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Giovanni Battista Ramusio.

Navigazioni e viaggi.

Volume secondo.


Epistola di Massimiliano Transilvano, secretario della maest dello imperatore,
scritta allo illustrissimo e reverendissimo signore il signore cardinal
Salzuburgense, della ammirabile e stupenda navigazione fatta per gli Spagnuoli
lo anno MDXIX attorno il mondo.

In questi giorni, illustrissimo e reverendissimo Signor mio, ritorn una di
quelle cinque navi, le quali negli anni passati Cesare, essendo a Saragosa di
Spagna, mand al mondo nuovo fin ora a noi incognito, a cercar le isole nelle
quali nascono le spezierie. Perch, ancora che li Portoghesi portino gran
quantit a noi di quelle che pigliano dall'Aurea Chersoneso, la qual si stima
esser quella che adesso si chiama Malacca, nientedimanco nelle Indie orientali
di dette spezierie non nasce se non il pepe, perch le altre, cio cinamomo,
garofani, noci moscate e il macis, che  la scorza di dette noci, sono portate
da paesi lontani e da isole a pena conosciute per nome a dette Indie, con navi
fatte senza alcuno ferramento, ma legate di corde di palma, delle quali le vele
son tonde, similmente tessute di vinchi fatti di sottil rami di palma: e
chiamano queste navi giunchi, e con simili navi e vele fanno il lor viaggio,
con un solo vento in poppa o al contrario. N  da maravigliarsi che quelle
isole dove nascono le spezierie siano state incognite a tutti i secoli passati
fin a questa ora, perch tutte le cose che in fino a questi tempi sono state
scritte dagli auttori antichi delli luoghi dove nascono le spezierie, sono
state tutte fabulose e false, talmente che li paesi dove scrivean gli auttori
che quelle nascono, si sono trovati adesso esser veramente pi lontani dai
luoghi dove nascono che non siamo noi lontani da quelli.
E per lasciar indietro molte cose scritte, dir questa sola, che Erodoto, ben
che clarissimo auttore, afferma la cannella trovarsi in cima delli nidi, dove
la portano gli uccelli da paesi lontani, massimamente la fenice, la quale per
non so chi mai l'abbia veduta. Ma Plinio, al quale pareva pi certamente poter
affermare le cose, perch avanti la sua et molte ne erano state conosciute e
illustrate dalle navigazioni di Alessandro Magno e altri, dice la cannella
nascere nelle parti di Etiopia de' Trogloditi: nientedimanco adesso s'
scoperto la cannella nascere lontanissima da tutta la Etiopia, cio terra di
negri, e molto pi da quella de' Trogloditi, li quali abitano spilonche
sotterranee.
Ma alli nostri che ora son ritornati, e li quali hanno cognizione della
Etiopia,  stato necessario, volendo trovar queste isole, passar la Etiopia e
circondar tutto il mondo, e molte volte sotto la maggior circunferenzia del
cielo, la qual navigazion fatta per loro, essendo maravigliosissima, n mai pi
trovata o conosciuta, n ancor tentata per altri, ho deliberato scrivere
fedelissimamente a Vostra reverendissima Signoria, narrando tutto il successo
d'essa. Nel far della qual cosa, ho con ogni diligenza cerco farmi referir
tutta la verit dal capitano della nave e da ciascun di quelli marinari che son
ritornati con quello, i quali hanno il medesimo referito e a Cesare e a molti
altri, e con tanta fede e sincerit che non solamente sono stati giudicati aver
detto la pura verit, ma col suo detto han fatto conoscer tutte le altre cose,
che fin ora sono state dette e scritte dagli antichi scrittori, essere state
fabulose e false. Perch chi sar quello che voglia credere trovarsi uomini con
una gamba sola? o che con li piedi si facciano ombra? over alti un cubito, e
simili ciancie, che son pi presto monstri che uomini? Delli quali mai s'
udito parlare n da Spagnuoli che alli tempi nostri, navigando il mar Oceano,
hanno scoperte tutte le ripe della terra verso ponente, di sotto e di sopra
dello equinoziale, n da Portoghesi che, circondando tutta l'Africa, hanno
passato per tutto il levante e scorso fino al golfo detto il Magno, n in
questa ultima navigazione, nella quale  stata circondata tutta la terra. Ma
volendo io adesso parlar di tutto il mondo, non sar pi lungo nello esordio
della mia narrazione, e cos verr alla cosa.


Che l'isole Esperide oggi si chiamano Capo Verde. Della grandissima citt detta
Temistitan. L'Aurea Chersoneso a' tempi nostri vien detta Malacca. L'isola
Taprobana, adesso chiamata Sumatra, non esser dove Tolomeo, Plinio e altri
cosmografi la posero.

Avendo gi trenta anni fa cominciato li Castigliani alla volta di ponente, e li
Portoghesi da levante, a cercare e investigare terre nuove e incognite, acci
che l'un all'altro non desse impedimento, partirono il mondo li serenissimi re
catolico e re di Portogallo, con l'auttorit (come io credo) del sommo
pontefice Alessandro VI, in questo modo: che lontano per diritto verso ponente
dalle isole Esperide, che adesso si chiamano del Capo Verde, 360 leghe, si
tirasser due linee, una verso tramontana e l'altra verso ostro, le quali,
passando per tutti duoi i poli del mondo, si venissero a congiugnere, e si
partisse il mondo in due parti equali, e tutto quello che si discoprisse nella
parte di levante partendosi da detta linea toccasse a' Portoghesi, e quello che
si discoprisse nella parte verso ponente fosse de' Castigliani. Per il che li
Spagnuoli, sempre avendo navigato alla volta di ostro, e di l poi per ponente,
hanno trovato terra ferma, e isole grandi e innumerabili, ricche d'oro e perle
e altre ricchezze. E ultimamente hanno trovato una grandissima citt
mediterranea chiamata Temistitan, situata in un lago a modo di Venezia, della
qual molte e gran cose, vere per, ha scritto Pietro Martire, auttor pi presto
fedele che elegante.
Li Portoghesi veramente, navigando per mezzod e alla volta dei liti delle
isole di Capo Verde e delli negri di Etiopia, che vivono di pesci, passando lo
equinoziale e il tropico di Capricorno sono pervenuti in levante, dove han
trovato diverse e grandi isole fin a' tempi nostri incognite, e ancora i fonti
dove nasce il Nilo, e i negri detti Trogloditi, che vivono nelle spilonche. E
hanno passato oltra li golfi nominato Arabico e Persico, fino alli siti
dell'India di qua dal fiume Gange, dove adesso  quel gran reame e quella gran
citt di mercanzia detta Calicut. E di l hanno navigato all'isola detta dagli
antichi Taprobana, la qual adesso si chiama Sumatra, perch dove Tolomeo e
Plinio e altri cosmografi han messo la Taprobana, non  isola alcuna che si
possa credere esser quella. E da quella sono pervenuti all'Aurea Chersoneso,
dove  la famosissima citt di Malacca, grandissimo ridotto di mercatanti di
levante. Da questa sono pervenuti al golfo detto dagli antichi Magno, insino
alli popoli delle Sine, le quali adesso chiamano Chine, dove han trovato gli
uomini bianchi e assai civili, simili alli nostri Tedeschi: e pensasi che li
popoli detti Seri, e li Sciti, cio Tartari di Asia, si estendono insin l.
E ancor che andasse intorno una incerta fama che Portoghesi avessero tanto
navigato per levante che, passati li lor confini dalla met del mondo, fussero
pervenuti sopra li confini de' Castigliani, e che Malacca e il golfo detto
Magno fosse nelli termini de' Castigliani, nientedimanco a questa cosa non fu
data fede, infino a tanto che ella fu chiarita in questo modo. Che gi quattro
anni Ferdinando Magaglianes, di nazione portoghese, il qual gi molti anni era
stato capitano di navi portoghesi e aveva navigato per tutte le parti di
levante, avendo grandissimo odio al suo re, dal qual si teneva mal satisfatto,
se ne venne a trovar la maest cesarea insieme con Cristoforo Hara, fratello di
mio suocero, il quale, stando a Lisbona, per via di suoi fattori molti anni in
levante e con li popoli della China aveva avuto diversi commerzii, e di quelli
luoghi aveva grandissima pratica, il qual ancor per ingiurie ricevute dal re di
Portogallo si ridusse similmente in Castiglia a Cesare. Dove, ancora che non
fusse ben chiaro se Malacca si contenesse nelli confini de' Portoghesi o de'
Castigliani, perch fin allora non si poteva trovare certa ragione delle
longitudini, nientemanco chiaramente fecero conoscere li popoli delle Chine
appartenersi alla navigazione de' Castigliani, e appresso aversi per cosa molto
certa le isole le quali adesso si chiamano le Molucche, nelle quali nascono
tutte le spezierie, contenersi nelle parti del mondo verso ponente tocche a'
Castigliani, e potersi per loro a quelle navigare e di l portarsi in Spagna
con minor spesa di quella che fanno li Portoghesi, dal luogo proprio dove
nascono: e il modo era che navigassero per ponente sempre al diritto,
circondando la terra, fin che arrivassero in levante.
Questa cosa pareva molto difficile e quasi impossibile, non peroch
giudicassero difficile per ponente a dirittura andando attorno alla terra
potersi venir in levante, ma perch era cosa dubbia se la natura, la qual come
ingeniosa fa tutte le cose con somma providenza, avesse cos separato e diviso
il ponente dal levante, parte con acqua e parte con terra, che navigandosi a
questo modo per ponente si potesse pervenire in levante: e questo perch non si
sapeva se quella gran regione trovata per li Spagnuoli, la quale si chiama
terra ferma delle Indie, dividesse il mare di ponente da quel di levante. E ben
si aveva per cosa chiara la detta terra ferma dalla parte d'ostro distendersi
verso mezzod, e poi rivoltarsi in ponente, e appresso si giudicava che se
quelle due regioni trovate verso tramontana, l'una delle quali si chiama De los
Baccalos per la nuova sorte di pesci, l'altra la Florida, si congiugnessino a
detta terra ferma, che impossibile fusse navigar per ponente in levante,
conciosiacosach non si fusse mai trovato in questa terra alcuno stretto per il
qual si potesse passare da mar a mare, ancora che diligentissimamente e con
gran fatiche si fusse cerco. E voler passar per i termini e confini di
Portoghesi per andar alle dette Malucche, dicevano esser cosa molto incerta e
pericolosa. Per il che parve a Cesare e alli suoi consiglieri che, cos come la
cosa che costoro promettevano era di grande speranza, essa avesse ancor maggior
difficult. E andando questa pratica a lungo, offersero il Magaglianes e
Cristoforo di nuovo a l'imperadore metter in ordine navilii a spese proprie e
delli loro, pur che potesser navigare con l'auttorit e favor suo. Nella quale
opinione perseverando costoro ostinatamente, Cesare apparecchi un'armata di
cinque navi, della qual fece capitano Magaglianes, con ordine che essi
navigassero dietro alli liti di terra ferma dell'Indie occidentali alla parte
di verso ostro, infino a tanto che trovassero la fine di detta regione, o
qualche stretto, per il quale potessino arrivare a quelle odorifere isole
Malucche.


Come il capitano Magaglianes pervenne all'isole Fortunate, oggi dette Canarie,
e di l a Capo Verde, e scoperse il capo di Santa Maria. D'un luogo detto
Catigara,
del golfo di San Giuliano, e della natura di quegli Indiani.

Partisse adunque il capitan Magaglianes ad dieci d'agosto dell'anno 1519 con
cinque navi da Siviglia, donde in pochi giorni vennero all'isole Fortunate, le
quali adesso si chiamano Canarie, e da quelle all'isole di Capo Verde, dalle
quali pigliarono il lor cammino infra ponente e mezzod verso la terra ferma di
sopra nominata. E cos in pochi giorni con prospera navigazione scopersero il
capo detto di Santa Maria, dove Giovanni Solisio capitano, altre volte
scorrendo con le navi per il lito di questo continente o terra ferma per
comandamento del re catolico, fu mangiato con alquanti compagni da quelli che
gl'Indiani chiamano canibali. Da questo capo li nostri, continuando il lor
viaggio, navigarono longo li liti di questa terra ferma, li quali per
longhissimo tratto si estendono verso mezzod voltandosi alquanto verso ponente
(e si pu chiamare una costa di terra ferma sotto il polo antartico), e cos
passarono il tropico di Capricorno per molti gradi. Ma non con tanta facilit
con quanta ho detto, perch non arrivarono al golfo chiamato da loro San
Giuliano se non all'ultimo di marzo del seguente anno, e in quel luogo
trovarono il polo antartico 49 gradi elevato sopra l'orizonte, il che conobbero
s per l'altitudine e declinazion del sole dall'equinoziale, col quale per la
maggior parte pi che con ogni altra stella si governavano li nostri marinari,
come ancora per l'altitudine di esso polo antartico. Dissero ancora che la
longitudine dall'isole Canarie verso ponente era circa 56 gradi. E gli antichi
cosmografi, massimamente Tolomeo, misurando la longitudine de' luoghi,
cominciando dall'isole Canarie andando verso levante fino a Catigara, dicono
essere centoottanta gradi. Cos li nostri, navigando in ponente
longhissimamente, cominciando anche loro dall'isole Canarie, andando verso
ponente messero altri centoottanta gradi fin a Catigara, s come era
conveniente. Nientedimanco li nostri, perch in cos lontana navigazione e
distanzia da terra non potettero mettere e disegnar cos certi segni e termini
delle longitudini, pi presto hanno dato qualche introduzione di queste
longitudini che certezza alcuna: per io stimo queste misure doversi accettare
fin a tanto che si trovino pi certe.
Questo golfo sopradetto di San Giuliano pareva molto grande e largo, e
somigliava uno stretto di mare, per la qual cosa Magaglianes comand a due navi
che dovessino cercar il sito di questo golfo; l'altre navi fece fermare in alto
mare, gittate le ancore. Dapoi duoi giorni fu referito questo golfo esser pieno
di secche, n potersi andar molto in dentro. Li nostri delle navi nel ritorno
viddero alquanti Indiani, che alli liti ricoglievano cappe: Indiani dico,
perch cos chiamano tutti gli abitatori di quelle terre incognite. Erano
uomini di grande altezza, cio di dieci palmi, coperti di pelli di fiere, e pi
negri di quello si conveniva al sito della regione. Alcuni delli nostri
dismontarono in terra e andarono a loro, e mostraron loro alcuni sonagli e
carte dipinte, i quali cominciarono a salutar li nostri, saltandoli intorno con
un canto rozzo e mal composto, tale che non s'intendeva quel che dicessero. E
per dar ammirazion di se stessi, si misero gi per la gola senza nausea una
freccia di mezzo cubito per fino al fondo dello stomaco, la qual di subito
cavando, come se per quello gli avessero dimostrato la lor fierezza, parve che
se ne rallegrassin molto. Vennero finalmente tre come ambasciadori, e pregarono
li nostri, con alcuni segni, che andassero un poco pi lontani con loro fra
terra, come se gli volessero ricever benignamente in casa loro. Mand
Magaglianes con costoro sette uomini bene armati, acci che s'informassero
diligentemente quanto che potessero e del luogo e della gente.
Costoro camminarono con loro per terra circa sette miglia, e pervennero in un
bosco oscuro e senza via, dove era una casetta bassa coperta di pelli di fiere,
nella quale erano due stanze, in una delle quali abitavano le donne con lor
figliuoli, nell'altra gli uomini: le donne con li figliuoli eran tredici, gli
uomini cinque. In questo luogo costoro ricevettero i nostri, dando loro a
mangiar carne di fiere, il che a loro pareva cosa regale. Fu ammazzato un
animale, il qual non pareva molto dissimile dall'asino salvatico, le carni del
quale cos mezze arrostite posero avanti de' nostri, senza altro cibo o
bevanda. A' nostri la notte fu bisogno, per la neve e vento che tirava, dormir
sotto le pelli, ma, non si fidando degl'Indiani, avanti che si mettessero a
dormire posero le guardie. Il simile e per la medesima cagione fecero
gl'Indiani, i quali appresso il fuoco non lontano da' nostri si distesero in
terra, roncheggiando terribilmente. Ed essendosi fatto giorno, li nostri gli
ricercarono che con tutta la lor famiglia andassero alle navi. Alla qual cosa
faccendo loro gran resistenza, e li nostri superbamente sforzandoli che
volessino venire, gl'Indiani entrarono nella stanza delle donne. Gli Spagnuoli
si pensarono che essi si volessino consigliare con le lor donne avanti
partissino, ma costoro, con altre pi orribili pelli coperti dalla pianta di
piedi per insino alla cima del capo, e col viso di strani colori imbrattato,
con archi e freccie, con terribile e spaventoso aspetto (perch parevano di
maggiore statura di quella che per avanti erano stati), apparecchiati a far
guerra escono fuora. Li nostri, che si pensavano dover venir alle mani, fecero
dar fuoco ad un archibuso: il qual colpo bench fosse tratto a voto,
nientedimeno quei valenti giganti, li quali poco innanzi pareva che volessero
combattere col cielo, per il suono di quello schioppo in tal modo si spaurirono
che subito cominciarono con cenni a domandar pace, e cos s'accordarono che tre
di loro, lasciati gli altri, andassero con li nostri alle navi. S'inviarono
adunque verso quelle, ma, non potendo li nostri non solamente il corso ma
neanche il passo di quelli correndo pareggiare, duoi di costoro, avendo visto
discosto un asino salvatico sopra un monte, che pasceva, come se lo volessero
andar a pigliare se ne fuggirono. Il terzo fu condotto alle navi, ma, non
volendo mangiare per il fastidio che pigliava vedendosi solo, in pochi giorni
mor. Mand il capitano delle navi a quella capanna per pigliar un altro di
quelli giganti, per presentarlo all'imperadore come cosa nuova, ma nessuno vi
trov, perch tutti insieme con la capanna in altro luogo s'erano transferiti.
Onde si vede manifestamente che quella gente non sta ferma in un luogo; n
dapoi i nostri, bench per molti giorni, come di sotto diremo, stessero in quel
luogo, viddero mai pi alcuno di quelli Indiani su per il litto, ma n anche si
pensorno che fusse da farne tanto conto che dovessino lungamente far cercar fra
terra.
E bench Magaglianes conoscesse che il lungo stare l non gli era utile,
nientedimeno, perch il mare per alquanti giorni era stato tempestoso e il
cielo nuviloso, oltra a questo quella terra di continuo si voltava verso ostro,
in modo che quanto pi di lungo andavano pi freddo luogo pensavan di trovare,
per questo di giorno in giorno fu differito il partire. E approssimandosi il
mese di maggio, nel qual tempo comincia la vernata in quelli paesi a esser
asprissima, fu loro necessario che fermati invernassero per quel tempo che noi
abbiamo l'estate. Vedendo Magaglianes che la navigazione era per esser molto
lunga, comand che pi parcamente fusse compartita la vettovaglia, accioch pi
lungamente durasse. Gli Spagnuoli, avendo sopportato pazientemente alquanti
giorni, temendo la lunghezza della vernata e la sterilit del luogo, pregarono
finalmente il lor capitano Magaglianes che, poi che vedea che quella regione a
dirittura si destendeva verso il polo antartico, e che non avevano speranza di
trovarne pi la fine overo qualche stretto, sopragiungendo la vernata ancora
crudele, essendone morti molti e di fame e per la incommodit delle cose, e non
potendo pi tolerare quella distribuzione che insino a quel giorno s'era fatta,
fosse contendo di allargar la divisione delle vettovaglie e deliberar di tornar
indietro, dicendo che lo imperador non fu mai di questo animo, che
ostinatamente di quelle cose cercar si dovesse, alle quali e la natura e tutte
le difficult repugnassero, e che le lor fatiche a bastanza sarebbero approvate
e lodate, essendo loro andati per insin a quel luogo, al qual mai nessuna
audacia over temerit degli uomini aveva avuto ardir di navigare; e che li
potrebbe facilmente intervenire che, volendo dirizzarsi alla volta del polo
antartico, in spazio di pochi giorni il vento che vien da quello gli conducesse
in qualche strana e difficil cosa.
Ma per il contrario Magaglianes, il qual gi aveva deliberato o di morire o di
finir la incominciata impresa, rispose che dall'imperadore gli era assegnato il
corso del suo viaggio, dal quale non poteva n voleva per modo alcuno
discostarsi, e per questa causa voler navigare infin dove o trovasse il fine di
questa terra overo qualche stretto. Il che, bench per la vernata che non
lasciava andar avanti per allora nol potesse adimpire, nientedimeno nella state
che veniva in quel paese la cosa saria facile a farsi, perci che a quel tempo
potriano navigar tanto avanti, scorrendo la costa di detta terra solo il polo
antartico, che arriveriano a un luogo dove per tre mesi continui averebber
sempre giorno. In quanto a quello che dicevano della incommodit del vivere e
dell'asperit della vernata, potersene facilmente difendere, conciosiach
avessero gran copia di legne, e potessero pigliare in mare ostrighe e molte
altre sorti di buoni pesci, n mancavano loro fonti di acque vive dolci, oltre
all'uccellare e cacciare che grandemente gli soccorreria.
Il pane e il vino per fino a quel tempo non esser loro mancato, n per lo
advenire esser per mancare, purch sopportino che queste cose siano dispensate
secondo la necessit, per conservar la salute loro, e non a superfluit e
straziamento. Dicendo che per fino a quell'ora non si era fatto cosa alcuna
degna di ammirazione, over sotto pretesto della quale potessero iscusarsi
essere stati costretti ritornarsi a casa, perch certamente i Portoghesi,
navigando in levante, passavano non solamente ogni anno, ma quasi ogni giorno
il tropico del Capricorno senza fatica alcuna, e dodici gradi pi avanti. Ma
essi di quanta poca laude sarian degni d'essere stimati, i quali non pi di
quattro gradi siano camminati oltra il tropico di Capricorno verso l'antartico;
e per aver certamente deliberato prima patir ogni gran cosa che ritornare in
Spagna con vergogna, e creder che tutti i suoi compagni, overamente quelli ne'
quali quel generoso spirito de Spagnuoli non fusse ancora morto, fussero ancor
essi del suo volere. E a una cosa sola gli confortava, che almanco il resto
della vernata pazientemente sopportassero, che tanto maggiori sariano i premii,
quanto con maggior fatiche e pericoli all'imperadore manifestassero un nuovo e
non pi conosciuto mondo, di spezierie e d'oro ricchissimo.


Della discordia che nacque tra li Castigliani e il capitano Magaglianes, e in
qual maniera il capitano correggesse i compagni. Del capo detto di Santa Croce.

Avendo Magaglianes, con questo modo di parlare, rappacificato gli animi de'
suoi compagni, credeva che niente pi pensassero a tal cosa. Ma fu molto
altrimenti di quello che lui pensava, perch pochi giorni dipoi fu da una
crudel discordia travagliato, conciosiach fra i compagni delle navi si
cominci a parlar del vecchio ed eterno odio il qual  fra Portoghesi e
Castigliani, e che Magaglianes era portoghese, e nessuna cosa pi gloriosa
potersi far da lui alla patria sua che perdere e distrugger questa armata con
tanti uomini; n esser da credere, ancor che potesse ritrovare l'isole Moluche,
che voglia arrivare a quelle, ma che a lui pareva di far assai se potesse
menare in lunga l'imperadore qualche anno con false speranze: in questo mezzo
qualche cosa di nuovo potrebbe nascere, per la quale li Castigliani dal cercar
le spezierie al tutto si levassero; e che il cominciato cammino non era a
quelle beate isole Moluche, ma a qualche luogo freddo del cielo, sotto il quale
sono continove nevi e perpetui ghiacci. Magaglianes, per le parole di costoro
fortemente adirato, corresse li compagni un poco pi aspramente che non si
conveniva ad un uomo forestiero e discosto dal suo paese e capitano di genti
straniere, le quali pertanto, essendosi accordate insieme, pigliarono una nave
per ritornarsene in Spagna. Magaglianes, col resto de' compagni li quali per
ancora ubbidivano, salt su quella nave e ammazz il capitano con tutti i suo
compagni, e quelli ancora contra de' quali non poteva far cosa alcuna, perch
vi erano alcuni servidori dell'imperadore, li quali non possono d'altri che da
sua Maest o consiglio esser castigati. Non fu per alcuno che dapoi avesse
ardire di dir cosa alcuna contro di lui, bench non mancarono certi che,
parlando l'un con l'altro, dicessero che Magaglianes era per far il simile ad
uno ad uno delli Castigliani, fino a tanto che, ammazzati tutti, potesse tornar
egli con pochi de' suoi Portoghesi con quella armata nella sua patria. Sich
questo odio discese molto fortemente nel petto de' Castigliani.
Ma Magaglianes, subito che vidde la fortuna del mare e l'asprezza della vernata
mitigarsi, si part del golfo di San Giuliano a' 24 di agosto, e s come per
avanti molti giorni aveva fatto, cos seguit la costa della terra, la qual si
voltava verso ostro, e finalmente vidde un capo chiamato di Santa Croce, dove
sopragiungendoli una crudel fortuna dalla parte di levante, si spezz una delle
cinque navi sul lito, della qual si salvaron gli uomini colle mercanzie e
l'altre cose appartenenti alla nave, da un Moro in fuora, il quale anneg. Di
qui la terra parve che un poco voltasse fra levante e ostro, la quale secondo
loro usanza cominciando a ricercare, a' 27 di novembre scopersero alcune foci,
le quali avevano similitudine di uno stretto di mare: entr in quelle di subito
Magaglianes con tutta l'armata, dove, mentre che or questo or quel golfo
riguarda, comand che diligentemente dovessero colle navi molto ben guardare se
d'alcuna banda si potesse pi oltra passare, e promesse d'aspettarli su le foci
del detto stretto fino al quinto giorno, succedesse quel che si volesse. Una di
queste, sopra delle quali era capitano Alvaro Meschita, figliuolo d'un fratello
di Magaglianes, fu portata dal reflusso un'altra volta in mare, per quel
medesimo golfo per il quale esso era entrata. E considerando gli Spagnuoli
ch'eran sopra detta nave che erano molto discosto dall'altre, accordatisi
insieme di ritornare in Spagna, pigliarono il lor capitano e quello misero in
ferri, dirizzando il cammin loro verso il nostro polo; e finalmente furono
trasportati ai liti della Etiopia, dove pigliate vettovaglie, otto mesi dapoi
che s'erano partiti dalli compagni giunsero in Spagna, dove fecero confessare
con tormenti ad Alvaro come suo zio Magaglianes per suo consiglio si fusse
portato tanto crudelmente verso i Castigliani.
Magaglianes veramente aspett in vano questa nave assai giorni oltre il tempo
determinato. Quelli dell'altra, essendo ritornati, dissero che non avean
trovato altro che alcuni golfi di mar basso, con scogli e rupi altissime. Gli
uomini della terza nave avendo referito che pensavan che questo golfo fusse uno
stretto di mare, perch avevan navigato tre giorni n avevan trovato alcuna
riuscita, ma quanto pi di lungo andavano pi stretto spazio di mare trovavano,
e di tanta profondit che in molti luoghi con lo scandaglio mai avevan potuto
toccare il fondo, e che avean considerato il crescere del mare esser maggiore
che il discrescere, e per questo pensavano che per questo stretto si potesse
andare in qualche altro gran mare: per queste ragioni adunque deliber
Magaglianes navigar per questo stretto, il qual per allora non si sapeva che
fusse stretto di mare, perch qualche volta era largo tre miglia italiane, e
alcuna volta due, alcuna volta dieci, e spesse volte cinque; e voltavasi un
poco verso ponente, ma l'altezza del polo antartico fu trovata passar 52 gradi,
la lunghezza dal partir loro di casa sua era quella medesima che al golfo di
San Giuliano.
Gi s'approssimava il mese di novembre, e non aveano la notte di pi che di
cinque ore, n mai viddero persona alcuna quivi intorno. Parve ben lor vedere
una notte gran quantit di fuochi, massime dalla man sinistra: pensaronsi di
essere stati scoperti da quelli che abitavano quel luogo.


Delle isole Ivuagana, Acaca, Helana, Messana e Zubut; e come il signor di
Zubut,
visto il miracolo d'un Indiano suo nipote, il qual subito ricevuto il battesmo
fu guarito,
si convert alla fede con duomila e dugento Indiani.

Vedendo Magaglianes quella terra essere molto aspra e inculta e di continuo
freddo, non li parse dover consumar troppo tempo in voler cercar quella, per la
qual cosa con le tre navi, senza indugio alcuno, si mise a navigar per questo
stretto, per il qual, dopo 22 d che l'avean cominciato a navigare, pervennero
in un altro mare grande e profondo. La lunghezza del detto stretto di mare
s'accordano esser circa trecento miglia. La terra che da man destra avevano,
non  dubio ch'ella  terra ferma delle Indie occidentali, delle quali abbiamo
detto. Alla sinistra banda pensano che non sia terra ferma, ma isole, perch da
quel canto avevano sentito ripercuotere lo strepito delle onde del mare. Nella
sopradetta banda destra del lito, vedde Magaglianes che la terra ferma si
dirizzava verso la nostra tramontana, e per questo comand che, lasciata
quella, voltassero il lor cammino colle prue verso il vento di maestro, per
quel grande e profondo mare, per il quale non so se mai o navi nostre o di
altri abbia navigato. Volt adunque le prue verso il vento di maestro, il qual
tira fra ponente e tramontana, per questa ragione, accioch, passando di nuovo
sotto la linea dell'equinoziale e andando dietro al sole verso ponente, potesse
pervenire in levante. Perch egli sapea bene che l'isole dette Molucche sono
nell'estreme parti di levante, non molto lontane dalla linea equinoziale, e
per verso questa parte fu sempre il lor viaggio, n mai da quella si
partirono, se non quanto la forza de' venti e delle fortune altrove gli
constringeva voltarsi.
E avendo 40 giorni navigato per mare a questo cammino, e il pi delle volte con
buon vento in poppa, un'altra volta passarono sotto il tropico del Capricorno,
doppo del quale scopersero due isole picciole, ma sterili, nelle quali faccendo
scala le trovaron disabitate; nondimeno per governarsi e provedersi, perch si
potea pescar facilmente, vi dimorarono duoi giorni, e volsero di commun
consenso chiamarle Disfortunate: e di l partendosi, se n'andarono al viaggio
che avean cominciato. E avendo per tre mesi e venti giorni continui per questo
mare prosperamente navigato, ogni d maggiore e pi smisurato lo trovavano, e
oltra quello che alcuno pensar si potesse. Ed essendo di continuo con gran
forza di venti spinti, passarono di novo sotto la linea equinoziale, dove
viddero certa isola chiamata, come poi dagli abitatori di quel luogo intesero,
Ivuagana, alla quale appressandosi, trovarono l'altezza del polo antartico
esser undici gradi; ma di commune parere pensarono che la lunghezza da Gades
fin a quel luogo fussero gradi 158 verso ponente. Dapoi cominciarono a scoprire
or una or un'altra, per modo che pareva loro esser arrivati nell'arcipelago.
Discesero nell'isola Ivuagana, la qual trovarono disabitata; da quel luogo
partendosi, se n'andarono ad un'altra minor isola, dove viddero due canoe
d'Indiani (canoe dico, perch cos si soglion chiamar dagl'Indiani questa sorte
di navi picciole, le quali sono cavate e tagliate d'un sol tronco d'albero, e
al pi tengono una over due persone). Con movimenti e con cenni, come fanno li
muti con li muti, addimandarono a quelli Indiani il nome delle isole, e donde
potrian fornirsi di vettovaglia, della quale avevano gran carestia. Intesero
che quella dove erano stati si addomandava Ivuagana e dove erano allora Acaca,
ma tutte due esser disabitate; e che non troppo discosto di l era una isola
detta Selana, la qual quasi col dito mostravano, e che quella era abitata, e vi
si poteva trovar tutto quello che si ricerca al vivere umano.
I nostri, essendo in Acaca rinfrescati, se n'andorono di lungo a Selana, dove
gli sopragiunse un cattivo tempo, per modo tal che, non potendosi le navi
accostare a l'isola, furono ributtati ad un'altra isola detta Messana, nella
qual dimora il re di tre isole; e da quella andarono a Zubut. Questa  una
isola molto eccellente e grande, col signore della quale avendo contratta pace
e amicizia, subito dismontarono in terra per celebrar l'officio divino secondo
l'usanza de' cristiani, perch quel d era la festa della Resurrezione del
nostro Signore: e fecero sul lito a modo di una chiesetta colle vele delle navi
e co' rami degli arbori, nella quale dirizzarono uno altare, e celebrarono come
si suol fare in tal giorno. Si fece loro incontro il signore con gran
moltitudine d'Indiani, li quali, avendo veduto costor celebrare, stettero cheti
per fin alla fine (parve che si dilettassino di tal sacrificio), e dapoi
menarono il capitano con alcuni de' primi nella capanna del signore, e mison
lor davanti i cibi che aveano, ch'era pane, che loro chiamano sagu, il qual 
fatto di una sorte di legno non molto dissimile dalle palme. Di questo, poi che
 tagliato in pezzi e nella padella con l'olio fritto, fanno pane, del qual
avendone avuto una particella, la mando a Vostra Signoria reverendissima. Il
bever loro era un certo umore, il qual distilla dalli rami delle palme
tagliate. Detter loro assai sorte d'uccelli arrostiti, e nel fine del disnare
presentorono molti frutti di quel paese.
Vidde Magaglianes in casa del signore un certo ammalato vicino alla morte:
addimandando chi fusse costui e che male egli avesse, intese che era nepote di
quel signore, e gi per dui anni aver avuto una gran febbre. Gli fece intendere
ch'egli stesse di buona voglia, perch, se si volesse convertire alla fede di
Cristo, di subito riceverebbe la sua prima sanit. L'Indiano fu contento, e
avendo adorata la croce si battezz, e il giorno seguente disse che era guarito
e che non si sentiva pi male, e salt fuori del letto, camminando e mangiando
come gli altri, e raccont a' suoi Indiani non so che cose che egli aveva
vedute dormendo. Per il che in pochi giorni quel signore con duomila e dugento
Indiani si battezzarono, adorando Cristo e lodando la sua religione.


Come il capitan Magaglianes mosse guerra al re di Mathan e fu morto nella
battaglia con sette compagni; e come Giovanni Serrano fu eletto capitano.

Magaglianes, avendo considerato che questa isola, oltra che era ricca di oro e
di gengevo e altre cose, il sito suo era in tal modo opportuno e commodo alle
isole vicine che da quella si potevano cercar facilmente le lor ricchezze e
quel che elle producevano, se ne and a parlare al signor di Zubut, e gli
persuase che avendo lasciato il vano e impio culto degli demonii ed essendosi
convertito alla fede di Cristo, esser conveniente che i signori delle isole
vicine ubbidissero al suo comandamento, e che aveva deliberato mandar loro
ambasciadori per questa cosa, e che quelli che non lo volessino ubbidire gli
constringerebbe con l'arme. Piacque al signore questo parlare, e subito mand
ambasciadori. Venne or uno or un altro di questi signori, e adorarono alla
usanza loro il signore di Zubut.
Eravi un'isola vicina detta Mathan, il re della quale era tenuto molto
eccellente nell'arte del guerreggiare, e aveva grandissime forze sopra tutti
gli altri suoi vicini. Costui rispose agli ambasciadori che non voleva venir a
far riverenza a quello al quale gi lungo tempo era solito comandare.
Magaglianes, che desiderava di finire quello ch'egli aveva cominciato, fece
armare XL de' suoi, la virt e fortezza de' quali molto ben aveva conosciuta in
molte zuffe, e messigli in alcune barchette gli fece smontare in Mathan, che
era vicina. Il signore di Zubut gli dette alcuni de' suoi, i quali mostrassin
loro e il sito e la natura di que' luoghi, e ancora, se fusse di bisogno,
combattessino. Il re di Mathan, vedendo che i nostri s'approssimavano, fece
venir all'ordinanza circa tremila de' suoi. Magaglianes messe in terra i suoi
con archibusi e armi da guerra, i quali bench vedesse esser pochi rispetto
degli nimici, che intendeva esser genti bellicose e che adoperavan lance e
altre armi lunghe, gli parve nondimeno esser molto meglio combatter con costoro
che o ritornar indrieto, o adoperar le genti che gli avea dato il signor di
Zubut. E per confort i suoi soldati che stessino di bona voglia, che non si
spaventassino per la moltitudine de' nimici, conciosiach spesso avean veduto,
e massime ne' giorni passati nell'isola Ivuagana, che dugento Spagnuoli avean
messo in fuga dugentomila e trecentomila Indiani. Poi disse a quelli che gli
avea dato il signor di Zubut che non gli aveva menati per combattere, n per
dar animo a' suoi, ma solo acci che vedessino la gagliardezza de' suoi soldati
nel combattere. Finite queste parole, and con grande impeto adosso gl'inimici,
e combattessi valentemente dall'una banda e dall'altra. Ma essendo li nostri
superati dalli nimici, s per esser maggior numero, s ancora perch usavano
armi pi lunghe delle nostre, con le quali davano ai nostri molte ferite, e
alla fine esso Magaglianes fu passato da una banda all'altra e morto; gli
altri, bench per ancora non mostrassino d'esser superati, nientedimeno avendo
perso il lor capitano si ritornarono indietro. Gli nimici, ancor che si
ritirassero in ordinanza, non ebbero ardire di seguitargli.
Ritornarono adunque gli Spagnuoli in Zubut, avendo perduto il capitano
dell'armata con altri sette compagni, dove n'elessono un altro detto Giovanni
Serrano, uomo di gran riputazione. Costui, subito rinovata la pace col signor
di Zubut con nuovi doni, gli promise di vincere il re di Mathan. Aveva uno
schiavo Magaglianes nato nelle isole Molucche, il quale altre volte trovandosi
il detto capitano in quelle isole avea comperato. Costui avea imparato molto
ben la lingua castigliana, ed essendosi accompagnato con uno altro interprete
di Zubut, che intendeva similmente il parlar delli popoli delle Molucche,
menava tutte le pratiche che li nostri facevano; ed essendosi ritrovato nel
fatto d'arme di Mathan, aveva avute alcune picciole ferite, e per questo stava
disteso sul letto attendendo a guarire. Il capitan Serrano, che non poteva far
alcuna cosa senza lui, cominci a riprenderlo con parole aspre, cio che, ancor
che 'l suo signor Magaglianes fusse morto, non era per libero dalla servit in
modo che non fusse schiavo, e che patirebbe ancora maggior servit, e sarebbe
scoreggiato molto bene, se non facesse con piacevolezza quel che gli fusse
comandato. Questo schiavo per le sopradette parole si adir fortemente, ma non
dimostr per di averle avute per male.


Giovanni Serrano resta prigione di questi barbari. Dell'isole Bosol, Gibeth,
Burnei e Gilolo, e de' mirabili ordeni e costumi de' popoli de Burnei. Come non
 lecito parlar al re se non con alcune cerbottane. Come qui nasce in
abbondanzia canfora, gengevo e cannella.

Dipoi alquanti giorni se n'and a trovar il signor di Zubut, e gli fece
intendere come l'avarizia degli Spagnuoli era insaziabile, e che essi avevano
deliberato, superato che gli aranno il re di Mathan, venir contro di lui e
menarlo prigione; che altro rimedio non si poteva trovar alle cose sue se non
che, cos come essi cercavano d'ingannar lui, cos egli cercasse ingannar loro.
Il signor barbaro credette ogni cosa, e fece pace ascosamente col re di Mathan
e con gli altri, e accordoronsi insieme di ammazzar tutti li nostri. Fu
chiamato a un sollenne convito il capitan Serrano con tutti gli altri primi, i
quali per numero furono vintisette. Costoro, non si pensando male alcuno,
perch coloro avevano fatto ogni cosa astutamente, e senza alcun sospetto,
smontorno in terra, come quelli che avevano a mangiar col signor sicuramente.
Mentre che disnavano furono assaltati da molti che erano stati ascosi, e
levossi un gran rumore per tutto, e subito and la nuova alle navi come i
nostri erano stati morti e tutta l'isola esser in arme. E vedendo quelli delle
navi che una croce, che gli avevan posto sopra un arbore, era stata buttata in
terra da que' barbari con grande ira, e che la tagliavano in pezzi, dubitando
che ancor a loro non facesser come avevan inteso che avevano fatto alli
compagni, levate l'ancore dettero le vele a' venti. Fu menato poco dipoi al
lito il capitan Serrano, miserabilmente legato, il qual piangendo pregava che
lo volessero riscattare da s crudeli persone, e che egli aveva ottenuto di
esser riscattato, pur che li nostri lo volessero riscattare. Li nostri, avvenga
che paresse lor cosa disonesta lasciar il lor capitano a questo modo,
nientedimeno, temendo l'insidie e gl'inganni di queste genti barbare, navigaron
via, lasciando il detto Serrano sul lito che miserabilmente lagrimava, e con
gran pianto e dolore adimandava aiuto e soccorso da' suoi.
Li nostri, avendo perduto il lor capitano e tanti compagni, navigavano di mala
voglia, e perch per la morte di quelli erano gi ridotti in tanto poco numero
che non eran sufficienti a governar tre navi, per questo fecero consiglio, e di
volont di tutti deliberarono esser necessario abbruciar una delle tre navi, e
due solamente conservarne. S'accostarono adunque ad un'isola l vicina, la qual
si adimandava Bohol, e messi tutti gli armeggi d'una nave nelle due altre,
l'abbruciarono. Dipoi pervennero ad un'isola detta Gibeth, la quale avenga che
d'oro e di gengevo e di molte altre cose conoscessero esser fertile,
nientedimeno si pensarono di non star troppo quivi, perch non si potevano per
via alcuna far benivoli quelli Indiani, e a combattere pareva loro esser troppo
pochi: e per di quella se n'andarono ad un'isola per nome Burnei.
In questo arcipelago sono due grandi isole: l'una s'addomanda Gilolo, il re
della quale ha secento figliuoli, l'altra Burnei. Gilolo  maggiore, perch in
sei mesi a pena si potria circundare, e Burnei in tre si circunderia: ma quanto
quella  maggiore, tanto questa per la grassezza della terra  pi fertile e
abondante, e per la grandezza della citt che ha il medesimo nome  pi famosa.
E perch Burnei  reputata una delle pi belle citt che si sia trovata, e
donde i buoni costumi e il modo del vivere civile si potria imparare, ho
deliberato alquanto parlare de' costumi di quelli popoli e delli loro ordini.
Sono tutti quelli di questa isola cafre, cio gentili, e per loro dii adorano
il sole e la luna: il sole perch egli  signor del giorno, la luna della
notte. Quello esser maschio, questa femina dicono, e chiaman questo padre e
quella madre dell'altre stelle, le quali si pensano che tutte siano dii, ma dii
piccoli. Quando vien fuora la mattina il sole, lo salutano con alcuni lor
versi, pi presto che l'adorino, e cos la luna che risplende la notte, da'
quali addimandano figliuoli, e abbondanzia di bestiami e di frutti della terra,
e altre cose simili. Sopra ogni altra cosa osservano la piet e la giustizia, e
spezialmente amano la pace e l'ozio, e grandemente biasmano la guerra e hanno
in odio. Il loro re, mentre che sta in pace,  onorato come dio; ma quando
desidera di far guerra, non si riposan mai fin a tanto che per le mani del
nimico il re sia ammazzato, il quale, ogni volta che delibera di far guerra (il
che raro accade),  messo nella prima squadra dell'ordinanza, dove esso 
constretto sostener il primo empito de' nimici. N par loro dover con furia
voltarsi contra il nimico, se non quando intendono che sia stato morto il re;
allora gagliardamente e con furia cominciano a combattere per la libert e per
il nuovo re. N mai s' visto appresso di loro re alcuno movitor di guerra che
nel fatto d'arme non sia morto: e per questo rare volte guerreggiano. Par
ancora a loro cosa ingiusta il voler slargare i lor confini. Tutti si guardano
dal far ingiuria a' lor vicini o a' forestieri, ma se qualche volta sono
ingiuriati, s'ingegnano parimente vendicarsi, e acci che la cosa non pigli
campo, subito cercano di far pace. N cosa alcuna appresso di loro si stima pi
gloriosa che di esser il primo a dimandarla, e similmente nissuna cosa  pi
brutta che nello addimandar pace esser l'ultimo: ma vergognoso e detestabil
atto esser si pensano negarla a quelli che la dimandano, ancor che abbino il
torto, e contra di questi tali che non voglion far pace tutti li popoli vicini
congiurano insieme, come contra crudeli e impii uomini. Per il che interviene
che quasi sempre vivono in somma tranquillit e pace. Appresso di costoro non
si usa rubar n far omicidii. A nissuno  licito parlare al re, dalle mogli e
figliuoli in fuora, e non gli parlano se non dalla lunga con alcune cerbottane,
le quali gli pongono nell'orecchio, e per quelle parlano quello che da lui
vogliono. Dopo la morte dicono non esser sentimento alcuno all'uomo,
conciosiach avanti che nascesse non l'avea.
Le case loro sono picciole, fatte di legname e di terra e parte di pietre,
coperte di foglie di palme: nella citt di Burnei dicono esser ventimila case.
Pigliano tante mogli a quante possono far le spese. Il mangiar loro sono
uccelli e pesci, delli quali hanno gran copia; il pane fanno di risi; il
bevere, del liquor che esce fuora de' rami tagliati delle palme, come di sopra
abbiamo detto. Alcuni di loro fanno mercanzie nell'isole vicine, alle quali
vanno con barche dette giunchi; altri si danno a cacciare e uccellare, altri a
pescare overo a lavorar la terra. La veste hanno di cottone. Hanno
medesimamente quasi tutte quelle bestie che di qua abbiamo, da pecore, buoi e
asini in fuora; i loro cavalli sono molto piccioli e magri. Hanno grande
abbondanza di canfora, gengevo e cannella.
Di qui, salutato che i nostri ebbero il re e con doni presentato, drizzorno il
cammin loro verso l'isole Molucche, le quali da questo re furono lor mostrate.


Come qui si trovano ostriche le cui carni pesano l'una quaranta libre. Che 'l
re di Burnei aveva nella sua corona due perle grosse l'una quanto un uovo
d'oca. Dell'isola detta Gilon. Dell'isole Molucche, cio Terenate, Mutir,
Thidone, Mare, Machian. Della venerazione che tengono d'un uccelletto detto
manucodiata.

Giunsero ai liti di un'isola, dove intesero esser perle grandi quanto l'uova
della tortola, e qualche volta quanto quelle delle galline, le quali non si
posson trovare se non in alto mare. I nostri non ne poteron portare alcuna di
questa sorte, perch la stagion del tempo di quell'anno non lasciava pescare,
ma dicon bene e affermano d'aver preso un'ostrica in quelle bande, la carne
della qual passava 47 libre di peso: e di qui facilmente si pu creder che si
trovino perle s grandi, perch si sa manifestamente le perle nascer nelle
ostriche. E acci che io non lasci cosa alcuna indietro, i nostri affermavano
che quelli dell'isole avevan lor detto come il re di Burnei portava nella sua
corona due perle grandi quanto l'uova di oche.
Di qui pervennero all'isola Gilon, dove gli fu detto che si trovavan uomini con
l'orecchie lunghe, e che in tal modo pendevano che toccavan loro le spalle. Del
che maravigliandosi fortemente li nostri, intesero da quelli popoli che non
molto discosto era un'altra isola, dove gli uomini sono non solo con gli
orecchi pendenti, ma di tanta larghezza e grandezza che, quando fa di bisogno,
con una sola si cuoprono tutto quanto il capo. I nostri, che cercavano le
speziarie e non simil favole da fanciulli, lasciate da parte queste cose da
niente, se n'andarono per la pi dritta alla volta delle Molucche, le quali,
otto mesi dopo che il lor capitano Magaglianes mor in Mathan, trovarono. Sono
5 per numero, chiamate Terenate, Mutir, Thidone, Mare, Macchian, e sono parte
di qua e parte di l dalla linea dell'equinoziale, e alcune sono non molto
lontane una dall'altra. In una nascono garofani, nell'altra noci moscate,
nell'altra cannella, e sono picciole e molto strette. Li re delle dette pochi
anni avanti cominciarono a creder l'anime esser immortali, non per altro
argomento ammaestrati, se non che avevano visto un bellissimo uccelletto, che
mai si fermava in terra, n sopra cosa alcuna che fusse di terra, ma qualunque
volta l'avevano veduto venir dal cielo, era quando morto cadeva in terra. E li
macomettani, i quali praticano in quell'isole per far mercanzie, gli
affermarono che questo uccelletto era nato in paradiso, e il paradiso esser il
luogo dove sono l'anime di quelli che sono morti: e per questa cagione questi
signori si feccero della setta de' macomettani, perch ella promette molte cose
maravigliose di questo luogo dell'anime. Questo uccelletto per nome chiamarono
manucodiata, il qual costoro tengono in tanta venerazione che i loro re,
andando a combattere, avendo questo si tengono sicuri e pensano non poter esser
morti, ancor che, secondo l'usanza loro, siano posti i primi davanti a tutti
gli altri al combattere. I plebei sono cafre, cio gentili, e quasi di quelli
medesimi costumi e di quelle medesime leggi che dicevamo esser quelli
dell'isola di Burnei. Sono molto poveri e bisognosi d'ogni cosa, perch ne'
loro paesi niente altro nasce se non speziarie, le quali cambiano con arsenico,
argento vivo e solimato, e panni di lino, de' quali pur assai n'adoprano: ma
quel che faccino over in che adoprino questi tali veleni, fino al presente non
si sa. Vivono del pane chiamato sagu, e di pesci, e qualche volta mangian de'
pappagalli. Abitano in case molto basse.
Che bisogna che io mi vada dilatando? Tutte le cose appresso costoro sono in
poco prezio, eccetto la pace, l'ozio e le spezierie, delle quai cose la pace 
la pi bella, e quella che da ciascuno oltre a ogni altra si debbe desiderare.
Pare che sia stata scacciata dalla smisurata malignit degli uomini, e relegata
appresso di costoro, in cambio della quale, per l'avarizia e per l'insaziabile
appetito della gola, andiamo cercando le spezierie negli altrui paesi e terre
da noi non conosciute. E tanto pu fra gli uomini il vizio, che noi lasciamo le
cose alla salute nostra utili e necessarie, e cerchiamo quelle che si servono
alla nostra lussuria e voragine.


Della umanit e prudenzia del re di Thidore, del suo grande accetto fatto a'
Castigliani, e come si sottopose alla obbedienzia dell'imperatore. Del
garofano, cannella, noce moscata e sue descrizioni. Del gengevo. E come gli
altri re delle Molucche spontaneamente si sottoposero all'imperatore.

Li nostri, avendo molto ben veduto e considerato il sito delle Molucche e quel
che ciascuna isola produceva, e li costumi e il viver di quei signori, se
n'andarono a Thidore, perch intesero che questa era abbondantissima sopra
tutte l'altre di garofani, e che il re loro avanzava di prudenzia e di umanit
tutti gli altri. Essendosi adunque tutti costoro messi in ordine con presenti,
dismontorno di nave e andorno a salutare il re, e presentaronlo come se fussero
stati mandati dall'imperatore. Avendo egli accettati li presenti benignamente,
guardando in cielo disse: "Or fa due anni che io conobbi per il corso delle
stelle che voi eri mandati da un gran re a cercar questi nostri paesi, per la
qual cosa la venuta vostra mi  stata tanto pi cara e grata, quanto quella per
li segni delle stelle pi lungo tempo m' stata annunziata. E sapendo che non
accade mai alcuna di queste cose che gi per avanti non sia dalla volont delli
dii e delle stelle ordinata, io non sar tale verso di voi che agli ordini de'
cieli voglia contrastare, ma con buon animo e volentieri per il tempo a venire,
deposto il nome regale, mi penser essere come un governatore di questa isola
per nome del vostro re. Per il che tirate le navi in porto, e comandate a tutti
gli altri vostri compagni che sicuramente dismontino in terra, acci che
adesso, dopo s lunga navigazione e perturbazion del mare e dopo tanti
pericoli, sicuramente vi posiate e governiate, n vi pensate venire in altro
luogo che in casa del vostro re". Dette queste parole, deposta la corona di
capo, gli abbracci ad uno ad uno, e fece por loro inanzi di quelle cose che si
ritrovavano da mangiare. I nostri, per questa cosa rallegratisi, tornarono alli
compagni e referirono tutto quello ch'era accaduto, alli quali poi che furono
arrivati, fatta insieme allegrezza per la gentilezza e umanit di questo re,
tutti dismontarono su l'isola. Dove essendo stati alquanti giorni, e un poco
rifatti per la benignit del re, di l mandarono agli altri re ambasciadori, e
a vedere quello che producevano l'isole e a farsi benivoli gli animi loro.
Terenate era loro vicina: questa  piccioletta isola, la quale appena volta sei
miglia italiane; a questa  vicina Machian, ancora minore. Queste tre producono
gran copia di garofani, ma ogni quattro anni pi assai che li tre passati.
Questi arbori nascono in alte ripe, e in tal modo spessi che fanno un bosco;
questo arbore alle foglie, alla grossezza e altezza  simile allo alloro. Il
garofano nasce della sommit di ciascun piccolo ramo, prima una boccia, della
quale vien fuora il fiore, non altrimenti che quello della melarancia: la punta
d'esso  appiccata alla cima del ramo, e cos a poco a poco esce fuora, per fin
che diventa appuntato; in prima apparisce rosso, dipoi, abbruciato dal sole,
diventa nero. Hanno compartito le selve di questi alberi non altrimenti che noi
le nostre vigne. Per conservar i garofani li mettono in fosse fatte sotto
terra, fino a tanto che da' mercanti sian portati in altre bande.
La quarta isola, Mutir, non  maggior dell'altre. Questa produce il cinamomo
over cannella, il quale arbore nasce in modo di bacchette lunghe, e non fa
frutto alcuno; nasce in luoghi secchi, ed  simile all'arbore che fa le
melagrane. La corteccia di questo per il gran calor del sole s'apre e si
discosta dal legno, e un poco lasciato star al sole si leva: e questo  la
cannella. A questa n' vicina un'altra chiamata Bandan, pi ampla e maggior
dell'isole Molucche. In quella nasce la noce moscata, l'arbor della quale 
alto, e spande li rami quasi simili alla noce; n questa noce altramente nasce
che la nostra, coperta da due scorzi, e da principio  come un calice peloso,
sotto questo  una buccia sottile, la quale a modo di rete abbraccia la noce:
questo fior si chiama macis, ed  cosa molto nobile e preziosa; l'altro
coprimento  di legno, a similitudine di quello della nocciuola, nella qual,
come abbiamo detto,  essa noce moscata. Il gengevo nasce per tutto nell'isole
di questo arcipelago, e parte si pianta, parte nasce da per s, ma molto
migliore  quello che si pianta. L'erba  simile a quella della canna, e quasi
in quel medesimo modo nasce la radice e il gengevo.
I nostri furono ben visti da tutti questi signori, i quali spontaneamente si
sottomisero all'ubidienza dell'imperatore, cos come avea fatto il re di
Thidore. Ma gli Spagnuoli, che non avevano altro che due navi, deliberarono di
portar di ciascuna cosa di queste spezierie un poco, e de garofani assai,
perch quell'anno ve n'era stata grande abbondanza, e le navi di questa sorte
di spezierie potevan portar gran quantit.


Come i Castigliani, cargate le navi di spezierie, s'aviorono verso Spagna, ma,
faccendo acqua una delle due navi, furono costretti ritornar a Thidore, e
vedendo quella non potersi acconciare, coll'altra se ne ritorn in Spagna. E
quivi del Darien, del mar del Sur, dell'isola Spagnuola e di Cuba.

Avendo costoro empiuto le navi di garofani, e avendo avuto presenti da portar
all'imperadore, si misero in viaggio: i presenti erano spade d'India e altre
cose simili, ma il pi bel dono di tutti era lo uccelletto manucodiata, il qual
tenendo sopra di s nel combattere, si pensano esser sicuri e vincitori. Di
questi tali uccelletti ne furono mandati cinque, delli quali ne ebbi uno dal
capitan delle navi con gran prieghi, e lo mando a Vostra Signoria
reverendissima, non accioch quella pensi dall'insidie e nell'armi esser
sicura, come essi dicono, ma a fin che ella si cavi piacere della bellezza e
della rarit di quello. Mando ancora un poco di cannella e di noci moscate e di
garofani, accioch quella conosca le nostre spezierie esser molto migliori e
pi fresche che quelle che ci portano i Veneziani e i Portoghesi.
Essendosi partiti li nostri da Thidore, la maggior delle due navi cominci a
far acqua, per modo che furono costretti di ritornare a Thidore. E veduto che
non potevano acconciarla se non con grande spesa e lungo tempo, s'accordarono
insieme che l'altra nave tornasse in Spagna per questa via, cio che passasse
vicino al capo detto dagli antichi di Catigara, dipoi per alto mare navigasse
pi discosto che fusse possibile dai liti dell'Asia, accioch dai Portoghesi
non fusse veduta, fino a tanto ch'ella s'appresentasse al promontorio
dell'Africa, il qual si distende di l dal tropico del Capricorno molti gradi,
chiamato da' Portoghesi capo di Buona Speranza, perch voltando il detto capo
non sarebbe la navigazion difficile a ritornarsene in Spagna. L'altra nave,
subito ch'ella fusse racconcia, un'altra volta ritornasse per l'arcipelago
sopradetto e per quel gran mare verso li liti di quella terra ferma della qual
di sopra abbiamo fatto menzione, fin a tanto ch'ella giugnesse a quella regione
di terra ferma delle Indie occidentali la qual  all'incontro del Darien, e
dove il mar del Sur, over di mezzod, con piccolo spazio di terra  separato
dal mare occidentale, nel qual sono l'isola Spagnuola, Cuba e altre di
Castigliani.
Partissi adunque questa nave dall'isola di Thidore. Navigando sempre di qua
dall'equinoziale, non trovarono il promontorio di Cattigara, il qual  sopra
l'Asia, che secondo Tolomeo si distende in mare molti gradi di l
dall'equinoziale; ma, avendo navigato pur assai giorni per alto mare,
pervennero al capo di Buona Speranza, che  sopra l'Africa, e dipoi all'isole
delle Esperidi over di Capo Verde. E conciosiach questa nave per il lungo
viaggio fusse fracassata e facesse acqua assai, non potevano i marinari sempre
star a seccar la sentina, e massime perch molti, e per la incommodit del
vivere e del navigare, erano morti. Per la qual cosa dismontarono ad una di
dette isole, nominata San Iacopo, per comperare schiavi che gli aiutassero. E
secondo l'usanza de' marinari, li nostri, non avendo danari, offersero di dar
tanti garofani: il che essendo pervenuto all'orecchie d'un Portoghese, che in
quell'isola era capitano, fece metter tredeci de' nostri in prigione. Gli
altri, che erano diciotto, spaventati per questa cosa, senza riscuotere i
compagni si partirono, navigando sempre d e notte vicino alla costa di Africa.
E finalmente pervennero in Spagna, dove giunsero sani e salvi a' sei di
settembre 1522, al porto vicino a Siviglia, il sestodecimo mese dapoi che si
partirono da Thidore. Marinari certamente pi degni di esser celebrati con
eterna memoria che non furono quelli che dagli antichi furon chiamati
Argonauti, li quali navigarono con Iason fino al fiume Phasis nel mar Maggiore,
ed essa nave molto pi degna d'esser collocata fra le stelle che quella vecchia
d'Argo, la quale, partendosi di Grecia, fece il viaggio suo fino nel mar
Maggiore; ma la nostra, di fuora dello stretto di Gibilterra navigando per il
mare Oceano verso mezzod e polo antartico, e di l poi voltandosi verso
ponente, e tanto seguitando quello che, passando di sotto la circunferenza del
mondo, se ne venne in levante, e di l poi se ne ritorn in ponente a casa sua
in Siviglia.



Viaggio atorno il mondo fatto e descritto per messer Antonio Pigafetta
vicentino, cavalier di Rhodi, e da lui indrizzato al reverendissimo gran
maestro di Rhodi messer Filippo di Villiers Lisleadam, tradotto di lingua
francesa nella italiana

Come si part l'armata del porto di Siviglia. E come si raccoglie l'acqua in
una dell'isole Canarie.
De' pesci detti tiburoni.

Il primo capitolo contiene la epistola, e come cinque navi si partirono dal
porto di Siviglia, e il principal capitano era Hernando Magaglianes, e delli
segni che li marinari facevano la notte con fuochi a quelli davanti, e per li
quali s'intendevano l'un con l'altro quel che avevano a fare, e degli ordini
che avevano le navi, e delle vele le quali facevano in quelle.
Alli dieci di agosto 1519 questa armata di cinque navi, sopra le quali erano
circa 237 uomini forniti di tutte le cose necessarie, si part del porto di
Siviglia, donde corre il fiume Guadalchibir, detto dagli antichi Betis,
d'appresso un luogo nominato Giovan Dulfaraz, ove sono molti casali di Mori, e
arrivarono ad un castello del duca di Medina Sidonia, ove  il porto dal quale
si entra nel mar Oceano, e al capo di San Vicenzo, il qual  lontano
dall'equinoziale gradi 37 e lontano dal detto porto leghe X, e di l a Siviglia
sono da dicessette in XX leghe. In questo stettono alcuni giorni, per fornir
l'armata di alcune cose che gli mancavano, e ogni giorno udirono messa, e nel
partir si confessarono tutti, n volsero che alcuna femina andasse con loro al
detto viaggio.
Alli XX di settembre si partirono dal detto porto e dirizzarono il lor cammino
verso gherbino, e alli XXVI del detto mese giunsero ad una dell'isole Canarie,
detta Tenerife, la qual  XXV gradi sopra l'equinoziale, per pigliare acqua e
legne. Tra queste isole Canarie ne  una dove non si trova acqua, se non che di
continuo ad ora di mezzod par che una nebbia venga dal cielo, la qual circonda
un grandissimo arbore che  in quella, dalli rami e foglie del quale distilla
gran copia d'acqua, la qual, messasi insieme alli piedi di quello, satisf
abondantemente a tutti gli abitanti in detta isola e a tutti gli animali.
Alli III di ottobre, ad ora di mezzanotte fecero vela drizzando il lor cammino
verso ostro, e passarono fra il Capo Verde dell'Africa e delle isole che gli
sono all'incontro, lontane dall'equinoziale gradi XIIII e mezzo. E cos
navigarono molti giorni a vista della costa di Giunea dell'Etiopia, ove  la
montagna detta Serra Liona, la qual  otto gradi sopra l'equinoziale, e non
ebbero vento alcuno contrario, ma gran calma e bonaccia per giorni 70, che
giunsero sotto la linea dell'equinoziale. Si vedevano approssimare alle bande
delle navi certi pesci grandi chiamati tiburoni, i quali avevan denti molto
terribili: questi mangiano gli uomini, se gli trovano in mare. Di questi tali
ne furono presi alcuni con ami; li grandi non sono buoni da mangiare come li
piccoli. In questo pareggio avendo avuto una gran fortuna, apparvero alcune
fiamme ardentissime, che dicono esser santa Elena e san Nicol, le quali
parevan che fossero sopra l'arbore d'una delle navi, con tanta chiarezza che
tolse la vista a ciascuno per un quarto d'ora; e tanto erano smarriti che
dubitavano di morire, ma, fatto tranquillo il mare, ogniuno ritorn al suo
esser di prima.


Di alcuni uccelli che non hanno luogo dove smaltiscano il cibo, e la femina
manda fuor l'uova per la schiena; d'un uccello chiamato cacauccello. Della
terra di Bressil. Del capo di Santo Agostino. Della terra del Verzino e sua
grandezza, e de' costumi di quei popoli, e donde trassero l'origine.

Viddero molte sorti di uccelli, tra li quali n'erano alcuni che non hanno il
luogo dove smaltiscono, e la femina, quando vuol far l'uova, gli manda fuora
per la schiena, dove si generano; non hanno alcun piede, ma vivono sempre
nell'acqua. Un'altra sorte vi  d'uccelli i quai vivono del fimo degli altri
uccelli, e li chiamarono cacauccello, perci che si vedeva spesso correr drieto
agli altri per astringerli che smaltissero, e incontinente prendeva il lor fimo
e l'inghiottiva, lasciandogli andar via. Vedemmo ancora molti pesci che
volavano, e di tante schiere insieme e in tanto numero che pareva che fusse
un'isola.
Passata la linea dell'equinoziale si perd la Tramontana, e navigammo per
gherbin fino ad una terra che si chiama terra di Bressil, 22 gradi e mezzo
verso il polo antartico, la qual terra  continuata col capo di S. Agostino, il
qual  otto gradi lontano dall'equinoziale. In questa terra fummo rinfrescati
con molti frutti, e tra gli altri battates, che nel mangiar s'assomigliano al
sapor delle castagne: sono lunghi come navoni. N'avemmo ancora alcuni che
chiaman pines, dolci, molto gentil frutti. Mangiammo della carne d'un animale
detto anta, il qual  come una vacca. Trovammovi canne di zucchero e altre cose
infinite, le quali si lasciano per brevit. Noi entrammo in questo porto il
giorno di santa Lucia, dove il sol ci stava per zenit, cio di sopra il capo, e
avemmo maggior caldo in detto giorno che quando eravamo sotto la linea
dell'equinoziale.
Questa terra del Verzino  grandissima, e maggiore di tutta la Spagna,
Portogallo, Francia e Italia tutte insieme, ed  abbondantissima di ogni cosa.
Le genti di questo paese non adorano alcuna cosa, ma vivono secondo l'uso di
natura, e passano vivendo da 125 in 140 anni. Gli uomini e le donne vanno nudi,
e abitano in alcune case fabricate lunghe, le qual chiamano boi. Il lor letto 
una rete grandissima fatta di cotone, legata in mezzo la casa da un capo
all'altro a grossi legni, la qual sta alta da terra, e alcune fiate per cagion
di freddo fanno fuoco sotto detta rete sopra la terra. In ciascuno di questi
tali letti soglion dormire circa dieci uomini con le lor donne e figliuoli,
dove si sente che fanno grandissimo romore. Hanno le lor barche fatte di un sol
legno, nominate canoe, cavate con alcune punte di pietre, le quali sono tanto
dure che l'adoperano come facciamo noi il ferro, del qual essi mancano. Possono
stare in una di dette barche da 30 in 40 uomini; li lor remi con li qual vogano
sono simili ad una pala di forno. E sono le genti di questo paese alquanto
nere, ma ben disposte e agili come noi. Hanno per costume di mangiar carne
umana, e quella delli loro nimici, il qual costume dicono che cominci per
cagione d'una femina che aveva un sol figliuolo, la qual, essendole stato
morto, e un giorno essendo stati presi alcuni di quelli che l'avevano
ammazzato, e menati avanti la detta vecchia, quella come un cane arrabbiato li
corse adosso e mangiogli una parte d'una spalla. Costui poi essendosi fuggito
alli suoi, e mostratogli il segno della spalla, tutti cominciarono a mangiar le
carni de' nimici, i quali non mangiano tutti in un instante, ma fattoli in
pezzi li mettono al fumo, e un giorno ne mangiano un pezzo lesso e l'altro un
arrosto, per memoria delli lor nimici. Si dipingono maravigliosamente il corpo,
s gli uomini come le donne, e similmente si levano col fuoco tutti li peli da
dosso, di maniera che gli uomini non hanno barba, n le donne alcun pelo. Fanno
le lor vesti di penne di pappagalli, con una gran coda nella parte di drieto, e
in tal maniera che ci facevan ridere vedendole. Tutti gli uomini, donne e
fanciulli hanno tre buchi nel labbro di sotto, dove portano alcune pietre
tonde, lunghe un dito o pi, che pendono in fuori. Naturalmente non sono n
neri n bianchi, ma di colore di ulivo. Hanno sempre le parti vergognose
discoperte, senza alcun pelo, s gli uomini come le donne. Il lor signor
chiaman cacique, il qual ha infiniti pappagalli, e ce ne dette da otto in dieci
per cambio di uno specchio. Hanno ancora gatti maimoni piccoli, molto belli, i
quali mangiano. Il lor pane  bianco, rotondo, fatto di una midolla d'un
arbore, ma non  troppo buono. Trovansi appresso costoro alcuni uccelli, che
hanno il becco grande come un cuchiaro, senza lingua. Per una mannaretta danno
in cambio una o due delle lor figliuole per ischiave, ma per cosa alcuna non
dariano la lor mogliere, n quelle fariano vergogna a' lor mariti per prezio
alcuno, come da loro s'intese; n vogliono che mai gli uomini giaciano seco di
giorno, ma la notte solamente. Queste li portano drieto il lor mangiare in
alcuni cesti alle montagne e altri luoghi, perch non gli abbandonano mai.
Portano similmente un arco di verzino, overo di legno di palma negro, con un
fascio di freccie fatte di canne. Portano li figliuoli in una rete fatta di
cotone appiccata al collo, e fanno questo per cagion che non siano gelosi.
Stettero in questo paese due mesi, nel qual tempo mai non piovv. E andando fra
terra tagliarono molti legni di verzino, con li quali fabricarono una casa, e
nel ritorno loro al porto per aventura piovv, e gli abitanti dicevano che li
nostri erano venuti dal cielo, perch essi avevano menata la pioggia. Questi
popoli sono molto docili, e facilmente si convertiriano alla fede cristiana.


Del capo detto di Santa Maria, dove si trovano pietre preziose. Di lupi marini
e sua descrizione. Degli uomini di quel paese, i quali hanno statura di
giganti, e con che arte il capitano ne prese duoi. Del medicarsi quando hanno
mal di stomaco, e quando li duole la testa, e quando muoiono.

Nella prima costa di terra che arrivammo, ad alcune femine schiave, che avevamo
levate nelle navi d'altri paesi ed erano gravide, vennero le doglie del parto,
per il che elle sole uscirono di nave e smontarono in terra, e partorito che
ebbero, con gli figliuoli in braccio se ne ritornarono subito in nave.
Dopo tredici giorni che fummo ritornati al porto, ci partimmo da questa terra,
e navigammo sino a gradi trentaquattro e un terzo verso il polo antartico, dove
trovammo un gran fiume d'acqua dolce, e certi uomini detti canibali, che
mangian carne umana: e dalla nave ne vedemmo uno grande come un gigante, che
avea una voce come di un toro, e si vedeva come gli abitatori fuggivano li lor
beni fra terra per paura di quelli. Li nostri, vedendo questo, con un battello
saltarono da dieci in terra per parlar con alcuni di loro, overo per prenderne
per forza, ma li detti correvano e saltavano di sorte che li nostri mai non li
potettero aggiugnere. In su la bocca di questo fiume sono sette isole, e nella
maggiore si trovano pietre preziose, e chiamasi il capo di Santa Maria. Li
nostri pensavan di poter passare nel mar del Sur, cio di mezzod, ma non vi 
passaggio alcuno se non il fiume, il qual  17 leghe largo nella bocca. Altre
fiate li detti canibali mangiarono un capitano spagnuolo, detto Giovanni
Solisio, con sessanta compagni, i quali andavano a discoprir la terra come noi.
Scorrendo dietro la costa della terra verso il polo antartico, arrivammo ove
erano due isole piene di oche e lupi marini, i quali vivono in mare: ed erano
in tanto numero che in una ora si saria potuto empire le cinque navi di oche,
le quali son tutte nere e non volano. Vivon di pesce, e sono cos grasse che ci
fu di bisogno scorticarle, e non hanno penna alcuna, e hanno il becco come il
corvo. Li lupi marini sono di diversi colori, e grandi come un vitello; la
testa pareva indorata, le orecchie piccole, ritonde, denti grandi. Hanno
solamente duoi piedi appiccati al corpo, che somigliano due mani con unghie
piccole; sono feroci e vivono di pesci. Avemmo gran fortuna, ma subito che
apparvero sopra le gabbie delle navi li tre fuochi, che si chiamano santa
Elena, san Nicol e santa Chiara, subito la furia del vento cess.
Partiti di l, arrivammo a 49 gradi e mezzo sotto l'antartico, che essendo la
vernata, ci fu necessario dimorar in quel luogo duoi mesi, che mai non vedemmo
persona, se non per aventura un giorno un uomo di statura di gigante venne al
porto ballando e cantando, e poi pareva che si buttasse polvere sopra la testa.
Il capitano mand uno de' nostri con la barca sopra il lito, il qual facesse il
simile in segno di pace. Il che veduto dal gigante si assicur, e venne con
l'uomo del capitano alla presenza di quello, sopra una piccola isola, e quando
fu in sua presenza si maravigli forte, e faceva segno con un dito alzato,
volendo dir che li nostri venissero dal cielo. Costui era cos grande che li
nostri non gli arrivavano alla cintura, ed era molto ben disposto, e aveva il
volto grande, dipinto all'intorno di color giallo, e similmente all'intorno
degli occhi, e sopra le gote avea dipinti duoi cuori, li capelli tinti di
bianco, ed era vestito di una pelle di animale cucita sottilmente insieme.
Questo animale, per quel che vedemmo, ha la testa e le orecchie grandi come ha
una mula, il collo e il corpo come ha un camello, e la coda di cavallo. Li
piedi del gigante erano rivolti nella detta pelle a modo di scarpe. Aveva in
mano un arco grosso e corto, la corda del qual era fatta di nervi del detto
animale, e un fascio di freccie molto lunghe di canna, impennate come le
nostre, e nella punta in cambio di ferro avevano una pietra aguzza, della sorte
di quelle che fanno fuoco. Il capitano gli fece dar da bevere e da mangiare e
altre cose, e gli present uno specchio grande d'acciaio, nel quale subito che
vidde la sua figura, fu grandemente spaventato e salt indietro, e nel saltar
gitt tre o quattro delli nostri per terra. Dapoi gli furon donati sonagli, uno
specchio, un pettine e paternostri di vetro. Lo mandarono in terra insieme con
quattro uomini delli nostri, tutti armati. Quando uno de' suoi compagni lo
vidde venire insieme con li nostri, corse ove erano gli altri, i quali si
spogliarono tutti nudi e, come arrivarono li nostri, cominciarono a ballare e
cantare, levando un dito verso il cielo, e mostravangli polvere bianca d'una
radice che mangiano, perci che non hanno altra cosa. Li nostri fecero lor
cenno che volesser venire alle navi, ed essi, prendendo solamente li lor archi,
e fatte montar le loro femmine sopra certi animali che son fatti come asini, le
misero in disparte. Questi uomini non sono cos grandi come quel primo, ma sono
ben molto grossi: hanno la testa quasi mezzo braccio lunga, e sono tutti
dipinti, e non vestiti come gli altri, eccetto che una pelle che portano
davanti le parti vergognose. E menano seco come in un laccio quattro piccoli
animali, e quando vogliono prender degli altri, gli legano a qualche spino over
legno, e gli animali grandi vengono a giucar con li piccoli, ed essi, stando in
disparte, con le lor freccie gli ammazzano. Menarono tre maschi e tre femmine
di detti animali, per cagione di prenderne degli altri.
Dapoi fu veduto un altro gigante, maggiore e meglio disposto che gli altri, con
uno arco e freccie in mano, il qual s'accost alli nostri e, toccandosi la
testa, si volt e lev le mani al cielo; e li nostri fecero il simile. Il
capitano gli mand il battello, col quale il menarono in una piccola isola che
 nel porto. Costui era molto trattabile e grazioso, saltava e ballava, e
ballando si ficcava con li piedi nella terra un palmo. Stette lungo tempo con
li nostri, i quali gli posero nome Giovanni, e pronunziava chiaramente Iesus,
Pater noster, Ave Maria, Giovanni, come noi, ma con una voce molto grossa. Il
capitan generale gli don una camicia di tela e una di panno di bianchetta, una
berretta, uno specchio, un pettine e altre cose, e lo rimand alli suoi, il
qual se n'and molto allegro e contento. Il giorno dietro se ne venne al
capitano e gli port uno di questi grandi animali; dapoi non fu pi veduto: si
pensa che li suoi lo ammazzassero perch aveva conversato con li nostri.
Dopo 15 giorni vennero quattro di questi giganti senza alcuna arma, ma le
aveano ascose fra alcune spine. Il capitano ne ritenne duoi, li quali erano i
pi giovani e meglio disposti, con inganno in questo modo, che, donandogli
coltelli, forbici, specchi, sonagli e paternostri di cristallo, avendo loro le
mani pieni di tal cose, il capitano fece portar duoi ferri di quelli che si
mettono alli piedi, e fece metterli loro alli piedi, faccendo cenno di
volerglieli donare: e perci che erano di ferro piacevano lor molto, e non
sapevano come portarli, perci che le mani e intorno erano impacciati delle
cose che gli erano state donate. Gli altri duoi giganti volevano aiutarli a
portare, ma il capitano non volse. E quando rinchiusero li ferri che traversano
le gambe, cominciarono a dubitare, ma il capitano li assicur, e perci
stettero fermi: e quando si viddero ingannati, gonfiarono come tori, e
gridavano forte "Setebos", che gli aiutasse, e furono messi subito in due navi
separati. Agli altri duoi non si potette mai legar le mani, ma con gran fatica
un di loro fu posto in terra da nove uomini de' nostri. Al quale avendo legate
le mani, subito costui se le disleg e se ne fugg, e cos fecero gli altri che
erano venuti in compagnia di questi tali; e li minori correvano pi velocemente
che non facevano li grandi, e nel fuggire tirarono tutte le lor freccie, e
passarono la coscia ad un de' nostri, il qual mor. Non si poteron mai giugner
con li schioppi n balestre, perch correano ora da una banda ora dall'altra.
Queste genti sono molto gelose delle lor femmine. Li nostri, dopo il partir di
questi tali, sepelirono quel ch'era stato morto da loro.
Queste genti, come si sentono mal nello stomaco, si mettono gi per la gola
duoi palmi e pi una freccia, e vomitano colera verde mescolata con sangue: e
questo perch mangiano alcuni cardoni. Quando duol loro la testa, si fanno un
taglio a traverso la fronte, e cos ad un braccio over ad una gamba, e da tutte
le parti del corpo si cavano assai sangue. Un giorno il gigante che avevamo
preso, il qual era nella nave, diceva che 'l sangue che avea adosso non voleva
star pi in quel luogo, e per questo gli faceva venir male. Costoro hanno li
capelli tagliati a modo di frati, ma un poco pi lunghi, li quali ligano con
una corda fatta di cottone, e nel nodo ficcano le loro freccie quando vanno
alla caccia. Per cagione del freddo grande che fa alcune fiate in quelle parti,
costumano di fasciarsi con alcuni legami, di modo che il membro genitale si
nasconde tutto dentro al corpo. Quando alcun di costoro muore, dicono che gli
appariscono dieci over dodici demonii che saltano e ballano attorno il corpo
del morto, e par che siano dipinti tutto il corpo; e tra gli altri dicono
vederne un maggiore degli altri, il qual fa gran festa e ride: e questo gran
demonio chiamano Setebos, gli altri minori Chleule. Questo gigante che avevamo
con noi preso in nave, ne dichiarava con cenni aver veduto li demonii, con duoi
corni sopra il capo e li capelli lunghi fino alli piedi, e che buttavano fuoco
per la gola, di dietro e davanti.
Il capitan generale chiam questi popoli Patagoni. La maggior parte di costoro
vestono della pelle dell'animal sopradetto, e non hanno casa ferma, ma fanno
con le pelli dette a modo d'una capanna, con la quale vanno ora in un luogo ora
in un altro; e vivono di carne cruda, e di una radice dolce, la qual chiamano
capar. Questo nostro gigante che avevamo mangiava al posto una corba di
biscotto, e beveva mezzo secchio di acqua al tratto.


Come li capitani di quattro navi volsero ammazzar il capitan generale Hernando
Magaglianes,
e come furono castigati. Di una terra qual chiamarono la montagna di Cristo;
di un capo detto delle Undicimila Vergini; del fiume delle Sardelle; del capo
Desiderato;
del stretto Patagonico. De' pesci colondrini, che volano.

Stemmo circa mesi cinque in questo porto di San Giuliano, e immediate che ci
fummo entrati, li capitani dell'altre quattro navi, cio Giovanni di
Cartagenia, il tesorier Luigi di Mendozza, Antonio Cocco e Gasparo Casado,
volsero a tradimento ammazzar il capitan generale Hernando Magaglianes. Ma,
discoperto il tradimento, il capitano fece squartare il tesoriere, e il simil
fu fatto a Gasparo Casado; ma Giovanni di Cartagenia lo fecero smontar in
terra, e insieme con un prete lo lasciarono in quella terra di Patagoni.
In questo porto si viddero certe capre lunghe di corpo, nominate missiliones, e
alcune ostreche piccole, non buone da mangiare. Videro anche quelli uccelli
grandi detti struzzi, volpi e conigli minori che li nostri. Piantarono una gran
croce di legno nella sommit di una montagna, in segno d'aver tolto il possesso
di quella terra per il reame di Spagna, e chiamarono questo luogo la montagna
di Cristo.
Partendo di l, a 52 gradi manco un terzo verso il polo antartico trovarono un
fiume di acqua dolce, nel quale quasi le navi si ebbero a perdere: ma Iddio per
sua misericordia le aiut. Stettero in questo porto quasi duoi mesi per
fornirsi di acqua, legne e pesci, i quali trovarono molto grandi e lunghi un
braccio, tutti coperti di scaglie, ed erano di ottimo sapore. E avanti che si
partissero di qui, volse il capitano che tutti si confessassero e
communicassero come buoni cristiani.
Approssimandosi alli 52 gradi, che fu il giorno delle XI mila virgini,
trovarono uno stretto di CX leghe di lunghezza, che fanno 330 miglia, e perci
che riputarono questo come ad un gran miracolo, chiamarono il capo delle
Undicimila Vergini, largo in alcune parti pi e manco di mezza lega. Il quale
stretto, circondato da montagne altissime cariche di nevi, scorre in un altro
mar, che fu chiamato il mar Pacifico, ed  molto profondo in alcune parti, che
 da XXV in trenta braccia. E non si saria mai trovato detto stretto, se non
fusse stato il capitan generale Hernando Magaglianes, perch tutti li capitani
delle altre navi erano di contraria oppinione, e dicevan che questo stretto era
chiuso intorno. Ma Hernando sapeva che vi era questo stretto molto oculto per
il qual si poteva navigare, il che aveva veduto descritto sopra una carta nella
tesoraria del re di Portogallo, la qual carta fu fatta per uno eccellente uomo
detto Martin di Boemia: e cos fu trovato con gran difficult.
Quando furono entrati in questo stretto, trovarono due bocche, una verso
scirocco, l'altra verso garbin. Il capitan generale comand che la nave detta
Santo Antonio e quella della Concezione andassino a veder se la bocca verso
scirocco avesse uscita alcuna nel mar Pacifico, ma quelli della nave di Santo
Antonio non volsero aspettar quelli della Concezione, perci che volevan
ritornare in Spagna: e cos fecero, perch la notte seguente presero un
figliuolo del fratello del capitan generale, nominato Alvaro Meschita, e lo
misero in ferri, con li quali lo menarono in Spagna. In questa nave era un
delli giganti presi, il qual, come pervenne al caldo, subito mor. E cos la
notte detta nave di Santo Antonio se ne fugg per via del detto stretto. Le
altre, che erano andate a discoprir l'altra bocca verso garbino, navigando
sempre per detto stretto arrivarono ad un fiume bellissimo, il qual nominarono
delle Sardelle, percioch ve ne trovarono dentro gran quantit, e tardarono
circa quattro giorni aspettando le altre due navi; e in questo mezzo mandarono
un battello molto ad ordine del tutto a discoprir il capo verso l'altro mare,
il qual venne dopo alcuni giorni, e dissero come avevano veduto il capo
dell'altro mare. Il che udito per il capitan generale, fu s grande
l'allegrezza che ebbe che le lagrime gli venivan dagli occhi, e gli parve di
nominarlo capo Desiderato, avendone tanto tempo avuto grandissimo desiderio. E
ritornarono adrieto a ricercar le altre navi, e non trovarono se non quella
della Concezione, e dimandarono ove era l'altra; fu risposto che non sapevan se
ella fusse persa, perch mai non l'avevano veduta dapoi che entrarono nella
bocca, e avendola cerca per tutto lo stretto non l'avevan mai potuta trovare.
Per la qual cosa misero nella sommit di una picciola montagna una bandiera con
lettere, a fin che venendo trovassero la lettera e cognoscessero il viaggio che
loro facevano, e il simil fecero in duoi altri luoghi. Fu posta ancora una
croce in una picciola isola, dove appresso corre un bel fiume, il qual vien da
una montagna altissima carica di neve, e scorre nel mar non molto lontan dal
fiume detto delle Sardella; e trovandosi in detto stretto, che fu del mese di
ottobre, la notte era se non di quattro ore.
Aveva in animo il capitano che non trovando passaggio per questo stretto
all'altro mare, di andar tanto avanti sotto il polo antartico che fosse a gradi
settantacinque, dove, essendo il tempo della sua state, le notte sarian
chiarissime. Questo stretto chiamarono Patagonico, e navigando per quello ogni
tre miglia trovavano un porto sicuro, e acqua eccellente da bevere, legne e
pesci, e l'erba detta appio, la qual si vedeva molto spessa e alta appresso le
fontane. Si pensa che in tutto il mondo non sia il pi bello stretto di questo.
Fu veduta una piacevole caccia di pesci, delli quali ne eran tre sorti, lunghi
un braccio, cio orate, abacore e bonite, le quali seguitavano alcuni pesci che
volavano, nominati colondrini, lunghi un palmo e pi: e sono eccellenti a
mangiare. E quando le tre predette sorti di pesci trovano alcun delli detti
pesci volanti, subito quelli uscivan dell'acqua a volo, e andavan pi d'un
tratto di balestra senza toccar acqua; gli altri veramente gli seguitavano
correndo sotto l'acqua dietro l'ombra di quelli, e non cos tosto cadevan
nell'acqua, che da quelli non fussero subitamente presi e mangiati.
L'altro gigante che tenevan preso nella nave, mostrandogli il pane, che fanno
d'una radice, diceva che si chiamava capar, l'acqua oli, panno rosso cherecai,
color rosso cheiche, color negro aniel, e diceva tutte le parole in gola; e
quando queste parole furono scritte, insieme con molte altre, li nostri lo
domandavano ed esso le intendeva e le portava. Una volta un fece una croce
avanti di lui, e la baci mostrandogliela; e costui subito crid "Setebos", e
li fece segno che se pi facesse la croce, che Setebos gl'intraria nel corpo e
lo faria crepare. Ma nel fin, quando s'ammal, cominci a dimandar la croce, e
l'abbracci e baci molto, e si volse far cristiano avanti che morisse, e fu
chiamato Paolo.


Del mar Pacifico; dell'isole Infortunate, del polo antartico e delle stelle che
vi sono intorno, e come in quel luogo varia l'agucchia del bussolo; dell'isole
dette Cipangu e Sumbdit; del capo detto dagli antichi Cattigara.

Sboccarono di questo stretto nel mar Pacifico alli 28 di novembre 1520, e
navigarono tre mesi e venti giorni senza trovar mai terra, e mangiarono quanto
biscotto avevano, e quando non ne ebber pi mangiavano la polvere di quello, la
qual era piena di vermini, che puzzava grandemente dell'orina di sorzi; bevvero
l'acqua che era diventata gialla e guasta gi molti giorni. Mangiarono appresso
certe pelli con le quali erano ravvolte alcune corde grosse delle navi, e dette
pelli erano durissime per cagion del sole, pioggia e venti, ma essi le
mettevano in molle per quattro o cinque giorni nel mare, e poi le cocevano in
una pignatta e mangiavanle. Ad alcuni crebbero le gengive tanto sopra li denti
che, non potendo masticare, se ne morivan miserabilmente: e per tal cagione
morirono dicennove uomini e il gigante, insieme con uno Indiano della terra del
Bressil, e venticinque o trenta furono tanto ammalati che non si potevano
aiutar delle mani n delle braccia; pochi per furono quelli che non avessero
qualche malattia. E in questi tre mesi e venti giorni fecero quattromila leghe
in un golfo per questo mar Pacifico, il qual ben si pu chiamar Pacifico,
perch in tutto questo tempo senza veder mai terra alcuna, non ebbero n
fortuna di vento n di altra tempesta, e non iscopersero se non due piccole
isole disabitate, ove non viddero altro che uccelli e arbori: e per questo le
chiamarono isole Infortunate, le quali sono lontane l'una dall'altra circa
ducento leghe, appresso li liti delle quali  grandissimo fondo di mare, e vi
si veggono assai pesci tiburoni. La prima di dette isole  lontana
dall'equinoziale verso il polo antartico gradi quindici, l'altra nove. Il
navigar nostro era che ogni giorno si faceva da cinquanta, sessanta in settanta
leghe, e se Iddio per sua misericordia non ne avesse dato buon tempo, era
necessario che in questo cos gran mare tutti morissemo di fame, e puossi
creder per certo che mai pi simil viaggio sia per farsi.
Dopo lo stretto over capo delle Undecimila Vergini del mar Oceano, e l'opposito
che  il capo Desiderato, andando verso l'altro mare, non si trova altro, e
hanno questi duoi capi il polo antartico elevato circa cinquantaduoi gradi.
Il polo antartico non ha stella alcuna della sorte del polo artico, ma si
veggon molte stelle congregate insieme, che sono come due nebule, un poco
separate l'una dall'altra, e un poco oscure nel mezzo. Tra queste ne sono due,
non molto grandi n molto lucenti, che poco si muovono: e quelle due sono il
polo antartico. L'agucchia del nostro bossolo, variandosi un poco, si voltava
sempre verso il polo artico; nondimeno non ha tanta forza come quando ch'ella 
in queste parti del polo artico, ed era necessario di aiutar la detta agucchia
con la calamita, volendo navigar con quella, perci ch'ella non si moveva cos
come fa quando ch'ella  in queste nostre parti. Quando furono al mezzo del
golfo, viddero una croce di cinque stelle chiarissime diritto per ponente, e
sono egualmente lontane l'una dall'altra.
Questi giorni navigarono fra ponente tanto che si approssimarono alla linea
dell'equinoziale, e per longitudine, dal luogo donde prima si eran partiti,
cento e venti gradi. In questo cammino passarono appresso due isole molto alte,
l'una delle quali  venti gradi lontana dal polo antartico, nominata Cipanghu,
l'altra quindeci, nominata Sumbdit. Passata la linea dell'equinoziale,
navigarono tra ponente e maestro, alla quarta di ponente verso maestro, pi di
cento leghe, mutando le vele alla quarta verso garbin, sino a tredici gradi di
sopra l'equinoziale verso il polo artico, con opinione di approssimarsi pi che
fusse possibile al capo detto dagli antichi di Cattigara. Il qual, come
descrivon gli scrittori del mondo, non si truova, ma  verso tramontana pi di
dodici gradi, poco pi o manco, come dapoi intesero.


Come scopersero tre isole, e della natura e costumi di quei popoli. Di una
terra detta Zamal.

Fatte circa settanta leghe del detto viaggio, in dodici gradi sopra
l'equinoziale e gradi 146 di longitudine, come  detto, alli sei di marzo
discoprirono una isola piccola verso maestro, e due altre verso garbino: ma una
era pi alta e maggior dell'altre due, e il capitan generale volse surgere alla
maggiore, per pigliar qualche riposo. Ma non pot farlo, percioch le genti di
queste isole, come viddero le navi nostre, con lor battelli si approssimarono a
quelle, ed entrando dentro rubavano ora una cosa ora un'altra, di modo che li
nostri non si potevan guardare, e volevano che si calasser le vele per condur
le navi a terra. Ma il capitano, adiratosi e smontato in terra con quaranta
uomini armati, abbruci da quaranta in cinquanta case con molti delli lor
battelli, e ammazz sette uomini, e recuper una delle barche delle nostre navi
che avevan rubata, e subito si part seguendo il suo cammino.
Quando li nostri ferivano alcuno delli sopradetti con le freccie, che li
passavano dall'una banda all'altra, si cavavano fuori le saette e con
maraviglia le guardavano, e poco dipoi morivano: la qual cosa ancor che
vedessero, non si sapevano partire, ma seguitando le nostre navi con pi di
cento di loro barchette, sempre accostandosi ad esse e mostrando certi pesci,
fingendo di volerceli dare, gli ritiravano a loro e se ne fuggivano. Ma li
nostri con le vele piene passavano per mezzo li loro battelli, nelli quali
viddero alcune femmine piangere e stracciarsi li capelli: pensiamo che
facessero questo per la morte de' lor mariti.
Questi popoli vivono, s come si pot intendere, secondo che la volont li
guida, non avendo alcuno superiore o principale che gli governi. Vanno nudi;
alcuni di loro hanno barba, e li capelli neri lunghi, li quali legano alla
cintura; portano alcuni cappelli fatti di palma, lunghi come son quelli di
stradiotti. Sono di statura grandi come noi e ben disposti, di colore di ulivo,
ancor che naschino bianchi; hanno li denti rossi e neri, il che reputano bella
cosa. Le femmine vanno ancor loro nude, eccetto che portano davanti le parti
vergognose una scorza che suol nascere dentro dell'arbore della palma, ed 
come una carta sottile; le quali femmine sono belle e delicate, e pi bianche
che non sono gli uomini, e hanno li capelli spessi e negrissimi, lunghi insino
a terra. Non escono di casa ad alcun lavoro, ma dimorano quasi tutto il tempo
in casa, tessendo stuore e reti, che fanno sottilmente di palma, e altre cose
necessarie per la casa. Il lor vivere  di coche, che son frutti, come si dir,
e di batates, delle quali di sopra si  parlato. Oltra di questo hanno assai
uccelli, fichi lunghi un palmo, canne di zucchero, pesci di quella sorte che
abbiamo detto che volano, con molte altre cose. Ungonsi il corpo e li capelli
con olio di coco. Le lor case sono fatte di legnami, coperte di tavole, insieme
con foglie di fico poste di sopra, le quali sono lunghe un braccio. Dette case
hanno la sala con le fenestre e camere, e li letti loro sono forniti di belle
stuore di palma; il lor dormir  sopra foglie di palma, la qual  molto minuta
e molle. Non hanno arme, se non come un fusto over baston lungo, il qual ha nel
capo di sopra un osso per punta. Questi popoli sono molto poveri, ma ingegnosi,
e son ladri, e per fu chiamata dalli nostri l'isola de' Ladri. Vanno con le
lor femmine per mare, dove con ami fatti di osso prendono di detti pesci che
volano. Le lor barche, alcune sono tutte nere, altre bianche e altre rosse.
Hanno da una parte della lor vela un legno grosso appuntato nella sommit,
insieme con un palo che attraversa, che sostien l'acqua per andar pi
sicuramente a vela, la qual  fatta di foglie di palme cucite insieme. Per
timone hanno una certa pala come da forno, con un legno nella sommit, e
possono far quando vogliono della poppa prua e della prua poppa, e navigano
tanto velocemente che paiono delfini che corrino sopra le onde.
Alli X di marzo 1521 smontarono nel far del giorno sopra una terra alta, lontan
XXX leghe dall'isola detta di sopra de' Ladri, la qual si chiama Zamal. Il
giorno seguente il capitan volse andar a smontar sopra un'altra isola, la qual
 disabitata, per star pi commodamente e anco far acqua, dove fece distender
duoi padiglioni per mettervi gli ammalati, e fece amazzar un porco. E alli
XVIII di marzo, dapoi che ebber desinato, viddero venir verso di loro una barca
dove erano nove uomini, per il che il capitano ordin che alcuno non si movesse
n parlasse senza sua licenza. Quando li detti furono giunti a terra, subito il
principal di loro se ne venne verso il capitan generale, mostrandosi allegro
per la sua venuta, e cinque di detti, che parevano li pi onorevoli, restarono
con loro, e gli altri andarono a chiamar altri uomini per pescare. E cos
vennero molti di loro a veder il capitano, il qual cognobbe che erano uomini
molto umani e pieni di ragione, e fece dar loro da bevere e da mangiare,
donandogli berrette rosse, specchi, pettini, sonagli e altre cose simili; li
quali, come viddero la cortesia del capitano, gli appresentarono pesci grandi,
e un vaso pien di vino di palma, e fichi pi lunghi d'un palmo, e altri frutti
minori ma saporiti, e duoi frutti di coche, che pi allora non ne avevano,
faccendo segno con le mani che fra quattro giorni portariano risi, coche e
molte altre cose.


Come facciano il vino delle palme, e della grande utilit delle coche, che sono
frutti di detto arbore. Dell'isole Zuluam e Humunu, qual dipoi chiamarono
arcipelago di San Lazzaro, e della conversazione di quelle genti.

Coche sono frutti di palme, e s come noi abbiamo pane, vino, olio e aceto,
cos in questo paese cavano tutte queste cose di questo arbore. E fanno vino in
questa maniera: tagliano un ramo grosso della palma, e appiccano a quello una
canna grossa come una gamba, e in quella distilla del detto arbore un liquore
dolce come mosto bianco, il quale  ancora un poco brusco; e mettono la canna
la sera per la mattina, e la mattina per la sera. Questa palma fa un frutto che
si chiama coco, il qual  grande come la testa d'uno uomo e pi, e la prima
scorza  verde e grossa pi di due dita, tra la quale si trovano certi fili,
delli quali ne fanno corde, e con esse legano le barche. Sotto di questa  una
molto pi grossa, la quale abbruciano, e ne fanno polvere che  buona per
alcune lor medicine. Sotto di questa  come una midolla bianca spessa, grossa
un dito, la qual mangiano fresca con la carne e pesce come facciamo noi il
pane, e ha sapor di mandorla, e ancora la seccano e ne fanno pane. Nel mezzo di
questa midolla  una acqua dolce, chiara e molto cordiale: questa acqua si
congela e si fa come una balla, e la chiamano coco, e se ne vogliono far olio
la lasciano putrefare nell'acqua e la fanno bollire, e diventa olio simile al
butiro. Quando voglion far aceto, lasciano putrefare l'acqua solamente, e poi
la mettono al sole, e diventa aceto come di vin bianco. E quando mescolano la
midolla con l'acqua che  in mezzo, e poi la colano con un panno, fatto latte
come di capra. Queste palme sono simili a quelle che fanno i dattili, ma non
sono cos nodose. Con due di queste palme tutta una famiglia di dieci persone
si pu mantenere, usando otto giorni di una e otto giorni dell'altra per vino,
perch faccendo altrimenti elle si seccariano. Questi tali arbori sogliono
durar cento anni.
Queste genti presero gran familiarit con li nostri, e dicevano come si
chiamavono molte cose, e il nome di alcune isole le quali si vedevano da quel
luogo. La loro isola si chiama Zuluan, la qual non  molto grande. Li nostri
presero gran piacere della conversazione di questi tali popoli, perch son
molto domestici, e per far maggior onor al nostro capitano, l'invitarono ad
andar nelle lor barche, in alcune delle quali erano loro mercanzie, cio
garofani, cannelle, pepe, gengevo, noci moscate, macis, oro fatto in diverse
cose, le quali conducono di qua e di l con le lor navi. Il nostro capitano gli
fece venir similmente nelle nostre navi, dove, mostratogli ogni cosa, fece
scaricar una bombarda, della qual ebbero tanta paura che volevano buttarsi
fuora di nave. Ma li nostri li acquetarono faccendo segno di volerli donar
delle cose nostre, e cos fecero, e poi quando volsero presero licenza
graziosamente, dicendo che ritornariano come avevano loro promesso. Questa
isola dove il capitano si trovava, come abbiamo detto di sopra, che 
disabitata, si chiamava Humunu, la qual ha due fonti di acqua chiarissima, e
oro, e all'incontro coralli bianchi in quantit, e molti arbori che avean certi
frutti minori che mandorle: li nostri la chiamarono l'isola di Boni Segni;
eranvi palme e altri arbori senza frutti. Intorno a questa si truovano molte
isole, e per questa causa parve lor di chiamar questo luogo l'arcipelago di San
Lazaro: ed  dieci gradi sopra l'equinoziale verso il nostro polo, e CLXI gradi
lontani dal luogo donde partimmo.


Come nell'isole qui vicine dicono esser uomini ch'hanno l'orecchie s grandi
che con quelle si coprono le braccia. Dell'isole Cenalo, Huinangan, Hibusson e
Abarien. Della umanit del re di quel paese. Dell'isole Buchuan e Calegan, ove
nasce l'oro in gran quantit.

Alli XXII di marzo nel luogo sopradetto vennero due barche piene di queste
genti, come avean promesso, con coche, naranci dolci, e con un vaso di vino di
palma, e un gallo per mostrar che avevano galline: e li nostri presero in dono
queste tali cose. Il lor signore era molto vecchio, e andava nudo, col corpo
tutto dipinto, e aveva duoi anelli d'oro appiccati alle orecchie, e molte gioie
ligate in oro alle braccia, e intorno alla testa aveva come un fazzuol di lino.
Stettero con li nostri da otto giorni insieme, con li quali il nostro capitano
smontava spesso in terra, e visitava li nostri malati, che erano sotto li
padiglioni, e ogni giorno faceva dar a ciascuno di loro dell'acqua delle coche,
con quella midolla che par mandorle, la qual dava loro gran conforto. In queste
isole vicine intesero dire che si trovavano uomini con le orecchie tanto grandi
che si coprivano le braccia con quelle. Questi popoli sono cafri, cio gentili;
vanno nudi, eccetto che portano una tela sottile, che fanno della scorza d'un
arbore, avanti le parti vergognose. Li principali hanno una tela di seta
lavorata ad ago sopra la testa. Sono di color di ulivo, grassi molto, e si
dipingono tutto il corpo, ungendoselo appresso con olio, per cagione del sole e
del vento. Portano li capelli lunghi fino alla cintura. Hanno pugnali, coltelli
e lancie con fornimenti d'oro; fanno ancor reti da pescare, e barche come sono
le nostre.
Il capitano alli XXV di marzo si part, e drizz il suo cammino tra ponente e
garbino, fra quatro isole nominate Cenalo, Huinanghan, Hibusson e Abarien. Alli
XXVIII di marzo viddero un fuoco in una isola, e una barca piccola con otto
uomini dentro, la qual si approssim alla nave del capitano. E avendo il detto
menato seco una schiava avuta nelli tempi passati dall'isola di Sumatra, la
qual gli antichi chiamarono Taprobana, costei and a parlar con gli uomini
della detta barca, li quali subito la intesero e immediate s'accostarono alla
nave, ma non vi volsero entrar dentro. Il capitano, vedendo che non si fidavan
di lui, fece metter sopra un legno lungo una berretta rossa e altre cose, e
gliele mostr, le quali costoro presono, e subito si partirono per andar a
darne nuova al suo re. E di l a due ore viddero venir due barche grandi piene
d'uomini: il re era nella maggiore, sedendo sopra una sedia coperta d'una
stuora. Quando vennero appresso la nave del capitano, la sopradetta schiava
parl e il re la intese (in questo paese  costume che li re sappiano assai
linguaggi), il qual subito ordin che alcuni de' suoi entrassero nella nave, ed
esso rest nella barca, la qual fece scostar alquanto dalla nostra. A questi
suoi, come vennero ove era il capitano, fu fatto grande onore, e furono
presentati. Per la qual cosa il re volse donar al capitano un baston d'oro
grosso e un vaso pieno di gengevo; il capitano non lo volse accettare, ma lo
ringrazi grandemente. Fatta questa tal familiarit, le nostre navi si
drizzarono verso dove era l'abitazion del re.
Il giorno seguente il capitan mand in un battello la schiava, la qual era
interprete, verso terra, a dire al re, se egli avea alcuna cosa da mangiare,
che gli piacesse di mandarne alla nave, che saria del tutto integramente
satisfatto, perch come amici e non nimici erano venuti a questa isola. Il re
medesimo, con otto uomini in sua compagnia, venne col detto battello alla nave,
e abbracci il capitan generale, e dettegli tre vasi grandi di porcellana,
coperti di foglie di palme, pieni di risi crudi, e duoi pesci, cio orate
grandi, e altre cose. Il capitano a rincontro don al re una vesta di panno
rosso, una di giallo, fatte alla turchesca, e una berretta rossa, e alli suoi
uomini alcuni coltelli e specchi; e dapoi fece portar una collazione,
faccendogli dir per la schiava che voleva esser come suo fratello. Il qual gli
rispose che il simil ancor egli desiderava. Dapoi il capitano gli fece mostrar
panni di diversi colori, tele, coltelli e molte altre mercanzie, e tutta
l'artiglieria, facendone scaricar alcuni pezzi, li quali gli spaventarono
grandemente. Poi fece armar un uomo da capo a piedi, e fece che tre uomini con
le spade nude lo ferisseno, e non gli faccendo alcun male, il re rimase
stupefatto, e disse alla schiava che uno di questi uomini era potente contra
cento delli suoi; la qual conferm che era il vero, e che in ciascuna nave ve
ne erano ducento, che si potevano armar di quella sorte, faccendogli veder
corazze, spade, targhe. E poi lo condusse sopra il castello della nave, dove
gli fece portar la carta da navigare e il bussolo con la calamita, e il
capitano gli disse, per via dell'interprete, come avevano trovato lo stretto
per via di questa calamita, e quanti giorni erano stati senza veder terra: e il
re se ne maravigliava fuor di misura. Poi, togliendo licenza il re, piacque al
capitano di mandar duoi uomini con lui, l'un delli quali fu Antonio Pigafetta.
Quando furono giunti in terra, il re lev le mani verso il cielo e poi le volt
verso li duoi prefati, i quali fecero il simile, e il medesimo fecero tutti gli
altri. Il re prese il prefato Antonio per la mano, e un suo uomo principale
prese il suo compagno, e li condussero sotto un luogo coperto di paglia, ove
era una barca tirata in terra, presa da alcuni suoi nimici, lunga ottanta
palmi; e sedettero sopra la poppa di quella, parlando insieme per cenni. Tutti
quelli del re stavano in piedi intorno a lui, con spade, pugnali, lance e
targhe. Quivi fu portato un piatto pieno di carne di porco, e un gran vaso di
vino, e ne bevevan ciascuna volta una tazza, e il restante del vino stava
sempre coperto appresso del re, ancor che fosse in picciola quantit. Non ne
beveva alcuno salvo che il re, e avanti che il detto prendesse la tazza per
bevere, levava le mani giunte verso il cielo, e le voltava poi verso questi
duoi nostri quando voleva bevere, e distendeva la man sinistra verso il detto
Antonio, come se lo volesse battere, dapoi bevea; il detto Antonio faceva il
simile, e tal segno fanno ciascun l'un verso l'altro, e con gran cerimonie e
domestighezza mangiarono carne il venere santo.
Donarono molte cose che aveano portato da parte del capitano al re, e Antonio
scriveva molte cose come loro le chiamano, e quando il re e li suoi il viddero
scrivere, e che sapeva dapoi nominare le lor cose, se maravigliavano
grandemente. E quando fu venuta l'ora di cena, furono portati alcuni piatti
grandissimi di porcellana pieni di risi, e altri piatti di carne di porco con
il suo brodo, e cenarono con li medesimi cenni e cerimonie. Poi si aviarono
dove era il palazzo del re, il qual era fatto come  un tetto dove si tien il
fieno, coperto di foglie di fico e di palme, ed era edificato sopra legni alti
levati da terra, ove  necessario montar con scalini. Quivi lo fecero seder con
le gambe incrociate, s come sedeno li sartori, e di l a mezza ora fu portato
un pesce arrosto, e gengevo fresco colto allora, e del vino; e il figliuol
maggior del re, il qual si chiama il principe, venne ove erano costoro, e il re
gli disse che sedesse appresso di loro, e cos fece. Furono dapoi portati duoi
piatti, l'uno di pesce col brodo e l'altro di risi, accioch mangiassero col
principe: dove tanto fu mangiato e bevuto che erano imbriachi. Costoro usano
per far lume di notte una gomma d'un arbore, la qual gomma si chiama anima,
ravolta in foglie di palma. Il re fece cenno che voleva andar a dormire, e
lasci con li nostri il principe, col qual dormirono sopra una stuora di canne,
con alcuni cussini di foglie. Il principe subito fatto giorno si part, ma,
come furono levati li nostri, li venne a trovare un fratel del detto, e gli
accompagn fino ad una isola ove era il capitano, il quale lo ritenne a desinar
seco, e a lui e a tutti li suoi fece assai presenti.
In quella isola ove il re venne a veder la nave delli nostri, si trovavano gran
pezzi d'oro, come sariano noci over uova, crivellando la terra. Tutti li vasi
del re sono d'oro, e tutta la sua casa  molto ordinata. Fra tutte queste genti
non viddero il pi bell'uomo del re: ha li capelli lunghi fino sopra le spalle,
molto neri, con un velo di seta sopra la testa; alle orecchie vi tiene
appiccati duoi grandi anelli d'oro e grossi. Porta un panno di cottone lavorato
di seta, il qual cuopre cominciando dalla cintura fino alle ginocchia; da un
lato ha un pugnale col manico d'oro lungo, e il fodro  di legno lavorato. In
ciascun dito ha tre come anelli d'oro; ungesi con olio di storace e benzuin, ed
 di color olivastro, ma dipinto tutto il corpo. Queste isole si chiamano
Buthuan e Caleghan. Quando questi duoi fratelli figliuoli del re, che ancor
loro si fanno chiamar re, si vogliono veder insieme, vengono in questa isola in
casa sua: il maggior si chiama raia Colambu, il secondo raia Siagu.


Come li duoi re di quei paesi fratelli andarono col capitano ad udir messa, e
nella sommit d'una montagna piantorono una croce. Dei porti Zeilon, Zubut e
Caleghan.
Della qualit e vestir di quegli uomini. Del frutto detto areca; della foglia
dell'arbore bettre.
Dell'isola detta Massana, e degli animali e frutti di quella.

All'ultimo di marzo, appresso Pasqua, il capitan generale fece metter a ordine
un prete per far dir messa, e per un suo certo interprete fece dir al re che
egli non smontava gi in terra per voler andare a desinar seco, ma solamente
per voler far dir messa. La qual cosa come ud il re, subito gli mand duoi
porci morti. E quando fu l'ora del dir la messa, smontarono in terra circa
cinquanta uomini senza arme, meglio vestiti che poterono, e gli altri erano
armati; e avanti che li battelli giugnessero in terra, fecero scaricar sei
colpi di bombarda in segno di pace, poi saltarono in terra. E questi duoi
fratelli re abbracciarono il capitan generale, e andarono in ordinanza fino
dove era preparato da dir la messa, non troppo lontano dalla riva, e avanti che
si cominciasse a dir la messa, il capitano volse sprucciar il corpo alli detti
duoi re con acqua muschiata. Quando si fu a mezza messa, che si va ad offerir,
li re volsero ancor loro andare a baciar la croce come facevano li nostri, ma
non offerirono cosa alcuna, e quando si cominci a levar il corpo di Cristo, li
prefati stettero in ginocchioni adorandolo con le mani giunte. Nel qual tempo,
fatto segno per li nostri con un schioppo, fu scaricata l'artigliaria delle
navi. Alcuni de' nostri si communicarono.
Finita la messa, il capitano fece far combattere delli nostri armati con le
spade nude, nel veder del quale li re ebbero grandissimo piacere. Dapoi il
capitano fece portar una croce, con li chiodi e la corona di spine, e subito
ordin che tutti li facessero gran riverenza, faccendo lor intender, per via
dell'interprete, che questa bandiera gli era stata data dall'imperador suo
signore, e per ci ovunque andavano mettevan questo segnale. Il qual ancora
volevano metter in quel luogo per sua utilit e profitto, acci che se venisse
alcuna nave de cristiani, vedendo questa croce sappino che li nostri son stati
l, e per questo si astenghino di far alcun dispiacere n a loro n alle robbe
loro; e se fussero fatti prigioni, come li fusse mostrata questa croce, subito
li lasciariano andar liberamente; e che bisognava mettere questa croce nella
sommit della pi alta montagna che vi fusse, acci che la potessino veder ogni
giorno e da ogni canto, e che l'adorassino, perci che, faccendo questo, n
tuoni n fulgori n tempesta potria lor nocer in cosa alcuna. Udito questo
parlar dalli re, ringraziarono grandemente il capitano, e dissero che
eseguiriano molto volentieri tutte queste cose. Il capitano fece lor dimandar
se erano mori o gentili, e in che credevano. Risposero che non adoravano
altramente se non che, levando le mani giunte e la faccia verso il cielo,
nominavano il lor Iddio Abba: della qual risposta il capitano ebbe gran
piacere, il che veduto dal primo re, subito quello lev le mani verso il cielo.
Gli domandarono poi perch avevano cos poco da mangiare; risposero che quivi
non era la lor ferma abitazione, n vi veniva se non quando voleva vedersi con
suo fratello, ma che la sua stanza era in un'altra isola, dove aveva tutta la
sua famiglia. Gli disse appresso come aveva assai nimici, verso li quali,
quando volessero, potriano ben andar con le navi per soggiogarli, il che
faccendo gli restaria obligatissimo; e che detti suoi nimici erano in due
isole, ma che allora non era tempo di dovervi andare. Il capitano li fece dire
che se Iddio li facesse grazia di tornar un'altra volta in queste parti, che
menaria seco tante genti che sottometteria tutti li suoi nimici; e che allora
voleva andar a disnare, e che dapoi ritornaria a far metter la croce sopra la
sommit della montagna. Risposero che erano contenti, per il che li nostri
scaricarono tutti li loro schioppi, e il capitano, abbracciato che ebbe tutti
duoi li re e altri principali, prese licenza.
Dopo che ebbe desinato, il capitano ritorn con li suoi, e insieme con li duoi
re andarono nel mezzo della sommit della pi alta montagna che si trovasse
nell'isola, e quivi misero la croce; e il capitano fece dir loro che al
presente erano suoi cari amici, perch la croce era in quel luogo, e che per
questo se ne potevan grandemente rallegrare. Dapoi gli dimand che porto era in
quelle bande, dove potessero trovar vettovaglie. Risposero che ve n'erano tre,
cio Zeilon, Zubut e Calaghan, ma che Zubut era migliore e dov'era miglior
traffico, offerendosi di dargli pilotti che gl'insegnariano la via. Il capitano
gli ringrazi e deliber d'andarvi, il che fu con gran disaventura. Posta la
croce e ciascun ingenocchiatosi, e detto un Paternostro e Ave Maria,
l'adorarono, e il simile fecero li re; dipoi discesero nella pianura, dove
viddero assai campi lavorati, prendendo la via ov'era la sua barca. Li re
fecero portare alcune coche per rinfrescarsi, e il capitano gli domand
pilotti, perci che si voleva partir la mattina seguente, e che per lor sicurt
lascieria uno de' nostri. Essi fecero risponder che a tutte l'ore ad ogni suo
voler sariano preparati. Ma partiti di l e andati ciascuno a dormire, il primo
re si mut d'oppenione, e la mattina, volendo partir il capitano, detto re gli
mand a dire che per amor suo volesse aspettare ancor duoi giorni, fino a tanto
che avessero raccolto li risi e alcune altre picciole cose, e che lo pregava
che gli mandasse qualcun de' suoi uomini per aiutargli, acci che pi presto si
potessero espedire, e che esso medesimo saria il pilotto. Il capitano mand
alcuni uomini al re, ma giunti a quello si misero a mangiare e bevere, tanto
che dormirono tutto quel giorno, e dapoi essendo dimandati alcuni, si
escusarono dicendo che erano ammalati, per il che nel detto giorno li nostri
non fecero cosa alcuna, ma il giorno seguente si affaticarono molto nel coglier
detti risi.
Uno di queste tali genti se ne venne alle navi, e port una scodella piena di
risi, con otto over dieci fichi legati insieme, per cambiar con un coltello, il
qual non poteva valer tre denari. Il capitano, vedendo che costui non voleva
altro che il coltello, lo fece venir a s e gli fece mostrar alcune altre cose,
invitandolo se voleva cambiare, e cav della sua borsa un real, che  una
moneta d'argento che val dodici soldi, i quali voleva dar per quelle sue robbe:
ed esso non volse. Poi gli mostr un ducato, e manco questo volse accettare, e
all'ultimo gli mostr un ducato doppione: costui non volse mai altra cosa che
il coltello, il qual liberamente gli fece donare. Dipoi, uno de' nostri andando
a prender acqua in terra, un di costoro gli volse donar una corona fatta a
punte d'oro, massiccia come una collana, per sei filze di paternostri
cristallini: ma il capitano non volse che si facessero pi simil baratti, affin
che in questo principio pensassero che si faceva maggior istimazione delle
nostre mercanzie che dell'oro di quelli.
Questi popoli sono molto agili e gagliardi; vanno nudi, si dipingono tutto il
corpo, portano, come  detto, coperte le parti vergognose d'una tela, della
quale disopra facemmo menzione. Le femmine sono vestite dalla cintura in giuso,
e portano li capelli, li quali sono neri, lunghi fino in terra; hanno ancora le
orecchie bucate, e postovi dentro oro fatto in diversi lavori. Queste genti
masticano quasi sempre un frutto che chiamano areca, il qual  alla
similitudine d'un pero, e lo tagliano in quattro pezzi, e poi ne inviluppano
ciascuna parte nella foglia d'un arbore che  chiamato bettre, le quali foglie
sono simili a quelle del lauro, e messoselo in bocca, dipoi che hanno ben
masticato lo buttano fuori, il qual gli lascia la bocca molto rossa. Tutte
queste genti usano questo frutto per rinfrescarsi il cuore, e se si astenessero
moririano. In questa isola chiamata Messana si trovano cani, gatti, porci,
galline, capre, risi, gengevo, coche, fichi, naranci, miglio, panico, orzo,
cera e oro in quantit.  sopra l'equinoziale verso il nostro polo gradi 9 e
duoi terzi, e 162 gradi dal luogo donde partimmo.


Di Zeilon, Bohol, Canghu, Barbai e Catigan isole. De' pipistrelli che sono in
Catighan, grandi come aquile e buoni al gusto come galline. Di Polo, Ticobon e
Pozon isole. Dell'ambasciata che 'l capitano mand a fare al re di Zubut, e la
risposta fattali per detto re.

In questa isola Messana dimorarono otto giorni, poi voltarono il viaggio verso
il vento di maestro, e passarono fra cinque isole, cio Zeilon, Bohol, Canghu,
Barbai, Catighan. In questa isola di Catighan si trovano pipistrelli grandi
come aquile, delli quali ne presero uno, e come intesero che eran buoni da
mangiare lo mangiarono, ed era al gusto come una gallina. Trovanvisi ancora
colombi, tortore, pappagalli, e certi uccelli grandi come galline, li quali
hanno certi corni, e le vuova loro sono grandi come quelle dell'oca; e detti
uccelli le mettono un braccio sotto l'arena per farle nascere, e la terra per
virt del sole gli fa nascere, e come sono nate escono fuori dell'arena. Queste
uova sono molto buone da mangiare.
Dall'isola sopradetta di Messana a Catighan sono 20 leghe, andando alla volta
verso ponente. Il re di Messana non pot seguir le tre navi, per fu necessario
di aspettarlo appresso tre isole, cio Polo, Ticobon e Pozon; il qual, avendo
veduto il presto navigare de' nostri, se ne maravigli grandemente, e il
capitano grande lo fece entrar nella nostra nave con alcuni de' suoi
principali, della qual cosa ebbe gran piacere. E cos andarono verso Zubut, che
 lontan dall'isola di Cathigan circa cinquanta leghe.
Ad 7 d'aprile ad ora di mezzogiorno entrarono nel porto di Zubut e, passando
appresso molte ville e abitazioni fatte sopra arbori, si approssimarono alla
citt, dove il capitano comand che le navi se gli approssimassero, calando le
vele e mettendosi ad ordine come se volessero combattere, faccendo scaricare
tutta l'artiglieria, della qual cosa tutto il popolo ebbe grandissima paura.
Dipoi il capitano mand un suo ambasciadore con l'interprete al re di Zubut.
Quando giunsero alla citt, trovarono insieme col re assai uomini, tutti
spaventati dal rumore dell'artiglieria. L'interprete fece loro intendere ch'era
cos costume delli nostri, i quali, come entravano in simil luoghi, in segno
d'amicizia e per onorare il re della citt discaricavan le bombarde. Il re con
tutti li suoi per queste parole si assicurarono; poi li nostri dissero come il
lor signore era capitano delle navi del maggior re del mondo, e che andavano a
scoprir l'isole Molucche, e avendo inteso dal re di Messana il buon nome e fama
sua, gli era paruto di venirlo a visitare, e appresso per aver vettovaglie in
cambio di sue mercanzie. Il re rispose che fussero i ben venuti, e che era in
quel luogo un costume, che tutte le navi che entravano in quel porto pagavano
tributo, e che non erano troppo giorni che una nave carica d'oro e di schiavi
l'avea pagato: e in segno di questo gli fece venir avanti alcuni mercatanti, di
quelli che erano restati l a far loro faccende d'oro e di schiavi. Alle quali
parole l'interprete disse come il suo signore, percioch era capitano di s
gran re, non pagava tributo ad alcun signor del mondo, e che se voleva pace che
l'averia, e se guerra averia guerra. Allora un di quelli mercatanti, il qual
era moro, disse al re: "Catacaia chita", cio: "Guarda, signor, che questi sono
quelli che hanno acquistato Calicut, Malacha e tutta l'India maggiore; chi fa
lor bene ha bene, e chi mal male, e peggio ancora che non hanno fatto a Calicut
e Malacha". L'interprete, udite queste parole, disse che 'l re suo signore era
pi potente di gente e di navi che il re di Portogallo, ed era re di Spagna e
imperador di tutta la cristianit, e se non vorr esser suo amico, che gli
mander un'altra volta tante genti contra che lo distrugger. Il Moro raccont
tutte queste parole al re, il quale allora disse che si consigliava con li
suoi, e il giorno seguente gli risponderia. Poi fece portar una collazione di
molte vivande, tutte poste in vasi di porcellana, con molti vasi di vino; e
fornita la collazione li nostri se ne ritornarono, e referirono il tutto al re
di Messana, ch'era un delli primi appresso questo re, e signor di molte isole,
il qual volse smontar in terra e, andato al re di Zubut, gli narr la gran
cortesia ch'era in questo capitan generale.


Come il capitano and a trovare il re di Zubut, come contrassero amicizia
insieme, e de' presenti si fecero l'un l'altro; e con quanta attenzione quelli
che dipoi furono mandati dal re al capitano stavano ad udir parlar esso
capitano delle cose della fede.

Un luned mattina il messo del capitano con l'interprete se n'andarono a Zubut
a trovar il re, il qual viddero venir in piazza accompagnato da molti suoi
principali: e veduti li nostri se gli fece seder appresso, e poi gli dimand
s'era pi d'un capitano in questa compagnia, e se volevano che esso pagasse
tributo all'imperadore. Li nostri referirono che non volevano altro, salvo che
far mercanzia con essi, cio barattar delle lor robbe con le loro, n altra
cosa. A questo rispose il re ch'era contento, e che se 'l nostro capitano gli
voleva esser amico, che gli manderia un poco di sangue del suo braccio dritto,
e il simil faria ancor esso in segno d'amicizia: gli dissero che cos faria.
Dipoi il re disse che tutti li capitani che vengono in quel luogo si deono far
presenti l'un con l'altro, e che il nostro capitano over esso doveva
cominciare. Il nostro interprete gli rispose che dapoi che gli pareva voler
conservar questa usanza, che esso dovesse cominciare: il qual cos fece.
Il marted seguente il re di Messana, col Moro detto di sopra, se ne venne alle
navi e salut il capitano da parte del re, dicendogli che 'l detto faceva
metter insieme pi vettovaglie che gli era possibile per fargli un presente; e
dopo desinare mand un suo nepote, con tre uomini de' principali, per far
questa amicizia. Il capitano fece armar uno de' suoi con tutte l'armi, e gli
fece dir che tutti quelli che combattevano erano di quella sorte: il Moro fu
molto spaventato a veder questo. Il capitano gli fece dir che non si
spaventasse, perch le nostre armi sono piacevoli verso gli amici e aspre
contra gli nimici, e destruggono tutti gli adversarii e nimici della nostra
fede: e questo fece acci che 'l Moro, il qual mostrava esser pi astuto degli
altri, lo dicesse al re.
Dopo desinar il nepote del re, il qual  il principe, venne col re di Messana,
il Moro e un loro proposto maggiore, con altri otto uomini principali, per far
l'amicizia col capitano, e sedette in una sedia coperta di velluto rosso; gli
altri principali sopra alcune altre sedie, e altri sopra alcune stuore. E il
capitano gli fece dimandar s'era di loro costume di parlare in publico o in
secreto, e se questo principe col re di Messana aveano auttorit di far la pace
e amicizia. Dipoi il capitano disse molte cose circa questa pace, e pregava
Iddio che la confermasse in cielo; costoro dissero che mai pi aveano udito
simil parole, e che avean gran piacere in udirle. Il capitano, vedendo che
volontieri l'ascoltavano, cominci a dir loro molte cose pertinenti alla fede
nostra; poi dimand loro chi succedeva nella signoria dopo la morte del re.
Risposero che 'l re non aveva figliuoli maschi, ma tutte femmine, e che questo
suo nepote avea tolta per moglie la figliuola sua maggiore, e per questo si
chiamava principe; e quando il padre e la madre sono vecchi non gli onorano
pi, ma li giovani sono quelli che comandano. Il capitano gli disse che Iddio
avea fatto il cielo e la terra e il mare e qualunque altra cosa, e che avea
comandato che si dovesse onorar il padre e la madre, e chi altramente facesse
saria condannato al fuoco eterno. Gli disse poi come tutti noi eravamo discesi
da Adam ed Eva, nostri primi parenti, e come l'anima nostra era immortale, e
molte altre cose pertinenti alla fede. Le quali avendo li prefati udite con
grandissima attenzione, furono molto allegri, e lo pregarono che dovesse
lasciar duoi uomini, over almanco uno, il quale insegnasse la fede, e che gli
fariano grandissimo onore. Rispose il capitano che per allora non poteva
lasciar loro alcun uomo, ma che, se volevan farsi cristiani, un de' lor preti
gli battezzaria, e che un'altra volta menariano preti e altri, che insegnariano
loro la nostra fede. Dissero che prima volevano andar a parlar al re, e poi
diventariano cristiani: ed era tanto il piacere che aveano, che se gli vedevan
cader le lagrime dagli occhi. Il capitano gli ammon che non si dovessero far
cristiani per paura n per compiacergli, ma di loro propria volont, e che non
fusse fatto alcun dispiacere agli altri che volessero viver secondo la lor
legge, ma che, se essi saranno cristiani, si sforzeranno di esser veduti
migliori e pi pieni di carit. Tutti allora ad una voce gridarono che non si
facevano cristiani per paura alcuna n per compiacergli, ma per la loro propria
volont. Gli fu poi detto che, diventati che fussero cristiani, volea loro
lasciare una delle nostre armadure, perch cos gli era stato ordinato
dall'imperadore, e che non potriano impacciarsi per l'avenire pi con femmine
che fussero de' gentili, senza far grandissimo peccato; e oltra di questo gli
assicurava che non gli appaririano pi demonii, come facevano al presente.
Risposero che piacevano tanto loro queste parole che udivano, che non sapevano
che rispondergli, e per questo si rimettevano nelle sue mani, e che 'l capitano
disponesse di loro come de suoi fratelli e servitori. Allora il capitano gli
abbracci, e presa una delle mani del principe e una del re di Messana, e
messala in mezzo delle sue, disse loro che, per la fede che doveva a Dio e
all'imperador suo signore, prometteva e dava loro la pace perpetua col detto
suo signore re di Spagna. Gli risposero che ancor essi similmente gliela
promettevano e davano. Fatta che fu detta pace, subito il capitano fece portar
una bella collazione, e gli fece bever tutti.
Dopo il principe e il re di Messana presentarono al capitano, da parte del lor
re, certe misure di risi, porci, capre, galline, e dissero che li perdonasse
perch questi presenti erano piccoli a donar ad un tal uomo come esso era. Il
capitano don al principe un drappo bianco di tela sottilissima, una berretta
rossa, e alcune filze di cristallini, e un vaso di vetro dorato: il vetro  in
grandissima istimazione in questi luoghi. Al re di Messana non don alcun
presente, perch gi per avanti gli avea dato una vesta, di quella sorte che si
portano di Cambaia in Portogallo, con altre cose. A tutti gli altri don a chi
una cosa a chi un'altra, e poi mand per Antonio Pigafetta e un altro suo a
donar al re di Zubut una vesta di seta gialla e pavonazza fatta alla turchesca,
una berretta rossa e alcune filze di cristallini: e posero tutte queste cose in
un piatto d'argento, e appresso con le lor mani portarono ancora duoi vasi di
vetro dorati. Quando furono giunti nella citt, trovarono il re nel suo palazzo
con molti uomini, il qual sedeva in terra sopra una stuora tessuta di palma
molto sottilmente, e avea solamente un drappo di tela di cottone intorno le
parti vergognose, e in capo un velo lavorato ad ago, una catena al collo di
grandissimo prezio, e duoi anelli d'oro alle orecchie con molte pietre preziose
sopra. Detto re era di statura piccolo, ma forte grasso, e avea il resto del
corpo dipinto in diverse maniere col fuoco. Mangiava allora in terra, come 
detto, sopra una stuora di palma, e avanti gli erano posti in duoi vaselli di
porcellana vuova cotte, e appresso avea quattro vasi di porcellana pieni di
vino fatto di palme, i quali erano coperti con molte erbe odorifere, con
quattro canne, cio in ciascuno vaso una, con le quali il prefatto re bevea.
Fattagli la riverenza debita, l'interprete gli disse ch'el suo signore il
capitano lo ringraziava grandemente del suo presente, e che gli mandava questo
non all'incontro del suo, ma per il grande amor che gli portava: e subito
fattolo levar su, lo vestirono, misongli in capo la berretta, e baciato un de'
detti vasi di vetro glielo presentarono; egli faccendo il simile lo accett, e
cos le altre cose. Poi il re volse che Antonio Pigafetta sedesse al
dirimpetto, e mangiasse di detti vuovi e bevesse con le canne. Il principe e
gli altri ch'erano stati a concluder la pace col capitano, esortarono il re a
volersi far cristiano, il qual voleva tener li nostri a cena seco, ma essi gli
dissero che non potevano, e presero licenzia: e il principe li men a casa sua,
dove avea quattro figliuole molto belle e bianche come sono le nostre, le quali
fece che ballarono in presenzia delli nostri, essendo tutte nude, e sonavano
con certi cembali fatti di metallo; poi volse che li nostri, fatta collazione,
ritornassero alle navi.


D'alcuni uccelli che sono inghiottiti vivi dalla balena, i quali le mangiano il
cuor, onde ella ne muore, ed essi sono trovati vivi nel corpo della balena.
Come il re di Zubut e li re di Messana e le regine furono batizzati con circa
800 anime, e dipoi tutta l'isola di Zubut.

Il mercoled da mattina uno delli nostri in nave manc di questa vita, e per
questa cagione Antonio Pigafetta con l'interprete andarono a dimandare al re
dove potessero sepelirlo. E trovato il re con molti de' suoi uomini, e dettagli
la cagione, avendogli prima fatta riverenzia, il re gli rispose che essi e
tutti li suoi erano vassalli del loro signore, quanto maggiormente debbe esser
la terra. Poi gli fu detto da' nostri che per far questo volevan consecrar un
luogo e mettervi una croce; dissero che erano molto contenti, e che appresso la
volevano adorare come facevamo noi. Veduta questa loro prontezza, consecrarono
un luogo appresso la lor piazza, dove posero la croce: e verso il tardi
portarono il morto, dove lo sepelirono. Dapoi portarono in terra dalle navi
molte cose per barattare, e misonle in una casa, la qual  fatta per questo
effetto e affittasi per il re, e restarono in quella quattro delli nostri per
far questi baratti.
Queste genti vivono con giustizia, hanno pesi, misure, e amano sopra ogni altra
cosa la pace e la quiete. Hanno bilancie di legno, che hanno un cordone nel
mezzo col qual si tengono, e da una banda  il piombo, e sono assai simili alle
nostre. Hanno appresso alcune misure grandi senza fondo, le quali mettono
secondo che  quello che vogliono misurare. Le case loro sono di legno, e
serrate di tavole e di canne, sopra grossi pali alzati da terra: sopra le quali
volendo andare,  necessario di montar con alcuni scalini, dove si trovano
camere come sono le nostre; di sotto le loro case tengono porci, capre e
galline. Intesero li nostri da quelle genti che si truovano in questi paesi
alcuni uccelli grandi e simili alle nostre cornacchie, molto belli a vederli.
Questi tali uccelli vanno sopra l'acqua del mare, e dalle balene, le quali in
quel luogo sono grandissime, aprendo la bocca sono inghiottiti vivi: i quali
subito vanno alla volta del cuore della balena e lo rodono, e per questa
cagione le balene muoiono, e dapoi buttate in terra dalle onde del mare, queste
tal genti, aprendo le interiori, trovano questi uccelli vivi, che vivon del
cuor di quelle. Questi tali uccelli hanno nel becco come sariano alcuni denti,
e le penne sono alquanto lunghe, e la pelle della carne  nera, ma la carne 
molto buona a mangiare: e chiamongli laghan.
Il venerd li nostri monstrarono una camera piena di diverse mercanzie, delle
quali restarono quelle genti molto maravigliate, e cominciarono a barattare: e
per metalli, ferri e altre cose grosse queste genti davano alli nostri oro, e
per cose minute davano risi, porci, capre e altre vettovaglie. Dettero dieci
pesi d'oro per quattordici libbre di ferro: un peso val un ducato e mezzo. Il
capitano ordin che non si pigliasse troppo oro. E perch il re avea promesso
di volersi far cristiano la domenica prossima, il capitano fece apparecchiare
nella piazza come un tabernacolo, ornato di tapezzarie e di rami di palma, per
voler in quello battezzarlo, e gli mand a dire che non avesse paura se
scaricassero l'artegliaria, perch quella era la nostra usanza di fare in una
cos gran festa.
La domenica da mattina, alli quattro di aprile, smontarono in terra cinquanta
uomini, con li quali erano duoi tutti armati con la bandiera reale, e furono
scaricate tutte le artigliarie, per il romor delle quali tutto il popolo
fuggiva di qua e di l. Il capitano col re si abbracciarono insieme, al qual
disse che la bandiera regal non si portava altramente che con li cinquanta
uomini con li schioppi, e duoi armati d'arme bianche, e che cos avea ordinato
per il grande amor che gli portava. Dapoi ambidui se ne andarono con grande
allegrezza ov'era preparato il tabernacolo, dove furono poste due sedie, una
coperta di velluto rosso e l'altra di pavonazzo; gli altri principali sedettero
sopra cussini, e il resto sopra stuore. Il capitano per via d'interprete disse
al re che ringraziava Iddio che l'avea inspirato a farsi cristiano, e che per
l'avenire egli era per vincer pi facilmente li suoi inimici di quello che per
il passato avea fatto. Il re gli rispose che molto volentieri si faceva
cristiano, ancor che alcuni delli suoi uomini principali gli avessero fatto
intender che non lo volevano obbedire, dicendo che erano ancor essi cos buoni
uomini come era egli. Per le quai parole subito il capitano fece convocar tutti
li principali del re, e disse loro che se non obedissero al re come a suo vero
re, che li faria morire e confiscaria tutti li lor beni: tutti risposero che
obediriano. Poi, voltatosi il capitano verso il re, disse che, se ritornasse in
Spagna, condurria seco un'altra volta tante genti e con tal potere che lo faria
il maggior re di queste parti, perci che egli era stato il primo a volersi far
cristiano. Per le quai parole il re alzando le mani verso il cielo lo
ringrazi, pregandolo che fosse contento che alcun de' nostri restasse in quel
luogo, accioch egli insieme con gli altri fussero meglio instrutti nella fede
cristiana. Il capitano gli disse che per contentarlo ne lasciaria duoi, ma che
voleva menar seco duoi figliuoli delli principali uomini, acci che imparassero
la lingua nostra: e quando ritornariano, saperian dir agli altri le cose di
Spagna. E oltra di questo che, volendosi far cristiano, gli era necessario
abbruciar tutti gl'idoli e in luogo di quelli mettervi la croce, e quella ogni
giorno adorare con le mani giunte, e ogni mattina farsi il segno della croce in
fronte, mostrando lor come dovean fare, e che di continuo, o almeno la mattina
e la sera, era necessario che venissero ov'era la croce e inginocchioni
l'adorassero. Il re con tutti li suoi risposero che fariano il tutto
volontieri. Dapoi il capitano condusse il re sopra il tabernacolo, dove fu
battezzato, e volse che fusse chiamato Carlo, come l'imperador suo signore; il
principe Ferdinando, come il fratello di sua Maest; il re di Messana Giovanni;
il Moro Cristoforo. A tutti gli altri posero li lor nomi, e avanti che fusse
cominciata la messa, furono battezzati 500 uomini. Dapoi detta la messa, il
capitano invit il re a desinare seco con tutti li suoi principali, ma essi non
volsero, ma gli accompagnarono fino alle navi, le quali scaricarono tutta
l'artigliaria; e abbracciatisi insieme presero commiato.
Dopo desinare il prete e alcuni altri andarono in terra per battezzar la regina
con quaranta sue donzelle, dalle quali fu condotta al tabernacolo, e le venne
tanta contrizione nel cuore, che di allegrezza piangendo dimandava il
battesimo: la qual fu nominata Giovanna, come ha nome la madre dell'imperadore;
e sua figliuola, moglie del principe, Caterina; la regina di Messana Isabella;
e l'altre ciascuna il suo nome: e battezzarono circa 800 anime, fra uomini e
donne e fanciulli. La regina era molto giovane e bella, coperta d'un drappo
bianco: avea la bocca rossa, con un cappello in testa, in cima del quale era
una corona fatta come  quella del papa; il cappello e la corona erano di
foglie di palma. Non va mai fuori in alcun luogo, se non ha in capo questa
corona. La qual dimand che li nostri le dessero una croce, la qual voleva
metter nel luogo ov'erano li suoi idoli in memoria di Ies Cristo, in nome del
quale era stata battezzata, e avuta la croce si torn a casa. Verso il tardi il
re e la regina vennero verso la riva, e il capitano fece scaricar tutta
l'artigliaria, e dapoi tirarono molti fuochi artificiati con rocchette, della
qual cosa ebber grandissimo piacere. E il detto re e il capitano si chiamorono
insieme fratelli, il quale, avanti si facesse cristiano, avea nome raia
Humabuon; e non pass otto giorni che tutta l'isola fu battezzata. E perch una
certa villa di un'altra isola non volea obedire al re, li nostri l'andarono a
bruciare, e misero una croce grande in detto luogo, perch queste genti erano
gentili, cio idolatre; ma se fussero stati mori, cio macomettani, vi averian
posto per segno una colonna di pietra, acci che ella durasse pi lungamente,
perch li Mori sono pi duri e difficili a convertirsi che non sono li gentili.


Con che pompa la regina n'andasse alla messa. Il capitano fa giurar il re e i
principi della citt e il fratello del re obbedienzia all'imperatore. Il
fratello del principe, essendo gravemente ammalato, doppo recevuto il batesmo
miraculosamente guarisce. Di Zubut, Zula, Cilapulapu e Bulaia isole.

Un giorno che 'l capitano smont in terra ad udir messa, disse molte cose al re
pertinenti alla fede nostra; e in tal giorno la regina venne ad udir la messa,
accompagnata con una gran pompa. Andavano avanti a quella tre damigelle con tre
uomini, con li loro cappelli in mano; poi veniva ella, vestita di nero e
bianco, con un velo grande di seta profilato d'intorno d'oro in capo, che le
copriva il cappello per fino alle spalle, e molte altre donne la seguitavano,
le quali erano nude e discalze, eccetto che intorno al capo e alle parti
vergognose portavano un velo sottile; li capelli erano sparsi. La regina, fatto
che ebbe reverenzia all'altare, si mise a sedere sopra un cussino lavorato
tutto di seta. Avanti che la messa si cominciasse, il capitano la volse bagnar
con acqua muschiata, con molte altre delle sue damigelle, le quali ebber gran
piacere dell'odor di quella. Poi detto capitano disse alla regina ch'ella
dovesse portar reverenzia alla croce in luogo de' suoi idoli, perch quella era
stata fatta per memoria della passion del nostro Signor Ies Cristo, figliuol
di Dio: la qual lo ringrazi molto, e disse che cos faria.
Un giorno il capitan generale, avanti si dicesse la messa, fece venir il re e
li principali della citt, e il fratel del re padre del principe, e gli fece
giurare obedienzia all'imperador suo signore. E quando l'ebbero giurata, il
capitano ficc la sua spada avanti l'altare, dicendo al re che, quando si fa un
tal giuramento, si doverria pi presto morire che volerlo rompere. Dipoi il
capitano don al re una catedra di velluto rosso, e gli dimostr come sempre se
la dovea far portar avanti quando andava in alcuno luogo, e che questo voleva
che facesse per amor suo; il re rispose che cos era per fare. Poi detto re
don al capitan generale duoi gioielli legati con oro per appiccarsi agli
orecchi, e duoi per metter alle braccia, e duoi attorno le gambe: ed erano
carichi di pietre preziose. Questi sono li pi belli ornamenti che sappino usar
li re di questi paesi, li quali vanno sempre discalzi, con una tela che li
cuopre dalla cintura fino alle ginocchia.
Alcuni giorni dopo il capitano domand al re e agli altri perch non avevano
abbruciati li lor idoli, come aveano promesso quando si fecero cristiani, e
perch sacrificavano loro tante carni. Risposero che non facevan questo perch
volessero cosa alcuna per loro, ma per cagione d'un ammalato, accioch gl'idoli
lo facessero diventar sano: il qual ammalato era gi 4 giorni che aveva perso
la favella, ed era fratello del principe, uomo molto valente e intelligente
quanto alcun altro che fosse nell'isola. Il capitano disse loro che
abbruciassero detti idoli e credessero in Ies Cristo, che, se questo ammalato
si volesse battezzar, subito guariria: il che se non fusse vero, era contento
che gli fusse tagliata la testa. Il re disse che cos faria, perch veramente
egli credeva in Ies Cristo; e subito con la croce si misero a far una
processione intorno la piazza meglio che seppero, e se ne vennero alla casa
ov'era questo ammalato, il qual era disteso, n poteva parlare n muoversi, e
lo battezzarono insieme con la moglie e dieci damigelle. Poi il capitano gli
fece domandar come si sentiva; subito costui cominci a parlare, e disse che
per la grazia del nostro Signore Iddio si sentiva meglio: e questo  stato un
miracolo manifesto nelli tempi nostri. Quando il capitano l'ud parlare,
ringrazi molto Iddio, e allora gli fece portar da mangiare una vivanda fatta
di mandorle, la qual era stata fatta per lui; poi gli mand un materasso, un
paio di lenzuoli, una coltra di panno giallo, un cussino, e ogni giorno, fin
che si fece gagliardo, gli mand della detta vivanda, acqua rosata, olio rosato
e alcune confezioni fatte di zucchero. E non pass cinque giorni che cominci a
camminare, e subito in presenzia del re e di tutto il popolo fece abbruciare
uno idolo, il qual una femmina vecchia avea nascosto nella sua camera, e fece
disfar molti altari che avea fatti alli detti idoli sopra la riva del mare,
sopra li quali si mangiavan le carni consecrate, e disse che se Iddio gli desse
lunga vita, che abbruceria quanti idoli potesse trovare, ancor che fussero
nella casa del re. Questi idoli sono di legno voto, e non hanno la parte di
dietro, ma solamente le braccia nude, e li piedi che si rivoltano in su con la
gamba nuda, il viso grande, con quattro denti in bocca come sono quelli di un
porco cignale, e sono tutti dipinti.
Questa isola  chiamata Zubut, nella qual sono molte ville, le quali danno
vettovaglie al re per tributo; e appresso di quest'isola n' un'altra detta
Mathan: il porto e la citt si chiamano similmente Mathan. Gli uomini
principali di detta isola sono chiamati Zula e Cilapulapu; la villa che li
nostri abbruciarono era in questa isola, chiamata Bulaia.


Il modo che hanno queste genti con molte cerimonie a benedir il porco, e della
natura di essi popoli, e delle cerimonie che usano quando muore qualcuno.

Queste genti usano gran cerimonie quando voglion benedire il porco. Primamente
suonano certi lor cembali grandi, dipoi portano tre gran piatti, in duoi delli
quali sono certe vivande e torte fatte di risi e di mel cotto, e le inviluppano
in alcune foglie, e pesce arrostito; nell'altro  un panno di lino, di quella
sorte che vengono di Cambaia, e due bende di palma: e il drappo di Cambaia si
distende sopra la terra. Poi vengono due femine molto vecchie, e ciascuna ha
una tromba di canna in mano, e poi che sono montate sopra il drappo, fanno
riverenzia al sole e si vestono del detto drappo, e una di queste vecchie si
mette una benda al fronte con due corna, e tien l'altra benda in mano, e con
quella ballando e sonando chiamano il sole; l'altra poi prende una di dette
bende e comincia a danzare e sonare con la tromba, e saltando invoca il sole
che voglia prender la benda da lei: e tutte due, sonando la tromba per lungo
spazio, danzano e ballano intorno a un porco, il qual  in quel luogo legato.
Quella che abbiamo detto che ha le corna parla sempre tacitamente al sole, e
l'altra le risponde. Dipoi a quella che ha le corna  appresentata una tazza di
vino, e ballando dice certe parole, e l'altra le risponde; e faccendo sembianza
quattro o cinque volte di voler bevere, spandono il vino sopra il corpo del
porco, poi immediate tornano a ballare. A questa che ha le corna  ancora
appresentata una lancia, e quattro o cinque volte fa segno di volerla lanciare
nel corpo del porco, ma subito ritorna a danzare, e poi immediate lo ferisce
passandolo d'una parte all'altra; e poi che ha morto il porco, si mette una
facella accesa in bocca e l'ammorza, la qual facella sta sempre accesa in tutte
queste cerimonie. L'altra bagna il capo delle trombe nel sangue del porco, e
con un dito insanguinato va in prima a segnar il fronte a suo marito, e poi
agli altri: ma non vennero a segnar alcun de' nostri. Poi le dette due vecchie
si spogliano, e vanno a mangiar le cose sopradette, che sono state portate
nelli piatti, e non invitano seco se non femmine, e pelano il porco col fuoco.
E la carne del porco non si consagra se non per le vecchie, n mai la
mangiariano se non fusse stato morto in questo modo.
Questi popoli vanno nudi, portano solamente un poco di tela sopra le parti
vergognose. Grandi e piccoli hanno la pelle del membro bucata da una parte
all'altra appresso il capo, e in quel buco hanno messo come un anelletto d'oro
grosso come una penna d'oca. Prendono tante mogli quante vogliono, ma ne hanno
sempre una principale. Se alcun delli nostri dismonta in terra, o di notte o di
giorno, l'invitano a mangiare e a bevere. Le lor vivande sono sempre quasi
mezze cotte e molto salate, e bevono spesso con le cannelle delli vasi, e dura
il suo mangiare cinque o sei ore.
Quando alcun uomo principale muore, usano di far questa cerimonia. Primamente
tutte le donne principali della terra vanno alla casa del morto, il qual 
posto in una cassa in mezzo di quella. Queste donne attaccano corde
all'intorno, a modo che si fa attorno d'un letto over padiglione, sopra le
quali appiccano molti rami d'arbori; nel mezzo di ciascun ramo  posto un
drappo fatto di cottone, e torna fatto a guisa di padiglione. Sotto questo
seggono le donne principali, tutte coperte di drappi bianchi fatti di cottone,
e ciascuna ha una fanciulla che con un ventolo fatto di palma gli fa vento;
l'altre seggono con molta tristizia intorno la camera. Poi ve n' un'altra che
a poco a poco va tagliando con un coltello li capelli del morto, e un'altra, la
qual  la moglie principal del morto, giace sopra di lui, appressando la sua
bocca a quella del morto, e similmente le mani con le mani e li piedi con li
suoi piedi: e quando quella gli taglia li capelli, questa piagne, e quando ella
cessa di tagliargli, questa canta. Intorno la camera sono molti vasi di
porcellana con fuoco, e sopra quello metton mirra, storace e belzu, che fanno
grandissimo odore in tutta la camera: e tengono il morto cinque o sei giorni in
casa con questa cerimonia. Poi l'ungono di canfora, e lo serrano nella cassa
con chiodi di legno, e pongono in un luogo coperto e serrato di legno.
Ogni fiata che muore alcun delli sopradetti e che fanno queste cerimonie,
dissero alli nostri che alla mezzanotte suol venire un uccello molto grande e
nero come un corvo, il qual si getta sopra la cassa ove giace il morto e
comincia a gridare, e subito li cani urlano, e non cessa di far questo, cio di
gridare, e li cani di urlare, per quattro o cinque ore. Essendo stati dimandati
la cagione di tal cosa, mai la seppeno dire.


Come li nostri combatterono con quelli dell'isola di Mathan, e furon superati,
e morto il capitano Magaglianes.

Un venerd, alli XXVI d d'aprile, Zula, principal dell'isola di Mathan, mand
uno suo figliuolo a presentar due capre al capitano, e a fargli intendere che,
per cagion dell'altro principal detto Cilapulapu, non poteva obedir al re di
Spagna, e che la notte seguente li volesse mandare una barca piena delli nostri
uomini, con l'aiuto delli quali combatteria con il detto. Il capitan generale
deliber d'andar lui in persona con tre barche, e il resto degli uomini lo
pregarono che non vi volesse andar lui in persona, ma mandar l'aiuto dimandato:
ma egli, come buon capitano, non volse abbandonar li suoi compagni, e alla
mezzanotte si partirono sessanta uomini armati con corazzine e celate in
compagnia del re fatto cristiano, e principe, e molti altri delli suoi
principali, da venti o trenta barche, e a tre ore avanti giorno arivarono a
Mathan, ma non ismontarono. Il capitano non volse combattere allora, ma mand
il Moro a parlare a quello Cilapulapu, e dirgli che, volendo obbedir al re di
Spagna e riconoscere il re cristiano per suo signore e dargli tributo, esso gli
saria amico; se veramente non volesse farlo, che l'aspettasse, che gli saria
ben di bisogno aver le lancie lunghe. Costui gli rispose che esso non avea
lancie, se non alcune canne abbruciate e legni acuti abbruciati, ma che non
venissero a quell'ora ad assaltargli, ma aspettassero che 'l giorno si facesse
chiaro, perch potria mettere insieme maggior numero delli suoi: e questo
diceva con fizione, accioch li nostri a punto andassero ad assaltarlo in
quell'ora, perch egli avea fatto far molte fosse profonde nella sua casa, e
venendo li nostri con la oscurit della notte, sariano caduti in quelle. Li
nostri volsero aspettar il giorno, il qual fatto chiaro, subito saltarono in
acqua infino alla coscia pi di quarantanove, e cos andarono per acqua per
duoi tratti di balestra avanti che potessero dismontar sull'asciutto, perch le
barche non poterono arrivare pi avanti, per molte pietre ch'erano sotto
l'acqua. Gli altri restarono per guardia delle barche.
Quando arrivarono in terra, queste genti avean fatto tre squadroni di pi di
mille e cinquanta uomini per uno, i quali subito che intesero che li nostri
venivano, due di queste squadre si misero una da una banda e l'altra dall'altra
delli nostri, e la terza venne per fronte. Il nostro capitano, vedendo questo,
part li suoi in due parti, e in questo modo cominciarono a combattere. Li
schioppetieri e balestrieri tirarono per spazio quasi di mezza ora molto da
lontano in vano, perch non passavan se non le loro targhe e scudi fatti di
legno, attaccati alle braccia. Il capitano gridava che non tirassero pi, ma
costoro non volsero cessar di tirare. E in questo mezzo gl'inimici fra loro con
voce orrende facevan grandissimo rumore, dicendo che se tenessero forti, e
quando viddero che li nostri aveano scaricati li schioppi, tanto pi forte
gridavano, e non stavan fermi, ma saltavan di qua e di l, coperti con le loro
targhe. E tirorno verso li nostri tante freccie e lancie di canne e legni acuti
abbruciati, pietre e terra secca verso il capitano, che appena si poteva
difendere e guardarsi da loro: e per questa causa, volendo spaventarli
maggiormente, mand alcuni delli nostri a metter fuoco nelle lor case. Le quali
come viddero abbruciare, tanto pi s'incrudelirono, e subito ammazzarono duoi
delli nostri, e da vinti in trenta fecero saltare nel fuoco, e vennero con
tanta furia e con tanto impeto e numero di genti adosso alli nostri, che li
fecero voltare: e in questa zuffa fu passata la gamba destra al capitan
generale con una saetta venenata, per la qual cosa lui comand che li nostri si
ritirassero pianamente, e gl'inimici li seguitavano. Restarono col capitano da
sei in otto delli nostri, della qual cosa accortisi gl'inimici, vedendolo quasi
abbandonato, non facevan altro che tirargli alle gambe, le quali gli vedevano
esser disarmate: e gli furon tirate tante lanciate, dardi e pietre, che non
poteva resistere e l'arteglieria che era nelle barche non poteva aiutar li
nostri, perch era troppo lontana. Finalmente li nostri vennero fino alla riva,
sempre ritirandosi e combattendo, e poi entrarono nell'acqua fino alle
ginocchia; e gli inimici, sempre seguitandoli, ripigliavano le lancie de'
nostri e le tornavano a lanciare di nuovo. Poi si voltarono tutti verso dove
era il capitano, al qual due volte per forza di lanciate batterono di testa la
celata: ma lui, come valente cavalier, si restringeva sempre co' suoi che gli
erano restati in compagnia. E sopra di questo combatterono pi d'un'ora, che
mai per vergogna si volse ritirare; ma alla fine un Indiano gli tir d'una
lancia di canna nel volto, la qual lo pass da un canto all'altro, che lo fece
cader morto. La qual cosa veduta per li suoi, meglio che poterono se n'andarono
alla volta dove erano le barche, ma sempre seguitati dagl'inimici, che non
facevano altro che tirar dardi e lancie, di sorte che ammazzarono un Indiano
ch'era lor guida, e ne feriron molti. Il re cristiano stette sempre fermo e non
si mosse mai, perch il capitan generale, avanti che smontasse in terra, gli
commise che non si partisse mai dalla barca, ma che stesse a vedere come li
nostri combatteriano. Il qual, come intese che il capitan generale era stato
morto, lo cominci a piangere molto duramente, perch lo amava forte; e il
simil fecero tutti li nostri, perch certamente costui era cos eccellente e
valoroso capitan come alcun altro che si sia trovato alla sua et. Furono morti
da sette in otto de' nostri e molti feriti, e tre Indiani fatti cristiani,
venendo in aiuto de' nostri, furono morti d'artiglieria che tirava dalle
barche. Delli nimici ne morirono quindici, e infiniti feriti.
Dopo desinare il re cristiano, con consentimento de' nostri, mand a dimandar a
quelli di Mathan se volevano vendere il corpo del capitano insieme con gli
altri morti, che li saria donato quanto volessero. Risposero di no, perch non
sapevano ricchezza alcuna, che si potesse trovar al mondo, per la qual loro li
restituissero, e che li volevano tener per lor memoria, e di tutti quelli che
verranno dopo loro.


Come Enrico, schiavo del capitano Magaglianes, ordina col re di Zubut un
tradimento, per il qual furono ammazzati a tavola 24 uomini dell'armata: per il
che le navi di subito si partirono, lasciato adrieto Giovan Serrano, governator
dell'armata. Degli animali e frutti di detta isola.

Cos tosto come si seppe la morte del capitano, li quattro de' nostri che erano
nella citt del re cristiano per far baratti delle mercanzie, come abbiamo
detto di sopra, fecero portar tutte le lor robbe alle navi, dove congregati li
nostri, di commun consenso furono eletti duo governatori, cio Odoardo Barbosa
portoghese, parente del capitan generale, e Giovan Serrano. L'interprete
nostro, detto Enrico, era stato un poco ferito, e per questo non smontava cos
ordinatamente in terra per far le cose necessarie come era solito. Per la qual
cosa Odoardo Barbosa lo fece chiamare e gli disse che, ancor che 'l capitano
suo padron fosse morto, per questo egli, che era schiavo, non era restato
libero, ma che, come fosse arrivato in Spagna, lo voleva consegnar per schiavo
a donna Beatrice, moglie del capitan generale; e con parole aspre lo minacci
che, se non andava in terra, lo faria frustare. Questo schiavo si lev del
letto, e mostr di non far conto delle parole detteli dal detto Odoardo, e se
ne and in terra; e trovatosi secretamente col re di Zubut cristiano, gli disse
che gli Spagnuoli si volevano partire fra pochi giorni da quel luogo, e che se
voleva far secondo che esso lo consigliaria, che guadagnaria le navi con tutta
la mercanzia che era in quelle: e cos ordinarono un tradimento.
Il primo giorno di maggio, il re cristiano mand a dir alli governatori che li
gioielli che egli avea promesso di mandare all'imperadore erano in ordine, e
che gli pregava volessero venir quella mattina a desinar seco. La qual cosa
udita dalli governatori, non pensando ad altro, vi andarono insieme con XXIIII
uomini e con uno astrologo nominato Martin di Siviglia. Antonio Pigafetta non
vi pot andare, perch aveva la fronte enfiata per una botta ricevuta d'una
freccia venenata. Giovan Carnai con un proposto, come furono smontati in terra,
volsero ritornar in nave, perch viddero il prete che andava insieme con
quell'Indiano che guar per miracolo, il qual era molto sospeso, e dubitarono
di qualche cosa. Ed ecco, stando in questo sospetto, subito udirono grandissimi
gridi e pianti, per il che levarono le ancore, e cominciarono a scaricar le
artigliarie con gran furia verso la casa dove sentivano detti gridi, e si
alontanarono da terra. Dapoi viddero venire Giovan Serrano in camicia ferito,
il qual gridava verso li nostri che non dovessero tirar pi, perch lo
ammazzariano. Li nostri gli dimandarono se tutti erano stati morti con
l'interprete; costui rispose che erano stati morti, ma che all'interprete non
avevano fatto male alcuno, e cominci a pregarli che lo volessino riscattare
con alcuna mercanzia. Ma Giovan Carnai, il qual era suo compare, insieme con
gli altri non volsero restar per questo suo patron, ma subito levarono via li
battelli; e Giovan Serrano piangendo e lamentandosi diceva che, subito che li
nostri averanno fatto vela, gl'Indiani lo ammazzeriano, che pregava Iddio che,
nel giorno del giudicio, domandasse l'anima sua a Giovan Carnai suo compare: ma
queste parole non valsero, perch immediate fecero vela, e non si  mai saputo
novella se sia vivo o morto.
In questa isola di Zubut si trovano cani, gatti, sorzi, miglio, panico, orzo,
gengevo, fichi, naranzi, limoni, canne dolci di zucchero, ages, mele, coche,
carni di diversi animali, vino che si fa di palma, e oro. Ed  una grande isola
con un buon porto, il quale ha due entrate, una verso greco levante, l'altra
verso ponente garbin; ed  lontana dall'equinoziale verso il nostro polo dieci
gradi e undici minuti, e di lunghezza donde partimmo circa gradi 164. E alcuni
giorni avanti che 'l capitano fusse morto, si ebbe nuova dov'erano le isole
Molucche. Queste genti suonano la viola con corde di rame.


Di alcune isole, cio Bohol, Paviloghon, Chippit e Lozon; e del re e regina,
popoli,
animali e frutti di Chippit. Il modo di cocer i risi.

Lontano da questa isola di Zubut, al capo di un'altra isola nominata Bohol, in
mezzo di questo arcipelago, li nostri, fatto consiglio insieme, vedendosi esser
rimasti molto pochi, abbruciarono la nave detta Concezione, e degli armeggi di
quella fornirono l'altre due navi; e poi si misero a navigar verso garbino, e
nell'ora del mezzod costeggiarono un'isola detta Paviloghon, nella qual
viddero uomini neri come sono li Saracini. Dapoi arrivarono ad un'altra isola
grande, dove smontati, e andati a trovare il re, il quale, per mostrar di voler
pace con li nostri, si trasse sangue dalla man sinistra, e con quello si bagn
il corpo, il volto e la cima della lingua, il che  segno appresso costoro di
grande amicizia: il simil atto fecero li nostri.
Poi Antonio Pigafetta solo se n'and col re per veder l'isola in alcune lor
barche, e come entrarono in un fiume, molti pescatori presentarono al re assai
pesci, il qual, levatosi d'intorno un drappo, con gli altri suoi principali
cantando cominciarono a vogare, e passavan davanti molte abitazioni ch'erano
sopra la riva del fiume. E alle due ore di notte arrivarono alla casa sua, la
qual  lontana dalla bocca del fiume circa due leghe, e quando furono per
entrar in casa, gli vennero all'incontro molte torcie, fatte di canne e di
palme, le quali stettero accese fin a l'ora del cenare. Ma avanti il re, con
duoi de' suoi principali e due sue femmine molto belle, bevettero un gran vaso
il qual era pieno di vino di palma, senza mangiare alcuna cosa; e volendo che
Antonio Pigafetta facesse il simile, lui si escus dicendo aver cenato, e non
volse bevere se non una volta, nella qual fece tutte quelle cerimonie che avea
imparato dal re di Messana. Dapoi venuta la cena, furono portati assai vasi di
porcellana pieni di risi e pesci, e cenando mai costoro bevettero vino, ma con
una scodella di porcellana bevevan brodo di pesce molto salato, e il riso
mangiavano in luogo di pane. Il modo come lo cossero  questo: hanno una gran
padella fatta di terra, nella qual mettono una foglia grande che copre tutto il
fondo, e poi mettono dentro l'acqua col riso, e lo lasciano tanto bollire che
diventa duro come pane; poi lo cavano fuori e ne fanno alcuni pezzi, e questo 
il modo come tutti questi popoli cuocono il riso. Dopo cena il re fece portar
una stuora fatta di canne, e un'altra di palme, e un cussin fatto di foglie,
accioch Antonio Pigafetta dormisse sopra di quelli, e il re e le due sue
femmine andarono a dormir in un altro luogo separato.
Fatto giorno, fin che preparavano il desinare, Antonio Pigafetta dette una
volta per l'isola, dove in molte case vidde assai cose fatte d'oro, ma poche
vettovaglie. Poi desinarono, e mangiarono solamente risi e pesce. Il qual
desinare finito, Antonio disse al re con cenni che vederia volentieri la
regina, il qual rispose ch'era contento. E cos andarono insieme alla sommit
d'un'alta montagna, ov'era la stanzia della regina, nell'entrar della quale
Antonio le fece riverenzia; ed ella fece il simile verso di lui, e lo fece
sedere appresso di s, la quale lavorava una stuora di palma sottilissimamente,
sopra la qual dormono. All'intorno della casa erano poste sopra scanzie molti
vasi di porcellana e quattro cimbali di metallo, un grande e gli altri piccoli,
con li quali suonano. Vide ancora molte schiave, uomini e femmine che la
servivano. Stato un pezzo, prese commiato e se ne ritorn alla casa del re,
dove subito gli fu portata una collazione di canne dolzi di zuccaro. Quello
ch' in maggior abondanza in quell'isola, per quanto pot intendere,  l'oro,
del quale il re con cenni mostrava ad Antonio Pigafetta che ve n'era gran
quantit in alcune valli: ma non avendo ferro per cavarlo, quello restava sotto
la terra. Questa parte dell'isola  una cosa medesima con Buthuan, Calaghan, ed
 posta sopra Bohol, e confina con Messana.
Come venne l'ora di mezzod, Antonio volse ritornar alla nave, per il che
montarono in barca, venendo a seconda del fiume, vestito di verdissime ripe, e
viddero alla man dritta sopra una mota tre uomini appiccati ad un arbore.
Antonio domand al re chi erano, il qual gli rispose che erano malfattori e
ladri. Tutti questi popoli vanno nudi, come abbiamo detto degli altri, e questo
re si chiama raia Calavar. Il porto  molto buono. Qui si trovan risi, gengevo,
porci, capre, galline e altre cose.  di sopra dell'equinoziale verso il nostro
polo gradi otto, e di lunghezza dal nostro partire  170 gradi, ed  lontano da
Zubut circa 50 leghe, e si chiama Chippit. Due giornate di l verso maestro si
truova un'isola grande detta Lozon.


Dell'isole Caghaian e Pulaoan, e de' costumi de' suo popoli. Dell'isola detta
Burnei,
e d'un presente fatto per quel re.

Partendosi di l, e drizzandosi fra ponente e garbin,  un'isola non molto
grande e quasi inabitata. Le genti di quest'isola sono mori, e sono stati
banditi da un'isola detta Burnei. Vanno nudi come gli altri; hanno cerbottane.
con carcassi attaccati allato, pieni di freccie venenate con una certa erba, le
quali tirano con dette cerbottane. Hanno pugnali con il manico d'oro e con
pietre preziose, lancie, targhe, corazze fatte di cuoio di buffolo. In
quest'isola si truovano poche vettovaglie; ha gli arbori grandissimi.  di
sopra l'equinoziale sette gradi e mezzo, e da Chippit quaranta leghe, e si
chiama Caghaian.
Lontan da questa isola circa 25 leghe tra ponente e maestro, trovarono una
isola grande nella quale era riso, gengevo, porci, capre, galline, fichi lunghi
mezzo braccio e grossi come un braccio, molto buoni, altri lunghi un palmo e
minori, ma migliori che li sopradetti, coches, batates, canne dolci di
zucchero, alcune radici da mangiare che somigliano le rape, li risi cotti sotto
il fuoco in alcune canne over legno, i quali diventan pi duri che quelli che
si cuocono nella padella di terra sopradetta. Questa terra potevan chiamar
terra di promissione, perch, se non l'avessero trovata, averiano patito
grandissima fame. Andati a trovar il re, quello fece pace e amicizia con li
nostri, ferendosi un poco con un suo coltello nel petto, e col sangue si tocc
la lingua e il fronte per segno di pi vera pace, e cos fecero li nostri.
Questa isola  verso il nostro polo gradi 9 e un terzo sopra la linea
dell'equinoziale, e 179 gradi e un terzo di lunghezza dal nostro partire, e si
chiama Pulaoan.
Li popoli di Pulaoan vanno nudi come fanno gli altri, e quasi tutti lavorano la
terra. Questi tirano con cerbottane e alcune freccie di legno, lunghe pi d'un
palmo, con alcuni rampini e spine per punta, venenate con certa loro erba.
Hanno ancora canne apuntate e con uncini venenate, e nel capo, in luogo di
penne, pongono un certo legno molle. Fanno grande stima di anelli, catenelle
d'ottone, sonagli, paternostri, fili di rame, per legar li lor ami da pescare.
Hanno alcuni galli molto grandi e domestici, li quali non mangiano per cagion
di certa lor superstizione; alcune volte li fanno combattere un con l'altro, e
ciascun mette il suo, e quello del qual  il gallo vittorioso guadagna il
prezio. Fanno vino di riso distillato, maggiore al gusto e miglior di quel che
si fa di palma.
Lontan da questa isola dieci leghe verso garbino, viddero una isola, e
costeggiandola pareva alcuna volta che montasse. Entrati dentro al porto,
sopravenne un tempo molto tempestoso e oscuro, ma vedute le fiamme di quelli 3
santi sopra le gabbie, subito cess. Dal principio di questa isola fino al
porto sono 5 leghe. Il giorno seguente, che fu alli 9 di luglio, il re di
questa isola, detta Burnei, mand loro un legno chiamato da questi della isola
prao, il qual  fatto come una fusta molto bella, lavorata nella prua e poppe
con oro, e avea sopra la prua una bandiera bianca e azurra, e in cima di quella
un pennacchio di penne di pavone; alcuni che erano sopra sonavano flauti e
tamburi. Con questo prao vennero duoi altri legni chiamati almadie, che son
fatte come due barche da pescare, e otto uomini principali entrarono nelle navi
delli nostri, i quali fecero sedere sopra un tapeto nella poppe, dove
presentarono alli nostri un vaso fatto di legno, tutto dipinto, pien di bettre
e areca, che  un frutto che tengono in bocca a masticar, con fiori di
gielsomini e d'aranci: e il vaso era coperto d'un drappo di seta gialla. Gli
donarono anche due gabbie piene di galline, un paio di capre, 3 vasi pieni di
vin fatto di riso a lambicco, e altri fasci di canne dolzi di zucchero, e
altretanto donarono all'altra nave; e avendo abbracciati li nostri, presero
licenza. Il vin di riso  chiaro come acqua, ma tanto grande nel gusto che
molti, bevendone, si imbriacarono: e lo chiamano in la loro lingua arach.


D'un altro presente fatto alli nostri per il detto re, e quello che i nostri
presentorono al re,
alla regina e suoi principali, e con qual cerimonie.
Della magnifica e pomposa residenzia del re, e del suo vivere. Descrizione
della citt di Burnei.

Sei giorni dopo il re mand un'altra volta tre prai con gran pompa, sonando
flauti, tamburi e cembali d'ottone; e circundando la nave nostra facevan
riverenza, con alcune berrette di tela che cuoprono solamente la met della
testa. Li nostri gli salutarono scaricando bombarde senza pietre. Dapoi
appresentarono alli nostri diverse vivande fatte di risi solamente, alcune
poste in foglie fatte in pezzi alquanto lunghe, altre grandi come  fatto un
pan di zucchero, altre come sono tortelli; e appresso dettero uova e mele, e
dissero come il re era contento che prendessero acqua e legne, e che
contrattassero con li suoi a loro buon piacere. Udendo questo, otto de' nostri
montarono sopra un prao e portarono un presente al re, che fu una vesta di
velluto verde alla turchesca, una catedra coperta di velluto pavonazzo, cinque
braccia di panno rosso, una berretta rossa, un vaso di vetro col suo coperchio,
cinque quinterni di carta, un calamaro dorato; alla regina tre braccia di panno
giallo, un paio di scarpe inargentate, un vasetto pieno di aghi; al governatore
tre braccia di panno rosso, una berretta e una tazza d'argento; al principal
che era venuto col prao donarono una vesta di panno rosso e verde alla
turchesca, e un quinterno di carta; agli altri sette un pezzo di tela, e una
berretta, e un quinterno di carta: e cos partirono per andar a trovar il re.
Come furono approssimati alla citt, stettero circa due ore nel prao. In questo
mezzo vennero duoi elefanti coperti di seta e 12 uomini, ciascun con un vaso di
porcellana in mano, il qual era coperto di seta, per portar li presenti. Dapoi
montarono li nostri sopra gli elefanti, e li 12 gli andavano avanti, con li
presenti posti nelli vasi: e cos andarono fin alla casa del governatore, nella
qual fu dato lor una cena di molte vivande. La notte dormirono sopra mattarassi
fatti di cotone.
Il giorno seguente stettero in casa fino ad ora di mezzod, poi, venuti gli
elefanti, montarono sopra quelli e andarono al palazzo del re, andandoli sempre
avanti li 12 uomini con li presenti, come avean fatto il giorno precedente fino
alla casa del governatore. Tutta la strada ove passavano era ripiena di uomini
armati con spade, lancie e targhe, perch cos avea comandato il re. Giunti al
palazzo, entrarono nella corte di quello sopra gli elefanti, dove smontati
andarono per alcuni gradi, accompagnati dal governatore e altri principali, in
una sala grande, piena d'uomini che parevan di conto, ove sedettero sopra un
tapeto, con li presenti posti nelli vasi appresso di loro. In capo di questa
sala ne  un'altra, ma pi alta e un poco minore, ornata di panni di seta, ove
si apersero due finestre le quali erano serrate con alcune cortine di panno di
seta, dalle quali viene il lume nella detta sala, nella qual si vedevan
trecento uomini, che stavan in piedi con uno stocco in mano appoggiato sopra la
coscia: e questi stanno in quel luogo per guardia del re. In capo della detta
sala minore  una gran fenestra, dalla quale si lev una cortina fatta di
broccato d'oro, e per quella si vidde il re, che sedeva a tavola con un suo
figliuolo e masticava bettre, e dietro di lui non erano altro che donne. Allora
il principal disse alli nostri che non potevano parlar al re, ma che, se
volevan alcuna cosa, la dicessero a lui, perch esso la diria poi ad un de' pi
principali, e quello poi ad un fratello del governatore, il qual  in quella
sala minore, e poi il detto la diria per una cerbottana, la qual metteria per
la sfenditura del muro, ad un che  dentro dove  il re. Poi il detto
principale insegn alli nostri che dovessero far tre riverenze al re, con le
mani alzate e congiunte insieme sopra la testa, alzando similmente li piedi,
ora uno ora l'altro, e poi baciarsi le mani. Fatte che ebbero quelle riverenze
regali, li nostri dissero che erano uomini del re di Spagna, che volevan pace
con lui, e che non domandavano altra cosa se non di poter contrattar con loro.
Il re fece lor rispondere che poi che 'l re di Spagna voleva esser suo amico,
che egli era contentissimo di esser similmente suo, e che si fornissero di
acqua e legne e che facesser le loro mercanzie. Poi li nostri gli dettero li
presenti, faccendo a ciascuna cosa un poco di riverenza con la testa, e il re
fece dar a ciascuno delli nostri un pezzo di broccatello fatto d'oro e di seta,
e misongli questi panni sopra la spalla sinistra e poi gli levaron via.
Fu portata poi una collazion di garofani e cannella con zucchero, la qual
finita di mangiare, le cortine subito furono tirate e le finestre serrate.
Tutti gli uomini che erano in quelle sale aveano un drappo di seta, chi d'un
colore e chi d'un altro, intorno alle parti vergognose, e alcuni aveano pugnali
col manico d'oro ornato di perle e pietre preziose, con molti anelli nelle
mani. Li nostri, discesi dal palazzo e montati di nuovo sopra gli elefanti,
ritornarono alla casa del governatore: e otto uomini gli andavano avanti, con
li presenti ch'el re aveva loro fatto. E giunti a casa, dettero a ciascun de'
nostri il lor presente, mettendoglielo sopra la spalla sinistra, e li nostri
donarono alli prefati per lor fatica un paio di coltelli per uno. Dapoi vennero
nove uomini alla casa del governatore, carichi con un piatto ciascun di loro da
parte del re, e in ciascun piatto erano 10 o 12 scodelle di porcellana piene di
carne di vitello, capponi, galline, pavoni e altri uccelli, e di pesce; e
venuta l'ora della cena, sedendo sopra una bellissima stuora di palma,
mangiarono da 30 in 32 sorti di vivande fatte di diverse carni, e pesce
acconcio con aceto, e altre cose. Bevettero ad ogni una di dette vivande, con
un vasetto fatto di porcellana che non era maggiore della grandezza d'un ovo,
vin distillato a lambicco. Vi furono portate ancora vivande concie con tanto
zucchero, che le mangiavano con cucchiari d'oro fatti come sono li nostri. Nel
luogo ove dormirono due notti, erano due torcie grandi di cera sempre accese,
sopra duo candellieri d'argento un poco rilevati, e due lampade grandi piene di
olio similmente accese, e uomini che le governavano. Li nostri vennero sopra
gli elefanti fino alla riva del mare, ove erano duo prai, li quali li
condussero fino alle navi.
Questa citt  tutta fondata in acqua salsa, salvo la casa del re e di alcuni
principali, e sonvi da 20 in 25 mila case: le case sono tutte di legno,
edificate sopra pali grossi rilevati da terra. Quando il mar cresce, le femmine
vanno con alcune barche piccole vendendo per la citt le cose necessarie al
vivere, fino alla casa del re, la qual  fatta di muri di alcuni quadroni
grossi, con li suoi barbacani a modo di una fortezza. Questo re  moro e si
chiama raia Siripada:  molto grasso, e di et di anni quaranta, e non tiene
alcuno al suo governo in casa se non donne e figliuole de' suoi principali, e
non si parte mai del palazzo se non quando va a caccia over alla guerra, n
alcun mai gli pu parlare se non con una cerbottana, per maggior riputazione.
Tiene a' suoi servizii dieci scrivani, i quali scrivono tutte le sue cose sopra
alcune scorze d'arbori, le quali sono molto sottili: e li detti si chiamano
chiritoles.


Della citt di Lao. Descrizione delle barche dette giunchi, e della porcellana.
Della moneta di quei Mori, detta picis, e certi pesi. Come quel re ha due perle
grosse come ovi di galline.

Luned da mattina, alli 29 di luglio, viddero venir li nostri contra di loro
pi di cento prai, divisi in tre squadre, con altretante barche piccole, che
chiamano tunguli. Quando viddero questo, pensarono di qualche gran tradimento e
alzarono le vele pi presto che fu possibile: e tanta fu la fretta che
lasciarono un'ancora. E molto pi dubitarono di esser messi in mezzo d'alcune
barche che chiaman giunchi, le quali il giorno avanti erano venute l, per la
qual cosa subito si drizzarono contra li detti giunchi, e ne presero quattro,
dove furon morte assai persone, e quattro se ne fuggirono in terra. In un di
questi giunchi che presero era il figliuolo del re di Lozon, il qual era
capitan generale di questo re di Burnei, ed eran venuti con questi giunchi da
una certa citt grande detta Lao, la qual  al capo di questa isola di Burnei,
verso la Giava maggiore, e l'avevano ruinata e messa a sacco. Giovan Carnai,
nostro pilotto, lasci andar il detto capitano col suo giunco, contra il voler
de' nostri, per certa quantit d'oro, come dopo si seppe. Se non avesse
lasciato il detto capitano, il re averia dato alli nostri ogni cosa che
avessero dimandato, per esser capitano molto stimato in tutte quelle parti, e
massimamente dalli Gentili, che sono nimicissimi a questo re moro. Delli quali
Gentili vi si truova una citt grande, e molto maggiore di quella de' Mori,
parimente fondata in acqua salsa. E per queste nimicizie questi duo popoli
combattono alcune volte insieme, e li re sono obligati di ritrovarsi in ogni
zuffa. Il re de' Gentili  cos potente com' il re moro, ma non tanto superbo,
ed  di natura pi umano, e facilmente si convertiria alla fede di Cristo.
Quando il re moro intese come erano stati trattati li suoi giunchi, ci mand a
dire per un de' nostri che era in terra che li prao non venivano per farne
dispiacere, ma andavano contra li Gentili: e per farne chiari di questo, ne
fece mostrar le teste d'alcuni morti, e dissero che erano de' Gentili. Li
nostri mandarono a dire al re che gli piacesse di lasciar venir via duoi uomini
loro, che erano restati nella citt per cagione di mercanzie, e tra gli altri
il figliuol di Giovan Carnai; ma egli non volse, e per questa cagione Giovan
Carnai lasci andar il capitan preso, che abbiamo detto di sopra, per riaver
suo figliuolo.
Queste barche dette giunchi sono fatte in questo modo: duo palmi sopra acqua
sono fatte d'asse d'un legno simile al larice, poi d'intorno serrate similmente
di legno; di sopra vi mettono assai canne all'intorno, e uno di questi giunchi
porta tante cose quante una grossa barca; da una parte e dall'altra hanno canne
grossissime per contrapeso. L'arboro della barca  di una canna grossa, e la
vela fatta di scorzi d'alberi messi insieme, di forma tonda.
La porcellana  una sorte di terra bianchissima, la quale sta cinquanta anni
sotto terra avanti ch'ella si possa metter in opera, altramente non saria s
fine. Il padre la sotterra per il figliuolo. Se si mette veneno in alcun vaso
di porcellana che sia fino, subito si rompe. La moneta che fanno li Mori in
queste parti  di metallo bucato nel mezzo per infilzarlo, e ha solamente da
una parte quattro segni, che son quattro lettere del gran re della China, il
qual  in terra ferma. E la moneta si chiama picis, e per un catil, che vuol
dir due libbre, d'argento vivo, danno sei scodelle di porcellana, e per un
catil di metallo danno un vaso di porcellana, e per tre coltelli un vaso di
porcellana, e per un quinterno di carta cento picis, e per cento e sessanta
catil di metallo danno un bahar di cera (un bahar  dugento e tre catil), e per
ottanta catil di metallo un bahar di sale, e per quaranta catil di metallo un
bahar di anime, che  una specie di gomma per acconciar li navili, perch in
queste parti non si truova pece. In queste parti si apprezza metallo, argento
vivo, vetro, cinaprio, drappi di lana e di tela, e qualunche altra mercanzia,
ma sopra tutto il ferro.
Questi Mori vanno nudi come vanno gli altri, e da quelli intesero li nostri
come in alcune sue medicine, le quali poi beono, adoperano l'argento vivo: e
gli ammalati lo prendono per purgarsi, e li sani per mantenersi in sanit.
Questo re di Burnei ha due perle grosse come duo ovi di gallina, e cos ritonde
che, poste sopra una tavola piana, non possono star ferme.


Di alcuni costumi di questi Mori. Della canfora, e molti frutti e animali che
nascono in detta isola, e come nasce detta canfora. Dell'isola detta Bibalon, e
un'altra detta Cimbubon. Di un arbore le cui foglie, quando cascano, camminano
come se fussero vive.

Questi Mori adorano Macometto e osservano la sua legge. Non mangiano carne di
porco. Quando voglion farsi netti e lavarsi le parti di dietro, adoperano la
man sinistra, bench alcuna volta adoperino ancora la destra: ma dipoi con
quella non si toccheriano n li denti n la bocca per cosa alcuna; e volendo
orinare si mettono in forma di sedere. Non ammazzeriano una gallina n una
capra, se prima non parlano al sole: tagliano alla gallina la punta dell'ala e
gliela mettono sotto i piedi, poi la dividono per mezzo. Non mangiano mai
alcuna carne d'animale se non  morto allora. Sono circuncisi come giudei.
In questa isola nasce canfora, ch' una specie di gomma, che distilla da un
arbore il qual si chiama capar. Vi nasce ancora cannella, gengevo, mirabolani,
naranci, limoni, zucchero, melloni, cocomeri, zucche, ravani, cipolle, porci,
capre, galline, cervi, elefanti, cavalli e altre cose. Questa isola di Burnei 
tanto grande che, a volerla circondar con un prao, si staria tre mesi.  sopra
la linea dell'equinoziale verso il nostro polo gradi cinque e un quarto, e di
lunghezza dal nostro partire gradi 176 e duoi terzi.
Partendosi da questa isola, ritornarono indietro per voler acconciare una nave
che faceva acqua; e l'altra nave, per cagione del pilotto, stette in pericolo
di rompersi sopra alcune secche d'una isola detta Bibalon: ma con lo aiuto
d'Iddio fu riscattata. Seguendo poi il loro cammino, viddero un prao, il qual
presero: ed era carico di coche, che portavano a Burnei. Gli uomini se ne
fuggirono notando in una isola vicina.
Ad un capo della isola di Burnei, oltra della sopradetta, si truova una isola
detta Ciumbubon, il qual  sopra l'equinoziale gradi otto e minuti sette, dove
si trov un porto atto per acconciar la nave: e per questa cagione entrarono
dentro, e non avendo le cose necessarie per acconciarla, fu necessario dimorar
in quel luogo quaranta giorni. Ed ebbero grandissime fatiche ciascun di loro,
ma la maggiore fu riputata l'andar nelli boschi a far legne, non avendo alcuno
in piede scarpe, che per la lunghezza del tempo l'avevan tutte consumate. In
questi boschi trovarono porci cinghiali, delli quali ne ammazzarono uno e lo
portarono alla nave.
In questo tempo che stettero qui, passarono con un battello in un'altra isola,
dove erano animali come cocodrilli grandi, e avevan la testa lunga due palmi e
li denti grandi, e vivono cos in terra come in mare. Presero anche ostriche di
diverse sorti, ma tra le altre ne trovarono due: la carne che era in una pes
25 libbre, e l'altra 44. Fu preso un pesce che aveva la testa come un porco e
due corna; tutto il resto del corpo era di un osso solo, con un dorso di sopra
fatto come una sella, la qual era picciola. Ancora in quel luogo trovarono un
arbore che aveva le foglie le quali, come cadevano in terra, camminavano come
se fussero state vive: queste foglie sono molti simili a quelle del moro; hanno
da una parte e dall'altra come duoi piedi, corti e appuntati, e schizzandoli
non vi si vede sangue.
Come si tocca una di dette foglie, subito si muove e fugge. Antonio Pigafetta
ne tenne una in una scodella per otto giorni, e quando la toccava andava atorno
atorno la scodella: e pensava ch'ella non vivesse d'altro che di aere.


Di alcune isole, cio Caghaian, Zolo, Taghima, Monoripa. Di duoi villaggi,
Cavit e Subanin. Dell'arbore della cannella, e della citt detta Lentava.

Quando furono partiti da questo porto, verso il capo dell'isola di Pulaoan
incontrarono un giunco, il qual veniva dall'isola di Burnei, ed eravi dentro il
governatore di Pulaoan: gli fecero segno che calasse la vela, e non lo volendo
fare, lo presero per forza. Il governatore promise loro che, se volevano
liberarlo, donarebbe in termine di sette giorni quattrocento misure di risi,
venti porci e venti capre e 150 galline: la qual cosa fece, e li present
coche, fichi, canne di zucchero, vasi pieni di vin di palma e altre cose. E
quando li nostri viddero questa liberalit, gli restituirono alcuni pugnali e
archi di legno; appresso gli donarono un fazzuol da mettersi in capo, una vesta
di panno giallo e cinque braccia di tela. Ad un suo figliuolo donarono una
cappa di panno azurro, e al fratello del governatore una vesta di panno verde e
altre cose: e si partirono amici.
E tornarono al diritto dell'isola di Caghaian, che  il porto di Chippit, e l
presero il cammino alla quarta di levante verso sirocco, per trovar l'isole
Molucche. E passarono non troppo lontano d'alcune montagne, appresso le quali
trovarono il mar pieno d'erbe grandissime, le quali nascevano nel fondo e
venivan fino alla superficie dell'acqua. Dapoi scoprirono due isole verso
levante, dette Zolo e Taghima, appresso le quali intesero che si trovavano
perle. Queste due isole sono al presente del re di Burnei, li quali acquist in
questo modo, come gli fu racconto. Detto re prese per moglie la figliuola del
re Zolo, la quale un giorno gli disse come suo padre aveva due perle
grossissime. Il che udito dal re di Burnei, deliber di volerle avere, e una
notte messe insieme cento di quelli loro navili che chiamano prao, venne a Zolo
e prese il re, con duoi suoi figliuoli, e gli condusse prigioni in Burnei:
dove, volendosi liberare con li figliuoli, fu forza che gli donasse le perle, e
appresso ancora la signoria dell'isole sopradette.
Poi passarono verso levante, alla quarta di greco, fra alcuni villaggi detti
Cavit e Subanin, e una isola abitata detta Monoripa, lontana dalle montagne
leghe dieci. Le genti di quelle hanno le lor case in barche, e non abitano
altramente. In queste ville di Cavit e Subanin nasce la miglior cannella che si
possa trovare, e sono nell'isola di Bathuan e Calaghan. Volsero dimorar in quel
luogo duoi giorni per caricar le navi, ma, avendo buon vento per passar una
punta e certe isole, lasciarono di caricare e fecero vela. Ebbero ventisette
libbre di cannella per cambio di duoi coltelli. L'arbore della cannella  alto,
e ha da tre in quattro rami, lunghi un cubito e grossi come un dito, e ha la
foglia come quella del lauro: e la scorza di detto arbore  la cannella, e si
coglie due volte l'anno. E chiamasi la cannella in lingua loro caumana, perch
cau vuol dir legno, e mana dolce.
Pigliando il lor cammino verso greco, andarono ad una gran citt detta
Mangdando, la qual  posta sopra l'isola di Buthuan e Calaghan, per aver
qualche nuova delle Molucche. E presero per forza un prao, e ammazzarono sette
uomini, e undici restarono prigioni delli principali di Mangdando, tra li quali
era un fratello del re, dal quale intesero verso dove erano le Molucche: e per
questo lasciarono la via verso greco e si voltarono verso quella di sirocco. E
appresso un capo di questa isola di Buthuan e Calaghan, gli fu referito per
cosa vera che alla ripa d'un fiume abitavano uomini pelosi, e alti di statura,
e valenti nel combattere con archi e spade di legno larghe un palmo: e come
ammazzavano gli uomini, gli mangiavano subito il cuor crudo, con succo di
naranci e limoni. Questi uomini pelosi si chiamano Benaian. Quando presero la
via verso sirocco, erano sei gradi e sette minuti sopra l'equinoziale verso
l'artico, e trenta leghe lontan da Cavit.


Di molte altre isole, cio Ciboco, Birambota, Sarangani, Candigar, Ceana,
Canido, Cabiao, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza e Sanghir, qual isola di
Sanghir ha quattro re, e dell'isola detta Lentava.

Andando verso sirocco, trovarono quattro isole: Ciboco, Birambota, Sarangani,
Candingar. Alli 28 di ottobre, costeggiando l'isola di Birambota, gli assalt
una fortuna oscurissima, con vento e mare grandissimo: e fatte orazioni, gli
apparvero le fiamme sopra le gabbie delle navi, e subito cess la oscurit, per
il che fecero voto di far libera una schiava per onor di santa Elena, san
Nicol e santa Chiara. Passata la fortuna, proseguirono il lor cammino ed
entrarono in un porto posto nel mezzo dell'isola Sarangani, ove intesero
trovarsi oro e perle. Gli abitatori sono gentili, e vanno nudi come fanno gli
altri. Questo porto  sopra l'equinoziale cinque gradi e nove minuti, e lontano
da Cavit cinquanta leghe.
In questo porto stettero un giorno, e presero per forza duo pilotti, che
insegnassero loro il cammino verso le Molucche, li quali poi furono contenti di
menarli alle dette isole. E partiti di l a l'ora di mezzod, passarono fra
otto isole, parte delle quali erano abitate e parte deserte, le quali chiamano
Ceana, Canido, Cabiaio, Camuca, Cabalu, Chiai, Lipan, Nuza. E proseguirno tanto
il cammino, che arrivarono ad una isola detta Sanghir, la qual  posta nella
fin di queste isole, molto bella a vedere. E perci che avevano vento
contrario, non poteron passare oltra una punta della detta isola, e per
andarono volteggiando di qua e di l d'intorno a quella. E un di quelli pilotti
che avevano preso nel porto di Sarangani, e col fratello del re di Mangdando
con un suo figliuolo, si fuggirono la notte notando a questa isola; ed essendo
il figliuol piccolo, e non si potendo tener fermo sopra le spalle del padre,
affog. Li nostri, perch non poteron passare la detta punta, passarono di
sotto dell'isola, dove trovarono molt'altre isole. Questa isola di Sanghir per
esser grande ha quattro re, e li popoli son gentili; ed  posta tre gradi e
mezzo sopra l'equinoziale verso il polo artico, e venticinque leghe lontana da
Sarangani.
Faccendo questo cammino, passarono appresso cinque isole, delle quali una si
chiama Lentava, lontana dieci leghe da Sanghir, e ha un monte molto alto, ma
non largo; ha un re. Tutte queste sono abitate da Gentili. E alli sei di
novembre discoprirono quattro isole alte verso levante, lontane dalle
sopradette isole quattordici leghe. Il pilotto che era restato disse che queste
quattro isole erano le Molucche: la qual cosa intesa dalli nostri,
ringraziarono Iddio, e per l'allegrezza che avevano scaricarono tutta
l'arteglieria. E non  da maravigliarsi se erano tanto allegri, perch erano
passati ventisette mesi manco duoi giorni che l'andavano cercando. In tutte
queste isole, fino alle Molucche, il minor fondo che trovassero era di cento e
due braccia, che  tutto il contrario di quello che dicevano li Portoghesi, che
non vi si poteva navigare per la gran bassezza e secche, e per la oscurit che
le nebbie faceano nel cielo: le quai cose erano tutte finte da loro acci che
gli altri non vi andassero.


Come giunsero a Tidore, una dell'isole Molucche, e della grata accoglienza che
fece il re di Tidore alla armata. Del presente che fecero i nostri al re, al
suo figliuolo e suoi principali.

Alli otto di novembre 1521, tre ore avanti che 'l sol levasse, entrarono nel
porto di una isola chiamata Tidore, e al levar del sole, appressandosi a terra
venti braccia, discaricarono tutte le bombarde. Fatto il giorno, il re venne in
un prao alla nave e dette una volta all'intorno; subito li nostri in battelli
l'andarono a rincontrare per onorarlo. Il re fece montar li nostri nel suo prao
e sedere appresso di s, ed egli sedea sotto una cortina di seta, che gli stava
di sopra e d'intorno. Davanti di lui stava in piedi un de' suoi figliuoli con
una bacchetta regale in mano, e duoi altri uomini di conto tenevano duoi vasi
dorati per dargli l'acqua alle mani, e duoi altri erano con due cassette dorate
piene di bettre. Il re, voltato alli nostri, disse che fussero li ben venuti, e
che gi molto tempo aveva veduto in sogno come alcune navi di lontan paese
venivano alle Molucche, e che per meglio certificarsi di questo aveva
riguardata la luna, nella quale aveva veduto come le dette navi venivano, e che
noi eravamo quelli. Dette queste parole, li nostri invitarono il re a venir a
vedere le nostre navi, il qual molto volentieri vi venne, dove da tutti gli
furono baciate le mani. Poi fu condotto sopra la poppa, dove sopra una sedia
coperta di velluto rosso fu fatto sedere, e messongli in dosso una vesta di
velluto giallo; e per fargli maggior onore, li nostri sedettero da basso
appresso di lui.
Poi il re cominci a dire che egli e tutto il suo popolo volevano esser veri
amici e fedelissimi al re di Spagna, e che egli accettava li nostri come se
fussero suoi figliuoli, e che dovessero smontar in terra come fariano in loro
case proprie, e che per lo avenire quella isola non si chiameria pi Tidore ma
Castiglia, per il grande amore che portava al re loro, il qual reputava suo
signore. Li nostri, udite queste parole, ebbero grandissima allegrezza, e gli
donarono un presente, che fu la detta vesta e la sedia di sopra, e una pezza di
tela sottilissima, quattro braccia di panno di scarlatto, un saion di
broccatello, un pezzo di damasco giallo, alcuni drappi venuti d'India, lavorati
di seta e d'oro, una pezza di tela bianchissima di quelle che vengon di
Cambaia, sei filze di paternostri cristallini, dodici cortelli, tre specchi
grandi, sei paia di forbici, sei pettini, alcuni bicchieri dorati e altre cose;
al figliuol del re un panno d'India lavorato d'oro e di seta, uno specchio
grande, una berretta, duoi coltelli; a nove altri uomini principali un panno di
seta, una berretta e duoi coltelli per ciascuno; e a molti altri una berretta e
un coltello. E li nostri andavano tanto donando, che 'l re comand lor che
dovessero cessar di donar pi. E voltandosi alli nostri disse, per ricompensa
di tanta umanit e gentilezza, non sapeva che maggior cosa potesse mandar a
donar al re di Spagna, se non gli mandava la sua propria persona. Poi preg li
nostri che con le navi venissero pi vicini alla citt, e ordin che se alcun
di notte se approssimasse alle lor navi, che lo dovessero ammazzare con gli
schioppi.
Questo re  moro e ha pi di cinquantacinque anni,  di una bella statura e di
presenza regale, e dicono ch'egli  grandissimo astrologo. Quando venne a
trovar li nostri, aveva per suo vestimento una camicia di tela sottilissima, e
all'intorno di quella e delle maniche erano lavori molto ricchi, tutti fatti di
oro e agucchia, e dalla cintura fino in terra era coperto con un drappo bianco;
era scalzo, aveva sopra il capo un velo di seta, a modo d'una mitria, tutto
lavorato di fiori. Ha nome raia sultan Mauzor.


L'isole ove nascono i garofani: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian e Bacchian;
e la causa che mosse Hernando Magaglianes a cercar l'isole delle Molucche;
e del presente fatto per li nostri al figliuolo del re di Tarenate.

Alli 10 di novembre questo re domand alli nostri quanto tempo era che si erano
partiti di Spagna, e che volea aver cognizion delli nostri costumi; preg che
gli mostrassero la moneta che usavano, e le misure e pesi, e se avevano alcun
ritratto del re di Spagna, e gli dessero ancora la bandiera regale, perch per
lo advenire quella isola e un'altra detta Tarenate, delle quali voleva far
signore un suo nepote detto Colavoghapia, amendue sariano sotto il reame di
Castiglia, e che sempre gli sar fedele e per onor di sua Maest combatteria
fino alla morte, e quando non potesse resistere, se ne anderia in Spagna con
tutti li suoi in una di quelle sue barche. Queste parole udite dalli nostri
furono di grandissimo piacere, per la qual cosa fecero di nuovo una bandiera
regale con l'arme di Castiglia. Poi il re preg li nostri che gli lasciassero
qualcuno de' loro, acci che avesse pi spesso in memoria il re di Spagna,
promettendogli che sariano ben trattati, n gli mancaria cosa alcuna, n gli
saria bisogno di far mercanzia. Questo re di Tidore volse che li nostri
andassero ad una isola prossima, detta Bacchian, per fornir di caricar le navi
pi presto di garofani, perci che quelli che avea detto re non erano tanti che
fussero bastanti per due navi; ma quelli della detta isola non volsero
contrattare in quel giorno, perch era il giorno della loro festa, la quale
sempre viene in venerd.
L'isole ove nascono li garofani sono cinque: Tarenate, Tidore, Mutir, Macchian,
Bacchian. Tarenate  la principale, e quando un re vecchio vivea, era quasi
signor di tutte. Tidore, dove allora erano li nostri, ha il suo re. Mutir e
Macchian non hanno re, ma si governano a popolo. Quando il re di Tidore e
quelli di Tarenate hanno guerra insieme, queste due sopradette gli servono di
gente di guerra. L'ultima, che  Bacchian, ha re. Tutta questa provincia over
regione, ove nascono garofani, si chiama le Molucche.
In questo luogo intesero come un Francesco Serrano portoghese, essendo passato
a queste isole per la via di levante, per la qual navigano li Portoghesi, per
esser valente e di buon intelletto, s'era fatto capitano del re di Tarenate, e
con le forze di quello avea constretto il re di Tidore a dar una sua figliuola
per moglie al detto re di Tarenate, e appresso tutti li figliuoli de'
principali di Tidore per ostaggi. Dipoi fatta la pace tra questi duoi re per
mezzo del detto matrimonio, par che un giorno Francesco Serrano andasse in
Tidore per comperar garofani, e il re lo fece avvelenare con foglie di bettre,
le quali usano a masticare; e volendolo far sepelire a modo della lor legge, li
servitori, ch'erano cristiani, non lo permisero, ma volsero essi far questo
ufficio. E non era se non sette mesi che questa cosa era accaduta, quando li
nostri giunsero in queste parti. Di questo Francesco, il qual avea preso moglie
nell'isola della Giava maggiore, erano restati un figliuolo e una figliuola, e
200 bahar di garofani. E perch era grande amico e parente del capitano general
Hernando Magaglianes, fu causa che 'l detto capitano si movesse a pigliar
questa impresa di venire a cercar queste isole, perch, essendo detto Francesco
capitano di questo re delle Molucche, avea spesse fiate scritto al detto che si
trovava in quelle parti, invitandolo a dovervi andare. Ed essendo il prefato
Hernando Magaglianes molto mal satisfatto dal re di Portogallo don Emanuel,
percioch pretendeva, per le fatiche fatte nelle navigazioni nelle parti
d'India in levante, dover aver maggior premii da sua Maest di quelli che gli
erano dati, vedendo non esser remunerato, come uomo che avea animo generoso, si
part di Portogallo e venne in Castiglia all'imperadore, dove, conosciuto
d'ottimo ed elevato intelletto, e che sapeva render buon conto d'ogni luogo
dove era stato, ottenne da sua Maest ci che egli seppe domandare, che fu che
gli armasse navilii per venir per la via di ponente a trovar queste isole
Molucche. Non passarono molti giorni dipoi la morte di Francesco Serrano che 'l
re di Tarenate, chiamato raia Abuleis, il qual avea maritato una sua figliuola
al re di Bacchian, avendo avuto guerra con quello, e saccheggiatolo del tutto,
fu avvelenato da sua figliuola, moglie del detto re di Bacchian: costei era
andata a trovar il padre sotto pretesto di voler far pace. Di questo re
restarono nove figliuole principali.
Alli 11 di novembre un delli figliuoli del re di Tarenate, nominato Checcile
Derois, accompagnato da due di quelle loro barche dette prao, venne a trovar le
nostre navi, sonando cembali, ed era vestito di velluto rosso: ma non volse
allora entrar nella nave. Costui avea in suo poter la moglie e figliuoli di
Francesco Serrano. Quando li nostri il viddero e intesero chi era, mandarono a
dir al re di Tidore se essi lo doveano ricevere o no, percioch erano nel suo
porto; il re rispose che facessero come meglio pareva loro. In questo mezzo il
figliuol del re di Tarenate, avendo qualche sospetto, si discost alquanto
dalla nave, per la qual cosa li nostri l'andarono a trovare con li battelli, e
gli presentarono un drappo lavorato d'oro e di seta, fatto in India, con alcuni
coltelli, specchi, forbici: esso prese queste cose con un poco di disdegno.
Costui avea in sua compagnia un giudeo fatto cristiano, nominato Emanuel, il
qual era servidor d'un Pietro Alfonso di Olorosa portoghese, il qual Pietro,
dopo la morte di Francesco Serrano, era venuto d'una isola detta Bandan a
Tarenate. Il servidor, perch sapeva parlar portoghese, entr nella nave e
disse che, ancor che 'l re di Tarenate fusse nimico del re di Tidore, nondimeno
era sempre pronto a far ogni servizio che potesse al re di Spagna. Li nostri,
fattogli carezze assai, scrissero una lettera al suo padrone Pietro Alfonso, e
gli dissero che dovesse venir a vedergli senza alcuna dubitazione.


De' costumi del re di Tidore. D'un'isola detta Gilolo, e del re e popoli suoi.
Come li nostri barattavano le mercanzie a garofani. Dell'isola detta Mutir.

Questo re di Tidore tien tante femmine quante gli piace, ma sempre n'ha una per
principale, alla qual tutte l'altre obbediscono; e ha una casa grande fuor
della citt, con li suoi giardini, dove abitano 200 delle sue femmine e
damigelle con la principale, e altretante femmine vi stanno per servirle.
Quando il re mangia, mangia o solo o con la principale in un luogo eminente,
come saria un tribunale, donde pu veder tutte le dette femmine, che gli stanno
all'intorno in piedi, e comanda a quella che pi gli piace che vada quella
notte a dormir seco. Compita la cena, se esso comanda loro che mangino insieme,
esse lo fanno, se non, ciascuna va a cenar nella sua camera. Nissun senza
licenzia del re le pu vedere, e se alcuno  trovato di giorno o di notte
appresso la casa del re,  subito morto. Ciascuna famiglia  tenuta dare al re
una o due delle sue figliuole. Questo re ha 26 figliuoli, otto maschi e l'altre
femmine.
All'incontro di questa isola di Tidore  un'altra grande isola nominata Gilolo,
abitata da Mori e Gentili. Fra li Mori sono duoi re, come ne fu referito da
questo re, delli quali uno avea 600 figliuoli tra maschi e femmine, e l'altro
650. Li Gentili non tengono tante femmine, n vivono con tante superstizioni,
come fanno li Mori, ma adorano la prima cosa che scontrano la mattina come
escono di casa per tutto quel giorno. Il re delli Gentili si chiama raia Papua:
 molto ricco d'oro, e abita nella detta isola di Gilolo, nella qual nascono
canne grosse come la gamba, piene d'acqua molto buona da bevere, e vi se ne
truovano molte.
Alli 12 di novembre il re di Tidore fece metter ad ordine una casa nella citt,
dove li nostri potessero portar le loro mercanzie: i quali la impierono tutta,
e subito cominciarono a contrattare in questo modo. Per dieci braccia di panno
rosso assai buono aveano in cambio un bahar di garofani, e sono quattro cantari
e sei libbre (un cantaro  cento libbre); per quindici braccia di panno non
tanto buono un bahar; per quindici manarette di ferro un bahar, per
trentacinque bicchieri di vetro un bahar; per 17 cathil d'argento vivo un
bahar. Tutto 'l giorno venivano alla nave molte barche piene di capre, galline,
fichi, coche e altre cose da mangiare, e tanta quantit ch'era cosa
maravigliosa. Fornirono le navi li nostri d'una buona acqua, la qual nasce
calda, ma stando fuori della fontana un'ora diventa freddissima: e nasce il
fonte dalla montagna ove sono gli arbori de' garofani.
Alli 13 del detto mese il re mand un suo figliuolo, detto Mosahat, all'isola
di Mutir per aver garofani, accioch pi presto potessero caricar la nave.
Questi fecero dir al re come gli avean dati a certi mercatanti indiani, e
inteso questo, il re volse che li nostri gli dessero duoi uomini, i quali
voleva mandar a trovare questi Indiani insieme con sei delli suoi, per far loro
intendere come erano uomini del re di Spagna venuti l. E cos li nostri
fecero, e gl'Indiani, inteso questo, si maravigliarono grandemente che li
nostri avessero fatto s gran viaggio per quella parte donde erano venuti. Dopo
questo, alcuni del re di Tidore, essendo venuti in nave e veduti alcuni porci
vivi, che li nostri tenevano per munizione, gli pregarono che gli dovessino
ammazzare, che gli dariano in cambio di quelli quante capre e galline
volessero; e per aventura, venendo li detti sotto la coperta della nave, ne
viddero uno che non era stato morto, e subito si coprirono il viso per non
vederlo n sentir il suo odore.
Verso il tardi del detto giorno venne un prao di Pietro Alfonso portoghese, e
avanti che egli entrasse nella nave de' nostri, il re di Tidore lo mand a
chiamare, e con allegro volto gli narr tutte le nuove de' fatti nostri, e
volse con lui venir alla nave, dove fu dalli nostri abbracciato e carezzato.
Detto Pietro disse alli nostri molte cose de' Portoghesi, e tra l'altre come
venivano sino a queste isole a caricar garofani. Dipoi dimorato alquanto si
part, promettendo di voler tornar in Spagna sopra la nave de' nostri.


Dell'isola detta Bacchian, del presente fatto al re di Gilolo, e della
grandezza di detta isola. De' garofani e come nascono. Delle noci moscate e sua
descrizione. Della qualit degli uomini e donne di quel paese, e delle lor
case.

Alli 15 di novembre il re gli disse come voleva andar a Bacchian a prender
garofani lasciati in quel luogo per Portoghesi, e dimand alli nostri duoi
presenti per donar a duoi governatori dell'isola di Mutir per nome del re di
Spagna. Ed essendo il detto re sopra la nave e passando dove erano li schioppi,
balestre e archi di verzino, che sono il doppio maggiori degli altri, volse
tirar duoi colpi di balestra, e gli piacque pi che di tirar con gli schioppi.
Il sabbato seguente il re di Gilolo moro venne alla nave con molti prao, e
dalli nostri gli fu donato un saion di damasco verde, due braccia di panno
rosso, specchi, forbici, coltelli, pettini e duoi bicchieri di vetro dorati: il
quale, accettati li presenti, con allegro volto disse alli nostri che poi
ch'erano amici del re di Tidore, ch'erano similmente suoi, e che gli amava come
suoi proprii figliuoli, e che, se mai alcun de' nostri andasse nelle sue terre,
gli faria grandissimo onore. Questo re  molto vecchio e istimato da tutti
molto potente, e si chiama raia Lussu. Questa isola di Gilolo  tanto grande
che, a volerla circondare con un prao, si staria ben quattro mesi. La domenica
mattina questo medesimo venne alla nave, e volse veder tutte l'armi de' nostri,
e come combattevano, e come scaricavano le bombarde, e di quelle prese
grandissimo piacere. Il che veduto, si part, e ci fu detto che 'l prefato re
nella sua giovent era stato valente combattitore.
Il medesimo giorno Antonio Pigafetta and in terra per veder come nascevan li
garofani, gli arbori de' quali sono alti e grossi come  un uomo al traverso, e
poi si vanno assottigliando; li lor rami si spandono alquanto larghi nel mezzo,
ma nella fine sono appuntati. Le foglie sono come quelle del lauro, la scorza 
del color dell'oliva. Li garofani nascono nella sommit de' rami, dieci e venti
insieme. Quando li garofani nascono sono di color bianchi, maturi rossi, e
secchi negri. Colgonsi due volte l'anno, cio di dicembre e di giugno, perci
che in questi duoi tempi l'aere  pi temperato; ma  pi temperato nel
dicembre, al tempo di Natale. Quando l'aere  pi caldo e manco piove, si
coglie 300 e 400 bahares in ciascuna di queste isole; e nascono solamente sopra
montagne, e se alcun di questi tali arbori  trasportato in altro luogo, non
vive punto. La foglia, lo scorzo e il legno, quando  verde,  cos forte come
 il garofano; se non sono colti quando sono maturi, diventano tanto grandi e
tanto duri che altra cosa di loro non  buona se non la scorza. Non nascono
garofani in altro luogo al mondo, per quel che si sappia, se non in 5 montagne
delle 5 isole di sopra nominate. Se ne truovan ben alcuni nell'isola di Gilolo,
e in un'isola piccola oltra Tidore, e ancora in Mutir, ma non sono buoni come
questi delle sopra nominate. Li nostri vedevan quasi ogni giorno come si levava
una nebbia, la qual circondava queste montagne di garofani, che  cagion di
farli diventar pi perfetti. Ciascuno degli uomini di queste isole ha li suoi
arbori di garofani, e ciascun cognosce li suoi, e non gli fanno diligenzia
alcuna di cultura.
In dette isole si truovano ancora alcuni arbori delle noci moscate, li quali
sono come l'arbor della noce nostra, e della medesima foglia. Quando la noce
moscata si coglie,  grande come un cotogno, con una pelle disopra del medesimo
colore. La sua prima scorza  grossa come  la scorza verde della nostra noce,
sotto la quale  una tela sottile, la qual cuopre il macis, molto rosso,
inviluppato intorno allo scorzo della noce: e dentro di quella  la noce
moscata.
Le case di queste genti sono fatte come l'altre, ma non tanto elevate da terra,
e sono serrate d'intorno di canne. Le femmine sono brutte, e vanno nude come
fanno l'altre, e portano d'intorno alle parti vergognose un drappo fatto di
scorzi d'arbore, il qual fanno in questo modo: prendono la scorza e la lasciano
star in acqua tanto che ella diventa molle, poi la battono con un legno e la
fanno venir tanto lunga e larga come vogliono, e diventa sottile come un velo
di seta, con alcuni filetti dentro, che par che sia stato tessuto. Il loro pane
fanno di legno di un arbore, in questo modo: pigliano una quantit di questo
legno molle e cavanne fuori certe come spine lunge, poi lo pestano e a questo
modo ne fanno pane, il qual per la maggior parte usano quando navigano, e si
chiama sagu. Gli uomini sono grandemente gelosi delle lor femmine, e non
volevan che li nostri andassero con le brache scoperte, fatte nel modo che si
usano nelle nostre parti d'Italia.


Come il re di Tarenate venne alle navi per far contrattar i garofani, e ne fece
venir gran quantit;
e come il re di Tidore esort li nostri a ritornar a questo viaggio
per vendicar la morte di suo padre, qual fu morto nell'isola detta Buru,
e dopo fattoli molte offerte giur di sempre esser amico del re di Spagna.

Un giorno vennero dall'isola di Tarenate molte barche cariche di garofani, ma
non volsero contrattar con li nostri per modo alcuno, percioch dubitavano, e
volevano aspettare il loro re. Un luned venne il loro re con un prao, sonando
cembali, e volse passar per il mezzo delle nostre navi, le quali per onorarlo
scaricarono molti colpi d'arteglieria. E fece contrattar li detti garofani, e
disse alli nostri che fra quattro giorni ne faria venir una gran quantit: e
alli XXVI di novembre ne mand cento e novantaun cathil di detti garofani, i
quali chiamano con diversi nomi, cio gomode, bugalavan, chiauche.
Un giorno il re di Tidore disse alli nostri che il costume delli re di quella
isola non era di partirsi cos facilmente di casa sua e andar di qua e di l,
come avea fatto esso, che per amor del re di Spagna era andato in molti luoghi
per satisfar alli nostri, accioch potessero caricare le lor navi e ritornar in
Spagna; e che gli pregava che volessero, pi presto fusse possibile, ritornar
di nuovo a questo viaggio e venirsene a vendicar la morte di suo padre, il qual
fu morto in un'isola detta Buru. Poi disse che egli era usanza, quando le navi
si partivano del suo porto, che si faceva loro un convito, della qual cosa esso
non voleva mancare. Gli nostri, udite queste parole, ringraziarono grandemente
il re, dicendogli che di questo suo buon volere e officio fatto per loro ne
raccontarieno il tutto alla maest dell'imperadore, il qual ne terria grata
memoria, e che, con l'aiuto di Dio, tornariano pi presto che potessero e
fariano le sue vendette. E circa il convito che voleva far loro, lo
ringraziavano similmente, dicendo che non potevano star pi in quel luogo, e
che non volevano che li facesse convito alcuno: e questo gli dissero avendo
memoria dello sventurato convito che fu fatto loro nell'isola di Zubut, dove
persero il capitano loro con molti compagni. Il re, dopo molte persuasioni
ditte a quegli al contrario, e tra l'altre che 'l tempo non era buono per
partirsi allora, e che per le molte bassezze di terra non era l'ordine
dell'acque per navigare, e finalmente vedendo gli animi delli nostri alquanto
alterati, e che dubitavano, si fece portar il libro del suo Alcorano, e
primamente basciandolo e mettendolo tre o quattro volte sopra la sua testa,
dicendo alcune parole, giur per l'Alcorano, il qual aveva nelle mani, di voler
esser sempre amico del re di Spagna: e diceva queste parole piangendo. Per la
qual cosa li nostri, indotti da queste sue persuasioni, restarono ancora in
quel luogo 15 giorni, dove intesero come molti degli uomini principali del
detto re l'aveano confortato che ammazzasse tutti li nostri perch faria cosa
gratissima alli Portoghesi, e che 'l re gli avea risposto che non lo faria mai
per cosa alcuna.


Come tre figliuoli del re di Tarenate con tre loro mogli vennero alle navi, e
il seguente giorno vi vennero molti col re e sua moglie, e parimente il re di
Bacchian con suo fratello, qual pigliava per moglie una figliuola del re di
Tidore. Del presente fattoli per esso re di Bacchian; del desinare a lui
mandato per il re di Tidore, e il tutto con che pompa.

Alli 27 di novembre venne un governator di Macchian, al qual li nostri fecero
alcuni presenti, il qual disse che mandaria loro gran quantit di garofani: e
questo governator si chiamava Humar, ed era uomo d'anni venticinque.
Alli 5 e 6 di decembre comperarono li nostri assai garofani: per quattro
braccia di panno detto fregetto un bahar di garofani, per dodici catenelle di
ottone, che valevano dodici soldi, cento libbre di garofani; e non avendo altro
da contracambiare, cominciarono li nostri a dar le cappe di panno e le camicie.
Alli 7 del detto mese vennero tre figliuoli del re di Tarenate con Pietro
Alfonso portoghese e con tre loro mogliere, alli quali li nostri fecero alcuni
doni; e quando si partirono, per far loro onore scaricarono alcune bombarde.
Tutte queste genti, s uomini come femmine, vanno sempre scalzi.
Alli 9 di decembre vennero molti alle nostre navi insieme col re e sua moglie,
e similmente Pietro Alfonso e sua moglie; e ancor che detto Pietro invitasse li
nostri a voler andare nel suo prao, mai vi volsero andare, n similmente
permisero che alcuno entrasse nelle lor navi: e questo facevano perch aveano
pur inteso che questo Pietro era grande amico del capitano che tiene il re di
Portogallo nella citt di Malacha, e dubitavan che non fosse venuto con qualche
inganno per pigliargli e fargli prigioni.
Alli 15 di decembre venne il re di Bacchian, e men seco un suo fratello, il
qual pigliava per moglie una figliuola del re di Tidore. Quelli che erano in
sua compagnia potevano esser circa 120, e portavan molte bandiere, fatte di
penne di pappagalli bianche, gialle e rosse; sonavano molti corni. Eranvi
ancora duoi prao con molte donzelle, per far presenti alla nuova sposa, e
quando passarono appresso delle nostre navi, furono salutati con le
arteglierie. Il re di Tidore venne a incontrarlo, e perch  usanza fra questi
re che mai uno smonta in terra dell'altro, per il re di Bacchian, come lo
vidde venire e ch'egli entr nel suo prao, si lev del suo tapeto sopra il qual
sedeva e si mise da una banda di quello. Il re di Tidore non volse anche esso
seder sopra il tapeto, ma si mise dall'altra banda, e cos nissun sedeva sopra
il tapeto. Il re di Bacchian don al re cinque patole, per il matrimonio che si
faceva di suo fratello nella figliuola di quello: patole sono drappi d'oro e di
seta, che si fanno nel paese di China e sono molto apprezzati fra questi
popoli, e tutti li Mori, quando si vogliono onorare, si vestono di questi
drappi.
Il seguente giorno il re di Tidore mand il desinare al re di Bacchian per
cinquanta bellissime giovani vestite di drappo di seta, cio dalla cintura fino
alle ginocchia, e andavano a due a due con un uomo in mezzo di quelle: ciascuna
portava un gran piatto pieno d'alcuni piatti piccoli di diverse vivande, e gli
uomini portavano il vino in gran vasi, ma dieci di quelli che aveano maggior
et portavano alcune mazze. E cos vennero al prao e presentarono tutte queste
cose al re di Bacchian, il qual sedeva sopra un tapeto e avea disopra una
cortina rossa e gialla. Poi il re di Tidore mand a noi alcune capre, coche,
vino e altre cose da mangiare; e noi mettemmo amendue le navi a ordine, e le
bandiere al vento, sopra le quali era la croce di San Iacopo di Galizia, con un
motto che diceva: "Questa  la figura della nostra buona ventura".


D'un presente fatto al re di Tidore. Di certi uccelli chiamati manucodiata.
Di uno unguento col qual toccato la mano a uno lo fa morire in tre o quattro
giorni.
Costume di quelli Indiani nel fabricar le case. E del gengevo.

Il giorno seguente li nostri donarono al re di Tidore alcuni presenti, cio
alcuni pezzi di artiglieria piccoli, come sono archibusi, e quattro barili di
polvere, e alcuni bicchieri di vetro, e presero otto botte d'acqua per ciascuna
nave. Il re di Bacchian, in segno di far cosa grata alli nostri, volse in
compagnia loro smontar in terra, con molti delli suoi Indiani: e sempre avanti
del detto re andavan 4 uomini con gli stocchi nudi, che tenevan in mano levati.
E venuti ov'era il re di Tidore e tutto il resto del popolo, disse che ogniun
poteva intendere che esso voleva esser sempre amico e servitore del re di
Spagna, e guardaria a suo nome tutti li garofani lasciati da' Portoghesi, fino
a tanto che ritornassero li nostri un'altra volta, n pi n'era per dar ad
alcun altro, se non con licenzia de' nostri. E fece un presente di dieci bahar
di garofani, che fussero portati al re di Spagna; ma, essendo le navi cariche,
non li poteron levar tutti. Gli mand ancora duoi uccelli morti bellissimi:
questi sono della grandezza d'una tortola, la testa piccola col becco lungo, e
lunghe le gambe un palmo e sottili; non hanno alie, ma in luogo di quelle penne
lunghe di diversi colori; la coda com' quella della tortola. Tutte l'altre
penne sono d'un colore, come tane over rovano, eccetto quelle che sono delle
alie; ma non vola se non quando  vento. Hanno oppenione questi Mori che questo
uccello venga dal paradiso terrestre, e chiamanlo manucodiata, cio uccello di
Dio. Il re di Bacchian  d'et di circa settant'anni.
Un giorno il re di Tidore mand a dir alli nostri che stavan nella casa della
mercanzia che di notte non si partissero di casa, perch sono alcuni de' suoi i
quali vanno di notte, e non par che faccino male alcuno, ma, come truovano
alcun forestiero, gli toccano le mani con un unguento, e subito questi che sono
stati tocchi con tal unguento si ammalano, e in tre o quattro giorni muoiono.
Intesero anche d'una nuova superstizione che usano questi popoli, che, come
fanno una casa di nuovo, avanti che vi vadino ad abitar dentro, vi fanno gran
fuochi all'intorno, e conviti di tutti i lor amici; poi appiccano sotto il
tetto della casa un poco di qualunque cosa che si truova nell'isola, accioch
mai tale cose non possino mancare agli abitanti in quella. In questa isola si
truova gengevo, e mangiasi verde come se fusse pane, per non esser cos forte
verde come secco. Il gengevo non  arbore, ma  una pianta piccola, e cresce
fuor della terra con certi rami lunghi un palmo, come sariano quelli della
canna, con foglie simili, ma pi strette e pi corte, le quali non sono buone a
cosa alcuna, ma sola la radice  buona, che  il gengevo. Questi popoli ne
sogliono seccare mettendolo in calcina, accioch duri pi lungamente.
Perch la mattina seguente li nostri volevan partir dalle Molucche, il re di
Tidore, di Gilolo e di Bacchian volevan venir ad accompagnare le nostre navi
fino alla punta d'una isola detta Mare; ma si scoperse ch'una delle due nostre
navi faceva acqua grandemente, per il che restarono ancora tre giorni. Ma,
vedendo che non se le poteva trovar rimedio alcuno, se non con gran tempo e
spesa, li nostri, fatto consiglio insieme, deliberarono lasciarla, con ordine
che, dapoi che fusse racconcia, se ne venisse in Spagna meglio che potesse.
Alli 21 di decembre il re di Tidore venne alla nave, la qual si partiva, e
dettele duoi pilotti pagati per condurla fuor dell'isola, dicendo alli nostri
che allora era buon tempo per partire. Dette ancora alcune lettere che mandava
alla maest dell'imperadore, e presero licenzia dal re scaricando tutte
l'artiglierie. Il re si doleva forte per il partire de' nostri, e non pot
contenersi che, montato sopra un batello, non volesse venir ancor un poco
drieto alli nostri, e di nuovo lagrimando abbracciarli; e cos si partirono. Il
governatore del re venne con li nostri fino all'isola detta Mare, dove subito
li nostri smontati e andati a far legne, ne caricorno la nave, e presero la via
verso garbino: e nella nave erano da quarantasei in tutto, con 13 Indiani
appresso. In questa isola di Tidore abita una persona che  nella sua fede di
quella reputazione che  un vescovo nella nostra, e quello che allora vi si
trovava avea quaranta femmine e infiniti figliuoli e figliuole.


Le cose che si trovano nell'isole delle Molucche. Di alcune moschette minori
delle formiche
che fanno il mele. Dell'isola Zamal, da' nostri nominata de' Ladri.
Dell'isole Chacovan, Lagoma, Seco, Gioghi, Caphi, Lumatola, Tenetum, Sulacho,
Buru, Ambon, Budia, Calarvi, Benaia e Ambala, e della qualit di quei popoli.

In tutte l'isole delle Molucche si truovano garofani, gengevo, sagu, che  il
pane che abbiamo detto che si fa di legno, risi, capre, pecore, galline, fichi,
mandorle, pomi granati dolci e garbi, naranci, limoni, batates, mele (il qual
fanno alcune moschette minori che le formiche, e lo vanno a fare negli arbori),
canne di zucchero, olio di coche, melloni, zucche, un frutto che rinfresca
grandemente, detto camulicai, e un altro simile alle persiche, e altre cose da
mangiare; pappagalli bianchi, li quali chiamono cachi, e altri rossi, detti
nori: e un de' rossi val un bahar di garofani, e parlano pi perfettamente che
non fanno gli altri. Ancora non erano passati cinquanta anni che in queste
isole vennero ad abitar Mori: per avanti erano abitate da Gentili, delli quali
ancora molti ne abitano nelle montagne, e li detti Gentili facevan poco conto
de' garofani.
L'isola di Tidore  sopra l'equinoziale verso il nostro polo circa minuti 27, e
di longitudine di donde partimmo 171 grado; dall'arcipelago dove  l'isola
Zamal, nominata da' nostri de' Ladri, nove gradi e mezzo; e corre alla quarta
di ostro garbin e greco tramontana. Terenate  sotto la linea dell'equinoziale
verso l'antartico 40 minuti; Mutir  sotto la linea appunto; Macchian  verso
l'antartico 15 minuti, e Bacchian un grado. E sono queste isole come quattro
montagne acute, eccetto Macchian, che non  acuta; e la maggiore di tutte 
Bacchian.
Navigando a lor cammino, li nostri passarono queste isole: Chacovan, Lagoma,
Sico, Gioghi, Caphi. Nell'isola di Caphi gli fu affermato dal pilotto che vi
abitavano uomini civili, di statura molto piccoli, quasi come nani, ed erano
stati soggiogati dal re di Tidore, al quale ubidivano. Passarono poi per
l'altre isole, andando tra ponente a garbino, e scoprirono verso ostro alcune
isole molto pericolose per molte secche e basse; e smontarono in una detta
Sulacho, la qual  sotto la linea dell'equinoziale verso antartico due gradi, e
50 leghe lontana dalle Molucche. Gli uomini di questa isola sono gentili, e
mangiano carne umana; vanno nudi, cos gli uomini come le femmine, eccetto che
portano una scorza larga due dita intorno le parti vergognose. In molte altre
isole alle dette vicine mangiano carne umana. Poi, costeggiando due isole
chiamate Lamatola, Tenetum, 10 leghe da Sulacho, nella medesima via trovarono
un'isola detta Buru, la qual  molto grande, ove si trovano risi, porci, capre,
galline, coche, canne di zucchero, sagu, fichi, mandorle, mele, che poi che
l'hanno colto lo inviluppano in alcune foglie secche al fumo, e ne fanno un
involto lungo, il qual chiamano canali. Si truova ancora un frutto detto
chiarch, il qual  molto buono e ha alcune cose a modo di groppi di dentro e di
fuora. Vanno nudi come gli altri; sono gentili e non hanno re. E questa isola
di Buru  tre gradi e mezzo sotto la linea dell'equinoziale verso l'antartico,
e lontana dalle Molucche 75 leghe. Verso levante di detta isola n' un'altra
lontana circa dieci leghe, la qual  molto grande e confina con l'isola di
Gilolo, abitata da Mori e Gentili, e si chiama Ambon. Li Mori abitano vicini al
mare, li Gentili fra terra; mangiano carne umana. Nascono in quella tutte le
cose che abbiamo detto di sopra. Tra Buru e Ambon si trovano tre isole
circundate tutte da secche, chiamate Budia, Celaruri e Benaia, e di l da
queste quattro leghe  un'altra isola detta Ambalao.


Di Bandan, Zorobua, Zolot, Nocevamor, Galian e Mallua isole, e de' costumi di
quelli abitatori. Dell'isola Aruchetto, dove dicono gli uomini e le femmine non
esser maggior d'un cubito e aver l'orecchie grandissime. E quivi del pepe longo
e pepe tondo, e come nascono.

Lontan dall'isola di Buru circa 35 leghe alla quarta d'ostro verso garbin, si
truova Bandan, che ha 12 isole intorno di s, ove nasce la noce moscata: e la
maggiore si chiama Zorobua. In questa non si truova se non il pan che fanno di
sagu e d'un certo grano detto maiz, risi, coche, fichi; e sono tutte una
appresso l'altra. Gli abitatori di queste sono mori e non hanno re. Bandan 
verso l'antartico sotto l'equinoziale gradi sei, e per longitudine 160 e mezzo:
e perch ell'era fuori del cammino il qual facevan li nostri, per questo non vi
volsero andare.
Partendosi da Buru alla quarta di garbin verso ponente, arrivarono a tre isole
vicine una all'altra: Zolot, Nocevamor e Galian, e passando fra due discesero
in un'isola che aveva montagne altissime, detta Mallua. Gli abitatori sono
uomini salvatichi e bestiali, e mangiano carne umana; vanno nudi, eccetto che
portano quella scorza che abbiamo detto, e quando vanno a combattere si metteno
alcune pelli grosse di bufolo davanti e di dietro. Adornano loro figliuoli con
alcune corniuole legate insieme con denti di porco, e con code di capre
appiccate davanti e di dietro. Portano li capelli trapassati per alcune canne
da una banda all'altra, la barba inviluppata in foglie e messa poi in una canna
similmente, che fa rider chi gli vede. Li loro archi e freccie sono fatte di
canne, e hanno certi sacchi fatti di foglie d'arbore, nelli quali portano il
bevere e mangiar loro. Quando le lor femmine viddero li nostri smontare, gli
vennero all'incontro con gli archi e freccie: come li nostri mostrarono di
voler dar loro alcuni presenti, subito fecero amicizia. Li nostri stettero
quindici giorni in questa isola, per acconciar le bande della nave che faceva
acqua: vi trovarono capre, galline, coche, pepe lungo e tondo. Il pepe lungo
nasce d'una pianta over arbore simile alla edera, cio che  flessibile e si
appoggia agli alberi; e il frutto  appiccato al legno, la foglia  come quella
del moro, e si chiama luli. Il pepe tondo  quasi di simil pianta come del
sopradetto, ma nasce in una spiga come  quella che si vede del formento
d'India, e si sgrana, e chiamanlo lada. Tutti li campi sono pieni di simil
pepe. Presero un uomo il qual gli sapesse condurre ad alcune isole, per aver
alcune vettovaglie. Questa isola di Mallua  verso l'antartico sotto
l'equinoziale otto gradi e mezzo, e ha 169 gradi e quaranta minuti di
longitudine.
Il pilotto vecchio delle Molucche disse alli nostri che non troppo lontano era
un'isola detta Aruchetto, dove gli uomini e le femmine non son maggiori d'un
cubito, e hanno l'orecchie tanto grandi che sopra una si distendono e con
l'altra si cuoprono; sono la maggior parte tosi e nudi, e corrono forte. Le
loro abitazioni sono caverne sotto terra; mangiano pesci, e un certo frutto
bianco che cresce nella scorza d'un arbore, il qual frutto  simile ad un
coriandolo confetto, il qual chiamono ambulon. Li nostri non andarono a
vedergli, perch il vento e correntia del mare gli era contraria, e reputarono
quello che fu loro detto di detti popoli esser favole.


Dell'Isole Timor e Lozon, della citt di Maghepaher, degli abitatori suoi, e le
cose che in quelle si truovano. Di alcuni animali tanto grandi che levano ogni
grande animale in aere.

Alli 25 di gennaio 1522 si partirono da Mallua, e alli 26 arrivarono ad una
grande isola, lontana da quella 5 leghe tra ostro e garbin, nominata Timor. E
Antonio Pigafetta and a parlar al principal della terra detto Ambao per aver
vettovaglie, il quale gli rispose ch'era contento di dargli bufali, porci e
capre: ma non poteron restar d'accordo, perch domandava troppo per un bufalo,
e li nostri avean poche cose da cambiare e dubitavan della fame. Per, essendo
venuti molti di quelli popoli nella nave, ne ritennero un principale e un suo
figliuolo, il quale era d'un luogo detto Balibo: e per paura che li nostri non
gli ammazzassero, gli donarono un bufalo, cinque capre e duoi porci, e gli
nostri li lasciarono andare, dando loro certe tele e drappi di seta d'India e
di cotone, mannarette, coltelli, specchi e forbici, s che si contentarono e
restarono quieti. Queste genti vanno nude, e portano appiccate agli orecchi,
alle braccia e al collo certe catenelle fatte d'oro. Le femmine con gran
diligenzia attendono a servir gli uomini.
In questa isola si truova il legno del sandalo bianco, gengevo, bufali, porci,
capre, galline, risi, fichi, canne di zucchero, aranci, limoni, mandorle,
fagiuoli e altre cose da mangiare, pappagalli di diversi colori. Quattro
fratelli sono re di questa isola, e le abitazioni sono in diverse parti, una
delle quali  detta Cabanazza. Si truova in una montagna assai oro, a peso del
quale fanno li lor baratti. Quelli che abitano nella Giava e nelle Molucche e
in Lozon e in tutte queste altre parti, vengono qui a comperar il sandalo.
Questi popoli sono gentili, e dicono che quando vanno a tagliar il legno del
sandalo appar loro il demonio in diverse forme, e dice loro, se hanno bisogno
d'alcuna cosa, che la dimandino: e per tali apparizioni molti di loro stanno
ammalati lungamente. Il sandalo si taglia ad un certo tempo della luna,
altramente non saria buono. Fanno baratto di sandalo con panno rosso, tela,
aceto, ferro, chiodi. Questa isola  tutta abitata, e molto lunga da levante in
ponente, e larga la met da tramontana verso ostro, ed  verso l'antartico
sotto la linea dell'equinoziale 10 gradi, e 174 di longitudine. In tutte queste
isole che abbiamo disopra narrato, le quali si posson chiamar come un
arcipelago, regna la malattia di san Iob pi che in alcun altro luogo del
mondo: li popoli la chiamano il mal di Portogallo, e a noi altri in Italia il
mal francese.
Lontan di l tra ponente e maestro si truova un'isola detta Eude, dove nasce
molta cannella; il popolo  gentile, e non hanno re. E nel cammino si truovano
molte isole una drieto all'altra fino alla Giava maggiore e il capo di
Malaccha. La maggior citt di Giava si chiama Maghepaher, e il re di quella 
il maggiore di tutta l'isola. Giava minore  grande come l'isola di Madera, ed
 appresso Giava maggiore mezza lega. Intesero da alcuni Mori che vennero sopra
la nave che nella Giava maggiore, quando muore un uomo principale,
l'abbruciano, e quella delle sue femmine che  stata moglie principale si
adorna tutta e si corona con fiori, e sedendo sopra una sedia si fa portare da
tre o quattro uomini, e ridendo e confortando li suoi parenti dice loro che non
pianghino, perch ella se ne va a cena col suo marito e a dormir con esso
quella notte: e poi, portata dove  il fuoco che abbrucia il marito, si volta
di nuovo verso li suoi parenti e li conforta un'altra volta, ed ella medesima
si butta nel fuoco, dove si abbrucia. La qual cosa quando lei non facesse, non
saria tenuta donna da bene, n vera moglie di suo marito.
Intesero ancora che di sopra la Giava maggiore verso tramontana  un golfo
grande detto della China, nel qual si trovano arbori grandissimi, dove abitano
uccelli di tanta grandezza che levano in aere ogni grande animale: e questi
arbori si chiamano busathaer, e li frutti loro sono maggiori che cocomeri o
vogliamo dire angurie. Li popoli truovano detti frutti nel mare, e le navi e
altri navilii non si possono approssimare agli arbori senza gran pericolo: e
anche queste cose si stimarono che fussero favole.


Di alcune terre e citt nominate Cingoporta, Pahan, Calantan, Patani, Braalin,
Beneu, Longon, Odia. Del regno di Iamgoma e Campaa, dove nasce il riobarbaro.
D'un porto detto Canthan; delle citt di Nauchin e Connulaha. Del gran re di
China e della sua natura, e costumi de' popoli conchii e lichii. Del re di Mien
e della citt del Cataio.

Il capo di Malaccha  un grado e mezzo sopra la linea dell'equinoziale verso
l'artico. Alla banda di levante di questo capo corre la costa molto lunga, e si
truovano molte terre e citt: il nome d'alcune sono Cingaporla, che  il capo,
Pahan, Calantan, Patani, Braalin, Beneu, Longon, Odia, dove  la citt ove
abita il re di Sian, il qual si chiama Siri Zacabedera. Le citt sono edificate
come le nostre, suggette al re di Sian. Dopo il reame di Sian si truova quello
di Iamgoma e di Campaa, dove nasce il riobarbaro, del quale sono diverse
oppenioni: chi dice che  radice e chi arbore putrefatto, e se non fusse
putrefatto non averia cos grande odore, e chiamanlo calama.
Appresso di questo si truova la gran China, il re della quale  il maggior di
tutti li re del mondo, e si chiama Santoa raia. E tutte queste cose che di
sotto si diranno, intesero da un Moro ch'era nell'isola di Timor, le quali non
abbiamo voluto lasciar di scrivere tai quali elle sono, cio che il detto re ha
sotto il suo imperio 70 re coronati, e ha un porto di mare detto Canthan e due
citt principali, cio Nauchin e Connulaha, dove esso suol abitare, e sempre
tien quattro de' suoi principali appresso il suo palazzo, cio un verso
levante, l'altro verso ponente, e l'altro a mezzod e l'altro a tramontana, e
ciascun d audienzia a quelli che vengono da quelle parti. Tutti li signori
dell'India maggiore e di quella di sopra danno obedienzia a questo re, e per
segno che siano veri vasalli, ciascun tien nella piazza che  in mezzo le loro
citt un animal detto lince, che  pi bello che un leone: e il sigillo del re
di China  la lince, e tutti quelli che vogliono andar a China portano questo
sigillo di cera over sopra un dente di elefante, altramente non lo lascieriano
entrar nel porto. Quando alcun re  inobediente al re lo fanno scorticare, e
insalata la pelle e secca al sole, la empiono di paglia o d'altra cosa, e la
fanno star col collo basso, posta nella piazza sopra qualche luogo eminente,
acci che ciascuno la vegga. Il re non si lascia mai vedere da persona alcuna,
e quando li suoi cortigiani lo voglion vedere, esso discende dal palazzo in un
padiglion che  ricchissimo, accompagnato da sei damigelle sue principali, le
quali sono vestite come esso, e di quello entra in un serpente detto nagha, che
 la pi maravigliosa e ricca fabrica del mondo ed  posto nella corte maggiore
del palazzo, e il re entra dentro con le prefate donne per non esser conosciuto
tra quelle: li suoi guardano per un vetro che  posto nel petto del detto
serpente e veggono il re e le donne, ma non possono discernere qual sia il re.
Detto re si marita con le sorelle, acci che 'l sangue reale non si mescoli col
sangue d'altrui. Il suo palazzo  circundato da sette muri larghi grandemente
un dall'altro, e in ciascun di questi tali circuiti stanno diecimila uomini,
che fanno la guardia al palazzo fin a tanto che suona un certo segno; poi
vengono altri diecimila in ciascun circuito, e cos si mutano di d e di notte.
In questo palazzo sono settantanove sale ove stanno infinite donne che servono
al re, e hanno sempre torcie accese per mostrar maggior grandezza. Chi volesse
veder tutto questo palazzo consumeria tutto un giorno. Tra l'altre vi sono
quattro sale principali, dove alcune volte il re d audienzia alli suoi
principali, una delle quali  tutta disotto e disopra coperta di metallo,
un'altra tutta d'argento e un'altra tutta d'oro, e l'ultima coperta tutti li
muri di perle e gioie preziosissime. Quando li suoi vasalli gli portano oro o
altra cosa preziosa, la mettano in questa sala, e dicono: "Questo sia ad onor e
gloria del nostro Santoa raia".
Queste genti di China, come disse il detto Moro, sono bianche e vanno vestite
come noi, e mangiano sopra tavole come noi, e hanno la croce, ma non sanno
perch la tengono. In China nasce il muschio d'una bestia che  simil ad un
gatto, il qual mangia d'un legno dolce grosso un dito, ed  chiamato comaru.
Dietro alla costa di China sono molti popoli, come di Chenchii, dove si
truovano perle e qualche legno di cannella, e li popoli detti Lichii, dove  il
re di Mien, il quale ha sotto di s vintiduoi re, ed egli  suggetto al re di
China. Vi si truova anche la gran citt detta Cataio orientale, e molti altri
popoli in detta terra ferma, e tra gli altri alcuni di costumi s bestiali che,
come veggono il lor padre e madre vecchi e mal gagliardi, gli ammazzano
accioch non travaglino pi in questa vita; e tutti questi popoli sono gentili.


Del mare chiamato Lantchidol, e del ritorno delle navi in Siviglia.

Alli 11 di febraio 1522 partirono dall'isola di Timor, ingolfandosi forte nel
mar grande, il qual si chiama Lantchidol; e presero il suo cammino tra ponente
e garbin, lasciando a man dritta la tramontana, per paura che, andando verso la
terra ferma, non fossero veduti da Portoghesi. E passarono di fuori dell'isola
di Sumatra, chiamata come abbiamo detto dagli antichi Taprobana, lasciando pur
a man dritta sopra la terra ferma Pegu, Bengala, Calicut, Cananor e Goa,
Cambaia, colfo d'Ormus e tutta la costa dell'India maggiore. E per passar pi
sicuramente il capo di Buona Speranza, che  sopra l'Africa, andarono verso il
polo antartico, circa 42 gradi, e dimorarono sopra detto capo da sette
settimane, volteggiando sempre con le vele suso, perch li tiravano in prua
venti da ponente e da maestro che non gli lasciavano passare, ed ebbero ancora
non poca fortuna. Il capo di Buona Speranza  verso il polo antartico, di sotto
dall'equinoziale gradi 34 e mezo, e 1600 leghe dal capo di Malacha, ed  il
maggiore e pi pericoloso capo che si vegga sul mare di tutto il mondo.
Alcuni de' nostri, s per mancamento di vettovaglie come per esser ammalati,
volevano andare ad un porto de' Portoghesi sopra l'Africa detto Monzambique;
gli altri dicevano che pi presto volevano morire che non andar al dritto in
Spagna: pur finalmente, con l'aiuto del Signore Iddio, passarono detto capo non
troppo lontano. Poi cominciarono a navigare alla volta di maestro duoi mesi
continui senza mai toccar porto alcuno, e in questo tempo ne morirono circa 21
per diverse cagioni, li quali buttavano in mare: e pareva che li cristiani
andassero al fondo col viso volto in suso e gl'Indiani col viso in giuso; e se
Iddio non gli avesse dato buon tempo, tutti morivano di fame. Finalmente
astretti da necessit, trovandosi mezzi morti, andarono ad un'isola di Capo
Verde detta San lacopo, del re di Portogallo, dove subito sopra un battello
mandarono in terra a dimandar vettovaglie, faccendo con ogni amorevolezza
sapere a' Portoghesi li loro infortunii e travagli, e delle nuove delli loro
che si trovavano nell'Indie: e con tante buone parole e carezze che seppero
fare, ebbero alcune misure di risi, e volendo tornare pur per risi, furono
ritenuti tredici uomini, li quali si erano assicurati d'ismontare in terra. Gli
altri restati in mare, dubitando di non esser ancora loro presi con qualche
arte, si partirono faccendo vela. E alli 7 di setembre, con l'aiuto d'Iddio,
entrarono nel porto di San Lucar, vicino a Siviglia, solamente 18 uomini, la
maggior parte ammalati; il resto di 59 che partirono dalle Molucche, parte
morirono di diverse malattie, e alcuni ancora furono decapitati nell'isola di
Timor per lor delitti. E giunti in questo porto di S. Lucar, per il conto
tenuto di giorno in giorno, aveano navigato da 14460 leghe, circundando il
mondo dal levante in ponente. Alli 8 di settembre vennero in Siviglia e
scaricarono tutta l'artigliaria per allegrezza, e tutti in camicia e scalzi,
con un torchio in mano, andarono a ringraziare alla chiesa maggiore il Signor
Iddio, che gli avesse condotti salvi fino a quel punto.
Dopo alcuni giorni Antonio Pigafetta si part e and alla citt di Vagliadolit,
dove si trovava la maest dell'imperadore, al quale non pot appresentare oro o
argento o pietre preziose che fossero degne della grandezza di tanto principe,
ma gli dette un libro scritto di sua mano, ove erano notate tutte le cose
accadute di giorno in giorno in questo viaggio. Di l poi partitosi and a
Lisbona al serenissimo re di Portogallo, al qual disse tutte le nuove delli
suoi uomini, che avevan trovati s nell'isole delle Molucche come in altre
parti. Dapoi di Spagna se ne venne in Francia, dove appresent alcuni doni
delle cose portate di questo viaggio alla serenissima madama la regente, madre
del potentissimo e cristianissimo re di Francia. Finalmente venuto in Italia,
present similmente questo suo libro al reverendissimo gran maestro di Rhodi
messer Filippo Villiers Lisleadam.


Alcune parole che usano le genti della terra di Bressil

Il lor formento che par ceci mahiz
farina hus
un amo piuda
coltello iacle
pettine chignor
forbici pirene
sonagli itani maraca
pi che bon ium maraghatum


Parole del gigante il qual presero appresso il fiume di San Giuliano

Capo her
occhio other
naso or
supercili sechechiel
bocca piam
dente sor
lingua schial
mento saechen
pelo aschie
gola ohumoi
mano chone
palma caneghim
dito cori
orecchia save
mamella othen
petto ochii
corpo gechel
gamba coss
piedi tehe
tallon there
la suola perchi
cuore cho
uomo calischon
acqua oli
foco glialeme
fummo iacche
no chen
s cei
oro pelpeli
azurro sechegli
sole calipecheni
stella setreu
mare aro
vento ovi
tempesta ohone
pesce hoi
mangiar mecchiere
scodella elo

E prononziava il tutto nella gola


Parole che usano gli abitatori dell'isola di Tidore

Dio Ala
cristian naceran
turco rumo
moro moseliman
gentil cafre
loro preti maulana
uomo horan
uomo savio horan pandita
padre baba
madre mama abui
loro chiesa meschit
figliuol anach
fratello sandala
suo avo mini
suo suocero mintuha
suo genero minante
moglie porampuan
capelli lambut
capo capala
fronte dai
occhio mata
supercilii chilai
palpebre chenia
naso idon
bocca malut
labra vebre
denti ciggi
gingiva issi
lingua lada
palato langhi
mascella pipi
orecchia talinga
gola iaher
collo vidun
spalle balacan
petto dada
cuor atti
mamelle sussu
stomaco parut
corpo tundubatu
gambe mina
talon tuml
piede batis
suola empacachi
unghia cucu



Narrazione di un Portoghese compagno di Odoardo Barbosa, qual fu sopra la nave
Vittoria dell'anno 1519.


Nel nome di Iddio e di bon salvamento. Partimmo di Siviglia l'anno 1519 alli 10
d'agosto con cinque navi per andare a discoprire l'isole Molucche, donde
cominciammo a navigare da San Lucar per l'isole di Canaria, e navigammo per
lebeccio 960 miglia, onde ci trovammo a l'isola di Tenerife, nella quale sta il
porto di Santa Croce in 28 gradi del polo artico.
E da l'isola de Tenerife noi navigammo per mezzogiorno 1680 miglia, donde ci
trovammo in quattro gradi del polo artico.
Da questi quattro gradi del polo artico noi navigammo per lebeccio sino che ci
trovammo al capo di Santo Agostino, il quale sta in otto gradi del polo
antartico, donde abbiamo fatto mille e ducento miglia.
E dal capo di Santo Agostino noi navigammo alla quarta di mezzod verso
lebeccio 864 miglia, onde ci trovammo in vinti gradi del polo antartico.
E dai vinti gradi del polo antartico essendo in mare noi navigammo 1500 miglia
per lebeccio, donde ci trovammo appresso la fiumara che ha 108 miglia di bocca,
la quale  in 35 gradi nel ditto polo antartico: e noi le mettemmo nome rio di
Santo Cristofano. Da questo rio noi navigammo 1638 miglia alla quarta di
lebeccio fra ponente, onde ci trovammo alla punta dei Lupi Marini, la qual sta
in 48 gradi del polo antartico. E dalla punta dei Lupi Marini noi navigammo per
lebeccio 350 miglia, onde ci trovammo nel porto di San Giuliano, dove stemmo
mesi aspettando che 'l sole tornasse verso di noi, perch non vi era di giugno
e luglio se non di 4 ore il giorno.
Da questo porto di San Giuliano, il quale  in 50 gradi, noi ci partimmo alli
24 d'agosto 1520 e navigammo per ponente 100 miglia, onde trovammo una fiumara,
alla quale mettemmo nome rio di Santa Croce: e ivi stemmo sino alli 18
d'ottobre. Questa fiumara si  in 50 gradi. Noi ci partimmo alli 18 d'ottobre
da questa fiumara e navigammo a lungo la costa 378 miglia alla quarta di
lebeccio fra ponente, onde ci trovammo in uno stretto al quale mettemmo nome
stretto della Vittoria, perch la nave Vittoria fu la prima che lo vidde;
alcuni gli dissero il stretto di Magaglianes, perch 'l nostro capitano si
chiamava Fernando di Magaglianes: la bocca di questo stretto  in 53 gradi e
mezzo, e noi navigammo per questo stretto 400 miglia sin a l'altra bocca, la
qual  nei detti 53 gradi e mezzo. Noi sboccammo di questo stretto alli 27 di
novembre 1520.
Navigammo fra ponente e maestro 9858 miglia, sin che ci trovammo sulla linea
equinoziale. In questo cammino noi trovammo due isole dispopulate, e l'una era
lungi da l'altra 800 miglia: alla prima mettemmo nome San Pietro, all'altra
l'isola delli Tiburoni. San Pietro si  in 18 gradi, l'isola delli Tiburoni in
14 gradi dell'antartico. E dalla linea equinoziale noi navigammo fra ponente e
maestro 2046 miglia, donde vi trovammo parecchie isole in dieci e dodici gradi
del polo artico, In queste isole v'erano molte genti ignude, cos gli uomini
come le donne, e a queste isole noi mettemmo nome l'isole dei Ladroni, perch
ci avevano rubbato il nostro schifo: ma ben gli cost caro.
Non vi dir pi il cammino che noi facemmo, perch noi lo allungammo assai e
non poco; ma vi dir che di queste isole dei Ladroni per andare alle Molucche a
cammin dritto bisogna navigare per lebeccio mille miglia, e ivi si trovano
molte isole alle quali mettemmo nome l'arcipelago di San Lazaro, e un poco pi
avanti vi sono l'isole delle Molucche, le quali sono 5, cio Terenate, Tidori,
Motir, Machiam, Bachian. In Terenate, avanti ch'io mi partissi, li Portoghesi
vi aveano fatto un castello molto forte. Da l'isole Molucche all'isole di
Bandan vi sono trecento miglia, e vi si va per diversi venti, perch vi sono
molte isole nel mezzo e bisogna navigare a vista d'occhio in queste isole sin
che sete all'isole di Bandan, le quali sono in quattro gradi e mezzo
dell'antartico. Vi si ricolgono da trenta sin in quarantamilia cantara di noci
moscate, e ancora vi si ricoglie assai mastice. E se volete andare a Calicut,
bisogna navigare sempre infra isole sin a Malacca, la quale  lontana dalle
Molucche 2000 miglia; e da Malacca a Calicut vi sono altre 2000 miglia, da
Calicut in Portogallo vi sono 14000 miglia. Se dall'isole di Bandan voi volete
traversare il capo di Buona Speranza, bisogna navigare tra ponente e lebeccio
sin che vi trovarete in trentaquattro gradi e mezzo nel polo antartico, e di l
voi navigarete per ponente, faccendo sempre fare buona guardia per la prua, per
non investire in detto capo di Buona Speranza o alle sue confini.
Da questo capo di Buona Speranza si naviga alla quarta di maestro fra ponente
2400 miglia, e vi si truova l'isola di Santa Elena, dove le navi di Portoghesi
vanno a prendere acqua e legne e altre cose. Questa isola  in sedici gradi
larga del polo antartico, e non vi  abitazione alcuna, se non d'un uomo
portoghese, il quale non ha se non una mano e un piede, senza naso e senza
orecchie, e si chiama Fornamlopem.
Da questa isola Santa Elena navigando millesecento miglia per maestro, tu ti
troverai sulla linea equinoziale, dalla qual linea tu navigherai 3534 miglia
alla quarta di maestro tra la tramontana, sin che tu ti troverai in trentanove
gradi nel polo artico. E da questi trentanove gradi, volendo andare a Lisbona,
tu navigherai novecentocinquanta miglia per levante, onde troverai l'isole de
los Azores, le quali sono sette, cio la Terzera, San Georgio, lo Pico, lo
Fayale, la Graziosa; da levante l'isola di San Michele, l'isola di Santa Maria:
tutte sono da trentasette gradi sin in quaranta gradi nel polo artico. Da
l'isola Terzera tu navigherai poi per levante millecento miglia, onde tu ti
troverai sopra la terra di Lisbona.



Discorso di m. Gio. Battista Ramusio sopra varii viaggi per li quali sono state
condotte fino a' tempi nostri le spezierie e altri nuovi che se potriano usare
per condurle.


Maravigliosa cosa veramente  a pensare la gran mutazione e alterazione che
fece in tutto l'imperio romano la venuta de' Goti e altri barbari in Italia,
conciosiacosach tali populazioni estinguessero tutte l'arti, tutte le scienzie
e tutti i traffichi e mercanzie che in diverse parti del mondo si facevano: e
durarono per 400 anni e pi quasi come le tenebre d'una oscura notte, s che
alcun non ardiva di partirsi del suo paese natio e andar altrove, dove che
avanti la venuta di detti barbari, quando fioriva l'imperio romano, in tutte
l'Indie orientali per mare sicuramente si poteva navigare; ed era cos
frequentato e celebre questo viaggio e conosciuto come egli  al presente per
la navigazion dei Portoghesi. E che questo fusse il vero, chiaramente lo
dimostra quel che scrive Strabone, che fu nel tempo d'Augusto e di Tiberio, il
qual, parlando della grandezza e ricchezza della citt d'Alessandria, governata
allora come provincia da' Romani, dice queste parole:
"Questo luogo solo dell'Egitto  atto a ricever tutte le cose che vengono per
mare, per la commodit del porto, e quelle che si portano per terra, avendo il
fiume del Nilo che le conduce cos facilmente, e per questo  la pi ricca
citt di mercanzie che sia al mondo. L'entrate veramente dell'Egitto sono s
grandi, che M. Tullio disse in una sua orazione che 'l re Tolomeo cognominato
Auleta, padre della regina Cleopatra, aveva di entrata dodicimila e cinquecento
talenti, che sono sette milioni e mezzo d'oro. Per la qual cosa, avendo questo
re tanta entrata, che fu cos da poco e cos negligentemente la govern, quanta
dee esser quella che si cava al presente dell'Egitto, che  governato con tanta
diligenza dai Romani, che hanno accresciuto tutti li commerzii e traffichi
della Trogloditica e dell'India? Conciosiacosach nel tempo passato a mala pena
si trovava che venti navi insieme avessero ardimento di penetrare nel golfo
Arabico, e fuori della bocca di quello mostrar le prue, dove che al presente
grandissime armate vanno insino nell'India e nelle estreme parti dell'Etiopia,
d'onde son condotte preziosissime mercanzie e di gran valuta in Egitto, e
quindi poi si portano in altri paesi. E a questo modo raddoppiano i dazii, cio
di quelle che sono quivi condotte e di quelle che di l sono cavate, e delle
cose di gran valuta  necessario pagar grandissimi dazii".
Che di questo viaggio del mar Rosso e dell'India si portassero infinite e
preziosissime mercanzie, e di molte altre sorti che a' tempi nostri non si
sanno, il quarto volume delle leggi civili lo dimostra, perch in quello si
leggono, descritte di commissione di Marco e Commodo imperatori, tutte le robbe
che dovevano pagar dazio nel mar Rosso, il qual si affittava, come tutti gli
altri dazii dell'imperio romano; e sono le infrascritte:
"Cinamomo, pepe lungo, pepe bianco, garofani, costo, cancamo, spico nardo,
cassia, timiama, xilocassia, mirra, amomo, gengevo, malabatro, ammoniaco,
calbana, lasser, agaloco, gomma arabica, cardamomo, xilocinamomo, carpesio,
lavori fatti di bissino, cio di lino sottilissimo, pelli partice, pelli
babilonice, avorio, ebeno indiano, ogni sorte di pietre preziose, perle, la
gioia detta sardonica, la ceraunia, iacinto, smeraldo, il diamante, zaffiro,
callimo, berillo, cilindro, lavori indiani, tele sarmatice, metaxa cio seta,
veste di seta e anche meze di seta, tele tinte, carbasei, filato di seta,
eunuchi, lioni indiani, leonze, leopardi, pantere, porpora da tignere; item
quel sugo che si cava dalla lana e capelli indiani".
Da queste parole si vede ch'anticamente la detta navigazione per via del mar
Rosso era molto conosciuta e frequentata, e forse pi ch'ella non  al
presente, e le spezie e gioie eran condotte in Alessandria, dove che gli
antichi re di Egitto, per la grande utilit che cavavano de' dazii di questo
viaggio del mar Rosso, volendolo far pi facile e commodo, s'imaginarono di far
una fossa che cominciasse nell'ultima parte del detto mare, dove era una citt
detta Arsinoe, che forse  ora il Sues, e venisse insin ad un ramo del Nilo
detto Pelusio, che sbocca nel mar nostro verso levante, dove  la citt di
Damiata. Ordinarono anche di fare tre strade per terra, che andassero dal detto
ramo insino alla detta citt d'Arsinoe ma le trovarono troppo difficili.
Finalmente il re Tolomeo detto Filadelfo ordin un altro cammino, cio di
navigare su per il Nilo all'incontro del fiume insino alla citt di Copto, e da
quel luogo attraversare un paese diserto insino sopra il mar Rosso, ad una
citt detta Berenice over Miosormo: e quivi s'imbarcavano tutte le robbe per
l'India, Etiopia e Arabia, come si vedr per le cose scritte prima da Strabone,
il qual dice essere stato in Egitto, e poi da Plinio, che fu nel tempo di
Domiziano. Strabone adunque, parlando della detta fossa che andava verso il mar
Rosso, dice:
"Ivi  una fossa che va nel mare Rosso e seno Arabico e alla citt d'Arsinoe,
da alcuni detta Cleopatrida, e passa per i laghi detti Amari, i quali veramente
erano prima amari, ma, fatta questa fossa e messovi dentro il fiume,
diventarono dolci, e al presente per la loro amenit son pieni d'uccelli
d'acqua. Questa fossa fu cominciata a far cavar dal re Sesostre avanti la
guerra troiana. Alcuni dicono ch'ella fu cominciata dal re Psammitico, essendo
garzone, e che per la sua morte rest cos imperfetta, e che dipoi successe in
questa impresa il re Dario, il qual l'averia del tutto finita, ma non la
condusse a fine perch gli fu detto che 'l mar Rosso era pi alto dell'Egitto e
che, se questo paese intermedio dall'un mar all'altro fusse cavato e aperto,
tutto l'Egitto saria sommerso dal detto mare. Li re Tolomei veramente la
volsero finire, ma la lasciarono serrata nella testa, e questo per potere,
quando e' volevano, navigare all'altro mare e senza pericolo poi tornarsene.
Qui  la citt di Arsinoe, e vicina a quella la citt detta Heroum, poste
nell'ultima parte del detto golfo Arabico che  verso l'Egitto, con molti porti
e abitazioni".
Plinio ancora egli parlando di questa fossa dice:
"Nell'ultima parte del golfo Arabico  un porto detto Daneo, dal qual gi
disegnarono di condurre una fossa navigabile insino al Nilo, dove  il primo
delta, e fra detto mare e il Nilo  uno stretto di terra di lunghezza di 62
miglia. E il primo che pens di far questa cosa fu Sesostre re d'Egitto, e poi
Dario re delli Persiani. Seguit poi Tolomeo, che fece una fossa larga cento
piedi e profonda trenta e lunga da trentasette miglia, insino ai fonti detti
Amari: e dall'andar pi oltre la paura della inondazione il fece restare,
perch ei cognobbe che 'l mar Rosso era pi alto tre cubiti di tutto il paese
dell'Egitto. Altri dicono che questa non fu la cagione, ma ch'ei dubit che,
lasciando venir questo mare innanzi, tutta l'acqua del Nilo si corromperia, la
quale  quella sola che d bevere a tutto l'Egitto. Ma non ostante tutte le
cose sopradette, tutto questo viaggio  frequentato per terra, dal mar Egizio
insino al mar Rosso, e vi sono tre strade.
La prima, cominciando dalla bocca del Nilo detto Pelusio, dove si va per
l'arena, e se non vi fussero canne alte fitte in terra, che mostrassero la
dirittura del cammino, non vi si ritroverebbe la strada, conciosiacosach 'l
vento di continuo la ricuopra. La seconda strada  due miglia lontana dal monte
Cassio, e questa anch'ella in capo di 60 miglia vien sopra la strada di
Pelusio, e l'abitano alcuni Arabi detti Antei. La terza comincia a Gerro, che
si chiama Adipson, e passa per li medesimi Arabi, 60 miglia pi brieve, ma 
aspra di monti e molto povera d'acqua. Tutte queste strade conducono alla citt
d'Arsinoe, edificata nel golfo Carandra del mar Rosso da Tolomeo Filadelfo, e
dal nome d'una sua sorella cos nominata; e questo Tolomeo fu il primo che
trascorse tutta quella parte del detto mare che si chiama Trogloditica".
Di questa fossa veramente descritta da Strabone e da Plinio a' tempi presenti
si veggono alcuni pochi vestigii, s come dicono quei che son stati di l dal
Cairo al Sues. E conciosiacosach noi abbiamo detto di sopra che Tolomeo
Filadelfo trov un altro cammino pi commodo, ch'era l'andar su per il Nilo
insino alla citt di Copto, scriveremo qui quel che ne dice Strabone:
"Appresso a Copto, citt commune degli Egizii e Arabi, comincia il paese
intermedio fra il fiume Nilo e il mar Rosso, e distendesi insino alla citt
detta Berenice, la qual, ancor che non abbia porto, ha nondimeno assai commodi
alloggiamenti. Dicono che 'l re Tolomeo Filadelfo fu il primo che con un
esercito aperse questa strada, nella qual non essendo acqua ordin alcuni
alloggiamenti commodi e per quelli che andavano a piedi e per li cammelli, e
questo fece percioch il mar Rosso con gran difficult si pu navigare,
massimamente partendosi dall'ultima parte del golfo: e veramente  stata
conosciuta una grandissima utilit di questo viaggio, e al presente tutti i
traffichi e mercanzie che d'India, Arabia ed Etiopia si conducono per questo
golfo del mar Rosso son portate per terra insino a Copto, che  la principale
stappola di simil robbe. Non troppo lontano da Berenice  un sorgitor detto
Miosormo, che  citt con un arsenale, e da Copto anco non molto lontano  la
citt di Apolline, per il che queste due citt sono li termini, l'una da un
capo, l'altra dall'altro da questo paese intermedio: ma Copto e Miosormo
avanzano l'altre di faccende, conciosiacosach al presente ognuno le frequenti.
Al principio quei che faceano questo viaggio sopra i cammelli cavalcavano la
notte, e si governavano con le stelle, come fanno i marinari, e portavano seco
l'acqua da bevere. Ora hanno fatto pozzi profondi che somministrano l'acqua, e
appresso delle cisterne che s'empiono d'acque celesti, ancor che rare volte vi
piova. E questo viaggio da Copto a Miosormo  di sei in sette giornate. In
questo paese intermedio si trovano degli smeraldi, e anche minere d'alcune
altre pietre preziose, dove gli Arabi fanno alcune cave profondissime".
Dalla scrittura di Strabone si comprende che la navigazion su per il fiume del
Nilo insino a Copto, e quindi per terra insino a Miosormo, era il cammino pi
frequentato che alcun altro; e che questa fusse la via maestra e ordinaria che
facevano tutti i mercatanti che andavano nell'India per comperare spezie e
gioie, si veder apertamente per il viaggio che scrive Plinio, il qual era
facile e commodo, e in un anno s'andava e tornava. I luoghi veramente
nell'Arabia e India nominati da Plinio sono quei medesimi dove oggid praticano
i Portoghesi, de' quai paesi e luoghi, accioch i lettori siano alquanto
informati, non sar inconveniente, discorrendo secondo la picciolezza del
nostro debile ingegno, raccontar quello che si  potuto ritrarre e dai libri
degli auttori e dalle persone pratiche e informate del mar Rosso e dell'India:
dove se per aventura si mancher in qualche parte, per non saper cos
puntualmente come i nomi antichi dei luoghi corrispondano a' moderni, la
benignit de' lettori ne dar perdono.
Scrive dunque Plinio che dal promontorio Siagro dell'Arabia era opinion che si
potesse andare a diritto cammino col vento di ponente, che chiamano ippalo,
insino a Patale. Questi marinari portoghesi che hanno navigato in queste Indie
orientali, e descritte le carte giuste con le altezze dell'uno e l'altro polo a
luogo per luogo, dicono che, uscendo fuori dello stretto del mar Rosso e
navigando lungo la costa dell'Arabia Felice, si perviene ad un capo che esce
molto in mare, in gradi 17 di altezza, detto Sfacalath, il qual tengono per
certo che sia il promontorio Siagro, conciosiacosach dal detto capo andando
per levante alla quarta di greco col vento di ponente verso l'India, si vien a
dar diritto nel regno di Cambaia, che  posta dove era Patale, percioch
entrando in mare, come dicono gl'istorici antichi, il fiume Indo con due
bocche, questo paese intermedio fra l'una bocca e l'altra era come un'isola
triangolare, che anticamente si chiamava Patale in lingua indiana, e sopra la
quale al presente  posta parte del regno di Cambaia, e l'isola del Diu 
vicina: e questo parizzo dal capo Sfacalath insino a Diu  da circa 900 miglia,
ed  cosa mirabile a considerare come queste parole di Plinio si vadino
conformando con le carte e con le navigazioni de' tempi presenti che fanno i
Portoghesi. Seguita poi Plinio che fu pensato che chi partisse dal detto
promontorio Siagro e navigasse col detto vento di ponente dritto per il fiume
Zizero, che  porto della India, farebbe il cammino e pi corto e pi sicuro:
la qual cosa  la verit, percioch, come dicono i pilotti portoghesi,
partendosi dal detto capo di Sfacalath e andando per levante al diritto si
viene a dar nel mezzo della costa di Calicut, dove  la citt di Anor e la
isola di Amiadiva in gradi quattordeci, e si fa il cammino e pi corto, non
andando a torno de' golfi, e pi sicuro, allontanandosi da terra. Quella parola
veramente che dice "il fiume Zizero", pensano alcuni che vogli dir Muzziro,
nominato poi di sotto dal detto auttore, e da Arriano e da Tolomeo cos
chiamato, il quale lo mette similmente in gradi quattordeci d'altezza.
E se alcun dubitando dicesse: "Come  possibile che ne' tempi antichi, avanti e
doppo Plinio, che non si sapeva l'arte del navigar col bossolo e con la carta,
bastasse l'animo agli uomini, col guardar solo delle stelle e con lo
scandaglio, mettersi a fare un parizzo per schiena di mare di miglia novecento
in circa, che  dal capo di Sfacalath dell'Arabia insino ad Amiadiva della
costa della India?", non se gli pu risponder altro se non che, come se ha
veduto in Arriano, l'audacia d'un governator di nave detto Ippalo, avendo
considerate tutte le marine e i golfi che vi sono particolarmente, vedendo il
vento libonoto, cio ostro garbino, continovar molti mesi a soffiar, si mise
con la colla del detto vento a far questo parizzo e lo condusse ad effetto,
onde questo vento ostro garbin dal nome di quel governatore fu poi chiamato
ippalo. E ancor che Plinio dica di sopra che il vento chiamato ippalo  il
favonio, cio ponente, questo pu molto bene stare, perci che questi venti
ordinarii che tirano da ponente girano al bossolo, e da ponente passano al
garbin e poi ostro garbin. Ma questo parizzo che abbiamo detto  picciolo a
comparazion de' parizzi che fanno i pilotti presenti portoghesi, i quali,
volendo andare nelle dette Indie, aspettano i tempi che soffino questi venti
ordinarii di ponente, e si partono da Monzambique o da Melinde, luoghi sopra la
Etiopia verso mezzod, e fanno passaggio per mezzo il golfo insino in Cochin o
Calicut di leghe settecentosettantacinque, che sono tremila e novanta miglia.
Seguita poi Plinio, narrando il viaggio che fu ordinato per il re Tolomeo
Filadelfo, come abbiamo veduto di sopra, e dice: "Di Alessandria si andava ad
un castello detto Heliopolis, luogo distante mille miglia". Ma come quivi si
vede che questo numero di miglia  fallato (perch da Alessandria insino al
Cairo non si fanno oggi pi di dugento miglia, appresso del Cairo dicono che
era la Citt del Sole, dai Greci chiamata Heliopolis), cos il medesimo errore
de' numeri delle miglia si cognosce chiaramente essere stato fatto in molti
luoghi di questo viaggio di Plinio. Navigavasi poi all'incontro del fiume del
Nilo da trecentotre miglia, e questa cosa pu molto ben essere, perci che
Giovan Lioni, come si vede nell'ultima parte de' suoi libri, dice aver navigato
all'incontro del fiume del Nilo di sopra la citt del Cairo da quattrocento
miglia ad una citt detta Cana, la qual  la scala delle mercanzie che si
portano dal Cairo alla Mecca, per esser vicina al mar Rosso centoventi miglia,
dove  un porto detto Cosir. Qui facilmente si potrebbe imaginar l'uomo che la
citt al presente di Cana posta sopra il Nilo fosse l'antica Copto, e Cosir
sopra il mar Rosso fusse Miosormo, essendo l'uno e l'altro in gradi ventisette
sopra l'equinoziale, conciosiacosach il paese intermedio fra il Nilo e il
detto porto sia largo da centoventi miglia, che saria, secondo l'opinion di
Strabone, una distanza di sei in sette giornate. Dice poi che in trenta giorni
navigarono per il mar Rosso alla citt di Acila dell'Arabia Felice. Questa
citt Arriano e Tolomeo la chiamano Ocele, la qual potria esser al presente un
luogo dentro allo stretto del mar Rosso detto Capo di Celi sopra l'Arabia.
Seguita poi che altri facevan il primo parizzo alla citt di Cana, che  fuori
dello stretto sopra la costa dell'Arabia, la quale al presente par che si
chiami Canacain. Il porto di Musa, che  dentro al mar Rosso, dove andavan
solamente quei che volevano comperare incenso e odori, essendo posto in gradi
tredeci, si pu pensar che sia non troppo lontano da un porto sopra detta costa
di Arabia, detto al presente Hali. Seguita poi detto auttore che, usciti che
essi erano fuor del stretto del mar Rosso, navigavano al diritto per levante al
primo luogo mercatantesco della India, detto Muzziro, il qual Tolomeo mette
esser in gradi quattordeci di altezza. Questo, come abbiamo detto di sopra,
potria esser il luogo di Anor, sopra la costa di Calicut, al rincontro della
isola di Amiadiva. Il porto veramente delle genti dette Necanidon, detto
Becare: questo porto Arriano il chiama Barare e Tolomeo Bacare, e questo nome
Necanidon vuol dir Nelcinde, s come leggendo il viaggio di Arriano si pu
conoscere; Tolomeo similmente lo chiama Nelcinde. E tutti questi luogi e
infiniti altri che sono sopra la costa di Calicut son descritti molto
minutamente in Arriano, come di sopra si ha letto, e non sapendo con che nome
al presente si chiamino, ci riportiamo a chi vi ander pi minutamente
perscrutandoli. Ma quel che insino a qui abbiamo detto  stato solamente per
far intendere il meglio che abbiamo saputo il viaggio scritto da Plinio verso
questa costa di Calicut, il qual nel libro sesto, parlando dell'Arabia e
Carmania, dice in questo modo.


Viaggio verso la India orientale descritto da Plinio.


"Dal promontorio dell'Arabia detto Siagro era opinion che si potesse passare,
con un parizzo di 416 miglia, insino a Patale, col vento favonio, che su quei
mari chiamano ippalo. Ma la et che venne poi si pens che si faria questo
viaggio e pi corto e pi sicuro se dal detto promontorio si navigasse al fiume
Zizero, che  un porto d'India: e lungamente avendo continovato il sopradetto
viaggio senza mutarlo, finalmente un mercatante s'imagin di abbreviarlo, e per
desiderio del guadagno trov modo di farsi pi vicina l'India, e cos al
presente ogni anno vi si naviga, menando seco una buona guardia di arcieri, per
tema de' corsari che rubano in quei mari. Il qual viaggio della India,
cominciando dall'Egitto, non voglio che mi rincresca ordinatamente di
raccontare, essendo a' tempi nostri primieramente con vera notizia stato
scoperto. Cosa stupenda  a dire che ei non sia anno che dell'imperio romano
non si tragga per portare all'India la valuta d'un milione e dugento migliaia
di ducati, e che delle mercanzie che al rincontro di quella si recano non si
guadagni cento per uno vendendole.
Or il viaggio  questo. Da Alessandria insino ad un castello detto Heliopolis
si fa mille miglia di cammino, poi si naviga per il Nilo contr'acqua insino a
Copto 303 miglia, che si fanno con li venti ordinarii in quindeci giorni. Da
Copto si va poi per terra con li cammelli ad alcuni alloggiamenti ordinati,
dove sono i pozzi dell'acqua: il primo alloggiamento, che si chiama Hydreuma,
cio pozzo, si truova in capo di trentadoi miglia; il secondo  sopra un monte,
di cammino di una giornata; il terzo si fa pur dove  il pozzo, distante da
Copto 95 miglia. Dipoi vi  un altro alloggiamento sopra un monte; dopo quello
il pozzo detto di Apolline, il quale  lontano da Copto 194 miglia; poi
s'alloggia sopra un monte. Dipoi s'arriva ad un nuovo pozzo, distante da Copto
234 miglia; vi  appresso un altro luogo con acqua detto Trogloditico, dove sta
una guardia di fanti due miglia fuor di strada, ed  lontan dal pozzo nuovo
quattro miglia. Poi si trova il castello detto di Berenice, dove  il porto
sopra il mar Rosso, distante da Copto 258 miglia. Ma perch la maggior parte di
questo viaggio si fa di notte, per causa dei gran caldi, e negli alloggiamenti
si sta fermo tutto il giorno, per questo cammin da Copto insino a Berenice si
fa in dodici giornate. Quivi poi cominciano a navigare il mare nel mezzo della
state, avanti il 15 di luglio over dipoi subito, e giungono in trenta giorni
alla citt di Acila dell'Arabia, over Cana, la quale  della propria regione
dove nasce l'incenso. Evvi anche un terzo porto detto Musa, al qual non
arrivano quei che navigano in India, ma vi vanno solamente i mercatanti che
vogliono comprar l'incenso e gli odori dell'Arabia. Fra terra son molti
castelli, ma il principal si chiama Saphar, e un altro Saba. A quei veramente
che vogliono andar nell'India  molto util cosa uscir fuori dello stretto di
Acila, e quindi poi col vento ippalo navigano quaranta giorni al primo luogo
mercatantesco d'India, detto Muzziro, ancora che non vi si doveria andare per
cagione de' corsari, che tengono un luogo detto Hidras, dove anche non son
mercanzie. Oltra di questo il sorger delle navi  molto lontano da terra, e con
barchette piccole bisogna portar a terra le robbe che si son condotte. Nel
tempo che io scrivea queste cose, era signore di quei paesi uno detto
Celebotras. Ma vi  un altro porto pi commodo delle genti Necanidon, che si
chiama Becare, dove regna il re Pandione, in un luogo detto Modusa, lontano da
un luogo mercatantesco fra terra. La region veramente dalla quale si conduce il
pepe con barche fatte di un legno solo insino a Becare si chiama Cotona, e
tutti questi nomi di genti, porti e castelli non si trovano appresso di alcun
auttore antico, e di qui si comprende che si muta lo stato de' luoghi.
Ritornano d'India nel principio del mese che gli Egizii chiamano tibi , che
appresso di noi  dicembre, o vero di quel detto mechiris d'Egitto, che 
avanti li tredici di gennaio, e cos accade che in un anno medesimo vadino e
ritornino. Ritornano d'India col vento di sirocco, e come sono entrati nel mar
Rosso, col vento di garbino over d'ostro".
Per le cose dette si vede apertamente che navigavano tutta l'India, dove  la
citt di Calicut, ma che passassino pi avanti e arrivassino insin a Malacca,
la qual  sopra l'Aurea Chersoneso, e nel golfo di Bengala, dove  il seno
Gangetico, che confina con li popoli Seres, il detto auttore lo dimostra
quando, parlando dell'infinito tesoro che in tutto lo imperio romano si gittava
via in comprare perle, sete, spezie, odori, dice cos: "L'India e li popoli che
mandano la seta, e la peninsula, cio l'Aurea Chersoneso, fanno fare spesa ogni
anno in tutto l'imperio romano per la valuta di cento milioni d'oro, faccendo
il conto di grosso e non sottilmente".
Ora, per concluder quel che noi cominciammo a provar nel principio del nostro
parlare,  certissima cosa che la venuta de' barbari in Italia, avendo rovinato
l'imperio romano, lev via tutti i traffichi dell'Indie orientali. Aggiugnesi
poi a questo che si fecero mutazioni grandissime e delle religioni e delle
signorie, di sorte che le spezie e le gioie, non possendo esser condotte per la
via gi detta del mar Rosso, ne pigliarono un'altra, la qual fu che i
mercatanti cominciarono a navigarle pel fiume Indo a contrario dell'acqua, e
tanto andarono che giunsero appresso la provincia Battriana, che al presente
ancor  detta Batter, e quindi con camelli per alcune giornate le condussero
nel fiume Geichon grossissimo, che gli antichi chiamano Oxo, che sbocca nel mar
Caspio, e da quello le navigarono a traverso del detto mare insino a un luogo
detto Citracham, il qual  dove il grandissimo fiume Rha, ora detto Herdil o
Volga, sbocca in detto mare; poi le condussero a contrario dell'acqua del detto
fiume per la Tartaria, e di nuovo con camelli le portarono nel fiume Tanais,
che  in capo del mar Maggiore, ora detto la Tana, nel qual luogo non sono
ancora centocinquanta anni che andavano le galere e navi veneziane e genovesi a
comprar dette spezie e gioie. E questo viaggio dur gran tempo, sin a tanto che
uno imperadore dell'Armenia dette commodit che per la via degli Iberi e
Albani, che son i Zorziani, dette spezie si conducessero dal mar Caspio nel
fiume Fasso, che appresso gli antichi era detto Phasis, nel mar Maggiore, e di
l nella citt di Trapesonda, dove le navi, andando a pigliarle, avevano a far
minor cammino. E anco questo viaggio si perse, per la rovina che fecero i
Turchi di quello imperio, e fu trovato poi che, conducendole nel seno Persico
sino alla bocca del fiume Eufrates, dove  il luogo detto Balsera, si potevano
navigare molte giornate per detto fiume, e poi con i camelli nella carovana
condurle alla volta delle citt d'Aleppo e Damasco e insino a Barutti, sopra il
nostro mar Mediterraneo. Poi pare che di nuovo, per ordine de' soldani del
Cairo, si tornassero al primo viaggio del mar Rosso, e con le carovane che
andavano al perdon della Mecca eran condotte parte al Cairo e Alessandria e
parte a Damasco.
Ma da cinquanta anni in qua hanno presa la via del ponente, circondando tutta
l'Africa, per la virt e industria de' gran capitani delli serenissimi re di
Portogallo, i quali con le armate sue si sono insignoriti di tutti i mari
orientali e hanno fatti castelli alle marine di molti luoghi della India, i
quali chiamano fattorie, cio sopra la Etiopia a Monzambique e Melinde, e
nell'entrar del seno Persico, sopra l'isola d'Ormuz, sopra la costa di Calicut,
al Diu, in Goa, in Cochin, e poi sopra l'Aurea Chersoneso in Malacca, e anco
sopra l'isola Sumatra e altre isole dove nascono i garofani. Ed essendo padroni
di tutti i mari, s che alcuno non pu navigar senza loro licenza, sono stati
sforzati tutti li re e signori vicini al mare, per aver vettovaglie e spacciare
le lor mercanzie, di farsi tributari, e han fatte convenzioni e patti con detti
signori portoghesi di dar a loro tutti i pepi e gengevi che ivi nascono per
tanti ducati il cantaro, conducendoli nei magazini che sono nelle fattorie che
ha il detto re di Portogallo, il qual all'incontro di questo mercato fa dar
ogni anno a quei signori tanti rami, argenti vivi, coralli, cinaprii e panni
scarlatti, e anche ducati d'oro, s che egli ha le spezie per buono mercato;
poi si caricano cinque o sei navi, che vengono per l'ordinario a Lisbona per
conto di sua Maest. Del resto che avanza loro, che  grandissima quantit, se
ne vende ai Mori e altri mercatanti del paese, che le conducono in Ormuz, e di
quel luogo poi alla Balsera, e vengono in Aleppo e per tutta la Soria e per il
paese del Sof e di tutti i Tartari che confinano sopra le Indie. E oltre
l'accrescimento della valuta delle spezie, che ei fanno a lor modo, fanno anco
pagare, quando elle giungono in Ormuz, a' compratori un gran dazio per ogni
cantaro; il simile fanno delle altre sorti di spezie che nascono nelle isole
Molucche, delle quali, oltre quelle che si caricano per Lisbona, se ne vendono
molte anco ai Mori per la Balsera e per la Mecca, ma con gran dazii, e ad altri
che le conducono a Bengala e Pegu, ma con minor dazio. E qualche fiata danno
detti capitani licenza a qualche gran mercante che da dette isole Molucche le
possa far condurre insino alla Balsera o in Cambaia, ma bisogna che questa
grazia sia per grande amicizia o per forza di denari. I popoli della China e di
Cochinchina e che abitano verso greco e tramontana non vengano a comprar pepi
sopra la costa di Calicut, ma con lor navili vanno a levargli a Malacca e alla
isola di Sumatra e Molucche, per esser loro pi vicine, ove ne trovano
grandissima copia. Alcune fiate li capitani di sua Maest n'hanno voluto mandar
insino a' paesi della detta China, e n'hanno guadagnato come se l'avessero
condotte in Portogallo.
Queste sono le grandissime revoluzioni e variet de' viaggi che hanno fatto
nello spazio di 1500 anni dette spezie, delle quali avendone scritto quanto ne
ho potuto ritrarre dalli libri antichi e moderni e da persone statevi ai tempi
nostri, mi par convenevole di non lassare per modo alcuno che io non racconti
un grande e ammirabile ragionamento che io udi' questi mesi passati, insieme
coll'eccellente architetto messer Michele da San Michele, nell'ameno e
dilettevol luogo dell'eccellente messer Ieronimo Fracastoro detto Cafi, posto
nel Veronese, sopra la sommit di un colle che discopre tutto il lago di Garda.
Il qual ragionamento non mi basta l'animo di poter scriver cos particolarmente
com'io lo udi', perch mi saria di bisogno d'altro ingegno e altra memoria che
non  la mia; pur mi sforzer sommariamente e come per capi di recitar quel che
mi potr ricordare.
In questo luogo di Cafi adunque essendo andati a visitar detto eccellente
messer Ieronimo, lo trovammo accompagnato con un gentiluomo, grandissimo
filosofo e matematico, che allora gli mostrava uno instrumento fatto sopra un
moto de' cieli trovato di nuovo, il nome del quale per suoi rispetti non si
dice. E avendo tra loro disputato lungamente sopra questo nuovo moto, per
ricrearsi alquanto l'animo fecero portare una balla grande molto particolare di
tutto il mondo, sopra la quale questo gentiluomo cominci a parlare, dicendo
che tutti gli uomini studiosi erano grandemente obligati e tenuti alli
serenissimi re di Portogallo stati da cento anni in qua, conciosiach avevano
spesi infiniti tesori non gi in guerra alcuna contra cristiani, ma in
discoprir nuovi paesi che gi tanti secoli erano stati nascosti, e far in
quelli esaltare la fede di nostro Signor Gies Cristo; e ch'erano stati
fortunatissimi nelli capitani e gentiluomini mandati a questa impresa, perch
tutti si avevano diportato con grandissimo valore, e che non sapeva trovar una
nazione generalmente di tanta virt come la portoghese, e tanto desiderosa
dell'onore ed esaltazione del suo re, pel quale non stimariano morir mille
volte il giorno, n mai si  inteso che alcuno di loro sia mancato a sua Maest
della debita obedienza e fede, ancora che si siano trovati in lontani paesi e
con infinito tesoro nelle mani. E lassando da parte molte notabili imprese nel
conquistar molti luoghi nell'Indie, e infinite battaglie e terrestri e navali,
le due oppugnazioni fatte alla citt del Diu, la prima del
millecinquecentotrentaotto per una armata del gran Turco, scritta per il signor
Damian Goes, e questa ultima del 1546 che scrive il signor Iacobo Tevio pel re
di Cambaia, e difesa cos valorosamente per Portoghesi, passavono di gran lunga
tutte quelle accadute in Italia ai tempi nostri, s per la moltitudine
dell'artegliaria come per la ostinazione degli animi degl'Indiani, i quali
aveano gi imparate le ordinanze di guerra da' Turchi andati a stare in quelle
parti, e sapevano manegiar l'artegliarie e archibusi cos bene come sanno
gl'Italiani, e ne hanno maggior quantit che non hanno forse li principi
cristiani. E per concluder in due parole, chi non cognosce che l'andata di
cinque o sei capitani portoghesi in Persia aveva fatto stare tutto il mondo
sospeso e in aere?
Si mise poi a discorrere quali erano quelle parti di detta balla che mancassero
a scoprirsi, e si disse che della terra verso il polo antartico a torno a torno
non si sapeva cosa alcuna, se non quel poco della costa di Bressil insin allo
stretto di Magaglianes, item la parte del Per, e un poco sopra l'Africa verso
capo di Buona Speranza; e che si maravigliava fuor di misura come non sia
ricordato alli principi grandi, alli quali Iddio ha deputato questa cura, e
tengono sempre alli consigli loro uomini grandi s di lettere come
d'intelletto, ch'una delle pi ammirabili e stupende operazioni che potessero
far in vita loro saria il far conoscere insieme gli uomini di questo nostro
emispero con quelli dell'altro opposito, dove sariano reputati per dei, s come
ebbero gli antichi Ercole e Alessandro, che passorono solamente nell'India, e
che 'l titolo di questa impresa avanzeria di gran lunga e senza alcun parangone
tutti quelli di Giulio Cesare e di ciascun altro imperador romano. La qual cosa
potriano fare facilmente mandando in diversi luoghi del detto emispero colonie
ad abitarvi, nel modo che faceano i Romani nelle provincie di nuovo acquistate,
le quali a poco a poco andassero scoprendo quelle parti, coltivandole e
introducendovi la civilt, e da valenti uomini poi farvi predicar la fede di
nostro Signor Gies Cristo; e per domesticarli pi facilmente vi facessero
andar ogni anno delle navi cariche di farine, vini, spezie, zuccari e altre
sorti di mercanzie di queste nostre parti, all'incontro delle quali non  dubio
alcuno che riportariano da quei popoli infinito oro e argento. Disse poi della
isola di San Lorenzo, che  maggior che non  il reame di Castiglia e
Portogallo, e corre da gradi dodici verso l'antartico sin a gradi ventisei e
mezzo, voltato che si ha il capo di Buona Speranza greco e garbino, che essendo
populatissima, s per l'aere temperato come per l'abbondanza di ci che fa
bisogno al viver umano, e una delle pi nobili ed eccellenti isole che ai
nostri tempi sia stata trovata, che di questa tal isola non si abbi voluto
riconoscere se non alcuni pochi porti delle marine, e lasciato tutto il resto
incognito; e il medesimo  ancora intravenuto in gran parte dell'isola
Taprobana, alle Giave maggiore e minore, e ancora ad infinite altre.
Volendo poi parlar sopra le parti del nostro polo, si fece portare il libro di
Plinio, e quivi con diligenza ponder il capitolo 67 del secondo libro, dove ei
recita della istoria di Cornelio Nipote queste parole, che a suo tempo un certo
Eudoxo, fuggendo dalle mani del re Lathyro, se n'usc del golfo Arabico e venne
per mare sin nell'isola di Calese, dicendo che questa narrazione, riputata gi
tanti anni per favola, era stata per la virt di Portoghesi a' tempi nostri
fatta conoscere per verissima, e che 'l medesimo Cornelio Nipote recita
similmente che al tempo che Q. Metello Celere, collega d'Afranio nel consolato,
si trovava proconsole in Francia, da un re di Svevia gli erano stati mandati a
donare alcuni Indiani, i quali navigando d'India per cagione di mercanzie erano
stati trasportati dalla fortuna ai liti della Germania. Che anco questa tal
cosa potria verificarsi ai tempi nostri, quando li principi che confinano sopra
quelli mari vi volessero metter qualche poco d'industria e diligenza, e che non
sapeva imaginarsi navigazione alcuna di tanta utilit e profitto a tutta la
cristianit quanto saria questa, cio che per questa via si potesse penetrar
nell'India, e che si trovasse il paese del Cataio che fu discoperto gi ducento
anni per messer Marco Polo. E tolta la balla in mano dimostrava che 'l viaggio
saria molto pi breve di quello che fanno ora li Portoghesi, e anco di quello
che si dice che potriano far li Castigliani, all'isole Molucche. E cominci a
dire che la citt di Lubecco, ch' cos nobile e potente republica posta sopra
il mar Germanico, la qual di continuo naviga li mari della Norvega e Gottia, e
anco il serenissimo re di Polonia, che vien con li suoi regni di Lituania sin
sopra detto mare, sariano atti a far fare questo scoprimento, ma sopra tutti il
duca di Moscovia averia la maggior commodit e facilit di ciascun altro
principe.
E quivi fermatosi per alquanto spazio, tutto pensoso disse: "Gi che siamo a
questo passo, mi pareria discortesia grande se non vi dicessi tutto quello che
altre volte io intesi di questo viaggio, sopra il qual, per cagione di queste
parole di Plinio, vi ho pensato gi molti anni. Ritrovandomi adunque nella mia
giovent in Germania, nella citt d'Augusta, vi venne un ambasciadore del duca
di Moscovia, il quale intendendo che era uomo grande di lettere greche e
latine, e pratico nelle cose del mondo per essere stato mandato in diversi
luoghi dal detto principe, del quale era consigliere, tenni modo di farmegli
amico. Col quale parlando un giorno di questi Indiani gittati per fortuna ai
liti di Germania, e del viaggio che si potria scoprire per li mari
settentrionali alle spezierie, viddi che si maravigli grandemente al primo
tratto, come di cosa che non si averia mai potuto imaginare; ma pensatovi sopra
gli entr nella fantasia e piacque grandemente, e disse: "Gi che si vede quel
che hanno fatto i Portoghesi circondando tutta la parte di mezzogiorno,
reputata dagli antichi inaccessibile pel gran caldo, perch non dovemo tener
per certo che si possa far il medesimo atorno questa parte settentrionale,
senza tema del freddo, massime dagli uomini nati e nutriti in questi clima?" E
seguitando disse che, se il suo principe avesse appresso di s persone che
l'inanimassero a far discoprir questo viaggio, non vi  alcun principe di
cristiani che abbia la maggior facilit di lui; e fattasi portare una carta
dove era la descrizione di Moscovia e altre provincie suggette a quella,
dimostrava che dalla citt di Moscovia andando verso greco levante, fatti che
si aveano sessanta miglia, si giungeva al fiume Volochda, e per quello a
seconda poi alla citt di Ustiug, cos chiamata per cader il fiume Iug nel
fiume Succana, li quali, persi li nomi, fanno il fiume grossissimo della Dvina,
e per quello, lassata a man destra la citt di Colmogor, si naviga sino
all'oceano settentrionale. E ancor che sia lungissimo tratto e pi de ottocento
miglia, nondimeno diceva che nella state si poteva commodamente navigarlo, e
che dove sbocca in mare vi sono infinite selve di legnami atti a far navili, li
maestri de' quali, e di tutto il resto che vi facesse bisogno, non mancheria di
far venir di Germania; e che gli uomini che navigano il mar Germanico atorno la
Gottia sariano li migliori e pi atti a mettere a questa impresa che altri che
si potessero trovar al mondo, perch sono pazientissimi e di freddo e di fame e
indurati a quelle fatiche.
Disse anco che nella corte del suo principe s'avea notizia grande del paese del
gran Cane del Cataio, per cagione delle guerre continue che s'hanno con li
Tartari, la maggior parte de' quali danno obedienza al detto gran Cane come a
suo supremo imperadore. E mostrava sopra detta carta per greco levante che,
passata la provincia di Permia e il fiume Pescora, che gitta nel mar
settentrionale, e alcuni monti grandissimi detti Catena Mundi, s'entrava nella
provincia Obdora, dove  la Vecchiadoro, e dove  'l fiume Obo, che sbocca pur
nel detto mare,  l'ultimo termine dell'imperio del principe di Moscovia, il
qual fiume nasce in un lago grandissimo detto Chethai, che  il primo luogo
delli Tartari che danno tributo al detto gran Cane: e da questo lago il cammino
di due mesi lontano si sapeva per certo, da Tartari presi in guerra, esservi la
nobilissima citt di Cambalu del detto gran Cane. E per tanto, fabricati che
fussero li navili sopra il detto mare, chi li facesse andar dietro la costa, la
qual per molte relazioni fatte altre volte alla presenzia del suo principe
sapeva certo correr greco levante infinitamente, e andando drieto quella,
facilmente si veniria a scoprir detto paese. E quivi si stese a dire ch'ancora
che vi siano grandissime difficult nella Moscovia, percioch il cammino che va
verso detto mare  tutto foltissimo di selve piene d'acque, che nella state
fanno grandissime paludi e impossibili a penetrarli, e anco delle vettovaglie,
che non si trovano per spazio non di giornate ma di mesi, non v'essendo
abitatori, nondimeno diceva che, quando appresso il suo principe fusse un par
d'uomini spagnuoli o portoghesi, li quali avessero il carico di questa impresa
e fussero obediti, non dubitava punto, anzi teneva per certo, che lo
discopririano, perch con l'ingegno grande e pazienzia inestimabile propria di
quella nazione supereriano tutte le difficult sopradette, le quali sono minime
a paragone di quelle che egli ha inteso che hanno passate e passano ogni giorno
nell'Indie.
Continu poi che non erano passati molti anni che venne alla corte del suo
principe un ambasciador di papa Leone, nominato messer Paulo Centurione
genovese, sotto diversi pretesti, ma la principal cagione, per quel che esso
pot comprendere, era perch il detto messer Paulo, avendo conceputo sdegno e
odio grande contro Portoghesi, voleva vedere se poteva far aprir un viaggio per
terra, che le spezierie venissero d'India per via di Tartari e del mar Caspio
nella Moscovia, di donde, caricate in navili sopra il fiume Riga, che scorrendo
nel paese della Livonia sbocca nel mar Germanico, le voleva far navigare per
tutto il ponente con gran facilit; e che 'l suo principe gli dette orecchie e
non manc allora di far ogni cosa, e fece tentare alcuni signori di l'ordo di
Tartari vicini, ma le guerre che eran tra loro, e i grandissimi diserti che
dicevano esser necessario di passare, li fece torre dall'impresa: che se fusse
stata proposta la navigazione dai lidi di questo nostro mar settentrionale
andando dietro la costa sin al Cataio, facilmente questo suo disegno poteva
riuscire. E continovando ancora il detto ambasciatore disse che delli prefati
mari alcuno non dovea dubitare che non si possino navigare per sei mesi
dell'anno, essendove il giorno lunghissimo e caldo per la continua
reverberazione dei raggi solari; e che al presente s'aveano fatte cognite e
dimesticate molte parti del mondo che gli antichi non aveano mai sapute".
E quivi faccendo fine il detto gentiluomo disse: "Lasciamo star questa parte
della Moscovia col suo freddo, e parliamo un poco di quella parte del mondo
nuovo dov' la terra detto di Bertoni e Bachalai, e dove l'anno
millecinquecentotrentaquattro e millecinquecentotrentacinque Jacques Cartier in
duoi viaggi fatti con tre galeoni francesi trov quel paese cos grande detto
Canada, Ochelaga e Sanguenai, che corre da quarantacinque gradi sino a
cinquantauno, tanto popolato e bello che gli pose nome la Nova Francia. Perch
non dovean gli principi che hanno questo maneggio avervi mandate due o tre
colonie ad abitarlo e far domestico, di salvatico e inculto che egli si trova,
essendo massimamente cos grasso, fruttifero e copioso d'ogni sorte di biade,
legumi e animali, con fiumi cos grandi che per uno vi navig pi di
centoottanta miglia all'ins, trovandolo infinitamente abitato da una banda e
l'altra; e far che li governatori di dette colonie facessero discoprir verso
tramontana dove  la terra detta del Lavoratore, e veder se ella si congiunge
con la Norvega, over se vi  mare, come  verisimile che vi debba essere,
conciosiacosach  da credere che gli Indiani detti di sopra, buttati dalla
fortuna, circondando la parte della Norvega venissero per quella alli liti
della Germania; e appresso, mandando verso il vento di ponente maestro,
scoprissero il mare pel qual si potesse navigar verso il paese del Cataio, e di
l poi verso l'isole Molucche? Queste sariano imprese che fariano gli uomini
immortali, le quali il signor Antonio di Mendoza, per la singular sua virt e
grandezza d'animo, avendole conosciute, ha ben voluto metterle ad esecuzione,
perci che, trovandosi vice re nel paese del Mexico, ora detto la Nova Spagna,
ch' in gradi venti sopra l'equinoziale nella sopradetta parte del mondo novo,
mand per terra suoi capitani e anco per mare una buona armata. E mi ricordo,
essendo in Fiandra alla corte cesarea, aver vedute sue lettere scritte del
MDXLI dal Mexico, che dicevano come egli avea fatto scoprire alla volta del
vento di maestro il regno delle Sette Citt, dov' quella detta Civola per il
reverendo padre F. Marco da Niza, e come oltra 'l detto regno, alla volta pur
di maestro, il capitano Francesco Vasques di Coronado, avendo trapassati
grandissimi deserti, era pervenuto sopra 'l mare, dove avea ritrovati navilii
che navigavano per quello con mercanzie, i quali portavano per insegna sopra la
prua alcuni uccelli fatti di oro e d'argento ch'al Mexico chiamano alcatrazzi e
che li marinari con cenni dimostravano ch'erano stati trenta giorni a venire in
quelli porti: dal che si comprendeva che questi tal navilii non potevano essere
se non del paese del Cataio, per esser posto all'incontro di quella parte di
terra scoperta. Continuava 'l detto signor Antonio che per opinione d'uomini
pratichi era stato discoperto tanto spazio di paese fino al detto mare che
passava novecentocinquanta leghe, che fanno 2850 miglia. E veramente, se i
Francesi in questa lor Nova Francia avessero voluto far penetrar fra terra
verso detto vento di ponente maestro, averiano ancora essi trovato 'l mare e
potuto navigare al Cataio. Ma quel che mi parve sopra modo degno di grandissima
laude era che 'l prefato signor Antonio scrivea in dette lettere come egli avea
fatto far un libro di tutte le cose naturali e maravigliose che si trovano in
quelli paesi discoperti con le sue altezze e misure, opera veramente che
dimostra un animo regio e grande: e si comprende che se 'l nostro Signore Iddio
gli avesse dato 'l carico dell'altro emispero, che l'avria sin ora fatto
cognito a tutti noi altri. La qual cosa non  al presente uomo (come io credo)
che far se la pensi, e nondimeno  la maggiore e la pi gloriosa impresa che
alcuno si possa imaginare".
E fatto alquanto di pausa, voltatosi verso di noi disse: "Non sapete, a questo
proposito d'andare a trovar l'Indie pel vento di maestro, quel che fece gi un
vostro cittadino veneziano, ch' cos valente e pratico delle cose pertinenti
alla navigazione e alla cosmografia ch'in Spagna al presente non v' un suo
pari, e la sua virt l'ha fatto preporre a tutti li pilotti che navigano
all'Indie occidentali, che senza sua licenza non possono far quell'esercizio, e
per questo lo chiamano pilotto maggiore?" E rispondendo noi che non lo
sapevamo, continu dicendo che, ritrovandosi gi alcuni anni nella citt di
Siviglia e desiderando di saper di quelle navigazioni de' Castigliani, gli fu
detto che v'era un gran valent'uomo veneziano che avea 'l carico di quelle,
nominato 'l signor Sebastiano Caboto, il qual sapeva far carte marine di sua
mano, e intendeva l'arte del navigare pi ch'alcun altro. "Subito volsi essere
col detto, e lo trovai una gentilissima persona e cortese, che mi fece gran
carezze e mostrommi molte cose, e fra l'altre un mapamondo grande colle
navigazioni particolari s di Portoghesi come di Castigliani. E mi disse che,
sendosi partito suo padre da Venezia gi molti anni e andato a stare in
Inghilterra a far mercanzie, lo men seco nella citt di Londra che egli era
assai giovane: non gi per che non avesse imparato e lettere d'umanit e la
sfera. Mor il padre in quel tempo che venne nova che 'l signor don Cristoforo
Colombo genovese avea scoperta la costa dell'Indie, e se ne parlava grandemente
per tutta la corte del re Enrico VII, che allora regnava, dicendosi che era
stata cosa pi tosto divina che umana l'aver trovata quella via mai pi saputa
d'andare in Oriente, dove nascono le spezie. "Per il che mi nacque un desiderio
grande, anzi un ardor nel core di voler far ancora io qualche cosa segnalata, e
sapendo per ragion della sfera che, s'io navigassi per via del vento di
maestro, averia minor cammino a trovar l'Indie, subito feci intender questo mio
pensiero alla maest del re, il qual fu molto contento e mi arm due caravelle
di tutto ci che era di bisogno: e fu del millequattrocentonovantasei, nel
principio della state. E cominciai a navigar verso maestro, pensando di non
trovar terra se non quella dove  il Cataio, e di l poi voltar verso le Indie;
ma in capo d'alquanti giorni la discopersi che correva verso tramontana, che mi
fu d'infinito dispiacere. E pur andando dietro la costa per vedere s'io poteva
trovar qualche golfo che voltasse, non vi fu mai ordine, che andato sin a gradi
cinquantasei sotto il nostro polo, vedendo che quivi la costa voltava verso
levante, disperato di trovarlo, me ne tornai adietro a riconoscere ancora la
detta costa dalla parte verso l'equinoziale, sempre con intenzione di trovar
passaggio alle Indie, e venni sino a quella parte che chiamano al presente la
Florida, e mancandomi gi la vettovaglia, presi partito di ritornarmene in
Inghilterra: dove giunto, trovai grandissimi tumulti di popoli sollevati e
della guerra in Scozia, n pi era in considerazione alcuna il navigare a
queste parti. Per il che me ne venni in Spagna al re catolico e alla regina
Isabella, i quali, avendo inteso ci che io aveva fatto, mi raccolsero e mi
diedero buona provisione, faccendomi navigar dietro la costa del Bresil, per
volerla scoprire: sopra la qual trovato un grossissimo e larghissimo fiume,
detto al presente della Plata, lo volsi navigare e andai all'ins per quello
pi di secento leghe, trovandolo sempre bellissimo e abitato da infiniti
popoli, che per maraviglia correvano a vedermi; e in quello sboccavano tanti
fiumi che non si potria credere. Feci poi molte altre navigazioni le quali
pretermetto, e trovandomi alla fine vecchio volsi riposare, essendosi allevati
tanti pratichi e valenti marinari giovani; e ora me ne sto con questo carico
che voi sapete, godendo il frutto delle mie fatiche'. Questo  quanto io intesi
dal signor Sebastiano Caboto".
Poi detto gentiluomo disse: "Io voglio al tutto parlar sopra il viaggio che
fanno ora li Portoghesi attorno a capo di Buona Speranza, e dico per il mio
piccol giudicio che non potr durar longamente, e che alla fine sar forza di
lasciarlo, non tanto per la spesa grande che si fa di continuo di tener armate
nell'Indie per cagione di quello, quanto per esser lungo e pericoloso; e che
ogni fiata che si possano aver spezie per cammino pi breve e facile, nissuno
vorr mettersi alli pericoli grandi che si corrono andando in quello". E per
venire alle particolarit, mostrava sopra la balla che era necessario al primo
tratto di navigar verso ostro da ottanta gradi di latitudine, cio partendosi
da Lisbona, che  in gradi quaranta verso di noi, passare altri quaranta verso
l'antartico, per allontanarsi gradi cinque dal capo di Buona Speranza, ove di
continuo regnava furia grande di nembi e venti sforzevoli. Nel passar poi di
quello, non si poteva far di meno di non correre altri gradi quarantacinque di
longitudine per levante, e voltandosi verso greco farne trentaquattro, fra
l'isola di San Lorenzo e l'Etiopia fino in Monzambique, dove tutte le navi
sogliono fare scala per fornirsi di vettovaglia. Volendo di qui poi pigliar la
costa di Calicut, passavano un golfo di gradi quarantacinque di longitudine per
greco e greco levante, sopra la qual costa non trovavano se non due sorti, cio
pepe e gengevo, e bisognava che facessero venir le cannelle e garofani dalle
Molucche, che sono distanti da Calicut per levante altri quarantacinque gradi;
e per il voltare di tanti capi e andare per diversi venti si allongava
grandemente il cammino e faceva pericoloso, che sono in tutto gradi 249, li
quali ridutti in leghe fanno 4980.
Si cominci poi a legger la relazione d'uno Iuan Gaetan, pilotto della maest
cesarea, del discoprimento delle Molucche del 1542; la qual letta, parve questo
viaggio di nuovo scoperto a tutti stupendo e ammirabile. E detto gentiluomo
cominci a dimostrare che egli era facile e breve a paragon del sopradetto,
percioch non si va se non per un vento di ponente e quarta di garbin verso
ponente, e al ritorno per levante e quarta di greco, n vi pu esser bisogno di
tenere armate, e si potr levar dalle dette Molucche (che sono infinite, com'un
arcipelago) non solamente garofani, noci e cannelle, ma pepe e gengevo, e
appresso vietare che altri non le levino: s che a giudicio suo diceva che non
vi era comparazione da questo a quello detto di sopra. E come l'avranno
condotte alle marine della Nuova Spagna, le faranno venire alla citt del
Panama delle Indie occidentali, e averan fatto dalle Molucche sino ivi gradi
92. Poi dimostrava quello stretto ch' da mare a mare di miglia sessanta, e
diceva che quivi le faranno passar con grandissima facilit in questo modo, che
sopra carrette per miglia dodici saranno condotte per una pianura sopra un
fiume grosso detto Lagre, che sbocca nel mare del Nort, per mezzo l'isola del
Bastimento, dove  un bonissimo porto, lontano dalla citt del Nome di Dio
miglia quindeci, e per detto fiume verranno a seconda in barche in detto mare,
dove con navi che ognora si trovano le condurranno in Spagna e Siviglia, e
averanno fatti gradi sessantanove dalla citt del Nome di Dio fino a San Lucar
di Barameda, che sommano in tutto gradi centosessanta, che sono leghe 3220, che
sar minor cammino di quello che si fa atorno capo di Buona Speranza da 1760
leghe.
Volse poi andare pi oltra il prefato gentiluomo discorrendo, e disse che anco
questo tal viaggio con tempo si lasseria, e n'adduceva le ragioni e cagioni
grandi, le quali per convenevoli rispetti non accade che ora si dichino. Ove
veramente dette spezie avessero a fermarsi senza far pi alcuno rivolgimento,
lo pronosticava e dimostrava chiaramente, venendo alle particolarit de' siti e
regioni e del modo; e che sapeva di certo che 'l gengevo saria stato gi il
primo a mostrare il cammino il qual doveano far l'altre, se non fosse stato
questo maneggio proibito da chi ha pi potuto. Per, lasciate da parte dette
spezie, entr a parlare delle sete, delle quali ora ve n' tanta copia
ch'ognuno (sia chi esser si voglia) se ne veste e calza, e che gi
millecinquecento anni non erano portate in dosso se non da principi e uomini
grandi. E queste diceva che si poteano affermare essere a' tempi di nostri
avoli state cominciate a farsi in Italia col mezzo degli arbori mori e vermi, e
poi sono passate in tutte le provincie di ponente e sino all'Indie occidentali;
e chi vorr leggere le scritture antiche con diligenzia, trover che non
venivano portate a noi se non da l'India orientale, e ch'in quella anco erano
condotte dai popoli Seres, che l'andavano raccogliendo sopra gli arbori. Il
zuccaro poi, cosa tanto preziosa e divina, non si aveva in uso al detto tempo
se non in poca quantit, e per conto di medicina: e nondimeno tutto 'l mondo
n' ora tanto ripieno e se ne fa in tanti luoghi, ch'in levante e in ponente se
ne caricano navi infinite. Entr poi a dire di cedri, limoni e naranci, delli
quali al presente l'Italia n' coperta di boschi grandissimi, che al tempo che
l'imperio romano fioriva non si sapeva che d'altronde se ne portassero se non
dalla Media e Persia. E in conclusione diceva che non saria fuor di proposito
affermare che 'l medesimo potria intravenire alle dette spezie che 
intravenuto a tante altre cose, che qualche gran principe per novi accidenti le
facesse mutar paesi e regioni, non alterando in la maggior parte di quelle li
gradi loro naturali delle latitudini, cosa non impossibile a chi vorr
considerar molto bene quello che elle hanno fatto nei tempi passati; ma che del
gengevo si potria far ci che si volesse, che nasceria in tutte l'isole grandi
del nostro mar Mediterraneo, e che facilmente se ne potria veder la prova
mandando per la via del Cairo a pigliarne le radici fresche al Suez, dove ne
piantano ogni anno. A proposito del qual mar Mediterraneo, mi par ricordare che
toccasse anco di non so che nuovo viaggio che si potria far in quello di
grandissimo profitto, ma a che parte mmi al tutto fuggito dalla memoria. Alla
fine diceva che di tante variet e mutazioni n'erano cagione gli uomini della
et nostra, molto pi che gli antichi industriosi e arrisicati nel cercare il
mondo, i quali, non aveggendosi della naturale lor fragilit e debolezza, come
se fossero immortali, non restavano per alcuna difficult, n della zona
torrida n delle due aggiacciate e fredde, d'andare continuamente travagliando,
rivolgendosi d'intorno a tutta la rotondit della terra per saziar la loro
immensa cupidit e avarizia.


Relazione di Iuan Gaetan, pilotto castigliano, del discoprimento dell'isole
Molucche per la via dell'indie occidentali.


Partimmo da Porto Santo, dove arrivammo dipoi che partimmo dal porto della
Nativit, che  in XX gradi di altezza nella Nuova Spagna, nella costa del mare
del Sur, il giorno di Ognisanti dell'anno MDXLII, e navigammo in quello da XXX
giorni, poco pi o manco, il pi di quelli al ponente e quarta di garbin verso
ponente. E in capo di questo tempo, essendo andati a mia istimazione quasi 900
leghe di golfo, discoprimmo molte isole, dopo le altre che avanti avevamo
vedute, alle quali ponemmo nome le isole delli Re, perch sono abitate da genti
povere e nude, che non tengono altro vestimento se non uno mastello, che  una
sorte di braghe o panni con che coprono le parti disoneste. In queste isole
trovammo nella costa coralli, e nella terra galline come sono quelle di
Castiglia, e li frutti di cochi e di muse; non vedemmo per oro, n argento, n
altra cosa di momento. Avanti di queste avevamo discoperto nel colfo alcune
isole disabitate e senza gente, come  la isola di San Tomaso, che sta lontana
dalla Nuova Spagna 180 leghe, e l'isola della Rocha Partida, che  pi avanti
dell'altra pi di CC leghe. E andammo pi avanti di questa isola pi di CC
leghe, e pigliammo fondo in sette braccia, e stando in 13 o 14 gradi non
vedemmo terra; per avevamo sospetto che fusse l'isola di San Bartolomeo, della
quale si aveva pur qualche notizia. E di quivi ce ne venimmo alle isole che
tengo detto delli Re, le quali stanno in 9 e in 10 e in 11 gradi dalla parte di
tramontana. E d'indi navigammo 18 in 20 leghe, e trovammo l'isole alle quali
ponemmo nome delli Coralli, che stanno in 9 o in 10 gradi, poco pi o manco,
tutte similmente dalla banda di tramontana: e ivi pigliammo acqua e legne, e
trovammo gente della maniera di quell'altra che abita nell'isole delli Re. E
d'indi partendo, navigammo al ponente e quarta di garbin verso ponente pi di
cinquanta leghe, poco pi o manco, e trovammo altre isole, alle quali, perch
ne parvero verdi e belle, ponemmo lor nome li Giardini: e stanno nell'altezza
poco pi o manco che le dette delli Coralli, e vedemmo palme e altri arbori;
non buttammo per scala. E di quivi navigando per il detto parizzo, che  al
ponente, quasi 280 leghe, trovammo una isola piccola, che le ponemmo nome il
Matelotes, e sta nella medesima altezza come le dette di nove in dieci gradi; e
arrivando noi alla costa di quella al riparo senza sorgere, la vedemmo piantata
di palme e popolata di gente, che ne diedero qualche poco di pesce e cochi. E
di l navigando al medesimo parizzo trenta leghe, trovammo un'altra isola, alla
quale ponemmo nome la isola de los Arezifes. Circonda questa isola poco pi o
manco di 25 leghe, e vedemmo molte abitazioni di genti e molti boschi di palme.
E di l partimmo senza mettere scala al ponente e quarta di garbin, ed essendo
andati 140 leghe, poco pi o manco, discoprimmo l'isola che chiamano
Migindanao, e noi altri communamente la chiamiamo Vendenao. Questa isola 
molto grande, che dapoi circondandola trovammo che tiene 380 leghe, e si stende
per lunghezza dal levante al ponente. La maggior altezza di quella sar in 11
gradi e mezzo, il pi basso in cinque o sei gradi.  popolata di molte e
diverse genti, e vi sono Mori, gentili e diversi re e signori, e vanno vestiti
di certe vesti senza maniche, corte, come marlottas , che chiamano patolas : e
li ricchi le portano di seta, che  come li taffettani, e le altre genti di
gottone e di diverse sorti. Hanno molte arme di ferro e d'acciaio offensive,
come sono scimitarre, pugnali e lancie; e l'arme difensive fanno di cuoio
d'animali, che  pi duro e forte che quello di anta. In certa parte di questa
isola, che signoreggiano li Mori, v' artegliaria minuta. Vi sono in questa
isola porci, cervi e bufoli e altri animali di caccia, e galline di Castiglia,
e risi e palme e cochi; non v' maiz in quella, ma tengono per pane il riso, e
di una scorza che chiamano sagu , della quale si cava anco dell'olio come si fa
di palma, e ne fanno pane in quella terra. In questa isola vi  il gengevo in
abondanza e il pepe; vi  oro molto singulare, che si cava delle mine della
medesima terra: l'apprezzano e ne fanno conto, portano catene e gioielli legati
in quello. Nel capo di questa isola alla parte di ponente vi  molta cannella,
e quivi toccano li Portoghesi, quando vanno alle Molucche. In questa isola
tocc la nostra armata per la parte de levante in un luogo dispopolato, e ivi
stemmo tre o quattro mesi, riconoscendo e lasciando la costa di questa isola
verso la parte di mezzod.
E di l andati per la medesima costa in altezza di cinque o sei gradi, alla
fine di quella trovammo le isole che si chiamano Sarangar e Candicar, che
stanno in cinque gradi e mezzo e sono lontane una dall'altra mezza lega per
levante e ponente: e quivi facemmo la scala, e trovammo mala gente, ladroni e
corsari. E navigano questi e quelli della isola grande gi detta in navilii che
chiamano giunchi, caracoas e paraos , di ogni sorte, grandi e mezzani, di
buona taglia e buoni per navigare, i quali, ancora che non abbiano pece per
impegolarli, il pi di quelli per stanno di tal maniere legati con stoppa e
con chiodi di legno, che non fanno acqua alcuna. Questi sono li pi mezzani, ma
li grandi portano la sua inchiodatura e vanno impegolati con pece di diverse
sorti di bitumi, che hanno in queste due isole, delle quali c'impatronimmo per
forza: e perch ne mancorno le vettovaglie, mangiammo di quelle della terra,
che sono risi, galline, porci e capre. E di quivi il capitano generale
determin di mandar Bernardo della Torre, in un navilio picciolo che egli
aveva, con 18 o venti uomini alla volta della Nuova Spagna, e dare aviso al
vice re della nostra navigazione fino a queste isole: e quello che questo dice
fu uno di quelli. E volendo fare questa navigazione col detto navilio, venimmo
alla parte di tramontana, navigando per la parte di levante della detta isola
grande di Vendenao, e alla tramontana di quella in dodici gradi trovammo
un'isola che chiamano Tendaia, e noi altri la chiamammo Filippina, dove
trovammo gente mansueta, che ne raccolse e diede vettovaglie per il nostro
riscatto. Le genti di questa isola sono idolatre, ma pur  gente mansueta e
amichevole; e ci fornimmo alla giornata, per esser la isola abondante di porci,
risi, galline e mele e altri frutti. E tengono oro e mine, e abondanza di
gengevo e pepe; vanno vestiti come quelli della isola grande, hanno ferro e
arme come quelli. Circonda questa isola 160 leghe; la sua maggior altezza sar
di poco pi di XV gradi, e il pi basso in XII: corre tutta dal levante al
ponente. Alla tramontana di quella sta un'altra isola grande, di maniera che
tra una e l'altra vi  uno stretto di mare di XII leghe di viaggio, nel quale
vi sono diverse isolette piccole, tutte popolate, e sono molto fertili delle
vettovaglie gi dette, e in tutte porti e sorgidori molto buoni.
E di l navigando al levante, ritornando alla Nuova Spagna in questo navilio e
montando fino a XVI gradi, ed essendo andati CC leghe, poco pi o manco,
trovammo un'isola che chiamammo Apriocchio, perch la lavava il mare; e di l
navigando al levante e quarta di greco, discoprimmo due altre isole grandi, che
stavano una dall'altra in XVI e XVII gradi, nelle quali non sorgemmo n vedemmo
ci che vi fusse. E di l navigando pur al levante e greco, ci mettemmo nella
maggiore altezza, fino che arrivammo a XXV gradi, e ivi vedemmo altre tre
isole, avendo navigato quasi CCC leghe tra le dette isole, di maniera che
eravamo andati dall'isola chiamata Filippina, di onde partimmo, fino a queste
500 leghe, che stanno in XXIIII e XXV gradi: e una di quelle butta un vulcano
grande di fuoco, e vedemmo il fumo e le fiamme molto da lungi. E di l corremmo
alla volta del levante quarta di greco, e vedemmo, passate trenta leghe,
un'altra isola dispopolata; e di l seguendo il cammino per il medesimo parizo,
ci mettemmo in 24 gradi e duoi terzi. Ed essendo andati dipoi che partimmo 650
leghe, trovammo grandissimo mare da maestro e molto vento di tramontana, che ne
sforz di andare abassando da XXV gradi a XXIII, camminando tuttavia quello che
potevamo. Ed essendo andati nella forma sopradetta 750 leghe del nostro cammino
alla via della Nuova Spagna, e avendo gi gli arbori rotti, gli racconciammo il
meglio che potemmo, e per paura che non ne mancasse l'acqua, perch non ne
avevamo se non otto botte, col parere di alcuni determin il capitano di
ritornare a trovar la nostra armata dove l'avevamo lasciata nella Filippina,
ancora che costui che dice questo fusse di parere che si proseguisse il
viaggio, perch gli pareva che si poteva navigare e pigliar la Nuova Spagna.
Per, avendosi determinato come di sopra, facemmo la nostra navigazione al
ponente e quarta di garbino, e avendo navigato trecento leghe dipoi che demmo
volta, trovammo alcune isolette che stanno da XV fino a XVI gradi una con
l'altra, tramontana e mezzod. Dicono che queste sono l'isole delli Ladroni,
per noi non sorgemmo in quelle, n avemmo notizia della gente. E di l
navigammo al medesimo parizo, la maggior parte al ponente e quarta di garbino,
e venimmo a ricognoscere la detta isola Filippina alla parte di tramontana di
quella, in un porto buono che tiene due isole alla bocca di quello. E perch
avevamo lasciata l'armata alla parte di mezzod nell'isola di Sarangan, come 
detto, e non potendo circondar l'isola per la parte di levante a cercare la
nostra armata per li tempi contrarii, la fummo circondando per la parte del
ponente, e trovammo molte isole molto belle e abitate da genti mansuete, che
venivano a contrattar con noi altri: e hanno oro e gengevo e vettovaglie, come
 sta' detto. E avendo cos circondato questa isola, al ponente di quella
avemmo vista di un'altra isola molto grande e popolata di gente e di
vettovaglie, tali e cos buone e pi che non sono nella Filippina; e di l
navigando all'isola e porto detto di Sarangan, dove avevamo lasciata la nostra
armata, e non la trovando ivi, andammo circondando la isola di Vendenao gi
detta per la parte del ponente, e discoprimmo molti porti in quella. E ivi per
porcellana e ferro si riscatta tutto quello che nasce in quella isola, e per
qualche pezzo di taftani, che essi chiamano patolas .
E di l partendo per la parte del levante, arrivammo a una isola dove ne fu
detto che vi era stato Magaglianes quando discoperse lo stretto, e di quivi
avemmo nuova che alcune delle nostre genti stavano nella Filippina; e non
avendo aviso certo dove stava il nostro generale, determinammo di tornare alla
Filippina a cercarlo, perch ivi dicevano che egli stava. E ritornati vi
trovammo trenta uomini di quelli, perch gli altri erano ritornati in uno de'
duoi bregantini che ivi avevano acconci, dalli quali intendemmo come la nostra
armata era partita di donde la lasciammo per mancamento di vettovaglie, e aveva
voluto venire a questa isola Filippina a fornirsi, ma per venti contrarii non
aveva potuto navigare ed era andata alla isola di Vendenao. E dopo molte cose
che quivi passammo, determinammo di andare con questo aviso e con li detti
trenta uomini alla volta della isola di Vendenao, cercando il nostro generale:
e arrivati dove era stato lasciato, non lo trovammo, n alcun segno della sua
armata, se non in uno arboro certe lettere che dicevano che cavassimo al piede
di quello, dove trovammo una lettera nella quale diceva che il navilio che ivi
venisse l'andasse a ritrovare alla volta del colfo di San Maffo, che  a capo
d'una isola prossima alle isole di Maluccho. E volendo con questo aviso andare
a ritrovarlo, l'acque correnti ne ritornorno fino a quattro gradi alla banda di
tramontana; tuttavia trovammo 7 o otto isole, che chiamano di Tarrao, nelle
quali trovammo genti della maniera dell'altre, con vettovaglie e arme, oro e
gengevo.
E di l navigando al ponente nella medesima altezza per spazio di disdotto
leghe, trovammo un'altra isola grande che si chiama Sanguin, popolata come
l'altre e di miglior gente; e di l voltando la nostra navigazione, dimandando
del detto colfo di San Maffo, li tempi ne sforzorono e ne buttorno quaranta
leghe al ponente, dove vedemmo e trovammo una isola grandissima, molta parte
della quale si stende da levante a ponente, e parte di quella per altri e
diversi parizzi. Trovammo in quella porti da duoi gradi e mezzo fino a tre, e
vi si veggono molte isole al lungo della costa; e a mio giudicio pu circondare
questa isola da trecento e pi leghe, e nelle parti che di quelle toccammo
contrattammo con gli abitatori, e vedemmo oro e sandali, gengevo e risi, porci,
galline e cervi, in molto maggiore abbondanza che non sono nelle dette, ancora
che non tengono maiz n altri frutti. Si fanno in quella molte armi, che si
mandano in altre parti, e si vestono di quella maniera di taftani gi detta e
di veste di gottone. Hanno navilii della medesima sorte che quelli della isola
di Vendenao; vi sono molti maestri marangoni, con li lor ferramenti, e legni
molto buoni. Li luoghi abitati sono molto buoni, e in alcuni di quelli case
principali molto ben fatte; tengono re e signori, e fanno guerra uno con
l'altro, e quando vanno li Portoghesi alle Molucche toccano nella testa di
questa isola alla banda di ponente.
E di l seguendo il nostro viaggio, per l'errore che  nelle carte da navigare,
non pigliammo il detto golfo, ma andammo alli porti delle isole di Maluccho,
dove trovammo il nostro generale in una di quelle, detta Tidore, dove il re gli
faceva buon raccoglimento, e il simile il re dell'isola del Gilolo, nella quale
il nostro capitano teneva parte della sua gente, con una nave e una galea che
gli erano restate. E dapoi molte cose, le quale io non viddi, che
gl'intervennero, essendo venuto ivi dal colfo di San Maffo, dove lo trovammo,
si torn ad accordare che si dovesse racconciare il navilio picciolo di don
Bernardo della Torre, nel quale noi eravamo stati, e che si tornasse a fare la
navigazione della Nuova Spagna: il quale si mand d'indi a Maluccho, essendo
gi l'anno 1545, al principio di quello, e mut il parizzo che noi altri per
avanti avevamo fatto, e volse che si andasse per la parte di mezzod. Il
navilio il qual seguitte la sua navigazione, e secondo che dapoi da loro
sapemmo, navigarono cento leghe per quella altezza al levante, e trovarono la
costa e terra da mezzo grado alla banda di mezzod, e andarono costeggiando e
navigando 650 leghe senza perder vista di quella, quasi al levante e ponente,
salvo che montarono sei in sette gradi della banda di mezzod: la qual terra
trovarono tutta abitata da negri, che vennero alla costa con freccie e bastoni
senza veleno a fargli la guerra, e sono negri molto agili, e con li capelli
corti e ritorti. Finalmente, dopo molti travagli e fortune che ebbero, giunsero
nella Nuova Spagna, e diedero nuova al vice re di quanto per noi era stato
fatto; ma noi non lo sapemmo se non dapoi.
In questa isola di Tidore dove eravamo restati, e nelle altre isole di
Maluccho, vi sono garofani, gengevo, noci moscate, cannella e pepe. Quivi ne
mandarono li Portoghesi a protestare, dicendo che uscissimo della terra, che
era della sua conquista, offerendone di darne passaggio: nella qual terra essi
non hanno ragione alcuna, perch tutte queste isole e cinquecento leghe pi
avanti, fino passata Malaccha, entrarono nella parte e conquista di sua Maest,
conforme alli cammini che fino l io viddi, perch tutte queste isole e terre
io descrissi e posi nelle sue altezze e parizzi. E potevano essere settanta
uomini quelli che quivi stavano, e il re di Tidore ne dava tutte le cose
necessarie, e diceva che egli voleva esser vassallo dell'imperadore, e ne
prometteva di dare una nave per navigare alla volta della Nuova Spagna
nell'anno seguente, perch la nostra era rotta; ma il nostro capitano deliber
di accordarsi con li Portoghesi, contra la volont d'alcuni di noi altri, e
segnalatamente di me, che mi offersi di far la navigazione verso la Nuova
Spagna con detta nave. Ma il capitano volse proseguire l'accordo fatto co'
Portoghesi, che era che ne dessero passaggio e vettovaglie fino in Spagna per
la banda della lor navigazione, il quale accordo fu adempito con alcuni di noi
altri, che ne condussero, e con altri no, perch volsero restare ivi. Li
Portoghesi tengono una fortezza in una isola che si chiama Terenate, che 
quattro leghe da Tidore, la qual noi vedemmo con ducento e cinquanta uomini, e
di quivi fanno li lor riscatti e commerzii in tutte le dette isole, con navi e
fuste alla vela. A questa fortezza e isola fussimo tutti, e di l ad Ambon, che
 una isola alla parte di mezzod, e corre tramontana e mezzod con la detta
isola di Terenate; e dipoi con navilii di detti Portoghesi andammo a Malaccha,
dove hanno maggior forza e potere, perch tengono ivi da cinquecento in
seicento uomini. Qui  la maggior contrattazione, e ivi viene il pepe e l'altre
cose e oro che contrattano, e muschio e sete e altre cose minute, di maniera
che, se nell'isola di Tidore gi detta o in Gilolo o in alcun'altra di quelle
tenesse la maest dell'imperadore trecento o quattrocento uomini, sariano
bastanti al dispetto de' Portoghesi a tener la contrattazione di tutte quelle
isole, e si sodisfaria a ogni spesa con questo tratto delle spezie e con molte
altre cose minute che ivi contrattano.
Da Malaccha navigammo a Caniai con li lor navilii nelli quali ne condussero, ed
essendo io pilotto stato in tutte le navigazioni che si fecero dipoi che
uscimmo da Maluccho, conobbi tutte le lor carte, che cautelosamente le portano
false e fuori delle altezze e parizzi veri, e navigano per certi derotteri,
cio pariggi, e libri che portano senza tener posta alcuna longitudine in
quelli, di maniera che si ristringe e ritira la terra di Maluccho al capo di
Buona Speranza, al mio giudicio, pi di cinquecento 50 leghe, secondo quello
che io navigai e considerai in questa navigazione, perch ordinariamente ogni
giorno io pigliava la mia altezza e metteva le mie derotte e pariggi, e
assettava le terre nella sua altezza e derotta: e ne tengo fatta una carta la
quale, come dico,  differente e discorde da quello che essi pongono la
quantit sopradetta. E quivi lascio molte altre particolarit che mi passorno
in questa andata, perch questo mi pare che solo faccia al capo principale. Ed
 cosa certa che li Portoghesi, vedendo ch'io intendeva le cose della lor
navigazione, procurorno che io restassi con loro e mi offersero molti partiti,
li quali io non volsi accettare per venir a servire la maest cesarea.



Cinque lettere sull'Isola del Giapan

Informazione dell'isola novamente scoperta nella parte di settentrione,
chiamata Giapan

Essendosi scoperte alcune isole per li mercatanti portoghesi che di Malacca
sono navigati drieto la costa della China e di sopra la citt di Canton, e fra
le altre una detta Giapan, della qual avendose avuto alquanto di notizia, ne ha
parso conveniente nel fine di questo volume metter l'informazioni che di quella
hanno scritto alcuni reverendi padri portoghesi della Compagnia del Ies, che
sono andati a stanziar in diversi luoghi dell'Indie orientali, dove il
serenissimo e cristianissimo re di Portogallo tien le sue fortezze: la qual
isola si pensa che sia per mezzo la provincia del Mangi che confina col Cataio,
e di essa ne ha scritto il signor Ioan de Barros, primario gentiluomo di
Lisbona, come nell'ultimo della sua prima Deca, e dice di voler dar fuori le
tavole e descrizion del paese della China e dell'isola del Giapan. Siano
adonque contenti i benigni lettori di questo poco di cibo che ora gli
presentiamo, tenendo per certo che, se pi gli avessimo potuto donare, pi
volentieri lo aressemo fatto.

Nella parte di settentrione, sopra la China e verso l'oriente, discoprirno li
mercatanti portoghesi una isola chiamata Giapan, nella medesma altezza che 
Italia, longa da levante a ponente, secondo la informazione che danno, DC leghe
e larga CCC. Di quella venne l'april passato una persona molto ingeniosa e
prudente, detto Angero, con duoi servitori, e s'inform da noi delle cose della
nostra fede intieramente, e informato in breve tempo si fece cristiano, e gli
fu posto nome Paulo. Costui  stato con noi in questo collegio nostro di Goa,
chiamato Paulo di Santa Fede, dove ha imparato la lingua portoghesa, a legger e
scriver a nostro modo, e ha tradotto in la sua lingua in breve compendio le
cose essenziali della nostra fede e legge. Si d quest'uomo all'orazione e
contemplazione, chiamando e sospirando per Ies Cristo, ed  tanta la sua bont
che non si potria scrivere. Essendo da noi interrogato nel tempo del suo
catechismo, ne diede conto delli costumi e legge della sua terra, e perch egli
non  instrutto nelle lettere che sanno quelli de l'isola che son reputati
dotti, ma sa solamente la sua lingua volgar, per pare contasse cose cavate
dell'oppinioni volgari pi che delle scritture sue. E in questa informazione
essendovene di molte notabili, la mander cos come ne l'ha dettata,
riportandomi a scriver la verit del tutto pi certa, come sia gionto in quelle
bande il nostro padre maistro Francesco Xavier, e che gli abbi vedute le sue
scritture e praticato con quelli popoli.
Primamente dice che tutta l'isola di Giapan  sottoposta ad un re, sotto il
quale sono altri signori a maniera de duchi e conti, delli quali in tutto
Giapan saranno quattordeci. E quando moreno alcuno di detti signori, il suo
primogenito  erede nel stato, e agli altri figliuoli si d alcuni castelli per
sua sustentazione, con patto che stiano ad obedienzia del primogenito, di modo
che non lassano dividere il stato. Il minimo di questi signori dice che pu
mettere in campo diecimila uomini da guerra, altri quindicimila, altri
vintimila, altri trentamila.
Il re principale nella sua lingua si chiama voo: questo  della pi nobile
progenie che sia fra loro, della qual nessuno si marita con altro lignaggio.
Questo voo pare che sia fra loro come fra noi il papa, e ha iurisdizione nelle
cose temporali e spirituali, cio fra seculari e religiosi, delli quali ci 
grande numero in questa terra. E per bench abbia piena autorit sopra il
tutto, mai per fa guerra n comanda che sia ucciso alcuno, ma lassa tutta la
cura di questo ad un altro che  fra loro come fra noi l'imperadore, chiamato
nella loro lingua goxo, il quale ha il governo e imperio sopra tutta l'isola, e
sta pure alla obedienzia del detto voo: e quando goxo va a visitarlo, dicono
che sta col ginocchio in terra e gli pone il capo per riverenzia a mezza gamba.
E bench tenga gran corte di baroni e capitani e soldati, avendo cura della
giustizia e della guerra, nondimeno, se detto goxo facesse qualche cosa mal
fatta, voo lo potria privar del regno e tagliargli la testa. Prestano grande
obedienzia li minori alli maggiori, per la grande giustizia che usano, e hanno
oppinione che tutti li peccati siano equali, e tanta punizione danno a chi
robba diece bazzaruchi come ad uno che robbasse cento scudi.
Dice che voo, principal re di Giapan, vive della maniera seguente: piglia per
moglie una donna della sua prosapia, e quando la luna comincia a sminuire, lui
comincia a digiunare discostandosi dalla donna, e per quindici giorni che dura
il digiuno mangia molto poco ad uno pasto, e attende alle lezioni e
contemplazioni e orazioni, vestendosi di bianco con una grande corona in testa,
insino a tanto che la luna d la volta; ma quando quella comincia a crescere,
immediate ritorna a far vita allegra con sua moglie per altri quindici giorni,
e in questo tempo va a caccia e ad altri piaceri e ricreazioni. E se la moglie
more avanti che gli abbi trenta anni, si pu rimaritare, ma se passa trenta
anni nel resto della sua vita  obligato guardare perpetua castit e viver
religiosamente; e inanzi n dopo n al tempo medesimo che  con la sua donna,
non ha conversazione con altra.
Sono fra queste genti, oltra delli signori detti, baroni, cavallieri,
mercatanti e offiziali di tutte le cose come fra noi, e gradi di persone
diverse. E generalmente tutti si maritano con una sola donna, e quando la donna
fa quello che non deve,  l'usanza che se il marito la trova insieme con
l'adultero nel delitto, che l'ammazzi insieme; ma quando amazzasse l'uno senza
l'altro, la giustizia publica procede contra lui e l'ammazza, e non ne
ammazzando alcuno delli duoi resta il marito disonorato. Oltra di questo,
quando  mala fama d'una donna, che non la possino trovar nel delitto, la
mandano a casa del padre, e cos il marito non perde l'onore e si marita con
un'altra, e detta donna resta disonorata perpetuamente e non si trova chi si
voglia pi maritar con quella.  tenuto anco infame colui che, vivendo la
moglie, conversa con altra di qualsivoglia sorte. Gli uomini onorati di questa
isola, quando li loro figliuoli arrivano a sette overo otto anni, li mettono
nelli monasteri insino alli disdotto o vinti anni, dove gli  insegnato leggere
e scrivere e cose d'Iddio; e dipoi escono e si maritano, e tendono alle cose
politiche.
Sono in questa isola tre sorti di religiosi, quali hanno monasterii a modo de
frati, alcuni dentro della citt, altri di fuora. Quelli che stanno nella citt
mai si maritano, vivono di limosine, portano la testa e barba rasa, usano vesti
longhe con maniche grandi quasi come gli altri, e nella invernata portano
coperta la testa e nel resto del tempo discoperta; mangiano insieme come frati
e digiunano molte volte nell'anno. Questi religiosi non mangiano animali, e
questo per smagrare il corpo e levargli il desiderio del peccare: e questa
abstinenza  commune a tutti li religiosi di quella terra, quali dice si levano
a mezzanotte a far orazione, il che fanno cantando per spazio di mezza ora, e
ritornano a dormire insino all'aurora; allora si levano di nuovo a dire altre
orazioni; il simile fanno quando si leva il sole e a mezzogiorno e all'ora
della sera, nella qual ora fanno un segno che tutto il popolo si inginocchia e
leva le mani al cielo, come facciamo noi. Le orazioni che dicono dice questo
uomo che non l'intende, perch sono in altro linguaggio.
Questi religiosi predicano al popolo e hanno grande audienza, e piangono e
fanno piangere il popolo. Predicano essere un solo Iddio creatore di tutte le
cose, e che vi  il purgatorio, paradiso, inferno; item che tutte le anime,
quando passano di questo mondo, vanno al purgatorio, cos buoni come cattivi, e
di l si dividono, li buoni per andare al luogo dove  Iddio, li cattivi per
quello dove  il demonio, il qual dicono esser stato mandato da Dio a questo
mondo per punizion delli cattivi. Questi religiosi fanno molto virtuosa vita,
eccetto che sono notati di quello abominabile peccato per occasione di molti
fanciulli che tengono per insegnare nelle lor case, ancor che lor predicano al
popolo che questo sia gravissimo peccato, lodando la castit. Sono tutti
vestiti di vesti negre insino alli piedi, e sono gran litterati, e hanno nella
loro casa un superiore al quale tutti ubbidiscono, e non ricevano per clerici
se non persone savie e approvate nelle virt.
Ci  un'altra sorte di sacerdoti, i quali portano vesti grise, quali anco non
si maritano; hanno una religione di donne a modo di monache, che vanno vestite
della medesima sorte, e la lor casa  presso a quella delli detti sacerdoti: 
opinion del vulgo che questi tali abbino conversazione con dette religiose,
ancor che mai abbino figliuoli, perch usano certi remedii per non concipere, e
ogni casa di questi tal religiosi ha similmente un'altra di donne vicina. Sono
persone idiote, fanno orazioni quasi al modo medesimo che li sopradetti, e
digiunano alcune volte. Vi  ancor un'altra sorte di religiosi, che van vestiti
di vesti nere e fanno grande penitenza; vanno tre volte al giorno all'orazioni,
la mattina, al tardo, alla mezzanotte. Le case di orazioni di tutti questi
religiosi sono di una medesima forma; hanno idoli di legno indorati, altre
imagini dipinte nel muro. Tutti adorano un solo Iddio, il quale chiamano
Deniche in suo linguaggio, e qualche volta lo chiamano Cogi. L'ordine secondo
de religiosi che disopra dicevamo che andava vestiti di grigio, quando fanno
orazione nel suo coro, la fanno insieme con le monache, sedendo gli uomini da
una parte e le monache da l'altra, e cantando or l'uno or l'altro cos a
mezzanotte come alle altre ore.
Ci ha detto ancora questo santo uomo una istoria di uno fra loro tenuto santo,
come qui narrer. Dice che vi  una terra sopra la China alle parte di ponente
che si chiama Cegnico, dove era un re chiamato Iambom, che avea per moglie una
regina chiamata Magabonin. Questo re dormendo un giorno ebbe in visione che li
dovea nascere un figliuolo che saria grandissimo uomo, e riputato come Iddio da
tutti quei paesi: il che narr alla moglie, la qual dopo nove mesi partor un
figliuolo al qual posero nome Xaqua; e che al suo nascimento apparvono duoi
serpenti grandissimi con le ali sopra il tetto della casa, li quali, discesi
gi dove era il fanciullo, non li fecero male alcuno e poi si partirono. Questo
Xaqua crebbe insino a 19 anni, e il padre volendolo maritare contra sua voglia,
considerando lui le umane miserie, non volse congiugnersi con la moglie, ma se
ne fugg di notte e andossene ad una montagna alta e deserta: e quivi stette
sei anni, faccendo grande penitenza. Dapoi discese e cominci a predicare con
grande fervore ed eloquenzia a quelli popoli che erano gentili, dove acquist
grande fama di santit e bont, di sorte che rinov tutte le leggi e insegn al
popolo il modo di adorare Iddio; e dicesi che fece 8000 discepoli, quali
seguitorno il suo stile di vivere. Passarono alcuni di detti discepoli per la
China, predicando le sue leggi e modo di adorare, e convertirno tutta la China
e il regno di Cegnico alla sua dottrina, e fecero destrurre tutti gli idoli e
pagodi che erano nella China e Cegnico, e di l vennero al Giapan, dove fecero
il simile: e fin al presente per tutta la China, Cegnico e Giapan si ritrovano
pezzi di statue antique, s come in Roma. E questo Xaqua insegn essere uno
solo Iddio creatore di tutte le cose, e ordin cinque precetti: il primo che
non ammazzassino, il secondo che non robbassino, e il terzo che non
fornicassero, il quarto che non pigliassino passione delle cose che non hanno
rimedio, il quinto che perdonassino le ingiurie. Scrisse ancora molti libri
pieni di molte virt e molto utili, dove insegna i costumi che abbino a servar
gli uomini secondo lo stato suo e qualit; comanda digiunar molte volte, e che
le penitenzie piacciono molto a Dio, e che sono molto necessarie acci si
salvino li peccatori.
Dice che quando uno sta infermo che usano quelli religiosi andarlo a visitare,
consolarlo ed exortarlo a far testamento; e quando vedono che stanno in
pericolo di morte, gli predicano li beni dell'altra vita, e che non piglino
fastidio per le cose presenti, poi che vedono essere tutte vanit. E quando
muorono vengono li detti religiosi in processione, cantando e portando il
defunto al claustro del monasterio, sempre pregando Iddio che gli perdoni li
suoi peccati, e soterrano tutti, poveri e ricchi, senza nessuna differenza, n
pigliano per questo cosa alcuna o premio, anzi saria tenuto mal uomo ch'il
pigliasse:  ben vero che, se li parenti del defunto li vogliono donar qualcosa
per limosina, la pigliano.
Afferma ancora che si usa in questa terra una sorte di penitenzia al modo
seguente, digiunando e servando castit cento giorni continui, e dopo intrano
in un bosco molto grande vicino ad un monte, nel quale sono molti pagodi che
son a modo di eremitorii, dove abitano alcuni eremiti di molta aspra vita. Si
odono in questo monte e bosco molti gridi e voci orribili e spaventose, e si
vedono molti fuochi; e stanno in detto bosco settantacinque giorni, non
mangiando al giorno altro che tanto riso quanto possano tenere nella palma
della mano, e non bevendo pi che tre volte l'acqua. Al fin di settantacinque
giorni si ragunano poi tutti insieme e vanno per il deserto che  all'intorno
del detto bosco, e che alle volte sono in gran numero e passano pi di mille; e
avanti a un pagodi inginocchioni si confessano ognuno di tutti li lor peccati
della sua vita ad alta voce, tacendo e ascoltando tutti gli altri, ed essendosi
confessati cos publicamente, ognuno di loro giura sopra il pagodi di mai dir
niente di quanto aver sentito nella tal confessione poi che sar fuora del
deserto. E in quanto che dura questa penitenzia non dormono n si spogliano.
Vanno vestiti di certi panni di lino grosso cinti molto strettamente, senza
scarpe e berretta, e mai stanno fermi, anzi camminano ogni giorno cinque o sei
leghe per detto bosco all'intorno della montagna, tutti insieme a modo di
processione; e venuti a certi luoghi determinati si riposano per un gran
spazio, e faccendo un gran fuoco si scaldano. E dice che hanno un maestro che
li guida nell'orazioni e penitenze, e se alcuno dorme quando si riposano, quel
maestro gli d delle bastonate, e se qualcuno se inferma nella via di modo che
non possa camminare, lo lassano stare e muore abbandonato, e gli altri
camminano; ma se alcuno morisse avanti la gente, tutti lo coprono di sassi e
lassano scritto in un bastone: "Qui iace il tale del tal luogo". Porta ogniuno
una tavoletta sopra il petto, dove  scritto il nome suo e del paese. Dice che
andando in quello deserto vedono molti monstri e fantasme e illusioni
diaboliche, talch, essendo cento persone insieme, molte volte gli accade che
paiono dugento: e allora il maestro, riguardandoli e vedendo che alcun non
porti la tavoletta al petto, comanda si fermino tutti e faccino orazione al
Deniche, che  Dio, che gli liberi di tal compagnia, perch si persuadono che
sian di demonii quali si metteno alle fiate appresso degli uomini, e pigliano
talmente la forma sua che un Giovanni parer duoi Giovanni, e un Pietro duoi
Pietri, senza differenza di uno all'altro; ma faccendo orazione come gli 
insegnato, subito disparono li demonii. Quando questi penitenti hanno compiuta
la penitenza, restano tanto magri e negri e afflitti che paiono la morte, non
essendosi mai spogliati n lavati; ma ritornati a casa tutti gli accompagnano e
baciano le vesti.
Dice che sono in questa terra molti che sanno far fatture e incanti, pure fra
gli uomini savii e prudenti sono dispregiati e tenuti in mal conto. Sonvi
ancora grandissimi astrologi, quali predicano molte cose che hanno a venire.
Questa gente scrive croniche delle sue istorie e fatti al medesimo modo che noi
facciamo, e che nelli costumi e vivacit d'ingegno sono molto conformi a noi. E
costui che d la presente informazione  tanto ingegnioso che ognun di noi gli
potria aver invidia, e dimostra con parole e con fatti aver in odio ogni sorte
di vizii che ha veduti fra li nostri. E li pare che tutto Giapan aver piacere
di farsi cristiano, perch tengono loro nelli suoi libri scritto che tutta la
legge deve esser una, e che aspettano un'altra pi perfetta della sua: e non si
pol imaginare altra migliore della nostra, e per dice esser molto contento,
perch gli pare che Iddio gli facci grande beneficio in usar lui come
instrumento di condurre al Giapan gente che predichi questa santa legge. E
ancor che sia maritato, si  offerto andare e stare in compagnia delli padri
che di l vanno due, tre e quattro anni, insino a tanto che si dia qualche buon
principio di cristianit in quella terra e insino a tanto che li padri sapranno
ben la lingua.
Dice che questa terra  molto sana e di grandi venti, e che alcuna volta quella
triema tanto forte che le persone cascano in terra. Vi nasce ogni sorte di
frutti e metalli che sono in Europa, e vi son pochi serpenti venenosi;  terra
abbondante di molti animali salvatichi, s di uccelli come di cervi, porci,
cignali e altri. Non vi nasce vino, ma fanno la cervosa di riso, come in
Fiandra de orgio; son molte viti salvatiche nelli boschi, dell'uve delle qual
mangia questa gente. Mangiano il riso con la carne e pesce a modo dell'India;
vi  assai grano, col quale fanno vermicelli e coperte di pasticci, e non
mangiano pane, ma in luogo di quello il riso. Vi sono anco galline, ma non le
nutricano in casa, s come n alcun altro animale.
Dice che in questa terra vi  un duca, quale porta nella sua bandiera a modo di
una croce, e questa tal arma non pol avere altra casata se non la sua. Tutto il
popolo di Giapan usa pregar Dio come a noi con paternostri over rosarii, e
quelli che sanno leggere usano libretti, e questi che pregano con li
paternostri over rosarii usano dire ad ogni segno over paternostro una orazione
due volte maggiore che 'l Paternostro, e che hanno centotto segni. Dimandato
della ragione di questi segni, dice che li litterati dicono che nell'uomo sono
cento e otto sorte di peccati, e che  necessario di dir una orazione contra
cadaun di quelli, la qual dicono in linguaggio che non l'intendono, come
facciamo noi il latino; e che ogni mattina come si levano dicono nove parole,
levando le due dita della mano destra, il che fanno per loro difesa contra il
demonio. Li religiosi loro fanno professione e voto di castit, povert e
obbedienzia, e si esercitano avanti che siano ricevuti nella umilt.
Detti popoli, come sono nel medesimo clima che noi, sono ancora bianchi e della
medesima statura, gente discreta e nobile e che ama la virt e lettere, e
tengono in gran venerazione li letterati. E li costumi e modo di reggere la
republica in pace e guerra e le lor leggi sono come le nostre, salvo che la
giustizia  in parole, e per questo  molto spedita, e anco severa, tanto che,
se uno servitore dicesse o facesse ingiuria o disonore al suo patrone, lo pu
ammazzare senza cascare in pena alcuna. Nella dignit suprema del voo succede
il primogenito, e se non ha figliuoli succede il pi propinquo parente per
linea paterna: cos usano li altri signori di questa terra. Non sono tiranni li
principi, e se nascono fra loro dissensioni, overo faccino guerra uno con
l'altro, il goxo si mette di mezzo a pacificargli, se da s non si concordano.
E se qualche uno  contumace e non obbedisce, il medesimo goxo gli fa guerra e
toglie lo stato e anco il capo, ma non la signoria, anzi la d a quello che
appartiene di averla, come se il detto signore fosse morto di morte naturale.
Usano orazioni e limosine, peregrinazioni e digiuni per remissione dei lor
peccati, tanto de' vivi come de' morti, e questo molte volte nell'anno,
mangiando nelli suoi digiuni allora che noi, ma il loro digiuno  pi stretto
che 'l nostro. In un monte di questa isola stanno cinquemila religiosi molto
ricchi, quali abbondano di servitori e buone case e vestimenti, e guardano
castit di tal sorte che non si pu avicinare ad essi per una lega donna o cosa
che sia femmina. Quando le donne partoriscono, stanno quindici giorni che non
toccano le altre persone, e quaranta giorni che non intrano nelle loro chiesie;
quando le schiave partoriscono stanno in case discoste dell'altre. Il medesimo
fanno quando hanno la accostumata purgazione, e chi le tocca si fa immondo e
bisogna che si lavi. Usano le donne povere, quando hanno molti figliuoli,
ammazzar quelli che dipoi nascono per non li vedere stentare, e questo peccato
non  castigato.

Diceva che da mille e seicento e pi anni in qua gli idoli sono stati disfatti,
s nel regno di Cegnico, dal qual si va a Giapan passando per la China e
Tarthao, come etiam in questa isola, per la dottrina di quel Xaqua. Predicano
dell'inferno, dicendo l'anime sono tormentate in quello per li demonii in
diversi modi, stando li dannati a perpetuo fuoco e altre pene; e il medesimo
dicono essere nel purgatorio, dove quelle anime che non hanno fatto in questa
vita condegna penitenzia stanno ritenute infino a tanto che si purghino, e che
nel paradiso vi sono gli angeli, li quali stanno contemplando la divina
maestade. Tengono che li angeli ancora siano defensori degli uomini, per usano
portar adosso imagini de angioli, quali dicono esser spiriti e creatura d'una
altra materia e non elementale. Item che usano grande orazioni in laude di
Iddio, e contemplar, massime li religiosi, quali vanno camminando intorno al
loro altare in tanto che cantano. E usano sonar campane per congregar la gente
alla predica e al sacrificio e orazioni commune, e quando muore qualche uno; e
congregandosi per portar li morti per sotterar overo abbruciar, portano candele
accese. Tutte le leggi e scriture e orazioni loro sono scritte in una lingua
diversa dalla lingua volgare, come  fra noi la latina. Dimandato se usano
sacrificii, dice che certi giorni li sacerdoti, e specialmente il prelato loro,
vestito di certe vesti, viene alla chiesa, e in presenzia del popolo bruciano
certi odori e incenso e aguila e certe foglie odorifere, sopra una pietra a
modo di altare, cantando certe orazioni. Le chiese di questa gente tengono la
medesima libert come le nostre, perci che la giustizia non pu pigliare n
tirare fuora di quelle alcun per alcuno caso, se non per furto. Tengono nelli
templi molte imagini de santi e sante dipinte di rilievo, con diademe e
risplendore come le nostre, e hanno in simil venerazione li santi come noi; e
se bene adorano uno solo Iddio creatore di tutte le cose, pure fanno orazione
alli santi acci preghino Iddio per loro. Questa gente mangia di tutte le cose,
e non si circuncide.
Pare verisimile che l'Evangelio sia penetrato in questa regione, e che per li
peccati poi si sia il lume della fede oscurato, o per qualche seduttore come
Macometto levata via. E stando a scrivere questa lettera,  venuto a me un
vescovo armeno ch' stato pi di quaranta anni in quelle bande, e hammi detto
aver letto che gli Armeni furono a predicare nella China nel principio della
primittiva chiesa; per saria gran bene che di novo si facesse illuminar quei
popoli della fede e dottrina evangelica, e se ben da Roma sino al Giapan siano
ottomilia leghe di viaggio, a chi ama la salute delle anime tutti li travagli e
pericoli del mondo sono delizie. Piacendo a Iddio, il padre maestro Francesco
Xavier, con Paulo autore di questa informazione e duoi altri Giapanesi fatti
cristiani, con tre fratelli della Compagnia nostra navigheranno questo aprile
venturo al Giapan. Di qui a duoi anni vostra Reverenzia avr informazione del
bene che si potr sperare di fare in quella terra, con la grazia di Ies Cristo
Signor nostro, qui est benedictus in secula seculorum, amen.

Da Cochin, primo di gennaio 1549.


Da Cochin, 14 gennaio 1549. Del padre fra Francesco Xavier.

Nelli luoghi dove sono questi padri io sono poco necessario, e vedendo la
indisposizione degli Indiani di queste bande, quali per suoi grandi peccati non
sono niente inchinati alle cose della nostra santa fede, anzi l'hanno in odio e
gli rincresce sommamente che li parliamo del farsi cristiani, e per la grande
informazione che io ho del Giapan, che  una isola presso alla China, dove
tutti sono gentili, e gente molto curiosa e desiderosa di saper cose nuove
d'Iddio e altre naturali, mi risolsi d'andare in quella terra con molta
sodisfazione interiore, parendomi che fra quella gente si potr perpetuare per
loro medesimi quel frutto che invita quelli della Compagnia. Sono tre giovani
nel collegio di Santa Fede di Goa di quell'isola di Giapan, quali vennero
l'anno del quarantotto di Malaccha quando io venni: questi danno grandi
informazioni di quelle parti del Giapan, e sono persone di buoni costumi e
grandi ingegni, principalmente Paulo, il quale scrive a vostra Carit. Questo
Paulo in otto mesi impar a leggere e scrivere e parlar portoghese, e adesso fa
gli esercizii, e si ha molto aiutato e molto introdotto nelle cose della fede.
Ho grande speranza, e questa tutta in Dio Signor nostro, che si abbiano a fare
molti cristiani nel Giapan, e son risoluto primamente di andare al re loro, e
dipoi alla universit dove tengono suoi studii, con grande speranza in Gies
Cristo che mi abbia ad aiutare. La legge che loro hanno dice Paulo che fu
condotta ed ebbe origine da un'altra terra, che si chiama Cegnico, che  oltra
la China e Thartao: e nella via di Giapan a Cegnico per andare e tornare si
mettono tre anni. Di Giapan scriver a vostra Carit diffusa informazione, s
delli costumi e scritture sue, s etiam di quello che si insegna nella grande
universit di Cegnico, perch in tutta la China e Thartao non si tiene altra
dottrina, secondo che dice Paulo, se non quella che s'insegna in Cegnico. Come
veder le scritture e tratter con quella universit, vi potr avisare d'ogni
cosa diffusamente. Di Europa mener meco un padre valenziano chiamato Cosmo de
Torres, il quale entr di qua nella Compagnia, e tre giovani di Giapan.
Partiremo, con l'aiuto d'Iddio, questo mese d'aprile 1549. Abbiamo a passare
per Malaccha e per la China, e saranno da Goa a Giapan pi di trecento leghe.
Mai potria finir di scrivere quanta consolazione interiore sento in far questo
viaggio, essendo pien di grandi pericoli di morte, per li venti e tempeste e
per molti ladroni, che quando di quattro le due navi si salvano pare gran
ventura. Ma non lasseria d'andare a Giapan per quello che io ho sentito dentro
nell'anima mia, ancor che io tenessi per certo vedermi nei maggiori pericoli
che mai mi ho visto, avendo grande speranza in Dio che sia per aumentarsi molto
la nostra santa fede. Per l'informazione che ci ha dato Paulo di Giapan,
vederete la disposizione che vi  in quelle bande, la quale informazione vi
mando con queste lettere.
A cinque leghe di questa citt di Cochin vi  un collegio molto grazioso, che
fece un padre dell'ordine di san Francesco chiamato fra Vincenzio, compagno del
vescovo che  solo in queste bande, e tutti due amici della nostra Compagnia.
Sono cento scolari della terra propria in questo collegio, che  in una
fortezza del re. Questo fra Vincenzio mi ha detto che la sua intenzione saria
lassar questo collegio alla nostra Compagnia, per il che mi preg che scrivessi
a vostra Carit il suo desiderio e domandassi un sacerdote della Compagnia, a
ci leggesse nel collegio grammatica a quelli di casa, e le domeniche e le
feste predicasse a quelli del popolo di quella fortezza insieme con quelli del
collegio, all'incontro del quale sono molti cristiani di san Tomaso in pi di
sessanta luoghi, e gli scolari di quel collegio sono figliuoli di pi nobili
cristiani della terra. Sono in quella fortezza che si dice Cranganor due
chiese, una di San Tomaso, l'altra di San Iacomo, per le quali grandemente
desiderano che la Carit vostra gli procurasse indulgenzia plenaria da sua
Santit due volte l'anno, una in una chiesa, l'altra in l'altra.
Mandovi l'alfabeto di Giapan. Scrivono molto differentemente da noi,
cominciando dall'alto al basso del foglio; domandando io a Paulo perch non
scrivevano al modo nostro, mi rispose perch noi non scrivevamo al modo suo,
dandomi questa ragione, che come l'uomo tiene la testa in alto e li piedi a
basso, che cos ancora l'uomo quando scrive ha da scrivere d'alto a basso.
Questa informazione che io vi mando dell'isola di Giapan e di costumi di quella
gente ci ha dato Paulo, uomo di molta verit. Le scritture non l'intende detto
Paulo, perch sono a loro come il latino tra noi, ma di quello che contengono
come sar giunto vi aviser. Cos faccio fine, pregando la vostra santa Carit,
padre della mia anima osservandissimo, con li ginocchi posti in terra, che mi
raccomandiate a Iddio Signor nostro nelli vostri santi, devoti sacrificii e
orazioni, che mi inspiri la sua santissima volont e grazia per adempierla
perfettamente, e finita questa inquieta vita ci conduca nella gloria del
paradiso.

Di Cochin, a' quattordeci di gennaio mille e cinquecentoquarantanove.

Item grande servizio faresti, carissimo e amantissimo padre, a Iddio Signor
nostro, se con molti della Compagnia, e tra loro sette o otto predicatori,
veniste nell'India, e con altri, ancor che non avessero grazia nel predicarne
molte lettere, pur che avessero molte virt e forze corporali, perch sarebbe
di molta importanza che in ogniuna delle fortezze che il re di Portogallo tiene
in queste bande fusse un predicator della Compagnia e un altro sacerdote che
l'aiutasse nel confessare ed esercizii spirituali, e sarebbono facilmente
collegii dove ricevessino prima figliuoli di Portoghesi e dipoi naturali della
terra. E quando voi non poteste venire, doverreste mandare in luogo vostro
alcuni altri, e in questo mezzo spero in Dio Signor nostro che del Giapan aver
scritto qui all'India della disposizione che trover in quelle parti per
l'aumento della nostra fede, e potria essere che, lassando ordine nell'India
nelle cose del divino servizio, ci raguniamo nel Giapan, se troveremo che sia
pi conveniente quella regione (come penso sar) per l'augmento della religion
nostra. E potranno col tempo, piacendo a Dio, molti della Compagnia passare
alla China, e da quella alli suoi grandi studii oltra il Tarthao in Cegnico,
dove vi  gran dottrina (come dice il nostro Paulo) e molti libri di stampa, di
linguaggio differente dal volgare, com' il nostro latino. Penso ancora di l
scrivere all'universit d'Europa, per ricordargli che non vivano tanto senza
cura dell'ignoranza delle genti.

Faccendo tanto fondamento nelle lettere per informazione dell'isola del Giapan
(come  detto di sopra) il padre M. Francesco Xavier, inspirato da Dio che
molto saria il suo servizio se in quelle parti si mandassero operarii fideli,
sentendosi nell'anima un gran desiderio di andare o mandar alcuno della
Compagnia di Gies (della quale egli  preposito nell'India) in quell'isola,
finalmente si risolse d'andarvi lui stesso, e part di Goa nel mese di aprile
del millecinquecentoquarantanove, menando seco duoi altri della Compagnia e
Paulo di Santa Fede con li duoi servitori fatti cristiani, come per la sua
lettera intenderete.



Lettera del padre maestro Francesco Xavier da Cangoxina, citt del Giapan,
indrizzata ad un collegio di scolari di detta Compagnia del Ies in Coimbra di
Portogallo, ad 5 di ottobre 1549.

La grazia e amor di Cristo nostro Signor sia sempre in aiuto e favor nostro,
amen.
Dio nostro Signor ci condusse per sua infinita misericordia nell'isola di
Giapan. Il d di san Giovanni al tardi, l'anno 1549, ci imbarcammo in Malaccha
(ch' da secento leghe in circa lontana da Goa) per venir in queste bande in
certa nave d'un mercatante gentile di nazione della China, il quale si offerse
al capitan di Malaccha di condurci al Giapan, e partiti faccendoci grazia
Iddio, fra molte altre, di darci commodissimo tempo. Ma perch nelli popoli
gentili regna troppo la inconstanzia, cominci il capitan della nave a mutar
parere e non voler venir al Giapan, fermandosi senza bisogno nell'isole che
occorevano. E quello che pi grave sentivamo erano due cose: la prima che non
ci aiutavamo della commodit che Iddio nostro Signor ci dava del tempo buono
per navigare al Giapan, la qual presto era per finirsi, e sariamo stati
sforzati di temporeggiar l'invernata nella China aspettando il vento; l'altra
era le continove e molte idolatrie e sacrificii che facevano ad un idolo che
portavano seco nella nave, senza poterli impedire. Gettavano le sorte spesse
volte, faccendo interrogazioni se potriano andar al Giapan o no, e se durariano
over mancariano i venti necessarii per la nostra navigazione, e alle volte
uscivano le sorti buone e alle volte male, come credevano e dicevano. Pigliammo
terra a cento leghe da Malaccha in un'isola, provedendoci di legname e cose
necessarie contra le grandi tempeste del mar della China, e uscendo la sorte
ch'averiamo buon tempo, senza pi aspettare levorno le ancore e facemmo vela
tutti con grande allegrezza, li gentili confidandosi nell'idolo che portavano
nella poppa con grande venerazione, con molte candele accese, profumandolo con
odori del legno di aguila, e noi confidandoci in Dio creatore del cielo e della
terra e in Gies Cristo suo figliuolo, per cui amore e servizio, desiderando
l'aumento di sua santissima fede, venivamo in queste bande. Seguitando pur il
nostro viaggio, tornorono di novo a gettar le sorti e dimandar all'idolo se la
nave era per tornare dal Giapan a Malaccha; usc la sorte che arrivariamo al
Giapan, ma non tornariamo a Malaccha, e qui cominci a intrar negli animi loro
grande diffidenza, e non volevano andare pi al Giapan, ma passare l'invernata
nella China e aspettar un altro anno. Ora vedete voi il travaglio nel qual ci
trovammo in questa navigazione, dependendo dal parer del demonio tutti questi
suoi servi circa l'andare o non andare al Giapan, non si movendo quelli che
governavano la nave se non per quello che lui per la sua sorte gli diceva.
Andando dunque assai adagio, avanti l'arrivare alla China, essendo vicini alla
terra detta Cocchinchina, ci accadettero due disgrazie. L'una fu che nella
vigilia della Maddalena, essendo sopra l'ancore per la grande tempesta, Manuel
China che veniva con noi, trovandosi per caso aperta la sentina, casc dentro:
tutti pensavamo, per la grande caduta e per esser stato il capo e mezzo corpo
sotto l'acqua un gran pezzo, che fusse morto, e cos lo cavammo con gran
fatica; pur volse Dio nostro Signore che non morse, ben si fece una grande
ferita nel capo nel cascare, e subito fu curato. La seconda fu che una
figliuola del capitano casc nel mare, e movendosi fortemente la nave per la
tempesta, e per esser molto turbato il mare, non ci fu ordine camparli la vita,
e in presenzia del padre e di tutti si affog presso alla nave: e furono tanti
li pianti e gridi quel d e la notte seguente, che era d'aver compassione
dell'anime loro, e del pericolo della vita in tutti quelli che stavano nella
nave. E domandando all'idolo al qual avevano sacrificato tutto il d e la notte
molti uccelli, dandogli a mangiar e bere, perch era morta la figliuola, usc
la sorte che se il Manuel nostro fusse morto, che la figliuola non cascava n
si affogava. Vedete mo' a che stavano le vite nostre, e che saria stato di noi
se Iddio avesse permesso al demonio far tutto il mal che si desiderava. Questo
d nel quale ci accadettero queste disgrazie, volse Iddio nostro Signore farne
grazia di sentir e conoscere per isperienza molte cose circa li terribili e
spaventosi timori che 'l demonio suol mettere quando Iddio li permette e trova
gli uomini disposti, e anco li rimedii che l'uom debbe usare quando in simil
travagli si trova: e bench siano notabili, pur, perch sariano lunghi da
scrivere, li lascio. La somma di tutti i remedii  in tal tempo di mostrar
molto grande animo al nimico, totalmente diffidandosi l'uomo di se stesso, ma
solamente confidandosi in Dio e collocando tutte le sue forze e speranze in
lui, e disprezzando ogni punto di paura per aver cos gran difensore, e non
dubitando della vittoria; e pi deve temersi in simili tempi la diffidenza in
Dio ch'el mal che pu far il nimico.
Or tornando al nostro viaggio, cessando la fortuna levorno l'ancore e facemmo
vela con assai tristezza, e in pochi giorni arrivammo alla China, al porto di
Canton: tutti furono di parere di passar ivi l'invernata, cio li marinari e il
capitano, e noi solamente gli contradicevamo, con pregarli e metterli alcuna
paura, dicendo che scriveressimo al capitano di Malaccha e alli Portoghesi che
ne aveano ingannato, non mantenendo la promessa fatta. Volse Iddio N. S.
mettergli in volont di non fermarsi nell'isola di Canton, e levando l'ancore,
camminando con buon vento che Dio ci dava verso Chincheo, porto della China,
dove arrivammo in pochi giorni; ed essendo gi per entrar in quello con
resoluzione di far ivi l'invernata, perch gi si finiva il tempo di poter
navigar al Giapan, ecco che viene una vela, la qual ci dette nova che erano
molti ladroni in quel porto, e che fossamo presi intrando in quello. Con queste
nove e con veder li navili chinchei a una lega da noi, vedendosi il capitano in
molto pericolo di perdersi, deliber di non entrar in Chincheo, ed essendo il
vento contrario in prua per tornar indrieto a Canton, e servendoci in poppa per
andar al Giapan, contra la volont sua e delli marinari e del demonio cui
ministri erano, proseguimmo il viaggio, s che il giorno della nostra Donna
d'agosto 1549, senza poter pigliar altro porto, arrivammo a Cangoxina, che  il
paese del nostro Paulo di Santa Fede, dove ci ricevettero con molto onore tanto
li suoi parenti quanto gli altri.
Or, giunto qui in Giapan, comincier a scriver quello che per la esperienza
insino adesso abbiamo conosciuto. Primamente la gente con la qual abbiamo
conversato  la miglior che insino adesso si sia scoperta, e fra infideli pare
che non si trover un'altra migliore. Generalmente sono di buona conversazione;
son buoni e non maliziosi, e stimano mirabilmente l'onore pi che niuna altra
cosa. Communemente sono poveri, e la povert tanto fra li nobili quanto fra gli
altri non si reputa a vergogna. Usano una cosa che mi pare non si usi in luogo
niuno de cristiani, la qual  che alli nobili, quantunque poveri, quelli che
non son nobili li fanno tanta cortesia quanto se fussero molto ricchi, e per
nissun prezzo un gentiluomo si maritarebbe con altra casata che non fusse
nobile, perch li pare che in questo si perda l'onore, il qual  pi stimato
che le ricchezze.  gente molto cortese fra loro, e stimano e si confidan molto
nell'armi: portano sempre le spade e pugnali, tanto li nobili quanto le genti
basse, cominciando dalli quattordici anni. Non patisce questa gente ingiuria
alcuna, n parole di dispregio; come la gente ignobile porta grande riverenza
alli nobili, cos tutti li gentiluomini reputano gran laude il servir al signor
della terra ed esserli molto soggetti, il che mi pare che facciano pi presto
per non perder l'onore faccendo il contrario, che per paura di esser puniti da
lui. Son temperati nel mangiare, bench nel bere siano alquanto larghi; fanno
il vino di riso, perch non vi  altro in quelle bande. Non usano giuochi mai,
parendoli esser grande disonore, desiderando quelli che giuocano quello che non
 suo, e perch di qui si pu venire ad esser ladroni. Giurano poco, e il
giuramento loro  per il sole. Gran parte della gente sa leggere e scrivere, il
che  gran mezzo per brevemente imparare l'orazioni e cose d'Iddio; e hanno una
sola moglie. Vi sono pochi ladri, e questo per la giustizia grande che fanno di
quelli che trovano rubbare, al qual vizio portano grande odio.  gente di molto
buona volont, amorevole e desiderosa di sapere; si dilettano molto delle cose
di Dio, massime quando le capiscono.
Fra tutte le terre che mai ho visto de cristiani e de infideli, non ho visto
gente cos fidata circa il non pigliar quello d'altrui. Non adorano idoli n
figure d'animali, ma molti di loro il sole e altri la luna, e credono in certi
uomini antichi la pi parte di loro, li quali (come ho inteso) vivono come
filosofi. Si dilettano di sentir cose conformi alla ragione, e bench vi siano
vizii e peccati fra loro, quando li danno ragione, mostrando esser mal fatto
quello che fanno, l'accettano assai bene. Manco peccati trovo fra li seculari,
e pi obedienti li vedo alla ragione che gli altri che tengono per padri
spirituali, quali chiamano bonzi, li quali sono molto inclinati al peccato che
la natura aborrisce, e loro lo confessano: ed  tanto publico il lor vizio a
tutti, grandi e piccoli, uomini e donne, che per esser tanto in uso non 
tenuto in odio, n di quello si spaventano n si vergognano. Quelli che non
sono bonzi hanno molto caro di sentir riprender quell'abominevol peccato,
parendogli che abbiamo gran ragione in dir quanto sono mali e quanto offendano
Dio quelli che lo commettano. Li bonzi ripresi da noi, tutto quanto che li
diciamo lo pigliano in burla e se ne ridono, non si vergognando d'esser ripresi
di cos brutto peccato. Tengono questi bonzi molti fanciulli nelli loro
monasterii, figliuoli di nobili, alli quali insegnano a leggere e scrivere,
quali gli danno occasione di tanta disonest. Alcuni di loro si vestono in modo
di frati di abiti bigi, tutti rasi capo e barba, la qual pare che ogni tre o
quattro d si radino. Questi tengono una vita molto larga: hanno congregazione
di donne dell'ordine medesimo e vivono insieme con quelle, e il popolo ne ha
mala opinione di loro, parendoli male tanta conversazione con loro. Dicono li
secolari che, quando alcune di quelle donne si sentono pregne, pigliano
medicine per sconciarsi, con le quali subito gittano fuori il parto: questo 
molto publico, e a me pare, secondo quello che ho visto in un monasterio loro
in questa terra, che il popolo ha molta ragione di quello che pensa. Questi
vestiti a modo di frati e altri bonzi a modo di preti si vogliono male fra
loro.
Di due cose ho admirazione in questa terra: una di vedere quanto gravi peccati
vengano poco stimati, e la causa  perch li passati si usorono a vivere in
quelli e li presenti presero esempio da loro; e da questo si comprende,
fratelli carissimi, che come la continuazione de' vizii che sono fuora della
natura guasta il giudizio e affetto naturale, cos la continua negligenzia
nelle cose di perfezione disturba e guasta la perfezione. La seconda, vedere
che li secolari vivono meglio nel suo stato che li bonzi nel suo: ed essendo
questo manifesto,  cosa grande quanto siano stimati; fanno molti errori questi
bonzi, e maggiori quelli che sono tenuti pi savii tra loro. Ho parlato molte
volte con alcuni di questi, e massime con uno il quale in queste bande tutti
riveriscono, tanto per le sue lettere, vita e dignit, quanto per la et, ch'
di 80 anni; e chiamasi Ninxit, che vuol dire nella lingua giapanese Cuore di
verit:  fra loro come vescovo, e se correspondesse il nome alla vita sarebbe
beato. In molti ragionamenti che abbiamo avuto insieme lo trovai molto
dubbioso, e non si sapeva risolvere se l'anima nostra fusse immortale o se
muore parimente col corpo: pi volte mi disse che s e pi volte che no; dubito
che siano cos gli altri litterati. Questo Ninxit  fatto amico mio, di modo
che  maraviglia. Tutti, cos secolari come bonzi, si rallegrano molto con noi
altri, e si maravigliano grandemente in vedere come noi veniamo di tanto
lontano paese come  di Portogallo al Giapan, che sono pi di 6000 leghe,
solamente per manifestare le cose d'Iddio, e come la gente ha da salvar l'anime
loro, credendo in Ies Cristo. Dicono che il venire noi altri in questo luogo 
cosa mandata da Dio.
Questo posso dire, acci possiate render grazie al N. S. Dio, che questa isola
del Giapan  molto disposta per aumentar in quella la nostra santa fede, e se
noi altri sapessimo parlar la loro lingua, non dubito che si farebbono molti
cristiani; piaccia a Dio nostro Signore che la impariamo presto, perch abbiamo
gi gustato di quella che dichiariamo li dieci comandamenti, in 40 d che
abbiamo speso a impararla. Questo vi racconto cos per il minuto acci rendiate
grazie a Iddio N. S., perch si discoprino provincie nelle quali si possino
saziar i nostri desiderii, e acci che vi apparecchiate con molte virt e
desiderii di patir molte fatiche per servir a Cristo N. S. E ricordatevi sempre
che stima pi Dio una buona volont piena di umilt, con la quale gli uomini si
offeriscono a lui, faccendo offerta della vita loro per amore e gloria sua, che
il servizio che senza questa fanno molti altri. E siate apparecchiati tutti
quanti, perch non sar molto inanzi di duoi anni che vi scriver che molti di
voi altri venghino al Giapan: perci disponetevi di pigliar la umilt,
perseguitando voi medesimi in tutte le cose dove sentite o possete sentire
alcuna ripugnanza, e procurando con tutte le forze che Dio vi dia a conoscere
interiormente per quanto sete, e di qua cresciate in maggior fede, speranza e
confidenza e amor in Dio e carit col prossimo, perch dalla diffidenza di s
medesimo nasce la confidenza in Dio, ch' la vera. E per questa via trovarete
la umilt interiore, della quale in ogni parte arete di bisogno, ma in questa
pi grande che non pensate: perci vi prego che tutti vi fondiate in Dio in
tutte le vostre cose, senza confidare nel vostro potere e sapere over opinion
umana, e di questa maniera faccio conto che sete apparecchiati per le gran
adversit che vi possono venire, cos spirituali come corporali.
Nella terra di Paulo di Santa Fede, nostro buono e vero amico, fummo ricevuti
dal capitano di detto luogo e dal governatore della terra con molta benignit e
amore, e cos da tutto il popolo, maravigliandosi molto tutti di veder
sacerdoti del paese di Portogallo. Non hanno avuto per male n si maravigliorno
di Paulo che se abbi fatto cristiano, anzi lo tengono in molta riputazione e si
rallegrano tutti con lui, cos li suoi parenti come quelli che non gli
appartengono, per esser egli stato nell'India e aver veduto cose che questi qua
non hanno veduto. E il duca di questa terra si rallegr molto con esso e ci
fece molto onore, dimandandoli molte cose circa delli costumi e valore delli
Portoghesi e imperio che tengono nell'India: e Paulo gli diede ragione del
tutto, per il che il duca mostr grande contentezza; e quando fu a parlar con
lui, il duca era lontano cinque leghe da Cangoxina. Port Paulo seco una
imagine molto devota che portavamo con noi, e il duca ne pigli molta
allegrezza: quando la vidde, s'inginocchi con gran riverenza avanti la imagine
di Cristo nostro Signore e di nostra Donna, e adorolla con divozione, e comand
a tutti quelli che stavano presenti che facessino il medesimo. E dipoi la
mostrarono alla madre del duca, la qual, mostrando molto piacerli, si spavent
in vederla. E dapoi che torn Paulo a Cangoxina dove eramo, de l a pochi
giorni mand la madre del duca un gentiluomo per dar ordine come li potesse far
un'altra imagine come quella: e per non aver commodit di farla nella terra, si
lasci di fare; comand ancora questa signora che 'l domandasse a noi che gli
mandassimo in scritto quello in che credono li cristiani, e cos Paulo si
occup alcun giorni per farlo, e scrisse molte cose della nostra fede in la sua
lingua, e gliele mandammo.
Credete una cosa, e d'essa date molte grazie a Dio, che se si apre il cammino
dove li nostri desiderii si possino metter in esecuzione, e se noi sapessimo la
lingua, gi averessimo fatto molto frutto. Us Paulo tanta diligenza con alcuni
de' suoi parenti e amici, predicandoli di giorno e di notte, che fu causa che
sua moglie e figlia con molti suoi parenti e amici, cos uomini come donne, si
facessero cristiani. Qua non tengono male infino adesso il farsi cristiano, e
come gran parte di essi sanno leggere e scrivere, in poco tempo impareranno le
orazioni. Se piacer a Dio nostro Signore di darci lingua per poter parlar la
sua dottrina, noi faremo molto frutto col suo aiuto, grazia e favore. Adesso
siamo fra loro come statue, perch parlano e praticano con noi di molte cose, e
noi, per non intender la loro lingua, taciamo. E adesso ci bisogna esser come
fanciulli per imparar la lingua, e piaccia a nostro Signore che in vera purit
e simplicit di cuore gli invitiamo. Noi siamo sforzati in pigliar rimedii e
disponerci ad esser come fanciulli, cos nell'imparar la lingua, come in
mostrar simplicit di fanciulli che non hanno malizia: e per questo ci fece
Iddio Signor nostro singular grazia a condurci a queste parti degl'infedeli,
dove ci scordiamo di noi medesimi, essendo tutta questa terra d'idolatri nimici
di Cristo, e non abbiamo in cui possiamo confidarci se non in Cristo. Perch in
altre parti dove il nostro Redentore, Creatore e Signore  conosciuto, le
creature sogliono metter impedimento e causa di smenticarsi d'Iddio, con lo
amore di padre e madre, famigliari e amici e della propria patria, e aver il
necessario cos in salute come in le infirmitadi, tenendo beni temporali o
amici spirituali che ci aiutino nelle infirmit; ma qui in terra strana tutto
quello che ci fortifica  sperar in Dio nostro Signore, mancando le persone che
in spirito ci aiutino. In considerar queste tante grandi grazie che 'l Signor
nostro ci fa con altre molte, stiamo confusi in vedere la misericordia tanto
manifesta che usa con noi, che pensavamo farli alcuno servizio in venir in
queste parti a crescer sua santa fede, e adesso per sua bont ci d chiaramente
a conoscere le grazie che ci ha fatto tanto grandi in condurci al Giapan,
liberandoci dall'amore di molte creature che c'impedivano a tener a maggior
fede, confidanza e speranza in esse. Per amore del nostro Signore aiutateci a
dar grazia di tanti grandi beneficii, perch non caschiamo in peccato della
ingratitudine, perch quelli che desiderano di servire a Dio, questo peccato 
causa che Iddio lascia di farli maggiori beneficii. Ancora  necessario di
farvi partecipi delle grazie che Iddio ci fa, per le quali ci d conoscimento
per sua misericordia, accioch ci aiutate a ringraziarlo sempre per essi,
conciosiacosach in altre regioni l'abbondanza del sostentamento corporale
suole esser causa e occasione che li disordinati appetiti eschino fuori, dando
molto disfavore alla virt dell'astinenza, per il che gli uomini, cos
nell'anime come nelli corpi, patiscono notabile detrimento: ma Iddio nostro
Signore ci fece tanta grazia in condurci in queste parti che mancano di quelle
abbondanze, che, ancora che volessimo dar queste superfluit al corpo, non lo
patisce la terra, perch non si mangia cosa che possa dar nutrimento. Alcune
volte mangiamo pesci, riso e grano, ma non molto; vi sono molte erbe e alcuni
frutti, con li quali ci mantenghiamo. La gente ci  molto sana che 
maraviglia, e sonci molti vecchi: e bene si vede nelli Giapanesi come la nostra
natura si sostiene con poco, bench non sia cosa che la contenti. Vivono in
questa terra molto sani delli corpi: cos piacesse a Dio che cos fossero
dell'anime.
Ancora vi fo a sapere che gran parte delli Giapanesi sono bonzi, e questi sono
molto obediti nella terra dove stanno, ancora che i suoi peccati siano
manifesti a tutti: e la causa  perch sono tenuti di molta stima per causa
dell'astinenza grande che fanno, perch non mangiano carne n pesci, se non
erbe, frutti, riso, e questo una volta il giorno e molto per regola, n bevono
mai vino. Sono molti li bonzi, e le lor case molto povere d'entrata. Per questa
continua astinenza che fanno, e perch non tengono conversazione con donne,
specialmente quelli che vanno vestiti di nero da prete, sotto pena di perdere
la vita, e per saper contare alcune istorie, o per dir meglio favole, delle
cose che credono, mi pare che siano tenuti in grande venerazione. E non sar
molto, per tener noi altri tanto contrarie opinioni in sentire di Dio e come si
hanno da salvare le genti, che non siamo da essi molto perseguitati pi che di
parole. Noi in queste parti quanto pretendiamo  in condurre la gente in
cognizione di Dio nostro Signore: viviamo con molta confidenza che esso ci dar
forza, aiuto e favore per condurre questo nostro proposito innanzi. La gente
secolare non temiamo che ci abbia da contradire e perseguitare quanto  dalla
sua parte, se non fusse per molte importunazioni delli bonzi. Noi non pigliamo
differenza con essi, n per loro timore abbiamo da lasciar di parlare della
gloria di Dio e della salvazione dell'anime, n essi ci possono far pi male di
quello che Iddio li permetter. E il male che per loro parte ci verr sar bene
che nostro Signor ci dar, se per suo amore e servizio e zelo delle anime ci
breviar li giorni della nostra vita, essendo essi instrumento accioch questa
continua morte in che viviamo si finisca, e il nostro desiderio in breve si
adimpisca. La nostra intenzione  di dichiarar e manifestar la verit, per
molto che essi ci contradicano, poi che Dio ci obliga ad amar pi la salute
delli nostri prossimi che la propria vita corporale. Pretendemo, con l'aiuto e
favor e grazia del nostro Signore, adimpir questo precetto, dandoci le forze
interiori per manifestare, fra tante idolatrie come sono in Giapan, la verit
sua. Vivemo con molta speranza che ci dar questa grazia, perch in tutto ci
diffidiamo delle nostre forze, ponendo tutta la nostra speranza in Ies Cristo
Signor nostro e nella sacratissima Vergine Maria madre sua santissima, e nelle
nove gierarchie degli angeli, pigliando per particolar capitano fra tutti essi
santo Michele arcangelo, principe e defensor di tutta la chiesa militante,
confidandoci molto in quello, al qual  commessa in particolar la guardia di
questo regno del Giapan, raccomandandoci ogni giorno spezialmente ad esso e
insieme con esso a tutti gli angeli custodi, acci abbiano spezial cura di
pregar Iddio per la conversione delli Giapanesi, delli quali sono guardiani;
non lassando di invocar tutti li santi beati, vedendo tanta perdizion di anime,
sempre sospirando per la salvazione di tante imagini e similitudini d'Iddio;
confidando grandemente che a tutte le nostre negligenzie e mancamenti nel
raccomandarci come dovemo a tutta la corte celestiale, che suppliscano li beati
della nostra Compagnia che ivi stanno, rappresentando sempre i nostri poveri
desiderii alla santissima Trinit. Molto ci bisogna per nostra consolazione
darvi parte d'una sollecitudine grande che abbiamo, acci che con li vostri
sacrificii e orazioni ci aiutiate, perch essendo a Iddio nostro Signore
manifesto tutte le nostre colpe e grandi peccati, vivemo con gran timore che
non lasci di farci grazia per continuar in servirlo con perseveranzia in fin al
fine, se non sar alcuna grande emendazione in noi. E per questo ci 
necessario pigliar per intercessori nella terra tutti quelli della benedetta
Compagnia di Ies con tutti li devoti e amici di essa, accioch per loro
intercessione siamo rappresentati e raccomandati a tutti li beati del cielo, e
principalmente al Signore di essi Ies Cristo nostro Redentore e alla
santissima Vergine Maria sua madre, accioch continuamente ci raccomandi al
Padre eterno, dal quale tutto il bene nasce e procede, pregandolo che sempre ci
guardi di non offenderlo, non cessando di farci continue grazie, non guardando
alle nostre scelerit ma alla sua bont infinita, poi che per suo santo
servizio e amore venimmo in queste parti, come esso bene sa, essendogli tutti
li nostri cuori, intenzioni e poveri desiderii manifesti, che sono di liberar
le anime che tanto tempo  che stanno nelle mani di Lucifero, faccendosi da
essi adorar come Dio nella terra, poi che nel cielo non fu potente per questo,
e dapoi discacciato da quello, si ingegna di far la vendetta quanto pu ancora
nelli tristi Giapanesi.
Sar bene che diamo conto di parte del nostro stare in Cangoxina. Arrivammo ad
essa nel tempo che li venti erano contrarii per andar a Meaco, che  la
principal citt di Giapan, dove sta il re e li maggiori signori del regno; e
non ci  vento che ci serva per ire l se non di qui a cinque mesi, e a quel
tempo con l'aiuto d'Iddio vi andaremo: e ci sono di qui a Meaco trecento leghe.
Gran cose si dicono di quella citt: affermano che passa da 90000 case, e che
ci  una universit di scolari in essa, e che tiene dentro cinque collegii
principali e pi di dugento case di bonzi e degli altri, come frati che
chiamano leguixu, e monache che chiamano hamacata. Fuora di questa universit
di Meaco sono altre cinque universit principali, li nomi delle quali sono
questi: Coia, Negru, Frazon, Homi. Queste quattro stanno intorno di Meaco; in
ogniuna di quelle dicono che vi sono pi di tremiliacinquecento scolari.
L'altra universit  molto lontana, la quale si chiama Bandu, ch' la maggiore
e pi principale del Giapan, dove vanno pi scolari che a nissuna. Bandu  una
signoria molto grande, dove sono sei duchi, e tra essi  uno principale al qual
obbediscono tutti: e questo principale  il re di Giapan, che  il grande re di
Meaco. Ci dicono tante cose delle grandezze di questa terra e universit che,
per poterli scriver e affirmare, vorressimo prima vederle: e se sono cos come
dicono, dopo che averemo visto l'esperienza, le scriveremo molto
particolarmente. Oltra di questa universit principale, ci dicono che vi sono
molte altre piccole per il regno.
Dopo vista la disposizione del frutto che nell'anime si pu fare in queste
parti, non star molto a scrivere a tutte le principali universit della
cristianit, per discarico delle nostre coscienze incarcando le loro,
conciosiacosach con molte virt e lettere possono curare tanto male,
convertendo tanta infidelit in conoscimento del loro Creatore, Redentore e
Salvatore. Ad essi scriveremo come maggiori e padri, desiderando che ci
tenghino per servi e figliuoli, il frutto che con loro favore e aiuto si pu
fare qua, perch quelli che non potranno qua venire favorischino quelli che si
offerirano prontamente, a gloria e servizio d'Iddio e salvazione dell'anime, a
participare di maggior consolazione e contento spirituale di quello che l per
ventura tengono. E se la disposizione di queste parti sar tanto grande come ci
 parso, non lasciaremo di dare parte alla Santit del nostro signore, poi che
 vicario di Cristo nella terra e pastore di quelli che credono in esso, e
ancora che stanno disposti per venir a conoscimento del suo Redentore e
Salvatore e ad essere di sua iurisdizione spirituale, non lasciando etiam di
scrivere a tutti li devoti e benedetti fratelli che vivono con desiderio di
glorificare Ies Cristo nelle anime che non lo conoscono, e ad altri molti, che
venghino a questa terra in questo gran regno per compir il suo desiderio, e in
un altro maggiore, che  quello della China, al qual si pu ire securamente,
senza esser mal trattati dalli Chinesi, avendo salvocondotto dal re di Giapan,
il qual speriamo in Dio che sar amico nostro e che facilmente ci conceder
questo salvocondotto.  questo re di Giapan amico del re di China, e tiene in
segno d'amicizia il suo sigillo, per poter dar securt a quelli che l vanno.
Navigano molti navilii delli Giapanesi alla China, alla quale in dieci o dodici
d si pu navigare. Tenemo molta speranza che se Dio nostro Signore ci dessi
dieci anni di vita, che vederessimo in queste bande gran cose per quelli che di
l veniranno, e per quelli che Dio in queste parti mover, accioch venghino in
suo vero conoscimento. E per tutto l'anno del 1551 speriamo di scriver molto
particularmente tutta la disposizione che qua, cio in Meaco e nell'universit,
si trover per esser Ies Cristo conosciuto in esse. Questo anno vanno duoi
bonzi alla India, li quali sono stati nella universit di Bandu e Meaco, e con
essi molti Giapanesi, per apprender le cose della nostra santa fede.
Il d di san Michele parlammo col duca di questa terra, e ci fece molto onore,
dicendo che guardassimo molto bene li libri dove era scritto la legge de'
cristiani, e che se era la legge di Ies Cristo vera e buona, era molto per
contristarsi il demonio di quella, perdendo parte di sua iurisdizione. Pochi
giorni fa dette licenzia alli suoi vasalli, acci che tutti quelli che
volessino esser cristiani si facessino. Queste buone nove scrivo al fine della
lettera per vostra consolazione, e accioch diate grazie a Dio nostro Signore.
Parmi che questo inverno ci occuparemo in far una dichiarazione sopra gli
articoli della fede in lingua giapanese alquanto copiosa per farla stampare,
poi che tutta la gente principale sa leggere e scrivere, perch si stenda la
nostra santa fede a molte parti, non potendo a tutti soccorrere. Paulo, nostro
carissimo fratello, tradurr in sua lingua fidelmente tutto quello ch'
necessario per la salvazione dell'anime loro. Adesso vi bisogna (poi che tanta
disposizione si scopre) che tutti i vostri desiderii siano per manifestarvi per
grandi servi di Dio nel cielo, il che farete essendo in questo mondo umili
interiormente in le vostre anime e vite, lasciando la cura a Dio che esso vi
dar il credito che conviene con li prossimi nella terra, e se non lo far,
sar per veder il pericolo che incorrete, attribuendo a voi quello che 
d'Iddio. Vivo molto consolato, parendomi che vederete di continuo tante cose
interiori da riprendere in voi altri, che venerete in grande odio di tutto
l'amor proprio e disordinato, e insieme in tanta perfezione che il mondo non
aver con ragione di che riprendervi: e di questa maniera le sue laudi vi
saranno una croce grande in udirle, vedendo chiaramente in quelle i vostri
defetti. Cos finisco, senza poter finire di scrivervi il grande amore che vi
porto a tutti in generale e in particulare. E se li cuori di quelli che si
amano in Cristo si potessino vedere in questa vita presente, crederei, fratelli
miei carissimi, che nel mio vi vedereste chiaramente: e se non vi conosceste
vedendovi in esso, saria perch vi tengo in tanta stima, e voi altri per le
vostre virt tanto vi dispregiate, che per umilt non vi conosceresti, bench
le vostre imagini siano impresse nella mia anima e cuore. Pregovi molto che fra
voi sia un vero amore, non lasciando nascere amaritudine di animo. Convertite
parte di vostri fervori in amarvi l'un con l'altro, e parte in desiderar di
patir per Cristo per suo amore, vincendo in voi altri le contrariet che non
lascian crescere questo amore. Poi sapete quello che dice Cristo, che in questo
conosce li servi suoi, se si ameranno l'un con l'altro. Dio nostro Signore ci
dia a sentir dentro all'anime nostre la sua santissima volont e grazia per
adempirla perfettamente.
Di Cangoxina, a' cinque di ottobre millecinquecentoquarantanove.
Vostro tutto in Cristo Ies Signor nostro Francesco Xavier.


Copia d'una lettera del padre Francesco Perez, che sta in Malacca, ad 16
novembre 1550,
per li fratelli del Capo di Comorin.

Le cose di Giapan sapete largamente per le lettere del padre nostro Francesco
Xavier, il qual s' partito di qua con suoi compagni l'anno 1549, come ho gi
scritto l'anno passato. Stavamo aspettando con molta sollecitudine la nova
molto desiderata di esso, e stando gi quasi senza speranza che venissero
navilii di Giapan, per finirsi gi il tempo per poter venir da esso a questo
porto di Malacca, un mercoled per la mattina, a' 2 d'aprile di questo anno del
50, giunse un navilio a questo porto, col qual ci allegrammo molto, non
solamente li fratelli, ma etiam tutta la citt. E il capitano, subito che sent
le nove, mand a chieder la buona man, stando io dicendo messa nella
Misericordia. Finita la messa, me n'andai alla chiesa maggiore, dove era il
capitano don Pietro de Silva, che stava come fuori di s del piacere, e mi
disse che saria buono far una processione, e lo disse al vicario, che non era
manco allegro: e subito concorse tutto il popolo in processione a Nostra Donna
del Monte, che  dell'invocazione delle piaghe, e il padre vicario, che allora
era don Vicenzo Viegas, disse una messa cantata della nostra Donna.
Nel navilio venivano quattro Giapanesi, li quali furono molto ben alloggiati in
casa d'un uomo cristiano chino, e molti uomini portoghesi di questa citt
gl'invitorono molte volte: venivano a nostra casa, e gl'insegnavamo le cose
della nostra santa fede, insino a tanto che molto contenti ricevetteno l'acqua
del battesmo, il d della Ascensione. E due di essi fece vestir il capitano, e
gli altri due Pietro Gomez di Almeida, e il medesmo capitano fu suo patrino, e
il vicario li battezz con molto onore e solennit, quanta si pot fare in
Malaccha. E li tre di essi si ritornorno alla China e di l al Giapan, e
l'altro si ferm qui in casa nostra fin adesso, il qual, per averne molto
desiderio, va a Goa. Qui per grazia d'Iddio si fa molto frutto in insegnar alli
figliuoli ed esortar li grandi, in sentir confessioni e ministrar il santissimo
Sacramento e aver alcune pratiche con li gentili, giudei, mori, molti delli
quali vengono in conoscimento di nostra santa fede. Fra li quali venne uno
ch'era sacerdote fra loro degl'idoli, che chiamano Iogue, uomo vecchio di cento
e sette anni, secondo che diceva, e cos pareva essere: questo si fece
cristiano di buona volont con due figliuoli e una moglie, il qual visse dopo
il battesmo sei mesi, e mor credendo nella fede di Ies Cristo; bench la cosa
cost assai fatica, perch uno anno andammo in ragionamento con esso.


D'una lettera del padre Giovanni d'Albera che sta in Maluccho, di 5 di febraro
del 1549,
per il rettore di Santo Paulo di Goa.

Sono queste isole dove ci mand il padre nostro maestro Francesco molto
populate di molte genti di diverse lingue, e terra la maggior parte molto sana
e fertile per la temperanzia dell'aria, tanto che per la fertilit di essa gli
uomini sono poveri, per non darsi a lavorar e seminar cos vino come pane e
altre cose.  gente che tiene diverse cerimonie e sette, gentili e mori, e cos
infino adesso la setta di Macometto ha cresciuto infra loro. E con tutto che li
convertiti alla nostra santa fede siano molti, ne si lasciano di moltiplicar
insin adesso molti pi per timor de' mori, perch quelli che si convertono
adesso cominciano a patir persecuzioni da essi per Cristo, e dove non giunge il
favor di Portoghesi, lasciano molti di venir alla nostra fede per timor delli
mori, e ancora per non aver chi semini fra loro la parola di Dio. Li gentili
sono pi facili a domar, e di questi s'hanno convertite tre provincie, le quali
stanno cinquanta e sessanta leghe da questa fortezza, ch' insino dove pu
arrivare il favor delli Portoghesi. In queste provincie di gentili si fa molto
frutto, battezzando li figliuoli e insegnandoli sempre le cose della nostra
fede, e levando li loro mali costumi della loro idolatria.
Il re di Maluccho  il pi potente fra gli altri di queste isole: public che
voleva far un figliuolo cristiano, e cos lo disse al padre nostro maestro
Francesco al tempo che stava qui, e poi a me lo disse a' 25 di febraro nel
1549, che venne alla fortezza e parl col capitano e meco, e conferm di voler
adempir quello ch'avea promesso, ch'era far uno suo figliuolo cristiano. E
sopra questo scrisse a sua Altezza a Portogallo, e preg il capitano e me che
gli scrivessimo: e cos lo scrivo al padre messer Simone, acci dia conto di
questo a sua Altezza. Spero ancora che si faccia cristiano il figliuolo primo,
ch' principe e signore della maggior parte dell'isole o quasi tutte, quante
che sono in queste parti fino al Mazachar, donde ci sono gi molti cristiani.
Promesse questo re al capitano e a me di mandar a Goa questo suo figliuolo al
collegio di San Paulo, e adesso questo anno che viene lo mander con questo
capitano ch' molto suo amico, e menar seco alcuni figliuoli di uomini
principali. Il governatore dell'India li mand questo anno una provisione che
sia re e signore di tutti li cristiani che si faranno, e di questi
ch'acquister con l'aiuto di suo padre e delli Portoghesi, e ancora di quelli
che sono gi convertiti: e questo faccendosi esso cristiano, e in caso che il
principe si convertisse, voleva questo re che sua Altezza tenesse per bene che
esso fusse signore di tutti li cristiani che da qui innanzi si convertissino, e
che l'altro che adesso si convertir fusse signore di tutti quelli che sono
cristiani.
Stiamo adesso il fratello Nicol e io qui in questa fortezza, dove venimmo
ammalati; dipoi ch'io sono guarito, ho aiutato al prelato questa quaresima;
dipoi tornai a visitar li cristiani. Predico uno d di settimana alle donne
cose della nostra santa fede, per comandamento cos del padre maestro
Francesco, e insegno la dottrina cristiana tutti li giorni alli figliuoli e
alli schiavi de' Portoghesi, alli novi cristiani, e cos alli medemi Portoghesi
si fa molto frutto. Le donne, ancor che siano nuove cristiane, sono capaci per
ricevere li sacramenti, e alcune di esse si confessano e ricevono la santa
Eucaristia in alcune feste dell'anno, e molti Portoghesi ogni otto giorni; le
donne, con li loro parenti e li naturali, ci aiutano molto a condursi alla
nostra santa fede.
Il fratello Nicol insegna a leggere e scrivere e buoni costumi alli figliuoli.
Qua io parlai con un uomo per comandamento del padre maestro Francesco,
accioch certa sua robba applicasse a far una casa dove s'insegnasse la
dottrina cristiana. Come ci disse, ebbe apiacer molto di farlo, e cos lasci
la sua robba per far un collegio dove s'insegnasse a leggere e scrivere a tutti
li figliuoli delli cristiani, cos portoghesi come quelli che nuovamente si
sono convertiti alla nostra santa fede, e voleva che la Compagnia pigliasse la
cura di questo, per pi servizio d'Iddio nostro Signore, e quando che
l'ospitale della Misericordia lo ricever, per spender in questa opera pia
d'insegnar alli semplici dandoli da mangiar e vestire a quanti baster la detta
robba, s a questi della terra come a quelli dell'altre isole che nuovamente
veniranno alla nostra fede, e che qui insegnamo in certe case nuove, quali per
tal effetto si son fatte, e ne faremo dell'altre come meglio ci parer. Qui
stanno alcuni figliuoli delli cristiani della isola del Moro a imparare, che
sono li principali di quelle terre, con li loro schiavi che ancor imparano.



Dall'"Asia" di Giovan de Barros


Alli lettori

La intenzione qual abbiamo che delli paesi scoperti a' tempi nostri gli
studiosi della geografia ne abbino intera cognizione, opera che di continuo con
ogni diligenzia procuriamo ridur in luce e nel nostro idioma quelle carte quali
(non senza fatica) ne pervengono alle mani, e apertamente ne fanno chiari del
stato delle cose notabili orientali e occidentali. E da questo bono proposito 
nato che dal libro del signor Giovan de Barros, gentiluomo portoghese,
intitolato "La prima Deca dell'Asia", abbiamo scelto e fatto elezione delle
cose pertinenti alla intelligenzia delli pi notabili paesi, fiumi, monti,
citt e colfi delli mari orientali e occidentali, avendo lasciato adietro
quanto per lui  referito delle guerre fatte con quelli popoli dell'Indie, come
cose alli desiderosi di maggior intelligenza di poco profitto. Alli quali, in
ricompensa di questo, facciamo sapere il sudetto signor Giovanni prometter di
mandar in luce un libro di tavole di geografia del paese della China, stampato
(come egli dice) in quella provincia e per un Chino suo schiavo tradotto; e di
pi un libro separato e da lui scritto delle cose naturali de' detti paesi,
cio arbori, erbe, fiori, frutti, animali terrestri, uccelli e pesci: quali
libri, venendo in luce (come si desidera e spera) di quella lingua, nella
nostra natia italiana dal lor esemplare saranno particolarmente esposti. 
veramente questo magnifico gentiluomo scrittore diligentissimo, e tale che
nella sua istoria si vede usata ogni diligenzia per far noti e publicar al
mondo non solamente li soldati e capitani, quanto li particolari marinari
portoghesi che al tempo dell'illustrissimo infante don Enrico navigaron le
marine di Etiopia. E del magnifico messer Alvise da Ca' da Mosto, gentiluomo
veneziano, non ha voluto far alcuna menzione, il quale (s come per la lettura
del suo libro si cognosce ed  noto a tutto il mondo) gi cento anni, per
ordine del sudetto illustrissimo infante navigando, ne scoperse parte, e
massime l'isole di Capo Verde.


Della Istoria del signor Giovan de Barros


Della prima Deca dell'Asia capitolo ottavo del terzo libro, dove, parlando di
una fortezza che si doveva far sopra la riva del fiume Senega nella Etiopia,
della provincia di Gialofi, cos descrive:

La terra che dalli nativi abitatori nel commun parlar  chiamata Ialofo giace
fra duoi notabili fiumi, cio Canag e Gambea, li quali per il lungo corso che
fanno ricevono diversi nomi secondo li popoli dove passano, percioch dove
quello che noi chiamiamo Canag sbocca nel mar occidentale li popoli ialofi il
chiamano Dengueh, e li Tucoruoli pi di sopra Mayo, e li Caragoli Colle; e
quando scorre per la provincia chiamata Bagano, ch' pi orientale, lo chiamano
Zimbala, dove alcune volte per causa di esso danno alla regione questo medemo
nome, e nel regno di Tungubutu lo chiamano Iza. E ancora che scorra per molta
distanzia di paese, venendo dalli fonti orientali dalli laghi chiamati da
Ptolomeo Chelonides, Nuba e fiume Gir, quasi per diritto corso fin che sbocca
nell'occeano in gradi 15 e mezzo di latitudine, non sappiamo il nome che gli
altri popoli li danno. Appresso di noi generalmente  chiamato Canag, dal nome
d'un signor d'una terra col qual li nostri al principio del suo discoprimento
ebbero commerzio, percioch non sapevano chiamarlo se non il fiume Canag. Ed
essendo fiume che vien di cos lontano paese, non porta tanta moltitudine di
acqua, n il mar ascende tanto per lui, come fa per il fiume di Gambea e di
Cantor. Fa alcune isole, la pi parte abitate da bestie e serpi e simil
immondizie per la sua asperit, e in alcuni luoghi non si puol navicare per li
scogli che lo traversano, e massimamente per 150 leghe dalla bocca dove si
chiama Colle, percioch ivi fa alcune cadute over cataratte come sono quelle
del Nilo, a' quali luoghi gli abitatori han posto nome Huaba: e per quelli
scorre con tanto empito, e cos stanno tagliati li sassi fin abasso sopra la
terra dove 'l cade con quella furia, che si puole passar col piede asciutto di
sotto al lungo di detta asperit di sassi, e questo per (secondo che dicono
quelli della terra) si pu far quando il vento vien di sopra e non di sotto,
percioch allora il vento ribatte le acque contra li sassi, di maniera che
impediscono questo transito. E questo luogo chiamano li negri Burto, che vuol
dir arco, per la volta che fa il corso delle acque nell'aere in quel tempo che
non cascano in terra. Intrano in questo molti altri notabili fiumi, li quali,
perch vengono da luoghi non abitati da genti ma da animali salvatichi, e li
popoli con li quali abbiamo commerzio non li han posto nome, n manco  stato
posto dalli nostri, ancora che nelle tavole della nostra geografia abbiamo
situato il lor corso in graduazione. Fra gli altri fiumi che v'intrano  uno
che vien dalla parte di ostro, dalle terre che li negri chiamano propriamente
Guine o Genii, il quale, percioch vien per luoghi pieni di terra rossa, porta
le sue acque un poco rosse; e il Canag ha le sue de l in su bianche e chiare,
e il luogo dove tutti duoi si congiungono chiamano li popoli caragoli
Gusitembo, che vuol dir bianco e rosso. Dicono che sono insieme tutti duoi
emuli e contrarii, percioch, bevendo le acque di uno e dapoi quelle
dell'altro, subito fanno vomitare, il che cadaun da per s non fa, n manco
dapoi che si congiungono e scorrono.
L'altro fiume Gambea del riscatto di Cantor non ha tanta variazione in nomi,
imperoch quasi tutto, fin al riscatto dell'oro dove vanno li nostri navilii,
che sar dalla bocca per causa delle sue volte centottanta leghe e per linea
dritta ottanta, li negri della terra lo chiamano Gambu, e noi Gambea. La
maggior parte del quale scorre tortuoso in volte minute, principalmente dal
rescatto abasso, fin che entra nell'oceano, in gradi tredici e mezzo di
latitudine verso sirocco del capo che noi chiamiamo Capo Verde. Conduce maggior
quantit di acque che non fa Canag, e profonde, percioch in esso intrano
alcuni fiumi barbari molto grossi, che hanno il suo nascimento dentro della
terra chiamata Mandinga; e li suoi fonti principali sono quelli del fiume che
Ptolomeo chiama Niger, e la laguna Libya. Nel venir tortuoso si rompono
l'acque, di maniera che non vien con tanto impeto contra li nostri navilii
quando ascendono per esso, e quasi a mezza strada davanti che giungano al luoco
del riscatto fa una isoletta, che li nostri chiamano degli Elefanti per causa
della moltitudine degli elefanti che ivi si trovano. Sopra il riscatto dell'oro
vi  un sasso, quale, perch totalmente impediva il transito, il re don
Giovanni vi mand alcuni tagliapietre per romperlo, il che non si fece, per
esser cosa di molta spesa e di grande travaglio. Ambiduoi questi fiumi Gambea e
Canag generalmente producono gran variet di pesci e animali aquatici, come
cavalli marini e grandissimi lucertoni, che nella figura e natura sono li
cocodrilli del Nilo, celebrati per tanti scrittori, ed etiam serpenti che hanno
alie picciole, e non cos monstruosi come dipingono e fabulano le gente. Quivi
negli animali terrestri che beveno le sue acque si mostr la natura molto
feconda e come a dir prodiga, per la moltitudine innumerabile e infinita
variet loro che produsse, perch cos vanno gli elefanti in frotta come
appresso di noi vedemo andar le pecore, item gazelle, porci, onze e molte altre
sorti da caccia che appresso di noi non sono conosciute.
La terra che giace fra questi duoi fiumi fa un notabile promontorio, che li
nostri chiamano Capo Verde e Ptolomeo Arsinario, e ancor che egli lo mette in
latitudine di gradi 10 e mezzo, pur per noi  stato verificato esser in
quattordici e un terzo secondo la sua figura; e le isole che all'occidente gli
stanno opposite, le quali per nome generale noi chiamiamo del Capo Verde, e da
lui Esperide, e non possono esser altre. E similmente, per restar fra duoi
notabili fiumi che lui chiama Darando, che  Canag, e Stachiris, Gambea, li
quali nella intrata del mare quasi imitano la verit, come noi al presente
abbiamo, per nel descriver il corso di ciascheduno di essi prese errore,
percioch li d il nascimento molto vicino, e loro vengono dalli fonti che
sopra abbiamo detto, alli quali Ptolomeo non d uscita, come mostra la tavola.
Generalmente la terra che giace fra loro stendendosi verso l'oriente fino a 150
leghe si chiama Ialofo, e li suoi popoli Ialofi, ancora che in s comprendino
assai pi generazioni di quelle che Ptolomeo termin dentro delle correntie di
Darando e Stachio. La terra in s  grassa e molto fertile nel produr di tutte
le cose, e cos soda, massimamente quella che lassano bagnata questi duoi fiumi
nel tempo delle loro inondazioni il verno, che quando vien la estate con la
forza del sole fa tal apertura che si potria in quella sepelirvi un cavallo.
E per crear li migli di mazzocca che noi chiamiamo zaburro , che  il commun
cibo di quelli popoli, acci che 'l possa nascere, dapoi asciutto il fango o
pantano che lass il corso dell'acque, buttano la semenza senza pi arare e con
un poco di sabbion di sopra la coprono, percioch, se la fosse coperta con la
terra, faria una codega di sopra tanto dura per la calidit del sole, che la
strengeria con la molta umidit di sotto, che non la lassaria germogliare: il
qual impedimento non li pu far il sabbione, ma per farla nascer basta la
belletta della terra, che ha di sotto molto umida per l'acque passate, e le
grandi rugiade della notte che trapassano il sabbione. Il formento o grano o
altre semenze che abbiamo in queste bande non usano in quelle, n il clima lo
consentirebbe che potessino maturarsi, per esser le terre umidissime, massime
le vicine a Gambea. Solamente nelle terre abitate da' popoli caragoli, in
alcune campagne contermini alli deserti, raccogliono qualche poco di grano,
ch' molto pi grosso e bello che non  quello di Spagna, secondo che essi
dicono.
Questo fiume Canag per la nostra divisione  quello che divide la terra delli
Mori da quella delli Negri, ancora che al lungo delle sue rive tutti siano
mescolati nel colore, vita e costumi per ragione della copula, che secondo il
costume delli Mori accettano ogni moglie. Per, quanto alla qualit della
terra, pare che la natura abbia posto quel fiume fra ambedue quelle nazioni
come termine e divisione, perch quella terra che giace dalla parte di
tramontana, che propriamente li Mori abitano, cominciando nel mare oceano
occidentale, in larghezza di cento leghe e alcune volte pi e manco,  tutta
deserta a modo di una fascia, della quale il fiume Canag  il confine, e si va
estendendo verso levante fino che trova l'acque del Nilo, dal quale pigliando
umidit per il corso di quelle acquista pur qualche verdura; e poi, passata che
ha dall'altra parte del fiume, continua pur con la medesima seccura e
sterilit, fino a dar nell'acque salse del mar Rosso. Il qual diserto non 
per cos sterile per tutto che in alcuna parte non sia populato a modo di una
macchia, che sono li luoghi che Strabone chiama Abbasi: e la maggior parte 
goduta da moltitudine d'Arabi, che vi vanno ciascuna sotto il suo signore o
capitano. E per causa delle sue diverse qualit che essa tiene li danno
differenti nomi, perch la terra ch' tutta arena minuta senza cosa verde
chiamano loro chael , e quella ch' coperta di qualche erba o arboscelli a uso
di bosco povero, ch' la parte che loro pascano, chiamano azagar , e quella
ch' di pietre minute, in maniera di arena grossa, char . E per questa causa
li pi degli abitatori di questa cattiva terra si accostano quanto possono a
questo fiume Canag, e altri vanno cercando le macchie over isolette che
abbiamo detto, che li restano a similitudine di giardini. Per ragione del qual
fiume la terra pi abitata  quella che giace al lungo di esso, dove sono
alcune citt, la principal delle quali  Tungubutu, che sta tre leghe discosto
da quelle della parte di tramontana, dove, per causa dell'oro che ivi vien
dalla grande provincia di Mandinga, concorrono molti mercatanti del Cairo, di
Tunis, di Oran, di Termesen, Fessa, Marocco, e d'altri regni e dominii de'
Mori. E cos concorrevano ad un'altra citt che era sopra le rive del fiume,
chiamato Genna, la quale in altro tempo era pi celebre che Tungubutu, la qual
over che lei desse il nome al regno o che il regno lo desse a lei, di qui si
chiama appresso di noi tutta quella regione di Canag per davanti Guine, ancora
che fra li negri alcuni la chiamano Genna, altri Iannii e altri Gennii. E
quantunque sia pi occidentale che Tungubutu, generalmente concorrevano ad essa
li popoli che gli sono pi vicini, come sono li Caragoli, Fulli, Ialofi,
Azaneghi, Brabexii, Tugurarii, Luddayai, della mano delli quali, per via del
castello di Arguin e di tutta quella costa, veniva l'oro alle nostre mani; e
gli altri popoli d'infra terra di Mandinga al luogo del riscatto di Cantor,
dove vanno li nostri navilii per il fiume Gambea. E non portando le arene di
questi duoi notabili fiumi, cio Canag e Gambea, tanto oro come si troveria in
quelle delli nostri fiumi Tago e Mondego, nondimeno  tanto cambiata e mutata
la opinion degli uomini, che manco stimano quello che possono aver appresso
loro che quello che con tanti pericoli e travagli della vita, come passano
nell'andarlo cercando in questi duoi fiumi barbari.
E perch di queste e di molte altre cose, delle quali copiosamente trattiamo
nella nostra geografia, il re don Giovanni era gi informato avanti la venuta
de Bemoii, signor della provincia di Guinea, ed egli lo confirm pi in quelle,
per li parve cosa molto utile al suo stato e al bene delli suoi sudditi far
fare una fortezza sopra le ripe di questo fiume Canag, che saria come una
porta, percioch con l'aiuto di questi popoli ialofi aveva speranza in Dio che,
per mezzo di questo suo principe don Giovanne Bemoii, si convertirebbero alla
fede (come fu convertito il regno di Manicongo), e allora poteria intrar nella
interior parte di quella gran terra fin a congiungersi col Prete Ianni, del
qual egli tanto fondamento faceva per le cose della India. E s come per il
castello di Arguin e il luogo del riscatto del Cantor, Serra Liona e fortezza
della Mina, gran parte della terra di Guinea era privata dell'oro che aveva in
s, con questa fortezza sopra il fiume Canag restaria privata dell'altro oro
che correva alle due fiere che dicemmo, per esser ambedue situate lungo le rive
di quello, per il che non verrebbe alle mani de' Mori, li quali andavan a
cercarlo per tanti diserti con carovane di camelli, che spesse fiate restavano
sepeliti con quelle nelle arene della Libya per le quali camminavano.


Capitolo settimo del libro quarto, nel qual si descrive il sito della terra che
propriamente chiamiamo India dentro del Gange, nella quale si contiene la
provincia di Malabar, nella quale  posto il regno di Calicut, dove Vasco da
Gamma arriv.

La regione che li geografi propriamente chiamano India  la terra che giace fra
li duoi illustri e celebrati fiumi Indo e Gange, del qual Indo ella pigli il
nome; e li popoli dell'antiquissimo regno Delii, capo per situazione e possanza
di tutta questa regione, e cos la gente persiana a quella vicina, ora per nome
proprio la chiamano Indastan. E secondo la deliniazione della tavola che
Ptolomeo fa di quella, e pi veracemente per la notizia che al presente col
nostro discoprimento abbiamo, per eccellenzia la potemo ben chiamar la grande
Mesopotamia, percioch, se li Greci dettero questo nome, che vuol dir fra li
fiumi, a quella picciola parte della regione babilonica abbracciata dalli duoi
fiumi Eufrate e Tigre, cos per la situazione di questa fra le correntie di
questi duoi notabili Indo e Gange, che scaricano e votano le sue acque nel
grande oceano orientale, accioch facciamo di lei differenzie pi notabili di
quello che si fa dicendo India dentro del Gange e India oltra del Gange, la
potremo chiamar la gran Mesopotamia, over Indastan, ch' il proprio nome datoli
dalli popoli che l'abitano e vicinano, accioch ci conformiamo con loro. La
qual regione le correnti di questi duoi fiumi per una parte e il grande oceano
Indico per l'altra la circondano di maniera che quasi resta una chersoneso fra
terre, di figura che li geometri chiamano rombo, che  di lateri equali e non
di angoli retti, li angoli oppositi della quale in maggior distanzia giaceno
tramontana e mezzod. L'angolo della parte verso ostro fa il capo Comorii, e
quello della parte della tramontana li fonti delli medesimi fiumi, li quali,
ancora che sopra la terra si mostrino distinti nelli monti che Ptolomeo chiama
Imao, e li loro abitatori Dalanguer e Nangracot, sono tanto congiunti l'uno con
l'altro che quasi vogliono nascondere li fonti di questi duoi fiumi: e secondo
la fama delle genti circonvicine, si crede che ambiduoi naschino da un medesimo
fonte. La distanzia di questi fonti al capo Comorii ad essi opposito sono poco
pi o manco per linea retta di quattrocento leghe, e gli altri duoi angoli, che
per linea contraria giaceno da levante a ponente per distanzia di trecento
leghe, fanno le bocche delli medesimi fiumi Indo e Gange, ambiduoi molto
superbi per la moltitudine dell'acque che del gran numero degli altri vi
entrano. E quasi tanta  la parte della terra che quelli abbracciano quanta
quella che per gli altri duoi lati circonda il mare oceano, che ambiduoi si
congiungono nel capo Comorii, e fanno quello acuto cantone che quello ha, con
che resta la figura di rombo che abbiamo detto.
E ancora che tutta questa provincia Indostan sia popolata da due generazioni di
popolo in credulit, una idolatra, l'altra macomettana,  per molto varia
nelli riti e costumi, e tutti fra loro l'hanno partita in molti regni e stati,
cio del Moltan, Delii, Cospetir, Bengala in parte, Oryxa, Mandao, Chitor,
Guzarate, che communemente chiamiamo Cambaia, e nel regno Decan, diviso in
molti dominii che hanno lo stato a modo di re, con quello di Pale che giace fra
l'uno e l'altro, e nel regno di Bisnagar, che ha sotto di s alcuni signori,
con tutta la provincia del Malabar, divisa anco lei fra molti re e principi di
molto piccioli stati, al parangone degli altri maggiori che facemmo, parte
delli quali sono esenti e altri sudditi alli sopra nominati. Ed essendo questi
popoli fra loro molto bellicosi e di poca fede, gi tutta questa grande regione
sarebbe suddita al pi potente, se la natura non avesse impedita la cupidigia
degli uomini con grandi e notabili fiumi, monti, lagune, boschi e luoghi
diserti, abitazione di molte e diverse bestie e fiere, che impediscono il
passar da un regno all'altro: massimamente alcuni notabili fiumi, parte delli
quali, non intrando negli alvei dell'Indo e Gange, ma bagnando il paese che
questi duoi abbracciano con molti giri, sboccano nel grande oceano; e
similmente molti paludi di acqua salsa che intrano fra terra tagliano la costa
del mare, di maniera che si pu navigar dentro via. E la pi notabile divisione
che la natura abbi posto in questa terra  una corda de monti, li quali dalli
naturali del paese per nome commune (percioch non lo hanno proprio) sono
chiamati Gate, che vuol dire monte: li quali, avendo il suo cominciamento nella
parte della tramontana, vanno correndo verso l'ostro secondo che la costa del
mare va a vista di quelli, lassando fra le sue spiaggie e la parte fra terra
una fascia di paese piano, tutto annegato di paludi e ritagliato dall'acqua a
maniera di giarre in alcune bande, fino che vanno a finire nel capo Comorii, il
qual corso di monti si estende quasi ducento leghe. Percioch, cominciando nel
fiume chiamato Carnate, vicino al capo e monte Delii, molto notabile alli
naviganti di quella costa, in latitudine di gradi dodici e mezzo dalla parte di
tramontana,  posta detta fascia di terra fra questo Gate e il mare, di
latitudine di dieci fin a sei leghe, secondo che li grembi di mare si ritirano
ed estendono, la qual fascia di terra si chiama Malabar, che potr esser di
lunghezza quasi ottanta leghe, dove  situata la gran citt di Calicut.


Capitolo quarto del libro ottavo, nel quale si descrive la parte della costa
dell'Africa dove  situata la citt di Quiloa, la qual terra gli Arabi
propriamente chiamano Zanguebar,
e Ptolomeo Etiopia sopra Egitto.

Nella parte della terra di Africa sopra l'Etiopia, che Ptolomeo chiama
interiore, dove  posta la regione Agisymba, che  la pi australe terra di che
lui ebbe notizia e dove fa la sua meridionale computazione, giace un'altra
terra che ne' suoi tempi non era da lui conosciuta, e al presente  notissima
la parte sopra il mare, dapoi che abbiamo discoperto la India per questo nostro
mare oceano. Al principio della quale, cominciando nella oriental parte di lei,
 il Prasso promontorio, che Ptolomeo situ in quindeci gradi verso ostro, e in
tanti sta per noi verificato, il quale li naturali della terra chiamano
Mozambique, dove al presente abbiamo una fortezza che serve di scala o porto
delle nostre navi in questa navigazione dell'India; e la parte occidentale di
questa terra a Ptolomeo incognita finisce in la latitudine di gradi cinque
dalla parte di ostro, che confina con gli Etiopi, che quello chiama Esperii per
nome commune, che sono li popoli pangelungi sudditi al nostro re di Manicongo;
fra li quali duoi termini orientale e occidentale resta il grande e illustre
capo di Buona Speranza, gi tanti anni incognito al mondo. E conciosiach
questa terra della qual trattiamo sia grande, e li popoli barbari che l'abitano
siano molti differenti nella lingua, non vi  di quella fra loro nome proprio:
solamente gli Arabi e Persiani che si dilettano di lettere e confinano con
quella, nelle loro scritture la chiamano Zanguebar, e li suoi abitatori Zangui,
e per altro nome commune ancora li chiamano Cafres, che vuol dir gente senza
legge, nome che loro danno a tutta la gente idolatra, il qual nome di Cafres 
gi appresso di noi molto usato, per li molti schiavi che abbiamo di quella
gente.
E perch nella nostra geografia particolarmente facciamo relazione di questa
terra Zanguebar, qui come per transito daremo alcuna notizia di lei. E
cominciando nel promontorio Aromata, che ora chiamiamo capo di Guardafuni, che
 la pi oriental parte di tutta l'Africa, situata per Ptolomeo in gradi cinque
e per noi in dodici, fino a Mozambique, che saranno per lungo della costa da
cinquecentocinquanta leghe, fa questa terra un seno, non cos curvo e incolfato
come Ptolomeo lo affigura nelle sue tavole, ma quasi alla forma di una costa di
animale quadrupede. E nel continuare del corso del mare che quello non conobbe,
il quale comincia nel capo di Mozambique e finisce nel capo delle Correnti, che
pu esser per costa da centosettanta leghe, resta lei un poco pi inarcata dove
la fa il capo delle Correnti, subito nella volta di quello, come vedon coloro
che da ponente navigano verso levante. Dal qual capo navigando verso quello di
Buona Speranza, che potr esser per costa da trecentoquaranta leghe, va la
terra faccendo un lombo, di maniera che resta il capo delle Correnti in gradi
ventiquattro della parte dell'ostro, e quel di Buona Speranza in trentaquattro
e mezzo. E da questo illustre capo fin alla terra delli Pangelungi del regno di
Manicongo vassi la costa ritirando e voltando, percioch la grandezza di quella
fa parer che si estende al dritto della tramontana. La figura della punta di
questo grande capo di Buona Speranza esce fuori del corpo della terra, come se
la fusse stata tagliata dal capo delle Hagulhas, che  distante da detta punta
verso levante per spazio di venticinque leghe, come si dimostra separando il
dito grosso della man zanca dall'altre dita, voltando la palma all'ingi: e in
tal forma resta detto capo separato verso il ponente del grande corpo
dell'altra terra, ed  ottuso nella sua punta a similitudine del dito; e quasi
nella giuntura ch' nel mezzo di quello giace un paese bellissimo sopra gli
altri, che nella sommit fa una gran campagna di terra piana, dilettevole e
graziosa in vista e verde, con molte erbe odorifere, come  menta e altre
simili alle nostre di Spagna, la quale li nostri chiamano la tavola del capo. E
riguardando da quella verso ponente, resta un porto che si chiama della
Concezion, nel spazio che resta fra quello e l'altro paese che giace per
levante. Dove si fa il capo de las Hagulhas  posto un porto over seno tanto
stretto che pi propriamente potrebbesi chiamar forno, per l'entrar che egli fa
fra terra tagliandola diritto al lungo del capo, che dalla bocca di quello fin
a dove finisce vi  spazio di dieci leghe. Nel fine della quale principia ad
elevarsi un ordine di montagne tutte di pietra viva, con grandi e aspere punte,
che vanno fino alle nuvole con la sua altezza: per causa delle qual punte li
nostri chiamano quel luogo Os Picos Fragosos, cio le punte aspere; al piede
delle quali esce con gran furia un fiume grossissimo, che nasce molto adentro
fra terra, di che al presente non abbiamo notizia.
E ritornando alla particolar descrizione della terra Zanguebar, che fu il
nostro proposito per causa delli fatti che li nostri fecero in detta costa,
questa principia in uno delli pi notabili fiumi che della terra di Africa
sbocchino nel grande oceano verso il mezzogiorno, il quale Ptolomeo chiama
Rapto, ancora che la sua graduazione sia molto differente da quella che ora
sappiamo, percioch lui lo pone in latitudine di gradi sei dalla parte
dell'ostro e noi in nove dalla parte della tramontana, il qual nasce nella
terra del re degli Abissini che chiamano Prete Ianni, nelle montagne che loro
chiamano Graro, e il fiume Obii, e dove sbocca in mare Quilmanci dalli Mori che
con quello confinano, per causa di una populazione cos chiamata, che  posta
in una delle principali bocche di quello, appresso il regno di Melinde. Da
questo fiume andando verso il capo di Guardafuni, e di l voltando fin alle
porte del stretto del mar Rosso, e da quelle tirando una linea alli fonti di
detto fiume, resta un paese che gli Arabi propriamente chiamano Aian, il quale
quasi tutto  abitato da loro, avenga che in gran parte verso mezzod dentro
fra terra abitino negri idolatri. E dal sboccare di questo fiume Quilmanci
verso il ponente, fin al capo chiamato delle Correnti, che li Mori di quella
costa navigano, tutta quella terra che corre ponente verso il capo di Buona
Speranza (come di sopra s' detto) gli Arabi e Persiani la chiamano Zanguebar,
e gli abitatori Zanguii. E tutta questa costa, cominciando dal detto fiume
Quilmanci fino al capo delle Correnti, generalmente  bassa e paludosa, e molto
coperta di boschetti e arbori piccoli, che non lasciano strada da potervi
passare. E cos per la fortezza di quelli, come per li fiumi e paludi che
tagliano la detta costa in isole e secche che la occupano quasi tutta, vi si
causa un aere pessimo, di maniera che possiamo dir quello esser un altro paese
di Guinea, con aere corrotto, con tutte l'altre cose che vi si generano e
producono. Perch la gente  negra, di capello crespo, idolatra, e tanto
credula in augurii e stregherie, che nella maggior caldezza di loro negocii
desistono quando hanno qualche cattivo incontro. Gli animali, uccelli, frutti e
semenze, tutti corrispondono alle barbarie di quella gente in esser fieri e
salvatichi, ancora che da Magadasso verso il capo di Guardafuni (bench sia pi
copioso e abbondante di bestiame), per esser paese sterile e di poche
vittuarie, si vengono a proveder da questi per il loro vivere.
Li Mori che abitano la costa maritima e quelli dell'isole vicine, tutte le lor
vittuarie che mangiano e quelle che lavorano sono con la zappa, e per la
maggior parte frutti salvatichi e carne di animali salvatichi e molte
immondizie, eccetto qualche latte degli animali che allevano, principalmente li
Mori che loro chiamano baduini , che abitano pi adentro del paese e hanno
qualche commercio con quelli che si chiamano Cafri, che appresso degli abitanti
le citt e luoghi civili sono tenuti per barbari. E pare che la natura, provida
in tutte le cose, non abbia voluto lassar alcuna parte di terra di tal sorte
che in lei non sia qualche frutto stimato nella opinione degli uomini,
percioch in quella aspera e sterile terra per commodit della gente civile
produsse il pi prezioso di tutti li metalli, e li diede popolo paziente di
quella asperit e inclinato a ricercarlo, e a noi desiderio e cupidit,
accioch, per tanti pericoli di mare e di terra, gli andiamo ad invitar con le
nostre opere mecaniche, per proveder alli loro bisogni in cambio di questo oro
tanto stimato. All'odore del quale (per esser a loro molto vicino il paese
dell'Arabia) li primi popoli forestieri che in questa terra Zanguebar vi
andassino ad abitare furono alcuni banditi di Arabia, che dapoi diventorno
maumettani, li quali (secondo che abbiamo saputo per una cronica dalli re di
Quiloa) loro li chiamano emozaydii : e la causa di questo bando fu perch
seguivano la dottrina di un Moro chiamato Zayde, che fu nepote di Hocem,
figliuolo di Aly, nepote di Macometto, congiunto in matrimonio con sua
figliuola Axa, il qual Zayde ebbe alcune opinioni contra il suo Alcorano, e
tutti quelli che seguirono la sua dottrina li Mori chiamorono emozaydii, che
vuol dir sudditi di Zayde, e gli hanno per eretici. Ma perch questi furono li
primi che di fuora vennero ad abitar quella terra, non edificorono notabili
abitazioni; solamente si ridussero in parte dove potessino viver sicuri dalli
Cafri. Or questa lor venuta fu come una pestilenzia che and pian piano
estendendosi lungo della costa, acquistando nuove abitazioni, fin che vi
arrivorono tre navi con gran numero di Arabi in compagnia di sette fratelli, li
quali erano di una congregazione vicina alla citt Lacah, distante circa
quaranta leghe dall'isola Baharem, ch' posta dentro il mar Persico, vicina al
paese di Arabia infra terra. La cagione della loro venuta fu perch erano molto
perseguitati dalli re di Lacah, e la prima abitazione che fecero in questa
terra di Aian fu la citt di Magadaxo, e dipoi Brava, che ancora oggi si
governa per dodeci capi in maniera di republica, li quali procedono da questi
fratelli. E venne questa citt Magadaxo in tanta grandezza, poter e stato, che
dipoi si fece patrona e capo di tutti li Mori di questa costa. Ma come li primi
che vi vennero, chiamati emozaydii, avevano differenti opinioni degli Arabi
circa la loro setta, non volsero sottomettersi a loro, e si sono raccolti
dentro infra terra, congiungendosi con li Cafri per matrimonii e costumi, di
maniera che restorono mescolati in tutte le cose. Questi sono quelli che li
Mori che abitano al lungo del mare chiamano baduini, nome commune, come fra noi
chiamiamo Arabi quella gente che sta alla campagna.
La prima nazione di gente forestiera che per via di navigazione ebbe il
commerzio della mina di Cefala venne dalla citt di Magadaxo: non che loro
fossero a discoprire questa costa, ma per occasione di una nave di quella
citt, che per fortuna e forza delle correntie vi and ad arrivare. E ancora
che avanti avessero notizia di tutta la terra vicina di quello riscatto, non
ardivano per mai di passare il capo detto le Correnti, percioch, come la
isola di San Lorenzo, che giace all'ostro di questa costa Zanguebar, corre con
sua longitudine quasi al lungo di essa per spazio di ducento leghe, e nel mezzo
della parte di dentro butta di s un cubito che risponde all'altro che fa il
capo di Mozambique, li quali pare che vogliano serrar quel passaggio, che  di
larghezza circa sessanta leghe, occupate con isole, secche e bassi diserte, di
sorte che resta questo transito over passaggio (in comparazione all'altro mare
che giace fra queste due terre) cos ristretto con suoi canali che si potrebbe
chiamar un altro Scylla e Caribde, percioch sono qui le correntie cos grandi
che in poco tempo aggirano una nave, e senza vento e senza vela la portano in
luogo dove incorre nelli pericoli, delli quali li nostri marinari ne danno
buona testimonianza: per la qual causa fu chiamato capo delle Correnti quella
punta che fa la terra ferma opposita al fine occidentale della isola di San
Lorenzo, perch in questo termine cessano le acque della lor gran furia, e
corrono molto pi libere per largo campo di mare, come quelle che sono uscite
dalla carcere di queste due terre, di sorte che non solamente trovano li
marinari in questo transito over passaggio differenzia nel corso dell'acque, ma
ancora nuovi tempi di movimento del mare per levante e ponente, perch tutti li
venti si raccogliono nello stretto di queste due terre. E come che li Mori di
questa costa Zanguebar navighino con navi e zambuchi cuciti con cairo, senza
esser inchiodati al modo delle nostre, per poter sopportar l'impeto delli mari
freddi della terra oltra il capo di Buona Speranza verso l'antartico, e questo
ancor con movimenti e tempi fatti, e pi che hanno gi esperienzia in alcune
navi smarrite, che vennero verso questa parte del grande oceano occidentale,
non ardirono per mai di tentar questo discoprimento della terra che giace al
ponente dal capo delle Correnti, ancora che molto lo desiderassino, come loro
confessano, principalmente quelli della citt Quiloa, che fu il maggior
discoprimento di tutte le citt di quella costa, percioch da questa fu abitata
e popolata gran parte della terra ferma e dell'isole vicine, e alcuni porti
dell'isola di San Lorenzo, per esser situata quasi nel mezzo di questa costa,
avanti la citt di Magadaxo e il capo delle Correnti. Di maniera che sotto e
sopra non li rest cosa che non corresse e occupasse fin a farsi patrona di
Mombaza, Melinde e dell'isola di Pemba, Zanzibar, Monfia, Comoro, e di altre
molte popolazioni che uscirono di quella, per la possanza e ricchezza che ebbe
dapoi che si fece patrona della mina di Cefala, la qual avevano perso nel tempo
che noi discoprimmo la India per causa delle divisioni che avevano fra loro per
la morte di alcuni re di quella.
Il sito della citt di Quiloa  in una terra la quale, ancora che sia della
costa della terra ferma Zamguebar, il mare l'and girando con uno stretto che
la fece restar isola. Ella in s  assai fertile di palme con aranzi, cedri,
limoni ed erbe di orto che abbiamo in Spagna, e quantit di mandrie di pecore e
buoi, con molte galline, colombi, tortore, e altra sorte di uccelli a noi non
conosciuti. Il comun cibo  miglio zaburro, riso e altre semenze di radici
piantate, con molti frutti salvatichi, di che la gente povera si mantiene. Le
acque di quella sono di pozzi, non molto salutifere per esser la terra
paludosa, e la citt situata al lungo del fiume, che fa una staria, a
dirimpetto della quale si slarga a modo d'un porto. La maggior parte delle case
sono di pietra e calcina, con le sue terrazze di sopra, e di fuori orti e
giardini di arbori di aranzi e palmerie, le quali, s per la verdura e
delettazione della vista, come per uso del frutto che producono, aggrandiscono
la citt. E quanto sono larghi e grandi questi orti tanto sono pi strette le
strade, perch cos costumano li Mori per defendersi meglio, perch usano di
far le strade cos strette che di sopra per li terrazzi si pu passar da una
banda all'altra. In una parte della qual citt aveva il re fatto il suo palazzo
a maniera di fortezza, con torri e bastioni e ogni altra sorte di difensione,
con porte che servivano per andar al mare, e ad una gran fondamenta al lato
della fortezza che voltava il volto contra la citt, per servizio della quale
vi era un spazio grande di piazza dove si avaravano le navi, e nella faccia di
quella era il porto che le nostre navi avevano pigliato. Per il che, cos per
la civilit delle case, terrazze e torri, come per la grandezza delli luoghi
che hanno palme e arbori delli giardini, pareva la citt molto bella.


Capitolo primo del libro nono, nel quale si descrive tutta la costa maritima di
levante, con le distanzie che sono fra le pi notabili citt e abitazioni per
maniera di pareggio, secondo li naviganti.

Per dichiarazione della terra di Malabar, ch' stata la prima dell'India che
don Vasco da Gama trov nella entrata che fece in Calicut, citt metropoli di
essa, abbiamo fatto in summa relazione della provincia che li antichi
propriamente chiamorono India dentro del Gange, e li nativi abitatori Indostan.
E dipoi, per causa di quello che don Francesco Almeida fece in Quiloa e
Mombaza, trattassemo un poco della terra di Zuanguebar, dove elle sono situate,
qual  parte dell'Africa che li geografi chiamorono Etiopia sopra Egitto. E
perch con la entrata di esso don Francesco li mari orientali di Asia
cominciorono a esser navigati dalle nostre armate e sentire il grave peso della
sua potenzia, e gli abitatori della terra ferma e del gran numero dell'isole
figliuoli di quell'oceano, essendo ignoranti del nome cristiano, sottomessero
il suo intelletto in servizio di Cristo per la nostra dottrina, e quanti che
sentirono e udirono le nostre armi inchinorono il collo al giogo di esse per
amore e per timore, per  necessario, accioch si intenda il discorso di
queste opere, che facciamo pi particolare relazione, dichiarando le citt e
principali abitazioni e porti del lito maritimo di queste parti di levante.
Questo per modo di itinerario maritimo, overo (per parlar come li naviganti)
sar secondo che loro usano nella maniera di pareggio. Perch per modo di
graduazione, come noi usiamo nelle tavole della nostra geografia, si vedr
allora pi distintamente all'occhio verificata questa nostra descrizione, della
qual (come abbiamo detto) non ci serviamo qui se non per dar ragione della
nostra istoria, e non per dar la situazione de' luoghi. Vero  che delli luoghi
pi notabili vi  posta da questi in quelli la sua distanzia per la latitudine,
che li nostri pedotti tolsero; ma delli luoghi fra terra  per la stimativa,
senza graduare, secondo l'ordine della loro navigazione, poi che la materia 
di essa.
E cominciando in universali, la terra di Asia  la parte pi grande delle terre
nelle quali li geografi hanno diviso tutto l'universo, e dividesi dalla Europa
per il fiume Tanais, il qual al presente li paesani chiamano Don, e per il mare
Negro, che viene a metter capo nel mare di Grecia per il stretto di
Constantinopoli; e dell'Africa  divisa per un altro fiume opposito a lui, il
quale per la gran quantit delle sue acque sempre ha ritenuto l'antico nome di
Nilo, per una linea che si dee imaginar con l'intelletto dal Nilo per la citt
del Cairo, metropoli di tutto l'Egitto, fino al porto di Suez, ch' nell'ultimo
seno del mar Rosso, ove anticamente era la citt delli Eroi: nella qual linea
aver distanzia di tre giornate di camello, che possono esser al pi 24 leghe.
Or questa parte di Asia, ch' la pi grande che le altre due, contiene
similmente molte e pi varie nazioni di genti, percioch alcuni seguono la
legge di Cristo, altri la setta di Maumetto, e la maggior di tutte adorano il
diavolo in figura de' suoi idoli, e appresso il popolo ebreo (perch non 
parte della terra dove questa cieca gente non si trovi vaga senza proprio luogo
o abitazione, faccendo penitenzia n pentendosi mai della sua contumacia). Di
queste quattro nazioni nella credulit sono tanto varie ognuna per s che,
parlando propriamente, pochi sono pari nelle osservazioni del nome del quale
ciascuno fa professione; con le quali nazioni li nostri, dapoi che entrorono
nell'India, cominciorono aver commerzio e contendere per dottrina,
contrastazione e armi. E cominciando a divider tutta la costa maritima
dell'Asia, la divideremo, per relazione delle nostre navigazioni e conquiste,
in nove parti, nelle quali essa dalla natura  stata divisa con segni notabili,
senza metterli linee imaginative: li quali segni sono mari, promontorii e
fiumi. E dove finisce la prima parte principia la seconda, e cos
successivamente.
La prima adunque comincia nella bocca del stretto del mare Rosso e finisce
nella bocca del Persico. La seconda finisce dove sbocca al fiume Indo
nell'oceano. La terza nella citt di Cambaia, posta nella pi interior parte
del seno del mare chiamato dal suo nome. La quarta comincia nel gran capo
Comorii. La quinta nello illustre fiume Gange. La sesta nel capo di Cingapura,
oltra della nostra citt di Malaccha. La settima nel gran fiume nominato Menan,
interpretato "madre delle acque", il qual corre per mezzo del regno di Siam. La
ottava finisce in un notabile capo, ch' pi orientale di tutta la terra ferma
che adesso sappiamo, il quale  quasi in mezzo di tutta la costa maritima della
gran regione di China, che li nostri chiamano capo di Liamp per ragione di una
illustre citt che  nella volta di lui, chiamata dalli nativi Nimp, della
quale li nostri hanno corrotto Liamp. E tutto il restante della costa di
questo grande regno, il quale corre quasi al maestro, restar in questo luogo
di scrittura con nome della nona parte, ancora da noi non navigata, bench
passiamo pi avanti per levante fino alle isole delli Lequii e delli Iaponi e
alla grande provincia Meacon, che ancora per la sua grandezza non sappiamo se
sia isola o terra ferma continuata con l'altra costa della China, le qual parti
gi passano per antipodi del meridiano di Lisbona. Della qual costa non saputa
dalli naviganti ne diamo chiara dimostrazione, e insieme di tutta la parte fra
terra della grande provincia della China, nelle tavole della nostra geografia,
tolta da un libro di cosmografia delli Chini, stampato per essi, con tutta la
situazione della terra in modo di itinerario, qual n' stato portato e
interpretato da un Chino condotto a noi per tal effetto.
Or, per ritornar alla prima parte verso ponente di questa partizione, lassaremo
le parti fra terra fra li duoi stretti del mar Rosso e Persico. Dalla bocca
adunque del mare Rosso, ch' in latitudine di 12 gradi e duoi terzi, fino alla
citt d'Adem, capo di quel regno, vi sono 40 leghe, e da essa fin al capo di
Fartache, che  in 14 gradi e mezzo, cento leghe; fra li quali estremi son
queste abitazioni: Abiam, Ar, Canacam, Brum, Argel, Xael, citt capo del regno,
Herit, la citt Cayem, che  sette leghe innanzi che si arrivi al capo
Fartache, e nella volta di esso per altrotanto spazio la citt Fartache,
principal del regno cos nominato, dalla qual il capo ebbe il nome, e le genti
fartachini. E di qui fin a Curia Muria, che son due abitazioni, dove si perse
Vicenzo Sodre, vi sono settanta leghe, e resta in questo mezzo la citt
Dualfar, dove si trova il miglior incenso e in maggior abondanzia che in tutta
detta Arabia; e pi oltra 22 leghe  Norbante. Da Curia Muria fin al capo
Razsalgate, che  in gradi 22 e mezzo, vi sar di costa 120 leghe, ch' tutta
terra sterile e deserta. In questo capo comincia il regno di Ormuz, e di l fin
all'altro capo Mocandan potr esservi 87 leghe di costa, nella quale sono
questi luoghi del medesmo regno: Calayate, Curiate, Moscate, Soar, Calaya,
Orfacam, Doba e Limma, ch' otto leghe innanzi che si aggionga al capo
Mocandam, quale Ptolomeo chiama Asaboto, situato da lui in gradi ventitre e
mezzo e da noi in 26. E qui finisce la prima nostra divisione. E tutta la terra
che  compresa fra questi duoi termini, che gli Arabi chiamano Hyaman e noi
Arabia Felice,  la pi fertile e abitata parte di tutta l'Arabia.
Traversando di questo capo Mocandam al capo di sopra a lui opposito chiamato
Iacquete, col quale la bocca del stretto Persico vien fatta, entrammo nella
seconda divisione, che  assai picciola e poco abitata, perch da questo capo
Iacquete fino allo illustre fiume Indo sono 200 leghe, nelle quali sono queste
abitazioni: Guadel, Calara, Calamete e Diul, situato nella prima foce dell'Indo
dalla parte di ponente. La qual costa  poco abitata, per esser il pi di essa
con seccagne e bassure e di pericolosa navigazione, e la terra per dentro quasi
deserta, chiamata dalli geografi Carmania. E li Persiani mettono questa parte
nella regione che loro chiamano Herac Aian, nella quale sono li regni di Macran
e Guadel, che cade sopra il capo cos nominato.
Nella terza parte veramente della nostra partizione vi sono da 150 leghe (non
entrando per dentro del sino di Iaquete, per esser molto penetrante fra terra),
numerandole in questa maniera: dalla bocca di Diul fino alla punta di Iaquete
38 leghe, e da questo Iaquete, qual  delli principali tempii di Gentili, con
una nobile populazione, fino alla nostra citt del Diu del regno Guzarate 50
leghe, nella qual distanzia sono questi luoghi: Cutiana, Mangalor, Cheruar,
Patan, Corinar; e dal Diu, posto in gradi venti e mezzo, fino alla citt di
Cambaia, ch' in gradi 22, vi sono 53 leghe, dove si contengono questi luoghi:
Mudrefab, Moha, Talaia, Gundim, Goga, citt che sta pi avanti di Cambaia 12
leghe. Dentro delli quali estremi della citt Cambaia e Iaquete si comprende
parte del regno Guzarate, con la terra montuosa delli popoli rezbuti.
La quarta parte di questa nostra divisione principia nella citt di Cambaia e
finisce nello illustre capo Camori, nella qual distanzia per costa vi sono
ducentonovanta leghe, poco pi o manco, dove si comprende quasi tutto il fior
dell'India, ch' la pi frequentata parte da noi, la qual potemo divider in tre
parti, con duoi notabili fiumi che la traversano da ponente in levante. Il
primo divide il regno di Decan (che corrottamente li nostri chiamano Daquem)
dal regno Guzarate, che li resta alla tramontana; il secondo divide questo
regno Decan dal regno Canaran, che resta all'ostro di quello. E secondo che
pare che la natura facesse la sopradetta divisione per l'interior della terra
ferma, cos anco appresso di quelli che abitano la parte maritima di tutta
questa costa fece il simile, con altri fiumi assai piccioli che nascono nelle
coste di queste duoi notabili divisioni, distinguendo il regno di Guzarate,
Decan e Canar. E cos questi piccioli fiumi come li grandi, tutti vengono
dalla grande montagna chiamata Gate, che, come gi abbiamo detto, corre al
lungo della costa sempre a vista del mare; per hanno questa differenzia, che
li grandi nascono nel Gate dalla banda di levante, e conciosiacosach dalle sue
fonti fino al mare dove sboccano, che  nel colfo di Bengala, vi  grande
distanzia, portando seco gran numero di altri fiumi, e passano non solamente
per li regni sopra nominati, ma ancora per altri non nominati da noi, che per
esser nelle interior parti della terra non servono in questo luogo. Il primo di
questi fiumi nasce da duoi fonti al levante da Chaul, quasi per distanzia di
quindici leghe in latitudine, fra disdotto e disnove gradi: e il fiume che
nasce da una di dette fonti che giace pi alla tramontana chiamano Crusuar, e
quel che nasce da quella che sta all'ostro Benhora. E dapoi che sono congiunti
in un corpo sono chiamati Ganga, e va a sboccar nella foce dello illustre fiume
Gange, fra duoi luoghi detti Angelii e Picholda, quasi in ventiduoi gradi. E
perch con l'abbondanzia delle molte acque che con lui porta, nel che appare
che 'l vogli compararsi col Gange, overo per qualche altra opinione della
gente, s come il Gange, cos chiamano anco questo Ganga, e pensano che le sue
acque siano sante come sono quelle del Gange, onde advien che li principali
Mori signori delle terre dove passa questo Ganga riscuotono grande entrata
delle sue acque, percioch non consentono che la gente che in esse si vuol
lavar lo faccia senza pagar certa quantit di danari. E quasi nel medesimo
contorno delli fonti di questa montagna Gate, vi  un altro verso ponente che
fa un picciolo fiume chiamato Bate, che esce nel sino di Bombaim, per il quale
si divide il regno di Guzarate dal regno Decan. E per il medesimo modo un altro
picciol fiume che scende dal Gate verso ponente, chiamato Aliga, dove  la
fortezza Sintacora, e sbocca per mezzo dell'isola di Anchediva in gradi 14 e
mezzo, vien incontrato dalla parte di levante con quell'altro gran fiume che
abbiamo detto che divide il regno Decan dal Canar, perch con questo picciolo
Aliga si fa la divisione loro. Per nel nascimento di questo gran fiume
chiamato Nagundii al nascimento dell'altro Ganga ci  questa differenzia, che
non ha quella religione dell'acque, e di pi che nasce quasi nel contorno del
Gate che sta sopra Cananor e Calicut e va correndo al lungo di quello verso la
tramontana, e quando  per mezzo del fiume Aliga fa una volta e piglia un altro
corso verso levante, e passa per la metropoli di Bisnagar e per le terre di
Orixa e va ad uscir nel seno di Bengala con due bocche fra 16 e 17 gradi, dove
stanno due citt, Guadevarii e Masulipatam, dove si fanno molti drappi di
cotton, che al presente vengono condotti di l e hanno il medesimo nome.
E ritornando alla prima di queste tre divisioni de' regni, ch' quella del
Guzarate, e cominciando dalla sua citt di Cambaia, dove abbiamo finito la
terza divisione, al fiume Bate, overo, per parlar pi notabilmente, a quello di
Nogotava a lui vicino, vi saran da settanta leghe, con queste abitazioni:
Machigam, Gandar, la citt di Baroche, dove vien a uscir un fiume notabile
chiamato Narbada, e oltra otto leghe esce un altro fiume notabile chiamato
Iapetii, nella foce del quale una per mezzo l'altra son poste le citt Surat e
Reiner. Seguitando pi oltra la costa sono Noscarii, Gandivi, Daman, Danu,
Tarapor, Quelmaim, Agacim e Bacaim, dove al presente abbiamo una fortezza con
le terre di sua iurisdizione, che nella pace ne pagano d'entrata centomillia
pardaos, che vagliono di nostra moneta novantamillia crociati. E oltra tredici
leghe, in gradi disdotto e un terzo, sta la citt di Chaul, dove abbiamo
un'altra fortezza, che gi  della seconda divisione del regno Decan, perch
adietro restano queste abitazioni: Maim, Nagotaua, che saranno lontane da Chaul
quattro leghe, e una appresso il fiume Bate, che  in la estrema parte del
regno (come abbiamo detto). Ritornando a far altra computazione, da questa
citt di Chaul fin al fiume Aliga di Sintacora, dove finisce la terra di Decan,
vi sar settantacinque leghe, in questo modo: al fiume Zanguizar venticinque,
nel qual spazio stanno Bande, Sifardam, Calancii e la citt Dabul; item dal
fiume Zanguizar per altre venticinque leghe, dove  il pagode, si contengono
Ceitapor, Carapatam, Iamaga; e da questo pagode fin a Sintacora, dove finisce
il Decan, che sono le altre venticinque, son poste Banda, Capora e la nostra
citt di Goa, metropoli episcopale dell'India. E ancora che nel fiume Aliga di
Sintacora, che  pi oltra 12 leghe, si divide il regno Decan, cominciando dal
fiume Bate (come abbiamo detto), fanno nondimeno gli abitatori della terra
questa differenzia, che tutta la parte maritima, che contamo fino alla montagna
Gate, che va al lungo della costa, con che lei fa una lunga e stretta fascia di
terra, chiamano loro Concan, e li popoli propriamente chiamano Conquenini,
ancora che dalli nostri sian chiamati Canarini; e all'altra terra che giace dal
monte Gate verso il nascimento del sole, che  il regno Decan, gli abitatori
sono chiamati Decanini.
La terza divisione che divide la provincia Canar del Decan finisce nel capo
Comorii, principiando dal fiume Aliga, dove vi saran cento leghe, per questa
maniera: da Aliga fin ad un altro fiume nominato Cangerecora, che  cinque
leghe alla tramontana del monte Delii, capo notabile in questa costa, vi saran
quarantasei, nella qual costa vi sono queste abitazioni: Ancola, Egorapam,
Mergeu, la citt di Onor, capo del regno, Baticala, Bendor, Bracelor, Bacanor,
Carcara, Carnate, Mangalor, Mangeiron, Cumbata e Cangerecora, per la qual corre
un fiume di questo nome, che  la estrema divisione, come si veder a basso. Le
quali abitazioni tutte sono della provincia Canar, suddite al re di Bisnagar,
qual  tanto potente di paese che participa di duoi mari, cio di questo
ponente, e dell'altro di levante che giace del capo Comorii per dentro, entra
solamente qui con questa picciol parte maritima. E secondo che dal Gate verso
il mare al ponente del Decan tutta quella fascia  chiamata Concam, cos dal
Gate verso il mare al ponente del Canar (eccetto queste quarantasei leghe che
ora contamo, che sono del medesmo Canar) quella fascia che resta fino al capo
Comorii, che sar di lunghezza novantatre leghe, si chiama Malabar, nel qual
sono questi re grandi, n riconoscono alcun superior principe. La maritima
parte delle quali novantatre leghe andaremo contando, con la divisione delli
regni che vengono a confrontarsi in essa. Dal fiume Cangerecora, dove principia
la regione Malabar, fin a Puripatan, che saranno per costa venti leghe,  del
regno Cananor, dove sono questi luoghi: Cota, Coulam, Nilichilam, Marabia,
Bolepatan, Cananor citt, dove abbiamo una fortezza, la qual  in dodici gradi;
Tramapatan, Chomba, Maim e Puripatan. E di qui fin a Chatua corre il regno di
Calicut, che potr esser per costa ventisette leghe, e ha queste abitazioni:
Pandarane, Coulete, Capocate, la citt di Calicut, che  in gradi undici e un
quarto, e a basso Chal, dove adesso abbiamo una fortezza; Parangale, Tanor,
citt e capo del regno suddito al Camori; Panane, Baleancor e Chatua, dove lui
finisce ed entra il regno di Cranganor, che, per aver poca terra, si avicina
con lui il re di Cochin, il cui regno finisce in Porca, ed  di poche
abitazioni, perch non ha porti in spazio di quattordeci leghe che ha di
longitudine. La qual citt di Cochin, capo del regno di suo nome, al tempo che
entrammo nell'India era cos poca cosa che non avea forze per resister alla
potenzia del Camorii di Calicut, e ora col favor nostro non solamente  fatta
una magnifica citt in tempii, edificii e case molto suntuose delli nostri
Portoghesi che ivi hanno fatta la sua abitazione, governando la terra secondo
le leggi e statuti del regno di Portogallo, come fa ciascuna delle citt di
quello, ma ancora il re naturale della terra e i suoi sudditi sono fatti col
nostro commercio ricchi e abbondanti di facult, e potenti per resister a tutto
il Malabar, per esserli molto soggetti quelli signori e principi del regno che
loro chiamano caimaes .
Seguendo pi oltra nella nostra descrizione, da Porca fin a Travancor  il
regno di Coulam, che aver per costa venti leghe. Le sue abitazioni sono Cale
Coulam, dove abbiamo una fortezza, Rotora Beriniam, e altre abitazioni e porti
di poco nome. E nel luogo di Travancor, dove questo regno di Coulam finisce,
comincia un altro intitolato del medesmo Travancor, e questo li nostri chiamano
il re grande, per esser di maggior paese e maest di obedienzia de' suoi
sudditi che non son gli altri passati de Malabar, il qual  suddito al re di
Narsinga. Appresso del qual Travancor sta il notabile e illustre capo Comori,
che  la pi austral terra di questa provincia Indostan o India dentro del
Gange, il qual  dalla parte de tramontana in latitudine di gradi sette e duo
terzi: e questo Ptolemeo chiama Cori, e lo mette in gradi tredici e mezzo, e in
esso finiscono li regni del Malabar; e questo  l'altro termine che fece la
natura, il quale noi pigliamo per fine della quarta divisione di questa terra
maritima di Asia.
E navigando da questo capo Comori per fuora della isola Ceilam verso levante
per distanzia di quattrocento leghe, secondo li naviganti e non per situazione
di geografia, si trova un altro capo cos illustre con un'altra molto notabile
isola, il quale insieme con essa Ptolomeo chiama Aurea Chersoneso, sopra della
quale corre la linea equinoziale. Perch questa  la pi austral terra di tutta
l'Asia, secondo la verit che noi abbiamo mostrato al mondo con le nostre
navigazioni, pi certa che la terra dove Ptolomeo situa nelle sue tavole la
citt di Catigara, e fa la computazione della longitudine di tutta la rotondit
della terra discoperta verso levante: cosa pi tosto imaginata come punto
celeste per computazione matematica che vera per situazione dell'orbe
terrestre, poi che vediamo che le nostre navi navigano di sopra questa sua
Catigara, e della costa della terra di Asia che lui qui finge, over gli han
fatto creder che fossi, come molte altre cose. Fra questi duoi tanto illustri
capi Comori occidentali e Cingapura orientale, delli quali possiamo credere che
il mare abbia tagliato le isole Ceilam e Sumatra, come dalla Italia la Sicilia
(secondo scrivono), giace quel celebrato sino Gangetico per la scrittura di
tutti li geografi, e per noi molto navigato, il quale noi chiamiamo il colfo di
Bengala per causa del gran regno Bengala, per dove correndo il fiume Gange
molto superbo con la furia delle sue acque entra nel mare occeano. Le sue
bocche sono da Ptolomeo situate fra disdotto e dicennove gradi dalla parte di
tramontana, e da noi fra ventiduoi e ventiduoi e mezzo: il qual fiume li
naturali del paese chiamano Ganga, appresso di loro e di tutte le genti
orientali non tanto celebrato in nome per l'abbondanzia e copia delle sue
acque, quanto venerato per la religione e santit che tutti hanno posto in
esse, di maniera che, cos come noi, per salvazione delle anime nostre, essendo
ammalati domandiamo la confessione e gli altri sacramenti che ne danno
remissione delli peccati, cos loro si fanno portar alle rive di questo fiume,
dove, fattali certa capanetta, finiscano la vita con li piedi nell'acqua,
credendo che nel lavarsi con queste acque correnti, per la santit del fiume,
lavino anco i suoi peccati e vadino salvi in cielo; e se quando sono in vita
non lo possono far, per morte comandano che sian buttate in esso le ceneri de'
suoi corpi bruciati.
E accioch meglio s'intenda questo colfo e costa, con li duoi capi e isole
opposite a loro che abbiamo detto, chi non ha visto la figura di questa costa
orientale volti la mano sinistra con la palma abasso, e giunga il dito picciolo
con li duoi seguenti doppiandoli fino alle prime giunture, e separi da loro il
dito secondo (cio l'indice), con che far uno seno che  il sino de Syam; e da
questo indice separi il pollice quanto potr, e far un altro seno molto
maggiore: e questo  il seno di Bengala, che giace fra questi duoi diti. Finga
di pi che all'incontro del primo dito pollice, che qui facciamo il capo
Comori, e che per dentro del seno giace l'isola Ceilam; e tutta la costa
dell'India che fin qui abbiamo descritto, cominciando dalla citt Cambaia, la
quale giace al lungo di questo dito pollice dalla parte di fuora, la qual corre
tramontana e ostro, e dalla parte di dentro in questo medesimo dito,
cominciando dalla punta di esso, che  la faccia del capo Comori, fin alla pi
estrema parte di questo seno, dove lui resta pi curvo, vi potran esser da
quattrocentodieci leghe. Nella qual estremit del seno sbocchi l'illustre fiume
Gange, il qual ancora che mandi le sue acque per molte bocche, due sono le pi
celebri: la qual cosa affigura la lettera delta delli Greci, s come si vede in
tutti gli altri illustri fiumi. La prima bocca che  occidentale si chiama
Satigam, per causa di una citt di questo nome situata nelle rive di esso, dove
li nostri fanno li suoi commerzii e contrattazioni; e l'altra orientale esce
molto vicina ad un altro porto pi celebre, chiamato Chatigam, percioch ivi
generalmente concorrono tutte le mercanzie che vengono ed escono di questo
regno: nella qual distanzia da una gamba all'altra vi potr esser quasi per
linea da levante a ponente cento leghe, poco pi o manco. E qui facciamo un
altro termino e misura della nostra divisione sopradetta, nella qual si
comprende la quinta parte in che abbiamo diviso tutta questa costa della terra
di Asia.
E ancora che nell'arco di questo colfo vi siano quattrocentodieci leghe di
costa (che abbiamo detto), per linea diritta del parizzo che li marinari
chiamano greco garbin, dal capo Comori, dove comincia questa quinta nostra
divisione, fin a questo porto di Chatigam, nel qual ella finisce, vi saran
quattrocentosettanta leghe. Il qual seno o colfo partimmo in tre stadi de'
principi che signoreggiano: le ducento leghe sono del regno Bisnagar, le
centodieci del regno Orixa, che sono ambi gentili, e le centosessanta del regno
di Bengala, che dalli nostri tempi in qua  gi subietto alli Mori. Le
abitazioni della qual costa sono queste: nel principio della volta del capo
Comori a sette leghe Iacancurii, e oltra Manapar, Vaipar, Trichandur,
Callegrande, Chereacalla, Iucucurii, Bembar, Calecure, Beadala, Manancort e
Canhameira, dove  un notabile capo cos nominato, in dieci gradi dalla parte
della tramontana; e pi oltra sono questi luoghi: Negapatam, Nahor,
Triminapatam, Tragambar, Triminavaz, Coloran, Puducheria, Calapate, Conhomeira,
Sadrapatam, Maliapor, il quale li nostri ora chiamano San Tom, ch' una antica
citt che loro hanno rinovata con magnifiche case per le sue abitazioni: e qui
molti di loro, gi stracchi per li travagli della guerra, hanno fatto il suo
fermo domicilio, cos per esser la terra abondante e di gran traffico, come
principalmente per rinovar la memoria del glorioso apostolo san Tom, che
secondo li naturali della terra dicono e hanno per memoria, come quivi fu la
sua abitazione, o per dir meglio la citt dove lui oper tanti miracoli, come
loro contano, per mano del quale fu fatta una casa, nella qual dicono esser
sepolto. E ancora che le genti di questa terra siano idolatri, sempre per
questa reliquia di casa che il santo fece  stata fra loro molto venerata, e
principalmente da alcuni che confessavano il nome cristiano, e avevano in essa
un patriarca armeno. E quello che al presente augumenta pi la devozione di
detta casa fu una pietra che li nostri trovorono in certe ruine, che pareva in
altro tempo essere stata casa di orazione, nelli fondamenti della qual volendo
loro per sua devozione edificar un'altra, trovorono una pietra quadrata, netta
e ben lavorata; nella faccia che giaceva verso la terra aveva una croce
lavorata, della similitudine che portano li comandatori dell'ordine di Avis, e
sopra una punta vi era scolpito un uccello con l'ale aperte nel modo che lo
Spirito Santo in figura di colomba discese sopra gli apostoli, come  uso
dipingersi. Sopra il corpo della qual croce e campo della pietra erano molte
macchie e goccie di sangue, cos fresco che pareva aver poco tempo che fosse
stato sparso, e nel circuito avea alcune lettere di caratteri strani, che
quelli della terra non sapevono leggere. La qual pietra li nostri portorono di
l con processione e solennit, e la misero nella propria chiesa che san Tom
fece con le sue mani; e secondo che  la fama fra li naturali del paese, dicono
che sopra questa pietra fu morto il beato san Tom, essendo qui in orazione;
altri dicono che fu uno suo discipulo. La pittura della qual pietra l'anno
passato del millecinquecentoquarantotto mi fu mandata in tre carte, una delle
quali, con certa inquisizione che il governator Nunno da Cunna in suo tempo
fece far per li nativi circa di quello che si aveva di memoria fra quelli
cristiani di san Tom e della sua vita, e cos uno libro della scrittura delli
Chini e l'altro della Persia, con alcune informazioni delli costumi delle genti
di quelle bande, io ho dato al reverendissimo messer Giovan Riccio di Monte
Pulciano, arcivescovo di Syponto, che in quel tempo, essendo in minoribus, era
in questo regno nunzio di papa Paulo terzo, per avermi lui richiesto che li
donasse qualche cosa delle bande di India per mandar al reverendissimo cardinal
Farnese, nepote del medesimo papa, che gliela domandava a instanzia del
reverendo messer Paulo Iovio, vescovo nocerino, uomo diligente e curioso di
queste cose degne di scrittura, per metter nella sua istoria generale del suo
tempo, secondo promette nelle opere di questa facult gi date in luce. Delle
quali cose io non volsi esser avaro, ricordandomi che nella scrittura e stilo
di questo dottissimo messer Paulo le mie addizioni restariano poste in edificio
di perpetua memoria, della qual sorte di vita io faccio maggior capitale
nell'animo mio che di facult e ricchezze.
E ritornando a continuar la descrizione della nostra costa dalla citt di San
Tom, dove siamo dimorati per laude di questo apostolo nostro protettore
dell'India, dalla sua citt fin a Paliacate vi sono nove leghe, e pi oltre
sono Chiricole, Aremogam, Caleture, Carceiro, Pentepoli, Mazulepatan,
Guadavari, appresso il capo di questo nome, che sta in dicessette gradi. Nel
qual finiscono le terre del regno di Bisnagar, come abbiamo detto, e principia
quello di Orixa, la costa del quale, per esser aspra di pochi porti, ha
solamente questi luoghi: Penacote, Calicam, Bazapatan, Vixaopatan,
Vituilipatan, Calinhapatan, Naciquepatan, Puluro, Panagate e il capo Segogora,
che li nostri chiamano Das Palmas per causa di alcune palme che ivi sono, le
quali sono dalli naviganti notate, perch gli danno notizia della terra. E da
questo capo dove fanno fine del regno Orixa, il qual sta in 21 gradi, all'altro
termino del fine del regno di Bengala, ch' la citt di Chatigam, che  in
ventiduoi gradi, vi sono le cento leghe che abbiamo detto. Restando per ancora
in questa distanzia di cento leghe nella volta del capo Segogora un colfo che 
del regno Orixa, dove vien a sboccar l'altro fiume nominato Ganga, del quale
adietro abbiamo parlato, il qual attraversa per la maggior parte di questo
regno, e passa al lungo della citt Ramana, metropoli di quello, e vien a
congiungersi con lo illustre fiume Gange, dove lui entra in mare. E percioch
tutta questa distanzia che  del capo Segogora fin a Chatigam si pu meglio
intendere per pittura che per scrittura, per esser tutta terra tagliata in
isole, secche e giarre che fanno le bocche del Gange con la copia delle sue
acque, non nominiamo le citt e abitazioni che sono in dette isole. Li curiosi
della situazione loro potranno veder nelle tavole della nostra geografia.
Adunque, continuando al lungo del nostro dito indice nella sesta parte della
general divisione che avemo fatta, la qual principia in Chatigam e finisce nel
capo di Singapula, che sta uno grado lontano dalla linea equinoziale verso la
parte della tramontana e leghe quaranta verso levante dalla nostra citt di
Malaccha, vi saran in tutta questa costa trecentottanta leghe, le quali
partimmo in questa maniera. Fin al capo di Nigraes, che  sedeci gradi, dove
principia il regno di Pegu, son cento leghe, nel qual spazio sono queste
abitazioni: Chocoria, Bacala, Arracan, citt principale del regno cos
chiamato, Chubode, Sedoa e Xara, che  nella punta di Nigraes. E di qui
passando alla citt di Tavay, ch' in tredeci gradi e la ultima del regno di
Pegu, resta un grande colfo di molte isole, seccagne e ghiare, le qual al modo
del Gange fa un altro molto potente fiume che parte tutta la terra di Pegu, il
qual vien dal lago di Chiamay, che sta verso tramontana per distanzia di
ducento leghe nella interior parte della terra, dal quale procedono sei
notabili fiumi, tre che si congiungono con altri e fanno il gran fiume che
passa per mezzo del regno di Sian, e gli altri tre vengono a sboccar in questo
colfo di Bengala: uno che vien traversando il regno di Caor, donde il fiume
prese il nome, e per quello di Comotay e per quello di Cirote, dove si fanno
tutti li eunuchi che sono condotti di Levante, e vien ad uscir di sopra di
Chatigam, in quel notabil braccio del Gange per mezzo della isola Sornagam;
l'altro di Pegu passa per il regno Ava, che  dentro fra terra, e l'altro esce
in Martabam fra Tavay e Pegu, in latitudine di quindeci gradi. E le abitazioni
che stanno fuora di questo colfo dell'isole di Pegu (che abbiamo detto) e vanno
al lungo della costa di quello sono Vagaru, Martabam, citt notabile per causa
del grande traffico che vi , e pi oltra Re Tagala e Tavay. Nella qual citt
di Tavay, poco tempo avanti che entrassimo nella India, principiava il regno di
Siam, e finiva nell'altro mare di levante nel regno di Camboia, nel quale
entrava il regno di Malaccha, che abbiamo conquistato da un Moro tiranno che
aveva ribellato contra questo re di Siam. In questa costa di terra, camminando
sempre al lungo del dito indice che figurammo, fino alla punta di quello che 
il capo di Singapula, e di l tornando per esso in su fino alla giuntura
dell'altro di mezzo, dove potr esser il regno di Camboia, vi saran poco pi o
manco di cinquecento leghe di costa, tutte di questo principe gentile, il qual
perse la maggior parte loro con la variazione delli tempi, e principalmente
dapoi che abbiamo preso Malaccha, percioch, scacciati da quella citt li Mori,
cercorono nove abitazioni al lungo di quella costa. E conciosiacosach'ella sia
di gente la pi salvatica di quelle bande, pigliati li miglior porti per via di
traffico e navigazione, che li nativi della terra non usano, si fecero signori,
e alcuni di loro s'intitulorono con nome di re. Adunque, con queste mutazioni
che fece il tempo e altre cose, quando Alfonso di Arbuquerque pigli Malaccha,
rest questa costa senza partizione di stati. E le abitazioni che sono di Tavay
fin a Malaccha sono queste: Ternassari, citt notabile, Longur, Teram, Quedam,
dove  il fior del pevere di tutta quella costa, Pedam, Pera, Solungor, e la
nostra citt Malaccha, capo del regno cos chiamato, la qual sta in gradi due e
mezzo della linea verso la tramontana.
E seguendo pi innanzi quaranta leghe  il capo di Singapura, dove principia al
lungo del dito indice la settima divisione, che  de l fin al fiume di Siam,
che (come abbiamo detto) la maggior parte di quello procede dal lago di
Chiamay. Al qual fiume, per causa della molta abondanzia delle acque che porta
seco, li Siamini chiamano Menam, che vuol dir madre dell'acque; ed entra nel
mare in latitudine di tredeci gradi, nella qual costa sono queste notabili
populazioni: Pam, che  capo del regno cos chiamato, Ponticam, Calantam,
Patane, Lugor, Cuy, Perperii e Bamplacot, che sta nella bocca del fiume Menam.
Dal quale cominciando a entrar nella ottava repartizione, nominaremo solamente
li stati delli principi che avicinano alla costa, ma non li luoghi, percioch
non servono allo intento della nostra istoria, perch in quella banda non 
stata la conquista nostra, ancor che abbiamo navigato la costa maritima per via
di contrattazione. E il primo stato ch' vicino a Syam  il regno di Camboia,
per mezzo del quale corre quel superbo fiume Mecon, il nascimento del quale 
nella regione della China, al quale si congiungono tanti e cos grandi fiumi; e
corre per tanta distanzia di terra che quando vuol uscir nel mare fa uno lago
di pi di sessanta leghe di lunghezza, e cos tagliata la terra alla uscita
sua, e con tante bocche, che non si pu comparar a lui alcuno degli altri
notabili fiumi che appresso di noi son celebrati. Passato questo regno di
Camboia s'entra nell'altro regno chiamato Champa, nelle montagne del quale
nasce il vero legno aloe, che li Mori di quelle bande chiamano calabuc , col
quale confina il regno che li nostri chiamano Cauchii China, e li naturali
Cachu. Il quale appresso di noi  il meno conosciuto regno di quelle bande, per
esser la sua costa molto pericolosa di fortune e grandi secche, ghiarre, e la
gente senza alcuna navigazione; e li forestieri che la navigano, che sono
Syamini e Malachini, di quattro navi ne soglion perder le due e alcune volte
tre, peroch con una che si scapoli si fa pi guadagno che se tutte quattro
andassero alla China. Pi innanzi di quello s'entra in la regione della China,
partita in quindici regioni, ciascuna delle quali potria essere un gran regno.
Le parti maritime che fanno al nostro proposito sono Cantam, Fuquiam, Chequeam,
dove sta la citt Nimp, e dove la terra fa un notabil capo, del qual nel
principio abbiamo fatto menzione, il qual sta in latitudine di gradi trenta e
un terzo: e fin qui corre la costa greco garbin.
Sono in questo parizzo, cominciando dalla isola di Ainam, dove si pescano le
perle, ch' il principio della governazion di Cantam, ducentosettantacinque
leghe, e di qui torna la costa a voltar verso il vento di maestro, dove finisce
l'ottava parte e principia la nona, che abbiamo detto non esser ancora navigata
dalli nostri. Per, secondo la cosmografia della China (che adietro abbiamo
detto), le provincie maritime di questo regno corrono quasi verso il vento del
maestro; sono queste tre: Nanquii, Xanton, Quinsii, dove la maggior parte del
tempo fa residenzia il re, che sta in quarantasei gradi. E corre ancora la
costa di questa provincia fin a cinquanta gradi, nella qual si contengono
quattrocento leghe, dove finisce la pi orientale e boreal terra ferma che
sappiamo. E ancora oltra questa parte maritima della terra ferma d'Asia abbiamo
navigato molta parte delle isole di questo grande oceano, come sono le isole di
Maldiva e Zeilam, che sta dirimpetto alla provincia di Indostam, Sumatra, Iava,
Timor, Burneo, Bandam, Maluccho, Lequio, e ultimamente l'isola delli Giapanesi
e la grande provincia di Meaco, che tutte giaceno di l da Malaccha. Restane al
presente un'altra cosa molto necessaria all'istoria, che s come in universali
abbiamo fatta descrizione di tutta la terra maritima dell'Asia, cos facciamo
etiam un'altra general relazione delli principi che la signoreggiano.


Capitolo secondo del libro nono, di alcuni re e principi delle parti orientali,
mori e gentili, con li quali avemo avuta communicazione, cos per via di
conquista come di contrattazione.

Ancora che nel capitolo precedente abbiamo detto che tutta la terra di Asia era
abitata da queste quattro nazioni di gente: Cristiani, Ebrei, Mori e Gentili,
le prime due potemo dir che in quelle bande sono pi tosto schiavi che liberi,
perch per ragione della sua abitazione sono sudditi delli Mori o Gentili, che
occupano tutta quella terra, come veggiamo esser la gente scismatica di
Armenia, Soria e Iudea, che tutta  tributaria al re di Persia e al gran Turco
alla maniera delli Greci. E veramente  cosa non da preterire, ma di fermarsi
nella considerazione di quella, e da noi stessi dolersi, vedendo quasi tutta la
rotondit della terra esser soggetta all'imperio de' Mori e Gentili, e la
Europa, che  la minor porzione in quantit, dove la Chiesa romana pareva aver
congregato il suo gregge, ancora questa il flagello del Turco  venuto a
consumarla in buona parte.
Or tornando al nostro proposito, tutta la terra che sta dal fiume di Sintacora,
che  per mezzo dell'isola Amiadiva, verso la tramontana e ponente, al tempo
che entrassimo nella India era delli Mori, e di l pi inanzi verso levante era
delli Gentili, eccetto il regno di Malaccha e la parte della maritima di
Somatra; alcuni porti della Iava e l'isole di Maluco eziandio erano delli Mori.
Nella terra che era delli Mori, cominciando dalla parte occidentale, cos come
avemmo fatta la descrizione di lei, erano questi principi: il re di Adem, di
Xael e di Fartaque, li quali signoreggiano tutta quella costa, e ancora che non
fussero molto potenti in navigazione, erano li suoi porti molto frequentati per
causa della gran contrattazione. Li vassalli delli quali, essendo in quelli
confini di Arabia, tutti erano valenti uomini della sua persona, sopportatori
delli travagli e molto atti per la guerra, come  la gente di Arabia. Il regno
di Ormuz gi da per s era pi grande in stato e facult e gente che li tre
sopradetti tutti insieme, e quello che lo faceva ancora pi potente era la
vicinit di Persia, donde poteva esser socorso. E s'el re di Persia che allora
regnava, chiamato siech Ismael, pigliava possessione di quello, come aveva
tentato, quando Alfonso di Albuquerque lo pigli, la nostra contenzione sarebbe
stata con altro principe pi grande in stato e potenzia che il grande Dario.
Pi oltra avevamo il re di Cambaia, col quale abbiamo avuto per molto tempo
guerra e ancor l'abbiamo, al quale n Xerse n Dario n Poro giunsero in
potenzia, stato e facult e animo militare. Passando Cambaia, da Chaul fin a
Sintacora abbiamo avuto guerra con lo Yzamaluco e Hidalcam, capitani del regno
Decan, che rappresentavano in potenzia, stato e facult duoi potentissimi re,
uomini dati all'uso della guerra; e li suoi eserciti erano ripieni di Mori,
Arabi, Persiani, Turchi e Rumi di tutte le nazioni di levante. Li Mori del
regno di Malaccha, Sumatra e Maluco, ancora che il poter loro era nelle parti
maritime, percioch quelle ch'erano dentro della terra ferma eran delli
Gentili, che si ritiravano alle montagne, e il concorso delli navilii che
andavano alli suoi porti li dava tanta provisione di artiglieria e armi che,
quando giungemmo a quelli, ne avevan pi di noi.
Quanto al stato delli Gentili, che  l'altra gente che signoreggia quelle
regioni (lassando li principi del Malabar), li pi principali con che avessimo
communicazione, percioch li suoi stati venivano a bere al mare, erano questi:
il re di Bisnagar, di Orixa, di Bengala, di Pegu, di Siam e della China. La
potenzia e facult delli quali  cosa tanto grande che la penna non ardisce
entrar nella relazione loro; solamente, per mostra della sua grandezza, diremo
quello che diceva il re di Cambaia, chiamato Badur, che fu morto per le nostre
mani, vicino di questi primi, cio che quanto alla facult lui era uno, il re
di Narsinga duoi e il re di Bengala tre, e al tempo che lui questo diceva,
aveva insieme raccolti ventiduoi millioni d'oro, i quali tutti spese in una
guerra fin alla sua morte. E perch lui non parl n del re Syam n della
China, per non aver con loro congiunzione alcuna come noi abbiamo avuto, daremo
qui qualche notizia della sua grandezza. Il re di Syam  principe che, avanti
che li Mori li rebellassino con il regno di Malaccha, cominciava il suo stato
in quella citt, che sta gradi due e mezzo dalla banda della tramontana, e
finiva nelli monti del regno delli Guei, che comincia in ventinove gradi; e con
tutto ancora oggi il suo stato passa di lunghezza trecento leghe, nel quale
sono questi: Cheneran, Chiamay, Camburii, Chiapumo, ed  principe che ha
trentamillia elefanti, delli quali tremila solamente sono per la guerra, e nel
tempo di guerra la citt Udia, capo del regno, fa cinquantamillia uomini.
Quanto al re della China, potemo ben affermar che solamente lui in terra di
popolo, potenza, ricchezza e civilit  pi che tutti questi altri, percioch
il suo stato contiene in s quindeci provincie, che loro chiamano governanzie,
ciascuna delle quali  un regno molto grande; e nella sua geografia che abbiamo
avuto, trattando l'autor di ciascuna provincia, fa uno sommario della entrata
che ha: e se  vera l'interpretazione delli numeri de' suoi conti, mi pare che
ha maggior entrata che tutti li regni e potenzie di Europa. E io li ho qualche
fede, perch uno schiavo chino che comperai per interpretarmi queste cose
sapeva etiam legger e scriver nella lingua portoghesa, ed era grande
abbachista. E le cose che possono ancora affermar quel che abbiamo detto sono
che la costa per mare del suo stato passa da settecento leghe, percioch chi
parte da Cantan per andar dove sta il re per il manco attraversa cinquanta
leghe, e il tutto  cos pieno di abitazioni che niuno dorme fuora nel campo.
La terra in s ha tutte le sorti di metallo in gran quantit. Lavori mecanici
sono molto pi che in Fiandra e Alamagna, perch  tanto grande il popolo che
per sostentarsi fanno opere d'ogni sorte, tanto eccellenti e sottili che non
paiono fatte con le mani, ma lavorate dalla natura. Finalmente  tanto grassa e
abbondante di tutto che, stando alcuni delli nostri in un porto appresso la
citt di Nimp, in tre mesi hanno visto caricar quattrocento bahari di seta
sciolta e tessuta, che sono milletrecento cantari delli nostri di Lisbona, che
fanno centosessantasei migliara in circa al peso grosso di Venezia. Abbiamo
dato una general notizia di questi principi per le cause che adietro abbiamo
detto.


Capitolo primo del libro decimo, nel quale si descrive la regione del regno di
Cefala, e delle mine d'oro e l'altre cose che vi sono, ed etiam delli costumi
della gente e del suo principe Benomotapa.

Tutta la terra che contammo del regno di Cefala  una grande regione
signoreggiata da un principe gentile chiamato Benomotapa, la quale 
abbracciata in modo d'isola da due braccia d'un fiume che procede dal pi
notabile lago che ha tutta l'Africa, molto desiderato di saper dalli antichi
scrittori per esser il principio nascoso dello illustre Nilo, del qual etiam
procede il nostro Zaire, che corre per il regno di Manicongo. Per la qual parte
potemo dire essere questo grande lago pi vicino al nostro mare oceano
occidentale che all'orientale, secondo la situazione di Ptolomeo, percioch del
medesimo regno di Manicongo si mettono in lui questi sei fiumi: Bancare, Vamba,
Cuyla, Bibi, Mariamaria, Zanculo, che sono molto potenti in acque, oltra di
altri senza nome, che lo fanno quasi un mare navigabile di molte vele, nel
quale vi  l'isola che fa da s pi di trentamilia uomini, che vengono a far
guerra con quelli della terra ferma. E di questi tre notabili fiumi che al
presente sapemo proceder di questo lago, li quali vengono ad uscire nel mare
tanto distanti l'uno dall'altro, quel che corre per pi terre  il Nilo, il
quale li Abissini della terra del Prete Ianni chiamano Tacuii, nel quale si
mettono altri duoi notabili, che Ptolomeo chiama Astabora e Astapus, e li
naturali Taccazii e Abanhi. E ancora che questo Abanhi (che appresso loro vuol
dire padre dell'acque, per l'abondanzia che ha) procede da un altro grande lago
chiamato Barcena, e da Ptolomeo Coloa, ed etiam abbia isole dentro dove sono
alcuni monasterii di religiosi, come si vedr nella nostra geografia, non
possono compararsi a questo nostro grande lago, percioch, secondo la
informazione che abbiamo per via di Manicongo e di Cefala, aver di lunghezza
pi di cento leghe. Il fiume che vien contra Cefala, dapoi che esce di questo
lago e corre per molta distanzia, si divide in due braccia: l'uno va a uscir di
qua del capo delle Correnti, ed  quello che li nostri anticamente chiamano
Fiume del Lago, e al presente dello Spirito Santo, novamente posto per Lorenzo
Marquez, che and a discoprirlo l'anno del millecinquecentoquarantacinque; e
l'altro braccio esce a basso di Cefala venticinque leghe, chiamato Cuama,
ancora che dentro per la terra ferma li popoli lo chiamano Zambere. Il qual
braccio  molto pi potente in acque che l'altro dello Spirito Santo, per esser
navigabile pi di ducentocinquanta leghe, e perch in lui si mettono questi sei
notabili fiumi, cio Panhames, Luangoa, Arruya, Maniovo, Inadire, Ruenia, che
tutti bagnano la terra di Benomotapa: in la maggior parte di loro si trova
assai oro. Adunque, con queste due braccia e il mare dall'altra banda, rimane
questo regno di Cefala in una isola, che potr aver di circuito pi di
settecentocinquanta leghe, la qual isola nel sito, vettovaglie, animali e
abitazioni  quasi come  la terra Zanguebar, della qual abbiamo scritto, per
essere una parte di lei; nondimeno, come si va allontanando dalla linea
equinoziale, eccetto la parte maritima di esso, di questo fiume Cuama fin al
capo delle Correnti per dentro della terra ferma tutto  paese eccellente,
temperato, salutifero, verde e fertile di tutte le cose che ivi si possono
desiderare. Solamente quella parte dal capo delle Correnti fino alla bocca del
fiume Spirito Santo, discostandosi un poco dal lito maritimo, tutta  campagna
di grandi pascoli di ogni sorte d'armenti, ma  cos povera di arbori che con
lo sterco degli animali si scaldan le genti, e si veston delle pelli di quelli,
per esser freddissima, per cagion delli venti che vengono da quel mar gelato di
sotto il polo antartico. L'altra terra, che va al lungo del fiume di Zuama
della parte interiore di tutta l'isola, per il pi  montuosa, coperta di
arbori, bagnata da fiumi, graziosa nella sua situazione: e per  pi abitata,
e la maggior parte del tempo vi fa residenzia il re Benomotapa. E per esser
cos frequentata fuggono di l gli elefanti e vanno a stanziar per l'altra
campagna, mettendosi insieme a modo di mandrie di vacche: e non pu esser di
manco, percioch generalmente si dice fra quelli Cafri che ogni anno muoiono
quattro over cinquemila teste di elefanti, e questo si pu credere vedendo la
grande quantit di avorio che di l si porta all'India.
Le mine di questa terra dove si cava l'oro, le pi propinque a Cefala sono
quelle che loro chiamano Manica, le quali sono in un campo circondato di
montagne, che hanno in circuito trenta leghe; e generalmente conoscono il luogo
dove nasce l'oro perch veggono la terra secca e povera di erbe. E chiamasi
tutta questa comarca Matuca, e li popoli che cavano le mine Botongas, li quali
ancora che siano fra la linea dell'equinoziale e il tropico di Capricorno, 
tanta la neve in quelle montagne che nel tempo del verno, se alcuno resta nelle
sommit di quelle, muore aggiacciato. Ma nel tempo della estate in cima di
quelle l'aere  cos puro e sereno, che alcuni delli nostri, che in quella
stagion vi si trovorono, hanno veduto la luna nuova nel d medesimo della
congiunzione. In queste mine di Manica, che sono di Cefala verso il ponente da
cinquanta leghe, per esser terra secca, tengono li Cafri alcun travaglio,
percioch tutto l'oro che vi si trova  in polvere, e li bisogna portar la
terra che cavano in qualche luogo dove trovino acqua: per il che fanno alcune
fosse dove nell'inverno si raccoglie l'acqua, e generalmente niuno cava pi che
sei o sette palmi d'alto, e se giungono a vinti, trovano per tutta quella terra
il fondo pieno di pietre. Le altre mine, che sono pi lontane da Cefala, sono
distanti da cento fino a ducento leghe. E sono in questi contorni Boro,
Quiticuy, nelli quali, e nelli fiumi che sopra nominammo che bagnano questo
paese, si trova l'oro pi grosso, e alcun nelle vene delle pietre, e altro gi
netto e purificato dalle molte acque dell'inverno: e perci in alcuni luoghi di
detti fiumi, come vien il tempo della estate, costumano notare e sommergersi in
quelli, e nel fango che portano di sopra ritrovano molto oro. In altre bande
dove sono alcune lagune si mettono insieme ducento uomini a evacuar la met
dell'acqua, e nel fango che cavano trovano l'oro, secondo che la terra 
abbondante di esso. E se la gente fosse desiderosa e cupida se ne averebbe
grande quantit, ma la gente in questa parte di cavarlo  tanto pigra e ignava,
o per dirla meglio cos poco desiderosa, che una gran fame bisogna che sia
quella che facci che uno di quelli negri lo vada a cavare. E per aver l'oro da
detti negri, gli altri Mori che sono fra queste genti in questo traffico usano
un artificio per farli desiderosi e cupidi, percioch vestono quelli con le
moglieri di panni, e li danno paternostri di vetro di diversi colori e altre
bagattelle delle quali loro si dilettano, e dapoi che gli hanno contentati li
dicono darli tutto in credenza, e che vadano a cavar l'oro, e che dapoi fra un
certo termine li pagheranno quelle robbe che hanno avuto, di maniera che con
questa arte di darli in credenza li fanno cavar l'oro, e sono cos fideli che
mantengono sempre la sua parola.
Hanno altre mine in un paese che chiamano Toroa, che per altro nome si chiama
il regno di Butua, del quale  signor un principe chiamato Buro, vassallo di
Benomotapa, il qual paese  vicino a quello che abbiamo detto esser di campagne
grandi, e queste mine sono le pi antiche che si sappiano in quel paese, tutte
in campagna, nel mezzo del quale  una fortezza quadra tutta di pietra dura per
dentro e di fuora molto ben lavorata, di pietre di maravigliosa grandezza,
senza che si possa veder fra l'una e l'altra calcina. E il muro di essa  pi
di venticinque palmi in larghezza, e l'altezza non  cos grande al rispetto
della larghezza. Sopra la porta di quello edificio vi  una scrittura a modo di
epitafio, che alcuni di quelli detti Mori n altri hanno saputo mai leggere, n
dir che lettera fussi quella. E quasi intorno di questo edificio, in alcuni
luoghi eminenti, sono altri alla similitudine di quello nel lavoro delle pietre
e senza calcina, dove  una torre alta pi di dodici braccia. Tutti questi
edificii da quelli della terra sono chiamati symbaoe , che appresso loro vuol
dir corte, percioch ogni luogo dove  Benomotapa chiamano cos. E secondo che
loro dicono, da questo edificio, per esser cosa reale, hanno avute tutte
l'altre abitazioni del re questo nome. Vi sta uno uomo nobile alla custodia di
quello a modo di castellano, e questo tal officio chiamano symbacayo , quasi se
volessimo dire custode di symbaoe, e sempre in esso stanziano alcune moglie di
Benomotapa, delle quali questo symbacayo ne ha la cura. Quando o da chi questi
tali edificii siano stati fatti, non avendo la gente della terra lettere, non
vi  tra loro memoria alcuna; solamente dicono essere opera del diavolo,
perch, comparando il poter e saper loro, non li pare che potriano uomini
averla fatta. E alcuni Mori che gli hanno veduti, mostrandoli Vicente Pegado
capitano che fu di Cefala l'opera di quella nostra fortezza, cos il lavoro
delle finestre e degli archi, per paragonare con le pietre lavorate di detta
opera, dicevano non esser da comparare, tanto quella era netta e perfetta. La
qual  distante da Cefala verso ponente per linea diritta poco pi o manco di
centosettanta leghe, in latitudine fra gradi venti e ventiuno dalla parte
dell'ostro, senza che per quelle bande si trovi alcun edificio antico n
moderno, percioch la gente, essendo molto barbara, fanno per tutto le sue case
di legnami. E per giudicio delli Mori che gli hanno veduti par esser cosa
antichissima, e che sia stata fatta ivi per aver possessione di quelle mine,
che sono molto antiche, delle quali non si cava oro molti anni fa per causa
delle guerre. E riguardando il sito e il modo dell'edificio posto tanto nel
cuore della terra, e che li Mori confessano non esser opera loro per la sua
antichit, e pi perch non conoscono li caratteri dell'epitafio che  sopra la
porta, potressimo ben congietturar quella esser la regione chiamata da Ptolomeo
Agysymba, dove fa sua computazione meridionale, perch il nome di essa e cos
del capitano della guardia in alcun modo s'assimigliano, e l'uno di loro 
stato corrotto dall'altro. E ponendo in questo il nostro giudicio, penso che
questa tal opera facesse far alcun principe che in quel tempo era patrone di
queste mine, come possessioni di esse, la qual perse poi col tempo e ancora per
essere molto lontane dal suo stato, percioch per la similitudine degli
edificii si assomigliano molto ad altri che sono nella terra del Prete Ianni,
in un luogo chiamato Caxumo, che dicono esser stata una citt camera della
regina Saba, che Ptolomeo chiama Axuma, e che 'l principe di questo stato fossi
signor di queste mine, e per causa di quelle ordinasse di far questi edificii,
nel modo che noi al presente abbiamo fatto in la fortezza della Mina e questa
medesima di Cefala. E conciosiacosach nel tempo di Ptolomeo, per via degli
abitatori della terra di Abissini, quale lui chiama Etiopia sopra Egitto,
questo paese di che parliamo in alcun modo non era noto per ragione di questo
oro, perch il luogo averia nome, per fece esso Ptolomeo qui termine, e il suo
computo della distanzia australe.
Tutta la gente di questa regione generalmente  negra, delli capelli ritorti;
nondimeno ha pi intelletto che l'altra che corre verso Mozambique, Quiloa,
Melinde, fra la quale  assai che mangiano carne umana, e che salassano li buoi
e vacche per beverli il sangue. La gente del stato di Benomotapa  molto pi
disposta per convertirsi alla nostra fede, percioch credono in un solo Dio,
che loro chiamano Mozimo, e non hanno idolo n cosa che adorino. Ed essendo
generalmente tutti li negri dell'altre bande molto dati alla idolatria, a
stregherie e fatture, niuna cosa  pi punita fra costoro che un di questi
tali, non per causa di religione, ma perch gli hanno per cosa molto
pregiudiciale alla vita e ben degli uomini, e niuno pu scapolar dalla morte.
Hanno duoi altri peccati uguali a questo, cio adulterio e latrocinio, e basta
assai per condannar un uomo per adulterio averlo veduto seder nella stuora dove
siede la moglie d'un altro: e ambidui muoiono per giustizia. E ciascuno pu
aver tante mogli quante li basta l'animo di sostentare, per la prima  la
principale e a lei servono tutte l'altre, e li figliuoli di quella sono gli
eredi, secondo che sono li primigeniti di Spagna. Non pu alcuno tor moglie se
non dapoi che li vengono i suoi mesi, perch allora  atta di poter
ingravidarsi: e quando vien questo d, costumano di far gran festa. In due cose
hanno modo di religione, in osservar alcuni giorni in li suoi morti, percioch
delli giorni osservano il primo della luna, il 6, 7, 11, 16, 17, 21, 26,
27 e il 28, conciosiach in questo nacque il suo re; e di qui ritornano a far
un'altra computazione, e la religione consiste nel primo, sesto e settimo, e
tutti gli altri  repetizione loro sopra le decine. Quanto alli defunti, dapoi
che alcun corpo  consumato prendono le sue ossa dell'ascendente over
descendente, o della moglie da che ebbero molti figliuoli, e salvano queste
ossa con segni per conoscere di che persona sian stati; e di sette in sette
giorni nel luogo dove gli hanno, che  a maniera di corte discoperta, stendono
panni sopra tavole con pane e carne cotta, quasi offerendo quel cibo alli suoi
defunti, alli quali fanno preghiere. E la principal cosa che li domandano 
favor per le cose del suo re. E passate queste orazioni, che si fanno stando
tutti vestiti di bianco, il patrone della casa con la sua famiglia si mette a
mangiar quella offerta. Le generali vesti di tutti sono di panni bambagini che
si fanno nel paese, e di altri che vengono dall'India; e ne sono molte vesti
tessute con fili d'oro, che vagliono fino a venti ducati d'oro l'una, ma di
queste non si vestono se non gli uomini e donne nobili. E Benomotapa re della
terra, ancora che sia patrone di tutte e le sue mogli vadano vestite di quelle
vesti pi ricche, la sua persona non ha da vestir panno forestiero, ma fatto
nel paese, perch ha paura che, venendo da mano de forestieri, non fosse
avenenato con qualche mala cosa che li faccia danno.
Questo principe che chiamiamo Benomotapa o Monomotapa  come fra noi imperator,
percioch questo significa il suo nome appresso di loro; lo stato del quale non
consiste in molti apparati, tapezzaria o supellettile per servizio della sua
persona, perch il maggior ornamento che abbi nella sua casa sono alcuni panni
bombagini che si fanno nel paese con molti lavorieri, ciascuno delli quali sono
da quattro braccia per quadro, e vagliono da venti fino a cinquanta ducati.
Servesi inginocchioni e con farli la credenza, la qual si piglia non avanti di
quello che gli danno a mangiare, ma dipoi di quello che resta. E al tempo che
lui beve o tosse, tutti quanti che sono presenti danno un grido con qualche
parola buona in laude del re, donde adviene che 'l grido corre da un luogo
all'altro, di maniera che tutta la citt sa quando il re beve o tosse. E per
reverenzia, essendo avanti di lui, nessuno si chiarisce la voce, e tutti sono
obligati di star a sedere: e se alcuno li parla stando in piedi, sono
Portoghesi e Mori, e alcuni suoi alli quali lui concede questo per
onorificenzia. E il primo over il secondo di dignit che sia in casa sua pu
sedere sopra un panno, e il terzo che possi aver porte nell'uscio di casa: e
questa  dignit di gran signori, percioch tutti gli altri non hanno porte. E
dice lui che le porte sono fatte per la paura di malfattori, e poscia che lui 
giustizia, che li piccioli non deono aver paura d'alcuna cosa, e se lui concede
porte alli grandi  per riverenzia delle loro persone. Le case generalmente
sono di legname, fatte a guisa di campanili, cio molti legni posti appresso ad
un pilone come un padiglione, e di sopra son coperte di seve o terra o qualche
altra cosa che sostegna l'acqua disopra. E vi  qualche casa di queste fatta di
legni tanto grossi e longhi come un grande arbore di nave, e quanto pi grandi
sono, tanto  maggior onore.
Ha questo Benomotapa per grandezza una musica a suo modo, cio che in ogni
luogo dove lui sta, fin nella campagna sotto di un arbore, vi son buffoni pi
di cinquecento col capitano loro, e questi vegghiano tutta la notte fuora della
casa dove lui dorme, parlando e cantando cose da ridere, e nel tempo della
guerra anco questi combattono e fanno qualche altro servizio. Le insegne del
suo stato reale  una zappa molto picciola con un manico d'avorio, che porta
sempre alla cintura: per questa dinota pace, cio che tutti zappino e acconcino
la terra; e l'altra  uno o duoi dardi (cio arme d'asta sottile), per li quali
dinota giustizia e defensione del suo popolo. Sotto del suo dominio vi son
grandi principi, alcuni delli quali che avicinano con regni alieni alle fiate
ribellano contra lui, e perci lui costuma menar seco gli eredi di costoro. La
terra  libera, e non li pagano altro tributo che portarli qualche presente
quando vanno a parlarli, percioch niuno va mai avanti di alcun altro che sia
pi grande di lui che non porti qualche cosa in mano per offerirli, in segno di
ubidienza e cortesia. Ha una maniera di servizio in vece di tributo, che tutti
li gentiluomini continovi di sua corte e li capitani della gente di guerra,
ciascuno con tutti li suoi, sono obligati ogni trenta giorni di donarli sette
d di servizio nel seminar e raccoglier over in qualche altra cosa; e li
signori a chi lui dona qualche terra con vasalli per suo vivere sono obligati
di farli il medesimo servizio. Alcuna volta, quando egli vuol qualche servizio,
manda alle mine dove si cava l'oro a partir una o due vacche, secondo il numero
delle genti che vi sono, in segno d'amore: e per retribuzione di quella
visitazione ciascuno di loro gli d un poco d'oro, di valuta fin a dieci lire
di piccioli. Ancora nelle fiere che si fanno i mercanti gli fanno certo
presente, per se non lo pagano non si fa contra loro esecuzione; ma il
mercante che non lo d non pu andar davanti di esso Benomotapa, il che fra
loro  riputato gran male.
Tutti li casi della giustizia, ancora che vi siano altri giudici e officiali di
quello, lui per la sua propria bocca ha da confirmar la sentenzia, condannando
over assolvendo la parte secondo che li pare. E non hanno prigioni, percioch
li casi subito sono determinati in quel medesimo giorno che si fa la lite, per
quello che le parti allegano e con li testimonii che ciascuno presenta. Quando
non sono testimonii, se 'l reo vuol che si stia al suo sacramento, si fa in
questo modo: tritano minutamente la scorza d'un certo legno, la qual cos
sminuzzata gettano in un vaso d'acqua, e il reo la bee, e se non vomita 
assolto, e vomitando  condannato. E se l'attor, quando il reo non vomita, vuol
pigliar il medesimo beveraggio e anco egli non vomita, restano spese per spese
e non si procede pi nella lite. Se alcuna persona li domanda qualche grazia o
mercede, l'espedisce per terza persona, la qual  come estimator del prezzo che
gli ha da donar per la tal cosa; e alcuna volta si domanda tanto per essa che
non accettano la grazia o mercede, e non basta quello che si dona al principe,
ma ancora il terzo vuol la sua porzione.
Fra loro non sono cavalli, e perci la guerra che fa Benomotapa  a piede, con
queste armi, cio archi, freccie, dardi, daghette, securi di ferro che tagliano
benissimo; e la gente ch'egli tiene pi appresso di s sono da ducento cani,
percioch dice che questi sono fidelissimi servitori, cos nella caccia come
nella guerra. Tutto il bottino che si piglia nella guerra si divide fra la
gente, li capitani e il re, e ciascuno porta seco di casa sua quello che ha da
mangiar, ancora che il principe sempre li manda delle pecore o buoi che mena
nello esercito. Quando cammina, dove dee alloggiar li fanno una casa nuova di
legnami, e in quella vi debbe esser di continuo fuoco acceso, senza che sia
estinto, perch dicono che nella cenere si possono fare alcuni maleficii in
danno della sua persona. Nel tempo che vanno in guerra non si lavano mai le
mani n il volto, per mostrar dolor, fin che non abbino vittoria contra li suoi
nimici, n manco conducono le sue mogli alla guerra, ancor che siano cos ben
volute e onorate da loro che, se una moglie di uno va per una strada, e per la
medesima passa il figliuolo del re, egli  obligato di darli luogo dove la
passa, e lui di fermarsi. Benomotapa dentro delle porte della sua casa tiene
pi di mille donne, figliuole di signori, ma vuole che la prima sia signora di
tutte l'altre, ancora ch'ella sia pi bassa di generazione, e il primo
figliuolo di questa  erede del regno. E quando vien il tempo del seminare
overo del raccoglier le biade, la regina va al campo con l'altre donne a
proveder a tutte le faccende, e hanno questo per grande onore. Molti altri
costumi ha questa gente diversi da' nostri, li quali in alcun modo non pare che
si convenghino con la ragione della civilit, secondo la loro barbarie. E
vogliamo lassarli, perch in questi ci siamo tanto dilatati che abbiamo passato
i termini della istoria.

FINE VOLUME SECONDO.
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