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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume terzo.



Tommaso Giunti ai lettori


Se gli uomini sapessero la vera cagione perch  spesse  volte  gli  avvenimenti
dell'altrui  operazioni  siano  diversi  da  quel  che  pareva  che  si dovesse
aspettare, non verriano s facilmente ad incolpar gli altri o di negligenza,  o
di tardanza, o di poca prudenza nelle azioni; ma, percioch nella maggior parte
le cagioni sono ascose a coloro che non si ritrovano nel fatto istesso, avviene
che per lo pi accusano chi meriteria d'essere scusato. Voglio dire ch'io negli
anni passati, s come voi avete potuto vedere, mandai fuori dalle nostre stampe
due volumi di Navigazioni e di Viaggi, il primo cio e non molto dapoi anche il
terzo;  il quale vi demmo prima del secondo percioch, trovandoci gli esemplari
che  appartenevano  a  quella  parte  aver  per   buona   ventura   del   tutto
apparecchiati,  giudicammo  di  farvi  cosa  grata  se,  in  tanto che s'andava
raccogliendo materia a bastanza per il secondo, vi facevamo partecipi di quello
che gi si trovava esser posto in ordine.  E veramente per chiarissimi  indizii
abbiamo compreso che ci vi  stato gratissimo, e appresso avemo conosciuto che
con  infinito  desiderio  avete  aspettato  questo  secondo,  negli altri a voi
promesso, e forse molte fiate averete ripreso e vi sareti anco doluti della mia
tardanza.  La quale tengo per fermo che voi stessi  scuserete,  quando  averete
saputo che due gravissimi accidenti,  sopravenutimi gi due anni sono,  m'hanno
impedito che prima non ho potuto satisfare al desiderio vostro: l'uno de' quali
 stata la morte di messer Gio. Battista Ramusio, che mor in Padova il mese di
luglio nel 1557,  e l'altro l'incendio della mia stamperia,  il  quale  quattro
mesi dopo avenne,  il 4 giorno di novembre nel medesimo anno. E se questo mi 
stato acerbo,  quella mi  stata amarissima,  e quanto dispiacere e dolore ella
mi  abbia apportato,  ciascuno a cui veramente sia noto il grande amore che tra
noi  due    stato  continuamente   per   s   lungo   spazio   d'anni,   potr
facilissimamente imaginarlo.
Egli  fu  quel  singulare  intelletto  che,  mosso  dal desiderio solamente del
giovare alla posterit col darle notizia di tanti e s lontani paesi, e in gran
parte non conosciuti mai dagli antichi,  raccolse da diversi li due volumi  con
incredibile  diligenza e giudicio: e sotto 'l suo indirizzo e governo furono da
noi publicati  con  le  nostre  stampe.  E  ben  poteva  egli  ci  fare  molto
compiutamente,  essendo tanto, oltra le scienze e la cognizione che aveva della
latina e della greca lingua,  quanto fusse alcun altro,  intendente anco  della
geografia,  la  cui  notizia  s'aveva  esso  acquistata  parte  dal continovo e
diligente studio che poneva nel legger i buoni auttori che n'hanno trattato,  e
parte  dall'aver  nella  sua  giovenezza praticato molti anni in diversi paesi,
mandatovi per onorati servizii da questa serenissima Republca; dove gli avenne
che fece medesimamente  acquisto  della  lingua  francese  e  della  spagnuola,
avendole  s  ben  famliari  come la sua propria natia,  ed essene servito nel
tradur molte relazioni stampate nel primo e  nel  terzo  volume.  Le  qual  sue
fatiche  giudiciose e onorevoli,  se non usciron fuori illustrate col suo nome,
avvenne per la sua singular modestia,  che in ciascuna sua azione continuamente
era  solito  d'usare,  di modo che vivendo non comport mai che vi fusse posto,
come uomo  ch'era  lontano  da  ogni  ambizione  e  aveva  l'animo  indirizzato
solamente a giovare altrui.
Ma  io,  che mentre egli visse l'amai infinitamente sopra ciascun altro e morto
l'amer infin che durer la vita mia,  s come ho desiderato,  cos  anche  son
tenuto  a  far  tutte  quelle cose le quali io stimi che siano per acquistargli
alcuna fama: non posso e non debbo in queste sue utili e onorate fatiche  ormai
tener pi celato il nome suo,  del quale ora vedrete ornato questo secondo, che
pur finalmente mandiamo in luce, facendovi certi che alla grave e molta perdita
che nella stamperia abbiamo ricevuto dal fuoco  stato congiunto anche il danno
degli studiosi della geografia, essendosi arsi alcuni esemplari che 'l Ramusio,
pochi mesi avanti ch'egli  passasse  di  questa  vita,  aveva  apparecchiati  e
daticigli  per  istampare,  insieme con alcune tavole dei disegni de' paesi de'
quali nel libro vien fatto menzione.  Ma con tutto ci  tenete  per  certo  che
questi  che  vi  sono  raccolti gli troverete ben compiuti e ben ordinati: e ho
speranza che ne riporterete dilettevole utilit,  per la notizia che vi daranno
di cose varie e maravigliose.  E non vi maravigliate se,  riguardando gli altri
due, non vedrete questo secondo volume s pieno e copioso di scrittori, come il
Ramusio gi s'aveva proposto di fare,  che la morte vi s'interpose.  Cos fusse
egli sopravivuto,  che, se ben si trovava occupatissimo negl'importanti negozii
della Republica, nel suo secretariato del Consiglio eccellentissimo de' Signori
Dieci,   non  averebbe  mancato  d'accrescerlo  anche  con  maggior  numero  di
scrittori,  e  quel  che  in  questa  parte  ci  ha  tolto la fiamma del fuoco,
l'abbondantissimo  fiume  del  suo  alto  intelletto  ci  averebbe  doppiamente
restituito.  S  che,  avendo  indugiato a publicar questo secondo assai pi di
quello che non era il nostro proponimento e  la  vostra  aspettazione,  non  ho
dubbio alcuno che voi, considerando li detti rispetti, averete me per iscusato,
e renderete grazie alla felice memoria del Ramusio col dargli quella vera laude
e onore che gli si deve,  avendovi con tanto vostro piacere e sodisfazione dato
col suo sapere e diligenza cos grande e cos  chiaro  lume  nelle  cose  della
geografia.

Di Venezia, a' 9 di marzo MDLIX



Di  messer  Giovambattista  Ramusio prefazione sopra il principio del libro del
magnifico messer Marco Polo.
All'eccellente messer Ieronimo Fracastoro.

In quanta stima fusse la geografia  appresso  gli  antichi,  eccellente  messer
Ieronimo,  si pu questo facilmente comprendere,  che essendovi bisogno di gran
dottrina e contemplazione per venir  alla  cognizione  di  quella,  ne  volsero
scrivere  alcuni di pi illustri scrittori,  tra' quali il primo fu Omero,  che
non seppe con altra forma di parole  esprimer  un  uomo  perfetto  e  pieno  di
sapienzia  che  dicendo  ch'egli  era andato in diverse parti del mondo e aveva
veduto molte citt e costumi de' popoli: tanto la cognizione di questa scienzia
gli pareva atta a far un uomo savio e prudente.  Ne scrissero  dopo  lui  molti
altri  auttori  greci,  e  fra  gli  altri Aristotele ad Alessandro,  e Polibio
maestro di Scipione,  e Strabone molto copiosamente,  il libro del quale,  e di
Tolomeo  alessandrino,  son  pervenuti  alla  et nostra;  appresso de' Latini,
Agrippa genero d'Augusto,  Iuba re di Mauritania e molti altri,  le fatiche de'
quali  sono  smarrite col tempo,  n si sa altro di loro se non quanto si legge
nei libri di Plinio,  che ancor  egli  copiosamente  ne  scrisse.  Di  tutti  i
sopranominati,  Tolomeo,  per  esser  posteriore,  n'ebbe  maggior  cognizione,
percioch verso di tramontana trapassa il mar Caspio e sa che  gli    come  un
lago serrato d'intorno: la qual cosa al tempo di Strabone e di Plinio, quando i
Romani eran signori del mondo, non si sapeva. Pur ancora con questa cognizione,
oltra  il detto mare per gradi quindici di latitudine mette terra incognita,  e
il medesimo fa verso il polo antartico, oltra l'equinoziale.  Delle qual parti,
quella  verso  mezogiorno  i capitani portoghesi a' tempi nostri prima di tutti
hanno scoperta;  quella verso tramontana e greco levante  il  magnifico  messer
Marco  Polo,  onorato gentiluomo veneziano,  gi quasi trecento anni,  come pi
copiosamente si legger nel suo libro.
E veramente  cosa maravigliosa a considerare  la  grandezza  del  viaggio  che
fecero  prima  il padre e zio d'esso messer Marco fino alla corte del gran Cane
imperatore de' Tartari,  di continuo camminando verso greco  levante,  e  dapoi
tutti tre nel ritorno, nei mari orientali e dell'Indie. E oltra di questo, come
il  predetto  gentiluomo  sapesse  cos ordinatamente descrivere ci che vidde,
essendo pochi uomini di quella sua et intelligenti di cotal dottrina,  ed egli
allevato  tanto  tempo appresso quella rozza nazione de' Tartari,  senza alcuna
accommodata maniera di scrivere.  Il libro del quale,  per  causa  de  infinite
scorrezioni  ed  errori,   stato molte decine d'anni riputato favola,  e che i
nomi delle citt  e  provincie  fussero  tutte  fizioni  e  imaginazioni  senza
fondamento  alcuno,  e  per  dir  meglio  sogni.  Ma  da cento anni in qua si 
cominciato,  da quelli che han praticato nella Persia,  pur  a  riconoscere  la
provincia  del  Cataio;  poi  la  navigazione  de'  Portoghesi,  oltra  l'Aurea
Chersoneso, verso greco han discoperto prima molte citt e provincie dell'India
e molte isole, con i medesimi nomi che 'l detto autor gli chiama;  poi,  avendo
passata la regione della China, sono venuti in cognizione (come narra il signor
Giovan di Barros,  gentiluomo portoghese, nella sua Geografia, avuta da' popoli
della China) che la citt di Cantone,  una delle  principali  del  regno  della
China,    in  gradi  trenta e due terzi di latitudine,  e corre la costa greco
garbino; oltra ci, che passando 275 leghe la detta costa gira verso maestro, e
che le provincie che sono appresso il mare  sono  tre,  cio  Mangi,  Zanton  e
Quinsai, qual  anche la principal citt dove dimora il re, ed  in quarantasei
gradi  di latitudine;  e passando ancor pi oltre,  la costa corre fino a gradi
cinquanta.
Or, veduto che tante particolarit al tempo nostro di quella parte del mondo si
scuoprono della qual ha scritto il predetto messer Marco,  cosa ragionevole  ho
giudicato  di  far  venir  in luce il suo libro,  col mezo di diversi esemplari
scritti gi pi di dugento anni,  a mio giudicio perfettamente  corretto  e  di
gran lunga molto pi fidele di quello che fin ora si  letto, acci ch'il mondo
non  perdesse  quel  frutto  che  da  tanta diligenzia e industria intorno cos
onorata scienzia si pu raccogliere,  per la cognizione  che  si  piglia  della
parte verso greco levante, posta dagli antichi scrittori per terra incognita. E
bench  in  questo  libro  siano  scritte  molte  cose  che  pareno  fabulose e
incredibili,  non si deve per prestargli minor fede nell'altre ch'egli  narra,
che sono vere, n imputargli per cos grande errore, percioch riferisce quello
che gli veniva detto.  E chi legger Strabone,  Plinio,  Erodoto e altri simili
scrittori antichi, vi trover di molto pi maravigliose e fuor d'ogni credenza.
Ma che  diremo  degli  scrittori  de'  nostri  tempi,  che  narrano  dell'Indie
occidentali,  trovate per il signor don Cristoforo Colombo? non dipingono monti
d'oro e d'argento incredibili? arbori,  frutti e animali di forma maravigliosa?
E  pur  dell'oro e argento non si ingannano,  e l'et nostra l'ha con suo grave
danno sentito,  per le  tante  guerre  state  tra'  principi  cristiani.  Degli
animali, frutti e piante, ogni ora ne vengono copiosamente portate in Italia, e
si  conosce  ch'hanno  scritto la verit.  E sopra l'altre,  la grandezza della
citt di Quinsai, nella provincia di Mangi,  non si vede esser simile alla gran
citt di Temistitan della Nuova Spagna, trovata per il signor Hernando Cortese,
dove erano i palazzi e giardini del re Mutezuma,  cos grandi e famosi? E molte
volte ho fra me stesso pensato,  sopra il viaggio fatto  per  terra  da  questi
nostri  gentiluomini veneziani,  e quello fatto per mare per il predetto signor
don Cristoforo, qual di questi due sia pi maraviglioso: e se l'affezione della
patria non m'inganna,  mi pare che per ragion probabile si possa affermare  che
questo  fatto  per  terra  debba  esser  anteposto a quello di mare,  dovendosi
considerare una tanta grandezza di animo con la quale cos difficile impresa fu
operata e condotta a fine,  per una cos  disperata  lunghezza  e  asprezza  di
cammino,  nel qual,  per mancamento del vivere,  non di giorni ma di mesi,  era
loro necessario di portar seco vettovaglia per  loro  e  per  gli  animali  che
conducevano;  l dove il Colombo,  andando per mare,  portava commodamente seco
ci che gli faceva bisogno molto abondantemente,  e in trenta o quaranta giorni
col vento pervenne l dove disegnava; e questi stettero un anno intero a passar
tanti  deserti  e tanti fiumi.  E che sia pi difficile l'andar al Cataio ch'al
Mondo Nuovo,  e pi pericoloso e lungo,  si comprende per questo,  ch'essendovi
stati  due  volte questi gentiluomini,  alcuni di questa nostra parte di Europa
non ha dipoi avuto  ardire  di  andarvi;  dove  che,  l'anno  sequente  che  si
scopersero  queste  Indie occidentali,  immediate vi ritornarono molte navi,  e
ogni giorno al presente ne vanno infinite ordinariamente;  e sono fatte  quelle
parti cos note,  e con tanto commerzio,  che maggior non  quello ch' ora fra
l'Italia, Spagna e Inghilterra.
Or,  venendo alla prima parte del primo libro (che ivi  dentro    chiamata  da
messer Marco il proemio del presente libro),  confesso ingenuamente che mai non
averei inteso quel viaggio primo,  che fecero alla corte  di  quel  signor  de'
Tartari occidentali messer Mafio e messer Nicol,  il padre di messer Marco,  e
poi a quella del gran Cane,  se la bona fortuna non mi avesse li  mesi  passati
fatto  capitar  alle  mani una parte d'un libro arabo,  ultimamente tradotta in
latino per un uomo di questa et ben intendente di molte lingue,  composto  gi
dugento e pi anni d'un gran principe di Soria detto Abilfada Ismael,  correndo
gli anni de legira 715, ch' il millesimo de' Turchi, qual ora, del 1553, corre
950: del quale non  credo  dover  esser  a  noia  a'  lettori  se  alcune  cose
brevemente narrer, le quali degne di notizia ho riputate.
Questo  principe  si  trov  quasi  d'intorno a' tempi medesimi de' prefati tre
gentiluomini de Ca' Polo e, per quello che da' suoi scritti si pu anco vedere,
sapeva molto ben le cose di filosofia e d'astrologia,  e volse ancora egli far,
al  modo delle tavole di Tolomeo,  una particolar descrizione di tutte le parti
del mondo che al suo tempo si conoscevano. E a questo effetto ridusse,  come in
un compendio, tutto quello che gi aveano scritto molti auttori arabi de' gradi
delle  longitudini e latitudini di dette parti;  nel qual compendio non seguita
l'ordine di Tolomeo,  ancor che lo citi,  perch l'avea tradotto in  arabo,  ma
tiene  un  altro  modo: conciosiacosach,  tirando alcune linee per lungo e per
traverso, dividendole in parti eguali come areole,  immediate ne fa appresentar
agli occhi prima il nome della citt,  poi di ciascuno che scriva di quella,  e
appresso la variet de' gradi,  s di longitudine come  di  latitudine,  clima,
provincia,  e  in ultimo una brevissima e molto succinta descrizione di quella.
Ordine veramente bellissimo  e  risoluto,  che    proprio  e  peculiare  degli
scrittori  arabi,  perch  il  medesimo  fece Avicenna nel secondo libro,  dove
tratta dell'erbe,  che mette prima il nome di quelle,  poi la descrizione e  in
ultimo le virt e malattie alle quali sono appropriate.
Or questo libro di geografia non  tradotto tutto, ma vi manca la maggior parte
delle  commentazioni  sopra  ciascuna  provincia:  che  se  fosse tutto latino,
averemmo una geografia particolar delle parti di  Asia  e  Africa  delle  quali
s'avea notizia a' suoi tempi,  e saperemo i nomi delle provincie, citt, monti,
fiumi e mari,  come al presente si chiamano,  co'  gradi  delle  longitudini  e
latitudini,  secondo che vengono scritte da questi auttori arabi,  cio Attual,
Canon, Bensidio, Resum, Cusiro, e poi Tolomeo; che, scontrandoli col detto,  si
averia  pi  certa  cognizione  di  molti  nomi  antichi,  citati  nell'istorie
d'Alessandro e Strabone,  ch'ora si vanno conietturando,  che sarebbe una delle
belle  e  rare  cose che si potessero veder a questi tempi.  Qual auttore nelle
longitudini non comincia dall'isole Fortunate, come fa Tolomeo,  ma dalli primi
liti delle marine d'Africa,  e dice essere differente dieci gradi di quello che
fa Tolomeo.  E per sempre il lettor advertisca,  nelle longitudini che  qui  a
basso si cittaranno del detto,  volendole confrontar con quelle di Tolomeo,  di
batterne gi dieci gradi.  Ma a far questo cos gran beneficio al mondo sarebbe
necessaria la liberalit di qualche gran principe,  che lo volesse far venir in
luce fornito: che non gli apportaria forse minor gloria,  e pi stabile e fissa
negli animi degli uomini e di tutta la posterit, di quella che pu nascere da'
grandi imperii e trionfi acquistati coll'armi.
Ma,  ritornando  al  principio  del  libro  che  da messer Marco  chiamato per
proemio,  dice messer Marco che,  partiti suo zio e padre  di  Constantinopoli,
navigarono  per  il mar Maggiore ad un porto detto Soldadia,  e non vi mette il
nome della provincia: e ancor che in alcuni libri  sia  scritto  d'Armenia,  in
quelli  nondimeno  che mi sono capitati nelle mani,  antichissimi e scritti gi
centocinquanta anni,  non vi  altro che Soldadia.  E di qui presero il cammino
per  terra alla corte d'un gran signor de' Tartari occidentali detto Barca.  Or
nel suo libro il sopradetto Ismael,  descrivendo le provincie che circondano il
mar Maggiore dalla parte di tramontana, e la Taurica Chersoneso, dov' la citt
di Caffa,  dice la provincia di Chirmia ha tre citt, una detta Sogdat, l'altra
Zodat, e Caffa, e che Sogdat corre maestro ponente rispetto a Caffa, ch' posta
verso levante;  qual Sogdat  in gradi 56 di longitudine e  50  di  latitudine.
Seguita  poi che Comager  una provincia nel dominio de' Tartari di Barca,  fra
la Porta di Ferro e la citt d'Asach,  cio rispetto alla detta Porta    verso
ponente, ma rispetto ad Asach  verso levante. Continua ancora dicendo che vi 
un'altra  provincia,  detta  Elochzi,  fra  li  Tartari  di  Barca e li Tartari
meridionali d'Ala, dove  la citt di Iachz,  i popoli della quale passano per
la Porta di Ferro.  Parlando poi della palude Meotide, la qual si chiama mar el
Azach,  dice che dalla parte di levante  la citt di Eltaman con la provincia,
la  qual    il  fine del reame Barca.  Da tutte queste cose scritte per questo
sultan Ismael si vien in cognizione che  sopra  la  Taurica  Chersoneso,  dov'
Gazaria  e  Caffa,  vi   la citt di Sogdat,  la qual al presente col porto si
chiama Soldadia. Appresso,  che del regno di Barca era la provincia di Comager,
ch' la Cumania,  provincia grandissima nella qual vi  la citt di Azach, cio
Assara: il che conferma il libro di Ayton Armeno,  che dietro messer Marco Polo
si  legger.  Dipoi,  che  vi erano li Tartari di Barca occidentali e quelli di
Ala meridionali,  che passavan per la Porta di Ferro,  la qual  quella che al
presente  si chiama Derbent,  che (come dicono) fu fabricata d'Alessandro Magno
appresso il mar Ircano, tal che il fin del regno di Barca era verso la parte di
levante che circonda la palude Meotide,  cio di  Zabacche.  Di  sorte  che  'l
cammino di questi duoi gentiluomini  questo: che,  partiti di Constantinopoli,
navigano per il mar Maggiore alla Taurica Chersoneso,  ch'  l'isola  attaccata
con  la  terra ferma,  lunga 24 miglia e 15 larga,  dov' il porto di Soldadia,
appresso Caffa;  e dapoi per terra vanno a trovar quel signor de' Tartari detto
Barca nella Cumania, dov' la citt d'Assara; e fatto il fatto d'arme fra detto
Barca  e  Ala,  della  qual  sconfitta  ne fa anco menzion il sopradetto Ayton
Armeno, non possendo ritornar indietro per la detta causa, convengono andar per
la Cumania tanto verso levante che circondassero il regno di Barca e  venissero
ad Ouchacha, ch' citt ne' confini della Cumania verso la Porta di Ferro, e ne
fa  menzion  detto  messer  Marco in questo primo libro due volte: e questa via
fanno i popoli cercassi volendo venir nella Persia.  Passata  questa  Porta  di
Ferro,  passano anco il fiume Tigris,  che Aython Armeno chiama Phison,  quando
parla di Sodochi figliuol di Occotacan che conquist la Persia minore, e che 'l
suo successore si chiama Barach.  Or questi duoi fratelli,  passato il Tigris e
un deserto, arrivano alla citt di Bochara, della qual era signor il sopradetto
Barach. Questa citt di Bochara, secondo Ismael sultan,  in gradi 86 e mezo di
longitudine e 39 e mezo di latitudine, ed  la patria dove nacque Avicenna, che
fra  gli  medici,  per  la  sua eccellente dottrina,  vien chiamato il principe
infino alli tempi nostri: e questo  quanto appartien alla intelligenzia  della
prima parte di questo proemio.
Da Bochara poi vengono condotti alla volta di greco e tramontana alla corte del
gran  Can,  dal qual son poi mandati ambasciadori al papa;  e ritornando in qua
pervengono al porto della Ghiazza,  nell'Armenia  minore,  che  anticamente  si
chiamava Issicus Sinus,  che risponde per mezo l'isola di Cipro. E indi per mar
vennero nella citt d'Acre, che si teneva allora per i cristiani, e latinamente
 chiamata Acca e Ptolemais,  dove si  trovava  legato  della  sede  apostolica
messer Tebaldo de' Visconti da Piacenza, qual (come narra il Platina nelle vite
de' pontifici) in luogo di Clemente IIII fu fatto papa, e chiamossi Gregorio X,
ove  dice  ch'al tempo di costui alcuni prencipi tartari,  mossi da l'auttorit
sua,  si fecero cristiani.  Questi due fratelli,  come  nel  detto  proemio  si
racconta,  partiti  d'Acre  andarono  a Venezia,  dove tolto seco messer Marco,
l'autor di questo libro,  di nuovo  ritornarono  in  Acre;  e  quivi  presa  la
benedizione del papa nuovamente creato,  qual era stato insino allora legato, e
tolti in sua compagnia due frati predicatori per condurli al  gran  Cane,  come
furono  in  Armenia  la trovarono perturbata per la guerra mossa da Benhocdare,
soltan di Babilonia, del qual ne scrive anco l'auttor armeno.
Della navigazion poi che fecero nel suo ritorno verso  l'India  con  la  regina
assegnata per moglie del re Argon,  e da che porto della provincia del Cataio e
di Mangi si partissero, non si pu dire cosa alcuna, perch non lo nominano. Ma
ben al presente si sa che da' porti di dette provincie venendo verso levante, e
poi voltando verso siroco e mezod, si vien nell'India, come nelle tavole della
Geografia  dello  illustre  signor  Giovan  de  Barros  portughese   si   potr
copiosamente vedere.  Quivi giunti, trovarono che 'l re Argon era morto, e che,
per esser suo figliuolo Casan giovane,  uno  nominato  Chiaccato  governava  il
regno:  Hayton  Armeno il chiama Regaito.  Par poi che andassero a trovar detto
Casan nelle parti dell'Arbore Secco,  ne' confini della Persia;  il qual Casan,
come  si  legger  nel predetto Hayton Armeno,  divenne grandissimo capitano di
guerra.  E l'Arbore Secco  nella provincia di  Timochain,  come  nel  vigesimo
capitolo del primo libro da lui viene pi copiosamente descritto. Ritornati poi
a  Chiaccato per aver la sua espedizione,  ebbero le quattro tavole d'oro,  per
virt delle quali furono accompagnati sicuramente fino in Trabisonda: e  questo
perch i Tartari dominavano e aveano tutt'i signori tributarii loro fino al mar
Maggiore,   ancor  che  fussero  cristiani.  Che  volta  veramente  pigliassero
partendosi dal Chiaccato a far  il  detto  viaggio,  non  si  pu  se  non  per
conietture pensare che, partiti dal regno del detto re Argon, dove stava questo
Chiaccato,  che  poteva  esser  uno di quelli regni che sono fra terra sopra il
fiume Indo,  se ne venissero per mare fino nel sino Persico all'isola di Ormus,
e  smontati  sopra  la  provincia della Carmania,  la quale nel libro si chiama
Chermain,   tenessero  poi  per  quella  banda  il  camino  verso  la   Persia,
conciosiacosach  si  vede detto auttore far molto menzione dell'isola d'Ormus,
delle citt e terre di Chermain,  fino nella Persia;  la quale egli non  poteva
aver  veduta  nel  viaggio che fece dal porto della Ghiazza alla corte del gran
Cane, ma ben in questo suo ritorno. E della Persia vennero verso il mar Maggior
a Trabesonda, e poi a Constantinopoli, Negroponte, e ultimamente a Venezia.
Dove giunti che furono,  intravenne loro quel medesimo ch'avenne ad Ulisse che,
dapoi  venti anni tornato da Troia in Itaca sua patria,  non fu riconosciuto da
alcuno:cos questi tre gentiluomini,  dapoi tanti anni  ch'eran  stati  lontani
dalla  patria,  non  furno  riconosciuti  da  alcuno de' loro parenti,  i quali
fermamente riputavano che fussero gi molti anni morti,  perch cos  anche  la
fama era venuta. Si trovavan questi gentiluomini, per la lunghezza e sconci del
viaggio,  e  per le molte fatiche e travagli dell'animo,  tutti tramutati nella
effigie, che rappresentavano un non so che del tartaro nel volto e nel parlare,
avendosi quasi dementicata la lingua veneziana. Li vestimenti loro erano tristi
e fatti di panni grossi, al modo de' Tartari. Andarono alla casa loro,  la qual
era in questa citt nella contrada di S.  Giovan Crisostomo, come ancora oggid
si pu vedere, ch'a quel tempo era un bellissimo e molto alto palaggio, e ora 
detta la corte del Millioni,  per la caggione  che  qui  sotto  si  narrer:  e
trovarono  che  in quella erano entrati alcuni suoi parenti,  alli quali ebbero
grandissima fatica di dar ad intendere che fussero quelli  che  erano,  perch,
vedendoli  cos trasfigurati nella faccia e mal in ordine d'abiti,  non poteano
mai credere che fussero quei da Ca' Polo,  ch'aveano tenuti tanti e tanti  anni
per morti.
Or  questi  tre  gentiluomini  (per  quello ch'io essendo giovanetto n'ho udito
molte fiate dire dal clarissimo  messer  Gasparo  Malipiero,  gentiluomo  molto
vecchio e senatore di singular bont e integrit ch'avea la sua casa nel canale
di S.  Marina,  e sul cantone ch' alla bocca del rio di San Giovan Crisostomo,
per mezo a punto della ditta corte del Millioni,  che riferiva d'averlo  inteso
ancor  lui  da  suo  padre  e avo,  e d'alcuni altri vecchi uomini suoi vicini)
s'imaginarono di far un tratto col qual,  in un istesso tempo,  ricuperassero e
la conoscenza de' suoi e l'onor di tutta la citt,  che fu in questo modo: che,
invitati molti suoi parenti ad un convito,  il qual volsero che fosse preparato
onoratissimo e con molta magnificenza nella detta sua casa,  e venuto l'ora del
sedere a tavola,  uscirono fuori di camera tutti tre vestiti di raso cremosino,
in  veste  lunghe  fino in terra,  come solevano standosi in casa usare in que'
tempi; e data l'acqua alle mani, e fatti seder gli altri,  spogliatesi le dette
vesti se ne misero altre di damasco cremosino,  e le prime di suo ordine furono
tagliate in pezzi e divise fra li servitori.  Dapoi,  mangiate alcune  vivande,
tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino e,  posti di nuovo a tavola,
le vesti seconde furono divise fra li servitori; e in fine del convito il simil
fecero di quelle di  velluto,  avendosi  poi  rivestiti  nell'abito  de'  panni
consueti  che  usavano  tutti  gli altri.  Questa cosa fece maravigliare,  anzi
restar come attoniti,  tutti gli invitati;  ma,  tolti via li mantili  e  fatti
andar  fuori  della sala tutt'i servitori,  messer Marco,  come il pi giovane,
levato dalla tavola and in una delle camere,  e port fuori le  tre  veste  di
panno  grosso  consumate  con le quali erano venuti a casa;  e quivi con alcuni
coltelli taglienti cominciarono a discucir alcuni orli  e  cuciture  doppie,  e
cavar fuori gioie preciosissime in gran quantit, cio rubini, safiri, carboni,
diamanti e smeraldi, che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto
artificio,  e  in  maniera  ch'alcuno  non  si  averia potuto imaginare che ivi
fussero state: perch,  al partir dal gran Cane,  tutte  le  ricchezze  ch'egli
aveva loro donate cambiarono in tanti rubini,  smeraldi e altre gioie,  sapendo
certo che,  s'altrimente avessero fatto,  per s lungo,  difficile  ed  estremo
cammino  non  saria  mai stato possibile che seco avessero potuto portare tanto
oro. Or questa dimostrazione di cos grande e infinito tesoro di gioie e pietre
preciose,  che furono poste sopra la tavola,  riempi di nuovo gli  astanti  di
cos  fatta  maraviglia  che  restarono  come  stupidi e fuori di se stessi,  e
conobbero veramente ch'erano quegli onorati  e  valorosi  gentiluomini  da  Ca'
Polo, di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia.
Divulgata che fu questa cosa per Venezia,  subito tutta la citt, s de' nobili
come de' populari,  corse a casa loro ad  abbracciargli  e  fare  tutte  quelle
maggiori  carezze  e dimostrazioni d'amorevolezza e riverenzia che si potessero
imaginare: e messer Maffio,  ch'era il pi vecchio,  onorarono d'un  magistrato
che nella citt in que' tempi era di molta auttorit.  E tutta la giovent ogni
giorno andava continuamente  a  visitare  e  trattenere  messer  Marco,  ch'era
umanissimo e graziosissimo, e gli dimandavano delle cose del Cataio e del Cane;
il  quale  rispondeva con tanta benignit e cortesia che tutti gli restavano in
uno certo modo obligati.  E perch nel continuo raccontare ch'egli faceva pi e
pi  volte della grandezza del gran Cane,  dicendo l'entrate di quello esser da
10 in 15 millioni d'oro,  e cos  di  molt'altre  ricchezze  di  quelli  paesi,
riferiva  tutte  a millioni,  lo cognominarono messer Marco Millioni,  che cos
ancora ne' libri publici di questa Republica,  dove si fa menzion  di  lui,  ho
veduto notato;  e la corte della sua casa a S. Giovan Crisostomo, da quel tempo
in qua,  ancora volgarmente chiamata del Millioni.
Non molti mesi dapoi che furono giunti a Venezia, sendo venuta nuova come Lampa
Doria,  capitano dell'armata de' Genovesi,  era venuto con settanta galee  fino
all'isola di Curzola, e d'ordine del principe dell'illustrissima Signoria fatte
che furono armate 90 galee con ogni prestezza nella citt,  fu fatto per il suo
valore governatore d'una messer Marco  Polo;  il  quale  insieme  con  l'altre,
essendo  capitan generale il clarissimo messer Andrea Dandolo procuratore di S.
Marco, cognominato il Calvo,  molto forte e valoroso gentiluomo,  and a trovar
l'armata  genovese;  con  la  qual  combattendo  il  giorno  di nostra Donna di
settembre,  ed essendo rotta (come  commune la sorte del combattere) la nostra
armata,  fu preso,  perci che, avendosi voluto mettere avanti con la sua galea
nella prima banda ad investir l'armata nimica,  e valorosamente  e  con  grande
animo  combattendo per la patria e per la salute de' suoi,  non seguitato dagli
altri, rimase ferito e prigione col Dandolo. E incontinente posto in ferri,  fu
mandato  a  Genova,  dove,  inteso  delle  sue  rare qualit e del maraviglioso
viaggio ch'egli  avea  fatto,  concorse  tutta  la  citt  per  vederlo  e  per
parlargli,  non avendolo in luogo di prigione,  ma come carissimo amico e molto
onorato gentiluomo.  E gli facevano tanto onore e carezze,  che non era mai ora
del  giorno che dai pi nobili gentiluomini di quella citt non fusse visitato,
e presentato d'ogni cosa nel vivere necessaria.
Or trovandosi in questo  stato  messer  Marco,  e  vedendo  il  gran  desiderio
ch'ognun avea d'intendere le cose del paese del Cataio e del gran Cane, essendo
astretto ogni giorno di tornar a riferire con molta fatica,  fu consigliato che
le dovesse mettere in scrittura: per il qual effetto,  tenuto  modo  che  fusse
scritto  qui  a  Venezia a suo padre,  che dovesse mandargli le sue scritture e
memoriali che avea portati seco,  e quelli avuti,  col  mezzo  d'un  gentiluomo
genovese  molto  suo  amico,  che si dilettava grandemente di saper le cose del
mondo e ogni giorno andava a star seco in prigione per molte ore,  scrisse  per
gratificarlo  il  presente  libro  in  lingua  latina,  s  come accostumano li
Genovesi in maggior parte fino oggi di scrivere le loro facende,  non  possendo
con  la penna esprimere la loro pronuncia naturale.  Quindi avenne che 'l detto
libro fu dato fuori la prima volta da messer Marco in latino,  del quale  fatte
che  furono  poi  molte  copie,  e tradotto nella lingua nostra volgare,  tutta
Italia in pochi mesi ne fu ripiena,  tanto desiderata e aspettata da tutti  era
questa istoria.
La  prigionia di messer Marco perturb grandemente gli animi di messer Maffio e
messer Nicol suo padre,  perci che,  avendo eglino  fin  nel  tempo  del  lor
viaggio  deliberato  di  maritarlo  tantosto  che  fussero  giunti  in Venezia,
vedendosi ora in questo infelice stato,  con tanto tesoro e senza eredi alcuni,
e  dubitando  che la prigionia del predetto dovesse durar molti anni e,  quello
che poteva avvenir peggio ancora, che non vi lasciasse la vita (perch da molti
era loro affermato che gran numero de prigioni veneziani erano stati in  Genova
le  decine d'anni avanti che avessero potuto uscire),  e vedendo di non poterlo
ricuperar di prigione con alcuna condizione di denari,  come pi volte  avevano
per molte vie tentato,  consigliatisi insieme,  deliberarono che messer Nicol,
ancor che fusse molto vecchio,  ma per  di  complessione  gagliarda,  di  novo
dovesse pigliar moglie: e cos,  maritatosi, in termine d'anni quattro ebbe tre
figliuoli,  nominati l'un Stefano,  l'altro  Maffio  e  l'altro  Giovanni.  Non
passarono  molti  anni  dapoi che 'l detto messer Marco,  per mezzo della molta
grazia che egli aveva acquistata appresso i primi gentiluomini e tutta la citt
di Genova, fu liberato e tratto di prigione; di dove ritornato a casa,  ritrov
che  suo padre aveva in quel spazio di tempo avuto tre figliuoli: n per questo
si perturb punto, anzi, come savio e prudente,  consent ancor egli di pigliar
moglie,  il  che fatto,  non ebbe alcun figliuolo maschio,  ma due femine,  una
chiamata Moretta e l'altra Fantina. Essendo poi morto suo padre, come a buono e
pietoso figliuolo convenia,  fece fargli una molto  onorata  sepoltura  per  la
condizione di quei tempi, che fu un cassone grande di pietra viva, qual fino al
giorno presente si vede sotto il portico ch' avanti la chiesa di S. Lorenzo di
questa citt, nell'entrare da parte destra, con una inscrizione tale che denota
quella  esser la sepoltura di messer Nicol Polo,  della contrata di S.  Giovan
Crisostomo.  L'arma della sua famiglia  una sbarra in pendente con tre uccelli
dentro,  li  colori  della quale,  per alcuni libri d'istorie antiche,  dove si
vedono colorite tutte l'armi de' gentiluomini di questa nobil  citt,  sono  il
campo azurro, la sbarra d'argento e li tre uccelli negri, che sono quella sorte
d'uccelli che qui volgarmente si chiamano pole, dette da' Latini "gracculi".
Quanto  tempo  veramente  durasse  la  descendenzia di questa nobile e valorosa
famiglia,  ritrovo che messer Andrea Polo da S.  Felice ebbe tre figliuoli,  il
primo de' quali fu messer Marco, il secondo Maffio, il terzo Nicol: questi due
ultimi  furono  quelli  che andarono a Constantinopoli prima,  e poi al Cataio,
come s' veduto. Ed essendo venuto a morte messer Marco il primo,  la moglie di
messer Nicol,  ch'era rimasa gravida a casa, come ella partor, per rinovar la
memoria del morto pose nome Marco al figliuolo che  nacque,  ch'  l'autore  di
questo libro.  De' fratelli del quale, che nacquero dapoi il secondo matrimonio
di suo padre,  cio Stefano,  Giovanni e Maffio,  non trovo che altri  avessero
figliuoli se non Maffio, ch'ebbe cinque figliuoli maschi e una femina, nominata
Maria,  la qual,  mancati che furono gli fratelli senza figliuoli,  eredit del
1417 tutta la facolt di suo padre e fratelli, essendo onoratamente maritata in
messer Azzo Trivisano,  della contrata di S.  Stai di questa  citt;  onde  poi
venne  descendendo  la  felice  e onorata stirpe del clarissimo messer Domenico
Trivisano,  procurator di S.  Marco e valoroso capitano  generale  di  mare  di
questa  Republica,  la cui virt e singolar bont  rappresentata e accresciuta
nella persona del serenissimo principe  il  signor  Marcantonio  Trivisano  suo
figliuolo.  Questo  il corso di questa nobile famiglia da Ca' Polo,  qual dur
infino all'anno di nostra salute 1417; nel qual tempo, morto Marco Polo, ultimo
delli cinque figliuoli di Maffio  che  abbiamo  detto  di  sopra,  senza  alcun
figliuolo,  come porta la condizione e rivolgimento delle cose umane,  in tutto
manc.
E avendo trovato due proemii avanti questo libro,  che furono gi  composti  in
lingua  latina,  l'uno  per  quel gentiluomo di Genova molto amico del predetto
messer Marco, e che l'aiut a scrivere e comporre latinamente il viaggio mentre
era in prigione, e l'altro per un frate Francesco Pipino bolognese, dell'ordine
de'  predicatori,   che,   non  essendoli  pervenuto  alle  mani  alcuna  copia
dell'esemplar latino, n leggendosi allora questo viaggio altro che tradotto in
volgare,  lo  ritorn di volgare in latino del 1320,  non ho voluto lasciare di
non rimettergli tutti due,  per maggior satisfazione e contentezza de' lettori,
acci  che  uniti  servino  pi abbondantemente in vece di prefazione del detto
libro.  Il quale,  insieme con questi altri eccellenti  scrittori  della  parte
verso levante e greco tramontana fino sotto il nostro polo, che abbiamo con non
poca  fatica  cos  interi  e fedeli in questo secondo volume fin ora raccolti,
ander sotto l'onorato nome di Vostra Eccellenza, in quella maniera che gi gli
abbiamo dedicato il primo delle cose dell'Africa e del paese del  Prete  Ianni,
con  li  molti viaggi dalla citt di Lisbona e dal mar Rosso a Calicut e insino
alle Molucche, dove nascono le specierie; e come poi le sar parimente dedicato
anco il terzo,  dove si conterano le navigazioni al Mondo  Nuovo  agli  antichi
incognito,  fatte dal Colombo con molti acquisti,  accresciuti poi dal Cortese,
dal Pizzarro e da altri capitani, e della cognizione della Nuova Francia, nelle
dette  Indie  posta  dalla  parte  di  verso  maestro  tramontana.  Il  che  ho
determinato di fare acci che dalla grandezza e splendore del nome suo glorioso
riceva questo volume,  insieme con gli altri due, quella autorit e riputazione
che non gli pu dare la bassezza  del  mio  debol  ingegno.  Vostra  Eccellenza
adunque   lo  ricever  con  quella  sincerit  ch'io  anche  gliel'offero,   e
difendendolo quanto sar in lei,  insieme con l'altro fin  ora  dato  in  luce,
dalle calunnie de' maldicenti, far che, s come io con molta fiducia e sicurt
l'ho  dato  in  protezione  al nome suo onorato,  cos anche egli sia gi fatto
sicuro col favor di Vostra Eccellenza,  senza sospetto alcuno insieme col primo
liberamente  alle  mani degli uomini pervenga.  Di Venezia,  a' sette di luglio
MDLIII.


Esposizione di messer Gio. Battista Ramusio sopra queste parole di messer Marco
Polo: "Nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli,
dove allora soleva stare un podest di Venezia per nome di messer lo dose,
correndo gli anni del nostro signore 1250".
Cominciando messer Marco Polo il suo viaggio  dalle  sopra  dette  parole,  m'
sparso nel principio di questo libro cosa sommamente necessaria e da non essere
in   modo   alcuno  pretermessa,   ancor  che  molti  istorici  n'abbino  fatto
diversamente menzione, l'esporre quanto pi brevemente si potr, a pi compiuta
satisfazione de' lettori,  la cagione perch in Constantinopoli in  que'  tempi
stesse un podest per nome del doge di Venezia,  massimamente che appartiene la
cognizione di cos illustre e gloriosa memoria alla grandezza ed eccellenzia di
questa veramente divina Republica,  dalle cui antiche scritture e  memorie,  in
antichissimi libri e a que' tempi notate, di questa impresa di Constantinopoli,
n'ho  io sommariamente tratte quelle particolar cose che qui sotto,  s come io
stimo, con molto contento de' benigni lettori saranno descritte.
 adunque da sapere che l'anno di nostra salute 1202 vennero in questa citt di
Venezia que' gran principi  francesi  e  fiamenghi,  veramente  cristianissimi,
Baldovino  conte  di Fiandra e di Henaut,  Enrico suo fratello,  Luigi conte di
Bles e di Chartres,  e il conte Ugo di San Polo,  con gran numero di  baroni  e
signori  e  vescovi  e abbati,  che aveano gli anni avanti preso il segno della
croce. E condussero seco numeroso esercito, il quale fu ordinato,  per non dare
incommodo  alla  citt,  che  pigliasse gli alloggiamenti a San Nicol sopra il
lito del mare, ove erano mandate dalla citt le vettovaglie di giorno in giorno
per il lor bisogno (ed erane lor capitano generale  il  marchese  Bonifacio  di
Monferrato  terzo  di  questo nome),  con proponimento d'andare a soccorrere ai
cristiani nella Terra Santa;  ove poco avanti per il Saladino soldano di Egitto
era  stato  tolto  a  Guidone  di Lusignano il regno di Ierusalem e di tutta la
Soria, il quale essi,  dopo quella famosa recuperazione di Gottofreddo Boglione
e  di  tanti  baroni,  che  fu  d'intorno l'anno di nostra salute 1099,  aveano
posseduto ottantaotto anni continui.  E montarono  l'ottavo  giorno  d'ottobre,
l'istesso anno 1202, al porto di San Nicol de Lio sull'armata, la quale l'anno
avanti,  secondo  l'ordine  e  convenzioni  fatte con gli ambasciatori che essi
avevano mandati a Venezia, era loro stata apparecchiata da messer Rigo Dandolo,
allora serenissimo principe di questa  Republica;  il  quale  a  cos  santa  e
cristiana  impresa  com'era  quella  della  ricuperazione  di Terra Santa volse
andare in persona, come a buon e religioso principe conveniva,  ancor che fosse
molto  vecchio  e  cieco;  ma prima,  con tutto il popolo che in quella impresa
l'avea da seguitare,  tolse l'insegna della croce nella chiesa  di  San  Marco,
avanti  l'altare  grande,  con  gran  solennit  e  con  bellissime  ceremonie,
lasciando d'ordine della Republica  Reniero  suo  figliuolo  al  governo  della
citt.  Avendo  la  Republica  in  quel  tempo  perduta  la  citt  di  Zara in
Schiavonia,   fu  fatta  convenzione  con  li  baroni  che  s'andasse  prima  a
ricuperarla; la quale, dopo lungo assedio dell'esercito e dell'armata, fu presa
il  mese  di  novembre e tolta dalle mani di Bela,  re d'Ungheria,  il quale se
n'era per avanti impatronito. Sopragiunse poi il verno con gran freddo, che non
li lasci partire per andare al destinato viaggio di Soria e allo  acquisto  di
Ierusalemme.
E in questo mezo vennero a Zara ambasciadori mandati da Filippo svevo, re della
Magna,  a' baroni, dicendo che, se volevano aver piet d'Alessio, suo cognato e
figliuolo d'Isaac Angelo imperatore di Constantinopoli,  che s'era poco innanzi
fuggito  a lui dalle crudelissime mani di suo zio Alessio il tiranno (il quale,
avendo cavati gli occhi ad Isaac suo fratello e padre di  costui,  s'era  fatto
signore   e   s'avea   con   gran   tradimento   usurpato   quello  imperio  di
Constantinopoli),  fariano loro gran partiti,  s come aveano ampia facult dal
loro  signore  e  da  lui.  Ottennero finalmente gli ambasciadori,  per i molti
preghi fatti a' baroni e al doge e per la piet  ch'ebbero  del  giovane,  che,
tantosto  che  si  potesse navigare,  sarebbe per loro rimesso il giovanetto in
stato  con  suo  padre:  e  fu  allora  molto  solennemente  promesso  per  gli
ambasciadori  e  giurato che,  se col padre lo rimettevano nell'imperio,  egli,
oltra che di subito rimetterebbe tutto 'l stato alla  obedienzia  della  Chiesa
romana,  dalla  quale  era partito gi molto tempo,  darebbe ancora dugentomila
marche d'argento alli baroni, con vettovaglia per tutto l'esercito, e diecimila
fanti a sue spese per questo santo servigio per uno anno  continuo;  e  di  pi
s'obligava  a  tener tutto il tempo della vita sua cinquecento cavallieri nella
Terra Santa a sue spese.
Conchiuso questo partito, e solennemente dall'una e l'altra parte giurato,  gli
ambasciadori si partirono,  ritornando a Filippo nella Magna,  e facendo sapere
il tempo al quale era stato a punto determinato dalli baroni e dal doge che  'l
giovanetto  dovesse  venir  a  ritrovarli a Zara per partirsi,  che fu alquanti
giorni dopo Pasqua. Il quale giunto che fu,  montati sull'armata e imbarcate le
genti,  andarono al diritto verso Constantinopoli, dove in pochi giorni giunti,
e smontati alla  riva  di  Calcedonia,  che    dall'altra  parte  del  stretto
all'incontro   di   Constantinopoli,   ov'era   allora  un  bellissimo  palazzo
dell'imperatore greco,  e tratti e' cavalli fuori degli  uscieri  (che  ora  si
chiamano palanderie), ordinarono i baroni le lor battaglie in quel modo e forma
a  punto  come  doveano dipoi andare all'assalto della citt.  E fatta sopra il
lito una picciola scaramuccia col megaduca del tiranno Alessio,  e quello rotto
e  sconfitto,  avendo anco mostrato dalla prora della galea del doge Dandolo il
giovanetto Alessio alli Greci della citt,  che in gran  numero  erano  adunati
sopra  le  mura e sopra tutte le torri di Constantinopoli,  per vedere se a lui
s'avessero voluto arrendere, si rimbarcorono: e, passato lo stretto, smontarono
nella terra di Constantinopoli,  ove Alessio il tiranno  era  venuto  sopra  la
riva,  con gran numero di Greci a piedi e a cavallo,  per vietarli il smontare.
Spaventatosi l'imperatore da cos grande ardire di nemici e  avilitosi,  subito
si ritir,  e fu presa da' Francesi la torre di Pera, nella quale era tirata da
Constantinopoli una molto forte catena che chiudeva il porto.
Posto l'assedio per loro dalla parte di terra,  e per Veneziani dalla parte  di
mare  con le loro navi e galee,  ordinato l'assalto,  incominciarono quelli del
doge,  poste in ordinanza le galee nel golfo di Pera,  a  drizzare  nell'armata
mangani  e  periere  e  dare  la  battaglia  (perch  non  era ancor trovata la
maravigliosa machina dell'artegliaria,  ch'oggid si costuma nelle  guerre):  e
batterono  le mura della citt molto gagliardamente,  le quali,  dopo non lungo
combattere e di non molti giorni, furono prese quasi per beneficio divino,  per
ci  che,  essendo  stata  veduta  da' Greci la bandiera di San Marco sopra una
delle torri della citt, che da niun mai si seppe come vi fusse stata posta, in
tal maniera si smarrirono che incontanente  abbandonarono  pi  di  vinticinque
torri da quella parte e si fuggirono. Le quali subito prese dal doge, e postoli
dentro  la  guardia  de'  Veneziani,  fu  mandata senza indugio la novella alli
baroni ch'erano nella parte di terra;  i  quali,  inteso  questo,  raddopiarono
l'assalto,  e  in  molte parti assalirono le mura con le scale: e cos in breve
spazio di tempo fu presa una parte della citt,  e messo il fuoco in molte case
de'  nemici.  Allora Alessio il tiranno,  visto non potere resistere alle forze
de' nemici, con nuovo consiglio usc fuori della citt per tre porte, con tutto
il  suo  sforzo,  per  assaltarli  alla  campagna.  I  baroni,  vista  s  gran
moltitudine  venirli  incontro,  avendo  raccolto  e ordinato il loro esercito,
talmente che non potevano esser offesi se non davanti,  si messeno in battaglia
per  aspettare l'affronto animosamente.  Pareva che veramente tutta la campagna
fusse coperta di battaglie de' nemici,  le quali in ordinanza con  saldo  passo
andavano  alla  volta  de'  baroni:  ed  era  cosa maravigliosa a vedere che li
baroni,  che non avevono pi che sei battaglie,  aspettassino l'assalto di cos
grande  esercito;  e gi tanto s'era fatto innanzi il tiranno con le sue genti,
che facilmente da lontano si potevano ferire.
Quando questo ud il doge di Venezia,  fece incontinente imbarcare le sue genti
e abbandonare quelle torri che egli aveva di gi acquistate, dicendo che voleva
andare a vivere e morire co' pellegrini: e cos,  dismontato in terra con tutte
le sue genti,  si un con l'esercito.  Stettero continuamente le battaglie  de'
pellegrini  con tanto ordine e ardire a fronte de' nemici,  che i Greci mai non
ebbono animo d'assaltargli.  Quando il tiranno vidde questo,  perduto  d'animo,
incominci incontinente a far ritirare le sue genti e ritorn nella citt,  ove
tolta quella parte di gioie e di tesoro che seco pot portare,  abbandonata  la
moglie  e  gli  amici  e  di  tutti  scordatosi,  solamente alla propria salute
intento,  la notte seguente fugg e lasci miserabilmente la citt e l'imperio,
avendo otto anni,  tre mesi e dieci d (come vogliono alcuni) tiranneggiato.  E
in  quella  ora  a  punto  della  fuga  del  tiranno,  fu  tratto  di  prigione
l'imperatore  cieco  Isaac,  e  rimesso  dal  popolo  nell'imperio,  regalmente
vestito,  e portato da' suoi con molto onore  e  magnificenza  nel  palazzo  di
Blacherna.  E  bench  allora  l'oscurit  della  notte  a  cos  gran  facende
apportasse grande impedimento,  fu nondimeno,  per il desiderio grande  ch'egli
avea  d'abbracciare  il figliuolo Alessio,  mandatolo a chiamare nell'esercito,
ordinando che fusse con gli altri baroni condotto con molto onore nella  citt.
I  quali,  non  consentendo  a  ci se prima da esso imperatore Isaac il giorno
seguente non fusse con solennit confermato quanto a Zara,  per il figliuolo  e
per  gli  ambasciatori  di  Filippo suo genero,  a suo nome era stato promesso,
mandarono, fatto che fu il giorno chiaro, due Veneziani e due Francesi per nome
del doge e delli baroni all'imperator,  a farsi confermare le convenzioni fatte
col  figliuolo:  le  quali  confermate  che  furono da lui con giuramento e con
lettere imperiali, e suggellate con bolla d'oro, s come egli usava,  montarono
a cavallo i baroni e accompagnarono il giovanetto nella citt davanti il padre,
dal  quale  fu  ricevuto  con grandissima allegrezza.  E alquanti mesi dapoi fu
ancora,  con molta festa e grande onore,  secondo il costume  loro,  nel  primo
giorno d'agosto coronato imperatore dal patriarca nella chiesa di Santa Sofia.
Fatta  che  fu  questa  bella  e pietosa operazione per li baroni e il doge,  e
rimesso il padre col figliuolo in stato,  volendo  eglino  ormai  partirsi  per
andare a loro destinato viaggio di Soria,  percioch la lega loro fatta in Zara
non durava se non sino a san Michele del mese  di  settembre,  fecero  dire  ad
Isaac  il  vecchio  e Alessio il giovanetto imperatore che,  approssimandosi il
tempo della lor partita,  volessero pagar loro le convenzioni  e  quanto  erano
rimasi  d'accordo a Zara,  accioch passando il tempo non perdessero cos bella
occasione di fare la disegnata impresa.  Alessio,  con molte benigne  parole  e
prieghi  usati  per  coprire  le  sue astuzie e inganni,  tanto seppe fare che,
prolungata la lor partita da san Michele infino al mese di marzo,  e giurata di
nuovo  la lega infino a san Michele de l'anno seguente,  promesse di pagare fra
quel termine interamente tutto quel debito ch'egli  avea  contratto  con  loro.
Restarono  per  preghi  d'Alessio  li  baroni,  accettando  la  scusa con ferma
speranza che, s come l'avevano essi benissimo servito nel rimetterlo col padre
in stato, egli parimente osservasse loro la fede promessa.
Non pass molto tempo che Alessio,  o fusse per il mal consiglio de' suoi o per
altra  cagione,  si  mostr apertamente molto perfido e disleale al doge e alli
baroni,  che gli erano stati tanto  amorevoli  e  cortesi  dell'aiuto  loro,  e
avevangli fatto cos grande e relevato beneficio;  e venne a tale che un giorno
ard ancora negare quanto prima avea loro promesso,  ben che di ci chiara fede
apparisse  per  lettere  imperiali di suo padre,  sugellate con la bolla d'oro,
ch'erano appresso al doge di Venezia.  Di modo che,  dopo l'averlo fatto pi  e
pi volte dimandare che le convenzioni fussero loro osservate, li baroni furono
astretti  per  onor  loro  finalmente,  vedendosi  in  tal  maniera beffati,  a
sfidarlo,  con molta vergogna di lui e disonore dell'imperio,  e stringerlo  al
pagamento con molte minaccie,  rompendogli guerra: la qual si cominci di nuovo
molto forte e gagliarda, per la poca fede del giovanetto imperatore.
E mentre che Constantinopoli un'altra volta era  da  Francesi  e  da  Veneziani
assediato  e dalla parte di terra e dalla parte di mare,  Alessio fu tradito da
un altro chiamato Alessio il Duca, molto suo familiare e benemerito,  che,  per
aver congiunte le ciglia, volgarmente era in un certo modo e quasi per ischerno
chiamato Marculfo: e una notte, su la pi bell'ora del dormire, fu posto in una
oscura  prigione,  e  pochi  giorni  dipoi,  il  sesto  mese  del  suo imperio,
occultamente strangolato,  non avendo in lui operato il tossico che  prima  gli
avea  tre  volte  fatto  dar  a bere nella prigione.  Morto Alessio,  e fattolo
imperialmente sepelire come s'egli fusse naturalmente morto, prese Marculfo con
l'aiuto de' suoi  seguaci  l'imperio  e  la  signoria  della  citt,  facendosi
tiranno,  con  molto  dolore de' Greci e passione del vecchio Isaac,  il quale,
udito il miserabil caso del figliolo, mor incontinente di cordoglio.  I baroni
e il doge,  inteso il grande tradimento e continuando gli assalti, batteano con
diverse machine le mura e le torri senza fine, giorno e notte;  e radoppiata la
guerra, facendosi fra l'una e l'altra parte molto grosse scaramuccie, fu in una
di  quelle  valorosamente  acquistato  da'  baroni e da' Veneziani lo stendardo
imperiale del tiranno, ma con molto maggior allegrezza un quadro ov'era dipinta
l'imagine della nostra Donna,  il  quale  usavano  continuamente  gl'imperatori
greci  portare  seco  nelle  loro  imprese,  avendo  in quello riposta ogni lor
speranza della salute e conservazione dell'imperio. Questa imagine pervenne nei
Veneziani,  e sopra tutte l'altre gran ricchezze e gioie che gli  toccarono  fu
tenuta  carissima,  e  oggid    con grande riverenzia e devozione servata qui
nella chiesa di San Marco, ed  quella la quale si porta a processione al tempo
della guerra e della peste, e per impetrare la pioggia e il sereno.
Finalmente due galee de' Veneziani portate dal vento sotto le mura, e posta una
scala dalla gabbia de' loro arbori, un Veneziano e un Francese entrarono ad una
torre,  e valorosamente posta  la  bandiera  di  San  Marco,  levato  il  grido
nell'armata,  e  in  quell'istesso  tempo per Francesi dalla parte di terra con
molta forza rotta e presa una porta della citt,  fu preso  Constantinopoli  la
seconda volta e sconfitto il tiranno Marculfo: il quale incontinente,  fuggendo
per la porta Oria dalla parte di ponente,  abbandon la  citt,  essendo  stato
nella  sedia  imperiale  non  pi  che  due mesi e giorni.  Entrati li baroni e
alloggiati nella citt, dopo il sacco che fu molto grande e ricco, il quale, in
esecuzioni  dei  patti  conchiusi  d'accordo  ne'  padiglioni  avanti  il  dare
l'assalto  alla  citt,  fu  portato  in  tre gran chiese e quivi diviso fra li
baroni e Veneziani egualmente,  furno eletti dodici uomini che dovessero creare
l'imperatore,  sei veneziani dalla parte del doge e sei dalla parte de' baroni,
che furono quattro vescovi francesi e due baroni lombardi.  I quali,  ridotti a
far questa elezione in una ricca capella, che era nel palazzo ove alloggiava il
doge  di  Venezia,  crearono  imperatore  dopo  lungo  contrasto  di  molte ore
Baldovino,  il conte di Fiandra e di Hennault,  nella maniera che s'erano,  per
l'instrumento  fatto  avanti  il  dare l'assalto alla citt,  convenuti: che fu
tale,  che colui il quale avesse pi  voti  nelli  dodici  s'intendesse  essere
imperatore,  e  caso  che duoi avessero tanto e tanti per ciascuno,  si dovesse
allora trare la sorte, e a chi ella toccasse fusse imperatore; il quale dovesse
signoreggiare una delle quattro parti del predetto imperio di  Constantinopoli,
e  avere  per  l'abitazione  sua  i  palazzi di Boccalione e di Blacherna nella
citt, ch'erano anticamente stata abitazione degl'imperatori greci; l'altre tre
parti dell'imperio fussero per uguale porzione divise  fra  i  Veniziani  e  li
baroni  francesi,  ch'altramente  si  faceano  chiamare  pellegrini;  con patto
espresso che,  dalla parte di coloro onde non fusse stato creato  l'imperatore,
li  chierici  avessero libert di eleggere il patriarca e ordinare la chiesa di
S. Sofia e instituire li canonici, con reggere tutto 'l stato ecclesiastico: il
quale patriarca di Constantinopoli,  e di riverenzia e di  ricchezza,  non  era
allora tra' Greci punto inferiore al nostro papa di Roma.
I  Veneziani,   creato  ch'ebbero  Baldovino  imperatore,  ch'era  della  parte
francese,  e dato che fo titolo al doge di Venezia di despote (titolo allora di
grand'onore),  elessero Tommaso Moresini per patriarca di Constantinopoli, e fu
diviso incontinente  l'imperio  in  quattro  parti,  cos  come  prima  s'erano
convenuti: delle quali avuta che n'ebbe una l'imperatore Baldovino, l'altre tre
furono  divise  fra  gli altri baroni e il doge di Venezia per uguale porzione;
onde poi il doge di Venezia e suoi successori per molti anni continoi ebbero il
titolo di dominatori della  quarta  e  meza  parte  di  tutto  l'imperio  della
Romania.  Bonifacio  il marchese di Monferrato,  che non avea potuto conseguire
l'imperio,  bench con ogni studio vi avesse atteso,  e fatto  gran  fortuna  a
Baldovino, si fece suo uomo ligio, e da lui in contracambio e per segno d'amore
fu  creato  re di Salonichi: e fra il tempo della incoronazione dell'imperatore
(che fu l'anno 1204,  il mese di maggio) spos l'imperatrice Maria,  sorella di
Bela  re  d'Ungaria,  che per avanti era stata moglie del morto imperator Isaac
vecchio,  e and con le sue genti verso il  regno  di  Salonichi.  I  Veneziani
andarono  al  possesso  e  acquisto del loro imperio,  che fu molte citt della
Tracia e molte isole dell'Arcipelago,  con buona parte della Morea,  facendo un
editto,  che cadauno Veneziano che armasse navilii a sue spese potesse andare a
recuperare, delle dette isole, quelle che volesse, eccetto Candia e Corf; dove
che Rabano dalle Carcere veronese, uomo letterato in que' tempi, che era venuto
per consigliero del principe Dandolo,  and con licenzia  del  doge  a  pigliar
l'isola  di  Negroponte,  la  qual alquanti anni dapoi,  conoscendosi non avere
forze bastanti a mantenerla,  volontariamente cesse al doge di Venezia: dove fu
poi  mandato  continuamente per governo dell'isola un gentiluomo di Venezia per
bailo, fino che ella fu sotto l'imperio di questi signori.
Morto il principe Dandolo nell'assedio della citt d'Andrinopoli,  ch'era delle
toccate  in  sorte  nella  divisione  dell'imperio,  ma  da' Greci che vi erano
fuggiti e quivi raccolti dopo le lor miserie tenuta per nome di Ioanniza, re di
Valachia e Bulgaria,  e portato che  fu  a  sepelire  con  onorate  esequie  in
Constantinopoli  nella  chiesa di Santa Sofia,  i Veneziani che si trovavano in
Constantinopoli, avendo veduto,  avanti la morte del doge,  il grave caso della
presa  dell'imperatore  Baldovino,  che occorse come pi a basso si legger,  e
vedendosi  privi  e  dell'imperatore  e  del  doge,   n   avendo   allora   in
Constantinopoli  alcuno  de' suoi che fusse loro capo e governo in cos aspra e
difficil impresa,  essendosi tutti  insieme  ridotti  un  giorno,  solennemente
crearono,  l'anno  che allora correva 1205,  loro podest messer Marin Zeno (il
qual si ritrovava in Constantinopoli),  con ordine e  deliberazione  tale,  che
nell'avenire  qualunche  podest  o  rettore che 'l doge di Venezia di tempo in
tempo mandasse col suo consiglio, over ordinasse podest in Constantinopoli, si
dovesse accettare per podest e vero rettore e amministratore di  quella  parte
della  citt  e  dell'imperio  ch'era  nella  divisione  toccata  in  sorte  a'
Veneziani; il qual podest s'intendesse aver anco il titolo di dominatore della
quarta e meza parte dell'imperio di  Romania,  e  portasse  la  calza  di  seta
cremisina (insegna imperiale),  come parimente portava l'imperator francese,  e
avea fin allora portata il Dandolo. Questo, con li suoi giudici,  consiglieri e
camarlenghi,  e  altri  infiniti  officiali  e  magistrati  ch'appresso  di lui
onoratissimamente stavano,  nel principio del suo reggimento conferm li  feudi
dell'imperio a quelli che dal doge Dandolo n'erano stati investiti,  con ordine
che non potessero da loro essere alienati in  altri  ch'in  Veneziani,  e  fece
molt'altre  provisioni  a  publico beneficio della nazione e del stato.  E dopo
lui,  mentre durarono gl'imperatori  francesi  in  Constantinopoli,  successero
continuamente  per  diritto  ordine  altri  podest,  mandati dalla Signoria di
Venezia al governo di quella parte  dell'imperio,  ch'era  de'  Greci  chiamata
despotato, s come n'avea avuto il titolo per avanti il doge Dandolo.
Dopo  la  morte  di  Baldovino  imperatore,  ch'in un conflitto era stato fatto
prigione dai soldati di Ioanniza,  re di Bulgaria e Valachia,  e poi morto,  fu
per  li baroni ch'erano in Constantinopoli eletto per suo successore Enrico suo
fratello,  che fino a quel giorno,  con titolo di bailo dell'imperio,  avea con
molto   valore  e  giudicio  governato  l'esercito.   Egli,   tolta  la  corona
dell'imperio l'anno 1206, il vigesimo giorno d'agosto, in Constantinopoli nella
chiesa di S. Sofia, solennemente datagli da Tomaso Moresini patriarca, qual era
tornato allora da  Roma,  ove  avea  impetrata  da  papa  Innocenzio  terzo  la
confermazione  del  suo  patriarcato,  e di pi era stato eletto arcivescovo di
Thebe,  conferm a messer Marin Zeno,  con molto onore e amorevolissime parole,
in  presenzia  di  Benedetto,  cardinale di S.  Susanna e legato del papa nella
Romania,  la quarta e meza parte dell'imperio che gli  era  toccata  in  sorte,
promettendogli aiuto e favore per acquistare l'altre sue citt tenute da' Greci
e  per  conservarle.  Questo  imperatore  Enrico dipoi prese per moglie Agnese,
figliuola del marchese Bonifacio di Monferrato,  che era  stato  creato  re  di
Salonichi,  la  quale fu anco lei il mese febraro coronata imperatrice,  e fece
ch'il marchese suo socero divenne suo uomo  ligio:  il  qual,  abboccatosi  con
l'imperator  Enrico  suo  genero  presso  al  fiume che corre sotto la citt di
Cipsella,  e ottenuta la confermazione da  lui  del  regno  di  Salonichi,  nel
ritorno suo al regno fu assalito da una grande correria di Valachi e Cumani, e,
nel combattere gravemente ferito, nel 1207 mor.
L'imperator Enrico,  dopo molta e lunga guerra,  fatta ora con Teodoro Lascari,
che con l'aiuto de' Greci tiranneggiava molte citt dell'imperio nell'Asia, ora
con Ioannizza,  re di Valachia e Bulgaria,  il qual con grossissimo esercito de
Bulgari e di Valachi gli veniva adosso, e tanto vicino che correva spesse volte
sino sopra le porte di Constantinopoli, facendo grandissimi danni e menando via
uomini  e bestie in gran copia in Valachia,  avendo dieci anni retto l'imperio,
mor senza figliuoli in Salonichi,  l'anno 1216 il mese  di  giugno,  e  lasci
Violante,  sua sorella,  erede dell'imperio.  Questa, che si trovava in Francia
maritata in Pietro di Cortenay, conte d'Auxerre,  onorato cavalliero,  udita la
morte  dell'imperatore  Enrico suo fratello,  venne col marito a Roma;  dove da
papa Onorio III ambidue  coronati  imperatori  nella  chiesa  di  San  Giovanni
Laterano,  nel 1217 il mese d'aprile,  con molto solenne trionfo,  incontinente
elessero duoi delli suoi  baroni  e  mandarongli  a  Constantinopoli,  accioch
solennemente  giurassero  in  nome  loro  a  messer  Rogiero  Permarino e Marin
Storlato e Marin Zeno (che si trovavano in Constantinopoli legati per  el  doge
Ziani,  ch'era  allora principe di Venezia) che per tutto il tempo dell'imperio
loro gli  saria  osservata  buona  e  real  compagnia,  e  mantenute  tutte  le
convenzioni e patti,  ordinazioni e onorificenzie ch'aveano li Veneziani insino
a quel giorno avute nella Romania,  cos con scritti come senza scritti,  fatte
per  il  gi  conte  Baldovino  di  Fiandra imperatore,  e dipoi per Enrico suo
fratello e successore,  con tutti li rettori e podest di Constantinopoli stati
nel despotato sino a quel tempo, per nome della signoria e del doge di Venezia.
Partitosi  dipoi  da  Roma,  l'imperatore,  con la moglie imperatrice,  venne a
Brandicio,  dove montato sopra le galee de'  Veneziani  insieme  col  cardinale
Colonna,  datogli legato dal papa, and all'assedio di Durazzo, ch'essendo sino
alla divisione prima dell'imperio toccato in sorte a' Veneziani  e  poi  perso,
desiderava  per  tante  cortesie  che  le  facevano  in grazia loro prenderlo e
consegnarglielo;  ma non gli successe,  per che  un  grand'uomo  greco,  detto
Teodoro Conneno duca di Albania,  vassallo di Teodoro Lascari, violentemente se
n'era insignorito. Costui,  mostrando con astuzia greca di volersi riconciliare
con  Pietro  imperatore,  l'alloggi nella citt,  facendo finta di dargliela e
volerlo  di  pi,  per  onorificenzia,   accompagnare  fino  a  Constantinopoli
nell'imperio,   dov'egli   andava   col   legato  per  terra,   avendo  mandata
l'imperatrice per mare sopra le galere de' Veneziani: e un giorno  desinando  a
tavola  l'ammazz,  facendo  prigione  il cardinale Colonna.  Questa nuova cos
all'improviso  e  non  aspettata,  essendo  intesa  a  Constantinopoli,   turb
grandemente  gli animi di tutti.  Ma ritrovandosi allora messer Iacomo Tiepolo,
podest de' Veneziani, nella citt e nell'imperio,  con la sua prudenzia e buon
consiglio oper s che in poche ore acquiet tutto il tumulto nato per la morte
dell'imperatore.  E  vedendo  che  le  cose  de'  Francesi andavano ogni giorno
declinando,  e che di Francia  non  era  mandato  quel  soccorso  e  aiuto  che
ragionevolmente si dovea aspettare,  giudic che, per star in pace e assicurare
le cose della citt,  buona cosa era far tregua per alquanti anni col soldano e
col  Lascari  e con gli altri signori vicini,  che d'ogni parte facevano guerra
con l'imperatore.  Il che fatto col consiglio delli suoi giudici e consiglieri,
e  di  Conone  di  Betuna,  baron  francese,  ch'in luogo dell'imperatore morto
essendo creato bailo governava la citt  nell'interregno,  Roberto  fra  questo
mezo,  il figliuolo di Pietro imperatore,  venuto di Francia a Constantinopoli,
morta la madre che (come vogliono alcuni) govern  l'imperio  certo  tempo,  fu
l'anno  1220  coronato  imperatore  in  luogo  di  Pietro suo padre,  avendogli
volontariamente Filippo suo  fratello,  al  quale  per  essere  il  primogenito
s'apparteneva l'imperio, cessa la corona.
Questo,  vedendo  li  buoni  portamenti che facevano,  e amorevoli consigli nel
governo dell'imperio che raccordavano continuamente li podest ch'erano mandati
dalla signoria di Venezia, continu a fare grandissime carezze e onori a messer
Iacomo Tiepolo,  che in quel tempo che egli  venne  ritrov  esser  podest;  e
ordin  ch'ogni  facenda,  di qualunche sorte ella si fosse,  si consigliasse e
trattasse prima  con  lui  che  con  i  consiglieri  dell'imperio;  e  in  ogni
deliberazione  che  si faceva,  seguendo il costume degli altri imperatori suoi
precessori, voleva sempre il consiglio del podest di Venezia,  e negli scritti
suoi nominava, come aveano fatto suo padre e zii, qualunche volta gli occorreva
farne menzione,  il doge di Venezia suo carissimo amico e collega dell'imperio.
E ho letto io la copia del privilegio del prefato Roberto imperatore,  che fece
a' Veneziani in Selimbria il ventesimo giorno di febraro, l'anno quarto del suo
imperio,  che fu del 1224,  all'istesso tempo di messer Iacomo Tiepolo, podest
di Constantinopoli;  nel qual egli conferma,  cos  ricercato  per  lettere  da
messer  Pietro  Ziani,  doge  di Venezia,  tutte quelle altre parti che li suoi
podest aveano nuovamente acquistate dell'imperio della Romania oltra le prime,
e vuole ch'egli e  li  successori  suoi  abbino  le  medesime  giurisdizioni  e
auttorit  nelle predette parti di nuovo acquistate dell'imperio,  "s come noi
abbiamo nelle cinque", per dire le sue proprie e formali parole, perci che gi
le parti de' primi baroni che l'acquistarono erano per la morte  loro  in  gran
parte pervenute nell'imperatore.  E queste carezze e favori non gi senza causa
il predetto imperatore faceva a' Veneziani,  perci che,  sapendo che le  forze
sue  erano  molto  indebolite nella Grecia e ch'altrove non poteva avere n pi
presto n maggior aiuto che da essi,  sopra le spalle  de'  quali  allora  gran
parte di tutto quell'imperio si riposava, gli avea in molto onore e riverenzia.
Messer  Iacomo  Tiepolo podest fece in questo tempo tregua per cinque anni con
Teodoro Lascari,  il quale per conto di  sua  moglie,  figliuola  d'Alessio  il
fratricida,  era  stato  da'  Greci  coronato imperatore poco dapoi la presa di
Constantinopoli,  e avea continuamente  signoreggiata  quella  parte  dell'Asia
all'incontro  di  Constantinopoli che ora si chiama la Natolia.  E convenne con
lui con solenne giuramento molte cose,  che dapoi apportarono  grande  utile  e
onore  insieme  alla  nazione  veneziana  e al despotato della Romania;  ma fra
l'altre che i  Veneziani  e  mercanti  di  Venezia  sicuramente  e  senz'alcuno
impedimento  o  danno  potessero fare le loro mercanzie e negociare nelle terre
del Lascari, essendo sempre liberi cos per mare come per terra, e con patto di
poter anco fare qualunche sorte di mercanzie loro piacesse nella sudetta  terra
senza  pagare  alcuna gravezza o il comerchio,  ch'era una sorte di gabella che
allora e oggi ancora si costuma pagare in Constantinopoli  e  in  Soria,  e  in
ogn'altro  luogo  soggetto  all'imperio  del  Turco,  da tutti egualmente e da'
Turchi istessi (la quale gabella per del comerchio era pagata  da  quelli  del
Lascari,  cos  in  Constantinopoli come in qualunche altro luogo de' Veneziani
nella Romania);  e s'alcuna nave veneziana o de' loro sudditi pericolasse nelle
terre a lui soggette,  la robba fusse resa loro interamente.  Appresso,  che se
alcuno Veneziano o mercante  suddito,  morendo  nel  stato  suo,  avesse  fatto
testamento,  tutto  l'aver  suo fusse realmente reso agli eredi;  e caso che ei
fosse morto senza testamento, n avesse avuto appresso di s alcuno de' suoi al
tempo della sua morte,  la robba sua dovesse esser conservata salva appresso il
signor  della  citt nella quale egli fusse morto,  infin che apparisse colui a
chi ragionevolmente aspettasse;  con solenne giuramento e  particolar  promessa
che  n  il  Lascari  nel suo imperio,  n il doge di Venezia nel suo despotato
nella Romania,  avessero facult di far battere ad un istesso modo iperperi  n
manulati  (il  manulato era una sorte di moneta di molta riputazione appresso i
Greci,   chiamata  da  questo  nome  per   conto   di   Manoel   imperator   di
Constantinopoli,  che  ne  fu l'autore),  n alcun'altra sorte di moneta che si
assomigliasse l'una a l'altra,  ma ciascuno diversamente battesse  la  sua;  n
potesse  il  Lascari a modo alcuno mandare sue navi o altri legni alla citt di
Constantinopoli n fare soldati sopra il despotato  de'  Veneziani  durante  la
tregua,  senza  licenzia  del  doge  di Venezia.  Questo  quello messer Iacomo
Tiepolo che per il suo valore ascese poi al principato de questa  Republica,  e
fece  raccore  e ordinare tutti li statuti di Venezia riducendoli in un volume,
ne'  quali  si  vede  ancora  dichiarato  l'ordine  che  in  quel   tempo   che
signoreggiavano Constantinopoli s'osservava in questa citt circa li testamenti
de'  Veneziani  che  qui  erano  portati da Constantinopoli,  fatti per modo di
breviario: che non se gli avesse a prestar fede se non erano  sottoscritti  dal
podest de' Veneziani o suo sustituto,  o almeno da uno de' conseglieri mandati
di qui dalla Signoria.
Teodoro Lascari,  dapoi  fatta  tregua  col  Tiepolo,  desiderando  fare  anche
parentado coll'imperator Roberto per fermar meglio le cose sue, tent di dargli
per  moglie Eudocia sua figliuola;  ma essendogli vietato per il suo patriarca,
che non volse acconsentirvi,  come che il far parentado con Latini fusse  quasi
contro gl'instituti loro,  non gli riusc il pensiero.  Onde egli,  volendo pur
fornire questo suo desiderio, e tentate molte altre strade senza effetto,  alla
fine pieno di sdegno si mor, lasciando l'imperio a Giovanni Vatazo suo genero,
ch'altrimente  era  chiamato  il duca,  marito di Irene sua figliuola,  per non
esser il figliuolo che gli era nato nel secondo matrimonio della moglie  armena
ancora  in  et matura e atto al governo,  n vivendo allora alcuno di que' due
figliuoli ch'ebbe della prima moglie Anna,  figliuola del  tiranno  Alessio  di
Constantinopoli. Era Teodoro di et vicino a cinquanta anni quando mor, avendo
regnato  intorno  a diciotto anni,  e (per quello ch'io ho letto in una istoria
greca di que' tempi non ancora publicata) di picciola statura,  di color bruno,
con  la  barba  lunga  divisa  in  due parti nella summit,  quasi guercio d'un
occhio,  molto animoso e pronto nel combattere,  ma uomo che dall'ira  e  dalla
lussuria  difficilmente si potea astenere;  nel resto liberalissimo signore,  e
tanto magnifico che volea spesse volte quelli a' quali  pur  una  volta  alcuna
cosa  donava  incontinente  far ricchi.  Nelle guerre specialmente fatte contro
Latini e Persiani fu assai sfortunato.  Ebbe il suo corpo  sepoltura  dov'erano
l'ossa d'Anna sua prima moglie, nel monasterio del Iacinto nella citt di Nicea
in Bitinia.
Alla  fine,  Roberto  imperatore di Constantinopoli (per ritornar a lui),  come
alle volte aviene ai giovani,  innamoratosi  imprudentemente  d'una  bellissima
giovane greca,  di nobil sangue e ricca,  ancor che sapesse che dalla madre era
stata promessa ad un Borgognone de' primi capitani del suo esercito, senz'alcun
rispetto e con grande insolenzia tolta,  la men a casa.  La quale ingiuria non
potendo  il  Borgognone  sostenere,  pieno  d'ira  e  di  furore,  non  essendo
l'imperatore in Constantinopoli,  con molti suoi seguaci  entr  una  notte  in
palazzo, e rotte le porte, presa la giovane e la madre, a quella tagli il naso
e l'orecchie;  e la madre, come quella che era stata cagione della rapina della
figliuola,  fece  affogar  in  mare.   Questo  miserabil  caso  perturb  tanto
l'imperatore che,  pieno di sdegno e di cordoglio per lo scorno grande fattogli
dal capitano,  raccomandato ch'ebbe l'imperio a messer  Marin  Michele  (ch'era
allora, secondo alcuni, podest de' Veneziani), come quello che faceva pensiero
di  non  voler  pi  ritornar a Constantinopoli,  si part disperato e venne in
Italia; dove,  ito a Roma per dolersi col papa di questa sua miseria e sciagura
che  gli  era  avenuta,  stato  che  fu  alquanto  tempo appresso sua Santit e
amorevolmente   da   lei   racconsolato,   fu   consigliato   a   ritornare   a
Constantinopoli:  nel  qual  viaggio,  gravemente  ammalato,  nella Morea mor,
lasciando l'imperio a suo fratello  Baldovino,  per  l'et  non  ancor  atto  a
governar l'imperio. Il quale, essendo poi giunto all'et matura, morto Giovanni
conte di Brena,  re di Ierusalemme, suo suocero (che avendogli dopo la morte di
Roberto suo fratello data la sua figliuola Marta per moglie,  e  col  consiglio
de'  primi  baroni  del  governo  dell'imperio  governato e molto valorosamente
dall'impeto del Vatazzo difeso alquanti anni lo stato),  fu coronato imperatore
di  Constantinopoli.  Ed  quello del quale messer Marco Polo nel principio del
suo libro scrivendo dice: "Nel tempo di Balduin imperatore di  Constantinopoli,
dove  allora  soleva  stare  un  podest di Venezia per nome di messer lo dose,
correndo gli anni di nostro Signore 1250, etc.".
Di qui avenne che,  volendo egli al tempo che compose e scrisse questo libro in
Genova, che fu del 1298, notificar particolarmente e descrivere il tempo apunto
nel  quale suo padre e zio s'erano ritrovati in Constantinopoli,  che fu l'anno
1250, nel principato di messer Marin Moresini doge di Venezia, giudic lui cosa
molto degna e lodevole (ancor che in quel tempo gran parte della  porzione  del
stato di Veneziani nella Romania fosse gi perduta con la signoria de' Francesi
in  Grecia)  incominciar  con  la  memoria  di  questo tempo a descriver il suo
viaggio, per dimostrare l'onorificenzia e grandezza in che per avanti era stata
la sua patria: perci che,  allora ch'egli dimorava prigione in  Genova,  erano
gi  nel  spacio  di  que'  quarantaotto  anni  stati scacciati li Francesi dal
Vatazzo,  col sopradetto Baldovino imperatore che lui nomina,  e  per  mezo  di
Michel  Paleologo gli Greci ritornati nel lor primo imperio di Constantinopoli.
Della quale impresa, come rara e illustre, io ne ho in questo luogo,  parendomi
fare  molto  al  proposito  nostro,  cos brevemente (toccando per alcune cose
necessarie da sapere) voluto far menzione,  accioch a quelli lettori  che  non
averanno  alcuna  cognizione,  o  almen  poca,  delle  cose  di que' tempi,  n
saperanno lo stato nel quale allora questi signori  si  ritrovavano,  non  paia
cosa  fabulosa  il  leggere che gi trecento anni questa Republica abbia tenuto
per cos lungo spazio di tempo podest in Constantinopoli, s com'ella fece,  e
sia  con molto beneficio della cristianit stata tanti anni patrona d'una parte
di quella cos bella e gloriosa citt e di quel tanto maraviglioso imperio, che
ora, per le molte discordie longamente state fra' principi cristiani, si truova
soggetto agl'infideli.
Ma chi aver piacere d'intendere particolarmente e con pi diritto e continuato
ordine il filo di tutta questa istoria,  ch'io di sopra non ho raccontato n  
sino ora stata scritta da alcuno,  incominciando specialmente dal principio che
Teobaldo conte di Campagna e di Bria,  e Luis conte di Bles,  con  Baldovino  e
gl'altri baroni, l'anno 1200 presero la cruciata nella Fiandra, e fatto il loro
parlamento  in  una  citt  di Campagna,  mandarono l'anno seguente sei onorati
baroni loro ambasciatori al doge Dandolo a Venezia,  con lettere di credenza  e
molti  partiti,  a  dimandare  navilii e un'armata per passare in Soria con uno
esercito di trentotto in quarantamila persone che  aveano  raccolto,  e  andare
alla recuperazione di Terra Santa, legger l'istoria di Paolo mio figliuolo, la
quale  egli  latinamente  scrive d'ordine dell'illustrissimo ed eccellentissimo
Consiglio di Dieci di questa Republica. Il quale,  accioch la memoria di tanto
illustre  e  gloriosa impresa non sia molto pi dalla longhezza del tempo fatta
oscura di quello che ella  stata fin ora,  gli ha con la sua solita liberalit
e  magnificenza  dato  carico che ne debba far un copioso volume,  raccogliendo
tutte quelle cose che si truovano scritte,  parte  ne'  memoriali  e  scritture
autentiche  portate  in  que'  tempi  con molte gioie e tesori dell'acquisto di
Constantinopoli in questa citt,  dagli altri istorici  che  ne  hanno  parlato
pretermesse,  e parte ne' commentari scritti a penna ritrovati a' nostri tempi,
che mai il Sabellico n alcun altro scrittore ha veduti, d'un grande gentiluomo
francese di molta auttorit e maneggio, il quale,  ritrovandosi sempre presente
col  conte  Baldovino  di Fiandra ed Enrico suo fratello in questa impresa,  la
volse allora,  come colui  che  la  maneggi  e  della  quale  n'era  benissimo
instrutto,  nella  lingua  francese  con  molte  belle particolarit e con ogni
diligenzia descrivere.  Questo libro gi alquanti  anni  il  clarissimo  messer
Francesco  Contarino,  il  procuratore  di  San  Marco,  essendo ambasciator in
Fiandra a Carlo V imperatore l'anno 1541,  e avendolo a caso  in  una  libraria
d'un monastero trovato, port seco in questa citt, non volendo patire che cos
bella  istoria,  tanto diligentemente e con tanto onore della sua patria per un
uomo francese descritta,  che altrove non si trovava,  rimanesse  perpetuamente
nascosta in un solo libro scritto a penna dentro una libraria della Fiandra.
Or  in  queste  istorie  di  mio  figliuolo  si  leggeranno  le  mutazioni  e i
rivolgimenti di quelle signorie,  con la morte,  creazioni e prigionie di tanti
imperatori  e  tiranni  ch'erano  a  quel  tempo  in molte parti della Grecia e
dell'Asia, con la turbulenzia del stato loro,  e finalmente la perdita di tutto
quello imperio che pervenne nei Latini; il dominio de' Veneziani nella Romania,
con  suoi  privilegii  e onoratissime giurisdizioni,  e co' nomi di ciascheduna
citt, luogo,  castello o casale,  che cos nella Tracia come nella Morea e nel
Peloponeso  le  toccarono  in  sorte  nella  divisione  dell'imperio  fatta da'
partitori; e dell'isole dell'Arcipelago, e de' signori che l'occuparono,  a chi
furono  tolte;  la  porzione  dell'imperio  venuto in sorte a' baroni francesi,
ch'altrimente si  chiamavano  pellegrini,  e  quella  del  medesimo  imperatore
Balduino ed Enrico fratelli,  incoronati imperatori l'un dopo l'altro,  con lor
nozze e parentadi dopo l'acquisto dell'imperio fatti; la creazione del marchese
di Monferrato in re di Salonichi e l'imperio suo,  col maritaggio nella sorella
del re d'Ungaria;  la morte di Balduino, primo imperatore de' Latini, al quale,
dopo preso da Valachi e Bulgari il primo anno del suo imperio in un  conflitto,
e tenuto molti mesi prigione, fu tagliata la testa e portata a Ioannizza lor re
in Ternoviza,  il quale,  fattala nettare e trattone gl'interiori,  adornata in
forma di vaso, con molto oro intorno, la facea adoperare per bere in vece d'una
tazza.  Si legger il valor  e  la  morte  del  principe  Dandolo  nell'assedio
d'Andrinopoli,  ove guidava l'esercito dopo la perdita dell'imperatore; il modo
con che fu primieramente instituito il podest  che  tanti  anni  tenne  questa
Republica  in  Constantinopoli,  del qual parla messer Marco Polo nel principio
del suo viaggio, con tutti e' nomi de' magistrati veneziani che solevano sedere
in quella citt e nell'imperio;  le gioie,  i tesori,  le colonne,  i marmi che
vennero  di  que'  paesi  e della Grecia mentre che signoreggiorno i Veneziani;
come furno da  Constantinopoli  portati  que'  quattro  bellissimi  cavalli  di
metallo,  di mirabil arteficio,  che Costantino imperatore,  tolti dall'arco di
Nerone,  ch'egli avea di prima tolti  dall'arco  d'Augusto,  port  da  Roma  a
Constantinopoli,  e  ch'ora si veggono nel corridore della chiesa di San Marco,
sopra la piazza,  da tutto 'l mondo sempre riguardati con somma maraviglia;  le
molte  reliquie  d'infiniti  uomini  santi  e beati,  di che son piene tutte le
chiese e monasteri di questa citt,  e l'istessa chiesa di San  Marco;  con  le
longhe  guerre,  che  parte  Bonifacio re de Salonichi fece contro Leon Scrugo,
tiranno del Peloponeso,  che difendendosi con molte astuzie  teneva  Coranto  e
Napoli di Romania,  dando di molto travaglio a' Latini,  e parte che 'l podest
de' Veneziani insieme  con  Francesi  e  l'imperator  Enrico,  confederati  con
Teodoro Brana greco (che solo del rimanente de' Greci teneva lega con Francesi,
per aver per moglie Anna,  figliuola di Lodovico sesto re di Francia,  padre di
Filippo il Pietoso,  la quale era stata avanti la presa di Constantinopoli  nel
primo maritaggio moglie d'Alessio,  figliuolo di Manoel imperatore),  fecero in
diversi tempi nella Turchia,  prima con Teodoro Lascari,  il  quale  per  conto
della prima moglie greca pretendeva ragione sull'imperio,  e signoreggiava gran
parte di quel paese,  facendo molti danni a' Veneziani e a' Francesi  oltra  lo
stretto,  e poi contra Ioannizza,  re di Valachia e Bulgaria,  nella Tracia; il
quale,  nemico per ragione ereditaria,  insino dal tempo di Pietro e Asane suoi
fratelli,  del  nome greco e latino,  avea destrutta Napoli di Tracia,  Paned,
Eraclea,  Tzurolo,  ora Chiorlich,  e molt'altre citt del loro stato  insin  a
canto Constantinopoli; che finalmente, dopo l'avere molti anni guerreggiato con
loro,  si mor di mal di punta appresso Salonichi,  essendogli paruto una notte
in sogno,  nel mezo del dormire,  vedersi da un soldato passare il costato  con
una lancia,  che fu detto allora esser il significato della qualit della morte
che divinamente doveva essergli mandata.
Ma avendo sufficientemente, e forse pi che a bastanza, con tanta digressione e
cos longa diceria dimostrato quello ch'io da prima avevo tolto a  narrare  del
principio  del  libro  di  questo  scrittore,  mettendo  qui fine mi volger ad
esporre alcuni pochi luoghi sparsi ne' libri de messer Marco Polo, i quali, per
maggior intelligenzia de' benigni lettori, alcuna dichiarazione richieggono.


Dichiarazione d'alcuni luoghi ne' libri di messer Marco Polo,
con l'istoria del reubarbaro
La cagione perch messer Marco Polo,  nel primo capitolo del suo  primo  libro,
incominciasse  a  scrivere  il  suo  viaggio dall'Armenia minore fu questa: che
partendosi egli di Acre,  ov'era legato Teobaldo de' Visconti,  che fu poi papa
Gregorio X,  and per mare al porto della Ghiazzia, ch' nell'Armenia minore, e
fu questo il primo luogo dove smontasse per andare con suo padre e con suo  zio
al gran Cane.  E allora le due Armenie,  cio minore e maggiore, erano sotto un
principe cristiano, qual veniva col suo stato fino sopra il mare della Soria ed
era tributario de' Tartari.  Per lo descrisse secondo che  li  fu  riferto  da
persone  idiote;  n  bisogna  che  qui el lettore ricerchi da questo scrittore
quella diligenzia e modo di  scrivere  che  usano  Strabone,  Tolomeo  e  altri
simili,  per ci che quella et era molto rozza,  e non s'era ancora introdotto
negli uomini quella politezza di  lettere  ed  eleganza  di  stile  e  modo  di
descrivere la cosmografia che ora s'usa; aggiunto anco che in quelli tempi, per
le  continue  guerre  state  lungamente  de'  Tartari,  che occuparono tutto il
Levante, s come fecero i Gotti il Ponente,  li termini antichi delle provincie
erano  tanto  confusi,  e  in  maniera  cambiati  li nomi e mescolata l'una con
l'altra provincia, che quantunche egli avesse voluto usare maggiore diligenzia,
non ci averebbe per ci potuto dare miglior cognizione di quella  che  egli  ha
fatto.  E questa mutazione de' nomi fu causa che quello che possedeva questo re
cristiano d'Armenia, secondo che dice il principe Ismael, si chiamava allora il
regno de' Romei,  cio Greci: e fino sopra il sino Issico,  ch' il golfo della
Ghiazzia,  giugnevano  i  suoi  confini,  de'  quali  informandosi messer Marco
intese, come nel secondo capitolo scrive,  che dalla parte di verso mezod vi 
la Terra Santa; da tramontana i Turcomani, ch'ora si chiaman Caramani; da greco
levante  Cayssaria  e Sevesta;  verso ponente il mare Mediterraneo.  E come nel
terzo capitolo dice, le due citt insieme col Cogno erano nella Turcomania,  le
quali sono poste da Tolomeo nella Cilicia, e le chiama messer Marco Cayssaria e
Sevaste, cio Caesarea e Augusta, e Iconium il Cogno, nella Licaonia.
E  dicendo Turcomani,  nome moderno posto da' Tartari,  avendo io voluto vedere
quello che  ne  parla  Ismael  nella  sua  geografia,  m'  parso  doverlo  qui
includere,  il quale, descrivendo il lito del mare di Soria e cominciando dalla
citt di Seleucia,  che al suo tempo si chiamava Suidia,  dice in questo  modo:
che  'l  principia  a  voltar  il  suo  corso verso ponente fino che 'l passa i
confini del regno di musulmani,  cio Turchi (perch al  tempo  d'Ismael  tutta
l'Asia minore era de' cristiani),  e tirato un poco di tratto verso tramontana,
va alle porte di Scanderona, che son le porte dell'Amano appresso Alessandretta
(quivi  il confine fra musulmani e Aramani, cio della Cilicia), e poi va alle
porte della Ghiazza,  ove  il porto della regione d'Araman,  cio  Cilicia;  e
voltandosi  il lito verso ponente tramontana,  scorre fino alla citt di Tarso,
la qual  in longitudine cinquantotto gradi e in latitudine trentasette e mezo,
e tirando pur in ponente passa i confini di  Araman  fino  in  Coruch,  che  si
chiama dall'interprete d'Ismael Corycium Antrum;  qual passato,  vi  la region
de' popoli della Turcomania, che sono discesi da Caraman Turcoman,  e in quella
regione vi  il monte Caraman che 'l detto interprete chiama monte Tauro,  dove
dice Ismael che al suo tempo abitava la moltitudine di Turcomani, il signor de'
quali si chiamava Avad Caraman,  e questo monte s'estende dalli  confini  della
citt  di  Tarso  fino  al  regno  de  Lascari,  che  vuol  dir  all'imperio di
Constantinopoli.  Questo  quel Teodoro Lascari ch'ebbe per  moglie  Anna,  una
delle  figliuole  di  quello  Alessio  che  cav  gli  occhi  al fratello Isaac
imperatore e si fece tiranno di Constantinopoli,  come  detto di sopra;  e per
tal ragione,  signoreggiando i Veneziani e Francesi la citt di Constantinopoli
e gran parte dell'imperio della Romania,  lui tiranneggiava  molte  citt  alla
marina  e fra terra,  in quella parte dell'Asia ch' verso il mar Maggiore e la
Propontide,  all'incontro di Constantinopoli,  la  qual  oggid  si  chiama  la
Natolia,  overo  la Turchia.  Da queste parole si vede (come dice messer Marco)
che  questi  tal  popoli  turcomani  abitavano  sopra  le  montagne  e   luoghi
inaccessibili, come  il monte Tauro e il monte Amano.
Darzizi,  nel  cap.  quarto del primo libro,  ora  chiamata Bargis;  Paipurth,
Carpurt.
Del monte altissimo di che nell'istesso capitolo si parla,  ove si ferm l'arca
di No dapoi il diluvio, dicono alcuni scrittori questo essere quello dove sono
i monti Gordiei, quali Strabone vuole che siano una parte del monte Tauro.
La  provincia  della  Zorzania,  al  quinto  capitolo,   quella che,  appresso
Strabone, Plinio e Tolomeo detta Iberia, fu da questo nome chiamata per memoria
del valoroso e glorioso martire san Zorzi,  che ivi predic la fede del  nostro
Signor Ies Cristo: per il che  anco in grandissima venerazione appresso tutti
que' popoli.
Del  mar  Abbac,  over  Ircano  o  Caspio,  di  che si parla in questo istesso
capitolo,  dir brevemente quello che ne ho  trovato  in  diversi  auttori,  s
antichi come moderni,  ancor che si comprenda che poco ne sappino, e che messer
Marco istesso ne tocchi un poco: e questo  che tutti mettono  terra  incognita
sopra  quello  alla  volta  di tramontana,  dove dicono essere la regione detta
Turquestan da Ismael,  e da messer Marco la gran Turchia;  di verso  mezod  vi
sono due citt famose per li suoi porti,  l'una Derbent, cio la Porta di Ferro
over Porte Caspie, e l'altra Abbac,  che dette il nome al mare;  qual al tempo
di Augusto Cesare non si sapeva che 'l fusse serrato di sopra, come al presente
si  sa ch' come un lago,  ma pensavasi che 'l fusse un braccio del mare Oceano
che dalla parte di tramontana entrasse in quello, come recita Strabone, dicendo
che Pompeo, nella guerra contra Mitridate, n'avea scoperto gran parte.  Ismael,
parlando di quello,  dice: "Questo mare  salso, n v'entra in quello l'Oceano,
ma  del tutto separato e quasi come rotondo,  e  s'estende  in  lunghezza  per
ottocento  miglia  e  per  larghezza  seicento,  e che la sua rotundit  forma
ovale,  ancor che altri vogliono che la sia triangulare;  e  chiamasi  con  tre
nomi,  cio el Cunzar,  Giorgian, Terbestan. La sua parte di verso ponente sono
gradi 66 di longitudine e 41 di latitudine. Appresso la Porta di Ferro, andando
verso mezod per 153 miglia,  vi sono le bocche del fiume Elcur,  che si chiama
Cyro  appresso Tolomeo.  Andando verso sirocco si trova la citt di Mogan della
provincia di Ardiul;  ma a l'ultima volta di mezod,  passati  231  miglia,  si
trova  la  region del Terbestan,  e in quel lito vi sono le provincie d'Elgil e
Deilun. Poi, voltatosi verso levante, si viene alla citt di Abseron, la qual 
in longitudine gradi 79.45, e in latitudine 37.20,  e scorre verso levante fino
a 80 gradi di longitudine e 40 di latitudine;  e andando avanti fino a gradi 50
di latitudine e 79 di longitudine si  volta  verso  tramontana,  dove  sono  le
provincie  del  Turquestan e il monte Sehacuat.  E in questo progresso il fiume
Elatach,  per essere il maggiore di tutti quelli che sono  in  quelle  regioni,
scarica  in  mare  le  sue  acque con molte bocche,  e fa grandissimi canneti e
paludi;  e gli abitanti vicini che ivi navicano referiscono che,  come  l'acque
del detto giungono in mare, l'acque salse e chiare divengono di varii colori, e
si  navica  molti giorni sempre trovando l'acqua dolce".  La qual cosa conferma
Plinio dicendo che, essendo Pompeo nella istessa guerra contra Mitridate, li fo
affermato che alcune parti del detto mare erano dolci,  per la gran moltitudine
de'  fiumi  che  correno  in  quello.  Questo fiume Elatah  quello che Tolomeo
chiama Rha, e li volgari Herdil, over Volga.
Del miracolo de' pesci,  che dice nel quinto capitolo messer Marco Polo che  si
pigliano per li quaranta giorni della quadragesima nel lago di Geluchalat, dove
  il  monasterio  di  San  Leonardo,  dico  che  'l prefato Abylfada Ismael fa
menzione di questo istesso lago e lo chiama Argis,  e lo mette nelli confini di
tre provincie,  cio Armenia,  Assiria e Media, sopra le ripe del quale vi sono
queste citt: Calat,  che si deve credere che li desse il nome,  secondo che lo
chiama  messer  Marco,  e poi Argis,  Van e Vastan.  E dice che si pesca per 40
giorni nella primavera una sola sorte di pesce detto tarichio,  quale si  secca
all'aere  dal  vento  e  si  porta  poi per gran mercanzia per tutte le regioni
vicine,  e dapoi per tutto l'anno pi non si vede.  In conformit  delle  quali
parole  leggesi  scritto  in  alcuni  commentari  non  ancor stampati d'un uomo
francese molto dotto, nominato messer Pietro Gyllio d'Alby, che mi fur mostrati
alli mesi passati: qual del 1547 si trov nel  campo  del  gran  Turco  Solyman
ottoman,  quando  egli and contra siac Tecmes il Sof,  e vidde questo istesso
lago,  quale dice credere che sia quello che da Strabone  vien  detto  Martiana
Palus;  ne'  quali  esso messer Pietro scrive che per 40 giorni solamente della
primavera pigliano di detto pesce in tanta quantit che seccato  ne  cargano  i
carri  per  mandare  nelli  paesi  circonvicini,  per  essere bonissimo e molto
desiderato da ognuno: passati  li  detti  40  giorni,  pi  non  si  vede.  Che
veramente  al tempo di messer Marco Polo sopra detto lago vi fusse un monastero
de' monachi di San Leonardo  cosa credibile e  molto  verisimile,  perch  gli
abitatori  erano  allora  tutti armeni,  cio cristiani.  Questo lago di Argis,
secondo Ismael,   in gradi 67.5 di longitudine,  38.30 di latitudine;  secondo
altri poi 66.20, 40 e 8 overo 68.5 di longitudine, 40.35 di latitudine.
Dell'andanico,  di  che  parla  messer  Marco  nel capitolo 19 del primo libro,
quando dice che nella citt di  Cobinam,  dove  si  fanno  i  specchi  d'azzale
finissimo molto belli e grandi,  vi  assai andanico,  da sapere che, avendone
io per mezo di  messer  Michele  Mambr,  interprete  di  questa  illustrissima
Signoria nella lingua turca,  dimandato molte volte a molti Persiani venuti qui
in Venezia in  diversi  tempi  con  loro  mercanzie,  m'hanno  detto  tutti  in
conformit  andanico essere una sorte di ferro over azzale,  tanto eccellente e
precioso e stato sempre di tanta stima in tutte quelle parti  che,  quando  uno
alli  tempi  antichi  poteva avere un specchio overo una spada di andanico,  li
teneva non pi come una spada o come un specchio, ma come molto cara gioia.
Nel capitolo  38  del  primo  libro  di  messer  Marco  Polo,  trattandosi  del
reubarbaro,  che  nasce nella provincia di Succuir ed  di l portato in queste
nostre parti e per tutto il mondo,  parendomi questa  cosa  fra  tutte  l'altre
degna  di  cognizione,  per  l'uso  grande in che tutti gli uomini communemente
l'adoperano nelle lor malattie oggid,  n sapendo io che  fin  ora  in  alcuno
libro  si  legga tanto di quello quanto gi intesi da un uomo persiano di molto
bello ingegno e giudicio,  mi  pare  qui  essere  sommamente  necessario  ch'io
particolarmente   descriva   quel  poco  che  gli  anni  passati  ebbi  ventura
d'intendere da costui,  il  quale  era  chiamato  Chaggi  Memet,  nativo  della
provincia di Chilan,  appresso al mare Caspio,  d'una citt detta Tabas; ed era
personalmente stato fino in Succuir,  essendo  dipoi  in  Venezia  quelli  mesi
venuto  con  molta  quantit  di detto reubarbaro.  Questo adunche,  essendo io
andato quel giorno che ne ragionammo a desinare a Murano fuori  di  Venezia  (e
per  uscire  della  citt,  per  ci  che  ero  assai  libero da' servigi della
Republica, e per goderlo con nostro maggiore contento), avendo per sorte in mia
compagnia l'eccellente architetto messer Michele San Michele di Verona e messer
Tomaso Giunti, miei carissimi amici, doppo levato il mantile di tavola nel fine
del desinare,  per il mezo di messer  Michele  Mambr,  uomo  dottissimo  nella
lingua araba,  persiana e turca, e persona di molto gentili costumi, il quale 
per il suo valore oggid interprete  di  questa  illustrissima  Signoria  nella
lingua turca,  incominci a dire cos,  e il Mambr interpretava. Primieramente
che egli era stato a Succuir e Campion,  cittadi della provincia di Tanguth nel
principio del stato del gran Cane,  il quale disse che si nominava Daimir Can e
mandava suoi rettori al governo di dette  cittadi  (delle  quali  parla  messer
Marco nel libro primo al capitolo 38, 39), le quali son le prime verso il paese
de'  musulmani  che  siano  idolatre;  e  vi  and  con  la caravana che va con
mercanzie del paese della Persia e da quelli  vicini  al  mare  Caspio  per  le
regioni del Cataio, la qual caravana non lassano costoro che penetri pi avanti
di Succuir e Campion,  n similmente alcun mercante che sia in quella,  eccetto
che se non andasse ambasciatore al gran Cane.
Questa citt di Succuir  grande e populatissima,  con bellissime case fatte di
pietre  cotte  all'italiana,  e ha molti tempii grandi con loro idoli di pietra
viva;  posta in una pianura  dove  corrono  infiniti  fiumicelli,  la  quale  
abbondantissima  di  vettovaglie  d'ogni  sorte,  e  dove si fanno sete con gli
alberi di more negre in grandissima quantit.  Non vi nasce vino,  ma fanno  la
lor bevanda con mele a modo di cervosa;  de frutti,  per esser il paese freddo,
non vi nascono altri che peri, pomi,  armellini e persichi,  melloni e angurie.
Dipoi disse che il reubarbaro nasce da per tutto in quella provincia,  ma molto
miglior che altrove in alcune montagne ivi vicine,  alte e sassose,  dove  sono
molte  fontane  e  boschi di diverse sorti d'altissimi alberi;  e la terra  di
color rosso,  e per le molte pioggie e fontane che da per tutto  corrono  quasi
sempre fangosa.
Quanto  alla  radice e foglie,  avendone il predetto mercante per sorte portata
seco dal paese una picciola pittura,  per quello che si vedeva diligentemente e
con  molto  arteficio  dipinta,  trattosela  di  seno ce la mostr e descrisse,
dicendo quella esser la vera e natural figura del reubarbaro:  della  quale  ne
presi un ritratto per metterlo qui sotto in disegno, insieme con la sua istoria
e dichiarazione, secondo la relazione avuta da lui.

Sono adunche dette foglie lunghe ordinariamente, come disse, due spanne, ma pi
e  meno  poi  secondo la grandezza della pianta,  astrette da basso e larghe di
sopra. Hanno nella loro circonferenzia un certo pelo piccolino,  o lanugine che
vogliamo dire;  il tronco che viene sopra la terra,  al quale sono attaccate le
foglie,   verde e alto quattro dita e anco un palmo da  terra,  e  nascono  le
foglie  similmente  verdi,  ma  come s'invecchiscono divengono gialle,  s come
erano in pittura,  e si distendono per terra.  Produce il detto tronco nel mezo
un  certo  ramicello  sottile con alcuni fiori attaccati d'ogn'intorno,  simili
alle viole mammole nella forma,  ma di colore di latte  e  azzurro  e  alquanto
maggiori  delle  viole  mammole  sopradette,  l'odor  de' quali  molto acuto e
fastidioso,  e in modo che dispiace assai a coloro  che  l'odorano.  La  radice
similmente  che  sta  sotto terra  lunga un palmo o due fino in tre,  di color
nella scorza tan,  s  come  ve  ne  sono  di  grosse  e  sottili  secondo  la
proporzione;  de'  quali  anco  se  ne ritrovano fino della grossezza come  la
coscia d'un uomo e come  il mezo della gamba.  Ha questa  radice  molte  altre
radicette piccioline intorno che nascono da lei e sono sparse per la terra,  le
quali prima si levano via,  e poi si taglia la radice grossa per fare in pezzi;
la quale di dentro  di color giallo e ha molte vene di bellissimo rosso,  ed 
piena di molto sugo  giallo  e  rosso,  e  di  modo  viscoso  che,  toccandolo,
facilmente s'attacca alle dita e fa la mano gialla.  Dipoi tagliata la radice e
fatta in pezzi,  disse che se la volessero appicar allora allora per  seccarla,
tutto 'l sugo giallo viscoso uscirebbe fuori e cos diventerebbe leggiera, onde
credono  che  perderebbe  assai  della  sua bont e perfezione: per ci mettono
detti pezzi tutti sopra alcune lunghe tavole, e ogni giorno tre e quattro volte
gli vanno voltando e rivoltando, acci il sugo s'incorpori dentro e resti nella
radice congelato.  Nel fine poi di quattro  o  sei  giorni  gli  bucano  e  gli
appicano  con  cordicelle  all'aria  e al vento,  dove per non v'aggiunghino i
raggi del sole: e in questo modo si ha il reubarbaro in due mesi secco, e si fa
molto buono e perfetto.  Mi disse ancora che loro osservano  ordinariamente  di
cavare  il reubarbaro della terra l'invernata,  perch in tal tempo (avanti che
cominci a mandare fuora le foglie) il sugo e la virt  tutta unita e  raccolta
nella  sua  radice: il qual tempo  avanti la primavera,  la quale nel paese di
Campion e Succuir viene alla fine di maggio.  E di  pi  mi  disse  che  quelle
radici  del  reubarbaro  che si cavano la state,  e in quei tempi che le foglie
sono fuora,  non sono mature n hanno quel sugo giallo ch'hanno quelle che  son
cavate l'invernata,  e di pi sono fungose, rare, leggieri e asciutte, n manco
hanno quel colore rosso,  n sono di quella bont che quelle  che  sono  cavate
l'inverno.
Disse  ancora  che  quelli  che vanno a cavare dette radici sopra i detti monti
dove le nascono, portate che l'hanno alla pianura cos verde e con le foglie in
quel modo che l'hanno cavate della terra,  le mettono sopr'alcuni lor carri,  e
ne  vendono  pieno  un  carro con le foglie per sedici saggi d'argento;  perch
quivi non hanno moneta battuta,  ma fanno l'argento e l'oro in alcune verghette
sottili  e le tagliano in pezzetti picciolini del peso d'un saggio,  ch' quasi
simile al nostro: quale essendo d'argento,  vale  venti  soldi  di  Venezia  in
circa,  ed essendo d'oro vale uno scudo e mezo d'oro.  Il qual reubarbaro, cos
frescamente comperato,   dipoi dalli compratori acconcio e secco nel modo  che
di sopra s' detto.  E mi raccont cosa di gran maraviglia, cio che, se non vi
andassero in quelle parti del continuo i  mercanti  a  dimandarglielo,  non  lo
ricoglierebbero  mai,  perch  d'esso non ne fanno stima.  E coloro che vengono
dalla China e India ne levano maggior quantit di tutti gli  altri,  li  quali,
quando  condotto in Succuir sopra quei carri over some,  se non lo tagliassero
e governassero prestamente,  in termine di quattro o  sei  giorni  diventerebbe
marcio  e sobbollirebbe.  E mi afferm ancora,  di quello ch'egli aveva portato
seco in questa citt, che ne comper ben sette some di verde, il qual poi fatto
secco e acconcio non venne pi che una picciola soma.  E mi  disse  ancora  che
quando gli  verde  tanto amaro che non si pu gustare,  e che nelle terre del
Cataio non l'adoperano per medicina s come facciamo noi qua,  ma lo pestano  e
compongono  con  alcune  altre  misture  molto  odorifere  e  ne  fanno profumo
agl'idoli;  e in alcuni altri luoghi  ve  n'  tanta  copia  che  l'abbrucciano
continuamente  secco  in  cambio  di  legne;  altri,  come  hanno i lor cavalli
ammalati,  gli ne danno di continuo a mangiare,  tanto   poco  stimata  questa
radice  in  quelle  parti  del  Cataio.  Ma  ben  apprezzano molto pi un'altra
picciola radice,  la quale nasce nelle  montagne  di  Succuir,  dove  nasce  il
reubarbaro,  e  la  chiamano  mambroni  cini,  ed   carissima;  e' l'adoperano
ordinariamente nelle lor malattie, e massime in quella degli occhi, perch,  se
trita  sopra  una  pietra  con acqua rosa ungano gl'occhi,  sentono un mirabile
giovamento;  n crede che di quella radice ne sia portata in queste  parti,  n
meno  disse  di  saperla descrivere.  E di pi,  vedendo il piacer grande ch'io
sopra gl'altri pigliavo di questi ragionamenti,  mi disse che in tutto 'l paese
del  Cataio  s'adopera  anco  un'altra erba,  cio le foglie,  la quale da que'
popoli si chiama chiai catai:  e  nasce  nella  terra  del  Cataio  ch'  detta
Cacianfu,  la  quale   commune e apprezzata per tutti que' paesi.  Fanno detta
erba, cos secca come fresca,  bollire assai nell'acqua,  e pigliando di quella
decozione uno o doi bichieri a digiuno,  leva la febre,  il dolor di testa,  di
stomaco,  delle coste e delle giunture,  pigliandola per tanto calda quanto si
possa  soffrire;  e di pi disse esser buona ad infinite altre malattie,  delle
quali egli per allora non si ricordava,  ma fra l'altre alle gotte;  e  che  se
alcuno  per  sorte si sente lo stomaco grave per troppo cibo,  presa un poco di
questa decozione,  in breve tempo ar digerito.  E  per  ci    tanto  cara  e
apprezzata  ch'ognuno  che  va  in  viaggio  ne  vuol  portare seco,  e costoro
volentieri darebbono, per quello ch'egli diceva,  sempre un sacco di reubarbaro
per un'oncia di chiai catai;  e che quelli popoli cataini dicono che,  se nelle
nostre parti e nel paese della Persia e Franchia la si conoscesse,  i  mercanti
senza dubio non vorrebbono pi comperare ravend cini (che cos chiamano loro il
reubarbaro).
Quivi  fatto un poco di pausa,  e fattoli dimandare s'egli mi voleva dire altro
del reubarbaro,  e rispostomi non aver altro,  essendo il  giorno  molto  lungo
ancora,  e per non perdere quel resto della giornata che avanzava senza qualche
altro piacere, come avevamo fatto fin allora, gli domandai che viaggio egli nel
suo ritorno da Campion e Succuir avea fatto venendo a Constantinopoli,  e se me
lo  avesse saputo raccontare.  Risposemi per il Mambr nostro interprete che mi
narrarebbe il tutto volentieri,  e incomminci  a  dire  ch'egli  non  era  gi
ritornato  per quella istessa via che avea prima fatta andando con la carovana,
per ci che,  al tempo ch'egli si voleva  partire,  occorse  che  que'  signori
tartari dalle berrette verdi,  chiamati Iescilbas,  mandarono per sorte un loro
ambasciatore con molta compagnia per la via della Tartaria deserta sopra il mar
Caspio al gran Turco a Constantinopoli,  per far lega e andare contra il Soff,
lor commune nimico: per la qual occasione di compagnia gli parve bene di venire
con  loro,  avendo,  oltra la commodit del viaggio,  molto vantaggio anche nel
vivere,  e cos venne con loro fino a Caffa;  ma che per ci non restarebbe  di
raccontare volentieri il viaggio ch'egli averia fatto se fusse ritornato per la
strada  che l'era andato.  Onde disse che 'l viaggio sarebbe stato questo: cio
che, partendosi dalla citt di Campion, sarebbe venuto a Gauta,  ch' lo spacio
di sei giornate lontana,  perch ogni giorno fanno tante farsenc (e una farsenc
persiana  tre delle nostre miglia), e fanno che una giornata sia 8 farsenc, ma
per causa de deserti e monti non ne fanno la met,  ancora che le giornate  che
fecero per li deserti fossero la met dell'altre ordinarie. Da Gauta si viene a
Succuir in 5 giornate,  e da Succuir a Camul in quindici, dove incomminciano ad
essere musulmani,  essendo fin qui stati idolatri;  e  da  Camul  a  Turfon  in
tredeci,  e  da  Turfon si passano tre citt: la prima Chialis,  che vi sono 10
giornate; poi Chuchi, altre 10; poi Acs,  20 giornate.  Da Acs a Cascar altre
20  giornate  di asprissimo deserto,  essendo stato il primo viaggio fin l per
luoghi abitati; da Cascar a Samarcand 25; da Samarcand a Bochara, nel Corassam,
cinque; da Bochara ad Eri 20; e quindi si viene a Veremi in 15 giornate,  e poi
a Casibin in 6,  e da Casibin a Soltania in 4, e da Soltania alla gran citt di
Tauris in sei.  Questo  quanto sottrassi da questo  mercante  persiano,  e  la
relazione  di  tal viaggio mi fu tanto pi grata quanto che riconobbi,  con mio
molto contento,  li medesimi nomi di molte  citt  e  alcune  provincie  essere
scritti  nel primo libro del viaggio de messer Marco Polo,  per causa del quale
mi  parso in parte necessario doverla qui raccontare.
Parmi conveniente qui ancora aggiungere un breve sommario fattomi  dal  sudetto
Chaggi  Memet,  mercante  persiano,  avanti  il  suo  partire  di questa citt,
d'alcuni pochi particolari della citt de Campion e di quelle genti;  li  quali
s come da lui brevemente e per capi furono referiti,  cos io qui nel medesimo
modo gli racconter a beneficio e utile de' benigni lettori.
La citt di Campion  abitata  da  popoli  che  sono  idolatri,  soggetta  alla
signoria de Daimir Can, grande imperatore de' Tartari; la qual citt  posta in
una  fertilissima  pianura tutta coltivata e abbondante d'ogni sorte di vivere.
Vanno vestiti quei popoli di tele di bombagio di color negro, l'inverno fodrate
di pelle di lupi e di castroni li poveri, e li ricchi di zibellini e martori di
gran prezzo;  portano le berrette  nere,  aguzze  come  un  pane  di  zucchero.
Gl'uomini sono pi tosto piccioli che grandi;  usano di portare barba come noi,
e massime certo tempo dell'anno.  Le fabriche delle lor case son fatte al  modo
nostro,  di  pietre  cotte e di pietre vive,  con due e tre solari,  quali sono
soffittati e dipinti di pittura di varii e diversi colori e di figure;  vi sono
anco infiniti pittori,  e vi  una contrada dove non abita altri che pittori. I
signori per pompa e magnificenza fanno fare un solare grande, sopra il quale vi
fanno dirizzare duoi padiglioni di seta,  riccamati d'oro  e  d'argento  e  con
molte perle e gioie,  dove stanno loro e gli amici suoi,  e lo fanno portare da
40 in 50 schiavi,  e cos vanno per la citt a sollazzo;  i gentiluomini  vanno
sopra un solaro scoperto semplicemente portato da 4 over 6 uomini,  senza altro
ornamento.
I tempii loro sono fatti al modo delle nostre chiese, con le colonne per lungo,
e ve ne sono de cos grandi che vi sarebbono capaci  di  quattro  o  cinquemila
persone;  e vi sono ancora due statue,  cio d'un uomo e d'una donna, lunghe 40
piedi l'una,  distese per terra,  tutte dorate,  e sono tutte d'un pezzo.  E vi
sono  valenti  tagliapietre;  fanno  condurre  pietre vive da due e tre mesi di
cammino sopra carri di 40 ruote ferrate, alti di ruote, tirati da 500 e 600 fra
cavalli e muli. Sonvi altre statue picciole, che hanno sei e sette capi e dieci
mani, che tengono ciascuna diverse cose, come saria dire una un serpe,  l'altra
un uccello e l'altra un fiore.
Sonvi alcuni monasterii dove stanno molti uomini di santissima vita, e hanno le
porte  delle lor stanzie murate,  s che non possono mai uscire in vita loro: e
gli viene ogni giorno portato il vivere. Sonvi poi infiniti, come nostri frati,
che vanno per la citt.
Hanno per costume, quando muore alcun lor parente, di vestirsi per molti giorni
di bianco,  cio di tele di bombagio;  ma le veste sue sono fatte per al  modo
nostro,  lunghe fino in terra e con le maniche assai grandi, simili alle nostre
a gomedo che portiamo a Venezia.
Hanno la stampa  in  quel  paese,  con  la  quale  stampano  i  suoi  libri.  E
desiderando  io  chiarirmi  se quel loro modo di stampare  simile al nostro di
qua,  lo condussi un giorno nella stamparia  di  messer  Tomaso  Giunti  a  San
Giuliano  per  fargliela  vedere:  il  quale,  vedute le lettere di stagno e li
torcoli  con  che  si  stampa,  disse  parergli  che  avessero  insieme  grande
similitudine.
Hanno  la  citt fortificata con un muro grosso e di dentro pieno di terra,  s
che vi possono andare 4 carra al pari;  sonvi li suoi torrioni sulle mura e  le
artigliarie poste tanto spesse,  non altrimente che sono quelle del gran Turco.
Usano la fossa larga,  asciutta,  ma per che vi possono far correre l'acqua ad
ogni lor piacere.
Hanno alcuna sorte di buoi molto grandi,  che hanno il pelo lungo, sottilissimo
e bianchissimo.
 vietato alli Cataini e idolatri partirsi del suo nativo paese  e  andare  per
mercanzie per il mondo.
Oltra  il  deserto che  sopra il Corassam,  fino a Samarcand e fino alle citt
idolatre,  signoreggiano Iescilbas,  cio le berrette verdi,  le quali berrette
verdi son alcuni Tartari musulmani che portano le loro berrette di feltro verde
acute,  e  cos  si  fanno  chiamare a differenzia de' Soffiani,  suoi capitali
nemici, che signoreggiano la Persia, pur anche essi musulmani,  i quali portano
le  berrette rosse.  Quali berrette verdi e rosse hanno continuamente avuta fra
s guerra crudelissima, per causa di diversit de opinione nella loro religione
e discordia de' confini. Delle cittadi delle berrette verdi che hanno imperio e
signoreggiano sono fra l'altre, al presente, l'una Bochara e l'altra Samarcand,
che ciascuna ha signoria da sua posta.
Hanno tre scienzie particolari, che chiamano l'una chimia,  ch' quella che noi
chiamiamo alchimia;  l'altra limia,  per fare innamorare;  e l'altra simia, per
fare vedere quello che  non  .  Le  monete  qui  non  sono  battute,  ma  ogni
gentiluomo  e  mercante  fa  fare in verghette sottili l'oro o vero argento,  e
quello fa dividere in saggi e spende quelli: e cos fanno tutti gli abitanti di
Campion e Succuir.  Si riducono ogni  giorno  sulla  piazza  di  Campion  molti
cerrettani,  che hanno la scienzia di simia,  mediante la quale,  circondati da
infinita moltitudine di persone, fanno vedere cose maravigliose, come  dire di
passare un uomo ch'hanno seco da un canto all'altro con una spada, tagliarli un
braccio, fare vedere a tutti il sangue, e simil cose.
Nel capitolo 42 e 53 del primo libro,  ove dice messer Marco Polo che sotto  la
tramontana v'era un gran signore detto Um Can,  che vogliono alcuni questo nome
dire Preti Ianni nella nostra lingua,  e che la sua prencipale sedia era in due
regioni,  Og e Magog,   da sapere che in tutte quelle carte da navigare che si
veggono oggid, fatte gi 200 e 300 anni, v' posto questo Prete Ianni sotto la
tramontana e sopra l'India fra il Gange e l'Indo, e di quello ch' nell'Etiopia
non v' fatta menzione  alcuna.  E  Abylfada  Ismael  istesso,  descrivendo  li
confini della regione delle Cine,  dice che ha dalla parte di ponente le Indie,
da mezogiorno il mare Indico,  e da levante il mare Orientale,  e da tramontana
le  provincie de Gogi Magogi,  cio de' Tartari.  Descrivendo poi il predetto i
luoghi della terra abitabile che circuendo il mare  Oceano  tocca,  dice  cos:
"Rivoltasi  l'Oceano  da levante verso le regione delle Cine e va alla volta di
tramontana, e passata finalmente la detta regione se ne giunge a Gogi e Magogi,
cio alli confini degli ultimi Tartari,  e di quivi ad alcune  terre  che  sono
incognite; e correndo sempre per ponente, passa sopra li confini settentrionali
della  Rossia  e va alla volta di maestro".  Di qui  che,  avendo udito messer
Marco e veduto in carte da  navicare  il  detto  Prete  Ianni  posto  sotto  la
tramontana con le provincie de Gogi e Magogi,  descrisse quello di tramontana e
tacque  di  quello  dell'Etiopia.  E  ancor  che  metta  un  signore  cristiano
nell'Etiopia,  non  dice per il suo nome,  anzi dice nel capitolo 38 del terzo
libro che ad un suo vescovo, quale lui avea mandato in Ierusalemme, fu fatto un
grandissimo  oltraggio  dal  soldano  di  Adem,   che  lo  fece  per  dispregio
circoncidere: il che manifestamente dimostra che non ebbe mai notizia di quello
d'Etiopia, perch sempre tutti gli Abissini sono stati circoncisi.
Resta ch'io dica ancora in generale alquante cose sopra questo libro, ch'io gi
essendo  giovane  udi'  pi  volte  dire  dal molto dotto e reverendo don Paolo
Orlandino di Firenze,  eccellente cosmografo e molto mio amico,  che era priore
del  monasterio  di  Santo  Michele  di Murano a canto Venezia,  dell'ordine de
Camaldoli,  che mi narrava averle intese da altri  frati  vecchi  pur  del  suo
monasterio. E questo  come quel bel mappamondo antico miniato in carta pecora,
e  che  oggid ancor in un grande armaro si vede a canto il lor coro in chiesa,
la prima volta fu per uno loro converso  del  monasterio,  quale  si  dilettava
della  cognizione  di  cosmografia,  diligentemente  tratto  e  copiato  da una
belissima e molto vecchia carta marina e  da  un  mappamondo,  che  gi  furono
portati  dal  Cataio per il magnifico messer Marco Polo e suo padre;  il quale,
cos come andava per le provincie d'ordine del  gran  Can,  cos  aggiugneva  e
notava sopra le sue carte le citt e luoghi che egli ritrovava, come vi  sopra
descritto.  Ma  per  ignoranzia  d'un  altro  che  dopo lui lo dipinse e forn,
aggiugnendovi  la  descrizione  d'uomini  e  animali  di  pi  sorti  e   altre
sciocchezze,  vi  furono aggiunte tante cose pi moderne e alquanto ridiculose,
che appresso gli uomini di giudicio quasi per molti anni  perse  tutta  la  sua
auttorit.  Ma  poi  che  non  molti  anni  sono  per le persone giudiciose s'
incominciato  a  leggere  e  considerare  alquanto  pi  diligentemente  questo
presente  libro  di  messer  Marco  Polo  che  fin  ora  non  si avea fatto,  e
confrontare quello ch'egli scrive con la pittura di lui,  immediate si  venuto
a  conoscere che 'l detto mappamondo fu senza alcuno dubbio cavato da quello di
messer Marco Polo,  e incominciato secondo quello con  molto  giuste  misure  e
bellissimo  ordine:  onde fin al presente giorno  dapoi continuamente stato in
tanta venerazione e precio appresso tutta questa citt, e coloro massime che si
dilettano delle cose di cosmografia,  che non  mai giorno che d'alcuno non sia
con  molto  piacere  veduto  e considerato,  e fra gli altri miracoli di questa
divina citt,  nell'andare de' forestieri a vedere i lavori di vetro a  Murano,
non  sia  per  bella e rara cosa mostrato.  E ancor che quivi si vegghino molte
cose essere fatte alquanto confusamente e senza ordine,  grado o misura (il che
si  deve attribuire a colui che 'l dipinse e forn),  vi si comprendono per ci
di molto belle e degne particularit,  non sapute  ancora  n  conosciute  meno
dagli  antichi:  come  che  verso  l'antartico,  ove  Tolomeo e tutti gli altri
cosmografi mettono terra incognita senza mare,  in questo  di  San  Michele  di
Murano  gi  tanti anni fatto si vede che 'l mare circonda l'Africa e che vi si
pu navicare verso ponente,  il che al tempo di messer Marco si  sapeva,  ancor
che  a  quel  capo non vi sia posto nome alcuno,  qual fu per Portughesi poi a'
nostri tempi l'anno 1500 chiamato di Buona Speranza.
Vi si vede appresso l'isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo,  e quella di
Zinzibar,  delle quali messer Marco parla ne' capitoli 35 e 36 del terzo libro,
e molte altre particularit nelli nomi  dell'isole  orientali,  che  dapoi  per
Portughesi  a'  tempi  nostri sono state scoperte.  Dalla parte poi di sotto la
nostra tramontana,  che ciascuno scrittore e cosmografo di questi e de' passati
tempi  fin  ora  vi  ha  messo  e  mette  mare congelato,  e che la terra corra
continuatamente fin  a  90  gradi  verso  il  polo,  sopra  questo  mappamondo,
all'incontro,  si  vede  che  la  terra va solamente un poco sopra la Norvega e
Svezia,  e voltando corre poi greco e levante nel paese della Moscovia e Rossia
e va diritto al Cataio. E che ci sia la verit, le navigazioni che hanno fatte
gl'Inglesi con le loro navi volendo andare a scoprire il Cataio al tempo del re
Odoardo  sesto  d'Inghilterra,   questi  anni  passati,  ne  possono  far  vera
testimonianza: perch nel mezo del loro viaggio,  capitate per fortuna ai  liti
di  Moscovia,  dove trovarono allora regnare Giovanni Vaschelluich,  imperatore
della Rossia e granduca di Moscovia,  il quale con molto piacere  e  maraviglia
vedutogli fece grandissime carezze, hanno trovato quel mare essere navigabile e
non  agghiacciato.  La  qual navigazione (ancor che con l'esito fin ora non sia
stata bene intesa),  se col spesso frequentarla e col lungo uso e cognizione di
que' mari si continuer,   per fare grandissima mutazione e rivolgimento nelle
cose di questa nostra parte del mondo. E tutte queste particolarit senza dubio
alcuno furono cavate dalle carte e mappamondo del Cataio,  perch messer  Marco
non  fu  mai  nel  seno  Arabico  n  verso l'isole quivi vicine,  e gran parte
dell'informazione del terzo libro  da credere che gli fusse data  da  marinari
di  quelli  mari  d'India,  li quali grossamente gli dicevano per arbitrio loro
quanto era da un'isola all'altra (e mille e duemila miglia a  loro  non  pareva
troppo  gran  cosa);  e  anche  per  qual  vento vi s'andasse non sapevano cos
chiaramente come al presente si sa,  per le carte s diligentemente e con tanta
misura  fatte  e  con  li venti e con li gradi.  E vi sono anco de' nomi di una
medesima provincia duplicati,  di che il lettore non  piglier  ammirazione;  e
alcuna volta in cambio d'isole dice regni: come nella Zava minore,  al capitolo
decimo del terzo libro, mette otto regni, li quali a giudicio d'uomini pratichi
sono isole,  come saria dire che il regno di Samatra (chiamata da lui Samara) 
quella grandissima isola di Sumatra, e cos di molte altre le quali al presente
ci  sono  incognite,  che  nell'avenire,  col  tempo  e  per la navigazione de'
Portughesi, facilmente si saperanno.
Si conosce ancora come al suo tempo non v'era  el  bussolo  e  la  calamita  a'
nostri  tempi  ritrovata,  cosa  tanto  maravigliosa  e  rara,  n si sapeva la
elevazione del polo con li gradi come ora si  sa,  ma  grossamente  guardandolo
dicevano: la stella tramontana pu essere tanti cubiti o braccia alta dal mare.
Il fabricare delle navi,  nel principio del terzo libro,   simile a quello che
usano nell'isole delle Moluche e della China.
Ultimamente nel fine del terzo libro,  ove parla della Rossia e del regno delle
Tenebre,  come  quello  che  in  varii  mappamondi antichi  posto per fine del
nostro abitabile sotto la tramontana non s'inganna punto  del  sito  del  detto
regno, nelli mesi per ch'egli scrive dell'inverno.
E  questo  basti  per ora per dichiarazione d'alcuni luoghi del libro di messer
Marco Polo.

Di Venezia, a' sette di luglio MDLIII.


Gio. Battista Ramusio alli lettori

Queste longitudini e latitudini che qui sotto descriveremo  sono  state  cavate
dal libro del signore Abilfada Ismael,  una copia del quale io mi ritrovo nelle
mani,  e tengo molto cara;  e serviranno ad alcune terre e luoghi nominati  nel
presente volume,  a questo fine publicate da noi,  acci che 'l benigno lettore
gusti in qualche parte della belt  del  libro  del  predetto  signore  Ismael,
venuto divinamente in luce a' nostri tempi.

     Longitudini         Latitudini
Mosu1               67   20             33   35
Merdin              64     8            37   55
Assamchief          64   37             37   35
Cayssaria           60     8            40     8
Esdrun              69     8            41     8
               64     8            42   30
               66     8            39   15
Mus            64     8            39     8
Biffis              65   30             38   45
Argis               67     5            38   30
               66   20             40     8
               68     5            40   35
Vastan              67   30             37   50
Choi           69   40             37   40
          70    8             40     8
Merend         73    8             37   30
          72   45             37   50
Tauris         73    8             39   10
Tiflis              73    8             43     8
               62   8              42     8
Sultania            76   8              39     8
Cassibin            75   8              36     8
               75   8              37     8
Como           75   40             34   45
          74   15             35   40
          77   8              34   10
Sirac               78   8              29   36
Samarcant      89   8              40     8
          89   30             37   50
               88   20             40   8
Cambal             144  8              35   25
Lor, regione
di Persia           74   32




Proemio primo sopra il libro di messer Marco Polo, gentiluomo di Venezia,
fatto per un genovese.

Signori,  principi,  duchi,  marchesi,  conti,  cavallieri  e  gentiluomini,  e
ciascuna persona che ha piacere e desidera di  conoscer  varie  generazioni  di
uomini  e  diverse  regioni  e  paesi  del mondo e saper li costumi e usanze di
quelli,  leggete questo libro,  perch in esso  troverete  tutte  le  grandi  e
maravigliose  cose  che si contengono nelle Armenie maggiore e minore,  Persia,
Media, Tartaria e India, e in molte altre provincie dell'Asia, andando verso il
vento di greco levante e tramontana;  le qual tutte per ordine in questo  libro
si narrano secondo che 'l nobil messer Marco Polo,  gentiluomo veneziano, le ha
dettate,  avendole con gli occhi proprii vedute.  E perch ve ne sono alcune le
quali non ha vedute,  ma udite da persone degne di fede,  per nel suo scrivere
le cose per lui vedute mette come vedute,  e le udite come  udite:  il  che  fu
fatto  acci  che  questo  nostro libro sia vero e giusto senz'alcuna bugia,  e
ciascun che 'l legger overo udir gli  dia  piena  fede,  perch  il  tutto  
verissimo. Credo certamente che non sia cristiano n pagano alcuno al mondo che
abbia  tanto  cercato n camminato per quello com'il prefato messer Marco Polo,
perci che dal principio della sua giovent sino all'et di  quaranta  anni  ha
conversato in dette parti.  E ora, ritrovandosi prigione per causa della guerra
nella citt di Genova, non volendo star ozioso, gli  parso,  a consolazion de'
lettori,  di  voler metter insieme le cose contenute in questo libro,  le quali
son poche rispetto alle molte e quasi infinite ch'egli averia potuto  scrivere,
s'egli  avesse  creduto  di poter ritornar in queste nostre parti.  Ma pensando
esser quasi impossibile di partirsi mai dall'obedienza  del  gran  Can  re  de'
Tartari,  non scrisse sopra i suoi memoriali se non alcune poche cose, le quali
ancora gli pareva grande inconveniente che andassero in oblivione, essendo cos
mirabili,  e che mai da alcun altro erano state scritte,  acci che quelli  che
mai  le  sono per vedere,  al presente col mezo di questo libro le conoschino e
intendino qual fu fatto l'anno del MCCXCVIII.


Proemio secondo sopra il libro di messer Marco Polo,  fatto  da  fra  Francesco
Pipino bolognese dell'ordine de' frati predicatori, quale lo tradusse in lingua
latina e abbrevi, del MCCCXX.

Per prieghi di molti reverendi padri miei signori, io tradurr in lingua latina
dalla  volgare  il  libro  del  nobile,  savio  e  onorato  messer  Marco Polo,
gentiluomo di  Venezia,  delle  condizioni  e  usanze  delle  regioni  e  paesi
dell'Oriente, dilettandosi ora i prefati miei signori pi di leggerlo in lingua
latina  che  nella  volgare.  E acci che la fatica di questo tradurre non paia
vana e inutile, ho considerato che pel leggere di questo libro, che per me sar
fatto latino,  i fedel uomini che son fuori d'Italia possino ricever merito  da
Dio di molte grazie,  per ch'essi, vedendo le maravigliose operazioni d'Iddio,
si potranno molto maravigliare della sua virt e sapienza;  e considerando  che
tanti  popoli pagani sono pieni di tanta cecit e orbezza e di tante spurcizie,
li cristiani ringraziarann'Iddio il qual,  illuminando i suoi fedeli di luce di
verit,  s'ha degnato di voler cavargli da cos pericolose tenebre,  menandogli
nel suo maraviglioso lume di gloria; o che que' cristiani, avendo compassione e
cordoglio dell'ignoranza de' detti pagani, pregherann'Iddio per l'illuminazione
de' cuori di quelli;  o che per questo libro la durezza e ostinazione  de'  non
devoti  cristiani  si  confonder,  vedendo  gl'infedeli  popoli  pi pronti ad
adorare gl'idoli falsi che molti cristiani il Dio  vero;  o  forse  che  alcuni
religiosi  per  amplificare  la fede cristiana,  vedendo che 'l nome del nostro
Signor dolcissimo  incognito in tanta moltitudine di popoli,  si  commoveranno
ad  andare  in quei luoghi per illuminar quelle accecate nazioni degl'infedeli:
nel qual luogo, secondo che dice l'Evangelio,  molta biada e pochi lavoratori.
E acci che le cose che noi non usiamo n avemo udite, le quali sono scritte in
molte parti di questo libro,  no paiano  incredibili  a  tutti  quelli  che  le
leggeranno,   si  dinota  e  fa  manifesto  che  'l  sopradetto  messer  Marco,
rapportator di queste cos maravigliose cose, fu uomo savio,  fedele,  devoto e
adornato  d'onesti  costumi,  avendo buona testimonianza da tutti quelli che lo
conoscevano,  s che pel merito di molte sue virt questo suo  rapportamento  
degno di fede; e messer Nicol suo padre, uomo di tanta sapienza, similmente le
confermava;  e  messer  Maffio  suo barba (del quale questo libro fa menzione),
come vecchio devoto e savio,  essendo  sul  ponto  della  morte,  familiarmente
parlando  afferm al suo confessore sopra la conscienza sua che questo libro in
tutte le cose conteneva la verit.  Il che avend'io inteso da  quelli  che  gli
hanno conosciuti,  pi sicuramente e pi volentieri m'affaticar a traslatarlo,
per consolazione di quelli che lo leggeranno,  e a laude del Signor nostro Ies
Cristo,  creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Qual libro fu scritto
per il detto messer Marco del MCCXCVIII,  trovandosi prigione  nella  citt  di
Genova, e si parte in tre libri, i quali si distinguono per proprii capitoli.

Dei viaggi di messer Marco Polo, gentiluomo veneziano

LIBRO PRIMO


Dovete adunque sapere che nel tempo di Balduino, imperatore di Constantinopoli,
dove  allora  soleva  stare  un  podest di Venezia per nome di messer lo dose,
correndo gli anni del N.S. 1250, messer Nicol Polo,  padre di messer Marco,  e
messer Maffio Polo, fratello del detto messer Nicol, nobili, onorati e savi di
Venezia,  trovandosi in Constantinopoli con molte loro grandi mercanzie, ebbero
insieme molti ragionamenti,  e finalmente deliberorno andar nel  mar  Maggiore,
per vedere se potevan accrescere il loro capitale.  E comprate molte bellissime
gioie e di gran prezzo,  partendosi di Constantinopoli navigorno per  il  detto
mar  Maggiore ad un porto detto Soldadia,  dal quale poi presero il cammino per
terra alla corte d'un gran signor de' Tartari  occidentali  detto  Barcha,  che
dimorava nella citt di Bolgara e Assara, ed era reputato un de' pi liberali e
cortesi signori che mai fosse stato fra' Tartari. Costui della venuta di questi
fratelli  ebbe  grandissimo  piacere  e  fece  loro grande onore;  quali avendo
mostrate le gioie portate seco,  vedendo che  gli  piacevano,  gliele  donarono
liberamente.  La  cortesia  cos  grande  usata  con  tant'animo  di questi due
fratelli fece molto maravigliare detto signore,  qual,  non volendo  essere  da
loro vinto di liberalit, fece a loro donar il doppio della valuta di quelle, e
appresso grandissimi e ricchissimi doni.
Ed  essendo  stati  un  anno  nel  paese del detto signore,  volendo ritornar a
Venezia,  subitamente nacque guerra tra il predetto Barcha e un altro  nominato
Ala,  signore de' Tartari orientali.  Gli eserciti de' quali avendo combattuto
insieme,  Ala ebbe la vittoria  e  l'esercito  di  Barcha  n'ebbe  grandissima
sconfitta; per la qual cagione, non essendo sicure le vie, non poterno ritornar
a  casa  per la strada ch'erano venuti.  E avendo dimandato come essi potessero
ritornar a Constantinopoli,  furno consigliati  d'andar  tanto  alla  volta  di
levante  che circondassero il reame di Barcha per vie incognite: e cos vennero
ad una citt detta Ouchacha,  qual  nel fin del regno  di  questo  signor  de'
Tartari di ponente. E partendosi da quel luogo e andando pi oltre, passorno il
fiume  Tigris,  ch'  uno de' quattro fiumi del paradiso e poi un deserto di 17
giornate, non trovando citt, castello overo altra fortezza, se non Tartari che
vivono alla campagna in alcune tende, con li loro bestiami. Passato il deserto,
giunsero ad una buona citt detta Bocara,  e la  provincia  similmente  Bocara,
nella regione di Persia,  la qual signoreggiava un re chiamato Barach: nel qual
luogo essi dimororno tre anni,  che non  poterno  ritornar  indietro  n  andar
avanti, per la guerra grande ch'era fra li Tartari.
In  questo  tempo un uomo dotato di molta sapienzia fu mandato per ambasciatore
dal sopradetto signor Ala al gran Can,  ch' il maggior re di tutti i Tartari,
qual  sta  ne'  confini della terra fra greco e levante,  detto Cublai Can.  Il
qual,  essendo giunto in Bocara e trovando i sopradetti due fratelli,  i  quali
gi   pienamente   avevano  imparato  il  linguaggio  tartaresco,   fu  allegro
smisuratamente,  per ch'egli non avea veduto  altre  volte  uomini  latini,  e
desiderava molto di vederli: e avendo con loro per molti giorni parlato e avuto
compagnia,  vedendo i graziosi e buoni costumi loro, gli confort che andassino
seco insieme al maggior re de' Tartari,  che gli vederia molto volentieri,  per
non  esservi  mai  stato alcun latino,  promettendo loro che riceveriano da lui
grandissimo onore e molti beneficii. I quali,  vedendo che non poteano ritornar
a  casa  senza  grandissimo  pericolo,  raccomandandosi a Dio,  furono contenti
d'andarvi, e cos cominciarono a camminare col detto ambasciatore alla volta di
greco e tramontana,  avendo seco molti servitori cristiani ch'avevano menati da
Venezia.  E  un  anno  intiero  stettero  ad  aggiungere alla corte del prefato
maggior re de' Tartari, e la cagione perch indugiassero e stessero tanto tempo
in questo viaggio fu per le nevi e  per  le  acque  de'  fiumi  ch'erano  molto
cresciute,  s  che,  camminando,  bisogn che aspettassero fino a tanto che le
nevi si disfacessero e  che  l'acque  discrescessero.  E  trovorno  molte  cose
mirabili  e  grandi,  delle  quali al presente non si fa menzione,  perch sono
scritte per ordine da messer Marco, figliuolo di messer Nicol, in questo libro
seguente.
I quali messer Nicol e messer Maffio essendo venuti davanti  il  prefato  gran
Can,  il qual era molto benigno,  gli ricevette allegramente e fece grandissimo
onore e festa della loro venuta,  percioch mai in  quelle  parti  erano  stati
uomini   latini;   e   cominciolli   a  dimandare  delle  parti  di  ponente  e
dell'imperatore de' Romani e degli altri  re  e  principi  cristiani,  e  della
grandezza,  costumi  e  possanza  loro,  e  come  ne'  suoi  reami  e  signorie
osservavano giustizia,  e come si portavano nelle cose della  guerra;  e  sopra
tutto  gli  domand  diligentemente  del  papa de' cristiani,  delle cose della
Chiesa e del culto della fede cristiana. E messer Nicol e messer Maffio,  come
uomini  savi  e  prudenti,  gli  esposero  la verit,  parlandoli sempre bene e
ordinatamente d'ogni cosa in lingua tartara, che sapevano benissimo: per il che
spesse volte detto gran Can comandava che venissero a lui, ed erano molto grati
avanti gli occhi di quello.
Avendo adunque il gran Can inteso tutte le cose de' latini,  come li detti  due
fratelli gli avevano saviamente esposto,  si era molto sodisfatto; e proponendo
nell'animo suo di volerli mandar ambasciatori al  papa,  volse  aver  prima  il
consiglio  sopra di questo de' suoi baroni,  e dopo,  chiamati a s i detti due
fratelli,  gli preg che per amor suo volessero andar al papa de'  Romani,  con
uno  de'  suoi baroni che si domandava Chogatal,  a pregarlo che li piacesse di
mandargli cento uomini savi e bene instrutti della fede cristiana e di tutte le
sette arti,  i quali sapessero  mostrar  a'  suoi  savi,  con  ragioni  vere  e
probabili,  che  la  fede  de'  cristiani  era  la migliore e pi vera di tutte
l'altre, e che gli dei de' Tartari e li suoi idoli qual adorano nelle loro case
erano demonii, e ch'egli e gli altri d'Oriente erano ingannati nell'adorare de'
suoi dei.  E oltre di questo commise alli detti fratelli  che  nel  ritorno  li
portassero  di Ierusalem dell'olio della lampada che arde sopra il sepolcro del
nostro Signor messer Ies Cristo,  nel  qual  aveva  grandissima  devozione,  e
teneva quello essere vero Iddio, avendolo in somma venerazione. Messer Nicol e
messer  Maffio,  udito  quanto  gli  veniva comandato,  umilmente inginocchiati
dinanzi al gran Can dissero ch'erano pronti e apparecchiati di  far  tutto  ci
che  gli piaceva;  qual li fece scriver lettere in lingua tartaresca al papa di
Roma e gliele diede, e ancora comand che li fosse data una tavola d'oro, nella
qual era scolpito il segno reale,  secondo  l'usanza  della  sua  grandezza:  e
qualunche persona che porta detta tavola deve essere menata e condotta di luogo
a luogo da tutti i rettori delle terre sottoposte all'imperio, sicura con tutta
la  compagnia;  e  per  il tempo che vuole dimorar in alcuna citt,  fortezza o
castello o villa,  a lei e a tutti i suoi gli vien provisto e fatte le spese  e
date tutte l'altre cose necessarie.
Ora, essendo essi dispacciati cos onoratamente, pigliata licenza dal gran Can,
cominciorno a camminare, portando con esso loro le lettere e la tavola d'oro; e
avendo  cavalcato  insieme  venti  giornate,   il  barone  sopradetto  s'ammal
gravemente,  per volont  del  quale  e  per  consiglio  di  molti  lasciandolo
seguitorno il loro viaggio, e per la tavola d'oro ch'aveano erano in ogni parte
ricevuti con grandissimo favore, e fattoli le spese e datoli le scorte. E per i
gran  freddi,  nevi  e  giazze,  e  per  l'acque  de'  fiumi che trovorno molto
cresciute in molti luoghi, fu necessario di ritardare il lor viaggio, nel quale
stettero tre anni avanti che potessero venire ad un porto  dell'Armenia  minore
detto  la  Giazza;  dalla qual dipartendosi per mare vennero in Acre,  del mese
d'aprile nell'anno 1269. Giunti che furono in Acre,  e inteso che Clemente papa
quarto  nuovamente  era morto,  si contristorno fortemente.  Era in Acre allora
legato di quel papa uno nominato messer Tebaldo de' Vesconti  di  Piacenza,  al
qual  essi  dissero  tutto  ci che tenevano d'ordine del gran Can;  costui gli
consigli che al tutto aspettassero la elezione del papa, e che poi esequiriano
la loro ambasciaria.  Li quali fratelli,  vedendo che  questo  era  il  meglio,
dissero  che  cos  fariano,  e  che fra questo mezo volevano andar a Venezia a
veder casa sua.  E partiti d'Acre con una nave,  vennero a Negroponte e di l a
Venezia  dove  giunti,  messer Nicol trov che sua moglie era morta,  la quale
nella sua partita aveva lasciata gravida, e avea partorito un figliuolo al qual
avean posto nome Marco,  il qual era gi di anni 19: questo   quel  Marco  che
ordin  questo  libro,  il quale manifestar in esso tutte quelle cose le quali
egli vidde.
In questo mezo la elezione del  papa  si  indugi  tanto  ch'essi  stettero  in
Venezia  due  anni  continuamente aspettandola;  quali essendo passati,  messer
Nicol e messer Maffio,  temendo che 'l gran Can non si sdegnasse per la troppo
dimoranza loro, overo credesse che non dovessino tornar pi da lui, ritornarono
in Acre, menando seco Marco sopradetto; e con parola del prefato legato andorno
in  Ierusalem  a  visitar  il  sepolcro  di  messer  Ies Cristo,  dove tolsero
dell'oglio della lampada,  s come dal gran Can  gli  era  stato  comandato.  E
pigliando  le  lettere  del  detto legato drizzate al gran Can,  nelle quali si
conteneva come essi avevano fatto l'officio fedelmente,  e che ancora  non  era
eletto  il papa de' cristiani,  andorno alla volta del porto della Giazza.  Nel
medesimo tempo che costoro si partirono di Acre,  il prefato legato ebbe  messi
d'Italia  dalli  cardinali  com'egli  era  stato  eletto  papa,  e si mise nome
Gregorio decimo: qual,  considerando che al  presente  che  gl'era  fatto  papa
poteva  amplamente  satisfar  alle dimande del gran Can,  spacci immediate sue
lettere al re d'Armenia, dandoli nuova della sua elezione e pregandolo che,  se
gli due ambasciatori che andavano al gran Can non fossero partiti,  gli facesse
ritornare a lui.  Queste lettere gli trovorno ancora in Armenia,  li quali  con
grandissima  allegrezza  volsero tornar in Acre;  e per il detto re gli fu data
una galea e uno  ambasciatore,  che  s'allegrasse  col  sommo  pontefice.  Alla
presenza del quale gionti,  furono da quello ricevuti con grande onore, e dapoi
espediti con lettere papali;  con li quali volse mandar due  frati  dell'ordine
de' predicatori,  ch'erano gran teologi e molto letterati e savii,  e allora si
trovavano in Acre,  de' quali uno era detto fra Nicol da Vicenza,  l'altro fra
Guielmo  da  Tripoli:  e  a  questi  dette  lettere e privilegi,  e autorit di
ordinare preti e vescovi e  di  far  ogni  absoluzione,  come  la  sua  persona
propria; e appresso gli dette presenti di grandissima valuta e molti belli vasi
di  cristallo  per  appresentare  al  gran  Can.  E  con  la sua benedizione si
partirono e navigorno alla dritta al porto della Giazza,  e di l per terra  in
Armenia,  dove  intesero  che  'l soldan di Babilonia,  detto Benhochdare,  era
venuto con grande esercito, e avea scorso e abbruciato gran paese dell'Armenia:
della qual cosa impauriti, li due frati, dubitando della vita loro, non volsero
andar pi avanti, ma,  consegnate tutte le lettere e li presenti avuti dal papa
alli  prefati  messer Nicol e messer Maffio,  rimasero col maestro del Tempio,
con il quale si tornorno indietro.
Messer Nicol e messer Maffio e messer Marco,  partiti d'Armenia,  si misero in
viaggio  verso  il  gran  Can,  non  stimando  pericolo  o travaglio alcuno.  E
attraversando deserti di lunghezza  di  molte  giornate  e  molti  mali  passi,
andorno tanto avanti,  sempre alla volta di greco e tramontana, che intesero il
gran Can essere in una grande e nobil citt detta Clemenfu;  ad  arrivare  alla
quale stettero anni tre e mezo, per che nell'inverno, per le nevi grandi e per
il  molto  crescere  dell'acque  e  per  i  grandissimi  freddi,  poco  potevan
camminare.  Il gran Can,  avendo presentita la venuta di costoro,  e come erano
molto  travagliati,  per  quaranta giornate gli mand ad incontrare,  e fecegli
preparare in ogni luogo ci che gli facea bisogno,  di  modo  che  con  l'aiuto
d'Iddio si condussero alla fine alla sua corte: dove gionti, gli accett con la
presenza  di  tutti  i  suoi  baroni,  con grandissima onorificenzia e carezze.
Messer Nicol,  messer Maffio  e  messer  Marco,  come  viddero  il  gran  Can,
s'inginocchiarono distendendosi per terra,  ma lui gli comand che si levassero
e stessero in piedi,  e che gli narrassero come erano stati in quel viaggio,  e
tutto  ci ch'avevano fatto con la santit del papa: i quali avendogli detto il
tutto,  e con grand'ordine ed eloquenza,  furono ascoltati con sommo  silenzio.
Dopo  gli  diedero  le lettere e li presenti di papa Gregorio,  quali udite che
ebbe il gran Can,  laud molto la fedel  solecitudine  e  diligenza  de'  detti
ambasciatori, e riverentemente ricevendo l'oglio della lampada del sepolcro del
nostro Signor Ies Cristo,  comand che fosse governato con grandissimo onore e
riverenza. Dopo, dimandando il gran Can di Marco chi egli era, e rispondendogli
messer Nicol ch'egli era servo di sua Maest, ma suo figliuolo, l'ebbe molto a
grato,  e fecelo scrivere tra gli altri suoi famigliari onorati:  per  la  qual
cosa  da tutti quelli della corte era tenuto in gran conto ed existimazione;  e
in poco tempo impar i costumi de'  Tartari,  e  quattro  linguaggi  variati  e
diversi,  ch'egli  sapea scrivere e leggere in ciascuno.  Dove che 'l gran Can,
volendo provar la sapienza del detto messer Marco,  mandollo  per  una  facenda
importante  del  suo  reame  ad una citt detta Carazan,  nel cammino alla qual
consum sei mesi: quivi si port tanto saviamente e prudentemente in tutto  ci
che gli era stato commesso,  che il gran Can l'ebbe molto accetto. E perch lui
si dilettava molto di udir cose nuove,  e de'  costumi  e  delle  usanze  degli
uomini  e  condizioni  delle terre,  messer Marco,  per ciascuna parte che egli
andava,  cercava d'esser informato con diligenza,  e facendo  un  memoriale  di
tutto  ci  ch'intendeva e vedeva,  per poter compiacere alla volunt del detto
gran Can. E in ventisei anni ch'egli stette suo familiare, fu s grato a quello
che continuamente veniva  mandato  per  tutti  i  suoi  reami  e  signorie  per
ambasciatore per fatti del gran Can, e alcune volte per cose particular di esso
messer Marco,  ma di volont e ordine del gran Can. Questa adunque  la ragione
che 'l prefato messer Marco  impar  e  vidde  tante  cose  nuove  delle  parti
d'oriente, le quali diligentemente e ordinatamente si scriveranno qui di sotto.
Messer  Nicol,  Maffio  e  Marco  essendo  stati  molti  anni in questa corte,
trovandosi molto ricchi di gioie di gran valuta e d'oro,  un estremo  desiderio
di  rivedere  la  sua patria di continuo era lor fisso nell'animo,  e ancor che
fossero onorati e accarezzati,  nondimeno non  pensavan  mai  ad  altro  che  a
questo.  E vedendo il gran Can esser molto vecchio, dubitavan che se 'l morisse
avanti il loro partire,  che per la lunghezza del cammino e  infiniti  pericoli
che  li  soprastavano  mai pi potessino tornare a casa,  il che,  vivendo lui,
speravan di poter fare.  E per tanto messer Nicol un giorno,  tolta  occasione
vedendo il gran Can esser molto allegro, inginocchiatosi, per nome di tutti tre
gli  dimand licenza di partirsi: alla qual parola si turb tutto,  e gli disse
che causa gli moveva a voler mettersi a cos lungo e  pericoloso  cammino,  nel
qual  facilmente  potriano  morire;  e s'era per causa di robba o d'altro,  gli
voleva dare il doppio di quello che aveano a  casa,  e  accrescerli  in  quanti
onori che loro volessero, e per l'amor grande che li portava li deneg in tutto
il partirsi.
In  questo tempo accadette che morse una gran regina detta Bolgana,  moglie del
re Argon, nelle Indie orientali,  la quale nel punto della sua morte dimand di
grazia  al  re,  e  cos fece scriver nel suo testamento,  che alcuna donna non
sentasse nella sua sedia n fosse moglie di quello se non era della stirpe sua,
la qual si trovava al Cataio, dove regnava il gran Can.  Per la qual cosa il re
Argon elesse tre savii suoi baroni,  un de' quali si domandava Ulatay,  l'altro
Apusca,  il terzo Goza,  e li mand con gran compagnia per ambasciatori al gran
Can,  dimandandoli  una  donzella della progenie della regina Bolgana.  Il gran
Can,  ricevutili allegramente e fatta trovare una giovane  di  anni  17,  detta
Cogatin,  del parentado della detta regina,  ch'era molto bella e graziosa,  la
fece mostrar alli detti ambasciatori:  la  qual  piacque  loro  sommamente.  Ed
essendo  state  preparate  tutte  le  cose  necessarie  e  una gran brigata per
accompagnar  con  onorificenza  questa  novella  sposa   al   re   Argon,   gli
ambasciatori,  dopo  tolta grata licenza dal gran Can,  si partirono cavalcando
per spazio di mesi otto per quella medesima via ch'erano venuti.  E nel cammino
trovarono che, per guerra nuovamente mossa fra alcuni re de' Tartari, le strade
erano  serrate,  e  non  potendo  andar  avanti,  contra  'l loro volere furono
astretti di ritornar di nuovo alla corte del gran  Can,  al  qual  raccontorono
tutto ci che era loro intravenuto.
In  questo tempo messer Marco,  ch'era ritornato dalle parti d'India,  dove era
stato con alcune navi,  disse al gran Can molte nuove di  quelli  paesi  e  del
viaggio che egli avea fatto,  e fra l'altre che molto sicuramente si navigavano
que' mari.  Le qual parole essendo venute all'orecchie degli ambasciatori de re
Argon,  desiderosi di tornarsene a casa, dalla quale erano passati anni tre che
si trovavano absenti,  andorno a parlar con li detti messer  Nicol,  Maffio  e
Marco, i quali similmente trovorno desiderosissimi di riveder la loro patria: e
posto  fra  loro  ordine  che detti tre ambasciatori con la regina andassero al
gran Can e dicessero che,  potendosi andar per mare sicuramente fino  al  paese
del  re  Argon,  manco spesa si faria per mare e il viaggio saria pi corto (s
come messer Marco avea detto,  che avea navigato in  que'  paesi);  sua  Maest
fosse contenta di farli questa grazia, che andassero per mare, e che questi tre
latini,  cio messer Nicol,  Maffio e Marco,  che avevano pratica del navigare
detti mari,  dovessero accompagnarli fino al paese del re Argon.  Il gran  Can,
udendo  questa loro dimanda,  dimostrava gran dispiacere nel volto,  perci che
non voleva che questi tre latini si  partissero;  nondimeno,  non  potendo  far
altrimenti,  consent  a quanto li richiesero: e se non era causa cos grande e
potente che l'astringesse,  mai li detti latini si partivano.  Per  tanto  fece
venire  alla  sua  presenza  messer Nicol,  Maffio e Marco,  e gli disse molte
graziose parole dell'amor grande che gli portava,  e che gli promettessero che,
stati  che fossero qualche tempo in terra di cristiani e a casa sua,  volessero
ritornare a lui.  E gli  fece  dar  una  tavola  d'oro,  dove  era  scritto  un
comandamento, che fossero liberi e sicuri per tutto il suo paese, e che in ogni
luogo fossero fatte le spese a loro e alla sua famiglia,  e datagli scorta, che
sicuramente potessero passare, ordinando che fossero suoi ambasciatori al papa,
re di Francia,  di Spagna e altri re cristiani.  Poi fece preparar  quattordici
navi,  ciascuna  delle  quali avea quattro arbori,  e potevano navigar con nove
vele, le quali come fossero fatte si potria dire, ma,  per esser materia lunga,
si  lascia al presente.  Fra le dette navi ve ne erano almanco quattro o cinque
che avevano da dugentocinquanta in dugentosessanta marinari.  Sopra queste navi
montorno  gli ambasciatori,  la regina e messer Nicol,  Maffio e Marco,  tolta
prima licenza dal gran Can,  qual gli fece dare  molti  rubini  e  altre  gioie
finissime e di grandissima valuta, e appresso la spesa che gli bastasse per due
anni.
Costoro,  avendo  navigato  circa  tre mesi,  vennero ad una isola verso mezod
nominata Iava, nella quale sono molte cose mirabili che si diranno nel processo
del libro.  E partiti dalla detta isola navigorono per  il  mare  d'India  mesi
deciotto, avanti che potessero arrivare al paese del re Argon, dove andavano; e
in questo viaggio viddero diverse e varie cose,  che saranno similmente narrate
in detto libro.  E sappiate che,  dal d che introrno in mare fino  al  giunger
suo,  morirono,  fra  marinari  e  altri  ch'erano  in dette navi,  da seicento
persone; e de' tre ambasciatori non rimase se non uno, che avea nome Goza, e di
tutte le donne e donzelle non mor se non una.  Giunti al paese del  re  Argon,
trovorno  ch'egli era morto,  e ch'uno nominato Chiacato governava il suo reame
per nome del figliuolo, che era giovane: al qual parse di mandar a dire come di
ordine del re Argon avendo condotta quella regina,  quel che gli pareva che  si
facesse.  Costui  gli fece rispondere che la dovessero dare a Casan,  figliuolo
del re Argon,  il qual allora si trovava nelle  parti  dell'Arbore  Secco,  ne'
confini  della Persia,  con sessantamila persone,  per custodia di certi passi,
acci che non v'intrassero certe genti nemiche a depredare il suo paese: e cos
loro fecero.  Il che  fornito,  messer  Nicol,  Maffio  e  Marco  tornarono  a
Chiacato,  percioch de l dovea essere il suo camino,  e quivi dimorarono nove
mesi. Dapoi avendo tolta licenza,  Chiacato gli fece dare quattro tavole d'oro,
ciascuna  delle quali era lunga un cubito e larga cinque dita,  ed erano d'oro,
di peso di tre o quattro marche l'una: ed era scritto in quelle che,  in  virt
dell'eterno Iddio, il nome del gran Can fosse onorato e laudato per molti anni,
e  ciascuno che non obedir sia fatto morire e confiscati i suoi beni.  Dopo si
conteneva che quelli tre ambasciatori fossero onorati e serviti  per  tutte  le
terre  e  paesi s come fosse la propria sua persona,  e che gli fosse fatto le
spese,  dati cavalli e le scorte,  come fosse necessario.  Il che fu amplamente
esequito,  perci  che  ebbero  e  spese  e  cavalli e tutto ci che gli era di
bisogno,  e molte volte avevano dugento  cavalli,  pi  e  manco,  secondo  che
accadeva;  n  si  poteva  far  altramente,  perch  questo  Chiacato non aveva
riputazione,  e gli popoli si mettevan a far molti mali e insulti;  il che  non
averian  avuto  ardire  di  fare  se  fossero stati sotto un suo vero e proprio
signore.
Faccendo messer Nicol,  Maffio e Marco questo viaggio,  intesero come il  gran
Can era mancato di questa vita, il che gli tolse del tutto la speranza di poter
pi tornar in quelle parti;  e cavalcorno tanto per le sue giornate che vennero
in Trabisonda, e di l a Constantinopoli e poi a Negroponte;  e finalmente sani
e  salvi  con  molte ricchezze giunsero in Venezia,  ringraziando Iddio che gli
aveva liberati da tante fatiche e preservati da infiniti pericoli: e questo  fu
dell'anno 1295.
E le cose di sopra narrate sono state scritte in luogo di proemio,  che si suol
far a ciascun libro, acci che chi lo legger conosca e sappia che messer Marco
Polo puot sapere e intendere tutte queste cose in anni ventisei che 'l  dimor
nelle parti d'oriente.

Dell'Armenia  minore  e  del  porto della Giazza,  e delle mercanzie che vi son
condotte,
e de' confini di detta provincia.
Cap. 2.

Per dar principio a narrar delle provincie  che  messer  Marco  Polo  ha  viste
nell'Asia,  e delle cose degne di notizia che in quelle ha ritrovate,  dico che
sono due Armenie,  una detta minore e l'altra maggiore.  Del reame dell'Armenia
minore   signore un re che abita in una citt detta Sebastoz,  il qual osserva
giustizia in tutto il suo paese; e vi sono molte citt, fortezze e castelli,  e
d'ogni  cosa   molto abondevole e di solazzo,  e molte cacciagioni di bestie e
d'uccelli;  ben vero che non vi  troppo buon aere.  I gentiluomini di Armenia
anticamente  solevan  essere  molto  buoni combattitori e valenti con l'arme in
mano;  ora son divenuti gran bevitori,  e spaurosi e vili.  Sopra il mare  una
citt  detta  la  Giazza,  terra  di  gran traffico: al suo porto vengono molti
mercanti da Venezia, da Genova e da molt'altre regioni,  con molte mercanzie di
diverse  speciarie,  panni  di seta e di lana e di altre preziose ricchezze;  e
anco quelli che vogliono intrare pi  dentro  nelle  terre  di  levante,  vanno
primieramente  al  detto porto della Giazza.  I confini dell'Armenia minore son
questi: verso mezod  la Terra di Promissione, che vien tenuta dalli saraceni;
da tramontana i Turcomani,  che  si  chiamano  Caramani;  e  da  greco  levante
Cayssaria  e  Sevasta  e  molte  altre citt,  tutte suddite a' Tartari;  verso
ponente vi  il mare, per il qual si naviga alle parti de' cristiani.

Della provincia detta Turcomania,  dove sono le citt  di  Cogno,  Cayssaria  e
Sevasta, e delle mercanzie che vi si trovano.
Cap. 3.

Nella  Turcomania  sono  tre  sorti di genti,  cio Turcomani,  i quali adorano
Macometto e tengono la sua legge: sono genti semplici e di  grosso  intelletto,
abitano nelle montagne e luoghi inaccessibili,  dove sanno esser buoni pascoli,
perch vivono  solamente  di  animali;  e  ivi  nascono  buoni  cavalli,  detti
turcomani,  e buoni muli che sono di gran valuta; e l'altre genti sono Armeni e
Greci,  che stanno nelle citt e castelli e vivono di mercanzie e arti: e quivi
si  lavorano tapedi ottimi e li pi belli del mondo,  ed eziandio panni di seta
cremesina e d'altri colori belli e ricchi.  E vi sono fra l'altre citt  Cogno,
Cayssaria e Sevasta, dove il glorioso messer san Biagio pat il martirio. Tutti
sono sudditi al gran Can,  imperatore de' Tartari orientali, il quale gli manda
rettori.
Poi ch'abbiamo detto di questa provincia, diciamo della grande Armenia.

Dell'Armenia maggiore,  dove son le citt di Arcingan,  Argiron,  Darzizi;  del
castel Paipurth, e del monte dell'arca di No; de' confini di detta provincia e
del fonte dell'oglio.
Cap. 4.

L'Armenia  maggiore    una gran provincia,  che comincia da una citt nominata
Arcingan,  nella quale si lavorano bellissimi bocassini di bambagio,  e  vi  si
fanno  molte  altre  arti  che  a narrarle saria lungo,  e hanno li pi belli e
migliori bagni d'acque calde che scaturiscono che trovar si  possano.  Sono  le
genti  per  la  maggior  parte  Armeni,  ma  sottoposte  a' Tartari.  In questa
provincia sono molte citt e castelli,  e la pi nobil  citt    Arcingan,  la
quale ha arcivescovo;  l'altre sono Argiron e Darziz.  molto gran provincia, e
in quella nell'estate sta una parte dell'esercito di Tartari di levante, perch
vi trovano buoni pascoli per le lor bestie;  ma l'inverno non vi stanno per  il
gran  freddo  e  neve,  perch  vi nevica oltre modo e le bestie non vi possono
vivere: e per li Tartari si partono l'inverno e  vanno  verso  mezod  per  il
caldo,  per causa di pascoli ed erbe per le sue bestie. E in un castello che si
chiama Paipurth  una ricchissima minera d'argento,  e trovasi questo  castello
andando  da  Trebisonda  in  Tauris.  E  nel  mezo  dell'Armenia maggiore  uno
grandissimo e altissimo monte, sopra il quale si dice essersi firmata l'arca di
No: e per questa causa si chiama il monte dell'arca di No,  ed  cos largo e
lungo che non si potria circuire in due giorni, e nella sommit di quello vi si
truova di continuo tant'alta la neve che niuno vi pu ascendere, perch la neve
non si liquefa in tutto,  ma sempre una casca sopra l'altra e cos accresce. Ma
nel descendere verso la pianura,  per l'umidit della neve la  qual  liquefatta
scorre gi, talmente il monte  grasso e abondante d'erbe che nell'estate tutte
le bestie dalla lunga circonstanti si riducono a stanziarvi, n mai vi mancano;
e anco per il discorrere della neve si fa gran fango sopra il monte.
Ne'  confini veramente dell'Armenia verso levante sono queste provincie: Mosul,
Meridin, delle quali si dir di sotto, e ve ne sono molte altre che saria lungo
a raccontarle. Ma verso la tramontana  Zorzania, ne' confini della quale  una
fonte dalla qual  nasce  olio  in  tanta  quantit  che  molti  camelli  vi  si
potrebbono  cargare,  e non  buono da mangiare,  ma da ungere gli uomini e gli
animali per la rogna e per molte infirmit,  e anco per brusciare.  Vengono  da
parti lontane molti a pigliare questo oglio, e le contrate vicine non brusciano
di altra sorte.
Avendosi detto dell'Armenia maggiore, ora diciamo di Zorzania

Della provincia di Zorzania e de' suoi confini sopra il mar Maggiore e sopra il
mar  Ircano,  ora  detto  di  Abacc,  dove   quel passo stretto sopra il qual
Alessandro fabric le  porte  di  ferro;  e  del  miracolo  della  fontana  del
monasterio di San Lunardo; della citt di Tiflis.
Cap. 5.

In  Zorzania    un re che in ogni tempo si chiama David Melich,  che in lingua
nostra si dice re David;  una parte della qual provincia  soggetta al  re  de'
Tartari,  e  l'altra  parte  (per le fortezze che l'ha) al re David.  In questa
provincia tutti i boschi sono di legni di bosso,  e guarda due  mari,  uno  de'
quali si chiama il mar Maggiore,  quale  dalla banda di tramontana, l'altro di
Abacc verso l'oriente,  che dura nel suo  circuito  per  duomila  e  ottocento
miglia  ed    come un lago,  perch non si mischia con alcun altro mare.  E in
quello sono molte isole con belle citt e  castelli,  parte  delle  quali  sono
abitate  dalle  genti  che  fuggirono  dalla  faccia  del gran Tartaro,  quando
l'andava cercando pel regno overo per la provincia di Persia qual citt e terre
si reggevano per commune,  per volerle destruggere:  e  le  genti  fuggendo  si
redussero a queste isole e ai monti, dove credevano star pi sicuri; ve ne sono
anco di deserte di dette isole.  Detto mare produce molti pesci, e specialmente
storioni,  salmoni alle bocche de' fiumi e altri gran pesci.  Mi fu  detto  che
anticamente   tutti  i  re  di  quella  provincia  nascevano  con  certo  segno
dell'aquila sopra la spalla destra; e sono in quella belle genti e valorose nel
mare, e buoni arcieri e franchi combattitori in battaglia; e sono cristiani che
osservano la legge de' Greci,  e portano i capelli corti a guisa di chierici di
Ponente.
Questa    quella  provincia  nella  qual il re Alessandro non pot mai intrare
quando volse andare alle parti  di  tramontana,  perch  la  via    stretta  e
difficile,  e  da una banda batte il mare,  dall'altra sono monti alti e boschi
che non vi si pu passar a cavallo: ed  molto stretta intra il mare e i monti,
di lunghezza di quattro miglia,  e pochissimi uomini si  difenderebbono  contra
tutto  il  mondo.  E  per questo Alessandro appresso a quel passo fece fabricar
muri e gran fortezze,  acci che quelli che abitano pi oltre non gli potessero
venire  a far danno: onde il nome di quel passo dipoi si chiam Porta di Ferro,
e per questo vien detto Alessandro aver serrato i Tartari fra due monti. Ma non
 vero che siano stati Tartari,  perch a quel tempo non  erano,  anzi  fu  una
gente chiamata Cumani, e di altre generazioni e sorti.
Sono  ancora  in  detta provincia molte citt e castelli,  le quali abondano di
seta e di tutte le cose necessarie; quivi si lavorano panni di seta e di oro, e
vi sono astori nobilissimi,  che si chiamano avigi.  Gli  abitatori  di  questa
regione  vivono  di mercanzie e delle sue fatiche.  Per tutta la provincia sono
monti e passi forti e stretti,  di modo che li Tartari non gli hanno mai potuto
dominare  del tutto.  Qui  un monasterio intitolato di San Lunardo di monachi,
dove vien detto esser questo miracolo,  che essendo la  chiesa  sopra  un  lago
salso  che  circonda da quattro giornate di camino,  in quello per tutto l'anno
non appareno pesci,  salvo dal primo giorno di quaresima fino alla  vigilia  di
Pasqua  della  resurrezione del Signore,  che ve n' abondanzia grandissima;  e
fatt'il giorno di Pasqua, pi non appariscono. E chiamasi il lago Geluchalat.
In questo mare di Abacc mettono capo Herdil, Geichon e Cur, Araz e molti altri
grandissimi fiumi;  circondato da monti, e novamente i mercatanti genovesi han
cominciato a navigare per quello,  e di qui si porta la seta detta ghellie.  In
questa  provincia    una  bella citt detta Tiflis,  circa la quale sono molti
castelli e borghi,  e in quella abitano cristiani,  armeni,  giorgiani e alcuni
saraceni e giudei,  ma pochi.  Qui si lavorano panni di seta e di molte altre e
diverse sorti; gli uomini vivono dell'arte loro, e sono soggetti al gran re de'
Tartari.
Ed  da  sapere  che  noi  solamente  scriviamo  delle  principal  citt  delle
provincie  due o tre,  ma ve ne sono di molte altre,  che saria lungo scriverle
per ordine se non avessero qualche spezial cosa maravigliosa: ma di quelle  che
abbiam  pretermesse,  che  si ritrovano ne' luoghi predetti,  pi pienamente di
sotto si  dichiarano.  Poi  che  s'ha  detto  de'  confini  dell'Armenia  verso
tramontana, ora diciamo degli altri che sono verso mezod e levante.

Della provincia di Moxul, e della sorte di abitanti e popoli curdi, e mercanzie
che si fanno.
Cap. 6.

Moxul  una provincia nella qual abitano molte sorti di genti,  una delle quali
adorano Macometto,  e chiamansi Arabi;  l'altra osserva la fede cristiana,  non
per  secondo  che  comanda  la  Chiesa,  perch  falla  in molte cose,  e sono
nestorini,  iacopiti e armeni;  e hanno un patriarca che chiamano  iacolit,  il
qual  ordina  arcivescovi,  vescovi  e  abbati,  mandandoli  per tutte le parti
dell'India e al Cairo  e  in  Baldach,  e  per  tutte  le  bande  dove  abitano
cristiani,  come  fa  il  papa  romano.  E tutti i panni d'oro e di seta che si
chiamano mossulini si lavorano in  Moxul,  e  quelli  gran  mercatanti  che  si
chiamano mossulini, che portano di tutte le spezierie in gran quantit, sono di
questa  provincia.  Ne'  monti  della qual abitano alcune genti che si chiamano
Curdi, che sono in parte cristiani e nestorini e iacopiti, e in parte saraceni,
che adorano  Macometto:  sono  uomini  cattivi  e  di  mala  sorte,  e  robbano
voluntieri  a'  mercatanti.  Appresso  questa  provincia ve n' un'altra che si
chiama Mus e Meridin, nella quale nasce infinito bambagio,  del qual si fa gran
quantit di boccassini e di molti altri lavori.  Vi sono artefici e mercatanti,
e tutti sono sottoposti al re dei Tartari.
Avendosi detto della provincia di Moxul,  ora narraremo  della  gran  citt  di
Baldach.

Della  gran  citt  di  Baldach  overo  Bagadet,  che  anticamente  si chiamava
Babilonia;  e come da quella si navica alla Balsara sopra il mare che  chiamano
d'India, ancor che sia il sino Persico; e del studio che  in quella di diverse
scienzie.
Cap. 7.

Baldach    una citt grande,  nella quale era il califa,  cio il pontefice di
tutti li saraceni, s come  il papa di tutti i cristiani. E per mezo di quella
corre un gran fiume,  per il quale li mercadanti vanno e  vengono  con  le  lor
mercanzie dal mare dell'India: e la sua lunghezza,  dalla citt di Baldach fino
al detto mare, si computa communemente secondo il corso dell'acque 17 giornate.
E li mercatanti che vogliono andare alle parti dell'India  navigano  per  detto
fiume ad una citt detta Chisi, e de l partendosi entran in mare; e avanti che
si  pervenga da Baldach a Chisi,  si trova una citt detta Balsara,  intorno la
quale nascono per li boschi li miglior dattali che si trovino al  mondo.  E  in
Baldach  si  trovano molti panni d'oro e di seta,  e lavoransi quivi damaschi e
velluti, con figure di varii e diversi animali; e tutte le perle che dall'India
sono portate nella cristianit per la maggior parte si forano  in  Baldach.  In
questa  citt  si  studia  nella  legge di Macometto,  in negromanzia,  fisica,
astronomia, geomanzia e fisionomia. Essa  la pi nobile e la maggior citt che
trovar si possa in tutte quelle parti.

Lib.1, cap.8
Come il califa signor  di  Baldach  fu  preso  e  morto,  e  del  miracolo  che
intravenne del muovere di uno monte.

Dovete  sapere che detto califa signor di Baldach si trovava il maggiore tesoro
che si sappia avere avuto uomo alcuno,  qual perse miseramente in questo  modo.
Nel  tempo  che  i  signori de' Tartari cominciorono a dominare,  erano quattro
fratelli, il maggiore de' quali, nominato Mong, regnava nella sedia.  E avendo
a quel tempo, per la gran potenzia loro, sottoposto al suo dominio il Cattayo e
altri  paesi  circonstanti,  non contenti di questi,  ma desiderando aver molto
pi,  si proposero di soggiogare tutto l'universo mondo;  e per lo divisero in
quattro  parti,  cio  che  uno andasse alla volta dell'oriente,  un altro alla
banda del mezod,  per acquistare paesi,  e gli altri alle altre due parti.  Ad
uno  di  loro,  nominato  Ula,  venne  per  sorte la parte di mezod.  Costui,
ragunato  un  grandissimo  esercito,  primo  di  tutti  cominci  a  conquistar
virilmente  quelle  provincie,  e se ne venne alla citt di Baldach del 1250 e,
sapendo la gran fortezza di quella,  per la gran moltitudine del popolo che  vi
era,  pens  con  ingegno  pi  tosto  che con forze di pigliarla.  Avendo egli
adunque da centomila cavalli senza i pedoni,  acci che al califa  e  alle  sue
genti  che  eran  dentro della citt paressino pochi,  avanti che s'appressasse
alla citt pose occultamente da un lato di quella  parte  delle  sue  genti,  e
dall'altro  ne' boschi un'altra parte,  e col resto and correndo fino sopra le
porte.  Il califa,  vedendo quel sforzo essere di poca gente e non  ne  facendo
alcun conto,  confidandosi solamente nel segno di Macometto, si pens del tutto
destruggerla,  e senza indugio con la sua gente usc della citt.  La qual cosa
veduta da Ula,  fingendo di fuggire lo trasse fino oltre gli arbori e chiusure
di boschi dove la gente s'era nascosta, e qui serratoli in mezo gli ruppe, e il
califa fu preso insieme con la citt.  Dopo la presa del qual,  fu trovata  una
torre piena d'oro,  il che fece molto maravigliare Ula. Dove che, fatto venire
alla sua presenza il califa, lo riprese grandemente, perci che,  sapendo della
gran guerra che gli veniva adosso,  non avesse voluto spendere del detto tesoro
in soldati che lo difendessero: e per ordin che 'l  fosse  serrato  in  detta
torre  senza dargli altro da vivere,  e cos il misero califa se ne mor fra il
detto tesoro.

Io giudico che il nostro Signor messer Ies Cristo  volesse  far  vendetta  de'
suoi  fedeli  cristiani,  dal  detto  califa tanto odiati,  imperoch del 1225,
stando in Baldach detto califa,  non pensava mai altro ogni giorno se  non  con
che  modo  e forma potesse far convertire alla sua legge gli cristiani abitanti
nel suo paese, o vero, non volendo, di farli morire.  E dimandando sopra di ci
il consiglio de' savii,  fu trovato un punto della scrittura nell'Evangelio che
dice cos: "Se alcuno cristiano avesse tanta fede quanto  un grano di  senapa,
porgendo  i suoi preghi alla divina Maest faria muover i monti dal suo luogo".
Del qual punto rallegratosi,  non credendo per alcun  modo  questo  essere  mai
possibile,  mand  a  chiamare  tutti  i  cristiani,  nestorini  e iacopiti che
abitavano in Baldach,  ch'erano in gran quantit,  e disse loro: " vero  tutto
quello  che  'l  testo  del  vostro Evangelio dice?" A cui risposero: " vero".
Disse loro il califa: "Ecco che s'egli  vero qui si prover  la  vostra  fede.
Certamente,  se tra voi tutti non  almanco uno il qual sia fedele verso il suo
Signore in cos poco di fede quanto  un grano di senapa,  allora  vi  riputar
iniqui,  reprobi  e infidelissimi.  Per il che vi assegno dieci giorni,  fra li
quali o che voi per virt del vostro Dio farete muovere i monti qui astanti,  o
vero  torrete  la legge di Macometto nostro profeta e sarete salvi,  o vero non
volendo farovvi tutti crudelmente morire".  Quando  li  cristiani  udirono  tal
parole,  sapendo  la  sua crudel natura,  che solo faceva questo per spogliarli
delle  loro  sostanze,   dubitarono   grandemente   della   morte;   nondimeno,
confidandosi nel suo Redentore che gli libereria, si congregorono tutti insieme
ed  ebbero  fra  loro  diligente  consiglio,  n trovorno rimedio alcuno se non
pregare la Maest divina che gli porgesse l'aiuto della sua  misericordia.  Per
la qual cosa tutti, cos piccoli come grandi, giorno e notte prostrati in terra
con grandissime lacrime non attendevano ad altro che a far orazioni al Signore,
e cos perseverando per otto giorni, ad un vescovo di santa vita fu divinamente
rivelato in sogno che andassero a trovar un calzolaio il qual avea solamente un
occhio,  il  cui nome non si sa,  che lui comandasse al monte che per la divina
virt dovesse muoversi.
Mandato adunque per il calzolaio, narratoli la divina rivelazione,  gli rispose
che lui non era degno di quest'impresa,  perch i meriti suoi non ricercavan il
premio di tanta grazia;  nondimeno,  facendoli di ci grande instanzia i poveri
cristiani, il calzolaio assent. E sappiate ch'egli era uomo di buona vita e di
onesta conversazione,  puro e fedele verso il nostro Signor Iddio: frequentando
le messe e i divini officii,  attendeva con gran fervore  alle  limosine  e  a'
digiuni.  Al  qual  intravenne che,  essendo andata a lui una bella giovane per
comprarsi un paio di scarpe,  e mostrand'il piede per provar quelle,  si alz i
panni per modo che gli vidde la gamba,  per bellezza della quale si commosse in
disonesti  pensieri;  ma  subito  ritornato  in  s,  mand  via  la  donna  e,
considerata  la parola dell'Evangelio che dice: "Se l'occhio tuo ti scandaleza,
cavatelo e gettalo via da te,  perch  meglio andar con un occhio in  paradiso
che  con  due  nell'inferno",  immediate  con una delle stecche che adoprava in
bottega si cav l'occhio  destro;  la  qual  cosa  dimostr  manifestamente  la
grandezza della sua constante fede.
Venuto  il  giorno  determinato,  la  mattina  a  buon'ora,  celebrati i divini
officii,  con grandissima devozione andarono alla pianura dove  era  il  monte,
portando  avanti  la croce del nostro Signore.  Il califa similmente,  credendo
essere cosa vana che i cristiani potessero mandar queste cose ad effetto, volse
ancor lui esser presente con gran sforzo di gente per distruggerli  e  mandarli
in perdizione.  E quivi il calzolaio, levate le mani al cielo, stando avanti la
croce  in  ginocchioni,  umilmente  preg  il  suo  Creatore  che  pietosamente
riguardando  in  terra,  a  laude  ed  eccellenza  del  nome suo e a fermezza e
corroborazione della fede cristiana,  volesse porgere aiuto al popolo suo circa
il  comandamento  a  loro  ingiunto,  e  dimostrasse  la sua virt e potenza ai
detrattori della sua fede.  E finita l'orazione con voce alta disse:  "In  nome
del Padre e del Figliuolo e del Spirito Santo,  comando a te monte che ti debbi
muovere".  Per le qual parole il monte si mosse,  con mirabil e spauroso tremor
della  terra.  E  il  califa  e  tutti  i circonstanti con grandissimo spavento
rimasero attoniti e stupefatti,  e molti di loro  si  fecero  cristiani,  e  il
califa  in  occulto  confess esser cristiano,  e port sempre la croce nascosa
sotto i panni: la qual dopo morto trovatali adosso,  fu  causa  che  non  fosse
sepolto  nell'arca  de'  suoi  predecessori.   E  per  questa  singular  grazia
concessali da Iddio tutti i cristiani,  nestorini e iacopiti da quel  tempo  in
qua celebrano solennemente il giorno che tal miracolo intravenne, digiunando la
sua vigilia.

Della  nobil  citt  di  Tauris,  che    nella  provincia  di Hirach,  e delli
mercatanti e abitanti in quella.
Cap. 9.

Tauris  una citt grande,  situata in una  provincia  nominata  Hirach,  nella
quale  sono  molte  altre  citt  e  castelli,  ma Tauris  la pi nobile e pi
popolata. Gli abitatori vivono delle mercanzie e arti loro, perch vi si lavora
di diverse sorti di panni d'oro e di seta di gran valuta,  ed    posta  questa
citt in tal parte che dall'India,  da Baldach,  da Moxul, da Cremessor e dalle
parti de'  cristiani  i  mercatanti  vengono  per  comprare  e  vender  diverse
mercanzie.  Quivi  si trovano eziandio pietre preziose e perle abbondantemente.
Quivi li mercatanti forastieri fanno  gran  guadagno,  ma  gli  abitatori  sono
generalmente  poveri,  e  mescolati  di  diverse  generazioni,  cio nestorini,
armeni,  iacopiti,  giorgiani e persi,  e le genti che adorano Macometto    il
popolo  della  citt,  che  si chiamano Taurisini e hanno il parlar diverso fra
loro. La citt  circondata di giardini molto dilettevoli, che producono ottimi
frutti. E i saraceni di Tauris sono perfidi e mali uomini, e hanno per la legge
di Macometto che tutto quello che tolgono e robbano alle  genti  che  non  sono
della  sua  legge sia ben tolto,  n gli sia imputato ad alcun peccato,  e se i
cristiani gli ammazzassero o gli facessero qualche male, sono riputati martiri;
e per questa causa,  se non fossero proibiti e ritenuti per il suo signore  che
governa, commetterebbono molti mali. E questa legge osservano tutti i saraceni.
E  in  fine della vita loro va a loro il sacerdote,  e dimandali se credono che
Macometto sia stato vero nunzio di Dio,  e se rispondono che  lo  credono  sono
salvi:  e per questa facilit di assoluzione,  che gli concede il campo largo a
commettere ogni sceleraggine,  hanno convertito una gran parte de' Tartari alla
sua legge,  per la quale non gli  proibito alcun peccato.  Da Tauris in Persia
sono dodici giornate.

Del monasterio del beato Barsamo, che  nelli confini di Tauris.
Cap. 10.

Ne' confini di Tauris  un monasterio intitolato il beato Barsamo santo,  molto
devoto:  quivi  uno abbate con molti monachi,  i quali portano l'abito a guisa
di carmelitani.  E questi,  per  non  darsi  all'ocio,  lavorano  continuamente
cintole  di lana,  le quali poi mettono sopra l'altare del beato Barsamo quando
si celebrano gli officii.  E quando vanno per le provincie  cercando  (come  li
frati  di San Spirito),  donano di quelle alli loro amici e agli uomini nobili,
perch sono buone a rimuovere il dolore che  alcun  avesse  nel  corpo:  e  per
questo ognuno ne vuole avere per devozione.

Del nome di otto regni che sono nella provincia di Persia,
e della sorte di cavalli e asini che ivi si truovano.
Cap. 11.

Nella Persia,  qual  una provincia molto grande,  vi sono molti regni,  i nomi
de' quali sono gli sottoscritti: il primo regno,  il quale  in  principio,  si
chiama Casibin;  il secondo, qual  verso mezod, si chiama Curdistan; il terzo
Lor, verso tramontana; il quarto Suolistan; il quinto Spaan; il sesto Siras; il
settimo Soncara; l'ottavo Timocaim, qual  nel fine della Persia.  Tutti questi
regni nominati sono verso mezod, eccetto Timocaim, il quale  appresso l'Arbor
Secco  verso  tramontana.  In  questi regni sono cavalli bellissimi,  molti de'
quali si menano a vendere nell'India,  e sono di  gran  valuta,  perch  se  ne
vendono  per  lire  dugento  di tornesi,  e sono per la maggior parte di questo
prezio.  Sonvi ancora asini,  li pi belli e li maggiori che siano al mondo,  i
quali si vendono molto pi che i cavalli, e la ragione  perch mangiano poco e
portano gran carghi e fanno molta via in un giorno,  la qual cosa n cavalli n
muli potriano fare,  n sostenire tanta  fatica  quanta  sostengono  gli  asini
sopradetti.  Imperoch li mercatanti di quelle parti,  andando di una provincia
nell'altra,  passano per gran deserti e luoghi arenosi dove non si truova  erba
alcuna, e appresso, per la distanza de' pozzi e di acque dolci, gli bisogna far
lunghe  giornate:  per tanto adoprano pi volentieri quegli asini,  perch sono
pi veloci e corrono meglio e si conducono con  manco  spesa.  Usano  ancora  i
camelli, i quali similmente portano gran pesi e fanno poca spesa; nondimeno non
sono cos veloci come gli asini. E le genti della sopradetta provincia menano i
detti  cavalli  a Chisi e Ormus e a molte altre citt che sono sopra la riviera
del mare dell'India,  perch vengono comprati quivi e condotti in  India,  dove
sono  in  grandissimo prezio,  nella qual essendo gran caldo non possono durare
longamente, essendo nasciuti in paese temperato.
E ne' sopradetti regni sono genti molto crudeli e  omicidiali,  imperoch  ogni
giorno  l'un  l'altro  si  feriscono e uccidono,  e fariano continovamente gran
danni a' mercanti e a' viandanti,  se  non  fosse  per  la  paura  del  signore
orientale,  il quale severamente gli fa castigare, e ha ordinato che in tutti i
passi pericolosi,  richiedendo i mercanti,  debbano gli abitanti di contrata in
contrata  dar  diligenti  e  buoni conduttori per tutela e sicurt loro,  e per
satisfazione delli conduttori li sia dato per ciascuna soma due o  tre  grossi,
secondo la lunghezza del cammino.  Tutti osservano la legge di Macometto. Nelle
citt di questi  regni  veramente  sono  mercanti  e  artefici  in  grandissima
quantit, e lavorano panni d'oro, di seta e di ciascuna sorte; e quivi nasce il
bombagio,  ed evvi abondanzia di formento,  orzo,  miglio e d'ogni sorte biava,
vini e di tutti i frutti. Ma potria dir alcuno: i saraceni non bevono vino, per
essergli proibito dalla sua legge;  si risponde che glosano il testo di  quella
in  questo modo,  che se 'l vino solamente bolle al fuoco,  e che si consumi in
parte e divenghi dolce,  lo possono bere senza rompere il comandamento,  perch
non lo chiamano dopo pi vino,  conciosiacosach, avendo mutato il sapore, muta
eziandio il nome del vino.

Della citt di Iasdi, e de' lavori di seta che si fanno in quella;
e di animali e uccelli che si trovano venendo verso Chiermain.
Cap. 12.

Iasdi  ne' confini della Persia, citt molto nobile e di gran mercanzia, nella
quale si lavorano molti panni di seta, che si chiamano iasdi,  quali portano li
mercanti in diverse parti.  Osservano la legge di Macometto. E quando l'uomo si
parte da questa citt per andar pi oltre, cavalca otto giornate per via piana,
nelle quali si truovano solamente tre luoghi  dove  possino  alloggiare,  e  il
cammino    pieno  di  molti boschi che producono dattali,  per li quali si pu
cavalcare;  e vi sono molte  cacciagioni  d'animali  salvatichi,  e  pernici  e
quaglie in abondanza, e li mercanti che cavalcano per quelle parti, e altri che
si  dilettano di cacciagioni di bestie e d'uccelli,  vi prendono gran sollazzi.
Si truovano ancora asini salvatichi.  E nel fine  delle  dette  otto  giornate,
s'arriva ad un regno che si chiama Chiermain.

Del regno di Chiermain, che anticamente si diceva Carmania,
e  delle  pietre  turchese azal e andanico,  e de' lavori d'armi e seta,  e de'
falconi;
e di una gran discesa che si truova partendosi da quello.
Cap. 13.

Chiermain    un  regno  ne'  confini  della  Persia  verso  levante,  il  qual
anticamente andava d'erede in erede,  ma dopo che 'l Tartaro lo soggiog al suo
dominio non succedettero gli eredi, anzi il Tartaro vi manda signore secondo il
voler suo. In detto regno nascono le pietre che si chiamano turchese,  quali si
cavano  nelle  vene  de'  monti;  si truovano ancora in quelli vene di azzaio e
andanico in grandissima quantit.  Si lavorano molto eccellentemente in  questo
regno  tutti i fornimenti pertinenti alla guerra,  cio selle,  freni,  sproni,
spade,  archi,  turcassi,  e tutte le sorti d'armi secondo i loro  costumi.  Le
donne  e  tutte  le  giovani  lavorano similmente con l'ago in drappi di seta e
d'oro d'ogni colore uccelli e animali e molte altre varie e diverse imagini,  e
anco  cortine,  coltre  e  cussini per letti di grandi uomini,  cos bene e con
tanto artificio che  cosa maravigliosa a vedere.  Ne' monti  di  questo  regno
nascono  falconi,  li  migliori che volino al mondo,  e sono minori de' falconi
pellegrini, e rossi nel petto e fra le gambe sotto la coda, e sono tanto veloci
che niuno uccello gli pu scampare.  Partendosi da questo regno si cavalca  per
otto  giornate  per  pianura,   cammino  molto  sollazzoso  e  dilettevole  per
l'abondanza delle pernici e molte cacciagioni,  trovando continuamente citt  e
castelli e molte altre abitazioni;  e alla fine si truova una gran discesa, per
la qual si cavalca due  giornate  trovando  arbori  fruttiferi  in  grandissima
quantit.   Questi  luoghi  si  abitavano  anticamente,  ma  al  presente  sono
disabitati;  quivi nondimeno stanno i pastori per pascer le bestie loro.  E  da
questo regno di Chiermain fin alla discesa predetta,  nel tempo dell'inverno vi
 cos gran freddo,  che appena l'uomo si pu riparare  portando  continuamente
molte vesti e pelli.

Della  citt  di  Camandu,  che  si truova dopo una discesa,  e della region di
Reobarle,  e  delli  uccelli  francolini  e  buoi  bianchi  con  una  gobba;  e
dell'origine delli Caraunas, che vanno depredando.
Cap. 14.

Dopo  la  discesa  di questo luogo per le dette due giornate si truova una gran
pianura,  la qual verso mezod dura per cinque giornate,  nel  principio  della
qual  una citt chiamata Camandu, che gi fu nobile e grande, ma non  cos al
presente,  perch i Tartari pi volte l'hanno destrutta. E la regione si chiama
Reobarle, e quella pianura  caldissima e produce frumento, orzo e altre biade.
Per le coste de' monti di detta pianura nascono pomi granati,  codogni e  molti
altri  frutti,  e pomi d'Adamo,  i quali nelle nostre parti fredde non nascono.
Ivi sono infinite tortore, per le molte pomelle che vi truovano da mangiare, n
li saraceni mai le pigliano,  perch le hanno in abominazione.  Vi si  truovano
ancora molti fagiani e francolini,  li quali non s'assimigliano alli francolini
delle altre contrade,  perch sono mescolati di color bianco e negro e hanno li
piedi e becco rossi.  Vi sono eziandio bestie dissimili dalle altre parti, cio
buoi grandi tutti bianchi che hanno il pelo picciolo e piano,  il  che  avviene
per  il  caldo del luogo,  le corna corte e grosse e non acute;  hanno sopra le
spalle una gobba rotonda alta due palmi,  sono bellissimi  da  vedere,  portano
gran  peso perch sono fortissimi,  e quando si dieno cargare si posano a guisa
di camelli e poi si levano su.  Vi sono ancora castroni di  grandezza  d'asini,
che hanno le code grosse e larghe,  di sorte che una pesar libre trenta e pi,
e sono grassi e buoni da mangiare.
In questa provincia vi sono molti castelli e citt che hanno le mura  di  terra
alte  e  grosse,  e  questo  per  potersi  difendere dalli Caraunas,  che vanno
scorrendo per tutti que' luoghi depredando il  tutto.  E  acci  che  si  sappi
quello che vuol dire questo nome di Caraunas,  dico che fu uno Nugodar,  nepote
di Zagathai,  fratello del gran Can,  qual Zagathai  signoreggiava  la  Turchia
maggiore.  Questo Nugodar,  stando nella sua corte, si pens di voler ancor lui
signoreggiare,  e per,  sentendo che nell'India v'era una  provincia  chiamata
Malabar, sotto ad un re nominato Asidin soldano, la quale non era soggiogata al
dominio  de'  Tartari,  sottrasse  circa  diecimila  uomini,  di quelli ch'egli
pensava esser peggiori e pi crudeli,  e con questi  partendosi  da  suo  barba
Zagathai  senza  fargli  intendere  cosa alcuna,  pass per Balaxan e per certa
provincia chiamata Chesmur,  dove perse molte delle sue genti e bestie  per  le
vie  strette  e cattive;  e finalmente entr nella provincia di Malabar e prese
per forza una citt detta Dely, e tolse molte altre citt circonstanti al detto
Asidin, perch li sopravenne alla sprovista.  E quivi cominci a regnare,  e li
Tartari  bianchi  cominciorno  a  mescolarsi con le donne indiane,  quali erano
negre,  e di quelle procreorno figliuoli che  furono  chiamati  Caraunas,  cio
meschiati  nella  lingua  loro:  e questi son quelli che vanno scorrendo per le
contrade di Reobarle e per ciascun'altra come meglio possono. E come vennero in
Malabar imparorno l'arti magice e diabolice,  con  le  quali  sanno  far  venir
tenebre e oscurar il giorno,  di modo che,  s'uno non  appresso a l'altro, non
si veggono;  e ogni volta che vogliono far correrie fanno simil arti,  acci le
genti  non s'avvegghino di loro.  E cavalcano il pi delle volte verso le parti
di Reobarle, perci che tutti i mercanti che vengono a negociare in Ormus,  fin
che s'avisano che venghino i mercanti dalle parti d'India,  mandan al tempo del
verno i muli e camelli, che si son smagrati per la lunghezza del cammino,  alla
pianura  di  Reobarle,  dove  per  l'abondanza dell'erbe debbano ingrassarsi: e
questi Caraunas, che attendono a questo, vanno depredando ogni cosa, e prendono
gli uomini e vendongli;  nondimeno se possono riscatarsi li lascian  andare.  E
messer Marco quasi fu preso una fiata da loro per quell'oscurit, ma egli se ne
fugg  ad  un  castello  di  Consalmi;  de'  sui compagni alcuni furono presi e
venduti, altri furono morti.

Della citt di Ormus,  che  posta in isola vicina  alla  terra  sopra  il  mar
dell'India,
e della condizione e vento che vi soffia cos caldo.
Cap. 15.

Nel  fine  della  pianura che abbiam detto di sopra,  che dura verso mezod per
cinque giornate, si perviene ad una discesa che dura ben venti miglia, ed  via
pericolosissima per l'abondanza  de'  rubatori  che  di  continuo  assaltano  e
rubbano quelli che vi passano. E quando si giugne al fine di questa discesa, si
truova  un'altra pianura molto bella,  che dura di lunghezza per due giornate e
chiamasi pianura di Ormus: ivi sono riviere bellissime e  dattali  infiniti,  e
trovansi  francolini  e  papagalli e molti altri uccelli che non s'assomigliano
alli nostri. Alla fine si giugne al mare Oceano,  dove,  sopra un'isola vicina,
vi  una citt chiamata Ormus, al porto della qual arrivano tutti i mercanti di
tutte le parti dell'India con speciarie,  pietre preziose, perle, panni d'oro e
di seta, denti d'elefanti e molte altre mercanzie, e quivi le vendono a diversi
altri mercanti che le conducono poi per il mondo.  La citt nel  vero    molto
mercantesca, e ha citt e castelli sotto di s, ed  capo del regno Chermain; e
il  signore  della citt si chiama Ruchmedin Achomach,  il qual signoreggia per
tirannide,  ma ubbidisce al re di Chiermain.  E  se  vi  muore  alcun  mercante
forestiero,  il  signor della terra gli toglie tutto il lor avere e riponlo nel
suo tesoro.  L'estate le genti non abitano nella citt,  per il gran caldo ch'
causa di mal aere, ma vanno fuori a' loro giardini, appresso le rive dell'acque
e  fiumi,  dove con certe graticcie fanno solari sopra l'acque,  e quelli d'una
parte fermano con pali fitti nell'acque e dall'altra parte sopra la riva,  e di
sopra  per  difendersi  dal  sole cuoprono con le foglie,  e vi stanno un certo
tempo.  E dall'ora di  meza  terza  fino  mezod  ogni  giorno  vien  un  vento
dall'arena  cos  estremamente caldo che per il troppo calore vieta all'uomo il
respirare, e subito lo soffoca e muore: e da detto vento niuno che si truovi su
l'arena pu scampare, per la qual cosa, subito che sentono il vento, si mettono
nell'acque fin alla barba e vi stanno fin che 'l cessi.
E in testimonio della calidit di detto vento,  disse messer Marco che si trov
in  quelle  parti  quando intravenne un caso in questo modo: che,  non avend'il
signor d'Ormus pagato il tributo al re di Chiermain, pretendendo averl'al tempo
che gl'uomini d'Ormus dimoravano fuori della  citt  nella  terra  ferma,  fece
apparecchiare  mille e seicento cavalli e cinquemila pedoni,  i quali mand per
la contrata di Reobarle per prendergli alla sprovista.  E cos un  giorno,  per
essere mal guidati,  non potendo arrivar al luogo designato per la sopravenente
notte,  si riposarono in un bosco non molto lontano da  Ormus;  e  la  mattina,
volendosi partire,  il detto vento gl'assalt e soffoc tutti,  di modo che non
si trov alcuno che portasse la nuova al lor signore. Questo sapendo gli uomini
d'Ormus,  acci che que' corpi  morti  non  infettassero  l'aere,  andorno  per
sepelirgli,  e  pigliandogli per le braccie per porgli nelle fosse,  erano cos
cotti pel grandissimo calore che le braccia si lasciavano dal busto, per il che
fu di bisogno far le fosse appresso alli corpi e gettargli in quelle.

Delle sorti delle navi d'Ormus;  e della stagione nella qual nascono  i  frutti
loro,
e del viver e costumi degli abitanti.
Cap. 16.

Le  navi  d'Ormus  sono  pessime e pericolose,  onde li mercanti e altri spesse
volte in quelle pericolano: e la causa  questa,  perch  non  si  ficcano  con
chiodi,  per  esser il legno col quale si fabricano duro e di materia fragile a
modo di vaso di terra,  e subito che si  ficca  il  chiodo  si  ribatte  in  se
medesimo  e  quasi  si rompe;  ma le tavole si forano con trivelle di ferro pi
leggiermente che possono nelle estremit, e dopo vi si mettono alcune chiavi di
legno con le quali si serrano,  dopo le legano overo cuciono con un filo grosso
che  si  cava  di sopra il scorzo delle noci d'India.  Le quali sono grandi,  e
sopra vi sono fili come sete di  cavalli,  li  quali,  posti  in  acqua,  com'
putrefatta la sostanza rimangono mondi, e se ne fanno corde con le quali legano
le  navi,  e  durano  longamente in acqua;  alle qual navi non si pone pece per
difesa della putrefazione,  ma s'ungono con olio fatto di grasso  di  pesci,  e
calcasi la stoppa.  Ciascuna nave ha un arbor solo e un timone e una coperta, e
quando  carica si cuopre con cuori,  e sopra i cuori pongono i cavalli che  si
conducono  in  India.  Non hanno ferri da sorzer,  ma con altri lor instrumenti
sorzeno, e per con ogni leggier fortuna periscono, per esser molto terribile e
tempestoso quel mare.
Quelle genti sono  negre  e  osservano  la  legge  di  Macometto.  Seminano  il
frumento,  orzo  e  altre biade nel mese di novembre e le raccolgono il mese di
marzo,  e cos hanno tutti i loro frutti  degli  altri  mesi  nel  detto  mese,
eccetto i dattoli,  che si raccogliono nel mese di maggio, de' quali si fa vino
con molte altre specie mescolatevi,  il qual  molto buono: e se gli uomini che
non  vi sono assuefatti beono di quello,  subito patiscono flusso,  ma risanati
quel vino molto gli giova e ingrassali.  Non usano i  nostri  cibi,  perch  se
mangiassero  pan  di  frumento  e  carni  subito s'infermarebbono,  ma mangiano
dattoli e pesci salati,  cio pesci tonni,  e cipolle e altre simil cose che si
confanno alla sanit loro. In quella terra non si truova erba che duri sopra la
terra,  salvo  che  ne' luoghi acquosi,  e questo pel troppo caldo che dissecca
ogni cosa. Quando gl'uomini grandi muoiono, le moglie loro gli piangono quattro
settimane continue una volta al giorno;  ivi si truovano donne ammaestrate  nel
pianto,  le  quali  si  conducono  a  prezzo,  che  pianghino ogni giorno sopra
gl'altrui morti.

Della campagna che si truova partendosi d'Ormus e ritornando verso Chiermain,
e del pan amaro per causa dell'acque salse.
Cap. 17.

Avendosi detto d'Ormus, voglio che lasciamo star il parlare dell'India, la qual
sar descritta in un libro particolare,  e che retorniamo di nuovo a  Chiermain
verso  tramontana.  E  per  dico  che,  partendosi  da  Ormus  e andando verso
Chiermain per un'altra strada,  si truova una pianura  bellissima  e  abondante
d'ogni  sorte  di  vettovaglie: ma il pan di frumento che nasce in quella terra
non si pu mangiare se non da quelli che vi sono usi per longo tempo, per esser
amaro per causa dell'acque,  le quali son tutte amare e salse.  E da ogni canto
si veggono scorrere bagni caldi, molto utili a guarire e sanare molte infermit
che  vengono  agli uomini sopra la persona.  Vi sono anco molti dattoli e altri
frutti.

Come partendosi da Chiermain si va per un deserto di sette giornate alla  citt
di Cobinam, e dell'acque amare che si truovano, e alla fine di un fiume d'acqua
dolce.
Cap. 18.

Partendosi di Chiermain e cavalcando per tre giornate s'arriva a un deserto pel
quale si va fino a Cobinam,  e dura sette giornate,  e ne' primi tre giorni non
si trova salvo che un poco d'acqua: e quella  salsa e verde come  l'erba  d'un
prato,  ed    tanto  amara  che  niuno ne pu bere,  e s'alcuno ne bee pur una
gocciola va da basso pi di dieci volte,  e similmente gli avviene se mangiasse
un  sol  grano di sale che si fa di quell'acqua.  E per gli uomini che passano
per que' deserti si portano dietro dell'acqua,  ma le bestie ne beono per forza
constrette dalla sete,  e subito patiscono flusso di corpo. In tutte queste tre
giornate non si truova pur un'abitazione,  ma tutto  deserto e secco;  non  vi
sono bestie, perch non hanno che mangiare. E nella quarta s'arriva ad un fiume
d'acqua  dolce,  il quale scorre sotto terra,  e in alcuni luoghi vi sono certe
caverne dirotte e fosse pel scorrere del fiume,  per le quali si vede  passare,
qual poi subito entra sotto terra;  nondimeno s'ha abondanza d'acqua,  appresso
la  quale  i  viandanti,   stanchi  per  l'asprezza  del  deserto   precedente,
ricreandosi  con le loro bestie si riposano.  Nell'ultime tre giornate truovasi
come nelle tre precedenti, e nella fine si truova la citt di Cobinam.

Della citt di Cobinam, e delli specchi di acciaio, e dell'andanico,
e della tucia e spodio che si fa ivi.
Cap. 19.

Cobinam  una gran citt,  la cui gente osserva la legge di Macometto,  dove si
fanno  li  specchi  d'acciaio  finissimo molto belli e grandi.  Vi  anco assai
andanico, e ivi si fa la tucia,  la qual  buona all'egritudine degli occhi,  e
il  spodio,  in  questo  modo:  tolgono  la  terra  d'una  vena  ch'  buona  a
quest'effetto e la mettono in una fornace ardente,  e  sopra  la  fornace  sono
poste  graticcie  di  ferro  molto  spesse,  e  il  fumo  e l'umor che ne viene
ascendendo s'attacca alle graticcie,  e raffreddato  s'indurisce,  e  questa  
tucia;  e  il  resto  di quella terra che rimane nel fuoco,  cio il grosso che
resta arso,  il spodio.

Come da Cobinam si va per  un  deserto  di  otto  giornate  alla  provincia  di
Timochaim
nelle confine della Persia verso tramontana, e dell'Alboro del Sole,
che si chiama l'Alboro Secco, e della forma de' frutti di quello.
Cap. 20.

Partendosi  da  Cobinam  si va per un deserto d'otto giornate,  nel qual  gran
siccit, n vi sono frutti n arbori, e l'acqua  anco amara,  onde i viandanti
portano seco le cose al vivere necessarie; nondimeno le bestie loro per la gran
sete  le  fanno  per forza bere di quell'acqua,  imperoch meschiano farina con
quell'acqua e bellamente le inducono a bere.  E in capo delle otto giornate  si
trova  una  provincia nominata Timochaim,  la qual  posta verso tramontana ne'
confini della Persia, nella quale sono molte citt e castelli.  Vi  ancora una
gran  pianura nella quale v' l'Alboro del Sole,  che si chiama per i cristiani
l'Albor Secco, la qualit e condizione del quale  questa:  un arbore grande e
grosso,  le cui foglie da una parte son verdi,  dall'altra  bianche,  il  quale
produce  ricci  simili a quei delle castagne,  ma niente  in quelli,  e il suo
legno  saldo e forte,  di color giallo a modo di busso;  e  non  v'  appresso
arbor alcuno per spazio di cento miglia se non da una banda, dalla qual vi sono
arbori quasi per dieci miglia,  e dicono gli abitanti in quelle parti che quivi
fu la battaglia tra Alessandro e Dario.  Le citt e castelli abondano di  tutte
le  belle  e  buone  cose,  perch quel paese  d'aere non molto caldo n molto
freddo,  ma temperato.  La gente osserva la legge di Macometto;  sono in quelle
belle genti, e specialmente donne, le qual a mio giudicio sono le pi belle del
mondo.

Del Vecchio della Montagna,  e del palagio fatto far per lui, e come fu preso e
morto.
Cap. 21.

Detto di questa contrata, ora dirassi del Vecchio della Montagna. Mulehet  una
contrada nella quale anticamente soleva stare il Vecchio detto della  Montagna,
perch  questo nome di Mulehet  come a dire luogo dove stanno li eretici nella
lingua saracena;  e da detto luogo gli  uomini  si  chiamano  mulehetici,  cio
eretici della sua legge, s come, appresso li cristiani, patarini. La condizion
di  questo  Vecchio  era tale,  secondo che messer Marco afferm aver inteso da
molte persone: ch'egli avea nome Aloadin ed era macomettano,  e avea fatto  far
in una bella valle serrata fra due monti altissimi un bellissimo giardino,  con
tutti i frutti e arbori che  aveva  saputo  ritrovare,  e  d'intorno  a  quelli
diversi  e  varii  palagi e casamenti,  adornati di lavori d'oro e di pitture e
fornimenti tutti di seta.  Quivi per alcuni piccioli canaletti che  rispondevan
in diverse parti di questi palagi si vedeva correr vino,  latte e melle e acqua
chiarissima,  e vi avea posto ad abitar donzelle leggiadre e belle,  che sapean
cantar  e  sonar  d'ogni instrumento e ballar,  e sopra tutto ammaestrate a far
tutte le carezze e  lusinghe  agli  uomini  che  si  possin  imaginare.  Queste
donzelle,  benissimo  vestite d'oro e di seta,  si vedevan andar sollazzando di
continuo per il giardino e per i palagi, perch quelle femine che l'attendevano
stavan serrate e non si vedevano mai fuori all'aere.
Or questo Vecchio avea fabricato questo palagio per questa causa,  che,  avendo
detto  Macometto che quelli che facevano la sua volont anderiano nel paradiso,
dove troverian tutte le delicie e piaceri del mondo,  e donne  bellissime,  con
fiumi  di  latte  e melle,  lui voleva dar ad intendere ch'egli fosse profeta e
compagno di Macometto,  e potesse far andar nel detto paradiso chi egli voleva.
Non  poteva alcun entrare in questo giardino,  perch alla bocca della valle vi
era fatto un castello fortissimo e inespugnabile,  e per una strada secreta  si
poteva andare dentro. Nella sua corte detto Vecchio teneva giovani da 12 fino a
20  anni,  che  li  pareva  essere  disposti alle armi e audaci e valenti degli
abitanti in quelle montagne,  e ogni giorno gli predicava di questo giardino di
Macometto, e come lui poteva fargli andar dentro. E quando li pareva faceva dar
una  bevanda a dieci o dodici de' detti giovani,  che gli addormentava,  e come
mezi morti li faceva portar in diverse camere de' detti palagi;  e quivi,  come
si  risvegliavano,  vedevan tutte le sopradette cose,  e a ciascuno le donzelle
eran intorno cantando,  sonando e facendo tutte le carezze  e  solazzi  che  si
sapevan  imaginare,  dandoli  cibi  e vini delicatissimi,  di sorte che quelli,
imbriacati da tanti piaceri e dalli fiumicelli di latte e  vino  che  vedevano,
pensavano  certissimamente  essere  in  paradiso  e  non  s'averian  mai voluto
partire.
Passati quattro o cinque giorni,  di nuovo  li  faceva  addormentare  e  portar
fuori,  e quelli fatti venir alla sua presenza,  gli dimandava dove eran stati,
quali dicevano: "Per grazia vostra,  nel paradiso",  e  in  presenza  di  tutti
raccontavano  tutte  le  cose  che  aveano  veduto,  con  estremo  desiderio  e
admirazione di chi gli ascoltavano.  E il Vecchio gli rispondeva: "Questo   il
comandamento del nostro profeta,  che chi difende il signor suo gli fa andar in
paradiso,  e se tu sarai obediente a me tu averai questa  grazia",  e  con  tal
parole  gli  avea  cos  inanimati che beato si reputava colui a cui il Vecchio
comandava ch'andasse a morire per lui.  Di sorte che quanti signori overo altri
che  fossero  inimici  del detto Vecchio,  con questi seguaci e assassini erano
uccisi,  perch niuno temeva la morte,  pur che  facessero  il  comandamento  e
volont   del  detto  Vecchio,   e  s'esponevano  ad  ogni  manifesto  pericolo
disprezzando la vita presente: e per questa causa  era  temuto  in  tutti  quei
paesi come un tiranno,  e avea constituito due suoi vicarii,  uno alle parti di
Damasco, l'altro in Curdistana, che osservano il medesimo ordine con li giovani
che gli mandava;  e per grand'uomo che si  fosse,  essendo  inimico  del  detto
Vecchio, non poteva campare che non fosse ucciso.
Era  detto  Vecchio  sottoposto  alla signoria di Ula,  fratello del gran Can,
qual,  avendo inteso  delle  sceleratezze  di  costui  (perch  oltre  le  cose
sopradette faceva rubbar tutti quelli che passavan per il suo paese),  nel 1262
mand un suo esercito ad assediarlo nel castello,  dove stette anni tre che non
li  poterno far cosa alcuna;  al fine,  mancandogli le vettovaglie,  fu preso e
morto, e spianato il castello e il giardino del paradiso.

D'una pianura abondante di sei giornate,  e poi d'un  deserto  d'otto,  che  si
passa per arrivare alla citt di Sapurgan; e delle buone pepone che vi sono, le
qual fatte in coreggie seccano.
Cap. 22.

Partendosi  da questo castello,  si cavalca per una bella pianura e per valli e
colline,  dove sono erbe e pascoli e molti frutti in grande  abondanza  (e  per
questo  l'esercito  d'Ula  vi  dimor  volentieri): e dura questa contrata per
spazio ben di sei giornate. Qui sono citt e castelli, e li uomini osservano la
legge di Macometto.  Dipoi s'entra in un deserto che  dura  quaranta  miglia  e
cinquanta,  dove non  acqua,  ma bisogna che gli uomini la portino seco,  e le
bestie mai non beono fino che non son fuori di quello, il quale  necessario di
passar con gran prestezza perch poi trovan acqua. E cavalcato che s' le dette
sei giornate, s'arriva ad una citt detta Sapurgan, la qual  abondantissima di
tutte le cose necessarie al vivere,  e sopra tutto  delle  miglior  pepone  del
mondo, le quali fanno seccare in questo modo: le tagliano tutte a torno a torno
a modo di correggie, s come si fanno delle zucche, e poste al sole le seccano,
e poi le portano a vendere alle terre prossime per gran mercanzia,  e ognuno ne
compra perch son dolci come mele.  Sono in  quella  cacciagioni  di  bestie  e
d'uccelli.
Ora  lasciasi  questa  citt  e  dirassi d'un'altra,  che si truova passando la
sopradetta, chiamata Balach, la quale  citt nobile e grande,  ma pi nobile e
pi grande fu gi,  perci che li Tartari, facendoli molte volte danno, l'hanno
malamente trattata e rovinata: e gi furono in quella molti palagi di  marmo  e
corti,  e  sonvi  ancora,  ma  distrutti  e guasti.  In questa citt dicono gli
abitanti che Alessandro tolse per moglie la figliuola del  re  Dario,  i  quali
osservano la legge di Macometto.  E fino a questa citt durano li confini della
Persia fra greco e levante,  e partendosi dalla sopradetta citt si cavalca per
due giornate tra levante e greco,  nelle quali non si truova abitazione alcuna,
perch le genti se ne fuggono alli monti e alle fortezze,  per paura  di  molte
male  genti  e de' ladri che vanno scorrendo per quelle contrade facendoli gran
danni.  Vi sono molte acque e molte cacciagioni di diversi animali,  e vi  sono
anco  de'  leoni.  Vettovaglie  non  si  truovano in questi monti per dette due
giornate,  ma bisogna che quelli che passano se le portino seco per loro e  per
li suoi cavalli.

Del castello detto Thaican, e de' monti del sale, e de' costumi degli abitanti.
Cap. 23.

Poi  che  s'  cavalcato  le  dette  due giornate,  si truova un castello detto
Thaican,  nel quale  un grandissimo mercato di biade,  per ch'egli  posto in
un bello e grazioso paese. I suoi monti verso mezod sono grandi e alti, alcuni
de'  quali  sono  d'un  sale  bianco e durissimo,  e li circonstanti per trenta
giornate ne vengono a torre,  perch egli  il miglior  che  sia  in  tutto  'l
mondo;  ma    tanto duro che non se ne pu torre se non rompendolo con pali di
ferro, e ve n' in tanta copia che tutto 'l mondo si potria fornire.  Gli altri
monti  sono  abondanti  di  mandole  e  pistacchi,  de' quali si ha grandissimo
mercato.  E partendosi dal detto castello,  si va per tre giornate fra greco  e
levante,  sempre  trovando  contrade  bellissime,  dove  sono  molte abitazioni
abondanti de frutti,  biade e  vigne.  Gli  abitatori  osservano  la  legge  di
Macometto,  e sono micidiali, perfidi e maligni, e attendono molto alle crapole
e bere, perch hanno buon vino cotto.  In capo non portano cosa alcuna,  se non
una cordella di dieci palmi, con la quale circondano il capo. Sono ancora buoni
cacciatori e prendono assai bestie salvatiche, e non portano altre vesti se non
delle pelli di quelle che uccideno, delle quali acconcie se ne fanno fare vesti
e scarpe.

Della citt di Scassem, e de' porci spinosi che ivi si truovano.
Cap. 24.

Dopo  il  cammino di tre giornate si truova una citt nominata Scassem,  qual 
d'un conte,  e sono altre sue citt e castelli ne' monti.  Per mezo  di  questa
citt corre un fiume assai ben grande.  Ivi sono porci spinosi,  contra i quali
come il cacciatore instiga i cani,  immediate si reducono insieme  e  con  gran
furia  tirano le spine agli uomini e ai cani,  e gli feriscono con le spine che
hanno sopra la pelle.  Gli abitanti han lingua per s,  e li pastori che  hanno
bestie  abitano  in que' monti,  in alcune caverne che da loro medesimi s'hanno
fatte;  il che possono far facilmente,  perch i monti  sono  di  terra  e  non
sassosi.

E  quando  si  parte dalla citt sopradetta,  si va per tre giornate che non si
truova abitazione alcuna n cosa pel viver de' viandanti,  salvo che acqua,  ma
per  li  cavalli si truovano erbe sufficientemente: per il che gli viandanti si
portano seco le cose necessarie.  In capo veramente di tre giornate  si  truova
una provincia detta Balaxiam.

Della provincia di Balaxiam, e delle pietre preziose, detti balassi, che ivi si
cavano,  le qual sono tutte del re;  e de' cavalli e falconi che si truovano, e
dell'aer eccellente e sano che  nelle sommit d'alcuni monti; e de' vestimenti
che portano le donne per parer belle.
Cap. 25.

Balaxiam  una provincia le cui genti osservano la legge  macomettana  e  hanno
parlare  da  s;  e  certamente    gran  regno,  che per longhezza dura ben 12
giornate.  Reggesi per successione  d'eredit,  cio  tutti  i  re  sono  d'una
progenie,  la qual discese dal re Alessandro e dalla figliuola di Dario, re de'
Persiani: e tutti quei re si chiamano  Zulcarnen,  che  vuol  dire  Alessandro.
Quivi si trovano quelle pietre preziose che si chiamano balassi,  molto belli e
di gran valuta, e nascono ne' monti grandi.  Ma questo per  in un monte solo,
il  qual si chiama Sicinan,  nel qual il re fa far caverne simili a quelle dove
si cava l'argento e l'oro,  e a questo modo truovano queste  pietre;  n  alcun
altro  salvo che 'l re pu farne cavare,  sotto pena della vita,  se di special
grazia per il re non  viene  concesso.  E  qualche  volta  ne  dona  ad  alcuni
gentiluomini che passano di l, qual non possono comprarne da altri n portarne
fuori del suo regno senza sua licenza: e questo fa egli perch vuole che i suoi
balassi  per  onor  suo siano di maggior valuta e tenuti pi cari,  perch,  se
ciascuno  a  suo  piacere  li  potesse  cavare  o  comprare  e  portar   fuori,
trovandosene in tanta copia verrebbono a vilissimo prezzo. E per il re dona di
quelli ad alcuni re e prencipi per amore,  ad alcuni ne d per tributo,  e anco
ne cambia per oro: e questi si possono trarre per altre  contrade.  Si  trovano
similmente  monti  nelli  quali  vi    la  vena  delle pietre delle qual si fa
l'azzurro,  il migliore che si truovi nel mondo,  e vene che producono argento,
rame e piombo in grandissima quantit.  provincia certamente fredda.
Ivi  ancora nascono buoni cavalli,  che sono buoni corridori,  e hanno l'unghie
de' piedi cos dure che non hanno bisogno di portar ferri: e gli uomini corrono
con quelli per le discese de' monti,  dove altre bestie non potriano correre n
avrebbono  ardire  di corrervi.  E gli fu detto che non era passato molto tempo
che si trovavano in questa provincia cavalli ch'erano discesi dalla  razza  del
cavallo d'Alessandro,  detto Bucefalo,  i quali nascevano tutti con un segno in
fronte,  e n'era solamente la razza in poter  d'un  barba  del  re;  qual,  non
volendo consentir che 'l re ne avesse,  fu fatto morire da quello,  e la moglie
per dispetto della morte del marito  distrusse  la  detta  razza,  e  cos  s'
perduta. Oltre di ci, ne' monti di quella provincia nascono falconi sacri, che
sono molto buoni e volano bene,  e similmente falconi laneri, astori perfetti e
sparavieri.  Sono gli abitanti cacciatori di bestie e uccellatori;  hanno  buon
frumento,  e vi nasce l'orzo senza scorza. Non hanno olio di olivo, ma lo fanno
di noci e di susimano,  il quale  simile alle semenze di lino,  ma quelle  del
susiman  sono  bianche,  e  l'olio  migliore e pi saporito di qualunque altro
olio, e l'usano i Tartari e altri abitanti in quelle parti.
In questo regno sono passi molto stretti e luoghi molto forti,  di modo che non
temono  d'alcuna  persona  che possa entrar nelle loro terre per far lor danno.
Gli uomini sono buoni arcieri e ottimi cacciatori,  e quasi tutti si vestono di
cuori di bestie, perch hanno carestia dell'altre veste. In quei monti abondano
montoni infiniti,  e vanno alle volte in un gregge quattrocento,  cinquecento e
seicento,  e tutti sono salvatichi,  e se ne prendono molti n mai mancano.  La
propriet  di quei monti  tale che sono altissimi,  di modo che un uomo ha che
fare dalla mattina insino alla sera a poter ascendere in quelle sommit,  nelle
quali vi sono grandissime pianure e grande abondanza d'erbe,  e arbori, e fonti
grandi di purissime acque, che discorrono a basso per quei sassi e rotture.  In
detti  fonti  si  trovano temali e molti altri pesci delicati,  e l'aere  cos
puro in quelle sommit e l'abitarvi cos sano,  che gli uomini che stanno nella
citt  e  nel  piano e valli,  come si sentono assaltar dalla febre di ciascuna
sorte o d'altra infirmit accidentale,  immediate ascendono il monte  e  stanvi
due  o  tre giorni e si ritrovano sani,  per causa dell'eccellenza dell'aere: e
messer Marco afferm averlo provato,  perci che ritrovandosi in  quelle  parti
stette ammalato circa un anno,  e subito che fu consigliato d'andar sopra detto
monte si risan.
Le donne di questo luogo grande e onorevole si fanno dalla cintura in gi veste
a modo di braghesse, e mettono in quelle secondo le sue facolt chi cento,  chi
ottanta,  chi  sessanta  braccia di bambasina,  e le fanno increspate: e questo
acci che paiano pi grosse nelle parti dalla cinta in gi,  per  che  i  suoi
mariti si dilettano di donne che abbino quelle parti grosse, e quelle che l'han
maggiori vengono riputate pi belle.

Della  provincia  di  Basci,  che  verso mezod,  e come gli abitanti portano
molti lavori d'oro all'orecchie, e costumi loro.
Cap. 26.

Partendosi da Balaxiam e cavalcando verso mezod per dieci giornate,  si truova
una  provincia detta Basci,  gli uomini della qual hanno il parlar da per s e
adorano gl'idoli,  e sono genti brune,  e molto esperti nell'arte magica,  e di
continuo  attendono  a  quella.  Portano all'orecchie circoli d'oro e d'argento
pendenti,  con perle e pietre preziose,  lavorati con  grande  artificio.  Sono
genti  perfide  e  crudeli  e astute secondo i costumi loro.  La provincia  in
luogo molto caldo. Il viver loro sono carne e risi.

Della provincia di Chesmur,  che  verso sirocco,  e degli abitanti,  che sanno
l'arte magica;  e come sono vicini al mare dell'India, e della sorte di eremiti
che son ivi, e vita loro di grand'astinenzia.
Cap. 27.

Chesmur  una provincia ch' distante da Basci  per  sette  giornate,  la  cui
gente  ha il parlar da sua posta;  e sanno l'arte magica sopra tutti gli altri,
di sorte  che  constringono  gl'idoli,  che  sono  muti  e  sordi,  a  parlare,
fann'oscurar il giorno e molte altre cose maravigliose, e sono il capo di tutti
quelli ch'adorano gl'idoli, e da loro discesero gl'idoli. Da questa contrata si
pu andar al mare degl'Indiani. Gli uomini di questa provincia sono bruni e non
del tutto negri,  e le donne,  ancor che siano brune,  sono per bellissime. Il
viver loro  carne, riso e altre cose simili; nondimeno sono magri.  La terra 
calda  temperatamente,  e  in  quella  provincia  sono  di  molte altre citt e
castelli. Sonvi ancora boschi e luoghi deserti e passi fortissimi,  di modo che
gli  uomini di quella contrada non hanno paura di persona alcuna che li vada ad
offendere; il re loro non  tributario d'alcuno.  Hanno eremiti secondo la loro
consuetudine,  i  quali stanno ne' suoi monasterii,  e sono molto astinenti nel
mangiare e bere e osservano grandissima castit,  e guardansi grandemente dalli
peccati,  per  non offender li lor idoli ch'adorano,  e vivono longo tempo.  Di
questa tal sorte di uomini vi sono abbazie e molti  monasterii,  e  da  tutt'il
popolo  gli  viene  portata  gran  riverenzia  e onore.  E gli uomini di quella
provincia non uccidono animali n fanno sangue,  e se vogliono mangiare carne 
necessario che li saraceni,  che sono mescolati tra loro, uccidano gli animali.
Il corallo che si porta dalla patria nostra  in  quelle  parti  si  spende  per
maggior prezzo che in alcun'altra parte.
Se  io  volessi  andar  seguendo  alla  dritta  via intrarei nell'India,  ma ho
deliberato di scriverla nel terzo libro,  e per tanto ritornar alla  provincia
Balaxiam, per la quale si drizza il camino verso il Cataio tra levante e greco,
trattando  come s' cominciato delle provincie e contrate che sono nel viaggio,
e dell'altre che vi sono a torno a destra e a sinistra confinanti con quelle.

Della provincia di Vochan, dove si va ascendendo per tre giornate fino sopra un
grandissimo monte,  e de' montoni che son ivi;  e come il fuoco che  si  fa  in
quell'altezza non ha la forza che ha nel piano; e degli abitanti, che sono come
salvatichi.
Cap. 28.

Partendosi  dalla  provincia  di  Balaxiam e caminando per greco e levante,  si
truovano sopra la ripa d'un fiume molti castelli e  abitazioni,  che  sono  del
fratello  del  re di Balaxiam;  e passate tre giornate s'entra in una provincia
che si chiama Vochan, la qual tien per longhezza e larghezza tre giornate: e le
genti di quella osservano la legge di Macometto,  e hanno parlar da per  s,  e
sono  uomini  d'approbata vita e valenti nell'arme.  Il loro signore  un conte
che  soggetto al signore  di  Balaxiam.  Hanno  bestie  e  uccellatori  d'ogni
maniera.
E  partendosi  da  questa  contrata  si va per tre giornate tra levante e greco
sempre ascendendo per monti,  e tanto s'ascende che la sommit di quei monti si
dice esser il pi alto luogo del mondo.  E quando l'uomo  in quel luogo truova
fra due monti un gran lago, dal qual per una pianura corre un bellissimo fiume:
e in quella sono i migliori e i pi grassi pascoli che si possino trovare, dove
in termine di dieci giorni le bestie (siano quanto si voglian magre)  diventano
grasse.  Ivi    grandissima  moltitudine d'animali salvatichi,  e specialmente
montoni grandissimi,  che hanno le corna alla misura di  sei  palmi  e  almanco
quattro  o  tre,  delle  qual  li  pastori  fanno  scodelle  e vasi grandi dove
mangiano, e con quelli serrano anco i luoghi dove tengono le lor bestie;  e gli
fu detto che vi sono lupi infiniti che uccidono molti di quei becchi,  e che si
trova tanta moltitudine di corna e ossa,  che di quelli atorno le vie si  fanno
gran  monti  per  mostrar  alli  viandanti la strada che passano al tempo della
neve.  E si cammina per dodici giornate per questa pianura,  la qual si  chiama
Pamer,  e  in tutto questo cammino non si truova alcuna abitazione,  per il che
bisogna che i viandanti portino seco  le  vettovaglie.  Ivi  non  appare  sorte
alcuna d'uccelli,  per l'altezza de' monti, e gli fu affermato per miracolo che
per l'asprezza del freddo il fuoco non  cos chiaro come negli  altri  luoghi,
n si pu ben con quello cuocere cosa alcuna.
Poi  che  si  ha  cavalcato  le dette dodici giornate,  bisogna cavalcare circa
quaranta giornate pur verso levante e greco,  continuamente per monti,  coste e
valli,  passando  molti  fiumi  e  luoghi  deserti,  ne'  quali  non  si truova
abitazione n erba alcuna,  ma bisogna che li viandanti portino seco da vivere:
e  questa  contrada si chiama Beloro.  Nelle sommit di quei monti altissimi vi
abitano uomini che sono idolatri e come salvatichi,  quali non  vivono  d'altro
che di cacciagioni di bestie, si vestono di cuori e sono genti inique.

Della citt di Cascar, e delle mercanzie che fanno gli abitanti.
Cap. 29.

Dopo si perviene a Cascar, che (come si dice) gi fu reame, ma ora  sottoposto
al  dominio  del  gran  Can,  le cui genti osservano la legge di Macometto.  La
provincia  grande,  e in quella sono  molte  citt  e  castella,  delle  quali
Caschar  la pi nobile e maggiore;  sono tra levante e greco.  Gli abitanti di
questa provincia hanno parlar  da  per  s,  vivono  di  mercanzie  e  arti,  e
specialmente   de'  lavorieri  di  bambagio.   Hanno  belli  giardini  e  molte
possessioni fruttifere e vigne; vi nasce bambagio in grandissima quantit, lino
e canevo. La terra  fertile e abondante di tutte le cose necessarie. Da questa
contrata si partono molti mercanti che vanno pel mondo,  e nel vero sono  genti
avare e misere,  perch mangiano male e peggio bevono.  Oltre li macomettani vi
abitan alcuni cristiani nestorini,  che hanno la loro  legge  e  chiese.  E  la
sopradetta provincia  di longhezza di cinque giornate.

Della  citt  di  Samarchan,  e  del miracolo della colonna nella chiesa di San
Giovan Battista.
Cap. 30.

Samarchan  una citt nobile, dove sono bellissimi giardini e una pianura piena
di tutti i frutti che l'uomo pu desiderare. Gli abitanti parte son cristiani e
parte saraceni, e sono sottoposti al dominio d'un nepote del gran Can, del qual
non  per amico,  anzi  di continuo fra loro inimicizia e guerra.  Ed  posta
la  detta  citt  verso il vento maestro.  E in questa citt gli fu detto esser
accaduto un miracolo,  in questo modo: che gi anni  cento  e  venticinque  uno
nominato  Zagathai,  fratello  germano  del  gran Can,  si fece cristiano,  con
grand'allegrezza de' cristiani abitanti,  quali col favor  del  signore  fecero
fabricar una chiesa in nome di s. Giovan Battista: e fu fatta con tal artificio
che  tutt'il  tetto  di  quella  (ch'era  ritonda) si fermava sopra una colonna
ch'era in mezzo, e di sotto di quella vi metterono una pietra quadra,  la quale
tolsero  col favor del signore d'un edificio de' saraceni,  li quali non ebbero
ardimento di contradirgli per paura. Ma, venuto a morte Zagathai,  gli successe
un suo figliuolo qual non volse esser cristiano, e allora i saraceni impetrorno
da  lui  che  li cristiani li restituissero la lor pietra;  la qual ancor che i
cristiani s'offerissero di  pagarla,  non  volsero,  percioch  pensavano  che,
levandola  via,  la  chiesa  dovesse  rovinare:  per  la qual cosa li cristiani
dolenti ricorsero a raccomandarsi al glorioso S. Giovanni, con grande lacrime e
umilt.  E venuto il giorno nel quale doveano restituire la detta  pietra,  per
intercession  del santo,  la colonna si lev alta dalla base della detta pietra
per palmi tre in aere,  che facilmente  si  poteva  levar  via  la  pietra  de'
saraceni senza che gli fosse posto sostentamento alcuno, e cos fin al presente
si vede detta colonna senz'alcuna cosa sotto.
Si  detto a bastanza di questo, dirassi della provincia di Carchan.

Della citt di Carchan,  dove gli uomini hanno le gambe grosse e il gosso nella
gola.
Cap. 31.

Di qui partendosi si vien nella provincia di Carchan,  la  cui  longhezza  dura
cinque  giornate.  Le  genti osservano la legge di Macometto,  e vi sono alcuni
cristiani nestorini,  e sono soggetti al dominio del sopradetto nepote del gran
Can.  Sono  copiosi  delle  cose  necessarie,  e massimamente di bambagio.  Gli
abitanti sono grandi artifici,  e hanno per la maggior parte le gambe grosse  e
un  gran  gosso  nella  gola,  il  che  avviene per la propriet dell'acque che
bevono. E in questa provincia altro non v' degno di memoria.

Della citt di Cotam, e abondanza d'ogni cosa necessaria al vivere.
Cap. 32.

Dopo si perviene alla provincia di Cotam, fra greco e levante, la cui longhezza
 otto giornate, ed  subdita al gran Can, e quelle genti osservano la legge di
Macometto. Sono in essa molte citt e castelli,  e la pi nobil citt,  e dalla
quale il regno ha tolto il nome,  Cotam, la quale  abondantissima di tutte le
cose necessarie al vivere umano. Vi nasce bambagio, lino e canevo, biada e vino
e  altro.  Gli  abitanti hanno vigne,  possessioni e molti giardini;  vivono di
mercanzie e d'arti, e non sono uomini da guerra.
Si  detto di questa provincia, dirassi d'un'altra detta Peym.

Della provincia di Peym, e delle pietre calcedonie e diaspri che si truovano in
un fiume;  e della consuetudine che hanno di maritarsi di nuovo ogni fiata  che
vogliono.
Cap. 33.

Peym  una provincia la cui longhezza  di cinque giornate tra levante e greco,
le  cui  genti  sono  macomettane e soggette al gran Can.  Vi son molte citt e
castella,  ma la pi nobile si chiama Peym;  per quella discorre un fiume,  nel
qual si truovano molte pietre di calcedonii e diaspri. Sono in questa provincia
tutte le cose necessarie; ivi ancor nasce il bambagio. Gli uomini vivono d'arti
e  di  mercanzie,  e hanno questo brutto costume,  che se la donna ha marito al
qual accada andar ad altro luogo dove abbia a stare per venti giorni, la donna,
secondo la loro consuetudine, subito pu torre un altro marito, s'ella vuole; e
gli omini ovunque vadano similmente si maritano.
E tutte le provincie sopradette, cio Caschar, Cotam, Peym,  fino alla citt di
Lop,  sono  comprese nelli termini della gran Turchia.  Seguita della provincia
Ciarcian.

Della provincia di Ciarcian,  e delle pietre di diaspri  e  calcedonii  che  si
trovano  ne'  fiumi  e sono portati in Aucata;  e come gli abitanti fuggono ne'
deserti quando passa l'esercito de' Tartari.
Cap. 34.

Ciarcian  una provincia della gran Turchia, tra greco e levante; gi fu nobile
e abondante, ma da' Tartari  stata destrutta.  Le sue genti osservano la legge
di  Macometto.  Sono  in  detta  provincia molte citt e castelli,  ma la citt
maestra del regno  Ciarcian. Vi sono molti fiumi grossi,  ne' quali si trovano
molti diaspri e calcedonei che si portano fino ad Ouchah a vendere, e di quelli
ne  fanno  gran  mercanzia,  per  esservene  gran copia.  Da Peym fino a questa
provincia e anco per essa  tutta arena, e sonvi molte acque triste e amare,  e
in pochi luoghi ve n' di dolci e buone.  E quando avviene che qualche esercito
de' Tartari,  cos d'amici come di nemici,  passa per  quelle  parti,  se  sono
nemici  depredano tutti i suoi beni,  e se sono amici uccidono e mangiano tutte
le loro bestie: e per,  quando sentono che deono passare,  subitamente con  le
mogli,  co'  figliuoli  e bestie fuggon nell'arena per due giornate,  a qualche
luogo dove siano buone acque e che  possono  vivere.  E  sappiate  che,  quando
raccogliono  le  lor  biade,  le  ripongono  lontano dalle abitazioni in quelle
arene, in alcune caverne, per paura degli eserciti,  e d'indi riportano le cose
necessarie a casa di mese in mese;  n altri ch'essi conoscono que' luoghi,  n
mai alcuno pu sapere dove vadano,  perch soffiando il vento subito cuopre  le
loro pedate con l'arena.
E poi, partendosi da Ciarcian, si va per cinque giornate per l'arena, dove sono
cattiv'acque  e  amare,  e in alcuni luoghi sono buone e dolci,  ma non vi sono
altre cose che siano da dire.  E al fine delle cinque  giornate  si  trova  una
citt detta Lop, la quale confina col gran deserto.

Della  citt di Lop e del deserto ch' vicino;  delle cose mirabili che sentono
passando per quello.
Cap. 35.

Lop  una citt dalla qual partendosi s'entra  in  un  gran  deserto,  il  qual
similmente si chiama Lop, posto fra greco e levante; e la citt  del gran Can,
le  cui genti osservano la legge di Macometto.  E quelli che vogliono passar il
deserto riposano in questa  citt  per  molti  giorni,  per  preparar  le  cose
necessarie per il cammino, e cargati molti asini forti e camelli di vettovaglie
e mercanzie, se le consumano avanti che possino passarlo, ammazzano gli asini e
camelli  e  li mangiano;  ma menano per il pi li camelli,  perch portano gran
cariche e sono di poco cibo. E le vettovaglie deono essere per un mese,  perch
tanto  stanno  a  passarlo  per  il  traverso,  perch  alla  lunga saria quasi
impossibile a poterlo passare,  non potendosi portare vittuaria a  sofficienza,
per  la  longhezza del cammino,  che dureria quasi un anno.  E in queste trenta
giornate sempre si va per pianura d'arena e per montagne sterili,  e sempre  in
capo di ciascuna giornata si truova acqua,  non gi a bastanza per molta gente,
ma per cinquanta overo cento uomini con le loro bestie: e in tre overo  quattro
luoghi si truova acqua salsa e amara, e tutte l'altre acque sono buone e dolci,
che  sono  circa  ventotto.  In  questo  deserto non abitano bestie n uccelli,
perch non vi truovano da vivere.
Dicono per cosa manifesta che nel detto deserto v'abitano  molti  spiriti,  che
fanno a' viandanti grandi e maravigliose illusioni per fargli perire,  perch a
tempo di giorno,  s'alcuno rimane adietro  o  per  dormire  o  per  altri  suoi
necessarii bisogni, e che la compagnia passi alcun colle che non lo possino pi
vedere,  subito si sentono chiamar per nome e parlare a similitudine della voce
de' compagni, e credendo che siano alcun di quelli vanno fuor del camino, e non
sapendo dove andare periscono. Alcune fiate di notte sentiranno a modo d'impeto
di qualche gran cavalcata di gente fuor di strada,  e credendo che siano  della
sua  compagnia  se ne vanno dove senton il romore,  e fatt'il giorno si truovan
ingannati e capitano male.  Similmente di giorno,  s'alcun rimane adietro,  gli
spiriti  appariscono in forma di compagni e lo chiaman per nome e lo fann'andar
fuor di strada.  E ne son stati di quelli che,  passando  per  questo  deserto,
hanno  veduto  un  esercito  di gente che gli veniva incontro,  e dubitando che
vogliano rubbarli s'hanno messo a fuggire,  e lasciata la strada  maestra,  non
sapendo  pi  in  quella  ritornare,  miseramente  sono  mancati dalla fame.  E
veramente sono cose maravigliose e fuor  d'ogni  credenza  quelle  che  vengono
narrate  che  fanno  questi  spiriti in detto deserto,  che alle fiate per aere
fanno sentire suoni di varii e  diversi  instrumenti  di  musica  e  similmente
tamburi e strepiti d'arme: e per costumano d'andar molto stretti in compagnia,
e  avanti  che  comincino a dormire mettono un segnale verso che parte hanno da
camminare,  e a tutti li loro animali legano  al  collo  una  campanella,  qual
sentendosi  non li lascia uscire di strada;  e con grandi travagli e pericoli 
di bisogno di passar per detto deserto.

Della provincia di Tanguth e della citt di Sachion, e de' costumi quando nasce
loro un figliuolo, e del modo come abbruciano li corpi de' morti.
Cap. 36.

Quando s' cavalcato queste trenta giornate pel deserto,  si truova  una  citt
detta  Sachion,  la  qual  del gran Can,  e la provincia si chiama Tanguth.  E
adorano gl'idoli,  e vi sono turchi e alcuni pochi cristiani nestorini  e  anco
saraceni,  ma quelli che adorano gli idoli hanno linguaggio da per s. La citt
 tra levante e greco. Non sono genti che vivino di mercanzie, ma delle biade e
frutti che raccogliono delle lor terre.  Oltre di ci hanno molti monasterii  e
abbazie,  che  sono piene d'idoli di diverse maniere,  alli quali sacrificano e
onorano con grandissima riverenza.  E come nasce lor un figliuolo  maschio,  lo
raccomandan  ad alcun de' detti idoli,  ad onor del quale nutriscono un montone
in casa quell'anno, in capo del quale, quando vien la festa del detto idolo, lo
conducono avanti di quello insieme col figliuolo: dove sacrificano il  montone,
e  cotte  le  carni  gliele  lasciano  per tanto spazio fino che compino le lor
orazioni,  nelle quali pregano gl'idoli che  conservino  il  lor  figliuolo  in
sanit,  e  dicono  ch'essi  idoli  fra  questo  spazio hanno succiato tutta la
sostanza overo sapore delle carni. Fatto questo portano quelle carni a casa,  e
congregati  i  parenti e amici con grand'allegrezza e riverenza le mangiano,  e
salvano tutte l'ossa in alcuni belli vasi;  e li sacerdoti degl'idoli hanno  il
capo, li piedi, gl'interiori e la pelle e qualche parte della lor carne.
Similmente questi idolatri nella lor morte osservano questo costume, che quando
manca alcun di loro che sia di condizione, che gli vogliono abbruciar il corpo,
li  parenti  mandan  a chiamare gli astrologhi e li dicono l'anno,  il giorno e
l'ora che 'l morto nacque; quali, poi ch'hanno veduto sotto che constellazione,
pianeta e segno egli era nato,  dicono in tal giorno die' esser  abbruciato.  E
s'allora quel pianeta non regna, fanno ritener il corpo tal volta una settimana
morto e anco sei mesi avanti che l'abbrucino, aspettando che 'l pianeta gli sia
propizio e non contrario, n mai gl'abbruciarebbono fino che gli astrologhi non
dicono:  ora  il tempo.  Di sorte che,  bisognando tenerlo in casa longamente,
per schiffar la puzza fanno far una cassa di tavole grosse un palmo,  molto ben
congionte e dipinte,  dove posto il corpo con molte gomme odorifere,  canfora e
altre speciarie, gli stroppano le congiunture con pece e calcina, coprendola di
panni di seta. E in questo tempo che lo tengono in casa,  ogni giorno gli fanno
preparar  la tavola con pane,  vino e altre vivande,  lasciandogliela per tanto
spazio quanto uno potria mangiare commodamente,  perch dicono che 'l  spirito,
ch' ivi presente, si sazia dell'odore di quelle vivande.
Alcune fiate detti astrologhi dicon alli parenti che 'l non  buon che 'l corpo
sia  portato  per la porta maestra,  perch truovano cause delle stelle o altra
cosa che gli  in opposito alla detta  porta,  e  lo  fanno  portar  fuori  per
un'altra parte della casa,  e alle volte fanno rompere i muri li quali guardano
a drittura verso il pianeta che gli  secondo e prospero,  e per quell'apritura
fanno portar fuori il corpo: e se fosse fatto altramente, dicono che gli spirti
de'  morti offenderebbono quelli di casa e gli farian danno.  E s'accade che ad
alcuno di casa gl'intravenghi qualche male o disgrazia overo muora,  subito gli
astrologi  dicono  che 'l spirito del morto ha fatto questo per non esser stato
portato fuori essendo in esaltazion il pianeta sotto il qual nacque,  overo che
gli era contrario, overo che non  stato per quella debita parte della casa che
si dovea.  E dovendosi abbruciar fuori della citt, li fanno fare per le strade
dov'egli ha da passar alcune casette di legname col  suo  portico,  coperte  di
seta; e quando vi giugne il corpo lo mettono in quelle, ponendogli avanti pane,
vino,  carne  e  altre  vivande,  e  cos  fanno  fin  che  giungono  al  luogo
determinato,  avendo per opinione che 'l spirito del morto si restauri alquanto
e pigli vigore,  dovendo esser presente a veder abbruciare il corpo. Usano anco
un'altra cerimonia, che pigliano molte carte fatte di scorzi d'arbori,  e sopra
quelle dipingono uomini,  donne,  cavalli,  camelli,  denari e veste,  e quelle
abbruciano insieme col  corpo,  perch  dicono  che  nell'altro  mondo  l'aver
servitori,  cavalli e tutte le altre cose che son state dipinte sopra le carte.
E a tutto quest'officio vi sono presenti tutti li  stromenti  della  citt,  di
continuo sonando.
Avendo  detto  di  questa,  dirassi  delle  altre citt che sono verso maestro,
appresso al capo del deserto.

Della provincia di Chamul,  e del costume che hanno di lasciar che le lor mogli
e figliuole dormino con li forestieri che passano per il paese.
Cap. 37.

Chamul   una provincia posta fra la gran provincia di Tanguth soggetta al gran
Can,  e sono in quella molte citt e castella,  delle quali la citt maestra  
detta  similmente  Chamul;  e la provincia  in mezzo di due deserti,  cio del
gran deserto che di sopra s' detto e d'un altro picciol forse di tre giornate.
Tutte quelle genti adorano gl'idoli e hanno linguaggio da  per  s;  vivono  di
frutti  della terra,  perch ne hanno grande abondanza,  e di quelli vendono a'
viandanti.  Gli uomini di questa provincia sono sollazzosi,  e non attendono ad
altro  che  a  sonare  instrumenti,  cantare,  ballare,  e a scrivere e leggere
secondo la loro consuetudine,  e darsi piacere e diletto.  E s'alcun forestiero
va  ad  alloggiar alle loro case molto si rallegrano,  e comandano strettamente
alle loro mogli,  figliuole,  sorelle e altre parenti che debbano  integramente
adempire  tutto quello che li piace;  e loro,  partendosi di casa,  se ne vanno
alle ville e di l mandano tutte le cose necessarie al lor oste,  nondimeno col
pagamento  di  quelli,  n  mai  ritornano a casa fin che 'l forestiero vi sta.
Giaceno con le lor moglie, figliuole e altre,  pigliandosi ogni piacere come se
fossero  proprie  sue  mogli:  e questi popoli reputano questa cosa essergli di
grand'onore e ornamento,  e molto grata alli  loro  idoli,  facendo  cos  buon
ricetto  a'  viandanti  bisognosi  di  ricreazione,  e  che  per  questo  siano
moltiplicati tutti li loro beni,  figliuoli e facolt,  e guardati da  tutti  i
pericoli,  e che tutte le cose gli succedino con grandissima felicit. Le donne
veramente sono molto belle e molto sollazzose,  e obedientissime  a  quanto  li
mariti comandano.
Ma  avvenne  al  tempo che Mangh gran Can regnava in questa provincia,  avendo
inteso i costumi e consuetudine  cos  vergognosi,  comand  strettamente  agli
uomini  di  Chamul  che per lo innanzi dovessero lasciare questa cos disonesta
opinione, non permettendo che alcun di quella provincia alloggiasse forestieri,
ma che li provedessero di case communi dove potessero stare. Costoro, dolenti e
mesti, per tre anni in circa osservarono i comandamenti del re;  ma finalmente,
vedendo  che  le  terre  loro non rendevano i soliti frutti,  e nelle case loro
succedevano molte adversit,  ordinarono ambasciatori al gran  Can,  pregandolo
che  quello  che  dalli  lor  antichi padri e avi a loro era stato lasciato con
tanta solennit fosse contento che potessero osservare,  perci che,  dapoi che
mancavano  di far questi piaceri ed elemosine verso i forestieri,  le loro case
andavano di mal in peggio e in rovina.  Il gran  Can,  intesa  questa  domanda,
disse:  "Poi  che  tanto  desiderate  il  vituperio  e ignominia vostra,  siavi
concesso: andate e vivete secondo i vostri costumi,  e fate che le donne vostre
siano  limosinarie verso i viandanti".  E con questa risposta tornarono a casa,
con grandissima allegrezza di tutt'il popolo,  e cos fin al presente osservano
la prima consuetudine.

Della provincia di Succuir,  dove si trova il reubarbaro, che vien condotto per
il mondo.
Cap. 38.

Partendosi dalla provincia predetta si  va  per  dieci  giornate  fra  greco  e
levante,  e  in  quel  cammino  vi  sono  poche  abitazioni,  n  cose degne di
raccontarle;  e in capo di dieci giornate  si  truova  una  provincia  chiamata
Succuir,  nella qual sono molte citt e castella,  e la principal citt  ancor
lei nominata Succuir,  le cui genti adorano gl'idoli,  e sono ancora in  quella
alcuni  cristiani.  Sono  sottoposti  alla  signoria  del  gran Can,  e la gran
provincia generale nella  qual  si  contiene  questa  provincia,  e  altre  due
provincie subsequenti,  si chiama Tanguth.  E per tutti li suoi monti si truova
reubarbaro perfettissimo in grandissima quantit,  e  i  mercanti  che  ivi  lo
cargano lo portano per tutt'il mondo. Vero  che li viandanti che passano di l
non  ardiscono  andar  a  quei  monti  con altre bestie che di quella contrata,
perch vi nasce un'erba venenosa, di sorte che se le bestie ne mangiano perdono
l'unghie: ma quelle di  detta  contrata  conoscono  l'erba  e  la  schifano  di
mangiare.  Gli  uomini  di  Succuir  vivono  de' frutti della terra e delle lor
bestie,  e non usano mercanzie.  La provincia  tutta sana,  e  le  genti  sono
brune.

Della citt di Campion,  capo della provincia di Tanguth, e della sorte de' lor
idoli,  e della vita de' religiosi idolatri,  e il lunario  che  hanno;  e  de'
costumi degli altri abitanti nel maritarsi.
Cap. 39.

Campion    una  citt  che  capo della provincia di Tanguth: la citt  molto
grande e nobile e signoreggia a  tutta  la  provincia.  Le  sue  genti  adorano
gl'idoli,  alcuni  osservano la legge di Macometto,  e altri sono cristiani,  i
quali hanno tre belle e grandi  chiese  in  detta  citt.  Quelli  che  adorano
gl'idoli  hanno  secondo la loro consuetudine molti monasterii e abbazie,  e in
quelle gran moltitudine d'idoli,  de' quali alcuni sono  di  legno,  alcuni  di
terra  e  alcuni  di  pietra,  coperti d'oro e molto maestrevolmente fatti.  Di
questi ne sono di grandi e piccioli: quelli che  sono  grandi  sono  ben  passa
dieci di longhezza e giaceno distesi,  e li piccioli gli stanno adietro,  quasi
che paiono come discepoli a fargli riverenza.  Vi sono idole grande e picciole,
che similmente hanno in gran venerazione.  I religiosi idolatri vivono, secondo
che par a loro,  pi onestamente degli altri idolatri,  perch  s'astengono  da
certe cose,  cio dalla lussuria e altre cose disoneste; quantunque reputino la
lussuria non essere gran peccato, perch questa  la loro conscienza, che se la
donna ricerca l'uomo d'amore possino usare con quella senza peccato,  ma s'essi
sono primi a ricercar la donna allora lo reputano a peccato.  Item che hanno un
lunario di mesi quasi come abbiamo noi,  secondo  la  cui  ragione  quelli  che
adorano  gl'idoli  per  cinque  o  quattro  overo  tre giorni al mese non fanno
sangue, n mangiano uccelli n bestie, come  usanza appresso di noi ne' giorni
di venere, di sabbato e vigilie de' Santi.  E i secolari togliono fino a trenta
mogli, e pi e manco secondo che le loro facolt ricercano, e non hanno dote da
quelle,  ma loro danno alle donne dote di bestie,  schiavi e denari. E la prima
moglie tiene sempre il luogo della maggiore, e se veggono ch'alcuna di loro non
si porti bene con l'altre, overo non li piace,  la possono scacciare.  Pigliano
anco le parenti e congiunte di sangue per mogli, e le matrigne. E molti peccati
mortali  appresso  loro non si reputano peccati,  perch vivono quasi a modo di
bestie.  In questa citt messer Marco Polo dimor con suo padre e barba per sue
facende circa un anno.

Della  citt  di  Ezina,  e  degli animali e uccelli che ivi si trovano,  e del
deserto che  di quaranta giornate verso tramontana.
Cap. 40.

Partendosi da questa citt di Campion e  cavalcando  per  dodici  giornate,  si
truova  una  citt  nominata  Ezina,  in  capo  del  deserto  dell'arena  verso
tramontana: e contiensi sotto la provincia di Tanguth.  Le  sue  genti  adorano
idoli;  hanno  camelli  e  molte  bestie di molte sorti.  In quella si truovano
falconi laneri,  e molti sacri molto buoni.  Gli uomini vivono di frutti  della
terra  e di bestie,  e non usano mercanzie.  I viandanti che passano per questa
citt togliono vettovaglia per  quaranta  giornate,  per  che,  partendosi  da
quella verso tramontana,  si cavalca per un deserto quaranta giornate, dove non
si trova abitazion alcuna,  n stanno le genti se non l'estate ne' monti  e  in
alcune  valli.  Ivi  si  truovan  acque  e  boschi di pini,  asini salvatichi e
molt'altre bestie similmente salvatiche.  E quando  s'  cavalcato  per  questo
deserto  quaranta  giornate,   si  truova  una  citt  verso  tramontana  detta
Carachoran.  E tutte le provincie sopradette e  citt,  cio  Sachion,  Chamul,
Chinchitalas, Succuir, Campion ed Ezina, sono pertinenti alla gran provincia di
Tanguth.

Della citt di Carchoran,  che  il primo luogo dove li Tartari si ridussero ad
abitare.
Cap. 41.

Carchoran  una citt il cui circuito dura tre miglia,  e  fu  il  primo  luogo
appresso  al  quale  ne'  tempi  antichi si ridussero i Tartari.  E la citt ha
d'intorno un forte terraglio,  perch non hanno copia di  pietre;  appresso  la
quale di fuori  un castello molto grande,  e in quello  un palagio bellissimo
dove abita il rettore di quella.

Del principio del regno di Tartari,  e di  che  luogo  vennero,  e  come  erano
sottoposti ad Umcan, che chiamano un Prete Gianni, che  sotto la tramontana.
Cap. 42.

Il  modo  adunque  pel  quale  i  Tartari cominciarono primamente a dominare si
dichiarer al presente.  Essi abitavano nelle  parti  di  tramontana,  cio  in
Giorza e Bargu,  dove sono molte pianure grandi e senza abitazione alcuna, cio
di citt e castella,  ma vi sono buoni pascoli e gran fiumi e molte acque.  Fra
loro non aveano alcun signore,  ma davano tributo ad un gran signore che,  come
intesi,  nella lingua loro si chiama Umcan,  qual  opinion d'alcuni che  vogli
dire  nella  nostra Prete Gianni: a costui i Tartari davano ogni anno la decima
di tutte le lor bestie.  Procedendo il tempo,  questi Tartari crebbero in tanta
moltitudine che Umcan,  cio Prete Gianni, temendo di loro si propose separarli
per il mondo in diverse parti;  onde,  qualunque volta gli veniva occasione che
qualche signoria si ribellasse,  eleggeva tre e quattro per centinaio di questi
Tartari e mandavali a quelle parti: e cos la  loro  potenza  si  diminuiva;  e
similmente  faceva nell'altre sue facende,  e deput alcuni de' suoi principali
ad esequir quest'effetto.  Allora,  vedendosi i Tartari a  tanta  servit  cos
indegnamente  soggiogati,  non volendo separarsi l'un dall'altro,  e conoscendo
che non si cercava altro che  la  sua  ruina,  si  partirono  da'  luoghi  dove
abitavano  e  andarono  tanto  per un lungo deserto verso tramontana che per la
lontananza parse a loro esser sicuri,  e allora denegorno di dare ad  Umcan  il
solito tributo.

Come  Cingis Can fu il primo imperator di Tartari,  e come combatt con Umcan e
lo ruppe e prese tutt'il suo paese.
Cap. 43.

Avvenne che, circa l'anno del nostro Signore 1162,  essendo stati i Tartari per
certo  tempo  in  quelle parti,  elessero in loro re uno che si chiamava Cingis
Can, uomo integerrimo, di molta sapienza, eloquente e valoroso nell'armi,  qual
cominci a reggere con tanta giustizia e modestia, che non come signore ma come
dio era da tutti amato e riverito;  di modo che,  spargendosi pel mondo la fama
del valor e virt sua,  tutti i Tartari che erano in diverse parti del mondo si
ridussero  all'obedienza  sua.  Costui,  vedendosi  signore  di  tanti valorosi
uomini,  essendo  di  gran  cuore,  volse  uscire  di  que'  deserti  e  luoghi
salvatichi,  e  avendo ordinato che si preparassero con gli archi e altre armi,
perch con gli archi erano valenti  e  ben  ammaestrati,  avendosi  con  quelli
esercitati  mentre  erano  pastori,  cominci a soggiogar citt e provincie.  E
tanta era la fama della giustizia e bont sua,  che dove egli  andava  ciascuno
veniva  a  rendersi,  e beato era colui che poteva essere nella grazia sua,  di
modo ch'egli acquist circa nove  provincie.  E  questo  puot  ragionevolmente
avvenire,  perch  allora in quelle parti le terre e provincie o si reggevano a
commune,  overo ciascuna avea il suo re e signore,  fra li quali non  v'essendo
unione,  da se stessi non potean resistere a tanta moltitudine.  E acquistate e
prese che avea le provincie e citt, metteva in quelle governatori di tal sorte
giusti che li popoli non erano offesi n in la persona n in la robba,  e tutti
li principali menava seco in altre provincie, con gran provisione e doni.
Vedendo Cingis Can che la fortuna cos prosperamente li succedea, si propose di
tentar   maggior  cose.   Mand  adunque  suoi  ambasciatori  al  Prete  Gianni
simulatamente,  conciosiach'egli veramente sapeva che 'l detto non  prestarebbe
audienza alle lor parole,  e gli fece domandare la figliuola per moglie. Il che
udito dal Prete Gianni,  tutto adirato disse:  "Onde    tanta  prosonzione  in
Cingis Can, che sapendo che  mio servo mi domandi mia figliuola? Partitevi dal
mio  cospetto immediate,  e diteli che se mai pi mi far simil domande lo far
morire miseramente".  La qual cosa avendo udito Cingis Can,  si turb  fuor  di
modo  e,  congregato  un  grandissimo esercito,  and con quello a mettersi nel
paese del Prete Gianni,  in una gran pianura che si chiama Tenduch,  e mand  a
dire  al  re  che si difendesse: qual similmente con grand'esercito se ne venne
nella detta pianura, ed erano lontani un dall'altro circa dieci miglia. E quivi
Cingis comand alli suoi astrologhi  e  incantatori  che  dovessero  dire  qual
esercito  dovea aver vittoria: costoro,  presa una canna verde,  la divisero in
due parti per longo,  le  qual  posero  in  terra  lontane  una  dall'altra,  e
scrissero sopra una il nome di Cingis e sopra l'altra quello d'Umcan, e dissero
al  re  che,  come  loro  leggeranno le loro scongiure,  per potenza degl'idoli
queste canne veniranno una contra l'altra,  e quel re aver la vittoria la  cui
canna  monter  sopra  l'altra.  Ed  essendo concorso tutto l'esercito a vedere
questa cosa,  mentre che gli astrologhi leggevano i  libri  de'  suoi  incanti,
questi  due  pezzi  di  canne  si  mossero,  e pareva che uno si levasse contra
l'altro: alla fine,  dopo alquanto di spazio,  quella di Cingis mont sopra  di
quella  d'Umcan.  Il  che veduto da' Tartari e da Cingis,  con grand'allegrezza
andorno ad affrontar l'esercito d'Umcan, e quello ruppero e fracassarono,  e fu
morto Umcan e tolto il regno, e Cingis prese per moglie la figliuola di quello.
Dopo  questa battaglia,  Cingis and anni sei continuamente acquistando regni e
cittade; alla fine, essendo sotto un castello detto Thaigin,  fu ferito con una
saetta in un ginocchio e morse, e fu sepolto nel monte Altay.

Della  successione  di  sei  imperatori  di Tartari,  e solennit che gli fanno
quando li sepeliscono nel monte Altay.
Cap. 44.

Doppo Cingis Can fu secondo signore Cyn Can; il terzo Bathyn Can; il quarto Esu
Can;  il quinto Mong Can;  il sesto Cublai Can,  il quale fu pi grande e  pi
potente  di  tutti gli altri,  perch'egli eredit quel che ebbero gli altri,  e
dopo acquist quasi il resto del mondo,  perch lui visse circa  anni  sessanta
nel suo reggimento.  E questo nome Can in lingua nostra vuol dir imperatore.  E
dovete sapere che tutti i gran Can e signori che descendono dalla  progenie  di
Cingis  Can  si  portano  a  sepelire  ad  un  gran monte nominato Altay,  e in
qualunque luogo muoiono,  se ben fossero cento giornate lontani da quel  monte,
bisogna  che vi sian portati.  E quando si portano i corpi di questi gran Cani,
tutti quelli che conducono il corpo ammazzano tutti quelli che riscontrano  pel
cammino,  e  li  dicono:  "Andate all'altro mondo a servire al vostro signore",
perch credono che tutti quelli ch'uccidono  debbano  servire  al  suo  signore
nell'altro  mondo;  il simile fassi de' cavalli,  e uccidono tutti li migliori,
acci che li possa aver nell'altro mondo. Quando il corpo di Mong fu portato a
quel monte, li cavallieri che 'l portavano,  avendo questa scelerata e ostinata
persuasione, uccisero pi di diecimila uomini che incontrarono.

Della  vita  de'  Tartari,  e  come  non  stanno  mai  fermi,  ma  vanno sempre
camminando;  e delle lor case sopra carrette,  costumi e vivere;  e dell'onest
delle lor mogli, delle quali ne cavano grandissima utilit.
Cap. 45

I  Tartari  non  stanno mai fermi,  ma conversano al tempo del verno ne' luoghi
piani e caldi,  dove trovino erbe a bastanza e pascoli per  le  lor  bestie,  e
l'estate ne' luoghi freddi, cio ne' monti, dove siano acque e buoni pascoli: e
anco per questa causa,  perch dove  il luogo freddo non si truovano mosche n
tafani e simili animali, che molestano loro e le bestie.  E vanno per due o tre
mesi   ascendendo  di  continuo  e  pascolando,   perch  non  averebbono  erbe
sofficienti, per la moltitudine delle lor bestie,  pascendo sempre in un luogo.
Hanno  le case coperte di bacchette e feltroni e rotonde,  cos ordinatamente e
con tale artificio fatte che le verghe si raccolgono in un fascio,  e si  ponno
piegare  e  acconciar a modo d'una soma: quali case portano seco sopra carri di
quattro ruote ovunque vadano,  e sempre quando le  drizzano  pongono  le  porte
verso  mezzod.  Hanno  oltre  ci  carrette bellissime di due ruote solamente,
coperte di feltro,  e cos bene che se piovesse tutt'il giorno  non  si  potria
bagnar cosa che fosse in quelle,  qual menano con buoi e camelli.  Sopra quelle
conducono li loro figliuoli e mogli,  e tutte le massarie e vettovaglie che  li
bisognano.  Le  donne fanno mercanzie,  comprano e vendono e revendono di tutte
quelle cose che sono necessarie ai loro mariti e famiglia,  perch  gli  uomini
non  s'intromettono  in cosa alcuna,  salvo che in cacciare,  uccellare e nelle
cose pertinenti all'armi.  Hanno falconi li miglior  del  mondo,  e  similmente
cani.  Vivono  solamente di carne e latte e di ci che pigliano alla caccia,  e
mangiano alcuni animaletti ch'assimigliano  a  conigli,  che  appresso  noi  si
chiamano  sorzi  di  faraone,  de'  quali  si  truova gran copia per le pianure
nell'estate e in ogni parte, e carne d'ogni sorte,  e cavalli e camelli e cani,
pur che sian grassi;  bevono latte di cavalle, qual acconciano di sorte che par
vin bianco e saporito, e lo chiamano nella loro lingua chemurs.
Le donne loro sono le pi  caste  e  oneste  del  mondo,  e  che  pi  amano  e
reveriscano  i  loro  mariti,  e si guardano sopra ogn'altra cosa di commettere
adulterio,  qual vien riputato in grandissimo disonore e vituperio.  Ed   cosa
maravigliosa  la  lealt  de'  mariti verso le mogli,  le quali se sono dieci o
venti, fra loro  una pace e un'unione inestimabile,  n mai si sente che dican
una  mala  parola;  ma  tutte  sono  (com'  detto)  intente  e  sollecite alle
mercanzie,  cio al vendere e comprare,  e cose pertinenti agli esercizii loro,
al  viver  di  casa  e  cura della famiglia e de' figliuoli,  che sono fra loro
communi. E tanto pi son degne di admirazione di questa virt della pudicizia e
onest, quanto che agli omini  concesso di pigliare quante mogli vogliono,  le
qual  sono  alli  mariti di poca spesa,  anzi di gran guadagno e utile,  per li
traffichi ed esercizii che di continuo fanno. E per questo, quando le pigliano,
loro danno le dote alle madri per aver quelle, e la prima ha questo privilegio,
d'essere tenuta la pi cara e la pi legitima,  e similmente i figliuoli che di
quella  nascono;  e  perch  possono pigliare quante mogli a lor piace,  perci
hanno pi numero di figliuoli di tutte l'altre genti.  Se 'l  padre  muore,  il
figliuolo  pu pigliar per mogli tutte quelle che son state lasciate dal padre,
eccettuando la madre e le sorelle, e pigliano anco le cognate,  se sono morti i
fratelli, e celebrano ogni fiata le nozze con gran solennit.

Del  Dio  de'  Tartari  celeste e sublime,  e d'un altro detto Natigay,  e come
l'adorano;  e della sorte delli loro vestimenti e armi,  e della ferocit  loro
nel  combattere;  e  come  sono  pazientissimi  in  ogni  disagio e bisogno,  e
obedientissimi al loro signore.
Cap. 46.

La legge e fede de' Tartari  tale: dicono  esservi  il  Dio  alto,  sublime  e
celeste,  al qual ogni giorno col turribolo e incenso non domandan altro se non
buon intelletto e sanit;  ne hanno poi un altro che chiamano Natigay,  ch'  a
modo  di una statua coperta di feltre overo d'altro,  e ciascuno ne tien uno in
casa sua. Fanno a questo dio la moglie e figliuoli, e pongongli la moglie dalla
parte sinistra e i  figliuoli  avanti  di  lui,  quali  pare  che  li  facciano
riverenza.  Questo dio lo chiamano dio delle cose terrene, il qual custodisce e
guarda i loro figliuoli e conserva le bestie e le biade,  al quale fanno grande
riverenza  e  onore;  e sempre quando mangiano togliono della parte delle carni
grasse,  e con quelle ungono la bocca del dio,  della moglie e  de'  figliuoli;
dopo  gettano del brodo delle carni fuor della porta agli altri spiriti.  Fatto
questo,  dicono che 'l loro dio con la sua famiglia ha avuto la  parte  sua,  e
poscia mangiano e bevono a lor piacere.
I  ricchi  si  vestono  di  drappi  d'oro  e  di  seta e di pelle di zibellini,
armellini e vari,  e tutti i loro fornimenti sono  di  gran  prezzo  e  valore.
L'arme loro sono archi,  spade e mazze ferrate,  e alcune lancette,  ma con gli
archi meglio s'esercitano che con l'altre arme,  perch sono ottimi arcieri  ed
esercitati  da  picciolini;  e  indosso portan arme di cuori di buffali e altri
animali, molto grossi, cotti, e per questo sono molto duri e forti. Sono uomini
fortissimi in battaglia e quasi furibondi e che poco stimano la  lor  vita,  la
qual  mettono  ad  ogni  pericolo  senz'alcun  rispetto.  Sono  crudelissimi  e
sofferenti d'ogni disagio,  e bisognando viveranno un mese solamente con  latte
di  cavalle  e  d'animali che pigliano.  Li lor cavalli si pascono di erbe,  n
hanno bisogno d'orzo n d'altra biada;  e stann'armati a cavallo due  giorni  e
due notte che mai smontano,  e similmente vi dormono,  e i lor cavalli in tanto
vanno pascendo.  Non  gente al mondo che  pi  di  loro  duri  affanno  e  pi
pazienti in ogni necessit,  obedientissimi alli lor signori e di poca spesa: e
per queste parti  cos  eccellenti  nell'esercizio  delle  armi,  sono  atti  a
soggiogare il mondo, come hanno fatto d'una gran parte.

Dell'esercito  de'  Tartari,  in  quante  parti  diviso;  e del modo col quale
cavalcano, e di ci che portano per loro vivere, e del latte secco;  e modo del
loro combattere.
Cap. 47.

Quando  alcun signor di Tartari va ad alcuna espedizione,  mena seco l'esercito
di centomila cavalli,  e ordina le sue genti in questa maniera: egli  statuisce
un  capo  a ciascuna decina e a ciascun centenaio e a ciascun migliaio e a ogni
diecimila,  e cos ogni dieci capi di decina rispondono alli capi di centinaia,
e  ogni dieci capi di centenaia rispondono alli capi di migliaia,  e ogni dieci
capi di migliaia rispondono alli capi di  dieci  migliaia,  e  in  questo  modo
ciascun uomo overo capo, senz'altro consiglio overo fastidio, non ha da cercare
altri  se  non  dieci.  Per il che,  quando il signore di questi centomila vuol
mandarne alcuna parte a qualche espedizione,  comanda al capo di diecimila  che
li dia mille uomini, e il capo di diecimila comanda al capo di mille, e il capo
di mille al capo di cento,  e il capo di cento al capo di dieci, e allora tutti
i capi delle decine sanno le parti che li toccano,  e subito  danno  quelle  a'
suoi capi: cento capi a' cento di mille,  e mille capi ai capi di diecimila,  e
cos subito si discernono;  e tutti sono  obedientissimi  a'  suoi  capi.  Item
ciascun centinaio si chiama un tuc,  dieci un toman,  per migliaio, centinaio e
decina.  E quando si muove l'esercito per andar a  far  qualche  impresa,  essi
mandano  avanti  gli  altri  uomini  per  la loro custodia per due giornate,  e
mettono genti da dietro e da' lati,  cio da quattro parti,  a questo  effetto,
acci che qualche esercito non possi assaltargli all'improviso.
E quando vanno con l'esercito lontani,  non portano seco cosa alcuna, di quelle
massimamente che sono necessarie pel dormire.  Vivono il  pi  delle  volte  di
latte  (come  s'  detto),  e fra cavalli e cavalle sono per ciascun uomo circa
diciotto: e quando alcun cavallo  stracco pel  cammino  si  cambia  un  altro;
nondimeno  portano  seco  vasi  per  cuocer la carne.  Portano anco seco le sue
picciole casette di feltro alla guerra, dentro alle quali stanno al tempo della
pioggia.  E alle volte,  quando ricerca il bisogno e pressa di qualche  impresa
che  si facci presta,  cavalcano ben dieci giornate senza vettovaglie cotte,  e
vivono del sangue de' suoi cavalli,  per che ciascuno punge la vena del suo  e
beve il sangue.  Hanno ancora latte secco a modo di pasta,  e seccasi in questo
modo: fanno bollire il latte, e allora la grassezza che nuota di sopra si mette
in un altro vaso, e di quella si fa il butiro,  perch fin che stesse nel latte
non si potria seccare; si mette poi il latte al sole, e cos si secca. E quando
vanno  in  esercito  portano  di  questo latte circa dieci libre,  e la mattina
ciascuno ne piglia mezza libra e la mette in un fiasco picciolo di cuoio, fatto
a modo d'un utre,  con tant'acqua quanto li piace;  e mentre cavalca,  il latte
nel fiasco si va sbattendo e fassi come sugo, il qual bevono: e questo  il suo
desinare.  Oltre  di  ci,  quando  i  Tartari  combattono  co' nemici,  mai si
meschiano totalmente con loro,  anzi continuamente cavalcano a torno qua  e  l
saettando,  e  alle volte fingono di fuggire,  e fuggendo saettano da dietro li
nemici che seguitano, sempre uccidendo cavalli e uomini come se combattessero a
faccia a faccia: e a questo modo i nemici,  credendo aver  avuto  vittoria,  si
trovano aver perso,  e allora i Tartari, vedendo avergli fatto danno, ritornano
di nuovo  contra  di  loro,  e  quelli  virilmente  combattendo  conquistano  e
prendono. E hanno li lor cavalli cos ammaestrati a voltarsi che ad un signo si
voltan  in  ogni  parte  che  vogliono,  e  in  questo  modo  hanno vinto molte
battaglie.
Tutto quello che v'abbiam narrato   nella  vita  e  costumi  de'  rettori  dei
Tartari.  Ma al presente sono molto bastardati, perch quelli che conversano in
Ouchacha osservano la vita e costumi di  quelli  ch'adorano  gl'idoli  e  hanno
lasciata la sua legge; quelli che conversano in Oriente osservano i costumi de'
saraceni.

Della  giustizia  che  osservano,  e  della vanit de' matrimonii che fanno de'
figliuoli morti.
Cap. 48

Mantengono la giustizia come vi narraremo al presente. Quando alcuno ha rubbato
alcuna picciola cosa,  per la qual non meriti la morte,  lo battono sette volte
con  un  bastone,  o  vero  dicesette  volte,  o  ventisette  o  trentasette  o
quarantasette,  fino a cento sempre crescendo,  secondo la quantit del furto e
qualit  del  delitto:  e  molti muoiono per queste battiture.  Se uno rubba un
cavallo o altre cose per le quali debba morire,  con una spada  si  taglia  per
mezo; ma se quel che ha rubbato pu pagare, e dare nove volte pi di quello che
ha rubbato, scapola. Item qualunque signore o altr'uomo che ha molti animali li
fa  bollare  del suo segno,  cio cavalli e cavalle,  camelli e buoi,  vacche e
altre bestie grosse,  poi li lascia andar a pascere per le pianure e  monti  in
qualunque luogo senza custodia di uomo;  e se una bestia si mischia con qualche
altra, ciascuno ritorna la sua a colui del quale si truova il segno. I castrati
e becchi li fanno custodire dagli uomini,  e le loro bestie sono tutte grasse e
grandi e belle oltra modo.
Quando ancora sono due uomini, de' quali uno abbia avuto un figliuol maschio, e
quello  sia  mancato  di  tre  anni  o  altramente,  e  l'altro abbia avuto una
figliuola, ed ella parimenti sia mancata, fanno insieme le nozze,  perch danno
la fanciulla morta al fanciullo morto: e allora fanno dipingere in carte uomini
in luogo di servi, e cavalli e altri animali, e drappi d'ogni maniera, denari e
ciascuna sorte di massarizie, e fanno far gl'instrumenti a corroborazione della
dote e matrimonio predetti; le qual cose fanno tutte abbruciare, e del fumo che
indi  viene  dicono  che  tutte  queste  cose  son  portate  ai  loro figliuoli
nell'altro mondo, dove si pigliano per marito e moglie;  e li padri e madri de'
morti si hanno per parenti,  come se veramente le nozze fossero state celebrate
e che vivessero.
Ora abbiamo dichiarato li costumi e consuetudini  de'  Tartari;  non  per  che
abbiamo  detto  i  grandissimi fatti e imprese del gran Can,  signor di tutti i
Tartari.  Ma vogliamo ritornare al nostro proposito,  cio  alla  gran  pianura
nella quale eravamo quando cominciammo de' fatti di Tartari.

Come,  partendosi  da Carachoran,  si trova la pianura di Bargu,  e de' costumi
degli abitanti in quella;  e come doppo quaranta  giornate  si  trova  il  mare
Oceano; e delli falconi e girifalchi che vi nascono; e come la Tramontana a chi
la guarda appar verso mezod.
Cap. 49.

Partendosi  da  Carachoran  e  dal  monte  Altay,  dove  si sepeliscono i corpi
degl'imperatori de' Tartari, come abbiam detto di sopra, si va per una contrata
verso tramontana,  che si chiama la pianura di Bargu e dura ben circa  sessanta
giornate;  le  cui genti si chiamano Mecriti,  e sono genti salvatiche,  perch
vivono di carne di bestie, la maggior delle quali sono a modo di cervi, li qual
anco cavalcano. Vivono similmente d'uccelli, perch vi sono molti laghi, stagni
e paludi,  e detta pianura confina verso tramontana col mare Oceano,  e  quelli
uccelli  che  si  spogliano  delle  piume vecchie conversano il pi dell'estate
circa quell'acque,  e quando sono del tutto ignudi,  che  non  possono  volare,
quelli  prendono  al loro buon piacere;  e vivon ancora de pesci.  Queste genti
osservano le consuetudini e costumi de' Tartari,  e sono sudditi al  gran  Can.
Non  hanno  n  biade n vino,  e nell'estate hanno cacciagioni e prendono gran
quantit d'uccelli; ma il verno,  pel grandissimo freddo,  non vi possono stare
bestie n uccelli.
E  quando  s'  cavalcato  (come  detto) quaranta giornate,  si truova il mare
Oceano,  presso al quale  un monte nel  quale  fanno  nido  astori  e  falconi
pellegrini,  e  nella  pianura.  Ivi  non sono uomini,  n vi abitano bestie n
uccelli, salvo ch'una maniera d'uccelli che si chiamano bargelach,  e i falconi
si  pascono  di  quelli:  sono della grandezza delle pernici,  e nella coda son
simili alle rondini, e ne' piedi alli papagalli;  volano velocemente.  E quando
il gran Can vuol avere un nido di falconi pellegrini,  manda fino a detto luogo
per quelli; e nell'isola, che  circondata dal mare,  nascono molti girifalchi.
Ed    quel  luogo  tanto  verso la tramontana che la stella di tramontana pare
alquanto rimaner dipoi verso mezod.  E i  girifalchi  che  nascono  nell'isola
predetta  sono  in  tanta copia che 'l gran Can ne puol avere quanti ne vuole a
suo piacere.  N crediate che i girifalchi che delle  terre  de'  cristiani  si
portano a' Tartari siano portati al gran Can, ma portansi in Levante solamente,
cio  a  qualche  signore tartaro e altri nobili di Levante che sono a' confini
de' Cumani e Armeni.
Ora,  avendo detto delle provincie che sono verso la tramontana  fino  al  mare
Oceano,  diremo delle provincie verso il gran Can,  e ritorniamo alla provincia
detta Campion, la qual di sopra  descritta.

Come,  partendosi da Campion,  si vien al regno di Erginul;  e della  citt  di
Singui;  e de' buoi,  che hanno un pelo sottilissimo; e della forma dell'animal
che fa il muschio, e come lo prendono; e de' costumi degli abitanti, e bellezza
delle lor donne.
Cap. 50.

Partendosi dalla provincia di Campion si va per cinque  giornate,  nelle  quali
s'odono pi volte la notte parlar molti spiriti,  con gran paura de' viandanti;
e in capo di quelle, verso levante, si truova un regno nominato Erginul, qual 
sottoposto al gran Can,  e contiensi sotto la provincia di  Tanguth.  In  detto
regno  sono  molti altri regni,  le cui genti adorano gl'idoli;  vi sono alcuni
cristiani nestorini e turchi,  e molte citt e castella,  de' quali la  maestra
citt    Erginul.  Dalla qual partendosi poi verso scirocco si pu andare alle
parti del Cataio,  e andando per scirocco verso 'l Cataio si truova  una  citt
nominata Singui,  e ancor la provincia si chiama Singui, nelle quali sono molte
citt e castella: e contengonsi in  detta  provincia  di  Tanguth  e  sotto  il
dominio  del  gran Can.  Le genti di questa provincia adorano gl'idoli;  alcuni
osservano la legge di Macometto, e alcuni sono cristiani.  Ivi si trovano molti
buoi salvatichi,  i quali sono della grandezza quasi degl'elefanti e bellissimi
da vedere, per che sono bianchi e neri. I loro peli sono in ciascuna parte del
corpo bassi, eccetto che sopra le spalle, che sono lunghi tre palmi;  qual pelo
overo lana  sottilissima e bianca, e pi sottile e bianca che non  la seta: e
messer  Marco  ne  port  a Venezia come cosa mirabile,  e cos da tutti che la
viddero fu reputata per tale.  Di questi buoi molti si  sono  dimesticati,  che
furon  presi  salvatichi.  E  fanno coprire le vacche dimestiche,  e i buoi che
nascono di quelle sono maravigliosi animali,  e atti a  fatiche  pi  che  niun
altro  animale:  e  gli  uomini gli fanno portare gran carichi,  e lavorano con
quelli la terra il doppio pi di quello che lavorano gli altri,  e  sono  molto
forti e gagliardi.
In questa contrata si truova il pi nobile e fino muschio che sia nel mondo, ed
 una bestia picciola come una gazella, cio della grandezza d'una capra, ma la
sua forma  tale: ha i peli a similitudine di cervo,  molto grossi,  li piedi e
la coda a modo d'una gazella;  non ha corne come la gazella.  Ha quattro denti,
cio due dalla parte di sopra e due dalla parte di sotto, lunghi ben tre dita e
sottili, bianchi come avolio, e due ascendono in su e due descendono in gi, ed
  bello  animale  da  vedere.  Nasce a questa bestia,  quando la luna  piena,
nell'umbilico sotto il ventre un'apostema di sangue,  e i cacciatori nel  tondo
della luna escono fuori a prender de' detti animali, e tagliano questa apostema
come la pelle e la seccano al sole: e questo  il pi fin muschio che si sappi.
E  la  carne  del detto animal  molto buona da mangiare,  e pigliasene in gran
quantit, e messer Marco ne port a Venezia la testa e i piedi di detto animale
secchi.
Gli uomini veramente vivono di mercanzie e d'arti; hanno abondanza di biade. Il
transito della provincia  di venticinque giornate,  nella  quale  si  truovano
fagiani  il doppio maggiori de' nostri,  ma sono alquanto minori de' pavoni,  e
hanno le penne della coda lunghe  otto  o  dieci  palmi.  Ne  sono  anco  della
grandezza  e  statura  come  sono li nostri,  e vi sono ancora altri uccelli di
molte altre maniere, che hanno bellissime penne di diversi colori. Quelle genti
adorano gli idoli, e sono grassi e hanno il naso picciolo;  i loro capelli sono
neri, e non hanno barba, salvo che quattro peli nel mento. Le donne onorate non
hanno similmente pelo alcuno eccetto i capelli,  e sono bianche, di belle carne
e ben formate in tutti i membri,  ma molto  lussuriose.  Gli  uomini  molto  si
dilettano  di  star  con quelle,  perch,  secondo le lor consuetudini e leggi,
possono aver quante mogli vogliono,  pur che possino sostentarle.  E se  alcuna
donna povera  bella,  li ricchi per la sua bellezza la pigliano per moglie,  e
danno alla madre e parenti molti doni per averle,  perch non apprezzano  altro
che la bellezza.
Ora si partiremo di qui, e diremo d'una provincia verso levante.

Della  provincia  di  Egrigaia  e  della citt di Calacia,  e de' costumi degli
abitanti, e zambellotti che vi si lavorano.
Cap. 51.

Partendosi da Erginul,  andando verso levante per otto giornate,  si truova una
provincia nominata Egrigaia, nella quale sono molte citt e castella, pur nella
gran  provincia  di Tanguth.  La maestra citt si chiama Calacia,  le cui genti
adorano gl'idoli;  vi sono ancora tre chiese de' cristiani  nestorini,  e  sono
sotto il dominio del gran Can.  In questa citt si lavorano zambellotti di peli
di camelli,  li pi belli e migliori che si truovin al mondo,  e similmente  di
lana  bianca in grandissima quantit,  i quali i mercatanti,  partendosi de l,
portano per molte contrade, e specialmente al Cataio.
Or lasciamo di questa provincia,  e diremo d'un'altra  verso  levante  nominata
Tenduc, e cos entraremo nelle terre del Prete Gianni.

Della provincia di Tenduc, dove regnano quelli della stirpe del Prete Gianni, e
la maggior parte sono cristiani;  e come ordinano li loro preti;  e d'una sorte
d'uomini detti Argon, che son pi belli e savi di quel paese.
Cap. 52.

Tenduc del Prete Gianni  una provincia verso levante,  nella quale sono  molte
citt  e  castella,  e sono sottoposti al dominio del gran Can,  perch tutti i
Preti Gianni che vi regnano sono sudditi al gran Can,  dopo che  Cingis,  primo
imperatore,  la  sottomesse.  La  maestra citt  chiamata Tenduc,  e in questa
provincia  re uno della progenie del Prete  Gianni,  nominato  Georgio,  ed  
prete e cristiano,  e la maggior parte degli abitanti sono cristiani.  E questo
re Georgio mantien la terra per il gran Can,  non per tutta quella ch'avea  il
Prete Gianni,  ma certa parte;  e li gran Cani danno sempre in matrimonio delle
sue figliuole e altre che discendono dalla sua stirpe ai re che  siano  discesi
dalla progenie delli Preti Gianni. In questa provincia si truovano pietre delle
quali  si  fa  l'azzurro;  ve ne sono molte e buone.  Quivi fanno i zambellotti
molto buoni di peli di camelli.  Gli uomini vivono di frutti della terra  e  di
mercanzie e arti.  E il dominio  de' cristiani, perch 'l re  cristiano (come
s' detto),  quantunque sia soggetto al gran Can;  ma vi sono molti che adorano
gl'idoli, e osservano la legge macomettana. Vi  anco una sorte di genti che si
chiamano Argon,  perch sono nati di due generazioni, cio da quelli di Tenduc,
che adorano gl'idoli, e da quelli che osservano la legge di Macometto: e questi
sono i pi belli uomini che si truovino in quel paese, e pi savi e pi accorti
nella mercanzia.

Del luogo dove regnano quelli del Prete Gianni, detto Og e Magog, e de' costumi
degli abitanti e lavori di seta di quelli, e della minera d'argento.
Cap. 53.

Nella  sopradetta  provincia  era  la  principal  sedia  del  Prete  Gianni  di
tramontana  quando el dominava li Tartari,  e a tutte l'altre provincie e regni
circonstanti, e fino al presente ritiene nella sua sedia i successori. E questo
Georgio sopradetto dopo il Prete Gianni  il quarto di quella  progenie,  ed  
tenuto il maggior signore. E vi sono due regioni dove questi regnano, che nelle
nostre  parti chiamano Og e Magog,  ma quelli che ivi abitano lo chiamano Ung e
Mongul, in ciascuno de' quali  una generazione di gente: in Ung sono Gog, e in
Mongul sono Tartari.
E cavalcandosi per questa provincia sette giornate,  andando per levante  verso
'l  Cataio,  si  truovano molte citt e castella,  nelle quali le genti adorano
gl'idoli,  e alcune osservano la legge di Macometto,  e  altri  sono  cristiani
nestorini. Vivono di mercanzie e arti, perch si fanno panni d'oro nasiti fin e
nach,  e  panni di seta di diverse sorti e colori come abbiamo noi,  e panni di
lana di diverse maniere.  Quelle genti sono suddite al gran Can,  e  vi    una
citt  nominata  Sindicin,  nella  quale s'esercitano l'arti di tutte le cose e
fornimenti che s'appartengono all'armi e ad un esercito.  E ne' monti di questa
provincia    un luogo nominato Idifa,  nel quale  un'ottima minera d'argento,
dalla qual se ne  cava  grandissima  quantit;  e  oltre  di  ci  hanno  molte
cacciagioni.

Della  provincia  di Cianganor,  e della sorte di grue che si trovano,  e della
quantit di pernici e quaglie che 'l gran Can fa allevare.
Cap. 54.

Partendosi dalla sopradetta provincia e citt e andando per  tre  giornate,  si
truova la citt nominata Cianganor,  che vuol dire stagno bianco,  nella qual 
un palagio del gran Can, nel quale vi suol abitare molto volentieri,  perch vi
sono intorno laghi e riviere dove abitano molti cigni, e in molte pianure grue,
fagiani,  pernici e uccelli d'altra sorte in gran quantit.  Il gran Can piglia
grandissimo piacere andando ad uccellare con girifalchi e falconi  e  prendendo
uccelli  infiniti.  Vi sono cinque sorti di grue: la prima sono tutte nere come
corvi,  con l'ale grandi;  la seconda ha l'ali maggiori dell'altre,  bianche  e
belle, e le penne dell'ali son piene d'occhi rotondi come quelli de' pavoni, ma
gli  occhi  sono di color d'oro molto risplendenti,  il capo rosso e nero molto
ben fatto, il collo nero e bianco, e sono bellissime da vedere;  la terza sorte
sono  grue  della statura delle nostre d'Italia;  la quarta sono grue picciole,
ch'hanno le penne rosse e azzurre divisate molto belle;  la quinta  sorte  sono
grue grise, col capo rosso e nero, e sono grandi.
Presso  a  questa  citt    una valle,  nella quale  grandissima abondanza di
pernici e quaglie,  e pel nutrimento delle quali sempre il gran Can fa  seminar
l'estate  sopra  quelle coste miglio e panizzo e altre semenze che tali uccelli
appetiscono, comandando che niente si raccolga, acci abondevolmente si possano
nudrire;  e vi stanno molti uomini per custodia di questi  uccelli,  acci  non
siano presi,  ed eziandio li buttano il miglio al tempo del verno, e sono tanto
assuefatti al pasto che se li getta per terra che,  subito che  l'uomo  sibila,
ovunque  si  siano vengono a quello.  E ha fatto fare il gran Can molte casette
dove stanno la notte,  e quando 'l vien a questa contrada ha di questi  uccelli
abondantemente, e l'inverno, quando sono ben grasse (perch ivi pel gran freddo
non sta a quel tempo), ovunque egli si sia, se ne fa portare carghi i camelli.
Ma si partiremo di qui, e andaremo tre giornate verso tramontana e greco.

Del  bellissimo  palagio del gran Can nella citt di Xand;  e della mandria di
cavalli e cavalle bianche,  del latte de' quali fanno  ogn'anno  sacrificio;  e
delle cose maravigliose che li loro astrologhi fanno far quando vien mal tempo,
e anco della sala del gran Can, e delli sacrificii che li detti fanno; e di due
sorti di religiosi, cio poveri, e de' costumi e vita loro.
Cap. 55.

Quando  si  parte  da questa citt di sopra nominata,  andando tre giornate per
greco si truova una citt nominata Xand,  la qual edific il gran Can  che  al
presente regna,  detto Cublai Can; e quivi fece fare un palagio di maravigliosa
bellezza e artificio, fabricato di pietre di marmo e d'altre belle pietre, qual
con un capo confina in mezo della citt e con l'altro col muro di quella. Dalla
qual parte,  a riscontro del palagio,  un altro muro ferma un capo da una parte
del  palagio  nel  muro  della citt,  e l'altro dall'altra parte circuisce,  e
include ben sedici miglia di pianura,  talmente ch'entrare in quel circuito non
si pu se non partendosi dal palagio. In questo circuito e serraglia sono prati
bellissimi e fonti e molti fiumi,  e ivi sono animali d'ogni sorte, come cervi,
daini, caprioli,  quali vi fece portar il gran Can per pascere i suoi falconi e
girifalchi,  ch'egli tiene in muda in questo luogo, i quali girifalchi sono pi
di dugento: ed esso medesimo va sempre a vederli in muda, al manco una volta la
settimana.  E molte volte,  cavalcando per questi prati circondati di mura,  fa
portar un leopardo,  overo pi,  sopra le groppe de' cavalli, e quando vuole lo
lascia andare,  e subito prende un cervo o vero capriolo o daini,  li quali  fa
dare ai suoi falconi e girifalchi: e questo fa egli per suo solazzo e piacere.
In mezo di quei prati,  ov' un bellissimo bosco, ha fatto fare una casa regal,
sopra belle colonne dorate e invernicate,  e a  ciascuna    un  dragone  tutto
dorato che rivolge la coda alla colonna,  e col capo sostiene il soffittato,  e
stende le branche,  cio una alla parte destra a sostentamento del soffittato e
l'altra medesimamente alla sinistra. Il coperchio similmente  di canne dorate,
e  vernicate  cos bene che niun'acqua li potria nuocere,  le quali sono grosse
pi di tre palmi e lunghe da dieci braccia,  e tagliate per ciascun  groppo  si
parteno  in  due pezzi per mezo e si riducono in forma di coppi: e con queste 
coperta la detta casa,  ma ciascun coppo di canna per defensione  de'  venti  
ficcato con chiodi. E detta casa a torno a torno  sostentata da pi di dugento
corde  di  seta  fortissime,  perch dal vento (per la leggierezza delle canne)
saria rivoltata a terra.  Questa casa  fatta con tanta industria  e  arte  che
tutta  si  pu levar e metter gi e poi di nuovo reedificarla a suo piacere;  e
fecela far il gran Can per sua dilettazione, per esservi l'aere molto temperato
e buono,  e vi abita tre mesi  dell'anno,  cio  giugno,  luglio  e  agosto,  e
ogn'anno,  alli ventotto della luna del detto mese d'agosto,  si suol partire e
andare ad altro luogo, per far certi sacrificii in questo modo.  Ha una mandria
di  cavalli  bianchi  e cavalle come neve,  e possono essere da diecimila,  del
latte delle quali niuno ha  ardimento  bere  s'egli  non    descendente  della
progenie di Cingis Can. Nondimeno Cingis Can concesse l'onore di bere di questo
latte  ad  un'altra  progenie,  la  quale al tempo suo una fiata si port molto
valorosamente seco in battaglia,  ed  nominata Boriat.  E quando queste bestie
vanno pascolando per li prati e per le foreste se gli porta gran riverenza,  n
ardiria alcun  andargli  davanti  overo  impedirli  la  strada.  E  avendo  gli
astrologhi  suoi,  che  sanno l'arte magica e diabolica,  detto al gran Can che
ogn'anno,  al vigesimo ottavo d della luna d'agosto,  debbia far spandere  del
latte  di  queste  cavalle  per  l'aria  e  per terra per dar da bere a tutti i
spiriti e idoli che adorano,  acci che conservino gli uomini e le  femine,  le
bestie,  gli uccelli,  le biade e l'altre cose che nascono sopra la terra, per
per questa causa il gran Can in tal giorno si parte dal sopradetto luogo e va a
far di sua mano quel sacrificio del latte.
Fanno  ancora  questi  astrologhi,   o  vogliam  dire  negromanti,   una   cosa
maravigliosa  a  questo  modo:  che come appar che 'l tempo sia turbato e vogli
piovere,  vanno sopra il tetto del palagio ove abita il gran Can,  e per  virt
dell'arte  loro  lo  difendono  dalla pioggia e dalla tempesta,  talmente che a
torno a torno descendono pioggie,  tempeste e baleni,  e il  palagio  non  vien
tocco  da  cosa  alcuna.  E  costoro  che  fanno  tal cose si chiamano tebeth e
chesmir,  che sono due sorti d'idolatri quali sono i pi dotti nell'arte magica
e  diabolica  di tutte l'altre genti,  e danno ad intendere al vulgo che queste
operazioni siano fatte per la santit e bont loro,  e per questo vanno sporchi
e  immondi,  non  curandosi  dell'onor  loro  n  delle persone che li veggono;
sostengono il fango nella lor faccia,  n mai si lavano  n  si  pettinano,  ma
sempre  vanno  lordamente.  Hanno  costoro  un bestiale e orribil costume,  che
quand'alcuno per il dominio   giudicato  a  morte,  lo  tolgono  e  cuocono  e
mangianselo;  ma  se  muore  di  propria  morte non lo mangiano.  Oltre il nome
sopradetto si chiamano anco bachsi,  cio di tal religione overo ordine come si
direbbono  frati predicatori overo minori,  e sono tanto ammaestrati ed esperti
in quest'arte magica o diabolica che  fanno  quasi  ci  che  vogliono,  e  fra
l'altre se ne dir una fuor di ogni credenza.
Quando  il gran Can nella sua sala siede a tavola,  la quale,  come si dir nel
libro di sotto,  d'altezza pi d'otto braccia,  e in mezo della sala,  lontano
da  detta  tavola,    apparecchiata una credenziera grande,  sopra la quale si
tengono i vasi da bere,  essi operano con l'arti sue che le  caraffe  piene  di
vino  overo  latte  o  altre diverse bevande da se stesse empiono le tazze loro
senza ch'alcuno con le mani le tocchino,  e vanno ben per dieci passa per  aere
in  mano  del gran Can;  e poi ch'ha bevuto,  le dette tazze ritornano al luogo
d'onde erano partite: e questo fanno in presenza di coloro i quali  il  signore
vuol  che  veggano.  Questi bachsi similmente,  quando sono per venire le feste
delli suoi idoli, vanno al gran Can e li dicono: "Signore, sappiate che,  se li
nostri  idoli  non  sono onorati con gli olocausti,  faranno venire mal tempo e
pestilenze alle nostre biade,  bestie e altre cose: per il che vi  supplichiamo
che vi piaccia di darne tanti castrati con li capi neri e tante libre d'incenso
e  legno  di alo,  che possiamo fare il debito sacrificio e onore".  Ma queste
parole non dicono personalmente al gran Can,  ma  a  certi  principi  che  sono
deputati a parlar al signore per gli altri, ed essi dopo lo dicono al gran Can,
qual  li  dona integramente ci che domandano.  E venuto il giorno della festa,
fanno i sacrificii de' detti castrati, e spargono il brodo avanti gl'idoli, e a
questo modo gli onorano.
Hanno questi popoli grandi monasterii e abbazie,  e cos grandi che pareno  una
picciola citt,  in alcuna delle quali potriano essere quasi duemila monachi, i
quali secondo i costumi loro servono agl'idoli,  e si vestono  pi  onestamente
degli altri uomini,  e portano il capo raso e la barba, e fanno festa agl'idoli
con pi solenni canti e lumi che sia possibile;  e  di  questi  alcuni  possono
pigliar moglie.  Vi  poi un altro ordine di religiosi,  nominati sensim, quali
sono uomini di grand'astinenza,  e fanno la loro vita  molto  aspra,  per  che
tutt'il tempo della vita sua non mangiano altro che semole, le quali mettono in
acqua  calda  e  lasciano  stare alquanto,  fin che si levi via tutto il bianco
della farina: e allora le mangiano cos lavate, senz'alcuna sostanza di sapore.
Questi adorano il fuoco e dicono gli uomini dell'altre regole  che  questi  che
vivono  in  tant'astinenza  sono  eretici  della sua legge,  perch non adorano
gl'idoli come loro;  ma  gran differenza tra loro,  cio tra  l'una  regola  e
l'altra,  e  questi  tali  non tolgono moglie per qualsivoglia causa del mondo.
Portano il capo raso e la barba, e le lor vesti sono di canapo, nere e biave, e
se fossero anco di seta,  le portarebbero di tal colore.  Dormono sopra  stuore
grosse, e fanno la pi aspra vita di tutti gli uomini del mondo.
Or  lasciamo  di  questi,  e  diremo  de'  grandi e maravigliosi fatti del gran
signore e imperator Cublai Can.

LIBRO SECONDO


De' maravigliosi fatti di Cublai Can, che al presente regna,  e della battaglia
ch'egli ebbe con Naiam suo barba, e come vinse.
Cap. 1.

Ora  nel  libro  presente  vogliamo  cominciar  a  trattar  di tutti i grandi e
mirabili fatti del gran Can che al presente regna,  detto Cublai Can,  che vuol
dir  in  nostra lingua "signor de' signori".  E ben  vero il suo nome,  perch
egli  pi potente di genti,  di terre e di tesoro di qualunque signor che  sia
mai  stato al mondo n che vi sia al presente,  e sotto il quale tutti i popoli
sono stati con tanta obedienza quanto che abbino mai fatto sotto alcun altro re
passato; la qual cosa si dimostrer chiaramente nel processo del parlar nostro,
di modo che ciascuno potr comprendere che questa  la verit.
Dovete adunque sapere che Cublai Can   della  retta  e  imperial  progenie  di
Cingis  Can primo imperator,  e di quella dee esser il vero signor de' Tartari.
Questo Cublai Can  il sesto gran Can,  che cominci a regnar nel 1256  essendo
d'anni 27,  e acquist la signoria per la sua gran prodezza, bont e prudenzia,
contra la volont de' fratelli e di molti altri suoi baroni e parenti  che  non
volevano: ma a lui la succession del regno apparteneva giustamente.  Avanti che
'l fosse signor andava  volentier  nell'esercito  e  voleva  trovarsi  in  ogni
impresa,  perci  che,  oltre  ch'egli era valente e ardito con l'armi in mano,
veniva riputato di consiglio e astuzie  militari  il  pi  savio  e  aventurato
capitano che mai avessero i Tartari;  e dopo ch'ei fu signore non v'and se non
una sol fiata,  ma nelle imprese vi mandava i suoi figliuoli e capitani.  E  la
causa  perch  vi  andasse  fu questa.  Nel 1286 si trovava uno nominato Naiam,
giovane d'anni trenta,  qual era barba di Cublai e  signor  di  molte  terre  e
provincie,  di  modo  che  poteva facilmente metter insieme da quattrocentomila
cavalli, e i suoi predecessori erano soggetti al dominio del gran Can.  Costui,
commosso da leggierezza giovenile, veggendosi signor di tante genti, si pose in
animo  di  non  voler  esser sottoposto al gran Can,  anzi di volergli torre il
regno,  e mand suoi nonzii secreti a Caidu,  qual era grande e potente  signor
nelle  parti verso la gran Turchia,  e nepote del gran Can,  ma suo ribello,  e
portavagli grand'odio,  percioch ognora  dubitava  che  'l  gran  Can  non  lo
castigasse.  Caidu,  uditi  i  messi  di  Naiam,  fu molto contento e allegro e
promisegli di venir  in  suo  aiuto  con  centomila  cavalli,  e  cos  ambedue
cominciorno a congregar le lor genti, ma non poterno fare cos secretamente che
non   ne  venisse  la  fama  all'orecchie  di  Cublai;   qual,   intesa  questa
preparazione,  subito fece metter guardie a tutti i passi  ch'andavan  verso  i
paesi  di Naiam e Caidu,  acci che non sapessero quel che lui volesse fare,  e
poi immediate ordin che le genti ch'erano d'intorno alla citt di Cambal  per
il  spazio di dieci giornate si mettessero insieme con grandissima celerit.  E
furono da trecentosessantamila cavalli e centomila pedoni, che sono li deputati
alla persona sua, e la maggior parte falconieri e uomini della sua famiglia,  e
in venti giorni furono insieme; perch, se egli avesse fatto venir gli eserciti
che  'l  tien  di continuo per la custodia delle provincie del Cataio,  sarebbe
stato necessario il tempo  di  trenta  o  quaranta  giornate,  e  l'apparecchio
s'averia  inteso,  e  Caidu  e  Naiam  si sarian congiunti insieme e ridotti in
luoghi forti e al loro proposito;  ma lui volse con  la  celerit  (la  qual  
compagna  della  vittoria) prevenir alle preparazioni di Naiam e trovarlo solo,
che meglio lo poteva vincer che accompagnato.
E perch nel presente luogo    a  proposito  di  parlar  d'alcuna  cosa  delli
eserciti  del  gran Can,   da sapere che in tutte le provincie del Cataio,  di
Mangi e in tutt'il resto del dominio suo vi si truovano assai genti infideli  e
disleali,  che se potessero si ribellerian al lor signore: e per  necessario,
in ogni provincia ove sono citt grandi e molti popoli,  tenervi  eserciti  che
stanno alla campagna 4 o 5 miglia lontani dalla citt,  quali non possono avere
porte n muri,  di sorte che non se gli possa entrar dentro a ogni suo piacere.
E  questi  eserciti  il gran Can gli fa mutar ogni due anni,  e il simil fa de'
capitani che governano quelli, e con questo freno li popoli stanno quieti e non
si possono movere n far novit alcuna. Questi eserciti, oltre il denaro che li
d di continuo il gran Can delle intrate delle provincie,  vivono d'un infinito
numero di bestie che hanno, e del latte qual mandano alla citt a vendere, e si
comprano delle cose che gli bisognano,  e sono sparsi per 30,  40 e 60 giornate
in diversi luoghi;  la mit de'  quali  eserciti  se  avesse  voluto  congregar
Cublai, sarebbe stato un numero maraviglioso e da non credere.
Fatto  il  sopradetto esercito,  Cublai Can s'avi con quello verso il paese di
Naiam,  cavalcando d e notte,  e in termine di 25 giornate vi aggionse;  e  fu
cos  cautamente  fatto questo viaggio che Naiam n alcun de' suoi lo present,
perch'erano state occupate tutte le strade,  che niuno poteva passare  che  non
fosse  preso.  Giunto appresso un colle oltre il quale si vedea la pianura dove
Naiam era accampato,  Cublai fece riposare le  sue  genti  per  due  giorni  e,
chiamati  li  astrologhi,  volse  che  con  le  loro  arti in presenza di tutto
l'esercito vedessero chi dovea aver la vittoria,  li quali dissero dover  esser
di  Cublai:  questo effetto di divinazione sogliono sempre far li gran Cani per
far innanimar li loro eserciti. Con questa adunque ferma speranza,  una mattina
a  buon'ora  l'esercito  di  Cublai,  asceso il colle,  si dimostr a quello di
Naiam,  qual stava molto negligentemente,  non tenendo in alcuna parte spie  n
persona  alcuna  per  guardia,  ed  era  in  un padiglione dormendo con una sua
moglie;  pur risvegliato si mise ad ordinar meglio che pot  il  suo  esercito,
dolendosi di non aversi congionto con Caidu.  Cublai era sopra un castel grande
di legno pieno di balestrieri e arcieri,  e nella sommit v'era alzata la  real
bandiera con l'imagine del sole e della luna;  e questo castello era portato da
quattro elefanti tutti coperti di cuori cotti fortissimi,  e di  sopra  v'erano
panni  di  seta  e  d'oro.  Cublai ordin il suo esercito in questo modo: di 30
schiere di cavalli, ch'ognuna avea 10 mila tutti arcieri, ne fece tre parti,  e
quelle  dalla  man sinistra e destra fece prolongare molto atorno l'esercito di
Naiam; avanti ogni schiera di cavalli erano 500 uomini a piedi con lancie corte
e spade, ammaestrati che,  ogni fiata che mostravano di voler fuggire,  costoro
saltavan in groppa e fuggivan con loro,  e fermati smontavano e ammazzavano con
le lancie i cavalli de' nemici.
Preparati gli eserciti,  si cominci a udire il suon d'infiniti corni  e  altri
varii  instrumenti,  e poi molti canti,  che cos  la consuetudine de' Tartari
avanti che cominciano a combattere,  e quando le  nacchere  e  tamburi  suonano
vengono allora alle mani.  Il gran Can fece prima cominciar a sonar le nacchere
dalle parti destra e sinistra,  e si cominci una crudele e aspra battaglia,  e
l'aere  fu  immediate  tutto  pieno  di  saette  che  piovean da ogni canto,  e
vedevansi uomini e cavalli in terra cader morti in gran  numero;  e  tanto  era
orribil il grido degli uomini e strepito dell'armi e cavalli, che rappresentava
un  estremo spavento a chi l'udiva.  Tirate che ebbero le saette,  vennero alle
mani con le lancie e spade e con le mazze ferrate,  e fu tanta  la  moltitudine
degli uomini,  e sopra tutto di cavalli,  che restorno morti uno sopra l'altro,
che una parte non  poteva  trapassare  ov'era  l'altra,  e  la  fortuna  stette
indeterminata  per  longhissimo spazio di tempo dove l'avesse a dar la vittoria
di questo conflitto,  qual dur dalla mattina  sino  a  mezogiorno,  perch  la
benevolenza delle genti di Naiam verso il lor signore, ch'era liberalissimo, ne
fu causa, conciosiacosach ostinatamente per amor suo volevano pi tosto morire
che voltar le spalle.  Pur alla fine,  vedendosi Naiam circondato dall'esercito
nemico,  si mise in fuga,  ma subito fu preso  e  condotto  alla  presenzia  di
Cublai, qual ordin ch'ei fosse fatto morire cucito fra due tapeti, che fossino
tanto  alzati  su e gi che 'l spirito gli uscisse del corpo: e la causa di tal
sorte di morte fu accioch il sole e  l'aria  non  vedesse  sparger  il  sangue
imperiale. Le genti di Naiam che restorno vive vennero a dar obedienza e giurar
fedelt a Cublai,  che furono di quattro nobil provincie,  cio Ciorza,  Carli,
Barscol e Sitingui.
Naiam, occultamente avendosi fatto battezzar, non volle per mai far l'opera di
cristiano,  ma in questa battaglia gli parve di voler  portar  il  segno  della
croce  sopra  le sue bandiere,  e avea nel suo esercito infiniti cristiani,  li
quali tutti furono morti.  E vedendo dopo li giudei e saraceni che le  bandiere
della  croce  erano  state vinte,  si facevano beffe de' cristiani,  dicendoli:
"Vedete come le vostre bandiere e  quelli  che  le  hanno  seguite  sono  stati
trattati". E per questa derisione furono astretti i cristiani di farlo intender
al  gran  Cane,  qual,  chiamati  a  s  li  giudei e li saraceni,  gli riprese
aspramente  dicendoli:  "Se  la  croce  di  Cristo  non  ha  giovato  a  Naiam,
ragionevolmente e giustamente ha fatto, perch lui era perfido e ribello al suo
signore, e la croce non ha voluto aiutar simili uomini tristi e malvagi: e per
guardatevi  di  mai  pi  aver  ardimento  di dire che 'l Dio de' cristiani sia
ingiusto, perch quello  somma bont e somma giustizia".

Come, dopo ottenuta tal vittoria, il gran Can ritorn in Cambal;  e dell'onore
ch'egli  fa  alle  feste de' cristiani,  giudei,  macomettani e idolatri;  e la
ragione perch dice che non si fa cristiano.
Cap.2.
Dopo ottenuta tal vittoria,  il gran Can ritorn con gran pompa e trionfo nella
citt principal,  detta Cambal,  e fu del mese di novembre, e quivi stette fin
al mese di febraio e marzo, quando  la nostra Pasqua; dove, sapendo che questa
era una delle nostre feste principali,  fece venir a s  tutti  i  cristiani  e
volse  che  li  portassero  il  libro dove sono li quattro Evangelii,  al quale
fattogli dar l'incenso molte volte con gran cerimonie, devotamente lo basci, e
il medesimo volse  che  facessero  tutti  i  suoi  baroni  e  signori  ch'erano
presenti.  E  questo  modo  sempre  serva nelle feste principali de' cristiani,
com' la Pasqua e il Natale;  il simil fa nelle principal  feste  di  saraceni,
giudei e idolatri.  Ed essendo egli domandato della causa, disse: "Sono quattro
profeti che son adorati e a' quali fa riverenza  tutt'il  mondo:  li  cristiani
dicono  il  loro Dio essere stato Ies Cristo,  i saraceni Macometto,  i giudei
Moys,  gl'idolatri Sogomombar Can,  qual fu il primo iddio  degl'idoli;  e  io
faccio onor e riverenza a tutti quattro, cio a quello ch' il maggior in cielo
e pi vero,  e quello prego che m'aiuti". Ma, per quello che dimostrava il gran
Can, egli tien per la pi vera e miglior la fede cristiana, perch dice ch'ella
non comanda cosa che non sia piena d'ogni bont e santit. E per niun modo vuol
sopportare che li cristiani portino la croce avanti di loro, e questo perch in
quella fu flagellato e morto un tanto e cos grand'uomo come fu Cristo.
Potrebbe dir alcuno: "Poi ch'egli tiene la fede  di  Cristo  per  la  migliore,
perch  non  s'accosta  a  lei  e fassi cristiano?" La causa  questa,  secondo
ch'egli disse a messer Nicol e Maffio, quando li mand ambasciatori al papa, i
quali alle volte movevano qualche parola circa la fede di Cristo.  Diceva egli:
"In  che  modo volete voi che mi faccia cristiano?  Voi vedete che li cristiani
che sono in queste parti sono talmente ignoranti che non sanno  cosa  alcuna  e
niente possono,  e vedete che questi idolatri fanno ci che vogliono,  e quando
io seggo a mensa vengono a me le tazze che sono in mezo la sala,  piene di vino
o  bevande  e  d'altre  cose,  senza  ch'alcuno  le tocchi,  e bevo con quelle.
Constringono andar il mal tempo verso qual parte vogliono e  fanno  molte  cose
maravigliose,  e come sapete gl'idoli loro parlano e gli predicono tutto quello
che vogliono.  Ma se io mi converto alla fede di Cristo e mi faccia  cristiano,
allora i miei baroni e altre genti,  quali non s'accostano alla fede di Cristo,
mi direbbono: "Che causa v'ha mosso al battesimo e a tener la fede  di  Cristo?
Che  virtuti  o che miracoli avete veduto di lui?' E dicono questi idolatri che
quel che fanno lo fanno per santit e virt degl'idoli;  allora non saprei  che
rispondergli,  tal che saria grandissimo errore tra loro e questi idolatri, che
con l'arti e scienzie loro  operano  tali  cose,  mi  potriano  facilmente  far
morire.  Ma  voi andrete dal vostro pontefice,  e da parte nostra lo pregherete
che mi mandi cento uomini savii della vostra legge,  che avanti questi idolatri
abbino a riprovare quel che fanno,  e dichinli che loro sanno e possono far tal
cose ma non vogliono,  perch si fanno per arte diabolica e di cattivi spiriti,
e  talmente  li  constringano  che non abbino potest di far tal cose avanti di
loro. Allora, quando vedremo questo,  riprovaremo loro e la loro legge,  e cos
mi battezzer,  e quando sar battezzato tutti li miei baroni e grand'uomini si
battezzeranno, e poi li subditi loro torranno il battesimo,  e cos saranno pi
cristiani  qui  che non sono nelle parti vostre".  E se dal papa,  come  stato
detto nel principio,  fossero stati mandati uomini atti a  predicarli  la  fede
nostra,  il  detto gran Can s'avria fatto cristiano,  perch si sa di certo che
n'avea grandissimo desiderio.  Ma,  ritornando al proposito nostro,  diremo del
merito e onore che egli d a coloro che si portano valorosamente in battaglia.

Della sorte de' premii ch'egli d a quelli che si portano bene in battaglia,
e delle tavole d'oro ch'egli dona.
Cap. 3

Dovete  adunque sapere che 'l gran Can ha dodici baroni savii,  ch'hanno carico
d'intendere e informarsi delle operazioni che  fanno  li  capitani  e  soldati,
particolarmente  nelle  imprese  e  battaglie  ove si ritruovano,  e quelle poi
riferir al gran Can, qual, conoscendoli benemeriti, se sono capo di cent'uomini
gli fa di mille,  e dona molti vasi  d'argento  e  tavole  di  commandamento  e
signoria. Imperoch quello che  capo di cento ha la tavola d'argento, e quello
che  capo di mille ha la tavola d'oro overo d'argento indorato, e quello che 
capo di diecimila ha la tavola d'oro con un capo di leone;  e il peso di queste
tavole  tale: di quelli che hanno il dominio di mille,  sono ciascuna di  peso
di  saggi  cento  e venti;  e quella che ha il capo di leone  di peso di saggi
dugento e venti.  Sopra tal tavola  scritto un commandamento  che  dice  cos:
"Per  la  forza e virt del magno Iddio,  e per la grazia che ha dato al nostro
imperio,  il nome del Can sia benedetto,  e tutti quelli che  non  l'obediranno
morino  e  siano  destrutti".  Tutti quelli ch'hanno queste tavole hanno ancora
privilegii in scrittura di tutte quelle cose che far debbono e possono nel  suo
dominio.  E quello che ha il dominio di centomila,  overo sia capitano generale
di qualche grand'esercito, ha una tavola d'oro di peso di saggi trecento con le
parole sopradette,  e sotto la tavola  scolpito un lione con  le  imagini  del
sole  e  della luna,  e oltre di ci ha il privilegio del gran comandamento che
appare in questa nobil tavola.  Ogni volta che cavalcano in publico  gli  viene
portato  un pallio sopra la testa,  per mostrar la grand'auttorit e potere che
hanno,  e quando seggono deono sempre sedere sopra una catedra d'argento.  E il
gran  Can  dona  ad  alcuni  baroni  una  tavola dove  scolpita la imagine del
girifalco,  e questi possono menare seco tutto l'esercito d'ogni gran  principe
per  sua  guardia;  e  pu  pigliar  il cavallo del gran Can,  volendolo,  e il
medesimo pu pigliare i cavalli degli altri che siano di minor dignit.

Della forma e statura del gran Can,  e delle quattro mogli  principali  ch'egli
ha,  e delle giovani che ogni anno fa eleggere nella provincia di Ungut,  e del
modo che le eleggono.
Cp. 4.

Chiamasi Cublai gran Can signor de' signori, il qual  di comune statura,  cio
non    troppo  grande  n  troppo  picciolo,  e ha le membra ben formate,  che
proporzionatamente si corrispondono.  La faccia sua  bianca e alquanto  rossa,
risplendentemente a modo di rosa colorita,  che 'l fa parer molto grazioso; gli
occhi sono neri e belli,  il naso ben fatto e profilato.  Ha  eziandio  quattro
donne signore, quali tiene di continuo per mogli legitime, e il primo figliuolo
che  nasce di quelle  successor dell'imperio dopo la morte del gran Can,  e si
chiamano imperatrici, e tengono corte regale da per s. N alcuna  di loro che
non abbia trecento donzelle  molto  belle  e  molti  donzelli  e  altri  uomini
castrati e donne,  talmente che ciascuna di queste ha nella sua corte diecimila
persone;  e quando il gran Can vuol esser con una di queste tali,  la fa  venir
alla sua corte, overo egli va alla corte di lei.
E  ha  oltre di ci molte concubine;  e dirovvi come  una provincia nella qual
abitano Tartari che si chiaman Ungut,  e la citt similmente,  le  genti  della
qual sono bellissime e bianchissime,  e il gran Can ogni due anni,  secondo che
lui vuole, manda alla detta provincia suoi ambasciatori,  che li truovino delle
pi  belle  donzelle,  secondo  la  stima  della  bellezza che lui li commette,
quattrocento, cinquecento,  pi e manco secondo che li pare,  le quali donzelle
si stimano in questo modo.  Giunti che sono gli ambasciatori,  fanno venir a s
tutte le donzelle della provincia, e vi sono li stimatori a questo deputati,  i
quali, vedendo e considerando tutte le membra di ciascuna a parte a parte, cio
i capelli, il volto e le ciglia, la bocca, le labra e l'altre membra, che siano
condecenti e conformi alla persona,  e stimano alcune in caratti sedici,  altre
dicessette, diciotto, venti e pi e manco,  secondo che sono pi e manco belle.
E  se  'l gran Can ha commesso che le conduchino della stima di caratti venti o
ventuno,  secondo il numero a loro ordinatoli quelle conducono.  E giunte  alla
sua  presenza  le  fa  stimare  di nuovo per altri stimatori,  e di tutte ne fa
eleggere per la sua camera trenta o quaranta che siano stimate pi  caratti,  e
ne  fa  dare  una  a ciascuna delle moglie de' baroni,  che nelle sue camere le
debbano la notte diligentemente vedere,  che non siano  brutte  sotto  panni  o
difettose  in  alcun  membro,  e se dormono soavemente e non roncheggino,  e se
rendono buon fiato e soave,  e che in alcuna parte non abbino cattivo odore.  E
quando  sono  state  diligentemente  esaminate  si  dividono a cinque a cinque,
secondo che sono,  e ciascuna parte dimora tre d e tre notti nella camera  del
signore,  per  far  ciascuna  cosa  che  li  sia necessaria;  quali compiuti si
cambiano e l'altra parte fa il simile,  e cos fanno fin che compino il  numero
di  quante  sono,  e dopo ricominciano un'altra volta.  Vero  che,  mentre una
parte dimora nella camera del signore,  l'altre stanno in un'altra  camera  ivi
propinqua,  di  modo  che  se il signore ha bisogno di qualche cosa estrinseca,
come  bere e mangiare e altre cose,  le donzelle che  sono  nella  camera  del
signore  comandano  a  quelle  dell'altra  camera che debbano apparecchiare,  e
quelle subito apparechiano, e cos non si serve al signor per altre persone che
per le donzelle.  E l'altre donzelle che furono stimate manco caratti  dimorano
con l'altre del signore nel palagio, e gl'insegnano a cucire e tagliar guanti e
far altri nobili lavori;  e quando alcun gentiluomo ricerca moglie, il gran Can
li d una di quelle con grandissima dote,  e a  questo  modo  le  marita  tutte
nobilmente.
E potrebbesi dire: non s'aggravano gli uomini della detta provincia che il gran
Can li toglia le lor figliuole? Certamente no, anzi si reputano a gran grazia e
onore  e  molto  si  rallegrano  color  che  hanno belle figliuole che si degni
d'accettarle,  perch dicono: "Se la mia figliuola  nata sotto buon pianeto  e
con buona ventura, il signor potr meglio sodisfarla, e la mariter nobilmente,
la  qual  cosa io non sarei sufficiente a sodisfare".  E se la figliuola non si
porta bene overo non gl'intraviene bene,  allora dice il padre: "Questo  gli  
intravenuto perch il suo pianeto non era buono".

Del numero de' figliuoli del gran Can che ha delle quattro mogli,  e di Cingis,
ch'era il primogenito; de' quali ne fa re di diverse provincie,  e li figliuoli
delle concubine li fa signori.
Cap. 5.

Sappiate che 'l gran Can avea ventidue figliuoli maschi delle sue quattro mogli
leggittime,  il  maggior de' quali era nominato Cingis,  qual dovea essere gran
Can e aver  la  signoria  dell'imperio,  e  gi  vivendo  il  padre  era  stato
confermato signore. Avvenne che egli manc della presente vita, e di lui rimase
un figliuolo nominato Themur,  il qual dovea succeder nel dominio ed esser gran
Can, perch egli  figliuolo del primo figliuolo del gran Can,  cio di Cingis:
e questo Themur  uomo pieno di bont,  savio e ardito, e ha riportato di molte
vittorie in  battaglia.  Item  il  gran  Can  ancora  ha  dalle  sue  concubine
venticinque figliuoli, i quali sono valenti nell'arme, perch di continuo li fa
esercitar  nelle  cose  pertinenti  alla  guerra,  e  sono gran signori.  E de'
figliuoli ch'egli ha dalle quattro mogli sette sono  re  di  gran  provincie  e
regni,  e  tutti mantengono bene il suo regno,  perch sono savii e prudenti: e
non pu esser altrimenti,  essendo  nasciuti  di  tal  padre,  che    opinione
firmissima  che uomo di maggior valore non fosse mai in tutta la generazion de'
Tartari.

Del grande e maraviglioso palagio del gran Can, appresso la citt di Cambal.
Cap. 6.

Ordinariamente il gran Can abita tre mesi dell'anno,  cio dicembre,  gennaio e
febraio,  nella  gran  citt detta Cambal,  qual  in capo della provincia del
Cataio verso greco;  e quivi  situato il suo gran palagio,  appresso la  citt
nuova  nella parte verso mezod,  in questa forma.  Prima  un circuito di muro
quadro,  e ciascuna facciata  longa miglia otto,  attorno alle quali vi   una
fossa  profonda,  e  nel mezo di ciascuna facciata v' una porta,  per la quale
intrano tutte le genti che da ogni parte quivi concorrono.  Poi  si  truova  il
spazio d'un miglio a torno a torno,  dove stanno i soldati, dopo il qual spazio
si truova un altro circuito di muro di miglia sei per quadro,  il qual  ha  tre
porte nella facciata di mezogiorno e altre tre nella parte di tramontana; delle
quali quella di mezo  maggiore,  e sta sempre serrata e mai non s'apre, se non
quando il gran Can vuol entrare o uscire, e l'altre due minori, che vi sono una
da una banda e l'altra dall'altra,  stanno sempre aperte,  e per quelle entrano
tutte  le  genti.  E  in  ciascun cantone di questo muro e nel mezo di ciascuna
delle facciate v' un palagio bello e spacioso,  talmente che atorno atorno  il
muro sono otto palagi, ne' quali si tengono le munizioni del gran Cane, cio in
ciascuno una sorte di fornimenti,  come freni,  selle,  staffe e altre cose che
s'appartengono  all'apparecchio  di  cavalli;  e  in  un  altro  archi,  corde,
turcassi,  frezze  e altre cose appartenenti al saettare;  in un altro corazze,
corsaletti e simili cose di cuoro cotto;  e  cos  degli  altri.  Intra  questo
circuito di muro  un altro circuito di muro,  il qual  grossissimo,  e la sua
altezza  ben dieci passa,  e tutti i merli sono bianchi;  il muro   quadro  e
circuisce  ben quattro miglia,  cio un miglio per ciascun quadro,  e in questo
terzo circuito sono sei porte,  similmente ordinate come nel secondo  circuito.
Sonvi  ancora  otto  palagi  grandissimi,  ordinati  come  nel secondo circuito
predetto, ne' quali similmente si tengono i paramenti del gran Can. Fra l'uno e
l'altro muro son arbori molto belli e prati  ne'  quali  sono  molte  sorti  di
bestie, come cervi e bestie che fanno il muschio, caprioli, daini, vari e molte
altre simili, di modo che fra le mura, in qualunque luogo dove si truova vacuo,
vi conversano bestie. I prati hanno erba abondantemente, perch tutte le strade
sono  saleggiate e sollevate pi alte della terra ben due cubiti,  talmente che
sopra quelle mai non si raguna fango n  vi  si  ferma  acqua  di  pioggia,  ma
discorrendo per i prati ingrassa la terra e fa crescer l'erba in abondanza.
E  dentro  a questo muro,  che circuisce quattro miglia,   il palagio del gran
Can,  il qual  il pi gran palagio  che  fosse  veduto  giamai.  Esso  adunque
confina con il predetto muro verso tramontana e verso mezod,  ed  vacuo, dove
i baroni e i soldati vanno passeggiando.  Il palagio adunque non ha solaro,  ma
ha  il tetto overo coperchio altissimo;  il pavimento dove  fondato  pi alto
della terra dieci palmi,  e a torno a torno vi  un  muro  di  marmo  ugual  al
pavimento,  largo per due passa,  e tra il muro  fondato il palagio,  di sorte
che tutto il muro fuor del palagio  quasi come un preambulo, pel quale si va a
torno a torno  passeggiando,  dove  possono  gli  uomini  veder  per  le  parti
esteriori.  E  nell'estremit  del  muro  di fuori  un bellissimo poggiolo con
colonne,  al quale si possono accostar gli uomini.  Nelle  mura  delle  sale  e
camere vi sono dragoni di scoltura indorati, soldati, uccelli e diverse maniere
di bestie e istorie di guerre; la copritura  fatta in tal modo ch'altro non si
vede ch'oro e pittura. In ciascun quadro del palagio  una gran scala di marmo,
ch'ascende  da terra sopra il detto muro di marmo che circonda il palagio,  per
la qual scala s'ascende nel palagio.  La sala  tanto grande  e  larga  che  vi
potria  mangiar  gran moltitudine d'uomini.  Sono in esso palagio molte camere,
che mirabil cosa  a vederle;  esso  tanto ben ordinato  e  disposto,  che  si
pensa  che  non  si  potria  trovar  uomo  che  lo sapesse meglio ordinare.  La
copertura di sopra  rossa, verde,  azurra e pavonazza e di tutti i colori;  vi
sono  vitreate nelle fenestre cos ben fatte e cos sottilmente che risplendono
come cristallo,  e sono quelle coperture cos forti e salde  che  durano  molti
anni.  Dalla parte di dietro del palagio sono case grandi, camere e sale, nelle
quali sono le cose private del signore, cio tutto il suo tesoro, oro, argento,
pietre preziose e perle,  e i suoi vasi d'oro e d'argento,  dove stanno le  sue
donne  e  concubine,  e  dove egli fa fare le cose sue commode e opportune,  a'
quali luoghi altre genti non v'entrano.  E dall'altra parte  del  circuito  del
palagio,  a  riscontro del palagio del gran Can,  vi  fatto un altro simile in
tutto a quel del gran Can,  nel quale dimora Cingis,  primo figliuolo del  gran
Can,  e tien corte, osservando i modi e costumi e tutte le maniere del padre: e
questo percioch dopo la morte di quello  per aver il dominio.
Item appresso al palagio  del  gran  Can,  verso  tramontana  per  un  tiro  di
balestra,  intra i circuiti delle mura  un monte di terra fatto a mano, la cui
altezza  ben cento passa, e a torno a torno cinge ben per un miglio, il qual 
tutto pieno e piantato di bellissimi arbori,  che per tempo alcuno mai  perdono
le  foglie  e  sono  sempre verdi.  E il signore,  quand'alcuno li riferisse in
qualche luogo essere qualche bell'arbore,  lo fa cavare con tutte le  radici  e
terra,  e  fosse quanto si volesse grande e grosso,  che con gli elefanti lo fa
portare a quel monte: e in questo modo vi sono bellissimi arbori  sempre  tutti
verdi,  e  per questa causa si chiama Monte Verde,  nella sommit del qual  un
bellissimo palagio, ed  verde tutto, onde, riguardando il monte,  il palagio e
gli arbori,   una bellissima e stupenda cosa, percioch rende una vista bella,
allegra e dilettevole.
Item verso tramontana similmente nella citt  una gran cava larga  e  profonda
molto,  ben ordinata,  della cui terra fu fatto il detto monte;  e un fiume non
molto grande empie detta cava e fa a modo d'una peschiera,  e quivi si vanno ad
acquare le bestie.  E dopo si parte il detto fiume,  passando per un acquedutto
appresso il monte predetto, ed empie un'altra cava molto grande e profonda, tra
il palagio del gran Can e quello di Cingis suo  figliuolo,  della  terra  della
quale  fu  similmente  inalzato il detto monte.  In queste cave overo peschiere
sono molte sorti di pesci,  de' qual il  gran  Can  ha  grand'abondanza  quando
vuole.  E  il  fiume si parte dall'altra parte della cava e scorre fuori,  ma 
talmente ordinato e fabricato che nell'entrare e uscire vi  sono  poste  alcune
reti  di rame e di ferro,  che d'alcuna parte non pu uscire il pesce.  Vi sono
ancora cigni e altri uccelli d'acqua, e da un palagio all'altro si passa per un
ponte fatto sopra quell'acqua.
Detto  adunque del palagio del gran Can;  ora si  dir  della  disposizione  e
condizione della citt di Taidu.

Della  nuova  citt  di  Taidu,  fabricata appresso la citt di Cambal;  degli
ordini che s'osservano cos nell'alloggiare gli ambasciatori come nell'andar di
notte.
Cap. 7.

La citt di Cambal  posta sopra un gran fiume nella provincia del  Cataio,  e
fu  per  il tempo passato molto nobile e regale;  e questo nome di Cambal vuol
dire citt del signore.  E trovando il gran Can,  per opinione degli astrologhi
ch'ella  dovea  ribellarsi  dal  suo  dominio,  ne  fece  ivi appresso edificar
un'altra,  oltre il fiume,  ove sono li detti palagi,  di modo che niuna cosa 
che la divida salvo che 'l fiume che indi discorre. La citt adunque nuovamente
edificata si chiama Taidu,  e tutti li Cataini,  cio quelli che aveano origine
dalla provincia del Cataio,  li fece il gran Can uscir della  vecchia  citt  e
venir ad abitar nella nuova,  e quelli di che egli non si dubitava che avessero
ad essere ribelli lasci nella vecchia, perch la nuova non era capace di tanta
gente quanto abitava nella vecchia,  la qual era molto grande;  e nondimeno  la
nuova era della grandezza come al presente potrete intendere.
Questa nuova citt ha di circuito ventiquattro miglia ed  quadra, di sorte che
niun  lato  del  quadro    maggiore  o pi lungo dell'altro e ciascun  di sei
miglia, ed  murata di mura di terra che sono grosse dalla parte di sotto circa
dieci passa,  ma dalli fondamenti in su si vanno minuendo,  talmente che  nella
parte  di sopra non sono pi di grossezza di tre passa,  e a torno a torno sono
merli bianchi.  Tutta la citt adunque  tirata per linea,  imperoch le strade
generali  dall'una  parte  all'altra  sono cos dritte per linea che,  s'alcuno
montasse sopra il muro d'una porta e guardasse a drittura,  pu vedere la porta
dall'altra  banda  a  riscontro  di quella.  E per tutto,  dai lati di ciascuna
strada generale, sono stanze e botteghe di qualunque maniera, e tutti i terreni
sopra li quali sono fatte le abitazioni per la citt sono quadri e  tirati  per
linea,  e  in  ciascun terreno vi sono spaziosi e gran palagi,  con sufficienti
corti e giardini. E questi tali terreni sono dati a ciascun capo di casa,  cio
il  tale  di  tal  progenie  ebbe  questo  terreno,  e  il tale della tale ebbe
quell'altro,  e cos di mano in mano.  E circa ciascun terreno cos quadro sono
belle vie per le quali si cammina,  e in questo modo tutta la citt di dentro 
disposta per quadro,  com'  un  tavoliero  da  scacchi,  ed    cos  bella  e
maestrevolmente disposta che non saria possibile in alcun modo raccontarlo.  Il
muro della citt ha dodici porte, cio tre per ciascun quadro, e sopra ciascuna
porta e cantone di quadro  un  gran  palagio  molto  bello,  talmente  che  in
ciascun quadro di muro sono cinque palagi,  i quali hanno grandi e larghe sale,
dove stanno l'armi di quelli che custodiscono la citt, perch ciascuna porta 
custodita per mille uomini.  N credasi che tal cosa si  faccia  per  paura  di
gente alcuna,  ma solamente per onore ed eccellenza del signore; nondimeno, per
il detto degli astrologhi, si ha non so che di sospetto della gente del Cataio.
E in mezo della citt  una gran campana,  sopra un grande e alto  palagio,  la
quale si suona di notte,  acci che dopo il terzo suono niun ardisca andare per
la citt,  se non in caso di  necessit  per  donna  che  partorisca  o  d'uomo
infermo; e quelli che vanno per giusta causa deono portar lumi con esso loro.
Item  fuor  della  citt  per  ciascuna  porta  sono  grandissimi  borghi overo
contrade,  di modo che 'l borgo di ciascuna porta si tocca con li borghi  delle
porte dell'uno e l'altro lato,  e durano per longhezza tre e quattro miglia,  a
tal che sono pi quelli che abitano ne' borghi che  quelli  che  abitano  nella
citt.  E  in  ciascun borgo overo contrada,  forse per un miglio lontano dalla
citt, sono molti fondachi e belli, ne' quali alloggiano i mercanti che vengono
di qualunque luogo; e a ciascuna sorte di gente  diputato un fondaco,  come si
direbbe a' Lombardi uno, a' Tedeschi un altro e a' Francesi un altro. E vi sono
femine da partito venticinquemila,  computate quelle della citt nuova e quelle
de' borghi della citt vecchia, le quali servono de' suoi corpi agli uomini per
denari.  E hanno un capitano  generale,  e  per  ciascun  centenaio  e  ciascun
migliaio vi  un capo, e tutti rispondono al generale; e la causa perch queste
femine hanno capitano  perch, ogni volta che vengono ambasciatori al gran Can
per cose e facende di esso signore, e che stanno alle spese di quello, le quali
lor vengono fatte onoratissime, questo capitano  obligato di dare ogni notte a
detti  ambasciatori  e a ciascuno della famiglia una femina da partito,  e ogni
notte si cambiano, e non hanno alcun prezzo,  imperoch questo  il tributo che
pagano al gran Can.  Oltre di ci,  le guardie cavalcano sempre la notte per la
citt a trenta e a quaranta,  cercando e investigando s'alcuna persona  ad  ora
straordinaria,  cio  dopo  il terzo suono della campana,  vada per la citt: e
trovandosi alcuno si prende e subito si pone in  prigione,  e  la  mattina  gli
officiali  a  ci  deputati  l'esaminano,  e  trovandolo  colpevole  di qualche
mensfatto li danno, secondo la qualit di quello,  pi e manco battiture con un
bastone,  per  le quali alcune volte ne periscono.  E a questo modo sono puniti
gli uomini de' loro delitti, e non vogliono tra loro sparger sangue, per che i
loro bachsi,  cio sapienti astrologhi,  dicono esser male a spargere il sangue
umano.
Detto   adunque delle continenzie della citt di Taidu;  ora diremo come nella
citt i Cataini si volsero ribellare.

Del tradimento ordinato di far ribellar la citt di Cambal, e come gli auttori
furono presi e morti.
Cap. 8.

Vera cosa ,  come di sotto si dir,  che sono deputati dodici uomini,  i quali
hanno  a  disporre delle terre e reggimenti e di tutte l'altre cose come meglio
lor pare. Tra' quali v'era un saraceno nominato Achmac,  uomo sagace e valente,
il qual oltre gli altri avea gran potere e auttorit appresso il gran Can, e il
signore  tanto  l'amava ch'egli avea ogni libert,  imperoch,  come fu trovato
dopo la sua morte,  esso Achmac talmente incantava il signor con suoi veneficii
che 'l signore dava grandissima credenza e udienza a tutti i detti suoi, e cos
facea  tutto  quello  che volea fare.  Egli dava tutti i reggimenti e officii e
puniva tutti i malfattori,  e ogni volta ch'egli volea far morir alcuno ch'egli
avesse  in  odio,  o  giustamente  o  ingiustamente,  egli andava dal signore e
dicevagli: "Il tale  degno di morte,  perch cos ha  offeso  vostra  Maest".
Allora  diceva  il  signore:  "Fa' quel che ti piace",  ed egli subito lo facea
morire. Per il che, vedendo gli uomini la piena libert ch'egli avea,  e che 'l
signore  al  detto di costui dava s piena fede che non ardivano di contradirli
in cosa alcuna,  non v'era alcuno cos grande e di tant'auttorit  che  non  lo
temesse.  E  s'alcuno  fosse  per  lui  accusato  a  morte al signore e volesse
scusarsi,  non potea riprovare e usar le sue ragioni,  perch non avea con chi,
conciosiach  niun  ardiva di contradire ad esso Achmach: e a questo modo molti
ne fece morire ingiustamente.
Oltre di questo non era alcuna bella donna che,  volendola,  egli non  l'avesse
alle  sue  voglie,  togliendola  per  moglie  s'ella  non  era maritata,  overo
altramente facendola consentire.  E quando sapeva ch'alcuno aveva qualche bella
figliuola,  esso  aveva  i  suoi  ruffiani ch'andavano al padre della fanciulla
dicendogli: "Che vuoi tu fare? Tu hai questa tua figliuola: dlla per moglie al
bailo,  - cio ad Achmach,  perch si diceva bailo come si diria vicario,  -  e
faremo  ch'egli  ti  dar il tal reggimento overo tal officio per tre anni".  E
cos quello li dava la sua figliuola,  e allora Achmach diceva al signore:  "El
vacua tal reggimento,  overo si finisce il tal giorno; tal uomo  sufficiente a
reggerlo";  e  il  signor  li  rispondeva:  "Fa'  quello  che  ti  pare",  onde
l'investiva  subito  di  tal  reggimento.  Per  il che,  parte per ambizione di
reggimenti e officii,  parte per esser temuto questo Achmach,  tutte  le  belle
donne o le toglieva per mogli o le avea a' suoi piaceri.  Avea ancora figliuoli
circa venticinque, i quali erano ne' maggiori officii, e alcuni di loro,  sotto
nome  e  coperta  del  padre,  commettevano  adulterio come il padre e facevano
molt'altre cose nefande e scelerate. Questo Achmach avea ragunato molto tesoro,
perch ciascuno che volea qualche reggimento overo officio li  mandava  qualche
gran presente.
Regn  adunque  costui  anni ventidue in questo dominio;  finalmente gli uomini
della  terra,   cio  i  Cataini,   vedendo  le  infinite  ingiurie  e  nefande
sceleratezze ch'egli fuor di misura commetteva, cos nelle lor mogli come nelle
lor  proprie  persone,  non potendo per modo alcuno pi sostenere,  deliberorno
d'ammazzarlo e ribellare al dominio della citt. E tra gli altri era un Cataino
nominato Cenchu,  che avea sotto di s mille uomini,  al qual il detto  Achmach
avea sforzata la madre, la figliuola e la moglie; dove che pien di sdegno parl
sopra  la  destruzione di costui con un altro Cataino nominato Vanchu,  il qual
era signore di diecimila,  che dovessero far questo quando  il  gran  Can  sar
stato  tre mesi in Cambal,  e poi si parte e va alla citt di Xand,  dove sta
similmente tre mesi,  e similmente Cingis suo figliuolo  si  parte  e  va  alli
luoghi  soliti,  e questo Achmach rimane per custodia e guardia della citt;  e
quando intraviene qualche caso esso manda a Xand al gran Can, ed egli li manda
la risposta della sua volont.  Questi Vanchu e  Cenchu,  avendo  fatto  questo
consiglio insieme,  volsero communicarlo con li Cataini maggiori della terra, e
di comun consenso lo fecero intender in molte altre citt e  alli  suoi  amici,
cio  che  avendo  deliberato in tal giorno far il tal effetto,  che subito che
vedranno i segni del fuoco debbino ammazzar tutti quelli che hanno barba, e far
segno con il fuoco alle altre citt che faccino il simile: e la cagion  per  la
qual si dice che li barbuti sian ammazzati,  perch i Cataini sono senza barba
naturalmente, e li Tartari e saraceni e cristiani la portavano. E dovete sapere
che  tutti i Cataini odiavano il dominio del gran Can,  perch metteva sopra di
loro rettori tartari e per lo pi saraceni,  e loro  non  li  potevano  patire,
parendoli  d'essere  come  servi.  E poi il gran Can non avea giuridicamente il
dominio della provincia del Cataio,  anzi l'avea acquistato per  forza,  e  non
confidandosi  di  loro  dava a regger le terre a Tartari,  saraceni e cristiani
ch'erano della sua famiglia,  a lui fideli,  e non erano  della  provincia  del
Cataio.
Or li sopradetti Vanchu e Cenchu,  stabilito il termine,  entrarono nel palagio
di notte,  e Vanchu sent sopra una sedia  e  fece  accendere  molte  luminarie
avanti di s,  e mand un suo nuncio ad Achmach bailo,  che abitava nella citt
vecchia,  che da parte di Cingis figliuolo del gran Can,  il quale or  ora  era
gionto di notte,  dovesse di subito venire a lui.  Il che inteso, Achmach molto
maravigliandosi and subitamente,  perch molto lo temeva,  ed  entrando  nella
porta della citt incontr un Tartaro nominato Cogatai, il qual era capitano di
docimila  uomini  co'  quali continuamente custodiva la citt,  qual gli disse:
"Dove andate cos tardi?" "A Cingis,  il qual or ora  venuto".  Disse Cogatai:
"Come    possibile  che  lui  sia  venuto  cos nascosamente ch'io non l'abbia
saputo?",  e seguitollo con certa quantit delle sue genti.  Ora questi Cataini
dicevano:  "Pur  che  possiamo  ammazzare  Achmach,  non  abbiamo  da  dubitare
d'altro".  E subito che Achmach entr  nel  palagio,  vedendo  tante  luminarie
accese, s'inginocchi avanti Vanchu, credendo che 'l fosse Cingis, e Cenchu che
era ivi apparecchiato con una spada li tagli il capo.  Il che vedendo Cogatai,
che s'era fermato nell'entrata del palagio, disse: "Ci  tradimento",  e subito
saettando Vanchu che sedeva sopra la sedia l'ammazz,  e chiamando la sua gente
prese Cenchu e mand per la citt un bando che, s'alcuno fosse trovato fuori di
casa, fosse di subito morto.
I Cataini, vedendo che i Tartari aveano scoperta la cosa, e che non aveano capo
alcuno,  essendo questi due l'un morto l'altro preso,  si riposero in casa,  n
poterono  far  alcun  segno  all'altre  citt che si ribellassero com'era stato
ordinato.  E Cogatai subito mand i suoi nunzii al gran Can,  dichiarandoli per
ordine tutte le cose ch'erano intravenute,  il quale li rimand dicendo che lui
dovesse diligentemente esaminarli,  e secondo che loro meritassero per  i  loro
mensfatti  li  dovesse  punire.  Venuta  la  mattina,  Cogatai  esamin tutti i
Cataini,  e molti di loro distrusse e uccise che  trov  esser  de'  principali
nella  congiura;  e  cos fu fatto nell'altre citt,  poi che si seppe ch'erano
partecipi di tal delitto.  Poi che fu ritornato il gran Can  a  Cambal,  volse
sapere la causa per la quale ci era intravenuto, e trov come questo maledetto
Achmach,  cos  lui  come i suoi figliuoli,  aveano commessi tanti mali e tanto
enormi come di sopra s' detto. E fu trovato che tra lui e sette suoi figliuoli
(perch tutti non  erano  cattivi)  aveano  prese  infinite  donne  per  mogli,
eccettuando  quelle  ch'aveano  avute per forza.  Poi il gran Can fece condurre
nella nuova citt tutto  il  tesoro  che  Achmach  avea  ragunato  nella  citt
vecchia,  e  quello  ripose con il suo tesoro: e fu trovato ch'era infinito.  E
volse che fosse cavato di sepoltura il corpo di Achmach e posto  nella  strada,
acci  che  fosse  stracciato  da'  cani,  e  i  figliuoli di quello che aveano
seguitato il padre nelle male opere li fece scorticare vivi.  E  venendogli  in
memoria  della  maledetta setta di saraceni,  per la qual ogni peccato gli vien
fatto lecito e che possono uccidere qualunque non sia della sua legge, e che il
maledetto Achmach con i suoi figliuoli non pensando per tal causa di far  alcun
peccato,  la disprezz molto ed ebbe in abominazione; chiamati a s li saraceni
gli viet molte cose che la lor legge  li  comandava,  imperoch  li  diede  un
comandamento  ch'ei dovessero pigliar le mogli secondo la legge de' Tartari,  e
che non dovessero scannare le bestie come facevano per  mangiar  la  carne,  ma
quelle  dovessero  tagliare  pel ventre.  E nel tempo ch'intravenne questa cosa
messer Marco si trovava in quel luogo. Detto si  di questo; ora diremo come il
gran Can mantiene e regge la sua corte.

Della guardia della persona del gran Can, ch' di dodicimila persone.
Cap. 9.

Il gran Can,  come a  ciascun    manifesto,  si  fa  custodire  da  dodicimila
cavallieri,  i  quali  si chiamano casitan,  cio soldati fideli del signore: e
questo non fa per paura ch'egli abbia  d'alcuna  persona,  ma  per  eccellenza.
Questi dodicimila uomini hanno quattro capitani,  ciascuno de' quali  capitano
di tremila,  e ciascun capitano con li suoi tremila  dimora  continuamente  nel
palagio  tre  d e tre notti,  e compiuto il suo termine si cambia un altro,  e
quando ciascun di loro ha custodito la  sua  volta  ricominciano  di  nuovo  la
guardia.  Il  giorno  certamente  gli altri novemila non si partono di palagio,
s'alcuno non andasse per facende del gran Can overo per cose a loro necessarie,
mentre per che fossero lecite,  e sempre con parola del loro  capitano.  E  se
fosse qualche caso grave,  come se il padre o il fratello o qualche suo parente
fosse in articulo di morte, overo li soprastesse qualche gran danno per il qual
non potesse ritornar presto,  bisogna dimandar licenza al signore.  Ma la notte
li novemila ben vanno a casa.

Del  modo che 'l gran Can tien corte solenne e generale,  e come siede a tavola
con tutti i suoi baroni; e della credenza che  in mezo della sala, con li vasi
d'oro da bere e altri pieni di latte di cavalle e camelle,  e cerimonie che  si
fanno quando beve.
Cap. 10.

E  quando  il  gran  Can  tiene  una corte solenne,  gli uomini seggono con tal
ordine: la tavola del signor  posta avanti la sua sedia molto  alta,  e  siede
dalla  banda di tramontana,  talmente che volta la faccia verso mezod;  e appo
lui siede la sua moglie dalla banda sinistra,  e dalla banda  destra,  alquanto
pi  basso,  seggono  i  suoi  figliuoli  e nepoti e parenti,  e altri che sono
congiunti di sangue,  cio quelli  che  discendono  dalla  progenie  imperiale.
Nondimeno  Cingis,  suo  primo  figliuolo,  siede alquanto pi alto degli altri
figliuoli.  E i capi di questi stanno quasi uguali alli piedi del gran  Can,  e
altri baroni e principi seggono ad altre tavole pi basse, e similmente  delle
donne,  imperoch  tutte le mogli de' figliuoli del gran Can e parenti e nepoti
seggono dalla banda sinistra pi a basso;  dopo le mogli de' baroni  e  soldati
ancora pi basse, di modo che ciascuna siede secondo il suo grado e dignit nel
luogo  a lui deputato e conveniente.  E le tavole sono talmente ordinate che 'l
gran Can,  sedendo nella sua sedia,  pu veder tutti.  N  crediate  che  tutti
segghino  a  tavola,  anzi la maggior parte de' soldati e baroni mangia in sala
sopra tapedi,  perch non hanno tavole;  e fuor della sala sta gran moltitudine
d'uomini  che  vengono  da  diverse parti,  con varii doni di cose strane e non
solite a vedersi,  e sonvi alcuni che hanno avuto qualche dominio e  desiderano
di  riaverlo,  e questi sogliono sempre venire in tali giorni che 'l tien corte
bandita overo fa nozze.  E nel mezo della sala dove il signor siede a tavola  
un  bellissimo  artificio grande e ricco,  fatto a modo d'un scrigno quadro,  e
ciascun quadro  di tre passa,  sottilmente lavorato  con  bellissime  scolture
d'animali  indorati,  e  nel mezo  incavato e vi  un grande e precioso vaso a
modo d'un pittaro, di tenuta d'una botte, nel quale vi  il vino;  e in ciascun
cantone  di questo scrigno  posto un vaso di tenuta d'un bigoncio,  in uno de'
quali  latte di cavalle e nell'altro di camelle,  e cos degli altri,  secondo
che sono diverse maniere di bevande. E in detto scrigno stanno tutti i vasi del
signore, co' quali se li porge da bere, e sonvi alcuni d'oro bellissimi, che si
chiamano vernique,  le quali sono di tanta capacit che ciascuna, piena di vino
overo d'altra bevanda, sarebbe a bastanza da bere per otto o dieci uomini;  e a
ogni  due  persone  che seggono a tavola si pone una verniqua piena di vino con
una obba,  e le obbe sono fatte a modo di tazze d'oro che hanno il manico,  con
le quali cavano il vino dalla verniqua, e con quelle bevono, la qual cosa si fa
cos  alle  donne  come  alli  uomini.  E  questo  signor ha tanti vasi d'oro e
d'argento e cos preziosi che non  si  potrebbe  credere.  Item  sono  deputati
alcuni baroni, i quali hanno a disporre alli luoghi loro debiti e convenevoli i
forestieri  che  sopravengono,  che  non  sanno i costumi della corte: e questi
baroni vanno continuamente per la sala qua  e  l,  ricercando  da  quelli  che
seggono  a  tavola  se cosa alcuna lor manca,  e se alcuni vi sono che vogliano
vino o latte o carni o altro, gliene fanno subito portar dalli servitori.
A tutte le porte della sala,  overo di qualunque luogo  dove  sia  il  signore,
stanno  due  uomini  grandi  a  guisa  di  giganti,  uno  da  una parte l'altro
dall'altra, con un bastone in mano: e questo perch a niuno  lecito toccare la
soglia della porta,  ma bisogna che distenda il piede oltre,  e se per aventura
la  tocca i detti guardiani li tolgono le vesti,  e per riaverle bisogna che le
riscuotino; e se non li togliono le vesti,  li danno tante botte quante li sono
deputate.  Ma  se  sono  forestieri che non sappino il bando,  vi sono deputati
alcuni baroni,  che gl'introducono e ammoniscono del  bando:  e  questo  si  fa
perch  se si tocca la soglia si ha per cattivo augurio.  Nell'uscire veramente
della sala, perch alcuni sono aggravati dal bere n potrebbono per modo alcuno
guardarsi, non si ricerca tal bando. E quelli che fanno la credenza al gran Can
e che gli ministrano il mangiare e bere sono molti,  e tutti hanno fasciato  il
naso e la bocca con bellissimi veli overo fazzoletti di seta e d'oro,  a questo
effetto,  acci che il loro fiato non respiri sopra i cibi e sopra il vino  del
gran Can.  E sempre,  quando il signor vuol bere, subito che 'l donzello glielo
appresenta si tira adietro per tre passa e inginocchiasi,  e tutti i  baroni  e
altre  genti  s'inginocchiano,  e  tutte le sorti d'instrumenti che ivi sono in
grandissima quantit cominciano a sonare fin che lui beve,  e quando ha  bevuto
cessano  gl'instrumenti  e  le genti si levano;  e sempre quando beve se gli fa
questo onore e riverenza.  Delle vivande non  si  dice,  perch  ciascuno  deve
credere  che  vi siano in grandissima abondanza;  e non  alcun barone che seco
non meni la sua moglie, e mangiano con l'altre donne. E quando hanno mangiato e
sono levate le tavole,  vengono  in  sala  molte  genti,  e  tra  l'altre  gran
moltitudine  di  buffoni  e  sonatori  di  diversi  instrumenti e molte maniere
d'esperimentatori,  e tutti fanno gran sollazzi e feste  avanti  il  gran  Can,
laonde tutti si rallegrano e consolansi.  E quando tutto questo si  fatto,  le
genti si partono e ciascuno se ne torna a casa sua.

Della festa grande che si fa per tutto il dominio del gran Can alli ventotto di
settembre,  ch' il giorno della sua nativit,  e come egli veste ben ventimila
uomini.
Cap. 11.

Tutti  li  Tartari e quelli che sono subditi del gran Can fanno festa il giorno
della nativit d'esso signore, qual nacque alli ventotto della luna del mese di
settembre;  e in quel giorno si fa la maggior festa  che  si  faccia  in  tutto
l'anno,  eccettuando  il  primo  giorno  del suo anno,  nel qual si fa un'altra
festa,  come di sotto si dir.  Nel giorno adunque della sua nativit,  il gran
Can  si veste un nobil drappo d'oro,  e ben circa ventimila baroni e soldati si
vestono d'un colore e d'una maniera simile a quella del gran Can: non che siano
drappi di tanto prezzo, ma sono d'un medesimo color d'oro e di seta,  e insieme
con  la veste a tutti vien data una cintura di camoscia lavorata a fila d'oro e
d'argento molto sottilmente,  e un paro di calze,  e ne sono alcune delle vesti
che hanno pietre preziose e perle per la valuta pi che di mille bisanti d'oro,
come  sono  quelle delli baroni che per fedelt sono prossimi al signore,  e si
chiamano quiecitari;  e queste tali veste  sono  deputate  solamente  in  feste
tredeci  solenni,  le  quali fanno i Tartari con gran solennit secondo tredeci
lune dell'anno,  di maniera che,  come sono vestiti e adornati cos riccamente,
paiono  tutti  re.  E  quando  il signore si veste alcuna vesta,  questi baroni
similmente si vestono d'una del medesimo colore,  ma quelle del signore sono di
maggior valuta e pi preciosamente ornate; e dette vesti de' baroni di continuo
sono apparecchiate: non che se ne facciano ogn'anno,  anzi durano dieci anni, e
pi e  manco.  E  di  qui  si  comprende  la  grand'eccellenza  del  gran  Can,
conciosiacosach  in tutt'il mondo non si trover principe alcuno che possa far
tante cose quanto egli fa.
In questo giorno della nativit del detto signore tutti i Tartari del  mondo  e
tutte  le  provincie  e  regni  a  lui  sottoposti li mandano grandissimi doni,
secondo che  l'usanza e l'ordine,  e vengono assaissimi uomini  con  presenti,
che  pretendono  impetrare  grazia di qualche dominio: e il gran signore ordina
alli dodici baroni sopra di ci deputati  che  diano  dominio  e  reggimento  a
questi tali uomini,  secondo che a loro si conviene. E in questo giorno tutti i
cristiani,  idolatri e saraceni e tutte le sorti di genti pregano grandemente i
loro  iddii  e  idoli  che  salvino  e  custodiscano  il loro signore,  e a lui
concedino longa vita, sanit e allegrezza.  Tale e tanta  l'allegrezza in quel
giorno della nativit del signore.
Or,  lasciando  questa,  diremo  d'un'altra  festa che si fa in capo dell'anno,
chiamata la festa bianca.

Della festa bianca,  che si fa il primo giorno di febraio,  che  il  principio
del suo anno,
e la quantit de' presenti che li sono portati, e delle cerimonie che si fanno
a una tavola dove  scritto il nome del gran Can.
Cap. 12.

Certa  cosa   che li Tartari cominciano l'anno del mese di febraio,  e il gran
Can e tutti quelli che a lui sono sottoposti per le lor contrade celebrano  tal
festa,  nella qual  consuetudine che tutti si vestino di vesti bianche, perch
li pare che la vesta bianca significhi  buon  augurio:  e  per  nel  principio
dell'anno  si vestono di tal sorte vesti,  acci che tutto l'anno gl'intravenga
bene e abbino allegrezza e solazzo. E in questo d tutte le genti,  provincie e
regni  che hanno terre e dominio del gran Can li mandano grandissimi doni d'oro
e d'argento e molte pietre preziose e molti drappi bianchi,  il che fanno  loro
acci  che  il  signore  abbia  tutto  l'anno  allegrezza  e  gaudio e tesoro a
sufficienza da spendere;  e similmente i baroni,  principi e cavalieri e popoli
si  presentano l'un l'altro cose bianche per le sue terre,  e abbracciansi l'un
l'altro e fanno grand'allegrezza e festa,  dicendosi l'un l'altro (come  ancora
si  dice  appresso  di  noi):  "In  questo  anno  vi  sia  in  buon augurio,  e
v'intravenga bene ogni cosa che farete": e ci fanno acci che tutto l'anno  le
cose loro succedano prosperamente. Presentasi al gran Can in questo giorno gran
quantit  di cavalli bianchi molto belli,  e se non sono bianchi per tutto sono
almanco bianchi per la maggior parte;  e  trovansi  in  quei  paesi  assaissimi
cavalli bianchi.
Adunque  consuetudine appresso di loro, nel far de' presenti al gran Cane, che
tutte  le  provincie che lo possono fare osservino questo modo,  che di ciascun
presente nove volte nove presentano nove capi, cio, se gli  una provincia che
manda cavalli,  presenta nove volte nove capi di cavalli,  cio  ottantuno;  se
presenta  oro,  nove volte manda nove pezzi d'oro;  se drappi,  nove volte nove
pezze di drappi;  e cos di tutte l'altre cose,  di sorte che alle volte  aver
per  questo  conto  centomila  cavalli.  Item  in quel giorno vengono tutti gli
elefanti  del  signore,   che   sono   da   cinquemila,   coperti   di   drappi
artificiosamente  e  riccamente lavorati d'oro e di seta,  con uccelli e bestie
intessuti,  e ciascuno ha  sopra  le  spalle  due  scrigni,  pieni  di  vasi  e
fornimenti  per  quella corte.  Vengono dopo molti camelli coperti di drappo di
seta, carichi delle cose per la corte necessarie, e tutti cos adornati passano
avanti al gran signore, il che  bellissima cosa a vedere.
E la mattina di questa festa,  prima che apparecchino le  tavole  tutti  i  re,
duchi,  marchesi, conti, baroni e cavalieri, astrologhi, medici e falconieri, e
molti altri che hanno officii,  e rettori delle  genti,  delle  terre  e  delli
eserciti entrano nella sala principale avanti il gran signore, e quelli che non
vi  possono  stare stanno fuor del palagio,  in tal luogo che 'l signor li vede
benissimo.  E tutti sono ordinati in questo modo:  primieramente  sono  i  suoi
figliuoli  e  nepoti  e tutti della progenie imperiale;  dopo questi sono i re,
dopo i re i  duchi,  e  dapoi  tutti  gli  ordini,  un  dopo  l'altro,  come  
conveniente.  E  quando  tutti sono posti alli luoghi debiti,  allora un grande
uomo,  come sarebbe a dire un  gran  prelato,  levandosi  dice  ad  alta  voce:
"Inchinatevi e adorate", e subito tutti s'inchinano e abbassano la fronte verso
la terra. Allora dice il prelato: "Dio salvi e custodisca il nostro signore per
longo tempo con allegrezza e letizia", e tutti rispondono: "Iddio lo faccia". E
dice  un'altra  volta  il prelato: "Dio accresca e moltiplichi l'imperio suo di
bene in meglio, e conservi tutta la gente a lui sottoposta in tranquilla pace e
buona volont,  e in tutte le sue terre succedino tutte le  cose  prospere",  e
tutti  rispondono:  "Iddio lo faccia".  E in questo modo adorano quattro volte.
Fatto questo,  detto prelato va ad un altare che ivi  ,  riccamente  adornato,
sopra  il qual  una tavola rossa nella qual  scritto il nome del gran Can,  e
vi  il turibolo con l'incenso,  e il prelato in vece di tutti  incensa  quella
tavola e l'altare con gran riverenza, e allora tutti riveriscono grandemente la
detta  tavola dell'altare.  Il che fatto,  tutti ritornano alli luoghi loro,  e
allora si presentano i doni che abbiamo detto; e quando sono fatti i presenti e
che il gran signore ha veduto ogni cosa,  s'apparecchiano le tavole e le  genti
seggono  a tavola,  al modo e ordine detto negli altri capitoli,  cos le donne
come gli uomini.  E quando hanno mangiato vengono  li  musici  e  buffoni  alla
corte, solazzando, come di sopra s' detto, e si mena alla presenza del signore
un leone, ch' tanto mansueto che subito si pone a giacer alli piedi di quello;
e quando tutto ci  fatto, ognun va a casa sua.

Della quantit degli animali del gran Can, che fa pigliar il mese di dicembre,
gennaio e febraio e portar alla corte.
Cap. 13.

Mentre  il  gran  Can  dimora  nella citt del Cataio tre mesi,  cio dicembre,
gennaio e febraio,  ne' quali  il gran freddo,  ha ordinato per il  spazio  di
quaranta  giornate,  atorno  atorno  il  luogo dove egli ,  che tutte le genti
debbano andare a caccia,  e li rettori delle terre debbino mandare  alla  corte
tutte le bestie grosse,  cio cingiali, cervi, daini, caprioli, orsi. E tengono
questo modo in prenderle: ciascun signore della provincia fa  venire  con  esso
lui tutti i cacciatori del paese, e vanno ovunque si siano le bestie serrandole
a  torno,  e  quelle  con li cani e il pi con le freccie uccidono,  e a quelle
bestie che vogliono mandare al  signore  fanno  cavar  l'interiora,  e  poi  le
mandano  sopra  carri.  E  ci fanno quelli che sono lontani trenta giornate in
grandissima quantit; quelli veramente che sono distanti quaranta giornate, per
essere troppo lontani,  non mandano le carni,  ma solamente le pelli acconcie e
altre  che  non  sono  acconcie,  acci  che  il  signor possa far fare le cose
necessarie, cio per conto dell'arme ed eserciti.

Delli leopardi, lupi cervieri e leoni assuefatti a pigliar degli animali,
e dell'aquile che pigliano lupi.
Cap. 14.

Il gran Can ha molti leopardi e lupi cervieri usati alla caccia,  che  prendono
le bestie, e similmente molti leoni che sono maggiori de' leoni di Babilonia, e
hanno  bel  pelo  e  bel  colore,  perch  sono  vergati per il longo di verghe
bianche,  nere e rosse,  e  sono  abili  a  prender  cinghiali,  buoi  e  asini
salvatici,  orsi  e  cervi  e  caprioli  e  molte  altre fiere: ed  cosa molto
maravigliosa a vedere,  quando un  leone  prende  simili  animali,  con  quanta
ferocit  e prestezza fa questo effetto;  quali leoni il signor fa portar nelle
gabbie sopra i carri,  e con quelli un cagnolino con il qual si domesticano.  E
la  cagione perch si conduchino nelle gabbie  perch sarebbono troppo furiosi
e rabbiosi nel correre alle bestie n si potriano  tenere,  e  bisogna  che  li
siano  menati a contrario di vento,  perch,  se le bestie sentissero l'odor di
quelli,  subito fuggirebbono e non gli aspettarebbono.  Ha il gran  Can  ancora
aquile  atte a prender lupi,  volpi,  caprioli e daini: e di quelli ne prendono
molti; ma quelle che sono assuefatte a prendere lupi sono grandissime e di gran
forza, imperoch non  lupo cos grande che da quelle possa campare che non sia
preso.

Di due fratelli che sono capitani della caccia  del  gran  Can,  con  diecimila
uomini
per uno e con cinquemila cani.
Cap. 15.

Il  gran signore ha due fratelli,  che sono germani fratelli,  uno de' quali si
chiama Bayan e l'altro Mingan,  e chiamansi ciuici in lingua  tartaresca,  cio
signori  della  caccia,  e  tengono  i  cani da caccia e da paisa,  da lepori e
mastini;  e ciascun di questi fratelli ha diecimila uomini sotto di s,  e  gli
uomini  che  sono  sottoposti  ad  uno  di questi vanno vestiti di rosso,  e li
sottoposti all'altro di turchino celeste: e ogni volta che  vanno  alla  caccia
portano  queste vesti,  e menano seco cani segusii,  levrieri e mastini sino al
numero di cinquemila,  perch sono pochi che non abbino cani.  E sempre uno  di
questi  fratelli  con  li suoi diecimila va alla destra del signore,  e l'altro
alla sinistra con li suoi diecimila,  e vanno l'un appresso  all'altro  con  le
schiere in ordinanza, s che occupano ben una giornata di paese: per il che non
vi  bestia che da loro non sia presa.  Ed  una bella cosa e molto dilettevole
a veder il modo de' cacciatori e de' cani, imperoch,  mentre ch'il gran Can va
in mezo cacciando,  si veggono questi cani seguitar cervi,  orsi e altre bestie
da ogni banda.  E questi due fratelli sono obligati per patto dare  alla  corte
del gran Can ogni giorno, cominciando del mese d'ottobre sino per tutto il mese
di marzo, mille capi tra bestie e uccelli, eccettuando quaglie, e ancora pesci,
secondo  che  meglio  possono,  computando  tanta quantit di pesce per un capo
quanto potrebbono tre persone sufficientemente mangiare ad un pasto.

Del modo che va il gran Can a veder volare li  suoi  girifalchi  e  falconi,  e
delli falconieri;  e della sorte de' padiglioni, che sono fodrati d'armellini e
zibellini.
Cap. 16.

Quando il gran signore  stato tre mesi nella sopradetta citt,  cio dicembre,
gennaio  e  febraio,  indi  partendosi  il mese di marzo va verso greco al mare
Oceano,  il quale da l  discosto per due giornate;  e con lui  cavalcano  ben
diecimila falconieri,  i quali portano con loro gran moltitudine di girifalchi,
falconi pellegrini e sacri e gran quantit d'astori,  per conto d'uccellare per
le  riviere.  Ma  non  crediate  che il gran Can li ritenga seco in un medesimo
luogo,  anzi si dividono in molte parti,  cio in cento e  dugento  e  pi  per
parte,  i  quali  vanno  uccellando:  e la maggior parte della loro cacciagione
portano al gran signore, il qual, quando va ad uccellare con li suoi girifalchi
e altri uccelli, ha ben seco diecimila persone,  che si chiamano toscaol,  cio
uomini che stanno alla custodia,  perch sono deputati tutti a due a due, qua e
l per qualche spazio,  una parte discosta dall'altra,  talmente  che  occupano
gran parte del paese, e ciascuno ha un richiamo e un cappelletto per chiamare e
tenere gli uccelli. E quando il gran signor comanda che si gettino gli uccelli,
non accade che quelli che li gettano abbino a seguitarli,  perch li sopradetti
guardiani cos bene li custodiscono che non volano  in  parte  alcuna  che  non
siano  presi,  e  se bisogna soccorrerli subito li guardiani gli soccorrono.  E
tutti gli uccelli del  gran  Can  e  degli  altri  baroni  hanno  una  picciola
tavoletta  d'argento legata alli piedi,  nella quale  scritto il nome di colui
di chi  l'uccello e chi l'ha  in  governo:  e  per  questo  modo,  subito  che
l'uccello  preso,  si conosce immediate di chi egli  e ritornasegli, e se non
si sa,  overo perch quello che l'ha preso non lo conosce personalmente,  ancor
che  sappia il nome,  allora si porta a un barone nominato bulangazi,  che vuol
dire custode delle cose delle quali  non  appare  il  padrone.  Perch,  se  si
trovasse  alcun  cavallo  overo  spada over uccello o qualch'altra cosa,  e non
fosse denunciata di chi si sia,  subito si porta al detto barone,  il quale  lo
toglie e lo fa custodire diligentemente: e s'alcuno truova qualche cosa che sia
persa  e non la porti al barone,   riputato ladro.  E tutti quelli che perdono
cosa alcuna vanno da questo barone,  il qual gli fa restituire le cose perdute;
e  questo barone sempre dimora in luogo pi alto di tutto l'esercito con la sua
bandiera a questo effetto,  acci che quelli che hanno perso le  loro  cose  lo
possino  veder  chiaramente  tra gli altri.  E in questo modo non si perde cosa
alcuna che non si possa recuperare.
Oltre di ci,  quando il gran Can va a questa  via  appresso  al  mare  Oceano,
allora  si veggono molte cose belle in prendere gli uccelli,  di modo che non 
sollazzo al mondo che a questo possa aguagliarsi. E il gran Can sempre va sopra
due elefanti, overo uno, specialmente quando va ad uccellare, per la strettezza
de' passi che si truovano in alcuni luoghi,  imperoch meglio passano due  over
uno che molti;  ma nell'altre sue faccende va sopra quattro, e sopra quelli v'
una camera di legno nobilmente lavorata,  e dentro tutta coperta di panni d'oro
e  di fuori coperta di cuori di leoni,  nella qual dimora continuamente il gran
Can quando va ad uccellare,  per essere molestato dalle gotte.  E  tiene  nella
detta  camera  dodici de' migliori girifalchi ch'egli abbia,  con dodici baroni
suoi favoriti per sua compagnia e solazzo.  E gli altri che cavalcano d'intorno
fanno intendere al signor che passano le grue o altri uccelli, ed egli fa levar
il  coperchio di sopra della camera e,  vedute le grue,  comanda che si lascino
volare li girifalchi, li quali prendono le grue combattendo con quelle per gran
spazio di tempo,  vedendo il signore e stando nel letto,  con  grandissimo  suo
solazzo  e  consolazione,  e  cos  di  tutti gli altri baroni e cavallieri che
cavalcano d'intorno.
E quando ha uccellato per alquante ore,  se  ne  viene  ad  un  luogo  chiamato
Caczarmodin,  dove sono le trabacche e i padiglioni de suoi figliuoli e d'altri
baroni,  cavallieri e  falconieri,  che  passano  diecimila,  molto  belli.  Il
padiglione veramente del signore,  nel quale tiene la sua corte,  tanto grande
e amplo che sotto vi stanno diecimila soldati, oltre li baroni e altri signori;
ha la porta verso mezod,  e v' ancora un'altra tenda verso levante,  a questa
congiunta, dove  una gran sala dove stanzia il signore con alcuni suoi baroni,
e  quando vuol parlare ad alcuno lo fa entrare in quella.  Dopo la detta sala 
una camera grande,  molto bella,  nella qual dorme.  Sonvi molte altre tende  e
camere,  ma  non  sono  insieme congiunte con le grandi.  E tutte le sopradette
camere e sale sono ordinate in questo modo,  che ciascuna  ha  tre  colonne  di
legno  intagliate  con  grandissimo artificio e indorate.  E detti padiglioni e
tende di fuori sono coperte di pelli di leoni,  e vergate  di  verghe  bianche,
nere  e  rosse,  e cos ben ordinate che n vento n pioggia li pu nuocere;  e
dalla parte di dentro sono fodrate e coperte di pelli  armelline  e  zibelline,
che  sono le pelli di maggior valuta di qualunque altra pelle,  perch la pelle
zibellina, s'ella  tanta che sia a bastanza per un paro di veste, vale duemila
bisanti d'oro s'ella  perfetta,  ma s'ella   commune  ne  vale  mille;  e  li
Tartari la chiamano regina delle pelli, e gli animali si chiamano rondes, della
grandezza  d'una fuina.  E di queste due sorti di pelle le sale del signor sono
cos maestrevolmente ordinate,  in varie divisioni,  che  una cosa mirabile  a
vedere;  e  la camera dove dorme,  che  congiunta alle due sale,   similmente
dalla parte di fuori coperta di pelli di leoni,  e di dentro di pelli zibelline
e armelline divisate;  e le corde che tengono le tende delle sale e camere sono
tutte di seta.  E atorno queste  sono  tutte  l'altre  tende  delle  mogli  del
signore,  molto  ricche  e  belle,  le quali hanno girifalchi,  falconi e altri
uccelli e bestie, e vanno ancora loro a piacere.
E sappiate per certo che in questo campo  tanta moltitudine di gente che gli 
cosa incredibile,  e a ciascuno pare essere nella  miglior  citt  che  sia  in
queste parti,  perch ivi sono genti di tutto il dominio,  e con il signor vi 
tutta la sua famiglia, cio medici, astronomi, falconieri e tutti gli altri che
hanno diversi officii.  E sta in questo luogo fino  alla  prima  vigilia  della
nostra  Pasqua,  nel  qual  spazio  di  tempo  non cessa d'andare continuamente
appresso alli laghi e riviere, uccellando e prendendo grue e cigni,  argironi e
molti altri uccelli;  le sue genti ancora, che sono sparse per molti luoghi, li
portano molte cacciagioni.  In questo tempo adunque  sta  in  tanto  solazzo  e
allegrezza  che  niuno  lo  potria credere che non lo vedesse,  per che la sua
eccellenza e grandezza  molto maggiore di quello che  a  noi  saria  possibile
d'esprimere.
Un'altra  cosa    ancora  ordinata,  che niuno mercatante o artifice o villano
abbia ardire di ritenere astore,  falcone over altro uccello che  sia  atto  ad
uccellare, n cane da caccia, per tutto il dominio del gran Can; e niuno barone
o  cavalier  od altro nobile qualsivoglia ardisce di cacciare o uccellare circa
il luogo dove dimora il gran Can, d'alcuna parte per cinque giornate e d'alcuna
parte per dieci e d'alcuna altra per quindeci,  se 'l non   scritto  sotto  il
capitano de' falconieri,  overo abbia privilegio sopra queste cose, ma ben fuor
de' confini determinati.  Item per tutte le terre le quali signoreggia il  gran
Cane  niuno re overo barone o altro uomo ardisce di pigliare lepori,  caprioli,
daini o cervi e simili bestie e uccelli grossi dal mese di marzo fino  al  mese
d'ottobrio,  acci  che creschino e moltiplichino: e chi contrafacesse verrebbe
punito.  E per questa causa moltiplicano gli animali e uccelli  in  grandissima
quantit.  E  poi  il gran Can se ne ritorna alla citt di Cambal,  per quella
medesima via che ei fu alla campagna, uccellando e cacciando.

Della moltitudine delle genti che di continuo vanno e  vengono  alla  citt  di
Cambal,
e mercanzie di diverse sorti.
Cap. 17.

Giunto  il  gran  Can  nella  citt,  tien  la sua corte grande e ricca per tre
giorni,  e fa festa e grandissima allegrezza con tutta la sua gente ch'  stata
seco; e la solennit ch'egli fa in questi tre giorni  cosa mirabile a vedere.
Ed  evvi tanta moltitudine di gente e di case nella citt e di fuori (perch vi
sono tanti borghi come porte,  che sono dodici,  molto grandi) che niuno potria
comprendere il numero, per che sono pi genti ne' borghi che nella citt. E in
questi borghi stanno e alloggiano li mercanti,  e altri uomini che vanno l per
sue faccende,  i quali sono molti,  per causa della residenzia del  signore:  e
dovunque  egli  tiene  la  sua  corte,  l vengono le genti da ogni banda,  per
diverse cagioni.  E ne' borghi sono belle  case  e  palagi  come  nella  citt,
eccettuando il palagio del gran Can.  E niuno che muore  sepelito nella citt,
ma s'egli  idolatro  portato al luogo dove si deve abbruciare, il qual  fuor
di tutti i borghi;  e parimente niun maleficio si fa nella citt,  ma solamente
fuor  de'  borghi.  Item  niuna meretrice (salvo se non  secreta),  come altre
volte s' detto, ha ardimento di star nella citt, ma abitano tutte ne' borghi,
e passano venticinquemila,  che servono gli uomini per denari: nondimeno  tutte
sono necessarie, per la gran moltitudine de' mercanti e altri forestieri che l
vanno e vengono di continuo per la corte. Item a questa citt si portano le pi
care  cose e di maggior valuta che siano in tutt'il mondo,  per che primamente
dall'India si portano pietre preciose e perle e tutte le speciarie;  item tutte
le  cose  di  valuta  della  provincia  del  Cataio e che sono in tutte l'altre
provincie, e questo per la moltitudine della gente che quivi dimora di continuo
per causa della corte: e quivi si vendono  pi  mercanzie  che  in  alcun'altra
citt, perch ogni giorno v'entrano pi di mille fra carrette e some di seta, e
si  lavorano panni d'oro e di seta in grandissima quantit.  E intorno a questa
citt vi sono infinite castella e altre citt,  le genti delle quali vivono per
la  maggior  parte,  quando la corte  quivi,  vendendo le cose necessarie alla
citt e comprando quelle che a loro fa di bisogno.

Della sorte della moneta di carta che fa fare il gran Can, qual corre per tutto
il suo dominio.
Cap. 18.

In questa citt di Cambal  la zecca del  gran  Can,  il  quale  veramente  ha
l'alchimia, per che fa fare la moneta in questo modo: egli fa pigliar i scorzi
degli  arbori mori,  le foglie de' quali mangiano i vermicelli che producono la
seta,  e tolgono quelle scorze sottili che sono tra la scorza grossa e il fusto
dell'arbore,  e  le tritano e pestano,  e poi con colla le riducono in forma di
carta bambagina, e tutte sono nere;  e quando son fatte le fa tagliare in parti
grandi e picciole,  e sono forme di moneta quadra,  e pi longhe che larghe. Ne
fa adunque fare una picciola che  vale  un  denaro  d'un  picciolo  tornese,  e
l'altra  d'un  grosso d'argento veneziano;  un'altra  di valuta di due grossi,
un'altra di cinque, di dieci, e altra d'un bisante, altra di due, altra di tre,
e cos si procede sin al numero di dieci bisanti.  E tutte queste  carte  overo
monete  sono  fatte  con tant'auttorit e solennit come s'elle fossero d'oro o
d'argento puro,  perch in ciascuna moneta molti officiali che  a  questo  sono
deputati  vi scrivono il loro nome,  ponendovi ciascuno il suo segno;  e quando
del tutto  fatta com'ella dee essere, il capo di quelli per il signor deputato
imbratta di cinaprio la bolla concessagli e l'impronta sopra la moneta,  s che
la  forma  della  bolla  tinta nel cinaprio vi rimane impressa: e allora quella
moneta  auttentica,  e s'alcuno la  falsificasse  sarebbe  punito  dell'ultimo
supplicio.  E  di  queste  carte overo monete ne fa far gran quantit,  e le fa
spendere per tutte le provincie e regni suoi, n alcuno le pu rifiutare, sotto
pena della vita;  e tutti quegli che sono sottoposti al suo imperio le  tolgono
molto  volentieri  in pagamento,  perch dovunque vanno con quelle fanno i loro
pagamenti di qualunque mercanzia di perle,  pietre preciose,  oro e argento,  e
tutte  queste cose possono trovare col pagamento di quelle.  E pi volte l'anno
vengono insieme molti mercanti con perle e pietre preciose, con oro e argento e
con panni d'oro e di seta,  e il tutto presentano  al  gran  signore,  qual  fa
chiamare  dodici  savii,  eletti  sopra  di  queste  cose  e  molto discreti ad
esercitar quest'officio,  e li comanda che debbano tansar molto  diligentemente
le  cose che hanno portato li mercanti,  e per la valuta le debbano far pagare.
Essi,  stimate che l'hanno secondo la lor conscienzia,  immediate con vantaggio
le fanno pagare con quelle carte,  e li mercanti le tolgono volentieri,  perch
con quelle (come s' detto) fanno ciascun  pagamento;  e  se  sono  di  qualche
regione ove queste carte non si spendono,  l'investono in altre mercanzie buone
per le lor terre.  E ogni volta ch'alcuno aver di queste carte che si guastino
per la troppa vecchiezza,  le portano alla zecca,  e gliene son date altretante
nuove,  perdendo solamente tre per cento.  Item,  s'alcuno  vuol  avere  oro  o
argento per far vasi o cinture o altri lavori,  va alla zecca del signore, e in
pagamento dell'oro e dell'argento li  porta  queste  carte;  e  tutti  li  suoi
eserciti vengono pagati con questa sorte di moneta, della qual loro si vagliono
come  s'ella  fosse  d'oro  o  d'argento:  e per questa causa si pu certamente
affermare che il gran Can ha pi tesoro ch'alcun altro signor del mondo.

De' dodici baroni deputati sopra gli eserciti, e di dodici altri deputati
sopra la provisione de l'altre universali facende.
Cap. 19.

Il gran Can elegge dodici grandi e potenti baroni (come  di  sopra  s'  detto)
sopra  qualunque  deliberazione  che si fa degli eserciti,  cio di mutarli dal
luogo dove sono e  mutare  i  capitani,  overo  mandargli  dove  veggono  esser
necessario,  e  di  quella  quantit  di gente che 'l bisogno ricerca,  e pi e
manco, secondo l'importanza della guerra.  Oltre di ci,  hanno a far la scelta
de'  valenti  e  franchi  combattenti  da  quelli  che  sono  vili  e  abietti,
esaltandoli a maggior grado,  e per il contrario deprimendo quelli che sono  da
poco  e paurosi.  E s'alcuno  capitano di mille,  e abbisi portato vilmente in
qualche fazione, i baroni predetti,  reputandolo indegno di quella capitaneria,
lo  disgradano  e  abbassano  al  capitaneato  di  cento;  ma  se  nobilmente e
francamente si sar portato,  riputandolo sofficiente e degno di maggior grado,
lo  fanno  capitano  di  diecimila:  ogni cosa per facendo con saputa del gran
signore,  per che,  quando vogliono deprimere e abbassare  alcuno,  dicono  al
signore:  "Il  tale    indegno  di  tal onore",  ed egli allora risponde: "Sia
depresso e fatto di grado inferiore",  e cos  fatto.  Ma se vogliono esaltare
alcuno,  cos  ricercando  i  meriti suoi,  dicono: "Il tal capitano di mille 
degno e sofficiente d'esser capitano di diecimila", e il signor lo conferma,  e
dlli la tavola del comandamento a tal signoria convenevole,  come di sopra s'
detto,  e appresso gli fa dare grandissimi presenti,  per inanimire gli altri a
farsi valenti.
La signoria adunque de' detti dodici baroni si chiama thai,  che tanto  a dire
come corte maggiore,  perch non hanno signor alcun sopra di s  salvo  che  'l
gran Can;  e oltre i sopradetti son constituiti dodici altri baroni sopra tutte
le cose che sono necessarie a trentaquattro provincie,  quali hanno nella citt
di  Cambal  un  bel  palagio  e  grande,  con molte camere e sale.  E ciascuna
provincia ha un  giudice  e  molti  notari,  che  stanziano  in  detto  palagio
separatamente,  e quivi fanno ogni cosa necessaria alla sua provincia,  secondo
la volont e comandamento de'  detti  dodici  baroni.  Questi  hanno  auttorit
d'eleggere signori e rettori di tutte le provincie di sopra nominate,  e quando
hanno eletto quelli che li paiono sofficienti lo fanno sapere al gran  Can,  ed
egli  li  conferma  e dlli le tavole d'argento o d'oro,  secondo che li pare a
ciascuno esser conveniente.  Hanno ancora questi a provedere sopra le  esazioni
de'  tributi e intrate,  e circa il governo e dispensazione di quelle,  e sopra
tutte l'altre faccende  del  gran  Can,  eccetto  che  sopra  gli  eserciti.  E
l'officio  overo  signoria  loro  chiamasi singh,  che vuol dire quanto seconda
maggior corte,  perch similmente non hanno sopra di loro signore,  eccetto che
'l  gran  Can.  L'una  e l'altra adunque delle dette corti,  cio di singh e di
thai, non hanno alcun signore sopra di loro, eccetto che 'l gran Can; nondimeno
thai,  cio la corte deputata alla disposizione degli eserciti,   riputata pi
nobile e pi degna di qualunque altra signoria.

De'  luoghi  deputati  sopra tutte le strade maestre,  dove tengono cavalli per
correre le poste,  e de' corrieri che vanno a piedi,  e del modo ch'ei tiene  a
mantenere tutta la spesa delle dette poste.
Cap. 20.

Uscendo della citt di Cambal, vi sono molte strade e vie per le quali si va a
diverse  provincie,  e  in  ciascuna  strada,  dico  di  quelle che sono le pi
principali e maestre, sempre,  in capo di venticinque miglia o trenta,  e pi e
manco secondo le distanzie delle citt, si truovano alloggiamenti che nella lor
lingua si chiamano lamb, che nella nostra vuol dire poste di cavalli, dove sono
palagi  grandi  e  belli,  che  hanno  bellissime  camere  con  letti forniti e
paramenti di seta e tutte le cose condecenti a' gran baroni.  E in ciascuna  di
simil  poste  potrebbe un gran re onoratamente alloggiare,  e gli vien provisto
del tutto per le citt o castelli vicini,  e ad alcuni  la  corte  vi  provede.
Quivi  sono  di  continuo apparecchiati quattrocento buoni cavalli,  e accioch
tutti li nunzii e ambasciatori che vanno per le faccende del gran  Can  possino
dismontare quivi e, lasciati i cavalli stracchi, pigliarne di freschi.
Ne' luoghi veramente fuor di strada e montuosi, dove non sono villaggi e che le
citt siano lontane, il gran Can ha ordinato che vi siano fatte le poste, overo
palagi similmente forniti di tutti gli apparecchi, cio di cavalli quattrocento
per  posta  e  di tutte l'altre cose necessarie come le sopradette,  e vi manda
genti che v'abitano e lavorino le terre e servino a esse poste.  E vi si  fanno
di gran villaggi, e cos gli ambasciatori e nuncii del gran Can vanno e vengono
per tutte le provincie e regni e altre parti sottoposte al suo dominio con gran
commodit  e  facilit:  e questa  la maggior eccellenza e altezza che gi mai
avesse alcun imperatore o re over altro uomo terreno, perch pi di dugentomila
cavalli stanno in queste poste per le sue provincie,  e pi di diecimila palagi
forniti di cos ricchi apparecchi. E questo  s mirabil cosa e di tanta valuta
che  a pena si potrebbe dire o scrivere.  E s'alcuno dubitasse come siano tante
genti a far tante facende e onde vivono,  si risponde che tutti  gl'idolatri  e
similmente  saraceni  tolgono  ciascuno  sei,  otto o dieci mogli,  pur che gli
possino far le spese,  e generano infiniti figliuoli: e saranno  molti  uomini,
de' quali ciascuno aver pi di trenta figliuoli,  e tutti armati lo seguitano,
e questo per causa delle molte mogli.  Ma appresso di noi non s'ha se  non  una
moglie,  e se quella sar sterile l'uomo finir la sua vita con lei,  n genera
alcun figliuolo: e  per  non  abbiamo  tante  genti  come  loro.  E  circa  le
vettovaglie,  n'hanno  a  bastanza,  perch  usano  per  la maggior parte risi,
panizzo e miglio, spezialmente Tartari,  Cataini e della provincia di Mangi,  e
queste tre semenze,  nelle loro terre,  per ciascun staro ne rendono cento. Non
usano pane queste genti,  ma solamente cuocono queste tre sorti  di  biade  col
latte,  overo  carni,  e  mangiano  quelle;  e il frumento appresso di loro non
moltiplica cos, ma quello che ricogliono mangiano solamente in lasagne e altre
vivande di pasta.  Appresso di loro non vi  resta  terra  vacua  che  si  possa
lavorare, e i lor animali senza fine crescono e moltiplicano, e quando vanno in
campo  non    alcuno che non meni seco sei,  otto e pi cavalli per la persona
sua, onde si pu chiaramente comprendere per che causa in quelle parti sia cos
gran moltitudine di genti, e che abbino da vivere cos abbondantemente.
Item fra il spazio di ciascuna delle sopradette poste  ordinato un casale ogni
tre miglia, nel qual possono essere circa quaranta case,  e pi e manco secondo
che i casali sono grandi, dove stanno corrieri a piedi, i quali similmente sono
nunzii del gran Can. Costoro portano intorno cinture piene di sonagli, accioch
siano  uditi dalla lunga,  perch corrono solamente tre miglia,  cio dalla sua
posta ad un'altra; odendosi il strepito de' sonagli,  subitamente s'apparecchia
un  altro,  e giunto piglia le lettere e corre fino all'altra posta,  e cos di
luogo in luogo,  di sorte che il gran Can in due giorni e due notti ha nuove di
lontano  per  dieci giornate.  E al tempo de' frutti spesse volte la mattina si
raccolgono frutti nella citt di Cambal,  e il giorno seguente verso sera sono
portati  al  gran  Can  nella  citt  di  Xand,  la  qual  discosto per dieci
giornate. In ciascuna di queste poste di tre miglia  deputato notaio, che nota
il giorno e l'ora che giugne il corriero, e similmente il giorno e l'ora che si
parte l'altro, e cos si fa in tutte le poste. E vi sono alcuni ch'hanno questo
carico,  d'andare ogni mese ad  esaminar  tutte  queste  poste,  e  veder  quei
corrieri che non hanno usato diligenza, e li castigano. E il gran Can da questi
tali  corrieri e da quelli che stanno nelle poste non fa pagare alcuno tributo,
anzi li dona buona provisione,  e ne' cavalli che si tengono in dette poste non
fa quasi alcuna spesa,  perch le citt, castelli e ville che sono circonstanti
ad esse poste li pongono e mantengono in quelle, per che,  di comandamento del
signore,  i rettori della citt fanno cercare ed esaminar per li pratichi delle
citt quanti cavalli possa tenere la citt nella posta a s propinqua, e quanti
ve ne possono tenere i castelli e quanti le ville,  e secondo il loro potere ve
li  pongono.  E  sono  le citt concordevoli l'una con l'altra,  perch fra una
posta e l'altra v' alle volte una citt,  la qual con l'altre vi pone  la  sua
porzione;  e  queste  citt  mantengono  i cavalli dell'entrate che doverebbono
pervenire al gran Can,  imperoch tal uomo doverebbe pagare  tanto  che  potria
tenere  un  cavallo  e mezo,  comandandosegli che quello tenga nella posta a s
propinqua.   Ma  dovete  sapere  che  le  citt  non  mantengono  di   continuo
quattrocento  cavalli  nelle  poste,  anzi  ne  tengono  dugento  al  mese  che
sostenghino le fatiche, e in questo mezo altri dugento n'ingrassano,  e in capo
del   mese  gl'ingrassati  si  pongono  nella  posta  e  gli  altri  similmente
s'ingrassano,  e cos vanno facendo di continuo.  Ma se gli accade che in alcun
luogo  sia qualche fiume o lago,  per il qual bisogni che i corrieri e quelli a
cavallo  vi  passino,   le  citt  propinque  tengono  tre  e  quattro  navilii
apparecchiati  di continuo a questo effetto,  e se bisogna passar alcun deserto
di molte giornate,  nel qual far non si possa abitazione alcuna,  la citt ch'
appresso  tal  deserto   tenuta a dar li cavalli agli ambasciatori del signore
fino oltre il deserto, e le vettovaglie con le scorte,  ma il signor d aiuto a
quella  citt.  E  nelle  poste che son fuor di strada il signor tiene in parte
suoi cavalli, e in parte ve gli tengono le citt, castella, ville l propinque.
Ma quando  di bisogno che i nunzii del  signore  affrettino  il  cammino,  per
causa  di  fargli  intendere  di qualche terra che se gli sia ribellata,  o per
alcun barone o altre cose necessarie, cavalcano in un giorno ben dugento miglia
o dugentocinquanta,  e fanno  cos,  quando  vogliono  andare  con  grandissima
celerit:  portano  la  tavola  del  girifalco,  in  segno  che  vogliono andar
velocissimamente;  se sono due,  e che si partono d'un medesimo  luogo,  quando
sono  sopra due buoni cavalli corsieri si cingono tutt'il ventre e si rivolgono
il capo,  e si mettono a correr quanto pi possono,  e come sono  appresso  gli
alloggiamenti  suonano  una  sorte di corno che si sente di lontano,  acci che
preparino i cavalli, quali trovati freschi e riposati,  saltano sopra quelli: e
cos  fanno  di  posta in posta sino a sera,  e in tal guisa potranno far in un
giorno da dugentocinquanta miglia.  E s'egli  caso molto  grave  cavalcano  la
notte,  e  se non luce la luna quelli della posta gli vanno correndo avanti con
lumiere sino all'altra posta;  nondimeno i detti nunzii al tempo di  notte  non
vanno  con tanta celerit come di giorno,  per rispetto di quelli che corrono a
piedi con le lumiere, che non possono essere cos presti.  E molto s'apprezzano
tal nunzii che possono sostenere una simil fatica di correre.

Delle provisioni che fa il gran Can in tutte le sue provincie
in tempo di carestia o mortalit d'animali.
Cap. 21.

Il  gran  Can  manda sempre ogn'anno suoi nunzii e proveditori per vedere se le
sue genti hanno danno delle loro biade per difetto di tempo,  cio per  cagione
di  tempesta  o  di  molte  pioggie  e venti,  o per cavallette,  vermi o altre
pestilenzie. E se in luogo alcuno vi troveranno esser tal danno, il signore non
fa scuoter da quelle genti il solito tributo quell'anno,  anzi le fa dare tanta
biada  de'  suoi  granari  quanto  lor  bisogna  per  mangiare  e per seminare,
conciosiacosach,  ne' tempi della grand'abbondanza,  il gran Can  fa  comprare
grandissima  quantit di biade della sorte che loro adoperano,  e le fa salvare
ne' granari che sono deputati in ciascuna provincia,  e con gran diligenzia  le
fa governare, che per tre e quattro anni non si guastano. E sempre vuole che li
detti  granari  siano pieni,  per provedere ne' tempi di carestia;  e quando in
detti tempi egli fa vendere le sue biade a denari,  riceve di quattro misure da
quelli  che  le  comprano  quanto  se ne riceve d'una misura dagli altri che ne
vendono.  Similmente fa proveder  di  bestie,  che  in  qualche  provincia  per
mortalit  fossero  perse,  e  gli  fa  dare  delle sue,  ch'egli ha per decima
dell'altre provincie.  E tutto il suo pensiero e intento principale  di giovar
alle genti che sono sotto di lui, che possono vivere, lavorare e moltiplicare i
loro beni.
Ma  vogliamo dire un'altra propriet del gran Can,  che se per caso fortuito la
saetta ferisse alcun greggie di pecore o montoni o altri animali  di  qualunque
sorte,  che fosse d'una o pi persone, e sia il gregge quanto si voglia grande,
il gran Can non torrebbe per tre anni la decima. E parimente,  s'avviene che la
saetta ferisca qualche nave piena di mercanzie,  lui non vuole alcuna rendita o
porzione da quella, perch reputa cattivo augurio quando la saetta percuote ne'
beni d'alcuno; e dice il gran Can: "Dio aveva in odio colui, per l'ha percosso
di saetta", onde non vuole che tali beni da ira divina percossi entrino nel suo
tesoro.

Come il gran Can fa piantare arbori appresso le strade maestre e principali,
e come le fa tenere sempre acconcie.
Cap. 22.

Un'altra cosa bella e commoda fa fare il  gran  Can,  che  appresso  le  strade
maestre dall'uno e l'altro lato fa piantar arbori,  quali siano della sorte che
venghino grandi e alti,  e discosti l'un dall'altro per due passa,  accioch  i
viandanti  possino  discernere  la  dritta  strada:  il che  di grande aiuto e
consolazione a quelli  che  camminano.  Fa  piantare  adunque  sopra  tutte  le
principali,  pur  che  'l  luogo  sia  abile ad essere piantato;  ma ne' luoghi
arenosi e deserti e ne' monti sassosi,  dove  passano  dette  strade  e  non  
possibile  di  piantarvegli,  fa  mettere altri segnali di pietre e colonne che
dimostrano la strada. E ha alcuni baroni,  ch'hanno il carico d'ordinare che di
continuo siano tenute acconcie. E oltre quanto di sopra s' detto degli arbori,
il  gran  Can  pi  volentieri  gli  fa  piantare  perch  i  suoi divinatori e
astrologhi dicono che chi fa piantar arbori vive longo tempo.

Della sorte di vino che si fa nella provincia del Cataio,
e delle pietre che abbruciano a modo di carboni.
Cap. 23.

La maggior parte della gente della provincia del Cataio beve  questa  sorte  di
vino:  fanno  una  bevanda  di  riso e di molte speciarie mescolate insieme,  e
bevono questa bevanda overo vino cos bene  e  saporitamente  che  miglior  non
saperiano desiderare, ed  chiaro e splendido e gustevole, e pi presto inebria
d'ogn'altro, per essere calidissimo.
Per tutta la provincia del Cataio si truova una sorte di pietre nere,  le quali
si cavano da' monti a modo di vena,  ch'ardono e  abbruciano  come  carboni,  e
tengon  il fuoco molto meglio delle legne,  e lo conservano tutta la notte,  di
sorte ch'ei si truova la mattina acceso. Queste pietre non fanno fiamma, se non
un poco in principio quando s'accendono,  come fanno i carboni,  e stando  cos
affocati  rendono  gran  calore.  Per  tutta  la  provincia s'abbruciano queste
pietre. Vero  ch'hanno molte legne,  ma tanta  la moltitudine delle genti,  e
stuffe e bagni che continuamente si scaldano, che le legne non potrebbono esser
a bastanza, perch non  alcuno che almanco per tre volte la settimana non vada
alla stuffa e facciasi bagni,  e l'inverno ogni giorno, pur che far lo possino;
e ciascuno nobile o ricco ha la sua stuffa in casa nella qual si lava, talmente
che le legne non basterebbono a tanto abbruciamento.  E  di  queste  pietre  si
trovano in grandissima quantit, e costano poco.

Della  grande  e  mirabile  liberalit  che  'l  gran Can usa verso i poveri di
Cambal
e altre genti che vengono alla sua corte.
Cap. 24.

Poi ch'abbiamo detto come il gran Can fa far abbondanza delle biade alle  genti
a  lui  sottoposte,  ora  diremo della gran carit e provisione ch'egli fa fare
alle povere genti che sono nella citt di Cambal. Com'egli intende che qualche
famiglia di persone onorate e da bene per qualche  infortunio  siano  diventate
povere,  o  per  qualche  infermit  non  possino lavorare e non abbino modo di
ricogliere sorte alcuna di biade, a queste tal famiglie ne fa dar tante che gli
possino far le spese per tutto l'anno;  e dette famiglie al tempo solito  vanno
agli  officiali che sono deputati sopra tutte le spese che si fanno per il gran
Can,  i quali dimorano in un palagio a tal officio deputato,  e ciascuna mostra
un  scritto  di  quanto gli fu dato per il vivere dell'anno passato,  e secondo
quello  gli  proveggono  quell'anno.   Provedesi  ancora   del   vestir   loro,
conciosiacosach  il  gran  Can  ha  la decima di tutte le lane e sete e canave
delle quali si possono far vesti,  e queste tal cose le fa tessere e far panni,
in  una  casa  a questo deputata dove sono riposte;  e perch tutte l'arti sono
obligate per debito di lavorargli un giorno la settimana,  il gran Can  fa  far
delle  vesti di questi panni,  quali fa dar alle sopradette famiglie di poveri,
secondo si richiede al tempo dell'inverno  e  al  tempo  della  state.  Provede
ancora di vestimenta a' suoi eserciti,  e in ciascuna citt fa tessere panni di
lana, quali si pagano della decima di quella.
Ed  da sapere come i  Tartari,  secondo  i  loro  primi  costumi,  avanti  che
conoscessino  la  legge idolatra,  non facevan alcuna elemosina,  anzi,  quando
alcun povero andava da loro,  lo scacciavano con villanie,  dicendoli: "Va' col
malanno  che  Dio  ti dia,  perch s'ei t'amasse come ama me t'averia fatto del
bene".  Ma perch li savii degl'idolatri,  e specialmente i sopradetti  bachsi,
proposero  al gran Can che gli era buona opera la provisione de' poveri,  e che
gli suoi idoli se ne rallegrarebbono grandemente,  egli per tanto cos providde
a'  poveri come di sopra  detto,  e nella sua corte mai  negato il pane a chi
lo viene a domandare,  e non  giorno che  non  siano  dispensate  e  date  via
ventimila  scodelle fra risi,  miglio e panizzo per li deputati officiali.  Per
questa mirabile e stupenda liberalit che 'l gran Can usa verso i poveri, tutte
le genti l'adorano com'un dio.

Degli astrologhi che sono nella citt di Cambal.
Cap. 25.

Sono adunque nella citt di Cambal, tra cristiani,  saraceni e cataini,  circa
cinquemila  astrologhi  e  divinatori,  alli  quali  il  gran  Can  ogn'anno fa
provedere del  vivere  e  del  vestire  com'alli  poveri  sopradetti,  i  quali
continuamente esercitano la lor arte nella citt.  Hanno costoro un astrolabio,
nel quale son scritti i segni de' pianeti,  l'ore e i punti  di  tutto  l'anno.
Ogn'anno  adunque i sopradetti cristiani,  saraceni e cataini astrologhi,  cio
ciascuna setta  da  per  s,  in  questo  astrolabio  veggono  il  corso  e  la
disposizione di tutto l'anno, secondo il corso di ciascuna luna, perch veggono
e  trovano  che  temperanza  debbe esser dell'aere,  secondo il natural corso e
disposizione de' pianeti e segni,  e le propriet che produrr ciascuna luna di
quell'anno: cio in tal luna saranno tuoni e tempesta, e nella tal terremoti, e
nella  tal  saette  e  baleni  e  molte  pioggie,  nella tal saranno infermit,
mortalit, guerre,  discordie e insidie,  e cos di ciascuna luna,  secondo che
troveranno,  diranno  dover  seguitare,  aggiungendovi  ch'Iddio  pu far pi e
manco,  secondo la sua  volont.  Scriveranno  adunque  sopra  alcuni  quaderni
piccioli  quelle  cose  ch'hanno da venire in quell'anno,  e questi quaderni si
chiamano tacuini,  quali vendono un grosso l'uno a chi gli vuole  comprare  per
sapere  le  cose future;  e quelli che sono trovati aver detto pi il vero sono
tenuti maestri pi perfetti nell'arte, e conseguiscono maggior onore.
Item, s'alcuno preporr nell'animo di voler far qualche grand'opera,  o d'andar
in  qualche  parte  lontana  per mercanzie o qualch'altra sua facenda,  e vorr
sapere il fine del negocio, andr a trovare uno di questi astrologhi e li dir:
"Guardate sopra li vostri libri in che  modo  or  ora  si  ritruova  il  cielo,
perch'io vorrei andare a far il tal negocio o mercanzia". Allora l'astrologo li
dir che oltre questa domanda li debba dire l'anno, il mese e l'ora che nacque,
il  che  dettoli  vorr  vedere  come  si  confanno le constellazioni della sua
nativit con quelle che nell'ora della domanda si ritruova il cielo,  e cos li
predice  o bene o male che gli ha da venire,  secondo la disposizione in che si
trover il cielo.
Ed  da sapere che li Tartari numerano il millesimo de' loro anni di dodici  in
dodici,  e il primo anno  significato per il Leone,  il secondo per il Bue, il
terzo per il Dragone,  il quarto per il Cane,  e cos discorrendo degli  altri,
procedendo  sino  al numero di dodici,  di modo che,  quando alcuno  domandato
quando nacque,  egli risponde: correndo l'anno del Leone,  in tal giorno  overo
notte,  e  l'ora  e il punto;  e questo osservano li padri di far con diligenza
sopra un libro.  E compiuti che s'hanno i dodici segni,  che vuol dire i dodici
anni,  allora, ritornando al primo segno, ricominciano sempre per questo ordine
procedendo.

Della religione de' Tartari,  e delle opinioni ch'hanno  dell'anima,  e  usanze
loro.
Cap. 26.

E com'abbiamo detto disopra,  questi popoli sono idolatri, e per suoi dei tutti
hanno una tavola posta alta nel pariete della  sua  camera,  sopra  la  qual  
scritto  un  nome  che  rappresenta  Dio alto,  celeste e sublime: e quivi ogni
giorno col turibulo dell'incenso l'adorano in questo modo, che,  levate le mani
in  alto,  sbattono tre volte i denti,  pregandolo che li dia buon intelletto e
sanit, e altro non li domandano. Dopo, giuso in terra, hanno una statua che si
chiama Natigai, qual  dio delle cose terrene che nascono sopra tutta la terra,
e li fanno una moglie e figliuoli, e l'adorano nell'istesso modo,  col turibulo
e  sbattendo  i  denti  e  alzando  le  mani,  e a questo li domandano temperie
dell'aere e frutti della terra,  figliuoli e simil cose.  Dell'anima la tengono
immortale, in questo modo, che, subito morto l'uomo, l'entri in un altro corpo,
e secondo che in vita s'ha portato bene o male,  di bene in meglio e di male in
peggio procedano: cio, se sar pover'uomo e s'abbi portato bene e modestamente
in vita, rinascer dopo morto del ventre d'una gentildonna e sar gentiluomo, e
poi del ventre d'una signora e sar signore,  e cos sempre ascendendo,  finch
sar  assunto  in  Dio;  ma  se  s'aver  portato  male,  essendo figliuol d'un
gentiluomo rinascer  figliuol  d'un  rustico,  e  d'un  rustico  in  un  cane,
descendendo sempre a vita pi vile.
Hanno  costoro  un  parlar  ornato,  salutano  onestamente  col volto allegro e
giocondo,  portansi nobilmente e con gran mundizia mangiano.  Al padre  e  alla
madre  portano gran riverenza,  e se si trova ch'alcun figliuolo faccia qualche
dispiacere a quelli, overo non li sovegna nelle loro necessit,  v' un officio
publico  che  non  ha  altro  carico  se  non di punir severamente li figliuoli
ingrati,  quali si sappino aver commesso alcun atto  d'ingratitudine  verso  di
quelli.  Li  malfattori  di  diversi  delitti  che  venghino  presi  e posti in
prigione, se non sono spacciati,  come viene il tempo determinato del gran Can,
ch'  ogni  tre anni,  di rilasciar i prigioneri,  allora escono,  ma gli viene
fatto un segno sopra una mascella,  accioch  siano  conosciuti.  Viet  questo
presente  gran  Can  tutti  i  giuochi  e  barattarie,  che appresso di costoro
s'usavano pi che in alcun luogo del mondo,  e per levarli da quelli li diceva:
"Io v'ho acquistati con l'armi in mano,  e tutto quello che possedete  mio,  e
se giocate voi giocate del mio". Non per per questo li toglieva cosa alcuna.
Non voglio restar di dir l'ordine e modo come si portano le genti e baroni  del
gran  Can quando vanno a lui.  Primamente,  appresso il luogo dove sar il gran
Can,  per mezo miglio per riverenza di sua eccellenza stanno  le  genti  umili,
pacifiche e quiete,  ch'alcun suono o rumore n voce d'alcuno che gridi o parli
altamente non s'ode;  e ciascun barone o nobile porta continuamente un  vasetto
picciolo e bello, nel qual sputa mentre ch'egli  in sala, perch niuno avrebbe
ardire  di  sputar  sopra la sala,  e come ha sputato lo cuopre e salva.  Hanno
similmente alcuni belli bolzachini di cuoro bianco quali portano seco, e giunti
alla corte,  se vorranno entrar in sala,  che 'l signor li domandi,  si calzano
questi  bolzachini  bianchi e danno gli altri alli servitori,  e questo per non
imbrattar li belli e artificiosi tapeti di seta e d'oro e d'altri colori.

Del fiume Pulisangan e ponte sopra quello.
Cap. 27.

Poi che s' compiuto di dir li governi e amministrazioni  della  provincia  del
Cataio  e  della citt di Cambal,  e della magnificenza del gran Can,  si dir
dell'altre regioni nelle qual messer Marco and per l'occorrenzie  dell'imperio
del gran Can.
Come  si  parte  dalla  citt di Cambal e che s'ha camminato dieci miglia,  si
truova un fiume nominato Pulisangan, il qual entra nel mare Oceano, per il qual
passano molte navi con grandissime mercanzie.  Sopra detto fiume  un ponte  di
pietra molto bello, e forse in tutt'il mondo non ve n' un altro simile. La sua
longhezza  trecento passa e la larghezza otto, di modo che per quello potriano
commodamente  cavalcare  dieci  uomini l'uno a lato all'altro.  Ha ventiquattro
archi e venticinque pile in acqua che li  sostengono,  ed    tutto  di  pietra
serpentina,  fatto con grand'artificio. Dall'una all'altra banda del ponte  un
bel poggio di  tavole  di  marmo  e  di  colonne  maestrevolmente  ordinate,  e
nell'ascendere  alquanto pi largo che nella fine dell'ascesa, ma, poi che s'
asceso,  si  truova uguale per longo come se fosse tirato per linea.  E in capo
dell'ascesa del ponte   una  grandissima  colonna  e  alta,  posta  sopra  una
testuggine di marmo;  appresso il piede della colonna  un gran leone,  e sopra
la colonna ve n' un altro.  Verso l'ascesa del ponte  un'altra colonna  molto
bella,  con  un  leone,  discosta  dalla prima per un passo e mezo;  e dall'una
colonna all'altra  serrato di  tavole  di  marmo,  tutte  lavorate  a  diverse
scolture  e incastrate nelle collonne da l per longo del ponte infino al fine.
Ciascune colonne sono distanti l'una dall'altra  per  un  passo  e  mezo,  e  a
ciascuna    sopraposto  un  leone,  con  tavole di marmo incastratevi dall'una
all'altra,  accioch non possino cadere coloro che passano: il che  bellissima
cosa da vedere. E nella discesa del ponte  come nell'ascesa.

Delle condizioni della citt di Gonza.
Cap. 28.

Partendosi  da  questo ponte e andando per trenta miglia alla banda di ponente,
trovando di continuo palagi,  vigne e campi fertilissimi,  si truova una  citt
nominata  Gonza,  molto  bella  e molto grande,  nella quale sono molte abbazie
d'idoli, le cui genti vivono di mercanzie e arti. Quivi si lavorano panni d'oro
e di seta e belli veli sottilissimi,  e  vi  sono  molti  alloggiamenti  per  i
viandanti.
Partendosi  da  questa  citt e andando per un miglio si truovano due vie,  una
delle quali va verso ponente,  l'altra verso scirocco: per la via di ponente si
va per la provincia del Cataio, per la via di scirocco alla provincia di Mangi.
E  sappiate  che dalla citt di Gonza fino al regno di Tainfu si cavalca per la
provincia del Cataio dieci  giornate,  sempre  trovando  molte  belle  citt  e
castella, fornite di grand'arti e mercanzie, e trovando vigne e campi lavorati:
e  di qui si porta il vino nella provincia del Cataio,  perch in quella non ve
ne nasce;  vi sono anche molti alberi mori,  che con la foglia sua gli abitanti
fanno  di  gran  seta.  Tutte quelle genti sono domestiche,  per la moltitudine
delle citt poco discoste l'una  dall'altra  e  frequentazione  che  fanno  gli
abitanti  di  quelle,  perch  sempre vi si truovano genti che passano,  per le
molte mercanzie che si  portano  continuamente  d'una  citt  all'altra;  e  in
ciascuna  di  quelle  si  fanno  le  fiere.  E in capo di cinque giornate delle
predette dieci,  dicono esservi  una  citt  pi  bella  e  maggior  dell'altre
chiamata Achbaluch, fino alla quale verso quella parte confina il termine della
cacciagione del signore,  dove niun ardisce d'andar alla caccia, eccettuando il
signore con la sua famiglia e chi  scritto sotto il capitano  de'  falconieri;
ma da quel termine innanzi pu andarvi, pur che sia nobile. Nondimeno quasi mai
il  gran Can andava alla caccia per quella banda,  per la qual cosa gli animali
salvatichi erano tanto cresciuti e moltiplicati, e specialmente le lepori,  che
guastavano  le biade di tutta la detta provincia;  la qual cosa fatta intendere
al gran Can, v'and con tutta la corte, e furono presi animali senza numero.

Del regno di Tainfu.
Cap. 29.

Poi che s' cavalcato dieci giornate partendosi da Gonza,  si truova  un  regno
nominato  Tainfu,  ed    capo  di  questa  provincia,  con una citt che ha il
medesimo nome,  la qual  grandissima e molto bella.  E  quivi  si  fanno  gran
mercanzie e molte arti,  e gran quantit di munizioni d'armi,  che sono molto a
proposito per gli eserciti del gran Can.  Vi sono  ancora  molte  vigne,  dalle
quali  si  raccoglie vino in grand'abbondanza;  e bench in tutta Tainfu non si
truovi altro vino di quello che nasce nel distretto di questa citt,  nondimeno
s'ha  vino  a  bastanza  per  tutta la provincia.  Quivi hanno ancora frutti in
abbondanza, perch hanno molti morari e vermicelli che producono la seta.

Della citt di Pianfu.
Cap. 30.

Partendosi da Tainfu si cavalca sette  giornate  per  ponente,  trovando  belle
contrade,  nelle  quali si truovano molte citt e castella,  dove si fanno gran
mercanzie e arti. Vi sono molti mercanti che vanno per diverse parti, facendo i
loro guadagni e profitti. Fatto il camino di sette giornate si truova una citt
chiamata Pianfu,  la qual  molto grande e molto pregiata,  e  sono  in  quella
molti  mercanti,  e  vivono  di  mercanzie  e  d'arti.  Quivi  nasce la seta in
grandissima quantit.
Or lasciaremo di  questa,  e  diremo  d'un'altra  grandissima  citt,  nominata
Cacianfu; ma prima diremo d'un nobile castello chiamato Thaigin.

Di Taigin castello.
Cap. 31.

Partendosi da Pianfu, andando verso ponente, si truova un grande e bel castello
nominato Thaigin, qual dicesi aver edificato anticamente un re chiamato Dor. In
questo castello  un bellissimo e spazioso palagio, nel quale  una sala grande
dove sono dipinti tutti i re famosi che furono anticamente in quelle parti,  il
che  bellissima cosa da vedere.  E di questo re nominato Dor diremo  una  cosa
nuova  che  gl'intravenne.  Era  costui potente e gran signore,  e mentre stava
nella terra non erano al  servizio  della  persona  sua  altri  che  bellissime
giovanette,  delle quali teneva in corte gran moltitudine. Quando egli andava a
spasso per  il  castello  sopra  una  carretta,  le  donzelle  la  menavano  (e
conducevasi  leggiermente,  per  esser  picciola),  e  facevano  tutte  le cose
ch'erano a commodo e in piacere del detto re. E dimostrava egli la potenzia sua
nel suo governo, e si portava molto nobilmente e giustamente.
Era quel castello fortissimo oltre modo,  e come referiscono le genti di quelle
contrade,  questo re Dor era sottoposto ad Uncan, ch' quel che di sopra abbiam
detto chiamarsi Prete Gianni,  e per la sua arroganza e alterezza si ribell  a
quello. La qual cosa intesa da Umcan, non potendo andarli contra n offenderlo,
per  esser in luogo fortissimo,  si doleva grandemente.  Dopo certo tempo sette
cavallieri suoi vassalli l'andarono a trovar,  dicendoli che li bastava l'animo
di  condurli  vivo  il re Dor;  qual li promise grandissime ricchezze.  Costoro
partiti andorno a trovar il re Dor, fingendo di venir di lontani paesi,  e alli
servizii suoi s'acconciarono,  dove cos bene e diligentemente lo servivano che
'l re Dor gli amava e avea carissimi,  e voleva sempre che quando  egli  andava
alla caccia li fossero appresso.  Questi cavallieri un giorno, essendo fuori il
re e avendo passato un fiume,  e lasciato il resto della  compagnia  dall'altra
banda, vedendosi soli in luogo opportuno a fare il suo disegno, cavate fuori le
spade  furono  intorno al re Dor e per forza lo condussero alla volta di Umcan,
ch'alcun de' suoi non lo pot mai aiutare.  Dove giunto,  per ordine di quello,
vestito  di  panni  vili,  fu  posto  al governo dell'armento del signore,  per
volerlo dispregiare e abbassare;  e quivi stette in gran miseria per due  anni,
con  grandissima guardia,  ch'egli non poteva fuggire.  Alla fine Umcan lo fece
condurre alla sua presenza,  tutto pieno di paura e  timore,  pensando  che  lo
volesse far morire; ma Umcan, fattagli un'aspra e terribile ammonizione che mai
pi per superbia e arroganza non volesse levarsi dall'obedienza sua, li perdon
e fece vestirlo di vestimenti regali, e con onorevole compagnia lo mand al suo
regno;  qual  d'indi  innanzi fu sempre obediente e amico ad Umcan.  E questo 
quanto mi fu referito di questo re Dor.

D'un grandissimo e nobil fiume detto Caramoran.
Cap. 32.

Partendosi da questo castello di Thaigin  e  andando  circa  venti  miglia,  si
truova un fiume detto Caramoran, qual  cos grande, largo e profondo che sopra
di  quello  non  si pu fermar alcun ponte;  e scorre questo fiume fino al mare
Oceano,  come di sotto si dir.  Appresso a questo fiume  sono  molte  citt  e
castella,  ne'  quali  sono  molti  mercanti  e vi si fanno molte mercanzie;  e
intorno a questo fiume per la contrada nasce zenzero e seta in gran quantit, e
v' tanta moltitudine d'uccelli  ch'egli    cosa  incredibile,  e  massime  di
fagiani,  che  se n'ha tre per un grosso veneziano.  Per luoghi circonstanti di
questo fiume nasce infinita quantit di canne grosse,  alcune delle quali  sono
d'un pi,  altri d'un pi e mezo,  e gli abitatori se ne vagliono in molte cose
necessarie.

Della citt di Cacianfu.
Cap. 33.

Poi che s' passato questo fiume e fatto il cammino di due giornate,  si truova
la citt di Cacianfu,  le cui genti adorano gli idoli. In questa citt si fanno
gran mercanzie e molte arti,  e quivi nascono in grand'abondanza,  tra  l'altre
cose,  seta,  zenzero,  galanga e spigo e molte altre sorti di speciarie, delle
quali niuna quantit si conduce in queste nostre parti.  Quivi si  fanno  panni
d'oro e di seta e d'ogn'altra maniera.
Or,  partendosi  di qui,  diremo della nobile e celebre citt di Quenzanfu,  il
regno della quale similmente  chiamato con detto nome.

Della citt di Quenzanfu.
Cap. 34.

Partendosi da Cacianfu,  si  cavalca  sette  giornate  per  ponente,  truovando
continuamente  molte  citt  e  castella  dove  s'esercitano gran mercanzie;  e
trovansi molti giardini e campi,  e tutta la contrata  piena di  morari,  cio
d'arbori co' quali si fa la seta. E quelle genti adorano gl'idoli, e quivi sono
cristiani,  turchi,  nestorini,  e vi sono alcuni saraceni.  Quivi eziandio son
molte cacciagioni di bestie salvatiche, e si pigliano molte sorti d'uccelli.  E
cavalcando  sett'altre  giornate  si  truova  una grande e nobil citt chiamata
Quenzanfu, che anticamente fu un gran regno nobile e potente;  in quello furono
molti  re generosi e valenti,  e vi regna al presente un figliuolo del gran Can
nominato Mangal, qual esso gran Can coron di questo reame. Ed  questa patria
certamente di gran mercanzie e molte arti: ivi nasce la seta in gran  quantit,
e  vi si lavorano panni d'oro e di seta e d'ogni sorte,  e di tutte le cose che
s'appartengono a fornir un esercito;  item hanno grande abondanza di  tutte  le
cose  necessarie  al  corpo umano,  e compranle per buon mercato.  Quelle genti
adorano gl'idoli; quivi sono alcuni cristiani e turchi e saraceni.  Fuori della
citt forse per cinque miglia  un palagio del re Mangal, il qual  bellissimo
ed    posto  in  una  pianura  dove  sono  molte fontane e fiumicelli,  che li
discorrono dentro e d'intorno,  e vi sono bellissime cacciagioni  e  luoghi  da
uccellare. Primamente v' un muro grosso e alto, con merli a torno a torno, che
circonda circa cinque miglia, dove sono tutti gli animali selvaggi e uccelli, e
in  mezo  di  questa muraglia v' un palagio grande e spazioso,  cos bello che
niuno lo potrebbe meglio ordinare,  il qual ha molte sale  e  camere  grandi  e
belle,  e  tutte  depinte d'oro,  con azzurri finissimi e con infiniti marmori.
Questo Mangal,  seguendo le vestigie del  padre,  mantiene  il  suo  regno  in
grand'equit  e  giustizia,  ed  molto amato dalle sue genti,  e si diletta di
cacciagioni e d'uccellare.

De' confini che sono nel Cataio e Mangi.
Cap. 35.

Partendosi di questo palagio di Mangal,  si cammina tre giornate per  ponente,
trovandosi di continuo molte citt e castella,  nelle quali gli abitanti vivono
di mercanzie e d'arti, e hanno seta abbondantemente.  E in capo di tre giornate
si truova una regione piena di gran monti e valli,  che sono nella provincia di
Cunchin,  e sono quei monti e valli  piene  di  genti,  ch'adorano  gl'idoli  e
lavorano  la  terra.  Vivono  di cacciagioni,  perch quivi sono molti boschi e
molte bestie salvatiche,  cio leoni,  orsi,  lupi cervieri,  daini,  caprioli,
cervi e molti altri animali, delli quali conseguiscono grande utilit. E questa
regione  s'estende  per  venti giornate,  camminando sempre per monti,  valli e
boschi,  e trovando di continuo citt,  nelle quali commodamente  alloggiano  i
viandanti.  E poi che s' cavalcato le dette giornate verso ponente,  si truova
una provincia nominata Achbaluch Mangi,  che vuol dire citt bianca de' confini
di Mangi, la qual  piana e tutta populatissima, e le genti vivono di mercanzie
e arti.  E quivi nasce zenzero in gran quantit,  il qual si porta per tutta la
provincia del Cataio,  con grande utilit de' mercanti;  v' frumento,  riso  e
altre  biade  in  abondanza  e  per  buon  mercato.  E  questa pianura dura due
giornate,  con infinite abitazioni;  e in capo di due giornate si truovano gran
monti  e  valli  e  molti  boschi,  e si cammina ben venti giornate per ponente
trovando il tutto abitato. Adorano gl'idoli, e vivono di frutti delle lor terre
e di cacciagioni di bestie salvatiche.  Quivi  sono  molti  leoni,  orsi,  lupi
cervieri,  daini,  caprioli,  e  v'  gran  quantit  di bestie che producon il
muschio.

Della provincia di Sindinfu, e del grandissimo fiume detto Quian.
Cap. 36.

Poi che s' camminato venti giornate per quei monti,  si truova una  pianura  e
provincia,  ch' ne' confini di Mangi, nominata Sindinfu, e la maestra citt si
chiama similmente,  la qual  molto nobile e grande.  E gi  furono  in  quella
molti  re ricchi e potenti.  La citt gira per circuito venti miglia,  ma ora 
divisa, perci che quando morse il re vecchio lasci tre figliuoli, e avanti la
sua morte volse divider la citt in tre parti,  ciascuna delle quali  separata
per  muri: e nondimeno ciascuna  dentro il muro generale che la cinge intorno.
E questi tre fratelli furono re,  e ciascun avea nella sua parte molte terre  e
grandi  e molto tesoro,  perch il loro padre era molto potente e ricco;  ma il
gran Can,  preso ch'ebbe questo regno,  destrusse questi tre re,  tenendolo per
s.  Per questa citt discorrono molti gran fiumi,  che descendono da' monti di
lontano e corrono per la citt intorno intorno  e  per  mezo  in  molte  parti.
Questi fiumi sono larghi per mezo miglio, altri per dugento passa, e sono molto
profondi,  e  sopra quelli sono fabricati molti ponti di pietra belli e grandi,
la larghezza de' quali  otto passa,  e la longhezza  secondo che i fiumi sono
pi e manco larghi.  E per la longhezza de' fiumi sono dall'una e l'altra banda
colonne di marmo,  le quali sostengono il coperchio  de'  ponti,  perch  tutti
hanno bellissimi coperchi di legname dipinti con pitture di color rosso, e sono
anco coperti di coppi.  E per longhezza di ciascun ponte sono bellissime stanze
e botteghe,  dove s'esercitano arti e mercanzie.  E quivi   una  casa  maggior
dell'altre,  dove stanno di continuo quelli che scuotono li dazii delle robbe e
mercanzie, e pedagio di quelli che vi passano, e ci fu detto che 'l gran Can ne
cavava ogni giorno pi di cento bisanti  d'oro.  E  quando  i  detti  fiumi  si
partono dalla citt, si ragunano insieme e fanno un grandissimo fiume, che vien
detto  Quian,  qual  scorre  per  cento giornate fin al mare Oceano,  della cui
qualit si dir di sotto nel libro.
Appresso a questi fiumi e luoghi circostanti sono molte citt e castella,  e vi
sono  molti  navilii,  per  li  quali  si  portano alla citt e traggonsi molte
mercanzie. Le genti di questa provincia sono idolatri. E partendosi dalla citt
si cavalca cinque giornate per  pianure  e  valli,  trovando  molti  casamenti,
castelli e borghi; e gli uomini vivono della agricultura e anche d'arti, perch
in  questa  citt si fanno tele sottilmente e drappi di velo.  E vi si truovano
similmente molti leoni, orsi e altre bestie salvatiche. E poi che s' cavalcato
cinque giornate, si truova una provincia desolata nominata Thebeth.

Della gran provincia detta Thebeth.
Cap. 37.

Questa provincia chiamata Thebeth    molto  destrutta,  perch  Mangi  Can  la
destrusse al tempo suo,  per la guerra ch'egli ebbe con quella: e vi si veggono
per questa provincia molte citt e castella  tutte  rovinate  e  desolate,  per
longhezza di venti giornate.  E perch vi mancano gli abitatori,  per le fiere
salvatiche,   e  massime  i  leoni  sono  moltiplicati  in  tanto  numero  ch'
grandissimo  pericolo a passarvi la notte: e li mercanti e viandanti,  oltre il
portar seco le vettovaglie,  bisogna che alloggino la sera con  grand'ordine  e
rispetto,  per  causa  che  non li siano devorati i cavalli.  E fanno in questo
modo, che, trovandosi in quella regione,  e massime appresso i fiumi,  canne di
longhezza  dieci  passa  e  grosse  tre palmi,  e da un nodo all'altro sono tre
palmi,  i viandanti fanno la sera  fasci  grandi  di  quelle  che  sono  verdi,
mettendole  alquanto  lontane  dall'alloggiamento,  e v'appizzano il fuoco;  le
quali sentendo il caldo si scorzano e sfendono schioppando terribilmente,  ed 
tanto  orribile  lo  schioppo ch'el rumor si sente per duoi miglia,  e le fiere
udendolo fuggono e allontanansi. E li mercatanti portano seco pastore di ferro,
con le quali inchiavano tutti quattro i piedi alli cavalli,  perch altramente,
spaventati dal rumore,  romperiano le corde e fuggiriano via: ed  accaduto che
molti per negligenza gl'hanno perduti.  Cavalcasi adunque per  questa  contrada
venti  giornate,  continuamente  trovando simili salvatichezze,  e non trovando
alloggiamenti n vettovaglie, se non forse ogni terza o quarta giornata,  nelle
quali  si  forniscono  delle  cose  al  viver  necessarie.  In capo delle quali
giornate si comincia pur a veder qualche castello e borghi,  che sono fabricati
sopra dirupi e sommit de' monti,  e s'entra in paese abitato e coltivato, dove
non v' pi pericolo d'animali salvatichi.
Gli abitanti di quei luoghi hanno una  vergognosa  consuetudine,  messagli  nel
capo  dalla  cecit  dell'idolatria,  che  niuno  vuol  pigliar  moglie che sia
vergine,  ma vogliono che prima sia stata conosciuta da qualche  uomo,  dicendo
che  questo  piace  alli  loro  idoli.  E per,  come passa qualche carovana di
mercanti, e che mettono le tende per alloggiare, le madri ch'hanno le figliuole
da maritare le conducono subito fino alle tende, pregando i mercanti, a ragatta
una dell'altra,  che vogliono pigliar la sua figliuola e tenersela a  suo  buon
piacere  fino  che  stanno quivi: e cos le giovani che pi gli aggrada vengono
elette dalli mercanti, e l'altre tornano a casa dolenti. Queste dimorano con li
detti fino al suo partire e poi le consegnano alle lor madri,  n mai per  cosa
al  mondo  le  menarebbono  via,  ma  sono obligati a farli qualche presente di
gioie, anelletti overo qualche altro signale,  qual portano a casa: e quando si
maritano  portano al collo overo addosso tutti li detti presenti,  e quella che
ne ha pi viene reputata esser stata pi apprezzata dalle persone. E per questo
sono richieste pi volentieri da' giovani per moglie, n pi degna dote possono
dare a' mariti che li molti presenti  ricevuti,  riputandosi  quelli  per  gran
gloria  a  laude: e nelle solennit delle loro nozze li mostrano a tutti,  e li
mariti le tengono pi care, dicendo che li lor idoli l'hanno fatte pi graziose
appresso gli uomini.  E d'indi innanzi non  alcuno ch'avesse ardire di toccare
la  moglie  d'un  altro,  e  di tal cosa si guardano grandemente.  Queste genti
adorano gl'idoli, e sono perfidi e crudeli,  e non tengono a peccato il rubbare
n  il  far  male,  e  sono  i  maggiori  ladri  che siano al mondo.  Vivono di
cacciagioni e d'uccellare e di frutti della terra.
Quivi si truovano di quelle bestie che fanno il muschio,  e in  tanta  quantit
che  per  tutta  quella  contrada si sente l'odore,  perch ogni luna una volta
spandono il muschio.  Nasce a  questa  bestia,  come  altre  volte  s'  detto,
appresso  l'umbilico  un'apostema  in  modo  d'un  bognone  pieno di sangue,  e
quell'apostema ogni luna per troppa replezione sparge di quel  sangue,  qual  
muschio.  E  perch  vi  sono molti di simili animali in quelle parti,  per in
molti luoghi si sente l'odore di quello.  E queste tal bestie si chiamano nella
loro lingua gudderi, e se ne prendono molte con cani.
Essi  non hanno monete,  n anche di quelle di carta del gran Can,  ma spendono
corallo,  e vestono poveramente di cuoio e di pelle di bestie e di  canevaccia.
Hanno linguaggio da per s e s'appartengono alla provincia di Thebeth,  la qual
confina con Mangi,  e fu altre volte cos grande e nobile che in  quella  erano
otto regni e molte citt e castella,  con molti fiumi, laghi e monti; ne' quali
fiumi si truova oro di paiola in  grandissima  quantit.  Ne'  regni  di  detta
provincia si spende,  come ho detto,  il corallo per moneta, e anco le donne lo
portano al collo; e adorano li suoi idoli. E si fanno molti zambellotti e panni
d'oro e di seta, e vi nascono molte sorti di specie, che non si portano mai ne'
nostri paesi.  E quivi gli uomini sono grandissimi negromanti,  imperoch fanno
per arte diabolica i maggior veneficii e ribalderie che mai fossero viste overo
udite: fanno venir tempesta e fulgori, con saette, e molte altre cose mirabili.
Sono  uomini  di mali costumi.  Hanno cani molto grandi,  come asini,  che sono
valenti a pigliar ogni sorte d'animali,  e  massime  buoi  salvatichi,  che  si
chiamano beyamini, qual sono grandissimi e feroci. Quivi nascono ottimi falconi
laneri e sacri,  molto veloci al volare,  e ottimamente uccellano. Questa detta
provincia di Thebeth  subdita al dominio del gran Can,  e similmente tutte  le
regioni  e  provincie  soprascritte;  dopo  la  quale si truova la provincia di
Caind.

Della provincia di Caind.
Cap. 38.

Caind  una provincia verso ponente,  qual gi si reggeva per il suo  re;  ma,
poi  che  fu  soggiogata  dal  gran  Can,  egli vi manda i suoi rettori.  E non
intendiate per questo dir ponente che le dette contrade siano  nelle  parti  di
ponente, ma perch ci partiamo dalle parti che sono tra levante e greco venendo
verso  ponente,  e  per  descriviamo quelle verso ponente.  Le genti di questa
provincia adorano gl'idoli,  e sono in quella molte  citt  e  castella:  e  la
maestra   citt   similmente  si  chiama  Caind,   la  qual    edificata  nel
cominciamento della provincia.  E ivi  un gran lago salso nel quale si  truova
gran moltitudine di perle,  le qual sono bianche,  ma non rotonde; e ne sono in
tanta abbondanza che,  se 'l gran  Can  lasciasse  che  ciascun  ne  pigliasse,
veneriano  in  vil  prezio:  ma  senza sua licenza non si possono pescare.  V'
similmente un monte, nel quale si truova la minera delle pietre dette turchese,
che non si lasciano cavar senza il voler del detto gran Can.
Quivi  gli  abitanti  di  questa  provincia  hanno  un  costume  vergognoso   e
vituperoso,  che  non  si  reputano a villania se quelli che passano per quella
contrada giaciono con le loro mogli,  figliuole o sorelle: e per  questo,  come
giungono  forestieri,   ciascuno  cerca  di  menarsegli  a  casa,  dove  giunti
consegnano tutte le loro donne in sua balia e si  dipartono,  lasciando  quelli
come patroni;  e le donne attaccano subito sopra la porta un segnale, n quello
muovono se non quando si partono,  accioch i loro mariti possino ritornarsene.
E  questo  fanno  gli  abitanti  per onorificenza de' loro idoli,  credendo con
questa umanit e benignit usata verso detti forestieri di meritare  la  grazia
de' loro idoli, e che li concedino abbondanza di tutti i frutti della terra.
La loro moneta  di tal maniera,  che fanno verghe d'oro e le pesano, e secondo
ch' il peso della verghetta cos vagliono: e questa  la loro moneta maggiore,
sopra la quale non v' alcun segno.  E la picciola veramente  di questo  modo:
hanno  alcun'acque  salse,  con  le  quali  fanno  il sale facendole bollire in
padelle,  e poi ch'hanno bollito per un'ora si congelano a modo di pasta,  e si
fanno  forme  di  quantit  d'un pane di due denari,  le quali sono piane dalla
parte di sotto e di sopra sono rotonde;  e quando sono fatte si  pongono  sopra
pietre  cotte  ben  calde appresso al fuoco,  e ivi si seccano e fansi dure,  e
sopra queste tal monete si pone la bolla del signore.  N le monete  di  questa
sorte  si possono far per altri che per quelli del signore,  e ottanta di dette
monete si danno per un saggio d'oro.  Ma i mercanti vanno con queste  monete  a
quelle  genti  ch'abitano  fra  i  monti  ne' luoghi salvatichi e inusitati,  e
truovano un saggio d'oro per sessanta, cinquanta e quaranta di quelle monete di
sale, secondo che le genti sono in luogo pi salvatico e discosto dalle citt e
gente domestica,  perch ogni volta che vogliono non possono vendere il lor oro
e altre cose, s come il muschio e altre cose, perch non hanno a cui venderle:
e  per fanno buon mercato,  perch truovano l'oro ne' fiumi e laghi,  come s'
detto.  E vanno questi mercanti per monti e luoghi della  provincia  di  Tebeth
sopradetta,  dove similmente si spaccia la moneta di sale,  e fanno grandissimo
guadagno e profitto,  perch quelle genti  usano  di  quel  sale  ne'  cibi,  e
compransi  anco  delle cose necessarie.  Ma nelle citt usano quasi solamente i
fragmenti di dette monete ne' cibi, e spendono le monete intiere.
Hanno molte bestie in quel paese le quali producono il  muschio,  e  di  quelle
molte ne prendono e traggono muschio in abbondanza. Prendono ancora molti buoni
pesci  nel  lago  sopradetto,  e  vi  sono molti leoni,  orsi,  daini,  cervi e
caprioli,  e uccelli di qualunque maniera in  abbondanza.  Non  hanno  vino  di
vigne, ma fanno vino di frumento e riso, con molte specie mescolate insieme: ed
  un'ottima  bevanda.  In  questa  provincia nascono ancora molti garofali,  e
l'arbore che li produce  picciolo,  e ha li rami e foglie a modo di lauro,  ma
alquanto pi longhe e strette;  produce li fiori bianchi e piccioli come sono i
garofali,  e quando sono maturi sono negri e foschi.  Vi nasce il zenzero e  la
cannella in abbondanza e molte altre specie, delle quali non  portato quantit
alcuna in queste parti.
E partendosi dalla citt di Caind, si va fino a' confini della provincia circa
quindici giornate, trovando casamenti e molti castelli e molti luoghi da caccia
e uccellare,  e genti ch'osservano i sopradetti costumi e consuetudini. In capo
di dette giornate si truova un gran fiume nominato Brius, che disparte la detta
provincia,  nel quale si truova molta quantit d'oro di  paiola,  e  v'  molta
quantit di cannella; e scorre questo fiume fino al mare Oceano.
Or  lasciaremo questo fiume,  perch altro non v' da dire in quello,  e diremo
d'una provincia nominata Caraian.

Delle condizioni della gran provincia di Caraian, e di Iaci, citt principale.
Cap. 39.

Dopo che s' passato il fiume predetto,  s'entra nella provincia detta Caraian,
cos grande e larga che quella  partita in sette regni, ed  verso ponente. Le
genti adorano gli idoli e sono sotto il dominio del gran Can: ma suo figliuolo,
nominato Centemur,   constituito re di detta provincia, il qual  gran ricco e
potente,  e mantiene la sua terra con molta giustizia,  perch egli  ornato di
molta sapienzia e integrit. E partendosi dal sopradetto fiume si cammina verso
ponente per cinque giornate,  e si truova tutt'abitato e castelli assai. Vivono
di bestie e di frutti della terra;  quivi si truovano i  migliori  cavalli  che
naschino  in  quelle  parti.  Hanno  linguaggio da per s,  il quale non si pu
facilmente comprendere.
A capo di cinque giornate si truova la citt maestra, capo del regno,  nominata
Iaci,  ch'  grandissima  e nobile.  Sono in quella molti mercanti e artefici e
molte sorti di genti: sonvi  idolatri  e  cristiani,  nestorini  e  saraceni  e
macometani,  ma  i  principali  sono quelli ch'adorano gl'idoli.  Ed  la terra
fertile in produr riso e  frumento;  ma  quelle  genti  non  mangiano  pane  di
frumento,  perch   malsano,  ma il riso,  del quale ne fanno vino con specie,
ch' chiaro e bianco e molto dilettevole a bere. Spendono per moneta porcellane
bianche,  le quali si truovano  al  mare,  e  ne  pongono  anco  al  collo  per
ornamento:  e  ottanta  porcellane  vagliono un saggio d'argento,  il qual  di
valuta di due grossi veneziani, e otto saggi di buon argento vagliono un saggio
d'oro perfetto.  Hanno ancora pozzi salsi de' quali fanno sale,  il qual  usano
tutti  gli  abitanti:  e  di  questo  sale il re ne conseguisce grand'entrata e
profitto.
Le genti di questa provincia non reputano esserli fatta ingiuria s'uno tocca la
lor moglie carnalmente, pur che sia con volont di quella.  V' ancora un lago,
che  circuisce  circa cento miglia,  nel quale si piglia gran quantit di buoni
pesci d'ogni maniera, e sono pesci molto grandi. In questo paese mangiano carni
crude di galline, montoni,  buoi e buffali,  e in questo modo,  che le tagliano
molto  minutamente,  e le mettono prima in sale,  in un sapore fatto di diverse
sorti di lor specie: e questi sono gentiluomini;  ma li poveri le mettono  cos
minute in salsa d'aglio, e le mangiano come facciam noi le cotte.

Della provincia detta Carazan.
Cap. 40.

Quando  si parte dalla detta citt di Iaci,  e che s' camminato dieci giornate
per ponente,  si truova la provincia di Carazan,  s com' nominata la  maestra
citt del regno.  Adorano gl'idoli, e sono sotto il dominio del gran Can, e suo
figliuolo nominato Cogatin tiene la dignit regale.  Trovasi  in  essa  oro  di
paiola ne' fiumi, e anco oro pi grosso che di paiola, e ne' monti oro di vena;
e  per  la  gran quantit che n'hanno,  danno per sei saggi d'argento un saggio
d'oro.  Quivi ancora si spendono le porcellane delle quali s' detto di  sopra,
le  quali  non  si  truovan  in  questa provincia,  ma sono portate dalle parti
d'India.
Nascono in questi paesi grandissimi serpenti,  quali sono  di  longhezza  dieci
passa e di grossezza spanne dieci. Hanno nella parte dinanzi, appresso il capo,
due  gambe  picciole con tre unghie a modo di leone,  e gli occhi maggiori d'un
pane da quattro denari, tutti lucenti. La bocca  cos grande ch'inghiottirebbe
un uomo; i denti grandi e acuti: e per essere tanto spaventevoli, non  uomo n
animal alcuno ch'approssimandoseli non tremi tutto.  Se ne truovano di  minori,
cio di passa otto,  di sei e cinque longhi,  quali si prendono in questo modo,
conciosiach pel gran caldo stiano di giorno nelle caverne e  di  notte  escono
fuori  a  pascere,  e quante bestie,  o leoni o lupi o altre che si siano,  che
possono toccare, tutte le mangiano, e poi si vanno strascinando verso a' laghi,
fonti o fiumi per bere;  e mentre che vanno a questo modo per l'arena,  per  la
troppa  gravezza  del peso loro appaiono i vestigii cos grandi come s'una gran
trave fosse stata tirata per quell'arena;  e  i  cacciatori,  dove  veggono  il
sentiero  per  il qual sono usati d'andare,  ficcano molti pali sotto terra che
non appareno,  e in quelli mettono alcuni ferri acutissimi ponendoli spessi,  e
copronli  con  l'arena  che  non  si  veggono:  e ne mettono in diversi luoghi,
secondo i sentieri dove pi veggono andar  i  serpenti,  i  quali,  andando  a'
luoghi soliti,  subito si feriscono e muoiono facilmente. E le cornacchie, come
li veggono morti,  cominciano a stridare,  e li cacciatori a' cridi  di  quelle
conoscono  che  sono  morti e gli vanno a truovare e gli scorticano,  cavandoli
immediate il fiele, ch' molto apprezzato ad infinite medicine e fra l'altre al
morso de' cani arrabbiati,  dandolo a bere al peso d'un denaro in  vino;  ed  
cosa presentanea a far partorire una donna quando ell'ha i dolori; e a' carboni
e pustule che nascono sopra la persona, postovene un poco, subito li risolve, e
a molte altre cose.  Vendono ancor le carni di questo serpente molto care,  per
esser pi saporite dell'altre carni,  e ognuno le mangia volentieri.  Oltre  di
ci in detta provincia nascono cavalli grandi,  i quali si conducono in India a
vendere mentre sono giovani,  e a tutti li cavano un osso della coda,  accioch
non possino menarla in qua e l ma rimanghi pendente, perch li par cosa brutta
che 'l cavallo correndo meni la coda in giro.
Quelle  genti  cavalcano  tenendo  le  staffe  longhe,  come  appresso di noi i
Franceschi, e dicesi longhe perch i Tartari e quasi tutte l'altre genti per il
saettare le portano  curte,  percioch  quando  saettano  si  rizzano  sopra  i
cavalli.  Hanno  arme  perfette  di  cuori di buffali,  e hanno lancie,  scudi,
balestre, e intossicano tutte le loro freccie. E mi fu detto per cosa certa che
molte persone,  e massime quelli che vogliono  far  qualche  male,  portano  di
continuo il tossico con loro,  acci,  se per qualche caso fortuito per qualche
mancamento fossero presi,  e li volessero poner  al  tormento,  pi  tosto  che
patirlo  si  pongono  subito  del  tossico  in  bocca  e  l'inghiottono,  acci
prestamente muoiano.  Ma li signori,  che sanno  questa  usanza,  hanno  sempre
apparecchiato  sterco di cane: li fanno di subito inghiottire per farli vomitar
il tossico, e cos hanno trovato il rimedio contra la malizia di quei tristi.
Le dette genti,  avanti  che  fossero  soggiogate  al  dominio  del  gran  Can,
osservavano  una  brutta  e  scelerata consuetudine,  che s'alcun uomo nobile e
bello, che paresse di grande e bella apparenza e valoroso, veniva ad alloggiare
in casa loro,  era ammazzato la notte,  non per torli i denari,  ma  acci  che
l'anima sua,  con la grazia del valor suo e la prosperit del senso,  rimanesse
in quella casa,  e per il stanziar di quell'anima tutte le cose li succedessero
con  felicit: e ognun si riputava beato d'aver l'anima di qualche nobile,  e a
questo modo si facevano morire molti uomini. Ma,  dopo che il gran Can cominci
a signoreggiare, li lev via quella maledetta consuetudine, di modo che, per le
gran punizioni che sono state fatte, pi non s'osserva.

Della provincia di Cardandan e citt di Vociam.
Cap. 41

Partendosi dalla citt di Carazan,  poi che s' camminato cinque giornate verso
ponente, si truova la provincia di Cardandan, la qual  sottoposta al gran Can,
e la principal citt  detta Vociam. La moneta che quivi spendono  oro a peso,
e anco porcellane,  e danno un'oncia d'oro per cinque  oncie  d'argento,  e  un
saggio  d'oro  per  cinque  saggi  di argento,  perch in quella regione non si
truova minera alcuna d'argento, ma oro assai, e i mercanti vi portano d'altrove
l'argento e ne fanno gran guadagni.  Gli uomini e le donne di questa  provincia
usano  di  portare  li  denti  coperti d'una sottil lametta d'oro,  fatta molto
maestrevolmente a similitudine di denti, che li coprono,  e vi sta di continuo.
Gli  uomini  si  fanno  ancora  atorno le braccia e le gambe a modo d'una lista
overo cinta,  con punti neri,  designata in questo modo: hanno cinque  agucchie
tutte  legate insieme,  e con quelle si pungono talmente la carne che n'esce il
sangue, e poi vi mettono sopra una tintura nera, che mai pi si pu cancellare;
e reputano per cosa nobile e bella aver questa tal lista di punti neri.  E  non
attendono  ad  altro  se non a cavalcare e andare alla caccia e uccellare,  e a
cose che s'appartengono all'armi ed esercizii di guerra,  e di tutti gli  altri
officii appartenenti al governo di casa lasciano la cura alle loro donne. Hanno
servi comprati,  e anco che hanno presi in guerra,  ch'aiutano le loro donne in
simil bisogno.
Hanno un'usanza,  che subito ch'una donna ha partorito si  leva  del  letto,  e
lavato il fanciullo e ravolto ne' panni,  il marito si mette a giacere in letto
in sua vece e tiene il figliuolo appresso di s,  avendo la cura di quello  per
quaranta giorni,  che non si parte mai. E gli amici e parenti vanno a visitarlo
per rallegrarlo e consolarlo,  e le donne che sono  da  parto  fanno  quel  che
bisogna per casa, portando da mangiare e bere al marito ch' nel letto, e dando
il  latte  al fanciullo che gli  appresso.  Dette genti mangiano carni crude e
cotte, come s' detto di sopra, e il loro cibo  risi con carne; il loro vino 
fatto di risi con molte specie mescolatevi, ed  buono.
In questa provincia non vi sono idoli n tempii,  ma adorano il pi vecchio  di
casa,  perch  dicono:  "Siamo  usciti  di  costui,  e tutt'il bene che abbiamo
procede e viene da lui".  Non hanno  lettere  n  scrittura  alcuna,  e  non  
maraviglia  alcuna,  per  che  quel paese  molto salvatico,  e fra montagne e
selve foltissime,  e l'aere nella state  v'  molto  tristo  e  cattivo;  e  li
forestieri e mercanti non vi possono stare,  perch moririano. E s'hanno da far
qualche faccenda un con l'altro,  e vogliono far le lor obligazioni overo carte
di  quello  che  deono  dare e avere,  il principal piglia un legno quadro e lo
sfende per mezo, e segnano sopra quello quanto hanno da fare insieme, e ciascun
tiene una delle parti del bastone,  come facciamo noi a modo nostro in tessera;
e  quando    venuto  il  termine,  e il debitor aver pagato,  il creditore li
restituisce la sua parte del legno: e cos restano contenti e sodisfatti.
N in questa provincia n in Caind e Vociam e Iaci  si  truovano  medici,  ma,
come  si ammala qualche grand'uomo,  le sue genti di casa fanno venir li maghi,
ch'adorano gli idoli, alli quali l'infermo narra la sua malattia.  Allora detti
maghi fanno venir sonatori con diversi instrumenti, e ballano e cantano canzoni
in onore e laude de' loro idoli,  e continuano questo tanto ballare,  cantare e
sonare che 'l demonio entra in alcun di loro,  e allora non si  balla  pi.  Li
maghi domandano a questo indemoniato per che cagione colui sia ammalato,  e ci
che si dee fare per liberarlo.  Il demonio risponde,  per bocca  di  colui  nel
corpo del qual egli  entrato,  quell'essere ammalato per aver fatta offensione
a tal dio. Allora li maghi pregano quel dio che li perdoni, che guarito che sia
li far sacrificio del proprio sangue: ma se 'l demonio vede che  quell'infermo
non  possa  scampare,  dice  che  l'ha  offeso  cos  gravemente  che  per niun
sacrificio si potria placare;  ma se giudica che 'l debbia guarire,  dice ch'ei
facci sacrificio di tanti montoni ch'abbino i capi neri, e che faccino ragunare
tanti maghi con le loro donne,  e che per le mani loro sia fatto il sacrificio,
e che a questo modo il dio si placher verso l'infermo.  Allora i parenti fanno
tutto  ci  che gli  stato imposto,  ammazzando li montoni e gettando verso il
cielo il sangue di quelli,  e i maghi  con  le  loro  donne  maghe  fanno  gran
luminarie e incensano tutta la casa dell'infermo,  facendo fumo di legni d'aloe
e gettando in aere l'acqua nella qual sono state cotte  le  carni  sacrificate,
insieme con parte delle bevande fatte con specie,  e ridono, cantano e saltano,
in  riverenza   di   quell'idolo   overo   dio.   Dopo   questo   domandano   a
quell'indemoniato  se  per  tal  sacrificio    satisfatto all'idolo,  e s'egli
comanda che si faccia altro; e quando risponde essere satisfatto,  allora detti
maghi  e maghe,  che di continuo hanno cantato,  sentano a tavola e mangiano la
carne sacrificata con grand'allegrezza,  e bevono di quelle  bevande  che  sono
state  offerte.  Compiuto  il  desinare e avuto il loro pagamento,  ritornano a
casa, e se per providenzia d'Iddio guarisce l'infermo,  dicono che l'ha guarito
quell'idolo al quale  stato fatt'il sacrificio;  ma s'ei muore,  dicono che 'l
sacrificio  stato defraudato,  cio che quelli che hanno preparate le  vivande
l'hanno  gustate  prima  che  sia  stata data la sua parte all'idolo.  E queste
ceremonie non si fanno per qualunque infermo,  ma una o due volte al  mese  per
qualche  grand'uomo ricco,  la qual cosa ancora s'osserva in tutta la provincia
del Cataio e di Mangi e quasi da tutti gl'idolatri,  perch non hanno copia  di
medici:  e  in  questo  modo li demonii scherniscono la cecit di quelle misere
genti.

Come il gran Can soggiog il regno di Mien e di Bangala.
Cap. 42.

Prima che procediamo pi oltre,  narreremo una memorabile battaglia che fu  nel
sopradetto regno di Vociam.  Avvenne che nel 1272 il gran Can mand un esercito
nel regno di Vociam e Carazan,  per custodirlo e defenderlo da genti strane che
lo volessero offendere, imperoch fino a quel tempo il gran Can ancora non avea
mandato  alcuno  de'  suoi  figliuoli  al governo de' suoi reami,  come dopo vi
mand,  perch sopra questo regno ordin in re Centemur suo  figliuolo.  Il  re
veramente  di  Mien  e  Bangala  dell'India,  ch'era potente di genti,  terre e
tesoro,  udendo che l'esercito de' Tartari era venuto  a  Vociam,  deliber  di
volerlo combattere e scacciare,  accioch pi il gran Can non ardisse di mandar
genti a' suoi confini.  Per prepar un esercito grandissimo e gran moltitudine
d'elefanti  (perch  di  continuo ne teneva infiniti ne' suoi regni),  sopra li
quali fece far alcune baltresche e castelli di legno,  dove  stavano  uomini  a
saettare  e  combattere:  e  in  alcuni  ve  n'erano  da  dodici  e  sedici che
commodamente potevano combattere.  E oltre di questi messe insieme gran  numero
di  cavalli  armati  e  fanti  a piedi,  e prese il cammino verso Vociam,  dove
l'esercito del gran Can s'era fermato,  e quivi s'accamp con tutto l'oste  per
riposarlo alquanti giorni.
Quando Nestardin,  ch'era capitano dell'esercito del gran Can,  uomo prudente e
valoroso,  intese la venuta dell'oste del re di Mien e Bangala con tanto numero
di  genti,  temette molto,  perch non aveva seco pi di dodicimila uomini,  ma
esercitati e franchi combattitori,  e il detto re  n'avea  sessantamila,  e  da
circa mille elefanti tutti armati,  con castelli sopra.  Costui,  come savio ed
esperto, non mostr paura alcuna, ma discese nel piano di Vociam e si pose alle
spalle un bosco folto e forte d'altissimi  arbori,  con  opinione  che  se  gli
elefanti  venissero  con  tanta  furia  che  non  se  li potesse resistere,  di
ritirarsi nel bosco e saettarli al sicuro.  Per,  chiamati a s li  principali
dell'esercito,  li  confort  che  non volessero esser di minor virt di quello
ch'erano stati per avanti,  e che la vittoria non consisteva nella  moltitudine
ma nella virt di valorosi ed esperti cavalieri,  e che le genti del re di Mien
e Bangala erano inesperte e non pratiche della guerra,  nella qual non s'aveano
trovato,  come  aveano  fatto loro,  tante volte: e per non volessero dubitare
della moltitudine de' nemici,  ma sperar nella  perizia  sua  esperimentata  in
tante imprese,  che gi il nome loro era non solamente a' nemici, ma a tutto il
mondo pauroso e tremendo, promettendoli ferma e indubitata vittoria.
Saputo il re di Mien che l'oste de' Tartari era disceso  al  piano,  subito  si
mosse e venne ad accamparsi vicino a quel de' Tartari un miglio, e messe le sue
schiere  ad ordine,  ponendo nella prima fronte gli elefanti e dopo di dietro i
cavalli e i fanti,  ma lontani come in due ali,  lasciandovi un gran spazio  in
mezo.   E  quivi  cominci  ad  inanimare  i  suoi,   dicendoli  che  volessero
valorosamente  combattere,  perch'erano  certi  della  vittoria,  essendo  loro
quattro  per uno,  e avendo tanti elefanti con tanti castelli che li nemici non
averiano  ardire  d'aspettarli,   non  avendo  mai  con  tal  sorte   d'animali
combattuto.  E  fatti  sonare infiniti strumenti,  si mosse con gran vigore con
tutto l'oste suo verso quello de' Tartari,  i quali stettero  fermi  e  non  si
mossero,  ma  li  lasciarono  venir vicini al suo alloggiamento;  poi immediate
uscirono con grand'animo all'incontro.  E,  non mancando altro che l'azzuffarsi
insieme,  avvenne che i cavalli de' Tartari, vedendo gli elefanti cos grandi e
con que' castelli,  si spaurirono di maniera che cominciavano a voler fuggire e
voltarsi  adietro,  n v'era modo che li potessero ritenere,  e il re con tutto
l'esercito s'avvicinava ognora pi innanti.  Onde il prudente capitano,  veduto
questo  disordine  sopravenutoli  all'improviso,  senza  perdersi  punto  prese
partito di far immediate smontar tutti dai cavalli, e quelli mettere nel bosco,
ligandogli  agli  arbori.   Smontati  adunque  andorno  a  piedi  alla  schiera
d'elefanti  e  cominciorno  fortemente a saettarli;  e quelli ch'erano sopra li
castelli,  con tutte le genti del re,  ancor loro con grand'animo saettavano li
Tartari,  ma  le  loro  freccie  non  impiagavano cos gravemente come facevano
quelle de' Tartari, ch'erano da maggior forza tirate. E fu tanta la moltitudine
delle saette in questo principio,  e tutte al segno degli elefanti (che cos fu
ordinato dal capitano),  che restorno da ogni canto del corpo feriti,  e subito
cominciorno a fuggire e  a  voltarsi  adietro  verso  le  genti  loro  proprie,
mettendole  in  disordine.  N  vi  valeva forza o modo alcuno di quelli che li
governavano,  che,  per il dolore e rabbia delle ferite e per il  tuono  grande
delle  voci,  erano  talmente impauriti che senza ritegno o governo andavano or
qua or l vagabondi,  e alla fine con gran furia e spavento si cacciorno in una
parte del bosco dove non erano li Tartari;  e quivi entrando per forza,  per la
foltezza e grossezza degli arbori,  fracassavano  con  grandissimo  strepito  e
rumore li castelli e baltresche che avevano sopra,  con ruina e morte di quelli
che v'erano dentro.
Alli Tartari, veduta la fuga di questi animali, crebbe l'animo, e senza dimorar
punto a parte a parte con grand'ordine e magisterio andavano montando a cavallo
e ritornavano alle  loro  schiere,  dove  cominciorno  una  crudele  e  orrenda
battaglia.  N le genti del re manco valorosamente combattevano, perch egli in
persona  le  andava  confortando,   dicendoli  che  stessero  saldi  e  non  si
sbigottissero  per  il  caso intravenuto agli elefanti.  Ma li Tartari,  per la
perizia del saettare,  li caricavano grandemente addosso e offendevano fuor  di
misura,  perch  non  erano  armati  come li Tartari.  E poi che l'un e l'altro
esercito ebbero consumate le saette,  posero man alle spade e mazze  di  ferro,
facendo  empito  un  contra  l'altro:  dove si vedeva in un instante tagliare e
troncar piedi,  mani,  teste,  e dare e ricever grandissimi  colpi  e  crudeli,
cadendo  in  terra  molti feriti e morti,  con tanta uccisione e spargimento di
sangue ch'era cosa spaventevole e orribile a vedere; ed era tanto lo strepito e
grido grande che le voci andavano sin al cielo.
Il re veramente di Mien, come valoroso capitano, arditamente in ogni parte dove
vedeva il pericolo maggiore si metteva,  inanimando  e  pregando  che  stessero
fermi  e  constanti,  e  faceva  che  le  schiere di dietro,  ch'erano fresche,
venissero inanti a soccorrere quelle ch'eran stracche. Ma,  vedendo che non era
possibile  da  fermarsi  n  sostener l'empito de' Tartari,  essendo la maggior
parte del suo esercito o ferita o morta,  e tutto il campo pieno  di  sangue  e
coperto di cavalli e uomini uccisi,  e che cominciavano a voltar le spalle,  si
mise anch'egli a fuggire col resto delle sue genti,  le  quali,  seguitate  da'
Tartari, furono per la maggior parte uccise.
Questa  battaglia  fu  molto  crudele  da una banda e dall'altra,  e dur dalla
mattina fino a mezogiorno: e li Tartari ebbero  la  vittoria,  e  la  causa  fu
perch il re di Bangala e Mien non aveva il suo esercito armato come quello de'
Tartari,  e  similmente  non erano armati gli elefanti che venivano nella prima
fila, che averiano potuto sostenere il primo saettamento de' nimici, e andargli
addosso e disordinarli. Ma,  quello che pi importa,  detto re non doveva andar
ad assaltar li Tartari in quell'alloggiamento ch'aveva il bosco alle spalle, ma
aspettarli  in  campagna larga,  dove non averiano potuto sostener l'empito de'
primi elefanti armati,  e poi con le due ale di  cavalli  e  fanti  gli  averia
circondati e messi di mezo.
Raccoltisi  i  Tartari dopo l'uccisione de' nemici,  andorno verso il bosco nel
quale erano gli elefanti per pigliargli,  e trovorno che quelle genti  ch'erano
campate  tagliavano arbori e sbarravano le strade per difendersi.  Ma i Tartari
immediate, rotti i loro ripari,  ne uccisero molti e fecero prigioni,  col mezo
di  quelli  che  sapevano il maneggiar di detti elefanti,  e n'ebbero dugento e
pi. E dal tempo della presente battaglia in qua, il gran Can ha voluto aver di
continuo elefanti ne' suoi eserciti, che prima non ve n'aveva.  Questa giornata
fu causa che 'l gran Can acquist tutte le terre del re di Bangala e Mien, e le
sottomise al suo imperio.

Di una regione salvatica e della provincia di Mien.
Cap. 43.

Partendosi  dalla  detta  provincia  di  Cardandan,  si  truova una grandissima
discesa,  per la quale si discende continuamente due giornate e meza e  non  si
truova  abitazione n altro,  se non una pianura ampla e spaziosa,  nella quale
tre giorni di ciascuna settimana si raguna molta gente al mercato, perch molti
descendono da' monti di quelle regioni e portan oro per cambiarlo con  argento,
qual li mercanti da longhi paesi arrecano per questo effetto, e danno un saggio
d'oro  per  cinque  d'argento.  E non  permesso che gli abitanti portino l'oro
fuori del paese,  ma vogliono che vi  venghino  li  mercanti  con  l'argento  a
pigliarlo,  portando le mercanzie che faccino per li loro bisogni, perch niuno
potrebbe andar alle loro abitazioni se non quelli della contrada, per essere in
luoghi ardui,  forti e inaccessibili: e per fanno questi mercati  nella  detta
pianura,  la qual passata si truova la citt di Mien, andando verso mezod, ne'
confini dell'India; e si camina quindici giornate per luoghi molto disabitati e
per boschi,  ne' quali si truovano molti elefanti,  alicorni  e  altri  animali
salvatichi, n vi sono uomini n abitazione alcuna.

Della citt di Mien e d'un bellissimo sepolcro del re di quella.
Cap. 44.

Dopo le dette quindici giornate, si truova la citt di Mien, la qual  grande e
nobile e capo del regno, e sottoposta al gran Can; gli abitatori sono idolatri,
e hanno lingua propria. Fu in questa citt (come si dice) un re molto potente e
ricco,  qual  venendo  a  morte ordin che appresso la sua sepoltura vi fossero
fabricate due torri a modo di piramidi,  una da un capo e  l'altra  dall'altro,
tutte di marmo,  alte dieci passa e grosse secondo la convenienzia dell'altezza
e di sopra v'era una balla ritonda.  Queste torri,  una era coperta tutta d'una
lama  d'oro  grossa un dito,  che altro non si vedeva che oro,  e l'altra d'una
lama d'argento della medesima grossezza, e aveano congegnate campanelle d'oro e
d'argento atorno la balla,  che ogni fiata che soffiava il vento sonavano,  che
era  cosa molto stupenda a vedere;  e similmente la sepoltura era coperta parte
di lame d'oro e parte d'argento: e questo fece far detto re per onor dell'anima
sua, acci che la memoria sua non perisse.
Or,  avendo il gran Can deliberato d'aver quella citt,  vi mand  un  valoroso
capitano,  e  la maggior parte dell'esercito volse ch'andassero giocolari overo
buffoni della corte sua,  che ne sono di continuo in gran numero.  Or,  entrati
nella  citt  e  trovate  le  due  torri tanto ricche e adorne,  non le volsero
toccare senza saputa del gran Can, qual,  inteso che ebbe che erano state fatte
per  quella  memoria  dell'anima  sua,   non  permesse  che  le  toccassero  n
guastassero, per esser questo costume di Tartari,  che reputano gran peccato il
movere alcuna cosa pertinente a' morti.  Quivi si truovano molti elefanti, buoi
salvatichi  grandi  e  belli,  cervi  e  daini,   e  ogni  sorte  d'animali  in
grand'abondanza.

Della provincia di Bangala.
Cap. 45.

La  provincia di Bangala  posta ne' confini dell'India verso mezod,  la qual,
al tempo che messer Marco Polo stava alla corte,  il gran Can la sottomesse  al
suo  imperio:  e stette l'oste suo gran tempo all'assedio di quella,  per esser
potente il paese e il re,  come di sopra si ha inteso.  Ha lingua  da  per  s;
quelle genti adorano gl'idoli, e hanno maestri che tengono scole e insegnano le
idolatrie  e incanti,  e questa dottrina  molto universale a tutti i signori e
baroni di quella regione.  Hanno buoi di grandezza quasi come elefanti,  ma non
sono cos grossi.  Vivono di carne, latte e risi, de' quali ne hanno abondanza;
il paese produce assai bambagio,  e fanno molte mercanzie.  Quivi  nasce  molto
spigo,  galanga,  zenzero, zucchero e di molte altre speciarie, e molti Indiani
vengono a comprar di quelle,  e anco di eunuchi schiavi,  che ne hanno in  gran
quantit,  perch  quanti  in  guerra  si prendono per quelle genti subito sono
castrati, e tutti i signori e baroni ne vogliono di continuo aver alla custodia
delle lor donne: e perci i mercanti gli vengono  a  comprar,  per  portarli  a
vendere  in  diverse  regioni  con grandissimo guadagno.  Dura questa provincia
trenta giornate,  in capo delle quali,  andando verso levante,  si  truova  una
provincia detta Cangig.

Della provincia di Cangig.
Cap. 46.

Cangig  una provincia verso levante, la qual ha un re, e quelle genti adorano
gl'idoli  e  hanno  lingua da s,  e si diedero al gran Can e ogn'anno li danno
tributo.  Il re di questa provincia  molto lussurioso,  e  ha  forse  trecento
mogli, e ove sa che vi sia qualche bella donna, subito la fa venire e la piglia
per moglie. Si truova oro in grandissima quantit e anco molte sorti di specie,
ma  per  esser  fra terra e molto discosto dal mare v' poca vendita di quelle;
sonvi molti elefanti e altre sorti di bestie.  Vivono di carne,  risi e  latte;
non  hanno vino d'uve,  ma lo fanno di riso con molte specie mescolate.  Quelle
genti,  cos uomini come donne,  hanno tutto il corpo dipinto di diverse  sorti
d'animali e uccelli,  perch vi sono maestri che non fanno altr'arte se non con
un'agucchia di designarle, o sopra il volto, mani, gambe e ventre, e vi mettono
color negro,  che mai per acqua over altro pu levarsi  via:  e  quella  femina
overo uomo che n'ha pi di dette figure  riputato pi bello.

Della provincia di Am.
Cap.47.

Am   una provincia verso levante,  la qual  sotto il gran Can,  le cui genti
adorano gli idoli, e vivono di bestie e frutti della terra. Hanno lingua da per
s, e vi sono molti cavalli e buoni,  che vendono a' mercanti e li conducono in
India;  hanno buffoli e buoi in gran quantit,  per esservi grandissimi e buoni
pascoli. Gli uomini e le donne portano alle mani e alle braccia manigli d'oro e
d'argento, e similmente intorno alle gambe, ma quelli che portano le donne sono
di maggior valuta.  E sappiate che da questa provincia di Am fino a quella  di
Cangig vi sono venticinque giornate.
Or diremo d'un'altra provincia detta Tholoman, la qual  discosto da queste ben
otto giornate.

Di Tholoman.
Cap. 48.

Tholoman   una provincia verso levante,  le cui genti adorano gl'idoli.  Hanno
linguaggio da per s; sono sottoposti al gran Can. Questi abitanti sono belli e
grandi, e pi presto bruni che bianchi. Sono uomini giusti e valenti nell'arme,
e molte citt e castella sono in questa provincia sopra grandi  e  alti  monti.
Abbruciano  i  corpi  de' loro morti,  e l'ossa che non s'abbruciano mettono in
cassette di legname e le portan alle montagne, e le mettono in alcune caverne e
dirupi,  acci ch'animal alcuno non le possa andar a toccare.  Quivi si  truova
oro in grand'abondanza, e si spendono porcellane che vengono d'India per moneta
picciola,  e cos spendono le due provincie sopradette di Cangig e Am. Vivono
di carne e risi e bevono vino di risi, com' detto di sopra.

Delle citt di Cintigui, Sidinfu, Gingui, Pazanfu.
Cap. 49.

Partendosi della provincia di Tholoman  e  andando  verso  levante,  si  camina
dodici giornate sopra un fiume, atorno il quale vi sono molte citt e castella,
le  qual  finite  si  truova  la  bella e gran citt di Cintigui,  le cui genti
adorano gl'idoli e sono sotto il dominio del gran Can.  Vivono di  mercanzie  e
arti;  fanno drappi di scorzi d'alcune sorti d'arbori,  che sono molto belli, e
gli vestono nel tempo dell'estate,  cos uomini come  donne.  Gli  uomini  sono
valenti nell'armi; non hanno altra sorte di moneta se non quella di carta della
stampa del gran Can.
In  questa  provincia  v'  tanta  quantit di leoni che niun ardisce dormir la
notte fuor della citt per timor de' detti leoni,  e quelli  che  navigano  pel
fiume non si metteriano a dormire con loro navilii appresso le ripe,  perch si
sono trovati i leoni gettarsi all'acqua e nuotar alli navilii e tirar per forza
fuori gli uomini; ma sorgeno nel mezo del fiume, ch' molto largo,  e cos sono
sicuri. Si ritruovan ancora in detta provincia i maggiori e pi feroci cani che
si  possano  dire,  e  sono  di  tant'animo e possanza che un uomo con due cani
ammazza un leone, perch andando per camino con due de' detti cani,  con l'arco
e le saette, va sicuramente, e, se si truova il leone, li cani arditi gli vanno
addosso,  essendo  incitati  dall'uomo.  E  la  natura  del  leone  di cercare
qualch'arbore per appoggio, acci che i cani non li possan andar da dietro,  ma
che tutti due li stiano in faccia;  e per, veduti i cani e conoscendoli, se ne
va passo passo n per alcun modo correria,  per non voler parere ch'egli  abbia
paura,  tanta  la sua superbia e altezza d'animo. E in questo andar di passo i
cani lo vanno mordendo e l'uomo saettando,  e ancor che  'l  leone,  sentendosi
mordere  da'  cani,  si  volti  verso  loro,  sono  per tanto presti che sanno
ritrarsi,  e il leone torna alla via sua passeggiando,  per  modo  che,  avanti
ch'egli  abbia  trovato  appoggio,  con  le saette  tanto ferito e morsicato e
sparto il sangue che indebolito cade: e a questo modo con i  cani  prendono  il
leone.
Fanno  molta  seta,  della  quale,  portandosene fuor del paese,  si fa di gran
mercanzie, per via di questo fiume, qual si naviga per dodici giornate,  sempre
trovando  citt  e castella.  Adorano gl'idoli e sono sotto il dominio del gran
Can;  la sua moneta  di carta,  e il loro  vivere  e  mantenersi  consiste  in
mercanzie; sono valenti nell'arme.
E  in  capo  delle  dodici giornate si truova la citt di Sidinfu,  della quale
abbiamo trattato di sopra, e da Sidinfu per venti giornate si truova Gingui,  e
da  Gingui per altre quattro giornate si truova la citt di Pazanfu,  la qual 
verso mezod,  ed  della provincia del Cataio,  ritornando per  l'altra  parte
della  provincia,  le  cui  genti  adorano  gl'idoli e fanno abbruciare i corpi
quando muoiono.  Vi sono ancor certi cristiani,  che hanno una chiesa,  e  sono
sotto  il  dominio  del  gran  Can,  e  spendono le monete di carta.  Vivono di
mercanzie e arti,  e hanno seta in abondanza,  e fanno panni d'oro e di seta  e
veli  sottilissimi.  Ha  questa  citt molte citt e castella sotto di s;  per
quella passa un gran fiume,  per il quale si porta gran mercanzie alla citt di
Cambal,  perch  con  molti  alvei  e  fosse lo fanno scorrere fino alla detta
citt.
Ma al presente partiremo di qui, e per tre giornate procedendo trattaremo d'una
citt detta Ciangl.

Della citt di Ciangl.
Cap. 50.

Ciangl  una gran citt verso mezod,  della provincia del Cataio,  subdita al
gran  Can,  le  cui  genti  adorano  gl'idoli e fanno abbruciare i corpi morti;
spendono le monete di carta del gran Can.  In questa citt  e  distretto  fanno
grandissima  quantit  di  sale,  in  questo  modo:  hanno  una  sorte di terra
salmastra,  della quale ne fanno gran monti e  gettanli  sopra  dell'acqua,  la
quale,  ricevuta  la  salsedine  per  virt della terra,  discorre di sotto,  e
raccolgonla per condotti,  e dopo la mettono in padelle spaziose e larghe,  non
alte pi di quattro dita, facendola bollire molto bene; e poi ch'ell'ha bollito
quanto li pare, congela in sale, ed  bello e bianco, e si porta fuori in molti
paesi,  e  quelle  genti  ne  fanno  gran  guadagno,  e  il  gran Can ne riceve
grand'entrata e utilit.  Nascono in questa contrata  persiche  molto  buone  e
saporite, e di tanta grandezza che pesano due libre l'una alla sottile.
Or, lasciando questa citt, diremo d'un'altra detta Ciangli.

Della citt di Ciangli.
Cap. 51.

Ciangli  una citt nel Cataio verso mezod, subdita al gran Can: sono idolatri
e hanno la moneta di carta;  ed  discosta da Ciangl per cinque giornate,  nel
camino delle quali si truovano molte citt e castella soggette al gran  Can,  e
sono molto mercantesche,  delle quali il gran Can ne conseguisce grand'entrata.
Passa per mezo della citt di Ciangli un largo e profondo fiume,  per il  quale
portano molte mercanzie di seta, specie e molte altre cose di grande valuta.

Or lasciaremo Ciangli, e narraremo d'un'altra citt detta Tudinfu.

Della citt di Tudinfu.
Cap. 52.

Quanto si parte da Ciangli, caminando verso mezod sei giornate, di continuo si
truovano  citt  e  castella  di  gran  valore  e  nobilt;  e le genti adorano
gl'idoli, abbruciano i loro corpi, sono soggetti al gran Can,  e le loro monete
sono di carta;  vivono di mercanzie e arti e hanno abondanza di vettovaglie.  E
in capo di dette sei giornate si truova una citt,  qual fu gi un regno nobile
e  grande,  detto  Tudinfu: ma il gran Can la soggiog al suo dominio per forza
d'armi.  Ed  molto dilettevole per  li  giardini  che  vi  sono  intorno,  che
producono belli e buoni frutti. Fanno seta in grand'abondanza.
Ha sotto la sua iurisdizione undici citt imperiali,  cio nobili e grandi, per
esser citt di gran traffichi di mercanzie e di gran copia di  seta,  e  soleva
avere re,  avanti ch'ella fosse sottoposta al gran Can,  qual nel 1272 mand al
governo della citt e a guardia del paese  un  suo  barone  nominato  Lucansor,
capitano  d'ottantamila  cavalli.  Costui,  vedendosi con tanta gente e in cos
ricco e abondante paese, insuperbito, deliber di ribellarsi al suo signore,  e
parlato  ch'ebbe  con  li  primi della detta citt,  li persuase ad assentire a
questo suo mal volere, e col mezzo di detti fece ribellare tutti i popoli delle
citt e castella sottoposte a quella provincia.  Il gran Can,  inteso che  ebbe
questo  tradimento,  mand  subito  due suoi baroni,  de' quali un era chiamato
Angul, l'altro Mongatai, con centomila persone. Lucansor, inteso ch'ebbe questo
esercito che gli veniva contra,  si sforz di ragunare non minor  numero  delle
genti  de'  sopradetti,  e  quanto  pi presto fu possibile venne alle mani con
loro.  E con grande uccisione dell'una parte e  l'altra,  fu  finalmente  morto
Lucansor,   la  qual  cosa  veduta  dall'oste  suo,  si  misero  a  fuggire.  E
seguitandoli i Tartari, molti ne furono morti e molti presi,  quali menati alla
presenza  del  gran Can,  tutti i principali fece morire;  a li altri perdon e
tolsegli alli servizii suoi, e sempre li furono fedeli.

Della citt di Singuimatu.
Cap. 53.

Da Tudinfu caminando sette giornate verso mezod,  si  trovan  sempre  citt  e
castelli nobili e grandi, di molte mercanzie e arti; sono idolatri e sottoposti
al  gran  Can,  e  hanno diverse cacciagioni di bestie e uccelli e abondanza di
tutte le cose.  E in capo di sette giornate si trova la  citt  di  Singuimatu,
dentro  della quale,  dalla banda di mezod,  passa un fiume grande e profondo,
qual dagli abitanti  stato diviso in due parti,  una delle quali,  che  scorre
alla volta di levante,  tende verso il Cataio, e l'altra, che va verso ponente,
alla provincia di Mangi.  In questo fiume vi navigano tanto numero  di  navilii
ch'   quasi  incredibile,   e  si  portano  da  queste  due  provincie,   cio
dall'un'all'altra, tutte le cose necessarie,  onde  cosa maravigliosa a vedere
la moltitudine di navilii e la grandezza di quelli,  che continuamente navigano
carichi di tutte le mercanzie di grandissima valuta.
Or  partendosi  da  Singuimatu  e  andando  verso   mezod   sedici   giornate,
continuamente si truovano citt e castella, nelle qual vi sono gran mercanti: e
tutte le genti di queste contrade sono idolatri, sottoposti al gran Can.

Del gran fiume detto Caramoran, e delle citt di Coiganzu e Quanzu.
Cap. 54.

Compiute le dette sedici giornate,  si truova di nuovo il gran fiume Caramoran,
che discorre dalle terre del re Umcan,  nominato di sopra il  Prete  Gianni  di
tramontana,  qual    molto profondo che vi pu andare liberamente navi grandi,
con tutti i suoi carichi.  Si pigliano in quello molti pesci grandi e  in  gran
copia.  In questo fiume,  appresso il mare Oceano una giornata,  si truovano da
quindicimila navilii,  che portano ciascuno di loro quindici  cavalli  e  venti
uomini,  oltre la vettovaglia e li marinari che li governano: e questi tiene il
gran Can,  accioch li siano apparecchiati per portar  un  esercito  ad  alcuna
delle  isole che sono nel mare Oceano quando si ribellassero,  overo in qualche
region remota e lontana.  E dove detti navilii si servan,  appresso la ripa del
fiume,  v' una citt detta Coiganzu,  e dall'altra banda a riscontro di questa
ve n' un'altra detta Quanzu: ma una  grande e l'altra picciola. Passato detto
fiume s'entra nella nobilissima provincia di Mangi.
E non crediate che abbiamo trattato  per  ordine  di  tutta  la  provincia  del
Cataio,  anzi non ho detto la ventesima parte,  per che messer Marco, passando
per la detta provincia,  non ha descritto se non quelle citt  che  ha  trovato
sopra  il  camino,  lasciando quelle che sono per i lati e per il mezo,  perch
saria stato cosa troppo longa e  rincrescevole.  Per,  lasciando  il  dire  di
questo,  comincieremo  a  trattare prima dell'acquisto fatto della provincia di
Mangi e sue citt,  la cui magnificenza e ricchezza  mostrerassi  nel  seguente
parlare.

Della nobilissima provincia di Mangi, e come il gran Can la soggiog.
Cap. 55.

La  provincia  di  Mangi    la pi nobile e pi ricca che si truova in tutt'il
Levante.  E nel 1269 v'era un signore detto Fanfur,  il pi ricco e pi potente
principe  che  si  sapesse  essere  stato  gi centenara d'anni,  ma era signor
pacifico e uomo che faceva grandi elemosine, n credeva che signor del mondo li
potesse nuocere,  per l'amore che li portavano i popoli e per la  fortezza  del
paese,  circondato  da  grandissimi  fiumi:  dal  che processe che 'l detto non
s'esercit nelle armi, n manco volse che li suoi popoli vi s'esercitassero. Le
citt del suo regno erano fortissime,  perch ciascuna avea intorno  una  fossa
profonda e larga quanto poteva tirare un arco, piena d'acqua, n teneva cavalli
a suo soldo, non avendo paura di alcuno. N ad altro era rivolto l'animo del re
e  tutti  i  suoi  pensieri,  se  non  a darsi buon tempo e star di continuo in
piaceri: avea nella sua  corte  e  a'  suoi  servizii  circa  mille  bellissime
giovani,  con  le  quali  si  vivea  in  grandissime  delizie.  Amava la pace e
manteneva la giustizia severamente,  e non voleva che ad alcuno fosse fatto  un
minimo  torto,  n  che  alcuno offendesse il prossimo,  perch il re li faceva
punire senz'alcun riguardo.  Ed era tanta la  fama  della  sua  giustizia,  che
alcune  fiate  le  persone  si  domenticavano  le loro botteghe aperte piene di
mercanzie, e nondimeno non v'era alcuno che ardisse d'intrarli dentro o levarli
alcuna cosa.  Tutti i viandanti di giorno e di notte potevano andare  liberi  e
sicuramente  per  tutto  il  regno,   senza  paura  d'alcuno.   Era  pietoso  e
misericordioso verso poveri e bisognosi: ogni anno faceva raccogliere ventimila
bambini che dalle madri povere erano esposti,  per non poterli far le spese,  e
questi  fanciulli faceva allevare,  e come erano grandi li faceva mettere a far
qualche arte,  overo li maritava con le fanciulle  che  similmente  avea  fatto
allevare.
Or Cublai Can signor de' Tartari di contraria natura era del re Fanfur,  perch
di niuna altra cosa si dilettava che di guerre e conquistar paesi e farsi  gran
signore.  Costui,  dopo  grandissimi  conquisti  di  molte  provincie  e regni,
deliber di conquistar la provincia di Mangi e,  messo insieme gran  sforzo  di
genti da cavallo e da piedi,  s che era un potente esercito,  vi fece capitano
uno nominato Chinsambaian,  che vuol dire in lingua nostra Cento Occhi e quello
con le genti mand con molte navi nella provincia di Mangi.  Dove giunto,  fece
richiedere gli abitatori della citt di Coiganzu che volessero  dare  obedienza
al  suo  re,  la  qual cosa recusorno di fare;  poi,  senza far assalto alcuno,
processe  alla  seconda  citt,  la  qual  similmente  deneg  d'arrendersi,  e
partitosi and alla terza, alla quarta, e da tutte ebbe la medesima risposta. E
non  volendo lasciarsi adietro tante citt,  ancor ch'egli avesse un fortissimo
esercito,  e che il gran Can li mandasse un altro per terra di non minor numero
e fortezza,  deliber d'espugnarne una, e quivi con tutt'il suo potere e sapere
la prese,  facendo uccidere quanti in quella si trovorno: la qual cosa udita da
tutte  l'altre  fu di tanto spavento e terrore che spontaneamente tutte vennero
alla obedienza sua.  E dopo se n'and con tutti due gli eserciti che avea sotto
la  real citt di Quinsai,  nella qual trovandosi il re Fanfur tutto spauroso e
tremante,  come quello che mai non avea veduto combattere n  stato  in  guerra
alcuna,  dubitando  della  sua  persona,  mont  sopra  le navi che erano state
preparate per questo effetto, con tutto il suo tesoro e robbe sue, lasciando la
guardia della citt alla moglie,  con ordine che si difendesse  al  meglio  che
potesse, perch, essendo femina, non avea da dubitare che, capitando nelle mani
de'  nemici,  la  facessero  morire;  e partito andossene per il mare Oceano ad
alcune sue isole dove erano luoghi fortissimi, e quivi fin la sua vita.
Or,  lasciata la moglie in questo modo,  si dice che 'l  re  Fanfur  era  stato
admonito  da' suoi astrologhi che non li poteva esser tolta la signoria,  salvo
da un capitano che avesse cento occhi: la qual cosa sapendo la regina,  essendo
ogni  giorno  pi  stretta  la  citt,  stava  pur  con speranza di non poterla
perdere,  parendoli impossibile che un uomo avesse cento occhi.  E  un  giorno,
volendo  sapere  come  avea nome il capitano nemico,  le fu detto Chinsambaian,
cio Cent'Occhi: il qual nome la impaur e mise gran terrore,  pensando  costui
dover  esser  quello  che gli astrologhi aveano detto al re che 'l cacciaria di
signoria; per,  come femina piena di paura,  senza pensarvi pi sopra si rese.
Avuta  la  citt di Quinsai da' Tartari,  subito tutto il resto della provincia
venne in suo potere,  e fu mandata la regina alla presenza di Cublai Can,  e da
quello fu ricevuta onorevolmente, qual li fece dar di continuo tanti denari che
si mantenne di continuo come regina.
Or che abbiam detto del conquistar della provincia di Mangi, diremo delle citt
che sono in quella, e prima di Coiganzu.

Della citt di Coiganzu.
Cap. 56.

Coiganzu    una  citt  molto  bella  e ricca,  posta verso scirocco e levante
nell'entrare nella provincia di Mangi, dove si truovano di continuo grandissime
quantit di navilii,  per essere (come di sopra abbiamo detto) sopra  il  fiume
Caramoran.  Portansi a questa citt molte mercanzie, le quali mandano per detto
fiume a diverse altre citt.  Fassi quivi tanta quantit  di  sale  che,  oltre
l'uso  suo,  ne  mandano  a  molte  altre  citt:  del qual sale il gran Can ne
conseguisce grande utilit.

Della citt di Paughin.
Cap. 57

Or,  partendosi da Coiganzu,  si camina verso  scirocco  una  giornata  per  un
terraglio che  nell'entrar di Mangi,  fatto di belle pietre, e appresso questo
terraglio da un  lato  e  dall'altro  vi  sono  paludi  grandissime  con  acqua
profonda,  per  la quale si pu navigare: n per altra strada si pu entrare in
detta provincia se non per questo terraglio,  salvo se non  vi  s'entrasse  con
navi,  come fece il capitano del gran Can,  che vi smont con tutto l'esercito.
In capo di detta giornata si truova una citt detta Paughin, grande e bella. Le
genti adorano gl'idoli,  e abbruciano i corpi morti;  hanno moneta di  carta  e
sono  sotto  il gran Can.  Vivono di mercanzie e arti: hanno seta assai e fanno
panno d'oro e di seta in quantit, ed  abondante di tutte le cose da vivere.

Della citt di Caim.
Cap. 58.

Quando si parte dalla citt di Paughin si  va  una  giornata  per  scirocco,  e
trovasi  una  citt  detta  Caim,  grande e nobile.  Le genti adorano gl'idoli,
spendono moneta di carta e sono sott'il gran Can. Vivono di mercanzie e d'arti,
e hanno abondanza di pesci e cacciagioni di animali salvatichi e  d'uccelli,  e
li  fagiani  vi  sono in tanta copia che,  per tanto argento quanto  un grosso
veneziano, si ha tre buoni fagiani, i quali sono grossi come pavoni.

Della citt di Tingui e Cingui.
Cap. 59.

Partendosi dalla detta citt e cavalcando per una giornata,  sempre  si  truova
casali  e terre lavorate,  e dopo una citt detta Tingui,  la quale non  molto
grande, ma abondante di tutti i beni necessarii al vivere umano.  Sono idolatri
e sottoposti al gran Can,  e spendono moneta di carta;  sono mercanti,  e hanno
gran copia di navilii,  animali assai e uccelli.  La  qual  citt  tende  verso
scirocco, e dalla sinistra parte verso levante, per tre giornate alla longa, si
truova  il  mare  Oceano: e in tutto quel spazio vi sono molte saline,  e fassi
gran copia di sale. Poi si truova una gran citt detta Cingui, la qual  nobile
e grande,  e di questa citt si cava grandissima quantit di sale,  e  fornisce
tutte le provincie vicine, e il gran Can ne cava grandissima utilit e tributo,
che a pena si potria credere.  Adorano gl'idoli e hanno moneta di carta, e sono
sotto il dominio del gran Can.

Della citt di Iangui, che govern messer Marco Polo.
Cap. 60.

Caminando per scirocco da Cingui si truova la nobil citt di Iangui,  la qual 
nobile  e  ha sotto di s ventisette citt,  e per questo  potentissima,  ed 
sottoposta al gran Can.  E in questa citt fa residenzia uno de' dodici  baroni
avanti nominati,  che sono governatori delle provincie, eletti per il gran Can.
Sono idolatri,  e vivono di mercanzie e d'arti:  fannosi  quivi  molte  armi  e
arnesi da battaglia, per che per quelle contrade v'abitano genti d'arme assai.
E  messer Marco Polo,  di commissione del gran Can,  n'ebbe il governo tre anni
continui, in luogo d'un de' detti baroni.

Della provincia di Nanghin.
Cap. 61.

Nanghin  una provincia verso ponente, ed  di quelle di Mangi,  molto nobile e
grande. Sono idolatri e spendono moneta di carta, ed  luogo di gran mercanzie.
Hanno  seta,  e  lavorano  panni  d'oro  e  di seta in gran quantit e di molte
maniere;  abondantissima di tutte le biade  e  d'animali  cos  domestici  come
salvatici  e  d'uccelli;  sono  ricchi  mercanti,  e  per  questo   utilissima
provincia al signore, massime per le gabelle delle mercanzie.
Or trattaremo della nobil citt di Saianfu.

Della citt di Saianfu,  che fu espugnata per messer  Nicol  e  messer  Maffio
Polo.
Cap. 62.

Saianfu    una  nobile  e  gran  citt  nella  provincia  di  Mangi,  alla cui
iurisdizione rispondono dodici citt  ricche  e  grandi.  Ivi  si  fanno  molte
mercanzie e arti,  e abbruciano i loro corpi;  spendono moneta di carta, e sono
idolatri,  sotto l'imperio del gran Can.  E hanno  gran  quantit  di  seta,  e
fassene  de'  bellissimi panni,  e similmente d'oro;  hanno belle caccie,  e da
uccellare in gran copia. Ed  dotata di tutte le cose che s'appartengano ad una
nobil citt,  la qual per la sua potenza si tenne anni tre  che  non  si  volse
rendere al gran Can,  dopo ch'egli ebbe acquistata la provincia di Mangi.  E la
causa era questa,  che non si poteva approssimar l'esercito alla citt  se  non
dalla banda di tramontana,  perch dall'altre parte vi erano laghi grandissimi,
d'onde si portavano alla citt vettovaglie di continuo, n si poteva vietar: la
qual cosa essendo riferita al gran Can, ne pigliava un estremo dispiacere,  che
tutta  la  provincia di Mangi fosse venuta alla sua obedienza e che questa sola
stesse in questa ostinazione.
Il che venuto ad orecchie di messer Nicol e di messer Maffio fratelli,  che si
truovavano  in  corte del gran Can,  andorno subito a quello e si profersero di
far fare mangani al modo di Ponente, con li quali gettariano pietre di trecento
libre che ammazzariano gli uomini e ruinariano le case.  Questo ricordo piacque
al  gran  Can  ed ebbelo molto caro,  e subito ordin che li fossero dati fabri
eccellenti e maestri di legnami,  de' quali n'erano alcuni cristiani nestorini,
che  sapevano  benissimo  lavorare.  Costoro  in  pochi  giorni  fabricorno tre
mangani,  secondo che li detti fratelli gli ordinavano,  quali furno provati in
presenza  del  gran  Can  e di tutta la corte,  che li viddero tirare pietre di
trecento  libre  di  peso  l'una.  E  subito,  posti  in  nave,  furno  mandati
all'esercito,  dove,  drizzati dinanzi la citt di Saianfu, la prima pietra che
tir il mangano cadde con tanto fracasso sopra  una  casa  che  gran  parte  di
quella  si  ruppe  e  cadette  a terra: la qual cosa impaur talmente tutti gli
abitatori,  che pareva che le saette venissero dal cielo,  che  deliberorno  di
rendersi,  e  cos,  mandati  ambasciatori,  si dettono con li medesimi patti e
condizioni con le  quali  s'era  resa  tutta  la  provincia  di  Mangi.  Questa
espedizione  fatta  cos  presta  crebbe  la reputazione e credito a questi due
fratelli veneziani appresso il gran Can e tutta la corte.

Della citt di Singui, e del grandissimo fiume detto Quian.
Cap. 63.

Quando si parte dalla citt di Saianfu e si  va  oltre  quindici  miglia  verso
sirocco,  si truova la citt di Singui,  la quale non  molto grande,  ma molto
buona per le mercanzie.  Ha grandissima quantit di navi,  per esser  fabricata
appresso il maggior fiume che sia in tutto il mondo,  nominato Quian, qual  di
larghezza in alcuni luoghi dieci miglia, in altri otto e sei,  e per longhezza,
fino  dove mette capo nel mare Oceano,  sono da cento e pi giornate.  In detto
fiume entrano infiniti  altri  fiumi  che  discorrono  d'altre  regioni,  tutti
navigabili,  che  'l  fa  esser  cos  grosso,  e sopra quello infinite citt e
castella: e vi sono oltra dugento citt  e  provincie  sedici  che  participano
sopra di quello,  per il quale corrono tante mercanzie d'ogni sorte che  quasi
incredibile a chi non l'avesse vedute. Ma,  avendo s longo corso,  dove riceve
(come  abbiamo detto) tanto numero di fiumi navigabili,  non  maraviglia se la
mercanzia che per quello corre da ogni banda di tante citt  innumerabile e di
gran ricchezza,  e la maggior che sia  il sale,  qual navigandosi per quello e
per  gli  altri fiumi,  forniscono le citt che vi sono sopra e quelle che sono
fra terra.  Messer Marco vidde una volta che fu a questa  citt  di  Singui  da
cinquemila  navi,  e  nondimeno le altre citt che sono appresso detto fiume ne
hanno in maggior numero.  Tutte dette navi sono coperte,  e hanno un arbore con
una  vela,  e  il cargo che porta la nave per la maggior parte  di quattromila
cantari,  e fino a dodici che alcune ne portano,  intendendo il cantaro al modo
di  Venezia.  Non usano corde di canevo se non per l'arbore della nave,  per la
vela, ma hanno canne longhe da quindici passa, come abbiamo detto di sopra,  le
quali  sfendono  da un capo all'altro in molti pezzi sottili,  e poi le piegano
insieme e fanno di quelle tortizze longhe trecento passa, non meno forti che le
tortizze di canevo,  tanto sono con gran diligenza fatte.  Con queste in  luogo
d'alzana  si  tirano  su  per  il  fiume le navi,  e ciascuna ha dieci o dodici
cavalli per far questo effetto di tirarle all'incontro  dell'acqua,  e  anco  a
seconda.  Sono  sopra  questo  fiume,  in  molti  luoghi,  colline e monticelli
sassosi, sopra i quali sono edificati monasterii d'idoli e altre stanzie,  e di
continuo si truovano villaggi e luoghi abitati.

Della citt di Cayngui.
Cap. 64.

Cayngui    una  citt  picciola appresso il sopradetto fiume verso la parte di
scirocco,  dove ogn'anno si raccoglie grandissima quantit di biade e  risi,  e
portasi  la  maggior  parte  alla citt di Cambal per fornir la corte del gran
Can,  percioch passano da questa citt alla provincia del Cataio per  fiumi  e
per  lagune,  e  per una fossa profonda e larga,  che il gran Can ha fatto fare
accioch le navi abbino  il  transito  da  un  fiume  all'altro,  e  che  dalla
provincia  di  Mangi  si  possa andar per acqua fino in Cambal senza andar per
mare: la qual opera  stata mirabile e bella per il sito e longhezza di quella,
ma molto pi per la grande utilit  che  ricevono  dette  citt.  Vi  ha  fatto
similmente  far  appresso dette acque terragli grandi e larghi,  accioch vi si
possa andar anco per terra commodatamente.  Nel mezo del detto fiume,  per mezo
la citt di Cayngui,  v' un'isola tutta di roca, sopra la quale  edificato un
gran tempio e monasterio,  dove sono dugento a  modo  di  monachi  che  servono
agl'idoli: e questo  il capo e principale di molti altri tempii e monasterii.
Or parleremo della citt di Cianghianfu.

Della citt di Cianghianfu.
Cap. 65.

Cianghianfu    una  citt  nella  provincia  di Mangi,  e li popoli sono tutti
idolatri e sottoposti alla signoria del gran Can.  Spendono moneta di carta,  e
vivono  di  mercanzie  e arti,  e sono molto ricchi.  Lavorano panni d'oro e di
seta;  ed  paese dilettevole da cacciare ogni sorte di salvaticine e  uccelli,
ed    abondante  di vettovaglie.  Sono in questa citt due chiese di cristiani
nestorini,  le quali furono fabricate nel 1274,  quando il gran Can  mand  per
governatore di questa citt per tre anni Marsachis, ch'era cristiano nestorino:
e costui fu quello che le fece edificare,  e da quel tempo in qua vi sono,  che
per avanti non v'erano.
Or, lasciando questa citt, diremo della citt di Tinguigui.

Della citt di Tinguigui.
Cap. 66.

Partendosi da Cianghianfu e cavalcando per scirocco tre giornate,  si  truovano
citt  assai  e  castella,  e  tutti  sono  idolatri,  e  vivono di arti e anco
mercanzie; sono sotto il gran Can, e spendono moneta di carta. In capo di dette
tre giornate si truova la citt di Tinguigui,  ch' bella e grande,  e  produce
quantit  di seta,  e fanno panni d'oro e di seta di pi maniere e molto belli,
ed  molto abondante di vettovaglie,  ed  paese molto dilettevole di caccie  e
d'uccellare.  Gli  abitanti sono pessima gente e di mala natura.  Nel tempo che
Chinsanbaiam, cio Cento Occhi, soggiog il paese del Mangi, mand all'acquisto
di questa citt di Tinguigui alcuni cristiani alani con parte della sua  gente,
quali,  appresentatisi,  senza  contrasto  entrorno  dentro.  Avea la citt due
circuiti di mura,  e gli Alani,  entrati nel  primo,  vi  trovorno  grandissima
quantit di vini;  e avendo patito grande incommodit e disagio,  disiderosi di
cavarsi la sete,  senz'alcun rispetto si misero a  bere,  di  tal  maniera  che
inebriati s'addormentorno.  I cittadini,  ch'erano nel secondo circuito, veduti
tutti i nemici addormentati e distesi in terra, si misero ad ucciderli, di modo
che niuno vi camp.  Inteso Chinsambaian la morte delle sue  genti,  acceso  di
grandissima ira e sdegno, di nuovo mand esercito all'espugnazione della citt,
la  qual  presa,  fece  ugualmente  andar  per fil di spada tutti gli abitanti,
grandi e piccioli, cos uomini come femine.

Della citt di Singui e Vagiu.
Cap. 67.

Singui  una grande e nobile citt,  la qual gira d'intorno  da  venti  miglia.
Sono tutti idolatri e sottoposti al gran Can; spendono moneta di carta, e hanno
gran quantit di seta e ne fanno panni,  perch tutti vanno vestiti di seta,  e
anco ne vendono. Vi sono mercanti ricchissimi, e tanta moltitudine di gente che
 cosa mirabile. Sono uomini pusillanimi, e non sanno far altro che mercanzie e
arti,  ma in quelle dimostrano grande  ingegno,  conciosiacosach,  se  fossero
audaci  e  virili  e  atti  alle  battaglie,  con  la gran moltitudine che sono
conquistarebbono tutta quella provincia e molto pi oltre.  Hanno molti medici,
e quelli eccellenti, che sanno conoscere le infirmit e darli i debiti rimedii,
e alcuni che chiamano savii, come appresso di noi filosofi, e altri detti maghi
e  indovini.  Sopra  li  monti  vicini a questa citt vi nasce il reobarbaro in
somma perfezione,  che va per tutta la provincia;  vi nasce anco in quantit il
gengevo,  e v' tanto buon mercato che quaranta libre di fresco si pu aver per
tanta  moneta  che  vagli  un  grosso  d'argento  veneziano.   Sono  sotto   la
giurisdizione  di  Singui  da sedici buone citt,  e ricche di gran mercanzie e
arti.  E Singui vuol dire citt di terra,  come all'incontro Quinsai citt  del
cielo.
Or,  partendosi  da  Singui,  si  truova  un'altra citt di Vagiu,  lontana una
giornata,  dove  similmente abondanza di seta,  e vi  sono  molti  mercanti  e
artefici:  e  quivi  lavorano  tele sottilissime e di diverse sorti,  e vengono
condotte  per  tutta  la  provincia.  N  altro  essendovi  degno  di  memoria,
trattaremo della maestra e principale citt della provincia di Mangi,  nominata
Quinsai.

Della nobile e magnifica citt di Quinsai.
Cap. 68.

Partendosi da Vagiu,  si cavalca tre  giornate,  di  continuo  trovando  citt,
castelli e villaggi,  tutti abitati e ricchi. Le genti sono idolatre e sotto la
signoria del gran Can.  Dopo tre giornate si truova la nobile e magnifica citt
di  Quinsai,  che  per  l'eccellenza,  nobilt  e bellezza  stata chiamata con
questo nome,  che vuol dire citt del cielo,  perch al  mondo  non  vi    una
simile,  n  dove  si truovino tanti piaceri,  e che l'uomo si reputi essere in
paradiso.  In questa citt messer Marco Polo vi fu assai volte e volse con gran
diligenzia  considerare e intender tutte le condizion di quella,  descrivendola
sopra i suoi memoriali, come qui di sotto si dir con brevit.
Questa citt,  per commune opinione,  ha di circuito cento  miglia,  perch  le
strade  e  canali di quella sono molto larghi e ampli;  poi vi sono piazze dove
fanno mercato,  che per la grandissima moltitudine che vi concorre  necessario
che siano grandissime e amplissime.  Ed  situata in questo modo, che ha da una
banda un lago di acqua dolce,  qual  chiarissimo,  e dall'altra v'  un  fiume
grossissimo,  qual,  entrando per molti canali grandi e piccioli che discorrono
in ciascuna parte della citt,  e leva via tutte le immondizie e poi  entra  in
detto  lago e da quello scorre fino all'oceano,  il che causa bonissimo aere: e
per tutta la citt si pu andar per terra e per questi  rivi.  E  le  strade  e
canali sono larghi e grandi,  che commodamente vi possono passar barche e carri
a portar le cose necessarie agli abitanti.  Ed  fama che vi  siano  dodicimila
ponti, fra grandi e piccioli: ma quelli che sono fatti sopra i canali maestri e
la  strada  principale sono stati voltati tanto alti e con tanto magisterio che
una nave vi pu passare di sotto senz'albero;  e  nondimeno  vi  passano  sopra
carrette e cavalli,  talmente sono accommodate piane le strade con l'altezza. E
se non vi fossero in tanto numero non si potria andar da un luogo all'altro.
Dall'altro canto della citt v' una fossa, longa forse quaranta miglia, che la
serra da quella banda,  ed  molto larga e piena d'acqua,  che viene dal  detto
fiume;  la  qual  fu  fatta far per quelli re antichi di quella provincia,  per
poter derivar il fiume in quella ogni fiata che 'l  cresce  sopra  le  rive,  e
serve anco per fortezza della citt;  e la terra cavata fu posta dentro, che fa
la similitudine di picciol  colle  che  la  circonda.  Ivi  sono  dieci  piazze
principali,  oltre infinite altre per le contrade,  che sono quadre,  cio mezo
miglio per lato.  E dalla parte davanti di quelle v'  una  strada  principale,
larga  quaranta passa,  che corre dritta da un capo all'altro della citt,  con
molti ponti che la traversano, piani e commodi; e ogni quattro miglia si truova
una di queste tal piazze,  che hanno di circuito (com' detto) due miglia.  V'
similmente un canale larghissimo,  che corre all'incontro di detta strada dalla
parte di dietro delle dette piazze,  sopra la riva vicina  del  quale  vi  sono
fabricate  case  grandi di pietra,  dove ripongono tutti i mercanti che vengono
d'India e d'altre parti le sue robbe e mercanzie,  acci che le siano vicine  e
commode alle piazze.  E in ciascuna di dette piazze, tre giorni alla settimana,
vi  concorso di quaranta in cinquantamila persone,  che vengono al  mercato  e
portano  tutto  ci che si possi desiderare al vivere,  perch sempre v' copia
grande d'ogni sorte di vittuarie, di salvaticine, cio caprioli, cervi,  daini,
lepri,  conigli, e d'uccelli, pernici, fagiani, francolini, coturnici, galline,
capponi,  e tante anitre e oche che non si  potriano  dir  pi,  perch  se  ne
allevano tante in quel lago che per un grosso d'argento veneziano se ha un paro
d'oche e due para d'anitre. Vi sono poi le beccarie, dove ammazzano gli animali
grossi,  come  vitelli,  buoi,  capretti e agnelli,  le qual carni mangiano gli
uomini ricchi e gran maestri;  ma gli altri che sono di  bassa  condizione  non
s'astengono  da  tutte  l'altre  sorti  di  carni  immonde,  senza avervi alcun
rispetto.  Vi sono di continuo sopra le dette piazze tutte le  sorti  d'erbe  e
frutti, e sopra tutti gli altri peri grandissimi, che pesano dieci libre l'uno,
quali sono di dentro bianchi come una pasta e odoratissimi;  persiche alli suoi
tempi gialle e bianche, molto delicate.  Uva n vino non vi nasce,  ma ne viene
condotto d'altrove di secca,  molto buona, e similmente del vino, del quale gli
abitanti non si fanno troppo conto,  essendo avezzi a quel di riso e di specie.
Vien  condotto  poi  dal  mare  Oceano  ogni  giorno  gran  quantit  di  pesce
all'incontro del fiume per il spazio di venticinque miglia, e v' copia anco di
quel del lago,  che tutt'ora vi sono pescatori che non fanno altro,  qual   di
diverse sorti,  secondo le stagioni dell'anno,  e per le immondizie che vengono
dalla citt  grasso e saporito,  che chi vede la quantit del detto pesce  non
penseria  mai  che  'l si dovesse vendere;  e nondimeno in poche ore vien tutto
levato  via,   tanta    la  moltitudine  degli  abitanti   avezzi   a   vivere
delicatamente, perch mangiano e pesce e carne in un medesimo convito.
Tutte  le  dette dieci piazze sono circondate di case alte,  e di sotto vi sono
botteghe dove si lavorano ogni sorte d'arti e si vende ogni sorte di  mercanzie
e  speciarie,  gioie,  perle;  e in alcune botteghe non si vende altro che vino
fatto di risi con speciarie,  perch di continuo lo vanno facendo di fresco  in
fresco,  ed    buon  mercato.  Vi sono molte strade che rispondono sopra dette
piazze,  in alcune delle quali vi sono molti bagni d'acqua fredda,  accommodati
con  molti servitori e servitrici,  che attendono a lavare e uomini e donne che
vi vanno,  percioch da piccioli sono usati a lavarsi in  acqua  fredda  d'ogni
tempo,  la  qual  cosa  dicono  essere molto a proposito della sanit.  Tengono
ancora in detti bagni alcune camere con l'acqua calda per forestieri,  che  non
potriano  patire la fredda,  non essendovi avezzi.  Ogni giorno hanno usanza di
lavarsi, e non mangiariano se non fossero lavati.
In altre strade stanziano le donne da partito, che sono in tanto numero che non
ardisco a dirlo, e non solamente appresso le piazze, dove sono ordinariamente i
luoghi loro deputati, ma per tutta la citt; le qual stanno molto pomposamente,
con grandi odori e con molte serve e le case tutte adornate.  Queste donne sono
molto valenti e pratiche in sapere far lusinghe e carezze,  con parole pronte e
accommodate a ciascuna sorte di persone,  di maniera che i  forestieri  che  le
gustano una volta rimangono come fuor di s,  e tanto sono presi dalla dolcezza
e piacevolezza loro che mai se le possono domenticare: e da  qui  adviene  che,
come  ritornano  a  casa,  dicono esser stati in Quinsai,  cio nella citt del
cielo, e non veggono mai l'ora che di nuovo possano ritornarvi. In altre strade
vi stanziano tutti li medici,  astrologhi,  quali anco insegnano  a  leggere  e
scrivere  e  infinite  altre  arti.  Hanno  li  loro luoghi atorno atorno dette
piazze,  sopra ciascuna delle quali vi sono due palagi grandi,  un da un capo e
l'altro  dall'altro,  dove  stanziano  i signori deputati per il re,  che fanno
ragione immediate se accade alcuna differenza fra li mercanti, e similmente fra
alcuni  degli  abitanti  in  quelli  contorni.   Detti  signori  hanno   carico
d'intendere  ogni  giorno  se le guardie che si fanno ne' ponti vicini (come di
sotto si dir) vi siano state overo abbino mancato,  e le puniscono come a loro
pare.
Al lungo la strada principale, che abbiamo detto che corre da un capo all'altro
della citt, vi sono da una banda e dall'altra case e palagi grandissimi con li
loro giardini,  e appresso case d'artefici che lavorano nelle sue botteghe. E a
tutte l'ore s'incontrano genti che vanno su e gi per le sue  facende,  che  li
accade  che  a  vedere tanta moltitudine ognun crederia che non fosse possibile
che si trovasse vittuarie a bastanza di poterla pascere: e  nondimeno  in  ogni
giorno  di  mercato  tutte  le  dette  piazze sono coperte e ripiene di genti e
mercanti, che le portano e sopra carri e sopra navi, e tutta si spaccia.  E per
dire  una  similitudine del pevere che si consuma in questa citt,  accioch da
questa  si  possa  considerare  la  quantit  delle  vittuarie,  carni,   vini,
speciarie,  che alle spese universale che si fanno si ricerchino,  messer Marco
sent far il conto, da un di quelli che attendono alle dogane del gran Can, che
nella citt di Quinsai, per uso di quella, si consumava ogni giorno quarantatre
some di pevere: e ciascuna soma  libre dugento e ventitre.
Gli abitatori di questa citt sono idolatri, e spendono moneta di carta; e cos
gli uomini come le donne sono bianchi e belli, e vestono di continuo la maggior
parte di seta, per la grand'abondanza che hanno di quella, che nasce in tutt'il
territorio di Quinsai, oltre la gran quantit che di continuo per mercanti vien
portata d'altre provincie.  Vi sono dodici arti che sono reputate le principali
che abbino maggior corso dell'altre,  ciascuna delle quali ha mille botteghe, e
in ciascuna bottega overo stanza vi dimorano dieci, quindici e venti lavoranti,
e in alcune fino a quaranta,  sotto il suo patrone overo maestro.  Li ricchi  e
principal  capi  di dette botteghe non fanno opera alcuna con le loro mani,  ma
stanno civilmente e con gran pompa.  Il medesimo fanno le loro donne  e  mogli,
che  sono  bellissime,   com'  detto,  e  allevate  morbidamente  e  con  gran
delicatezze,  e vestono con tanti adornamenti di seta e di  gioie  che  non  si
potria  stimare  la  valuta  di  quelle.  E  ancor  che per li re antichi fosse
ordinato per legge che ciascun abitante fosse obligato ad esercitare l'arte del
padre, nondimeno, come diventino ricchi,  gli  permesso di non lavorar pi con
le  proprie  mani,  ma  ben  erano obligati di tenere la bottega,  e uomini che
v'esercitassino l'arte paterna.  Hanno  le  loro  case  molto  ben  composte  e
riccamente lavorate,  e tanto si dilettano negli ornamenti, pitture e fabriche,
che  cosa stupenda la gran spesa che vi fanno.
Gli abitanti naturali della citt di Quinsai sono uomini  pacifici,  per  esser
stati cos allevati e avezzi dalli loro re, ch'erano della medesima natura. Non
sanno  maneggiar  armi,  n quelle tengono in casa;  mai fra loro s'ode o sente
lite overo differenzia alcuna. Fanno le loro mercanzie e arti con gran realt e
verit;  si amano l'un l'altro,  di sorte ch'una contrada,  per  l'amorevolezza
ch'  fra gli uomini e le donne per causa della vicinanza,  si pu riputare una
casa sola,  tanta  la domestichezza  ch'  fra  loro,  senz'alcuna  gelosia  o
sospetto  delle  lor  donne,  alle  quali  hanno  grandissimo rispetto: e saria
reputato molto infame uno che osasse dir parole inoneste  ad  alcuna  maritata.
Amano  similmente  i forestieri che vengono a loro per causa di mercanzie e gli
accettano volentieri in casa,  facendoli carezze,  e  li  danno  ogni  aiuto  e
consiglio  nelle facende che fanno.  All'incontro non vogliono veder soldati n
quelli delle guardie del gran Can,  parendoli che per la loro causa siano stati
privati de' loro naturali re e signori.
D'intorno  di  questo lago vi sono fabricati bellissimi edificii e gran palagi,
dentro e di fuori mirabilmente adorni, che sono di gentiluomini e gran maestri;
vi sono anco molti tempii degl'idoli con li loro monasterii,  dove stanno  gran
numero di monachi che li servono. Sono ancora in mezo di questo lago due isole,
sopra ciascuna delle quali v' fabricato un palagio,  con tante camere e loggie
che non si potria credere: e quando  alcuno  vuol  celebrar  nozze,  overo  far
qualche solenne convito,  va ad uno di questi palagi,  dove gli vien dato tutto
quello che per questo effetto  gli    necessario,  cio  vasellami,  tovaglie,
mantili e ciascun'altra cosa,  le qual sono tenute tutte in detti palagi per il
commune di detta citt a quest'effetto,  perch furono fabricati da  quello.  E
alle  volte  vi saranno cento,  che alcuni voranno far conviti e altri nozze: e
nondimeno tutti saranno accommodati in  diverse  camere  e  loggie,  con  tanto
ordine che uno non d impedimento agli altri.  Oltre di questo si ritruovano in
detto lago legni overo barche in gran numero grandi  e  picciole  per  andar  a
solazzo e darsi piacere,  e in queste vi ponno stare dieci,  quindici e venti e
pi persone, perch sono longhe quindici fino a venti passa,  con fondo largo e
piano,  che navigano senza declinare ad alcuna banda; e ciascuno che si diletta
di solazzarsi con donne overo con  suoi  compagni  piglia  una  di  queste  tal
barche,  le  qual di continuo sono tenute adorne con belle sedie e tavole e con
tutti gli altri paramenti necessarii a far un convito;  di sopra sono coperte e
piane,  dove stanno uomini con stanghe qual ficcano in terra (perch detto lago
non  alto pi di due passa), e conducono dette barche dove gli vien comandato.
La coperta della parte di  dentro    dipinta  di  varii  colori  e  figure,  e
similmente  tutta  la barca,  e vi sono a torno a torno finestre che si possono
serrare e aprire,  accioch quelli che stanno a  mangiar  sentati  dalle  bande
possino  riguardare  di  qua  e  di  l,  e dare dilettazione agli occhi per la
variet e bellezza de' luoghi dove vengono condotti.  E veramente l'andare  per
questo  lago d maggior consolazione e solazzo che alcun'altra cosa che aver si
possa in terra, perch 'l giace da un lato a longo della citt,  di modo che di
lontano,  stando  in  dette  barche,  si  vede tutta la grandezza e bellezza di
quella, tanti sono i palagi, tempii, monasterii,  giardini con alberi altissimi
posti  sopra l'acqua.  E si truovano di continuo in detto lago simil barche con
genti che vanno a solazzo, perch gli abitatori di questa citt non pensano mai
ad altro se non che,  fatti che hanno i loro mestieri overo mercanzie,  con  le
loro donne overo con quelle da partito dispensano una parte del giorno in darsi
piacere,  o  in  dette  barche  overo  in  carrette per la citt,  delle qual 
necessario che ne parliamo alquanto,  per esser un de' piaceri che gli abitanti
pigliano per la citt, al medesimo modo che fanno con le barche per il lago.
E  prima  da sapere che tutte le strade di Quinsai sono saleggiate di pietre e
di mattoni,  e similmente sono saleggiate tutte le vie e strade che corrono per
ogni canto della provincia di Mangi,  s che si pu andare per tutti i paesi di
quella senza imbrattarsi i piedi.  Ma  perch  i  corrieri  del  gran  Can  con
prestezza  non potriano con cavalli correre sopra le strade saleggiate,  per 
lasciata una parte di strada dalla banda senza saleggiare,  per causa di  detti
corrieri.  La strada veramente principale, che abbiamo detto di sopra che corre
da un capo all'altro della citt,    saleggiata  similmente  di  pietre  e  di
mattoni dieci passa per ciascuna banda, ma nel mezo  tutta ripiena d'una giara
picciola  e  minuta,  con  li suoi condotti in volto che conducono le acque che
piovono ne' canali vicini,  di sorte che di continuo  sta  asciutta.  Or  sopra
questa  strada  di  continuo  si veggono andar su e gi alcune carrette longhe,
coperte e acconcie con panni e cussini di seta, sopra le quali vi possono stare
sei persone, e vengono tolte ogni giorno da uomini e donne che vogliono andar a
solazzo: e si veggono tutt'ora infinite di queste carrette  andar  a  longo  di
detta  strada  pel  mezo  di  quella,  e se ne vanno a' giardini,  dove vengono
accettati dagli ortolani sotto alcune ombre fatte per questo effetto,  e  quivi
stanno a darsi buon tempo tutto il giorno con le lor donne, e poi la sera se ne
ritornano a casa sopra dette carrette.
Hanno un costume gli abitatori di Quinsai, che come nasce un fanciullo il padre
o la madre fa subito scriver il giorno e l'ora e il punto del suo nascere, e si
fanno dire agli astrologhi sotto qual segno egli  nato, e il tutto scrivono: e
come  egli    venuto grande volendo far mercanzia,  viaggio o nozze,  se ne va
all'astrologo con la nota sopradetta, qual, veduto e considerato il tutto, dice
alcune volte cose che, trovate esser vere,  le genti li danno grandissima fede.
E di questi tal astrologhi overo maghi ve n' grandissimo numero sopra ciascuna
piazza;  non  si  celebraria sponsalizio se l'astrologo non li dicesse il parer
suo.
Hanno similmente per usanza che, quando alcun gran maestro ricco muore, tutti i
suoi parenti si vestono  di  canevaccio,  cos  uomini  come  donne,  andandolo
accompagnare fino al luogo dove lo vogliono abbruciare,  e portano seco diverse
sorti d'instrumenti, con li qual vanno sonando e cantando in alta voce orazioni
agl'idoli;  e giunti  al  detto  luogo  gettano  sopra  il  fuoco  molte  carte
bombagine,  dove hanno dipinti schiavi, schiave, cavalli, camelli, drappi d'oro
e di seta e monete d'oro e d'argento,  perch dicono  che  'l  morto  posseder
nell'altro  mondo  tutte  queste  cose vive di carne e d'ossa,  e aver denari,
drappi d'oro e di seta.  E compiuto  d'abbruciare  suonano  ad  un  tratto  con
grand'allegrezza tutti li stromenti di continuo cantando, perch dicono che con
tal  onore  li  loro  idoli  ricevono  l'anima di quello che s' abbruciato,  e
ch'egli, rinasciuto nell'altro mondo, comincia una vita di nuovo.
In questa citt in ciascuna contrata vi sono fabricate torri di  pietra,  nelle
qual,  in  caso  che  s'appiccia  fuoco  in  qualche  casa  (il che spesso suol
accadere,  per esservene molte di legno),  le genti scampano le loro  robbe  in
quelle. E ancor  ordinato per il gran Can che sopra la maggior parte de' ponti
vi stiano notte e giorno sott'un coperto dieci guardiani,  cio cinque la notte
e cinque il giorno,  e in ciascuna guardia v' un tabernacolo grande  di  legno
con  un bacino grande e un oriuolo,  con il quale conoscono l'ore della notte e
cos quelle del giorno.  E sempre  al  principio  della  notte,  com'  passata
un'ora, un de' detti guardiani percuote una volta nel tabernacolo e nel bacino,
e la contrata sente ch'egli  un'ora;  alla seconda danno due botte, e il simil
fanno in ciascun'ora moltiplicando i colpi, e non dormono mai, ma stanno sempre
vigilanti. La mattina poi al spontare del sole cominciano a battere un'ora come
hanno fatto la sera,  e cos d'ora in ora.  Vanno parte di loro per la contrata
vedendo  s'alcuno tiene lume acceso o fuoco oltre le ore deputate,  e vedendolo
segnano la porta,  e fanno che la mattina il patrone compare avanti i  signori,
qual,  non  trovando scusa legitima,  viene condannato.  Se truovano alcuno che
vada di notte oltre le ore limitate,  lo ritengono e la mattina  l'appresentano
alli signori; item, se 'l giorno veggono alcun povero, qual per esser storpiato
non  possa lavorare,  lo fanno andar a stare negli spedali,  che infiniti ve ne
sono per tutta la citt fatti per li re antichi,  che hanno  grand'entrate;  ed
essendo  sano  lo constringono a fare alcun mestiero.  Immediate che veggono il
fuoco acceso in alcuna casa,  con il battere nel tabernacolo lo fanno assapere,
e  vi  concorrono li guardiani d'altri ponti a spegnerlo e salvare le robbe de'
mercanti o d'altri in dette torri,  e anche le  mettono  in  barche  e  portano
all'isole che sono nel lago, perch niun abitante della citt in tempo di notte
averia  ardimento  d'uscir  di  casa  n andar al fuoco,  ma solamente vi vanno
quelli di chi sono le robbe e queste guardie che vanno ad aiutare,  le qual non
sono  mai  manco  di  mille  o  duemila.  Fanno  anco  guardia in caso d'alcuna
ribellione o sollevazione che facessero gli abitanti della citt,  e sempre  il
gran Can tien infiniti soldati da piedi e da cavallo nella citt e ne' contorni
di  quella,  e massime de' maggior suoi baroni e suoi fedeli ch'egli abbi,  per
esserli questa provincia la pi cara,  e sopra tutto questa nobilissima  citt,
ch'  il  capo  e pi ricca d'alcun'altra che sia al mondo.  Vi sono similmente
fatti in molti luoghi monti di terra, lontani un miglio un dall'altro,  sopra i
quali v' una baldescra di legname dove  appiccata una tavola grande di legno,
la  qual,  tenendola  un  uomo  con  la  mano,  la  percuote con l'altra con un
martello,  s che s'ode molto di lontano: e vi stanno delle  dette  guardie  di
continuo  per  far  segno  in  caso  di  fuoco,  perch,  non li facendo presta
provisione, anderia a pericolo d'ardere meza la citt; overo, come  detto,  in
caso  di  ribellione,  che  udito  il  segno tutti i guardiani de' ponti vicini
pigliano l'armi e corrono dove  il bisogno.
Il gran Can,  dopo ch'ebbe redutta a sua obedienza tutta la provincia di Mangi,
qual  era  un regno solo,  lo volse dividere in nove parti,  constituendo sopra
ciascuna un re, li quali vi vanno a star per governare e administrare giustizia
alli popoli.  Ogn'anno rendono conto alli fattori  d'esso  gran  Can  di  tutte
l'entrate  e  di ciascun'altra cosa pertinente al suo regno,  e si cambian ogni
tre anni,  come fanno tutti gli altri officiali.  In questa  citt  di  Quinsai
tiene  la  sua  corte e fa residenzia un di questi nove re,  qual domina pi di
cento e quaranta citt, tutte ricche e grandi.  N alcuno si maravigli,  perch
nella provincia di Mangi vi sono 1200 citt,  tutte abitate da gran moltitudine
di genti ricche e industriose; in ciascuna delle quali,  secondo la grandezza e
bisogno,  tiene  la  custodia  il  gran Can,  perch in alcune vi saranno mille
uomini,  in altre diecimila overo ventimila,  secondo  ch'egli  giudicher  che
quella citt sia pi e manco potente.  N pensiate che tutti siano Tartari,  ma
della provincia del Cataio,  perch li Tartari sono uomini  a  cavallo,  e  non
stanno se non appresso le citt che non siano in luoghi umidi, ma nelle situate
in luoghi sodi e secchi, dove possino esercitarsi a cavallo. In queste citt di
luoghi  umidi  vi manda Cataini e di quelli di Mangi che siano uomini armigeri,
perch di tutti li suoi subditi ogn'anno ne fa eleggere quelli che paiono  atti
alle  armi  e scriver nel suo esercito,  che tutti si chiamano eserciti;  e gli
uomini che si cavano della provincia di Mangi  non  si  mettono  alla  custodia
delle  lor  proprie  citt,  ma  si  mandano  ad altre che siano discoste venti
giornate di camino,  dove dimorano da quattro in cinque anni e poi ritornano  a
casa,  e  vi  si mandan degli altri in loro luogo.  E questo ordine osservano i
Cataini e quelli della provincia di Mangi,  e  la  maggior  parte  dell'entrate
delle citt che si riscuotono nella camera del gran Can  deputata al mantenere
di queste custodie de' soldati.  E se avviene che qualche citt ribelli (perch
spesse fiate gli uomini,  soprapresi da qualche furore o ebriet,  ammazzano  i
suoi rettori),  subito come s'intende il caso, le citt propinque mandano tanta
gente di questi eserciti  che  distruggono  quelle  citt  che  hanno  commesso
l'errore,  perch  saria  cosa  longa  il  voler far venire un esercito d'altra
provincia del Cataio, che importaria il tempo di due mesi.  E di certo la citt
di  Quinsai  ha di continua guardia trentamila soldati,  e quella che n'ha meno
n'ha mille fra da piedi e da cavallo.
Or parleremo d'un bellissimo palagio dove abitava il re Fanfur, li predecessori
del quale fecero serrare un spazio di paese che circondava da dieci miglia  con
muri altissimi, e lo divisero in tre parti. In quella di mezo s'entrava per una
grandissima porta,  dove si trovava da un canto e dall'altro loggie a pi piano
grandissime e larghissime, col coperchio sostentato da colonne,  le quali erano
dipinte  e  lavorate  con  oro  e azzurri finissimi;  in testa poi si vedeva la
principale e maggior di  tutte  l'altre,  similmente  dipinta  con  le  colonne
dorate,  e  il  solaro con bellissimi ornamenti d'oro,  e d'intorno alle pareti
erano dipinte le istorie de' re passati,  con grand'artificio.  Quivi ogn'anno,
in  alcuni  giorni dedicati alli suoi idoli,  il re Fanfur soleva tener corte e
dar da mangiare a' principali signori,  gran maestri e  ricchi  artefici  della
citt di Quinsai: e ad un tratto vi sentavano a tavola commodamente sotto tutte
dette loggie diecimila persone. E questa corte durava dieci o dodici giorni, ed
era  cosa  stupenda  e  fuor  d'ogni  credenza  il  vedere  la magnificenza de'
convitati, vistiti di seta e d'oro,  con tante pietre preziose addosso,  perch
ognun  si  sforzava  d'andare  con  maggior  pompa  e  ricchezza  che  li fosse
possibile.  Dietro di questa loggia ch'abbiamo detto,  ch'era per mezo la porta
grande, v'era un muro con un uscio che divideva l'altra parte del palagio, dove
entrati  si trovava un altro gran luogo,  fatto a modo di claustro,  con le sue
colonne che sostentavano il portico ch'andava atorno detto  claustro:  e  quivi
erano  diverse camere per il re e la reina,  le quali erano similmente lavorate
con diversi lavori, e cos tutti i pareti.  Da questo claustro s'entrava poi in
un andito largo sei passa,  tutto coperto, ma era tanto longo che arrivava fino
sopra il lago.  Rispondevano in questo andito dieci corti da una banda e  dieci
dall'altra,  fabricate a modo di claustri longhi, con li loro portichi intorno,
e ciascun claustro overo corte avea cinquanta camere con li suoi giardini, e in
tutte queste camere vi stanziavano mille donzelle che  'l  re  teneva  a'  suoi
servizii;  qual andava alcune fiate,  con la regina e con alcune delle dette, a
solazzo per il lago,  sopra barche tutte coperte di seta,  e anco a visitar  li
tempii  degl'idoli.  L'altre  due  parti  del  detto serraglio erano partite in
boschi, laghi e giardini bellissimi,  piantati d'arbori fruttiferi,  dove erano
serrati ogni sorte d'animali,  cio caprioli,  daini, cervi, lepori, conigli: e
quivi il re andava a piacere con le sue damigelle,  parte in carretta e parte a
cavallo,  e non v'entrava uomo alcuno, e faceva che le dette correvano con cani
e davano la caccia a questi tal animali;  e dopo ch'erano stracche andavano  in
quei boschi che rispondevano sopra detti laghi,  e quivi lasciate le vesti,  se
n'uscivano nude fuori ed entravano nell'acqua e mettevansi a  nuotare,  chi  da
una banda e chi dall'altra,  e il re con grandissimo piacere le stava a vedere,
e poi se ne ritornava a casa.  Alcune fiate si faceva portar da mangiar in quei
boschi,  ch'erano  folti  e  spessi  d'alberi  altissimi,  servito  dalle dette
damigelle.  E con questo continuo trastullo di donne s'allev senza  saper  ci
che  si  fossero  armi,  la qual cosa alla fine li partor che,  per la vilt e
dapocaggine sua,  il gran Can li  tolse  tutt'il  stato,  con  grandissima  sua
vergogna e vituperio, come di sopra si ha inteso.
Tutta  questa  narrazione  mi  fu  detta da un ricchissimo mercante di Quinsai,
trovandomi in quella citt,  qual era molto vecchio e stato intrinseco familiar
del  re  Fanfur,  e  sapeva  tutta  la  vita sua e avea veduto detto palagio in
essere, nel quale lui volse condurmi. E perch vi stanzia il re deputato per il
gran Can,  le loggie prime sono pure come solevan essere,  ma le  camere  delle
donzelle  sono  andate  tutte  in  ruina,  e  non  si  vede altro che vestigii;
similmente il muro che circondava li boschi e giardini  andato a terra,  e non
vi sono pi n animali n arbori.
Discosto da questa citt circa venticinque miglia v' il mare Oceano, fra greco
e  levante,  appresso il quale v' una citt detta Gampu,  dove  un bellissimo
porto, al quale arrivano tutte le navi che vengono d'India con mercanzie.  E il
fiume  che  viene  dalla  citt di Quinsai entrando in mare fa questo porto,  e
tutt'il giorno le navi di Quinsai vanno su e gi con mercanzie,  e ivi caricano
sopra altre navi, che vanno per diverse parti dell'India e del Cataio.
Avendosi  trovato messer Marco in questa citt di Quinsai quando si rend conto
alli fattori del gran Can dell'entrate e numero degli abitanti,  ha veduto  che
sono  stati descritti 160 toman di fuochi,  computando per un fuoco la famiglia
che abita in una casa (e ciascun toman contiene diecimila),  s che in tutta la
detta  citt  sariano famiglie un millione e seicentomila: e in tanto numero di
genti non v' altra ch'una chiesa di cristiani nestorini. Sono obligati tutti i
padri di famiglia di tener scritto sopra la porta della sua  casa  il  nome  di
tutta la famiglia, cos di maschi come di femine; item il numero de' cavalli: e
quando  alcuno  manca  si  cancella  il  nome,  e se nasce o si toglie di nuovo
s'aggiugne il nome,  e a questo modo i signori e rettori delle citt  sanno  di
continuo il numero delle genti.  E questo s'osserva nelle provincie del Mangi e
del Cataio;  e similmente tutti quelli che tengono ostarie  scrivono  sopra  un
libro  il  nome  di  quelli  che  vengon ad alloggiare,  col giorno e l'ora che
partono, e mandano di giorno in giorno detti nomi alli signori che stanno sopra
le piazze. Item nella provincia di Mangi la maggior parte de' poveri bisognosi,
che non possono allevare i loro figliuoli,  li vendono alli ricchi,  acci  che
meglio sian allevati e pi abondantemente possino vivere.

Dell'entrata del gran Can.
Cap. 69.

Or  parliamo  alquanto dell'entrata che ha il gran Can della citt di Quinsai e
dell'altre a quella aderenti: il gran Can riceve da detta  citt  e  dall'altre
che  a  quella rispondono,  ch' la nona parte overo il nono regno di Mangi;  e
prima del sale,  che val pi quanto alla rendita.  Di questo ne  cava  ogn'anno
ottanta  toman  d'oro,  e  ciascun  toman  ottantamila saggi d'oro,  e ciascun
saggio vale pi d'un fiorin d'oro,  che ascenderia alla somma di sei millioni e
quattrocentomila  ducati:  e  la  causa    ch'essendo detta provincia appresso
l'oceano, vi sono molte lagune, overo paludi, dove l'acqua del mare l'estate si
congela,  e vi cavano tanta quantit di sale che  ne  forniscono  cinque  altri
regni della detta provincia. Quivi nasce gran copia di zucchero, qual paga come
fanno tutte l'altre specie tre e un terzo per cento;  similmente,  del vino che
si fa di  risi;  delle  dodici  arti  ch'abbiamo  detto  di  sopra,  che  hanno
dodicimila  botteghe  per una.  Item tanti mercanti che portano le loro robbe a
questa citt,  e da quella ad altre parti per terra riportano,  overo  traggono
fuori  per mare,  pagano similmente tre e un terzo per cento;  ma,  venendo per
mare e di lontani paesi e regioni, come dell'Indie,  pagano dieci per cento.  E
similmente,  di tutte le cose che nascono nel paese,  cos animali come di quel
che produce la terra,  e seta,  si paga la decima al re.  E  fatt'il  conto  in
presenza  del  detto messer Marco,  fu trovato che l'entrata di questo signore,
non computando l'entrata del sale detta di sopra,  ascende ogn'anno alla  somma
di  210  tomani,  e  ogni toman,  com' detto di sopra,  vale ottantamila saggi
d'oro, che saria da sedici millioni d'oro e ottocentomila.

Della citt di Tapinzu.
Cap. 70.

Partendosi dalla citt di Quinsai,  si camina una giornata verso  scirocco,  di
continuo trovando case,  ville e giardini molti belli e dilettevoli, dove nasce
ogni sorte di vittuarie in abondanza;  e poi s'arriva alla  citt  di  Tapinzu,
molto  bella  e grande,  che risponde alla citt di Quinsai.  Adorano idoli,  e
hanno la moneta di carta;  abbruciano i corpi,  e sono sotto  il  gran  Can,  e
vivono di mercanzie e arti.
E altro non v'essendo, si dir della citt di Uguiu.

Della citt di Uguiu.
Cap. 73.

Da Tapinzu andando verso scirocco tre giornate,  si truova la citt di Uguiu, e
per due altre giornate pur per scirocco si cammina, di continuo trovando citt,
castella e luoghi abitati;  ed  tanta la continuazione e  vicinit  che  hanno
insieme,  che  par  a'  viandanti  passare  per  una sola citt;  le qual citt
rispondono a Quinsai. Tutte le genti adorano gl'idoli, e hanno abondanza grande
di vittuarie.  Quivi si truovano canne pi grosse e pi longhe di quelle  dette
di sopra, perch ne sono alcune grosse quattro palmi e quindici passa longhe.

Della citt di Gengui e di Zengian.
Cap. 74.

Andando pi oltre due giornate,  si truova la citt di Gengui,  la qual  molto
bella e grande;  e dopo,  camminando per scirocco,  si  truovan  sempre  luoghi
abitati e tutti pieni di genti che fanno arti e lavorano la terra,  e in questa
parte della provincia di Mangi non si truovano montoni, ma s ben buoi, vacche,
buffali, capre e porci in grandissimo numero.  In capo di quattro giornate,  si
trova la citt di Zengian, edificata sopra un monte, ch' come un'isola in mezo
un  fiume,  perch  la  diparte  in  due rami,  che la circonda,  e poi corrono
all'opposito l'un dall'altro,  cio uno verso scirocco e l'altro verso maestro.
Questa citt  sottoposta al gran Can e risponde a Quinsai;  adorano gl'idoli e
vivono di mercanzie,  e hanno gran copia di salvaticine e uccelli.  E  passando
avanti  tre giornate per una bellissima contrada,  tutta abitata,  con infinite
ville e castelli,  si truova la citt di Gieza,  nobile e grande: ed  l'ultima
della  provincia  del  regno di Quinsai,  perch quello  il capo al qual tutte
corrispondono. Passata questa citt di Gieza s'entra in un altro regno de' nove
della provincia di Mangi, detto Concha.

Del regno di Concha, e della citt principale detta Fugiu.
Cap. 75.

Partendosi dall'ultima citt del  regno  di  Quinsai,  qual  si  chiama  Gieza,
s'entra nel regno di Concha (e la citt principale  detta Fugiu), per il quale
si  camina  sei giornate alla volta di scirocco sempre per monti e valli,  e si
truovano di continuo luoghi abitati, dove  gran copia di vittuarie, e vi fanno
gran cacciagioni e vanno ad uccellare, per esservi varie sorti d'uccelli.  Sono
idolatri  e  sottoposti al gran Can,  e fanno mercanzie.  In questi contorni si
trovano leoni fortissimi. Vi nasce il zenzero e galanga in gran copia e d'altre
sorti di specie,  e per una moneta che vaglia  un  grosso  d'argento  veneziano
s'aver  ottanta  libre  di  zenzero fresco,  tanto ve n' abondanza.  Vi nasce
un'erba che produce un frutto che fa l'effetto e opera come se  'l  fosse  vero
zaffarano,  cos nell'odore come nel colore,  e nondimeno non  zaffarano, ed 
molto stimata e adoperata da tutti gli abitanti ne' loro cibi,  e per questo  
molto cara.  Gli uomini in questa regione mangiano volentieri carne umana,  non
essendo morta di malattia,  perch  la  reputano  pi  delicata  al  gusto  che
alcun'altra.  E  quando  vanno  a  combattere  si  fanno  levar  i capelli fino
all'orecchie, e dipingere la faccia con color azzurro finissimo; portano lancie
e spade, e tutti vanno a piedi, eccetto che 'l capitano a cavallo.  Sono uomini
crudelissimi,  di modo che,  come uccidono li nemici in battaglia, immediate li
vogliono bevere il sangue e dopo mangiar la carne.
Or, lasciando di questo, diremo della citt di Quelinfu.

Della citt di Quelinfu.
Cap. 76.

Camminato che s'ha per questo paese per sei giornate,  si truova  la  citt  di
Quelinfu,  la  qual    nobile  e  grande.  In  detta  citt  vi sono tre ponti
bellissimi,  perch sono longhi pi di cento passa  l'uno  e  larghi  otto,  di
pietra con colonne di marmo.  Le donne di questa citt sono bellissime e vivono
con gran delicatezza.  Hanno gran copia di seta,  la qual lavorano  in  diverse
sorti  di  drappi;  item  panni  bombagini  di  fil tinto,  che va per tutta la
provincia di Mangi.  Fanno gran mercanzie,  e hanno zenzero e galanga  in  gran
quantit.  Mi  fu  detto  (ma  io  non  le viddi) che si truovan certe sorti di
galline che non hanno penne,  ma sopra la pelle vi  sono  peli  negri  come  di
gatte, ch' una strana cosa a vederle, le qual fanno ova come quelle de' nostri
paesi,  e  sono  molto  buone da mangiare.  Per la moltitudine de' leoni che si
truovano il passar per quella contrata  molto pericoloso, se non vanno in gran
numero le persone.

Della citt di Unguem.
Cap. 77.

Da Quelinfu partendosi,  fatte che  s'hanno  tre  giornate,  sempre  vedendo  e
trovando citt e castella, dove sono genti idolatre e hanno seta in gran copia,
della qual fanno gran mercanzie,  si trova la citt di Unguem,  dove si fa gran
copia di zucchero,  che si manda alla citt di Cambal per la  corte  del  gran
Can. E prima che questa citt fusse sotto il gran Can non sapevano quelle genti
far  il zucchero bello,  ma lo facevano bollire spiumandolo e dapoi raffreddito
rimaneva una pasta nera; ma, venuta all'obedienza del gran Can, vi si truovorno
nella  corte  alcuni  uomini  di  Babilonia  che,   andati  in  questa   citt,
gl'insegnorono ad affinarlo con cenere di certi arbori.

Della citt di Cangiu.
Cap. 78.

Passando avanti per miglia quindeci si truova la citt di Cangiu, la qual  del
reame  di  Concha,  ch' uno delli nove reami di Mangi.  In questa citt dimora
grande esercito del gran Can,  per  guardar  quel  paese  e  per  esser  sempre
apparecchiato  se  alcuna  citt  volesse ribellarsi.  Passa per mezo di questa
citt un fiume che ha di larghezza un miglio,  sopra le rive del quale,  da  un
canto e dall'altro, vi sono bellissimi casamenti, e vi stanno di continuo assai
navi  che vanno per questo fiume con mercanzie,  e massime di zucchero,  che ne
fanno in grandissima copia. Vi capitano a questa citt molte navi d'India, dove
sono mercanti con gran quantit di gioie  e  perle,  delle  qual  fanno  grosso
guadagno.  Questo  fiume  mette  capo non molto lontano dal porto detto Zaitum,
ch' sopra il mare Oceano;  e quivi le navi d'India entrano nel fiume e  se  ne
vengono su per quello fino alla detta citt,  la qual  abondantissima di tutte
le sorti di vittuarie, e di dilettevoli giardini e perfettissimi frutti.

Della citt e porto di Zaithum e citt di Tingui.
Cap. Ultimo.

Partendosi da Cangiu,  passato che si ha  il  fiume,  camminando  per  scirocco
cinque  giornate,  di  continuo si truova terre,  castelli e grandi abitazioni,
ricche e molto abbondanti di ogni vittuaria,  e camminasi per monti e anco  per
piani  e  boschi  assai,  nelli quali si truovano alcuni arboscelli di quali si
raccoglie la canfora.  paese molto abbondante di salvaticine; sono idolatri, e
sotto il gran Can, della iurisdizione di Cangiu. E passate cinque giornate,  si
truova  la citt di Zaitum,  nobile e bella,  la qual ha un porto sopra il mare
Oceano,  molto famoso per il capitare  che  fanno  ivi  tante  navi  con  tante
mercanzie,  le  qual  si  spargono per tutta la provincia di Mangi.  E vi viene
tanta quantit di pevere che quella che  viene  condotta  di  Alessandria  alle
parti  di  ponente  una minima parte,  e quasi una per cento a comparazione di
questa;  e saria quasi impossibile di credere il concorso grande di mercanti  e
mercanzie a questa citt,  per esser questo un de' maggiori e pi commodi porti
che si truovino al mondo.  Il gran Can ha di quel porto grande utilit,  perch
cadauno  mercante paga di dretto,  per cadauna sua mercanzia,  dieci misure per
centenaro.  La nave veramente vuole di  nolo  dalli  mercanti  delle  mercanzie
sottili  trenta  per centenaro,  del pevere quarantaquattro per centenaro,  del
legno di aloe e sandali e altre specie e robbe quaranta per centenaro, di sorte
che li mercanti, computato i dretti del re e il nolo della nave, pagano la met
di quello che conducono a questo porto: e  nondimeno  di  quella  met  che  li
avanza  fanno  cos  grossi  guadagni che ogni ora desiderano di ritornarvi con
altre mercanzie.
Sono idolatri,  e hanno abondanza di tutte le  vittuarie.    molto  dilettevol
paese e le genti sono molto quiete e dedite al riposo e ozioso vivere.  Vengono
a questa citt molti della superior India,  per causa  di  farsi  dipingere  la
persona con gli aghi (come di sopra abbiamo detto),  per essere in questa citt
molti valenti maestri di questo officio. Il fiume che entra nel porto di Zaitum
 molto grande e largo,  e corre con grandissima velocit,  ed  un ramo che fa
il  fiume che viene dalla citt di Quinsai;  e dove si parte dall'alveo maestro
vi  la citt di Tingui, della qual non si ha da dir altro se non che in quella
si fanno le scodelle e piadene di porcellane, in questo modo, secondo che li fu
detto. Raccolgono una certa terra come di una minera e ne fanno monti grandi, e
lascianli al vento, alla pioggia e al sole per trenta e quaranta anni,  che non
li  muovono:  e in questo spazio di tempo la detta terra si affina,  che poi si
pu far dette scodelle,  alle qual danno di sopra li colori che voglion,  e poi
le  cuocono  in  la  fornace.  E  sempre  quelli  che raccolgono detta terra la
raccolgono per suoi figliuoli o nepoti.  Vi  in detta citt gran  mercato,  di
sorte che per un grosso veneziano si aver otto scodelle.
Or,  avendo  detto  di  alcune citt del regno di Concha,  che  uno delli nove
della provincia di Mangi,  del quale il gran Can ha quasi cos  grande  entrata
come del regno di Quinsai, lassaremo di parlar pi di questi tali regni, perch
messer Marco non vi fu in alcun d'essi,  come fu in questi duoi di Quinsai e di
Concha.  Ed  da sapere che in tutta la provincia di Mangi si osserva una  sola
favella e una sola maniera di lettere; nondimeno vi  diversit nel parlare per
le contrade,  come saria a dir Genovesi,  Milanesi, Fiorentini e Pugliesi, che,
ancor che parlino diversamente, nondimeno si possono intendere.
Ma,  perch ancor non  compiuto quanto messer Marco ha deliberato di scrivere,
si  metter  fine a questo secondo libro,  e si cominciar a parlare de' paesi,
citt e provincie dell'India maggior, minor e mezzana,  nelle parti delle quali
  stato  quando  si  trovava  a' servizii del gran Can,  mandato da quello per
diverse facende,  e dapoi quando li venne con la regina del re Argon,  con  suo
padre  e  barba,  e  ritorn  alla patria: per si dir delle cose maravigliose
ch'ei vidde in quelle, non lasciando adietro l'altre che ud dire da persone di
riputazione e degne di fede, e ancor che li fu mostrato sopra carte di marinari
di dette Indie.

LIBRO TERZO

Dell'India maggiore,  minore e mezzana,  e de'  costumi  e  consuetudini  degli
abitanti in quella,  e molte cose notabili e maravigliose che vi sono,  e prima
della sorte delle navi di quella.
Cap. 1.

Poi ch'abbiamo detto di tante provincie e  terre,  come  avete  udito  disopra,
lasciaremo di parlar di quella materia e cominciaremo a entrare nell'India, per
referire  tutte  le cose maravigliose che vi sono,  principiando dalle navi de'
mercanti,  le quali sono fabricate di legno d'abete e di zapino,  e cadauna  ha
una coperta sotto la qual vi sono pi di sessanta camerette, e in alcune manco,
secondo  che le navi sono pi grandi e pi picciole,  e in cadauna vi pu stare
agiatamente un mercante.  Hanno un buon timone e  quattro  arbori  con  quattro
vele,  e  alcune  due arbori,  che si levano e pongono ogni volta che vogliono.
Hanno oltra di ci alcune navi,  cio quelle che  sono  maggiori,  ben  tredici
colti,  cio divisioni dalla parte di dentro fatte con ferme tavole incastrate,
di modo che, s'egli accade che la nave si rompa per qualche fortuito caso, cio
o che ferisca in qualche sasso o vero qualche balena mossa  dalla  fame  quella
percotendo  rompa  (il  che  spesse  volte  avviene),  perch  quando  la nave,
navigando di notte,  facendo inondare l'acqua passa a canto  la  balena,  essa,
vedendo  biancheggiar  l'acqua,  pensa di ritrovarvi cibo e corre velocemente e
ferisce la nave, e spesse fiate la rompe in qualche parte,  e allora,  entrando
l'acqua  per  la  rottura,  discorre  alla sentina,  la qual mai non  occupata
d'alcuna cosa; onde i marinari,  trovando in che parte  rotta la nave,  votano
il  colto  negli altri che a quella rottura respondono,  perch l'acqua non pu
passare d'un colto all'altro,  essendo quelli cos  ben  incastrati,  e  allora
acconciano  la  nave,  e  poi  vi  ripongono le mercanzie ch'erano state cavate
fuori.  Sono le navi inchiavate in questo modo: tutte  sono  doppie,  cio  che
hanno due mani di tavole una sopra l'altra intorno intorno,  e sono calcate con
stoppa dentro e di fuori e inchiodate con chiovi di ferro; non sono impegolate,
perch non hanno pece,  ma l'ungono in questo modo: tolgono calcina e canapo  e
taglianlo  minutamente,  e pestato il tutto insieme mescolano con un certo olio
d'arbore, che si fa a modo d'un unguento, ch' pi tenace del vischio e miglior
che la pece.  Queste navi che sono grandi  vogliono  trecento  marinari,  altre
dugento,  altre centocinquanta,  pi e manco, secondo che sono pi grandi e pi
picciole, e portano da cinque in seimila sporte di pevere. E gi per il passato
solevano esser maggiori che non sono al presente, ma,  avendo l'empito del mare
talmente rotto l'isole in molti luoghi, e massime nei porti principali, che non
si  trovava acqua sofficiente a levar quelle navi cos grandi,  per sono state
fatte al presente minori.
Con queste navi si va anco a remi,  e cadauno remo vuol quattro uomini  che  'l
voghi.  E queste navi maggiori menano seco due e tre barche grandi, che sono di
portata di 1000 sporte di pevere e pi,  e vogliono al suo governo da  sessanta
marinari,  altre  da  ottanta,  altre  da cento.  E quelle pi picciole aiutano
spesso a tirare le grandi con corde quando vanno a remi,  e ancora quando vanno
a vela,  se il vento  alquanto da traverso, perch le picciole vanno avanti le
grandi e, legate con le corde, tirano la nave grande;  ma se hanno il vento per
il dritto no,  perch le vele della maggior nave impedirebbono che 'l vento non
ferirebbe nelle vele delle minori,  e cos la  maggiore  andrebbe  adosso  alle
minori.  Item queste navi conducono ben dieci battelli piccioli per l'ancora, e
per cagione di pescare e di far tutti li servigii,  e questi battelli si legano
di fuori dei lati delle navi grandi,  e quando vogliono si mettono in acqua;  e
le barche similmente hanno li suoi battelli.  E quando vogliono  racconciar  la
nave,  poi  che ha navigato un anno o pi,  avendo bisogno di concia li ficcano
tavole a torno a torno sopra le due prime tavole,  di modo che sono tre man  di
tavole,  e le calcano e ungonle;  e volendole pur racconciare un'altra volta vi
ficcano di novo un'altra man di tavole,  e cos procedono di concia  in  concia
fino  al  numero  di  sei tavole l'una sopra l'altra,  e da l in su la nave si
manda alla mazza n pi si naviga con quella per mare.
Or, avendo detto delle navi, diremo dell'India; ma prima vogliamo dire d'alcune
isole che sono  nel  mare  Oceano,  dove  siamo  al  presente,  e  cominciaremo
dall'isola chiamata Zipangu.

Dell'isola di Zipangu.
Cap. 2.

Zipangu   un'isola in Oriente,  la qual  discosto dalla terra e lidi di Mangi
in alto mare millecinquecento miglia,  ed  isola molto grande,  le  cui  genti
sono bianche e belle e di gentil maniera. Adorano gl'idoli e mantengonsi per se
medesimi,  cio  che  si  reggono  dal  proprio  re.  Hanno  oro in grandissima
abbondanza,  perch ivi si truova fuor di modo e il re  non  lo  lascia  portar
fuori;  per pochi mercanti vi vanno,  e rare volte le navi d'altre regioni.  E
per questa causa diremovi la grand'eccellenza delle ricchezze del  palagio  del
signore  di  detta isola,  secondo che dicono quelli ch'hanno pratica di quella
contrada: v'ha un gran palagio tutto coperto di piastre d'oro,  secondo che noi
copriamo le case o vero chiese di piombo,  e tutti i sopracieli delle sale e di
molte camere sono di tavolette di puro oro molto grosse,  e  cos  le  finestre
sono  ornate  d'oro.  Questo  palagio    cos  ricco che niuno potrebbe giamai
esplicare la valuta di quello.  Sono ancora in questa isola perle  infinite  le
quali sono rosse,  ritonde e molto grosse, e vagliono quanto le bianche, e pi.
E in questa isola alcuni si sepeliscono quando son morti,  alcuni s'abbruciano,
ma  a  quelli  che si sepeliscono vi si pone in bocca una di queste perle,  per
esser questa la loro consuetudine. Sonvi eziandio molte pietre preciose.
Questa isola  tanto ricca che per la fama  sua  il  gran  Can  ch'al  presente
regna,  che   Cublai,  deliber di farla prendere e sottoporla al suo dominio.
Mand adunque duoi suoi baroni con gran numero  di  navi  piene  di  gente  per
prenderla,  de'  quali uno era nominato Abbaccatan e l'altro Vonsancin,  quali,
partendosi dal porto  di  Zaitum  e  Quinsai,  tanto  navigorno  per  mare  che
pervennero a questa isola.  Dove smontati,  nacque invidia fra loro,  che l'uno
dispregiava d'obedire alla volont e consiglio dell'altro, per la qual cosa non
poteron pigliare alcuna citt  o  castello,  salvo  che  uno  che  presono  per
battaglia,  per  che  quelli ch'erano dentro non si volsero mai rendere: onde,
per comandamento di detti baroni, a tutti furono tagliate le teste, salvo che a
otto uomini,  li quali si trov ch'avevano una pietra  preciosa  incantata  per
arte diabolica cucita nel braccio destro fra la pelle e carne, che non potevano
esser  morti  con  ferro  n  feriti.  Il  che  intendendo,  quei baroni fecero
percotere li detti con un legno grosso, e subito morirono.
Avvenne un giorno che 'l vento di tramontana  cominci  a  soffiar  con  grande
impeto,  e  le  navi  de'  Tartari,  ch'erano alla riva dell'isola,  sbattevano
insieme.  Li marinari adunque consigliatisi deliberarono slontanarsi da  terra,
onde,  entrato  l'esercito  nelle  navi,  si allargarono in mare,  e la fortuna
cominci a crescere con maggior forza,  di sorte che se  ne  ruppero  molte,  e
quelli  che  v'erano dentro,  notando con pezzi di tavole,  si salvorono ad una
isola vicina a Zipangu quattro miglia.  Le altre navi  che  non  erano  vicine,
scapolate dal naufragio con li duoi baroni,  avendo levati gli uomini da conto,
cio li capi de' centenari di mille e diecimila,  drizzorono le vele  verso  la
patria e al gran Can. Ma i Tartari rimasti sopra l'isola vicina (erano da circa
trentamila),  vedendosi senza navi e abbandonati dalli capitani,  non avendo n
arme da combattere n vettovaglie,  credevano di dovere essere presi  e  morti,
massimamente non vi essendo in detta isola abitazione dove potessero ripararsi.
Cessata  la  fortuna  ed  essendo il mare tranquillo e in bonaccia,  gli uomini
della grande isola di Zipangu,  con  molte  navi  e  grande  esercito,  andorno
all'isola  vicina per pigliar li Tartari che quivi s'erano salvati,  e smontati
delle navi si misero ad andarli a  trovare  con  poco  ordine.  Ma  li  Tartari
prudentemente si governarono,  percioch l'isola era molto elevata nel mezo,  e
mentre che li nemici per una strada s'affrettavano di seguitarli,  essi andando
per  un'altra  circondarono a torno l'isola e pervennero a' navilii de' nemici,
quali truovorno con le bandiere e abbandonati; e sopra quelli immediate montati
andarono alla citt maestra del signor di  Zipangu,  dove,  vedendosi  le  loro
bandiere,  furono  lasciati entrare,  e quivi non trovorno altro che donne,  le
qual tennero per loro uso, scacciando fuori tutto il resto del popolo. Il re di
Zipangu,  intesa la cosa come era passata,  fu molto dolente,  e subito  se  ne
venne  a mettere l'assedio,  non vi lasciando entrare n uscire persona alcuna,
qual dur per mesi sei;  dove,  vedendo i Tartari che non potevano  aver  aiuto
alcuno,  al  fine si resero salve le persone: e questo fu correndo gli anni del
Signore 1264.
Il gran Can dopo alcuni anni,  avendo inteso il disordine sopradetto,  successo
per causa della discordia di due capitani, fece tagliar la testa ad un di loro,
l'altro  mand  ad  un'isola  salvatica  detta Zorza,  dove suol far morire gli
uomini che hanno fatto qualche mancamento,  in questo modo:  gli  fa  ravolgere
tutte  due  le  mani  in  un  cuoio di buffalo allora scorticato e strettamente
cucire, qual come si secca si strigne talmente intorno che per niun modo si pu
muovere, e cos miseramente finiscono la loro vita, non potendosi aiutare.

Della maniera degl'idoli di Zipangu, e come gli abitanti mangiano carne umana.
Cap. 3.

In quest'isola di Zipangu e nell'altre vicine tutti i  loro  idoli  sono  fatti
diversamente,  perch alcuni hanno teste di buoi, altri di porci, altri di cani
e di becchi e di diverse altre maniere;  ve ne sono poi alcuni ch'hanno un capo
e  due volti,  altri tre capi,  cio uno nel luogo debito e gli altri due sopra
ciascuna delle spalle, altri ch'hanno quattro mani, alcuni dieci e altri cento,
e quelli che n'hanno pi si tiene  ch'abbiano  pi  virt,  e  a  quelli  fanno
maggior riverenza. E quando i cristiani li domandano perch fanno li loro idoli
cos  diversi,  rispondono:  "Cos  i  nostri  padri  e  predecessori gli hanno
lasciati,  e parimente cos noi li lasciamo a' nostri figliuoli e  successori".
Le  operazioni  di  questi  idoli  sono di tante diversit,  e cos scelerate e
diaboliche,  che saria cosa empia e abominabile a raccontarle nel libro nostro.
Ma vogliamo che sappiate almeno questo, che tutti gli abitatori di queste isole
che adorano gl'idoli, quando prendono qualcuno che non sia loro amico e che non
si  possa riscuotere con denari,  convitano tutti i loro parenti e amici a casa
sua, e fanno uccidere quell'uomo suo prigione e lo fanno cuocere, e mangianselo
insieme allegramente,  e dicono che la carne umana  la pi saporita e migliore
che si possa truovar al mondo.

Del mare detto Cin, ch' per mezo la provincia di Mangi.
Cap. 4.

Avete  da  sapere  che 'l mare dov' quest'isola si chiama mare Cin,  che tanto
vuol dire quanto mare ch' contra Mangi: e nella lingua di costoro  dell'isola,
Mangi si chiama Cin. E questo mare Cin ch' in Levante  cos longo e largo che
i  savi  pilotti  e  marinari,  che  per quello navigano e conoscono la verit,
dicono che in quello vi sono settemilaquattrocento e quaranta isole,  e per  la
maggior  parte abitate,  e che non vi nasce arbore alcuno dal quale non esca un
buono e gentil odore,  e vi nascono molte specie di diverse maniere,  e massime
legno aloe;  il pevere in grand'abondanza,  bianco e nero. Non si potrebbe dire
la valuta dell'oro e altre cose che si truovan in queste isole,  ma  sono  cos
discoste  da terra ferma che con gran difficult e fastidio vi si pu navigare;
e quando vi vanno le navi di Zaitum o di Quinsai ne  conseguiscono  grandissima
utilit,  ma  stanno  un  anno  continuo  a  far il loro viaggio,  perch vanno
l'inverno e ritornano la state, per ch'hanno solamente venti di due sorti, de'
quali uno regna la state e l'altro l'inverno,  di modo che vanno con un vento e
ritornano con l'altro.  E questa contrada  molto lontana dall'India.  E perch
dicemmo che questo mare si chiama Cin,  da sapere che questo  il mare Oceano,
ma, come noi chiamiamo il mare Anglico e il mare Egeo, cos loro dicono il mare
Cin e il mare Indo: ma tutti questi nomi si contengono sotto il mare Oceano.
Or lasciaremo di parlar di questo paese e isole,  perch sono  troppo  fuor  di
strada e io non vi son stato,  n quelle signoreggia il gran Can; ma ritorniamo
a Zaitum.

Del colfo detto Cheinan e de' suoi fiumi.
Cap. 5.

Partendosi dal porto di Zaitum,  si naviga per ponente  alquanto  verso  garbin
mille e cinquecento miglia,  passando un colfo nominato Cheinan,  il qual colfo
dura di longhezza per il spazio di  due  mesi,  navigando  verso  la  parte  di
tramontana, il qual per tutto confina verso scirocco con la provincia di Mangi,
e  dall'altra  parte  con  Ania e Toloman e molte altre provincie con quelle di
sopra nominate. Per dentro a questo colfo vi sono isole infinite, e quasi tutte
sono bene abitate, e in quelle si truova gran quantit d'oro di paiola, qual si
raccoglie dell'acqua del mare dove sboccano i fiumi, e ancora di rame e d'altre
cose: e fanno mercanzie di quello che si truova in un'isola  e  non  si  truova
nell'altra. E contrattano ancora con quei di terra ferma, perch li vendon oro,
rame e altre cose,  e da loro comprano le cose che sono loro necessarie.  Nella
maggior parte di dette isole vi nasce assai grano. Questo colfo  tanto grande,
e tante genti abitano in quello, che par quasi un altro mondo.

Della contrata di Ziamba,  e del re di detto regno,  e come si fece  tributario
del gran Can.
Cap. 6.

Or  ritorniamo al primo trattato,  cio che partendosi da Zaitum,  poi che s'ha
navigato  al  traverso  di  questo   colfo   (come   s'ha   detto   di   sopra)
millecinquecento  miglia,  si  truova  una contrata nominata Ziamba,  la qual 
molto ricca e grande.  Reggesi dal proprio re,  e ha favella da per s.  Le sue
genti adorano gl'idoli,  e danno tributo al gran Can di elefanti e legno d'aloe
ogn'anno: e narrerenvi il come e perch.
Avvenne che Cublai gran Can nel 1268,  intesa la gran ricchezza di quest'isola,
volse  mandar  un  suo  barone  nominato  Sagatu,  con  molte genti a piedi e a
cavallo,  per acquistarla,  e mosse gran guerra a quel regno.  E il re,  ch'era
molto  vecchio,  nominato Accambale,  non avendo genti con le quali potesse far
resistenza alle forze d'esso gran Can,  si ridusse alle fortezze de' castelli e
citt,  ch'erano  sicurissime  e  si  difendevano  francamente.  Ma  i casali e
abitazioni ch'erano per le pianure furono rovinate e guaste,  e il re,  vedendo
che  queste  genti  distruggevano  e  rovinavano del tutto il suo regno,  mand
ambasciatori al gran Can,  esponendoli ch'essendo egli uomo  vecchio  e  avendo
sempre  tenuto  il  suo regno in tranquilla pace,  li piacesse di non volere la
destruzione di quello,  ma che,  volendo indi rimovere detto barone con le  sue
genti,  li  farebbe  onorati presenti ogn'anno,  col tributo d'elefanti e legno
d'aloe. Il che intendendo il gran Can,  mosso a piet,  comand subito al detto
Sagatu  che  dovesse  partirsi  e  andar  ad  acquistar altre parti,  il che fu
eseguito immediate.  E da quel tempo in qua il re manda al gran Can per tributo
ogn'anno grandissima quantit di legno di aloe,  e venti elefanti de' pi belli
e maggiori che trovar si possano nelle sue terre: e in tal modo  questo  re  si
fece subdito del gran Can.
Ora,  lasciando di questo,  diremo delle condizioni del re e della sua terra. E
prima,  in questo regno alcuna donzella di  conveniente  bellezza  non  si  pu
maritare  se  prima non  presentata al re,  e s'ella gli piace se la tiene per
alcun tempo, e poi le fa dare tanti denari che, secondo la sua condizione, ella
si possa onorevolmente maritare.  E messer Marco Polo nel  1280  fu  in  questo
luogo, e trov che 'l detto re avea trecento e venticinque figliuoli tra maschi
e femine,  i quali maschi per la maggior parte erano valenti nell'arme. Sono in
questo regno molti elefanti e gran copia di legno d'aloe;  vi sono ancora molti
boschi d'ebano,  il qual  molto nero, e vi si fanno di quei bellissimi lavori.
Altre cose degne di relazione non vi sono, onde,  partendoci di qui,  narraremo
dell'isola chiamata Giava maggiore.

Dell'isola detta Giava.
Cap. 7.

Partendosi  da  Ziamba,  navigando  tra  mezod  e scirocco mille e cinquecento
miglia, si truova una grandissima isola chiamata Giava,  la quale,  secondo che
dicono  alcuni buoni marinari,   la maggior isola che sia al mondo,  imperoch
gira di circuito pi di tremila miglia: ed  sotto il dominio d'un gran re,  le
cui genti adoran gl'idoli,  n danno tributo ad alcuno.  Quest'isola  piena di
molte ricchezze: il pevere, noci moscate, spico, galanga, cubebe,  garofali,  e
tutte  l'altre buone specie nascono in quest'isola,  alla qual vanno molte navi
con gran mercanzie,  delle quali ne  conseguiscono  gran  guadagno  e  utilit,
perch  vi si truova tant'oro che niuno lo potrebbe mai credere n raccontarlo.
E il gran Can non ha procurato di soggiogarla,  e questo per la  longhezza  del
viaggio  e il pericolo di navigare.  E da quest'isola i mercanti di Zaitum e di
Mangi hanno tratto molt'oro e lo traggono tutto 'l giorno,  e la maggior  parte
delle specie che si portano pel mondo si cavan da questa isola.

Dell'isole di Sondur e Condur e del paese di Lochac.
Cap. 8.

Partendosi da quest'isola di Giava,  si naviga verso mezod e garbin settecento
miglia,  e si truovano due isole,  una delle quali  maggiore e l'altra minore:
la prima  nominata Sondur e l'altra Condur, le quali due isole son disabitate,
e per ci si lascia di parlarne. E partendosi da queste, come s'ha navigato per
scirocco  da  cinquanta  miglia,  si  truova una provincia ch' di terra ferma,
molto ricca e grande,  nominata Lochac,  le cui genti adorano  gl'idoli.  Hanno
favella  da  per  s  e si reggono dal proprio re,  n danno tributo ad alcuno,
perch sono in tal luogo che niuno pu andarvi a far danno;  perch,  se ivi si
potesse  andare,  il  gran  Can  immediate la sottometteria al suo dominio.  In
quest'isola  nasce  verzin  domestico  in   gran   quantit;   hanno   oro   in
tant'abondanza ch'alcuno non lo potrebbe mai credere,  e hanno elefanti e molte
cacciagioni da cani e da uccelli;  e da  questo  regno  si  traggono  tutte  le
porcellane  che si portano per gli altri paesi,  e si spende per moneta,  com'
detto di sopra.  E vi nasce una  sorte  di  frutti  chiamati  berci,  che  sono
domestici  e grandi come limoni,  e molto buoni da mangiare.  Altre cose non vi
sono da conto, se non che 'l luogo  molto salvatico e montuoso, e pochi uomini
vi vanno, perch il re non consente ch'alcuno li vada,  accioch non conosca il
tesoro e i secreti suoi.

Dell'isola di Pentan e regno di Malaiur.
Cap. 9.

Partendosi  di  Lochac,  si  naviga cinquecento miglia per mezod,  e si truova
un'isola chiamata Pentan,  la quale  in un luogo molto salvatico.  E  tutti  i
boschi di quell'isola producon arbori odoriferi. E fra la provincia di Lochac e
l'isola di Pentan, per miglia sessanta, in molti luoghi non si truova acqua, se
non  per  quattro passa alta,  e per questo bisogna che li naviganti levino pi
alto il timone, perch non hanno acqua se non da circa quattro passa.  E quando
s'ha  navigato  questi  sessanta  miglia verso scirocco,  si va pi oltre circa
trenta miglia e si truova un'isola ch' regno,  e chiamasi la citt Malaiur,  e
cos  l'isola  Malaiur,  le  cui  genti hanno re e linguaggio per s.  La citt
certamente  nobilissima e grandissima,  e si fanno in quella  molte  mercanzie
d'ogni  specie,  perch  quivi  ne  sono  in  abondanza.  N vi sono altre cose
notabili, onde, procedendo pi oltre, trattaremo della Giava minore.

Dell'isola di Giava minore.
Cap. 10.

Quando si parte dall'isola Pentan e che s' navigato circa a cento  miglia  per
scirocco,  si  truova  l'isola di Giava minore: ma non  per cos picciola che
non giri circa duemila miglia a torno a torno.  E in quest'isola son otto reami
e  otto  re,  le  genti  della  quale adorano gl'idoli,  e in ciascun regno v'
linguaggio da sua posta, diverso dalla favella degli altri regni. V' abondanza
di tesoro e di tutte le specie e di legno d'aloe,  verzino,  ebano,  e di molte
altre sorti di specie,  che alla patria nostra,  per la longhezza del viaggio e
pericoli del navigare,  non si portano,  ma si portan alla provincia di Mangi e
del Cataio.
Or  vogliamo  dire della maniera di queste genti,  di ciascuna partitamente per
s.  Ma primamente  da sapere che quest'isola  posta tanto verso le parti  di
mezogiorno che quivi la stella tramontana non si pu vedere.  E messer Marco fu
in sei reami di quest'isola,  de' quali qui se ne parler,  lasciando gli altri
due che non vidde.

Del regno di Felech, ch' sopra la Giava minore.
Cap. 11.

Cominciamo  adunque  a  narrare del regno di Felech,  il qual  uno delli detti
otto.  In questo regno tutte le genti adorano  gl'idoli,  ma  per  li  mercanti
saraceni,  che  del  continuo ivi conversano,  si sono convertiti alla legge di
Macometto, cio quelli che abitano nelle citt;  e quelli che abitano ne' monti
sono come bestie,  per che mangiano carne umana,  e generalmente ogni sorte di
carni monde e immonde;  e adorano diverse cose,  perch quand'alcuno si leva su
la mattina adora la prima cosa ch'ei vede per tutto quel d.

Del secondo regno di Basma.
Cap. 12.

Partendosi da questo regno,  s'entra nel regno di Basma,  il qual  da per s e
ha linguaggio da sua posta,  le cui genti non hanno legge,  ma vivono  come  le
bestie.  Si  chiamano per il gran Can,  nondimeno non li danno tributo,  perch
sono lontani,  di sorte che le genti del gran Can non  posson  andar  a  quelle
parti:  ma tutti dell'isola si chiamano per lui,  e alle volte,  per quelli che
passano di l,  li  mandano  qualche  bella  cosa  e  strana  per  presenti,  e
specialmente di certa sorte d'astori.
Hanno  molti  elefanti  salvatichi  e  leoncorni,  che  sono molto minori degli
elefanti,  simili a' buffali nel pelo,  e li loro piedi sono  simili  a  quelli
degli elefanti;  hanno un corno in mezzo del fronte,  e nondimeno non offendono
alcuno con quello, ma solamente con la lingua e con le ginocchia,  perch hanno
sopra  la  lingua  alcune  spine  longhe e aguzze,  e quando vogliono offendere
alcuno lo calpestano con le ginocchia e lo deprimono,  poi lo feriscono con  la
lingua.  Hanno  il  capo come d'un cinghiale,  e portano il capo basso verso la
terra. E sta volentieri nel fango,  e sono bruttissime bestie,  e non sono tali
quali  si  dicono  esser  nelle  parti  nostre,  che si lasciano prendere dalle
donzelle,  ma  tutt'il contrario.  Hanno molte simie e di diverse  maniere,  e
hanno  astori  tutti neri come corbi,  i quali sono molto grandi e prendono gli
uccelli benissimo.
Sappiate esser una gran bugia quello che si dice,  che  gli  uomini  picciolini
morti e secchi siano portati dall'India, perch tali uomini in quest'isola sono
fatti a mano,  e direnvi in che modo.  In quest'isola  una sorte di simie, che
sono molto picciole e hanno il volto simile al volto  umano.  I  cacciatori  le
prendono e pelano,  lasciandogli solamente i peli nelle barbe e altri luoghi, a
similitudine dell'uomo; dopo le mettono in alcune cassette di legno, e le fanno
seccare e acconciare con canfora e altre cose, talmente che pareno propriamente
che siano stati uomini.  Le vendono a' mercanti che le portano per lo mondo,  e
questo    un  grande  inganno,  per  che sono fatti al modo che avete inteso,
perch n in India n in alcune altre parti salvatiche mai furono veduti uomini
cos picciolini come paiono quelli.
Ora non diciamo pi di questo regno,  perch non vi sono altre cose da dire;  e
per diremo del regno nominato Samara.

Del terzo regno di Samara.
Cap. 13.

Partendosi  da  Basma,  si  truova  il  regno  di Samara,  il qual  nell'isola
sopradetta,  dove messer Marco Polo stette cinque mesi,  per il tempo contrario
che  lo  costrinse a starvi a suo mal grado.  La Tramontana quivi ancora non si
vede,  n si veggono anco le stelle che sono nel Carro.  Quelle  genti  adorano
gl'idoli; hanno re grande e potente, e chiamansi per il gran Can. E cos stando
detto  messer  Marco  tanto  tempo in queste isole,  discese in terra con circa
duemila uomini in sua compagnia,  e per paura di  quelle  genti  bestiali,  che
volentieri prendono gli uomini e gli ammazzano e li mangiano,  fece cavar fosse
grandi verso la isola intorno di s, i capi delle quali finivano sopra il porto
del mare dall'una parte e l'altra,  e sopra le fosse fece far  alcuni  edificii
overo  baltresche  di legname;  e cos stette sicuramente cinque mesi in quelle
fortezze con la sua gente, perch v' moltitudine di legname, e quei dell'isola
contrattavano con loro di vettovaglie e altre cose, perch si fidavano.
Quivi sono i migliori pesci che si possano  mangiare  al  mondo;  e  non  hanno
frumento,  ma vivono di risi;  non hanno vino,  ma hanno una sorte d'arbori che
s'assomiglian alle palme e dattaleri che,  tagliandogli un  ramo  e  mettendoli
sotto  un  vaso,  getta  un liquore che l'empie in un giorno e una notte,  ed 
ottimo vino da bere,  ed  di tanta virt che libera gli idropici  e  tisici  e
quelli che patiscono il male di spienza.  E quando quei tronchi non mandano pi
liquore fuori adacquano gli arbori,  secondo che veggono esser necessario,  con
condotti  che  si traggono da' fiumi,  e quando sono adacquati mandano fuori il
liquore come prima. E sonvi alcuni arbori che di natura mandano fuori il liquor
rosso,  e alcuni bianco.  Truovasi anco noci  d'India,  grosse  com'  il  capo
dell'uomo,  le  quali  sono buone da mangiare,  dolci e saporite e bianche come
latte,  e il mezo della carnosit di detta noce  pieno d'un liquore come acqua
chiara  e  fresca,  e  di  miglior  sapore  e  pi  delicato  che 'l vino overo
d'alcun'altra bevanda che mai si bevesse.  Mangiano finalmente  ogni  sorte  di
carni, buone e cattive, senza farli differenza alcuna.

Del quarto regno di Dragoian.
Cap. 14.

Dragoian    un  regno  che  ha  re  e favella da sua posta;  quelle genti sono
salvatiche e adorano gl'idoli,  e si  chiamano  per  il  gran  Can.  E  direnvi
un'orrenda loro consuetudine, ch'osservano quand'alcun di loro casca in qualche
infermit.  Li  parenti  suoi  mandano per li maghi e incantatori,  e fanno che
costoro vedino ed esaminino diligentemente se questi infermi hanno da guarire o
no;  e questi maghi,  secondo la risposta che fanno li diavoli,  gli rispondono
s'ei dee guarire.  E se dicono di no, i parenti dell'infermo mandano per alcuni
uomini (a questo specialmente deputati),  che sanno con destrezza  chiudere  la
bocca dell'infermo,  e soffocato che l'hanno lo fanno in pezzi e lo cuocono,  e
cos  cotto  i  suoi  parenti  lo  mangiano  insieme  allegramente,   e   tutto
integramente fino alle midolle che sono nell'ossa, di modo che di lui non resta
sostanza  alcuna,  percioch  se  vi rimanesse dicono che crearebbe vermini,  e
mancando ad essi il cibo morrebbono: e per  la  morte  di  questi  tal  vermini
dicono  che  l'anima  del morto patirebbe gran pena.  E poi,  tolte l'ossa,  le
ripongono in una bella cassetta picciola,  e portanla in  qualche  caverna  ne'
monti e la sepeliscono,  accioch non siano tocche da bestia alcuna.  E ancora,
se possono prendere qualche uomo che non  sia  del  suo  paese,  non  potendosi
riscattare, l'uccidono e lo mangiano.

Del quinto regno di Lambri.
Cap. 15.

Lambri    un  regno  che  ha  re e favella da sua posta,  le sue genti adorano
gl'idoli, e chiamansi del gran Can. Hanno verzino in gran quantit, e canfora e
molte altre specie.  Seminano una pianta ch' simile al verzino,  e quand'ell'
nata  e  cresciuta  in  piccioli  ramuscelli  li  cavano e li piantano in altri
luoghi,  dove li lasciano per tre anni;  dopo li cavano con tutte le  radici  e
adoperano  a  tingere.  E  messer  Marco  port  di  dette  semenze a Venezia e
seminolle,  ma non nacque nulla,  e questo perch richiedono luogo calidissimo.
Sono in questo regno uomini che hanno le code pi longhe d'un palmo,  a modo di
cane, ma non sono pilose: e per la maggior parte sono fatti a quel modo. Questi
tali uomini abitano fuori delle citt ne' monti.  Hanno leoncorni in gran copia
e molte cacciagioni di bestie e d'uccelli.

Del sesto regno di Fanfur, dove cavano farina d'arbori.
Cap. 16.

Fanfur   regno e ha re da per s,  le cui genti adorano gl'idoli,  e chiamansi
per il gran Can,  e sono dell'isola sopradetta.  Quivi nasce la miglior canfora
che  trovar  si  possa,  la  qual  si  chiama  canfora di Fanfur,  ed  miglior
dell'altra, e dassi per tant'oro a peso. Non hanno frumento n altro grano,  ma
mangiano riso e latte,  e vino hanno degli arbori,  come di sopra s' detto nel
capitolo di Samara.
Oltre di ci v' un'altra cosa  maravigliosa,  cio  che  in  questa  provincia
cavano farina d'arbori,  perch hanno una sorte d'arbori grossi e longhi,  alli
quali levatali la prima scorza, ch' sottile, si truova poi il suo legno grosso
intorn'intorno per tre dita,  e tutta la midolla di dentro  farina come quella
del  carvolo: e sono quegli arbori grossi come potrian abbracciar due omini.  E
mettesi questa farina in mastelli pieni d'acqua, e menasi con un bastone dentro
all'acqua: allora la semola e l'altre immondizie vengono di sopra,  e  la  pura
farina  va al fondo.  Fatto questo si getta via l'acqua,  e la farina purgata e
mondata che rimane s'adopra,  e si fanno di quella lasagne e diverse vivande di
pasta,  delle  qual ne ha mangiato pi volte il detto messer Marco,  e ne port
seco alcune a Venezia, qual  come il pane d'orzo e di quel sapore. Il legno di
quest'arbore l'assomigliano al ferro,  perch  gettato  in  acqua  si  sommerge
immediate,  e  si  pu  sfendere  per dritta linea da un capo all'altro come la
canna, perch, quando s'ha cavata la farina,  il legno,  come s' detto,  riman
grosso per tre dita: del quale quelle genti fanno lancie picciole e non longhe,
perch  se  fossero longhe niuno le potria portare,  non ch'adoperarle,  per il
troppo gran peso;  e le aguzzano da  un  capo,  qual  poi  abbruciano,  e  cos
preparate  sono atte a passare ciascun'armatura,  e molto meglio che se fossero
di ferro. Or abbiamo detto di questo regno,  qual  delle parti di quest'isola.
Degli altri regni che sono nell'altre parti non diremo,  perch il detto messer
Marco non vi fu,  e per,  procedendo pi oltre,  diremo d'una  picciola  isola
nominata Nocueran.

Dell'isola di Nocueran.
Cap. 17.

Partendosi  dalla  Giava e dal regno di Lambri,  poi che s'ha navigato da circa
centocinquanta miglia verso tramontana, si truovano due isole,  una delle quali
si  chiama  Nocueran  e  l'altra Angaman.  E in questa di Nocueran non  re,  e
quelle genti sono come bestie, e tutti,  cos maschi come femine,  vanno nudi e
non cuoprono parte alcuna della loro persona;  e adorano gl'idoli. Tutti i loro
boschi sono di nobilissimi arbori  e  di  grandissima  valuta,  e  si  truovano
sandali  bianchi  e rossi,  noci di quelle d'India,  garofani,  verzino e altre
diverse sorti di speciarie.
N v'essendo altre cose  da  dire,  pi  oltre  procedendo,  diremo  dell'isola
d'Angaman.

Dell'isola di Angaman.
Cap. 18.

Angaman  un'isola grandissima,  che non ha re, le cui genti adoran gl'idoli, e
sono come bestie salvatiche,  conciosiacosach mi fosse detto ch'hanno il  capo
simile  a  quello de' cani,  e gli occhi e denti.  Sono genti crudeli,  e tutti
quegli uomini che possono prendere gli ammazzano e mangiano,  pur che non siano
della  sua  gente.  Hanno  abondanza  di  tutte  le  sorti  di  specie.  Le sue
vettovaglie sono risi e latte e carne d'ogni maniera,  e  hanno  noci  d'India,
pomi paradisi, e molti altri frutti diversi da' nostri.

Dell'isola di Zeilan.
Cap. 19.

Partendosi  dall'isola  d'Angaman,  poi  che  s'  navigato da mille miglia per
ponente, e alquanto meno verso garbin, si truova l'isola di Zeilan,  la qual al
presente    la miglior isola che si truovi al mondo della sua qualit,  perch
gira di circuito da duemila e quattrocento miglia.  E anticamente era maggiore,
perch  girava  a  torno a torno ben tremila e seicento miglia,  secondo che si
truova ne' mapamondi de' marinari di quei mari;  ma il vento di  tramontana  vi
soffia con tanto empito che ha corroso parte di quei monti,  quali sono cascati
e sommersi in mare,  e cos  perso molto del suo territorio:  e  questa    la
causa  perch  non    cos  grande  al  presente  come  fu gi per il passato.
Quest'isola ha un re, che si chiama Sendernaz; le genti adorano gl'idoli, e non
danno tributo ad alcuno.  Gli uomini e le donne sempre vanno nudi,  eccetto che
cuoprono la loro natura con un drappo. Non hanno biade, se non risi e susimani,
de'  quali  fanno  olio.  Vivono  di latte,  risi e carne,  e vino degli arbori
sopradetti, e hanno abondanza del miglior verzino che si possa trovar al mondo.
In questa isola nascono buoni e bellissimi rubini,  che non  nascono  in  alcun
altro  luogo del mondo,  e similmente zafiri,  topazii,  ametisti,  granate,  e
molt'altre pietre preciose e buone.  E il re di quest'isola vien detto aver  il
pi  bel  rubino che giamai sia stato veduto al mondo,  longo un palmo e grosso
com' il braccio d'un uomo,  splendente oltre modo,  e non ha pur una  macchia,
che  pare  che  sia  un fuoco che arda;  ed  di tanta valuta che non si potria
comprare con denari. Cublai gran Can mand ambasciatori a questo re, pregandolo
che, s'ei volesse concederli quel rubino, li daria la valuta d'una citt;  egli
rispose  che  non  glielo  daria per tesoro del mondo,  n lo lasciarebbe andar
fuori delle sue mani,  per essere stato de' suoi  predecessori:  e  per  questa
causa  il  gran Can non lo pot avere.  Gli uomini di quest'isola non sono atti
all'arme,  per essere vili e codardi,  e se hanno bisogno d'uomini combattitori
truovano gente d'altri luoghi vicini a' saraceni.
E  non  essendovi  altre  cose  memorabili,  procedendo  pi oltre narreremo di
Malabar.

Della provincia di Malabar.
Cap. 20.

Partendosi dall'isola di Zeilan, e navigando verso ponente miglia sessanta,  si
truova la gran provincia di Malabar,  la qual non  isola ma terra ferma,  e si
chiama India maggiore,  per essere la pi nobile e la pi ricca  provincia  che
sia  al  mondo.  Sono in quella quattro re,  ma il principale,  ch' capo della
provincia, si chiama Senderband.  Nel suo regno si pescano le perle,  cio che
fra  Malabar e l'isola di Zeilan v' un colfo overo seno di mare,  dove l'acqua
non  pi alta di dieci in dodici passa,  e  in  alcuni  luoghi  due  passa,  e
pescansi  in  questo modo: che molti mercanti fanno diverse compagnie,  e hanno
molte navi e barche grandi e picciole,  con ancore per poter sorgere,  e menano
seco uomini salariati,  che sanno andare nel fondo a pigliar le ostriche, nelle
quali sono attaccate le perle,  e le portano di sopra in un sacchetto  di  rete
legato al corpo,  e poi ritornano di nuovo,  e quando non possono sostenere pi
il fiato vengono suso,  e stati un poco se ne descendono,  e cos fanno tutt'il
giorno.  E  pigliansi  in  grandissima quantit,  delle quali si fornisce quasi
tutt'il mondo,  per essere la maggior parte di quelle che si pigliano in questo
colfo  tonde  e  lustri.  Il  luogo  dove si truovano in maggior quantit dette
ostreche si chiama Betala,  ch' sopra la terra ferma,  e di l vanno al dritto
per  sessanta miglia per mezogiorno.  Ed essendovi in questo colfo pesci grandi
ch'uccideriano i pescatori,  per i mercanti conducon alcuni incantatori  d'una
sorte  di  Bramini,  quali  per arte diabolica sanno constringere e stupefare i
pesci, che non li fanno male; e perch pescano il giorno, per la sera disfanno
l'incanto,  temendo ch'alcuno nascosamente,  senza licenza  de'  mercanti,  non
discenda la notte a pigliar l'ostreche: e i ladri,  che temono detti pesci, non
osano andarvi di notte. Questi incantatori sono gran maestri di saper incantare
tutti gli animali, e anco gli uccelli.  Questa pescagione comincia per tutto il
mese d'aprile fino a mezo maggio, la qual comprano dal re, e li danno solamente
la  decima  (e  ne  cava grandissima utilit),  e alli incantatori la vigesima.
Finito detto tempo pi dette ostriche non si truovano, ma fanno passaggio ad un
altro luogo,  distante da questo colfo trecento e pi miglia,  dove si truovano
per il mese di settembre fino a mezo ottobrio. Di queste perle, oltre la decima
che  danno  i mercanti,  il re vuol tutte quelle che sono grosse e tonde,  e le
paga cortesemente, s che tutti gliele portano volentieri.
Il popolo di questa provincia in ogni tempo va nudo,  eccetto che (com' detto)
si  cuoprono le parti vergognose con un drappo,  e il re similmente va come gli
altri: vero  ch'ei porta alcune cose per onorificenzia regale,  cio atorno il
collo  una  collana piena di pietre preciose,  zafiri,  smeraldi e rubini,  che
vagliono un gran tesoro; li pende al collo ancor un cordone di seta sottile che
discende fin al petto,  nel quale sono cento e quattro perle grosse e  belle  e
rubini,  che sono di gran valuta. E la causa  questa, perch gli conviene ogni
giorno dir cento e quattro  orazioni  all'onor  de'  suoi  idoli,  perch  cos
comanda la lor legge e cos osservarono i re suoi predecessori.  L'orazione che
dicono ogni giorno sono queste parole: "Pacauca, Pacauca, Pacauca", e le dicono
cento e quattro volte. Item porta alle braccia in tre luoghi braccialetti d'oro
ornati di perle e gioie,  e alle gambe  in  tre  luoghi  cintole  d'oro,  tutte
coperte  di  perle e gioie,  e sopra le dita de' piedi e delle mani,  ch' cosa
maravigliosa da vedere,  non che stimare si potesse la valuta: ma a questo re 
facile,  nascendo tutte le gioie e perle nel suo regno.  Questo re ha ben mille
concubine e mogli, perch, subito ch'ei vede una bella donna, la vuol per s: e
per questo tolse la moglie  ch'era  di  suo  fratello,  qual,  per  esser  uomo
prudente e savio, sostenne la cosa in pace e non fece altro scandalo, ancor che
molte  volte fosse in procinto di farli guerra;  ma la lor madre li mostrava le
mammelle,  dicendogli: "Se farete scandalo tra voi,  io mi taglier le mammelle
che v'hanno nutriti",  e cos rimaneva la quistione.  Ha ancora questo re molti
cavalieri e gentiluomini,  che si chiamano fedeli del  re  in  questo  mondo  e
nell'altro.  Questi  servono  al  re nella corte,  e cavalcano con lui standoli
sempre appresso, e come va il re questi l'accompagnano, e hanno gran dominio in
tutt'il regno.  Quand'ei muore,  s'abbrucia il suo corpo: allora  tutti  questi
suoi  fedeli  si gettano volontariamente lor medesimi nel fuoco e s'abbruciano,
per causa d'accompagnarlo nell'altro mondo.
In questo regno  ancora tal consuetudine,  che  quando  muore  il  re  i  suoi
figliuoli  che  succedono  non  toccano il tesoro di quello,  perch dicono che
saria sua vergogna che,  succedendo in tutt'il regno,  lui fosse cos vile e da
poco  ch'ei non se ne sapesse acquistare un altro simile: e per  opinione che
si conservi infiniti tesori nel palagio del re,  per  memoria  degli  altri  re
passati.  In  questo  reame  non  nascono cavalli,  e per questa causa il re di
Malabar e gli altri quattro re suoi  fratelli  consumano  e  spendono  ogn'anno
molti  denari  in  quelli,  perch ne comprano dalli mercanti d'Ormus,  Diufar,
Pecher e Adem,  e d'altre provincie,  che glieli conducono: e si fanno  ricchi,
perch  gliene  vendono  da  cinquemila per cinquecento saggi d'oro l'uno,  che
vagliono cento marche d'argento;  e in capo dell'anno  non  ne  rimangono  vivi
trecento,  perch  non  hanno  chi li sappino governare,  n mariscalchi che li
sappino medicare, e bisogna che ogn'anno li rinovino. Ma io penso che l'aere di
questa provincia non sia conforme alla natura de'  cavalli,  perch  quivi  non
nascono, e per non si possono conservare. Li danno da mangiare carne cotta con
risi,  e  molti altri cibi cotti,  perch non vi nasce altra sorte di biade che
risi.  Se una cavalla grande sar pregna  di  qualche  bel  cavallo,  non  per
partorisce se non un poledro picciolo,  mal fatto e con li piedi storti,  e che
non  buono per cavalcare.
S'osserva in detto regno quest'altra consuetudine,  che quand'alcun ha commesso
qualche delitto,  per il quale si giudichi ch'ei meriti la morte,  e il signore
lo voglia far morire,  allora il condannato dice ch'egli si vuole  uccidere  ad
onore  e  riverenza  di tal idolo,  e immediate tutti i suoi parenti e amici lo
pongono sopra una catedra,  con dodici coltelli ben ammolati e taglienti,  e lo
portano  per  la  citt  esclamando:  "Questo  valent'uomo si va ad ammazzar se
medesimo per amor del tal idolo".  E giunti al luogo dove si dee far giustizia,
quel  che dee morire piglia due coltelli e grida in alta voce: "Io m'uccido per
amor di tal idolo", e subito in un colpo si dar due ferite nelle cosse, e dopo
due nelle braccia,  due nel ventre e due  nel  petto,  e  cos  ficca  tutti  i
coltelli  nella sua persona,  gridando ad ogni colpo: "Io mi uccido per amor di
tal idolo". E poi che s'ha fitti tutti i coltelli nella vita, l'ultimo si ficca
nel  cuore,  e  subito  muore.  Allora  i  suoi  parenti  con  grand'allegrezza
abbruciano  quel corpo,  e la moglie immediate si getta nel fuoco,  lasciandosi
abbruciare per amor del marito: e le donne che fanno questo sono molto  laudate
dall'altre genti, e quelle che non lo fanno sono vituperate e biasimate.
Questi del regno adorano gl'idoli,  e per la maggior parte adorano buoi, perch
dicono ch'il bue  cosa santa,  e niun mangierebbe  delle  carni  del  bue  per
alcuna  causa  del mondo.  Ma v' una sorte d'uomini,  che si chiamano gavi,  i
quali, bench mangino carne di bue,  non per ardiscono d'ucciderli,  ma quando
alcun bue muore di propria morte,  overo altrimenti,  essi gavi ne mangiano,  e
tutti imbrattano le loro case di sterco di buoi. Hanno queste genti per costume
di sedere in terra sopra tapeti,  e se sono domandati perch ci fanno,  dicono
che 'l sedere sopra la terra  cosa molto onorata,  perch essendo noi di terra
ritorneremo in terra,  e niuno potrebbe mai tanto onorare la  terra  che  fosse
bastevole,  e  per  non si dee dispregiarla.  E questi gavi e tutti della loro
progenie sono di  quelli  i  predecessori  de'  quali  ammazarono  san  Tommaso
apostolo,  e  niuno de' detti potria entrare nel luogo dov' il corpo del beato
apostolo,  ancor che vi fosse portato per dieci uomini,  perch detto luogo non
riceve alcuno di loro, per la virt di quel corpo santo.
In  questo regno non nasce alcuna biada,  se non risi e susimani.  Queste genti
vanno alla battaglia con lancie e scudi,  e sono nude,  e sono genti vili e  da
poco,  senz'alcuna  prattica  di  guerra.  Non  ammazzano  bestie  alcune overo
animali,  ma quando vogliono mangiar carne di  montoni  o  altre  bestie  overo
uccelli,  le  fanno  uccidere  da saraceni e da altre genti che non osservano i
costumi e leggi loro. Si lavano, cos uomini come donne, due volte il giorno in
acqua tutto il corpo, cio la mattina e la sera,  altrimenti non mangiariano n
beveriano,  se  prima non fossero lavati: e quello che non si lavasse due volte
il giorno saria tenuto come eretico.  Ed   da  sapere  che  nel  suo  mangiare
adoperano  solamente  la  mano  destra,  n  toccariano cibo alcuno con la mano
sinistra,  e tutte le cose monde e belle operano e toccano con la mano  destra,
perch  l'officio  della  mano  sinistra    solamente circa le cose necessarie
brutte e immonde,  come saria far nette le parti vergognose e altre cose simili
a  queste.  Item  bevono solamente con boccali,  e ciascuno col suo,  n alcuno
beveria col boccale d'un altro,  e quando bevono non si mettono il boccale alla
bocca, ma lo tengono elevato in alto e gettansi il vino in bocca, n toccariano
il  boccale  con la bocca per modo alcuno,  n dariano bere con quei boccali ad
alcun forestiere; ma, se il forestiero non aver vaso proprio da bere, essi gli
gettano del vino intra le mani ed egli ber con quelle,  adoperando le mani  in
luogo d'una tazza.
In questo regno si fa grandissima e diligente giustizia di ciascun maleficio; e
de'  debiti  s'osserva  tal  ordine appresso di loro: s'alcun debitore sar pi
volte richiesto dal suo creditore,  ed ei vada con  promissioni  differendo  di
giorno in giorno,  e il creditore lo possa toccare una volta, talmente ch'ei li
possa designare un circolo a torno, il debitore non uscir fuor di quel circolo
fin che non avr sodisfatto al creditore,  overo gli dar una cauzione che sar
sodisfatto;  altramente,  uscendo  fuori del circolo,  come transgressore della
ragione e  giustizia  sar  punito  col  supplicio  della  morte.  E  vidde  il
sopradetto messer Marco nel suo ritorno a casa,  essendo nel detto regno,  che,
dovendo dare il re ad un mercante forestiero certa somma di denari,  ed essendo
pi  volte  stato  richiesto,  lo  menava  con  parole  alla longa;  un giorno,
cavalcando per la terra il re, il mercante,  trovata l'opportunit,  li fece un
circolo a torno, circuendo anco il cavallo: il che vedendo, il re non volse col
cavallo  andar  pi  oltre,  n  di  l  si  mosse  fin  che 'l mercante non fu
sodisfatto.   La  qual  cosa  veduta  dalle  genti   circonstanti,   molto   si
maravigliarono,  dicendo  che  giustissimo  era  il  re,  avendo  ubbidito alla
giustizia.
Detti popoli si guardano grandemente da bere vino fatto d'uva,  e quello che ne
bee non si riceve per testimonio,  n quello che naviga per mare, perch dicono
che chi naviga per mare  disperato, e per non lo ricevono in testimonio.  Non
reputano che la lussuria sia peccato. E vi  cos gran caldo che gli  una cosa
mirabile,  e per vanno nudi;  e non hanno pioggia se non solamente del mese di
giugno, luglio e agosto, e se non fosse quest'acqua, che piove questi tre mesi,
che d refrigerio all'aria, non si potria vivere.
Ivi sono ancora molti savii in una scienzia che si chiama fisionomia,  la quale
insegna  a  conoscere  la  propriet  e  qualit  degli uomini che sono buoni o
cattivi: e questo conoscono subito che veggono l'uomo  e  la  donna.  Conoscono
anco  quel  che  significa incontrandosi in uccelli o bestie,  e danno mente al
volare degli uccelli pi di tutti gli uomini del mondo,  e preveggono il bene e
male.  Item  per  ciascun  giorno  della settimana hanno un'ora infelice,  qual
chiamano choiach, come il giorno del luned l'ora di meza terza,  il giorno del
marted l'ora di terza,  il giorno di mercord l'ora di nona, e cos di tutti i
giorni per tutto l'anno, li quali hanno descritti e determinati ne' loro libri;
e conoscono l'ore del giorno al conto de' piedi che fa l'ombra dell'uomo quando
sta ritto,  e si guardano in  tal  ore  di  far  mercati  o  altre  facende  di
mercanzie,  perch  dicono  che  li  riescono  male.  Item,  quando nasce alcun
fanciullo o fanciulla in questo regno,  subito il padre o la madre fanno metter
in  scritto il giorno della sua nativit e della luna il mese e l'ora: e questo
fanno perch esercitano tutti i loro  fatti  per  astrologia.  E  tutti  quelli
ch'hanno  figliuoli  mascoli,  subito  che  sono  in  et  d'anni  tredici,  li
licenziano di casa,  privandoli del vivere di casa,  perch dicono  che  oramai
sono  in et di potersi acquistar il vivere,  e far mercanzie e guadagnare: e a
ciascuno danno venti o ventiquattro  grossi,  overo  moneta  di  tanta  valuta.
Questi  fanciulli  non cessano tutto il giorno correre or qua or l,  comprando
una cosa e dopo vendendola;  e al tempo che si pescano le  perle  corrono  alli
porti,  e  comprano dalli pescatori e da altri cinque o sei perle,  secondo che
possono,  e le portano a' mercanti che stanno nelle case per  paura  del  sole,
dicendoli:  "A  me costano tanto,  datemi quello che vi piace di guadagno",  ed
essi li danno qualche cosa di guadagno,  oltre il prezzo che sono costate loro.
E  cos  s'esercitano  in  molte  altre  cose,  facendosi ottimi e sottilissimi
mercanti, e dopo portano a casa delle loro madri le cose necessarie, ed esse le
cucinano e apparecchiano, ma non mangiano cosa alcuna a spese de' padri loro.
Item in questo regno e per tutta l'India tutte le bestie e uccelli sono diversi
da' nostri, eccetto le quaglie,  le quali s'assomigliano alle nostre;  ma tutte
l'altre  cose sono diverse da quelle che abbiamo noi.  Hanno pipistrelli grandi
come sono astori, e gli astori negri come corbi, e molto maggiori de' nostri, e
volano velocemente e prendono uccelli.
Hanno ancora molti idoli ne' loro monasterii,  di forma di maschio e di femina,
a' quali i padri e le madri offeriscono le figliuole; e quando l'hanno offerte,
ogni  volta  che li monachi di quel monasterio ricercano ch'elle venghino a dar
solazzo agl'idoli,  subito vanno,  e cantano e suonano facendo  gran  festa:  e
dette  donzelle  sono  in  gran quantit e con gran compagnie,  e portano molte
volte la settimana a mangiare agl'idoli a' quali sono  offerte,  e  dicono  che
gl'idoli mangiano,  e gli apparecchiano la tavola avanti di loro,  con tutte le
vettovaglie ch'hanno portato,  e la lasciano apparecchiata per il spazio  d'una
buona ora,  sonando e cantando continuamente e facendo gran sollazzo, qual dura
tanto quanto un gentiluomo potria desinare a  suo  commodo.  Dicono  allora  le
donzelle  che  gli  spiriti degl'idoli hanno mangiato ogni cosa,  e loro poi si
pongono a mangiare atorno gl'idoli, e dopo ritornan alle loro case.  E la causa
perch le fanno venire a fare queste feste  perch dicono i monachi che 'l dio
  turbato  e  adirato  con  la dea,  n si congiungono l'uno con l'altro n si
parlano, e che, se non faranno pace,  tutte le facende loro andranno di male in
peggio  e  non  vi  daranno la benedizione e grazia loro: e per fanno venir le
dette donzelle al modo sopradetto,  tutte nude,  eccetto  che  si  cuoprono  la
natura, e che cantino avanti il dio e la dea. E hanno opinione quelle genti che
'l dio molte volte si solazza con quella, e che si congiungano insieme.
Gli uomini hanno le loro lettiere di canne leggierissime,  e con tale artificio
che, quando vi sono dentro e vogliono dormire,  si tirano con corde appresso al
solaro  e  quivi si fermano.  Questo fanno per schifare le tarantole,  le quali
mordono grandemente, e per schifare i pulici e altri verminezzi,  e per pigliar
il vento, per mitigar il gran caldo che regna in quelle bande. La qual cosa non
fanno tutti,  ma solamente i nobili e grandi,  per che gli altri dormono sopra
le strade.
Nella provincia detta di Malabar v' il corpo del glorioso messer  san  Tommaso
apostolo,  ch'ivi  sostenne il martirio: ed  in una picciola citt,  alla qual
vanno pochi mercanti,  per non essere luogo  a  loro  proposito;  ma  vi  vanno
infiniti  cristiani  e  saraceni  per devozione,  perch dicono ch'egli fu gran
profeta,  e lo chiamano anania,  cio uomo santo.  E li cristiani che  vanno  a
questa divozione togliono della terra di quel luogo dov'egli fu ucciso, la qual
  rossa,  e portansela seco con riverenzia,  e spesso fanno miracoli,  perch,
distemperata in acqua,  la danno a bere agli ammalati e guariscono  di  diverse
infermit.  E nell'anno del Signore 1288 un gran principe di quella terra,  nel
tempo che si raccogliono le biade,  avea raccolto grandissima quantit di risi,
e non avendo case a bastanza dove potesse reponerli, li parve di metterli nelle
case  della  chiesa  di S.  Tomaso,  contra la volont delle guardie di quelle,
quali pregavano che non dovesse occupare le case dove alloggiavano li peregrini
che venivano a visitar il corpo di  quel  glorioso  santo;  ma  lui,  ostinato,
glieli  fece  mettere.  Or  la  notte seguente questo santo apostolo apparve in
visione al principe,  tenendo una lancetta in mano,  e ponendogliela  sopra  la
gola  gli  disse:  "Se  non  svoderai  le  case che m'hai occupato,  io ti far
malamente morire". Il principe, svegliatosi tutto tremante,  immediate fece far
quanto  gli  era stato comandato,  e disse publicamente a tutti come egli aveva
veduto in visione detto apostolo.  E molti altri  miracoli  tutt'il  giorno  si
veggono,   per  intercessione  di  questo  beato  apostolo.   I  cristiani  che
custodiscono detta chiesa  hanno  molti  arbori  che  fanno  le  noci  d'India,
com'abbiamo scritto di sopra, quali li danno il vivere, e pagan ad un di questi
re fratelli un grosso ogni mese per arbore. Dicono che quel santissimo apostolo
fu  morto in questo modo,  ch'essendo lui in un romitorio in orazione,  v'erano
intorno molti pavoni, de' quali quelle contrade sono tutte ripiene: un idolatro
della generazione de' gavi detti di sopra,  passando di quivi n vedendo  detto
santo,  tir con una saetta ad un pavone,  la qual and a ferire nel costato di
quel santissimo apostolo, qual,  sentendosi ferito,  referendo grazie al nostro
Signor Iddio rese l'anima a quello.
In  detta  provincia  di  Malabar gli abitanti sono negri,  ma non nascono cos
com'essi si fanno con artificio, perch reputano la negrezza per gran belt,  e
per  ogni  giorno  ungono  li fanciullini tre volte con olio di susimani.  Gli
idolatri di questa provincia fanno le imagini de'  loro  idoli  tutte  nere,  e
dipingon il diavolo bianco,  dicendo che tutti li demoni sono bianchi. E quelli
ch'adorano il bue,  come vanno a combattere,  portano seco  del  pelo  del  bue
salvatico,  e  li  cavallieri  legano  del  detto  pelo alle crene del cavallo,
tenendolo che sia di tanta santit e virt che ciascuno che n'ha  sopra  di  s
sia  sicuro  da  ogni  pericolo:  e per questa causa i peli de' buoi salvatichi
vagliono assai denari in quelle parti.

Del regno di Murphili, overo Monsul.
Cap. 21.

Il regno di Murphili si  truova  quando  si  parte  da  Malabar  e  si  va  per
tramontana cinquecento miglia.  Adorano gl'idoli e non danno tributo ad alcuno;
vivono di risi,  carne,  latte,  pesce e frutti.  Ne' monti di questo regno  si
truovano  i  diamanti,  perch  quando  piove  l'acqua  descende  da quelli con
grand'impeto e ruina per le rupi e caverne,  e  poi  ch'  scorsa  l'acqua  gli
uomini  li  vanno  cercando  per li fiumi,  e ne truovano molti.  E fu detto al
prefato messer Marco che la state, ch' grandissimo caldo e non piove,  montano
sopra  detti  monti  con  gran  fatica,  e  per la moltitudine de' serpi che si
trovano in quelli,  e nelle sommit vi sono alcune valli circondate da grotte e
caverne  dove  si  truovano  detti diamanti,  e vi pratticano di continuo molte
aquile e cicogne bianche,  che si cibano de' detti serpi.  Quelli  adunque  che
vogliono averne gettano,  stando sopra le grotte, molti pezzi di carne in dette
valli, e l'aquile e cicogne, vedendo le carni,  le vanno a pigliare e portano a
mangiare  sopra  le grotte overo sommit de' monti,  dove immediate corrono gli
uomini e  le  discacciano,  togliendoli  le  carni:  e  spesse  fiate  truovano
attaccati in quelle i diamanti. E se l'aquile mangiano le carni, vanno al luogo
dove  dormono  la  notte,  e  truovano  alle  fiate  de'  diamanti nel sterco e
immondizie di quelle.  In questo regno  si  fanno  i  migliori  e  pi  sottili
boccascini che si truovino in tutta l'India.

Della provincia di Lac overo Loac e Lar.
Cap. 22.

Partendosi  dal  luogo  dove    il corpo del glorioso apostolo s.  Tommaso,  e
andando verso ponente,  si truova la provincia di Lac.  Di qui hanno origine li
Bramini,  che  sono sparsi poi per tutta l'India: questi sono li migliori e pi
veridici mercanti che si truovino,  n direbbono mai una  bugia  per  qualunque
cosa che dir si potesse, ancor se v'andasse la vita. Si guardano grandemente di
robbare e tor la robba d'altrui;  son ancora molto casti,  perch si contentano
d'una moglie sola. E se alcuno mercante forestiero e che non conosca li costumi
della contrada si raccomandi a loro e li dia in salvo le sue mercanzie,  questi
Bramini le custodiscono,  vendono e barattanle lealmente,  procurando l'utilit
del forestiero con ogni cura e sollicitudine, non li dimandando alcuna cosa per
premio,  se per sua gentilezza il mercante non gliene dona.  Mangiano  carne  e
bevono vino;  non uccideriano alcun animale, ma lo fanno uccidere da' saraceni.
Si conoscono i Bramini per certo segnale che portano,  che  un fil  grosso  di
bambagio  sopra  la spalla,  e leganlo sotto il braccio,  di modo che quel filo
appare avanti il petto e dopo le spalle.  Hanno un re  qual    molto  ricco  e
potente,  e  che si diletta di perle e pietre preciose;  e quando i mercanti di
Malabar gliene possono portare qualcuna che sia bella, credendo alla parola del
mercante,  li d due volte tanto quanto la gli costa: per li  vengono  portate
infinite gioie.  Sono grandi idolatri,  e si dilettano d'indovinare,  e massime
negli augurii,  e se vogliono comprare alcuna cosa,  riguardano subito nel sole
la sua propria ombra,  e facendo le regole della sua disciplina procedono nella
sua mercanzia.  Sono molto astinenti nel mangiare e vivono lungamente;  i  suoi
denti  sono molto buoni,  per certa erba che usano a masticare,  la qual fa ben
digerire ed  molto sana a' corpi umani.
Sono fra costoro in detta regione alcuni idolatri,  quali sono religiosi  e  si
chiamano tingui, e a reverenzia de' loro idoli fanno una vita asprissima. Vanno
nudi  e  non si cuoprono parte alcuna del corpo,  dicendo che non si vergognano
d'andare nudi,  perch nacquero ancor nudi,  e circa le parti vergognose dicono
che,  non  facendo  alcuno peccato con quelle,  non si vergognano di mostrarle.
Adorano il bue,  e ne portan un picciolo di lattone o d'altro metallo  indorato
legato in mezo la fronte.  Abbruciano ancor l'ossa de' buoi e ne fanno polvere,
con la quale fanno un'unzione che si ungono il corpo in  pi  luoghi  con  gran
riverenzia;  e se incontrano alcuno che li facci buona cera, li mettono in mezo
la fronte un poco di detta polvere.  Non uccideriano animale alcuno,  n mosche
n pulici n pidocchi,  perch dicono che hanno anima,  n mangiariano d'animal
alcuno,  perch li pareria di commetter gran peccato.  Non mangiano alcuna cosa
verde,  n erbe n radici, fino che non sono secche, perch tutte le cose verdi
dicono che hanno anima.  Non usano scodelle n  taglieri,  ma  mettono  le  sue
vivande  sopra  le  foglie  secche  di  pomi  d'Adamo,  che si chiamano pomi di
paradiso. Quando vogliono alleggerire il ventre vanno al lido del mare, dove in
la rena depongono il peso naturale,  e subito lo dispergono in qua e l,  acci
che  'l  non  faccia  vermini,  che  poi morirebbono di fame,  e loro farebbono
grandissimo peccato per la morte di tante anime.
Vivono lungamente sani e gagliardi, perch alcuni di loro arrivano fino a cento
e cinquanta anni,  ancor che dormino sopra la terra: ma si pensa  che  sia  per
l'astinenzia e castit che servano; e come sono morti abbruciano i loro corpi.

Dell'isola di Zeilan.
Cap. 23.

Non  voglio  restare di scrivere alcune cose che ho lasciato di sopra quando ho
parlato dell'isola di Zeilan, le quali intesi ritrovandomi in quei paesi quando
ritornavo a casa. Nell'isola di Zeilan dicono esservi un monte altissimo,  cos
dirupato  nelle  sue  rupi e grotte che niuno vi pu ascendere se non in questo
modo, che da questo monte pendono molte catene di ferro,  talmente ordinate che
gli uomini possono per quelle ascendere fino alla sommit,  dove dicono esservi
il sepolcro d'Adamo primo padre.  Questo  dicono  i  saraceni,  ma  gl'idolatri
dicono  che vi  il corpo di Sogomonbarchan,  che fu il primo uomo che trovasse
gl'idoli,  e l'hanno per  un  uomo  santo.  Costui  fu  figliuolo  d'un  re  di
quell'isola,  e  si dette alla vita solitaria,  e non voleva n regno n alcuna
altra cosa mondana, ancor che 'l padre, con il mezo di bellissime donzelle, con
tutte le delizie che imaginar si possa,  si sforzasse di levarlo da questa  sua
ostinata opinione. Ma non fu mai possibile, di modo che 'l giovane nascosamente
si  fugg sopra questo altissimo monte,  dove castamente e con somma astinenzia
fin la vita  sua:  e  tutti  gl'idolatri  lo  tengono  per  santo.  Il  padre,
disperato,  ne  ebbe  grandissimo dolore,  e fece far un'imagine a similitudine
sua,  tutta d'oro e di pietre preciose,  e volse che tutti gli uomini di quella
isola  l'onorassero e adorassero come iddio: e questo fu principio dell'adorare
gl'idoli, e gl'idolatri hanno questo Sogomonbarchan per il maggior di tutti gli
altri,  e vengono di molte parti lontane in  peregrinaggio  a  visitare  questo
monte dove egli  sepolto.  E quivi si conservano ancor de' suoi capelli, denti
e un suo catino,  che mostrano con gran cerimonie.  Li saraceni dicono che sono
di Adam,  e vi vanno ancor loro a visitarlo per devozione.  E accadette che nel
1281 il gran Can intese, da saraceni ch'erano stati sopra detto monte,  come vi
si truovano le cose sopradette del nostro padre Adam, per il che li venne tanto
desiderio  di  averne  ch'ei  fu  forzato di mandar ambasciatori al detto re di
Zeilan a dimandargliene;  quali vennero dopo gran cammino e giornate al  re,  e
impetrorono  duoi  denti  mascellari,  ch'erano  grandi e grossi,  e un catino,
ch'era di porfido molto bello,  e ancora delli capelli.  E inteso il  gran  Can
come  li  suoi  ambasciatori  ritornavano  con  le dette reliquie,  li mand ad
incontrare fuori della citt da tutto il popolo di Cambal,  e furono  condotte
alla sua presenzia con gran festa e onore.
E  avendo  parlato di questo monte di Zeilan,  ritorniamo al regno di Malabar e
alla citt di Cael.

Della citt di Cael.
Cap. 24.

Cael  una nobile e gran citt,  la quale signoreggia  Astiar,  un  di  quattro
fratelli,  re della provincia di Malabar,  qual  molto ricco d'oro e gioie,  e
mantiene il suo paese in gran  pace;  e  li  mercanti  forestieri  vi  capitano
volentieri,  per  essere  da  quel  re ben visti e trattati.  Tutte le navi che
vengono di ponente,  Ormus,  Chisti,  Adem,  e di tutta  l'Arabia,  cariche  di
mercanzie  e  cavalli,  fanno  porto in questa citt,  per essere posta in buon
luogo per mercadantare. Ha questo re ben trecento moglie, le quali mantiene con
grandissima pompa.
Tutte le genti di questa citt e anco di tutta l'India hanno un costume, che di
continuo portano in bocca  una  foglia  chiamata  tembul,  per  certo  abito  e
delettazione,   e  vannola  masticando,  e  sputano  la  spuma  che  la  fa.  I
gentiluomini,  signori e re hanno dette foglie acconcie  con  canfora  e  altre
specie  odorifere,  ed  eziandio  con calcina viva mescolata: e mi fu detto che
questo li conservava molto sani.  E se alcuno vuol far ingiuria ad un  altro  o
villaneggiarlo,  come l'incontra gli sputa nel viso di quella foglia o spuma, e
subito costui corre al re e dice l'ingiuria che gli  stata fatta e ch'ei  vuol
combattere: e il re li d l'armi,  che  una spada e rotella, e tutto il popolo
vi concorre,  e qui combattono fin che un di  loro  resta  morto.  Non  possono
menare di punta, perch gli  proibito dal re.

Del regno di Coulam.
Cap. 25.

Coulam    un  regno  che si truova partendosi dalla provincia di Malabar verso
garbin cinquecento miglia.  Adorano gl'idoli;  vi sono anco cristiani e giudei,
che hanno parlare da per s. Il re di questo regno non d tributo ad alcuno. Vi
nasce  verzino  molto  buono e pevere in grande abondanzia,  perch in tutte le
foreste e campagne se ne truova.  Lo raccolgono nel mese di  maggio,  giugno  e
luglio,  e  gli  arbori  che lo producono sono domestichi.  Hanno ancora endego
molto buono e in grande abondanzia,  qual fanno d'erbe alle quali,  levateli le
radici, pongono in mastelli grandi pieni di acqua, dove le lassano star fin che
si putrefanno,  e poi di quelle esprimono fuor il sugo; qual post'al sole bolle
tanto che si disecca e fassi come una pasta,  qual poi si taglia in  pezzi,  al
modo  che  si vede che viene condotta a noi.  Qui  grandissimo caldo in alcuni
mesi, che a pena si pu sopportare; pur li mercanti vi vengono di diverse parti
del mondo,  come del regno di Mangi e dell'Arabia,  per il  gran  guadagno  che
truovano  delle  mercanzie  che  portano  dalla  loro  patria  e  di quelle che
riportano con le loro navi di questo regno.
Vi si truovano molte bestie diverse dall'altre del mondo,  perch vi sono leoni
tutti negri, e pappagalli di pi sorte, alcuni bianchi come neve con li piedi e
becco rosso,  altri rossi e azzurri e alcuni picciolissimi.  Hanno anco pavoni,
pi belli e maggiori de' nostri e di altra forma e statura,  e le loro  galline
sono  molto diverse dalle nostre;  e il simile  in tutti li frutti che nascono
appresso di costoro: la causa dicono che sia per il gran  caldo  che  regna  in
quelle  parti.  Fanno  vino  di  un zucchero di palma,  qual  molto buono e fa
imbriacare pi di quello d'uva. Hanno abondanzia di tutte le cose necessarie al
vivere umano, eccetto che di biave, perch non vi nasce se non riso,  ma quello
in  gran  quantit.  Hanno molti astrologhi e medici che sanno ben medicare;  e
tutti, cos uomini come donne,  sono neri e vanno nudi,  eccetto che si pongono
alcuni  belli  drappi avanti la natura.  Sono molto lussuriosi,  e pigliano per
mogli le parenti germane,  le matrigne (se 'l padre  morto),  e le cognate:  e
questo s'osserva, per quello ch'io intesi, per tutta l'India.

De Cumari.
Cap. 26.

Cumari    una  provincia nell'India,  della quale si vede un poco della stella
della nostra tramontana, la quale non si pu vedere dall'isola della Giava fino
a questo luogo, dal quale, andando in mare trenta miglia,  si vede un cubito di
sopra l'acqua.  Questa contrada non  molto domestica,  ma salvatica, e vi sono
bestie di diverse maniere, specialmente simie, di tal sorte fatte e cos grandi
che pareno uomini. Vi sono ancora gatti maimoni,  molto differenti in grandezza
e piccolezza dagli altri; hanno leoni, leonpardi e lupi cervieri in grandissimo
numero.

Del regno di Dely.
Cap. 27.

Partendosi  dalla  provincia  di  Cumari  e  andando verso ponente per trecento
miglia si truova il regno di Dely, che ha proprio re e favella;  non d tributo
ad alcuno.  Questa provincia non ha porto, ma un fiume grandissimo che ha buone
bocche.  Gli abitatori adorano gl'idoli.  Questo non  potente in moltitudine o
vero  valore  delli  suoi  popoli,  ma  sicuro per la fortezza de' passi della
regione,  che sono di tal  sorte  che  li  nimici  non  vi  possono  andare  ad
assaltare.  Vi  abondanza di pevere e gengero che vi nasce, e altre speciarie.
Se alcuna nave venisse ad alcuna di queste bocche del detto fiume o vero  porto
per  qualche accidente e non per propria volont,  li togliono tutto quello che
hanno in nave di mercanzie, dicendo: "Voi volevate andare altrove,  e il nostro
dio  vi  ha  condutto  qui accioch abbiamo le robbe vostre".  Le navi di Mangi
vengono per la estate e si cargano per ventura in otto giorni,  e pi tosto che
possono  si partono,  perch non vi  molto buon stare,  per essere la spiaggia
tutta di sabbione e molto pericolosa,  ancor che le dette  navi  portino  assai
ancore  di  legno,  cos grandi che in ogni gran fortuna ritengono le navi.  Vi
sono leoni e molte altre bestie feroci e salvatiche.

Di Malabar.
Cap. 28.

Malabar  un regno grandissimo nell'India maggiore verso ponente, del quale non
voglio restare di dire ancora alcune altre particularit, le cui genti hanno re
e lingua propria; non danno tributo ad alcuno. Da questo regno appare la stella
della tramontana sopra la terra due braccia.  Sono in questo reame e in  quello
di  Guzzerat,  qual  poco lontano,  molti corsari,  i quali vanno in mare ogni
anno con pi di cento navilii,  e prendono e rubano le  navi  di  mercanti  che
passano per quei luoghi. Detti corsari menano in mare le lor mogli e figliuoli,
e grandi e piccioli, e vi stanno tutta la state. E accioch non vi possi passar
nave alcuna che non la prendino,  si mettono in ordinanza,  cio che un navilio
sta sorto con l'ancora per cinque miglia lontano un dall'altro,  s  che  venti
navilii occupano il spazio di cento miglia; e subito che veggono una nave fanno
segno con fuoco o con fumo, e cos tutti si ragunano insieme e pigliano la nave
che passa.  Non gli offendono nella persona,  ma,  svaligiata la nave,  mettono
quelli sopra il lito,  dicendoli: "Andate a guadagnare dell'altra robba;  forsi
che passerete di qua di nuovo, dove ne arrichirete".
In  questa  regione  v'  grandissima copia di pevere,  zenzero e cubebe e noci
d'India.  Fanno ancora boccascini,  i pi belli e pi sottili che si trovino al
mondo.  E  le navi di Mangi portano del rame per saorna delle navi,  e appresso
panni d'oro,  di seda,  veli e oro e argento,  e molte sorti di specie che  non
hanno  quelli  di  Malabar,  e  queste tal cose contracambiano con le mercanzie
della detta provincia. Si truovano poi mercanti che le conducono in Adem,  e di
l vengono portate in Alessandria.
E avendo parlato di questo regno di Malabar, diremo di quello di Guzzerati, che
  vicino.  E  sappiate  che,  se  vogliamo parlare di tutte le citt de' regni
d'India,  saria cosa troppo longa e tediosa,  ma  toccheremo  solamente  quelli
delli quali abbiamo avuto qualche informazione.

Del regno di Guzzerat.
Cap. 29.

Il  reame  di  Guzzerati  ha  proprio  re e propria lingua;   appresso il mare
d'India verso l'occidente.  Quivi appare la stella tramontana alta sei braccia.
Vi  sono  in  questo reame li maggior corsari che si possino imaginare,  perch
vanno fuori con li suoi navilii e,  come prendono alcuno  mercante,  subito  li
fanno  bere  un poco di acqua di mare mescolata con tamarindi,  che li muove il
corpo e fa andar da basso: e la causa  questa,  perch  li  mercanti,  vedendo
venire  i  corsari,  inghiottono  le perle e gioie che hanno per asconderle,  e
costoro gliele fanno uscir fuori del corpo.
Quivi  grand'abbondanza di zenzeri,  pevere ed endego;  hanno bambagio in gran
quantit, perch hanno gli arbori che lo producono, quali sono d'altezza di sei
passa,  e  durano  anni venti: ma il bambagio che si cava di quelli cos vecchi
non  buon da filare,  ma solamente per coltre,  ma quello  che  fanno  fino  a
dodici anni  perfettissimo per far veli sottili e altre opere. In questo regno
s'acconciano  gran  quantit  di  pelli  di becchi,  buffali,  buoi salvatichi,
leocorni e di molte altre bestie,  e se n'acconcia tante che se ne  cargano  le
navi  e  si  portano  verso  li regni d'Arabia.  Si fanno in questo regno molte
coperte di letto di cuoio rosso e azzurro,  sottilmente lavorate e  cucite  con
fil  d'oro  e  d'argento: e sopra quelle li saraceni dormono volentieri.  Fanno
ancora cussini tessuti d'oro tirato,  con pitture d'uccelli e bestie,  che sono
di  gran  valuta,  perch  ve  ne  sono  di  quelli che vagliono ben sei marche
d'argento l'uno. Quivi si lavora meglio d'opere da cucire,  e pi sottilmente e
con maggior artificio, che in tutt'il resto del mondo.
Or, procedendo pi oltre, diremo d'un regno detto Canam.

Del regno di Canam.
Cap. 30.

Canam  un grande e nobil regno verso ponente, e intendasi verso ponente perch
allora messer Marco veniva di verso levante, e secondo il suo cammino si tratta
delle  terre  che lui trovava.  Questo ha re e non rende tributo ad alcuno;  le
genti adorano gli idoli,  e hanno lingua da per s.  Quivi non nasce pevere  n
zenzero,  ma  incenso  in gran quantit,  qual non  bianco ma  come nero.  Vi
vanno molte navi per levare di quello,  e di molte altre mercanzie che quivi si
truovano.  Si  cavano molte mercanzie,  e massime di cavalli per tutta l'India,
alla qual ne portano gran quantit.

Del regno di Cambaia.
Cap. 31.

Questo  un gran regno verso ponente,  il qual ha re e favella da per  s;  non
danno tributo ad alcuno;  adorano le genti gl'idoli.  E da questo regno si vede
la stella della tramontana pi alta,  perch quanto pi  si  va  verso  maestro
tanto meglio ella si vede. Si fanno quivi molte mercanzie, e v' endego molto e
in grand'abbondanza;  hanno boccascini e bambagio in gran copia. Si traggono di
questo regno molti cuoi ben lavorati  per  altre  provincie,  e  da  quelle  si
riportano per il pi oro, argento, rame e tucia.
E non v'essendo altre cose degne da essere intese, proceder a dir del regno di
Servenath.

Del regno di Servenath.
Cap. 32.

Servenath  un regno verso ponente,  le cui genti adorano gl'idoli e hanno re e
favella da per s;  non danno tributo ad alcuno,  e sono  buona  gente.  Vivono
delle loro mercanzie e arti,  e vi vanno ben de' mercanti con le loro robbe,  e
riportano di quelle del regno.  Mi fu detto che quelli che servono agl'idoli  e
tempii sono i pi crudeli e perfidi che abbi il mondo.
Or passaremo ad un regno detto Chesmacoran.

Del regno di Chesmacoran.
Cap. 33.

Questo    un  regno grande,  e ha re e favella da sua posta.  Alcune di quelle
genti adorano gl'idoli, ma la maggior parte sono saraceni.  Vivono di mercanzie
e arti,  e il loro vivere  riso e frumento,  carne,  latte,  che hanno in gran
quantit.  Quivi vengono molti mercanti per  mare  e  per  terra.  E  questa  
l'ultima  provincia  dell'India maggiore andando verso ponente maestro,  perch
partendosi da Malabar quivi la finisce:  della  quale  India  maggiore  abbiamo
parlato  solamente  delle  provincie  e citt che sono sopra il mare,  perch a
parlare di quelle che sono fra terra saria stata l'opera troppo prolissa.
Ora parleremo d'alcune isole,  una  delle  quali  si  chiama  Mascola,  l'altra
Femina.

Dell'isola Mascola e Femina.
Cap. 34.

Oltre il Chesmacoran a cinquecento miglia in alto mare verso mezod vi sono due
isole, l'una vicina all'altra trenta miglia: e in una dimorano gli uomini senza
femine,  e  si  chiama  isola Mascolina;  nell'altra stanno le femine senza gli
uomini, e si chiama isola Feminina.  Quelli che abitano in dette due isole sono
una  cosa  medesima,  e  sono cristiani battezzati.  Gli uomini vanno all'isola
delle femine e dimorano con quelle tre mesi  continui,  cio  marzo,  aprile  e
maggio,  e  ciascuno abita in casa con la sua moglie,  e dopo ritorna all'isola
Mascolina,  dove dimorano tutt'il resto dell'anno facendo le  loro  arti  senza
femina alcuna.  Le femine tengono seco i figliuoli fino a' dodici anni,  e dopo
li mandano alli loro padri;  se ella  femina  la  tengono  fin  ch'ella    da
marito,  e  poi  la maritano negli uomini dell'isola.  E par che quell'aere non
patisca che gli uomini continuino a stare appresso le femine, perch moririano.
Hanno il loro vescovo, qual  sottoposto a quello dell'isola di Soccotera.  Gli
uomini  proveggono al vivere delle loro mogli,  perch seminano le biave,  e le
donne lavorano le terre,  e raccogliono il  grano  e  molti  altri  frutti  che
nascono di diverse sorti.  Vivono di latte,  carne,  risi e pesci, e sono buoni
pescatori,  e pigliano infiniti pesci: de' freschi e salati vendono a' mercanti
che vengono a comprarli, e massime dell'ambra, che qui se ne truova assai.

Dell'isola di Soccotera.
Cap. 35.

Partendosi  da  dette  isole  verso  mezod,  dopo cinquecento miglia si truova
l'isola di Soccotera, la quale  molto grande e abbondante del vivere.  Trovasi
per  gli abitanti alle rive di quest'isola molto ambracano,  che vien fuori del
ventre delle balene,  e  per  esser  gran  mercanzia  s'ingegnano  d'andarle  a
prendere,  con alcuni ferri ch'hanno le barbe che, ficcati nella balena, non si
possono pi cavare,  alli quali   attaccata  una  corda  longhissima  con  una
bottesella che va sopra il mare,  accioch,  come la balena  morta, la sappino
dove trovare,  e la  conducono  al  lito,  dove  li  cavano  fuori  del  ventre
l'ambracano e della testa assai botte d'olio. Vanno tutti nudi, s mascoli come
femine,  solamente coperti davanti e da drieto,  come fanno gl'idolatri;  e non
hanno altre biade se non risi,  delli quali vivono,  e di carne e  latte.  Sono
cristiani  battezzati,  e hanno un arcivescovo,  ch' come signore,  qual non 
sottoposto al papa di Roma, ma ad un zatolia che dimora nella citt di Baldach,
ch' quello che  l'elegge,  overo,  se  quelli  dell'isola  lo  fanno,  lui  lo
conferma.  Arrivano  a  quella  isola  molti  corsari  con  la  robba  ch'hanno
guadagnata,  la quale questi abitatori comprano,  per che dicono  ch'ella  era
d'idolatri e saraceni,  e la possono tenere licitamente. Vengono quivi tutte le
navi che vogliono andare alla provincia d'Adem,  e di pesci e d'ambracano  (che
ne hanno gran copia) si fanno di gran mercanzie. Lavorano quivi ancora panni di
bambagio  di diverse sorti e in quantit,  quali vengono levati per i mercanti.
Sono gli abitanti di detta isola i  maggiori  incantatori  e  venefici  che  si
possano trovare al mondo,  ancor che 'l suo arcivescovo non glielo permetta,  e
che gli scommunichi e maledisca. Pur non curano cosa alcuna,  percioch,  s'una
nave  di  corsari facesse danno ad alcuno di loro,  constringono ch'ella non si
possi partire se non sodisfanno i danneggiati, conciosiacosach, se 'l vento li
fosse prospero e in poppa, loro fariano venire un altro vento che la ritorneria
all'isola al suo dispetto.  Fanno il mare tranquillo,  e quando vogliono  fanno
venir  tempeste,  fortune,  e  molte  altre  cose maravigliose che non accade a
parlarne.
Ma diremo dell'isola di Magastar.

Della grand'isola di Magastar, ora detta di San Lorenzo.
Cap. 36.

Partendosi dall'isola di Soccotera,  e navigando verso  mezod  e  garbino  per
mille miglia, si truova la grand'isola di Magastar, qual  delle maggiori e pi
ricche che siano al mondo.  Il circuito di quest'isola  di tremila miglia; gli
abitatori sono saraceni e  osservano  la  legge  di  Macometto.  Hanno  quattro
siechi,  che vuol dire in nostra lingua vecchi, che hanno il dominio dell'isola
e quella governano.  Vivono questi popoli di mercanzie e arti,  e sopra l'altre
vendono infinita quantit di denti d'elefanti, per la moltitudine grande che vi
nasce  di  detti animali: ed  cosa incredibile il numero che si cava di questa
isola e di quella di Zenzibar.  Quivi si mangia tutto  l'anno  per  la  maggior
parte carne di cameli,  ancor che ne mangiano di tutti gli altri animali, ma di
cameli sopra gli altri,  per averla provata ch'ella  pi sana e  pi  saporita
carne che si possa trovare in quella regione. Vi sono boschi grandi d'arbori di
sandali  rossi,  e  per  la gran quantit sono in picciol prezio.  Hanno ancora
molto ambracano, qual le balene gettano,  e il mare lo fa andare al lito e loro
lo raccolgono.  Prendono anco lupi cervieri,  leoni,  leonze,  e infiniti altri
animali, come cervi, caprioli,  daini,  e molte cacciagioni di diverse bestie e
uccelli  diversi  da'  nostri.  E  vanno  a  quest'isola  molte navi di diverse
provincie con mercanzie di varie sorti, con panni d'oro, di seta, e con sete di
diverse maniere: e quelle vendono overo barattano co'  mercanti  dell'isola,  e
caricano  poi  delle  mercanzie  dell'isola,  e  sempre  fanno  gran profitto e
guadagno.  Non si naviga ad altre isole verso mezod,  le quali  sono  in  gran
moltitudine,  se non a questa e a quella di Zenzibar,  perch il mare corre con
grandissima velocit verso mezod,  di sorte che  non  potriano  ritornare  pi
adietro. E le navi che vanno da Malabar a quest'isola fanno il viaggio in venti
overo  venticinque  giorni,  ma  nel  ritorno  penano  da tre mesi,  tanta  la
correntia dell'acque che di continuo caricano verso mezogiorno.
Dicono quelle genti che a certo tempo dell'anno vengono  di  verso  mezod  una
maravigliosa  sorte  d'uccelli,  che  chiamano  ruch,  qual  della simiglianza
dell'aquila,  ma di grandezza incomparabilmente grande: ed  di tanta grandezza
e  possanza  ch'egli  piglia con l'unghie de' piedi un elefante e,  levatolo in
alto, lo lascia cadere, qual more, e poi,  montatoli sopra il corpo,  si pasce.
Quelli ch'hanno veduto detti uccelli riferiscono che,  quando aprono l'ali,  da
una punta all'altra vi sono da sedici passa di larghezza,  e le sue penne  sono
longhe  ben  otto passa,  e la grossezza  corrispondente a tanta longhezza.  E
messer Marco Polo, credendo che fossero griffoni, che sono dipinti mezi uccelli
e mezi leoni, interrog questi che dicevano d'averli veduti, i quali li dissero
la forma de' detti esser tutta d'uccello, come saria dir d'aquila.  E avendo il
gran Can inteso di simil cose maravigliose, mand suoi nunzii alla detta isola,
sotto pretesto di far rilasciar un suo servitore, che quivi era stato ritenuto;
ma  la  verit  era  per  investigare  la qualit di detta isola,  e delle cose
maravigliose ch'erano in quella.  Costui di ritorno port (s come  intesi)  al
gran  Can  una  penna  di  detto  uccello  ruch,  la  qual li fu affermato che,
misurata, fu trovata da nonanta spanne, e che la canna della detta penna volgea
due palmi,  ch'era cosa maravigliosa a vederla: e il gran Can n'ebbe un estremo
piacere, e fece gran presenti a quello che gliela port. Li fu portato ancor un
dente di cinghiale,  che nascono grandissimi in detta isola, come buffali, qual
fu pesato e si trov di quattordici libre. Vi sono ancor giraffe, asini e altre
sorti d'animali salvatichi molto diversi da' nostri.
Or, avendo parlato di quell'isola, parlaremo di quella di Zenzibar.

Dell'isola di Zenzibar.
Cap. 37.

Dopo questa di Magastar,  si truova quella di Zenzibar,  la qual,  per quel che
s'intese, volge a torno duemila miglia. Gli abitatori adorano gl'idoli, e hanno
favella da sua posta,  e non rendono tributo ad alcuno.  Hanno il corpo grosso,
ma la  longhezza  di  quello  non  corrisponde  alla  grossezza  secondo  saria
conveniente,  perch,  s'ella  fosse  corrispondente,  pareriano giganti.  Sono
nondimeno molto forti e robusti,  e un solo porta tanto carico  quanto  fariano
quattro  di  noi  altri,  e  mangiano  per cinque.  Sono neri e vanno nudi,  si
cuoprono la natura con un drappo, e hanno li capelli cos crespi che a pena con
l'acqua si possono distendere, e hanno la bocca molto grande, e il naso elevato
in suso verso il fronte, l'orecchie grandi, e occhi grossi e spaventevoli,  che
paiono demonii infernali. Le femine similmente sono brutte, la bocca grande, il
naso  grosso  e  gli occhi,  ma le mani sono fuor di misura grosse,  e le tette
grossissime. Mangiano carne, latte, risi e dattali;  non hanno vigne,  ma fanno
vino  di risi con zucchero e d'alcune lor delicate specie,  ch' molto buono al
gusto e imbriaca come fa quel d'uva.
Vi nascono in detta  isola  infiniti  elefanti,  e  de'  denti  ne  fanno  gran
mercanzia;  de' quali elefanti non voglio restar di dire che, quando il maschio
vuol giacere con la femina, cava una fossa in terra quanto conveniente li pare,
e in quella distende la femina col corpo in suso a modo d'una donna,  perch la
natura  della  femina  molto verso il ventre,  e poi il maschio vi monta sopra
come fa l'uomo. Hanno delle giraffe, ch' bel animale a vederlo: il busto suo 
assai giusto, le gambe davanti longhe e alte, quelle da dietro basse,  il collo
molto longo,  la testa picciola; ed  quieto animale. Tutta la persona  bianca
e vermiglia a rodelle,  e giungeria alto con la testa passa tre.  Hanno montoni
molto  differenti  da' nostri,  perch sono tutti bianchi,  eccettuando il capo
ch' negro;  e cos sono fatti tutti i cani di  detta  isola,  e  cos  l'altre
bestie sono dissimili dalle nostre.  Vi vengono molte navi con mercanzie, quali
barattano con quelle della detta isola,  e sopra l'altre co' denti d'elefanti e
con ambracano,  che gran copia ne truovano sopra i liti dell'isola, per esservi
in quei mari assai balene.
Alcune fiate li signori di quest'isola vengono fra  loro  alla  guerra,  e  gli
abitanti  sono franchi combattitori e valorosi in battaglia,  perch non temono
morire.  Non hanno cavalli,  ma combattono sopra elefanti e  camelli,  sopra  i
quali fanno castelli, e in quelli vi stanno quindeci o venti, con spade, lancie
e  pietre;  e a questo modo combattono,  e quando vogliono entrare in battaglia
danno a bere del loro vino agli elefanti,  perch dicono che quello li  fa  pi
gagliardi e furiosi nel combattere.

Della moltitudine dell'isole nel mare d'India.
Cap. 38.

Ancor  ch'abbi  scritto delle provincie dell'India,  non ho per scritto se non
delle pi famose e principali,  e il simile ho fatto dell'isole,  le quali sono
in  tanta moltitudine ch'alcuno non lo potria credere,  perch,  come ho inteso
da' marinari e gran pilotti di quelle regioni,  e come ho veduto per  scrittura
da quelli ch'hanno compassato quel mare d'India, se ne ritruovano da dodicimila
e  settecento  fra  le  abitate  e  deserte.  E detta India maggior comincia da
Malabar fino al regno di Chesmacoran, nel quale sono tredici regni grandissimi,
e noi n'abbiamo nominati dieci.  E l'India minore comincia  da  Ziambi  fino  a
Murfili,  nella quale sono otto regni,  eccettuando quelli dell'isole, che sono
in gran quantit.
Ora parleremo dell'India seconda overo mezana, che si chiama Abascia.

Dell'India seconda overo mezana, detta Abascia.
Cap. 39.

Abascia  una gran provincia,  e si  chiama  India  mezana  overo  seconda.  Il
maggior re di quella  cristiano;  gli altri re sono sei,  cio tre cristiani e
tre saraceni,  subditi pure al sopradetto.  Mi fu detto che li  cristiani,  per
essere  conosciuti,  li  fanno tre segnali,  cio un in fronte e un per gota: e
sono fatti con ferro caldo, e dopo il battesimo d'acqua questo  il secondo con
fuoco.  Li saraceni n'hanno un solo,  cio nel fronte fino a mezo  il  naso;  e
perch  vi  sono  assai giudei,  ancor loro sono segnati con due,  cio uno per
gota. Il maggior re cristiano sta nel mezo di detta provincia, e li re saraceni
hanno i loro reami verso la provincia d'Adem.  Il venire di detti  popoli  alla
fede cristiana fu in questo modo,  che,  avendo il glorioso apostolo s. Tommaso
predicato nel regno di Nubia e fattolo cristiano,  venne poi in  Abascia,  dove
con  le  prediche  e miracoli fece il simile.  Poi and ad abitare nel regno di
Malabar, dove,  dopo l'aver convertite infinite genti,  come abbiamo detto,  fu
coronato  di  martirio,  e  ivi sta sepolto.  Sono questi popoli abiscini molto
valenti nell'armi e gran guerrieri,  perch di continuo combattono col  soldano
d'Adem e co' popoli di Nubia e con molti altri che sono ne' loro confini; e per
il  continuo  esercitarsi  sono reputati i miglior uomini da guerra di tutte le
provincie dell'India.
Or nel 1288,  s come mi fu narrato,  accad che questo gran signore d'Abiscini
avea  deliberato  d'andare  a  visitar  il  sepolcro  di Cristo in Ierusalem in
persona,  perch ogn'anno ve ne  vanno  infiniti  de'  detti  popoli  a  questa
devozione,  ma  fu disconfortato da tutti i suoi baroni di non lo fare,  per il
pericolo grande che v'era,  dovendo passar per tanti luoghi e terre di saraceni
suoi  nemici.  E per deliber di mandarvi un vescovo,  ch'era reputato uomo di
buona e santa vita,  quale andatovi e fatte le sue  orazioni  in  Ierusalem,  e
offerte  che  gli  avea ordinato il re,  nel ritorno capit nella citt d'Adem,
dove il soldano di quella lo  fece  venire  alla  sua  presenza,  e  quivi  con
minaccie lo voleva constringere a farsi macomettano.  Ma lui stando constante e
ostinato  di  non  voler  lasciare  la  fede  cristiana,  il  soldano  lo  fece
circuncidere,  in dispregio del re d'Abiscini,  e lo licenzi. Costui tornato e
narrato al suo signore il dispregio e villania che li era stata  fatta,  subito
comand  che  'l  suo  esercito  si  mettesse  ad  ordine,  e con quello and a
destruzione e ruina del soldano d'Adem;  qual,  intesa la venuta di  questo  re
grande  d'Abiscini,  fece venire in suo aiuto due gran re saraceni suoi vicini,
con infinita gente da guerra.  Ma,  azzuffatosi insieme,  il re  d'Abiscini  fu
vincitore  e  prese  la  citt  d'Adem  e li diede il guasto,  per vendetta del
dispregio ch'era stato fatto al suo vescovo.
La gente di questo reame d'Abiscini vive di frumento,  risi,  carne,  latte,  e
fanno olio di susimani,  e hanno abbondanza d'ogni sorte di vettovaglie.  Hanno
elefanti,  leoni,  giraffe e altri animali di  diverse  maniere,  e  similmente
uccelli e galline molto diverse,  e altri infiniti animali,  cio simie,  gatti
mamoni, che paiono uomini.  Ed  provincia molto ricchissima d'oro,  e quivi se
ne  truova  assai,  e  li  mercanti  vi vanno volentieri con le loro mercanzie,
perch riportano gran guadagno.
Or parleremo della provincia di Adem.

Di Adem provincia.
Cap. 40.

La provincia d'Adem ha un re,  qual chiamano soldano;  gli abitatori sono tutti
saraceni,  e  odiano  infinitamente  li cristiani.  In questa provincia vi sono
molte citt e castella, e v' un bellissimo porto,  dove arrivano tutte le navi
che vengono d'India con speciarie.  E li mercanti che le comprano per condur in
Alessandria le cavano delle navi e mettono in altre navi pi picciole,  con  le
quali attraversano un colfo di mare per venti giornate,  o pi o manco, secondo
il tempo che fa;  e giunti in un porto le caricano  sopra  cameli  e  le  fanno
portar  per  terra per trenta giornate fino al fiume Nilo,  dove le caricano in
navilii piccioli, chiamati zerme, e con quelle vengono a seconda del fiume fino
al Cairo,  e de  l  per  una  fossa  fatta  a  mano  detta  calizene  fino  in
Alessandria:  e  questa    la  via  pi  facile  e pi breve che possino far i
mercanti che d'Adem  vogliono  condur  le  speciarie  d'India  in  Alessandria.
Similmente  li  mercanti  in  questo  porto  d'Adem  caricano  infiniti cavalli
d'Arabia,  e li conducono per tutti li  regni  e  isole  d'India,  dove  cavano
grandissimo prezio o guadagno.  E il soldan d'Adem  ricchissimo di tesoro, per
la grandissima utilit che trae de' dretti delle mercanzie che vengono d'India,
e similmente di quelle che si cavano del suo porto per India,  perch questa  
la  maggior scala che sia in tutte quelle regioni per contrattare mercanzie,  e
ognun vi concorre con le sue navi. E nel 1200, che soldano di Babilonia and la
prima volta col suo esercito sopra la citt d'Acre e la prese,  mi fu detto che
questo d'Adem vi mand da trentamila cavalli e quarantamila camelli, per l'odio
grande che portava a' cristiani.
Or parleremo della citt d'Escier.

Della citt d'Escier.
Cap. 41.

Il  signor  di  questa  citt   macomettano,  e mantiene la sua citt con gran
giustizia,  ed  sottoposto al soldan d'Adem,  ed  lontana da Adem da quaranta
miglia verso scirocco. Ha molte citt e castella sotto di s; e questa citt ha
un  buon  porto,  dove  capitano  molte  navi  d'India con mercanzie,  e di qui
traggono assai cavalli buoni ed eccellenti,  che sono di gran valuta  e  prezio
nell'India.
In  questa  regione  nasce  grandissima copia d'incenso bianco molto buono,  il
quale a goccie a goccie scorre gi da alcuni arbori piccioli simili all'albedo.
Gli abitatori alcune volte forano overo tagliano le scorze  di  quelli,  e  da'
tagli  overo  buchi  scorron  fuori  goccie  dell'incenso;  e  ancor che non si
facciano detti tagli,  pur questo liquore non resta di  venir  fuori  da  detti
arbori, per il grandissimo caldo che vi fa, e poi s'indurisce. Sono quivi molti
arbori di palme,  che fanno buoni dattali in abbondanza;  non vi nascono biade,
se non risi e miglio,  e bisogna che vi  siano  condotte  delle  biade  d'altre
regioni.  Non hanno vino d'uva,  ma lo fanno di risi,  zucchero e dattali, ch'
delicato da bere.  Hanno montoni piccioli,  li quali non hanno l'orecchie  dove
hanno gli altri, ma vi sono due cornette, e pi a basso verso il naso hanno due
buchi in luogo dell'orecchie.
Sono questi popoli gran pescatori, e quivi si truovan infiniti pesci tonni, che
per  la  grande  abbondanza  se  n'averiano  due per un grosso veneziano,  e ne
seccano.  E perch pel gran caldo tutto il paese  come abbruciato,  n  vi  si
truova erba verde,  per hanno assuefatto li loro animali,  cio buoi, montoni,
cameli e poledri,  a mangiar pesci secchi,  e gliene danno di  continuo,  e  li
mangiano volentieri.  E detti pesci sono d'una sorte picciolini, quali prendono
il mese di marzo,  aprile e maggio in grandissima quantit,  e secchi ripongono
in  casa,  dove  per  tutto  l'anno  ne danno a mangiare alle bestie,  le quali
eziandio ne mangiano de' freschi come li secchi,  ancor che siano pi avezzi a'
secchi. E per la carestia delle biade fanno anco detti popoli biscotto di pesci
grandi,  in  questo  modo,  che  li tagliano minutamente in pezzi,  e con certa
farina fanno un liquor che li fa tenire insieme a modo di pasta,  e ne  formano
pani che nell'ardente sole s'asciugano e induriscono, e cos riposti in casa li
mangiano  tutto  l'anno  come biscotto.  L'incenso che abbiamo detto di sopra 
tanto buon mercato che 'l signor lo compra per dieci bisanti il cantaro,  e poi
lo  rivende  a' mercanti,  che poi lo danno per 40 bisanti: e questo fa egli ad
instanzia del soldano di Adem,  qual piglia tutto l'incenso che nasce  nel  suo
territorio per il detto prezio,  e poi lo rivende al modo detto di sopra,  onde
ne conseguisce grandissimo utile e guadagno.
Altro non v'essendo da dire, proceder a parlar della citt di Dulfar.

Di Dulfar citt.

Dulfar  una citt nobile e grande,  qual  discosto dalla citt d'Escier venti
miglia verso scirocco. Le sue genti sono macomettane, e il suo signor  sott'il
soldan d'Adem.  Questa citt  posta sopra il mare e ha buon porto, dove vengon
assai navi;  e quivi si conducono assai  cavalli  arabi  d'altre  contrade  fra
terra,  e  li  mercanti  li  levano  e  conducono in India,  per il grandissimo
guadagno che ne conseguiscono. Ha sotto di s citt e castella, e nasce nel suo
territorio assai incenso, qual vien condotto via per li mercanti.
E altre cose non v'essendo da dire, diremo del colfo di Calaiati.

Di Calaiati citt.
Cap. 43.

Calaiati  una citt grande,  ed  nel colfo che medesimamente  si  dimanda  di
Calatu;   discosto dal Dulfar cinquecento miglia verso scirocco.  Osservano la
legge di Macometto;   sottoposta al melich d'Ormus,  e ogni fiata che 'l detto
ha guerra con alcuno re,  ricorre a questa citt,  perch  molto forte e posta
in forte luogo, di modo che non teme d'alcuno. Non ha biade di sorte alcuna, ma
le traggono d'altri luoghi.  E questa citt ha un buon porto,  e molti mercanti
vi  vengono  dell'India  con  gran  numero  di  navi,  e vendono le lor robbe e
speciarie benissimo,  perch da questa citt si portano fra terra a molte citt
e  castella.  Si cavano ancora di questo porto per l'India molti cavalli,  e ne
guadagnano grandemente.  Questa citt  posta nell'entrata e  bocca  del  detto
colfo  di  Calatu,  di  modo che niuna nave non pu entrare in quello n uscire
senza sua licenzia. E molte volte che 'l melich di questa citt,  qual ha patti
e obligazione col re di Chermain e li  subdito, non lo vuol obedire, perch 'l
detto  gl'impone  qualche  dazio  oltre  l'ordinario ed esso ricusa di pagarlo,
subito il re li manda un esercito per constringerli per  forza;  lui  si  parte
d'Ormus  e viene a questa citt di Calaiati,  dove stando non lascia entrare n
passar alcuna nave: dal che advien che 'l re di Chermain perde i suoi dretti e,
ricevendo gran danno,   necessitato a  far  patto  col  detto  melich.  Ha  un
castello  molto  forte,  che  tiene  a  modo di dir serrato il colfo e il mare,
perch discuopre tutte le navi da ogni tempo che passano.  Le genti  di  questa
contrata  vivono  di  dattali  e  di  pesci freschi e salati,  perch d'ambedue
n'hanno di continuo gran copia;  ma li gentiluomini e ricchi vivono  di  biade,
che vengono condotte d'altri paesi.
Or,  partendosi da Calaiati,  si va trecento miglia verso greco e tramontana, e
si truova l'isola d'Ormus.

Di Ormus.
Cap. 44.

L'isola d'Ormus ha una bella e gran citt,  posta sopra il mare;  ha un melich,
ch' nome di dignit come saria a dire marchese, qual ha molte citt e castella
sotto  il  suo  dominio.  Gli  abitanti  sono  saraceni,  tutti  della legge di
Macometto.  Vi regna grandissimo caldo,  e per questa causa in  tutte  le  case
hanno  ordinate le sue ventiere,  per le qual fanno venire il vento in tutte le
loro stanzie e camere dove li piace,  ch'altramente non potriano vivere.  Or di
questo  non diremo altro,  perch di sopra nel libro abbiamo parlato di Chisi e
Chermain.
Poi che s'ha scritto a bastanza delle provincie e terre dell'India maggiore che
sono appresso il  mare,  e  d'alcune  regioni  di  popoli  d'Etiopia,  che  noi
chiamiamo India mezana,  avanti che facciamo fine al libro, ritorner a narrare
d'alcune regioni che sono vicine alla tramontana,  delle quali  io  lasciai  di
dire  ne'  libri  di  sopra.  Per tanto  da sapere che nelle parti vicine alla
tramontana v'abitano molti Tartari, ch'hanno re nominato Caidu, il qual  della
stirpe di Cingis Can,  e parente prossimo di Cublai gran Can;  non  subdito ad
alcuno.   Questi   Tartari   osservano  l'usanza  e  modi  degli  antichi  suoi
predecessori,  e vengono reputati veri Tartari.  E questo re col suo popolo non
abita in castelli n fortezze n citt,  ma sta sempre alla campagna in pianure
e valli e nelle foreste di quella regione, che sono in grandissima moltitudine.
Non hanno biade di sorte alcuna,  ma vivono di carne e latte,  e in grandissima
pace,  perch  il  loro re non procura mai altro (al quale tutti obediscono) se
non di conservarli in pace e unione,  ch'  il  proprio  carico  di  re.  Hanno
moltitudine grande di cavalli,  buoi,  pecore e altri animali; quivi si truovan
orsi tutti bianchi,  grandi e longhi la maggior parte venti palmi.  Hanno volpi
tutte nere e molto grandi,  e asini salvatichi in gran copia,  e alcuni animali
piccioli, chiamati rondes, ch'hanno la pelle delicatissima,  ch'appresso di noi
si chiamano zibellini; item vari arcolini, e di quelli che si chiamano sorzi di
faraon,  e  ve n' tanta copia ch' cosa incredibile: e questi Tartari li sanno
pigliar cos destramente e con tant'arte ch'alcuno non pu  scampar  dalle  lor
mani. E perch, avanti che s'arrivi dove abitano detti Tartari, v' una pianura
longa il cammino di quattordici giornate, tutta disabitata e come un deserto, e
la causa  perch vi sono infinite lagune e fontane che l'inonda, e per il gran
freddo stanno quasi di continuo agghiacciati, eccettuando alcuni mesi dell'anno
che 'l sole le disf,  e v' tanto fango che pi difficilmente vi si pu passar
a quel tempo che quando v' il ghiaccio:  e  per  detti  popoli,  accioch  li
mercanti possano andare a comprar le loro pelli,  ch' la sola mercanzia che si
truovi appresso di loro,  s'hanno ingegnato di far che questo deserto si  possa
passare,  in questo modo, che in capo d'ogni giornata v'hanno fabricate case di
legname alte da terra,  dove  commodamente  vi  possano  star  le  persone  che
ricevono i mercanti, e che poi li conducono la seconda giornata all'altra posta
overo  casa;  e  cos  di  posta  in  posta se ne vanno fino alla fine di detto
deserto.  E per esser i ghiacci grandi hanno fatto  una  sorte  di  carri,  che
quelli ch'abitano appresso di noi sopra monti aspri e inaccessibili li sogliono
usare,  e  si  chiamano tragule,  che sono senza ruote,  piani nei fondi,  e si
vengono alzando da' capi a modo di un semicirculo,  e  scorrono  per  sopra  la
ghiaccia  facilmente.  Hanno  per  condur  dette  carrette  preparata una sorte
d'animali simili a' cani,  e quasi che si possono  chiamar  cani,  grandi  come
asini,  fortissimi  e usati a tirare,  de' quali ne ligano sotto al carro sei a
due a due, e il carrettier li governa, e sopra detto carro non vi sta altro che
lui e il mercante con le dette  pelli.  E,  camminato  ch'hanno  una  giornata,
mettono  gi  il  carro e li cani,  e a questo modo di giorno in giorno mutando
carri e cani,  e cos passano detto deserto,  conducendo fuori la mercanzia  di
dette pelli, che poi si vendono in tutte le parti nostre.

Della regione detta delle Tenebre.
Cap. 45.

Nell'ultime  parti  del  reame  di  questi  Tartari,  dove si truovano le pelli
sopradette,  v' un'altra regione che  s'estende  fino  nell'estreme  parti  di
settentrione,  la  qual   chiamata dall'oscurit,  perch la maggior parte de'
mesi dell'inverno non v'apparisce il sole,  e l'aere  tenebroso o al modo  che
gli   avanti che si faccia l'alba del giorno,  che si vede e non si vede.  Gli
uomini di queste regioni sono belli e grandi, ma molto pallidi; non hanno re n
principe alla cui iurisdizione siano sottoposti,  ma vivono senza costumi  e  a
modo di bestie.  Sono d'ingegno grosso e come stupidi.  Li Tartari spesse fiate
vanno ad assaltare detta regione, rubbandoli il bestiame e li beni di quelli, e
li vanno ne' mesi ch'hanno questa oscurit, per non esser veduti;  e perch non
saperiano  tornare  a  casa  con  la preda,  per cavalcano cavalle che abbiano
poledri,  quali menano seco fino a' confini,  e li fanno  tenere  alle  guardie
nell'entrare  di  detta  regione;  e  poi che hanno rubbato in quelle tenebre e
vogliono ritornare alla regione della luce,  lasciano le briglie alle  cavalle,
che  possano  andare liberamente in qualunque parte le vogliono,  e le cavalle,
sentendo l'usta de' poledri,  se ne vengono al dritto dove li lasciarono:  e  a
questo modo ritornano a casa.
Gli  abitatori  di questa regione delle Tenebre pigliano la state (che hanno di
continuo giorno e luce) gran moltitudine di detti  armellini,  vari,  arcolini,
volpi e altri simili animali,  che hanno le pelli molto pi delicate e preciose
e di maggior valore che non sono quelle de' Tartari,  quali per questa causa le
vanno a rubbare. Detti popoli conducono la state le loro pelli a' paesi vicini,
dove si vendono,  e ne fanno grandissimo guadagno. E per quello che mi fu detto
vengono di dette pelli fino nella provincia di Rossia,  della  qual  parleremo,
mettendo fine al nostro libro.

Della provincia di Rossia.
Cap. 46.

La provincia di Rossia  grandissima e divisa in molte parti, e guarda verso la
parte  di  tramontana,  dove  si  dice essere questa regione delle Tenebre.  Li
popoli di quella sono cristiani,  e osservano l'usanza de'  Greci  nell'officio
della Chiesa.  Sono bellissimi uomini,  bianchi e grandi,  e similmente le loro
femine bianche e grandi,  co' capelli biondi e longhi;  e rendono tributo al re
de'  Tartari detti di ponente,  col quale confinano nella parte di loro regione
che guarda il levante.  In questa provincia si truovano  abbondanza  grande  di
pelli d'armellini,  arcolini,  zibellini,  vari,  volpi,  e cera molta; vi sono
ancora molte minere, dove si cava argento in gran quantit. La Rossia  regione
molto fredda,  e mi fu affermato ch'ella s'estende fino sopra il  mare  Oceano,
nel  quale  (come  abbiamo  detto di sopra) si prendono li girifalchi,  falconi
pellegrini in gran copia, che vengono portati in diverse regioni e provincie.



Di messer Gio.  Battista Ramusio discorso sopra  il  libro  del  signor  Hayton
Armeno.

Non  sar,   secondo  ch'io  stimo,   n  cosa  fuori  di  proposito  n  senza
dilettazione,  poi che l'uomo aver nel libro di messer Marco  Polo  veduto  il
principio  e l'origine degl'imperatori de' Tartari,  per maggiore e pi compita
notizia leggere ancora quel  che  ne  scrisse  un  gentiluomo  armeno  chiamato
Hayton,  che  fu  nel  medesimo tempo del detto messer Marco.  Del quale Hayton
volend'io parlare,  necessario un poco ad alto incominciare la mia narrazione.
E per dico che nel 1290 tutta la Terra Santa fu tolta a' cristiani e  occupata
dalle  forze del soldano d'Egitto,  190 anni dopo che quell'illustre e valoroso
principe  Gottifredo  di  Boglione  la  ricuper  la  prima  volta  dalle  mani
degl'infedeli:  della  qual  perdita espressamente ne fu cagione la grandissima
discordia che si truov in que' tempi,  non solamente fra li re e principi,  ma
fra le cittadi e popoli cristiani, che non volsero mai dar soccorso alla misera
e  povera citt d'Acre,  la qual sola di tutta la Terra Santa fino allora s'era
mantenuta e difesa,  onde l'anno seguente,  che fu del 1291,  li  defensori  di
quella  furono  constretti ad abbandonarla e fuggirsene in Cipro.  Volse poi la
fortuna che,  dopo questa cos notabile e vergognosa perdita,  fosse creato  in
Perugia  dal  Collegio de' cardinali (nove mesi dopo la sede vacante) pontefice
Clemente V, del 1305,  il qual era di nazione francese di Guascogna e allora si
ritrovava a Bordeos, in Francia, il qual fu quello che condusse la corte romana
in Francia, dove stette per spazio d'anni settanta. Costui, stimando niuna cosa
essere  pi  conveniente  alla  professione  d'un vero e fedel cristiano e alla
gloria d'un sommo e legitimo pontefice che ricuperar il sepolcro di Cristo,  si
pose con tutta la mente e spirito suo a pensarvi sopra,  facendo un nobilissimo
concilio a Vienna,  nel Delfinato,  per soccorrere alle cose di Terra Santa,  e
cercando  d'aver ogni diligente e particolar informazione del modo e via che si
dovesse tenere per mandare ad effetto cos grande,  onorevole e debita impresa.
E  fra  l'altre  cose gli fu fatto intendere da alcuni,  i quali eran stati gli
anni adietro nelle guerre di Terra Santa,  che l'aver in aiuto di quell'impresa
qualche  principe di Tartari,  ch'allora signoreggiavano a' confini della Soria
ed erano inimici del soldano d'Egitto,  gioveria  molto  e  daria  la  vittoria
dell'impresa; e similmente che si ritrovava nell'isola di Cipro, nel monasterio
dell'Episcopia,   un   frate   nominato   Hayton  Armeno,   monaco  dell'ordine
premonstratense, che era parente del re dell'Armenia minore, ch' la Cilicia, e
nella sua giovent era stato in tutte le guerre ch'aveano fatte i  Tartari  co'
soldani  di  Egitto,  e  n'era  informatissimo,  dal  quale  sua Santit potria
intendere ci ch'ella desiderava.  Questa cosa gli piacque molto,  e subito  lo
fece venir di Cipro in Francia.  Egli port seco tutti li memoriali e scritture
che avea delle guerre de' Tartari,  lasciategli da un suo  zio,  re  d'Armenia,
ch'era   stato   alla  corte  del  gran  Can  e  quivi  l'avea  fatte  scrivere
particolarmente.  Giunto che fu costui nella citt Poitteres,  diede ordine  il
pontefice ch'un Nicol di Falcon francese,  persona dotta e ch'era stato per il
mondo,  trascrivesse in latino le dette scritture,  le quali  frate  Hayton  di
lingua  armena  recitava in lingua francese,  avendola imparata in Cipro,  dove
regnavano allora i re di Cipro di casa Lusignana,  di nazione  francesi,  eredi
de'  re  di  Ierusalem: e l'isola era piena di Francesi che servivano li re.  E
questo fu nell'anno 1308.
Or essendomi venuta alle mani quest'istoria scritta gi pi di 150 anni  in  un
libro  vecchio,  ho  voluto d'essa pigliar solamente quella parte nella qual si
parla de' Tartari, giudicandola esser conforme a quanto  narrato nel libro del
detto messer Marco,  e il resto lasciar come cosa molto longa e  lontana  dalla
presente materia. Quivi si pu veder l'origine e la successione degl'imperatori
de' Tartari,  e se v' qualche differenzia, come saria a dir di Cangio a Cingis
e da Cobila a Cublai, e che l'uno metta sei imperatori, l'altro cinque,  questo
non  deve dar noia a' lettori,  vedendo aver un'istoria delle medesime cose che
scrive il sopradetto messer Marco Polo,  e della guerra  che  fu  tra  Barca  e
Hala,  da costui chiamato Halaon,  che ebbe un figliuolo detto Abaga Can,  del
qual nacque il re Argon,  e di costui Casam,  nominati nel  proemio  del  detto
messer Marco;  e oltre di questo di Barach, signor della citt di Boccara, e di
molte altre simil cose,  come della presa del califfo di Baldach per  Hala,  e
del  castello  che  messer  Marco  chiama  il  Vecchio  della  Montagna:  nella
narrazione delle qual cose,  se 'l filo dell'istoria non  cos continuato come
saria  il  dovere,  abbiano  pazienzia  i  lettori,  sapendo che gli uomini non
sogliono narrare una cosa tutti ad un istesso modo,  ma variamente,  secondo la
diversit de' loro intelletti.
E  quello  che  mi  fa  maravigliare  in questo scrittore armeno  la divisione
dell'Asia in due parti, una detta profonda, l'altra maggiore, che similmente la
fece Strabone,  dividendola in due parti per linea retta da levante in ponente.
La parte ch' verso tramontana chiama Asia interiore, e quella verso mezogiorno
esteriore,  e fa che 'l monte Caucaso sia quello che vi vada per mezo,  il qual
chiama con diversi nomi: e questo nostro Armeno lo chiama Cocas.  Oltre il qual
Caucaso  dice  Strabone  che  non v'andarono mai le genti n d'Alessandro n di
Pompeo, n mai s'ebbe molta cognizione de' popoli che v'abitano,  ma gli nomina
universalmente  Sciti  (come  facciamo noi al presente,  che li chiamiamo tutti
Tartari) e anco Massageti,  Nomadi,  Amaxovii,  e dalla vita loro che  facevano
sopra  carri  e  a  modo  di  pastori  in  diversi lord,  che cos chiamano la
congregazione di quei popoli che abitando ne' carri vivono insieme.  E li primi
ch'abbiano  scritto di questi Tartari e di quest'Asia profonda overo interiore,
per quel ch'io ho potuto leggere, sono il sopradetto messer Marco Polo e questo
gentiluomo armeno,  percioch ambedue v'andarono in persona,  s come si  legge
ne' loro scritti: ne' quali,  e massimamente in quelli dell'Armeno,   pur cosa
troppo mirabile da considerare come da questa parte incognita  al  mondo  verso
greco  levante,  ch'  chiusa  e  circondata  con  tanti e cos longhi deserti,
potesse venire una tanta inondazione di popoli per ordine di quelli  imperatori
che  copersero  tutta  l'Asia.  E  non   pi di 250 anni che,  non contenti di
quella,  volsero anco entrare nell'Europa,  imperoch,  passato il fiume  della
Tana e soggiogata la Cumania,  andarono ruinando la Rossia,  Polonia,  Sclesia,
Moravia, Ungaria,  e finalmente vennero nell'Austria.  E quel capitano che fece
tal  impresa  vien  dall'Armeno  nominato  Baydo,  figliuolo  d'Hoccota Can,  e
nell'istorie de' Poloni e Ungari  Batto,  il  qual  venne  con  cinquecentomila
Tartari;  e  non  dicono ch'egli s'annegasse nel fiume dell'Austria,  come dice
l'Armeno,  ma che tre anni continui and abbruciando le  sopradette  provincie,
dando  molte  sconfitte  a'  popoli  di  quelle,  e alla fine se ne ritorn con
grandissima preda oltre il fiume della Tana nell'Asia.  Della  generazione  de'
quali  affermano  le  istorie  polone e persiane che fu anco quel gran capitano
detto Tamberlan,  ch'in lingua tartara  era  chiamato  Timirlanes,  cio  ferro
felice.  Qual nacque nella citt di Samarcand,  sopra il fiume Iaxarte, ch' la
principale nella provincia Sogdiana, secondo Ismael geografo, ove congregato un
esercito d'un millione e dugentomila Tartari,  metteva spavento  dovunque  egli
andava.  Portava  seco  padiglioni di tre sorte colori,  cio bianchi,  rossi e
negri,  e appresentatosi ad una citt,  se li miseri abitanti aspettavano ch'ei
facesse levare li padiglioni negri,  tutti andavano per fil di spada,  n v'era
rimedio alcuno alla salute loro.  Or questo terror del mondo,  occupata ch'ebbe
tutta  l'Asia,  se  ne  venne nella Natolia,  dove combattendo ruppe Baiazette,
quarto imperator de' Turchi,  il qual fu preso e posto in una gabbia con catene
d'oro  al  collo:  e  questo fu del 1397,  e vi morirono da dugentomila Turchi.
Queste sono state pur imprese troppo grandi e incredibili a chi legger.
Del monte Belgian, appresso il quale abitavano anticamente i Tartari,  che dice
l'Armeno parlarsene nell'istorie d'Alessandro,  dico che non si sa ch'in alcuna
scrittura d'Alessandro appresso Greci n appresso Latini vi sia questo nome; ma
m'  affermato  che  nell'istorie  armene  e  persiane,   che  ne  sono   molte
d'Alessandro,  viene  nominato  questo  monte  Belgian.  De'  fatti  del  quale
Alessandro nelle predette istorie,  in loro versi e prose,  si raccontano  cose
tanto grandi e di tante meraviglie, che superano di gran lunga tutte quelle che
scrivono  gli  Italiani  d'Orlando.  Questo  monte  Belgian  penso  sia  quello
ch'appresso messer Marco vien detto Altai, dove si sepelivano gl'imperatori de'
Tartari,  che secondo l'Armeno  appresso il  mare  Oceano,  dove  passarono  i
Tartari  per  quella  strada  stretta  di  nove piedi,  e vennero poi nel paese
coltivato e fertile.  N si deve pensare che quel mare fosse il Caspio,  perch
dopo  l'imperator  Hoccota  Can  mand quel gran numero di Tartari col capitano
Baydo per la via della citt del Derbent e soggiog l'Asia.  La  qual  citt  
quella che si chiama con diversi nomi: Porte di Ferro,  Caspie e Caucase, oltre
le quali n Alessandro n alcuno de' suoi capitani mai passarono, ma solamente,
come ben dice Strabone, v'and la fama.
Della provincia veramente detta Cumania e de' popoli detti Cumani  cosa  molto
difficile  a saper determinare li confini,  percioch l'istorie armene vogliono
che dalla parte di levante vadano fin presso il Corassam,  e da ponente abbiano
la palude Meotide,  da tramontana una provincia detta Cassia,  da mezogiorno il
fiume Herdil, ch' la Volga; nondimeno alcuni altri istorici moderni la mettono
sopra la Taurica Chersoneso,  dove  la citt di Caffa,  e che  s'estendono  li
suoi confin al fiume della Tana,  e ch'arrivano anco fin appresso la Rossia.  E
questi dicono che furono delle reliquie di  quelli  che  furono  scacciati  da'
Tartari  dell'Asia  e  che quivi si fermarono;  altri vogliono che ne sian anco
nell'Ungaria,  oltre il fiume Danubio,  s che v' grandissima variet fra  gli
scrittori.  Ma  poi  ch'ora  viene  in proposito,  non voglio restare di parlar
alquanto di questi popoli cumani.  Nel tempo che la republica de' Mamaluchi era
in piedi e signoreggiava tutto l'Egitto,  il soldano di quella ogn'anno mandava
a comprare de' schiavi fin sopra la Tana e nella Rossia, e ne venivano condotte
gran caravane al Cairo di questi giovani cumani e rossi,  i  quali  il  soldano
faceva  ammaestrare  con  grandissima diligenzia nell'arte militare: e tutta la
republica de' Mamaluchi era fondata sopra tali schiavi. E si legge nell'istorie
grandi che 'l suo principio fu da schiavi cumani in questo modo,  che  dopo  la
morte  di  Xaracon,  che  fu  il  primo soldano ch'occupasse il regno d'Egitto,
avendo fatto morir il soldan d'Aleppo del quale egli era capitano,  successe il
figliuolo,  che  fu  quel  gran  principe  detto Saladino,  qual con la virt e
potenzia sua scacci l'anno 1187 li cristiani di tutta  Terra  Santa.  Dopo  la
morte  del  quale  la signoria pervenne in due suoi figliuoli e nepoti,  fin al
tempo d'un soldano detto Melechxala, qual,  vedendo che per mantenere l'imperio
era  necessario  tener  gran  numero  di soldati che fossero valenti nell'armi,
mand a comprare schiavi cumani,  de' quali intese che i Tartari sopra le parti
della Tana di continuo prendevano e vendevano per buon mercato: e quelli faceva
esercitare  e insegnar tutte le cose appartenenti alla guerra,  facendoli tutte
le carezze e onori ch'ei si sapeva imaginare,  perch veramente  conosceva  che
loro riuscivano valentissimi uomini nel mestiero dell'armi.  Or questi schiavi,
vedendosi essere in gran numero, s'insuperbirono al tempo del detto soldano, di
modo che l'uccisero e crearono in suo luogo uno di loro, con legge e ordini che
mai non potesse esser alcun soldano che non fosse stato  schiavo  comprato.  La
qual  republica  con questo modo  durata da trecento anni poi che la principi
fino a' tempi nostri,  che nel 1517 Selino XIII,  imperator de'  Turchi,  preso
Tomumbey,  ultimo  soldano  d'Egitto,  e fattolo morire appiccato,  agli undici
d'aprile,  alla porta Bassuella al Cairo,  com'hanno fine  tutte  le  cose  del
mondo, la destrusse del tutto.
E  per  ritornar  a  parlare alcuna cosa della citt del Derbent,  che vuol dir
porta di ferro,  ch' sopra  il  mare  Caspio,  dico  ch'  opinione  di  molti
scrittori  ch'Alessandro  Magno  l'edificasse  per impedire che li popoli della
Scizia non venissero a predare nella Persia;  e la chiamano con diversi nomi le
Porte,   delle  quali  parlando  Plinio  cos  dice:  "Partendosi  da'  confini
dell'Albania v' una fronte di monti,  dove  abitano  alcune  genti  salvatiche
dette  Helvi,  e  dopo  Lubieni,  Diduci  e Sodii,  e dopo quelli sono le Porte
Caucase, le quali da molti per errore vengono chiamate Caspie, opera mirabile e
grande della natura,  che li monti si vedano interrotti  dove  siano  le  porte
chiuse  con  travi  ferrati;  sotto  il  mezo  delle  quali  vi  passa il fiume
Diriodoro,  e di qua alquanto sopra una rupe v'  un  castello  detto  Cumania,
fortificato per vietar il passo ad infinite genti.  Sopra il qual sito di paese
il mondo  come diviso con porte".  E chi sa che dal nome di  questo  castello,
detto da Plinio Cumania,  non pigliassero nome li popoli ch'erano sopra l'Asia,
detti i Cumani,  oltre le Porte Caspie verso tramontana,  delle quali ne scrive
in molti luoghi il detto messer Marco Polo e Hayton Armeno.
Non voglio restar di dir,  a proposito del feltro negro,  sopra il quale scrive
l'Armeno che distendevano gl'imperatori nuovi li  principi  de'  Tartari  nella
loro  creazione,  quello  che  n'  stato affermato essere scritto nell'istorie
persiane,  dove parlano di questi Tartari orientali,  cio  ch'eletto  ch'hanno
l'imperator loro e fatto seder sopra la sede imperiale, lo levano di quella con
gran  cerimonie  e  lo  fanno  sedere sopra un panno di feltro negro disteso in
terra,  e poi li dicono che guardi in su e conosca Iddio grande e immortale per
suo superiore,  e da lui riconosca ogni cosa;  dopo riguardi il feltro e sappia
che, se governer l'imperio con giustizia,  Iddio lo prosperer in tutte le sue
azioni  e lo far star sempre sopra la sedia imperiale,  ma facendo altrimenti,
Iddio l'abbatter,  di sorte che non aver n anco quel feltro dove egli  possa
sedere.  E questa credo sia la cagione del feltro,  sopra la quale tanto dubita
l'Armeno.
Ma,  parendomi aver detto a bastanza intorno a quello che  mi  aveva  proposto,
far  fine,  rendendo  certi  gli  studiosi  di simil lezione ch'io,  con animo
d'apportar loro e dilettazione e giovamento, mi son affaticato di raccoglier da
diversi libri le  cose  che  di  sopra  abbiamo  narrate,  e  con  la  medesima
intenzione di continuo usata ogni diligenza a me possibile in questi volumi de'
Viaggi  e  Navigazioni,  sapendo  che 'l proprio officio dell'uomo  di giovare
altrui in tutto ci ch'egli puote.


Parte seconda dell'istoria del signor  Hayton  Armeno,  che  fu  figliuolo  del
signor Curchi, parente del re d'Armenia.



Del paese e origine dove abitavano le sette nazioni de' Tartari, e come per una
visione  fu eletto primo imperatore Cangio Can,  e in che guisa lo posero nella
sedia imperiale.
Cap. 1.

Il paese nel quale primieramente abitarono i Tartari  di  l  dal  gran  monte
Belgian, del qual  fatta menzione nell'istorie di Alessandro. Vivevano i detti
in quella regione a guisa di bestie,  non avendo n lettere n fede, pascolando
i loro armenti di luogo  in  luogo,  dove  trovavano  i  pascoli  migliori,  n
esperienza  alcuna avevano nell'arte dell'armi,  tal che conto alcun d'essi non
era fatto,  anzi come gente rozza da tutti erano stimati e  angarizati.  Furono
anticamente  pi  nazioni di Tartari,  i quali comunemente si chiamavano Mogl;
dopo crebberon tanto che si divisero in sette principali: la  prima  chiamarono
Tatar,  pigliando il nome dalla provincia dove abitavano, la seconda Tangur, la
terza Cunath, la quarta Thalair, la quinta Sonich, la sesta Monghi,  la settima
Tebeth.
Stando queste sette nazioni tartare (come abbiamo detto) sotto l'ubbidienza de'
loro  vicini,  avvenne  che  ad un uomo,  vecchio fabro,  in visione apparve un
cavaliero tutto armato,  sedendo sopra un cavallo bianco,  il quale chiamandolo
per  nome  gli disse:"Oh Cangio,  il volere di Dio immortale  che tu sia guida
de' Tartari e signore di queste nazioni di Mogl,  e che mediante il tuo  aiuto
siano  liberati  dalla  dura  servit  nella  quale sono cos longamente stati,
imperoch signoreggieranno i loro vicini e da quelli riceveranno il tributo, il
qual essi soleano pagare". Udendo Cangio la parola d'Iddio,  fu molto allegro e
a tutti narr la sua visione; ma, non volendo li principi delle nazioni credere
questo, beffavano il povero vecchio. Nella seguente notte i predetti viddero in
sogno  l'istesso  soldato  bianco,  non altrimenti che Cangio gli avea narrato,
comandando loro da parte di Dio vivo ch'ubbidissero a Cangio e facessino che  i
suoi  comandamenti  fossero  da  tutti  osservati;  laonde,  congregati i detti
principi de' Tartari,  insieme con tutti i popoli delle predette sette nazioni,
ordinarono  che  fosse  data  ubbidienza  a Cangio come a loro proprio signore.
Dopo,  fattagli una sedia grande nel mezo di loro e disteso quivi  appresso  in
terra  un  feltro  negro,  ve  lo fecero sedere sopra,  e poi i sette principi,
levatolo con gran festa e allegrezza, lo misero nella detta sedia,  chiamandolo
Can,  cio  imperatore,  e  con  grandissima  reverenzia  se gl'inginocchiarono
davanti, come a loro signore e imperatore. E niuno si maravigli di tal sorte di
solennit che fecero i Tartari  nella  creazione  del  loro  primo  imperatore,
facendolo  sedere  sopra il feltro,  percioch forse non avevano allora pi bel
panno sopra del quale lo mettessero,  o veramente erano cos grossi e rozzi che
non seppero far meglio.  Pur,  sia come esser si voglia,  ancor che quelli dopo
acquistassero molti regni e signorie (percioch hanno soggiogata tutta  l'Asia,
con  tutte  le  sue  ricchezze,  e  passato  con  le loro forze fino a' confini
dell'Ungheria), nondimeno perci non volsero mai lasciare l'antica consuetudine
del feltro,  anzi l'osservano fin oggid,  non altrimenti  che  fecero  i  loro
maggiori:  e  io  l'ho veduto in fatti,  che sono stato due volte presente alla
confermazione del detto imperatore.


Degl'ordini e leggi che fece Cangio Can, e come soggiog tutti i popoli vicini;
e dell'onore che fanno  i  Tartari  all'uccello  chiamato  allocco,  per  avere
scapolata la vita a Cangio Can.
Cap. 2.

Or ritorniamo al predetto Cangio Can,  il quale, come si vidde fatto imperatore
di commune volont di tutti i Tartari,  avanti che  procedesse  ad  altre  cose
volse  tentare  se  tutti  fedelmente  l'ubbidivano,  per  il  che  fece alcuni
commandamenti che fossero da tutti osservati.  Il primo,  che tutti  i  Tartari
credessero  e  ubbidissero  a  Dio immortale,  per volont del quale esso aveva
ottenuto l'imperio: questo fu da' Tartari osservato,  laonde  d'allora  in  qua
cominciarono ad invocare il nome d'Iddio immortale, e al presente nel principio
di  tutte  le  loro  operazioni  chiamano  il  suo  divino  aiuto.  Il  secondo
comandamento fu che fossero annoverati  tutti  quelli  che  fossero  atti  alla
milizia,  e  fatto  la  rassegna ordin ch'ogni dieci avessero un capo,  e ogni
cento un altro capo,  e sopra mille un altro,  e similmente sopra diecimila  un
altro,  e la squadra di diecimila armati chiam toman.  Comand ancora a' sette
maggior capi,  i quali erano sopra sette nazioni de' Tartari,  che  deponessero
tutte le loro prime dignit,  il che subito fu fatto.  Il terzo comandamento fu
molto stupendo, imperoch lui comand a' sette principi sopradetti che ciascuno
li conducesse dinanti il suo primogenito figliuolo e con la  propria  mano  gli
tagliasse  la testa: e bench tal comandamento paresse loro essere crudelissimo
e iniquo,  nondimeno niuno ebbe ardire in cosa alcuna  contradirgli,  imperoch
sapevano  quello  essere  stato fatto signore per divina volont,  e cos tutti
l'eseguirono alla sua presenza.  Dopo che Cangio Can ebbe conosciuto il  volere
de' suoi, e che fino alla morte erano pronti ad ubbidirlo, ei disegn un giorno
determinato, nel quale tutti fossero apparecchiati alla battaglia; e cos messi
all'ordinanza  cavalcarono  contra  i  popoli  loro  vicini,  i  quali con gran
facilit soggiogarono,  per la qual cosa  quelli  ch'inanzi  erano  stati  loro
signori  dopo  li  diventorno  servi,  onde Cangio Can dopo and contro a molte
altre nazioni, le quali ben presto mise sotto il suo imperio.
Faceva Cangio Can le sue  imprese  con  poca  gente,  e  tutte  gli  riuscivano
prospere.  Accadde  che  un  giorno,  cavalcando  quello  con  pochi  de' suoi,
s'incontr ne' nemici,  i quali per numero erano molto pi de' suoi;  nondimeno
Cangio Can non volse restare di combattere con quelli, e nella battaglia gli fu
morto il cavallo sotto. Vedendo i Tartari che il loro signore era caduto tra le
squadre  de'  nemici,  non  ebbero pi speranza della sua vita,  onde,  voltati
indietro, col fuggire scapolorno sicuri dalle mani de' nemici, i quali raccolti
insieme gli andorno perseguitando, non sapendo cosa alcuna che Cangio Can fosse
stato gettato a terra.  In questo tanto Cangio Can correndo s'ascose in  alcuni
boschetti,  per  fuggire  il  pericolo della morte.  Ritornati gli nemici dalla
battaglia per spogliare i morti,  e cercando s'alcuno vi fosse  ascoso,  accad
ch'un  certo  uccello,  chiamato  allocco,  venne sopra quel boschetto dove era
nascosto l'imperatore: e vedendo li nemici l'uccello sedere  sopra  quei  rami,
non  credettero  che  vi  fosse  ascoso alcuno,  e cos si partirono.  La notte
seguente Cangio Can, fuggendo per alcuni luoghi fuor di strada, and a truovare
i suoi; a' quali avendo narrato per ordine ci che gli era accaduto,  i Tartari
allora  riferirono  grazie infinite a Dio immortale,  poi che gli era piacciuto
(mediante tal uccello) scapolar dalla morte il loro imperatore. Il qual uccello
fu dopo tra' Tartari in tanta reverenza che qualunque pu avere una  delle  sue
penne si reputa felice e beato, portandole sopra la testa con gran venerazione.
Mi    parso a proposito dire questo,  acci si sappia la cagione per la qual i
Tartari portano sopra la testa le penne dell'allocco. L'imperatore Can rendette
grazie a Dio dell'averlo da cos gran pericolo liberato e raccolto.  L'oste suo
assalt  di  nuovo i nemici,  e valentemente combattendo gli messe sotto il suo
imperio,  e cos Cangio Can rimase signore di tutte le terre che sono vicine al
monte Belgian,  e quivi tenne il suo imperio senz'alcuno impedimento,  fintanto
ch'esso vidde un'altra visione, come di sotto si dir.  N si deve maravigliare
alcuno  se  in  quest'istorie  non  viene  messo il tempo: avvenga che da molti
l'addomandasse, non potei per mai trovare alcuno che me lo sapesse dire.  Ed 
cosa  verisimile  che  'l  tempo non si sappia,  percioch nel loro principio i
Tartari non aveano lettere,  e passando i fatti di quelli  senza  ch'alcuno  li
scrivesse, sono dopo andati in oblivione.


Della  seconda visione ch'ebbe Cangio Can,  per la quale usc del suo paese,  e
dell'adorazioni che fece per numero novenario appresso  il  mare  per  aver  il
passaggio;  e come dopo s'ammal, e degli ammaestramenti ch'esso diede a dodici
suoi figliuoli prima che lui morisse;  e la causa per la quale i Tartari  hanno
in somma reverenzia il numero novenario.
Cap. 3.

Dopo  che Cangio Can ebbe superato tutti i regni e le terre ch'eran appresso il
monte Belgian,  vidde un'altra visione.  Gli  apparve  di  nuovo  in  sogno  il
cavaliero  bianco,  il  qual  li  disse: "La volont d'Iddio immortale  che tu
passi il monte Belgian e facci il tuo  viaggio  verso  ponente,  ove  piglierai
molti  regni,  paesi e terre,  e metterai molti popoli sotto il tuo imperio;  e
acci che tu sia certo quello ch'io ti dico essere il voler d'Iddio  immortale,
levati suso e va' con la tua gente al monte di Belgian, ove quello si congiugne
col  mare,   e  quivi  dismonta,   e  voltatoti  verso  l'oriente,  nove  volte
inginocchiato adorerai Dio immortale, e lui,  ch' onnipotente,  ti mostrer la
strada per la quale potrai commodatamente passare". Veduta ch'ebbe tal visione,
Cangio  Can  si  lev tutto allegro,  non temendo di cosa alcuna,  imperoch la
prima visione, per esser stata vera, gli dava ferma credenza di questa seconda.
E subito raccolti da ogni parte tutti i suoi,  comand loro che  lo  seguissero
con le mogli e i figliuoli e con tutto il loro avere. Andarono adunque per fino
al  luogo  dove  il mare grande e profondo s'accostava al monte Belgian,  n si
vedea in quel luogo via alcuna n modo da potervi passare.  Subito Cangio  Can,
come gli era stato comandato da Dio, smont da cavallo, e cos feceron tutti, e
voltatisi verso oriente,  inginocchiati, nove volte adoraron, domandando grazia
e perdono all'onnipotente e immortal Iddio,  che gli mostrasse il modo e la via
di  passare.  Stati  tutta  quella  notte  in  orazione  e levatisi la seguente
mattina,  viddero che 'l mare s'era ritirato adietro del monte per nove piedi e
avea lasciata la via larga.  Stupironsi adunque tutti i Tartari vedendo questo,
e renderono grazie a Dio immortale,  e se n'andarono verso ponente,  per quella
strada  che  avevano  veduta  aperta.  Ma,  come  si  ritruova nell'istorie de'
Tartari,  poi ch'ebbero passato il detto monte,  per alquanti  giorni  patirono
gran pena di fame e di sete,  imperoch truovarono la terra deserta,  e l'acque
tanto amare e salse che per modo alcuno non ne potevano gustare;  pur  al  fine
vennero in un paese fertile e abbondante, dove per molti giorni si riposorno.
Ma  accad  per  volont di Dio che l'imperatore s'ammal d'una infermit tanto
grave che di quella non speravano i medici alcuna salute,  onde,  vedendosi  in
tal stato, chiamati a s dodici suoi figliuoli, gli esort che dovessero essere
sempre  uniti  d'un animo e d'un volere,  dando loro un tale esempio,  cio che
ciascuno portasse una saetta,  e adunate tutte insieme ordin al  maggiore  che
cos  legate  le rompesse,  s'ei potesse.  Costui,  avendole prese in mano,  si
sforz romperle,  e per modo alcuno non pot;  dopo le  diede  al  secondo,  al
terzo,  e cos a tutti,  n vi fu alcuno che le potesse rompere.  Fatto questo,
comand che le saette fossero disligate e separate l'una dall'altra, e disse al
figliuol minore che ne rompesse una per volta,  il che fece facilmente.  Allora
Cangio  Can,  voltatosi  a quelli,  disse loro: "Per qual cagione non avete voi
potuto rompere le saette  ch'io  vi  diedi?"  Risposero:  "Perch  erano  tutte
insieme".  "E  il  vostro  fratello  minore  perch  le ha rotte?" "Perch eran
separate l'una dall'altra".  Disse allora Cangio Can: "Cos di voi averr:  fin
che  sarete d'accordo e d'una medesima volont e d'un medesimo animo,  tanto il
vostro imperio durer;  ma subito che sarete  divisi,  le  vostre  signorie  si
ridurranno in niente". Diede loro ancora molti altri buoni ricordi ed esempi, i
quali  furno da' Tartari osservati,  e diconsi nella loro lingua "iasack Cangis
Can", cio costituzioni di Cangio Can.  Fatte queste cose,  prima ch'ei morisse
fece signore e successore il pi savio e migliore de' suoi figliuoli,  nominato
Hoccota Can: questo dopo la morte del padre fu fatto imperatore.
Ma prima che facciamo fine a questa narrazione, diremo perch il numero di nove
 appresso i Tartari in grande venerazione.  Pensano loro  il  numero  di  nove
essere  felice,  in memoria delle nove volte che s'inginocchiorno all'immortale
Dio appresso al monte  Belgian,  come  dal  cavalliero  bianco  gli  era  stato
comandato, e per i nove piedi ch'era larga la strada per la quale passorno; per
il  che  qualunque  vuol  presentare  cosa  alcuna  al  signore de' Tartari gli
conviene offerire nove cose,  se  vuole  che  'l  suo  dono  sia  graziosamente
ricevuto,  ed essendo nove cose quelle che sono presentate,  il dono  reputato
buono e felice,  laonde tal consuetudine sino al presente  tempo  tra'  Tartari
s'osserva.


Di  Hoccota  Can,  secondo  imperatore de' Tartari,  il qual mand nell'Asia un
capitano per soggiogarla,  e passando vicino alla  citt  d'Alessandria  quella
ruin,  e  scontratosi  poi  nel soldano di Turchia,  per paura se ne ritorn a
Cambal. E come Hoccota Can mand tre suoi figliuoli in diverse parti del mondo
a conquistare reami,  e d'un suo capitano detto Baydo,  che ruppe il soldan  di
Turchia e prese il reame.
Cap. 4.

Hoccota  Can,  il  quale  successe  nell'imperio  al  padre,  fu uomo strenuo e
prudente e molto amato da'  Tartari,  obedendoli  fedelmente.  Pensando  costui
adunque  in  che  modo  potesse  sottomettere  tutta l'Asia,  li parse di voler
provare la potenza de' re di quella,  prima che  personalmente  si  movesse,  e
conoscere il pi forte principe.  Laonde mand diecimila cavallieri, dando loro
un valente capitano,  il qual si chiamava Gebesabada,  e comandoli che  dovesse
cercare  diverse  terre e popoli,  e vedere lo stato e costumi di quelli,  e se
trovasse alcun principe al quale esso non potesse resistere, non procedesse pi
avanti, ma se ne tornasse quanto prima potesse indietro.
And Gebesabada con la sua gente,  e cominci a entrare  per  diversi  paesi  e
prese alcune terre e castelli; e a quelli che gli erano venuti incontro armati,
per mettere loro terrore,  faceva cavar gli occhi,  levandoli tutti i cavalli e
vettovaglie ch'aveano,  e al  popolo  minuto  faceva  buona  compagnia,  sempre
sforzandosi di procedere pi avanti che poteva. Al fine pervenne al monte detto
Cochas, quale  fra due mari, perch dalla parte di ponente v' il mar Maggiore
e  da  levante il mare Caspio,  qual s'estende dal detto monte fino in capo del
reame di Persia: questo monte divide tutta la terra  d'Asia  in  due  parti,  e
quella ch' verso levante si chiama Asia profonda,  e quella verso ponente Asia
maggiore.  Quivi giunto Gebesabada,  non potendo passare pi oltre,  se non per
una  citt  la qual fece edificare Alessandro Magno sopra uno stretto che  fra
detto monte Cochas e il mare Caspio,  pens di pigliarla,  e all'improviso  gli
diede  l'assalto:  e  fu  tanto  presto  che gli abitanti non se n'accorsero n
poterno far difesa alcuna,  e tutti furono morti,  e destrutta  la  citt  fino
sopra  i  fondamenti;  e questo fece perch si dubitava che nel ritorno non gli
fosse proibito il passaggio.  Questa citt anticamente si chiamava Alessandria,
e al presente  chiamata Porta di Ferro.
E  tanto  stettero  a  disfare  le  mura,  che la fama della venuta de' Tartari
pervenne al paese de' Giorgiani, onde Yuanus principe,  che signoreggiava detti
popoli,  congregato  gran  numero delle sue genti,  in una pianura detta Mogran
s'incontr co' Tartari; dove essendone morti assai dall'una e l'altra banda, al
fine i Giorgiani furno sconfitti e rotti,  e li Tartari restando  vincitori  si
misero andare pi avanti, fin che pervennero a una citt del soldano di Turchia
chiamata  Arscor.  Ove  avendo inteso Gebesabada che 'l soldano l'aspettava con
gran numero di gente molto ben guernite  per  combattere  con  loro,  essi  non
ebbero ardire d'affrontargli, ma schivarono la battaglia, trovandosi, s per il
cammino,  s ancora per i disagi sofferti, mezi rovinati. E per questa causa se
ne tornarono indietro pi presto che poterono all'imperatore  Hoccota  Can,  il
qual  allora  si  trovava  in  Cambal,  dove  il capitano Gebesabada gli narr
tutt'il viaggio e tutto quello che gli era incontrato da che esso da lui  s'era
partito.  Le  quali  cose  avendo  intese  l'imperatore,  volendo  pur al tutto
soggiogar l'Asia,  chiamati a s tre suoi figliuoli,  dando a  ciascuno  d'essi
gran  numero  di genti,  arme e ricchezze,  comand loro ch'andassero in Asia e
quella sottomettessero al suo imperio. E al primogenito, chiamato Iochi, ordin
ch'andasse verso ponente fino al fiume Phison, ch' il Tigris,  e pi oltre non
passasse;  al  secondo,  detto  Baydo,  verso  settentrione;  al  terzo,  detto
Chagoday,  dovesse andare verso  mezod.  E  a  questo  modo  divise  li  reami
dell'Asia tra' suoi figliuoli.  Esso veramente con l'esercito suo se n'and per
le terre e provincie, dove s'estese sino al reame di Zagathai,  e l'altra parte
entr  nel  regno  detto  Cassia,  dove  li  popoli,  che non erano soggetti a'
Tartari, adoravano gl'idoli.
In questo tempo Hoccota Can  elesse  un  valente  capitano  e  molto  prudente,
nominato  Baydo,  al  qual diede trentamila cavalli,  di quelli che si chiamano
thamachi,  cio conquistatori,  e gli comand ch'andasse  per  quella  medesima
strada  per  la  quale  era  andato  Gebesabada  con li diecimila Tartari sopra
nominati,  n dovesse far dimora in altro luogo fin che non pervenisse al regno
di Turchia, il signor del quale fra tutti i principi d'Asia era reputato il pi
potente;  e  conoscendosi  essere inferiore a lui,  non dovesse combattere,  ma
ritirarsi al sicuro in qualche buona citt,  e quivi darne aviso ad alcuno  de'
suoi  figliuoli che li fosse pi vicino,  avisandolo che gli mandasse aiuto per
potere sicuramente combattere. Baydo, andando con li detti trentamila cavalli a
buone giornate,  gionse al regno di Turchia,  dove intese che quel soldano  che
aveva cacciato la prima volta li Tartari era morto, e in suo luogo era successo
un suo figliuolo detto Guyatadin,  il quale, inteso la venuta de' Tartari, ebbe
grandissima paura,  e per difendersi chiam al suo soldo ogni  sorte  di  gente
ch'esso  poteva  avere,  cos barbari come latini: e fra gli altri ebbe duemila
latini sotto due capitani, uno nominato Giovanni da Liminada, ch'era dell'isola
di Cipro, l'altro Bonifacio da Molin,  nato in Venezia.  Mand similmente detto
soldano a' suoi vicini,  promettendo a quelli che,  venendo,  darebbe loro gran
somma di denari e diverse sorti presenti: onde,  congregato l'oste  d'una  gran
moltitudine  di  combattenti,  s'avi  verso  il  luogo  dove erano accampati i
Tartari, i quali per la venuta del detto soldano non si smarrirono punto, ma in
un luogo detto Cosedrach s'affrontorno insieme valorosamente, e quivi al fine i
Tartari ruppero l'esercito del soldan di Turchia  e  s'insignorirno  del  detto
reame. Questo fu nell'anno del nostro Signore 1244.


Di Gino Can figliuolo di Hoccota Can, terzo imperatore, che vivette poco tempo,
dopo la cui morte fu eletto un suo parente detto Mang, qual andato per pigliar
un'isola  s'anneg;  e come fu eletto Cobila Can suo fratello,  qual nel Cataio
edific Ions.
Cap. 5.

Poco tempo dur dopo Hoccota Can,  che di questa vita manc,  al quale successe
Gino  Can suo figliuolo,  ma visse poco tempo.  A questo successe Mang Can suo
parente, il quale fu valentissimo, e al suo imperio sottomesse molte provincie.
Finalmente come magnanimo imperatore and per il mare del Cataio  per  pigliare
un'isola,  ed  essendoli  in  assedio,  gli uomini di quella,  astuti e sagaci,
mandarono per sott'acqua alcuni alla nave nella quale era  Mang,  e  tanto  vi
stettero  che  la  fororno  in  molti  luoghi,  per  il  che  l'acqua  poi (non
s'accorgendo  alcuno)  entr  nella  nave,   tal  che  s'affond  insieme   con
l'imperatore.  I Tartari i quali eran andati con quello ritornorno, ed elessero
per loro  signore  Cobila  Can,  fratello  del  predetto  Mang.  Costui  tenne
l'imperio de' Tartari anni 42,  e fu cristiano, ed edific nel regno del Cataio
la citt di Ions,  la quale (come si dice)  maggiore di Roma,  ove lui  dimor
tutt'il tempo della sua et.
Ma lasciamo l'imperatore de' Tartari,  e parliamo de' figliuoli di Hoccota Can,
e di Haolono e de' suoi eredi.


Di Iochi, primogenito di Hoccota Can, il quale conquist il regno di Turquestan
e quivi stette con tutti li suoi.
Cap. 6.

Iochi, primogenito di Hoccota Can, cavalc verso ponente con tutta quella gente
che gli avea dato il padre, e ritrov alcuni paesi fertili, dilettevoli e pieni
di tutte le ricchezze; e quivi fermatosi, conquist il regno di Turquestan e la
Persia minore,  e fino al fiume Phison distese il suo dominio,  e quivi  stando
con li suoi moltiplic in ricchezze e gente,  e al presente ancora i suoi eredi
hanno in quelle parti il dominio. Quelli che di presente signoreggiano sono due
fratelli,  cio Capar e Doay,  i quali,  divise tra loro le terre e  le  genti,
pacificamente le posseggono.


Di  Baydo,  figliuol  secondo di Hoccota Can,  il quale and verso tramontana e
conquist molti regni,  tanto ch'ei venne nell'Austria,  dove passando un fiume
s'anneg.
Cap. 7.

Baydo,  secondo  figliuol di Hoccota Can,  cavalc verso tramontana co' Tartari
che 'l padre gli avea dato, fin ch'egli venne al regno di Cumania. I Cumani,  i
quali aveano gran copia d'uomini armati,  gli andorno incontro,  credendo poter
difendere il lor paese,  ma al fine furno sconfitti e fuggirno fino  nel  regno
d'Ungheria, ove al presente ancora sono molti Cumani che quivi abitano. Poi che
Baydo  ebbe  scacciato  i Cumani del loro regno,  si volt a quello di Russia e
soggiogollo; prese ancora la terra di Gazaria,  il regno di Bulgaria,  e per la
via  ch'erano  fuggiti i Cumani,  esso similmente and fin al regno d'Ungheria.
Dopo queste vittorie i Tartari presero il cammino verso Alemagna,  e pervennero
a  un  certo  fiume,  il quale corre per il ducato d'Austria: e volendo passare
quello sopra un ponte,  furno dal duca  d'Austria  e  da'  popoli  circonvicini
impediti.  Vedendo Baydo esserli proibito il passare il ponte, infiammato d'ira
comand a tutti che passassero a guazzo, ed esso primo, per far loro la strada,
entr col cavallo nel fiume,  esponendo e s e i suoi al pericolo della  morte:
ma,  per  la  gran  larghezza  e  per il veloce corso dell'acqua,  i cavalli si
straccarono, in modo che Baydo con gran numero de' suoi s'annegarono. E vedendo
questo,  quelli che sopra la ripa erano restati ebbero gran  dolore,  e  se  ne
ritornarono  al  regno di Russia e di Cumania,  che prima avevano occupato;  n
dopo i Tartari ebberon pi ardire d'andare nell'Alemagna, e gli eredi del detto
Baydo conservorno per successione le terre ch'esso avea acquistate.  Quello che
di presente  signore si chiama Tochai, e vive in tranquillo e pacifico stato.


Di Cangaday,  terzo figliuolo di Hoccota Can, il qual, andato nell'India, perse
assai gente,  e per questo ritorn a trovare il suo fratello Iochi,  e con  lui
stette; e del successore di Iochi, che si chiamava Barach.
Cap. 8.

Cangaday,  terzo figliuolo di Hoccota Can, cavalc verso mezogiorno co' Tartari
che gli erano stati assegnati,  per fino che  pervenne  alle  parti  dell'India
minore,  dove trov molti deserti, monti e terre aride e del tutto deserte, per
le quali non fu  possibile  che  potesse  passare,  anzi  perse  gran  quantit
d'animali  e  uomini;  onde fu bisogno di voltarsi verso ponente,  e dopo molte
adversit pervenne a suo fratello Iochi,  al qual narr ci che in viaggio  gli
era intravenuto.  Iochi,  mosso a compassione, amorevolmente gli diede parte di
quelle terre ch'avea acquistate,  e alle  sue  genti,  per  il  che  detti  due
fratelli abitorno sempre insieme,  e al presente i loro eredi abitano in quelle
parti,  tal che gli eredi del fratello minore hanno in riverenza gli eredi  del
maggiore, e contenti delle loro porzioni vivono in pace e riposo. Il successore
di Iochi che al presente vive si chiama Barach.


Dell'andata del re d'Armenia a Mang Can, e delle domande che gli fece, le qual
il detto imperatore benignamente li confirm.
Cap. 9.

Nell'anno del Signore 1253 il signore Hayton, re d'Armenia, secondo ch'aveano i
Tartari soggiogato tutti i regni, paesi e terre fino al regno di Turchia, avuto
il  consiglio  de' suoi savii,  deliber d'andare in persona all'imperatore de'
Tartari, acci pi facilmente potesse acquistare la sua benevolenza e amore,  e
fare  con  quello sempiterna pace.  Ma prima volse mandarvi suo fratello messer
Sinibaldo,  contestabile  del  regno  d'Armenia,   acci  che,   presa  licenza
dall'imperatore,  potesse dopo pi sicuramente andarvi. Onde il predetto messer
Sinibaldo,  partitosi con molta bella compagnia  e  con  molti  presenti,  and
all'imperatore  de'  Tartari,  e  quivi  a  pieno  esegu ci che gli era stato
ordinato,  e nel viaggio stette quattro anni.  Onde tornato,  e particolarmente
referito  tutto  quello  ch'avea  veduto  e  fatto,  il re d'Armenia senz'altro
indugio ascosamente si part,  dubitando non  esser  conosciuto  nel  paese  di
Turquia,  per onde gli conveniva passare.  Ma per volont d'Iddio in quel tempo
il soldano di Turquia fu sconfitto per un capitano de' Tartari,  al quale il re
di  Armenia  and  e  se  gli  diede  a conoscere;  il quale,  inteso ch'andava
all'imperatore,   lo  ricev  graziosamente  e  gli  fece  grandissimo   onore,
comandando che fosse accompagnato sicuramente fino al regno di Cumania, ch' di
l dalla Porta di Ferro.  Dopo il re trov altri capitani de' Tartari,  i quali
lo fecero accompagnare per tutte le terre e luoghi,  tanto ch'ei pervenne  alla
citt di Cambal,  dove faceva residenza Mang Can,  imperatore de' Tartari; il
quale, com'intese che 'l re era venuto, fu molto contento, perci che, dopo che
Cangio Can pass il monte Belgian,  niun gran principe l'era venuto a visitare:
e  per  questo  gli  fece  molte accoglienze e grand'onore,  e gli diede in sua
compagnia alcuni de' primi della sua  corte,  che  l'onorassero  dovunque  esso
andava.
Dopo   che   'l   re  d'Armenia  si  fu  alquanti  giorni  riposato,   supplic
all'imperatore che si degnasse d'espedirlo de' negozii per  i  quali  esso  era
venuto,  e gli desse buona licenza di ritornarsene. L'imperatore gratamente gli
rispose,  dicendo che molto volentieri farebbe tutt'il suo volere,  e  che  gli
avea  fatto  singular  appiacere  per  esser  di  propria volont venuto al suo
imperio.  Allora il re  form  sette  petizioni  in  tal  guisa:  prima,  preg
l'imperatore  che con la sua gente si convertissero alla fede di Cristo,  e che
lasciate tutte l'altre sette si battezzassero;  seconda,  che tra i cristiani e
Tartari  fosse  una  ferma e perpetua pace confermata;  terza,  che in tutte le
terre che i Tartari avevano acquistate e  acquistassero  tutte  le  chiese  de'
cristiani e i chierici di quelle,  cos laici come religiosi, fossero liberi ed
esenti da ogni servit e da tutti i dazii; quarta, ch'esso togliesse di mano a'
saraceni la Terra Santa e il santo Sepolcro  e  lo  restituisse  a'  cristiani;
quinta,  ch'attendessero  alla  destruzione del califo di Baldach,  il qual era
capo e dottore della setta del perfido Maumetto; sesta, che tutti i Tartari,  e
specialmente  li  pi  propinqui  al re d'Armenia,  fossero obligati senz'alcun
indugio darli soccorso, qualunque volta fossero richiesti; settima, domand che
tutte le terre della iurisdizione del re d'Armenia,  le quali i saraceni aveano
occupate e dopo erano venute alle mani de' Tartari,  gli fossero restituite,  e
quelle che il re potesse acquistare contra li saraceni le potesse tenere  e  in
pace possedere.
Mang Can,  udite e intese le domande del re d'Armenia, convoc i suoi baroni e
consiglieri, dove, essendo il re presente,  rispose in tal guisa: "Conciosiach
il re d'Armenia sia venuto di lontani paesi volontariamente al nostro imperio e
non  sforzatamente,   cosa  convenevole    alla  nostra  imperiale  Maest  di
compiacere alle sue domande,  e particolarmente a  quelle  che  sono  giuste  e
oneste;  e cos diamo risposta a voi, re d'Armenia, che tutte le vostre domande
accettiamo,  e con l'aiuto d'Iddio le  faremo  adempire.  E  io,  imperatore  e
signore de' Tartari,  primo mi voglio far battezzare,  tenendo la medesima fede
ch'ora tengono i cristiani,  e conforter tutti quelli che sono  sotto  il  mio
imperio che faccino il simile,  non gi sforzandoli. Secondo, ci piace che tra'
cristiani  e  Tartari  sia  perpetua  pace:  con  questo  per,   che  dobbiate
constituirvi  per  la  principale  securezza  che  i  cristiani inviolabilmente
osserveranno la concordia e la pace verso noi, come noi verso d'essi.  Vogliamo
ancora che tutte le chiese de' cristiani e li chierici di ciascuna sorte abbino
il  privilegio  di  libert,  n possino da alcuno esser molestati.  Alla parte
ch'aspetta alla Terra Santa,  se non fossero le facende ch'abbiamo,  in  quelle
parti   per   riverenza  del  nostro  Signor  Gies  Cristo  noi  personalmente
veniressimo;  ma daremo l'impresa ad Haloon nostro fratello,  ch'esso espedisca
questa  cosa  come porta il dovere,  e liberi la citt di Gierusalem e tutta la
Terra Santa dalle mani de' saraceni,  e la  restituisca  a'  cristiani.  Contra
califo  di  Baldach comanderemo a Baydo,  capitano de' Tartari i quali sono nel
regno di Turquia e altri che sono in quei paesi circonvicini, che tutti debbino
ubbidire al nostro fratello,  il quale vogliamo che lo destrugga,  come  nostro
capitale  e pessimo nemico.  Quanto al sussidio che cerca avere il re d'Armenia
da' Tartari,  vogliamo gli sia concesso s come ei domanda.  Ancora per special
grazia gli concedemo che tutte quelle terre del suo regno le quali da' saraceni
gli  erano  state  tolte,  e  dopo sono state occupate da' Tartari,  che Haloon
nostro fratello subito le restituisca, per augmento e sicurt del suo regno".


Come Mang Can si battezz,  e come mand Haloon suo fratello  all'espugnazione
del castello degli Assassini.
Cap. 10.

Dopo  che  Mang  Can  liberamente  ebbe adempito le domande del re d'Armenia e
confermate  con  privilegio,   di  subito  volse  ricevere  il  sacramento  del
battesimo,  e  fu battezzato da un vescovo ch'era cancelliere del re d'Armenia,
il quale dopo battezz tutta la  famiglia  dell'imperatore,  cos  uomini  come
donne, con molti principi e persone nobili. Dopo l'imperatore ordin quelli che
dovessero  seguire  Haloon  suo  fratello,  per  sussidio  della  Terra  Santa.
Cavalcarono adunque insieme Haloon e il re d'Armenia per le sue giornate,  fino
che passarono il gran fiume Fison;  dopo Haloon occup col suo esercito tutti i
paesi e terre da ogni parte,  e in manco di sei  mesi  soggiog  tutt'il  reame
della  Persia,  il  che  gli  fu  facile,  ritrovandosi  allora senza signore e
governatore.  Prese ancora senza contrasto tutte le terre fino al  paese  degli
Assassini, i quali sono uomini infedeli e senza legge; ubbidiscono per al loro
signore,   che  gl'instruisce  e  ammaestra,  il  qual  si  chiama  vulgarmente
Sexmontio,  a compiacenza e comandamento  del  quale,  spontaneamente  e  senza
dubitazione alcuna,  s'offerivan alla morte. Aveano detti Assassini un castello
inespugnabile,  chiamato  Tigado,   il  qual  era  fornito  di  tutte  le  cose
necessarie,  ed era tanto forte che non temeva da alcuna banda esser assaltato.
Tuttavolta Haloon comand a un certo capitano che,  tolti diecimila Tartari,  i
quali esso avea lasciati per guardia della Persia,  e che con quelli assediasse
il detto castello, e di quivi non si partisse fin che non lo prendesse.  Onde i
predetti  Tartari  stettero in quell'assedio sette anni intieri,  cos di verno
come di state,  che  mai  lo  poterno  conquistare;  alla  fine  gli  Assassini
s'arresero  per  bisogno  di  vestimenta,  non  di  vettovaglie  o d'altre cose
necessarie.
Nel tempo che Haloon attendeva alla guardia del regno di Persia  e  all'assedio
del detto castello,  il re d'Armenia prese da lui licenza di tornarsene nel suo
regno,  per esser stato molto tempo lontano da quello.  Haloon gliela diede,  e
appresso grandissimi doni, comandando ancora a Baydo, il quale faceva residenza
nel  regno  di  Turquia,  ch'ei lo facesse accompagnare sicuramente fino al suo
regno: il comandamento del quale fu al tutto adempito, e cos in termine di tre
anni e mezo il re d'Armenia se ne ritorn a casa sano e salvo, per la grazia di
messer Gies Cristo.


Come Haloon prese la citt di Baldach,  e della sorte di morte che fece fare al
califo, e della moglie cristiana di Haloon.
Cap. 11.

Dopo  che  Haloon  ebbe  ordinata la guardia nel regno di Persia (come li parse
esser sufficiente),  se n'and a una certa provincia  vicina  d'Armenia,  detta
Sorloch,  ove  tutta quella state si diede spasso e riposo;  e venuto l'inverno
deliber di voler pigliare la citt di Baldach,  nella  quale  era  il  califo,
maestro  e dottore della setta del perfido Maumetto.  E raccolto un esercito di
trentamila Tartari combattenti, i quali erano nel regno di Turquia, insieme con
l'altre sue genti diede la battaglia alla detta citt,  la quale di  subito  fu
presa,  e  il  califo  fu  menato  prigione innanzi Haloon.  Nella citt furono
ritrovate tante ricchezze che non  uomo che credesse che tante ne  fossero  in
tutt'il  mondo.  Fu presa nell'anno del Signore 1258.  Haloon,  avendo alla sua
presenza il califo, gli fece mettere innanzi tutto il suo tesoro, domandandogli
se sapeva essere stato suo tutto quello che vedea;  il  qual  rispose  che  s.
Disse  adunque  Haloon:  "Perch  con tanto tesoro non chiamavi tanti soldati e
tuoi vicini,  che defendessero te e la tua terra dalla  potenza  de'  Tartari?"
Rispose  califo: "Perch io credea che fossero assai sufficienti le genti mie".
Al che replic Haloon: "Essendo adunque tu chiamato dottore di tutti quelli che
credono nella falsa setta di Maumetto,   ben  conveniente  che  da'  tuoi  sii
rimunerato  come  un tale e tanto maestro merita,  qual non deve essere d'altri
cibi nutrito che di quelle cose preciose le quali ha tant'amate  e  con  grande
avidit  custodite".  E  comand  ch'ei  fosse serrato in una camera,  e avanti
gettate le perle e l'oro, accioch di quelle si cibasse a sua satisfazione,  n
gli  fosse  portato  cosa  di  sorte alcuna: e cos il misero avaro fin la sua
miserabil vita, n dopo fu alcuno califo nella citt di Baldach.
Soggiogata ch'ebbe Haloon la citt di Baldach e l'altre terre vicine, divise le
provincie per duchi e per rettori come gli piacque, e comand che in ogni parte
i cristiani fossero ben trattati,  e a loro fosse data la guardia delle citt e
castella, e che i saraceni fossero deposti d'ogni dignit e onore. Aveva Haloon
la mogliera cristiana,  chiamata Doucoscaro,  la qual fu della progenie di quei
re che viddero la stella nella nativit del  Signore  e  vennero  d'Oriente.  E
questa  madonna come devotissima cristiana esortava che si rovinassero i templi
de' saraceni,  e vietava che non facessero la solennit di Maumetto,  e pose  i
saraceni in tanta servit che pi non ardivano lasciarsi vedere.


Come Haloon prese la citt d'Aleppo per forza.
Cap. 12.

Essendosi  riposato  Haloon per spazio d'un anno,  mand a dire al re d'Armenia
che venisse con la  sua  gente  alla  citt  di  Rochais,  ch'  nel  regno  di
Mesopotamia, imperoch lui voleva andare a conquistare Terra Santa per renderla
a'  cristiani.  Udito  questo,  il  buon  re  Hayton  si  mise  in  viaggio con
grand'esercito d'uomini armati,  cos a cavallo come a piedi,  percioch allora
il regno d'Armenia era in tanta prosperit che poteva far dodicimila cavallieri
e  sessantamila fanti armati: e io,  ch'al mio tempo l'ho veduto,  ne posso far
fede. Giunto che fu il re d'Armenia, e ragionato insieme sopra l'espedizione di
Terra Santa,  disse verso di Haloon  essere  molto  a  proposito  primieramente
assaltare il soldano di Aleppo, il quale tiene il principato di tutta la Soria,
nella  quale   la citt di Gierusalem,  imperoch,  avuto Aleppo,  sar facile
soggiogare tutte l'altre terre circonvicine.  Questo consiglio piacque molto ad
Haloon,  e immediate deliber d'andar all'assedio di detta citt, la quale, per
esser tutta murata d'intorno e piena d'infinite genti e ricchezze, era riputata
fortissima.   Giunto  che  fu  appresso,   ordin  ch'ella   fosse   circondata
dall'esercito, e quivi con cave sotto terra, balestri e altri ingegni gli diede
gagliardamente la battaglia: e quantunque ella paresse inespugnabile,  tuttavia
l'assalto fu con tanta violenza che in termine di nove giorni la  prese,  nella
quale  truov  incredibile  quantit di ricchezze.  Era nel mezo della citt un
certo castello, il quale si tenne per undici giorni dopo che fu presa la terra,
ma finalmente,  essendoli state fatte molte cave sotto,  s'arresero.  Fu  presa
questa  citt  da  Haloon,  e similmente tutta la Soria,  nell'anno del Signore
1240.

Come Haloon,  volendo andare all'acquisto di Terra Santa,  intesa la  morte  di
Mang Can, lasci un suo capitano con diecimila Tartari, e lui prese il cammino
verso levante.
Cap. 13.

Essendo Melecnasar, soldano d'Aleppo, in Damasco, ebbe nuova la sua citt esser
stata presa, con la moglie e i figliuoli; e pensando quello ch'ei dovesse fare,
li  parse  che  'l  meglio  saria  d'andare  a  gettarsi  a'  piedi  d'Haloon e
domandargli misericordia,  sperando che per la clemenzia di quello,  che gliela
restituiria:  ma  la  cosa non gli and ad effetto,  perch Haloon lo ritenne e
mand prigione insieme con la moglie e figliuoli in  Persia,  per  levarsi  via
ogni occasione che gli potesse dar disturbo nel regno di Soria.
Fatte  queste  cose,  Haloon  mand  a  donare al re d'Armenia gran parte delle
spoglie acquistate nella presa d'Aleppo,  e concessegli appresso  molte  terre,
onde il re, avuti molti castelli vicini al suo regno, gli fortific a suo modo.
Dopo questo Haloon chiam a s il principe d'Antiochia,  il qual era genero del
re  d'Armenia,  e  l'onor  grandemente,  dandogli  molti  doni  e  privilegii,
concedendogli  ancora  tutte  le  terre  della  sua  giurisdizione le quali da'
saraceni gli erano state occupate.  Fornito ch'ebbe  Haloon  le  cose  che  gli
facevano di mestiero circa il governo della citt e delle terre ch'aveva preso,
deliber  transferirsi  al  regno  ierosolimitano,  per liberare la Terra Santa
dalle mani degl'infedeli e restituirla a' cristiani.  Ma fu  constretto  mutare
opinione,  per  la  nuova  ch'ebbe della morte di Mangio Can,  e come i Tartari
l'aspettavano per metterlo nella sedia del suo fratello. Laonde, turbato di tal
novelle,  per non potere pi oltre procedere,  elesse un suo capitano  chiamato
Guiboga  e  lo  mand  con  diecimila  Tartari alla guardia del regno di Soria,
comandandogli che dovesse acquistare la Terra Santa e restituirla a' cristiani.
Egli veramente si mise in cammino verso le  parti  di  levante,  lasciando  suo
figliuolo in Tauris.

Come  Haloon  fu  constretto  tornarsene indietro a combattere con Barcha,  che
voleva andare a farsi fare imperatore,  e come sopra un fiume agghiacciato,  il
qual  si  ruppe,  la  maggior  parte  de'  due  eserciti s'annegarono;  e della
discordia che nacque fra li Tartari e li cristiani nel regno di Soria.
Cap. 14.

Prima che Haloon giugnesse nel regno di Persia gli venne nuova come i  principi
e  nobili  de'  Tartari  aveano  posto  Cobila Can,  suo fratello,  nella sedia
imperiale, per il che se ne ritorn in Tauris. Dove stando,  intese come Barcha
veniva   con   grandissimo  esercito,   intendendo  di  voler  avere  l'eredit
dell'imperio: per li quali romori Haloon,  congregate le sue genti,  se  n'and
contra  il  nemico.  E  giunto  sopra un certo fiume congelato fu cominciata la
battaglia,  ma  per  la  moltitudine  delle  genti  il  ghiaccio  si  ruppe,  e
s'annegarono  dall'una  e l'altra banda pi di trentamila Tartari;  il restante
dell'esercito d'ambe le parti, per la perdita de' suoi soldati, se ne tornarono
tristi e dolenti alle loro case.
Guiboga,  il quale Haloon avea lasciato nel regno di Soria e nella provincia di
Palestina,  tenne  quelle  terre  in  gran  pace,  amando  molto  i  cristiani,
imperoch'esso era della progenie di quei tre  re  che  vennero  ad  adorare  la
nativit  del Signore;  e affaticandosi detto Guiboga di ridurre la Terra Santa
in mano de' cristiani,  ecco il nemico dell'umana natura pose discordia tra lui
e  li  cristiani di quelle parti,  la quale fu in questa guisa.  Nella terra di
Belforte,  la quale fu del dominio della citt di  Sidonia,  erano  pi  ville,
nelle  quali  i  saraceni  pagavan un certo tributo a' Tartari.  Onde accadette
ch'alcuni uomini di Sidone e  di  Belforte  insieme  andarono  alle  ville  de'
saraceni  e  a'  casali  e  li  saccheggiarono,  e molti di quelli ammazzarono,
facendo prigioni gli altri e menando via  assai  moltitudine  di  bestiame.  Un
certo  nepote di Guiboga,  che stava quivi vicino,  si mosse correndo dietro a'
cristiani,  per dirgli da parte di suo zio che lasciassero la  preda;  ma  loro
rivoltatisi l'ammazzarono,  insieme con alcuni Tartari,  non volendo restituire
la preda. Avendo Guiboga inteso che i cristiani gli aveano ammazzato il nepote,
subito si mise in cammino,  e prese la citt di Sidone e rovin una gran  parte
delle  mura,  ammazzando alcuni cristiani: non per molti,  per essersi fuggiti
all'isole;  per il che dopo i Tartari non si  fidarono  pi  de'  cristiani  di
Soria,  n  i cristiani de' Tartari,  i quali furono scacciati da' saraceni del
regno di Soria, come di sotto dichiareremo.
Mentre che Haloon guerreggiava con Barcha,  come di sopra  detto,  il  soldano
d'Egitto,  raccolto il suo esercito, se ne venne nella provincia di Palestina e
fece fatto d'arme con Guiboga,  capitano de'  Tartari,  in  un  luogo  chiamato
Hamalech,  dove  Guiboga  fu  vinto e morto.  I Tartari che poterono fuggire di
quella battaglia andorno in Armenia,  e allora il regno di Soria and sotto  la
potest de' saraceni,  fuori d'alcune citt de' cristiani, le quali sono vicine
al mare. Avendo inteso Haloon che 'l soldano d'Egitto avea assaltato la Soria e
scacciato la sua gente, subito messe il suo esercito in ordinanza,  e chiam il
re d'Armenia, il re de' Giorgiani e altri cristiani delle parti di levante, che
venissero   contra   il  soldano  d'Egitto  e  altri  saraceni.   Fatte  queste
preparazioni s'ammal, e di tal sorte fu l'infermit che in termine di quindici
giorni mor,  laonde l'espedizione di Terra  Santa  fu  in  tutto  tralasciata.
Abaga,  suo figliuolo,  ebbe il dominio dal padre,  e preg l'imperatore Cobila
Can che lo confirmasse, il che fu fatto nell'anno del Signore 1264.

Della morte di Haloon,  e come successe Abaga Can suo  figliuolo,  e  de'  suoi
costumi;  e  come  il  soldano  d'Egitto mand per mare in Cumania a far muover
guerra ad Abaga Can.
Cap. 15.


Fu Abaga uomo prudente,  e con gran prosperit  govern  il  suo  regno,  e  fu
fortunato  in tutte le cose sue,  eccetto per in due: la prima,  che non volse
farsi cristiano come era stato suo padre,  anzi adorava gl'idoli e dava fede a'
sacerdoti idolatri;  la seconda, che sempre ebbe guerra co' vicini di Tauris, e
perci il soldano dell'Egitto stette longo tempo in pace e quiete,  e a  questo
modo  la  potenza  de' saraceni crebbe grandemente.  I Tartari che se ne potean
fuggire andavano al soldano,  per schifare i gravi pesi che da' suoi gli  erano
imposti.  Intendendo  queste  cose,  il  soldano us una gran sagacit contra i
Tartari, percioch mand per mare suoi nunzii nel regno di Cumania e di Russia,
e con loro fe' patto che,  volendo Abaga muovere guerra contra  l'Egitto,  essi
l'assaltassero nel suo paese,  promettendoli doni grandissimi; e in questo modo
Abaga non pot assaltar l'Egitto,  e il soldano senz'alcuna contradizione  and
contra  i cristiani,  e facilmente occup le terre di Soria: e cos i cristiani
persero Antiochia e altri castelli che possedevano nel detto regno.

Come il soldano d'Egitto ruppe l'esercito  dove  erano  due  figliuoli  del  re
d'Armenia,  l'uno  de'  quali  uccise  e  l'altro prese;  e come,  ritornato di
Tartaria, il re d'Armenia riebbe il figliuolo,  il qual fece re,  renunciandoli
il regno, ed esso and nella religione.
Cap. 16.

Bunhocdare,   soldano  d'Egitto,   favorito  dalla  prospera  fortuna,  abbass
grandemente il regno d'Armenia,  in questo modo.  Sapendo egli che  'l  re  era
andato con gran gente in Tartaria,  pens d'assalire l'Armenia, laonde mand un
capitano con le sue genti.  I  figliuoli  del  re,  intendendo  la  venuta  de'
saraceni,  ragunati  nel  suo regno tutti quelli che potevano portar arme,  gli
andarono  contro  e  con  quelli  animosamente  combatterono.  Pure  alla  fine
l'esercito  degli Armeni fu superato e vinto,  e de' due figliuoli del re l'uno
fu morto e l'altro preso  nella  battaglia.  I  saraceni  con  quella  vittoria
corsero  per  tutto  il  regno  d'Armenia  e,  saccheggiato  tutt'il piano,  ne
riportorno molti bottini,  in danno grandissimo  de'  cristiani:  e  da  questo
accidente  crebbe  molto  la  potenza de' nemici,  e s'indebolirno le forze del
regno d'Armenia.
Intese queste cattive novelle,  il re fu grandemente conturbato,  n  ad  altro
giorno e notte pensava se non come ei potesse offendere i saraceni,  per il che
spesse  fiate  invitava  Abaga  e  li  Tartari  alla  destruzione  della  setta
maumettana in favore de' cristiani;  ma Abaga s'escusava, per le guerre ch'avea
co' suoi vicini.  Vedendo il re d'Armenia non  poter  avere  allora  aiuto  da'
Tartari,  mand ambasciatori al soldano d'Egitto e con quello fece tregua,  per
riavere suo figliuolo di  prigione.  Il  soldano  promise,  rendendoli  un  suo
compagno amicissimo chiamato Angolascar,  ch'era prigione appresso i Tartari, e
alcuni castelli della citt d'Aleppo, i quali gli erano stati occupati al tempo
di Haloon, di restituirli il figliuolo, onde il re s'affatic tanto co' Tartari
che gli concederono Angolascar,  e in  cambio  di  quello  riebbe  poi  il  suo
figliuolo; e appresso diede al soldano il castello di Tempsach, e fece rovinare
due altri castelli a sua requisizione.  E in tal guisa fu liberato il figliuolo
del re Hayton d'Armenia,  il quale,  poi che furono fatte le  sopradette  cose,
avendo tenuto il reame per quarantacinque anni,  lo renunzi, dandolo al signor
Livon suo figliuolo,  ch'era stato liberato di prigione;  ed esso,  renunziando
alle  pompe di questo mondo,  entr nella religione,  mutato secondo il costume
d'Armeni il proprio nome, e fu chiamato Macario, e dopo non molto tempo mor: e
fu negli anni del Signore 1270.

Del re Livon d'Armenia, il quale govern molto ben il suo regno,
e come Abaga Can fece morire Parvana suo ribello.
Cap. 17.

Il sopra nominato Livone, re d'Armenia,  fu molto saggio e prudente,  e govern
il suo regno con gran prudenza e ingegno;  fu grandemente amato, s da' suoi s
ancora da' Tartari.  Tutt'il suo intento sempre fu di destruggere  i  saraceni,
onde  nel  suo  tempo accadde ch'Abaga fece pace co' suoi vicini,  con li quali
longo tempo era stato in guerra,  e nel medesimo tempo il soldan d'Egitto entr
nel  regno  di  Turquia e ammazz molti Tartari e molti ne scacci dalle ville.
Era allora nel regno di Turquia capitan de' Tartari un certo saraceno  chiamato
Parvana.  Questo  si ribell contro Abaga e and con le sue genti nell'esercito
del soldano,  e insegnava il modo come si dovessero rovinare e far morire tutti
i Tartari: la qual cosa intesa da Abaga,  subito cavalc con tanta celerit che
in 15 giorni fece il viaggio di 40 giornate.  Udita la venuta de'  Tartari,  il
soldan d'Egitto quanto prima pot si part del regno di Turquia,  n cos fu il
suo andare veloce che non fosse da' Tartari  sopragiunto  nella  coda  del  suo
esercito  nell'entrare  dell'Egitto,  in  un certo luogo chiamato Pasblanec.  E
ferendo i Tartari  nell'ultima  schiera,  presero  duemila  cavalieri  saraceni
insieme con Parvana,  e acquistarono molte ricchezze; presero ancora cinquemila
famiglie de' Curdi,  i quali abitavano in quel  paese.  Venuto  Abaga  fino  a'
confini d'Egitto, fu consigliato non andar pi avanti, per il gran caldo qual 
in quel paese,  percioch n i Tartari n i loro animali,  che con tanta fretta
erano venuti cos di lontano,  averiano potuto tollerare la fatica n il caldo:
e  per  questo Abaga torn in Turquia,  guastando e mandando per terra tutte le
terre che gli erano state ribelle e s'erano arrese al soldano. Poi,  secondo il
costume  de' Tartari,  fece partire per mezo Parvana traditore con tutti i suoi
seguaci,  e comand che in tutti i cibi ch'esso era per  mangiare  fosse  posta
della carne del traditor Parvana, della quale ne mangi esso Abaga e ne diede a
mangiare  a  tutti  i  suoi  baroni.  Questa  la pena ch'Abaga diede a Parvana
traditore.

Come Abaga Cham offerse il regno di Turquia al re  d'Armenia,  il  qual  ricus
d'accettarlo; e come il soldano d'Egitto fu avvelenato.
Cap. 18.

Dopo  ch'Abaga  ebbe  adempito  il  suo  volere del regno di Turquia,  e che li
Tartari furono fatti tutti ricchi di bottini  ch'aveano  acquistati  contra  li
ribelli  saraceni,  chiam  a  s  il  re  d'Armenia  e gli offerse il regno di
Turquia,  per esser stato il padre e lui ancora sempre fedeli verso la signoria
de' Tartari.  Il re d'Armenia, come savio e prudente, rifer grazie ad Abaga di
tanto dono,  e saviamente si scus di  volerlo  accettare,  dicendo  non  esser
bastevole a governare commodamente due regni, percioch il soldano d'Egitto era
ancor gran signore e tutto intento a' danni dell'Armenia, per il che gli pareva
fare  assai  se poteva contra di lui prevalersi;  pure lo consigli,  quanto al
regno di Turquia,  ci che si dovea fare prima che si partisse,  acci che  poi
non  temesse di ribellione: cio che dividesse detto regno in molte parti,  e a
ciascuna desse un governatore che la  reggesse,  n  a  saraceno  alcuno  desse
signoria  o  potere.  Accett  Abaga  il consiglio del re,  e providde che niun
saraceno avesse il dominio in quelle terre. Fatte queste cose,  il re d'Armenia
ricerc pregando ch'Abaga volesse andare alla liberazione della Terra Santa per
cavarla  delle  mani  de'  pagani:  il  che  promise Abaga fare con tutt'il suo
potere,  e consigli il re che mandasse  ambasciatori  al  papa  e  agli  altri
principi e signori de' cristiani in soccorso della Terra Santa.
Dopo  ch'Abaga  ebbe  ordinato  nel regno di Turquia quello ch'era di mestiero,
ritorn al regno di Corasam,  ov'avea lasciato  la  sua  famiglia.  Bunhocdare,
soldano  d'Egitto,  al  quale  i  Tartari  aveano  fatto  danno e vergogna,  fu
attossicato nella citt di Damasco e subito mor, del che i cristiani di quelle
parti n'ebbero grand'allegrezza e i saraceni gran dolore,  perch  dopo  quello
non  ebbero  cos buon soldano.  Melechahic suo figlio successe nella signoria,
nella qual stette poco tempo, essendo scacciato da Elfi,  il quale per forza si
fece soldano.

Come  Abaga  Can mand Mangodamor suo fratello con un esercito di Tartari al re
d'Armenia contra il soldano  d'Egitto,  qual  fu  rotto  da'  detti;  nondimeno
Mangodamor per paura si ritir fino sopra le ripe dell'Eufrate.
Cap. 19.

Venendo  il  termine  ch'Abaga  dovea muover guerra contra il soldano d'Egitto,
ordin che Mangodamor suo fratello andasse con trentamila Tartari nel regno  di
Soria,  e  se  per  caso  il  soldano  gli  venisse contro per combattere,  che
valorosamente lo superasse;  e se  'l  soldano  schifasse  la  battaglia,  esso
pigliasse  le  terre  e i castelli e le desse in guardia de' cristiani.  Venuto
Mangodamor per fin al regno d'Armenia,  mand pel re,  il qual  venne  con  una
bella compagnia di cavalieri,  e insieme entrorno nel regno di Soria, guastando
tutt'il paese fin alla citt d'Aman, la qual ora si chiama Camella,  ed  posta
nel  mezo  della  Soria;  e  nell'entrata  di detta citt v' una pianura molto
bella,  nella quale il soldano raccolse il  suo  esercito  per  combattere  co'
Tartari. I saraceni adunque da una parte, e dall'altra i cristiani co' Tartari,
appiccarono  una  crudel battaglia.  Il re d'Armenia co' cristiani conduceva la
parte destra dell'esercito,  onde esso assalt la parte sinistra dello esercito
del  soldano,  e valentemente cacci i nimici fino alla citt d'Aman.  Amalech,
capitano de' Tartari,  similmente ruppe l'altra parte dell'esercito del soldano
valorosamente,  e  per  tre  giornate  lo  cacci per fino a una citt chiamata
Turara. E credendo essi che la potenza del soldano fosse dissipata e sconfitta,
ecco che Mangodamor,  il qual  non  aveva  mai  pi  veduto  i  pericoli  delle
battaglie,  temette di alcuni saraceni, che in lingua araba si chiamano bedini,
e senza alcuna ragionevol causa si torn adietro abbandonando  il  campo  della
vittoria,  e  lasci  il  re  d'Armenia e l'altro suo capitano,  i quali aveano
perseguitato i nemici.
Quando il soldano,  il quale credea aver perso il tutto,  vidde il campo voto e
in  tutto  abbandonato,  si  ferm  sopra  un colle con molti delli suoi uomini
armati e ivi si fece forte, e il re d'Armenia,  ritornato dalla battaglia,  non
avendo ritrovato Mangodamor in campo,  rest molto stupefatto,  e intendendo la
via ch'egli avea preso subito gli and drieto. Amalech, che avea perseguitato i
saraceni che fuggivano,  l'aspett per due giorni,  sperando che 'l signor  suo
Mangodamor  gli  venisse  dietro (come dovea) per soggiogare la provincia e gli
nimici de' quali esso avea avuto  vittoria.  Ma,  conosciuta  la  verit  della
partita di Mangodamor, con prestezza gli and drieto, abbandonando la vittoria:
e lo ritrovarono sopra le ripe del fiume Eufrate che aspettava. Dopo che furono
finite  queste  cose,  i  Tartari se ne ritornarono alle loro provincie.  Il re
d'Armenia con le sue genti patirono molte fatiche e incommodi in quella guerra,
percioch,  per la lunghezza del viaggio e  per  la  carestia  de'  pascoli,  i
cavalli  de'  cristiani  erano  cos  stracchi  e  afflitti  che a pena poteano
camminare,  e se uscivano in qualche parte fuor di strada  erano  da'  saraceni
spesse  volte  trovati  e  senza piet alcuna crudelmente ammazzati,  laonde si
perse la maggior parte dell'esercito del re d'Armenia e quasi tutti i capitani.
Questa disgrazia accadde a Mangodamor nel 1282.

Come Abaga Cham congreg le sue genti per andar contra li saraceni,  e come  ei
fu avelenato, insieme con Mangodamor suo fratello.
Cap. 20.

Dapoi che Abaga Cham intese il successo di queste cose,  congreg da ogni parte
le sue genti, ed essendo gi preparato per andar con tutto il suo potere contro
a' saraceni,  eccoti che un saraceno figliuol del demonio venne  nel  reame  di
Persia,  e  corruppe  con  tanti doni questi che servivano alla tavola di Abaga
Cham che ottenne di farlo attossicare,  insieme con il fratello  Mangodamor:  e
cos  successe  che  in  termine  d'otto giorni ambedue restorno morti,  e tale
scelerit fu confessata dagli stessi che l'aveano fatta.  E questo fu  nel'anno
1282.

Come Tangodor, fratello d'Abaga Cham, successe nell'imperio,
e della persecuzione che lui fece contra li cristiani.
Cap. 21.

Dopo  la morte d'Abaga Cham,  i Tartari s'accolsero insieme e fecero signore il
fratello di Abaga,  nominato Tangodor.  Questo essendo giovane si battezz e fu
chiamato  per nome Nicolao,  ma dopo che venne a maggior et,  per la compagnia
de' saraceni,  i quali esso amava,  divenne pessimo saraceno,  e renunciando la
fede  cristiana  volse  esser  chiamato  Maumetto  Cham,  e  con tutte le forze
s'ingegn ch'i Tartari si convertissero alla fede e setta di Maumetto, e quelli
i quali stavano ostinati,  non avendo ardire di sforzarli,  dando  loro  onori,
grazie  e presenti li faceva convertire: tal che nel suo tempo molti Tartari si
convertirno alla fede de' saraceni,  come al presente manifestamente  si  vede.
Comand  questo  Maumetto  Cham  che  fossero  rovinate  tutte  le  chiese  de'
cristiani,  e che i cristiani non avessero pi ardire di celebrare n la  legge
n  la  fede  di Cristo,  facendo publicare manifestamente quella di Maumetto e
bandendo li cristiani;  e nella citt di Tauris  fece  rovinare  tutte  le  lor
chiese. Mand ancora al soldano d'Egitto ambasciatori, e con quello fece pace e
confederazione,  promettendogli  di far che tutti i cristiani che erano nel suo
dominio si fariano saraceni,  overo gli taglieria la testa: del che i  saraceni
ebbero  grande allegrezza.  I cristiani erano mesti e dolenti e stavano in gran
timore, n altro a' miseri restava se non domandare a Dio misericordia, vedendo
i cristiani la persecuzione contro a loro esser maggiore che  mai  fosse  stata
per il passato.  Mand ancora il predetto al re d'Armenia e al re de' Giorgiani
e ad altri cristiani  che  subito  lo  venissero  a  trovare,  ma  i  cristiani
deliberarono  pi  presto  eleggersi il morire con la spada in mano che a' suoi
pessimi comandamenti ubbidire, non trovando altro remedio alla loro salute.

Come si sollev contra Tangador un suo fratello e un suo nepote detto Argon,  i
quali alla fine, avendolo preso, lo fecion morire.
Cap. 22.

Essendo  adunque i cristiani posti in tanto dolore e amaritudine che pi presto
desideravano morire che vivere, ecco Iddio, il quale non abbandona chi spera in
lui,  confort tutti i  suoi  fedeli,  imperoch'un  certo  fratello  di  questo
Maumetto e un suo nepote, chiamato Argon, gli furono contrarii e ribelli per le
sue  male  opere,  e  feciono  assapere  a Cobila Cham,  maggior imperatore de'
Tartari,  come detto Maumetto,  lasciati  i  costumi  de'  suoi  maggiori,  era
divenuto  pessimo  saraceno,  persuadendo  tutti  li  Tartari  che potea che si
facessero saraceni.  Delle quali nuove l'imperatore fu molto turbato,  e subito
mand a far comandamento a Maumetto che si correggesse e che si rimovesse dalle
sue  male operazioni,  altrimenti procederia contra di lui: la qual cosa intesa
ch'ebbe Maumetto,  s'accese tutto d'ira e di sdegno,  perch sapea che non  era
alcuno ch'avesse avuto ardimento di far contradire alla sua volont, se non suo
fratello e suo nepote Argon. E per questo fece ammazzare il fratello, e volendo
fare il simile al nepote,  and con molta gente per pigliarlo;  ma,  conoscendo
Argon non poter star contra  la  potenza  del  nemico,  fugg  a'  monti  e  si
rinchiuse  in  un  fortissimo  castello.  Allora Maumetto,  postovi l'assedio e
standogli di continuo intorno, lo constrinse a rendersi,  con patti ch'ei fosse
libero e li fosse restituito il suo dominio;  ma, subito che l'ebbe nelle mani,
lo diede a un suo contestabile e ad  alcuni  altri  de'  suoi  grandi,  che  lo
tenessero  sotto  buona guardia.  E ritornando alla citt di Tauris comand che
fosse fatto in pezzi la moglie e i figliuoli del detto,  e al contestabile  che
dovesse far tagliar la testa ad Argon e ascosamente gliela portassero: le quali
cose  dovessero  con  ogni  prestezza  eseguire.  Fra quelli ch'aveano avuto il
comandamento d'eseguire tanta sceleraggine,  si trov  un  certo  uomo  potente
ch'avea nutrito e allevato Abaga,  padre d'esso Argon; questo, mosso a pietade,
pigliate l'armi,  di notte ammazz il contestabile con tutti i suoi seguaci,  e
liber Argon facendolo capo di tutte le genti,  tal che altri per paura e altri
per amore l'ubbidirono.  Essendo cos successa la cosa,  Argon con la compagnia
and  contro  a  Maumetto,  e  prima ch'egli entrasse in Tauris lo prese,  e di
subito lo fece tagliar per mezo: e cos fu ucciso il pessimo Cham di  Maumetto,
nemico della fede di Cristo, prima che finisse due anni nel suo imperio.

Come  Argon fu fatto signore dopo Tangador,  e come non volse mai farsi chiamar
Cham senza licenza del grande imperator de' Tartari;  e avendo in animo d'andar
a liberare Terra Santa, nel quarto anno del suo imperio mor.
Cap. 23.

Nell'anno del Signore 1285, dopo la morte di Maumetto, Argon, figliuolo d'Abaga
Cham,  tenne la signoria de' Tartari,  e per riverenza di Cobila Cham non volse
farsi  chiamar  Cham,  prima  che  non  chiedesse  licenza  dal  detto  maggior
imperatore:  e  per  questa  causa  gli mand ambasciatori,  i quali furono con
grande onore ricevuti,  ed ebbe gran  consolazione  della  morte  di  Maumetto,
laonde  mand alcuni de' maggiori della sua famiglia a confermarlo in signoria,
e cos Argon fu da tutti chiamato Cham con  grandissimo  onore.  Fu  esso  d'un
bellissimo  aspetto,  e  govern  il  suo  dominio  valorosamente  e  con somma
prudenza.  Am li cristiani e gli  onor  grandemente;  rifece  le  chiese  che
Maumetto avea fatto rovinare.  Onde a quello vennero il re d'Armenia, il re de'
Giorgiani e molti altri cristiani delle parti d'oriente, e supplicarono che gli
desse favore a liberare Terra Santa dalle mani de' saraceni.  Alle domande  de'
quali  benignamente Argon rispose,  dicendo che volentieri farebbe tutto il suo
potere,  a onore d'Iddio e della fede cristiana: per  il  che  ei  cercava  far
confederazione  co'  vicini,  per  potere pi sicuramente andar ad acquistar la
detta Terra Santa.  E perseverando in questo buon proposito,  cercando pace co'
vicini,  mor  nel  quarto  anno  del  suo  imperio;  al  quale successe un suo
fratello, chiamato per nome Regaito, il qual fu persona di poco valore, come di
sotto si dimostrer.

Come Regaito successe al regno d'Argon,  il quale fu uomo  vile  e  vizioso,  e
visse sei anni; e di Baydo, che successe a Regaito, qual fu buon cristiano, per
il che i Tartari ch'erano maumettani fecero venir Casan,  figliuol d'Argon,  il
qual ruppe l'esercito di Baydo e dopo lo fece morire.
Cap. 24.

Nell'anno del Signore 1289,  dopo la morte d'Argon Cham,  Regaito suo fratello,
uomo  senza legge e senza fede,  e nell'armi di niun'esperienza o virt,  ma in
tutto dedito alla lussuria  e  a'  vizii,  vivendo  a  guisa  d'animali  bruti,
saziando  in tutto il suo disordinato appetito,  mangiando e bevendo pi che 'l
naturale uso non comportava,  visse nella signoria anni sei,  a niun'altra cosa
attendendo  ch'alle  sopradette:  onde  per  la  sua dissoluta vita fu da' suoi
odiato e da' strani poco temuto,  tal che al fine fu da' suoi baroni soffocato.
Dopo  la morte del quale fu fatto signore un suo parente chiamato Baido: questo
fu nella fede di Cristo fedele e amorevole,  facendo molte grazie a' cristiani,
ma visse poco tempo, come di sotto dichiareremo.
Nell'anno  del Signore 1295,  dopo la morte di Regaito,  Baido tenne il dominio
de' Tartari.  Questo,  come buon cristiano,  restaur le chiese de'  cristiani,
comandando  che  tra'  Tartari  niun ardisse predicare la legge di Maumetto;  e
perch'erano moltiplicati assai seguaci di quella  maledetta  setta,  ebbero  in
dispiacere tale comandamento, onde secretamente mandarono ambasciatori a Casan,
figliuolo  d'Argon,  promettendogli  dare  lo stato di Baido e farlo signore se
voleva renunziare la fede cristiana.  Casan,  il quale poco si curava di fede e
desiderava grandemente esser signore, promesse loro far tutto ci che volevano,
onde si ribell da Baido;  il quale, intendendo questo, di subito messe insieme
tutte le sue genti,  pensando pigliare Casano,  non sapendo il trattato  ch'era
fra loro e Casano.  E affrontatisi insieme,  tutti quei ch'erano della setta di
Maumetto, lasciato Baido,  fuggirono alla parte di Casan,  per il che vedendosi
Baido  abbandonato  si  messe  in  fuga,  credendo scapolare,  ma fu da' nemici
sopragiunto e morto.

Come Casan, figliuolo d'Argon, si fece signore in luogo di Baido, e come, fatto
un grandissimo esercito,  and contro al soldano d'Egitto,  il quale dopo assai
scaramuccie ruppe e messe in fuga.
Cap. 25.

Dopo la morte di Baido, Casan fu fatto signore de' Tartari, e nel principio del
suo  dominio  non  ardiva contradire nelle promesse a quelli che l'aveano fatto
signore e che seguivano la legge e la setta di Maumetto: e perci  si  dimostr
molto  crudele verso i cristiani;  ma come fu stabilito nella signoria cominci
amare e onorare li cristiani,  e fece,  mentre che lui visse,  molti commodi  a
quelli,  come di sotto s'intender.  E prima destrusse molti de' capitani e de'
maggiori de' Tartari, i quali lo persuadevano accostarsi alla fede de' saraceni
e perseguitare i cristiani; dopo comand a tutti i Tartari, quali erano nel suo
dominio,  che si mettessero in ordine con l'armi,  e tutte le  cose  atte  alla
guerra  apparecchiassero,  perci  che  disegnava  andar  nel  regno d'Egitto a
destruzione del soldano: e cos comand al re d'Armenia,  al re de' Giorgiani e
a  molti  altri  cristiani  delle  parti  di  levante.  Venendo  il tempo della
primavera, Casan raccolse il suo esercito, e con quello aviatosi prima verso la
citt di Baldach,  se ne venne di longo poi verso il paese  d'Egitto,  e  quivi
pose in ordinanza le sue genti.
Il  soldano,  detto  Melecnasar,  avendo  molto  innanzi  inteso  la venuta de'
Tartari, ancor esso messe insieme tutti i suoi e venne con grandissimo apparato
innanti alla citt d'Aman,  la qual  nel mezo del regno di  Soria.  Intendendo
Casan che 'l soldano gli veniva incontro per combattere, non volse perder tempo
in  assediare  citt  o  castelli,  ma  and per la via dritta alla volta sua e
accampossi una giornata discosto in alcuni prati,  ne' quali era abbondanza  di
fieni  per  i  suoi cavalli;  e comand a tutti i suoi che non si partissero di
quella campagna fin che i cavalli si riposassero dalla fatica ch'aveano  patito
nel  viaggio,  per  esser venuti con tanta prestezza di cos lontani paesi.  In
compagnia di Casano si trovava un saraceno  detto  Calfalk,  il  quale  per  il
passato era stato schiavo del soldano,  e per paura se n'era fuggito, acci non
fosse posto in prigione per alcune tristizie ch'avea fatto.  Questo  era  stato
grandemente  onorato  da  Casano  e  di lui molto si fidava,  ma come maladetto
traditore con lettere avis al soldano il consiglio e l'intenzione di Casan, la
qual era di fare che li suoi cavalli si riposassero prima  che  s'affrontassero
in  battaglia,  e  che  lo  consigliava  ch'ei  s'affrettasse venir ad assaltar
l'inimico,   fin  che  i  suoi  cavalli  erano  stracchi,   perch   facilmente
riportarebbe la vittoria.
Al  soldano,  ch'avea  deliberato aspettare i Tartari appresso la citt d'Aman,
piacque molto questo consiglio,  e co' migliori de' suoi cavalieri se ne  venne
prestamente  per  assaltar  Casano all'improvista.  Le spie dell'oste avisarono
Casano della  venuta  del  soldano,  il  quale  subito  comand  che  tutti  si
mettessero  in  ordinanza  per sostener l'impeto de' nemici,  ed esso a modo di
leone con quelli che si ritrov appresso cavalc contro a'  saraceni,  i  quali
erano  gi tanto approssimati che non si potea fuggire la battaglia.  Gli altri
Tartari, ch'erano slargati per la campagna per riposare i cavalli, non poterono
seguitarlo cos prestamente per soccorrerlo,  onde Casano prese  per  spediente
che subito quelli che gli erano intorno smontassero da cavallo,  e di quelli si
facessero d'intorno a modo di muro, e loro dietro con le saette offendessero il
nemico, i quali gi a tutta briglia venivano a quella volta. I Tartari smontati
si misero li cavalli d'intorno e, presi nelle mani gli archi,  aspettorno che i
nemici  s'appressassero,  e  poi con tanta furia e arte cominciorno a tirare a'
primi cavalli de' nemici che s'approssimavano, che caddero morti in terra l'uno
sopra l'altro. Gli altri che seguivano con velocissimo corso, ritrovando caduti
li primi,  urtavan in quelli,  e sopra loro precipitosamente traboccavano,  tal
che  pochi  de'  saraceni  furono che non fossero gettati a terra,  overo dalle
saette mortalmente feriti, per essere i Tartari in quest'arte peritissimi.
Il soldano, il quale s'era posto nella prima schiera,  vedendo questo cos gran
disordine,  quanto prima pot si ritir, per la qual cosa Casano subito comand
che le sue genti rimontassero a cavallo e animosamente seguitassero gl'inimici,
ed esso fu il primo ch'entr nella squadra del soldano;  e  tanto  sostenne  la
battaglia,  con quel poco numero ch'avea de' suoi,  gettando a terra quanti gli
venivano incontro e ammazzandogli,  che gli altri Tartari si raccolsero insieme
e  in  ordinanza vennero alla battaglia.  Allora tutte le squadre da ogni banda
cominciarono a combattere,  e dur il fatto d'arme dal levar del  sole  fino  a
nona;  alla  fine  il soldano,  non potendo resistere alle forze di Casano,  il
quale con le proprie mani facea cose maravigliose,  si messe in fuga con  tutto
l'esercito  de' saraceni,  e Casano l'and perseguitando fino all'oscura notte,
occidendoli in diversi modi: onde tanta fu la rovina e la strage de'  saraceni,
che tutta la terra si vedeva coperta di corpi morti,  d'uomini e di cavalli,  e
di feriti.  Dopo la battaglia Casano ripos quella  notte  in  un  luogo  detto
Caneto,  rallegrandosi e oltre modo facendo festa per la vittoria, la quale per
volont di Dio aveva ottenuta  contra  i  nemici.  E  questo  fatto  d'arme  fu
nell'anno 1301, il mercoled avanti la nativit del Signore.

Della fuga del soldano d'Egitto,  e come Casano divise le spoglie dell'esercito
de' saraceni e del  tesoro  del  soldano  fra  li  suoi,  e  della  fortezza  e
liberalit incredibile di Casano.
Cap. 26.

Dopo  queste cose,  Casano comand al re d'Armenia e a un capitano de' Tartari,
il quale  si  chiamava  Molai,  che  con  quarantamila  cavalieri  de'  Tartari
perseguitassero  il  soldano  fino  al deserto d'Egitto,  dove si dicea ch'esso
andava,  il quale era distante dal campo dove era  stata  la  battaglia  dodici
giornate,  e  di  pi  che  lo dovessero aspettare appresso la citt di Gazara,
overo il suo ordine.  Il re adunque d'Armenia e il detto Molai,  col numero de'
detti  Tartari,  si  partirono  avanti  il  levar del sole,  e con veloce passo
perseguitavan il campo del soldano.  Dopo tre giorni Casano mand a dire al  re
d'Armenia  che  ritornasse,  percioch  voleva  assediar  Damasco,  e che Molai
seguisse l'impresa come gli era stato ordinato,  ammazzando quanti saraceni  ei
potesse.  Il  soldano  dopo  la battaglia si messe a fuggire con ogni velocit,
cavalcando  sopra  camelli  e  dromedarii,   n  mai  di  giorno  n  di  notte
riposandosi, in compagnia d'alcuni detti beduini, i quali lo fecero andare alla
volta di Baldach, dove si salv. Gli altri saraceni fuggirono in diverse parti,
secondo ch'essi pensavano potersi salvare,  ma una gran parte,  che and per la
via di Tripoli,  fu crudelmente uccisa dalli cristiani i quali abitano il monte
Libano.
Ritornato  che  fu  il re d'Armenia dove era Casano,  trov che la citt d'Aman
s'era resa,  e che 'l tesoro del soldano  e  del  suo  esercito,  il  qual  era
grandissimo,  era stato portato alla presenza di Casano: del che ognun ne prese
gran maraviglia,  come il soldano s'avesse  voluto  fare  portar  drieto  tanto
tesoro,  intendendo  andare  a  combattere.  Raccolto adunque quello e tutte le
spoglie che s'avevano guadagnate,  le volse liberalmente divider  fra  tutti  i
Tartari e i cristiani, i quali si fecero ricchi.
E io fra Ayton,  che ho messo insieme la presente istoria, il qual fui presente
in tutte l'espedizioni e battaglie che fecero i Tartari col soldano  dal  tempo
di  Halaon fin al d d'oggi,  non vidi mai n udi' dire che un principe tartaro
facesse pi cose notabili in dua giorni di quelle che fece Casano: imperoch il
primo giorno,  con quelle poche genti che si  ritrov  avere  appresso  di  s,
sostenne l'impeto e furia di tutto l'esercito del soldano, e con la sua persona
cos valorosamente si port che merit fra tutti i combattenti riportarne laude
e gloria,  della quale per sempre se ne ragioner fra' Tartari;  nel secondo fu
di tanta grandezza e liberalit  d'animo  che,  di  tante  ricchezze  e  tesoro
ch'esso  avea  acquistato,  non  si ritenne altro per s se non una spada e una
borsa,  nella quale erano poste le scritture delle terre d'Egitto e del  numero
dell'oste  del  soldano.  E  quello  che  mi  pare  sopra tutte le cose doversi
riputare maraviglioso  ch'in un corpo cos picciolo e di cos  brutto  aspetto
come costui era,  che parea quasi un mostro, vi si fossero raccolte quasi tutte
le virt dell'animo le quali la natura suole accompagnar in un  corpo  bello  e
proporzionato,  percioch  in dugentomila Tartari a pena s'avria potuto trovare
n il pi picciolo di statura n il pi brutto e sozzo d'aspetto.  E per essere
stato  detto  Casan  a'  tempi nostri,   il dovere che di lui e de' suoi fatti
alquanto pi longamente ne parliamo,  e principalmente del soldano  che  fu  da
esso sconfitto, il quale per ancora vive.

Come Casan ebbe la citt di Damasco.
Cap. 27

Poi  che  Casan si fu alquanti giorni riposato ed ebbe divise le spoglie fra li
suoi, s'avvi verso la citt di Damasco, gli abitatori della quale,  intendendo
la venuta d'esso co' Tartari, e dubitando che, se la pigliasse per forza, tutti
sarebbono iti a fil di spada,  di subito gli mandorno ambasciatori offerendogli
la citt, il quale l'accett molto volentieri.  E poco dopo cavalc al fiume di
Damasco,  sopra  le  ripe  del quale pose i suoi padiglioni,  e i cittadini gli
mandarono molti presenti e vettovaglie in gran quantit.  Quivi dimor Casan 45
giorni con tutt'il suo esercito,  eccetto che i 40 mila Tartari ch'erano andati
avanti con Molai,  e s'eran fermati presso la citt di  Gazara,  aspettando  la
venuta di Casan over il suo ordine.

Come  Casan  fu  constretto  partirsi  di  Soria,  e  come  lasci Cotolusa suo
luogotenente,  e della ribellione che fece Calfach,  e come l'impresa di  Terra
Santa incominciata fu lasciata.
Cap. 28.

Stando Casan appresso Damasco e dandosi buon tempo,  gli fu avisato come un suo
parente, detto Baido, era entrato con gran numero di genti nel regno di Persia,
rubbando e saccheggiando ci che  trovavano:  per  il  che  fu  consigliato  di
ritornarsene  subito,  acci  non  facessero  peggio.  Onde Casan ordin che 'l
maggior capitan del suo esercito,  detto Cotolusa,  restasse alla  guardia  del
regno  di  Soria,  ordinando  a  Molai  e  agli  altri  Tartari che gli dessino
ubbidienza come suo luogotenente;  e dopo fece li rettori e  governatori  sopra
tutte  le citt,  dando Damasco in custodia a Calfach traditore sopra nominato,
del quale per ancora non se n'era accorto,  n sapea  di  lui  cosa  alcuna.  E
chiamato  poi il re d'Armenia,  gli fece intendere della sua partita,  dicendo:
"Noi volentieri avremmo dato le  terre  ch'abbiamo  acquistate  in  guardia  a'
cristiani,  se fossero venuti,  e se verranno ordineremo a Cotolusa che gli dia
tutte quelle che per il passato hanno tenute,  e appresso,  per reparazione de'
castelli,  l'aiuto  che  sar  conveniente".  E  dopo queste parole si messe in
cammino verso la Mesopotamia e,  giunto al fiume Eufrate,  mand nuovo ordine a
Cotolusa  che,  lasciati  ventimila  Tartari  a  Molai,  venisse  col  restante
dell'esercito a trovarlo: il che fu da  lui  eseguito.  Essendo  Molai  restato
luogotenente  di Casan nella Soria,  a persuasione di Calfach cavalc con tutte
le genti verso le parti di Gierusalemme, a un luogo detto Gaur, per trovarsi in
quello grand'abbondanza  di  pascoli  per  li  cavalli  e  tutte  l'altre  cose
necessarie.
E venuta la state e il caldo grande, Calfach, ch'avea gi gran tempo nell'animo
deliberato di voler tradire Casano,  scrisse al soldano secretamente ch'ora era
il tempo,  se volea,  di dargli Damasco e tutte l'altre  terre  ch'aveva  preso
Casano.  Al soldano piacque il partito, e gli promise in perpetuo il dominio di
Damasco e gran parte del suo tesoro, e appresso una sua sorella per moglie: per
la qual promessa fra pochi giorni Calfach si ribell, e fece ribellare tutte le
terre de' Tartari, persuadendole che per il caldo grande i Tartari non potriano
cavalcare n venire in soccorso.  Molai,  veduta questa universale  ribellione,
non  s'assicurando  star  quivi con s poca gente,  per il pi corto cammino se
n'and nella Mesopotamia e narr tutto il successo a  Casano,  il  qual  n'ebbe
gravissimo dolore;  ma per non poter far altro per causa del caldo,  come prima
s'approssim il tempo del verno,  sopra le  ripe  del  fiume  Eufrate  fece  un
grandissimo  preparamento  di  genti,  facendo  passar  Cotolusa con trentamila
Tartari, e ordinandogli che, giunto a' confini d'Antiochia, mandasse a chiamare
il re d'Armenia e gli altri signori de' cristiani di levante  e  dell'isola  di
Cipri,  e mentre che lui venia dietro con la forza dell'esercito,  esso dovesse
entrare nel regno di Soria.
Cotolusa segu quanto gli era stato  comandato,  e  giunto  in  Antiochia  fece
venire  il  re  d'Armenia  con  tutte le sue genti;  e li cristiani ch'erano in
Cipri, intesa questa venuta de' Tartari, con galere e altri legni se ne vennero
all'isola detta Anterada: ed era di quelli capitano messer Tiron, fratel del re
di Cipro,  gran maestro della casa dell'ospitale del tempio e del convento  de'
fratelli.  E  stando  li  predetti  apparecchiati  e  volonterosi d'eseguire li
servizii  di  messer  Ies  Cristo,   venne  nuova  come  Casano  era  ammalato
grandemente,  e che li medici desperavano della sua salute: onde Cotolusa volse
ritornare a Casano con tutti i  Tartari,  e  il  re  in  Armenia  e  gli  altri
cristiani  in  Cipri,  e  per tal cagione fu dismessa l'incominciata impresa di
Terra Santa. E questo fu nell'anno 1301.

De' gran danni ch'ebbe l'esercito de' Tartari nell'impresa che si  fece  contra
il soldano d'Egitto, e come ritornarono in Persia mezi rotti.
Cap. 29.

Nell'anno  del  Signore  1303,  raccolto  di nuovo un copioso e grand'esercito,
Casano venne fin al fiume Eufrate, intendendo entrare nel regno di Soria,  e in
tutto  destruggere  la  setta  di Maumetto,  e dar Ierusalem con tutta la Terra
Santa a' cristiani.  I saraceni,  temendo la sua venuta,  e vedendo  non  esser
bastevoli  a  resistere  alla  sua  potenza,  arderono  in presenza de' Tartari
tutt'il paese e,  redutti gli animali e tutte  l'altre  biade  ne'  castelli  e
luoghi forti,  lasciorno tutt'il resto arso e consumato,  e accioch, venendo i
Tartari,  non trovassero vettovaglie n pascoli per  li  loro  cavalli.  Udendo
Casano  ci  ch'avevano  fatto  gli  Agareni,  pensando che in que' luoghi cos
rovinati i cavalli non potriano sostentarsi,  pigli per partito star per  quel
verno  sopra  le  ripe del fiume Eufrate,  e nel tempo della primavera,  quando
l'erbe cominciano a crescere, seguire il suo viaggio. Avevano i Tartari maggior
cura de' loro cavalli che di  se  stessi,  perch,  sapendo  quelli  essere  il
fondamento della loro fortezza,  di se stessi non curavano. Allora Casano mand
per il re d'Armenia, il quale, subito venendo,  s'accamp appresso al fiume,  e
fu  quivi con tanta moltitudine di persone che l'oste di Casano s'estendeva per
spazio di tre giornate in longhezza,  cio da un castello chiamato Caccabe fino
a un altro detto il Bir, i quali erano de' saraceni: dove senza alcun contrasto
s'arresero  a  Casano.  Il  quale  stando  in  quel luogo e aspettando il tempo
commodo di poter  adempire  il  suo  desiderio  contra  i  saraceni,  ecco  che
l'inimico dell'umana natura perturb il tutto;  imperoch venne nuova che Baido
sopra detto di nuovo era entrato nelle terre di Casano facendogli  gran  danni,
onde fu di nuovo astretto tornarsene indietro molto perturbato,  per differirsi
cos in longo l'impresa di Terra Santa.  Per la qual cosa  comand  a  Cotolusa
ch'entrasse  nel  regno  della  Soria con quarantamila Tartari,  e pigliasse la
citt  di  Damasco  e  ammazzasse  tutti  i  saraceni,  e  ch'il  re  d'Armenia
congiungesse ancora lui le sue genti con Cotolusa.
Fra questo tanto Casan se ne ritorn in Persia,  e Cotolusa e il re de' Tartari
si misero all'assedio d'Aman;  e intendendo che 'l soldano era  lontano,  nella
citt di Cazara, n esser per partirsi di quel luogo, l'astrinsero di sorte che
per  forza  la presero,  ammazzando tutti i saraceni,  e fecero bottino di gran
ricchezze e gran quantit d'animali.  Dopo,  andati alla citt di  Damasco  per
assediarla,  i  cittadini  mandarono  ambasciatori,  pregando  che  gli dessero
termine di tre giorni: il che gli fu concesso.  Li  corridori  de'  Tartari,  i
quali  gi per una giornata avevano passato Damasco,  presero alcuni saraceni e
gli mandorno a Cotolusa, acci da quelli sapesse le nuove certe;  qual,  inteso
ch'ebbe   che   quivi  appresso  due  giornate  dodicimila  cavalieri  saraceni
aspettavano la venuta del soldano,  subito volse partirsi e andargli a  trovare
per  pigliargli all'improvisa,  ma giunse al luogo ove erano i sopradetti il d
seguente,  quasi al tramontar del sole,  e  alquanto  avanti  v'era  giunto  il
soldano col resto del suo esercito.
Udita questa nuova,  Cotolusa e il re, come s'erano ingannati grandemente della
loro opinione,  percioch pensavano di combattere solamente con que' dodicimila
saraceni,  cominciarono a consigliarsi di quello doveano fare: il parere del re
d'Armenia era ch'approssimandosi la sera si dovesse riposar quella notte e dopo
la mattina andar assaltar i nemici;  Cotolusa,  che disprezzava  il  soldano  e
reputava le genti di quello vili, non volse acconsentire al consiglio d'alcuno,
anzi  immediate  comand  che  tutte  le schiere si mettessero in ordinanza per
combattere. I saraceni, assicuratisi con aver da una parte un lago,  dall'altra
un monte,  sapendo ch'i Tartari non poevano accostarseli nella fronte senza lor
gran pericolo, deliberarono di non si muovere, ma aspettargli.  I Tartari,  che
pensavano  andar  alla  dritta  ad  assaltarli,  trovorno  a mezo il cammino un
fiumicello che,  per esser paludoso,  non si potea passare  se  non  in  alcuni
luoghi stretti e difficili: e quivi,  volendo ciascuno passar avanti,  infiniti
cavalli  rimanevano  nel  fango,   e  in  questo  si  disordinarono  tanto  che
consummarono gran spazio di tempo. Pur alla fine, passati che furno, Cotolusa e
il  re  con parte de' suoi andorno con grande impeto ad affrontare i nemici con
le saette,  ma il soldano non volse  mai  partirsi  dal  luogo  forte  dove  si
trovava,  n  permesse  che  alcun  de'  suoi  si movessero.  E approssimandosi
l'oscuro della notte,  vedendo Cotolusa l'ostinazione del soldano,  raccolti  i
suoi  appresso il monte si ripos;  e venuto il giorno diecimila Tartari che il
giorno avanti non avevano potuto passar il fiume, si congiunsero con gli altri,
e di nuovo andorno valorosamente ad assaltare il soldano.  Ma esso,  similmente
come  aveva  fatto  il  giorno avanti,  stette fermissimo con tutto l'esercito,
ch'era  difeso  dal  sito  dell'alloggiamento.   Ed   essendo   durato   questo
abbattimento  dalla  mattina  fino  a  mezogiorno,  con grandissima contenzione
dell'una e l'altra parte,  alla fine i Tartari,  vedendo che 'l lor  combattere
non  faceva  danno alcuno a' nemici,  e trovandosi molto stracchi e travagliati
per la fatica ch'avevano sofferto e per la sete,  non avendo trovata  acqua  la
notte  avanti  n  il  giorno  dopo,  cominciarono  a  ritirarsi  pian piano in
ordinanza,  una schiera dietro l'altra,  e non si fermarono in luogo alcuno fin
che  non  giunsero alla pianura di Damasco,  dove trovarono grand'abbondanza di
acque e buoni pascoli per i cavalli.  E quivi fu ordinato star  tanto  che  gli
uomini  e  i  cavalli  si  fossero  riposati,  per poter poi freschi ritornar a
combattere col soldano.
Li governatori di Damasco,  che favorivano le parti  del  soldano,  inteso  che
l'esercito  de'  Tartari  s'era  fermato in quella pianura,  una notte in minor
termine di quattro ore,  aprendo alcuni canali e gonfiando  alcuni  fiumicelli,
fecero  tanto  crescer  l'acque  ch'allagorno  tutta la detta pianura,  tal che
furono sforzati di subito i Tartari levarsi.  Ed essendo la notte oscurissima e
li fossi pieni d'acqua, non si vedendo strada o sentiero alcuno, si trovorno in
estrema  desperazione e confusione,  non sapendo dove andare n che fare;  e in
quella oscurit si sentivano da ogni canto romori e grida grandissime di  genti
che s'annegavano, domandando aiuto, il che n'apportava terribile spavento a chi
gli  udiva,  e  si  perderono  infiniti  cavalli  e arme,  oltre gli uomini che
perirono,  e il re d'Armenia sopra tutti gli altri  ebbe  grandissimo  danno  e
perdita.  Venuto  finalmente  il  giorno,  e  scapolato il pericolo dell'acque,
vedendo gli archi e le saette,  che sono l'armi con le quali  combattono,  cos
bagnate  che  non si potevano adoperare,  restarono tutti stupefatti e attoniti
perch, se li nemici gli avessero seguitati,  non ne saria scapolato alcuno che
non  fosse  stato o preso o morto.  Dopo i Tartari,  per causa di quelli che si
trovavano a piedi avendo perso i cavalli,  s'aviarono a picciole giornate verso
il fiume Eufrate; n alcuno de' nemici ebbe ardire perseguitarli. Ma, giunti al
fiume, essendo necessario di passarlo per mettersi al sicuro, lo trovorno tanto
torbido  e gonfiato,  per grandissime pioggie ch'erano state,  ch'egli era cosa
miserabile e spaventosa a vedere gli uomini e i cavalli ch'entravano nel  fiume
annegarsi  senz'alcun  remedio,  tal  che  perirono gran numero d'uomini: e pi
furono gli Armeni e Giorgiani che i  Tartari,  perch  li  loro  cavalli  hanno
miglior  notare  degli  altri.  E  a  questo  modo  se ne ritornarono in Persia
rovinati e disfatti, non gi per la potenza de' nemici, ma parte a caso,  parte
per mal consiglio: e ne fu gran causa l'ostinazione di Cotolusa,  che mai volse
acconsentire al consiglio d'alcuno,  conciosiach,  se lui  avesse  voluto  dar
orecchie  a  quello  che  gli  diceano i savii e periti nell'arte della guerra,
facilmente poteva schivare tanti pericoli e disordini.
E io fra Hayton,  che la presente istoria ho messo insieme,  mi son trovato  in
persona a tutte le sopradette cose, sopra le quali s'io pi longamente parlassi
di  quello ch' il dovere,  supplico a' lettori che mi perdonino,  percioch lo
faccio accioch,  ammaestrati dall'esempio di questi,  possino  per  l'avvenire
fuggire  simili  inconvenienti,  conciosiach l'imprese che si fanno con maturo
consiglio  sogliono  ordinariamente  aver  ottimo  fine,  ma,  facendole  senza
considerazione e alla balorda, si truovan il pi delle fiate ingannati quei che
l'operano.
Dopo che 'l re d'Armenia ebbe passato il fiume Eufrate, con tanta perdita delle
sue  genti  (come  s' detto),  deliber d'andar a trovar Casano,  avanti ch'ei
ritornasse nel suo regno,  per la qual cosa s'avvi verso la citt  di  Ninive,
dove  faceva  dimora.  Il  quale  lo ricev lietamente e con grandissimo onore,
dolendosi grandemente de' danni e perdite ch'egli avea patito,  per  ricompenso
de'  quali,  per  special  grazia,  volse  che  mille  cavalli de' suoi Tartari
stessero di continovo alla guardia del regno d'Armenia,  e oltre a  questo  che
del  regno  di  Turchia li fossero dati tanti denari ch'ei potesse tenere altri
mille cavalieri armeni per sua custodia: e con queste grazie il re torn a casa
sua,  e Casam gli ordin ch'ei dovesse star  vigilante  alla  guardia  del  suo
regno, fino che si potesse andar alla ricuperazione di Terra Santa.

Come  Casan  avanti la sua morte constitu successore Carbanda suo fratello,  e
della rotta che dette il re d'Armenia a' saraceni.
Cap. 30.

Ritornato che fu il re d'Armenia nel suo regno, ebbe in quello poco riposo, per
li molti travagli che gli  sopravennero.  Dopo  (come  piacque  a  Dio)  Casano
s'inferm  d'una  gravissima  infirmit,  e  vedendosi  al  fine  del suo corso
naturale,  s com'era saviamente vissuto,  cos ancora volse nel fine suo esser
lodato, onde da savio fece il suo testamento, e institu suo erede e successore
Carbanda suo fratello. E fornite ch'esso ebbe quelle cose che erano da ordinare
circa il governo del regno e della famiglia,  fece alcune belle constituzioni e
leggi, lasciandole in memoria a' suoi, le quali sono fermamente fin al presente
osservate da' Tartari.
Dopo Casano mor,  al quale successe nel regno il  detto  Carbanda.  Questo  fu
figliuolo  d'una  savia  donna e buona,  nominata Eroccaton,  qual era fedele e
devota nella fede di Cristo, e fino ch'ella visse si fece celebrare ogni giorno
i divini officii: teneva un prete cristiano,  avea una cappella ove Carbanda fu
battezzato,  il qual nel battesimo fu nominato Nicolao.  Egli stette nella fede
di Cristo fino che la madre  visse;  dopo  la  morte  di  quella  s'accost  a'
saraceni,  in modo che,  lasciata la fede cristiana,  si dette alla maumettana.
Per la morte di Casano il re d'Armenia fu  grandemente  travagliato,  imperoch
per questo i nemici suoi s'insuperbirno grandemente;  e avendo il soldano molto
in odio il re e la sua gente, ogn'anno e quasi ogni mese mandava molte genti di
Baldach,  che saccheggiassero tutt'il paese de l'Armenia,  e specialmente tutti
li  frutti della campagna,  talch non si trov mai ch'il regno d'Armenia fosse
cos danneggiato per il passato.
Ma Dio omnipotente e misericordioso,  il qual  giamai  abbandona  chi  in  esso
spera, ebbe compassione alle miserie de' cristiani, onde accad che nel mese di
luglio  settemila  saraceni  de'  migliori  che 'l soldano avesse assaltorno il
regno d'Armenia, guastando e rovinandolo tutto, fino alla citt di Tarso,  dove
nacque il beato Paolo apostolo.  E carichi di prede della provincia ritornavano
adietro,  quand'il re col suo esercito se gli fece incontro appresso  la  citt
della Giazza,  e fece fatto d'arme,  ove,  per volont e misericordia di Dio, e
non per ingegno o forze umane, i saraceni furno superati,  in modo che di tanto
numero appena ne fuggirno 300 che non fossero presi o morti, ancor che, pel lor
grand'ardire, pensassero d'inghiottire in un fiato tutt'il regno d'Armenia, co'
cristiani  ch'eran in quello.  E questo fu fatto in d di dominica,  alli 18 di
luglio;  dopo la quale sconfitta i saraceni non ebbero pi ardire d'entrare nel
regno  d'Armenia,  anzi  il  soldano  d'Egitto  mand  al  re e con quello fece
confederazione.

Come  Hayton,  scrittore  della  presente  opera,  si  fece  frate  dell'ordine
premonstratense in Cipro, e come esso seppe le cose che narra in quest'istoria.
Cap. 31.

Io  Hayton  fui  presente  a tutte le cose sopradette,  e ancora ch'io m'avessi
proposto nell'animo molto innanti di prender l'abito regolare, nondimeno, per i
travagli e facende del regno d'Armenia,  non potei (con  mio  onore)  in  tanti
bisogni abbandonare i parenti e amici. Ma poi che Dio per sua piet mi concesse
grazia  di lasciar detto regno e il popolo cristiano di quello,  dopo molte mie
fatiche, in stato pacifico e quieto, subito volsi adempire il voto che gi gran
tempo avea fatto;  laonde presi licenza dal mio re e dagli altri miei parenti e
amici,  in  quella  medesima  campagna  ove  Dio  avea concesso a' cristiani il
trionfo e vittoria de' suoi nemici. Mi parti' e venni in Cipro,  nel monasterio
dell'Episcopia,   ove   tolsi  l'abito  regulare  dell'ordine  premonstratense,
accioch,  avendo io nella mia giovent militato al mondo,  lasciate  le  pompe
mondane,  consumassi  il rimanente di mia vita ne' servizii d'Iddio,  nell'anno
del Signore 1305.  Rendo adunque grazie a Dio che in questo presente  tempo  il
regno d'Armenia s' fermato in stato quieto,  buono e pacifico,  e specialmente
pel moderno re il signore Livono, il qual fu figliuolo del re Hayton,  il qual,
illustrato  di  virt  e  di  gloriosa  indole,  a tutte le genti  un specchio
grazioso; e hassi questa ferma credenza e speranza, che ne' giorni di questo re
giovane, il quale di bont supera i suoi antecessori,  il regno d'Armenia,  con
l'aiuto d'Iddio, si ridurr nel pristino stato.
E io Hayton,  scrittore di quest'istoria,  in tre modi dico aver saputo le cose
che si narrano e scrivono in questo libro. Primieramente, cominciando da Cangio
Cham, il quale fu il primo imperatore de' Tartari, fino a Mangio Cham, il quale
fu il quarto imperatore,  tutte queste cose si narrano fedelmente,  avendole io
cavate dall'istorie de' Tartari.  Da Mangio Cham fin alla morte di Haloon io le
seppi da un  mio  zio,  il  quale  di  comandamento  del  signore  Haytono,  re
d'Armenia,  l'avea  scritte:  e  perch'ei  fu presente in quei tempi a tutte le
predette cose, con gran diligenza le narrava a' figliuoli e a' nepoti,  e oltre
di  questo  le  faceva scrivere,  acci che meglio si tenessero a memoria.  Dal
principio veramente d'Abaga Cham fino all'ultima parte di  questo  libro,  dove
hanno  fine  le  narrazioni  de'  Tartari,  io le seppi e,  come quello che fui
presente a tutte le cose ch'accaderono  a'  miei  tempi,  ne  son  per  rendere
verissimo  testimonio.  E  quantunque  fin qui abbiamo narrato dell'istorie de'
Tartari,  egli  ancora conveniente  che  parliamo  alquanto  della  potenza  e
signoria di quelli che al presente vivono, acci che meglio siano conosciuti.

Di  Tamo  Cham,  sesto  imperatore  de'  Tartari  nel  Cataio,  e  di tre altri
imperatori che sono sotto di lui, cio Chapar, Hochthai e Carbanda;  e del nome
de' regni che posseggono li detti.
Cap. 32.

Quello ch'al presente tiene l'imperio de' Tartari si chiama Tamar Cham, ed  il
sesto imperatore; ha la sua sedia nel regno del Cataio, in una gran citt detta
Iong, qual, come di sopra s' dichiarato, fu edificata da suo padre. La potenza
di questo  molto grande,  imperoch pu pi questo solo principe che tutti gli
altri principi de' Tartari insieme. Le sue genti sono reputate pi nobili e pi
ricche e pi abbondanti di tutte le cose necessarie,  imperoch nel  regno  del
Cataio,  nel  quale  ora  abitano,  vi  si  ritruova  grandissima abbondanza di
ricchezze.  Oltre il grand'imperatore sono tre altri gran  re  e  principi  de'
Tartari,  de' quali ciascuno ha gran signoria: e pur ubbidiscono all'imperatore
come a suo proprio signore,  alla corte del quale vanno tutte le lor  questioni
ch'hanno fra loro,  e per il giudicio di quello sono decise. Il primo di questi
re si chiama Chapar, il secondo Hochtai, il terzo Carbanda.
Chapar tiene il suo dominio nel regno di Turquistan, ed  pi vicino alle genti
dell'imperatore  che  gli   altri;   pu   ancora   (come   si   dice)   armare
quattrocentomila   cavalieri,   e   sono   uomini   di  grand'animo  e  valenti
combattitori: tuttavia non hanno quell'abbondanza di cavalli e d'armi come  gli
faria di mestiero.  Talora le genti dell'imperatore muovono guerra a questi,  e
questi talora a Carbanda.  Il dominio di questo Chapar anticamente  fu  per  la
maggior parte d'un signore chiamato Doai.
Hochthai  re  de'  Tartari  ha il suo stato nel regno di Cumania,  in una citt
chiamata Asaro;  pu questo ancora fare (come si dice) seicentomila  cavallieri
da  guerra:  questi  non  sono  tanto lodati nell'armi come le genti di Chapar,
quantunque abbino migliori cavalli. Alcuna volta muovono guerra contra le genti
di Carbanda,  talora contra gli Ungheri e talora  contra  di  loro  stessi.  Il
presente Hochtai tiene il suo dominio quietamente e in pace.
Carbanda  ha  il  suo  dominio nell'Asia maggiore,  e ha per stanza la citt di
Tauris;  pu far trecentomila cavallieri da guerra:  questi  sono  raccolti  da
diverse  parti,  sono  ricchi,  ben  costumati  e  forniti  di  tutte  le  cose
necessarie. Chapar e Hochtai talor muovono guerra contra Carbanda,  ma egli non
muove  guerra a niuno se non al soldano d'Egitto,  contra il quale spesse fiate
combatterono i suoi antecessori.  Chapar e Hochtai  (se  potessero)  volentieri
cavariano di signoria Carbanda,  ma non possono,  ancor che di paese e di genti
sieno pi potenti di lui. La ragione perch Carbanda pu resistere e defendersi
da tanta potenza de' nemici  che l'Asia  divisa in due parti: una  si  chiama
Asia  profonda,  nella  qual abita il grand'imperatore de' Tartari,  e i due re
sopradetti, cio Chapar e Hochtai; l'altra parte si chiama Asia maggiore, nella
qual abita Carbanda.  E vi sono solamente tre vie per le quali si pu camminare
dall'Asia  profonda  nella  maggiore:  per  una  delle quali si va dal regno di
Turquestan al regno di Persia;  l'altra si dice Derbent,  la qual  appresso al
mare,  dove  Alessandro  edific  la  citt  chiamata  Porta di Ferro,  come si
ritruova nell'istorie del regno  di  Cumania;  la  terza  via    per  il  mare
Maggiore,  la  qual passa per il regno di Barcha.  Per la prima via non possono
passare le genti di Chapar  alle  terre  di  Carbanda  senza  gran  pericolo  e
disagio,  per non trovarsi per molte giornate pascoli per i cavalli,  per esser
quei paesi tutti secchi e deserti;  e prima che potessero arrivare  alle  terre
lavorate  e  abitate  in  tutto  mancherebbono per fame,  overo sarebbono tanto
stracchi e afflitti che da ogni picciol numero di nemici potriano esser  vinti:
e  per  questa  causa  non  vogliono andare per quella strada.  Dalla parte del
Derbent potriano passar le genti di Hochtai alle terre  di  Carbanda  solamente
sei mesi dell'anno, cio nel verno; ma Abaga Cham fece fare grandissime fosse e
altri  ripari  in  un  luogo detto Ciba,  dove di continuo sta,  e massimamente
nell'inverno,  una guardia d'uomini armati,  i  quali  defendon  il  passo  da'
nemici.  La  gente  d'Hochtai  ha  molte  volte tentato passare per quella via,
quantunque secretamente,  n mai ha potuto,  perci che in una certa  campagna,
detta Monga,  stanno nell'inverno alcuni uccelli,  di grandezza de' fagiani,  i
quali hanno bellissime penne,  e si chiamano seiserach: onde ch'entrando  genti
in  quella campagna,  subito gli uccelli fuggono e passano sopra quelle fosse e
ripari dove  la guardia,  di modo che per quelli  si  conosce  la  venuta  de'
nemici,  e  subito  si  mettono alla defensione del luogo.  Per la via del mare
Maggiore niuno mai ardirebbe andare,  perch quivi  il  regno  di  Barcha,  il
quale  ben fornito di genti: n in quelle possono avere speranza alcuna.  E in
tal guisa Carbanda e i suoi antecessori sino al tempo presente s'han difeso  da
tanta potenza de' vicini.
E a questa narrazion de' Tartari non mi par che si debba dar fine, se prima non
si narri brevemente alcune cose de' costumi e modi de' Tartari.

Della vita, fede, costumi e condizione de' Tartari.
Cap. 33.

Il  reame  del  Cataio  il maggiore che si possa trovar al mondo,  ripieno non
meno di persone che di ricchezze infinite; confina col mare Oceano, nel qual vi
sono tante isole che 'l numero di quelle  incomprensibile, n si truova alcuno
che l'abbi vedute tutte.  Gli uomini di quelle parti son sagaci e ingeniosi  in
tutte  le  scienze  e  arti,  e  a  lor comparazione hanno in poco pregio tutte
l'altre nazioni,  e dicono che loro soli guardano con due occhi,  li latini con
uno,  e  tutte  l'altre  genti  sono  del  tutto  cieche:  e  di ci se ne vede
l'esperienza di questo lor gran sapere,  imperoch fanno con  le  proprie  mani
lavori  di  tant'arte  e  industria che non  nazione al mondo che gli bastasse
l'animo di volersi mettere a parangone con essi.  Gli uomini e  le  donne  sono
bellissimi,  ma  comunemente  hanno  gli occhi piccioli,  e oltre di questo gli
uomini sono senza barba. Hanno lettere bellissime, quasi simili alle latine. La
fede di questi popoli  tanto varia e di sorte diversa che  a  pena  si  potria
(senza  fastidio)  esplicare  la  loro  diversit;  pure comunemente confessano
essere un Dio immortale ed eterno, e ogni giorno invocano il nome di quello.  E
fanno  poco  altro  bene,   non  digiunano,   non  dicono  orazioni,  n  fanno
alcun'astinenza n s'affliggono per  riverenza  d'Iddio,  n  fann'altre  buone
opere,  n  pensan  esser  peccato ammazzare gli uomini: ma,  se lasciassero il
freno nella bocca de' suoi cavalli quando si debbono pascere, crederebbono aver
offeso Iddio mortalmente.  N  pensan  esser  peccato  la  fornicazione  n  la
lussuria:  hanno  pi  moglie,  ed    bisogno,  secondo  la lor legge,  che 'l
figliuolo piglia per moglie la matrigna dopo la morte del padre,  e il fratello
la moglie del fratello, se resta vedova, e si maritan con quelle.
Sono  i  Tartari  nel  fatto d'arme pi valenti combattenti e pi ubbidienti a'
suoi superiori che tutte  l'altre  nazioni:  nella  battaglia  immediate  tutti
conoscono per segni e ammaestramenti la volont del loro capitano, laonde senza
fatica  l'oste  de' Tartari vien governato.  Il signore de' Tartari non d loro
pagamento alcuno,  anzi fa di mestiero che vivino de' bottini e cacciagioni che
s'acquistano;  e,  volendo,  il  signore  pu  lor torre tutto quello ch'hanno.
Quando i Tartari cavalcano, menano seco gran moltitudine di bestiame;  e bevono
latte di cavalle e mangiano poi le carni,  le quali reputan essere molto buone.
Sono a cavallo molto destri e ottimi arcieri;  a piedi non sanno andare se  non
pigramente.  Sono  astuti e ingeniosi a espugnar le citt e castelli;  vogliono
sempre aver questo avantaggio contra i loro nemici,  che nella battaglia non si
vergognano  di fuggire se vien loro ben fatto,  che,  trovandosi sopra il fatto
del combattere, se vogliono combattono, se anche vogliono schifar la battaglia,
gli aversarii non li possono constringere a combattere.  La  battaglia  loro  
molto  pericolosa,  perch  in un assalto de' Tartari pi ne muore e pi ne son
feriti che in un altro gran fatto d'arme d'altra nazione: e questo  accade  per
le  saette che tirano con archi forte e a segno,  e sono nell'arte del saettare
tanto buoni maestri che i loro strali trapassano quasi ogni  sorte  d'armatura.
Quando vengono sconfitti fuggono in brigata e in schiera, e il seguirli  molto
pericoloso,  perch fuggendo tirano adietro le freccie,  con le quali feriscono
gli uomini e i cavalli, e gli ammazzano; e se veggono i nemici disordinati,  di
subito si rivolgono verso quelli e gli ammazzano.
L'oste  de'  Tartari non  di grande apparenza,  perch vanno ristretti in modo
che mille di loro non appaiono una squadra di 500.  Accarezzano  i  forestieri,
dando loro volentieri da mangiare, ma vogliono in viaggio sia similmente dato a
loro, altrimenti se ne togliono per forza. Sanno pigliare le terre d'altrui, ma
non le sanno dopo guardare.  Quando sono pi debili e abietti, diventano allora
umili e benigni;  quando forti e gagliardi,  diventano pessimi e  superbi.  Non
vogliono ch'alcuno alla loro presenza dica bugie;  tutta volta essi senza alcun
rispetto le dicono. In due cose non sanno mentire: nelle cose del fatto d'arme,
perci che niun avr ardimento di lodarsi di quello ch'ei non ha  fatto,  overo
negare s'avr fatto qualche bella pruova; l'altro  che, s'alcuno avr commesso
un peccato per il qual debba esser condennato, quantunque alla morte, domandato
dal signore subito confesser la verit.
Questo  sia  a  bastanza  esser  stato  detto  de  Tartari,  perch saria longo
descrivere diffusamente tutti li loro costumi.

Il fine dell'istoria del signor Hayton Armeno

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