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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume terzo.

Parte seconda.

Di messer Giovan Battista Ramusio discorso sopra gli scritti  di  Giovan  Maria
Angiolello e d'un mercante ch'and per tutta la Persia,  ne' quali  narrata la
vita e li fatti d'Ussuncassan.

Ciascuno che si rivolga a pensare le varie mutazioni e alterazioni che i  cieli
col  lor  movimento  fanno di continuo nelle cose umane,  debbe ragionevolmente
avere una gran maraviglia;  ma credo io che  molto  maggiore  l'abbiano  d'aver
coloro  che leggono l'istorie antiche,  perci che veggono chiaramente che,  in
minore spazio di mille anni,  molte republiche  e  molti  regni  grandissimi  e
potentissimi  sono  di maniera mancati che di molti di loro non v' rimasto pur
il nome,  n se ne truova memoria alcuna.  Il medesimo girar de' cieli si  vede
aver indotto molti popoli a partirsi del lor natio paese,  e a guisa di superbi
e rapidi fiumi trascorrer negli altrui per  occupargli,  scacciandone  via  gli
antichi abitatori,  e,  non contenti di questo,  aver voluto anche mutar loro i
nomi. S che oggid sono molti popoli che in vero non sappiamo n quali n dove
fossero anticamente, di che ne pu render certa testimonianza la misera Italia,
alla quale,  dopo la rovina dell'imperio romano,  le  tante  strane  e  barbare
nazioni  venute  insin  di  sotto  la  tramontana,  scacciatone  gli abitatori,
mutarono la lingua natia,  i nomi delle provincie,  de' fiumi e  de'  monti,  e
quasi  levando  le  citt dal proprio sito le fabricarono poi lontane dal luogo
dove prima erano state edificate. E questo non  solamente avvenuto all'Italia,
ma alla provincia della Gallia,  che,  occupata che fu dalla feroce nazione de'
Franchi,  perd  insieme con gli abitatori ancora il nome.  Il medesimo avvenne
alla Britannia, oggid chiamata Inghilterra, alla Pannonia,  ch' l'Ungaria,  e
ad  infinite  altre che saria cosa lunga e dispiacevole a commemorarle.  Ma non
voglio tacere della povera e afflitta Grecia, celebrata da tutti gli scrittori,
cos greci come latini,  la quale era anticamente l'albergo della  sapienzia  e
l'esempio  dell'umanit,  che al presente si ritrova caduta in tanta calamit e
rovinata, essendo soggetta all'imperio de' Turchi, ch'ella non  abitata se non
da genti barbare, rozze e lontane da ogni gentilezza e onesto costume.
Questa medesima infelicit trascorse anco per tutta l'Asia,  percioch (s come
si  legge  nel libro di messer Marco Polo e dell'Armeno) dalle parti del Cataio
vi discese una moltitudine di Tartari che l'occuparono,  e  acquistatosi  nuove
sedie  mutarono  i nomi alle provincie,  chiamandole co' nomi de' vincitori: s
come la Margiana,  la Bactriana e la Sodiana,  provincie vicine al mar  Caspio,
essendo state prese da Zacatai,  fratello del gran Can,  levati via i loro nomi
proprii,  furon chiamate il paese del Zacatai.  Dalla provincia del Turquestan,
la  qual    oltre  il fiume Iaxarte e Oxo,  venne un'altra gran moltitudine di
popoli, che si fermarono nell'Asia minore, nella quale  la Bitinia, la Frigia,
la Cappadocia  e  la  Paflagonia,  e  la  chiamarono  la  Turchia.  Similmente,
essendosi Hoccota Can fatto signore delle provincie della Media, della Partia e
della Persia, ora detta Azemia, li suoi successori diedero loro diversi nomi; e
a' tempi nostri il signor Sof,  che nacque d'una figliuola d'Ussuncassan re di
Persia, fece dal nome suo nominar le dette provincie.
Or,  essendomi venuto alle mani alcuni scritti assai  diligentemente  raccolti,
ne' quali  narrata la vita e i fatti del sopradetto signore Ussuncassan, overo
Assambei,  ch'  il  medesimo,  e  di  sciech Ismael,  ch' il signor Sof,  ho
giudicato che siano degni d'esser letti dopo il libro di messer  Marco  Polo  e
dell'Armeno.   E  ancora  che  trattino  d'una  medesima  materia,  e  come  in
conformit,  nondimeno sono pur varii,  e penso ch'apporteranno a' lettori  non
picciola dilettazione. E, per quanto io trovo, questo primo scrittore che parla
della  vita d'Ussuncassan fu nominato Giovan Maria Angiolello,  il quale in una
sua istoria narra che serviva Mustaf,  secondo figliuolo di Mahumet terzo gran
Turco,  e  ch'egli si trov nella giornata che fece il detto gran Turco,  nella
quale  fu  rotto  su  le  isole  nel  mezo  del  fiume  Eufrate   dall'esercito
d'Ussuncassan.  Del secondo scrittore non si sa il nome,  ma ben si vede che fu
un gentile intelletto,  il quale per cagion delle sue mercanzie and quasi  per
tutta la Persia.  A questi due scrittori abbiamo aggiunto due viaggi, l'uno del
magnifico messer Iosafa  Barbaro,  e  l'altro  del  magnifico  messer  Ambrosio
Contarini, gentiluomini veneziani, che trattano delle medesime materie, di modo
che  delle  cose  avvenute  nella Persia in que' tempi s'ha un'istoria,  se non
continuata,  almeno scritta di maniera che  l'uomo  ne  pu  restare  in  parte
satisfatto.
Cos  la fortuna ci fosse stata favorevole a farne venire nelle mani il viaggio
del magnifico messer Catarin Zeno,  il cavalier che fu  il  primo  ambasciatore
ch'andasse  in  detta  provincia  al signore Ussuncassano;  ma la longhezza del
tempo,  avvegna che fosse stampato,  ha fatto  s  che  l'abbiamo  smarrito.  E
veramente  il  sopradetto  messer Catarino fu uno de' rari e degni gentiluomini
che a quei tempi si ritrovasse in questa eccellentissima Republica,  onde  essa
nel  MCCCCLXXI l'elesse ambasciatore al signore Ussuncassano,  per farlo muover
contra il signor turco, col quale ella era in guerra ardentissima. Egli,  mosso
dall'amore  che  portava  alla  sua  patria,  come  buon cittadino,  non avendo
rispetto al lungo e pericoloso viaggio,  accett cotal carico  allegramente,  e
tanto pi volentieri e prontamente v'and,  quanto aveva ferma speranza d'esser
mezano miglior di ciascun altro  a  far  tal  effetto.  Perci  che  Caloianni,
imperator di Trabisonda, marito d'Irene, unica figliuola di Constantino, ultimo
imperatore  di  Constantinopoli,  avendo  maritata  una  sua figliuola nominata
Despinacaton al signore Ussuncassano re di Persia,  ne marit un'altra,  ch'era
detta Valenza, al duca dell'Arcipelago, chiamato il signor Nicol Crespo, della
quale   il   duca   n'ebbe   quattro   figliuole  e  Francesco,   che  fu  duca
dell'Arcipelago; del quale descende Giacomo Crespo,  che vive oggid,  duca XXI
di  Naxo.  Le  qual figliuole tutte furono maritate onoratamente in Venezia,  e
una,  ch'ebbe nome Firunza,  fu madre della regina di Cipri  e  del  clarissimo
messer Giorgio Cornaro,  il cavaliere e procurator suo fratello, dal quale sono
poi discesi tanti reverendissimi cardinali;  un'altra,  ch'aveva nome Lucrezia,
fu  maritata  al magnifico messer Iacomo Prioli,  che fu padre di messer Nicol
Prioli il procuratore;  Valenza,  la terza,  fu  moglie  del  magnifico  messer
Giovanni Loredano,  e Violante,  la quarta,  fu moglie del sopradetto magnifico
messer Catarin Zeno.
Or questa Despinacaton,  avvegna che fosse in  Persia  e  molto  lontana,  avea
nondimeno   continuamente  conservata  la  memoria  della  consanguinit  e  la
benevolenza con la detta sua sorella Valenza,  moglie del duca dell'Arcipelago,
e  medesimamente  in  Venezia con le sue nepoti.  S che per tal cagione questo
gentiluomo vi and con animo prontissimo,  e  non  s'ingann  punto  della  sua
opinione,  percioch, dopo molti travagli e pericoli, giunto che fu in Tauris e
alla presenza del  signore  Ussuncassano  e  di  Despinacaton  sua  moglie,  fu
riconosciuto per suo nepote,  e gli furono fatti grandissimi onori e carezze. E
con la grazia ch'egli aveva acquistata appresso il detto  signore  oper  molte
cose in favor della sua Republica,  le quali erano descritte nel suo libro, che
di sopra abbiamo detto essere smarrito.  E volendo il signore  Ussuncassan  far
maggior onore al detto magnifico messer Catarino, l'elesse per suo ambasciatore
a' principi cristiani per fargli muover contra il Turco, e principalmente al re
di  Polonia  e  d'Ungaria;  ma,  condottosi a loro e trovato che facevan guerra
insieme, se n'and agli altri. In questo tempo l'illustrissima Signoria, intesa
la partita del sudetto messer Catarino,  elesse  in  suo  luogo  messer  Iosafa
Barbaro,  e  dopo lui messer Ambrosio Contarini,  del cui viaggio fatto nel suo
ritorno a Venezia,  passando per il mar Caspio e per il fiume della Volga e per
le  campagne  de'  Tartari,  io  stimo,  per li nuovi e varii accidenti che gli
sopravennero di giorno in giorno,  che li lettori  ne  prenderanno  grandissima
dilettazione e maraviglia.


Breve  narrazione della vita e fatti del signor Ussuncassano,  fatta per Giovan
Maria Angiolello


Assambei,  re di Persia,  toglie per moglie  la  figliuola  dell'imperatore  di
Trabisonda  cristiano,  e  avendo  avuto  figliuoli  di  lei,  ella con due sue
figliuole si riduce a far vita solitaria e cristiana,  e  suo  padre    menato
prigione in Constantinopoli.
Cap. 1.

Assambei, potentissimo re di Tauris e della Persia, ebbe pi donne per mogli, e
una  tra  l'altre  nominata  Despinacaton,  che fu figliuola d'un imperatore di
Trabisonda nominato  Caloianni,  il  qual,  temendo  la  potenza  dell'ottomano
Mahomet secondo,  e credendo per tal via assicurarsi e aver soccorso d'Assambei
in ogni suo bisogno,  gliela diede per moglie con  questa  condizione,  ch'ella
potesse  viver secondo la fede cristiana: e cos fu contento,  onde essa teneva
continuamente appresso di s calogieri, che ne' divini officii la servivano. Di
questa donna Assambei ebbe un figliuolo maschio e tre femine,  la  prima  delle
quali,  ch'ebbe  nome  Marta,  fu  maritata  a Sechaidar,  padre d'Ismael Sof;
l'altre due stettero con la madre,  la qual dopo un certo  tempo  deliber  far
vita  solitaria  e separata dal marito: di che esso rest contento,  dandole di
molti denari ed entrate,  e concedendole per sua  abitazione  una  citt  detta
Iscartibiert,  la quale  nel confine del paese di Diarbet. Questa donna stette
gran tempo nel detto luogo, e insieme con le due figliuole che gli erano rimase
fece vita cristiana mentre che visse,  ed essendo morta fu sepelita nella citt
d'Amit,  nella  chiesa  di  San  Giorgio,  dove  insino  oggid  si vede la sua
sepoltura.  Il figliuolo Iacob,  overo Ivibic,  rimase col  padre  Assambei,  e
quell'istessa  notte  che  mor  il  padre  esso  fu  strangolato da' tre altri
fratelli,  ch'erano d'un'altra madre: e poteva avere da vent'anni.  Le sorelle,
ch'avevano nome l'una Eliel e l'altra Eziel,  intendendo la morte del fratello,
deliberarono di partirsi e, pigliato il lor avere,  se n'andarono in Aleppo,  e
dopo  in Damasco,  dove da' nostri pi volte sono state vedute;  delle qual due
ancor una  viva.
Or, tornando a Caloianni, che si credette,  avendo dato la figliuola per moglie
ad Assambei, assicurar il suo paese da' nemici e rimaner signore in Trabisonda,
dico  che 'l Turco fu prestissimo ad andargli addosso col suo esercito,  avanti
ch'egli potesse aver il soccorso. Il povero signore, non vedendo aiuto da parte
alcuna, fu constretto a rendersi al nemico, laonde fu menato in Constantinopoli
e assai onorato: ma prima che finisse l'anno se ne mor, che fu nel 1462.

Pirahomat fa guerra ad Abrain suo fratello per torgli il regno della Caramania,
e l'ottiene con l'aiuto del gran Turco,  al qual poi si ribella,  e vassene  in
Persia.
Cap. 2.

Il  signor Assambei ebbe dopo guerra col signor ottomano,  per cagion del regno
della Caramania, della quale ambidue pretendevano aver il dominio. Questo regno
fu anticamente detto  Cilicia,  ma  poi  fu  ed    insino  al  presente  detto
Caramania,  da  un  signor  arabo  nominato  anticamente Caraman,  il qual ebbe
descendenza per successione di tempo in tempo nominato  Turvan,  ch'ebbe  sette
figliuoli;  i quali dopo la sua morte vennero alle mani fra loro, e ne morirono
cinque e due restorno vivi,  che fu Abrain e Pirahomat.  Abrain  per  aver  pi
seguaci  si  fece signore,  e Pirahomat se ne fugg dal gran Turco,  che teneva
parentela  con  loro.   Essendo  Pirahomat  in   Constantinopoli,   sollecitava
continovamente  il  signor  turco  che  gli  desse  aiuto per poter cacciare il
fratello e farsi egli  signore,  offerendosi  d'essergli  vassallo  e  subdito,
prestandogli  ogni  ubbidienza.  Veduto il signor ottomano che l'offerta veniva
molto a suo proposito,  non glielo neg,  e gli diede esercito  a  sofficienza.
Intendendo questa cosa Abrain,  signor della Caramania,  si mise all'ordine per
defendere il suo stato;  ed essendo nel 1467 venuti ambidue  gli  eserciti  tra
Carasar e una citt detta Aessar,  furono alle mani,  e fu grande uccisione fra
l'una parte e l'altra. Pur alla fine Pirahomat ne riport la vittoria, e rimase
signor del paese senz'altro contrasto; il fratello, voltatosi a fuggire,  cadde
da cavallo e rottosi il petto se ne mor.
Pirahomat,  assettato  ch'ebbe lo stato,  dimor signore pacificamente due anni
soli,  perci che,  essendo costume che tutti i baroni del Turco debban  andare
almen una volta l'anno a visitare il signore e baciargli la mano, presentandolo
secondo le loro entrate e dignit,  e all'incontro che 'l signore gli carezzi e
dia molti presenti,  Pirahomat non si curava punto di servar questa usanza come
facevano  gli  altri,  laonde il Turco gli mand a dire che con parte delle sue
genti si dovesse muovere in suo aiuto,  perci che voleva andare a'  danni  de'
cristiani:  ma  Pirahomat  non  lo  volse  ubbidire.  Or,  veduta  il Turco tal
disubbidienza,  and in persona col suo esercito ad assaltarlo,  e tolsegli una
parte  del paese fino al Cogno,  mettendo in signoria un suo figliuolo nominato
Mustaf Celebi,  ch'era il suo secondogenito,  lasciandogli una buona compagnia
per  sicurt  sua;  e  dopo ogn'anno gli mandava qualche buon capitano con buon
numero di genti, le quali andavano assediando e acquistando il resto del paese.
Pirahomat,  vedendo non poter resistere alle forze del Turco,  lasciati  alcuni
governatori  in certe fortezze,  si lev del suo paese e andossene nella Persia
dal signor Assambei; e giunto in Tauris fu molto carezzato,  ed esaudito d'ogni
sua  richiesta  d'aiuto  contra  il nemico,  e gli furono messi in ordine circa
quarantamila combattenti,  il capitano de' quali era detto Iusuf,  uomo di gran
fama  e  valente  di governo e di gran cuore.  Il qual,  messosi in cammino col
detto esercito,  giunse in breve alla citt del Toccato e pose tutt'il paese  a
ferro  e  fuoco,  bruciando  i  borghi  d'essa  citt;  n dimorava a combatter
fortezze,  ma andava guastando ed  estirpando  il  paese,  di  maniera  ch'ogni
persona fuggiva alle fortezze.
In  questo  tempo  si  trovava il signor Mustaf,  figliuolo del Turco,  con un
capitano del padre chiamato Agmat bass,  mandato ad espugnar  le  fortezze  di
Caramania,  e  stavano  accampati  ad una citt fortissima nominata Lula;  e le
genti  ch'eran  dentro,   non  essendo  solite  ad  udire  il  terribil   suono
dell'artiglieria,  si  resero  e furono mal trattate pel signor Mustaf.  Per,
fornita la citt di presidio,  intendendosi che 'l campo  de'  Persiani  era  a
quelle  bande,  e  che  non  v'era  Ussuncassano in persona,  si ritrassero per
comandamento del signore e vennero al Cogno,  donde,  per non  esser  la  citt
molto forte di mura,  Mustaf Celebi fece levar le sue donne e donzelle col suo
avere, mandandole ad un luogo quattro giornate lontano verso ponente al cammino
di Constantinopoli,  nominato Sabi Carrahasar,  ch' sopra un fortissimo monte.
Il  campo stette al Cogno per alcuni giorni;  dopo,  avendo inteso che Persiani
venivano a quella volta,  non si tenendo sofficiente al contrasto,  si  lev  e
venne  alla  citt  del Cuthei,  dove trov Daut bass,  ch'era beliarbei della
Natolia, il qual faceva genti per resistere a' Persiani;  e anche il gran Turco
era  passato  lo  stretto  con  tutta  la sua corte e parte della Romania,  per
congiungersi con l'altro suo campo,  stimando l'esercito de' nemici  esser  pi
grosso, che, per aver essi avuto fantaria dalla Caramania, il loro esercito era
ingrossato e andavano minacciando tutt'il paese.

Mustaf  viene  a  giornata  co'  Persiani,  ch'eran  venuti  con Pirahomat per
defender la Caramania,  e gli ruppe;  e Ussuncassan richiede  i  Veneziani  che
facciano guerra al Turco e gli mandino artiglierie.
Cap. 3.

Mustaf,  inteso ch'ebbe che non v'era Ussuncassano,  ma che potevano esser tra
pedoni e cavalli da 50 mila persone,  pigliata licenza dal padre,  insieme  con
Agmat  bass,  con  sessantamila  persone in ordinanza,  la maggior parte delle
quali era a cavallo,  deliber d'andare a trovar  li  Persiani  e  fece  muover
l'esercito.  Li  nemici,  avendo  inteso cotal movimento,  non procedettero pi
avanti,  ma si ritirarono  nel  paese  della  Caramania,  per  pigliar  maggior
soccorso e pi vettovaglie.  Or, cavalcando l'esercito del Turco molte giornate
con gran celerit,  giunse poco lontano dal luogo dove  stavano  alloggiati  li
nemici,  e  mandorno  avanti  quattromila  cavalli,  il  capitano de' quali era
nominato Arnaut,  e nel far del giorno assalirono il  campo  de'  Persiani.  Ed
essendo alle mani,  sopragiunse il resto del campo del Turco, dando soccorso a'
quattromila cavalli che gi erano stati malmenati,  ed eravi morto  Arnaut  con
pi  di  duemila  de' suoi.  Li Persiani,  vedendosi su la vittoria,  si fecero
incontro alle squadre de' Turchi arditamente,  e nel combattere  si  mostrarono
molto  coraggiosi.  Ma,  essendo  e  dall'una  e  dall'altra parte rimasi morti
grandissimo numero, intorno l'ora di terza li Persiani cominciarono a piegare e
furono rotti da' Turchi, dove fu preso Iusuf capitano con altri condottieri,  e
molti morti.  Furno pigliati anco i carriaggi e i padiglioni, e fatti di grossi
bottini di  cavalli,  di  cameli  e  d'altre  robbe.  Pirahomat,  signor  della
Caramania, avendo il paese in suo favore, ebbe modo di scampare, ma non per si
tenne sicuro nel suo paese, anzi ritorn da Ussuncassan nella Persia. Il signor
turco,  avendo  inteso  questa  vittoria,  fece  far  molti  trionfi e feste in
Constantinopoli,  mandando a donare molti presenti a suo figliuolo Mustaf e a'
suoi capitani.
Dopo  questa  rotta il signor Assambei mand a persuadere a' signori veneziani,
per un suo ambasciatore,  che volessero stare in guerra col Turco,  perci  che
egli in persona verria all'impresa contra di lui. E oltre di ci gli richiedeva
artiglierie,  le quali dopo molto tempo furono mandate in Cipro, insieme con la
loro armata: ma giunsero tardi,  essendosi gi Assambei  affrontato  col  campo
turchesco,  e  nel  menar  delle  mani  restato perditore,  e anco ritornato in
Tauris; e l'artiglieria ne rest, con la quale era messer Iosafat Barbaro.

L'apparecchio che fa il gran Turco per andar in persona contra Ussuncassano,  e
come sia ordinato il suo esercito nell'alloggiare e nel camminare.
Cap. 4.

Il  Turco,  avuta  la  vittoria  e  fattosi  signore  della Caramania,  vedendo
ch'Ussuncassan s'era dimostrato suo nemico, per aver contra di lui dato aiuto a
Pirahomat e ruinato li suoi paesi, nel 1473 deliber di farli sapere che non lo
temeva punto, avvegna ch'avendolo gi rotto glielo avesse dimostrato; nondimeno
voleva proceder pi oltre,  e dargli a conoscer chiaramente quanto le sue  gran
forze  potessero;  onde  il  verno  seguente mise ordine d'andare in persona a'
danni d'Ussuncassan e,  dato commissione che si  dovesse  far  gran  numero  di
gente,  fece  intendere  a tutti che stessero apparecchiati.  E venuto il tempo
d'uscir in campagna,  nel sopradetto anno pass con la sua corte dello  stretto
di  Constantinopoli  in Asia e,  giunto in Cappadocia,  quivi si ferm,  in una
pianura appresso una citt chiamata  Amasia,  dove  faceva  residenzia  Baiesit
Celebi,  primogenito del signor turco.  Questa pianura  chiamata Casovasi, che
in nostra lingua vuol dire  la  pianura  dell'Oca;  ella    capace  di  grandi
eserciti,  e  ha  commodit  grandissima  d'acque  e  di vettovaglie,  per aver
d'intorno vicine molte ville;  e perch essa  alla via del cammino che  voleva
fare il signore, fu deliberato che quivi si dovesse ragunare il grand'esercito.
E  avendo  (come abbiamo detto) fatto a sapere a ciascun capitano e condottiero
che stessero apparecchiati, e al tempo determinato si trovassero tutti con ogni
buon ordine nel detto luogo,  egli fu pienamente ubbidito.  Ma,  conoscendo  il
signor  turco  che  tal impresa era di grandissima importanza,  deliber di far
tutte le provisioni possibili in quanto al numero delle genti,  alla  commodit
delle  cose  necessarie  e  alla  sicurezza sua e del suo stato,  onde,  di tre
figliuoli ch'egli aveva,  li due maggiori volse che venissero  a  tal  impresa,
cio Baiesit primo e Mustaf secondogenito;  il terzo, il quale avea nome Gien,
rimanesse a Constantinopoli,  con buoni consiglieri,  per conservazione del suo
stato.
Congregato e ordinato l'esercito nella detta pianura dell'Oca, si consigli del
modo  che  si  dovesse  tenere  nell'alloggiare e nel camminare,  e di non aver
mancamento d'alcuna di quelle cose  che  fossero  necessarie  e  possibili.  Fu
adunque  deliberato  di  far cinque principali colonnelli,  uno de' quali fu il
signor turco, con la sua corte e altra gente, alla somma di trentamila persone,
tra quelle da cavallo e da piedi.  Il secondo fu Baiesit primogenito con la sua
condotta  e  altri,  insino alla somma d'altre trentamila persone,  e avesse da
alloggiare alla destra del padre.  Il terzo fu Mustaf,  secondo figliuolo,  il
qual  medesimamente  avea  trentamila  persone,  tra  le quali erano dodicimila
Valacchi della Valacchia  bassa,  e  d'essi  era  capitano  uno  ch'aveva  nome
Bataraba:  e  questo colonnello avea da alloggiare alla sinistra del Turco.  Il
quarto fu il begliarbei della Romania, nominato Asmurat,  ch'era della famiglia
de'  Paleologi:  e  per  esser  egli giovane gli fu dato per governatore Maumut
bass, ch'era il primo uomo e riputato il pi savio che si trovasse in tutto lo
stato del Turco;  era consigliero del signore,  e anche era  stato  del  signor
Amurat,  padre  del  presente  Turco.  Questo  colonnello  era  di sessantamila
persone, computando molti cristiani, Greci, Albanesi e Soriani,  li quali erano
stati  comandati;  e  questo quarto colonnello alloggiava dinanzi al Turco.  Il
quinto colonnello fu il begliarbei della Natalia,  nominato  Daut  bass,  uomo
d'auttorit  e di maturo consiglio.  Il colonnello era di quarantamila persone,
contando li musolmani a piedi e a cavallo,  e avea da alloggiar dietro al  gran
Turco, di modo che 'l signore con la sua corte rimaneva in mezo, circondato da'
quattro sopradetti colonnelli.
E  fu  messo  ordine  che  tutti  co' loro padiglioni,  de' quali sono copiosi,
secondo  le  loro  dignit  alloggiassero,   non  pretermettendo  l'ordine  del
camminare  e  dello  star  ciascuno  alla sua banda,  acconciando li padiglioni
insieme a modo di fortezza serrati,  ma lasciando per tuttavia  le  strade  da
poter andar pel campo, e lasciando anco in mezo d'ogni colonnello spazio grande
per la piazza, perci che per ogni colonnello era il suo mercato di cose cotte,
di  biade  e  di molte e diverse arti,  e provedimento d'ogni commodit.  Erano
anche in ciascun colonnello siniscalchi e soprastanti,  con piena auttorit per
far  osservare  ogni  buon  ordine  e  provedere  che  non nascessero scandali.
Ciascuno di questi quattro colonnelli  obligato a mandar le sue  sentinelle  e
tener buona guardia, ogniun dalla sua banda.
Oltre li cinque sopradetti colonnelli ne fu anche fatto un altro di aganzi,  li
quali sono uomini che non hanno soldo,  ma  come  venturieri  guadagnano  delle
prede e ruberie. Questi non alloggiano insieme con tutt'il corpo dell'esercito,
ma  vanno scorrendo e guastando e rubbando il paese de' nemici da ogni lato,  e
servano tra loro grande e ottimo ordine,  s nel partir le prede fatte come  in
eseguir  tutte  le  loro  imprese,  senza  contesa  alcuna tra loro.  In questo
colonnello si trovarono a quest'impresa trentamila  aganzi,  essendo,  s  come
sempre  sogliono  essere,  molto bene a cavallo: e fu dato loro per capitano un
valoroso condottiero, nominato Maumut aga.

Il provedimento che fanno gli arfaemiler,  signori sopra le vettovaglie,  acci
che l'esercito n'abbia abbondanza.
Cap. 5.

Intorno  alle  vettovaglie  posta gran cura e diligenza che l'esercito n'abbia
abbondantemente,  e in ci tiensi quest'ordine,  che due arfaemiler  (che  cos
chiamano  li due signori sopra le vettovaglie,  i quali,  per potersene servire
subito che 'l bisogno lo ricerchi,  hanno sotto di s  ducentocinquanta  uomini
per uno), quando il gran Turco esce con l'esercito in campagna, d'alloggiamento
in  alloggiamento  mandano  avanti,  e  lontano per spazio d'una giornata fanno
intender per tutto che l'esercito ha d'alloggiare  in  quelle  contrade,  e  li
governatori  e  rettori  di quei paesi proveggono che nell'esercito siano delle
vettovaglie abbondantemente.  E tutti,  per  desiderio  di  toccar  denari,  vi
concorrono  volentieri,  massimamente essendo sicuri che niuno sia per far loro
violenza,  anzi d'aver buona  compagnia  e  d'esser  favoriti,  siano  di  qual
condizione esser si vogliano; e guai a coloro che facessero o comportassero che
fosse  fatta  violenza  alcuna,  percioch  senza remissione sariano gravemente
puniti.  Vanno anche seguitando il campo molti bazzariotti,  come sono  beccai,
fornai,  cuochi  e assai altri,  che vanno comprando la robba e conducendola al
campo per guadagnare: e a tali guadagni si truova gran compagnia e  potente  di
denari,  e  coloro ch'attendono a simil pratica vengono carezzati e accommodati
dal dominio in tutte le cose che essi ricercano per la commodit del campo:  s
che  in  tutto  quel  tempo  che  l'esercito  sta fuori,  se le strade non sono
impedite da' nemici, sempre v' grandissima abbondanza.
Quando il signor turco vuole andar  a  danno  de'  nemici,  e  che  comincia  a
scostarsi da' suoi paesi,  e che non si pu commodamente avere abbondanza delle
vettovaglie, si fa consiglio del viaggio che si debbe tenere: come fu questo a'
danni d'Ussuncassano, ch'andammo dentro del suo paese e lontano da' confini del
Turco quasi dieci giornate, dove le strade non erano sicure; e stettesi intorno
a tre mesi che niuna persona era sicura  d'andar  dal  paese  d'Ussuncassano  a
quello  del  Turco,  s  che  Gien  sultan  suo  figliuolo,  ch'era  rimaso  in
Constantinopoli al governo dello stato,  stette pi di quaranta giorni che  non
ebbe  vera  novella  del  padre  n  dell'esercito.  Alla  fine gli venne detto
ch'eravamo stati tutti rotti e malmenati,  la qual cosa Gien tenendola per vera
e  ferma,  procur  d'aver piena ubbidienza cos da' governatori delle fortezze
come dagli altri magistrati;  di che il signor turco prese sdegno s grande che
fece   morir   li   consiglieri  che  in  ci  gli  avevano  dato  consiglio  e
comportatogliene fuori della commissione ch'essi avevano:  uno  di  questi  era
chiamato Carestra Solciman e l'altro Nasufabege.
Or  quando  accade  ch'essendo  l'esercito fuori de' confini e nel paese nemico
bisogni proveder delle vettovaglie,  li sopradetti arfaemiler  hanno  carico  e
auttorit  di mandar per tutte le parti del dominio del signore,  dove sappiano
esser abbondanza di biade,  e comandare a ciascuna citt che debba mandar tante
some  da  camelo di farine e d'orzi.  Le citt co' lor territorii son tenute ad
ubbidire,  e far li loro soprastanti con la quantit delle farine e degli  orzi
che  lor  sono  imposti.  Oltra di ci convien che facciano portare vettovaglie
soprabbondanti per l'uso delle persone e degli animali che le conducono, perci
che l'ordine    che  le  vettovaglie  comandate  da'  sopradetti  signori  per
l'esercito non siano punto scemate,  ma al tempo del dispensarle bisogna che si
truovi esser tanta quantit quanta fu  comandata,  altramente  le  comunit  ne
patiriano riprensione e danno.
Giunti li detti soprastanti in campo,  al tempo loro determinato s'appresentano
agli ufficiali de' sopradetti maestri di campo,  i quali,  tolto in nota il lor
giugnere,  assegnano  loro il luogo da alloggiare.  Pigliano similmente in nota
tutte le some delle vettovaglie,  e non vi si mette mano senza commissione  de'
detti  arfaermiler,  e  non  si  dispensano fin che per altra via se ne possono
avere.  E quando sono impedite  le  strade  e  che  manca  la  vettovaglia,  li
siniscalchi del campo vanno da li sarafaemiler,  maestri di campo,  e ricordano
che questo o quel paese manca di farine e d'orzi,  e  li  detti  signori  fanno
consegnar uno over pi di quelli soprastanti con le sue condotte,  e insieme vi
mandano uno degli  scrivani,  e  tal  volta  v'interviene  un  commissario  de'
siniscalchi del campo,  e poste le vettovaglie in mercato mette loro il prezzo:
e cos le vendono,  e si tiene buon conto cos della quantit delle biade  come
del denaro che se ne trae.  Vendute ch'elle sono,  li denari vengono consegnati
al soprastante per nome della comunit,  e gli fanno  le  sue  chiarezze  della
quantit  delle biade vendute e del denaro consegnatoli.  Giunto il soprastante
nella sua patria,  consegna li denari alla comunit,  li quali sono distribuiti
secondo la quantit delle biade che gli uomini hanno date per mandare al campo.
E per esser cos buon ordine, facilmente si provede al bisogno. Ed  cosa quasi
incredibile  a chi non l'ha visto la gran moltitudine de' cameli che portano le
vettovaglie: e massimamente ci si vidde in questa impresa contra  Ussuncassan,
nella  quale  il  Turco,  oltre la paga ordinaria,  dette un'imprestanza di tre
lune,  cio  un  quarterone,  secondo  l'ordine  delle  persone;   diede  anche
sovvenzione  a'  timarati,  perci  che  essi  per  l'ordinario  hanno  la paga
dell'entrate a loro consegnate.

Il gran Turco fa consulto della via ch'ha da  tener  l'esercito  partendosi  da
Amasia;  de' luoghi donde passa,  e de' dromedarii che gli portaron presenti da
parte del signor Sit e del soldano.
Cap. 6.

Essendo ogni cosa opportuna a tal viaggio apparecchiata, si fece consulto della
via che s'avea da tenere per andare a' danni d'Ussuncassan.  Trovossi a  questo
consulto  il  gran  capitano  Iusuf,  con  altri  gran  conduttieri  del  detto
Ussuncassan, li quali,  come ho detto per l'adietro,  furon presi quando l'anno
passato 1472 fu rotto il campo a Begisar; e il gran Turco avea promesso loro di
liberargli, se trovava che dicessero la verit sopra le cose domandate loro del
viaggio  per  l'impresa:  nondimeno  erano  condotti con l'esercito sotto buona
guardia,  ed esaminati spesso de' passi e delle commodit,  s dell'acque  come
degli  alloggiamenti.  Aveva  anche  il  Turco per mezo de' suoi commessi fatto
pratica e condotti nel campo alcuni mercanti e altre persone  pratiche  di  tal
viaggio,  e separatamente erano domandati delle sopradette cose.  Medesimamente
gli aganzi,  trascorrendo il paese e facendo prigioni che fossero ben  pratichi
de'  luoghi,  gli  mandavano alla corte,  i quali erano similmente esaminati: e
tolto il detto e il parer di tutti, si procedeva con maturo consiglio.
Fatti che furono tutti li provedimenti necessarii,  il gran  Turco  fece  levar
l'esercito  della  pianura  detta dell'Oca,  e dalla citt d'Amasia s'avi alla
volta del Toccato,  citt  di  Cappadocia;  e  l'esercito,  seguitando  il  suo
cammino,  giunse  alla citt di Civas,  la quale  posta vicina al monte,  e le
passa appresso un grosso fiume  nominato  Lais,  che  vien  dalle  montagne  di
Trabisonda,  sopra il qual  un ponte di pietra larghissimo.  Lasciata la detta
citt da man sinistra,  passato il sopradetto fiume,  entrammo in una valle tra
'l  monte Tauro,  e giugnemmo ad un castello chiamato Nicher,  ch' del signore
Ussuncassan.  Quivi gli aganzi  furono  assaliti  da'  nemici  e,  fattasi  una
picciola  scaramuccia,  furono  uccisi alquanti dell'una e dell'altra parte,  e
menati alla corte del Turco da dodici  prigioni.  Il  resto  della  gente,  non
aspettando  la  furia,  si  part  lasciando  il castello fornito,  dove giunse
l'esercito;   ma  per  non  dimorare  a  combatter  fortezze  pass  di  longo,
lasciandosi  a  man  manca  poco  spazio lontano una citt chiamata Coilivasar,
posta tra monti, in una valle circondata da molti villaggi.
E seguitando giugnemmo allo scender del gran monte ad un'altra  citt  nominata
Careasar, dove si cava allume; e alloggiando l'esercito appresso la detta citt
mezo  miglio,  e  la  cavalleria trascorrendo e guastando il paese,  la maggior
parte de' paesani col bestiame e con le robbe  erano  fuggiti  e  ridotti  alle
fortezze de' monti e a' luoghi sicuri.  Levato il campo, con le nostre giornate
arrivammo sopra una gran pianura dove  la citt  di  Argian,  posta  sopra  un
luogo alquanto eminente dal detto piano: e si chiama la campagna d'Arsingan. Ma
per  non  esser  la citt forte,  il popolo se n'era fuggito e passato il fiume
Eufrate;  nondimeno ve n'erano rimasti alquanti,  tra li quali al giugner degli
aganzi  fu  trovato  un Armeno,  uomo attempato,  che se ne stava in una chiesa
circondato da molti libri, e ancor che molte fiate fosse chiamato da coloro che
lo trovarono,  non rispose mai,  anzi stava  attentissimo  a  leggere  i  libri
ch'egli  si  teneva  aperti  davanti,  e sopragiungendo la furia de' soldati fu
morto,  e con lui insieme arsa la chiesa: il che  intendendo  il  signor  turco
n'ebbe  molto  dispiacere,  percioch  gli  venne  detto  che  era  grandissimo
filosofo.
Or,  seguitando noi il viaggio  per  questo  paese  dell'Arsingan,  ch'  parte
dell'Armenia minore,  e appressandoci all'Eufrate,  poco lontani da Malacia, il
qual viaggio facemmo in otto giornate, ed essendo gi fermo l'esercito, intorno
al'ora di nona ecco si veggon venire undici dromedarii,  li quali venivano  con
presenti del signor Sit e del soldano; e sopra li detti dromedarii erano uomini
strettamente  fasciati  con  drappi bianchi,  percioch altramente non potriano
reggere al cavalcar di simili animali,  che per esser molto veloci  conquassano
grandemente  la persona.  Di questi undici uomini alcuni erano bianchi e alcuni
negri,  e il primo teneva in mano una freccia nella quale era fitta una poliza;
gli  altri  tutti  avevano dinanzi un canestro coperto,  e dentro v'erano varie
confezioni;  altri portavano certo pane e carni cotte  ch'erano  ancora  calde.
Giunti  che  furono al padiglione del signor turco,  senza smontare n fermarsi
porsero la poliza e li canestri, e s'intese che in sei ore avevan corso novanta
miglia.  Fu data loro la risposta senza parlare con un'altra poliza fitta nella
detta  freccia,  e  partiti parve che sparissero dinanzi agli occhi nostri,  s
maravigliosa  la velocit di quegli animali.

Il gran Turco,  giunto al fiume Eufrate,  delibera di passare,  e fa tentare il
passo ad Asmurat con le sue genti, il quale vien rotto da' Persiani.
Cap.7.

Or,  essendo noi arrivati al fiume Eufrate, e camminando su per la sua riva per
greco e levante,  ecco  vedemmo  Ussuncassan  col  suo  esercito  esser  giunto
dall'altra  banda,  dove  egli  dubitava  che 'l Turco dovesse passare.  Era in
questo luogo il fiume pi largo,  e con molti canali e gran secche  di  ghiara:
quivi  gli  eserciti  l'uno  dirimpetto  all'altro,  col  fiume in mezo che gli
separava, posero gli alloggiamenti.  Ussuncassan aveva un grossissimo esercito,
e seco erano tre suoi figliuoli,  uno chiamato Calul, il secondo Ugurlimehemet,
il terzo Zeinel;  ed eravi anche Pirahomat,  signor della  Caramania,  e  molti
altri  signori,  e varie nazioni,  cio Persiani,  Parti,  Albani,  Giorgiani e
Tartari. E per quanto si pot intendere,  quando Ussuncassan vidde il campo del
Turco  alloggiato,  rimase  tutto  stupefatto,  e stette gran pezza senza punto
parlare,  e disse poi in lingua persiana: "Baycabexen,  nederiadir",  che  vuol
dire:  "O  figliuol  di putana,  che mare",  assimigliando al mare il campo del
Turco.
Nel giorno istesso che gli eserciti s'eran alloggiati nel detto luogo,  intorno
a  nona  fu  deliberato  di  tentare  il  passo e azzuffarsi co' nemici,  e che
Asmurat,  ch'era begliarbei della Romania,  dovesse far pruova  di  passar  con
tutta  la  sua  gente:  e  perch costui era giovane,  gli fu dato per compagno
Mahumut bass. Onde,  spiegati gli stendardi e sonati li tamburi e le naccare e
altri  stromenti ch'usano nella guerra,  si misero a passare,  tuttavia notando
per alcuni canali,  e di secca in secca procedendo  giunsero  quasi  dall'altro
lato  del  fiume.  Vedendo  Ussuncassan  che  la  gente  turchesca cominciava a
passare, e gi era poco lontano dalle rive del canto suo, le mand un squadrone
de' suoi all'incontro,  ed entrarono anch'essi per buon spazio  nel  fiume:  ma
essendovi  di  mezo  un  gran  canale,  con  freccie cominciarono a offendersi.
Tuttavia li Turchi,  desiderosi d'ottenere il passo,  fecero grande  sforzo,  e
parte di loro,  passato il canale,  vennero alla stretta co' Persiani;  e cos,
combattendo per spazio quasi  di  tre  ore,  fu  grande  uccisione  dall'una  e
dall'altra banda.
Li  Persiani,  per  esser  pi  vicini  alla riva del fiume,  facilmente davano
soccorso a' loro,  e li Turchi,  non potendo passare se non per  un  passo  non
troppo  largo,  ne passavano pochi alla volta,  tuttavia notando co' cavalli: e
molti se n'affogavano,  per la correntia dell'acqua che li portava lontani  dal
passo.  Alla  fine  i  Turchi  furono  superati  da'  Persiani e fatti ritirare
adietro,  con fuga passando il detto canale.  Mahumut bass,  il qual era sopra
una secca distante mezo miglio dal luogo dove si combatteva,  non solamente non
diede soccorso,  ma si  ritir,  passando  alcuni  canali  e  fermandosi  sopra
un'altra  secca.  Li  Persiani perseguitavano li Turchi,  uccidendone e facendo
prigioni;  e li Turchi fuggendo si disordinavano,  e  parimente  smarrivano  il
passo,  onde molti s'annegarono andando in alcune boglie,  che molte ve ne sono
nel detto fiume, e tra gli altri vi s'anneg Asmurat, begliarbei della Romania.
E quando esso  cadde  con  molti  altri  in  una  gran  boglia,  li  Turchi,  e
massimamente li suoi schiavi e servitori,  lo volsero aiutare e fecero testa, e
vennero di nuovo ad azzuffarsi co' Persiani:  ed  essendone  morti  e  annegati
assai,  li Persiani,  passati molti canali, seguitando li Turchi vennero infino
alla secca ghiarosa dove era ridotto Mahumut bass  con  molte  squadre,  e  di
nuovo  furono alle mani.  E bench i Persiani,  stando in ordinanza,  facessero
ogni sforzo,  tuttavia non poterono passar pi oltre,  ma stettero a  contrasto
con la gente di Mahumut; e, per gagliardo combatter che si facesse, n l'una n
l'altra parte pot spingersi pi avanti.
E perch cominciava gi a venir la sera e il giorno andarsene, il Turco, che di
continuo  insieme  co'  suoi  figliuoli  e con tutto il resto dell'esercito era
stato in ordinanza sopra la riva del fiume, fece sonare a raccolta; e il simile
fece Ussuncassano,  il quale medesimamente era stato  in  ordinanza  dall'altra
banda.  E  sonandosi  a  raccolta  d'ambedue le parti,  ciascun si ritir senza
perseguitarsi pi oltre;  nondimeno  Ussuncassan  rimase  superiore  in  questa
pugna,  perci che de' suoi meno ne morirono,  pochi s'annegarono,  n anche fu
fatto alcun prigione. Ma de' nostri, tra prigioni,  morti e annegati,  fatta la
descrizione,  mancarono  dodicimila  persone,  tra le quali erano mancati assai
uomini di conto.  Per la qual cosa furono ordinate  molte  sentinelle  e  buone
guardie su per la riva del fiume,  e il simile fecero anche li Persiani, perci
che l'una e l'altra parte dubitava d'esser assalita. Il signor turco ebbe molto
a sdegno che Mahumut bass si fosse ritirato  da  una  secca  all'altra  e  non
avesse dato soccorso ad Asmurat,  e suspicavasi ch'egli l'avesse fatto a posta,
non gli essendo molto amico;  nondimeno  il  Turco  allora  non  dimostr  mala
volont  verso  di  Mahumut,  non  gli  parendo  che  fosse  n  luogo n tempo
convenevole,  e massimamente che 'l detto Mahumut era amato e seguitato,  anzi,
dissimulando  e  saviamente  governandosi,  aspett l'ora che lo potesse punire
senza suo danno,  come poi fece dopo sei mesi,  facendolo strangolare  con  una
corda d'arco.

Ussuncassano  va  seguitando il Turco che,  dopo la rotta,  se ne torna nel suo
paese; e venendo al fatto d'arme,  e fuggendosi dell'esercito Ussuncassano,  li
Persiani sono rotti e il gran Turco se ne ritorna vittorioso.
Cap. 8.

Avuta  questa rotta,  il Turco dubit fortemente,  e deliber di ridurre il suo
esercito per la pi corta nel suo paese; e per confortar li suoi soldati, oltre
il soldo ordinario diede un'altra prestanza,  e don la prima ch'avea data alla
sua  partita,  e  fece  anche  liberi tutti li suoi schiavi che si trovavano in
campo,  con questa condizione,  che niuno fosse in libert  d'abbandonarlo,  ma
fossero uomini del signore,  come gli altri stipendarii, che non sono schiavi e
posson fare della lor robba quel che lor piace;  e fece molte altre provisioni,
carezzando e donando a' capitani.
Levato  l'esercito,  andavamo  camminando per la riva del fiume,  e li Persiani
dall'altro canto facevano il medesimo,  non si curando n anch'essi di passare,
ma stavano dubbiosi,  vedendo l'esercito turchesco assai pi grosso che non era
il loro;  nondimeno,  per quanto fu poi riferito,  Ussuncassan era  spinto  da'
figliuoli e da altri signori a passare e assalirci,  essendo noi in fuga per la
rotta ricevuta,  e sopra di ci furon fatti molti consigli.  Alla  fine,  circa
dieci giorni dopo,  essendo il campo turchesco partito dal fiume,  lasciando la
citt di Baybret alla destra, verso le montagne che dividono l'Armenia maggiore
dalla minore, pigliammo il nostro cammino verso maestro,  entrando in una valle
per  venir  alla  volta di Trabisonda;  e nel secondo alloggiamento che facemmo
dopo che fummo entrati nella detta valle, alla fin d'agosto, a quattordici ore,
ecco li Persiani apparir dalla destra nostra sopra li monti.  Allora il  signor
turco,  volto  verso  il  nemico,  prese  anch'esso  il  monte,  ma  prima fece
fortificar gli alloggiamenti,  al governo de' quali e de' carriaggi lasci  con
buon presidio il fratello del signor di Scandeloro,  nominato Eustraf. E avendo
posto ordine ad ogni cosa, andandosene pel monte s'avvi alla volta de' nemici,
mandando avanti Daut bass, che era begliarbei della Natolia,  con tutta la sua
condotta  e  con  tutta  la  gente  della  Romania rimasa della prima rotta;  e
Baiesit,  primogenito del gran Turco,  era alla destra  del  padre,  e  Mustaf
secondogenito  alla sinistra.  E cos,  camminando per luoghi montuosi e aspri,
giugnemmo  in  una  valle,  dove  li  Persiani  dall'altra  banda  della  valle
aspettavano  sopra  certi  colli  in  ordinanza,  avendo  distese le squadre di
maniera che tenevano molto spazio;  a dirimpetto delle quali il gran Turco fece
distender  le  sue,  sonandosi  tuttavia  dall'una  e dall'altra parte infinite
naccare, tamburi e altri stromenti da battaglia,  di sorte che lo strepito e il
rimbombo era s grande che non lo potria credere chi non l'avesse udito.
Era  la  valle dove s'affrontorno gli eserciti commoda dalle bande al montare e
dismontare; era larga un quarto di miglio e assai ben longa, ma era tra monti e
luogo salvatico. Quivi fu cominciata l'aspra battaglia, e ributtandosi or l'una
or l'altra parte,  ciascun soccorrendo a' suoi dove il  bisogno  era  maggiore,
Pirahomat,  signor  della  Caramania,  il quale era alla destra di Ussuncassan,
dopo longa battaglia  fu  vinto  da  Mustaf,  figliuolo  del  gran  Turco;  ed
essendosi ritirato verso 'l fianco di Ussuncassan, dubit di non esser tolto in
mezo,  e  se  non  era una valle,  facilmente gli saria avvenuto.  Ussuncassan,
vedendo il pericolo, per esser li Turchi superiori da ogni lato, e massimamente
dalla sua destra, all'incontro della quale stava il gran capitano Mustaf,  che
con  ogni  ingegno  cercava  di  torlo in mezo,  cominci a dubitar fortemente;
montato sopra una cavalla araba poco stette che si mise a fuggire,  e  cos  fu
rotto e fugato insino a' padiglioni,  li quali erano lontani quasi dieci miglia
in una pianura.  Furono ricuperati alcuni prigioni presi alla rotta  del  passo
del fiume; furon anche messi a sacco li padiglioni e fatta grandissima preda, e
morto un figliuol di Ussuncassan,  il quale era chiamato Zeinel, e la sua testa
fu presentata al Turco da un fante a  pi  che  l'aveva  ucciso  in  battaglia,
percioch  il  detto  signor Zeinel,  nel partir del padre,  quando mont su la
cavalla,  entr nella fanteria e fu circondato e morto insieme con molti che lo
seguitavano;  tal  che  questa  fu  una gran rotta,  essendo morti de' Persiani
intorno a diecimila, e presi molti pi, de' quali n'eran fatti morire di giorno
in giorno.
Tutta la notte seguente fu fatta allegrezza con fuochi  e  suoni  e  grida,  ma
perch Mustaf figliuolo del signore avea seguitato Ussuncassan,  e gi era due
ore di notte,  il signore dubitava alquanto,  e gli aveva mandato dietro alcuni
condottieri;   co'  quali  essendo  Mustaf  ritornato,  il  signore  usc  del
padiglione con una tazza  d'oro  piena  di  giuleppo,  e  di  sua  mano  gliela
present,  baciandolo e commendandolo molto del suo portamento e valore. Questa
battaglia dur otto ore continue,  avanti che gli  Persiani  si  mettessero  in
rotta;   e  se  non  fosse  stato  Mustaf,  ancora  non  piegavano,  percioch
Ussuncassan per dubbio d'esser circundato da Mustaf si  mise  a  fuggire.  De'
Turchi  in  questa  battaglia  ne morirono in tutto circa mille persone.  Furon
trovati ne' carriaggi di Ussuncassan alcuni vasi  d'oro  simili  all'enghistare
dal pi,  con le loro vagine coperte di cuoio,  e altri vasi d'oro e d'argento,
ed ebbonsi alcune belle armature fatte a Syras,  messe  a  specchi,  con  certe
liste  dorate,  polita  e bella cosa da vedere.  Fecesi anche acquisto di mille
cavalli e di gran quantit di cameli.
Non mi par di lasciare adietro di dire che in questa  battaglia  Ugurlimehemet,
secondo  figliuolo di Ussuncassan,  venne con gran quantit di gente ad assalir
gli alloggiamenti nostri,  ma fu anch'esso fugato dal  signor  Cusers  e  dagli
altri  che  v'erano alla guardia,  e lo misero a tal partito che poco manc che
non rimanesse prigione: ma egli scamp, per esser pratico del paese, s che, se
Ussuncassan restava con la prima vittoria, il Turco si partiva con vergogna, ed
esso non perdeva le terre che perd.  Essendosi tre giorni riposato l'esercito,
il  Turco deliber di tornare adietro per la via ch'era venuto,  onde levato il
campo s'invi alla volta di Baibiert, dove, per la rotta d'Ussuncassan, trov i
popoli della detta  citt  e  del  contado,  abbandonate  le  loro  abitazioni,
essersene fuggiti a' monti e a' luoghi forti;  nondimeno gli aganzi presero de'
prigioni e fecero de' bottini,  e alcuni de' detti aganzi furono  assaliti  da'
Persiani e tolto loro i bottini,  ed essendo fugati si ridussero nella citt di
Baibiert.  E volendovi entrar li Persiani,  gli  aganzi  serrate  le  porte  si
difesero,  e  una  notte  fino  a  mezod  seguente vi stettero rinchiusi;  ma,
venutone la nova all'esercito,  fu loro mandato soccorso,  il che avendo inteso
li Persiani si partirono, non aspettando la furia.
Or,  camminando  l'esercito,  noi  giugnemmo  alla riva del gran fiume Eufrate,
trovando e ville e castella abbandonate,  e assai anche  abbruciate.  Arrivammo
poi al passo del detto fiume,  e gli aganzi,  passati senza contrasto,  andorno
per spazio d'una giornata all'altra banda,  facendo alcune  prede  di  bestiami
minuti;  ritornati che furono al campo, ci levammo, indrizzando il cammino alla
volta d'Ersenia,  citt abbandonata per avanti,  dove alloggi il campo per una
notte.  E partitosi giugnemmo dopo quattro giorni a Caratsar,  la quale  posta
sopra un monte negro,  ed  fortissima di sito,  per  aver  grandissimi  dirupi
d'ogn'intorno,  se non da un lato, dove ha un poco di spazio per il qual si pu
andare alla porta per una via storta e aspra.
Quivi essendo noi accampati,  quei della terra  stavano  alle  mura  taciti,  e
provisti  di  pali  aguzzi  e  di  molti archi;  nel principio essi non volevan
ascoltare n  parlare  a  persona  alcuna,  ma  tiravano  e  ferivano  chiunque
s'avvicinava,  s  che  fu forza mettervi cinque bocche di bombarde,  due delle
quali furono condotte sopra un monticello non troppo distante  dalla  citt,  e
queste facevano gran danno. E avendola battuta per 15 giorni, ne morirono assai
di quei della terra, onde essendo sbigottiti vennero a parlamento. Eravi dentro
per governatore uno chiamato Aarap, ed era uomo del signor Zeinel, figliuolo di
Ussuncassano,  che fu ucciso nella sopradetta battaglia: e questo signor Zeinel
possedeva questo sangiaccato over paese.  Intendendo Aarap che 'l  suo  signore
era  morto,  ed  essendogli anche mostrata la sua testa,  pianse amaramente,  e
insieme con alcuni della terra deliber di rendersi salvo l'avere e le persone:
e fu promesso dal gran Turco di  dargli  condotta,  e  cos,  il  decimosettimo
giorno  dopo  che ci fummo accampati,  si rendettero.  E fu fornita la terra di
presidio e lasciate certe bocche d'artiglierie, menando con esso noi Aarap,  ma
posto  per  in sua libert,  al quale il Turco diede un sangiaccato a' confini
dell'Ungaro. E certamente, s'egli stava pur otto giorni a rendersi, era forza a
levare il campo per mancamento di vettovaglie e massimamente per li cavalli,  i
quali conveniva nutrirgli di foglie di roveri e d'altri sterpi minuti tagliati.
Partitosi  di  qui  l'esercito,  venimmo  verso la citt di Coliasar,  la qual,
intendendo la fortissima citt di Caraesar essersi resa,  e  il  signor  Zeinel
esser  stato  morto,  mandando ambasciatori si diede al gran Turco,  e il simil
fece Nieser: ed essendo fatto provedimento de' lor governi,  l'esercito  se  ne
venne di longo e giunse alla citt di Sivas.

Assambei,  essendo stato rotto,  se ne ritorna in Tauris; l'anno seguente va in
campagna all'erba.  Suo figliuolo se gli ribella e vassene al  gran  Turco,  ma
egli,  facendo sparger fama d'esser morto, l'induce a tornare in Tauris e fallo
morire.
Cap. 9.

Dopo questa rotta Assambei se ne ritorn  in  Tauris.  Nel  1473  giunse  anche
messer Iosafa Barbaro,  il qual dice che il signor Assambei, essendosi riposato
quell'anno,  il seguente,  che fu il 1474,  deliber di voler andare secondo il
solito  con  la  sua  gente  all'erba,  e fece domandare al detto messer Iosafa
s'egli vi voleva andare, il qual disse d'andarvi,  s come v'and.  Nel mese di
maggio adunque il signor Ussuncassan si part con tutta la sua gente, il numero
della   quale  era  venticinquemila  pedoni,   diciottomila  villani,   tremila
padiglioni, seimila cameli, trentamila muli da soma,  cinquemila muli da conto,
duemila  cavalli da soma,  cinquemila femine,  putti e fantesche anime tremila;
animali d'altra sorte infiniti andorno alla campagna,  e vi si trovava di molta
erba.  Questo  era il suo esercito ordinario: lascio ora far giudicio di quanto
numero egli oltre l'ordinario lo potesse fare.
Ora,  essendo il signor Assambei in campagna alla via di  Sultania,  gli  venne
nuova  che  Ugurlimehemet  suo  figliuolo  aveva pigliata Syras;  il che avendo
inteso,  il signor  Assambei  fece  subito  levar  il  campo  ordinatamente,  e
andossene alla volta di Syras. Il figliuolo, intendendo che 'l padre veniva con
s grand'esercito contra di lui,  se ne fugg, e lasciando tutt'il suo stato se
ne venne con la moglie e con tutta la sua famiglia nel paese del Turco, e mand
suoi messi a torre salvocondotto da sultan Baiesit,  il qual  faceva  residenza
non  troppo  lontano  da' confini di Ussuncassan.  Baiesit subito mand a farlo
sapere al padre,  il qual si content che gli fosse fatto il salvacondotto,  ma
gli  fece  intendere  che  in  modo  alcuno  egli  non  andasse  in  persona ad
incontrarlo  fuori  della  terra  d'Amasia,   ma  ben  lo  dovesse  onorare  in
ciascun'altra  maniera,  avendo  per tuttavia l'occhio a' fatti suoi,  che non
fosse ingannato da' Persiani.  E sappiate che la citt di Syras,  che 'l  detto
Ugurlimehemet aveva tolta al padre,  la pi nobil citt di tutta la Persia, ed
 nel fin della Persia alla via di Chirmas,  ed  citt murata di pietre, volge
venti miglia,  e fa ducentomila uomini.  Vi si fanno molte  e  diverse  e  gran
mercanzie,  e  fra l'altre cose vi si fanno arme,  selle,  briglie,  e tutti li
fornimenti cos di uomini come di cavalli,  e ne fornisce tutto il Levante,  la
Soria e Constantinopoli.
Or, venendo Ugurlimehemet liberamente, giunto a Sivas mand la sua donna con la
famiglia minuta avanti insino in Amasia,  per levar via ogni dubbio che potesse
apportar la sua venuta,  ed esso poi se ne venne dietro con 300 cavalli:  e  fu
ricevuto  e  alloggiato  onorevolmente,  e  Baiesit  l'accarezzava e gli faceva
solenni e magnifici conviti. Dopo alquanti giorni Ugurlimehemet si part con la
sua brigata,  e giunto a Usuhuder il gran Turco  gli  mand  incontra  onorevol
compagnia;  e  pass  a  Constantinopoli,  dove fu alloggiato onorevolmente,  e
provedutogli anche da vivere per lui e per la sua compagnia a  spese  del  gran
Turco.  Il  qual  poi fece corte,  ed essendo ridotto al luogo solito della sua
audienza,  venne Ugurlimehemet a corte per visitar il signore,  che ancora  non
l'aveva  veduto,  e il gran Turco gli mand incontra consiglieri e capitani,  e
ordin ch'egli entrasse a cavallo nel secondo  serraglio,  nel  qual  vi  suole
entrar solamente il signore. Ed essendo smontato, gli fece dire ch'andasse alla
sua presenza con la spada cinta,  cosa che a niuno,  per gran signor che sia, 
conceduta,   n  anche  a'  suoi  proprii  figliuoli   lo   comporta.   Entrato
Ugurlimehemet,  il  gran  Turco,  levato  da  sedere,  con  bona  ciera lo fece
accostare,  e volse che sedesse appresso di lui: e stettero per spazio d'un'ora
in diversi ragionamenti,  sempre chiamandolo col nome di figliuolo e facendogli
assai offerte.  E per quella fiata si part senza richieder condotta  n  altro
stato,  ma poi,  passati alquanti giorni, avendo pi volte visitato il signore,
gli parve di domandargli condotta ne' confini dell'Ungaro,  offerendosi d'esser
sempre  buono e fedel servitore.  Il gran Turco gli rispose che voleva farlo re
di Persia in luogo di suo padre, il qual era suo nemico,  e datogli compagnia e
modo per far principio lo mand a Sivas,  confine del dominio tra 'l gran Turco
e Ussuncassan.
Giunto Ugurlimehemet al detto confine,  poco stette che cominci a far correrie
e  rubbarie,  e  danneggiar  grandemente il paese di suo padre,  il quale mand
gente per conservare il suo paese,  non mostrando per di  far  gran  conto  di
quest'impresa  contra  suo  figliuolo;  ma  fece  ben  vista  d'aver molestia e
passione che se gli fosse ribellato e d'averlo perduto,  e per  questa  cagione
finse  d'esser  ammalato,  e  standosi alquanti giorni ritirato in camera,  non
voleva esser visitato se non da alcuni, de' quali gli pareva potersi fidare.  E
mentre  che  si  va  trattenendo con quest'astuzia,  la fama si sparse insino a
Constantinopoli che Ussuncassano era gravemente  ammalato  di  maninconia,  per
essersegli  ribellato il figliuolo.  E crescendo tuttavia la fama del suo andar
peggiorando nella malattia, alcuni de' suoi pi fidati, secondo l'ordine posto,
diedero  nome  che  Ussuncassan  era  morto,   e  furono  espediti   messi   ad
Ugurlimehemet,  con  lettere e segni secondo il consueto,  dandogli aviso della
morte di suo padre,  e che dovesse andare a tor la signoria,  prima  che  niuno
degli altri due suoi fratelli, cio Halul e Iacob, v'andasse. E acci che fosse
prestato fede alla cosa, furon fatte l'esequie per tutta la terra, e in tutt'il
suo stato si teneva per certo che fosse veramente morto.  Ugurlimehemet, avendo
avuto tre differenti messi con segni secreti, secondo che s'usa in tal mutazion
di stato,  e tenutigli tutti tre e  dati  in  guardia,  s'assicur  d'andare  a
Tauris, e con poca compagnia in pochi giorni vi giunse: e andato al palagio per
farsi  signore,  fu  condotto  dove  era il padre sano,  senz'alcun male,  e fu
ritenuto secondo l'ordine dato e fecelo morire,  non avendo rispetto che  fosse
suo figliuolo.

Assambei  va  a  predar la Giorgiania,  e facendosi pagar denari e dar tributo,
tornato in Tauris se ne mor, e un suo capitano ruppe li Mamalucchi.
Cap. 10.

Essendo in questa maniera passate le cose,  Assambei,  nell'anno  1475,  se  ne
stette   a   riposare   insino  al'77,   e  dopo  fece  mettere  in  ordine  un
grand'esercito,  dando fama d'andar contra l'Ottomano: ma in fatto egli and  a
predare la Giorgiania.  La sua gente poteva essere da venti in ventiquattromila
cavalli e circa undicimila fanti; delle donne, de' putti, de' famigli e d'altri
niente dico, che gi di sopra n'ho fatto menzione.  Avendo l'esercito camminato
da  sette  giornate  alla  via  di  ponente,  ci voltammo a man dritta verso la
Giorgiania,  nella  qual  entrammo,  perci  che  il  signore  aveva  animo  di
saccheggiarla,  non  avendo  li  Giorgiani  voluto  dargli soccorso quando and
contra il Turco.  Ma prima,  secondo il costume,  egli mand  innanzi  li  suoi
corridori,  che  furono  da  cinquemila  cavalli,  i  quali quanto pi potevano
procedendo avanti andavano tagliando e bruciando li boschi,  avendosi da passar
per montagne e per boschi grandissimi.
Ed  essendo passate due giornate dentro della Giorgiania,  trovammo un castello
detto Tiflis,  ch'era luogo di passo,  ma abbandonato,  il quale  avemmo  senza
contrasto  alcuno.  E passando pi oltre a Geri e ad altri luoghi circonstanti,
che furono saccheggiati,  s come fu anche una gran parte del paese,  il signor
Pancrazio, insieme con un altro re di Congiurre, che confina con la Giorgiania,
con  altri  sette  signori  mand  a  domandare  accordo  e accordossi di pagar
sedicimila ducati: e Assambei prometteva di lasciare il paese  libero,  eccetto
che  Tiflis,  ch'egli lo volse tenere per esser luogo di passo.  Le persone che
furono prese erano da cinquemila.  Fatto l'accordo e promesso  di  pagar  certo
tributo,  Assambei  se  ne torn in Tauris,  e infermatosi nell'anno 1478 se ne
mor,  lasciando quattro figliuoli,  de' quali tre erano d'un'istessa madre,  e
l'altro  era  figliuolo  di quella di Trabisonda,  che i tre fratelli lo fecero
strangolare,  che potea essere d'et di 20 anni,  e si divisero la signoria tra
loro.  Dopo  il  secondo fratello de' tre,  nominato Iacob Patissa,  fece patti
insieme col primo,  detto Marco,  onde il terzo se ne fugg,  e Iacob  si  fece
padrone entrando alla signoria l'anno 1479.
Nell'anno  poi  1482,  giunte  che furono le genti in Amit,  citt principal di
Diarbee,  s'intese come li schiavi erano venuti in Orfa  e  l'avevano  messa  a
sacco,  facendo  di grandissimi danni a tutt'il paese.  Il capitano d'Assambei,
deliberato d'andar a trovarli, pass con le sue genti alcuni monti che sono tra
Amit e Orfa,  ed entr nella campagna d'Orfa,  lontano d'Amit tre giornate.  Il
che  avendo  inteso  gli schiavi si misero in ordine,  e camminando ambidue gli
eserciti l'un contra l'altro,  finalmente vennero  ad  azzuffarsi:  e  dur  la
battaglia  fino  a  mezogiorno,  ributtandosi  pi  volte  or  l'uno or l'altro
esercito; ma li Persiani alla fine rimasero vincitori,  e tagliando a pezzi pi
della  met  de'  Mamalucchi,  con  molti signori,  e seguitando li Persiani la
vittoria,  andorno ad Albir,  e pigliatolo insieme con molti altri castelli,  e
fatti  di  molti  bottini,  se ne ritornarono in Tauris,  dove trovarono il lor
signor Assambei esser morto, nell'anno 1487, la vigilia dell'Epifania.



Iacob  figliuolo  d'Assambei,   preso  il  regno,   tolse  moglie   di   natura
lussuriosissima:  e  per far re l'adultero,  gli d il veleno,  del quale muore
anch'ella insieme con lui e col figliuolo.
Cap. 11.

Iacob Patissa,  come gi ho detto,  dopo la morte del padre si fece  signor  di
Tauris  e  della  Persia,  e  pigli per moglie una figliuola del signor di San
Mutra,  la qual era lussuriosissima.  Ed essendosi innamorata in un signor  de'
principali  della  corte,  cercava sceleratamente dar la morte al marito,  per
che, mancando egli, il barone veniva a succeder nello stato: onde,  accordatasi
insieme  con l'adultero per dar la morte a Iacob,  ordinarono fra loro un certo
veleno artificiato.  Dopo,  avendo la trista meretrice apparecchiato  un  bagno
secondo il consueto,  con molti odori,  sapendo il costume di suo marito, venne
Iacob sultan e,  chiamato un suo figliuolo d'otto over nove anni,  con esso lui
se  n'entr  nel  detto  bagno,  e  vi  stettero  dalle  ventidue ore insino al
tramontar del sole. Uscito fuori Iacob ed entrato nel serraglio delle donne, la
consorte,  che gli aveva apparecchiato la bevanda avelenata,  sapendo che Iacob
sempre era solito di bevere nell'uscire del bagno,  se gli fece incontro con un
vaso d'oro nel quale era messo il veleno,  mostrando di fargli molto pi  festa
del solito;  ma egli, vedendola alquanto pallida in vista, entr in suspizione,
e massimamente per aver esso alla giornata veduti  gi  di  lei  molti  cattivi
segni.  Pur  la  malvagia  femina  sapea s ben simulare e iscusarsi ch'egli in
parte gli credeva,  e nondimeno non restava senza  sospetto,  onde,  mentre  la
donna gli and innanzi cos pallida porgendogli la coppa,  Iacob le comand che
gli facesse la credenza. La donna, mossa da paura,  non pot negarlo,  e avendo
bevuto lei,  bev anche il marito, dando poi a bevere al figliuolino. Questo fu
alle ventiquattro ore,  e fu di tanto potere il  beveraggio  che  a  mezzanotte
tutti ne morirono. Intendendosi il seguente giorno la morte de' tre personaggi,
tutti i baroni stavano in gran confusione, e la Persia era in gran movimento; e
molti  parenti di Iacob pigliarono assaissimi luoghi facendosene signori,  come
intenderete.
Morto Iacob Patissa,  non v'essendo altri figliuoli d'Assambei,  fu pigliata la
signoria del 1485 per un barone parente di Iacob detto Iulaver, il qual, ancora
che  stesse  in  signoria  tre  anni,  non fece per cosa di momento.  Dopo lui
successe un Baysingir, che stette signore due anni;  venne dopo Rustan,  d'anni
venti,  il quale signoreggi sette anni. E in questo tempo il padre del Sof fu
morto,  come poi anch'egli ne fu ucciso per mano d'un barone,  con saputa della
madre,  che nel detto barone era innamorata, il qual aveva nome Agmat, che dopo
la morte di Rustan si fece signore e stette in signoria cinque mesi. Poi che fu
morto Rustan,  la sua gente d'arme and  a  trovare  un  suo  capitano  che  si
chiamava  Carabes,  che dimorava a Van,  il qual,  inteso ch'ebbe la morte e il
successo, aspettato il tempo se ne venne con quella gente a Tauris,  ed entrato
nella terra si trov col detto Agmat e tagliollo a pezzi. La signoria perveniva
a un giovanetto nominato Alvan,  che stava in Amit, parente d'Ussuncassan, onde
egli fu chiamato dal popolo e fatto signore: ma poco vi stette,  perci che  'l
Sof lo cacci fuori.


Sechaidar,  padre del Sof, va contra Rustan, re di Persia, ma ne riman vinto e
morto;  e Rustan manda a pigliar la moglie e tre figliuoli e gli d in guardia,
ma di nascoso son fatti fuggire.
Cap. 12.

Nel  tempo che Rustan dominava in Tauris,  Sechaidar,  padre del Sof,  il qual
avea per moglie una figliuola del signor Assambei,  pervenendo a  lui  per  via
della  donna  l'eredit  dello  stato della Persia,  deliber di far esercito e
scacciar Rustan,  e cos fece adunare  di  molte  genti  sofiane:  e  tutti  lo
seguivano,  per  esser  egli capo d'esse,  e anche per esser tenuto uomo santo,
percioch se ne stava nella citt d'Ardovil,  lontano da  Tauris  tre  giornate
alla via di greco, come un abbate con molti discepoli. Or, avendo egli fatto un
esercito di ventiduemila persone,  venne alla volta di Tauris per entrarvi,  ma
il signor Rustan,  avendo  gi  inteso  l'apparecchiamento  del  nemico,  aveva
anch'egli congregato da cinquantamila persone.  Ed essendo giovane mand un suo
capitano,  chiamato Sulimanbec,  all'impresa  contra  di  Sechaidar;  il  qual,
intendendo  l'esercito  nemico esser pi potente del suo,  si ritir a un luogo
detto Van,  di sotto dal Coi,  giudicando dalla banda  di  ponente  dover  aver
soccorso da altri eredi, ch'erano nemici di Rustan. Ma tanta fu la prestezza di
Sulimanbec,  capitano  di  Rustan,  che Sechaidar fu constretto,  senz'aspettar
altro soccorso,  di venir seco  alle  mani,  e  ordinati  gli  eserciti  fecero
crudelissima  battaglia.  Li  sofiani  combatterono  come  leoni,  avvegna  che
ultimamente, dopo l'esser stato ucciso gran numero di gente d'ambedue le parti,
quelli di Tauris fossero vincitori,  e restasse  morto  Sechaidar  con  le  sue
genti.  Dopo  la  rotta  alcuni  andorno  cercando il corpo di Sechaidar,  e fu
ritrovato per un prete armeno e portato in Ardovil a sepelire,  e in Tauris  fu
poi fatta gran festa per l'avuta vittoria.
Rustan,  avuta  la  nuova  della  rotta  de' nemici e della morte di Sechaidar,
subito mand in Ardovil a pigliar la moglie con tre figliuoli, e gli voleva far
morire.  Ma,  per compiacere ad alcuni  signori,  furono  liberati,  tenendogli
nondimeno  sotto  guardia  in  un'isola  ch' nel lago d'Astumar,  dove abitano
Armeni,  e vi sono pi di seicento case e una chiesa detta Santa  Croce,  nella
quale vi sono pi di cento galogieri ed evvi anche un patriarca.  Quivi adunque
furono posti i tre figliuoli di Sechaidar,  ma  la  madre  rest  in  Tauris  e
rimaritossi ad un barone nemico del suo gi primo marito. Li figliuoli stettero
tre anni nell'isola,  ma poi,  dubitando Rustan che non scampassero e facessero
qualche adunazione di gente contra di lui,  ed essendo anche persuaso da  alcun
de' suoi che gli facesse morire,  mand a pigliarli. E quel medesimo giorno che
'l messo gli richiese da parte di Rustan, furno consegnati dagli Armeni, bench
mal volentieri, percioch gi aveano posto loro grand'amore,  e massimamente al
secondo,  nominato Ismael,  per esser bellissimo e piacevolissimo.  Poi che gli
ebbero consegnati (vedete quel che fanno  i  cieli,  che  di  ci  che  le  lor
influenzie hanno determinato conviene che ne segua l'effetto),  s'intromise uno
de' primi degli Armeni,  dicendo agli altri: "Noi avemo dati  in  preda  questi
figliuoli  a questo messo,  n abbiamo veduto comandamento alcuno ch'egli abbia
dal signor Rustan;  leggiermente potria essere che noi  fossimo  ingannati,  ed
essendo menati via senza avere altro comandamento,  e fuggendosene altrove,  ne
riportaremo qualche grave scorno e travaglio,  e ragionevolmente potria dire il
signor  nostro:  "Dove  avete  il  comandamento  mio?' S che per mio parere io
loderia che non gli dessimo altrimenti se costui non  ne  porta  la  scrittura,
acci la possiamo tenere per nostra cautela e sicurezza".  Concorsero in questa
opinione tutti gli altri, massimamente consegnandogli essi mal volentieri, onde
fecero intendere al messo ch'andasse a torre il comandamento dal signore.
Ed essendo di l a Tauris viaggio longo,  egli stette  pi  di  sette  giornate
innanzi  che  ritornasse.  In questo tempo i fanciulli e la donna furono menati
fuori di quell'isola una notte in una barca,  e condotti nel paese  di  Carabas
verso tramontana.  Questo paese confina con Sumacchia e con Ardovil, ch'era del
padre di questi figliuoli, e gli abitanti d'esso sono la maggior parte sofiani,
e molto amavano il padre: quivi furono ascosti,  n mai s'ebbe novella di loro,
e vi stettero cinque anni. Ismael allora era d'et di nove anni, e quando tolse
l'impresa di Sumacchia n'aveva quattordici finiti.

Come Ismael,  figliuolo di Haidar, nascesse e fosse nutrito, il qual vien fatto
capitano e va contra Sermangoli e lo rompe, facendosi padrone del suo stato;  e
andato alla volta di Tauris, se ne fece signore.
Cap. 13

In questo tempo di cinque anni questi figliuoli furono stimolati da molti amici
del  padre,  da'  quali  spesso  erano  visitati,  di far adunanza di genti per
pigliar lo stato;  e avendo essi  trovato  cinquecento  uomini  valenti  e  ben
disposti,  e  tirando  quasi  tutt'il paese con loro,  volsero tutti Ismael per
capitano, per esser egli animoso,  gagliardo e piacevole.  Questo Ismael quando
nacque venne fuori del corpo della madre co' pugni chiusi e pieni di sangue, il
che  fu cosa notabile,  e il padre vedendo ci disse: "Certo costui sar un mal
uomo",  e deliber insieme con la madre ch'egli non fosse nodrito.  Ma Dio  non
volse, percioch, mandando per farlo morire, coloro che lo portavano, vedendolo
cos bello,  si mossero a pietade e lo notrirono.  In capo di tre anni, essendo
venuto il figliuolo di sorte che mostrava quel che dovea  venire,  deliberarono
di  mostrarlo  al  padre,  e con occasione glielo fecero vedere.  Ed essendogli
molto piaciuto, dimand chi egli era, ed essendogli detto ch'era suo figliuolo,
n'ebbe piacere e accettollo, mostrandogli alla giornata molto amore.
Or,  essendo ragunati li detti cinquecento fanti e cavalli,  passarono un fiume
grande,  che va alla volta di Sumacchia, detto Cur, che entra nel mar Caspio. E
caminando alla volta di Sumacchia, dove aveano intendimento,  il signor di quel
luogo,  il  cui  nome era Sermangoli,  ricerc i suoi baroni per far esercito e
andargli contro,  uno de' quali disse: "Signor,  lassa  il  carico  a  me,  che
certamente  io  ti  porter la testa di costui",  e fatto settemila persone gli
and contra.  Li sofiani,  veduto  all'incontro  d'una  campagna  la  gente  di
Sumacchia  con  gran  possanza venire alla volta loro,  si ritrassero sopra una
collina ch'era nella  detta  campagna.  Quelli  di  Sumacchia  circondarono  la
collina  per assediar la gente nemica,  ma la fortuna fu propizia al Sof,  che
gli urt da quella parte che gli  parve  pi  debile,  e  con  animo  di  morir
combattendo  messe  tanto romore che subito millecinquecento persone nemiche si
umiliarono, accommodandosi al suo servizio, e il resto furono morti.  I sofiani
si  fornirono  d'arme e di cavalli e fecero molti altri bottini,  seguitando la
vittoria alla volta di Sumacchia. Il signore,  intesa questa rotta,  fece tutto
'l  suo  sforzo  e  usc con altre sue genti alla campagna,  ma,  andando senza
ordine alcuno,  furono rotti,  e il signor Sermangoli preso,  al quale  Ismaele
don  la vita.  E avendo avuta la citt in suo potere,  fece molti doni a' suoi
soldati; ebbe anche tutti i luoghi del paese di Sermangoli, che sono molti.
Fattosi Ismael signore del paese, assedi un castello detto Pucosco, ch' verso
Tauris, luogo molto ricco, e pigliollo per forza: e nella battaglia fu morto il
fratello suo minore, nominato Bassingur. Trov in questo luogo molte ricchezze,
le qual tutte don a' suoi  soldati,  onde  la  fama  era  sparsa  come  Ismael
figliuolo di Sechaidar era entrato in stato,  ed era liberale di modo ch'ognuno
gli  diventava  affezionato,  e  concorreva  a  lui  tanta  gente  ch'era  cosa
incredibile.  E trovandosi al suo servizio forse quarantamila persone, deliber
di voler andare alla volta  di  Tauris,  ma,  avanti  ch'egli  si  mettesse  in
cammino, volse intendere quello che volevano far i Greci, per che erano tenuti
all'imperio  di  Persia;  e avuta risposta che essi non volevano impacciarsi in
cosa alcuna,  ma  esser  amici  di  ciascuno,  s'incammin  a  Tauris,  facendo
grandissime  crudelt,  onde tutti erano posti in grande spavento,  n ardivano
pigliar l'arme contro di lui. E vedendosi Alvan,  ch'allora era signore,  esser
senza aiuto, n potersi difender dalla furia del nimico, astretto da necessit,
pens  di  levarsi: pigliato adunque il suo avere,  con la moglie and in Amit,
dove stava per avanti.
E cos il Sof entr in Tauris l'anno 1499,  come anche in  quest'istesso  anno
cominci a guerreggiare, e in sei mesi egli si fece signor di Tauris. E nel suo
entrarvi fu usata gran crudelt verso la contraria parte, percioch fu tagliata
a  pezzi  molta  gente,  e  dottori  e femine e fanciulli,  onde tutti i luoghi
circonstanti vennero a dargli ubidienza,  e tutta la citt lev la sua insegna,
ch'  la  berretta rossa.  E in questo conflitto furon morte ventimila persone.
Egli fece poi trar fuori molte ossa delle sepolture de'  signori  gi  morti  e
fecele abbrusciare;  fece morir la propria madre, ricordandosi ch'ella, secondo
che gli era stato racconto, avea voluto farlo morir quando nacque,  e anche per
esser nata della stirpe della parte contraria.

Ismael  muove guerra a Moratcan,  lo rompe e fassi signore;  dopo la vittoria 
consigliato
a prender moglie e la prende. Fa poi l'impresa di Bagadet e ne vien vittorioso,
restando padrone di molto paese.
Cap. 14.

Avendo Ismael dimorato tutto il verno in Tauris,  a  tempo  nuovo,  ch'era  del
1500,  deliber  di  andar  contro d'un Moratcan,  che si era fatto signore del
paese d'Erach dopo la morte di Iacob: il qual paese tiene Spaan,  Ies e  Syras,
con molte altre cittadi che gi stavano sotto 'l governo dei re di Persia. Onde
fece  un  esercito  di  ventimila  persone,  tutti  valenti e tutti sofiani,  e
incaminatosi verso 'l paese del nemico intese che 'l sopradetto Moratcan  stava
apparecchiato  con  cinquantamila  persone;  nondimeno  egli  non volse restare
d'andarlo a trovare insino a Chizaron,  essendosi gi ridotto molto lontano  da
Tauris,  ed    di l da Syras,  che confina col paese di Carason o sia di Gon.
Quivi vennero alle mani,  e finalmente fu morto Moratcan,  e tutte le sue genti
rotte e malmenate, e Ismael si fece signore di tutti quei regni.
Dopo  questa  vittoria,  avanti  ch'egli ritornasse in Tauris,  tutti i suoi lo
consigliavano che dovesse prender mogliere;  e mentre sopra di  ci  si  andava
considerando,  non  si  trovava  donna  che  fosse  stimata degna d'un par suo.
Finalmente, dopo molti discorsi fatti,  fu detto che un certo barone si trovava
avere  appresso  di  s  una signora,  ch'era figliuola di una figlia di sultan
Iacob,  che fu figliuolo d'Ussuncassan,  la qual era bellissima e  si  chiamava
Taslucanun,  laonde egli mand a quel barone,  chiedendogli la detta figliuola.
Il barone rispose per i messi ch'egli non l'aveva,  e facendo instanzia  Ismael
di volerla,  il barone fece vestire un'altra donna in luogo di quella,  dicendo
non avere altra in casa. I messi, vedendo che quella non aveva i segni ch'erano
stati dati loro,  dissero non esser quella ch'essi volevano,  onde fecero anche
venire tutte le fantesche,  tra le quali era Taslucanun, ma, non la conoscendo,
se ne ritornarono senza conclusione. Il Sof ordin che ritornassero e di nuovo
si facessero mostrar le fantesche;  il che avendo fatto,  la riconobbero fra le
fantesche tutta sporca e imbrattata, e con molta allegrezza la fecero vestire e
la menorno con esso loro.  Il signor Ismael,  quando la vidde, disse: "Questa 
quella che m' stato detto",  e pigliolla per moglie.  Ma per esser  il  signor
giovane di quindici o sedici anni, egli la consegn a un barone, che la tenesse
in buona guardia.  Ed essendo stato cos tre anni, il signore gliela richiese e
disse al baron: "So che tu in questi tre anni hai avuto da far con lei  a  modo
tuo".  Egli  rispondendo  disse: "Signor,  non lo credete,  percioch pi tosto
m'averei fatto ammazzare".  Il Sof gli disse: "Tu sei stato un gran pazzo",  e
pigliossela per cara.
Acquistato  ch'ebbe  il  signor  Sof il paese di Erach,  se ne torn in Tauris
nell'anno 1501, e fece di molti trionfi per la vittoria avuta.  L'anno seguente
deliber  anche  di  far l'impresa del paese di Bagadet,  il quale  lontano da
Tauris trecento miglia alla via d'ostro e garbino,  ed  gran  paese;  e  fatto
l'esercito v'and.  Il signor del paese l'aspettava con molta gente, non gi in
campagna ma dentro della citt di Baldac,  che anticamente era detta  Babilonia
Magna,  per  mezo della qual passa il fiume Eufrate.  Accostandosi il signore a
due miglia,  una notte cadde una gran parte delle  mura,  e  fu  di  cos  gran
terrore  a  tutta  la  citt  che  ognuno  scampava.  E fu parimente il signore
sforzato a fuggirsene, andando a traverso de' deserti dell'Arabia deserta,  che
sono  sedici  giornate lontano,  da Baldac a Damasco;  poi se n'and in Aleppo,
dove essendo dimorato un certo tempo,  il signor Aladulan  gli  diede  una  sua
figliuola  per  moglie,  e quivi si ferm.  Il Sof stette in Baldac ed ebbe il
paese di Bagadet;  poi pigli il paese di Mosul e Gresire,  ch' una gran citt
intorno  alla  quale passa il Tigris: questo paese  la Mesopotamia.  Avendo il
Sof fatto questi acquisti, nell'anno 1503 torn a Tauris,  e fece gran feste e
trionfi per la vittoria avuta.  Or, stando egli in Tauris, ed entrato nell'anno
1504,  intese che 'l signor di Gilan,  mentre ch'egli stava fuori  in  Mosul  e
Bagadet,  gli aveva rotta la pace;  e,  deliberato di vendicarsene, apparecchi
l'esercito e andossene alla volta sua. Esso,  ci intendendo,  gli mand subito
ambasciatori incontro,  chiedendogli perdono: e cos con gran difficult,  dopo
molti prieghi,  il Sof gli perdon,  ma gli raddoppi il tributo.  E ritornato
indietro se ne stette in ozio e in quiete insin all'anno 1507.

Ismael va contra Alidoli,  rovina il suo paese e le sue genti;  Alvan, scampato
di Tauris,   incatenato;  il figliuolo d'Alidoli,  presagli la  sua  citt,  
ucciso.  Opponsi poi al gran Tartaro,  acci non passi in Persia,  e tornato in
Tauris fa grandissime feste e giuochi.
Cap. 15.

Trovandosi il signor Sof in suo dominio una parte del paese di  Diarbee,  ch'
Orfa,  Moredin,  Arsunchief  e  altri  luoghi,  e  intendendo  ogni  giorno che
Abnadulat faceva correr le sue genti a quelle bande danneggiando  il  paese,  e
che teneva la citt di Cartibiert,  standovi dentro un suo figliuolo,  deliber
di far l'impresa contra il detto Abnadulat,  perci  che  questi  luoghi  erano
stati sempre del regno di Persia,  ma il detto Alidoli, dopo la morte di Iacob,
stando  la  Persia  in  divisione,   se  n'era  impatronito:   onde,   raccolte
settantamila persone,  s'invi verso Arsingan,  ch' bellissima citt e confina
con la Trabisonda e con la  Natalia.  Quivi  giunto  si  ferm  per  spazio  di
quaranta  giorni,  dubitando  che  l'Ottomano  e il soldano volessero defendere
Alidoli,  per esser ne' confini d'ambedue.  E stando in questo dubbio mand due
ambasciatori,  uno all'Ottomano imperator di Constantinopoli, chiamato per nome
Culibech, l'altro al soldano del Cairo,  detto Zaccarabech,  promettendo per la
sua  testa e per li suoi sacramenti di non far loro danno alcuno,  ma solamente
voler andar a destruzione del nemico suo Alidolit.
In capo di quaranta giorni Ismael si lev d'Arsingan,  dal qual luogo si  suole
andar  in  quattro giornate nel paese d'Alidoli: ma egli non volse pigliar quel
cammino, volendo andar a Caisaria,  ch' luogo dell'Ottomano,  dove si forn di
vettovaglie,  pagandole  tutte.  E  fece  gridar  per tutto 'l paese che ognuno
sicuramente portasse vettovaglie al  campo,  che  sariano  pagate,  e  chiunque
togliesse  cosa  alcuna  senza danari fusse morto.  In questa citt egli stette
quattro giorni,  e andossene poi in Albustan,  dove  una bella campagna  e  un
fiume,  ch'  di  Alidoli;  di  qui  in  Maras,  attraverso dei monti,  son due
giornate. E abbruciato tutto 'l paese d'Albustan, andarono a Maras,  ma Alidoli
s'era  partito  e ritirato al monte in luoghi sicuri.  Questi monti si chiamano
Carathas,  dove  una strada sola molto  stretta.  Ismael  rovin  il  paese  e
ammazz molta gente,  che di tempo in tempo discendeva da' monti per assalire i
sofiani, essendogli e dalle sue guardie e dalla gente del paese stata scoperta.
Il tempo che Ismael entr nel paese di Alidoli fu di luglio,  nel  1507,  e  vi
stette  fino  a  mezo  novembre.  Dapoi per le nevi e per li freddi si lev per
tornare in Persia, e partito per Tauris se n'and a Malacia,  dove stava un suo
governatore,  detto  Amirbec,  che  teneva  il suggello del Sof ed era uomo di
grande auttorit. Costui aveva preso il sultan Alvan,  che scamp di Tauris,  a
questo  modo:  venendo egli da Mosul con quattromila combattenti per trovare il
Sof,  ed essendo per venire in Amit,  dove stava questo Alvan,  finse  d'esser
andato  quivi per soccorrerlo per la ritornata del Sof,  per la qual cosa egli
fu accettato in Amit; ed essendo entrato nella terra, gitt una catena al collo
di Alvan e fecelo prigione d'Ismael,  conducendolo a Malacia: e  io  stesso  lo
vidi con la catena; e poco dopo fu fatto morire. Fatto questo, Ismael si lev e
pass  l'Eufrate,  il  qual  fiume  passa  dieci miglia lontan da Malacia verso
levante, e and in Cartibiert, dove signoreggiava un figliuol d'Alidoli: e quel
luogo era molto ben fornito di gente e di vettovaglie,  ma  poco  gli  valsero,
percioch gli fu presa la terra e tolta la vita.
Andarono poi alla volta di Tauris,  ma non furono tanto a tempo che la neve non
gli sopragiugnesse lontan dal Coi sei giornate, il che fu cagione che morissero
di freddo molte persone e cavalli e cameli,  perdendo assai bottini  ch'avevano
fatti  nel  paese  d'Alidoli.  Pur  alla  fine  giunsero al Coi,  in un palazzo
bellissimo che Ismael aveva fatto fabricare, e ivi stettero fino a tempo nuovo.
Se n'and poi in Tauris,  e quivi si ripos quella state.  E l'anno che  venne,
ch'era il 1508,  gli bisogn fare un'altra impresa, percioch Iesilbas, signore
di Sammarcant,  detto gran Tartaro,  i cui popoli  son  chiamati  quelli  dalle
berrette  verdi,  fece  grandissimo  esercito  e  venne nel paese del Corasan e
Strave,  ch'erano luoghi suoi,  pigliando poi degli altri  d'alcuni  signorotti
vicini,  per venire contro il Sof.  Ma Ismael fu prestissimo, andando egli con
grossissimo campo a Spaan, il qual luogo  lontan da Tauris quatordici giornate
per levante: e ivi fermossi. Il Tartaro intendendo questo non scorse pi oltra,
e pens d'ingannare Ismael con dimandargli il passo per andare alla  Mecca:  ma
egli, considerata l'astuzia, gli neg il passo. E stando il Tartaro in Corasan,
Ismael  se  ne  stava  in  Spaan,  per veder gli andamenti del nimico.  Essendo
passato l'anno del'8,  i Tartari  se  ne  tornarono  al  lor  paese,  e  Ismael
similmente  a  Tauris,  per  la  qual tornata gli drizzarono tutti i bazzarri e
adornarono i palazzi,  facendo grandissime feste e giuochi,  come qui di  sotto
intenderete.
Il signor Sof aveva fatto mettere una grande antenna nel misdano, che vuol dir
nella  piazza,  sopra  la quale aveva fatto mettere un pomo d'oro: poi coi loro
archi e con alcuni bolzonetti fatti a posta gli tiravano  correndo,  e  chi  lo
gittava  a  terra se lo toglieva per suo.  Ne mettevano anche d'argento,  insin
alla somma di venti,  dieci d'oro e dieci d'argento,  e poi dopo ogni pomo  che
veniva  gittato Ismael si riposava un pezzo,  cibandosi di diverse confezioni e
vini delicatissimi.  E mentre ch'egli giuoca,  sempre gli  stanno  innanzi  due
ragazzi  belli  come angeli,  uno de' quali tiene in mano un vaso d'oro con una
coppa,  e l'altro due scatole di delicate confezioni.  Parimente,  quando  egli
giuoca,  tien  sempre mille provisionati alla guardia della sua persona,  oltra
quelli che stanno d'ogn'intorno a veder giuocare, i quali possono essere pi di
trentamila tra soldati e cittadini.  Poi che  ha  giuocato,  egli  insieme  co'
baroni  se ne va a cenare a un palazzo ch' fuori della terra:  ben vero che i
baroni cenano tra loro; e questo palazzo lo fece fabricare il signor Assambei.
Questo Sof  bellissimo,  biondo e graziosissimo,  e non    di  molto  grande
statura, ma egl'ha una leggiadra e bella persona:  pi tosto grasso che magro,
e largo nelle spalle.  Ha la barba di pelo rosso, ma porta solamente mostacchi;
adopera la man sinistra in cambio della destra,  ed  gagliardo come  daino,  e
pi  forte  ch'alcun de' suoi baroni: e quando egli giuoca all'arco,  dei dieci
pomi che sono gittati esso ne gitta sette;  e in tanto ch'egli giuoca sempre si
suonano varii stromenti e cantansi le sue laudi.

Ismael,  essendo  con  l'esercito nel paese del Carabas,  spedisce due capitani
all'impresa di Sumacchia;  ed egli se n'and verso  il  mar  Caspio,  pigliando
molti  luoghi,  e  tra  gli  altri  il  castello della citt di Derbant,  luogo
d'importanza.
Cap. 16.

Stato che fu Ismael quindici giorni in Tauris,  levossi del 151O e and col suo
campo  al  Coi,  dove  stette due mesi.  E l'anno 1509 aveva deliberato d'andar
contra Sermangoli,  al quale oltra la vita avea donato anche lo stato di Servan
e  di  Sumacchia:  ma  quando  egli  and  contra  Tartari,  costui trapass le
convenzioni della pace ch'aveva seco.  E per ci,  ragunato  il  suo  esercito,
s'incammin  verso il paese del Carabas,  dov' una campagna che s grandemente
si distende che a dirlo ognuno stupiria,  nella quale   un  castello  nominato
Canar,  ch'ha  molti villaggi sotto di s,  dove si fanno le sete che dal luogo
sono chiamate canari.  E per esser questo paese grassissimo vi  si  ferm  otto
giorni,  e  quivi  fece due capitani,  uno chiamato Dalabec,  l'altro Bairabec,
dando loro il carico dell'impresa di Sumacchia, facendo ad ambedue dono d'essa.
Ma, essendovi andati, s com'era stato loro imposto,  trovarono la citt vota e
tutti  essersene  fuggiti.  Il  signore era andato nel castello Culustan,  ch'
grande come una citt e inespugnabile, per esser situato sopra un monte;  ma il
castellano  aveva  intelligenza,  se  Ismael  veniva  in persona,  di dargli il
castello, il qual  mezo miglio lontano dalla citt.  A questo cos fatto luogo
s'accamparono   li   due  capitani  con  diecimila  valent'uomini  per  tenerlo
assediato,  poi che non si poteva battere da  alcuna  banda,  per  non  esservi
gl'ingegni da fare trabacchi n artiglieria.
In  questo  tempo  Ismael  si  part da Canar e and a Maumutaga,  ed ebbe quel
castello,  che sta sopra la riva del mar Caspio ed  porto di  Tauris,  lontano
otto  giornate:  e  quivi si guadagn molto;  poi se n'and per la riva di quel
mare, per guadagnar tutti gli altri luoghi del paese di Servan.  Questa riva da
Maumutaga,  fino  in  Derbant  dura  sette  giornate,  e  vi sono molte terre e
castelli;  Sumacchia  una giornata lontana dal mare.  E camminando giugnemmo a
un  luogo  detto  Baccara,  ch'  lontano  da  Maumutaga  quattro giornate e da
Sumacchia due. Questo  porto del Tauris,  ed  chiamato Baccuc,  e anticamente
era il primo luogo di quel mare;  ed  un bonissimo porto,  dal qual  chiamato
mar di Baccuc,  bench altri dicano Caspio da'  monti  Caspii,  altri  il  mare
Ircano  da  Ircania,  ch'ora  chiamato paese di Strava,  donde vengono le sete
stravagi.
Camminando lontano da Baccara una giornata si truova Sirech, la qual  fortezza
sopra un monte: e coloro che v'erano dentro stettero tre giorni sul patteggiare
con Ismael,  il qual alla fine,  avendo  confermato  loro  i  patti,  vi  mand
sessanta  uomini  dentro,   raffermando  il  primo  castellano.  Ma  perch  li
sopradetti sessanta uomini sofiani, usando molte disonest,  si portavano molto
male, tutti furono tagliati a pezzi da coloro che prima stavano nel castello, i
quali poi per paura se ne fuggirono la notte su per quei monti altissimi,  e il
castello tutto fu rovinato.  Poco di l v' una citt detta Sebran,  che non ha
mura,  n  v'era  dentro alcuno,  che tutti se n'eran fuggiti,  chi a posta per
disabitare il paese e chi per paura.  Partito di l  se  n'and  a  Derbant  in
quattro giorni,  e si trov tutta la gente esser fuggita, chi fra' Tartari, chi
in capo del mar Caspio e chi in quelle alpi, talch si teneva solo il castello,
ch' grande,  forte e fabricato mirabilmente,  e tutte le torri e le  mura  son
come  nuove,  sopra  le  quali  attorno attorno erano lancie,  bandiere e molta
gente.  Questo castello ha due porte,  che stavan murate di  grossi  sassi  con
buona calcina.
E avanti ch'io mi estenda pi oltre,  voglio prima dirvi alcune cose.  La citt
di Derbant (alcuni dicono Tenicarpi)  posta  sopra  il  mar  Caspio,  appresso
d'un'alta  montagna la qual  detta monti Caspii,  ed  fra 'l mare e 'l monte,
n si pu passar per andare in Tartaria n  in  Circassia  se  non  per  questo
luogo.  Appresso  di  questo monte  una spiaggia circa un miglio,  dal mare al
monte, dove sono due cortine di muro,  che comincian dal mare e vanno al monte,
lontano  mezzo miglio l'una dall'altra.  Entrano le dette cortine tanto in mare
che si fondano in due passa d'acqua,  di modo che n anche si  pu  passare  al
monte,  s  che n a piedi n a cavallo si pu andare se non per le porte.  Tra
questi due muri vi sono infinite abitazioni,  per esser  porto  di  mare,  dove
stanno  molti  navili che vanno alla volta di Citrachan e d'altri luoghi: e gi
solevano aver navili grandi d'ottocento botte,  ma ora ne tengono solamente  di
dugento.  Sopra 'l monte v' un castello fortissimo,  al quale si pose il campo
del signor Sof. Passata questa citt, andando per ponente, si va tra 'l mare e
il levante per la spiaggia di sessanta miglia,  poi si volta a man manca  e  la
montagna s'allarga dal mare,  dov' sopra 'l monte Santa Maria di monte Caspio.
Ma di ci non voglio trapassar pi oltre, parendomi che in questo luogo non sia
a proposito.
Il Sof dimor circa venti giorni,  sempre combattendo il castello,  dove furon
fatte tre cave per entrarvi, ma niuna pot avere effetto. Cavarono poi tutto il
fondamento  d'una torre e la puntellorno con legni,  e avendogli dato il fuoco,
si vedeva andar nell'aria gran fumo: il che vedendo,  il  castellano  mand  da
Ismael  a  mezanotte domandandogli di rendersi,  con patto che fussero salve le
persone e l'avere;  e vedendo Ismael che 'l fuoco non operava  molto  ne  rest
contento,  e concessegli quanto aveva richiesto.  La mattina seguente s'ebbe il
castello, nel quale erano assai vettovaglie, munizioni e armature, tra le quali
ne viddi io molte che furono portate alla presenza del signore.

Molti signori danno ubbidienza a Ismael,  il quale,  poi  che  fu  ritornato  a
Tauris  con  gran  trionfo,  di  nuovo  esce  in  campagna contra il signore di
Sammarcante, e lo rompe e fagli tagliar la testa;  a' figliuoli si fa prometter
ubbidienza, e avendogli licenziati se gli ribellano.
Cap. 17.

Pigliato il castello,  vi si stette otto o nove giorni a rinfrescar le genti, e
in questo tempo molti signori circonstanti vennero a umiliarsi,  mettendosi  la
berretta  rossa  e  prestando ubbidienza al Sof;  il qual poi se ne ritorn in
Tauris,  per la cui tornata  furon  fatti  grandi  apparecchi  e  ornamenti  di
bazzarri,  e  tutta  la citt stava in trionfi,  facendo molte feste secondo la
loro usanza.  Questo signore  poco meno ch'adorato,  massimamente da' soldati,
tra  i quali molti sono che senz'armatura combattono,  contentandosi morire per
il lor signore, combattendo col petto nudo, gridando: "Schiac, Schiac",  che in
lingua persiana vuol dire "Dio,  Dio";  alcuni lo chiamano profeta: certo  che
quasi tutti tengono ch'ei mai non debba morire.  E stando io in Tauris,  intesi
che 'l signore avea per male quest'adorazione, e dell'esser chiamato Dio.
L'usanza  loro    di  portare una berretta rossa ch'avanza sopra la testa mezo
braccio, a guisa d'un zon,  che dalla parte che si mette in testa viene a esser
larga, ristringendosi tuttavia sino in cima, ed  fatta con dodici coste grosse
un dito,  che vogliono significare li dodici sacramenti della lor legge; n mai
si tagliano barba n mostacchi. Il vestimento loro  come fu sempre; l'armature
son corazze di lame dorate, fatte di finissimo acciaio di Syras. Hanno barde di
cuoio, ma non come le nostre: sono di pezzi come ale,  e ingiuppate come quelle
di Soria. Hanno elmetti, o sian berrette, d'una grossa maglia. Poi ciascuno usa
d'andare a cavallo,  chi con lancia e spada e una rotella,  e chi con un arco e
freccie e una mazza.
Essendo il signor in Tauris,  nel tempo  del  verno  vennero  tre  ambasciatori
negri,  i  quali  furono  molto onorati dal detto signor Sof;  e fatta la loro
ambasciata se ne tornarono dal lor signore con molti doni. Standosene Ismael s
com'abbiamo detto,  gli vennero nuove che Iesilbas,  signor di Sammarcant,  col
capitano Usbec,  con potentissimo esercito aveano danneggiato il paese d'Hirac,
ch' Iespatan e altri luoghi: onde egli deliber farne vendetta,  e uscito alla
campagna  ordin  che tutta la sua gente fusse a Cassan,  ventidue giornate per
levante da Tauris,  e quivi  giunto  fece  la  massa,  per  esser  luogo  molto
abbondante di vettovaglie. Questa terra ha mura di pietra e volge tre miglia, e
vi  si  fanno  molti  lavori di seta e di bambagio.  Or,  ragunato ch'egli ebbe
centomila persone, intendendo che anche il nimico era con grossissimo esercito,
s com'avea scritto il vescovo armeno,  volse  andare  ad  incontrarlo,  avendo
grandissimo  sdegno contra questi Tartari,  perci che,  quando vennero l'altra
volta, fu fatta la pace con loro, ma non pass l'anno ch'essi la ruppero.  Cos
Ismael and contra al nimico esercito, che stava a' confini d'Hirach, ch'era in
Strava: e questo fu dell'anno 1501.
Levatosi adunque da Cassan insieme col suo esercito, se n'and a Spaan, quattro
giornate  di  l  da Cassan;  poi scorse pi innanzi animosamente,  desiderando
trovare il nimico, il quale, intendendo che Ismael veniva, si ritir a un fiume
detto Efra,  ch'anticamente era chiamato Iarit,  il qual nasce da un lago detto
il  lago  di  Corassan.  In mezo del fiume v' una citt detta Chiraer,  dentro
della quale si misero i Tartari,  facendo testa contra la gente  del  Sof.  Ed
essendo sopragiunto Ismael, accampossi poco lontano da loro, e apparecchiandosi
per combattere,  il signore esortava tutti i suoi, e per le gran promesse tutti
s'erano inanimati al combattere.  Per,  fatte tre squadre delle genti sofiane,
fu data la prima a Busambet,  signor di Sumacchia, la seconda a Gustagielit, la
terza era del signore; e il simile fecero anche i Tartari.
Il giorno seguente il  signor  Sof  fece  sonar  tutti  i  suoi  stromenti  da
battaglia,  gridando tutti: "Viva Ismael nostro signore",  di modo che a un'ora
di giorno li due  eserciti  s'affrontorno,  e  nel  primo  assalto  li  Tartari
ributtorno  la  squadra  del Sof,  e n'ammazzarono assai,  gridando sempre.  E
crescendo tuttavia i Tartari,  di maniera che  'l  Sof  vedeva  quasi  la  sua
perdita,  egli si pose tra i primi,  entrando nella battaglia coraggiosamente e
dando animo  a'  suoi  soldati,  ch'erano  smarriti  per  la  rotta  del  primo
squadrone: i quali,  vedendo il lor signore combattere,  si rimisero e menarono
le mani virilissimamente contra li Tartari per quattro ore, e misero in fuga la
squadra della quale era capo Usbec, e dopo lui il medesimo fecero gli altri, s
che il Sof ne riport l'onore,  rimanendo vittorioso contra il nimico tartaro,
com'anche  nell'altre  imprese ha fatto mostrando sempre il suo valore e virt.
Fu pigliato Usbec e Iesilbas co' figliuoli,  e furono loro subito  tagliate  le
teste,  delle quali Ismael ne mand una al soldano, l'altra al Turco. In questa
giornata fu fatta tanta uccisione d'ambedue le parti,  che in alcun  tempo  mai
non    stata  fatta  in Persia la maggiore.  Non fece morire i figliuoli,  ma,
dandogli in custodia,  lev loro tutta la signoria.  Venne alla sua  ubbidienza
Strava,  Rassan e Heri,  con altri luochi vicini.  Quando il Sof volse levarsi
per venir via,  fece venir alla presenza sua i figliuoli di Iesilbas,  e  disse
loro: "Voi sete stati figliuoli d'un gran signore,  il quale,  per aver mancato
della sua fede e aver danneggiato i miei regni,  gli son venuto contro e  hollo
vinto e fatto morire; ma a voi dono la vita e lasciovi andare nel paese vostro,
con questa condizione,  che leviate la beretta rossa,  e i vostri confini siano
questo fiume". I giovani risposero: "Signor,  siamo contenti di far quanto vuol
tua  signoria,  e  renderemoti  ubbidienza",  e  cos  furono  licenziati  e se
n'andarono a Sammarcant,  e noi tornammo a Cassan,  e quivi si  stette  tutt'il
verno del 1510.
Quando  giunsero  i  giovani a Sammarcant,  and la nuova a un loro avo materno
come essi avevan promessa ubbidienza al Sof (questo loro avo  uno  de'  sette
soldani  della  Tartaria),  e andato a trovarli disse: "O insensati,  voi avete
vergognato il nome nostro,  levando l'insegna d'un cane che non  n  cristiano
n  macomettano",  e adirossi grandemente con esso loro.  I giovani rispondendo
dissero: "Abbiamo fatto il tutto sforzati,  avendo veduto nostro  padre  morto,
noi  prigioni,  lo  stato  preso  e  malmenata  la gente";  e mutati d'opinione
portarono la beretta verde,  e l'avo promise loro rifar nuove genti  per  andar
contra  il  Sof.  L'anno  del '12 questi figliuoli insieme col loro avo fecero
grande esercito e vennero  nel  paese  del  Corassan,  posseduto  dal  Sof,  e
pigliarono la citt di Chirazzo, tagliando a pezzi tutti li sofiani; e seguendo
la vittoria presero altri luoghi assai. Di che essendo venuta la nuova al Sof,
che  stava  col  suo esercito a Coraldava,  subito levossi e fece d'ogn'intorno
genti,  e and contra questi delle berette verdi,  e cacciolli  del  paese  del
Corassan.  Ed  essendo  essi  di l dal fiume Efra verso il mar Caspio in certi
monti,  non parve al Sof di  seguitargli  pi,  e  se  ne  torn  a  Chirazzo,
lasciandovi  un suo figliuolo di quattro anni,  insieme con un valoroso e savio
capitano; ed egli se ne venne a Tauris,  lasciando anche tutto l'esercito,  per
dubio che i Tartari non ritornassero.

Alcuni signori persiani chiamano l'Ottomano in Persia contra 'l Sof; vi va con
gran numero di gente,  e vennero a giornata con lui, e rimasto vittorioso se ne
ritorna in Amasia.
Cap.18

Stando il Sof in Tauris,  furono molti de'  suoi  subditi  signori  de'  paesi
vicini al Turco che, veduto l'esercito esser restato a Corassan, s'intesero con
l'Ottomano  e  chiamaronlo  all'impresa della Persia: che senza questi il Turco
non si saria mai assicurato d'andarvi.  Essendo adunque stato chiamato da  tali
signori, e massimamente da' Curdi, nimici del signor Sof, che stavan ne' monti
di Bitlis,  i quali, sapendo che i Tartari erano potentissimi, si credevano che
'l Sof fusse stato preso, deliber del 1514 far esercito e andar in Persia per
rovinarla,  dubitando che,  se 'l Sof avesse avuto vittoria contra i  Tartari,
facilmente  si  saria  accordato  col  soldano del Cairo a' danni suoi.  E cos
levossi da Constantinopoli,  e con gran numero di gente se n'and in Amasia,  e
quivi,  messo in ordine tutto ci che bisognava, nel mese di maggio s'incammin
alla volta del Toccato.
E sar forse a proposito dirvi quivi la distanza delle miglia  d'alcuni  luoghi
da  l'uno a l'altro: primieramente adunque da Constantinopoli in Amasia vi sono
cinquecento miglia;  di qui al fiume Lais,  ch' Sivas,  passando pel paese del
Toccato,  vi  sono  150 miglia;  da Lais,  ch' principio dello stato del Sof,
insino all'Eufrate son cento miglia;  di qui fino a Carpiert ottanta,  ad  Amit
cinquanta;  di  qui a Bitlis dugentoquaranta,  da Bitlis al lago cinquanta.  Il
lago  lungo cento,  dal qual capo al Coi sono cinquanta,  dal Coi a Tauris 75;
per   il  paese  del  Sof  settecentoquarantacinque  fino  in  Tauris,   e  da
Constantinopoli in tutto milletrecentonovantacinque.
Passato ch'egli ebbe il Toccato,  and a Sivas  e  poi  nel  paese  d'Arsingan,
facendo   bottini   grandissimi   e   mandando  molta  gente  in  Amasia  e  in
Constantinopoli,  come sono  artefici  e  simili,  e  anche  uomini  da  conto.
Intendendo  questo  il  Sof,  stando  in Tauris e avendo lasciato l'esercito a
Corassan,  deliber far pi gente ch'egli poteva,  onde sped  subitamente  due
gran  capitani  nel  paese di Diarbee,  l'uno detto Stugiali Mametbei,  l'altro
Carbec Sarupira,  i quali andati fecero circa ventimila persone: e  con  questa
gente  se  ne  vennero  al  passo dell'Eufrate.  Ma,  intendendo che Selino era
potentissimo,  non parve loro d'aspettarlo,  ma ritornando ne vennero  al  Coi,
dove   una valle assai grande,  come campagna,  nominata Calderan,  e quivi si
fermarono ed eravi il Sof in persona. E cos stando,  il Turco veniva tuttavia
innanzi, di modo che giunse poco lontano da questo luogo, rovinando e bruciando
tutt'il paese per il quale egli passava.
Or,  essendo partito il signor Sof per Tauris,  volendo far provisione d'altra
gente,  parve a' due capitani,  vedendosi approssimato  l'esercito  nimico,  di
volere  affrontarlo  animosamente,  come fecero,  e con tanto furore che non si
potrebbe dire. Dall'altra parte i Turchi combattevano astretti da necessit, s
perch gi mancavano loro le vettovaglie, e s anche perch, se venivano rotti,
tutti sariano stati tagliati a pezzi.  Alli 23 d'agosto  adunque  nel  1514  la
prima  squadra  sofiana ch'invest,  ch'era Stugiali Mametbei con la met delle
genti,  riport l'onore contra  de'  nimici,  ch'erano  tutte  le  genti  della
Natolia,  rompendole e malmenandole.  Ma, sopragiugnendo Sinan bass con le sue
genti,  ch'erano della Romania,  furono morti infiniti uomini,  e alla fine  fu
rotto lo squadrone di Stugiali,  ed egli preso e tagliatoli la testa, e mandata
poi  al  Sof.   In  questo  entr  il  secondo  squadrone  de'   Persiani,   e
coraggiosamente combatterono mettendo in fuga li nimici,  per modo che 'l Turco
fu astretto col suo campo ritirarsi ov'erano  i  giannizzari  e  l'artigliaria,
stando  le  sue  genti quasi perdute e rotte: ma per la virt di Sinan bass si
rinfrancarono, e furono rotti li sofiani,  e perdettero tutti li padiglioni,  e
fu pigliata una moglie del Sof.  Essendo perduto tutt'il suo esercito, ambidue
li capitani furon morti, ma l'uno de' due, nominato Carbec,  avanti che morisse
fu menato al signor turco, il qual gli disse: "O cane, chi sei tu, ch'hai avuto
animo  di  venirmi  contro per contrastar alla nostra signoria?  Non sapete che
nostro padre e noi siamo in luogo del nostro profeta Macometto,  e  Dio    con
noi?"  Risposegli il capitano Carbec: "Se Dio fusse stato con voi,  non saresti
venuto a combattere contra del mio  signor  Sof,  ma  credo  che  Dio  t'abbia
lasciato  dalla  sua mano".  Allora Selin disse: "Ammazzate questo cane".  E il
capitano replic dicendo: "Ora so ch' il tempo mio; ma tu, Selino, apparecchia
la tua anima un altr'anno,  che 'l mio signore uccider te come al presente  tu
fai uccider me", e fu morto.
Il Turco dopo questa vittoria si ripos al Coi, per esser morte assai delle sue
genti.  E  la nuova della rotta and in Tauris al signor Sof,  il qual subito,
con quelle genti  ch'aveva  e  ch'erano  scampate,  con  la  sua  moglie  detta
Tasluchanun e con le sue ricchezze and in Casibi per levar un altro esercito e
venir  contra  'l Turco: questo luogo  sette giornate lontano da Tauris per la
via di levante. Le genti di Tauris,  vedendo partir il lor signore,  dubitarono
del Turco,  onde gli mandorno due ambasciatori e molti doni. Il Turco poi se ne
venne in Tauris,  e subitamente fece raccolta di settecento famiglie di diverse
arti  e  mandolle  in  Constantinopoli;  ed  essendo dimorato quivi tre giorni,
vedendosi mancare  le  vettovaglie,  e  anche  dubitando  che  i  Persiani  non
l'assalissero  con  maggior  forza,  si  lev,  e  pel viaggio ebbe grandissimi
disturbi,  per rispetto delle vettovaglie e degl'Iberi,  da' quali ricev  gran
danno; pur finalmente giunse in Amasia.

Il Sof manda ambasciatori al soldano,  ad Alidolat e agli Iberi, e fa lega con
esso loro
contra il Turco, al quale mand anche ambasciatori, presentandolo per superbia
di ricchissimi doni e minacciandolo; e il Turco, andato contra Alidolat,
lo ruppe e fece tagliar la testa a lui e a due suoi figliuoli.
Cap. 19

Tornato il Sof in Tauris, deliber mandar ambasciatori al Cairo, ad Alidolat e
agli Iberi: e questo fu d'ottobre.  In tanto quelli  che  gi  eran  andati  al
soldano  giunsero  di  dicembre,  ed  esposero  la lor ambasciata,  a' quali il
soldano rispose ch'era contento d'aiutare il Sof e insieme con lui  accordarsi
contra  'l  Turco,  e sovvenirlo di genti e star a una istessa fortuna,  n mai
andargli contro.  Con tutto questo il Sof volse da lui che,  se il  Turco  gli
mandava ambasciatore alcuno, non l'accettasse se non in publico, e ascoltandolo
in  secreto  la  pace  tra  loro fosse rotta: e cos fu conclusa la lega tra 'l
soldano e il Sof.  Gli altri ambasciatori,  ch'erano andati  ad  Alidolat  con
l'istesso ordine,  riportarono l'istessa conclusione, e con gli Iberi fecero il
medesimo,  i quali di pi  s'obligarono  di  dar  quel  maggiore  esercito  che
potessero,  ogni volta che 'l Sof volesse andare contra Selino. Dopo questo il
Sof mand oratori al Turco in Amasia,  i quali gli portarono una  verga  d'oro
tutta fornita di gemme,  una sella e una spada guarnite medesimamente di gioie,
con una lettera che diceva: "Io Ismael,  signor  della  Persia,  ti  mando  per
questo  cose  regali,  che  vagliono  quanto  il  tuo  regno:  se  tu  sei uomo
conservale, che io verr a torle, e non tanto queste,  ma ancora la tua testa e
il   regno  insieme".   Selino,   intendendo  questo,   volse  far  morire  gli
ambasciatori,  ma i bass non acconsentirono;  e facendo solamente tagliar loro
il  naso  e l'orecchie,  licenziandogli disse: "Dite al vostro signore ch'io lo
tengo come un cane, e ch'egli far quanto porr e non pi".
Li paesi che dir qui di sotto ora stanno all'ubbidienza del signor turco,  nel
governo  de'  quali  dimorano  li  suoi  giannizzari:  governano prima il paese
d'Arsingan e di Baibiert,  ch'hanno molte citt e castella,  le quali confinano
col  Turco per Trabisonda (e questi due paesi son nell'Armenia minore);  poi di
l dell'Eufrate, ov' il paese di Diarbee,  la cui metropoli  Amit (e questo 
parte  dell'Armenia  maggiore);  il  paese  di  Mosul e la gran citt,  fino a'
confini del Bagadet (e questo  la Mesopotamia). Or, stando le cose nel termine
ch'abbiamo detto,  il Turco se ne venne al Toccato e in Amasia,  e l'anno  1515
egli  si  trovava ne' detti luoghi con le sue genti,  ma poche,  le quali aveva
divise in due parti: una n'avea data a Scander,  mandandolo  ad  espugnare  una
citt  d'Ismael  detta  Tania,  la  quale  aveva centocinquantamila anime;  con
l'altra poi egli s'invi all'impresa d'Alidolat,  il quale stava alla  montagna
in  luoghi  forti,  e  avendo  intesa  la  deliberazione  del  Turco  li  mand
ambasciatori,  dicendogli ch'egli sempre era stato suo amico,  e che non sapeva
per qual cagione gli voleva levar lo stato,  ma che,  poi che voleva cos, egli
deliberava di morir da  valent'uomo.  Il  Turco  gli  rispose  che  lo  volesse
aspettare,  che  gli  mostreria  quel  che importava accettare ambasciatori del
Sof,  promettendo di dargli aiuto contra di lui.  Il capitano Scander and  ad
espugnare  Tania  con  crudelt  grandissima,  e  il  signore  andando verso la
Cassaria, ch' vicino agli Alidoli, gli Alidoli vennero ad affrontarlo, e furon
rotti e malmenati,  e Alidolat fu preso e tagliatoli  la  testa  con  due  suoi
figliuoli; gli altri fuggirono al monte, tal che il Turco ebbe gran vittoria, e
il  capitano  Scander  fece  l'istesso,  malmenando  tutte le genti ch'erano in
Tania.  Or,  avuto queste vittorie,  il Turco deliber mandar suo figliuolo  in
Amasia, ed egli se n'and in Constantinopoli.

Il Turco va contra 'l soldano,  e venuto a giornata con lui lo rompe, e more il
soldano.
Cap. 20.

L'anno del 1516,  intendendo il Turco l'accordo  del  soldano  e  del  Sof,  e
vedendo  egli che 'l Sof era impedito con quei delle berrette verdi,  deliber
fare un grand'esercito contra del soldano,  e cos nel detto anno,  del mese di
maggio,  fece  passar la sua gente di l dallo stretto e and nella Natolia,  e
mand  il  capitano  Sinan  bass  con  molti  schioppettieri  e   artiglierie,
comandandogli  ch'andasse  alla  volta  della Caramania.  E camminando egli pel
paese de' Turcomani, giunse a una terra detta Albustan,  e quivi dimor qualche
giorno per rinfrescar l'esercito.
Intendendo  questo,  il  Sof mand oratori al sultan de' Mamalucchi Campson il
Gauri,  che dovesse cavalcar egli d'una banda e il Gauri dall'altra,  e  romper
Sinan bass.  Il soldano assent al tutto, mettendosi in ordine con gran numero
di gente,  e levatosi dal Cairo and in Aleppo.  Sentendo questo,  il Turco  si
lev da Constantinopoli, a' cinque di giugno 1516, e and verso Sinan bass; ed
essendo  in  viaggio,  mand  il  cadi  Lascher e Zachaia bass suoi oratori al
soldano per intender la cagione del suo venire in Aleppo,  non essendo  solito:
ma  non ebbero in ci pronta risposta,  il che diede segno ch'avea intendimento
col Sof. Per la qual cosa il signor turco fece adunar tutti li dottori e altri
literati,  e domand loro quel che comandava la legge d'Iddio;  fugli  risposto
ch'era  lecito levar via prima quella mala spina,  e poi andar dove esso Dio lo
guidasse.  Inteso questo,  subito s'avi alla volta  d'Aleppo  con  grossissimo
esercito  e  con  gran  festa,  e andatovi alloggi in una bellissima campagna,
appresso la veneranda sepoltura del profeta David;  e per quattro bande mandava
l'antiguardia  innanzi,  tal  che  e  di  giorno e di notte i soldati stavano a
cavallo con la lancia.
Venendo l'altro giorno,  i Mamalucchi s'ordinarono per far il fatto d'arme.  Il
Turco,  inteso  questo,  si lev nel padiglione in piedi e fece orazione a Dio,
pregandolo,  per il suo gran nome e per la lor gran fede,  che all'esercito de'
buoni  mosulmani  prestasse vittoria.  Fatta quest'orazione mont a cavallo,  e
andando esortava li bass da una banda e l'altra ch'ordinassero le  squadre,  e
cos fu fatto;  e ordinate anche l'artiglierie grosse e minute,  cominciarono a
camminare, e tutti li suoi iausi, ch'erano da milleducento, facevano orazione a
Dio per il lor signore: e stavano forniti di cavalli e di veste ricchissime,  e
tutti  attenti  alle  bandiere  e a' comandamenti.  Il signor si mise anch'egli
all'ordine,  e dietro di lui veniva un bellissimo giovane detto Mergis,  e  poi
tremila  vestiti  d'oro col cappello d'oro,  ch'erano suoi schiavi,  tenendo le
mani nelle corde de' loro archi. Erano poi alla sinistra tremilacinquecento de'
suoi uomini della corte,  poi millesettecento solacchi,  e le rose bianche  del
giardino  del suo campo,  e tredicimila giannizzari con schioppi e artiglierie.
Alla sinistra di questi andava la gente della Natolia,  della quale era capo il
loro sangiacco,  ch'era signor de' Turcomani, nominato Sachinalogier, tutti con
le lancie.  Dalla destra erano li valenti della Grecia,  con lor capitano Sinan
bass,  e il begliarbei del paese acquistato dell'Azimia,  detto Buichimehemet,
co' valenti d'Amasia con le spade in mano.
Posti  in  ordinanza  in  questa  maniera,  a'  24  d'agosto  a  ora  di  terza
s'affrontorno,  e fecero grandissima e crudelissima battaglia,  che dur fino a
mezogiorno.  All'incontro de' Greci stava il signor di Damasco,  gran  capitano
nominato  Sibes;  e  all'incontro  di  quelli  della  Natolia  stava  il signor
d'Aleppo, detto Caierbec. Sinan bass,  portandosi virilmente,  fece ritirar li
suoi nemici fino allo stendardo: e vedendo la gente il valore del bass,  tutti
seguivano la vittoria, e combattendosi molto gagliardamente d'ambedue le parti,
cinque o sei volte l'un l'altro si ributtarono. Ma il signor d'Aleppo alla fine
volt le spalle e fugg con tutta la sua  banda.  Il  detto  bass  cominci  a
combattere  col  signor di Damasco,  il qual non pot durare e se ne fugg alla
volta del gran soldano;  e correndoli dietro uno  de'  valenti  di  Grecia  gli
tagli  via  la  testa,  e appresso segu anche la morte del soldano Campson il
Gauri. Rotto il campo e lasciati li padiglioni, ricchezze e robbe assai,  se ne
fugg gran parte di Mamalucchi in Aleppo,  dove essendo poco spazio dimorate se
n'andarono a Damasco e poi al Cairo.  E il signor turco,  venuto in Aleppo,  vi
stette qualche giorno,  per pigliar le chiavi di molti castelli, ne' quali pose
i giannizzari;  e  mand  Ianus  bass  con  parte  de'  valenti  di  Grecia  a
perseguitar  le  reliquie  del  campo:  e  giungendole appresso una citt detta
Camau,  s'approssim il signor d'Aleppo Caierbec e  un  altro  detto  Algazeli.
Quello  d'Aleppo si fece avanti al bass,  promettendogli d'esser buono schiavo
del gran signore; Algazeli se ne fugg al Cairo,  e Caierbec and alla presenza
del  gran  signore,  dal  qual  fu  veduto volentieri: lo present di gran doni
d'oro,  di sete e di lane e di bambagi,  e facevalo sedere  appresso  de'  gran
signori.
Il signore cavalc poi verso Damasco, e prima che egli v'entrasse fece appresso
la  citt  drizzare il suo padiglione,  facendo porta con grandissima dignit e
magnificenza, perci che vi si trovarono uomini di settantadue lingue: e non fu
fatta mai pi cos onorevol porta.  Essendo stato alquanti giorni dentro  della
citt,  ordin a due signori della Grecia,  cio Mametbei e Scanderbei, che con
la lor gente andassero alla volta di Gazzara, ch' nel principio del distretto,
e quivi si fermassero.  Partitisi con quest'ordine,  furono nel  viaggio  assai
volte  assaliti da' Mori e dagli Arabi,  ma con tutto ci giunsero a Gazzara ed
entrarono nella terra attendendo a darsi piacere.

Tomombei nuovo  soldano,  avisato  della  vittoria  del  Turco,  lascia  andare
Algazeli  contra  i  Turchi  ch'erano  in Gazzara;  e Sinan bass,  andando per
soccorrergli,  s'affront con lui e lo ruppe;  e 'l Turco si parte da Damasco e
va in Ierusalem, dove fece limosine e sacrificio.
Cap. 21.

Di questa vittoria fu subito avisato il nuovo soldan del Cairo,  ch'era il gran
diodar detto  Tomombei;  e  giunto  Algazeli  al  Cairo,  ch'era  uomo  valente
nell'arme, domand licenza per andar a Isar. I Turchi ch'erano andati a Gazzara
se  ne  stavano  fermi,  e questi,  partito dal Cairo con cinquemila Mamalucchi
molto ben armati,  facea cavalcar tutt'il paese.  I Turchi  di  Gazzara  stavan
tutti con l'animo sospeso;  nondimeno deliberorno di morire con l'arme in mano.
In questo venne in animo al gran signore di soccorrere  quelli  di  Gazzara,  e
cos  mand Sinan bass con quindicimila uomini.  Algazeli,  partito dal Cairo,
giunse a Catia, e passato l'arena del deserto e arrivato a una caversera,  over
villa,  dove alloggi, ebbe nuova che Sinan era giunto a Gazzara: e avvegna che
questo gli dispiacesse,  non potendo mandare ad effetto il suo disegno,  non si
rimase  per  di  far  buon  animo,   esortando  tutti  li  suoi  a  combattere
valorosamente, promettendo loro la vittoria.  E avendo messo ordine d'assaltare
i  Turchi  la notte,  questa deliberazione fu saputa da' nemici,  e Sinan bass
fece ragunar la sua gente per  far  la  giornata  e  voler  vincere  o  morire,
percioch altro non poteva seguire,  trovandosi circondato da tanta moltitudine
di Mori.
Quella notte fu mostrata grande allegrezza, col tirar di schioppi e con fuochi,
domandando a Dio vittoria.  E cominciando noi a  caminare,  quelli  di  Gazzara
credevano  che  fuggissimo  verso  'l signor nostro il gran Turco,  di modo che
gl'infermi, che restarono in Gazzara,  furon tutti morti;  e fecero assapere ad
Algazeli  che  i nostri eran fuggiti tutti,  di che egli ebbe grande allegrezza
quella notte.  Ma il giorno a terza,  vedendo la polvere che faceva l'esercito,
il  quale  veniva  contra di lui per combattere,  avendo egli creduto essersene
fuggito,  se gli mut in gravissimo dispiacere e ne rimase tutto  smarrito.  Li
nostri appressandosi smontarono,  stringendo le cinghie a' cavalli,  e poi l'un
l'altro chiedendosi perdono si toccavan la mano e baciavansi,  e cominciarono a
far  orazione,  pregando  Iddio,  per il lor profeta Macometto e per li quattro
suoi assistenti, che sono Abubachir, Omar,  Osman e Al,  e per tutti gli altri
antecedenti  profeti,  che  volesse  dar  aiuto  al  campo de' buoni musolmani.
Voltossi poi Sinan bass all'esercito,  esortando tutti con dire ch'essi avevan
rotto molte pi genti e vinte assai maggior battaglie di questa, e che stessero
saldi,  perci  che  chi debbe morire,  se ben fugge,  morir,  e chi non debbe
morire combatta,  e s come i castroni maschi son buoni per  sacrificare,  cos
essi  debbon  combattere per il lor signore.  "Facciansi le vendette de' nostri
amici,  che nella prima zuffa questi cani han morti,  i  corpi  de'  quali,  se
potessero parlare,  grideriano "ammazza,  ammazza""; e vincendo averian dal lor
signore gran mercede e  acquistarian  nome  eterno,  perci  che  molti  d'essi
ch'erano  piedi sariano poi teste.  Tutti rispondendo dissero: "Iddio dia lunga
vita al signore, tutt'il mondo gli sia soggetto, e chi non lo vuol vedere resti
morto; andiamo, andiamo".
Andossi adunque,  e affrontaronsi ambidue gli eserciti.  Li Circassi sostennero
l'impeto nostro con gran forza e ardire, ributtandosi pi volte l'un l'altro da
terza fino a mezogiorno,  con morte di molti;  finalmente li Circassi restarono
rotti,  e i nostri vittoriosi e allegri  e  con  gran  guadagno.  I  Mamalucchi
fuggirono al Cairo, e alcuni de' nostri gli seguitarono. Gli altri tornarono in
Gazzara con Sinan bass,  facendo empire di paglia le teste de' signori morti e
l'altre attaccare alle palme,  per memoria di tal battaglia.  Il  gran  signore
mand ducento solacchi che dovessero andar ad incontrare Sinan bass, ordinando
loro che sollecitassero di cavalcare,  e aspettarlo in un certo luogo,  ma, non
trovando il bass, se ne ritornassero a lui. Or, cavalcando costoro, la maggior
parte ne fu morta, e nel tornar adietro, essendo assaltati un'altra volta dagli
Arabi, furono tutti uccisi eccetto che sei,  i quali tornarono al gran signore,
dicendo  che  nulla  aveano  saputo  n  di Sinan n del suo esercito.  Il gran
signore,  inteso questo,  si lev furiosamente per andar a ricuperare i valenti
della Grecia. Ma in tanto sopragiunsero alcuni Mori, con nuova che Algazeli era
stato  rotto  dalla  gente  turchesca,  la  qual  se  n'era  tornata in Gazzara
trionfando.  Fu usata cortesia a' Mori per la nuova,  e il  signore  stette  di
bonissimo  animo,  e  levossi  di  Damasco  e  venne a Peneti,  dove li ducento
solacchi furono morti: fu saccheggiato Peneti e  bruciato.  Poi  se  n'and  in
Ierusalem,  e  nel  cammino  s'ebbe  gran  pioggia  e mal tempo,  onde nacque e
travaglio e morte di molti.
In Ierusalem il signore dispens assai denari a' poveri della citt; fece anche
sacrificio di buoni castroni,  tal che della sua santa limosina gli uomini  del
sacrificio  degli  uccelli  e delle bestie rimasero sodisfatti.  Cavalcando poi
alla volta di Gazzara,  si giunse in una  valle  terribile,  dove  non  potevan
passare  pi  che  due cavalli per volta.  Gli Arabi avevano preso il passo,  e
avevan di sopra ragunati gran sassi,  per lasciargli cadere  quando  il  signor
passava,  e anche v'aveano di molti arcieri.  Il signor,  avendo inteso questo,
ordin che le bombarde e gli schioppi fossero apparecchiati; ma quando venne il
bisogno,  per la pioggia e per il vento non si  poterono  discaricare.  N  con
tutto  questo  i  gianizzari valenti restavano d'adoperare artificiosamente gli
schioppi, facendo fuggire i Mori con morte loro. E appressandoci noi a Gazzara,
i valenti di Grecia,  molto ben vestiti delle robbe de' nemici e  bene  armati,
uscirono  della  terra  per  un  tiro  d'arco ad incontrare il signore: i Mori,
vedendo tanta pompa,  restarono stupefatti,  e i sanzacchi smontarono a basciar
la  mano  al  signore,  e tutto l'esercito si divise in due parti,  mettendo il
signore nel mezo,  e lo salutarono.  Poi incontr Sinan bass,  e  ringraziollo
assai con tutto l'esercito insieme e co' spach,  che vuol dire gentiluomini, e
don cose assai.  Essendo stato quattro giorni  a  Gazzara,  se  n'and  poi  a
Casali, dove per non esservi acque non avea prima potuto andare; ma essendo per
le pioggie l'arene gi piene,  era passato commodamente. E subito giunto Casali
fu messo a sacco,  per essere stato il signore assalito  dagli  Arabi  di  quel
luogo nella valle sopradetta.

Il  Turco  se  ne va alla volta del Cairo,  e il soldano con Algazelli lo va ad
affrontare, e venuto a far giornata riman vinto, e travestito se ne fugge; e il
Turco and alla sedia del soldano.
Cap. 22.

Ci mettemmo poi su la  strada  dritta  alla  volta  del  Cairo,  e  il  soldano
Tomombei,  nuovamente creato,  attendeva a far cavar le fosse e far ripari alla
terra con grandissimo numero di  popolo,  e  apparecchiava  l'artigliarie,  con
disegno   di   scaricarle   tutte   a   un   tratto  quando  l'esercito  nostro
s'appresentasse,  e far uscir quattordicimila Mamalucchi e ventimila Arabi  per
dissiparne tutti.  Quando ci accostammo alla terra, si fuggirono sei Mamalucchi
e vennero al signore, facendogli sapere il tutto, onde egli subito si volt per
un'altra strada ch'era sicura,  n l'artiglieria  nemica  poteva  nuocergli.  I
Circassi e il soldano vedendo che 'l signore andava per un'altra via,  con gran
voce e romori Algazelli si mosse contra l'esercito di Grecia,  e contra quel di
Natolia il visier nominato Allem, e il soldano contra il signore: tal che dalla
mattina   fino   al   mezogiorno  fu  fatta  gran  battaglia.   E  combattendo,
sciaguratamente Sinan bass fu morto, e fu fatto sacrificio da tutti gli uomini
suoi, che 'l suo pane e 'l suo sale mangiavano,  ed erano gran numero,  i quali
con  le  veste  donate  loro dicevano: "Vogliam morire col nostro padrone".  Lo
lavarono con le lor lagrime,  poi l'involsero in un drappo sottilissimo,  e con
un'acqua che si truova alla Meca,  chiamata abzenzom,  l'aspersono,  e fatta la
fossa lo sepelirono.
Mustaf bass, parendogli che a lui toccasse,  con gran gridi e valore cominci
a  ferire,  e  vedendo cos le genti della Natolia,  delle quali egli era capo,
talmente s'infuriarono che tagliavano i Circassi s come si fan  le  biade,  di
modo  ch'ognuno  stupiva.  La  squadra  del signore e della Grecia combattevano
anch'esse gagliardamente. Pur nell'ora di compieta, per esser stanco ognuno, si
ritirarono, e i Circassi, mostrando di riposarsi,  si diedero a fuggire,  parte
nel Cairo e parte di fuori: i Greci gli seguitorno fino alla notte, pigliandone
e ammazzandone assai. Il signore stette quella notte dove fu fatta la giornata,
e ordin che tutti li prigioni fossero morti: e tanto fu fatto.  Stettero quivi
tre giorni, poi il quarto andorno al fiume Nilo,  a un luogo detto Bichieri,  e
quivi si fermarono due giorni.  I Mamalucchi ch'erano avanzati si ragunorno col
soldano al numero di novemila per assaltarne la notte,  il  che  essendo  fatto
sapere al signore, fu ordinato che 'l campo stesse tutta la notte in arme. E li
nemici,  intendendo  questo,  mutorno  consiglio  e  deliberorno d'assalirci di
giorno,  e cos con grandissime grida n'assalirono.  I gianizzari  si  portorno
valentemente; la banda della Grecia si mise a cavallo e combatt: e non potendo
per quel giorno vincer li nemici, ambidue gli eserciti si ritirarono.
La  mattina  seguente il gran signore si lev al levar del sole,  e dopo l'aver
ringraziato il Signore Iddio  comand  che  tutto  l'esercito  si  mettesse  in
ordinanza,  montando  tutti  a cavallo,  e con gran terrore e pompa s'aviassero
verso i Circassi, i quali gridando pur come sogliono, per le strade della terra
cominciossi la crudel battaglia:  e  per  la  polvere  uno  non  si  discerneva
dall'altro. I Mamalucchi non facevano stima allora d'altro se non di morire con
la spada in mano, parendo lor vergogna di salvarsi e lasciar tutt'il loro avere
nelle  mani  de'  nemici: dal qual partito Dio guardi ognuno,  e massimamente i
buoni musolmani.
Vedendo il signore che non poteva abbattere li Circassi,  comand che la  citt
fosse posta a fuoco,  e i gianizzari,  ubbidientissimi, misero fuoco alla terra
da molte bande.  I Mamalucchi,  vedendo questo,  gridorno misericordia con voce
spaventosa e orribile;  il signore,  divenuto pietoso,  comand che si cessasse
dal fuoco,  e fu miracolo che tutta la  terra  non  s'abbruciasse.  I  Circassi
fecero di nuovo tal battaglia che le freccie cadeano come pioggia,  e d'ambe le
parti ne morirono tanti che le strade del Cairo correvano tutte sangue; e tutto
quel giorno fu combattuto nel medesimo  modo.  La  notte,  essendo  i  Circassi
stanchi  e  deboli,  si  ritirarono  in  una moschea,  e combattendo come in un
castello per tre giorni e tre notti fecero gran difesa: ma,  facendosi  poi  un
grande sforzo,  a forza fu pigliata la moschea.  Il soldano Tomombei travestito
se ne fugg,  e il signor and a riposarsi,  e gli  altri  attendevano  a  fare
infiniti bottini e prigioni, a' quali poi sopra il Nilo tagliavano la testa.
Algazeli  si  trovava  fuori  del Cairo per far ragunanza d'Arabi,  e gi s'era
avvicinato alla terra,  quando intese che 'l signore aveva fatte le gride che a
tutti  li Circassi,  i quali in termine di tre giorni s'appresentavano,  veniva
perdonato: laonde molti Circassi che stavano ascosti s'appresentorno, ed ebbero
di gran doni.  E cos anch'egli s'appresent e s'inchin al signore,  onde  gli
furono donati gran presenti. Dopo questo il signore, col gran stendardo bianco,
con tamburi,  naccare e piffari,  and alla sedia del soldano; e fu scoperto un
tradimento d'alcuni Mamalucchi che  volevan  fuggire,  i  quali  essendo  stati
presi,  parte ne fece morire e parte fece mettere in prigione,  in certi luoghi
detti,  e passati alcuni giorni gli fece affogare nel Nilo: e in questa maniera
il  signor  si vendic de' suoi nemici.  Il qual signore,  il cui nome  sultan
Selino,  stando nel Cairo e sentendo che gli schiavi,  a una citt detta Catia,
facevano   grandi   insulti  a'  nostri  soldati  ch'andavano  per  le  bisogne
dell'esercito,  mand Algazeli  e  un  begliarbei,  con  piena  commissione  di
castigar li Mori e dar a sacco la citt: e avendola presa e morti tutti i Mori,
gli altri vicini eran diventati mansueti come galline.

Il  Turco  manda ambasciatori al soldano,  che s'era fuggito,  confortandolo ad
umiliarsi a lui;  ed essendo stati uccisi da' Circassi,  il Turco manda Mustaf
con  l'esercito  per farne vendetta.  Il soldano riman vinto e se ne fugge,  ed
essendo perseguitato da Mustaf,  vien preso  e,  condotto  al  gran  Turco,  
impiccato a una porta del Cairo.
Cap. 23.

Noi  stavamo  attenti  per  intender  quel che operava il soldano,  il qual era
passato il Nilo e fuggito nel paese del Saett.  Desideroso di saper  quel  che
facevano  i  Turchi,  mand  messi  secreti  al  Cairo,  per  metter ordine co'
cittadini di dentro di malmenar il nostro esercito.  Stando la cosa  in  questo
modo,  Omar signore de' Mori venne occultamente a baciar la mano al signore,  e
dissegli il tutto: e n'ebbe un buon sangiaccato nelle parti di  Saett;  furono
fatte guardie per tutto, e con artiglieria per il fiume, s che gli uccelli non
averian  potuto  passare.  Fu poi deliberato di mandare due de' grandi co' cadi
del Cairo per ambasciatori  al  soldano,  esortandolo  a  volersi  umiliare  al
signore, che prometteva donargli un grande stendardo del Cairo con la signoria;
ma li Circassi, quando ebbero gli oratori in lor potere, li fecero morire.
Il  signor,  avendo  intesa questa crudelt,  fece far ponti sopra il fiume,  e
comand a Mustaf che passasse con tutto l'esercito.  Ed  essendo  passato,  fu
riferito  al  soldano  il  tutto,  il quale con cinquemila Circassi e diecimila
Arabi,  cavalcando da corrieri,  in  un  giorno  e  una  notte  si  vennero  ad
accostarsi.  In questo mezo parte de' valenti di Grecia erano passati,  e parte
ne passavano,  non avendo notizia alcuna di ci: ma Iddio volse che coloro  che
cercavano  luogo buono per drizzare il padiglion del signore viddero la polvere
della cavalleria che veniva e, stando tutti maravigliati,  montarono a cavallo.
Il  signor  fece  intendere  a  Mustaf  che cavalcasse.  I Circassi urtarono e
ributtarono i nostri insino allo stendardo,  ma poi rinforzandoci noi ributammo
loro: il che vedendo,  li Circassi di nuovo si ristrinsero e ci ributtorno, con
tanta uccisione de' nostri  che  correva  il  sangue  come  un  fiume.  I  Mori
combattevano  soli,  per  dar  luogo  a'  Circassi di riposarsi,  onde i nostri
stavano in grandissimo disavantaggio del tutto: pur combattevano,  ma con  gran
rovina.
Vedendo questa cosa il bass,  ch'era alla presenza del signore, e che s'andava
alla via di perdere,  furiosamente pigli la scimitarra e il bosdocan,  andando
verso  il  soldano correndo,  per cavargli prima l'anima del corpo e poi morire
anch'egli. Veduto questo valore, i Greci si misero a seguirlo per corrispondere
al lor capo: e certamente,  s'allora  gli  fosse  mancato  l'animo,  gli  saria
mancato  anche  la  vita  e sariano stati morti tutti.  Ma,  combattendosi cos
animosamente,  si diede indizio al soldano che volevamo  la  vittoria:  il  che
considerando egli, che si trovava di signor grande esser fatto schiavo picciolo
e  di  ricchissimo  poverissimo,  guardando  il  cielo con amarissime parole si
lamentava,  di modo che facea scoppiar di dolore e di  piet  chi  l'ascoltava.
Dopo molte parole accompagnate con infinite lagrime si mise a fuggire di giorno
e di notte,  fin ch'arriv a un ponte, dove alquanto si ripos. I Greci insieme
con Mustaf lo perseguitavano, ma egli fuggendo tuttavia passava pi oltre.
Il signor si part dal Cairo e alloggi meza giornata lontano da  Mustaf,  che
per  quattro giorni e altretante notti aveva perseguitato il soldano,  il quale
per stanchezza s'era fermato ad un casal de' Mori. I nostri,  essendo anch'essi
stanchissimi,  non lo poterono cos ben giugnere, per la qual cosa deliberarono
scrivere a quei del casale che,  sotto pena del sacco e  del  fuoco,  facessero
guardia e procurassero che 'l soldano non trapassasse pi oltre: e cos il capo
del casale,  ch'era un siech Assaim,  lo fece sapere a tutti, onde Tomombei co'
Circassi furono circondati da' Mori,  di maniera che non potevano  scampare,  e
sopragiugnendo  i  nostri  andarono loro adosso.  I Circassi si gittarono in un
lago vicino, e i nostri parte ne tagliavano a pezzi,  e parte anche ne facevano
prigioni. Tomombei fu preso stando in acqua fino alle ginocchia, e fu menato al
bass,  il  quale  spacci una staffetta al gran signore,  facendogli intendere
tutto ci ch'era seguito. Giunto il nunzio fu ricevuto con grand'allegrezza,  e
tutti  i  sangiacchi  e  tutti i signori baciarono le mani al gran signore.  Il
soldano non fu condotto alla presenza del signore,  ma lo fece alloggiare in un
padiglione vicin a lui e molto ben custodito.
Fu poi fatta un'altra battaglia co' Mori d'un altro casale appresso il Nilo,  i
quali sempre con alcuni Mamalucchi assassinavano i nostri  e  gli  spogliavano:
andovvi Mustaf e destrusse il casale, ed essendo quivi stato quattro giorni se
ne ritorn al signore,  il qual fece porta e comand che Tomombei soldano fosse
condotto per le contrade del Cairo sopra una mula, con una catena al collo, e a
una porta chiamata Bebzomele fosse impiccato: e cos fu eseguito.  Questo fu il
fine  del  regno  de' Mamalucchi,  e il principio di maggior grandezza di Selim
sultano.  Quest'ultima impresa che fece Selim contra il soldano e Mamalucchi fu
puntalmente da un cadi Lascher, che si trov all'impresa, scritta ad un cadi di
Constantinopoli,  tradotta  di  turchesco  nel  nostro vulgar toscano nell'anno
1517, alli 22 d'ottobre.
Del 1524 del mese d'agosto s'ebbe nuova che sopradetto signor Sof era morto, e
che 'l figliuolo minore era entrato in signoria,  contra  del  qual  andava  il
maggiore  armato  con  buon  numero  di  genti.  Ismael  aveva lasciato quattro
figliuoli: il primo chiamato schiac Thecmes,  il secondo  Alcas  el  myrza,  il
terzo Pacrham el myrza, il quarto Sam el myrza (myrza  un titolo che vuol dire
signorotto).  Il  primogenito  aveva  allora quattordici anni,  e gli lasci un
governatore, nominato Chiocha sultan, che governasse il suo regno insino che 'l
fanciullo  venisse  all'et  conveniente  e  atta  a  governare.   Era   questo
governatore  molto savio e di grande auttorit.  Successe poi che molti signori
suoi vassalli,  per invidia del detto governatore,  cominciarono a  far  guerra
l'un  contra  l'altro  ed  essendo  usciti  alla  campagna,  vennero  insino al
padiglione di schiac Thecmes e volsero ammazzare il suo governatore, ma la cosa
fu adattata.



Viaggio d'un mercante che fu nella Persia

La scusa che fa l'auttore intorno a questa sua istoria.
Cap. 1.

Conciosiacosach tutti gli uomini per  il  lor  natural  instinto  cerchino  di
sapere,  e  massimamente  quelli  che sono avezzi a leggere,  e per ci essi di
continuo vanno cercando e  investigando  cose  nuove,  per  questa  cagione  ho
pensato  che  scrivendo  il  mio viaggio fatto in Persia,  e narrando quanto in
quelle parti di levante ho potuto intendere  col  mio  picciolo  ingegno  nello
spazio  d'otto  anni e otto mesi che vi son dimorato,  che questa mia scrittura
sia per esser grata a coloro che la leggeranno,  cos per la variet delle cose
che vi saranno narrate,  come per la cognizion di tante citt, popoli e costumi
stranieri.  E se in qualche parte io fossi confuso e longo,  domando perdono a'
benigni lettori,  perch questo non proceder da altro che da non esser pratico
nello scrivere ordinatamente;  ma nel resto siano sicuri che non si dir se non
la  pura  verit  di  quello  ch'aver  veduto  e udito,  non lo ampliando,  ma
semplicemente narrandolo,  come si conviene ad un  leal  mercante,  non  uso  a
saperlo adornar con parole.
E  acci  che  si sappiano i luoghi e i paesi dove sono stato,  dico che quando
schiec Ismael venne contra Aliduli nella Caramania,  che fu  del  1507,  io  mi
trovai nel suo esercito in Arsingan, dove dimor giorni 40. Mi trovai ancora in
Cimischasac  quando egli pass il fiume Eufrate,  entrando nel paese d'Aliduli;
medesimamente io era nel tempo ch'egli prese Sumacchia con  tutt'il  paese  del
Sirvan. Io fui presente in Tauris molte volte, quando siech Ismael v'era giunto
con l'esercito suo,  e sommi trovato in Dierbec, avendo veduto combattere terre
e castella; e alcune battaglie e vittorie ch'esso siech Ismael ha avute,  ancor
ch'io  non  vi  sia  stato  presente,  pur  l'ho  volute raccontare,  essendomi
ingegnato d'intenderne la verit,  parlando con diverse persone che  vi  furono
presenti:  il  che  feci con facilit,  sapendo io benissimo la lingua azemina,
turca e araba.


Le citt che si truovano partendosi da Aleppo per  andar  nella  Persia:  della
citt  di  Bir,  di Orfa,  e della fontana di Santo Abram,  la cui acqua libera
della febre, e de' pesci che vi sono; d'un pozzo che sana i leprosi; e come sia
magnifica la detta citt d'Orfa.Cap. 2.

E per tornare al mio viaggio,  dico che,  partendosi d'Aleppo per andare  nella
Persia,  e massimamente in Tauris,  a tre giornate si truova una terra nominata
Bir,  la quale  di l dal fiume Eufrate sopra la riva d'esso,  ed   picciola.
Sultan Cartibec la fece murare d'intorno, che prima non era murata, e sempre ha
avuto un forte e bellissimo castello, il quale molte volte da molti, e anche da
Diodar, che fu ribello del soldanello,  stato combattuto, ma niuno mai lo pot
conquistare. Tutt'il paese, le citt e castella che sono di l dal detto fiume,
sempre sono state,  come oggi ancor sono,  sotto l'ubbidienza de' re di Persia;
di qua dal fiume verso Aleppo tutto  signoreggiato dal soldan  del  Cairo.  In
tutti li paesi, provincie, citt e castella che sono da Aleppo insino a Tauris,
e da Tauris fino a Derbant,  ch' sopra la riva del mar Caspio, vi son dimorato
e praticato, come narrandovi d'esse citt e paesi conoscerete.
Da Bir a due giornate egli   una  gran  citt  detta  Orfa,  la  quale  e  gli
abitatori  e  le  lor  croniche  antichissime  narran  esser  stata fabricata e
d'intorno circondata  di  mura  dal  gran  Nembrot:  e  in  vero  mostra  esser
antichissima  muraglia,  e  volge  di  circuito dieci miglia,  senza aver fossa
attorno.  V' dentro un bellissimo castello  murato  di  grossissime  mura,  ma
anch'esso    senza  fossa  alcuna,  e nel mezo vi sono due belle e grandissime
colonne, e di grandezza non cedono a quelle di Vinegia che sono sopra la piazza
di S.  Marco,  sopra le quali vien detto ch'esso  Nembrot  teneva  gl'idoli:  e
ancora stanno in piedi come da principio furono drizzate.
In questa citt  anche il luogo dove il nostro padre Abraham volse sacrificare
a  Dio  il  suo  figliuolo  Isaac.  E dicesi che in quell'istesso luogo in quel
medesimo tempo nacque una gentile e chiara fonte,  di  grandezza  tale  che  fa
macinar  sette molini nella citt e adacqua il paese di quel circuito;  e anche
dov'essa nacque fu fatta una gran chiesa, nel tempo che li cristiani regnavano,
nominata Sant'Abraham, la quale,  poi che li cristiani ebbero perduto il regno,
macomettani  la  tramutarono  in  una  moschea: e la fonte infino al presente 
chiamata la fonte d'Abraham,  cio in turco Ibraim calil  bonare,  ed    molto
celebrata oggid da' cristiani e da' macomettani,  perci che ha tal virt, che
qualsivoglia ch'abbia la febre,  entrando in quella tante volte con  divozione,
n'esce  con  sanit,  cio libero dalla febre.  Nella detta fonte vi sono molti
pesci, che non ne sono mai presi, essendo per divozione tenuti come cosa santa.
Si truova anche fuori di questa citt,  sei miglia lontano,  una mirabile cosa,
ch' un pozzo che risana i leprosi,  pur ch'essi vi vadano con molta divozione,
tenendo quest'ordine: prima convien digiunar cinque giorni,  sempre bevendo  di
quell'acqua  fra  'l  giorno  molte  volte a digiuno,  e ogni volta che si beve
convien lavarsi con quella;  e passati li cinque giorni si resta di lavare,  ma
se  ne  beve  continovamente sino a' dieci o dodici giorni,  e cos la virt di
questa sant'acqua libera dalla detta infermit, over opera talmente ch'ella non
procede pi oltre.  E di questo io con gli occhi miei n'ho veduto l'effetto  in
Orfa,  che  molti  che  vi  sono  andati  infermi  se  ne sono partiti sani.  E
ritornando io da Tauris in  Aleppo  fui  in  Orfa,  dove  trovai  un  Cipriotto
nominato  Ettore,  ch'abitava  in  Nicosia,  ch'essendo  andato  al santo pozzo
tornava libero di molte piaghe.
Questa citt  stata regale, magnifica e miracolosa, come si vede per l'antiche
memorie e di  fabriche  e  di  palagi.  Vi  sono  da  dieci  in  dodici  chiese
grandissime  e fabricate di marmi,  di tal sorte ch'io con parole non lo saprei
esprimere. Questa citt ha un paese tanto bello,  tanto ameno e tanto piacevole
quanto dir si possa. Dalla banda verso ponente ha un bellissimo monte, pieno di
ville  abitate  e  molti  castelli  antichissimi  disabitati.  Sono  infiniti e
bellissimi giardini sotto la citt,  e pieni  d'ogni  sorte  di  frutti,  ed  
abondante d'ogni vettovaglia e d'ogni cosa che si possa trovare.  Oltre di ci,
questo  il passo di Bagadet, di Persia, di Turchia e di Soria, e vi sono buone
genti. Questa citt  la prima del dominio del sultan sciech Ismael,  ed  capo
e  principio  d'una provincia nominata Dierbec,  nella qual sono sei gran citt
con cinque bellissimi castelli, come si dir.


Del castel Iumilen;  della gran  citt  di  Caramit,  fabricata  da  Costantino
imperatore,  e  delle  belle fabriche e chiese e acque che vi sono,  e ch' pi
abitata da cristiani  greci,  armeni  e  iacobiti  che  da  macomettani;  della
provincia Diarbec e sue citt, e da cui  signoreggiata.
Cap. 3.

Da  Orfa  a  due  giornate  si truova un castello detto Iumilen,  ch' sopra un
monticello e non ha molto forti mura,  con un picciol fosso a torno  intagliato
in  sasso.  Attorno poi del castello  un borgo di case cavate nel monte,  come
grotte,  nelle quali abitano li paesani,  e sono  genti  brutte  come  zingani.
Questo  paese   molto arido e non vi sono acque,  ma in quelle grotte ch'hanno
cavate vi son fatte fosse grandi,  che al tempo del  verno  l'empiono  d'acqua,
della qual poi si servono per tutto l'anno.
Da questo castello a tre giornate si truova la gran citt di Caramit, la quale,
come nelle lor croniche vien detto,  fu fabricata da Constantino imperatore,  e
volge di circuito da dieci in dodici miglia.   murata di grosse mura di pietra
viva,  lavorate  di maniera ch'elle paiono dipinte,  e attorno attorno sono fra
torri e torrioni trecentosessanta.  Io  per  mio  piacere  cavalcai  due  volte
tutt'il circuito,  considerando quelle torri e torrioni fatti diversamente, che
non   geometra  che  non  desiderasse  di  vederle,  tanto  sono  maravigliose
fabriche:  e  in molti luoghi di quelle si vede l'arma imperiale scolpita,  con
un'aquila di due teste e due  corone.  In  questa  citt  vi  si  vedono  molte
maravigliose  chiese,  palagi,  quadri  di  marmi scritti e lettere greche.  Le
chiese posson essere di grandezza come  quella di San Giovanni e Paulo  o  de'
frati  minori  di Vinegia,  e in molte di loro sono molte reliquie di santi,  e
particolarmente  quelle  di  san  Quirino,  che  nel  tempo  che  li  cristiani
dominavano si posero in luce; e in una chiesa di San Giorgio io vidi un braccio
d'un santo in una cassa d'argento, che si dice essere un braccio di san Pietro,
ed    tenuto  con  gran riverenza.  In questa chiesa v' anche la sepoltura di
Despinacaton,  che fu figliuola del re di Trabisonda nominato Caloianni,  ed  
poveramente sepolta appresso la porta della chiesa,  sott'un portico, in terra,
e di sopra v' una cosa fatta a guisa d'una cassa, un braccio alta e un braccio
larga,  e circa tre di longhezza,  murata di mattoni e di terra.  V' anche una
chiesa  di  San  Giovanni  benissimo  fabricata,  con assaissime altre di molta
bellezza e dignit,  fra le quali non voglio gi lasciare adietro,  poi che  mi
viene  alla  memoria,  una chiesa detta Santa Maria,  che a giudicio mio per le
dignissime qualit sue non fastidir i lettori.
Questa  una gran chiesa,  e vi sono dentro sessanta  altari,  come  si  vedono
anche  attorno  attorno  i luoghi delle capelle;  ed  tutta edificata in volte
dalla parte di dentro,  e le volte sono sostentate da pi di trecento  colonne.
Vi sono anche volte sopra volte,  che parimente son sostenute dalle colonne.  E
per quel ch'io posso giudicare questa chiesa non fu mai coperta nel mezo,  per
che,  considerando il modo della fabrica, e massimamente il sacro fonte dove si
battezzava, io vedeva essere al discoperto, come intenderete.  Questo fonte del
battesimo  posto nel mezo della chiesa, ch' dun fino alabastro, fatto come un
gran  masteb  grossissimo,  d'intorno  intagliato  di diversi fogliami,  tanto
sottilmente lavorati che non potria esprimerli. Egli  coperto d'una bellissima
cuba di marmo finissimo,  la qual  sostenuta da sei colonne di marmo fino come
cristallo,  e anche queste colonne sono intagliate di belli e sottili lavori, e
tutta la chiesa  lastricata di marmo.  Di questa chiesa  ora  tutta  la  parte
verso  ostro    fatta  moschea,  e  l'altra parte  nel medesimo essere che fu
sempre,  essendovi il convento dove stanziavano li sacerdoti,  nel qual    una
mirabil  fonte  d'un'acqua  chiara  com'un  cristallo.  Questa  chiesa   tanto
degnamente fabricata che propriamente pare un paradiso,  tanti vi sono di belli
e  splendenti marmi,  avendo colonne sopra colonne come il palagio di San Marco
in Vinegia.  V' ancora il campanile dove stavano le campane,  e in molte altre
chiese vi sono li campanili senza le campane.
Questa citt  molto abbondante d'acque,  che in molti luoghi sorgono fonti; ed
 parte in piano e parte in monte,  cio in  un  poggio  nel  mezo  d'una  gran
pianura,  intorno della qual nascono infinite acque dolci. Ell'ha sei porte ben
guardate,  co' suoi caporali e soldati,  tenendo ogni caporal per porta  dieci,
dodici e venti compagni, e per ogni porta v' una bella e gran fontana. Vi sono
anche  molti  cristiani,  e  pi numero che macomettani,  cio cristiani greci,
armeni,  iacobiti,  e de'  quali  ognun  tiene  la  sua  chiesa  separatamente,
officiandola come vogliono, senz'esser stimolati da' macomettani. Tra gli altri
fiumi in questa citt ve n' uno,  dalla banda di levante,  il quale  nominato
il Set,  e al tempo del verno cresce maravigliosamente,  e corre gagliardamente
venendo  ad  Asanchif  e  a  Gizire  in Bagadet,  ed entra nel fiume Eufrate: e
ambidue poi entrano nel mar Persico.  Custagialu Mahumutbec signoreggia  questa
citt  con tutta la provincia del Diarbec,  per che sciech Ismael gliela don,
per esser suo cognato,  marito d'una sua sorella e a  lui  fedelissimo.  Questa
provincia ha sei gran citt e cinque gran castelli,  come ho detto, delle quali
citt ve n'erano tre: questa di cui avemo ragionato, cio Caramit, l'altra Orfa
e la terza Cartibiert, che gi erano dominate da Aliduli,  avendole soggiogate.
E  nel  tempo che Iacob sultan pass di questa vita furono occupate da Aliduli,
avvenga che care gli costassero.  Quando sultan sciech Ismael don il bel paese
del Diarbec a Custagialu Mahumutbec, gli comand che per ogni modo egli dovesse
ricuperar  Orfa  e  Cartibiert:  e  cos esso,  come fedelissimo,  prese ordine
d'eseguir quanto teneva in commissione,  laonde pigli Orfa,  facendo tagliar a
pezzi quanti v'erano dentro;  ma non pot pigliar Caramit,  per che gi sultan
Custalumut l'avea fatto circondar di mura;  n anche pigli Cartibiert.  Veduto
questo,  Custagialu si lev da Orfa e se ne venne a Mirdino,  e pigliollo senza
colpo di spada e senz'altro contrasto,  donandosegli volontariamente.  E mentre
che Custagialu dimorava in Mirdino, Aliduli si mosse e torn a ricuperare Orfa,
scorrendo il paese e danneggiandolo,  e ammazzando gente, e minacciando a tutto
suo potere di far gran  fatti  contra  sciech  Ismael,  il  qual  venne  poi  a
soggiogare Aliduli, come a luogo e tempo sar detto, massimamente per sodisfare
a' molti che desiderano intendere dell'origine del sultano sciech Ismael.


Del  castello Dedu;  della magnifica citt di Mirdino,  edificata sopra un alto
monte appresso una grandissima pianura; della citt di Gizire,  ch' in isola e
abbondantissima;  di  Asanchif,  citt  reale  e  piena  d'infinito popolo e di
diverse sette,  li due castelli  della  quale  Custagialu,  cognato  di  sciech
Ismael, tenne assediati; e del mirabil ponte della detta citt.
Cap. 31.

Or,  seguendo il mio camino,  da Caramit a una giornata si giugne a un castello
bellissimo nominato Dedu,  il qual  sopra un bel poggio  appresso  d'una  gran
montagna,  e ha sotto di s molte ville,  ed  luogo molto ricco. Scorrendo pi
oltre una giornata, si vede la magnifica citt di Mirdino, che volge da quattro
in cinque miglia di circuito ed   sopra  un'alta  montagna,  con  un  castello
tant'alto  sopra la citt che a gran fatica vi tirarebbe una balestra,  ed  di
circuito un miglio; il qual a chi da basso lo guarda par che metta paura,  per
che al pi,  dov' posto sopra la montagna,  si veggono assaissimi sassi grandi
come case, grebani e scogli, i quali mostran ognora di voler rovinare. A' piedi
del castello  questa citt, murata di grosse mura; e, com'ho detto,  posta in
un alto monte,  e dentro ha bellissimi palagi e moschee.  Egli  ben  vero  che
d'acque v' carestia, perch l'acque di quel paese sono salse e poche: e se ci
non fusse questa saria la pi bella citt del Diarbec,  essendovi un aere tanto
allegro e ameno quanto dir si possa.  E questa citt  posta tanto in alto che,
standovi  dentro  e  guardando a basso dalla parte verso levante,  par che stia
pendente com'una scarpa di qualche fortezza.  Fa anche paura grande  quando  si
guarda dal pi delle mura della citt insino all'altezza del castello,  il qual
 tanto lontano ch'assomiglia al colore che si vede guardando in cielo:  e  ci
massimamente  pare  a  coloro  che sono nella pianura ch' sotto la citt verso
levante. E la pianura comincia a Orfa e va scorrendo insino a Bagadet,  e di l
s'estende fino a Gizire mirabile e grande.  Questa citt  molto pi abitata da
cristiani armeni e iacobiti che da mosulmani, e ognuno officia nelle sue chiese
secondo la sua usanza.
Da questa citt camminando due giornate verso greco si  truova  un'altra  citt
detta  Gizire,  abitata  da'  detti e da' Curdi,  e da altre infinite e diverse
sorti di gente.  Ed  in isola,  e il fiume detto il Set  s'estende  in  quelle
bande,  accostandosi  a  un  altro monte dove fabricano un bellissimo castello.
Questa citt   governata  da  un  Curdo,  ben  per  sottoposta  a  Custagialu
Mahumutbec;  ed  abbondantissima d'ogni cosa che si possa domandare. M' parso
di far menzione di questa citt,  avvegna ch'ella non sia per la dritta via  di
Tauris, per che viene a discostarsi a man destra dalla parte verso greco.
Ma,  seguendo ordinatamente il viaggio di Tauris, dico che dalla detta citt di
Mirdino si viene a un'altra citt nominata Asanchif  in  quattro  giornate,  la
qual   regale e capo della provincia del Diarbec,  ed  dominata da un signore
detto sultan Calil,  il qual  curdo e ha una sorella di sultan  sciech  Ismael
per moglie, ed  capo di assai signori curdi che stanno in quelle bande. Questa
citt  tien  di  circuito quattro o cinque miglia,  ed  murata a pi d'un gran
monte, e dall'altra parte del monte vi corre il gran fiume Set;   fabricata la
citt  fra  'l  monte  e  'l  fiume,  nella qual vi  un popolo inestimabile di
cristiani, di macomettani e di giudei, ed  ricchissima e mercatantesca.
Io stetti qui due mesi, astretto dalle gran nevi ch'erano sul camino di Tauris,
dov'io andava mandato dalli miei mercatanti.  Vi era dentro in essa  Custagialu
Mahumutbec  con  uno  esercito  di  diecimila  uomini,  percioch sultan Calil,
cognato di sciech Ismael,  come abbiamo detto signoreggiava quel paese,  ma non
di  volont  di sciech Ismael,  per rispetto ch'egli era curdo,  e i Curdi sono
uomini disubidienti e male allevati, e ancor che portino le berette rosse,  non
sono  per veri sofiani di cuore,  ma solamente con la berretta.  Sciech Ismael
adunque,  che  di sagace e sottile ingegno,  ben  comprese  quel  che  era  il
bisogno del suo stato; per, volendo che Custagialu fusse signore de Asanchif e
di  tutto  il  Diarbec  (perch  Asanchif  terra principal del Diarbec e a lui
s'appartiene,  per esser egli della Natolia e vero sofiano,  e della  setta  di
sciech  Ismael e molto fedele,  e per esser medesimamente suo cognato),  pigli
ispediente di mandarlo in persona a pigliar  la  possessione  del  detto  paese
contra  sultan Calil.  Entrato adunque in Asanchif,  come dissi,  con diecimila
uomini,  esso sultan Calil,  vedendosi il nimico addosso per ordine  di  sciech
Ismael,  subito,  fornitosi  di  vettovaglia,  si  ritir fortificandosi in due
castelli, i quali sono sopra di due monti che soverchiano la citt: l'uno volge
di circuito un miglio,  l'altro mezo.  Nel maggiore non vi sono  stanze  n  vi
abita alcuno;  solamente ha un monte altissimo,  ch' forse un miglio,  che sta
dritto a guisa d'un muro,  tal che non  vi  si  pu  montare,  eccetto  da  una
particella  di  esso,  dove hanno fabricato mura grossissime con molti torrioni
per difesa di quei passi: e li soldati ch'alloggiano nel castello  tengono  per
loro stanze i torrioni.  L'altro, che  minore,  tutto benissimo abitato e ben
popolato,  e questo  quello dove stanza  sultan  Calil  con  Calconchatun  sua
moglie, ch' sorella di sciech Ismael, col resto della sua famiglia.
In  questa  citt  vennero  tutti li signori del Diarbech,  per comandamento di
Custagialu Mahumutbec, menando con essi tutti gli uomini che poterono,  i quali
ascesero  alla predetta somma di diecimila.  E giorno e notte combattevano,  ma
facevano poco frutto,  per che li due  castelli  erano  inespugnabili,  n  vi
valevano i lor cavalli,  n le lor lancie,  n freccie n balestre n schioppi.
Non vi valeva parimente una bombarda di  bronzo  di  spanne  quattro,  la  qual
avevano  levato  da Mirdino,  dove stava continovamente alla porta del castello
della citt. Questa bombarda fu gittata fino al tempo che regnava Iacob sultano
in quel paese,  che cos egli la fece gittare.  E io stando in Asanchif  andavo
molte volte a veder combattere e a sparar la detta bombarda; e anche Custagialu
ne  fece  gittar  una  pi  grossa  da  un giovan Armeno,  che la gitt all'uso
turchesco con bella tromba, e la bombarda e 'l mascolo era tutto d'un pezzo: il
mascolo era lungo per la met della tromba, ma pi sottile, e la bombarda nella
bocca era cinque spanne.  Aveano solamente queste  due  per  battere  li  detti
castelli,  nelli  quali  non  aveano  altra  artigliaria  se  non tre o quattro
schioppetti all'usanza azemina,  con un picciol mascolo,  che  con  un  ingegno
s'inchiavava  con la tromba,  di grandezza d'un buon archibuso,  sparando molto
lontano.  Avevano anche una certa foggia  di  balestre  fatte  a  modo  d'archi
d'osso,  ma  fatte  a posta,  pi forti di quelli che si tirano con le mani,  e
hanno il manico con un certo ingegno da scoccare al modo nostro,  e sono  senza
noce,  ma in luogo di quella hanno un certo ferro. I loro verettoni sono lunghi
come meza una freccia e sottili,  e sono impennati di  penne  e  con  li  ferri
secondo  che  hanno  le  freccie  turchesche,  e fanno gran passata.  Di queste
balestre n'erano anche dentro di un dei  detti  castelli,  e  credo  fusse  nel
minore, circa venti.
In  questa  citt  vi    un monte,  sopra del quale avevano fatto un riparo di
tavole e di legnami,  e dietro a esso  stavano  molti  uomini  con  frombe  che
tiravano nel castello, com'anche quei del castello tiravano nella citt: questo
riparo  avevano  fatto per esser il castello pi alto della citt,  e da quello
mandavano a basso molti sassi.  Le due  bombarde  furono  drizzate  presso  del
castello,  per  levar  via alcune difese che facevano gran danno,  e gi avevan
morti molti della citt;  e fecero un muro per lor  riparo  con  una  porta  di
tavole  grosse,  che come un ponte si poteva alzare e abbassare: e questo tutto
fu ispedito in una notte,  e quando volevano sparare una delle  dette  bombarde
alzavano e poi abbassavano la porta.  E ne morivano molti dell'una e dell'altra
parte, per che cominciavano la mattina avanti giorno a sonar li loro stromenti
da battaglia, continovando fino al tramontar del sole. E due mesi ch'io dimorai
quivi sempre  vidi  combattere,  di  maniera  che  la  povera  citt  era  meza
assediata,   per   li  molti  soldati  e  gente  ch'alla  giornata  giugnevano,
facendovisi di molti  disordini:  il  che  tutt'era  comportato  da  Custagialu
Mahumutbec, per aver denari da mantener li suoi soldati.
Questa  citt  fu  sempre tenuta com'un reame separato,  ma sottoposto a' re di
Persia.  E nel vero mi paion molto degne e gentili e buone e amorevoli persone:
vi  sono  di molti mercanti,  e donne pi belle assai che in qualsivoglia luogo
del Diarbec. Fuori della citt vi sono quattro borghi,  come vi conter.  Dalla
parte  di  levante,  nel  monte  sotto  il  castello,  vi sono tante grotte che
bastarebbero a fabricare una citt;  sotto di questo  un altro borgo  di  case
grandissime.  Dall'altra  parte  di  l  dal  fiume vi sono alpi sopra il fiume
altissime,  tutte piene di grotte fatte a martello,  con camere  e  palagi  con
molte  scalette,  per  le quali si scende gi nel fiume per pigliar acqua,  pi
belle che non son le case.  E appresso di questo luogo  un borgo di case,  con
un  bellissimo  bazzarro  e  un  chan d'alloggiar mercanti.  Da questo bazzarro
andando alla citt si passa il fiume sopra d'un  bellissimo  ponte  di  pietra,
fabricato  maravigliosamente:  e io per me giudico che non vi sia paragone d'un
altro.  Egli ha cinque volti  altissimi,  grandi  e  larghi:  quel  di  mezo  
fabricato  sopra  una  fortissima fondamenta,  fatta di pietre longhe due e tre
passa e larghe pi d'un passo.  Questa fondamenta    talmente  grossa  ch'ella
volge  di  circuito  da passa venti,  fatta in forma di colonne,  e sostiene il
volto di mezo, stando posta in mezo il fiume: ed  tanto alto e largo il volto,
che vi scorrerebbe una nave di trecento botti con tutte le vele  imbroccate;  e
veramente assai volte, standovi sopra e guardando il fiume, mi veniva paura per
la grande altezza.
Ma  poi  che  mi  viene  in proposito,  dir ch'io giudico tre cose esser nella
Persia di bellezza singulare e notabile: il detto ponte d'Asanchif,  il palagio
di Assambei sultan e il castello Cimischasac.


Del  castello Cafondur e della citt di Bitlis;  de' popoli curdi e di Sarasbec
curdo, signore della detta citt, il quale faceva poca stima di sciech Ismael.
Cap. 5.

Or,  parendomi  aver  detto  convenientemente  di  questa  citt  e  delle  sue
condizioni,  mi par ragionevole ch'io mi parta, seguendo il viaggio cominciato.
Nel fine adunque de' due mesi m'inviai verso Bitlis,  dalla quale  sono  cinque
giornate di cammino insino a un castello che si chiama Cafondur, nel qual abita
un signor curdo,  governandolo sotto l'ubbidienza del signor di Bitlis.  Egli 
picciolo castello,  fabricato sopra un  monte  acuto;  e  tutto  quel  paese  
montuoso e arido,  s come da Asanchif a Bitlis tutta la strada  montuosa, con
alcuni passi stretti e pericolosi.  E avvegna ch'io abbia promesso di  scrivere
il  viaggio  drittamente,  nondimeno,  per sodisfazion mia e per dar piacere a'
lettori,  far menzione anco d'una citt ch' poco fuor di strada,  la  qual  
nominata Sert,  dove nascono castagne e nocelle in gran quantit, e anche galla
da conciar corami.  Vi  sono  poi  tre  belli  castelli,  sottoposti  al  regno
d'Asanchif, che sono detti Aixu, Sanson, Arcem. Questo Arcem  signoreggiato da
un gran saraceno negro, schiavo di sciech Ismael, ch' nominato Gambarbec, e ha
statura  e  forza di gigante: e perch sciech Ismael sultan glielo don,  ora 
sottoposto a Custagialu.
Mi viene in mente che gi di sopra vi dissi  che  nella  provincia  di  Diarbec
v'erano  sei  gran  citt  e  cinque castelli,  ma non gli nominai,  s com'era
conveniente di fare: per ora vi dir il nome di ciascuno.  Le citt sono Orfa,
Caramit,  Mirdin,  Gizire,  Asanchif e Sert;  le castella sono Iumilen,  Dedur,
Arcem,  Aixu,  Sanson,  i quali tutti hanno i lor signori particolari,  sott'il
nome di Custagialu Mahumutbec.
Ma  torniamo  al  gi nominato castello di Cafondur,  appresso del quale in una
gran valle vi corre un fiumicello,  e v' fabricato un bello e  gran  chan,  il
qual  fu  fatto per ricoverar le genti che passano per quei viaggi al tempo che
vengono le nevi,  per che in quel paese nevica tanto ch' cosa incredibile:  e
io medesimo fui constretto a star un mese in quel chan,  non potendo continuare
il viaggio mio di Bitlis,  per le gran nevi  che  coprivano  d'ogn'intorno.  In
questo  luogo  si compra pane,  companatico,  orzo e paglia carissimo da alcuni
villani curdi,  che stanziano in alcune ville  sopra  quelle  montagne.  Questo
paese  sicurissimo da' ladri, e tutt'il tempo ch'io stetti in quel chan mai da
niuno  mi fu fatto dispiacere,  ancora che di giorno e di notte v'andassi molte
volte  col  famiglio  del  nostro  Carimbassi,  il  quale  aveva  robbe  d'esso
Carimbassi,  con  altre  mercanzie  ch'erano  restate a Asanchif,  di valuta di
diecimila ducati,  e io aveva a mio comando per ducati tremila: n  mai  vi  fu
alcuno impedimento.
In  capo  del  mese partitomi,  come meglio potei giunsi a Bitlis,  dove stetti
circa quindici giorni aspettandovi Commimit il Casvem,  con  il  quale  io  era
mandato da' miei mercanti in Tauris per riscuotere alcuni denari.  Questa citt
di Bitlis non  molto grande,  n anco  circondata di mura,  ma tiene  un  bel
castello sopra una collina, nel mezo, il qual  assai grande e ben fabricato, e
cos  come  per  croniche e memorie si vede,  fu fabricato da Alessandro Magno,
cio  murato  di  belle  mura,   con  molti  torrioni  attorno  e  torri   alte
maravigliosamente.  Questa citt insieme col castello  dominata da un Sarasbec
curdo,  mezo ribello di sultan sciech Ismael,  e stassi nella Persia per  esser
padrone di quella bella fortezza. Tutti li Curdi sono veri macomettani, pi che
gli altri popoli della Persia,  per che li Persiani sono diventati della setta
sofiana, ma li Curdi non si vogliono convertir a cotal setta,  e se ben portano
le  berrette  rosse,  nondimeno nell'animo par loro d'avere una ferita mortale.
Questa sopradetta citt  situata fra gran montagne in una valle,  s  che  sta
come  nascosta,  n  parte alcuna si vede fin che l'uomo non gli  appresso.  E
tutto quel paese  quasi un porto e un riposto da neve,  e tanta ve ne cade che
non  ne  stanno  senza,  eccetto  tre o quattro mesi dell'anno,  tal che avanti
quindici o venti giorni d'aprile non possono seminare il grano. Di questa citt
escono molti mercanti, che pratticano in Aleppo, in Tauris e in Bursa,  e se ne
partono,  perci  che  in  essa  non  v' da comprare n da smaltir cosa alcuna
mercantesca, per esser tutto il popolo curdo e uomini vili. Vi sono anche molti
cristiani armeni,  gente pi cattiva che macomettani,  e non  tanto  in  questo
luogo,  ma per tutta la Persia dove se ne truovino. Per mezo questa citt passa
un fiumicello, onde tutta la citt viene a esser abbondante d'acqua.  V' anche
nel castello una fonte la quale,  ben ch'ella mandi fuori poca acqua, nondimeno
sodisf a' lor bisogni;  e il verno ognuno raccoglie molta quantit di neve,  e
mettendola nelle cisterne se ne servono poi la state.
Questo curdo Sarasbec che signoreggia questa citt non fa molta stima di sultan
sciech  Ismael,  il  qual,  stando io in Tauris,  mi ricordo che molte volte lo
mand a chiamare: ma egli non si fid mai  d'andarvi,  onde  sciech  Ismael  vi
mand  un suo capitano,  nominato sof Zimammitbec,  con circa seimila uomini a
cavallo,  i quali,  essendo  giunti  appresso  a  Bitlis  due  giornate,  furno
sopragiunti da una staffetta,  con un comandamento del signore al capitano, che
se ne ritornasse subito alla volta di Tauris.  Egli,  rivoltatosi  con  la  sua
gente,  se  ne  venne  da  sciech Ismael,  il qual era tutto turbato e pieno di
sdegno,   perci  che  Usbec  detto  Casilbas  era   corso   sul   paese   suo,
danneggiandogli  il  territorio di Iesel.  E avendo deliberato di vendicarsene,
fece adunar tutte le sue genti a piede e a cavallo,  incamminandole  contro  il
detto Casilbas,  il quale  del parentado del gran Tamberlano,  che signoreggia
la Tartaria e Curidin e confina  fino  in  Sammarcant.  Quel  che  di  ci  poi
seguisse  mi  riserbo  a  ragionarne in luogo pi opportuno,  e particolarmente
raccontare il tutto; fra questo mezo torner al mio primo proposito.


D'un mare over lago salso,  e de' castelli che vi  sono  attorno;  della  citt
d'Arminig,  posta sopra un'isola del detto mare, abitata solamente da cristiani
armeni; di castel Vastan, e di Van, nel qual era Zidibec signore, disubbidiente
a sciech Ismael: vi fu mandato Bairambec e lo tenne assediato tre mesi, ed ebbe
a patti il castello, per essersene di notte fuggito Zidibec.
Cap. 6.

Partitomi adunque da Bitlis,  la seconda giornata  giunsi  a  Totovan,  picciol
castello,  ch'  sopra  un  monte che si stende nel mare,  com'intenderete.  In
questo paese v' un mare over lago il qual  salso,  ma non tanto grande quanto
  il mare Adriatico:  longo da trecento miglia,  largo nella maggior distanza
centocinquanta, e ha attorno attorno molti golfi con luoghi fruttiferi pieni di
ville;  e la maggior parte de' villani sono armeni.  Attorno di questo mare  vi
sono sette bellissimi castelli, abitati da Curdi e da Armeni, e io tutti gli ho
veduti e praticatovi,  per che, quando andai in Tauris, v'andai da una parte e
tornai dall'altra, per esser questo mare nel mezo del cammino.  De' castelli ve
ne  son quattro dalla parte di levante,  cio Totovan gi detto,  Vastan,  Van,
Belgari; verso ponente son Argis, Abalgiris, Calata.  Questa Calata anticamente
era  una  gran  citt,  come  si  vede per molti edificii;  ora  ridotta in un
picciol castello.
Fra Totovan e Vastan v' un'isola nel mare,  due miglia lontana da terra ferma,
ch' tutta sasso vivo e molto eminente,  sopra la qual  una picciola citt che
volge due miglia,  ed  tanto grande la citt quanto l'isola.  Questa  citt  
nominata  Arminig,  ed   ben popolata e abitata solamente dagli Armeni,  senza
macomettano alcuno,  e vi sono  molte  chiese,  tutte  officiate  da  cristiani
armeni,  tra  le quali quella di S.  Giovanni  la maggiore,  e ha un campanile
fatto com'una torre, e tant'alto che signoreggia tutta la citt;  e tra l'altre
campane  ve  n'  una  grande,  che  quando    sonata risuona per tutta quella
contrada di terra ferma. All'incontro della citt over isola v' un gran golfo,
con una dilettevole pianura con molte ville, tutte abitate da cristiani armeni,
con molti  belli  terreni  lavorati  e  bellissimi  giardini,  con  arbori  che
producono ogni sorte di frutto.  Questo golfo ha un bonissimo e allegro aere, e
d'ogn'intorno vi sono montagne cos alte che par che tocchino il cielo;  e  non
tanto  nel  circuito  di questo golfo,  ma anche attorno tutt'il mare,  vi sono
monti aridi sempre carichi di neve.
Da questo luogo a due giornate si truova il castello detto Vastan,  il qual  fu
rovinato da sciech Ismael,  e vi rest un borgo con un bazarro, il qual  sopra
un gran golfo del detto mare,  pieno di ville,  che son tutte abitate da Curdi.
Quivi   abbondanza di vettovaglie pi che in alcun altro luogo,  e vi si fanno
meli bianchi assai,  li quali di tempo in tempo sono condotti in Tauris con  le
caravane, insieme con unto sottile e formaggio per vendere.
Scorrendo  pi oltre una giornata v' il castello di Van,  il quale  fabricato
sopra un monte over colle ch' sasso vivo,  e da ogni parte risorge acqua viva,
e volge di circuito pi d'un miglio, ma stretto e longo com' il sasso dov'egli
  fabricato;  e  anche in cima di questo sasso,  da una parte ch' erto com'un
muro, v' una fontana, della quale tutt'il castello si serve. Questo castello 
signoreggiato da un signor curdo detto  Zidibec,  ch'  gran  signore  e  molto
superbo,  per aver egli quella gran fortezza,  con molt'altri castelli che sono
per quei monti. Costui faceva batter moneta di sua stampa,  d'oro,  d'argento e
di  rame.  Di  sotto  del  castello   un gran borgo,  e la maggior parte degli
abitanti son armeni,  ma nel castello sono tutti curdi.  Questo luogo  lontano
dal mare un buon miglio, ed  abbondante d'ogni vettovaglia.
Questo  signore ha molti figliuoli,  i quali signoreggiano le castella che sono
d'intorno. E, come ho detto, egli  molto arrogante pel potere ch'egli ha, ed 
ribello e disubbidiente a sciech Ismael,  il quale un'altra volta vi  mand  un
suo capitano,  detto Bairambec,  con diecimila cavalli di gente fiorita.  E io,
essendo in Tauris,  da' soldati  che  ritornarono  mi  feci  raccontar  tutt'il
successo;  ma pi puntalmente da un capo di bombardieri,  ch'era uomo da bene e
molto mio amico, nominato Camusabec di Trabisonda, intesi che, quando Bairambec
s'appresent sott'il castello con l'esercito,  Zidibec pieno d'inganno mand un
suo  uomo a Bairambec a ricercargli salvocondotto di poter andare a baciarli la
mano.  Ottenuta la domanda,  Zidibec discese dal castello con pochi compagni  e
tutti  disarmati,  e  venuto  alla  presenza di Bairambec lo salut alla usanza
persiana over sofiana,  dicendogli che si maravigliava che la sua nobil persona
fusse  venuta  con  quell'esercito  a  quel  luogo,  non  essendo ci allora di
bisogno,  perch se pel passato egli avea avuto mala opinione,  per  l'avvenire
volea esser fedel servitore di sultan sciech Ismael, chinando la testa insino a
terra, cos facendo sempre ch'egli nominava sciech Ismael, e ch'era per riverir
quel  gran nome,  com' il debito suo di fare,  mostrando molto umili riverenze
nel suo ragionare.  E alla fine preg caldamente  Bairambec  che,  quando  egli
torner  alla  nobil  presenza  di  sciech  Ismael  suo  signore,  si  degni di
difenderlo e aiutarlo facendo sua scusa: la qual  cosa  il  capitano  Bairambec
promise  di  fare;  e  oltre la promessa gli fece un convito cos magnifico che
saria stato conveniente a ogni gran re.  Poi ch'ebbero desinato  in  compagnia,
Zidibec  cominci  scusarsi,  chiedendo  perdono  a  Bairambec  del  fastidio e
travaglio che per lui avea avuto,  venendo con tanto esercito in quel luogo,  e
levatosi in piedi gli disse: "Signore,  manda con esso meco chi ti piace, ch'io
li consegner nelle mani il castello, e pregoti che tu mi conceda due giorni di
termine,  ch'io possa apparecchiarmi per venir teco  alla  presenza  di  sultan
sciech Ismael". Il capitano gli concesse quanto domandava e, chiamato un barone
detto Mansorbec, gli comand ch'andasse con Zidibec nel castello e lo pigliasse
per consegnato, sin tanto che venisse altro aviso da sciech Ismael; e anche gli
promise di fargli tal favore appresso sciech Ismael ch'egli resteria signor del
castello e del bel paese.
Fatte queste convenzioni e patti,  Zidibec pigli licenza,  e con esso lui and
il sopradetto barone  Mansorbec,  con  forse  cent'uomini,  con  intenzione  di
pigliar  la  possessione  del  castello a nome di sciech Ismael;  e giunti alla
porta,  entr primamente Zidibec,  e dopo lui Mansorbec con  la  sua  gente:  e
subito  che fu serrata,  comparvero da millecinquecento uomini armati,  che gi
stavano apparecchiati per quell'effetto,  i quali tagliorno a  pezzi  Mansorbec
con  tutti  li suoi uomini.  Zidibec poi se ne venne con gl'istessi armati alla
volta del campo, ed essendo stata data ferma fede alle sue parole da Bairambec,
lo trov co' suoi soldati, che se ne stavano senza sospetto alcuno e disarmati,
onde cominci a combatter fieramente contra  tutto  l'esercito,  del  quale  ne
furono  uccisi  assaissimi:  e de' suoi ne morirono forse da trecento,  e anche
furono feriti molti altri,  e al capitano Bairambec  furono  date  tre  ferite.
Zidibec si ritrasse al meglio che pot nel castello e, serrata la porta, fecesi
forte  in  esso,  che  per battaglia di mano era sicuro.  Dopo questo successo,
avendo Bairambec nel suo campo due bombarde  non  molto  grandi,  si  misero  a
battere il castello,  ma non gli potevano far danno alcuno,  perci che le mura
erano troppo grosse, e anche li bombardieri erano di poco giudicio.
E avendogli tenuto il castello tre mesi assediato,  fu scoperto ultimamente da'
bombardieri un luogo dove sorgeva una fonte nel castello, che li dava da bere a
sofficienza.  Vicino  a  quel  luogo  piantarono  le due bombarde,  e tanto gli
tirarono che quel grebano donde  l'acqua  usciva  crep  in  diversi  pezzi,  e
l'acqua  ch'era  solita  sorgere  in  alto  tutta se ne discese al basso,  onde
subitamente il castello rest assediato.  Per  il  che  vedendosi  Zidibec  mal
sicuro,  deliber, venuta la notte, levarsi di quel luogo, e cos, calatosi per
le mura insieme con forse cinquanta uomini della sua  corte,  senza  far  motto
agli  altri,  pigliato  il  suo  tesoro,  la  sua  moglie  e  due  figliuole  e
travestitosi,  egli se n'and tra quei monti in alcuni altri suoi castelli.  La
mattina seguente si seppe la nuova per tutto che Zidibec se n'era fuggito, onde
tutt'il popolo mand subito da Bairambec,  facendogli offerta del castello, pur
ch'esso gli assicurasse l'avere e  le  persone.  Bairambec,  ch'ormai  gli  era
venuto in fastidio quell'assedio, per esser gi passati tre mesi che dimoravano
quivi  per  quell'impresa,  promise loro la sua fede e concedette quanto aveano
ricercato. Per gli apersero le porte,  ed entrato che fu dissero come la notte
Zidibec  con  la sua corte se n'era fuggito.  Lascio far giudicio ad ognuno del
dispiacere e dolore ch'egli ebbe, poi che non pot averlo nelle mani.  E avendo
messo quivi un castellano con ragionevol provisione per conservarsi quel luogo,
se  ne ritorn in Tauris,  dove sciech Ismael fece far molte feste e giuochi in
segno d'allegrezza, come sogliono far di simil nuove. Levossi poi di Tauris con
molti de' suoi baroni e andossene a Coi, dimorandovi molti giorni, stando nelle
caccie e in diversi altri piaceri.


Del castello di Elatamedia;  della citt di Merent e di  Coi;  della  citt  di
Tauris,  dove  fanno residenza li re di Persia;  del suo castello,  de' palagi,
fontane e bagni che vi sono;  della maravigliosa moschea ch'  nel  mezo  della
citt; della qualit degli uomini e delle donne; delle usanze e mercanzie della
detta citt.
Cap. 7.

Poi ch'ho lasciato adietro il mio primo ragionamento, avendo voluto dar notizia
di questa cosa degna di memoria, mi conviene ritornare al gi detto castello di
Van,  dal  quale  discosto  tre  giornate  si  giugne a un altro castello detto
Elatamedia, abitato e signoreggiato da Turcomani, buona gente,  e non da altri.
Da questo luogo camminando tre altre giornate si truova Merent,  ch'anticamente
fu gran citt,  come si vede per gli  edificii  antichi,  ed    posta  in  una
bellissima  pianura,  con  molti  fiumicelli  e  giardini  assai,  e dentro v'
solamente un borgo con un bazzarro.  E scorrendo pi oltre tre giornate si vede
una bella e gran pianura,  circondata da gran montagne,  nel mezo della quale 
una gran terra nominata Coi, che ne' tempi antichi fu una gran citt,  come pel
circuito  di  molti  edificii  si  vede.  In questo luogo anticamente (e oggid
ancora s'osserva) era costume di  ragunar  le  genti,  quando  li  re  persiani
volevan uscir con esercito in campagna.
Questa citt prima era rovinata, ma poi che sciech Ismael  successo nel regno,
egli  ha cominciato a rifabricarla e n'ha rifatta una gran parte: e fra l'altre
cose  stato fatto un gran palagio,  il quale con  vocabolo  persiano    detto
Doulet  chana,  che  vuol significare la casa graziosa.  Questo palagio  tutto
murato di mattoni, grandissimo, con un arin tutt'insieme;  dentro vi sono molte
sale e camere,  ed  fatto in un volto, come sarebbe dire in un solaro, e ha un
bellissimo e  gran  giardino.  Ha  poi  due  porte  con  due  magnifiche  corti
degnamente fabricate, e quest'entrate sono simili a due chiostri di convento di
frati;  avanti la porta che sta verso ponente vi sono tre torrioni fabricati in
tondo,  e ciascuno d'essi volge otto passa,  e d'altezza sono da 15 o 16 passa.
Questi  torrioni  sono  fatti di corna di nanfroni cervi,  e si giudica che nel
mondo non ne siano altretanti;  e appresso i Persiani queste cose sono riputate
molto  magnifiche,  onde  per  magnificenza hanno delle corna di quelli animali
murato tutti questi tre torrioni,  per che tutte quelle montagne sono alpestre
e  piene di salvaticine;  e sultan sciech Ismael porta il vanto co' suoi baroni
d'aver ammazzati tutti li detti  animali.  E  veramente  sciech  Ismael  piglia
grandissimo  piacere delle caccie,  e per mostrar ch'egli  valente cacciatore,
ha fatto fabricare le dette tre torri, e sta molto pi volentieri in quel luogo
e con molto maggior dilettazione  che  in  Tauris,  per  esservi  luoghi  molto
accommodati  alle caccie.  In questa citt si fanno anche assaissimi cremesini,
per esservi alcune radici rosse,  che si cavano dalla terra con  vanghe  e  con
zappe,  e poi sono portate in Ormus, e le adoperano in far tinta rossa in molti
luoghi dell'India.
Da questo luogo a una giornata  si  truova  una  terra  nominata  Merent,  ch'
picciola,  dalla  qual  a  un'altra  giornata   anche una picciola terra detta
Sofian, posta nella pianura di Tauris,  a canto d'una montagna:  bel paese,  e
ha  molti giardini e fiumicelli.  Di qui poi si giugne alla nobile e gran citt
di Tauris, dove fu l'assedio di Dario re di Persia, che poi da Alessandro Magno
fu soggiogato e distrutto,  e dove sempre  stata la  sedia  de'  re  persiani:
quivi dimorava sultan Assambei,  e dopo lui Iacob sultan suo figliuolo.  Questa
gran citt  di circuito  circa  24  miglia,  a  mio  giudicio,  e  senza  mura
d'intorno  come  Vinegia.  Dentro vi sono grandissime memorie de' palagi de' re
ch'hanno signoreggiato la Persia; vi sono abitazioni molto magnifice.  Scorrono
anche  per entro due fiumicelli,  e di fuori mezo miglio dalla parte di ponente
v' un grosso fiume d'acqua salsa, il qual si passa per un ponte di pietra.  In
ogni  contrada  e  canto  d'essa  vi  sono fontane,  che vengono per acquedotti
fabricati sotto terra.  Li molti palagi de'  re  passati  si  veggono  lavorati
maravigliosamente, dentro e fuori smaltati d'oro e di diversi colori, e ciascun
palagio ha la sua moschea e il suo bagno, che parimenti sono lavorati di smalto
diversamente a minuti e gentili fogliami: e ogni cittadino che sia in Tauris ha
la  sua  stanza  di  dentro  tutta lavorata di smalto e d'azzurro oltramarino a
minuti fogliami.
E molte moschee sono cos degnamente lavorate che muovono a gran maraviglia chi
le contempla;  tra le quali nel mezo della citt ve n' una tanto ben fabricata
che  non m'assicuro di saperla ben descrivere: pur non rester di dirne qualche
cosa.  Questa moschea si chiama Imareth Alegeat,  ed  grandissima,  n mai  fu
copertata nel mezo;  dalla parte dove li macomettani salutano v' un coro, cio
un volto, tant'alto ch'un buon arco non tirarebbe al sommo.  E per quel ch'egli
dimostra  questo luogo non  mai stato finito,  e attorno attorno  tutto fatto
in volto,  con bellissime cube,  le quali sono sostentate da colonne di  marmo,
ch'  di  tanta finezza e cos lucente ch'assomiglia al cristallo fino,  e sono
tutte d'una medesima longhezza e grossezza,  la qual pu esser da cinque in sei
passa. Questa moschea ha tre porte, delle quali due sole sono adoperate, e sono
fatte  in volto: di larghezza sono da quattro passa e d'altezza da venti passa;
tengono una colonna per ogni parte,  fatta non di marmo ma di pietre di diversi
colori,  e  il  resto  del  volto    tutto di fogliami di smalto lavorato.  In
ciascuna porta v' un quadro lavorato di marmo tralucente, e di tanta finezza e
bellezza che l'uomo potria specchiarvisi dentro.  E per tutta  la  contrada  si
vede  la  moschea,  e  anche chi fusse un miglio lontano chiaramente pu vedere
questi due quadri, i quali sono per ogni lato tre passa,  e la porta che s'apre
e  serra  di larghezza tre passa e d'altezza cinque,  ed  d'un grosso legname
tagliato a forma di tavole,  coperto di lame di bronzo grandi gettate in forma,
ben  lavorate a fogliami e indorate.  Dinanzi la porta principale della moschea
vi corre un fiumicello,  con volti di pietra per i quali passa  il  fiume.  Nel
mezo  dell'edificio  v' una gran fonte,  ma non per natura quivi surgente,  ma
fatta dall'arte,  perci che l'acqua vien menata per un certo condotto  per  il
quale s'empie, e per un altro si vota, secondo che a loro piace. Questa fonte 
di longhezza cento passa e altrettanto di larghezza, e nel mezo ha due passa di
fondo,  dov' fabricato un bellissimo capitello, o vogliamo dir cuba, sopra sei
colonne d'un finissimo marmo, tutto a fogliami di dentro e di fuori lavorato. E
l'edificio  antichissimo, ma il capitello  fatto nuovamente;  e v' un ponte,
che  va da una parte della fonte diritto al capitello.  V' anche un bellissimo
battello,  simile a un buccintoro,  nel qual molte volte sultan  sciech  Ismael
soleva,  mentre era giovane,  com'anche suol far al presente,  entrar con 4 o 5
de' suoi baroni, e co' remi in questa fonte pigliarsi piacere.
N di questo voglio dir altro, ma passer a raccontare di due grandissimi olmi,
sotto ciascuno de' quali starebbero pi di 150 uomini: e  in  questo  luogo  si
fanno prediche, manifestando e dichiarando la nuova fede over setta sofiana. Li
predicatori son due dottori di quella setta,  e uno d'essi, per quel che dicono
molti,  gi insegn  lettere  a  sultan  sciech  Ismael,  e  l'altro  ha  molta
provisione,  per  attender con sollecitudine alla predicazione e a convertir la
gente alla lor setta.
Ha medesimamente questa citt un grandissimo  castello  verso  levante,  a  pi
d'una  bellissima collina,  ma egli  disabitato,  e dentro non ha altra stanza
che un magnifico palagio,  fabricato s che piglia un poco della collina: ed  
maraviglioso,  come  si pu comprender dalle cose ch'io dir.  Questo palagio 
altissimo,  e parmi che fin al mezo egli sia massiccio.  Di fuora  via  ha  una
scala longa da otto in dieci passa e larga tre,  la qual monta alla porta regal
del palagio, e l'entrata sua  una saletta non molto grande, da una parte della
quale  una cuba,  nel modo che sarebbe un luogo secreto,  che   sostenuto  da
quattro  colonne  grosse,  che  sono  longhe da passa cinque e grosse quanto io
poteva  abbracciare  in  due  volte.   Li  capitelli  di  queste  colonne  sono
maravigliosamente  intagliati.  La  colla  d'una certa mistura over pietra che
proprio  s'assomiglia  al  fino  diaspro,  com'io  credetti  che  fussero:  ma,
toccandole  con  coltello,  trovai  ch'elle  non erano dure.  E furono poste in
questo luogo non tanto per bisogno, quanto per magnificenza, per che la cuba 
sostenuta da forti e grosse mura. Poi pi dentro v' un'altra saletta stretta e
longa,  con molte stanzette come camere;  ed entrando pi dentro si truova  una
sala  grandissima,  con molte finestre che guardano nella citt,  perci che 'l
palagio le soprast,  com'ho detto,  stando sopra una collina che scuopre tutta
la citt e molt'altri luoghi pi discosti.
Tutti  questi  sopradetti  luoghi  sono  dignissimamente lavorati a fogliami di
smalto e d'altri diversi colori;  cos anche tutti li cieli delle  stanze  sono
lavorati e dipinti a fogliami d'oro e d'azzurro oltramarino. La sala grande che
signoreggia  la  citt  ha di molte colonne attorno,  che par che sostentino il
tetto;  nondimeno    sostenuta  da  grosse  mura,  e  le  colonne  posero  per
magnificenza,  e  perci  ch'elle sono di finissimi marmi,  non bianche,  ma di
colore come d'argento,  di tal modo lucido che in ciascuna di esse risplende  e
vedesi tutta la citt, tutta la sala e tutte le colonne, con tutte le genti che
vi  sono.  E  per  ogni  finestra ch'in questa sala si truova vi sono lastre di
marmo fino,  dell'istessa sorte e foggia  che  sono  le  colonne,  nelle  quali
medesimamente si pu l'uomo specchiare, e tanto maggiormente quanto queste sono
piane,  che non pur si vede la citt ma anche il circuito d'essa, e le montagne
e le colline pi di venti miglia discosto,  con tutti li giardini e con la  sua
gran pianura.
Questa  citt oltre di ci ha di bellissime condizioni: la principale  l'esser
posta in un sito maraviglioso,  nel capo d'una pianura  bella  e  grande  dalla
parte  verso  levante,  in un luogo ch'ha similitudine d'un golfetto,  a' piedi
d'una gran montagna,  avvegna ch'ella resti dalla banda lontana da dieci miglia
verso levante;  e verso tramontana ve ne  un'altra non molto grande,  appresso
la citt tre miglia.  Quivi v' l'aere tanto delicato e ameno che induce l'uomo
a  star  sempre  di  buona  voglia  e  allegrissimo,  n io mai vi viddi alcuno
ammalato. Usano di mangiare quasi tutti carne di castrati,  ch' molto delicata
al  gusto;  la  carne  di  manzo appresso di loro  vilissima,  pure dal popolo
minuto se ne mangia. Il lor pane  di frumento, bianco come latte.  Hanno pochi
vini,  pur vi si trovano vini vermigli, come sono groppelli, e vini bianchi, di
colore e di sapore di malvasia. Vi sono anche assaissimi pesci, che si pigliano
in un lago discosto dalla citt una giornata,  il qual  salso come  quelli  di
Vastan  e di Van: ma non sono di natural sapore di pesce,  anzi tengon un stran
odore e sapore di  solfo.  In  questo  luogo  vi  vengon  anche  portati  molti
schenali,  minori  di quelli ch'escono del mar Maggiore,  ma sono perfetti;  vi
vien anche caviaro bonissimo: e gli schenali e il caviaro son portati  dal  mar
Caspio,  lontano da questo luogo nove giornate, da un castello detto Maumutaga.
Com'anche da questo mare vi vengono morone fresche grande come uomini,  e  sono
di  tanta  perfezione  che sono migliori che la carne de' fagiani,  e non ve ne
vengono mai se non il verno,  per che la lor stagione dura solamente due mesi.
Vi  sono  anche  frutti  comuni,  come per tutt'il mondo: nocelle poche,  olive
delicatissime;  n vi si truova olio n  aranci  n  limoni,  ma  s  ben  pomi
d'Adamo.  Questi frutti,  che mancano al tempo del verno,  ve ne son portati da
Chilan,  ch' una picciola provincia nella riviera del mar Caspio,  vers'ostro,
lontana  dal  mare da venticinque miglia.  Questa citt  anche ornata di molti
giardini,  ne' quali vi son erbaggi comuni,  come erbette,  verze,  verzotti  e
cappucci,  che somigliano a quelli che vengono in Vinegia,  rape e carotte;  le
radici sono picciole;  magiorana,  petrosemolo e rosmarino.  Vi sono anche risi
assaissimi, frumenti e orzi in abbondanza.
Oltre  di  ci  questa  citt  benissimo popolata da Persiani,  da Turcimani e
Zingani,  che sono trattati come gente della setta sofiana,  e portano berretta
rossa,  s  com'il  resto di tutt'il popolo.  Vi sono cristiani armeni in buona
quantit,  n da Tauris pi oltre scorrendo vi si truovano  cristiani  d'alcuna
sorte.  Vi  sono anche de' giudei,  ma non fermamente abitanti,  che tutti sono
forestieri,  da Bagadet,  da Cassan e da Iesede,  e vengono in  Tauris  e  sono
sofiani,  e abitano a Icharansaradi, s come ciascun mercante forestiero. Della
condizion  de'  popoli  so  che  intenderete  cose  maravigliose.   Gli  uomini
communemente  sono pi grandi che ne' paesi nostri e molto crudeli,  robusti in
vista e d'animo superbi. Le donne generalmente hanno questa condizione, che son
picciole alquanto pi degli uomini, bianche come neve; il loro abito donnesco 
come sempre fu l'abito persiano,  che lo sogliono portare sfesso  appresso  del
petto,  che  tenendolo  scoperto  mostrano  le  mammelle e anche il corpo,  che
l'hanno  tale  che  di  bianchezza  s'assomiglia  all'avorio.  Tutte  le  donne
persiane,  e  massimamente  in  Tauris,  sono lascive,  e particolarmente tutte
costumano vesti da uomo, e se le mettono sul capo coprendosi tutte: queste sono
vesti di seta, diversi chermesini, velluti, panni, capi d'oro, ciascuna secondo
la lor condizione; da Bursa, da Cafa son portati assai velluti e panni d'oro.
In questa citt    un  ordine,  com'  anche  per  tutta  la  Persia,  che  un
appaltatore  apposta  tutte le gabelle,  con tutte le manzarie,  come querele e
contrabandi.  V' anche una brutta usanza,  la qual    stata  sempre,  ch'ogni
mercante  che  tien bottega in bazzarro paga un tant'il giorno,  chi due aspri,
chi sei,  e chi un ducato,  secondo le loro facende: cos a tutti li maestri di
qual  si  vogliano  arti    limitato  il  pagare  secondo  le loro condizioni,
com'anche le meretrici che stanno al luogo publico sogliono  pagar  secondo  le
lor bellezze,  per che quanto son pi belle tanto pi sono tenute a pagare. Ma
molto pi degli altri che ho detto   questo  maladetto,  disonesto  e  orrendo
costume,  che  puzza  fino al cielo;  e ben di qui si comprende la sceleraggine
loro: che v' un publico luogo e scuola di sodomia,  dove parimente secondo  le
lor  bellezze  pagano  il  tributo.  Tutti  questi  denari che si cavano sono a
beneficio particolare dell'appaltatore, n si fanno differenze da' cristiani a'
mosulmani in andar a donne da partito.
Oltre di ci,  queste gabelle hanno la tariffa,  che li cristiani pagano  dieci
per  cento  d'ogni  sorte  di mercanzia,  venga pur da che parte si voglia;  li
mosulmani non pagano se non cinque per cento d'ogni cosa: e se non  vendono  in
Tauris, e che le robbe siano per transito, non si paga per cento, ma si pesa la
soma ligata, e pagasi tanto per cento. In una soma che sia da ducati quaranta o
quarantacinque di spesa,  o sia robba sottile over grossa,  limitato tanto per
cento.  Di tutto quel che nella citt si compra,  egli  ancor limitato  quanto
s'abbia  da  pagare  secondo  le  sorti  delle  mercanzie,   e  tutto  riscuote
l'appaltatore.  Nel tempo ch'io era  in  Tauris,  stava  in  quest'officio  uno
nominato  Capirali,  e  aveva  le dette gabelle di ducati settantamila.  Questa
citt  molto mercantesca e vi sono sete d'ogni sorte,  grezze e  lavorate;  vi
capita  del  reubarbaro,  muschio,  azzurro oltramarino,  perle d'Orimes d'ogni
carattada, specie d'ogni sorte,  lacca d'ogni bellezza,  endego fino,  panni di
lana di ogni sorte,  d'Aleppo,  di Bursa e di Constantinopoli, perch di Tauris
sono levate sete cremesine e portate in Aleppo,  in  Turchia,  e  tutti  i  lor
ritratti sono di panni e d'argenti.


Descrizione  del  palagio regale ch'Assambei fece fabricar fuori della citt di
Tauris.
Cap. 8.

Avendo io ragionato assai longamente delle molte condizioni  di  questa  citt,
non  mi  par  che  sia  ragionevole  di  lasciare  adietro  di  raccontare d'un
bellissimo palagio,  il qual il magnanimo sultan  Assambei  fece  fabricare:  e
avvegna  che  nella  detta  citt ve ne siano di molti,  e grandi e bellissimi,
fatti da' re suoi antecessori,  nondimeno questo senza dubbio avanza tutti  gli
altri;  e  tanta  fu la magnificenza d'Assambei,  che insino al d d'oggi nella
Persia non  stato re alcuno che l'abbia pareggiato.
Il palagio  fabricato nel mezo d'un grande e bel giardino,  tanto fuori  della
citt che solamente un fiumicello vi corre di mezo dalla parte di tramontana, e
parimente  nell'istesso  circuito  v' fabricata una bellissima e gran moschea,
con un bello e ricco  spedale  congiunta.  Il  palagio  in  lingua  persiana  
chiamato Astibisti, ch'appresso di noi si direbbe otto parti, perci ch'egli ha
otto cantoni.   d'altezza da trenta passa, e volge da passa 70 in 80, di forma
tonda,  a otto cantoni,  i quali sono compartiti in quattro  camere  e  quattro
salette,  e  ogni camera ha la sua saletta attorno attorno dalla parte di fuora
via,  e il resto del palagio dentro resta tondo in  una  mirabil  cuba.  Questo
palagio   in volto,  o come si suol dire in un solaro,  e ha una sola scala da
montar alla cuba e alle camere e salette,  per che la scala si riferisce  alla
cuba,  e dalla cuba s'entra nelle camere e nelle sale. Questo edificio da basso
a pi piano ha quattro ponti da entrare, e ha anche molte stanze, ed  tutto di
smalto e d'oro, a diversi fogliami lavorato,  e con tanta bellezza ch'io non mi
sento bastante a poterlo esprimere con parole.
Questo luogo,  come ho gi detto,  posto nel mezo del giardino, ed  fabricato
sopra  un  mastab,  overo  il  mastab    stato  fatto  attorno  attorno  per
magnificenza,  il  quale   alto un passo e mezo e largo da cinque passa,  come
saria una piazza.  Per ciascuna porta ch'ha  il  palagio    limitata  una  via
lastricata di marmo,  per la qual vassi al mastab.  Per mezo la porta del gran
palagio v' una scaletta di finissimo marmo,  per la qual  s'ascende  sopra  il
mastab,  che tutto  fatto di marmi finissimi,  e de' quali parimente nel mezo
del mastab  lastricato e sottilmente lavorato un canaletto  d'un  fiumicello,
ch'  largo quattro dita e quattro alto,  e corre attorno attorno a guisa d'una
vite,  overo a modo d'una biscia;  e da una parte nasce  e  va  attorno,  e  in
quell'istesso luogo,  in un altro luogo o sia condotto si disperde. Il palagio,
di sopra dal mastab tre passa largo,  tutto di marmi finissimi, e di l in su
 tutto di smalto di diversi colori,  e risplende da lontano come un  specchio.
La  terrazza del palagio ha per ogni cantone una gorna che getta fuori l'acqua,
e la gorna  grandissima a maraviglia,  ed  fatta in forma d'un dragone,  ed 
di bronzo, e s grande che ciascuna farebbe una bombarda, ed  s ben fatta che
s'assomiglia a un vivo dragone.
E dentro del palagio,  all'alto nella cuba,  tutto attorno attorno sono d'oro e
d'argento e d'azzurro oltramarino istoriate tutte le  battaglie  che  gi  gran
tempo  furono nella Persia,  e si vedono anche alcune ambascierie che pi volte
vennero mandate da Ottomano in Tauris,  e s'appresentavano avanti ad  Assambei,
stando  scritto  in  certi brevi in lingua persiana quello ch'essi ambasciatori
domandavano, e la risposta ch'egli aveva fatta loro. Vi sono anche istoriate le
sue caccie,  dove egli  accompagnato da molti  baroni  tutti  a  cavallo,  con
falconi e cani.  Si vedono parimente molti animali, come leonfanti e leoncorni,
significando cose che a lui sono intervenute.  Il  cielo  della  cuba    tutto
lavorato a gentilissimi fogliami d'oro e d'azzurro oltramarino;  le figure sono
cos ben fatte che paiono naturalissime creature umane.  Nella cuba    disteso
per terra un finissimo tapeto,  che par di seta, lavorato all'uso persiano, con
bellissimi fogliami: ed  tondo,  e di  quell'istessa  misura  che  ricerca  il
luogo,  com'anche in ogni camera e saletta ve n' uno che cuopre tutt'il suolo.
Questa cuba non ha luce, se non quella che piglia dalle salette e dalle camere,
per che dalla cuba s'entra nelle camere e nelle sale, dove sono molte finestre
che tutte le danno il lume,  avvegna che le salette  non  abbian  altro  ch'una
finestra,  ch' tanto grande che piglia tutt'una facciata, ed  fatta a un modo
ch'io non le saprei dar simiglianza: basta  che,  quando  le  porte  di  questi
luoghi  sono  aperte,  il  palagio  over  la  cuba  tanto  risplende con quelle
bellissime figure ch' cosa maravigliosa.  E questo  il  luogo  dove  Assambei
solea dar audienza.
E scostandosi dal palagio un tiro d'arco, v' fabricato un arin a pi piano, ed
  tanto  grande che commodamente vi stariano mille donne in diverse stanze;  e
fra l'altre  un luogo grande com'una sala,  ch'ha tutte le mura lavorate d'oro
e di smalto,  che paion proprio smeraldo,  e di molti altri colori. Il cielo di
questo arin  lavorato d'oro e d'azzurro oltramarino.  In questa sala  vi  sono
molte camere da ogni lato,  e tutte le porte sono superbamente lavorate d'oro e
d'azzurro, con molti brevi di lettere fatte di radici di perle, e con molti bei
fogliami;  e pel mezo di questa sala scorre un fiumicello d'acqua  chiarissima,
il qual  largo un braccio e altretanto  di fondo. Da una parte di questo arin
v'  anche  una  loggietta  di  quattro  passa  per  ogni  quadro,  ed   molto
magnificamente lavorata di smalto,  d'oro e d'azzurro oltramarino  a  fogliami,
cosa  veramente  molto  onorevole.  In  questo  luogo dimorava la regina con le
damigelle, a far lavori con l'ago, secondo la lor usanza.
E in vero sarei troppo longo e troppo tedioso s'io  volessi  andar  raccontando
ogni  cosa  del  palagio  e  dell'arin,  che sono in un istesso giardino,  e vi
s'entra per tre porte: l'una  dalla parte di ostro, l'altra da tramontana,  la
terza  di ver levante.  Quella di verso ostro  murata in volta con mattoni,  e
non molto grande,  la qual entra nel giardino,  rimanendo 'l palagio un  tratto
d'arco lontano; ed entrato nella porta, da passa quindici da man sinistra vi si
truova  una loggia,  ch' di longhezza un tiro d'arco e di larghezza passa sei,
che da un capo all'altro ha banchi di lastre  d'un  finissimo  marmo,  con  una
spalliera,  cio  a  somiglianza  di  spalliera,  con  un lavoro di fogliami di
rilievo di smalto di diversi colori,  tanto degnamente  fatto  ch'a  vederlo  
maraviglioso; il cielo d'essa  tutto lavorato d'oro e di smalto. Questa loggia
d'una  parte insino all'altra  tutta sostentata da colonne di marmi finissimi;
davanti poi v' una fonte,  tanto longa quanto la loggia,  e fabricata di marmi
finissimi,  come l'altre, che sempre stanno piene d'acque: ed  di larghezza da
passa venticinque.  Dentro d'essa vi stanno sempre quattro  e  cinque  paia  di
cesani;  d'intorno  intorno  vi  sono piante di rose e di gelsomini,  e v' una
bellissima strada che va dritta al palagio regale.
Dalla parte ch' da tramontana conviene entrare in un certo luogo, ch' come un
chiostro,  che tutto  mattonato,  avendo attorno banche di  marmo  da  sedere.
Questo luogo  tanto grande che vi starebbero trecento cavalli, dove smontavano
tutti li baroni che venivano a corte,  nel tempo ch'Assambei regnava. In questo
luogo v' una porta, ch'entra nel giardino per andar al palagio regale, la qual
  in  volto,  alto  da  passa  quindici,   largo  passa  quattro,   di  smalto
dignissimamente lavorato d'alto a basso. La porta  fatta d'un marmo ch' tutto
d'un pezzo quadro,  nel qual  stata intagliata, ed  da quattro passa per ogni
quadro,  e l'altezza d'essa  pu  essere  un  passo  e  mezo,  e  di  larghezza
l'istesso,  ed  in volto.  Il resto del marmo  tutto intagliato a fogliami, e
mentre  percosso da' raggi del sole dall'una e dall'altra parte  risplende  s
che par finissimo cristallo, per che questi marmi che si truovano nella Persia
sono  d'altra  sorte  che  li  nostri,  e  di molto maggior finezza: ve ne sono
zuccarini,  ma come specie cristallina.  Dentro di questa regal porta  v'  una
bellissima  strada  lastricata  fin al palagio regale.  L'altra porta,  ch' di
verso levante,   sopra un grandissimo  maidanno  over  piazza,  ed  entra  nel
giardino.  Questa porta ha il muro di mattoni fatto in volto,  alta tre passa e
larga due,  e non v' lavoro alcuno,  ma solamente  biancheggiata di gesso,  e
dentro v' una grande e bellissima fonte.  Di sopra v' una bella e grandissima
abitazione, con molte camere e una sala scoperta che guarda nel giardino. Dalla
parte verso il maidanno v' una loggia in volto,  talmente biancheggiata che mi
par ch'avanzi di bianchezza ogn'altra cosa bianca ch'io abbia veduta. In questa
abitazione  vi  si riduceva Assambei con molti baroni,  quando si faceva alcuna
festa  in  quel  maidanno,  e  parimente  molte  volte,   quando  gli  venivano
ambasciatori,  soleva  alloggiarli in questa abitazione,  per esser bel luogo e
per aver molte stanze.  Questa porta    pi  lontana  dell'altre  dal  palagio
regale,  in  bellissima vista del maidanno,  sopra il quale v' la moschea e lo
spedale che gi ho detto. Questa moschea fu fabricata da sultan Assambei,  ed 
molto grande,  e ha dentro di molte cube,  tutte di smalto,  d'azzurro e d'oro,
ben  lavorate.  Anche  lo  spedale,  over  moristano,    grande  e  con  molte
abitazioni,  e  dentro   pi degnamente lavorato che la moschea,  avendo molti
mastab grandi,  di longhezza di dieci passa e larghi da  passa  quattro:  e  a
ciascuno d'essi  fatto un tapeto alla sua misura.  Fra lo spedale e la moschea
v' solo un muro di mezo,  e di fuori dello spedale da un capo all'altro v' un
mastab,  un  braccio alto e largo da due passa.  E soleva essere una catena di
ferro tirata da un capo all'altro a orlo del mastab,  affin che  niun  cavallo
potesse accostarsi n alla moschea, n al mastab, n allo spedale. E nel tempo
ch'Assambei  e  Iacob sultan regnavano,  vivevano pi di mille poveri in questo
spedale; e la catena si conserv fin alla morte di Iacob sultan, la qual fu poi
levata da' Turcomani.
Tutte queste fabriche furono fatte dal magnanimo Assambei,  il  quale  fu  uomo
tanto  degno  ed  eccellente  che  nella  Persia  non  v'  stato  un  altro da
pareggiarlo a lui.  E molti signori ch'erano allora  nella  Persia  gli  furono
ribelli,  e  tutti  gli  conquist  per  forza d'arme,  e combattendo anche con
Ottoman sultano ne riport egli l'onore,  rompendo e  fracassando  tutt'il  suo
campo,  avvegna  ch'un'altra  volta  egli  fusse  perditore,  s  come si potr
conoscere da quel che per innanzi intendo di raccontare.


Caloianni, re di Trabisonda,  manda un ambasciatore ad Assambei,  re di Persia,
chiedendogli  soccorso  contra  Ottomano  gran  Turco:  promette darglielo ogni
volta,  ch'esso gli dia sua figliuola per moglie;  gliela d con patto  ch'ella
possa osservar la fede cristiana, e gliela manda in Tauris.
Cap. 9.

In quel tempo in Trabisonda regnava un re detto Caloianni,  ed era cristiano, e
aveva una figliuola nominata Despinacaton,  molto bella: ed era comune opinione
che  non  fusse in quel tempo donna di maggior bellezza,  e per tutta la Persia
era sparsa la fama della sua gran bellezza e somma grazia. Ed essendo questo re
di gi molto molestato e danneggiato nel suo pacifico paese  da  Ottomano  gran
Turco, e vedendosi a mal termine e in pericolo di perder lo stato, considerando
il  gran potere del nimico,  prese partito di mandare un suo ambasciatore nella
Persia in Tauris,  dove  sultan  Assambei  dimorava,  e  domandargli  soccorso,
sapendo  ch'egli era signore molto benigno.  L'ambasciatore,  ch'era desideroso
d'ottener la domanda del suo re e riportargliene l'intera  sodisfazione,  preg
Assambei  che  non volesse negar di dar aiuto al suo signore,  mostrandogli per
molte ragioni che 'l danno del re cristiano veniva anche in qualche pregiudicio
del suo paese.  Assambei,  essendo giovane e non avendo moglie,  ed essendo gi
innamorato  della  sopradetta  giovane,  per  aver molte volte sentito ragionar
delle sue bellezze e degne creanze,  diede risposta all'ambasciatore dicendogli
che se il suo re gli dava la figliuola per moglie, ch'egli metterebbe non tanto
l'esercito, ma anche il tesoro e la propria persona per difenderlo da Ottomano.
L'ambasciatore,  partitosi con questa risposta e giunto dal suo re,  gli espose
quanto  ricercava  Assambei.  E  vedendosi  egli  non  aver  forze  bastanti  a
difendersi  dal  nimico,  che  a  tutte l'ore lo teneva travagliato,  alla fin,
astretto da necessit, si condusse ad adempir la richiesta d'Assambei, dandogli
la figliuola per moglie;  con queste condizioni,  ch'ella potesse  osservar  la
fede  cristiana e tenersi un cappellano ch'a sua voglia avesse da fare il santo
sacrificio, come nella nostra vera religione  ordinato: di che Assambei rimase
contento, giurando d'osservar la fede sua a Caloianni.
Fatte queste convenzioni,  Despinacaton venne in Tauris,  accompagnata da molti
signori,  che furno mandati da Assambei, avvegna che ne venissero di molt'altri
di Trabisonda.  Vennero anche  con  esso  lei  molte  damigelle,  figliuole  di
gentiluomini  di  gran condizione,  che sempre stetter appresso di lei.  E avea
anche un cappellano, molto riputato e persona degna, che sempre celebr secondo
l'usanza cristiana, mentre ch'ella visse con Assambei, che fu un longo tempo, e
con trionfo e osservanza della fede nostra;  teneva in un luogo separato la sua
capella,  facendo  fare le sue orazioni a piacer suo.  Nacquero di questa donna
quattro figliuoli: il primogenito fu Assambei; l'altre furono figliuole femine,
delle quali anche ve ne sono due vive,  che  sempre  hanno  osservato  la  fede
cristiana.


Ottomano   fa  apparecchio  contra  Assambei  e  Caloianni,   i  quali  mandano
ambasciatori a' Veneziani,  richiedendoli di  confederazione  e  d'artiglierie;
intanto  Ottomano  manda  un  bass  con  le  sue genti a danneggiar la Persia.
Assambei, andatogli contra e facendo fatto d'arme, lo ruppe; il gran Turco,  di
nuovo  facendo  esercito,  gli mand contra e lo vinse.  E vinto se ne torna in
Tauris,  andando poi contra il soldano,  che gli aveva presa la  citt  d'Orfa,
appresso la quale lo ruppe.
Cap. 10.

Ottomano  del  1472,  che  benissimo avea inteso li modi e trattato ch'Assambei
aveva fatto col re di Trabisonda, e di ci avutone grande sdegno, e standone di
malanimo,  deliber esperimentar le forze e il valor de' due  signori,  e  per
egli  fece  grande  apparecchio  di  gente  per venire nella Persia.  Assambei,
avutone aviso,  non meno d'ira e di  sdegno  pieno  che  'l  nimico  suo,  fece
comandamento a tutti li suoi baroni che con ogni celerit dovessero ragunare le
lor  genti,  massimamente  che  'l  re di Trabisonda gli faceva intendere molti
preparamenti d'Ottomano contra d'ambedue loro. Parmi anche che Caloianni avesse
parentado in Venezia,  overo stretta amicizia  con  alcuni  gentiluomini,  onde
Assambei,  d'accordo  col suo suocero,  determinorno di far gran fatti,  e cos
mandorno due ambasciatori a  Venezia,  ricercando  arme  confederate  da  poter
mettere  il lor nimico Ottomano al basso,  dandogli il castigo che ricercava il
suo temerario ardire.  E per quel  che  intendo,  gli  ambasciatori  domandorno
artiglierie e bombardieri,  e l'illustrissima Signoria, per amore e onore e per
difensione del re di Trabisonda,  concessero e diedero  tanto  quanto  per  gli
ambasciatori  fu richiesto,  i quali furono molto onorati;  e apparecchiato una
nave con l'artiglierie dentro,  montarono  gli  ambasciatori  per  venire  alla
Giazza, com'era ordine de' lor signori.
Mentre gli ambasciatori trattavan il negocio in Venezia,  Assambei sultan adun
l'esercito suo con molta celerit,  che furono circa trentamila combattenti,  e
ne venne tutto sdegnato e pieno d'orgoglio contra l'empito del nimico Ottomano,
che  gi  avea mandato di gran gente,  danneggiandoli il paese della Persia nel
contado d'Arsingan.  Per,  giunto Assambei nella bella pianura d'Arsingan,  vi
stette  alquanti giorni per rinfrescar il suo esercito,  ch'essendosi levato da
Tauris aveva  longamente  marciato.  L'esercito  dell'Ottomano,  vedendo  tanti
Persiani,  per tema si ritrasse alla volta di Toccato,  onde Assambei,  che gi
avea  rinfrescato  la  sua  gente,   ch'a   tutte   l'ore   andava   crescendo,
sopragiugnendone della Persia,  fece pensiero d'assalir le genti turchesche. Ed
essendo fra li due eserciti lo spazio di due giornate di buon cammino  e  buona
strada,  si condusse fino a un miglio vicino del campo turchesco,  e la mattina
poi che furono accampati Assambei mand a far sapere al bass ch'era al governo
dell'esercito d'Ottomano che 'l giorno seguente a  buon'ora  voleva  azzuffarsi
con  esso  loro:  e  a  questo effetto ambedue le parti si posero in ordine per
l'ora statuita,  e molto ben ordinato chi dovea essere  il  primo  con  la  sua
schiera,  chi  'l  secondo  e  chi  'l  terzo;  e cos nel far del giorno tutti
s'appresentarono alla battaglia.  Assambei sultan fu il primo che volse assalir
gli  nimici,  e dur il combattimento fino all'ora di nona.  In questo tempo un
bass con molta gente turchesca,  entrando nella battaglia fieramente,  mise li
Persiani  in  un  subito  in  rotta.  Assambei,  veduto  l'inconveniente ch'era
seguito,  e stando egli con ottomila combattenti ben  armati  e  valorosi  alle
rescosse,  per  esser  presto dove ricercava il bisogno,  arditamente entr nel
mezo dell'esercito nimico,  facendo animo a' suoi soldati: e  cos  quanti  gli
venivano  nelle  mani  erano uccisi,  di modo che i Turchi in quel fatto d'arme
furno rotti, uccisi e vinti. Assambei,  avuto ch'ebbe la vittoria de' nimici in
questa battaglia,  subitamente prese con gran trionfo Toccato, Malacia e Sivas,
che son tre gran citt.
Essendo stata portata la nuova  ad  Ottomano  della  rotta  e  uccisione  della
maggior  parte del suo esercito,  ebbe grandissimo dispiacere e ne rimase tutto
smarrito,  massimamente intendendo la perdita di tre citt;  nondimeno egli  di
nuovo  di  tutti  li  suoi  paesi  fece  ragunar  gente,  di  modo  che fece un
grandissimo esercito e drizzollo contra  d'Assambei,  ch'in  Malacia  si  stava
securissimo.  E  perch  anch'egli nella battaglia avea perdute di molte genti,
mand nella Persia alcuni suoi baroni a farne condurre quante pi potevano, per
ingrossare il suo  esercito,  dall'altra  parte  aspettando  l'artiglieria  co'
bombardieri  mandati  dall'illustrissima Signoria.  Ma n l'uno n l'altro pot
venire con quella celerit  che  ricercava  il  bisogno,  imperoch  l'esercito
d'Ottomano  sopragiunse alle frontiere con molte artiglierie.  La qual cosa non
piacque ad Assambei: pur,  non potendo far altro,  aspettando le sue genti  co'
suoi  baroni  della  Persia,  e  sperando  anche d'aver l'artiglieria,  come re
magnanimo,  con quelle genti ch'egli avea appresso,  che potevano essere  circa
ventiquattro o venticinquemila,  deliber affrontarsi co' nimici, i quali erano
da trentaseimila,  e stavano da una parte di Malacia,  e dall'altra parte stava
Assambei con le sue genti,  avvegna che egli fusse discostato meza giornata tra
Malacia e Toccato,  per esservi un bel luogo per combattere.  E stando in  quel
luogo,  l'esercito  turchesco  seguit  la traccia e appresentossi all'esercito
nimico,  e cominciarono a menar le mani,  sforzandosi ognuno dimostrar  il  suo
valore.  E  facendosi  grand'uccisione dell'una e dell'altra parte,  finalmente
Assambei rest perditore e fu astretto a lasciar le tre citt acquistate,  e se
ne ritorn in Persia nel suo bel paese, standosene in Tauris nel suo palagio, a
godere in feste e giuochi,  facendo poca stima della rotta ricevuta, non avendo
egli perduto parte alcuna del suo stato.
Poi che fu passato un certo spazio di tempo,  fece deliberazione di  romper  la
guerra  al soldano del Cairo,  e cos venne nel paese di Diarbec con assaissime
genti,  onde il soldano del Cairo,  insieme co' suoi  Mamalucchi  e  gente  del
paese,  gli  and  contra con grossissimo esercito,  e passato il fiume Eufrate
giunse in Orfa,  pigliando la citt a sua devozione: e per  non  esservi  anche
arrivato in quelle parti il campo d'Assambei, quei Mamalucchi stesero le mani a
lor piacere.  Or Assambei,  il quale gi stava in Amit,  mettendo insieme gente
per venirsene ad affrontare i Mamalucchi,  perci che 'l soldano essendo giunto
in  Orfa  l'aveva  presa,  subito  si  lev  e,  venuto  nella  pianura d'Orfa,
affrontossi col campo de' Mamalucchi, con tanto empito e furia che i Mamalucchi
furno la maggior parte tagliati a pezzi,  e 'l resto spogliati e mandati via in
camicia,  e Assambei co' suoi baroni fecero molti bottini. Egli poi se ne venne
fino al Bir,  e preselo insieme con Besin e Calat ed Efron,  che sono  in  quel
circuito:  e saccheggi tutto quel paese.  E fermatosi nel Bir sei mesi,  se ne
ritorn in Persia con gran trionfo,  e dimor gran  tempo  in  Tauris,  dandosi
piacere nel suo palagio Astibisti.


Assambei  venne  a  morte,  e Iacob suo figliuolo,  essendo successo nel regno,
piglia per moglie una donna  di  natura  lussuriosissima;  e  commettendo  essa
adulterio,  gli  d  il veleno,  del quale muore anch'ella insieme con lui e un
picciolo figliuolo;  onde i baroni della Persia fecero guerra  gran  tempo  tra
loro, per succeder nel regno or l'uno or l'altro.
Cap. 11.

Assambei aveva quattro figliuoli: un maschio,  che fu sultan Iacob, che dopo 'l
padre Assambei si fece signore,  e tre femine,  delle quali anche ve ne son due
in Aleppo,  e io molte volte ho ragionato con esse in lingua greca trabesonzia,
la quale hanno appresa dalla regina Despinacaton lor madre. Or, stando Assambei
in Tauris ed essendo gi gran tempo vissuto,  dell'anno 1478 venne a  morte,  e
succedette  a  lui,  come  dianzi  ho detto,  Iacob suo figliuolo,  il qual era
magnanimo e signoreggi molto tempo la Persia. Costui pigli una moglie di gran
nobilt, figliuola d'un signor persiano, la qual era fuor di misura lussuriosa,
ed essendosi innamorata d'un signor principale della corte, come malvagia e rea
femina cercava di dar la morte a Iacob sultan suo marito,  con proponimento  di
pigliarsi  poi  l'adultero per marito e farlo signore di tutt'il regno: il qual
di ragione,  per esser  egli  suo  stretto  parente,  mancando  la  prole,  gli
perveniva.   Per,  accordatasi  insieme  con  l'adultero,  ordin  un  tossico
artificiato per dargli la morte.
Ella adunque fece apparecchiare un bagno con molte cose odorifere,  come quella
che  ben sapeva il costume di Iacob sultan,  ed egli v'entr dentro insieme con
un suo figliuolo d'otto over nove anni, e vi stettero dalle ventidue ore fin al
tramontar del sole. Uscito poi fuori entr nell'arino,  ch'era a lato al bagno,
e la scelerata donna, avendo apparecchiata la bevanda avvelenata mentre ch'egli
dimor nel bagno, sapendo che ordinariamente uscendone egli chiedea da bere, se
gli  appresent  innanzi  nell'entrar dell'arino con una coppa e un vaso d'oro,
dov'era dentro il veleno;  e mostrandosegli lieta in vista,  e  facendogli  pi
carezze  del  solito  per  poter  meglio  eseguir  cos  scelerato effetto,  la
crudelissima donna sfacciatamente porse  il  veleno  al  marito.  Ma  non  pot
mostrarsi tanto sfacciata che non diventasse alquanto pallida in vista,  il che
accrebbe il sospetto di Iacob,  per che gi,  per molti andamenti ch'egli avea
veduto,  avea  cominciato  a  non fidarsi molto di lei: onde li comand che gli
facesse la credenza. La donna, ancora che sapesse di prender la morte, pur, non
potendo fuggir di farlo,  bev del veleno fatto di sua mano,  e  diede  poi  la
coppa  d'oro a Iacob suo marito,  che parimente insieme col figliuolo bevettero
il resto.  Questo beveraggio fu di tanto potere e di  tanta  operazione  che  a
mezanotte venente rimasero morti tutti. La mattina seguente s'and spargendo la
fama  per  la Persia della subita morte di Iacob sultan,  del figliuolo e della
moglie. I baroni, intendendo la perdita del lor re,  furono in molta confusione
e  discordia  tra  loro,  di  modo che in termine di cinque o sei anni tutta la
Persia stette sul guerreggiare,  e con molti fastidi,  facendosi sultano quando
l'uno  e  quando  l'altro di quei baroni.  Pur nel fine fu posto in signoria un
giovanetto nominato Alumut, d'et di quattordici anni,  il qual signoreggi per
fino che sciech Ismael sultano successe.


Secaidar,  capo  de'  sofiani,  venuto al fatto d'arme col capitano delle genti
d'Alumut,  vien rotto e preso;  e tagliatagli la testa  portata in  Tauris  al
signore, il quale la fa gittare a' cani.
Cap. 12.

Nel  tempo  che Alumut signoreggiava,  in una citt lontana quattro giornate da
Tauris per levante v'era un barone,  come sarebbe un conte,  nominato Secaidar,
il qual teneva una fede over setta d'una stirpe chiamata Sof,  ed era reverito
come santo uomo in quella setta,  ed era capo d'assaissimi di  questi  sofiani,
che  ve  ne  sono  in  molti  luoghi  della Persia,  cio nella Natolia e nella
Caramania,  i quali tutti portavano  riverenza  e  adoravano  questo  Secaidar,
ch'era  nativo  di  questa  citt  detta  Ardovil,  dov'erano  di molti sofiani
ch'erano stati convertiti da Secaidar;  il quale era come saria  un  provincial
d'una nazione di frati,  e aveva sei figliuoli,  tre maschi e tre femine, d'una
figliuola del signor Assambei, ed era molto nimico de' cristiani.  Costui molte
volte  insieme  co'  suoi  seguaci  s'incamminava in Circassia,  danneggiando e
rovinando quel paese, pigliando di molte schiave e facendo diverse prede,  e se
ne ritornava poi in Ardovil, a godersi con gli altri suoi sofiani.
Essendo successo nel regno Alumut sultan, e volendo il detto Secaidar tornar in
Circassia,  com'uomo  usato a questo viaggio contra de' cristiani,  ragunate le
sue genti s'invi alla volta di Sumacchia,  e giuntovi in otto giornate si mise
nel camino di Derbant, dove  il passo d'entrar in Circassia: e stettero cinque
giornate nel viaggio. Or, venuta la nuova a sultan Alumut e a' suoi baroni come
Secaidar  con  un  esercito di quattro o cinquemila sofiani andava in Circassia
per destruzione di quel popolo,  e tutti v'andavano  molto  volentieri  per  la
molta speranza ch'aveano di far gran preda, subito sped un messo al re di quel
paese, avendo egli qualche tema, per aver Secaidar tanto numero di genti, e gli
mand  a  dire  che  facesse  ogni sforzo per non lasciarlo passare,  percioch
Secaidar co' sofiani in quel medesimo luogo di  quel  castello  l'anno  davanti
avevano fatto assai gran danno,  e con la met manco gente, s che dubitava che
non facessero il somigliante;  per volse tagliargli il passo,  acci  che  non
andasse  accrescendo  la  sua  signoria,  come  ogni  giorno  faceva andando in
Circassia,  perci ch'ognuno lo seguitava  volentieri  per  l'ingordigia  della
preda, di modo che in poco tempo si saria fatto troppo gran signore: e facevasi
costui come capitano di ventura.  Laonde,  giunto Secaidar in Derbant, si trov
vietato il passo d'ordine d'Alumut sultan.
Derbant  una citt grande e, s come per le lor croniche e memorie si vede, fu
fabricata dal magno Alessandro;  ed  larga un miglio e longa tre,  e ha  d'una
banda  il  mar Caspio,  dall'altra una gran montagna,  n alcuno vi pu passare
salvo che per le porte della citt,  per che dalla parte verso  levante    il
mare,   e  verso  ponente  v'  la  montagna,  tanto  aspra  che  i  gatti  non
v'andarebbero.  Questa citt fu nominata Derbant in lingua persiana,  che nella
nostra  significa  porta  serrata,  e  chi vuol passar in Circassia bisogna che
pigli il camino per questa citt,  la qual  confina  con  essa,  e  sono  passi
deserti la maggior parte, e parlano in circassesco, cio in turchesco.
Or,  vedendo Secaidar che gli era vietato il passo,  come ho detto, ne venne in
grandissimo sdegno, e cominci a combattere il castello e assedi quel passo. E
trovandosi in quella citt pochi uomini da fatti,  e  non  essendo  bastanti  a
difendersi  dalle genti sofiane,  subito spedirono un messo con molta fretta al
re del paese,  avvisandolo dell'inconveniente.  Ed egli,  intesa la  nuova,  ne
diede avviso ad Alumut,  che stava in Tauris, il qual fece chiamar tutti i suoi
baroni,  comandando loro che adunassero gente: per il che,  fatto ch'ebbero  da
diecimila combattenti,  andarono contra Secaidar, e in pochi giorni giunsero in
Derbant,  dov'egli combatteva il castello.  Secaidar,  visto ch'ebbe  le  genti
d'Alumut,  molto  adirato  si  ritrasse da una banda sopra una collina,  e fece
un'esortazione a' suoi soldati che dovessero  combattere  virilmente,  ch'aveva
speranza di esser vittorioso contra gli nimici, e prometteva loro molte e molte
cose:  e  cos ciascuno promise di portarsi valorosamente: e questo fu a ora di
vespro. La mattina seguente i sofiani si posero molto bene in ordine e disposti
alla battaglia,  e dall'altra banda il  capitano  delle  genti  d'Alumut  s'era
apparecchiato  con tutti li suoi soldati.  E,  conoscendo Secaidar che a giorno
chiaro, volendo o no, gli conveniva combattere co' nimici, e per ci egli fu il
primo ch'and  ad  assalire,  e  i  sofiani  cominciarono  a  far  gran  fatti,
combattendo  come  lioni,  e  tagliorno  a pezzi il terzo delle genti d'Alumut.
Ultimatamente Secaidar rimase vinto e furono ammazzate tutte le sue  genti,  ed
egli fu preso e,  tagliatagli la testa, fu portata sopra una lancia, presentata
dinanzi ad Alumut sultan,  il qual comand  ch'ella  fusse  portata  per  tutto
Tauris  sopra  la  lancia,  sonando  molti instrumenti per segno della vittoria
avuta,  e poi la fece portare in una  maidan,  dove  s'usa  far  il  maleficio,
gittandola  a'  cani  che la mangiassero.  Onde i sofiani sono molto nimici de'
cani, e quanti ne trovano tanti n'ammazzano.


Tre figliuoli di Secaidar,  intesa la morte  del  padre,  se  ne  fuggirono  in
diverse parti;  uno de' quali,  nominato Ismael, fugg in un'isola di cristiani
armeni, dove fu ammaestrato nella sacra Scrittura da un prete armeno; dal quale
partitosi va a Chilan e,  deliberando di vendicar la morte di suo  padre,  pone
ordine  co'  suoi  di  pigliare  il  castello  di Maumutaga e lo mette a sacco,
distribuendo ogni cosa a' soldati,  il che  cagione  che  molti  lo  vadano  a
servire e diventino sofiani volontariamente.
Cap. 13.

Questa nuova and in Ardovil,  dov'era la moglie di Secaidar con sei figliuoli,
e subito ch'intesero questo li tre figliuoli maschi scamparono, e un and nella
Natolia, l'altro in Aleppo,  il terzo and in quell'isola che di sopra ho detto
ch' nel mar di Van e di Vastan,  nella qual  la citt de' cristiani armeni, e
vi dimor quattro anni in casa d'un pap over prete. Questo figliuolo avea nome
Ismael, ed era d'et di tredici in quattordici anni, molto gentile e cortese. E
parmi che 'l pap col qual Ismael  stava  sapeva  alquanto  d'astronomia,  onde
conobbe  con l'arte sua che questo giovanetto dovea aver gran signoria: per il
pap in secreto l'onorava  molto,  e  tanto  l'accarezzava  quanto  a  lui  era
possibile.  Fecegli  anche  chiaramente  conoscere  la  nostra  santa  fede,  e
ammaestrollo  nella  Scrittura  sacra,   facendogli  conoscere  che  la   setta
macomettana era vana e trista.
In  capo  di  quattro  anni  venne  volont ad Ismael di partirsi d'Arminig,  e
andossene in Chilan,  dove  stette  un  anno  in  casa  d'un  orefice,  che  fu
grand'amico di suo padre, e lo tenne secreto e molto ben ricevuto e onorato. In
questo  tempo  questo  figliuolo  secretamente scrisse molte volte in Ardovil a
certi personaggi nobili,  che  gi  furono  amici  di  suo  padre,  e  fra  lor
ordinarono  molte  cose: e in capo dell'anno deliberorno vendicar l'onta di suo
padre,  e insieme con l'orefice  congregarono  da  diciotto  in  venti  uomini,
ch'erano  della  setta  sofiana,  per  andar secretamente a pigliar un castello
nominato Maumutaga.  E  parmi  che  Ismael  aveva  ordinato  a  dugento  uomini
d'Ardovil, amici di suo padre, che dovessero venire armati in un luogo appresso
il castello, in una valletta piena di canne, e quivi dovessero star nascosti. E
come  fu  dato  l'ordine,  Ismael cavalc da Chilan co' suoi compagni e venne a
Maumutaga,  e correndo con molta furia  alla  porta  del  castello  ammazz  le
guardie e serr la detta porta.  Nel castello erano poche genti, le quali tutte
furono tagliate a pezzi, eccettuando i putti e le donne. Ismael poi mont sopra
una torre e fece un segno che fra loro era ordinato,  e quelli dugento  cavalli
con  molta  fretta  entrarono nel castello,  e poi tutti insieme uscirono in un
borgo ch'era di sotto il castello,  e ammazzavano quanti innanzi gli  venivano,
saccheggiando  tutt'il borgo e portando nel castello tutti li bottini ch'aveano
fatti, dove stava l'orefice con dieci compagni per guardia della porta.
Questo castello di Maumutaga  molto ricco,  per esser porto e  scala  del  mar
Caspio: tutte le navi che vengono da Strevi, da Sara e da Masandaran, e cariche
di mercanzie per Tauris e per Sumacchia,  si discaricano in quel luogo.  Ismael
trov nel borgo del castello gran tesoro,  che tutto dispens a' suoi  sofiani,
non  si  tenendo  per lui cosa alcuna.  Sparsesi la fama per tutt'il paese come
Ismael,  figliuolo di Secaidar,  aveva preso il bel castello,  e  tutto  quello
ch'egli aveva trovato avea donato a' suoi soldati e compagni: e per questa fama
d'ogn'intorno gli correva gente,  e chi non era sofiano si faceva, per andare a
servir il cortese Ismael,  con speranza d'aver doni da  lui,  laonde  in  pochi
giorni  congreg  pi  di  quattromila  sofiani,  che  tutti  si  ragunarono  a
Maumutaga. Questa nuova and ad Alumut e parvegli molto strana,  e volse mandar
le   sue  genti  a  Maumutaga;   ma  fu  disconsigliato,   per  esser  fortezza
inespugnabile,  n si pu aver per battaglia n meno per  assedio,  perch  chi
l'assedia da terra non pu fare effetto alcuno, che 'l mare gli  aperto. Rest
anche  Alumut di mandarvi il campo,  giudicando che Ismael non dovesse proceder
pi avanti,  e sperando di pigliarlo con qualche inganno,  non  sapendo  quanto
avevano ordinato i cieli.


Ismael  va  contra  il  re  Sermangoli  e  gli prende la citt di Sumacchia,  e
saccheggiandola dona ogni cosa a' soldati,  onde Alumut dubitando fa ragunar le
sue  genti;  e  Ismael domanda soccorso dagli Iberi,  e avutolo va ad assaltare
alla sprovista l'esercito d'Alumut,  il quale se ne fugge in Tauris  e  poi  in
Amit.  Ismael  seguitando la vittoria pigli Tauris,  dove,  usando molte altre
crudelt, fece anche tagliar la testa a sua madre.
Cap. 14.

Ismael di giorno in giorno faceva genti,  e  quanti  andavano  a  lui  a  tutti
donava;  e vedendosi gran signore deliber di pigliare Sumacchia, e ragunate le
sue genti cavalc alla volta di Sumacchia. Sermangoli, re del paese,  vedendosi
venir  addosso  i  sofiani,  abbandon  la citt e ritirossi in un grande e bel
castello,  e d'ogni banda inespugnabile,  perci ch' posto sopra un  altissimo
monte,  ed  di sasso vivo, ed  nominato Culistan: e questo fece per assicurar
la sua persona. Da Maumutaga a Sumacchia vi sono solamente due giornate, s che
presto Ismael v'arriv col suo esercito, e quivi fece grand'uccisione di quelle
meschine genti. Questa citt  grande e ricca,  porto e fonte di mercanzie e di
mercanti,  onde  Ismael  col  suo  esercito  fecero di grossi bottini e feronsi
ricchi. La fama si spandeva per tutta la Persia e per la Natolia delle vittorie
e della cortesia d'Ismael,  che tutto donava a' suoi soldati: per  questa  fama
chi non era sofiano diventava, per aver gran guadagno.
Vedendo  Alumut  che  Ismael  procedeva  molto  avanti  con  la  fortuna  a lui
favorevole, e che tuttavia congregava gente, non poco dubitando fece chiamare i
suoi baroni,  e ordin che con ogni celerit ragunassero le lor genti:  di  che
avendone avuto aviso Ismael,  e anch'egli dubitando, mand in Iberia, essendovi
da Sumacchia nel paese d'Iberia tre o vero quattro giornate di  camino.  Questa
Iberia  una gran provincia,  e tutti sono buoni cristiani,  ed  signoreggiata
da sette gran signori,  e de' quali ve ne sono due o vero tre che confinano con
la Persia,  cio col paese di Tauris,  l'uno nominato Alessandro Sbec,  l'altro
Gorgurambec, il terzo Mirzambec: e a questi mand Ismael, domandando loro gente
da combattere,  con dir che tutti coloro i  quali  andassero  al  servizio  suo
rimarrebbero  sodisfatti  e  ricchi,  offerendosi,  possedendo esso la sedia di
Tauris, di farli esenti d'un certo tributo che pagavan al re di Persia; onde li
signori cristiani gli mandarono ciascuno tremila cavalli,  che vengono a essere
novemila  in  tutto.  E  questi  Iberi  sono  uomini  valentissimi  a cavallo e
terribili in battaglia; e tutti se ne vennero a Sumacchia,  dov'era Ismael,  il
quale  fece  loro grandissimi doni,  de' tesori che in Sumacchia aveva trovato,
per essere citt ricchissima.
Alumut sultan,  intendendo per spie quanto Ismael operava,  avvegna  che  fusse
giovanetto  e  di  minore  et  d'Ismael (per che Ismael era d'et di dicenove
anni, come da molte persone m' stato accertato,  e Alumut era di sedici anni),
si part di Tauris per venir a trovar Ismael,  il quale gi all'incontro se gli
era incamminato con le sue genti,  ch'erano da quindici o  sedicimila  persone.
Onde,  camminando  l'uno  contra  l'altro,  s'affrontarono insieme tra Tauris e
Sumacchia.  Ma perch nel viaggio v' un grandissimo fiume,  sopra il quale  vi
sono due ponti di pietra mezo miglio lontani l'un dall'altro,  essendovi giunto
prima Alumut col suo campo, ch'era di trentamila valent'uomini,  fece rompere i
ponti,  di  modo  che  non  si poteva passare: e quivi il giovane sultan Alumut
accampossi.  Il giorno seguente giunse il  nuovo  capitano  Ismael  all'istesso
fiume, ma n l'uno n l'altro poteva passare; nondimeno la fortuna, insieme con
la  diligenza  d'Ismael,  fece s che in quel circuito si trov il passo dove a
guazzo si poteva passare,  e quivi la notte seguente apparecchi le sue genti e
pass il fiume all'alba. E ragunate tutte insieme, senza ordinar schiera alcuna
ma  con tutt'il campo in frotta,  assalt l'esercito d'Alumut,  che sicuramente
tutti ne' padiglioni dormivano,  e cominciorno a far grande uccisione di quelle
meschine genti,  delli quali parte era imbriaca di vino e parte d'erba,  di tal
maniera che non sapeano difendersi:  e  cos  a  l'ora  di  terza  tutti  furno
tagliati a pezzi,  salvo che Alumut,  ch'era fuggito con certi pochi compagni e
andato in Tauris,  dove stava il suo tesoro e il suo arin,  e andossene poi  in
Amit.
Ismael fece di gran bottini, pigliando padiglioni, trabacchi, cavalli e arme, e
tutto  quello che a un capitano faceva bisogno,  e ciascuno de' suoi soldati si
fece ricco.  E in questo luogo stettero quattro  giorni  riposandosi,  che  pel
longo  e  forte  combattimento  erano stanchi.  E,  non contenti di questo,  si
levarono cavalcando verso la citt di Tauris,  dove essendo entrati  senz'alcun
contrasto  furono  fatte  grandissime uccisioni,  e tutti quelli ch'erano della
schiatta di Iacob sultan furono mandati  a  fil  di  spada,  e  a  molte  donne
ch'erano gravide apersero li corpi e,  tratte le creature,  erano scannate.  Fu
poi aperta la sepoltura di Iacob,  e di molti altri baroni ch'erano morti,  che
furono nella battaglia quando suo padre fu ammazzato in Derbant, e fece bruciar
l'ossa di tutti.  Fece poi venir trecento publiche meretrici,  e le fece metter
tutte in una schiera e tagliarle per mezo. Poi fece venir da quattrocento blasi
ghiottoni,  ch'erano allevati sotto Alumut,  e a tutti fece tagliar  la  testa.
Fece anche ammazzare tutti li cani ch'erano in Tauris, e molt'altre cose. Fatto
questo,  si  fece  venir  sua madre avanti,  la quale,  per quel ch'io ne potei
intendere, fu della stirpe di Iacob sultan,  e trov ch'ella era maritata in un
di quei baroni che si trovarono nella battaglia in Derbant, e dissegli di molte
villanie,  e  in  sua  presenza  le fece tagliar la testa: tal che dal tempo di
Nerone in qua non  stato mai uno tanto crudele.


Come molte citt e  signori  renderono  ubbidienza  a  Ismael,  eccettuando  un
castellano d'un castello de' cristiani, che lo tenne cinque anni, ma, intesa la
morte  d'Alumut,  s'accord  con  Ismael.  Nelle ville di questo castello vi si
truovano libri scritti con lettere latine in lingua italiana.
Cap. 15.

In questo tempo molte terre,  citt e castella vennero  a  inchinarsi.  Vennero
anche alla sua presenza molti signori e baroni che s'umiliarono,  mettendosi la
berretta rossa,  baciandogli le mani e  facendosi  suoi  vassalli,  eccetto  un
castellano  d'un castello longi da Tauris due giornate,  nominato Alangiachana.
Questo  castello  tiene  diciotto  ville  de'  cristiani  che   si   mantengono
all'apostolica,  e  ogn'anno  si  sogliono  mandar  dal patriarca due uomini di
quelle genti a Roma al papa,  che gli portino incenso;  e il  patriarca    poi
confermato da sua Santit, che gli avea mandato una bella mitria. Dicono i loro
uffici in lingua armena,  avendo perduta la lingua italiana.  Nelle dette ville
si truovano di molti libri e scritture in  lingua  italiana,  e  stando  io  in
Tauris  furon  portati  due  libri scritti con lettere italiane: l'uno trattava
d'astronomia, l'altro erano regole d'imparar grammatica.  In queste ville nasce
anche gran quantit di cremesi grosso.  Or,  come avete inteso, questo castello
fu delle ultime fortezze che perdettero li cristiani,  e gi  gran  tempo  che
quivi aveano perduto il volgare italiano.
Questo castellano adunque,  poi che il capitano Ismael ebbe conquistato Tauris,
per quattro o cinque anni si tenne,  perci ch'egli  era  grand'amico  d'Alumut
sultan,  e anche perci che nel castello vi stava di molto tesoro,  ch'Assambei
sultan e Iacob suo figliuolo avean riposto in salvo. Venuto poi a morte Alumut,
e il castellano inteso la nuova, n volendo pi tenersi,  accordossi con Ismael
e dettegli il bel castello col tesoro nelle mani. Come Ismael ebbe posseduto la
sedia regale, da tutt'il popolo fu nominato sultan, vedendo ch'egli otteneva s
maravigliose vittorie, e da ognuno era molto onorato e amato e riverito.


Muratcan, figliuolo di Iacob sultan, vien contra Ismael per torgli il regno, ma
venuto  a  far  giornata  riman  vinto,   essendogli  tagliato  a  pezzi  tutto
l'esercito, e se ne fugge in Bagadet.
Cap.16.

Essendo Ismael sultano in Tauris, Muratcan, sultan di Bagadet,  con un esercito
di trentamila combattenti si mosse per venir in Tauris e torgli il regno, che a
lui  s'aspettava.  La  qual  cosa  intendendo  Ismael,  mosso da grande sdegno,
congreg i suoi baroni e i suoi soldati,  e uscito fuori di Tauris con  le  sue
genti  nella  bella  pianura  intese  che  Muratcan veniva con molta prestezza,
pensandosi di far gran guadagni.  Questo Muratcan fu figliuolo di sultan Iacob.
Onde  Ismael  preg  tutti i suoi baroni e soldati che ciascun volesse portarsi
virilmente;  preg anche quei  signori  iberi  che  volessero  esortare  i  lor
soldati, come fecero quando fracassarono tutt'il campo di Alumut: cos ciascuno
gli prometteva,  e parevagli un'ora cent'anni di venire alle mani.  Essendo gi
giunto Muratcan nella pianura di Tauris con l'esercito suo,  poco  lontano  dal
campo d'Ismael sultan,  fermossi appresso d'un picciolo fiume per rinfrescar li
suoi soldati;  Ismael ne venne dall'altra riva,  e  quivi  accampossi:  e  cos
stando  ambidue  gli  eserciti  s'invitavano  sfidandosi  all'arme,   dicendosi
villania l'un l'altro.  Sul mezogiorno Muratcan facendo animo a'  suoi  soldati
contra gli nimici sofiani,  e il simile facendo Ismael sultan dall'altra parte,
alla fine Muratcan fece tre schiere di tutti i suoi; e vedendo Ismael il modo e
proceder del nimico,  fece anch'egli due schiere del suo esercito: una fu degli
Iberi,  ch'erano  novemila,  l'altra  di  sofiani,  e separata l'una dall'altra
ordinarono i caporali come nelle battaglie conviensi,  e tutto quel giorno e la
notte seguente ambidue gli eserciti stettero su l'armi. Apparita che fu l'alba,
cominciarono a sonar di molti stromenti, che li Persiani usano nelle battaglie,
esortandosi l'un con l'altro a combatter valorosamente.
Venuto  il giorno chiaro,  Muratcan fu il primo ad assalir le genti sofiane con
diecimila combattenti,  ed entrando nella battaglia fece grand'uccisione: ma in
breve ora i suoi soldati rimasero perdenti. Il che vedendo Muratcan con l'altre
due  schiere  a  un  tratto  entr  nel fatto d'arme,  e parimente fece Ismael,
constretto  dal  bisogno,   laonde  fu  sparso  tanto   sangue   e   fatta   s
grand'uccisione che mai nella Persia, dal tempo di Dario in qua, a un tratto in
una  battaglia  non    stata  la  maggiore,  che  dur  dalla  mattina  fin al
mezogiorno. E ne rimase con la perdita e con gran danno Muratcan,  il quale con
poche genti se ne fugg e ritorn in Babilonia, o vogliamo dire in Bagadet, con
molto  suo  disonore  e scorno;  cos come pel contrario Ismael ne riport gran
lode,  e fece di molti bottini di padiglioni,  trabacche e  cavalli,  e  se  ne
ritorn  in  Tauris con gran trionfo e onore immortale,  e longamente nel magno
palagio Astibisti dimor,  godendosi ne' trionfi e  piaceri,  essendogli  stato
ucciso poco numero di gente.  Ma quei di Babilonia, eccettuando da 50 in 70 che
scamparono con Muratcan,  tutti furono tagliati a pezzi,  che potevan essere da
trentamila: e ne fa fede l'istesso luogo dove fu fatta la battaglia,  che vi si
vedono monti d'ossa di quelle meschine genti.
In quel tempo Ismael poteva essere d'et circa 19 anni, come gi ho detto;  e i
fatti e le prodezze che sin qui ho raccontato tutte le fece in un anno,  che fu
dell'anno 1499.  E mentre io stava in Tauris,  d'ogn'intorno correvano le genti
con  l'armi in mano per servirlo,  massimamente della Natolia,  di Turchia e di
Caramania: e a tutti Ismael donava,  a chi assai  e  a  chi  poco,  secondo  la
condizione e la presenza dell'uomo.


Sultan Calil,  signor d'Asanchif,  e Ustagialu Maumutbec, barone della Natolia,
vennero a render ubbidienza a Ismael, il quale,  avendo tre sorelle,  ad ognuno
di  loro ne d una per moglie;  ma poi Ustagialu fa guerra a sultan Calil,  per
ordine d'Ismael,  il quale con grossissimo esercito va  contra  Aliduli  e  gli
rovina  il  paese,  uccidendoli  alcuni  suoi figliuoli e gran numero delle sue
genti.
Cap. 17.

La provincia di Diarbec sempre fu sottoposta al regno di Persia,  e per sultan
sciech Ismael,  ch'avea conquistato la sedia,  volse ch'anche tutt'il paese gli
rendesse ubbidienza: onde sultan Calil, che dominava Asanchif,  and in persona
da  Ismael,  e tolse la berretta rossa e gli promise d'essergli buon servitore,
per il che Ismael gli fece di gran doni, e confermollo in signoria, e anche gli
diede una sua sorella per moglie,  e cos  tornossene  in  Asanchif  con  molta
festa.  Un altro baron della Natolia,  ch'era venuto a servire Ismael con sette
fratelli, tutti uomini valorosi,  nominato Ustagialu Maumutbec,  aveva avuto in
dono la bella provincia di Diarbec,  eccettuata la signoria d'Asanchif, onde il
detto Ustagialu venne e conquist la detta provincia,  eccetto Amit e Asanchif.
E  perch  sultan  Calil  aveva  trapassati  (come  si  diceva) li comandamenti
d'Ismael,  vols'egli che Ustagialu dominasse totalmente tutta la  provincia,  e
mand un suo ordine a Calil,  che dovesse consegnar la citt e tutti i castelli
a Ustagialu; e parimente mand ordine a Ustagialu che dovesse ricever la citt,
non ostante che Calil fusse suo cognato, perci che Ustagialu, quando egli and
all'impresa della provincia,  ebbe per moglie la seconda sorella  d'Ismael,  s
ch'ambidue venivano ad essere suoi cognati.  Ma sultan Calil  curdo,  e questi
Curdi sono malvoluti da' sofiani,  per che non sono  ubbidienti.  Come  sultan
Calil non volse consegnar cosa alcuna a Ustagialu,  Ustagialu, mosso da sdegno,
con circa diecimila cavalli gli venne addosso,  e lo combatteva giorno e notte,
com'ho detto, insino all'anno 1510, che fu al mio venire d'Azemia, e non l'avea
anche potuto conquistare.
In  questa provincia di Diarbec gli Aliduli erano soliti far di molte correrie,
e danneggiar molto il paese d'Orfa,  Somilon e Dedu.  Orfa era una gran  citt,
l'altre due sono castella: aveano anch'esse una citt,  detta Cartibirt, ch'era
dominata da un figliuolo d'Aliduli,  n Ustagialu l'avea potuta  avere.  Questa
citt  con  le  sue castella era sottoposta al regno di Persia,  ma gli Aliduli
l'avevano usurpata al tempo di sultan Iacob,  e  dopo  ch'Ustagialu  le  tolse,
com'ho detto,  gli Aliduli facevano molti danni per il paese: per il che Ismael
deliber di venire in persona a destruzion degli Aliduli,  e ingrossato il  suo
esercito se n'and ad Arsingan, il qual  un castello che sta nel confine della
Trabisonda,  della  Natolia e della Persia.  Quivi Ismael congreg gran gente e
prese quel castello, il qual era stato usurpato da un figliuolo d'Ottomano, che
signoreggiava la Trabisonda nel tempo che sultan Iacob mor: e in questo  luogo
Ismael  vi  stette  da  quaranta  giorni,  e  adun  da  settantamila uomini da
combattere,  non gi perch tanta gente facesse bisogno per combattere con  gli
Aliduli,  ma  perch dubitava d'Ottomano e del soldan del Cairo,  perci che 'l
paese degli Aliduli era nel mezo de' confini del soldan del Cairo e  d'Ottoman.
E  stando  Ismael  in  Arsingan,  fece  due ambasciatori,  uno a Ottomano della
Natolia,  nominato Culibec,  l'altro al soldano del Cairo,  detto  Zachariabec,
promettendo  a'  detti  signori,  per la testa e per loro sacramenti,  giurando
sopra a Mortezali,  che n  all'uno  n  all'altro  signor  farebbe  danno,  ma
solamente andarebbe a distruzione del suo nimico Aliduli.
In capo di quaranta giorni Ismael si lev d'Arsingan,  con li suoi settantamila
combattenti, per venirsene alla volta d'Aliduli. Da Arsingan al paese d'Aliduli
vi si puote andare in quattro giornate da campo,  ma  Ismael  non  fece  quella
strada,  perch  volse pigliar la volta di Cesaria,  ch' una citt d'Ottomano,
per potersi fornire di vettovaglie, s come fece col suo denaro. Essendo Ismael
nel detto luogo,  fece gridare pel paese che ognuno dovesse portar  vettovaglie
da  vendere,  che  gli  sarebbero  ben  pagate.  Fece  poi  far bando per tutto
l'esercito,  sotto pena della testa,  che niuno avesse  animo  di  pigliare  un
fuscello di paglia senza pagarlo, per che questa citt era d'Ottomano, ed  il
confine degli Aliduli. E, dimoratovi quattro giorni, Ismael levossi e con tutto
l'esercito  se n'and al Bastan,  dov' una bella campagna e un bel fiume,  con
molte ville. Di l a una giornata v' la sedia d'Aliduli,  ch' una citt detta
Marras.  Ismael,  avendo prima rovinato e bruciato il paese di Basten, ne venne
poi alla detta Marras,  dove Aliduli era scampato;  e  andato  sopra  una  gran
montagna detta Caradag,  alla quale solo per una stretta via s'ascende,  avendo
seco di molta  gente,  Ismael  rovin  il  paese  e  ammazz  alcuni  figliuoli
d'Aliduli,  e anche molte genti,  le quali di tempo in tempo descendevano dalla
montagna per far saltare li sofiani,  che dalle molte spie che Ismael teneva in
diversi  luoghi,  e  anche dagl'istessi Aliduli che occultamente erano sofiani,
venivano scoperte: di modo che, sapendosi la lor discesa dal monte,  facilmente
da' sofiani erano tagliati a pezzi.
Il tempo ch'Ismael entr nel paese degli Aliduli fu a' 29 di luglio del 1507, e
vi stette fino a mezo novembre.  Levossi poi per andar nel suo paese,  per che
in quello degli Aliduli non era pi vettovaglia,  e anche per le  gran  nevi  e
freddi  che sono per tutto quel paese,  di maniera che niun esercito pu starvi
accampato di verno: e per fu forza ch'Ismael si partisse.


Amirbec fa prigione sultan Alumut,  che fidatosi di  lui  lo  ricev  co'  suoi
soldati  in  Amit  cortesemente,  e  Amirbec  gli  mise  una  catena al collo e
incatenato lo condusse a Ismael,  il quale con le proprie mani  gli  tagli  la
testa.  Piglia la citt di Cartibirt e il figliuolo d'Aliduli,  e gli taglia la
testa; e passato il verno se ne torna in Tauris.
Cap. 18.

Essendo io in Malacia,  ch'  una  citt  del  soldan  del  Cairo,  venendo  da
Cimiscasac  e  d'Arsingan  per  tornar  in Aleppo,  trovai Amirbec,  signore di
Mosulminiato,  il qual  molto fedele a Ismael,  e porta legate  al  collo  due
catenelle  d'oro,  piene di molti diamanti e rubini,  e insieme anche legata la
bolla d'Ismael,  la qual d'ogni suo secreto  sigillo.  E  quando  gli  bisogna
suggellare  alcuna  cosa,  ad  Amirbec  conviene suggellarla con le sue proprie
mani. Costui ha fatto morire molti signori, per far cosa grata a sultan Ismael,
e stando io in Malacia trovai ch'egli avea preso il giovanetto  sultan  Alumut,
il quale fu sconfitto da sultan Ismael.
E  fu preso in questo modo,  che venendo Amirbec con quattromila combattenti da
Mosul se n'and in Amit, dove sultan Alumut dimorava,  fingendo di voler andare
a  soccorrerlo,  pel  dubio  ch'egli  aveva del ritorno d'Ismael: e cos Alumut
l'accett cortesemente,  come a un signor si richiede,  avendogli  pel  passato
sempre  usato  cortesia,  per  esser  stato  Amirbec suo barone.  E per Alumut
fidatosi e lasciatolo entrare  nella  citt  con  quattromila  soldati,  subito
Amirbec pose le mani addosso al meschino Alumut, e misegli una catena al collo,
dicendogli: "Tu sei prigione d'Ismael sultan". E, lasciato un governatore nella
citt,  cavalc  per trovare Ismael insieme col prigione Alumut e se ne venne a
Malacia,  dov'io era,  per che questa citt  il pi  propinquo  luogo  e  pi
commodo per entrare nel paese d'Aliduli,  dov'era Ismael,  e stette un giorno e
mezo,  co' quattromila sofiani ch'erano con esso lui: e io con gli  occhi  miei
viddi il giovanetto Alumut, che stava in catena in un padiglione. Partitosi poi
Amirbec,  se n'and a trovare Ismael,  ch'era poco distante, e presentogli quel
bel presente. Ismael, fattolo venire alla sua presenza, con le proprie mani gli
tagli la testa;  poi si mise subito a camminare  per  entrar  nel  suo  paese,
dubitandosi  delle  nevi,  e  se ne venne a Malacia,  e non vi stette se non un
giorno per fornir le sue genti di vettovaglia;  e pass il fiume  Eufrate,  che
scorre  dieci  miglia  lontano  da  Malacia,  e  se  n'and  a Cartibirt,  dove
signoreggiava un figliuolo d'Aliduli,  nominato Becarbec,  con  gente  assai  e
fornito di vettovaglie: ma nulla gli giov,  perci ch'Ismael prese la citt, e
a lui con le sue mani tagli la testa,  e poi con  molta  celerit  s'incammin
verso Tauris.
Di  qua da Tauris sei giornate,  per quelle nevi e gran freddo,  morirono genti
assaissime e molti cavalli e cameli, e perderono bottini assai, ch'aveano fatti
nel paese d'Aliduli.  Ma pur tanto cavalc Ismael che giunse a Coi,  in un  suo
bel palagio ch'egli stesso aveva fatto fabricare,  e vi dimor insin al naurus,
cio fino al tempo nuovo. Dopo deliber d'andar a distruggere Muratcan,  sultan
di Bagadet, e andatosene in Tauris, e trovato i suoi due fratelli, ch'egli avea
lasciati  al  governo  della citt quando and contro Aliduli,  che non avevano
servato totalmente i suoi comandamenti,  poco manc che non tagliasse  loro  la
testa:  ma  per preghi di molti signori i giovanetti scamparono dalla morte;  e
con tutto questo Ismael non rest gi di  confinargli  nella  terra  d'Ardovil,
della  qual  essi  sono  nativi,  n  possono partirsi di quel paese e meno far
gente, eccetto che dugento cavalli per ciascuno.


Ismael col suo esercito va contra Muratcan, il qual  abbandonato da molti suoi
baroni e soldati, che fuggirono nell'esercito d'Ismael;  Muratcan,  offerendosi
d'esser suo vassallo,  gli manda ambasciatori, e Ismael gli fa tagliare a pezzi
con tutti li lor compagni,
onde Muratcan se ne fugge e, non essendo ricevuto in luogo alcuno,  se ne va ad
Aliduli,
che gli d una sua figliuola per moglie.
Cap. 19.

Venuto  che  fu  il  tempo  nuovo,  Ismael  aveva  congregato  da 30 in 40 mila
combattenti, co' quali egli si mise in cammino e se ne venne in Casan,  la qual
citt  sua; e, dimoratovi alcuni giorni, se n'and poi in Spain, ch' una gran
citt   e   benissimo   popolata,   ch'era   di  Moratcan:  il  quale,   veduto
l'inconveniente, dall'altra banda avea gi fatto circa 36 mila combattenti,  ed
era  venuto in Siras,  ch' una citt molto pi grande e pi bella che non  il
Cairo  d'Egitto.   Moratcan  stava  in  Siras  e  Ismael  in   Spain,   ambidue
apparecchiati:  Ismael  avea  di  molta  gente,  tutta sofiana e valent'uomini;
l'esercito di Moratcan era di genti comandate,  come sariano cernide,  e venute
quasi per forza e malcontente, perch, intendendo ch'Ismael teneva gran campo e
ch'egli  era  impossibile  di  poter  resistere  nella battaglia,  massimamente
sapendo,  l'altra volta che Moratcan fu rotto nella pianura di Tauris,  che  da
trentamila  combattenti  tutti  furono  rotti  e  tagliati  a pezzi dalla gente
sofiana, e tanto maggiormente temevano, quanto Ismael aveva molto pi numero di
gente che allora non ebbe; onde assai baroni e soldati, diffidandosi, si misero
a fuggire nel campo d'Ismael.
Moratcan, vedendosi a mal partito,  prestamente mand a Ismael due ambasciatori
con  pi  di  cinquecento  compagni,  e  poi  mand lor dietro molte spie,  per
intender tutto quel che succederebbe.  E appresentatisi,  gli ambasciatori  gli
dissero  che Moratcan voleva esser suo barone,  e dargli quel tributo che a lui
fosse stato possibile.  Ismael fece tagliare a pezzi gli  ambasciatori  insieme
co'  compagni,  dicendo:  "Se  Moratcan voleva esser mio vassallo,  doveva egli
venire in persona,  e non mandar ambascieria".  Le spie,  veduto  il  successo,
subito  riportarono  la nuova a Moratcan,  il quale si mise in fuga con tutti i
suoi,  per esser gi sparsa la fama per tutt'il suo campo;  e  molti  de'  suoi
signori  si  misero la berretta rossa,  per il che,  dubitando Moratcan d'esser
preso come gi era stato preso Alumut,  s'elesse tremila  compagni  che  a  lui
parvero pi fidati, e con esso loro s'incammin alla volta d'Aleppo, per fuggir
la furia d'Ismael. Il quale, avendo inteso la sua fuga, gli mand subito dietro
seimila  sofiani  che  lo  perseguitarono;  ma,  passato  ch'egli ebbe un fiume
ch'aveva  un  ponte  di  pietra,  subito  lo  fece  rompere,  e  poco  appresso
sopragiunsero i sofiani, che non poterno far cosa alcuna.
Moratcan  si  mise poi in cammino e venne a un suo castello,  dove stava un suo
schiavo per castellano che,  vedendo il signor  suo  fuggire,  o  forse  avendo
qualche  intendimento  con Ismael,  non gli volse aprire.  E avendo Moratcan in
questo castello molto tesoro,  n potendovi entrare,  sdegnato fece tagliare  a
pezzi tutti gli uomini e le donne ch'erano in un borgo sotto il castello.  Poi,
inviatosi alla volta d'Aleppo,  in pochi  giorni  giunse  appresso  alla  citt
trenta miglia, e quivi fermossi con quelle poche genti ch'egli aveva, e mand a
Caerbec,  signor d'Aleppo,  a chiedergli salvocondotto: il quale glielo conced
molto volentieri, e ricevettelo con grandissimi onori.  E subito Moratcan mand
molti  de'  suoi  baroni  ambasciatori  al  Cairo,  chiedendo  salvocondotto al
soldano, il quale per qualche rispetto non volse darglielo,  ma gli diede luogo
che potesse andar a star con Aliduli, mostrando in palese che fusse fuggito. Ed
essendovi  andato,  Aliduli  l'accett di tutto cuore,  rammaricandosi del gran
danno ch'egli avea avuto da' sofiani,  ed egli all'incontro si doleva del danno
d'Aliduli,  e  cos ambidue s'andavano confortando: e non ostante le sopradette
cose, Aliduli gli diede una sua figliuola per moglie.


Ismael, presa Bagadet, se ne va in Spain per impedire i Tartari;
e in capo d'un anno se ne torn in Tauris, dove si fecero grandissime feste,
ed esso per quindici giorni attese al giuoco dell'arco.  Narransi in  parte  le
sue qualit.
Cap. 20.

Veduto ch'ebbe sultan Ismael il nimico suo distrutto,  prestamente se n'and in
Siras e in Bagadet,  e fece grandissima uccisione di quelle meschine genti.  In
questo  tempo  il  gran  Tartaro detto Ieselbas era uscito con grand'esercito e
avea preso tutt'il paese di Corasan  e  la  gran  citt  d'Eri,  che  volge  da
quaranta in cinquanta miglia,  benissimo popolata, ed  mercantesca; avea preso
anche Stravi e Amixandaran e Sari.  Queste citt sono sopra  la  riva  del  mar
Caspio  alla banda di levante,  e confinano col paese che di nuovo Ismael aveva
conquistato. Ismael, dubitando, se ne ritorn in Spaan con l'esercito suo.  Or,
essendo il Tartaro desideroso d'ingannar Ismael, gli domand il passo per andar
alla  Meca,  fingendo  di  voler  visitare  il suo profeta,  cio Macometto: ma
Ismael, conosciuta la rete che 'l Tamberlano gli voleva tendere,  non tanto gli
neg  il passo,  quanto anche gli fece risposta con molto brutte parole: dimor
un anno in Spain per resistere all'impeto de' Tartari.  Questo gran  Tamberlano
prese una volta quel medesimo paese, con tutta la Persia e la Soria, s come se
ne vedono memorie in Soria.
In  capo  d'un  anno  Ismael se ne torn in Tauris,  e per la venuta sua furono
fatti grandissimi apparati in molti palagi,  e tutta la citt  faceva  feste  e
trionfi:  dove  io mi trovai,  mandato da' mercanti per riscuotere dal traditor
Chamainit il Casvene. Ismael per quindici giorni non cess di giuocare all'arco
ogni giorno, nel mezzo d'un maidano,  con molti suoi baroni.  In mezo di questo
maidano v' una longa antenna, sopra la quale mettono un pomo d'oro, e per ogni
volta  ch'egli  giuoca  hanno  venti  pomi,  dieci  d'oro e dieci d'argento,  e
pongongli sopra la cima dell'antenna, poi co' lor archi e con alcuni bolzonetti
fatti a posta li tirano correndo: e chi getta a terra il pomo se lo piglia  per
suo, e ogni volta che ne vien gettato alcuno, Ismael con tutti i suoi baroni si
riposano  tanto spazio quanto si consumeria in dir tre fiate il salmo Miserere,
bevendo delicati vini e mangiando confezioni.  E mentre ch'egli  giuoca  stanno
sempre alla sua presenza due giovanetti belli come angeli,  uno de' quali tiene
un vaso d'oro con una coppa,  l'altro tiene due  scatole  di  confezioni;  e  i
baroni  hanno  separatamente  i lor vini e confezioni.  E quando Ismael si va a
riposare i due giovani si ritirano appresso  il  lor  signore,  porgendogli  le
confezioni  e 'l vino.  E avvegna che nel corso non gettassero altro pomo,  non
resta per Ismael di tornare  a  far  collazione;  e  quand'egli  fa  di  simil
giuochi,  tiene  sempre  appresso  mille  uomini  armati  per guardia della sua
persona,  oltre che saranno poi da trentamila persone attorno attorno  di  quel
maidano tra soldati e cittadini.
Appresso la porta ch'entra nel giardino, dov' la via che va al palagio, v' un
mastab  grande,  e  quivi  si  fanno  portar  da cena tutti li baroni ch'hanno
giuocato,  e Ismael entra a mangiare nel suo palagio Astibisti.  Poi  tutti  li
baroni cantano,  lodando Ismael per esser egli signore e re tanto grazioso;  il
quale di presente  d'et di trentun anno,  ed  di bellissimo  aspetto,  e  in
vista  mostra  d'esser  molto  benigno,  n   di troppo alta ma di ragionevole
statura,   grosso e largo nelle spalle,  e nel viso mostra  d'essere  alquanto
biondo.  Porta la barba rasa,  lasciatovi solo i mostacchi, e mostra d'esser di
natura d'aver poca barba.   piacevole  com'una  damigella,  e  naturalmente  
mancino, cio adopra la sinistra mano in cambio della destra; gagliardo come un
daino,  e  molto  pi forte che niun de' suoi baroni.  E quando giuoca all'arco
tirando a' pomi, de' dieci che vengono gettati egli ne getta li sette,  tanto 
destro; e mentre dura il giuoco sempre si suonano di molti instrumenti, e molte
donne  ballano  in  quella  festa,  secondo  la  lor usanza,  cantando le laudi
d'Ismael. Il qual dimor in Tauris da quindici giorni,  poi se n'and a Coi con
tutto l'esercito, dove stette due mesi.


Sermangoli  rompe  i  patti  fatti  con Ismael,  il qual torna un'altra volta a
rovinargli il paese, mandando a tal impresa due capitani;  ed esso,  partendosi
da Canar, se ne va verso il mar Caspio, pigliando molti luoghi, e fra gli altri
il castello della citt di Derbant, ch' molto grande e forte.
Cap. 21.

Stando in Coi,  parmi che Sermangoli,  ch' re di Servan e tributario d'Ismael,
aveva rotti i patti ch'erano tra loro: per Ismael, mosso da sdegno,  ragun le
sue genti e se ne torn un'altra volta a distrugger quel paese,  come dianzi ho
raccontato,  ch'egli un'altra volta pigli quel paese,  e diedelo a  colui  che
prima n'era signore;  il qual, essendone privo e avutolo da Ismael, gli promise
di servargli fede, ma l'ingann, per il che ritorn a toglierlo,  e and poi in
Carabacdac con tutt'il suo esercito. Carabacdac  una campagna che volge pi di
mille miglia,  nella qual v' un bel castello chiamato Canar, ch'ha sotto di s
molti villaggi: e quivi si fanno le sete che  da  questo  luogo  sono  chiamate
canare.  Ismael vi stette da otto giorni per rinfrescar le sue genti, per esser
paese molto abbondante.  In questo luogo egli fece due capitani: uno fu Lambec,
l'altro Bairambec. Questo Bairambec  quello che prese il castello di Van, come
di  sopra ho detto,  ed  cognato d'Ismael,  il qual ha tre sorelle maritate in
tre baroni: il primo  Bairambec, il secondo  Custagialutbec,  il terzo sultan
Calil,  ch'  signor  d'Asanchif.  Fatti  li  due  capitani,  Ismael  gli mand
all'impresa di Sumacchia,  dando loro la bella citt.  Ed essendovi andati,  li
detti capitani la ritrovarono tutta vota,  che tutti erano fuggiti nel castello
Culustan,  il qual  grande com'una citt e inespugnabile,  perci  ch'  posto
sopra  un  alto  monte:  e  il  re  del  paese  v'avea  messo  un bell'uomo per
castellano,  a lui molto fedele,  e parmi che 'l detto castellano avesse ordine
dal suo re che, se Ismael veniva in persona a Sumacchia, gli dovesse consegnare
il castello Culustan,  ch' separato dalla citt per spazio di mezo miglio. Or,
veduto Bairambec e Lembec ch'ognuno  s'era  ritirato  nel  castello,  pigliorno
partito  con  diecimila  valent'uomini  d'assediarlo,  perch d'ogn'intorno era
fortissimo n da alcuna parte si poteva combattere,  e massimamente non  avendo
appresso di loro ingegni da far trabucchi n artiglierie.
Stando  questi  capitani  all'assedio,  Ismael  si part da Canar e se n'and a
Maumutaga,  e subito gli fu dato quel castello,  perch i cittadini non volsero
aspettar  la  battaglia,  avendo  essi  un'altra  volta  provato il furore e la
crudelt: Ismael cav di esso molta ricchezza,  e tutto don a'  suoi  soldati.
Poi  si mise in cammino per la riviera del mar Caspio,  per conquistar il resto
de' castelli ch'erano nel paese di Servan,  il qual  una  provincia  che  dura
sette giornate da Maumutaga fino a Derbant.  In questa riviera vi sono tre gran
citt e tre gran castella: la  prima    Sumacchia,  avvegna  ch'ella  sia  una
giornata  lontana  dal mare;  l'altre sono appresso la marina e parte dentro di
essa,  com' Maumutaga e Derbant.  Ismael camminando giunse a un castello detto
Baccara,  il  quale subito gli fu dato;  cammin poi pi oltre una giornata,  e
ritrov un castello detto Sirec,  ch' una bellissima fortezza  sopra  un  alto
monte. Questo castello si tenne tre giorni per fermar li patti con Ismael, e in
capo  di tre giorni Ismael vi mand dentro circa sessant'uomini,  confermandovi
il primo castellano: e parmi che questi sessanta sofiani usassero nel  castello
molte  disonest,  onde  furono tutti tagliati a pezzi dalle genti servane,  le
quali poi la notte scamporno in quell'altissime montagne per tema d'Ismael,  il
quale, non v'avendo trovato alcuno dentro, lo fece tutto rovinare. Scorrendo un
poco avanti si truova un castello e una bella citt nominata Sabran, che non ha
mura: in essa non v'era alcuno,  che tutti erano fuggiti, chi per forza chi per
volontade,  perci che 'l re del paese faceva  disabitar  quel  luogo,  a  fine
ch'Ismael non trovasse vettovaglie; ma egli n'era fornito da Carabacdac, e ogni
giorno gli venivano vettovaglie fresche.
Ismael  scorse  quattro  giornate  e  se  n'and  in Derbant,  e trov la citt
disabitata, che tutte le genti erano fuggite,  chi in Circassia e chi in quelle
montagne,  e  solo  si teneva il castello,  ch' grande e forte,  ed  cos ben
fabricato che par proprio dipinto,  e tutte le torri e mura sono  come  fussero
nuove;  e da ogni banda v'era gente con lancie e con bandiere.  Questo castello
ha due porte,  le quali avevano murate con grossi sassi e  con  buona  calcina.
Quivi  stette Ismael da 15 in 20 giorni,  e undici giorni continovi con tutt'il
suo esercito, ch'erano da 40 mila combattenti, e combatt il castello, e furono
fatte due cave per entrarvi, ma niuna fece l'effetto;  ne fecero poi una grande
a  una  torre,  levando  tutt'il fondamento d'essa,  e la puntellorno con molte
colonne di legno,  e poi ch'ebbero ben puntellato e cavato l'empirono di  legne
ben  secche  e  vi  misero  il  fuoco,  acci ch'abbruciate le colonne la torre
cadesse. Le legne in poco spazio di tempo s'abbruciarono,  e usciva gran fiamma
dalle bocche di quella grotta.  Il fuoco fu posto alle 22 ore,  ma poco effetto
fece, essendo affocato ed estinto nella grotta. Il castellano, dubitando che la
cosa non procedesse pi avanti in suo danno e perdita del luogo,  mand un  suo
messo a mezzanotte da Ismael, offerendogli il castello, pur che fussero salvate
le genti e le robbe loro.  Ismael, avendo veduto il fuoco non operare, diede la
sua fede al messo,  promettendogli  quanto  egli  domandava.  Per  la  mattina
seguente  furno ismurate le porte e datogli il castello nelle mani,  dove trov
molte munizioni, vettovaglie e belle armature,  e delle quali io ne viddi molte
che  furno portate alla presenza d'Ismael;  il quale,  dopo ch'ebbe pigliato il
castello,  vi dimor da otto o nove giorni per  rinfrescar  le  sue  genti.  In
questo  tempo  molti  signori  confinanti  vennero  a umiliarsi,  mettendosi la
berretta rossa.


Ismael se ne torna in Tauris,  per la qual tornata si fanno grandissime feste e
giuochi.  Dell'affezione che gli portano i suoi soldati, e ch' adorato come un
dio;  de' lor vestimenti e armature.  Della disonest usata da lui,  e come  di
novo usc con l'esercito in campagna per andar contra il Tartaro.
Cap. 22.

Essendo  io  in  Tauris  in  quest'ultimo  per  espedizione  alle cose de' miei
crediti,  n potendo essere sodisfatto,  mi bisogn far comandare  Camainit  il
Casvene,  ma  non potei aver chi mi facesse ragione,  perci che costui avea il
favore d'un suo amico  ch'era  caporale,  laonde  io  fui  consigliato  che  me
n'andassi da Ismael.  E cos,  fatto fare una supplicazione, montai a cavallo e
pigliai il cammino verso Ismael,  il qual trovai con l'esercito  nel  paese  di
Servan,  sott'il castello di Sirec che fu rovinato.  E trovandovi alcuni baroni
che gi io avea conosciuti in Tauris, dissi loro il bisogno mio, pregandoli che
mi volessero introdur da Ismael.  Essi mi risposero  non  esser  tempo,  insino
ch'Ismael  non  andava  in  Derbant  e  che  pigliasse  il  castello;  che poi,
trovandosi allegro per l'avuta vittoria,  avrei ottenuto tutto ci ch'io avessi
ricercato.  E,  pigliato  il consiglio,  stetti sempre nel campo fin che Ismael
ebbe il castello, e avutolo ritrovai li detti baroni;  e dato loro la supplica,
con  la  carta che mostrava che 'l mio avversario m'era debitore,  la portarono
alla presenza d'Ismael e fugli letto  il  tutto,  e  subito  mi  fece  spedire,
comandando  a  tutti  i  suoi officiali in Tauris che mi facessero ragione.  Il
comandamento era in scritto, col nome d'Ismael in lettere grandi,  e segnato di
sua  mano  con  un  segno  simigliante  a una Z;  era poi suggellato di mano di
Mirbec,  signor di Mosul,  il qual porta al collo il  suggello  d'Ismael,  ch'
fatto  in  punta  di  diamante,  messo  in  un  anello  d'oro maravigliosamente
lavorato: il sugello  grande come mezza una noce,  e vi  sono  scolpite  molto
belle  e  minute  lettere  col  nome  d'Ismael,  includendovi  dentro  i dodici
sacramenti della setta loro. Io adunque, andato in Tauris, non potei oprar cosa
alcuna,  essendosene fuggito il mio avversario,  onde  io  deliberai  andarmene
verso Aleppo.
Fra questo mezo Ismael venne in Tauris col suo esercito,  per la qual venuta vi
furono fatti di molti apparecchi e acconciamenti di bazzarri,  e tutta la citt
gioiva  nelle  feste  e  ne'  trionfi.  Egli  ogni giorno veniva nella piazza a
giuocar all'arco co' suoi baroni, quali ebbero dal lor re di molti doni; e alla
sua presenza nella piazza ballavano,  sonando cimbali  e  flauti,  cantando  le
laudi  del  magno sultan Ismael.  Questo Sof  tant'amato e tanto riverito che
non solamente vien tenuto come un dio,  ma come dio viene  adorato  da  tutt'il
popolo,  massimamente da' suoi soldati, de' quali ve ne sono molti che vanno in
battaglia senz'armatura, confortandosi che 'l loro signor Ismael debba andare a
soccorrergli nel combattere;  ve ne son anche d'altra sorte che parimente vanno
nella  battaglia  senz'armarsi,  mostrando d'esser contenti d'aver la morte pel
lor signor Ismael,  andandovi col lor petto nudo,  gridando: "Schiac,  Schiac".
Qui  nella Persia il nome d'Iddio  dimenticato,  non ricordandosi mai Dio,  ma
sempre il nome d'Ismael.
Se l'uomo cavalca overo dismonta,  e per avventura  scappucciasse,  non  chiama
altro  Dio  che Schiac,  che in persona vuol inferir [...].  Dio in due modi si
nomina,  e prima dicesi Dio Schiac,  ch'  ciascuno;  poi,  s  come  dicono  i
mosulmani  "Laylla  laylla,  Mahamet  ressurralla";  i  Persiani dicono "Laylla
yllala,  Ismael vellildlla".  Da una banda dicono come egli   Dio,  dall'altra
com'egli  profeta;  e tutti, e particolarmente i suoi soldati, tengono ch'egli
non debba morire,  e che sia per vivere in eterno.  Io in quel paese ho  inteso
che Ismael non  contento d'esser chiamato Dio, n anche adorato.
L'usanza loro  di portar berretta rossa,  e sopravanza quasi mezo braccio, una
cosa come sarebbe un zon,  che dalla parte che si mette in testa viene a  esser
larga,  ristringendosi  tuttavia  sino  in  cima,  ed  fatta con dodici pieghe
grosse come un dito,  che vogliono significare li dodici sacramenti della setta
loro, overo li dodici figliuoli d'Al profeta. Oltre di ci non si tagliano mai
la  barba  n mostacchi.  Il vestimento loro  come fu sempre;  l'armature loro
sono corazze di lame indorate,  intagliate di bellissimi lavori,  e  similmente
molti giacchi di maglia, elmetti come quelli de' Mamalucchi. Le barde loro sono
ingiuppate col cottone e forti a maraviglia; hanno anche barde di lame indorate
di finissimo acciaio di Siras,  e barde di coio,  ma non come i nostri: sono di
pezzi,  come stanno quelle ingiuppate e come quelle  di  Soria.  Portano  anche
molti  elmetti,  over  berrette  d'una  grossissima  maglia.  Poi  ciascuno usa
d'andare a cavallo,  n vi si truova alcun  pedone;  usano  lancia  e  spada  e
satachi, cio cintura, con un arco con molte freccie.
Questa  seconda volta che Ismael venne in Tauris oper cosa strana e disonesta,
perci che fece per forza pigliar dodici giovanetti,  de' pi belli che fussero
nella citt,  e, condotti nel palagio Astibisti, egli volse adempir con loro le
sue triste voglie;  dopo ne don un per uno  a'  suoi  baroni,  che  fecero  il
simile.  E poco prima, quando anch'egli torn in Tauris, pigli dieci figliuoli
d'uomini da bene e fece loro il  simigliante.  Nel  tempo  ch'Ismael  torn  da
Sumacchia  vi  vennero  tre  ambasciatori  iberi,  i quali furono ben onorati e
benissimo veduti,  e don loro anche una donzella per uno di  quelle  mosulmine
ch'egli   aveva   prese  per  forza:  gli  ambasciatori  le  accettarono  molto
volentieri. Mentre che Ismael stava ne' trionfi,  gli venne nuova come le genti
d'Usbec,  cio  del  Tartaro,  avevano  corso  nel  paese  di  Gesti: per fece
deliberazione d'andarsi ad affrontare con lui,  e  subito  uscito  in  campagna
volse  far  la  mostra  de'  suoi  soldati,  comandando  a  tutti li baroni che
dovessero ragunar le genti che ciascuno d'essi era obligato  tenere  in  campo.
Fece anche venire di molt'altra gente da ogni banda,  per far grosso esercito e
andar addosso Ieselbas: e cos congreg molta gente, vedendo che gli bisognava,
per esser questo Tartaro grandissimo signore e molto potente.
Io,  mentre che Ismael ragunava quest'esercito,  mi levai di Tauris tornando in
Aleppo:  e  il mio partire fu il primo di maggio del 1510;  e m'accompagnai con
una mala compagnia.  Pur,  quando piacque al nostro  Signor  Iddio,  giunsi  in
Albir, alli 2 di luglio 1510.



Di messer Iosafa Barbaro,  gentiluomo veneziano,  il viaggio della Tana e nella
Persia.

ESORDIO

La terra  (secondo  quello  che  con  evidentissime  dimostrazioni  provano  li
geometri) in comparazione del firmamento  tanto picciola quanto un punto fatto
nel  mezo della circonferenzia d'un circolo;  della quale,  per esser una buona
parte, secondo l'opinione d'alcuni,  over coperta da acque over intemperata per
troppo  freddo  o  caldo,  quella  parte  che  s'abita    ancora molto minore.
Nondimeno tanta  la picciolezza  degli  uomini,  che  pochi  si  truovano  che
n'abbiano  veduto  qualche buona particella,  e niuno (se non m'inganno) ,  il
quale l'abbia veduta tutta.  E quelli che n'hanno veduto pur qualche particella
al  tempo  nostro,  per la maggior parte sono mercanti,  overo uomini dati alla
marinarezza,  ne' quali due esercizii,  dal principio  suo  per  insino  al  d
presente,  tanto  i  miei padri e signori veneziani sono stati eccellenti,  che
credo con verit  poter  dire  che  in  questa  cosa  soprastiano  agli  altri.
Imperoch,  dopo  che l'imperio romano non signoreggia per tutto come una volta
fece,  e che la diversit de' linguaggi,  costumi e religioni hanno come a  dir
passato e rinchiuso questo mondo inferiore, grandissima parte di questa poca la
qual    abitabile saria incognita,  se la mercanzia e marinarezza per quanto 
stato il poter de' Veneziani non l'avesse aperta.  Tra li quali,  s'alcuno  al
d d'oggi che s'abbia affaticato di vederne qualche parte,  credo poter dir con
verit d'esser io  uno  di  quelli,  conciosiach  quasi  tutt'il  tempo  della
giovent  mia e buona parte della vecchiezza abbia consumata in luoghi lontani,
in genti barbare,  fra uomini alieni in tutto dalla civilt e  costumi  nostri,
tra li quali ho provato e veduto molte cose che,  per non esser usitate di qua,
a quelli che l'udiranno,  i quali,  per modo di dire,  non furono mai fuori  di
Venezia,  forse parranno bugie.  E questa  stata principalmente la cagione per
la quale non m'ho mai troppo curato n di scriver  quello  che  ho  veduto,  n
eziandio di parlarne molto.
Ma, essendo al presente astretto da preghiere di chi mi pu comandare, e avendo
inteso  che  molto  pi  cose  di queste,  che paiono incredibili,  si truovano
scritte in Plinio, in Solino, in Pomponio Mella, in Strabone, in Erodoto,  e in
altri moderni,  com' Marco Polo,  Nicol Conte,  nostri Veneziani,  e in altri
novissimi, com' Pietro Quirini,  Alvise da Mosto e Ambrosio Contarini,  non ho
potuto far di meno che ancora io non scriva quello che ho veduto, prima ad onor
del Signor Iddio,  il quale m'ha scampato da infiniti pericoli;  poi a contento
di colui che m'ha astretto,  e a utile in qualche parte di quelli che  verranno
dopo noi,  specialmente se averanno d'andar peregrinando dove io sono stato;  a
consolazione di chi  si  diletter  di  legger  cose  nuove,  ed  eziandio  per
giovamento  della  nostra  terra,  se  per l'avvenire avr di bisogno di mandar
qualche uno in quei paesi.  Onde io divider il parlar mio in due parti:  nella
prima  narrer il viaggio mio della Tana,  nella seconda quello di Persia,  non
mettendo per n nell'uno n nell'altro  a  una  gran  giunta  le  fatiche,  li
pericoli e i disagi i quali mi sono occorsi.


Del fiume Erdil, altramente detto la Volga; i confini della Tartaria; de' fiumi
Elice  e  Danubio;  d'Alania  provincia,  e perch sia cos detta;  costume de'
Tartari circa le lor sepolture;  del monte Contebbe;  di  Derbent  citt.  Come
l'auttore,  intendendo che nel monte predetto era nascosto un tesoro,  and con
alcuni mercanti e gran numero d'uomini a  cavar  in  detto  monte,  e  le  cose
maravigliose che vi trovarono.
Cap. 1.

Del 1436 cominciai andar al viaggio della Tana, dove a parte a parte sono stato
per  spazio  d'anni  16,  e ho circondato quelle parti,  cos per mare come per
terra, con diligenza e quasi curiosit. La pianura di Tartaria, a uno che fusse
in mezo di quella, ha dalla parte di levante il fiume d'Erdil, altramente detto
la Volga;  dalla parte  di  ponente  e  maestro  la  Polonia;  dalla  parte  di
tramontana  la  Rossia;  dalla  parte  d'ostro,  la  qual  guarda  verso il mar
Maggiore,  l'Alania,  Cumania,  Gazaria: i quali luoghi tutti confinano sul mar
delle  Zabache,  ch'  la  palude  Meotide,  e  conseguentemente  posta tra li
sopradetti confini. E acci che io sia meglio inteso,  io ander discorrendo in
parte  del  mar Maggiore per riviera,  e in parte infra terra,  fin ad un fiume
domandato Elice,  il qual  appresso Capha circa 40  miglia;  passato  il  qual
fiume si va verso Moncastro,  dove si truova il Danubio, fiume nominatissimo: e
di qui avanti non dir cosa alcuna, per esser luoghi assai pi domestici.
La Alania  derivata da' popoli detti Alani,  li  quali  nella  lor  lingua  si
chiamano As: questi erano cristiani, e furon scacciati e distrutti da' Tartari.
La regione  per monti, rive e piani, dove si truovano molti monticelli fatti a
mano,  li  quali  sono in segno di sepolture,  e ciascun di loro ha un sasso in
cima grande con certo buso,  nel quale mettono una croce d'un pezzo fatta  d'un
altro sasso.  E di questi monticelli ce ne sono innumerabili,  in uno de' quali
intendevamo esser ascoso grande tesoro,  conciosiach,  nel  tempo  che  messer
Pietro Lando era consolo alla Tana,  venne uno dal Cairo,  nominato Gulbedin, e
disse come,  essendo al Cairo,  avea inteso da una femina tartara che in uno di
questi  monticelli,  chiamato Contebbe,  era stato nascosto per questi Alani un
gran tesoro;  la qual femina eziandio gli aveva dati certi  segnali,  cos  del
monte come del terreno.  Questo Gulbedin si mise a cavare in questo monticello,
facendo alcuni pozzi ora in un luogo e ora in un altro,  e cos  persever  per
anni due e poi mor: onde fu concluso che per impotenzia esso non avesse potuto
trovar quel tesoro.
Per la qual cosa del 1437,  trovandoci la notte di s. Caterina nella Tana sette
di noi mercanti  in  casa  di  Bartolomeo  Rosso,  cittadin  di  Venezia:  cio
Francesco  Cornaro  (che  fu  fratello  di  Iacomo Cornaro dal Banco),  Caterin
Contarini (il  quale  dopo  us  in  Constantinopoli),  Giovanni  Barbarigo  fu
d'Andrea di Candia, Giovanni da Valle (il qual mor patron d'una fusta nel lago
di  Garda,  ma  prima,  insieme  con  alcuni altri Veneziani,  nel 1428 and in
Derbent, citt sopra il mar Caspio, e fece una fusta, con consentimento di quel
signore,  e invitato da lui depred di quei navilii i quali venivano da Strava,
che  fu  quasi  cosa  mirabile,   la  qual  lascier  per  adesso),  Mois  Bon
d'Alessandro dalla Giudecca, Bartolomeo Rosso e io, con santa Caterina, la qual
metto per l'ottava nelle nostre stipulazioni e  patti;  trovandoci  dico  nella
Tana noi sette mercanti,  in casa di detto Bartolomeo Rosso,  nella notte di s.
Caterina, tre de' quali erano stati avanti di noi in quelle parti, e ragionando
insieme di questo tesoro,  finalmente ci accordammo e facemmo una scrittura (la
qual  fu  di  mano  di  Caterin  Contarini,  la copia della quale per insino al
presente ho appresso di me) d'andar a cavare in questo monte.  E  trovammo  120
uomini  da  menare con noi a questo esercizio,  a ciascuno de' quali davamo tre
ducati il mese per il meno.
E circa 8 giorni dopo noi sette,  insieme con li 120 condotti,  partimmo  dalla
Tana con la robba,  vittuarie e instromenti,  i quali portammo su quei zen che
s'usano in Rossia;  e andammo sul ghiaccio per la fiumara della Tana,  e il  d
seguente  giugnemmo l,  perch' sul fiume,  ed  circa sessanta miglia lontano
dalla terra della Tana.  Questo monticello  alto da cinquanta passa e di sopra
 piano,  nel quale ha un altro monticello simile ad una berretta tonda con una
piega a torno, s che due uomini sariano andati un appresso l'altro su per quel
margine: e questo secondo monticello era alto 12 passa, e di sotto era di forma
circolare come se fusse stato fatto a compasso, e occupava in diametro 8 passa.
Principiammo a tagliare e cavare sul piano di questo  monticello  maggiore,  il
qual  principio del monticello minore, con intenzione d'entrar dentro da basso
fino in cima,  e di fare una strada larga e d'andar di longo. Nel principio del
romper il terreno,  quell'era s duro e agghiacciato che n con  zappe  n  con
manare lo potevano rompere; pur, entrati che fussimo un poco sotto, trovammo il
terreno tenero,  e fu lavorato per quel giorno assai bene. La mattina seguente,
ritornando a l'opera, trovammo il terreno agghiacciato e pi duro che prima, in
modo che ne fu forza per allora abbandonar l'impresa e ritornar alla Tana,  con
proposito per e ferma deliberazione di ritornarvi a tempo nuovo.
Circa l'uscita di marzo ritornammo con barche e navilii,  con uomini da 150,  e
demmo principio a cavare: e in 22 giorni facemmo una tagliata  di  circa  passi
60,  larga passi 8 e alta da passa 10.  Udirete qui gran maraviglia, e cose per
modo di dire incredibili.  Trovammo quello n'era stato predetto che trovaremmo,
per il che ne facevamo pi certi di quello che n'era stato detto,  in modo che,
per la speranza di ritrovare questo tesoro,  noi,  i quali pagavamo,  portavamo
meglio la zivera di quel che facevano gli altri,  e io era il maestro di far le
zivere.  La maraviglia grande ch'avessimo fu che prima di sopra il terreno  era
negro  per  l'erbe,  dopo  erano  li  carboni  per tutto: e questo  possibile,
conciosiach'avendo appresso boschi di salci,  potevano  far  fuoco  su  tutt'il
monte.  Dopo  v'era  cenere  per  una  spanna,  e  questo  ancora   possibile,
conciosiach'avendo vicino il canneto e potendo far  fuoco  di  canne,  potevano
aver  cenere.  Dopo  v'erano scorze di miglio per un'altra spanna,  e (perch a
questo si potria dire che mangiavano paniccio fatto di miglio, e aveano serbati
li scorzi da mettere in quel  luogo)  vorrei  sapere  quanto  miglio  bisognava
ch'avessero a voler compire tanta larghezza quanta era quella del monticello di
scorzi di miglio,  alta una spanna. Dopo v'erano squame di pesci, cio di raine
e altri simili, per un'altra spanna, e (perch si potria dire che in quel fiume
si truovano raine e pesci assai,  delle squame de' quali si poteva  coprire  il
monte)  io  lascio considerare a quelli che leggeranno quanto questa cosa sia o
possibile o verisimile: certo  ch' vera.  Onde considero che  colui  il  qual
fece fare questa sepoltura,  che si chiamava Indiabu,  volendo far queste tante
cerimonie, le quali forse s'usavano a quei tempi, bisogn che si pensasse molto
avanti, e che facesse ricogliere e riponere tutte queste cose.
Avendo fatta questa tagliata e non trovando il tesoro,  deliberammo di fare due
fosse  intra il monticello massiccio,  le quali fussero 4 passa per largo e per
alto: e facendo questo trovammo un terreno bianco e duro in tanto  che  facemmo
scalini in esso, su per i quali portavamo le zivere. Andando sotto circa cinque
passa,  trovammo  in quel basso alcuni vasi di pietra,  in alcuni de' quali era
cenere e in alcuni carboni; alcuni erano vacui,  e alcuni pieni d'ossi di pesce
de la schena.  Trovammo etiam da 5 o 6 paternostri grandi come naranzi, i quali
erano di terra cotta invetriata,  simili a quelli che si fanno nella  Marca,  i
quali  si  mettono  alle  tratte.  Trovammo  ancora  un mezo manico d'un ramino
d'argento picciolino, ch'avea di sopra a modo d'una testa di biscia.  Venuta la
settimana santa,  cominci a soffiare un vento da levante,  con tanta furia che
levava il terreno e le zoppe ch'erano state cavate e quelle pietre, e gittavale
nel volto delli operarii,  con effusione  di  sangue:  per  la  qual  cosa  noi
deliberammo di levarci e di non far pi altra esperienza, e questo fu il luned
di Pasqua.
Il luogo per avanti si chiamava le cave di Gulbedin, e, dopo che noi cavammo, 
stato  chiamato per sino a questo giorno la cava de' Franchi,  imperoch' tanto
grande il lavoro che facemmo in pochi giorni,  che si potria  credere  che  non
fusse  stato  fatto  in  quel  poco tempo da manco d'un migliaio d'uomini.  Non
avemmo altra certezza di quel tesoro,  ma (per quanto intendemmo) se tesoro era
l,  la cagione che 'l fece metter l sotto fu perch il detto Indiabu, signore
di questi Alani,  intese che l'imperatore de' Tartari gli veniva  incontra,  e,
deliberando di sepelirlo,  acci che niuno se n'accorgesse, finse di far la sua
sepoltura secondo il loro costume,  e secretamente fece mettere in  quel  luogo
prima quello che a lui pareva, e poi fece fare quel monticello.


La fede de' macomettani,  onde avesse l'origine: come i Tartari furono astretti
alla  fede  macomettana.  Come  Naurus,  capitano  d'Ulumahemet  imperator  de'
Tartari,  venuto  in  divisione and contra esso imperatore.  Il modo di mandar
avanti le scolte, e costume di presentar li signori.
Cap. 2.

La fede di Macometto principi ne' Tartari ordinariamente,  mo sono anni  circa
110: vero  che per avanti pur alcuni di loro erano macomettani,  ma ognuno era
in libert di tener quella fede che gli piaceva,  onde alcuni adoravano  statue
di legno e di pezze,  e queste portavano sopra li carri. Il stringer della fede
macomettana fu nel  tempo  di  Hedighi,  capitano  della  gente  dell'imperator
tartaro  chiamato Sidahameth Can: questo Hedighi fu padre di Naurus,  del quale
ne parlaremo al presente.  Signoreggiava nelle campagne della Tartaria del 1438
un imperatore nominato Ulumahemet Can,  cio gran Macometto imperatore, e aveva
signoreggiato pi anni.  Trovandosi costui nelle campagne  che  sono  verso  la
Rossia col suo lordo,  cio popolo,  aveva per capitano questo Naurus, il quale
fu  figliuolo  di  Hedighi,  dal  quale  fu  astretta  la  Tartaria  alla  fede
macomettana.  Accad certa divisione tra esso Naurus e il suo imperatore,  onde
si part dall'imperatore con le genti che lo volsero seguitare e and verso  il
fiume d'Erdil,  dov'era uno Chezimahameth, ch' dir Macometto picciolo, il qual
era di sangue di questi imperatori.  E,  communicato cos il consiglio come  le
forze,  deliberarono ambidue d'andar contra questo Ulumahemet,  e fecero la via
appresso Citrachan e vennero per  le  campagne  di  Tumen;  e  venendo  intorno
appresso  la  Circassia,  aviossi  alla via del fiume della Tana e al colfo del
mare delle Zabache, il quale insieme col fiume della Tana era agghiacciato.  E,
per esser popolo assai e animali innumerabili,  fu bisogno ch'andassero larghi,
acci  che  quelli  ch'andavano  avanti  non  mangiassero  lo  strame  e  altri
rinfrescamenti  di  quelli che venivano dietro.  Onde un capo di queste genti e
animali tocc un luogo chiamato Palastra,  e l'altro capo tocc il fiume  della
Tana nel luogo chiamato Bosagaz, che viene a dire legno berrettin: la distanzia
da  uno  di  questi  luoghi  all'altro  di miglia 120,  e tra questa distanzia
camminava detto popolo, quantunque tutto non fusse atto al cammino.
Quattro mesi avanti che venissero verso la Tana noi l'intendemmo,  ma  un  mese
avanti  che  venisse  questo  signore cominciarono a venir verso la Tana alcune
scolte,  le quali erano di giovani tre o quattro a cavallo,  con un  cavallo  a
mano  per  uno: quelli di loro che venivano nella Tana erano chiamati avanti il
consolo, e gli erano fatte carezze e offerte.  Domandati dove andavano e quello
ch'andavano facendo, dicevano ch'erano giovani ch'andavano a solazzo: altro non
se gli poteva trar di bocca, e stavano al pi una o due ore e poi andavano via.
E  ogni  giorno  era  questo medesimo,  salvo che sempre n'era qualcuno pi per
numero.  Ma,  come il signore fu  approssimato  alla  Tana  per  cinque  o  sei
giornate,  cominciorno a venire da 25 in 50,  con le sue arme ben in ordine,  e
avvicinandosi ancor pi, a centinaia. Venne poi il signore, e alloggi appresso
alla Tana per un trar  d'arco,  dentro  una  moschea  antica.  Incontinente  il
consolo  deliber  di mandargli presenti,  e mand una novenna a lui,  una alla
madre e una a Naurus, capitano dell'esercito.  Novenna si chiama un presente di
nove  cose  diverse,  come  saria  a dir panno di seta,  scarlatto e altre cose
insino al numero di nove: e cos  costume di presentare  a'  signori  di  quel
luogo. Volse ch'io fussi quello ch'andasse co' presenti, e gli fu portato pane,
vino di mele, bosa (ch' cervosa) e altre cose per insino a nove. Entrati nella
moschea,  trovammo  il  signore  disteso  su  un  tapeto,  appoggiato  a Naurus
capitano: egli era da 22 e Naurus da 25 anni.  Presentati  che  gli  ebbe,  gli
raccomandai la terra insieme col popolo,  il quale dissi ch'era in sua libert.
Risposemi con umanissime parole.  Dopo,  guardando verso di noi,  incominci  a
ridere  e  a  sbatter  le  mani  l'una nell'altra,  e dire: "Guarda che terra 
questa,  dove tre uomini non hanno pi  di  tre  occhi".  E  questo  era  vero,
conciosiach  Buran  Taiapietra,  nostro  turcimano,  aveva un occhio solo;  un
Giovanne greco, bastoniero del consolo,  uno solo;  e colui che portava il vino
di mele similmente un solo. Tolta licenza da lui, tornammo alla terra.


Il  modo  che  tengono  le  scolte  nel  vivere;  della  grand'abbondanza delle
vettovaglie che conducono in campo;  in qual  maniera  cammina  l'esercito  de'
Tartari. Degli uccelli chiamati gallinaccie.
Cap. 3.

Se  fusse  in  questo  luogo  alcuno al quale paresse manco che ragionevole che
dette scolte andassero a quattro, a dieci, a venti e trenta per quelle pianure,
stando lontani da' suoi popoli le belle  dieci,  sedici  e  venti  giornate,  e
domandasse  di che possono vivere,  io gli rispondo che ciascuno di questi,  il
qual si parte dal suo popolo,  porta un utricello di pelle di capretto pieno di
farina  di  miglio  macinata  e impastata con un poco di mele,  e hanno qualche
scodella di legno;  e qualche volta pigliano qualche salvaticina,  ch'assai  ne
sono  per  quelle campagne ed essi le sanno ben pigliare,  massimamente con gli
archi: tolgono di questa farina,  e con un poco d'acqua fanno certa pozione,  e
con quella si passano. E quando a qualche uno ho domandato quel che mangiano in
campagna,  all'incontro essi mi rispondono: "E che si muore per non mangiare?",
quasi che dica: "Abbia pur tanto che si passi la vita leggiermente, non mi curo
d'altro".  Scorrono con erbe e radici e con quel che possono,  pur che non  gli
manchi il sale: se non hanno sale la bocca se gli vessica e marcisce,  in tanto
che da quel male alcuni se ne muoiono; viengli eziandio flusso di ventre.
Ma ritorniamo l dove  lasciammo  il  parlar  nostro.  Partito  che  fu  questo
signore,  incominci  a venire il popolo con gli animali: e furono prima mandre
di cavalli, a sessanta, cento,  dugento e pi per mandra;  poi furono mandre di
cameli e buoi;  e dietro a queste,  mandre d'animali minuti. E dur questa cosa
da giorni sei, che tutt'il giorno,  quanto potevamo guardare con gli occhi,  da
ogni canto la campagna era piena di gente e d'animali ch'andavano e venivano: e
questa  era  solamente  nelle teste,  onde si pu considerar quanto maggior sia
stato il numero di mezo.  Noi stavamo su le mura (conciosiach tenevamo serrate
le porte), e la sera eravamo stanchi di guardare, imperoch, per la moltitudine
di  questi  popoli e bestiame,  il diametro della pianura che occupavano era al
modo d'una paganea di miglia 120.  Questa parola    greca,  la  qual  io  gi,
essendo  nella  Morea  in  caccia con un signorotto,  ch'avea menato seco cento
villani, primamente intesi. Ciascuno di loro aveva una mazza in mano, e stavano
lontani l'uno dall'altro da dieci passa,  e andavano dando di questa  mazza  in
terra  e gridando per far saltar fuori le salvaticine;  e li cacciatori,  chi a
cavallo e chi a piedi,  con uccelli e cani,  si mettevano alle poste dove a lor
pareva,  e  quando era il tempo gettavano i loro uccelli o lasciavano i cani: e
l'andare a questo modo chiamavano una paganea. In questa maniera, com'ho detto,
camminava questo infinito popolo de' Tartari.  E  fra  gli  altri  animali  che
questo  popolo cos andando cacciava,  erano pernici e alcuni altri uccelli che
noi chiamiamo gallinaccie,  i quali hanno la coda corta a modo  di  gallina,  e
stanno con la testa dritta come galli, e sono grandi quasi come pavoni, i quali
simigliano  eziandio nel colore,  non intendendo della coda: onde (per esser la
Tana fra monticelli di terreno e  fosse  assai,  per  spazio  di  dieci  miglia
intorno,  dove  gi  fu  la  Tana  antica) maggior numero del consueto si venne
ascondere fra detti monticelli e valli non frequentate. Una cosa ,  che atorno
le  mura  della  Tana  e  dentro a' fossi erano tante pernici e gallinaccie che
pareva che tutti detti luoghi fossero cortivi  di  qualche  buoni  massari.  Li
putti  della terra ne pigliavano qualcuna e davanle due per un aspro,  che vien
l'una otto baggattini nostri.


In che modo  un  frate  di  San  Francesco  pigliava  grandissima  quantit  di
gallinaccie.  Del gran numero di gente ch'era nell'esercito de' Tartari.  Della
maniera de' carri e delle case di quelle genti, e come si fabrichino.
Cap. 4.

Ritrovandosi a quel tempo  nella  Tana  un  frate  Therino  dell'ordine  di  S.
Francesco,  con  un  rizaglio,  facendo  di  due  cerchi piccioli un grande,  e
ficcando un palo alquanto storto in terra fuor delle mura,  ne pigliava dieci e
venti al tratto: e vendendole trov tanti denari che di quelli compr un garzon
circasso,  al  quale  pose  nome Pernice e fecelo frate.  La notte ancora nella
terra si lasciavano le finestre aperte con qualche lume dentro,  e alcuna volta
ne  venivano per sino in casa.  Di cervi e altre salvaticine si pu considerare
quanto era il numero, ma queste non venivano appresso alla Tana.
Dalla pianura ch'occupava questa gente si potria far una descrizione del numero
di grosso quanti ch'erano: che,  a un luogo  detto  Bosagaz,  dov'era  una  mia
peschiera, dopo andato gi il ghiaccio andando con una barca (il qual luogo era
lontano  dalla Tana circa 40 miglia),  ritrovai li pescatori,  li quali dissero
aver pescato l'invernata e aver salate di molte morone e caviari,  e  ch'alcuni
di  questo  popolo erano stati l e avevano tolto tutti li pesci,  salati e non
salati (de' quali alcuni erano che tra noi non si mangiano),  per  insino  alle
teste,  e  tutti  li  caviari e tutto il sale,  il qual  grosso come quello da
Gieviza,  in modo che per maraviglia non s'aveva potuto ritrovare un  grano  di
sale;  delle  botti  etiam  aveano tolte le doghe,  forse per acconciar li suoi
carri; oltre di questo tre macinette ch'erano l da macinar sale,  ch'aveano un
ferretto in mezo,  ruppero per torre quel poco di ferro.  Quello che fu fatto a
me fu fatto da per tutto ad ognuno,  in tanto che a Giovanni da Valle (il  qual
ancora  aveva  una  peschiera,  e  intendendo la venuta di questo signore aveva
fatto fare una gran fossa,  e messo da circa trenta carratelli  di  caviaro  in
essa,  e  l'avea  coperta  di  terreno,  sopra  il  quale poi,  aci che non se
n'avvedessero,  aveva fatto arder  legne)  trovarono  le  scosagne  e  non  gli
lasciarono  cosa alcuna.  In questo popolo sono innumerabili carri da due rote,
pi alte delle nostre,  li quali sono affelciati di stuore di  canne,  e  parte
coperti con feltre,  parte con panni,  quando sono di persone da conto.  Alcuni
de' quali carri hanno le sue case suso,  le quali essi fanno  in  questo  modo:
pigliano  un  cerchio  di legno,  il diametro del quale sia un passo e mezo,  e
sopra questo drizzan altri semicirculi,  i quali nel  mezo  s'intersecano;  tra
questi poi mettono le loro stuore di canna,  le quali cuoprono o di feltro o di
panni, secondo la lor condizione. E quando vogliono alloggiare,  mettono queste
case gi de' carri e in esse albergano.


Come  un  Edelmulgh,  cognato  del  signore,  avuta licenza entr nella citt e
alloggi in casa di messer Iosafa Barbaro,  e,  fatta amicizia tra  loro,  esso
messer Iosafa and con lui al signore,  e quello che gl'intravenne fra via.  Il
modo ch'osserva quella gente quando va al signore per aver udienza.
Cap. 5.

Due giorni dopo, partito questo signore, vennero a me alcuni di quei della Tana
e mi dissero ch'io andassi alle mura,  dov'era un Tartaro  il  quale  mi  volea
parlare:  andai,  e  mi  fu  detto  da  colui come l da presso si ritrovava un
Edelmulgh,  cognato del signore,  il quale  volentieri  (piacendo  cos  a  me)
entraria  nella terra e si faria mio conaco,  cio ospite.  Domandai licenza al
consolo,  e ottenuta che l'ebbi andai alla porta e tolsilo dentro con  tre  de'
suoi,  imperoch ancora si tenevano chiuse le porte.  Lo menai a casa e fecigli
onore assai,  specialmente di vino,  che molto gli piaceva: e in  poche  parole
stette  due  giorni  con  me.  Costui,  volendo partire,  mi disse volere ch'io
andassi con lui,  e ch'era fatto mio fratello,  e che l dov'egli era io potevo
ben andar sicuro;  disse pur qualcosa a' mercanti,  de' quali niuno era che non
si maravigliasse.  Deliberai d'andar con lui,  e tolsi due Tartari  con  me  di
quelli  della terra a piedi,  e io montai a cavallo.  Uscimmo della terra a tre
ore di giorno: egli era imbriaco marcissimo,  imperoch'avea  bevuto  tanto  che
gettava  sangue  pel naso,  e quando io gli diceva che non bevesse tanto faceva
certi gesti da simia,  dicendo:  "Lasciami  bere,  dove  ne  trover  io  pi?"
Dismontati adunque su nel ghiaccio per passare il fiume Tanais,  io mi sforzava
d'andar dov'era la neve, ma esso,  il qual era vinto dal vino,  andando dove il
cavallo lo menava capit in luogo senza neve,  dove il cavallo non poteva stare
in piedi, imperoch i lor cavalli non hanno ferri, onde casc; ed esso gli dava
con la scoriata (perch non portano sproni),  e il cavallo  ora  levava  e  ora
cascava:  e dur questa cosa forse per un terzo d'ora.  Finalmente,  passato il
fiume,  andammo all'altro ramo,  e passammo ancor quello con gran  fatica,  per
quell'istessa  ragione.  Ed essendo lui stanco,  si pose a certo popolo che gi
s'era messo ad alloggiare,  e l albergammo per quella  notte,  forniti  d'ogni
disagio, come si pu pensare.
La  mattina  seguente  cominciammo a cavalcare,  ma non con quella gagliardezza
ch'avevamo fatto il giorno avanti.  E passato ch'avemmo un altro ramo di questo
fiume,  camminando sempre alla via ch'andava il popolo,  il quale era per tutto
come formiche,  cavalcato ch'avemmo ancora due giornate,  ci approssimassimo al
luogo  dov'era il signore: e quivi gli fu fatto da ognuno molto onore e datogli
di quel che v'era,  come carne,  paniccio e latte e altre cose simili,  in modo
che non ci mancava cosa alcuna.  Il giorno seguente, desiderando di vedere come
cavalcava questo popolo e che ordine teneva nelle sue cose, viddi tante e tanto
mirabil cose che reputo che,  volendo scrivere di passo in passo  quello  ch'io
potria,  farei  un  gran  volume.  Giugnemmo  dov'era l'alloggiamento di questo
signore,   il  quale  trovai  sotto  un  padiglione,   e  d'ogn'intorno   genti
innumerabili,  delle  quali  quelli che volevano audienzia erano inginocchioni,
tutti separati l'uno dall'altro,  e mettevano l'arme sue lontane dal signore un
tratto  di  pietra: a qualcuno de' quali il signore parlava,  e domandando quel
ch'esso voleva, tuttavia gli faceva atto con la mano che si levasse; levavasi e
veniva  pi  avanti,   lontano  per  da  lui  per  otto  passa,   e  di  nuovo
s'inginocchiava  e  domandava  quello  che a lui piaceva.  E cos si faceva per
insino che si dava audienzia.


In che modo si faccia ragione nel campo.  Gli uomini da fatti come  s'espongano
a' pericoli.  Come quarantacinque Tartari andarono ad assalir cento cavalli de'
Circassi,  ch'erano nascosi in un bosco per far correrie,  e  molti  di  quelli
ammazzarono e gran parte ne presero.
Cap. 6.

La  ragione  si  fa  per tutt'il campo alla sproveduta,  e fassi a questo modo.
Quando un ha da fare con un altro di qualche differenza,  altercandosi con esso
di  parole,  non per al modo che fanno questi di qua ma con poca ingiuria,  si
levano ambidui,  e,  se pi fussero,  tutti;  e vanno a una via dove meglio gli
pare,  e  al  primo  che  truovano  il  quale sia di qualche condizione dicono:
"Signore,  fanne ragione,  perch siamo differenti";  ed egli subito si ferma e
ode quello che dicono,  e poi delibera quello gli pare senz'altra scrittura,  e
di quello che ha  deliberato  niuno  parla.  Concorrono  a  queste  cose  molte
persone,   alle  quali,   fatta  la  deliberazione,   esso  dice:  "Voi  sarete
testimonii".  Di simili giudicii tutt'il campo  continuamente    pieno.  E  se
qualche  differenza gli occorresse in via,  osservano quest'istesso,  togliendo
per giudice quello che scontrano, facendolo giudicare.
Viddi un giorno, essendo in questo lordo,  una scodella di legno roversciata in
terra, e andai l, e levandola trovai che sotto v'era paniccio cotto. Mi voltai
verso  un  Tartaro  e gli domandai: "Che cosa  questa?" Mi rispose esser messa
per hibuthperes,  cio per gli idolatri.  Domandai: "E come,  sonvi idolatri in
questo popolo?" Rispose: "O, o, ne sono assai, ma sono occulti".
Principier dal numero del popolo,  e dir d'aviso, imperoch numerarli non era
possibile, esplicando nondimeno manco di quello ch'io stimo. Credo e fermamente
tengo che fussero anime trecentomila in tutt'il lordo, quando  congiunto in un
pezzo: questo dico perch parte del lordo avea Ulumahemeth,  com'abbiamo  detto
di  sopra.  Gli  uomini  da  fatti  sono valentissimi e animosissimi,  in tanto
ch'alcun di loro per eccellenzia  chiamato talubagater,  che vuol  dire  matto
valente: il qual nome gli accresce tra 'l vulgo come appresso di noi savio over
il bello, onde si dice Pietro tale il savio e Paulo tale il bello. Hanno questi
tali una preminenzia,  che tutte le cose che fanno, ancora che in qualche parte
siano fuori di ragione, si dicono esser fatte bene, che, derivando da prodezza,
a tutti par che facciano il suo mestiero. E di questi molti ve ne sono (se sono
in fatti d'arme) che non stimano la vita,  non  temono  pericolo,  si  cacciano
avanti  e  s'espongono  ad  ogni  rischio senza ragione alcuna,  di modo che li
timidi pigliano animo e diventano valentissimi.  A me par  questo  lor  cognome
esserli molto proprio,  perch non veggio che possa esser alcuno valent'uomo se
non  pazzo. Non , per la fede vostra, pazzia, ch'uno voglia combattere contra
quattro?  Non  pazzia ch'uno con un coltello sia disposto di combattere contra
pi, i quali abbiano spade?
Dir  a  questo proposito quello ch'una volta m'intravenne,  essendo alla Tana.
Stando io un giorno in piazza, vennero alcuni Tartari nella terra e dissero che
in un boschetto lontano circa tre miglia erano  ascosti  da  cento  cavalli  di
Circassi, i quali aveano deliberato di fare una correria per insino alla terra,
secondo il lor costume. Io sedeva a caso nella bottega d'un maestro di freccie,
nella  quale  era  anche  un Tartaro mercante,  ch'era venuto l con semenzina.
Costui,  inteso ch'ebbe questo,  si lev e disse: "Perch  non  andiamo  noi  a
pigliarli?  Quanti cavalli sono?" Gli risposi: "Cento". "Or ben, - diss'egli, -
noi siamo cinque, voi quanti cavalli sarete?" Risposi: "Quaranta".  Ed egli: "I
Circassi  non  sono uomini ma femine;  andiamo a pigliarli".  Udito che io ebbi
questo,  andai a ritrovar Francesco da Valle,  e gli dissi  quello  che  costui
m'aveva detto, tuttavia ridendo. Mi domand se mi bastava l'animo d'andare; gli
risposi  di  s:  onde  ci mettemmo a cavallo,  e per acqua ordinammo ch'alcuni
nostri uomini venissero, e sul mezogiorno assaltammo questi Circassi,  li quali
stavano all'ombra,  alcuni de' quali dormivano.  Volse la mala ventura che,  un
poco avanti che noi giugnessimo l, il trombetta nostro son,  per la qual cosa
molti ebbero tempo di scampare;  nondimeno,  fra morti e presi,  n'avemmo circa
quaranta. Ma il bello fu,  al proposito de' matti valenti,  che questo Tartaro,
il quale voleva che gli andassimo a pigliare, non rimase alla preda, ma solo si
mise a correr dietro a quelli che fuggivano.  E gridandogli noi: "Ma he, torna,
ma he,  torna",  ritorn circa un'ora dopo;  e giunto si  lamentava  e  diceva:
"Ohim,   che  non  n'ho  potuto  pigliare  alcuno",   dolendosi  molto  forte.
Considerate che pazzia era quella di costui,  che se quattro  di  loro  se  gli
fussero  rivoltati  l'averiano sminuzato;  e di pi,  riprendendolo noi,  se ne
faceva beffe.  Le scolte delle quali ho fatto menzione di  sopra,  che  vennero
avanti  il  campo  alla  Tana,  cos andavano avanti questo campo in otto parti
diverse,  per saper quello che da ogni lato gli avesse potuto  nuocere,  lontan
molte giornate, secondo il bisogno del campo.


Delle uccellagioni e cacciagioni de' Tartari;  della gran moltitudine d'animali
ch'appresso di loro si truovano, massime cavalli,  buoi,  cameli da due gobbe e
altri.
Cap. 7.

Alloggiato ch' il signore,  subito mettono gi li bazzari e lasciano le strade
larghe: s' di verno,  tanti sono i piedi degli animali che  fanno  grandissimo
fango;  s'egli   di state,  fanno grandissima polvere.  Fanno di subito (messo
ch'hanno gi li bazzari) li lor fornelli,  e arrostono e lessano  la  carne,  e
fanno  i  lor  sapori  di  latte,  di buttiro e di cacio.  Hanno sempre qualche
salvaticine, e massimamente cervi.  Sono in quell'esercito artegiani di drappi,
fabri,  maestri d'arme e d'altre cose e mestieri che gli bisogna. E s'alcuno mi
dicesse:   "Come,    vanno   costoro   come   zingani?",    rispondo   di   no,
conciosiach'eccetto  il  non esser circondati di mura tali alloggiamenti paiono
grossissime e bellissime citt.  Ritrovandomi,  a questo proposito,  un  giorno
alla  Tana,  sopra  la porta della quale era una torre assai bella,  ed essendo
appresso di me un Tartaro mercante il quale guardava la  torre,  gli  domandai:
"Ti  pare  una  bella cosa questa?" Ed egli,  guardandomi e sorridendo,  disse:
"Poh, ch'ha paura fa torre". E in questo mi pare che dicano il vero.
Ma perch ho detto de' mercanti,  tornando al fatto nostro  di  quest'esercito,
dico  che sempre in esso si ritrovano mercanti che vi portano robbe per diverse
vie,  e ancora di quelli che passano pel lordo con intenzione d'andare in altro
luogo.  Questi Tartari sono buoni strozzieri, hanno girifalchi assai, uccellano
a camelioni (che da noi non s'usano),  vanno a cervi e ad altri animali grossi.
Portano  li  detti  girifalchi in una mano,  sul pugno,  e nell'altra hanno una
crozzola,  e quando sono stanchi mettono la crozzola sotto la  mano,  imperoch
sono due tanto pi grossi che non  un'aquila.  Alle volte passa qualche stormo
d'oche sopra quest'esercito, e quelli del campo tirano alcune freccie grosse un
dito, storte e senza penne, le quali, come sono andate in aria tant'alto quanto
la forza del braccio ha potuto,  si voltano e vanno  in  traverso,  scavezzando
dove  giungono e collo e gambe e ali.  Tal volta pare che di queste oche ne sia
pieno l'aere, le quali, per il gridar del popolo, si storniscono e cascano gi.
Dir (poi che siamo in parlar d'uccelli) una cosa,  la quale mi  par  notabile.
Cavalcando  per questo lordo,  sopra una riva d'un fiumicello ritrovai uno,  il
quale mostrava esser uomo di conto,  che stava  a  parlare  co'  suoi  famigli.
Costui  mi  chiam e fecemi dismontare avanti di s,  domandandomi quello ch'io
andava facendo.  E rispondendogli io al bisogno,  mi voltai e viddi appresso di
lui  quattro over cinque di quell'erbe che noi chiamiamo garzi,  sopra le quali
eran alcuni cardellini.  E comand a uno de' famigli che ne pigliasse  uno,  il
quale  tolse  due  sete di cavallo e fece un laccio e lo messe sui garzi,  e ne
prese uno e portollo al suo signore.  Disse egli: "Va' cuocilo",  e il famiglio
presto lo pel,  e fece un spedo di legno,  e arrostitolo glielo port davanti.
Costui lo tolse in mano, e guardandomi disse: "Non sono in luogo ch'io ti possa
far onore e cortesia qual tu meriti,  ma faremo carit di quello ch'io ho e  di
quello  m'ha  dato  il nostro Signore Iddio".  E ruppe questo cardellino in tre
parti, delle quali una ne diede a me, una mangi esso, e l'altra,  ch'era molto
poca, la diede a colui il quale l'avea preso.
Che  diremo  noi della grande e innumerabile moltitudine d'animali i quali sono
in questo lordo? Sar io creduto? Sia per quel che si voglia, ch'ho deliberato
di dirla.  E,  principiando da' cavalli,  dico  che  sono  alcuni  del  popolo,
mercanti  di  cavalli,  i  quali  gli  cavano  dal lordo e gli menan in diversi
luoghi: e una caravana,  la qual venne in Persia prima ch'io mi partissi di l,
gi ne condusse 4000. E non vi maravigliate, perch, se voleste in un giorno in
questo lordo comprar mille over duemila cavalli, gli trovareste, perch sono in
mandre come le pecore.  E andando nella mandra si dice al venditore che si vuol
cento cavalli di questi,  ed esso ha una mazza con un  laccio  in  capo,  ed  
tant'atto a quest'esercizio che, tanto tosto che colui che compra gli ha detto:
"Pigliami  questo,  pigliami  quello",  gli  ha  messo il laccio in capo e l'ha
tirato fuori degli altri e messo in disparte: e in questo modo ne piglia quanti
e quali egli vuole.  M' avvenuto scontrare in viaggio de'  mercanti,  i  quali
menano  questi  cavalli  in  tanto numero che cuoprono le campagne,  e par cosa
mirabile. Il paese non produce cavalli troppo da conto: sono piccioli, hanno la
pancia grande,  non mangiano biada,  e quando che gli conducono  in  Persia  la
maggior laude che gli possano dare  che mangiano biada,  imperoch,  se non ne
mangiano,  non possono portar la fatica al bisogno.  La seconda sorte d'animali
ch'hanno sono buoi bellissimi e grandi, in tanto numero che satisfanno eziandio
alle beccarie d'Italia: e vengono alla via di Polonia, e di l per la Valacchia
in Transilvania,  e poi in Alemagna, dalla qual s'indrizzano in Italia. Portano
in quel paese li buoi soma e basti,  quando se n'ha di bisogno.  La terza sorte
d'animali ch'hanno sono cameli da due gobbe per uno,  grandi e pelosi,  i quali
si conducono in Persia e si  vendono  ducati  25  l'uno,  imperoch  quelli  di
levante hanno una gobba sola e sono piccioli,  e si vendono ducati dieci l'uno.
La quarta sorte d'animali sono castroni grossissimi e alti  in  gambe,  con  un
pelo longo, i quali hanno code che pesano 12 libre l'una: e tal n'ho veduto che
si  strascina  una  ruota  dietro  tenendo  la  coda sopra,  quando per piacere
qualcuno gliela liga. De' grassi di queste code condiscono tutte le lor vivande
e l'usano in luogo di butiro, ma non s'agghiaccia in bocca.


Il modo ch'usa l'esercito de' Tartari  circa  il  seminar  le  biade,  e  della
fertilit di quei terreni. Come Chezimahumeth, discacciato Ulumahemeth, si fece
imperator  di quel popolo.  In che mirabil modo l'esercito passa il fiume della
Tana.
Cap. 8.

Non so chi sapesse dir quello che di presente dir,  salvo chi l'avesse veduto,
imperoch potresti domandare: tanto popolo di che vive? Se cammina ogni giorno,
dov'  la biada che mangiano?  Dove la truovano?  E io che l'ho veduto rispondo
che fanno in questo modo.  Circa la luna di febraio fanno far gride per tutt'il
lordo  che  ciascuno che vuol seminare si metta in ordine delle cose che gli fa
di bisogno, conciosiach'alla luna di marzo s'abbia da seminar nel tal luogo,  e
che  a  tal  d  della tal luna si metteranno a cammino.  Fatto questo,  quelli
ch'hanno voglia  di  seminare  o  far  seminare  s'apparecchiano  e  accordansi
insieme,  e  caricano  le semenze su carri,  e menano gli animali che gli fanno
bisogno,  insieme con le moglie e figliuoli o parte d'essi,  e vanno  al  luogo
deputato,  ch'  per  la  maggior parte due giornate lontano dal luogo dove nel
tempo della grida si ritrova il lordo,  e quivi arano,  seminano,  e stanno per
fino  ch'hanno  fornito  di  far  quello che vogliono;  poi se ne ritornano nel
lordo.  L'imperatore col lordo fa come  suol  far  la  madre  quando  manda  li
figliuoli  a spasso,  la qual sempre tien loro gli occhi addosso,  imperoch va
circondando questi seminati, ora in qua e ora in l, non s'allontanando da essi
pi di quattro giornate,  per insino che le  biade  sono  mature.  Quando  sono
mature  non  va  col  lordo  l,  ma solamente vanno quelli ch'hanno seminato e
quelli che vogliono comprare i frumenti,  con barri,  buoi e cameli e quello di
ch'hanno bisogno,  come eziandio fanno alle lor ville.  I terreni sono fertili:
rendono di frumento cinquanta per uno,  il quale  grande com'il  Padovano;  di
miglio  cento  per  uno,  e  alle  volte hanno tanta ricolta che la lasciano in
campagna.
Dir in questo luogo a proposito questo: si ritrov un figliuolo  d'Ulumahemet,
il  quale,  avendo  signoreggiato  alquanti  anni  e  dubitando d'un suo fratel
cugino,  il qual era di l dal fiume d'Erdil,  per non si privar di  parte  del
popolo,  la  qual  averia  convenuto  stare  su le seminagioni con suo espresso
pericolo,  undici anni continui non volse che si seminasse,  e  in  quel  tempo
tutti vissero di carne e di latte e d'altre cose,  quantunque nel bazzaro fusse
qualche poco di farina e di paniccio,  ma  cari.  E  domandando  io  loro  come
facevano,  se ne ridevano,  dicendo ch'aveano carne. E nondimeno fu discacciato
da quel suo cugino,  perci che il detto Ulumahemeth,  sentendo esser  arrivato
Chezimahumeth ne' suoi confini,  non gli parendo di poter resistere,  lasci il
lordo e fugg co' figliuoli e altri suoi;  e Chezimahumet si fece imperatore di
tutto  quel popolo,  e ritorn verso il fiume della Tana nel mese di giugno,  e
pass circa due giornate sopra di quella,  con tutt'il numero  del  popolo,  di
carri,  d'animali ch'egli aveva.  Cosa mirabile da credere,  ma pi mirabile da
vedere, imperoch tutti passano senza strepito alcuno, con tanta sicurt quanta
s'andassero per terra.  Il modo che  servano  in  questo  passare    che  quei
ch'hanno  il  potere  mandano  de' loro avanti,  e fanno far zattere di legnami
secchi,  de' quali appresso li fiumi ne sono boschi assai;  fanno eziandio  far
fasci  di canne e di pavera,  e mettono detti fasci sotto le zattere e sotto li
carri: e a questo modo passano,  tirando li cavalli che nuotano dette zattere e
carri, i quali cavalli sono aiutati da alcuni uomini nudi.
Io circa un mese dopo,  navigando pel fiume verso certe peschiere,  mi scontrai
in tante zattere e fascine  che  venivano  a  seconda  (le  quali  erano  state
lasciate da costoro) ch'appena potevamo passare, e viddi oltre di questo per le
rive  di  quei  luoghi  tant'altre  zattere  e fascine che mi facevano stupire.
Giunti che fussimo alle peschiere,  trovammo che in quei luoghi  avevano  fatto
peggio che a quelli de' quali ho scritto di sopra.


Come Edelmug,  cognato dell'imperatore, men un suo figliuolo a messer Iosafa e
dettegli quello in figliuolo.  Come esso messer Iosafa liber  in  Venezia  due
Tartari ch'erano schiavi, uno de' quali per longhissimo tempo avanti aveva anco
liberato dal fuoco, ritrovandosi allora nella Tana.
Cap. 9.

In   quel   tempo  (per  non  mi  dimenticar  degli  amici)  Edelmug,   cognato
dell'imperatore,  ritornato per passar il fiume (com'abbiamo detto  di  sopra),
venne  alla Tana e menommi un suo figliuolo,  e subito m'abbracci e disse: "Io
t'ho portato questo figliuolo, e voglio che sia tuo".  E incontinente trasse di
dosso  a  detto  figliuolo uno subbo ch'egli avea e messelo indosso a me,  e mi
port a donar otto teste di nazion rossiana,  dicendomi:  "Questa    la  parte
della  preda ch'io ho avuta in Rossia".  Stette due giorni meco,  ed ebbe da me
all'incontro presenti convenienti.
Sono alcuni i quali, partendosi da altri con opinion di non ritornar mai pi in
quelle parti, facilmente si dimenticano delle amicizie, dicendo che mai pi non
si vederanno insieme,  e di qui viene che molte fiate non  usano  li  modi  che
doveriano usare;  i quali certamente,  per quell'esperienza ch'io ho, non fanno
bene, conciosiach si soglia dire che monte con monte non si ritrova, ma s ben
uomo  con  uomo.   Accadettemi,   nel  mio  ritornar  di  Persia  insieme   con
l'ambasciator d'Assambei, voler passare per Tartaria e per Polonia per venire a
Venezia,  quantunque  poi  io  non  facessi  questo cammino.  Allora avevamo in
compagnia nostra molti Tartari mercanti.  Domandai quel  che  fusse  di  questo
Edelmulg:  e mi fu detto ch'era morto e ch'avea lasciato un figliuolo,  il qual
si nominava Hagmeth,  e dettemi contrasegni dell'effigie,  in modo che,  s pel
nome  come  per  l'effigie,  conobbi  esser quello che il padre m'avea dato per
figliuolo.   E,   come  diceano  quei  Tartari,   costui  era  grande  appresso
l'imperatore,  s  che,  se passavamo oltre,  senza dubbio capitavamo nelle sue
mani: e rendomi certo che da lui avrei avuta ottima compagnia, perch io l'avea
fatta al padre e a lui. E chi avria mai stimato che trentacinque anni dopo,  in
tanta distanzia di paesi, si fussero ritrovati un Tartaro e un Veneziano?
Aggiugner  questa  cosa  (quantunque  non  fusse  in quel tempo),  perch fa a
proposito di quello ch'io ho  detto.  Del  1455,  essendo  in  un  magazino  di
mercanti da vino in Rialto e scorrendo per quello, viddi dietro alcune botti da
un  capo due uomini in ferri,  i quali alla ciera conobbi ch'erano tartari.  Io
domandai loro chi fussero: mi risposero essere stati schiavi  di  Catelani,  ed
esser  fuggiti  con  una  barchetta,  e  che  in mare erano stati presi da quel
mercante.  Allora io subitamente andai a' signori di notte e  feci  querela  di
questa  cosa,  onde  presto  presto  mandarono  alcuni  officiali,  i quali gli
condussero all'ufficio e in presenza  del  detto  mercante  gli  liberarono,  e
condennarono  il  mercante.  Tolsi  li  detti  Tartari  e  menaimeli a casa,  e
domandati chi fussero e di che paese,  uno di loro mi disse ch'era della Tana e
ch'era  stato  famiglio  di  Cozadahuth,  il  quale io conobbi gi,  perch era
commarchier dell'imperatore, il qual faceva scuoter da lui il dazio delle robbe
che si conducevano alla Tana.  Guardandolo nella faccia mi parve  raffigurarlo,
perci  ch'era  stato  assai  volte  in casa mia.  Domandai che nome esso avea:
dissemi Chebechzi,  che in nostra lingua vuol dire semoliero o burattatore.  Lo
guardai e dissigli: "Mi conosci tu?" Ed egli: "No".  Ma,  tantosto che mentovai
la Tana e Iusuph (che cos mi chiamavano l in quelle parti),  si gitt a' miei
piedi  e  volsemeli  baciare,  dicendo:  "Tu  m'hai due volte scampato la vita:
questa n' una,  imperoch'essendo schiavo io  mi  teneva  per  morto;  l'altra,
quando  si bruci la Tana,  che facesti quel buso nelle mura pel quale uscirono
fuori tante persone,  nel cui numero fu mio padrone e io".  Ed  vero,  perch,
quando fu il detto fuoco alla Tana,  io feci un buso nelle mura all'incontro di
certo terreno vacuo,  dove si vedeano molte brigate insieme,  pel quale  furono
tratte fuori da 40 persone,  e fra essi fu costui e Cozadahuth. Tennili ambidui
in casa circa due mesi,  e al partir delle navi della Tana io gl'inviai a  casa
loro.  S che niuno mai debbe, partendosi da altri con opinione di non ritornar
mai pi in quelle parti,  dimenticarsi delle amicizie come che se mai  pi  non
s'avessero  da  vedere  insieme:  possono  accadere  mille  cose  ch'averanno a
rivedersi,  e forse quello che pi pu avr ad aver bisogno di colui che  manco
puote.
Ritornando alle cose della Tana,  scorrer per ponente e maestro,  andando alla
riva del mare delle Zabache all'uscir fuori a man manca,  e poi  qualche  parte
sul  mar  Maggiore,  per  insin alla provincia nominata Mengrelia,  prima detta
Colcho, poi Lazia Mengrelia.


Della regione Cremuch e del signore di quella;  del vivere e costume di  quelle
genti. Di diversi altri paesi. Della provincia Mengrelia; del signor di quella,
e  della  natura  di  quel  paese  e degli uomini.  Tetari: che cosa significa.
Dell'isola di Capha.
Cap. 10.

Partendomi adunque dalla Tana,  circa la riva del  detto  mare  fra  terra  tre
giornate si truova una regione chiamata Cremuch,  il signor della quale ha nome
Biberdi, che vuol dire Diodato. Costui fu figliuolo di Chertibei, che significa
vero signore.  Ha molti casali sotto di s,  i quali fanno al  bisogno  duemila
cavalli;  vi  sono  campagne  belle,  boschi  molti  e buoni e fiumi assai.  Li
principali di questa  regione  vivono  d'andar  rubbando  per  le  campagne,  e
specialmente  le  caravane  che passano da luogo a luogo.  Hanno buoni cavalli.
Essi sono valenti uomini della persona e d'astuto  ingegno,  e  somigliano  nel
volto  agl'Italiani.  Biade in quella regione sono assai,  e similmente carne e
mele,  ma non v' del vino.  Dietro a questi sono paesi di diverse lingue,  non
per  molto  lontani  l'uno dall'altro,  cio le Chippiche,  Tatacosia,  Sobai,
Cheverthei, As, cio Alani,  de' quali abbiamo parlato di sopra: e questi vanno
scorrendo  per  insino  alla  Mengrelia,  per  spazio  di  12 giornate.  Questa
Mengrelia confina con Caitacchi, che sono circa il monte Caspio, e parte con la
Zorzania e col mar Maggiore, e con quella montagna che passa nella Circassia; e
da un lato ha un fiume  chiamato  Phaso,  che  la  circonda  e  viene  nel  mar
Maggiore.  Il  signor  di questa provincia ha nome Bendian: ha due castelli sul
detto mare, uno chiamato Vathi e l'altro Sevastopoli,  e oltre d'essi altri pi
castellucci e brichi.  Il paese  tutto sassoso e sterile: non ha biade d'altra
sorte che paniccio; il sale li vien condotto da Capha. Fanno qualche poche tele
e molto cattive, che son alcune di canapo e altre d'ortica.
 gente bestiale: il segno di ci    ch'essendo  a  Vathi,  dove,  partito  da
Constantinopoli  con  una  palandiera  di  Turchi per andar alla Tana,  capitai
insieme con un Anzolin Squarciafico genovese,  era una giovane,  la quale stava
in  piedi sopra una porta,  alla quale questo Genovese disse: "Surina,  patroni
cocon?", che vuol dire: "Madonna,  il padrone in casa?" (intendendo per questo
il marito); essa rispose: "Archilimisi", che vuol dire: "Ei verr".  Ed egli la
pigli  nelle  labbra  e,  mostrandola  a  me,  diceva: "Guarda bei denti ch'ha
costei",  e mi mostrava anche il seno e le toccava le mammelle;  ed ella non si
turbava  n  si  moveva punto.  Entrammo poi in casa e ci mettemmo a sedere,  e
questo  Anzolino,  mostrando  d'aver  pulici  nelle  mutande,  le  fece  d'atto
ch'andasse  a  cercare:  ed  ella se ne venne con grande amorevolezza,  e cerc
intorno intorno con somma fede e castit.  In questo mezo venne  il  marito,  e
costui cacci mano alla borsa e disse: "Patroni, tetari sicha?", che vuol dire:
"Padrone,  hai  tu denari?".  E,  facendo egli atto di non n'aver addosso,  gli
diede alcuni aspri,  de' quali esso dovesse comprare qualche rinfrescamento:  e
cos  and.  Dopo  stati  un  pezzo,  andammo per la terra a solazzo,  e questo
Genovese faceva in ogni luogo quello che li piaceva, secondo li costumi di quel
paese, senza che niuno gli dicesse peggio di suo nome: onde si vede che son ben
gente bestiale. Per questa ragione i Genovesi che praticano in quel paese hanno
fra loro un costume di  dire:  "Tu  sei  mengrello",  quando  vogliono  dire  a
qualcun:  "Tu  sei pazzo".  Ma poi che io ho detto che tetari significa denari,
non voglio lasciar di dire che propriamente  tetari  vuol  dir  bianco,  e  per
questo  colore  intendendo  i denari d'argento,  i quali sono bianchi.  I Greci
ancora chiamano aspri,  che vuol dir bianco;  i  Turchi  akcia,  che  vuol  dir
bianco;  Zagatai  tengh,  che  vuol  dir  bianco.  E  a  Venezia altre volte si
facevano,  e si fanno ancora al presente,  denari che si chiamano  bianchi;  in
Spagna ancora sono monete ch'hanno nome bianche.  S che noi vedemo che diverse
nazioni s'accordano a chiamar una istessa cosa con un nome che ciascuna le pone
nel suo proprio linguaggio: nondimeno tutte riguardano la  medesima  ragione  e
significato.
Ritornando da capo alla Tana,  passo il fiume dov'era l'Alania, com'ho detto di
sopra, e vo discorrendo pel mare delle Zabacche a man destra,  andando in fuori
per  insino all'isola di Capha,  dove si truova uno stretto di terreno chiamato
Zuchala,  che congiugne l'isola con terra ferma,  come fa quello  della  Morea,
detto d'Esimilla.  Quivi si truovano saline grandissime,  le quali si congelano
da lor posta.  Scorrendo la detta isola,  prima sul mar  delle  Zabacche    la
Cumania,  gente  nominata  da'  Cumani;  poi il capo dell'isola dov' Capha era
Gazaria: e per insino a questo giorno il pico col  quale  si  misura,  cio  il
braccio, alla Tana e per tutte quelle parti  chiamato il pico di Gazaria.


Del  signore  detto  Ulubi,  e i luoghi da lui signoreggiati.  Della perdita di
Capha, e in qual modo pervenne nelle mani di Mengligeri, poi d'Ottomano,  e con
che  arte  di  nuovo  in  detto  Mengligeri.  Il modo ch'osservano in trarre al
pallio. Della presa e liberazione di Mardassa Can.
Cap. 11.

La campagna di quest'isola di Capha  signoreggiata per Tartari,  i quali hanno
un  signore  chiamato  Ulubi,  che  fu figliuolo d'Azicharei.   buon numero di
popolo, e fariano a un bisogno da tre in quattromila cavalli.  Hanno due luoghi
murati,  ma non forti,  uno detto Solgathi,  il qual essi chiamano Chirmia, che
vuol dire fortezza,  e  l'altro  Cherchiarde,  che  nel  lor  idioma  significa
quaranta luoghi.  In quest'isola  prima, alla bocca del mar delle Zabacche, un
luogo detto Cherz,  il quale da noi si chiama Bosforo Cimerio;  dopo    Capha,
Soldadia,  Grusui, Cimbalo, Sarsona e Calamita, tutte al presente signoreggiate
dal Turco: delle quali non dir altro, per esser luoghi assai noti. Solo voglio
narrare la perdita di Capha,  secondo ch'io ho inteso da un Antonio  da  Guasco
genovese, il quale si ritrov presente e fugg per mare in Zorzania, e di l se
ne venne in Persia nel tempo ch'io mi vi ritrovava,  acci che s'intenda in che
modo questo luogo  capitato nelle mani de' Turchi.
Ritrovavasi in quel tempo esser signore di quel luogo, cio nella campagna,  un
Tartaro  nominato  Eminachbi,  il  quale avea ogn'anno da quelli di Capha certo
tributo,  cosa in quei luoghi consueta.  Accadettero fra lui e questi di  Capha
certe  differenze,  per  le  quali  il consolo di Capha,  che in quel tempo era
genovese,  deliber di mandare all'imperator tartaro  e  di  chiamare  uno  del
sangue  di questo Eminachbi,  col favore del quale voleva cacciare Eminachbi di
signoria.  Avendo adunque mandato un suo  navilio  alla  Tana  insieme  con  un
ambasciatore,  questo  ambasciatore  and  nel  lordo dove era l'imperatore de'
Tartari,  e ritrovato ch'ebbe uno del  sangue  di  questo  Eminachbi,  nominato
Mengligeri,  con  promissione  lo  condusse  a  Capha  per  la  via della Tana.
Eminachbi, intendendo questo,  ricerc di pacificarsi con quelli di Capha,  con
patto  che  mandassero  indietro  il detto Mengligeri.  E non volendo quelli di
Capha simil patto,  Eminachbi,  dubitando del fatto suo,  mand un ambasciatore
all'Ottomano,  promettendogli,  se mandava la sua armata l, la qual oppugnasse
da mare,  ch'egli oppugneria da terra e gli daria Capha,  la  quale  volea  che
fusse sua. L'Ottomano, il qual era desideroso d'aver tale stato, mand l'armata
e  in  breve  ebbe  la  terra,  nella  quale  fu  preso  Mengligeri,  e mandato
dall'Ottomano stette in prigione molti anni.
Non molto dopo Eminachbi, per la mala compagnia ch'avea da' Turchi,  cominci a
esser  malcontento  d'aver  data  la terra all'Ottomano,  e non lasciava entrar
nella terra alcuna sorte di vettovaglie: onde cominci a esser gran penuria  di
biade  e  di  carne,  in  modo  che la terra era poco meno ch'assediata.  Fugli
ricordato che, se mandava Mengligeri a Capha,  tenendolo dentro della terra con
qualche guardia cortese,  la terra averia abbondanza, perci che Mengligeri era
molto amato dal popolo di fuori.  L'Ottomano,  giudicando che 'l ricordo  fusse
buono,  lo mand: e,  tanto tosto che si seppe ch'era giunto, venne nella terra
grande abbondanza, perch era amato ancora da quelli di dentro.  Essendo tenuto
costui  in guardia cortese,  s che poteva andare per tutto dentro della terra,
un giorno fu tratto un pallio con l'arco.  Il modo di trar al  pallio  in  quel
luogo  questo: attaccano a un legno messo in traverso sopra due legni drizzati
in  piedi,  a  sembianza  d'una  forca,  con  qualche spago sottile,  una tazza
d'argento;  e quelli ch'hanno a trar per avere il pallio hanno le  lor  freccie
col  ferro  di  mezaluna  tagliente,  e  corrono a cavallo con l'arco per sotto
questa forca,  e quando ch'hanno passato un pezzo in l,  correndo tuttavia  il
cavallo  alla dritta,  si voltano indietro e traggono allo spago,  e quello che
getta gi la tazza ha vinto il pallio.
Mengligeri adunque, tolta questa occasione del trar del pallio,  fece che cento
cavalli de' Tartari,  co' quali esso avea intelligenza, s'ascondessero in certa
vallicella ch'era fuori della terra poco lontano, e,  fingendo volere anch'egli
trar  al  pallio,  prese  il  corso e fugg dentro de' suoi.  Incontintente che
questa cosa fu intesa, la maggior parte dell'isola lo seguit,  e con essi bene
in punto se n'and a Solgathi,  terra lontana da Capha sei miglia,  e la prese.
Crescendo poi  il  popolo  a  sua  ubbidienza,  and  a  Cherchiarde  e  quella
similmente prese: e ammazzato Eminachbi si fece signore di quei luoghi.  L'anno
seguente deliber  d'andar  verso  di  Citracan,  luogo  lontano  da  Capha  16
giornate,  signoreggiato  da  un  Mordassa Can,  il quale in quel tempo era col
lordo sopra del fiume Erdil.  E fece giornata con lui  e  preselo  e  tolse  il
popolo,  buona  parte  del  quale  mand  all'isola di Capha;  ed egli rimase a
invernar sopra il detto fiume.  Ritrovavasi  in  quel  tempo  esser  alloggiato
qualche giornata lontano un altro signor tartaro,  il quale,  inteso che costui
invernava in quel luogo,  essendo il fiume agghiacciato,  deliber d'assaltarlo
all'improvista  e lo ruppe,  e ricuper Mordassa,  il qual era tenuto prigione.
Mengligeri,  essendo rotto,  ritorn a Capha mal  in  ordine.  Nella  primavera
seguente  Mordassa  col suo lordo venne a trovarlo fino a Capha,  e fece alcune
correrie e danni dentro dell'isola:  ma,  non  potendo  aver  le  terre  a  sua
ubbidienza, torn indietro.
Nondimeno  mi  fu  detto  ch'egli  di nuovo faceva esercito,  con intenzione di
ritornare all'isola e discacciare Mengligeri: e questo  vero in s, ma cagione
d'una bugia,  imperoch coloro che non  intendono  donde  procedano  le  guerre
ch'hanno  tra  loro questi signori,  e non sanno che differenza sia tra il gran
Can e Mordassa Can, intendendo che Mordassa Can fa nuovo esercito con intenzion
di ritornar all'isola, si danno ad intendere e dicono che il gran Can viene per
la via di Capha a posta dell'Ottomano,  con proposito d'andar  per  la  via  di
Moncastro  nella  Valachia  e  Ungaria  e dove vorr l'Ottomano: la qual cosa 
falsa, quantunque s'abbia per lettere da Constantinopoli.


Della Gotia e Alania; della favella de' Goti;  de' popoli gotalani,  e onde sta
derivato questo nome.  Della terra detta Citracan;  della grandezza de' talponi
che nascono in quei boschi. D'una terra detta Risan,  e della fertilit di quel
paese. Di Colona citt. Del fiume Mosco e Mosco citt, e del sito e abbondanzia
di quella.
Cap. 12.

Dritto dell'isola di Capha d'intorno, ch' sul mar Maggiore, si truova la Gotia
e  poi l'Alania,  la qual va per l'isola verso Moncastro,  com'abbiamo detto di
sopra.  Goti parlano in todesco: so questo perch,  avendo un famiglio  todesco
con  me,  parlavano  insieme  e  intendevansi assai ragionevolmente,  cos come
s'intenderia un Furlano con un Fiorentino.  Da questa  vicinit  de'  Goti  con
Alani  credo  che  sia derivato il nome di Gotalani.  Alani erano prima in quel
luogo: sopravennero Goti e conquistorno quei paesi,  e fecero una  mistura  del
nome loro col nome degli Alani,  e si chiamarono Gotalani, s come quelle genti
erano mescolate con queste.  Tutti questi fanno  alla  greca,  e  similmente  i
Circassi.  E perch abbiamo fatto menzione di Tumen e di Citracan,  non volendo
pretermettere n anche di questi luoghi le cose  che  sono  degne  di  memoria,
dicemo  che  da  Tumen  andando  per  greco e levante sette giornate lontano si
truova il fiume Erdir, sopra il qual fiume  Citracano,  la quale al presente 
una  terricciola  quasi  distrutta:  pel  passato  fu  grande  e  di gran fama,
imperoch, prima che fusse distrutta dal Tamberlano, le spezie e le sete che al
presente vanno in Soria andavano in Citracan,  e da quel luogo alla Tana,  dove
si  mandava solamente da Venezia sei e sette galee grosse per il levar di dette
spezie e sete.  E in quel tempo n Veneziani n altra nazione citramarina facea
mercanzia in Soria.
L'Erdil  fiume grossissimo e larghissimo, il qual mette capo nel mar di Bach,
lontano da Citracan circa miglia 25: e cos esso fiume come il mare hanno pesci
innumerabili,  ma  in  esso mar si truovan schenali e morone assai,  il qual fa
anche sale assai.  Per il fiume a contrario  d'acqua  si  pu  navigare  infino
appresso  il  Moscho,  terra  di Rossia,  a tre giornate: e ogn'anno quelli del
Moscho vanno con lor navilii in Citracan a torre il sale, e vi  la via facile,
perch il Moscho fiume va in quello che  nominato Occa, che discende nel fiume
Erdil. Trovansi in questo fiume isole assai e boschi,  delle quali isole ve n'
alcuna che volge trenta miglia.  I boschi fanno talponi,  che d'un pezzo cavato
ne fanno barche che portano otto e dieci cavalli e altrettanti uomini. Passando
questo fiume e andando per ponente maestro alla via  del  Moscho,  presso  per
delle  rive,   quindici  giornate  continue,  si  truovan  popoli  di  Tartaria
innumerabili. Ma scorrendo verso maestro s'arriva a' confini della Rossia, dove
si truova una terricciola chiamata Risan,  la quale  d'un cognato di  Giovanni
duca di Rossia.  Tutti sono cristiani e fanno alla greca; il paese  fertile di
biade,  carne e melle e altre buone cose;  fassi eziandio bossa,  che vuol  dir
cervosa;  truovansi boschi e casali assai.  Andando un poco pi oltre si truova
una citt chiamata Colona.  E l'una e l'altra di queste due sono fortificate di
legname,  del  quale medesimamente sono fatte tutte le case,  imperoch in quei
luoghi non si truova gran fatto pietre.
Tre giornate lontano si ritruova il detto  Moscho,  fiume  notabile,  sopra  il
quale  una citt nominata Moscho, dove abita il detto Giovanni duca di Rossia.
Il  fiume passa per mezo la terra e ha alcuni ponti;  il castello  sopra certa
collina,  e d'ogn'intorno  circondato da boschi.  La fertilit delle  biade  e
della carne che  in questo luogo si pu comprender da questo,  che non vendono
carne a peso, ma ne danno tanta ad occhio,  che certo se ne ha quattro libre al
marchetto. Le galline s'hanno settanta al ducato; l'oche tre marchetti l'una. 
tanto gran freddo che eziandio l il fiume s'agghiaccia.  Il verno sono portati
porci,  buoi e altri animali scorticati e messi in piedi,  duri come sassi,  in
tanto  numero  che chi ne volesse 200 al giorno li potria comprare: tagliar non
si possono perch sono duri come marmi, se non si portano in stufa. Frutti,  da
qualche pochi pomi e noci e nocelle salvatiche in fuora, non si truovano.
Quando  vogliono andare da luogo a luogo,  specialmente s'il camino  per esser
lungo, camminano il verno, perch tutto  agghiacciato,  e hanno buon camminar,
salvo  che  da  freddo.  Portan allora sopra li sani (i quali satisfanno a loro
come a noi li carri,  e dal canto di qua si chiamano travoli over vasi)  quello
che vogliono,  con grandissima facilit. La state, per esser fanghi grandissimi
e moscioni assaissimi,  i quali procedono dalli boschi molti e  grandi  che  vi
sono,  la  maggior  parte  dei quali  inabitabile,  non ardiscono andar troppo
lontano.
Non hanno vino,  ma alcuni fanno vino di mele,  alcuni di  cervosa  di  miglio,
nell'uno  e  l'altro  dei quali mettono fiori di bruscandoli,  i quali danno un
stuffo che stornisce e imbriaca come il vino.  Non  da preterire con  silenzio
la provisione che fece il detto duca, vedendo essi essere grandissimi imbriachi
e per imbriachezza restar di lavorare e di far molte altre cose che gli sariano
state utili: fece un bando che non si potesse far n cervosa n vin di mele, n
usar  fiori  di  bruscandoli  in  alcuna  cosa,  e con questo modo gli ha fatti
mettere al ben vivere.


D'una terra chiamata Cassan.  De' Moxii popoli,  e della religion e viver loro.
Di Novogradia citt.  Di Trochi e Lonin castelli.  D'una terra detta Varsonich.
Di Mersaga e Brandinburg citt. Del re di Zorzania; della fertilit,  costumi e
abiti di quel paese. D'una terra detta Zifilis.
Cap. 13.

Possono  ora  esser  25  anni,  pagavano  i  Rossiani  per  il  passato tributo
all'imperator tartaro;  di presente hanno soggiogata una terra chiamata Cassan,
che  in nostra lingua vuol dire caldiera,  la quale  sul fiume Erdil,  andando
verso il mar di Bach a man sinistra, lontana dal Mosco cinque giornate. Questa
terra  mercantesca,  della quale si tragge la maggior parte delle  pellettarie
che  vanno  al Mosco,  in Polonia,  in Prusia e in Fiandra: le qual pellettarie
per vengono da parte di tramontana e greco,  dalle regioni  di  Zagatai  e  di
Moxia,  i quali paesi di tramontana sono posseduti da' Tartari,  che per il pi
sono idolatri, cos come ancora sono i Moxii.
Ho qualche pratica delle cose de' Moxii,  e per tanto dir  della  lor  fede  e
condizione  quello  che  io  intendo.  Certo  tempo dell'anno sogliono torre un
cavallo,  il quale essi mettono nella campagna,  a cui ligano tutti  quattro  i
piedi a quattro pali,  e similmente la testa a un palo,  fitti in terra.  Fatto
questo viene uno col suo arco  e  freccie,  e  mettesi  lontano  in  intervallo
conveniente,  e  tirargli  alla  via  del  cuore  tanto che lo ammazza;  poi lo
scortica e fanno della  pelle  un  utre;  della  carne  fanno  tra  loro  certe
cerimonie  e  poi la mangiano.  Poi empiono questa pelle tutta di paglia,  e la
cuciono s fattamente che pare intiera,  e per ciascuna delle gambe mettono  un
legno dritto,  accioch possa stare in piedi come vivo.  Finalmente vanno ad un
arbore grande e gli tagliano quei rami che a lor pare,  e  di  sopra  fanno  un
solaro,  sul  quale  mettono  questo  cavallo  in  piedi:  e  cos  lo adorano,
offerendogli zebelini, armelini,  dossi,  vari,  volpi e altre pellettarie,  le
quali  appiccano  a  quest'arbore  s  come noi offeriamo candele,  in modo che
questi arbori sono pieni di simili pellettarie.  Buona parte del popolo vive di
carne,  e per lo pi di carne salvatica,  e di pesci che prendono in quei fiumi
che sono nel loro paese.
Abbiamo detto dei Moxii;  dei Tartari non abbiamo altro  da  dire  se  non  che
quelli di loro che sono idolatri adorano statue, le quali portano sopra dei lor
carri: quantunque si trovano alcuni, i quali hanno per costume di adorar quello
animale  ogni  giorno  che  uscendo  di  casa primamente scontrano.  Il duca ha
soggiogata anche Novogradia,  che vuol dire in nostra lingua nove castelli,  la
quale  terra grandissima, lontana dal Mosco alla via di maestro giornate otto.
Governavasi prima a popolo,  ed erano uomini senza alcuna ragione;  avevano tra
loro molti eretici.  Al  presente  scorre  via  cos  piano  piano  nella  fede
catolica, conciosiach alcuni credano, alcuni no; ma vivono con ragione e ci si
fa giustizia.
Partendo  dal  Moscho verso Polonia vi sono giornate 22 insino all'entrar nella
Polonia.  Il primo luogo che si truova  un castello chiamato Trochi,  al quale
non  si  pu  andare,  partendo  da  Moscho,  se  non per boschi e per colline,
imperoch  quasi luogo deserto.  Vero  che caminando a luoghi a  luoghi,  ove
sono stati alloggiamenti per avanti, si truova esservi stato fatto fuoco, e ivi
li viandanti possono riposare e far fuoco se vogliono.  Alcune fiate,  ma molto
poche, si truova fuor di mano qualche villetta.  Partendo da Trochi si truovano
similmente  boschi e colline,  ma insieme eziandio alcuni casali,  e lontano da
Trochi nove giornate si truova un castello chiamato Lonin.  Si  entra  poi  nel
paese  di  Lituania,  dove  si  vede  una terra chiamata Varsonich,  la quale 
d'alcuni signori,  sottoposti  per  a  Cazmir,  re  di  Polonia.  Il  paese  
abbondante  e  ha castelli e casali assai,  ma non da gran conto.  Da Trochi in
Polonia sono giornate sette, ed  buono e bel paese. Trovasi poi Mersaga, assai
buona citt,  e ivi finisce la Polonia: dei castelli e terre della  quale,  per
non  ne  aver  io  notizia,  non dir altro se non che il re con li figliuoli e
tutta la casa sua  cristianissimo,  e che il suo figliuol maggiore di presente
  re di Boemia.  Usciti della Polonia,  a quattro giornate troviamo Frankfort,
citt del marchese di Brandinburg,  ed entriamo nell'Alemagna,  della qual  non
dir altro, per esser luogo domestico e inteso da molti.
Resta ora che diciamo qualche cosa della Zorzania,  la quale  all'incontro dei
luoghi sopra detti e confina con la Mengrelia.  Il re di  questa  provincia  si
chiama Pancrazio: ha bel paese,  e fertile di pane, di vino, di carne, di biade
e d'altri frutti assai.  Fassi  gran  parte  di  vini  sugli  arbori,  come  in
Trabisonda. Gli uomini sono belli e grandi, ma hanno sozzissimi abiti e costumi
vilissimi.  Vanno  tosi  e  rasi il capo,  salvo che intorno lassano un poco di
capelli,  a similitudine di questi nostri  abbati,  che  hanno  buona  entrata;
portano  mustacchi,  ai  quali  si  lasciano crescer li peli sotto la barba,  a
lunghezza di una quarta d'un  braccio.  In  capo  portano  una  berrettuzza  di
diversi colori, in cima della quale  una cresta; in dosso portano giubbe assai
lunghe,  ma strette e fesse di dietro infino alle natiche, imperoch altramente
non potriano montare a cavallo: nella qual cosa non li biasimo, perch vedo che
ancora i Francesi l'usano.  In piedi e gambe portano stivali,  i quali hanno la
suola fatta in modo che, quando stanno in piedi, la punta e il calcagno toccano
in  terra,  ma in mezo sono tanto alti da terra che si potria cacciare il pugno
per sotto la pianta senza farsi male: e di qui viene  che,  quando  caminano  a
piedi,  caminano con fatica; gli biasmaria in questa parte, se non fusse che io
so che ancora li Persiani l'usano.
Circa il mangiare,  secondo che io ho veduto a casa di  uno  delli  principali,
servano questo modo: hanno certe tavole quadre circa mezo braccio,  con un orlo
cavato intorno;  in mezo di queste mettono una quantit di paniccio cotto senza
sale  e  senza altro grasso,  e questo scusa in luogo di minestra;  in un'altra
simil tavola mettono carne di cinghiaro brustolata, e tanto poco arrostita che,
quando la tagliavano,  sanguinava: essi mangiavano di buona voglia,  io non  ne
poteva gustare,  e per me ne andava fingendo di mangiar con quel paniccio; del
vino ne era abbondanzia,  e andava intorno alla polita;  altra sorte di vivande
non avemmo.  Vi sono in questa provincia montagne grandi e boschi assai. Ha una
terra chiamata Tiflis,  d'avanti la quale passa il fiume  Tygris,  la  quale  
buona terra,  ma male abitata;  ha eziandio un castello nominato Gori;  confina
con il mar Maggiore.
E questo  quanto io ho a narrare circa il viaggio mio della  Tana  e  di  quei
paesi, insieme con le cose degne di memoria di quelle parti. Seguita che (tolto
un  altro  principio) prenda la seconda parte,  e metta le cose appartenenti al
viaggio mio di Persia.

Il fine del viaggio alla Tana.

VIAGGIO DI MESSER IOSAFA BARBARO
GENTILUOMO VENEZIANO, NELLA PERSIA,
PARTE SECONDA

Del presente mandato per la illustrissima  Signoria  di  Venezia  ad  Assambei,
signor della Persia.  Del castello chiamato Sigi. Del porto e castello nominati
Curcho.  Dell'armata della illustrissima Signoria di Venezia per  andar  contra
Ottomano.
Cap. 1.

Essendo la nostra illustrissima Signoria in guerra con l'Ottomano del 1471, io,
come uomo uso a stentare e pratico tra gente barbara, e desideroso di ogni bene
della  illustrissima  Signoria,  fui  mandato  insieme  con uno ambasciadore di
Assambei,  signor della Persia,  il quale era venuto a Venezia a  confortar  la
illustrissima  Signoria  che  volesse  proseguir  la  guerra  contra  il  detto
Ottomano;  conciosiach ancor esso con le sue forze gli  saria  venuto  contra.
Partimmo adunque da Venezia con due galee sottili,  e dietro di noi vennero due
galee grosse cariche di artiglierie, gente da fatti e presenti,  che mandava la
detta  illustrissima Signoria al detto signor Assambei,  con commissione che io
mi appresentassi al paese del Caraman  e  a  quelle  marine,  e  venendo,  over
mandando  l Assambei,  gli donassi tutte le dette cose.  Le artiglierie furono
bombarde,  spingarde,  schioppetti,  polvere da trarli,  carri e ferramenti  di
diverse sorti,  per valuta di ducati 4000. Le genti da fatti furono balestrieri
e schioppettieri 200, sotto quattro contestabili, col lor governatore,  che era
Tommaso  da  Imola,  il  quale  aveva  dieci  provisionati  sufficienti ad ogni
governo.  Li presenti furono lavori e vasi d'argento per  il  valor  di  ducati
3000,  panni  d'oro  e  di seta per il valore di ducati 2500,  panni di lana in
scarlatto e altri colori fini per il valor di ducati 3000.
Giunti che fummo all'isola  di  Cipro,  entrammo  in  Famagosta  e  insieme  ci
appresentassimo a quel re: uno ambasciador del papa,  uno del re Ferdinando,  e
noi due, cio l'ambasciador del signor Assambei e io.  Dove informandone se per
il paese del Caraman securamente si poteva passare in Persia, trovammo tutte le
terre  da marina e fra terra essere occupate dall'Otomano,  per la qual cosa ne
fu necessario dimorare un certo tempo in Famagosta. Nel qual tempo, desiderando
di proseguire il camin mio, pi volte insieme con l'ambasciador del Caraman, il
quale aveva ritrovato in Cipro,  me n'andai con una galea sottile alle  riviere
del Caraman,  lassando tuttavia gli altri ambasciadori in terra.  Una di queste
volte capitai a un porto dove  certo castello chiamato Sigi,  e  ivi  fummo  a
parlamento con un signor di quel luogo,  detto Cassambeg,  il quale, bench gli
fussero state tolte tutte le  sue  fortezze,  nientedimeno  aveva  pur  qualche
centenaro di cavalli e di gente,  che andavano per il paese quasi vagabondi,  i
quali lo seguitavano. Un fratello maggior di questo signore, nominato Pirameto,
se n'era andato ad  Assambei,  per  aver  soccorso  da  lui  contra  l'Otomano.
Parlando noi con questo che avevamo trovato l del pensier nostro,  tra l'altre
cose ne disse che con grande allegrezza ne aveva aspettati, e mostronne lettere
di Assambei, nelle quali si conteneva che dovesse star di buon animo, imperoch
presto verrebbe l'armata dei signori veneziani,  con la quale  sperava  che  si
ricuperaria lo stato, e specialmente i luoghi di marina.
Io,  inteso che l'armata nostra si doveva appresentare a quelle parti,  ordinai
che le galee che erano rimase a Famagosta dovessero venire a  Sigi.  In  questo
mezo intesi che 'l nostro capitan generale, messer Pietro Mozenico, insieme con
li  proveditori  messer  Vittor  Soranzo e messer Stefano Malipiero,  con altre
galee e capitani, erano arrivati nel porto de Curcho,  che appresso gli antichi
era Corycus,  dove  un bel castello chiamato Curcho, e incontinente gli mandai
Agostino Contarini sopracomito a dir che, se doveva torre impresa alcuna,  a me
pareva  che  esso  dovesse  venire  a  Sigi,  dove io mi ritrovava,  perch pi
facilmente si conseguirebbe vittoria;  nondimeno,  parendo  a  lui  altramente,
comandasse,  che  ubidirei.  Sigi    lontano dal Curcho non pi che XX miglia,
onde,  avendo inteso il capitan generale quello che  io  gli  mandava  a  dire,
quantunque gi avesse principiato a bombardare il Curcho,  si lev con l'armata
e venne a Sigi.  In quest'armata erano galee 56,  e due  galee  sottili  e  due
grosse  le  quali io aveva,  che fanno 60,  tutte della illustrissima Signoria;
galee XVI del re Ferdinando,  galee cinque del re di Cipro,  galee due del gran
maestro  di Rodi,  galee XVI del sommo pontefice,  le quali per erano rimase a
Modon: che sono in tutto galee 99. Nelle galee nostre erano cavalli 440,  con i
loro  stradiotti,  cio  otto  per  galea,  eccetto che in cinque galee che non
avevan cavalli.  Giunti nel porto mettemmo i cavalli in  terra  e  buona  parte
della gente, i quali cominciarono a prepararsi.


Come il castello Sigi si rendette a patti, e come, usciti fuora il signor e gli
altri,  contra il voler del capitano furono saccheggiati;  ma subito, di ordine
di esso capitano, trovato tutte le persone e robe depredate,  furono restituite
ad esso signore.
Cap. 2.

Il  d  seguente  il  capitano mand per me,  e dissemi che gli pareva che quel
castello fusse molto forte e,  per  rispetto  del  sito,  quasi  inespugnabile,
essendo  posto  nella sommit d'un monte,  e domandommi quel che mi pareva: gli
risposi esser vero che era fortissimo, ma eziandio questo non falso, che dentro
non ci si ritrovavano se non al pi XXV uomini da  fatti,  i  quali  avevano  a
guardare e difendere d'ogn'intorno lo spazio d'un miglio, onde certamente io mi
credeva che, proseguendo l'impresa, presto s'averia. Stette molto sospeso e non
mi fece risposta alcuna,  ma due ore dopo mi mand il suo almiraglio a dire che
aveva deliberato di tor l'impresa. Fecemi stare di buona voglia,  e subitamente
me  n'andai;  e  di questo diedi notizia a Theminga,  capitan del Caramano,  il
quale similmente si rallegr tutto e volse che io  andassi  a  riferire  questo
istesso  al  suo  signore: e cos feci.  E ritornato dal detto Theminga,  me ne
venni al nostro capitano,  e cominciammo a mettere in ordine le cose  opportune
alla oppugnazione.
La mattina seguente, circa ore quattro di giorno, Theminga mi disse che gli era
venuto  uno  dal  castello,  offerendo di darglielo,  se noi volevamo salvar le
persone e le robe.  Ne feci motto al nostro capitano,  il quale mi ordin ch'io
dovessi  promettere  a  quel  tale,  per mezo di Theminga,  che egli con le sue
persone e robe sariano salvi e,  non  volendo  stare  in  quel  luogo,  sariano
condotti a salvamento dove a loro piacesse.  Avendo riferito questo a Theminga,
egli volse ch'io andassi a parlare col signore di quel castello,  che era detto
Mustaf,  ed era nativo della Caramania: e per tanto andai alla porta, appresso
la quale era una fenestra quadra, e parlai col signore, il quale era venuto l.
E dopo molte parole esso mi  disse  che,  servandogli  il  nostro  capitano  la
promessa  di  farlo  sicuro  con le persone e robbe,  era contento di dargli il
castello. E,  fattogli la detta promessa,  aperse le porte,  e lass entrar me,
l'armiraglio e tre compagni di galea,  insieme col nostro interprete.  Dimandai
dove voleva essere; mi rispose che desiderava andare in Soria e,  per andar pi
sicuro,  d'esser condotto con una delle nostre galee,  lui,  la moglie e la sua
roba: e cos gli promessi,  ed egli incontinente seguit  di  insaccar  le  sue
robe, delle quali per avanti gran parte aveva insaccato. Uscito esso con le sue
robe fuor della porta,  e dietro a lui gli altri i quali erano nel castello con
tutto il suo,  i quali potevano essere da 150 in tutto,  e discendendo gi  del
monte,  si  riscontr  col  nostro capitano,  il qual veniva suso con una buona
ciurma di galeotti per ricevere il castello: ai quali galeotti non  valsero  n
comandamenti  n  minaccie  del  capitano  che,  vedendo  queste  robe,  non si
mettessero a far preda,  s delle robe come delle persone.  Puossi  considerare
l'affanno  che  ebbe  il  capitano  e  i proveditori e tutti coloro che avevano
intelletto,  specialmente essendogli  stata  fatta  per  lor  nome  cos  larga
promessa.
Tolto adunque il castello ritornai alla galea,  e la sera sul tardi il capitano
mand per me,  e con grande amaritudine si condolse  del  caso  intravenuto:  e
volse  che  io  andassi  a  trovar  nel  campo  il  capitano del Caraman,  e in
escusazion sua dicessi quello che mi pareva conveniente circa la  disubidienzia
e  furia  delli detti galeotti,  e di quello che esso aveva in animo di fare in
favor di quelli che erano  stati  rubbati,  e  contra  di  quelli  che  avevano
rubbato.  Tornato  adunque alla marina,  ritrovai che l'interprete mio aveva un
asino carco di roba,  al quale io feci tor le robe incontinente e dar di  molte
botte.  Dapoi me n'andai da Theminga,  capitano del Caraman,  e iscusato che io
ebbi la cosa col modo che mi era stato dato, concludendo gli promessi che 'l d
seguente da mattina al tutto si faria provisione: esso  mi  accett  con  buona
cera,  dicendo  che  gli  dispiaceva  che 'l signor di Sigi insieme con tutti i
suoi, i quali erano ribelli del suo signore, non fusse stato morto. Io,  veduto
che  di  quello  ch'era seguito non si prendeva molta molestia,  incominciai ad
adattare la cosa, dicendo che quello gli era stato promesso bisognava che fusse
atteso,  e che quello era  seguito  era  seguito  per  la  furia  bestiale  dei
galeotti,  con  grandissimo dispiacere del capitano e proveditori e di tutti li
sopracomiti. Ritornato che fui al nostro capitano,  fu da lui commesso a messer
Vettor  Soranzo,  insieme con alcuni sopracomiti,  il cargo della ricuperazione
delle persone e delle robbe tolte contra la fede che noi gli avevamo data.
E la mattina per tempo furno  fatte  gride,  con  asprissime  pene,  che  tutti
dovessero appresentare e mettere in terra le persone e le robbe tolte,  e oltra
di questo furono ricercate  con  grandissima  diligenzia  tutte  le  galee.  Le
persone  furono  ritrovate  tutte,  e delle robe una buona parte,  delle quali,
massimamente di quelle che eran minute,  fu fatto un grandissimo  monte,  e  di
quello  cavate  da parte tutte le robe che erano del signore,  s quelle che si
trovavano in sacchi come quelle che si trovavano fuor di  sacchi.  Dapoi  tutte
insieme  furono  portate  nella  galea  di  messer  Vettor Soranzo proveditore,
percioch in essa era entrato quel signore insieme con la sua donna,  alla qual
fu  appresentato  tutto  quello che si ritrovava.  Le robe che erano del popolo
tutte insieme furono consegnate al lor capitano,  il qual fece far la grida che
ognuno venisse a tor le sue: e cos vennero.


Come  duoi fratelli del signor Mustaf fecero smontar esso signore col suo aver
apresso di loro,
e poco dipoi, fattolo morire, un di loro prese la cognata per moglie.
Della presa del castello Curcho e restituzion di quello al Caramano.
Come Silephica, anticamente chiamata Seleucia, si rendette a patti.
Cap. 3.

Era commune opinione che questo signore avesse tesoro  grande,  lassatogli  dal
padre:  e,  per  quello che si pot vedere,  fra pietre preziose,  perle,  oro,
argento e panni,  erano decine di migliaia di ducati.  E in  segno  di  ci  un
sopracomito candiotto,  il quale aveva avuti due sacchi di dette robe, e uno ne
aveva restituito e con l'altro se n'era andato a Rodi,  morendo in quel  luogo,
ordin che, per quello esso aveva avuto di conto del detto signore, gli fussero
restituiti ducati 800.  Fatto questo, due fratelli di questo signore lo vennero
a trovare in galea, e con lor ragioni,  promissioni e persuasioni tanto fecero,
che  si  content di smontare in terra con tutto il suo: e poco dopo la partita
delle galee lo fecero morire.  E come che questo fusse  stato  poco  male,  uno
d'essi tolse per moglie la donna, che era sua cognata.
L'armata  ritorn  al  Curcho  sopranominato  e,  dismontata che fu la gente in
terra,  furon messe le bombarde ai suoi luoghi,  per oppugnare eziandio  questo
castello,  nel  quale  erano per guardia le genti dell'Ottomano.  Era gionto in
quello istesso tempo a quel luogo il signor Caraman con le sue genti, e,  tolta
la prima cinta de' muri, si dettero a patti, salve le persone e le robe: e cos
avessimo il castello e lo restituimmo al Caraman.  Dopo questo, io me n'andai a
Silephica, terra famosa,  che si chiamava anticamente Seleucia,  con alcuni del
Caramano:  la quale per il simile era occupata dall'Ottomano.  E dissi a quelli
ch'erano dentro che volessero render la terra,  che sariano salve le robe e  le
persone,  e che,  se si lasciavano dar la battaglia,  forse lo vorrebbono fare,
che non si accettaria, ma che tutti anderiano per fil di spada.  Mi fu risposto
che  io  andassi  alla  buon'ora,  e  che  domattina  essi mandariano a dire al
Caramano quale era l'intenzion loro.  Il d seguente gli mandarono a  dire  che
erano  contenti  di dargli la terra,  e che andassero presto,  imperoch gliela
consegnariano: e cos fecero.
Il nostro capitano dapoi con tutta l'armata se ne torn in Cipro,  e si mise  a
star  presso a Famagosta per provedere al governo di quell'isola,  imperoch il
re Zacho era mancato di questa vita,  nel tempo che noi eravamo nelle terre del
Caraman.  Fatte  le  debite provisioni,  dopo alcuni giorni si lev e andossene
verso l'arcipelago.  Io rimasi nel porto di Famagosta,  con tre galee sottili e
due  grosse,  insieme con li contestabili e fanti che mi erano stati dati dalla
illustrissima Signoria: dove stetti per certo tempo.  Giunsero in  questo  mezo
due  galee del re Ferdinando,  sopra le quali era l'arcivescovo di Nicosia,  di
nazione catelano, e con lui un messo del detto re,  i quali dovevano trattar di
contragger  matrimonio  di  una figliuola naturale del re Zacho con un figliuol
naturale del detto re Ferdinando.
E stando in dette pratiche,  una notte sottosopra incominciorno a sonar campane
nell'arme, e il vescovo si ridusse con quelli che 'l seguitavano alla piazza ed
ebbe la terra, e poco dopo ebbe Cerines e quasi tutta l'isola a sua ubbidienza.
Il nostro capitan generale,  avendo inteso che due galee,  le quali venivano da
Napoli col detto vescovo, andavano verso levante,  sospett che dovessero andar
in Cipro,  e mand messer Vittor Soranzo proveditor con diece galee sottili. Il
qual, gionto a Famagosta, ritrov una di quelle galee nel porto; e,  dopo molti
parlamenti  fatti  insieme,  fu  fatta  col  vescovo  e  co' suoi seguaci certa
composizione,  che restituissero la terra e tutto quello che avevano  tolto,  e
che  se  n'andassero  alla  buon'ora:  e cos fu fatto,  e l'ambasciator del re
Ferdinando se ne  ritorn  a  Napoli,  quello  del  sommo  pontefice  rimase  a
Famagosta.
Io con l'ambasciator di Assambei,  che desideravo andare al mio camino, insieme
col mio cancelliero montai su una galea sottile, e ambedue le galee grosse,  le
quali  avevano  le  artiglierie  e li presenti sopranominati,  per comandamento
della illustrissima Signoria ordinai che andassero in Candia: delle quali parte
rimasero l e parte furono rimandate a Venezia,  e  li  fanti  feci  restare  a
custodia della isola di Cipro.  E io ritornai al Curcho,  del quale, perch non
ho posto il sito, al presente ne parler.


Del sito del Curcho, e quello che produce. Di Seleucia citt, e bellissimo sito
di quella. Del fiume Calycadnus. D'uno teatro simile a quello di Verona.
Cap. 4.

Questo Curcho  sul mare;  ha per mezo verso ponente uno scoglio che  volge  un
terzo  di  miglio,  che era appresso gli antichi Eleusia,  sul quale per avanti
soleva essere un castello.  Mostra d'essere stato forte,  bello e ben lavorato,
ma  di  presente  in  gran  parte    rovinato;  ha  su  le porte maestre certe
inscrizioni di lettere,  le quali mostravano d'esser belle e simili all'armene,
pur in altra forma di quella ch'usano gli Armeni di presente,  conciosiach gli
Armeni che io avevo con me non le sapessero leggere.  Il castel rotto  lontano
dal  Curcho alla via della bocca del porto un trar di balestra,  ma il Curcho 
parte edificato su un sasso,  e parte scorre su la spiaggia verso il  mare:  il
sasso su nel quale  dalla parte di levante  tagliato in un fosso alto equale.
Il  sabbione  verso la spiaggia ha un muro scarpato grossissimo,  da non potere
essere offeso da bombarde;  nel castello  ne    un  altro,  con  le  sue  mura
grossissime  e torri fortissime,  il qual tutto cinge due terzi d'un miglio,  e
anche questo ha sopra le porte, le quali sono due, certe inscrizioni di lettere
armene. Ogni stanza di questo castello ha la sua cisterna d'acqua dolce,  e nei
luoghi   publici   quattro   cisterne   tanto   grandi,   tutte  d'acqua  dolce
perfettissima, che serviriano ad ogni gran citt.
Nell'uscire della porta ch' verso levante,  per una  strada  lontana  un  trar
d'arco dal castello,  si truovano arche di marmi d'un pezzo,  buona parte delle
quali sono rotte da un capo: e queste sono s  da  uno  come  dall'altro  canto
della strada,  e durano insino a una certa chiesa mezo miglio distante, la qual
mostra essere stata assai grande,  e ben lavorata di colonne di marmo grosse  e
d'altri  eccellenti  lavori.  I luoghi circonstanti al castello sono montuosi e
sassosi,  simili a quelli dell'Istria,  abitati per quel  tempo  da  gente  del
signor  Caraman.  Vi  nasce  frumento  assai  e  gottoni,  e vi  gran copia di
bestiame, spezialmente di buoi e cavalli, e vi sono frutti perfettissimi di pi
sorte. L'aere, per quel ch'io viddi,  molto temperato; di presente non so come
si stia,  imperoch sono stati distrutti dall'Ottomano.  A costa  della  marina
sono due castelli: il sopradetto Sigi,  edificato sopra un monte, e un altro, i
quali sono fortissimi.  Il primo  lontano dal mare un trar d'arco,  l'altro  
lontano da questo miglia sei, ed  posto appresso il mare ed  assai forte.
Partendo  dal  Curcho  e  andando  verso  maestro,  10  miglia lontano si trova
Seleuca,  cio Seleuzia,  che  lontana dal mare cinque miglia,  la quale   in
cima d'un monte sotto il quale passa un fiume,  appresso li antichi Calycadnus,
che mette in mare appresso il Curcho, simile di grandezza alla Brenta. Appresso
questo monte  un teatro, nel modo di quel di Verona, molto grande,  circondato
di  colonne  d'un  pezzo,  con  li suoi gradi intorno.  Ascendendo in monte per
andare nella terra, a man manca si veggono assaissime arche,  parte d'un pezzo,
com'  detto  di sopra,  separate dal monte,  e parte cavate nel proprio monte.
Ascendendo pi in su si truovano le porte della prima cinta  della  terra,  che
sono quasi alla sommit del monte,  le quali hanno un torrione per lato, e sono
di ferro,  senza legname alcuno,  alte circa quindici piedi,  larghe  la  met,
lavorate   politissimamente,   non  meno  che  se  fussero  d'argento:  e  sono
grossissime e forti. Il muro  grossissimo, pieno di dentro, con la sua guardia
davanti, il quale di fuora  carico e coperto di terreno durissimo,  tanto erto
che  per  esso  non  si  pu  ascendere  alle  mura.  Il  qual  terreno  gli va
d'ogn'intorno, ed  tanto largo dalle mura che da basso circonda tre miglia,  e
in cima il muro non circonda pi di uno,  ed  fatto a similitudine d'un pan di
zuccaro.  Dentro di questa cinta  il castello di Seleuca,  con le sue  mura  e
torri piene, tra 'l quale e le mura della prima cinta  tanto terreno vacuo che
a  un  bisogno faria da 300 stara di frumento:  distante la cinta dal castello
passi 30 e pi. Dentro del castello  una cava quadra fatta nel sasso, profonda
passa cinque, longa 25 e pi, larga circa sette: in questa erano legne assai da
monizione e una cisterna grandissima,  nella quale non  mai per mancare acqua.
E  questa  terra    nell'Armenia minore al presente,  ma anticamente era nella
Cilicia,  che fu presa da'  Turchi  quando  occuparono  il  restante  dell'Asia
minore,  a'  quali  fu levata da Rubino e Leone,  fratelli d'Armenia,  circa il
1230: e la ridussero in regno, e da loro fu detta Armenia,  la quale Armenia si
estende infino al monte Tauro, chiamato nel lor linguaggio Corthestan.


Della citt Tarso,  anticamente detta Tarsus; il sito e signor di quella. D'una
terra detta Adena,  e quello produce.  D'un grossissimo fiume chiamato  Pyramo.
D'un  notabil  modo  di  ballar e cantar d'alcuni peregrini macomettani.  D'una
terra detta Orphea.
Cap. 5.

Stetti certo tempo in questo  luogo  e  poi  mi  aviai  al  camino  di  Persia,
caminando  (quantunque  vi  sia altra via) per la marina: e in una giornata non
grande usci' fuora delle terre del Caraman.  Il primo luogo  ch'io  ritrovai  
Tarso,  anticamente Tarsus, buona citt, il signore della quale  Dulgadar, che
fu fratello di Sessuar: il paese  sottoposto al soldano,  quantunque  sia  pur
nell'Armenia  minore;  la terra volge 3 miglia.  Ha una fiumara davanti,  detta
dagli antichi Cydnus, sopra la quale  un ponte di pietra in volti per il quale
si esce della terra,  e questa fiumara le  va  quasi  attorno.  In  essa    un
castello scarpato da due lati di una scarpa alta passi 15, la quale  di pietre
tutte lavorate a scarpello;  davanti  un luogo piano,  quadro ed eminente,  al
qual si va per il castello con una scala, ed  tanto longo e largo che terrebbe
suso 1000 uomini.  La terra  posta  su  un  monticello  non  molto  alto.  Una
giornata lontano si trova Adena,  cos nominata anco dagli antichi, terra molto
grossa,  davanti della quale    un  fiume  grossissimo,  detto  dagli  antichi
Pyramus,  il qual si passa per un ponte di pietra in volto longo passi 40.  Sul
qual ponte essendoci noi accompagnati con certi suffi, cio, parlando in nostro
linguaggio, peregrini,  alla guisa de' quali tutti noi eravamo vestiti,  questi
suffi  cominciarono  a  ballare  in  spirito,  cantando  uno di loro delle cose
celestiali e della beatitudine di Macometto, principiando lentamente e adagio e
sempre andando stringendo pi la  misura.  E  quelli  che  ballavano,  ballando
secondo  la  misura  della  voce,  fra lo spazio d'un quarto d'ora affrettavano
tanto i passi e i salti che  parte  di  loro  cadevano  col  corpo  in  suso  e
tramortivano  l.  Era  concorsa  a tale spettacolo assai gente,  e li compagni
levavano quelli che erano caduti e li portavano agli alloggiamenti,  e quasi in
ogni luogo dove si abitava;  e alcune fiate eziandio nel viaggio facevano cotal
dimostrazioni, come se fussero sforzati a farle.
La terra di Adena,  e similmente il paese,  fa di molti gottoni e gottonina;  
ancora essa del soldano, posta medesimamente nell'Armenia minore. Lasso di dire
le ville e i castelli rotti che si ritrovano infino su l'Eufrate,  per non aver
cosa molto memorabile.  Giunti all'Eufrate,  che divideva lo stato  del  re  di
Persia da quel del soldano,  ritrovammo un navilio del soldano, il qual portava
da sedici cavalli in suso.  Era navilio molto strano,  col  quale  passammo  il
fiume,  appresso il quale sono certe grotte nel sasso, dove per i mali tempi si
riduce chi di l passa;  dall'altro lato sono  alcune  ville  di  Armeni,  dove
alloggiammo una notte. Passato il fiume capitassimo a una terra nominata Orpha,
la  quale    del  signore Assambei ed era governata da Balibech,  fratello del
detto signore.  Fu gi gran terra,  ora  quasi tutta ruinata dal soldano,  nel
tempo  che  'l  signore  Assambei and all'assedio del Bir.  Ha un castello sul
monte assai forte.  In questo luogo il signore si avidde ch'io era e mostr  di
vedermi volentieri,  al quale io diedi le mie lettere: ed ebbero buon ricapito.
Non voglio dire altro di questa terra,  per  essere  stata  distrutta,  e  dove
eziandio il signore abita con sospetto.


Della  citt Merdin,  e mirabil sito e altezza di quella.  Le parole che us un
peregrino a messer Iosafa circa il sprezzar del mondo.  Della citt Asiancheph,
e  sue  altissime  abitazioni;  di un gran fiume e mirabil ponte che vi  posto
sopra.
Cap. 6.

Giugnemmo poi alla radice d'un monte, il qual  sopra un altro monte,  e ha una
citt chiamata Merdin, alla quale non si pu andar se non per una scala fatta a
mano,  i  gradi della quale sono di pietra viva,  di passi quattro l'uno con le
sue bande, e dura per un miglio; al capo di questa scala  una porta,  e poi la
strada che va nella terra.  Il monte d'ogn'intorno cola acqua dolcissima, e per
tutta la terra sono fontane assai.  E nella terra  un altro  monte,  il  quale
quasi tutto intorno  una rocca alta da passi cinquanta in suso,  nell'ascender
del quale si trova una scala simile alla sopradetta.  Non ha questa terra altre
mura  che  quelle delle case;   lunga un terzo di un miglio;  ha da fuochi 300
dentro, e in essi popolo assai. Fa lavori di seta e di gottoni assaissimi, ed 
similmente del signore Assambei.  Sogliono dire i Turchi e i Mori che  tanto  
alta che coloro li quali vi abitano non veggono mai volare uccelli sopra di s.
In  questo  luogo  albergai  in  un  ospitale il quale fu fatto per Ziangirbei,
fratello del signore Assambei,  e dove tutti  quelli  che  vi  vanno  hanno  da
mangiare:  e  se  sono  persone che paiano da qualche conto,  gli vengono messi
sotto ai piedi tapeti da pi di ducati cento l'uno.
Voglio dir qui una cosa assai rara,  e nelle parti nostre rarissima,  la  quale
m'intravenne. Stavomi un giorno solo sedendo nell'ospitale, ed ecco che viene a
me uno carandolo,  cio un uomo nudo, toso, con una pelle di capriuolo davanti,
bruno,  di anni circa trenta,  e si pose a sedere appresso di me,  e tolsesi di
tasca  un suo libretto e incominci a legger divotamente con buoni gesti,  come
se a nostro modo dicesse l'ufficio.  Non  molto  dopo  mi  si  fece  ancor  pi
appresso,  e  dimand  chi io era;  e rispondendogli io che era forestiero,  mi
disse: "Ancor io son forestiero di questo mondo, e cos siamo tutti noi: e per
l'ho lassato,  e fatto pensiero di andarmene in  cotal  modo  insino  alla  mia
fine",  con  tante  altre  buone  ed eleganti parole,  che a me faceva una gran
maraviglia, confortandomi al ben vivere,  al viver modestamente e a disprezzare
il mondo, dicendo: "Tu vedi come io me ne vado nudo per lo mondo. Ho visto gran
parte  di  esso,  e  niente  ho  ritrovato che mi piaccia,  per la qual cosa ho
deliberato d'abbandonarlo al tutto".
Partendoci da Merdino cavalcammo giornate sei insino ad una terra  del  signore
Assambei  la qual si chiama Assanchif: e prima che vi si giunga si vedono nella
costa d'un monte piccolo, a man destra, abitazion d'uomini infinite, cavate nel
proprio monte,  e a mano sinistra  si  ritrova  il  monte,  sopra  il  quale  
edificata la detta terra,  alla cui radice sono anche grotte,  dove abita gente
assai.  Le qual grotte per tutta una faccia del detto monte sono  innumerabili,
tutte  assai  alte  da  terra,  con  le  loro  strade  che  guidano  alle dette
abitazioni,  alcune delle quali sono alte pi di passa  trenta,  di  modo  che,
quando vanno con le persone e animale per le dette strade,  par che caminino in
aere, tanta  la loro altezza.  Continovando il camino e voltandosi a man manca
si  va  nella  terra,  nella  quale  si ritrovano mercanti di gottoni e d'altri
mestieri:  terra di passo assai frequentato.  Volge un miglio e mezo  col  suo
borgo,  nel quale si trovano molte belle abitazioni e alcune moschee. Di qui si
passa un fiume il cui nome  Set, gi fu detto Tigris, bello e profondo, largo,
infino a quel luogo, da passi 30,  per un ponte di legnami grossi,  i quali per
forza  di  peso  stanno  sopra  le  teste  che toccano terra,  imperoch per la
profondit del fiume non possono sostentarsi in acqua.


D'una terra detta Sairt e di due fiumi, uno chiamato Betelis, l'altro Issa.
Cap. 7.

Passato questo monte ce ne andammo per campagne  e  per  luoghi  montuosi,  non
troppo n alti n asperi,  lontano dai quali due giornate,  andando quasi verso
levante, si ritrova una terra detta Sairt, la quale  fatta in triangolo,  e da
una  delle  parti ha un castello assai forte,  con molti torrioni,  parte delle
mura della quale sono ruinate.  Dimostra essere stata terra  bellissima:  volge
tre  miglia;    benissimo  abitata,  ornata  di case,  di moschee e di fontane
bellissime.  Nella qual volendo entrare,  passammo due fiumi per due  ponti  di
pietra di un volto l'uno,  sotto li quali passeria un gran burchio delli nostri
con tutto il suo arbore,  e ambidue sono fiumi grossissimi  e  veloci:  uno  si
chiama Betelis, l'altro Issan. E per infino a questo luogo si estende l'Armenia
minore.  Non si trovano gran monti n gran boschi,  n ancor case diverse dalla
consuete; sonvi per la regione ville assai.  Vivono di agricoltura,  come si fa
di qui;  hanno frumenti e frutti e gottoni assai, buoi, cavalli e altri animali
assai.  Hanno oltra di questo capre in copia,  le quali pelano ogni anno,  e di
quella  lana  fanno  ciambellotti:  le  quali essi governano e tengono lavate e
nette.


Del monte Tauro. Curdi, popoli crudelissimi. D'una terra detta Chexan.  Di Choy
e Tauris citt.
Cap. 8.

Ora  cominciaremo  a  entrare  nel monte Tauro,  il qual principia verso il mar
Maggiore,  nella parte di Trabisonda,  e vassene per levante e sirocco verso il
sino Persico. All'intrare di questo monte sono monti altissimi e aspri, abitati
da certi popoli i quali si chiamano Curdi,  che hanno uno idioma separato dalli
circonvicini,  e sono crudelissimi,  non tanto ladri  quanto  assassini.  Hanno
castelli assaissimi,  edificati su le rupi e brichi,  a fin di star sui passi e
robar li viandanti: molti dei quali per sono stati ruinati dalli signori,  per
i  danni  che hanno fatto alle caravane le quali passano di l.  Ho fatto della
condizion loro qualche isperienza,  imperoch,  essendo con certi compagni  ad
quattro  d'aprile  1474  levato  da una terra nominata Chexan,  la quale  d'un
signore sottoposto al signore  Assambei,  circa  meza  giornata  lontano  dalla
terra,  avendo  in  compagnia l'ambasciador del signore Assambei,  sopra di una
alta montagna fussimo assaltati da questi Curdi,  e il detto ambasciadore e  il
mio cancelliero insieme con due altri furono morti,  io e due altri feriti;  ne
tolsero le some e tutto ci che trovarono. Io, essendo pur a cavallo,  mi tolsi
del  cammino  e  fuggi'  solo;  quelli  due feriti mi vennero poi a trovare,  e
insieme  ci  accompagnammo  con  uno  califo,   cio  capo  de'  peregrini,   e
camminassimo al meglio che potessimo.
Il terzo giorno dopo giugnemmo a Vastan, citt ruinata e male abitata, di circa
300 fuochi; due giornate lontano ritrovassimo una terra nominata Choi, la quale
ancora  essa  era  ruinata,  e  faceva  da fuochi 400: vivono di artificii e di
lavorar la terra. Essendo circa la fine del monte Tauro, deliberai di separarmi
da questo califo: tolsi uno dei suoi compagni per mia guida,  e in tre giornate
fui  appresso di Tauris,  citt famosissima.  Essendo su la campagna,  ritrovai
certi Turcomani,  i quali erano accompagnati con  alcuni  Curdi,  che  venivano
verso di noi,  li quali dimandarono dove noi andavamo; io li risposi che andava
a ritrovare il  signore  Assambei,  con  lettere  indrizzate  a  sua  signoria.
Richiesemi  uno di loro che gliele mostrassi: e dicendogli io mansuetamente che
non era onesto ch'io le dessi nelle sue mani,  alz un pugno e  percossemi  una
mascella tanto fortemente che quattro mesi dopo mi dur quel dolore;  batterono
eziandio il mio interprete, e lascionne molto malcontenti, come si pu pensare.


Come messer Iosafa gionse al signor Assambei,  e l'accetto e  presente  ch'esso
signor  li fece;  e descrivesi l'abitazione d'esso signore.  D'una festa che si
suol fare in piazza.
Cap. 9.

Gionti che fussimo a Tauris,  che gi fu  detta  Ecbatana,  capo  della  Media,
capitassimo in un caversera,  cio secondo noi fontego, donde io feci sapere al
signore Assambei, il quale si ritrovava l,  che io era gionto e che desideravo
d'andare  alla sua presenzia.  E subito la sequente mattina,  mandando egli per
me,  mi appresentai a lui,  cos mal in ordine che mi  rendo  certo  che  tutto
quello  che io avevo in dosso non valeva duoi ducati.  Videmi volentieri,  e di
primo mi disse ch'io fussi il ben venuto,  e che ben egli aveva inteso la morte
del  suo  ambasciadore  e  degli  altri  due e de l'assassinamento fatto a noi,
promettendo di provedere a tutto in modo tale che non avessimo alcun danno. Poi
gli appresentai la lettera di credenza,  la qual sempre tenevo in petto: fecela
leggere  a  me,  conciosiach  altri  non  si ritrovassi appresso di lui che la
sapesse leggere,  e interpretar da  uno  interprete.  Inteso  che  ebbe  quello
ch'ella  diceva,  rispose  che  io  dovessi andare alli suoi (parlando a nostro
modo) consiglieri, e che dicessi tutto quello che n'era stato rubbato, e che lo
mettessi in nota, e altro, se io aveva da dire; e poi che me n'andassi alla mia
abitazione, dove, quando gli pareria tempo, manderia per me.
Il luogo dove ritrovai questo signore stava in questo  modo:  prima  aveva  una
porta,  e  dentro  di essa un spazio quadro di quattro over cinque passi,  dove
sedevano li suoi primi da otto in dieci;  eravi poi un'altra porta appresso  di
questa, su la quale stava un uomo, per guardia di essa porta, con una bacchetta
in mano.  Entrato che fui in questa porta, trovai un giardino quasi tutto prato
di trifoglio, murato di terreno,  dalla banda dritta del quale  un lastricato;
poi  circa  passa  trenta   una loggia,  a nostro modo in volto,  alta da quel
lastricato quattro over sei scalini.  In mezo di questa loggia    una  fontana
simile  a  un  canaletto,  sempre piena;  e nell'entrar di detta loggia,  a man
sinistra,  stava il signore a sedere su un cussino di broccato  d'oro,  con  un
altro  simile  dietro  alle  spalle,  allato  del  quale era un brocchiero alla
moresca con la sua scimitarra: e tutta la loggia era coperta di tapeti; attorno
sedevano li suoi primi.  La loggia era tutta lavorata di  musaico,  non  minuto
come usiamo noi, ma grosso e bellissimo, di diversi colori.
Il  primo  giorno  che  mi  ritrovai  in  quel  luogo vi erano alcuni cantori e
sonatori, con arpe grandi un passo, le quali essi tenevano riverso, cio capi a
piedi, leuti, ribebe, cimbali, pive e canti di voci pieni di dolce concento. Il
d seguente mi mand a vestir due veste di  seta,  le  quali  furono  un  subbo
fodrato di varo e giubbo,  un fazzuol di seta da cingere, una pezza di bambagio
sottile da mettere in capo,  e ducati 20;  e mandommi a dire che io andassi  al
maidan,  cio  alla piazza,  a vedere il tanfaruzo,  cio la festa.  Andai l a
cavallo,  e trovai su quella piazza circa uomini 3000 a cavallo,  e a piedi pi
di  due  volte  tanto;  e  li figliuoli del signore stavano ad alcune finestre.
Quivi furon portati alcuni lupi salvatichi,  legati per un pi  di  dietro  con
alcune  corde,  i  quali  ad  uno ad uno erano lasciati andare insino a mezo la
piazza;  poi uno atto a ci si faceva avanti alzando le mani per dargli,  e  il
lupo  all'incontro  gli  andava alla via della gola: ma,  per esser colui molto
atto e per sapersi schifare,  non lo brancava se non nei bracci,  dove non  gli
poteva  far  male,  per  non poter trapassar coi denti quelle giubbe di che era
vestito. Li cavalli per paura fuggivano fra gli altri, e molti d'essi cascavano
sottosopra, parte in terra e parte in quell'acqua la qual passa per la citt; e
quando avevano stanco un lupo,  ne facevano venire un  altro:  e  questa  festa
facevano ogni venere.


D'un nobilissimo presente mandato da un signor dell'India al signor Assambei.
Cap. 10.

Finita  la  festa,  io fui condotto al signore nel luogo detto di sopra,  e fui
fatto sedere in luogo onorato.  E sedendo tutti quelli che potevano  sedere  in
questa  loggia,  e  gli  altri  secondo  le  lor condizioni,  in su tapeti alla
moresca, furon messi mantili attorno su ne' tapeti,  e avanti di ciascheduno fu
posto  un  bacil  d'argento,  nel  quale era una inghistara di vino e uno ramin
d'acqua e una tazza,  tutte d'argento.  Vennero in questo mezo alcuni con certi
animali che erano stati mandati da un signor d'India, il primo dei quali fu una
leonza in catena,  menata da uno che aveva pratica di simil cose,  la quale, in
suo linguaggio chiamata baburth,   simile  a  una  leonessa,  ma  ha  il  pelo
vermiglio,  vergato tutto di verghe negre per traverso;  ha la faccia rossa con
tacche bianche e negre,  il ventre bianco,  la coda simile a quella d'un leone;
mostra  d'esser  bestia  molto feroce.  Poi fu condotto un leone e messo con la
leonza un poco da largo,  e subito la leonza si messe guatta per voler  saltar,
come  fanno le gatte,  adosso al leone: se non che colui il qual l'aveva a mano
la tir da lontano. Furono poi menati due elefanti, i quali,  quando furono per
mezo  il signore,  a certa parola che gli disse colui che gli menava guardarono
il detto signore abbassando la testa con una certa gravit, come se gli volsero
far riverenza.  Il maggior di questi fu menato poi a  un  arbore  che  era  nel
giardino,  grosso  quanto  un uomo a traverso,  e dicendo colui che l'aveva in
catena certa parole,  mise la testa al detto arbore e dettegli alcune scoriate,
poi si volt all'altra parte e fece il simile, in modo che lo cav.
Fu menata poi una zirafa, la quale essi chiamano zirnafa, over giraffa, animale
alto  in gambe quanto un gran cavallo e pi: ha le gambe di dietro mezo pi pi
corte di quello che sono quelle davanti;  ha l'unghia fessa come il bue;  ha il
pelo  quasi pavonazzo;  per tutta la pelle sono quadri negri,  grandi e piccoli
secondo il luogo; il ventre  bianco,  con un pelo assai longhetto;  la coda ha
pochi  peli,  come la coda dell'asino;  ha corna piccole,  simili a quelle d'un
capriuolo;  ha il collo lungo un passo e pi;  ha la lingua lunga  un  braccio,
pavonazza e tonda come una anguilla: tira con la lingua erba e rami dall'arbore
che  ha  da mangiare,  con tanta prestezza che a mala pena si vede.  La testa 
simile a quella d'un cervo, ma pi polita,  con la quale stando in terra giugne
alto 15 piedi;  ha il petto pi largo che un cavallo, ma la groppa stretta come
quella d'un asino; mostra d'essere animal bellissimo,  non per da portar pesi.
Dopo  questo  furono portati in tre gabbie tre para di colombi bianchi e negri,
simili alli nostri,  eccetto ch'aveano il collo un poco lungo,  a  similitudine
dell'oca:  delli  quali  credo  che  in quel luogo ne sia gran penuria,  perch
altramente non gli averian portati. Dietro a questi furon portati tre papagalli
dal becco grande,  di diversi colori,  e due  gatti  di  quelli  che  fanno  il
zibetto.
Io  mi levai poi,  e andai in una camera dove mi fu dato da mangiare;  mangiato
che ebbi,  colui che era sopra li ambasciatori mi  dette  licenzia,  e  dissemi
ch'io andassi nella buon'ora.  Poco dopo ch'io fui giunto a casa fu mandato per
me,  e ritornato al signore fui domandato perch m'era partito:  risposi  ch'el
meimandar mi avea dato licenzia,  e il signore,  indegnato contra di costui, lo
fece chiamare e in sua presenzia distendere e battere;  otto giorni  dopo,  per
mia intercessione,  fu tolto in grazia. Il giorno dietro che costui fu battuto,
il signore mi fece chiamare la mattina: andai e lo trovai nel luogo sopradetto,
e fui posto a sedere dove ero stato posto prima.  In questo giorno  (per  esser
giorno di festa,  e per la venuta degli ambasciadori d'India) furon fatti molti
onorevoli trionfi.  E prima i suoi cortigiani furon vestiti di panni d'oro e di
seta  e di ciambellotti di diversi colori: erano a sedere nella loggia circa 40
dei pi onorevoli, negli anditi circa 100, di fuora de li anditi circa 200, tra
le due porte circa 50, nella piazza attorno a torno circa 20000, tutti a sedere
con aspettazion di mangiare, in mezo dei quali erano cavalli circa 4000. Stando
in questo modo vennero gli ambasciadori d'India,  i quali furon posti a  sedere
per  mezo il signore,  e incontinente s'incominciarono a portar li presenti,  i
quali passavano dinanzi al signore e a quelli che erano in  sua  compagnia,  li
quali  furono  li sopradetti.  Dipoi circa uomini 100 l'un dietro all'altro,  i
quali avevano sopra le braccia cinque tolpani per uno,  cio  cinque  pezze  di
tele  bombacine  sottilissime,  delle quali si fanno quelle sesse da mettere in
capo: vagliono cinque in sei ducati l'una. Dapoi vennero sei uomini che avevano
sei pezze di seta per uno in braccio;  poi vennero  nove,  ciascuno  dei  quali
aveva  in  mano  una tazza d'argento,  nelle quali erano pietre preziose,  come
dimostrer di sotto.  Dietro a questi vennero alcuni con catini  e  piadene  di
porcellana,  poi  alcuni  con  legni  di alo e sandali grossi e grandi;  e poi
vennero circa 25 colli di specie,  portati con stanghe e corde,  a ciascuno dei
quali  erano  quattro uomini.  Passati questi fu portato da mangiare ad ognuno.
Dopo il mangiare,  il signore dimand a  questi  ambasciadori  se  nelle  parti
d'India  vi  era  altro  signor  che  'l suo che fusse mossulman,  che vuol dir
macomettano: risposero  che  ne  erano  due  altri,  e  tutto  il  resto  erano
cristiani.


Delle gioie mandate dal signor dell'India sopradetto al signor Assambei, di che
qualit  fussero;  e di molte preziosissime gioie del signor Assambei,  per lui
mostrate a messer Iosafa.
Cap. 11.

Il d seguente il signore mand per me,  e dissemi che voleva darmi un poco  di
tanfaruzo  e  mostrarmi  le gioie che gli erano state mandate da questo signore
d'India: e primamente mi fece dare in mano un dital d'arco d'oro,  che aveva in
mezo  un rubino di caratti due e intorno alcuni diamanti;  due anelli d'oro con
due rubini di caratti quattro;  due fili di perle 60,  di caratti cinque l'una;
perle 24 legate in peroli di caratti sette l'una,  bianche ma non ben tonde; un
diamante in punta di caratti 20, non troppo netto ma di buona acqua;  due teste
d'uccelli  morti  in  camino,  i  quali  mostravano d'esser molto diversi dagli
uccelli delle bande nostre.
Mostrate che mi ebbe queste gioie, esso mi domand quel che mi pareva di questo
presente, soggiugnendo: "Me l'ha mandato un signor di l dal mare",  cio di l
dal  colfo  di  Persia.  Gli  risposi  che  'l  presente  era  bellissimo  e di
grandissimo pregio,  ma non per tanto grande che egli non ne  meritasse  molto
maggiore.  Dopo  questo esso mi disse: "Io ti voglio mostrare ancor le mie",  e
comand che fusse tolta una tachia di seta da putto e  che  mi  fusse  data  in
mano.  Io subito tolsi il fazzoletto in mano per pigliarla col fazzoletto e non
la toccar con le mani,  al quale atto esso mi  guard  e,  voltatosi  ai  suoi,
sorridendo disse: "Guarda Italiani", come se laudasse la maniera e modo mio nel
tor  quella tachia.  In cima di questa tachia era un balasso forato della forma
di un dattilo,  netto e di buon colore,  di caratti cento,  attorno  del  quale
erano  certe  turchese  grandi  ma vecchie,  e certe perle grosse,  ancora esse
vecchie.  Dietro a questo fece portare alcuni vasi di porcellana e  di  diaspro
molto belli. Un'altra volta ch'io fui con esso, lo ritrovai in una camera sotto
un paviglione, e allora mi dimand quello mi pareva di essa, e se di cos fatte
se ne facevano nei luoghi dei Franchi;  gli risposi che me ne pareva benissimo,
e che non era da far comparazione tra i nostri luoghi e  i  suoi,  conciosiach
molto  maggior  potenzia  sia  la sua che la nostra,  e che da noi non si usano
simil camere: e in vero era bellissima, ben lavorata di legnami, in modo di una
cuba fasciata di panni di seta ricamati e dorati,  e  il  pavimento  tutto  era
coperto  di  bellissimi  tapeti;  poteva volger da quattordici passi.  Sopra di
questa camera era una tenda quadra,  grande,  ricamata,  distesa  in  forza  di
quattro  arbori,  la quale gli faceva ombra;  tra la quale e la cuba era un bel
paviglione di boccascin,  dalla parte di dentro tutto lavorato e  ricamato.  La
porta  della  camera  era di sandali a tarsia con fili d'oro e radici di perle,
per dentro lavorata e intagliata.
Il signore sedeva insieme con certi suoi principali, e aveva avanti un fazzuolo
ingroppato,  il quale esso sciolse e ne trasse una filza di 12 balassi simili a
olive,  netti,  di buon colore,  di caratti da 50 in 57 l'uno.  Dietro a questo
tolse un balasso di oncie 2 e meza in tavola,  di una bella  forma,  grosso  un
dito,  non forato,  di color perfettissimo,  in un canton del quale erano certe
letterine moresche.  Dimandai che lettere erano quelle,  ed esso mi rispose che
erano state fatte per un signore,  ma dapoi altri signori,  ed egli similmente,
non ci aveva voluto metter lettere, che in tutto saria stato guasto. Mi domand
poi quello che a mio giudizio poteva  valer  quel  balasso;  io  lo  guardai  e
sorrisi, ed egli a me: "Di', che te ne pare?" Risposi: "Signore, io non ne vidi
mai simile,  n credo che se ne trovi alcuno che gli possa stare a parangone; e
se io gli dessi preggio e il balasso avesse lingua,  mi  dimanderia  se  io  ne
avessi  mai  pi  veduto  simili,  e  io saria constretto a rispondergli di no.
Credo,  signore,  che non si possa appregiar con oro,  ma con  qualche  citt".
Guardommi e disse pian: "Cataini Cataini, tre occhi ha il mondo: due ne hanno i
Cataini e uno i Franchi".  Baldamente disse bene il vero; e voltandosi verso li
circonstanti disse: "Ho dimandato a questo ambasciadore quello  che  pu  valer
questo balasso,  e mi ha fatto la s fatta risposta", replicandoli tutto quello
ch'io gli aveva detto.
Questa parola "Cataini Cataini" aveva udito io per avanti  da  uno  ambasciador
dell'imperador  de'  Tartari,  il quale ritornava dal Cataio del 1436,  il qual
facendo la via della Tana,  io l'accettai in casa con tutti li  suoi,  sperando
aver da lui qualche gioia.  E un giorno,  ragionando del Cataio,  mi disse come
quei capi della Porta del signore sapevano chi erano Franchi;  e  dimandandogli
io  se  era possibile che avessero cognizion di Franchi,  disse: "E come non la
debbiamo aver noi?  Tu sai come noi siamo appresso a Capha,  e che di  continuo
pratichiamo in quel luogo, ed essi vengono nel nostro lordo". E soggiunse: "Noi
Cataini abbiamo due occhi,  e voi Franchi uno";  e voltandosi verso i Tartari i
quali erano l soggiunse: "E voi nessuno",  sorridendo tuttavia.  E per meglio
intesi il proverbio di questo signore, quando us quelle parole.
Fatto  questo  mi  mostr  un  rubino  di  oncia una e meza,  alla forma di una
castagna,  tondo,  di bel colore e nettezza,  non forato,  legato in un cerchio
d'oro,  il  quale  a  me  parve  cosa  mirabile,  per esser di tanta grandezza.
Mostrommi poi pi balassi, gioiellati e non gioiellati, fra li quali ne era uno
a tavola quadra,  a modo di una bochetta,  sul quale erano  cinque  balassi  in
tavola, e fra essi quello di mezo di caratti circa trenta, gli altri di caratti
20,  in  mezo  dei  quali erano perle grosse e turchesi grandi,  ma non di gran
conto, imperoch erano vecchie.  Dopo questo fece portare alcuni subbi di panno
d'oro e di seta e di ciambellotti damaschini,  fodrati di seta e di armellini e
di zibellini bellissimi, e dissemi: "Questi sono delli panni della nostra terra
di Iesdi;  i vostri sono belli,  ma pesano un poco troppo".  Fece  poi  portare
alcuni tapeti bellissimi, lavorati di seta.
Il d seguente fui da esso, e fecemi andar da presso e disse: "Io voglio che tu
abbi un poco di tanfaruzo",  e dettemi in mano un camaino della grandezza di un
marcello, nel quale era scolpita una testa di donna molto bella, con capelli di
dietro e con una ghirlandetta attorno.  E dissemi: "Guarda,    questa  Maria?"
Risposi di no, ed esso replic: "Mo, chi  ella?" E io gli dissi che era figura
di  qualcuna  delle  dee  antique  che adoravano i burpares,  cio gl'idolatri.
Dimandommi come io lo sapeva,  e io risposi che la conosceva,  imperoch questi
lavori  furon  fatti  avanti  l'avvenimento di Gies Cristo.  Scorl un poco la
testa e non disse altro.  Poi mi mostr tre diamanti,  uno di  caratti  30,  di
sotto e di sopra nettissimo,  gli altri di caratti 10 in 12,  tutti in punta, e
dissemi: "Sonvi di s fatte gioie da voi?" E dicendogli io di no, tolse in mano
un mazzo di perle di fili 40, in ciascuno dei quali erano perle 30,  di caratti
cinque in sei l'una,  la met di esse tonde e belle, il resto da gioiellar, non
disconce. Poi fece mettere in un bacile d'argento circa perle 40, simili a peri
e zucche, di caratti 8 in 12 l'una tutte,  non forate e di color bellissime,  e
soggiunse cos ridendo: "Io te ne mostraria una soma". Questo fu a una festa di
notte, secondo la loro usanza, che fu alla circuncisione di due suoi figliuoli.


Li  ricchi  padiglioni  che furono mostrati a messer Iosafa,  e li vestimenti e
selle ch'erano in due di quelli per  donar  via.  D'una  eccellente  collazione
portata avanti il signore,  e d'una solenne festa per lui fatta; li giuochi che
v'intravennero, e che pregi furon dati a' giuocatori.
Cap. 12.

Il d seguente, andando per esser con lui, lo ritrovai nella terra in uno campo
grande,  nel quale prima erano stati seminati frumenti,  e dipoi per  fare  una
festa segati in erba,  e pagati a quelli di chi erano. In quello erano drizzati
molti paviglioni,  e il signore,  voltosi verso alcuni di quelli che erano  con
esso  lui,  disse:  "Andate  e mostrategli questi paviglioni".  Erano in numero
circa cento,  dei quali me ne furono mostrati circa 40  dei  pi  belli.  Tutti
avevano le lor camere dentro, e le coperte stratagliate di diversi colori, e in
terra  tapeti  bellissimi,  tra  i quali e quelli del Cairo e di Borsa,  al mio
giudizio,   tanta differenza quanta  tra li panni di lana francesca e  quelli
di  lana  di San Matteo.  Mi fece poi entrare in due paviglioni,  i quali erano
pieni di vestimenti secondo la loro usanza,  di seta,  e d'altre sorti di panni
messi  in  un  cumulo,  da  una delle bande dei quali erano molte selle fornite
d'argento,  e mi dissero: "Tutti questi fornimenti il d  della  festa  saranno
donati  via dal signore";  le selle erano 40.  Mi mostrarono eziandio due porte
lavorate, grandi, di sandali,  di piedi sei l'una,  intagliate con oro e radici
di perle per entro,  a lavor di tarsia;  poi me ne tornai al signore, dal quale
tolsi licenzia.
Il seguente giorno lo ritrovai a sedere nel suo luogo usato,  dove  gli  furono
portate  otto  piatene  grandi di legno,  in ciascuna delle quali era un pan di
zuccaro cand fatto in diversi modi,  di peso di  libbre  otto  l'uno;  attorno
erano  tazzette  con  confezioni di diversi colori,  ma per la maggior parte di
trezie.  Poi furon portate piatene assai  con  altre  confezioni:  queste  otto
ordin a cui si dovessero dare,  nel numero dei quali io fui il primo; valevano
per certo da quattro in cinque ducati l'una.  Il resto fu  dispensato  fra  gli
altri secondo la condizion loro.  Il seguente giorno lo ritrovai sedere insieme
con persone pi di 15000,  e i principali tutti avevano tende di sopra il capo,
e  da cinque over sei stavan avanti il signore in piedi,  e il signor comandava
loro dicendo: "Andate a vestire  i  tali  e  i  tali",  nominandogli.  I  quali
andavano  da  quei tali e gli levavano da sedere,  e gli menavano ai paviglioni
dove erano li vestimenti,  e gli vestivano secondo  la  lor  condizione:  e  ad
alcuni davano le dette selle,  ad alcuni altri davano cavalli,  li quali, a mio
giudicio, furono da 40; li vestimenti circa 250, fra i quali fui ancora io.
Fatto questo vennero alcune femine,  e  cominciarono  a  ballare  e  a  cantare
insieme  con alcuni che sonavano.  Eravi su uno tapeto un cappello a guisa d'un
pan di zuccaro, il quale aveva per sopra frappe e baronzoli al modo di cappelli
de zubiari,  e poco lontano stava uno a guardar quel che comandava il  signore,
il  quale mostr a chi doveva esser posto in capo quel cappello: e incontinente
colui lo tolse e and dinanzi a quell'altro,  il quale  si  lev  in  piedi  e,
cavatosi la sessa, si mise quel cappello, che certo non era uomo di buona vista
che  non  fusse paruto un brutto e deserto,  e avendolo in capo venne avanti al
signore ballando come sapeva.  E il signore fece di atto a quello che stava  l
in piedi e disse: "Dagli una pezza di camocato",  ed egli si tolse questa pezza
e menavala attorno del capo di colui che ballava col  cappello  e  degli  altri
uomini e femine,  e dicendo alcune parole in onor del signore la gittava avanti
li sonatori.  Continu questo ballare e gittar di pezze insino a ore 23,  e per
quanto   io  potei  numerare  in  questo  tempo  tra  damaschini,   boccassini,
ciambelotti, camocati e altri simili, furono donati da pezze 300,  e da cavalli
cinquanta.
Fatto  questo  cominciarono  a  giuocare  alle braccia in questo modo: venivano
dinanzi al signore dui nudi, con mutande di camozza fino alle cavecchie; non si
afferravano a traverso,  ma cercavano di pigliarsi  su  la  coppa,  e  l'uno  e
l'altro  si  schifava da tal presa.  Pur,  quando uno aveva preso l'altro nella
coppa,  colui ch'era preso,  non si potendo prevalere  altramente,  s'abbassava
quanto  pi  poteva  e  lo  pigliava  per  la schiena e alzavalo,  e cercava di
gettarlo con la schiena in gi,  imperoch  altramente  non  s'intendeva  esser
gettato; in tanto che molti, li quali si lasciavano gettar gi in quattro, dopo
gettavano  il  compagno  in  schena  e vincevano.  Presentossi allora avanti il
signore uno di questi nudi, tanto grande che pareva un gigante.  Il signore gli
comand  che  dovesse  giuocare,   dicendo:  "Trovati  un  compagno",  ed  egli
s'inginocchi avanti e disse alcune parole. Domandai quello ch'egli avea detto:
mi fu risposto ch'avea domandato di  grazia  al  signore  che  non  lo  facesse
giuocare, perch altre fiate avea giuocato e nello stringere avea morti alcuni;
e il signore gli fece la grazia.  Questo giovane era bello e ben fatto,  d'anni
circa trenta.  A questi giuocatori furono donati  cavalli,  e  dopo  ch'io  fui
partito dur infino a due ore di notte cotal festa,  e furono donate altre cose
assai.  In quel tempo fu adornata tutta quanta  la  terra,  e  spezialmente  il
bazzaro,  imperoch'ognuno  metteva  fuori  le  sue robbe.  Fu eziandio posto un
pregio di corridori a piedi, i quali avevano a correre un miglio e mezo, non di
tutto corso ma d'un buon trotto. Essendo spogliati, nudi e unti tutti di grasso
per conservazione de' nervi, con una mutanda di cuoio per uno,  cominciavano da
un  capo  di  certo spazio,  e quando che trottando erano giunti all'altro capo
toglievano da alcuni deputati una freccia  bollata  per  dare  ad  intendere  a
coloro i quali, per esser molto lontani, non l'averiano potuto vedere, ch'erano
giunti al termine;  e trottando indietro, quando erano giunti al termine, anche
l toglievano una freccia.  E cos facevano per buon  spazio  di  tempo,  tanto
quanto  le gambe gli portava,  e colui il quale pi volte faceva questo cammino
avea il pregio.  Costoro a' quali fu proposto simil pregio  sono  corrieri  del
signore,  che camminano discalzi e quasi nudi, e non cessano mai di trottare le
belle dieci giornate continove.


Come il signor Assambei and alla campagna;  d'un suo  figliuolo  che  venne  a
visitarlo,  e  del  presente  fattoli  per lui e suoi baroni;  e come il signor
cavalc con gran prestezza verso Siras,  intendendo quella  citt  esser  stata
occupata per un altro suo figliuolo. Del modo e ordine del suo cavalcare.
Cap. 13.

Fatte queste feste, il signor deliber d'andare alla campagna con le sue genti,
secondo il lor costume,  e domandommi s'io voleva andare con esso e stentare, o
rimaner l e darmi buon tempo.  Gli risposi che pi grato  m'era  d'esser  dove
egli si ritrovava,  con ogni fatica e disagio,  che dove egli non si ritrovava,
con ogni riposo e abbondanza: parve che gli fusse molto grata questa  risposta,
e in segno di ci incontinente mi mand un cavallo, con un padiglione e denari.
Partito  adunque della citt con la sua gente,  cavalc verso quelle parti dove
intendeva esser migliori erbe e acqua,  facendo da principio da miglia dieci in
quindici  il giorno;  e con lui andorno tre suoi figliuoli.  Chi volesse notare
tutte le cose degne da notare torria una difficile  impresa,  e  diria  qualche
volta cose poco meno che incredibili;  onde io le noter in parte,  e del resto
lascier la cura a scrittori pi diligenti,  overo ad indagatori di queste cose
pi  curiosi di quello che sono stato io.  Essendo adunque in campagna,  un suo
figliuolo, il quale stava nelle parti di Bagdath,  cio Babilonia,  insieme con
la  madre  lo venne a visitare,  e fecegli presentare venti cavalli bellissimi,
cameli cento e alcuni panni di seta.  Dopo per i baroni del detto figliuolo gli
furno  presentati  cameli  e cavalli assai,  e in quel medesimo instante in mia
presenza il detto signore gli don  a  chi  gli  piacque;  poi  fu  portato  da
mangiare.
Non  molto  dopo,  essendo  in  campagna,  gli  venne  nuova  come un altro suo
figliuolo, nominato Gorlumahumeth, avea occupato Siras, terra grande sottoposta
al padre: e questo perch gli era stato detto che il detto suo padre era morto,
ed egli voleva la terra per s. Sentita questa novella,  incontinente il signor
si  lev  e con tutta la sua gente se n'and a Siras,  la quale era lontana dal
luogo dove noi eravamo miglia 120: e and con tanta prestezza che da mezzanotte
per infino al vespero seguente facemmo miglia 40,  che a  pena  in  tre  giorni
s'averia giunto l.  Chi potria credere che tanto popolo,  cio maschi, femine,
putti in cuna,  potessero far tanto cammino portando tutte le lor  robbe  seco,
con tanto modo e ordine, con tanta dignit e pompa, che mai non gli mancasse il
pane  e rarissime volte il vino,  il quale per il simile mai non saria mancato,
se non fusse che buona parte di loro non ne beve;  e oltre di questo abbondasse
di carne,  di frutti e di tutte l'altre cose necessarie? Io che l'ho veduto non
solamente lo credo ma lo  so,  e  acci  che  quelli  i  quali  vi  capiteranno
intendano s'io scrivo il vero o no,  e quei che non hanno volont di capitar l
possano credere, io ne far di ci special menzione.
Li signori e uomini da fatti, i quali sono col signore, e hanno seco le moglie,
i figliuoli,  i famigli,  le fantesche e le facult,  sogliono  avere  nel  suo
comitato cameli e muli assai,  il numero de' quali metter qui di sotto. Questi
portano li putti da latte in cuna su l'arcione del cavallo,  e  la  madre  over
balia cavalcando gli latta;  le cune sono una pi l'altra manco bella,  secondo
le condizioni de' padroni, co' lor felci di sopra lavorati d'oro e di seta. Con
la man sinistra tengono la cuna e con quell'istessa la briglia;  con la  destra
cacciano  il cavallo battendolo con una scorreggiata,  la quale gli  legata al
dito picciolo. Li putti che non sono da latte portano pure a cavallo, su alcune
pergolette che sono  di  l  e  di  qua  coperte  e  lavorate  secondo  le  lor
condizioni.  Le donne vanno a cavallo,  accompagnate l'una con l'altra,  con le
lor fantesche e famigli avanti secondo il  grado  loro.  Gli  uomini  da  fatti
seguono  la  persona  del signore,  e sono tutti di tanto numero che da un capo
all'altro di questa gente  una meza giornata. Le donne vanno col volto coperto
di tela tessuta di seta di cavallo, cos per non esser vedute come eziandio per
non ricever polvere negli occhi cavalcando  per  luogo  polveroso,  e  per  non
essere offese nella luce cavalcando contra il sole quando  bel sereno.


La  rassegna  delle  genti  ch'erano  col  signore,  col numero de' padiglioni,
cameli,
muli e mandrie d'animali e pi altre cose.
Cap. 14.

Fu fatta in quel tempo la mostra della gente e degli animali,  in questo  modo:
in  una  campagna  grandissima  fu circondata da cavalli,  che l'uno toccava la
testa dell'altro,  con gli uomini su,  parte armati e parte no,  una superficie
circa di 30 miglia,  li quali stettero cos dalla mattina insino a 24 ore.  Era
qualcuno  ch'andava  sopravedendo  e  facendo  la  descrizione:  non  per  che
togliesse in nota il nome n i segni de' cavalli,  come si suol fare di qua, ma
solamente domandava chi erano i capi,  e guardavano il numero  e  com'erano  in
ordine,  e scorreva.  Io con un famiglio, scorrendo presto, andavo contando con
alcuni grani di fava, i quali gittavo nella scarsella quando avevo numerata una
cinquantina.  Fatta poi la mostra feci la descrizione,  e trovai  il  numero  e
qualit  dell'infrascritte cose,  le quali metter secondo l'ordine ch'io ho in
scrittura: padiglioni 6 mila, cameli 30 mila,  muli da soma 5 mila,  cavalli da
soma 5 mila, asini 20 mila, cavalli da conto 20 mila.
Di  questi  cavalli  circa  duemila  erano  coperti di certe coperte di ferro a
quadretti, lavorati d'argento e d'oro,  legati insieme con magliette,  le quali
andavano quasi in terra;  per sotto l'oro avevano una frangia.  Gli altri erano
coperti alcuni di cuoio al nostro  modo,  alcuni  di  seta,  alcuni  di  giubbe
lavorate  tanto  densamente  ch'una freccia non l'avria passate.  Le coperte da
dosso dell'uomo erano tutte nel modo d'una delle soprascritte di ferro.  Quelle
ch'abbiamo  detto  prima  si fanno in Beschent,  che in nostra lingua vuol dire
cinque ville, la qual  una terra che volge due miglia ed  su un monte,  nella
quale  non  abita  alcuno  salvo  quelli  dell'arte: e se alcun forestiero vuol
imparar l'arte,   accettato con sicurt di mai non si partir di l,  ma  stare
insieme con gli altri e far l'arte. Vero  che eziandio altrove si fanno simili
lavori, ma non cos sufficienti.
Muli da conto 2 mila,  mandrie d'animali minuti 20 mila, animali grossi 2 mila,
leopardi da caccia cento,  falconi gentili e villani dugento,  levrieri 3 mila,
bracchi mille,  astori cinquanta,  uomini da spada 15 mila, famigli, camelieri,
bazzariotti e simili,  con spada 2 mila,  con archi mille;  possono  essere  in
somma  uomini  a  cavallo da fatti 25 mila,  villani pedoni con spade e archi 3
mila, femine da conto e mezzane in somma diecimila,  fantesche 5 mila,  putti e
putte da dodici anni in gi 6 mila, putti e putte in cune e pergole cinquemila.
In questo numero d'uomini e cavalli sono lancie circa mille,  targhette 5 mila,
archi circa diecimila; il resto chi con una cosa chi con un'altra.
Ne' bazzari sono  le  cose  sottoscritte  con  li  loro  prezzi  e  maestri,  e
primamente i maestri da far vestimenti,  calzolai,  fabri, maestri da selle, da
freccie e da tutte le cose che bisognano al campo  in  gran  numero.  Poi  sono
quelli  che  fanno  pane e tagliano carne,  e che vendono frutti e vino e altre
cose, con grandissimo ordine, che di tutto si truova; vi sono eziandio speziali
assai.  Il pane costa poco pi di quello che costa in Venezia;  il vino costa a
ragione di ducati quattro la nostra quarta, non perch nel paese non ve ne sia,
ma  perch  in  buona  parte  non  ne  usano.  Carne  a ragion di tre e quattro
marchetti la libra,  formaggio marchetti tre,  risi marchetti 2 e mezo,  frutti
d'ogni sorte marchetti tre,  similmente i melloni,  dei quali se ne trovano che
pesano libre 24 in 30 l'uno;  biada da cavalli a ragion di  marchetti  otto  la
prebenda;  la  ferratura  d'un  cavallo  a ragion di marchetti 36;  di cinghie,
feltri, corami, selle e altri fornimenti da cavallo  gran carestia. Cavalli da
vendere non si trovano,  salvo che ronzini,  i quali vagliono  ducati  otto  in
dieci  l'uno:  vengono  di  Tartaria (come abbiamo detto di sopra) mercanti con
cavalli 4000 in 5000 in un chiappo, i quali sono venduti da quattro,  cinque in
sei ducati l'uno, e sono da soma e piccioli.
Nel  numero  de'  cameli  soprascritti  ne sono 8000 da due gobbe: hanno le lor
coperte lavorate, con campanelle, sonagli e paternostri di pi sorti. Di questi
(secondo la condizion delle persone) tal ne ha dieci,  tal venti,  tal  trenta,
legati  uno  in capo dell'altro,  e per pompa ciascuno mena li suoi,  n mai vi
mette alcuno suso. Gli altri cameli da una gobba portano i paviglioni e le robe
delli patroni  in  casse,  sacchi  e  some;  similmente  nel  numero  dei  muli
soprascritti  ne  sono  da  2000 che non portano cosa alcuna ma sono menati per
pompa,  coperti con coperte belle e lavorate  meglio  di  quello  che  sono  le
coperte  dei  cameli.  A  questo  istesso  modo  sono,  nel  numero de' cavalli
soprascritti, da 1000 cos adornati.
E quando si cammina di notte col popolo,  uomini  da  conto,  e  similmente  le
donne, si fanno portare avanti lumiere al nostro modo, le quali sono portate da
famigli e fantesche.  Quando il signor cavalca, vanno avanti di lui cavalli 500
e pi, dinanzi ai quali vanno alcuni corrieri,  con una bandiera in mano bianca
e quadra,  gridando: "Largo, largo", e tutti escono della strada facendo largo.
Questo  una parte di quello che ho veduto circa il modo,  ordine e  degnit  e
pompa  che  usano queste genti col suo signore nel lor campo quando stanno alla
campagna, ed  molto meno di quello potria dire.


D'una terra detta Soltania; d'una gran moschea che vi  dentro, particolarmente
descritta.  D'un'altra terra chiamata Culperchean.  Della severit usata per il
detto signor contra un suo suddito.
Cap. 15.

Io  in quel tempo,  per non mi sentir bene,  mi parti' di campo e andai fuor di
man circa meza giornata a Soltania,  che in nostro idioma vuol  dir  imperiale.
Questa    una  terra  la qual mostra essere stata nobilissima,  ed  del detto
signore: non ha mura,  ma un castello murato,  il quale   ruinato  per  essere
stato distrutto gi quattro anni avanti da un signore chiamato Giausa. Volge il
castello un miglio; di dentro ha una moschea alta e grande, in quattro crociare
di quattro volti alti, con la cuba grande, la quale  maggiore di quella di San
Giovanni e Paolo da Venezia di tre tanta larghezza: uno dei quali volti in capo
ha  una  porta  di  rame  alta  tre passi,  lavorata a gelosie.  Dentro vi sono
sepolture assai delli signori che erano a quel tempo.  Per mezo di questa porta
n'  un'altra simile,  e dai lati due altre minori,  una per lato in croce,  in
modo che la cuba grande ha  quattro  porte,  due  grandi  e  due  picciole,  le
balestrate  delle quali sono di rame,  larghe tre quarti di un braccio e grosse
mezo braccio,  intagliate col borio a fogliami e disegni a lor modo bellissimi,
per dentro dei quali  oro e argento battuto,  che in vero  cosa mirabile e di
valore grandissimo.  Le gelosie delle porte che ho detto  di  sopra  stanno  in
questa guisa: sono alcuni pomi grandi come pani, alcuni piccioli come narancie,
con  alcuni  bracciuoli  i quali brancano l'un pomo e l'altro,  come mi ricordo
aver gi veduto scolpito in legno in qualche luogo.  La manifattura dell'oro  e
dell'argento  di tanto magisterio che non  maestro dalle bande nostre che gli
bastasse  l'animo  di  farla,  se  non in gran tempo.  La terra  assai grande,
circonda miglia quattro,   fornita bene di acque: e se da altro non si potesse
comprendere,  dal nome solo s'intende che  stata molto notabile. Al presente 
male abitata: pu far da anime 7000 in 10000 e forse pi.
Stando nella detta terra, fui avisato come il signore, avendo sentito quello di
che ho fatto menzione di sopra,  che un suo figliuolo aveva occupata Siras,  si
levava  di  l  con  la  sua  gente  per  seguire  il  cammino  verso Siras,  e
incontinente mi levai  da  Soltania,  dove  allora  mi  ritrovavo,  e  andai  a
Culperchean,  che  vuol  dire  in  nostra  lingua  schiavo  del signore;  terra
picciola, ma tale che mostra pur aver avuti di buoni edificii, per le ruine che
vi si veggono. Volge due miglia, e fa fuochi circa 500.  Nel qual luogo mor il
mio  interprete,  e da quel tempo indietro,  mentre ch'io stetti in quel paese,
che fu circa cinque anni,  mai trovai alcuno ch'avesse la  lingua,  e  per  fu
necessario  che io,  il quale la intendeva,  facessi l'ufficio dell'interprete,
oltra il costume degli altri ambasciadori.  Partito di l me n'andai  verso  il
signore, il quale sollecitava il suo cammino a Siras.
Un giorno,  essendo con esso,  viddi una gran severit di questo signore. Eravi
appresso di lui uno chiamato Coscadam,  di anni circa 80,  gagliardo per della
persona,  il quale aveva da circa cinque over sei figliuoli,  tutti onorati dal
signore,  ed esso era uomo di grado appresso  il  detto  signore.  Comand  che
costui fusse preso, per avere inteso che Gorlumahumeth suo figliuolo, che aveva
occupato Siras,  gli aveva scritto alcune lettere,  le quali esso non gli aveva
voluto mostrare;  e prima gli fece rader la barba,  e  poi  comand  che  fusse
portato  alla beccaria e che fusse spogliato e,  tolti due uncini di quelli con
li quali si appicca la carne,  gli fussero ficcati dietro alle spalle  uno  per
lato,  e  che  cos  fusse appiccato a basso dove si appicca la carne,  essendo
tuttavia vivo: il quale de l a due ore mor.  E per quanto  io  intesi  questo
Gorlhumaumeth,  inteso  che  'l  padre  veniva  a Siras,  si era levato di l e
stavasi di fuora,  e scriveva a un suo zio pregandolo che lo raccommandasse  al
padre,  ch'egli  era  apparecchiato di stare dove il padre voleva,  pur che gli
desse da vivere.


La qualit della region di Persia. Il modo che usano Persiani di condur l'acqua
di lontano quattro e cinque giornate.  Superstizione che usano per guarir della
febre e altre infirmit.
Cap. 16.

Tutta  questa  provincia  della  Persia fino a qui,  per la via che noi abbiamo
cavalcata,  paese deserto, cenericcio, cretoso, scoglioso e petroso e di poche
acque: e di qui viene che dove si trovano acque sono  qualche  ville,  in  gran
parte per distrutte,  ciascuna delle quali ha un castello fatto di terreno. Le
sementi,  le vigne e i frutti sono fatti per forza di acque,  in modo che  dove
non  si  hanno  acque male vi si pu abitare;  sogliono menarle per sotto terra
quattro e cinque giornate lontano dalli fiumi, d'onde le tolgono e le menano in
questo modo.  Vanno al fiume e fanno appresso una fossa simile a un pozzo,  poi
vanno cavando al dritto verso il luogo dove la vogliono condurre, con la ragion
del  livello,  s  che abbia a descendere un canaletto il qual sia pi profondo
che non  il fondo della fossa detta di sopra,  e quando hanno cavato circa  20
passa  di  questo  canaletto fanno un'altra fossa simile alla prima,  e cos di
fossa in fossa menano per quei canali l'acqua dove  che  vogliono,  over  fanno
(per  dir  meglio)  l'alveo  e acquedutto per il quale si possa menare.  Quando
hanno fornito quest'opera,  aprono il capo della cava verso il fiume e le danno
l'acqua,  la  quale  per  quei  loro  acquedutti  conducono  nella terra e dove
vogliono,  menandola per le radici dei monti  e  togliendola  alta  nel  fiume,
imperoch,  se non facessero in cotal modo,  non ci potriano stare,  attendendo
che quivi rare volte piove. Dicendo io a quelli dell'esercito che 'l paese loro
era molto sterile,  mi rispondevano che non mi dovessi maravigliare,  perch la
via  che facevano era fresca,  nella qual si trovavano miglior erbe,  ed era in
paese molto pi sano.
In queste parti non ci sono boschi n arbori, dico pur uno, salvo che fruttari,
che piantano dove gli posson dare acqua, che altramente non s'appigliariano.  I
legnami  con li quali fanno le case sono albare,  delle quali tante ne piantano
in luoghi acquosi che sono bastanti al lor  bisogno:  e  per  hanno  tra  loro
ottimi  marangoni,  i quali dalla necessit sono astretti a sparagnare;  e d'un
legno che volge due palmi,  segato in tavole,  fanno una  porta  di  duo  passa
lunga, soazata e tanto ben lavorata di fuora via e ben commessa che certo  una
maraviglia,  e  in  questo  modo  fanno eziandio balconi e altri lavori all'uso
domestico necessarii;  vero  che di dentro via si veggono li pezzi.  Di questi
legni  fanno eziandio le case.  E a confermazione che non ci siano altri arbori
n piccioli n grandi,  n in monte n in piano,  ho ritrovato alcune fiate uno
arbusto  de  spini,  al  quale per un miracolo ho veduto legare pezze e stracci
assai,  con li quali si  danno  ad  intendere  di  guarire  da  febre  e  altre
infirmitadi. Nel campo, quantunque ci sia gente assai, non si truova uno che si
lamenti: tutti stanno di buona voglia, cantano, sollazzano e ridono.


D'una  terra  nominata  Saphan,  e  d'alcune  notabili antichit che in essa si
trovano. Della citt detta Cassan,  e i lavori che si fanno in quella.  Di Como
citt e quello produce.  Di Iexdi, e costumi di quei mercanti nel vender le lor
robbe.
Cap. 17.

Seguendo il cammino trovammo una  terra  nominata  Saphan,  la  quale    stata
mirabile, e infino al presente  murata con terreno e fossi; volta circa miglia
quattro,  e  mettendo in conto li borghi circa miglia dieci;  nelli borghi sono
cos belli edificii come nella terra.
Intesi che,  per esser numerosa di popolo e per aver molta gente da fatti e per
esser ricca,  qualche volta non dava cos ubbidienza al suo signore;  e che ora
anni venti,  essendo signor della Persia uno chiamato Giausa,  il  quale  fu  a
questa terra per volerla mettere in ubbidienza,  esso,  acconciate le cose sue,
si part. Ma poco dopo, avendo ribellato, mand il suo esercito,  commandando a
tutti  quelli  dell'esercito  che  nel  ritorno  portassero  una testa per uno,
saccheggiata e brusciata che avessero la terra; i quali ubbidirono alla polita,
in tanto che,  s come io essendo in quelle parti senti'  parlare  a  molti  di
quelli  che  erano stati in quello esercito,  alcuni i quali non trovarono cos
teste di maschi si mettevano a tagliar le teste delle femine e le  radevano  il
capo per ubbidire: di qui viene che tutta la ruinorno e dissiporno. Al presente
per la sesta parte si abita. Ha molte antiquit grandi e notabili, fra le quali
questa tiene il principato, che in essa  una cava quadra con acqua dentro alta
un  passo,  viva  e  netta  e buona da bere,  d'intorno la quale  una riva,  e
attorno di essa colonne con li suoi volti,  stanze  e  luoghi  innumerabili  da
mercanti  con  le  lor  mercanzie:  il quale luogo la notte si tien serrato per
sicurt delle robbe.  Altre pi cose e lavori  belli  si  ritrovano  in  questa
terra,  della  quale  al presente non dir altro che questo,  che in quel tempo
(per quel che dicono alcuni) aveva da 150000 anime in suso.
Trovammo poi Cassan,  citt ben popolata,  nella quale per la maggior parte  si
fanno lavori di seta e gottoni,  in tanta quantit che chi volesse in un giorno
comprar per 10000 ducati di questi lavori gli troveria; volge circa miglia tre,
 murata,  e di fuora ha bei borghi e grandi.  Giugnemmo poi a Como,  citt mal
casata,  la  quale  volge sei miglia ed  murata;  non  terra di mestiero,  ma
vivono  di  lavorar  la  terra,  fanno  vigne  e  giardini  assai,   e  melloni
perfettissimi, taluno dei quali pesa libre trenta: sono verdi di fuora e dentro
bianchi, dolci quanto un zuccaro; fa fuochi ventimilia.
Seguendo  pi  oltra trovammo Iesdi,  terra di mestieri,  come sarian lavori di
seta,  gottoni,  ciambellotti e altri simili;  volge  circa  miglia  cinque,  
murata,  ha  borghi  grandissimi,  e  quasi tutti tessono e lavorano di diversi
mestieri.  Delle sete che vengono da Strava e da l'Azi e dalle parti  che  sono
verso i Zagatai,  verso il mar di Bach,  le migliori vengono a Iesdi,  la qual
poi fornisce dei suoi lavori gran parte dell'India, della Persia,  dei Zagatai,
dei Cini e Macini,  parte del Cataio, di Bursa e della Turchia, di modo che chi
vuol buoni panni della Soria e belli e buoni lavori tolgono di questi. E quando
va un mercante a questa terra per lavori va  nel  fontego,  nel  quale  attorno
attorno  sono botteghini,  e in mezo un altro luogo quadro pur con botteghe: ha
due porte con una catena, accioch in esso non entrino cavalli.  Questo e altri
mercanti entrano,  e se vi cognoscono alcuni vanno a sedere l; se non, seggono
dove lor piace in questi botteghini,  ciascun dei quali  sei piedi per quadro;
e  quando  sono  pi mercanti,  seggono uno per botteghino.  A un'ora di giorno
vengono alcuni,  con lavori di seta e  d'altre  sorti  in  braccio,  e  passano
intorno  non  dicendo altro;  ma i mercanti che stanno l,  se veggono cosa che
piaccia loro,  gli chiamano e guardanla da presso se gli  piace:  il  pregio  
scritto su una carta attorno il lavoro.  Piacendogli il lavoro e il pregio,  lo
toglie e gittalo dentro nel botteghino. E queste cose si spacciano in un tratto
senza far altre parole,  imperoch colui che ha data la  robba,  conoscendo  il
patron del botteghino,  se ne parte senza dir altro. E questo mercato dura fino
a ora di sesta; a ora di vespero vengono i venditori e tolgono i lor dinari. Se
qualche fiata non trovano chi compri le lor robbe per il pregio notato attorno,
hanno costume di abbassare il pregio e ritornare un altro giorno.
Dicesi che quella terra vuole al giorno due some di  seta,  che  sono  al  modo
nostro libre mille di peso.  Di lavori di ciambellotti e gottoni e altri simili
non dico altro,  perch da quelli di seta che si fanno si pu far stima  quanto
pi si faccia di quell'altre cose.


Della bella citt di Siras, e delle mercanzie che vi si truovano.
Della terra detta Er; di Cini e Macini provincie. Della provincia del Cataio:
la  liberalit che si usa in quel paese verso i mercanti;  del luogo ove sta il
signore;  il modo ch'egli tiene in spacciar gli ambasciatori;  della  sua  gran
giustizia.
Cap. 18.

Tutto  il cammino fin qui fatto si drizza alla via di scirocco;  torner per la
via di levante,  perch,  partito da Tauris,  fin a Spahan son venuto quasi per
levante.  E prima dir di Siras,  terra di sopra nominata,  la quale  l'ultima
della Persia alla via di levante ed  terra grandissima: volge con i borghi  da
miglia  venti;  ha  popolo innumerabile,  mercanti assaissimi,  perch tutti li
mercanti che vengono dalle parti di sopra,  cio da Er,  Sammarcant e da l in
suso,  volendo  venir  per la via della Persia passano per Siras.  Qui capitano
gioie assai,  sete,  spezie minute e grosse,  reobarbari  e  semenzine.    del
signore Assambei,  circondata di muri di terreno assai alti e forti e di fossi,
con le sue porte,  ornata di  assaissime  e  bellissime  moschee  e  case,  ben
adornate di mosaico e altri ornamenti;  fa da 200000 anime e forse pi;  si sta
in essa sicuramente, senza vania di alcuno.
Partendosi di qua si esce della Persia  e  vassi  ad  Er,  terra  posta  nella
provincia di Zagatai. Questa terra  del figliuolo che fu del soldano Busech: 
grandissima,  minor  per  un  terzo che non  Siras;  lavora di sete e d'altri
lavori come Siras.  Non dico dei castelli,  terricciole e ville assai  poste  a
questa via,  per non aver cosa memorabile.  Vassi poi per greco, camminando per
luoghi deserti e sterili dove non si truovano acque, salvo che di pozzi fatti a
mano;  erbe poche si hanno,  boschi  manco:  e  dura  questo  cammino  quaranta
giornate.  Poi  si  ritruova in quella istessa provincia di Zagatai Sanmarcant,
citt grandissima e ben popolata,  per la qual vanno e vengono tutti quelli  di
Cini e Macini e del Cataio, o mercanti o viandanti che siano: in essa si lavora
di mestieri assai,  i signori della quale furon figliuoli di Giausa.  Non passo
pi avanti a questa via, ma,  perch l'intesi da molti,  dico che questi Cini e
Macini  sono  due  provincie  grandissime,  e sono idolatri.  La loro regione 
quella dove si fanno i catini e le piadene di porcellana. In questi luoghi sono
gran mercanzie, massimamente gioie e lavori di seta e d'altra sorte.
Di l si va poi nella provincia del Cataio, della qual dir quello ch'io so per
relazione di uno ambasciador del Tartaro,  il quale venne di l ritrovandomi io
alla  Tana.  Essendo un giorno con lui a parlamento di questo Cataio,  mi disse
che, passando i luoghi prossimamente scritti, entrato che egli fu nel paese del
Cataio, sempre gli furon fatte le spese di luogo in luogo, fin che giunse a una
terra nominata Cambal, dove fu ricevuto onorevolmente e datogli stanza: e cos
dice che sono fatte le spese a tutti li mercanti che  passano  de  l.  Poi  fu
condotto  dove  era  il  signore,  e gionto alla porta fu fatto inginocchiar di
fuora: il luogo era a pi piano, largo e lungo molto,  in capo del quale era un
pavimento  di pietra,  e su esso il signore a sedere sopra una sedia,  il quale
voltava le spalle verso la porta.  Dai lati erano quattro a sedere volti  verso
la porta, e da quella insino dove erano questi quattro, di qua e di l, stavano
alcuni  mazzieri in piedi con bastoni d'argento,  lassando in mezo a modo d'una
calle, nella quale per tutto erano alcuni turcimani,  sedendo sui calcagni come
fanno  di  qua  da noi le femine.  Ridotto l'ambasciadore a questa porta,  dove
ritrov le cose ordinate nel modo scritto di sopra,  gli fu detto che  parlasse
quel  che  esso voleva: e cos fece la sua ambasciata,  la quale i turcimani di
mano in mano esponevano al signore,  overo a quelli quattro  che  gli  sedevano
allato.  Fugli  risposto  che  fusse  il  ben venuto,  e dovesse ritornare allo
alloggiamento,  dove se gli faria la risposta: per la qual cosa non gli fu  pi
bisogno  ritornare  al signore,  ma solamente conferir con alcuni di quelli del
signore,  li quali erano mandati a casa e referivano di  qua  e  di  l  quello
faceva bisogno, di modo che presto fu spacciato e gratamente.
Uno  dei  famigli  di  questo ambasciadore e un suo figliuolo,  i quali ambidui
erano stati con esso, mi dissero cose mirabili della giustizia che si faceva in
quel luogo; fra le quali questa ne  una, che essendo un giorno in madian,  che
vuol  dire  in  piazza,  a una femina che portava una zara di latte in capo uno
venne e tolse la zara,  e cominciando a bere lei si mise a gridare:  "O  povere
vedove, a che modo possiamo portar le nostre robbe a vendere?" Subito costui fu
preso  e  con  la spada tagliato a traverso,  in modo che si vedeva a un tratto
uscire sangue e latte delle budelle.  E questo istesso mi afferm poi il  detto
ambasciatore,  e  soggiunse  che,  lavorando  certa femina gottoni a molinello,
aveva tratto fuora una spuola e messola di  dietro  appresso  di  s:  uno  che
passava  a  caso  di l tolse questa spuola e andossene a la buon'ora;  ella si
volt e, veduto che l'ebbe, cominci a gridare, e le fu detto: "Colui che va in
l  quello che te l'ha tolta".  Costui subitamente fu preso,  e per il  simile
tagliato a traverso.
Dicesi  che non solamente nella terra,  ma di fuora d'ogn'intorno dove capitano
viandanti,  si truovano suso qualche sasso o altro luogo cose perdute per altri
viandanti e per altri trovate,  e che niuno  cos ardito che gli basti l'animo
di torle per s.  E di pi se uno,  essendo in  camino,  fusse  addimandato  da
qualcuno  che  esso avesse sospetto,  o di chi troppo non si fidasse,  dove va,
andandosi a lamentare colui che  dimandato di tal parole e di  cotal  dimanda,
bisogna  che colui che ha domandato truovi qualche cagione lecita di questa sua
domanda,  altramente  punito.  Per le qual cose si pu comprendere che  questa
terra  terra di libert e di gran giustizia.


Il modo che si osserva circa le mercanzie. Della moneta e religion de' Cataini.
Della  citt  detta  Cuerch.  Di  una fossa d'acqua qual dicono aver gran virt
contra la lebra e contra le cavallette,  e di alcuni  uccelli  ch'ammazzano  le
cavallette.
Cap. 19.

Circa  il  fatto  delle mercanzie,  intesi che tutti li mercanti che vengono in
quelle parti portano le lor mercanzie in quei fonteghi,  e li deputati a ci le
vanno a vedere,  ed essendovi cosa che piaccia al signore pigliano quel che gli
piace,  dando loro all'incontro altre robe per il valsente di  essa;  il  resto
rimane  in  libert  del  mercante.  A minuto in quel luogo si spende moneta di
carta, la quale ogn'anno si muta con nuova stampa,  e la moneta vecchia in capo
dell'anno  si  porta  alla zecca,  dove gli  data altratanta di nuova e bella,
pagando tuttavia duo per cento di moneta d'argento buona;  e la moneta  vecchia
si  gitta  in fuoco.  L'argento e l'oro si vendono a peso,  e si fanno anche di
questi metalli certe monete grosse.
La fede di questi Cataini stimo che sia pagana,  quantunque molti di Zagatai  e
d'altre  nazioni  le  quali vengono di l dicano che sian cristiani;  imperoch
dimandandogli io in che modo sanno che siano cristiani,  mi risposero che nelli
lor  tempii essi tengono statue come facciamo noi.  Accadettemi nel tempo ch'io
era nella Tana,  stando il detto ambasciadore insieme con me,  come ho detto di
sopra, che mi pass davanti un Nicol Diedo, nostro Veneziano vecchio, il quale
alle fiate portava una veste di panno fodrata di cendado a maniche aperte (come
gi si usava in Venezia), sopra uno giuppon di pelle, con un capuccio in spalla
e cappello di paglia in capo da soldi quattro.  E incontinente,  veduto che gli
ebbe,  detto ambasciadore disse con maraviglia: "Questi sono  degli  abiti  che
portano i Cataini;  somigliano quelli della vostra fede, perch portano l'abito
vostro".
In quel paese non nasce vino,  per essere la  regione  molto  frigida;  d'altre
vettovaglie ve ne nascono assai.  Questo, insieme con molte altre cose le quali
di  presente  io  lascier,    quello  ch'io  so,   per  relazione  del  detto
ambasciadore  del  Tartaro  e  delli  suoi  familiari,  quanto  appartiene alla
provincia del Cataio, dove io personalmente non sono stato.
Torner da capo a Tauris,  e cos come di sopra ho detto quello che  si  truova
camminando  tra  greco  e  levante,  cos di presente dir quello che si truova
camminando tra levante e scirocco.  Prima noi ritroviamo una citt la  qual  si
chiama Cuerch,  lassando certi castelli li quali si veggono prima che si arrivi
a detta citt, dei quali non abbiamo cosa alcuna memorabile da dire.  In questa
citt    una  fossa  d'acqua  nel modo di una fontana,  la quale  guardata da
quelli suoi thalassimani,  cio preti: quest'acqua dicono  che  ha  gran  virt
contra  la  lebra  e  contra  le  cavalette,  dell'uno  e  dell'altro dei quali
incommodi io n'ho veduto qualche non voglio dir  esperienza,  ma  credulit  di
alcuni.  In quelli tempi pass un Francioso con alcuni famigli e guide mori per
quella via,  il quale sentiva di lebbra,  e per quanto  intendemmo  andava  per
bagnarsi nella detta acqua: quel che poi seguisse io nol so, ma publicamente si
diceva  che  molti  n'eran sanati.  Essendo ancora io in quel paese,  venne uno
Armeno, mandato,  molto avanti che io prendessi il cammino a quelle parti,  dal
re  di Cipro per tor di quell'acqua.  E di ritorno,  essendo io nella campagna,
due mesi dopo ch'io era giunto in Tauris,  ritorn con quell'acqua in un fiasco
di stagno,  e stette con me due giorni; poi se n'and alla sua via e ritorn in
Cipro,  nel qual luogo nella ritornata mia trovandomi io,  vidi quello  istesso
fiasco  di  acqua  appiccato  su  un  bastone il quale era porto fuora di certa
torre,  e intesi dagli uomini del paese che per  quell'acqua  non  avevano  pi
avute cavallette.  Dove eziandio vidi alcuni uccelli rossi e negri,  i quali si
chiamano uccelli di Macometto,  che hanno costume di volare in frotta  come  li
stornelli,  i quali, per quello ch'io intesi essendo pure in Cipro alla tornata
mia,  quando vengono cavallette,  che se ne truovano,  tutte le amazzano,  e in
qualunque  luogo  sentono  essere  di detta acqua volano verso esso,  cos come
affermano tutti li paesani.  Questa  citt  Cuerch    picciola  ma  di  passo,
imperoch per essa passa chi va al mare, cio al seno Persico.


Delle  citt  di  Ormus  e  Bagdeth.  D'una  sorte  di  pomi  cotogni e granati
differenti da' nostri, e che altri frutti produce detta Bagdeth. Della citt di
Calicut. D'una terra chiamata Lar e del fiume Bindumir.
Cap. 20.

In questo mare si ritrova una isola nella quale   una  citt  nominata  Ormus,
lontana  da terra ferma da 18 in 20 miglia: volge la isola circa miglia 60;  la
terra  grande e ben popolata.  Non ha altr'acqua che quella dei pozzi e  delle
cisterne,  e  quando  gli  manca quella sogliono andare a torne in terra ferma,
dove eziandio hanno le lor sementi.  Paga tributo al signore  Assambei;  lavora
lavori di seta assai. I mercanti che vanno de l'India in Persia, o di Persia in
India, in buona parte danno di capo in quest'isola. Il signore si chiama soltan
Sabadin: manda certe sue barche alla via dell'India a pescar ostreghe da perle,
e  ne prendono assai;  ed essendo io ivi,  due mercanti che venivano da l'India
capitarono ivi con perle, gioie, lavori di seta e specie.
In questo colfo Persico mette capo l'Eufrate,  fiume nominatissimo,  sul  quale
circa sei giornate in suso  Bagadeth, cio Babilonia vecchia, la quale  stata
famosa,  come  ciascuno intende,  se ben di presente in gran parte  distrutta:
pu far da fuochi diecimila,  ed  abbondante del vivere.  Ha de' frutti,  come
sariano dattali,  pistacchi e altri simili, in gran quantit e molto buoni, fra
li quali si ritrovano cotogni del sapore  e  grandezza  delli  nostri.  Trovasi
eziandio  pur  cotogni i quali non hanno quel duro di dentro che suole avere il
cotogno,  ma sono  al  mangiare  come  sariano  peri  ghiacciuoli,  dolcissimi.
Truovasi  una sorte di pomi granati non troppo grandi,  ma per la maggior parte
con la scorza sottile,  i quali si curano come si curano le narancie,  e  nelli
quali  n  pi  n  meno  si possono cacciar li denti come si faria in un pomo,
imperoch non hanno quelle tramezadure in mezo,  eccetto che un poco nel fondo:
il  sapore    misto di dolcezza con alquanto di garbetto,  e sono o senza quel
poco legnetto che hanno gli altri dentro del grano,  o con cos tenero che  non
si  sente  in bocca,  n  bisogno di sputar niente fuora pi di quel che  chi
mangiasse uva  passa.  Fanno  ancora  zuccari,  e  di  essi  buone  confezioni,
massimamente siroppi, dei quali ne forniscono la Persia e altri luoghi.
Ritorner  ad  Ormus,  e  parler  qualche  cosetta dei luoghi i quali gli sono
all'incontro,  i quali sono di l dal detto colfo verso tramontana,  la quale 
dalla  banda della Persia,  e da l'altra parte  l'Arabia.  In quei luoghi sono
macomettani; il colfo  longo miglia 300 e pi,  e i luoghi di l dal colfo che
sono  de l'India sono posseduti da tre signori macomettani: il resto de l'India
tutto  posseduto da alcuni re macomettani.  Andando a terra a  terra  via  per
scirocco  e  ostro,  uscendo del colfo,  si truova una citt chiamata Calicuth,
citt di fama grandissima, la quale  come una stapola over ospizio di mercanti
di diversi luoghi,  come saria dire di quelle che vengono dentro al colfo,  del
Cataio  e  di  tutte  quelle  parti,  dove  sempre si ritruovano navili assai e
grandi,  conciosiacosach non faccia gran fatto fortune.  La terra  di  passo,
mercantesca d'ogni ragione, grande e popolosa.
Ritornando  su la riva predetta,  all'incontro di Ormus,  si ritruova una terra
chiamata Lar:  terra grossa e buona,  fa da 2000 fuochi ed  mercantesca e  di
passo,  imperoch  quelli  che vanno e vengono per questo colfo sempre danno di
capo a questa terra. Truovasi poi Siras,  della quale abbiamo parlato di sopra,
e  scorrendo via si va ad una grossa villa chiamata Camar;  poi,  una giornata
lontano, si truova un ponte grande disopra il Bindamir,  il quale  fiume molto
grande: questo ponte si dice che lo fece fare Salomone.


Di  un  monte nella cui sommit  un mirabil edificio,  con quaranta colonne di
notabil grandezza e grossezza,  e di molte figure che vi sono  scolpite.  D'una
villa detta Thimar,  e d'un'altra nella quale si dice esser sepolta la madre di
Salamone, e di luoghi Dehebet e Vergau.
Cap. 21.

Alla villa di Camar si vede un monte tondo, il quale da un lato mostra d'esser
tagliato, e fatto in una faccia alta circa sei passa. Nella sommit del monte 
un piano,  e attorno vi sono colonne quaranta,  le quali si chiamano  Cilminar,
che  vuol dire in nostra lingua quaranta colonne,  ciascuna delle quali  longa
braccia 20,  grossa quanto abbracciano tre uomini,  una parte delle quali  sono
ruinate:  e  per quello che si vedeva fu gi un bello edificio.  Questo piano 
tutto un pezzo di sasso,  sul quale sono scolpite figure d'uomini assai grandi,
come  giganti,  e  sopra  di  tutte  una figura simile a quelle nostre che noi
figuriamo Dio padre,  in uno tondo,  la quale ha un tondo per mano,  e sotto la
quale sono altre figure picciole; davanti la figura di un uomo appoggiato ad un
arco,  la qual si dice esser figura di Salomone. Pi sotto ne sono molte altre,
le quali pare che tengono li lor superiori di sopra;  e di questi minori uno  
il quale par che abbia in capo una mitria di papa, e tien la mano alta, aperta,
mostrando di voler dare la benedizione a quelli che gli sono di sotto, li quali
guardano  a  essa e pare che stiano in certa aspettazione di detta benedizione.
Pi avanti  una figura grande a cavallo,  che par che sia d'un  uomo  robusto:
questa  dicono  essere  di  Sansone;  appresso la quale sono molte altre figure
vestite alla francese,  e hanno capelli lunghi.  Tutte queste figure sono di un
mezo rilievo.
Due giornate lontano da questo luogo  una villa nominata Thimar, e di l a due
giornate  un'altra  villa  dove   una sepoltura nella quale dicono esser stata
sepolta la madre di Salomone,  sopra la quale  fatto un luogo a  modo  di  una
chiesiola,  e sonvi lettere arabice le quali dicono,  s come da quelli di quel
luogo intendemo: "Messer Suleimen",  che vuol dire in nostra lingua  tempio  di
Salomone;  la porta del quale guarda in levante.  Di l a tre giornate si viene
ad una villa chiamata Dehebeth,  nella quale  si  lavorano  assai  terreni  per
produrre gottoni.  Due giornate pi oltra si viene a un luogo detto Vargau,  il
quale per il passato fu terra grande e bella; di presente fa fuochi mille, e in
esso si lavorano pur terre e gottoni come di sopra.


Di Deisser, Iesdi, Gnerde (ove abitano gli Abraini), Naim, Naistan,  Hardistan,
Como, Sava, Euchar, e pi altre terre, e quanto siano distanti una dall'altra;
e la quantit delle pernici che in quelle si trovano.
Cap. 22.

Quattro giornate pi in l si truova una villa nominata Deisser, e tre giornate
di  l  un'altra  villa  nominata  Tast,  dalla qual caminando una giornata si
truova Iesdi, della quale abbiamo assai parlato di sopra. Di l si va a Meruth,
terra picciola, e due giornate pi in l  una villa detta Gnerde,  nella quale
abitano  alcuni nominati Abraini,  i quali,  a mio giudizio,  o sono discesi da
Abraam,  overo hanno la fede di Abraam: questi portano in capo capelli  lunghi.
Due  giornate  pi  oltra si ritrova una terra la quale  chiamata Naim,  terra
male abitata: fa da 500 fuochi;  di l della quale due giornate  si  trova  una
villa detta Naistan,  e di l a due giornate Hardistan, terra picciola, la qual
pu fare da 500 fuochi, tre giornate lontano della quale si vede Cassan,  della
quale abbiamo parlato di sopra; e di l a tre giornate Como sopra nominata; una
giornata lontano Sava,  la quale fa da fuochi mille: in tutti li quai luoghi si
lavorano terre e fanno lavori di gottoni.  Tre  giornate  lontano  da  Sava  si
truova  una terra picciola chiamata Euchar,  e tre giornate che si facciano pi
in l Soltania detta di sopra, della quale sette giornate lontano  Tauris.
Da questo luogo ancora chi si partisse e andasse sopra il mare di Bach per  la
parte  di  levante,  la  quale    della  provincia  di  Zagatai,  troveria  le
infrascritte terre: da Tauris a Soltania sette giornate,  da Soltania ad Euchar
tre giornate, da Euchar a Sava quattro giornate, da Sava a Coi (terra picciola)
sei  giornate,  da Coi a Rhei (terra picciola e male abitata) tre giornate,  da
Rhei a Sarri (pur terra picciola)  tre  giornate,  da  Sarri  a  Sindan  (terra
picciola)  quattro  giornate,  da  Sindan  a  Tremigan (terra picciola) quattro
giornate, da Tremigan a Bilan sei giornate. Poi si trova Strava,  della qual si
denominano le sete chiamate stravaine: questa terra  appresso il mar di Bach,
ha sito non molto sano,  fa poco frumento; il suo mangiare  di risi, dei quali
eziandio ne fanno il pane.  Nella quale,  e in tutte a lei sottoposte,  in ogni
luogo dove si ritrovano acque,  fanno e traggono la seta de' fillisei; e per le
ripe di quei fiumi sono le loro  casuppole  con  le  lor  caldare  della  seta,
imperoch tengono gran quantit di vermi da seta,  e hanno gran copia di morari
bianchi.  In questi luoghi si ritrovano  pernici  innumerabili,  di  modo  che,
quando il signore o altra nobil persona fa pasti, si cuocono di queste pernici,
e  a ciascuno si d una scodella di risi e due pernici: di maniera che tutto il
popolo mangia pernici,  le quali appresso di loro non sono in  pregio.  In  sul
lito  del  predetto  mare  si  trovano  pi  terre,  cio Strava,  Lahazibenth,
Mandradani e altre,  le quali al presente non dico;  e in queste terre sono  le
miglior sete che venghino di quel luogo.


I  luoghi che si trovano caminando da Trabisonda a Tauris: di Trabisonda citt,
Baiburth,  Arzengan;  d'un ponte di pietra di archi 17 fatto sul fiume Eufrate;
di Carpurth, Moscont, Thene, Halla, Pallu, Amus, e le cose che producono.
Cap. 23.

Non mi pare inconveniente, essendo in luogo assai vicino, di voler dir eziandio
quello  si  trova  andando  da Trabisonda a Tauris,  caminando per scirocco.  E
primamente di Trabisonda dico che  stata una buona  e  grossa  terra  sul  mar
Maggiore,  il  cui signore per avanti aveva titolo d'imperatore,  imperoch era
fratello dell'imperatore di Costantinopoli,  e voleva anch'egli esser  chiamato
imperatore: dalla qual cosa procedette che i successori, quantunque non fussero
fratelli  dell'imperatore,  di  mano  in  mano si hanno dato o (per dir meglio)
tolto questo titolo d'imperio. Di questa terra non dico altro, per essere assai
nota a tutti.  Partendo da essa per andare a Tauris,  e come abbiamo  detto  di
sopra  caminando  per  scirocco,  si  trovano molte ville e castellucci;  vassi
eziandio per monti e per boschi disabitati.  Il primo  luogo  notabile  che  si
trova   un castello in piano,  in una valle d'ogn'intorno circondata di monti,
nominata Baiburth: castel forte e murato,  di territorio molto fruttifero.  Pu
fare da basso del castello da 1500 fuochi;  del signore Assambei.
Cinque giornate pi in l si trova Arzengan, la quale  stata gran citt, ma di
presente per la maggior parte  destrutta.  Caminando tra levante e sirocco due
miglia pi in l si trova lo Eufrate,  fiume nominatissimo,  il quale si  passa
per  un  ponte  di  pietra cotta di 17 archi,  bello e grande.  Poi si trova un
castello nominato Carpurth, il quale  cinque giornate lontano da Arzengan.  In
questo  luogo  era  la  moglie  del  signore Assambei,  quella che fu figliuola
dell'imperator di Trabisonda, detta Despinacaton.   luogo forte,  e la maggior
parte    abitata da Greci e caloieri assai,  i quali stanno in compagnia della
detta donna.  Trovansi in via molte  ville  e  castellucci;  poi  si  trova  un
castello  detto  Moschont e un altro detto Halla e un altro detto Thene,  tutti
forti e ben murati, ciascuno dei quali ha da basso circa 500 fuochi,  e a parte
dei  quali  va  da presso un fiume grosso,  il quale si passa con le barche,  e
viene non molto lontano da Carpurth sopranominato.  I popoli abitanti sotto  le
giurisdizioni  di  questi castelli sono nominati Coinari,  che in nostra lingua
vuol dire mandrieri.
Poi,  caminando alla via di levante,  si arriva a un castello murato il quale 
su un sasso, chiamato Pallu: fa da basso da 300 fuochi, di sotto il quale passa
un  fiume.  Andando  pur  per  la  via di levante quattro giornate pi in l si
arriva ad un castello nominato Amus, il quale  in campagna,  male abitato.  In
tutto  il paese di Trabisonda e nei confini si fanno vini assai: le vigne se ne
vanno  per  gli  arbori  senza  esser  bruscate;   una   delle   nostre   botte
continovamente  in  quel  luogo  val meno d'un ducato.  Li boschi sono pieni di
nocelle,  della sorte di quelle di Puglia,  e d'altri frutti  assai  buoni.  In
alcune parti fa certi vini nominati zamora.


D'un castello nominato Mus e d'un altro detto Alhart.  Di Ceus,  Herzis e Orias
castello. Di tre laghi, con l'ampiezza di quelli. Di Tessu e Zerister citt,  e
i lavori che in detti luoghi si fanno.
Cap. 24.

Di  l  si  entra  nella Turcomania,  la quale era prima Armenia maggiore.  Ora
quelli che nascono in essa sono chiamati Caracoil,  che  vuol  dir  in  nostra
lingua  castroni  negri,  cos  come  la  provincia  di  Persia e di Zagatai si
chiamava Accorl,  che vuol dire nel nostro idioma castroni  bianchi:  i  quali
nomi  tra loro sono nomi di parte,  come saria a dir tra noi rosa bianca e rosa
rossa,  over guelfi e ghibellini,  over zamberlani e strumieri,  sotto  i  quai
titoli  vi  sono grandi partigiani.  Trovasi poi un castello nominato Mus,  fra
certe montagne,  piccolo ma forte,  il quale  posto in monte,  ha da basso una
citt che volta circa tre miglia,  e fa popolo assai. Tre giornate pi in l si
trova un luogo detto Alhart,  bel castello e forte,  il quale  sopra  un  lago
longo miglia centocinquanta, e dove  pi largo  largo cinquanta miglia. Dalla
parte di tramontana,  lontano da questo lago miglia quindeci, si trova un altro
lago,  il quale volge circa miglia ottanta,  attorno del quale vi  sono  alcuni
castelli.  Sotto  Alhart   una terra,  la qual fa da mille fuochi.  In ambidui
questi laghi sono molti navilii,  i  quali  navigano  nel  mar  Caspio  al  lor
viaggio;  evvi ancora sopra questo secondo lago una terra nominata Ceus,  buona
terra e murata.
Una giornata lontano andando per la marina si trova una terra detta Herzis,  la
quale ha un fiume che si passa per un ponte di cinque volti;  e da Ceus fino ad
Herzis sono 4 altri ponti simili a questo,  per i quali si passa il  fiume.  In
Herzis   la sepoltura della madre di Giausa,  che fu signore della Persia e di
Zagatai.  Lontano da questo lago miglia 5 si va ad Orias,  castello forte posto
sopra un monticello.  Il lago continua per levante meza giornata, nella qual si
va a Coi citt, non quella della quale abbiamo parlato di sopra, ma un'altra di
quel nome; cinque giornate lontano dalla quale si trova una campagna dove  una
gran citt,  altre volte destrutta per il Tamberlano.  Trovansi eziandio  molte
ville,  e dietro ad esse un altro lago, longo miglia 200 e largo miglia trenta,
nel quale vi sono alcune isole abitate. Finalmente si trovano due citt,  Tessu
e  Zerister,  le  quali  tra  ambedue  fanno  da  tremilia  fuochi.  Altre cose
memorabili non abbiamo vedute in questi luoghi,  salvo che in  tutti  si  fanno
lavori di gottoni,  di tele, di canape, di grisi, di schiavine assai, e qualche
poco di lavori di seta. Hanno carne assai,  massimamente di castroni,  e vini e
altri  frutti  assai,  i quali essi conducono in mar Maggiore,  nelle terre che
sono l attorno.


Della citt Sammachi e del  signor  di  quella.  Di  Derbent  parimente  citt,
altramente  detta Thamicarpi,  e per qual cagione,  e del suo sito.  De' popoli
detti Caitacchi.
Cap. 25.

Tornando da capo a Tauris, e caminando per greco e levante, e scorrendo qualche
volta per tramontana,  e toccando un poco di maestro,  pretermettendo  eziandio
tutto quello che si trova in mezo, per non essere terre da conto n degne delle
quali si faccia menzione, dico che dodici giornate lontano si truova Sammacchi,
la qual citt  nella Media,  nel paese di Thezichia,  il signor della quale si
chiama Sirvansa.  Faria questa terra ad  un  bisogno  da  otto  in  diecimillia
cavalli.  Confina  sul  mar  di  Bach  per giornate sei,  il quale gli  a man
dritta,  e con Mengrelia da man sinistra verso il mar Maggiore e  Caitacchi,  i
quali  sono  circa  il  monte  Caspio.  Questa   buona citt: fa da quattro in
cinquemila fuochi; lavora lavori di seta e gottoni e d'altri mestieri,  secondo
i lor costumi.  l'Armenia grande, e buona parte degl'abitatori sono armeni.
Partendo di qui si va a Derbent,  terra (come si dice) edificata da Alessandro,
la qual  sul mar di Bach,  un miglio lontana dal monte,  e ha  sul  monte  un
castello,  e  poi  se ne viene al mare con due ale di muro insino in acqua,  di
modo che le teste dei muri sono due passa sotto acqua;  la terra  da una porta
all'altra  larga  mezo  miglio,  i  muri  della quale sono di sassi grandi alla
romana. Derbent in nostro idioma vuol dir stretto, e da molti i quali intendono
la condizione del luogo  chiamato Thamircapi,  che vuol dir in  nostra  lingua
porta  di ferro: e certo che colui che gli pose questo nome gli pose nome molto
conveniente, conciosiach questa terra divida la Media dall'Albania,  che ora 
parte di Tartaria,  di modo che chi vuol partir di Persia, di Turchia, di Soria
e delli paesi che si trovano di l in suso,  e passar nella  Tartaria,  convien
ch'entri per una porta di questa terra ed esca per l'altra; la qual cosa, a chi
non  intendesse  il  sito  dei  luoghi,   pareria  mirabile  e  poco  meno  che
impossibile.
La cagion di questo  che dal mar di Bach al mar Maggiore per via dritta (come
saria per l'aere) sono cinquecento miglia,  e tutto questo terreno   pieno  di
montagne e di valli,  bene abitate in qualche luogo d'alcuni signorotti,  nelli
cui territorii nessuno  che ardisca d'andare,  per paura di non esser  rubati;
ma  nella  maggior  parte  sono disabitate.  Onde,  quando qualcuno deliberasse
(volendo far questo camino) di non passar per  Derbent,  gli  saria  necessario
andasse prima in Zorzania,  poi in Mengrelia, la qual  sul mar Maggiore, ad un
castello nominato Alvati, dove si trova una montagna altissima;  e l converria
che lasciasse i cavalli e che se n'andasse a piedi su per brichi, tanto che tra
l'ascendere  e  descendere caminasse due giornate,  e poi a basso troverebbe la
Circassia,  della quale abbiamo parlato di sopra nella  prima  parte.  Il  qual
passo    usato  solamente  da  quelli  che stanno alli confini,  n per quella
distanzia s'intende ch'alcuno vi passi,  da essi  in  fuori,  per  esser  luogo
incommodissimo. Onde (tornando a proposito) la cagion del stretto  che il mare
mangia  infino l presso la montagna dove  Derbent;  di l avanti  spiaggia e
molto poco terreno: ed   questo  stretto  lungo  circa  miglia  sessanta,  pur
alquanto abile a cavalcare.  Da l indietro,  voltando a man sinistra, il monte
volta,  e puossi andar sopra il monte,  il quale anticamente si nominava  monte
Caspio:  dove  si riducono i frati di S.  Francesco e qualche nostro prete alla
latina.  Li popoli che abitano in questi luoghi si chiamano Caitacchi,  come  
detto  di  sopra: parlano idioma separato dagli altri;  sono cristiani molti di
loro,  dei quali parte  fanno  alla  greca,  parte  all'armena  e  alcuni  alla
catolica.


D'una  citt  detta  Bachal.  D'una  montagna che butta olio negro.  Del signor
Tumambei,  e di che maniera siano le case sotto la signoria di quello.  Il modo
della  visita  che  si  faceva  ad  un figliuol dell'imperator tartaro,  che si
ritrovava appresso il signor Tumembei.  Della crudelt che us certa  setta  de
macomettani contra cristiani.
Cap. 26.

Sul  mare da questa parte  un'altra citt nominata Bacha,  dalla quale  detto
il mare di Bacha, appresso la quale  una montagna che butta olio negro di gran
puzza,  il qual si adopera ad uso di lucerne la notte,  e ad unzione di  cameli
due volte l'anno, perch non gli ungendo diventano scabiosi. Nella campagna del
monte Caspio signoreggia un Tumambei, che in nostra lingua vuol dire signore di
diecimila,  sotto  la  signoria  del  quale  s'usano  case  della  forma di una
berretta,  simili in tutto e per tutto a quelle  delle  quali  abbiamo  parlato
nella  prima  parte,  fatte  d'un  cerchio di legno forato intorno intorno,  di
diametro d'un passo e mezo,  nel qual ficcano certe bacchette che  nella  parte
superiore  tutte  divengono in uno circuletto piccolo,  e poi tutto cuoprono di
feltro o di panni, secondo la lor condizione; e quando non piace loro d'abitare
in un luogo,  tolgono le dette case e le mettono su carri,  e vanno ad  abitare
altrove.
Ritrovandomi  io  da  questo  signore,  giunse  l  un figliuolo dell'imperator
tartaro,  il quale aveva tolto per moglie una figliuola di questo  signore,  il
padre del quale nuovamente era stato scacciato di signoria. Costui si era posto
in una di simil case e stavasi a sedere in terra,  e alla giornata era visitato
da alcuni del suo paese,  e ancora da qualcuno del paese dove si ritrovava.  Il
modo di questa visitazione era che, quando giungevano appresso la porta un tiro
di pietra con mano, se avevano arme le mettevano in terra, e fatti alcuni passi
verso  la  porta s'inginocchiavano: e questo facevano due e tre volte,  andando
sempre pi avanti,  pur che stessino da lontano almeno dieci passa;  e in  quel
luogo  dicevano  il  fatto  loro,  e  avuta che avevano la risposta ritornavano
indietro,  non voltando le spalle al signore.  Io fui qualche volta col signore
Tumambei,  la vita del quale,  per quello ch'io vidi,  era un continuo stare in
bevarie: e beveva vino di ottimo mele.
Poi che abbiamo detto delle cose del monte Caspio e della condizione di  quelli
che abitano l intorno,  non sar mal fatto, e reputo che sia a proposito della
nostra fede,  che io reciti una istoria intesa novamente da  un  frate  Vicenzo
dell'ordine di San Dominico, nato in Capha, il qual era stato mandato per certe
facende  nelle  parti  di  qua,  e part gi mesi dieci da quelle parti.  Disse
costui che si part del paese del  soldano  certa  setta  di  macomettani,  con
fervor  della  sua  fede  gridando  alla  morte  de'  cristiani,  e  quanto pi
camminavano verso la Persia pi s'ingrossavano.  Questi ribaldi presero la  via
verso il mar di Bach e vennero a Sammachi,  e poi in Derbent e di l in Tumen,
ed erano parte a cavallo e parte a piedi,  parte armati e parte senza arme,  in
grandissimo numero. Capitorno ad un fiume nominato Terch, che  nella provincia
di Elochzi, ed entrorno nel monte Caspio, dove sono molti cristiani catolici: e
in  ogni luogo dove hanno trovato cristiani,  senza alcuno rispetto hanno morti
tutti, femine, maschi,  picciolini e grandi.  Dopo questo scorsero nel paese di
Gog e Magog, i quali pur sono cristiani ma fanno alla greca, e di questi fecero
il simile.  Poi tirorno verso la Circassia,  camminando verso Chippiche e verso
Carbathei, che ambidue sono verso il mar Maggiore,  e similmente fecero in quei
luoghi,  insin che quelli di Tetarcossa e di Cremuch furono alle mani con essi,
e li ruppero con tanto gran fracasso che non ne scamparono venti per centenaio,
i quali fuggirono alla malora nel lor paese.  S che potemo intendere a  quanto
mala condizione si ritrovano i cristiani che abitano ivi intorno. Questo fu del
1486.
Dir  di  Derbent  una  cosa  la  qual par maravigliosa: da una porta andando a
questo luogo insino sotto le mura,  si trovano uve e  frutti  d'ogni  sorte,  e
specialmente  mandole;  dall'altra  porta  non sono n frutti n arbore alcuno,
eccetto che cotognari salvatichi,  e questo dura per dieci,  quindici  e  venti
miglia da quel canto,  e ancora pi oltra.  Vidi,  essendo in quel luogo, in un
magazino due ancore di ottocento e pi libre l'una, che mi dimostra nel passato
essere stati usati in  quelle  parti  navilii  molto  grossi;  al  presente  le
maggiori ancore che si trovano sono 150 per insino a 200 libre l'una.


Come  il  signor  Assambei and contra la Zorzania e,  depredati alcuni luoghi,
venne in composizione col re di quel paese e col re Gargara,  che  confina  con
lui.  Di Tiflis e Gory,  luochi della Zorzania.  Di Scander,  Loreo,  Gori. Del
monte No. Del castello detto Cagri.
Cap. 27.

Avendo narrato fin qui quelle cose che appartengono  a  quelle  regioni,  delle
quali  una  parte  ne  ho  udite,  ma la maggior parte con gli occhi proprii ho
vedute, ritorner a Tauris, e narrer quello che feci col signore Assambei,  il
quale,   partendosi  da  Tauris,  fece  sparger  voce  di  voler  andar  contra
l'Ottomano,  quantunque io per segnali che vedevo non lo credessi.  Eravamo  in
tutto,  quanto posso stimare,  uomini da fatti a cavallo da 20 in 24000, uomini
da fatti a piedi da quattro in cinquemila, uomini che venivano per sussidio del
campo circa seimila; di donne, putti e famigli non dico altro, per averne detto
sufficientemente di sopra.  Adunque,  camminato che avemmo giornate  sette,  ci
voltammo  a  man  dritta incontra la Zorzania,  nelli confini del mar Maggiore,
nella quale entrammo perch il signore aveva volont di  depredarla.  Il  quale
mand avanti li loro corridori,  secondo il lor costume,  che furono da cavalli
cinquemila, i quali si facevano pi avanti che potevano tagliando e bruciando i
boschi, imperoch avevamo da passare montagne grandi e boschi grandissimi.  Noi
vedevamo  i  fuochi  da  lontano  e  sapevamo  che  via  avevamo  da tenere,  e
insiememente  trovavamo  la  via  fatta.  Due  giornate  dentro  alla  Zorzania
giungemmo a Tiflis,  la quale, per esser non solamente essa ma tutta la regione
di questa parte di qua abbandonata, avemmo senza contrasto.
Passando pi oltra andammo a Gori e ad  alcuni  altri  luoghi  circonstanti,  i
quali  tutti  furono  depredati:  e  fatto quest'istesso d'una gran parte della
regione,  il signor Assambei venne a composizione col re  Pancrazio,  re  della
Zorzania,  e con Gorgora,  il qual confina con questo re, che gli dessero 16000
ducati, e lasseria loro tutto il paese eccetto Tiflis. Onde,  volendo pagare il
re Pancrazio e Gorgora questi danari,  mandorno quattro balassi,  i quali erano
ragionevoli,  non cos grandi n cos belli come  quelli  che  si  mostrano  su
l'altar di San Marco in Venezia, ma di quella sorte. Il signore Assambei, avuti
questi  quattro balassi,  mand per me,  che io gli dovessi vedere e stimare: e
prima ch'io andassi dal detto signore,  gli ambasciadori del re Pancrazio e  di
Gorgora,  che avevano portati li balassi, mi mandarono a dire ch'io dovessi far
buona stima, essendo ancora essi cristiani. Giunto ch'io fui al signore mi fece
dar quelli balassi,  e guardandone uno diligentemente fui dimandato dal signore
Assambei  quel  che  valeva quello;  e rispondendogli: "Signor,  egli vale 4000
ducati",  ei se ne rise e disse: "Sono molto cari nel  tuo  paese,  non  voglio
balassi  ma  voglio  danari".  Le anime che in quel tempo furon tolte de' detti
luoghi  dicevano  esser  da  quattro  in  cinquemila.  I  luoghi  i  quali  noi
scorressimo furono a man manca,  verso la region di Gorgora: Cotathis, castello
del re Pancrazio,  il quale ha una terricciola sopra un monticello con un fiume
davanti  che  si  chiama  il  Fasso,  gi  nominato  Phasis,  che mette nel mar
Maggiore,  e si passa per un ponte di pietra assai  grande;  Scander,  castello
assai  forte,  e  giornate  quattro lontano da Gori,  il qual ha un fiume assai
grande.
Poi,  passata un'alta montagna,  ritornammo nel paese d'Assambei,  il  quale  
nell'Armenia  maggiore,  e  tre  giornate lontano ritrovammo il castello Loreo,
quattro giornate lontano dal quale trovammo il monte di No, quello dove l'arca
dopo il diluvio si ripos, il quale  sopra un monte altissimo, che ha una gran
pianura che pu volger due giornate: continuamente il verno e l'estate ha  neve
su;  davanti  del  quale    un monte picciolo,  anch'egli carico di neve.  Due
giornate lontano  un castello nominato Cagri,  e questo  abitato dagli Armeni
d'ogn'intorno,  i quali fanno alla catolica;  e ha pi ville intorno, che tutte
fanno alla catolica, e monasterii, il principal dei quali si chiama Alengia. Ha
da cinquanta monachi osservanti della regola di San Benedetto;  dicono messa al
modo nostro nella lor lingua.  Il prior del detto monastero,  dopo la ritornata
mia a Venezia,  manc,  e venne uno di quelli di l,  il  quale  capit  a  San
Giovanne  e  Paulo  in  Venezia,  e  mi  venne  a  ritrovare a casa,  per esser
raccomandato, mediante la intercession mia, dalla illustrissima Signoria nostra
al sommo pontefice,  che lo facesse priore del detto monastero,  imperoch  era
fratello del prior morto.


Della  morte  del  signor  Assambei,  e  come  tre  de'  suoi  figliuoli fecero
strangolar il quarto loro fratello e,  divisa  tra  lor  tre  la  signoria,  il
secondo  fratello  fece  ammazzar  il  maggiore.  De'  castelli Cymis Cassegh e
Arapchir. Della citt chiamata Malathia.  Quello intravenne a messer Iosafa con
un gabelliero e con certi Mamalucchi. D'un luoco detto Syo.
Cap. 28.

Fatta  ch'ebbe  il  signor  Assambei  col  re Pancrazio e Gorgora la sopradetta
composizione, e avuto ch'ebbe i ducati 16000, deliber di ritornare a Tauris; e
io,  il qual vedevo che non aveva un minimo pensiero d'andar contra l'Ottomano,
presi licenzia,  con intenzion di ritornarmene a casa per la via di Tartaria. E
me ne veniva con uno ambasciador del detto  signor  Assambei,  accompagnato  da
molti  Tartari  mercanti,  dai quali intesi quello ch'io ho scritto nella prima
parte,  che Hagmeth figliuolo di Edelmulg,  nepote dell'imperator de'  Tartari,
dopo la morte del padre era fatto grande appresso il detto imperatore, il quale
Hagmeth  dal  proprio  padre  m'era  stato dato per figliuolo;  e desideravo di
seguire il cammino a quella via,  rendendomi certo  che  da  lui  averia  avuto
ottima  compagnia.  Ma,  per  le guerre le quali erano in quelle parti,  non mi
bast l'animo di seguire il  cammino,  onde  mi  fu  necessario  di  mutare  il
pensiero e ritornare a Tauris, la qual cosa fu del 1478.
Tornato ch'io fui ivi,  ritrovai il signor Assambei infermo,  il quale la notte
dell'Epifania mor. Aveva quattro figliuoli,  tre d'una madre e uno d'un'altra:
quell'istessa  notte li tre fratelli uterini fecero strangolare il quarto,  che
non era uterino,  giovane di venti anni,  e fra lor tre partirono la  signoria;
dapoi il secondo fratello fece ammazzare il maggiore,  e rimase lui signore, di
modo che signoreggia fino al presente.  Essendo le cose tutte  in  combustione,
io, che avevo avuto buona licenzia dal padre, e dai figliuoli vivendo il padre,
mi accompagnai con uno Armeno,  il quale andava in Arsengan, dove egli abitava.
Menai con me un garzon schiavone, il qual solo mi restava di tutti quelli ch'io
avevo menati con me in quel paese.  Mi vesti' dei drappi che io avevo poveri  e
miserabili,  e  cavalcammo di continuo con celerit,  per il dubbio che avevamo
delle novit,  le quali sogliono accadere quando muoiono simili signori.  A' 29
d'aprile giungemmo in Arsengan, nel qual luogo stetti circa un mese, aspettando
una  caravana  che andava in Aleppo.  Partendo da questo luogo ritrovammo Cimis
Casseg,  Arapchir,  che sono castellucci.  Poi giungemmo ad una citt  nominata
Malathia,  la quale  buona e mercantesca, da Arsengan alla quale sono montagne
e valli assai,  e vie petrose e cattive: vero  che  pur  si  ritrovano  alcuni
casali e luoghi abitati, ma non molti.
Essendo in questa terra in uno fondaco,  con quelli della caravana coi quali mi
ero accompagnato,  colui della gabella,  il quale era ivi,  andava sopravedendo
chi  erano  quelli  che dovevano pagare.  E io in questo mezo me ne stavo in un
luogo rimoto aspettando che la caravana si levasse, ed ecco che uno della detta
caravana mi si fece appresso e disse: "Che fai tu?  Quel della gabella vuol che
tu paghi cinque ducati, perch ha inteso che tu vai a Goz (che in nostro idioma
vuol dire Gierusalem);  va' a far tua scusa".  Andai, e trovai che sedeva su un
sacco,  e dimandai quel che egli  voleva  da  me.  Rispose:  "Va,  paga  cinque
ducati".  E  dicendogli tutti quelli della caravana (perch cos avevano inteso
da me) ch'io andava a Sio a trovare  uno  mio  figliuolo,  e  iscusandomi,  pur
voleva  costui  ch'io  pagassi.  Sio  luogo molto nominato nella Persia,  e in
tutte quelle parti  chiamato Sephex,  che vuol dir in nostro  idioma  mastico,
perch  l  nasce  il mastice,  il quale in quelle parti  molto adoperato.  In
questo mezo uno il quale,  per quello ch'io stimavo,  doveva esser domestico di
questo della gabella, disse: "Deh, lassalo stare"; ed egli: "Voglio che paghi",
stando  tuttavia  col  capo inchinato a terra.  Onde colui gli dette delle mani
sotto il naso e dissegli: "Va' col diavolo".  E  incontinente  gli  cominci  a
uscire  il sangue del naso,  e colui della gabella disse a quello che gli aveva
dato: "O matto,  sempre tu fusti matto",  e tirandomi fuor della  turba  disse:
"Vatti con Dio". E io montai a cavallo e andai con la caravana. Questa Malathia
 del soldano.
Camminando  trovammo  pi  castelli e ville e belli paesi,  e passato l'Eufrate
giungemmo in Aleppo,  della qual terra  non  parler,  per  esser  luogo  assai
domestico e molto noto:  terra grandissima e molto mercantesca.  Partendomi da
quel luogo mi fu dato per li nostri mercanti uno  mucharo,  che  vuol  dire  in
nostro  idioma  guida,  col  quale io e il famiglio ci partimmo per venire alle
marine, cio a Baruto.  Essendo su la marina per mezo Tripoli trovammo una gran
frotta  di Mammalucchi,  i quali giuocavano all'arco,  alcuni dei quali,  visto
ch'ebbero la guida, cominciarono a stringere li lor cavalli per andarmi avanti.
Io,  che mi accorsi che avevano voglia  di  farne  qualche  male,  comandai  al
famiglio  che  dovesse andare avanti insieme con la guida,  e pian piano io gli
veniva dietro.  Giunto ch'io fui  appresso  questi  Mammalucchi,  i  quali  gi
m'erano  andati  avanti per due tratti d'arco,  passai di lungo un pochetto,  e
incontinente uno di essi mi chiam e dissemi: "Padre, odi". Io,  mostrandomi di
buona ciera,  mi accostai e dissigli: "Che vi piace?" Ed egli a me: "Dove vai?"
Al quale dissi: "Vo dove la mia mala fortuna mi porter".  Mi domand  per  che
cagione  io  usava  simili  parole,  e  io gli risposi che l'anno passato avevo
venduto un ligaccetto di seta a certo mercante,  e ora era venuto in Aleppo per
avere  i miei danari,  e non l'avendo trovato avevo inteso che gli era andato a
Baruto, sich andava cercando la mia povert.  Mossesi a piet,  udito che ebbe
questo,  e  disse:  "O  poveretto,  andate  con  Dio".  Io  tolsi del cammino e
raggiunsi la guida, che come mi vidde incominci a ridere e dire: "Ha, ha, ha",
volendo per questo significare ch'io avevo saputo uscire  delle  mani  di  quei
Mammalucchi,  imperoch  n  egli  sapeva  turchesco  n io moresco.  In questo
giungemmo a Baruto, e ivi a pochi giorni venne una nave di Candia, con la quale
di suo ritorno passai in Cipro, e di quel luogo, con l'aiuto del Signor Dio, me
ne venni a Venezia.


Della superstizione d'alcuni.  Il costume di  quelle  genti  quando  si  fa  la
commemorazione de' morti, e delle lor sepolture.
Cap. 29.

Parmi ragionevole,  dapoi ch'io ho detto le cose appartenenti al cammino, ch'io
dica  eziandio  le  cose  appartenenti  alcune  a  soperstizione,  e  alcune  a
simulazione  di religione,  e alcune alla mala compagnia che hanno li cristiani
in quei luoghi ch'io viddi.  Essendo adunque  per  camminare  verso  Sammacchi,
alloggiai  a  uno  spedaletto  nel  quale era una sepoltura,  sotto un volto di
pietra;  appresso questa sepoltura era un uomo di tempo,  con barba  e  capelli
lunghi,  nudo, salvo che con una pelle era un poco coperto davanti e di dietro,
il quale stava a sedere in terra sopra un pezzo di  stuora.  Io  lo  salutai  e
dimandai  quel  ch'esso  faceva:  mi rispose che vegghiava suo padre,  e io gli
domandai chi era suo padre. Ed egli a me: "Padre  chi fa bene al prossimo; con
questo che  in questa  sepoltura  io  sono  stato  trenta  anni,  hogli  fatto
compagnia  in  vita,  e  gliela  voglio fare ancora dopo la morte,  di modo che
voglio, quando morr,  esser sepelito ancora io in questo luogo.  Ho veduto del
mondo assai, ora ho deliberato di star cos fino alla morte".
Un altro,  ritrovandomi in Tauris il giorno della commemorazion dei morti,  nel
qual giorno eziandio appresso di loro era la  commemorazion  de'  morti,  viddi
stando  in  un  cimiterio  un  poco  lontano,  che  stava a sedere appresso una
sepoltura e aveva molti uccelli addosso, ma specialmente corvi e cornacchie;  e
credendomi  io  che fusse un corpo morto,  dimandai a quelli che erano meco che
cosa era quella ch'io vedevo: mi risposero che era un santo vivo,  a cui non si
trovava in quel paese un altro simile.  "Vedete voi quelli uccelli? Ogni giorno
vanno a mangiar ivi, e come egli ne chiama uno egli viene,  perch  un santo".
E  soggiunse: "Andiamo pi presso,  che vederete".  Andammo adunque appresso di
lui meno d'un tratto di pietra con mano,  e vedemmo che aveva certi scodellotti
di vivande e d'altri cibi, e che questi uccelli gli volavano fino nel volto per
mangiare, ed egli li cacciava via con le mani, e qualche volta ad alcuno d'essi
porgeva  qualche  cibo: del quale coloro mi dissero molti miracoli,  secondo il
giudicio loro,  i quali appresso d'ognuno che abbia buono intelletto sono tutte
pazzie.
Un  altro  ne viddi,  essendo il signor Assambei nell'Armenia maggiore,  che al
presente si chiama Turcomania;  un giorno che 'l detto  signore  era  messo  in
ordine di levarsi per venire in Persia e andar contra il signor Giausa,  signor
della Persia e di Zagatai, insino alla citt di Her, e mangiava insieme con la
sua corte,  ne viddi un altro,  il quale tir d'un bastone che  aveva  in  mano
nelli catini ne' quali essi mangiavano,  e disse alcune parole, e rottoli tutti
(questo era matto di buona materia), il signore dimand quello che aveva detto.
Gli fu risposto da quelli che l'avevano inteso che aveva detto  che  'l  signor
doveva  esser  vittorioso,  e  romper  il  nimico s come egli aveva rotti quei
catini. Il signore disse: " vero?" E confermato che ebbero quelli che l'avevan
detto che era vero,  command che fusse  governato  insin  ch'esso  ritornasse,
promettendogli che gli faria onore e buona compagnia.  And, ruppe, conquass e
uccise il nimico,  e prese tutta la Persia insino  ad  Her,  e  ridusse  tutti
d'ogn'intorno  a sua ubbidienzia;  e non si essendo dimenticato della promessa,
lo fece raccogliere e trattare onorevolmente.  Otto mesi dopo la detta vittoria
io  mi ritrovai ivi,  e viddi in che modo era trattato.  Costui ogni giorno,  a
tutti coloro che a ora debita andavano alla sua porta (fussero in quanto numero
si volessero),  faceva dar da mangiare,  facendogli prima sedere in  modo  d'un
circolo:  e  mettendo una volta con l'altra,  non eran n meno di 200 n pi di
500,  ed egli ogni giorno aveva da vivere e da vestire assai  bene.  Quando  il
signore  cavalcava per le campagne,  era messo su un mulo con un subo in dosso,
con le braccia e mano sotto il subo,  le qual mani gli  erano  legate  davanti,
perch  alle  fiate  era  usato  di far qualche pazzia pericolosa;  a piedi gli
andavano appresso molti di  quelli  dravis.  Essendo  un  giorno  io  sotto  il
padiglione  di  un Turco amico mio,  capit ivi uno di quelli dravis,  al quale
questo Turco dimand come faceva il dravis,  e se faceva pazzie e se parlava  e
se mangiava;  ed egli rispose che faceva secondo l'usanza,  alcune fiate pazzie
secondo la luna,  e che stava tal volta due e tre giorni  che  non  mangiava  e
faceva pazzie s che bisognava legarlo,  e che parlava ben ma male a proposito,
e che mangiava quello che gli era dato,  e alcune fiate si stracciava i  drappi
di  dosso.  E  soggiunse: "Un giorno andammo dal signore che era in Spaham,  il
quale lo mand in palazzo che gi  fece  fare  Gurlomahumeth,  dove  stemmo  da
quattro o cinque giorni; volendoci partire gli dicevano: "Andiamo via", ed egli
rispondeva: "Io voglio star qui";  pur tanto facemmo che lo menammo via".  E da
costui intesi in che modo pass la novella  quando  trasse  del  bastone  nelli
catini,  il quale la disse ridendo. Dimand il Turco amico mio come facevano di
danari,  facendo tanta spesa;  ed egli rispose che li era  stato  deputato  una
certa  quantit,  e  se  pi  gli bisognava pi se gli dava: di modo che si pu
concludere che li pazzi abbiano buon partito appresso di loro,  e che con  poca
fatica e poche operazioni buone la brigata si acquisti opinion di santi.
Sopra  le  sepolture,  quando fanno la commemorazione de' lor morti,  si truova
gran moltitudine di maschi e di femine, vecchi e putti, i quali seggono a grumi
con li lor preti e con le lor candele accese, i qual preti o leggono over orano
nella lor lingua,  e fornito che hanno di leggere o d'orare si fanno portar  da
mangiare  in quel luogo: e per tanto per le strade sempre vanno e vengono molte
persone da quei cimiteri. Il luogo dove sono volge da quattro in cinque miglia,
e per le strade che menano a questo luogo sono poveri che  domandano  limosina,
alcuni  dei  quali  eziandio  si offeriscono di dire qualche orazione a utilit
delli benefattori. Le sepolture hanno certi sassi sopra drizzati in piedi,  con
lettere  che  dinotano il nome del sepolto,  e alcune hanno qualche cappella di
muro sopra. E questo basti delle cose appartenenti alle superstizioni.


Della simulata religione d'alcuni infideli,  e come i cristiani siano  da  loro
maltrattati.
Cap. 30.

Di quelle ch'appartengono a simulazione di religione ne dir una, e volesse Dio
che  fra  noi  cristiani  over non si trovasse simil simulazioni,  overo fusser
punite come fu questa la qual dir,  che mi par che 'l primo saria buono,  e il
secondo non cattivo. Trovossi un macomettano, a lor modo santo, il quale andava
nudo  come  vanno  le bestie,  predicando e parlando delle cose della lor fede.
Costui, avendo fatto gi un buon credito,  e avendo acquistato un gran concorso
di popoli idioti che 'l seguitavano, non si contentando di quel ch'aveva, disse
che  voleva  farsi  serrare  in  un  muro  e  starvi  quaranta  giorni digiuno,
affermando che gli bastava l'animo d'uscir sano e di non aver per questo offesa
alcuna al corpo.  Volendo adunque far questa  isperienza,  fece  portar  pietre
cotte alla foresta,  delle quali,  con gesso che in quelle parti si adopera per
calcina, si fece far una casetta rotonda, nella qual fu murato.  E ritrovandosi
nel fine di quaranta giorni vivo e sano,  tutti gli altri si stupivano. Uno, il
quale era pi accorto,  sent che in quel luogo era stufo di  certo  sapore  di
carne,  e  facendo  cavare  trov  la  magagna.  Venne  la cosa ad orecchie del
signore, il qual lo messe nelle mani del cadi lascher;  fu ritenuto eziandio un
certo  suo discepolo,  il quale senza troppo tormento confess che aveva forato
il muro da una parte all'altra e messovi un cannoncino,  per il quale di  notte
gl'infondeva brodi e altre cose sostanziali: e ambidui furono fatti morire.
Quanto  alla  mala  compagnia  ch'hanno i cristiani in quei luoghi ch'io viddi,
reciter quello ch'io intesi del 1478,  del mese di decembre,  da uno Pietro di
Guasco  genovese,  nato in Capha,  il quale nel tempo ch'io era in Persia venne
ivi e stette con me circa tre mesi.  Costui,  domandato delle novelle di quelle
parti,  mi  disse  che  un  giorno,  essendo  in  Tauris  uno  Armeno  chiamato
Chozamirech, ricco mercante, in bazarro, a certa sua bottega di orefice,  venne
ivi uno azi, a lor modo santo, e dissegli che dovesse rinegar la fede di Cristo
e farsi macomettano.  E rispondendogli costui umanamente, e suadendogli che non
gli desse impaccio,  pur perseverava e importunava ch'ei rinegasse.  Costui gli
mostr  certi danari,  con intenzione di darglieli accioch lo lasciasse stare,
ed  esso  gli  disse:  "Non  voglio  danari,   ma  voglio  che  tu   rinieghi".
Rispondendogli  Chozamirech che non voleva rinegare,  ma voleva stare nella sua
fede di Gies Cristo,  cos come era stato fino a quel tempo,  quel ribaldo  si
volt,  e tolse la spada di vagina ad uno ch'ivi era,  e detteli su la testa in
modo che l'ammazz,  e fugg via.  Un figliuolo di costui di circa anni trenta,
il qual era in bottega,  cominci a piangere, e uscito di bottega and verso la
porta del signore e feceglielo sapere.  Il signore,  mostrando d'aver molto per
male  questa  cosa,  ordin  che  fusse preso e mandollo a cercare: il quale fu
trovato due giornate lontano da Tauris,  in una  citt  nominata  Meren,  e  fu
portato  avanti  il signore,  il quale subito si fece dare un coltello e con la
sua propria mano l'ammazz,  e commise che fusse gittato in piazza e  lasciato,
accioch i cani lo mangiassero,  dicendo: "Come? La fede di Macometto cresce in
questo modo?"
Approssimandosi la sera,  molti del popolo,  che erano pi  zelanti  della  lor
fede,  andarono  da  uno Darviscassun,  il quale era in guardia della sepoltura
d'Assambei, padre del moderno signore, ed era come saria dir da noi prior dello
spedale,  uomo da conto e apprezzato,  il quale era stato tesoriero del  signor
passato;  e a costui dimandarono licenzia di poter levar quel corpo, che i cani
la notte non lo mangiassero; egli, non pensando pi oltra, dette loro licenzia,
e il popolo lo tolse e lo sepell. Inteso ch'ebbe questo il signore, che presto
fu,  imperoch la piazza  vicina al palazzo,  comand che  Darviscassun  fusse
preso  e menato da lui,  al quale disse: "Ti basta l'animo di commandare contra
il mio comandamento?  Ors,  che sia morto";  e subito fu  morto.  Dopo  questo
disse:  "Poi  che  'l popolo ha fatto contra il mio comandamento,  tutta questa
terra porti la pena e sia messa a sacco".  E  cos  la  sua  gente  cominci  a
saccheggiar  la  terra,  con  uno  spavento  e romor grandissimo di tutti: dur
questa cosa da tre in quattro ore.  Poi comand che dovessero lasciar stare  di
saccheggiar  pi  oltra,  e dette a tutta la terra taglia di certa somma d'oro.
Finalmente fece venire a s il figliuolo di questo Chozamirech, e lo confort e
accarezz con buone e umane parole.  Era  Chozamirech  uomo  ricchissimo  e  di
ottima fama.
E  questo  basti quanto alle cose della mala compagnia ch'hanno li cristiani in
quei luoghi, e quanto alla fine di questa seconda parte,  e conseguentemente di
tutta l'opera descritta per me, con quel miglior ordine che ho potuto, in tanta
variet  di  cose,  de'  luoghi  e  de'  tempi: e fornita di scrivere ad 21 di
decembre 1487, a laude del Signor nostro Gies Cristo, vero Dio e vero uomo, al
quale noi cristiani,  e specialmente nati nell'illustrissima  citt  nostra  di
Venezia,  siamo  molto  pi  obligati  di quello che sono queste genti barbare,
aliene dal suo culto e piene di mali costumi.

Il fine del viaggio di messer Iosafa Barbaro alla Tana e nella Persia.

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