andar  per  il  paese di Gorgora,  signore di Calcican e delle terre Vati,  che
confinano con alcuni luoghi d'Ottomano e davanli tributo.  Intesa io tal  cosa,
non  mi  parve di pigliar tal cammino,  ma pi tosto rimanere ivi al Fasso alla
misericordia di Dio.
Ad VI agosto 1475 il detto patriarca mont a  cavallo,  com'  detto,  con  li
suoi,  facendo qualche scusa meco, e il giorno seguente si part il detto Marco
rosso,  col Turco e con alcuni Rossi che erano con lui,  parte in una delle lor
barche  e  parte  a  cavallo,  per il Vati,  con pensier d'andare alla volta di
Samachi e poi passar la Tartaria.  Cos rimasi io solo in quel loco con la  mia
famiglia,  che  in tutto eravamo cinque,  abbandonati da tutti,  senza danari e
senza speranza d'alcuna salute,  per non saper che via n che modo avessimo  da
tenere: qual cuore fusse il nostro lascio considerar a chi ha intelletto.  A me
in quel giorno da fastidio salt la febre terribile  e  grande,  n  mi  potevo
medicar  con  altro  che  con l'acqua della fiumana e con qualche panetto,  pi
presto di semolelli che  d'altro:  pur  alle  volte  con  fatica  ebbi  qualche
polastrello. Il male fu grande e con alcune frenesie, che, per quello che mi fu
detto  dopo,  io  diceva  molto strane cose.  Ivi ad alcuni d s'ammalarono tre
della mia famiglia, e rest solo prete Stefano,  il qual attendeva a tutti.  Il
mio  letto  era  una  coltre assai trista,  la qual mi prest un Zuan di Valcan
genovese che stava in quel luogo, e questa era lenzuoli e letto; la famiglia se
ne stette con quelli pochi drappi ch'aveva. La detta malattia mi tenne fino ad
10 settembre,  che certo mi ridusse a tanta estremit che li miei tenevano  per
certo  ch'io  dovessi  morire: ma la ventura mia volse che la detta donna Marta
aveva una borsetta e un poco d'olio,  e qualche erba,  la qual mi fu  posta,  e
parve  ch'io  megliorassi.  Ma questo conosco veramente che fu per misericordia
del nostro Signor Dio, al qual piacque non mi lasciar morire in quei paesi,  di
che sempre sia ringraziato.  Rimasti adunque tutti sinceri,  ragionammo fra noi
qual partito dovevamo pigliare,  e deliberammo per  opinion  mia  di  ritornare
adietro  alla  volta  di  Samachi per passar la Tartaria.  Eranvi di quelli che
volevano ch'io andassi per la Soria, ma non volsi in modo alcuno, e mi ristorai
alquanto nel detto luogo del Fasso.
Ad X settembre 1475 montammo a cavallo e,  fatto circa due miglia de'  nostri,
per  la gran debolezza non era possibile cavalcare,  onde fui posto in terra da
cavallo; e, riposato alquanto,  tornammo in casa della detta donna Marta,  dove
stemmo  fin  ad  17.  E fortificati alquanto,  col nome del nostro Signor Dio,
montammo a cavallo per seguir il viaggio deliberato per noi.  Nel  detto  luogo
del  Fasso  si trovava un Greco che sapeva la lingua mengrelia,  il quale tolsi
per mia guida,  e mi fece mille  assassinamenti,  che  a  narrarli  saria  cosa
pietosa.


Il  clarissimo  ambasciador  si parte dal Fasso e,  tornando per la Mengrelia e
Giorgiania, va nella Media e passa il mar di Bachau, cio Caspio, e perviene in
Tartaria.
Cap. 6.

Ad 17 montammo a cavallo, com' detto, ritornando per la Mengrelia con qualche
travaglio.
Ad 21 fummo in Cotatis,  e la detta guida  movendomi  garbugli,  mi  fu  forza
dargli comiato col miglior modo ch'io potei. Stemmo nel detto loco fino ad 24,
s per non mi sentir bene, come per aspettar qualche compagnia; e finalmente ci
accompagnammo  con alcuni pochi,  li quali non conoscevamo n intendevamo,  per
certe montagne,  ma non senza paura,  fino a' 30,  che giungemmo in  Tiflis,  e
dismontai  pi  morto  che  vivo in una chiesa di un Armeno catolico,  dal qual
certo con  molti  altri  avemmo  buona  compagnia.  Il  detto  prete  aveva  un
figliuolo, al qual per nostra sorte venne la peste, perch quell'anno era stata
grande nel detto luogo;  ed essendosi li miei mescolati con lui, l'appicc a un
Mafeo da Bergamo mio servitore,  il  qual  mi  attendeva,  e  per  due  giorni,
avendola, di continuo mi stette a torno: si butt poi giuso dov'esso dormiva e,
discoperto questo male, fui consigliato che mi levassi di l, onde, fatto netto
il meglio si pot un luogo ove la notte stavan le vacche, mi fu acconcio con un
poco  di  fieno,  dove fui messo a riposare per la gran debolezza ch'avevo.  Il
prete non volse pi che 'l detto Mafeo stesse in casa sua e, per non aver altro
luogo,  ci fu forza metterlo in un cantone dove ero anch'io,  servendolo  prete
Stefano: e piacque al nostro Signor Dio chiamarlo a s.  Ebbi pur il modo,  con
preghiere assai,  d'aver un altro luogo da  vacche  simile  a  quello,  ove  mi
ridussi  al  modo  sopradetto.  Eravamo  abbandonati da tutti,  salvo che da un
vecchio che sapeva un poco franco,  che di  continuo  ci  serv:  ma  come  noi
stessimo si pu facilmente giudicare.
Stemmo nel detto luogo di Tiflis fino a' 21 ottobre, e il giorno avanti per mia
ventura  capit  ivi  quell'ambasciador  turco  che  andava  con frate Ludovico
patriarca d'Antiochia,  il qual mi disse ch'essendo andati  fin  nell'Avogasia,
furon rubati e spogliati del tutto; e diceva che 'l detto patriarca n'era stato
cagione  che  gli  fusse  stato rubato,  e che lo lasci andare,  ed egli se ne
ritornava nel suo paese,  dicendo che di questo  faria  lamenti  assai  al  suo
signor Ussuncassan.  Io il meglio che poteva lo confortava,  e ci accompagnammo
insieme, e partimmo di l,  come  detto,  ad 21 d'ottobre.  Il detto Tiflis 
del  re Pangrati di Giorgiania.  E cavalcando per due giorni entrammo nel paese
d'Ussuncassan,  perch era nostra via per andar in Samachi,  e  trovammo  belli
paesi.
Ad  XXVI  d'ottobre  1475  fummo  in  un  luogo dove ne convenne separar l'uno
dall'altro,  perch'io volevo entrar nel paese di Sivansa per andar  in  Samachi
sua terra,  e l'ambasciador andar nel suo paese. Per mezo suo ebbi per guida un
Turco dei lor preti per fino in Samachi. Tolto comiato ci partimmo,  ed entrati
nel detto paese,  che si chiama la Media, il qual  bello e fruttifero paese ed
 per la maggior  parte  pianura,  molto  pi  fruttifero  e  bello  di  quello
d'Ussuncassan, noi con la detta guida avemmo buona compagnia.
Ad  1  novembre  1475  arrivammo in Sammachi,  terra del detto signor Sivansa,
signore della Media: ed  quel luogo dove si fa  la  seta  talamana,  e  ancora
molti  altri lavori di seta: nondimeno sono leggieri,  e per lo pi fanno rasi.
La detta terra non  grande come Tauris,  ma  secondo  il  mio  giudicio  molto
migliore  in ogni condizione e abbondante d'ogni vettovaglia.  Stando nel detto
loco trovammo Marco rosso,  ambasciador del duca di Moscovia,  quello col quale
andammo  fino  al  Fasso,  che  fece  la via di Gorgora e capit ivi dopo molti
travagli.  Venne per sua cortesia a trovarmi  nel  caversera  dove  io  era,  e
abbracciatolo  strettamente lo pregai mi volesse accettare in sua compagnia,  e
mi s'offerse con buone e cortesi parole.
Ad 6 partimmo di l col detto Marco per andare in  Derbent,  terra  del  detto
Sivansa,  al  confin della campagna de' Tartari.  E cavalcando ora per montagne
ora per pianure,  alloggiando qualche volta in qualche casale  de  Turchi,  da'
quali  avevamo assai buona compagnia,  trovammo a mezo cammino una terricciuola
assai convenevole,  ove nascono tanti frutti,  e massimamente pomi,  ch'  cosa
incredibile, e tutti bonissimi.
Ad  12 giungemmo al detto luogo di Derbent,  e perch a voler andare in Rossia
n'era forza passar la campagna de'  Tartari,  fummo  consigliati  invernare  in
detto luogo,  e all'aprile passare per il mar di Bachau e andar in Citracan. La
detta terra di Derbent  posta sopra 'l mare di Bachau,  cio  mare  Caspio,  e
dicesi che fu edificata per Alessandro Magno, e chiamasi Porta di Ferro, perch
a entrar della Tartaria in Media e Persia,  non si pu entrare salvo che per la
detta terra,  per aver una valle profonda  che  tiene  fino  in  Circassia.  Ha
bellissime muraglie,  molto larghe e ben fatte,  ma sotto il monte alla via del
castello non  abitata la sesta parte, e verso il mare tutta  disfatta. Ha una
grandissima  quantit  di  sepolture.     convenevolmente  abbondante   d'ogni
vettovaglia e fa vini assai,  e similmente frutti d'ogni sorte. Il detto mare 
lago,  per non aver bocca alcuna,  e dicesi  che  volge  tanto  quanto  il  mar
Maggiore,  ed  molto profondo; vi si pigliano sturioni e morone in grandissima
quantit: altri  pesci  non  sanno  pigliare.  V'  una  grandissima  copia  di
pescicani  con  la testa,  piedi e coda propria come cani;  pigliano ancora una
sorte di pesci lunga circa un braccio e mezo,  grosso e quasi  tondo,  che  non
mostra  n  testa  n  altro,  dei quali fanno certo liquore che bruciano a far
lume,  e anche ungono li cameli,  e portasene per tutto il paese.  Stemmo nella
detta  terra da' 12 novembre fino a' 6 aprile,  che montammo in barca,  e certo
avemmo buona compagnia. Mostravano essere bellissime genti,  n mai ci fu fatto
ingiuria alcuna.  Dimandavano chi eravamo,  e dicendo che eravamo cristiani non
cercavano altro. Io portava in dosso una casacca tutta squarciata,  foderata di
pelli  agnelline,  e  di sopra una pelliccia assai trista,  con una berretta di
pelli agnelline in capo, e andavo per la terra e per il bazzarro, e molte volte
portavo la carne a casa.  Ma sentivo pur qualcuno che diceva: "Costui  non  par
uomo  da portar carne",  e il detto Marco me lo diceva e riprendevami,  dicendo
che io andavo con una presenzia che pareva ch'io  fussi  in  franchisa;  ma  io
dicevo  non  poter  far  altro,  maravigliandomi  ch'essendo  cos  straccioso,
facessino tal giudicio di me.
Ma, com' detto, avemmo buona compagnia.
Stando nel detto luogo,  per esser desideroso d'intender  qualche  nuova  delle
cose  del  signor Ussuncassan e del magnifico messer Iosafa Barbaro,  deliberai
mandar Dimitri mio turcimano fino in Tauris, che  cammino di venti giornate: e
cos and e ritorn in giorni cinquanta,  e portommi lettere d'esso Iosafa,  il
quale  mi scrisse che 'l signor era l,  ma che non si poteva saper cosa alcuna
di lui.  E per lo detto Marco fu fatto accordo con un patrone delle lor  barche
per  condurci in Citracan;  le quali lor barche stanno tutto 'l verno in terra,
per non poter navigare,  e sono fatte a modo di pesci (che cos  le  chiamano),
strette  da poppa e da proda,  con pancia in mezo,  fitte con pironi di legno e
calcate di pezze.  Vanno alla quara,  e hanno due zanche con uno spaolo  lungo,
che con bonaccia governa, e quando  qualche mal tempo con le zanche. Non hanno
bussoli,  ma navigano con la stella sempre per la vista di terra, e sono navili
molto pericolosi.  Vogano qualche remo e  governansi  tutto  alla  bestiale,  e
dicono  non esser altri marinari ch'essi.  E,  per dire il tutto,  queste genti
sono tutte macomettane.
Ad VI aprile 1476 l'esserne bisognato star circa otto giorni a marina in barca
con le nostre robe per aspettar tempo fe'  che  'l  detto  Marco  di  continovo
stette  nella terra,  e noi,  per esser soli,  non eravamo senza qualche paura.
Piacque al nostro Signor Dio far tempo per il  nostro  viaggio,  onde,  ridotti
tutti alla marina,  fu buttata la barca in acqua, poi tutti noi entrammo dentro
e facemmo vela: eravamo persone 35, computando il patrone con sei marinari;  il
resto  erano  alcuni  mercanti,  che  portavano  qualche poco di risi e qualche
lavoro di seta e di boccassini per Citracan per vender a' Rossi, e anco qualche
Tartaro per pigliar altre cose,  cio pellettarie che fanno per il detto  luogo
di Derbent.  Come  detto,  facemmo vela il d soprascritto con vento prospero,
sempre larghi da terra circa miglia 15,  a costa di montagne.  Il terzo giorno,
passate le dette montagne,  trovammo spiaggia;  e fece vento contrario, e ci fu
forza a sorger con un ferricciuolo il capo del resto,  e poteva esser circa ore
quattro avanti sera.  La notte il vento rinfresc con mare assai, e ci vedevamo
del tutto perduti: deliberarono far levare il ferro e lasciarci venir in  terra
alla ventura su la spiaggia. Levato che fu il ferro, c'intraversammo al mare, e
per esser grosso con vento assai ne buttava in terra; ma volse il nostro Signor
Dio,  col  detto  mar  grosso  che ne levava da' scagni,  che ci salvassimo,  e
buttonne appresso terra,  ove la barca entr in una fossa  tanto  lunga  quanto
ella  era,  che  ne  parve esser entrati in porto,  perch il mar rompeva tante
volte,  avanti che venisse l,  che non ne poteva nuocere.  A tutti ne fu forza
saltar  in  acqua,  e portar ciascuno le sue cosette in terra molto bagnate,  e
anco la barca faceva acqua,  per il toccar ch'ella fece sugli  scagni.  Avevamo
gran  freddo,  s  per  esser  bagnati  come  per  il vento.  La mattina fecero
deliberazione fra loro che alcuno non facesse fuoco,  perch eravamo  in  luogo
tanto  pericoloso  de'  Tartari  quanto dir si potesse.  Su per la marina erano
molte pedate di cavalli,  e perch vi era un zopolo che mostrava esser rotto da
fresco,  giudicavamo  che  li  detti  cavalli fussero venuti per pigliar li lor
uomini, o vivi o morti,  dal detto zopolo,  di modo che stavamo con grandissima
paura e in aspettazione continova d'esser assaltati: ma ci rassicurammo vedendo
che dietro la spiaggia erano molte paludi, s che di ragione li Tartari doveano
esser lontani dalla marina.  Stemmo nel detto luogo fino ad 13, che bonacci e
mostr far tempo per il nostro viaggio,  onde,  messe le cose delli marinari in
barca  e  menata  la barca fuor delli scagnoni,  furno caricate l'altre robbe e
fatto vela: e fu il sabbato santo.  Facemmo circa miglia 30,  e un'altra  fiata
n'assalt il vento contrario,  ma, avendo alcune isolotte di canne sotto vento,
ne fu forza d'entrare in esse,  e venimmo a sorger in un luogo  dove  era  poca
acqua. Il vento rinfresc, e per il marisino la barca toccava alquanto; per il
patron  volse  che  tutti dismontassimo sopra un poco di canneto,  a modo d'uno
isolotto,  e cos facemmo.  E mi convenne pigliar le mie bisaccie in  spalla  e
discalzato  andarmene  il  meglio  che  potei in terra,  con gran freddo e gran
pericolo, per rispetto del marisino che mi bagn tutto. Giunto in terra, trovai
un poco di coperto di canne,  che,  per quanto dicevano,  li Tartari venivano a
pescar  l'estate  in  quei  luoghi:  messimi l dentro per asciugarmi il meglio
ch'io poteva insieme con  la  mia  famiglia;  e  i  marinari  con  gran  fatica
ridussero la barca a paravezo del vento, ove era senza pericolo.
Ad  14  la mattina,  che fu il giorno di Pasqua,  stando sul detto canneto con
qualche poco di canne, ma con gran freddo, non avevamo con che far Pasqua salvo
che con butiro; ma uno de' famigli del detto Marco,  camminando per lo scoglio,
trov  9  uova  di  anetra  e  appresentolle  al suo padrone,  che fece far una
frittata con butiro e appresentonne un pezzetto per uno: e con  quello  facemmo
Pasqua,  che  fu  molto bella,  ringraziando sempre Iddio.  Fra lor molte volte
dimandavano chi io era,  e avevamo deliberato col detto Marco farmi da  medico,
dicendo  che io fui figliuolo d'uno medico servidor della despina che fu figlia
del dispote Thoma,  mandata da Roma per moglie del duca  di  Moscovia:  e  come
povero e servidor della detta,  andavo a trovare il detto duca e la despina per
cercar la ventura. Ed essendo a uno de' marinari venuto un brusco over fumirolo
sotto il scaio, mi dimand consiglio, onde io, ritrovato un poco d'olio, pane e
farina ch'era in barca,  feci uno impiastro e glielo misi sopra  il  brusco:  e
volse  la  fortuna  che  in tre giorni si ruppe e fu guarito,  per la qual cosa
dicevano che io era un perfetto medico, confortandomi a voler rimaner con loro.
Ma Marco mi scus per non aver io cosa alcuna,  n questo poter esser,  ma che,
giunto in Rossia, stato che vi fussi qualche poco di tempo, ritorneria l.


Il clarissimo ambasciadore navigando il mar Caspio arriva a Citracan, citt de'
Tartari,  e da' Tartari gli vengon fatte molte paure, e finalmente si parte con
la caravana per andar in Moscovia.
Cap. 7.

Ad 15 la mattina fece vento, e facemmo vela, e di continovo velizando appresso
terra,  cio di quelle isole di canneti,  qualche volta sorgendo,  fino ad 26,
ch'entrammo nella bocca della Volga,  fiumara grandissima,  la qual viene dalle
parti di Rossia: e dicono che ha bocche 72 che buttano nel mar di Bacau,  ed  
in molti luoghi molto profonda.  Dalla detta bocca fino in Citracan sono miglia
75,  e per la correntia grande,  or col tirar l'alzana or con qualche  poco  di
vento,  arrivammo  ad 30 al luogo di Citracan;  ma di qua da Citracan verso la
marina  una salina grandissima,  che si dice far tanto sale che saria bastante
a gran parte del mondo,  e d'esso si serve la maggior parte della Rossia,  ed 
bellissimo.  Li Tartari,  cio quel signor di Citracan,  non volse che per quel
giorno dismontassimo in terra,  ma Marco dismont,  ed ebbe pur il modo, perch
avea l qualche amicizia.  E la prima sera fui menato in una casetta con la mia
brigata,  dove stava il detto Marco, messo in un poco di busetto, ove dormimmo.
La mattina vennero tre Tartari,  con visacci che parevano tavolazzi,  e fecermi
andare  alla  lor  presenza,  e  dissero  verso  Marco che fusse il ben venuto,
percioch'esso era amico del lor signore, ma che io era schiavo di quello perch
li Franchi erano lor nimici. Mi parve strana accoglienza,  ma Marco rispose per
me,  n volse ch'io dicessi cosa alcuna,  salvo ch'io mi ricomandava a loro.  E
questo fu il primo d di maggio 1476.
Ritornai nella detta cameretta, con tanta paura,  ch'io non sapeva dove mi era,
e ogni giorno li pericoli crescevano,  s per li comerchieri, li quali dicevano
che io al tutto avevo gioie,  s perch aveamo qualche fraschetta delle cose di
Derbent,  per  barattar  a qualche cavallo per nostro cavalcare,  e tutto ne fu
tolto. Poi per il detto Marco mi fu detto che ne voleano vendere in bazarro, ma
per suo mezo, con alcuni mercanti che doveano venir in Moscovia,  dopo li molti
affanni e pericoli che fummo assai giorni, fu ridutta la cosa in duemila alermi
d'esser pagati al signore, senza l'altre mangiare date ad altri. E bench'io non
avessi  un  soldo,  furno  pur  trovati li detti danari da' Rossi e da' Tartari
mercanti che venivano in Moscovia,  con grandissima  usura  e  con  la  sicurt
fattami  dal  detto  Marco.  La  cosa  del  signore per l'accordo fatto pur era
alquanto cessata,  ma il can comerchier,  quando Marco nostro non era in  casa,
veniva  e  buttava  gi  la  porta  del  luogo  dove stava,  con voce maladetta
minacciando di farmi impalare,  dicendomi ch'io avea gioie assai,  onde  mi  fu
forza strangolarlo il meglio si pot.  Molte e molte volte venivano anco alcuni
Tartari la notte,  ubriachi d'una vivanda  che  fanno  di  mele,  gridando  che
voleano  li Franchi,  che non  cuor d'uomo che non si fusse spaventato,  e con
qualche cosa di nuovo ci conveniva farli tacere.  Stemmo nel  detto  luogo  dal
primo di maggio fino ad 10 d'agosto, che fu il d di s. Lorenzo.
Il detto luogo di Citracan  di tre fratelli,  che sono figliuoli d'un fratello
del presente imperadore de' Tartari, che sono quelli che stanno per le campagne
della Circassia e verso la Tana. La state vanno per li caldi alli confini della
Rossia,  cercando li freschi e l'erba;  e questi tre fratelli stanno in  questo
luogo di Citracan qualche mese del verno,  ma la state fanno come gli altri. Il
detto luogo  picciolo ed  sopra la fiumara della Volga,  e le lor poche  case
sono  di  terra,  ed  murato d'un muro basso,  ma mostra bene che vi sia stato
qualche edificio,  e che non fusse gran tempo.   fama che anticamente il detto
Citracan  fusse luogo di facende assai,  e le specie che venivano a Venezia per
via della Tana venivano per il detto luogo di Citracan, perch,  secondo quello
che  potei intendere e comprendere,  doveano capitare le specie l e di l alla
Tana, essendo, per quanto dicono, non pi di giornate otto di cammino.
Ad X agosto 1476 partimmo,  come  detto,  da Citracan,  il d di san Lorenzo,
nel modo che qui di sotto narrer.  Quel signore di Citracan, chiamato per nome
Casimi Can,  ogni anno manda un suo ambasciadore in Rossia al  signor  duca  di
Moscovia,  pi presto per aver qualche presente che per altro, e con esso vanno
molti mercanti tartari,  e fanno una caravana e portano con loro alcuni  lavori
di seta fatti in Gesdi e boccassini,  per barattar in pelletarie, selle, spade,
briglie e altre cose a loro necessarie.  E perch bisogna  camminar  dal  detto
luogo  di  Citracan  fino  alla Moscovia di continovo per deserti,   forza che
ciascuno si porti qualche vettovaglia: ma li Tartari poco si curano,  percioch
menano  con  la  detta  caravana  gran  quantit  di  cavalli,  e  ogni  giorno
n'ammazzano per lor vivere, perch la lor vita  sempre di carne e di latte, n
niun altro alimento hanno,  n sanno che cosa sia pane,  salvo qualche mercante
che  sia stato in Rossia;  ma a noi fu forza fornirci la mensa il meglio che si
pot. Avemmo pur il modo d'aver un poco di risi, de' quali fanno una mistura di
latte seccato al sole, e la chiamano thur,  che vien molto dura e tiene un poco
dell'agro, e dicono esser cosa di gran sostanzia. Avemmo anche cipolle e aglio,
e  con  fatica ebbi circa una quarta di biscottelli di farina di frumento assai
buona: e questa fu la nostra mensa;  ma ebbi poi una coda di  castrone  salata,
che fu all'ora della nostra partita. Il cammin nostro dritto fu tra due fiumare
della  Volga,  ma  perch  il  detto imperadore avea guerra con Cassimi Can suo
nepote, il qual Cassimi teneva dover esser egli vero imperadore,  percioch suo
padre era imperadore del lordo e teneva la signoria, e per questo aveano guerra
grande  insieme,   per  tutti  deliberorno  che  tutta  la  caravana  passasse
dall'altra banda della fiumara per camminar,  tanto ch'ella venisse a passar in
certo  passo  stretto  del  Tanais  alla  Volga,  ch'  circa  giornate cinque,
percioch, passato 'l detto stretto, la caravana non dubitava pi.
E cos tutti misero le lor robbe e vettovaglie in alcuni lor zoppoli  ch'usano,
per passar di l dalla fiumara.  Marco volse anch'egli mettervi le sue robbe, e
ch'io vi  mettessi  quelle  poche  vettovaglie  ch'avevo  apparecchiate,  e  vi
mandassi  prete Stefano e Zuanne Ungaretto mio famiglio,  e ch'io rimanessi con
lui,  percioch aveva  messo  ordine  con  l'ambasciadore,  chiamato  per  nome
Anchioli, di trarmi di casa circa mezogiorno e andare al passo dov'erano andate
le  barche,  che potevano esser da miglia 12 su per la fiumara: e quando fu ora
mi fece montar a cavallo col detto ambasciadore e col mio turcimano, e con gran
paura,  camminando pi bassamente potevo,  arrivammo al passo che  potea  esser
un'ora avanti sera; ed essendo per passar la fiumara e andar dov'eran li nostri
circa  l'imbrunir  della notte,  Marco mi chiam con una tal furia che certo io
credetti fussi l'ultima mia ora.
Fecemi montar a cavallo col mio turcimano e una femina rossa,  in compagnia con
un  Tartaro d'un aspetto tanto dispiacevole quanto dir si potesse,  n altro mi
disse salvo che: "Cavalca, cavalca presto". E io ubbidiente,  perch non potevo
far  altro,  seguiva  il  detto Tartaro: e tutta quella notte mi fece camminar,
infino a mezogiorno,  che mai non volse che pur un poco dismontassi.  Pi volte
gli feci dimandare al mio turcimano dove mi menasse: pur ultimamente mi rispose
che  la  cagione  che Marco m'avea fatto partire si era perch il signore volea
mandar a far cercare alle barche,  e dubitava che,  se m'avessero  trovato  l,
m'ariano ritenuto. Questo fu ad 13 d'agosto e circa mezogiorno.
Ridutti su la fiumara, quel Tartaro cercava qualche zoppolo da passarne sopr'un
polesene,  ch'  a  mezo  la  fiumara,  dov'era  il bestiame di quello Anchioli
ambasciadore: e, non trovando zoppolo, il detto Tartaro ragun alcune frasche e
ligolle il meglio pot insieme,  e prima messe le selle de' cavalli suso e lig
le dette frasche con una corda alla coda d'un cavallo,  ed esso,  governando il
cavallo,  pass di l sul detto polesene,  che  tengo  era  due  grossi  tratti
d'arco.  Ritorn poi e mise suso la femina rossa e passolla nel detto modo;  il
mio turcimano volse passar notando, e pass,  ma con pericolo.  Torn anche per
me,  e,  perch  vedevo il pericolo grande,  mi spogliai in camicia e discalzo,
bench ad ogni modo poco mi saria valuto, e con l'aiuto di messer Domenedio, ma
con gran pericolo,  fui passato di l.  Torn poi anco il detto Tartaro e  fece
passar  li  cavalli,  e  montati  a  cavallo andammo al suo albergo,  ch'era un
coperto di feltre,  e misemi l sotto.  Era  il  terzo  giorno  che  non  avevo
mangiato cosa alcuna, e mi dette un poco di latte agro, e lo ricevetti in somma
grazia  e mi parve molto buono.  Di l a un poco vennero molti Tartari ch'erano
sul detto polesene per loro bestiame,  e guardavanmi mostrando fra  loro  molto
maravigliarsi  a  che  modo  io  fussi  capitato  l,  non  v'essendo mai stato
cristiano alcuno: io non diceva cosa alcuna,  ma mi facevo ammalato  pi  ch'io
potevo.  Quel Tartaro mostrava molto favorirmi, e credo che niuno osava parlare
per rispetto dell'ambasciadore, che era grande uomo.
Ad 14, che fu la vigilia di nostra Donna,  per onorarmi fece ammazzare un buon
agnelletto  e fecelo arrostire e lessare,  non pigliando fatica alcuna di lavar
la carne,  percioch dicono che lavandola perde tutto il suo sapore;  non fanno
anche caso di spumarla, salvo che con qualche frasca: e cos mi fece portare di
detta carne e latte agro avanti,  e bench fusse la vigilia di nostra Donna (la
quale pregai che volesse perdonarmi,  perch non potevo  pi),  ci  mettemmo  a
mangiar tutti insieme.  Fecero anche portar del latte di cavalla,  del quale ne
fanno grande stima,  e voleano ch'io ne bevesse,  perch dicono che genera gran
forza  all'uomo: ma perch egli aveva una maladetta puzza non ne volsi bere,  e
l'ebbero quasi a male.  E a questo modo stetti fino ad 16  a  mezogiorno,  che
essendo  venuto Marco con la caravana per mezo il detto polesene over isolotto,
mand un Tartaro con un Rosso delli suoi a chiamarmi,  e subito mi fece montare
in  un zoppolo e passar dov'era la caravana.  Prete Stefano e Zuanne Ungaretto,
che tenevano per certo di non mi veder mai pi,  fecero gran  festa  quando  mi
viddero,  sempre  ringraziando  il  nostro  Signor  Dio.  Il detto Marco m'avea
fornito di cavalli per quanto mi bisognava. Stemmo per tutto il d 17,  che con
tutta  la  caravana  ci  mettemmo  in  cammino per passar il deserto e andar in
Moscovia.  L'ambasciadore era quello che comandava a tutti,  che potevamo esser
circa  persone  trecento fra Rossi e Tartari,  ma pi di cavalli ducento menati
per lor vivere e anche per vendere in Rossia.  Certamente camminavamo con  buon
ordine,  sempre appresso la fiumara,  dove dormivamo la notte e posavamo a mezo
il  giorno:  e  questo  fu  per  giorni  15,  che  parve  loro  d'esser  sicuri
dell'antedetto passo stretto, per paura che avevano dell'imperador del lordo.
E per dichiarare questo lordo,  dico che essi hanno uno imperadore, il nome del
quale non mi ricordo,  ma  quello che governa tutti li  Tartari  che  sono  in
quelle parti,  li quali, com' detto, vanno camminando, cercando erbe fresche e
l'acque, n mai stanno fermi, n d'altro vivono che di latte, come s' detto, e
di carne;  hanno manzi e vacche,  le pi belle credo che  siano  nel  mondo,  e
similmente castroni e pecore,  e sono carni molto saporite,  per rispetto delli
buoni pascoli ch'hanno: ma fanno grande  stima  del  latte  di  cavalla.  Hanno
bellissime e grandi campagne, n si vede montagna alcuna. Io non sono stato nel
detto  lordo,  ma ho voluto averne informazione,  e della possanza loro.  Tutti
concludono essere gran numero  di  gente,  ma  disutile:  e  cos  mostra,  per
rispetto  delle  molte  femine e putti che hanno nel detto lordo,  e che non si
trover in tutto quel lordo duemila uomini con spade e arco,  perch  tutto  'l
resto  sono discalzi,  senz'arma alcuna.  Questi hanno fama di valenti,  perch
rubbano alla giornata Circassi e Rossi, ma tengono che i lor cavalli siano come
salvatichi,  percioch mostrano essere molto paurosi e non  sono  usi  a  esser
ferrati. Cos concludono che da loro a bestie non sia differenza alcuna. Questi
Tartari, com' detto, di continovo stanno tra queste due fiumare, cio il Tanai
e la Volga;  ma dicono essere un'altra sorte di Tartari, che stanno di l dalla
Volga camminando al guego, over greco e levante, e dicesi esser gran numero,  e
portano li capelli lunghi fino alla cintura, e chiamansi li Tartari salvatichi.
Dicono  che questi il verno,  quando fanno gran freddi e ghiacci,  vengono fino
appresso Citracan,  e camminano sempre cercando erbe e  acque  come  fanno  gli
altri,  n al detto luogo di Citracan fanno danno alcuno,  salvo che di qualche
latrocinio di carne.
Camminato ch'avemmo quindici giorni,  sempre appresso la fiumara,  trovammo  un
boschetto  dove  li  Tartari e i Rossi cominciorno a tagliar legnami,  che sono
molto presti,  e fecero alquante zattare,  che tengo erano da quaranta,  legate
con  corde  ch'aveano  portate  per  tale  effetto:  ma noi,  mentre ch'essi le
preparavano,  trovammo l un zoppolo assai  tristo,  col  qual  Marco  deliber
mandar le sue robbe di l dalla fiumara;  e mandate che l'ebbe fece ritornar il
zoppolo adietro, e comandommi che montassi in detto zoppolo con le nostre selle
e con quel poco di vettovaglia che avevamo e andassi  di  l  della  fiumara  a
guardar  le  sue  robbe,  e  che Dimitri turcimano e l'Ungheretto restasse alla
guardia de' cavalli.
Cos montai sul detto zoppolo,  io e prete Stefano e due Rossi,  che con  certi
legni  governavano il zoppolo,  per passar dall'altra banda del fiume,  ch'era,
tengo certo, pi d'un grosso miglio d'una banda all'altra: ma fu molto pi, per
rispetto della gran correntia dell'acqua, che di continovo menava giuso,  e per
il  zoppolo  che faceva acqua.  Ma noi due il meglio che potevamo lo seccavamo,
stando a sedere in acqua,  con gran fatica ed estremo  pericolo:  e  cos,  con
l'aiuto del nostro Signor Dio, passammo a salvamento dall'altra banda.
Discaricato che fu il zoppolo, li Rossi volevano ritornare, ma non fu possibile
perch  era  tutto fracassato,  onde fu forza che restassero: ed erano in tutto
sei.  La mattina tutta la caravana dovea  passare  ma,  levatosi  il  vento  da
tramontana,  che dur due giorni,  non fu possibile. Li miei, che guardavano li
cavalli,  non aveano punto da vivere,  n anche in dosso,  perch  tutto  avevo
portato meco,  onde si p considerare che animo doveva essere il nostro. Stando
cos, volsi pur intendere come era stata governata la mensa, e trovai che l'era
stato dato un  gran  fracasso,  onde  molto  mi  spaventai:  per  tolsi  io  a
governarla,  bench  fussi  tardo,  con deliberazion di metter al foco per ogni
desinar solamente una scodella di risi,  e cos la sera,  dando  per  rata  ora
cipolle ora aglio,  con un poco di latte agro,  secco;  e per qualche giorno ne
tocc qualcun di quelli biscotelli per uno, stando a sedere atorno i risi, dove
ciascuno mangiava la sua parte,  e io in ci mi mandavo equale a loro.  Ma  nei
detti  due  giorni  che  stemmo  l,  perch trovammo de' pomi salvatichi,  per
risparmiar la mensa ne lessavamo e mangiavamo; passati poi li due giorni, tutta
la caravana pass con le dette zattare,  sopra le  quali  erano  tutte  le  lor
robbe:  e in alcuna d'esse erano sei,  in alcuna sette cavalli,  con altretanti
Tartari che gli guidavano,  avendo legate le corde alle code di detti  cavalli.
Ma  facemmo  entrare  tutti li cavalli nudi nella fiumara,  accioch tutti a un
tratto passassino,  come fecero: che certo fu bella  e  presta  provisione,  ma
pericolosa.  Passati che furno tutti e riposati alquanto,  caricorno le robbe e
ci mettemmo a cammino,  lasciando  la  fiumara:  della  qual,  secondo  il  mio
giudicio,  tengo non sia un'altra maggiore in molti luoghi, perch mostra esser
larga pi di due miglia, con le rive alte e molto profonda.


Il clarissimo ambasciadore passa  il  gran  deserto  dell'asiatica  Sarmazia  e
arriva in Moscovia, citt della Rossia bianca, e appresentasi al duca.
Cap. 8.

Col  nome  di  Dio,  com'  detto,  ci  mettemmo a cammino,  e s come da prima
camminavamo per tramontana, cos poi molte volte per ponente,  non si mostrando
segno di via alcuna,  ma tutto era campagna deserta. Li Tartari diceano che noi
eravamo per tramontana pi di quindici giorni sopra della Tana, la qual secondo
me aveamo passata,  camminando sempre all'usato,  e riposando  a  mezogiorno  e
nell'imbrunir  della  sera.  Il  nostro riposo era sopra la terra e per coperta
avevamo l'aere col cielo,  mettendoci la notte quasi sempre  in  fortezza,  per
dubbio ch'aveamo di non esser assaltati: e di continovo aveamo tre guardie, una
a  man  destra,  l'altra  a  sinistra  e  la  terza avanti;  e alcune volte non
trovavamo acque,  n per noi n per li cavalli il giorno,  n meno la sera dove
riposavamo.  Nel  detto  viaggio  non  trovammo  quasi  salvaticina alcuna,  ma
trovammo ben due  cameli  e  quattrocento  cavalli  che  pascolavano,  i  quali
dicevano  essere stati della caravana dell'anno passato.  Due volte tememmo non
esser assaltati: l'una non fu cosa alcuna;  l'altra trovammo circa 20 carri con
alcuni  pochi  Tartari,  da'  quali noi non potemmo intender dove andassero.  E
perch il cammino era lungo e la mensa poca, mi convenne restrignerla.
Ad XXII settembre 1476, quando piacque a Dio, entrammo nel paese della Rossia,
dove erano alcuni pochi casaletti de' Rossi  in  mezzo  de'  boschi.  E  inteso
ch'ebbero che Marco era nella detta caravana,  vennero con gran paura per dubio
de' Tartari, e gli portorno un poco di mele con la cera,  del quale me ne dette
un poco,  che certo mi bisognava, perch tutti eravamo venuti al meno, ed eramo
ridutti in termine ch'a pena potevamo montare  a  cavallo.  Partimmo  di  l  e
arrivammo  in  una  terra  chiamata Resan,  la qual  d'un signoretto ch'ha una
sorella del duca di Moscovia per mogliera. Le case tutte sono di legname e cos
il castelletto,  dove trovammo pane e carne abbondantemente,  e anche della lor
bevanda  di  mele,  onde  molto  ci ristorammo.  Partimmo di l,  camminando di
continovo per boschi grandissimi, e la sera pur trovammo casali de' Rossi, dove
alloggiammo tutti: e cos pur alquanto riposavamo, perch con l'aiuto di Dio ne
pareva essere in luogo sicuro. Trovammo poi un'altra terra chiamata Colonna, la
qual  appresso del fiume chiamato Mosco,  e ha un gran ponte dove si passa  la
detta  fiumara,  la  qual butta nella Volga.  Partimmo di l,  e io fui mandato
avanti per Marco, perch la caravana non voleva venir cos tosto.
Ad 26, lodando e ringraziando Iddio che n'avea campati di tanti estremi disagi
e pericoli,  entrammo nella terra di Moscovia,  ch' del  duca  Zuanne,  signor
della  gran  Rossia  bianca.  Ma dovete sapere che quasi la maggior parte delli
giorni che stemmo nel passar il detto deserto,  che fu da d 10  d'agosto,  che
partimmo da Citracan,  fino al giugner nel detto luogo di Moscovia,  che fu ad
25 settembre,  per non aver legne,  cucinavamo con sterco di  bestiame.  Giunti
adunque  a salvamento nel detto luogo,  dal detto Marco mi fu dato una stufetta
con un poco d'altra stanza per noi e per li  cavalli,  la  quale  bench  fusse
piccola  e  trista,  nondimeno mi parve esser in un grandissimo e buon palazzo,
rispetto alle cose passate.
Ad 27 il detto Marco  entr  nella  terra,  e  la  sera  venne  a  trovarmi  e
presentarmi qualche vettovaglia,  per esser abbondantissima la terra,  come qui
appresso dir, confortandomi a star di buon cuore, ch'io potevo riputar d'esser
in casa mia: e cos mi disse per nome del suo signore,  di  che  lo  ringraziai
quanto seppi e potei.
Ad 28 andai a trovar il detto Marco, e per esser volonteroso di ripatriare gli
richiesi  che  volesse  esser  contento di adoperarsi a farmi parlare al signor
duca: e mi serv,  perch di l a poco il signore mi  mand  a  chiamare.  Dove
giunto,  e  fatte  le  debite  riverenze,  ringraziai  sua signoria della buona
compagnia che mi avea fatto Marco suo ambasciadore,  che certo potea  dire  con
verit  esser  per  lui  campato di assaissimi pericoli: e bench tali servizii
siano stati nella persona mia,  sua signoria poteva riputare  di  averli  fatti
alla  mia  illustrissima Signoria,  della quale io ero ambasciadore.  Ma non mi
lasci compitamente parlare,  che con volto quasi turbato si  lament  di  Zuan
Battista Trivisano.  Non dir altro circa ci,  per non esser a proposito;  ma,
dopo le molte parole,  s di sua signoria come  mie,  alla  richiesta  ch'avevo
fatto  a  sua  signoria  circa  il voler partirmi di l,  mi disse che mi faria
un'altra volta risposta;  e con questo mi licenzi sua signoria,  la quale  era
per  cavalcare,  percioch aveva per costume ogn'anno andare a visitar i luoghi
del suo paese,  e massimamente un Tartaro che tiene al suo  soldo  con  cavalli
cinquecento,  per  quanto  dicevano,  alli  confini  de'  Tartari  per guardia,
accioch da essi non sia danneggiato il suo paese.  Io,  come  detto,  essendo
volonteroso di partirmi di l,  cercavo d'aver risposta di quanto avevo detto a
sua signoria: cos fui chiamato al suo  palazzo  davanti  tre  suoi  principali
baroni,  i  quali  mi  risposero  per  nome  del signor duca ch'io fussi il ben
venuto, e mi replicarono tutte le parole dettemi per esso signore, lamentandosi
del detto Zuan Battista,  e che in conclusione l'andare e lo stare era ad  ogni
mio piacere;  e con questo mi licenzi,  e il signore mont a cavallo e cavalc
alla detta volta.  E perch io ero debitore al detto Marco di tutti  li  dinari
del  mio riscatto con la usura e anche di qualche altra spesa fatta per me,  lo
pregai fusse contento di lasciarmi andare,  che subito  gionto  a  Venezia  gli
manderia  tutto quello ch'io gli ero debitore: ma non volse acconsentirmi a tal
cosa,  dicendo che li Tartari e i Rossi che dovevano aver per la promessa fatta
per  mi  volevano esser pagati.  Onde,  avendo io fatta ogni sperienza,  s col
signore  come  con  Marco,   mi  deliberai  mandar  prete  Stefano  a   Vinezia
dall'illustrissima Signoria nostra e di tutto darle aviso,  accioch con la sua
consueta clemenzia e benignit mi provedesse accioch in quei paesi  non  fusse
la mia fine.
Ad VII ottobre 1476 feci cavalcare il detto prete Stefano,  e in sua compagnia
un Nicol da Leopoli,  pratichissimo di tal cammino: cos partirono e io rimasi
l nel detto luogo, nel qual si ritrov un maestro Trifon orefice da Cataro, il
qual  aveva  fatto e faceva di molti belli vasi e lavori al signor duca.  Vi si
ritrovava anche un maestro Aristotele da  Bologna  ingegniero,  che  facea  una
chiesa su la piazza, e anche molti Greci da Constantinopoli, ch'erano andati l
con  la despina: con li quali tutti feci molta amicizia.  La stanza che mi avea
dato il detto Marco era piccola e spiacevole, e mal vi si potea alloggiare,  ma
per  mezo  d'esso  Marco  fui  messo  ad alloggiare in casa dove stava il detto
mastro Aristotele, che era quasi appresso il palazzo del signore,  ed era assai
conveniente casa. Da l a pochi giorni (onde procedesse non intesi) mi fu fatto
comandamento per nome del signore ch'io uscissi della detta casa,  e con fatica
me ne fu trovata una fuor del castello con due stufette,  in  una  delle  quali
stavo io e nell'altra la famiglia, dov'io stetti fino al mio partire.
Questa  terra  di Moscovia  posta sopra un picciol colle,  ed  fatto tutto di
legnami,  cos il castello come il resto della detta terra.  Ha una fiumana  la
quale  si chiama Mosco che le passa per mezo,  e da una parte  il castello con
parte della terra,  dall'altra parte  il resto della terra,  e ha molti  ponti
sopra  i  quali  si  passa la detta fiumara: ed  la terra principale,  cio la
sedia d'esso signor duca.   circondata di molti  boschi,  per  esser  tale  la
maggior  parte  del  paese,  il qual  abbondantissimo d'ogni sorte biade: e al
tempo ch'io era l si avevano pi di dieci stara delle nostre  di  frumento  al
ducato,  e  cos per rata l'altre biade.  Usano per il pi carne di vacche e di
porci,  che credo se n'abbia pi di tre libbre al soldo.  Si  danno  poi  cento
galline al ducato,  e similmente quaranta anatre, e poco pi di tre soldi l'una
le oche.  Di lepori ne  grandissimo mercato,  ma d'altre salvaticine ne  hanno
poche, e credo sia per non le saper pigliare; hanno uccelletti d'ogni sorte e a
grandissimo  mercato.  Non  fanno vino in luogo veruno n hanno frutte d'alcuna
condizione, salvo qualche poco di cocomeri, di nocelle e di pomi salvatichi.  
paese  frigidissimo,  in  modo  che  dell'anno stanno nove mesi continovi nelle
stufe,  e conviene fornirsi il verno per la state,  e questo perch per li gran
ghiacci fanno alcuni lor sani,  che un cavallo gli strascina facilmente,  e con
quelli conducono il tutto;  ma la state  tanto fango,  per li ghiacci  che  si
disfanno e delli boschi grandi, che non lasciano mai far buone vie, tal che con
gran fatica si cammina: per  forza loro far cos.
Alla  fin d'ottobre la fiumana che passa per mezo la terra tutta si agghiaccia,
sopra la qual fanno le lor botteghe d'ogni sorte cosa,  e l fanno tutti li lor
bazarri e nella terra non si vende pi quasi cosa alcuna: e questo fanno perch
tengono che quel luogo,  per esser circondato dalla terra d'una banda all'altra
e riguardato da' venti,  sia manco freddo ch'altro  luogo;  e  sopra  la  detta
fiumara  agghiacciata  ogni  giorno  si  ritrova grandissima quantit di biade,
vacche, porci, legni, fieni, e ogn'altra cosa necessaria, e tutto 'l verno cos
non manca.  Alla fin di novembre tutti  quelli  ch'hanno  vacche  e  porci  gli
ammazzano  per portarli alla terra a vendere,  e cos integri a tempo per tempo
li portano al mercato alla terra a vendere,  che  un  piacere  a  veder  tante
vacche scorticate messe in piedi sopra la fiumara agghiacciate,  in modo che si
mangia carne morta di mesi tre e pi,  e similmente fanno  de'  pesci  e  delle
galline  e  d'ogni  altra  sorte  cosa  da  vivere.   Sopra  la  detta  fiumara
agghiacciata corrono li cavalli e fanno molt'altre cose di piacere,  e  qualche
volta anco alcuni d'essi si scavezano il collo.
Sono  uomini  assai belli e similmente le donne,  ma  bestial gente.  Hanno un
papa fatto per il lor signor al lor modo,  e del  nostro  fanno  poca  stima  e
dicono che noi siamo perduti del tutto.  Sono grandissimi ubriachi, e di questo
se ne danno grandissima laude e dispregiano quelli che  nol  fanno.  Non  hanno
vino di sorte alcuna, ma usano la bevanda del mele, la qual fanno con le foglie
di  bruscandolo,  che  certo  non    cattiva bevanda,  e massimamente quando 
vecchia: ma il signore non lassa che ognuno sia in libert di farne,  perch se
avessero tal libert ogni giorno sariano ubriachi e si amazzeriano come bestie.
La lor vita  star la mattina nelli bazarri fino circa mezogiorno,  poi ridursi
nelle taverne a mangiare e bere: e passata la detta ora non si pu aver da  lor
servizio alcuno. In detta terra capitano assai mercatanti tutto 'l verno, s di
Alemagna come di Polonia,  solo per comprar pelletarie,  come zebellini, volpi,
armellini,  dossi e qualche lupo cerviero: e  bench  le  dette  pelletarie  si
piglino  molte  giornate  lontano dal detto luogo di Moscovia,  pi verso greco
tramontana e forse maestro,  nondimeno tutte capitano in detto luogo,  dove  li
mercanti  le  comprano.  Ve ne capita anche gran quantit in una terra chiamata
Novogardia,  la qual confina quasi con la Francia e con l'Alemagna alta,  ed  
giornate otto lontana da Moscovia,  pi al ponente;  la qual terra si governa a
communit, ma  sottoposta per al detto signor duca e dagli un tanto l'anno.
Il detto signor, per quanto ho inteso, tien gran paese e faria gente assai,  ma
sono per lo pi uomini disutili; confina con l'Alemagna ch' del re di Polonia.
Dalla  banda  di  maestro  tramontana  dicono esser una certa nazion d'idolatri
senza signore alcuno,  ma quando piace loro  danno  ubidienza  al  detto  duca.
Dicono che vi sono di quelli ch'adorano la prima cosa che vedono,  e alcuni che
fanno sacrificio di qualche animale a pi  d'un  arbore  e  quello  adorano,  e
molt'altre cose dicono,  le quali io tacer per non l'aver viste,  n mi paiono
credibili.  Il detto signore pu esser  d'anni  35,  grande  ma  scarmo,  ed  
bell'uomo. Ha due altri fratelli, e la madre viva, e ha un figliuolo d'un'altra
donna,  il qual non gli  troppo in grazia,  per non usar buoni costumi; con la
despina ha due figliuole e dicevasi ch'era grossa: potria dir  pi  avanti,  ma
saria troppo lungo.  Io stetti nel detto luogo di Moscovia da' 25 di settembre,
che giunsi l, fino a' 21 di gennaio che mi parti', e certo ebbi da tutti buona
compagnia.
Il signor duca, fatto ch'ebbe la visitazion del suo paese,  ritorn in Moscovia
circa la fin di decembre.  E bench'io avessi mandato il detto prete Stefano per
il mio riscatto,  e ch'io fussi certo mi  saria  stato  mandato,  pur,  essendo
volonteroso  di  ripatriar  e non si confacendo quelli costumi alla mia natura,
avevo praticato con qualcuno di quelli gentiluomini,  che  mi  dovessino  esser
favorevoli a farmi partir di l: onde,  passati alcuni giorni,  sua signoria mi
fece invitare a mangiar seco,  e mi fu detto ch'era contenta ch'io mi partissi,
contentando anco di servir la nostra illustrissima Signoria, e pagar li Tartari
e i Rossi del mio riscatto, per quanto io ero debitore.
Andai al convito fattomi per sua signoria,  e certo onorevolmente fatto,  s di
molte vivande come d'ogn'altra cosa.  Desinato che si ebbe,  per esser cos lor
usanza,  subito  mi  parti',  ritornando alla mia stanza.  Da l a pochi giorni
volse ch'io mangiassi un'altra volta  con  sua  signoria  al  modo  usato,  poi
comand al suo tesoriero che mi desse li danari che mi bisognavano per pagar li
Tartari  e i Rossi,  e fecemi andare al suo palazzo,  dove mi fece vestir d'una
vesta di zebellini (cio la pelle sola): e avevami anche  mandato  mille  dossi
con la detta vesta,  con la quale mi ritornai a casa. Volse medesimamente ch'io
visitassi la despina,  e cos feci,  usando le debite riverenze  e  parole  che
accadevano,  con  ragionamenti  assai:  dalla  quale ebbi tanto buone e cortesi
parole  quanto  dir  si  potesse,  pregandomi  strettamente  ch'io  la  dovessi
raccomandare alla mia illustrissima Signoria. E da sua signoria tolsi commiato.


Il  clarissimo  ambasciadore  si  parte  di Moscovia,  e passa per la Lituania,
Polonia e Alemagna, e giugne in Italia.
Cap. 9.

Il giorno seguente fui chiamato a palazzo a  desinare  col  signore,  ma  prima
ch'andassimo  a  tavola,  entrati in una camera dov'era sua signoria e il detto
Marco e un altro suo secretario,  con bonissima  ciera  mi  us  tanto  cortesi
parole quanto dir si potesse,  astringendomi ch'io dovessi significare alla mia
illustrissima Signoria lui esser  suo  buono  amico,  e  che  cos  lo  volesse
conservare,  e  che  volentieri  mi lasciava andare,  offerendosi,  se altro mi
bisognava,  di fare il tutto.  Quando il signore mi  parlava  io  mi  lontanava
alquanto, ma sua signoria mi si accostava sempre, usando grandissima umanit: e
cos feci risposta a tutto quello che mi disse sua signoria ringraziandola come
si conveniva, talch stemmo in ragionamento pi d'una grossa ora. Mi mostr con
gran  domestichezza  alcune  sue  veste  di  panno  d'oro foderate di zebellini
bellissime, poi uscimmo fuori di camera,  e di l a poco andammo a tavola: e fu
un  pasto lungo pi dell'usato e con pi vivande,  ed eranvi molti suoi baroni.
Compito il desinare,  fui fatto levar da tavola  e  andar  in  pi  avanti  sua
signoria, dove mi dette buona licenzia, con parole alte che ognuno l'intendeva,
e  con  dimostrazione  di  gran  benivolenzia  verso  la  nostra  illustrissima
Signoria: e  io  ringraziai  sua  signoria  di  quanto  bisognava.  Mi  fu  poi
presentata  una  tazza  grande  d'argento  piena di quella lor bevanda di mele,
dicendomi che 'l signore comandava ch'io la  bevessi  tutta,  e  mi  donava  la
tazza: questo usano quando vogliono far grandissimo onore o a ambasciadori o ad
altri.  Ma mi parve gran cosa a bever tanto,  perch certo era assai: pur credo
ch'io ne bevessi un quarto d'essa;  e perch sua signoria si accorse che io non
poteva  pi bere,  e perch anco per lo passato sapeva il mio costume,  mi fece
tor la tazza,  e fu vota e datami vota.  Basciai la mano a sua signoria  e  con
buona  licenzia  mi  parti',  e fui accompagnato da molti suoi baroni fino alla
scala,   dai  quali  fui  abbracciato,   in  vero  con  gran  dimostrazione  di
amorevolezza.  Cos me n'andai a casa, dove avea apparecchiato tutto per la mia
partita: ma Marco volse ch'io desinassi prima con lui.
Ad XXI gennaio 1476, desinato ch'io ebbi col detto Marco e con li miei,  certo
onorevolmente,  tolsi commiato da lui, ed entrati nelli nostri sani col nome di
Dio ci partimmo. Li detti sani sono quasi a modo di una casa,  e con un cavallo
davanti  si  strascinano,  e  sono solo per i tempi del ghiaccio,  e a ciascuno
conviene aver il suo.  In questi sani vi si siede dentro con  quanti  panni  si
vuole  e si governa il cavallo,  e fanno grandissimo cammino,  e portansi anche
dentro tutte le vettovaglie e ogn'altra cosa  necessaria.  Circa  il  patriarca
d'Antiochia, cio frate Ludovico, il qual era stato ritenuto per il signore per
conto di esso Marco,  io mi adoprai tanto che fu lasciato,  e dovevamo venir di
compagnia: ma, visto che non mostrava averne voglia,  mi parti' solo con la mia
compagnia,  e  mi  fu  dato  un  uomo  del  signore  che mi accompagnasse,  con
comandamento che me ne fusse cos dato uno di luogo in luogo  per  tutt'il  suo
paese.  La  sera  alloggiammo  tutti  a  un casale molto strano,  e ancor ch'io
conoscessi che conveniva patir di molti altri discommodi  e  disagi,  per  gran
freddi  e ghiacci ch'erano in quelli paesi,  e per aver a camminar di continovo
per boschi,  mi pareva per ogni discommodo commodo n temevo di  cosa  alcuna,
tanto  era il gran desiderio ch'io avevo d'uscire di quei paesi e costumi: onde
io non pensavo ad altro che camminar giorno e notte.
Ad 22 partimmo dal detto casale,  e camminando di continovo  per  boschi,  con
grandissimi freddi,  dal d detto fino ad 27, che arrivammo a una terricciuola
chiamata Viesemo,  e di l partimmo,  pigliando di continovo guide di luogo  in
luogo.  Poi trovammo un'altra terricciuola chiamata Smolencho, e di l partimmo
con un'altra guida,  e uscimmo fuora del paese del duca di Moscovia ed entrammo
nella Lituania,  ch' di Casimir re di Polonia; poi andammo in una terricciuola
chiamata Trochi, dove trovammo la maest del detto re.
Ma nota che da d 21 gennaio,  che partimmo da Moscovia,  fino ad XII febraio,
che giugnemmo in detto luogo di Trochi,  caminammo sempre per boschi,  ma tutto
pianura con qualche collina;  pur qualche volta trovavamo qualche  casale  dove
riposavamo,  ma  il  pi delle volte dormivamo nei boschi.  E cos a mezogiorno
mangiavamo in alcuni luoghi,  dove trovavamo i fuochi fatti per  persone  state
poco  avanti  l,  a  mezogiorno over la sera,  trovavamo il ghiaccio rotto per
abeverar li cavalli e altri assai bisogni.  Noi  adunque  giugnevamo  legne  al
fuoco, e tutti l attorno mangiavamo di quel poco che noi avevamo: e certamente
patimmo sinistro assai nel nostro venire, e quando eravamo scaldati d'una banda
ci  voltavamo  dall'altra,  e io dormiva nel mio sano per non dormire in terra.
Camminammo sopra una fiumara ch'era agghiacciata giornate tre,  sopra  la  qual
dormimmo  due  notti,  e  dissero  ch'avevamo  fatto  trecento  miglia,  che fu
grandissimo cammino.
La maest del re,  inteso che ebbe la mia venuta,  mand due suoi  gentiluomini
cavalieri  ad  allegrarsi meco del mio esser gionto salvo,  e convitarmi per il
giorno seguente a desinar con sua maest: e il detto giorno, che fu ad 15,  mi
mand  a  presentar  una  vesta di damaschin cremesin foderata di zebellini,  e
chiamommi da sua maest, e volse ch'io entrassi in uno delli suoi sani,  menato
da  sei  corsieri  bellissimi,  con  quattro suoi baroni che stavano a piedi di
fuori del sano,  e accompagnato da altri molto onorevolmente.  Cos andammo  al
palazzo di sua maest,  dove entrato mi men nella sua camera,  e sua maest si
pose a sedere in un luogo molto onorevolmente acconcio,  con due suoi figliuoli
a  canto  vestiti  di raso cremisino,  giovani e belli che parevano due angeli;
nella qual camera erano poi molti suoi baroni e  cavalieri  di  conto  e  altri
signori, e quivi fu posta una banca per me dirimpetto a sua maest, la quale mi
raccolse con tanto amore quanto dir si potesse,  e volse ch'io toccassi la mano
alli figliuoli,  di maniera che fu tale la cortesia e umanit verso me che,  se
io  le  fussi stato figliuolo,  non poteva usar la maggiore.  Volsi cominciar a
parlare stando inginocchioni,  facendone ogni sforzo,  ma  non  volse  che  mai
principiassi  se prima non mi levassi su,  e voleva ad ogni modo ch'io sedessi:
la qual cosa non volsi fare, ma pur qualche volta, per molti suoi comandamenti,
mi conveniva sedere.  E cos esposi avanti sua maest con ogni diligenza il mio
viaggio, e dissegli del mio essere stato al signore Ussuncassan, e quanto avevo
operato,  e  anche  della sua possanza e costumi e paese: le quai cose mostrava
molto desiderar d'intendere.  Gli dichiarai anche li modi  e  la  possanza  de'
Tartari,  e gli dissi qualche cosa anche delli pericoli ch'io aveva passati nel
detto viaggio, e fui per meza ora ascoltato da sua maest, con tanta attenzione
che d'alcuno mai fu aperta la bocca, tanto mostrava aver piacere di udirmi; poi
ringraziai la sua maest del presente e onore che mi avea fatto per nome  della
mia  illustrissima  Signoria,  e  sua  maest  mi  fece  rispondere  per il suo
interprete che molto s'allegrava della mia venuta,  perch  giudicorno,  quando
andai al detto viaggio, non dovessi ritornar pi. Poi mi disse che con gran suo
piacere  avea  inteso  delle  cose  di  Ussuncassan  e  de'  Tartari,  e ch'era
certificato di quello che sempre aveva tenuto,  perch mai non credette fussero
tante cose come si dicevano;  e soggiunsemi che ancora non aveva trovato alcuno
che gli avesse detto la verit se non io, e disse molte altre parole.
Ma la conclusione del tutto fu che mi fece entrar in un'altra sala,  dove erano
apparecchiate le tavole,  e sempre bene accompagnato,  e di l a poco venne sua
maest con li figliuoli, con trombe e molto onorevolmente, e si mise a sedere a
tavola: e dalla man destra erano li detti suoi figliuoli,  e dalla sinistra era
il  primo vescovo che abbia,  e io appresso di lui,  non troppo distante da sua
maest; li baroni poi, ch'erano molti, erano alle tavole, ma distanti alquanto,
e tengo che fussero da quaranta persone.  Le vivande erano  portate  in  tavola
sempre con le trombe avanti,  con li piatti grandi e molto abbondantemente,  ed
erano serviti di cortelli avanti a modo nostro: e cos stemmo  a  tavola  forse
due  ore,  e  di  continovo mi dimandava sua maest del mio viaggio molte cose,
alle quali io al tutto satisfeci.  Poi,  finito il convito e levato le  tavole,
stando  in  piedi  e richiedendo commiato da sua maest per volermi partire,  e
dimandandole se le piaceva comandare pi cosa alcuna,  mi disse  ch'io  dovessi
assai offerir sua maest alla mia illustrissima Signoria,  con molte umanissime
parole,  e comand alli figliuoli mi usassero simili  parole:  e  cos  con  le
debite  riverenze  tolsi commiato da sua maest e dalli figliuoli,  che mi fece
accompagnare onorevolmente alla mia stanza dove io ero albergato, e comand che
mi fusse data una guida la quale mi dovesse accompagnare,  e comandare che  per
tutto  il suo paese io fussi guidato e accompagnato,  s che sicuro andassi per
tutto.
Ad 16 mi parti' dal detto luogo di Trochi,  e camminando fino ad 25 arrivammo
in  un  luogo  chiamato  Ionici,  e  di  l partimmo,  ed eravamo entrati nella
Polonia: e di luogo in luogo ne erano date le  guide,  per  comandamento  della
maest del re; e fummo in una terra chiamata Varsonia, della quale sono signori
due  fratelli,  dove  mi  fu fatto onore assai e datomi guida che mi accompagn
fino in Polonia,  della quale non far altra  menzione,  avendone  parlato  per
adietro,  n mi estender dirne troppe particolarit, perch in vero il paese 
bello e mostra esser assai abbondante di  vettovaglia  e  di  carne,  ma  poche
frutte  d'ogni condizione.  Trovavamo pur castelli e casali,  ma niuna terra da
farne menzione,  e ogni sera trovavamo alloggiamento ed eravamo per  tutto  ben
visti, ed  paese sicuro.
Ad  primo marzo 1477 giugnemmo nella detta terra di Polonia,  avendo camminato
di continovo nelli antedetti sani,  e per  esser  io  non  poco  affaticato,  e
similmente  la mia famiglia,  s per i gran freddi come per li molti disagi che
avevamo avuti, stetti infino ad 5, per esser ben alloggiati,  e in una buona e
bella terra e abbondante di tutto. Quivi assai bene ci ritrovammo del tutto ben
forniti,  e  anche di cavalli per il nostro cavalcare,  e di ogni altra cosa al
bisogno nostro e con tutta la famiglia.
Ad 5 partimmo del detto luogo di Polonia e venimmo  in  un'altra  terricciuola
chiamata  Messariza,  pur  del  detto  re;  e di l partimmo: ma,  per esser il
confine della Polonia all'Alemagna, passammo non senza paura e pericolo.
Ad 9 giugnemmo a Francfort, terra del marchese di Brandimburg,  e alloggiai in
casa  dell'oste  dove alloggiai anche nel mio andare,  il qual,  conosciuto che
m'ebbe, molto si maravigli,  e dissemi che in detti confini eravamo venuti con
grandissimi pericoli, e in vero egli mi fece onore e carezze assai.
Ad  10  partimmo  di  l,  e  camminando per l'Alemagna trovavamo di continovo
miglioramento,  s di ville e castelli come di terre e buoni alloggiamenti.  Ed
essendo ad 15 appresso una terra chiamata Ian, scontrai prete Stefano, il qual
era  stato  spedito  per  la nostra illustrissima Signoria col mio riscatto,  e
veniva per trovarmi in Moscovia: di quanta allegrezza  fusse  all'una  parte  e
all'altra  il ritrovarsi ognuno lo pu facilmente pensare,  che certo fu grazia
di Dio, come  stato in tutte le altre cose.  Abbracciatolo e inteso in brevit
il tutto venimmo nella detta terra di Ian, dove riposammo.
Ad 17 partimmo di l, e ad 22 giugnemmo in Norimbergo, terra bellissima, come
per  adietro avemo detto: onde deliberai,  s per esser molto stracco come anco
(e fu la principal cagione) per onorar la festa della  santissima  Incarnazione
del  nostro  Signor  Ies Cristo,  stare nel detto luogo di Norimbergo a far la
santissima festa, dove riposammo commodamente, che certo ne bisognava.
Ad 26 parti' del detto luogo di Norimbergo,  il qual si governa a comunit  ma
d  obedienza  all'imperadore;  e  ogni  sera  alloggiammo in bonissime e degne
terre,  e fra le altre Auspurch,  degna e bellissima terra,  e cos trovammo di
molte altre belle terre.
Ad  IIII  aprile  1477  da  mattina,  che fu il d del venere santo,  gionsi a
Trento,  dove intesi il miracolo del beato Simone,  e parsemi mio debito  voler
onorar  quel  santissimo corpo e il giorno di Pasqua,  e far anche il debito di
confessarmi e communicarmi. E cos ad 6,  che fu il d della santa Pasqua,  io
con  la  famiglia ci comunicammo,  e per onorar la santissima festa stemmo quel
giorno nel detto luogo di Trento.
Ad 7 la mattina,  col desiderio che ognun pu pensare ch'io aveva  di  giugner
nella nostra terra santa,  ch'ogni giorno mi pareva un anno,  essendo stato nel
detto luogo di Trento e da quel vescovo onorato e ben visto,  tolto commiato da
sua  signoria  mi  parti'  e  venni  alla  Scala,   primo  luogo  della  nostra
illustrissima Signoria.
E perch cos era 'l mio voto,  me n'andai a S.  Maria di  monte  Arthon,  dove
gionsi ad 9 a mezogiorno,  e satisfatto il debito del voto, con la licenzia di
frate Simone, ch'era priore del detto luogo, fatta l'offerta promessa mi parti'
e venni a Padova al Portello, ringraziando sempre il nostro Signor Dio e la sua
Madre dolcissima,  che mi aveva campato da tanti evidenti pericoli e affanni  e
condotto  a salvamento e dov'era il desiderio mio,  perch mai non credetti tal
cosa dovesse essere: e bench corporalmente io fussi  nel  detto  luogo,  quasi
l'animo mio dubitava, parendomi cosa impossibile, quand'io pensavo al tutto. Io
avea scritto e fatto sapere a mio fratello e alli miei che saria ad 10, che fu
di gioved,  circa ora di vespero a Vinezia, ma la volont grande non mi lasci
seguire tal ordine,  perch avanti giorno montai in barca e fui alle  Zaffusine
circa  due ore di giorno,  e venni di lungo per andare a adimpir un altro voto,
avanti ch'io andassi a casa, che fu a S.  Maria di Grazia.  Ma andandovi trovai
nel  canal  della  Zudecca  mio  fratello messer Agustin e due miei cognati,  e
abbracciati strettamente,  parendo loro cosa miracolosa,  perch  tenevano  per
certo ch'io fussi morto, ce n'andammo a S. Maria di Grazia.
E perch il detto giorno di gioved era il consiglio di Pregadi, mi parve anche
mio   debito,   avanti   ch'io   andassi   a   casa,   andar   alla   presenzia
dell'illustrissima Signoria nostra a farle la riverenza debita, e anche referir
quanto aveva eseguito per le commissioni mie:  e  cos  come  mi  ritrovavo  me
n'andai  nel  consiglio  di  Pregadi,  e  fatte  le  debite  salutazioni  mi fu
commandato ch'io dovessi montare in renga ed esponer quanto io aveva a dire,  e
cos  feci.  E  perch la serenit del prencipe nostro era alquanto aggravata e
non era nel consiglio,  spedito che fui e tolto  licenzia  dalla  Signoria,  me
n'andai  da  sua  serenit:  e  fatte  le debite riverenze mi vidde con allegro
animo,  e con brevit le dissi  in  parte  quanto  aveva  eseguito,  e  da  sua
sublimit  mi  parti'  e  me  n'andai a casa,  dove gionto ch'io fui ringraziai
grandemente nostro Signore Iddio che mi avesse donata questa grazia  e  campato
da  tanti  pericoli  e ridotto a rivedere li miei,  perch molte volte credetti
certo non gli riveder mai.
Cos faccio fine del presente viaggio,  il quale,  ancor che si  avesse  potuto
narrar  con  pi  elegante  maniera,  nondimeno  ho pi tosto voluto esporre la
verit a questo modo che ornar la bugia con belle  ed  eleganti  parole;  e  se
fusse  stato pretermesso qualche cosa dell'Alemagna non se ne maravigli alcuno,
perch non mi  parso necessario stendermi in tal narrazione,  per essere paese
a noi propinquo e quasi famigliare.

Breve narrazione delle condizioni del paese di Ussuncassan

Il  paese di Ussuncassan  grande e confina con Ottomano,  poi col paese che fu
di Caramano,  ed  il suo primo paese di Turcomania,  che confina col  soldano,
cio verso le parti di Aleppo. Il suo paese di Persia, il qual tolse da Iausa e
fecelo  morir,  fu  pi presto per ventura che per possanza,  e Tauris  il suo
primo luogo dov' la sua sedia;  dal qual luogo caminando quasi per  levante  e
scirocco fino in Siras,  ch' l'ultima terra della Persia, sono da giornate 24.
E confina con Zagatai, che furno figliuoli di sultan Busech, di nazion tartaro,
col qual molte volte hanno guerra,  e non sta senza dubio di loro.  Poi confina
col  signor  Sivansi,  signor di Samachi,  cio della Media,  il qual d pur al
signor Ussuncassan un certo  dono  ogn'anno,  e  confina  col  re  Pancrati  di
Giorgiania e col Gorgora,  passando la campagna d'Arsingan, e per quello dicono
tiene anco qualche cosa di l dall'Eufrate, verso il paese d'Ottomano. Tutto il
detto paese della Persia fino in Spaam,  dov'io son stato,  ch'  giornate  sei
lontano da Siras,  capo della Persia,   paese aridissimo, n quasi si trova un
arbore, e per lo pi sono cattive acque;  pur  convenientemente copioso d'ogni
sorte di vettovaglia e di frutte, ma fatte per forza di acque.
Il detto signore al giudicio mio era d'anni 70,  lungo, magro, ma bell'uomo, ma
non mostrava esser prosperoso; il suo primo figliuolo era chiamato Gurlumameth,
e fu figliuolo della Curda,  ch' quello con cui fece guerra,  il qual  era  in
grandissima  fama.  Con un'altra moglie avea tre altri figliuoli: il maggior si
chiama sultan Chali, e dicesi di anni 35, ed  quello a cui aveva donato Siras;
il secondo poteva esser di anni 15,  per nome chiamato  Lacubei;  il  terzo  di
circa  anni 7,  il nome del qual non mi ricordo.  Con un'altra moglie n'ebbe un
altro che si chiama Masubei, il qual egli menava in catena, e ogni giorno io lo
vedeva: e questo faceva per l'intelligenza ch'aveva avuta con Gurlumameth,  che
faceva  guerra al detto suo padre;  e nel fine lo fece morire.  Volsi intendere
per molte vie e da pi persone la possanza del detto signore: tutti quelli  che
dicono il pi dicono che faria cinquantamila cavalli,  non per tutti da conto.
Volsi anche intendere quando furono alle mani con quelli  dell'Ottomano  quanti
furono:  mi  fu  detto che potevano essere da quarantamila,  e questo intesi da
persone che la maggior parte erano state in detta  battaglia;  ma  concludevano
che  'l  detto esercito non fu fatto per andar a combattere con l'Ottomano,  ma
solo per andar a mettere Pirameth, che fu signor di Caramano, in signoria, cio
a restituirgli il suo paese tenuto per l'Ottomano,  n ad altro fine  si  mosse
esso signore Ussuncassan: e chi tiene altra opinione,  per detto di tutti,  non
l'ha buona. Io sono stato in fatto,  e ho voluto intendere e udire il tutto,  e
per ne dico quello ch'io ho inteso e visto.  Lascier di dire molte altre cose
che potria dire,  per non esser io pi lungo e  per  non  esser  quelle  troppo
importanti.



Lettera  d'Alberto  Campense  intorno le cose di Moscovia,  al beatissimo padre
Clemente VII, pontefice massimo.


Se quel Pastor evangelico,  o pontefice veramente massimo,  del quale voi  sete
vicario in terra cerc la smarrita pecorella delle cento con tanta diligenza, e
trovatala  con  tanta allegrezza,  anzi con grandissima festa di tutto 'l cielo
riport alla sua greggia sopra le proprie spalle,  chi non  sa  quanta  cura  e
sollecitudine  debbe  avere il sommo pastor della Chiesa,  quando non una delle
cento,  ma molte centenaia d'anime ch'erano smarrite desiderano di ridursi alla
greggia  di  Cristo?  Onde  non  posso  a bastanza maravigliarmi di quel che si
pensassero i predecessori della Santit Vostra,  i quali  quella  popolosissima
nazione  de'  Moscoviti,  in  pochissime  cose  da noi differente e che tutta 
dannata per esser ella separata dall'unione della Chiesa,  hanno insino  al  d
d'oggi  spregiata  pi  tosto  che per via alcuna cercato di ridurla alla unit
della Chiesa,  massimamente potendosi,  come appresso si dimostrer,  con  poca
fatica ridurre. Fu mosso da questo pensiero il religiosissimo padre Adriano VI,
antecessore  della Santit Vostra,  il quale quasi con gli sproni a' fianchi in
tutt'i modi a me possibili io sollecitai,  mettendogli innanzi tutte le cose le
quali mi parevano che dessero non picciola speranza di potersi tal cosa mandare
ad effetto.  Ma,  per la subita sua morte,  come molte altre cose le quali egli
apparecchiava di fare,  cos questa impresa tanto pia,  tanto necessaria e cos
gloriosa   lasci   alla  Vostra  Beatitudine,   la  quale,   tra  le  molte  e
difficilissime cose che ora d'ogni canto la premono,  debbe riputar che le  sia
per  divina  volont stata offerta,  e per questo meritamente pigliarla come un
certo refrigerio nel quale ella possa respirare,  e  anche  come  occasione  di
eseguir con poca fatica una bellissima e illustrissima impresa e di acquistarsi
un gloriosissimo nome.
Percioch qual memoria potr mai essere pi gloriosa,  qual pi durabile,  qual
pi grata a tutt'i secoli  futuri,  che  l'essere  al  tempo  di  Clemente  VII
pontefice massimo,  anzi per la sua vigilanza e pastoral sollecitudine,  tutt'i
Moscoviti ritornati all'unione ecclesiastica,  gli ultimi popoli  della  Scizia
quasi  da  un altro mondo venuti all'ubbidienza della Chiesa romana?  Intanto i
luterani scoppino di dolore e confondansi, come pazzi infuriati correndo contra
l'onore e auttorit della detta Chiesa. Ma se noi guardiamo all'utilit, quanta
per questa cosa ce ne sia messa innanzi,  chi non la vede  pi  chiara  che  'l
sole?  E se drittamente vorremo considerare, noi vi trovaremo utilit pi certa
e gloria pi vera e pi cristiana che  se  noi  con  l'armi  vincessimo  tutt'i
Turchi,  tutta l'Asia e tutta l'Africa, percioch tal vittoria bisognarebbe che
fusse con  gran  prezzo  comprata,  cio  col  sangue  di  molti  cristiani,  e
acquistata  necessariamente  con  grave  danno  e  morte  di  molti.  E  bench
felicissimamente ci succedessero tutte le cose,  e ancora che  noi  vincessimo,
pi anime forse si perderebbono che non se n'acquisteriano alla fede di Cristo,
imperoch  i  Turchi,   bench  fussero  vinti  e  soggiogati,  con  tutto  ci
rimarrebbono nella lor infedelt,  e di molte centinaia di migliaia  appena  ci
saria  speranza  che uno o due si convertissero a Cristo.  Ma per questa unione
de' Moscoviti molte centinaia di migliaia d'anime,  senza ferro e senza sangue,
con  poca  spesa  e  senza molta fatica alla greggia di Cristo si ridurrebbono.
Lascio molte cose che sono di grandissima importanza in darci aiuto  contra  la
rabbia turchesca, delle quali pi opportunamente parleremo di sotto.
Mi  pareva  adunque  di  dover  far  cosa utile e grata alla Santit Vostra se,
ragionando prima del dominio de' Moscoviti,  quasi  da  tutti  i  cosmografi  e
istoriografi  nostri non conosciuto,  della grandezza dell'imperio loro e verso
che termini del mondo sia posto,  e dei costumi di quella gente,  io brevemente
scrivessi  alcune cose,  le quai gi per curiosit di aver cognizione del mondo
intesi d'alcuni mercatanti de' nostri,  anzi da mio  padre  e  fratelli,  quali
appresso  i  Moscoviti gran tempo hanno vivuto e son pratichi della lor lingua,
della loro scrittura,  dei lor costumi e paesi: ed esaminandole con  la  regola
della  cosmografia le riducessi insieme;  e oltra di ci io toccassi brevemente
quelle ragioni per le quali apparisse speranza non vana  di  poter  far  questa
cos gran cosa facilissimamente, aggiugnendo alcune cosette le quali non mi son
parse inutili circa il modo di mandarle ad esecuzione.  La qual mia operetta la
Santit Vostra stimer con quell'animo col quale colui di cui ella esercita  in
terra  il  potente  vicariato stim quei due danari della povera donna,  che si
legge nell'Evangelio. E molto spero che, col mezo della Santit Vostra,  Cristo
ridurr  molti  popoli al suo gregge;  ma accioch il proemio non sia pi longo
della istoria, ora comincieremo la cosa.


Del sito  della  Moscovia,  della  grandezza  del  suo  imperio,  di  Tamerlano
imperador de' Tartari, e delle nazioni che sono intorno alla Moscovia.
Cap. 1.

Il  paese  de'  Moscoviti,  fra  greco,  levante e tramontana per grande spazio
scostandosi da noi,   molto lungo e largo: si stende da ponente a levante  pi
di seicento miglia tedesche,  overo tremila italiane,  percioch, camminando da
Novogardia verso levante alla citt di Moscovia,  si fanno  cinquecento  miglia
italiane  overo  cento  tedesche,  di  maniera  che da' Laponi,  che sono sopra
Novogardia, infino alla medesima Moscovia,  molto maggior distanza. Della qual
Moscovia insino a Volochda si numerano altre cento miglia italiane; da Volochda
a  Usezuga  similmente  sono  cento  miglia  italiane;  da  Usezuga  a  Viathca
altretante;  da Viatcha a' Perusrani son trenta miglia tedesche;  da costoro ai
Vahulzrani  altretanto.  Sono vicini a costoro molte nazioni de le Sciti verso
greco  levante  nella  Sarmazia  asiatica,   le  quali  rendono  ubbidienza  ai
Moscoviti.  Da ostro andando verso  tramontana  non    men  largo,  percioch,
cominciando  dai  Rossi  e  dai  Lituani,  si  stende  per  lungo spazio insino
all'oceano scitico e settentrionale.  serrato verso ponente dalla Livonia, dal
mar Baltico e da' Laponi;  verso levante non  dentro dei termini della  nostra
Europa,  ma  per  grande  spazio  di  l  dal Tanai,  il quale  termino comune
dell'Asia e dell'Europa,  anzi di l dal Rha,  grandissimo fiume della Sarmazia
asiatica,  insino  agli  Sciti  iperborei nel fin dell'Asia,  che  fra greco e
greco levante: e tra questi popoli gli Iubri,  li  Corelli,  li  Perusrani,  li
Vahulzrani,  li Baschirdi e i Czeremissi non sono molti anni che da Ivan,  duca
de' Moscoviti,  predecessore del presente nominato Basilio,  furono  sottoposti
all'imperio de' Moscoviti.  Partendosi dalli sopradetti e venendo a basso verso
'l levante equinoziale,  e molto di l dal fiume  Rha  nell'asiatica  Sarmazia,
appresso a' Susdali,  popoli moscovitici,  ha per confinanti gli Nogai overo li
Tartari occidentali,  che sono pi settentrionali di tutti gli  altri  Tartari.
Scendendo  poi pi basso a scirocco levante verso il medesimo fiume Rha comanda
a una orda de' Tartari nel ducato di Cazan,  lontano dalla  citt  di  Moscovia
ventisette giornate, la quale al presente dal luogo si chiama la orda cazanea.
Dopo  questi,  cos  dal  mezod fra il fiume Rha e il Tanai come verso sciroco
levante,  tutti gli altri Tartari abitano campagne  grandissime,  che  arrivano
insino  al  mar  Maggiore  e  al  mar  Caspio.  E  gi  trecento anni non erano
conosciuti dai nostri passati,  imperoch circa il milleducento e dieci vennero
di  sotto i monti dell'India settentrionale e occuparon il paese che  di sopra
della palude Meotide e del Tanai, avendo scacciati li primi abitatori dei Geti,
overo Goti, e quasi annullatigli.  I quali,  bench al presente siano divisi in
cinque orde,  overo in cinque moltitudini a guisa di cinque imperii,  nondimeno
la principale e quella che ha prodotte  tutte  l'altre  e  mandate  fuori  come
colonie  la orda dei Zagathai overo Savolensi, l'imperador de' quali, nominato
Themircuthlu,  nelle nostre istorie  chiamato Tamerlano; di ricordo ancora de'
nostri tempi,  a guisa d'un folgore con dodici centinaia di  migliaia  d'uomini
(come  dicono  le  nostre  istorie)  saccheggiando  e rovinando trascorse tutta
l'Asia e pass in Egitto, e isforz Baiazete, quarto imperadore de' Turchi,  il
quale  avea  gi  presa  la  Macedonia,  la Tessaglia,  la Focide,  la Beozia e
l'Attica,  e d'un canto  gl'Illirici  e  dall'altro  i  Bulgari  con  continove
correrie  avea  debilitati,   e  con  s  grave  e  lungo  assedio  travagliato
Costantinopoli,   capo  dell'imperio  de'   cristiani,   che   l'imperador   di
Costantinopoli fu costretto,  lasciando la sua citt, a fuggire in Francia e in
Italia a dimandare aiuto.
Questo Tamerlano,  dico,  al suo venire sforz Baiazete a lasciar l'assedio  di
Costantinopoli, ed essendoglisi esso fatto incontra con un esercito grandissimo
lo  ruppe,  lo  vinse,  lo pigli vivo e leg con catene d'oro,  e per alquanto
tempo lo men legato dovunque andava. Il padre di questo Tamerlano fu colui che
li nostri istorici chiamano Bathi (essi nella lor lingua lo chiamano Zanca), il
quale,  al tempo d'Innocenzio quarto,  entrando nella nostra  Europa  sopra  la
palude Meotide con un esercito innumerabile,  primamente prese la Rossia,  e in
quella distrusse una citt ricchissima nominata Chiovia,  dapoi li Poloni,  gli
Slezii e i Moravi, e appresso ruppe li Ungheri, gli vinse e con una grandissima
strage gli rovin, e messe una grandissima paura a tutta la cristianit. Insino
al d d'oggi tutti li Tartari son idolatri,  e costui fu 'l primo che, persuaso
da' saracini, divent macomettano: e nella legge macomettana insino al presente
tutti li Tartari durano pertinacissimamente,  i quai  tutti  oggid  forse  gli
aressimo cristiani, se Cristo avesse cos fedeli sacerdoti e vescovi come ha il
perfido  Macometto.  Dalla  stirpe anche non ignobile di questi Tartari vien lo
imperio de' Turchi,  il quale da Ottomano,  soldato  non  molto  nobile  tra  i
Tartari,  partendosi  da'  suoi,  essendo  con  gran  felicit  fondato  e  poi
accresciuto da' successori,   pervenuto in ducento anni a tal grandezza che  a
tutto il mondo mette spavento.
Ma  de'  Tartari  abbiamo  detto qui pur assai cose,  e a dirle mi ha tirato la
vicinit de' Moscoviti,  a' quali sono vicini i Tartari,  parte verso levante e
scirocco  levante  e parte verso ostro.  Partendoci da' Tartari e andando verso
ponente al mar Prutenico,  primamente i Rossi,  dapoi i Lituani  e  i  Samogeti
serrano il dominio de' Moscoviti, e il restante dal lato di mezod i Tartari; e
insino  al detto mar Prutenico contiene circa mille miglia italiane,  percioch
da Chiovia,  che gi fu citt principale  de'  Rossi,  insino  a  Vilna,  citt
principale de' Lituani,  si fanno cinquecento miglia italiane;  da Vilna insino
a' liti vicini del mar Prutenico circa  trecentocinquanta;  quel  che  manca  a
questo  computo  e alle mille miglia avanza abbondantemente sopra Chiovia verso
levante.  Cos li Rossi come i Lituani e i Samogeti rendono ubbidienza al re di
Polonia,  insino dal tempo di Iagellone,  che fu primo granduca di Lituani,  il
quale,  essendosi battezzato e  fatto  re  di  Polonia,  e  mutatosi  il  nome,
nominandosi  Vladislao,  convert  alla  fede  di  Cristo  i  suoi  Lituani e i
Samogeti,  di ricordo anco della et de'  nostri  passati,  cio  avanti  quasi
centotrentasette anni. Bench e quel Iwan overo Giovanni principe di Moscoviti,
del  quale  abbiamo  fatto menzione di sopra,  e Basilio che regna al presente,
tanto sotto questo re di Polonia detto Gismondo quanto  sotto  gli  altri  suoi
predecessori Alessandro e Casimiro,  la miglior parte del dominio lituano (cio
quella ch' fra il fiume Boristene,  la palude Meotide  e  il  Tanai,  che  gi
propriamente  s'apparteneva  allo  stato  de'  Rossi)  nella  quale   Chiovia,
principal citt gi ricchissima e magnificentissima,  posta appresso  'l  fiume
Boristene,  e  dapoi  anche la rabbia e crudelt de' Tartari l'abbiano guasta e
distrutta del tutto.  E avenga che  i  re  di  Polonia  ancora  la  posseggano,
nondimeno per la vicinit de' sopradetti e per le continove correrie  desolata
e  quasi  del  tutto  abbandonata.  Percioch  quella  Rossia ch'ora  sotto 'l
dominio del re di Polonia,  e la metropoli e la citt  leopolina,  e  tutta  la
parte  di Polonia verso levante che,  cominciando sotto i monti della Sarmazia,
si stende tra greco levante e tramontana,  con grandissima pertinacia seguitano
nelle   cose   sacre   il   costume   greco   e   lo   schisma  de'  patriarchi
costantinopolitani,  e a loro rendono onore e  ubbidienza.  Per  la  qual  cosa
errano  molto  coloro  che  stimano  e chiamano i Moscoviti Russi overo Ruteni,
bench osservino i medesimi riti e usino quasi la medema lingua. Ma sia detto a
bastanza delle nazioni che confinano d'ogni lato con la Moscovia; ora andiamone
avicinando a quelle che sono sotto 'l dominio de' Moscoviti.


De' principati e ducati che sono sotto la Moscovia.
Cap. 2.

L'imperio de' Moscoviti molto lungamente e largamente si stende,  e contiene in
s  assaissimi  e  grandissimi principati e ducati,  de' quali i pi nobili son
questi; ma, per proceder con qualche ordine,  bisogna cominciar da quei che son
pi  conosciuti  da  noi,  cio dai pi vicini ai Poloni e ai Lituani.  Dopo la
Lituania, andando verso tramontana,  il primo  il ducato di Plescovia,  che in
longhezza  si stende circa trecentotrenta miglia italiane,  ed  quasi la terza
parte pi lungo che largo,  la cui metropoli  Plescov overo  Plescovia,  citt
grande e potente posta sopra 'l fiume Zvina,  la quale Basilio, che al presente
 signore,  pochi anni adietro prese con tutto il dominio che le    d'intorno,
con  pi  di  trenta castella delle pi fornite e pi forti ch'egli abbia nella
Lituania e quasi in tutto 'l resto della Moscovia,  e la ridusse sotto  'l  suo
dominio  e condusse li Plescoviti,  antichissimi abitatori di quella terra,  in
Moscovia,  e vi mand nuovi abitatori de' suoi  Moscoviti.  Ella  era  gi  del
dominio della Lituania e della Polonia, ed  posta sopra la Livonia, ch' verso
levante; e verso levante, appresso la Plescovia,  posto il ducato smolenchino,
alquanto  maggior  di  quel di Plescovia;  la principal citt del quale,  detta
Smolencho, posta sopra 'l fiume Boristene,  il sopradetto Basilio a questi anni
la  tolse  al  re  di  Polonia  e  ai  Lituani,  e l'aggiunse all'imperio della
Moscovia. Al ducato di Smolencho, verso tramontana e greco levante,  vicino il
ducato di Mosaisco,  il quale  di lunghezza intorno a trecentocinquanta miglia
italiane  e altretanto  di larghezza,  il qual ducato Giovanni,  antecessor di
questo Basilio,  tolse per forza d'arme ad Alessandro,  predecessor  di  questo
Gismondo re di Polonia.
Al  ducato  di  Mosaisco  verso ponente maestro  il ducato di Novogardia,  nel
quale  quella nobilissima e ricchissima citt,  quasi sopra  tutte  quante  ne
sono  nelle parti settentrionali,  nominata Novogrod overo Novogardia,  lontana
dal mar Baltico circa ducento e due miglia,  di grandezza maggior di  Roma:  ma
gli edificii per la maggior parte sono di legname.  Vi sono tanti monasterii di
religiosi  magnificamente  fabricati  e  dotati,  tante  chiese  di  santi  con
bellissimo  e magnifico ornamento edificate,  che di san Nicol solo,  il quale
appresso quelle gente  in somma venerazione,  si  dice  esservi  tante  chiese
quanti  giorni ha l'anno.  Questa nobilissima citt,  con tutto il suo dominio,
ch'era sotto i Lituani,  fu presa per forza dal  sopradetto  duca  Giovanni  al
tempo  di  Casimiro,  innanzi  questo  Gismondo  terzo  principe di Lituani,  e
l'aggiunse al suo imperio l'anno della  nostra  salute  1479,  e  portonne  via
grandissimi  tesori,  di  sorte  che  coloro i quali a quel tempo erano in quei
paesi dicono per cosa vera essere stati portati di Novogardia a Moscovia pi di
307 carri carichi d'oro e d'argento e d'altre cose  preziosissime.  Con  questi
quattro  grandissimi  principati quaranta anni fa  stato accresciuto l'imperio
de' Moscoviti.


Li principati proprii di Moscovia.
Cap. 3.

Ma lo stato ch' proprio della Moscovia,  nel quale il duca fa scelta di quanti
soldati  gli  piace,  e dove ancora senza scelta son molti cavalieri scritti al
mestier della guerra,  sempre apparecchiati al  comandamento  del  principe,  i
quali  son  nobili  secondo  il costume di quella gente e da loro sono chiamati
boiari,   anche partito in assaissimi e  grandissimi  principati,  essendo  di
lunghezza, come ho detto adietro, pi di seicento miglia tedesche. Il primo fra
questi    Moscovia,  ducato  posto  verso  greco levante,  ed  del dominio di
Novogrod; del cui ducato, e anche di tutto l'imperio de' Moscoviti,  metropoli
Moscovia,  citt grande: ma gli edificii sono  fatti  di  legname,  eccetto  il
castello,  il  quale    nel  mezo di quella a guisa di una terra non picciola,
fornito di fortissime mura e di torri. In questo ducato sono trentamila boiari,
overo nobili,  che esercitano il mestier della guerra a cavallo,  apparecchiati
in ogni occasione al comandamento del principe,  il quale,  ogni volta che vuol
far la scelta de' soldati, senza difficult alcuna cava sessanta o settantamila
fanti a pi, armati e valorosi.
Al ducato di Moscovia verso levante  vicino il ducato di Rezan,  nel qual sono
i  nobilissimi  fonti  del  fiume  Tanai,  che  in  quella  parte divide l'Asia
dall'Europa. Questo ducato ha quindicimila boiari, ma,  facendosi la scelta de'
soldati,  senza  alcuna  difficult  fa  pi di due o tre volte tanto numero di
valorosi fanti a pi.  Oltra di questo,  verso tramontana e  greco  levante,  
posto  presso  al ducato di Moscovia il principato di Twerda,  per grandezza di
stato molto maggiore, la cui metropoli  Twerda, posta appresso alla Volga over
Rha,  fiume grandissimo:  grandissima citt,  e molto maggior della Moscovia e
pi magnifica.  Questo principato ha quarantamila cavalieri boiari, e facendosi
scelta della plebe ha quanto numero di soldati vuole, e senza difficult alcuna
due o tre volte tanto.  Sono molti altri ducati e principati nel dominio  della
Moscovia,   come  il  ducato  di  Iaroslavia,  il  ducato  di  Szuherzonia,  di
Szachovenia, di Rubenia, di Chelmschi, di Zubezwoschi,  di Climischi,  ciascuno
de'  quali    grande  almeno  cento miglia italiane o centocinquanta,  e ha un
numero determinato de cavalieri nobili,  e degli  altri,  facendosi  la  scelta
secondo il comandamento del principe, un numero sufficiente per la fanteria: ma
li sopradetti sono pi popolosi e li principali.
Oltra li sopradetti,  molto di l dal fiume Rha verso levante,   il ducato de'
Susdali, e alcuni altri,  pur di nazione e giurisdizione moscovitica: ma questi
sono quasi distrutti per le continue correrie de' Nahavei e d'altri Tartari,  i
quali,  essendo pi degli altri Tartari verso  tramontana,  abitano  vicini  ai
Susdali  verso  levante.  Ubidisce  anche all'imperio de' Moscoviti una orda de
Tartari,  la quale sotto un castel detto Cazan del dominio di Moscovia appresso
'l  fiume  Rha,  circa  ventisette  giornate  lontano  da  Moscovia verso greco
levante,  fa la sua vita nelle campagne,  e la chiamano orda cazanea: questa ha
trentamila   cavalli  apparecchiati  al  comandamento  del  duca  di  Moscovia;
nondimeno ella vive secondo 'l costume degli altri Tartari,  cio nella perfida
legge macomettana.
Da  Moscovia  verso greco levante,  passando per Usezuga e Viathca,  camminando
circa cinquecento miglia tedesche,  vi stanno li  Perusrani  e  li  Vahulzrani,
popoli della Scizia,  li quali quel Giovanni duca di Moscovia,  predecessore di
questo Basilio ch'al presente  regna,  pochi  anni  adietro  sottopose  al  suo
dominio,  e constrinsegli a battezzarsi e a confessar Cristo,  avendo dato loro
un certo vescovo greco overo vladico che gli amaestrasse;  il quale dicono  che
quei  barbari  dopo  la  partita  del  principe scorticarono vivo,  e con varii
tormenti crudelissimamente uccisero.  Onde il principe,  essendovi poi tornato,
castig  li capi della sedizione e dette loro un vescovo,  sotto 'l governo del
quale ora vivono, nuovamente venuti alla fede. Dopo questi li Iuhri,  i Coreli,
i Baschirdi e li Czeremissi, popoli della Scizia, ch'abitano i liti dell'oceano
settentrionale, vivendo sotto l'imperio de' Moscoviti, sono insin ora idolatri.


De' fiumi del paese e della natura di quello.
Cap. 4.

Tutto 'l paese della Moscovia  molto piano e pien di boschi,  irrigato in ogni
parte da molti e grandissimi fiumi pieni di pesci, e fra molti altri vi nascono
tre nobili e celebratissimi fiumi. Cio il fiume Boristene, il quale essi nella
lor lingua chiamano Dnieper: nasce egli sopra 'l ducato di Smolencho,  sotto un
nobil castello detto Versura,  il quale il presente duca di Moscovia,  nominato
Basilio,  l'ha tolto nuovamente a Gismondo re  di  Polonia;  da  quel  castello
scorre  il  detto  fiume verso mezogiorno,  passando prima appresso la citt di
Smolenco, dapoi a Chiovia, gi principal citt de' Rossi;  all'ultimo,  poi che
ha trascorso,  cominciando dal suo fonte,  circa trecento miglia tedesche, poco
lontano dalla penisola Taurica, appresso il cui stretto egli passa, non pi che
dieci miglia tedesche,  entra nel mar Maggiore.  Nasce non molto longi dal  suo
fonte un altro grande e nominato fiume, il quale essi chiamano Dwina, che corre
a dritto verso ponente s come quello va verso mezod: passa per mezo il ducato
di  Plescovia,  passando  sotto  le  mura  della metropoli del detto ducato,  e
finalmente sotto la citt di Riga della Livonia entra nel mar Baltico. Il Tanai
ha il suo fonte nel ducato di Rezan,  del dominio di Moscovia citt principale,
dalla quale  discosto sette giornate,  e ascendendo di sopra dal principio del
fiume Boristene verso tramontana circa settecento  miglia  italiane,  corre  un
pezzo  verso mezogiorno e poi verso scirocco;  poscia,  tornando alquanto verso
ponente per le fertilissime campagne de' Tartari,  finalmente  con  tre  bocche
entra  nelle  paludi  Meotidi,  le quali par ch'egli faccia con le sue acque: e
nella lor lingua lo chiamano Don,  che tanto  come dir  Santo,  percioch,  s
com'esso    abbondantissimo  e pieno di pesci,  cos fa tutta la terra ch'egli
bagna  abbondantissima  e  fertilissima.   Ma  quel  gran  fiume  dell'asiatica
Sarmazia,  il  quale essi lo chiamano Wolga,   maggior pi del terzo dei fiumi
della nostra Europa.  Ha li fonti suoi pi verso tramontana e verso ponente che
li fonti del Tanai: egli nasce d'un grandissimo lago, il quale essi chiamano il
lago Bianco, che d'indi corre per un grande spazio verso greco levante, e passa
a Twerda,  citt grande e principale del ducato twerdenio,  della giurisdizione
di Moscovia. Indi, da mezogiorno piegandosi a scirocco levante, con lungo corso
arriva a Cazan,  castello del dominio di Moscovia,  dal quale quasi  con  simil
corso  spargendosi  per  i larghissimi campi de' Tartari e dividendosi in molti
rami, in ispazio di venti giornate entra nel mar Caspio.
Tutti questi fiumi nascono in luoghi piani,  paludosi e pieni di boschi,  e non
da  quei  favolosi monti Rifei e Iperborei i quali la Grecia bugiarda ne gli ha
partoriti, non la natura,  che non gli ha visti mai in luogo alcuno,  percioch
nel  dominio  di  Moscovia  non  si truova pure un monticello,  se non nei liti
dell'oceano settentrionale e scitico: nella qual parte  abitano  li  Iuhri,  li
Coreli,  li  Baschirdi  e li Czeremissi.  Per la qual cosa non posso a bastanza
maravigliarmi de' nostri geografi,  che sono tanto  sfacciati  che  senz'alcuna
vergogna  narrano  cose  incredibili  dei  monti  Rifei e Iperborei,  dai quali
vogliono che naschino i sopradetti fiumi.  N anche troveremo  esser  pi  vero
quasi tutto quello che i pi riputati di loro hanno detto dell'una e dell'altra
Sarmazia  e  di  tutta  quella  region  settentrionale,  se le loro descrizioni
fussero poste in comparazione co' viaggi che hanno fatto gli uomini de'  nostri
tempi, la qual cosa io mi sono sforzato di fare.


Della selva Ercinia, degli arbori ch'ella produce, della gran copia del mele, e
della natura di quegli uomini.
Cap. 5.

La selva Ercinia,  sparsa per tutti quei paesi,  in assaissimi luoghi fa boschi
spessissimi,  e per tutto d del legname abbondantissimamente per uso dell'uomo
e  gran  commodit  agli  abitatori.  Appresso  di  loro molto pi grande e pi
selvaggia ch'appresso di noi,  ella  abbondante di pini d'incredibile altezza,
de'  quali uno saria a bastanza per far l'arboro a una delle grandissime nostre
navi da carico.  Produce querce e roveri molto pi belli di tutti li  nostri  e
pi atti a far ogni lavoro di legname, i quali, segati e pianati, rappresentano
una certa vaga grazia e variet di colore,  a guisa del nostro ciambellotto. Di
questi,  fra l'altre mercanzie,  li nostri mercanti ne portano  gran  copia,  i
quali appresso di noi si comprano cari, ancora ch'abbiamo grande abbondanza dei
nostri legnami.  Ivi si raccoglie gran copia di mele, facendone l'api per tutto
negli arbori senz'alcuno studio umano.  Ivi si veggono grandissimi sciami d'api
volar  per  li  boschi  e  combattere insieme e scacciarsi l'un l'altro dai lor
luoghi,  di modo che i villani,  i quali appresso le lor  ville  serbano  l'api
proprie  e  come ereditarie,  difficilmente le difendono dalle forestiere: onde
quasi tutto quello che di cera e  dell'una  e  dell'altra  pece,  cio  dura  e
liquida, e di ragia di pino si consuma in tutta la nostra Europa, e anche tutte
le  pelli  preziose,  sono  di l per la via della Livonia portate dalli nostri
mercanti.  Appresso le rive del Don e della Volga,  cio del Rha,  e del  Tanai
nasce il reupontico e il calamo aromatico in grandissima quantit.
Tutto questo paese, bench sia grande e oltra modo pieno d'abitatori, nondimeno
  dalle  guardie  di  maniera serrato d'ogni banda che non solamente niuno de'
servitori o de' schiavi,  ma n anche alcuno de' paesani e che sia  libero  pu
uscire  o  entrare  senza  lettera  del principe,  dandogli questa commodit la
moltitudine de' boschi e delle selve e le molte paludi,  le quali fanno che non
vi  si  pu  entrare  se  non per certe strade comuni: ma l'entrate d'esse sono
diligentissimamente custodite dalle guardie del principe,  per le quali  coloro
che si schifano di passare o vanno per qualche altra strada s'incontrano spesse
volte in paludi inestricabili.   paese molto ricco di danari, e questo pi per
l'industria de' principi che per le proprie minere,  bench ancor di quelle non
ne  manchino,  conciosiach,  per le mercanzie le quali a loro niente costano e
appresso gli altri son tenute in gran pregio,  assaissimi  danari  son  portati
loro  alla giornata quasi da tutta la nostra Europa.  Nondimeno non  lecito ad
alcuno cavar fuora del paese moneta d'oro n d'argento, ma n anche il principe
ne manda punto fuori,  per occasion delle guerre ch'egli fa di continovo,  come
quello  che mette spavento a tutti li vicini d'intorno intorno,  movendo guerra
per allargare i confini del suo imperio: e, quel ch' maggior cosa,  mai non si
serve  de'  soldati  forestieri,  ma de' proprii e sudditi solamente,  a' quali
tutti come a servi comanda,  e ha libera podest della vita  e  della  morte  e
della  robba loro,  e niuno ha ardimento in alcuna cosa d'aprir la bocca contra
il comandamento del principe;  e anche gli va mutando secondo che gli pare d'un
luogo  in  un  altro,  conducendovi  poi nuovi abitatori,  overo mutandoli l'un
l'altro come a lui piace.  Gli uomini sono grandi e gagliardi nelle  fatiche  e
avezzi a sopportare ogni molestia e gravezza dell'aria, e a quelli che sono pi
inchinati  all'imbriacarsi il principe sotto gravissime pene vieta la cervosa e
l'acqua melata e ogn'altra bevanda  che  possa  imbriacare,  se  non  in  certe
principal  solennit  dell'anno:  e  in  questa  cosa,  bench a loro sia molto
difficile, e in ogni altra ubidiscono pazientemente.


De' costumi e religione de' Moscoviti.
Cap. 6.

Tutti questi popoli quasi innumerabili soggetti all'imperio  moscovitico,  fuor
che  li  Tartari  di  Cazan,  i  quali  con  gli altri Tartari seguitano il lor
Macometto,  e alcuni popoli della Scizia che  son  idolatri,  credono  un  Dio,
adorano un sol Cristo, e par che non manchi loro cosa alcuna, se non che vivono
fuori della unione ecclesiastica: imperoch, fuor che in poche cose nelle quali
discordano da noi,  e quelle di poca importanza alla salute, e tali che secondo
il comandamento dell'apostolo a coloro che non sono ancora ben fermi nella fede
sarebbono d'esser comportate,  non  sono  d'essere  astretti  con  dispute,  ma
permettere ch'abondino nel lor senso;  nell'altre cose par che vivino meglio di
noi secondo l'Evangelio di Cristo.
E veramente appresso di loro  grande e abominevole  sceleratezza  l'ingannarsi
l'un l'altro,  il commetter gli adulterii e gli stupri, e le publiche meretrici
di raro si veggono fra loro;  li vizii contra natura  sono  a  essi  del  tutto
incogniti;  gli  spergiuri  e  le  bestemmie non si odono appresso di loro;  ma
portano a Iddio e ai santi s grande onore e riverenza che, dovunque trovano la
imagine del crocifisso,  riverentemente si distendono in terra.  Si  comunicano
spesso e quasi ogni volta che si ragunano in chiesa;  lo fanno secondo l'usanza
loro, cio col pane levato e sotto l'una e l'altra specie.  Appresso loro non 
moltitudine  di messe o spesso uso di quelle,  ma un sacerdote che ha il carico
di celebrare,  dopo l'aver egli presa la communione,  porta intorno a tutto  'l
popolo  che    nella  chiesa un vaso secondo il lor costume pieno di pane e di
vino consacrato, del quale ciascuno piglia una fetta di pane bagnato nel vino e
si comunica con le proprie mani.  Nelle lor chiese  non  si  vede  cosa  alcuna
disonesta  n  indegna,  ma  tutti  distesi  con la faccia verso la terra overo
inginocchioni adorano divotamente,  di maniera che spesse volte  ho  udito  mio
padre  e  molti  altri  uomini  da bene i quali hanno abitato con loro alquanti
giorni,  che stimano loro assai pi giusti di noi,  se fusse tolto lo  scandolo
dello  scisma,  il  quale  con poca fatica si saria potuto levar via dai vostri
predecessori;  e che molto pi facilmente si possa far dalla Santit Vostra ora
comincio a dimostrarlo.


Il  modo  col  quale  facilmente si possano ridurre i Moscoviti all'union della
Chiesa romana.
Cap.7.

Se questa cosa fusse da esser trattata con la  moltitudine  de'  popoli,  senza
dubbio  ella  saria  per aver maggior fatica e difficult,  percioch non saria
cos facil cosa il persuader loro che  lasciassero  o  mutassero  le  religiose
usanze dei lor antichi padri;  nondimeno,  ancora che cos fusse,  non saria da
esser sprezzata da un vigilante pastore,  anzi con maggiore studio e  diligenza
bisogneria  affaticarsi,  che  tante  milioni d'anime,  che s poco son lontane
dalla via della salute,  si riducessero al gregge di  Cristo.  Ma  essendo  ora
tutta  la  cosa posta nel principe solo,  e tale che di sua volont spessissime
volte ha mostrato desiderar quest'unione, quale scusa averanno i nostri pastori
se, disprezzando la salute di tanti, non solamente non sollecitino o ricerchino
quel principe,  ma,  venendo esso a noi spontaneamente con infinito  numero  di
popoli,  di libera sua volont chiedendo d'esser ricevuto insieme con noi nella
unione del gregge ecclesiastico,  non lo  ricevano,  anzi  lo  rifiutano  e  lo
scaccino per colpa e avarizia loro?  Mi vergogno e mi rincresce dire,  e non lo
dico senza dolore, quel che avenne altre volte: ma la cosa s  nota che non si
pu celare, e s grave che non pu essere scusata n dissimulata. Gli aversarii
nostri la sanno,  e ogni giorno con nostra vergogna con parole superbe  gridano
contra noi e contra i difensori di questa sedia.
Gi circa 50 o 55 anni, quando mio padre era in quei paesi, il che spesso e con
dolore gli udi' raccontare, colui che allora era principe de' Moscoviti (non so
se  fusse  il  sopradetto  Giovanni overo il suo predecessore) aveva mandato li
suoi ambasciadori da quell'ultima parte del mondo a  questa  sedia  apostolica,
per  ottenere quest'unione;  ma colui che allora sedeva sopra la catedra di san
Pietro,  cercando pi tosto  le  cose  proprie  che  quelle  di  Gies  Cristo,
domandava loro un grandissimo tributo ogni anno, per segno e ricognizione, come
diceva,  d'ubbidienza,  e  non so che per le decime e annate.  Gli ambasciadori
essendosene  ritornati  adietro,  con  non  poco  scandalo  de'  vicini  popoli
cristiani,  persuasero al lor principe che insieme co' suoi dovesse perseverare
nello scisma, mostrando la lor fede esser migliore di questa nostra romana. Tra
questo mezo tempo io non so se sia avenuto alcuna cosa simile,  avenga  che  li
nostri aversarii gridino esser accaduto il medesimo non molti anni sono.
Or  con  quanto  poca  fatica  anco  a questo tempo possano esser richiamati al
gregge di Cristo (il che s'appartiene assai pi alla Santit Vostra),  e quanto
anco  a questo tempo facilmente possono esser ridotti,  da questo si vede esser
chiaramente manifesto: che il presente principe di Moscovia Basilio non pur non
aborrisce quest'unione,  ma si  veduto che spontaneamente esso l'ha  con  ogni
diligenza  ricercata,  percioch,  quando  per  il  mondo si sparse la fama del
concilio laterano,  fatto publicar per tutto della felice memoria di papa Iulio
II,  costui,  col  mezo  di Giovanni re di Dacia,  col quale aveva strettissima
amicizia, domandava che s'ottenesse da papa Iulio che mediante gli ambasciadori
ch'esso averia mandati gli fusse lecito esser come presente al detto  concilio.
La  qual  cosa  Enea  arcivescovo  nidrosiense,  uomo  di  somma bont,  allora
cancelliere di quel re,  e che 'l verno passato mor  nel  palazzo  apostolico,
conferm a Adriano VI,  predecessore di Vostra Santit,  e anche a me e a molti
altri che ora si ritrovano in Roma. Ma la morte di Iulio che seguit poco dopo,
e anco la morte di Giovanni re di Dacia, le quali avennero quasi in un medesimo
tempo, impedirono che le dette cose non furono mandate ad effetto.  Similmente,
al  tempo  della  felice  memoria di Leone X pontefice massimo,  questo istesso
Basilio  con  grandissima  instanzia  ricercava  avere  il  titolo  di  re   da
Massimiliano  imperadore,  per  la  quale occasione anche allora saria venuto a
unirsi con la Chiesa romana,  se per astuzia e opera del re di Polonia la  cosa
non fusse stata disturbata. Il che al predecessore di Vostra Santit e a me e a
molti  altri  fu  confermato  dal  reverendo monsignor Girolamo Balbo,  vescovo
gurgense,   che  novamente  in  nome  dell'illustrissimo  Ferdinando  archiduca
d'Austria    venuto a questa sedia apostolica ambasciadore,  il quale a queste
cose si ritrov presente.
Ma che bisogna pi lontano andar cercando ragioni di questa  cosa?  Perci  che
quest'anno  istesso il medesimo Basilio quanto sia affezionato alle cose nostre
e quanto desideri  di  unirsi  con  esso  noi  evidentemente  l'ha  dimostrato,
primamente  facendo  triegua  per 5 anni col re di Polonia,  antico suo nimico,
mentre per la discordia de'  nostri  principi  le  cose  cristiane  pareva  che
andassero a pericolo di cadere in man de' Turchi,  che in vero,  se egli avesse
voluto usar tal occasione contra di noi,  ci poteva mettere in gran  rovina;  e
dapoi  mandando al medesimo un'ambascieria con 600 cavalli e 200 carrette.  Per
la qual non dimandava altro se non mediante esso, come principe vicino e da lui
conosciuto,  persuadere a tutti gli  altri  principi  cristiani  che,  col  suo
istesso  esempio  acquietati  fra  loro  gli  odii  particolari e le discordie,
finalmente pensassero alla publica salute della republica  cristiana,  e  uniti
gli  animi  e  l'armi  facessero  l'impresa  contra il comun nimico del nome di
Cristo,  offerendo a noi se stesso con tutti li  suoi  per  compagno  in  cotal
guerra: s come il reverendo messer Tomaso Negro,  vescovo di Scardona,  allora
appresso 'l re di Polonia nunzio apostolico,  il quale fu presente a  la  detta
ambascieria,  ne scrisse a papa Adriano sesto predecessore di Vostra Santit, e
ora essendo qui in Roma potr esser buon testimonio di cotal cosa.
Possiamo adunque  noi  ricercare  alcun  altro  maggiore  argumento  dell'animo
veramente cristiano e fraterno d'un tanto principe verso noi?  Il quale, avenga
che da noi sia tenuto scismatico  e  come  pagano,  e  molte  volte  sia  stato
combattuto  dalle nostre armi,  nondimeno,  per la salute nostra e della Chiesa
cristiana,  si  portato pi da principe cristiano che i  nostri,  i  quali  si
gloriano  dei  titoli  di  cristiani,  di  catolici  e di difensori della fede:
percioch il pietoso padre Adriano,  predecessore di Vostra Santit,  non  pot
mai   impetrare   da'   sopradetti   principi,   infinite   volte  pregandogli,
supplicandogli,  scongiurandogli e ammonendogli  paternamente,  che  in  questa
publica  miseria cessassero da queste guerre pi che civili,  nelle quali,  non
avendo rispetto alcuno al sangue cristiano,  che lo  spargono  come  acqua,  n
alcuno ai miseri sudditi, i quali mandano del tutto in rovina, e senza mettersi
inanzi alcun timor d'Iddio, anzi quasi non avessero Iddio alcuno al quale siano
per  render  conto,  per  i  loro  odii particolari e affetti,  per lo sfrenato
desiderio di signoreggiare,  tra loro crudelmente combattono.  N con auttorit
apostolica  n  con  severit  pot mai da loro ottenere che donassero a Cristo
redentor nostro le ingiurie l'un dell'altro,  overamente almeno le differissero
in  altro  tempo,  overo concedessero la triegua almeno per tre anni al bisogno
dello stato cristiano,  il quale quasi con le lor discordie avevano mandato  in
rovina. E questo principe scismatico non solamente la triegua di tre anni ma di
5,  anzi  una  vittoria quasi certa de' suoi nimici ha spontaneamente conceduto
alla republica cristiana, la quale altrimenti di certo pericolava, facendo egli
ora la triegua con quel nimico,  il quale a niun tempo mai pi  commodo  averia
potuto distruggere.
Quei  nostri cristianissimi,  catolici e difensori della fede,  sono di maniera
occupati a distruggersi l'un l'altro e a spargere il sangue cristiano che nulla
gli muove la presa di Rodi,  alla quale con poca  fatica  averiano  potuto  dar
soccorso; nulla gli muove che Belgrado sia stato espugnato; nulla gli muove che
'l  Turco  gi  ne stia sopra la testa: e questo scismatico ha tanta cura della
salute nostra che mand chi ci destasse come oppressi da sonnifero  letargo,  e
ci confortasse che noi volessimo qualche volta ricordarci della propria salute,
e  finalmente  provedere alle cose nostre,  che manifestamente vanno in rovina.
Oltra di ci un tanto principe s'offerisce con tutti i suoi a nostra difesa, il
quale dovevamo temer come nimico mortalissimo; e i nostri principi cristiani di
maniera nulla pensano a dar sostegno alcuno alla republica cristiana,  la quale
essi  medesimi  non pur hanno tradita,  ma distrutta,  percioch li lor proprii
stati  manifestamente  rovinano,   che  ancora  non  restano  di  tuttavia  pi
distruggerla.  Sich, se noi considereremo pi tosto la cosa che i vani titoli,
egli  parr  che  sia  principe  veramente  cristiano,  e  i  nostri  co'  loro
gloriosissimi titoli saranno conosciuti esser pi che pagani e scismatici.
Oltra di ci,  che accade raccontare un'altra ambascieria del medesimo Basilio?
La qual quest'anno, del mese d'aprile prossimamente passato,  quasi da un altro
mondo  dopo otto mesi finalmente arriv in Ispagna all'imperadore Carlo quinto,
per mezo della quale lo ricercava d'amicizia,  offerendogli all'incontro  tutte
quelle  cose  che  si fussero potute desiderare da un amicissimo e potentissimo
principe;   anzi  (il  che  allora  da  molti  ci  fu   scritto   dalla   corte
dell'imperadore)  lo  confortava  a  far l'impresa contra 'l Turco,  per quella
offerendo gran quantit di danari e di soldati.  Per queste cose mi par che  si
veda assai apertamente che non sia leggiera speranza poter indurre,  e con poca
fatica,  questo Basilio principe de'  Moscoviti,  e  mediante  lui  tutti  quei
popoli,  all'union  catolica  insieme  con  noi: e mi parrebbe cosa empia a non
tentar di farlo, mandandogli ambasciadori atti a simil negozio,  ancora che non
aspettassimo  altro  che  la  salute  di  tante anime.  Ma ora non solamente mi
parrebbe cosa empia, ma una pazzia quasi estrema,  in questo gran bisogno della
cristianit,  l'aiuto  d'un  tanto  principe (il quale,  se non fussimo pigri e
negligenti, in tutti li modi era da esser ricercato da noi), ora di sua volont
offertoci, disprezzarlo, farsene beffe, anzi volgerlo contra noi. Il che faremo
senza dubio se niuno ritorna a lui in nome del sommo  pontefice,  de'  principi
cristiani e di tutta la cristianit,  ringraziandolo e facendogli testimonianza
che la sua tanto  liberale  offerta  ci    stata  gratissima,  accettandola  e
ricercandola, e oltra di ci in nome nostro gli offerisca tutte quelle cose che
gli siano grate e che da noi si possano offerire.
N  sono  da  esser ascoltati coloro che si pensano l'aiuto de' Moscoviti esser
poco utile e opportuno alla impresa contra 'l Turco,  per esser dal Turco  essi
troppo  lontani,  ma il danaro solo,  del quale egli  abbondantissimo,  potere
aiutar la parte nostra: percioch il ducato di Smolenco,  il quale  del  stato
di Moscovia,  per la via dei Rossi,  popoli a quello vicini e quasi amici e che
vivono secondo le medesime usanze,  soprast alla  Vallacchia,  alla  Bulgaria,
dipoi alla Tracia e per tanto a Costantinopoli istesso, ed  assai commodo quel
paese  per  condur  esercito: volendolo menar quanto grande potesse,  egli solo
daria molto da fare al Turco.
Anzi,  ho per certo che lo stato del Turco in niuna altra parte sia pi debole,
n  da  altro  luogo  pi  commodo e pi opportuno possa essere assalito che da
quella parte della Valacchia e della Bulgaria,  dove i popoli sono ancora tutti
cristiani,  ma vivono sotto l'imperio e tributo del Turco: il quale essendo gi
molto tempo venuto loro a noia,  senza dubio  lo  lascieriano  da  parte  e  si
congiongeriano  co'  nostri  soldati,  se  in  alcun  luogo  apparisse  qualche
vendicatore della lor libert. Dai quali popoli insino a Costantinopoli a tutti
 aperta l'entrata libera;  ma i luoghi del stato del Turco,  che si  estendono
insino  alle  nostre  parti  cos in mare come in terra,  sono molto ben forti,
onde,  s come da niuna parte pi commodamente il Turco pu esser  assalito  da
noi che dalla parte della Valacchia e della Bulgaria dal duca di Moscovia, cos
non   da pensare che questa impresa gli sia troppo lontana,  avendo egli quasi
nell'ultimo Oriente per  luoghi  molto  pi  aspri  condotti  i  suoi  eserciti
vincitori,  e  domati  molti  popoli  della  Scizia  e  alcuni anco costretti a
confessar Cristo.


Le ragioni per le quali il sommo  pontefice  si  debbe  muovere  a  ricever  li
Moscoviti.
Cap.8.

Adunque,  clementissimo  padre  santo,  bench  siano pi cose e di grandissima
importanza le quali  in  questi  gravissimi  disturbi  il  mondo,  anzi  Cristo
istesso,  ricerca da Vostra Santit,  nondimeno parmi che si debba aver cura di
questo negozio della Moscovia pi che di tutte l'altre cose,  come quello che 
di grande importanza;  anzi si doveria far con tanto maggior diligenza quanto 
di maggior momento per tutte le sopradette cose,  e promette pi certa speranza
di poter esser condotto a fine con poca spesa e fatica e con niun pericolo,  ma
con certissimo commodo e da non  esser  dispregiato.  Io  so  che  di  fuori  
combattuta quella torre di David, al governo e guardia della quale Cristo vi ha
messo.  Io veggio li gi gran tempo stanchi e miseri cristiani,  alla testa de'
quali soprast il crudel nimico del nome di Cristo,  over che gi con  grave  e
vituperosa servit tiene oppressi, guardare in voi, che siete lor pastore, e da
voi  aspettare  e  chiedere  aiuto.  Io  conosco quanto acerbamente li principi
cristiani siano tra loro discordi,  i quali bisogna richiamare  alla  concordia
cristiana,  prima che noi possiamo fare cosa alcuna utile di dentro n gloriosa
di fuori.  Sento  poi  quanto  s'incrudelisca  nelle  nostre  interiora  quello
spaventoso e pi che infernal veleno, dico la peste e la perfidia luterana, per
la cui contagione periscono tante migliaia d'anime eretiche e scismatiche.
E  veramente  qualsivoglia di queste cose apporta grandissimo travaglio,  e non
solamente ricercano fatica, industria e provedimento, ma anco gravissime spese.
Nondimeno,  bench noi per  ci  facessimo  ogni  cosa,  appena  appare  alcuna
speranza certa che siamo per far profitto alcuno;  ma nella cosa de' Moscoviti,
la qual ora cerchiamo di persuadere,  se vorremo per se stessa giudicarla,  non
conosco   perch  la  salute  di  tante  migliaia  d'anime  non  debba  muovere
grandemente  la  Santit  Vostra,  accioch,   se  elle  periscano  per  vostra
negligenza,  non  possono  esser  da  Iddio  ragionevolmente  dalle  man vostre
riaddimandate.  Di quanta importanza anco a tutte le sudette cose sia  l'unirsi
con esso noi un s gran principe,  s ricco,  s possente, e per la vicinit s
atto ad assalir la Turchia,  chi non lo vede?  Specialmente se considera quanto
certa  potrebbe  esser  la nostra ruina e confusione delle nostre cose,  quando
egli opportunissimamente volesse  adoperar  le  sue  forze  contra  di  noi.  A
pacificare  insieme  li principi cristiani non conosco che si possa trovar cosa
pi potente che rinfacciar loro l'esempio di questo principe scismatico,  e non
dubito   che   si   vergogneranno   dei  titoli  i  quali  vergognosissimamente
s'attribuiscono,   quando  intenderanno  che  sono  ammoniti  da  un   principe
scismatico  a  ricordarsi  d'esser  cristiani,  e  ch'anco  il medesimo con gli
effetti insegna loro quali doveriano essere.  De' luterani finalmente qual  pi
gloriosa,  qual  pi facil vittoria potremmo noi avere che far ch'essi vegghino
quest'apostolica sedia,  la qual per tutto 'l  mondo  si  sforzano  d'infamare,
ritenere  ancora la sua dignit non solamente appresso li suoi,  ma anche nuovi
popoli unitamente esser venuti quasi da un altro mondo supplichevoli  alla  sua
ubbidienza?
Tutte  queste  cose  v'  speranza,  e  non  punto  vana,  che  noi le possiamo
conseguire senza pericolo  alcuno,  con  picciola  fatica  e  con  poca  spesa,
percioch  altro  non  fa bisogno se non che la Santit Vostra voglia e comandi
che vada in Moscovia qualcuno che sia atto a simil negozio;  e ci facciasi pi
tosto  che si pu,  conciosiach molte cose occorrano che desiderano prestezza.
La via  pericolosa e lunghissima,  specialmente avendosi,  per le ragioni  che
diremo,  da schifare il passar per la Polonia,  avendosi da camminar da un capo
all'altro dell'Alemagna, da passar per la Prusia e per la Livonia,  d'aspettare
spesse  volte  nel viaggio la compagnia,  e menarla anco spesso per il pericolo
degli assassini,  dei quali sono quei paesi grandemente molestati;  di  maniera
che chiunque vi fusse mandato, ancora che andasse con ogni diligenza, appena in
5  mesi  potria  giugner  alla  corte  di  quel  principe,  imperoch  li  suoi
ambasciadori,  mandati da lui a Carlo V imperadore,  per quel medesimo viaggio,
appena  dopo 8 mesi finalmente arrivarono in Ispagna.  In questo mezo li nostri
nimici non dormiranno, e molte cose potrebbon occorrere che mutarian l'animo di
quel principe,  massime parendogli insieme con la sua  tanto  liberale  offerta
essere  sprezzato  e  ischernito  da' principi cristiani: la qual cosa come pu
esser che non gli paia,  se dopo l'aver esso mandati due  ambasciadori,  uno  a
Carlo imperadore,  l'altro a Gismondo re di Polonia,  e col suo mezo a tutti li
principi cristiani,  niun da noi ne sia a lui rimandato?  L'imperadore   ancor
giovane,  e  al  presente    tanto  occupato  in abbattere e rovinare il re di
Francia che non pu attendere a pensare a quelle cose che s'appartengono al ben
comune della cristianit.  Dal  re  di  Polonia,  bench  altrimenti  egli  sia
prudente e cristiano principe,  nondimeno in questo negozio di Moscoviti non si
ha da sperarne cosa alcuna buona,  il che poco di sotto faremo  pi  manifesto.
Sich, se la Santit Vostra non far provedimento, il principe di Moscovia sar
da  tutti  i  nostri  principi  dispregiato,  ma  non sar spregiato da' nostri
nimici,  percioch non  dubbio alcuno che 'l Turco tenter ogni cosa per tirar
dalla  sua parte o in compagnia della guerra contra di noi un s gran principe,
massime comprendendo ch'egli sia di poco buon animo verso  di  noi,  per  esser
stato  da noi tante volte come pagano o come scismatico publicamente oppugnato.
Sich n anco dal lato nostro, se saremo savii,  non  da indugiare,  anzi  da
far ogni cosa diligentemente,  per conservarci con la nostra diligenza un tanto
aiuto, offertoci spontaneamente fuor di speranza e senza nostra fatica; bench,
s come ho detto,  a ci non fa bisogno d'altra diligenza se non che la Santit
Vostra comandi e l vadano alcune persone atte e sufficienti.
N a far questo la dee ritardar la spesa a ci necessaria, conciosiach'ella non
sia  per  esser  tanta  quanta  spesse  volte  noi  gittiam  via  in alcune non
necessarie pompe,  percioch quelle cose che nell'altre ambasciarie  accrescono
la  spesa,  come    la  lunghezza  e  i  pericoli  del  viaggio,  in questo la
scemeranno,  dovendosi mandar nella Moscovia non alcuni vecchi di  gravit  con
compagnia  onorata,  ma  pi  tosto alcuni uomini spediti che possino sostenere
tante e tali fatiche e le difficult  delle  strade  e  sopportar  la  gravezza
dell'aria  di quel paese.  E siano anco dotti nella santa legge d'Iddio,  e che
possino a chiunque gli domanda render ragione della fede e  speranza  e  carit
che  in loro,  e giudicar secondo la regola della fede quel che a lei repugna,
quel che si  concorda  e  quel  che  le    differente,  accioch  possino  ben
discernere  qual  siano quelle cose nelle quali l'apostolo commanda che doviamo
comportar li deboli nella fede e non astringerli con dispute,  a fin che coloro
che  al presente sono poco lontani dalla via della salute non facciamo s,  con
la nostra indiscrezione, che molto pi si discostino da noi.
E per dir brevemente,  si hanno da eleggere a ci uomini tali che non attendino
all'utilit  propria,  ma  in ogni cosa cerchino l'onor di Gies Cristo,  e non
molto anco abbiano a schifo li costumi di quella gente, acci pi facilmente si
possino con esso loro conformare.  E vorrei che in elegger  quei  tali  che  si
avessero  da  mandare  a  questa impresa tanto maggior pensiero vi si mettesse,
quanto pi importa alla reputazione di questa sedia,  e vadano  a  questi  novi
popoli  pi  tosto  con condizioni determinate che con quali si sogliono mandar
per pompa solenne solamente,  percioch,  se qualche cosa per aventura mancher
alla  pompa dell'ambascieria,  secondo richiede la dignit di questa sedia,  la
magnificenza di quel principe e la importanza di tal negozio, iscuser il tutto
la lunghezza, la difficult e i pericoli del viaggio.  Non  da mandare uno che
sia  della  Gottia  n  della  Livonia n della Polonia,  per l'antico odio de'
Moscoviti contra queste nazioni,  conceputo per le continue guerre che sogliono
far  contra d'esse per la vicinanza,  e per il quale potria parer ch'elle in un
certo modo facessero il proprio negozio.  Sopra ogn'altra cosa mi par  che  sia
molto  pi espediente con pochissima compagnia,  cio non pi che con quattro o
cinque in tutto,  andarsene di qui in Livonia,  percioch cos  pi  facilmente
passeranno  e pi speditamente e con minore spesa,  e,  quel che specialmente a
questi tempi  da considerare,  mettendosi in compagnia di mercanti n'anderanno
sconosciuti  e  senza sospetto alcuno di coloro per il paese de' quali averanno
da passare,  conciosiach,  se  la  fama  di  questa  cosa  si  spargesse,  gli
avversarii  nostri fariano ogni sforzo per andar prima di noi e impedirci: onde
mi pare che questa facenda si debba maneggiar secretissimamente e col  mezo  di
pochissime persone.


Per  qual cagion non si debba mandar ambasciador di Polonia al duca di Moscovia
per ridurlo all'union ecclesiastica.
Cap. 9.

Che in questo negozio,  avenga che 'l re  di  Polonia  sia  in  ogn'altra  cosa
cristianissimo principe,  io l'abbia del tutto per sospetto, e conseguentemente
anche la Polonia, aviene perch, avendo esso provato il duca di Moscovia troppo
acerbo vicino (conciosiach Basilio,  che al presente signoreggia,  e  Giovanni
suo  antecessore  gli abbiano tolto 4 nobilissimi principati) e vedendo che per
questa unione al medesimo s'aggiungeranno anche maggior forze, e a lui, nel far
guerra contra di quello per i confini del suo regno,  mancher un gran  favore,
ha sempre con ogni via e astuzia disturbato questa unione: percioch,  col nome
di far guerra contra scismatici e come nimici della nostra religione,  ha avuto
dagli altri principi cristiani grandissimo favor e grande aiuto dai nostri,  di
maniera che molte volte, publicandosi a questo effetto indulgenzie per tutto, 
stato aiutato con publica spesa della cristianit;  di che s'avede restar privo
quando sia levato via la scusa dello scisma,  e al suo nimico, che da se stesso
 forte,  doversi aggiugner nelle cose della guerra maggior forze per la nostra
compagnia. E bench tra loro sia ora la triegua di 5 anni, e ancora che 'l duca
di  Moscovia diventi cristiano,  nondimeno il re di Polonia ragionevolmente sta
in paura del stato suo per l'avenire,  percioch non si trovano  principi  cos
cristiani  tra i quali,  essendo vicini,  spesse volte non si faccia guerra per
molte occasioni.
Che al re di Polonia dispiaccia che 'l duca di Moscovia diventi o  sia  da  noi
tenuto  veramente cristiano,  chi  che chiaramente da questo non lo comprenda?
Che dopo quella ambascieria mandatagli dal detto duca,  cos santa e cos utile
alle cose nostre, della quale di sopra facemmo menzione, egli nelle sue lettere
scritte a papa Adriano VI,  predecessore di Vostra Santit,  non n'ha pur detto
una parola: e nondimeno di niuna cosa  ragionevolmente  n  pi  grata  n  pi
opportuna  alle cose nostre averia potuto dar notizia a un papa religiosissimo,
che farlo certo dell'animo veramente cristiano verso di noi di quei  scismatici
e  del desiderio loro tanto inclinato ad aiutare e difendere le cose nostre,  i
quai scismatici come nimici meritamente acerbissimi dovevamo  temere.  Chi  non
vede  da  questo  medesimo  consiglio  esser  proceduto che spesse volte per lo
passato a posta ha impedito questa unione?  E sempre tutti quelli che da questa
sedia  apostolica  sono  stati  mandati  per questo effetto al duca di Moscovia
egli,  spaventandogli con vane paure e con la difficult del mandar la cosa  ad
esecuzione, gli ha fatti tornar adietro. Al presente niuna cosa tanto gli saria
molesta  quanto se li romani pontefici intendessero che il duca di Moscovia sia
d'animo tanto cristiano,  e che con s poca fatica si possa indurre  all'unione
ecclesiastica. Onde il reverendo monsignor Ieronimo Balbo, vescovo gurgense, il
quale,   allora   essendo   consigliero  dell'imperador  Massimiliano,   e  ora
ambasciadore  appresso  la  sedia  apostolica  per  l'illustrissimo  Ferdinando
archiduca  d'Austria,  si trov presente quando questo Basilio duca di Moscovia
ricercava con grande instanzia il titolo di re,  avendo egli inteso  gl'inganni
del  re  di Polonia in cotal maneggio,  consigli ad ogni modo papa Adriano VI,
predecessore di Vostra Santit,  che se desiderava questa unione per niuna  via
non  ne  communicasse  cosa  alcuna  n col re di Polonia n con alcuno che gli
fusse favorevole.
Sono anche altre  cose  che  mi  paiono  utilissime  a  compir  questa  impresa
felicemente,  ma,  per  non  esser  pi  lungo  ed  essendo  pi  espediente il
communicar queste cose con coloro a' quali la Santit Vostra commetter  questa
impresa, io far fine.

Il fine della lettera d'Alberto Campense



Paolo  Iovio  istorico  delle  cose della Moscovia,  a monsignor Giovanni Rufo,
arcivescovo di Cosenza.


Mi richiedeste, Monsignor reverendissimo, con grande instanzia che io scrivessi
in latino quelle cose che dei costumi de'  Moscoviti  io  aveva  intese  per  i
ragionamenti  quasi d'ogni giorno da Demetrio,  ambasciadore di quella nazione,
il quale poco tempo fa venne a papa Clemente;  istimando  voi,  per  la  vostra
antica piet e virt,  che s'appartenga ad accrescer molto l'onore della Chiesa
romana se gli uomini sapessero che un re di nome non finto,  o  del  tutto  non
conosciuto  e vile,  ma un re che signoreggia infiniti popoli verso tramontana,
ha desiderato e ricerco in tempo opportunissimo  con  tutto  l'animo  venire  a
unirsi   con  esso  noi  nelle  cose  della  fede  e  stringersi  con  perpetua
confederazione,  quando nuovamente alcune genti d'Alemagna,  le quali  volevano
mostrar d'avanzar di religione tutte le altre, con pazza e scelerata ribellione
non solamente a noi, ma con perniciosissimo errore a Iddio si sono ribellate. E
in  vero,  avenga  che io,  per esser occupato in pi importanti studi,  avessi
potuto rifiutar questo carico impostomi, l'ho nondimeno adempito con buon animo
e prestamente,  a fin che per lo troppo indugio e per volerla corregger con pi
diligenza  la cosa non venisse a restar priva della grazia della novit: con la
qual  sola  cosa  chiaramente  si  manifesta  la  grandezza  della  mia  antica
osservanza  verso  di  voi e il desiderio che ho di farvi servizio,  avendo pi
tosto voluto far perdita dell'onore,  se ne debbo sperar punto  dalla  bassezza
del  mio  ingegno,  che  tener  pi  a lungo difraudato l'onestissimo desiderio
vostro.


La cagione perch il duca di Moscovia mandasse ambasciadore al papa.
Cap.1.

Primamente con ristretta brevit sar descritto e in una tavola  stampata  sar
dipinto  il sito del paese,  il quale comprendiamo essere stato poco conosciuto
da Plinio, da Strabone e da Tolomeo;  dapoi con pi ristretto stilo ragioneremo
de' costumi,  delle ricchezze,  della religione e degli ordini della milizia di
quella nazione, imitando in ci Cornelio Tacito,  il quale dalla sua continuata
istoria  separ il libretto dei costumi degli Alemani,  usando quasi la istessa
semplicit di parole con  la  quale  mi  furono  esposte  dal  detto  Demetrio,
ritrovandosi  egli  ozioso e avendolo io provocato con una curiosa e umanissima
dimanda.  E veramente Demetrio parla la lingua  latina  non  inettamente,  come
quello  che  da  fanciullo  in Livonia aveva avuti i primi ammaestramenti delle
lettere, ed era andato in molte provincie de' cristiani con carico onorevole di
varie ambascierie:  percioch  egli,  per  essere  stato  conosciuto  fedele  e
diligente, fu prima ambasciadore appresso li re della Svezia e della Dazia e il
gran maestro della Prussia,  e ultimamente appresso Massimiliano imperadore;  e
praticando nella sua corte ripiena d'ogni condizione d'uomini,  se cosa  alcuna
di  rozzo  si trovava nel suo riposato ingegno e atto a essere ammaestrato,  la
tolse via col por mente agli altrui gentili costumi.
Diede occasione di questa ambascieria  messer  Paolo  Centurione  genovese,  il
quale,  avendo avuto da papa Leone decimo lettere di raccomandazione, se n'and
in Moscovia per mercanzie, dove senza esser richiesto tratt co' famigliari del
principe Basilio d'unire la Chiesa moscovitica  con  la  romana.  Percioch  il
detto messer Paolo con uno animo grande, e oltra modo grande, cercava una nuova
e  incredibil  via  da  condur  le  specierie dall'India,  avendo egli per fama
inteso, mentre negoziava in Soria, in Egitto e in Ponto,  che dall'ultima India
su pel fiume Indo a contrario d'acqua si potevano condurre spezierie,  e quindi
per poco spazio di cammino per terra,  passando per la  sommit  de'  monti  di
Paropaniside, condurle in Oxo, fiume de' Bactriani, il quale quasi dagl'istessi
monti che nasce Indo,  con corso contrario,  menando seco molti fiumi, appresso
'l porto di Strava entra nel mar Caspio. E finalmente contrastava,  dicendo che
gli  pareva  facile  e  sicura navigazione da Strava infino a Citrachan,  citt
mercantesca, e alla bocca del fiume Volga,  e d'indi poi su per il fiume Volga,
Occha  e Mosco facilmente potersi andare alla citt di Moscovia,  e da Moscovia
per terra a Riga e al mar della Sarmazia e a tutti li paesi di ponente.
E questo cercava egli per  esser  sopra  modo  sdegnato  per  le  ingiurie  de'
Portoghesi,  i  quali,  avendo in gran parte soggiogata l'India e presi tutti i
luoghi  dove  si  facevano  mercanzie,   compravano  tutte   le   spezierie   e
l'indrizzavano  in  Ispagna,  e  s'erano  avezzati a venderle a tutti li popoli
dell'Europa a prezzo molto maggiore che prima non si soleva e  con  grandissimo
guadagno;  anzi  guardavano  le  marine  dell'India  con  tanta diligente cura,
tenendovi armate continovamente,  che pareva che del tutto fussero intermesse e
abbandonate  quelle mercanzie,  delle quali per la via del golfo della Persia e
su per l'Eufrate e per lo stretto del mare Arabico  e  finalmente  gi  per  il
fiume   Nilo   per  il  nostro  mare  tutta  l'Asia  e  l'Europa  si  fornivano
abbondantemente e a pregio pi vile.  Essendo anche la mercanzia de' Portoghesi
molto cattiva,  percioch,  per l'incommodit della lunghissima navigazione che
fanno i Portoghesi, e per difetto della sentina delle navi, par che si guastino
le spezierie,  e finalmente la lor  possanza,  sapore  e  odore,  per  lo  star
lungamente  nelli  magazzini  di  Lisbona,  disperdersi e dileguarsi,  cercando
sempre i mercanti di mettere a conservar le pi fresche nei magazzini, e vender
le vecchie e guaste per la molta muffa.
Ma bench messer Paolo,  sottilmente discorrendo di queste cose e  mettendo  in
grandissimo  odio  li  Portoghesi,  mostrasse  che se si aprisse questo viaggio
molto maggiormente s'accrescerebbono le gabelle del re,  e  a  miglior  mercato
potriano  essi Moscoviti comprar le spezie,  delle quali in tutte le vivande ne
consumano gran copia,  nondimeno non pot in quanto a  cotal  negozio  impetrar
cosa  alcuna,  percioch Basilio giudicava che non si dovesse a un forestiero e
non conosciuto mostrar quei paesi i quali dessero la strada  d'andare  nel  mar
Caspio  e  nei  regni  de' Persiani.  S che,  essendo messer Paolo fuor d'ogni
speranza d'ottenere il  desiderio  suo,  diventato  di  mercante  ambasciadore,
essendo  gi  morto papa Leone,  port lettere a papa Adriano,  per le quali il
detto Basilio con molto onorate parole dimostrava il suo buon  animo  verso  'l
pontefice romano.  Percioch pochi anni avanti Basilio,  nel colmo della guerra
che aveva contra i Poloni, mentre si faceva il concilio laterano,  richiese per
mezo di Giovanni re di Dacia, padre di questo Cristierno, il quale nuovamente 
stato  scacciato  del regno,  che fusse dato passaggio sicuro agli ambasciadori
moscoviti per andare a Roma.  Ma essendo quasi nel medesimo giorno  passati  di
questa vita re Giovanni e papa Iulio, e levato via il mezano a far ci, egli si
rimase di mandare ambascieria.
S'accese poi la guerra tra lui e Sigismondo re di Polonia,  ed essendo successo
ai Poloni la cosa felicemente,  avendo ottenuta una vittoria notabile  appresso
'l fiume Boristene,  furono fatte in Roma le processioni, come se fussero stati
vinti e uccisi gli nimici del nome cristiano: la qual cosa fu  cagione  di  non
poco  allontanar l'animo del re Basilio e di tutti i suoi sudditi dal pontefice
romano. Ma essendo morto papa Adriano sesto, e lasciato il sudetto messer Paolo
gi la seconda volta apparecchiato al viaggio,  Clemente settimo,  che successe
nel papato,  mand il sopradetto, che ancora s'andava rivolgendo per l'animo il
viaggio di Levante,  con lettere in Moscovia,  per le quali con affettuosissime
esortazioni invitava il re Basilio a riconoscere la maest della Chiesa romana,
e  a  fare,   tenendo  nelle  cose  della  fede  una  medesima  opinione,   una
confederazion perpetua,  la quale gli affermava dover essere a grandissima  sua
conservazione e onore: di modo che pareva che 'l pontefice gli promettesse, per
la sacrosanta auttorit papale,  dandoli le insegne regali, di nominarlo re se,
lasciata la setta de'  Greci,  si  riducesse  sotto  l'auttorit  della  Chiesa
romana.  E  veramente  Basilio  desiderava  d'acquistarsi  il  titolo di re per
concessione del papa,  giudicando che il darlo s'appartenesse  alla  ragione  e
maest papale, percioch aveva saputo che anche gl'imperadori per antica usanza
pigliavano  dai sommi pontefici la corona d'oro e lo scettro,  che sono insegne
dell'imperio romano; bench si diceva che egli,  avendo mandato pi e pi volte
ambasciadori, aveva ricercato cotal titolo da Massimiliano imperadore.
Messer Paolo adunque, il quale da giovanetto con corso pi tosto felice che con
molto guadagno aveva imparato a trascorrere il mondo, bench vecchio e afflitto
da  una  vecchia malattia di difficult d'urina,  con prospero e presto viaggio
arriv nella citt di Moscovia,  dove  fu  da  Basilio  benignamente  ricevuto.
Intanto  se  ne  stette  due mesi nella sua corte e,  diffidatosi delle proprie
forze e ispaventato dalla difficult di quel lunghissimo  viaggio,  avendo  del
tutto  poste da parte tutte le speranze e gl'intricati pensieri della mercanzia
dell'India,  insieme con Demetrio ambasciadore se ne ritorn a Roma,  prima che
noi  pensassimo  che  fusse  arrivato  in  Moscovia.  Il  pontefice comand che
Demetrio fusse ricevuto e alloggiato nella pi magnifica parte del  palazzo  di
San  Pietro,  dove  sono  camere  dorate,  letti  di  seta  e  panni  d'arrazza
d'eccellentissimi lavori, e ordin che fusse vestito di seta, e gli assegn per
compagno,  a trattenerlo e mostrargli le  reliquie  e  le  antichit  di  Roma,
Francesco  Cheregato,  vescovo  aprutino,  uomo  che  spesse volte in lontane e
dignissime ambascierie era  stato  adoperato,  e  dal  detto  Demetrio  pur  in
Moscovia per parole di messer Paolo era conosciuto.
Poi che Demetrio si fu alquanti giorni riposato,  e lavato il succidume che per
il lungo e faticoso viaggio aveva adosso,  ed essendosi vestito d'un  magnifico
abito  che  s'usa  nella  sua patria,  fu condotto dinanzi al papa: e umilmente
inginocchiato secondo l'usanza gli baci li piedi,  e a nome suo e del  suo  re
gli fece un presente di pelli di zebillini, dandogli poi le lettere di Basilio,
le  quali  egli  prima  e  poi  l'interprete  schiavone  Nicol  da Sebenico le
tradussero in lingua latina. E il soggetto era tale: "A Clemente papa,  pastore
e  dottore  della  Chiesa  romana,  il gran signore Basilio,  per la Dio grazia
imperadore e dominatore di tutta la  Rossia,  e  granduca  di  Volodemaria,  di
Moscovia,  Novogardia,  Plescovia, Smolenia, Ifferia, Iugoria, Permnia, Vetcha,
Bolgaria et cet.;  dominatore  e  gran  principe  della  Novogardia  bassa,  di
Cernigovia,   Razania,   Volothica,  Rezevia,  Belchia,  Rostovia,  Iaroslavia,
Belozeria,  Udoria,  Obdoria e Condinia et cet.  Voi  ci  avete  mandato  Paolo
Centurione,  cittadino  genovese,  con lettere per le quali ci avete confortato
che vogliamo esser congiunti con voi e con gli altri principi cristiani,  e  di
consiglio  e  di  forze,  contra  gli nimici del nome cristiano,  e ai nostri e
vostri ambasciadori, per poter passare dall'una e dall'altra parte,  sia aperto
sicuro e libero viaggio,  accioch con iscambievole officio d'amicizia si possa
intender della  salute  d'ambidue  noi  e  degli  avenimenti  delle  cose.  Noi
veramente,  avendoci  Iddio  dato  buono  e  felice aiuto,  e s come insin ora
vigilantemente e valorosamente abbiamo fatto resistenza agli empii nemici della
religion cristiana,  cos abbiamo anche fatto deliberazione  di  resistere  per
l'avenire, e parimente siamo apparecchiati d'accordarci con gli altri principi,
e  far  s  che  li viaggi siano sicuri.  Per le qual cose vi mandiamo Demetrio
Erasmio  nostro  uomo  con  questa  nostra  lettera,   e  vi  rimandiamo  Paolo
Centurione. Ma Demetrio ce lo rimandarete tosto, facendolo guidare a salvamento
insino  a'  nostri  confini,  e  noi anche faremo il medesimo,  se con Demetrio
nostro mandarete vostro ambasciadore,  accioch con ragionamenti e con  lettere
siamo  delle  cose  che  s'hanno  da  trattare  fatti  certi,  di  maniera che,
conosciuti gli animi di tutti li cristiani,  possiamo anche noi appigliarci  al
miglior consiglio.  Data nel nostro stato nella nostra citt di Moscovia l'anno
del principio del mondo 7030, alli 3 d'aprile".
Oltra di questo par che Demetrio, come uomo che  molto intendente delle azioni
umane, e sopra tutto delle sacre lettere, abbia commessioni pi secrete di gran
facende,  le quali speriamo che tosto l'abbia da dire nelle  private  audienze,
perci  che,  dopo  la  febre nella quale era caduto per la mutazion dell'aria,
egli ha ricuperate le pristine forze e il suo natural colore della  faccia,  di
maniera che il vecchio di sessanta anni anche con gran suo piacere si  trovato
presente alla messa papale che fu cantata in onore di san Cosmo e Damiano,  con
musiche e con solenne apparecchio,  e venne similmente in concistoro quando  il
papa  con  tutta  la corte ricevette il cardinal Campeggio,  che allora tornava
dalla legazione d'Ungaria.  Oltra di ci con grande  sua  maraviglia    andato
vedendo  le sacrosante chiese della citt e le ruine della grandezza romana,  e
anche, per dir cos, li cadaveri degli antichi edifici, di modo che credemo che
egli, esposto che aver quanto ha in commessione, ricevuti onorati presenti dal
pontefice, insieme col vescovo scarense, legato di sua Santit,  se ne abbia da
ritornare in Moscovia.


Del  nome e paese de' Moscoviti;  della selva Ercinia e degli animali che vi si
truovano; delle orde de' Tartari e lor governo e costumi.
Cap. 2

Il nome de' Moscoviti  moderno,  bench Lucano abbia fatto menzione di Moschi,
vicini  a' Sarmati,  e Plinio metta i Moschi appresso 'l fonte del fiume Fasso,
sopra il mar Maggiore, verso levante. Il lor paese ha larghissimi confini, e si
stende dagli altari d'Alessandro appresso i fonti del Tanai alle  ultime  parti
della  terra  e  all'oceano settentrionale,  quasi sotto la tramontana.  Per la
maggior parte  piano e abbondante di pascoli, ma la state nel pi de' luoghi 
paludoso,  percioch tutta quella terra  bagnata da grandi e spessi  fiumi,  i
quali  gonfiandosi  per  le nevi del verno disfatte dal caldo del sole e per il
ghiaccio in ogni parte disfatto,  li campi per tutto diventano paludi,  e tutte
le  strade sono imbrattate per l'acque che si sono ritenute e per la sporchezza
del fango, insino a tanto che di nuovo, per aiuto del verno, i fiumi stagnati e
le paludi s'agghiaccino e facciano strade coperte  di  saldissimo  ghiaccio  ai
carri che v'hanno da passare.
La  selva  Ercinia  occupa  una parte della Moscovia,  ed essendovi state fatte
molte abitazioni  per  tutto    abitata,  e  gi  per  lunga  fatica  e  opera
degl'uomini  divenuta  rara,  non mostra,  com'alcuni stimano,  l'orribil vista
delli spessissimi e impenetrabili boschi;  ma si dice bene ch'essendo piena  di
crudelissime  fiere  scorre  per  la Moscovia per lungo e continuato spazio tra
levante e greco insin all'oceano della Scizia,  di modo che con la sua infinita
grandezza  ha  sempre  ingannato  la  speranza  di coloro ch'hanno curiosamente
cercato arrivare al fine di quella.  Nella parte che volge verso la Prussia  si
trovano  grandi  e  ferocissimi  bufali  simili  a  tori,  i quali gli chiamano
bisonti;  vi sono anco delle alce,  che hanno forma di cervo,  con  una  tromba
carnosa  nel  muso,  con le gambe alte e senza niuna piegatura nelle ginocchia:
da' Moscoviti sono chiamate lozzi e da' Tedeschi helene, i quai animali vediamo
che sono stati conosciuti da Caio Cesare.  Oltra di  questi  vi  sono  orsi  di
grandezza  estraordinaria,  e  lupi  molto grandi e spaventevoli,  per esser di
color negro.
Da levante la Moscovia ha per confinanti gli Sciti,  i quali oggi sono chiamati
Tartari,  gente vagabonda e in tutt'i secoli famosa nella guerra. Li Tartari in
loco di case usano carri coperti di feltri e di cuoi, per la qual sorte di vita
dagli antichi furono chiamati Amazonii;  in cambio di citt  e  castelli  hanno
grandi alloggiamenti in campagna,  circondati non di fossi o di mura,  ma d'una
infinita moltitudine d'arcieri a cavallo. Sono divisi i Tartari in orde, e orda
nella lor lingua significa ragunanza di popolo unito e concorde a  similitudine
d'una citt.  Ciascuna orda ha li suoi imperadori,  secondo che la nobilt e la
virt militare gli ha fatti,  percioch  spesso  fanno  guerra  co'  vicini,  e
ambiziosamente  oltra  modo  e  crudelmente combattono per l'imperio: ed  cosa
certa il numero delle orde esser quasi  infinito,  percioch  i  Tartari  hanno
larghissimi  deserti  insin  al Cataio,  citt famosissima,  nell'ultimo oceano
verso levante. Quegli che sono vicini a' Moscoviti sono conosciuti per rispetto
del traffico della mercanzia e per le lor spesse correrie.
Nell'Europa,  appresso il corso d'Achille,  nella Taurica penisola,  vi sono li
Tartari  precopiti:  la  figliuola  del principe di questi Tartari fu moglie di
Selino gran Turco. Sono molto molesti a' Poloni, e in molti luoghi tra 'l fiume
Boristene e 'l Tanai predano e ruinan ogni  cosa:  e  s  come  grandemente  si
confanno  co'  Turchi  nella  fede,  cos anche nell'altre cose.  Tengono nella
medesima Taurica la citt di Caffa, colonia de' Genovesi,  anticamente chiamata
Teodosia.
Quei  Tartari  che  tra  'l fiume Tanai e la Volga abitano larghissime campagne
rendono ubbidienza a Basilio,  re de' Moscoviti,  e ad arbitrio suo  tal  volta
eleggono  il loro imperadore.  Tra costoro li Cremii,  travagliati da domestice
discordie,  essendo gi stati molto possenti e di ricchezze e di  gloria  nella
guerra,  pochi anni sono perdettero a un tratto e le forze e la riputazione. Li
Casanii, che stanno oltra la Volga, con molta osservanza tengono l'amicizia de'
Moscoviti, e confessano d'esser lor vassalli. Oltra li Casanii verso greco sono
li Sciabani,  molto potenti di numero d'uomini e bestiami.  Dopo loro  sono  li
Nogai, i quali oggid tengono il principato e di ricchezze e di valor militare:
la loro orda  grandissima e non ha imperador alcuno, ma secondo l'usanza della
republica  veneziana  si  governa  con  la  prudenza  de' vecchi e con la virt
d'uomini valorosi.  Di l dai Nogai non molto piegandosi al mezod verso 'l mar
Caspio,  li Zagathai,  nobilissimi tra i Tartari, abitano nelle citt fabricate
di pietra, e hanno una citt regale chiamata Samarcanda, di notabil grandezza e
illustre, per mezo della quale passa Iaxarte,  grandissimo fiume della Sodiana,
e indi a cento miglia entra nel mar Caspio.  Con questi Tartari al tempo nostro
Ismael re di Persia fece guerra,  e spesse  volte  con  dubioso  avenimento;  e
avendo paura di loro,  mentre con tutte le forze, vedendosegli venire adosso, a
loro si oppone,  lasci in preda l'Armenia e la citt di Tauris,  capo del  suo
regno,  a  Selino,  rimasto  vincitore in una giornata che fece con lui.  Nella
citt di Samarcanda nacque Tamburlano, overamente, come Demetrio insegna che si
debba dire, Temircuthlu,  il qual prese Baiazete ottomano,  terzo avo di questo
Solimano,  appresso Ancyra,  citt di Galizia,  avendolo vinto in un gran fatto
d'arme,  e lo men rinchiuso in una gabbia di ferro per pompa del  suo  trionfo
per  tutta  l'Asia  da  lui  vinta  con  un  terribile  impeto d'un grandissimo
esercito.
Di questo paese si conducono nella Moscovia molti drappi di seta, ma li Tartari
che sono fra terra non danno cosa alcuna se non mandrie di velocissimi  cavalli
e  panni  bianchi  finissimi,  fatti  senza  niuna tessitura di fili ma di lane
impastate,  de' quali si fanno tabarri di feltro bellissimi e atti a  sostenere
ogn'impeto  di  pioggia;  ed  essi  pigliano  da Moscoviti vestimenti di lana e
moneta d'argento,  dispregiando ogni ornamento di corpo e  apparecchiamento  di
soprabondante masserizia, percioch, a sopportar gagliardamente la violenza del
cattivo  tempo,  si  contentano  d'un solo feltro,  e confidati solamente nelle
freccie si difendono da' nimici; bench, mentre fecero deliberazion di scorrere
in Europa,  al nostro tempo,  i lor principi comprarono da' Persiani celate  di
ferro e giacchi di maglia e scimitarre.
Da mezogiorno i confini de' Moscoviti sono serrati da' medesimi Tartari i quali
sopra  la  palude  Meotide  in  Asia e intorno ai fiumi Boristene e Tanai nella
parte d'Europa tengono la  campagna  che  volge  verso  la  selva  Ercinia.  Li
Roxolani,  li  Geti  e  i Bastarni anticamente abitarono quel paese,  dal quale
crederei che fusse venuto il nome di Rossia, percioch una parte di Lituania la
chiamano Rossia inferiore, e la Moscovia  chiamata Rossia bianca.  La Lituania
adunque  da  maestro  guarda  la Moscovia;  da ponente i luoghi fra terra della
Prussia e della Livonia si congiungono con li confini della Moscovia,  dove  il
mar  Sarmatico,  entrando per lo stretto della Dacia,  penisola de' Cimbri,  fa
verso greco un colfo piegato a guisa di meza luna.


De' Laponi popoli e lor costumi; de' Pigmei; del gran fiume Dividna; de' popoli
permii, pecerri e altri; della lor religione; di pi sorti di falconi; del sito
e descrizione della citt di Moscovia.
Cap. 3.

Nell'ultimo  lito  del  mar  Oceano,  dove  la  Norvegia  e  la  Svezia,  regni
grandissimi,  con uno stretto collo di terra quasi con una certa terra ferma si
congiungono,  vi sono i Laponi,  gente molto pi di quel  che  si  pu  credere
salvatica e sospettosa: e si mette a fuggir ogni volta che vede uomini e navili
forestieri.  Ella non conosce n biade n frutti,  e finalmente niun bene n di
terra n d'aere: si provede da mangiare solamente con l'industria del tirar con
l'arco,  e si veste di diverse pelli di fiere.  Le abitazioni di  quella  gente
sono  picciole  grotte  ripiene  di foglie secche e tronchi d'arbori cavati,  i
quali gli abbia fabricati o 'l fuoco messovi dentro o la  vecchiezza,  avendovi
fatto de' tarli. Alcuni pescano appresso 'l mare, ove si fa grandissima presura
di  pesce,  pescando  con  istrumenti  molto  mal  fatti  ma ben aventurosi,  e
ripongono come lor biade i pesci seccati al fumo.  I Laponi sono di statura  di
corpo picciola, di volto pallido e schiacciato, ma di piedi velocissimi. La lor
natura  n  anche  dai  Moscoviti  stessi,  che sono lor vicini,   conosciuta,
percioch dicono che l'assalirgli con poca gente sarebbe perniziosa  pazzia,  e
non  stimano  esser cosa n utile n punto gloriosa con grand'esercito provocar
coloro che menano la lor vita povera di tutte le cose.  Costoro cambiano quelle
bianchissime pelli che noi chiamiamo armellini con mercanzie di varie sorti, ma
di  maniera  lo  fanno che fuggon ogni parlamento e vista de' mercanti;  sich,
fatta dall'una parte e dall'altra la ragunanza delle cose da vendere, lasciando
le pelli l in un luogo  di  mezo,  contrattano  co'  mercanti  absenti  e  non
conosciuti e fanno cambio fidelissimamente.
Oltra  i  Laponi,  nella  parte  che    tra maestro e greco e che da continova
oscurit  ingombrata,  hanno detto alcuni  testimoni  degni  di  fede  che  si
truovano  li  Pigmei,  i  quali,  venuti  al  colmo  del  lor crescere,  appena
trapassano l'altezza d'un fanciullo de' nostri di 10  anni.    sorte  d'uomini
molto  paurosa e parlano garrendo,  sich tanto par che s'avicinino alla scimia
quanto di statura e di sentimenti s'allontanano da un uomo di giusta grandezza.
Dalla parte di tramontana innumerabili popoli stanno sottoposti all'imperio de'
Moscoviti,  i quali s'estendono insino all'oceano scitico per spazio di cammino
quasi di 3 mesi.
Vicino alla Moscovia  'l paese di Colmogora, abbondante di biade, per il quale
passa   Dividna,   fiume   maggior   d'ogn'altro  che  si  truovi  nelle  parti
settentrionali,  e a un altro ch'entra nel mar Baltico ha dato il nome.  Questo
fiume,  con  stabili  e  determinati crescimenti e simili a quei del Nilo,  e a
certi e fermi tempi dell'anno,  inonda i campi circonvicini,  e con  la  grassa
inondazione  resiste  maravigliosamente  alla  violenza  del  freddo  aere e ai
crudeli venti di tramontana. E mentre,  accresciuto dalle nevi e dalle pioggie,
si  gonfia,  fra  genti  non  conosciute  scorre  nell'oceano a guisa d'un gran
pelago,  per s largo letto che con una nave spedita col corso d'un giorno  non
si  pu passare;  ma subito che l'acque si sono abbassate,  per tutto rimangono
grand'isole e molto fertili, percioch vi si produce il frumento seminato senza
adoperarvi altramente l'aratro,  e  con  maravigliosa  prestezza  della  natura
frezzolosa e temente la furia del superbo fiume nasce insiememente, cresce e fa
le  spiche.  Nella Dividna entra il fiume Iuga,  e in una punta dove i fiumi si
congiungono  una nobil terra mercantesca nomata Ustiuga,  lontana da Moscovia,
citt regale,  600 miglia.  In Ustiuga sono portate dai popoli permii, pecerri,
inugri,  ugulici e pinnagi preziose pelli di martori,  di  zibellini,  di  lupi
cervieri  e  di  volpi  negre  e  bianche,  e  le cambiano con diverse sorti di
mercanzie: ma i zibellini pi stimati per la  tenera  bianchezza  dei  delicati
peli,  de'  quali  a'  nostri tempi se ne fodrano le vesti de' principi e se ne
cuoprono i delicati colli delle matrone,  acconci  di  modo  che  rappresentano
l'imagine di quell'animale vivo,  li conducono li Permii e li Pecerri,  ma essi
anche da pi lontane genti, le quali son vicine all'oceano,  li ricevono di man
in  mano.  Li  Permii  e  li Pecerri poco avanti i nostri tempi a uso di pagani
sacrificavano agli idoli,  ma ora  adorano  Iddio  Ies  Cristo.  Agl'Inugri  e
Ugolici  si  perviene  per  aspri  monti,  che forse anticamente furono i monti
Iperborei,  nella sommit de' quali si pigliano falconi eccellentissimi:  e  di
questi ve n' una sorte bianca, di penne macchiate, che la chiamano herodio; vi
sono  anche  de' girifalchi,  nimici degli uccelli chiamati ardee;  vi sono de'
sacri e de' peregrini,  de' quali nell'uccellare la delicatezza  degli  antiqui
principi non n'ebbe notizia.
Oltra di questi popoli ch'ora ho nominato, che danno tributo ai re di Moscovia,
vi sono dell'altre nazioni ultime di tutte, per niun certo viaggio di Moscoviti
conosciute, non essendo alcuno arrivato all'oceano, ma solamente udite per fama
e  per relazioni de' mercanti,  il pi delle volte favolose.  Nondimeno  assai
ben manifesto che Dividna, traendosi dietro fiumi innumerabili,  con gran corso
discorre verso tramontana, e ivi  un mar grande, di maniera che per certissima
coniettura  s'ha da credere,  se non vi  terra di mezo,  navigando la marina a
man destra,  di l con navi si possa arrivare al Cataio,  percioch li  Cataini
toccano l'ultima parte di levante,  quasi al paralello della Tracia, conosciuti
da' Portoghesi nell'India, conciosiach'essi nuovamente pochi anni adietro,  pel
viaggio della China, abbiano navigato insin a Malacha, ch' l'Aurea penisola, a
comprar  delle spezierie,  e abbiano portato delle veste di pelli di zibellini:
per la qual sola coniettura pensiamo la citt di Cataio non esser molto lontana
da' liti della Scizia.
Ma dimandando noi a Demetrio se appresso di loro fusse di mano in mano lasciata
da' loro antichi fama alcuna, o dalle istorie loro memoria, dei popoli gotti, i
quali gi mille anni passati,  guastata la citt di Roma con  ogni  maniera  di
violenza,  avessero  distrutto l'imperio degl'imperadori romani,  ci rispondeva
che 'l nome della gente gottica e del re Totila era famoso e illustre,  e che a
quell'impresa si ragunarono diversi popoli,  e specialmente li Moscoviti, e che
quell'esercito si accrebbe dal concorso delle  genti  di  Lituania  e  di  quei
Tartari  ch'abitavano  appresso la Volga: nondimeno tutti furno chiamati Gotti,
percioch i Gotti che abitavano l'isola d'Islandia e di Scandavia  furono  capi
di quell'impresa.
Da questi confini specialmente sono d'ogni parte serrati li Moscoviti,  i quali
stimo ch'appresso Tolomeo siano li Modoci: ma  oggid  senza  dubio  sono  cos
detti dal fiume Mosco,  il quale anche alla citt regale,  passandole per mezo,
ha dato il suo nome.  Questa  la pi nobile di tutte le citt della  Moscovia,
s per il sito, ch' riputato che sia nel mezo della provincia, s anche per la
notabil  commodit de' fiumi e per la frequenzia delle case e per la fama della
fortissima rocca,  conciosiach'ella si stenda appresso la riva del fiume  Mosco
per  spazio di 5 miglia con un lungo tratto d'edificii.  Le case universalmente
sono di legno,  compartite in sale,  cucine  e  camere  di  gran  capacit,  n
bruttamente  fabricate  n  troppo  basse,  percioch  dalla selva Ercinia sono
portati travi di molta grandezza,  co' quali,  dolati a filo  di  sinopia  e  a
contrario  ordine  tra  loro ad angoli dritti congiunti e incastrati,  fanno le
parti di fuori delle case di maravigliosa fermezza,  con poca spesa e con somma
prestezza.  Quasi tutte le case hanno orti privatamente,  per piacere e diporto
de' padroni e per servirsi degli erbaggi, onde il circuito della singolar citt
appar molto maggiore.  Ciascuna contrada ha le sue chiese,  ma nel pi bello  e
onorato loco  la chiesa consacrata alla Vergine Maria madre d'Iddio, con bella
forma  e  grandezza fabricata gi 60 anni da Aristotile bolognese,  artefice di
cose mirabili e architetto famoso.  Al capo della citt  un fiumicello  nomato
Neglina,  che  fa andar macine da formento,  ed entrando nel fiume Mosco fa una
penisola,  nell'estremit della quale  una  rocca  con  torri  e  bastioni  di
maravigliosa bellezza, fabricata per ingegno d'architetti italiani.
Nelle  campagne vicine alla citt si ritrova incredibil moltitudine di lepori e
di capriuoli,  i quali non  lecito di cacciare n con reti n con cani,  se 'l
principe  di  ci  non  desse  licenza  a'  suoi  pi  cari  domestici overo ad
ambasciadori forestieri per andare a piacere.  Quasi da tre parti la  citt  di
fuori  bagnata da due fiumi,  e il rimanente  cinto d'una larghissima fossa e
ripiena di molt'acqua condottavi dalli detti fiumi,  e medesimamente dall'altro
lato   fortificata da un altro fiume chiamato Iausa,  che parimente poco sotto
alla citt mette capo nel Mosco,  il  quale  scorrendo  verso  mezod  appresso
Colonna entra nel fiume Occa,  ch' molto maggiore;  n d'indi a gran spazio di
cammino il detto Occa,  e per le sue e per  l'altre  acque  divenuto  grande  e
gonfio, si discarica nella Volga: e nel luogo dove si congiungono i due fiumi 
una citt nominata Novogardia minore, dal nome della citt maggiore dalla quale
vennero gli abitatori di questa.


Del  nascimento  del  fiume  Volga  e d'altri fiumi della Moscovia,  e d'alcune
citt; e di quel che produce il paese della Moscovia.
Cap. 4.

Nasce la Volga, ch'anticamente fu detta Rha,  dalle grandi e deserte paludi de'
laghi  nominati  Bianchi,  i  quali sono sopra Moscovia tra maestro e greco,  e
mandano fuori quasi tutti i fiumi che si spargono  in  diverse  contrade,  come
veggiamo  dell'Alpi,  dalle  cime  e  fonti delle quali  cosa certa ch'esce il
Reno,  il Po,  il Rodano e altri minor  fiumi  innumerabili;  percioch  quelle
paludi,  in  cambio  de'  monti,  col  lor  perpetuo  sorgimento danno acqua in
grandissima copia, conciosiach veramente in quel paese,  per lungo viaggio che
l'uomo  faccia,  non  si  ritrovi  monte  alcuno;  di  modo che i monti Rifei e
Iperborei,   tanto  celebrati  dagli  antichi,   alcuni  studiosi   dell'antica
cosmografia stimano esser del tutto favolosi.  Da queste paludi adunque nascono
la Dividna, l'Occa,  il Mosco,  la Volga,  il Tanai e il Boristene.  La Volga i
Tartari la chiamano Edel,  e il Tanai Don;  il Boristene oggi  chiamato Neper,
il quale poco sotto la Taurica penisola scorre nel mar  Maggiore.  Il  Tanai  
ricevuto dalla palude Meotide,  dov' Azov,  citt molto mercantesca. La Volga,
lasciando per ostro la citt di Moscovia,  con gran circuito e gran  giravolta,
prima verso levante,  poi verso ponente e alla fine verso ostro, da grandissima
copia d'acque precipitato cade nel mar Caspio. Sopra la bocca del detto fiume 
una citt de' Tartari nominata Citracan,  dove si fa la fiera dai  mercanti  di
Media,  d'Armenia e di Persia.  Nella ripa della Volga,  dalla banda di l, v'
una citt de' Tartari detta Casan,  dalla quale prende  il  nome  la  orda  de'
Tartari  casanii:    distante  dalla  bocca  della  Volga e dal mar Caspio 500
miglia. Sopra Casan 150 miglia,  nella bocca del fiume Sura,  Basilio,  il qual
regna al presente,  fece fabricare una terra nominata Surcico, accioch in quel
deserto vi fusse un fermo e sicuro alloggiamento con osterie per li mercanti  e
viandanti, i quali a' vicini soprastanti de' confini dan notizia delle cose de'
Tartari e dei movimenti di quella gente inquieta.
Gl'imperadori  de'  Moscoviti  in  varii tempi,  secondo che l'occasione port,
overamente che le lor vaghe  voglie  di  nobilitar  luoghi  nuovi  e  vili  gli
tirarono lontani, tennero in diverse citt la sedia dell'imperio e della corte:
percioch  Novogardia,  la qual guarda a maestro e quasi a ponente verso 'l mar
di Livonia, non molti anni adietro fu capo di tutta la Moscovia, e sempre tenne
la suprema dignit,  per l'incredibil numero delle case  e  per  commodit  dei
laghi larghissimi e pieni di pesce, e per la fama dell'antichissima e venerabil
chiesa, la quale avanti 400 anni a imitazione degl'imperadori di Costantinopoli
fu  consacrata  a  santa  Sofia,  cio a Cristo figliuol d'Iddio.  Novogardia 
ingombrata da un verno quasi perpetuo e dalla oscurit  di  lunghissime  notti,
percioch  ella  vede  il polo artico alzato dall'orizonte 64 gradi,  quasi sei
gradi pi lontana dall'equinoziale che non  la citt di Moscovia:  per  questa
ragione  del  cielo dicono che al tempo del solstizio ella patisce ardentissimi
caldi, essendo le notti picciole e il calor del sole continovo.
La citt di Volodemaria ha nome di residenza regale,  ed  lontana dalla  citt
di  Moscovia 200 e pi miglia verso levante;  e dicono che vi fu trasportata la
sedia dell'imperio dai valorosi imperadori per  necessaria  cagione,  cio  per
aver  da  presso,   facendo  allora  continovamente  guerra  co'  vicini,   pi
apparecchiati li presidii da metter contra le correrie de'  Tartari,  percioch
ella    posta  di  qua dalla Volga nelle ripe del fiume Clesma,  il qual entra
nella Volga.  Ma  veramente  Moscovia,  per  le  qualit  ch'abbiamo  dette,  
giudicata  degna  del  nome  di  citt  regale,   conciosiach,   essendo  ella
sapientissimamente situata in un certo luogo di mezo dell'imperio e di tutto il
paese pi frequentato, e fortificata di rocca e di fiumi, paia di consentimento
di tutti a comparazione dell'altre citt aversi meritamente acquistata la  lode
e l'onore della preminenza, da non dover mai in alcun tempo mancare.
La  citt  di  Moscovia    distante  da Novogardia 500 miglia,  e quasi a mezo
cammino si truova Ottiferia, posta appresso la Volga, nel qual luogo,  come pi
vicino  al  fonte,  non  avendo ancora ricevuti tanti fiumi,   picciol fiume e
scorre piacevolmente.  D'indi per boschi e per campestri solitudini s'arriva  a
Novogardia;  da Novogardia a Riga, porto vicino al lito del mar della Sarmazia,
 viaggio poco meno  di  cinquecento  miglia:  e  questa  contrada    riputata
migliore di quella di sopra,  percioch vi sono villaggi molto spessi,  e havvi
anco la citt di Plescovia posta nella strada,  ed  abbracciata da due  fiumi.
Da  Riga,  la  quale  sottoposta al gran maestro de' cavallieri di Livonia,  a
Lubecca, porto dell'Alemagna nel golfo della penisola di Dacia, si contano poco
pi di mille miglia,  ma di navigazione  pericolosa.  Da  Roma  alla  citt  di
Moscovia si  trovato esservi la distanza di 2000 e 600 miglia, e andando anche
per  viaggio  brevissimo,  cio  per  Ravenna,  per Treviso,  per le Alpi della
Carinzia, per Villacco di Baviera, per Vienna d'Ungheria, e d'indi,  passato il
Danubio, per Olmuzio di Moravia sino in Cracovia, citt regale di Polonia, sono
mille  e  cento  miglia.  Da  Cracovia  a Vilna,  capo della Lituania,  500,  e
altretante da essa a Smolenco,  posta di l dal fiume Boristene,  e da Smolenco
alla citt di Moscovia si contano seicento miglia. Ma il viaggio che  da Vilna
per Smolenco a Moscovia,  il verno,  per rispetto delle nevi agghiacciate e del
ghiaccio,  sdruccioloso ma saldo per esser molto calpestato,  nei carri spediti
fassi con incredibile celerit;  la state poi non si possono passar le campagne
se non  per  difficile  e  faticoso  cammino,  percioch,  mentre  le  nevi  si
cominciano  a  distruggere  e  dileguare per il continovo sole,  elle diventano
paludi e voragini fangose,  delle quali non si possono districare n gli uomini
n i cavalli, se con fatica quasi infinita non vi si distendono ponti di legno.
Il  paese  della Moscovia universalmente non produce n viti n olivi n arbore
che produca pomo di sapore pur alquanto soave, fuor che i melloni e le ciregie,
seccandosi tutte le  cose  tenere  per  li  freddissimi  venti  di  tramontana;
nondimeno li campi producono frumento,  segala,  miglio, panico e ogni sorte di
legumi.  Ma il raccolto certissimo consiste nella cera e  nel  mele,  percioch
tutto 'l paese  pieno di fecondissime api,  le quali fanno mele perfettissimo,
non gi nelle arne fatte per mano de' contadini,  ma nelle cave  degli  arbori:
onde  aviene che per le selve e per gli ombrosissimi boschi si veggono spessi e
belli sciami d'api pender da' rami degli arbori,  a' quali raccogliere  non  fa
bisogno usare alcun suono di rame.  Si truovano spesse volte gran masse di favi
di mele  nascose  negli  arbori,  e  il  mel  vecchio  abbandonato  dalle  api,
conciosiach gli contadini, essendo pochi, non vadano ricercando ciascun arbore
in cos gran boschi,  di modo che alle volte si truovano gran laghi di mele nei
tronchi degli arbori di maravigliosa grandezza.
Demetrio ambasciadore, uomo di natura faceta e piacevole, ci raccont, con gran
risa di tutti,  come pochi anni sono un  contadino  della  sua  vicinanza,  per
cercar del mele,  dalla parte di sopra salt in un grandissimo arbore cavato, e
che si sommerse insino al petto in un profondo gorgo di mele,  e due giorni col
mel  solamente  sostent  la  sua  vita,  non potendo la sua voce che dimandava
soccorso in quella solitaria selva arrivare all'orecchie  de'  viandanti;  alla
fine,  essendo  disperato  della  sua  salute,  per  maraviglioso accidente con
l'aiuto d'una grande orsa indi cavato scamp,  perci ch'egli prese con le mani
e abbracci dalla parte di dietro le reni di quella bestia, calatasi come faria
un uomo a mangiar del mele, e quella spaventata da subita paura egli la spinse,
e col tirare e col molto gridare, a saltar fuori.
Li  Moscoviti  mandano  anco per tutta l'Europa lino eccellente e canape per le
funi, e anco molti cuoi di bue e gran masse di cera.  Non si truova appresso di
loro minera n d'oro n d'argento n d'altro metallo,  fuor che di ferro,  e in
tutto quel paese non v' segno alcuno di gemme o di pietre  preziose,  le  qual
cose  tutte  fanno venir da' paesi forestieri.  Nondimeno questa ingiuria della
natura,  che ha avuto loro invidia di tanti beni,   ristorata con la mercanzia
di  nobilissime  pelli,  il  pregio delle quali,  per la incredibil cupidigia e
dilicatezza degli uomini,  tanto cresciuto che la fodra per una veste si vende
mille ducati d'oro.  E gi fu tempo che si compravano a pi vil pregio,  mentre
le lontanissime nazioni settentrionali, del tutto ignoranti di politi ornamenti
e  della nostra ansiosa delicatezza,  con grandissima simplicit le barattavano
spesse volte in cose vili e da ridere,  di maniera che communemente li Permii e
li  Pecerri  per  una scure davano all'incontro tante pelli di zibellini quante
d'esse insieme strette li mercanti moscoviti  potevano  cavar  fuori  del  foro
della scure dove si mette il manico.


Della religione de' Moscoviti e d'alcune lor cerimonie;  della lingua e lettere
che usano; donde comincino a numerar gli anni e da qual mese; delle leggi;  del
castigo che danno a' malfattori, e come fanno confessar loro la verit.
Cap. 5.

Cinquecento  anni  fa  li  Moscoviti adoravan gl'iddii de' pagani,  cio Marte,
Giove,  Saturno e alcuni altri,  i quali l'antica et,  tirata da pazzo errore,
d'uomini  sapienti  e di re se gli fece dei;  ma allora primieramente si fecero
cristiani che li vescovi greci,  di natura non troppo stabili,  cominciarono  a
discordarsi  dalla  Chiesa  romana: e cos avvenne che li Moscoviti seguitarono
quelle cerimonie della religione,  con quelle medesime opinioni  e  con  quella
sincerissima fede che impararono dai dottori greci, percioch tengono per fermo
che lo Spirito Santo, terza persona nella divina Trinit, proceda solamente dal
Padre.  Nondimeno,  secondo la drittissima verit,  s'ha da credere che proceda
dal Padre insiememente e da Cristo suo figliuolo: ma tal controversia, con gran
contesa d'ambedue le parti trattata nel concilio fiorentino sotto papa  Eugenio
quarto,  ebbe  tal  fine,  che  pareva che la pertinacia de' Greci s'avesse pi
tosto da riprendere nelle parole che nel sentimento, percioch i vescovi greci,
vinti da evidentissime ragioni,  confessavano che lo Spirito Santo era prodotto
dal Padre per mezo del Figliuolo.
Fanno anco il Sacramento non di pane azimo, come veramente si debbe fare, ma di
pan  lievito,  e  i lor preti communicano tutto 'l popolo sotto l'una e l'altra
specie,  nel modo che si communicano appresso di noi  solamente  li  sacerdoti,
cio  col  pane  e  col sangue consacrato: la qual falsa opinione essendo stata
appresa da' Boemi poco avanti la ricordanza de' nostri  padri,  si  ribellarono
alla  Chiesa  romana.  Ma  quel  che  a  noi pare molto lontano dalla cristiana
religione  che li Moscoviti tengono che  l'anime  de'  morti  non  si  possino
aiutare  con  alcune  orazioni,  n  di  sacerdoti n di parenti n d'amici,  e
pensano che 'l purgatorio sia una favola,  dal  quale  finalmente  l'anime  de'
fedeli,  purgate  e dalla lunga pena del fuoco e dalli molti officii mortorii e
dalle indulgenzie de' sommi pontefici,  conseguiscano immortal  felicit  nella
beata sedia del cielo.
Nell'altre  cose  osservano  le medesime cerimonie che sono usate da' Greci,  e
niegano superbamente e con molta  ostinazione  che  la  Chiesa  romana  sia  la
principale e capo dell'altre.  Ma sopra tutto hanno tanto in odio li giudei che
non possono sentirgli nominare, n vogliono che ne' lor paesi ve ne siano, come
que' che gli stimano esser uomini pessimi  e  di  male  affare,  i  quali  anco
ultimamente  abbino  insegnato  a' Turchi a far l'arteglierie.  L'istoria della
vita e  di  tutti  i  miracoli  di  Cristo  scritta  dai  quattro  evangelisti,
similmente  l'epistole  di  s.  Paolo sopra il pergamo con voce alta si leggono
mentre si dice la messa,  e li sacerdoti di buona vita leggono publicamente  li
sermoni de' dottori della Chiesa,  anche in quell'ore che non si dice messa.  E
stimano che non sia  ben  fatto  ricever  in  chiesa  a  predicare  quei  frati
incappucciati  i  quali,   ragunato  il  popolo,   sono  soliti  predicare  con
grandissima ambizione e  con  molta  sottilezza  disputar  delle  cose  divine,
percioch  gli  uomini  che  tengono  la vera religione giudicano che gli animi
rozzi degl'ignoranti facciano  miglior  profitto  ne'  costumi  pi  tosto  con
simplice  dottrina  che  con  altissime  esposizioni  delle  cose  secrete.  Li
sopradetti libri sacri e gli espositori del nuovo e vecchio Testamento, e oltra
di ci Ambrosio,  Agustino,  Ieronimo e Gregorio,  gli hanno tradotti in lingua
schiava e gli serbano con molta riverenza.
Li  vescovi  e  li capi de' minori sacerdoti,  stando ciascuno alla sua citt e
villa,  hanno cura delle cose sacre,  levano via le discordie e le liti,  e con
grandissima  podest  di  castigare  perseguitano  coloro  che  sono di cattivi
costumi.  Il  lor  sommo  sacerdote,   ch'essi  lo  chiamano  metropolita,   lo
richieggono  dal  patriarca  di  Costantinopoli;  gl'archimandriti e i vescovi,
mettendo in una urna i nomi dei migliori, gli cavano a sorte. Di quegli uomini,
i quali di lor propria volont hanno rifiutato li mondani desiderii e  si  sono
dati  alla contemplazione delle cose divine e al servizio delle cose sacre,  ve
ne sono di due sorti, e ognuna d'esse abita ne' monasteri. Ma l'una  vagabonda
e di vita pi libera e sciolta,  s come sono appresso di noi li frati  di  san
Francesco  e  di  san Dominico;  e l'altra  di monaci pi santi,  l'ordine de'
quali fu instituito da san Basilio, e a loro non  lecito di metter il pi fuor
della soglia della porta,  ancora che fussero in estrema necessit,  percioch,
lontani  dagli occhi de' secolari,  con asprezza incredibile menano la lor vita
nelle secrete celle,  e fan s che si crede che abbiano  macerati  i  desiderii
della carne e abbiano l'animo molto confermato nella religione.
Tutto  'l  popolo    solito  quattro  volte l'anno digiunare,  e pi giorni di
continovo,  astenendosi di  mangiar  carne,  uova  e  latte:  primamente  nella
primavera,  all'usanza della Chiesa romana,  dopo 'l giorno delle Ceneri; dapoi
anche,  venuta la state,  a onor di s.  Pietro e di s.  Paolo,  e nel principio
dell'autunno, quando si celebra la festa dell'Assonzione della Vergine Maria; e
ultimamente  avanti il verno,  mentre s'annonzia l'avvento del Signore.  Fra la
settimana il mercord non mangiano carne,  e il venerd lo fanno senza  uova  e
senza  latte,  e il sabbato lo fanno con molta allegrezza,  caricando la tavola
d'ogni vivanda;  ma,  facendo altrimenti di quel che s'usa  appresso  noi,  non
osservano  alcuna  vigilia  de' giorni di festa.  Portano grandissima riverenza
alle chiese,  di modo che in quelle non  lecito entrare n a uomini n a donne
che  si siano imbrattati nel peccato carnale,  se prima non si lavano ne' bagni
che usano privatamente. E avviene spesse volte che molti, s donne come uomini,
udendo la messa stanno fuori della  porta  della  chiesa,  onde,  notati  della
fresca  lascivia,  dai  giovani  importuni  sono  alle  volte con cenni e motti
piacevoli salutati.
Nella nativit di s.  Giovan Battista e nella  pasqua  dell'Epifania  li  preti
donano  a  tutto  'l  popolo  certi  piccioli  pani  benedetti,  e han fede che
mangiandone coloro ch'hanno la febre ne rimanghino guariti.  Fanno anco  alcune
altre  feste  a  certo tempo dell'anno appresso a' fiumi ghiacciati: mettono un
tabernacolo nella ripa del fiume e, ragunata la nobilt, cantano alcune laudi e
spargendo molt'acqua benedetta benedicono il fiume,  e  andatogli  attorno  con
solenne  processione  e  consacratolo,  tagliato  il ghiaccio attorno attorno e
levatolo via lo scuoprono incontinente.  Finite con ogni cerimonia tutte queste
cose,  se  vi  alcun ammalato o impiagato salta nel fiume e si lava nell'acqua
benedetta,  pensandosi per questo liberarsi dal male.  Li morti,  s come si fa
appresso  di  noi,  sono  portati  alla  sepoltura con mediocre pompa funerale,
accompagnati da preti,  con la testa coperta con  un  sciugatoio;  e  non  sono
sepelliti  nelle  chiese,  come  per  una  corruttela  quasi empia e certamente
abominevole s'usa appresso noi,  ma ne' chiostri o cimiteri fuori delle chiese,
e  al  modo  nostro  quaranta giorni fanno loro gli officii mortori: della qual
cosa in vero  da maravigliarsi, negando essi del tutto che l'anime si purghino
nel purgatorio,  e che la pena de' peccati si rimetta per i prieghi degli amici
n   per   alcun'opera   di   piet.   Nelle  altre  cose  della  fede  credono
fermissimamente quell'istesso che credemo noi.
Li Moscoviti usano e la lingua e le lettere schiave, come fanno li Schiavi,  li
Dalmatini,  li  Boemi,  li Poloni e i Lituani: la qual lingua si dice esser pi
usata di tutte l'altre, percioch molto s'usa in Costantinopoli nella corte del
gran Turco, e non  molto tempo che in Egitto, appresso il soldano di Babilonia
e i Mamalucchi suoi cavalieri,  era gratamente ascoltata.  In questa lingua  fu
tradotto gran copia di libri sacri,  specialmente per diligenza di san Girolamo
e di Cirillo.  Hanno medesimamente in  questa  lingua,  oltra  i  loro  annali,
scritte  anco  l'istorie  d'Alessandro  Magno,   degl'imperadori  romani  e  di
Marc'Antonio e di Cleopatra.  Non hanno avuto mai notizia n della filosofia n
dell'astrologia  n  d'altre  scienzie,  n  della medicina che procede per via
ragionevole:  coloro  sono  medici  che  fanno  professione  d'aver  pi  volte
sperimentate le virt d'alcune erbe alquanto pi incognite dell'altre. Gli anni
appo  loro  non  sono  numerati  dalla  nativit di Cristo ma dal principio del
mondo;  i quali non cominciano dal mese di gennaio ma dal  mese  di  settembre.
Usano in tutto 'l regno le leggi simplicissime,  fatte con somma giustizia, de'
principi e de' giustissimi uomini: e  perci  elle  sono  molto  salutifere  ai
popoli,  non essendo lecito d'interpretarle con alcune cavillazioni d'avocati e
metterle sottosopra.  I ladri,  gli omicidiali e gli assassini  sono  castigati
nella  vita;  e  mentre  danno il tormento a' malfattori per fargli confessare,
gittano loro da alto adosso di molta acqua fredda,  la qual sorte  di  tormento
dicono  ch' intolerabile.  Alle volte isvelgono l'unghie con alcuni stecchi di
legno a coloro che si mettono in ostinazione di non confessare.


Dell'esercizio,  statura e complessione  e  abbondante  vivere  de'  Moscoviti;
d'alcuni  uccelli  e  pesci;  del modo che tiene il principe in pigliar moglie;
della cavalleria, stendardo, arme ed esercito suo.
Cap. 6.

Tutta la  giovent  s'esercita  in  varii  esercizii,  ma  pi  in  quelli  che
s'avicinano all'arte della guerra: fanno a correre,  giuocano alle braccia, fan
correre i cavalli,  e a tutti son proposti li premii,  e massimamente a  coloro
che  sanno  tirar  bene con l'arco.  Universalmente li Moscoviti sono di mezana
statura, ma di corpo ben complesso e muscoloso.  Tutti hanno gli occhi di color
glauco,  le barbe lunghe, le gambe corte e gran pancia; cavalcano con le staffe
cortissime tenendo le gambe rannicchiate,  e  ancora  che  fuggano,  nondimeno,
volgendosi  con  la faccia adietro,  con grand'arte tirano le freccie.  In casa
vivono pi tosto abbondantemente che con politezza,  percioch  la  lor  tavola
ordinariamente   apparecchiata e carica quasi di tutti quei cibi che si posson
desiderare anco dalle persone golosissime, e con poca spesa, comprandosi per lo
pi le galline e l'anatre per pochi soldi;  di bestiame grosso e minuto ve  n'
copia incredibile,  e le vitelle ammazzate a mezo 'l verno,  agghiacciandosi le
lor carni per il gran freddo, durano quasi due mesi senza guastarsi.
Con le  caccie  e  con  l'uccellagioni,  s  come  anco  si  fa  appresso  noi,
s'apparecchiano vivande pi nobili,  percioch pigliano ogni sorte di fiere con
cani da caccia e con reti, e con astori e con falconi, che dal paese di Pecerra
ne vengono maravigliosi; non pur cacciano li fagiani e l'anatre,  ma li cigni e
le grui. Penso che gli astori siano tra la pi bassa schiatta dell'aquile overo
nibi,  e  che i falconi appresso gli antichi fussero tra la nobile schiatta de'
sparvieri.  Pigliano anche  un  uccello  alquanto  negro,  con  le  sopraciglia
rossigne,  della  grandezza  d'una  oca,  il quale nell'esser di carne saporita
avanza il fagiano,  e in lingua moscovitica lo chiamano  tether  (da  Plinio  
detto  erythratao),   molto  conosciuto  da  coloro  che  stanno  nell'Alpi,  e
massimamente dai Grisoni, i quali abitano nella valle dove nasce il fiume Adda.
Oltra di ci nella Volga sono di grandi e saporitissimi pesci,  ma migliori  di
tutti  sono  gli storioni,  che anticamente credo che si chiamassero siluri,  i
quali il verno,  messi nel ghiaccio,  si conservano freschi per  molti  giorni.
D'altri  pesci  cavano dai laghi Bianchi,  nominati di sopra,  quasi incredibil
quantit.
Essi, non avendo vin natio, usano di quello che vien portato d'altri paesi,  ma
solamente  ne  bevono  ne'  conviti  solenni  e ne' sacrificii.  Sopra tutto la
malvagia alquanto dolce v' stimata assai,  ma l'usano solamente per medicina e
quando  vogliono  mostrar  gran  delicatezza  e  magnificenza,  essendo come un
miracolo il bever las nella fredda Scizia vino che sia condotto di Candia  per
lo stretto di Gibelterra, e che, isbattuto da tante onde del mar Mediterraneo e
dell'oceano,  ritenga incorrotta la bont del sapore e dell'odore.  La plebe in
luogo del vino usa una bevanda detta medone,  fatta di mele  e  di  lupoli,  la
qual, messa ne' vasi impeciati, invecchia, e invecchiando diventa migliore; usa
anche la birra e la cervosa,  come si vede che fanno li Poloni e i Tedeschi, le
quali bevande son fatte d'acqua cotta col grano  e  con  la  spelta  overo  con
l'orzo,  e se ne bevono in tutti li conviti.  Dicono,  per la gran possanza che
hanno simile al vino, che imbriacano chi ne beve troppo. Sogliono la state, per
bever con maggior piacere, rinfrescar la birra e il medone mettendo nelle tazze
o ne' bicchieri pezzi di ghiaccio,  che li nobili  ne  fanno  conservare  assai
nelle caneve sotto terra. Vi sono anco alcuni che hanno per delicata bevanda un
certo  sugo  fatto  di  ciriege  amarasche,  il  quale  ha  il  color  chiaro e
rosseggiante come il vino e il sapore gratissimo al gusto.
Le mogliere e le femine non sono appresso loro tenute in quel  conto  che  sono
appresso l'altre nazioni, percioch le tengono quasi in luogo di fantesche. Gli
uomini  d'alta  condizione  hanno  gran cura d'esse e sono gelosissimi del loro
onore: non le lasciano mai andare  a  conviti  n  a  chiese  che  siano  molto
discoste,   n  inconsideratamente  uscire  in  publico;  ma  le  donne  plebee
facilmente e per poco prezzo si posson  tirare  all'amoroso  piacere  fino  dai
forestieri, di modo che si stima che i nobili poco attendono all'amore d'esse.
Al presente re Basilio gi sono venti anni mor il padre,  nominato Giovanni, e
il quale ebbe per moglie una donna detta Sofia, figliuola di Tommaso Paleologo,
ch'era signor della Morea e fratello dell'imperador di Costantinopoli: ella era
allora in Roma,  essendo Tommaso suo padre stato cacciato di Grecia  per  forza
dai  Turchi.  Di  questa  felicemente  ebbe cinque figliuoli: il detto Basilio,
Giorgio,  Demetrio,  Simeone e Andrea;  Demetrio e Simeone essendo gi morti di
malattia,  Basilio tolse per moglie una donna chiamata Salomonia,  figliuola di
Giorgio Soborovio,  consigliero di grandissima fede  e  di  singular  prudenza;
l'egregie  virt della qual donna sono oscurate dall'aver ella disgrazia di non
generar figliuoli. Il principe de' Moscoviti, mentre delibera di tor moglie, ha
per costume di far fare una scelta delle donzelle di tutto 'l regno,  e comanda
che  le pi virtuose e le pi belle gli siano condotte,  le quali fa vedere per
uomini idonei e matrone fidate: e ci si fa con tanta diligenza  che    lecito
loro di vedere e di toccar le parti pi ascose e secrete.  Di tutte queste, con
ansiosa aspettazione de' padri e delle madri,  si publica esser moglie  del  re
quella  che  gli    piaciuta;  l'altre che eran venute al paragone contendendo
della preminenza della bellezza e della pudicizia e de' costumi,  spesse  volte
il  giorno  medesimo,  per  compiacere  al principe,  son maritate a baroni e a
soldati,  di maniera che le donne nate di  bassa  condizione,  col  mezo  della
bellezza,  mentre  i principi sprezzano l'illustre nobilt delle stirpe dei re,
spesse volte pervengono alla somma altezza del matrimonio regale,  come vediamo
che son soliti fare li signor turchi ottomani.
Il re Basilio non arriva a quarantasett'anni, e per la bellezza del corpo e per
la  singular virt dell'animo,  e per l'amore e onore portatogli da' suoi e per
le cose da lui fatte,  meritamente  da esser anteposto a'  suoi  predecessori,
percioch,  avendo  sei  anni  combattuto co' Livoni,  i quali in quella guerra
tiravano in lega settantadue citt,  dando esso pi tosto che ricevendo  alcuni
capitoli,  se  ne  part  vittorioso:  e subito che cominci a regnare ruppe li
Poloni e prese Costantino Ruteno, capitano dell'esercito,  e legatolo in catena
lo  men  nella citt di Moscovia.  Ma egli poco tempo dopo,  appresso 'l fiume
Boristene,  sopra una citt detta Orsa,  in un gran fatto d'arme fu  vinto  dal
medesimo Costantino,  il quale esso aveva lasciato andare;  nondimeno una citt
di Smolenco,  la quale prima era stata presa  da'  Moscoviti,  dopo  cos  gran
vittoria  ottenuta  da' Poloni rimase anche in potere del re Basilio.  Contra i
Tartari, e massimamente contra li Tartari precopiti,  che son nell'Europa,  pi
volte  hanno  li  Moscoviti  combattuto  e  vinto,  vendicandosi  valorosamente
dell'ingiurie che fanno li detti Tartari con le spesse e subite correrie.
Il re Basilio  solito di  conducere  alla  guerra  pi  di  centocinquantamila
cavalli,  con  le  compagnie  compartite  a bandiere che seguitano tutte il lor
capitano.  Nello stendardo della schiera ove sta il re  dipinta la imagine  di
quel Iosu ebreo il quale, come raccontano le sacre istorie, con divoti prieghi
ottenne dal grande Iddio un giorno lunghissimo,  avendo fermato il solito corso
del sole.  Le fanterie in quelli gran deserti  non  son  quasi  utili  in  cosa
alcuna,  parte  per  le vesti lunghe che giungono loro insino al collo del pi,
parte ancora per l'usanza de' nemici,  li quali esercitano l'arte della  guerra
pi  tosto  col corso e velocit de' cavalli che per forza di ferma battaglia e
di venire ad affrontarsi.  I lor cavalli sono di statura meno  che  mezana,  ma
forti e velocissimi; gli uomini a cavallo combattono con le lancie ferrate, con
le mazze di ferro e con le freccie;  alcuni pochi usano scimitarre. Cuoprono il
corpo con le rotelle,  come li  Turchi  asiatici,  overo  con  targhe  torte  e
angulari,  come fanno i Greci; s'armano anche di corazze e di celate aguzze. Il
detto re Basilio ha ordinato anche una banda di  schioppettieri  a  cavallo,  e
nella  fortezza  della  citt di Moscovia si veggono molte artiglierie fatte da
maestri italiani e poste sopra le lor rote.
Egli  solito mangiar publicamente, insieme con gli ambasciadori e baroni,  con
magnifico  apparecchio  e con grandissima umanit e piacevolezza,  per la quale
non si vien per ad abbassare  in  parte  alcuna  la  maest  regale.  E  nella
medesima  sala  dove si mangia,  si vede in due credenziere distesa grandissima
quantit di vasi d'argento dorati.  Non usa tener banda alcuna di soldati nella
sua corte per guardia della persona sua,  fuor che la famiglia propria, n meno
la tiene altrove.  Le guardie son fatte dal popolo della citt,  il quale gli 
molto fedele,  e ogni contrada della citt  serrata da porte e da cancelli, n
 lecito andarsene la notte per la citt inconsideratamente overo  senza  lume.
Tutta la corte del re  fatta di signori e di soldati eletti, li quali, secondo
il  determinato  tempo  di  mesi,  sono  mandati  a  chiamare da tutti i luoghi
sottoposti al re per frequentare e nobilitar la corte,  facendo scambievolmente
l'ufficio d'accompagnarlo.
L'esercito  veramente,  quando  sopravien  loro  la guerra o veramente la fanno
publicar contra gli altri, si fa di soldati vecchi richiamati dalle stanze e di
nuovi scelti nelle provincie,  percioch in tutte  le  citt  coloro  che  sono
soprastanti della guerra fanno far la mostra della giovent,  e quelli che sono
atti gli scrivono a ruotolo de' soldati,  a' quali al tempo della pace    dato
dalle  camere delle provincie un certo ma picciolo stipendio.  Coloro veramente
che sono soldati non pagano dazii e sono superiori agli altri  della  terra,  e
per  il favore del re possono assai in tutte le cose,  percioch,  mentre si fa
guerra,  il luogo onorato si d alla vera virt: e per  instituto  singolare  e
molto giovevole,  in ogni amministrazione di qualunque cosa,  ciascuno, secondo
che si vedono esser le operazioni  sue,  conseguisce  condizione  o  di  premio
perpetuo o di biasimo sempiterno.

Il fine della narrazione di Paolo Iovio delle cose della Moscovia.



Commentari  della  Moscovia  e  della Russia,  composti gia` latinamente per il
signor Sigismondo libero barone in Herberstain, Neiperg e Guettenhag,  tradotti
di latino in lingua nostra volgare italiana.


Al serenissimo principe e signore,  il signor Ferdinando,  re delli Romani,  de
l'Ongheria e di Boemia,  infante di  Spagna,  arciduca  d'Austria,  duca  della
Burgundia  e  di  Wirtembergo,  e  di molte provincie duca,  marchese,  conte e
signore.

Li Romani,  qualunque volta i loro ambasciadori alle nazioni esterne e  per  la
molta lontananza men conosciute mandavano,  questa commissione e ricordo davano
loro,  che,  mentre appresso di quelle l'ufficio della legazione  facessero,  i
costumi,  gli  ordini,  i  decreti  e  tutto il modo del vivere di quella gente
accuratamente scrivere dovessero;  il che in processo di tempo a tanto pregio e
istimazione  divenne  che,  renunciata la loro ambascieria,  tali commentarii a
beneficio e amaestramento delli  posteri  loro  nel  tempio  di  Saturno  erano
fidelmente  riposti  e consegnati.  Il quale lodevolissimo instituto,  se dagli
uomini della nostra ed eziandio della passata et fosse stato osservato,  forse
molto  pi  di  luce  e di vero splendore e manco di vanit alla istoria latina
arebbe arrecato.  Ma io che,  da fanciullo in su,  e  in  casa  e  fuori  della
conversazione  degli  uomini  esterni  molto  mi  ho  dilettato,  ho sopportato
volontieri il  carico  che  dalla  felice  memoria  di  Massimiliano,  principe
prudentissimo  e  avolo della Maest Vostra,  ed eziandio da lei mi  stato pi
volte commesso; laonde successe poi che,  per volont della Maest Vostra,  non
una  volta  sola  le parti settentrionali con somma diligenza ho ricercato,  ma
ancora di nuovo nella Moscovia insieme col  compagno  e  della  dignit  e  del
viaggio,  Leonardo conte di Nogarola,  gentiluomo veronese,  son ritornato.  Il
qual paese di Moscovia,  fra tutte quelle provincie  le  quali  dal  sacrosanto
battesmo  sono bagnate e tinte,  per costumi,  per ordini,  per religione e per
l'arte militare non poco da noi cristiani  differente. E per,  quantunque per
commissione  di Massimiliano primo imperadore,  vostro avolo,  gi nella Dania,
nell'Ongheria e nella Polonia l'ufficio di fedele ambasciatore io abbia  usato,
e  dopo  la  morte  di  quello  similmente  con  tal  nome  al  potentissimo  e
invittissimo Carlo V, imperatore romano e della Maest Vostra germano fratello,
per Italia,  per la Francia,  per mare e per terra fino in Spagna io me ne  sia
andato; e oltre di ci, per comandamento della Maest Vostra, di nuovo io abbia
esercitata la solita diligenza appresso delli re dell'Ongheria e di Polonia,  e
ultimamente insieme con il conte Nicol da Salmi infino a Solimano principe  de
li Turchi con questo titolo d'ambasciatore io ne sia gito, e che molte cose non
solamente   nel   trapassare   del  mio  viaggio  abbia  vedute,   ma  eziandio
accuratamente riguardatole e ben conosciutole,  le quali in vero e di memoria e
di  vera  luce dignissime sarebbono state;  nondimeno non ho voluto giamai,  in
quello mio ocio che dalli publici consigli m'era concesso, nulla di quelle cose
scrivere le quali per adietro dagli altri scrittori chiaramente e con diligenza
fossero state trattate,  e parimente avanti gli occhi e nel  continovo  aspetto
della bella Europa poste e collocate. Ma bene le cose della Moscovia, molto pi
secrete  e  alla  cognizione  di questa etade non cos facilmente pervenute,  a
tutte le altre di gran lunga ho  preferito,  e  a  scriverle  acconciamente  ho
cominciato,  confidatomi  per  in due cose principali,  cio nella diligenza e
parimente nella perizia della lingua slavonica,  le quali in vero non  picciolo
soccorso  e  favore  alla  composizione  di  questa  sorte  di  scrittura hanno
apportato.
E ben che molti della Moscovia abbino lodevolmente ragionato, nondimeno pi per
la relazione d'altri che per propria veduta si sono  mossi  a  scrivere:  degli
antichi fu Nicol Cusano,  e de' moderni Paulo Giovio,  il quale per cagione di
somma erudizione e per l'incredibile amor suo verso di  me  lo  nomino.  Costui
certo   elegantemente  e  fidelmente  ha  scritto,   perci  ch'egli  per  suoi
ricchissimi interpreti Giovanne Fabro e Antonio Biedo,  quali  e  le  tavole  e
certi commentarii di ci hanno lasciato, ha sempre usato. Sono stati poi alcuni
altri  scrittori li quali,  mentre delle regioni pi vicine descrivono,  alcune
cosette della Moscovia leggiermente hanno toccato: in numero de' quali   Olavo
Gothio nella descrizione della Svezia,  e similmente Matteo Mechovita,  Alberto
Campense e Munstero, li quali nondimeno dal cominciamento del scriver mio punto
non mi spaventaranno,  percioch di quelle cose che io vi scrivo  molte  ne  ho
vedute  con  la  testimonianza  delli  proprii  occhi,  e  alcune per relazione
d'uomini degni di fede ho conosciute verissime,  e altre ho intese  con  lunghi
ragionamenti avuti con persone pratiche. Laonde  successo poi che alcuna volta
(sia  per  lontana  l'invidia  da le parole) io sia stato astretto con maggior
copia del dire e con pi abondanza di parole a dichiarare quelle cose le  quali
dagli  altri  sieno  state  proposte  quasi per picciola veduta,  pi tosto che
raccontate con pura verit. Aggiungasi ancora questo, che io scrivo le cose non
pi dette dagli altri,  e quelle  finalmente  che  da  nissuno  poteano  essere
conosciute  se  non  da  l'oratore;  e  per questo mio pensamento e questo mio
studio la Maest Vostra l'ha confermato,  e pi volte confortatomi che tal opra
incominciata  al tutto finire dovessi,  e volontariamente sopra ci al corrente
scrittore (come si dice) ha aggiunto gli speroni.  Nondimeno da tale impresa  e
le  legazioni e gli altri negozii della Maest Vostra sovente mi hanno talmente
rimosso che infino ora non ho potuto sodisfare in quello che  gi  incominciato
io avea.
Ma  ora,  mentre  all'intermessa  impresa,  in  quel  modo  che dalle continove
occupazion del fisco de l'Austria emmi concesso,  io ritorno,  e parimente a la
Maest Vostra ubbidienza presto, n anco mi dubito della sottiglianza di questa
elegantissima  et,  e  poco  similmente delli benigni lettori,  li quali forse
maggiore politezza del dire ricercheranno: perci che bastevol sia,  ma ora con
l'effetto,  perch  non  posso fare le cose eguali alle parole,  la volont mia
circa al voler insegnare a' posteri aver dimostrato,  e parimente  alli  vecchi
comandamenti  di  quella  aver  voluto ubidire.  E per questi miei commentarii
della Moscovia,  da me scritti pi presto per cagione di ricercare la verit  e
quella metter in luce che per studio e per l'arte del dire,  alla Maest Vostra
dedico e consacro;  e io similmente  nella  defensione  di  quella,  nelli  cui
officii mi sono oggimai invecchiato,  supplichevolmente mi dono e racommando, e
prego la Maest Vostra che 'l nostro libro  con  quella  clemenza  e  benignit
d'animo  si  degni  abbracciare  con  la  quale  l'auttore  di quello ha sempre
abbracciato.

In Vienna, il primo di marzo MDLIX.

Della  Maest  Vostra  fedel  consigliero,   cameriero  e  prefetto  del  fisco
d'Austria, Sigismondo barone in Herberstain, Neiperg e Guettenagh.


PROEMIO DELL'AUTTORE NELLA MOSCOVIA

Volendo io ora descrivere la Moscovia,  la qual  capo della Russia ed  quella
che 'l suo dominio e signoria in longhezza e in  larghezza  per  la  Scizia  si
distende,  sar  cosa  a  me  certo convenevole in questa opra di toccare molte
parti del settentrione,  le quali non solamente  dagli  antichi  scrittori,  ma
eziandio  dalli  auttori  di  questa  nostra  et  sono  state  poco  intese  e
conosciute,  per il che succeder che alcuna  volta  sar  astretto  ad  essere
differente  dagli  scritti  loro.  Nondimeno,  acci che questa mia opinione in
simile materia non sia veduta e giudicata sospetta e  arrogante,  veramente  io
confesso me stesso non gi una volta,  ma pi, mentre son stato ambasciatore di
Massimiliano,  primo di questo nome imperatore,  e parimente del suo nepote  re
Ferdinando,  re delli Romani e fratello di Carlo V imperatore, la Moscovia aver
veduta e ricercata,  ed eziandio la maggior parte di quella da uomini  di  quel
luogo esperimentati e degni di fede aver conosciuta. N per della relazione di
un solo sono stato contento,  ma nelle opinioni e pareri di molti ho voluto ben
confermarmi e stabilirmi.  Oltre di ci,  dalla cognizione  e  beneficio  della
lingua  schiava (la quale con la lingua rutenica e moscovitica  quell'istessa)
felicemente aiutato,  questa cosa della Moscovia non solamente  per  udita,  ma
ancora per testimonianza delli proprii occhi,  n con parlar dubioso e incerto,
ma chiaro,  facile e aperto ho voluto scriverle,  e alla  memoria  de'  posteri
nostri chiaramente manifestarle.
Ma  s  come  ciascuna  nazione ha 'l suo costume e usanza nel proferire alcune
cose,  cos fanno li Ruteni,  li quali le sue lettere,  variatamente  legate  e
congionte insieme,  con certa ragione inusitata e nuova sogliono proferire,  di
modo che quello che con somma diligenza e  attenzione  la  pronunzia  loro  non
comprende  e  osserva,  costui  non  potr  nel  vero  cosa alcuna commodamente
addimandare, n sapere certezza alcuna. E per,  nella descrizione della Russia
avendo  nella  nominazione  delle  cose  e delli luoghi e delli fiumi non senza
cagione usato vocaboli ruteni,  ho voluto primieramente  la  ligatura  e  forza
d'alcune  lettere  brevemente  dimostrare;  il  che agevolmente conosciuto,  il
lettore pu alcune cose pi facilmente conoscere,  e alcuna volta forse di  pi
maggiori potran ricercare.
Questo  nome  Basilio,  bench  li  Ruteni  lo  scrivano  e  proferiscano per w
consonante,  nondimeno,  essendo la consuetudine cresciuta appresso di  noi  di
scriverlo e proferirlo per B, non ho voluto scriverlo per w.
C,  preposta  avante  la h,  non per ci,  o ver schi,  come sogliono fare molte
nazioni, ma per khi,  quasi secondo il costume de' Germani,  debbesi proferire,
come  nella  dizione: Chiowia,  chan,  Chlinowa,  Chlopigorod,  etc.  Ma questa
lettera c,  posta  avanti  il  z  duplice,  alquanto  pi  sonoramente  debbesi
proferire, come questa dizione: Czeremisse, Czernigo, Czilma, Czunkas, etc.
G,  li  Ruteni,  fuori  del  costume degli altri Schiavoni,  per h aspirazione,
secondo l'usanza di Boemi,  proferiscono,  e quando vogliono scrivere Iugria  e
Wolga proferiscono Iuhra, Wolha, etc.
I lettera,  il pi delle volte ha forza di consonante, come in Iausa, Iarossaw,
Iamma, Ieropolchus, etc.
Th, quasi per ph proferiscono, e cos dicono Theodoro Pheodoro, over Feodoro.
V, quando ha la forza di consonante,  in luogo di quella,  w littera (la qual i
Germani   per  B  sogliono  esprimere)  ho  posto,   come  in  queste  dizioni:
Wolodimeria, Worothin, Wedrasch, Wiesma, Wladslaus.  Questa medesima lettera v,
posta  in  mezo  over nel fine della dizione,  quella medesima forza over suono
ritiene, come in Ozakow, Rostow, Asow, Owka.  Adunque diligentemente il lettore
la forza di questa lettera v osserver,  accioch per una e istessa dizione che
barbaramente proferisse non paia che abbi dimandato e inteso cose diverse.


Della Russia e donde abbia preso il nome.

La Russia donde abbia avuto il nome,  varie  sono  le  opinioni  degli  uomini,
percioch  sono  alcuni che vogliono ella aver preso il nome da un certo Russo,
fratello over nepote di Lech, principe delli Poloni, non altrimente che se esso
fosse  stato  principe  delli  Ruteni;   altri  dicono  da  un  certo  castello
antichissimo, chiamato Russo, non molto lontano dalla grande Nowogardia; alcuni
dal fusco colore di quella gente.  Molti pensano,  mutato il nome di Roxolania,
essere cognominata Russia: nondimeno le opinioni di quelli  che  dicono  questo
non  sono  conformi  alla  verit.  Li Mosci non tengono questo,  affermando la
Russia anticamente esser stata chiamata Rosseia,  come a  dire  gente  dispersa
over  dissipata,  come  il nome dimostra,  percioch Rosseia in lingua rutenica
significa disseminazione, dispersione; il che esser vero diversi popoli,  misti
eziandio  con  gli  abitatori  del  luogo,  o parimente diverse provincie della
Russia in ogni luogo adunate e accostate insieme apertamente lo confermano.  Ma
da  che  luogo si voglia che la Russia abbia pigliato il nome,  basta che tutti
quei popoli li quali usano lingua schiava,  seguitano il costume e la  fede  di
Cristo  secondo  l'usanza  de' Greci,  e secondo li gentili Russi,  e secondo i
Latini Ruteni sono chiamati: costoro in tanta  grandezza  di  moltitudine  sono
cresciuti che tutte le genti poste in mezo di loro overo le hanno cacciate via,
overo al costume del viver loro le hanno tirate,  di modo che al presente tutti
con un comune vocabolo son chiamati Ruteni.
Certamente la lingua slavonica,  la quale a' tempi nostri con vocabolo alquanto
corretto  sclavonica    chiamata,  in  molti  paesi  largamente  si  distende,
percioch li Dalmatini,  Bosnesi,  Croatii,  Istriani,  e  tutti  gli  abitanti
appresso del mar Adriatico con longo spazio fin al Friule,  i Carni,  quali da'
Veneziani  sono  Carsi  chiamati,  similmente  Carniolani,  Carinzii,   fino  a
Costantinopoli,  usano  la  lingua schiava.  Oltre di questo i Boemi,  Lusacii,
Silesii,   Moravii  e  gli  abitanti  appresso  al  fiume  Vagro,   nel   regno
dell'Ongheria,  similmente i Poloni,  e li Ruteni,  popoli di grande imperio, i
Circassi,  e finalmente que' popoli quali gi furono gli avanzamenti di Wandali
e  ora  abitano  per  la  Germania rifusamente di l da l'Albis,  alla parte di
settentrione,  usano questa  lingua  schiavona.  Questi  popoli,  bench  tutti
confessano  essere della gente schiavona,  nondimeno li Germani,  tolto il nome
solamente dalli  Vandali,  tutti  costoro  quali  usano  la  lingua  sclavonica
Wendani, Windeni, Windischi indifferentemente gli chiamano.
Ma  la Russia,  non molto lontano dalla Cracovia,  li monti Sarmatici tocca,  e
questa istessa appresso il fiume Tyra,  da quel luogo il  quale  gli  abitatori
chiamano Nistro,  infino al Ponto Eusino, cio il mar Maggiore, e fino al fiume
Boristene amplamente gi distendevasi;  ma poscia,  in processo di tempo,  Alba
citt,  la  quale altramente Moncastro  chiamata,  e alla bocca del fiume Tyra
edificata, e per adietro al dominio di Wallacco moldawsense sottoposta,  stata
finalmente dal Turco occupata.  Similmente il re di Taurice,  avendo passato il
fiume  Boristene,  largamente  ogni  cosa  guastando  e  distruggendo,  ivi duo
castelli edific, delli quali uno fu Oczakow, non molto lontano dalla bocca del
fiume Boristene posto: nondimeno e quello eziandio sotto l'imperio turchesco  
pervenuto,  dove  oggid  sono le solitudini infra le bocche dell'uno e l'altro
fiume. Dapoi, montando appresso Boristene, si viene alla citt de Circas, verso
l'occidente, e da l ad un'altra citt vecchissima, detta Chiovia,  la quale fu
gi  la principale di tutta la Russia;  dove poi trapassato il fiume Boristene,
evvi una provincia chiamata Sanuera,  al presente molto abitata,  per la  quale
dritta via verso l'oriente ritroverete li vivi fonti del fiume Tanai.  Dapoi di
l al Tanai, con longo viaggio, perviensi al corso dell'acqua di due fiumi, de'
quali uno  chiamato Occa,  e l'altro Rha;  passato poi il detto fiume di  Rha,
con  longo  tratto  camminasi fino al mare settentrionale: di l poi ritornando
circa alli popoli sottoposti  al  re  di  Swezia,  alla  Finlandia  e  al  sino
Livonico,  e per la Livonia,  Samogezia e Mazowia camminando, e finalmente fino
in Polonia ritornando,  tutto quel paese  terminato dalli monti  di  Sarmazia,
eccettuato per solamente due provincie,  cio Litwonia e Samogezia,  le quali,
bench siano miste con Ruteni e che usino  la  propria  favella  e  il  costume
romano, nondimeno gli abitanti di quelle in buona parte sono ruteni.


Delli principi della Russia.

Li  principi  li quali al presente signoreggiano nella Moscovia sono questi: il
primo  il granduca di Moscovia,  il quale la maggior parte di quella  ottiene;
il secondo il granduca della Litwania; il terzo  il re di Polonia, il quale al
presente  signore della Polonia e della Litwania.
Ma  della  origine  di questa gente niente altro hanno,  eccetto che gli annali
over istorie quasi annuali infrascritte,  le  quali  dicono  questa  tal  gente
slavonica esser derivata dalla nazione di Iaphet, e gi aver fatta la prima sua
abitazione appresso il Danubio,  dove ora  l'Ongheria e la Bulgaria,  e allora
poi esser stata chiamata Norici: dapoi questa tal gente,  di l e di qua per le
terre  dispersa  e vagabonda,  i nomi delli proprii luoghi aver pigliato,  come
verbigrazia Morawi dal fiume,  altri Czechi,  cio Boemi;  similmente  Chorwati
Bieli,  Serbli,  cio  Servii,  Chorontani detti,  li quali appresso il Danubio
s'erano fermati. Oltra di questo, i Luochi, li quali,  cacciati dalli Valachi e
abitanti appresso Istula citt,  pigliorno tal nome da un certo Loco,  principe
delli Poloni,  e da qui nacque poi che eziandio li Poloni sono chiamati  Lechi.
Altri similmente sono chiamati Luthwani,  Masoviensi, Pomerani; altri, abitando
per il fiume Boristene, dove  al presente Chiowia,  Poloni erano detti;  altri
Drawliani,  abitatori  delle  selve;  altri,  infra  Dwina  e  Peti  dimorando,
Dregovici sono detti; altri Polevtzani,  abitatori appresso al fiume Polta,  il
quale scorre per mezo Dwina.  Furono altri ancora li quali, abitando intorno al
lago Ilmen,  Novogardia citt occuporno,  e quivi uno,  chiamato Gostomissello,
per lor proprio principe volontariamente creorno.  Altri poi,  per Desna e Sula
fiume abitando, Seweri over Sewersky sono chiamati; altri finalmente,  sopra li
fonti  de  Wolche e Boristene dimorando,  Criwitzi sono detti,  e la rocca e il
capo di questi tali  Smolensco.
Quelli che nel principio abbiano signoreggiato a li Ruteni   cosa  dubbiosa  e
incerta,  percioch  non  avevano  caratteri  di  lettera alcuna,  per li quali
potessero le cose fatte da loro scrivere;  ma dapoi,  avendo Michael imperatore
di Costantinopoli, nell'anno 6406 dalla creazione del mondo, mandate le lettere
slawonice in Bulgaria,  allora poi cominciorono a scrivere e mettere nelli loro
annali non solamente que' fatti li quali da essi erano fatti, ma eziandio tutte
quelle cose le quali dalli loro maggiori avevano intese  e  conosciute,  e  per
longa memoria di tempo ritenute.  Laonde per quelle  manifesto il popolo detto
gi Coseros d'alcuni delli Ruteni,  sotto nome di tributo,  da ciascuna casa di
quelli  aver  riscosso  le  pelli  di  quelli  animali  chiamati  aspreolii;  e
similmente  li  Waregi  alli  sopradetti  Ruteni  aver  signoreggiato   dicono.
Nondimeno delli Coseri, donde siano venuti, che genti siano state, niente altro
ho  potuto  per  li  annali  conoscere,  fuori del nome loro: e quello medesimo
dicovi delli Waregi, de' quali giamai nulla di certo ho potuto comprendere.  Ma
conciosiacosach essi Ruteni il mare Balteo e quello che la Prussia, la Livonia
e  la  parte del suo dominio della Swezia divide,  il mare Warego chiamino,  io
veramente mi pensavo che o vero li Swetensi, overo li Danii,  overo li Pruteni,
per  la  vicinanza loro,  fossero stati principi e signori di quelli.  Ma fin a
tanto che la Wagria,  gi famosissima citt e provincia delli Wandali,   stata
vicina  a  Lubech  e  al  ducato di Holsatia,  e questo mare,  il quale  detto
Balteo,  secondo la opinione d'alcuni  ha  preso  il  nome  da  quella,  e  non
solamente  questo,  ma eziandio quel braccio di mare il quale la Germania dalla
Dania,  e ancora  la  Prussia,  la  Livonia  e  finalmente  la  parte  maritima
dell'imperio moscovitico dalla Swezia divide, e ancora appresso delli Ruteni il
suo nome ritiene,  chiamandolo il mare Warego;  e oltra di questo essendo stato
in quel tempo li  Wandali  uomini  potenti  e  valorosi,  e  quelli  finalmente
ch'usavano  la lingua,  i costumi e la religione rutenica,  a me certo pare che
essi Ruteni si debba pi tosto credere ch'abbiano tolti e chiamati li  principi
loro  dalli  Wagri,  overo  Waregi,  ch'aver  dato l'imperio a gente barbara ed
esterna,  la quale e per costume  e  per  parlare  alla  loro  religione  fosse
totalmente contraria.
Avendo adunque li Ruteni longamente fra loro del principato contrastato,  e per
odii  e  malevolenze  accesi  con  grandissime  discordie,   inganni  e  fraudi
combattuto,  Gostomissello,  uomo  e  prudente e di grandissima auttorit nella
Nowogardia,  dette fidelissimo consiglio alli Ruteni che mandassero alli Waregi
e che esortassero li tre fratelli,  quali in quel luogo in grandissimo pregio e
riputazione erano avuti,  a pigliare l'impero e il dominio di  quelli.  Piacque
ci  molto  alli  Ruteni:  e  sopra di ci mandati i loro ambasciadori,  li tre
fratelli germani per principi e signori furono chiamati,  li  quali  venuti  al
luogo  ordinato,  con  volont  di  tutti fu dato loro l'imperio e la signoria.
Laonde li tre fratelli poscia divisero il regno fra di  loro  in  questo  modo:
Rurick  il  principato  di  Novogardia  ottenne,  e la sua sedia pose in Ladoga
citt,   la  quale  per  trentasei  miglia  tedeschi    lontana  dalla  grande
Nowogardia;  il secondo,  chiamato Sinau,  nel lago Albo pose il suo dominio; e
Truwore,  il terzo,  in Plescoviense,  nella citt chiamata Swortzech,  il  suo
principato  colloc.  Li Ruteni si gloriano affermando quelli tre principi aver
avuto origine e principio dalli Romani,  di che similmente il presente principe
della  Moscovia  molto  si  vanta.  La  prima  entrata di questi fratelli nella
Russia,  secondo li loro annali,  fu nell'anno 6370 dal  principio  del  mondo;
finalmente,  essendo  morti  li due fratelli senza eredi,  Rurick,  il fratello
maggiore,  degli altri principati impadronitosi,  le castella fra gli  amici  e
servitori suoi divise.  Questo Rurick poscia, venendo a morte, il suo figliuolo
giovanetto,  chiamato Igore,  insieme con il regno ad uno  parente  suo,  detto
Olech,  raccommand.  Costui,  superate  molte  provincie,  talmente  il  regno
accrebbe e ampli che fino in Grecia port l'armi e il suo valore,  e la  citt
di   Costantinopoli   assedi.   Or  finalmente,   avendo  per  anni  trentatre
lodevolmente regnato,  un giorno a caso urtossi col piede nel capo over  craneo
del  suo cavallo gi morto,  e talmente dal morso di un certo verme venenoso fu
offeso che se ne mor.
Onde, essendo morto Olech, Igore, figliuolo gi del principe Rurick, cominci a
signoreggiare, e tolse per moglie da Plescowia una donna chiamata Olha; costui,
desideroso molto di procedere pi lontano col suo esercito,  fino in Eraclea  e
Nicomedia pervenne,  dove finalmente,  nella guerra essendo stato superato,  fu
costretto a fuggire, e dapoi da Malditto, principe delli Drewliani, in un certo
luogo nominato Coreste fu morto, e parimente onorevolmente sepolto.
In questo mezo, non potendo il figliuolo di questo Igore, detto Swatoslavo, per
l'et signoreggiare,  la madre sua Olha prese il  dominio;  alla  qual  signora
avendogli   poi  li  Drewliani  mandati  venti  ambasciadori,   con  mandati  e
commissioni che si dovesse maritare con il prencipe  loro,  costei,  con  animo
forte,  pronto  e  valoroso,  comand che li sopradetti ambasciatori vivi tutti
fossero sotterrati,  e tra questo mezo mand suoi ambasciatori a  que'  popoli,
commettendogli  che  dicessero  loro  che  se  eglino desideravano aver lei per
signora e principessa,  che dovessero mandare ancora pi altri  competitori,  e
de' pi nobili e pi prestanti.  Onde per tali parole i Drewliani mossi,  altri
cinquanta uomini de' pi scelti vi mandorno,  quali simigliantemente nel  bagno
fece abbruciare; di nuovo mand altri ambasciatori, li quali annunciassero alli
Drewliani  la  venuta  della  signora  nel  regno loro,  e che gli comandassero
d'apparecchiare acqua mellata e altre cose necessarie da  onorare,  secondo  il
costume, il defunto marito.
Cos,  essendo  l  pervenuta,  pianse  il  morto marito,  imbriac li sciocchi
Drewliani e cinquemila di quelli occise;  dipoi a Chiovi ritornatasi,  fece  un
bellissimo esercito,  e con quello contra i Drewliani fuora uscita, la vittoria
di quelli ne riport,  e avendo li fuggitivi nimici sin  dentro  alli  steccati
over  citt  perseguitati,  con  l'assedio di un anno intero gli pose il freno.
Dapoi,  venuti agli accordi e condicioni oneste,  impose loro  tributo  che  di
ciascuna  casa  gli  dovessero  dare tre colombe e altretante passere: le quali
cose ricevute,  subito legati  sotto  l'ale  delli  uccelli  certi  instrumenti
acconci di fuogo,  lassogli volare a lor beneplacito,  onde le colombe, volando
alle case e abitazioni consuete,  tutta la terra abbrucciorono,  per il che gli
abitanti sbigottiti,  fuora dei loro alberghi venuti, overo erano dalli soldati
della signora occisi overo fatti prigioni.  E cos in questa  maniera  occupati
tutti  i  luoghi  del paese delli Drewliani e fatta la vendetta della morte del
marito, con somma laude e onore a Chiowia se ne ritorn. Poscia, nell'anno 6463
dalla creazione del mondo,  se n'and  in  Grecia,  e  ivi  sotto  l'imperatore
Giovanni constantinopolitano prese il santo battesimo,  mutando il nome di Olha
in Elena, e doppo, con doni amplissimi ricevuti dal re, a casa se ne ritorn.
Questa donna fu la prima cristiana  appresso  li  Ruteni,  come  affermano  gli
annali  di  quelli,  li quali hanno ardimento di agguagliarla al sole,  dicendo
che,  s come il sol materiale co' raggi suoi illumina il mondo,  cos  quella,
con  la  santa  fede  cristiana,  ha illuminata tutta la Russia.  Non pot per
giamai far s che 'l suo  figliuolo  Swatoslavo  si  conducesse  al  battesimo,
essendo  venuto  grande,  talmente  fu dell'armi studioso che strenuo,  forte e
animoso soldato divenne,  tutte le fatiche bellice e tutti li pericoli consueti
costantemente  sofferendo.  Mentre  che  egli  stava  in  guerra,  mai  permise
all'esercito suo che avesse in quello nissuna sorte d'impedimenti,  n pure  li
vasi atti al cocere la carne e altre cose,  ma solamente carni arrostite usava;
dormiva in terra, e la sella del cavallo era il suo cussino.  Vinse li Bulgari,
e penetrando insino al Danubio nella citt chiamata Peraslaw la sua sedia pose,
dicendo  verso  la  madre e gli altri suoi consiglieri: "Questa  la mia sedia,
posta in mezo delli miei regni,  imperoch della Grecia  mi  saranno  apportate
tutte queste commodit,  da Panodochio l'oro,  l'argento, il vino e varie sorti
di frutti, dell'Ongheria l'argento, e cavalli, della Russia la schora, la cera,
il mele e li servi". Al quale respondendo,  la madre disse: "Figliuolo,  gi io
son vicina alla morte, tu mi potrai sepelire in ciascun luogo che tu vorrai". E
cos,  di  l  a tre giorni,  la casta donna termin sua vita,  e dipoi dal suo
nepote, chiamato Wolodimero, figliuolo del figliuolo, gi battezzato,  fu posta
in  numero de' santi: e cos alli 11 luglio si celebra la festa di questa santa
donna.
Swatoslavo,  il quale dopo la morte della madre regnava,  divise le provincie a
li  figliuoli  in  questo  modo:  a  Yeropolchone  dette la Chiowia,  a Olege i
Drewliani e a Wolodimero la gran  Novogardia,  percioch  i  Novogradensi,  per
causa  d'una  certa  donna  chiamata  Dobrina,   Wolodimero  per  lor  principe
impetrorono. Percioch era in Novogardia un certo cittadino,  detto il picciolo
Calufeza,  il  quale  ebbe  due figliuole,  cio Dobrina e Maluscha;  Maluscha,
essendo al servizio di Olha, fu fatta gravida dal sopradetto signore Swatoslao,
e cos di lei n'ebbe un figliuolo chiamato Wolodimero.
Questo signor Swatoslavo,  avendo l'occhio alla grandezza delli suoi figliuoli,
andossene  alla  volta della Bulgaria,  e ivi assedi la citt di Pereaslaw,  e
finalmente la prese;  poscia a Basilio e a Costantino imperatori greci annunci
le  guerre,  per  il  che  gli imperatori mossi,  mandorno li suoi ambasciadori
dimandando la pace,  non per altra cagione eccetto di  poter  conoscere  quanto
esercito  avesse il sopradetto Swatoslavo,  promettendogli di voler dare il lor
tributo secondo il numero dell'esercito suo; ma questo falsamente promettevano.
Or finalmente, conosciuto ch'ebbero il numero delli soldati nemici, ambedue gli
imperatori misero in ordine l'esercito; dapoi, essendo l'uno e l'altro esercito
alla campagna, li Ruteni, per la multitudine de' Greci sbigottiti,  cominciorno
a temere molto, laonde, vedendo Swatoslavo li Ruteni non poco impauriti, a loro
disse: "O Ruteni,  perch io non veggo luogo sicuro che ne possi oggi ricevere,
n manco ho nell'animo mio di dare la terra de la Russia alli nostri nimici, ho
deliberato al tutto gagliardamente di voler combattere: dove io  penso  di  due
cose  l'una,  o  veramente  morire o vero la gloria acquistarne,  percioch se,
valorosamente combattendo,  per sorte morisse,  il nome della immortalit e  di
perpetua fama,  e,  fuggendo, una eterna ignominia, vergogna e danno io son per
riportarne. E quando, per mala sorte, circondato dai nimici,  il fuggire non ci
fosse  concesso,  star  saldo,  stabile e costante,  e il capo mio ne la prima
squadra per la patria nostra a tutti li grandi pericoli  volentieri  esponer".
Il  che  udendo  gli altri soldati prontamente dissero: "Dove sar il tuo capo,
ivi eziandio sar il nostro",  e cos confermati gli animi delli suoi  soldati,
con impeto grande diede dentro agli nimici, dove finalmente con tanta grandezza
d'animo  e  con  tanta  vigoria  di forze combattette che la vittoria del tutto
facilmente ne riport.
Dapoi,  conciosiach gli altri principi de la Grecia espugnassero le terre e li
luoghi  de'  Greci  con  presenti  e  doni  grandi,  e  vedendo  li  popoli che
Wladislavo, vittorioso capitano (com' scritto negli annali),  disprezava l'oro
e  l'argento  e li presenti,  e che solamente i vestimenti e l'armi mandate da'
Greci volentieri riceveva,  per la tanta virt di quello mossi,  parlarono alli
suoi  imperatori  e dissero loro: "Noi certo desideriamo d'essere sotto d'un re
di questa sorte, il qual ama pi presto l'armi che l'oro". Finalmente,  essendo
il  prefato Swatoslao fatto propinquo alla citt di Costantinopoli,  i Greci li
promisero dare un tributo grande,  e cos in questo modo tal valoroso  capitano
dalli  confini della Grecia rimossero.  Il qual capitano finalmente,  nell'anno
6480 dalla creazione del mondo,  da  Cures,  principe  delle  Pieczenighe,  con
fraude e inganno fu morto,  e dapoi,  tollendo il craneo o vogliamo dire l'osso
maggiore della testa  di  Swatoslao,  ne  fece  una  tazza  e  d'oro  finissimo
circondolla,  e  queste  lettere  vi  fece  diligentemente  scolpire: Quaerendo
aliena, amisit propria, cio cercando le cose altrui ha perse le sue proprie.
Morto Swatoslao,  un de' pi nobili delli suoi gentiluomini,  chiamato Swadola,
andatosene a Chiowia a ritrovare Yeropolcho,  principe di quel luogo,  cominci
grandemente con ogni opra,  studio e arte a solicitarlo che volesse cacciar del
regno Olega suo fratello,  perch un suo figliuolo,  chiamato Luta, aveva fatto
morire. Onde Yeropolcho, per la parola di quello mosso,  fece guerra contra del
suo  fratello,  di  modo  che  l'esercito  di  quello  e parimente li Drewliani
proflig e distrusse. Ma Olega, ad un suo castello fuggendo, dalli suoi proprii
impetuosamente fu battuto adietro,  e dapoi,  da un ponte  eminente  gi  basso
cascato,  e molti altri con esso lui, miseramente termin sua vita. Yeropolcho,
avendo occupato il campo nimico e cercando il fratello,  ritrov il  corpo  suo
fra gli altri corpi morti,  e al suo conspetto portatolo e bene vedutolo, disse
a quello che era stato cagione della morte sua: "Swadalte, eccoti quello che tu
tanto desiderasti", e poi onoratamente lo fece sepelire.  La qual cattiva nuova
agli  orecchi  di  Wolodimero,   il  terzo  fratello,  pervenuta,  lasciata  la
Nowogardia, di l dal mare alla volta delli Wareghi fugg: il che da Yeropolcho
conosciuto,  e nella Nowogardia un suo locotenente postovi,  in breve spazio di
tempo di tutta la Russia si fece monarca.
In  questo  mezo Wolodimero,  avendo fatto un bellissimo esercito delli Waregi,
nel regno suo se ne ritorn,  e il luogotenente del suo fratello da  Nowogardia
discacci,  e  poscia  primo  annunci  la  guerra al fratello,  sapendo che il
fratello dovea pigliar l'armi contra  di  lui.  Ma  in  questo  mezo  il  detto
Wolodimero,   mandando  alcuni  ambasciatori  al  Rochwolochdam,   principe  di
Plescovia,  richiese Rocchmida,  sua figliuola,  per moglie (percioch anco lui
dalli  Waregi  a  quel  luogo  era  andato):  ma di ci non successe l'effetto,
percioch la figliuola non volse congiongersi  in  matrimonio  con  Wolodimero,
sapendo  quello essere bastardo,  ma voleva Yeropolcho,  l'altro fratello,  per
marito,  pensandosi quello presto doverla per  moglie  richiedere.  Wolodimero,
vedendosi aver avuta la repulsa delle nozze, tutto di ci sdegnato mosse guerra
a  Rochwolochde,  di  modo  che alla fine con due figliuoli l'occise,  e la sua
figliuola Rocchmida da lui tanto bramata tolse per moglie.  Dopo questo  fatto,
Wolodimero  andossene alla volta di Chiowia contra il fratello;  ma Yeropolcho,
non avendo ardimento di venire alle mani con lui,  serrossi dentro in  Chiowia.
Wolodimero vi pose l'assedio,  ma,  mentre quella oppugnava, occultamente mand
un suo messo  fedele  a  parlare  ad  un  Blud,  cordialissimo  consigliero  di
Yeropolcho,  richiedendolo di volere da lui il modo e la via di poter ammazzare
il fratello. Blud,  conosciuto la dimanda di Wolodimero,  gli promette di voler
occidere  il  suo  signore,  e  tra  questo  mezo confortollo che attendesse ad
espugnare il castello.  Or,  volendo Blud tradire  il  suo  signore,  ammonisce
Yeropolcho che non resti pi nel castello,  o ver fortezza, percioch gi molti
soldati di Wolodimero s'erano da lui ribellati.  Yeropolcho,  dando fede al suo
consigliero,  fugg  fuori  dalla  fortezza alla volta di Roden,  alla bocca di
Iursa,  dove egli pensava di poter  essere  sicuro  dalle  mani  del  fratello.
Wolodimero, pigliata Chiowia, transfer l'esercito suo a Roden, e ivi con grave
e  molesto  assedio  Yeropolcho  preme e disturba: e cos,  per la longa fame e
disagio  afflitti  e  consumati  quelli  di  Yeropolcho,  Blud  consigliero  lo
consigli a far la pace con il suo fratello,  pi potente e pi forte di lui, e
nondimeno, tra questo mezo, il falso e traditore Blud fa intendere a Wolodimero
che  per dargli il fratello nelle mani. Yeropolcho,  seguitato il consiglio di
Blud,   all'arbitrio  e  potest  del  fratello  si  commette,   spontaneamente
offerendogli che di quel tutto di  bene  che  per  sua  grazia  gli  concedesse
resterebbe contento al tutto,  il che a Wolodimero niente dispiacque.  Poi Blud
esorta il signore che alla volta di Wolodimero ne gisse;  ma  dall'altra  parte
Werasco,   l'altro  consigliero  di  Yeropolcho,   totalmente  lo  disconfort.
Nondimeno Yeropolcho, disprezzato il consiglio di costui,  volontariamente alla
volta  del  fratello  andossene,  ma,  mentre  egli  per  la  porta v'entra per
ritrovare il fratello,  da due uomini delli Waregii miseramente  fu  occiso;  e
mentre  tal  fatto  scelerato  e  tristo si faceva,  Wolodimero,  carnefice del
fratello,  da una torre eminente era del tutto crudele e  impio  spettatore,  e
oltra  ci,  per  maggior  dispregio,  la moglie ancora del morto fratello,  di
nazione greca,  viol e macul;  la quale similmente da esso Yeropolcho,  prima
che  la  prendesse per moglie,  mentre che era monaca era stata violata e fatta
gravida.
Questo Wolodimero molti idoli in Chiowia ordin, e il primo idolo di quelli era
detto Perum,  con il capo d'argento,  e gli altri erano di legno;  altri Uslad,
Corsa,  Daswa,  Striba,  Simaergla,  Macosch erano chiamati,  e a questi soleva
sacrificare,  i quali prima erano chiamati Cumeri.  Questo  principe  ebbe  pi
donne  per  moglie:  di  Rochmida  ebbe  tre maschi,  cio Isoslato,  Ieroslao,
Serwoldo,  e due figliuole;  della donna greca  n'ebbe  un  figliuolo  chiamato
Swetopolcho; della boema, Saslao, e di un'altra boema, Swatoslao e Stanislao; e
d'una bulgara,  Boris e Chleb.  Oltra di questo aveva Wolodimero in Alto Castro
trecento concubine,  in Bidgrado altretante,  e  in  Berestowo  Selwi  ducento.
Finalmente, essendo costui senza impedimento alcuno fattosi monarca di tutta la
Russia,  molti  ambasciatori  da  diversi  luoghi  mandati  ne  venivano a lui,
confortandolo che egli si dovesse accostare alle sette  loro,  laonde,  vedendo
egli la variet di tante sette, mand li suoi ambasciatori in diverse parti, li
quali diligentemente ricercassero le condizioni, i costumi e ordini di ciascuna
setta.  Finalmente,  avendo  molte cose vedute e al re refferite,  egli la fede
cristiana secondo l'usanza greca  a  tutte  l'altre  fedi  e  sette  del  mondo
prefer, e quella elesse. Onde, per tal causa mosso, mand li suoi ambasciadori
da Costantinopoli agl'imperatori Basilio e Costantino,  offerendogli che quando
essi gli dessero per moglie Anna, sorella, che egli insieme con tutti gli altri
del suo imperio pigliarebbe la fede di Cristo,  e oltre ci  che  restituerebbe
loro Corsune e tutte l'altre cose le quali possedesse della Grecia; il che agli
orecchi delli imperatori pervenuto,  amendue volentieri acconsentirono, e cos,
di comune volere, ordinorono che ciascuna parte a Corsune dovesse venire.  Dove
pervenuti  tutti,   il  prefato  Wolodimero  onorevolmente  fu  battezzato,  e,
mutatogli il nome di Wolodimero, il nome di Basilio gli imposero.  Celebrate le
nozze,  Corsune e tutto quello che aveva tolto della Grecia secondo la promessa
fidelmente restitu: e tutte queste cose furon fatte nell'anno del mondo  6496,
dal  qual  tempo in qua la Russia  restata salda nella fede di Cristo.  Dicono
che Anna, sorella delli due imperatori cristiani e moglie di Basilio, visse col
marito anni 23 e poi fin sua vita,  e di l a quattro anni dopo  esso  Basilio
mor.  Questo principe, inanti che fosse battezzato, una citt fra Wolha e Occa
fiumi edific, e quella dal nome suo Wolodimeria chiamolla,  e volse che quella
fusse  la  principal citt di tutta la Russia.  Fra li santi  venerato come un
apostolo, e ogni anno solennemente  celebrato il suo giorno alli 15 di luglio.
Dopo la morte sua,  essendo li suoi figliuoli fra  di  loro  molto  discordi  e
variatamente presumendosi del regno,  combattevano insieme,  di modo che quello
che era pi potente e forte quelli che erano pi  inferiori  e  pi  deboli  di
forze  vinceva  e superava,  e cacciavalo del regno.  Swatopolcho,  il quale il
principato chiowiense aveva occupato,  fraudolentemente aveva  ordinati  alcuni
uomini  di  male  affare,  li  quali uccidessero li due fratelli suoi,  Boris e
Chleb.  I quali morti,  e mutatogli il nome,  uno David e l'altro Romano furono
chiamati, e oggid sono connumerati nel numero de' santi, e alli 24 di luglio 
celebrata  la  lor  solennit.  Durante  la  maligna  discordia  fra li viventi
fratelli,  niente era fatto che fosse degno di  memoria  alcuna,  ma  solamente
inganni,  fraudi,  tradimenti,  odii  occulti  e guerre intestine s'udivano per
tutto. Wolodimero, figliuolo di Sewoldo,  cognominato Monomach,  di nuovo tutta
la Russia in monarchia ridusse,  lasciando dopo s alcune insegne,  ornamenti e
ordini li quali  oggid  que'  popoli  nella  creazione  delli  nuovi  principi
sogliono usare. Questo Wolodimero nell'anno del mondo 6633 mor, e cos dopo la
morte  sua  n  li  figliuoli n li nepoti cosa veruna degna di memoria fecero,
fino alli tempi di Georgio e di Basilio,  li quali Bati,  re  de'  Tartari,  in
guerra  vinse  e  uccise,  e  Wolodimeria,  Moscovia e buona parte della Russia
saccheggi e abbruci.  E cos da quel tempo in qua,  cio dell'anno del  mondo
6745 insino al presente Basilio, quasi tutti li principi della Russia erano non
solamente  tributanti  delli  Tartari,  ma  eziandio secondo l'arbitrio e voler
d'essi Tartari i principati della Russia erano permessi.
Le liti fra di loro,  overo per successioni delli principati overo per  cagione
delle  ereditadi,  li  Tartari,  conoscendole,  esaminandole,  le diffinivano e
terminavano: e  nondimeno  sovente  le  guerre  fra  li  Ruteni  e  li  Tartari
nascevano, e oltra di ci varii tumulti, scacciamenti e permutazioni di regni e
di altri principati si vedevano, percioch, avendo il duca Andrea da Alessandro
impetrato un granducato,  Demetrio,  suo fratello,  non permise quello regnare.
Per il che Andrea mosso,  con nuovo  esercito  dalli  Tartari  ottenuto  cacci
Demetrio  del regno,  e molte cose scelerate fece per la Russia.  Similmente il
duca Demetrio Michael ammazz appresso delli Tartari il duca  Georgio  Daniele;
Asbech,  re delli Tartari,  fece pigliare Demetrio e fecegli tagliare la testa,
percioch la nimicizia loro era  nata  per  il  granducato  twerense,  il  qual
ducato,  dapoi,  dal duca Simon Giovanne essendo a Zanabeck,  re delli Tartari,
richiesto con condizione che ogni  anno  dovesse  pagare  il  suo  tributo,  li
primarii  del re,  con larghi doni corrotti,  ottennero appresso di Zanabeck di
non pagare niente di censo.
Dapoi,  nell'anno del mondo 6886,  il granduca Demetrio vinse in guerra il gran
re de' Tartari chiamato Mamai,  e similmente tre anni dopo il medesimo talmente
vinse che la terra per spazio di pi di  tredici  miglia  di  corpi  morti  era
ripiena.  Nell'anno secondo dopo questo conflitto,  sopragiongendo Tachtamisch,
re de' Tartari,  il vittorioso Demetrio  gagliardamente  proflig  e  tutta  la
Moscovia  occup,  e  fu  tanta  l'occisione  delli  Ruteni  e delli soldati di
Demetrio che ottanta corpi morti, a sepelirgli, per un rublo erano rescossi,  e
la somma di tali rubli fu da tremila.
Il  granduca Basilio,  regnando nell'anno 6907,  la Bulgaria,  posta alla volta
della Wolhia, occup, e indi li Tartari scacci. Questo duca Basilio, figliuolo
del duca Demetrio,  ebbe un unico figliuolo,  detto pur Basilio,  il quale poco
amava,  perch egli aveva in sospetto la donna sua d'adulterio: e per, venendo
a morte, lasci il granducato della Moscovia non al figliuolo, ma a Georgio suo
fratello.  Il che vedendo  li  boiaroni,  molti  di  loro  si  accostarono  col
figliuolo del re Basilio, come a quello il quale era legittimo figliuolo e vero
erede  e  successore del regno: per il che sdegnato,  Georgio subito alla volta
delli Tartari se n'and,  e supplic il re che chiamasse Basilio,  e che egli a
qual di loro giuridicamente si convenghi il regno giudichi. Il re, persuaso dal
favore d'un certo suo consigliero,  fautore della parte giorgiana, in presenzia
d'esso Basilio diede e pronunci la sentenzia in  favore  di  Georgio.  Il  che
veduto,  Basilio,  inanti le genocchia del re gittatosi, lo preg umilmente che
gli sia concesso di poter parlare,  la qual cosa essendogli concessa in  questa
maniera cominci a parlare: "Quantunque,  o re,  tu abbi data la sentenza sopra
le lettere morte,  io spero nondimeno le mie lettere vive,  le quali tu mi  hai
date  sigillate  con  sigillo  d'oro per volermi investire del granducato della
Moscovia,  dover essere di maggiore efficacia e auttorit dell'altre";  e  cos
preg  il  re  che delle sue parole vogli esser al tutto ricordevole,  e che si
degni d'osservare le promesse gi fatte. Alle cui parole rispondendo,  il re li
disse:  "Veramente,  o  Basilio,    cosa pi giusta e ragionevole osservare le
promesse delle lettere vive che aver rispetto alle morti",  e  cos  finalmente
licenzi  Basilio,  e  investillo  del ducato di Moscovia: per il che sdegnato,
Georgio fece esercito e cacci Basilio di signoria,  laonde Basilio,  vedendosi
di gran lunga al duca Georgio inferiore, nel principato di Uglistz, lasciatogli
dal padre, ritirossi.
Georgio,  mentre visse, quietamente il suo ducato ritenne, e morendo, quello ad
un suo nepote, chiamato Basilio,  per testamento lasci.  La qual cosa Andrea e
Demetrio,  figliuoli  di  Georgio,  come privati della eredit paterna,  ebbero
oltra modo a sdegno, e per questa cagione assediarono la Moscovia;  il che agli
orecchi  di  Basilio  (il  quale  in  un  monastero  di S.  Sergio era entrato)
pervenuto,  subito ordin gli esploratori e pose a' luoghi necessarii le  buone
guardie, accioch all'improviso non fosse assalito. Il che conosciuto dalli due
fratelli,  empierono  certi  carri di soldati armati,  sotto specie che fossero
carichi di merci, e conciosiach or l, or qua fossero condotti, finalmente non
troppo lontano dalla guardia si fermarono,  e ivi,  in su la  mezanotte  usciti
fuori,  all'improviso  le  guardie  assaltorono e pigliorno,  e ad un tratto fu
preso Basilio nel monasterio; dapoi, cavatogli gli occhi, a Uglistz insieme con
la consorte sua fu mandato.
Dopo questo fatto Demetrio,  vedendo la  nobilt  quasi  tutta  essergli  fatta
nimica  e  favorire  al  cieco Basilio,  andossene alla volta della Novogardia,
lasciando al governo il suo figliuolo Giovanni,  e del quale poi nacque Basilio
Semeczitz,  il  quale,  essendo io nella Moscovia,  era tenuto in prigione: del
qual Basilio pi diffusamente di sotto ne ragioneremo.  Demetrio fu  detto  per
cognome  Semecka,  e  perci  tutti  li  descendenti  suoi  furono  cognominati
Semeczitzi.  Finalmente il cieco Basilio,  figliuolo di Basilio,  mentre visse,
quietamente il suo ducato godette.
  da  sapere  che  da  Wolodimero  Monomach  insino a questo Basilio la Russia
mancava di monarchi; ma il figliuolo di questo Basilio,  chiamato Giovanni,  fu
felicissimo,  percioch,  avendo  presa per moglie Maria,  sorella del granduca
Michael twerense,  il cognato indi cacci,  e il granducato  twerense  e  dapoi
eziandio  la  grande  Novogardia  nimicamente occup.  A costui dapoi tutti gli
altri principi,  overo per grandezza di cose fatte da quello mossi,  overo  per
timore  sbigottiti,   servivano.   Poscia,  andando  cos  tutte  le  cose  sue
felicemente e prosperamente, il titolo di granduca di Wolodimeria, di Moscovia,
di Novogardia e finalmente l'imperio e la monarchia di tutta la Russia cominci
a usurpare e del tutto impadronirsi. Questo,  avendo un figliuolo con Maria sua
moglie,  chiamato  Giovanni,  lo  marit  in una figliuola di quel gran Stefano
waywoda di Moldawia,  il  quale  aveva  vinti  Maumeth  della  Turchia,  Mattia
dell'Ongheria  e  Giovanni Alberto,  re della Polonia.  Morta Maria,  prima sua
moglie,  di nuovo l'altra moglie di Basilio,  chiamata Sofia,  e  figliuola  di
Tommaso,  tolse  per  moglie:  il  quale  Tommaso  gi  felicemente nella Morea
regnava,  e fu figliuolo  d'un  certo  Emanuel,  re  di  Costantinopoli,  della
nobilissima  famiglia de' Paleologhi.  Della qual donna n'ebbe cinque figliuoli
maschi, cio Gabriello, Demetrio, Georgio, Simone e Andrea, e,  mentre egli era
vivo,  divise fra loro tutto il patrimonio: a Giovanni, primogenito della prima
moglie,  la monarchia del regno  riserv;  a  Gabriello  la  grande  Nowogardia
consegn,  e  agli altri figliuoli,  secondo l'arbitrio e potest sua,  l'altre
cose divise.
Giovanni primogenito mor e lasci un figliuolo,  chiamato Demetrio,  il  quale
l'avo  suo  in  luogo del morto padre lo pose,  e,  secondo l'usanza del luogo,
della monarchia l'invest.  Sofia,  la  seconda  moglie,  persona  astutissima,
persuase al duca suo marito che privasse della monarchia Demetrio,  suo nepote,
e che in luogo di quello vi ponesse Gabriello: il che il duca, per parole della
donna, fece volentieri, e non solamente di ci la content, ma eziandio comand
che fosse in prigione ritenuto.  Ma finalmente  venendo  a  morte,  inanti  che
morisse fece condurre inanti di s l'incarcerato Demetrio, e vedutolo li disse:
"Caro  il  mio  nipote,  veramente  io confesso che ho peccato verso Iddio e te
stesso privandoti del regno,  affliggendoti nella prigione e  privandoti  della
giusta e meritevole eredit; e per dell'ingiuria che io ti ho fatta perdonami,
ti prego: vattene libero e sicuro,  e il tuo usa a tuo piacere".  Demetrio, per
la orazione dell'avo mosso,  facilmente tal colpa gli perdon;  nondimeno  esso
Demetrio di nuovo,  per comandamento di Gabriello suo zio,  fu preso e posto in
prigione, dove alcuni pensano che da fame o freddo, altri che da fumo morisse.
Gabriello,  vivendo esso Demetrio,  al governo dello stato s'intermise,  e poi,
morto Demetrio,  il principato ottenne,  senza per essere augurato, mutando il
nome di Gabriello in Basilio.  Ebbe Giovanni una figliuola di  Sofia,  chiamata
Elena,  la quale diede per moglie al granduca Alessandro,  duca della Litwania,
il quale dapoi fu fatto re della Polonia,  di modo  che  li  Lituani,  per  tal
matrimonio,  pensavano  le  gravissime  discordie  de  l'uno e l'altro principe
doversi totalmente annichilare: ma a me pare che di l siano  nate  maggiori  e
pi crudeli.  Percioch, nel conchiuder delle nozze, era stato terminato che 'l
tempio,  secondo il costume delli Rutenici,  nel  castello  vilmese  nel  luogo
ordinato  fusse  edificato,  e  a  quello certe matrone e donne vergini di quel
medesimo ordine fossero congionte;  le quali tutte cose  essendo  per  alquanto
tempo  disprezzate  di fare,  il suocero d'Alessandro causa della guerra pigli
contra di quello, e, fatte tre sorti di eserciti,  contra Alessandro suo genero
se  n'and.  E  il  primo  esercito  verso la provincia Sewera,  alla volta del
mezogiorno,  colloc,  il secondo alla parte de l'occidente contra  Toropecz  e
Biela ordin,  e il terzo in mezo,  verso Drogobusch e Smolenezko,  pose;  e di
questi tre eserciti quasi un esercito da parte per soccorso  ne  traeva  fuora,
accioch  da  quella  parte  soccorrere potesse dalla quale pensavasi i Lituani
dover combattere contra di quello.
Dapoi adunque che l'uno e l'altro esercito ad un certo fiume Wedrasch ne venne,
Litwani,  quali sotto Costantino Ostrosko con grandissima copia di gran maestri
e  uomini nobilissimi stavano in ordinanza,  da certi uomini del paese prigioni
il numero de' nimici  e  de'  capitani  facilmente  conobbero:  e  di  qui  poi
pigliorono  speranza  e grandissima confidenza di poter superare il nimico,  ma
perch un fiumicello impediva loro il desiderio di voler combattere, il vado di
quello, o vogliamo dire il passo, era ricercato da l'uno e l'altro esercito. Ma
alcuni Moscoviti prima degli altri trapassarono il fiume,  e alla  ripa  di  l
pervenuti,  i  Litwani  al  combattere  provocorono,  li  quali non timidi,  ma
audacemente resisterono,  e quelli seguendo facilmente fugorono  e  di  l  dal
fiume  gli cacciorono.  Dapoi le squadre de' soldati s'affrontorono insieme,  e
una guerra crudele e atroce vi nacque: intra questo mezo, mentre da una parte e
l'altra con grandissimo ardore d'animo si combatteva,  l'esercito delli Ruteni,
qual era posto per soccorso degli altri in luogo secreto,  con poca saputa per
di molti altri Ruteni, all'improviso da certa banda contra nimici levossi,  per
il che i Litwani,  da paura percossi, mancorono d'animo e forze, e l'imperatore
dell'esercito, chiamato Costantino, con molti altri nobili soldati fu preso,  e
gl'altri  similmente  per tal cosa sbigottiti diedero alli nimici gli steccati,
gli alloggiamenti, se stessi e le fortezze di Dordobusch, Toropecz e di Biela.
L'esercito poi il quale era stato mandato alla volta del mezogiorno,  del quale
era  capo  Machmethemin  tartaro,  re di Casano,  fece prigione il luogotenente
della citt di Brensko (il quale in lingua volgare chiamano waivoda)  e  pigli
la  citt  detta  Brensko.  Dapoi,  similmente,  li due germani fratelli zii di
Basilio, uno chiamato Staradub e l'altro Semeczitz, possessori d'una gran parte
della provincia di Sewera,  nondimeno a' duchi della Litwania ubidienti,  sotto
l'imperio  de'  Moscoviti si diedero.  Cos,  in un solo conflitto e in un anno
medesimo,  l'esercito moscovito quelle cose avea acquistato  le  quali  Witoldo
granduca della Litwania in molti anni con grandissime fatiche aveva ottenuto.
Veramente il Moscovito molto crudelmente tratt li presi Litwani, tenendogli in
prigione  e incatenati e dissipati molto;  nondimeno il lor duca over re tratt
con il duca  Costantino  che,  lasciato  il  suo  nativo  patrone,  a  s  solo
fedelmente  servisse.  Il  qual Costantino,  non avendo altra speranza di poter
scampare,  accett la condizione.  Cos fu liberato,  astretto prima  per  con
giuramento grandissimo;  ma quantunque ad esso campi, possessioni e altri beni,
secondo la condizione sua,  gli fossero dati  dalli  Moscoviti,  nondimeno  non
potettero per con questi tali doni grandi placarlo e ritenerlo nel regno,  che
egli, alla prima occasione della morte del suo primo signore mosso, per selve e
per boschi inaccessibili a quello non ritornasse.  Alessandro,  re di Polonia e
granduca  della Litwania,  il quale pi presto si allegrava della perpetua pace
che della guerra,  lasciate tutte le provincie  e  li  castelli  da'  Moscoviti
occupati,  e  solamente  della liberazione de' suoi contentandosi,  col suocero
fece pace.  Questo Giovanni,  figliuolo di Basilio,  fu tanto fortunato che  in
guerra  li  Nowogardensi appresso il fiume Scholona super,  e cos vinti,  con
patti  e  condizioni  gli  costrinse  che  esso  per  lor  principe  e  signore
conoscessero; e dapoi, riconoscendogli di gran quantit di danari e lasciatogli
nel  paese  un  suo  locotenente,  indi  partissi.  Al  qual  luogo poi di l a
sett'anni vi ritorn, con aiuto dell'arcivescovo Theofilo entr nella citt,  e
gli  abitatori  di  quella  in misera servit ridusse,  levando a quelli l'oro,
l'argento e finalmente tutti que' beni de' cittadini, di modo che,  caricati da
trecento e pi carra delle facolt loro, a casa con quelli se ne ritorn.
Questo  dicono  che solamente una volta fu presente alla guerra,  in quel tempo
che i principati di Nowogardia e di Twerensi erano occupati;  ma poi nell'altre
guerre  non era solito ad esservi presente,  e nondimeno sempre di tutte le sue
imprese la vittoria ne riportava,  di modo che quel gran  Stefano  palatino  di
Moldavia  sovente  ne'  conviti,  facendo  menzione  d'esso,  soleva  dire: "Il
granduca di Moscovia in casa sedendo e  dormendo  facilmente  accresce  il  suo
imperio,  e  io  ogni giorno combattendo a pena posso difendere i confini dello
stato mio". Questo duca Giovanni ordin che fossero li re di Cassano,  e alcuna
volta,  fatti  prigioni,  gli  riscosse;  dalli quali re nondimeno ultimamente,
essendo vecchio, con grandissima strage fu profligato e vinto.  Questo medesimo
fu  il primo che 'l castello e la sua sedia,  come oggid si vede,  con il muro
fortific.  Delle donne era cos crudel nimico che,  venendogli incontra alcuna
donna,  poco mancava che non tramortisse. Alli poveri li quali erano da' ricchi
oppressi e ingiuriati non era l'intrare a lui per alcun tempo concesso.  Il pi
delle volte,  nel suo desinare e cena,  si dava al continovo bere,  che di quel
poi ripieno e ben satollo era dal sonno gagliardamente oppresso: e restando tra
questo mezo gli altri convitati dal timore persi e in silenzio, destatosi,  era
consueto a nettarsi gli occhi e a scherzare, e lieto e festoso dimostrarsi.
Bench  fosse  potentissimo  signore,  nondimeno era costretto a dare ubidienza
agli Tartari, percioch, ogni volta che gli ambasciatori di Tartaria venivano a
lui,  fuora della citt ne giva loro incontro,  e stando in  piede  dava  grata
audienza  agli  oratori che sedevano.  La qual cosa la sua consorte,  che greca
era,  ebbe tanto a sdegno e molestia che giornalmente diceva essere maritata ad
un  servo  delli  Tartari,  e  non  a  persona  libera;  e  questa  tal servile
consuetudine gli era tanto affissa nel core  che  alcuna  volta  persuadeva  al
marito  che,  venendo  gli  oratori  delli  Tartari,  fingesse  di dover essere
ammalato in letto. Era nel castello, o vero citt di detti Moscoviti,  una casa
nella quale abitavano li detti Tartari, accioch quel tutto che si faceva nella
Moscovia  pi facilmente intendessero;  il che similmente non potendo la moglie
del granduca patire,  ordin certi ambasciatori e quelli con alcuni grandissimi
presenti e doni mandogli alla regina delli Tartari, supplicandola di grazia che
di  quella  casa,  dove  in Moscovia abitavano li Tartari,  gli volesse fare un
presente,  perci che avea avuta una divina inspirazione di dover in tal  luogo
fabricare  un  tempio,  promettendogli  per  di  dovere  alli Tartari un'altra
abitazione consegnare.  Alle cui preghiere la regina di Tartari  acconsent,  e
cos subito la casa fu gittata a terra, e in quel luogo edificossi un tempio: e
cos  in  questa  maniera  li  Tartari furono cacciati della citt,  n mai pi
quelli cosa alcuna poterno ottenere, vivendo li duchi, n dopo la morte d'essi.
Il granduca Giovanni mor nell'anno 7014 dalla creazione del mondo, al quale il
figliuolo Gabriello, detto dapoi Basilio,  successe,  e tenne prigione Demetrio
suo nepote,  il qual,  essendo vivo l'avo suo, era stato, secondo il costume di
que' popoli, creato monarca.  Onde Basilio non volse mai,  n vivendo il nipote
n dopo la morte d'esso,  essere creato monarca. Costui in molte cose fu simile
al padre,  e tutte le cose lasciategli da quello  conserv.  Oltra  di  questo,
molte  provincie,  non  tanto  per  la guerra,  nella quale era infelice e poco
fortunato,  quanto per l'industria al suo imperio aggiunse,  e,  s come gi il
padre  la  gran  Nowogardia  nella  sua  servit ridusse,  cos eziandio costui
Plescovia,  citt  confederata.  Oltra  di  questo,   il  nobil  principato  di
Smolenzcko,  il quale per pi di cento anni sotto il dominio delli Litwanii era
stato, acquist; imperoch, morto Alessandro, re di Polonia,  quantunque costui
causa  niuna  di  guerra  contra  Sigismondo  re della Polonia e granduca della
Litwania avesse,  nondimeno,  vedendo il re pi presto inclinato alla pace  che
alla  guerra,  e similmente i Litwani,  di qui ritrov poi l'occasione di voler
far guerra,  dicendo primamente che la sua sorella,  lasciata vedova  dal  duca
Alessandro,  non  era  da  quelli  trattata  e  riverita  secondo  la dignit e
grandezza sua: e poi accusava il re Sigismondo che  avesse  concitato  e  mosso
contra di lui li feroci Tartari.  E per questa cagione annunci loro la guerra,
e con prestezza assedi Smolencko, appressandogli quelle macchine e instrumenti
bellici quali in quel tempo erano in uso; e nondimeno non fece profitto alcuno.
In questo mezo,  Michael  Lynczky,  della  nobile  progenie  e  famiglia  delli
principi delli Ruteni, il quale gi appresso il duca Alessandro era principale,
alla  volta  del granduca di Moscovia se n'and,  e talmente oper che mosse il
principe di Moscovia a pigliare l'armi,  promettendogli d'espugnare la fortezza
di Smolencho,  se di nuovo gli ponesse a torno l'assedio; con questo patto per
e condicione,  che tal principato ad esso fosse concesso.  Le quali  condizioni
avendo il duca accettate,  di nuovo vi pose l'assedio, onde il detto Michael, o
vero per patti,  overo per donazioni fatte,  ottenne l il luogo,  e  tutti  li
capitani  e governatori della milizia men con esso lui nella Moscovia,  da uno
in fuora,  il quale al suo  signore,  senza  alcun  vizio  di  tradimento,  era
ritornato.  Ma  gli  altri  centurioni,  con danari e altri doni corrotti,  non
avendo ardire di ritornare nella Litwania, e accioch alla lor colpa trovassero
alcun riparo,  posero paura a' soldati,  dicendo: "Se noi andaremo  alla  volta
della  Litwania,  noi  o  vero  saremo spogliati,  o vero saremo occisi".  Onde
sbigottiti li soldati tutti nella Moscovia se n'andorno,  e ivi  col  stipendio
del principe erano nutriti e governati.
Basilio,  per  tal  vittoria  acquistata  fatto  altiero,  comanda  che  subito
l'esercito suo alla volta della Litwania ne vada,  ed egli in Smolenczko rest.
Dapoi,  essendosi certi castelli e citt pi vicine renduti,  Sigismondo, re de
la Polonia,  raunato l'esercito suo (bench tardo fosse),  a quelli  che  erano
assediati  in  Smolenczko  mand  soccorso;  ma  dapoi,  vedendo che l'esercito
moscovitico alla volta della Litwania se ne giva,  egli con  gran  prestezza  a
Borisow,  luogo appresso il fiume Beresina posto,  ne vola,  e quivi l'esercito
suo al capitano Costantino Ostroski concesse. Il qual Costantino, essendo dapoi
venuto alla volta del fiume Boristene, appresso Orsa citt, la quale  distante
da Smolenczko ventiquattro miglia tedesche,  ritrov che l'esercito moscovitico
era  non  troppo lontano,  ed era di circa ottantamila persone,  e quello delli
Litwani non passava pi che trentacinquemila  uomini,  aggiuntivi  per  alcuni
pezzi d'artiglieria. Il che vedendo Costantino, nel mese di settembre alli otto
giorni, nell'anno del Signore MDXIIII, fece un ponte sopra il fiume Boristene e
di l dal ponte,  appresso Orsa citt,  fece passare la fanteria,  e similmente
dapoi la cavalleria,  per un certo passo stretto del fiume Boristene,  sotto la
citt  di  Orsa,  pass.  Ma  subito  che  fu passata la met della fanteria di
Costantino,  fu annunciato a Giovanni Andrea Czeladino,  il quale era  il  capo
principale  di  tutto l'esercito moscovitico,  che dovesse dar dentro e rompere
primamente questa parte d'esercito nimico.  Ma egli rispose: "Se  questa  parte
dell'esercito fraccassaremo,  un'altra ne rester, alla quale forse altre genti
si potriano congiungere, e cos in maggior pericolo saremmo;  e per aspettiamo
tanto  tempo  che tutto l'esercito sia passato,  percioch tante sono le nostre
forze che senza dubio alcuno e con pochissima fatica  superaremo  tutto  questo
esercito,  overo,  mettutolo in mezo, come pecore insino in Moscovia lo potremo
condurre, e cos dapoi il restante, cio la Litwania, facilmente occuperemo".
Intra questo mezo l'esercito  litwanico  s'appressava,  ed  essendosi  gi  per
quattro  miglia dislontanato da Orsa citt,  l'uno e l'altro esercito fermossi.
Due ale di Moscovia dall'esercito s'erano partite,  accioch il  nimico  dietro
alle  spalle  circondassero:  ma  le  squadre  di  soldati  stavano  in mezo in
ordinanza,  mandati tuttavia alcuni soldati  avanti,  li  quali  il  nimico  al
combattere invitassero. All'incontro poi l'esercito litwanico diverse genti con
longo  ordine  collocava,  percioch  ciascun  principato  de  la Litwania avea
mandati soldati de le gente sua insieme con li capitani,  e cos a ciascuno era
dato il luogo suo ne la ordinanza.  Finalmente, ordinate e poste le coorti e le
squadre secondo l'ordine militare, Moscoviti, fatto il segno del combattere con
le trombe, furono i primi a far impeto contra li Litwani, li quali senza timore
alcuno fecero resistenza e rebuttorno  indietro  i  Moscoviti,  li  quali  poi,
essendo aiutati da altri, misero in fuga; e cos, per alquanto spazio di tempo,
l'una parte con nuovi soccorsi cacciava l'altra.  Ultimamente, essendo il fatto
d'armi attaccato da dovero,  i Litwani,  studiosamente fingendo  di  ritirarsi,
facilmente  al luogo dove erano collocate e poste le artiglierie li loro nimici
condussero: e ivi,  quando tempo gli parve,  scrocorno l'impeto e furore  delle
artiglierie  contra  li seguenti Moscoviti,  e parimente l'ultima squadra loro,
imboscatasi per offendere poi pi strettamente i nimici, feriscono, disgombrano
e tagliano a pezzi.
Per questa nuova sorte di guerra,  Moscoviti,  li quali pensavano  solamente  i
primi  soldati,   combattendo  contra  nimici,  essere  in  gran  pericolo,  si
turborono, e pensando gi la prima squadra essere stata fugata,  ancora essi si
diedero  a  fuggire:  li  quali  i vittoriosi Litwani con tutti li suoi soldati
perseguitando gli fugavano e ammazzavano, e questa mortalit solamente la notte
e le selve separorono.  Fra Orsa citt  e  Dobrowna  (le  quali  sono  distanti
quattro  miglia  tedeschi)  un fiume,  chiamato Cropiwna,  nelle cui dubiose e
alte ripe fuggendo i nimici,  tanti Moscoviti dentro vi sommersero che 'l corso
del fiume era quasi impedito.  Furono presi in quel conflitto tutti li capitani
e consiglieri della milizia, delle quali i pi onorati e pi nobili Costantino,
capo delli  Litwani,  il  giorno  sequente  onorevolmente  ricevette,  e  dapoi
mandogli  al  re:  li quali nobili per le castella e citt delli Litwani furono
distribuiti. Giovanne Czeladino, con altri due capitani de' pi principali,  di
grave  et,  era tenuto in ceppi di ferro in un luogo chiamato Vailna.  Costoro
io, con licenzia del re Sigismondo, visitai, consolai,  e richiedendomi danari,
alcuni  ducati  d'oro  gli  diedi  in presto: e questo fu quando io fui mandato
ambasciatore in Moscovia da Massimiliano I imperatore.
Il principe delli Moscoviti,  udita  la  mortalit  del  suo  esercito,  subito
lasciando  l'impresa  di  Smoleczko  in  Moscovia se ne fugg,  e,  accioch il
castello  di  Drogobusch  i  Litwani  non  occupassero,   comand   che   fosse
abbrusciato.  L'esercito  litwanico  per dritta via alla volta di Smolenczko se
n'and,  ma quella pigliare non  pot,  percioch,  postevi  dentro  buonissime
guardie,  Moscoviti  fortissima l'avevano lasciata,  e perch sopragiongendo il
verno impediva molto l'assedio; e specialmente che molti soldati delli Litwani,
dopo il fatto  d'armi,  caricati  di  buona  preda,  pensandosi  aver  fatto  a
bastanza,  ritornavano  a  casa;  e finalmente,  perch n Litwani n Moscoviti
sapevano il modo o la via di espugnare le rocche e pigliar per forza.  Ma il re
Sigismondo  per  la  ricevuta  vittoria niente altro aveva riportato eccetto la
recuperazione di tre castelli di qua da Smolenzcho.
Quattro anni dopo questo conflitto,  di nuovo il duca di Moscovia mand il  suo
esercito  contra  Litwani,  ed essendosi quello infra il fiume Dwino e Poloczho
fermato,  di l poi mand parte di quel suo esercito sopra la  Litwania,  acci
quella con fuoco e fiamma e con robberie saccheggiasse e rovinasse.  Ma Alberto
Gastold,  wayvoda de' Poloczhii,  una notte uscito fuori e trapassato il fiume,
un  monte  di  fieno,  il quale Moscoviti per il longo assedio avevano ragunato
insieme, abbrusci,  e dapoi valorosamente assal gli nimici,  de' quali alcuni
furono morti col ferro,  altri fuggendo s'annegorono,  altri presi,  e pochi ne
scamporono.  E quelli similmente li quali,  sbandati dagli altri,  depredando e
saccheggiando  per la Litwania ne givano,  furono ultimamente in diversi luoghi
maltrattati,  e quelli che per li  boschi  e  per  le  selve  errando  andavano
simigliantemente  dalli  abitatori  miseramente  uccisi  e  morti restorno.  Il
Moscovito,  in quel medesimo tempo,  con l'esercito s  navale  come  terrestre
assal  il  regno  di Casan,  ma,  senza far cosa alcuna,  con perdita di molti
soldati a casa se ne ritorn.
Veramente quel principe Basilio,  quantunque ne la guerra infelicissimo  fosse,
nondimeno dalli suoi come che cose degne di lode avesse fatto  laudato sempre:
e,  ancora  che  alcuna  volta  sia  successo  che  a  pena la met de' soldati
ritornassero a casa,  nondimeno dicono che n anco uno  de'  suoi  sia  perito.
Costui,  per l'imperio e potest che egli esercita verso li sudditi suoi, tutti
gli altri monarchi del mondo supera e avanza;  e quello che 'l padre suo  aveva
cominciato,  costui  lo  fin;  e peroch tutti gli altri principi e altri,  di
qualunque sorte si siano, di tutti li castelli,  fortezze e altre monizioni gli
spoglia,  e alli suoi fratelli germani non lascia n le rocche n fortezze,  n
manco si fida di loro. E tutti finalmente con tal dura servit preme e molesta,
e che ciascuno che egli tiene in corte o ver vada in guerra o vero  in  qualche
ambascieria,  necessario che costui ne vada alle sue spese, eccettuati per li
figliuoli  giovani di quelli gentiluomini li quali fussero di poca facolt e da
troppa povertade oppressi.  E per questi tali ogni anno sono chiamati e tolti,
e  con  certo  stipendio  ineguale  sono nutriti: quelli che hanno sei ducati a
l'anno,  a quelli lo stipendio nel terzo anno  pagato;  ma quelli a  li  quali
d'anno in anno sono dati dodici ducati d'oro,  sono astretti a fare ciascheduna
impresa alle sue spese,  e con certa quantit di cavalli.  Ma agli  uomini  pi
degni  e  pi prestanti,  li quali qualche legazioni o altri officii di maggior
importanza avessero da fare,  le  preture,  o  vero  le  ville,  o  vero  altre
possessioni,  secondo  la condizione e della dignit e della fatica di ciascuno
erano concesse; delle quali nondimeno possessioni ogni anno certi censi annuali
al principe pagano,  eccettuata per la pena in danari la  quale  dalli  poveri
delinquenti  riscuotono.  Ma  tali  possessioni al pi delle volte per anni sei
erano loro concesse,  e alcuna volta pi,  secondo il favore,  l'amicizia e  la
benevolenza delle persone; ma finito il detto tempo cessa ogni grazia e favore,
e bisogna che per l'avenire per altri sei anni servano gratis.
Era un certo Basilio Trotyack Dolmatow,  caro al principe,  e infra li cordiali
secretarii il pi caro e il pi cordiale  era  tenuto:  costui,  essendo  stato
eletto per ambasciatore a Cesare Massimiliano imperatore, fugli commesso che si
mettesse  in  ordine per andare via,  e dicendo che non aveva a bastanza per le
spese di tal viaggio,  dapoi in Bieloyessero fu preso e posto in carcere,  dove
miseramente termin sua vita.  Li cui beni, s mobili come stabili, il principe
li fece suoi, e bench da tremila fiorini di danari ritrovasse,  nondimeno alli
fratelli e altri suoi eredi non diede cosa alcuna.  Il che esser vero, oltra la
fama commune, Giovanni scrivano, il quale per commissione del duca mi provedeva
delle cose necessarie al viver cottidiano,  mi  diceva;  e  similmente  li  due
fratelli  di Basilio,  cio Teodoro e Zacaria,  li quali nel mio ritorno furono
dati  per  miei  procuratori  di  Moscovia  in   Smolenczo,   questo   medesimo
confirmorono.
Oltra  di  questo,  tutto  ci  che  gli  oratori mandati alli principi esterni
portavano di cose preziose e belle, il principe nel fisco riponea,  dicendo che
gli far un'altra grazia, la quale  tale come ho detto di sopra. Essendo stati
mandati  ambasciatori  dal  principe  di  Moscovia alla cesarea maest di Carlo
quinto  imperatore  knes  Iwan  posetzen  Faroslawski,   Semen  (cio  Simeone)
Trophimow  secretario,  nella  partita  loro gli furono donati da Cesare catene
d'oro e danari assai,  e similmente dal re  Ferdinando,  arciduca  d'Austria  e
padrone mio onorandissimo, furno donate a quelli tazze d'argento, panni d'oro e
d'argento  e  monete d'oro todesche.  Li quali ambasciatori ritornando con esso
noi nella Moscovia,  subito che furono gionti il principe gli tolse  le  catene
d'oro, le tazze e la maggior parte di quei doni. Delle quali cose ricercando io
la cagione,  uno,  temendo il principe, lo denegava, e l'altro diceva che 'l re
avea commandato che tali doni fossero portati innanti di  s  per  vedergli.  E
seguendo io nel domandare, uno d'essi, per fuggire l'occasione di dir menzogna,
se negava,  o vero per fuggire il pericolo, se diceva il vero, cess di venir a
me.  Li suoi cortegiani ci non negavano,  ma dicevano: "Questo  poco  importa,
percioch  il principe remunera quelli con altra grazia e favore,  e usa la sua
auttorit tanto nelle cose spirituali come temporali,  e liberamente e  secondo
la  sua  volont pu deliberare della vita e delli beni di ciascuno di tutti li
suoi consiglieri".
Niuno si truova di tanta auttorit al quale basti l'animo di contradire in cosa
alcuna al principe: publicamente confessano la volont del principe  essere  la
volont d'Iddio,  e che tutto ci che fa il principe, fa per volont d'Iddio; e
per questa  cagione  lo  chiamano  il  portinaro  e  il  cameriero  d'Iddio,  e
finalmente  credono quello essere esecutore della volont divina.  Onde se esso
principe,  pregato di liberar alcun prigioniero,  usa  di  rispondere:  "Quando
Iddio  il  comander,  sar  liberato",  similmente,  s'alcuno  di qualche cosa
dubbiosa e incerta fa richiesta, comunemente sogliono rispondere: "Dio lo sa, e
il gran principe"; e per di qui  fatto che  cosa dubiosa se la ferit di tal
gente richiede il principe tiranno, o pure se essa gente tanto inumana,  dura e
crudele sia renduta per la tirannide del principe loro.
Dal  tempo  di  Ruridch  insino  a questo principe non hanno usato altro timore
quelli principi che questo: il granduca di Wolodimeria,  o vero di Moscovia,  o
vero di Nowogardia,  eccetto che Giovanni Basilio, il quale chiamava signore di
tutta  la  Russia  e  granduca  di  Wolodimeria.  Questo  Basilio  di  Giovanni
attribuisce  a  s titolo e nome di re in questo modo: il gran signore Basilio,
per grazia d'Iddio re e signore di tutta la Russia e granduca  di  Wolodimeria,
di  Moscovia  e  di  Novogardia,  di Plescowia,  di Smolenczko,  di Tweria,  di
Iugaria,  di Permia,  di Viackhia e di  Bulgaria  signore,  e  il  granduca  di
Nowogardia bassa,  di Czornigowia,  di Rezania,  di Wolotkia,  di Riscowia,  di
Beloia, di Rostowia, di Iaroslawia, di Bielozeria,  di Udoria,  di Obdoria e di
Condinia.
Ma  conciosiacosach  tutti  al  presente  chiamano  questo re,  o ver signore,
l'imperatore,  parmi cosa convenevole e necessaria d'esponer  il  titolo  e  la
cagione di questo errore.  Czar in lingua rutenica significa re, e nella lingua
comune sclavonica, appresso delli Poloni, de' Boemi e di tutti gli altri, presa
una certa consonante dell'ultima sillaba grave di questo nome  czar,  significa
l'imperatore,  o  ver  Cesare:  onde  tutti  quelli che non intendono la lingua
rutenica,  e li Boemi,  e li Poloni,  e quelli che  sono  sottoposti  al  regno
d'Ongheria,  con altro nome chiamano il re,  cio krall,  altri kyrall,  alcuni
koroll.  Di qui tutti pensano che  questa  parola,  czar,  solamente  significa
Cesare, o vero imperatore; e per di qui nasce che gl'interpreti ruteni, udendo
il  principe  loro  dalle  nazioni  esterne essere cos chiamato,  cominciorono
ancora essi a chiamare il suo re imperatore,  pensando questo nome czar (bench
sia  quello  istesso)  esser  pi  degno  e  pi alto che il nome di re.  Ma se
rivolteranno tutte l'istorie di quelli,  e parimente  la  sacra  Scrittura,  si
ritrover  che  czar    nome  di  re,  e kessar nome d'imperatore.  Con questo
medesimo errore  chiamato l'imperatore di Turchi  czar,  il  quale  nondimeno,
secondo  l'uso  antico,  altro  non  significa  che nome di re;  onde li Turchi
ch'usano la  lingua  schiava  chiamano  Costantinopoli  Czarigrad,  cio  citt
regale.  Sono alcuni che chiamano il principe di Moscovia il re bianco: del che
ricercando  io  la  cagione,  conciosiach  nissun  principe  di  Moscovia  per
l'adietro  aveva  usato tal titolo,  alli consiglieri suoi dissi che noi non lo
chiamiamo re,  ma granduca.  Molti pensavano questa essere la ragione del nome,
che sotto il suo imperio avesse li re: ma del bianco re non ne sapevano rendere
ragione  alcuna;  ma  io  credo  che,  s  come  al presente il Persiano per li
turbanti rossi Kisilpassa,  cio capo rosso,  lo chiamano,  cos quelli per  li
bianchi, bianchi siino chiamati.
Questo  granduca  di  Moscovia usa il titolo di re quando scrive all'imperatore
romano e al pontefice romano,  al re di Svezia e di  Dania,  al  maestro  della
Prussia,  di Livonia,  e,  come ho inteso, al principe delli Turchi, ma esso da
nissun  di  questi    chiamato  re,   eccetto  che  dal  principe  livoniense.
Anticamente  solevan  usar  i  titoli  con tre circoli inclusi in un triangolo,
delli quali il primo titolo nel supremo circolo era: Deus noster Trinitas, quae
fuit ante omnia saecula, Pater, Filius et Spiritus Sanctus, non tamen tres Dii,
sed unus Deus in substantia, cio, il Dio nostro la Trinit, la qual fu innanti
tutti i secoli, Padre, Figliuolo e Spirito Santo, non gi tre Dii,  ma un Iddio
in  substanzia.  Nel  2  circolo  era  il  titolo  dell'imperatore de' Turchi,
aggiontovi Fratri nostro dilecto,  cio al  fratello  nostro  diletto.  Nel  3
circolo  era  il titolo del granduca di Moscovia,  col qual si confessava re ed
erede e signore di tutta la Russia orientale e meridionale,  nella  qual  forma
commune  li  vedessimo  aggiunte  queste  parole: Misimus ad te nostrum fidelem
consiliarium,  cio: avemo mandato a te il nostro  fedele  consigliero.  Quando
scrive al re di Polonia usa questo titolo: Magnus dominus Basilius,  Dei gratia
dominus totius Russiae et  magnus  dux  Wolodimeriae,  Moscoviae,  Nowogardiae,
Smolenschi,  Tweriae,  Iugariae,  Permiae,  Bulgariae etc., senza titolo di re,
perch ciascun di questi si sdegna ricevere le  lettere  dall'altro  con  nuovo
titolo: il che,  essendo io in Moscovia,  avvenne,  che 'l principe di Moscovia
ricev le lettere del re di Polonia con sdegno, perch aveva aggiunto titolo di
duca di Moscovia.
Scrivono alcuni che il principe di Moscovia ha cercato dal pontifice  romano  e
da  Cesare  Massimiliano  il  nome  e  titolo di re,  il che a me non pare cosa
verisimile,  specialmente che egli a nissuno uomo  pi nimico che al pontifice
romano,  al quale non d altro titolo che di dottore. Similmente, non pensa che
l'imperatore romano sia punto maggiore di lui,  come appare per le lettere sue,
nelle quali antepone il nome suo al titolo dell'imperatore.  Oltra ci, il nome
di duca appresso di quelli  detto knes,  n  altro  maggior  titolo  (come  ho
detto)  hanno  avuto  giamai,  aggiuntovi  per  quella  parola magno,  cio il
granduca,  percioch tutti gli altri li quali un solo principato avevano  erano
chiamati  knes,  ma  quelli  che  pi  principati e altri duchi al loro imperio
sottoposti avessero, weliki knesi, cio grandi duchi,  erano chiamati: n altro
grado over dignit hanno dopo li boiari,  li quali,  secondo il costume nostro,
il luogo de' nobili (come ho detto di sopra) over de' cavalieri tengono.  E  in
Croazia  i principali e pi nobili similmente knesi sono detti,  ma appresso di
noi, ed eziandio in Ongheria, altro nome non hanno se non di conti, etc.


Modo di consacrare i principi.

La seguente formula, la quale con difficult grande ho avuta,  il costume o ver
usanza  con la quale li principi di Moscovia si consacrano (e questa us gi il
granduca Giovanni,  figliuolo di Basilio,  in quel tempo  che  invest  il  suo
nipote Demetrio,  come ho detto di sopra), mostrer il granduca e monarca della
Russia.
In mezo del tempio della Beata Vergine drizzasi un certo palco,  o vero solaro,
e sopra di quello tre sedie vi sono collocate,  cio una all'avo, la seconda al
nepote, la terza al metropolitano. Vi si pone ancora un certo pergolo, il quale
essi chiamano nolai,  sopra il  quale  il  capello  ducale  e  la  barma,  cio
l'ornamento ducale, vi sono posti. Poscia, al tempo ordinato, il metropolitano,
cio il capo di tutt'il clero,  gli arcivescovi,  li vescovi, abbati, priori, e
finalmente tutta la congregazione de' chierici,  con solenni paramenti vestiti,
nel  sopra  detto  luogo  sono presenti,  e quando il granduca entra dentro nel
tempio col suo nepote,  i diaconi cantano e,  secondo la loro consuetudine,  la
felicit  di  molti  anni  al  solo  granduca  Giovanni annunciano.  Dapoi,  il
metropolitano con tutto il clero comincia  a  cantare  l'orazione  della  beata
Vergine  e  di san Pietro confessore,  il quale essi,  a modo loro,  miracoloso
chiamano. Fatto questo, il metropolitano, il granduca e il nepote montano sopra
il palco,  e nelle sedie preparate seggono.  Tuttavia il nepote resta in  piede
nel principio del palco o ver solaro, sino a tanto che 'l granduca parla alcune
parole, le quali sono di questo tenore: "Padre metropolitano, secondo la divina
volont  e  per  l'antica  consuetudine fin ora dalli nostri maggiori granduchi
usitata,  li padri granduchi alli  suoi  figliuoli  primogeniti  il  granducato
consegnavano:  e  come,  con  l'esempio  di quelli,  mio padre in granduca alla
presenza sua mi benedisse con il granducato,  cos io parimente  Giovanni,  mio
primogenito,  in  presenzia di tutti ho benedetto.  Ma perch per divino volere
intervenne che questo mio figliuolo morisse,  e  che  'l  suo  unico  figliuolo
Demetrio  vivo  restasse,  il quale Iddio in luogo di mio figliuolo mi ha dato,
questo parimente in presenza di tutti io benedico,  al presente e dopo me,  con
il  granducato di Wolodimeria e di Novogardia,  s come gi con questi io aveva
benedetto il padre di quello".
Finito il parlare del granduca, il metropolitano comanda al nepote del duca che
al luogo suo preparato ne venga,  e lo benedice con  la  croce,  e  comanda  al
diacono che le orazioni delli diaconi reciti; ed esso metropolitano, tra questo
mezo,  sedendo  appresso del novo duca,  col capo chino,  ancora esso fa la sua
orazione, dicendo in questa forma: "Signore Iddio nostro, re delli re,  signore
delli signori,  il quale per Samuel profeta eleggesti David servo tuo e ongesti
quello per re sopra del popolo tuo di  Israel,  tu  al  presente  esaudisci  le
nostre  preghiere  delli  tuoi  servi indegni,  e riguarda dal tuo santuario al
fedel servo tuo Demetrio,  il quale tu hai eletto.  Esalta il re alle tue genti
sante,  il  quale  con  il  preciosissimo  sangue  de l'unigenito tuo figliuolo
recuperasti,  e ongi quello con l'olio della letizia,  difendi  quello  con  la
virt celeste,  poni sopra il capo suo la corona delle pietre preziose, concedi
a lui la longhezza delli giorni, e nella destra il scettro regale;  poni quello
nella sedia giusta,  circonda quello con tutte l'armi della iustizia, fortifica
quello col braccio tuo e sottoponigli tutte le lingue barbare,  e sia tutto  il
cor  suo  nel  tuo  timore,  il quale umilmente ti presti gli orecchi;  rimuovi
quello della cattiva fede,  e dimostra a quello  il  salvo  conservatore  delli
comandamenti  della  tua  santa  Chiesa  universale,  accioch egli giudichi il
popolo nella iustizia,  e la iustizia  alli  poveri  ministri,  e  conservi  li
figliuoli delli poveri, e finalmente dopo morte al regno celeste ne pervenga".
Dapoi, con voce pi chiara parla, dicendo: "S com' tua la potenzia e tuo  il
regno, cos sia e laude e virt a Dio Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo,
al  presente  e  nelli  secoli de' secoli".  Finita quest'orazione,  comanda il
metropolitano a due abbati che  l'ornamento  ducale,  chiamato  in  lor  lingua
barma,  gli porgano.  Il quale ornamento,  insieme col capello,  era coperto di
certo coprimento di seta, il quale essi schirnikoiu chiamano; e cos,  ricevuto
tale ornamento,  lo d in mano al granduca,  e con la croce segna il nipote,  e
dapoi esso granduca pone tal ducale ornamento sopra il suo nepote.  E poscia il
metropolitano  dice:  "Pax  omnibus",  sia  pace  a tutti;  al quale il diacono
risponde: "Domine, oremus", Signore, oriamo. E dopo questo, voltatosi al creato
duca, gli dice: "A te, unico re eterno,  al quale similmente il regno terreno 
concesso,  inclinatevi con le ginocchia a terra,  insieme con noi, e pregate il
Signore che tutte le cose ordina e dispone", dicendo: "Signore, conserva quello
sotto la protezione tua,  conservalo nel regno,  accioch  egli  sempre  faccia
l'opre buone, giuste e convenevoli; fa, Signore, che risponda la iustizia nelli
suoi giorni,  con l'accrescimento del suo dominio,  accioch nella tranquillit
di quello,  quietamente,  senza discordia alcuna,  viviamo,  in  ogni  bont  e
purit",  e queste cose dice bassamente. Dapoi, con alta voce, dice: "Tu sei il
re del mondo e il servatore dell'anime nostre: sia laude a te, Padre, Figliuolo
e Spirito Santo, al presente e nelli secoli de' secoli, amen".
Dopo questo,  il cappello ducale,  portatogli dalli  due  abbati,  al  granduca
porge, e poi benedice il nepote con la croce, segnandolo in nome del Padre, del
Figliuolo e del Spirito Santo. Fatto questo, il granduca pone il detto cappello
sopra  il  capo  del  nepote,   e  poi,   primamente  il  metropolitano,  dapoi
l'arcivescovo e gli altri vescovi, appressandosi, con la mano il nuovo principe
benedicono.  Finite le sopradette cose ordinatamente,  il  metropolitano  e  il
granduca comandano al nepote che egli segga appresso di s,  e,  stati che sono
un poco cos,  si levano in piedi;  e tra questo mezo il  diacono  comincia  le
letanie dicendo: "Miserere nostri,  Domine",  nominando il granduca Giovanni, e
di nuovo l'altro coro commemora  il  granduca  Demetrio  nepote,  e  gli  altri
ancora,  secondo la loro consuetudine.  Finite le letanie, il metropolitano ora
dicendo: "O sanctissima Domina virgo, Dei genitrix",  e dapoi quest'orazione il
metropolitano  e li magni duchi seggono,  e un sacerdote o ver diacono dimostra
il luogo nel quale  consueto a leggersi il santo Evangelio,  e con  alta  voce
dice:  "Molti  anni siano al granduca Giovanni,  al buono,  fidele,  diletto di
Cristo, al Dio eletto e al Dio d'esser onorato, al granduca Giovanni di Basilio
di Wolodimeria, di Nowogardia e di tutta la Russia monarca per molti anni".
Dapoi,  li sacerdoti avanti l'altare cantano: "Al granduca  molti  anni";  quel
medesimo  nel  destro  e  sinistro  coro  i diaconi cantano,  "Per molti anni".
Finalmente di nuovo il diacono con  alta  voce  dice:  "Molt'anni  al  granduca
Demetrio,  buono, fidele, diletto di Cristo, il Dio eletto e da essere onorato,
al granduca Demetrio di Giovanni,  di Wolodimeria,  di Nowogardia e di tutta la
Russia per molti anni".  Similmente li sacerdoti appresso l'altare,  e in uno e
l'altro coro,  intonano: "Molti anni sian a  Demetrio".  Le  quali  tutte  cose
compite,  il metropolitano, l'arcivescovo, li vescovi, e tutta la congregazione
de' chierici, ordinatamente,  s'appressano alli granduchi e quelli salutano,  e
dapoi  ne  vengono  li  figliuoli  del  granduca,   li  quali,   riverentemente
inchinandosi, il granduca salutano.


Le instituzioni del granduca gi consecrato.

Simone metropolitano disse: "Signore e figliuolo granduca Demetrio,  per divino
volere  il  tuo  avolo  granduca  ti  ha  fatta la grazia,  ti ha benedetto col
granducato: e per tu,  signore e figliuolo,  abbi sempre il timore d'Iddio nel
cuore,  ama la iustizia e il iusto iudicio,  ubidisci al tuo avolo il granduca,
abbi cura con tutto il cuore di tutti li fideli. E noi te,  signore,  figliuolo
suo,  benedichiamo,  e  preghiamo  il magno Iddio per la salute tua".  Dapoi il
metropolitano,  e parimente li granduchi,  si levano su,  e  il  metropolitano,
orando,  benedice  con  la  croce  il  granduca  e  alli  figliuoli  di quelli.
Finalmente,  finite tutte le cose sacre  e  le  ceremonie,  il  granduca,  cio
l'avolo,  alla sua abitazione ritorna, e Demetrio, con il cappello ducale e con
la barma,  cio l'altro ornamento ducale,  accompagnato da  grande  multitudine
d'altri  gentiluomini  e  dalli loro figliuoli,  dal tempio della Beata Vergine
fino al tempio di San Michele Arcangelo se ne va;  dove avanti la porta,  sopra
un  ponte  da  Georgio,  figliuolo  del granduca Giovanni,  tre volte con certe
monete d'oro, dette denga, gli butta l'acqua santa adosso, e dapoi, entrato nel
tempio,  li sacerdoti,  dicendogli le  letanie,  overo  preghiere,  secondo  la
consuetudine  loro,  con la croce lo benedicevano,  e appresso delli sepolcri e
monumenti lo segnavano col segno della croce. Poscia, uscendo fuori del tempio,
di nuovo nella porta dal prefato Georgio gli era data l'acqua santa; dapoi, per
dritta via, al tempio della Annunciazione di Maria se ne va,  dove parimente li
sacerdoti  lo  benedicevano,  e  cos  da Georgio,  come prima,  gli era sporta
l'acqua santa. Finalmente, finite tutte queste visitazioni, Demetrio al palazzo
del suo avolo e della madre ritorna.
E queste cose furono fatte nell'anno del mondo 7006, e dalla nativit di Cristo
1497,  nel d 4 del mese di febraio.  Vi furono presenti a questo  mandato  del
granduca  e  alle  benedizioni  di  Simone  metropolitano Tichone,  arcivescovo
rostowiense e ioroslaviense, Nyphonte susdaliense e Toruski;  Wasiano,  vescovo
twerense;  Protasio  resanense e Muromski;  Afranio columbnense e li vescovi di
Ieufimi, di Sarki e di Podonski. Oltra di questo, vi furono ancora molti abbati
e priori, fra li quali vi fu Serapiano, priore del monastero alla Santa Trinit
di San Sergio e  Machirio,  e  il  priore  del  monastero  di  San  Cirillo,  e
finalmente gran multitudine di religiosi e di persone ecclesiastiche. Mentre si
desinava,  quasi in luogo di presente eravi offerto un certo cingolo largo, con
oro,  argento e pietre preziose finito,  con il quale il granduca  si  cingeva.
Dapoi,  certi  pescetti  del  lago  pereaslawiense,  non  dissimili dalli pesci
chiamati alecci,  eranvi portati: e questo ad altro fine non era fatto,  se non
perch  tal  lago  di  Pereaslaw  mai  dalla  Moscovia  e dalla monarchia s'era
separato.
Barmai  alla similitudine di una  collana  larga,  di  velluto,  ma  di  fuora
elegantemente    addornata  d'oro e di ogni sorte di gemme preziose,  il quale
ornamento gi Wolodimero ad un certo Caphe genovese, capitano marittimo, tolse,
profligato che ebbe lui insieme con la sua compagnia. Il cappello in lor lingua
 detto schapka,  il quale gi Wolodimero Monomach usava,  e  questo  cappello,
ornato  di  gemme e di lamina d'oro,  quasi con certi circoletti risplendente e
maravigliosamente composto, lasci.
Insino adesso ho detto del principe,  il quale la maggior  parte  della  Russia
tiene; ora diremo del re di Polonia.


Del re di Polonia.

Le  altre  parti della Russia al presente Sigismondo,  re di Polonia e granduca
della Litwania,  possede;  ma,  facendosi ora menzione delli re di Polonia,  li
quali  l'origine loro dalli Litwani pigliorono,  parmi cosa ragionevole di dire
alcune cose della geneologia di quelli.
 da sapere che gi al granducato  della  Litwania  un  certo  principe,  detto
Witenen,  fu  superiore  e  patrone;  il quale nondimeno,  come riferiscono gli
annali de' Poloni, da un certo Gelemino,  suo servitore,  fu occiso,  e cos in
cotal  guisa  Gelemino  e  il  ducato  e parimente la moglie del morto principe
godette,  della qual donna,  oltra gli  altri  figliuoli,  de'  pi  principali
n'ebbe,  cio Olgird e Kestud. Ma di Kestud nacque Witoldo, il quale altrimente
Witowodo lo chiamano,  e Anna,  che fu moglie  di  Ianusio,  duca  di  Mazovia.
Witoldo  lasci  poi una sola figliuola,  chiamata Anastasia,  la quale dapoi a
Basilio, duca di Moscovia, in matrimonio fu collocata,  e Sofia  nominata.  Di
costei  nacque  Basilio,  padre  di  quel  gran  Giovanni,  e avolo di Basilio,
principe delli Ruteni,  al quale io gi fui  mandato  ambasciatore.  Kestud  da
Olgird,  suo fratello, fu messo in prigione, dove miseramente termin sua vita,
e Witoldo similmente,  uomo tale  che  la  Litwania  non  ha  avuto  giamai  il
maggiore,  nel 1430 mor, e perch'egli ebbe l'acqua del santo battesimo, di qui
fu poi chiamato Alessandro.
Olgirdo, figliuolo di Gelemino, e di Maria, principessa twerense, sua consorte,
donna cristiana,  fra gli altri figliuoli  n'ebbe  uno  chiamato  Iagelone,  il
quale,  desideroso oltra modo di regnare, non solamente il regno di Polonia, ma
eziandio Hedwige,  regina,  e superiore in que' tempi  del  regno,  grandemente
desiderava; la quale Hedwige, nondimeno, con consentimento di tutti i parenti e
primati  dell'uno  e  dell'altro regno e secondo il costume di re,  innanzi gli
anni maturi,  al  maritare  con  Wilhelmo,  duca  dell'Austria,  il  matrimonio
consum.  Volendo costui contentare il suo appetito, mand li suoi ambasciatori
in Polonia,  con commissione che il regno e Hedwige per moglie dimandassero;  e
accioch  gli animi de' Poloni nel suo voler tirasse,  gli promette fra l'altre
cose che esso,  insieme con li suoi fratelli e con li  ducati,  o  vero  stati,
della  Litwania e della Samogizia,  vuol pigliare la santissima fede cristiana.
Laonde e con queste e con altre promissioni di questa sorte fece  tanto  che  i
Poloni  nella  sua  opinione facilmente condusse,  e dapoi,  per l'auttorit di
quelli Hedwige regina mossa,  ruppe la promessa  del  primo  matrimonio  e  con
Iagelone maritossi.  Il che fatto, esso battezzossi, mutato il nome di Iagelone
in Wladislao, e fu coronato del regno; le quali cose furono fatte nell'anno del
Signore 1386.  Hedwige regina di l a poco tempo nel primo parto mor,  e  cos
dapoi Anna,  contessa di Celeia,  prese per moglie, della quale n'ebbe una sola
figliuola,   e  chiamata  Hedwigin,   la  quale  poi  a  Federico  pi  giovane
brandeburgense  fu maritata.  Questo Wladislao ebbe ancora per moglie una certa
vecchia e,  dapoi la morte di  quella,  un'altra  donna  rutena,  figliuola  di
Giovanni  Andrea,  duca  chiowiense,  la  quale dapoi,  avendo preso il costume
romano, fu chiamata Sofia;  e di questa n'ebbe due figliuoli,  cio Wladislao e
Casimiro.
Wladislao, dopo la morte del padre, successe nel regno e similmente, remosso il
legittimo erede del regno d'Ongheria, Ladislao, figliuolo del re Alberto, in re
de l'Ongheria fu coronato, e dapoi appresso il lago Warna da' Turchi fu morto.
Casimiro,  il quale allora il granducato della Litwania teneva, e che eziandio,
mosso con l'esempio del fratello, volse torre il regno di Boemia a Ladislao, al
morto fratello nel regno di Polonia successe,  e dapoi  Elisabeta,  sorella  di
Ladislao,  re  d'Ongheria  e  di Boemia,  tolse per moglie;  della quale n'ebbe
questi figliuoli, cio Wladislao, re d'Ongheria e di Boemia,  Giovanni Alberto,
Alessandro e Sigismondo,  re de' Poloni,  e Federico cardinale,  e Casimiro, il
quale dopo la morte in numero de' santi  stato riferito.
Wladislao ebbe un figliuolo,  detto Ludovico,  e una figliuola,  chiamata Anna;
Ludovico successe nel regno,  e Maria,  figliuola di Filippo,  re di Castella e
arciduca d'Austria, tolse per moglie; e poi nell'anno 1526 da' Turchi in Mohacz
fu morto.
Anna,  sorella di Lodovico re d'Ongheria,  con  Ferdinando,  re  delli  Romani,
dell'Ongheria  e  di  Boemia  e arciduca d'Austria,  maritossi,  e ha partoriti
quattro figliuoli maschi e undici  femine,  finalmente  nell'anno  del  Signore
1547, in Praga, di parto morendo.
Giovanni  Alberto senza menar moglie fin sua vita.  Alessandro,  suo fratello,
tolse per moglie Elena,  figliuola di Giovanni,  granduca  di  Moscovia,  della
quale nondimeno non ebbe figliuoli, e cos senza erede termin sua vita.
Sigismondo di Barbara,  sua consorte, la quale di Stefano, conte zepusiense, fu
figliuola,  ebbe una figliuola,  detta Hedwigin,  la quale  dapoi  di  Ioachimo
brandeburgense elettore fu moglie;  della seconda moglie, la quale fu figliuola
di Giovanni Sforzia, duca di Milano e di Bari,  n'ebbe Sigismondo,  il quale fu
il  secondo  re  di  Polonia  e  granduca  della Litwania.  Il quale Sigismondo
Elisabeta, figliuola di Ferdinando,  re de' Romani,  nell'Ongheria e di Boemia,
nell'anno  del  Signore 1543,  alli sei di maggio,  tolse per moglie,  la quale
nondimeno senza figliuoli e in una immatura morte nell'anno 1545, alli quindici
di giugno, fin sua vita, etc.
Semovito,  duca di Mazovia,  d'Alessandra sua moglie,  la quale di Iagelone era
sorella, ebbe molti figliuoli e figliuole; li maschi senza aver altri figliuoli
morirono; delle femine, Zimburge ad Arnesto, arciduca d'Austria, fu maritata, e
di  questo matrimonio Federico,  imperator de' Romani e padre di Massimiliano I
imperatore, nacque. Massimiliano gener Filippo, re di Spagna,  Filippo Carlo V
e Ferdinando,  imperatori delli Romani.  Owka con Woleslao, duca thesinense, in
matrimonio fu collocata; Amulia con Woguslao, duca stolpense, il quale a' tempi
nostri il duca di Pomerania  chiamato,  maritossi;  e Anna con  Michele,  duca
della Litwania; Caterina senza maritarsi mor.
Veramente,  s'alcuno  volesse  ordinatamente  riferire  i  fratelli e nepoti di
Olgirdo e di Iagelone,  e li figliuoli delle figliuole di quelli,  e finalmente
tutti  li  posteri  di  Kestude,  di Casimiro e degl'altri re,  in numero molto
grande tanto numerosa prole, facilmente fallirebbe. La quale nondimeno, s come
in un subito  cresciuta e ampliata,  cos al presente il sesso masculino in un
figliuolo  del  re morto di Polonia,  cio in Sigismondo secondo re di Polonia,
rimane, etc. Ma, lasciato questo da parte, ora alli Moscoviti faccio ritorno.
Basilio,  figliuolo del granduca Giovanni,  deliberandosi e consultandosi circa
tor  moglie,  finalmente,  dopo longo discorso,  si risolse di voler pi presto
torre una figliuola di qualche  suddito  suo  che  altra  donna  forestiera:  e
questo,  parte per sparagnare le grandissime spese nuziali,  e parte perch non
voleva moglie la quale fosse di peregrini costumi e di contraria religione:  di
questo consiglio Georgio,  cognominato Picciolo,  tesoriere e sommo consigliero
del principe, fu l'auttore, percioch egli pensava che 'l principe la figliuola
sua per moglie torre dovesse.  Nondimeno,  per publico consiglio di  tutti,  fu
ottenuto che le figliuole delli suoi gentiluomini fossero condotte al conspetto
del principe, e che di quelle una ne togliesse, la quale pi a grado gli fosse:
onde  successe  che  mille e cinquecento fanciulle vergini avanti al sopradetto
principe furono  condotte,  delle  quali  finalmente  Salomea,  figliuola  d'un
gentiluomo chiamato Giovanne Sapur,  fuora dell'opinione di Georgio consigliero
elesse per moglie.  Con la quale fino al  tempo  d'anni  ventuno  amorevolmente
stette,  ma,  veggendo  poi  di  non  aver di lei figliuoli,  avendo in odio la
sterilit della moglie,  quella in un monasterio,  nel  principato  di  Susdali
fabricato,  rinchiuse,  e  questo  successe  in  quell'anno nel quale noi siamo
pervenuti in Moscovia, cio nell'anno 1526 dalla nativit di nostro Signore.
Volendo il metropolitano porgere a questa donna il capuccio di  testa,  o  vero
l'abito  monacale,  lei  non solamente non sofferse che gli fosse posto adosso,
ma,  pigliatolo in mano,  con lagrime,  pianti,  gridi,  e con stracciamento di
capegli,  sotto  i piedi per maggior scherno lo mise.  Per il qual atto indegno
Giovanni Sthigona,  uno de' pi nobili consiglieri  del  principe,  mosso,  non
solamente quella con parole acre e acerbe riprese,  ma eziandio con il flagello
la batette,  dicendogli: "Tu hai ardimento di fare resistenza alla volont  del
signore,  ed  esser  pigra  e  lenta ad ubidire li suoi comandamenti?" Al quale
rispondendo, Salomea disse: "Dimmi con quale auttorit mi batti tu". Rispose il
consigliero:  "Per  commissione  del  signore".  Allora  la  donna,  con  animo
abbattuto,  in presenza di tutti disse: "Io certo vi protesto che contro al mio
volere e sforzatamente piglio questo tal abito,  e cos  della  tanta  ingiuria
fattami Iddio ottimo e massimo per mio vendicatore chiamo".
Cos,  essendo  la  povera  e sterile Salomea rimasa nel monastero serrata,  il
principe tolse per moglie e  principessa  Elena,  figliuola  del  duca  Basilio
Lintzkij,  cieco,  gi  morto,  e  fratello del duca Michel Lintzkij,  il quale
allora in prigione era tenuto. Ma non passorono molti giorni, che la fama venne
fuori che Salomea era gravida e quasi vicina al parto,  e tal cosa due matrone,
moglieri  delli  primi  consiglieri del principe,  confirmavano,  e dicevano di
bocca propria di essa Salomea averlo udito.  Il che agli orecchi  del  principe
pervenuto,  egli  e  l'una  e l'altra delle due donne dalla sua presenza cacci
via,  e una di quelle,  cio la moglie di Georgio  consigliero,  con  battiture
ingiuriosamente  fece trattare,  perch cos tardamente avessero tal cosa fatta
intendere ad esso.  Ma dapoi,  accioch del tutto la verit bene  intendesse  e
conoscesse, mand al monastero Theoderico Rack, un delli suoi consiglieri, e un
certo Potat secretario,  comandando loro che con ogni diligenza, ingegno e arte
ricerchino la cosa in che modo sia. Alcune persone degne di fede dissero a noi,
che eravamo in Moscovia in quel tempo, che la sopradetta Salomea avea partorito
un figliuolo, chiamato Georgio,  ma che non volse giamai mostrarlo a niuno;  il
che volendo conoscere quelli che erano stati mandati dal granduca,  Salomea gli
rispose quelli non esser degni di vedere con li lor  occhi  un  tal  fanciullo,
infino  a  tanto che non venisse all'et di governare l'imperio e di poter fare
le vendette della cara madre.  Nondimeno,  alcuni poi  constantemente  negavano
quella aver partorito, e cos di ci la fama  dubiosa e incerta.
Per  due  cagioni  intesi il gran principe di Moscovia aver tolta per moglie la
figliuola di Basilio Lintzkij:  una,  che  egli  sperava  d'aver  figliuoli  di
quella, e che vedeva la suocera sua aver avuto origine e principio dalla nobile
famiglia  di  Petrowtiz,  la  quale gi nell'Ongheria era di gran nome,  ed era
quella che la fede  de'  Greci  seguitava;  e  l'altra,  che  pensava  li  suoi
figliuoli dover avere per lor zio Michel Linczkij,  uomo di singulare destrezza
e di rara fortezza. Percioch, avendo il principe due fratelli germani, Georgio
e Andrea,  se per sorte avesse avuto figliuoli di  qualche  altra  donna,  egli
pensava,  vivendo  li  fratelli,  li  suoi  figliuoli  dover essere poco sicuri
nell'amministrazione del regno;  ma,  avendo figliuoli di  Elena,  quelli,  per
l'auttorit  del  lor  zio,  ritornato  in grazia e nella pristina libert,  in
maggior quiete e tranquillit dover vivere.  Ed essendo noi nella Moscovia,  si
trattava della liberazione di questo, il quale, finalmente cavato di prigione e
liberato, e per testamento d'esso principe fra gli altri gran maestri nominato,
fu  ordinato  tutore  e  difensore  di Giovanni e di Georgio,  suoi nepoti.  Ma
poscia,  essendo morto il padre delli duoi fanciulli,  e  vedendo  che  la  sua
sorella  vedova  il  regio  letto  con  un  gentiluomo,   cognominato  Owezina,
contaminava continuamente,  e che verso li fratelli  del  morto  marito,  nelli
vincoli  costretti,  s'incrudeliva  e  che  crudelmente e senza alcuno rispetto
signoreggiava,  dalla sola piet  e  onest  mosso,  il  buon  fratello  quella
accioch  pi onestamente e pi sanamente vivesse sovente ammoniva.  Ma quella,
come donna sfacciata e senza vergogna, tale ammonizione a tanta molestia e noia
ebbe che dapoi si consigliava in che modo e via potesse far morire il fratello;
e cos,  ritrovata la cagione,  certi malevoli accusorono il fidelissimo tutore
di tradimento, e subito di nuovo fu posto e chiuso in prigione, nella quale poi
miseramente  termin  sua  vita.  La  vedova  similmente,  non molto dipoi,  fu
attossicata,  e Owezina adultero fu squartato in pezzi.  Cos,  dopo  la  morte
della madre,  Giovanni, figliuolo maggiore, nell'anno del Signore 1528 successe
nel regno.


Della religione della Russia.

La Russia,  dal principio che ricev la fede di Cristo insino a questo  giorno,
in essa fede secondo il costume greco rimane: ebbe gi il suo metropolitano, il
quale  faceva  la residenzia in Chiowia,  dapoi in Wolodimeria e al presente in
Moscovia.  Dapoi,  visitando li metropoliti di sette anni la Russia all'imperio
de' Lituani sottoposta,  e riscossi li danari,  indi nella Moscovia ritornarono
Witoldo,  veggendo questo,  non volse  patire  che  le  sue  provincie  fussero
d'argento   estenuate:   raunati  insieme  gli  vescovi  delle  provincie,   un
metropolitano constituirno, il quale al presente ha la sua sede in Wilna, citt
primaria della Lituania, la quale, bench il costume romano seguiti,  nondimeno
si  vedono pi tempi fatti secondo l'usanza di Rutenici che alla romana;  ma li
metropoliti rutenici l'auttorit hanno dal patriarca di Costantinopoli.
Li Ruteni, nelli loro annali, apertamente si gloriano la terra di Russia avanti
Wolodimero e Olha esser battezzata e benedetta da  santo  Andrea,  apostolo  di
Gies Cristo, il quale essi dicono della Grecia alle bocche del fiume Boristene
esser venuto, e di l per il fiume, a contrario d'acqua, insino alli monti dove
al  presente    Chiowia  aver  navigato,  e  ivi  ogni  terra aver benedetta e
battezzata,  e in quel luogo la croce  sua  aver  collocata,  e  aver  predetto
similmente  ivi  la  gran  grazia del Signore e molte chiese di cristiani dover
venire. Poscia, di l partitosi, fino alli fonti del Boristene esser pervenuto,
e di l al gran laco Wolok,  e poi per il fiume Owat  esser  disceso  nel  lago
Ilmero;  e  di  l,  per  il fiume Wolahow,  il quale dal detto lago nasce,  in
Nowogardia essere pervenuto;  e di l poi,  per il  medesimo  fiume,  nel  lago
Ladoga  e  a  Heva fiume e finalmente insino al mare,  il quale essi Waretzkoia
appellano,  e noi il  mare  Germanico  (infra  Vinlandia  e  Livonia),  e  cos
navigando  essere  pervenuto a Roma.  E ultimamente nel Peloponeso,  cio nella
Morea,  per la fede di Gies Cristo dapoi Antipatro esser stato  crocifisso:  e
tutte queste cose negli loro annali sono contenute e scritte.
Gi  li  metropoliti e li arcivescovi erano eletti,  e cos primamente chiamati
tutti gli arcivescovi,  li  vescovi,  abbati  e  priori  delli  monasterii,  si
ricercava un uomo di santa vita per li monasterii e per gli eremi, e quello era
eletto.  E dicono che 'l principe  solito a chiamare alcuni avanti di s, e di
quelli uno ne elegge,  secondo che pi al giudicio suo aggrada.  Era,  in  que'
tempi che io era in Moscovia ambasciatore di Cesare Massimiliano, un Bartolomeo
metropolitano,  uomo certo di santa vita e di ottimi costumi ornato.  Avendo il
principe violato il giuramento  dato  da  s  e  dal  metropolita  al  duca  di
Semesitz,  e  avendo  altre  cose  mal  fatte  e  contra l'auttorit di quello,
andossene avanti al principe e gli disse:  "Conciosia,  o  principe,  che  ogni
auttorit sia usurpata da te, e che io non possa ragionevolmente fare il debito
mio,  io ti renuncio il tutto",  e cos gli porse il suo bacolo,  il quale esso
portava a modo d'una croce;  qual bacolo insieme con la dignit de l'ufficio il
principe senza ritardanza alcuna pigli,  e il poverello, ligato con la catena,
subito a Bielogesero mand.  Dicono questo santo uomo  per  alcun  tempo  esser
stato cos in prigione e in catene,  e dipoi nondimeno esser stato liberato,  e
cos privatamente in un monasterio il restante di sua vita aver finito.
A  questo  santo  uomo  un  Daniele,   persona  d'anni  trenta,   successe  per
metropolita,  uomo nel vero di corpo robusto,  grasso e d'una faccia rubiconda,
il quale nondimeno,  accioch non fosse veduto e  giudicato  pi  presto  esser
dedito  al  ventre  e  alla  pacchia  che a' digiuni,  a vigilie e altre devote
orazioni,  qualunque volta egli fosse per celebrare qualche atto,  over negozio
publico, solea primamente col fumo del solfere tingersi la faccia, accioch per
quello divenisse pallido: e cos di tal pallidezza vestito era solito andarsene
per la terra.
Oltra  di  questo,  sono  due altri arcivescovi nel dominio della Moscovia,  in
Nowogardia,  cio di Magrici,  e di Rostoff;  similmente  vi  sono  li  vescovi
twerense,  resanense,  smolense, Permie, Susdali, Columne, Czernigowie, Sari. E
tutti questi prelati son sottoposti al granduca di  Moscoviti;  hanno  le  loro
entrate certe di possessioni e d'altri estraordinarii, ma non hanno n castella
n citt,  n alcuna amministrazione secolare.  Dal mangiar carne perpetuamente
si astengono.  Ho ritrovato che solamente due abbati sono in tutta la Moscovia,
ma  priori  de'  monasterii  ve  ne  sono pur assai,  li quali tutti secondo la
volont del principe, al quale nissuno ha ardimento di contradire, sono eletti.
Li priori in che modo siano eletti,  da  alcune  lettere  d'un  certo  Varlamo,
priore del monastero huteniense,  fatto gi nell'anno 7034,  ho compreso,  e di
quelle lettere solamente i capi ne ho tolto. Nel principio, li frati di qualche
monastero  supplicano  al  granduca  che  faccia  elezione  di  qualche  priore
sufficiente,  il  quale insegni loro li divini precetti: e quello che  eletto,
prima che sia confermato dal  principe,  bisogna  che  giuri  e  per  scrittura
prometta  che  voglia  in  quel  monastero secondo la constituzione delli santi
padri loro piamente  e  santamente  vivere,  e  tutti  gli  offici  secondo  la
consuetudine  delli  maggiori,  ed  eziandio  con  consentimento  de' frati pi
vecchi,  pigliargli a s,  e a ciascuno officio persone fideli proporre,  e  la
commodit  del  monastero diligentemente procurare;  delle facende e delle cose
del monastero, con tre o vero quattro de' pi vecchi consultare,  e poi,  fatta
la deliberazione, tal impresa a tutto il collegio degli altri frati riferire: e
cos,  per commune sentenzia di quelli, di tutte le cose deliberare e ordinare;
non lautamente da sua posta vivere,  ma in  una  medesima  mensa  perpetuamente
essere,  e  vivere  insieme  con gli altri frati;  tutte l'intrate loro annuali
diligentemente raccorre, e nel tesoro del monastero fidelmente riporre.  E cos
promette  d'osservare  tutte  queste  cose,  sotto  quella  pena  la quale esso
principe potesse dare a un  delinquente;  e  similmente  li  frati  pi  vecchi
s'astringono con giuramento d'osservare tutte le sopradette cose,  e fidelmente
e diligentemente al preposto e creato priore dover ubidire.
Li sacerdoti secolari,  al pi delle volte,  sono  consecrati  quelli  i  quali
appresso  delle  chiese come diaconi hanno servito,  ma nissuno  consecrato in
diacono se prima non  maritato: onde spesse volte interviene che ad un  tratto
sogliono celebrare le nozze e nel grado del diaconato ordinarsi. Ma se la sposa
di qualche diacono non fosse di buona fama,  allora non pu esser consecrato in
diacono,  se non ha moglie  di  buona  fama.  Morta  la  moglie,  il  sacerdote
dall'administrazione  de'  sacramenti  totalmente    sospeso:  nondimeno,   se
castamente vive, pu esser presente a tutti li divini officii,  insieme con gli
altri ministri delle cose che si fanno in coro. Era per avanti consuetudine che
li  sacerdoti vedovi,  castamente vivendo,  senza riprensione potessero le cose
sacre amministrare,  ma ora l'usanza  che niuno de' vedovi sia accettato  alle
cose  sacre  se  non  entra  in qualche monastero e secondo la regola di quello
viva.
Ciascun sacerdote vedovo il quale vorr torre una seconda moglie (il che    in
libert  di ogniuno) non ha niente del commune col clero.  Similmente,  nessuno
delli sacerdoti non ha ardimento di consecrare,  over battezzare,  over nissuno
altro officio esercitare, se 'l diacono non vi  presente.
Li  sacerdoti nelle chiese tengono il primo luogo,  e ciascuno d'essi che,  per
qual cagione  si  voglia,  facesse  qualche  cosa  contra  la  religione,  over
l'officio sacerdotale, al giudicio spirituale  sottoposto; ma se  accusato di
fatto,  over  di  qualche imbriachezzo,  o vero di qualche altra sorte di vizio
scelerato e tristo, dal magistrato secolare  punito. Noi vedessimo in Moscovia
alcuni sacerdoti imbriachi publicamente essere  battuti,  li  quali  di  niente
altro si lamentavano,  eccetto che si dolevano essere battuti dalli servi e non
da' gentiluomini.
Pochi anni sono che un  certo  luogotenente  del  principe  fece  appiccare  un
sacerdote, il quale era stato ritrovato col furto; il che il metropolita avendo
a sdegno,  di ci si dolse molto appresso il principe.  Onde,  chiamato a s il
luogotenente,  rispose al principe e disse  s  aver  fatto  morire  un  ladro,
secondo l'antico costume della patria,  e non un sacerdote,  e cos senza altra
punizione fu licenziato.
Se 'l sacerdote si lamenta avanti il giudice seculare s esser stato battuto da
qualche laico (percioch tutte l'offese e tutte le sorti d'ingiurie al giudicio
seculare s'appartengono),  allora il giudice,  se per caso ar  conosciuto  che
l'accusato  sia stato provocato,  o ver per qualsivoglia ingiuria dal sacerdote
primamente offeso, punisce e castiga il sacerdote,  e non quello che ha battuto
il sacerdote.
Li sacerdoti,  al pi delle volte,  per certa elemosina di quelli di corte sono
sostentati,  e sono assegnati a quelli certe case picciole con campi  e  prati,
donde con le proprie mani e delli servitori alla similitudine delli suoi vicini
cercano  il  vivere.  Hanno  pochissime  offerte:  alcuna volta il danaro della
chiesa  dato ad usura, a dieci per cento, e quella porgono al sacerdote, acci
non siano sforzati a nutrire quello con le proprie spese.  Sono eziandio alcuni
li  quali  della liberalit e cortesia delli principi vivono.  Veramente non si
truovano molte parrocchie le quali di campi e altre possessioni  siano  dotate,
eccetto  che  li  vescovadi  e  alcuni  monasterii;  nissuna  parrocchia,  over
sacerdozio,  conferito ad altri che sacerdoti.  In ciascun tempio non vi  pi
che un altare,  e in ciascun giorno solamente una messa si dice;  rare volte si
ritruova ch'ogni tempio non abbia almeno un  sacerdote,  il  quale    obligato
solamente  tre volte la settimana a celebrare le cose sacre.  Il vestito loro 
quasi come quello delli secolari, eccettuata la berretta, la quale  picciola e
rotonda,  accioch cuopra la chierica;  sopra quella portano poi un certo capel
grande  contr'il calore del sole,  overo contra la pioggia,  o vero ch'usano un
certo capello longo di pelle di castroni  e  di  colore  griso.  Tutti  portano
bastoni da poggiarsi, quali in lingua loro dicono possoch.
Alli  monasterii  sono superiori (com'ho detto) gli abbati e priori,  de' quali
questi igumeni,  e quelli archimandriti chiamano.  Hanno  severissime  leggi  e
regole,  le quali nondimeno a poco a poco sono mancate e venute quasi a niente.
Questi non usano sorte alcuna di piaceri,  e se per sorte o citera  over  altra
sorte    d'instrumento   musicale   fosse   ritrovato   appresso   di   quello,
gravissimamente  punito.  Perpetuamente s'astengono dal mangiar  carne.  Tutti
danno  ubbidienzia  non  solamente al comandamento del principe,  ma eziandio a
ciascuno delli gentiluomini mandato da esso principe;  e di questo ne ho veduta
la  esperienzia,  percioch  un giorno un gentiluomo,  qual era al governo mio,
dimandando una certa cosa ad un priore, e quello differendo a portargliela, gli
minacci di volerlo battere,  e cos subito ebbe ci che ricercava.  Sono molti
li  quali,  usciti delli monasterii,  se ne vanno a l'eremo,  dove fanno alcuni
tuguriotti dove abitano overo soli, overo con li compagni,  e cercano il vivere
della  terra e delli arbori,  le radici e frutti: de' quali chiamano stolpniki,
perch la colonna  detta stolp,  e quelli le case picciole e  strette  con  la
colonna in altezza sostengono.
Il  metropolitano,  li vescovi e gli arcivescovi,  quantunque perpetuamente dal
mangiare carne s'astengono, nondimeno,  quando invitano i laici forestieri over
li sacerdoti,  in quel tempo che mangiano carne hanno privilegio che pongono la
carne avanti di quelli nel suo convito: il che agli  abbati  e  alli  priori  
proibito.
Gli arcivescovi e li vescovi e gli abbati portano le mitrie negre e rotonde, ma
solo il vescovo di Novogardia la porta bianca e con due corni,  al modo nostro.
Le veste quottidiane de' vescovi sono come quelle degli altri  monaci,  eccetto
che alcuna volta portano veste di velluto,  e specialmente un certo manto negro
il quale ha dal petto in l'una e l'altra parte  tre  fimbrie  bianche,  piegate
alla similitudine d'un rivolo corrente,  a dinotare e significare che dal cuore
e dalla bocca di quelli corrono rivoli della dottrina della fede e delli  buoni
esempi.  Questi portano un certo bastone,  con il quale si sostentano, il quale
possoch chiamano,  ed  alla similitudine di croce.  Il  vescovo  novogardiense
porta  il  manto  bianco.  Ma li vescovi solamente circa le cose divine e circa
alle procure e conservazioni della religione sono occupati  e  impediti,  e  la
cura  famigliare  e  le  altre  facende mondane agli altri ministri e officiali
commettono.
Hanno nel catalogo loro certi romani pontefici li quali  come  santi  hanno  in
venerazione:  ma  gli  altri,   quali  furno  dopo  quella  scisma,   hanno  in
abbominazione,  come quelli dall'ordinazioni delli santissimi apostoli e  delli
santi  padri  e  di  sette concilii siano mancati,  chiamandogli come eretici e
scismatici,  e quelli con maggior odio perseguitano che non fanno i maumettani;
percioch dicono che nel settimo concilio generale fu concluso che tutte quelle
cose  le  quali  nelli  concilii passati erano state constituite e ordinate per
l'avenire dovessero essere ferme, stabili e certe perpetuamente,  n giamai nel
tempo  futuro  dovesse  esser  lecito a nissuno di ordinare altro concilio,  n
manco dovervi andare, sotto pena di escommunicazione, e questo severissimamente
osservano e inviolabilmente mantengono. Era un certo metropolitano della Russia
il quale,  ad instanzia di papa Eugenio,  era andato al sinodo dove  le  chiese
eran unite insieme;  costui, ritornato nella patria, fu preso e di tutti i beni
spogliato,  e finalmente posto in prigione,  della quale nondimeno ne fu  dapoi
liberato.
Che sia il vero che tra noi e loro v' diversit di fede,  lecito a conoscerlo
per  la  copia  d'alcune lettere le quali un certo Giovanne,  metropolita della
Russia,  all'arcivescovo,  come essi dicono,  romano avea mandato,  delle quali
lettere segue la copia.
"Io  ho  amato  il  tuo  decoro  e  ornamento,  signore  e padre beatissimo,  e
dell'apostolica sedia e di tal vocazione dignissimo,  il quale da luoghi remoti
guardi alla umilt e povert nostra,  e con le ale della dilezione ci cuopri, e
amorevolmente come tuoi ci saluti: e in specialit della  nostra  fede  vera  e
ortodossa  ci  interroghi  e  dimandi,  della quale eziandio udendone,  come il
vescovo della tua beatitudine ci ha riferito, te ne sei maravigliato.  E perch
tu sei tanto e tal sacerdote, per questa causa io povero ti saluto, onorando il
capo  tuo  e  baciando  le  tue  mani e le braccia: sii lieto,  e della superna
potenzia di Iddio coperto,  e il Signore omnipotente  dia  a  te  e  alli  tuoi
spirituali e parimente a noi l'ordine buono.
Io  non  so  donde  siano  nate  l'eresie  della  vera via della salute e della
redenzione,  e assai maravigliarmi non posso qual delli diavoli tanto cattivo e
invidioso,  tanto  acerrimo  nimico  della  verit  e  della  mutua benevolenza
contrario  sia  stato,   il  quale  la  fraterna  nostra  carit  da  tutta  la
congregazione de' fideli abbia lontanata, dicendo noi non essere cristiani. Noi
veramente  da  principio  avemo conosciuto voi dalla benedizione d'Iddio essere
cristiani,  bench totalmente la fede cristiana non serviate,  e in molte  cose
siate  contrarii;  il  che  per  sette  sinodi dimostrer,  nelli quali la fede
catolica e cristiana  ordinata e totalmente confermata,  nelli  quali  ancora,
come in sette colonne,  la sapienzia di Iddio la casa a se stesso ha edificato.
Oltra di questo,  in cotesti sette sinodi tutti que' papi sono giudicati  degni
della catedra di san Piero,  percioch con esso noi vi erano consenzienti.  Nel
primo sinodo era Silvestro papa, nel secondo Damaso,  nel terzo Celestino,  nel
quarto il beatissimo papa Leone,  nel quinto Vigilio,  nel sesto Oafanio,  uomo
onorando e nelle sacre Scritture dotto,  nel settimo papa Adriano,  il quale fu
il  primo che mandasse Pietro vescovo e abbate del monastero di San Saba: donde
poi sono nate le dissensioni fra noi e voi,  le quali nel  vero  principalmente
cominciorono nell'antiqua Rana. Certamente sono molte cose cattive, le quali da
voi contra le leggi divine e statuti sono commesse; delle quali alcune alla tua
carit scriveremo.
Primieramente,   del   digiuno   del   sabbato,   contra  la  legge  osservato;
secondariamente,  del digiun grande,  nel quale voi rimovete  una  settimana  e
mangiate  carni,  e  cos  per  la  voracit  della  carne  tirate  gli  uomini
all'appetito vostro.  Similmente quelli sacerdoti li quali  menano  moglie  dal
commerzio  vostro  gli discacciate,  e quelli che dalli preti nel battesmo sono
stati unti, quelli voi di nuovo ungete, dicendo la cresima non essere lecito di
far ai semplici sacerdoti,  ma solamente agli vescovi;  similmente degli  azimi
cattivi,  li quali manifestamente la servit iudaica,  overo culto, dimostrano.
E,  quello che  il capo di  tutti  i  mali,  che  quelle  cose  le  quali  son
confermate  per  li  santissimi  sinodi,  quelle avete cominciate a permutare e
rivoltare,  dicendo del Spirito Santo che  non  solamente  dal  Padre,  ma  dal
Figliuolo  proceda,  e molte altre cose maggiori delle quali la tua beatitudine
al patriarca di Costantinopoli,  suo fratello spirituale,  doverebbe  scrivere,
esortandolo  che ogni diligenzia mettesse toglier via cotesti errori,  accioch
nella concordia spirituale fossimo d'uno animo e d'una volont,  come dice  san
Paolo,  informandoci  in  questo modo: "Fratelli,  vi prego per il nome di Ies
Cristo che quel medesimo sentiate,  dichiate e che non sia fra di voi discordia
alcuna,  e  che  siate  in un medesimo intelletto e in una medesima cogitazione
fortificati e stabiliti".
Di cotesti sei eccessi, over mancamenti,  quanto avemo potuto vi avemo scritto;
e  per  l'avenire  similmente  dell'altre  cose  alla  tua  carit  scriveremo.
Imperoch la cosa  cos (come avemo udito),  tu ci perdonerai,  conoscendo che
per  voi  sono  malamente  osservati i canoni delli santi apostoli e li decreti
delli sette sinodi,  nelle quali erano tutti  li  vostri  primi  patriarchi,  e
concordevolmente  dicevano che la parola vostra vana era.  E che manifestamente
erriate, e per al presente apertamente vi far palese.
Primamente,  del digiuno del sabbato,  vedete bene  quello  che  li  santissimi
apostoli  ne  hanno  scritto,  la dottrina de' quali voi avete,  e specialmente
quello che 'l beato Clemente,  primo papa dopo  san  Pietro  apostolo,  scrisse
secondo  gli ordini e statuti degli apostoli,  come  scritto nel canone LXIIII
del sabbato,  dicendo: "Se 'l sacerdote o ver l'ecclesiastico sar ritrovato il
quale  nel giorno della dominica,  o vero nel sabbato,  digiunasse,  eccetto il
sabbato grande,  sia degradato;  e se sar uomo secolare,  sia  scommunicato  e
dalla Chiesa sia separato".  Il secondo  del digiuno, il quale voi corrompete,
ed  l'eresia delli iacopiti e degli armeni,  li quali nel santo digiuno grande
usano  latte  e  ovi.  Qual  cristiano  ar ardimento di fare e pensare questo?
Leggete i canoni del sesto sinodo, nel quale Oafanio, vostro papa,  quelle cose
proibisce e divieta.  Noi veramente,  avendo inteso che nell'Armenia e in altri
certi luoghi nel digiuno grande usavano ovi  e  formaggio,  subito  commettemmo
alli  nostri  che  da  questa  sorte  di  cibi e da ogni immolazione di demonii
s'astenessero: e, quando da quelli astenere non si volessero,  fossero separati
dal consorzio de' fideli, e se fosse sacerdote dalle cose sacre fosse sospeso.
Il  terzo    grandissimo  errore  e  peccato,  del matrimonio delli sacerdoti,
percioch quelli che menano moglie,  voi proibite loro che non possino darvi il
corpo  del  Signore: e pure il santo sinodo il quale fu fatto in Gangra scrive,
nel quarto canone,  che quello che disprezza il sacerdote che secondo la  legge
ha  tolto  moglie,  e che dice che non  cosa lecita dalle mani sue ricevere il
sacramento, sia scommunicato.  Similmente dice il sinodo: "Ogni diacono,  o ver
sacerdote,  che lasci la propria moglie, sia privato del sacerdozio". Il quarto
peccato  il sacramento della confermazione: non   detto  in  ogni  luogo,  in
tutti  i  sinodi,  "Io confesso un battesimo nella remissione de' peccati"?  Se
adunque  un battesimo,  sar eziandio una crisma,  e quella medesima  virt  
tanto del vescovo quanto del sacerdote.

Il  quinto errore  degli azzimi,  il qual errore  il principio e la radice di
tutta l'eresia,  come io dimostrer.  E bench necessario fosse a questo  passo
addurvi  molte  scritture,  nondimeno  un'altra  volta far questo: al presente
solamente dir quelli azzimi esser fatti dalli  giudei  in  memoria  della  lor
liberazione  e  della  fuga  fuora  dell'Eggitto.  E  noi  una volta sola siamo
cristiani,  n giamai siamo stati nella fatica delli Egizii: ed  commandamento
che  dovemo  ponere  da parte l'osservazioni del sabbato,  degli azzimi e della
circoncisione,  e se alcuno seguiter un di quelli,  come  dice  san  Paolo,  
tenuto  adimpire tutta la legge,  dicendo Paulo: "Fratelli,  io ho ricevuto dal
Signore quello che vi ho dato,  percioch in quella notte che egli era  tradito
pigli il pane,  lo benedisse,  santific, spezz e diedelo a' santi discepoli,
dicendo: Pigliate e mangiate,  etc.".  Considera quello che io dico: non  disse
"il Signore, pigliando l'azzima", ma il pane, percioch in quel tempo non erano
azzimi,  n  la  Pasqua si faceva,  n allora il Signore mangiava la Pasqua de'
giudei, accioch desse l'azzima agli apostoli, onde per questo  cosa probabile
che la Pasqua delli giudei  fatta stando, e mangiasi; il che non  fatto nella
cena di Cristo,  come dice la Scrittura: "Sedendo con li dodici  discepoli",  e
questo  ancora:  "Il  discepolo si ripos sopra il petto di quello nella cena".
Imperoch quello che egli disse: "Con desiderio ho desiderato di  mangiare  con
esso voi la Pasqua", non intende della Pasqua delli giudei, la quale per avanti
sempre  mangiava  con  quelli;  n  manco  quando  dice  "Fate  questo  in  mia
commemorazione" la facolt di fare gl'impone come fosse la Pasqua delli giudei.
Similmente non d a quelli l'azzima,  ma il pane,  quando dice: "Eccovi il pane
il  quale  io  vi do",  e a Giuda: "A quello che io dar il pane,  tingendo nel
cattino,  egli  quello che mi dee tradire".  Ma se voi dicete cotesta ragione:
noi   celebriamo   negli  azzimi  perch  non  v'  alcuna  terrestreit  overo
commistione nella cose divine, perch vi sete voi smenticati della divinit,  e
seguitato il costume delli giudei,  camminando nell'eresia d'esso Giuliano,  di
Maumetto, Apollinare laodicense e di Paulo Sirio samosatiense, di Eutichio e di
Diasterio e degli altri, li quali nel sesto sinodo erano eretici sceleratissimi
e di spirito diabolico ripieni?
Il sesto errore,  finalmente,   dello Spirito Santo:  imperoch  in  che  modo
dicete  voi:  "Io  credo  in Dio Padre e nel Figliuolo e nel Spirito Santo,  il
quale procede dal Padre e dal Figliuolo"? Certamente  cosa stupenda e orribile
a dire che avete ardimento di pervertire la fede  cristiana,  conciosiach  dal
principio,  per tutto 'l mondo, in tutte le chiese de' cristiani, fermamente si
canta:  "Credo  in  Spiritum  Sanctum  et  Dominum  vivificantem  et  a   Patre
procedentem,  qui cum Patre et Filio simul adoratur et glorificatur".  Per qual
cagione voi non dicete s come dicono tutti gli altri cristiani,  ma vi  ponete
aggionte  e  adducete nuova dottrina,  ancor che Paulo apostolo dice: "S'alcuno
annuncier a voi fuora di quelle cose le quali avemo detto a voi,  anathema sit
"?  Iddio  voglia  che  voi non incorriate in cotesta maledizione,  percioch 
difficile e orrendo a permutare e pervertire la Scrittura santa di Dio,  per li
santi uomini composta.
Non  sapete  quanto  questo sia grandissimo errore,  percioch voi adducete due
virt,  due volont e due principii del Spirito Santo,  levando  e  poca  stima
facendo  dell'onore  di  quello,  e all'eresia machidonia sete conformi: il che
prego non sia.  Io prego,  e m'inchino alli santi piedi  tuoi,  che  da  simili
errori, quali sono infra voi, e specialmente degli azzimi, si cessi totalmente.
Oltra  di  questo,  io  volevo  scrivervi  qualche cosa degli animali immondi e
suffocati, e delli monachi che mangiano carne, ma di queste cose un'altra volta
(se piacer al Signore) ne scriver; ma parcamente,  per la gran carit,  ti ho
scritto  quello  che ho scritto.  Ma se quelle cose che si fanno siano da esser
fatte, ricerca le Scritture, e ritroverai la verit. Io ti prego, signore,  che
tu   scriva   al  signor  nostro  patriarca  di  Costantinopoli  e  alli  santi
metropolitani,  li quali hanno in s il verbo della vita,  e come lumi luceno e
risplendono  nel  mondo,  percioch potr succedere che 'l magno Iddio,  per il
mezo loro,  sopra gli errori di questa sorte emendi e facci provisione.  Dapoi,
se ti parer, tu potrai scrivere a me, che sono il minimo fra tutti gli altri.
Io  metropolita della Russia ti saluto,  insieme con tutti gli altri chierici e
laici,  quali ti sono sottoposti: ti salutano similmente con esso meco li santi
vescovi,  li monachi,  e li re,  uomini grandi. La carit del Spirito Santo sia
sempre teco e con tutti gli altri tuoi, amen".


Seguono li canoni d'un certo  Giovanni  metropolitano,  il  quale    detto  il
profeta; li quali, in quel modo che ho potuto, ho voluto qui aggiungere.

Li  putti,  in caso di necessit,  senza il sacerdote possono essere battezati.
Gli animali e uccelli dagli altri uccelli over fere lacerati,  non  lecito che
siano mangiati; ma quelli che ne mangieranno, o vero negli azzimi celebreranno,
o  vero  nella  settuagesima useranno la carne,  o vero il sangue degli animali
devoreranno, siano ripresi ed emendati.  Li uccelli e gli animali soffocati non
siano mangiati.
Li Ruteni con li Romani in caso di necessit possino mangiare, ma celebrare no.
Li  Ruteni,  tutti  i  Romani  non rettamente battezzati (perch quelli non son
stati tutti immersi nell'acqua)  alla  vera  fede  convertiscano,  e  a  quelli
convertiti non subito si debbe porgere l'eucaristia;  e questo medesimo debbesi
osservare con li Tartari e con altri uomini diversi e contrarii alla fede sua.
L'imagini antiche e le tavole sopra le quali sono state fatte le  consecrazioni
non  siano  abbruciate,  ma negli orti,  o ver in altro luogo onorevole,  siano
sepellite, accioch ingiuria alcuna o vero disonore non ricevino.
Se in luogo sacro edificarai la  casa,  il  luogo  dove  era  l'altare  debbesi
lasciare totalmente vacuo.
Se  quello ch' maritato entra in qualche monastero,  la moglie sua ad un altro
si maritasse, costui si pu consecrare nel grado del sacerdote.
La figliuola del principe non debbe essere collocata in matrimonio  con  quella
persona la quale la communione negli azzimi e li cibi immondi usa.
Li sacerdoti,  nel tempo de l'invernata, debbano portare le mutande della pelle
di quelli animali li quali sogliono mangiare.
Quelli che non sono confessati,  e che non hanno restituito la  robba  d'altri,
alla santa communione non sono da essere ricevuti.
Li sacerdoti e monachi,  al tempo che si balla e salta, non siano presenti alle
nozze.
Se un  sacerdote  scientemente  congiunger  la  terza  volta  una  persona  al
matrimonio, sia privato de l'officio.
Volendo  la  donna  che  li  figliuoli  siano battezzati,  e non potendo quelli
digiunare, lei per quelli debbe digiunare.
Se 'l marito, rinunciata la prima moglie,  un'altra ne togliesse,  o ver che la
sua moglie ad un altro si maritasse, non si debbe accettarlo alla communione se
prima non ritorna con il matrimonio della prima donna.
Nissuno sia venduto alla fede d'altri.
S'alcuno scientemente mangier con li Romani, con le monde orazioni sia mondato
e netto.
La moglie del sacerdote,  presa dagl'infideli,  debbesi riscuotere,  e di nuovo
nel matrimonio, perch ha patita violenza, sia ripigliata.
Li mercanti e uomini peregrini,  quali nelle parti de' Romani vanno,  non siano
privati  della  communione,  ma  a quella medesima reconciliati siano ricevuti,
dandogli per prima alcune orazioni per penitenzia.
Nel monastero non si debbono fare conviti chiamando a quelli le donne.
Il matrimonio non si debbe contraere se non publicamente, nelle chiese.


Seguono le questioni d'un certo Cirillo a Niphonte, vescovo di Nowogardia.

Se l'uomo,  dopo la communione,  per troppa replezione di cibi,  over di  bere,
vomitasse,  che s' da fare? Rispondo che per quaranta giorni digiunando faccia
penitenzia; e se non fosse per replezione, ma per fastidio, per venti giorni; e
se per altra causa leggiera, facci manco penitenza.  Se 'l sacerdote commetter
una cosa simile, per quaranta giorni dalle cose divine s'astenga e digiuni: ma,
se  per  altra  causa  leggiera,  per  una settimana digiuni,  e similmente del
medone, della carne e del latte astengasi.  Ma se 'l terzo e quarto giorno dopo
la communione vomiter,  faccia penitenza,  e se per caso qualcuno vomitasse il
sacramento,  per cento e venti giorni faccia penitenza,  ma  se  nell'infirmit
vomitasse, per tre giorni faccia penitenza: il vomito abbruci nel fuoco, e dica
cento salmi,  e se 'l cane mangiasse il vomitato, cento giorni digiuni. E se li
vasi di terra,  o ver di legno,  fossero stati immondi?  Rispondo  che  con  le
orazioni monde e pure siano mondati.
Per l'anima del morto,  che cosa  da fare?  Rispondo: dia una grifa per cinque
messe, con le fumicazioni,  con li pani e col formento cotto,  il quale  detto
kuthia: ma il sacerdote abbia il vin proprio.
Che  dirai se per otto giorni niente abbia dato da mangiare al monaco infermo e
con la vesta serafica vestito?  Rispondo che hai fatto  bene,  perch  gli  era
nell'ordine angelico.
In  che  modo  s'ha  da  fare,  volendo un Italiano secondo il costume rutenico
sacrarsi e vivere? Rispondo ch'egli entri nella nostra chiesa per sette giorni,
che se gli muti un altro nome e che per ciascun giorno,  in presenzia  sua,  se
gli  dicano  divotamente quattro orazioni;  dapoi,  che si lavi nel bagno,  per
sette giorni da carne e da latticini  s'astenga,  e  l'ottavo  giorno,  lavato,
entri  nella  chiesa:  sopra di quello similmente quelle quattro orazioni siano
dette. Poi,  con vesti monde sia vestito e la corona sopra del capo suo gli sia
posta,  con  l'olio  della  cresma  sia onto,  un cereo gli sia dato in mano e,
mentre si finisce la messa,  sia communicato,  e cos finalmente  sia  avuto  e
riputato per nuovo cristiano.
  lecito  nelli  giorni di festa ammazzare uccelli,  pesci o ver altri animali
terrestri? Rispondo: nel giorno di dominica,  perch  giorno di festa,  l'uomo
vada in chiesa; ma per li umani bisogni e necessit  concesso che siano morti.
Il  sacramento  nella settimana degli ulivi consecrato,   lecito a conservarlo
per tutto l'anno?  Rispondo che si debbe conservare in vaso mondo e  netto,  e,
quando  il  sacerdote communica l'infermo,  aggiungavi un poco di vino,  perch
questo senza l'acqua basta.
 lecito dare il sacramento a uno infermo,  indemoniato e matto?  Non  lecito,
ma basta che solamente le bocche di quelli siano tocche col sacramento.
  lecito  ad  uno  sacerdote  che  ha moglie,  nel tempo che la sua donna vuol
partorire, leggerli le orazioni, come si fa alle mogli de' laici? Non  lecito,
percioch tale usanza non  in Grecia, ma un altro sacerdote le pu dire.
Nel giorno dell'Esaltazione della santa croce,  che si debbe mangiare?  Monachi
non mangiano pesci, ma i laici, in quel giorno, baciando la santa croce possono
mangiar carne, eccetto per se venisse nel giorno di venere o vero di mercore.
  lecito  al sacerdote,  che la notte dorme con la moglie,  la mattina entrare
nella chiesa?  Rispondo: lavisi prima quella parte la quale  sotto l'ombelico,
e poi entri in chiesa, legga l'Evangelio, ma non  permesso che egli s'appressi
all'altare,  n  celebri  la  messa;  ma  volendo  il sacerdote nelli giorni di
domenica e di marted celebrare, potr il luned praticare con la donna sua,  e
cos di mano in mano.
  lecito  a  communicare  uno che non abbi moglie?   lecito,  pur che per una
quaresima integra non abbia avuto commerzio con la moglie d'altri  o  vero  con
animal bruto.
Li fanciulli, dopo il battesimo, sono da esser communicati? S, nel tempio sono
da  esser  communicati,  mentre  li  divini  officii si fanno,  o vero le preci
vespertine sono cantate.
Che sorte di cibi,  nel digiuno  maggiore,    da  usare?  Nelli  giorni  della
domenica e del sabbato li pesci,  ma gli altri giorni gl'intestini delli pesci.
Nella settimana santa li monachi mangino il mele e bevino l'acqua acetosa.
Nella consecrazione della kuthia,  quanti torchi sono  da  essere  accesi?  Per
l'anime, due, e per la salute del vivente, tre.
La kuthia,  in che modo si debbe fare?  Siano tre parti di formento cotto, e la
quarta parte di peselli,  di fave e di ceci cotti insieme,  e siano conditi col
mele  e col zuccaro,  e aggiongavisi ancora degli altri frutti: la qual kuthia,
finite l'esequie, si usi in chiesa.
Quando i Bulgari,  i Polowczi e li Czudi s'hanno  a  battezzare?  Rispondo  che
s'hanno  a  battezzare  quando  per  quaranta giorni aranno prima digiunato,  e
l'orazioni monde sopra di quelli siano dette; ma se sar slavo, cio schiavone,
solamente per otto giorni digiuni.  Il battizante il putto debbe alzare bene su
le maniche,  accioch, mentre battizza il putto, niente rimanga nella veste del
lavacro del battesimo.  Similmente la donna di parto stia per  quaranta  giorni
che non entri in chiesa.
La donna,  dopo il suo mestruo,   da essere communicata?  Non si communichi se
prima non  lavata.
 lecito entrare nella stanza della donna che ha partorito?  In tal luogo non 
lecito entrarvi se non dopo finiti tre giorni,  percioch,  come gli altri vasi
immondi  diligentemente  sono  da  essere  lavati,  cos  quell'abitazione  con
l'orazioni  da essere prima mondata.
Dopo che 'l sole sar andato a monte,  lecito a sepelire i morti? Rispondo che
no,  perch  questa    la corona delli morti,  vedere il sole avanti che siano
sepeliti.  Ma molto merita quello il quale le  ossa  de'  morti  e  le  imagini
antiche asconde sotto terra.
  lecito  al  marito  circa le feste di Pasqua communicarsi?  Rispondo che s,
quando per tutto il tempo della quaresima non  ar  praticato  con  la  moglie.
Similmente  colui  che con li denti aver tocco ovi il giorno di Pasqua,  e che
delle sue gingive sia  uscito  il  sangue,  per  quel  giorno  astengasi  dalla
communione.
  lecito  al  marito,  dopo la communione,  la notte seguente praticare con la
moglie?   lecito:  nondimeno,  se  la  moglie  partorir  un  putto  d'ingegno
depravato e goffo, il padre e la madre facciano penitenza di venere, di sabbato
e di domenica.  Ma se saranno uomini nobili e d'alto legnaggio,  li padri diano
certe griffne al sacerdote, accioch egli preghi per quelli.
Se cadesse in terra alcuna carta nella quale si contenessero sacre  lettere,  
lecito a camminarvi sopra? Rispondo di no.
Il  quel  giorno  che la vacca partorisce,   lecito usare il suo latte?  Non 
lecito, perch gli  misto con sangue; ma dopo due giorni sar lecito.
In che  tempo  pu  alcuno  essere  sospeso  dalle  cose  sacre?  Rispondo:  il
sacerdote,  nel tempo del digiuno,  preso dalla benevolenza di qualche donna, o
ver praticando con esso lei men che onestamente, per un anno integro dalle cose
divine astengasi;  e se avanti il suo sacerdozio tal cose commettesse,  non sia
consecrato  nell'ordine  del  sacerdozio.  Ma  il laico,  commettendo peccati e
flagizii di questa sorte, quell'anno si communichi, etc.
Oltra di questo,  quella persona ch'ar violata qualche vergine,  o vero che la
prima  volta  ritrover  la sua moglie violata,  non sia consecrato nell'ordine
sacerdotale.
Facendo  alcun  divorzio,   in  che  modo  far   egli   penitenza?   Rispondo:
perpetuamente dall'eucaristia s'astenga eccetto per morte.
  lecito ad alcuno,  mentre vive,  fare l'esequie per la salute sua?  Rispondo
esser lecito.
Pu il marito dare aiuto alla moglie nel compire la  penitenzia?  Non  pu,  s
come il fratello l'altro fratello.
In  quel  giorno che 'l sacerdote sepelisce il morto e che bacia quello,  debbe
egli ministrare le cose sacre? Rispondo che no.
Una donna di parto che ha una infermit disperata debbesi communicare? S,  pur
che  si  levi  da  quel luogo dove ha partorito e sia portata e lavata in altro
luogo.
 lecito praticare con la  moglie  nel  luogo  dove  sono  imagini  de'  santi?
Rispondo:  appresentato  alla  moglie,  non  deponi  tu  la  croce  dal  collo?
Similmente non  lecito che tu pratichi con la moglie in quella  abitazione  al
conspetto dell'imagini, se per non siano ben serrate e chiuse.
 lecito, subito che tu ti levi da disinare, o ver da cena, avanti che tu dorma
nel tempio fare orazione? Rispondo: quale  meglio, dormire o vero orare?
Pu  il  sacerdote  senza  l'abito  sacerdotale  andare  all'infermo  e  quello
communicare? Pu.
In che modo le mogli sono da essere tolte, volendo menar moglie?  Per quaranta,
o vero almanco per otto giorni, astengasi dall'altre donne.
La donna che disperde deve far penitenza?  La donna, non per qualche disgrazia,
ma essendo imbriaca,  se disperdesse,  faccia  penitenzia.  Similmente,  quella
donna  la quale dar a bere al suo marito dell'acqua con la quale essa si lava,
acci sia amata da esso, per sei settimane debbe digiunare.
 permesso di poter mangiare della carne e del latte di  quella  vacca  con  la
quale l'uomo ha praticato?  Tutti ne possono usare,  eccetto quello ch'ha fatto
l'errore.
 lecito che la donna gravida usi il consiglio delle vecchie,  in che  modo  la
debbia  partorire?  Rispondo: le donne che usano pi presto per consiglio delle
vecchie l'erbe, acci possano partorire,  che 'l consiglio delli sacerdoti,  li
quali aiutano quelle con le orazione,  per sei settimane facciano penitenzia, e
al sacerdote tre griffne numerino.
Se per sorte uno ebbriaco offender talmente una donna  gravida  che  disperda,
per  mezo  anno  faccia penitenza;  e le commari similmente per otto giorni non
entrino in chiesa,  insino a tanto che non siano  mondate  con  le  orazioni  e
preghiere.


Del battesimo.

Li  putti  sono  battezzati  in  questo  modo.  Nato il fanciullo,  chiamano il
sacerdote,  il quale,  avanti l'abitazione  nella  quale    la  donna  che  ha
partorito,  stando in piedi recita alcune orazioni,  e impone il nome al putto.
Dapoi communemente quaranta giorni, se per caso il putto s'ammalasse,  portato
nel tempio a battezzare,  e cos per tre  volte  tutto    immerso  nell'acqua,
perch  altramente non credono che sia battezzato;  dapoi  unto con la crisma,
la quale  consecrata nella settimana santa,  e finalmente  unto ancora con la
mirra, come essi dicono. E l'acqua del battesimo ogni volta per ciascun putto 
benedetta  e  consecrata;  e  subito ch' finito il battesimo l'acqua  gettata
fuora della porta del tempio,  perch li fanciulli sempre son battezzati dentro
nel tempio, eccetto se la troppa lontananza del luogo, o ver il gran freddo, al
fanciullo  nocesse.  N  mai  usano l'acqua tepida,  eccetto che alli fanciulli
infermi.  Quelli che tengono al  battesimo,  cio  li  compari,  sono  chiamati
secondo che piace al padre e alla madre del putto,  e qualunque volta con certe
parole renunciano al demonio con le sue pompe, tante volte sputano in terra.  E
il  sacerdote  eziandio  taglia  li  capegli  del  putto,  e quelli con la cera
aviluppa e in certo luogo del tempio gli ripone; e in questo loro battesimo non
usano n sale n saliva con la polvere.


Seguita la bolla di papa Alessandro,  per la quale il  battesimo  delli  Ruteni
facilmente  manifesto.

"Alessandro, vescovo e servo delli servi d'Iddio, a perpetua memoria delle cose
etc.  L'altezza  del  divino  consiglio,  che  la  ragione  umana da s non pu
compreendere, per l'essenzia della sua immensa bont altra cosa sempre a salute
della generazione umana germinando,  al tempo conveniente con secreto  misterio
che  'l  magno  Iddio ha conosciuto produce e manifesta al mondo,  accioch gli
uomini conoscano che per li suoi meriti, da s, non possono fare niente, ma che
la salute loro e ogni dono di grazia dal sommo Iddio e  dal  padre  delli  veri
lumi nasce e proviene.
Certamente  non senza grande e spirituale allegrezza della mente nostra,  avemo
inteso che alcuni Ruteni del ducato della Lituania e altri,  quali  secondo  il
rito  e  costume  de'  Greci  vivono,  facendo nondimeno professione della fede
cristiana,  li quali le citt e diocesi vilnense,  kijowiense,  lutzeoriense  e
mednicense e altri luoghi di quel ducato abitano, per opera dello Spirito Santo
illuminati,  alcuni  errori,  quali  insino  adesso,  secondo  il costume greco
vivendo,  hanno osservato,  totalmente dalle lor menti  e  cuori  sradicare,  e
l'unit  della fede catolica e della Chiesa latina romana abbracciare e secondo
la religione di quella latina e romana Chiesa vivere desiderano  e  propongono.
Ma  perch  secondo  il  costume  greco,  cio nella terza persona,  sono stati
battezzati,  e alcuni affermano quelli di nuovo  dover  essere  battezzati,  li
sopradetti,  li quali secondo l'usanza greca sono vissuti e ancora vivono, come
per avanti catolicamente battezzati, ricusano voler di nuovo ribattezarsi.
Noi adunque,  li quali,  secondo il precetto superno  a  noi  concesso,  bench
insufficienti  siamo,  e  secondo  l'officio  pastorale  desideriamo  tutte  le
pecorelle a noi commesse al vero ovile di Cristo condurre,  accioch per quella
sia fatto un pastore e un ovile,  e accioch la santa catolica Chiesa non abbia
membri diversi, difformi e diseguali al capo suo, ma conformi, uniti ed eguali,
accuratamente avemo considerato quello che fu definito per la felice memoria di
papa Eugenio quarto, predecessor nostro,  nel concilio celebrato in Fiorenza da
esso,  dove  furono  presenti e Greci e Armeni,  consenzienti e conformi con la
romana Chiesa: cio che la forma di questo  sacramento  del  battesimo  dovesse
essere  in  questo  modo:  ego te baptizo in nomine Patris et Filii et Spiritus
Sancti,  amen,  o veramente cos,  con quell'istesse parole:  baptizetur  talis
servus  Iesu Christi in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti,  o veramente
cos: baptizetur manibus meis talis in  nomine  Patris  et  Filii  et  Spiritus
Sancti,  amen,  e cos in questo modo il vero battesimo esser perfetto e buono.
Percioch la causa principale di quello,  dalla quale il battesimo ha la virt,
  la  santa  Trinit,  e la causa instrumentale  il ministro,  il quale d il
sacramento esteriormente; e per se  esposto l'atto, il quale  esercitato per
esso ministerio, con l'invocazione della santa Trinit,   fatto il sacramento,
e  per  questa  causa  la reiterazione di questo sacramento nella terza persona
collocata non essere necessaria.

Similmente  sopra  questa  materia  insieme  con  li  nostri   fratelli   avemo
maturamente deliberato e considerato; e cos, con l'auttorit apostolica, a noi
e agli altri romani pontefici da esso Ies Cristo,  Signor nostro,  per il mezo
del beato Pietro al quale  e  agli  altri  successori  del  suo  apostolato  la
dispensazione del ministerio ha concessa, dataci, col tenore del presente breve
deliberiamo e dichiariamo che tutti quelli li quali sono battezzati nella terza
persona,  volendo  dal rito greco al rito e costume della latina e santa romana
Chiesa venire,  semplicemente,  senza altra contraddizione over  obligazione  e
constrengimento  che  di nuovo siano ribattezzati,  con questa intenzione per,
che eziandio gli altri riti per le Chiese orientali soliti  da  essere  servati
(pur  che  non  abbiano  in  s  eretica  pravit)  possano osservare;  e cos,
facendosi primamente per quello l'abiurazione di tutti gli errori e di tutti li
riti greci della latina e romana Chiesa e delli riti e  sante  instituzioni  di
quella  differenti,  posson esser ricevuti nel consorzio de' fedeli.  Esortando
eziandio per le viscere della misericordia del nostro Iddio tutti e ciascun  di
quelli  li  quali  al  preditto  modo sono battezzati,  e secondo il rito greco
vivono, che abnegati tutti gli errori li quali insino adesso secondo il costume
e  rito  greco  hanno  osservati,   e  quelli  similmente  che  sono  contrarii
all'immaculata  e  santa catolica latina e romana Chiesa,  e alle constituzioni
approbate dalli santi uomini di quella,  voglino  a  quella  medesima  catolica
Chiesa e a' saluberrimi documenti di quella per la salute dell'anime loro e per
la cognizione del vero Iddio accostarsi.
E  accioch  il santo proposito di quelli da qualsivoglia cosa non possa essere
impedito n ritardato,  al presente al venerabile fratello nostro,  il  vescovo
vilnense,  in virt della santa ubidienza commettemo che riceva e ammetta tutti
coloro che,  cos battezzati,  all'unit della prefata Chiesa  latina  vogliono
venire  e li sopradetti errori totalmente abiurare,  per se stessi,  o vero per
altra persona,  o vero per altri secolari prelati ecclesiastici,  o ver per  li
predicatori dell'ordine de' frati minori della regola degli osservanti, dotti e
da  bene,  o  vero  per  altre  idonee  persone,  alli quali pi gli piacer di
commettere.  Similmente al prefato vescovo e a  quelli  ch'egli  sopra  di  ci
elegger,  con  l'auttorit  apostolica  concedemo  piena  e  libera licenzia e
facolt d'assolvere tutti quelli ch'egli trover in  simili  errori  incorsi  e
nell'eretica  pravit immersi;  similmente di poterli assolvere della sentenzia
dell'escommunicazione e dell'altre censure e pene ecclesiastiche,  e  a  quelli
possano dare la salutare penitenza per li peccati loro.
Ma perch sarebbe cosa difficile le presenti nostre lettere portar a tutti quei
luoghi che sarebbe necessario, noi volemo, e con l'istessa auttorit apostolica
deliberiamo,  che  alla  copia  di  queste,  di  mano d'un publico notaio e col
sigillo del prefato vescovo vilnense,  o ver d'altro  vescovo,  o  ver  prelato
ecclesiastico bollata,  tanta fede si presti,  in giudicio e in ogni luogo dove
sar dato e dimostrato,  quanta ad esse proprie lettere originali  prestare  si
dee,  non  ostanti  le  constituzioni  e ordini apostolici e altri contrarii di
ciascuna sorte.  A nissun uomo  adunque  sia  lecito  di  violare,  o  ver  con
temerario   ardimento  impedire,   questa  carta  della  nostra  constituzione,
dichiarazione,  esortazione,  commissione,  mandato,  concessione,   volont  e
decreto:  e  se alcuno per sorte avesse ardimento di tentare questo,  sappia di
dover incorrere nell'indegnazione dell'onnipotente Iddio e delli beati apostoli
Pietro e Paolo.
Date in Roma,  appresso San Pietro,  nell'anno  dell'incarnazione  del  Signore
1501, decimo kal. septembris, nell'anno nono del nostro ponteficato".


Del modo di confessarsi.

Bench  abbino la confessione secondo l'ordine e constituzione loro,  nondimeno
il volgo crede quella essere delli  principi,  e  particolarmente  alli  nobili
signori  e agli uomini pi prestanti appartenere.  Si confessano circa la festa
di Pasqua,  con gran contrizione di cuore  e  venerazione.  Sta  il  confessore
insieme  col  confitente  in  mezo  del  tempio,  col viso voltato ad una certa
imagine a quest'effetto ordinata,  e dapoi,  finita la confessione e impostagli
la   penitenza  secondo  la  qualit  del  peccato,   amendue  a  quell'imagine
riverentemente s'inchinano,  e col segno della santa croce si segnano la fronte
e il petto;  e dapoi finalmente con gran pianto esclamano: "Iesu Christe,  fili
Dei,  miserere nostri": percioch questa  la commune  e  usitata  orazione  di
quelli.  Ad  alcuni  per  penitenzia  danno  il digiuno,  ad alcuni certe altre
orazioni (percioch pochissimi sanno l'orazione dominicale), e alcuni, li quali
qualche cosa pi grave avessero commesso,  con l'acqua  gli  lavano;  percioch
nell'Epifania  del Signore cavano su l'acqua del fonte,  e quella,  benedetta e
consecrata,  per tutto l'anno nel tempio per mondare  e  lavare  li  pi  gravi
peccati  conservano.  Oltra  di questo,  il peccato che nel giorno di sabbato 
commesso, pi leggiero giudicano, e per questo manco penitenzia gl'impongono.
Sono molte cause, e di poco momento,  per le quali non sono ricevuti dentro nel
tempio:  nondimeno,  quelli  che sono esclusi,  il pi delle volte alle porte e
alle fenestre del tempio sogliono stare,  di dove non manco vedono e  odono  le
cose sacre che se fossero dentro. Colui il quale praticher con la sua donna, e
dopo  l'ordinato  tempo  non  si  laver,  per  quel  giorno  non ar ardimento
d'entrare nel tempio.


Della santa communione.

Si communicano sotto l'una e l'altra specie,  mischiando il pane  col  vino,  o
vero  il corpo col sangue;  con un cucchiaro il sacerdote piglia dal calice una
porzione,  e quella porge al communicante.  Quante volte fra l'anno  alcuno  si
vuole communicare, pur che sia confessato, gli  concesso; e nondimeno hanno il
tempo  limitato  e  ordinato  per  la  festa della santa Pasqua.  Alli putti di
sett'anni porgono il sacramento,  dicendo allora l'uomo peccare.  Se  il  putto
fosse  infermo,  o  ver  mandasse  fuora l'anima e non potesse pigliare il pane
consecrato, una goccia del calice se gl'infonda gi per la bocca. Il sacramento
per communicare non  consecrato se  non  allora  quando  qualcheduno  si  vuol
communicare; per gl'infermi si consacra nel gioved della settimana santa, e si
conserva per tutto l'anno, ma quando  necessit, il sacerdote piglia una certa
porzioncella e quella mette nel vino, cos bene imbevuta e fatta molle la porge
all'infermo, e aggiungendovi un pochetto d'acqua tepida.
Nissuno  delli  monaci,  overo  delli sacerdoti,  dice l'ore canonice se non ha
avanti di s la imagine, la quale eziandio nissuno tocca se non con grandissima
venerazione;  ma colui che la mostra in publico,  con la man propria l'alza  in
alto:  a  questa  imagine  tutti  quelli  che  passano  si  cavano la berretta,
segnandosi col segno della croce e inchinandosi.  I  libri  dell'Evangelio  non
ripongono  se  non  in luoghi onestissimi,  come cosa sacra,  n con le mani li
toccano se prima non si fanno il  segno  della  croce,  e  col  capo  aperto  e
inchinato  il  debito  onore  gli prestano;  e poi con somma venerazione quelli
pigliano in mano.  Similmente il pane,  avanti  che  con  le  parole  consuete,
secondo  il  nostro costume,  sia consecrato,  lo portano per chiesa,  e quello
riveriscono e adorano.


Delle feste.

I giorni delle feste sono dagli uomini di maggior venerazione,  finite le sacre
vivande, col bevere e con vestimenti eleganti onorati; ma la plebe, i domestici
e  altri servi il pi delle volte lavorano,  dicendo che 'l guardare le feste e
astenersi dalla fatica s'appartiene a' padroni. Li cittadini e persone mecanice
sono presenti alle  cose  divine,  le  quali  finite,  ritornano  alla  fatica,
pensando essere pi santa cosa e pi lodevole dar opra alla fatica che bevendo,
mangiando e giuocando perdere la sostanza e il tempo; percioch al volgo e alla
plebe il bere della cervosa e del medone  proibito, nondimeno, in certi giorni
pi solenni, come sarebbe nel Natale del Signore, nella Pasqua di Resurrezione,
nelle Pentecosti e in alcuni altri giorni,   concesso loro, nelli quali d non
s'astengono dalla fatica per cagione del culto divino,  ma solamente per  poter
benissimo bere.
La  festa  della  Trinit  celebrano  nel  giorno  di  luni  nelle  ferie delle
Pentecosti,  e nell'ottava di quella fanno la festa di Tutti  i  Santi.  Ma  il
giorno del Corpo di Cristo non hanno in venerazione, secondo il nostro costume.
Giurando e bestemmiando,  rare volte usano il nome d'Iddio, ma, quando giurano,
con il segno della croce confermano ci che dicono o promettono.  Le  bestemmie
di quelli sono communi con quelle degl'Ongheri,  dicendo: "Il cane la madre tua
sottometta", etc.


Del purgatorio.

Non credono che sia purgatorio alcuno,  ma dicono a ciascuno che muore essergli
ordinato  il  luogo secondo 'l merito suo: alli pii,  lucido e chiaro,  con gli
angeli piacevoli,  e agl'impii oscuro e di  cieca  caligine  coperto,  con  gli
angeli terribili,  dove l'estremo giudicio aspettino.  Dicono che dal luogo de'
giusti l'anime loro, insieme con gli angeli, conoscono la grazia d'Iddio, e che
sempre  desiderano  l'estremo  giudicio;   e  che  l'anime  degl'impii  non  lo
desiderano.  Non  pensano  che l'anima,  separata dal corpo,  possa patire pena
alcuna, ma che, mentre  unita col corpo e per vizii umani si contamina, quella
insieme col corpo dover essere purgata.  Fanno celebrare le messe per li morti,
perch  credono  per  tal  sacrificio  di  poter ottenere e impetrare luogo pi
quieto e pi tollerabile all'anime  de'  morti,  dove  pi  facilmente  possano
aspettare  il  giudicio  futuro.   Li  cimiterii  per  sepelire  li  corpi  non
consacrano,  dicendo essa terra per li corpi unti e consacrati,  e non li corpi
per la terra esser consecrati.


Della venerazione de' santi.

Fra  li santi,  hanno in grandissima venerazione un Nicol barese,  e di quello
ogni giorno predicano grandissimi miracoli, de' quali uno voglio raccontare. Un
certo Michele Kijsaletzki, uomo grande e valente nell'arte della milizia, in un
certo conflitto de' Tartari perseguitando un certo fuggitivo soldato tartaro, e
non potendo quello col suo corrente cavallo arrivare,  disse il  Moscovita:  "O
Nicol,  conducimi appresso di questo cane".  Il Tartaro,  udendo questo, tutto
impaurito esclam: "O Nicol,  se costui con l'aiuto  tuo  m'aggionge,  tu  non
farai miracolo; ma se tu me, che son lontano dalla tua fede, dalla persecuzione
di quello salvo mi serverai, allora il nome tuo sar grande". Allora dicono che
'l cavallo del Moscovito fermossi,  e che 'l Tartaro scamp via dalle sue mani;
e cos il sopradetto Tartaro ogni anno,  in memoria della sua  liberazione,  ha
mandato  certe  misure di mele a san Nicol,  e altrettante al prefato Michele,
aggiuntavi eziandio una veste onorevole di pelle madaurice.


Del digiuno.

Digiunano nella quadragesima per sette continue settimane:  nella  prima  usano
latticinii,  e  quella settimana chiamano syrna,  cio caseacea;  ma nell'altre
seguenti settimane,  tutti (eccetto quelli che vanno per viaggio)  dal  mangiar
pesci s'astengono.  Sono di quelli che solamente nelli giorni di domenica e del
sabbato pigliano cibo, e negl'altri giorni da ogni cibo s'astengono. Similmente
sono di quelli li quali ne' giorni di domenica,  di marted,  di gioved  e  di
sabbato pigliano cibo, e gli altri tre giorni non mangiano niente. Si ritrovano
ancora  molti  li  quali  nelli  giorni  di  luned,  di mercore e di venere si
contentano solamente d'un pezzo di pane con un poco d'acqua.  Gli altri digiuni
fra  l'anno  non  cos  strettamente  osservano: digiunano doppo l'ottava della
Pentecoste, la quale  a loro il giorno di Tutti li Santi, insino alla festa di
san Pietro e di san Paolo,  e chiamasi il digiuno di  Pietro.  Dapoi  hanno  il
digiuno  della  beata  Vergine,  dal primo d'agosto insino all'Assonzione della
Madonna.  Similmente hanno il  digiuno  di  san  Filippo,  cio  l'Advento  del
Signore,  e dura per sei settimane;  detto di san Filippo perch nel principio
di tal digiuno viene la festa di san Filippo, secondo il loro calendario. Oltra
di questo,  se la festa di san Pietro e di  san  Paolo,  overo  l'Annunciazione
della  Madonna,  venisse  nel giorno di mercore o ver di venere,  allora in tal
giorno non mangiano carne. Di nissuno santo fanno la vigilia, eccetto che nella
Decollazione  di  san  Giovanni,  la  qual    alli  29  d'agosto,   ogni  anno
l'osservano.  Finalmente,  se  nel  digiuno  grande  della quadragesima qualche
giorno solenne,  come sarebbe l'Annunciazione della  Madonna,  viene,  mangiano
pesci.  Alli  monachi  digiuni  molto  pi  gravi  e  pi molesti sono imposti,
percioch quelli bisogna che si contentino  solamente  d'una  certa  bevanda  e
mistura,  la  quale kwas chiamano,  cio pozione,  over bevanda acetosa e acqua
mista col formento.  Alli sacerdoti l'acqua mulsa e la cervosa in quel tempo  
divietata,  bench  al  presente  tutte le leggi e statuti umani mancano e sono
vietati. Fuori del tempo del digiuno, nel giorno del sabbato mangiano carne,  e
nel mercord da quella s'astengono.
Li  dottori che loro seguitano sono questi: Basilio Magno,  Gregorio e Giovanni
Grisostomo,  il  quale  chiamano  slatausta,   cio  bocca  d'oro.   Non  hanno
predicatori,  ma  pensano  esser  bastevole l'essere stato presente alli divini
ufficii e aver udito le parole  dell'Evangelio,  dell'Epistole  e  degli  altri
dottori,  li quali il sacerdote recita nella lingua loro volgare;  e credono di
fuggire molte eresie,  le quali il pi delle volte  dalle  prediche  nascono  e
derivano.  Nel  giorno  della  dominica annunciano le feste della settimana,  e
recitano la pubblica confessione;  e finalmente,  quel tutto ch'essi vedono  il
lor  principe credere,  quello statuiscono esser retto e buono e da tutti dover
essere seguitato e osservato.
Essendo in Moscovia,  intendessimo il patriarca di Costantinopoli,  a richiesta
del duca di Moscovia,  aver mandato gi un certo monaco, chiamato Massimiliano,
accioch tutti li libri,  canoni e tutti li statuti alla  fede  pertinenti  con
retto giudicio in ordine reducesse.
Il  che  avendo  fatto,  e  molti  gravissimi errori castigati ed emendati,  in
presenza del principe disse quella persona essere scismatica la quale il romano
o vero il greco rito non seguitasse. Il che detto,  non molto doppo (quantunque
il  principe  gli volesse grandissimo bene) dicesi che spar,  ed  opinione di
molti che fosse annegato.  Era  gi  il  terzo  anno,  quando  noi  eravamo  in
Moscovia,  che  si  diceva  un  certo  Marco greco,  mercante di Capha,  questo
medesimo aver detto,  e per questo esser stato preso,  e bench  l'ambasciatore
turchesco  con  preghiere  grandissime pregasse per lui,  nondimeno esser fatto
morire.
Georgio greco,  cognominato  il  Picciolo,  tesoriero,  cancelliero  e  supremo
consigliero   del  principe,   perch  quella  medesima  causa  favoreggiava  e
difendeva, subito da tutti gli ufficii fu remosso,  e dalla grazia del principe
cadde.  Ma  conciosiach  'l  principe  non  potesse  in alcun modo esser privo
dell'opra di s fatto uomo,  di nuovo nella sua grazia  fu  ricevuto,  ma  ebbe
diverso  carico.  Fu  uomo di singolare dottrina,  e di sperienza di molte cose
ornato,  il quale con la madre del principe era venuto in Moscovia.  Costui era
dal  principe  avuto  in tanta venerazione che,  avendolo una volta il principe
chiamato avanti di s ed essendo infermo,  command ad alcuni delli suoi  primi
consiglieri  che  con  la  lettica  nella abitazione d'esso lo portassero;  ma,
essendo nella corte pervenuto,  ricus d'essere portato per s  alte  scale,  e
cos,  uscito della lettica,  a poco a poco egli medesimo avanti il principe se
n'and.  Il che il principe avendo a sdegno,  comand  che  fosse  posto  nella
lettica  e  portato  al suo conspetto,  e cos,  communicati con quello li suoi
consigli e finiti li lor negozii,  comand che fosse nella lettica reportato  a
casa, e volse che per l'avvenire in quel modo fosse sempre portato.
La  principal cura delli religiosi  che tutte le sorti d'uomini alla fede loro
conducano.  Li  monachi  eremiti  gi  buona  parte  delli  idolatri,   con  la
predicazione  del  verbo  d'Iddio,  alla  fede  di  Cristo hanno tirato;  vanno
eziandio alcuna volta in diversi paesi verso il settentrione e  l'oriente,  con
grandissime fatiche,  con fame e grandissimo pericolo della vita: n sperano di
riportarne altra commodit,  ma solamente hanno riguardo di fare cosa grata  al
magno Iddio,  e,  pur che possano l'anime di molti, in diversi errori condotte,
nella via retta e buona rivocare e a Cristo salvator nostro guadagnare,  alcuna
volta alla propria morte espongono la vita loro.
  ancora  in  Moscovia  un  famoso  monastero della Santa Trinit,  il quale 
distante dalla citt principale,  verso occidente,  per dodici miglia tedeschi.
Ivi    sepelito san Sergio,  il quale dimostra molti miracoli,  e con mirabile
concorso e piet di gente e di popoli  celebrato.  A questo monastero  sovente
va il principe,  ma la gente minuta ogn'anno a certi giorni l concorre,  e con
liberalit del monastero  nutrita. Dicono essere in tal luogo un certo vaso di
rame stagnato, nel quale cibi ed erbe vi si cuocono, onde,  o pochi o molti che
vi  vadano,  sempre  nondimeno  tanto di cibo vi rimane che la famiglia di quel
monastero si pu saziare, di modo che n mai manca, n mai ve n'avanza, etc.


Delle decime.

Wolodimero, nell'anno 6496,  venuto al vivo fonte del santo battesimo,  ordin,
insieme  con  Leone metropolitano,  che si dovessero dare le decime di tutte le
cose umane a beneficio de' poveri,  di pupilli,  degl'infermi,  di vecchi,  de'
forestieri,  de' prigioni e di quelli che non hanno il modo di sepelirsi,  e di
quelli ch'avessero gran famiglia, e di quelli che sono stati ruinati dal fuoco,
e finalmente per sostegno della necessit di tutti li miseri, per li monasterii
e per le chiese de' poveri,  e principalmente per refrigerio e de' morti e  de'
vivi.  Similmente, il prefato Wolodimero sottopose alla potest e giurisdizione
spirituale tutti gl'abbati,  li preti,  diaconi e tutto lo stato  di  chierici,
monachi, le monache e altre pizzocchere, le quali in lor linguaggio proscurnice
chiamano.  Similmente ha sottoposte le moglie,  i figliuoli delli sacerdoti, li
medici,  le vedove,  le ostetrici o ver comari,  e quelli li quali  da  qualche
santo  hanno  ricevuto  miracoli,  e  quelli  che fossero stati liberati per la
salute di qualche anima,  e finalmente ciascuno delli ministri delli monasteri,
ospitali,  e  quelli  che  le  veste di monaci finiscono.  E per tutto l'odio,
discordia e rissa che fra le dette persone  nasce,  il  vescovo,  come  giudice
competente,  pu  giudicare: ma,  se fra li laici e questi qualche controversia
nascesse, per giudicio commune debbe essere determinata.
Le proscenice sono quelle donne le quali non partoriscono pi,  e non hanno pi
il suo fiore, e sono quelle che cuocono il pane per fare il sacrificio, il qual
pane proscura chiamano.
Li vescovi,  tanto fra li knesi quanto fra' gentiluomini e fra tutti i secolari
che  tengono  concubine,  debbono  ordinare  il  divorzio.   Similmente,   alla
giurisdizione  sua  appartiene  quando  la  moglie  non   ubidiente al marito,
s'alcuno fosse ritrovato in adulterio, o vero fornicazione, se avesse tolta per
moglie una che fosse sua consanguinea,  e quando il marito  qualche  gran  male
contra   la   moglie  si  sforzasse  di  fare;   similmente,   gl'indovinatori,
gl'incantatori, i veneni, le dispute per causa dell'eresia, o ver fornicazione,
prese; o vero se 'l figliuolo acerbamente avesse ripreso e offeso il padre e la
madre e parimente le sorelle. Oltra di questo,  li sodomiti,  i sacrilegi,  gli
spogliatori  de'  morti,  e  quelli che per far incantamento hanno tolto alcuna
cosa delle imagini de' santi, o ver della statua della croce;  quelli che cane,
uccello,  vero altro animale immondo hanno condotto nella chiesa sacra d'Iddio,
o vero hanno mangiato.  Oltra di questo,  debbono ancora li vescovi ordinare  e
statuire tutti li pesi e misure delle cose umane; ma nessuno si maravigli se le
predette  cose  si  ritrovano  diverse  e  contrarie da cotesti canoni e ordini
fatti, percioch non sono tanto per vecchiezza mutate, quanto per ingordigia di
danari corrotte e guaste.
Il principe,  quando il suo metropolita riceve  nel  convito,  gli  d  il  pi
onorato  luogo  degli  altri,   in  absenzia  degli  altri  suoi  fratelli;  ma
nell'esequie funerali, invitando a quelle il metropolita e altri vescovi,  esso
principe  nel principio il cibo e il bere gli porge,  dapoi un suo fratello,  o
qualche altro uomo grande,  constituisce,  il quale in nome suo serva a  quelli
insino al fine del convito.
Essendo  io  desideroso  d'intendere quelle cerimonie le quali usano nel tempio
nelli giorni solenni,  finalmente l'ottenni.  Nel tempo de l'una e l'altra  mia
legazione,  nella  festa  dell'Assunzione  della  Madonna,  la quale viene alli
quindici d'agosto,  essendo io entrato nel tempio  maggiore,  ornato  di  verdi
frondi degli arbori,  io viddi il principe alla man destra d'una porta,  per la
quale era entrato, standosi fermato in un bastone,  chiamato possoch,  col capo
discoperto,  appresso  del muro;  e avanti di s v'era uno,  il quale nella sua
destra teneva il cappello,  o altro coprimento di testa del principe;  dapoi li
consiglieri  del principe stavano fermati alle colonne del tempio,  dove ancora
noi fossimo condotti.  Nel  mezo  del  tempio,  sopra  un  tavolato,  stava  il
metropolita,  solennemente  vestito,  e portava una mitra rotonda,  la quale di
sopra era ornata di pi imagini di santi,  e  disotto  di  pelli  armelline,  e
teneva in mano similmente il suo bastone,  come faceva il principe;  e,  mentre
gli altri cantavano, insieme con li suoi ministri orava. Dapoi,  verso del coro
e alla man sinistra, contra il nostro costume, rivoltatosi, per la porta minore
and fuora,  andando avanti li cantori,  sacerdoti e diaconi: delli quali v'era
uno, il quale nella patena sopra del capo portava un pane per il sacrificio,  e
l'altro  portava il calice coperto,  e gli altri poi cos indifferentemente,  e
con grande  acclamazione  e  venerazione  del  popolo  circonstante,  portavano
l'imagini  di  san  Pietro,  di  san Paolo,  di san Nicol e di sant'Arcangelo.
Alcuni delli circonstanti esclamavano: "Signore,  abbi  misericordia  di  noi";
altri,  secondo la lor usanza,  toccavano la terra con la fronte, piangendo. Il
volgo,  con varia maniera di  venerazione  e  culto,  seguitava  le  sopradette
imagini.  Dapoi, finita la processione, per mezo la porta del coro entrorono in
chiesa, e subito il sacro officio cominciorono: ma tutto il sacrificio,  o vero
messa appresso di loro si suol dire in lingua volgare,  e l'Epistola e il sacro
Evangelio,  fuora del  coro,  con  alta  e  chiara  voce  sono  annunciati  dal
sacerdote,  accioch  pi  facilmente  possano  essere  intesi e conosciuti dal
popolo circonstante.  Nella prima mia legazione,  nella  medesima  festa  della
Madonna,  io  viddi  pi di cento uomini li quali senza altro riguardo circa la
fossa  della  rocca  lavoravano:  percioch  solamente  li  principi  e   altri
gentiluomini, come diremo qui di sotto, sogliono guardare le feste.


Il modo over ordine di contraere il matrimonio.

  cosa disonesta e vergognosa ad un giovane dimandare una donzella per moglie,
ma  officio del padre della vergine parlare col giovane,  accioch  tolga  per
moglie la sua figliuola. Il pi delle volte sogliono parlare con simili parole:
"Avendo  io  una figliuola,  volentieri io ti vorrei per mio genero";  al quale
rispondendo, il giovane dice: "Se tu mi desideri per genero,  e che cos pare a
te,  io parler con li padri miei";  e dapoi, se 'l padre, la madre e gli altri
parenti sono contenti,  convengono insieme della dote che vuol  dare  il  padre
della figliuola, dapoi s'ordina il giorno alle nozze. Fra questo mezo, lo sposo
dalla  casa  della  sposa  s  fattamente    rimosso  che,  se  per sorte egli
richiedesse di volere almanco vedere la sposa,  li parenti di  quella  sogliono
rispondergli:  "Conosci  e  intendi  dagli altri,  li quali l'hanno conosciuta,
quale essa si sia".  Gli sponsalizii o ver nozze di quel paese  sono  con  pene
grandissime confermate e stabilite, accioch 'l sposo non possa, ancora ch'egli
volesse,  repudiarle altramente.  Non gli  permesso l'entrare nella casa della
sposa.  Per nome di dote al pi delle volte sono dati cavalli,  veste,  lancie,
animali,  servi  e  simili cose;  gl'invitati alle nozze rare volte offeriscono
danari,  nondimeno doni e altri presenti mandano alla sposa,  li quali doni  lo
sposo,  diligentemente notati,  in cassa gli pone.  Dapoi,  finite le nozze, di
nuovo gli considera,  e di quelli,  se vi fossero alcune cose a l'uso e commodo
suo necessarie e utili, quelle manda in piazza, e comanda che siano stimate per
quelli  li quali hanno questo carco;  l'altre robbe tutte,  a una per una,  con
riferimento di grazie a ciascuno rimanda indietro.  E quelle robbe che  ritiene
per s,  in spazio d'un anno,  secondo la stima fatta, o in danari o in qualche
altra cosa d'eguale valore compensa;  e se,  per sorte,  qualcuno  stimasse  di
maggior valuta il suo presente,  allora lo sposo subito agl'istimatori ricorre,
e constringe quello a star saldo e fermo secondo la stima loro. Similmente,  se
'l  sposo,  dopo  il  tempo scorso,  non avesse satisfatto,  o vero che 'l dono
ricevuto non avesse restituito,  tenuto a satisfare il doppio: finalmente,  se
ricuser di dare il dono di qualcuno alli stimadori da essere istimato, secondo
l'arbitrio  e  volont  di  quello che ha dato il dono  costretto a pagare.  E
questo costume in ogni liberalit o maniera di donazione communemente  sogliono
osservare.
Non  fanno matrimonio che tocchi il quarto grado di consanguinit,  e hanno per
eresia se alcuno togliesse per mogli le sorelle germane;  e niuno ha  ardimento
di torre per moglie una sorella d'un suo parente.  Similmente, severissimamente
osservano che quelli non siano  nel  matrimonio  mischiati,  fra  li  quali  la
cognazione spirituale del battesimo vi sia intervenuta. S'alcuno, dopo la morte
della prima moglie,  un'altra ne torr,  lo concedono; ma difficilmente pensano
che sia legitimo matrimonio, e la terza moglie,  senza urgentissima causa,  non
permettano:  la  quarta  a  nissun  concedono,  ed  eziandio  quello  non esser
cristiano giudicano. Consentono al divorzio, e tolerano il libello del repudio:
quello nondimeno grandemente tengono occulto,  perch sanno  che    contra  la
religione  e statuti.  Avemo detto di sopra il principe di Moscovia Salomea sua
moglie, per cagione di sterilit, aver repudiata e nel monasterio rinchiusa, ed
Elena, figliuola di knes Basilio Linski, aver tolta per moglie. Similmente, gi
alcuni anni,  un certo Basilio Bielski di Lituania in  Moscovia  era  scampato,
lasciando la moglie giovane, bella e fresca in mano degli amici, li quali, come
fedeli,  per  longo  tempo  appresso  di loro la ritennero (percioch pensavano
quello per amore e desiderio della sposa sua di nuovo dover ritornare,  il  che
non  fu fatto);  ma esso,  conferita la causa della moglie col metropolita,  il
metropolita gli disse: "Quando non per tua cagione, ma per colpa della moglie e
de' parenti a te non sia lecito essere con lei, io ti faccio grazia della legge
e da quella ti assolvo".  La  qual  cosa  udita,  un'altra  donna,  nata  della
progenie de' principi resanensi,  tolse per moglie, della quale eziandio n'ebbe
figliuoli, li quali avemo veduti essere in gran stima appresso il principe.
Non chiamano adultero se non quello ch'ha goduta la moglie d'un altro.  L'amore
delli  congionti in matrimonio al pi delle volte  tepido,  e specialmente de'
nobili,  li quali menano moglie non l'avendo mai veduta,  ed  essendo  occupati
nelli servizii del principe,  sono sforzati talora d'abbandonarla, e tra questo
mezo con sozza e aliena libidine si macchiano.
La condizione delle donne  miserissima,  perch  non  credono  nissuna  essere
onesta e buona,  se non quella la quale vive in casa chiusa e serrata, e di tal
sorte  custodita che mai quasi viene fuora.  Similmente poco  casta  e  pudica
stimano  quella  la  quale da' forestieri e gente esterna  veduta.  Serrate in
casa,  filano solamente,  inaspano il filo,  non hanno a fare alcun negocio  di
casa, ma tutte le fatiche domestiche e familiari sono delli servi. Abborriscono
tutto  ci ch' soffocato per man delle donne,  sia o gallina overo altra sorte
d'animale, come cosa impura e maculata.  Le mogli di quelli che sono pi poveri
pigliano le fatiche di casa e cuocono.  Se per sorte i lor mariti sono absenti,
e li servi,  e che volessero ammazzare le  galline,  stanno  in  su  le  porte,
tenendo la gallina,  o vero altro animale, e il coltello in mano, e pregano con
grand'instanzia gli uomini che passano che vogliano ammazzare le sue galline.
Rarissime volte le donne vanno in chiesa,  e rare volte parlano ancora con  gli
amici,   eccetto  se  non  fossero  vecchissimi,  e  fuora  d'ogni  sospezione;
nondimeno,  in certi giorni  di  festa,  per  lor  diporto  e  per  recreazione
dell'animo,  concedono  alla  moglie e alle figliuole che in prati amenissimi e
floridi possano ritrovarsi: dove sopra una certa ruota, alla similitudine della
Fortuna sedendo,  scambievolmente di sopra  e  di  sotto  si  muovono,  o  vero
attaccano  una  fune in alto e,  sopra quella standovi,  ora qua e or l spinte
sono portate e mosse,  o vero che con certi canti e con  certo  sbattimento  di
mani  per se stesse prendono diletto e piacere.  Ma totalmente sono lontane da'
balli e altre saltazioni.
 in Moscovia un certo Alemanno fabro,  cognominato Giordano,  il  quale  aveva
tolto  per moglie una donna rutena.  Costei,  essendo stata longamente appresso
del marito, un giorno, venutagli certa occasione,  amichevolmente gli disse: "O
mio  carissimo  marito,  perch  non  mi ami tu?" Rispose il marito: "Io ti amo
grandemente".  Disse la moglie: "Ancora non ho veduto  segno  alcuno  d'amore".
Rispose il marito: "Che segno ricerchi tu da me?" "Il segno  che tu non mi hai
mai battuta". Disse il marito: "Certo le battiture non mi paiono segni d'amore;
nondimeno  in  questa  parte  non  mancher  punto",  e cos,  non molto dapoi,
crudelissimamente battette la moglie,  ed egli confessomi  che  la  moglie  gli
volea maggior bene che prima; e cos, procedendo spesse volte a batterla, tanto
la batt che, essendo noi in Moscovia, gli ruppe il collo e le gambe.
Tutti  confessano esser servi del principe;  similmente i pi nobili in maggior
parte hanno li servi comprati, o vero presi; quelli servi che sono liberi,  non
  lecito  partirsi  quando gli piace,  e quando si parte contra la volont del
padrone,  nissuno ha ardimento di torlo in casa.  Se un padrone non tratta bene
un buono e fedele servo,   fatto quasi infame e vituperato appresso gli altri,
n per l'avvenire pu aver grazia di tener altri servi appresso di s.
Quella gente gode pi la servit che la libert, percioch molti,  che sono per
morire,  alcuni  delli  lor  servi  fanno liberi,  li quali nondimeno subito di
nuovo,  ricevendo danari,  si danno in servit ad altri padroni.  Se  'l  padre
vende il figliuolo,  secondo l'usanza,  e quello finalmente in qualunque modo 
fatto libero, il padre ancora di nuovo questo suo figliuolo ragionevolmente pu
rivendere;  nondimeno,  dopo la quarta vendizione non ha pi giurisdizione.  Il
principe  solo  ha  potest  con  l'ultimo  supplicio di castigare li servi,  e
parimente gli altri suoi sudditi.
Il principe, ogni secondo o ver terzo anno,  per le provincie fa la descrizione
delle genti,  e li figliuoli delli suoi gentiluomini nota e discrive,  accioch
il numero di quelli,  e  quanti  cavalli  e  servitori  abbia  ciascuno,  possa
conoscere,  dapoi a ciascuno propone il suo stipendio, com' detto di sopra. Ma
quelli  che  sono  ricchi  e  hanno  buon  patrimonio  combattono  col  proprio
stipendio.  Rare volte sono ociosi li suoi soldati, percioch o vero combattono
con Lituani, o vero coi Livoniensi,  overo coi Svetensi,  o vero con li Tartari
casanensi; o veramente, se egli non fa guerra, ogn'anno nelli luoghi intorno al
Tanai e Occa fiumi vi suole porre le guardie di vintimila soldati,  a deprimere
e abbassare gli assalti,  le correrie e le prede de' Tartari procopensi.  Suole
ancora il principe ogni anno delle sue provincie ordinatamente chiamare alcuni,
li quali in Moscovia tutti gli officii che pi gli piace operano fidelmente. Al
tempo della guerra, non servono ordinatamente per un anno, ma tutti, cio tanto
li  stipendiarii  quanto  quelli  che  aspettano  la  grazia  e benevolenza del
principe, sono astretti andare alla guerra.
Hanno li cavalli piccioli,  castrati,  senza ferri,  freni leggieri,  e  alcune
selle da cavalli all'uso accommodatissime,  accioch in ogni parte senza fatica
niuna si possano voltare e carcare l'arco loro.  Con li  piedi  tirati  in  su,
talmente  seggono  a  cavallo che nissuna botta,  o ver percossa d'asta,  o ver
d'altre arme, alquanto gagliarda possono sostenere. Pochi usan gli speroni,  ma
i  pi  la  sferza,  la quale sempre al dito picciolo della man destra tengono,
accioch quella,  quando bisogno fia,  piglino e usino: e,  quando  combattono,
quella similmente gi dalla man loro abandonata ne penda.
L'armi  ordinarie sono gli archi,  armi da lanciare,  manare,  e il baculo alla
simiglianza del cesto,  il quale  in  lingua  rutenica  kesteni,  e  in  lingua
polonica  bassalick    chiamato.  La lancia,  quelli che sono pi nobili e pi
ricchi l'usano.  Hanno certi pugnali longhi,  alla  similitudine  de'  coltelli
pendenti,  e  nelle vagine cos reconditi e posti che a pena l'ultima parte del
manico toccare e,  dalla necessit costretto,  con fatica cavar fuora tu possi.
Le redine della briglia sono longhe,  e nella parte estrema forate,  e per quel
buco se le legano al dito sinistro,  accioch possino pigliare l'arco e  quello
similmente usare; e bench in un medesimo tempo tengono con le mani la briglia,
l'arco,  la  lancia,  l'asta  e  la sferza,  nondimeno peritamente e senz'alcun
impedimento l'usano.  Alcuni de' pi nobili usano la corazza  e  il  pettorale,
elegantemente con certe squame e armilli fabricato;  ma pochi usano la cresta a
simiglianza di piramide nella sommit ornata.  Alcuni hanno la  vesta  di  lana
bambagina  benissimo  foderata,  accioch possino le percosse di ciascuna sorte
pi facilmente sostenere.
La fanteria e l'artiglieria nel conflitto giamai non usano,  percioch quel che
fanno,  o vero in assaltare,  o vero in seguitare il nimico, o vero in fuggire,
fanno subito e velocemente,  e cos non possono essere perseguitati n per  via
della  fanteria  n  per  via  dell'artiglieria.  Nondimeno il moderno principe
Basilio us quelle,  l'anno seguente che 'l re precopense  il  nepote  suo  nel
regno casanense ridusse, e nel suo ritorno appresso la Moscovia 13 miglia ferm
il suo campo,  appresso il fiume Occa: forse per dimostrare la potenzia sua,  o
vero per scancellare la macchia ricevuta l'anno inanzi per la fuga  vergognosa,
nella  quale  si  diceva  per alcuni giorni esser stato ascoso in un montone di
fieno,  o vero per rimovere dalli suoi confini il  re  de'  Tartari,  percioch
dubitavasi quello il regno suo di nuovo dovere assalire. Essendone in Moscovia,
il prefato principe ebbe della Lituania da 1500 fanti di diverse sorti.
Nel  primo impeto arditamente assaltano il nimico,  ma non molto in ci durano,
come se volessero dire: "Fuggite,  o vero noi fuggiremo".  Le citt rare  volte
per forza o vero per gran battaglia sogliono espugnare, ma pi presto con longo
assedio  constringere gli uomini per fame,  o vero con tradimenti,  a rendersi.
Basilio,  quantunque Smolenzko citt con le bombarde,  le quali  aveva  portato
seco di Moscovia,  e con quelle che ivi trovato avea, oppugnasse, nondimeno non
fece niente,  e similmente nell'assedio di Casan fece niun  frutto,  percioch,
essendo  arsa  la  rocca  sino  a'  fondamenti,  e  dipoi di nuovo rifacendosi,
nondimeno nissuno soldato vi fu il quale avesse ardimento di salirvi sopra.
Ha il principe al presente  i  gettatori  dell'artiglierie,  uomini  germani  e
italiani,  li quali,  oltre l'artiglierie, gettano ballotte di ferro all'usanza
che usano li nostri principi;  nondimeno nel conflitto non possono  servirsene,
che  tutte  le loro cose son poste in celerit e in prestezza.  Non sanno l'uso
dell'arteglierie, n sanno con quali si faccia la batteria alle muraglie, e con
quali la squadra,  o vero l'impeto de' nimici,  si rompa.  Il che altre volte 
intervenuto,  e  specialmente  in quel tempo che si diceva che li Tartari erano
per assaltare la Moscovia,  percioch il locotenente subito avea comandato  che
la  bombarda  grande  sotto  la  porta  del  castello fosse posta,  e di ci il
bombardiere germano rise molto,  perch a pena in spazio di tre  giorni  a  tal
luogo poteva essere condotta, e gi una volta, essendo stata discaricata, aveva
rovinata la porta.
  grandissima  la diversit e la variet degli uomini,  s nelli negocii umani
come eziandio nell'arte e modo di guerreggiare: percioch il Moscovito,  subito
che  si mette in fuga,  nissun'altra salute spera eccetto quella che dalla fuga
dipende;  giunto e preso dal nimico,  non si difende n gli dimanda perdonanza.
Ma  il  Tartaro,  bench  sia gettato da cavallo,  spogliato di tutte l'armi ed
eziandio gravissimamente ferito, nondimeno ancora con le mani,  co' piedi e con
li denti insino a l'ultimo fiato si difende. Il Turco, vedendosi d'ogni aiuto e
speranza privo di poter scampare,  supplichevolmente dimanda perdono, e gettate
gi l'armi,  le mani giunte porge al vittorioso nimico,  e spera in tal cattura
la vita impetrare.
In collocare li campi loro, luogo spazioso e grande sogliono eleggere, dove gli
uomini  pi  nobili  drizzano i loro padiglioni;  ma gli altri di rami d'arbore
fanno come un arco o vero cappannetta in terra, e la cuoprono,  accioch dentro
ascondano le selle, gli archi e altre armi di quella sorte, e che dalla pioggia
difendere  si  possano.  Li cavalli mandano alli pascoli,  e per questa cagione
hanno i loro padiglioni, o vero tende,  tanto distanti un dall'altro,  li quali
padiglioni  n con carro n con fossa n con altro fortificano,  eccetto se per
caso il luogo non fosse naturalmente o per le selve,  o per li fiumi,  o per li
paludi forte.
Potrebbe  qui qualcuno maravigliarsi come se medesimi e li suoi con s picciolo
stipendio e per tanto  longo  tempo  si  possano  sostentare,  e  per  ora  la
parsimonia  e la frugalit di quelli con poche parole io vi dichiarer.  Quello
che ha sei o pi cavalli, di quelli uno ne piglia,  il quale le cose necessarie
per  la  vita  porta: prima porta il miglio pestato in un sacchetto longo due o
vero tre palmi,  dapoi ha otto o vero dieci libre di carne di porco salata;  ha
ancora  il  sale in un sacchetto,  e,  se  ricco,  misto col pevere.  Oltra di
questo,  ciascuno porta con esso lui la mannara,  l'azzalino d'apprender fuoco,
il laveggio o vero pignatta di rame;  e se per caso a qualche luogo arriva dove
non ritruovi niente di frutti,  d'aglio,  di cipolle,  over di carne d'animali,
accende  il fuoco ed empie la pignatta d'acqua,  e in quella vi butta dentro un
cucchiaro di miglio pesto,  insieme col sale: e di tal cibo  il  padrone  e  il
servo vivono,  e,  se il padrone avesse gran fame, la mangia tutta, di modo che
qualche volta li servi per due e tre giorni digiunano.  Se il padrone vuole pi
sontuosamente  mangiare,  v'aggiunge una picciola particella di carne di porco:
non parlo degl'uomini grandi, ma di quelli che sono di mediocre condizione.  Li
capitani  dell'esercito  e  altri  prefetti della milizia invitano alcuna volta
que' pi poveri, li quali, preso un buon pasto, stanno poi due e tre giorni che
dal cibo s'astengono. Quando hanno frutti, aglio o cipolle,  facilmente possono
astenersi di tutte l'altre cose.
Quando sono per entrar in guerra, pongono pi speranza nella moltitudine, e con
quanta  gente assaltino il nimico,  che nella fortezza o ordinanza de' soldati.
Combattono pi felicemente da  presso  che  da  lontano,  e  per  questa  causa
s'ingegnano principalmente circondare il nimico e assalirlo alle spalle.  Hanno
molti trombetti, li quali, mentre secondo il loro costume suonano tutti insieme
le trombe,  un certo maraviglioso e inusitato concento  rendono.  Hanno  ancora
un'altra  sorte  di musica,  la quale in lingua loro chiamano szurna,  e quando
usano tale sorte di musica,  hanno tanto potere in tal suono che quasi per  una
ora  e  pi,  senza  nissuna  respirazione  e  retiramento  di fiato,  cantano:
primamente sogliono empire le bocche loro di aere,  e con le nare del naso sono
attissimi  a traere il medesimo spirito,  e mandano fuora la voce con la tromba
senza tralasciamento alcuno.
Tutti usano un medesimo vestito,  o culto del corpo: portano gli  abiti  longhi
senza pieghe, con le maniche strette, e quasi alla similitudine di quelle degli
Ongheri,  nelli  quali  i  cristiani  hanno certi nodi con li quali il petto si
stringe nel destro lato. Ma li Tartari, usando un vestito poco dissimile, hanno
li nodi, o ver bottoni, nel sinistro lato. Usano stivaletti rossi e curti,  che
a  pena  toccano il ginocchio,  e portano le scarpe ferrate di chiodi di ferro;
hanno le camice intorno al collo con varii colori lavorate, e quelle con monili
o bottoni d'argento,  o vero di rame  indorato,  con  perle  adornano.  Non  si
cingono il ventre, ma pi gi, accioch tanto pi il ventre appaia di fuora: il
che al presente eziandio Italiani, Spagnoli e Germani sogliono fare.
Li giovani, e parimente li putti, nelli giorni festivi in un certo luogo grande
e  celebre della citt,  dove possono essere veduti e uditi da molti,  sogliono
radunarsi;  e ivi,  con certo cifigliare  e  altri  segni,  s'accennano  uno  a
l'altro, e subito chiamati corrono l, e con le mani azzuffandosi, con le pugna
cominciano la guerra, e dapoi con li piedi, e con grandissimo impeto la faccia,
la gola,  il petto,  il ventre e le cosce e le gambe percuotono, e in qualunque
modo possono,  combattendo per restare vittoriosi,  quelli buttano  per  terra,
tanto  in  ci  affatticandosi che spesse volte mezi morti sono cavati fuori di
l.  Chi ne vince pi e pi  longamente  dura  nel  teatro,  e  fortissimamente
tollera  le  battiture,  pi  che  gli  altri   lodato e tenuto per vittorioso
celebre.  Questa sorte di combattere  stata ritrovata  acci  che  li  giovani
s'usino a sofferire le battiture e le percosse d'ogni sorte.
Esercitano grandissima giustizia contra li ladri: li quali presi, la prima cosa
gli spezzano li calcagni, dapoi li lassano stare cos per due o ver tre giorni,
insino a tanto che quelli si enfiano;  dapoi che sono rotti e infiati, di nuovo
comandano che spesse volte siano mossi.  Non usano altra sorte  di  tormento  a
tormentare  li scelerati per confessare i latrocinii,  i furti e li compagni di
quelli; ma se 'l ladro  ritrovato degno di supplicio,  appiccato, e non usano
altra sorte di pena a punire li rei che questa,  eccetto per se  non  avessero
commesso  qualche  male pi atroce e pi crudele.  Furti rare volte sono puniti
con pena capitale, anzi rare volte gli omicidii, eccetto se fossero stati fatti
per preda.  Chi occide il ladro ritrovato nel furto pu farlo,  senza punizione
alcuna;  con  questa  condizione  per,  che porti il corpo ucciso in corte del
principe,  e il successo della cosa racconti.  Quelli che vengono alle mani con
gli animali bruti non sono puniti.  Pochi delli prefetti hanno auttorit di far
giustizia della vita;  niuno ha ardimento di dar tortura ad alcuno de' sudditi.
Li rei sono condotti a Moscovia, o vero in altre citt principali. Nel tempo di
verno fanno il pi giustizia, perch l'estate sono impediti in guerra.


Ordinazioni  di  Giovanne  Basilio,  granduca di Moscovia,  nell'anno del mondo
7006.

Quando un reo sar condennato in un rublo,  debba pagare al giudice due altini,
e  al notaio otto denghi;  e se le parti facessero pace prima che venissero nel
luogo del duello,  non per manco debbono pagare al giudice e al notaio che  se
fosse  fatto  il  giudicio.  Ma  se  venissero  nel luogo del duello,  il quale
ocolnick  e  nedelsnick  solamente  possono  deliberare,   e  ivi   per   sorte
ritornassero  in  grazia,  debbano  pagare  al  giudice  come di sopra,  cio a
ocolnick L denghe,  e a nedesnicko L denghi e due altini,  e al scrivan quattro
altini e una dengha. Ma se venissero in duello e un di loro fosse vinto, il reo
debbe  pagare al giudice quanto in ci da quello sar richiesto,  e a ocolnicko
dia una poltina e l'armi del vinto,  e al scrivano L denghe,  a nedelsniko  una
poltina  e  quattro  altini.  Ma se 'l duello sar per qualche incendio,  morte
d'amico, rapina o furto, l'accusatore, se 'l vincer,  pigli dal reo quello che
gli dimand,  e a ocolniko sia dato una poltina e l'armi del vinto, al scrivano
L denghe,  a nedelsniko una poltina,  al vestone (il quale amendue le parti con
le  condizioni  prescritte  conduce al duello) quattro altini;  e tutto ci che
sar rimaso del vinto, sia venduto e dato a li giudici, e nel corpo sia punito,
secondo la qualit del delitto.
Gli omicidii delli signori, i traditori delle citt, i sacrilegi, plagiarii,  e
quelli  che  le  cose nella casa d'altri secretamente portano e dicono essergli
state robbate (li quali podmetzchek si chiamano),  oltra di questo  quelli  che
col  fuoco  perturbano  gli uomini e quelli che sono manifesti malfattori,  con
ultimi ed estremi supplicii sono puniti.
Quello che sar convinto del primo furto,  eccetto se  non  fosse  accusato  di
sacrilegio, o ver plagio, non  da dargli morte, ma con publica pena  da esser
emendato,  cio con bacchette battuto, e con pena pecuniaria dal giudice punito
e castigato.  E se di nuovo ser preso nel furto,  e non aver  che  satisfare,
debbe  morire;  e  convinto,  e non avendo il modo da satisfare all'accusatore,
debbe essere primamente battuto, e dapoi dato nelle mani dell'accusatore.
S'alcuno sar accusato di furto, e qualche uomo onesto e da bene col giuramento
affermer quello gi un'altra volta esser stato convinto,  o vero per causa  di
furto essersi riconciliato con qualcheduno,  senza altro giudicio debbe morire,
e delli beni suoi facciasi come  detto di sopra.
Se qualcheduno di vile condizione nato, o vero di vita sospetta, sar incolpato
di furto,  sia chiamato in giudicio,  e,  se  non  pu  esser  convinto  d'aver
robbato,  dia  sicurt,  o  vero piezzeria,  e si lasci l'inquisizione ad altro
tempo.  Per il scritto ordinato,  o vero per la sentenzia fatta di  stima  d'un
rublo,  debbonsi pagare al giudice nove denghe, e al secretario, il quale ha il
sigillo, un altino, e notaro tre denghe.
Li prefetti, li quali non hanno auttorit, conosciuta la causa, di deliberare e
di fare sentenzia,  debbono condennare una delle due  parti  in  alcuni  rubli,
dapoi  tale  decreto  alli giudici ordinarii mandino;  e se parer loro che sia
giusto e ragionevole, per tanti rubli, tanti altini siano pagati al giudice,  e
al secretario quatro denghe.
Ciascuno che vuole accusare un altro di furto, di spoglio o vero d'omicidio, va
in  Moscovia,  e  dimanda  che  sia  chiamato  in  giudicio: ed  dato a quello
nedelsnick,  il quale constituisce il  giorno  al  reo,  e  quello  conduce  in
Moscovia.  Il reo, constituto in giudicio, al pi delle volte niega ci che gli
 opposto;  ma se l'accusatore produce li testimonii,  amendue  le  parti  sono
interrogate  se  vogliono stare alli detti delli testimonii.  Alla qual domanda
communemente rispondono: "Siano uditi li testimonii secondo la giustizia  e  il
costume", e, se li testimonii dicono contra il reo, il reo subito se gli oppone
avanti,  e  dice  contra li testimonii e le persone che l'accusano: "Io dimando
che mi sia permesso il giuramento,  e alla giustizia divina  mi  sottometto,  e
dimando  il  campo  e il duello": cos a quelli,  secondo la consuetudine della
patria,  permesso il duello.
L'uno e l'altro pu constituire in suo luogo al duello ogni altro che vuole,  e
similmente  armarsi di quelle armi che pi gli piace,  eccettuati per l'arco e
il pixide;  communemente hanno li corsaletti,  o vero  corazze  longhe,  alcuna
volta doppie,  il pettorale,  li braccialetti,  l'elmo, la lancia, la manara: e
hanno un certo ferro in mano, alla similitudine d'un pugnale, il quale da l'una
e l'altra estremit ha la punta,  e cos espeditamente l'usano che  in  ciascun
conflitto non gli  d'impedimento,  n manco gli cade di mano.  Ma tali armi il
pi delle volte usano nel combattimento a piedi.
Cominciano il primo combattimento  con  la  lancia,  dapoi  usano  altre  armi;
conciosiach per molti anni, combattendo con Germani, con Poloni, con Lituani e
con altri forestieri, il pi delle volte siano stati perdenti. E ultimamente un
certo Lituano, uomo d'anni 26, con un certo Moscovito combattendo, il quale pi
di  vinti  volte era stato vittorioso,  finalmente vinse il Moscovito;  onde il
principe, sdegnatosi molto, subito comand che 'l Lituano fosse chiamato avanti
di s, e, vedutolo,  il principe sput in terra,  e deliber che per l'avvenire
non  fosse  data  facolt di poter combattere a' forestieri contro li suoi.  Li
Moscoviti invero pi presto di molte e diverse armi si carcano che s'armano, ma
li forestieri pi presto col consiglio che con  l'armi  coperti  combattono,  e
sopra  il  tutto si guardano di non venire alle strette,  percioch sanno molto
bene che i Moscoviti con le braccie e con le mani sono  valenti;  per  con  la
sola  industria e con destrezza gi lassi e stanchi sogliono vincerli.  L'una e
l'altra parte delli combattenti ha molti amici, fautori e del lor combattimento
spettatori: ma sono senza arme,  eccetto che hanno alcuni bastoni,  o ver  pali
longhi, in mano, quali alcuna volta usano: percioch, se fosse veduto che a uno
di  quelli  fosse  fatta  qualche  ingiuria,  li fautori di quello corrono l a
ribattere l'ingiuria di quello,  di modo che qualche volta succede che vi nasce
da  l'una  e  l'altra  parte un giocondo e grato combattimento alli spettatori,
percioch si combatte con li capegli,  con le pugna,  con bastoni e con  stizzi
bruciati.
La  testimonianza  d'un  nobile  val  pi  che  di  molti  altri uomini di vile
condizione.
Li procuratori chiarissime volte sono admessi a difendere le liti,  ma  ciascun
per  se  stesso  espone  la  causa  sua.  Bench  il  principe severissimo sia,
nondimeno tutta la giustizia,  e quasi manifestamente,   venale.  Io ho  udito
dire  d'un  certo  consigliere ch'era stato preso,  percioch egli aveva in una
certa causa ricevuti presenti da una parte e l'altra,  e giudicato per chi  pi
gli  aveva  dato.  Il  che  riportato al principe,  non lo denegava,  ma diceva
quello,  in favor del  quale  aveva  giudicato,  essere  uomo  ricco,  d'onesta
famiglia  nato,  e  che  pi  presto  era da credere a costui che a quel povero
bisognoso e vile. Finalmente,  bench il principe rivocasse la sentenzia fatta,
nondimeno ridendo lo lasci libero,  senza altra punizione. E forse la causa di
tanta avarizia e di tanta iniquit   la  necessit,  dalla  quale  sapendo  il
principe  li  suoi  essere  oppressi  e  molestati,  alli  cattivi fatti e alla
iniquit di quelli, quasi propostagli la impunit,  consenziente.  Alli poveri
non    data  l'entrata  di  poter  parlare  col principe,  ma solamente con li
consiglieri di quello, e questo ancora difficilmente.
Ocolnick  quello il quale la persona del pretore,  o vero del giudice ordinato
dal principe,  sostiene, e con altro nome  chiamato il supremo consigliero, il
quale sempre appresso del principe rimane. Nedelsnick  un certo comune officio
di quelli li quali chiamano gli uomini in giudicio, pigliano li malfattori, gli
pongono in prigione: e questi nel numero de' nobili sono riputati.
Gli abitatori forestieri,  o vero delle ville,  per sei giorni della  settimana
servono  al  suo signore,  e il settimo giorno  concesso loro per facende sue;
hanno dalli suoi patroni alcuni campi  privati  e  alcuni  prati,  delli  quali
vivono, ma tutte l'altre cose sono delli loro patroni. Oltra di questo, sono in
miserissima  condizione,  percioch  li  loro  beni sono esposti alla preda de'
nobili, e parimente delli soldati,  dalli quali eziandio per ignominia e scorno
cristiani, overo uominucci negri sono chiamati.
Un  gentiluomo,  sia  povero quanto si voglia,  nondimeno pensa dovergli essere
gran vergogna e ignominia se con le proprie mani lavorasse, ma non pensa essere
vergogna alcuna il torre su di terra e mangiare le  scorze  e  li  torsi  delli
frutti, e specialmente delli melloni, de l'aglio, delle cipolle, da noi e dalli
nostri  famegli gettate sotto i piedi.  S come sono temperati nel cibo,  cos,
quando hanno la commodit di poter  bere,  sono  intemperatissimi;  tutti  sono
tardi a l'ira, e superbi nella povert, e hanno per grave compagnia la servit.
Portano le vesti longhe,  li cappelli bianchi, fatti di lana; vestiboli, o vero
li portichi avanti le case,  sono alti e grandi ma hanno le  porte  delle  loro
abitazioni tanto basse che quello che vi vuole entrare  costretto abbassarsi e
inchinarsi gi.
Quelli  che  vivono  di fatiche manuali e vendono l'opre loro hanno per mercede
d'un giorno una denga e meza; l'artefice,  due.  N questi troppo s'affaticano,
se  non  sono  ben  battuti.  Ho  udito  alcune  volte  certi servitori essersi
lamentati molto per non essere  cos  bene  battuti  dalli  loro  patroni  come
vorrebbono,  percioch  credono  essere  poco  in  grazia  d'essi,  se non sono
battuti.



Dell'entrare nella casa d'altri.

In tutte le case e abitazioni loro hanno l'imagini delli santi  dipinte,  overo
di rilievo,  e queste pongono in luogo pi onorato e degno. E quando uno visita
l'altro, entrato ch'egli  in casa, subito si cava la berretta e guarda a torno
dove sia l'imagine,  la quale veduta,  tre volte si segna col segno della santa
croce, e inchinando il capo dice: "Domine, miserere"; dapoi saluta il patron di
casa  con  queste parole: "Deus det sanitatem";  dapoi,  toccatasi la mano,  si
baciano insieme e abbassano li capi,  e uno guarda l'altro,  qual  di  due  pi
s'inchina  o  vero  s'abbassa: e cos per tre o vero quattro volte abbassano il
capo e s'onorano l'un l'altro.  Poi si mettono a  sedere,  e,  finiti  li  loro
ragionamenti,  il  visitante  ne va l in mezo della casa,  e rivolta la faccia
all'imagine di nuovo tre volte si fa il segno della santa croce,  e,  col  capo
basso, di nuovo replica le prime parole. Ultimamente, salutatisi l'uno l'altro,
si parte: e se  uomo di qualche auttorit, il patron di casa l'accompagna sino
al  piede  della scala;  e se  uomo di pi dignit,  l'accompagna pi lontano.
Mirabilmente osservano le cerimonie,  percioch a niun uomo di bassa fortuna  
lecito  d'entrare  a  cavallo dentro delle porte degli uomini grandi;  alli pi
poveri e alli men conosciuti con gran difficult  permesso d'entrare in  casa,
non solo di questi,  ma eziandio di altri nobili mediocri,  li quali per questo
chiare volte vanno fuori in publico,  accioch maggiore auttorit e osservanzia
di  se  stessi  ritenghino.  Similmente,  nissun nobile,  il quale sia alquanto
ricco,  trapasserebbe col piede la quarta o la quinta casa  che  non  abbia  il
cavallo dietro;  nondimeno, nel tempo dell'invernata, per rispetto del giaccio,
non possono senza pericolo usare li cavalli, li quali son senza ferro: e quando
vanno alla corte del  principe,  o  vero  entrano  nelli  tempii  delli  santi,
sogliono  lasciare  li  cavalli  in  casa.  Li gran maestri dentro le case loro
sempre seggono,  e rare volte o mai,  camminando,  trattano di cosa alcuna;  si
maravigliavano   molto   quando   vedevano  che  noi  nelle  nostre  abitazioni
camminavamo, e che nel camminare trattavamo delle facende e delle cose nostre.
Il principe ha li suoi cavallari,  per mandarli per  tutte  le  parti  del  suo
dominio,  e  in  diversi  luoghi  sono  le  poste con giusto numero di cavalli,
accioch,  quando il cavallaro regio sia mandato a qualche luogo,  abbia il suo
cavallo  apparecchiato  senza  ritardanza alcuna: e ha libert di eleggere quel
cavallo che pi gli piace.  Andando io con prestezza della gran  Novogardia  in
Moscovia, il maestro delle poste, il quale in lor lingua iamschnick  chiamato,
alcuna  volta procurava che la mattina per tempo mi fossero condotti or trenta,
or quaranta e or cinquanta cavalli, per commodo mio,  bench non pi che dodici
cavalli  a  me  fossero  di bisogno: e cos ciascuno delli nostri pigliava quel
cavallo il quale gli pareva che fosse pi al proposito suo,  e,  quando  quelli
erano  stracchi,  e  che  nel viaggio fussimo pervenuti ad un'altra osteria (la
quale iama chiamasi), subito erano apparecchiati altri cavalli,  con la sella e
con  la briglia.   lecito a ciascuno di poter usare un corso velocissimo delli
cavalli, e se per sorte qualche cavallo casca, o vero non pu durare nel corso,
senza pena veruna da ciascuna casa pi propinqua ne  pu  torre  un  altro,  ed
eziandio  da  ciascuno  che  ritrovasse  in viaggio,  eccettuato per sempre il
corriero del principe.  Ma  il  cavallo  cascato  e  mancato  nel  viaggio,  il
sopradetto maestro delle poste debbe procurare e restituire un altro cavallo al
patrone,  e  similmente  pagare  il  prezzo del viaggio ragionevolmente: al pi
delle volte,  de 20 over 25 miglia se  gli  numerano  sei  denghe.  Con  questi
cavalli  delle  poste,  il servitor mio di Nowogardia in Moscovia,  che vi sono
d'intervallo 600 verst, cio cento e venti miglia germani,  in 72 ore pervenne;
il  che    tanto pi degno d'ammirazione che li cavalletti di quella sorte son
piccioli e mal governati,  a comparazione delli nostri,  e nondimeno sopportano
il peso di tante fatiche nel viaggio.


Della moneta.

Li  Moscoviti hanno la moneta d'argento di quattro sorte,  cio la moscovitica,
la nowogardense,  la twerense e la plescowiense.  La moneta moscovitica  non  
rotonda,  ma longa,  e quasi alla similitudine d'un ovo, ed  chiamata denga, e
ha diverse imagini: in una moneta antica la rosa,  la moderna ha l'imagine d'un
uomo a cavallo,  e nell'altra parte ha lettere scritte.  Cento di queste monete
fanno un onghero d'oro;  sei denghe fanno uno altino,  vinti una grifna,  cento
una  poltina,  e  ducento  un  rublo.  Al presente,  li nuovi da ogni parte con
carratteri segnati sono stampati, e quattrocento di quelli vagliono un rublo.
La moneta twerense da ogni parte ha scrittura,  ed  di quel valore  che    la
moneta moscovitica.
La  moneta  nowogardense in una parte ha l'imagine del principe che siede nella
sua sedia,  e a  l'incontro  la  figura  d'uno  uomo  che  avante  il  principe
s'inchina, e da l'altra parte, poi, ha solamente le lettere, e supera il doppio
la  valuta  della moscovitica;  ma la grifna novogardense vale 14 denghe,  e il
rublo vale ducento e vintidue denghe.
La moneta plescoviense in una parte ha il capo d'un bove coronato, e da l'altra
parte ha la scrittura.  Oltre di questo hanno una moneta di rame,  la  quale  
chiamata polani, e sessanta di queste vagliono una dengha moscovitica.
Non hanno monete d'oro,  n manco le stampano, ma usano quasi ducati ongheri, e
alcuna volta i renani, e spesse volte mutano il prezzo di quelle,  specialmente
quando  un  forestiero  sia  per  comprare qualche cosa con l'oro;  ma se  per
andare a qualche luogo,  e che abbia bisogno dell'oro,  di novo  accrescono  il
prezzo.
Usano i rubli rigenzini per la vicinit,  delli quali uno vale due moscovitici.
La moneta moscovitica  di puro e buono argento, bench al presente adulterata;
n per ho udito alcuno per ci essere stato punito. Quasi tutti gli orefici di
Moscovia stampano danari,  e ciascuno che porta le masse d'argento puro  e  che
desidera  aver danari,  giustano li danari e l'argento,  e con giusta ed equale
bilancia lo pesano; e il prezzo ordinario, il quale, oltra il peso eguale,  da
essere pagato alli orefici,   picciolo,  e con  poco  prezzo  vendono  la  lor
fatica.  Hanno  scritto  alcuni  che  questa  provincia rarissime volte abbonda
d'argento,  e che il principe proibisce  che  niuno  li  porti  fuora  del  suo
dominio: e in vero la provincia non ha argento, se non  portato di fuora. E il
principe  non  proibisce che non sia portato fuora l'argento,  ma se ne schiva,
onde procura di fare le permutazioni delle cose, e massime con le pelli,  delle
quali  ne  hanno  gran  copia.  A  pena  sono  cento  anni  che usano la moneta
d'argento,  e specialmente stampata appresso di quelli: nel  principio,  quando
l'argento fu portato nella provincia, alcune particelle longhe d'argento, senza
imagine e senza scritture,  di valuta di un rublo,  erano gettate e fuse, delle
quali monete al presente niuna se ne vede;  si stampava ancora  la  moneta  nel
principato  di  Galitz,  ma,  conciosiach  quella non fosse di giusto peso,  
mancata. Avanti l'uso della moneta,  l'orecchiette delli aspreoli e degli altri
animali,  delli  quali  ne  sono portate a noi,  usavano,  e con questa le cose
necessarie alla vita umana, come con danari, compravano.
Usano di numerare tutte le cose per sorogk o ver per  dewenosto,  cio  per  il
numero  quadragesimo  o  ver  nonagesimo,  e,  come  noi  col numero centesimo,
numerano e dividono; e per, numerando,  raddoppiano e multiplicano,  due volte
sorogk,  tre volte sorogk, quattro volte sorogk, cio quaranta; o ver due, tre,
quattro devenosto, cio novanta. Mille in lingua gentile  detto tissutze; cos
diecimila, in una parola, tma; vintimila, dwetma; trentamila, titma.
Ciascuno che portasse qualunque sorte di merce che sia,  quelle debbono portare
avanti  li  soprastanti  del  dazio,  o  ver della stima: le quali robbe vedono
nell'ora deputata, e poi le stimano, e quelle stimate, niuno ha ardimento n di
vendere n di comprare se prima non siano mostrate al  principe.  E  quando  il
principe volesse comprare niente, al mercante tra questo mezo non  permesso n
mostrare le cose sue n far vendita con niuno: e di qui  fatto che li mercanti
alcuna volta longo tempo sono impediti circa alla ispedizione delle lor robbe.
Non  lecito eziandio cos ad ogni mercante venire nella Moscovia,  fuora delli
Lituani,  delli Poloni e di quelli li quali son sottoposti all'imperio;  ma  li
Svetensi,  Livoniensi e li Germani abitanti nelle citt maritime,  solamente in
Nowogardia possono venire.  E alli Turchi e alli Tartari  permesso che in  una
citt,  chiamata  Chloppigrod,  possano  esercitare la mercanzia,  in vendere e
comprare,  perch ivi in certo tempo de l'anno si fa la fiera,  e a quel  luogo
molte persone de li luoghi remotissimi concorrono.  E quando i legati e oratori
d'altri principi vanno in Moscovia,  tutti li mercanti d'ogni sorte,  sotto  la
fede  e  protezione  d'essi  ambasciatori,  liberamente e senza altra gabella o
dazio possono andare in Moscovia.
La maggior parte delle merci sono le masse d'argento,  panni,  seta,  panni  di
seta e d'oro, gioie, gemme e oro filato, e alcuna volta eziandio alcune cose di
vil  prezzo  vi  sogliono  portare,  delle  quali non poco frutto ne riportano.
Spesse volte ancora interviene che tutti stanno in desiderio ed espettazione di
qualche cosa,  della quale pi del giusto ne guadagner colui il quale sar  il
primo a portarvela;  e cos, per il contrario, quando pi mercanti portano gran
copia di una merce, tanto pi  bassa la vendita di quelle,  di modo che quello
il quale avea vendute le cose sue per gran prezzo, quelle medesime di nuovo con
vilissimo  prezzo  compra,  e  con  grandissima  sua  commodit nella patria le
riduce.  Le merci le quali si portano del paese di Moscovia  in  Germania  sono
pelli e cera;  in Lituania e nella Turchia,  cuoi d'animali, pelli, e bianchi e
longhi denti di  animali,  li  quali  essi  mors  chiamano,  e  nel  mezo  mare
settentrionale vivono, delli quali denti li Turchi sogliono elegantemente farne
manichi  da pugnali;  ma li nostri Germani pensano che siano denti di pesci,  e
cos gli nominano. Nella Tartaria sono portate selle, freni,  veste,  cuoi;  ma
l'armi e il ferro no,  se non secretamente,  o vero con licenzia delli prefetti
del principe.  E ad altri luoghi,  s orientali  come  settentrionali,  portano
fuori: portano veste di panno e di lino, coltelli, manare, aghi, specchi, borse
e altre sorti di merce.  Trattano le lor mercanzie con bugia, fraudi e inganni,
e lo fanno non gi con poche  parole,  come  alcuni  hanno  scritto.  Oltra  di
questo,  mentre  offeriscono  il  prezzo,  e le cose di minor prezzo promettono
sempre,  in danno  del  venditore  della  met  del  prezzo.  Alcuna  volta  li
mercatanti un mese e due sospesi,  dubiosi e incerti ritengono,  e alla estrema
disperazione sogliono condurre.  Ma quello il quale i  lor  costumi  e  le  lor
parole  ingannevoli conosce,  poco le stima,  o dissimula,  e senza altro danno
vende le cose sue.
Un cittadino crocoviense avea portato ducento centinara di rame,  o ver latone,
il  quale  il  principe  volse  comprare,  e  tanto tempo il mercante di quello
ritenne che costui finalmente,  di fastidio ripieno,  fu  forzato  di  nuovo  a
ricondurlo verso la patria,  e cos,  essendo per alquanti miglia lontano dalla
citt di Moscovia,  alcuni sopra di ci ordinati lo seguitorno,  e li  beni  di
quello,  s  come  non  avesse pagato il dazio,  impedirono e interdissono.  Il
mercatante,  veduto questo,  in  Moscovia  se  ne  ritorn,  e  appresso  delli
consiglieri del principe della ricevuta ingiuria si dolse molto.  Quelli, udita
la causa,  si misero di mezo,  promettendo voler rassettare la cosa e di  farli
grazia,  quando  egli  le dimandasse.  Il mercatante,  aveduto molto,  il quale
sapeva dover esser cosa ignominiosa al principe se le  merci  di  questa  sorte
fossero  portate  fuora  del suo dominio,  e che nissuno si ritrovasse il quale
potesse comprarle e pagarle,  non dimand  grazia  veruna,  ma  solamente  fece
richiesta  che  gli  fosse administrata giustizia.  Or finalmente,  veggendo li
consiglieri il mercatante star cos duro e ostinato,  n si poter punto del suo
proposito  muovere,  n manco voler cedere all'inganno e alla fraude di quelli,
il cupro  in  nome  del  principe  comprorno  e  pagato  il  giusto  prezzo  lo
licenziorno.
Alli  forestieri  ciascuna cosa vendono pi cara,  di modo che quella robba che
hanno comprato per un ducato, cinque,  otto,  dieci e alcuna volta venti ducati
vendono,  e cos li forestieri fanno il simile;  alcuna volta compreranno dalli
forestieri una cosa rara per dieci over quindici fiorini, la quale a pena varr
uno o ver due fiorini al pi.  In contrattare le cose della mercanzia,  se  per
sorte  dicesti  qualche  cosa,   overo  che  imprudentemente  gli  promettesti,
diligentemente se ne ricordano,  e vogliono con grande instanzia che gli  siano
osservate le promesse;  ma essi, se all'incontro v'hanno qualche cosa promesso,
non attendono la promessa. Subito che cominciano a giurare e spergiurare, sappi
ivi subito essere ascoso l'inganno,  percioch giurano con animo d'ingannare  e
far fraudi.  Io avevo pregato un certo consigliero del principe che in comprare
certe pelli del paese mi volesse prestare aiuto,  che io non  fossi  ingannato.
Costui, s come facilmente l'opra sua m'aveva promesso, cos di nuovo per longo
tempo mi men alla longa, volendomi vendere in tutto alcune sue pelli. Oltra di
questo,  altri  mercanti  ne  venivano a lui,  promettendogli premii se con bon
prezio egli vendesse a me le merci loro,  percioch   questa  consuetudine  di
mercatanti,  che  nel  comprare  e  nel  vendere si pongono di mezo,  e l'una e
l'altra parte, ricevuti secretamente li presenti,  l'opra sua fidele e pura gli
promettono.
  una  grande  e  murata casa,  non molto lontana dalla rocca,  la corte delli
signori mercatanti chiamata,  nella quale abitano li mercanti e  ivi  le  merci
loro  ripongono:  dove  il pevere,  il zafrano,  panni di seta e altre sorti di
merci per molto minor prezzo di quello che si fa in  Germania  si  vendono.  Ma
questo  per la permutazione delle cose,  percioch, mentre li Moscoviti le lor
pelli,  per vil prezzo  comprate,  molto  pi  stimano,  cos  all'incontro  li
forestieri,  con l'esempio di quelli,  le lor merci,  con poco prezzo comprate,
gli mettono avanti,  e pi care le dicono: per il che succede  che  amendue  le
parti,  fatta  la  permutazione delle cose equale,  con mediocre prezzo,  senza
guadagno possono vendere le robbe loro,  e specialmente quelle le  quali  hanno
ricevute in scambio e baratto delle pelli.
  gran  differenzia  delle  pelle,  percioch la negrezza delli zibellini,  la
longhezza e la spessezza delli peli dimostrano la bont loro; similmente,  s'al
tempo  debito e convenevole son stati presi,  il che ne l'altre pelli parimente
s'osserva,  sono di maggior valuta  e  prezzo.  Fuora  di  Ustyug  e  di  Dwina
provincia rarissimi si trovano, ma circa Peczora pi spesse volte si ritrovano,
e migliori che gli altri.
Le  pelli  madaurice  sono  di  diverse parti,  di Sewera buone,  delli Elvezii
migliori,  e della Swezia ottime portate:  nondimeno,  in  quel  luogo  ve  n'
maggior copia. Alcuna volta ho udito in Moscovia essersi ritrovate alcune pelli
di zebellini delle quali alcune son state vendute trenta ducati d'oro,  e altre
vinti ducati; ma di questa sorte non ho potuto vedere nissuna.
Le pelli degli armelini, riversate, da molti luoghi sono portate,  per le quali
nondimeno  molti di coloro che comprano s'ingannano.  Hanno certi segni intorno
al capo e la coda,  per le quali sono conosciute se siano state prese al  tempo
debito o no,  percioch,  subito che questo animal  preso,  si scortica,  e le
pelli si riversano,  accioch,  calcati li peli,  non divenga peggiore:  ma  se
qualcheduno fosse stato preso fuora del tempo debito, e che la pelle manchi del
suo buono e nativo colore, dalla testa, come ho detto, e dalla coda ne cavano e
tirano  fuora  certi peli,  come segnali,  acci non sia conosciuto esser stato
preso fuor di tempo,  e cos per questa via li compratori  sono  ingannati.  Si
vendono tre e quattro denghe l'una;  quelle che sono un poco pi grandi mancano
di quella bianchezza; la quale nondimeno nella minore appare pura e netta.
Le pelli delle volpi, e specialmente le negre,  con le quali il pi delle volte
sogliono fare coprimenti per la testa,  sono in maggior prezzo, percioch dieci
e alcuna volta quindici ducati sono vendute. Le pelli degli aspreoli da diverse
bande sono portate: le pi grandi da Sibier provincia vengono, ma le pi nobili
da Schwaij, non molto lontano da Cazan. Similmente da Permia, Wiatka, da Ustyug
e da Wolochda son portate ligate,  dieci per mazzo,  delle quali in  ciaschedun
mazzo  due  ne  son buone e perfette,  le quali chiamano litzschna,  e tre sono
alquanto peggiori, le quali crasna chiamano; quattro, le quali dicono pocrasna;
una, che  l'ultima, moloischna detta,  peggiore e pi vile di tutte. Ciascuna
di queste  comprata una o ver due denghe: di  queste  le  migliori  e  le  pi
scielte  in Germania e nell'altre provincie li mercanti con grandissimo commodo
loro portano.
Le pelle delli linci sono in poco prezzo, ma le pelli delli lupi, da quel tempo
che e in Germania e in Moscovia cominciorono ad essere in prezzo, sono in molta
stima; le spalle delli lupi sono in molto minor prezzo che appresso di noi.  Le
pelli delli castori appresso di quelli in gran prezzo sono avute, e tutti hanno
appresso  le  fimbrie  della veste di queste pelli,  per essere di colore negro
natio e bello.  Le pelli delli gatti domestici usano le donne,  e questo    un
certo  animale  il  quale  in  lingua gentile chiamano pessetz,  e perch suole
apportare gran giovamento di caldo al corpo l'usano per viaggio.
Il dazio di tutte le merci le quali sono portate in  Moscovia,  o  vero  cavate
fuora di quella,  si riferisce nel fisco;  di ciascuna cosa stimata un rublo si
pagano sette denghe,  eccettuata la cera,  della quale non solamente secondo la
stima,  ma eziandio il peso per dazio si riscuote,  e cos per ciascun peso, il
quale chiamano pud, quattro denghe si pagano.
Delli viaggi delli mercanti li quali fanno in portare fuora  e  dentro  le  lor
merci in diverse regioni della Moscovia,  qua di sotto, nella descrizione della
Moscovia, copiosamente parler.
L'usura  comune a tutti,  e  bench  dicono  quella  esser  di  gran  peccato,
nondimeno  quasi niuno da quella s'astiene,  il che  quasi cosa intollerabile,
percioch d'ogni cinque tolgono sempre uno, cio venti per cento;  ma le chiese
sono pi temperate, le quali non tolgono pi che dieci per cento.


Io  al  presente  la  corografia  del  principato e del dominio del granduca di
Moscovia dimostrer,  ponendo il ponto in Moscovia,  citt principale: e di  l
poi partendomi,  li principati solamente circonvicini e pi celebri discriver,
perci che,  in tanta grandezza,  li nomi di  tutte  le  provincie  puntalmente
ricercare  non ho potuto;  per la qual cosa il lettore sar contento delli nomi
delle citt,  delli fiumi,  delli monti e di certi luoghi  pi  celebri  e  pi
nominati.

La  citt  di  Moscovia    il  capo  e la principal della Russia,  e cos essa
provincia,  e parimente il  fiume  che  passa  per  quella,  un  medesimo  nome
ritengono,  e in lingua volgare di quella gente Mosqwa appellano.  Ma qual nome
abbia dato a l'altre cose,  incerto: nondimeno  verisimile quelle il nome del
fiume avere ricevuto, percioch, bench essa citt gi non sia stata il capo di
quelle genti,  nondimeno  manifesto il  nome  delli  Moschi  non  esser  stato
incognito  alli  antichi.  Il fiume Mosqwa nella provincia twerense,  quasi LXX
miglia Mosaisko,  non lontano dal luogo il quale  detto Oleschno,  ha li  suoi
fonti,  e  indi  per  spazio di 90 miglia alla volta della citt di Moscovia ne
corre, e, ricevendo in s alcuni fiumi, verso oriente in Occa fiume entra.  Sei
miglia sopra Mosaisko comincia ad essere navigabile, e da quel luogo la materia
atta  a  fabricare  le  case e l'altre cose,  posta su le barche,   portata in
Moscovia.  Ma le merci e l'altre cose le quali  dagli  uomini  forestieri  sono
portate con le navi vengono. La navigazione  tarda e difficile, e per rispetto
delli giri,  o ver circuiti, li quali in esso trovano specialmente tra Moscovia
e Colonna citt,  3 miglia lontana dalle bocche di quello,  e posta  nel  lito;
dove,  per  spazio di 270 miglia,  per li molti e longhi circuiti e flexioni di
quello il viaggio delli naviganti ritarda e impedisce.
In questo fiume non si pesca molto,  per aver pesci vili e di poco momento.  La
Moscovia non  troppo larga, n molto fertile, percioch da ogni parte il campo
 arenoso, il quale, per defetto di mediocre siccit, o ver umidit, ammazza le
biade  e  molto  gli  nuoce.  Aggiungesi  ancora a questi mali una immoderata e
troppo aspetta intemperanzia de l'aere,  per  il  quale,  superando  il  rigore
dell'invernata il calore del sole, alcuna volta le seminate biade alla maturit
non pervengono: percioch ivi alcuna volta sono tanti freddi eccessivi che,  s
come nel tempo della state appresso di noi per il troppo caldo, cos ivi per il
gran freddo la terra s'apre: similmente l'acqua nell'aere,  e lo sputo,  avanti
che tocchi la terra,  si congela.  Noi medesimi, nell'anno 1526, vedemmo i rami
degli arbori fruttiferi l'invernata passata totalmente esser seccati,  la quale
fu  tanto dura e aspra che molti cavallari (li quali essi goneez chiamano) sono
stati ritrovati per il gran freddo aggelati  nelle  carrette.  Furono  eziandio
alcuni  pastori,  li quali le pecore legate con le funi conducevano dalle ville
in Moscovia,  dalla forza del freddo tanto oppressi e molestati che insieme con
li loro animali perirono.  Oltra di questo molti circolatori,  li quali con gli
orsi ammaestrati al ballo sogliono per quelli  paesi  andare  a  torno,  furono
ritrovati  morti  per le strade,  e li orsi,  cacciati dalla fame,  lasciate le
selve per le ville vicine scorrevano,  e per le case impetuosamente  entravano:
il conspetto e la violenza di quelli fuggendo la rusticana turba,  di fuori per
il gran freddo miseramente periva.
Ma tanto freddo alcuna volta tanto gran caldo risponde,  che nell'anno 1525  fu
tanto  l'ardore  del  sole che quasi tutte le biade furono abbruciate,  e tanta
carestia del vivere fu che quello che per avanti si comprava  per  tre  denghe,
per  vinti  e trenta bisognava comprare;  molti villaggi,  selve e formenti per
troppo caldo abbruciati si vedevano, del fumo de' quali talmente la regione era
ripiena che gli occhi degli uomini gravemente dal fumo erano offesi, e oltra al
fumo una certa caligine nasceva, la quale molte persone soleva accecare.
Tutto il paese gi poco tempo esser stato cos pieno di selve,  per li  tronchi
delli  grandi  arbori li quali al presente si vedono,  appare,  e bench per la
cura e opra degli agricoltori sia assai coltivato,  nondimeno,  eccetto le cose
che  nascono  nelli  campi,  tutte  l'altre  dalle  provincie circonvicine sono
portate. Abbonda di formento e d'erbe comuni;  le cerese dolci e le noci (dalle
avellane in fuora) in tutto il paese non si ritrovano; delli frutti degli altri
arbori  ne  hanno,  ma  insuavi.  Li  melloni  con  singolare  cura e industria
seminano,  in questo modo: compongono e formano la terra mista con il letame in
certe vaneggie,  o ver quadri di terra su alti, eminenti, e in quelli ascondono
le semenze delli melloni,  e con questa arte schivando il caldo e parimente  il
freddo  grande,  percioch,  se  per  sorte  sar il caldo grande,  fanno certe
aperiture alla similitudine de spiracoli in essa terra,  acci che 'l seme  per
il  troppo  calore non sia soffocato;  e che nel tempo del freddo il calore del
letame alle semenze seminate d aiuto e buon soccorso.  La Moscovia di  mele  e
d'animali  (eccettuati  per i lepri)  priva;  degli animali sono molto minori
delli nostri, e non mancano delle corna, come alcuni hanno scritto,  perch ivi
ho veduto bovi, vacche e capre, montoni, tutti con le corna.
La  citt  di Moscovia,  fra l'altre citt settentrionali,  verso oriente molto
s'estende: il che certo non ci fu difficile  a  conoscere  nell'andata  nostra,
percioch,  essendo noi usciti di Vienna,  alla dritta via di Cracovia,  e indi
per spazio quasi di  cento  miglia  todeschi  essendo  andati  alla  volta  del
settentrione,  finalmente, pigliato poi il nostro viaggio alla parte d'oriente,
pervenissimo in Moscovia,  la quale ritrovassimo esser posta,  se non in  Asia,
nondimeno  negli  estremi  della Europa,  da quella parte per dalla quale essa
Europa con li suoi confini l'Asia ne  tocca.  La  citt    di  legnami,  assai
grande,  e di lontano appare pi grande di quello che non , percioch gli orti
e le corti grande in ciascuna casa fanno maggiore accrescimento alla  citt;  e
abitazioni  delli  fabbri  e degli altri artefici che usano il fuoco,  nel fine
d'essa citt con longo ordine distese, dove sono pratarie e campi, molto pi la
rendono grande. Oltra di questo, non molto lontano, si vedono alcune casette, e
di l dal fiume certe ville, dove non gi molti anni Basilio principe alli suoi
satelliti Nale citt edific;  il che in lingua loro sona infunde,  per  questa
causa, che, essendo proibito alli altri Ruteni il bevere il medone e la cervosa
(eccettuati pochi giorni dell'anno), a questi solamente  concesso dal principe
la  potest del bevere,  e per per questa cagione,  acci che gli altri per la
libert di coloro non siano corrotti, sono separati.
Non molto lontano dalla  citt  sono  alcuni  monasterii,  li  quali  soli,  da
lontano,  appaiono  alli spettatori una citt.  La grandezza della citt fa che
quella con nissuno termino  contenuta e serrata, n con muro, n con fossa, n
con difesa utilmente fortificata.  Nondimeno le piazze,  in alcuni luoghi poste
le  travi in traverso,  sono serrate,  dove le guardie della prima ora di notte
cos sono poste e stabilite che a nissuno di notte    concessa  l'entrata  per
quella  strada,  dopo  l'ora  ordinata: e quelli che per sorte fossero pigliati
dalle guardie,  o vero sono battuti  e  spogliati,  o  vero  sono  posti  nella
pregione,  eccetto per se fossero uomini conosciuti e onesti, percioch quelli
dalli proprii guardiani sogliono essere accompagnati sino a casa.  E per  tali
guardie  sogliono essere locate e poste in quella parte nella quale  l'entrata
pi libera nella citt,  percioch l'altra parte della citt,  il fiume  Mosqva
forte la rende: nel qual fiume,  sotto essa citt, Iausa fiume entra, il quale,
per rispetto dell'alte ripe, rare volte pu essere veduto. In questo fiume sono
molti molini,  in uso publico della citt fabricati.  Per questi fiumi la citt
pare  essere  in  qualche  parte fortificata.  Eccettuati alcuni pochi palazzi,
tempii e monasterii di pietre,  fabricata tutta di legname.
Dicono che vi sia un numero quasi incredibile di case,  e che,  sei anni avanti
la  venuta  nostra  in  Moscovia,  per  commissione  del  principe  fu fatta la
descrizione delle case: e il numero di quelle fu  41500.  Questa  citt,  tanto
larga  e spaziosa,   molto fangosa,  e per questa causa nelle contrade,  nelle
piazze e altri luoghi pi celebri e famosi pi ponti sono  fabricati.  Evvi  un
castello,  di  pietre  cotte  edificato,  il  quale da una parte da Mosqva e da
l'altra da Neglima fiumi  bagnato. Neglima da certe paludi nasce,  e avanti la
citt,  circa  la parte superiore del castello,  cos si serra e chiude che ivi
alla similitudine d'un stagno o ver lago quasi si ferma; e di l poi scorrendo,
le fosse del  castello  riempie,  dove  sono  molini,  e  finalmente  sotto  il
sopradetto  castello  (come ho detto) con il fiume Mosqva congiunge e lega.  Il
castello  di tanta grandezza che, oltra all'amplissime e magnifiche abitazioni
del  principe,   le  quali  sono  di  pietre  fabricate,   ancora  il   vescovo
metropolitano e li fratelli del principe e altri nobili v'hanno case spaziose e
grandi,  fatte di legname.  Oltra di questo,  vi sono in esso molte chiese,  le
quali sono  di  tanta  grandezza  che  quasi  una  forma  e  modello  di  citt
rappresentano.   Questo  castello,  da  principio,  solamente  da'  roveri  era
circondato,  e insino alli tempi del granduca Giovanni,  figliuolo di  Daniele,
era picciolo: percioch questo duca, persuaso e mosso da Pietro metropolita, fu
il  primo  che  la  sedia  dell'imperio a quel luogo transfer,  percioch esso
Pietro metropolita,  per amore d'un certo Alessio,  il quale in tal  luogo  era
stato sepolto, uomo santo e per miracoli molto chiaro e celebre, prima di tutti
in  tal  luogo avea la sedia sua transferito,  ed eziandio dopo la morte sua in
quel medesimo luogo fu sepulto.  E conciosiach appresso la sepoltura di costui
fossero  fatti  miracoli  grandi,  esso  luogo,  per opinione di religione e di
santit,  talmente celebre e famoso divenne  che  tutti  li  posteri  principi,
successori  di  Giovanni,  giudicorono  esser  ben fatto avere la sedia del lor
imperio in simil luogo.  Onde,  morto Giovanni,  il figliuolo di quel  medesimo
nome  ivi la sedia ritenne,  e dopo lui Demetrio,  e dopo Demetrio Basilio,  il
quale fu quello che tolse per moglie la figliuola di  Witoldo,  e  dopo  s  il
cieco  Basilio  lasci;  del  quale  nacque  Giovanni,  padre  di quel principe
appresso del quale io sono stato ambasciatore.
Il qual Giovanni fu il primo che  'l  sopradetto  castello  con  muro  cinse  e
circond,  la qual opera,  quasi trenta anni dapoi, dalli suoi posteri imposero
fu finita. Le difese di quel castello,  insieme col palazzo del principe,  sono
state fabricate all'usanza d'Italia da uomini italiani,  li quali esso principe
con premii grandi aveva chiamati. Sono in questo molte chiese, e quasi tutte di
legnami,  eccettuate per due pi nobili,  le quali sono  fabricate  di  pietre
cotte,  delle  quali  una  alla  beata  Vergine,  e  l'altra  a  san  Michele 
consacrata.  Nel tempio della Beata  Vergine  sono  sepolti  li  corpi  di  due
vescovi,  li  quali  furono  auttori  che  li  principi transferissero la sedia
dell'imperio in quel luogo,  e per questa cagione nel  numero  de'  santi  sono
riportati;  nell'altro  tempio li principi vi sono sepolti.  E quando io era in
Moscovia, pi tempii di pietre si edificavano.
L'aere del paese  tanto salubre e sano che di l insino dalli fonti del Tanai,
specialmente al settentrione, ed eziandio in gran parte verso l'oriente, non vi
 ricordanza d'uomini  che  mai  nissuna  peste  abbia  molestato  le  persone.
Nondimeno hanno alcuna volta una certa malatia negli intestini e nel capo,  non
differente dalla peste,  la qual essi chiamano calore,  e quelli  che  da  tale
infirmit sono oppressi in pochi giorni periscono. Questa malattia, essendo noi
in  Moscovia,  regnava,  e uno delli nostri servitori ne mor.  Se per sorte in
Nowogardia, in Smolentzko e in Plescowia viene la peste,  tutti quelli li quali
di  quei  paesi  venissero,  per paura che non si infettasse il suo gli mandano
via.
Le genti di Moscovia,  si dice essere la pi astuta e la pi fallace  di  tutti
gli altri, e di poca fede in contrattare le cose, e, quando hanno commercio con
uomini esterni,  accioch maggior fede alle parole loro si presti,  fingono non
essere moscoviti, ma forestieri.
Il pi longo giorno in Moscovia,  nel solstizio estivale,  dicono essere di ore
17  e  tre  quarti;  non ho potuto da nissuno intendere la certa elevazione del
polo,  bench uno mi dicesse di aver inteso la elevazione del  polo  essere  di
gradi 58.  Ma io medesimo finalmente,  per via dell'astrolabio,  ne ho fatta la
esperienza, e ho bene osservato alli nove di giugno, nel mezogiorno, il sole di
58 gradi: dalla quale osservazione,  per computazione d'uomini di  questa  cosa
peritissimi,    stato  conosciuto l'altezza del polo essere di gradi 50,  e il
giorno pi longo d'ore 17 e un quarto.


Avendovi descritta la Moscovia,  luogo  principale  del  regno,  ora  all'altre
provincie al granduca di Moscovia sottoposte me ne vengo;  e primamente servato
l'ordine verso l'oriente,  e dapoi per il mezogiorno,  per  l'occidente  e  per
settentrione a torno a torno scorrendo, con dritta via nell'oriente equinoziale
ne verremo.

Wolodimeria, citt grande, primieramente ci viene avanti gli occhi, la quale ha
congiunto a s un castello di legnami. Questa dal tempo di Wolodimero, il quale
dapoi fu detto Basilio,  fino a Giovanni, figliuolo di Daniele, fu la principal
citt della Russia.   in mezo di due gran fiumi,  Wolga e  Occa,  distante  da
Moscovia  verso  oriente circa trentasei miglia tedeschi: luogo tanto fertile e
abbondante che d'un moggio di formento spesse volte 20 e  alcuna  volta  30  ne
sogliono provenire.   bagnata dal fiume chiamato Clesma,  e ha vicine grandi e
terribili selve.  Il fiume Clesma nasce quattro miglia  germani  lontano  dalla
Moscovia,  e  ivi    molto commodo e utile per la copia di molti molini;  e da
Wolodimeria insino a Murom citt,  nel lito d'Occa posta,  per spazio di dodici
miglia  navigabile, e con il fiume Occa si congionge. Questa citt di Murom fu
gi  un  principato,  il  qual  cominciava da Wolodimeria citt e per spazio di
vintiquattro miglia tedeschi per la dritta via insino in  oriente,  nelle  gran
selve,  si estendeva; e li popoli di quello Muromani erano chiamati, abbondanti
di pelle d'animali, di melle e di pesce.
Nowogardia inferiore  citt grande e  con  casamenti  di  legnami,  e  ha  uno
castello il quale Basilio, presente monarca, fra due fiumi, Wolga e Occa, in un
scoglio edific. Dicono dalle parti orientali essere distante da Murom quaranta
miglia  germanici;  il  che    cos,  Nowogardia distando dalla Moscovia cento
miglia.  Veramente per fertilit e per copia di molte cose a Wolodimeria  citt
s'appareggia.  E in questo luogo, da questa parte,  il termine della cristiana
religione, percioch,  bench il principe di Moscovia di l da Nowogardia abbia
un castello,  chiamato Sura,  nondimeno le genti che vi sono di mezo,  le quali
Czeremisse si chiamano,  non la cristiana,  ma la macomettana setta  seguitano.
Ivi sono ancora altre genti, chiamate Mordwa, miste con li Czeremissi, le quali
di  qua  da  Wolga fiume alla volta di Sura buona parte della regione occupano;
percioch  i  Czeremissi  di  l  da  Wolga,  nel  settentrione,  vivono,  alla
differenza  de'  quali  quelli  che  abitano  intorno  a  Nowogardia Czeremissi
superiori o vero montani (non gi dalli monti, quali in tal luogo non sono,  ma
pi presto dalli colli, quali essi abitano) sono chiamati.
Sura fiume il dominio di Moscovia e del re casanense divide, il qual fiume, dal
mezogiorno venendo,  per vintiotto miglia sotto Nowogardia alla volta d'oriente
con corso torto in Volga fiume entra;  nel corso delli  quali  fiumi,  appresso
d'uno delli due liti,  Basilio principe un castello fabric,  e quello dal nome
suo Basilowogorod nomin,  il quale dapoi fu un seminario di  molti  mali.  Non
molto  lontano  di  l  Moscha fiume,  il quale ed egli similmente venendo dal
mezogiorno, sopra Murom in Occa fiume entra,  non molto lontano dal castello di
Cassimowgorod,  il  qual  il  principe  di  Moscovia per abitazione de' Tartari
concesse.  Le donne de' quali con certo artificio,  per  ornamento,  con  negro
colore  si tingono l'onghie della mano,  e senza portamento veruno di testa,  e
con li capegli sparsi gi per le  spalle  perpetuamente  camminano.  Da  Moscha
fiume  verso l'oriente e il mezogiorno grandissime selve si truova,  le quali i
popoli chiamati Mordwa, quali usano il proprio idioma e al principe di Moscovia
sono sottoposti,  abitano.  Molti dicono costoro essere idolatri,  altri dicono
maomettani: questi abitano nelle ville, coltivano li campi, hanno il viver loro
di  carne  d'animali  e mele,  abbondano di pelli preziose,  sono uomini duri e
forti,  e spesse volte li Tartari robbatori gagliardamente ribbattono indietro.
Sono  quasi  tutti  a  piedi,  usano  archi  longhi  e nella perizia e arte del
sagittare sono eccellenti.
Rezan provincia,  fra Occa e il Tanai fiumi posta,  ha la cit  di  legno,  non
molto  lontano dalla ripa del fiume Occa.  Era in questa citt un castello,  il
quale Garoslaw era chiamato,  del quale al presente si vedono le vestigie.  Non
molto  lontano,  il  fiume  Occa  fa un'isola,  la quale  detta Strub.  Gi fu
granducato, e il principe di quello a nissuno era sottoposto.
Da Moscovia,  tra l'oriente e il  mezogiorno,  o  vero,  come  vogliono  altri,
nell'oriente  iemale,  vi occorre una citt,  chiamata Colonna,  e dapoi Rezana
provincia,  la quale per trentasei miglia  tedesche    distante  da  Moscovia.
Questa provincia  pi fertile di tutte l'altre provincie della Moscovia, nella
quale, come dicono, ogni granello di formento fa due e alcune volte pi spighe,
le gambe de' quali crescono tanto spesse che n cavalli facilmente passare,  n
le coturnici di l volare possono.  Ivi    gran  copia  di  melle,  di  pesci,
d'uccelli  e  d'altri  animali,  e li frutti degli arbori sono molto pi nobili
delli frutti di Moscovia;  e la  gente    audacissima  e  bellicosissima,  pi
dell'altre.


Del fiume chiamato Tanais.

Da Moscovia insino a questo castello,  e pi oltra ancora,  per spazio quasi di
24 miglia todeschi, corre il Tanai, in un luogo il quale  detto il Donco, dove
li mercanti li quali vanno in Asoph,  in Caphan e Costantinopoli cercano le sue
navi;  il  che  il  pi  delle  volte si fa al tempo dell'autunno,  nella parte
pluviosa dell'anno,  percioch ivi il Tanai,  negli altri tempi dell'anno,  non
abbonda  cos  d'acque  ch'egli  possa  cos  bene  portare  le  navi carche di
mercanzie.
Basilio il granduca signoreggiava Rezan provincia, il quale gi aveva tolta per
moglie la sorella di Giovanni Basilio, granduca di Moscovia, e di quella n'ebbe
due figliuoli,  cio Giovanni e Theodoro,  de' quali Giovanni al morto  Basilio
successe  nel  regno.  Il  qual d'una sua moglie,  chiamata Knos,  figliuola di
Theodoro Babitz, ebbe tre figliuoli: Basilio, Theodoro e Giovanni. Delli quali,
morto il padre loro, li due maggiori,  mentre ciascuno si sforza d'impadronirsi
del  regno,  nelli  campi razanensi venuti alle mani,  con l'armi valorosamente
combatterono,  nella qual pugna uno mor: n molto dipoi quello ch'era  restato
vittorioso  in  quei  medesimi  campi  fin sua vita,  e cos in tal luogo,  in
memoria di tal cosa, il segno della croce, fatto di rovere, vi fu drizzato.  Il
minor  fratello,  il  qual  era  vivo  restato,  conosciuta  la  morte de' suoi
fratelli, con l'aiuto e favore de' Tartari il principato paterno,  per il quale
li due fratelli gi avevano combattuto e il quale la madre possedeva, per forza
ottenne.  E poi tratt col duca di Moscovia,  che, attento che li suoi maggiori
senza essere sottoposti a nissuno tal principato liberamente avessero tenuto  e
posseduto, similmente permettesse ch'egli signoreggiasse.
Mentre queste cose si trattavano, fu riportato al gran principe di Moscovia che
questo  Giovanni  dimandava  per  moglie la figliuola del re di Tauris,  con il
quale esso duca di Moscovia aveva guerra;  onde essendo stato chiamato da  esso
principe  di  Moscovia,  per paura d'oggi in domani andava prolongando l'andata
sua. Nondimeno, da un certo Simone Crubino, uno de' suoi consiglieri, persuaso,
finalmente and in Moscovia,  dove per commissione del  principe  moscovito  fu
preso e in libera prigione posto;  e la madre sua similmente cacci dal dominio
e inchiuse in un monastero, e il castello con il suo principato occup.  Dapoi,
accioch  qualche rebellione de' Rezanensi non si facesse,  buona parte di quei
per diversi luoghi distribu,  per il che le  forze  di  tutto  'l  principato,
scemate,  mancorono.  Ma  conciosiach  nell'anno  del  Signore 1521 li Tartari
appresso Moscovia avessero posto l'esercito,  il sopradetto Giovanni,  per mezo
del tumulto uscito di prigione, alla volta della Lituania scamp, dove eziandio
insino allora ch'io era in Moscovia era bandito.
Tulla  castello  quasi per quaranta miglia germanici  distante da Rezan,  e da
Moscovia verso 'l mezogiorno trentasei,  ed   l'ultima  citt  alli  campestri
deserti,  dove Basilio, figliuolo di Giovanni, un castello di pietre edific, a
canto il quale un fiume di quel medesimo nome scorre.  Ma Uppa,  l'altro fiume,
da  oriente  esso  castello bagna,  e con Tulla fiume congionto,  in Occa fiume
sopra Worotinski quasi per vinti miglia germani entra: nelle  bocche  del  qual
fiume,  non  troppo  lontano,    posto  un  castello  chiamato Odoyow;  questo
castello, al tempo di Basilio, aveva il proprio suo principe.
Il Tanai, fiume famosissimo, il quale l'Europa da l'Asia divide, quasi per otto
miglia lontan da Tulla al mezogiorno, all'oriente piegando, nasce;  non gi da'
monti Rifei, come alcuni hanno descritto, ma da Iwanowosero, cio dal gran lago
di Giovanni, il quale, per longhezza e per larghezza, circa mille e cinquecento
miglia si distende, e in una certa selva, la quale alcuni Okonitzkilies, alcuni
Iepiphanowlies chiamano,  da questo lago due gran fiumi, Schat e Tanai, vengono
fuora. Schat nell'occidente riceve in s il fiume Oppa, e dentro al fiume Occa,
fra l'occidente e il settentrione,  mette il capo.  Ma il Tanai col  primo  suo
corso drittamente nell'oriente scorre,  e fra Casan e Astrachan regni sei o ver
sette miglia germani lontano da Wolga  fiume  trapassa.  Dapoi,  con  un  corso
riflesso  al  mezogiorno,  fa le paludi quali dicono Meotide,  alli fonti della
quale  propinqua la citt di Tulla,  e,  sopra le bocche di quella,  quasi per
tre miglia nel lito,  Asoph citt, la quale per prima Tanai era chiamata. Sopra
di questa, per viaggio di quattro giorni,  Achas citt,  a quel medesimo fiume
posta,  il  quale  i  Ruteni  chiamano Don.  Questo luogo,  per copia singolare
d'ottimi pesci,  per l'amenit dell'una e l'altra ripa del  fiume,  di  diverse
erbe e radici soavissime ripiene,  e per molti arbori fruttiferi e buoni,  come
in un bel giardino industriosamente piantati, a bastanza lodare non si pu.
Oltra di ci,  evvi tanta copia d'animali che con poca fatica con le freccie si
pigliano,  e  quelli  che  passano  per que' luoghi al sostegno della vita loro
d'altro non hanno bisogno,  eccetto che del fuoco e del sale.  In quelle  parti
non le miglia,  ma le giornate s'osservano,  quanto ho potuto con la coniettura
comprendere.  Dalli fonti del Tanai insino alle bocche  di  quello,  per  terra
camminando drittamente,  vi sono quasi ottanta miglia germani; e da Donco, dove
v'ho detto che 'l Tanai   navigabile,  apena  in  vinti  giorni  navigando  si
perviene  ad  Asoph,  citt  tributaria  a' Turchi;  la quale (come dicono) per
cinque diete   distante  dall'istmo  di  Tauris,  il  qual  altrimenti  Precop
chiamano.  In Asoph v' un nobilissimo ridotto di molte genti, da diverse parti
del mondo,  nel qual luogo a tutti,  di chi gente si siano,   concessa  libera
libert  di  potervi  venire,  e  di  vendere e comprare,  ed  lecito a quelli
ch'escono della citt di poter fare quel tutto che pi gli  piace,  senza  pena
niuna.  Degli altari d'Alessandro e di Cesare,  li quali molti scrittori dicono
esser stati in questi luoghi,  over dalle rovine di quelle,  o  vero  da  altra
coniettura, niente di certo ho potuto intendere, n dagli abitanti del paese n
da  quelli  li  quali  tali  luoghi spesse volte frequentano.  Similmente dalli
soldati,  li quali il principe suole avere ogn'anno per guardia in tal luogo  a
spiare  e  ribattere  l'audacia  de'  Tartari,  niente  di  certezza  ho avuto.
Nondimeno, circa alle bocche del minor Tanai, quattro diete lontano dalla citt
di Asoph,  appresso un luogo Velikiprewos chiamato,  dicevano  certe  statue  e
imagini  di  marmo  e  di pietra aver vedute.  Il minor Tanai nel principato di
Sewerski nasce,  onde Donetz Sewerski  chiamato,  e per tre diete sopra  Asoph
nel Tanai scorre.
Quelli che da Moscovia in Asoph citt per terra vanno,  passato il Tanai vicino
a Donco,  castello vecchio e rovinato,  dal mezogiorno verso oriente torceno il
cammino,  nel qual luogo, se dalle bocche del Tanai insino alli fonti di quello
una dritta linea si tirasse,  si troverebbe la Moscovia esser posta in Asia,  e
non in Europa.
Miseneck  luogo paludoso,  nel quale era gi un castello,  del qual sin ora le
vestigie si vedono.  Intorno a questo  luogo,  al  presente,  alcuni  in  certe
teggette abitano, li quali, dalla necessit costretti, in quelle paludi come in
un castello si ritirano. Da Moscovia in Mesceneck, andando verso il mezogiorno,
vi  sono quasi 60 miglia germanici,  e da Tulla quasi 30.  Occa fiume 18 miglia
lontano da Mesceneck, dalla parte sinistra, nasce, e prima in oriente, dapoi in
settentrione,  ultimamente in oriente estivale (come essi dicono) il suo  corso
drizza,  e  cos,  quasi  con  una forma d'un mezo circolo,  Mescenech paludosa
chiude.  E oltra di questo molte  citt,  come    Worotino,  Coluga,  Cirpach,
Corsira,  Calumna,  Rezan,  Casimowogorod  e  Murom col suo corso bagna,  e poi
finalmente in Wolga, sotto la Nowogardia inferiore,  entra;  e da ogni parte da
selve    serrato  e  chiuso,  le quali di melle,  d'aspreoli,  d'armelini e di
martori  sono  molto  abbondanti.   Tutti  li  campi  quali  egli  bagna   sono
fertilissimi;    nobilissimo  per  copia di buoni pesci,  li quali a tutti gli
altri fiumi di Moscovia sono preferiti,  e specialmente quelli li quali intorno
a Murom sono presi.  Oltra di questo ha certi pesci principali,  li quali in la
lor lingua chiamano beluga, di maravigliosa grandezza, senza spine, con il capo
e con la bocca grande,  sterlet,  schervugia,  osseter,  che sono di  sorte  di
sturioni,  e  un  pesce chiamato bielaribitza,  cio pesce bianco,  di delicato
sapore;  delli quali pesci la maggior parte pensano venire dal fiume  Wolga  in
quello. Dicono che dalli fonti d'Occa fiume due altri fiumi nascono, cio Sem e
Schosna, delli quali Sem per il principato Sewera corre e, la citt di Potiwolo
trapassata,  nel fiume Desna scorre, il qual per la citt di Czernigo trapassa,
e sotto Chiovia nel fiume Boristene  portato;  ma Schosna per  la  dritta  via
scorrendo nel Tanai mette capo.
Corsira,  nella  ripa del fiume Occa,   castello,  sei miglia sopra a Calumna.
Aveva gi il dominio della sua giurisdizione, ma conciosiach fosse riferito al
principe Basilio che il signor di Corsira avea conspirato nella  morte  sua,  e
per  questa causa,  sotto pretesto di voler andare a caccia,  fosse chiamato da
esso principe Basilio,  e che 'l detto Giovanni armato (percioch da  un  certo
amico  suo  era  stato  avvertito  che non v'andasse senza armi) a ritrovare il
principe nella caccia fosse pervenuto,  n manco  allora  amichevolmente  fusse
ricevuto,  nondimeno fugli comandato che a Czirpach,  citt vicina, insieme con
il secretario del principe Georgio andare dovesse,  e in tal  luogo  aspettare.
Laonde,  dapoi essendo invitato dal secretario del principe a bevere, e quello,
come si suole,  per la conservazione  del  suo  principe,  subito  sent  esser
ingannato  e  in  nissun  modo  poter  fuggire  le preparate insidie e inganni:
chiamato il sacerdote e bevuta la bevanda,  fin sua vita.  E per questo  fatto
scelerato  e tristo Basilio la citt di Czirpach ottenne,  la quale  lontana 8
miglia da Corsira, ed  posta appresso il fiume Occa,  dove eziandio,  in luogo
piano, vi si cavano le minere del ferro.
Coluga  castello,  appresso  il  fiume  Occa collocato,  per trentasei miglia 
lontano  dalla  Moscovia,   e   quattordici   da   Czirpach.   Ivi   si   fanno
artificiosamente tazze di legno con intagli,  e altre cose belle di legname, al
culto domestico e familiare convenevoli, le quali poi di l in Moscovia,  nella
Litwania  e  nell'altre  regioni circonvicine sono portate.  In questo luogo il
principe di Moscovia ogni anno suole avere  le  sue  buone  guardie  contra  le
correrie delli Tartari.
Il principato Worotino ha un medesimo nome con la citt,  e il castello  posto
tre miglia sopra Coluga,  non molto lontano dalla  riva  del  fiume  Occa.  Gi
questo principato Giovanni knes,  cognominato Worotinski,  possedeva,  uomo nel
vero bellicoso e per la esperienzia di molte  cose  eccellente,  di  modo  che,
essendo  costui  capitano  dell'esercito,  il  principe  Basilio  sovente molte
vittorie preclare e degne delli suoi nimici aveva riportate. Ma nell'anno 1521,
in quel tempo che 'l re di  Tauris,  passato  il  fiume  Occa,  con  bellissimo
esercito,  come ho detto di sopra, aveva assaltato la Moscovia, successe che 'l
principe moscovito un certo Demetrio knes  Bielski,  uomo  giovane,  mand  con
l'esercito  contra  il  sopradetto  re  a  riprimere e abbassare la superbia di
quello.  Ma Demetrio,  facendo poca stima  delli  sani  consegli  del  valoroso
capitano  Giovanni  Worotinschi e degli altri uomini da bene,  subito veduto il
nimico vergognosamente si diede a fuggire;  e  in  vero  Andrea,  fratello  del
principe,  era stato auttore della fuga pi che gli altri.  Or finalmente, dopo
la partita delli  Tartari,  volendo  il  principe  di  Moscovia  diligentemente
ricercare  degli  auttori  della  fuga,  successe  che  'l  sopradetto Giovanni
Worotinschi non solamente  in  summa  indignazione  del  principe  divenne,  ma
eziandio  fu preso,  posto in prigione e del suo principato totalmente privato.
Nondimeno, a l'ultimo, fu cavato fuora di prigione, con questa condizione per,
che mai uscisse fuora della Moscovia,  e cos noi  similmente  fra  gli  uomini
primarii della corte del principe, in Moscovia, lo vedemmo.
Sewerra  un gran principato, il castello del quale Nowogrodech  chiamato; era
gi  la sedia delli principi sewdrensi,  prima che fossero spogliati del regno.
Da Moscovia a quel luogo si perviene da man destra al mezogiorno, per la via di
Coluga,  di Worotino,  di Serenscho,  ed  viaggio di 150 miglia germani.  E la
larghezza di tal principato insin al fiume Boristene si distende,  e ha in ogni
luogo campi vasti, grandi e deserti,  e intorno a Branschi ha una selva grande.
In  questo  principato  sono  molte  castella  e citt,  fra li quali Starodub,
Potiwlo,  Czernigow sono i pi  celebri  e  pi  famosi.  Il  campo,  quando  
coltivato,   fertile,  e le selve sono molto abbondanti e copiose d'armellini,
aspreoli, martori e melle.  La gente similmente,  per le continue guerre con li
Tartari  vicini,    molto  bellicosa  e  armigera;  ma  Basilio,  figliuolo di
Giovanni, s come molti altri principati, cos eziandio questo al suo dominio e
imperio sottopose, in questo modo.
Erano due Basilii,  nepoti per li  fratelli,  de'  quali  uno  era  cognominato
Basilio Semetzitz,  il quale Nowogrodech castello possedeva, e l'altro Staradub
citt teneva;  e Potiwlo citt un certo Demetrio  principe  dominava.  Sfrenato
desiderio  di  regnare  entr  in  Basilio  Semetzitz,  per  esser uomo valente
nell'armi,  e per questo di molto terrore alli Tartari,  e voleva  dominare  il
principato,  n  mai  si  ripos  sin  a tanto che l'altro Basilio Staradubschi
vincesse.  E cos finalmente,  cacciatolo del regno,  la  provincia  di  quello
occup, il che fatto, per un'altra via similmente il principe Demetrio assalt,
accusandolo  appresso  il  gran principe di Moscovia di rebellione.  Per il che
mosso, il principe moscovitico comand a Basilio che usasse ogni ingegno e arte
di pigliare Demetrio e di condurlo in Moscovia: onde il sopradetto Demetrio per
fraude e inganno di questo Basilio,  essendo a caccia,  fu circondato e  preso,
percioch  Basilio aveva mandati prima certi cavalli armati avanti le porte del
suo castello, accioch Demetrio, come persona fuggitiva, ritenessero, il che fu
fatto.  E cos  preso  e  ligato,  fu  subito  condotto  in  Moscovia  e  messo
strettissimamente  in prigione;  il che Demetrio,  suo figliuolo,  ebbe tanto a
sdegno e ira che subito alla volta delli  Tartari  se  n'and,  accioch  della
ricevuta  ingiuria del padre suo con prestezza e con danno delli nimici suoi ne
facesse la vendetta, e cos, rinegata la fede cristiana,  secondo il costume di
Maumeth  fu circonciso.  Tra questo mezo,  mentre appresso li Tartari dimorava,
accadette che Demetrio dell'amore d'una  fanciulla  elegantissima  e  bella  fu
preso,  la quale non potendo godere a modo suo,  finalmente,  contra la volont
delli parenti suoi,  secretamente men via.  La qual cosa li  servi,  li  quali
erano  stati circoncisi con quello,  alli propinqui della fanciulla palesorono,
onde li parenti mossi, subito di notte assaltorono Demetrio, e quello,  insieme
con  la fanciulla,  con le frecce ammazzorono.  Basilio,  principe di Moscovia,
udita la fuga del figliuolo di Demetrio alla volta delli Tartari,  command che
'l  vecchio  padre  in  pi stretti e serrati legami fosse costretto: il povero
vecchio,  non molto dapoi udita la morte del  figliuolo  appresso  li  Tartari,
dalla  prigione  e per il pianto consumato,  in quel medesimo anno,  che fu del
1519, fin sua vita.
E di tutti questi errori scelerati e tristi, Basilio Semetzitz ne fu principale
auttore, s come eziandio per avanti era stato cagione che per le sue parole il
principe moscovito, e il signore di Corsira, e il suo germano fratello, presi e
incarcerati occise.  Ma s come spesse volte suole avvenire che come quelli  li
quali  apparecchiano  insidie  agli  altri in quelle medesime sogliono cascare,
cos a questo Semetzitz  intervenne;  percioch  egli  similmente  appresso  il
principe di ribellione fu accusato,  per la qual cosa essendo stato chiamato in
Moscovia, deneg dover a quel luogo gire, se prima publicamente non gli fossero
mandate lettere  della  publica  fede  del  principe,  con  il  giuramento  del
metropolita  confirmate.  Laonde,  mandate e ricevute le lettere secondo il suo
volere,  alli 19 d'aprile nell'anno 1523 essendo venuto in Moscovia,  con  doni
amplissimi  eziandio  offertigli  dal  principe,   onorevolmente  fu  ricevuto;
nondimeno,  di l a pochi giorni,  fu preso e messo in pregione.  La  causa  di
questa  cosa  dicono esser stata che egli avea scritto lettere al re di Polonia
che si voleva ribellare dal principe  di  Moscovia,  e  che  la  lettera  dapoi
pervenne  alle  mani del capitano chioviense,  il quale,  aperte le lettere,  e
conoscendo l'animo suo cattivo contro il principe,  subito le mand al principe
di  Moscovia.  Altri assegnano un'altra ragione,  pi simile al vero: percioch
solo Semetzitz in tutto l'imperio di Moscovia restava, il quale e le castella e
li principati possedeva,  delli quali luoghi accioch pi facilmente quello  ne
cacciasse fuora,  e che pi sicuramente il vizio della perfidia signoreggiasse,
fu pensato in che modo quello si potesse far morire.  Al che  un  certo  pazzo,
facendone segno evidentissimo, in quel tempo che Semetzitz entrava in Moscovia,
portava a torno a torno le scope, o ver granate da spazzare; e dimandato perch
facesse  cos,  e  che  significava  tale  apparato,  rispose che l'imperio del
principe ancora non era ben purgato,  e che  adesso  era  il  tempo  commodo  e
opportuno di spazzare e nettare via tutte l'immondizie e brutture della piazza.
Giovanni,  figliuolo  del  granduca  di  Moscovia,  avendo  vinto l'esercito di
Litwania appresso il fiume Wedrosch,  fu il primo  che  tal  provincia  al  suo
imperio  aggiungesse.  Veramente  li  principi  sawenensi  sono quelli li quali
tirano la lor generazione da Demetrio,  granduca di Moscovia.  Demetrio ebbe  3
figliuoli,  cio Basilio, Andrea e Georgio; di questi Basilio, di maggiore et,
secondo la legge della patria, successe al padre nel regno,  e dalli altri due,
cio Andrea e Georgio, li principi sewerensi hanno avuta l'origine loro.
Czernigow  per  30  miglia  da  Chiowia e altretanti da Potiwlo  distante.  Ma
Potiwlo  distante da Moscovia 140 miglia todeschi,  e  da  Chiowia  60,  e  da
Bransk  38.  Questo  paese  di  l dalla gran selva,  la quale per 24 miglia in
larghezza si estende,  posto. Nowogrode per 8 miglia  distante da Potiwlo,  e
da  Staradub  14,  ma Staradub da Potiwlo  distante per 30 miglia.  Quelli che
vanno da Potiwlo in Tauris per le solitudini,  il fiume  Sna,  Samara  e  Ariel
truovano,  delli quali li due ultimi sono pi larghi e pi profondi.  In passar
questi fiumi,  mentre li viandanti longo  tempo  alcuna  volta  sono  ritenuti,
spesse  volte  dalli  Tartari  sono impediti,  circondati e presi.  Dopo questi
fiumi,  Koinschahvoda e Molosca fiumi vi occorrono,  li quali con nuovo modo di
passare li passano: tolgono certi rami tagliati dagli arbori,  quali radicano e
legano in fasci,  sopra di quali pongono le robbe loro e  se  medesimi,  e  per
questa  via  con  remi trapassano da l'altra parte del fiume.  Altri similmente
legano li sopradetti fasci alla coda delli cavalli,  li quali con  il  flagello
cacciati, notando conducono e transportano al lito di l.
Ugra, fiume profondo e fangoso, non lontano da Drogobusch in certa selva nasce,
e  infra  Coluga  e  Worotin in Occa fiume ne va;  gi questo fiume la Moscovia
dalla Litwania divideva.
Demetriowitz castello  e  fortezza,  fra  'l  mezogiorno  e  settentrione,  per
diciotto miglia  lontano da Wesma, e da Worotim circa vinti miglia.
Smolentzko,  citt vescovile,  appresso il fiume Boristene  situata e posta, e
nel lito di l dal fiume, alla volta d'oriente,  ha un castello fortissimo,  il
quale  abbraccia dentro di s molte case,  alla simiglianza d'una citt: questo
castello,  da quella parte che  propinqua al colle (percioch da l'altra parte
  tocco  dal  fiume Boristene),  per la fossa e per certi pali aguzzi,  per li
quali le correrie de' nimici sono impedite,  molto forte.  Basilio di Giovanni
spesse volte e gravissimamente tent di pigliare tal luogo, e nondimeno gi mai
per forza lo pot pigliare: ma ultimamente,  per fraudi e inganni delli soldati
e d'un certo capitano e prefetto boemo,  del quale di  sopra,  nell'istoria  di
Michele Lynschi  detto, tal fortezza ottenne. La citt  posta in una valle, e
intorno intorno ha colli fertili, ameni e dilettevoli, e da grandissime selve 
circondata, dalle quali selve grandissima utilit ne viene, per la copia grande
delle  pelli  di  diversi animali.  Nel castello  un tempio sacrato alla beata
Vergine, e altri edificii fatti di legnami.  Nelli borghi della citt si vedono
ruine di monasterii di pietre.  Da Moscovia in Smolentzcho, fra 'l mezogiorno e
l'occidente,  viaggio di 18 miglia; e primamente un luogo chiamato Mosaisko si
ritruova;  dapoi di l 26 miglia,  Wiesma,  e  18  miglia,  Drogobusch,  e  per
altretante  miglia  a  Smolentzko pervenissimo.  E tutto questo viaggio  di 80
miglia germanici,  ma i  Lituani  e  Moscoviti  affermano  essere  100  miglia;
nondimeno  io tre volte ho fatto tal viaggio,  e ho ritrovato che sono ottanta.
Questo  principato,  regnando  Basilio,   Witoldo,   granduca  della  Lituania,
nell'anno  1413 tolse alli Moscoviti;  ma questo medesimo principato Basilio di
Giovanni, nell'anno 1514, a' trenta di luglio, tolse per forza a Sigismondo, re
della Polonia.
Drogobusch e Wiesma, fortezze e castelli, sono di legnami,  e appresso il fiume
Boristene  posti;  li quali luoghi gi erano sotto il dominio delli principi di
Lituania.  sotto la citt Wiesma un fiume di quel medesimo nome,  il quale non
molto lontano,  cio per spazio di due miglia,  portato nel fiume Boristene; e
sogliono le navi cariche di merci di l essere portate nel fiume  Boristene,  e
dapoi similmente per il Boristene,  a contrario dell'acqua, sono portate insino
a Wiesma.
Mosaiko similmente  fortezza e castello di legname,  e intorno  a  quel  luogo
evvi gran copia di lepri di diversi colori; e quivi suole il principe d'anno in
anno fare le sue caccie,  e in tal luogo similmente alcuna volta dare ubidienza
gli oratori di diversi principi,  s come,  essendo noi nella  Moscovia,  diede
udienza alli oratori de li Lituani;  e noi ancora essendo chiamati, da Moscovia
a quel luogo ne gissimo,  dove finite e terminate le commissioni  delli  nostri
principi licenziati fussimo.  L'imperio delli principi di Moscovia, al tempo di
Witoldo, per cinque o vero sei miglia di l da Mosaicho si distendeva.
Biela principato, con la fortezza e citt di quel medesimo nome, da Moscovia al
fiume Opscha da sessanta miglia tedeschi per le gran selve e  pi,  alla  banda
d'occidente,  distante; e da Smolenzcho, trentasei, e da Toropetz, trenta. Gi
li  principi  di  questo  principato  ebbero  origine da Gidemino;  ma Casimiro
essendo re nella Polonia, li figliuoli di Iagellone questo principato godevano,
nel qual tempo Basilio,  principe di Biela,  il quale altrimente  Bielschi  era
chiamato, a Giovanni, padre di Basilio, recorse, e a quello se stesso e li suoi
beni  sottopose;  e  lasciata la propria moglie nella Litwania,  un'altra nella
Moscovia pigli,  della quale n'ebbe tre  figliuoli,  li  quali  noi  vedessimo
appresso  il  principe nel numero delli cavalieri: e Demetrio,  per l'auttorit
del padre,  in gran prezzo e onore  era  avuto  da  tutti.  Quantunque  li  tre
fratelli della eredit paterna di Bielschi vivessero,  e per le annuali entrate
di quello fossero nutriti,  nondimeno non avevano  ardimento  d'andare  a  quel
luogo, percioch il principe di Moscovia aveva gi tolto a quelli il principato
di Bielschi, e il titolo di quel luogo s'usurpava.
Rsowa,  citt  di  Demetrio,  con  la fortezza,  verso l'occidente per vintitre
miglia  lontana dalla Moscovia; e il castello, del quale il principe si usurpa
il titolo,  appresso il fiume Wolga  fabricato,  e ha la  sua  signoria  molto
grande.  ancora un'altra Rsowa, cento e quaranta miglia lontano da Moscovia, e
da Welikiluki vinti, e altretanti da Plescowia, la quale deserta  chiamata. Di
l da Rsowa di Demetrio,  per alcune miglia camminando in occidente,  la selva
Wolchonzchi detta,  della quale quattro fiumi nascono.  In quella selva    una
palude,  la  quale  Fronow  si  chiama,  della quale un fiume nasce,  non molto
grande, e per spazio di due miglia entra in certo lago,  chiamato Wolgo,  donde
di nuovo,  per la moltitudine dell'acque cresciuto,  ne vien fuora, e, preso il
nome del lago, Wolga  chiamato. Il qual fiume,  trapassando per molte paludi e
ricevendo in s molti altri fiumi,  con vinticinque o vero,  come altri dicono,
con settanta  bocche  entra  nel  mare  Caspio,  da'  Ruteni  Chwalinsko  Morie
chiamato,  e  non in Ponto,  come uno scrive.  Questo fiume Wolga,  da' Tartari
Edel,  da Tolomeo Rha    chiamato:  fra  questo  fiume  e  il  Tanai    tanta
propinquit,  nelli  luoghi campestri,  che quasi non pi che sette miglia sono
distanti uno dall'altro.  Ma quali citt e castella questo fiume col corso  suo
bagni, al luogo suo ne parleremo.
In quella medesima selva,  lontano 10 miglia dalla palude Fronovo,  una villa,
chiamata Dnyepersko,  intorno alla quale nasce il  fiume  Boristene,  il  quale
dagli abitanti del luogo Dnieper  chiamato. Non troppo lontano da questo luogo
 il monasterio della Santa Trinit, dove nasce un altro fiume, maggiore che 'l
primo,  e  per diminuzione Niepretz  detto.  Amendua questi fiumi fra li fonti
del Boristene e la palude Fronowo  corrono,  nel  qual  luogo  le  merci  delli
Moscoviti e delli Cloppiensi,  poste nelle navi, alla volta della Litwania sono
portate;  e sogliono li mercanti in tal monasterio abitare,  non altrimenti che
se  fossero  all'osteria.  Che 'l fiume Rha e il fiume Boristene dalli medesimi
fiumi non nascono (secondo l'opinione  d'alcuni),  per  relazione  certa  delli
mercanti li quali in quelle parti sogliono praticare ho inteso per certo. Ma il
corso  del  Boristene,  che  primamente Wiesma citt verso 'l mezogiorno tocca,
dapoi,  con un piegato corso  in  oriente,  Drogobusch,  Smolenzcko,  Orscha  e
Mogilef citt bagna e trapassa; e di l poi, di nuovo nel mezogiorno scorrendo,
Chiovia, Circassi e Orzakow tocca, dove di nuovo in Ponto si discarca, e in tal
luogo  vedesi  il  mare  propriamente  aver la forma e simiglianza d'un lago: e
Otzakow  quasi in un cantone,  alle bocche del fiume Boristene.  Percioch noi
da  Orschain  in Smolentzko venissimo,  dove le robbe nostre con le navi sino a
Wiesma portassimo, e quel fiume talmente innondava che un certo monaco,  in una
sua  barchetta  da  pescare,  molto lontano per le selve il conte Nogarola e me
insieme con lui ne port,  e li  cavalli,  nuotando,  molti  miglia  per  acqua
fecero.
Il  laco  Dwina  da' fonti del Boristene quasi per dieci miglia,  e altrettanto
dalla palude Fronowo  distante.  Da questo lago nasce un certo fiume  di  quel
medesimo nome, verso l'occidente, il quale per vinti miglia  lontano da Wilna,
e dapoi corre nel settentrione e appresso Riga, citt principale della Liwonia,
nel  mare  Germanico,  detto  da'  Ruteni  Wareczkoie  Morie,  scorre,  e bagna
Witepsko,  Polotzko e Dunenburg;  e non  tocca  Plescowia,  come  alcuni  hanno
scritto. I Livoniensi questo fiume chiamano Duna.
Lowat,  quarto fiume,  non  da comparare con gli altri tre;  nasce fra 'l lago
Dwina e la palude Fronowo,  o vero da essa  palude;  non  ho  potuto  veramente
sapere  l'origine  di  questo  fiume,  quantunque non sia troppo distante dalli
fonti del Boristene.  Questo  quel fiume,  come dicono i loro annali,  per  il
quale s. Andrea apostolo dal Boristene per il secco condusse la sua barca; ed 
quel  fiume  il  quale,  scorrendo  il  spazio  quasi di 40 miglia,  finalmente
Welikiluki bagna, e dapoi nel lago chiamato Ilmen mette capo.
Wolok citt e fortezza,  nell'occidente equinoziale,  per vintiquattro miglia 
distante da Moscovia,  e da Mosaisco quasi dodici miglia;  da Twer,  vinti.  Il
principe a se stesso tribuisce e dona  il  titolo  di  questo  luogo,  e  suole
similmente  ogn'anno  il  principe  in  questo  luogo dilettare l'animo suo col
piacere dell'uccellare, seguendo i lepri con li falconi.
Welikiluki fortezza e citt,  nell'occidente,   distante da Moscovia  cento  e
quaranta miglia,  dalla gran Nowogardia sessanta,  da Poloczko trentasei: e per
questa via ancora si va dalla Moscovia nella Litwania.
Toropecz  una fortezza, con la citt, fra Welikiluki e Smolenczko,  a' confini
della Lituania, ed  distante da Luki quasi diciotto miglia.
Twer, o vero Otwer, fu gi grande di dominio, e uno delli gran principati della
Russia,  posto  alla parte del fiume Wolga,  verso l'occidente estivale lontano
dalla Moscovia trentasei miglia; e ha una gran citt,  la quale dal fiume Volga
  bagnata.  Nell'altra parte della ripa nella quale Twer guarda la Moscovia ha
un castello, e all'incontro di quello evvi il fiume Twertza, il quale nel fiume
Volga mette capo: e per quel fiume io con  un  navilio  in  Otwer  pervenni,  e
l'altro  giorno  per  il fiume Rha navigai.  Questa citt era sedia episcopale,
vivendo Giovanni,  padre di Basilio,  nel  qual  tempo  il  granduca  Boris  il
principato  twerense  signoreggiava;  la cui figliuola,  chiamata Maria,  dapoi
Giovanni Basilio, principe di Moscovia,  prese per moglie,  della quale (come 
detto  di  sopra) n'ebbe un figliuolo,  chiamato Giovanni,  primogenito.  Boris
mor,  e Michele,  suo figliuolo,  successe nel regno;  il quale dapoi dal  suo
cognato,  principe della Moscovia,  fu cacciato, e bandito e privato del regno,
nella Lituania termin sua vita.
Tersack  castello dieci  miglia  lontano  da  Twer,  una  parte  del  quale  
sottoposta a Nowogardia,  e l'altra al dominio di Twerensi; e due luoghitenenti
dominavano. Quivi,  come ho detto di sopra,  nascono due fiumi,  Twertza e Sna:
questo  alla volta di Nowogardia,  nell'occidente,  e quello nell'oriente fa il
corso suo.
La gran Nowogardia  il pi gran principato di tutta la Russia,  e li  paesani,
col proprio parlare,  Nowigorod dicono,  quasi nuova citt, o ver nuovo castro,
percioch tutto ci ch' cinto di muro,  con  fortezze  munito  e  fortificato,
gorod  chiamano.   questa un'ampla e gran citt,  per la quale Wolchow,  fiume
navigabile, trapassa, il qual dal lago Ilmen, due miglia sopra la citt, nasce,
e nel lago Neoa scorre,  il quale al presente Ladoga,  dal castello ch' a  lui
vicino,  chiamano.  Questa  Nowogardia  dalla parte dell'occidente estivale per
cento e vinti miglia  lontana dalla  Moscovia,  bench  molti  dicono  esservi
solamente cento miglia;  e da Plescowia,  trentasei, da Welikiluki, quaranta, e
da Iwanowogorod altrettanto.  Mentre che gi era in fiore e nella sua  potest,
avea il suo dominio amplissimo,  e in cinque parti diviso, delle quali ciascuna
parte non solamente delle cose publiche e private  al  magistrato  ordinario  e
competente della sua parte riferiva, ma ancora nella regione della citt poteva
contrattare  e  terminare  di ciascuna cosa con gli altri suoi cittadini: e non
era lecito a nissuno, in nissuna cosa, ad alcun altro magistrato della medesima
citt ricorrere se non al suo.  In quel tempo ivi era gran ridutto di tutta  la
Russia,  percioch gran copia di mercanti dalla Litwania,  dalla Polonia, dalla
Swezia,  dalla Dania e dalla Germania a tal luogo era solito d'andare,  di modo
che i cittadini di tal provincia,  per il frequente concorso delle molte genti,
oltre modo le facolt loro accrescevano e  aumentavano.  Oltra  di  questo,  a'
tempi  nostri    lecito  a'  Germani  avere  in  tal  paese  li suoi fattori e
camerlenghi per le loro facende.
L'imperio d'essa nella maggior parte in oriente e nel settentrione si distende,
e quasi la Litwania,  la Finlandia e la Nordwegia tocca.  Li mercanti  di  quel
luogo,  essendo  io  con  una  carretta dalla citt d'Augusta fino a quel luogo
pervenuto,  mi pregorno strettamente che cotal carretta,  con  la  quale  aveva
fatto s longo viaggio, nel sacro tempio loro, in memoria di tal cosa, lasciare
dovessi.  Ebbe  ancora  Nowogardia  alcuni  principati:  da l'oriente,  Dwina e
Wolochda,  e dal mezogiorno la meza parte della  citt  di  Tersak,  non  molto
lontano  da Tweria.  E bench queste provincie,  per rispetto de' fiumi e delle
paludi,  siano sterili e  non  troppo  abitate,  nondimeno  dalle  pelle  degli
animali,  del  mele,  della  cera  e  di  pesci fanno grandissimo guadagno.  Li
principi li quali fossero al governo sopra la republica di  quelli  secondo  il
loro  arbitrio  e volont ordinavano,  e accrescevano l'imperio tirando a s le
genti vicine e constringendole a pagare l'ordinato stipendio per la  difensione
di  quelle;  di modo che li Nowogardensi in conservare la loro republica usando
l'opera e aiuto d'altre genti, li Moscoviti si gloriavano d'aver in tal luogo i
suoi presidenti,  e similmente i  Litwani  confessavano  essere  tributarii  di
quelli.
Mentre   questo   principato   l'arcivescovo  col  suo  consiglio  e  auttorit
amministrava,  Giovanni Basilio,  duca di Moscovia,  il dominio assalt,  e per
anni  sette  continovi  con  aspra  guerra premendogli,  finalmente nel mese di
novembre nell'anno del Signore 1477,  per il conflitto fatto appresso 'l  fiume
Scholona, li super e vinse e con certe condizioni quelli constrinse a rendersi
a lui,  e cos a tal citt in nome suo un capitano,  o vero rettore,  v'impose.
Ma,  conciosiach ancora al compimento del tutto pervenuto  non  fosse,  e  ci
pensando non si poter fare senza armi e spargimento di sangue, e sotto pretesto
di  religione,  s  come  volesse  li  ribellanti  del rito rutenico nella fede
ritenere,  in Nowogardia se ne venne,  e quella con questa finta  occup  e  in
servit  talmente  ridusse  che  l'arcivescovo,  li  cittadini,  li  mercanti e
forestieri di tutti li lor beni spogli,  senza altro rispetto,  di modo che da
trecento carra tra oro,  argento e gemme preziose carchi, come scrivono alcuni,
in  Moscovia  ne  riport.  E  io,  ritrovandomi  in  Moscovia,   e  di  questo
diligentemente  ricercando,  intesi  che  molto  pi  carra di preda carichi di
quello ho detto ne furono riportati. N questo  cosa maravigliosa,  percioch,
presa la citt,  l'arcivescovo e li altri cittadini pi ricchi e pi potenti il
vittorioso principe condusse nella Moscovia;  e nelle  possessioni  e  beni  di
quelli  mand  li  sudditi  suoi,  quasi  come  nuove  colonie,  e  cos  delle
possessioni di quelli,  oltra le communi rendite,  ogni anno grandissimo  dazio
nel fisco ne riporta.  Similmente,  dell'entrate dell'arcivescovato buona parte
ne scem,  e una picciola particella al vescovo  da  lui  novellamente  postovi
concesse.  Il qual vescovo non molto dipoi morto, la sedia per un pezzo vacante
rest;  nondimeno il  principe  di  Moscovia,  dalle  continove  preghiere  de'
cittadini  e  altri sudditi del luogo mosso,  acci perpetuamente senza vescovo
non restassero, un altro vescovo concesse loro: e questo fu nel tempo ch'io era
in Moscovia.
Gi li Nowogardensi un certo idolo, chiamato Perun,  in quel luogo nel quale al
presente  il monastero, e dal qual esso luogo Perunzki  chiamato, adoravano e
veneravano.  Dapoi,  preso  il  battesimo,  fu levato via del luogo e nel fiume
Wolocho gettato;  e dicono ch'egli,  nuotando,  trapass di  l  dal  fiume,  e
appresso del ponte fu udita una voce che disse: "Haec vobis,  Nowogardenses, in
mei memoriam",  o Nowogardensi,  questo sia per memoria mia,  e in un  medesimo
tempo  fu  gettato  un  bastone  sopra  'l  ponte.  Di  modo che suole eziandio
intervenire, in certo tempo dell'anno, che la voce di questo idolo  udita, per
il che li cittadini del luogo mossi,  subito l concorrono  e  insieme  con  li
bastoni si battono,  e tanto tumulto e strepito vi nasce che 'l governatore del
luogo con grandissima fatica da tale impresa  gli  rimuove.  Oltra  di  questo,
intervenne ancora,  come riferiscono i loro annali, che, mentre li Nowogardensi
Corsun,  citt della  Grecia,  per  sette  anni  continovi  con  grave  assedio
assediavano,  le  mogli  loro tra questo mezo,  fastidite per la longa dimora e
dubitandosi della salute e del ritorno de' loro mariti,  nelli proprii servi si
maritorono  di nuovo.  Finalmente espugnata la citt e ritornando li vittoriosi
mariti dalla guerra,  e portando con loro le porte ferrate della vinta citt  e
una  gran  campana,  la  quale noi nella lor chiesa catedrale avemo veduto,  li
servi, li quali avevano tolto per mogli le mogli de' lor patroni, si sforzavano
audacemente di voler ributtarli indietro.  Per il che quelli mossi e  sdegnati,
poste  gi  l'armi  da parte,  con certi staffili e bastoni diedero dentro alli
sopradetti servi, li quali, sbigottiti e spaventati,  si diedero a fuggire e ad
un  certo  luogo  si  ridussero,  il quale eziandio infino al d d'oggi  detto
Chloppigrod, cio castello de' servi; ma finalmente furono superati e vinti, e,
secondo li meriti loro,  dalli patroni con varie sorti di supplicii  castigati.
Nowogardia, nel solstizio estivale, ha il pi longo giorno d'ore XVII e pi; il
paese    molto  pi  frigido  di  quello  di  Moscovia;  e  gi aveva la gente
umanissima e onesta, ma quella d'ora per la peste moscovitica e pessimi costumi
 tutta corrotta e depravata.
Ilmen lago, il quale negli antichi scritti delli Ruteni Ilmer  chiamato,  e da
altri Limido,   sopra Nowogardia due miglia,  ed  per longhezza dodici miglia
germanici, e per larghezza otto.  Oltra gli altri fiumi,  due pi celebri e pi
famosi in s riceve: Lovat e Scholona. Questo da un certo lago nasce, ma uno ne
manda fuora,  detto Wolcho,  il quale per Nowogardia trapassa,  e per trentasei
miglia scorrendo nel lago detto Ladoga  entra:  per  larghezza    da  sessanta
miglia,  e per longhezza quasi cento, a bench certe isolette vi siano poste di
mezo,  e manda fuora un gran fiume chiamato Neoa,  il quale verso  l'occidente,
nel mare Germanico, quasi per sei miglia fa il suo corso; alla bocca del quale,
sotto il dominio moscovitico,  in mezo del fiume  posto il castello Oreschack,
il quale i Germani chiamano Nutemburg.
Russ gi l'Antica Russia fu detta:   antico  castello  sotto  la  signoria  di
Nowogardia,  dalla quale per dodici miglia, e da Ilmen lago tredici  distante.
Ha un fiume salso,  il quale con un fosso grande li cittadini in modo d'un lago
lo  riducono,  e  di l poi ciascuno conduce l'acqua salsa di quello per via di
canali nelle case, e ne fanno il sale.
Iwanowgorod castello prese il nome da Giovanni Basilio,  il quale  appresso  la
ripa  del  fiume  Narwa di pietra viva l'edific.  Evvi ancora di l da l'altra
ripa un castello de' Liwoniensi,  il quale dal nome del fiume Narwa  chiamato;
per mezo delli quali castelli Narwa fiume corre,  e il dominio nowogardense dal
livoniense divide. Narwa  navigabile,  e nasce da quel lago il quale li Ruteni
Czutzko,  o  vero  Czudin,  i  Latini  Bicis,  o ver Pelas,  i Germani chiamano
Peijfues.  Riceve in s due altri fiumi,  Plescowia e Welikareca,  il qual vien
dal mezogiorno,  e Opotzka castello, lasciato Plescovia fiume dalla man destra,
bagna.  La navigazione da Plescowia nel mare Balteo sarebbe facile e aperta  se
certi  scogli,  li  quali  non  sono molto lontani da Iwanowgorod e Narwa,  non
fossero d'impedimento.
Plescowia citt  posta appresso il lago dal quale il fiume  di  quel  medesimo
nome vien fuori, e corre per mezo la citt, e per spazio di sei miglia entra in
quel  lago  il  quale li Ruteni Czutzko chiamano.  Sola Plescovia,  in tutto 'l
dominio di Moscovia,  cinta di mura, ed  divisa in quattro parti, delle quali
ciascuna ha le sue mura: la qual cosa ha dato  ad  alcuni  occasione  d'errore,
ch'hanno  detto  quella  esser cinta di quattro mani di muraglie.  Il dominio o
vero il principato di questa citt in loro lingua  Pskow,  o  ver  Obskow,  era
chiamato,  e  gi  era grande,  e a nissuno sottoposto.  Ma finalmente Giovanni
Basilio,  nell'anno 1509,  per tradimento di  certi  sacerdoti  l'occup  e  in
servit  ridusse,  e la campana,  al suono della quale il senato a governare la
republica era chiamato, port via; e oltra di ci, rimovendo li cittadini della
patria, e in modo di colonia ponendovi li Moscoviti, totalmente la libert loro
scem, e a niente ridusse.  Onde successe poi che in luogo delli ornati e umani
costumi delli Plescoviensi,  costumi corrotti e depravati in tutte le cose loro
vi nacquero;  percioch era tanta l'integrit,  la  purit,  il  candore  e  la
simplicit  delli  Plescowiensi  ne'  contratti  loro che,  messa da parte ogni
longhezza di parlare per inganno del compratore,  solamente con una  parola  la
verit  dimostravano.  Oltra  di  questo,  li Plescowiensi sino a questo giorno
usano la cavigliara biforcata,  secondo 'l  costume  de'  Poloni  e  non  delli
Ruteni.  Plescovia nell'occidente  distante da Nowogardia trentasei miglia,  e
da Iwanowgorod quaranta, e altrettanto da Welikiluki. Per questa citt si va da
Moscovia e da Nowogardia in Riga,  citt principale  della  Liwonia,  la  quale
sessanta miglia  distante da Plescowia.
Wotzka  regione   posta fra l'occidente e il settentrione,  e per vintisei,  o
vero al pi per trenta miglia,  lontano da Nowogardia,  e nella sinistra parte
il  castello Iwanowgorod lascia.  In questa regione per prodigio  riferito che
gli animali, di qualunque sorte siano,  portati in questa provincia il color di
quelli  in  bianchezza mutano.  Mi pare che si ricerchi da me che io brevemente
dica la ragione de' luoghi e de' fiumi circa il mare,  sino alli confini  della
Swezia. Nerwa fiume, come ho detto di sopra, la Liwonia dal dominio di Moscovia
divide;  dal  quale,  se  da  Iwanogorod,  appresso  il  lito  del mare,  verso
settentrione camminerai, Plussa fiume occorre,  alla bocca del qual fiume Iamma
castello  posto, dodici miglia lontano da Iwanowgorod, da Iamma altrettanti; e
quattro miglia pi si truova un castello e un fiume di quel medesimo nome, cio
Coporia.  Di l dal fiume Neoa e il castello Oreschack,  fanno sei miglia; e da
Oreschack al fiume Corela, donde la citt ha preso il nome,  sono sette miglia;
e di l finalmente, per spazio di dodici miglia, si perviene al fiume Polna, il
quale  il dominio di Moscovia da Finlandia divide,  la quale li Ruteni Chainska
Semla chiamano, ed  sotto il dominio de' re della Swezia.
 ancora un'altra Corela  provincia,  oltra  la  detta,  la  quale  ha  il  suo
territorio,  overo  dominio,  ed  60 miglia e forse pi lontana da Nowogardia,
nel settentrione posta.  Bench da certe  genti  vicine  riscuote  il  tributo,
nondimeno    tributaria  ancor essa al re di Swezia e al granduca di Moscovia,
per rispetto del dominio delli Nowogardensi.
Solowki isola dalla parte settentrionale  posta in mare,  fra Dwina  e  Corela
provincia,  ed  otto miglia lontana da terra ferma.  Quanto sia distante dalla
Moscovia, per rispetto delle spesse paludi, selve e grandissime solitudini, non
ho potuto cos ragionevolmente comprendere,  bench  siano  alcuni  che  dicono
esser  distante  dalla Moscovia trecento miglia,  e da Bieloiesero ducento.  In
quest'isola si fa gran copia di sale; ed evvi ancora un monastero nel quale non
pu entrare donna veruna, o maritata o vergine; e se v'entrassero  riputato un
peccato grandissimo.  Si piglia ancora gran quantit di  pesci,  li  quali  gli
abitanti chiamano selgi, e noi pensiamo essere haleces. Dicono che qui il sole,
nel  tempo del solstizio estivale,  luce e splende continovamente,  eccetto due
ore del giorno.
Dimitriow citt,  con il castello,  dall'occidente in  settentrione,  con  poco
torcimento,    distante  dodici  miglia  da  Moscovia.  Questa  citt Georgio,
fratello del granduca,  allora possedeva;  ed  bagnata dal fiume Iachroma,  il
quale  in  Sest fiume pone il capo.  Sest riceve in s il fiume Dubna,  il qual
entra in Wolga.  Per tanta commodit di fiumi,  ivi sono grandissime  ricchezze
de' mercanti,  li quali le mercanzie loro dal mar Caspio per il fiume Wolga con
picciola fatica in diverse parti e specialmente nella Moscovia conducono.
Bieloiesero citt,  col castello,  appresso il lago di  quel  medesimo  nome  
posta, percioch Bieloiesero in lingua rutenica vuol dire lago bianco.
  vero  che  la citt non  situata in esso lago,  come alcuni hanno riferito:
nondimeno da paludi per ogni banda  circondata e  cinta,  che  a'  riguardanti
pare cosa inespugnabile;  per il che li principi di Moscovia mossi, ivi li suoi
tesori sogliono ascondere.   distante  questa  citt  nel  settentrione  cento
miglia da Moscovia,  altrettanto dalla gran Nowogardia.  Ma sono due vie per le
quali si va da Moscovia in Bieloiesero, una pi corta, per Uglitz, al tempo del
verno, e l'altra per Iaroslaw, al tempo dell'estate. Ma l'una e l'altra via per
le spesse paludi e selve,  di fiumi ripiene,  non cos commodamente si pu fare
senza l'aiuto de' ponti e del ghiacciato,  per il che, in ogni luogo, le miglia
sono pi brevi.  Aggiungesi alla difficolt del  viaggio  che,  per  le  spesse
paludi e per le frequenti selve e per li correnti fiumi, li luoghi sono incolti
e  dalle  persone men frequentati.  Il lago di questa citt per longhezza e per
larghezza  dodici miglia,  e dicono che trecento e sessanta fiumi  vi  mettono
capo. Un fiume, detto Schocksna, vien fuora d'esso, e per quindici miglia sopra
Iaroslaw  e  quattro  sotto Mologa citt nel fiume Wolga scorre.  Li pesci,  li
quali di Wolga in questo fiume nel lago pervengono, sono molto migliori,  anzi,
tanto  pi nobili sono quanto pi longo tempo sono stati nel detto fiume.  Ed 
questa perizia nelli pescatori, che facilmente conoscono quanto tempo in quello
siano stati li pesci, in Wolga fiume ritornati e presi.  Gli abitanti di questo
luogo  hanno  il  proprio  parlare,  bench  al presente quasi tutti parlino in
lingua rutena.  Costoro hanno il pi  longo  giorno,  nel  tempo  di  solstizio
estivale,  d'ore dicinove.  Un uomo degno di fede mi ha riferito che, nel tempo
che fioriscono gli arbori,  con veloce corso and di Moscovia in Bieloiesero e,
passato il fiume Wolga, il resto del viaggio, per essere ivi tutti li luoghi di
nevi e di ghiaccio ripieni, con le carrette fece. E, bench in tal luogo sia il
verno  pi  longo,  nondimeno  le  biade  e li frutti in quel medesimo tempo si
maturano e sono raccolti che si suol fare nella Moscovia.  Dal lago Bieloiesero
per un tratto di ballestra evvi un altro lago,  il quale produce il solforo, il
quale un certo fiume che del lago esce come una spuma di sopra via seco  porta;
nondimeno, per ignoranza delle persone, il solforo non  d'uso alcuno.
Uglitz  citt,  insieme con il castello,  al lito di Wolga fiume  posta;  ed 
distante da Moscovia vintiquattro miglia,  da Iaroslaw trenta,  da Twer  40.  E
questi castelli sono al mezogiorno,  su la ripa del fiume Wolga,  e la citt da
l'una e l'altra parte.
Cloppigrod  un luogo nel quale gi li servi delli Nowogardensi,  come ho detto
di sopra,  scamparono, e per due miglia  distante da Uglitz; e di l non molto
lontano, al presente,  si vede il castello,  rovinato e distrutto,  appresso il
fiume Mologa, il quale dalla gran Nowogardia per ottanta miglia scorrendo entra
nel  fiume Wolga,  nelle bocche del qual vi sono la citt e il castello di quel
medesimo nome;  e di l a due miglia,  nella ripa  del  fiume,  evvi  solamente
fabricata la chiesa di Cloppigrod.  E ivi le fiere eziandio sono frequentissime
in tutto 'l dominio di Moscovia,  come altra volta di ci  ho  fatto  menzione,
percioch  a  quel luogo,  oltra li Svetensi,  i Livoniensi e li Moscoviti,  li
Tartari eziandio e altre  genti  delle  parti  orientali  e  settentrionali  vi
concorrono.  Le quali genti usano gran permutazione di cose, percioch appresso
di queste  raro l'uso dell'oro e dell'argento: portano alle fiere e mercati le
vesti fatte, aghi, coltelli, cucchiari, manare e altre sorti di merce, le quali
sogliono permutare con pelli di quel paese.
Pereaslaw,  citt e castello,  dal settentrione alquanto in oriente declinando,
vintiquattro  miglia    distante  dalla Moscovia:  posta appresso il lago nel
quale, s come nell'isola Solowki,  i selgi pesci,  come ho detto di sopra,  si
pigliano.  Il terreno  fertile e copioso, e ivi, raunate le biade, il principe
suole per suo diporto andare a caccia.  in quel medesimo paese un lago dove si
cuoce il sale;  per questa citt ne vanno tutti quelli li quali sono per andare
nella Nowogardia inferiore,  in Castroma, Iaroslaw e a Uglitz. In queste parti,
per rispetto delle spesse paludi e continove selve,  non si pu avere una retta
ragione del viaggio.  Evvi ancora il fiume Nerel,  il quale da un lago nasce, e
sopra Uglitz nel fiume Wolga scorre.
Rostow,  citt e castello e sedia episcopale,  con Bieloiesero e Murom  fra  li
principali  e  pi  antichi  principati della Russia,  dalla gran Nowogardia in
fuora,  tenuto e riputato. Da questo luogo in Moscovia si va per dritta via di
Pereaslaw,  dalla quale  distante dieci miglia,  ed  posta al lago dal  quale
Cotoroa fiume nasce,  il quale per Iaroslaw trascorre,  e dapoi nel fiume Wolga
mette capo.  Questo paese naturalmente  fertile e abondante  di  pi  cose,  e
specialmente  di pesci e di sale;  gi era abitazione del secondo figliuolo de'
granduchi della Russia, li posteri de' quali ultimamente per Giovanni, padre di
Basilio, sono stati cacciati, spogliati e totalmente privi.
Iaroslaw,  citt e castello alla ripa del fiume  Wolga  posto,    distante  da
Rostow  dodici  miglia per dritto viaggio dalla Moscovia.  La regione  fertile
assai,  e specialmente da quella parte la quale riguarda  il  fiume  Wolga,  la
qual,  similmente  come  Rostow,  era del secondogenito de' principi;  li quali
paesi nondimeno il monarca della Moscovia per forza occup,  e bench li  duchi
della  provincia,  li  quali  knesi  si chiamano,  sino al tempo d'oggi vivano,
nondimeno il principe il titolo di knesis a s solo usurpa.  Tre sono li knesi,
posteri  del  secondogenito,  li  quali li Ruteni Ioroslawski chiamano e questa
regione possedono.  Il primo  Basilio,  il quale ne  condusse  e  ridusse  dal
nostro  albergo avanti il principe.  Il secondo  Simeon Federowitz,  da Kurba,
suo patrimonio, Kurbski detto,  uomo vecchio,  sobrio,  e per la rigidit della
vita, la quale da fanciullo ha sempre usato, molto estenuato e secco, percioch
per molti anni dal mangiar carne s' astenuto,  e solamente pesci nel marted e
venerd usava; e il luned, mercord e venerd, nel tempo del digiuno,  da essi
ancora  s'asteneva.  Questo  venerando  vecchio  alcuna  volta  era mandato dal
granduca capo e imperatore di tutto 'l suo esercito per la banda di Permia,  in
Iuharia,  a debellare e profligare le genti pi lontane del regno suo;  ed egli
buona parte di quel viaggio, per rispetto delle gran nevi,  fece a piedi,  e il
resto con navilii. L'ultimo  Giovanni, cognominato Possetzen, il quale in nome
del suo principe era oratore in Spagna appresso Carlo Cesare, e con noi ritorn
in Moscovia; ed  tanto povero che le vesti e kolpackh, che  un coprimento del
capo,  da  altri  (il  che  sapemo  certo)  per finire il suo viaggio pigli in
prestanza. Per la qual cosa mi pare aver molto errato colui il quale ha scritto
che questo Giovanni del suo dominio  e  patrimonio  poteva  mandare  trentamila
cavalli al suo principe, in ogni occorrenza di quello.
Wolochda provincia, citt e castello, nella quale li vescovi di Permia hanno la
lor sedia, ma senza imperio, han preso il nome dal fiume di quel medesimo nome;
  posta questa provincia fra l'oriente e il settentrione,  alla quale si va da
Moscovia per la via di Iaroslaw,  ed  lontana  da  Iaroslaw  cinquanta  miglia
germanici,  da Bieloiesero quasi quaranta.  Tutta la regione  paludosa e piena
di selve, onde succede che,  per le continove paludi e per li spezzamenti delli
fiumi,  li viandanti non possono sapere il giusto viaggio, percioch quanto pi
si va avanti tanto pi paludi  alpestre,  fiumi  correnti  e  selve  grandi  si
trovano.  Wolochda  fiume  nel  settentrione  per  la citt scorre,  e il fiume
Suchana, che nasce da un lago chiamato Koinzki, otto miglia sotto la citt a s
congiunge,  e il nome di Suchana ritiene,  e fra 'l  settentrione  e  l'oriente
scorre.  Wolochda provincia era gi sotto 'l dominio della gran Nowogardia;  la
quale avendo un castello forte per natura,  dicono che 'l  principe  ivi  suole
ascondere  gran  parte  del  suo  tesoro.  Quell'anno  che  noi  siamo stati in
Moscovia,  era tanta la carestia delle  cose  da  mangiare  che  un  moggio  di
formento,  quale essi usano,  XIIII denghe si vendeva, il quale moggio in altri
tempi quattro, cinque o vero sei denghe si suol vendere.
Waga,  fiume pescareccio,  fra Bieloiesero e Wolochda in  paludi  e  densissime
selve  nasce,  e nel fiume Dwina scorre.  Gli abitanti di questo luogo,  perch
mancano quasi dell'uso del pane, vivono d'animali che pigliano nella caccia. In
questo luogo si pigliano le volpi negre  e  di  colore  ceneraccio;  da  questo
luogo, per corto viaggio, si va alla provincia e al fiume Dwina.
Ustijug provincia dalla citt e dal castello li quali appresso il fiume Suchana
sono  posti  ha  preso  il  nome;    lontana  da  Wolochda cento miglia,  e da
Bieloiesero centoquaranta. Questa provincia prima alle bocche del fiume Iug, il
quale dal mezogiorno in settentrione  scorre,  era  posta;  ma  dapoi,  per  la
commodit del luogo,  quasi per mezo miglio lontano dal fiume  stata posta,  e
sino adesso il nome antico ritiene,  percioch in lingua rutenica  usteie  vuol
dire  la bocca,  onde si deriva Ustiug,  quasi ostio,  o bocca,  del fiume Iug.
Questa provincia gi era sottoposta alla gran Nowogardia; e rare volte mangiano
pane,  ma di pesci e di fiere  sempre il cibo loro;  hanno il sale  da  Dwina;
hanno  parlare  proprio,  nondimeno usano pi il rutenico che altro.  In questo
luogo le pelli delli zibellini non sono molte, e quelle che vi si ritrovano non
sono molto eccellenti; di pelle d'altri animali sono abondanti,  e specialmente
delle volpi negre.
Dwina  provincia,  e parimente il fiume,  da Iug e Suchana fiumi ha ricevuto il
nome, percioch tal nome, in lingua rutenica,  significa due.  Questo fiume per
spazio  di  cento miglia entra nell'Oceano settentrionale,  da quella parte che
bagna la Swezia e Nordwegia,  e che dalla terra incognita  Engraneland  divide.
Questa  provincia,  nel  settentrione  posta,  gi  era  sotto il dominio delli
Nowogardensi.  Da Moscovia alle bocche del fiume Dwina  si  fanno  300  miglia,
bench,  come  ho  detto,  nelle  regioni le quali sono di l da Wolga,  per le
spesse paludi,  fiumi e selve grossissime,  la regola del viaggio non pu esser
bene osservata.  Nondimeno,  per certa coniettura potemo dire che apena vi sono
da 200 miglia,  percioch per tal viaggio da Moscovia in Wolochda,  da Wolochda
in Ustiug,  declinando alquanto in oriente,  e da Ustiug ultimamente, per Dwina
fiume, per dritta via nel settentrione si perviene.  Questa provincia,  eccetto
Colmogor  castello  e Dwina citt,  la quale fra li fonti e le bocche del fiume
quasi in mezo  posta, ed eccetto Pienega castello, appresso la bocca del fiume
Dwina collocato,  non ha altre citt o castella.  Nondimeno si  dice  aver  pi
ville,  le  quali,  per  la  sterilit  della  terra,  sono  molto  lontane una
dall'altra.  Gli abitanti di questa provincia vivono di pesci,  di fiere  e  di
pelli d'animali,  delle quali d'ogni sorte abbondano.  Nelli luoghi maritimi di
questa regione vi sono orsi bianchi,  e quelli  per  la  maggior  parte  dicono
vivere in mare: le pelli di quelli spesse volte sono portate in Moscovia, e io,
nella  prima  mia  legazione  di  Moscovia,  ne portai due pelli con esso meco.
Questa regione  molto copiosa e abbondante di sale.
Viaggio per andare a Petzora,  in Iugaria,  e in Obi  fiume.  La  signoria  del
principe di Moscovia in oriente e alquanto in settentrione alli luoghi li quali
seguitano si distende;  sopra la qual cosa un certo libretto scritto, nel quale
la regola e ordine di tutto il viaggio si conteneva in lingua rutenica,  mi  fu
presentato, e io l'ho raccolto e in questo luogo ragionevolmente l'ho aggionto,
bench quelli che vanno da Moscovia a quel luogo pi il viaggio fanno da Ustyug
e da Dwina, per la via di Permia.
Si numerano cinquanta werst da Moscovia a Wolhochda;  da Wolochda ad Ustyug, da
man destra per il fiume a seconda,  e per Suchane,  con il qual  si  congionge,
descendendo,  sono  cinquecento miglia italiani,  con li quali,  sotto Streltze
citt due miglia e sotto Ustyug,  con il fiume Iug si congiunge.  Il qual fiume
corre  per  il mezogiorno,  dalle cui bocche sino alli fonti pi di cinquecento
miglia italiani si contano. Ma Suchana e Iug, dapoi che sono scorsi, perdono li
primi nomi e il nome di Dwina ricevono.  Per Dwina,  per spazio di  cinquecento
miglia italiani,  a Colmogor si perviene,  dal qual luogo di sotto, per viaggio
di sei giorni,  esso fiume Dwina con  sette  bocche  entra  nell'Oceano;  e  la
maggior  parte  di questo viaggio si finisce con la navigazione,  percioch per
terra da Wolochda fin a Colmogor, passato il fiume Wga, sono mille miglia.  Non
troppo  lontano da Colmogor,  Pienega fiume,  il quale dall'oriente alla destra
corre, e trapassati settecento miglia italiani, nel fiume Dwina entra. Da Dwina
al luogo il quale  detto Nicolao,  per il fiume Pienega per spazio di  ducento
miglia si perviene,  dove, per viaggio di mezo miglio, le navi nel fiume Kuluio
sono portate;  il qual fiume Kuluio nel settentrione da un lago nasce  di  quel
medesimo nome,  dalle fonti del quale sin alle bocche dove entra nell'Oceano vi
 il viaggio di sei giornate. Con la navigazione di questo fiume,  appresso del
destro  lito  del  mare,  li  seguenti  luoghi si trapassano,  cio Stanwische,
Calunczscho e Apnu;  dapoi fatta la  navigazione  a  torno  di  Chorogosk  Nosz
promontorio e di Stanwische,  di Camenckh e di Tolstickh,  finalmente nel fiume
Mezen si entra,  dal qual fiume,  per  viaggio  di  giorni  sei,  ad  un  certo
villaggio  di  quel  medesimo  nome,  nella  bocca  del fiume Piesza posto,  si
perviene.  Per il qual  fiume,  a  parte  sinistra,  verso  l'oriente  estivale
ascendendo,  per  viaggio  di  tre settimane Piescoya fiume si truova,  di dove
portate le navi per spazio di cinque miglia alli due laghi, due vie sono: delle
quali una,  dalla parte sinistra,  nel fiume Rubincho,  per il qual  nel  fiume
Czircho si perviene,  ne conduce;  altri poi,  per un altra via pi breve,  dal
lago per la dritta via portano le navi in Czircho. Dal qual luogo li viandanti,
se non sono impediti dalla fortuna,  per spazio di tre settimane  nel  fiume  e
nelle  bocche di Cizilma e al gran fiume Petzora,  il quale in larghezza di due
miglia si distende, pervengono. Il qual luogo passati, per spazio di giorni sei
ad una certa citt e castello,  detto Pustoosero,  dove Petzora fiume  con  sei
bocche entra nell'Oceano, si perviene.
Gli  abitanti  di questo luogo sono uomini di semplice ingegno;  nell'anno 1518
pigliorono il santo battesimo.  Dalle bocche del fiume Czilme sin  alle  bocche
del  fiume  Ussa,  andando  per la via di Petzora,  vi  il viaggio di un mese.
Questo fiume Ussa ha li suoi fonti, o vero nascimenti,  nel monte Poyas Semnoi,
il quale  dall'oriente alla man sinistra,  e scorre da un grandissimo sasso di
quel medesimo monte, il qual Camen Bolschoi chiamano.
Dalli fonti di Ussa sin alle bocche sue vi sono pi di mille  miglia  italiani.
Petzoro  fiume  dalla parte meridionale per questa iemale fa il corso suo,  dal
quale per le bocche  del  fiume  Ussa  ascendendo  fin  alla  bocca  del  fiume
Stzuchogora    viaggio  di  tre  settimane.  Quelli che hanno descritto questo
itinerario dicono che essi fra le bocche di Stzuchogora e  Potzscheriema  fiumi
alloggiarono,  e  ad  un certo vicino castello di Strupuli,  il quale alli liti
rutenici nelli monti alla destra   posto,  la  vettovaglia  la  quale  avevano
portata con esso loro di Russia lasciarono.
Di  l  da Petzora e Stzuchogora fiumi,  alla banda del monte Camenipoias,  del
mare  e  dell'isole  vicine  e  del  castello  Pustoosero,   vi  sono  varie  e
innumerabili genti,  le quali con nome commune Samoged (come dire devoratori di
se medesimi) sono chiamati.  Appresso costoro vi  grand'entrata d'uccelli e di
diversi  animali,   come  sono  zibellini,   martori,   armelini,  aspreoli,  e
nell'Oceano il mors, animale del quale  detto di sopra,  e vess,  animali cos
detti.  Oltra  di questo,  sono orsi bianchi,  lupi,  lepori,  equiwoduani cos
detti, balene, e un pesce chiamato semst, e altri di pi sorte. Ma queste genti
non vengono in Moscovia,  percioch sono salvatiche e  fuggono  la  moltitudine
degli altri uomini e la compagnia della vita civile.
Dalle  bocche  del  fiume  Stzuchogora  a  contrario  d'acqua  sino  a  Poiassa
Artawische Cameno e alla maggiore Poiassa vi  viaggio  di  tre  settimane.  Al
monte  Camen  evvi  una  montata di giorni tre,  dal quale discendendo al fiume
Artawischo, e di l al fiume Sibut,  e da esso al castello Lepin,  e da Lepin a
Sossa fiume si perviene.  Gli abitatori di questo fiume Wogolici sono chiamati.
Ma,  lasciando il fiume Sossa da man destra,  al fiume Obio,  il qual nel  lago
Kitaischo  nasce,  si  perviene;  il  qual fiume a pena in un giorno con veloce
corso passorono,  percioch  tanto grande  la  larghezza  sua  che  quasi  per
ottanta  miglia  italiani  si stende.  In quel luogo finalmente i Wogulici e li
Ugritzschi abitano. Da Obea castello, appresso il fiume Obio montando,  fino ad
Irtische fiume, nel quale entra Sossa fiume,  viaggio di mesi tre; e in questi
luoghi  vi  sono due castelli,  Ierom e Tumen,  nelli quali sono governatori li
signori knesi Iuhorski, del granduca di Moscovia (come dicono) tributarii, e in
questi luoghi vi sono molte sorti d'animali e gran quantit di pelli.
Dalle bocche del fiume Irtischo al castello Grustina  viaggio di mesi  due;  e
da  questo luogo al lago Kitai,  per il fiume Obio,  il quale ho detto avere la
sua origine in questo lago,  viaggio di pi di tre mesi.  Da questo lago molti
uomini  negri e dal parlare commune ignoranti vengono,  li quali varie sorti di
merci e specialmente perle e  pietre  preziose  portano,  le  quali  li  popoli
chiamati  Grustintzi  e  Serponowtzi  comprano;  li  quali  popoli dal castello
Serponow di Lucomorye, di l dal fiume Obio nelli monti posto, hanno il nome.
Dicono che agli uomini di Lucomorye cosa mirabile e incredibile,  e che ha  pi
della  favola  che  del  verisimile,  suole intervenire: che quelli per ciascun
anno, cio alli 27 del mese di novembre,  nel qual giorno appresso delli Ruteni
 la festa di san Giorgio,  moiano, e che poi nella seguente primavera, alli 24
d'aprile,  alla similitudine di ranocchie,  di nuovo  risuscitano.  Con  questa
gente similmente i Grustintzi e Serponowtzi popoli hanno nuovi commerzii, e non
consueti,  percioch,  quando  giunto il tempo del lor morire,  o ver dormire,
pongono le merci loro in un certo luogo,  le quali i Grustintzi e  Serponowtzi,
lasciate le sue,  tra questo mezo con eguale commutazione tolgono: le quali poi
quelli,  tornati vivi,  se veggono che siano state portate via con poco  giusta
stima, di nuovo le ridomandano, donde molte liti e guerre fra di loro nascono.
Da Obi fiume da parte sinistra descendendo,  vi sono Calami popoli, li quali da
Obiowa e Pogosa a quel luogo andarono;  sotto Obio,  al luogo detto la  Vecchia
d'Oro,  dove Obio entra nell'Oceano,  sono questi fiumi: cio Sessa,  Berezwa e
Danadaim,  li quali tutti dal monte Camen  Bolschega  Poiassa  e  dalli  scogli
congiunti  nascono.  Tutte  quelle  genti le quali abitano da questi fiumi sino
alla Vecchia d'Oro sono tributarii del principe di Moscovia.
Slatabbaba,  cio la statua d'oro della vecchia,   un idolo  alle  bocche  del
fiume Obio, nella provincia Obdora, nella ripa di l. Appresso i liti del fiume
Obio  e  intorno  agli altri fiumi vicini vi sono molti castelli,  li padroni e
signori de' quali sono sottoposti al principe di Moscovia.  Narrano o  ver  pi
presto  raccontano  una  favola,  questo  idolo  essere  una  statua d'oro alla
simiglianza d'una certa vecchia la quale tiene in grembo il  figliuolo,  e  che
ivi un altro fanciullo si vede,  il quale dicono essere il nipote di lei; oltra
di questo,  in tal luogo essere certi instrumenti li quali un suono continovo a
modo  di  trombe  mandano  fuora.  Il che se  cos come dicono,  io penso tali
instrumenti esser  fatti  e  causati  per  rispetto  del  veemente  e  perpetuo
soffiamento delli venti.
Cossin fiume dalli monti di Lucomorya scorre: nelle bocche di questo fiume  un
castello,  il quale gi il knes Wentza e ora li suoi figliuoli posseggono.  Dal
qual luogo alli fonti del gran fiume Cossim  viaggio di mesi due.  Dalli fonti
di  quel  medesimo  fiume  un  altro ne nasce,  il quale Cassima si chiama;  e,
passata Lucomorya,  nel gran fiume Tachnin pone capo.  E di l da questo  fiume
dicono  certi  uomini  abitare,  li  quali  sono  di monstruosa e strana forma,
percioch di quelli alcuni secondo il costume  delle  fiere  vivono:  hanno  il
corpo  tutto  peloso,  irsuto  e  squallido;  altri  hanno capi di cani;  altri
totalmente sono senza collo,  e hanno il petto per capo,  e le mani lunghe  per
piedi.   nel fiume Tachnin un certo pesce,  il quale al capo,  agli occhi,  al
naso,  alla bocca,  alle mani,  alli piedi e all'ale  totalmente  simile  alla
forma ed effigie umana;  nondimeno non ha voce, ed  come gli altri pesci soave
e dilettevol al gusto.
Sin qui tutte quelle cose che ho riferite dall'itinerario rutenico di parola in
parola sono state tradotte,  bench in quelle alcune cose  favolose  e  a  pena
incredibili siano raccontate,  come degli uomini muti,  morienti, risuscitanti,
della vecchia d'oro,  delle  forme  monstruose  degli  uomini,  del  pesce  con
l'effigie  umana:  delle  quali  tutte  cose,  bench diligentemente io n'abbia
ricercato,  nondimeno niente di certezza ho potuto  conoscere  da  persone  che
dicessero  aver  tal  cose  vedute  con gl'occhi proprii.  Nondimeno,  accioch
agl'altri maggior occasione di ricercare tal  cose  io  dessi,  non  ho  voluto
alcuna cosa preterire, onde quelli medesimi vocaboli de' luoghi ho voluto usare
li quali in nominar tal cose usano li Ruteni.
Noss  in lingua rutenica  detto il naso,  con il qual nome li promontorii,  li
quali alla similitudine del naso soprastanno nel mare, vulgarmente chiamano. Li
monti intorno al fiume Petzora,  Semnoi Poyas,  cio cingolo del mondo,  o  ver
della  terra,  sono  chiamati,  percioch poyas in lingua rutenica significa il
cingolo,  o vero la cintura.  Il lago di Kithai,  dal quale  il  gran  Cane  di
Chataia,  il quale Moscoviti czar kythaiski chiamano, ha il nome. Chan appresso
Tartari significa re.
I luoghi maritimi di Lucumorya sono salvatichi e deserti, e dagli abitatori del
luogo  sono  abitati  senza  nissuna  sorte  di  casamenti.   Bench  l'auttore
dell'itinerario  riferiva  molte  genti  essere  in  Lucomorya  le  quali  sono
sottoposte al prencipe di Moscovia,  nondimeno,  conciosiach l vicino sia  il
regno di Tumen, e il principe di quel tartaro, e in lor lingua volgare tumenski
czar,  cio re in Tumen,   chiamato, e gran danni al principe di Moscovia poco
innanzi ha portato,   verisimile,  per la vicinanza,  queste genti  esser  pi
presto sottoposte a esso che al principe di Moscovia.
Appresso il fiume Petzora, del quale nell'itinerario  fatta menzione, la citt
e  il  castello  Papin,  o ver Papinowgorod,   posto: e li abitatori di quello
Papini sono chiamati,  e usano diversa lingua dalla rutenica.  Di l da  questo
fiume,  monti altissimi sino alle ripe si distendono, la sommit de' quali, per
il continovo soffiar di  venti,  mancano  quasi  totalmente  d'ogni  materia  e
gramegna.  Questi monti, bench in diversi luoghi varii nomi abbiano, nondimeno
communemente Cingolo del mondo sono chiamati. In questi li girifalconi fanno il
loro nido,  delli quali ragioner quando discriver  la  caccia  del  principe.
Crescono  ancora  in tali monti gli arbori cedri,  e intorno a quelli zibellini
negrissimi si ritrovano, e sono sotto la signoria del principe di Moscovia: gli
antichi scrittori li chiamano monti Rifei,  o vero Iperborei.  E perch per  le
continove  nevi e per il perpetuo giaccio sono rigidi e alpestri,  e facilmente
non  si  ponno  passare,  per  questa  cagione  rendono  Engroneland  provinzia
incognita.  Basilio,  figliuolo di Giovanni,  duca di Moscovia,  alcuna volta a
spiar di l da questi monti i luoghi e le genti da debellare due capitani delli
suoi per la via di Permia e di Petzora aveva mandato, cio Simeone Pheodorowitz
Kurbslei, dal patrimonio suo cos chiamato,  e knes Pietro Uscatoi: delli quali
Simeone,  essendo  io in Moscovia,  era vivo,  e interrogato da me sopra questo
viaggio mi disse aver consumato 17 giorni nel salire il  monte,  n  per  aver
potuto  ascendere  e  pervenire  sino alla cima d'esso,  la quale in lor lingua
Stolp,  cio colonna,   chiamata.  Quel monte nell'Oceano sino alle bocche  di
Dwina e Petzora fiume si distende. E questo basti quanto all'itinerario.


Delli principati della Moscovia.

Il  principato  di Susdali,  col castello di quel medesimo nome e con la citt,
nella quale  la sedia episcopale, fra Rostow ed Evolodimeria  posto.  In quel
tempo che Wolodimeria era sedia dell'imperio moscovitico, questo principato fra
li pi nobili e pi prestanti era connumerato,  ed era il principale dell'altre
citt vicine;  ma dapoi,  crescendo l'imperio di quello e trasferita  la  sedia
nella Moscovia, alli secondigeniti delli principi fu concesso. Li posteri delli
quali,  cio Basilio Schvislei,  con il nepote del fratello (li quali,  essendo
noi in Moscovia, ancora erano vivi), da Giovanni, figliuolo di Basilio,  furono
spogliati.  In  questa  citt  vi   un nobile monastero di monache,  nel quale
Salomea, da Basilio principe ripudiata, era rinchiusa.  Fra tutti li principati
e provincie del principe di Moscovia, Resam, per la fertilit della terra e per
copia  di tutte le cose;  dopo questo luogo sono Iaroslaw,  Rostow,  Pereaslaw,
Susdali, Wolodimeria.
Castromowgorod citt,  col castello,  nel lito del fiume Wolga verso  l'oriente
estivale  posta,  quasi  per  vinti  miglia    distante  da Iaroslaw,  e dalla
Nowogardia bassa circa 40 miglia.  Il fiume,  dal quale la citt  ha  preso  il
nome, ivi nel fiume Wolga mette capo.
Galitz principato,  con la citt e con il castello,  da Moscovia in oriente per
la via di Castromowgorod corre. Wiatkha provincia dal fiume Kama,  nell'oriente
estivale,  quasi  per  centocinquanta  miglia   distante dalla Moscovia,  alla
quale, con viaggio pi breve, ma pi difficile,  per la via di Castromowgorod e
Galitz si perviene: percioch, oltra le paludi e le selve le quali fra Galitz e
Wiatkha sono,  il viaggio impediscono li Czeremissi popoli: ivi per tutto fanno
latrocinii e robbamenti, onde per il viaggio di Wolochda e Ustiug, pi longo ma
pi facile e pi sicuro, li viandanti a quel luogo ne vanno. Questa provincia 
distante da Ustiug cento e vinti miglia, e da Cazan sessanta.  A questa regione
il  fiume  del  medesimo  nome  ha dato il nome,  nel lito del quale fiume sono
Chlinowa, Orlo e Slowoda. Orlo  quattro miglia sotto Chlinowa; dapoi,  per sei
miglia verso l'occidente scendendo,  Slowoda. Cotalnitz  distante da Chlinowa
a  Rhecitza fiume per otto miglia;  il qual fiume,  dall'oriente nascendo,  fra
Chlinowa e  Orlo  in  Wiathka  entra.  Il  paese    sterile,  paludoso,  ed  
propriamente uno asilo,  cio rifugio e abitazione di servi fuggitivi; di mele,
d'animali,  di pesci e d'aspreoli molto abbondante.  Gi era sotto  il  dominio
della  Tartaria,  e  sino  al  tempo  d'oggi,  di  l  e  di qua da Wiathka,  e
spezialmente ne' luoghi dove il fiume Kama entra, li Tartari signoreggiano.  Li
viaggi  in  quel luogo sono computati per czunckhas;  czunckas contiene in s 5
werst,  cio 5 miglia italiani.  Il fiume Kama entra nel fiume Wolga 12  miglia
sotto Cazan, e Sibier provincia  vicina.
Permia, grande e ampla provincia,  distante dalla Moscovia ducento e cinquanta
miglia, o vero, come dicono alcuni, trecento, per la dritta via fra l'oriente e
il settentrione. Ha una citt di quel medesimo nome appresso il fiume Vischora,
il quale dieci miglia sotto Kama la bagna.
A  quel  luogo,  per  le spesse paludi e fiumi,  a pena nel tempo del verno per
terra si pu gire.  Ma nel tempo della state,  per via di  Wolochda,  Ustiug  e
Vitzechda fiume,  il quale dodici miglia da Ustiug in Dwina entra,  con navilii
tal viaggio facilmente si fa.
Quelli che da Permia in Ustiug  vanno,  bisogna  che  navighino  per  il  fiume
Vischora  a  contrario d'acqua;  e trapassati alquanti fiumi,  e le navi alcuna
volta per terra negli altri  fiumi  transportate,  ad  Ustiug  finalmente,  per
spazio  di trecento miglia da Permia,  si perviene.  L'uso del pane,  in questa
provincia,   rarissimo;  e in luogo di tributo ogni  anno  danno  al  principe
cavalli  e  pelli;  hanno idioma proprio,  e similmente caratteri proprii,  de'
quali Stefano vescovo fu inventore,  il quale  quelli,  nella  fede  di  Cristo
vacillanti,  aveva confermato: percioch per avanti,  essendo nuovi nella fede,
avevano scorticato un altro vescovo che  tent  di  fare  il  medesimo.  Questo
Stefano dapoi,  per commissione di Demetrio, figliuolo di Giovanni, appresso li
Ruteni in numero de' santi fu collocato.
Vi restano ancora di quelli li quali sono idolatri, e abitano per le selve,  li
quali  li  monachi  e  li  eremiti  che  di  l passano non mancano di rivocare
dall'errore e culto vano.  Il verno usano artach,  come in molti  luoghi  della
Russia,  per  far  viaggio:  sono  certe  gallozze,  o ver scarpe di legno,  di
longhezza quasi di sei palmi,  li quali,  poste nelli piedi,  sono portati  con
gran  prestezza.  Usano cani,  li quali a questo uso hanno grandi,  in luogo di
iumenti,  con li quali le lor bagaglie,  come si dir delli cervi,  in carrette
sogliono  portare.  Dicono  questa provincia,  dalla banda dell'oriente,  esser
vicina a quella provincia delli Tartari la quale Tumen  chiamata.
Il sito di Iugaria provincia per le cose dette di sopra  manifesto. Li Ruteni,
con aspirazione, proferiscono Iuhra, e li popoli Iuhrici chiamano.  Questa  la
Iugaria,  dalla quale gi gli Ongheri usciti la Pannonia occuporono,  e, avendo
per lor capitano Attila,  molte provincie dell'Europa ruinorono;  per il che li
Moscoviti  molto  si  gloriano,  dicendo  che  li  sudditi  loro gi gran parte
dell'Europa hanno saccheggiata.  Georgio,  detto Picciolo,  di  nazione  greco,
nella  prima  mia  legazione,  volendo estender l'auttorit e giurisdizione del
principe suo sino al granducato della Litwania e al regno di Polonia,  in certi
suoi trattati riferiva li Iuhari essere stati sudditi del granduca di Moscovia,
e appresso le paludi Meotide essersi fermati, e dapoi la Pannonia al Danubio: e
di l il nome dell'Ongheria aver preso; e finalmente la Moravia, dal fiume cos
nominata,  e  la  Polonia,  dal  vocabolo  polle,  che vuol dire pianura,  aver
occupata, e Buda dal nome del fratello di Atila averla nominata. Le cose che mi
sono state riferite, anche io ho voluto riferire.  Dicono che li Iuhari,  sin a
questo giorno,  usando il medesimo parlare dell'Ongheri: il che se  vero,  non
so, percioch, bench diligentemente io abbia ricercato,  nondimeno nissun uomo
di  quel  paese  ho potuto avere,  con il quale il mio servitore,  della lingua
ongara intendente,  potesse parlare.  Questi popoli  similmente,  in  luogo  di
tributo,  danno le pelli al principe di Moscovia;  e bench le perle e le gemme
di l in Moscovia si portino, nondimeno nel loro Oceano non si raccogliano,  ma
d'altro  luogo,  e  specialmente  dalli  liti dell'Oceano vicini alla bocca del
fiume Dwina sono portate.
Sibier provincia  contigua a Permia e a Wiathka,  la qual provincia,  se abbia
castelli o citt, non ho potuto bene ritrovare. In questa nasce il fiume Iaick,
il  quale  entra  nel mar Caspio.  Dicono che il paese,  per la vicinanza delli
Tartari,   deserto,  o ver,  se in qualche parte  abitato,    abitato  dalli
Tartari  Schichmamai.  Gli  abitatori  di questo luogo usano il proprio idioma;
fanno li loro guadagni con pelli di certi animali, detti aspreoli, le quali per
grandezza e per bellezza superano tutte le pelli delle altre  provincie;  delle
quali nondimeno in Moscovia noi non potemmo mai avere alcuna.
Li  Czeremissi  popoli  sotto la Nowogardia bassa abitano nelle selve,  e hanno
propria lingua,  e seguitano la setta maumettana.  Al presente al re  cazanense
ubidiscono,  bench  la maggior parte di quelli gi fosse tributaria al duca di
Moscovia, onde con li sudditi di Moscovia ancora sono connumerati.  Il principe
ne aveva condotti molti di quelli in Moscovia,  per sospetto di ribellione,  li
quali noi vedemo.  Costoro,  essendo stati mandati alli confini della Litwania,
finalmente in varie parti si sono sparsi. Questa gente da Wiathk e Wolochda fin
al  fiume  Kama,  per  longhezza  e larghezza,  senza casa veruna abita.  Tutti
costoro, tanto gli uomini quanto le femine,  sono velocissime nel corso,  e nel
sagittare peritissimi;  n mai lassano l'arco delle mani, del qual si dilettano
talmente che eziandio alli proprii figliuoli il cibo non porgono  se  prima  il
segno prefisso e ordinato con la freccia non toccano.
Due miglia lontano dalla Nowogardia bassa sono molte case, alla similitudine di
una citt,  o ver castelletto,  dove il sale si coceva. Queste case, pochi anni
avanti essendo state abbrucciate  dalli  Tartari,  dapoi  per  commissione  del
principe sono state rifatte.
Li  popoli detti Mordwa sono vicini al fiume Wolga,  sotto la Nowogardia bassa,
nel lito di mezod,  simili alli Czeremissi,  se non che hanno le case un  poco
pi spesse.
E  qui sia il nostro termine dell'imperio moscovitico e della digressione.  Ora
delli popoli vicini e finitimi certe cose v'aggiunger,  servato quel  medesimo
ordine il quale ho osservato quando sono uscito di Moscovia verso l'oriente.  E
da questa parte li Tartari cazanensi primamente si ritrovano, de' quali, avanti
che  alle  cose  loro  pi  particolari  ne  venga,  alcune  cose  generalmente
racconter.


Delli Tartari.

Delli  Tartari  e della origine di quelli,  oltra le cose le quali nelli annali
delli Poloni e delle due Sarmazie si contengono,  molte cose hanno scritto,  le
quali in questo luogo raccontare sarebbe pi presto tedioso e molesto che utile
e necessario. Quelle cose le quali nelli annali delli Ruteni e per relazione di
molti  uomini ho conosciute ho voluto brevemente scrivere.  Dicono li Moabiteni
popoli,  li quali dapoi Tartari furono detti,  uomini per lingua,  per costumi,
per  abito  dal costume e consuetudine degli altri uomini differenti,  al fiume
Calka esser pervenuti, e donde fossero venuti, qual religione usassero, nessuno
aver potuto intendere,  bench d'alcuni Taurimeni,  d'alcuni  Pitzenighi  e  da
altri  con  altro  nome siano chiamati.  Methodio Patanczki vescovo dice quelli
dalli deserti di Ieutrischie, fra 'l settentrione e l'oriente, esser venuti,  e
la causa della partita loro dice esser tale.  Fu gi un certo Gedeone,  uomo di
grandissimo nome e riputazione, il quale alli sopradetti Tartari grande terrore
aveva dato,  dicendo loro gi la fine del mondo essere  presente.  Laonde  tali
popoli,  per il parlare di costui mossi,  accioch le grandissime ricchezze del
mondo insieme con quello non perissero,  fatta una moltitudine innumerabile,  a
spogliare  le  provincie  copiose e abbondanti uscirono fuora,  e tutto ci che
dall'oriente all'Eufrate e al mare Persico si contiene crudelmente  distrussero
e rovinorono.  E dapoi similmente depredate molte provincie, le genti Polowtzos
chiamate, le quali sole, con gli aiuti de li Ruteni, avevano avuto ardimento di
gire nimicamente  contra  di  loro,  appresso  del  fiume  Calca  profligorono,
nell'anno del mondo 6533. Nel qual luogo l'auttore del libro delle due Sarmazie
dalli  popoli Polowtzis quali venatori interpreta aver errato,   cosa chiara e
manifesta: percioch Polowtzi campestri sono detti,  perch polle vuol dire  il
campo, e lowatz e lowatzi cacciatori; e aggiontovi tzi, ksi sillaba non muta la
significazione,   percioch  non  dalle  ultime,  ma  dalle  prime  sillabe  la
significazione  da derivarsi,  di che  stato cagione  ch'alle  dizioni  delli
Ruteni  di questa sorte la sillaba generale schi suole essere aggionta;  e cos
questa parola Polowtzi campestri,  e non cacciatori,  bisogna interpretare.  Li
Ruteni dicono Polowtzi essere stati li Gotti, nondimeno alla opinione di quelli
io non m'accosto.  Quello che vorr scrivere delli Tartari,  necessario che di
molte nazioni scriva,  percioch dalla sola setta hanno  questo  nome,  e  sono
diverse nazioni,  di gran longa fra di s lontane. Ma al primo ragionamento mio
ora ritorno.
Bathi,  re delli Tartari,  con grande esercito uscito fuora  nel  settentrione,
Bulgaria,  la  quale    appresso il fiume Wolga sotto Cazano,  occup.  Dapoi,
nell'anno sequente,  il qual era del 6745 del  mondo,  seguitata  la  vittoria,
infino in Moscovia pervenne,  dove la citt regia, per alcuni giorni assediata,
finalmente pigli. Dapoi, senza osservar la data fede, quasi tutti li Moscoviti
furono morti, e pi oltra le provincie vicine, Wolodimeria, Pereaslaw,  Rostow,
Susdali,  e  molti  castelli  e  citt  spogli e saccheggi,  ammazz,  o vero
conducendo prigioni gli abitatori,  e il granduca Georgio,  il quale con il suo
esercito gli era gito incontro,  proflig e occise; e Basilio di Costantino con
esso lui condusse e ammazz. Le quali cose,  come ho detto di sopra,  nell'anno
del mondo 6745 sono state fatte.  Da quel tempo in qua, quasi tutti li principi
della Russia erano fatti col  favore  e  arbitrio  delli  Tartari,  alli  quali
ubidivano.  E dur questo sin al tempo di Witoldo,  granduca della Litwania, il
quale le sue provincie e quelle cose ch'erano state occupate dalli Tartari  con
le proprie armi fortemente difese e ripigli, e a tutti li vicini fu di terrore
e di spavento grande.  Ma li granduchi di Wolodimeria e della Moscovia,  sin al
moderno duca Basilio,  sempre sotto la detta fede e ubbidienzia delli  principi
delli  Tartari fermi restorono.  Gli annali riferiscono questo Bathi,  re delli
Tartari,  da Wlaslaw,  re delli Ungheri,  esser stato ucciso nell'Ongheria;  il
qual  dopo  il santo battesimo fu detto Vladislao,  e nel numero delli santi fu
posto.
La cagione della morte del barbaro re fu questa, che avendo nel saccheggiamento
del regno dell'Ongheria il re Bathi  a  caso  trovata  la  sorella  del  re,  e
avendola  menata  via,  il  re Wladislao,  per piet della sorella e per l'atto
disonesto e brutto mosso,  il sopradetto  Bathi  perseguit,  e,  fatto  impeto
contra di lui,  ammazollo insieme con la sorella.  Queste cose sono state fatte
nell'anno del mondo 6745.
Asbeck a Bathi,  re morto,  successe nell'imperio,  e nell'anno del mondo  6834
mor;  al  quale  il figliuolo Zanabech fu successore,  il quale occise li suoi
fratelli per poter senza paura signoreggiare,  e nell'anno 6865 fin sua  vita.
Dopo costui fu fatto re Berdebech,  il quale, la crudelt di Zanabech imitando,
dodici suoi fratelli occise,  e mor poi nell'anno 6867.  Dopo costui,  Alculpa
successe,  il quale da un certo re Naruss insieme con li suoi figliuoli, subito
ch'ebbe preso l'imperio, fu occiso,  nell'anno del mondo 6868.  A costui Chidir
successe nel regno,  il quale dapoi dal figliuolo suo,  detto Themerhoscha,  fu
occiso. Il qual avendo per sceleraggine occupato il regno di Tartari, solamente
per giorni 7 tenne quello,  percioch da Temnich Mamai fu cacciato:  di  l  da
Volga fuggendo, finalmente dalli soldati fu morto, nell'anno 6869. Dopo questi,
Thachamisch acquist l'imperio, nell'anno del mondo seimilaottocento e nonanta.
E alli vintisei d'agosto, uscendo con l'esercito fuora, la Moscovia col ferro e
fuoco  rovin.  Costui,  da  Themirchutlu profligato e rotto,  alla volta della
Litwania,  dove Witoldo,  granduca di  quella,  signoreggiava,  scamp.  Questo
Themirkutlu  nel  regno  di  Sarai,  nell'anno del mondo 6906,  signoreggi,  e
nell'anno 6909 mor;  al quale Scatibeck figliuolo successe nell'imperio.  Dopo
costui  fu  fatto  re  Themirassack,  il quale,  avendo condotto un grandissimo
esercito alla volta di Retzan per saccheggiare e depredare la  Moscovia,  tanto
terrore  e  spavento  a'  principi  di  quella diede che,  diffidatosi di poter
conseguir la vittoria, gettate via l'armi, al soccorso solamente e favore delli
santi ricorsero,  onde subito alla volta di Wolodimeria mandorono a  torre  una
certa imagine della beata Vergine,  la quale in que' tempi per la dimostrazione
di molti miracoli era molto celebre e famosa.  La quale essendo stata  condotta
vicina  a  Moscovia,   il  principe  con  grandissima  moltitudine  di  persone
onorevolmente gli and incontro: e tutti inginocchiati umilmente  la  pregorono
che rimovesse il lor nimico dal regno, e poi, con gran venerazione e riverenza,
il  principe  la  condusse nella citt.  Per il qual culto e venerazione dicono
aver ottenuto e impetrato che li Tartari non passorono di l da Retzan, e cos,
in perpetua memoria di tal cosa,  in  quel  luogo  dove  la  santa  imagine  fu
aspettata  e  ricevuta un bellissimo tempio fu edificato.  E questo giorno,  il
quale li Ruteni stretenne, cio giorno d'obviazione chiamano, alli vintisei del
mese di agosto ogni anno solennemente  celebrato. Queste cose sono state fatte
nell'anno del mondo 6903.
Narrano li Ruteni questo Themirasack di oscura e bassa generazione esser  nato,
e per cagione delli suoi latrocinii a tanto grado di dignit esser pervenuto; e
nella  sua  giovent  esser  stato  ladro  eccellente,  e  di  qui  dicono aver
acquistato il nome.  E perch una volta egli robb una pecorella,  e fu  veduto
dal  patrone  di  quella,  con  la botta d'un sasso fu talmente percosso che la
gamba,  essendogli rotta,  fu legata con certo ferro: dal  ferro  e  dall'andar
zoppo tal nome gli fu posto,  percioch themir vuol dire ferro,  e assack zoppo
significa.  Questo Themirasack,  essendo quelli  di  Costantinopoli  gravemente
molestati e assediati da' Turchi,  in soccorso di quelli mand il figliuolo con
l'esercito, il qual, profligati li Turchi e tolto via l'assedio,  vittorioso al
padre ritorn; e questo fu nell'anno del mondo 6909.
Li  Tartari  sono divisi in certi ordini,  o vero congregazioni,  li quali essi
chiamano orde;  tra le quali l'orda o ver l'ordine  sawolense  tiene  il  primo
luogo,  percioch  l'altre  orde  da  questa prima hanno avuto origine.  Bench
ciascuna  orda  ha  il  suo  nome  proprio  e  particolare,   cio  orda  delli
Sawolhensii,  delli Procopensii, delli Mahaisensi e di molte altre, le quali in
vero sono maumettane,  nondimeno hanno molto  a  sdegno  e  a  vituperio  esser
chiamati e nominati Turchi,  ma vogliono esser chiamati Besermani; e con questo
nome li Turchi vogliono essere chiamati.
Li Tartari,  s come per longhezza e larghezza molte e varie provincie abitano,
cos  eziandio  per  costumi  e  per  la  maniera di vivere non sono conformi e
simili.  Sono di statura mediocre,  hanno la faccia  larga,  piena,  gli  occhi
storti  e  concavi,  e  per  la  sola barba orridi e terribili,  il resto rasi.
Solamente gli uomini pi nobili hanno li capelli ricci e anellati e  negrissimi
sino  a l'orecchie.  Sono di corpo forte e gagliardo,  d'animo audace,  e molto
inchinati nelle cose veneree. Della carne di cavalli e degli altri animali,  in
qualunque  modo  sieno  morti,  mangiano saporitamente,  eccettuata la carne di
porco, dalla quale, secondo l'ordine della legge loro, s'astengono. Nella dieta
e nel sonno sono tanto pazienti che qualche volta per quattro giorni interi non
mangiano  n  dormono;  nelle  fatiche  necessarie  solliciti  e  attenti.   Ma
venendogli occasione di poter mangiare,  mangiano,  devorano e bevono tanto che
con la crapula la dieta gi fatta  compensano,  e  cos,  di  cibo  e  di  vino
ripieni,  per  tre  o ver quattro giorni non fanno altro che dormire.  Li quali
cos profondamente dormendo, i Lituani, i Ruteni,  nelle regioni de' quali essi
Tartari  all'improviso  fanno  correrie,  robbano e fanno preda,  seguitandogli
senza  altra  paura,  senza  guardie,  senza  ordinanza  e  incautamente,   gli
percuotono  e  uccidono.  Cavalcando,  se  per  sorte  dalla  fame  e sete sono
molestati, alli cavalli che cavalcano sogliono tagliare alcune vene e il sangue
di quelle bere,  e cos cacciano la fame,  e dicono  tal  cosa  eziandio  molto
giovare alli cavalli. E perch quasi ferma e certa abitazione sogliono drizzare
il  corso loro con l'aspetto delle stelle,  e spezialmente del polo artico,  il
quale essi in lor lingua Selesnikoll, cio mazza di ferro, chiamano.
Del latte di cavallo si dilettano,  credendo per quello gli  uomini  farsi  pi
forti  e pi grassi;  molte sorti d'erbe mangiano,  e spezialmente di quelle le
quali circa il fiume Tanai crescono; pochi usano il sale.  Li re delli Tartari,
quando  distribuiscono  la  vittovaglia  alli  suoi sudditi,  per ogni quaranta
uomini sogliono dare una  vacca  o  vero  un  cavallo;  li  quali  sacrificati,
gl'intestini di quelli solamente i pi nobili mangiano, e fra di loro dividono,
e fatti a pena con un bastoncino mondi e alquanto appresso il fuoco riscaldati,
bramosamente mangiano e devorano,  e non solamente le dita, onti dal grasso, ma
ancora il coltello e il legno,  con il quale il  sterco  e  la  malizia  d'essi
intestini hanno mondificato,  soavemente sogliono leccare e ciucciare. Le teste
de' cavalli sono avute in delizie e riputazione appresso quelli,  come appresso
noi  le  teste de' porci salvatichi solamente avanti li gentiluomini sono poste
innanzi. Sono copiosi di cavalli, con la coppa bassa,  piccioli ma forti,  e la
dieta e le fatiche benissimo possono sopportare: sono nutriti con li rami e con
le  scorze  degli arbori,  e con le radici de l'erbe le quali essi con l'onghie
cavano fuora della terra. Tali cavalli alla fatica usati; e dicono li Moscoviti
questi cavalli esser pi cattivi sotto li Tartari che sotto  gli  altri,  e  li
chiamano  pachmat.  Hanno  le  selle e le staffe di legno,  eccetto per se per
sorte non avessero tolte o ver comprate qualcheduna dalli  vicini  e  propinqui
cristiani;  e accioch la schiena del cavallo non sia molestata e oppressa, con
la gramegna o ver con le foglie degli arbori la sostentano e l'aiutano. Passano
li fiumi,  e se per sorte li fuggitivi Tartari la potenza e  forza  de'  nimici
temessero,  gettate  via  le selle,  le vesti e tutti gli altri impedimenti,  e
solamente l'armi ritenute, velocemente fuggono.
L'armi loro sono gli archi e le freccie;  la lancia appresso di quelli   rara.
Audacissimamente  cominciano la guerra con i lor nimici,  nella quale nondimeno
non longo tempo durano,  ma,  fingendo di fuggirsene,  e data l'occasione  alli
nimici,  dalle  spalle  gettano l'armi,  cio le freccie,  contra di quelli;  e
dapoi, all'improviso rivoltati li cavalli,  nelli sbandati nimici fanno impeto.
Quando  nelli  spaziosi  campi    da  combattere  e ch'hanno il nimico non pi
lontano che un tiro di freccia,  non con  la  squadra  ordinata  cominciano  la
guerra,  ma  con  un  certo squadrone tortuoso nel girare,  accioch la via del
gettar le freccie contra il nimico sia pi certa  e  pi  libera.  E  certo  di
quelli che vanno e di quelli che ritornano  un certo ordine maraviglioso, e in
questa cosa hanno capitani li quali essi seguitano, molto periti e sofficienti.
Li quali se per sorte o ver feriti dall'armi de' nimici mancassero,  o ver, per
paura percossi,  nel condurre l'ordine loro errassero,  con tanta confusione  e
tanta  perturbazione di tutto l'esercito si fa che non pi in ordinanza possono
essere ridotti, n pi le freccie e armi loro possono gettare contra li nimici.
Questa sorte di combattere quelli dalla similitudine della  cosa  chorea,  cio
simiglianza  di  ballo,  chiamano.  Se  per  sorte  ne'  luoghi  stretti    da
combattere, nissun uso di quest'astuzia  a quelli: e per subito si mettono in
fuga,  percioch n col scudo n con la lancia  n  con  altro  sono  muniti  e
fortificati,  che  possano  nella cominciata battaglia sostener il nimico.  Nel
cavalcare servano questo costume,  che,  contratti e ritirati in su  li  piedi,
sedono nella sella,  accioch pi facilmente in l'uno e l'altro lato si possano
rivoltare; e se per sorte qualche cosa fosse caduta,  e che bisognasse torla su
di terra,  fermatisi nelle staffe senza fatica veruna la tolgono su, nella qual
cosa sono cos esercitati che eziandio correndo velocemente  li  cavalli  fanno
quel  medesimo.  Assaltati con armi d'asta,  subito nell'altro lato si gettano,
per fuggire la botta dall'avversario suo, e con l'altra mano solamente e con il
piede si tengono al cavallo. Mentre le provincie vicine molestano, ciascuno due
o vero tre cavalli per aiuto menano con esso loro,  accioch,  stracco uno,  il
secondo  o ver il terzo possano usare,  e quei che sono stracchi menano a mano.
Hanno li freni leggierissimi,  e certi flagelli o ver scorreggiate in luogo de'
speroni usano;  e solamente hanno cavalli castrati, pensando che siano pi atti
a sopportare la fatica e la fame.
Li medesimi vestimenti usano tanto gli uomini quanto le  donne,  l'abito  delle
quali  in  niuna  cosa  differente da quello degli uomini,  eccetto che con un
velo di lino cuoprono la testa,  e la  calza  di  lino  alla  similitudine  de'
naviganti  marinari  usano.  Le  lor  regine,  mentre  vanno  fuora in publico,
sogliono coprirsi la faccia. L'altra turba,  la quale vive per li campi,  ha le
vesti fatte di pelle di pecore, le quali non mutano se con longo uso totalmente
non  siano consumate e distrutte.  Non longo tempo stanno in un medesimo luogo,
pensando ci essere grande infelicit il stare sempre  in  un  medesimo  luogo;
onde, quando sono in collera con li lor figliuoli, e che li vogliono annunciare
qualche  male,  sogliono  dire:  "Io  prego  che perpetuamente tu resti in quel
medesimo luogo, come fanno li cristiani,  e che 'l fetore e spuzza del luogo tu
senti". E per, pasciuti li pascoli in un luogo, con gli armenti, con le moglie
e con li figliuoli,  quali a torno con esso loro sogliono menare, altrove vanno
ad abitare;  bench quelli che vivono nelli castelli e citt un'altra regola di
vivere  osservano.  Se  in  qualche guerra grande sono occupati,  le moglie,  i
figliuoli e li vecchi nelli luoghi pi sicuri sogliono porre.
Nissuna giustizia appresso di loro si truova, percioch,  quando uno ha bisogno
d'una  cosa,  quella  senza altra punizione pu torre da un altro.  S'alcuno si
lamenta avanti del giudice della ricevuta ingiuria,  il reo nol niega,  ma egli
dice  non  poter far di meno di quella cosa: e allora il giudice in questo modo
suole proferire la sentenzia: "Se tu all'incontro di qualche cosa hai  bisogno,
ancora tu toglila da altri".  Sono molti che dicono che li Tartari non robbano;
ma certo sono uomini rapacissimi e poverissimi,  e stan  sempre  con  la  bocca
aperta  a  torre  quel d'altri,  furano gli armenti degli altri,  spogliano gli
uomini e gli menano via,  e quelli alli Turchi e ad altre genti o ver vendono o
ver  concedono da essere riscossi,  eccettuate per solamente le fanciulle.  Le
citt e le castella chiare volte assediano e oppugnano;  ma le ville e li paghi
abbruciano,  e delli danni dati agli altri pigliano tanto piacere e contentezza
che quante pi provincie hanno desolate e guaste,  tanto pi  pensano  li  suoi
regni  aver  ingranditi  e  amplificati.  E  bench  della  pace e quiete siano
impazientissimi, nondimeno mai s'ammazzano insieme,  se non quando li re fra di
loro sono discordi e nimici.  Se in qualche tumulto alcuno  occiso,  e che gli
auttori della sceleraggine fossero presi, toltigli solamente li cavalli, l'armi
e le vesti si lasciano andar via.  Similmente l'omicida,  toltogli il cavallo e
l'arco,  con  queste  parole    mandato via dal giudice: "Va' via e governa la
robba tua".
L'uso dell'oro e dell'argento appresso di quelli non ,  fuora delli  mercanti.
Usano  solamente  la  permutazione  delle cose,  e se qualche danaro dalle cose
vendute dal vicino aranno avanzato,  con quello in Moscovia le  vesti  e  altre
cose  necessarie  alla  vita  comprano.  Non  hanno  confini fra di loro (delli
campestri di Tartari parlo).  Era stato gi  preso  dalli  Moscoviti  un  certo
Tartaro  grasso,  al quale il Moscovitico disse: "Di dove  a te,  cane,  tanta
grassezza,  non avendo tu niente da mangiare?";  al quale il  Tartaro  rispose:
"Perch  non  ho  io  che  mangiare,  pascendomi  la  terra  dall'oriente insin
all'occidente,  dalla quale non posso io essere nutrito a bastanza?  A  te  pi
presto,  il  quale  tanta picciola parte del mondo tieni,  e continovamente per
quella contrasti, penso mancare quello che tu debbi mangiare".
Cazan regno,  citt e castello di quel medesimo nome,  appresso il fiume  Wolga
nella ripa di l,  quasi settanta miglia germanici sotto Nowogardia bassa, sono
posti,  e dalla parte d'oriente e di mezogiorno con li campi deserti e  sterili
termina,  e  dalla parte dell'oriente estivale hanno li Tartari contermini,  li
quali Schibanschi e Kosatzchi chiamano.  Il re di  questa  provincia  pu  aver
esercito  di  trentamila  persone,  e  specialmente  di pedoni,  nelli quali li
Czeremissi e li Czubaschi sono sagittarii peritissimi;  ma  li  Czubaschi  sono
eccellenti  nell'arte del navigare.  Cazan citt da Wiathcha principal castello
per  sessanta  miglia  germanici    distante.  Questo  nome  Cazan  in  lingua
tartaresca significa pignatta di rame bollente;  questi Tartari sono pi civili
che gli altri,  come quelli che coltivano li campi,  vivono nelle case e  varie
sorti  di  mercanzie  esercitano.  Li  quali Basilio,  principe della Moscovia,
condusse a tale,  che si sottoponessero a lui e che pigliassero li  re  secondo
l'arbittrio di lui: il che quelli,  parte per le commodit delli fiumi li quali
di Moscovia nel fiume  Wolga  scorrono,  e  parte  per  li  mutui  commerzii  e
conversazione,  delle  quali essi non possono mancare,  non fu cosa difficile a
fare.  Gi alli Cazanensi era un re,  detto Chelealech,  il quale  lasciata  la
moglie  sua Nursulten e senza figliuoli morendo,  un certo Abrahemin,  presa la
detta vedova per moglie,  si fece re,  e di questa donna n'ebbe due  figliuoli,
cio  Maehmedemin e Abdelatiw;  ma della prima moglie,  la quale Batmassasoltan
era chiamata, n'ebbe un figliuolo, chiamato Alegan, il quale, dopo la morte del
padre, come primogenito successe nel regno.
Ma conciosiach costui alli mandati del principe di  Moscovia  non  fusse  cos
ubbidiente,  dalli  consiglieri  del prefato principe,  li quali egli teneva in
quel luogo per osservare l'animo del re, in un convito fu benissimo imbriacato;
e in un carro posto, quella notte fu condotto alla volta di Moscovia,  dove per
alquanto  tempo  fu  ritenuto,  e dapoi finalmente mandato in Wolochda,  ove il
resto della vita sua fin;  e la madre di quello,  con gli fratelli Abdelatiw e
Machmedemin, a Bieloyesero confin.
Codaiculu,  uno  delli  fratelli di Alega,  fu battezzato,  e il nome di Pietro
pigli; con il quale dapoi Basilio,  principe moderno,  la sorella congiunse in
matrimonio.  Ma  Meniktiar,  l'altro fratello di Alega,  mentre visse nella sua
setta e legge rest, e gener pi figliuoli, li quali, dopo la morte del padre,
tutti,  insieme con la madre,  furono battezzati;  e sono  morti,  eccetto  uno
chiamato Theodoro,  il quale,  essendo noi in Moscovia,  era vivo.  In luogo di
Alega, che fu condotto in Moscovia,  Abdelatiw fu posto;  il quale essendo come
Alega  rimosso dal regno,  Machmedemin,  cavato da Bieloieser,  per principe in
luogo di quello fu posto,  e regn fino nell'anno del Signore 1518.  Nursultan,
la quale di Chelealeck e Abrahemin re era stata moglie,  dopo la morte di Alega
a Mendligero, re delli Precopiensi, si marit. Costei, di Mendligero non avendo
figliuoli,  per il desiderio  delli  primi  figliuoli  da  Abdelatiw  venne  in
Moscovia, e di l poi uscita, alla volta di Machmedemin, l'altro figliuolo, nel
regno di Cazan se n'and, nell'anno del Signore 1504.
Li  Cazanensi  dal principe di Moscovia si ribellorono;  per la qual ribellione
molte guerre seguitorno dapoi,  e  longamente  dalli  principi  confederati  in
questa  guerra da una parte e l'altra fu combattuto,  n sino al tempo d'oggi 
imposto il fine alla guerra.  E per mi  parso cosa ragionevole render ragione
di  questa  guerra.  Essendo  la  ribellione  delli  Cazanensi  agli orecchi di
Basilio,  principe di Moscovia,  pervenuta,  esso principe,  per sdegno  e  per
desiderio  di  farne  vendetta,  grandissimo  esercito  con l'artiglierie mand
contra di quelli.  Li Cazanensi,  li quali e per  la  vita  e  per  la  libert
dovevano  combattere  contra  li  Moscoviti,  udito  l'apparato  terribile  del
principe contra di s e vedendo  di  non  poter  star  saldi  contra  lui  alla
campagna,  pensorono con astuzia di superarli: onde,  usciti fuori apertamente,
la miglior parte delle lor genti in luoghi oportuni e necessarii nelle  insidie
ponendo,  come  fossero  da terrore e spavento impauriti dal luogo dove avevano
fermato l'esercito si diedero a fuggire.  Li  Moscoviti,  li  quali  non  erano
troppo lontani,  conosciuta la fuga delli Tartari,  sbandati dagli ordini loro,
con corso veloce e grande fecero impeto negli alloggiamenti de'  nimici;  nelli
robbamenti di quali mentre erano occupati, li Tartari, insieme con li Czeremisi
sagittarii,  usciti  fuori  degli agguati e insidie fecero tanta strage e ruina
delli nimici che li Moscoviti,  lasciate le bombarde e instrumenti bellici,  si
diedero  a  fuggire.  In  quella  fuga  due maestri d'artiglierie,  lasciate le
bombarde, insieme con gli altri scamparono alla volta di Moscovia,  li quali il
principe  amorevolmente  ricev.  Di  questi  due  un  Bartolomeo,  di  nazione
italiano,  il quale dapoi  prese  la  fede  rutenica,  era  in  grand'auttorit
appresso il principe. Ritorn anco il terzo bombardiero con la bombarda che gli
fu  data,  sperando  per  tal cosa dovere qualche gran beneficio appresso il re
conseguire. Ma il principe,  veduto quello,  con villanie gli disse: "Avendo tu
esposto  e me e te in grandissimo pericolo,  o vero tu volevi scampare,  o vero
insieme con la bombarda ti volevi dare in potest del nimico:  e  per,  a  che
fine  questa  tua  diligenza finta in conservare la bombarda?  La perdita della
quale non stimo niente,  purch gli uomini mi  restino  sani,  li  quali  sanno
fondere l'artiglierie e usarle al tempo suo".
Ma essendo morto il re Machmedemin, sotto il quale li Tartari cazanensi s'erano
ribellati,  Scheale,  tolta  per  moglie la sopradetta vedova,  con l'aiuto del
principe di Moscovia e del fratello della moglie il regno di Cazan ottenne,  il
quale per anni quattro con odio grande e invidia delli sudditi suoi ottenne: le
quali cose s'accrescevano per la deformit e bruttezza del corpo, percioch era
uomo  grossaro,  con  la pancia eminente,  con la barba chiara,  con faccia pi
donnesca che virile, le quali tutte cose dimostravano essere poco atto e idoneo
alla guerra.  Vi s'aggiungeva ancora che,  sprezzata e vilipesa la benevolenzia
delli sudditi suoi,  al principe di Moscovia pi del giusto favoreggiava, e pi
si fidava de' forestieri che delli suoi.  Onde li Cazanensi mossi,  a Sapgirei,
figliuolo di Mendligero e uno delli re di Tauris, il dominio del regno diedero.
Il  qual venendo nel regno,  fu comandato a Scheale che gli desse il dominio di
quello: il qual,  vedendosi di forze inferiore e  conoscendo  gli  animi  delli
sudditi suoi inimici, pens esser cosa utile cedere alla fortuna, e cos con le
sue  mogli,  con  le  concubine  e con tutto il resto della massaria di casa in
Moscovia,  d'onde era venuto,  si ritorn.  E  queste  cose  sono  state  fatte
nell'anno del Signore 1521.
Essendo Scheale uscito del regno,  Machmetgirei,  re di Tauris,  un fratello di
Sapgirei, con grand'esercito nel regno di Cazan introduce: poi,  confermati gli
animi  delli  Cazanensi  verso  il fratello,  ritornando in Tauris e passato il
Tanai alla volta di Moscovia se n'and. In quel tempo Basilio, ben sicuro delle
cose sue e non temendo di simil  infortunio,  udita  la  venuta  delli  Tartari
subito  fece  esercito,  al  quale Demetrio Bielski per capitano diede,  e alla
volta del fiume Occa,  accioch il passar delli Tartari  impedisse,  mand.  Ma
Machmetgirei, essendo di forze superiore, gi aveva passato Occa, e ad un luogo
detto le Piscine s'era fermato col suo esercito;  e di l poi distendendosi per
il paese nimico,  ogni cosa con robberie,  rapine e abbrucciamenti  occup.  In
quel  tempo  Sapgirei  con  l'esercito  usc  fuori  di Cazan,  e Wolodimeria e
Nowogardia bassa saccheggi.  Finite queste cose,  amendua li fratelli re  alla
citt Colonna si congregorono, e le forze loro congiunsero insieme.
Basilio,  principe della Moscovia, vedendosi ribattere da un tanto nimico molto
inferiore,  lasciando un certo Pietro suo cognato,  il  quale  dalli  re  delli
Tartari  traeva  origine,  insieme con alcuni altri de' pi nobili alla guardia
del castello con buon presidio,  fuori della Moscovia fugg con tanto timore  e
spavento che,  disperatosi delle cose sue,  per alcuni giorni sotto un monte di
fieno stette ascoso.  Alli vintinove di luglio li Tartari,  fattisi pi avanti,
il  paese  con  incendi e abbrucciamenti ruinavano,  e tanto terrore e spavento
alli Moscoviti arrecorono che essi n in castello n in la citt  pensavano  di
poter  esser  sicuri.  In  quella  paura tanto tumulto nacque nelle porte,  per
cagione delle donne, delli putti e delli vecchi,  quali con carri fuggivano nel
castello,  che per troppa fretta s'impedivano.  Questa moltitudine tanto fetore
nel castello produsse che,  se 'l nimico per tre o  ver  quattro  giorni  fosse
restato  sotto  la citt,  era forza che quelli che erano concorsi nel castello
corrotti  dalla  peste  morissero,  percioch  in  tanta  moltitudine  d'uomini
bisognava  che 'l luogo che ciascuno aveva occupato sodisfacesse loro a tutti i
bisogni. Erano in quel tempo in Moscovia gli ambasciatori livoniensi, li quali,
montati a cavallo e postisi a fuggire,  e a torno a torno niente altro  vedendo
che fuoco e fumo,  nondimeno si dice che in un giorno in Twer vennero,  il qual
luogo per trentasei miglia germanici  distante da Moscovia.
Li bombardieri alemanni allora meritorono gran laude,  e specialmente un Nicol
nato appresso il Reno,  non lontano dalla citt imperiale di Spira,  al quale e
dal capitano e dagli altri consiglieri con piacevolissime parole fu imposto che
pigliasse l'impresa di  difendere  la  citt,  e  cos  lo  pregorono  che  con
l'artiglierie  pi  grosse,  con  le quali le muraglie sogliono esser gettate a
terra,  condotte quelle sotto la porta del castello di l cacciasse li Tartari.
Ma era tanta la moltitudine dell'artiglierie che a pena in spazio di tre giorni
si  sarebbono  potute condurre;  oltra di questo li Moscoviti non avevano tanta
polvere di bombarde la quale fosse stata bastante a caricare una volta sola  il
pezzo  grosso,  percioch i Moscoviti sogliono sempre osservare questo costume,
che hanno tutte le lor  cose  riposte  e  non  hanno  niente  mai  pronto,  ma,
costretti  dalla  necessit,  s'ingegnano  di  fare  tutte  le  cose  loro  con
prestezza.  Parve adunque a Nicol bombardiero essere  pi  util  cosa  che  le
bombarde minori,  le quali erano riposte lontane dal castello,  sopra le spalle
degli uomini con prestezza fossero l in mezo condotte.  Mentre in queste erano
occupati,  un gridore grande nacque che li Tartari s'avvicinavano; la qual cosa
tanto spavento diede a quelli della citt  che,  gettate  le  bombarde  per  le
contrade,  abbandonavano  il  difendere la muraglia dalli loro nimici,  di modo
che,  se allora cento cavalli delli nimici avessero fatto impeto  nella  citt,
facilmente con il fuoco dalli fondamenti averebbono quella consumata. In questo
spavento  il  prefetto  o  ver  governatore  della  citt insieme con gli altri
compagni pensorono di voler placare l'animo del re Machmetgirei con alcuni doni
grandi,  e specialmente con  una  bevanda  detta  medone,  e  con  questi  mezi
rimoverlo  dall'assedio del paese.  Il re Machmetgirei,  ricevuti li presenti e
doni,  rispose che volontieri dall'assedio e  dalla  provincia  si  partirebbe,
quando  avesse  lettere  per le quali Basilio principe s'obligasse dover essere
perpetuo tributario del re de' Tartari,  come gi suo padre e  gli  altri  suoi
maggiori avevano fatto.
Le  quali  lettere  scritte  e  ricevute  secondo  'l suo volere,  Machmetgirei
l'esercito suo alla volta di Rezan ridusse,  dove,  data potest alli Moscoviti
di  poter  riscuotere  e  cambiare  li  suoi,  il  resto della preda fu venduta
all'incanto.  Era in quel tempo nel  campo  de'  Tartari  un  certo  Eustachio,
cognominato  Taskowitz,  suddito e vassallo del re di Polonia,  il quale con le
sue genti era venuto in aiuto di Machmetgirei,  percioch alora fra  'l  re  di
Polonia  e il duca di Moscovia non era tregua alcuna.  Questo Eustachio portava
alcune spoglie de' nimici a vendere quasi sotto il castello  di  Moscovia,  con
pensiero,  venendogli  l'occasione  e  commodit,  d'entrare  nelle  porte  del
castello con li Ruteni e quello, cacciate le guardie, occupare;  al che fare il
re de' Tartari con simile astuzia prestava aiuto. Al governatore della rocca un
uomo  de'  suoi  pi  fedeli  mand,  il quale esso governatore,  servo del suo
tributario,  comand che gli  ministrasse  e  apparecchiasse  quelle  cose  che
dimandava,  e  che  avanti  il  sopradetto  re venire dovesse.  Il governatore,
Giovanni Kowar,  delle cose della guerra e dell'astuzie instrutto,  non puot a
modo  alcuno  esser  mosso  e  persuaso  che  fuori  del  castello uscisse;  ma
simplicemente rispose che ancora non sapeva il suo principe  essere  tributario
de' Tartari, e servo: del che se fosse certificato, saperrebbe dapoi quello che
fosse  bisogno  a fare.  Onde subito le lettere del suo principe,  per le quali
s'era obligato al  re,  furono  publicate.  Tra  questo  mezo,  mentre  per  le
dimostrate lettere l'animo del governatore era sollicitato e mosso, il capitano
Eustachio,  sforzandosi  di  fare  l'impresa sua,  al castello s'avvicinava;  e
accioch tanto pi l'astuzia  e  inganno  suo  occulto  stesse,  knes  Theodoro
Lopata,  uomo primario e grande,  e altri Ruteni,  li quali ne' saccheggiamenti
della Moscovia nelle mani de' nimici erano pervenuti,  con  certa  quantit  di
danari riscossi erano restituiti alli suoi. Oltra di questi molti de' prigioni,
negligentemente  servati  e quasi volontariamente lasciati,  nel castello erano
fuggiti: alla ricuperazione de' quali li Tartari con gran moltitudine di  gente
al castello appressandosi,  li Ruteni, da paura percossi, li fuggitivi prigioni
di nuovo restituirono. N per li Tartari per questo si ritiravano,  anzi,  pi
cresceva il numero di quelli: li Ruteni,  per il soprastante pericolo, erano in
grandissimo terrore e disperazione,  n vedevano  quello  fosse  bisogno  fare.
Allora  Giovanni  Giordan  alemanno,  maestro  delle bombarde,  considerando la
grandezza del pericolo pi che facevano li Moscoviti, l'artiglierie nell'ordine
suo collocate e poste contra li Tartari e li Lituani scaric, e quelli talmente
spavent che, lasciato il castello, tutti si diedero a fuggire.
Il re,  con il mezo d'Eustachio,  artefice e inventore di questa fraude,  dalla
ricevuta  ingiuria con il governatore del castello si duole e lamenta.  Il qual
governatore dicendo il bombardiere aver scaricato senza sua saputa,  e tutta la
colpa  di  questo  fatto in esso trasferendo,  il re de' Tartari dimand che 'l
bombardiero gli fosse dato nelle mani.  E,  come al pi delle volte nelle  cose
disperate  si  fa,  la  maggior  parte,  accioch  dal  terrore  nimico fossero
liberati, pensorono di dover dare il bombardiero nelle mani del re de' Tartari,
eccetto Giovanni Kowar governatore, il quale non volse a ci consentire; e cos
il bombardiero alemanno per beneficio del governatore del castello fu liberato.
Percioch 'l re de' Tartari, o vero per la ritardanza impaziente, o vero perch
avesse li soldati suoi carichi di preda,  richiedendo  cos  li  suoi  bisogni,
subito  (lasciate  le lettere del principe di Moscovia,  per le quali si faceva
perpetuo tributario del re,  nella rocca) disfatti gli alloggiamenti in  Tauris
ritorn.
Questo re tanta moltitudine di prigioni di Moscovia con esso lui aveva condotto
che  pareva  cosa  incredibile,  percioch  dicono  un  numero  d'ottocentomila
persone,  le quali in Capha parte a' Turchi aveva venduta e parte aveva uccisa:
percioch  li  vecchi  e  gl'infermi,  li  quali  gran prezzo non possono esser
venduti,  come quelli che sono inutili a sopportare  le  fatiche,  appresso  li
Tartari  a'  giovani loro sono concessi e dati,  non altramente che si fanno le
lepri a' cani giovanetti, accioch i principii della prima milizia imparino,  o
ver sagittandogli,  o ver gettandogli in mare,  o vero con altra sorte di morte
facendogli morire. Quelli che sono venduti sono astretti al giogo della servit
per anni sei continovi, e dapoi,  finito tal tempo,  sono fatti liberi;  ma non
possono per partirsi fuora della provincia.  Sapgirei,  re di Cazan,  tutti li
prigioni,  quali aveva condotti fuori  di  Moscovia,  in  Astrachan,  luogo  di
mercatanti  non  troppo  lontano  dalle  bocche  del fiume Wolga,  alli Tartari
vendette.
Or finalmente essendosi partiti li  re  delli  Tartari  fuori  della  Moscovia,
Basilio principe di nuovo nella Moscovia ritorn;  e conciosiacosach nel primo
suo ingresso avendo veduto Nicol alemanno,  per diligenzia e solicitudine  del
quale  dissi  il castello esser stato conservato,  in presenzia di tutta quella
moltitudine, la quale era venuta su la porta per ricevere il principe loro, con
chiara voce gli disse: "La tua fede verso di me e la  diligenzia  la  quale  in
conservare  il castello hai dimostrata ci  nota,  e di questo tuo beneficio te
ne daremmo  buona  rimunerazione".  Similmente  a  l'altro  Alemanno,  chiamato
Giovanni,  il quale dal castello Rezano con le sue artiglierie li Tartari aveva
ribattuti,  disse: "Sei tu salvo?  Iddio onnipotente ci ha data la vita e tu ce
l'hai  conservata;  e per ci ricorderemo di questo beneficio".  L'un e l'altro
sperava d'esser premiato dal principe,  nondimeno niente fu dato  loro,  bench
spesse volte l'ammonissero delle promesse.  Per la qual ingratitudine sdegnati,
dimandarono licenzia di poter andare a rivedere li suoi,  li quali tanto  tempo
non avevano veduti;  ma per commissione del principe a ciascuno furono aggiunti
dieci fiorini.
Tra questo mezo,  essendo nella corte del principe nata certa contenzione,  che
fosse  stato  l'auttore  della  fuga  delli Ruteni al fiume Occa,  li vecchi in
Demetrio Bielschi,  capitano dell'esercito,  uomo giovane e disprezzatore delli
lor  consegli,  tutta  la  colpa transferivano,  dicendo per negligenzia sua li
Tartari aver passato il fiume Occa.  Ma egli all'incontro rispondendo tutta  la
colpa ributtava da s in Andrea, fratello pi giovane del principe, come quello
che fosse stato primo di tutti a fuggire,  e gli altri lo seguitorono. Basilio,
acci che non paresse pi crudele e severo contra il fratello,  il qual  sapeva
esser stato auttore della fuga, un delli suoi governatori, il quale insieme con
il  fratello  era  fuggito,  fece  mettere  in  catene,  e  della dignit e del
principato lo priv.  Nella seguente estate Basilio,  per fare  della  ricevuta
ingiuria dalli Tartari vendetta e per scancellare la macchia la quale fuggendo,
sotto il fieno nascondendosi,  aveva ricevuta, fece un bellissimo e grossissimo
esercito,  con grandissimo apparato di bombarde e d'altre sorti  d'artiglierie,
li  quali  per  avanti  li  Ruteni  nelle guerre non avevano usate,  e con tale
esercito di Moscovia infin al fiume Occa e alla citt Colonna se n'and,  e ivi
fermossi.  E dapoi, mandati alcuni caduceatori, cio annunziatori della guerra,
a Machmetgirei, re delli Tartari in Tauris, quello sfid al combattere, dicendo
nell'anno innanti esser stato oppresso senza annuncio  di  guerra,  secondo  il
costume e usanza de' ladri.  Il re gli respose che a lui molte vie erano aperte
a poter assalire la Moscovia, e che le guerre non erano pi dell'armi che delli
tempi,  e per che usava di far tal guerre pi secondo la volont sua che degli
altri.  Per  le quali parole l'animo di Basilio provocato a sdegno,  ardendo di
desiderio di far vendetta,  nell'anno del Signore 1523,  mosso il  campo,  alla
volta della Nowogardia bassa per saccheggiare il regno di Cazan se n'and; e di
l poi al fiume Sura nelli confini delli Cazanensi andato, un castello edific,
al  quale dal suo nome diede il nome,  e per allora non volse andare pi oltra,
ma il condotto esercito nel suo paese ricondusse.
Ma nell'anno seguente Michele Georgio,  uno de' principali consiglieri  ch'egli
avesse, con maggior copia di soldati a soggiogare il regno di Cazan mand, onde
Sapgirei,  re di Cazan, sbigottito, fece chiamare a s il nepote, figliuolo del
suo fratello re di Tauris,  giovane di  tredici  anni,  accioch'egli  il  regno
governasse, ed egli alla volta dell'imperator de' Turchi ne gitte per dimandare
aiuto e soccorso contra li suoi nimici. Il giovane, per ubidire a' comandamenti
di suo zio,  si mise in viaggio e a Gostinowosero, cio all'isola de' mercanti,
la quale tra il corso del fiume Wolga e il castello Cazan  posta, pervenne,  e
onoratamente dalli principi del regno fu ricevuto. In questa compagnia v'era un
certo  seid,  sommo  sacerdote  de'  Tartari,  il  quale  appresso  di  quei in
tant'auttorit e venerazione  tenuto che eziandio li re gli vanno incontro  e,
stando costui a seder a cavallo,  gli porgono la mano e col capo chino,  il che
alli re soli  concesso,  lo toccano: percioch li duchi  non  gli  toccano  la
mano, ma le ginocchia, li nobili li piedi e li plebei solamente le vesti o vero
il cavallo.  Questo seid sacerdote,  occoltamente le parti del principe Basilio
difendendo,  con ogni diligenzia e cura cercava di pigliare il detto giovane  e
di mandarlo prigione in Moscovia;  ma discoperto,  fu preso,  e in presenzia di
tutti con un coltello ucciso. Tra questo mezo Michele,  capitano dell'esercito,
raunate nella bassa Nowogardia, per portare le artiglierie e la vettovaglia, le
navi,  delle quali era tanta la moltitudine che 'l fiume parea fosse coperto di
naviganti,  alla volta del regno  di  Cazan  col  suo  esercito  affrettava:  e
all'isola  di  Gostinowosero  pervenuto,  alli  7 di luglio,  fermatosi col suo
esercito ivi per vinti giorni aspettando la cavalleria rest.
Tra questo mezo Cazan castello,  il quale era fatto di legno,  per via d'alcuni
soldati  dalli  Moscoviti  subornati fu abbrucciato e dalli fondamenti ruinato.
L'occasione d'occupare il castello fu disprezzata per la paura e  pigrizia  del
capitano,  talmente  ch'egli non condusse pure un soldato ad espugnare il colle
del castello, n fu d'impedimento a' Tartari,  li quali di nuovo l'edificorono.
Ma  alli  vintiquattro  del medesimo mese,  trapassato il fiume Wolga in quella
parte nella quale  posto il castello, appresso il fiume Cazanca con l'esercito
fermossi, ivi per vinti giorni aspettando occasione buona. Non molto lontano il
re cazanense aveva fermato il suo esercito  e,  mandando  fuori  li  Czeremissi
pedoni,  molestava li Ruteni, bench indarno. Scheale re, il quale a tal guerra
con le navi era venuto,  con lettere ammonisce il sopradetto re de' Tartari che
voglia  cedere  del  suo regno ereditario.  Al quale rispose il Tartaro: "Se tu
desideri aver questo regno, combattiamo insieme,  e chi rester vittorioso sar
padrone del regno". Mentre li Ruteni cos indarno consumano il tempo, consumata
la vettovaglia cominciorono a patire di fame,  percioch,  ruinando il paese li
Czeremissi e osservando il viaggio de' nimici,  niente poteva esser portato nel
campo  de' Moscoviti;  n il principe poteva intendere quello che si faceva nel
suo esercito, n essi potevano farglielo a sapere.
Basilio fece sopra questo Giovanni knes Paliczki, il quale della Nowogardia con
le navi cariche di vettovaglia a seconda per il fiume all'esercito andasse,  e,
ivi  posta  la  vettovaglia  e  inteso  lo stato delle cose,  in Moscovia se ne
ritornasse. Un altro similmente a questo fine con cinquecento cavalli per terra
fu mandato,  il quale dalli Czeremissi,  insieme con li  suoi,  fu  tagliato  a
pezzi,  e  di  quelli  a  pena nove scamporono,  e il capitano dopo tre giorni,
essendo  ferito,  nelle  mani  delli  Czeremissi  mor.  Questa  cattiva  nuova
nell'esercito  di  Moscoviti  pervenuta  fece  tanto  spavento  che  altro  non
pensavano se non di fuggire: ma dubitavano molto se dovessero ritornare per  il
fiume contrario, il che era difficilissimo a fare, o vero seguitare il medesimo
fiume  sino a tanto che trovassero altri fiumi,  e poi per viaggio di terra con
longo circoito ritornare in Moscovia.  Mentre stanno in queste consultazioni  e
ragionamenti sopravennero quelli nove cavalli,  quali erano scampati dalle mani
de' nimici,  e dissero Giovanni Palitzki dover arrivar con la  vettovaglia.  Al
qual  Giovanni,  bench  la  navigazione  facesse  con prestezza,  nondimeno la
fortuna fu contraria, percioch, perduta la maggior parte delle navi, con poche
ne venne. Percioch, essendo per la continova fatica faticato molto,  e per una
notte  nel lito del fiume Wolga ripos restando.  Subito li Czeremissi con gran
clamore l corsero e dimandarono  chi  navigasse:  alli  quali  rispondendo  li
servitori di Giovanni,  pensando esser quelli servi de' naviganti, dissero loro
villania, minacciando il d seguente volergli battere,  che con gridi la quiete
e  riposo del suo padrone avevano impedito.  A le quali parole rispondendo,  li
Czeremissi dissero: "Domani altre facende avremo da  fare  con  voi,  percioch
tutti prigioni e legati vi condurremo in Cazan".  La mattina adunque, avanti il
levar  del  sole,   percioch  era  una  densissima   nebbia,   li   Czeremissi
all'improviso  fecero impeto nelle navi,  il che tanto terrore e spavento diede
alli Ruteni che 'l capitano dell'armata, Palitzki,  lasciate nonanta navi delle
pi  grandi  in  man  de' nimici,  in ciascuna delle quali erano trenta uomini,
quasi nudo alla volta dell'esercito pervenne.  Dapoi,  di nuovo tent ancora di
portare  nuova  vettovaglia,  ed ebbe la fortuna contraria,  e dalle mani delli
Czeremissi a pena scamp.
Mentre li  Ruteni  dalla  fame  e  dalla  violenza  ostile  erano  costretti  e
molestati, di nuovo dal principe Basilio fu mandata una buona cavalleria per la
via  del  fiume  Wiega,  il  quale da mezogiorno in Wolga fiume entra: e mentre
quelli s'affrettano di congiungersi con l'altro esercito,  venne due volte alle
mani  con  Tartari e con li Czeremissi,  e da una banda e l'altra fu combattuto
sanguinolentemente.  Nondimeno diedero  luogo  alla  fortuna  e  con  il  resto
dell'esercito   moscovitico  si  congiunsero;   il  quale  per  tal  cavalleria
confermato,  alli quindici d'agosto  cominciorono  l'assedio  intorno  a  Cazan
castello.  Il che conosciuto dal re cazanense,  ancora egli da l'altro lato del
castello rincontro a' nimici pose il suo esercito,  e facendo passare di l  la
sua  cavalleria,  gli  comand  che dovessero stuzzicare e molestare l'esercito
nimico: e cos da una parte e l'altra si facevano  spesse  scaramuccie.  Ci  fu
referito da uomini degni di fede,  quali furono presenti, una volta sei Tartari
essersi fatti avanti l'esercito moscovitico in una pianura: li quali volendo il
re Scheale con cento  e  cinquanta  cavalli  tartari  assaltare,  dal  capitano
dell'esercito gli fu proibito,  opponendosi avanti esso con duemila cavalli,  e
cos l'occasione di fare una bella impresa gli fu tolta delle mani.  Volendo li
cavalli  moscovitici  serrare  li sopradetti sei Tartari in mezo,  accioch non
scampassero,  li Tartari dall'altra parte delli nimici con  astuzia  davano  la
berta, e seguitandogli li soldati moscoviti, li Tartari alquanto si ritiravano,
e  dapoi si fermavano,  e questo medesimo facevano li Moscoviti: ma li Tartari,
vedendo la timidit di quelli,  con gli archi gettavano le  frecce  arditamente
contra essi, e quelli conversi in fuga perseguitando, molti ne ferivano. Mentre
queste  cose  si  facevano,  due cavalli delli Tartari da un tiro d'artiglieria
furono gettati per terra, senza offesa degli uomini, li quali gli altri quattro
condussero alli suoi.
Mentre in questo modo si davano  la  berta  uno  a  l'altro,  violentemente  il
castello  da'  nimici  con le bombarde s'oppugnava,  e quelli di dentro con non
manco  vigore,   ingegno  e  arte  si  difendevano.   In  questo  conflitto  un
bombardiero,  quale avevano unico nel castello,  per un colpo di bombarda dalli
Ruteni percosso fin sua vita. Il che conosciuto, li soldati mercenari, cio li
guastadori,  delli Germani e delli Litwani cominciorono aver speranza di  poter
facilmente pigliare il castello.  Il che certo sarebbe successo, se l'animo del
capitano fosse stato conforme al voler loro:  ma  egli,  vedendo  che  li  suoi
soldati  di  giorno in giorno pi dalla fame e sete erano molestati e oppressi,
prima che per li suoi ambasciatori occultamente trattasse con li Tartari di far
tregua, non solamente non lod l'audacia de' suoi soldati del voler pigliare il
castello,  ma con ira e sdegno quelli  riprese,  e  minacciogli  di  battiture,
perch  avevano  ardimento  di  voler  oppugnare  il castello senza sua saputa.
Percioch egli pensava in tanta strettezza di cose succedere bene al suo re se,
fatta tregua col nimico, le bombarde e l'esercito salvo conducesse.  Li Tartari
similmente,  conosciuta la volont del capitano moscovitico,  da buona speranza
mossi,  le condizioni le quali il capitano gli offeriva,  di voler mandare  gli
ambasciatori  in  Moscovia per trattare della pace,  volentieri accettorno.  Le
quali cose finalmente composte e  assettate,  Palitzch  capitano,  toltosi  via
dall'assedio,  con  l'esercito  in  Moscovia  se ne ritorn: bench era fama il
capitano dalli Tartari con doni esser stato corrotto,  il che un certo Savoiese
aveva  accresciuto,  il  quale,  essendo  bombardiero,  volse  partire e andare
nell'esercito di nimici,  e a far questo solicitava ancora gli altri;  e preso,
confess  dicendo  s  aver  ricevuto  danari  e  alcune tazze tartariche dalli
nimici, n per fu punito.
Essendo adunque ritornato l'esercito nella patria,  il quale dicono esser stato
di  numero di cento e ottantamila persone,  gli oratori del re di Cazan vennero
in Moscovia avanti il principe Basilio per confirmare li patti e le promissioni
della pace;  ed eziandio quando noi eravamo in Moscovia vi  erano  presenti,  e
insino allora fra loro non era speranza alcuna di concludere la pace. Percioch
le  fiere,  le quali vicino a Cazan nell'isola delli mercanti si solevano fare,
per  dispetto  delli  Cazanensi  Basilio  in  Nowogardia  transfer,  imponendo
gravissima  pena a' suoi se al mercato nella detta isola n'andassero,  sperando
tal cosa dover essere loro di grande incommodit e danno,  e  spezialmente  per
levar  via  la  commodit  di comprare il sale,  del quale li Tartari in quella
fiera solevano comprare gran copia dalli Ruteni. Nondimeno il transferimento di
questa fiera non fu manco di danno  e  d'incommodit  alla  Moscovia  che  alli
Cazanensi,  percioch  di  molte cose,  le quali dal mar Caspio,  da Astrachan,
dalla Persia,  dall'Armenia per  il  fiume  Wolga  erano  portate,  venne  gran
carestia, e spezialmente di pesci nobilissimi e buoni, nel numero delli quali 
un  pesce  detto beluga,  li quali e di l e di qua da Cazan nel fiume Wolga si
trovano.


Sin qui della guerra del principe di Moscovia con  li  Tartari  cazanesi  fatta
avemo detto: ora alla tralasciata narrazione di nuovo ritorniamo.

Dopo li Tartari cazanesi,  li primi Tartari,  cognominati Nagai,  scorrono,  li
quali di l dal fiume Wolga, appresso il mar Caspio,  al fiume Iaich che scorre
dalla provincia Sibier abitano.  Questi non hanno re,  ma duchi; alli tempi de'
nostri fratelli,  partita la  provincia  con  eguale  porzione,  quelli  ducati
ottenevano. Delli quali il primo si chiamava Schidach, e la citt Scharaitztch,
di l dal fiume Rha,  verso l'oriente,  con la propinqua regione al fiume Iaich
ottenuta;  l'altro era detto Cossum,  e tutto quel che  tra 'l fiume Kama e il
fiume  Rha possedeva;  il terzo fratello era Schichmamai,  il quale parte della
provincia di Sibier e tutta la  regione  circonvicina  possede.  Schichmamai  
interpretato  santo,  o  ver potente.  Tutte queste regioni sono quasi selvose,
eccettuata quella provincia che alla volta di Scharaitzch si distende, la quale
 tutta campestre.
Tra Volga e Iaich fiumi, intorno al mar Caspio, abitavano gi li re sawolhensi,
delli quali diremo dapoi.  Appresso questi Tartari una cosa  maravigliosa  e  a
pena credibile Demetrio di Daniele,  uomo fra li barbari di fede singulare,  ci
raccont: che essendo stato mandato suo padre per ambasciatore dal principe  di
Moscovia  al  re  zawolhense,  mentre  era in quella legazione aveva veduta una
certa semenza in quelle isole, poco maggiore e pi rotonda del seme di mellone,
ma non dissimile per da quella. La qual semenza ascosa in terra, nacque poi di
quella una certa cosa simile ad un agnello,  di  altezza  di  cinque  palmi,  e
questo in lor lingua chiamano boranetz, cio agnello, percioch ha il capo, gli
occhi,  l'orecchie  e  tutte  l'altre  cose  alla  similitudine  d'uno  agnello
nuovamente nato. Oltra di questo, ha una pelle sottilissima,  la quale molti in
quel  paese  usano in capo in luogo di berretta;  e molti dicono averne vedute.
Diceva ancora quella pianta,  se pianta  lecito d'essere chiamata,  aver in s
sangue, ma senza carne, ma, in luogo della carne, una certa materia simile alla
carne de' gambari;  ha l'onghie non cornee,  come li agnelli, ma con certi peli
vestite,  alla similitudine d'un corno;  ha la radice sin all'umbilico,  e dura
sin  a tanto che,  mangiate l'erbe a torno a torno,  la radice per carestia del
pascolo si secca.  Dicono aver in s una dolcezza maravigliosa,  e che perci 
molto  desiderata  da'  lupi e d'altri animali rapaci.  Io,  quantunque giudico
tutto questo,  e del seme e della  pianta,  essere  cosa  favolosa  e  incerta,
nondimeno,  perch  me  l'hanno  riferita  uomini  degni  di fede,  l'ho voluta
riferire agli altri.
Andando dal principe Schidach  in  oriente  per  spazio  di  vinti  giorni,  si
truovano  certi  popoli  li  quali  li Moscoviti Iurgenci chiamano,  alli quali
Baracch soltan, fratello del gran Chan, o vero re di Cataia,  signoreggia.  Dal
signor  Baracch  soltan  per  dieci  diete si va alla volta di Bebeiddichan,  e
questo  il gran Can di Cataia.
Astrachan  citt ricca e opulenta,  ed  fontico  delli  Tartari;  dalla  qual
citt  tutto il paese circonvicino ha preso il nome,  e per il viaggio di dieci
giorni sotto Cazan, nella ripa di qua dal fiume Wolga, quasi appresso le bocche
del fiume  posta, bench alcuni dicono non esser cos,  ma per alcune giornate
esser distante.
Veramente  in quel luogo nel quale Wolga fiume in pi rami si divide,  li quali
dicono molti che sono settanta, e fa molte isole,  e con tante bocche entra nel
mar  Caspio,  e  con tanta copia d'acqua v'entra che alli spettatori di lontano
pare che sia un mare. Questa citt molti Citrahan la chiamano.
Di l da Wiatcham e  Cazan,  appresso  Permia,  abitano  li  Tartari  li  quali
Tumenschi,  Schibanschii  e Cosatzchii sono chiamati.  Delli quali i Tumenschii
abitano nelle selve, e non passano il numero di diecimila. Oltra di questo sono
ancora altri Tartari di l dal fiume Rha,  li quali soli,  perch nutriscono li
capelli,  Calmuchi  sono  chiamati;  e verso il mar Caspio la provincia,  detta
Schamachia,  dalla quale ha preso il paese il nome.  Questi Tartari in  tessere
vesti  di  seta sono eccellenti;  e la citt di questi  lontano per viaggio di
sei giorni da Astrachan citt,  la quale insieme con il paese il re  di  Persia
non molto tempo fa ha occupata.
Asoph  citt,  appresso  il  Tanai,  per  viaggio di sette giorni  distante da
Astracham; ma da Asoph, Tauris Chersoneso e spezialmente Precop citt  lontano
per viaggio di cinque giorni.  Ma tra  Cazan  e  Astrachan,  con  longo  tratto
appresso  il fiume Wolga fin al fiume Boristene,  sono campi sterili e deserti,
li quali luoghi i Tartari senza certe e ferme  abitazioni  abitano,  eccettuate
Asoph e Achas citt, la quale  dodici miglia sopra Asoph, appresso il Tanai, e
gli  altri Tartari vicini al Tanai minore,  li quali coltivano la terra e hanno
certe abitazioni. Da Asoph a Schamachia vi sono dieci diete.
Dall'oriente verso mezogiorno piegando,  circa alle Meotide paludi  e  il  mare
Ponto,  al fiume Cupa, il quale scorre nelle paludi, sono certi popoli chiamati
Aphgasi;  dal qual luogo sin al fiume Meruli,  il quale scorre nel  mare,  sono
certi monti li quali i Circassi o vero i Cichi abitano.  Costoro, dall'asprezza
delli monti confidatosi,  n alli  Turchi  n  alli  Tartari  danno  ubidienza;
nondimeno  li  Ruteni affermano questi Circassi esser cristiani,  vivere con le
sue leggi e nel culto e nelle cerimonie con li Greci  convenirsi,  e  usare  la
lingua  slavonica a celebrare le cose sacre.  Sono audacissimi corsari in mare,
percioch per li fiumi,  li quali corrono  dalli  monti  loro,  con  le  barche
scorrono nel mare: tutti quelli che passano spogliano, e specialmente quelli li
quali navigano da Capha in Costantinopoli. Di l dal fiume Cupa  Mengarlia, la
quale il fiume Eraclea bagna;  dapoi  Cotapis, la quale pensano alcuni che sia
Colchi.  Dopo questo si truova il fiume Phasi,  il quale,  prima  ch'entri  nel
mare,  non molto lontano dalla bocca fa una isola, detta Satabello, nella quale
 fama gi le navi di Iasone essere state. Di l da Phasi  Trapezus.
Dalle paludi di Tauris Chersonese, le quali dalle bocche del Tanai in longhezza
sono dette aver trecento miglia  italiani,  sin  al  capo  promontorio  di  San
Giovanni,  in  quella parte che pi sono propinqui vi sono solamente due miglia
italiane. In questa parte vi  Krijme citt, gi regno e sedia di Tauris, dalla
quale Krijmkii sono nominati. Dapoi, cavato tutto l'istmo,  cio la terra ferma
fra  due  mari  posta,  qual  era  di  spazio  di  mille e dugento passa,  alla
similitudine d'una isola, li re non Krijmschi ma Precopschii si chiamano, preso
il nome da quel cavamento,  percioch percop  in  lingua  slavonica  vuol  dire
cavato;  onde  appare un certo scrittore avere errato,  il quale scrisse ivi un
certo Procopio aver signoreggiato.  Tutto il Chersoneso da una  certa  selva  
partito per mezo: e quella parte la quale riguarda il mare, nella quale  Cafa,
nobile citt gi detta Theodosia, e colonia de' Genovesi, tutta  ora posseduta
dal Turco.  Ma Capha Maumetto,  il quale,  espugnato Costantinopoli,  distrusse
l'imperio de' Greci, a' Genovesi tolse;  l'altra parte della penisola i Tartari
posseggono.
Ma  tutti  li Tartari re di Tauris dalli re zawolhensi hanno l'origine loro;  e
quando alcuni di quelli per odio e sedizione furono cacciati del  regno,  e  in
nissun  luogo  vicino  ferma abitazione potero avere,  questa parte dell'Europa
occuporno,   e  della  ingiuria  ricordevoli  longamente  con   li   Zawolhensi
combatterono,  sin a tanto che,  al tempo de' nostri padri, regnando Alessandro
granduca della Litwania in Polonia,  Scheachmet,  re  delli  Zawolhensi,  nella
Litwania venne,  accioch,  confederatosi e legatosi con Alessandro e congionte
in uno le forze loro, Mahmetgieri, re di Tauris, scacciassero dal regno. Al che
fare l'un e l'altro delli due principi consent;  ma  conciosiach  i  Litwani,
secondo il lor costume, pi longo tempo di quel porta il dovere prolongavano la
guerra,  la moglie del re zawolhense e l'esercito suo,  impazienti per la longa
dimora e per il gran freddo,  solicitavano il lor re che,  lasciato  il  re  di
Polonia,  volesse in altro modo provedere alli casi suoi.  Ma la persuasione fu
senza frutto: per il che sdegnata la moglie,  lasciato  il  marito,  con  parte
dell'esercito se n'and a ritrovare Machmetgirei,  re delli Precopensi, e tanto
lo persuase che mand il suo esercito a profligare il resto della gente del  re
sawolhense,  suo marito.  Le quali genti dissipate e distrutte,  Scheachmet, re
delli Sawolhensi,  vedendo la sua infelicit e  disgrazia,  quasi  da  seicento
cavalli  accompagnato ad Alba citt,  la quale  posta appresso il fiume Thira,
con speranza d'aver soccorso dalli Turchi se n'and.  Ma,  conoscendo  ivi  non
esser sicuro,  a pena con la met delli sopradetti cavalli partitosi in Chiovia
pervenne, dove dalli Litwanii fu preso;  e per commissione del re di Polonia ad
Wilna condotto,  il re gli venne incontro e onorevolmente lo ricevette,  e alla
dieta che si faceva delli Poloni seco lo men, dove fu concluso di mover guerra
contra Mendligerei.  Ma conciosiach li Poloni in radunare l'esercito pi tempo
consumassero di quello che portava il dovere, il Tartaro, grandemente sdegnato,
di  nuovo  cominci  a pensar di voler fuggire,  e fuggendo a Trochij castello,
quattro miglia lontano da Wilna,  fu preso e menato indietro.  Io  lo  viddi  e
desinai seco una mattina. E questo fu il fine dell'imperio delli re sawolhensi,
con  li quali re parimente li re di Astracchan,  li quali da quelli medesimi re
avevano l'origine, insieme perirono.
Li quali cos oppressi ed estinti,  la potenzia delli  re  di  Tauris  a  tanta
grandezza pervenne ch'alle genti vicine era di non poco terrore e spavento,  di
modo che constrinsero il re di Polonia a  dar  loro  un  certo  stipendio  over
tributo,  con questa condizione per,  ch'egli in ogni sua occorrenza e bisogno
gli potesse chiedere aiuto e soccorso.  Similmente  il  principe  di  Moscovia,
mandati  presenti  e  doni al re di Tauris,  spera di farselo benevolo e amico,
percioch,  facendo essi continova guerra insieme,  ciascun di loro  pensa  con
l'aiuto  e  favore delli Tartari poter superare il compagno.  Il che conosciuto
dal barbaro re di Tartari,  e  ricevuti  presenti,  l'un  e  l'altro  con  vana
speranza nutriva.  Il che in quel tempo che io, in nome di Cesare Massimiliano,
appresso il principe di Moscovia trattavo di far fare la  pace  con  il  re  di
Polonia:  percioch non potendo il principe di Moscovia ridursi alle condizioni
giuste e ragionevoli della pace,  il re di Polonia corrupe il re precopense con
danari,  che  col  suo  esercito  assaltasse una parte della Moscovia,  ed egli
similmente dall'altra per la via d'Opotzkan moverebbe l'armi contra  Moscoviti.
Con  la  quale astuzia il re di Polonia sperava di poter astringere il principe
di Moscovia a far  pace  con  esso  lui:  il  che  esso  principe  di  Moscovia
considerando,  subito  mand  li  suoi  ambasciatori  al  re  de' Tartari,  che
trattassero con lui di muover guerra contra Lituani,  ed essendo  la  provincia
loro  vuota  d'ogni  timore  e nuda d'ogni presidio,  tutte le forze sue contra
questa rivoltare dovesse. Il consiglio del quale il re de' Tartari, avendo solo
rispetto al commodo suo, seguit, e cos, per le discordie di tali principi pi
potenti divenuto desideroso d'accrescere l'imperio suo,  a maggior cose  drizz
l'animo. E tolto in suo aiuto Mamai, principe nahaicense, nell'anno del Signore
1524,  del  mese  di gennaio,  in Tauris con l'esercito se n'and,  e ivi il re
d'Astrachan assalt,  e la citt di quello,  la quale  egli  da  paura  lasci,
assedi e prese, restando vittorioso.
Tra  questo  mezzo  Agis,  principe  delli  Nahaicensi,  il  suo fratello Mamai
riprende che abbia dato aiuto con le sue genti a un vicino tanto potente; oltra
di questo, l'ammonisce che abbia l'occhio alla potenzia del re Machmetgirei, la
quale ogni giorno cresceva,  e di tal sorte che forse sarebbe di danno a l'un e
l'altro,  rivoltando l'arme alli danni e ruine loro.  Per le quali parole Mamai
mosso,  avisa il fratello che con maggior quantit di gente ch'egli pu ne vada
a lui,  dicendo che, essendo Machmetgirei per il felice successo delle cose sue
fatto superbo e sicuro, senza altra paura vivendo, gli bastava l'animo di poter
liberare l'uno  e  l'altro  del  timore.  Agis,  ubidendo  all'ammonizioni  del
fratello,  al  tempo  ordinato  gli  promette  andare  a  ritrovarlo con il suo
esercito,  il quale teneva in ordine per difendere li confini del  regno  dalle
guerre.  La qual cosa intesa da Mamai,  subito avisa il re Machmetgirei che non
nutrisse il soldato con licenziosa disciplina sotto  il  tetto  e  che  non  lo
corrompesse,  ma che, lasciata la citt, pi presto nelli campi, come  usanza,
vivesse.  Al consiglio del quale accostandosi,  il re il  soldato  condusse  in
campo.  Agis  con  il  suo  esercito  vi  concorre,  e  insieme col fratello si
congiunge: li quali non molto dapoi il re  Machmetgirei,  nulla  cosa  di  male
pensando,  insieme  con il suo figliuolo Bathir soltan,  giovane di venticinque
anni,  all'improviso assaltorono e la maggior  parte  dell'esercito  di  quello
uccisero,  e  il  resto  rivoltorono  in  fuga,  e  dal  Tanai  fino  in Tauris
perseguendogli ammazzorono e fugorono in tutto.
Dapoi  Precop  citt,  la  quale  dissi  essere  nell'entrare  del  Chersoneso,
assediorno:  ma  tentate  tutte  le  cose,  e  veggendo che n per forza n per
rendersi la potevano pigliare,  tolto via l'assedio se ne ritornorono  a  casa.
Adunque  per opera di costoro il re d'Astrachan di nuovo ricuper il regno suo,
e le forze del regno di Tauris con Machmetgirei,  re fortissimo e  felicissimo,
afflissero  totalmente.  Morto Machmetgirei,  il suo fratello Sadachgirei,  con
l'aiuto  dell'imperatore  de'  Turchi,  alli  quali  egli  serviva,   il  regno
precopense  occup,  il qual,  delli costumi turcheschi ripieno,  chiare volte,
fuori del costume de' Tartari,  in publico veniva e dalli sudditi suoi poco era
veduto; onde dalli Tartari, li quali questa cosa insolita in un principe patire
non potevano,  fu cacciato fuori del regno,  e in luogo di quello il suo nepote
fu posto.  Dal quale essendo Sadachgirei suo zio preso,  pregava il nipote  che
nel  sangue  suo  non  s'incrudelisse,  ma  che  avesse  misericordia della sua
vecchiaia, e volontariamente privossi del regno,  e al nepote tutta la signoria
concesse,  pregandolo  che  si contentasse che abbia almeno il nome e titolo di
re.
Li nomi delle dignit appresso li Tartari sono questi: chan,  come ho detto  di
sopra,  vuol dir re; solta, figliuol di re; bij, duca; mursa, figliuol di duca;
olboud,  nobile,  o vero consigliero;  olboadulu,  figliuolo di qualche nobile;
seid,  supremo sacerdote;  ksi,  uomo privato; ulan, la seconda dignit dopo il
re; percioch li re delli Tartari hanno quattro uomini,  il consiglio de' quali
usano  nelle  cose  pi  gravi  e  importanti,  e di questi il primo  chiamato
schirni, il secondo barni, il terzo gargni, il quarto tziptzan.
Sin qui avemo detto delli Tartari: ora  della  Lituania  vicina  alla  Moscovia
ragionaremo.


Della Littuania.

La  Lituania    vicina  alla  Moscovia:  ma  ora  io non parlo solamente della
provincia, ma eziamdio dell'altre regioni propinque a quella, le quali sotto il
nome della Lituania sono comprese.  Questa provincia  con  longo  tratto  dalla
citt detta Circass, la quale  posta al fiume Boristene, fino in la Livonia si
distende. Li Circassi abitatori del Boristeno sono ruteni, diversi da quelli li
quali vi ho detto di sopra abitare appresso il mare nelli monti.  A questi,  al
tempo nostro,  signoreggiava Eustachio Tascowitz,  il quale con Machmetgirei re
esser  andato  in  Moscovia  vi ho detto di sopra.  Costui era uomo peritissimo
nella guerra,  d'astuzia singolare,  e bench avesse commerzii continovi con li
Tartari, nondimeno spesse volte quelli vinse e fug, e il principe moscovitico,
del quale alcuna volta era stato prigione, in grandissimi pericoli condusse.
Quell'anno  che  noi  eravamo  in  Moscovia  con  maravigliosa  astuzia fug li
Moscoviti,  e per mi pare cosa degna e onorevole a scriverla in questo  luogo.
Questo  Eustachio  condusse  certi  Tartari  in  Moscovia,   vestiti  in  abito
lituanico, nelli quali, come nelli Lituani,  senza paura li Moscoviti dover far
impeto  sapeva esso.  Poste le insidie,  gli agguati,  nelli luoghi opportuni e
necessarii, aspettava che li Moscoviti dessero dentro. Li Tartari, saccheggiata
parte della Sewera provincia,  verso la Litwania pigliarono il cammino;  e indi
mutato  il  viaggio andorono alla lor via li Moscoviti,  pensando quelli essere
Litwani.  Desiderosi di far vendetta,  con grande impeto diedero  dentro  nella
Litwania  e  quella  depredorono;  e  carichi  di  molte  prede  nella Moscovia
ritornando,  furono dal sopradetto Eustachio colti in mezo tutti e  tagliati  a
pezzi. La qual cosa conosciuta, il principe moscovitico subito mand oratori al
re   di   Polonia,   li  quali  della  ricevuta  ingiuria  appresso  quello  si
lamentassero; alli quali oratori rispose il re li suoi soldati non averli fatto
ingiuria niuna, ma della ingiuria ricevuta aver fatto vendetta.
Sotto i Circassi non sono abitazioni di cristiani. Appresso le bocche del fiume
Boristene  Otzakhow castello e citt, 40 miglia lontana da' Circassi, la quale
citt il re di Tauris, gi non molto tempo al re di Polonia tolta, possedeva; e
al presente il Turco la tiene.
Da Otzakow ad Alba, circa la bocca del fiume Thira, la qual anticamente  detta
Moncastro, sono quattordici miglia; da Otzakow in Precop quattordici miglia; da
Cercas,  circa il Boristene,  a Precop quaranta miglia.  Sopra i Circassi sette
miglia per il Boristene montando la citt di Caijnow si trova,  dalla quale per
spazio di diciotto miglia  la vecchia Chiowia,  citt principale della Russia,
la  quale  esser  stata  magnifica  e  regia  le ruine della citt e le memorie
antiche che vi si veggono manifestano.  Si veggono sino al tempo d'oggi,  nelli
monti vicini, le vestigie delle chiese e delli monasterii destrutti e desolati.
Oltra  di  questo  vi  sono molte caverne,  nelle quali antichissimi sepulcri e
corpi in quelli non ancora consumati sono veduti.  Da uomini degni di  fede  ho
inteso le fanciulle ivi,  dopo sette anni, rare volte servare castit, e di ci
varie ragioni ho udite, delle quali niuna mi ha satisfatto;  che a lor voglia 
permesso  alli mercatanti servirsene,  ma menarle via no,  percioch,  s'alcuno
fusse ritrovato con una fanciulla menata via,  e della  vita  e  delli  beni  
privato, eccetto se la clemenza del principe in ci non l'aiutasse. Evvi ancora
una  legge  che  vuole  che  tutti  li beni delli mercanti forestieri quali ivi
morissero vadano overo al re overo al suo prefetto.  Il che ancora appresso de'
Tartari  e  de'  Turchi  chiovensi  s'osserva.  Appresso  di Chiowia  un certo
monticello per il quale,  per certa via alquanto difficile,    da  passare  a'
mercatanti:  nel  montare  del  quale  se  per sorte qualche parte del carro si
spezza,  le cose le quali nel carro erano portate vanno al fisco.  Tutte queste
cose  messer  Alberto  Gastol  palatino,  luogotenente  nella  Litwania  del re
wilnense, mi rifer.
Da Chiowia ascendendo per il Boristene per spazio  di  trenta  miglia,  Mosier,
appresso  il  fiume  Prepetz,  il  quale  per  dodici  miglia sopra Chiowia nel
Boristene scorre, si truova.  Il fiume Thur,  il quale  pescareccio molto,  in
Prepetz fiume mette capo.  Ma da Mosier a Bobranzko 30 miglia, e di l montando
per 25 miglia, si perviene in Mogilew, e da qui Orsa per sei miglia  distante.
Tutti questi luoghi gi detti appresso  il  fiume  Boristene  sono  del  re  di
Polonia,  cio  quelli  che  sono  nel  lito  occidentale;  e  quelli  che sono
all'oriente al  principe  di  Moscovia  sono  sottoposti,  eccetto  Dobrowna  e
Mitislaw, quali sono sotto la giurisdizione della Litwania.
Trapassato  il  Boristene,  per  spazio di 4 miglia a Dobrowna,  e di l per 20
miglia a Smolenzko  si  perviene.  Da  Orsa  facessimo  il  nostro  viaggio  in
Smolenzko, e di l fino in Moscovia.
Borisowo  citt per vintidue miglia in occidente  lontana da Orsa,  di dove il
fiume Beresina,  il quale sotto Bobrantzko nel Boristene  scorre,  trapassa.  
questo  fiume Beresina,  come ho veduto con gli occhi,  alquanto pi grande del
Boristene, appresso di Smolentzko. Io penso certo questo fiume Beresina, il che
ancora il suono del vocabolo dimostra,  dagli antichi essere avuto per il fiume
Boristeno, percioch, se riguarderemo alla descrizione di Tolomeo, Beresina pi
si convenir con li fonti che con Boristeno, il quale chiamano Nieper.
La  Litwania  quali  principi abbia avuti e quando sotto la religione cristiana
sia venuta,  a bastanza  stato detto.  Le cose di questa gente sino alli tempi
di  Witoldo  sempre fiorirono.  Se gli  mossa la guerra contra,  e che debbano
difendere le cose loro contra la forza degli nimici,  chiamati,  pi presto  ne
vengono  alla  guerra con certa ostentazione che instrutti con grande apparato;
ma, fatta la risegna, presto si partono,  e quelli che restano,  mandati a casa
li  cavalli e li vestimenti megliori,  con li quali ben vestiti s'avevano fatto
scrivere per soldati, con pochi quasi constretti seguitano il capitano.  Ma gli
uomini  grandi,  li  quali  sono costretti a mandare un certo numero di soldati
alle lor spese,  dato il danaro al capitano francano e restano a casa: e questa
cosa  si  fa senza alcuna vergogna,  di modo che li prefetti e i capitani della
milizia publicamente per il campo fanno proclamare,  se alcuni vi  fossero  che
volessero  ritornare  a  casa,  che  numerino il danaro,  e liberamente possano
ritornare.  Ma  tanta la licenzia tra costoro di fare tutto ci che gli  piace
che non sono veduti usare una libert temperata, ma prosuntuosa e temeraria. Li
beni delli principi loro in tanta libert possedevano che, quando essi principi
nella  Litwania  ne  venivano,  con  le  sue entrate non potevano vivere se con
l'aiuto delli suoi provenzali non erano sostentate.  L'abito di questa gente  
longo;  usano l'arco,  secondo li Tartari,  e la lancia e il scudo,  secondo il
costume degli Ongheri. Hanno buoni cavalli, e quelli castrati e senza ferri,  e
quelli con certi freni teneri e facili constringono.
Wilna  capo della gente,  citt grande e fra li colli posta, appresso il corso
del fiume Welio e Wilna.  Ma Welia,  un miglio pi sotto  a  Wilna,  nel  fiume
Cronone entra, e Cronone Grodno citt, dal nome suo non molto dissimile, bagna,
e li Pruteni, gi a l'ordine teutonico sottoposti, dalli Samogiti in quel luogo
dove  il  mare  Germanico  scorre divide;  dove  citt di Mumel,  percioch li
Germani Cronon Memel col vocabulo della patria Nemen chiamano. Ora alli Pruteni
Alberto,  marchese di  Brandenburgo,  dapoi  che  egli  al  re  di  Polonia  si
sottopose,  deposta  la  croce  e l'ordine signoreggia.  Wilna citt  cinta di
mura, e ha dentro tempii e case di pietra fabricate. Ha la sedia episcopale, la
quale allora Giovanni, figliuolo naturale del re Sigismondo,  uomo di singulare
umanit ornato,  teneva,  e noi nel nostro ritorno umanamente ricevette in casa
sua.  Oltra di questo vi  la chiesa parrochiale e alcuni altri  monasterii,  e
specialmente un luogo delli frati osservanti di San Francesco, bellissimo e con
grandissime spese fabricato. Nondimeno vi sono molto pi tempii sottoposti alla
ubidienza  delli Ruteni che alla romana.  Nel principato della Litwania vi sono
tre  vescovati  della  romana  ubidienza,   cio  wilnensia,   di  Samogizia  e
chiowiense.  Li vescovati ruteni nel regno di Polonia e nella Litwania,  o vero
nelli suoi territorii,  sono l'arcivescovo che sta ora in Wilna,  il polocense,
il wolodimerense, il lucense, il pinski, il chomense, il premisliense, etc.
Li  Litwani  fanno  buon  guadagno di mele e di cera,  percioch di quelli sono
abondanti,  e gran copia di questa mercanzia sono portate a Gedano e  dapoi  in
Olandia. Similmente la Litwania ha pece e tavole da fabricare navi, ed eziandio
gran  copia  di  formento;  ma  non  ha  sale  e lo compra in Bretagna.  Quando
Cristierno fu cacciato del regno della Dania,  e che 'l  mare  era  di  corsari
ripieno,  il sale non di Bretagna ma della Russia era portato,  il che eziandio
usano sino al tempo presente.
A' tempi nostri appresso li Litwani due uomini nell'arte della guerra chiari ed
eccellenti sono stati: il capitano Constantino Ostrochi,  il  quale  per  molte
vittorie  acquistate  contra  a  Walacho dal principe moscovito e da li Tartari
felicissimo  riputato; e il capitano Michael Linski, il quale,  essendo ancora
giovane,  in Germania venne con Alberto,  duca della Sassonia,  e in quel tempo
per commissione d'esso duca Alberto nella  Frisia  andando,  dicono  che  tanto
valorosamente  per  ogni grado della milizia si port che acquist nome di gran
capitano.  Dapoi,  delli costumi  germanici  ripieno  essendo  ritornato  nella
patria,  appresso  il  re  Alessandro  fu  di  tanta  auttorit che 'l re tutte
l'imprese ardue e difficili  secondo  il  suo  giudicio  e  parere  faceva.  Ma
intervenne  che  per  causa del re venne in discordia con Giovanni Sawersinski,
palatino trocense; ma dapoi,  rassettate le cose,  in vita del re tutte le cose
quietamente  passavano.  Ma,  morto il re,  l'odio ancora restava nell'animo di
Giovanni,  percioch per causa del capitano  Michaele  era  stato  privato  del
palatinato,  e per Giovanni e gli altri amici suoi appresso Sigismondo re,  il
quale era successo ad Alessandro, accusarono il capitano Michele di ribellione.
La qual ingiuria Michele non potendo sopportare,  spesse volte ne  ragion  col
re,  e pregollo che in giudicio fosse veduta e conosciuta la differenza fra lui
e Giovanni Sawersinski;  ma il re sopra ci non gli diede troppo grata udienza.
Onde egli mosso, and in Ongheria, e da Wladislao, fratello del re; dal quale e
lettere  e oratori a pregare il re sopra la causa detta ottenne,  nondimeno non
pot cosa alcuna impetrare.  Onde sdegnato,  disse al re che un giorno  farebbe
tal fatto e operazione che e a lui e a se stesso sarebbe di dolore e pianto;  e
tutto d'ira e sdegno ripieno se ne ritorn a casa. E uno delli suoi fidatissimo
con  lettere  e  commissioni  mand  alla  volta  del  principe  di   Moscovia,
scrivendogli:  "Se  tu  mi  prometti sicura e libera potest di venire alla tua
presenza, e sopra di ci scriverai lettere, insieme con giuramento, ti prometto
dover esserti d'onore e grandissima utilit,  e con  le  fortezze  che  possedo
nella  Litwania  voglio a te darmi".  Onde il principe moscovitico mosso,  come
quello che la fortezza e la destrezza di tal uomo conosceva, n'ebbe grandissima
allegrezza e  consolazione,  e  tutte  quelle  cose  le  quali  egli  dimandava
concesse,   sopra  ci  scrivendo  come  esso  desiderava  e  aggiungendovi  il
giuramento.
Avendo il capitano ottenute tutte le cose  appresso  il  principe  di  Moscovia
secondo  'l  desiderio  suo,  era  tutto  ardente di far le sue vendette contra
Giovanni Sawersinski,  il quale allora era nella  sua  villa  appresso  Grodno,
nella  quale io dapoi una notte alloggiai;  e ritrovata l'occasione,  con tutto
l'impeto suo a tal impresa si pone, e, accioch 'l nimico scampare non potesse,
pose le guardie delli suoi soldati atorno le case del nimico,  e poi mand  uno
delli  suoi  soldati il quale il nimico suo nel letto ammazzasse.  La qual cosa
secondo 'l desiderio suo ottenuta, alla volta del castello detto Miensko con il
suo esercito se n'and,  e si sforz di pigliarlo,  o vero per forza,  o vero a
patti.  Ma  in ci indarno affaticandosi,  altri castelli e altre cose cominci
assalire.  Tra tanto,  intendendo le genti del re  venire  incontro  a  lui,  e
conoscendo  essere  di  gran lunga inferiore a quello,  lasciata l'oppugnazione
delli castelli in Moscovia  se  n'and,  dove  dal  principe  onorevolmente  fu
ricevuto,  percioch sapeva la Litwania non avere un uomo simile a quello. Onde
cominci aver grandissima speranza di potere,  con il consiglio,  con l'opra  e
con  l'industria  di  costui,  farsi  padrone di tutta la Litwania;  della qual
speranza totalmente non fu ingannato,  percioch,  communicati  con  quello  li
disegni suoi, di nuovo Smolenczko, nobile principato della Litwania, assedi, e
quello  pi presto per industria di quest'uomo che per forze pigli.  Percioch
solo Michele alli soldati li quali erano alla guardia ogni  speranza  di  poter
difendere  la citt con la sua presenza lev,  e quelli parte con paura e parte
con promesse che dessero il castello lusing.  Il che  pi  arditamente  e  con
maggior  sforzo  faceva  percioch Basilio gli prometteva di dovergli concedere
perpetuamente il castello con tutta la provincia vicina,  se egli glielo faceva
perdere.   Delle   quali   promesse  il  principe  moscovitico  dapoi  fu  poco
ricordevole;  e quando il capitano gli diceva che si ricordasse della  promessa
fede, egli con vana speranza lo nutriva e beffava.
Onde  Michele sdegnato,  e tenendo ancora dentro il petto suo la memoria del re
Sigismondo,  sperava facilmente poter conseguire la grazia di quello per  opera
degli amici,  qual egli aveva nella corte sua.  E cos uno delli suoi,  persona
fidatissima, al re mand pregandolo,  se l'avesse offeso,  che gli perdonasse e
che  gli  prometteva  di voler ritornare.  Questa ambasciata fu grata al re,  e
subito comand che fossero al noncio date le lettere che egli dimandava,  della
fede  publica.  Ma  conciosiach  Michele  delle  lettere del re non si fidasse
molto,  accioch pi sicuramente ritornare potesse,  da Georgio  Pisbeck  e  da
Giovanni di Rechenberg,  cavallieri germani,  quali di tanta auttorit appresso
il re e suoi consiglieri essere sapeva che potevano costringere il  re,  ancora
che  non  avesse  voluto,  a  osservare  la  promessa fede,  simili lettere con
grand'instanza dimand e impetr.  Ma essendo il noncio di  questa  cosa  nelle
guardie di Moscovia capitato,  fu preso; e saputa la cosa dal principe, comand
che Michele fosse preso.
In questo medesimo tempo un certo gentiluomo  della  famiglia  delli  Trepkoni,
giovane polono, era stato mandato dal re Sigismondo in Moscovia per parlare col
capitano Michele,  e,  accioch le commissioni del re pi commodamente esequire
potesse, fingeva d'essere fuggitivo; e anche costui fu preso,  e dicendo essere
fuggitivo  e  non  se  gli  prestando  fede,  fu tanto secreto che eziandio per
tortura grande non volse rivelare cosa alcuna.
Essendo Michele condotto al conspetto del principe in Smolentzko,  il  principe
gli  disse: "Uomo di poca fede,  io son per darti pena degna e conveniente alli
meriti tuoi";  al quale rispondendo,  il capitano disse: "La poca fede  che  tu
m'opponi  io non conosco: percioch,  se m'avesti servata la fede e le promesse
fatte, tu averesti avuto il pi fedele servitore di tutti gli altri della corte
tua.  Ma vedendoti fare poca stima  della  data  fede,  ed  essere  io  beffato
totalmente  da  te,  molto  mi  doglio non aver potuto esequire quelle cose che
avevo nell'animo contro di te.  Io sempre ho disprezzato la morte,  e nondimeno
ora ella mi sar cara,  per non veder pi il volto di te,  tiranno". Dapoi, per
commissione del principe, in presenza del popolo fu condotto in Wiesma, dove il
capitano generale della guerra,  gettate l in mezzo  alcune  pesanti  e  gravi
catene con le quali egli era da esser legato e incatenato,  disse: "Michel,  tu
sai che al principe nostro,  mentre fedelmente lo  servivi,  tu  eri  in  somma
grazia e benevolenza;  ma poi che tu hai voluto ingannarlo, questo presente per
li meriti tuoi ti dona".  E comand che con le catene  fosse  legato.  Michele,
mentre  in  presenza  di  tanta  moltitudine  era  con  le  catene  circondato,
rivoltatosi al popolo disse: "Accioch, o spettatori,  una falsa fama della mia
cattura  non  sia  sparsa  appresso di voi,  con poche parole vi far intendere
quello ch'io abbia fatto e per qual cagione io sia fatto prigione, accioch col
mio esempio possiate intendere qual principe voi  avete,  e  quel  che  di  lui
sperare debbiate".
Cos cominciando a parlare, tutto l'ordine del suo viaggio nella Moscovia, e le
lettere date e ricevute, il giuramento e le promesse fattegli dal re e la rotta
fede  riferiva,  e  che ultimamente,  ritrovandosi ingannato e per questa causa
volendo ritornare nella patria, essere stato preso;  onde,  conoscendo essere a
torto ingiuriato,  volentieri si sottometteva alla morte,  specialmente sapendo
che la morte naturalmente  comune a tutti.
Questo capitano era di corpo forte e d'ingegno atto a tutte le  cose,  e  molto
valeva  di  consiglio,  ed  era  idoneo  e sofficiente nelle cose d'importanza,
giocose e gravi.  Onde per tal destrezza d'animo molta auttorit e  riputazione
appresso molti,  e specialmente appresso li Germani, dove s'era allevato, aveva
acquistato.  Nel tempo che 'l re Alessandro signoreggiava,  cos  valorosamente
proflig  li Tartari che dalla morte di Witoldo in qua i Litwani mai pi ebbero
s bella vittoria. Questo capitano dalli Germani,  con voce boema,  pan Michele
si  chiamava;  e  da principio seguit nella fede il costume greco,  e dapoi il
romano. Ed essendo in prigione, accioch facesse cosa grata al principe,  e per
placare  l'ira  e  indignazione  sua,  di  nuovo  al  costume e religione greca
ritorn.  Per la liberazione di costui,  essendo noi in Moscovia,  molti uomini
degni, e specialmente la consorte del principe, la quale gli era nezza da canto
del fratello, appresso il principe s'affaticavano molto. Intercedeva ancora per
costui Massimiliano imperatore,  e sopra di ci nella prima mia legazione mand
lettere particolarmente,  per le quali lettere nondimeno non  fu  fatto  frutto
alcuno.  Ma nell'altra mia legazione,  trattandosi della liberazione di quello,
spesse volte io ero interrogato se io conoscessi  tal  uomo,  e  io  rispondevo
d'aver  udito  solamente  il  nome  di  quello,  pensando  questa cosa dovergli
giovare.  Cos fu liberato,  e avendo il  principe,  vivendo  ancora  la  prima
consorte,  presa  per moglie una sua nipote,  tanta speranza poneva in esso che
credeva li suoi figliuoli per il valore di quest'uomo  dover  essere  sicuri  e
liberi  nel regno dalli fratelli,  e lo lasci per testamento tutore delli suoi
figliuoli. Ma dapoi,  essendo morto il principe moscovitico,  e vedendo Michael
che la vedova era alquanto lasciva, la riprese: onde sdegnata la donna l'accus
di tradimento nel regno,  e cos fu preso e infelicemente termin sua vita. Non
molto dapoi dicono che  similmente  la  donna  fu  avvenenata  e  mor,  e  che
l'adultero suo, detto Owtzi, fu lacerato e squartato in pezzi.
Wolinia,  fra  li  principati  della  Litwania,  ha  gente  pi bellicosa e pi
armigera di tutte l'altre.
La Litwania  piena di selve: ha paludi grandi e molti fiumi,  delli quali Bog,
Prepetz, Thur e Beresina alla volta dell'oriente nel fiume Boristene entrano; e
Boh, Cronon e Narew verso il settentrione vanno. Ha la Litwania aere cattivo, e
animali  piccioli d'ogni sorte;  abbonda di formento,  ma chiare volte le biade
pervengono alla perfetta maturit.  La  gente    misera  e  di  grave  servit
oppressa,  percioch a ciascuno con molti servitori  lecito entrare in casa di
ciascun abitante nelle ville,  e pu fare ci che vuole,  rapire e consumare le
cose  necessarie  al  vivere,  e ancora il padrone di casa crudelmente battere.
Agli uomini di villa non  lecito per picciola cosa andare  alli  suoi  padroni
senza qualche presente;  e se per sorte sono ricevuti, si mandano a parlare con
li fattori e altri officiali di casa, li quali similmente, se non hanno qualche
presente,  niente  deliberano.  E  questa  condizione  non    solamente  delli
pover'uomini,  ma eziamdio de' nobili,  se per sorte vogliono impetrare qualche
cosa dalli pi grandi.  Io ho udito dire da un delli pi  principali  officiali
che  fusse  l,  ciascuna parola nella Litwania essere oro.  I Litwani ogn'anno
pagano gravezze per difendere li confini del regno, e alli padroni ancora oltra
'l censo per sei giorni la settimana faticano.  Al parocchiano,  quando  menano
moglie,  o vero quando ella muore, e similmente quando nascono figliuoli o vero
muoiono,  e nel tempo di confessarsi,  sono obligati  a  dare  certa  somma  di
danari.  Sotto  s dura servit sono stati ritenuti dal tempo di Witoldo fino a
questo giorno che,  se per sorte alcuno  condannato che gli  sia  tagliata  la
testa,  da  se  medesimi  bisogna  che pigli il supplicio;  il che se per sorte
ricusasse di fare, crudelmente  battuto e inumanamente  scarnificato, e dapoi
finalmente  fatto morire. Da questa severit  che,  se 'l giudice minaccia al
reo che prolonga la espedizione,  dicendo solamente: "Affrettati, che 'l signor
si adira",  il misero,  temendo le gravissime battiture,  col laccio finisce la
sua vita.


Delle fiere.

Le  fiere  nella  Litwania,  oltra  quelle le quali eziandio si ritrovano nella
Germania, sono queste, cio i bisonti, gli uri, gli alci, li quali alcuni asini
salvatichi chiamano,  e cavalli  salvatichi.  Il  bisonte  col  nome  patrio  
chiamato  suber,  e in tedesco aurox o vero urox.  L'onagro animale i Poloni lo
chiamano, e li Germani, ellend o ver loss. Questo animale  pi alto del cervo,
con gli orecchi longhi,  e per le nari e per le corna  niente    disimile  dal
cervo;  ma se alcuno,  per la etimologia del nome,  questo onagro vorr che sia
l'asino silvestre,  in quanto alla forma non pu essere,  percioch  li  onagri
hanno  l'onghie  tagliate,  bench  a' tempi nostri sono stati ritrovati onagri
eziandio con l'onghie salde e non tagliate;  le quali  onghie  alcuni  sogliono
portare adosso per remedio contra il morbo caduco.  Hanno le corna larghe, sono
velocissimi nel corso, ma non gi come gli altri animali,  ma alla similitudine
d'un  cavallo che senza molestia alcuna cammina,  e con veloce passo similmente
il corso loro finiscono. Gli uri, quali gli abitatori thur,  li Germani bisonti
chiamano,  solamente in Mazovia si ritrovano: ed  simile al bove negro,  ha le
corna pi longhe che non ha il bisonte.  N ti muova punto la parola  germanica
la quale l'uro chiama il bisonte e il bisonte l'aurox, percioch si legge nelli
Commentarii  di  Cesare  li  Germani  gi  li corni delli uri in luogo di tazze
onorevoli aver usato,  il qual uso eziandio sino al tempo  d'oggi  li  Samogiti
osservano.  Le  corna  delli  uri,  le  quali  ancora al tempo nostro in alcuni
tempii,  d'oro e d'argento ornate  come  cose  rare,  si  ritrovano,  sono  per
longhezza  e per colore delli corni dell'animale bisonte alquanto pi corti,  e
non atti a far tazze; e facilmente si scielgono dagli altri.
Nelli campi vicino al Boristene,  Tanai e Rha si truova una pecora salvatica la
quale  li  Poloni  solhac,  li Moscoviti seigacle chiamano,  di grandezza d'una
capretta,  con pi corti piedi: ha li corni dritti in alto e macchiati d'alcuni
cerchietti,  delli quali li Moscoviti fanno manichi di coltello trasparenti;  
di veloce corso, e di grande e alto salto.
La Samogizia  vicina alla  Litwania,  nel  settentrione  alla  banda  del  mar
Balteo; la Prussia dalla Liwonia per spazio di quattro miglia germanici divide,
e  non  ha  alcuna  citt  o  fortezza  nobile  e famosa.  Al governo di questa
provincia  posto dal principe della Litwania un governatore,  il quale in  lor
lingua starosta,  cio vecchio,  chiamano;  e da quest'officio non  rimosso se
non con gravissima cagione, ma dura mentre vive. Questa provincia ha il vescovo
sottoposto al pontefice romano.
Quivi   degno  d'ammirazione  che,  essendo  gli  uomini  di  statura  grande,
nondimeno ora figliuoli di grandezza di corpo grande,  e ora figliuoli piccioli
e quasi nani sogliono generare.  Questi Samogiti usano un vestimento  vile,  di
color cinericio,  abitano in case umili e basse, ma longhe, e fanno il fuoco in
mezzo.  Al quale sedendo il padre di  famiglia  li  suoi  armenti  e  tutta  la
massaria  di casa vede,  percioch sogliono sotto un medesimo coperto abitare e
avervi gli altri animali senza altra separazione.  Li  grandi  usano  li  corni
delli uri in luogo di tazze;  sono uomini audaci e pronti alla guerra,  e usano
le corazze e altre armi, e spezialmente il cuspide corto, alla similitudine de'
cacciatori.  Hanno cavalli cos piccioli che a pena par  cosa  incredibile  che
possano  resistere  alla  fatica,  servendosene  essi in guerra e in lavorare i
terreni.  Rompono la terra non col ferro,  ma col legno,  il che tanto pi  da
maravigliarsi  per  essere  la terra di quelli tenace e non arenosa,  e dove il
pino mai cresce. Quando sono per arare la terra tolgono pi legni,  quali usano
in  luogo del vomere,  accioch,  mancando uno,  possano pigliare l'altro.  Uno
delli governatori della provincia,  accioch alli provinciali cos gran  fatica
levasse,  aveva fatti portare molti vomeri di ferro; ma conciosiach quell'anno
e gli altri seguenti le biade,  per la intemperanzia del  cielo,  al  desiderio
degli  agricoltori  non  rispondessero,  tale  sterilit  alli  vomeri di ferro
attribuivano, onde il governatore, dubitandosi di qualche sedizione,  tolto via
il vomere di ferro gli concesse che come prima la terra coltivare dovessero.
Questa  provincia  abbonda  di  boschi  e  di  selve,  nelle quali alcuna volta
orribili visioni sogliono essere. Sono eziamdio in quel luogo pi idolatri,  li
quali  certi  serpenti da quattro piedi corti,  a similitudine di lucerte,  col
corpo negro e grasso,  di longhezza di due palmi,  come di  domestici  in  casa
nutriscono,  e  quelli  giwoiti  dicono,  e  con  certo  timore  gli  hanno  in
venerazione,  e,  se qualche cosa  contrario  gl'interviene,  dicono  che  tali
animali non sono stati bene pasciuti.
Nel primo mio viaggio, tornando di Moscovia, essendo in Troki pervenuto, quello
che m'alberg mi refer s,  quel medesimo anno ch'io era l,  da un certo uomo
cultore del serpente aver comprato  alcuni  alvearii  d'api;  e  avendolo  egli
persuaso  che,  lasciata  quella  vana  superstizione,  al vero culto di Cristo
venisse,  e che ammazzasse quel serpente  il  quale  adorava,  alquanto  dapoi,
essendo  egli  venuto  a  vedere le sue api,  lo vidde con la faccia difforme e
brutta,  e con la bocca sino alle orecchie miseramente tirata.  E  dimandatogli
perch cos fosse divenuto,  rispose perch aveva avuto ardimento d'uccidere il
serpente suo dio,  per questa causa essere punito di questa calamit e miseria,
per purgazione del suo peccato: e molto pi gravi supplicii e pene dover patire
quando  alli riti e costumi della sua profana religione non ritornasse.  Queste
cose, bench non sono state fatte nella Samogizia, ma nella Litwania, nondimeno
per uno esempio ho voluto addurle.
Dicono che in nissun luogo si truova miglior mele,  pi nobile e  pi  puro,  e
separato  dalla  cera,  e  che  sia  di  pi  bianchezza  di quello che  nella
Samogizia. Il mare il quale la Samogizia bagna (il quale alcuni Balteo,  alcuni
Germanico,  altri  Prutenico,  alcuni Venetico;  li Germani,  alludendo al nome
Balteo,  Pelts chiamano) propriamente  sino    chiamato,  percioch  bagna  il
Cimbrico Chersoneso, il quale oggid li Germani Iuchtland e li Latini, tolto il
nome  da  quello,  Iucia  chiamano.  Bagna ancora la Germania,  la quale Bassam
dicono,  cominciando da  Holsatia,  che  tocca  la  Cimbrica,  dapoi  la  terra
lubicense,   la  Vismaria  e  Rostok,  cittadi  delli  granduchi  magnopolensi;
similmente tutto il tratto della Pomerania,  il  che  il  nome  di  quel  luogo
dimostra,  percioch  pomeria  in  lingua  slavonica   quel medesimo che se tu
dicessi appresso il mare, overo cosa maritima.  Bagna ancora la Prussia,  della
quale    citt  principale Gdano,  il quale Gedano e Dantisco si chiama,  ed 
sedia del duca di Prussia;  il qual luogo li Germani chiamano Monte  Regio.  In
quel luogo,  a certo tempo dell'anno,  l'ambre, notando sopra 'l mare, con gran
pericolo degli uomini per rispetto del  crescere  e  discrescere  del  mare  si
pescano.  La Samogizia a pena per spazio di quattro miglia tocca,  e finalmente
con longo tratto la Litwania,  e quella parte la quale il volgo Kurland  o  ver
Cureti chiama, e le regioni le quali sono sottoposte al prencipe di Moscovia, e
finalmente  la  Winlandia,  la  quale  sotto il dominio delli Swetensii,  dove
eziandio molti pensano questo mare aver preso il nome Venedico,  bagna intorno.
Dall'altra  parte  tocca  la  Swezia.  Tutto  il regno della Dania,  il quale 
principalmente d'isole,  in questo mare  contenuto,  eccettuate per  Iucia  e
Scandia, le quali alla terra ferma s'accostano.
Gotlandia  isola,  sottoposta  al  regno di Dania,   anch'essa in questo sino;
della qual isola molti pensavano essere venuti li Goti,  il che non penso,  per
essere  pi  stretta  di quello che avesse potuto capire tanta gente.  Oltra di
questo,  se li Goti fossero venuti fuori della Scandia,  sarebbe stato mestiero
che fossero ritornati di Gotlandia in Swezia,  e di nuovo con torto viaggio per
Scandia: il che non  verisimile.  In Gotia isola ancora  si  vedono  le  ruine
della  citt  Wijsby,  nella quale tutte le liti e controversie delli naviganti
che per quel luogo passavano erano conosciute  e  terminate,  e  similmente  le
cause e le differenzie delli luoghi maritimi lontani ivi erano definite.
La Liwonia provincia in longhezza per la costa del mare si distende, e la citt
principale  di  questa   Riga,  nella quale il maestro dell'ordine teutonico 
principale. In questa provincia, oltra l'arcivescovo rigense, vi sono ancora li
vescovi rivaliense e ossiliense. Ha molte citt, e spezialmente Riga,  appresso
il  fiume Dwina,  non lontano dalle bocche,  e Rewalia,  e Derbten.  Rewalia li
Ruteni Roliwam,  e Derbt Juryowgorod chiamano,  e Riga il nome suo in  l'una  e
l'altra  lingua ritiene.  Ha fiumi navigabili,  Rubone e Nerwa.  Il principe di
questa provincia,  li fratelli dell'ordine,  delli quali li primi  commendatori
sono chiamati, similmente li nobili e li cittadini sono quasi tutti germani. La
plebe,  s come tre lingue suole usare, cos in tre ordini over trib  divisa.
Delli principati iuliacensi,  geldrensi e monasteriensi di Germania ogni anno e
nuovi  servitori  e  nuovi soldati sono condotti nella Liwonia: delli quali una
parte in vece di quelli che sono morti,  altri nel luogo di quelli succedono li
quali,  finito  l'officio  annuale,  come  fatti  liberi  tornano nella patria.
Abondano di bella razza di cavalli,  e sono s fermi e s gagliardi che sin ora
le  nimiche  e frequenti scorrerie nelli campi loro,  s del re di Polonia come
del granduca di Moscovia, fortemente hanno sostenuto e gagliardamente da quelle
si sono difesi.
Nell'anno del Signore 1502, nel mese di settembre, Alessandro,  re di Polonia e
granduca  della  Litwania,  con certi patti e promissioni il maestro liwoniense
Walthero a Pleterberg indusse che col suo esercito bene ordinato  le  provincie
del duca di Moscovia assalisse,  promettendogli che,  subito ch'avesse le terre
nimiche toccate,  esso con grandissimo esercito venirebbe in favore di  quello.
Ma  non venendo il re di Polonia al tempo ordinato,  come aveva promesso,  e li
Moscoviti,  conosciuta la venuta delli nimici ai danni  loro,  con  grandissima
moltitudine  di  gente vennero incontro al detto maestro liwoniense,  il quale,
vedendosi essere abbandonato dal re di Polonia n poter ritirarsi  se  non  con
vergogna  e  pericolo grande,  primamente con parole confort li suoi soldati a
voler combattere,  dapoi,  scaricate tutte le sue  artiglierie,  gagliardamente
diede dentro alli nimici, e nel primo assalto li Ruteni lev d'ordinanza, e poi
li mise in fuga.  Ma essendo al numero grande de' nemici pochi li vittoriosi, e
per la gravezza dell'armi impediti non potendo troppo lontano  perseguitare  il
nimico,  li  Moscoviti,  conosciuto  ci e ricuperati gli animi e le forze,  di
nuovo ritornarono in ordinanza e la fanteria di Pletenbergio,  la quale non era
pi  che  un  certo  squadrone  di  mille  e cinquecento fanti,  gagliardamente
assaltorono e tagliorono a pezzi.
In quel conflitto il capitano Matteo Pernauer insieme col fratello Enrico e con
il banderario Conrado Schwartz perirono.  Di questo banderario un fatto egregio
e  degno  di  memoria  raccontano:  che  per  la copia delle freccie de' nimici
soffocato non potendo durar pi,  prima che  morisse  con  alta  voce  chiamava
alcuno  il  quale  la  bandiera della man sua pigliasse: alla cui voce un certo
Luca Hamersteter,  il quale si  gloriava  essere  della  famiglia  delli  duchi
bransvicensi,  bench  d'illegitimo  matrimonio,  subito  corse e sforzavasi di
pigliare la bandiera dalle mani sue. Conrado,  o vero che la fede sua avesse in
sospetto, o vero che giudicasse quello non essere degno di tant'onore, ricusava
di  dargli  la bandiera: per la quale ingiuria essendo Luca impaziente,  cavata
fuora la spada,  la mano di Conrado con la bandiera tagli.  Conrado  nondimeno
con l'altra mano teneva la bandiera e, con li denti pigliandola, la stracciava,
onde  Luca,  tolti su li pezzi della bandiera e tradita la fanteria,  nel campo
delli Ruteni se n'and: onde per tal ribellione  da  quattrocento  fanti  dalli
nimici  furono tagliati a pezzi,  e il restante con la cavalleria,  servati gli
ordini de l'ordinanza, alla volta delli suoi salvi ritornorono. Dapoi,  essendo
egli preso dalli Moscoviti e mandato in Moscovia,  nella corte del principe per
alcun tempo in luogo onesto e convenevole rest;  ma non potendo egli sofferire
l'ingiuria,  di  Moscovia secretamente fugg,  e a ritrovare Cristierno,  re di
Dania,  and,  dal quale fu fatto capo sopra l'artiglierie.  Ma essendo  alcuni
pedoni,  li  quali  erano fuggiti dal fatto d'armi,  nella Dania pervenuti,  il
tradimento di Luca al re palesorono, e non volendo essi stare nella milizia con
quello il re Cristierno in Stockholm lo mand,  e dapoi,  mutatosi il stato del
regno,   Iosterico,   altramente  detto  Gustavo,  re  della  Swezia,  ripigli
Stockholm, e ivi Luca ritrovando nel numero delli suoi familiari lo pose,  e di
Wiburg  governatore  lo fece.  Nondimeno,  vedendosi dapoi essere di non so che
cosa incolpato,  dubitandosi di  non  venire  a  peggio  di  nuovo  ritorn  in
Moscovia,  dove  io lo viddi onorevolmente vestito e fra gli altri stipendiarii
del re numerato. La Swezia, contermina all'imperio di Moscovia,  non altrimenti
con la Nortwegia e con la Scandia  congiunta di quello ch' l'Italia col regno
di  Napoli  e  con  il  Piemonte: e oltra di ci dal mar Balteo all'Oceano e da
quello che  detto il mar Glaciale quasi d'intorno intorno  bagnata.
La Swezia, della quale Holmia  citt regale, la quale dagli abitanti Stockholm
e dalli Ruteni Stecolna  detta,   regno amplissimo e molte  e  varie  nazioni
abbraccia e contiene in s,  fra le quali vi sono li Goti, per valore di guerra
celebri e famosi. Li quali in due sono divisi, in Ostrogoti, cio orientali,  e
in Vestrogoti, cio occidentali, li quali, gi usciti fuori del sito delle loro
regioni  e  paesi,  furono  di  terrore  e  spavento a tutto 'l mondo,  come li
scrittori raccontano.
La Nortwegia, la quale alcuni Nortwagia chiamano,  con longo tratto alla Swezia
s'accosta e dal mare  bagnata.  E s come questa da sud, cio dal mezzogiorno,
cos quella da nort,  cio da settentrione,  dove  posta,  ha preso  il  nome,
percioch  li  Germani  alle  4  zone o vero climi del mondo hanno dato li nomi
volgari, e le provincie vicine a questi da quelli hanno chiamate: percioch ost
significa l'oriente,  onde  detta Austria,  la quale li Germani,  propriamente
esprimendo,  Osterreich chiamano; west l'occidente, dal quale Westvalia; e cos
similmente da sud e nort, come  detto, la Swezia e la Nortvegia.
La Scandia non  isola, ma terra ferma,  e parte del regno di Swezia,  la quale
con  longo  tratto  tocca  li Goti,  e di essa al presente buona parte il re di
Dania possiede. Ma avendo li scrittori di queste cose fatta maggiore la Scandia
della Swezia, e dicendo li Goti e i Longobardi d'essa essere usciti, secondo la
mia opinione pare che questi tre regni come  un  certo  corpo  intero  e  fermo
solamente  col  nome  della  Scandia  abbiano compreso: percioch allora quella
parte di terra che  fra 'l mar Balteo, il quale bagna la Finlandia,  e il mare
Glaciale  non  stata conosciuta,  n meno ora,  per rispetto di tante paludi e
per li fiumi innumerabili e per la intemperanza del cielo,  il che ha fatto che
molti questa isola d'estrema grandezza con nome di Scandia chiamino.
De  la  Corela  detto di sopra essere tributaria al re di Swezia e al principe
di Moscovia, per esser sottoposta alla signoria dell'uno e dell'altro principe,
e perci l'uno e l'altro si gloria d'averla.  Li termini  di  questa  provincia
fino  al  mar  Glaciale si distendono: ma perch del mar Glaciale varie e molte
cose da molti sono state scritte, m' parso non dover essere fuori di proposito
il narrare brevemente la navigazione di quel mare.


Della navigazione per il mare Glaciale.

Quando io era oratore del serenissimo mio  principe  appresso  il  granduca  di
Moscovia,  v'era Gregorio Istoma, interprete del principe, uomo industrioso, il
quale appresso Giovanni,  re della Dania,  la  lingua  latina  aveva  imparata.
Costui,  nell'anno del Signore 1496,  essendo stato mandato dal suo principe al
re di Dania insieme col maestro David scozzese, allora oratore del re di Dania,
il quale io nella prima mia legazione avevo conosciuto,  tutto il  suo  viaggio
brevemente mi raccont; il quale parendomi per la difficult de' luoghi arduo e
laborioso, con poche parole, s come da quello intesi, ho voluto scriverlo.
Primamente mi diceva,  insieme con David oratore dal principe licenziati, nella
gran Nowogardia esser pervenuti;  ma conciosiacosach in quel  tempo  il  regno
della  Swezia  dal  re di Dania si ribell,  e che 'l granduca di Moscovia alli
Swetensi fosse poco amico,  non poteron fare il commune e usitato viaggio,  per
rispetto delli tumulti bellici, e furono sforzati di fare un altro viaggio, pi
longo  ma pi sicuro.  E primamente dalla gran Nowogardia alle bocche del fiume
Dwina e di Potiwolo con  viaggio  difficile  pervennero,  viaggio  di  trecento
miglia,  ma  tanto cattivo che peggio non si pu imaginare.  Essendo montati in
quattro navilii,  nell'entrare del  fiume  Dwina,  navigando,  il  lito  destro
dell'Oceano tennero, e ivi monti altissimi e aspri viddero; e finalmente, fatti
sedici miglia e passato un certo braccio di mare,  il lito sinistro navigarono:
e lasciato l'ampio mare dalla man destra,  il quale da Petzora fiume,  come gli
altri monti vicini,  ha il nome,  alla volta di certi popoli chiamati Finlappii
pervennero,  li quali,  bench in case umili e basse appresso il mare abitino e
quasi  una  vita  fierina e bestiale menino,  nondimeno sono pi mansueti delli
Lappi, e sono tributarii al principe di Moscovia.
Poscia, lasciata la terra delli Lappi e fatta una navigazione d'ottanta miglia,
arrivorono alla regione Nortpoden, sottoposta al re di Swezia. Questa provincia
li Ruteni Kaienskasemla,  e li popoli Kaieni chiamano.  Da qui poi,  navigato e
passato il lito tortuoso, il quale alla parte destra si destendeva, ad un certo
promontorio il quale Santonaso chiamano, pervennero. Questo Santonaso  un gran
sasso,  il quale alla similitudine d'un naso nel mare soprast,  sotto il quale
una spelonca o ver grotta cavernosa si vede,  la quale di sei ore  in  sei  ore
sorbisce  il mare,  e dapoi con gran suono e strepito rende e getta fuori tutta
quella voragine o vero acqua che  aveva  inghiottita.  Altri  hanno  detto  qua
essere  l'ombilico del mare,  altri Cariddi.  Dicono essere tanta la forza e la
potenzia di questa voragine che le navi e l'altre cose  propinque  tira  a  s,
sorbe  e  inghiotte;  e  diceva  questo  oratore  mai  pi esser stato in tanto
pericolo,  percioch la forza di questa voragine con tanta prestezza e violenza
la  nave  loro  traeva a s che a pena con grandissima fatica per forza di remi
poteron salvarsi.
Passato Santonaso, ad un certo monte sassoso, al quale bisognava andare attorno
attorno,  pervennero;  dove per li venti contrarii essendo  per  alcuni  giorni
restati,  il  padron  della  nave disse: "Questo sasso che voi vedete si chiama
Semes,  e,  se con qualche dono da noi non  sar  placato,  non  facilmente  lo
trapassaremo". Il qual padron di nave Gregond Isthoma per la vana superstizione
riprese molto,  ed esso tacque,  e cos per quattro giorni in quel luogo per la
fortuna grande del mare restorono;  e  dapoi,  essendo  cessati  li  venti,  si
diedero alla navigazione. E navigando con prospero e felice vento, il nocchiero
disse  loro:  "Voi  della  mia  ammonizione  di  placare  il Semes come di vana
superstizione vi ridevate,  ma,  se io di notte non fossi secretamente  montato
nel  scoglio e non lo avessi placato,  per nissun modo il passare a noi sarebbe
stato concesso".  Dimandato che cosa gli  avesse  offerto,  rispose  farina  di
segala, o vero di avena, mista con il butiro.
Dapoi,  navigando, un altro gran promontorio, Motka chiamato, alla similitudine
quasi d'un'isola trovorono,  in fine del quale v'era Bartho castello,  che vuol
dire casa di soccorso,  o ver presidio, percioch ivi li re della Nordwegia per
difendere i lor confini vi tengono guardie.  E tanta era la longhezza di questo
promontorio  in  mare  che  apena  per spazio d'otto giorni poteva circondarsi:
onde,  accioch per questo non fossero impediti,  per terra per spazio di mezzo
miglio  con  grandissima  fatica  e  la  barca  e le robbe loro portorono su le
spalle.  Dapoi navigorono verso la regione delli Dikiloppi,  quali sono i fieri
Loppi,  verso  un  certo  luogo  chiamato Dront,  il quale per dugento miglia 
lontano da Dwina verso  settentrione,  fin  dove  dicono  che  'l  prencipe  di
Moscovia  suole  riscuotere  tributo.  Quivi  lasciata  la barca,  il resto del
viaggio fecero per terra. Mi riferiva il sopradetto Gregorio ivi aver veduto le
mandrie o ver greggi di cervi,  come sono appresso di noi li bovi,  li quali in
lingua  di Nordovegia rhen sono chiamati: e sono alquanto maggiori delli nostri
cervi,  delli quali i Loppi in luogo di giumenti si servono,  e accioch alcuno
per il corso delli cervi non caschi, lo leggano per li piedi in un carro, fatto
in forma d'una barca pescareccia. Tiene la briglia, con la quale il corso delli
cervi  moderato, nella sinistra, e la bacchetta nella destra, accioch, se per
caso il carro che tirano li cervi in qualche parte pi del giusto si volta, gli
possino dare aiuto;  e diceva con questa sorte di carro in un giorno aver fatto
vinti miglia,  e dapoi aver lasciato andare il cervo,  il quale  da  sua  posta
torn  a  casa  del  padrone e nelle proprie stalle.  Dapoi a Berges,  citt di
Nordwegia, per la dritta via nel settentrione posta fra li monti, arrivorono; e
di l poi cavalcando nella Dania pervennero.  A Dront e Berges dice  il  giorno
nel solstizio estivale essere di vintidue ore.
Biasio,  l'altro  interprete  del  principe,  il  quale  pochi  anni avanti dal
principe suo era stato mandato a Cesare nella Spagna,  diverso  viaggio  e  pi
compendioso ci rifer.  Percioch diceva che, essendo stato mandato di Moscovia
a Giovanni, re di Dania, sino a Rostow venne a piedi, e dapoi montato in nave a
Pereaslaw,  per il fiume Wolga venne in Castromow,  e di l per spazio di sette
miglia  italiani  per  terra  ad  un  certo  fiumicello pervenne;  per il quale
primamente tra Wolochda,  dapoi a Suchana e Dwina e fino a Berges,  citt della
Nordwegia,  avendo  navigato,  e  tutti  li  pericoli e fatiche le quali Istoma
racconta avendo superati,  finalmente per  la  diritta  via  in  Hafnia,  citt
principale  della  Dania,  la quale da' Germani Koppenbagen  detta,  pervenne.
Nondimeno nel ritorno e l'un e l'altro essere ritornati nella Moscovia per  via
della Lituania e tal viaggio aver finito per spazio d'un anno riferiva.  Bench
Gregorio Istoma diceva s esser stato impedito e ritardato in molti  luoghi  la
met  del  detto  tempo  per  le  fortune  del  mare,  nondimeno l'un e l'altro
constantemente affermava aver fatto un viaggio di  mille  e  settecento  werst,
cio 340 miglia italiani.
Demetrio  similmente,  il  quale  ultimamente  fu  oratore  appresso  il  sommo
pontefice in Roma, per la cui relazione Paolo Giovio discrisse la sua Moscovia,
per questo medesimo viaggio, cio per la Nordwegia e per la Dania,  era venuto,
e tutte le cose essere cos come dicevano gli altri confirm. Ma tutti costoro,
essendo  interrogati  da me del mare Glaciale,  o vero congelato,  niente altro
risposero se non che avevano veduti nelli luoghi maritimi  molti  e  grosissimi
fiumi,  per  il  grande e copioso corso de' quali i mari per lungo spazio dalli
proprii liti erano discacciati,  e quelli fiumi per certo spazio  di  longhezza
dalli quali liti insieme con il mare congelarsi, come nella Lituania e in altre
parti della Swezia.  E bench per l'impeto delli venti contrarii il giaccio nel
mare si spezzi, nondimeno nelli fiumi rare volte o non mai,  eccetto se qualche
grande inondazione sopragiunge,  non si spezza; e i pezzi del giaccio per forza
dalli fiumi portati in mare quasi per tutto l'anno vanno notando sopra l'acqua,
e di nuovo poi per il freddo cos fattamente si serrano e chiudono insieme  che
alcuna  volta si vede il giaccio e pi anni insieme unito e duro,  il che dalli
pezzi di quelli li quali  dalli  venti  sono  ributtati  alla  volta  del  lito
facilmente si conosce. Io ho udito dire da uomini degni di fede in molti luoghi
e spesse volte il mar Balteo essersi congelato.
Dicono  ancora  che  in  quella  regione la quale dalli feri Loppi  abitata il
sole,  nel solstizio estivale,  per quaranta giorni non va a monte,  ma che per
tre  ore  della  notte il corpo del sole da certa nebbia s fattamente  veduto
esser coperto che li raggi di quello non appaiono niente,  e nondimeno tanto di
lume  d  che  nissuno  per  le  tenebre   impedito di far le sue facende.  Li
Moscoviti si vantano d'aver  il  tributo  dalli  feri  Loppi,  il  che,  bench
verisimile non sia,  nondimeno non  cosa degna d'ammirazione, conciosiach non
abbiano altri popoli vicini alli quali paghino tributo.  E in luogo di tributo,
non avendo altro che dare,  danno pelli e pesci;  pagato il tributo annuale, si
gloriavano di non esser obligati ad alcuno e d'esser liberi.  Li Loppi,  bench
non abbiano pane,  sale e altri incitamenti della gola, ma solamente di pesci e
d'animali vivono,  nondimeno sono molto inclinati alla libidine.  Tutti costoro
sono  sagittari  peritissimi  e  di tanta eccellenza che,  se nella loro caccia
aranno trovata qualche fera nobilissima e bella,  accioch la pelle  di  quella
resti intera e senza macchia l'amazzano con la freccia tirandogli nella faccia,
appresso le nari del naso.
Quando  vanno  a  caccia  lasciano  in  casa  loro  insieme con le donne loro i
mercanti e altri uomini forestieri; dapoi ritornati, se ritrovano la moglie per
la conversazione delli forestieri lieta e pi che l'usato allegra  e  gioconda,
donano  loro  qualche presente: e quando no,  vergognosamente gli cacciano via.
Ora, per la conversazione degli uomini forestieri li quali per guadagno in tali
luoghi vanno,  gi cominciano a deporre quella innata ferit e salvatichezza  e
farsi pi mansueti e civili.  Ricevono volentieri li mercanti, e da quelli sono
portate nelli loro paesi  vesti  di  panno  grosso,  manare,  aghi,  cucchiari,
coltelli,  tazze, farina, pignatte e altre sorti di merci, di modo ch'ora usano
cibi cotti,  e di costumi pi umani si  vestono.  Usano  le  pelli  di  diversi
animali  che pigliano,  e con questo abito alcuna volta ne vengono in Moscovia.
Pochissimi usano calze e capelli, fatte di pelle cervina;  non hanno uso alcuno
di  monete  d'argento  e d'oro,  ma sono contenti della sola permutazione delle
cose,  e perch non intendono il parlare e  la  favella  degli  altri  appresso
l'altre  genti  come  muti  restano.  Cuoprono le loro abitazioni con le scorze
degli arbori;  in nissun luogo hanno ferma e stabile stanza,  ma,  in un  luogo
consumando le fere e li pesci, in un altro vanno ad abitare.
Raccontano  ancora  li predetti oratori del principe di Moscovia aver veduto in
quelle parti monti  altissimi,  li  quali  alla  similitudine  del  monte  Etna
mandavano  fuori  sempre  le  fiamme;  e  in Nordwegia molti monti con perpetuo
abbruciamento  essere  ruinati  e  ridutti  in  polvere,   onde  alcuni   hanno
favolosamente  detto  ivi  essere  il  foco del purgatorio.  Delli quali monti,
mentre io ero  oratore  appresso  Cristierno,  re  della  Dania,  quasi  quelle
medesime cose dalli prefetti e governatori della Nordwegia, li quali allora ivi
erano, intesi.
Circa  le bocche del fiume Petzore,  le quali sono da man sinistra,  alla bocca
del fiume Dwina, sono detti esser varii e grandi animali nell'Oceano, e fra gli
altri un certo animale della grandezza d'un bue,  il  quale  gli  abitanti  del
luogo mors chiamano. Ha li piedi corti, alla simiglianza delli castori, e ha il
petto  alla  misura del resto del suo corpo alquanto pi alto e pi largo,  con
due denti di sopra longhi in fuora;  e per causa della prole e del riposare con
gli animali della sua specie,  lasciato l'Oceano,  va alli monti,  dove, avanti
che si metta a dormire,  in che  di sonno profondo,  alla  similitudine  delle
grui  uno  del  numero  delli  suoi  vigilante guardiano constituisce.  Il qual
guardiano se dorme ancor esso,  o vero per sorte  dal  cacciatore  vien  preso,
allora tutto 'l resto degli altri animali facilmente pu essere pigliato; ma se
col  mugito  suo,  come    solito di fare,  d il segno,  il resto del gregge,
destatosi, mordendo li piedi di dietro con li denti,  con gran celerit come in
un  carro del monte scendendo nell'Oceano si gitta,  dove alcuna volta sopra li
pezzi del ghiaccio che vanno per mare si sogliono riposare.  Questi animali  li
cacciatori  solamente  gli  sogliono  perseguitare  per li denti,  percioch di
quelli li Moscoviti, li Tartari e li Turchi fanno bellissimi manichi di spade e
di pugnali,  e questi usano pi presto per ornamento che perch facciano ferite
e percosse pi gravi e terribili,  come raccontano falsamente alcuni.  E questi
denti sono venduti a peso, e da tutti denti di pesci sono chiamati.
Il mare Glaciale di l da Dwina alla volta di Petschora e fino alle bocche  del
fiume Obio per longhezza e per larghezza si distende, e di l dicono essere una
regione la quale si chiama Engronelandt: la quale,  parte per gli alti monti li
quali per le continove nevi sono rigidi e alpestri,  e parte  per  il  perpetuo
giaccio  sopra  del  mare  natante,  il  quale impedisce la navigazione e la fa
pericolosa,   separata dalla conversazione e commerzio delli nostri uomini,  e
per non  conosciuta.


Del modo di ricevere e di trattare gli oratori.

Andando  l'oratore nella Moscovia e alli confini di quella approssimandosi,  un
messo alla citt vicina manda, il quale faccia intendere al governatore,  o ver
locotenente di quella citt,  ch'egli  oratore del tal signore che vol entrare
nelli confini del principe. Dapoi il governatore non solamente da quel principe
 mandato,  ma eziandio di che condizione e dignit sia esso oratore  e  quanti
vengano  con  esso  lui  diligentemente  ricerca.  Le  quali  cose conosciute e
considerate,  similmente la dignit tanto del  principe  dal  quale    mandato
quanto  dell'oratore,  manda  alcuno  delli  suoi  con  compagnia a riceverlo e
condurlo dentro;  e tra questo mezzo fa intendere  al  granduca  da  chi  venga
ambasciatore.  Similmente  quello che  mandato a ricever l'oratore nel viaggio
fa intendere per mezzo d'alcuno delli suoi all'oratore che un grand'uomo  debbe
venire a lui,  il quale sia per riceverlo nel tal luogo, nominando il luogo. Il
titolo di grand'uomo per questa causa usano,  perch questo nome magno si d  e
attribuisce  a  tutte  le  persone  eccellenti,  e nissun uomo strenuo,  o vero
nobile,  o vero barone,  illustre,  o vero magnifico o con altro titolo ornano.
Quello  che  mandato dal governatore,  essendo il tempo dell'inverno,  comanda
che si faccino nette le strade dalla neve, accioch l'oratore possa passare, ed
esso non si parte dalla via trita e publica. Oltra di questo, nel congresso,  o
ver cammino,  sogliono avere questo costume, che mandano un messo o vero nuncio
all'oratore, il quale l'ammonisca che smonti da cavallo, o vero dalla carretta;
e se l'oratore trovasse scusa,  dicendo esser  stracco  o  vero  ammalato,  gli
rispondono  che non  lecito n proferire n udire le parole del signore se non
stando in piedi. Quello che  mandato si debbe guardare di non smontar prima da
cavallo, o vero dalla carretta, accioch in questa parte non scemi la grandezza
del suo signore; ma, subito che vede l'oratore smontare, ancor egli smonti.
Nella prima mia legazione io dicevo a quello che mi venne incontro fuori  della
Moscovia  d'esser  stracco  per  rispetto  del  viaggio,  e che per cavalcando
espedissimo quelle cose ch'erano da espedirsi; ma egli all'incontro rispondendo
diceva non poter far ci.  Gl'interpreti e gli  altri  gi  erano  smontati  da
cavallo,  e mi dicevano ch'io dovessi fare il simile, alli quali io rispondevo:
"Subito che 'l Moscovito scenda da cavallo,  io scender del  mio",  percioch,
vedendo quelli fare tanta stima di questa cosa, similmente io non volsi mancare
al mio signore,  n l'auttorit di quello punto scemare. Ma perch il Moscovito
non voleva essere il primo,  e per la sua  superbia  alquanto  pi  del  dovere
menando in longo,  volendo io por fine, mossi il piede fuora della staffa, come
volessi smontare: la qual cosa vedendo egli smont da cavallo,  e io,  lento  e
pian  piano,  scesi  gi del cavallo,  onde egli si pent dapoi,  vedendo esser
stato ingannato da me.
Dopo queste cose,  venendo alla volta dell'oratore,  col capo coperto dice: "Il
luogotenente  e  capitano  della  tal  provincia del gran signore Basilio,  per
grazia di Dio re e signore di tutta la Russia e granduca  della  Moscovia  etc.
(recitando li pi notabili principati), m'ha comandato ch'io vi dica che, dapoi
che ha inteso l'oratore di tanto signore venire al grande nostro signore, ci ha
mandati incontro accioch ti conduchiamo a quello (ripetendo di nuovo il titolo
del  principe  e  del  luogotenente).  Oltra  di  questo,  ci  ha  commesso che
dimandiamo se hai avuto buon viaggio" (percioch quest' il  modo  nel  ricever
l'oratore:  "Hai  avuto  buon  viaggio?")  Dapoi  quello che  mandato porge la
destra a l'oratore,  n gli d altro onore se non vede l'oratore star col  capo
scoperto;  ultimamente  gli  d  segno  con  la mano,  accennandolo che monti a
cavallo e che vada. Cos montati a cavallo, o vero nelle carrette, il Moscovito
si ferma con li suoi e non va avanti l'oratore,  ma lontano lo  seguita,  e  ha
cura  che  nissuno  torni  indietro  e  lo  seguiti.  Andando avanti l'oratore,
dimandano il nome dell'oratore e di ciascun servitore,  il nome del padre e  di
qual provincia ciascuno abbia tratta l'origine, che linguaggio sia di ciascuno,
di  che  condizione  sia,  o  ver servitore di qualche principe,  o ver parente
dell'oratore,  e se prima sia stato pi nella provincia loro,  le  quali  tutte
cose  a  una  per  una  subito  riferiscono  al  granduca con lettere.  Essendo
l'oratore  andato  pi  avanti,  un  uomo  gli  viene  incontro,  dicendo  aver
commissione  dal  luogotenente  di  provedergli  di tutte le cose necessarie al
vivere.
Essendo adunque noi usciti fuora di Dobrowna,  piccolo castello della  Litwania
appresso il fiume Boristene posto, e quel giorno avendo fatto otto miglia, alli
confini della Moscovia pervenissimo, e ivi la notte a l'aere dormimmo; ma prima
fu  gittato  un ponte sopra un picciol fiume,  cresciuto per l'acque,  accioch
dopo mezzanotte,  passato il fiume,  a Smolentzko potessimo pervenire,  la qual
citt  dodici miglia germanici  distante dalla Moscovia.  La mattina,  essendo
andati avanti per spazio d'un miglio,  onorevolmente fossimo ricevuti,  e di l
poi a pena mezzo miglio camminato, in un luogo preparato all'aere pazientemente
stessimo  la  notte.  Il  d seguente circa due miglia andassimo avanti e in un
certo luogo alloggiassimo,  nel quale da quello che ci conduceva  amorevolmente
fossimo ricevuti.  Il giorno seguente (qual era il giorno delle Palme),  bench
avessimo comandamento alli nostri servitori che in nissun luogo si  fermassero,
ma  che  per  la  dritta  via  con  le  valigie  e robbe nostre a Smolontzko ne
venissero,  nondimeno apena avevamo fatti due miglia germanici che quelli in un
certo  luogo datogli per alloggiamento della notte ritrovassimo,  e vedendo che
noi andavamo avanti ci pregavano che ivi almeno volessimo desinare: il  che  fu
onesto di fare,  percioch in quel giorno il nostro condottore aveva invitato a
desinare gli ambasciatori del suo principe,  cio il nobile  Giovanni  posetzen
Iaroslawski  e Simone Trophimow secretario,  li quali erano stati in Spagna per
ambasciatori a Cesare imperatore e con noi ritornavano nella  patria.  Io,  che
sapevo  la  cagione  perch  tanto  tempo  in  quelle  solitudini ci retenevano
(percioch avevano mandato da Smolentzko al granduca di  Moscovia,  nonziandoli
la  venuta  nostra,  e  aspettavano  risposta  se  fosse lecito di condurci nel
castello o no),  volsi fare esperienza dell'animo loro,  e cos mi misi in  via
verso  Smolentzko.  Il  che  vedendo,  gli altri procuratori del viaggio subito
corsero al conduttore  nostro  dicendogli  che  partivamo,  e,  ritornando,  ci
pregarono,  meschiando eziandio le minaccie con le preghiere, che noi dovessimo
restare. Ma scorrendo essi tra questo mezzo or qua or l,  essendo noi al terzo
alloggiamento pervenuti, il mio procuratore disse: "Sigismondo, che fai? Perch
secondo il tuo volere nelli dominii d'altri,  contra l'ordinazione del signore,
ne vai cos inanti?" Al quale risposi: "Io non son uso nelle selve  all'uso  di
fiere,  ma  sotto  li  tetti  e  fra gli uomini vivere.  Gli oratori del vostro
principe sono passati per il regno del mio signore secondo che hanno voluto,  e
sono  stati  menati  per  la citt,  per le castella e per le ville,  e cos il
medesimo sia lecito a me di fare.  E poi che non  v'  commissione  del  vostro
principe,  n vedo la cagione e necessit di questa ritardanza".  Dapoi dissero
che volevano andare un poco avanti,  escusandosi che la notte era vicina e  che
non    lecito  di  notte entrare nel castello: ma noi,  non curando le ragioni
dette da loro,  per la dritta via a Smolentzko  gimo,  dove  in  tanto  strette
stanze  lontane  dal  castello  fossimo  ricevuti  che non si potevano condurvi
dentro li cavalli se prima non si spezzavano le porte.
Il seguente giorno,  di nuovo per il  fiume  Boristene  andando,  alloggiassimo
quasi  all'incontro  di  Smolentzko.  Finalmente  il luogotenente del luogo per
mezzo delli suoi ne ricev,  e con invitarci a bere cinque volte ci onor,  con
buona malvasia,  con vin greco e altre bevande, dette medone, con il pane e con
certe vivande al modo loro.  Cos in  Smolenczko  per  dieci  giorni  restammo,
aspettando la risposta del granduca. Erano venuti due gentiluomini del granduca
per  aver  cura  di  noi  e  per  condurci in Moscovia;  e,  entrati nel nostro
alloggiamento, ornato di bellissime vesti, non si cavorono la beretta, pensando
che noi prima di loro dovessimo fare questo: del che noi nondimeno facemmo poca
stima, ma, riferendosi le commissioni del principe, fosse dall'uno e l'altro, e
nominandosi il principe,  gli facessimo onore.  Ma  s  come  in  varii  luoghi
ritenuti  pi tardamente a Smolentzko eramo venuti,  cos ivi pi di quello che
portava il dovere fossimo ritenuti. E tra tanto,  acci per la longa ritardanza
non  fossimo  offesi,  e  accioch non fossero veduti mancare in cosa alcuna al
desiderio nostro,  ci dicevano: "Domattina ci partiremo",  cos noi la  mattina
fossimo  all'ordine  con  li  cavalli,  e  per  tutto  il  giorno  stessimo  in
aspettazione. Finalmente sul tardi con pompa vennero,  e dissero in quel giorno
non  essersi potuti espedire,  ma che la mattina seguente erano per mettersi in
viaggio: il che eziamdio fu differito, e a pena dopo tre giorni sul mezzogiorno
ci partimmo,  e tutto quel giorno digiunammo.  Il giorno seguente ordinorono un
viaggio pi longo di quello che li nostri carri potessero arrivare.  Fra questo
mezzo tutti li fiumi,  essendosi disfatte le nevi del verno,  erano oltra  modo
cresciuti: li rivoli similmente senza ripe gran copia d'acqua menavano, di modo
che sicuramente senza gran fatica non si poteva passare, percioch li ponti due
o ver tre ore inanti fatti per la moltitudine delle acque notavano, di modo che
poco manc che 'l conte Leonardo da Nogarola, oratore di Cesare, il giorno dopo
la partita nostra da Smolentzko non s'annegasse. Percioch, mentre io ero sopra
'l  ponte e procuravo che gl'impedimenti fossero trasportati di l,  il cavallo
del conte gli casc sotto,  e quello in una ripa lasci,  e li due  procuratori
del  viaggio  vicini  ad  esso  non mossero pur il piede per soccorrerlo;  e se
alcuni che erano lontani non gli avessero dato aiuto egli era spedito.  Venimmo
in  quel  giorno  ad un certo ponte,  il quale il conte insieme con li suoi con
grandissimo pericolo aveva passato: ma io,  che  sapevo  li  nostri  carri  non
potere seguitarli,  restai di qua dal ponte, e in casa d'un contadino entrai: e
vedendo che 'l procurator nostro negligentemente procurava da mangiare, dicendo
aver mandato avanti la vettovaglia,  io comprai il cibo da una donna per giusto
prezzo.  Il che agl'orecchi del procuratore nostro pervenuto, li proib che non
mi dovesse vendere pi cosa alcuna,  onde io chiamai il messo di quello  e  gli
commisi  che  dicesse  al  procuratore  che o vero procurasse al viver nostro a
tempo o vero ci desse licenza di poterlo comprare: che quando non lo facesse io
ero per romperli il capo.  "Io ho conosciuto - gli dissi - il  vostro  costume:
molte  cose  voi  ricercate  per  commissione  del  principe in nostro nome,  e
nondimeno quelle non ci date;  oltra di questo voi non lasciate che alle nostre
spese  viviamo",  e cos minacciai di voler dir questo al principe.  Con queste
parole talmente l'auttorit di quello scemai che per  l'avvenire  mi  aveva  in
gran riverenza.
Dapoi  finalmente  al  corso  di  Voppo  e  del Boristene fiumi venimmo,  e ivi
caricammo le nostre robbe,  le quali fino a Mosaisko a contrario d'acqua furono
portate;  ma  noi,  passato il Boristene,  in un certo monastero alloggiammo la
notte.  Il seguente giorno li nostri cavalli per spazio di mezzo miglio tedesco
erano  constretti  non senza pericolo passare notando tre fiumi e altri rivi di
grossa acqua ripieni,  e noi,  per il Boristene con barche  pescareccie  da  un
certo  monaco  portati,  quelli  circondammo:  e  finalmente  alli  26 d'aprile
arrivammo in Moscovia. Da la quale essendo lontani circa mezo miglio germanico,
ci venne incontro,  tutto allegro e di sudore ripieno,  quel vecchio secretario
il  quale in Spagna era legato,  annonciandoci il suo signore mandarci incontro
uomini grandi e nominandogli;  oltra di questo disse  ch'era  bisogno  che  noi
smontassimo  da  cavallo  e  stando  in  piedi le parole del principe udissimo.
Dapoi,  portagli la mano,  ragionando insieme gli dimandai quale fosse la causa
di tanto sudore: egli,  ad alta voce rispondendo,  disse: "Sigismondo,   altro
costume di servire appresso il nostro signore che non   appresso  il  tuo".  E
mentre  cos camminammo,  vedemmo con longo ordine come un esercito star fermo,
e, vicinandosi a noi, smontare da cavallo,  il che ancora noi facessimo.  E nel
primo  ragionamento  un  Moscovito cominci a parlare in questa forma: "Il gran
signor Basilio,  per grazia di Dio  re  e  signore  di  tutta  la  Russia  etc.
(recitato il titolo),  avendo inteso voi oratori del suo fratello Carlo, eletto
romano imperatore e supremo re, e del suo fratello Ferdinando esser venuti,  ha
mandati  noi  suoi consiglieri e ci ha imposto che da voi ricerchiamo come stia
bene il suo fratello  Carlo  romano  imperatore  e  supremo  re,  e  similmente
Ferdinando". Un altro poi, voltatosi al conte Nogarola, disse: "Il gran signore
(recitando  tutto  il  titolo  come  di  sopra)  m'ha imposto che io ti venisse
incontro e che fino all'albergo ti conducessi, e di tutte le cose necessarie ti
provedessi". Il terzo questo medesimo disse a me;  e queste cose furono dette e
udite da una parte e l'altra col capo scoperto.  Dapoi di nuovo il primo disse:
"Il gran signore (recitando tutto 'l titolo) m'ha comandato che  io  ricercassi
da te, o conte Leonardo, se hai avuto buon viaggio", e il simile disse ancora a
me.  Alli  quali  secondo  il loro costume rispondemmo: "Dio dia sanit al gran
principe; per la clemenza di Dio e per grazia del granduca abbiamo avuto felice
viaggio".  Dapoi il medesimo di  nuovo  disse:  "Il  granduca  etc.  (di  nuovo
ripetendo  tutto  'l  titolo)  manda  a  te,  Leonardo,  una chinea con li suoi
ornamenti e un altro cavallo della sua stalla",  e questo medesimo disse ancora
a  me.  Delle quali cose gli riferimmo grazie convenevoli;  poi dicevano essere
conveniente che noi onorassimo il loro signore,  e che sopra de' donati cavalli
cavalcassimo,  il che facemmo volentieri,  e, passato il fiume Moscva e mandate
avanti tutte le cose nostre, seguitassimo dietro.
Nella ripa del fiume  un monastero,  e indi per via piana e per mezo la  turba
degli  uomini,  li  quali  da ogni banda correvano,  fossimo condotti dentro la
citt e alli nostri alloggiamenti,  li  quali  erano  vacui  d'abitatori  e  di
massarie  di  casa.  Venuti  al  luogo nostro ciascun procuratore diceva al suo
oratore che egli,  insieme con quelli procuratori quali erano venuti  con  esso
noi  da Smolentzko,  avevano commissione dal lor principe di provedere a noi di
tutte le cose necessarie  al  viver  nostro,  ponendoci  eziandio  appresso  un
scrivano,  il  quale  il cibo cotidiano e le cose necessarie ci portasse;  e ci
pregorono che, se ci fosse bisognato cosa alcuna,  lo facessimo intendere loro:
e  quasi  ogni  giorno ci visitavano,  domandandoci se ci mancasse cosa alcuna.
Hanno li procuratori il suo ordinario nel spendere, altro per li Germani, altro
per li Litwanii e altro per gli altri  oratori:  cio  quanto  in  pane,  vino,
carne,  biada,  fieno  e  tutte  l'altre  cose  secondo il numero delle persone
debbono spendere sanno,  quante legne si danno per la  cucina,  quante  per  le
stufe,  quanto sale o pevere,  oglio,  cipolle e dell'altre cose minute ciascun
giorno debbano dare: e questa medesima ragione, o vero regola, osservano quelli
procuratori li quali conducono e riducono  gli  ambasciatori  da  Moscovia.  Ma
bench  sufficientemente ci dessero s del cibo come del bere,  nondimeno tutte
le cose che noi dimandavamo cambiandole con  le  prime  ci  davano.  Sempre  ci
portavano  da  bere per cinque volte,  tre di medone e due di cervisia.  Alcuna
volta per certe cose io mandava a comprare in piazza delli pesci vivi,  di  che
ne avevano gran sdegno, dicendo in ci farsi grande ingiuria al suo signore. Io
dicevo  al  mio  procuratore  di  voler procurare letti per cinque gentiluomini
venuti meco, ed esso mi rispondeva non essere di costume provedere ad alcuno di
letti: al quale risposi che volevo  comprarli  e  che  avevo  voluto  ci  seco
communicare,  acci  non si turbasse come prima.  Il d seguente,  ritornando a
noi,  disse: "Ho riferito alli consiglieri del mio signore quelle cose che ieri
ragionammo,  ed essi m'hanno imposto che io vi dica che non spendiate danari in
letti,  percioch s come gli uomini nostri nelle parti vostre avete  trattato,
cos promettono di voler trattare voi".
Ed  essendo  noi  per  due  giorni  riposati  nell'albergo,  dimandassimo  alli
procuratori nostri  qual  giorno  il  principe  ci  chiamerebbe  e  ci  darebbe
audienza.  Ed essi risposero: "Qualunque volta vorrete, di ci parleremo con li
consiglieri del principe".  E finalmente fu  a  noi  ordinato  il  termine,  ma
nondimeno  fu  rimesso  per  l'altro  giorno,  e  cos  il  d  inanti disse il
procuratore a noi: "Li consiglieri del nostro principe m'hanno commesso che  io
v'annuncii che domane sete per andare avanti il principe", e qualunque volta ci
chiamavano, sempre avevano appresso di loro gl'interpreti. Quella medesima sera
ritorn l'interprete e dissemi: "Apparecchiati, perch sarai chiamato avanti al
signore"; e, appena passato un quarto d'ora, venne l'uno e l'altro delli nostri
procuratori, dicendo: "Or su, gi gi gli uomini grandi vengono per voi, e per
si  conviene  a  voi  venire  nelle  medesime  case";  e  mentre io parlava con
l'oratore cesareo,  subito l'interprete volando  venne  e  disse:  "Gli  uomini
grandi e principali presto denno giungere",  acci ci conducessero nella corte.
Tra' quali era uno  chiamato  Basilio  Iaroslawski,  parente  del  granduca,  e
l'altro  era uno di quelli il quale in nome del principe ci aveva ricevuti;  ed
erano accompagnati da molti nobili.  Li  nostri  procuratori  ci  dicevano  che
dovessimo onorare quelli grandi uomini, e che gissimo loro incontro: alli quali
rispondemmo che sapevamo il debito nostro, e che lo faressimo volontieri.
Cos, essendo gi quelli smontati da cavallo ed entrati nell'albergo del conte,
li  procuratori  ci instavano che noi gissimo loro incontro,  e che 'l principe
per far loro onore alli nostri signori preponessimo.  Ma noi tra  questo  mezo,
mentre quelli venivano a noi,  or una cosa or un'altra fingendo, l'andar nostro
intorno tardavamo,  di modo che in mezo li gradi in  quelli  s'incontrammo,  e,
volendo noi condurli nella nostra stanzia accioch alquanto si riposassero, non
volsero  consentire.  E  Basilio ci disse: "Il gran signore (recitando tutto il
titolo) ha commandato che voi dobbiate  venire  a  lui";  e  dapoi,  montati  a
cavallo,  accompagnati da gran moltitudine andammo avanti,  e appresso la rocca
in tanta turba di uomini ci scontrammo che appena con grandissima fatica  delli
officiali  penetrammo  per mezo quella gente.  Percioch  usanza appresso loro
che qualunche volta li nobili oratori delli principi over re forestieri sono da
esser condotti alla corte,  gli stipendiarii e li soldati  delli  nobili  delle
regioni  vicine per comandamento del principe sono chiamati;  e in questo tempo
tutte le botteghe e l'arti della citt sono serrate,  e quelli che  comprano  e
vendono  sono  cacciati  della  piazza,  e finalmente li cittadini d'ogni parte
vengono alla citt. E questo fanno acci che per la gran moltitudine d'uomini e
per la gran turba delli subditi la potenza del principe loro  appresso  l'altre
nazioni  grande,  e  per  le  tante  legazioni delli principi esterni paia alli
subditi che il loro principe  in stima.
Entrando noi nella rocca,  in diversi luoghi molti  uomini  vedessimo:  stavano
appresso la porta li cittadini,  e li soldati e gli altri stipendiarii tenevano
la piazza, e li pedoni che ci accompagnavano givano avanti, e fermandosi alcuna
volta erano d'impedimento che non  potessimo  pervenire  alle  case;  percioch
appresso  le  scale  non    lecito  ad  alcuno smontare da cavallo,  se non al
principe,  il che per altra cagione non si fa se non acci che si veda  maggior
onore  esser  dato al principe.  Essendo noi al mezo delle scale pervenuti,  ci
vennero  incontro  certi  consiglieri  del  principe,  porgendoci  la  mano,  e
baciandoci ci condussero pi su.  Poi,  alla cima della scala pervenuti,  altri
consiglieri di maggiore auttorit ne vennero incontro,  dando luogo i  primi  a
quelli  (percioch    costume  che  li primi alli seguenti e alli pi prossimi
ordinatamente cedono),  e  avendoci  salutati  ci  diedero  la  destra.  Dapoi,
entrando nel palazzo, nel quale la turba delli nobili stava intorno intorno, li
principali  consiglieri  del  principe  similmente ne vennero incontro,  e cos
ordinatamente, con il modo predetto, si salutarono.  Poi fussemo condotti in un
altro  portico,  o  vero  salotto,  il  quale era pieno di signorotti e d'altri
uomini d'alto legnaggio,  dell'ordine e numero de'  quali  i  consiglieri  sono
eletti;  di  dove  fino  al  conclave del principe pervenimmo,  avante il quale
stavano quelli li quali giornalmente al principe servono.  E niuno  tra  questo
mezo  delli  circonstanti  un  minimo  onore ci fece,  anzi,  se passando oltra
qualche nostro amico avessimo salutato,  egli non altrimente  ci  rispondeva  e
salutava come se gi mai da noi conosciuto non fosse.
Finalmente  entrando  dentro  nella  camera del principe,  gli consiglieri alla
venuta nostra si levavano in piedi,  eccetto per li fratelli del principe,  li
quali,  se vi sono, non si levano in piedi, ma col capo scoperto seggono. E uno
delli pi principali consiglieri,  voltatosi  verso  il  principe,  secondo  il
costume suo,  diceva queste parole: "Signor grande,  il conte Leonardo percuote
la fronte, per tua gran grazia", e quel medesimo disse di Sigismondo.  Il primo
detto  significa  quasi si inchina e ti rende onore;  il secondo,  ti riferisce
grazie della grazia ricevuta.  Percioch il percuotere la fronte  pigliano  per
salutazione,  per  riferimento  di  grazie  e  per  altre cose di questa sorte,
perch,  quando alcuno dimanda qualche  cosa,  overo  riferisce  grazie,  suole
abbassare il capo: e se vuol far ci con pi sforzo, s'inchina talmente che con
la  mano tocca terra.  E se al granduca per qualche gran cosa vogliono riferire
grazie, o vero qualche cosa dimandare,  talmente s'inchinano e s'abbassano gi,
e con la fronte toccano terra.
Il  principe  in  un  luogo  eminente  e illustre col capo scoperto sedeva;  el
pariete dietro le spalle per l'imagine d'un santo risplendeva; dalla man destra
aveva nel scanno il cappello kolpack,  dalla sinistra il bastone con  la  croce
posoch, e aveva un bacile con due ramini e una tovaglia appresso, perch dicono
che, quando il principe porge la mano all'oratore della fede romana, egli crede
porger la mano a un uomo immondo e impuro,  perci,  licenziato che  l'oratore
romano, subito si lava le mani. Era ivi all'incontro del principe,  in un luogo
pi  basso,  un  scanno  adornato  per  gli  ambasciatori;  al  qual luogo esso
principe,  rendutogli prima da noi il debito onore,  con cenni e con parole  ci
chiam,  e  con  la  mano  ci  dimostr  il  luogo  da  sedere.  Nel qual luogo
ordinatamente salutando noi il principe, l'interprete era presente, il quale il
tutto a parola per parola riferiva. E udito fra l'altre cose il nome di Carlo e
di Ferdinando,  esso principe si lev su e scese gi del scabello,  e udita  la
salutazione sino al fine disse in questa forma: "Il fratel nostro Carlo, eletto
romano  imperatore  e supremo re,   egli sano?";  mentre il conte risponde: "
sano", tra questo mezo mont nel suo scabello. Queste cose medesime,  finita la
mia salutazione, ricerc da me di Ferdinando. Dapoi ordinatamente chiam l'un e
l'altro di noi appresso di s,  e ci disse: "Porgetemi la mano", la quale data,
soggiunse: "Avete  avuto  buon  viaggio?"  E  noi,  secondo  il  costume  loro,
rispondemmo: "Dio faccia che tu sia sano per molti anni;  noi,  per clemenza di
Dio e per la grazia tua, abbiamo avuto buon viaggio". Detto questo, comand che
noi sedessimo; ma noi, prima che sedessimo, secondo il loro costume, primamente
al principe,  dapoi alli consiglieri e alli altri nobili,  li quali ivi stavano
per onor nostro,  abbassando il capo, all'una e all'altra parte grazie infinite
riferimmo. Ma altramente sogliono fare gli oratori degli altri principi,  della
Litwania,  della  Liwonia  e della Swezia,  percioch,  avanti il conspetto del
principe introdotti insieme con la  compagnia  e  con  li  servitori,  sogliono
offerire ciascuno doni al principe.
E  questo  costume  d'offerire  i  doni   in questo modo.  Udita ed esposta la
legazione,  quel consigliero il quale  ha  introdotto  gli  oratori  avanti  il
principe  leva  su,  e  con chiara e aperta voce dice: "Signor grande,  il tale
oratore percuote la fronte con il tale e tale dono",  e questo medesimo replica
del  secondo  e  del terzo.  Dapoi li nomi e li presenti di ciascun nobile e di
ciascuno servitore con quel medesimo modo esprime e dichiara.  ordinato ancora
l un secretario,  il quale parimente li nomi e li presenti nominatamente degli
oratori  e  di  tutti quelli che offeriscono ordinatamente scrive.  Questi doni
essi pominki, cio memoria e ricordanza,  chiamano.  Ammonivano li nostri delli
presenti, alli quali rispondendo dissi non essere nostro costume di far ci. Ma
torniamo al proposito.
Fatta la salutazione e avendo seduto un poco,  il principe ordinatamente invit
l'un e l'altro  di  noi,  dicendo:  "Voi  desinerete  meco".  Nella  prima  mia
legazione,  accioch  questo  ancora  vi  aggiunga,  secondo il costume loro in
questo modo mi aveva invitato: "Sigismondo,  tu mangierai  il  sale  e  il  pan
nostro con noi".  Dapoi, chiamati a s li nostri procuratori, disse loro non so
che con voce bassa;  alli quali procuratori gl'interpreti ammoniti ci  dissero:
"Levatevi  su,  andiamo  nell'altre abitazioni",  nelle quali,  mentre il resto
della nostra legazione e delle  nostre  commissioni  ad  alcuni  consiglieri  e
secretarii ordinati dal principe esponemmo,  erano apparecchiate le tavole.  Il
che fatto, il principe, li fratelli e li consiglieri gi postisi a mensa, e noi
similmente essendo condotti a tal convito,  li consiglieri e  tutti  gli  altri
ordinatamente  si  levorono per onorarci,  verso li quali ancora noi facemmo il
simile, e, inchinando il capo in ogni parte, grazie onorevoli riferimmo,  e poi
prendemmo il luogo nel sedere a tavola,  il quale il principe ci accenn con la
mano.  Le tavole dove si mangiava intorno intorno erano  adornate,  e  in  mezo
v'era  una  credenziera piena e carica di diverse sorti vasi d'oro e d'argento.
Nella tavola dove sedeva il principe,  da una parte  e  l'altra  era  tanto  di
spazio  lasciato  quanto esso principe con le mani stese arebbe potuto toccare.
Sotto il qual luogo li fratelli,  quando vi  sono  presenti,  seggono,  il  pi
vecchio  dalla  destra  e  il pi giovane dalla sinistra;  dapoi,  con poco pi
maggior spacio,  i signori pi vecchi,  li consiglieri e  altri  che  erano  di
qualche grazia e auttorit appresso il principe sedevano.
All'incontro del principe nell'altra tavola noi sedevamo, e con poco intervallo
sedevano  li  nostri  familiari  e  servitori;  e nell'altro lato ordinatamente
stavano quelli li quali dall'alloggiamento nella  corte  ci  avevano  condotti.
Nelle  ultime  tavole  poi  sedevano  quelli  li  quali il principe aveva fatti
invitare insieme con gli altri stipendiarii del principe.  Nelle  tavole  erano
posti  certi  vasi,  delli  quali  uno  era pieno d'aceto,  l'altro di pevere e
l'altro di sale: e questi vasi  erano  talmente  distribuiti  che  quattro  de'
convivanti  li  avevano  tutti.  Oltra  di  questo  li  servitori  e quelli che
portavano le vivande erano vestiti di splendidi vestimenti,  li quali,  entrati
dentro  nel  gran  cenacolo,  primamente  circondavano la credenziera a torno a
torno,  e poi all'incontro del principe,  sprezzato ogni onore,  si fermano.  E
mentre  tutti gl'invitati sedevano a tavola,  e mentre si portavano le vivande,
tra questo mezo il principe aveva chiamato un delli  suoi  ministri,  al  quale
aveva dato due pezzi longhi di pane, dicendo: "Da' questi al conte Leonardo e a
Sigismondo". Il ministro, chiamato appresso di s l'interprete, ordinatamente a
l'uno  e  a  l'altro  di noi porse il pane,  e disse: "Conte Leonardo,  il gran
signor Basilio,  per la grazia di Dio  re  e  signore  di  tutta  la  Russia  e
granduca,  ti  fa  la  sua grazia e ti manda il pane della sua tavola".  Queste
parole l'interprete con chiara voce ci riferiva ed esponeva,  e noi,  stando in
piedi,  la grazia e il favore del principe udivamo, e gli altri similmente, per
onor nostro, s'erano levati su, eccettuati per li fratelli del principe.
Per questo favore e onore non  bisogno d'altra risposta,  eccetto che pigliare
il  pane,  sopra  la  tavola  porlo e con la inchinazione del capo parimente al
principe,  e dapoi alli consiglieri,  e ultimamente a tutti gli altri  con  bel
modo grazie riferire.
Per  il  sopraditto  pane  il  principe  la sua grazia dimostra,  e per il sale
l'amore; e maggior onore non pu dare il principe ad alcuno nel suo convito che
mandarli il sale della tavola sua. Li pani, che hanno la forma del pettorale di
cavallo,  secondo la mia opinione dinotano il duro giogo e la  perpetua  fatica
della servit. Nel principio del convito, li servitori la prima cosa portano in
tavola  l'acqua  di vita,  e quella avanti l'altre cose bevono;  dapoi,  quando
mangiano carne,  sogliono portare  alli  forastieri  per  primo  cibo  i  cigni
arrostiti,  delli  quali  tre  sono posti avanti il principe,  e pungendoli col
coltello dimanda quale sia il megliore, e poi comanda che siano portati via;  e
cos  sono  smembrati  e  posti  in  certi piattelli minori,  quattro pezzi per
piattello,  delli quali  li  servitori  ne  portano  cinque  piatti  avanti  il
principe,  e l'altre parti distribuiscono alli fratelli, alli consiglieri, agli
oratori e agli altri ordinatamente.  Sta appresso il principe un servitore,  il
quale gli porge da bere, e per il quale manda li doni a chi gli piace.
Suole ancora il principe dare una certa particella a gustare a quello che porta
le  vivande;  e dapoi,  squarciandole in diverse parti,  le gusta e ne manda un
piatto o al fratello o a qualche consigliero overo agli oratori.  Sempre  nella
maggior  solennit  tali vivande,  come  stato detto del pane,  si offeriscono
agli oratori: nel ricever delle quali deve levare in piedi non solamente  colui
al quale sono mandate,  ma tutti gli altri,  di modo che,  tante volte levando,
stando, riferendo grazie e inchinando il capo in tante parti, ciascuno non poco
stracco diviene.
Nella prima legazione,  essendo io oratore di Cesare Massimiliano,  ed  essendo
ricevuto  nel convito regio,  alcuna volta per onorare li fratelli del principe
mi ero levato in piedi;  ma vedendo che quelli all'incontro non  mi  referivano
grazie,  n in modo alcuno mi rispondevano,  per l'avvenire, qualunque volta io
vedevo che ero per ricevere la grazia e il favore del  principe,  cominciavo  a
parlare  con  alcuni,  e  fingendo  di  non vedere,  bench alcuni all'incontro
m'accennavano,  e stando li fratelli del principe in piedi  mi  chiamavano,  io
nondimeno  fingevo  non  vedere,  e  appena  dopo la terza ammonizione a quelli
domandavo che volessero da me.  Ed essi rispondendo che io  avvertisse  che  li
fratelli  del  principe  stavano  in piedi,  prima che io risguardassi e che mi
levassi su le cerimonie loro erano quasi finite. Similmente una volta pi tardo
essendo levato su,  e subito postomi a sedere,  di  ci  quelli  che  mi  erano
all'incontro si ridevano;  e dimandando io per qual cagione ridessero,  nissuno
mi voleva dire la causa.  Onde io,  mostrandogli di saperla,  con  volto  grave
diceva:  "Io  ora  non  son qui come persona privata,  ma oratore,  e sprezzer
quello che sprezza il mio signore".  Oltra  di  questo,  mandando  il  principe
qualche presente ad alcuni delli giovani,  io eziandio era ammonito che levassi
su in piedi,  e rispondevo: "Colui che onora il mio signore,  questo ancora  io
onorer".  E avendo cominciato a mangiare delli cigni rostiti, ponevano insieme
con quelli l'aceto,  il sale e il pevere,  percioch usano queste cose in luogo
di  condimento  over  brodo.  Oltra  di  questo  v'era il latte acro,  a questo
medesimo uso posto, e li cucumeri salati e li pruni, nel medesimo modo conditi.
Il medesimo ordine servano nel portar l'altre vivande,  eccetto  che  di  nuovo
come li rosti sono portati varie sorte di vini sono portati, cio malvagia, vin
greco  e  varie  sorti di medoni.  Il principe communemente comanda che gli sia
sporto da bere una volta over due;  e quando beve,  ordinatamente chiama avanti
s  gli  oratori,  dicendo:  "Leonardo,  Sigismondo,  tu  sei venuto da un gran
signore ad un altro gran signore,  hai fatto un gran  viaggio,  hai  veduta  la
grazia  nostra e gli occhi nostri sereni: bevi e ribevi e mangia bene fino alla
saziet, e dapoi riposerai, accioch finalmente tu possi ritornare salvo al tuo
signore".  Tutti li vasi nelli quali mettono il  cibo,  il  bere,  l'aceto,  il
pevere,  il sale e altre cose,  come avemo veduto, dicono essere d'oro puro: il
che appareva esser vero al gran peso di quelli.  Sono quattro persone le  quali
stanno  dall'una e l'altra parte della credenziera,  e ciascuno tiene una tazza
over bicchieri d'oro,  delli quali il principe pi volte beve,  e spesse  volte
parla  con  gli  oratori  e gli dice che mangino.  Qualche volta ancora dimanda
qualche cosa a quelli, e alcuna volta molto faceto e umano se gli dimostra. Fra
le altre cose mi interrogava una volta se io mi fussi rasa la barba, il che con
una sola parola si dice, cio brill. Dicendo io di s,  rispose ancora egli: "E
noi  ci siamo rasi",  percioch,  avendo presa un'altra moglie,  tutta la barba
s'era rasa, il che giamai da nissun altro principe dicevano esser stato fatto.
Prima li ministri della tavola alla  similitudine  delli  leviti,  che  servono
nelle cose sacre,  erano vestiti,  ma cinti;  ora hanno vesti diverse, le quali
terlik chiamano,  ornate di gemme e margarite.  Dura qualche volta il  desinare
del  principe tre over quattro ore;  nella prima mia legazione dur il desinare
eziandio fino a un'ora di notte. Percioch, come nelle cose dubiose consultando
spesse volte tutto un giorno consumano,  n mai si partono se prima  non  hanno
fatta  deliberazione  del tutto,  cos parimente nelli conviti qualche volta un
giorno intero sogliono consumare, e, sopragiunta la notte,  si partono.  Questo
principe  spesse volte e con le vivande e con il bere onora quelli che mangiano
nel suo convito.  Nel fine  del  desinare  niente  parla  di  facende  gravi  e
d'importanza,  anzi,  finito  il  convito,  suole dire agli oratori: "Andate al
presente", e,  avuta la licenzia,  quelli consiglieri li quali avevano condotti
gli  oratori dentro nella corte di nuovo gli riducono e accompagnano ai proprii
alloggiamenti,  e dicono aver commissione di  restare  l,  e  di  tenergli  in
allegrezze e in piaceri. Sono portate certe tazze d'argento e certi altri vasi,
con certa sorte di bere, per bevere bene, e tutti s'ingegnano di fare imbriachi
quelli,  perch sanno bene invitare gli uomini a bere; e quando non hanno altra
occasione,  cominciano a bere per la sanit di Cesare,  del suo  fratello,  del
principe,  e  finalmente per la sanit di quelli li quali credono esser posti e
collocati in qualche onore e dignit,  e pensano niuno dovere ricusare il  bere
sotto il nome di quelli.
Il modo e l'usanza del bever loro  questo: quello che comincia piglia la tazza
e  va in mezo della stanza;  stando col capo scoperto,  con faceto parlare dice
per la salute di cui egli beva e quel che gli desideri, dapoi, votata e voltata
sottosopra la tazza,  con quella la sommit del capo si tocca,  acci che tutti
vedano  ch'egli ha bevuto,  e che desidera sanit a quello signore per nome del
quale ha bevuto.  Dopo questo nel pi alto luogo ne va,  e  comanda  che  siano
empite  pi  tazze di vino,  e dapoi a ciascuno porge la sua,  e il nome per la
salute del quale si ha da bere dice.  E cos tutti a un per uno sono  costretti
andar l,  in mezo l'abitazione,  e voltare le tazze,  e poi ritornare al luogo
suo.  Ma quello che vuole fuggire cos  longo  bere,    necessario  che  finga
d'essere  imbriaco,  overo  di sonno oppresso,  overo che,  avendo bevute molte
tazze,  affermi di non poter bevere pi,  percioch non credano  li  convivanti
esser  stati  bene  ricevuti  e  lautamente  trattati  se  prima  imbriachi non
divengono.  Questo costume communemente l'osservano li  nobili  e  quelli  alli
quali  concesso di poter bevere il medone e la cervosa.
Nella prima mia legazione, finiti li miei negozii, e dovendo partir presto, fui
chiamato  ad  un convito del principe (percioch suole quello tanto nel partire
quanto nella venuta ricevere  gli  ambasciatori  nel  suo  convito);  il  quale
finito, il principe si lev su, e, appoggiandosi appresso la mensa, comand che
gli fusse dato in man la tazza,  poi disse: "Sigismondo, io voglio, per l'amore
che io ho verso il nostro fratello Massimiliano, imperatore eletto delli Romani
e supremo re,  e per la sanit sua bevere questa  tazza  di  vino,  e  cos  tu
beverai  di questo,  e gli altri tutti ordinatamente,  acci che tu veda l'amor
nostro verso il nostro fratello Massimiliano  etc.,  e  che  tu  gli  riferisca
quelle  cose che tu hai vedute".  Dapoi mi porse la tazza e disse: "Bevi per la
sanit del nostro fratello Massimiliano,  eletto imperatore  romano  e  supremo
re".  Dapoi la porgeva a tutti gli altri li quali erano presenti nel convito, e
a ciascuno usava le sopradette parole.  Le quali cose finite,  chiamommi avanti
di s, mi porse la mano e disse: "Or su, va' via".
Suole  oltra  di  questo  communemente il principe,  trattati che ha in qualche
parte li negocii degli oratori,  invitare quelli alla caccia per solazzo.   un
certo luogo appresso la Moscovia,  pieno di arbori e alli lepori molto commodo,
nel qual luogo,  come in un leporario,  grandissimo numero di lepri  nutrito e
allevato,  e a pigliare questi  pena grandissima,  e non  permesso a niuno in
tal luogo tagliar arbore alcuno.  E oltra di questo nutrisce ancora gran numero
d'altri animali nelli barchi, vivarii e altri luoghi commodi. E qualunque volta
vuole  pigliarsi  solazzo,  comanda  che da diverse parti siano portati lepori,
percioch quanti pi lepori piglier,  con tanto maggior sollazzo e onore pensa
aver cacciato.  Quando  per venir fuora in campo alla caccia, manda certi suoi
consiglieri insieme con certi cortegiani, over cavallieri,  per gli oratori,  e
comanda che menino quelli avanti esso.  Li quali ivi condotti e appropinquatosi
al principe,  per admonizione delli consiglieri sono costretti  a  smontare  da
cavallo  e  girsene  per  alquanti  passi a piedi alla volta del principe.  Con
questo medesimo modo e ordine ancora noi fossimo condotti alla caccia,  essendo
il principe a cavallo in un bello e ornatissimo cavallo,  d'una splendida veste
vestito; cavatosi li guanti, con il capo per coperto, umanamente ne ricevette,
e portaci la nuda mano per mezo dell'interprete diceva: "Siamo usciti  fuora  a
nostro  sollazzo  e  abbiamo  chiamati  ancora voi,  accioch siate presenti in
quello medesimo diporto,  e che di ci ne riportiate quel piacere che a voi pi
diletter: e per montate a cavallo e seguitateci".
Aveva il principe un certo coprimento, il quale kolpak chiamano, il quale aveva
d'una parte e l'altra,  cio dalle spalle e dalla fronte,  certi monili,  overo
pendenti,  dalli quali le lamine d'oro in modo di penne in  alto  tendevano,  e
dapoi piegate e rivoltate in s di sopra e di sotto andavano. La vesta era alla
similitudine  di  terlik,  con  fili  d'oro  tessuta;  dalla cintura pendevano,
secondo il costume della patria,  due longhi coltelli e  un  longo  pugnale,  e
dalle  spalle sotto la cintura aveva una certa sorte d'armi,  alla similitudine
del cesto, la quale communemente usano in guerra,  ed  un bastone alquanto pi
longo  d'un  cubito,  con  un cuoio attaccato di longhezza di due palmi,  nella
estremit del quale vi  una clava over mazza di rame  overo  di  ferro,  ed  
d'ogni  parte  ornato  d'oro finissimo.  Dalla banda destra del principe andava
Scheale tartaro, re di Casan, il quale era stato scacciato dal suo regno; dalla
sinistra erano due giovani nobilissimi,  delli quali uno aveva nella man destra
un  bel manarino col manico di avolio,  il quale essi topor chiamano,  quasi di
quella forma che si vede espressa appresso gli Ongheri,  e  l'altro  aveva  una
clava,  over mazza, simile all'ongheresche, la quale essi schestopero chiamano,
cio di sei penne.  Il re Scheale era cinto di due faretre:  in  una  aveva  le
frecce  ascose,  e  nell'altra  l'arco  chiuso.  Erano in campo pi di trecento
cavallieri.
Mentre per il campo cavalchiamo,  il principe alcuna  volta  comandava  che  ci
fermassimo  ora  in  questo  luogo  e  ora in quello,  e alcuna volta ci faceva
cavalcare appresso di lui. Dapoi,  essendo al luogo della caccia pervenuti,  ci
diceva:  "  usanza  appresso  di  noi che,  qualunque volta nella caccia e nel
nostro solazzo  ci  ritroviamo,  noi  medesimi  e  parimente  tutti  gli  altri
galantuomini  con  le proprie mani meniance li cani da caccia",  e cos pregava
noi che facessimo il simile. Aveva ordinati appresso ciascun di noi due uomini,
delli quali l'un e l'altro menava il  suo  cane,  accioch  quelli  per  nostro
diporto usare potessimo.  Alle quali cose noi rispondemmo: "Noi questa grazia e
favore con animo lieto e grato riceviamo,  e questo medesimo costume e usanza 
ancora  appresso  li nostri".  Ma egli quella escusazione usava perch appresso
loro il cane  riputato animale immondo,  ed  cosa vergognosa toccare cani con
le mani nude. Stavano con longo ordine circa cento uomini, delli quali parte di
negro  e  parte di turchino erano vestiti.  Non molto lontano da questi s'erano
fermati tutti gli altri cavallieri,  per  vietare  che  per  quella  parte  non
trapassassero  i  lepri.  Da  principio a niuno era concesso di lassare il cane
alla lassa, se non al re Scheale e a noi.  Il principe era primo,  che con alta
voce  comandava  che  li  cacciatori  cominciassero,  e  subito  con  il  corso
velocissimo del suo cavallo alla volta  degli  altri  cacciatori,  delli  quali
v'era  numero  grande,  volava.  Dapoi  tutti  a  una voce esclamano,  e subito
lasciano li cani,  detti molossi,  e odoriferi;  e certo  cosa  dilettevole  e
grata udire tanti e cos vari abbaiamenti di cani.
Ha la Moscovia molti cani, e quelli ottimi e perfetti, tra quali alcuni sono li
quali  in  la  lor  lingua  chiamano  kurtzos:  sono  belli,  con le code e con
l'orecchie pelose,  generalmente  sono  audaci,  nondimeno  non  hanno  lena  e
possanza di poter correre e seguitare gli animali per longo spazio.  Subito che
'l lepore se gli offerisce avanti,  tre,  quattro,  cinque e pi cani gli  sono
lasciati dietro,  e, come l'hanno preso, con tanto segno d'allegrezza alzano la
voce come se qualche grande animale avessero pigliato.  Li lepori alcuna  volta
corrono  pi  tardamente  di  quello  che  vorrebbono  li cacciatori: allora il
principe suole nominare qualcuno che fra gli arbori avesse il lepore nel sacco,
esclamandogli adosso, dicendo: "Hui, hui", per la qual voce significa che debba
mandare fuora il lepre.  Escono fuora alcuna volta li  lepri  come  sonnolenti,
saltando  fra li cani come caprioli overo agnelli fra 'l gregge.  Quel cane che
ne piglia pi,  quello in quel giorno  riputato aver  fatte  cose  stupende  e
maravigliose,   ed   esso   principe  parimente  fa  segni  d'allegrezza  e  di
congratulazione con l'oratore,  il cane del quale aver pigliato pi lepri  che
gli altri.  Finita la caccia, si congregorono tutti insieme e portorno i lepri,
li quali numerandogli trovorono ch'erano pi  di  trecento.  Erano  ivi  allora
presenti  li cavalli del principe,  non gi molti,  n troppo belli,  percioch
nella prima mia legazione essendo stato presente in simile sollazzo, mi ricordo
aver veduto pi cavalli e pi belli,  e specialmente di quella sorte  li  quali
noi  chiamiamo  turchi,  e  quelli  in  lor lingua argama.  Vi erano ancora pi
falconi,  delli quali altri  erano  bianchi,  altri  di  colore  purpureo,  per
grandezza  eccellenti;  e  quelli che noi girofalconi chiamiamo,  essi chiamano
kretzet,  con li quali sogliono pigliare i cigni,  le grue e altri  uccelli  di
questa sorte.
Questi kretzet sono uccelli audacissimi, ma non tanto atroci e d'impeto orrendo
che  gli  altri  uccelli  rapaci per il volare e per la veduta d'essi,  come un
certo delle due Sarmazie ha raccontato,  manchino e  muoiano.  Che  questo  sia
vero,  per  esperienza  conoscere si pu: se alcuno va a caccia col sparaviero,
col niso over con altri falconi,  e tra questo mezo il kretzet (il qual uccello
subito  lo  sentano  volar  da  lontano)  ne venisse volando,  non pi oltra la
cominciata preda seguitano,  ma tutti impauriti si fermano.  Ci hanno  riferito
uomini  degni  di  fede  e nobili che questi uccelli kretzet,  quando da quelle
parti dove fanno li nidi loro sono portati, che alcuna volta quattro,  cinque e
sei in un carro a questo fine accommodato si chiudono e serrano,  e, quando gli
 porta l'esca avanti da mangiare,  con certa osservanza d'ordine di vecchiezza
sogliono  quella  pigliare: il che se sia fatto in loro per ragione,  overo per
natura,  overo per altro modo,   cosa incerta.  E s  come  contra  gli  altri
uccelli  con  impeto  nimico e minaccievole vanno e sono rapaci,  cos fra loro
medesimi sono mansueti e umani,  n  mai  fra  di  loro  con  rapaci  morsi  si
percuotano o battano. Non si lavano mai con l'acqua, come gli altri uccelli, ma
solamente  con  l'arena,  con  la quale si nettano delli pidocchi.  Hanno tanto
piacere del freddo che perpetuamente o vero sopra il giaccio o  vero  sopra  la
nuda pietra sogliono stare.
Ora,  ritornando al nostro ragionamento,  il principe, partendosi dalla caccia,
alla volta d'una certa torre di legno la quale   lontana  da  Moscovia  cinque
miglia  c'invi.  Dove  erano  certi padiglioni drizzati in piedi: il primo era
grande e amplo, alla simiglianza d'una casa, per il principe;  l'altro,  per il
re  Scheale;  il terzo,  per noi.  E dapoi ve n'erano degli altri,  per l'altre
persone.  Nelli quali padiglioni essendo noi condotti,  il principe  entr  nel
suo,  e  mutatasi  la  veste,  subito  ci  fece chiamare alla presenza sua.  Ed
entrando noi,  egli sedeva in una  sedia  d'avolio;  dalla  destra  era  il  re
Scheale,  e noi all'incontro del principe in un luogo ordinato sedessimo. Sotto
il re stavano certi signori e altri consiglieri;  dal  sinistro  lato  sedevano
quelli  nobili  giovani  alli  quali  il  principe  con  favor  singulare porta
affezione.  Sedendo  adunque  tutti,  furono  portate  certe  confezioni  (come
chiamano)  di  corandi,  anici e amandole,  dapoi noci e una piramide intera di
zuccaro: le  quali  cose  li  ministri,  riverentemente  tenendo  in  mano,  al
principe,  al re e a noi le porgevano,  e dapoi,  secondo l'usanza,  fu dato da
bevere.  E il principe la grazia sua (come nelli conviti  solito di  fare)  ci
dava.  Nella prima mia legazione in quel medesimo luogo desinassimo, ed essendo
noi a tavola, ed essendo caduto in terra un certo pane,  il quale essi chiamano
il pane della beata Vergine (e il quale, come consecrato, hanno in venerazione,
mangiano   e   communemente   nelle  loro  abitazioni  in  luogo  pi  eminente
onorevolmente sogliono conservare),  il principe e tutti  gli  altri  di  paura
ripieni restorono: e,  chiamato il sacerdote,  quello dalle gramegne,  le quali
erano in terra, con sommo studio e venerazione raccolse. Fatta la collazione, e
tenuto quello che 'l principe ci aveva porto, ci diede licenzia,  dicendo: "Ora
andate via", e cos onorevolmente sino alli nostri alberghi fossimo condotti.
Oltra  di  questo,  il principe ha eziandio un'altra sorte di sollazzo il quale
suole usare,  come ho inteso per gli altri oratori.  Sono notriti orsi  in  una
casa  amplissima  a  questo  effetto  preparata,  nella quale il principe suole
dimostrare li giuochi degli orsi. Il modo  questo.  Ha certi uomini d'infima e
bassa condizione, li quali, per commissione del principe, con certe forcelle di
legno  vanno  incontro agli orsi,  e quelli provocano e incitano alla pugna.  E
venuti alle mani e attaccata la zuffa,  se per sorte li sopradetti uomini dalli
provocati  e  rabiosi  orsi  sono  laniati  e  feriti,  alla volta del principe
corrono, ed esclamando dicono: "Signore,  eccoti che siamo feriti".  Alli quali
rispondendo,  il  principe dice: "Andatevi,  che vi far grazia",  e cos dapoi
comanda che siano curati e che gli siano donati certi vestimenti e alcuni moggi
di formento.
Avvicinandosi il tempo di partire e d'essere licenziati dal  principe,  fossimo
invitati  a  desinare.  Oltra  di  questo,  a  l'un  e l'altro di noi una veste
onorevole,  foderata di zibellini,  fu donata;  e di  quella  vestitici  e  nel
conclave del principe introdotti,  il marescalco ordinatamente, in nome dell'un
e dell'altro di noi, diceva al principe: "Signore grande, Leonardo e Sigismondo
della tua immensa grazia  percuote  la  fronte",  cio  per  il  dono  ricevuto
riferisce  grazie.  Furono  aggionte alla veste che ci furon donate quarantadue
zibellini e 300 pelli  d'armelini,  1500  pelli  d'aspreoli.  Nella  prima  mia
legazione  mi diede una carretta al modo nostro con un bellissimo cavallo e una
pelle d'orso bianco, con un altro commodo coprimento. Mi avea dato ancora molte
sorti di pesci,  beluge,  osetri e sterled,  seccati a l'aere ma non salati;  e
umanissimamente  ne  diede  licenzia.  Delle  altre  cerimonie  le quali usa il
principe in licenziare gli oratori,  e similmente  come  sono  ricevuti  quando
entrano nelli confini della Moscovia e come sono condotti e trattati,  di sopra
nel licenziare gli oratori litwani copiosamente avemo trattato.
Ma perch fossimo mandati da Cesare Carlo imperatore  e  dal  suo  fratello  re
Ferdinando,  arciduca d'Austria,  a trattare perpetua pace o vero almeno tregua
fra 'l principe di Moscovia e il re di Polonia,  emmi  parso  cosa  ragionevole
aggiungervi  le ceremonie le quali usa il principe di Moscovia in confermazione
e stabilire la tregua con altri signori.  Avendo noi conclusa e in certa  forma
ridotta  la  tregua con Sigismondo re di Polonia,  fossimo chiamati nella corte
del principe e in una stanzia condotti,  dove erano gli oratori della Litwania,
e  dove  eziandio  vennero  quelli  consiglieri  del principe,  li quali quelle
medesime avevano concluse con esso noi;  e verso gli  oratori  rivoltatisi,  in
questa  forma  cominciorono  a  parlare:  "Ha  voluto  il nostro principe,  per
singolar grazia e  richiesta  delli  gran  principi,  fare  perpetua  pace  con
Sigismondo  nostro  re;  ma  conciosiach'essa pace ora per niuna condizione pu
esser fatta,  ad instanzia e richiesta delli sopradetti principi ha voluto  far
la tregua con il vostro re,  e per alla deliberazione e legitima confermazione
di quella il principe nostro vi ha fatti chiamare,  accioch ancora  voi  siate
presenti". Tenevano in mano lettere, le quali il principe era per mandare al re
di Polonia,  bollate e sigillate con un sigillo picciolo,  ma rosso,  nella cui
prima parte era una imagine di un uomo nudo,  che sedeva sopra un cavallo senza
sella  e  con  l'asta in mano trapassava per mezo un dracone;  da l'altra parte
eravi un'aquila con due teste, e ciascuna aveva la sua corona.  Oltra di questo
avevano in mano le lettere della tregua, con certa formula composte e ordinate,
l'esempio  e  copia delle quali esso re di Polonia all'incontro era per mandare
al principe di Moscovia,  eccettuati per nomi e titoli da essere mutati: nelle
quali  lettere,  fatte  dagli  consiglieri,  niente era mutato,  eccetto questa
clausola,  la quale era aggiunta nel fine delle lettere  e  diceva  cos:  "Noi
Pietro  Giska  palatino  polocense e capitano drobitzinense,  e Michael Bohusch
Bohuttinowitz tesoriere del granducato della Litwania e capitano  stovinense  e
kamenacense,  oratori  del  re  di  Polonia  e  del  granduca  della  Litwania,
confessiamo,  e con questo nome avemo baciato il segno della croce,  e astretti
noi,  che  'l  nostro  re   per confirmare e parimente le medesime cose con il
bacio de la santa croce: e in fede megliore  di  ci,  queste  lettere  con  li
nostri proprii sigilli avemo sigillate".  Le quali cose udite e vedute, fossimo
chiamati tutti avanti il principe, e nel luogo ordinato postici a sedere,  egli
cominci  in  questa  forma  a  parlare:  "Giovanni Francesco,  conte Leonardo,
Sigismondo,  con grande instanzia ci avete richiesto in nome di  papa  Clemente
settimo e del fratello nostro Carlo imperatore e del suo fratello re Ferdinando
che  noi facessimo pace perpetua con Sigismondo re di Polonia;  ma conciosiach
ci per le condizioni incommode a una parte e l'altra non si possi lodevolmente
conchiudere,  ne avete pregato che almeno facessimo tregua,  e cos per  l'amor
nostro verso li principi vostri ora la facciamo e l'accettiamo volentieri. Alle
quali cose avemo voluto che voi siate presenti,  accioch riferiate alli vostri
signori esser stati presenti alla tregua gi fatta, e legittimamente confermate
e noi tutte queste cose per amor di quelli aver fatte".
La quale orazione finita,  fece chiamare a s Michael di Giorgi consigliero,  e
gli  comand che pigli la croce d'oro,  la quale era attaccata con un cordon di
seta all'incontro del pariete.  Onde il prefato consigliero,  tolto un fazzuolo
mondo  il  quale sopra un bacile e un ramino era collocato,  la croce con somma
riverenza e venerazione pigli,  e nella man destra  la  tenne.  Il  secretario
similmente le lettere della tregua nelle mani aveva, talmente che le lettere de
li Litwanii erano superiori, e quella clausula per la quale gli oratori litwani
s'erano astretti appareva,  ponendo Michele la mano destra, con la quale teneva
la croce.  Sopra quali lettere il principe,  levandosi  in  piedi,  rivolto  il
parlare  verso  gli oratori litwani,  con longa orazione disse ch'egli la pace,
secondo la singolare richiesta e osservazione di tanti principi,  de li quali i
legati mandati a lui vedeva avanti gli occhi,  non averebbe gi mai sprezzata e
fuggita, quando quella con commode e onorevoli condicioni se fosse potuto fare.
Ma poi che tal pace perpetua non pu aver luogo,  per grazia  delli  sopradetti
principi  ha  fatto tregua per anni cinque,  secondo il tenore delle lettere le
quali esso mostrava col dito,  la quale tanto tempo conserver quanto vorr  il
magno Iddio: "E la nostra giustizia al fratel nostro re Sigismondo faremo,  con
questa condizione per,  che 'l vostro re ne dia lettere simili alle nostre  in
tutte le cose,  e scritte con quel medesimo esempio,  e che quelle in presenzia
delli nostri oratori confermi,  e la giustizia sua faccia verso di noi,  e  che
procuri  che  siano  portate  a  noi per mezzo delli nostri ambasciatori: e tra
questo mezzo voi col giuramento vi astringerete  il  vostro  re  dover  fare  e
osservare tutte le sopra nominate condicioni".
Finite  queste  parole,  verso la croce voltossi e tre volte con il segno della
santa croce segnossi,  ogni volta abbassando il  capo,  e  con  le  mani  quasi
toccando  la terra.  Dapoi,  appressandosi alla croce,  moveva le labbra,  come
volesse orare,  e,  nettandosi la bocca con un fazzoletto e sputando in  terra,
finalmente  la  croce  baci,  e  primamente con la fronte,  e dapoi con l'un e
l'altro occhio quella tocc, e, ritiratosi indrieto, di nuovo inchinato il capo
con la croce segnossi. Dopo questo ammonisce i Litwani che venissero avanti,  e
che  essi  quel  medesimo  fare  dovessero.  Ma  prima che gli oratori litwanii
facessero questo,  un certo Bogusio ruteno recitava la  sottoscrizione  per  la
quale  gli  oratori  s'erano  astretti,  la quale,  bench con pi parole fosse
composta e ordinata, nondimeno n pi n meno conteneva di quello ch' detto di
sopra.  Le parole della qual sottoscrizione a una  per  una  Pietro,  per  fede
romano,  e  collega,  l'esponeva,  e quella medesima parimente l'interprete del
principe a noi a parola per parola recitava.  Il che finito,  Pietro e  Bogusio
ordinatamente la santa croce in presenza del principe baciorono.
Le quali cose finite,  il principe,  sedendo,  con simili parole cominci: "Voi
avete veduto che noi avemo fatto al nostro Sigismondo re la  giustizia  nostra,
per  la  singulare  richiesta  di  Clemente,  di Carlo e di Ferdinando,  e per
diretti alli vostri signori,  tu Giovan Francesco al papa,  tu conte Leonardo a
Carlo  e  tu  Sigismondo  a Ferdinando,  noi aver ci fatto per il loro amore e
acci che 'l sangue cristiano per le  guerre  non  si  sparga".  Or  finalmente
avendo  il  principe  con  longa  orazione e con li consueti titoli fatto fine,
all'incontro per la singolare sua benevolenzia verso li nostri principi  grazie
infinite  gli  riferimmo,  e  le  commissioni  di  quello  diligentemente dover
eseguire gli promettemmo.  Dapoi,  due delli suoi consiglieri pi principali  e
secretarii avanti s chiam, e dice alli Litwani quelli essere ambasciatori che
dovevano  andare  in  Polonia  al  re  Sigismondo.  Ultimamente molte tazze per
commissione del principe furono portate a noi e alli Litwani,  e a ciascuno  s
delli  nostri  nobili  come delli Litwani,  e con la man propria il principe le
porgeva,  e,  chiamando per nome gli ambasciatori della Litwania,  diceva loro:
"Quelle  cose  che  ora  avemo  fatte e le quali dalli nostri consiglieri avete
intese, al fratel nostro re Sigismondo esporrete".  Dapoi di nuovo si lev su e
disse: "Pietro,  e tu,  Bogusio,  al fratel nostro Sigismondo e re di Polonia e
granduca della Litwania in nome nostro (movendo esso il capo) vi  inchinerete",
e,  ponendosi a sedere, l'un e l'altro chiam, e tanto a quelli quanto eziandio
alli nobili loro ordinatamente porse la mano,  e disse loro: "Andate,  ora",  e
cos licenzi.

GLI ITINERARII OVERO VIAGGI NELLA MOSCOVIA.

Nell'anno  MDXV erano venuti in Vienna,  a Cesare Massimiliano,  Wladislao e il
suo figliuolo Lodovico,  re dell'Ongaria e della Boemia,  e Sigismondo,  re  di
Polonia;  dove,  contratti  e  conclusi  i  matrimonii  delli figliuoli e delli
nepoti, e confirmata fra di loro l'amicizia,  fra l'altre cose Cesare gli aveva
promesso  di  voler mandare suoi ambasciatori a Basilio,  duca delli Moscoviti,
accioch egli facesse pace con il re di  Polonia.  A  questa  legazione  Cesare
aveva ordinato Cristoforo, vescovo labacense, e Pietro Mrazi. Ma tal impresa, e
tra questo mezo essendo Giovanni Dantista, secretario del re Sigismondo e dipoi
vescovo  warmiense,  di  tanta  tardanza  impaziente,  e  la legazione con ogni
instanzia solicitando,  quest'officio a me,  che poco avanti era tornato  dalla
Dania,  fu imposto.  E cos, ricevute le commissioni da Cesare Massimiliano, da
Haganoe, citt dell'Alsazia, mi parti'.
Primamente,  passato il Reno,  per il dominio delli marchesi badensi e  per  le
citt dette Restat,  Etlingen,  Pfortzach, nel ducato wirtembergense, Constat e
finalmente in Eslingen, citt dell'imperio, appresso il fiume Necaro,  il quale
e  Nicro chiamano,  di l in Gopingen e Ceislingen venni.  Dapoi in Olma citt,
superato il Danubio,  per Gunspurg e per il castello  Purgaw,  dalla  quale  il
marchesato  di  Burgovia  ha preso il nome,  in Augusta Vindelica al fiume Lico
pervenni, dove m'aspettavano Gregorio Sagrewski,  oratore del duca di Moscovia,
e  Crisostomo Columno,  secretario di Elisabetta,  vedova di Giovanni Sforza di
Milano e di Bharii, li quali erano compagni del viaggio.
Lasciata Augusta nel principio dell'anno MDXVI,  di l dal fiume Lico,  per  le
citt della Baviera Frindberg,  Inderstoff,  Freysingen,  cio per il vescovato
frisingense, al fiume Ambor, Landshuet, al fiume Isera, Gengkhon, Pfarkhirchen,
Scharding, al fiume Eno passammo.  E superato il fiume Eno,  trapassando per le
ripe del Danubio,  passammo l'Austria sopra Onaso; dapoi in Lincio, citt posta
sopra la ripa del Danubio, capo di quella provincia, entrati, e per il ponte in
quel luogo  posto  sopra  il  Danubio  passando,  per  Ganeukirchen,  Pregartn,
Pierpach,  Kunigswsin,  Arbaaspch, Rapolstain seguitassimo il nostro viaggio. E
finalmente camminando pi oltra nell'arciducato d'Austria,  alla Valle  Chiara,
volgarmente Tzwetl detta, in Rastnfeld, Horn e Retz pervenimmo.
Dapoi  per la dritta via della Moravia,  di l dal fiume Teya,  il quale per la
maggior parte separa l'Austria dalla Moravia,  a  Snoima  castello  pervenimmo,
dove  io  intesi Pietro Mraxio,  mio collega,  esser morto: onde io solo questo
officio di oratore feci.  Da Snoima arrivassimo a  Wolfernitz,  a  Bruna  e  ad
Olmuzio, sedia episcopale, appresso il fiume Moravia posta. E quelle tre citt,
cio Snoima,  Bruna e Olmuzio, sono le prime nel marchesato; di l poi passammo
per Lipneck,  per Hranitza (in todesco Weissenkirchn),  per Itzin  (in  todesco
Titsthein),  per Ostrava (in tedesco Ostra), dov' il fiume Ostrawitz, il quale
il castello bagna e la Lesia dalla Moravia divide. Dopo Feistar, castello delli
duchi teschinensi,  posto al  fiume  Elsa,  arrivammo  a  Strumen  (in  tedesco
Schwartzwasset),  dapoi  a  Ptzin (in tedesco Ples) principato.  Dal qual luogo
andando avanti per spazio di due miglia  il ponte di l da Istula, termine del
territorio della Boemia.  Dal ponte di Istula in l  il dominio della Polonia,
e  di  qua sino a Oschwentzin principato,  detto in tedesco Auscavitz,  dove il
fiume Sola entra nel fiume Istola, viaggio un miglio.
Fuora di Oschwentzin,  per il ponte superammo il fiume Istula,  e,  fatti  otto
miglia,  in Cracovia,  capo del regno di Polonia, pervenimmo, e li nostri carri
sopra le trahi ponemo.  Dapoi da Craccovia partiti,  rivammo a  Prostovitza,  4
miglia;  a Wilitza,  6 miglia;  a Schidlow,  5 miglia;  a Oppatow,  6 miglia; a
Sawicost, 4 miglia, dove di nuovo passammo il fiume Istula, e, lasciato quell'a
banda sinistra, ad Ursendow per spazio di 5 miglia,  e dapoi a Lubin palatinato
per 7 miglia pervenimmo.  Nel qual luogo, in certo tempo ordinato dell'anno, si
fa una bellissima fiera,  alla quale vi concorrono uomini e genti d'ogni parte,
Moscoviti,  Litwani,  Tartari,  Livoniensi,  Pruteni, Ruteni, Germani, Ongheri,
Armeni, Walachi ed Ebrei.
Otto miglia pi oltra si truova Cotzko; e avanti che si pervenga a questo luogo
si trova il fiume  Wiepers,  verso  settentrione.  Dopo  otto  miglia  Meseriz,
termine  overo  confine  della  Polonia;  e  sei  miglia  pi avanti si truova,
appresso el fiume Buh, Melnik,  castello della Litwania;  e dopo otto miglia un
luogo  chiamato Bielsco;  e dopo quattro Narew,  dove un fiume di quel medesimo
nome,  che nasce da un certo lago e paludi,  come fa il  fiume  Buh,  verso  il
settentrione  corre.  Da  Narew caminando pi oltra si passa una selva per otto
miglia di longhezza, e fuora di quella evvi un castello detto Grinzki, dove gli
uomini del re,  li quali ci provedevano di  vettovaglia  per  il  viver  nostro
(pristawos chiamano) e fino a Wilna ci conducevano,  mi aspettavano.  Dapoi per
spazio di sei miglia si perviene a Grodno,  dove  un  principato,  secondo  la
natura  di  quel paese,  assai commodo: la rocca con la citt  vicina al fiume
Nemen,  il quale in lingua germanica Mumel  chiamato,  e bagna la Prussia,  la
quale  gi dal gran maestro dell'ordine teutonico era governato;  ma ora quella
Alberto,  marchese di Brandenburg,  per nome ereditario del  ducato  tiene.  Il
detto fiume chiamano ancora Cronomen, alludendo al nome del castello. In questo
luogo  Giovanne  Saworsinschi  da  Michael Lincki in quella medesima casa over,
come dicono,  corte nella quale io era alloggiato fu morto.  In questo luogo io
lasciai  l'ambasciatore  moscovito,  il  quale  il  re avea proibito intrare in
Wilna.  Dipoi a duo miglia a Prelai,  a cinque miglia a  Wolconikt,  a  quattro
miglia a Rudnii, e per altre quattro miglia ad Wilna pervenimmo.
Avanti Wilna uomini nobili e di alto legnaggio mi aspettavano, li quali in nome
del  re onorevolmente mi recevettero,  e in una ampla e gran carretta ornata di
bellissimi cussini e di certi coprimenti di seta e d'oro  tessuti  collocatomi,
con molti staffieri d'ogni parte circondato,  officiosamente,  come fosse stato
il  proprio  re,  sino  all'ordinato  ospizio  m'accompagnorno.   Dapoi  Pietro
Tomitzki,  vescovo premisliense, vicecancelliero del regno di Polonia, uomo per
testimonianza di tutti di singular virt e d'integrit di vita ornato,  venne a
visitarmi  e  in  nome del re umanissimamente salutommi e ricevettemi.  E cos,
finiti li  nostri  ragionamenti,  con  gran  moltitudine  delli  cortegiani  al
conspetto  del  proprio  re  mi  condusse,  dal  qual,  in  presenza  di  molti
nobilissimi  signori  del  granducato  della  Litwania,  onorevolmente  io  fui
ricevuto.
In quel medesimo tempo,  oltra l'altre cose, nella citt di Wilna il matrimonio
fra esso re di Polonia e la signora Bona,  figliuola di Giovan Galeazzo Sforza,
duca  di  Milano,  col  mezo di Cesare,  essendo io ambasciatore,  fu fermato e
concluso.  Erano ivi in strette prigioni tre capitani di Moscovia,  alli  quali
nell'anno  MDXIIII,  appresso  di  Orsa  citt,  la somma di tutte le cose e il
governo dell'esercito moscovitico era stato commesso,  fra  li  quali  Giovanni
Czeladin era il primo.  Li quali io,  con licenzia del re,  visitai, e con quel
modo che io potei gli consolai.
Wilna  capo del granducato della Litwania,  ed  posta in quel luogo nel quale
Welia e Wilna fiumi concorrono,  e nel fiume Nemen,  over Cronomen, entrano. In
questa lasciai Crisostomo Columno,  e poco tempo in quella dimorai.  Alli 14 di
marzo,  uscito di Wilna, io non andai per la publica e usitata via, delle quali
una va per Smolenzko e l'altra per la Liwonia in Moscovia,  ma usai  la  strada
meza fra l'una e l'altra, e per la dritta via per quattro miglia a Nementschin,
e di l a otto miglia, passato il fiume Schamena, a Swintrava pervenni.
Il  seguente giorno per spazio di sei miglia venni a Disla,  dove  un lago del
medesimo nome, e di l quattro miglia  Driswet, dove l'ambasciatore moscovito,
il quale io avevo lasciato a Grodno, venne a ritrovarmi. Di l quattro miglia a
Braslaw,  al lago Nawer,  il quale  di longhezza quasi d'un  miglio;  poi  per
spazio di cinque miglia a Dedina e al fiume Dwina, il quale i Liwoniesi (perch
passa per il paese di quelli) Duna chiamano, e altri Turante, pervenimmo. Dapoi
per  sette  miglia a Drissa,  e di nuovo sotto il castello Betha al fiume Dwina
arrivammo.  Ed essendo quello  aggiacciato,  con  certe  carrette,  secondo  il
costume di quella gente,  per spazio di sedici miglia fossimo portati in su.  E
mentre facevamo tal viaggio,  due vie  avanti  gli  occhi  s'appresentorono:  e
mentre  stavamo  in  dubio  per  qual dovessimo entrare,  mandai il servitore a
dimandare alla casa d'un certo villano vicino qual fusse  la  strada.  Il  qual
poco  manc  che  non perisse nel fiume,  per rispetto della giaccia qual s'era
disfatta sul mezogiorno,  nondimeno fu tirato fuora.  Avvenne ancora che in  un
certo  luogo il fiume d'ogni parte era sgiacciato,  e tanta strada era lasciata
quanto si poteva passare oltra,  e a pena le ruote  del  nostro  veicolo  erano
capaci  di  tal  passo:  accresceva  ancora  la  paura la fama commune,  perch
dicevano che non era molto che in tal luogo cento assassini  moscoviti  s'erano
sommersi, per voler passare tal fiume congelato.
Da  Drissa a Doporoski sono sei miglia,  e di l poi a Polotzco principato,  il
quale waiwoda lo chiamano,  e a quella parte del fiume Dwina,  la quale  alcuni
Rubone  chiamano,   pervenimmo:  dove  onorevolmente  in  mezo  di  grandissima
frequenzia  d'uomini  fossimo  ricevuti,   e  magnificamente  e  abondantemente
trattati. Finalmente sino alla stanza nostra vicina fossimo condotti. Tra Wilna
e  Polotzco  sono molti laghi,  spesse paludi e selve di grandissima longhezza,
per  modo  che  qualche  volta  per  spazio  di  cinquanta  miglia  germani  si
distendono.
Andati pi avanti nelli confini del regno,  il viaggio,  per le spesse correrie
de l'una e l'altra parte,  non era  troppo  sicuro,  e  avessimo  alloggiamenti
abandonati  e  pochissimi;  e finalmente per grandi paludi e selve in Harbsle e
Milenki,  case di pastori,  pervenimmo,  nel qual viaggio il Litwano  condottor
nostro  m'aveva  abandonato.  Vi  si  aggiongeva  alla incommodit delli nostri
alloggiamenti la somma difficult del viaggio,  percioch era forza di  passare
fra  li  laghi  e  le  paludi carche di neve e di giaccio,  a noi molto nocivo;
mentre ad un castellotto, detto Nischa,  e al lago di quel medesimo nome,  e di
l 4 miglia a Quadassen pervenimmo. E quivi con grandissima paura e pericolo un
lago aggiacciato,  stando l'acqua sopra il giaccio, passammo; ed essendo ad una
cappanna over tugurietto d'un  certo  villano  pervenuti,  per  commissione  di
Georgio  moscovito,  mio  compagno  in  viaggio,  ci fu portato vettovaglie per
mangiare: ma in questo luogo i termini dell'un e l'altro principe non ho potuto
conoscere e discernere come desiderava.
Senza contradizione alcuna,  Corsula  sotto il dominio  della  Moscovia;  dove
passati due fiumi,  cio Welicarecka e Dsternicza, finiti due miglia pervenimmo
ad Opotzka citt,  con il castello,  o  ver  rocca,  posta  appresso  il  fiume
Welicareka, dove  ponte che si passa, e alcuna volta li cavalli passano quello
con  l'acqua  sino  al  ginocchio.  Questa  rocca  il re di Polonia,  mentre io
trattava della pace in Moscovia, aveva assediata. In questi luoghi,  bench per
le spesse paludi, selve e fiumi innumerabili gli eserciti commodamente condurvi
non si possano, nondimeno a ciascun luogo che vogliono vanno, mandandovi inanti
guastatori   e   altri  abitatori  del  paese,   li  quali  tolgano  via  tutti
gl'impedimenti tagliando arbori,  legnami e facendo li ponti sopra  le  paludi,
fiumi e altri luoghi necessarii.  Di l a otto miglia si truova una citt detta
Woronecz,  posta appresso  il  fiume  Ssoret,  il  quale,  ricevendo  il  fiume
Woronetz,  non  molto  lontano sotto il castello di Welicarecka scorre.  Cinque
miglia dipoi a Enburg; e tre miglia a Woledimeretz, castello con la rocca;  tre
miglia a Brod,  casa d'un certo abitatore;  e di qui poi cinque miglia, gittato
un ponte sopra il fiume Ussa,  il quale  a  Scholona  scorre,  a  Parcho  citt
venimmo,  la quale, insieme con il castello,  appresso il fiume Scholona. E di
qui si viene ad una certa villa detta Opoca, sotto la quale  il fiume Widocha,
il quale per spazio di cinque miglia entra in  Suchana;  quivi,  passati  sette
fiumi,  dopo  cinque miglia s'arriva a Reisch villa,  e per altri cinque miglia
alla villa detta Dwerenbutig,  sotto la quale,  per spazio di  mezo  miglio,  
Pschega fiume,  il quale,  ricevuto in s il fiume Strupin,  entra in Scholona;
nel quale ancora altri  quattro  fiumi,  li  quali  passammo  in  quel  giorno,
entrano.  A cinque miglia si truova Sotoki,  casa d'un povero uomicciuolo, e di
qui  a  quattro  miglia  finalmente  nella  gran  Nowogardia  alli  4  d'aprile
pervenimmo.  Da  Polotzko  fino  alla  Nowogardia passammo tante paludi e tanti
fiumi,  delli nomi de' quali e numero  n  anco  gli  abitatori  del  paese  si
ricordano.
Nella  Nowogardia  per sette giorni ci riposammo,  e nel giorno delle Palme dal
luogotenente di quella fui ricevuto in convito. E dapoi,  da quello consigliato
che, lasciati li servitori e li cavalli in quel luogo, per via delle poste alla
volta  della  Moscovia  ne  gissi,  al  quale  vedendo,  ed entrato in viaggio,
primamente a quattro miglia a Beodnitz venni,  e di qui il viaggio di tutto  il
giorno appresso il fiume Msta,  il quale  navigabile, e dal lago Samdin nasce,
io feci. In quel giorno, andando io per un prato e liquefacendosi la neve,  con
veloce  corso  delli  cavalli,  un  cavallo  d'un mio servitore litwanico cadde
insieme col servitore precipitando e in modo d'una rota rivoltandosi per terra;
finalmente il cavallo levossi con li piedi davanti e fermossi,  n per con  il
lato  suo  toccava  terra,  n  punto il servitor mio,  sotto di s prostrato e
giacente, offese. Dapoi per dritta via sei miglia a Seitskoov,  di l dal fiume
Nischa;  dapoi  sette miglia a Harosczi,  di l dal fiume Calacha;  e per sette
miglia,  Oreat Rechelwitza,  alla fiumara Palamit pervenimmo.  In  quel  giorno
passammo otto fiumi e lago congelato, ma sopra il giaccio d'acqua ripieno.
Finalmente,  nella  sexta  feria avanti la festa della santa Pasqua,  alla casa
delle poste pervenimmo, e tre laghi passammo: il primo fu Woldai, il quale  un
miglio in larghezza e due in longhezza;  il secondo    Lutinitsch,  non  molto
grande;  e il terzo Ihedra,  al quale una villa di quel medesimo nome  vicina,
lontano da Oreat per spazio d'otto miglia.  Nel qual giorno,  per li sopradetti
laghi congelati, ma per la neve liquescente d'acque ripieni, seguitata la trita
via, avessimo viaggio difficilissimo e pericoloso; e per l'altezza delle nevi e
perch niuno vestigio over segno d'alcuna strada appareva, non avemmo ardimento
di partirci dalla via publica.  Finito cos difficile e pericoloso viaggio, per
spazio di sette miglia a Choitilowa pervenimmo,  sotto la qual citt,  in  quel
luogo  che  li  due  fiumi  Schlingwa e Snai corrono ed entrano nel fiume Msta,
passammo, e a Woloschak giungemmo; e ivi nel giorno di Pasqua ci riposammo.
Dapoi camminammo per sette miglia,  e passato  il  fiume  Twerza  a  Wedrapusta
castello,  posto  nella ripa,  arrivammo: da qui poi per sette miglia scendendo
venimmo a Dwerschak citt,  sotto la quale per due miglia,  con  una  barchetta
pescareccia,  il fiume Schegima passammo,  e,  a Ossoga castello pervenuti, ivi
per un giorno ci riposammo.  E il seguente giorno,  per spacio di sette  miglia
navigando per il fiume Twerza,  a Medina pervenimmo,  e, ivi desinato, di nuovo
entrati nella barchetta per sette miglia navigammo Wolga,  fiume celeberrimo  e
famoso, e nel principato Twer arrivammo. Dove, presa una barca maggiore, per il
fiume Wolga navigammo,  e non molto dapoi ad esso fiume congelato e di pezzi di
giaccio ripieno venimmo,  e in certo luogo,  con grandissima fatica  e  sudore,
arrivammo, dove la ripa del fiume, carica di molto giaccio, appena superammo. E
di  l  per  terra alla casa d'un certo abitatore pervenuti,  ritrovammo alcuni
pochi cavalli,  e sopra quelli montati finalmente al monasterio del Beato  Elia
giungemmo.  Dove poi mutati li cavalli,  per tre miglia a Gerodin castello,  al
fiume Wolga posto;  dapoi per la dritta via tre miglia a Schossa,  poi per  tre
altri miglia a Dscorno, casa delle poste; dapoi per sei miglia a Clin castello,
al fiume Ianuga posto;  poi per tre miglia Piessak, casa delle poste; dapoi per
spazio di sei miglia a Schorna,  appresso  il  fiume  di  quel  medesimo  nome,
arivammo;  dapoi  finalmente per spazio di tre miglia,  alli diciotto d'aprile,
pervenimmo in Moscovia,  dove in che  maniera  io  fossi  salutato  e  ricevuto
abondantemente  in questo libro vi ho esposto e dichiarato,  quando del modo di
recevere e di trattare gli oratori ho ragionato.


Del ritorno della Moscovia nella patria.

Io vi dissi nel principio che fui  mandato  da  Massimiliano  imperatore  nella
Moscovia  a  componere e pacificare i principi di Polonia e della Moscovia;  ma
senza risoluzione alcuna indi mi  parti',  percioch,  mentre  nella  Moscovia,
presenti gli oratori del re di Polonia,  io trattavo della pace e concordia fra
loro,  il re di Polonia,  raunato l'esercito,  Opotzka castello (indarno  per)
espugnava,  e  per  ci  il  principe  negava di voler fare tregua con il re di
Polonia: e cos,  senz'altra conclusione del negozio,  onorevolmente  mi  diede
licenzia. Onde, lasciata la Moscovia, a Moseisko 18 miglia, a Wiesma 26 miglia,
Drogobusch 18 miglia,  e dapoi a Smolensko 18 miglia pervenni.  Dapoi,  per due
notti a l'aere in mezo delle gran nevi riposati, e da quelli che ci conducevano
io era trattato lautamente e onorevolmente; e per difenderci meglio dalle nevi,
sopra li scorzi degli arbori stendevamo altamente il fieno,  e sopra  li  stesi
lenzuoli,  secondo il costume de' Turchi, overo Tartari, con li piedi tirati in
su giacendo, pigliamo il cibo; e bevendo alquanto pi largamente la cena nostra
tiravamo in longo.  L'altra notte poi venimmo ad un  certo  fiume,  allora  non
congelato: ma dopo mezanotte, per rispetto del grandissimo freddo, talmente era
concreto  e  giacciato  che  per  il giaccio pi di dieci carette cariche tutte
andorono. Ma li cavalli in un altro luogo,  dove il fiume pi velocemente e con
maggior  impeto  correva,  spinsi,  e  rotta  la giaccia passorono di l.  Dove
lasciati quelli che ci conducevano,  andai nella Litwania,  e dal  confine  per
otto miglia a Dobrowna venni,  dove ebbi onesta copia delle cose necessarie, ma
l'albergo fu nella Litwania. Dapoi a quattro miglia ad Orsa, insino a tanto che
da Viesma alla man destra arrivammo al fiume Boristene,  il quale con non longo
intervallo  di  sopra  e  di sotto Smolenko fummo constretti a passare.  E cos
quello circa Orsa lasciato,  per la dritta via per 8 miglia a  Druzek,  per  11
miglia  a  Grodno,  per 6 miglia a Borisow,  al fiume Beresina venimmo,  li cui
fonti Tolomeo attribuisce al Boristene.
Dapoi per otto miglia a Lohoschkh,  per 7 miglia a Radocostye,  per 2 miglia  a
Crasno Sello,  per 2 miglia a Modolesch,  per 6 miglia a Crewa, castello con la
rocca ruinato,  per 7 miglia  a  Mednik,  castello  con  la  rocca,  e  di  qua
finalmente  a Wilna pervenimmo.  Dove,  dopo la partita del re di Polonia,  per
certi pochi giorni,  mentre li servitori con li  miei  cavalli  ritornavano  da
Novogardia  per  la  Liwonia,  sono restato.  Li quali finalmente venuti,  indi
partiti,  per 4 miglia usciti dalla strada arrivammo in Troki,  accioch ivi in
un certo orto vedessi i bisonti chiusi,  li quali alcuni uros, li Germani aurox
chiamano.  Dove il palatino,  qualunque per la venuta mia  all'improviso  fosse
quasi offeso,  nondimeno invitommi a desinare con esso lui;  e a questo convito
fu presente Scheachmeth,  re sawolhense tartaro,  il quale in tal luogo in  due
murati  castella,  fra li laghi posti,  come in libere prigioni onestamente era
servato e custodito.  Questo re,  mentre si desinava,  di varie cose  per  mezo
dell'interprete  parlava con esso meco,  e fra l'altre cose chiamava Cesare suo
fratello,  e diceva che tutti li principi e re del mondo erano fratelli fra  di
loro.
Finito  il  desinare  e  ricevuto  il presente dal signor palatino,  secondo la
consuetudine delli Litwani,  primamente a  Moroschei  castello,  dapoi  per  15
miglia a Grodno,  per 6 miglia a Grinki,  poi, passata la selva, per 8 miglia a
Narew,  e a Bielsko citt pervenimmo.  Dove Nicol Radowil,  palatino  wilnese,
ritrovai, al quale gi per avanti avevo date lettere di Cesare. Il qual, bench
per  avanti  mi  avesse  donato  una  chinea con due altri cavalli da carretta,
nondimeno di nuovo un altro cavallo castrato e di buona razza mi dette in dono,
e oltra di questo mi diede ancora alcuni ducati ongheri, esortandomi che d'essi
io procurassi farmi fare un bellissimo anello, accioch, portando quello e ogni
giorno riguardandolo, pi facilmente di lui,  specialmente appresso Cesare,  io
mi ricordassi.  Dapoi da Bielsco nella rocca de Briesti,  con il castello fatto
di legno,  appresso il fiume Buh,  nel quale Muchawetz scorre,  e di qui a Amas
castello  arrivammo,  dove,  lasciata la Litwania da parte,  a Pareczow,  primo
castello di Polonia,  entrati,  sopra il quale non troppo lontano un fiumicello
chiamato  la  Sonica  scorre,  e la Litwania dalla Polonia divide;  dapoi per 9
miglia a Lublin, poi a Rubin, Ursendoff, Sawichost,  al passo del fiume Istula,
poi a Sandomir,  citt con la rocca, posta al fiume Istola, e distante da Lupin
per spacio di miglia 18, pervenimmo. Dapoi a Poloniza, appresso il fiume Czerna
posta, dove certi pesci nobilissimi,  volgarmente lachs chiamati,  si pigliano.
Indi  alla  Nuova detta Cortzin,  con il castello di muro,  e poi a Prostwitza,
dove buona e ottima cervosa si cuoce, e di qui poi in Craccovia pervenimmo,  la
qual citt  capo del regno, sedia regale, posta e collocata al fiume Istula, e
per  18  miglia  distante  da Sandomir,  per copia e frequenzia di clerici,  di
studenti e di mercatanti celeberrima e famosa.
Dalla qual citt, ricevuti li presenti regii e tolta buona licenzia dal re,  al
quale l'opra mia era grata,  ci partimmo,  e indi a Lipowez, sotto il castello,
di qua poi a 3 miglia ad Oswenzin, castello della Silesia,  ma sotto il dominio
di Polonia,  appresso il fiume Istula situato,  giongemmo.  Nel qual luogo Sola
fiume, il quale,  nascendo dalli monti li quali dividono Silesia da l'Ongheria,
nel fiume Istula entra.  Non troppo lontano,  sotto il medesimo castello,   il
fiume Preyssa, il quale, dall'altra parte del fiume Istula, Silesia dal dominio
di Polonia e Boemia divide,  e in Istula entra.  Di qua poi a 3 miglia a  Pzina
(in tedesco Ples),  principato in Silesia, della dizione di Boemia; poi per due
miglia a Strumen (in tedesco Schwartzvasser), poi a Freystaelth, castello delli
duchi teschinensi, il quale Elsa fiume bagna e nel fiume Odera entra;  dapoi ad
Ostrawa,  castello della Moravia,  il quale da Ostrawitza fiume  bagnato, e la
Silesia dalla Moravia divide;  indi poi a 4  miglia  in  Itschin  castello  (in
tedesco  Titzein),  e  per  un  miglio  ad Hranitza (in tedesco Weissenkirchen)
castello,  il quale Betwna fiume bagna,  e dapoi,  per spazio  d'un  miglio,  a
Lipnik, e per due miglia ad Wistrica pervenimmo. Dove, mentre per la dritta via
camminavamo,  a caso da un certo colle Nicol Czaplitz, nobile della provincia,
veggendo che noi andavamo alla volta  sua,  pigliata  un'arma  in  mano,  quasi
volesse  combattere,  con  due compagni preparavasi alla pugna.  Per il che io,
considerando  non  la  temerit  e  audacia  da  l'uomo,   ma  pi  presto   la
imbriachezza,  comandai alli servitori che dessero luogo a l'ira e alla pazzia,
non facendo altro movimento.  Ma quello,  sprezzato questo officio,  nella gran
neve  s'era  gittato,  e  con  gli occhi tortuosi e minaccievoli ci riguardava,
facendo il medesimo verso  li  nostri  servitori  che  ne  seguitavano  con  le
carrette,  minacciando  loro  con la spada in mano di volergli fare dispiacere.
Onde da una parte e l'altra nato gridore,  ed essendo concorsi li  servi,  esso
Nicol  finalmente  da  una  freccia fu offeso,  e il cavallo parimente ferito,
sotto quello casc.  Dapoi,  seguitando il cominciato nostro  viaggio  con  gli
oratori moscoviti,  arrivammo ad Olmuzio, dove similmente egli ferito pervenne;
e  ivi,  come  abitatore  di  quella  regione  conosciuto,  raunata  una  certa
moltitudine  di  quelli uomini li quali erano condotti a cattare e fabricare le
piscine,  voleva della ricevuta ingiuria  fare  vendetta;  ma  io,  con  maturo
consiglio, l'audacia sua ritenni.
Fatto  questo  ci  partimmo  da  Olmuzio,  e  per  4 miglia a Bischow,  piccolo
castello,  e per altri 4 miglia a Niklspurg,  rocca bella,  venimmo,  la quale,
bench  per spazio d'un miglio di l dal fiume Theya,  il quale in molti luoghi
l'Austria dalla Moravia divide,  sia posta,  nondimeno s'accosta alla Moravia e
al dominio di quella  sottoposta. Di qua poi a 8 miglia Mistlbach, castellotto
dell'Austria,  e  per  altri tre miglia a Ultrichskirchen,  e poi per altri tre
miglia a Vienna, citt nobile e da molt'altri scrittori celebrata,  pervenimmo,
e certo sino in questo luogo in due carrette intere di Moscovia condusse.
Partitomi  da  Vienna  per  8 miglia a Citt Nuova,  e di l poi oltra il monte
Semring e fra li monti della Stiria fino a Salsburg ne venni.  Dapoi in Isprug,
castello  del  contado  di Tirolo,  ritrovai Cesare,  alla maest del quale non
solamente quelle cose le quali io avevo fatte per sue commissioni furono grate,
ma eziandio la relazione delle ceremonie e della consuetudine delli  Moscoviti.
Onde Matteo,  cardinale di Salsburg, a Cesare caro molto e principe industrioso
e nelli negozii versato,  giocosamente in  presenzia  di  Cesare  protest  che
Cesare  non  dovesse udire il restante delle ceremonie de' Moscoviti in absenza
sua.
Dapoi,  essendo espedito e licenziato da Cesare l'ambasciatore di  Moscovia,  e
dovendo  io  similmente  come  oratore  andare  in Ongheria al re Lodovico,  il
sopradetto ambasciatore moscovito per il fiume Eno e per il  Danubio  a  Vienna
condussi, e ivi quello lasciato montai in un carro ongaro, e con quello, avendo
buonissimi  cavalli  sotto,  in  poche  ore  feci  trentadue  miglia,  e a Buda
pervenni.  Ma la causa di tanta prestezza  la commodit della  respirazione  e
permutazione delli cavalli per li giusti e ben ordinati intervalli delle poste;
delle  quali  la  prima    nel  picciolo castello di Prukh,  appresso il fiume
Leytha,  il quale divide l'Austria dall'Ongheria,  e per spazio di 6  miglia  
distante da Vienna; la seconda in Owar, piccolo castello, in tedesco Altenburg,
ed    cinque  miglia;  la terza  Iaurina,  sedia episcopale.  Questo luogo li
Ongheri Iurr e li Germani dal fiume Raba,  il quale bagna il luogo ed entra nel
Danubio,  Rab  chiamano.  In questo luogo,  distante da Owar cinque miglia,  si
permutano li cavalli.  La quarta posta  sotto Iaurino sei miglia,  nella villa
Cotzi,  dalla  quale  villa  li carrettieri hanno preso il nome e sono chiamati
Cotzi. L'ultima posta  in Wark villa, cinque miglia lontano da Cotzi,  dove li
ferri  delli  cavalli,  vacillanti,  sono  rimessi,  e le carrette e le briglie
rifanno.  Le quali tutte cose ristorate,  per spazio di 5 miglia a Buda,  sedia
regale,  sono  portati.  Nella  qual  citt esposta e finita la mia legazione e
terminata la dieta,  la quale non molto lontano da Buda si faceva,  in un luogo
il quale volgarmente Rakhusch chiamano,  onorevolmente fui licenziato dal re, e
a Cesare ritornai, il quale poi, nel mese di gennaio,  l'anno del Signore 1519,
mor.  E  questa  mia  andata  in  Ongheria  ho  voluto aggiungere,  per essere
congionta con la moscovitica, e quasi un medesimo viaggio.


Il viaggio della seconda legazione di Moscovia.

Morto Cesare Massimiliano,  fui fatto ambasciatore delli Stiriensi a Carlo,  re
di Spagna,  arciduca d'Austria, eletto romano imperatore, alla maest del quale
similmente dapoi il granduca di Moscovia aveva  mandato  li  suoi  ambasciatori
accioch  le  confederazioni con Massimiliano confirmassero.  E all'incontro il
nuovo imperatore,  per  gratificare  al  granduca,  diede  commissione  al  suo
fratello  Ferdinando arciduca ch'egli operasse con Lodovico,  re de l'Ongheria,
che facesse di modo con suo zio Sigismondo,  re di Polonia,  che consentisse di
far  pace  overo  tregua  con giuste condicioni con il granduca della Moscovia.
Onde in Vienna,  essendo Leonardo,  conte di Nogarola,  in nome di Carlo romano
imperatore  e io in nome di Ferdinando,  fratello della sua maest,  infante di
Spagna e arciduca d'Austria,  eletti ambasciatori,  montati in  certe  carrette
ongare,  a ritrovare Ludovico,  re de l'Ongheria, a Buda venimmo; dove, esposte
le nostre commissioni e finiti li nostri negozii,  secondo il desiderio  nostro
pigliammo licenzia e a Vienna ritornammo.
Dapoi,  insieme  con  li oratori di Moscovia,  li quali allora erano tornati di
Spagna da Cesare imperatore,  usciti fuora,  ci mettemmo in viaggio e venimmo a
Mistlbach,  6 miglia;  a Wisternitz, 4 miglia, a Wischa, 5 miglia; a Olmuzio, 4
miglia;  a Sternberg,  2 miglia;  a Parno,  dove sono le miniere del  ferro,  2
miglia;  ove un ponte, posto sopra il fiume Morava, passammo, e ivi lasciata da
parte la Moravia nella citt e principato  della  Silesia  entrammo;  dapoi  in
Iagerndorff,  3 miglia; a Lubschia, 2 miglia; a Glogovia, 2 miglia; a Crepitza,
2 miglia.  Dapoi,  appresso il fiume Odera,  arrivammo in  Opolia  citt,  dove
l'ultimo  duca  delli Opoliensi aveva la sua sedia,  per 3 miglia.  Dapoi per 7
miglia ad Oleschno,  in tedesco Rosenberg,  di l dal fiume Malpont,  il  quale
allora per la moltitudine delle acque oltre modo era abondante;  poi a 2 miglia
pervenimmo a Crepitza,  vecchio castello di Polonia.  Nel qual luogo intendendo
noi  il  re di Polonia essere in Pietercovia castello,  dove li governatori del
regno sogliono celebrare li comizii,  cio le loro diete,  mandammo  avanti  il
servitore,  il  quale ne rifer che 'l re per la dritta via era per andare alla
volta di Crocovia.  Onde noi,  mossi da Crepitza,  a quel luogo drizzassimo  il
nostro viaggio, e primamente a Clobutzho, 2 miglia, poi a Czestochow, 3 miglia,
il  quale   un monasterio dov' una imagine della beata Vergine,  la quale con
grandissimo concorso di popolo e specialmente delli Ruteni   venerata;  poi  a
Schaki,  5 miglia;  a Cromolow,  3 miglia;  a Ilkucsch,  4 miglia, dove sono le
minere del piombo; poi finalmente, fatti 5 miglia, il secondo giorno di febraio
arrivammo in Cracovia,  dove niun onore ci fu fatto,  niuno ci venne incontro e
niuno  alloggiamento  era  apparecchiato per noi,  e niuno delli cortegiani us
verso di noi officio d'umanit n di salutazione alcuna,  come se della  venuta
nostra cosa alcuna intesa e udita non avessero.
Dapoi,  ottenuta l'entrata per parlare al re, la cagione della nostra legazione
ricercava,  e  l'ufficio  delli  nostri  principi  come  fatto  fuor  di  tempo
riprendeva,  specialmente  vedendo gli oratori moscoviti,  ritornati di Spagna,
essere con noi,  e perci qualche cosa di male si pensava del duca di Moscovia.
Onde  ci disse: "Qual vicinanza o qual congiunzione di sangue  tra li principi
vostri e li Moscoviti, che cos si sono messi di mezo, specialmente non essendo
stati richiesti da quello, onde facilmente potrebbe egli constringere il nimico
a condizioni eguali di pace?" Noi dall'altra parte li consigli pii e  cristiani
e la mente sincera delli nostri principi dimostravamo,  e quelli niuna cosa pi
desiderare che la pace,  la concordia e  la  mutua  amicizia  fra  li  principi
cristiani,  e quella con ogni studio e arte procurare. Dicevamo ancora: "Se non
ti pare che le nostre commissioni  seguitiamo  pi  avanti,  overo  ritorneremo
adietro,  non  espedita  la  cosa,  overo avviseremo ci alli nostri principi e
aspetteremo la risposta". La qual cosa udita dal re,  alquanto pi umanamente e
pi liberamente fummo trattati. In quel tempo mi venne occasione di dimandare i
mille  fiorini  li  quali la madre della regina Bona mi aveva promesso per aver
trattato le nozze della figliuola,  secondo la commissione  fattami  da  Cesare
Massimiliano; onde, data sottoscrizione al re, quella benignamente ricevette da
me,  e  promise  al  mio ritorno di sodisfare: e alla tornata mia del tutto fui
satisfatto.
Alli 14 di febraio,  partitici da Cracovia,  montassimo nelli  soliti  veicoli,
over carrette, e con assai commodo viaggio passammo per li castelli di Polonia:
Cortzin,  nuova citt,  Poloniza,  Ossek,  Pocrovitza,  Sandomeria,  Sawichost,
Ursendoff,  Lublin,  Parczow.  E poi di l a 3 miglia  arrivammo  a  Polovizza,
castello della Litwania, dove in molti luoghi, per rispetto delle molte paludi,
per li ponti passammo.  E di qui poi a Rostovsche,  2 miglia;  a Pessiczatez, 3
miglia; a Briesti,  4 miglia,  castello grande con la rocca,  appresso il fiume
Buh,  nel  quale Muchavetz scorre.  Poi a 5 miglia a Camenetz castello,  con la
torre di pietra nella rocca di legno; di qui poi,  passati due fiumi,  Oschna e
Beschna,  e fatti 5 miglia,  a Schereschova, castello novamente edificato nella
gran selva al fiume Lisna,  il quale per  Camenecz  scorre,  venimmo.  Dapoi  a
Nowidwor,  5 miglia; a Porossova, 2 miglia; a Wolkhowitza, 4 miglia, arrivammo;
dove in tutta la nostra andata non avemmo il pi commodo alloggiamento.  Di qui
poi  a  Pieski  castello,  appresso  il fiume Selwa posto,  il qual da Wolinia,
provincia d'essa Russia, scorre, e nel fiume Nemen entra; poi,  per spazio d'un
miglio,  a  Mostu  castello,  posto appresso il fiume Nemen,  il quale nome dal
ponte pigli, percioch most vuol dire ponte.
Poi arrivammo a Czutzma, 3 miglia; a Basiliski, 3 miglia;  a Radomi,  5 miglia;
ad Hestlitschkami, 2 miglia; a Rudniki, 5 miglia; a Vilna, 4 miglia, bench per
questa  via  da Wolkchovitza non pervenissimo a Vilna,  ma,  piegando il nostro
corso alla man destra,  verso oriente  passammo  per  Solva,  Slonin,  Moschad,
Czernig,  Oberno,  Ottmut, Cadayenonw, Miescho castello, il quale  distante da
Wolcowitza 35 miglia.  E di qui tutti li fiumi entrano  nel  Boristene,  e  gli
altri detti nel fiume Nemen entrano. Dapoi arrivammo a Borissow, castello posto
al fiume Beresina,  18 miglia;  poi a Reschak,  40 miglia; ma in quelli luoghi,
per rispetto delle grandissime solitudini, non usassimo se non la via commune e
usitata,  lasciando alla man destra  Moligew  castello,  con  intervallo  di  4
miglia.  Dapoi,  seguitando il nostro viaggio,  passammo per Schklow, 6 miglia;
Orsa, 6 miglia; Dobrowna, 4 miglia, e per altri luoghi nel primo nostro viaggio
dichiariti ed esposti, e poi finalmente in Moscovia ne venimmo. Dove longamente
trattammo della pace fra li sopradetti principi, ma nondimeno mai potemmo avere
altra risposta che questa: "Se 'l re di Polonia vuol far la pace con esso  noi,
mandi  li suoi oratori secondo il consueto,  e noi vorremo la pace con esso lui
onesta e convenevole".  Onde noi,  per tali parole mossi,  mandammo  finalmente
alcuni delli nostri al re di Polonia (il quale allora era nella citt gdanense)
che per amor nostro mandasse li suoi al duca di Moscovia; e cos egli mand per
suoi oratori Pietro Gysca, palatino plocense, e Michel Bohusch, tesoriero della
Litwania.
Il  principe  di Moscovia,  intendendo che gli oratori litwani non erano troppo
lontani dalla Moscovia, sotto pretesto di voler andare alla caccia per ricreare
l'animo suo, in tempo non molto a proposito a Mosaisko, luogo abondantissimo di
lepri, se n'and, e fece chiamare noi altri, acci che i Litwani non entrassero
nella citt.  E cos impetrata e confirmata la tregua d'una  parte  e  l'altra,
alli  11 di novembre fummo licenziati.  E il principe ci dimandava per qual via
noi fossimo per ritornare alla patria nostra,  percioch avea  inteso  il  gran
Turco essere a Buda, per sapeva quel ch'egli avesse fatto. Finalmente, partiti
della  Moscovia,  per  quella  medesima via ritornammo adietro per la quale gi
eramo venuti,  e a Dobrowna giunti,  ivi le  nostre  robbe,  le  quali  avevamo
mandate da Wiesma per il fiume Boristeno, ricevemmo. E in questo luogo pristawo
lituano,  il quale ci aspettava,  ritrovammo,  e da lui intendemmo Lodovico, re
dell'Ongheria, esser morto.
Partiti da Dobrowna,  per spazio di 4 miglia venimmo a Orsa,  e di qui poi  per
quel  medesimo  viaggio il quale nel primo mio ritorno avevo fatto pervenimmo a
Vilna,  dove da  Giovanni,  figliuolo  naturale  del  re  e  vescovo  vilnense,
umanamente fossimo ricevuti e lautamente trattati. Dapoi di qui partiti andammo
a Rudnik,  4 miglia;  a Wolkonik,  3 miglia;  a Meretsh castello,  7 miglia, il
quale ha il nome dal fiume del medesimo  nome;  a  Osse,  6  miglia;  a  Grodno
principato, 7 miglia, posto appresso il fiume Neme; a Grinki, 6 miglia. Al qual
luogo andando noi al primo di gennaio,  era tanto duro e crudel freddo, e tanto
l'impeto del vento che tirava la neve in aere in l e in qua  spargendola,  che
li testicoli delli cavalli, congelati e corrotti, s'erano spiccati e caduti. Il
naso  similmente,  se  a  tempo  per  ricordo  del  nostro  pristavo non avessi
remediato,  arei quasi perduto.  Entrato nell'albergo,  cominciai destramente a
fregare e maneggiare il naso,  e finalmente quello, non senza dolore, cominciai
a sentire; e nascendovi di sopra come una certa rogna,  dapoi seccossi,  e cos
fui  guarito.  Oltra  di questo,  un certo gallo moscovitico secondo il costume
germanico sedendo sopra il carro, e gi per il gran freddo morendo, il servitor
nostro subito taglioli la cresta, la quale per il gran freddo era congelata,  e
in  questo  modo  non  solamente  lo  salv,  ma subito,  alzato il collo,  con
grandissima maraviglia di tutti noi cant.
Partiti da Grinki e passando per una gran selva, venimmo a Narew,  8 miglia;  a
Bielsco,  4 miglia;  a Milenecz,  4 miglia; a Milenik, 3 miglia; a Loschitzi, 7
miglia. Dapoi,  fatti otto miglia,  arrivammo a Lucow,  castello della Polonia,
posto  appresso  il  fiume  Oxi.  Il  luogotenente  di  questo  luogo si chiama
starosta, come dire vecchio,  e sotto la sua ubidienza ha tremila nobili.  Sono
ivi alcuni villaggi, nelli quali tanto numero de nobili vi  cresciuto che niun
altro vi abita.  A Oxi, castello posto appresso il fiume di quel medesimo nome,
5 miglia;  a Steschicza,  castello sotto il quale  il fiume Wiepers,  il quale
entra nel fiume Istula, 5 miglia; a Swolena castello, 5 miglia. Nel qual luogo,
passato il fiume Wiepers, seguitassimo il nostro viaggio alla volta di Senna, 5
miglia;  Polki, 6 miglia; Schidlow, castello cinto di muro, 6 miglia; Wislicza,
castello murato in un certo lago posto, 5 miglia;  Prostwicza,  6 miglia.  E di
qui  poi 4 miglia,  finalmente ritornammo in Cracovia,  dove trattai molte cose
con il re fuora della mia commissione, le quali io sapevo dover essere grate al
principe nostro, nuovamente eletto re delli Boemi.
Usciti poi fuora della citt di Cracovia e drizzando  il  nostro  viaggio  alla
volta di Praga, passammo a Cobilagora, 5 miglia; a Ilkusch, dove sono le minere
del piombo,  2 miglia a Bensino castello,  5 miglia,  sotto il quale,  con poco
intervallo,   il  fiume  Pieltza  divide  la  Polonia  dalla  Silesia.   Poi  a
Pielscowicza,  castello  della  Silesia,  5  miglia;  a Cosle,  castello murato
appresso il fiume Odera, il quale Viagro chiamano, 4 miglia; a Biela, 5 miglia;
a Nissa, 6 miglia, citt e sedia episcopale delli vescovi vratislaviensi,  dove
da  Giacomo  vescovo umanissimamente fossimo ricevuti e bene trattati.  Dapoi a
Otmachaw, castello del vescovo, 2 miglia; a Baart, 3 miglia; a Glacz,  castello
della Boemia,  contado, 2 miglia; a Ranericz, 5 miglia; a Ieromierss, 5 miglia;
a Bretschaw, 4 miglia; a Limburg, 4 miglia, citt posta appresso il fiume Albi.
E dapoi finalmente per 6 miglia pervenni a Praga,  capo del  regno  di  Boemia,
posta  e situata appresso il fiume Moltava.  In questa citt io ritrovai il mio
principe,  gi eletto re delli Boemi e chiamato alla coronazione,  alla  quale,
alli  14  di febraio,  fui presente.  Gli oratori del granduca di Moscovia,  li
quali mi seguitavano e a' quali,  per officio e onore,  io ero andato incontro,
mentre  la  grandezza  della rocca e della citt contemplano e bene riguardano,
dicevano quello non essere un castello, overo una citt, ma un regno,  il quale
per  la fortezza sua espugnare non si potrebbe se non con grandissima effusione
e spargimento di sangue.
Il re, clemente e pio, udita la mia relazione e consulto sopra le cose le quali
allora soprastavano, l'ebbe molto care, ed ebbe gratissime quelle cose le quali
di  commissione  sua  aveva  trattate,  e  parimente  quelle  che  fuori  della
commissione aveva negociate,  e giudicando che dovessero essere a beneficio del
regno.  E vedendomi per le molte fatiche e disagi malato,  mi  promise  la  sua
buona grazia,  della quale io godo infinitamente, vedendo che l'opera mia gli 
stata gratissima.

FINE VOLUME TERZO.
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