Questo e-text  stato gratuitamente scaricato da
www.liberliber.it
e adattato dalla Fondazione Ezio Galiano per
renderne autonoma la lettura ai privi della vista.

Giovanni Battista Ramusio

Navigazioni e viaggi

Volume secondo

Di alcune dimande che furon fatte a don Francesco Alvarez per lo archiepiscopo
di Braga,
e delle risposte che gli fece.
Cap. CLIX[numero errato anche nell'originale]

Stando noi nella corte nella citt di Coimbra, non si tard molto che 'l re
nostro signor si part al cammino di Almerin, ove alcune fiate io ricordai a
sua Altezza che mi mandasse a Roma, a finir l'ambasciata impostami dal Prete
Ianni: la qual mi rispose che se ne ricordava, ma che per causa delle guerre di
Francia il cammino non era sicuro. Dipoi un'altra fiata, trovandosi sua Maest
in Lisbona, e la supplicai che, mandando il signor Bras Neto ambasciadore, io
andassi con esso; mi rispose che il detto signor Bras andava all'imperadore e
non a Roma, e che io andaria in compagnia di don Martino, che presto lo voleva
spedire. In questo mezzo, essendo nell'anno 1529 vacato un bon beneficio
nell'archiepiscopato di Braga, sua Maest me ne fece grazia, e mi ordin che io
andassi a presentarmi al signor archiepiscopo don Diego di Sausa, acci che me
lo confermasse: e la qual cosa avendo fatta, sua signoria mi dimand di assai
cose del paese del Prete Ianni, le quali volse che fossero scritte. E ancor che
nel libro sopra detto in molti luoghi di quelle in gran parte ne sia fatta
memoria, pur non si restar di notarle ancora qui di sotto.
Il Prete Ianni non ha luogo determinato dove di continuo egli stia, ma va
sempre vagando ora ad una parte ora all'altra, e sempre in tende armate alla
campagna, delle quali fra buone e triste nel suo campo possono essere da 5 o
seimila, e fra genti a cavallo e mule da 50 e pi mila.
Il costume universale del Prete Ianni, come di ciascuna altra persona,  di non
passar mai stando a cavallo avanti ad alcuna chiesa, tanta riverenza lor
portano, ma avanti che arrivino dismontati e menati li cavalli a mano oltra,
ritornano a cavalcare.
Quando cammina il Prete Ianni con tutta la gente, l'altare e la pietra sagrata
sopra qual si dice la messa  portata da preti in su le spalle, perch elle son
poste sopra un letto di legno piccolo: e li preti son sempre otto, cio quattro
per muta a portarla, e avanti vi va un chierico con un turribolo e una
campanella sonando, e ciascuno si allarga dal cammino, e quelli che sono a
cavallo smontano e fanno lor riverenza.
In tutto questo paese non  luogo che passi da 1600 fuochi, e di questi vi sono
pochi, n vi  luogo murato n castello; le ville sono senza numero, con
infinita moltitudine di genti. Le loro abitazioni sono fatte in forma ritonda,
tutto a terreno, e coperte di terrazzi o veramente d'una loro paglia, che dura
la vita d'un uomo, con le corti d'intorno. Non vi sono ponti di pietra sopra i
fiumi, ma di legno. Dormono communemente sopra cuoi di bue, o vero in letti
fatti di corde de' medesimi cuoi. Non hanno niuna forma o maniera di tavole da
mangiare, ma mangiano sopra alcuni piattelli piani di legno di una gran
larghezza, senza tovaglia n mantile. Hanno alcuni piatti grandi, come bacini,
di terra negra, lustri come ambro nero, e vasi come coppe per bever acqua e
vino, della medesima terra. Molti mangiano la carne cruda, altri l'arrostiscono
sopra le bracie o ver legni accesi, e anche vi son paesi che hanno tanta
carestia di legne, che l'arrostono sopra il letame di bue acceso.
Le loro armi sono azagaie, spade poche, camicie di maglia poche, e quelle anche
lunghe e strette: e li nostri che le hanno vedute dicono che son fatte di
triste maglie. Hanno molti archi e freccie, ma non hanno penne come le nostre;
celate e mezze teste molto poche, e queste anco dipoi che hanno cominciato ad
aver commerzio con Portoghesi; vi sono molte targhe, e quelle fortissime. Di
artegliarie alla nostra partita avevan quattordici spingarde di ferro, comprate
da Turchi che vengono a contrattar alle marine, e il Prete comandava che elle
fussero pagate ci che dimandassero, acci che tornassero a portarne, e faceva
insegnar ad alcuni suoi a tirarle. Bombarda non v' alcuna, se non due code che
noi vi portammo.
Il fiume del Nilo io non ho veduto, e vi fui vicino due giornate piccole di
quindici miglia l'una, poco pi o manco; ma alcuni de' nostri Portoghesi
andarono fino dove sono li suoi fonti, nel regno di Goyame, i quali vengono da
dui gran laghi come mari, e venendo fuori fanno alcune isole, e dipoi si
distende a correr verso l'Egitto. La causa che il Nilo inonda l'Egitto 
questa, che cominciando il verno generale nell'Etiopia alla met di giugno,
fino a mezzo settembre, per le grandissime pioggie che di continuo senza cessar
si fanno in quel tempo, il Nilo si fa grosso, inonda l'Egitto.
In tutto detto paese non si costuma scrivere un all'altro, n gli officiali di
giustizia mettono alcuna cosa in scrittura, ma il tutto si fa per messi e con
parole; solamente mi fu detto che l'entrate de' tributi del Prete sono scritte,
s del ricever come del dispensare.
Il Prete Ianni ha duo sopranomi, cio acegue, che vol dir imperadore, e neguz
re. Il suo patriarca di tutta l'Etiopia si chiama abuna, che vuol dir padre, n
vi  altro che ordini se non lui.
Vino di uva non si fa se non in duo luoghi, cio in casa del Prete Ianni e
dell'abuna Marco publicamente: e se altrove il fanno,  di nascoso. Il vino col
qual si dice la messa si fa in questo modo: nelli monasteri e chiese, tengono
molte uve meze secche e come passe nelle sacrestie, e le mettono in acqua per
dieci giornate; gonfiate che elle sono, le rasciugano e poi con torcolo le
priemeno, e con quel vino dicono messa.
In questo paese si trova molto oro, argento, rame e stagno, ma non lo sanno
cavar delle mine. Non vi corre moneta d'oro n d'argento, ma tutte le comprede
fanno con baratti di dar una cosa e pigliar l'altra. E danno anche oro in
pezzetti di una dramma e di una oncia. Il sale  la principal cosa che corre
per tutto il paese per moneta.
Vi sono alcuni paesi che fanno assai grani e orzi, e in altri miglio; e in
questi ove non nasce il grano, vi nasce tafo da guza, semenza appresso di noi
non conosciuta, ceci, fava, fagiuoli, chicharos e di ogni sorte di legumi in
grandissima abbondanza. Vi sono infinite canne di zuccaro, ma non lo sanno
cuocer n affinar: solamente le mangiano crude. Vi sono assai uve e pesche
grandi e buone, e si maturano nel mese di febraio fin in aprile. Di naranci,
limoni, cedri non si potria dir la quantit, perch nascono da lor medesimi;
erbe di orto poche vi sono, per non le voler piantare n seminare.
Tutto il paese  pieno di basilico, e per li boschi e monti vien molto grande;
e vi sono ben delle altre erbe odorifere di diverse sorti, ma non conosciute da
noi. Di arbori delli nostri conosciuti non vi ho visto altri che mi ricordi se
non cipressi, susini sebestem, giuggioli, salici apresso li fiumi; non vi si
trovano poponi, citriuoli n rape.
Si trovano in alcune parti grandissime pianure, e in altre montagne grandi:
nondimeno tutte sono fruttifere e coltivate. Non vi  montagna alcuna dove si
veda neve, n vi nevica, ancora che vi siano di grandissimi gieli, e massime
nelle terre piane. E universalmente tutti quelli paesi sono pieni d'infiniti
armenti di ogni sorte di animali.
Vi  grandissima quantit di mele per tutta quella terra, e li buchi delle api
non sono posti al modo nostro fuor di casa, ma li tengono nelle camere dove
stanno li lavoratori, accostati al muro, nel qual vi fanno un poco di apertura
donde le api possono andar fuori al pascolo. Elle vanno volando ancor per le
camere, e per questo non lasciano di star in casa, perch vanno e vengono. Se
ne alleva gran quantit, e massime nelli monasteri, per esser gran fondamento
del lor vivere. Si trovano anche api per li boschi e per li monti, appresso li
quali vi pongono degli scorzi cavati, e ripieni che sono se le portano a casa.
Raccolgono molta cera e ne fanno candele, perch di sevo non usano.
Non hanno olio di olive, ma di una sorte che chiamano hena, e l'erba ha la
similitudine di pampanetti piccoli di vigna: questo olio non ha odore alcuno,
ma  bello come un oro. Vi si trova l'erba del lino, ma non lo sanno acconciare
per farne tela. Vi  ben molto gottone, e ne fanno panni di quello, e di colori
diversi. Vi  anco una terra tanto fredda che sono sforzati di andar vestiti di
panno grosso, come rovano scuro.
Circa il medicar gli ammalati ne sanno poco, anzi niente, perch, se ad alcun
gli duole alcuna parte del corpo, non sanno far altro se non mettergli ventose,
e per il dolor di testa gli salassano il capo, mettendogli un coltello sopra la
vena, e con un legno li danno sopra per cavargli sangue. Hanno pur alcune erbe,
il succo delle quali beono, e fanno purgare il corpo.
Si troveriano in quelli paesi infiniti frutti, e raccoglieriano maggior
quantit di biade, se gli uomini grandi non trattassero male il popolo minuto,
perci che gli togliono tutto ci che hanno, e li poveri uomini non seminano
pi di quello che fa lor di bisogno.
In niuna terra che io sia stato ho veduto far beccaria di carne se non nella
corte, e negli altri luoghi niun pu amazzar un bue, ancor che sia suo, se non
dimanda licenzia al signore della terra.
Circa la giustizia ordinaria, non  usanza di far morire alcuno, ma lo battono
secondo la qualit del delitto, e anco cavano gli occhi e tagliano le mani e'
piedi; nondimeno ne ho veduto abbruciare uno, per essere stato trovato a robar
in chiesa.
La gente commune dice poche volte la verit, ancor che le si dia il giuramento,
se non sono astretti a giurar per la testa del re.
Temono grandemente la scommunicazione, e se  lor comandato far alcuna cosa la
qual sia in lor pregiudicio, la fanno per paura della scommunicazione. Il
giuramento si d in questo modo: vanno alla porta della chiesa con dui preti
che hanno dell'incenso e del fuoco, e quel che ha da giurare mette la mano
sopra la porta della chiesa, e li preti gli dicono che debbia dir la verit,
dicendo: "Se tu giurerai il falso, come il lione inghiotte la pecora nel bosco,
cos l'anima tua sia inghiottita dal diavolo, e s come il grano  macinato
sotto le macine, cos le tue osse siano macinate dal diavolo, e s come il
fuoco abbrucia le legne, cos l'anima tua sia abbruciata nel fuoco
dell'inferno". E quel che giura a ciascuna di queste interrogazioni dice
"Amen". "Ma se tu dirai la verit, la vita tua con onor sia prolongata, e la
tua anima vada in paradiso con li beati"; e dice "Amen". Il che finito, gli
fanno dire la testimonianza.
Niuna persona siede in chiesa, n vi entrano calzati, n sputano, n vi lassano
entrare alcun cane n altro animale. Si confessano stando in piedi, e cos
ricevono l'assoluzione. Cos dicono gli offizii nelle chiese delli canonici
come di frati, li quali non tolgono moglie, ma li canonici e preti s, e quando
vivono insieme, li canonici vanno a mangiare a casa loro, ma li frati tutti in
comune. Li lor maggiori si dimandano licanati, e li figliuoli de' canonici
restano canonici, ma dei preti no, se non sono ordinati dal lor abuna. Non si
pagano decime ad alcuna chiesa, vivono di gran possessioni che hanno le chiese
delli monasteri, e se alcun fa citare un prete, la giustizia si fa avanti un
giudice secolare.
Perch ho detto che non seggono nelle chiese, per dir che di fuori delle
porte di quelle vi sono poste sempre gran numero di crozzole di legno, come son
quelle con le quali si sostentano gli storpiati, e ciascuno piglia la sua e si
appoggia fin che dicono gli offizii. Tutti li libri loro, che sono assai, sono
scritti in carta pecora, perch di carta bambagina non ne hanno; e la scrittura
 di lingua tigia, che  abissina, della prima terra nella qual cominciarono a
farsi cristiani.
Tutte le chiese han due cortine, una appresso l'altar grande con campanelle, e
di dentro di questa cortina non vi entrano se non i sacerdoti; vi  poi
un'altra cortina al mezzo della chiesa, e nella chiesa non vi entrano se non
persone che abbiano gli ordini sacri. E molti gentiluomini e persone onorate si
fanno ordinare per poter intrar in chiesa.
La maggior parte de' monasteri son posti sopra monti alti overo in qualche
profonda valle: hanno grandi entrate e iurisdizioni, e in molti non mangiano
mai carne tutto l'anno. Del pesce anco ne mangiano poco, per non saperlo
pigliare.
In tutte le mura delle chiese sono pitture del nostro Signore e della nostra
Donna e degli apostoli, profeti e angeli, e in ciascuna vi  san Giorgio. Non
hanno figura alcuna di rilievo; non vogliono che si dipinga Cristo crucifisso,
perch dicono che non sono degni di vederlo in quella passione. Tutti li frati,
preti e signori portano la croce in mano di continuo; il popolo minuto la porta
al collo.
Ogni prete porta sempre un cornetto di rame pieno di acqua benedetta, e dove
vanno, sempre  lor dimandata l'acqua e la benedizione, e lor gliela danno; e
avanti che mangino gittano un poco d'acqua, e cos nel vaso dove beono.
Le feste mobili, come  Pasqua, Ascensione, Spirito Santo, si celebrano nelli
proprii giorni e tempi che noi celebriamo; della Nativit, Circoncisione ed
Epifania e d'altre feste de santi, similmente si accordano con noi, e d'altre
no.
Il lor anno e il lor mese comincia alli 26 di agosto, che  Decollatio Sancti
Ioannis, e l'anno  di dodici mesi, e il mese di XXX giorni: e finito l'anno
avanza cinque giorni, che chiamano pagomen, che vuol dir finimento dell'anno, e
nell'anno del bisesto ne sopravanzano sei, e cos accordano con noi.
Si trovano molti infermi di lebbra, li quali non stanno separati dalla gente,
ma vivono insieme, e vi sono assai persone che per divozione gli lavano e
medicano le lor piaghe.
Hanno trombette, ma non buone, e tamburi di rame che sono portati dal Cairo, e
anche di legno, che hanno il cuoio da tutte due le bande, cembali come li
nostri e alcuni bacini grandi con li quali suonano. Vi sono flauti e alcuni
instrumenti quadri di corde, come saria dire arpe, che chiaman David mozanquo,
che vuol dir arpa di David, e con queste suonano avanti al Prete Ianni, ma non
troppo bene.
Li cavalli naturali del paese sono infiniti, ma non sono buoni, perch sono
come ronzinetti; ma quelli che vengono di Arabia e d'Egitto sono eccellenti e
bellissimi, e li gran maestri hanno le razze di tal cavalli: e come nascono,
non gli lassano lattare alle madri se non per tre giorni, li quali vogliono
cavalcare subito, ma li poledrini, allontanandoli dalle madri, gli fanno lattar
dalle vacche, e vengono bellissimi.


Obbedienza data al santiss. papa Clemente VII, trovandosi in Bologna, dal
signor don Francesco Alvarez, in nome e come ambasciador del serenissimo David,
re della Etiopia.

Nell'anno della salute MDXXXIII, del mese di gennaio, essendo congregati in
Bologna il santissimo signor nostro papa Clemente VII e il serenissimo Carlo V
imperator de' Romani, capi delli signori cristiani, il reverendo e illustre don
Martino di Portogallo, nipote, consigliero e ambasciadore del serenissimo don
Giovanni re di Portogallo, al detto santissimo signor nostro la seconda volta
mandato, men seco il signor don Francesco Alvarez, ambasciadore del
serenissimo David re dell'Etiopia, volgarmente chiamato Prete Ianni, mandato
dal detto re d'Etiopia a salutare e riverire il prefato santissimo signor
nostro e rendergli l'obbedienza, secondo il costume degli altri re cristiani,
s come nelle lettere d'amendue questi re al santissimo signor nostro
presentate e qui sotto copiate pi pianamente si veder. A questi fu data
l'audienza nel publico concistoro alli XXIX di gennaio, nel quale, poi che fu
ricevuto il reverendissimo cardinale di Trento, che nel medesimo tempo era
venuto in Bologna, mandato dal serenissimo Ferdinando re de' Romani, vennero
appresso con gran comitiva essi due ambasciadori di Portogallo e d'Etiopia, e
ambidue con molta riverenza e le ginocchia a terra. Prima l'ambasciadore di
Portogallo present le lettere del suo re, insieme con la copia delle lettere
scritte dal re d'Etiopia a lui e alla chiara memoria d'Emanuele suo padre; poi
l'ambasciadore d'Etiopia present due lettere del suo re al prefato santissimo
signor nostro, e offer da parte del suo re un picciol dono d'una croce d'oro,
di peso quasi d'una libra, avendo prima baciato il piede e appresso la mano di
sua Santit; poi all'ultimo fu ricevuto al bacio della bocca, secondo l'usanza.
Le lettere di costui, scritte in lingua abissina primamente, poi in quella di
Portogallo e della portoghese nella latina erano state tradotte, le quali tutte
per il domestico secretario del prefato santissimo signor nostro furno in
presenza lette, e dipoi in lingua toscana sono state descritte.


Lettere del serenissimo don Giovanni, re di Portogallo, al santissimo signor
nostro papa Clemente Settimo, con la inscrizione sotto scritta.

Al santissimo in Cristo padre, beatissimo signore s. papa Clemente VII, per
divina providenza della chiesa d'Iddio universal presidente.

Al santissimo e beatissimo in Cristo padre e signore, il devotissimo figliuolo
Giovanni, per Dio grazia re di Portogallo e degli Algarbi di qua e di l dal
mare in Africa, signore di Ghinea, della navigazione, del commerzio d'Etiopia,
Arabia, Persia e India, dopo gli umili baci de' santi piedi. Santissimo in
Cristo padre e felicissimo signore, considerando il re, signore e padre mio,
quanto fosse per esser grato a Iddio se le remotissime regioni dell'Etiopia e
India, le quali per fama, e quella ancor molto dubbia, erano conosciute, con
diligente investigazione delle armate de' cristiani fossero ricercate, subito
dal principio del ricevuto regno mand molti capitani e suoi suggetti ad
investigar quei luoghi con buone armate e possenti navi, acci che i Mori e i
gentili di quelle regioni conoscessero la verit della religione cristiana, e
cos aperto il cammino, se altri popoli si ritrovassero che Cristo adorassero,
s come per comun parere credea potersi ritrovare. Or, come piacque a Dio,
tutta la regione di Guinea felicemente fu peragrata, nella quale il re di
Manicongo con innumerabili popoli a lui suggetti, ricevuto il sacro battesimo,
si  fatto cristiano; cos molte altre genti delle regioni d'India, Persia e
Arabia, alla cristiana fede per piet e diligenza de' nostri sono state
guidate, all'esempio de' quali ogni d altre e altre nazioni si convertono a
Cristo. E bench in queste espedizioni si sia sentita grandissima ghiattura di
perdita di navi, capitani e nobili cavalieri e altri suoi suggetti, non ha mai
per voluto restar da questa sua singular piet, come si conveniva ad un pio e
cristiano re, s che in un medesimo corso, penetrando con l'armata il mar
Rosso, manifestamente si  veduto e trovato quello mai pi da legni cristiani
essere stato navigato, perci che quasi tutto era in potest de' Turchi, e
finalmente, dopo lunghe e aspre battaglie, fu ritrovato il viaggio che guida al
potentissimo re dell'Etiopia dal vulgo detto Prete Ianni, che con tutti i
popoli del suo regno adora Cristo.
A costui subito il re padre mio mand ambasciadori che l'invitassero
all'obbedienza della santa sede apostolica, narrandogli cose molto opportune, e
rendendolo certo che vostra Santit sta nella sedia di Pietro, e unico vicario
di Cristo in terra, al quale tutti i principi cristiani con somma venerazione
rendono obbedienza. N molto dopo il medesimo re dell'Etiopia, rimandando
l'ambasciadore nostro, accompagn ancora con quello un suo, con alcune
commissioni. Ma in questo mezzo Iddio chiam a s l'anima del padre mio a goder
eterna gloria, e senza dimora essendo noi succeduti in luogo suo, demmo opera
con nostri capitani ch'erano in India che 'l detto re dell'Etiopia fosse
certificato della morte del re mio padre, volendo che quelle cose che 'l padre
mio avea incominciato per la cristiana fede, avessero in ogni modo compimento.
La qual cosa il re d'Etiopia molto stimando, ne mand un suo ambasciadore, il
quale ancora al presente  nella corte nostra, e insieme con lui Francesco
Alvarez, cappellano nostro, un di quelli che 'l padre mio gli aveva mandato.
Questo Francesco Alvarez il medesimo re dell'Etiopia manda a Roma, acci che
per parte sua e di tutti i suoi regni alla Santit vostra presti obbedienza, il
qual noi abbiamo fatto dimorare insino al presente perch volevamo per molti
rispetti che egli venisse insieme con Martino di Portogallo, nostro nipote
carissimo e consigliero, e alla vostra Santit nostro ambasciadore, al quale
abbiamo imposto che presenti alla Santit vostra il detto Francesco Alvarez,
ambasciadore del prefato re d'Etiopia, per darvi la debita obbedienza, e
accioch ancor vi manifesti quello che l'orator del re a me mandato diceva, e
vi mostri anche la copia delle lettere di detto re a me indrizzate. Per tanto
la Santit vostra ne far cosa gratissima, se dar piena fede in queste cose al
sopradetto Martino, nostro ambasciadore.
E veramente sono da referire immortali grazie alla somma bont d'Iddio, che nel
vostro pontificato abbia la Santit vostra questa singolar grazia, che noi
veggiamo ancor l'altra parte del popolo cristiano, niente di grandezza di paese
inferiore a questa nostra, consentir con la fede catolica e con la santa romana
chiesa, e ancor renderle obbedienza. Quanto a noi s'aspetta, ne rendiamo
massime grazie a Dio, che in questa tanto grande aggiunta di un s fatto re
abbia voluto servirsi dell'opera nostra, percioch niuna cosa pi gloriosa pu
esser a laude della religione, quanto che a' nostri tempi si vegga l'Etiopia
esser congiunta nell'unione del nome cristiano con l'Europa. Dio Signor nostro
conservi tua Santit per molti anni felicissimamente.

Data in Settuval a' XXVIII di maggio, l'anno MDXXXII.
YO EL REY.


Lettere del serenissimo David re dell'Etiopia, volgarmente chiamato il Prete
Ianni, al serenissimo Emanuele re di Portogallo, gi altre volte scritte del
MDXXI, di lingua abissina nella portoghese, e della portoghese nella latina e
poi nella toscana tradotte, alla Santit del nostro signore per Giovanni
parimente re di Portogallo mandate.

Nel nome di Dio Padre, il qual sempre fu e di cui principio veruno non si
ritrova. Nel nome di Dio Figliuolo e unigenito, al Padre simile prima che si
vedesse giamai il lume delle stelle, avanti che si facessero i fondamenti del
mare Oceano, e in diverso tempo concetto nel ventre della Vergine, senza far
nozze e senza opera di seme virile, percioch a questo modo era la scienza
dell'officio suo. Nel nome ancora del Santo Spirito consolatore degli animi
nostri, al quale sono manifesti tutti i segreti e occulti misteri, dove prima
fu, cio di tutte l'altezze del cielo, che senza colonna o sostegno alcuno
dura, e per opera sua ampliata la terra dall'oriente all'occidente e da
settentrione al mezzogiorno, che prima n creata n conosciuta era, n questo
si puote dimandar primo o secondo, ma  tutta la Trinit congiunta in uno
eterno creatore dell'universo, per un solo consiglio e verbo in seculi
innumerabili. Amen.
Manda queste lettere Atani Tinghil, che in nostra lingua "incenso di Vergine"
s'interpreta: tal nome mi fu posto nel battesimo, ma pigliando il regno presi
nuovo nome, e questo fu David, da Dio unicamente amato, colonna di fede,
cognato della stirpe di Giuda, figlio di David, figlio di Salamone, figlio
della colonna di Sion, del seme di Giacob, figlio delle mani di Maria, figlio
di Nahu per carnale generazione, imperador dell'alta e ampla Etiopia, di grandi
regni, giuridizioni e terre, re di Xoa, di Caffate, di Fatigar, di Angote, di
Baru, di Baaliganze, di Adea, di Vangue, di Goiame, ove nasce il Nilo, di
Amar, di Baguamedri, di Ambea, di Vagne, di Tigremahon, di Sabaim, d'onde fu
la regina, di Barnagages, finalmente signor sino alla Nubia, che  alli confini
dell'Egitto. Sono queste lettere indrizate al potentissimo ed eccellentissimo,
sempre vincitore, il signore Emanuele, il quale abita nell'amore di Dio e sta
fermo nella catolica fede, figliuolo degli apostoli Pietro e Paulo, re di
Portogallo e degli Algarbi, amico de' cristiani, nimico, giudice e imperatore e
domatore de' Mori e delle genti d'Africa e di Guinea, del promontorio e isola
della Luna, del mar Rosso, Arabia, Persia, Ormuz e della grande India e di
tutti i luoghi, isole e terre aggiacenti, dissipatore de' Mori e forti pagani,
signore di rocche e alti castelli e ben fondati muri, ampliatore della fede
cristiana.
Pace ti sia, inclito signore re Emanuel, che con l'aiuto del magno Dio uccidi i
Mori, e con le tue armate e bene istrutti eserciti, da buoni capitani guidati,
a guisa di cani gl'infedeli da ogni lato discacci. Pace un'altra fiata ti sia
con la regina consorte tua, di Gies amica, serva di Maria Vergine, madre del
Salvatore di tutto il mondo. Pace sia a' tuoi figliuoli, co' quali ti stai come
in uno bello e verdeggiante giardino di rose e floridi gigli ornato, e come in
una mensa di cose elette fornita. Pace ancora alle tue figliuole, di vesti
adorne, come sogliono esser le sale de' signori di tappeti e panni di razzo
adorne. Pace ancora a tutti i tuoi congiunti, generati di seme de santi, come
la Scrittura canta: "I figliuoli de' santi siano benedetti", e possenti dentro
e fuori ne' termini de' tuoi reami. Pace a' tuoi fedeli consiglieri, officiali,
potest, e agli altri che tengono ragione. Pace alli capitani di tuoi eserciti,
confini e qual si voglia cosa forte. Pace a tutte le nazioni, popoli, citt,
abitatori, fuor che a' Mori e Giudei. Ultimamente pace a tutte le parrocchie e
a tutti li tuoi fedeli in Cristo. Amen.
Ho inteso, signor mio re e padre, che, come aveste notizia del nome mio per
Matteo ambasciadore nostro, cos presto congregaste gli arcivescovi, vescovi e
altri prelati, che in gran numero vi erano, accioch avessero a riferire grazie
a Dio per questa ambasciaria. Intesi ancora con quanto onore e allegrezza sia
stato il nostro ambasciadore ricevuto, per la qual cosa grandemente mi son
rallegrato, e honne riferito grazie a Dio: il simile ha fatto il popol mio, con
grandissima divozione. Ma mi sono doluto quando intesi il detto Matteo esser
morto ne' miei confini, nel monastero della Visione. Io non lo aveva mandato,
perci che io era fanciullo di undici anni, entrato che fui nel regno, dopo la
morte del padre mio, ma la regina Elena, la qual io come madre riverisco, e
governava per me il regno. Era il prefato Matteo mercatante detto Abraam, ma si
mut il nome per poter pi securamente passare per terra di Mori. Ora, essendo
giunto in Dabul e da' Mori per cristiano riconosciuto, fu posto in prigione, la
qual cosa fatta intendere al capitano de' vostri eserciti, furono da quello
mandati alcuni valenti uomini i quali lo liberarono dalla prigione, avendo
massimamente inteso costui essere mio ambasciadore; e per tanto, avendolo
liberato dalle mani de' nemici, lo fece montar sopra le vostre navi e venire
alla vostra presenza. Esso Matteo a voi espose ci che aveva per nostra
commissione, e ha rescritto essere stato da voi onoratissimamente raccolto e
ampiamente d'ogni sorte di doni onorato, s come i vostri messi parimente
affermano, i quali Diego Lopez di Secchiera, capitano della vostra armata, mi
mand, presentandomi le lettere le quali mi doveva presentar Odoardo Galvan, il
qual mor nell'isola di Cameran. Lette che io l'ebbi, ne senti' incredibile
allegrezza al cuore e ne resi grazie a Dio, massimamente quando io vidi li
vostri con i petti impressi di croci, e trovai interrogandoli che tenevano li
riti veri della fede cristiana; ma grandemente io mi sentii commovere di
divozione, quando intesi essersi trovato il viaggio verso l'Etiopia non senza
miracolo, percioch mi riferivano che 'l capitano dell'armata, avendo buona
pezza errato per il mar Rosso e disperandosi di potersi ritrovare il nostro
porto, aveva deliberato senza far altro di ritornarsi in India, essendo dalle
crudeli fortune del mare molto travagliato, ma che nell'aurora a tempo gli
appar una croce rossa, la qual salutata da' naviganti, voltaron le prue verso
quella parte, mostrandogli Dio l'essersi trovato il porto nostro: la qual cosa
io tenni per miracolo, certamente quel capitano doveva essere a Dio amico, da
che gli veggiamo concessa tanta felicit.
Di questa mutua ambasciaria  stato anticamente predetto dal profeta nel libro
della vita e passione di s. Vittore, similmente ne' libri de' santi padri, che
un gran cristiano doveva congiungersi col re dell'Etiopia in grande unione e
pace, ma non pensai giamai veder questo nei giorni miei: ma Dio sapeva il
tutto, acci che ne sia lodato sempre il nome suo, che mi mand il salutifero
messo e ha fatto che parimente io potessi mandare i miei messi a te, padre mio
in Cristo e amico, accioch noi stiamo in una medesima fede, poi che non ho
avuto da nessun altro re cristiano n ambasciadore n alcuna altra ferma
notizia. Insino ad ora sono stato circondato da Mori, figliuoli di Macometto, e
da gentili e altri che non conoscono Cristo, ma adorano legni e fuoco, e altri
il sole, altri pensano i serpenti esser dei, co' quali mai non ho avuto pace,
refiutando sempre essi di venire alla vera fede e in vano essendo ogni mio
predicare. Or per la Dio grazia mi riposo: hammi Dio dato quiete contra de'
tuoi e miei nemici, contra i quali quando ne' miei confini armato apparisco, di
timor pieni voltano le spalle, facendo di loro i capitani e i soldati miei
grosse prede. E per questo non mi sento Iddio adirato, ma propizio, come dice
il Salterio: "Dio adempisce i voti delli re che dimandano cose giuste": n
questo s'appartiene a laude nostra, ma debbonsi referire le grazie a Dio.
Questo  quello che vi ha dato il mondo e vi ha conceduto la terra di gentili
in perpetuo, e l'altre terre che sono dai vostri confini insino al principio
dell'Etiopia. Per questo do infinite grazie a Dio e vo predicando sempre la
somma potenzia sua, sperando che i figliuoli di quei popoli che verranno sotto
l'imperio tuo, senza dubbio alcuno abbino a riconoscere la fede di Cristo: e
per questo lo ringrazio, e ho speranza che i vostri figliuoli e io e voi
lungamente ci rallegraremo di questi felici successi. E voi dovereste tuttavia
fare voti a Dio ch'esso ne conceda l'acquistar il santo Sepolcro, il qual ora 
in potest de' nostri nemici, cio Mori, gentili ed eretici: se questo farai,
il tuo capo sar d'ogni laude dignissimo.
Ma lasciando star questo, tu dei sapere che del numero de' miei ambasciadori
che con Matteo venivano tre ne sono mancati, e il vostro capitano, venuto che
fu a Mazua, si abbocc col re di Barnagasso soggetto all'imperio mio, il qual
subito mi mand ambasciadori e presenti gratissimi: ma il nome vostro sopra
ogni gemma e cara gioia mi parve prezioso. Ma lasciando stare queste cose da
canto, consultiamo come si possino assalire e prendere le terre degl'infedeli.
Io per parte mia dar mille volte centomila dramme d'oro e altretanti uomini da
combattere, e pi dar legname, ferro, rame, per fare e mettere ad ordine
l'armata, e infinita vettovaglia: amichevolmente converremo insieme, e perch
non  di mia usanza, n alla dignit mia s'appartiene, di mandare ambasciadori
che addimandino pace, e tu prima da me sicuramente la cercasti, a verificazione
delle parole di Cristo: "Beati sono quei piedi che ci arrecano la pace", per
questo io sono in ci pronto, secondo l'usanza degli apostoli, i quali erano
d'un medesimo animo e core.
O re e padre mio Emanuele, salvo ti faccia quell'unico Dio il quale  Dio del
cielo, sempre d'una sustanza, che non ingiovenisce n invecchisce. Colui che
venne a me per tua parte si chiama Rodrico Lima, capo degli altri uomini da
bene che con esso sono venuti, e con Francesco Alvarez, a me gratissimo per la
bont e integrit, religione, giustizia e sopra tutto perch, essendo
interrogato della fede, con parole piene di verit attentissimamente
rispondeva: meritamente adunque il doverreste esaltare, e mandarlo maestro, e a
lui commettere l'impresa di convertire i popoli di Mazua, di Delaca, di Zeila e
di tutte l'isole del mare Rosso. E perch sono nei confini de' miei reami, io
gli ho conceduto la croce e il bastone in segno della potest, cos voi
comandate che questo se gli conceda, che sia fatto vescovo di quelle terre e
isole, perci che lo merita e parmi molto atto al governo di questo officio: e
vedrai che Dio ti prosperer e faratti forte contra de' tuoi nemici, e
costringeragli a venire a buttarsi alli tuoi piedi. Dio ti prolunghi la vita, e
facciati partecipe di quel buon luogo del regno de' cieli, come io per me
desidererei.
Ho inteso molte cose di te, e con gli occhi miei gran parte ne veggio, le quali
giamai veder non pensava: Iddio le faccia succedere di bene in meglio, e il
luogo vostro sia sopra il legno de la vita, come il luogo de' santi. Amen. E io
vi prego, con quello affetto che il figlio prega il padre, che l'uno con
l'altro ci vogliamo aiutare. Ho fatto quanto mi avete imposto come fussi stato
un fanciullo, e far per l'avenire se verranno i vostri ambasciadori, s come
allora faceste a Mazua e a Delaca e alli porti dentro lo stretto del mar Rosso,
e tutte quelle cose dar loro e ordinar che siano date, che mi farete intender
che si faccino, acci che nel consiglio e nel far de' fatti con prosperit
siamo uniti. E quando le vostre genti arriveranno a quelle riviere, io subito
in tempo mi presenter loro col mio esercito. E perch ne' miei confini non vi
 cristiano alcuno, n vi si veggono chiese, io conceder a' vostri uomini il
poter abitar quelle terre, che sono vicine al dominio de' Mori: per tanto 
necessario che diate compimento alli vostri buoni principii. Fra questo mezzo
mandatemi degli artefici periti di fare imagini d'oro e d'argento, fabri di
rame, ferro, stagno, piombo, e maestri che stampino libri della nostra lingua a
uso della chiesa; ancora chi sappia lavorar d'oro e indorare altri metalli: e
tutti saranno da me in casa mia onoratamente trattati, e se vorranno partirsi
dar loro largamente la mercede delle loro fatiche, e giurovi per Gies Cristo
figliuolo di Dio che ogni ora che vorranno liberamente gli lassar partire.
Dimando queste cose confidentemente, e so che mi amate molto: testimonio buono
me n' stato l'aver tanto onorato e accarezzato Matteo e mandatolo indietro; e
per mi affatico d'impetrar queste cose da voi, n di ci voglio che spesa
alcuna vi venga, perch io pagher ogni cosa, e quello che 'l figlio al padre
dimanda non se gli deve negare: voi sete il padre mio e io sono il vostro
figliuolo, e siamo insieme congiunti come una pietra con l'altra in un parete,
e cos noi due consentiamo con un cuore in un amore di Cristo, che  capo del
mondo. E quei che sono con lui, assomiglia alle pietre che sono nel muro
congiunte. Amen.


Lettere del medesimo serenissimo David, re dell'Etiopia, al serenissimo
Giovanni, re di Portogallo, del MDXXIIII, di lingua abissina nella portoghese,
e della portoghese nella latina e poi toscana tradotte.

Nel nome di Dio Padre omnipotente, creatore del cielo e della terra, e di tutte
le cose fatte visibili e invisibili. Nel nome di Dio Figliuolo Cristo, il quale
 figliuolo e consiglio e profeta del Padre. Nel nome di Dio Spirito Santo
paracleto, Dio vivo equale al Padre e al Figliuolo, il quale ha parlato per
bocca delli profeti, spirando sopra gli apostoli, acci che evangelizassero e
lodassero la Trinit perfetta in cielo, in terra, in mare e nel profondo
sempre. Amen.
Mando queste lettere e il presente messo io, Incenso della Vergine: cos mi fu
posto nome nel battesimo, ma ora insieme con lo scettro dell'imperio ho assonto
il nome di David, caro a Dio, colonna della fede, stirpe di Giuda, figlio di
David, figlio di Salomone, che furno re d'Israel, figlio della colonna di Sion,
figlio del seme di Giacob, figlio delle mani di Maria e figlio di Nau per
carnale generazione, al potentissimo, massimo e altissimo Giovanni, re di
Portogallo e degli Algarbi, figlio del re Emanuele: la pace e grazia di Gies
Cristo sia teco. Amen.
Nel tempo che fui avisato della potenza del re padre tuo, il quale debellava i
Mori, figliuoli del fetido Macometto, referi' grandissime grazie a Iddio per
l'accrescimento e grandezza e corona della conservazione della cristianit.
Parimente io ricevei gran piacere della venuta delli ambasciadori che mi
portarono le parole di esso re, donde tra noi nacque singolare amore,
conoscenza e amicizia, a diradicare i maligni Mori e gl'increduli gentili, i
quali abitano fra li tuoi e miei reami. Ma mentre che io era in questa letizia,
prima intesi il tuo e similmente mio padre esser morto, che io potessi mandare
i miei ambasciadori, per la qual cosa l'allegrezza mia subito fu convertita in
tristizia, di sorte che in questo mio cordoglio tutti li signori della mia
corte e prelati ecclesiastici, e quelli che stanno nelli monasterii, e tutti
gli altri sudditi nostri, fecero grandissimo pianto, tal che l'allegrezza della
prima nuova fu fatta equale col dolore di questa ultima. Sappi, signore, che
dal principio di miei regni insino al presente mai non mi  venuta ambasciaria
alcuna o messaggiere, n dal re n dal regno di Portogallo, se non vivendo il
re tuo padre, che mi mand suoi capitani e baroni con cherici e diaconi, che mi
recarono tutte le vesti e paramenti che si usano quando si dicono le messe
solenni, del che grandemente mi rallegrai, e furono da me onorevolmente
raccolti, e quando a loro piacque gli lasciai andare con onore e pace; e giunti
che furno al porto del mar Rosso, che  ne' miei confini, non ritrovarono il
gran capitano dell'armata col quale gli avea mandato il padre vostro, percioch
egli non aspett: e di questo me ne avea avisato, che non poteva aspettargli,
essendo vostra usanza di mandare ogni tre anni un capitano dell'armata. In
questo mezzo venne l'altro nuovamente creato, per il che gli ambasciadori
fecero pi lunga dimora in quello che faceva loro bisogno. Ora vi mando con le
commissioni mie fra Cristoforo licanate, al qual fu posto nome nel battesimo
Zagazabo (cio grazia del padre), che alla presenza vostra esporr ogni mio
desiderio, e cos mando al papa romano Francesco Alvarez, il quale per nome mio
gli presti obbedienza, come  cosa ragionevole.
O signor re fratello mio, attendi, ti prego, all'amicizia nostra, la qual tuo
padre fra noi ha cominciata, e spesso mandaci i tuoi messi, le tue lettere,
perch io le veggo tanto volentieri come s'elle mi fussero mandate da un mio
fratello, e cosa giusta mi pare, essendo noi ambidue cristiani. I Mori, che
pessimi sono, sempre stanno nella sua setta concordi, e io ti prometto di non
accettare per l'avenire pi messi del re di Egitto n d'altri re, che con lor
ambasciarie spesso mi visitavano, ma solo di tua maiest, i quali desidero
ardentemente che venghino. Li re de' Mori non mi hanno per amico per la
diversit della religione, ma fingono di essermi amici per poter pi
sicuramente esercitare ne' miei regni la mercanzia, d'onde cavano commodit,
perch gran somma d'oro, del quale sono avidissimi, ogn'anno ne portano fuori
di quelli, essendomi per poco amici: e i commodi che da loro mi possano venire
niuno piacere mi danno, ma questo mi convien tollerare, perci che fu sempre
de' nostri re antichi vecchia usanza, e ancora la mantegno, cio di non far lor
guerra n di danneggiarli in modo alcuno, accioch essi sdegnati non guastino e
rovinino il santo tempio in Gierusalemme, dove  il sepolcro di messer Gies
Cristo, il quale Iddio ha lasciato in poter degli abominevoli Mori, e che
similmente non gettino a terra tutti gli altri tempii che son nell'Egitto e
Soria. E questa  la causa che non gli vo ad assaltare, e molto in vero mi
rincresce che io abbia ad aver loro questo rispetto, e quello che maggiormente
mi persuade che egli lo debbia avere,  che non mi truovo alcun re o principe
cristiano che mi sia vicino, il qual mi possa aiutare e rallegrare il cuor mio.
Io, signor mio, non posso avere alcuna consolazione delli re cristiani di
Europa, intendendo che li cuori loro son tanto discordi, e che di continuo l'un
l'altro si fanno guerra: doverreste veramente essere tra voi concordevoli, e
stare a' patti una volta tra voi constituiti. Certamente, se io avessi qualche
re cristiano ne' miei confini, non mi parterei mai un'ora da lui: di questo
certo io non so che mi dire, n che fare, parendomi queste cose essere cos da
Dio ordinate.
Pregoti, signor mio, strettamente che con messi e con lettere spesso mi visiti,
percioch quando veggo le tue lettere parmi veramente veder la tua faccia. Il
desiderio che uno amico ha dell'altro fa che pi si amino gli amici remoti che
li propinqui, come avviene a colui che ha i tesori, il quale, quando non li
vede con gli occhi, sempre fuor di misura li considera col cuore: per dice il
Salvatore nel Vangelo: "Dove  il tesoro, ivi  il cuor tuo", cos il cuor mio
 appresso di te. Essendo adunque tu il mio caro tesoro, doverresti ancor tu
cos fare che io fussi il tuo tesoro, congiungendo il cuor tuo col mio. Deh
signor, fratello mio, ricordati di quel che ti dico: tu sei prudentissimo e,
per quanto intendo, simile al padre tuo di sapienza, del che somma letizia ne
ho preso, lasciando da canto ogni dolore, e honne referito grazie a Dio,
dicendo: "Benedetto sia il savio figliuolo del gran capo, figliuolo del re
Emanuele, il quale gloriosamente siede nella catedra de' suoi reami". Non ti
voler, signore, rimanere dalle gloriose imprese contra de' Mori e gentili,
scusandoti che le forze tue non sieno s possenti come quelle del padre tuo: io
ti assicuro che elle sono grandi, e con l'aiuto di Dio, che sempre sar in tuo
aiuto, gli soggiogherai. A me non mancano uomini, n oro n vettovaglie, quanto
la rena del mare e le stelle del cielo. Se noi saremo insieme congiunti, non
dubito punto che non distruggiamo tutta la Barbaria moresca. N altro da voi
desidero e dimando che uomini periti dell'arte militare, che ammaestrino li
miei a tener l'ordinanza nel combattere. E tu re sei di buona e robusta et: il
re Salamone aveva dodici anni quando ebbe il regno, e fu di grandissime forze e
molto pi savio del padre suo, e io ancora, quando Nahu il padre mio pass
della presente vita, era di undici anni, ed entrato nella sedia del regno, con
l'aiuto divino, ho conseguito maggior ricchezze e forze, perch a mia
obbedienza si trovano tutti li re e genti vicine: per questo ambidui abbiamo da
referire grazie a Dio di tanto beneficio ricevuto.
Ascoltami, fratello e signor mio, questo solo da te in una parola dimando, ch'
che tu mi mandi buoni artefici di far imagini e stampar libri, e sappin fare
spade e tutte le sorti di cose pertinenti all'uso militare. Similmente vorrei
architetti, legnaiuoli, medici dell'una e l'altra sorte, cio fisici e
chirurgici. Desidero anco d'avere di quelli che sanno tirar l'oro e scolpire in
oro e in argento, e che sappino cavarlo fuora della terra, e non solamente
l'oro e l'argento, ma tutti i mettalli. Oltre a questi sarannomi ancora cari
quei che sapranno tirar tegole di piombo, e farle anco di terra, e finalmente
tutti gli artefici mi saranno cari, e molto saranno al mio bisogno,
specialmente quei che sanno fare schioppetti. Aiutami, ti prego, in queste
cose, non altrimenti che un fratello soglia aiutar l'altro: cos Dio ti aiuter
e camparatti da ogni ria fortuna. Dio esaudisca le tue orazioni e dimande, s
come sempre ha ricevuto tutti li sacrificii de' santi, e primieramente i
sacrificii di Abelle, di No quando era nell'arca, e quello di Abraam quando
era in terra di Madian, e quello d'Isaac quando si part dalla fossa del
giuramento, e quello di Giacob nella casa di Bettlemme, e di Mos nell'Egitto,
e di Aron nel monte, di Iosu figliuolo di Nun in Galgaia, di Gedeone, di
Sansone quando egli aveva sete nella terra, di Samuele in Rama, di David in
Nacira, di Salamone nella citt di Gabaone, di Elia nel monte Carmelo, quando
egli suscit il figliuolo della vedova, e di Giosafa nella guerra, e di Manasse
quando pecc e convertisse a Dio, e di Daniele nella chiusura de' leoni, e
delli tre compagni Sidrach, Misach, Abdenago nel cammino ardente, e di Anna
avanti l'altare, e di Neemia che fece i muri con Zorobabelle, e di Matatia con
li figliuoli sopra la quarta parte del mondo, e di Esa sopra la benedizione:
cos il Signor Dio ricever tutti i tuoi sacrifici e prieghi, aiuteratti e
difenderatti nelle tue adversit in ogni tempo. La pace del Signore sia teco, e
io ti abbraccio con le braccia della santit, e similmente abbraccio tutti i
consiglieri del regno di Portogallo, e arcivescovi, vescovi, sacerdoti e
diaconi, uomini e donne. La grazia di Dio e la benedizione della Vergine sia
sempre mai con voi. Amen.


Lettere del medesimo serenissimo David, re della Etiopia, al santissimo signor
papa Clemente VII, del MDXXIII, per don Francesco Alvarez suo ambasciadore
portate, della lingua abissina nella portoghese, e della portoghese nella
latina e poi nella toscana tradotte.

Felice e bene aventurato santo Padre, che da Dio sei fatto consecratore delle
genti e tieni il seggio di san Pietro, a te sono date le chiavi del regno de'
cieli, e qualunque cosa tu legarai e scioglierai sar legata e sciolta in
cielo, come Cristo disse, e Matteo cos scrisse nel Vangelo. Io re il cui nome
i leoni onorano, e per la Dio grazia Atani Tinghil, cio incenso della Vergine,
nome postomi nel battesimo, ma dopo che io presi il regale scettro mi fu posto
nome David, diletto da Dio, colonna di fede, cognato della stirpe di Giuda,
figlio di David, di Salamone, figliuolo della colonna di Sion, figliuolo del
seme di Giacob, figliuolo delle mani di Maria, e per carnale successione
figliuolo di Nahu, imperador della grande e alta Etiopia e di grandi reami,
giuridizioni e terre, re di Xoa, di Caffate, di Fatigar, di Angote, di Baru e
di Baaliganze, di Adea, di Vangue e di Goiame, ove nasce il Nilo, di Amar, di
Baguamedri, di Ambea, di Vaguc, di Tigremahon, di Sabaim, donde fu la regina
Saba, di Barnagaes, e signor insino a Nubia, che  alli confini dell'Egitto:
tutte queste provincie sono nella mia potest, e molte altre grandi e picciole,
le quali non numero, n ho espresso per nome detti regni e provincie indutto da
superbia o vanagloria alcuna, ma solo perch il sommo Dio ne sia lodato, il
qual per la sua singular benignit ha dato alli re miei antecessori l'imperio
di tanti amplissimi regni della religione cristiana, e me poi con pi segnalata
grazia fra tutti gli altri re ha voluto esaltare, accioch di continuo io fussi
alli servizii della sua religione, e per questo mi ha fatto signor di Adel, e
inimico di Mori e gentili che adorano gl'idoli; mando a baciare i piedi di
vostra Santit, come sogliono far gli altri re cristiani fratelli miei, alli
quali n di potenza n di religione sono inferiore.
Io ne' miei reami sono colonna di fede, n ho bisogno d'altri aiuti, ma in Dio
solo ripongo ogni mia speranza e aiuto, il quale sempre mi ha sostenuto e
governato, da quel tempo che l'angelo di Dio parl a Filippo, quando insegn la
retta fede all'eunuco di Candace, possente reina dell'Etiopia, che se ne giva
da Gierusalemme a Gaza. Allora Filippo battezz l'eunuco, dal qual poi fu
battezzata la regina con gran parte della famiglia e popoli suoi, li quali poi
non son mai mancati dal vero cristianesimo, e tutti sempre da quel tempo insino
ad ora sono stati forti nella fede. I miei predecessori, da niuna altra cosa
aiutati salvo che da Dio, ampliarono la fede cristiana in questi grandissimi
regni, il che mi sforzo ancora io di fare. Sto ne' miei confini come un lione
da folta selva circondato, e ben forte contra de' Mori e altre nazioni
inimicissime della fede cristiana, che non vogliono udire il verbo di Dio, n
le mie fedeli esortazioni. Io con la spada cinta li perseguito, e a poco a poco
li vo cacciando del nido con l'aiuto di Dio, il qual mai non mi manca, la qual
cosa non intraviene alli principi cristiani, percioch, se vogliono ampliar li
confini delli lor regni, non lo fanno contra gl'infedeli. Il che potrebbono
facilmente fare, perch l'uno all'altro pu dar soccorso e aiuto, oltre che
mirabilmente sono favoriti dalla benedizione di vostra Santit, della quale
anche io sono partecipe, ritrovandosi ne' miei libri lettere di papa Eugenio,
le quali nei tempi passati con la benedizione mand al re, seme di Giacob:
della qual benedizione, avendola avuta di mano in mano, me ne godo e allegro.
Oltre di questo, io ho in grande venerazione il tempio di Gierusalemme, dove
spesso le debite offerte mando per li nostri peregrini, e molto pi belle e
opulente mandarei, se non fussero li viaggi infestati da li Mori e
dagl'infedeli, i quali, oltre che tolgono i presenti e li tesori alli miei
messi, impediscono ancora che non passino liberamente: che se fosse aperto il
viaggio, io verrei in familiarit e commerzio della chiesa romana come fanno
gli altri re cristiani, alli quali io non sono inferiore, e cos come loro
credono, cos anche io confesso una fede retta e catolica chiesa, e credo
sinceramente nella santa Trinit e in uno Dio, la verginit di nostra Signora
Vergine Maria, tengo e osservo gli articoli della fede, come dagli apostoli
sono stati scritti.
Al presente il nostro Signore Dio, per mano del potentissimo e cristianissimo
re Emanuele, ha aperto il viaggio, acci che insieme per ambasciarie ci
possiamo cognoscere, e in fede congiunti cristiani con cristiani servire a Dio.
Ma essendo li suoi ambasciadori nella corte nostra, ne fu nunciata la morte
sua, e che 'l suo figliuolo (che  fratello mio) Giovanni avea pigliato lo
scettro del regno paterno, onde, s come per la morte del padre io ne aveva
sentito grandissima doglia, cos per la felice successione del figliuolo nel
regno maravigliosamente mi sono rallegrato, di sorte che spero che, avendo
congiunti gli eserciti e forze nostre, e potremo e per mare e per terra per le
provincie de' pessimi Mori aprir la strada, e con tanta furia andaremo loro
adosso che gli scacciaremo delle lor sedie e regni, e cos potranno
commodamente li cristiani andare al tempio di Gierusalemme e ritornare a lor
buon piacere. E io, come ardentemente desidero l'esser fatto partecipe del
divino amore nel tempio degli apostoli Pietro e Paulo, cos desidero avere la
sacrosanta benedizione del vicario di Cristo, e senza dubbio tengo che la
Santit vostra sia vicario di Cristo. E ancora che dalli peregrini li quali
dalle nostre regioni vanno a Gierusalemme e a Roma, e non senza gran miracolo
ritornano, io senta dir molte cose della Santit vostra, le quali mi danno
incredibile piacere e allegrezza, nondimeno in effetto molto maggior piacere
averei se li miei ambasciadori potessero usar la via di pi breve cammino,
referendomi ognior cose nuove, s come io spero che mi porteranno per qualche
tempo avanti ch'io mora, per grazia dell'omnipotente Dio, il quale in sanit e
allegrezza vi conservi. Amen. Io bacio li suoi santi piedi e supplichevolmente
prego vostra Santit mi mandi la sua benedizione. La Santit vostra ricever
queste lettere per mezzo del fratel nostro Giovanni, re di Portogallo,
dall'orator nostro Francesco Alvarez.


Altre lettere del medesimo serenissimo David, re dell'Etiopia, al santissimo
signor nostro Clemente VII, del MDXXIIII, portate dal signor Francesco Alvarez
suo ambasciadore, dal parlar abissino nel portoghese, e dal portoghese nel
latino e poi nel toscano tradotte.

Nel nome di Dio Padre omnipotente, creator del cielo e della terra, delle cose
visibili e invisibili. Nel nome d'Iddio Figlio, di Gies Cristo, il quale  una
medesima cosa con lui dal principio del mondo, ed  il lume dal lume, e Dio
vero da Dio vero. Nel nome di Dio Spirito Santo, Dio vivo, il qual procede da
Dio Padre. Queste lettere mando io re, il cui nome riveriscono i leoni, e per
la grazia di Dio mi chiamo Atani Tingil, cio incenso della Vergine, figliuolo
del re David, figlio di Salamone, figlio del re di mano di Maria, figlio di Nau
per carnale successione, figlio de' santi Pietro e Paulo per grazia. Pace sia
teco, o giusto signore, padre santo, possente, puro, consecrato, il qual sei
capo di tutti i pontefici e nessun temi, non essendo nessuno che maladire ti
possa, il qual sei vigilantissimo governatore sopra l'anime e amico de'
peregrinanti, consecrato maestro e predicator della fede, e capital nemico di
quelle cose che offendano la conscienza, amator degli ottimi costumi, uomo
santo, da tutti laudato e benedetto.
O felice santo padre, io con gran riverenza ti obbedisco, essendo tu padre del
tutto e meritando tutti i beni: e cos  il dovere, che tutti, dopo Iddio, a te
rendino obbedienza, s come comandano i santi apostoli. Questo veramente 
detto di voi, ed essi ancora cos comandano, che portiamo riverenza a' vescovi,
arcivescovi e prelati, similmente che ti debbiamo amare in luogo di padre e
riverire in luogo di re, e averti fede come a Dio. Per tanto io, umilmente a
terra con le ginocchia chine, ti dico, santo padre, col core tutto sincero e
puro, che tu sei mio padre e io sono figliuolo. O padre santo potentissimo,
perch non hai mandato mai alcuno qui a noi, acci che tu potessi intendere pi
certamente della vita e del mio bene stare, essendo tu il pastore e io la
pecora tua? percioch il buon pastor non si dismentica mai del gregge suo. N
vi debbo parere troppo discosto dalle vostre regioni, di modo che i vostri
messi non possino a me pervenire, conciosiacosach il re di Portogallo
Emanuele, figliuolo tuo, dalli remotissimi regni del mondo assai commodamente
n'abbia mandati i suoi ambasciadori, e se Dio alquanto avesse differito di
chiamarselo in cielo, senza dubbio quelle cose che allor trattavamo arebbero
avuto felice fine. Ma al presente io grandissimamente desidero di sentire cose
buone e prospere della Santit vostra per messi certi e a posta mandati, perci
che mai io non ho ricevuto parola della Santit vostra, avendo solamente udito
dire alcune poche cose da quei che per voto vanno in peregrinaggio. Ma questi,
perci che non vanno in mio nome n mi portano alcune vostre lettere, quando
noi gli addomandiamo, con un confuso parlare ci dicono che essi, avendo
satisfatti i lor voti, da Gierusalemme son pervenuti in Roma a visitare le
porte degli apostoli, intendendo potersi facilmente andare a quei luoghi, per
esser tenuti da cristiani. E invero io mi prendo grandissimo piacere dei lor
ragionamenti, perch con pensier dolcissimo veggo e contemplo la imagine del
tuo santo volto, la qual mi pare tutta simile alla forma dell'angelo, e
confesso me amarla e riverirla come angelica: ma certo pi grato e pi suave mi
saria s'io potessi le parole tue e le lettere tue divotamente contemplare. E
cos ora vi prego mi vogliate mandare il vostro messo con la vostra benedizione
a rallegrare il mio cuore, perch, conformandoci noi unitamente nella religione
e nella fede, mi pare che io vi debba questo innanzi ogn'altra cosa dimandare.
Similmente supplichevolmente vi priego che, a modo dell'anello che vi mettete
in dito e della collana d'oro che alle spalle vi ponete, cos nell'intimo del
vostro cuore vogliate porre l'amicizia mia, tal che mai la memoria di me non si
parta dal cuor vostro, perci che con le suavi parole e graziose lettere cresce
grandissimamente l'amicizia, quando ella  dalla santa pace abbracciata, dalla
quale senza dubbio ogni umana letizia procede. E s come chi ha gran sete
grandemente desidera la fredda acqua, come nelle sacre lettere si trova
scritto, cos l'animo mio delli nuncii e delle lettere che dalle remotissime
terre mi sono portate incredibile allegrezza suol prendere, e non solo se io
sentir qualche cosa della Santit vostra, ma ancora se pi certe e ferme nove
mi saranno portate partitamente di tutti i re della terra cristiana, molto mi
rallegrer, non altramente che sogliono far coloro che combattendo acquistano
le ricche spoglie. E questo si pu ora facilmente fare, poi che il re di
Portogallo ha aperto tutto questo viaggio, il quale gi gran tempo ne mand li
suoi ambasciadori, insieme con li valorosissimi suoi cavallieri, nel tempo che
il padre mio Emanuel era ancor vivo in terra.
Ma da quella ora in qua mai pi ho ricevuto n imbasciata n anche lettere da
alcuno altro re di cristiani, e n anco da esso pontefice, bench nelle nostre
archivie del bisavolo nostro si conservi la memoria di quelle lettere che il
papa romano chiamato Eugenio mand in queste parti, quando regnava il seme di
Giacob, re delli re, temuto in tutta quanta l'Etiopia; e la inscrizione dentro
delle lettere era in questo modo: "Eugenio, romano pontefice, al diletto
figliuolo nostro, re del seme di Giacob, re de li re in tutta quanta l'Etiopia,
degno d'essere grandissimamente riverito, etc.". E nella somma delle lettere
avisava come il suo figlio Giovanni Paleologo, il quale due anni inanzi era
morto, re de li re romei di Constantinopoli, era stato chiamato a celebrar la
sacrosanta sinodo, e con lui era venuto Giosef, patriarca constantinopolitano,
con gran numero di arcivescovi e vescovi e prelati d'ogni sorte, tra li quali
erano stati ancora i procuratori de' patriarchi antiocheno, alessandrino,
gierosolimitano, i quali tutti con lui nell'amore della santa religione e fede
fermamente s'erano congiunti, e come, essendo confermata la unit della chiesa,
erano state tolte via con l'aiuto di Dio tutte le difficult del tempo antico,
le quali parevano erronee e contrarie alla religione. Queste cose essendo state
col debito ordine confermate e stabilite, esso papa aveva voluto di questo
donare a tutti una singolare allegrezza. Or noi vi mandiamo questo libro di
papa Eugenio, il quale incorrotto avemo conservato: aremmovi anco mandato tutto
l'ordine e potest della benedizion pontificale, se non ci fosse parso troppo
grande il volume di queste cose, perci che in vero di grandezza avanza il
libro di san Paulo alle genti. Gli ambasciadori veramente che queste cose dal
papa ci portarono furono Teodoro, Pietro, Didimo e Giorgio, servi di Gies
Cristo. Voi veramente, santissimo padre, farete molto bene se ordinarete che
sian rivolti tutti i vostri libri, dove facilmente penso che si trover qualche
memoria delle cose che io vi scrivo: per tanto vostra Santit tenghi per fermo
che qualunque cosa che con sue lettere ella ne far sapere, immediate con ogni
somma diligenza sar notata e descritta nei nostri libri, accioch di quella ne
rimanga alli posteri nostri sempiterna memoria. E certamente colui mi pare
essere beato la cui memoria, scolpita nelle lettere, si conserva nella santa
citt di Roma e nella sedia di san Pietro e Paulo, perch questi sono i signori
dei cieli e giudici di tutto 'l mondo. E perch cos io credo, perci mando
queste lettere, per acquistarmi la grazia presso a vostra Santit e al vostro
santissimo concistoro, acci che indi mi venga la santa benedizione e 'l
crescimento di tutti i beni.
Strettamente ancor prego vostra Santit mi voglia mandare qualche imagine de'
santi, e massimamente della beata Maria Vergine, acci che spesse volte mi sia
in bocca e nella memoria il nome di vostra Santit, e del continuo prender mi
possi piacere dei vostri doni. Per tanto ancora con grande instanzia vi
chieggio mi mandiate uomini dotti delle sacre lettere, e gli artefici che
faccino le imagini, e similmente le spade e arme da combattere d'ogni sorte, e
anco li scultori dell'oro e dell'argento, e maestri di legnami, specialmente
gli architetti, che faccino le case di pietra, e che sappiano tirar le tegole
di piombo e di rame da coprire i tetti delle case. Oltre a questi averemo
ancora assai cari quei che sanno lavorare il vetro e fare instrumenti musici, e
quelli ingegnosamente e dottamente sonare, e con questi ancora sonatori di
flauti e di trombe. Ma detti artefici vorrei che dalla casa vostra mi mandaste,
over, se voi ne avete in casa carestia, vostra Santit gli potr avere
facilmente dagli altri re vostri figli, percioch tutti subito ai vostri
comandamenti e cenni obbediscono. Questi, arrivati che saranno a me, saranno
tenuti in sommo onore, secondo che meriter la scienza di ciascuno, e dalla mia
liberalit e cortesia riceveranno ampla e grande mercede; e se alcun di loro
desiderer tornarsene a casa sua, si partir abbondantemente premiato come a
lui piacer, percioch non sono per ritener alcuno contra sua voglia, quando
ar ricevuto qualche frutto dalla sua industria.

Ora bisogna passare a ragionare dell'altre cose. Io vi dimando, santissimo
padre, perch non esortate li re cristiani vostri figli che mettino gi l'arme
e che voglino, come si conviene alli fratelli, essere insieme concordi? poi che
essi sono le tue pecore e tu il lor pastore. E sa molto bene la Santit vostra
quel che l'Evangelio comanda quando dice: "Ogni regno in se stesso diviso si
disfar", perch, se li re cristiani con gli animi uniti e con ferma lega si
accorderanno, assai facilmente dissiparanno li macomettani e tutti gli altri
infedeli, perch felicemente andando lor addosso, guasteranno e ruineranno la
sepoltura del falso e maladetto profeta, che  nella citt di Medina. Per
questo adunque mettete ogni opra che tra loro si faccia buona pace e che si
stabilisca ferma lega d'amicizia, ed esortategli che mi voglino favorire e dar
aiuto, perch ne' confini de' miei regni io son da macomettani mori, pessimi
uomini, da ogni banda circondato. Ma essi Mori macomettani tra loro l'un
l'altro si danno aiuto, e li re con li re e li signori con li signori con gran
fede e constanzia contra di noi si uniscono insieme. A me  molto vicino un
certo re moro, a cui gli altri re mori vicini porgono aiuto d'arme, di cavalli
e di tutti gli altri instrumenti da far guerra: e questi sono li re d'India,
Persia, Arabia e d'Egitto, del che io ogni d piglio maggior molestia, vedendo
li nimici della cristiana religione tra lor congiunti in fraterna carit
godersi la pace, e li re cristiani miei fratelli in nessun modo a queste
ingiurie commuoversi n darmi aiuto alcuno, come saria il debito officio de'
cristiani, poi che gli sporchissimi figliuoli di Macometto in s fatto modo
l'un l'altro aiutano. Non son per io uomo che a questa impresa dimandi gente
d'arme, avendone a bastanza e di soverchio; solamente dimando le preghiere e
supplicazioni vostre verso Iddio, e desidero solo di aver grazia presso alla
vostra Santit e presso agli altri re miei fratelli: e per tanto io non ho da
cercare l'amicizia con voi se non per esser largamente fornito di quelle cose
che di sopra ho dimandato, a terrore e spavento de' Mori, e accioch li nimici
del nome cristiano che mi son vicini sappiano come li cristiani miei fratelli
mi danno aiuto con sommo studio e favore. Il che certamente appartiene al
nostro commune onore, poi che noi ci concordiamo nell'unit della vera
religione e fede, e siamo per star sempre saldi in quel consiglio e
deliberazione che pi ferma e perfetta e pi utile potr essere. Iddio dunque
adempia i desiderii vostri nelle laudi di Gies Cristo e di Dio Padre nostro,
che da tutti sia laudato in tutti li secoli. E tu, santo padre, abbracciami con
tutti i santi di Gies Cristo che sono in Roma, e in questi medesimi
abbracciamenti prego insieme siano ricevuti tutti gli abitatori de' miei regni
e quei che stanno in Etiopia. Sia resa grazia al Signor Gies Cristo con lo
spirito vostro. La Santit vostra ricever queste lettere per mezzo del fratel
mio re Giovanni, figlio del potentissimo re Emanuele, da Francesco Alvarez
nostro ambasciadore.




Le quali lettere poi che furon compite di leggere, il detto Francesco Alvarez
ambasciadore disse queste parole che seguitano in parlar portoghese, le quali
allora furon subito replicate in latino dal secretario dell'ambasciador di
Portogallo, accioch tutti le potessero intendere, cio:

"Santissimo e beatissimo padre, il serenissimo e potentissimo signor David, re
della grande e alta Etiopia, volgarmente detto il Prete Ianni, non men di
osservanza della vera religione che d'imperio, ricchezze, regni eccellente, ha
mandato questo suo ambasciadore a vostra Santit con queste lettere che egli
v'ha presentato, commettendogli che umilmente, come egli ha fatto, presti vera
obbedienza e suggezione in nome di sua maiest e di tutti i suoi regni a vostra
Santit, come a vero vicario di Cristo, successore di Pietro e sommo pontefice
di tutta quanta la chiesa; e ch'egli vi offerisca questo picciolo presente
d'una croce d'oro, la qual vostra Santit stimer non tanto per il prezzo, che
 piccolo, quanto per riverenza di quella croce sopra la quale il nostro Signor
Gies Cristo per noi si degn patire, supplicando quella umilmente in nome del
detto signore che si degni accettare tutte queste cose con pietoso amor di
padre dal suo devotissimo figliuolo".

A cui il secretario del detto santissimo signor nostro, comandato da sua
Santit, in questo modo rispose:

"Il santissimo signor nostro con molto grato animo, benigna volont e paterna
affezione ha ricevuto te, Francesco Alvarez, ambasciadore del serenissimo David
re dell'Etiopia, insieme con la obbedienza, il presente e le lettere che hai
portato, e rende grazie a Dio che a' suoi tempi gli abbia conceduto veder le
lettere e ambasciadore d'un tanto re cristiano e s remoto, onde egli
diligentemente e volentieri ha inteso le lettere e le parole tue. La obbedienza
insieme con li venerabili suoi fratelli cardinali della santa romana chiesa
benignamente accetta, e ha molto a grado il dono, s per la imagine e onore
della santa croce, e s per l'affezione di chi lo manda. Lauda ancor sommamente
nel Signor Iddio il serenissimo re di Portogallo, il quale, oltre agli altri
grandissimi meriti suoi e de' suoi progenitori verso la repubblica e fede
cristiana, e si porti tanto amichevolmente e benignamente con esso re David, e
con lui abbia congiunto e conservi l'amicizia e il commerzio, avendo fatto
sicuramente pervenire te con queste lettere a sua Santit. Quanto appartiene al
resto, sua Santit  per porre ogni opra che, per quanto si potr fare in tanta
disgiunzione di paesi, li pii desiderii del detto re siano sodisfatti, e che
egli sempre conosca s essere e avere ad essere appresso di sua Santit e della
santa siede apostolica tra gli altri principi cristiani in amore e onore e in
luogo di carissimo figliuolo. E di queste cose trattar sua Santit con
l'ambasciadore di Portogallo e con teco qui, e per lettere e nuncii suoi, e
alla maest del tuo re pi particolarmente risponder".
Il che fatto, il concistoro ebbe licenza.


Sopra il crescere del fiume Nilo



Discorso di messer Gio. Battista Ramusio sopra il crescer del fiume Nilo, allo
eccellentissimo messer Ieronimo Fracastoro.


Come furono varie e diverse opinioni sopra i fonti del Nilo; quando cominciano
le pioggie in quelle parti di Etiopia e quando finiscano; la causa
dell'escrescenza del Nilo; come nasce nel regno di Goiame da due grandissimi
laghi; e non esser fiume alcuno che scorra per tanto paese sotto il sole quanto
il Nilo.

Furono, eccellentissimo Signor mio, fra gli antichi scrittori diverse e varie
oppenioni sopra li fonti del Nilo, e d'onde avenisse che ogni anno nella state,
ad un tempo determinato del solstizio, quando gli altri fiumi sogliono esser
secchi o con poca acqua, questo solo allora comincia a crescere, e per quaranta
giorni tanto si gonfi che egli inondi e allaghi tutto il paese dell'Egitto, e
dapoi in altri quaranta giorni discrescendo ritorni nel suo alveo consueto. E
la intelligenza di tal cosa fu reputata tanto degna e ammirabile, che si vede
tutti i grandi uomini nei lor libri averne voluto far particolare inquisizione.
E Omero, padre de' poeti, lo dimanda acqua che vien da Giove, e si legge che
Eudoro e Aristone, filosofi peripatetici, ne composero sopra tal materia libri
interi. La qual, ancora che sia stata per lo adietro disputata da molti
eccellenti ingegni, nondimeno fin a' tempi nostri non si sa che ella sia stata
determinata n chiarita: e la causa di tal ignoranza si comprende esser
proceduta solamente per non essere state penetrate quelle parti da alcuno uomo
d'intelletto che le abbia volute considerare e descrivere. E conciosiacosach,
essendovi andato del MDXX don Francesco Alvarez con uno ambasciadore del re di
Portogallo, e notato meglio che egli ha saputo il viaggio suo fino alla corte
del Prete Ianni, ne abbiamo al presente tanta notizia che, se per un altro uomo
diligente vi fussero aggiunti li gradi delle altezze delli luoghi principali, e
massimamente da un capo all'altro del Nilo, che costui non vidde, si potria
quasi appresso congietturare la causa del crescer del detto fiume; imperoch,
smontato che egli fu sopra la banda sinistra del mar Rosso al porto detto
Ercocco, ch' in gradi 16 sopra la linea, e di l andato al monastero della
Visione, XXIIII miglia lontano, gli fu detto che alli 17 di giugno cominciava
in quelle parti dell'Etiopia il tempo delle pioggie, che essi chiamano verno, e
durava fino alla mett di settembre, e cos dice che andando alla detta corte,
che era andar verso la linea, ebbe per tutto quasi il mese di luglio pioggie
grandissime e acque infinite; per la lezione della quale scrittura confesso a
Vostra Eccellenza che mi allegrai grandemente, tenendo per fermo che questa
fusse la vera causa, s come veramente ella , di tal escrescenza, n che pi
oltra si dovesse cercare; nondimeno, avendovi voluto pensar sopra e considerar
alquanto minutamente le particularit che scrive questo don Francesco, vi trovo
delle difficult non poche, che non mi lasciano cos a punto del tutto
satisfare. E accioch Vostra Eccellenza intenda quelle cose che mi fanno
dubitare, mi sforzer col piccolo e debile ingegno meglio che saper di
esprimerle. E per tanto dico che, per lo scriver del viaggio di questo uomo e
per il titolo che si legge nelle lettere del Prete Ianni, il fiume del Nilo
nasce nel regno di Goiame da due grandissimi laghi che assomigliano a mari, i
quali non bisogna dubitare che non siano oltra la linea dell'equinoziale verso
l'Antartico, s per li termini che di detto regno vengono descritti dal prefato
don Francesco, come per la oppenione di Tolomeo, che gli mette in gradi sei
australi, e quivi il detto fiume, passando sotto la linea, e dopo le due
cataratte maggiori e minori, che sono cadute che fa il fiume di alcuni luoghi
alti, si sparge per campagne, dove perde l'alveo, e di nuovo poi ritornato in
s, fatti alcuni rivolgimenti, passa il tropico di Cancro e se ne viene diritto
alla citt del Cairo, sboccando nel mar nostro Mediterraneo. E non  fiume
alcuno di quelli de' quai abbiamo notizia in questo nostro abitabile che corra
cos lungamente e per tanto paese sotto il corso del sole come fa questo.



Dubitazion sopra il crescer del Nilo, e che fra li tropici non si vede mai
neve.

Ora dei fonti del Nilo non accade dirne altro, avendosene al presente tanta
notizia. Ma ritornando alla escrescenza del fiume che si causa dalle pioggie,
dico che 'l corpo del sole, s come Vostra Eccellenza sa molto meglio di me, 
sempre quel medesimo, col suo splendore puro e semplice, n si pu mai in
quello imaginarsi alterazione alcuna di caldo o di freddo, vada pur dalli
solstizii alli equinozii o dalli equinozii alli solstizii, cos verso il nostro
polo come verso l'opposito, che sempre da quello non pu venir altro che lume
semplice; ma il caldo, il freddo, le nebbie, le pioggie, i tuoni che si fanno
qui da noi, sono accidenti che fa il ripercuoter di questo lume sopra diverse
parti della terra, come saria a dire in luoghi piani, diserti, aridi, bagnati,
sopra monti over valli, paludi over mari, dove secondo la varia ripercussione
di questo lume si causano varii e diversi effetti, li quali sono maggiori e
minori secondo la longhezza over brevit del tempo che 'l sol dimora sopra le
dette parti, e anco secondo che li raggi di quello battono diretti e
perpendiculari, obliqui over lontani.
E per tanto, volendo discorrere sopra questo crescimento del Nilo secondo la
scrittura di questo don Francesco, faremo questo presupposito, e diremo che
alli fonti di quello sia A verso l'Antartico, e dove  Ariete sopra
l'equinoziale sia B, la met di Tauro sia C, il tropico di Cancro sia D, e
ritornando alla met di Leone sia E, e di nuovo sopra l'equinoziale, dove 
Libra, sia F. Vorrei saper da Vostra Eccellenza d'onde avviene che 'l sole,
partendosi dall'equinoziale, dove  B, cio Ariete, e andando a C, dove  la
met del Tauro, e di l poi a D, dove  il tropico di Cancro, sempre per
passando sopra il fiume del Nilo, non causa escrescenza alcuna; ma come ei si
rivolta da D ad E, cio da Cancro a Leone, immediate per quaranta giorni egli
fa cos gran pioggie ed escrescenza, e da E ad F, cio da Leone
all'equinoziale, dove  Libra, va poi diminuendo e cessando. Questa variet che
si vede causar cos grande sopra una linea medesima, che  il Nilo, in questo
viaggio del sole, cio che venendo verso il solstizio estivo egli non faccia
alterazione alcuna, ma partitosi da quello causi cos gran pioggie, mi genera
una gran dubiet e ambiguit nell'animo, n mi posso imaginare da che possa
procedere, perch li medesimi luoghi piani, aridi, secchi, umidi, monti e valli
che il sol truova venendo verso il tropico di Cancro, li medesimi egli ritruova
ritornando, e le medesime e l'istesse ripercussioni di raggi sono fatte nel
ritorno che furono nel venire. E se la Eccellenza Vostra mi rispondesse che il
sole nel ritorno ritruova le parti della terra scaldate, e per l'alterazion di
quelle egli  pi potente ad elevar vapori e nebbie e quelle risolver in
pioggia, le rispondo: per che cagion fa egli questo effetto per li quaranta
primi giorni che si parte dal tropico di Cancro, cio dalla met di giugno,
secondo il scriver di don Francesco, e passati quelli va sempre mancando di
forze, fin che giunge in Libra sopra l'equinoziale, e nondimeno ei non si
diparte mai col suo corso di passar sopra il Nilo? E se la Eccellenza Vostra
volesse addurre che le nevi che sono sopra li monti di Etiopia o della Libia,
per li raggi perpendiculari del sole nel suo andar al tropico e ritorno, si
dileguano e fanno questa escrescenza, le dico che fra li tropici non si vede
mai neve, per quello che vien affermato, ma in luogo di quelle le sommit degli
altissimi monti sono sempre circondate da folte e grosse nebbie, le quali non
si dipartono, n perch il sole vi passi perpendiculare, n perch egli sia
lontano, ma vi stanno sempre risolvendosi in pioggia. E che questo sia il vero
li monti dell'isola di San Tom, che  sotto l'equinoziale, e Serra Liona, che
 sopra l'Africa gradi otto verso di noi, di continuo lo dimostrano. Poi questa
escrescenza del fiume si comincia a far su la Etiopia e molte miglia di sopra
la citt di Siene, che  sotto il tropico; n li monti di Libia, che son fuori
di quello, vi possono con le lor nevi, se  vero che ne abbino, far effetto
alcuno.



Ch'il sol, venendo al solstizio, non  causa di queste pioggie onde cresca il
Nilo.

Quello che fin ora abbiamo detto  stato per il sentimento che abbiamo cavato
dalla scrittura del detto don Francesco. Ma lasciando quella si pu discorrere
ancora ad un altro modo e dire che, cominciando a crescer il Nilo nella citt
del Cairo alli 17 di giugno ordinariamente, come molti uomini che lo hanno
veduto per molti anni lo affermano, e allo 'ncontro dicendosi che nella Etiopia
alla met del detto mese comincia il lor verno con pioggie grandissime, che fan
crescer il Nilo, questa cosa  molto difficile da comprendere, conciosiach
l'acqua di dette pioggie non  possibile ch'ella possa giunger in cos pochi
giorni per s lungo spazio di cammino fino al Cairo, per un fiume che
lentamente con tante rivolture va correndo. E per tanto  necessario di
concludere che, come il sole giunge alla met del Tauro, comincino allora le
pioggie, e che elle continuino fin che egli viene ascendendo al principio di
Cancro sopra il solstizio, che sono quaranta giorni, e che, come il sole poi d
la volta e comincia a discendere, elle cessino allora del tutto. E a questo
modo l'acqua delle prime pioggie, caduta nel principio di maggio, comincier
giunger alla met di giugno al Cairo, e andar crescendo per il medesimo spazio
di tempo che il sol pose fin al solstizio; allora cessando di piovere, il fiume
a poco a poco cominciar ancora egli a descrescer per il medesimo tempo di
quaranta giorni, fin che sar fornita di venir giuso tutta l'acqua piovuta. E
per questa variet  forza che torniamo di nuovo sopra la medesima difficult
che abbiamo toccata di sopra, cio per che causa il sole debba far piovere
venendo al solstizio, e da quello partendosi debba cessare, massime correndo
sempre sopra la medesima linea del Nilo in questo suo ritorno, come egli fece
nella sua venuta. E accioch la Eccellenza Vostra senta quello che di questa
materia pensarono gli antichi, non sar fuor di proposito lo udirne parlare
alquanto da Diodoro Siculo, il quale con somma diligenza raccolse insieme tutte
le loro oppenioni, e nel mezzo del primo libro della sua istoria dice in questo
modo.


Varie opinioni delli antichi sopra il crescere del Nilo, da Diodoro Siculo con
somma diligenzia raccolte. Che dalli re del Cairo fu fatto il niloscopio, cio
regola del Nilo, per veder ci che a tutte l'ore faceva il Nilo, del qual
niloscopio facevano dell'abondanza di quell'anno.

Del crescer veramente del fiume Nilo, s come a quelli che lo vedono  cosa
maravigliosa, cos  fuor di ogni credenza a quelli che ne odono parlare,
conciosiacosach tutti gli altri fiumi circa il solstizio estivo diminuischino
e di giorno in giorno si vadino facendo minori, questo solo allora cominci a
farsi grande, e continui tanto ogni giorno a gonfiarsi che alle fini inondi e
cuopra quasi tutto il paese dell'Egitto; nel medesimo modo dipoi al contrario
mutandosi, in equal tempo di giorno in giorno a poco a poco vada discrescendo,
fin che egli ritorni nel suo pristino stato. Ed essendo tutto questo paese
piano di campagna, e le citt, ville e cappanne edificate sopra monti di terra
fatti a mano, rapresenta a chi lo riguarda le isole dell'arcipelago dette
Cicladi. La pi parte delle fiere terrestri muoiono affogate dal fiume, se non
quelle che alli luoghi alti fuggendo si salvano; le pecore e altri bestiami,
nel tempo di queste inondazioni, rinchiusi nelle ville e cappanne si pascono
del cibo che per innanzi tutto quel tempo gli vien preparato. Allora li popoli,
liberi dalle fatiche, attendono a darsi buon tempo, faccendo conviti e senza
pensiero godendo di quelle cose che pi gli piacciono. E per il travaglio che
suol apportar seco una tanta inondazione, fu fabricato dalli re nella citt di
Menfi, cio Cairo, uno edificio nel qual si poteva vedere a tutte l'ore ci che
faceva il Nilo, e fu chiamato per questo niloscopio, cio regola e livello del
Nilo. Quivi coloro che a questo erano deputati pigliavano la misura del
crescimento che faceva il fiume ogni giorno, e poi con lettere lo facevano
sapere alle citt, dichiarando quante braccia over dita era cresciuto, e quando
egli cominciava a discrescere: d'onde avveniva che, intendendosi da ogniuno
questa mutazione, cos del crescere come del discrescere, sicuri da ogni paura
se ne godevano, conciosiacosach conoscevano subito l'abondanza de frumenti e
d'altre biade che aveva da esser quell'anno, per una antica osservazione che
hanno gli Egizi con somma diligenza scritta appresso di loro.
E ancora che il render la causa di questa inondazione sia cosa molto difficile
e dubia, non per per questo noi debiamo restare di non volerne dire alcuna
cosa sommariamente, s per non far troppo lunghe digressioni, come per non
lassar che di una materia tanto appresso ogniuno dubbiosa non ne facciamo anco
noi alcuna menzione. E per tanto, universalmente sopra li scrittori parlando,
dico che del crescer del Nilo e delli suoi fonti, e delle bocche per le quali
scorre nel mare, e di molte altre cose nelle quali egli, che  il maggior del
mondo, sia differente da tutti gli altri fiumi, alcuni scrittori non hanno
avuto ardimento di volerne dire cosa alcuna, ancora che sopra ciascun altro
piccol torrente sogliano far molto longhe dicerie. Altri, essendosi mossi a
volerne render la causa, molto lontani dalla verit sono andati vagando.
Ellanico, Cadmo ed Ecateo e tutti gli altri simili scrittori antichi, non
sapendo che dirne altro, in cose fabulose si hanno lassato trasportare.
Erodoto, che come ogni altro scrittore  diligente e curioso, e di molta
pratica d'istorie, sforzandosi di renderne la causa, si trova che egli medesimo
contradisse alle sue ragioni. Xenofonte e Tucidide, li quali quanto alla verit
tengono il primo luogo fra tutti gl'istorici, del tutto si sono astenuti di
parlar de' luoghi dell'Egitto. Eforo e Teopompo si vede che, quanto maggior
fatica e studio in questo hanno posto, meno di tutti gli altri hanno potuto
conseguire la verit. E tutti hanno errato non per negligenza, ma per non aver
avuta cognizione e perizia di tal paesi e regioni, conciosiacosach dagli
antichi tempi fino al re Tolomeo detto Filadelfo, non solamente Greco alcuno
era passato in Etiopia, ma neanco fino alli monti di Egitto, talmente erano
tutti questi luoghi senza alcun commerzio e del tutto pericolosi. Ma dapoi che
'l detto re con eserciti di uomini greci entr nella Etiopia, questa regione fu
allora diligentemente conosciuta. E queste furono le cause della ignoranza di
tutti li scrittori stati per lo adietro, onde intravenne che niuno fin al tempo
di quelli disse aver veduti li fonti del Nilo e il luogo dove  il suo
principio, over udito da alcuno che affermi esservi stato. E per, essendo
ridotta la cosa in oppenione e congietture probabili, li sacerdoti di Egitto
dicono che il detto fiume ha il principio dall'Oceano che circonda tutta la
terra abitabile, nel che solamente non dicono cosa alcuna veritevole, ma mi par
pi presto che vogliano chiarir un dubbio con un altro maggior dubbio,
conciosiacosach per confermazione e prova delle ragioni loro adducono quello
che ha di bisogno di esser maggiormente provato e chiarito.
Ma delli popoli trogloditi, quelli che si chiamano Molgii, i quali dalli luoghi
di sopra si sono partiti per il caldo, dicono esservi molte congietture per le
quali l'uomo pu comprender che per molti fonti che in un luogo si vanno
ragunando derivi il flusso del Nilo, e per questo esser il pi generativo di
quanti fiumi che si abbia cognizione. A quelli veramente che abitano l'isola
Meroe si pu pi presto credere, conciosiacosach siano del tutto alieni da
trovare invenzioni che paiano verisimili; nondimeno, essendo costoro vicini a
questi luoghi delli quai si disputa, in tanto si allontanano di dir cosa alcuna
certa delle sopradette che chiamano questo fiume Astapo, che nella nostra
lingua vuol dir "acqua delle tenebre", e cos al Nilo han posto un proprio nome
cavato dalla loro innata ignoranza e inscizia delli luoghi incogniti. Ma a noi
verissima pare esser quella ragione che si allontana dalle fizioni. E non
voglio restar di dire che Erodoto, scrivendo li confini della Libia, che 
dalla parte orientale del fiume, e quelli che sono dalla parte occidentale,
attribuisce la certa cognizione del detto fiume alli popoli detti Nasamoni, e
dice che, avendo principio da una certa palude, corre per la region di Etiopia,
che  inesplicabile e infinita. Non per per questo n a questi popoli di Libia
che dicono cos, ancor che parlino secondo la verit, n allo istorico debbiamo
attendere, quando le lor parole sono senza dimostrazione o ragione alcuna.
Dapoi adunque che abbiamo e delli fonti e del corso del Nilo parlato, ci
sforzeremo di render le cause del crescimento di quello. Talete, che fu
annumerato fra li sette savii della Grecia, dice che, soffiando li venti di
ponente che son chiamati etesie, il corso del Nilo  ribattuto all'ins dal
mare, e per questo gonfiandosi le acque del fiume, ne segue la inondazione
sopra tutto il paese dello Egitto, che  piano e basso. E ancora che questa
ragion paia contener in s qualche dimostrazione, nondimeno facilmente si pu
convincer per falsa, conciosiacosach, se questo fusse vero, tutti i fiumi che
avessero le lor bocche opposite al soffiar delle dette etesie si gonfieriano
col medesimo crescimento: il che vedendosi non accader in alcuna parte del
mondo,  bisogno d'investigar un'altra causa, che sia pi vera, di questa
inondazione.
Anassagora fisico disse che le nevi che si liquefanno nella Etiopia son causa
di questo crescimento, la qual cosa par che Euripide poeta suo discepolo
sentisse, quando dice:

La bell'acqua lasciando
del fiume Nil, che dalla terra scorre
d'uomini neri, e allor gonfia l'onde
che d'Etiopia si struggon le nevi.

La qual ragione anco facilmente si pu ribattere, conciosiacosach a tutti sia
manifesto e chiaro che per la grandezza del caldo  impossibile che
nell'Etiopia vi caschino nevi, e universalmente in questi luoghi n ghiaccio n
freddo n segno alcun di verno appare, e massimamente nel tempo che cresce il
Nilo. E se alcuno pur volesse ch'egli crescesse per causa delle nevi, senza
alcun dubio renderia un vento freddo e aere nuvoloso e denso, la qual cosa
circa il Nilo solo di tutti i fiumi non si vede, cio n condensazion di
nuvole, n l'aure fredde, n aere denso.
Erodoto veramente afferma il Nilo naturalmente esser della grandezza come si
vede nel tempo del suo crescimento, ma che nel tempo del verno il sol, girando
sopra l'Africa, tira a s molta umidit dal Nilo, e per questa causa che in
quella stagion di tempo contra la sua natura il fiume si sminuisce e diventa
piccolo; ma venendo la state il sole, partendosi da quella regione e venendo
verso settentrione, secca e abbassa tutti li fiumi della Grecia e ciascun'altra
regione che sia nel sito simile a quella: e per non  cosa maravigliosa questa
che accade circa il Nilo, perch si abbassa non nelli caldi grandi ma nel
verno, per la causa detta di sopra. A questo si pu rispondere che  cosa
conveniente che, s come il sole tira a s l'umor del Nilo nel tempo del verno,
cos tirasse ancora da tutti gli altri fiumi che son nella Libia qualche
umidit e abbassasse le acque di quelli; ma, perci che in parte alcuna della
Libia non si vede far simil cosa, si comprende che l'istorico poco
consideratamente circa questo ha parlato, conciosiacosach li fiumi che sono
nella Grecia crescono nel verno non perch il sole si sia allontanato, ma per
la moltitudine delle pioggie che si fanno.
Democrito Abderita dice che li luoghi verso mezzogiorno non hanno nevi, s come
diceva Euripide e Anassagora, ma s ben li luoghi verso settentrione, come 
manifesto a tutti, perch la moltitudine delle nevi raccolte insieme nelle
parti boreali nel solstizio iberno rimane agghiacciata, e nella state dal caldo
dileguata, il ghiaccio fa gran colliquazione, e per questo si generano molte e
crasse nuvole nelli luoghi pi alti, perch la esalazione in alto
abbondantemente si leva; le quai nuvole poi dalli venti etesie sono spinte fino
che si abbattono nelli monti altissimi del mondo, i quali dicono esser
nell'Etiopia, e ivi si risolvono in pioggie, dalle quali se ne cresce il fiume,
massimamente nel tempo dell'etesie. Questa ragione facilmente si pu confutare
se diligentemente consideraremo il tempo del crescer del fiume, percioch il
Nilo comincia a crescer nel solstizio estivo, quando l'etesie ancora non
soffiano, e finisce di discrescer nell'equinozio autunnale, molto innanzi del
quale li detti venti sono cessati. E per, quando la certezza della esperienza
distrugge la probabilit delle ragioni, si debbe ben laudare lo ingegno
dell'uomo, ma non gi si debbe dar fede a quelle cose che da lui son dette.
Lascio di dire che si vede che l'etesie non pi da tramontana che da ponente
soffiano, conciosiacosach non solamente li venti di buora o da greco levante,
ma anco quelli che soffiano da ponente maestro, sono chiamati con questo nome
di etesie. Dapoi dir che li monti che sono in Etiopia siano li maggiori del
mondo, non solamente  senza prova alcuna, ma neanco per effetto alcuno creder
si pu.


Altre opinioni di Eforo, di filosofi di Menfi, di Enopide e di Agatarchide, del
crescer del Nilo. E quivi come Meandro fiume per esaggerazione ha fatto una
gran regione, e il simile Acheloo e il Cefiso.

Eforo, adducendo una molto nova causa, si sforza di farla probabile, ma si vede
per che egli non ne conseguisce la verit, perch dice che l'Egitto  tutta
terra esaggerata dal fiume e rara e come di natura di pietra di pomice, ha in
s caverne e rotture grandi, e per raguna in s gran copia di umori, li quali
nel tempo del verno in s contiene, ma nella state manda fuori da ogni banda
come sudori, e con questi si empie il fiume. Ma questo istorico non solamente
mi par che non abbia veduto la natura delli luoghi di Egitto, ma neanco che
l'abbia voluta intendere da quelli che diligentemente l'hanno veduta, perch
primamente, se da esso Egitto il Nilo ricevesse questa abondanza che lo fa
crescere, nelle parti di sopra per modo alcuno egli non cresceria, correndo per
luoghi sassosi e sodi, ma si vede che per spazio di pi di 600 miglia egli
corre per la Etiopia, e nondimanco  gonfio e pieno per tutto quello spazio
avanti che tocchi l'Egitto. Poi, se 'l flusso del Nilo  pi basso delle rarit
e concavit della terra esaggerata, accaderia che le fissure e caverne fussero
nelle superficie, nelle quali saria impossibile che cos gran copia di acqua si
contenesse; ma se il luogo del fiume  pi alto delle fissure della terra, 
impossibile che dalle caverne pi basse il flusso degli umori scorra nella
superficie pi alta. E universalmente chi  colui che giudicasse esser
possibile che li sudori contenuti nelle rarit della terra facessero cos
grande accrescimento del fiume, che da quello quasi tutto l'Egitto si
sommergesse? Lasso di dire che  cosa falsa che nella terra esaggerata e nelle
rarit di quella si possino servare acque, essendo le prove al contrario
manifeste, perch il fiume Meandro nell'Asia ha fatto una gran regione per
esaggerazione, nella quale nessuna cosa simile al crescimento del Nilo accader
si vede; e similmente in Acarnania il fiume detto Acheloo, e in Boezia il
Cefiso, che vien dalli Focensi, non piccola parte di regione ha atterrato, e
nientedimeno in tutte due questi si pu conoscer manifestamente la falsit che
ha detto questo istorico, bench da Eforo non si debbe cercar cos per sottile
la certezza delle cose, vedendolo, come in molte  stato, cos negligente della
verit.
Li filosofi veramente di Menfi si hanno sforzato di render la causa di questo
crescimento, che pi presto non si possa confutare che perch sia verisimile,
alla qual la pi parte consente. Dividono adunque la terra in tre parti, e
dicono che una  questa nostra abitabile; l'altra, che  opposita a questa,
simile nelle nostre stagioni dell'anno; la terza, che  posta in mezzo fra
queste due, la quale per il caldo  inabitabile. Se il Nilo adunque, dicono,
inondasse nel tempo del verno, non saria dubio che dalla nostra zona riceveria
quel crescimento, perch in quelli tempi massimamente appresso di noi si
generino le pioggie; ma perch al contrario nella state cresce,  cosa
verisimile che nelli luoghi oppositi si faccia verno, e si generino acque le
quali, abondando da quelli luoghi, in questa nostra abitabile scorrano: e per
dicono che nessuno ha potuto pervenire alli fonti del Nilo, come quello che
dall'opposita zona per la parte inabitabile passa qui da noi, e di questo
esserne testimonio la eccessiva dolcezza dell'acqua del Nilo, il quale
scorrendo sotto la zona abbruciata si cuoce, e per questo l'acqua di quello 
molto pi dolce che quella di tutti gli altri fiumi, perch  cosa naturale che
il calore e 'l fuoco ogni umor addolcisca. Ma questa ragione d una occasion di
contradire, perch pare al tutto esser impossibile che un fiume della opposita
terra in questa nostra ascenda, massimamente se si concede che la terra sia
rotonda e sferica, perch, ancor che alcuno con ragion voglia audacemente
sforzare e far violenza a quello che si vede in effetto, la natura per delle
cose a nessun modo il consente. Onde costoro, avendo introdutto una opinione
che non si pu riprendere, constituendo in mezzo una regione inabitabile,
pensano a questo modo di poter fuggire la manifesta confutazione. Ma  cosa
giusta che quelli li quali affermano alcuna cosa, o veramente adduchino la
evidenza della cosa per testimonio, o veramente faccino dimostrazioni e prove
da principii concesse, a che modo il Nilo solo da quella terra opposita a
questa nostra passa: non  cosa verisimile che anco in quella vi siano degli
altri fiumi, s come  appresso di noi. Dipoi la causa della dolcezza
dell'acqua  del tutto sciocca, percioch, se 'l fiume cotto dal gran caldo si
fosse indolcito, non saria generativo n produrria tante varie forme di pesci e
animali come egli fa, perch ogni acqua che dalla natura del fuoco  alterata 
alienissima dal generare e produrre animali, e per, essendo la natura del Nilo
al tutto contraria a questa cottura nuovamente introdutta,  da pensare che
queste cause del crescimento gi dette siano false.
Enopide Chio dice che nel tempo della state le acque nella terra sono fredde, e
nel verno al contrario calde, la qual cosa si vede manifestamente nelli pozzi
profondi, li quali nel tempo del maggior freddo hanno l'acqua molto manco
fredda, ma nelli gran caldi quella che si cava  freddissima. E per dice esser
cosa ragionevole che il Nilo nel verno sia piccolo e contratto, perch il caldo
che  sotto la terra consuma molta parte della sustanza umida, non accadendo
pioggie altramente nell'Egitto; ma nella state, perch non si consuma pi sotto
terra l'acqua nelle profonde parti, il natural flusso del fiume senza
impedimento alcuno si empie e cresce. Ma contra questa ragione ancora si pu
dire che molti fiumi sono nella Libia li quali similmente hanno poste le bocche
e similmente scorrono, e nientedimeno non inondano e crescono come fa il Nilo,
ma al contrario, nel verno crescendo e nella state calando, dimostrano la
falsit di colui che con probabilit si sforza di superar la verit. Appresso
la quale si  bene accostato Agatarchide Gnidio, il qual dice ch'ogni anno
nelli monti di Etiopia si fanno continue pioggie dal solstizio estivo fino
all'equinozio autunnale, e per naturalmente il Nilo nel verno sta basso, nella
sua natural quantit di acqua che viene dalli suoi fonti, ma nella state dalle
pioggie che abbondano cresce. E se ben nessuno fin oggid ha possuto assegnar
la causa della generazion di queste acque, dice per che non si deve reprobare
questa sua openione, perch la natura suol produrre molte cose a modo
contrario, delle quali trovarne le cause certe agli uomini non  possibile, e
che quello che accade in alcuni luoghi dell'Asia pu esser testimonio di questo
ch'egli ha detto. Conciosiacosach, nelli luoghi della Scizia che si
congiungono al monte Caucaso, ogni anno quando  passato il verno, sogliono
cader grandissime nevi continuamente per molti giorni, e nelle parti dell'India
che guardano verso il vento di buora, a certi tempi determinati suol discendere
tempesta di grandezza e moltitudine incredibile, e circa il fiume Idaspe
continue pioggie: e nella Etiopia dopo alquanti giorni il medesimo accade, e
cos questa mutazione, rivolgendosi per circolo, sempre diversi luoghi
continuamente infesta e perturba. E per dice egli che non  cosa fuori di
ragione se diciamo che nella Etiopia, che  sopra dell'Egitto, le continue
pioggie che cadono ne' monti nel tempo della state fanno crescer il fiume,
conciosiacosach li barbari che abitano in questi luoghi faccino testimonio di
questo effetto. E ancora che questo che ho detto abbia contraria natura a
quello che accade appresso di noi, non debbiamo per non volerlo credere,
perch il vento da ostro, che appresso di noi  pioggioso, si dice che nella
Etiopia  sereno, e li venti di buora, che nella Europa sono s sforzevoli,
nella detta regione sono rimessi e al tutto senza forza e deboli.
E del crescimento del Nilo, ancora che potremmo pi variamente rispondere e
contradire alle openioni di costoro, saremo contenti delle cose dette, accioch
non eccediamo la brevit la quale da principio ci abbiamo proposta.
Questo  quanto nelli libri di Diodoro si legge, dove essendovi molte parti,
oltra la inquisizione di questo crescimento, degne del sublime ingegno di
Vostra Eccellenza, la quale ne ha illustrato, per dir liberamente, tutti li
moti dei cieli, con molte altre belle parti di filosofia, contra la oppenione
degli antichi,  ben conveniente che anche dagli occhi ella ne debbia levar via
la offuscazione di tante erronee imaginazioni che li detti fecero sopra questo
globo della terra, la qual si sa ora chiaramente che  tutta abitata, n vi 
parte alcuna o calda o fredda, se non sono solitudini e mari, che non sia piena
di uomini e animali, che vi stanno ciascuno come in region temperata, dico
temperata alla complessione data loro dalla natura. E ancor che sappia quante
siano le occupazioni sue di continuo, nondimeno non voglio restar di pregarla
ch'ella sia contenta di volere scrivere alquanto lungamente delle cause ch'ella
pensa che possano far questa tale escrescenza, perch veramente sono tutte cose
tanto maravigliose e stupende che maggiori non mi saprei imaginare, n dove li
suoi alti concetti e divini pensieri si potessero meglio esercitare che in
queste: non avendo quelli altro piacere e diletto se non di camminare per
strade non tocche da piedi di altri, ma che sieno lontane dalle ordinarie e
consuete. E cos come si legge che a Ercole era cosa fatale il levar via molti
mostri che guastavano il mondo, cos penso che sia fatale a lei il levar via le
tenebre di molte false oppenioni che fin ora hanno tenute offuscate e come
guaste le menti di quelli del secol nostro, li quali non  dubbio che, invitati
dalli suoi scritti, si sforzeranno di volere ancor essi di nuovo ritrovar
qualche parte da lei non tocca, che poi il tutto alla fine redonder in
beneficio delli studiosi.


Risposta dello eccellentissimo messer Ieronimo Fracastoro del crescimento del
Nilo a messer Gio. Battista Ramusio.


Tre sopra gli altri sono quelli effetti di natura le cui cagioni son molto
occulte.

Degli effetti che manifesti nella natura veggiamo, messer Gio. Battista,
avvegna che molti siano quelli che hanno le loro cagioni occultissime appresso
gli uomini, nondimeno tra tutti tre sono stati precipui e riputati sopra gli
altri occulti, e pieni di certa maggior admirazione appresso i nostri maggiori,
li quali per la loro difficult hanno di continuo e in ogni etate affaticato
gl'ingegni. L'uno  stato il flusso e reflusso del mare, cos terminato di sei
in sei ore; l'altro  l'attrazione che di alcune cose veggiamo, s come
dell'adamante, della calamita, dell'ambro e molti altri simili; il terzo il
crescimento del Nilo, cos ordinato ogni anno in quel tempo nel quale tutti gli
altri fiumi sogliono decrescere. Alli quali dubbi li posteriori hanno aggiunto
il quarto, cio il bossolo de' naviganti, del quale il perpendicolo sempre in
ogni sito che sia collocato per s si volge verso il polo. Problemi nel vero
tutti occultissimi e sopra modo incogniti a noi, il che mostra la diversit
delle oppenioni di coloro che ne hanno parlato. Molti de' quali veramente son
degni di escusazione in alcuni di questi dubbi, percioch a loro non poterono
esser note le cagioni, conciosiach quelle dipendessero dalla notizia delle
regioni e siti e condizioni particulari delle terre e mari e rispetti di quelli
al sole, la qual notizia alle loro etati non pervenne: di che noi molto siamo
obligati alla nostra, la quale tanto ha navigato e cercato del mondo, che gli
uomini dell'altre etati in questa parte si ponno riputar come fanciulli a
rispetto del secol nostro. Per il che, s come gli antichi non poterono aver
principio e via alla cognizione di qualcuno di questi effetti, cos l'et
nostra ne ha possuto aver lume e adito a penetrar molto pi dentro, s come 
stata la cognizione del crescimento del Nilo, di che voi, avendone avuto molta
e molto degna considerazione per le cose ritrovate di nuovo, ne avete scritto a
me e fattomi partecipe degli studii e pensieri vostri, li quali di continuo
sono intenti e dirizzati a gentilissime e alte contemplazioni. Ma perch voi
circa cotal materia ricercate anco il giudicio mio, e con la proposta di alcune
non facili dubitazioni modestamente m'invitate a far quasi commentario sopra il
discorso vostro, non potendo io n dovendo negare cosa che io veda piacer a
voi, molto volentieri ragioner vosco di cos bella e cos anco a me grata
materia, per quanto le relazioni che se ne hanno e qualche altro principio mi
potranno esser via a farne giudicio, se forse in cos difficil cosa mi sar
concesso rettamente giudicare e potere scioglier le vostre dubitazioni.



Tra li tropici, in ogni luogo ove il sole  perpendiculare, piove sempre
qualche poco del giorno.

Supporremo adunque, come per le relazioni si ha, di che pi volte avete a me
scritto, che tra li tropici, in ogni loco ove il sole si fa perpendiculare o
propinquo, sempre piove qualche parte del giorno, e vedesi elevare una folta
nebbia che, adunata nella sommit de' monti, finalmente si converte in pioggia.
Anco supporremo che, quando il sole comincia ad entrar nel solstizio estivo,
nelli luoghi ove soprasta, e anche propinqui di qua e di l dal solstizio per
sei o sette gradi, come sono gli Etiopi vicini all'Egitto e l'Egitto superiore,
non solo fannosi le pioggie predette, ma fannosi come diluvii di pioggie che
durano per giorni circa quaranta, il qual tempo gli Etiopi dimandano verno, e
dura per tutto Cancro e parte di Leone.



Il sol quando comincia entrar nel solstizio, e anco nelli luoghi propinqui sei
o sette gradi, si fanno pioggie grandissime. Il verno appresso gli Etiopi  nel
tempo che la estate  appresso di noi.

Appresso supporremo che il crescimento del Nilo comincia parimente anche esso a
questo medesimo tempo, cio quando comincia detto verno appresso gli Etiopi ed
 la state appresso noi, il qual crescimento dura circa quaranta giorni, per
tutto Cancro e parte di Leone; da indi comincia a calare e decrescer pi e pi,
tanto che in Libra se ne ritorna nel suo alveo dentro le solite rive. Del corso
del quale, onde cominci e per quai parti descenda e per quanto spazio, altro
non ne dir se non quanto nel vostro discorso scrivete, supponendo ancora che
nella Etiopia ed Egitto a quella vicino siano catene di molti grandissimi
monti.


Che 'l Niger cresce insieme col Nilo, e due esser le cause per le quali
principalmente crescono i fiumi, e molte per le quali possono crescere, ma
vengono di raro.

Le quai cose supposte, descendendo alle cagioni che fanno il crescimento del
Nilo in quel tempo che gli altri scemano, eccetto quello che si chiama Niger,
il qual si dice insieme col Nilo crescere, dico che generalmente li fiumi
crescono per due cause principali. L'una  quando interviene impedimento alcuno
alle bocche de' fiumi, per il quale non potendo essi deponer l'acque loro nel
mare, necessario  sgonfiarsi e crescere. L'altra  quando oltra l'ordinario
nuova acqua e molta precipita nei fiumi, tale che meno  quella che depongono
nel mare che quella che ricevono, il che anco fassi o per grande e subito
dileguamento di nevi o per moltitudine di pioggie, lassando alcune altre
cagioni che ponno certo accadere, ma perch rarissime volte avvengono, non si
ponno addurre nel proposito nostro, non ne faremo menzione. S come a certe
constituzioni o di stelle o di stagioni accade sotto la terra generarsi acqua
assai nelli luoghi ove sono le origini de' fonti, e s come a certi tempi
avviene che le scaturigini dell'acque che sono sotto terra o per terremoti o
per altro accidente mutino il loro corso, e sbocchino sopra terra o in qualche
fiume o lago, s come si legge del lago Albano, il quale senza manifesta causa
tanto crebbe nel tempo che poi da' Romani fu preso Vegento. Hassi ancora veduto
nascer novi fiumi, che dalla terra usciti ed entrati negli altri fiumi gli
hanno grandemente aumentati. Taceremo similmente quelle cause che pi presto
sono fabulose che possibili, che alcuni adducono de' crescimenti de' fiumi,
delle quali alcune ne son recitate da Diodoro Siculo e da Seneca. Per il che le
cause che ragionevolmente si ponno admettere nel proposito nostro saranno
generalmente le predette, cio le due prime, o impedimento delle bocche o nove
acque ricevute, e questo o per dileguamento di nevi o per pioggie grandi: delle
quali  da vedere quale possa far il crescimento che nel Nilo si vede.


Opinione di Talete e di Eudemene sopra il crescer del Nilo, e confutazione di
quelle, e quando cominciano a soffiar le etesie.

Sono stati alcuni, come di Talete ed Eudemene si scrive, che hanno stimato il
crescimento che si vede nel Nilo sia per impedimento che si fa nelle bocche ove
il Nilo entra in mare, il quale impedimento dicono causarsi da que' venti che
si chiamano etesie, non dalle etesie che spirano da ponente, ma da quelle che
dall'acquilone, che parimente son chiamate etesie, le quali dicono soffiare a
quel tempo che cresce il Nilo, e propriamente per giorni XL come anco cresce il
Nilo. Questi venti adunque, soffiando allo opposito del fiume, spingono l'acqua
del mare alle bocche del fiume e impediscono l'entrata sua. Ma nel vero questa
opinione non si pu difendere, prima perch, se  vero quello che scrivono gli
auttori dello spirare delle etesie, falso  che comincino col crescimento del
Nilo, anzi cominciano quando quasi  la fine del crescer del Nilo, conciosiach
li prodromi, che sono etesie leggieri, non cominciano se non alle fini di
Cancro per giorni otto inanzi le etesie, onde son detti precursori, poi
rinforzati e soffiando pi forte si chiamano etesie, quando gi il Nilo  alle
fini del crescere, di che Plinio cos ne scrive: "Nell'ardentissimo fervore
della state nasce la stella della Canicola, entrando il sole nella prima parte
di Leone, il qual d  il quintodecimo innanzi le calende d'agosto: nel nascer
di questa per giorni circa otto prevengono gli aquiloni che chiamano prodromi,
ma dopo duo giorni di quel nascere gl'istessi aquiloni soffiano pi fermamente
giorni XL, i quali dimandano etesie". Il simile scrive Seneca e Columella e
altri, onde si pu vedere le etesie cominciar quando gi il crescimento del
Nilo  alle fini, e questa non poter esser la cagione di tal crescimento, per
impedimento che si faccia alle bocche.
Oltra di ci, se tale impedimento fosse la cagione del crescere del Nilo, si
vedrebbe apertamente dagli Egizii, e l'onde del mare vedrebbonsi manifestamente
essere spinte contro il fiume, e non accaderia tanto dubitare della causa di
questo effetto come si fa; vedrebbesi anco cominciare il crescimento da l in
gi, e andar a poco a poco crescendo allo ins, di che il contrario pi presto
si vede; e ultimamente l'acque del Nilo sariano chiare, e non torbide e lutose,
il che essendo, d segno che quella torbidezza proceda da acque che, per molto
terreno correndo, portano quel lozzo grasso e torbido. Non potendo adunque
esser cotal crescimento per impedimento fatto alle bocche, n per le etesie n
per altro che possiamo imaginare, necessario  che sia per l'altra cagione,
cio per nove acque che precipitano nel Nilo: il che essendo o per dileguamento
di nevi, o per pioggie grandi, o per lo uno e lo altro, resta vedere per quale
di queste cause possa procedere.


Che la opinione di Anaxagora  falsa, che le cose che sono possibili solamente
non si debbono admetter per vere, e che le pioggie son potissima causa del
crescer del Nilo.

E sono alcuni, cos degli antichi come anco de' moderni, ch'hanno detto tal
crescimento farsi per dileguazion repentina delle nevi che sono nelli monti
d'Etiopia e quelli d'Egitto superiore: e tal opinione si attribuisce ad
Anaxagora. Ma neanco questa openione si p mantenere e ricever per vera, prima
perch molto dubbio  se dentro dalla tropici si possano far nevi o no, di che
io mi riservo nel fine di questo trattato farne un poco di discorso; poi,
concesso ancora che si possano far nevi in que' luoghi, non per pare che
questo si possa addurre per causa del crescimento del Nilo, conciosiach, se ei
fusse, molto innanzi il crescimento del Nilo sariano anco dileguate, per che
veggiamo appresso di noi dileguarsi le nevi quando il sole entra nel Tauro, ed
 distante da noi per gradi 50: quanto pi deveria dileguar quelle che fussero
dentro delli tropici, innanzi che entrasse nel Cancro, alle quali saria vicino
non per gradi 50 ma per XIII e per XII. E se alcuno dicesse ci avvenire per la
grande altezza delli monti, pigliando esempio dallo Atlante, nel quale, come
scrive Plinio, sono nevi etiam la state, e non  lontano dal solstizio estivo
se non gradi cinque, dico che costui non adduce cosa che consti per relazione
d'alcuno, ma che forse esser pu; ma giusto non  le cose che solamente son
possibili riceverle come vere, ma si debbono admettere come possibili, e
cercare se altre cause ci sono che siano pi certe: e se ce ne sono, queste si
devono tenere, ma se non ce ne sono, in quel caso  lecito admetter quelle che
sono possibili. Per il che, lassando ora in sospeso la cagione delle nevi,
cercheremo se le pioggie possono essere in causa perch il Nilo a quel tempo
cresca. E veramente, se cos  come da principio abbiamo supposto, che quando
il sole comincia a entrar nel Cancro, e per tutto Cancro e parte di Leone, si
vedono nella Etiopia diluvii grandissimi di pioggie, il che non solo accertano
quelli che vi sono stati a' tempi nostri, ma anco gli antichi scrittori lo
confermano, come Diodoro e Plinio e Aristotele nelle sue "Meteore", senza
dubbio  da stimare (o ci siano o non ci siano nevi) che tali pioggie siano la
cagione del crescimento del Nilo: e questo penso io sia da metter per certo e
constante, ove non accade dubitare.
Ma quel di che si pu dubitare  questo, donde e da qual causa si facciano
quelli diluvii di pioggie nella Etiopia, e come si possano fare in quel tempo
che il sole  nel solstizio e tanto abbrucia ogni cosa: di che io trovo
oppinioni molto diverse, e alcuni dicono il sole poterlo fare a quel tempo,
anzi solo a quel tempo, alcuni lo negano e adducono altra cagione, della qual
cosa  da cercare molto diligentemente. Alessandro Afrodiseo, commentando
Aristotele nelle "Meteore", nel primo libro ove tratta delle pioggie, dubitando
circa quello che dice Aristotele, in Arabia ed Etiopia la state farsi pioggie
grandissime, dice che la consistenza delle nuvole e li vapori non si fanno ivi,
ma son portati dalli venti che si chiamano etesie, come esso Aristotele
dichiara nel trattato del crescimento del Nilo. Per il che pare che la openion
d'Aristotele e poi di Alessandro sia che la generazion delli vapori che fanno
quelle tante pioggie in Etiopia non si faccia del sole in quelle parti, ma
siano portate dalle etesie, le quali in Etiopia facciano quello che li
scirocchi a noi, e s come a noi li scirocchi portano gran quantit di nuvoli e
vapori, perci che passano sopra il mare, cos le etesie parimente fanno agli
Etiopi e all'Egitto superiore passando per molto mare.


Che la opinione di Aristotile e di Alessandro difficilmente si pu difendere, e
che alla generazione delle pioggie ci bisogna molte cause, e quali.

Ma veramente, se  lecito dubitare alle openioni di tanti filosofi, molto posso
dubitare in questa cosa detta da Alessandro e attribuita ad Aristotele,
conciosiach, se  vero quel che di sopra abbiamo detto per testimonio di
molti, che le etesie si facciano alla fine di Cancro, quando gi il crescimento
del Nilo  propinquo alla fine, io non so come questo che scrive Alessandro
possa aver luogo. Al che si aggiunge che, se questa fosse la cagione di quelle
pioggie per vapori portati da' venti, gli abitanti e quelli che vi sono stati e
tutti che da quelli potessero esser informati niente dubitariano della causa
che fa crescere il Nilo, s come quando a noi piove per gli scirocchi niente
dubitiamo onde siano quelle pioggie. Essendo adunque e appresso gli antichi e
appresso gl'istessi abitanti sempre stato dubbio e tanto difficile a conoscer
come si facciano quelle pioggie, parmi che mal si possa attribuir la cagione a
venti che portino li vapori, tanto pi che, se  vero quello che da principio
abbiamo sopposto per le relazioni, che ove il sole si fa perpendiculare sempre
piova a qualche parte del giorno, che esser non pu perch le etesie ci portano
li vapori, ma perch il sole si elevi, ragionevole  che anche egli sia la
cagione che tante pioggie si facciano quando sta come perpendiculare per molti
giorni sopra certi prati. Ma nel vero alla perfetta risoluzione di questa
materia molto importeria il sapere certamente a che tempo cominciano a spirare
le etesie. E se a Plinio si pu prestar piena fede, percioch egli
distintissimamente mette il principio loro, Aristotele altro non dice se non
che soffiano dopo le conversioni estivali del sole, ma quanto dopo non
dichiara, e io per l'esperienza o per relazione altro non posso dirne.
Ci restar adunque da investigare se il sole pu esser causa di far
l'attrazione delli vapori che sono materia di tante pioggie, e perch solo a
quel tempo lo faccia, che  per tutto Cancro e parte di Leone, nella qual cosa
sono non pochi e non facili dubbi: e primo, come in quelle parti tanto secche e
bruciate sia tanta materia che sumministri vapori sufficienti a far diluvii di
pioggie che durino tanto; poi, dato che si facciano li vapori, come esser pu
che 'l sole tanto perpendiculare e diritto non li risolva e proibisca far
consistenza di nubi, conciosiach appresso noi in trenta e quaranta gradi e pi
vedemo, quando il sole  al solstizio, li vapori che si levano esser anco
disciolti, e rade volte la state farsi pioggie, e se pur si fanno, le nubi sono
portate d'altronde e la pioggia  molto breve. Oltre a ci quel che d pi
maraviglia  ch'essendo il medesimo rispetto del sole alla terra, il medesimo
viaggio per tutto Gemini che per tutto Cancro, perch non si fanno le dette
pioggie cos in Gemini come in Cancro: di certo gran meraviglia  che stando il
sole sopra li medesimi luoghi, mentre che da Gemini va al Cancro e dal Cancro
cammina al Leone, che non faccia la medesima attrazione de vapori, le medesime
nubi e pioggie in Gemini come in Cancro. Maggior maraviglia  poi che, in tanto
tempo che sta come fermo in un luogo, non consumi tutta la materia donde si
devono far vapori, conciosiach appresso noi, che siamo tanti distanti, vediamo
la terra tanto essiccarsi, che nulle o pochissime pioggie si fanno. Per questi
dubbi io penso Alessandro e gli altri esser mossi a non poter credere che
quelle tante pioggie che si fanno la state nella Etiopia non abbiano la lor
materia portata d'altronde; nondimeno, perch communemente si tiene il
contrario, e che il sole la elevi dalli luoghi proprii di quella regione, io mi
affaticher a mostrare come ci esser possa, e che non possa esser ad altro
tempo che quando il sole corre tutto Cancro e parte di Leone.
Ma prima diremo ch'alla generazione delle pioggie ci bisognano molte cause per
ordine, le quali concorrendo si fanno le pioggie, ma mancando o tutte o alcuna
non si fanno. Prima ci bisogna la materia onde li vapori si possano fare, la
quale  l'umido o de' mari e stagni e fiumi, o le parti della terra umide; poi
ci bisogna lo agente che elevi da quello umore vapori assai, il che si fa
introducendo in quell'umore tanto di caldo che sia sufficiente ad elevarlo, per
il che il sole massimamente lo suol fare. Poi bisogna che li vapori elevati si
unischino in certo luogo nell'aere e congreghino insieme, e faccino quel corpo
stesso per l'aere che chiamano nube, la qual unione e consistenza parte fassi
per la natura delle cose simili che concorrono in uno l'una con l'altra per la
simpatia, parte fassi per l'antiparistasi del loco, la quale communamente 
dove finisce la reflession de' raggi del sole, ove  fredezza assai, e massime
se ci sono monti, i quali infreddano molto, e perch la reflession de' raggi
non perviene alle sommit loro, e perch hanno della terra assai, che parte 
fredda e non  scaldata come li luoghi piani, dalla qual antiparistasi si fa la
consistenza e unione de predetti vapori. Oltre ci ci bisogna che 'l vapore da
novo si riduca alla natura dell'acqua, il che si fa perdendo la calidit che
prima era introdutta e ricevendo nova freddezza, la qual si fa o dal luogo
detto ove finisce la reflession de' raggi, e massime partendosi il sole, che
pur con la presenza mantiene la calidit nel vapore, o dalle parti di essa nube
che sono fredde. Ultimamente, uniti li vapori e ridotti alla natura propria e
fatti acqua, che per s  grave, descendono e fassi pioggia.


Come se ingeneri la pioggia, e come si facciano le pioggie quando poche, quando
mediocri e quando grandissime; e quando il sol pi s'avicina al tropico, il sol
si fa continuamente pi lungo.

Quando adunque questo ordine di cause concorre convenientemente, se la materia
 poca fassi poca pioggia, se  mediocre fassi pioggia mediocre, ma se  molta,
e l'attrazion molta, e li luoghi degli antiparistasi molto atti, allora si fan
pioggie grandissime e diluvii, se accade che le cause possino durare. Ma se
alcuna di queste cagioni per fortuna manca, manca anco la generazion della
pioggia, il che o in certi luoghi o a certi tempi accade. Alcuna volta manca la
materia per s, come in molte parti della Libia, che sono arsiccie e sabulose;
alcuna volta  consonta dal sole, come la state appresso noi; per il qual
mancamento non fa attrazione ed elevazion de vapori. Alcune volte il difetto
non  per la materia, ma  dallo agente, che  debole, come quando il sole 
lontano e fa li raggi che fuggono e non si reflettono, e non  potente ad
elevar il vapore, che  congelato dalla freddezza del luogo, come il verno
appresso noi, e pi alli pi settentrionali, ove non piove se li nuvoli non son
portati d'altronde. Alcune volte il vapore si eleva, ma non si unisce n si fa
consistenza, il che fa o il calore eccessivo che li disolve o venti che li
dispergono. Alcune volte sono elevati li vapori e consistono e sono uniti e
sono in region debita, ma non si fan pioggia perch l'antiparistasi non 
proporzionata a far pioggia, ma fa o neve o tempesta o vento.
 adunque da vedere se nella Etiopia e nell'Egitto superiore siano queste
condizioni e ordini di cause, che senza necessit di esser portata la materia
dalle etesie, si possono far pioggie e piccole e mediocri e grandi e lunghe,
per le disposizioni della regione e del sole. E a me pare di s, supponendo,
come  detto, che nella Etiopia ed Egitto superiore siano catene di grandissimi
monti, siano anco fiumi larghissimi, come il Nilo e altri, e appresso sia gran
tratto di mari, il sino Arabico e l'Oceano. Dico adunque che prima, a far
quelle pioggie che di giorno in giorno si fanno, ove il sole si trova
perpendiculare e diritto, non  dubbio che non ci sia materia sufficiente per
li vapori che s'hanno ad elevare, e ancora lo agente che li possa elevare, cio
il sole. Puossi ancor fare unione di quelli e consistenza dal luogo ove finisce
la reflession de' raggi, massime ove sono monti assai, i quali s per natura
loro, che  fredda essendo terra, s perch massimamente alle sommit loro non
arriva la reflession de' raggi, resistono al sole, che non dissolva la
consistenza de' vapori, e con l'antiparistasi parte gli uniscono, parte di novo
li raffreddano e convertono alla natura di acqua e fan pioggia, il che di
giorno in giorno si fa. La qual pioggia non  gi quella che faccia il
crescimento del Nilo, percioch quella, descendendo al piano, prima che arrivi
al fiume si absorbe dalla terra, che  assai secca per s e scaldata dal sole.
Secundo dico che non solamente questa pioggia quotidiana mediocre o poca possi
fare, ma etiam quella grande e lunga che li Etiopi dimandano verno, ed 
diluvio d'acqua, ma tale non possi gi fare ad ogni tempo e ogni luogo ove si
trova il sole, ma solamente quando egli si trova nel solstizio per tutto Cancro
e parte di Leone. Il che come si possa fare, cos dichiararemo, supponendo che
li paralleli che fa di d in d il sole, cos partendosi dall'equinoziale per
andar al tropico come partendosi dal tropico per ritornare all'equinoziale,
sono continuamente pi e pi larghi e distanti l'un dall'altro quanto son pi
vicini all'equinoziale, e sono continuamente tanto pi e pi stretti e men
distanti l'un dall'altro quanto son pi vicini al tropico, supponendo ancora
ch'il giorno si fa continuamente pi longo quanto il sole pi s'avicina al
tropico.


Quando e in che modo far si possino pioggie grandissime.

Cominciando adunque dal tempo che il sole si trova nell'equinoziale, e anche
per tutto Ariete, dico che ovunque si fa perpendiculare pu far pioggia, come 
detto, di giorno in giorno, ma tal pioggia non  diluvio, n tale che possa far
augumento nel Nilo, percioch il sole, di giorno in giorno facendo li paralleli
larghi e assai distanti l'un dall'altro, poco dimora in un luogo e non pu fare
quella tanta attrazione di vapori che si ricerca al diluvio, ma solo a pioggia
leve e poca, che poi si absorbe dalla terra. Alla qual cosa concorre etiam la
brevit del giorno, talmente che non dimora molto di luogo in luogo, s per li
paralleli larghi, s perch il giorno  breve. Similmente si far anche per
tutto Tauro, per la istessa cagione delli paralleli larghi e del giorno breve,
avvenga che nel Tauro qualche poco siano stretti li paralleli, il giorno pi
longhetto che nell'equinoziale; ma nondimeno l'uno e l'altro non  ancora
sufficiente a far pioggie che augumenti il Nilo, ma quando avviene che il sole
stia pi e pi giorni e pi ore del giorno sopra una medesima parte, dico che
solamente a quel tempo si pon far pioggie grandissime e lunghe. La causa  che
solamente allora si fa attrazione grandissima e lunga di vapori, percioch la
calidit che gli attrae si fa molto pi profonda nella terra e mare, e non
solamente pi profonda ma etiam pi larga e a pi spazio che non fa quando poco
dimora sopra una parte, ove fa attrazione superficiale e ristretta. Pervenendo
adunque il sole al solstizio per tutto Cancro e parte di Leone, ove il giorno 
pi lungo e li paralelli pi stretti che in Ariete e Tauro, e la dimora sopra
li medesimi luoghi quasi continua, avviene che l'attrazione de' vapori si fa
grandissima e larga e profonda, e conseguentemente pioggie grandissime e
lunghe.
Ma qui nascono li predetti dubbi, e prima come possa esser tanta e cos
abondante materia per tanto tempo in quella regione cos arida per s, ma pi
in quel tempo che da cos lunga calidit  abbruciata, avendo il sole cos
diretto e propinquo, conciosiach a noi in quaranta e 50 gradi la state cos si
secca la terra che materia non c' per pioggia. Al qual dubio dico che nella
Etiopia, nelli luoghi onde si elevano li vapori, in alcune parti la materia 
indeficiente, e non solamente indeficiente, ma l'un giorno prepara all'altro
pi e pi materia, crescendo la calidit di d in d, come sono li mari,
massime il sino Arabico, sopra il quale passando il sole per molti giorni quasi
per un medesimo paralello, di d in d moltiplica pi e pi vapori, perci che
'l giorno d'oggi dispone per dimane, e dimane per l'altro, e quello per
l'altro, talmente che pi materia si ha di giorno in giorno.

Che due umiditati si debbono considerar nella terra, le quali il sole attrae
quando il sol scorre Gemini e si prepara abondantissima materia de vapori. La
causa perch nella Etiopia accresce ogni d pi materia di pioggie per certo
tempo, il che appresso di noi far non si pu la state nei luoghi piani.

Quanto veramente appartiene alla terra, dico che in essa son da esser
considerate due umiditati, una superficiale, l'altra profonda: quanto alla
superficiale, basta poca dimora del sole sopra un medesimo luogo ad elevar li
vapori, e di questa fansi le pioggie che ogni giorno si sogliono fare ovunque
sia il sole perpendiculare; ma quanto alla profonda, che  quella che in gran
parte  fatta dalle acque absorpte dalla terra per le pioggie quotidiane, ci
bisogna molto pi longa dimora del sole, tale che anche per causa della terra
non manca materia per li vapori quando la profonda si estrae, massimamente
nelli luoghi montuosi, ove sono e selve e ombre assai e fonti, che il sole non
pu tanto come nelli piani. Ma generalmente dico che, quando il sole comincia a
scorrer Gemini, materia abondantissima si fa, e l'un giorno dispone per
l'altro, tal che il seguente sempre s'avanza dal precedente di materia e
vapori, percioch, faccendosi ogni giorno le pioggie quotidiane che abbiamo
detto farsi ove il sole  perpendiculare, ed essendo in Gemini il sole
perpendiculare sopra un medesimo luogo, ivi si fanno le dette pioggie, le
quali, absorte dalla terra, per un circulo descendono e ascendono attratte dal
sole. Ma di giorno in giorno pi  quel che si attrae che quel che discese il
giorno inanzi, per elevarsi etiam la umidit profonda e aggiugnerseli quella
che da mari e fiumi e monti si leva, e cos un giorno dispone per l'altro: per
queste cagioni dunque non manca materia per molti giorni, anzi accresce per
certo tempo ogni d pi. Il che appresso noi la state non si pu fare nelli
luoghi piani, peroch, consumata la umidit superficiale, causa non c' che la
rinovi di d in d, n che ne abbia fatta di profonda, onde quelli pochi vapori
che si levano insieme si dissolvono. Pur ne' luoghi montuosi si fan delle
pioggie, perch non son cos essiccati dal sole, e contra operano che li vapori
non si dissolvono: e cos sia satisfatto al primo dubbio.


La causa perch il sole, essendo cos diretto, non dissolve nella Etiopia li
vapori che si elevano e non proibisce la consistenza loro; e per che cagioni
non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in Cancro, essendo quelli
istessi paralelli in l'uno che in lo altro. Quando noi sentiamo il verno, e
come se introduce a noi la state. Che dopo il solstizio e per tutto Cancro e
parte del Lione si fa crescimento del Nilo.

All'altro veramente cercava per che causa il sole, essendo cos diretto, non
dissolve nella Etiopia li vapori che si levano e non proibisce la consistenza
loro. Dico che ci fa il luogo ove finisce la reflession de raggi, massimamente
ove sono monti molti e grandi, percioch ivi  freddezza assai, per il che li
vapori non si risolvono, anzi occorrendo alla antiparistasi si uniscono e
raffreddano e riducono alla natura propria di acqua, e cos piovono. Ma a
quello che tanto travaglio d e a voi e a molti altri, perch sia che in Gemini
essendo gl'istessi paralelli che in Cancro, lo istesso rispetto alla terra e
viaggio del sole, non si fanno quelle grandissime pioggie in Gemini che in
Cancro, e non comincia il crescer del Nilo se non circa il solstizio, io dico
che tutte le grandi azioni hanno le lor preparazioni e lor tempi ne' quai si
fanno, e ad introdurre certa forma e grado di qualit, bisogna rimover le
disposizioni contrarie e introdurre quelle che fanno per la qualit che si
ricerca. Di qui nasce che sar uno agente e che per due ore far azione in
certa materia, e sar sempre quel medesimo con li medesimi rispetti, e
nondimeno nella prima ora non produrr la qualit destinata, ma solamente nella
seconda, non per altro se non che tutta la prima ora consum in rimover le
disposizioni contrarie e introdurre le appropriate.
Per questa cagione, per molto che 'l sole sia nella medesima distanza da noi
del Sagittario che  per tutto Capricorno, nondimeno noi mai non sentimo verno
n freddo notabile se non per Capricorno e doppo il solstizio iemale. La
cagione  che per tutto Sagittario, anzi per tutta la quarta, de Libra fino a
Capricorno, consuma tutto quel tempo a rimover la calidit indutta nella terra
per la state passata, la qual si rimove per l'absenza del sole dalle parti
della terra fredda; poi, quella rimossa, procedendo pur la freddezza, si viene
a tal grado che  molto notabile, e allora sentimo il verno, il che fassi doppo
il solstizio. N obsta alla intensione della freddezza che 'l sole cominci a
vicinarsi a noi, percioch tanto poco  quello che pu far di calidit che la
freddezza di lungi non vinca. Per consimile cagione non sentimo parimente la
state in Gemini, ma solo dopo il solstizio in Cancro, per molto che sia lo
istesso rispetto del sole alla terra in Gemini che in Cancro, perci che in
Gemini, anzi per tutta la quarta di Ariete a Cancro, il sole consuma tutto
quello tempo in rimover la freddezza indotta per lo verno passato, la qual
rimossa e introdotta certa calidit, induce finalmente tal grado che a noi 
molto sensibile, che chiamiamo state, che si fa doppo il solstizio. E per molto
che il sole dopo il solstizio cominci a lontanarsi da noi, nondimeno tanto
debole azione  questa che la calidit di lungo vince e si augmenta, fin tanto
che la lontananza del sole tanto pu quanto il caldo, e fassi caldo mediocre.
Poi, superando la lontananza, comincia alquanto il freddo, il qual cresce fino
a Capricorno, ma non s che ancora ci paia verno.
Dunque nel proposito nostro dovemo parimente dire che per la istessa cagione in
Gemini non si fanno le pioggie nella Etiopia che si possano dire diluvii e che
possano far crescer il Nilo, ma solamente doppo il solstizio, per tutto Cancro
e parte di Leone, perci che tutto il tempo che 'l sole scorre Gemini si
consuma parte in rimover le disposizioni contrarie all'attrazione grande de'
vapori, parte in far la preparazione conveniente al poter far attrazione grande
e larga. Si dee dunque considerare che nella Etiopia e nell'Egitto superiore,
quando il sole  nella maggior lontananza che esser possa, cio nel tropico
iemale, nelle parti onde s'hanno ad elevar li vapori, mari, monti, fiumi e
piani,  indutta certa frigidit che, quantunque non sia tanta quanta 
appresso noi,  per tanta che bisogna che sia rimossa se si deve far vapore
che possa elevarsi, massime quella che  ne' mari e fiumi e monti. Oltra ci si
deve anche considerare che, se si deve fare levazione de vapori grande e larga,
ci bisogna calidit anche grande e larga, e che possa penetrare alle parti pi
profonde e a pi spazio. E quando accade che tale calidit sia mandata dal
sole, allora fassi che un giorno prepara all'altro e fa tal disposizione, che
poi si pu fare attrazione di vapori grandissima.


Come la disposizione delle attrazioni si fa in Gemini e l'effetto in Cancro. Il
Nilo e il fiume Niger come crescono; quando cominci lo augmento de' fiumi, e
quando lo stato, e quando la declinazione.

Venendo dunque al particolare, quando il sol perviene a Gemini, ove li
paralleli sono molto stretti e il giorno  alquanto pi lungo, e che 'l sole
dimora molto sopra un medesimo luogo, dico che allora comincia il tempo che un
giorno prepara all'altro e dispone la materia che si possa far attrazione
grandissima. Ma di tale attrazione la disposizione si fa in Gemini, lo effetto
si fa in Cancro, percioch in Gemini da principio si rimove la freddezza
indutta dal verno passato (dico verno la massima lontananza del sole, non quel
verno che  accidentale per le pioggie, che gli Etiopi chiamano verno), la qual
freddezza essendo parte superficiale, parte profonda, quanto alla superficiale
basta la dimora di un giorno che faccia il sole, e questa rimossa si fa
elevazione che basta alle pioggie quotidiane, ma piccole; ma quanto alla
profonda ci bisognano pi e pi giorni, e cos l'un giorno prepara e dispone
all'altro, onde anche fassi che le pioggie quotidiane vanno augumentando e
fansi maggiori, ma non s che ogni giorno non siano per absorte dalla terra, e
ci fassi per tutto Gemini. Ma come si viene al Cancro, ove gi per lunga
dimoranza la calidit profondamente  indutta e fatta preparazione, che gi
infinite parti nel mare, nella terra e ne' monti sono vapori in potenzia
prossima, allora per ispazio grande, cos in latitudine come in profondit,
fassi incredibile attrazion de vapori, etiam la notte, li quali, congregati
circa li monti, dall'antiparistasi loro si riducono in pioggie quasi continue e
grandissime, le quali, discendendo al piano gi imbibito dalle pioggie
quotidiane, non si absorbono dalla terra ma, precipitando alli fiumi, gli
accrescono tanto che poi allagano la regione: e cos fa il Nilo, cos fa il
fiume Niger. Questo crescimento adunque non si fa in Gemini per la cagion
detta, che in quello si fa solamente la disposizione; ma fassi per tutto Cancro
e parte di Leone, fin a tanto che il sole comincia a far li paralleli larghi,
il giorno men lungo, ove la dimoranza non  tanta e la calidit si sminuisce, e
gi le parti fredde dell'acque e della terra cominciano a ridursi alla natura
propria.
L'augmento adunque de' fiumi comincia quando pi  l'acqua che entra che non 
quella che si depone al mare, il quale augumento va crescendo fino a certo
grado, che  il sommo, il che  da credere che sia circa li XX gradi di Cancro.
Poi quel sommo grado va a poco a poco calando, per modo che pi sia l'acqua che
entra che quella che si depone; poi viensi ad uno stato nel qual tanto  quella
che entra quanto quella che esce, il fiume n cala n cresce, ma sta in una
linea: e ci si dee credere che sia circa la ottava di Leone. Poi comincia a
farsi il decrescimento, e meno esser quel che intra che quel che esce: il fiume
si ritira dalla linea predetta verso le rive, ma a poco a poco, perci che a
poco a poco fassi quello eccesso di quel che esce sopra quello che entra, e
cos a poco a poco calando nella Libra  tutto ridutto il Nilo nel suo alveo.
Queste sono le ragioni che a me sono occorse circa al crescimento del Nilo, e
circa li dubbi che ci accascano, e circa l'oppenioni che si ponno avere, delle
quali la pi ragionevole a me pare quella che dice le pioggie che si fanno
nella Etiopia e nell'Egitto superiore esser cagione di tal crescimento, le
quali pioggie non sono fatte perci che le etesie li portano le nuvole, ma sono
fatte per immense attrazioni de vapori che fa il sole nel Cancro e parte di
Leone al modo detto. Dal che seguiria che questo crescimento cominciasse nella
Etiopia e nell'Egitto superiore a quella vicino, nella qual cosa pu nascer un
dubbio, se ad un medesimo tempo si vede il cominciar di tal crescimento in
Etiopia e al Cairo: e pare che s, perci che tutti scrivono che dove  il
Cairo comincia a crescer il Nilo nel solstizio, nel qual tempo etiam per le
relazioni si ha che cominciano li diluvii di pioggie nella Etiopia. La qual
cosa se diciamo, pare molto dubbia, percioch dalla Etiopia al Caiero sono
miglia circa 600, le qual, prima che l'acqua cominci a gonfiar nella Etiopia
possa scorrer, pare che molti giorni ci bisognino. Al che si pu dire che otto
o dieci giorni prima o dopo non importa, perch puntualmente non si sa quando
comincia il crescimento in Etiopia e quando al Caiero, over diciamo che il
crescimento del Nilo a duo modi si pu conoscere. L'uno  per l'acqua che
entra, che non potendosi deporre tanto quanto entra fa crescer il fiume, e a
questo modo alquanto prima si vede il crescimento nella Etiopia che al Caiero.
All'altro modo si pu conoscere il crescimento per la condensazion delle parti
che fa l'una dopo l'altra di mano in mano, il che quasi subito e in brevissimo
tempo si fa in tutto il fiume, come vediamo anche nell'altre acque, buttato un
sasso o altro che spinga le parti, farsi le circulazioni l'una dopo l'altra
quasi in un momento: e a questo modo pu esser che, come la prima acqua sgonfia
il Nilo nella Etiopia, quantunque la istessa non si veda al Caiero, nondimeno
si vede la condensazione delle parti fatta l'una dopo l'altra subito etiam al
Caiero. Il che  primo segno del crescer suo, che poi si fa manifesto quando
l'acqua istessa che prima cominci a gonfiare discende al Caiero: il qual tempo
in quanti giorno si faccia difficile  da sapere.



Che nella Etiopia si fanno anco tempeste; come si generino le pioggie, nevi,
tempeste; come si faccia la pioggia e tempesta insieme; come si generi la neve;
che cosa sia ghiaccio, e le cose che si possono far ghiaccio; come si faccia la
neve e come la tempesta, e la causa che una istessa nube piover e nevicher, e
il simile della tempesta.

Ora resta da esequire anche quello che abbiamo promesso, se nella Etiopia si
facciano nevi, il che non sapendo noi per esperienza o nostra o d'altri, ne
diremo quanto parer probabile per le ragioni. E pare che l ci siano nevi,
perci che ivi non solo si fanno pioggie, ma si fanno anche tempeste: essendo
adunque la pioggia fatta da men freddezza che la neve, e la tempesta di pi
freddezza, pare che ove si fanno gli estremi si debbia anche far il mezo. Il
che si pu confermare per l'esempio del monte Atlante, che  vicino al tropico
per gradi cinque, nel quale, come Plinio scrive, sono nevi etiam la state, per
il che pare che e nelli monti libici, che sono nel medesimo parallelo, e nelli
etiopici, che son vicini a questi per dieci o poco pi gradi, si possano far
nevi. All'incontro pare che non ci possono esser nevi, perch la maggior
distanzia che possa aver il sole dall'Etiopia non  pi di gradi quaranta: ma
noi veggiamo che, a noi essendo il sole vicino per quaranta e cinquanta gradi,
non solo non patisce farsi nevi, ma le fatte dissolve e liquefa. Oltra ci non
 da credere che nella Etiopia a tutti li tempi sia men caldo che quello che 
appresso noi la state, che siamo distanti 45 e cinquanta gradi. Essendo adunque
cos, che appresso noi la state non si ponno far nevi,  da credere che meno si
possano fare appresso gli Etiopi.
Per migliore intelligenzia adunque di questa materia, bisogna vedere le cause
che concorrono a far pioggie solamente e a far neve solamente e a far tempesta
solamente, e poi se ponno farsi insieme, dico pioggie e neve, e pioggia e
tempesta, e neve e tempesta: per la qual cosa dico che in alcune cose
convengono tutte queste tre, pioggia, neve e tempesta, in alcuna differiscono.
Convengono veramente nella materia, cio che tutte si fanno di vapore, che
prima fatto caldo dal sole si eleva a certo luogo, poi raffreddato da agente
freddo si fa grave e di natura d'acqua; ma  differenza nel modo della
freddezza, percioch a far pioggia basta men freddezza, quella tanta che 
assai a levar la calidit indutta dal sole, che nondimeno n congela n
agghiaccia, ma fa solo predominio di acqua, ma a far neve ci bisogna pi
freddezza, e pi a far grandine. Convengono ancora la pioggia e la tempesta
insieme, che l'una e l'altra si fa di vapori prima uniti, tanto che ponno far
goccia e gi son fatti acqua, ma differiscono poi che la pioggia discende in
natura e forma di acqua, ma la tempesta, innanzi che descenda l'acqua di che si
fa, si agghiaccia, e non discende di natura d'acqua over di forma, ma di goccia
agghiacciata. E differiscono poi queste due dalla neve, e che li vapori di che
si fa la neve non si uniscono di modo che possa far goccia e acqua, ma innanzi
che si uniscano nella nube si congelano cos divisi e sparsi come si trovano,
tal che sempre tra l'uno e l'altro c' aere interposto, per il che quando
discendono fanno quel corpo raro e spongoso che chiamano fiocco, che non 
altro che corpo raro misto di vapori congelati e di aere; ma la tempesta non ha
mistura di aere, percioch  fatta di goccia d'acqua agghiacciata prima che
discenda.
Ma degna cosa  da vedere come e per qual cagione queste diversit si facciano
nelle nubi, e perch li vapori ora si uniscano e facciano goccie d'acqua, ora
no; e perch, fatti goccie d'acqua, ora discendano in forma d'acqua, ora no, ma
s'agghiacciano prima; e perch il verno non s'agghiacciano s che facciano
tempesta, ma neve, di state s'agghiacciano e solo faccian tempesta; e perch la
pioggia stia con tutti, cio con la tempesta la state e con la neve il verno, e
donde sia che 'l verno s'agghiaccino i fiumi e le gocciole che cadono da'
tetti, la neve caduta non s'agghiacci mai, se non si liquefa prima. Cominciando
adunque da questo ultimo, dico che ghiaccio non  altro che acqua congelata, e
per tanto quelli corpi che non son redutti in acqua o natura di acqua non si
fanno ghiaccio, ma ben ponno semplicemente congelarsi. Perch adunque la neve
non  acqua, ma vapore congelato con intermistione di aere, per questo non si
pu far ghiaccio, rimanendo in quella natura; ma liquefatta e ridutta in acqua
e corpo fluido, espresso l'aere, si fa poi ghiaccio; per il che li fiumi e le
gocciole che cadono si sogliono agghiacciare, ma non la neve caduta. E se alcun
dubitasse perch adunque la pioggia il verno non si agghiaccia discendendo e
non si fa tempesta, se 'l verno s'agghiaccino li fiumi e le gocciole che cadono
da' tetti o d'altro luogo, dico che quel freddo che il verno s'agghiaccia 
freddo secco boreale, ma quando piove comunemente lo aere se intepidisce e le
nubi son portate dalli scirocchi, onde n li fiumi n la pioggia si
agghiacciano, n tempesta puossi far il verno, ma solo o pioggia o neve. Perci
che l'aere nel verno, quando le nubi si fanno, o si trova per freddo o denso,
come quando non regnano li scirocchi, o si trova intepidito, come quando essi
scirocchi regnano: se  freddo e denso, li vapori della nube non si ponno unire
s che facciano goccia e pioggia, ma si congelano sparsi nelle nubi e cos si
fanno neve e fiocco, nel quale  misto sempre aere; ma se lo aere  intepidito,
si pon veramente unire e far goccie e pioggia, ma non mai tempesta, percioch a
far tempesta bisogna prima esser fatto acqua, la qual prima che descenda si
agghiacci da frigidit grandissima, le qual due cose non si ponno far insieme
il verno, nel quale, se c' la frigidit, quella non lassa far l'acqua, per il
che solamente la state e nelli tempi medii, quando qualche giorno  simile
all'estate, si pu far tempesta. E se dimandaste donde puossi aver la state
quella tanta freddezza nella nube che agghiacci le goccie dell'acqua, dico che
ci fassi all'antiparistasi del caldo, il qual concentra e unisce le parti
fredde nella nube, li quali prima si fanno acqua e goccie, poi subito se
agghiacciano: ma di queste antiparistasi  da sapere che, circa le parti della
nube, sono duo antiparistasi, l'una dell'aere estrinseco caldo, l'altra dentro
della nube, che si fa dalle parti contrarie che sono nella nube, alcune ignee e
calidissime, alcune acquee e altre terree, tutte frigidissime. Essendo adunque
la natura de' contrarii scacciar gli altri contrarii e la natura de' simili
unirsi a loro simili, di qui si fanno nelle nubi azioni grandi e maravigliose,
tra le quali, che per ora basta, si fa etiam la tempesta, quando accade le
parti fredde forte unirsi, massime le acquose e le terree, ove nasce freddezza
non minor di quella che il verno agghiacci i fiumi. Alcune volte fassi insieme
pioggia e tempesta, e alcune pioggia e neve, e questo accade o per la diversit
de' vapori che son nella nube, o per diversit di luoghi, onde vedemo spesso
piover nelli luoghi piani e nevicar alli monti, o farsi tempesta in un luogo e
piover in un altro vicino, per esser pi e men freddo in un luogo che in
l'altro. Alcuna volta nell'istessa nube piover e nevicher, perch alcuni
vapori sono men freddi e non sono atti a coagularsi, alcuni s; il simile si fa
con la tempesta, quando insieme piove, per la diversit delle parti e vapori
nel caldo e freddo. Ma se per questa diversit di caldo e freddo in diversi o
luoghi o vapori si possano far insieme nevi e tempesta  molto dubbio, ma
verisimilmente si pu tenere prima che in una istessa nube non possan farsi
insieme tempesta e neve, quantunque sieno diversi vapori, perci che, se si dee
far tempesta, bisogna, come  detto, che prima si facciano goccie e acqua che
poi s'agghiacci, il che se si dee fare, bisogna ci sia la union de' vapori in
goccia, e questo non pu esser ove si fa neve, per il che non pu esser che in
una istessa nube si facciano neve e tempesta. Dico anco che in diversi luoghi,
ma vicini, come in piano e monte, non pu farsi in uno neve in l'altro
tempesta, perch se nel piano si fa neve bisogna che sia verno, come  detto:
adunque nel monte non pu essere state a quel tempo. Similmente, se nel piano
si far tempesta e sar state, nel monte non potr farsi neve ed esser verno,
eccetto se non fosse tanto alto che l'altezza supplisse alla stagione: e in
questo caso non repugneria esserci neve.



Se appresso gli Etiopi si fa neve o verno, e come appresso di loro il giorno
non  pi di ore 12 e mezza.

Dichiarate queste cose quanto basta al proposito nostro, vediamo se nella
Etiopia si ponno far nevi e tempeste, perch della pioggia non  dubbio, s per
la esperienza che si vede, s perch  detto che la pioggia sta con tutti i
tempi, e con neve e con tempesta. Della tempesta anco non deve esser dubbio,
per che ivi sono li tempi proporzionati alla state e alli tempi medii appresso
noi. Se adunque appresso noi la state e gli altri tempi medii sono atti a far
tempesta, manifesto  che anche appresso gli Etiopi si deve fare, massime
quando il sole  nel Cancro, ove , quanto per il sole, state grandissima, e
fassi attrazione tanta de vapori: per il che non  meraviglia, s come si
referisce, in quel tempo insieme con le pioggie sono e tuoni e fulgori e
tempeste, onde sentono pi freddo che ad altro tempo, non altramente quando
anco appresso noi tempesta si sente freddo notabile, per molto che sia di
state.
Che adunque e pioggia grande e tempeste siano appresso gli Etiopi non si dee
dubitare, ma ben si pu dubitare delle nevi, perci che la ragione addutta non
vale, che ove si fa tempesta si debbia etiam far neve, conciosiach molto
diversa  la causa che fa la tempesta e che fa la neve. La tempesta vuole
l'antiparistasi del caldo estrinseco, la neve vuole l'antiparistasi del freddo,
onde non si fa se non il verno. N segue ove si fanno gli estremi si debbia
anco fare il mezzo, se non quando da uno estremo non si pu andar all'altro se
non per il mezzo. Ma quando gli estremi hanno cause proprie senza che passino
per il mezzo, ponno farsi essi estremi senza che il mezzo si faccia in quel
luogo, per il che bisogna vedere se altra ragione c' che possa persuadere se
son nevi nella Etiopia. E dico che, se ci sono luoghi ove sia verno tale quale
appresso noi, ove l'aere sia freddo ad alcuna stagione come nel nostro verno,
ivi poter esser nevi e poter farsi come appresso noi. Il che veramente in
luoghi piani esser ad alcun modo non pu, per la propinquit del sole in ogni
tempo, conciosiach mai non pu esser pi distante di gradi trentaotto vel
circa, nella qual distanza non pu esser verno e consequentemente neve. Ma se
nelli monti possa esser tale constituzione che sia verno ad alcun tempo 
dubbio assai, e a me pare che non repugni che in alcuni, per l'altezza loro,
massime quelli che sono sotto il circolo estivo e li propinqui, si facciano
nevi quando il sole  nel Capricorno, percioch, all'altezza di quelli non
arrivando la reflession di raggi, per la natura del luogo, pu esser freddo
equale al verno. E se alcuno dicesse ci non apparere appresso noi nelli nostri
monti, che in equal distanza, anzi in maggiore si facciano nevi e sia freddo
equale al verno, quando il sole  nel Cancro, dico che questo pu avvenire per
la lunghezza del giorno, che  di quindici e sedici ore, il che molto fa a
mantenere il caldo e contraoperare alla freddezza e natura del luogo; ma
appresso gli Etiopi il giorno non  mai pi lungo di ore dodici e mezza vel
circa, per il che non  senza probabilit che appresso gli Etiopi si possano
far nevi quando il sole  nel Capricorno. Ma se si possano fare nel tempo che
si fanno le pioggie grandi e tempeste, quando il sole  nel Cancro,  da dire
che non, perci che, come  detto di sopra, in una istessa nube non si pu far
tempesta e neve, se forse la sommit di qualche monte non fusse alta, che alle
spalle del monte si facessero le tempeste, al sommo le nevi, il che anco non 
da credere, perch le nubi non si fanno in tanta altezza.
Concludendo adunque  da dire che quanto persuade la ragione  da credere che
ad ogni modo si facciano nevi in Etiopia ne' monti, ma quelle niente fanno
all'accrescimento del Nilo, perch molto prima son liquefatte che il sole
pervenga al Cancro. Quanto mo' al testimonio dello Atlante, ove la state si
vede della neve, questo  niente, percioch esser pu che tal neve sia nella
faccia che guarda il settentrione, in qualche parte ombrosa ove il sole non
percuote, per esser sempre australe a quella faccia: il che vediamo anche noi
nelli nostri monti, ove la state sempre si trova neve in qualche parte, il che
sanno li signori, i quali se ne servono per rinfrescar li lor vini. E tanto sia
detto del crescimento del Nilo e della Etiopia.


La navigazione di Nearco


Discorso sopra il viaggio di Nearco, capitano di Alessandro.

S come  conveniente che doppo tanti e cos varii viaggi si legga anche quello
che fece Nearco, capitano d'Alessandro, cos mi pareria che si mancasse
grandemente del debito, quando a contemplazione degli studiosi non si dicesse
qualche cosa sopra di quello, non meno per pi aperta dichiarazione di esso che
delle cose nostre moderne. Nel qual discorso, se saremo costretti dall'amore
della verit a deviare da quello che n'hanno detto gli scrittori, lo faremo
quanto pi modestamente sar possibile, sapendo che le cose degli antichi
meritano di essere avute in somma venerazione, e queste massimamente, che gi
passati quasi duomil'anni furono ricercate e descritte. Per tanto  da sapere
che, trovandosi Alessandro Magno nell'impresa sua in Oriente aver gi vinta
tutta l'Asia ed esser giunto al fiume Indo, mosso da diverse cause deliber di
tornarsene a casa coll'esercito, e parte di quello menarne per terra e parte,
per mostrare la grandezza dell'animo suo, farne andar per mare, cosa ch'alcun
altro avanti di lui non aveva non solamente fatto, ma non pur tentato. E per,
fatta una armata nel detto fiume e sopra quella messa una parte dell'esercito,
ne fece capitano Nearco, suo grandissimo favorito, e con esso insieme mand
Onesicrito, uomo peritissimo delle cose celesti, acci che egli comandasse 'l
cammino. E cos poi questi duoi scrissero con diligenza quanto se ne faceva di
giorno in giorno, gli scritti de' quali furono tenuti in molta estimazione
appresso gli antichi, e Strabone e Plinio gli allegano ogni fiata che parlano
dell'India, o vero de' mari di quella, come auttori veridici, e che siano stati
i primi a discoprirli e a darne notizia. E Arriano greco, gentiluomo di
Nicomedia che fu al tempo d'Adriano, Marco e Antonino imperatori, e per la sua
singular virt e dottrina merit di esser fatto console, avendo scritto la
istoria d'Alessandro, aggiunse nel fine di quella questo viaggio cavato dai
libri de' sopradetti duoi scrittori. E perch in quello si trovano alcune parti
che, secondo il giudicio degli uomini dotti, meritano molto bene di essere
considerate, per vedere come corrispondano l'una con l'altra e non repugnino al
vero, per ci sforzeremo di andarle meglio che saperemo esaminando.
Ora il viaggio  questo, che alli 20 d'agosto Nearco si part con l'armata
dalla bocca del fiume Indo, e lungo la terra se ne venne per mare costeggiando
fino alla bocca del golfo Persico, nel quale entrato and a ritrovare
Alessandro, che l'aspettava nella citt di Susa, non troppo lontana dal luogo
dove il fiume Eufrate sbocca nel mare. E conciosiacosach in questo viaggio sia
scritto che, poi che Nearco cos costeggiando ebbe lasciati dietro a s i
popoli arbi e oriti, che sono gli ultimi Indiani, e navigando da duomila e
secento stadii, trov che l'ombre variavano, perch andando verso mezzod
l'ombre verso quella parte inclinavano, e come il sole giungeva a mezzo il
cielo, non vi si vedeva pi ombra alcuna: i quali duoi accidenti sono degni
d'esser avertiti e considerati, veduto massimamente che alcuni de' moderni o
degli antichi non li hanno mai avuti in considerazione; ma per pi chiara
intelligenza  necessario discorrere alquanto pi alto sopra questa materia
dell'ombre. Diciamo adunque che, secondo che scrivono gli antichi savii e
intelligenti delle cose celesti, il sole col suo corpo, circondando la
rotondit della terra, fa di continuo in ogni punto, ovunque egli si trovi,
molti mirabili effetti, e tra gli altri ch'ei manda le ombre in un medesimo
instante verso ponente, levante, tramontana e mezzod in ogni sito d'ogni
orizonte, ma che dove ei passa perpendiculare, in quel punto, come egli  sopra
il circolo meridiano, non fa ombra alcuna. Ora veggiamo, in questo viaggio
sopra la parte dell'India dove sbocca in mare il fiume Indo, qual sia di questi
effetti che egli vi fa quando vi passa sopra, e diremo in questo modo, che
essendo quella in gradi venti sopra l'equinoziale, quando il sole si viene
approssimando a noi, agli undici di maggio, passa sopra la detta parte e non vi
fa ombra alcuna per dui o tre giorni, ma solamente nel nascer suo manda le
ombre verso ponente e nel tramontare verso levante; ma passati sei o sette
giorni comincia a far le ombre, come arriva al circolo meridiano, verso
mezzogiorno, e quelle nel medesimo modo continua insino alli dieci di luglio;
cio che, avendo montato insino alli 23, dove  il solstizio, se ne ritorna di
nuovo alli venti gradi, e in quel giorno e tre o quattro sussequenti sopra la
detta parte dell'India non fa ombra alcuna, ma continovando poi il suo corso
manda le ombre verso tramontana, che  contrario effetto di quello che egli vi
faceva avanti.
Tornando adunque alla considerazione di detto viaggio, si vede chiaramente,
secondo le carte de' Portoghesi che ognora navigando lo praticano, che
partendosi dalle bocche del fiume Indo, che sono in gradi venti, e andando
dietro alla costa infino all'entrar del golfo Persico, che  in gradi
venticinque, si corre sempre maestro e sirocco, s che quando ei sono pervenuti
al detto golfo, hanno montati gradi cinque di latitudine verso il nostro polo.
Ora, partendosi Nearco alli venti d'agosto, che il sole si trovava in gradi
nove sopra equinoziale, poi che egli ebbe fatti da duomilia e secento stadii,
che sono trecentoventi miglia secondo la sua scrittura, e montato quasi gradi
cinque verso di noi, e il sole all'incontro essendosi allontanato molto dal
luogo dove egli era al partire della sopra detta armata, come  possibile che
in questo tempo che Nearco scrive le ombre andassero verso mezzod? Questa 
pur cosa tanto evidente e manifesta a chi intende qualche poco della sfera, che
superfluo sarebbe lo affaticarsi pi oltre per volerla pi chiaramente
dimostrare. Ma per non lasciar di dire alcuna cosa delle ragioni che mossero
forse Nearco e Onesicrito a scrivere questa variazione d'ombre, diciamo che 
possibile che i predetti si fermassero qualche mese sopra l'isola di Patele,
per fabricare la detta armata, e avendo veduto quanto di sopra  detto, che il
sole dagli undici di maggio sino alli dieci di luglio mandava le ombre verso
mezzod, e che poi, come egli veniva perpendicolarmente sopra il detto circolo
meridiano, non faceva pi ombra alcuna, essi credettero che dovesse continuare
cos nell'avenire e non considerarono che, passati li ventisei giorni di
luglio, le ombre se ne ritornavano verso tramontana. E se alcuno forse
dubitasse che questa parola di venti di agosto fosse stata fallita dalli
scrittori gi tanti anni, e ch'ella dovesse dire alli X di maggio, nel qual
tempo se cominciato avessero il lor viaggio, arebbero avute sempre le ombre
verso mezzod, rispondiamo che questo non  possibile, perch in quei mari
dell'India, come il sol vi s'approssima, comincia il verno, tanto aspro e
crudele che eglino non si sarebbero mai messi a pericolo delle grandissime
fortune e tempeste di quella stagione: ma come il sol fu lontano, e finito il
verno, cominciorno essi il lor cammino. Quanto a quel che si dice de' pozzi di
Siene e di Meroe, de' quali gli antichi tanto parlarono, reputandoli cose
mirabili, veramente non accade che molto ci affatichiamo per dichiararle,
sapendo ciascuno assai chiaramente che per tutto lo spazio che  fra li dui
tropici, in ogni luogo, come il sol giugne al circolo meridiano, fa di questi
tali miracoli, che non fa ombra alcuna.
Continuando poi il detto scrittor dice che alcune stelle, che per avanti
avevano vedute molto alte, parte erano nascoste e non si vedevano, e parte
nascevano tanto vicine alla terra che quasi di subito poi tramontavano.
Parlando di tal cosa modestamente, diciamo che non possiamo imaginarci che
avendo navigato Nearco pi di trenta giorni sempre montando verso il nostro
polo, che stelle potessero essere quelle che, per avanti vedute alte, allora
del tutto si nascondessero, o vero che esse nascessero tanto presso alla terra
che cos tosto poi tramontassero. Il polo e l'Orsa maggiore e minore non 
possibile che si possino nascondere, che ogni notte non si vedano da quei che
sono in venti gradi, e maggiormente in ventiquattro o venticinque sopra
l'equinoziale, n eziandio che possino nascere tanto presso alla terra che poco
dopo tramontino, perch a voler vedere questi duoi effetti saria stato
necessario che Nearco fosse andato con l'armata tanto avanti verso mezzod che
egli avesse passato l'equinoziale di tre o quattro gradi, e allora il nostro
polo se gli saria ben nascosto, e l'altre stelle che a quello sono intorno si
sarebbero levate e sorte tanto presso alla terra, che poco dopo sariano
tramontate. E a questo modo si potria ben credere a questa scrittura, della
quale non vogliamo mancare in questo fine di notar alcune altre parole scritte
in questo viaggio da Arriano, dove, parlando delle riviere intorno al golfo
Persico, dice che quella riviera che  pi oltra verso tramontana  molto
fredda ed  piena di neve, e che quivi alcuni imbasciadori del mare Eussino,
venuti, come scrive Nearco, per una breve via, si riscontrarono con Alessandro
che cavalcava per il paese della Persia, e al quale, maravigliandosi egli di
questo, essi referirono il breve cammino che avevano fatto, cosa che chi ha un
poco di cognizione del sito del mar Maggiore, e quanto egli sia lontano dalla
Balsara, che  il principio del golfo Persico, potr facilmente giudicare
quanto questo auttore si sia in quella ingannato, senza che noi ne diciamo
altro.
Piglino nondimeno i benigni lettori in buona parte quel tanto che noi abbiamo
discorso sopra le dette difficult: forse che qualche pi elevato ingegno
ritrovar per l'avenire le vere ragioni con le quali si possa difendere e
sostenere quello che da' sopradetti scrittori di tal materia  stato scritto,
il che noi non abbiamo saputo fare. E perch in questa navigazione si parla di
stadii, sappino che otto stadii fanno un miglio de' nostri di mille passa.
Vogliamo ben soggiugnere a questo viaggio di Nearco un altro viaggio di un
nostro Veneziano, per essere molto a quello conforme, avendo ambiduo navigato
il mare dell'India, se ben l'uno d'essi andasse nel golfo Persico e l'altro
nell'Arabico: del sito e maniera del quale, e delle difficult che si abbia nel
navigarvi, la lettura di tal viaggio ne dar tanto buona e piena informazione,
che cos fatta in altri scrittori non abbiamo saputo trovare.



La navigazione di Nearco, capitano di Alessandro Magno, la quale scrisse
Arriano greco, gentiluomo di Nicomedia, tradotta di lingua greca nella toscana.


Come Alessandro Magno, avendo desiderio di far navigar il mare cominciando
dall'India sino nel golfo Persico, fece capitano dell'armata Nearco,
spontaneamente offertosi a tal impresa. Di due fosse, una detta Stura, l'altra
Chaumana; di un luogo detto Coreate; dell'isole Crocala e Arbi; del monte Iro;
del porto di Alessandro; dell'isola Bibatta e del paese detto Sangada.

In questo libro si contiene la narrazion della navigazione che Nearco fece con
l'armata, essendo partito dalle bocche del fiume Indo e andando per il gran
mare fino nel golfo Persico, il qual mare alcuni chiamarono Eritreo. E Nearco
narra in questo modo che ad Alessandro venne desiderio di far navigare il mare
cominciando dall'India fino nel golfo Persico; pur sopra di ci stava con
l'animo molto sospeso, temendo che in una cos lunga e pericolosa navigazione
l'armata sua non fosse trasportata in qualche regione deserta e strana, ove non
vi fossero n vettovaglie n porto o luogo da sorgere, e che ivi per forza di
fame tutta si morisse: il qual disordine saria come una macchia, che denigraria
la gloria e felicit delle grandi e ammirabili sue faccende. Essendo egli
adunque in questa dubbiet di quello che si avesse a fare, la cupidit delle
cose grandi e non pi udite vinse e scacci da quello ogni timore. Dipoi,
pensando chi fosse atto capitano a cos fatta impresa, che la sapesse ben
guidare, inanimando l'armata e le ciurme e altri che in quella andassero, che
non pensassero esser mandati a manifesto pericolo, si volse consigliare col
detto Nearco circa la elezione di tal capitano: e avendo ricordati molti
nominandoli particolarmente, gli pareva ch'avessero molte opposizioni, e che si
scusariano di voler pigliare cos difficile e pericolosa impresa, o per
dappocaggine di animo o ver per desiderio di ritornare a riveder casa loro.
Sopra tal dubbio Nearco disse: "Sacra Maest, io mi offero di esser capitano
dell'armata in questo viaggio, e spero con l'aiuto e favore di Dio di condur
quella tutta sana e salva sino nel paese di Persia, potendosi perci navigar
quel mare e non vi essendo cosa che superi il potere e saper umano". Alle quai
parole rispose Alessandro non volere ch'alcuno de' suoi favoriti si esponesse a
tai fatiche n a cos grandi pericoli. Allora quello all'incontro pi e pi
tentava di aver tal impresa, e con instanza lo pregava. Alessandro veramente,
veduta tal sua prontezza, l'ebbe molto grata, e assegnategli tutte le genti, lo
fece capitano di tutta l'armata: la qual cosa, divolgata nell'esercito, fu di
grandissima allegrezza non solamente a tutti i soldati, ma ancora alle ciurme
deputate a' bisogni delle navi, conciosiacosach sapevano certo che Alessandro
non manderia Nearco ad alcun manifesto periglio, se ancor essi non dovevano
salvarsi.
Era nell'apparecchio di tal armata grandissima bellezza e magnificenza, nelle
navi grandissimi ornamenti. Vedevasi anco gran sollecitudine dei capitani
nell'ordinare e disporre gli armizi e tutte le cose necessarie all'armar delle
navi, e tutti quelli che da prima schifavano d'andare, incitati da un ardore di
virt e sollevati da speranza grande che la cosa averia ottimo fine, con
incredibile prontezza si preparavano alla navigazione. Ma quello che rimosse
ogni dubbio dell'animo de' soldati fu che esso Alessandro aveva gi prima
navigato per ambedue le bocche del fiume Indo fino nel mare, dove aveva fatto
sacrifici di molti animali a Nettunno e agli altri dei marini, con gittar nel
mare molti eccellenti doni: laonde, confidatisi nella maravigliosa e incredibil
felicit di quello, predicavano che sotto cos buona fortuna com'era quella
d'Alessandro ogn'impresa, per grande ch'ella fosse, si poteva pigliare ed
esequire.
E dopo che ebbero cessato di soffiare i venti chiamati etesie, che
ordinariamente la state di continuo tirano dal mare verso terra e impediscono
il navigare, Nearco, parendogli il tempo atto, fece dare il segno del levarsi:
il qual fu nell'anno che Cefisodoro era pretore in Atene, il giorno, secondo il
conto degli Ateniesi, di XX di agosto, ma secondo i Macedoni e quelli di Asia
l'undecimo anno del regno di Alessandro. Esso veramente Nearco, innanzi che le
navi si partissero da terra, fece sacrificio a Giove conservatore e celebr i
giuochi solenni del lottare, correre e saltare. Il primo giorno che si mossero
dal porto andarono per il fiume Indo a una certa fossa grande, la qual per nome
 chiamata Stura, distante dal porto circa stadii cento, nel qual luogo
stettero giorni duoi. Il terzo partiti andarono a un'altra fossa distante dalla
prima stadii trenta, ove trovarono che l'acqua era salsa: e questo perch il
mare nel crescere con le sue onde perveniva in detta fossa, la quale, avenga
che il mare andasse gi, pur mescolata con la dolce riteneva il sapor salso.
Questo luogo  chiamato Chaumana. Di l avendo navigato stadii venti, vennero a
Coreate, luogo posto presso il fiume, d'onde partitisi non fecero molto cammino
che viddero, dove sbocca il fiume, tutto il lido esser pieno di pietre acute, e
che l'onde percotendo in quelle facevano gran romore; per il che, dubitando de'
loro legni, deliberarono di far una fossa di nuovo dalla parte che viddero
esser terreno molle, per ispazio di sessanta passa: per quella con la colma
dell'acqua menaron fuori l'armata salva. Dipoi navigando cento e cinquanta
stadii, pervennero a una isola arenosa detta Crocala, ove stettero un giorno.
Per mezzo questa abitano alcune genti indiane chiamati Arbi, dei quali ne
abbiamo fatto menzione nell'istoria maggiore, e abbiamo detto quelli aver avuto
il nome dal fiume Arbo, il quale scorrendo per i loro confini cade nel mare, e
gli divide dai popoli oriti.
Partiti da Crocala, viddero a man dritta un monte, il qual nominarono Iro, e da
man sinistra un'isola bassa non molto lontana dal lido, la qual, prolungandosi
in mare, faceva come un golfo stretto. E avendola passata entrarono in un porto
molto commodo, che piacque tanto a Nearco, che per la sua bellezza e grandezza
lo chiam il porto di Alessandro. Nella bocca di questo giace un'isola chiamata
Bibata, passi 250 distante da terra, e tutto quel paese chiamasi Sangada, il
qual prolungandosi in mare fa l'isola e cos bel porto. In questo luogo
soffiando grandissimi e continui venti dal mare, e dubitando Nearco che alcun
de' barbari, messisi insieme, non si voltassero alla preda dell'esercito,
fortificando il luogo con un muro di pietre, ivi stettero giorni ventiquattro:
nei quali i soldati pescando pigliorno alcuni pesci a modo di sorzi marini, e
una sorte di ostreghe chiamate solene, che sono di una incredibil grandezza,
comparandole a quelle che nascono nei nostri mari; ma non trovarono acqua da
bevere altra che salmastra.


Di molte isole ritrovate per Nearco, cio Doma, Saranga, Scalisi, Morontobari,
Pagale, Cabana, Cocala, e del fiume Arbio.

Dopo che i venti si acquetarono, il capitano con la sua armata si lev, e
avendo navigato stadii sessanta, accostossi a un lito arenoso, che aveva
un'isola avanti deserta: quivi con quella facendosi riparo sorsero, e l'isola 
detta Doma. E per esser nel lito carestia di acqua, le ciurme andarono fra
terra venti stadii, ove la trovarono molto buona. Ivi stettero un giorno, e la
sequente notte partendosi e navigando giunsero a Saranga, la qual  distante
stadii trecento. Fermati nel lito, andarono similmente otto stadii fra terra
per pigliar dell'acqua. Di donde levatisi pervennero in Scalisi, luogo deserto,
ove fu di bisogno condurre l'armata fra due grandi scogli, e tanto l'uno
all'altro propinqui che le bande delle navi gli toccavano. E fatti stadii
trecento, giunsero in Morontobari, dove  un porto grande di forma rotonda,
profondo, sicuro dalle fortune, con la bocca stretta, detto nella lingua degli
abitatori porto delle Donne, imperoch ivi primamente aveva regnato una donna.
Usciti di quei pericolosi scogli, bench entrassero nell'onde di un grande e
gonfiato mare, pur erano allegri avendogli trapassati, parendo loro di aver
fatto cosa di estrema e incredibil fatica.
Il seguente giorno navigando ebbero dalla parte sinistra una certa isola, che
tanto si appressava al lito che il mare interposto pareva che fosse a modo di
un canale: quella navigazione fu di stadii settanta. Era appresso il lito una
selva ombrosa, piena di ogni sorte di spessi arbori, e similmente nell'isola; e
ivi si fermarono, e nel far dell'aurora partendosi navigarono con gran
difficult fuori della strettezza e sassi di quella isola, imperoch l'acque
erano, per il calare che aveva fatto il mare, molto basse. Avendo poi navigato
cento e venti stadii, sorsero nella bocca del fiume detto Arbio, avanti la
quale trovarono un porto bellissimo: ma l'acqua del fiume, che si mescolava con
l'acqua del mare, non era buona da bevere, laonde andarono alcuni marinari ne'
luoghi pi di sopra per quaranta stadii, e ritrovato un lago si fornirono di
acqua, e dipoi ritornarono alle navi. All'incontro del porto vi  un'altra
isola, ma disabitata, d'intorno alla quale  luogo buono da pescare, s di
ostreche come di ogni altra sorte di pesce. Questo  il termine e il fine dei
popoli arbi, i quali sono in quella parte gli ultimi degl'Indiani; dipoi
seguono li popoli oriti.
Partiti dalla bocca del fiume Arbo, trascorsero la costa degli Oriti e
fermaronsi nel lito di Pagale, avendo navigato da ducento stadii, appresso il
quale essendovi poco fondo, furono forzati di sorgere con le ancore in mare,
dove trovarono esservi buon tegnidore; e i marinari, usciti delle navi, si
fornirono d'acqua. Il seguente giorno nel levar del sole si partirono, e avendo
navigato stadii trecento, nel tramontar del sole giunsero a Cabana; ma, veduto
il lito esser tutto sassoso e pien di secche, per tema delle navi non si
accostarono, ma stettero a largo in mare sopra l'ancore. Nel detto giorno fu
uno cos aspro e crudel vento che, gonfiatosi il mare per la fortuna, fu
travagliata l'armata in modo che due galere e un bergantino perirono: ma gli
uomini notando si salvarono, peroch non si ruppero molto distanti dal lito.
Dal qual partitisi circa la mezzanotte, giunsero a Coccala, che  discosto
stadii ducento.


Come ne' confini di Coccala Leonato, capitano d'Alessandro, vinse in battaglia
i popoli oriti, e ne furono occisi seimila con tutti i lor capitani. Del
torrente detto Thomaro, dove Nearco, visti quei popoli preparati per
combattere, messe con mirabil modo le sue genti in ordine e furono detti popoli
messi in fuga; e della natura loro, e come si servono dell'unghie in vece di
coltelli.

Ivi Nearco comand che tutte le genti smontassero in terra, perch le navi
erano molto sbattute e conquassate dalla fortuna, e i soldati e compagni tanto
affaticati e stracchi che avevano bisogno di riposo; e accioch fossero sicuri
dall'empito de' barbari, fece metter in fortezza gli alloggiamenti. In quei
confini Leonato, al quale Alessandro aveva commesso la impresa contro i popoli
oriti, vinse in una gran battaglia detti popoli e tutti quelli che gli erano
venuti in aiuto, dove morirono tutti i loro capitani e seimila Oriti; ma
dell'esercito di Leonato morirono diecisette cavallieri con alcuni pochi fanti,
e un capitano dei Gedrosi detto Appollofane. Queste cose sono scritte nei libri
adietro, ove dimostrammo Leonato per la detta vittoria essere stato coronato di
una corona d'oro fra li Macedoni.
Avendo Nearco in questo luogo ritrovato preparate vettovaglie, che erano state
condotte di commandamento di Alessandro, di quelle ne fece metter nelle navi
per dieci giorni; poi, racconciate le navi, le quali per il navigare fino a
quel luogo erano alquanto conquassate, fece andare per terra a trovare Leonato
quei compagni delle navi l'opra e servizio de' quali aveva conosciuto esser
inutile, e ne tolse degli altri in luogo di quelli a supplimento dell'esercito.
Il che fatto si part, e avendo navigato stadii cinquecento con grandissima
celerit, giunsero a un torrente chiamato Thomero, alla bocca del quale vi era
una palude. Quivi era il lito molto sassoso, con un borgo di case piccole e
strette, gli abitatori delle quali, vedendo l'armata, si stupirono e subito si
misero ad ordine per combattere e vietare che non si smontasse. Costoro erano
armati di lancie molto grosse e di lunghezza di sei cubiti, con la punta senza
ferro, in luogo della quale le avevano fatte molto acute e poi brustolate, che
facevano il medesimo effetto che se fossero state ferrate; e potevano esser da
seicento. Nearco, avendogli veduti preparati per combattere, comand che le
navi si fermassero tanto lontane da terra quanto era il tirar di un arco,
accioch i dardi e le saette vi potessero aggiungere. Le arme de' nimici,
ancora che per il combattere da presso fossero salde e forti, pur per esser
grosse non erano cos atte al lanciare di lontano: e per tal cagione giudic
che non si doveva aver paura di loro. Elesse adunque de' pi leggieri e
gagliardi e di leggiere armature armati, e che sapessero benissimo notare, e
che secondo il comandamento dovessero notare. Il comandamento veramente era
che, quando qualsivoglia di loro notando fosse arrivato dove potesse star in
piedi nell'acqua, aspettasse un altro che se gli congiungesse per fianco, e che
non andassero oltra verso i barbari prima che la squadra non fosse di altezza
di tre a fronte con schena, ma allora, levato un grido, andassero correndo.
Subito quelli che avevano tal ordine si gittarono in mare dalle navi e andarono
prestissimo e fermaronsi in ordinanza, e fatta di s squadra, si spinsero
avanti correndo e gridando con furia: "A morte, a morte". Quelli dalle navi
anche essi a un tempo medesimo, tirando con gli archi e altre machine il suo
saettame, andarono verso i barbari, i quali, sbigottiti dallo splendor delle
armi e dalla celerit dello assalto, battuti dalle freccie e dardi, essendo
quasi mezzi nudi, non fecero una minima resistenza ma, lassato il combattere,
si misero in fuga: laonde parte furon presi vivi, parte uccisi, e ci furono di
quelli che si salvarono ai monti. Si vedevano i corpi de' prigioni essere tutti
pelosi, e che avevano il capo e le unghie a modo di animali, delle quali unghie
si servono in vece di coltelli per tagliar i pesci in pezzi, e anche qualche
legno che fosse tenero, perch nelle altre cose dure adoperano alcune pietre
acute in cambio di ferro, il quale appresso di loro non si trova; i vestimenti
loro erano pelli di fiere e cuoi di pi grossi e grandi pesci.
In questo luogo furono tirate in terra le navi e racconciate quelle che erano
rotte. Il sesto giorno, avendole gittate in acqua, si partirono di l, e
navigati stadii trecento arrivarono a un luogo detto Malona, che  l'ultimo
confine degli Oriti. Quelli veramente dei detti popoli che abitano i luoghi
mediterranei usano gl'istessi ornamenti del corpo, le istesse armature e il
medesimo modo di combattere che usano gl'Indiani, n sono in nulla differenti,
eccetto che parlano in lingua loro propria e non indiana. Lo spazio della
navigazione che fecero per il paese degli Arbi dal luogo ove principiarono
furono stadii mille; quello veramente drieto la costa degli Oriti stadii mille
e seicento.


Come Nearco, costeggiando l'India, trov che l'ombre variavano, e quando il sol
giungeva a mezzo il cielo, non si vedeva ombra. Dei popoli detti Gedrosi e
altri Ictiofagi. Dell'isole Bengisara, Pasira, Calima e Carane, nelle qual
isole le pecore per carestia d'erbe mangiano pesce.

Scrisse Nearco che, costeggiando questa terra d'India (perch oltre i
sopradetti popoli non vi sono altri Indiani), trov che l'ombre variavano,
perci che andando verso mezzod le ombre verso quella parte inclinavano, e
come il sole giungeva a mezzo il cielo, non si vedeva pi ombra alcuna.
Similmente che alcune stelle, che per prima aveva vedute molto alte, parte
erano nascoste e non si vedevano, e parte nascevano tanto appresso terra che di
subito poi tramontavano. N a me paiono fuori di ragione quelle cose che da
Nearco sono dette, imperoch in Siene, citt di Egitto, nel tempo ch' il
solstizio, nel mezzogiorno si vede un pozzo senza ombra; nell'istessa ora,
nell'isola di Meroe sopra il Nilo, si vedono tutte le cose senza ombra: meglio
veramente devesi credere in India quelle cose che delle ombre si dicono, per
esser quella verso il mezzogiorno, e tanto pi nel mar Indico penso dover
variare le ombre quanto  pi verso l'ostro.
Dopo gli Oriti, andando fra terra, sono i Gedrosii, per i confini de' quali
Alessandro, conducendo l'esercito, pat tanta fatica e tanti travagli quanti in
tutte l'altre espedizioni da lui fatte, se bene tutti insieme fossero raccolti,
come nella istoria maggiore abbiamo dimostrato. Di sotto i Gedrosii abitano la
costa del mare i popoli chiamati Ictiofagi, cio Mangiapesce, lungo il lito de'
quai avendo cominciato a navigare la prima sera, giunsero al far del giorno a
Bangisara, nel che fecero stadii seicento. Qui trovarono un buon porto e un
borgo detto Pasira, distante dal mare sessanta stadii, gli abitatori del quale
chiamansi Pasirei. Nel giorno seguente, partitisi molto a buon'ora, andarono
d'intorno a un capo che si vedeva molto alto e precipite, e che molto si
prolungava in mare. Qui cavati molti pozzi, trovarono tutta l'acqua cattiva, e
per esser il lito con poco fondo, surti con le ancore stettero a largo in mare;
pur fornitisi dell'acqua meglio che poterono, il seguente giorno andarono a
Colpa, stadii ducento. Di l partiti nell'aurora navigarono stadii ducento fino
a un luogo detto Calima, ove si fermarono presso al lito: erano d'intorno
alcune poche palme, con dattili verdi suso; da questo luogo si vedeva l'isola
detta Carane, lontana dal lito stadii cento. Gli abitatori, vedendone arrivati,
ne vennero ad appresentare alcune pecore e pesci: dicono che la carne delle
pecore aveva odore di pesce, come hanno gli uccelli marini, conciosiach le
pecore, essendo quel paese di erbe poverissimo, sono forzate a mangiar pesce.


Del borgo detto Cysa, e il lito Carbi; di due porti, uno chiamato Mosarna,
l'altro Cofante; di Barna, Dendrosia e Cyiza. Con che arte Nearco forn
l'armata di vettovaglie ad uno castello non molto lontano del lito, li cui
popoli usano farina di pesce. Di un luoco consecrato al sole detto Bagia; di un
altro porto chiamato Talmena.

Il seguente giorno, avendo navigato stadii ducento, si fermarono appresso un
lito e un borgo distante dal mare stadii trenta: il borgo si chiamava Cysa e il
lito Carbi. Quivi si scontrarono in alcune barche piccole, come sogliono esser
quelle di pescatori poveri, le quali non poterono prendere, perci che se ne
fuggirono subito che viddero le navi surte. E non ritrovandosi vettovaglia
alcuna, della quale l'esercito cominciava averne bisogno, presero alcune capre,
e portatele nelle navi si partirono; e navigando da centocinquanta stadii per
mare intorno a un capo alto e che si slungava in mare, entrarono in un porto
molto sicuro dalle onde. Gli abitatori di quel luogo erano pescatori, ed eranvi
buone acque, e il porto per nome dicevasi Mosarna: del quale ebbero (come
scrive Nearco) per pedotta Hidrace gedrosio, che si offerse di condurli a
salvamento fino in la Carmania, perch di qui avanti non v'era cosa alcuna
difficile, ma il tutto praticato e conosciuto fino nel colfo Persico.
Partiti al far della notte da Mosarna, navigarono stadii 750, fino che giunsero
al lito detto Balomo, di donde avendo navigato stadii CCC, giunsero a un luogo
detto Barna. Ivi trovarono infinite palme, e anco molti orti piantati di mirti
e di varii fiori, coi quali tutti quanti si misero a farsi ghirlande; e
cominciarono a veder alberi domestici, e uomini con faccia pi umana che non
erano i passati. Avendo da questo luogo navicato ducento stadii, andarono a
Dendrobosa, ove gittate le ancore stettero in mare, e circa la mezzanotte
partiti, navigarono stadii trecento fino al porto Cofante. Abitavano in quei
luoghi pescatori, i quali avevan alcune piccole barchette grossamente fatte, n
vogavano coi remi al schermo a modo de' Greci, ma pestavano con quelli
nell'acqua dall'una e dall'altra parte, s come fanno quelli che zappano la
terra. Ivi era un porto abondante di molta acqua e pura. Nel far della notte si
levarono, e avendo navigato stadii ottocento andarono a Cyiza, ove, per esser
il lito con fondo basso e sassoso, sursero con le ancore in mare, e poi per
tutte le navi si misero a mangiare.
Di l partiti, fatti stadii cinquecento, si fermarono all'incontro di un
piccolo castello edificato sopra di un colle, non molto lontano dal lido.
Allora Nearco, giudicando che i terreni d'intorno quello fussero fruttiferi e
buoni da seminare, cominci a discorrer con Archia ci che si doveva fare,
perci che il detto era di grande auttorit appresso i Macedoni che navigavano
con Nearco, essendo figliuolo di Anassidoto della citt di Pelle; e dissegli:
"Io penso, Archia, che saremo astretti di veder di farci patroni di quel
castello, volendo fornir questa armata di vettovaglie, perch non le vorranno
dare se non isforzati: e per forza non  possibile di pigliarlo,
conciosiacosach bisognaria tenerlo assediato un lungo tempo. Che questo paese
sia abondante di biade, ve lo dimostrano quelle canne grosse che si vedono
stando qui, non molto lontane fra terra". Dopo queste parole, fu ordinato che
l'armata si preparasse come si avesse a navigare, e che Archia avesse questa
impresa; e Nearco con la sua nave sola si tir verso il detto castello,
mostrando di andare a vederlo. Smontato che fu e approssimatosi alle mura, gli
abitatori gli vennero incontro con presenti di pesci e tonni cotti in forno,
focaccie piccole e dattili di palma. Costoro sono gli ultimi di quelli popoli
che abbiamo detto chiamarsi Ictiofagi, cio Mangiapesce, che abitano quella
costa, e li primi che li Macedoni vedessero che mangiassero cibi cotti. Nearco
gli accett con un viso allegro, ringraziandoli, e disse voler un poco vedere
il lor castello: i quali furono contenti, e cos, lasciati due suoi arcieri
alla guardia di una certa porta piccola, Nearco con altri dui e con un delli
turcimanni mont sopra le mura, di donde fece segno ad Archia, come aveva prima
ordinato. Il quale, veduto che l'ebbe, insieme con gli altri Macedoni spinsero
avanti le navi, delle quali essendo smontati, subito corsero verso la citt. Li
barbari, pieni di maraviglia e di confusione per le cose che vedevano fare,
corsero a pigliar l'armi. Nearco allora comand che il turcimanno con voce alta
dicesse che, se volevano che la citt fusse salva, era bisogno che gli dessero
delle vettovaglie; e rispondendo che non ne avevano, cominciarono ad assaltar
quelli che erano sopra le mura, ma facilmente furono ribattuti dagli arcieri
che erano con Nearco. Ma dapoi, veduta la citt esser presa dalli Macedoni,
temendo che non fussero fatti schiavi, umilmente pregarono Nearco che
perdonasse loro e conservasse la citt, essendo contenti ch'egli pigliasse
quante vettovaglie volesse. Nearco comand ad Archia che pigliasse le porte e
li muri propinqui, e fra tanto ordin che alcuni altri andassero guardando se
portavano tutte le cose da mangiare che avevano, over se le nascondevano. Gli
fu appresentata una gran quantit di farina di pesci secchi, ma di formento e
orzo molto poca: usano quelle genti il mangiar di pesci per cibo vulgare, e il
pan di formento per cosa delicata.
E cos, fornitosi di vettovaglie meglio che poterono, si partirono e andarono
ad un certo capo, il quale gli abitanti dicono esser consacrato al sole, il cuo
nome era Bagia. Levatisi di l circa la mezzanotte, fecero cammino di stadii
mille fino in Talmena, che  porto commodissimo, e di l poi navigarono stadii
trecento fino in Canasida, citt disabitata, ove trovarono un pozzo e molte
palme selvatiche, il molle e tenero delle quali pestandolo mangiavano. E gi
all'esercito cominciavano a mancar le vettovaglie ed esser travagliato dalla
fame, e avendo navigato tutto un giorno e tutta una notte, non molto lontani da
un lito disabitato, e gittate a fondo le ancore, stettero surti: e questo fece
Nearco perch sentiva che cominciava a mancar l'animo alle ciurme e alli
soldati, e per non volse accostarsi al lido, temendo che non abbandonassero
l'armata.


Di Canate, Trissi e Dogasira, luoghi cos chiamati. In che modo gli Ictiofagi
prendano il pesce, e come del pesce secco fanno farina, e poi pane e focaccie;
e dell'ossa de' pesci usano a fabricar case, e del sale fanno olio.

Di l avendo navigato stadii settecentocinquanta, si accostarono a Canate sopra
il lido, nel qual vi erano alcune fosse piccole, e fatti stadii ottocento
arrivarono in Trissi, ove trovarono alcune contrade piccole e povere, che dagli
abitatori erano state abbandonate. E per la poca vettovaglia che trovarono,
furono costretti dalla fame a mangiare i frutti delle palme selvatiche, e
ammazzati sette camelli che ivi erano, e quelli fatti in pezzi, li divisero fra
loro. Partironsi poi di l nel far del giorno, e avendo navigato stadii
trecento, vennero a Dagasira, luogo abitato da pastori; n quivi dimorarono
punto, ma navigarono tutto un giorno e una notte, n volsero fermarsi se non
passavano tutta questa riviera di questi popoli mangiapesce, avendo patito
infiniti travagli per la carestia delle cose necessarie: la qual navigazione 
di stadii mille e cento. N poterono accostarsi e smontar sopra il lido, perch
vi erano molte secche e sprei, ma surti con le ancore stettero in mare.
Si dice che la costa di questi popoli detti Mangiapesce  poco pi di diecimila
stadii; e mangiano veramente pesce come il loro nome suona, n molti di loro si
danno al pescare, n fanno barche per questo effetto, ma hanno trovato un'arte
per prender quelli nel calar che fa l'acqua del mare, percioch fanno reti
grandi di lunghezza di duecentocinquanta passa, di corteccie sottili di palme,
le quali intorcono a modo di lino, e come la marea cala, che  per grande
spazio, resta la terra che  alta scoperta e senza pesce, ma nelli luoghi bassi
e profondi vi resta l'acqua grande e infinito pesce e grande e piccolo. In
questi tai luoghi vanno con le dette reti e ne pigliano di ogni sorte: e
mangiano li pi molli e teneri crudi, subito che sono cavati dell'acqua; i
maggiori e pi duri seccano al sole, e quelli tritati a modo di farina, fanno
pane e focaccie. I loro bestiami similmente mangiano questi pesci secchi al
sole in luogo di erba, conciosiacosach il paese non ha prati n produce erba.
Pigliano anche de' carabi, che  una sorte di gambari grandi, ostriche e conche
marine. Il sale nasce ivi senza arte alcuna, ma il sole lo congela, e di quello
ne fanno olio. Alcuni di detti popoli abitano un grande e deserto paese, senza
arbori e senza frutto alcuno domestico, e vivono solamente di pesci. Alcuni
altri, ma pochi, seminano pur alquanto di formento, che lo reputano come una
vivanda delicata appresso il pesce. Perch il lor pane  fatto di pesci, delli
quali fanno anche le case, perch quelli che sono pi ricchi e potenti pigliano
l'ossa di balene che il mar gitta sopra il lido, e quelle in luogo di travi
usano, e le porte son dell'ossa pi larghe; il resto delle case de' poveri si
fanno delle spine di pesci. In questo mar di fuori vi son balene e pesci molto
maggiori che non sono nel Mediterraneo.


Il modo che us Nearco di liberar la sua armata dalla paura delle balene. D'una
isola detta Nosala, consecrata al sole, e della favola di detta isola, che dur
fin che Nearco la scoperse. Di un luoco chiamato Dade.

E narra Nearco che, trapassando il luogo de Cyiza, vidde nello apparir
dell'aurora una grandissima quantit di acqua che dal mare era gittata in alto,
non altramente che se fusse tratta da gonfiatori per forza, e tutto stupefatto
di ci dimand alli pedotti che miracolo era quello, i quali risposero che le
balene che andavano vagando per il mare eruttavano fuori quell'acqua tanto
alta: della qual cosa ebbero tanta paura le ciurme, che caddero loro i remi di
mano. Allora Nearco le cominci a confortare e far loro animo, ordinando che
facessero una fronte con le galee messe in ordinanza come avessero a
combattere, e poi tutti alzate le voci ad un tempo, e con una voga battuta con
grande strepito e rumore, andassero contra questi tali animali. Per le qual
parole tutti confortati e ristrettisi insieme, si drizzarono verso le bestie,
dove s'approssimarono sonando le trombe, e gridando quanto pi potevano, e
faccendo rumore grandissimo con il batter de' remi e altre cose. Le balene che
avanti si vedevano per la prua, spaurite da cos grande strepito, si cacciorno
in fondo del mare, e di l a poco uscirono fuora per poppa, gittando pur in
alto l'acqua grandemente nell'aere. Allora li marinari fecero grandissima festa
per avere scampato un tal pericolo contra quello che si pensavano, laudando
sommamente la grandezza dell'animo e la sapienza di Nearco. In quelli luoghi
alcune di dette bestie si ritrovarono giacere sopra i lidi, overo gittate dalle
aspre fortune, overo lasciate in terra nel calar dell'acque: con le ossa delle
quali (putrefatta che  la carne) fabricano le loro abitazioni, e con le coste
grandi cuoprono le case maggiori, e con le piccole le minori; delle mascelle
fanno le porte, delle quali alcune si sono ritrovate di cubiti 25.
Narra lo istesso Nearco che, navigando per la riviera di detti popoli
mangiapesce, intese dagli abitatori esservi una certa isola consecrata al sole,
deserta e senza abitazione alcuna, distante dalla terra ferma stadii cento, che
 chiamata Nosala, alla quale niuno ardisce d'appressarsi conciosiach, se
alcun per caso imprudentemente vi  andato, mai pi  stato veduto, e che una
fusta dell'armata, dove erano alcuni uomini di Egitto, si accost a detta isola
e subito disparve e non fu pi veduta: il che li pedotti dicevano esser loro
accaduto perch si avevano voluto approssimare a quella. Onde Nearco fu forzato
di mandar un bergantino armato a cercar intorno intorno a detta isola,
ordinandogli che non smontassero, ma che andassero a terra via gridando e
chiamando per nome quelli che conoscevano. Ed essendogli referito che niuno
aveva risposto, esso Nearco vi volse andare in persona, e fecevi dismontar
tutte le ciurme e compagni suoi, dove cognobbe che eran tutte favole e cose
vane. Vi aggiungevano anco come in detta isola vi era l'abitazione di una ninfa
marina delle Nereide, il nome della quale non si sa, che aveva questo costume,
che tutti quelli che smontavano in terra erano astretti a giacer con lei, la
qual cosa fornita, li trasformava poi in pesci e li gittava in mare; e che il
sole, sdegnatosi forte di tanta sceleraggine, comand alla ninfa che si
fuggisse dell'isola, la quale addimandando perdono degli errori commessi, e
dicendo di essere apparecchiata di partirsi, il sole le perdon e volse che
tutti gli uomini che ella aveva transformati in pesci di nuovo tornassero nella
lor primiera forma: e quindi era venuta l'origine delli popoli detti disopra,
che si chiamano Mangiapesci, e questa favola era durata sino al tempo di
Alessandro.
Sopra li popoli mangiapesci abitano i Gedrosii, in un paese tutto pieno di
arena e cattivo, nel quale Alessandro, andando con lo esercito, pat tanti mali
e travagli quanti nell'altra istoria abbiamo dimostrato. Poi che l'armata
partita dalli Mangiapesci arriv in Carmania, dove prima si ferm, stette in
mare a ferro, perch di l usciva fuor in mare una punta piena di spreo. Da
quel luogo poi non navigarono verso ponente, ma tra ponente e tramontana: cos
stavano lo pi delle volte le prue loro. Il paese della Carmania  pi spesso
di arbori, pi fruttifero e pi coperto di erbe, e ha pi acque che non ha il
paese delli Mangiapesci e degli Oriti. Dettero poi fondi in Bade, luogo di
Carmania abitato, e che fuor dell'oliva ha arbori assai fruttiferi e buone
vigne, e anco fa del formento.


Di uno capo detto Caceta, donde si conducevano li cinnamomi nella Assiria. Di
Neptamo e Aname fiumi; della regione chiamata Amorzia: e quivi, inteso che
Alessandro con l'esercito era poco distante, in che modo Nearco and a
ritrovarlo, il quale, visti Nearco e Archia e intendendo della salvezza
dell'armata, pianse di allegrezza; e come Nearco ritorn all'armata. Dell'isola
Organa e Aracta, e del governator di quella, detto Mazene.

Mossi d'indi, fatto che ebbero stadii ottocento, sursero appresso una piaggia
deserta, e viddero un capo alto, il qual si stendeva molto in mare, e parve che
fusse distante il navigare d'un giorno. E li pratichi di quei luoghi
dell'Arabia dissero che quel capo che veniva in fuora si chiamava Caceta, e che
di l cinnamomi e altre simili cose odorate si conducevano nell'Assiria. E da
questa spiaggia, dove l'armata stette in mare a ferro, e dal capo il qual
dirimpetto viddero sporto fuora in mare, secondo pare a me, e similmente parve
a Nearco, il colfo che in dentro si spande ragionevole  che sia il mare
Eritreo. Scoperto che ebbero questo capo, Onosicrito comand che senza pi
fermarsi navigassero a quello, acci che vagabondi per il colfo non andassero
pi stentando. Alle qual parole rispose Nearco che Onosicrito era uomo grosso,
se non sapeva la causa perch Alessandro avesse fatto fare questa navigazione,
la qual non era perch dubitasse di non poter condur lo esercito tutto per
terra sano, e per questo avesse messo parte sopra questa armata per condurlo
per mare, ma solamente per voler discoprire tutti li lidi, porti e isole di
quella navigazione, e se vi fusse alcun colfo di cercarlo, e veder le citt
poste alla marina, e il paese, qual fusse fruttifero e qual deserto e arido; e
che non era conveniente al presente, ch'erano al fine delle lor fatiche, di
metter le cose in dubbio, conciosiach per fornir questo viaggio siano
abbondantemente forniti di vettovaglie, ma dubitava bene che, drizzando
l'armata verso quel capo, il quale scorre molto verso mezzod, non capitassero
in qualche regione deserta e senza acqua e abbruciata dal sole. Questa opinione
di Nearco per mio giudicio fu la salute di quella armata e di tutto l'esercito,
perch  fama costante che detto capo e tutta la regione vicina sia deserta e
arida e senza acqua.
Partironsi adunque da quel lido, navigando per la costa della riviera stadii
settecento, e giunsero ad un altro lido, che per nome si chiama Neptano. E di
nuovo nel far del giorno partiti, e fatti stadii cento, scorsero appresso ad un
fiume detto Aname, dove la regione si chiama Armozzia, luogo pacifico e
abbondante di tutte le cose, eccetto che non vi nascono olive. Ivi smontati
delle navi, si ricre tutto l'esercito, che aveva patito cos grandi fatiche, e
ricordevoli delli travagli passati, avuti cos in mare come in tutta la costa
delli Mangiapesci, tra loro con grande allegrezza gli andavano raccontando, e
insieme il gran paese deserto di detta regione e la salvatichezza degli uomini.
E allora alcuni, partendosi dall'esercito, volsero slargarsi fra terra
alquanto, per veder ci che vi era, chi da una parte e chi dall'altra. Quivi
s'incontrarono in un uomo vestito alla greca e che parlava in lingua greca, e
d'allegrezza li primi che lo viddero cominciarono a lagrimare, tanto fuor
d'ogni espettazione parve loro dopo tanti mali di vedere un uomo greco: e
domandandogli d'onde veniva e chi egli era, gli respose che era dell'esercito
di Alessandro, dal quale si era smarrito, e che quello non troppo lontano si
trovava. Costui subito con grande allegrezza e festa fu condotto a Nearco, al
quale espose il tutto, e come lo esercito e il re era distante da quel luogo il
cammino di cinque giornate, e disse il nome del presidente di quella regione.
Col qual presidente Nearco essendosi consigliato di voler andare a trovar
Alessandro, se ne ritorn alle navi, le quali nel far dell'aurora fece tirare
in terra, acci che quelle di loro che avevan patito in questa navigazione
fussero racconcie; e volendo in questo luogo anco lasciar tutto l'esercito,
fece uno steccato doppio all'armata, con un argine di terra e una fossa
profonda, cominciando dalla bocca del fiume fino al lito, dove l'armata era
tirata in terra.
In questo mezzo che Nearco faceva queste cose, il presidente della regione,
sapendo che Alessandro stava in gran pensiero di questa armata, pens di poter
guadagnar qualche gran premio da quello se fusse il primo che gli desse nuova
della salvezza dello esercito e di Nearco, il qual poco dopo doveva venire alla
presenza del re: e cos per la via pi curta che pot se n'and ad Alessandro,
annonziandogli come Nearco, partito dalle navi, se ne veniva a lui. La qual
cosa udita da Alessandro, ancora che non desse fede alle parole di costui,
nondimeno ebbe grande allegrezza, s com' il dovere. Ma doppo che furono
passati li giorni che gli aveva detto della sua venuta, pens che non fussero
vere le nove dettegli, e massimamente perch molti che erano stati mandati ad
incontrarlo, alcuni essendo andati un poco avanti e avendo smarrita la strada,
neanco essi erano ritornati. Per il che Alessandro fece ritener costui, come
quello che gli fusse venuto a dire cose false, che con vana allegrezza gli
erano state dapoi di maggior dolore, il qual mostrava e nel viso e nel core.
In questo mezzo, alcuni di quelli che erano stati mandati con cavalli e
carrette a condur Nearco, lo incontrarono nella strada insieme con Archia, e
cinque o sei altri con loro, i quali conduceva seco, e non lo conobbero, n
Archia, tanto erano tramutati, con li capelli lunghi e la barba intricata e la
faccia squalida, sordida e piena di pallidezza, presa dal travaglio del mare e
dalle lunghe vigilie patite. E avendo Archia dimandato a costoro dove era
Alessandro, dettegli luogo e passarono avanti. Le quai parole considerate da
Archia, disse verso Nearco: "Io penso che questi uomini non vadino per questi
deserti ove noi siamo se non perch sono stati mandati ad incontrarne; che
veramente non ne conoscono, non  da maravigliarsi, perch abbiamo tanto patito
che siamo trasformati:  molto meglio che diciamo loro chi siamo, e intender da
loro ci che vadano cercando". La qual cosa piacque a Nearco. Gli dimandarono,
e loro gli risposero che andavano cercando Nearco e l'armata; e avendo lor
detto Nearco esser quello, lo fecero montar sopra le carrette insieme con tutti
i compagni.
Alcuni veramente di questi mandati si posero ad andar con tanta celerit, per
esser i primi a dar questa buona nuova ad Alessandro, che giunti a quello gli
dissero: "Nearco e Archia con sei altri compagni vengono a trovarti". E perch
non gli seppero dir cosa alcuna n dell'esercito n delle navi, Alessandro
subito si pens che costoro per qualche caso si fussero salvati, e che l'armata
e lo esercito fusse perso: e per questo non si poteva tanto rallegrare della
venuta di Nearco e di Archia quanto si contristava della rovina della armata.
Non aveva ancora fornito di parlare Alessandro, che Nearco e Archia giunsero,
li quali appena e con fatica furono conosciuti da Alessandro, tanto erano
malconci, col viso squalido e li capelli lunghi e orridi: e questo conferm pi
nel core di Alessandro del perder di tutta l'armata. Quivi Alessandro, presolo
per mano, lo condusse solo lontano dagli altri suoi compagni e dalla sua
guardia, e per lungo spazio avendo lagrimato, alla fine, preso animo, disse:
"Il tuo esser ritornato salvo insieme con Archia di tutta questa gran perdita
mi  non picciola consolazione, ma dimmi a che modo le navi e lo esercito 
perso". Al qual rispose Nearco che l'armata e l'esercito era salvo, e che loro
erano voluti venire a dargli la nuova della salvezza loro. E quivi pi
fortemente cominci a pianger Alessandro per la inaspettata nuova dell'esser
salvo lo esercito, e dimand dove erano surte le navi; gli fu risposto che
nella bocca del fiume Anamide erano state tirate in terra. Allora Alessandro
cominci a giurar per Giove de' Greci e per Ammone delli popoli di Libia che
aveva avuto maggior allegrezza di questa nuova che se egli avesse acquistata
tutta l'Asia, percioch il dolore della perdita di questa armata era di equal
grandezza a poter deformar la felicit avuta per avanti. Il presidente, il
quale Alessandro aveva fatto ritenere, veduto Nearco se gli gitt a' piedi,
dicendo: "Guarda come sono stato trattato, per esser venuto a dar la prima
nuova della vostra venuta a salvamento". Per il che Nearco, avendo pregato
Alessandro, lo fece lassare. Alessandro poi fece sacrificio per la salute dello
esercito a Giove conservatore, ad Ercole e Apolline scacciatore di tutti i
mali, a Nettunno e altri dei marini, e dapoi li giuochi solenni di lottare,
correre e saltare, e appresso di suoni e canti: nelli quai giuochi e festa
Nearco era fra li primi, da tutto lo esercito onorato con corone e fiori che
gli gittavano adosso.
Compiuti li sacrificii e giuochi, Alessandro disse: "O Nearco, non mi pare il
dovere che pi avanti ti debbi affaticare over metterti a pericolo, ma che un
altro vada a condur l'armata dal luogo dove  fino a Susa". Alle qual parole
Nearco rispose: "Sacra Maest, io penso che 'l debito mio sia di obedirti in
tutte le cose, e son sforzato anco a farlo. Ma se tu mi vuoi compiacere, non
fare a questo modo, ma lassami esser capitano dell'esercito fino ch'io conduca
a salvamento tutte le navi in Susa, n vogli patir che la gloria che gi mi ho
acquistata di cos grande impresa, da un altro mi sia tolta, perch alcun tuo
comandamento mi pu mai esser n difficile n impossibile". E volendo
continuare il parlare, Alessandro lo interruppe ringraziandolo, e cos lo fece
ritornar dove era l'armata. E perch egli aveva da passare per luoghi pacifici,
mand in sua compagnia poca gente: nondimeno questo viaggio verso il mare non
lo fece senza travaglio, conciosiacosach li barbari circonvicini, essendosi
messi insieme, occupavano i luoghi deserti della Carmania, perch il suo
governatore per comandamento di Alessandro essendo stato fatto morire, e
Tripolemo, che novamente era venuto in suo luogo, non aveva ancor le forze
bastanti a tenerli in obedienza, e due o tre volte in un giorno con diverse
sorti di barbari che l'assaltarono fu astretto a combattere, e pur camminando
senza fermarsi a mala pena e con difficult salvo si condusse al mare.
Quivi giunto, fece sacrificio a Giove conservatore, e celebr similmente i
giuochi solenni che di sopra abbiamo detto del lottare. E compiute di fare le
cose divine, si partirono navigando lungo una isola deserta e aspera, e si
fermarono appresso un'altra maggiore di questa e abitata, avendo fatto da
trecento stadii dal luogo d'onde partirono: e l'isola deserta si chiamava
Organa, e quella dove arrivarono Aracta. Quivi erano viti e palme e campi
seminati di formento, e la lunghezza dell'isola era ottocento stadii; e il
governator dell'isola, detto Mazene, volse navigar per pilotto con loro fino a
Susa. In questa isola dicevano che vi si vedeva il sepolcro del primo che
signoreggi tutta questa regione, il qual si chiamava Eritreo, dal quale tutto
questo mare prese il nome di Eritreo.


Di altri luoghi scoperti da Nearco, cio Pilora, Dodona, Tarsia, Catea,
Cascandria, Ocho monte, Gogana, Areon torrente, Hierata, Hieratimi, Podargo
torrente, Granio fiume.

Levatisi del porto si misero a navigar lungo la isola, e fatti ducento stadii
di novo si fermarono appresso di quella, di donde viddero un'altra isola,
distante da quella grande forse quaranta stadii, la qual si diceva esser
consecrata a Nettunno, e che alcun non vi montava sopra. Ed essendo surti, nel
far dell'aurora la marea li sopragiunse, e il calar del mare fu cos grande che
tre navi restarono in secco, e le altre, con grande difficult essendo scampate
di quelle secche, si salvarono in alto mare. Ma dapoi sopragiunta la crescente
del mare, quelle ch'erano restate vennero fuori, e furono l'ultime a giunger
dove era il resto dell'armata. E scorsero in un'altra isola, distante da terra
circa trecento stadii, avendo navigato da quattrocento stadii, e quivi nel far
del giorno si misero a navigare, passando da man destra di una isola deserta
detta Pilora, e arrivarono a Dodona, castelletto piccolo e povero d'ogni cosa,
eccetto che di acqua e pesce, conciosiacosach ancor questi siano ictiofagi,
cio mangiapesci, avendo il lor paese molto tristo e sterile. E quivi fornitisi
d'acqua, se ne andarono verso un capo che scorreva molto in mare, detto Tarsia,
avendo fatto trecento stadii, di donde passarono ad una isola deserta
all'incontro di terra, detta Catea, che si diceva esser dedicata a Mercurio e
Venere, che fu cammino di trecento stadii. In detta isola ogni anno vengono
portate dalli vicini abitanti pecore e capre, che donano a Mercurio e Venere, e
queste poi col tempo in questa solitudine diventano salvatiche. E fin qui
vengono li confini della Carmania; pi oltra poi cominciano li Persiani. Tutta
questa costa della Carmania  da tremila e settecento stadii. Il loro vivere 
simile alli Persi, alli quali sono vicini, e medesimamente nelle cose della
guerra al modo dei predetti si governano.
Dalla detta isola sacrata partendosi, cominciarono a scorrer la costa della
Persia e vennero ad un luogo detto Ila, dove era un porto che una isoletta
piccola e deserta faceva, detta Cascandria, avendo fatto da quattrocento
stadii. E nel far del giorno, navigando ad un'altra isola abitata, in quella
sursero: quivi dice Nearco che pigliano delle perle, come nel mar d'India. E
avendo circondato un capo di questa isola per quaranta stadii, si fermaron
sotto un monte alto detto Ocho, in un buon porto, dove abitavano molti
pescatori. Di quivi fatti da quattrocentocinquanta stadii, sorsero negli
Apostani, dove arrivano molti navilii, e vi  una contrada lontana dal mare
sessanta stadii. Donde levatisi la notte, vennero in un colfo abitato di molte
ville, fatti che ebbero da quattrocento stadii, e si fermarono sotto alcune
colline, tutte piantate di palme e d'ogni altra sorte di arbori fruttiferi che
si trovano nella Grecia. Quindi essendosi levati e fatti stadii seicento,
vennero a Gogana, luogo abitato, fermatosi appresso le bocche di un torrente
detto Areon, dove difficilmente sorsero, perch l'entrar in quello era molto
stretto e, per il calar grande che aveva fatto il mare, vi erano gran secche
d'intorno. E di qui partiti nella bocca di un altro fiume si fermarono, avendo
fatto da ottocento stadii, il qual fiume si chiamava Sittaco: neanco in questa
bocca fu facile l'entrarvi. E tutto questo viaggio drieto la costa della Persia
 molto pieno di secche, di sprei e di paludi. Quivi trovato assai formento,
che per comandamento di Alessandro era stato portato accioch si potessero
fornir di vettovaglie, vi dimorarono ventiun giorno, e tirate le navi in terra,
tutte quelle che avevano patito racconciarono, rivedendo ancora le altre.
Di qui poi levatisi arrivarono ad una terra detta Hierata, che  luogo molto
abitato, avendo fatti da settecentocinquanta stadii, e sorsero in una fossa che
dal fiume gittava in mare e si chiamava Hieratimi, e nel levar del sole
entrarono in un fiume torrente detto Podargo. E tutto il paese scorre in mare,
di modo che pare un'isola che sia congiunta col continente, e si chiama
Mesambria, piena di giardini e d'ogni sorte di arbori fruttiferi. Da Mesambria
partitisi, avendo fatto da ducento stadii, si fermarono in foce appresso il
fiume Granio, dal quale andando fra terra, si trovano li palazzi regali de'
Persiani, distanti dalle bocche del detto fiume circa ducento stadii.
In questa navigazione dice Nearco essere stata veduta una balena gittata sopra
il lito, alla quale accostatisi alcuni marinari e misuratala, la trovarono di
lunghezza di cubiti cinquanta, e che aveva la pelle tutta squamosa, e tanto
penetrarono in quella che la trovarono di grossezza di un cubito, e vi si
vedevano nate di sopra ostriche e altre sorti di conche e erbe marine, intorno
alla quale vi erano anco molti delfini, li quali erano maggiori che non son
quelli che si veggono nel mare fuor del colfo.


Di Rogone e Brizana torrenti; del fiume Oroate, dove i Persiani finiscono i lor
confini. Lunghezza della navigazione del paese di Persia. De' popoli uxii,
mardi, cossei; della palude Cataderse, Margastana isola; dei fiumi Euffrate,
Pasistigri, Tigris, Euffrate; del paese di Mesopotamia. Della citt detta Nino,
e come si congiunsero gli eserciti di Alessandro e Nearco con grande allegrezza
a Schedia.

Quindi partiti, si fermarono appresso un torrente detto Rogone, dove era un
buon porto: e fu viaggio di ducento stadii. E poi fatti da quattrocento stadii,
sorsero pur in un altro torrente detto Brizana, dove stettero molto male, per
esser il tutto pieno di spreo, scagni e secche che non si vedevano. E quando
giunsero era la crescente dell'acqua, la qual come fu calata, le navi restarono
in secco; ma dapoi, ritornata che fu secondo l'ordine, partiti andarono a
sorgere sopra un fiume detto Oroate, che  il pi grande (come dice Nearco) di
quanti si ritrovino in questa navigazione, da quelli che vengono dal mar grande
di fuori. E quivi i Persiani finiscono i lor confini, dopo i quali cominciano
ad abitare i Susii, che  gente libera, e sono detti di questo nome, s come
nell'altra istoria s' fatta menzione, perch son latroni. La lunghezza della
navigazione del paese della Persia  da quattromila e quattrocento stadii, il
paese della quale vien detto esser diviso in tre parti secondo le stagioni de'
tempi, cio quella che  verso il mar Eritreo  tutta arenosa e sterile per
causa del gran caldo; l'altre che seguita drieto, camminando verso tramontana e
il vento di borea,  molto ben temperata delle stagioni e ha il paese pieno di
prati bagnati di acque e coperti di erbe, e il tutto  piantato di viti e di
ogn'altra sorte di arbori fruttiferi, eccetto che delle olive, con infiniti
giardini di ogni sorte e fiumi di acque chiarissime, e con laghi pieni
d'uccelli soliti a stare in quelli e nelli fiumi;  anco molto buona a pascer
cavalli e ogni altra sorte di animali, con selve grandi e infinite salvaticine;
ma andando pi avanti sotto la tramontana  fredda e piena di neve. E che quivi
alcuni ambasciadori del mare Eussino, venuti (come scrive Nearco) per una breve
via, si riscontrarono con Alessandro che cavalcava per il paese della Persia,
al quale, maravigliandosi egli di questo, essi referirono il breve cammino che
avevano fatto. Alli Susiani sono contermini gli Uxii, s come  stato detto
nell'altra istoria, e come li popoli mardi abitano appresso li Persiani, e anco
questi attendono a rubare, e che li Cossei sono vicini alli Medi: le quali
tutte nazioni, di fere e salvatiche che erano, Alessandro fece civili e
mansuete, essendole andato ad espugnare nel tempo del verno, quando pensavano
che nel lor paese non si potesse penetrare; ed edificovi anco citt, e di
uomini vaghi e che abitavano alla campagna li ridusse ad essere aratori e a
coltivar la terra, acci che dubitando delle lor cose s'astenessero di far
ingiuria ad altri.
E dopo il passar che fece l'armata nel paese de' Susiani, Nearco non scrisse
cos il tutto con diligenza, ma gli parve che bastasse lo scriver delli porti e
la lunghezza del cammino che facevano. Tutta questa costa ha appresso di s
molte lagune e paludi, con grandi sprei e secche che sotto acqua scorrono fin a
mezzo il mare, che fa difficile il poter sorgere alli naviganti e di poter
praticar da un luogo all'altro. Partiti dalle bocche del fiume, dove si erano
fermati nelli confini della Persia, e tolta acqua per cinque giorni,
conciosiach li pilotti dicevano che non ne potriano poi trovare, fatti che
ebbero settecento stadii sorsero sopra la bocca di una palude, la qual
trovarono piena di pesci, ed era chiamata Cataderbe. E sopra detta bocca vi era
un'isola nominata Margastana, dalla quale nel far dell'aurora partitisi,
andarono per certe seccagne, dove bisogn che ad una ad una le navi vi
passassero: e vi erano pali fitti da una banda e dall'altra, che dimostravano
il cammino per queste paludi, s com' nell'istmo che  fra mezzo l'isola di
Leucade e dell'Acarnania, che vi son posti segni alli naviganti, acci che non
vadino a dar nelle secche. Nel qual luogo di Leucade il fondo  tutto di arena,
che facilmente lassa che le navi intrate possino partirsi: ma quivi era una
voragine di fango, tanto tenace che per nessuna arte se ne potevano districare
le navi, perci che se si appontavano con le lancie lunghe, tutte entravano nel
fango, e se dismontavano di nave per spingerle fuori in alto mare, tutti si
profondavano fino al petto; nondimeno con tutte queste difficult navigarono da
secento stadii, andando sempre una nave drieto all'altra, e fermati che furono
si misero a mangiare. Poi tutta la notte profonda navigando, col giorno
seguente, per essere stati cos consigliati, dopo fatti trecento stadii sorsero
alle bocche del fiume Eufrate, appresso una villa della regione di Babilonia
detta Diridote, dove vien condotto lo incenso per li mercatanti del paese
dell'Arabia, e tutti gli altri odori che la detta terra produce. Dalla bocca
dell'Eufrate fino in Babilonia dice Nearco esservi da stadii tremila e trecento
di navigazione.
Quivi essendo detto che Alessandro andava verso Susa, ancor essi ritornarono
indrieto, navigando per il fiume Pasitigri, per congiungersi con quello, nel
qual ritorno ebbero sempre il paese de' Susiani alla man dritta. E passarono
appresso una palude nella quale entra il fiume Tigris, il qual venendo
dell'Armenia scorre appresso la citt detta Nino, che altre volte fu cos
grande e felice, e si congiunge col fiume Eufrate: e il paese intermedio
circondato da questi due fiumi si chiama Mesopotamia. Dalla detta palude fino
al fiume si naviga all'ins per stadii secento, dove  una villa di Susiani
detta Agini, la qual  lontana da Susa da cinquecento stadii. La lunghezza
della navigazione del paese de' Susiani fino alla bocca del Pasitigri, passando
sempre a canto di terre abitate e fertili, pu essere da stadii cento e
cinquanta. Quivi si fermarono, aspettando alcuni uomini mandati da Nearco a
vedere dove si trovava Alessandro. Il qual Nearco fece solenni sacrificii alli
dei che l'avevano condotto a salvamento; fece anco delli giuochi, con
grandissima allegrezza e contento di tutta l'armata. Ed essendo venuta nova che
Alessandro s'approssimava, di nuovo si misero a navigare su per il fiume e si
fermarono a Schedia, dove era per passare alla volta di Susa Alessandro con
l'esercito: e quivi si congiunsero tutti insieme, e Alessandro fece grandissimi
sacrificii per la salute dell'armata e degli uomini di quella; celebr anco
molti giuochi. E Nearco, ovunque per l'esercito compareva, da ogni canto gli
erano gittate addosso corone e fiori, e fu coronato da Alessandro con una
corona d'oro, e similmente Leonato, l'uno per aver condotto a salvamento
l'armata, l'altro per aver vinto gli Oriti e altri barbari contermini a quelli.
A questo modo venne salvo lo esercito ad Alessandro, partito dalle bocche del
fiume Indo.


Viaggio scritto per un comito veneziano, che fu condotto prigione dalla citt
de Alessandria fino al Diu nella India, col suo ritorno poi al cairo del 1538.


Come dell'anno 1537, rotta la guerra dal signor turco alla illustrissima
Signoria di Venezia,
furono ritenute in Alessandria le loro galee con li gentiluomini, mercanti e
marinari,
e condotte le loro robbe, e condotti da Alessandria per terra al Sues, porto
del mar Rosso,
per farli navigare in quel mare.

Scriver un viaggio fatto non per volont nostra, ma per necessit nelle Indie,
seguendo la persona di Soleyman bass eunuco, il quale era mandato da Soleyman
sach, imperatore de' Turchi, alla espedizione contra Portoghesi, nel tempo che
fu rotta la guerra del 1537 alla nostra illustrissima Signoria di Venezia, e
che noi eramo in Alessandria con le galee sue di mercato, delle quali era
capitano il magnifico messer Antonio Barbarigo. Fummo intertenuti nella detta
citt di Alessandria in quelli tempi, senza aver modo di trafficare n
contrattar le nostre mercanzie, e stemmo l fino alli 7 di settembre 1537, nel
qual giorno il consolo della nazion veneziana, chiamato messer Almor Barbaro,
e il capitano predetto Barbarigo, li mercatanti e tutti li marinari e robbe di
cadauno furono ritenute e condotte in la torre della Lance; e dipoi fatta
elezion di tutti quelli che erano atti al servizio del mare, tra' quali era uno
anco io, fummo inviati cinquanta per volta al Cairo e mandati de l al bass
Soleymano. Il quale elesse bombardieri, remeri, marangoni, calafati, comiti e
armiraglio e alcuni compagni, e li mand al Sues, ove poco dapoi mand molti
altri a lavorar le navi in detto luogo fino alla sua venuta, la quale fu alli
15 di giugno, come si dir pienamente al luogo suo.
Il Sues  un luogo deserto, che non vi nasce erba di sorte alcuna, ed  ove Dio
sommerse Faraone: e quivi fu fatta l'armata per l'India, e tutto il legname,
ferramenta, sartiame, munizione furon condotte di Satalia e Constantinopoli per
mare sino in Alessandria, e poi, caricate nelle zerme, le condussero su per il
fiume Nilo fino al Cairo; quivi prese delle vettovaglie e artegliarie, fu posto
il tutto sopra camelli, che le condussero fino al detto Sues. Questo viaggio 
di miglia 80, n vi si trova abitazione, n acqua, n cosa alcuna da vivere: e
quando le carovane ordinarie vi vanno, si forniscono dell'acqua del Nilo
portata sopra camelli. In questo luogo, al tempo de' pagani, soleva esser una
grandissima citt, ed era tutta piena di cisterne, e aveva un calizene, che
vuol dir una cava molto larga, che veniva fino dal Nilo: e quando crescevano le
acque si empivano tutte le loro cisterne, servandosi tutto l'anno, e si poteva
anco navigare. Ma destrutta che fu la citt da' macomettani, fu similmente
atterrata la detta cava, e le acque che si beveno si vanno a torre sei miglia
lontano per terra con li camelli in alcuni pozzi: ed  acqua molto salmastra, e
di quella ne bevevamo, e davamo ad ogni cinquanta uomini un camello di detta
acqua. Questo luogo del Sues  nel principio del mar Rosso, ed  un poco di
ridutto di muro marcio, da passa trenta, fatto in quadro, ove stanno di
continuo da venti Turchi per guardia di quello. E fecero detta armata di legni
settantasei fra grandi e piccoli, cio maone sei, bastarde dicessette, galee
sottili XXVII, fuste nove, galeoni due, navi quattro, e altre sorti de navilii
fino al numero de 76.


Come, venuti a romore, da duomila uomini smontarono dalle galee, e scontrandoli
uno sangiacco li ruppe. Che giunto a Sues il bass Suliman fece metter ad
ordine l'armata e darli la paga. Del luogo detto Corondolo, ove Mois percosse
con la verga e aperse il mare; del luogo chiamato Tor, vicino al monte Sinai,
dov' la chiesa e il corpo di santa Catarina.

Ad 9 marzo 1538 si misero a romore da forse duomila uomini, e dismontorno
delle galee con le lor armi per andar via alla montagna, e allargaronsi da
miglia sei dalle galee e scontrarono uno sangiacco con cavalli ventisette, che
veniva alla guardia de Sues, e detti cavalli dettero dentro in dette ciurme e
le ruppero, ammazzandone da ducento; il restante presero e spogliorno, e li
menorno alle galee, ove furno posti al remo con la catena al piede. Ad 15
giugno giunse il bass Suliman al Sues, e piantati li suoi padiglioni si ripos
otto giorni: e in questo mezzo fece ponere ad ordine l'armata e dar una paga
per ciascuno, cio ducati cinque d'oro e maidini dieci, che sono in tutto
maidini ducento e quindici. E parte degli uomini delle nostre galee grosse
furno posti sopra l'armata, cio sopra una delle bastarde settanta, e sopra
un'altra delle dette bastarde altrettanti, sopra il chacaia quindeci, sopra la
galea de' chielierchi basi diciotto: e questo  quello che ritenne il console
in Alessandria. Il restante veramente di detti uomini furno posti sopra li due
galeoni, ove erano cariche di polvere, salnitrii, solferi, ballotte, farine,
biscotti e il tutto per il bisogno dell'armata; e ancora il bass fece caricar
li suoi danari sopra le galee, i quali erano coperti di cuoi di bue e tela
incerata, e furno cassette quarantadue. E ad venti il bass fece comandamento
che in termine de giorni due ognuno fusse sopra la sua galea.
Ad 22 detto, il bass mont in galea e si tir fuori del Sues alla punta di
Faraone, in luogo di buon fondo, passi quattro, larghi dal Sues miglia quattro,
e dalli sette pozzi di Mois miglia dodici per scirocco: e in detti luoghi
morirno uomini sette.
Ad 27 detto, ci levammo dalla bocca del Sues con tutta l'armata per andar in
India, e fu navigato per ostro scirocco, e fu dato fondo avanti sera in un
luogo chiamato Corondolo, ove Mois dette con la verga e aperse il mare: e qui
fu sommerso Faraone con tutto il suo popolo, e per questo vien chiamato il mar
Rosso. In detto luogo sono di fondo passa dodici, larghi dal Sues miglia
sessanta, ove si stette una notte.
Ad 28 ci levammo da Corondolo e navigammo per ostro scirocco, e fu dato fondo
due ore avanti sera in un luogo che si chiama il Tor, e in questo luogo sono
molti cristiani della cintura: e qui si forn tutta l'armata di acqua. E questo
luogo  lontano una giornata e mezza dal monte Sinai, ove  la chiesa di santa
Catarina e il suo corpo. Stemmo qui giorni cinque, e sono di fondo passa
cinque, e da Corondolo a questo luogo miglia cento per mare.


Del luogo detto Charas, Soridan isola, Marzoan montagna; del luogo chiamato il
Cor;
della terra di Zeidem, scala di tutte le speciarie; di una moschea qual tengono
i Mori esser la sepoltura di Eva; delle isole dette Athlas.

Ad 3 di luglio si levorno dal Tor, e andorno fino a mezzogiorno dietro una
marea di seccagne lontan da terra un miglio, e dettero fondo in passa 12 in un
luogo chiamato Charas, ove si stette giorni due per aspettar le due navi di
munizione: e dal Tor a questo luogo sono miglia 40.
Ad 5 detto si levorno dal Charas, e a ore cinque di giorno furno sopra una
isola chiamata Soridan, larghi da terra miglia quaranta, e tutto il giorno fu
navigato, e per fino a sol a monte furno fatte miglia cento. La notte seguente
navigorno per ostro scirocco, e a sol levato si trovorno dietro di una montagna
detta Marzoan, dal lato destro: e furno fatte miglia cento.
Ad 6 detto, fu per cammin per ostro scirocco, e a sol a monte si vidde terra
dal lato destro dalla banda degli Abissini, e sino a sol a monte miglia cento.
Ad 7 detto, fu fatto cammino alla quarta di scirocco verso levante: furno
miglia novanta.
Ad 8 detto, fu fatto cammin da miglia otto a l'ora, e a sol a monte miglia
cento. La notte li venti al garbin, e il cammino per scirocco miglia venti.
Ad 9 il giorno fu bonaccia e li venti non furno stabili, e per scirocco fu
trovato una marea di secche sotto acqua, le quali secche sono lontane da terra
miglia cinquanta. Il cammin per maestro scirocco sino a sol posto furno miglia
dieci. La notte fu cammino alla quarta di ostro verso garbin miglia venti.
Ad 10 detto fu cammin per scirocco: si venne verso un porto, in un luogo
chiamato il Cor, ed  molto deserto; ha fondo di passa otto; furno miglia
settantauno.
Ad 11 si levorno dal Cor, venendo a terra via sino a mezzogiorno miglia
trenta, ad una terra chiamata Zidem, la quale  scala di tutte le specierie che
vengono d'India e di Colocut, lontana dalla Mecca una giornata e mezza: e sono
assai secche sotto acqua e di sopra, tamen  buon porto. Qui si ebbero
rinfrescamenti assai, ma non vi sono acque vive, se non alcune cisterne, le
quali si empiono di acqua piovana; e qui corrono assai mercanzie, e in detto
luogo si trovano dattoli, gengivi mechini e non d'altra sorte. E fuori della
terra  una moschea, la qual dicono i Mori esser la sepoltura di Eva. Le
persone vanno il forzo nudi; sono magri e brutti, cio berrettini. Hanno pesci
in quantit, li quali pigliano in questo modo, che vanno alcuni uomini, uno
alla volta, sopra tre pezzi over quattro di travi legati insieme, lunghi piedi
sei, e vanno otto e dieci miglia lontani in mare per pigliar pesci, e stanno
sentati sopra detti legni e vogano con un palo, e vanno fuori con ogni tempo.
In questo luogo ci fornimmo di acqua, e si stette giorni quattro.
Ad 15 si levorno, mancandoli navilii cinque per fortuna, come s'intese per un
uomo che scapol d'una fusta; e in quel giorno fu fatto cammino alla quarta de
garbin verso ostro, e furono miglia ottanta.
Ad 16 fu cammin per ostro scirocco, vento piacevole, miglia trenta. La notte
similmente, fino a sol levato, miglia cinquanta.
Ad 17 fu cammin per ostro scirocco e alla quarta verso ostro, miglia cento. E
la notte alla quarta de scirocco, fino a sol levato, miglia sessanta.
Ad 18 fu cammin per scirocco, tempo fosco, miglia quaranta. E la notte alla
quarta de scirocco verso levante, miglia cinquanta.
Ad 19 fu cammin alla quarta di levante verso scirocco, vento fresco fino a ore
9 di giorno, e si entr fra certe isole chiamate Atfas, luogo deserto e non di
continuo abitato, salvo da alcune persone che vengono da altre isole, le quali
vanno a pescare e pigliano perle smergandosi in fondo del mare, in passa
quattro di fondo. Si bevono acque piovane, le quali si conservano in alcune
fosse e pozzi. E in detto luogo si stette la notte; furon miglia cento.


Della isola detta Camara, e della natura, viver e vestir di quegli uomini;
dell'isola Tuice e di Babel scoglio; della citt di Adem e sito di quella.

Ad 20 si venne ad una isola chiamata Camaran, luogo di acqua e rinfrescamenti
buoni, largo da terra ferma miglia 20, abitato da forse cinquanta case e alcuni
altri casali per la isola: e le case son fatte di frasche. Si piglia in questo
luogo gran quantit di coralli bianchi; vi  un castello ruinato e disabitato.
Gli uomini vanno pur nudi, sono piccoli, portano capelli senza niente in testa,
e intorno le vergogne portano un facciolo da barbieri, il resto nudi e scalzi.
Sono uomini tutti naviganti: vanno con alcune barche e navilii fatti senza
ferramenti, cuciti con alcuni spaghi come cordicelle, li quali fanno di
datteleri, e le loro vele sono di stuore sottili fatte di palme di datteleri,
come si fanno li ventoli; e vanno con dette barche in terra ferma e portano
dattali in grandissima quantit, e zibibbi, e certo sorgo bianco grosso, e vi
nascono gengivi mechini assai, e viene di terra di Abissini gran quantit di
mirra. Il sorgo veramente lo infrangono sopra una pietra di marmoro larga, a
modo di quelle che si macinano i colori, e di sopra hanno un'altra pietra larga
mezzo braccio in modo di uno ruotolo, e con detta pietra macinano e ad un
tratto impastano, e fanno alcune focaccie: e quello  il suo pane ed  molto
caro, e bisogna farlo di giorno in giorno, altramente non si pu mangiare
perch el si secca. Carne vi sono assai e pesci. Dalle isole de Achafas sino a
qui sono miglia quaranta. E in questo luogo di Camaran dismont il bass, e
fece voltar seco a tutte le galee, e da questo luogo spacci due fuste, una
alla volta del re del Zibit, l'altra al re di Adem, dandogli ordine che li
fosse apparecchiata acqua e rinfrescamenti per l'armata, acci che 'l potessi
passar in India contra i Portoghesi, e dir al re del Zibit che 'l debbi venir
alla marina e portare il tributo del signore e dare ubidienza al bass: e
questo fece per essere il Zibit fra terra una giornata. In questo luogo di
Cameran fu fornita l'armata d'acqua per passar in India, e si stette in detto
luogo giorni dieci.
Ad 30 si levorno da Cameran con vento piacevole, cammino alla quarta de ostro
verso scirocco: furon fatte miglia cinquanta. E la mattina a ore una di giorno
si arriv ad una isola chiamata Tuicce, ove fu incontrata la fusta la qual era
andata da Cameran al Zibit, e port li presenti al bass: e furno alcune spade
lavorate alla zimina, tutte fornite d'argento indorato, che erano in foggia di
scimitarre, e alcuni pugnali al simile lavorati, con alcune turchine e rubini e
perle sopra li maneghi, e alcune rotelle tutte coperte di perle. E tutte queste
cose furno mandate dal re del Zibit, il quale gli mand a dire che 'l dovesse
andare in India a conquistar li Portoghesi e che al ritorno gli daria il
tributo, per che lui era schiavo del gran signore. E furon fatte miglia
cinquanta. La notte cammino alla quarta de ostro verso scirocco, miglia
cinquanta.
Ad primo d'agosto fu vento la notte da scirocco, e si venne per miglia X
appresso la bocca dello stretto, ad uno scoglio detto Bebel, fondo di passa
due, e in questo luogo si stette una notte: il quale scoglio  al lato destro
alla banda di Abissini.
Ad 2 agosto si levorno dal sopradetto scoglio, e si venne fuori dello stretto
alla quarta di levante verso scirocco, miglia dieci. La notte, sino a sol
levato, miglia ottanta.
Ad 3 detto, fu cammino alla quarta di levante verso greco: si venne ad una
terra chiamata Adem, molto forte, ed  alla marina, circondata da montagne
altissime, sopra cadauna delle quali vi sono castelletti e revellini che
circondano d'intorno, salvo un poco di scavezzatura per la qual si esce per
andar in terra ferma e alla marina. E ha da passa trecento di spiaza, con le
sue porte e torrioni e buone mure, e oltra di questo ha uno scoglio avanti con
un castelletto sopra e uno torrione a basso per guardia del porto, il quale 
alla banda de ostro ed  fondo passa due; e dalla banda di tramontana  un
grandissimo porto e di buon fondo, coperto da ogni vento, e vi  acqua assai e
buona. La terra si  arida e non vi nasce cosa alcuna; non hanno acque salvo
che piovane, le quali quando piove vanno in alcune cisterne e pozzi, che hanno
fondi di pi di braccia cento: e quando si trae fuori l'acqua  calda, di sorte
che non si pu bevere per sino non si rinfresca. In questa terra ogni cosa si
convien condur di fuori, cio vettovaglie, legne e cos tutto 'l resto. Giudei
vi sono assai. E dal luogo onde si levorno sino qui sono miglia ottanta, ove
essendo gionti, vennero quattro gentiluomini avanti il bass e li portaron
rinfrescamenti: e lui li fece bon accetto e parl alquanto di segreto con loro,
e poi li don due veste di velluto altobasso per ciascuno e li mand in terra
con una fede sua al signore, commettendoli che 'l dovesse venire in galea e non
dubitasse di cosa alcuna. Ma il signore li mand a dire che lui non voleva
venire, e che volentieri li daria quanto li facesse bisogno: e cos si stette
quella giornata.


Come il bass fece impiccar ad una antenna il signore di Adem con quattro
altri. Di alcuni signali per li quali si conosce esser vicino alle rive.

Ad 5 il bass comand alli giannizzeri che andassero in terra armati, e ogni
galea caricasse li suoi coppani, e commesse al suo chaccaia che andasse al
detto signore della terra a dirli che 'l venisse dal bass a dare ubidienza al
gran signore. E il chacaia and e fece l'imbasciata, e il signore della terra
li rispose: "Io verr sopra la tua testa, perch'io sono schiavo del gran
signore". E cos venne alla galea con molti della sua corte, e il chaccaia il
menava, e aveva un facciolo al collo, e l'appresent al bass, il quale
l'abbracci e feceli buona ciera, e parlorno alquanto insieme; e in tanto il
bass fece portar due veste di velluto altobasso con alcune d'oro, e quelle
don al detto signore della terra e messegliele in dosso, e cos furno vestiti
alcuni delli suoi baroni. E dapoi ragionato insieme per un gran pezzo, il bass
il licenzi e li dette combiato di andare in terra: e in quel ponto lo fece
appiccare ad una antenna per la gola, e insieme quattro altri di quelli suoi
favoriti. Subito fatto questo, mand uno sangiacco con giannizeri 500 alla
guardia della terra, nella quale gli uomini sono come quelli d'Arabia, cio
brutti, magri e piccioli. La detta terra  mercatantesca, e contrattava con
gl'Indiani, e facevano venir ogni anno tre e quattro navilii di specie de pi
sorti e quelle mandava al Cairo. In questo luogo nascono gengivi mechini e non
de altra sorte.
Ad 8 si lev l'armata dalla terra e and alla banda di tramontana, ove si
forn di acqua; e in tutto stettero giorni undici.
Ad 19 tutta l'armata si part da Adem, e furno in tutto, tra galee e fuste e
navi e altri navilii, settantaquattro: e per custodia di quel luogo il bass
lasci tre fuste. Il cammino fu alla quarta di levante verso greco, miglia
quaranta.
Ad 20 fu cammino per levante, e vento da ponente piacevole; furon fatte miglia
cinquanta. La notte fu cammino alla quarta di levante verso scirocco, miglia
venti.
Ad 21 cammino per levante con bonaccia, miglia trenta. La notte fu il cammino
detto, a sol levato, miglia trenta.
Ad 22 fu bonaccia sino a mezzogiorno, poi un poco di vento, miglia venti. La
notte cammino per levante, miglia cinquanta.
Ad 23 il cammino fu alla quarta di levante verso greco; furon fatte miglia
sessanta. La notte cammino per greco levante, miglia quaranta.
Ad 24 cammino greco levante, mare in prua, miglia novanta. La notte fu
navigato per greco levante, miglia ottanta.
Ad 25 fu cammino alla quarta di greco verso levante, miglia novanta. La notte
cammino detto, sino a sol levato, miglia cento.
Ad 26 cammino greco levante, miglia novanta. La notte il cammino detto, miglia
ottanta.
Ad 27 cammino greco levante, miglia novanta. La notte il cammino detto, miglia
cento.
Ad 28 cammino greco levante, miglia novanta. La notte cammino detto, miglia
novanta.
Ad 29 cammino greco levante, miglia novanta. La notte cammino detto, miglia
novanta.
Ad 30 cammino alla quarta di levante verso greco, miglia ottanta. La notte
alla quarta di greco verso levante, miglia novanta.
Ad 31 alla quarta di greco verso levante, miglia settanta. La notte il cammino
detto, miglia ottanta.
Ad primo settembre, cammino alla quarta di greco verso levante, miglia
settanta. La notte cammino detto, miglia cinquanta.
Ad dua cammino alla quarta di greco verso levante, e a mezzogiorno fu dato
fondo in passi trentacinque; miglia trenta. La notte fu dato fondo a ore tre in
passi 20, largo dal Diu miglia cento, ma dal primo terreno dalla banda di
tramontana miglia quattrocento: e qui si vedono in mare alcune bisse,
trovandosi larghi in mare da miglia cento in centocinquanta, e questi sono
segnali delle rive, e ancor si vedono alcune acque verdi, e questi sono segni
per tutta la costa.
Ad 3, a sol levato, si part l'armata con tempo piacevole e and per riviera,
e a ore 9 di giorno venne una barca da terra, e disse al bass come nel
castello del Diu erano Portoghesi settecento e galee sei armate, e il bass li
fece presente de caffettani sei, e li tenne circa una ora, e mand alla terra;
ma dapoi venne una fusta dell'armata, la qual aveva preso un giudeo in terra, e
lui confess quanto  detto. Furono miglia trenta. La notte cammino per
scirocco, sino a sol levato, miglia trenta.
Ad 4, a sol levato, fu camminato con vento piacevole sino appresso la terra
del Diu miglia tre, ove fu dato fondo; ma avanti fu vista andar fuori del porto
una vela, la qual era una fusta de' Portoghesi che andava verso Acque, e il
bass li mand drieto il capitan moro con una bastarda, e tutto quel giorno la
seguit, e la notte la perse di vista, e la mattina seguente il capitan moro
ritorn con la bastarda, e gionse poi l'altro giorno all'armata. Furono miglia
trenta.

Come Cosa Zaffer, renegato e fatto turco, essendo capitano del re di Diu,
intesa la venuta di Turchi, tolse la terra di man de' Portoghesi, e come fu
saccheggiata da' Turchi. Del porto detto Muda Faraba.

Ad detto venne uno chiamato il Cosa Zaffer, il qual  da Otranto, ma rinegato
e fatto turco, ed era patron di una galea quando il signor turco mand l'altra
armata, la qual si ruppe e si perse. E il sopradetto Cosa Zaffer and a star
con il re del Diu, il quale si chiama re di Cambaia, e questo per nominarsi
cos il paese, e al predetto Cosa Zaffer il re gli aveva donato alcune terre e
fatto capitano di tutto il suo regno, e lui praticava con Portoghesi e avevasi
fatto lor amico; ma quando lui intese che l'armata del signor turco veniva,
fece venir con bel modo gente assai del paese, e tolse la terra di man di
Portoghesi e gli assedi nel castello: ed era con lui un consigliere primo e
vicer del re di Cambaia, e avevano con loro da persone 8000, con le quali
assediavano il castello, e ogni giorno scaramucciavano con i Portoghesi. Sich,
venuto che fu il detto Cosa Zaffer in galea, e con lui il detto vicer, il
bass li fece onore e domandogli delle cose da terra, e loro gli esposero come
nel castello erano da cinquecento persone da fatti e trecento altri, ma che
loro gi giorni ventisei gli avevano posto assedio, e che con gl'Indiani
bastava loro l'animo di torli il castello, se esso voleva dare lor arteglieria
e munizione, che altro non volevan da lui: onde il bass li don due belle
veste per ciascuno. E in questo tempo che il Cosa Zaffer e il vicer stavano a
ragionar con il bass, li Turchi smontorno in terra con le lor arme, e andorno
e saccheggiorno la terra, facendo mille disonestadi agl'Indiani; e sopra tutto
saccheggiorno le case del vicer, e li tolsero tre belli cavalli, e drappamenti
e argenti e tutto quello trovorno, e scorsero sino al castello e scaramucciorno
con Portoghesi. Dapoi venne il vicer nella terra e ritrov la casa sua essere
stata svaligiata, e adimand alli suoi schiavi la causa di simil cosa, e loro
li risposeno come li Turchi erano stati, e che avevano fatto diversi altri mali
per la terra: il che inteso per il vicer, di subito mand per alcuni suoi
capitani e pose alcune sue cose ad ordine, e la notte seguente si part con
forsi persone seimille e and alla terra del re, la qual era da due buone
giornate fra terra. E in detta notte venne una fusta di quelli di terra e port
rinfrescamenti per nome del re, cio pan fresco, noci d'India, carne, risi
cotti e altre robbe, e il tutto fu dispensato sopra la galea del bass.
Ad 5 il bass mand in terra il capitan moro e il suo chacaia, e giunti che
furon questi, tutte le galee mandorno li suoi cappani carichi di giannizzeri
per dar aiuto a quelli del paese, i quali erano accampati a torno del castello:
ed erano uomini 2000, tutti indiani, e il resto erano andati con il vicer e
Cosa Zaffer.
Ad 7 si lev l'armata, perch l'artegliaria la batteva, e venne largo dal Diu
miglia XV, ad un porto chiamato Muda Faraba, porto bonissimo, e vi  acqua
assai, per esser sopra la bocca di un fiume.
Ad 8 il bass smont in terra, ove furon cominciate a scaricare le
artegliarie, le quali erano sopra quattro maone, e mand alla terra pezzi tre,
e quelli fece piantar sopra una torre, la qual  di qua dall'acqua, un tiro di
artegliaria lontan dalla fortezza grande, sopra la qual torre stavano
gl'Indiani a far le bollette e riscuotere li dazii: ed era grossa di muri, e
aveva quattro pezzi di artegliaria di bronzo, con un capo e soldati cento; e
detta torre non aveva fosse n acqua a torno. Ma del resto si far meglio
menzione avanti.
Ad 9 venne una nave e una galea al detto porto, e dette sopra una secca e si
sfondorono, la qual nave era carica di biscotti e polvere e altre monizioni, le
qual robbe furno il forzo ricuperate: ma la nave and in pezzi, e la galea fu
ricuperata e racconciata.
Ad 19 venne una galea bastarda mal condizionata, la qual era per tempo rimasta
indietro e aveva mal spielegato, ed era andata ad un porto di certe genti
chiamate Samari, idolatri, ove che quelli della galea mandorno un coppano con
alcuni giannizeri in terra, li quali tutti furno presi e tagliati a pezzi;
dapoi tolsero il coppano e armorno certe lor barche e vennero alla galea, e
ammazzorno ancor da sessanta persone, di modo che appena la galea pot
scampare: e gionta che fu all'armata, il bass mand per il peotta e lo fece
appicar per aver mal spielegato.


Come giunse al bass un vecchio qual diceva aver 300 anni. In che modo que'
popoli cavalcano i buoi, e la descrizion d'essi. Come quelle donne si
abbruciano, morti i loro mariti, e del modo che tengono.

Ad 25 fu preso uno uomo di quelli del castello, ma era del paese, ed era fatto
cristiano, ed era venuto fuori alla scaramuccia: onde fu menato avanti il
bass, e fecelo esaminare, ma lui mai non volse risponder n dire parola
alcuna, del che il bass sdegnato lo fece tagliar in duoi pezzi. E in questo
venne un uomo vecchio avanti il bass, il qual diceva come gli aveva pi di
anni trecento: e questo confermavano quelli del paese, e dicevano al bass come
assai di loro si trovavano che vivevano lungamente. In questo paese sono uomini
asciutti e vivono dilicatamente, cio di poco cibo, e non mangiano carne di
buoi, ma cavalcano quelli a modo di cavalli: e sono buoi piccoli e belli, e
vanno come di portante, e li fanno un buso nelle nari del naso e vi mettono una
cordicella, e quella adoperano in luogo di briglia, e ancor li fanno portar la
soma come si fa alli muli; e detti animali hanno li corni in modo di compasso,
cio dritte e lunghe, e sono molto mansueti. E quando nasce uno di questi
animali fanno gran festa, e hanno devozione in quello, ma molto pi nella
vacca, e per questo sono chiamati idolatri.
E quando qualche uno di questi Indiani che sia ricco e onorato muore, la
mogliere fa fare un gran convito alli suoi parenti, e faccendo festa va
ballando alla loro usanza insino ad un luogo ove  apparecchiato di far un gran
fuoco, dove portano il corpo del suo marito per abbrucciarlo, e il forzo delli
parenti portano con loro una pignatta di certo grasso il qual  ardentissimo; e
la donna del morto va pur ballando atorno il fuoco e cantando le laudi del
marito, donando a cui uno anello a cui uno drappo, insino che resta nuda, con
un facciolo avanti le parti vergognose, e immediate poi piglia una pignatta di
quel grasso, e buttatala nel fuoco lei salta in mezzo, e tutti li circonstanti
le gittano addosso quelle pignatte di grasso, di sorte che fanno un grandissimo
fuoco, che in un momento rimane morta. E questo fanno quelle che vogliono esser
reputate buone, e se non fanno questo, sono reputate triste e di pessima vita e
disoneste, n mai trovano pi da maritarsi.
Questo paese  molto ricco, e vi sono gran quantit di gengivi e di ogni
qualit e bonissimi, e vi sono gran quantit di noci d'India, e di quelle fanno
aceto, olio, grasso e corde e stuore: e detto albero delle noci  fatto a modo
di un dattolero, e non ha altra differenzia salvo il frutto e la foglia della
palma, che  pi larga.
Ad 28 si lev l'armata del porto Muda Faraba, e sorse in fondo di passa tre in
quattro.
Ad 29 si fece cammino di ore sei, e si dette fondo largo dal Diu da miglia
quindici, ove si stette una notte.
Ad 30 si lev l'armata con vento da tramontana a terra via, e and in dromo
del castello del Diu, e tutte le galee sparorno i pezzi grossi, e poi passarono
alla banda e dettero fondo forse miglia tre lontani dal Diu.


Come venne fuori del castello uno ambasciadore al bass dimandandoli accordo, e
fattoli un salvocondotto, e parimente al capitano, qual fece venir fuori i suoi
compagni sotto la fede del bass, esso bass li fece metter tutti in catena al
remo. Come giunsero al porto tre galee de' Portoghesi e una nave di
vettovaglie.

Ad primo di ottobre venne fuori del castello piccolo uno uomo per imbasciador
all'armata, per rendersi d'accordo, perch non si potevano tenere, per rispetto
che li avevano posto sotto tre pezzi di artegliaria che tirava libbre 150 di
ferro, e quando tiravano passavano la torre da una banda all'altra, di sorte
che li sassi gli ammazzavano, e di cento che erano in detta torre, venti ne
erano morti. Ma avanti che domandassero accordo, avevano morti assai Turchi con
li schioppi e con li suoi quattro pezzi di artegliaria, perch tra il piantare
della artegliaria e la fazione dur da diciotto in venti giorni. Giunto che fu
detto uomo dal bass, immediate gli fu donato una bella vesta e gli fu fatto un
amplo salvocondotto dello avere e delle persone, col quale andato in terra,
fece che il capitano con duoi altri uomini venne dal bass, il qual don
un'altra vesta al capitano e li conferm il salvocondotto, con patto che non
potessero andar nella fortezza grande: e cos rimasti d'accordo con detto
capitano, il qual era portoghese, e andato in terra fece venir fuori li suoi
compagni, li quali il bass fece mettere in una casa, senza arme e sotto buona
guardia; e detto castello si chiamava Golgole.
Ad 3 il bass fece andar avanti di lui quattro bombardieri schiavoni delle
galee grosse, e li commise dovessero andar in terra a batter la fortezza.
Ad detto il bass mand a tuor li Portoghesi che si aveano resi, e li fece
poner sopra diverse galee in catena al remo, cos il capitano come tutti gli
altri: ed erano da ottanta.
Ad detto, vennero nel porto del Diu galee tre di Portoghesi, essendo l'armata
turchesca larga dal porto miglia tre: n il bass volse mandar galea alcuna per
impedirle, s che al suo piacere introrno in porto.
Ad 8 venne una nave di vettovaglia qual era persa nel parezzo, per fortuna
stata avanti, e sopra di essa vi erano quindici uomini delle galee grosse, tra'
quali era lo armiraglio e comito della conserva, sessanta penesi e il resto
ciurme.
Ad 13 l'armata si lev dal Diu dalla banda di ponente e and a quella di
levante, larga miglia due, e il castello tir alcune botte di artegliaria, e
sfondr una galea e ruppe ad un'altra l'antenna.
Ad XV il bass smont dalla maona e and sopra la bastarda, e fece metter
tutti li cristiani in ferri, e mand a tuor una vela bianca di un'altra galea,
perch la sua era divisata: e questo fece perch si aspettava l'armata di
Portoghesi, e non voleva che si sapesse in qual lui fosse. E dubitando ancora
dell'artegliaria, fece far a poppa una gran curcuma di gomene e di ogni sorte
cavi, assai bastante per sicurt di una artegliaria quando l'armata fusse
venuta, perch era spauroso e senza animo.
Ad XVII, che fu la vigilia di san Luca, il bass fece tagliar la testa ad uno
delle galee veneziane, e questo per aver detto: "La mia Signoria non  morta".


In che modo furono disposte le artegliarie per batter il castello, e come
quelli di dentro uscirono e abbruciorono li sacchi di gottone gettati nelle
fosse per Turchi in gran quantit. Del soccorso venuto a' Portoghesi, e come, i
Turchi essendo all'ordine per dar la battaglia ad un castelletto, quelli di
dentro con trombe di fuoco e archibusi li ributtarono.

Ad 22 il bass mand a dire a tutti i bombardieri che erano in terra, che in
tutto potevano esser da 400, per che ogni giorno ne veniva morto qualche uno
dall'artegliarie, che quello al quale bastava l'animo di gittar giuso lo
stendardo grande della fortezza, gli doneria maidini mille e una vesta: la qual
cosa per uno sangiacco fu detta alli cristiani, e di pi gli offerse far libero
quello il qual gittava gi detto stendardo, che era in mezzo di un torrione
grande. Onde un de' detti cristiani in tre colpi lo scavezz, e per Turchi fu
fatta festa grande e fatto gridar per tutta l'armata, e al detto bombardiero fu
donata una vesta di seta. Il numero veramente e l'artegliarie che avevano posto
sotto il castello, tutte erano ad una facciata, ma in sei poste. In la prima
era una colobrina de libbre centocinquanta di tiro di ferro, e una petriera di
libbre ducento, e poco distante era uno passavolante di libbre sedici di ferro:
tamen si tiravano ballotte di piombo, le quali di continuo si disfacevano; e in
un altro luogo era una petriera di libbre trecento, e una colobrina di libbre
centocinquanta di ferro. In la seconda posta era un altro passavolante pur
compagno dell'altro, e tutti due erano delle galee grosse; e in un altro luogo
era uno sacro di libbre dodici di ferro, e uno cannoncino di libbre sedici, e
un falcon di libbre sei, e uno mortaro di libbre quattrocento di balla. E in
un'altra posta era una colobrina da cento, di sorte che gli avevano rovinato un
torrione dal cordon in suso, e si poteva correr in cima della batteria a suo
buon piacere, perch il torrione non era molto alto e le fosse non erano
compite da cavare: ma s come li Turchi ruinavano, cos quelli di dentro li
ponevano terra e frasche, e riempievano il meglio che potevano. E sappiate che
detta fortezza non aveva fianchi, e per esser in sasso non li avevano fatto
casematte, ma solamente aveva le cannoniere d'alto, le quali tutte li furono
rovinate e tolte: ma la salute loro era che ogni giorno venivano fuori a
quindici e venti come lioni arrabbiati, e quanti scontravano tanti amazzavano,
di modo che gli avevano posto tale spavento che, quando uscivano fuori, li
Turchi eran in fuga e non sapevano che farsi.
Ad 25 li Turchi fecero mettere una gran quantit di sacchi di cottone, coperti
di corame e legati con corde, e la notte li fecero gittar dentro le fosse, per
modo che li sacchi di cottone erano alti sino alle mura. Vedendo questo, quelli
di dentro la mattina a buon'ora, avanti che i Turchi si mettessero ad ordine
per dar la batteria e montar suso, uscirono da 60 di loro fuora, quaranta
de'quali introrno tra' Turchi combattendo bravamente, e gli altri rimasero
dentro della fossa, e ciascuno di loro aveva un sacchetto di corame pieno di
polvere e li stoppini accesi in mano, tagliavano li sacchi di cottone, e li
ponevano dentro un pugno di polvere e poi li davano fuoco, in modo che in poco
spazio assai di quelli sacchi furno accesi, e il fuoco li dur dentro duo
giorni; gli altri veramente che combattevano sostennero la scaramuccia pi di
tre ore, ammazzando da 150 Turchi e altritanti feriti, e dapoi tornorno nel
castello con morte di due di loro.
Ad 27 vennero cinque fuste portoghese e presero una fusta turchesca, e
andarono sotto la terra e li dettero soccorso, ma non poterno andar in porto
per rispetto dell'artegliaria turchesca, per che erano alcuni di sopradetti
pezzi che battevano la banda del porto, ma stavano di sopra alla banda delle
mura.
Ad 29 il bass mand coppani quaranta carichi di Turchi, e un poco di
artegliaria per ciascuno, e questo per dar la battaglia generale a uno
castelletto il qual  all'acqua in porto, in dromo della terra: e detto
castelletto era stato tutto rovinato dalle bombarde turchesche, e non vi erano
dentro salvo cinque over sei uomini, e tutto il giorno con una barca del detto
castelletto andavano al castel grande, che  lontano un tiro di falconetto e
manco. Ordinata la battaglia gli andorno sotto, n mai quelli di dentro si
lasciorno vedere, e quando li Turchi furno a' lati dettero delle prue in terra,
ove era stato rovinato ogni cosa sino in orlo di acqua: e li Turchi virilmente
saltorno suso, ma quelli di dentro li furno incontro con due trombe di fuoco e
archibusi ributtandoli, e il castel grande cominci a bombardar li coppani, per
modo tale che li Turchi si misero in fuga, e cos ribaltorno alquanti coppani e
si annegorno molti di loro, e alquanti furno presi da quelli del castel grande,
li quali, saltati in una lor barca, andavano ammazzandoli in acqua: e quelli
che pigliorno il giorno seguente li appiccorno alli merli del castello.


Come i Turchi furno dalli Portoghesi valorosamente cacciati dalla batteria, e
intendendo che giungevano venti vele de' Portoghesi, dubitandosi di questa
armata si levorono dall'isola detta Cariamuria.

Ad 30 tutto il campo si mise in ordinanza e and sotto la fortezza con assai
scale dalla banda del porto, e deliberorno darli la battaglia generale, e dalla
banda di terra montorno sopra la batteria con grandissimo animo, che a suo
piacer potevano montare, per che gli erano state tolte tutte le difese, e
stettero sopra detta batteria per spazio di tre ore: e quando li cristiani
viddero bene che alli Turchi non bastava l'animo saltar dentro, loro saltorno
sopra la batteria e cacciorno li Turchi nelle fosse, con morte di quattrocento
in quel giorno.
Ad 31 il capitan moro and con galee undici per dar la battaglia al castel
piccolo, ma non si pot accostare, perch il castel grande li batteva le galee
a fondo con l'artegliaria.
Ad 2 di novembre li sangiacchi e giannizzeri con tutto il resto di Turchi
vennero alle galee, e lasciorno tutta l'artegliaria grossa in terra, che non
ebbero tempo di condurla, per che li venne nuova come l'armata de' Portoghesi
veniva, e molto bene ad ordine.
Ad 5 furon viste vele 20 di Portoghesi, le quali dettero fondo miglia 20
lontani dall'armata turchesca, e cos stettero tutta la notte con grandissimi
fuochi, n la mattina furon viste salvo che vele tre larghe in mare, e l'armata
de' Turchi si slarg buonamente da terra ma a sol a monte furon viste vele
assai e tirorno molti colpi d'artegliaria, ma non si poteva discernere salvo il
lampo del fuoco, per esser molto lontano. E il bass, dubitando di questa
armata, mand sopra tutte le galee e dette ordine che ciascuna d'esse dovesse
tirar tre colpi d'artegliaria: e tirato che fu, fece dar nella trombetta e si
lev a remi e con li trinchetti, e questo fu a ore una di notte, e a ore 4 fece
dar la vela, tenendo il cammino per ostro garbin con vento piacevole, e a
giorno furon fatte miglia 30.
Ad 7 fu il cammino per ponente garbin, venti bonaccevoli, miglia quaranta.
Ad 8 cammino per ponente, miglia trenta. La notte cammino detto, miglia venti.
Ad 9 fu il cammino per ponente, e in questo giorno furno cavati di ferri tutti
li cristiani; miglia venti.
Ad 10 fu bonaccia giorno e notte, e non fu fatto cammino alcuno.
Ad 11 li venti saltorno al ponente garbin, fu tenuto la volta di maestro, e
tra il giorno e la notte furon fatte miglia trenta.
Ad 12 li venti al maestro tramontana furon trovati in colfo di Ormus, e si
tenne la volta per ponente garbin; tra il giorno e notte miglia trenta.
Ad 13 fu il cammino per ponente, furon fatte miglia settanta. La notte cammino
detto, miglia novanta.
Ad 14 cammino per ponente, miglia cento. La notte cammino detto, miglia cento.
Ad 15 cammino per ponente, miglia ottanta. La notte cammino detto, miglia
ottanta.
Ad 16 cammino per ponente, miglia ottanta. La notte cammino detto, miglia
settanta.
Ad 17 cammino per ponente, miglia novanta. La notte cammino detto, miglia
ottanta.
Ad 18 cammino per ponente, miglia cento. La notte cammino detto, miglia
settanta.
Ad 19 cammino per ponente, miglia settanta. La notte cammino detto, miglia
ottanta.
Ad 20 fu cammino alla quarta di ponente verso garbin, e fu vista terra sopra
vento, e furon fatte miglia novanta. La notte cammino detto, miglia cento.
Ad 21 cammino alla quarta di ponente verso garbin, miglia ottanta. La notte
cammino detto, miglia cinquanta.
Ad 22 alla quarta di ponente verso garbin, miglia quaranta. La notte cammino
detto, miglia venti.
Ad 23 il tempo ebbe bonaccia, il cammino fu per la costa della Arabia, miglia
trenta. La notte cammino detto, miglia venti.
Ad 24 il tempo ebbe bonaccia, e acque contrarie per la costa d'Arabia; si
venne ad una isola detta Curiamuria, luogo mal abitato e deserto: fu fatta
acqua e si stette un giorno.
Ad 26 si lev l'armata e a terra terra si fecero miglia trenta. La notte per
ponente garbin, miglia trenta.


Come il re fece pigliar quaranta Portoghesi quali aveva nel suo regno, e gli
appresent al bass. D'un luoco detto Micaia. E come il bass, essendo con
l'armata in Adem, fatto chiamar a s un Turco ch'era cristiano, ma rinegato,
uomo di gran conto, senza dir altro li fece tagliar la testa. D'un castello
chiamato la Mecca.

Ad 26 a ore due di notte fu dato fondo in passa sei di acqua, ad una terra
chiamata Aser, luogo deserto e sterile, e il forzo degli uomini e bestiami
vivono di pesce. Qui furono levati uomini 40 portoghesi, li quali vi stavano
perch avevano il suo consolo che contrattava mercanzia, e sempre con lui era
qualche mercante, oltra quelli che di continuo venivano, e conducevano specie e
altre cose, e sopra tutto compravano cavalli, li quali sono perfettissimi e
vagliono ducati cento e pi, e in India si vendono ducati mille. Il re di
questo paese, come seppe che Suliman bass veniva con l'armata, per farli cosa
grata fece pigliar dentro li suoi alloggiamenti li sopradetti Portoghesi e gli
appresent al bass (ed erano pi giorni che gli avevano presi), e il bass li
fece poner tutti in catena. E in questo luogo fu trovata una nave la qual era
restata per cammino, e non pot passare in India, e li fu tolto li biscotti di
subito per il bisogno dell'armata; e quivi si stette tre giorni. E sappiate
come, in ciascun luogo che si giungeva con l'armata, i Turchi davano fama di
aver preso tutta la India, e tagliati a pezzi tutti li cristiani.
Ad 1 di decembre si lev l'armata tenendo il cammino per ponente garbin, e fu
dato fondo in costa della Arabia ore tre avanti sera, e fu fatto acqua: e
chiamasi Micaia; furon fatte miglia 40.
Ad 2 si lev da Micaia, cammino per ponente garbin, miglia trenta. La notte
cammino detto, miglia dieci.
Ad 3 cammino per ponente garbin, che cos corre la costa d'Arabia, miglia
sessanta. La notte cammino detto, miglia cinquanta.
Ad 4 cammino per ponente garbin, miglia settanta. La notte cammino detto,
miglia trenta.
Ad 5 per ponente garbin, e la notte a ore nove fu dato fondo in dromo della
terra di Adem; si stette sino al levar del sole; miglia sessanta.
Ad 6, essendo il bass in Adem con tutta l'armata, la mattina fece chiamare a
s un Turco ch'era stato cristiano, ma rinegato, uomo di conto, ed era patron
d'una galea, e senza dir altro gli fece tagliar la testa. Si mormorava da tutti
che 'l bass, dubitando che costui non l'accusasse della dappocaggine e vilt
sua, se lo volse levar d'avanti, perch questo rinegato fu altre volte al soldo
del re d'Adem e dipoi, trovandosi al Diu nel tempo che 'l re di Cambaia fu
morto da' Portoghesi, la regina moglie del re morto, che aveva grandissima
quantit d'oro, e voleva partirsi e andar a star alla Mecha, persuasa da costui
mont insieme con lui sopra un galeone, il quale al dispetto suo la condusse al
Cairo, e di l a Costantinopoli al signor turco; e il signor, conoscendolo
pratico delle parti d'India, lo fece poi patron d'una galea e volse che
ritornasse con l'armata a questa impresa, ma gli successe male, che perse la
vita. Dopo la morte di costui il bass, volendo lassar fornita la detta citt
di Adem, fece cavar di sopra l'armata pezzi cento d'artegliaria fra grossa e
minuta, fra li quali vi erano dui passavolanti delle galee nostre grosse di
Alessandria; vi lasci ancora monizione di polvere, di ballotte, e un sangiacco
con Turchi cinquecento, e fuste cinque. Vedendosi il bass in luogo sicuro,
dismont della galea bastarda e mont sopra la maona: e fu alli quattordici
detto.
Ad 19 si lev l'armata e and verso la terra per far acqua, e in detto luogo
si stette 3 giorni.
Ad 23 fecero vela da Adem con buon vento, tenendo il cammino alla quarta di
ponente verso garbin, da vespero sino all'altra mattina: furno miglia cento.
Ad 24 a ore cinque di giorno l'armata si trov dentro dello stretto del mar
Rosso, e tutta la notte si stette a ferro.
Ad 25, il giorno di Natale, a ore tre avanti giorno si levorno dal detto
luogo, cammin per maestro, ma il vento scarso, e per fu sorto ad un castello
chiamato Mecca; furno miglia 50.


Come il castellan della Mecca, dopo molti rinfrescamenti mandati al bass,
mont su l'armata con il suo avere, con assai belli schiavi e schiave. Come il
bass mand un ambasciadore al re del Zibit, facendoli intendere che 'l venisse
a dar obedienzia al signor, e la risposta e presenti li fece il detto re. D'un
luoco detto Carnaran, e di Cubit Sarif.

Ad detto venne un Turco vecchio, il qual era castellan del luogo, e il bass
gli don una vesta e gli fece grande accetto: per la qual cosa il castellan,
dapoi che fu in terra, di continuo mandava diversi rinfrescamenti al bass, e
passati che furon alcuni giorni, li venne voglia di caricar sopra l'armata
tutto il suo aver, che era gran ricchezza e assai belli schiavi e schiave, e
quel che poi ne seguisse ognuno il pensi. Giunta che fu l'armata nel sopradetto
luogo della Mecca, il bass mand un suo ambasciadore alla terra del Zibit,
faccendo intendere al re che venisse alla marina per dar obedienza al gran
signore; il qual ambasciador convenne andar tre giornate fra terra, e giunto
dal re gli fece l'imbasciata, e gli fu risposto che, quanto al tributo del gran
signore, lo manderia volentieri, ma che non voleva venir alla marina e che nol
conosceva, ma che se il bass li mander uno stendardo del signore, che lui lo
accetter volentieri. L'ambasciador tornato espose il tutto al bass, il quale,
sdegnato, il giorno seguente gli mand per il suo chacaia una bandiera,
accompagnata con alquanti giannizzeri ben ad ordine: e giunti che furno, e
appresentata la bandiera, il re li fece di belli presenti, tra' quali li don
una bella scimitarra con gioie assai, e similmente un pugnale e alcune
bellissime perle di caratti sei l'una (ed era un filo di pi di mezzo braccio
di lunghezza), e oltra questo una perla bellissima di caratti diciotto, perch
il forzo delle perle orientali si piglia in quelle bande su l'Arabia; oltra di
questo don a tutti li Turchi due veste di panno per ciascuno e uno schiavetto
negro. E il chacaia li faceva carezze e l'affidava che dovesse venir a marina,
ma il re non la volse mai intendere, dubitandosi che lo facesse morire; e
vedendo il chacaia che non lo poteva far venire, gli disse: "Se tu non venirai
dal bass, lui venir da te", e tolse combiato e venne alla marina. In questo
luogo si stette giorni ventinove.
Ad 23 di gennaio, si lev dalla Mecca a sol levato con vento fresco, cammino
alla quarta di ponente verso maestro sino a mezzogiorno; dapoi si cambi il
vento, e fu il cammino per maestro tramontana: in tutto furon fatte miglia
cento.
Ad 24 fu fatto vela dalli terzaruoli con vento in poppa, cammino per maestro
tramontana; furno miglia trenta. La notte fu dato fondo a Camaran a ore sei,
miglia venti.
Ad 29 il bass dismont in terra e dette la paga a tutti li giannizzeri, li
quali voleva menar a combattere, ma alle ciurme e marinari non dette cosa
alcuna.
Ad 2 di febraro si lev da Camaran con bonaccia, a remi, e circa ore sette
furno ad un luogo chiamato Cubit Sarif, lontan da Camaran su la terra ferma
venti miglia.


Come il bass si accamp alla terra del Zibit, ed essendosi a lui presentato il
re di detto luoco con la cintura al collo, il bass li fece tagliar la testa; e
della gran crudelt usata per il detto bass.

Ad 3 a sol levato venne un Turco di quelli del re del Zibit, il quale se gli
era ribellato, con cavalli cinquanta: e il bass lo accett volentieri e feceli
presenti, e lui si accamp alla marina con li suoi padiglioni. E sappiate che
in questo paese tutti usano li cavalli bardati, per rispetto delle freccie e
dardi, che sono il forzo delle loro armi.
Ad 4 il bass smont in terra e fece meter alquanti pezzi di artegliaria
piccola sopra le ruote, e poner le sue genti, vettovaglia e monizioni ad
ordine, per andar al Zibit.
Ad 19 il bass cavalc ore tre avanti giorno verso la terra del Zibit, e
incontr uno altro Turco con cavalli cinquanta, il qual ancor lui si era
ribellato al re: e il bass lo fece franco, e seguit il cammino verso la detta
terra.
Ad XX il bass giunse al Zibit e accampossi fuora della terra, e mand a
chiamare il signore, il qual, vedendosi essere stato tradito da molti delli
suoi e dubitando degli altri, venne con la cintura al collo, come schiavo del
gran signore, e si appresent avanti al bass, il qual gli fece di subito
tagliar la testa. La qual cosa vista dalli suoi uomini, di subito se ne
fuggirno alla montagna, e furno da persone trecento, ma tra gli altri tre delli
suoi principali con gran ricchezza, n se intese ove andassero. Visto questo,
il bass mand a dire a quelli che scampavano che dovessero tornare sopra la
sua testa, perch lui li daria buon soldo e li faria suoi soldati, onde li
vennero da CC negri abissini, li quali erano soldati del re: questi sono uomini
valenti, terribili, che non stiman la vita, e corrono poco manco di uno
cavallo, e vanno tutti nudi, ma cuoprono con uno facciolo le lor vergogne; e
portano per arme alcuni un gran bastone di corniolo, ferrato, e alcuni
zannettine da trarre a modo di dardi, e alcuni una spada corta un palmo manco
di quelle che usano i cristiani, e universalmente tutti hanno alla cintura un
pugnale storto alla moresca. Giunti che furno questi tali, il bass li fece
domandar a uno per uno come avevano nome, e li fece scriver e notar pi soldo
di quello che avevano avanti; e come gli ebbe scritti, li mand via, facendoli
intender che la mattina seguente dovessero tornare, ma che altramente non
portassero arme, e che li daria le sue paghe: e questo facessero perch il
bass voleva che gli baciassero la mano, e per non bisognava portassero arme.
Giunti che furon la mattina, li fecero poner gi l'armi e venir ove il bass
era sentato appresso d'una tenda in campagna, e i Turchi tutti erano posti in
arme all'ordinanza e in cerchio: e fatti intrar quelli negri in mezzo, come vi
furno tutti, fatto segno secondo l'ordine dato, in un instante furno tagliati a
pezzi. Dapoi fatto questo, il bass lasci alla custodia di quel luogo un
sangiacco con mille Turchi.
E sappiate come la terra e il luogo del Zibit  bellissimo, ed  dotato di
acque vive in gran quantit, e ha di bellissimi giardini e assaissime cose che
non sono in alcuna parte dell'Arabia, e massime zibibbi damaschini senza
nocciolo, e altri perfettissimi frutti come dattili, e assai carne, e
onestamente formento.


Come il bass fece tagliar la testa a centoquarantasei Portoghesi, e parimente
a tre Indiani a lui menati con le loro ricchezze, i quali erano fuggiti dal
Zibit. Delli luochi Zerzer, Adiudi, Mugora, Darboni, Iafuf, Chofodan, Turach,
Salta e Ariadan.

Ad 8 di marzo 1539 il bass giunse a marina, e fece apparecchiare le monizioni
per mandar al Zibit, e oltra di quello lasci fuste quattro per guardia della
marina.
Ad 10 il bass smont in terra, e fece cavar tutti li Portoghesi di catena e
menarli ligati in terra, e feceli acconciare in schiera e a tutti li fece
tagliar la testa: e furno centoquarantasei, tra' quali erano alcuni Indiani
fatti cristiani. E le teste de' principali pi belli furno scorticate e salate
e impite di paglia; alli altri furno tagliati li nasi e le orecchie per mandare
al gran signore.
Ad 13 si part il chacaia in conserva di un'altra galea, e and al Zidem, e di
l alla Mecca, e poi and alla volta di Costantinopoli, con le nuove del
viaggio dell'India e con presenti, e con le teste, nasi e orecchie per
mostrarle al signore, acci che si vedesse che avevano fatto facende assai.
Ad 14 si levorno e dettero fondo in campagna.
Ad 15 si partirno dal Cubit Sarif, e a sol posto fu dato fondo in un luogo
chiamato Cor, largo da terra ferma miglia cinque, dal Cubit Sarif miglia cento.
Ad 16, un'ora avanti giorno si levorno con vento piacevole e andorno per
costa, e a sol posto fu dato fondo al luogo del Zerzer, il qual per avanti era
sottoposto alla Mecca, ed  di fondo passa otto, e da Cor a questo luogo sono
miglia settanta. E qui furno menati quelli tre che fuggirno dal Zibit con le
ricchezze, e il bass li fece tagliar la testa ed ebbe il tutto, che erano
bisaccie para tre, tutte piene, che con fatica uno uomo ne portava un paro.
Ad 17 con vento piacevole si lev, navigando per costa, e un'ora avanti sol a
monte si dette fondo ad uno luogo detto Adiudi, e questo perch li venti
contrariorno; fondo passa otto, e furon fatte miglia cinquanta.
Ad 18, ore due avanti giorno si lev, navigando per costa fino a mezzogiorno,
poi si dette fondo in passa 4 ad un luogo detto Mugora: ed  buon porto, ha
acque e legne; miglia 50.
Ad 19, un'ora avanti giorno partirno a remi, e nel levar del sole il vento
invest: si and per costa ad un luogo detto Darboni, sotto la Mecca, passa
sette, miglia cinquanta.
Ad 20 il tempo alla bonaccia, cammino per costa; a mezzogiorno invest il
vento, e a sol posto fu dato fondo in passa dieci, luogo detto Iafuf della
Mecca, miglia cinquanta.
Ad 21 al levar del sole si venne per costa, a mezzogiorno si mise il vento, e
a sol a monte fu dato fondo a Chofodan, luogo della Mecca, di fondo passa
quaranta: furon fatte miglia sessanta.
Ad 22 il bass ordin che sei galee alla volta si levassero, per rispetto
delle secche, che sono s spesse che appena il giorno si pu navigar; e si
venne ad uno scoglio chiamato Turach.
Ad 23 si navig per costa, infra scogli per donde non poteva passar salvo una
galea per volta, e fu dato fondo ad un luogo detto Salta, in passa quattro; fu
miglia cinquanta.
Ad 24 si venne per costa, e a mezzogiorno si dette fondo ad un luogo chiamato
Ariadan, ma il porto Mazabraiti, luogo abitato da villani, sottoposto alla
Mecca, fondo passa 6, miglia 30.
Ad 25 si navig per costa, ma al levar del sole il vento and davanti, e fu
tolta la volta di mare sino a mezzogiorno, dapoi quella di terra, e fu dato
fondo al luogo primo, ove si stette il giorno dietro, ad 26.


Di altri luoghi dove di d in d arrivorono, cio Iusuma, Mucare, Balir, Muchi,
Ziden, Contror Abehin, Almomuschi, Rabon, Farci, Sathan, Zorma, Iambut.

Ad 27 a ore due avanti giorno con tempo piacevole, e a ore otto di giorno, fu
dato fondo in passa quattro, ad un luogo detto Iusuma, miglia trenta.
Ad 28 navigorno con vento piacevole costeggiando sino a mezzogiorno, poi si
ligorno fra certe seccagne, lungi da terra ferma due miglia, n si pot dar
fondo, perch li ferri si perderiano: chiamase il luogo Mucare, miglia trenta.
Ad 29 costeggiando si legorno fra certe altre secche chiamate Balir, miglia
trentacinque.
Ad 30 pur costeggiando con vento piacevole sino a sera, e fu dato fondo in
passa dodici, luogo detto Muchi, miglia quarantacinque.
Ad 31, a ore due avanti giorno si levorno con bonaccia, e al levar del sole si
mise il vento, e a ora di vespero si giunse al Ziden.
Ad primo di aprile il bass smont in terra, e pose li suoi padiglioni fuori
della terra, e riposossi da giorni quattro.
Ad 7 il bass cavalc alla volta della Mecca al perdono, e dette ordine
all'armata che andasse alla volta del Sues.
Ad 8 l'armata si allarg da terra due miglia, per aver vento contrario, e
dette fondo infra certe seccagne.
Ad 11 si levorno con vento piacevole, e a ore venti fu tolto la volta di terra
e si venne in porto Contror Abehin, ove si ruppe una galea per non poter montar
la ponta; e in questo luogo un marangon delle galee di Alessandria, chiamato
Marco, rimase e rineg. Si stette due giorni, miglia trentacinque.
Ad 14 si levorno costeggiando con vento piacevole, e si dette poi fondo in
passa dodici, ad un luogo chiamato Almomuschi; furno miglia settanta.
Ad 15, ore due avanti giorno, levandosi la galea del capitano moro rimase
sopra una secca, ma fu aiutata dalli coppani delle altre, alle quali si lig, e
si tir fuori senza male alcuno; e costeggiando si venne ad un luogo detto
Robon, e si dette fondo in passa tredici: camminossi miglia trenta.
Ad 16 fino ad 20 ogni giorno si levorno, e si torn al detto luogo.
Ad 21 con vento da terra pur si levorno e andorno in mare, ma con vento
contrario, e a ore sette di giorno fu tolto la volta di terra, e fu forza
legarsi fra certe secche, ove si stette la notte.
Ad 22 con vento da terra costeggiando si cammin, ma essendo il vento andato
davanti, si dette fondo ad un luogo detto Farci; camminossi miglia sedici.
Ad 23 si costeggi sino a mezzogiorno, e il vento and davanti e fu tolta la
volta, e si venne ad un luogo detto Sathan, cammino miglia vinticinque.
Ad 24 si costeggi sino a mezzogiorno, ma per esser andato il vento davanti,
fu tolta la volta di terra, e si venne a Zorma; furno miglia trenta.
Ad 25, costeggiando a remi contra vento, a ora di vespero si venne ad una
terra chiamata Iambut; furno miglia venti.


Del luogo detto Medina Talnabi, ov' l'arca di Macometto, bench si dica esser
alla Mecca; di Sichalo, Bubuctor, Chifafe e Corondolo.

Il detto luogo ha vittuaglie e assai pesci e dattili; le acque sono nelle
cisterne, e vanno con li cammelli una giornata a torle. E fra terra per una
giornata si trova una gran citt chiamata Medina Talnabi ove  l'arca di
Macometto, ben che si dica esser alla Mecca: tamen  in questo luogo, ove si
stette giorni sei.
Ad primo di maggio si veliggi ore quattro, dapoi il vento fu contrario e si
dette fondo tra certe seccagne, e si stette due giorni, e furno miglia dieci.
Ad 3 sino a 4 si stette tra certe secche, costeggiando con vento contrario, e
si stette sei giorni; furno miglia otto.
Ad 10 sino ad undici si stette costeggiando con vento contrario, e si dette
fondo in uno altro luogo; fu miglia dieci.
Ad 13 si partirno costeggiando, e in cammino trovorno un galeone di detta
armata, la qual avanti si part dal Zibit, nocchier maestro Micali, e sopra di
esso vi erano alcuni delle galee d'Alessandria.
Ad 14 fu il cammino per maestro tramontana costeggiando, si dette fondo in
passa sette, in luogo nominato Sichabo, furno miglia sessanta.
Ad 15 cammino per maestro tramontana, fu dato fondo in campagna, e furno fatte
miglia settanta.
Ad 16 cammino per costa, fu dato fondo a Bubuctor, furno miglia trenta.
Ad 17 cammino per costa, e fu dato fondo in campagna in passa vinti, ad una
isola detta Genamani, e furno miglia trenta.
Ad 18 cammino per costa, fu dato fondo a Chifafe, furno miglia vinti.
Ad 19 cammino per costa, fu sorto al Molin, miglia cinquanta.
Ad 20 fu dato fondo in campagna, miglia vinticinque.
Ad 21 cammino per costa, fu dato fondo in campagna, miglia quaranta.
Ad 22 cammino per costa, fu dato fondo in campagna, miglia dieci.
Ad 23 cammino per costa, fu dato fondo a sol a monte, miglia dieci.
Ad 24, per esser cattivo sorzador, si levorno con vento assai, e la galea
bastarda lasci un ferro e tre gomene e gripie, e una galea invest in terra,
ma non si ruppe; fondo passa otto, e qui per esser bon sorzador si stette un
giorno; furono miglia dieci.
Ad 26 cammino per costa, fu dato fondo in spiaggie, miglia trentacinque.
Ad 27 cammino per ponente maestro, e a mezzogiorno si fu in dromo del Tor, e
navigando di lungo a ore due di notte il vento and davanti, e fu dato fondo
sino a giorno; e nel levar del sole il capitan moro andava a vela, e le altre
galee salporno e fecero trinchetto, e vennero ad una marea di secche e si
salvorno, e si stette giorni cinque; fondo passa sette, il cammino fu di miglia
cento.
Ad 3 giugno l'armata si lev dalle secche stando su le volte, e dando fondo
ora su la parte d'Abissini, ora sopra l'altra banda.
Ad 15 si venne al Corondolo, ove Dio sommerse Faraone con il suo popolo: in
questo luogo si fornirno di acqua, e vi sono li bagni di Mois, e si stette due
giorni.
Ad 16 si lev l'armata, e due giorni continui si stette su le volte; alla fine
si venne al Sues, ove fu fatta l'armata, e ad 17 si cominci tirar i legni in
terra.
Ad 2 di luglio si cominci a tirar la prima galea in terra, e fu la bastarda
del bass, e poi le altre, s come giungevano, si diguarnivano e tiravano in
terra; e li cristiani erano li bastaggi, e quelli che voltavano gli argani,
spianavano e diguarnivano, e in conclusione tutte le fatiche erano sue; insino
ad 16, che in quel giorno venne l'emin e dette le paghe a tutti li marinari, e
non solo alli turchi ma etiam alli cristiani, e la paga era di maidini
centoottanta per ciascuno.
Ad 16 di agosto il detto emin and al Tor a pagar le galee le quali erano
rimaste adietro, e and con coppani sette, e men con lui li migliori e li pi
affaticanti cristiani che v'erano, e questo per far condur quelle galee al
Sues, le quali eran quasi disarmate, s perch ne erano morti assai di loro,
come etiam per li fuggiti. E come si fu al Tor, furno date le paghe a tutti, e
li cristiani furno spartiti per le galee per condur quelle al Sues.
Ad 20 d'ottobre il restante dell'armata giunse al Sues, e tutta fu tirata in
terra per man delli cristiani, quali stentorno giorno e notte.
Ad 26 detto si dette fine al tirar le galee in terra, e le gomene e sartiami,
ferri, palance, artegliaria minuta e altri rispetti furno portati in castello.
E nota come dalla bocca del mar Rosso fino al Sues sono miglia
millequattrocento, e la costa corre per ponente maestro fino al Sues, e il
colfo  largo miglia ducento e in alcuni luoghi pi, e vi sono di molte secche,
scagni, sprei e scogli a terra via, e chi non naviga di mezzo via non pu
navigar salvo di giorno: e questo per esser il luogo tanto sporco che niuno non
si pu far savio, n metter per ordine quelli tali ridutti, salvo con l'occhio,
e star sempre a prua gridando: "Orza, poggia": e per tal causa non si  possuto
ordinariamente discriver il ritorno come lo andare. E sappiate che vi son due
sorti pilotti, alcuni che sanno e vanno per mezzo, e questo  nell'andare, e
gli altri che navigano di ritorno e dentro delle secche: questi vengono
chiamati rubani, i quali sono grandi notatori, e in assai luoghi ove non si pu
dar fondo rispetto alli sprei, loro vanno notando sotto l'acqua e armizano le
galee in quarto fra quelle secche, e molte volte etiam ligano sotto l'acqua li
provezzi, secondo li luoghi.
Ad 28 di novembre, li cristiani delle galee di Alessandria si partirno dal
Sues e andorno al Cairo, e ad primo di decembre furno posti in quella casa ove
erano stati per avanti, e li davano mezzo maidino il giorno per ciascuno, che
sono duo soldi veneziani, di modo che si passavano con grandi affanni e
fatiche, per che ogni volta che accadeva far nette cisterne, spianar monti,
acconciar giardini e lavorar fabriche e altro, tutto il carico era de'
cristiani.


Discorso sopra la navigazione del mar rosso fino all'india orientale scritta
per Arriano.
Che il mar Rosso, detto gi Eritreo, comprendeva il golfo Arabico, il Persico e
quello d'India. Di Marino Tirio geografo. Come Arriano ebbe maggior notizia di
Tolomeo delle cose dell'India.

Dovendosi parlare alcuna cosa sopra la navigazione del mar Rosso, nominato per
Arriano Eritreo, dico che gli antichi chiamavano con questo nome non solamente
il colfo Arabico, ma il Persico e tutto il mar dell'India. E sono alcuni che
dubitano che questo Arriano non sia quello che scrisse la navigazione di Nearco
che di sopra si  letta, conciosiacosach lo stil di quel istorico sia molto
diverso da questo del presente auttore. Pur come si sia, si crede che costui
fusse nelli medesimi tempi o poco dapoi che fu Tolomeo, filosofo alessandrino,
che descrisse in molti libri tutto il mondo, nei quali si vede che si sforza di
contradire all'oppenioni d'un altro scrittore di geografia della sua et, detto
Marino Tirio, volendole reprovare come non vere. Per chi legger questo
viaggio d'Arriano conferendolo con le cose scritte da Tolomeo, vedr ch'ei si
conforma con li scritti del detto Marino, come ei fa dove parla del golfo
Sacalite dell'Arabia, il quale mette essere pi occidentale del promontorio
detto Siagro: e Tolomeo, contradicendo a Marino, il mette orientale al detto
promontorio; e in molti altri luoghi si comprende che Arriano ebbe molto
maggior notizia delle cose dell'India che non ebbe Tolomeo, e massime della
costa di Calicut, la qual secondo le carte marine portoghesi corre da
tramontana verso mezzod: e Arriano scrive il medesimo, dicendo che da Barigaza
la terra ferma che seguita si estende verso ostro, e non  dubio alcuno che
Barigaza  sopra detta costa non troppo lontana dalle bocche del fiume Indo. Il
collocar anco dell'isola Taprobana che fa il detto Arriano, pi orientale che
non fa Tolomeo,  molto conforme alla verit ch'ora sappiamo per le navigazioni
di Portoghesi. Ed essendo tanta variet e discordanza fra questi auttori
antichi, che sono di tanta auttorit, massimamente sopra le cose dell'Etiopia e
dell'India, non per altra cagione se non perch quei che v'erano navigati
referirno loro varia e diversamente, gli uomini de' tempi presenti che si
dilettano di saper li siti della terra deono rendere infinite grazie al nostro
Signore Iddio che gli ha fatti nascere in questa et, nella quale li
serenissimi re di Portogallo hanno fatto che sopra le dette parti del mondo,
nelle quali era tanta dubiet, li pilotti delle sue navi hanno pigliate
l'altezze dell'uno e l'altro polo con una estrema diligenza, e le longitudini
con l'osservazione delle leghe che hanno fatto, navigando giorno per giorno, di
sorte che hanno scritto un libro di marinarezza delle dette parti, il quale
essendone venuto alle mani, non si rester un giorno piacendo a Dio di farlo
venir in luce.
Ora tornando a proposito, dico che questa navigazione d'Arriano, per essere
stata scritta in lingua greca,  molto scorretta e fragmentata, e questo
solamente per la lunghezza del tempo e negligenza di quei che l'hanno
trascritta; n, per diligenza che si abbi usata, ho potuto mai trovar alcun
esemplare scritto a mano. Pur questa cos fatta ne d grandissima cognizione,
oltre a quel che  scritto per Strabone e Plinio, cio che insino in Malacca e
tutta l'India si navigasse al tempo de'Romani, come si fa al presente per i
Portoghesi. E per discorrere alcuna cosa sopra di questo, dico che detto
auttore nomina tutti li luoghi, porti e promontorii che a suo tempo erano
celebri nella parte della Trogloditica, ch'oggid  abitata da signori arabi. E
anco, uscendo poi fuor del detto mare, fa menzione di tutti gli altri sopra
l'Etiopia sino alle Rapte di Azania, che eran l'ultime delle quali egli avesse
cognizione, e mette la distanzia da un luogo all'altro per numero di stadii
(che cos allora si costumava appresso a' Greci, s come nella navigazione di
Nearco si ha letto), e vi si vede pur differenza dell'ordine nel quale li mette
Tolomeo nei suoi libri, come fa anco in tutte le citt, porti, golfi e
promontorii orientali nominati d'Arriano, percioch Tolomeo, oltre le Rapte,
mette il discoprire insino al promontorio Prasso, ultimo luogo della terra
cognita.


Del promontorio Prasso, qual era dove ora  Monzambique; di Aromata, Azania e
le Rapte, Penda, Zenzibar, Munfia, Menuthias. Onde proceda l'alterazione delle
forme e colori degli uomini e animali. Opinione degli antichi savii del paese
sotto l'equinoziale fosse arido e senza frutto. Della natura del clima
equinoziale.

Ma una cosa  molto notabile in Arriano, che parlando di questi luoghi d'Azania
dice ch'eran gli ultimi della terra ferma sopra l'Etiopia, perci che pi
avanti l'Oceano non era stato navigato, il qual si volgea verso ponente e,
distendendosi verso mezzod e rivolgendosi a torno le parti dell'Etiopia, della
Libia e dell'Africa, si congiugneva col mare occidentale: il che dimostra che
si aveva pur qualche cognizione che si potesse navigare a torno di quella parte
del mondo, s come a' tempi nostri da' Portoghesi  stato discoperto. Ma
Tolomeo dopo il promontorio Prasso mette che sia terra incognita. Del qual
promontorio io udi' altre volte parlarne molto lungamente un pilotto portoghese
che aveva cognizione de' libri di Tolomeo, il qual diceva che aveva voluto
considerare con diligenza le ragioni che mosse il detto auttore a scriver ch'ei
fosse in gradi XV verso il polo antartico, e ch'ei non trovava nei suoi libri
che fussero altro che semplici relazioni di mercatanti, che avevano navigato
cominciando dal golfo Arabico insino al luogo detto Aromata, e quindi sino in
Azania e alle Rapte, e da quelle insino al promontorio Prasso, i quali di lor
stesso avisamento e per conietture narravano la lunghezza del detto viaggio, e
quanti stadii avevano fatto giorno per giorno, e de' golfi che avevano trovati,
il che  fondamento (secondo il suo parere) molto incerto e fallace e da non
tenerne conto, per la instabilit di venti; e non adduceva ch'alcun di loro
avesse tolto alcuna altezza di poli, come avevano fatto essi Portoghesi sopra
detta parte, i quali a luogo per luogo l'hanno voluto vedere diligentemente, e
diceva che il Prasso promontorio, essendo in gradi quindici, verrebbe ad essere
dove ora  il luogo di Monzambique, cosa che li pareva molto difficile a
credere, che gli antichi fossero penetrati tanto avanti sopra detta costa, e
che di tante isole che vi sono appresso, com' Penda, Zenzibar, Munfia e molte
altre che sono fra detta costa e l'isola grande di San Lorenzo, non avessero
fatta menzione se non di quella detta Menuthias.
Diceva anco non si dover fare fondamento sopra questo, che percioch gli
abitanti e animali che si trovano appresso il Prasso promontorio sono della
medesima sorte, forma e colore che sono quelli dell'isola del Nilo detta Meroe,
essendo quella in gradi quindici sopra la linea, similmente detto promontorio
debbe essere in gradi quindici di sotto detta linea, perch questo tal
fondamento a' tempi nostri era stato conosciuto non esser vero,
conciosiacosach questa alterazione delle forme e colori degli uomini e animali
si vedea proceder non tanto per loro lontananza o vicinit alla detta linea,
quanto per causa dei siti dei paesi e regioni, secondo che quelle sono
montuose, piane, asciutte e secche over umide e bagnate dall'acque, lontane
overo vicine al mare, e che questa variet di siti era quella che faceva questi
cos mirabil effetti. E per dall'et nostra era reietta e del tutto riprovata
l'oppenione degli antichi savii, che volevano che sotto l'equinoziale tutto il
paese fosse arido, squalido e senza frutto alcuno, e che allontanandosi da
quello si trovasse l'aere pi temperato, il paese pi fruttifero e d'acque pi
abbondante, conciosiacosach oggid si sappia di certo, per vera relazione di
chi  stato in quei luoghi, che fra il tropico di Cancro e quel di Capricorno
non si sente alterazione continua di caldo se non in questo modo, che quando il
sole vien perpendiculare, allora in quella parte dove ei passa, per un mese
avanti e uno dapoi, l'aere  nubiloso e caldo, e gli abitanti sono travagliati
dal caldo, e vi piove ogni giorno tre e quattro ore: e questo tempo reputano
essi com'un verno; e poi, quando ei s'allontana, l'aere si fa temperato e
chiaro, e tale stagione chiamano l'estate, n si vede segnale alcuno di siccit
n di abbruciamento n d'altra alterazione nel mezzo di detti tropici, dove la
linea corre, anzi si vede il contrario perch, passando quella per mezzo il
paese dell'Etiopia, in quella parte sopra la qual essa passa i paesi sono
temperati d'aere, abbondanti d'ogni sorte di frutti, e di fiumare e fonti
ripieni. Che veramente li paralleli di sopra l'equinoziale verso di noi
corrispondino nella forma e colore degli uomini e degli animali con li
paralleli di sotto l'equinoziale verso il polo antartico, diceva medesimamente
che anco questo in gran parte si vedeva non esser vero, conciosiacosach 'l
parallelo sopra lo stretto di Gibralterra, il quale corre gradi trentacinque e
mezzo, corrisponde al parallelo che corre all'opposito sopra il capo di Buona
Speranza in gradi trentacinque e mezzo, e nondimeno nel detto stretto gli
uomini sono bianchi e civili e di buono ingegno, e nel capo di Buona Speranza
sono negri, di grossissimo intelletto e salvatichi quasi come fiere.


Qual sia il luogo gi detto Tolemaida. Che Aduli, al presente chiamato Ercoco,
fu edificato da schiavi che fuggiron dall'Egitto. Di Orene, ora Maczua; Coloe,
ora il luogo di Barua; Axomite, ora Caxumo; l'isole di Diodoro, Bebel Mandel.
Della pietra obsidiana.

Affermava ancora aver navigato lungo la costa della terra di Brasil verso il
polo antartico, e aver passato quarantacinque gradi e pi, dove tutti gli
abitanti sono di colore olivastro, e pi presto negri, e di costumi crudeli e
barbari: e qui da noi in detti gradi oppositi, come  la Lombardia, gli uomini
sono bianchi e civili. Ragionando poi qual fosse il luogo di Tolemaida, detto
Theron, sopra la parte detta Trogloditica, che  in altezza gradi 17, diceva di
creder che potesse esser non troppo lontano da quel luogo cos celebre detto il
Suaquem. Del luogo veramente d'Aduli, cos detto perch molti schiavi fuggendo
d'Egitto come liberi l'edificorno, pensava che fosse dove al presente  Ercoco,
e l'isola Orene quella di Maczua, e la citt mediterranea di Coloe, dove si
faceva il mercato, il luogo di Barua; di l poi s'andava ad Axomite, che 
veramente Chaxumo, come s'ha letto nel viaggio dell'Etiopia di don Francesco
Alvarez, e Tolomeo la chiama Auxumum; e l'isola di Diodoro potria esser quella
nelle porte del mar Rosso, detta Bebelmandel; e cos per congietture andava
discorrendo sopra dette parti. E perch il prefato auttore scrive tante fiate
della testuggine, per la intelligenzia di questo  da sapere che al tempo de'
Romani si facevano lavori, come noi diciamo, di tarsia di grandissima valuta, e
massimamente lettiere da dormire e da starvi sopra a mangiare, e pigliavano le
scorze di queste testuggini, che noi chiamiamo biscie scodellare, e le segavano
in tavolette sottilissime, e insieme con l'avorio coprivano quelle, e
credenziere e infiniti lavori di legno: e per questa causa le dette scorze
erano tenute in grandissimo prezzo in Roma e per tutta Italia, e i mercatanti
con diligenza l'andavano a comprare nel mar Rosso e per tutta l'India. Dice poi
che lontano da Aduli forsi cento miglia  un golfo dove si trovava la pietra
obsidiana: questa era di color negrissimo e anco trasparente, e se ne facevano
specchi, e fu in tanto prezzo, dice Plinio, che alcuni la legavano negli anelli
come gioia, e d'una di queste fu fatta la imagine di Augusto, il quale, per
dilettarsi grandemente di tal pietra, vi fece fare per cosa maravigliosa e
stupenda quattro elefanti, ch'ei dedic nel tempio della Concordia.


Descrizione delle sorti di mercanzie che si portavano d'Egitto per Roma. Delle
pietre dette ligdo e calleana. Del gengevo e dove si trovi; della cassia, e
come il cinnamomo, cio cannella, non si trova se non per Zeilam e nell'isole
delle Molucche.

Le sorti delle mercanzie che si portavano d'Egitto a questo viaggio erano
molte, fra le quali li danari erano medaglie d'oro e d'argento, stole
arsinoitice vestimenti da femine fatte nella citt d'Arsinoe, che era sopra il
mar Rosso, le abolle vesti da uomini. Li vasi di murrina erano d'una pietra
notabile e quasi preziosa che si trovava solamente nell'Oriente, in alcuni
luoghi della Partia e della Carmania, e si pensa ch'ella fosse d'uno umor
conglobato e rappreso insieme sotto terra per il caldo, come  il cristallo
congelato per il freddo: e le pietre rozze e grezze che di l si recavano non
erano maggiori d'alcune piccole tavolette sottili, da poterle accommodare a far
vasi da bevere, e pi presto liscie e polite che trasparenti. La variet di
colori ch'erano in quelle le faceva stimare e avere in gran pregio, perch in
dette pietre si vedevano certe vene macchiate che ondeggiavano per quelle, di
color pavonazzo e bianco, e in alcune quello pavonazzo era affocato e rosso, e
quel bianco come latte, e quell'erano lodate nelle quali dette vene pi
s'assomigliavano alla variet di colori che mostra l'arco celeste doppo la
pioggia. Di queste murrine ne facevano vasi da bere, e valevano gran somma di
danari fuor d'ogni credenza; con che nome si chiamino a' nostri tempi lo
dichino quelli che si dilettano di tal cognizione. L'oricalco, cio rame di
monte, era d'una sorte ch'era bianco naturalmente, di grandissimo pregio, il
quale per insino al tempo della guerra troiana si chiamava cos; e si legge che
appresso di Romani tal oricalco si trovava di diverse finezze, al tempo de'
quali par che si perdesse la vena di tal metallo, che in diverse provincie si
cavava. E perch in quei tempi non era l'arte che  al presente di partire
l'oro dall'argento e rame, e questo metallo teneva in s dell'oro e
dell'argento, per era molto stimato e tenuto caro. Quei nomi di gaunace,
monoche, sagmatogene, molochine, erano sorti di tele indiane cos chiamate. Il
lacco di colore potria esser la lacca da tingere; le zone overo cintole
adoperavano non solamente per cingersi, ma vi portavano dentro i denari.
Il ligdo  una sorte di pietra bianca per far vasi da tener odori; il carbaso 
specie di lino sottilissimo; la pietra calleana s'assimigliava allo smeraldo,
ma tirava alquanto al bianco. Della descrizion del malabatro, posto in fine del
libro di Arriano, non sappiamo che dire, ma ci rimettemo ad altri che pi
sottilmente vi pensino sopra, conferendola con quello che ne hanno detto
Dioscoride e Plinio, cio che sia la foglia del nardo indico, e che tenuta
sotto la lingua facci il fiato odorato. Potranno anco veder quel che scrive
Odoardo Barbosa e l'auttore del Sommario orientale, che voglion la foglia del
betelle o bettre, che tengon di continuo in bocca li re e signori d'India, sia
il foglio indo: e secondo che di questo non sappiamo risolverci, cos pensamo
che li detti duoi auttori se ingannino, che lo amfian che usano li detti
Indiani per le cose veneree sia l'opio tebaico, di papaveri, frigido in quarto
grado. Del licio, costo, sandaracca, stimmi, bdellio, purpura e cinabari indico
n' pieno Dioscoride, nondimeno ai tempi nostri non si sa della maggiore parte
di loro quello che siano. Il rinocerotte era un corno d'un animale del medesimo
nome, grande come l'elefante, che lo porta sopra il naso, il quale corno
s'adoprava per fare lavori di tarsia, come abbiamo detto. Meliefta dicono
alcuni scrittori greci che sono vasi di rame. Quello che sia duaca, mocroto,
moto, magla e asifi, ch'erano tutte varie sorti di speciarie e odori che si
trovavano nell'Arabia ed Etiopia, non si legge appresso alcun auttore ci che
si fossero, come anco non si sa quello che si sia il sericato, gabalio e tarro,
nominati da Plinio per odori dell'Arabia.
Della cassia e zigir, che sono sorti di cannella che noi adoperiamo per specie,
 ben cosa degna di aver considerazione, leggendosi in Arriano che nascevano in
alcuni luoghi di questa parte della Trogloditica, come  in Aromata e Mosillo,
e di l erano condotte a noi da mercatanti; e Plinio dice che il cinnamomo
nasceva similmente nella Etiopia contermina alla Trogloditica, e quella parte
dell'Etiopia appresso la quale corre la linea equinoziale fu per auttori
antichissimi, come recita Strabone, chiamata cinnamomifera, cio che produceva
il cinnamomo, il che conferma ancora Tolomeo nei suoi libri. Ma ora che tutto
questo paese della Trogloditica ed Etiopia  veramente cognosciuto, e fatto
domestico e civile sotto l'imperio di diversi signori arabi, macomettani e del
Prete Ianni, si sa di certo che non vi nasce cinnamomo n sorte alcuna di
specierie, se non gengevo in un regno di gentili detto Damute, e anco sopra
l'Arabia nella citt di Adem e alla Mecca: e questi tali gengivi, quanto pi
s'allontanano dall'India, tanto perdono della sua natural bont. E il pepe che
 condotto di Calicut in Etiopia  in tanto prezzo e istimazione che fra' negri
non  mercanzia di maggiore importanza. E acci che non si confonda in questo
nome di cassia lo intelletto de' lettori, e che non pensino ch'ella sia quella
che s'adopera al presente nelle medicine solutive, chiamata cassia fistula
dalli medici arabi, imperoch appresso gli auttori antichi greci non si trova
di tal cassia esser fatta alcuna menzione, reciter a punto quel che dice
Dioscoride di questa cassia, che appresso di noi  al presente la cannella, e
del cinnamomo, il quale  tanto simile in ogni cosa alla detta cassia che
Galeno afferma che spesse fiate non si conosceva l'una dall'altra.
Costui adunque nei libri delle erbe, quando ei tratta della cassia, dice
ch'ella nasceva nell'Arabia, e quella era da eleggere per megliore che fosse
rossa e di bel colore simile al corallo, stretta, lunga, cannellosa, al gusto
mordente con alquanto di caldo: e quella di bont avanzava tutte l'altre sorti
che  detta zigir, e ha l'odore simile alle rose. Del cinnamomo parlando dice
che se ne trovava di pi sorti, nominate dai luoghi dove nascevano, ma che
quello per megliore si teneva che, per assomigliarsi alquanto a quella sorte di
cassia detta mosillite, si chiamava cinnamomo mosillitico: e di questo quello
che  fresco e di color nero, e che tende dal vinoso al cinerizio, liscio,
sottile di rami, cinto di spessi nodi e odoratissimo,  di maggior perfezione.
Queste son le parole del detto auttore, il qual fu al tempo che la regina
Cleopatra regnava con Marc'Antonio nella citt di Alessandria, e poteva molto
bene averne particolar cognizione.
Di questa sorte di cannella che abbia li nodi, noi non n'abbiano al presente.
Ed  oppinione di valenti uomini che a noi non sia ancora stato condotta la
vera mirra, n il stacte, n il malabatro, n similmente il vero cinnamomo,
perch quello che noi adoperiamo  la cassia detta di sopra da Dioscoride, la
quale a' tempi nostri non si trova se non in Zeilam e nell'isole delle Moluche
orientali, poste vicine alla linea di sotto e di sopra, n si sa che altrove ne
nasca. E per tanto  cosa di maraviglia a pensar come le dette sorti di specie
siano del tutto perse nell'Etiopia, n pi in quella naschino, la quale allora
era d'esse il paese proprio e naturale, e che dal tempo de' Romani in qua
abbino fatta cos grande rivoluzione, che d'Etiopia siano passate sino
all'estreme isole dell'Oriente.


Adem e il capo Sfacalhat, Curia Muria, l'isola Macira, come anticamente si
chiamavano. Sintho fiume  una delle sette bocche dell'Indo: discorso sopra
l'atterrazion che fanno di continuo i fiumi. Come non  Oceano, ma tutti i mari
sono circondati dalla terra. Di Daulcinde oggi Nelcinde; Cocchin ora Colchi
Emporium; Cumari e Comaria Promontorium.

La villa detta Felice Arabia si potria congietturare che fosse la citt che al
presente si chiama Adem, uscendo fuori del mar Rosso a banda sinistra, perch
Tolomeo la mette in gradi XI, s come ancora oggi  graduata Adem. Il
promontorio Siagro  il capo di Sfacalhat dell'Arabia; l'isola di Dioscoride
potria esser quella che  detta Curia Muria; l'isola che al presente si chiama
Macira  o quella di Serapide overo di Zenobio. Il pinico vuol dire perle,
perch pinna in greco vuol dire l'ostrica, e Tolomeo, nei libri della
"Geografia", dice che detto pinico si pigliava andando sotto acqua dagli uomini
nei luoghi dove al presente si pigliano le perle. Il fiume Sintho  una delle
sette bocche che fa il fiume Indo, cos detta al tempo di Tolomeo e di Arriano;
Plinio chiama questa bocca Sando; e gli antichi scrittori dicono che al tempo
di Alessandro Magno l'Indo aveva solamente due bocche, le quali poi diventarono
sette, e la cagion di tanta variet  la lunghezza del tempo, percioch di
continuo i fiumi grandi come Indo, Nilo e Po, correndo torbidi e menando
infinito fango, atterrano il mare e lo fanno diventar terra ferma. E che questo
sia il vero si legge di Pharos, che  il luogo detto al presente il Farion
presso ad Alessandria d'Egitto, che al tempo di Omero era isola, molte miglia
lontana da terra, e al tempo di Giulio Cesare vi andava anco il mare a torno:
al presente  terra ferma, congiunta in tutto con la detta citt di
Alessandria, e la cagione di ci  stato il Nilo, il qual  oppenione di
Strabone che con la sua torbidezza e fango abbia atterrato tutto quel paese,
che  intermedio dal mar Rosso sin al Mediterraneo. Similmente il fiume del Po,
nello spazio di 1400 anni, si vede leggendo le scritture antiche aver fatte
grandissime atterrazioni, conciosiacosach gi vi fosse una gran laguna, che
cominciava con li suoi liti (come dice Erodiano nell'ultimo libro della sua
istoria) dalla citt Aquilegia e distendevasi sino a Ravenna, ed era tanto
grande e lunga ch'ella si chiamava "i sette mari" dagli abitatori vicini, e
Antonino imperatore, nello itinerario che fece far del mondo, la chiama col
medesimo nome: e sicuramente si poteva navigar per quella senza andar per mare.
E la citt di Ravenna era edificata in mezzo della detta laguna, e similmente
era in acqua la citt di Altino, dove sbocca in mare il fiume del Sile, sul
Trevigiano: e queste due citt, pel crescer e discrescer che faceva ogni giorno
l'acqua che veniva dal mar, togliendo via da quelle ogni spurcizia, avevano
bonissimo aere, e gli uomini vi viveano longamente, ed eranvi canali e ponti, e
con le barchette si transferivano da luogo a luogo in ciascuna parte di quelle
citt. E nondimeno chi  stato ne' sopra detti luoghi pu vedere come le dette
citt e la detta laguna sieno a' tempi nostri ridotte, della qual cosa
solamente sono stati causa il fiume del Po e gli altri fiumi che mettevano capo
in tal palude. Per tanto non  maraviglia se il fiume Indo, di due bocche con
le quali anticamente entrava in mare, al tempo di Tolomeo e Arriano ne aveva
fatte sette, le quali poi a' tempi nostri, come dicono i Portoghesi, sono
ridotte in due solamente. Il medesimo segno del trovar in quei mari molte
serpi, quando anticamente i naviganti s'appressavano all'India, si vede ancora
a' giorni nostri, come in diverse navigazioni di moderni  stato scritto.
Che citt veramente nella costa di Calicut si possa dire che fosse Barigaza
cos famosa, la quale era in dicessette gradi, con quel gran fiume e
rivolgimenti di acqua,  cosa difficile: pur chi non dubitasse d'esser accusato
di presonzione potria per conietture dire che detta citt fosse sopra la detta
costa appresso di Goa. Della citt mediterranea detta Thina, che  situata
sotto l'Orsa minore e nelle parti opposite al mar Maggiore e Caspio, pensiamo
che l'auttore non fosse bene informato, mettendola tanto sotto la tramontana,
perch'ella saria alla volta del Cataio, e la regione detta al presente la
China, trovata per Portoghesi,  veramente quella che appresso gli antichi si
chiama Sinarum Regio. Del qual mar Caspio e palude Meotide similmente il detto
non ebbe notizia, dicendo ch'ella sboccava nell'Oceano per via del mar Caspio,
il che  lontano dalla verit, ma esso si confid sopra quello che dagli
antichi era stato scritto, dell'oppenione dei quali non voglio restar di dirne
alquante parole.
Strabone, che fu cos grande e raro uomo nelle lettere, e che lesse tutti gli
auttori antichi che avevano parlato della descrizione del mondo, dice che la
terra nostra abitabile  circondata intorno del mar Oceano, il qual fa in essa
quattro grandissimi colfi: il primo verso tramontana, dove gli entra nel mar
Caspio, che alcuni chiamano Ircano; e duoi altri ne fa verso mezzod, uno detto
il colfo Persico e l'altro Arabico; il quarto, che passa di grandezza tutti i
tre sopradetti,  quel dove entra l'Oceano nel mar nostro appresso lo stretto
di Gibralterra, e distendendosi verso levante sino nella Soria fa etiam il mar
Maggiore. E Strabone questi mari li chiama mediterranei, perci che sono nel
mezzo della terra. Ma nella et nostra, che si son fatte tante navigazioni
d'ogni canto di questo globo della terra, s' conosciuto chiaramente
l'oppenione di detti antichi non esser vera, e che non vi  Oceano alcuno che
la circondi tutta, ma che tutti i mari sono circondati dalla terra, e perci
possono ragionevolmente esser chiamati mediterranei. E vedesi manifestamente
che il mar Caspio  serrato a torno a torno, ed  come un lago nel quale
mettono infiniti grandissimi fiumi, senza che fuor di esso esca acqua alcuna, e
che la palude Meotide non vi entra dentro.
Queste e molte altre cose si potriano dire sopra questo viaggio, come saria a
dire se Nelcinde sia quel paese che chiamano oggi Daulcinde, regno non troppo
lontano dal fiume Indo, e che Cochin sia Colchi Emporium, e capo Cumeri sia
Comaria Promontorium di Tolomeo: ma per ora basta quanto abbiamo detto,
percioch non  da dubitare che, poi che saranno venuti in luce questi libri,
non s'abbia a mandare da qualche principe qualche nobile ingegno in quelle
parti, che vada confrontando i nomi antichi con i nomi de' tempi presenti, cos
quei delle speciarie come de' luoghi e fiumi, e avendo i gradi dell'altezze
scritte per Tolomeo e le particolarit scritte per Arriano, assai facilmente
possa far chiaro al mondo quel di che noi ancora dubitiamo.



Navigazione del mar Rosso fino alle Indie orientali, scritta per Arriano in
lingua greca, e di quella poi tradotta nella italiana.

De' porti intorno al mar Rosso: Myosarmo, Berenice, Tisebarico. De' popoli
ictiofagi. Di Tolomaide di Theron, dove si trova la vera testuggine; del luogo
detto Adeotico; di Aduli; dell'isola Orene; della citt Axomite; del luogo
Cyenio. Dove si nudriscano gli elefanti e rinoceroti.

Dei porti celebri del mar Rosso, e dei luoghi intorno di quello dove si
facciano fiere, il principale  il porto d'Egitto nominato Myosormo. Doppo
questo navigando avanti mille e ottocento stadi, a man destra  Berenice. I
porti di amendue sono posti nell'estreme parti d'Egitto, e i lor colfi sono del
mar Rosso. A man destra dopo Berenice seguita un paese vicino chiamato
Tisebarico, parte del quale  presso alla marina, dove abitano gl'Ictiofagi
sparsamente nelle spelonche fatte in alcuni luoghi stretti, e parte  fra
terra, abitata dai Barbari, e dopo loro dagli Agriofagi e dai Moscofagi, che si
governano a signorie. Appresso di loro verso mezzogiorno dalle parti di ponente
 fra terra. Dopo i Moscofagi presso al mare  un piccol luogo mercatantesco,
lontano dal principio del colfo quasi quattromila stadi, detto Tolemaide
Theron, cio delle caccie, sino alla quale pervennero i cacciatori di Tolomeo.
In questo luogo si trova la vera testuggine terrestre, bianca e di piccola
corteccia; vi si trova anche tal volta dell'avorio, ma poco e simile
all'aedotico. Il luogo non ha porto, ma solamente un ricetto di barche. Dopo
Tolemaide Theron quasi tremila stadi,  un luogo mercantantesco chiamato Aduli,
posto presso a un profondissimo colfo verso mezzogiorno, all'incontro del quale
giace un'isola chiamata Orene, che nella parte di mezzo  lontana dalla parte
interiore del colfo verso l'alto mare quasi 200 stadi, e d'amendue li capi ha
vicina la terra ferma. In questa isola ora vanno ad arrivar le navi, per
rispetto delle correrie che si facevano per terra, percioch prima solevano
arrivare nell'ultima parte del colfo, nell'isola detta di Diodoro, la quale
appresso terra ferma ha un luogo che si pu passare a piedi, per il quale i
Barbari che quivi abitavano trascorrevano l'isola. E nella terra ferma
all'incontro di Orene, lungi dal mare venti stadi  Aduli, villaggio assai
grande, dal quale insino a Coloe, citt mediterranea e dove si fa il principal
mercato di avorio, sono tre giornate. Da questa ad un'altra citt principale
chiamata Axomite sono giornate cinque, dove si porta tutto l'avorio che si
trova di l dal Nilo per un luogo chiamato Cyenio, e di l poi  portato in
Aduli. Tutta la moltitudine adunque degli elefanti che si ammazzano, e
similmente delli rinoceroti, si nutrisce nei luoghi pi di sopra fra terra, e
rare volte si veggono presso al mare intorno a Aduli.


Dell'isole di Alaleo, e del signor di quel paese, e le mercanzie che vi si
portano. Di Tapara, Avalite, Cele e Muza, luoghi cos chiamati. Della terra
detta Malao, e le cose che vi si portano e quelle che si cavano.

Appresso questo luogo mercatantesco, nel mare a man destra sono molte altre
isole piccole e arenose, nominate le isole di Alaleo, nelle qual vi sono delle
testuggini, le quali gl'Ictiofagi portano a vendere al mercato di Aduli. E
lontano quasi ottocento stadi  un altro colfo molto largo e profondo,
nell'entrata del quale a man destra vi  sparsa molta quantit d'arena, nel
fondo della quale si trova sotterrata la pietra chiamata opsidiana, dove
solamente ne nasce per la qualit del luogo. Di questo paese, dai Moscofagi
insino all'altra Barbaria, n' signor uno chiamato Zoscale, di molto buona vita
e sopra tutti gli altri eccellente, e in ogni cosa di animo generoso, e
intendente delle lettere grece. Sono portate in questi luoghi veste barbaresche
non cimate, ma cos rozze come sono fatte in Egitto, e anche vestimenti
arsinoitici da femine detti stole, e abolle, che son vestimenti da uomini, di
panni bastardi di colori, e drappamenti di lino, e mantili con ambi li capi
sfilati, e infinite sorti di vasi di pietra e di vasi di murrina, che si fanno
in Diospoli, e similmente di oricalco, il quale usano per ornamento, e anche
tagliandolo in pezzi lo adoperano per moneta, e alcune donne l'usano per far
manigli e ornamenti da gambe, e meliefta. Portavisi anche del ferro, il quale
adoperano a ferrar le aste, che usano contra gli elefanti e altre fiere e
contra nemici. Similmente vi si portano delle scuri, delle ascie e delle spade,
e tazze di rame tonde e grandi, e qualche poco di danari per i forestieri che
vi praticano, e anche vino laodiceno e italiano, ma poco, e anche olio, ma per
non molto. Al re portano vasi d'argento e d'oro lavorati secondo l'usanza del
luogo, e vesti dette abolle, e gaunace semplici, e di queste cose non per
molta quantit. Similmente dai luoghi pi adentro della Arabia vi si porta del
ferro indiano, e acciale, e tela indiana della pi larga, chiamata monoche, e
sagmatogene, e cintole, e gaunace e monochine, e qualche poco di vestimenti di
lino, e lacca da tingere. Da questi luoghi si porta dell'avorio e del
rinocerote. E la maggior parte delle cose  portata d'Egitto a questo mercato
dal mese di gennaio insino a settembre, cio da tybi, s come essi gli
chiamano, insino a thoth: ma il tempo pi opportuno di condurle d'Egitto 
circa il mese di settembre.
Si estende poi il colfo Arabico verso levante, ma si ristringe appresso
Abalite. Dipoi quasi quattromila stadi navigando presso terra ferma, verso
levante sono altri luoghi barbareschi nei quali si fa mercanzia, chiamati
Tapara, posti seguentemente per ordine, e hanno porti alle occasioni commodi e
per sorgere e per ischifar la fortuna. Il primo  chiamato Avalite, appresso il
quale  un brevissimo stretto per navigar dall'Arabia all'altra parte. In
questo luogo  una piccola terra mercatantesca detta Avalite, e vi vengon con
alcune piccole barche e con zattare, e portanvisi vasi di vetro e di pietra,
agresta diospolitica, e vesti barbaresche cimate e diversamente lavorate, e
formento e vino e qualche poco di stagno. E di l si cavano dai Barbari, che le
portano in alcune barchette a Cele e a Muza, luoghi posti all'incontro, e
specierie e qualche poco di avorio e testuggini, e qualche poco di mirra, ma
pi eccellente di ciascuna altra. I Barbari che abitano in questo luogo vivono
senza ordine alcuno. Dopo Avalite  un'altra terra mercatantesca maggior della
predetta chiamata Malao, lontana quasi ottocento stadi. Il porto patisce
fortuna, ed  coperto da un promontorio che si estende verso levante. Gli
abitatori sono uomini pacifici, e a questo luogo si portano tutte le predette
cose, e molte altre vesti, e le dette sagi arsinoitici cimati e tinti, e tazze
e alcuni pochi vasi di rame e ferro, e moneta, ma non molta, e argento e oro. E
da questi luoghi si cava mirra e qualche poco d'incenso peratico, e cassia
aspera, e duaca, e cancamo e macir, portandole di Arabia, e similmente schiavi,
ma rare volte.


Di molti altri luoghi, cio Mondo, Mosillo, Niloptolemeo, Tapateghi, Dafnon
piccolo, Elefante, Dafnon grande, altrimenti Acanne, Tabe, Oponne, Ariace,
Barigazi, Apocopi piccoli e grandi; dell'isola Piralae e Menuchesia e le Rapte;
e le cose che a questi paesi si portano e che indi si traggono.

Lunge da Malao due giornate  un luogo mercatantesco detto Mondo, dove in una
isola vicina alla terra sicuramente arrivano le navi in porto. In questo luogo
si portano, e similmente di l si traggono, le cose dette di sopra, e anche il
timiama, che  una cosa odorifera, chiamato macroto. Gli abitatori sono
mercatanti e di rozzi costumi. Navigando da Mondo verso levante similmente due
giornate,  quivi posto vicino Mosillo, in una spiaggia dove si conducono le
predette cose, e vasi di argento e di ferro, ma di ferro assai meno, e vasi di
pietra. Da questi luoghi si cava grandissima copia di cassia, e per questa
cagione il luogo ha di bisogno di navili grandi. Traggonsene anche altre cose
odorifere e specierie, e qualche poca quantit di piccole testuggini, e del
mocroto, non cos buono come quello che si trova a Mondo, e incenso peratico,
avorio, e mirra rare volte. Navigando lontano da Mosillo due giornate si trova
Niloptolemeo, Tapatege e Dafnon piccolo, ed Elefante promontorio, che da Opone
si estende verso ostro, dipoi verso garbino. Il paese ha due fiumi: l'uno 
nominato Elefante, e l'altro Dafnon grande, e anche chiamato Acanne; nel qual
paese nasce specialmente gran quantit di ottimo incenso peratico. Dipoi,
estendendosi la terra ferma verso ostro,  un luogo mercatantesco detto
Aromata; verso levante  Apocopo, ultimo promontorio della terra ferma di
Barbaria. Il porto patisce fortuna e in alcuni tempi  pericoloso, per esser il
luogo sottoposto a tramontana; e il segno che abbia da esser fortuna in quel
luogo si vede quando il fondo si turba e muta colore, il che vedendosi fuggono
tutti al gran promontorio, luogo coperto e sicuro, chiamato Tabe. E al predetto
luogo mercatantesco si portano le cose di sopra narrate, e quivi nasce la
cassia, il zigir, l'asifi e speciarie, e magla e moto e incenso. Da Tabe
quattrocento stadi, costeggiando la chersoneso (cio quella parte di terra
ferma che  quasi isola), appresso quel luogo dove il corso dell'acqua tira, 
un'altra terra mercatantesca chiamata Opone, nella quale si conducono le
predette cose, e ivi nasce gran quantit di cassia e di speciarie e moto, e
schiavi molto buoni (e per lo pi si portano in Egitto), e anche assaissime
testuggini, molto migliori di tutte le altre che si trovano altrove. Navigasi a
tutti questi luoghi detti di sopra dalle parti di Egitto circa il mese di
luglio, chiamato epifi, e anche dai luoghi pi adentro di Ariace e dei Barigazi
si sogliono portare a questi medesimi mercati diverse cose: formento, riso,
buttiro, olio sisamino, tele chiamate monoche e sagmatogene, e cintole, e mele
di canna chiamato zucchero. E alcuni a posta navigano a questi mercati, e
alcuni passando di l caricano i navili di ciascuna cosa che s'imbattono a
trovare. Il paese non  governato da alcuno re, ma in ciascun luogo governa il
suo proprio signore.
Dopo Opone, estendendosi lungamente la costa per il pi verso mezzod, i primi
sono li luoghi di Azania detti Apocopi piccoli e grandi, commodi per sorgere, e
fiumi a sei giornate verso gherbino; dipoi per sei altre giornate  un lito
grande e un piccolo, dopo li quali, seguitando il viaggio di Azania, primamente
 quello che  chiamato di Sarapione, dipoi quel di Nicone. Dopo il quale si
trovano molti fiumi e altri porti spessi, compartiti in pi poste e corsi di
una giornata, che in tutto sono sette, insino all'isole Piralae e ad un luogo
nominato la Nuova Fossa. Dopo la quale, un poco verso garbino, e dopo due
corsi, cio di due notti e di duoi giorni, verso ponente s'incontra un'isola
stretta chiamata Menuthesia, lontana da terra ferma forse CCC stadi, bassa e
piena d'arbori, nella quale sono fiumi, e molte sorti di uccelli e testuggini
montane; non vi  niuno animale se non cocodrilli, i quali non offendono
persona alcuna. Quivi vanno barchette fatte di pi legni legati insieme con
corde, che si possono dire quasi cuciti, e alcune d'un sol pezzo di legno, le
quali usano a pescare e a pigliar delle testuggini: e in questa isola
propriamente le pigliano con certi craticci, mettendoli in cambio di reti
intorno alle bocche delle caverne, appresso il mare. Lontano da questa isola
dopo due giornate per terra ferma  posto l'ultimo luogo mercatantesco di
Azania, chiamato le Rapte: e ha preso cotal nome dalle predette barchette, che
sono rapte, che vuol significar cucite. Trovasi quivi molto avorio e
testuggini. Intorno a questo paese abitano uomini di corpo grandissimi, e in
ciascun luogo particolar mettono il lor signore; e Mofarite tiranno possiede il
paese, per una certa antica ragion sottoposto al reame della prima Arabia, e
oltre al re anche rende tributo a quei di Muza, dove mandano navili nei quali
per lo pi usano patroni e ministri di Arabia, i quali hanno quivi commercio e
parentado, e che sono pratichi dei luoghi e intendono quella lingua. Portansi a
questi mercati lance, che specialmente si fanno a Muza, e delle accette e
coltelli e subbie, e molte sorti di vasi di vetro. In alcuni luoghi vi si porta
del vino e assai formento, non per guadagno ma per usar cortesia ai barbari,
per gratificarsi loro. Di questi luoghi si cava molto avorio, ma inferiore a
quello di Aduli; similmente se ne trae del rinocerote e delle testuggini, delle
pi eccellenti che si trovino dopo le indiane, e un poco di nauplio. E quasi
questi luoghi mercatanteschi di Azania sono gli ultimi della terra ferma nella
destra parte, venendo da Berenice, percioch dopo questi luoghi l'Oceano che
non  stato navigato si volge verso ponente, ed estendendosi verso mezzod, e
rivolgendosi attorno le parti dell'Etiopia, della Libia e dell'Africa,
congiugne col mare occidentale.


Del porto e fortezza chiamato Leuce, e della natura di quegli uomini;
dell'isola detta Arsa; d'una terra chiamata Muza; di Saba e Afar citt; del
paese Mafarti. Le sorti di mercanzie che si conducono a Muza. Donde si cavi la
mirra eletta, e stacte abirminea.

Dalla parte sinistra di Berenice, da Myosormo due o tre giornate verso levante,
attraversando il colfo vicino,  un altro porto e una fortezza, che  chiamato
Leuce villaggio, dal quale si va a Petra, a Malicha re de' Nabatei, e ha un
certo luogo da contrattar mercanzie, ricetto da potervi star quei navili, non
per molto grandi, che d'Arabia vengono quivi: onde, e per guardia e per
ricever la quarta parte delle cose che vi si portano, vi si manda un capitano
con i suoi cento soldati. Dopo questo luogo subitamente seguita il paese
dell'Arabia, che per molto spazio si estende lungo il mar Rosso. Ella  abitata
da diverse genti, delle quali alcune in parte e alcune del tutto sono
differenti di linguaggio: quelle che sono presso al mare, a guisa
degl'Ictiofagi, abitano sparsi qua e l nelle capanne; quelli che sono pi di
sopra abitano e nelle ville e alla campagna; usano due linguaggi, e sono
pessimi uomini. E se coloro che navigano per mezzo di quel luogo per aventura
si avicinano a loro, sono robbati, e quei che si salvano dal naufragio sono
fatti schiavi: onde continuamente e da' signori e da' re d'Arabia sono menati
prigioni, e chiamansi Canraite. E universalmente questa navigazione della costa
di Arabia  pericolosa, e il paese non ha n porto n spiaggia ed  tutto
brutto, e per rispetto dei scogli acuti e sassosi non vi si puote andare, e per
tutto mette spavento. E perci noi navigando tenemmo il viaggio per mezzo il
mare, e pi ci sforzammo di tener verso il paese di Arabia insino all'isola
Arsa, dopo la quale segueno luoghi di uomini mansueti e di pastori di armenti e
di camelli. Dopo questi, nell'ultimo colfo a man sinistra di questo mare  una
terra detta Muza, presso alla marina, dov' solito fermamente farsi il mercato:
ed  lontana in tutto da Berenice, navigando per ostro, quasi XII mila stadi.
La maggior parte sono Arabi, uomini che attendono alla marinereccia, e la pi
parte sono mercatanti, che usano il traffico delle robbe de' Barigazi che in
quel luogo si caricano. Sopra di essa tre giornate  una citt chiamata Saba,
appresso la quale  un paese chiamato Mafarti: e di essa  signore e abitatore
Colebo. E dopo altre nove giornate si trova Afar, citt principale, nella quale
sta Charibael, legitimo re di due nazioni, e della Homerita e di quella che 
vicina a questa, chiamata Sabaita: ed egli, per le continue ambascierie e doni,
 molto amico degl'imperatori. Muza non ha porto, ma ha buona spiaggia e luogo
da star le navi, perci che sono intorno di essa luoghi arenosi da potervi
gittar le ancore e sorgere. Quivi si portano diverse mercanzie: purpura
eccellente e di quella commune, e vesti arabesche con le maniche, e semplici e
communi, e delle scutulate e dorate; similmente zafferano, cipero, e tele, e
vesti abolle, e coperte da letti, non molte e semplici e che usano in quel
luogo, cintole sciotte, e qualche poco di cose odorifere, e danari a
sufficienza; vino e formento non molto, percioch il paese ne produce
mediocremente, e del vino alquanto pi abondantemente.
Al re e al signore donano cavalli e muli da portar soma, e vasi lavorati a
torno d'oro e d'argento, e vasi di rame, e molto ricchi vestimenti. Di qui si
cava delle cose che nascano nel paese, mirra eletta e stacte abirminea, ligdo,
e tutte quelle merci che si portano di l da Aduli. Il tempo opportuno di
navigare a questo luogo  circa il mese di settembre, che da loro  chiamato
thoth, e nulla impedisce anche l'andarvi pi presto.


Della villa Ocele. Della Felice Arabia sotto il regno di Taribaelto. D'un luogo
detto Cana, che produce l'incenso, nel regno di Eleazo. Dell'isole Ucelli e
Tralla. Della citt detta Habbatha, e le cose che vi si conducono.

Dopo questa citt navigando quasi CCC stadi, ristringendosi insieme la terra
ferma dell'Arabia e dell'altra parte appresso di Abalite, regione barbarica, 
uno stretto non molto lungo, che raguna e quasi rinchiude strettamente il mare:
e quel transito di sessanta stadi che  di mezzo  interrotto dall'isola di
Diodoro, onde il passare appresso di essa  pericoloso, perci che quivi fa
fortuna, per i venti che soffiano dai monti vicini. Appresso di questo stretto
 una villa degli Arabi vicina al mare, sottoposta al medesimo regno, chiamata
Ocele, la quale non  tanto luogo da mercanzie quanto  buon porto, e buono da
tor acqua, e primo albergo a quei che passano dentro. Dopo Ocele, di nuovo
allargandosi il mare verso levante e diventando pi profondo e grande, lontano
quasi mille e ducento stadi  la Felice Arabia, villa presso alla marina, sotto
il medesimo regno di Tharibaelto. Ella ha porti molto pi commodi, e acque
assai pi dolci e migliori di quelle di Ocele.  posta nel principio del colfo,
lasciandosi adietro un poco il paese. Prima era chiamata Felice ed era citt,
quando ancora gli uomini non avevano ardir di andar con le lor mercanzie di
India in Egitto, n di Egitto in India, ma conducevanle fino ad essa come in
una stapola da tutte due queste parti, come ora Alessandria riceve di quelle
che sono portate di fuori dall'Egitto; ma Cesare poco innanzi ai nostri tempi
la distrusse.
Dopo la Felice Arabia segue una continua e lunga costa e un colfo, che si
estende pi di duemila stadi, la quale  piena di ville abitate da pastori e
dagl'Ictiofagi; e trapassato il suo promontorio vi  un altro luogo
mercatantesco vicino alla marina, nominato Cana, del regno di Eleazo, paese che
produce incenso, appresso del quale sono due isole deserte, una chiamata degli
Ucelli e l'altra Trulla, lontane da Cana centoventi stadi, di sopra alla quale
fra terra vi  una citt principale detta Sabbatha, nella quale fa residenzia
il re. E tutto l'incenso che nasce nel paese, nella predetta citt come in un
magazzino  portato con cameli e con zattere di cuoio che quivi usano, cio
fatte di otri, e anche con altri navili. E questa citt ha commerzio nelle
terre di l dai Barigazi, dove si faccia mercanzia, e in quelle della Scizia e
degli Ommani e della Persia, che le  vicina. Quivi si conduce dall'Egitto
qualche poco di formento e di vino, s come anche a Muza; medesimamente vesti
arabesche e semplici e communi, e anche delle bastarde pi abondantemente, e
rame e stagno e corallo e storace, e tutte le altre cose che si portano anche a
Muza; e la pi parte delle robbe che presentano al re sono argenti ben lavorati
e danari, e cavalli, e figure di bronzo, e vestimenti semplici eccellenti. Di
qua si cavano mercanzie che sono del paese, cio incenso e aloe; delle altre
cose hassene da poter cavare secondo che ella ne ha avuto dagli altri luoghi
mercatanteschi. Navigasi a questa citt quasi al medesimo tempo che a Muza, ma
pi a buon'ora.


Del golfo e paese detto Sachalite, qual produce l'incenso, e la descrizione
dell'arbor suo, e come nasce e si raccoglie. Del promontorio Siagro e suoi
abitatori. Del porto detto Mosca; isole di Zenobio; isola Serapide; isole di
Caleon, di Papio; Colonoros monte; de' monti Sabo; del luogo chiamato Apologo.

Dopo Cana, rivolgendosi per grande spazio il mare, segue un altro colfo
profondissimo, il quale si estende molto lungamente, chiamato Sachalite: e il
paese produce dell'incenso, ed  montuoso e senza alcun sentiero. Ha l'aere
grosso e pieno di nebbia, che fa producer l'incenso negli arbori; e gli arbori
che lo producono non sono n molto grossi n alti, e lo producono congelato
nella corteccia, s come appresso di noi alcuni arbori in Egitto lagrimando
mandan fuori la gomma. La raccolgono e ne han cura i schiavi del re, e i rei
che sono stati condannati. Sono luoghi molto malsani, e a quei che appresso vi
navigano sono pestilenziali, e a quei che vi stanno a lavorare sono del tutto
mortiferi; e oltra di ci anche per carestia di vettovaglia facilmente vi
moiono. E questo  il maggior promontorio che sia al mondo, volto verso
levante, ed  chiamato Siagro, appresso il quale  la fortezza del paese, il
porto e i maggazzini dell'incenso che si raccoglie.
Dipoi in alto mare vi  una isola fra il detto promontorio e quello di sopra
degli Aromati, ma pi vicina a Siagro, nominata di Dioscoride:  grandissima,
ma deserta e paludosa; ha fiumi e cocodrilli, e vipere infinite, e lucerte
grandissime, di modo che, mangiandone la carne, struggono il grasso e l'usano
in vece di olio. L'isola non produce n vino n formento; gli abitatori sono
pochissimi, abitano un lato solo dell'isola verso tramontana, la qual parte
guarda verso terra ferma: sono forestieri, mescolati di Arabi, d'Indiani e
parte anche di Greci, che navigano per trafficare. L'isola produce le
testuggini vere terrestri e bianche, in gran copia ed eccellenti, le quali
hanno grande scorza, e quelle di montagna sono grandissime e di grossissima
scorza, la parte della quale vicina al ventre  s dura che non si pu
tagliare, ed  pi rossa, e la tagliano integra per far cassette e taglieri e
tavolette e altre simil cose. Vi nasce anche del cinabari chiamato indico, che
si raccoglie dagli arbori come gomma. L'isola  sottoposta, s come  Azania, a
Charibael e al signor Mafarite, e principalmente soggiace al re del paese che
produce l'incenso. Praticano in essa alcuni di quei di Muza, e quei che
navigano a Limirica e a Barigazi che a caso arrivano quivi, e barattano riso,
formento, tele indiane e donne schiave, per la carestia che quivi ne , e
all'incontro caricano gran quantit di testuggini. Ora  stata tolta a fitto
dai re, e la tengono guardata.
Dopo Siagro seguita un colfo molto profondo verso la terra di Ommana: la bocca
del colfo  di seicento stadi di transito, dopo il quale si trovano monti
altissimi e sassosi e tagliati, dove abitano uomini nelle spelonche a
cinquecento altri stadi. E dopo questi  il celebre porto per andar a tor
dell'incenso sachalite, chiamato Mosca, dove da Cana sono ordinariamente
mandati a posta alcuni navili, e alcuni che vi fanno scala venendo da Limirica
e dai Barigazi, ed essendo il tempo tardo quivi invernano, e barattano coi
schiavi del re tele, formento e olio, e caricano incenso. Ed essendo incenso
sachalite riposto in un luogo eminente e senza guardia alcuna, percioch per
una certa potenzia degli Dei  per se stesso guardato, n di nascoso n
palesemente senza licenza del re se ne pu mettere in nave, e ancora che ne
fosse tolto se non un grano, per virt degli Dei la nave non pu partirsi dal
porto. Ed estendesi questo luogo quasi a mille e cinquecento stadi, fino a
Asichone insino a terra. E appresso dove finisce questa sua parte, sono le
sette isole chiamate di Zenobio, dopo le quali segue un paese barbaro, che non
 pi sottoposto al predetto re, ma  gi sotto il regno della Persia. E quei
che venendo di sopra navigano presso di essa, lontano quasi mille stadi
dall'isole di Zenobio s'incontrano nell'isola di Serapide, lontana da terra
quasi CXX stadi, la larghezza della quale  circa ducento stadi. Vi sono tre
ville abitate dai sacerdoti degl'Ictiofagi; usano il linguaggio arabico, e si
cuoprono le parti vergognose con cintole fatte di fronde di cucini. L'isola ha
delle testuggini a sufficienza ed eccellenti; quei di Cana vi caricano
ordinariamente e navili e barche. E dove la terra ferma s'incolfa verso
tramontana, presso allo stretto del mar di Persia, vi sono isole alle quali si
naviga, chiamate le isole di Caleo, lontane da terra quasi duomila stadi. Gli
abitatori di esse sono cattivi uomini, i quali di giorno non veggono molto. E
presso all'ultimo capo delle isole di Papio  il monte chiamato Calonoros. Non
molto dopo seguita la bocca del mar di Persia, dove si pescano molte ostriche
del pinico, cio delle perle. Dalla sinistra parte di questa bocca sono monti
grandissimi chiamati Sabo, e dalla destra si vede all'incontro un altro monte
ritondo e alto, chiamato il monte di Semiramis; e la navigazion di mezzo di
questa bocca  quasi di seicento stadi, dalla quale nei luoghi pi adentro si
slarga il grandissimo e larghissimo colfo della Persia, appresso il quale nelle
ultime parti  un luogo mercatantesco chiamato Apologo, posto poco lontano dal
paese di Pasino, appresso il fiume Eufrate.


Di Ommana e Orea, luoghi mercanteschi; di golfi Terabdi e Barace; de' fiumi
Sintho e Trino; della citt detta Minnagar; e le cose che quelli paesi
producono, quelle che vi si portano e che indi si traggono.

Navigando per questa bocca di colfo, dopo sei giornate si trova un altro luogo
mercatantesco della Persia, chiamato Ommana. E ordinariamente dai Barigazi in
amendue questi luoghi della Persia sono mandati navili grandi, con rame e legno
sagalino, e travi, e corni, e aste di sesamo e di ebeno. In Ommana da Cana si
porta dell'incenso, e da Ommana in Arabia mandano barchette cucite che quivi si
usano, chiamate madarate. E da amendue questi luoghi si porta in Barigaza e in
Arabia molto pinico, cio perle, ma men buono di quello d'India, e porpora e
vestimenti che si usano quivi, e vino, e molte palme, e oro e schiavi. Dopo il
paese degli Ommani similmente nel viaggio sotto altro regno  vicino il colfo
chiamato dei Terabdi, dove nel mezzo il colfo si estende. E appresso vi  un
fiume, il quale d l'entrata ai navili, e nella bocca ha un picciol luogo
mercatantesco chiamato Orea, appresso il quale  una citt fra terra, lontana
dal mare sette giornate, dove  la sedia reale del predetto regno. Produce
questo paese molto formento e vino e riso e palme, e verso terra ferma non vi 
altro che bdellio.
Dopo questo paese, per la profondit dei colfi incurvandosi da levante la terra
ferma, seguitano alcune parti della Scizia vicine al mare, situate verso
tramontana, molto basse, dalle quali esce il fiume Sintho, grandissimo di tutti
i fiumi del mar Rosso, e mette molt'acqua in mare: onde per lungo spazio, e
assai prima che tu arrivi al paese, trovi in mare la sua acqua bianca, e a quei
che vengono di alto mare il segno di esser gi arrivati appresso questo paese
sono i serpenti, che vengono suso dal fondo, e nei luoghi pi di sopra e
intorno la Persia il segno sono le grae, che cos le chiamano. Questo fiume ha
sette bocche, ma piccole e paludose, ma non si pu navigare se non per quella
di mezzo, nella quale vicino al mare  un luogo barbaresco dove si fa mercato,
e innanzi di esso  posta una piccola isoletta, e drieto le spalle della qual
vi  una citt mediterranea, la principale della Scizia, che  chiamata
Minnagar, la quale  sottoposta ai Parti, che di continuo si scacciano l'un
l'altro. Le navi arrivano appresso il detto luogo barbaresco, e tutti carichi
delle mercanzie si portano al re su per il fiume alla citt principale. E a
questo mercato sono portati a sufficienza de' vestimenti semplici, e di panni
bastardi non molti, e anche di quei fatti a molti fili, e crisoliti e corallo,
storace e incenso, e vasi di vetro e d'argento, e danari, vino non molto; e
all'incontro caricano costo, bdellio, licio, nardo, e pietra calleana e safiro,
e pelli fatte di seta e tele, e filo di seta, e indico negro. Vi son menati
anco i passaggieri insieme con gl'Indiani circa il mese di luglio, il quale
nella lor lingua  chiamato epifi, e la lor navigazione  incommoda
all'entrarvi, ma con prospero vento  breve.
Dopo il fiume Sintho  un altro colfo verso il vento di buora, il quale non si
pu vedere, ed  nominato Irino. Dicesi in una parte esser piccolo e in altra
grande, e amendue i mari esser paludosi, e aver velocissimi e continuati
rivolgimenti d'acqua, e lontani da terra tanto che il pi delle volte la terra
ferma non si scorge, i quai rivolgimenti, tirando a s le navi e ricevendole
dentro, le sommergono. Sopra di questo colfo sta un promontorio incurvato dal
porto dopo levante e mezzogiorno quasi verso ponente, che abbraccia il detto
colfo, ed  chiamato Barace, che contiene sette isole, ai confini del quale
coloro che arrivano, se trascorrono alquanto adietro in alto mare, scampano; ma
quei che si serrano nel ventre di Barace si affogano, percioch quivi l'onde
sono grandi e gagliarde, e il mare tempestoso e profondo e torbido, e ha
rivolgimenti di acqua e corsi ritorti, e il fondo in alcuni luoghi  interrotto
e in alcuni sassoso e tagliente, di modo che consuma le ancore che si gittano
per fermar le navi, le quali vanno in pezzi al fondo. E il segno di questi
luoghi, a quei che vengono di alto mare, sono i serpenti, che quivi
s'incontrano grandissimi e negri, percioch nei luoghi dopo questi e intorno a
Barigaza si trovano serpenti piccoli e di color verde e dorato.


Di altri luoghi scoperti, cio il paese detto Ariaca; il regno di Membaro;
luoghi detti Sirastrene; Minnagara citt; promontorio Papice; Asta e Trapera;
Beone isola; Mais e Lamneo fiumi; villa detta Cammoni; Astacampro promontorio,
chiamato Papice.

Dopo Barace seguita il colfo dei Barigazi, e appresso il paese d'Ariaca  il
principio del regno di Mambaro e di tutta l'India; e i luoghi mediterranei di
questo regno e della Scizia confinano con la Iberia, e i luoghi maritimi sono
chiamati Syrastrene. Il paese  molto fertile di formento, di riso, di olio
sesamino, di butiro, di carbaso, e abbondante di tele indiane, che si fanno del
detto carbaso. Vi  di molto bestiame, e uomini di corpo grandissimi e negri. E
la principal citt del paese  Minnagara, dalla quale si conduce a Barigaza
molta copia di tele. E sino al d d'oggi si veggono esser rimasi dei segni
dell'esercito d'Alessandro intorno a questi luoghi, e gli antichi altari, e i
fondamenti degli alloggiamenti, e i pozzi grandissimi. La navigazione presso di
questo paese, da Barbarico insino al promontorio d'un luogo detto Papice,
appresso Asta e Trapera de' Barigazi, sono tremila stadi. Dopo il quale  un
altro luogo dentro in mare che volge a tramontana, nella bocca del quale  una
isola chiamata Beone, e nei luoghi pi adentro  un grandissimo fiume, nominato
Mais. Quei che vanno a Barigaza navigando in alto mare quasi 300 stadi,
trapassano questo colfo, lassando a man sinistra l'isola, che si scuopre da
lontano, e si volgono verso levante nella bocca del fiume de' Barigazi, il
quale  chiamato Lamneo. In questo colfo, essendo egli stretto, a quei che
vengono di alto mare  difficile a entrarvi, percioch vengono a toccare o la
parte destra o la sinistra, la qual entrata  migliore dell'altra, conciosiach
dalla destra nella bocca del colfo  una secca aspra e sassosa, chiamata
Herone, appresso una villa detta Cammoni. Dalla sinistra, all'incontro di
questa, innanzi al promontorio Astacampro vi  un luogo chiamato Papice, che
non ha porto buono per rispetto della gran correntia dell'acqua che vi , e
perch il fondo aspro e sassoso taglia le ancore. E se ben alcuno si vuole
accostare a questo colfo,  difficil cosa a trovar la bocca del fiume che 
presso a Barigaza, perci che il paese  basso, non vi  appresso alcun segno
manifesto, e bench poi si ritrovi,  difficile a entrarvi per rispetto delle
paludi del fiume che le sono d'intorno: e per questa cagione i pescatori dei re
che pescano in quei luoghi, con l'aiuto di barche lunghe che si chiamano
trappage e cotimbe, escono a incontrar insino a Syrastrene, dai quali sono
guidate le navi insino a Barigaza, percioch si volgono subito dalla bocca del
colfo per le paludi, e con le dette barche le remurchiano nelle poste gi
ordinate, partendosi mentre cresce l'acqua del fiume, e fermandosi quando ella
manca in alcuni sorgidori detti cythrini (i cythrini sono luoghi del fiume pi
profondi), insino a Barigaza, la qual  posta lontana di sopra dalla bocca del
fiume quasi trecento stadi.
Tutto il paese d'India ha gran copia di fiumi e grandissimi flussi e reflussi
di mare, i quali crescono nel far della luna nova e nel pieno di quella per tre
giorni, e poi nelli spazii di mezzo della luna diminuiscono, e maggiormente in
quella parte che  presso a Barigaza, di maniera che in un subito si vede il
fondo, e alcune parti della terra tal volta secche che poco avanti erano
navigate; e i fiumi per l'impeto della inondazione, essendo insieme spinto
tutto il mare, corrono all'ins per molti stadi, pi velocemente che non fanno
secondo il lor corso naturale, per il che  pericoloso l'introdurre e il menar
fuori i navili a coloro che non sono esperti e che la prima volta vadano a
cotal luogo. Percioch, faccendo il mare grande impeto nel crescere e non
intralasciando punto, le ancore non possono ritenere le navi, onde
all'improviso, quivi condotte le navi e aggirate dalla gran forza del corso,
sono spinte nelle paludi e romponsi; similmente i piccoli navili sono rivoltati
sottosopra, e alcuni condotti intorno alle fosse, partendosi subito la
inondazione, dal primo capo di flusso di mare sono riempiti e affogati, s
grandi sono gl'impeti dell'acqua nell'entrar del mare nei sopradetti due
affetti della luna, e massimamente nella inondazione della notte, talmente che
quelli che navigano, cominciando da intrare quando il mare  quieto, sono
scontrati dal flusso di quello, ed essendo nella bocca sentono da lontano uno
rumor come d'un esercito, e poco dopo con grandissimo strepito trascorre il
mare dentro nelle paludi.


De' popoli aratrii, rachusi, tantharagi, e della Proclida; di Alessandria,
detta Bucefala; di Limirica; d'alcune monete che corrono in Barigaza; della
citt di Orzene; del paese detto Dachinabade; di Tagara citt; di Acabaro,
Uppara e Calliena, luoghi cos detti; e le sorti di mercanzie che a que' paesi
si conducono.

Sopra a Barigaza sono molti popoli fra terra: gli Aratrii, i Rachusi, i
Tantharagi, e della Proclida, fra i quali  Alessandria, detta Bucefala; e
sopra di loro vi sono i Battriani, gente bellicosissima, sottoposta a re
proprio. E Alessandro, mossosi da queste parti, trapass insino al Gange,
lasciandosi adietro il paese della Limirica e le parti della India verso
mezzogiorno, dal qual tempo insino al d d'oggi in Barigaza corrono monete
d'una dramma antiche, che hanno scolpite con lettere grece insieme l'imagini di
Apollodoto e di Menandro, i quali regnarono dopo Alessandro.  verso levante
una citt chiamata Ozene, dove gi era la sedia del regno, e dalla quale tutte
quelle cose che sono per far abondanza nel paese, e per conto della nostra
mercanzia, si portano a Barigaza: pietre onichine e murrine, e lenzuoli
indiani, e molochine, e assai tele communi. E per mezzo di questa si conduce
dai luoghi di sopra il nardo portato da Proclida, detto cattiburino e
patropapige, e la cabalite, e della vicina Scizia il costo e il bdellio.
Conducesi a questo luogo specialmente vino italiano e laodiceno e arabesco, e
rame e stagno e piombo, e corallo e crisolito, vesti semplici e contrafatte di
diverse sorti, e cintole di molti fili lunghe un braccio, storace, meliloto,
vetro non lavorato, sandarace, stimmi, moneta d'oro e d'argento, la quale si
cambia con uno certo che  di guadagno con la moneta di quel luogo. Vi si porta
anche una cosa odorifera, n di molto pregio n in gran copia. In quel tempo
presentano al re vasi d'argento di gran valore, instrumenti musichi, e donzelle
bellissime per concubine, e vino di diverse sorti, e vestimenti semplici e di
gran prezio, e cose odorifere di molta eccellenza. Cavasi da questi luoghi
nardo, costo, bdellio, avorio, pietre onichine, mirra, licio, e diverse sorti
di tele e di seta, e molochine e seta in matasse, e pepe lungo, e cose che si
portano da altre fiere. Quei che di Egitto si partano a debito tempo, arrivano
a questa fiera nel mese di luglio, chiamato epifi.
Dopo Barigaza, subito la terra ferma che seguita da tramontana si estende verso
ostro, e perci il paese  chiamato Dachinabade, imperoch dachano nella lor
lingua significa ostro. E quella parte di essa che  fra terra verso levante
contiene paesi e molti e deserti e grandissimi monti, e diverse sorti di
animali, e pardi, e tigri, ed elefanti, e serpenti smisurati, e crocotte, e
molte generazioni di cinocefali, e molte nazioni populose, talmente che insino
ai confini sono frequentissime. In questa Dachinabade sono due notabilissimi
luoghi mercatanteschi, che da Barigaza sono lontani venti giornate verso ostro;
quasi dieci giornate da questa verso levante  un'altra citt molto grande,
chiamata Tagara. Dalle quali per viaggi da carri e strade molto difficili si
portano a Barigaza dai Plithani le pietre onichine in gran copia, e da Tagara
molta quantit di tele communi, e diverse sorti de veli, e molochine e altre
mercanzie, che dalle parti maritime quivi sono condotte. E tutta questa
navigazione insino alla Limirica sono settemila stadi, ma molti pi sono
navigando presso la costa. I luoghi mercatanteschi di questa parte seguitano
per ordine: Acabaro, Uppara, Calliena citt, nella quale ai tempi di Saragano
il vecchio si faceva libera mercanzia, ma dapoi che venne in poter di Sandane
fu impedita e interrotta lungo tempo, percioch i navili greci che capitano a
caso in questi luoghi sono con guardia condotti a Barigaza.


Di altri diversi luoghi, cio Semylla, Mandagora, Palepatme, Melizigara,
Bizanzio, Toparo e Tirannoboe, l'isole Sesecriene, Egidie e Cenite, l'isola
Leuce, Maura e Tindi, il regno di Ceproboto, Muziri e Nelcinda, Barare,
Paradia, Colchi citt, Balita, Comar; e le mercanzie di que' luoghi.

Dopo Calliena sono altri luoghi mercatanteschi: Semylla, Mandagora, Palepatme,
Melizigara, Bizanzio, Toparo e Tirannoboe; dipoi le isole chiamate Sesecriene,
Egidie e Cenite, appresso la chersoneso, nei quai luoghi vi stanno corsali.
Dipoi seguita l'isola Leuce, dipoi Naura e Tindi, primi luoghi mercatanteschi
della Limirica, e dopo questi  Muziri e Nelcinda, nelle quali ora si fanno
molte faccende; e Tindi  del regno di Ceproboto, ed  villaggio presso alla
marina molto notabile; Muziri  sotto 'l medesimo regno, e fa molte faccende,
per rispetto de' navili che vi vanno dei Greci e da Ariaca. Ella  posta
appresso un fiume, ed  lontana da Tindi per fiume e per mare stadi
cinquecento, e dal fiume a essa sono stadi venti. Nelcinda similmente 
discosta da Muziri quasi cinquecento stadi, e per fiume e per terra e per mare,
ed  suddita al regno di Pandione, e anche ella  posta appresso un fiume,
quasi centoventi stadi lungi dal mare. Appresso la bocca del detto fiume 
posto un altro villaggio chiamato Barare, al quale da Nelcinda vengon giuso le
navi per andar via, e sorgeno in mare per caricar le mercanzie, perch il fiume
ondeggia e non ha facile navigazione. I re di amendue questi luoghi abitano fra
terra. Quei che vengono di alto mare, per segno di esser arrivati in questi
luoghi hanno i serpenti nei quali s'incontrano, che sono di color negro, ma
corti, con la testa a modo di dragon e gli occhi sanguigni. Navigano a questi
mercati con navili grandi, per la gran quantit e molta copia di pepe e
malabatro; portanvisi specialmente molti danari, crisoliti, veste semplici, non
molte per, ma di quelle tessute a molti fili, cio polimita, stimmi, corallo,
finalmente rame non lavorato, stagno, piombo, vino, ma non molto, e tanto si
spaccia quanto fa in Barigaza. Vi si porta anche sandaraca, arsenico, formento
quanto basta ai patroni di nave, percioch i mercatanti non ne usano. Portavisi
del pepe, che in uno luogo solo di questo villaggio ne nasce molto, chiamato
Cottanarice. Portanvisi anche delle perle assai e di diverse sorti, e avorio, e
tele di seta, e nardo gapanico, e malabatro dai luoghi che sono dentro fra
terra, e diverse pietre trasparenti, e diamanti e iacinti, e testuggini
crisonetiotice, e di quelle che si pigliano intorno all'isole che sono
all'incontro della Limirica. Quei che al debito tempo si sono partiti di
Egitto, arrivano a questo luogo circa il mese di luglio, detto epifi.
Tutta la predetta navigazione da Cana e dalla Felice Arabia la facevano con
piccoli navili andando attorno ai colfi ma Ippalo governator di nave, avendo
considerato il sito delle terre mercatantesche e la forma della marina, fu il
primo che trov la navigazione dell'alto mare. Da quel tempo che appresso di
noi soffiano i venti chiamati etesie, nel mare d'India si scuopre il vento
libonotto, cio ostro garbin, ed  nominato dal nome di colui che primamente
ritrov la navigazione, dal qual tempo insin ora alcuni partendosi a dritto
viaggio da Cana, alcuni dagli Aromati, parte saltando pi innanzi navigano alla
Limirica, parte a Barigaza e parte in Scizia, e non si trattengono pi di tre
giorni nell'alto mare; il resto mettono in far il lor proprio viaggio, e
discostandosi dal paese vicino a terra di fuori navigando trapassano i predetti
colfi. Da Elabacare il monte chiamato Pyrrho, cio Rosso, viene appresso un
altro paese nominato Paradia, verso ostro, nel quale sotto il re Pandione  un
luogo dove si pesca il pinico, cio perle, e similmente vi  una citt chiamata
Colchi; il primo luogo  nominato Balita, che ha un bel porto e un villaggio
alla marina. Dopo questo  un altro luogo detto Comar, nel quale  una fortezza
e un porto, dove quei che nel resto della vita vogliono viver santi si stanno
vedovi, e quivi venendo si lavano, e il simile fanno le donne, percioch si
narra la Dea quivi ogni mese a certo tempo lavarsi. Da Comar si estende un
paese insino a Colchi nel quale si pesca il pinico, cio perle, dove sono
tenuti a lavorar quei che sono condennati: ed  verso ostro, sotto il re
Pandione.


Di Argalo, Hepiodoro, Camara, Poduca, Sapatma, Colandiofonta, luoghi cos
chiamati; dell'isola Palesimondo, dagli antichi detta Taprobana; di Masalia e
Dasarena; di popoli detti Cirradi, ch'hanno il naso schiacciato, e Bargisi,
ch'hanno la testa di cavallo; del fiume e luogo detto Gange; della gran citt
di Thina. Le cose che si conducono in quelle parti. Come sono tre specie di
malabatro.

Dopo Colchi seguita la prima costa del colfo, che ha un luogo fra terra
chiamato Argalo; in un certo luogo appresso Hepiodoro si sbocca il pinico
raccolto, cio perle; di l si portano le tele sottilissime chiamate
ebargatitidi. E di tutte queste terre mercatantesche e porti, ai quali arrivano
quei che navigano e dalla Limirica e dal settentrione, i pi notabili e che
seguono per ordine sono Camara e Poduca e Sopatma, e in tutti questi sono
navili che s'usano in quei luoghi, co' quali navigano presso terra insino alla
Limirica. Ma in altri luoghi vanno con navili fatti di un legno solo che,
congiunti insieme, sono grandissimi, chiamati sangara, parte de' quali va
all'Aurea e al Gange, e co' maggiori vanno a Colandiofonta. A questi luoghi si
portano di tutte le cose che si fanno nella Limirica, e quasi in quei luoghi si
consumano. Le robbe che si portano di Egitto di ogni tempo, che sono di molte
sorti, e tutte quelle che si portano dalla Limirica, si distribuiscono per
questa costa. E navigando verso levante intorno ai luoghi della detta costa, si
distende una isola verso ponente chiamata Palesimondo, e appresso i loro
antichi si chiamava Taprobana: e la parte verso tramontana  abitata e
coltivata, e vi passano quei che navigano a Plionacistini, e quasi si estende
infino appresso la parte che  opposita ad Azania. Vi nasce del pinico, cio
perle, e delle pietre trasparenti, e delle testuggini, e vi si fanno delle tele
sottilissime. Vicino a questi luoghi  un paese chiamato Masalia, che si
estende molto fra terra, dove si fanno molte tele sottilissime. Dipoi verso
levante, passando il vicino colfo, segue il paese chiamato Desarena, che
produce avorio, detto bosare.
Dopo questo navigando verso tramontana sono molti popoli barbari, fra i quali
sono i Cirradi, sorti di gente che ha il naso schiacciato ed  salvatica; vi
sono anche i Bargisi, e altre genti che hanno testa di cavallo e faccia lunga:
dicesi che mangiano uomini. Dopo questi popoli verso levante, avendo l'Oceano a
man destra e navigando presso le altre parti di fuori a man sinistra,
s'incontra il Gange, e appresso di lui l'ultima terra ferma di levante,
chiamata Aurea. Intorno di essa  il fiume Gange, il quale  dei pi grandi che
sia nella India, e cresce e scema s come fa il Nilo. Appresso il detto fiume 
un luogo mercatantesco, chiamato Gange del nome istesso del fiume, per il quale
si porta il malabatro, il nardo gangetico, il pinico, e tele sottilissime in
tutta eccellenza, chiamate gangetice dal Gange. Dicesi esser in questi luoghi
le minere dell'oro, e moneta di oro, chiamato calti. All'incontro di questo
fiume  una isola dell'Oceano, l'ultima delle parti del mondo verso levante
rinchiusa sotto il levar del sole, dove sono testuggini che hanno color d'oro,
e molto migliori di quelle che si trovano in tutti i luoghi del mar Rosso.
Dopo questo paese, quasi sotto tramontana, di fuori a un certo luogo dove
finisce il mare,  posta una grandissima citt mediterranea chiamata Thina,
dalla quale per la via dei Battri per terra si conduce a Barigaza la seta in
stoppa, matasse e in tela, e di l si porta nella Limirica per il fiume Gange.
L'andare a questa Thina non  molto facile n sicuro, perci che rare volte
avien che da essa ne ritorni alcuno. Il luogo  posto sotto l'Orsa minore;
dicesi che  situata nelle parti opposite del mar Maggiore e del mar Caspio,
per il quale la palude Meoti, che  vicina, sbocca nell'Oceano. Ogni anno va a'
confini della Thina una certa gente di corpo piccolo, ma gagliardo, di faccia
larga, e finalmente si chiamano Sesati. In simili giorni vi vanno con le
moglieri e co' figliuoli, portando seco gran carichi di terponi, simili alle
viti verdi; dipoi si fermano in certo luogo dei lor confini e della Thina, e
faccendosi letti dei terponi, insino a certi giorni attendono a rubbare, e
portansi poi la preda nei luoghi che sono pi adentro nel lor paese. Coloro che
hanno notizia di queste cose se ne vanno a questi luoghi e raccolgono quei
letti, e isnervando sottilmente i calami, chiamati petri, e adoppiando le
foglie, e faccendole ritonde, le legano coi nervi dei detti calami. E ne sono
di tre sorti: della foglia maggiore, il malabatro grande; della minore, il
mediocre; della piccola, il piccolo: onde sono tre parti del malabatro. Dipoi
coloro che cos l'acconciano lo portano in India. Le parti che sono dopo questi
luoghi, per le gran fortune di mare, e per i monti grandissimi e inaccessibili,
e anche per una certa potenza degli Dei, non si possono investigare.


Discorso sopra il Libro di Odoardo Barbosa e sopra il Sommario delle Indie
orientali.

Il presente Libro di Odoardo Barbosa e il Sommario dell'Indie orientali, poi
che da principio furon letti e venuti a notizia di alcune poche persone, sono
stati nascosi e non  stato permesso che fussero publicati per convenienti
rispetti, conciosiacosach il predetto Barbosa, avendo navigato con li capitani
portoghesi per tutte le dette Indie e compostone un libro, mosso poi da alcune
cagioni, che sarebbe superfluo il raccontarle, partito da Lisbona se n'and in
Castiglia, e quivi essendo montato l'anno 1519 sopra la nave Vettoria, che
circond il mondo, e venuto nell'isola di Zubut, vi fu morto, come si legger
nel fine di questo volume. Il Sommario similmente, secondo ch'io ho potuto
ritrarre, anche egli fu composto da uno gentiluomo portoghese che navig per
tutto l'Oriente, e avendo letto il libro del Barbosa, volse scriver le medesime
cose a suo modo e secondo l'informazione ch'egli aveva avuto, e specialmente di
quella parte dove sono l'isole Molucche, che hanno per tramontana una gran
costa di terra ferma, la quale  oppenione d'alcuni pilotti portoghesi, per
notizia avutane in Malacha, che corra verso greco; e secondo che m' stato
detto, s'ingegn di descriverla pi particolarmente che li fu possibile,
essendo quella una delle pi singulari e notabili parti che sopra la balla
apparisca descritta, e tutta abitata e piena di citt e genti bianche, dotate
di buono intelletto e civili, e per esservi oltre a ci moltissime isole, bene
popolate e abbondanti d'ogni cosa necessaria al vitto umano. Nondimeno, tornato
che egli fu a casa, se ei volse che il libro suo fusse veduto, fu sforzato di
levarne via tutta quella parte che nel fine dell'opera trattava delle isole
Molucche. E noi in questo tempo con grandissima fatica e difficult avendo
mandato a farla trascrivere insino a Lisbona, a pena ne abbiamo potuto avere
una copia, e quella anche imperfetta, e il medesimo avemmo fatto del libro del
Barbosa in Sibilia. Bene aremmo voluto che come da noi non  mancato di usar
ogni diligenza di ritrovar questi libri, che pi felice fortuna gli avesse
condotti alle nostre mani pi interi e pi corretti, che molto pi volentieri e
presto gli arebbon publicati e messi in luce, non ad altro fine n per altro
nostro proposito (come in pi luoghi del presente volume abbiamo detto) che per
far cosa grata agli studiosi che si dilettano di tal lezione: della quale,
nella descrizione moderna di queste Indie, si leggono molte cose conformi a
quelle che gi ne scrissero gli antichi, il che fa fede e piena testimonianza
che questi nostri hanno diligentemente investigata la verit, e fedelmente
raccomandata alla memoria delle lettere.

Degl'infrascritti nomi di mercanzie ne abbiamo avuto questo poco di cognizione:
Beatillas sono tele sottilissime, di che si fanno i fazuoli o ver tocche che
portano a torno il capo i Mori.
Bayrames, tele sottilissime fatte liscie.
Cauris, panni sottilissimi di gotton.
Matamugos, paternostri di diverse sorti di colore e fatti in diverse forme.
Amfiam  succo di alcune erbe calide e ventose, come dicono alcuni, e non di
papaveri.
Areca sono alcuni pometti con li quali gl'Indiani masticano la foglia detta
betelle o bettre.
Del betelle si legger qui di sotto come  fatta.

Libro di Odoardo Barbosa portoghese

Avendo io Odoardo Barbosa, gentiluomo della molto nobile citt di Lisbona,
navigato gran parte della giovent mia nell'India discoperta in nome della
maest del re nostro signore, e andato anche fra terra in molti e varii paesi
vicini a quella, e in questo tempo veduto e inteso varie e diverse cose,
conoscendole maravigliose e stupende, che mai per li nostri antichi non sono
state vedute n intese, per beneficio universale ho voluto scriverle, s come
di giorno in giorno gi le viddi e intesi, sforzandomi di dichiarare in questo
mio libro i luoghi e li confini di tutti quei regni dov'io sono stato
personalmente o da altri degni di fede ne intesi, e qual sia regno e paese di
Mori e qual di Gentili e lor costumi, non lasciando i traffichi e le mercanzie
che si trovano in quelli, e dove nascono le cose, dove si conducono. Imperoch,
oltre a quelle cose che ho vedute, io mi sono sempre dilettato di dimandare a
Mori, a Cristiani, a Gentili, dell'usanze e costumi di paesi de' quali essi
erano pratichi, le quali informazioni nondimeno ho voluto poi bene esaminare
insieme, per averne pi certa la verit, ch' stato il mio principale intento,
come debbe esser di ciascuna persona che scrive simil cose. Del qual fine e
diligenza mia di ritrovare il vero, io non mi diffido che si conoscer ch'io
non ho mancato, per quanto portano le debil forze del mio ingegno; e nel
presente anno 1516 io diedi fine a scrivere il presente libro.


Capo di San Sebastiano, passato il capo di Buona Speranza.

Passato il capo di Buona Speranza, andando verso greco, nel capo di San
Sebastiano si trovano paesi molto belli di monti, di campagne e di valli, nelle
quali sono molte vacche, castrati e altri animali salvatichi.  terra abitata
da genti negre che vanno ignude, solamente portano pelli di cervi col pelo o di
altri animali salvatichi, come una cappa alla francese; della qual gente i
Portoghesi insin ora non hanno potuto aver cognizione, n esser informati di
quel che sia dentro fra terra. Non hanno queste genti navigazione e non si
servono del mare, n i Mori dell'Arabia, n della Persia, n della India mai
hanno insino a quel luogo navigato n discoperte, per cagion delle gran
correntie del mare, che fanno gran fortuna.


Isole delle Ucique grandi.

Passato il capo di San Sebastiano andando verso la India, vi sono alcune isole
prossime alla terra ferma, e le chiamano Ucique grandi, nelle quali verso terra
ferma vi sono alcune piccole abitazioni di Mori, i quali tengono commercio co'
Gentili della terra e con loro fanno guadagno. In queste Ucique si trova assai
quantit di ambrac e molto buono, e i Mori lo raccolgono e vendono per altre
parti, e medesimamente molte perle, e grandi e minute, che si trovano in mare
nelle ostriche, le quali essi non sanno n cogliere n pescare: e quando le
cavano, le cuocono, e cos cavano le dette perle e grandi e minute, rosse e
abbruciate; e non  dubbio esservene di molte e buone, se le sapessero cavare
come si fa in Zeilan o Coromandel e in Baharem, di che si parler pi avanti.


Ucique isole piccole nei fiumi.

Passate le Ucique grandi verso Cefala, la quale  una fortezza che quivi fece
fare il re di Portogallo, dove si trova di molto oro, a 17 o 18 leghe lontano
da essa vi sono alcuni fiumi che fanno dentro di s isole, le quali chiamano
Ucique piccole, dove sono alcuni luoghi di Mori che trafficano co' Gentili
della terra ferma. Le lor vettovaglie sono riso, miglio e carni, le quali in
piccole barche portano a Cefala.


Cefala.

Passate le piccole Ucique verso la India, 18 leghe lontano da esse  un fiume
non molto grande, nel quale molto adentro vi  una abitazione di Mori chiamata
Cefala, appresso la quale il re di Portogallo tiene una fortezza: e gi gran
tempo  che questi Mori abitarono qui, per cagione di alcuni traffichi di oro
che tengono co' Gentili della terra ferma. Costoro parlano lingua arabica e
hanno re sopra di loro, il quale ora  sotto l'ubbidienza del re di Portogallo.
E il modo dei lor traffichi  che vengono per mare in piccioli navili, i quali
chiamano zambuchi, dei regni di Quiloa, di Mombaza e di Melinde, e portano
molti panni dipinti e bianchi e azurri di bambagio, e alcuni di seta, e
paternostri berrettini, gialli e rossi, che nei detti regni vengono in altri
navili maggiori dal gran regno di Cambaia: le quali mercanzie i detti Mori
comprano e ricevono dagli altri Mori che quivi le portano, e le pagano in oro a
peso e per pregio che essi si contentano, e poi le serbano e vendono a lor agio
a' Gentili del regno di Benamataxa, che vanno l carichi di oro, il quale lo
danno in cambio di detti panni senza peso e in tanta quantit che sogliono
guadagnar cento per uno. Questi Mori raccolgono anche molta quantit di avorio
che si trova d'intorno a Cefala, che medesimamente lo vendono per il gran regno
di Cambaia a cinque o sei ducati il cantaro, e similmente qualche poco di
ambrac, che lo portano dalle Ucique.
Questi uomini di Cefala son negri e parte berrettini; parlano alcuni di essi in
lingua arabica, e la maggior parte si serve del linguaggio de' Gentili dalla
terra ferma. Si cuoprono dalla cintola in gi di panni di bambagio e di seta, e
portano in testa avolti altri drappi di seta a guisa di tocche, e alcuni di
loro berrette di grana, e d'altri panni di lana e di colore, e di ciambelotti e
altre sette. Le lor vettovaglie sono riso, miglio, carne e pesce. In questo
fiume alla marina sono di molti cavalli marini, che vanno in mare e tal volta
smontano in terra a pascere. Hanno i denti come gli elefanti piccoli, ed 
migliore avorio di quello degli elefanti, e pi bianco e pi forte, e di
maniera che non perde il colore. Nella terra d'intorno a Cefala sono molti
elefanti e molto grandi e salvatichi, e le genti della terra non sanno n usano
di domarli; sonvi anche molti leoni, orsi, cervi e cinghiali e bestie.  terra
di piano, di monte e di molti fiumi. Ora novamente i Mori fanno in questa terra
molto bambagio fino e lo tessono in panni bianchi, percioch non sanno tingere,
non avendo colori; pigliano poi dei panni azurri o vero di diversi colori che
sono portati da Cambaia, e disfannoli, e tornano poi a tesser le fila colorite
con le lor bianche: e di questa maniera fanno panni di varii colori, dei quali
cavano molto oro.


Regno de Benamataxa.

Entrando in questa terra di Cefala adentro vi  il regno di Benamataxa, che 
molto grande e di Gentili, che i Mori gli chiamano Caferes. Sono uomini negri,
vanno ignudi, e dalla cintura in gi vanno coperti di panni di varii colori e
di pelli di bestie salvatiche; e quei che sono pi onorati portano le dette
pelli con una coda drieto, che per grandezza e riputazione la strascinano per
terra, e ballano e fanno salti e gesti con la persona, talmente che fanno
saltar quelle code di l e di qua. Questi portano una spada in fodro di legno
legato in oro o vero in altri metalli, e portanla come noi altri dalla parte
sinistra, con cinture di panno dipinto che fanno a questo effetto con quattro o
cinque nodi, con le lor borse attaccate a quelle come gentiluomini, e in mano
le lor zagaie, e alcuni portano archi e freccie, cio un arco mediocre e i
ferri delle freccie molto grandi e ben lavorati: sono uomini da guerra, e
alcuni sono mercatanti. Le donne vanno ignude fin che sono donzelle, e
solamente cuoprono le lor vergogne con drappi di bombagio, e quando sono
maritate e hanno figliuoli portano altri panni sopra le mammelle.


Zimbaos.

Partendo da Cefala, dentro fra terra a 15 giornate  una molto grande
abitazione di Gentili, che si chiama Zimbaos: hanno case di legno e di paglia,
e quivi assai fiate dimora il re di Benamataxa. E di l alla citt di
Benamataxa son sei giornate, e il cammino va da Cefala dentro fra terra
all'incontro del capo di Buona Speranza. E nella detta Benamataxa, dove  molto
popolo, il re  solito per lo pi dimorare, e quivi i mercatanti che vanno a
Cefala si forniscono del tanto oro il quale danno ai Mori senza peso per panni
dipinti e per paternostri di Cambaia, che fra questi Gentili sono molto usati e
apprezzati. E quei della citt di Benamataxa dicono che ancora l'oro viene di
luogo molto pi lontano, all'incontro del capo di Buona Speranza, d'un altro
regno suggetto a questo re di Benamataxa, il quale  molto gran signore e tiene
molti altri re per suoi sudditi, e molti altri paesi che sono molto adentro fra
terra, cos per mezzo il capo di Buona Speranza come verso Mozambique e pi
oltra. E ogni giorno a detto re di Benamataxa sono portati grandissimi presenti
che gli mandano i re e i gran signori suoi sudditi, e quando glieli vanno a
presentare, li portano sopra la testa discoperti per tutta la citt insin che
arrivano al palazzo dove il re da una finestra gli vede venire e manda a
pigliargli di l (e non lo veggono, ma solamente odono le sue parole), e poi
manda a chiamar le persone che hanno portato cotai presenti e le spaccia.
Questo re continuamente tiene nel campo un capitano, che lo chiamano sono, con
gran numero di gente d'arme, fra la quale menano seimila donne che anche esse
portano arme e combattono, con la qual gente va sottomettendo alcuni re che
vogliano ribellarsi contra di lui o cercano di far tumulti. Il detto re di
Benamataxa manda ogni anno molti uomini onorati per i suoi regni in tutti i
luoghi e signorie a dar novi fuochi, acci che tutti gli rendino ubbidienza. E
fassi di questa maniera, che ciascuno di quei che sono mandati va in ogni luogo
e fa estinguere tutti i fuochi che vi si trovano, e dipoi estinti, tutti quei
del popolo vanno al detto uomo mandato come commissario a pigliar nuovo fuoco
da lui, per segno di suggezione e di ubbidienza. E quei che cos non fanno sono
tenuti per ribelli, e il re manda subitamente a distruggerli tanta gente quanta
fa bisogno, la quale passa per tutti quei luoghi a spese degli abitanti. Le lor
vettovaglie sono carne e riso e olio di susimani.


Zuama fiume.

Uscendo di Cefala per andar a Mozambique, a quaranta leghe  un fiume molto
grande che si chiama Zuama, il quale dicono che vien di verso Benamataxa e dura
pi di centosessanta leghe, nella bocca del qual fiume  un luogo di Mori dove
 re, e chiamasi Mongalo. Per questo fiume a questo luogo di Mori vien molto
oro da Benamataxa. Il fiume si divide in un altro ramo di fiume che va a dar in
Angos, d'onde i Mori si servono di almadie, che sono barche incavate d'un legno
solo, per condur panni e altre mercanzie da Angos, e portar molto oro e avorio.


Angos.

Passato questo fiume di Zuama, a centosessanta leghe per la costa del mare, 
una abitazione di Mori chiamata Angos, e ha re: e i Mori che vivono ivi sono
tutti mercatanti, e trafficano in oro, avorio e panni di seta e di bambagio e
paternostri di Cambaia, s come fanno quei di Cefala. E queste mercanzie le
portano i Mori di Quiloa, di Mombaza e di Melinde in piccole barche, di nascoso
dalle navi de' Portoghesi, e di l levano gran quantit d'avorio e molto oro.
In questo luogo di Angos vi  molta vettovaglia di miglio, di riso e di alcune
carni. Sono gli uomini molto negri e piccoli, vanno ignudi dalla cintura in su,
e da indi in gi si cuoprono con panni di bombagio e di seta, e tengono altri
drappi rinvolti a guisa di cappe, e alcuni portano tocche e altri berrette
listate di panno e di seta; parlano la lingua natia della terra, che  quella
de' Gentili, e alcuni di loro parlano arabico. Questi alle volte stanno a
ubbidienza del re di Portogallo e tal volta si ribbellano, percioch stanno
separati dalla fortezza de' Portoghesi.


Mozambique isola.

Passato questo luogo di Angos, andando verso la India, stanno molto vicine a
terra tre isole, tra le quali ne  una abitata da Mori, chiamata Mozambique, e
ha un buono porto, dove arrivano tutti i Mori che navigano a Cefala, Zuama e
Angos: tra i quai Mori  un serife che gli governa e amministra lor giustizia,
e usano la lingua e i costumi dei Mori di Angos. Nella qual isola ora il re di
Portogallo ha una fortezza e tiene i detti Mori sotto il suo comandamento e
governo; e in questa isola le navi de' Portoghesi si proveggono di acqua, di
legne, di pesce e di altre vettovaglie, e quivi si racconciano le navi che
n'hanno bisogno. E medesimamente in questa isola si provede la fattoria dei
Portoghesi che sta in Cefala, s delle cose di Portogallo come di quelle della
India, per esser molto in cammino. Nella terra ferma all'incontro di questa
isola vi sono molti elefanti molto grandi e bestie salvatiche. La terra 
abitata da Gentili: sono uomini brutti, i quali vanno ignudi e tutti imbrattati
di terra colorita, e le lor parti vergognose involte in una braca di drappo di
bambagio azurro senza altro coprimento; e hanno le labbra forate e in ciascun
labro tre busi, e nei busi mettono ossi, gioie e altre cose pendenti.


Quiloa isola.

Passato questo luogo, andando verso la India,  un'altra isola vicina alla
terra ferma che si chiama Quiloa, nella quale  un'abitazione di Mori, di case
molto belle, fabricate con pietre e con calcina e molto alte, con le lor
finestre alla maniera de' cristiani: e cos anche hanno le strade, e le dette
case hanno i lor terrazzi e i solari lavorati, con assai orti pieni di molti
arbori fruttiferi e molte acque. Questa isola ha re sopra di s, e di l vanno
gli uomini a trafficar a Cefala con navili, co' quali levano molto oro, il qual
poi  portato per tutta l'Arabia Felice, la quale da indi innanzi cos 
chiamata, ancora che sia sopra l'Etiopia, perch in tutta quella terra per la
riviera del mare vi sono molte abitazioni e citt di Mori. E prima che il re di
Portogallo discoprisse questa parte, i Mori di Cefala, di Zuama, di Angos e di
Mozambique stavano tutti all'ubbidienza del re di Quiloa, che fra questi era un
gran re. E in questa terra  gran copia d'oro, percioch tutti i navili che
andavano a Cefala, nell'andare e nel tornare facevano scala a questa isola.
Questi Mori sono di colore olivastro, e alcuni di loro negri e alcuni bianchi;
sono molto bene ornati di ricchi panni, di oro e di seta e di bambagio; le
donne similmente vanno molto bene ornate, con molto oro e argento in catena e
manigli alle braccia e alle gambe e agli orecchi. Il linguaggio di questi 
arabico, e tengono i libri dell'Alcorano, e grandemente onorano Macometto lor
profeta. A questo re, per la sua gran superbia e per non voler ubbidire al re
di Portogallo, fu tolto questo luogo per forza, onde uccisero e fecero prigione
molta gente, e il re si fugg della isola, nella quale il re di Portogallo
mand a fabricare una fortezza: e cos tiene a sua ubbidienza e governo quei
che rimasero ivi ad abitare.


Mombaza isola.

Passato Quiloa e andando per la costa della detta Arabia, chiamata ora Felice,
verso la India, vicino alla terra ferma  un'altra isola, nella quale  una
citt di Mori che la chiamano Mombaza, molto grande e molto bella e di molto
alte e belle case, fabricate con pietre e con calcina, con molto buone strade
alla maniera di quelle di Quiloa; e hanno re sopra di loro. Gli uomini sono di
colore olivastro, bianco e negro, e cos le donne, le quali vanno molto bene
ornate di panni di seta e d'oro.  luogo di gran traffico di mercanzie; ha buon
porto, dove sempre stanno molti navili, cos di quei che vanno a Cefala come di
altri che vengono da Cambaia e da Melinde, e altri che navigano alle isole di
Zenzibar e di Munfia e di Penda, delle quali per lo innanzi se ne parler.
Questa Mombaza  terra molto abbondante di molte vettovaglie e di castrati
bellissimi, che hanno la coda ritonda, e di molte vacche, galline e capre
grossissime, di molto riso e miglio, e di molte naranci dolci e agre, e di
limoni e cedri, e pomi granati e agri della India, e d'ogni sorti di erbe da
mangiare, e d'acque molto buone. Sono uomini che talvolta fan guerra con le
genti della terra ferma, e alle volte fanno pace e trafficano con loro, e
raccolgono gran quantit di mele e cera e d'avorio. Questo re, per la sua
superbia per non volere ubbidire al re di Portogallo, perdette la sua citt, la
quale i Portoghesi presero per forza: ed egli se ne fugg, e gli fu uccisa e
fatta prigione molta gente e distrutta la terra, e fecesi grandissima preda
d'oro, d'argento, di rame, d'avorio, di panni di oro e di seta ricchi, con
infinite altre ricchezze di mercanzie.


Melinde.

Passata la citt di Mombaza, non molto lontano da essa, nella costa vi  nella
terra ferma, in una spiaggia, un villaggio molto bello chiamato Melinde, ed 
di Mori e ha re, il quale ha belle case di muro con assai solari, e con le
finestre e terrazzi, e buone strade. La gente di essa  di colore olivastro e
di color negro; vanno ignudi dalla cinta in suso, e da indi in gi vanno
coperti di panni di bambagio e di seta e altri panni, portandoli a uso di cappa
ad armacollo, con turbanti molto ricchi in testa. Sono gran mercatanti:
trafficano in panni, oro, avorio, rame, argento vivo e altre assai mercatanzie
con Mori e Gentili del regno di Cambaia, che alli lor porti vengono con navi
cariche di panni, li quali comprano a cambio di oro, avorio e cera, in che
trovano gran guadagno cos l'una parte come l'altra. Evvi nella detta citt
assai vettovaglia di riso, di miglio, e qualche formento che lo portano di
Cambaia, e molte frutte, percioch hanno molti orti e alberi fruttiferi. Vi
sono anche assai castrati di quelli della coda grande, e di tutte le altre
sorti di carne, come  detto di sopra; similmente vi sono narancie dolci e
agre. Questo re e il popolo furno sempre molto amici e servidori del re di
Portogallo, e sempre li Portoghesi trovarono in loro molta amicizia e buone
accoglienze.


Isola di San Lorenzo.

All'incontro di queste terre in mare, sopra la punta del capo delle Correntie
settanta leghe,  una isola molto grande che si chiama San Lorenzo, che 
abitata da Gentili, e in essa vi sono alcune terre de Mori; ha molti re, cos
mori come gentili. Vi  molta abbondanza di carne, riso, miglio, e assai
narancie e limoni, ed evvi molto gengevo, il quale non adoperano ad altro se
non a mangiarlo cos verde. Gli uomini vanno ignudi, e solamente cuoprono le
lor vergogne con drappi di bambagio. Essi non navigano, n altri arrivano a
quella isola; hanno almadie, cio barche per pescar nella lor costa. Son di
color olivastri, e hanno linguaggio a sua posta. Fanno molte volte guerra fra
loro, e le lor arme sono zagaie molto sottili, con li ferri molto ben lavorati:
tiranle molto destramente per ferire, e portanne in mano gran quantit. Sono
uomini molto atti e leggieri, e addestransi molto in tirar di braccio.  fra
loro argento basso. Il lor viver principale  di radici che piantano, che le
domandano igname, che nelle Indie nuove di Spagna vien detto che si chiama
iucca e battata. La terra e paese  molto bella e fertile.  questa isola
discosta per la parte di Cefala e Melinde trecento leghe, e da terra sessanta
leghe.


Penda, Munfia, Zenzibar.

Fra questa isola di San Lorenzo e la terra ferma, non molto lontano da essa, vi
sono tre isole, l'una delle quali si dimanda Munfia, l'altra Zenzibar, l'altra
Penda, le quali sono abitate da Mori. Sono isole molto fertili e di assai
vettovaglie, di riso, di miglio e di carne, e molte narancie, limoni e citroni.
Le montagne sono tutte piene di arbori; hanno molte canne di zucchero, e non lo
sanno fare. Queste isole hanno re. Gli abitanti di esse trafficano in terra
ferma con le lor vettovaglie e frutte. Hanno navili piccoli, molto deboli e mal
fatti, senza coperta, d'un albero solo, e tutto il legname di essi  legato con
corde fatte di ginestra, e le vele sono di stuore di palma. Sono essi persone
molto deboli e minuti, di poca carne e disutili. Vivono in queste isole molto
abbondantemente; vestonsi di molti buoni drappi di seta e di bambagio, che
comprano in Mombaza dalli mercatanti di Cambaia abitanti l. Le donne di
costoro usano di portar molte gioie d'oro che vien di Cefala, e d'argento in
catene, e orecchini, braccialetti e anelli alle gambe, e vanno vestite di
drappi di seta. Hanno molte moschee, e in quelle si legge l'Alcorano di
Macometto.


Pate.

Passato Melinde andando verso la India, avanti si attraversi il golfo,
percioch la costa si ha da spontare per passar poi il mar Rosso, nella detta
costa  una terra dimandata Pate, e pi avanti  un'altra terra di Mori
nominata Lamon. Tutti costoro trafficano con li Gentili della terra, e sono
terre forti circondate di muro, percioch alle volte hanno guerra con li
Gentili che vengono di dentro fra terra.


Brava.

Passate queste terre, pi avanti, pur nella costa  una terra di Mori ben
murata, che ha buone case di muro, e chiamasi Brava. Non ha re:  governata dai
pi vecchi di essa, essendo persone onorevoli e da bene.  terra di traffico, e
fu gi destruta da' Portoghesi con grande uccisione degli abitanti, dei quali
pur assai ne furono fatti schiavi, e fuvi tolto molta ricchezza di oro e
d'argento e altre mercanzie. Quegli che scamparono se n'andarono fra terra, e
dapoi che fu distrutta la tornarono ad abitare.


Magadaxo.

Partendo dalla detta terra di Brava, pur avanti per la costa verso il mar
Rosso,  un'altra molto grande e bella terra di Mori, che si domanda Magadaxo.
Ha re particolare.  terra di gran traffico di mercanzie: quivi vengono navi
del regno di Cambaia e Adem, con panni di tutte le sorti e con altre mercanzie
d'ogni qualit e con spezie, e cavano di l molto oro, avorio e cera e altre
cose, delle quali essi ne traggono utilit. In questa terra sono molte carni,
formento, orzo e cavalli e assai frutte:  terra molto ricca. Parlano tutti
arabico; sono di colore olivastri e negri, e alcuni bianchi. Sono persone di
poche arme: usano tirar le freccie avelenate per difendersi da' nemici.


Asum.

Passato questa terra di Magadaxo, pur per la costa avanti  un'altra terra
piccola di Mori, che si dimanda Asum, nella quale sono molte carni e
vettovaglie.  terra di poco traffico e non ha porto.


Capo di Guardafuni.

Passata questa terra, si trova subito il capo di Guardafuni, dove la costa
finisce e torna a voltar verso il mar Rosso, il qual capo  nella bocca dello
stretto di Mecca: e tutte le navi che vengono dell'India, cio del regno di
Cambaia, e di Chaul e Dabul, di Batticala e Malabar, e di Zeilam, Charomandel,
di Bengala, Sumatra, di Pegu, Tarnasseri, di Malacha e China, tutte vengono a
comparire al detto capo, e di qui entrano nel mar Rosso le lor mercanzie per
Adem e Barbora e Zeila e Zidem, porto di Mecca. Le qual navi i capitani del re
di Portogallo alle volte vanno a vedere, e tolgongliele con tutte le lor
richezze.


Met.

Voltando questo capo di Guardafuni, entrando nel mar Rosso,  l presso il
detto capo una terra di Mori che si dimanda Met, non molto grande, dove sono
molti carnaggi, e di poco traffico.


Barbora.

Avanti per la medesima costa  una terra di Mori che si dimanda Barbora. Ha
porto, dove arrivano molte navi di Adem e di Cambaia con lor mercanzie: e di
qui cavano quei di Cambaia molto oro e avorio e altre cose, e quei di Adem
cavano molta vettovaglia e carni e mele e cera, percioch, secondo si dice, 
terra molto abbondante.


Zeila.

Passata Barbora e andando verso il mar Rosso, si trova una terra di Mori
chiamata Zeilam, che  luogo similmente di gran traffico, dove navigano molte
navi, vendono i lor panni e mercanzie. Ed  molto popolata, con buone case di
pietre e di calcina, con buone strade; e le case sono coperte con terrazzi. Li
abitatori son negri, hanno molti cavalli, e allevano molti animali di pi
sorte, de' quali se ne servono in latte, butiro e carne. In questa terra vien
molto formento, miglio e orzo, che portano di l per Adem.


Delaqua.

Passata la detta terra di Zeila, per la costa avanti  un'isola abitata da
Mori, che si domanda Delaqua, porto di mare del quale si servono assai i
sudditi abissini della terra del Prete Ianni. E attorno di questa terra sono
molte vettovaglie, e vienvi molto oro della terra del Prete Ianni.


Mazua, Zanaquin e altre terre.

Passato Delaqua, dentro nel mar Rosso vi sono Mazua, Zanaquin e altre terre di
Mori: e chiamasi pur questa costa Arabia Felice, e li Mori la domandano
Batrazan, in tutta la quale  molto oro che vien d'infra terra del paese del
Prete Ianni, che loro chiamano di Abissini. E quei di tutte le terre di questa
costa trafficano per questo paese con li lor panni e altre mercanzie, e cavano
di esso oro, avolio, mele e cera e schiavi, e alle volte fanno guerra con loro,
perch sono cristiani. Fanno schiavi molti di loro, e tali schiavi sono molto
stimati e vagliono assai danari fra li Mori, e pi che altri schiavi, percioch
gli trovano esser astuti e fedeli, e valenti uomini delle lor persone; quando
si fanno mori, vogliono esser pi ubbiditi che li proprii Mori. Li Mori di
questa Arabia sono tutti negri, e valenti uomini di guerra. Vanno ignudi dalla
cintola in su, e da l in gi si cuoprono con panni di bambagio, e quelli di
maggior riputazione portano panni adosso come almayzares, cio cappe alla
moresca; e similmente si cuoprono le donne. E mi fu affermato che questi
cuciono le nature alle lor figliuole quando son piccole, lasciandovi solo
quanto possino urinare, e cos le tengono cucite fin che sono in et da
maritare, che le consegnano alli lor mariti: e allora tagliano loro la carne,
che  saldata come se elle cos fussero nate.


Regno del Prete Ianni.

Finendo di uscire di queste terre de' Mori ed entrando fra terra, vi  il gran
regno del Prete Ianni, che i Mori di Arabia lo chiamano di Abissini, il quale 
molto grande e molto abitato di molte citt, terre e villaggi, con infinita
gente, e ha molti regni che li lor re li sono suggetti, e nelle sue terre sono
molti che abitano alla campagna e alle montagne come Arabi. Sono uomini negri e
molto ben formati; hanno assai cavalli e gli adoprano e son buoni cavallieri,
ma non sono cacciatori di fiere, n di alcuna sorte di animali. Le loro
vettovaglie sono carni di tutte le sorti, latte, butiro e mele, pan di formento
e di miglio: e di queste cose ve n' grande abbondanza. Li lor vestimenti sono
di cuoio e pelle di castrati, percioch nella terra vi  carestia di panni; e
fra loro  usanza che solamente certe dignit di persone possano vestir panno,
e l'altra gente non pu vestir se non corami tagliati e ornati e pelle. Gli
uomini e le donne non bevono mai vino, ma acqua acconcia con mele, e latte, del
qual si mantengono assai: e quella di mele leva lor la sete e li fa pi forti e
pi sani, e nella terra ve n' grande abbondanzia. Sono cristiani della
dottrina del beato san Tomaso e san Filippo, secondo che dicono; il lor
battesimo  in tre modi, cio di sangue, di fuoco e d'acqua, perch si
circoncidono come giudei, e nella fronte ancora col fuoco, e nell'acqua si
battezzano come li cristiani catolici. Hanno molti di loro mancamento della
nostra fede vera, percioch la terra  molto grande, e bench nella citt
principale di Cassumo, dove dimora il Prete Ianni, siano fatti cristiani,
nell'altre assai parti lontane vivono in errore e senza esser loro insegnato,
di sorte che solamente hanno il nome di cristiani.


Della citt di Cassumo.

Dentro questo regno vi  la gran citt di Cassumo, appresso la quale il Prete
Ianni il pi del tempo dimora stando sempre alla campagna, il quale li Mori e
Gentili chiamano il gran re neguz.  cristiano, signore di molte gran provincie
e di molta gente, con la quale sottomette molti re grandi.  molto ricco
signore, e di pi oro che alcun altro principe al mondo; tiene gran corte, e
paga di continuo molta gente da guerra che mena seco. Esce poche volte delli
suoi padiglioni, n si lassa vedere; vengono a visitarlo molti re e gran
signori. In questa citt si fa, nel mese di settembrio, la festa della Croce
molto grande, alla qual si ragunano tanti re e signori soggetti e tante genti
che sono innumerabili. In detto giorno si cava fuor di una chiesa una figura
dipinta della Madonna, tutta adornata d'oro e di molte pietre preziose, e
messala sopra un gran carro tutto coperto di panni d'oro, la menano in
processione con gran venerazione e cerimonie. Dinanzi al detto carro va il
Prete Ianni, sopra un cavallo pur coperto molto riccamente, e vestito di drappi
d'oro, e quel giorno si lassa veder a tutto il popolo, perch nell'altro tempo
va con la faccia coperta. E cominciato ad uscir la mattina a buon'ora, e vanno
in procession per tutta la citt con molti strumenti insin verso la sera, che
si riducono a casa. In questa processione vi va tanta gente per appressarsi al
carro dove  questa figura, che moreno molti affogati dalla strettezza della
calca, e quelli che moreno di questa maniera sono tenuti per santi e martiri: e
questa cosa mi fu referita d'alcuni Mori, alli quali non so se si debbia
prestar fede; pur come si sia, l'ho voluta scrivere.


Suez.

Lasciando questa terra del Prete Ianni e la costa del mar di questa ora detta
Arabia, e voltando all'altra parte del mar Rosso, che anche si chiama Arabia, e
li Mori la domandano similmente Barraaru,  una terra di porto di mare che ha
nome Suez: e quivi li Mori di Zidem, porto di mare, portano tutte le spezie e
drogherie, pietre preziose, perle, ambracan, muschio e altre mercanzie molto
ricche delle parti dell'India. Di l poi le caricano in camelli per terra per
condurle al Cairo, e dal Cairo altri mercatanti le portano in Alessandria, di
donde le sogliono portar via li Veneziani e altri cristiani. Questo traffico 
cessato al presente in gran parte per cagione de' Portoghesi, i quali con la
loro armata non lasciano navigar Mori nel mar Rosso. Il gran soldano signor del
Cairo, che in questo riceve pi perdita che nessun altro, fece far un'armata
nel porto di Suez, per la fabrica della qual fece condur per terra il legname e
artegliaria e altre cose necessarie, in che spese molti danari: e quest'armata
fu di navi e di galee, per poter passar con essa in India e impedir la
navigazione a' Portoghesi. Fatta che fu quest'armata, pass con essa molta
gente di diverse nazioni nella prima India, che  nel regno di Cambaia. Il
capitan di essa era Amyrasem. Con quest'armata si riscontr l'armata di
Portogallo dirimpetto ad una citt nominata Diu, e quivi combatterono molto
fortemente, dove mor gran numero di gente. Alla fine i Turchi e i Mamalucchi
furono vinti, e la lor armata fu presa tutta e parte abbruciata. E per questa e
per molte altre vittorie che ebbero contra i detti Mori, si perdette la lor
navigazione nel mar Rosso, e il detto porto di Suez resta senza traffico di
spezierie.


Monte Sinai.

Appresso la detta citt di Suez, nella predetta terra di Arabia sopra il mar
Rosso  il monte Sinai, dove  il corpo della beata santa Caterina, in una
chiesa nella quale stanno frati cristiani sotto il dominio del soldano: alla
qual casa vanno in pellegrinaggio i cristiani di tutti li regni di cristianit,
e la pi parte che capita ivi  del regno del Prete Ianni, di Armenia, di
Babilonia, di Costantinopoli e di Ierusalem.


Eliobon e Medina.

Passato il detto monte Sinai, il quale i Mori dimandano Turla, pur avanti per
la costa del mar Rosso, uscendone fuora,  una terra di Mori, porto di mare,
che si chiama Eliobon: ed  porto dove si disbarcano per andare a Medina, che 
un'altra citt di Mori fra terra, tre giornate lontana da questo porto, nella
quale  sepolto il corpo di Macometto.


Zidem, porto di Mecca.

Uscendo del detto porto d'Eliobon in fuora, per la costa del detto mar Rosso, 
una terra di Mori nominata Zidem, ed  porto di mare dove ogni anno solevano
venir le navi della India con le specie e drogherie; e di l tornavano a
Calicut con molto rame e argento vivo, cinaprio e zafferano, acqua rosa e
scarlatti, sete e ciambellotti, taffet e altre mercanzie di merceria che si
spacciano nella India, e medesimamente con molto oro e argento: ed era il
traffico molto utile e grande. In questo porto del Zidem si caricavano le dette
spezie e droghe in navili piccoli per Suez, come  gi detto.


Mecca.

Da questo porto del Zidem lontano una giornata fra terra  la gran citt della
Mecca, nella quale  una molto gran moschea, dove li Mori di tutte le parti
vanno in pellegrinaggio: e tengono per certo di esser salvi lavandosi con acqua
d'un pozzo che  nella detta moschea, e di l la portano in ampolle alle lor
terre come gran reliquia. Nella detta terra del Zidem, porto di mare, fece
nuovamente fare una fortezza Amirassen, capitano moro delle navi del soldano,
che li Portoghesi ruppero nella India. Il qual capitano, poi che si vide rotto,
non ebbe ardir di tornare al suo paese senza far qualche servizio al suo re, e
determin di domandare al re di Cambaia, che si chiama soltan Maumet, quantit
di danari, e cos alli grandi e a' mercatanti del suo regno e ad altri re mori,
per far la detta fortezza, dicendo che poi i Portoghesi (i quali si chiamano
franchi) erano tanto potenti che non sarebbe maraviglia s'entrassero per questo
porto e andassero a distrugger la casa di Macometto. Li quai re e gente
moresca, udendo la sua dimanda e vedendo la potenzia del re di Portogallo,
parve che questo poteva intravenir facilmente, e per tutti gli diedero gran
doni, co' quali caric tre navi di spezie e d'altre mercanzie: e con esse and
verso il mar Rosso e, arrivato al Zidem, le vendette e delli danari fece la
detta fortezza. E nel tempo che esso faceva quella, i Portoghesi ne facevano
un'altra dentro la citt di Calicut, e il re di Calicut richiese al capitan
generale del re di Portogallo di poter mandare allora una nave carica di spezie
alla Mecca. Questa licenza gli fu concessa e la nave fu mandata, nella quale
venne per capitano un Moro da bene, che aveva nome Califa. E giunto al Zidem,
salt in terra molto bene in ordine con la sua gente, e Amirassen, che faceva
la fortezza, subito gli domand nuove di Portoghesi: e il detto gli rispose che
erano in Calicut molto pacifici, e facevano una fortezza molto bella. E il
detto Amirassen gli disse: "Come hai tu ardimento di venire alla Mecca, essendo
amico dei Portoghesi?" Il Califa gli rispose: "Io sono mercatante e non posso
far altro, ma tu, che eri capitano del gran soldano e che andavi per cacciarli
d'India, come lasciasti loro e fai qui una fortezza?" Della qual parola
Amirassen ebbe molto gran dispiacere, e fece subito che 'l Califa, cos ben
vestito, insieme con la sua gente pigliasse delle pietre e della calcina e
aiutassero a far la fortezza, e fecelo affaticar per ispazio di un'ora. E
questa cosa il detto Califa la raccont dapoi che fu ritornato a Calicut.


Iazan, Hali, Aloer.

Uscendo del Zidem, porto di mar, per il mar Rosso in fuora, sono tre terre di
Mori che hanno re sopra di s: l'una si dimanda Iazan e l'altra Hali, la terza
Aloher, nelle quali sono molti cavalli e assai vettovaglie. Questo regno d
obedienza al soldano e non ad altro re. Ha molte terre sotto di s, e in assai
di esse vi  porto di mare, d'onde solevan uscire li Mori mercanti a condur
cavalli in India nelle lor navi per mercanzia, perch ivi vagliono molto.


Hodeida, Maha, Bebel Mandel.

Passate queste terre e questo regno, sono pur avanti nella detta costa altre
terre, che sono del regno di Adem: l'una si chiama Hodeida, l'altra Maha, e
l'altra  una isola detta Bebel Mandel, che  nella bocca dello stretto del mar
Rosso, per la quale le navi entrano in esso; e in questo luogo le navi pigliano
peotti insino al Zidem, perch vivono di questo.


Camaran isola.

Nel mar da esse terre indietro  una isola piccola chiamata Camaran, abitata da
Mori, dove le navi andavano a pigliar rinfrescamento quando passavano di l al
Zidem. Questa isola fu distrutta per il signor Alfonso di Alburquerque,
capitano del re di Portogallo, il qual quivi stette alcuni giorni riparando di
rinfrescamenti la sua compagnia di navi per uscir del mar Rosso, perch 'l
tempo non gli concesse termine per andare insino al Zidem, dove egli averia
voluto arrivare.


Adem.

Uscendo del mar Rosso per Bebelmandel, che, come si  detto,  nello stretto,
nel mar largo, poi per la costa avanti sono alcune terre di Mori, che tutte
sono del regno di Adem. E passate queste terre arrivasi alla citt di Adem, che
 di Mori e ha re da per s, e molto bella citt, con molte belle e gran case;
ed  di molto traffico, con molto buone strade, e molto ben murata di buone
muraglie all'usanza di qua. Questa citt  sopra una punta, fra una montagna e
il mare, e la montagna dalla banda di terra ferma  pietra viva, di sorte che
da quella parte non ha pi di una entrata; e sopra questa montagna dove  la
citt vi sono molti castelli piccoli, che dal mare paiono molto belli. Dentro
la qual citt non  acqua alcuna, e fuora della porta verso la terra ferma ha
una casa, dove per condotti fanno venir l'acqua da un'altra montagna alquanto
lontana di l: e fra montagna e montagna vi  una campagna grande. In questa
citt sono gran mercanti mori e molti indiani: sono di color bianco e alcuni
negri. Vestonsi di panni di bambagio, seta e scarlatto e ciambellotti; li lor
vestimenti sono molto lunghi, e portano turbanti in testa e certe scarpe basse.
Le lor vettovaglie sono di molte carni, di pan di formento, e di riso che li
viene d'India; vi sono assai frutte, come in molte parti. Sonvi di molti
cavalli e camelli. Il re sta sempre fra terra, e in Adem tiene un suo
governatore. Vi vengono molte navi grandi e piccole da diverse parti, cio dal
Zidem, d'onde portano l molto rame, argento vivo, cinaprio, corallo, panni di
lana e di seta; e di ritorno di qui portano spezie e droghe, panni di bambagio
e altre cose di Cambaia. Ancora arrivano quivi molte navi di Zeila e Barbora
con vettovaglie e altre mercanzie, e cavano di l panni di Cambaia, le pietre
corniole, e paternostri piccoli e grandi. Ora ogni mercatante che traffica in
Arabia Felice e nella terra del Prete Ianni medesimamente capita quivi, e vi
vengon le navi della citt di Ormuz a trafficare, e similmente di Cambaia,
d'onde portano molti panni di bambagio, spezie e droghe, gioie e perle,
corniole, bambagio filato e da filare; e di quivi cavano robbia, amfian, uve
passe, rame, argento vivo, cinaprio e acque rose che ivi si fanno, e panni di
lana, sete e panni dipinti di Mecca, e oro in pezzi e fatto in moneta e filato,
e ciambelotti: le qual navi di Cambaia sono tante e tanto grandi e con tanta
mercanzia, che  cosa da non poter credere n pensare la gran copia di panni e
bambagio che portano. E ancora a questo porto di Adem vengono molte navi di
Chaul e Dabul e Baticala e del paese di Calicut, le quali solevano venir quivi
con le dette mercanzie, e anco con gran quantit di riso e di zucchero e di
cose che nascono sopra le palme, che sono come avellane nel sapore, e della
scorza fanno vasi per bevere. Vengonvi anche le navi di Bengala e Sumatra e
Malacha, le quali portano molte specie e droghe e sete, benzuin, lacca,
sandoli, corniole, riobarbaro, muschio, e molti panni di bambagio di Bengala e
di Mangalor, di sorte che  terra di maggior traffico che nel mondo possa
essere, e di pi ricche mercanzie.
A questa citt arrivaron gi le navi del re di Portogallo, e nel porto presero
e abbruciarono molte navi, e con mercanzie e vote, e provorno di entrar nella
citt, e a vista di tutti entrarono per la muraglia con le scale, le quali si
ruppero per il peso della gran gente, di sorte che i Portoghesi tornarono
adietro e lasciarono l'impresa: e nella detta entrata si difesero molto
gagliardamente i Mori, dei quali ne morirono assai, e anche alcuni cristiani.


Regno di Fartas.

Passato il detto regno di Adem, fuora dello stretto  un altro regno di Mori
appresso il mare, che ha tre o quattro terre alla costa, che si chiamano
Xesequi, Diufar e Fartas. Questi Mori hanno il re da per s, e sono molto
valenti uomini da guerra. Hanno cavalli, i quali adoperano in guerra, e anche
hanno buone arme. Da poco tempo in qua il detto re sta a ubbidienza del re di
Adem e come per suo servitore.


Capo di Fartas e Zacotora isola.

In questo paese e regno  un capo detto il capo di Fartas, dove la costa torna
a far la volta nel mar largo: e fra questa e quella di Guardafuni  la bocca
dello stretto di Mecca, donde tutte le navi passano al mar Rosso. Fra queste
due punte sono tre isole, due piccole e una grande, chiamata Zacotora: questa 
isola con molte alte montagne, e abitata da gente olivastra, nominati
cristiani; ma manca loro il battesimo e la dottrina cristiana, che non hanno se
non il nome di cristiani, e manc quivi la legge cristiana gi molti anni, e
avanti che vi navigassero Portoghesi. Dicono i Mori che questa fu gi isola
delle femine dette Amazoni, le quali poi per ispazio di tempo si mescolarono
con gli uomini: il che in alcune cose si conosce, perci che le donne
ministrano le facult e le governano, senza che i mariti se n'impaccino. Questi
hanno linguaggio da per s e vanno ignudi, solamente cuoprono le lor vergogne
con panni di bambagio e con pelli. Hanno molte vacche e castrati e palme e
dattili; le lor vettovaglie sono di carne, di latte e di dattili. In questa
isola vi  molto sangue di drago e molto aloe zocoterino.
In essa i Mori di Fartas fecero una fortezza, per poterla tener soggetta e far
che gli abitanti di essa fossero suoi schiavi con le lor persone e con le lor
facult. Ma arrivandovi un'armata del re di Portogallo, pigli detta fortezza
dei Mori di Fartas per forza d'arme, combattendo con essi, i quali si difesero
molto pi gagliardamente che gli altri di quelle parti, di sorte che non si
volsero mai arrendere e moriron tutti in battaglia, che nessuno di loro scamp,
perch sono molto valenti e arditi nella guerra. Il capitano della detta armata
lasci nella fortezza gente e artegliaria, per guardarla in nome del re di
Portogallo.
Appresso di questa isola di Zocotora sono due altre isole di uomini olivastri e
negri come Canarii, senza legge e senza dottrina, e non hanno conversazione con
alcuna altra gente. In queste due isole si trova molto buono ambracan e in
quantit, e molte pietre dette niccoli, di quelle che vagliono e sono stimate
in la Mecca, e molto sangue di drago e aloe zocotorino, ed evvi molto bestiame,
vacche e castrati.


Diufar.

Passata la punta di Fartas, verso la costa del mar largo che d volta a Ormuz,
andando di lungo per la costa  una terra di Mori, ed  porto di mare, chiamata
Diufar, terra del regno di Fartas, nel quale trafficano i Mori di Cambaia con
panni di bambagio, riso e altre mercanzie.


Pecher.

Dopo questa terra nella medesima costa  un'altra terra e porto di mare detta
Pecher, che  similmente del detto regno di Fartas, ed  molto grande; e quivi
 un molto gran traffico di mercanzie, che li Mori di Cambaia e di Caul e
Dabul, Batticala e di terra di Malabari portano con le lor navi: e sono panni
di bambagio grossi e sottili dei quali si vestono, e granate in filze e molte
altre pietre di poco valore, e anche molto riso e zucchero e specie di tutte le
sorti, e noci d'India e altre mercanzie, le quali vendono quivi alli mercatanti
della terra, che le portano di l in Adem e per tutta quell'Arabia. I danari
gl'investono poi costoro in cavalli per l'India, li quali son molto grandi e
molto buoni, e ognuno d'essi vale in India cinquecento o seicento ducati; e
cavano anche molto incenso, che nasce in quel luogo e fra terra. Quivi sono
tutti Arabi.  in questo paese molto formento e molte carni, molti dattili, uve
e tutte altre sorti di frutte che sono in le nostre parti. Tutte le navi che
vanno dalle bande d'India per il mar Rosso, e per tardare non possono arrivare
a buon tempo con le lor mercanzie dove avevano deliberato, restano a venderle
nel porto di Pecher, e di l se ne vanno all'India costa verso Cambaia: e di
questa sorte questo porto  grande e di molto traffico continuamente. Questo re
di Fartas sta con tutto il suo regno a ubbidienza del re di Adem, perch vi
tiene un suo fratello. L'incenso che in questa terra di Pecher nasce, si cava
di l per tutto il mondo, e qui le navi s'impegolano del detto incenso, perch
val cento e cinquanta quattrini il cantaro.


Fachalhat.

Passata la detta terra di Pecher, per la costa avanti sono altre terre piccole
di Mori, e fra terra d'Arabi: la qual costa dura insino alla punta di
Fachalhat, dove comincia il regno e dominio del re di Ormuz. In questa punta 
una fortezza, che il detto re di Ormuz tiene, chiamata Hor; e di l comincia la
costa a voltare a dentro verso di Ormuz.


Regno di Ormuz.

Passata questa punta di Fachalhat, per la costa avanti sono molte terre e
fortezze del regno di Ormuz, in Arabia, insino che si entra nel mar di Persia;
e dura ancora il suo dominio per questo mare avanti, dove sono molte terre e
castelli, e isole che sono in mezzo del detto mar di Persia, abitata da Mori,
le quai terre sono le sequenti.
Principalmente Calhat, terra molto grande e di belle case e di molto buon sito.
 gente ricca, gentiluomini e mercatanti. Pi avanti, cio doppo la detta, 
un'altra terra piccola chiamata Tibi, e ha buona acqua, della qual si
proveggono le navi che navigano per tutta questa costa. Dipoi  una terra
piccola detta Dagma, ed  medesimamente porto di mare. Pi avanti  un'altra
terra grande che  molto buona, di molto traffico di mercanzia, chiamata
Curiat, nella quale e nelle altre d'intorno vi sono molte carni, formento,
dattili e altre frutte a sufficienza; e vi sono assai cavalli che nascono nel
paese, e molto buoni, che li Mori di Ormuz vengono a comprare per mercanzia per
la India.
Passato questa terra di Curiat, per la costa avanti  un'altra terra con una
fortezza detta Ceti, che il re di Ormuz la tiene. E pi avanti  un'altra terra
nella detta costa grande detta Masquat, e di gente molto da bene, e di molto
traffico di mercanzia e di grande pescagione: quivi pescano pesci grandi, che
li seccano e insalano per altre parti. Andando per la costa a dentro verso il
mar Persico,  un'altra terra chiamata Cohar. Passato la detta terra di Cohar,
pi a dentro della costa  un'altra fortezza del detto re di Ormuz, chiamata
Rocas: e con queste fortezze il detto re sottomette pi facilmente tutta questa
terra. Passato la fortezza di Rocas,  un'altra fortezza detta Nael. Avanti 
un'altra detta Madeha:  terra piccola e di pochi abitatori.
Pi oltre di questa terra, per la costa avanti  una gran terra con molta
gente, chiamata Corfacan, attorno della quale e delle altre circunvicine sono
molte possessioni e molto belle, che hanno quivi i Mori principali di Ormuz,
alle quali in certi mesi dell'anno vanno a stare a piacere e a ricoglier le
loro vettovaglie e goder le lor frutte. Avanti nella detta costa  un'altra
terra nominata Dadena; e pi avanti ne  un'altra chiamata Daba. E avanti nella
predetta costa  un'altra molto gran terra detta Iulfar, nella quale vi  molta
gente e molto da bene, e assai mercatanti e naviganti; e quivi pescano molte
perle grandi e minute, e quivi vanno a comperarle i mercatanti della citt di
Ormuz, per portarle in India e a tutte le altre parti. Questa terra  di molto
traffico, e d molta entrata al re di Ormuz.
Avanti per la detta costa, appresso il mar di Persia, alla parte dell'Arabia vi
sono altre tre terre del detto re di Ormuz: Rachollima, ch' una molto buona
terra; e un'altra pi di l, chiamata Mequehoan; e pi avanti  una fortezza
detta Calba, che il predetto re tiene per difendere le sue terre dagli Arabi
che stanno fra terra, e sono governati per quelli di siech Ismael, e alle volte
vanno sopra le dette terre del regno di Ormuz e fannogli guerra, e alcune fiate
gli fanno ribellar contra il lor re.


Mar di Persia.

Questo regno di Ormuz ha, oltra le terre gi dette nella costa di Arabia, altre
terre assai nella terra di Persia per la costa del mare, e nel mezzo del mar di
Persia molte isole abitate da Mori, nelle quali vi sono molte terre grandi e
molto buone e molto ricche, le quali tutte si nomineranno avanti ognuna
particolarmente, e dipoi si dir della isola e della citt di Ormuz, e delli
lor costumi.
Nella detta costa di Persia, all'incontro d'India, ha il re di Ormuz una terra
nominata Baha, nella quale tiene li suoi governatori. Passata questa terra, per
la detta costa avanti  un'altra terra chiamata Dexat. Avanti  un'altra terra
nominata Pahan. Pi avanti ve n' un'altra che si chiama Iguir. Seguita poi
un'altra detta Elguadim. Poi seguita un'altra terra chiamata Nabam, dalla quale
si conduce a Ormuz acqua da bevere, percioch l non vi  acqua da bere; e da
questa terra e da tutte le altre portano a Ormuz tutte le vettovaglie. Evvi
anche un'altra terra Guameda.
Di qui avanti vi sono ancora altre terre del detto re, che sono le seguenti:
Lefete, Quesibi, Tabla, Berohu, Puza, Mohi, Macini, Limahorbaz, Alguefa,
Carmon, Cohomo, Bar, Que, Guez, Hanguan, Bacido, Gostaque, Cones, Conga,
Ebraemi, Penaze, Menahaon, Pamile, Leitam, Batam, Doam, Lorom. Fra le quali ve
ne sono di molte grandi e di molto gran traffico, e di gente molto adornata e
gran mercatanti, e molte gran fortezze che il re di Ormuz tiene per la
difensione del suo regno: e tutto  nella detta costa del mar di Persia. Sono
terre molto fornite di tutte le sorti di carni, di molto pan di formento, e di
orzi e uva, e di tutte le altre cose che sono nelle nostre parti, e molti
dattili. La gente di queste terre  bianca, e sono molto belle persone; vanno
vestite di veste lunghe, di drappi di seta e di bambagio e di ciambellotti, ed
 terra molto ricca.


Isole del detto regno di Ormuz.

Nella bocca del detto mar di Persia vi sono le isole seguenti, che sono del re
di Ormuz: Quixi, Andrani, Baxeal, Quuro, Lar, Coiar, Dome, Firror, Gicolar,
Melungan, Cori, Queximi, Baharem. Queste due isole di Queximi e Baharem sono
grandi, e Queximi ha otto terre abitate, cio casali, e hanno molte
vettovaglie; e Baharem ha una grande abitazione di molti Mori da bene, e gran
mercatanti abitanti in essa di diverse parti, ed  dentro nel detto mare.
Naviganvi molte navi con molte mercanzie, e in esse e all'intorno di esse vi
nascono molte perle grandi e minute, e appresso di questa isola le pescano,
delle quali hanno molto gran utilit gli abitanti di essa: e il re ha di questa
isola e di tutte le altre molta entrata. Li mercatanti di Ormuz vanno a questa
isola di Baharem a comprar le perle grandi e minute per la India e altre parti
dove trovano utile, e per il regno di Narsinga, e vanno anche l a comprarle
quei di Persia e di Arabia: e in tutto il detto mar di Persia si trovano perle,
ma non tante come appresso l'isola di Baharem.


Terra di siech Ismael.

Passata la detta terra, per la costa di Persia seguitano molte terre e
abitazioni e casali di Mori, molto buone e abbondanti e ricche. E di qui avanti
non  pi terra del re di Ormuz, ma di altri signori de' quali non abbiamo
tanta notizia, salvo che gli domina e comanda il siech Ismael, ch' un Moro
giovane di poca et. Da questa parte tiene sottomessa molta parte di Persia e
di Arabia, e molti regni e dominii di Mori, non essendo re n figliuolo di re,
salvo che era un siech, della casata e sangue di Hali, cognato di Macometto, ed
essendo povero si accompagn con altri Mori giovani, e cominciarono a andar
nudi, che fra di loro  costumato, lasciando robba, onore e vestimenti, e
solamente si coprivano con pelli di capre e di orsi e di cervi col lor pelo,
che assai sogliono portare. Hanno per le braccia e per il petto molti segni di
fuoco, e portano adosso o intorno molte catene di ferro, e nelle mani alcune
arme differenti dalle altre genti, come le scuri piccole, e di molte sorti e
diversit di ferri; e vanno in pellegrinaggio, e non si mantengono se non de
limosine: e a questi tali dovunque vanno  fatto grande onore e festa dagli
altri Mori, e vanno sempre mughiando e gridando forte per le terre per il nome
Macometto.
Questo siech Ismael pigli questo abito e deliber di mugghiare e gridare per
Hali, e non cur di Macometto; e doppo l'essersi accompagnato con lui molta
gente, di sorte che cominci a pigliar terre e distribuir li beni che si
acquistavano alle persone che si accostavano a lui, e per s non pigliava
nulla, deliber di far certe berrette di grana lunghe fatte di pezzi, e di
quelle faceva portare alle persone che seguitavano: e a questo modo si tir
molta gente drieto, e con esso andava pigliando molte terre e faceva guerra in
diverse parti. E non si volse dimandar re, ma agguagliatore di robba, togliendo
a quelli che avevano assai e dando a quei che avevano poco; e non voleva
fermarsi in terra alcuna, se non che tutto quello che acquistava dava e
ripartiva con quei che lo seguitavano e ubbidivano, e se trovava alcune persone
molto ricche, e le lor ricchezze non fussero utili a nessuno, le toglieva loro
e compartivale a uomini da bene e poveri, e alli lor patroni lasciava tanta
parte quanta a ognuno degli altri: e questo fece assai volte, e perci lo
chiamavano agguagliatore. Egli mand ambasciadori a tutti li re mori,
persuadendo loro che portassero quelle berrette rosse, e se non le volevano
portare, mandava a disfidargli, e dir che anderia contra di loro e piglieria le
terre e fariagli credere in Hali. Questa ambasciata mand al gran soldano del
Cairo e al gran Turco, i quali gli risposero aspramente e fecero lega contra di
lui. E quando siech Ismael intese le lor risposte, deliber di andar contra al
gran Turco, e con molta gente a cavallo e a pi si avi contra di lui: e il
Turco gli venne incontro, ed ebbero insieme molto gran battaglia, della quale
rimase vincitore il gran Turco, per la molta artegliaria che fece condur seco.
E siech Ismael non combatteva con la sua gente se non per forza di braccia, e
gli uccisero gran quantit di gente, ed egli fugg; e il Turco, ammazzandogli
molta gente, lo seguit insino che lo rimesse in terra di Persia, e di l se ne
ritorn in Turchia.
Questa fu la prima volta che il detto siech Ismael fu rotto, per la qual cosa
diceva che voleva tornare in Turchia con maggior potenzia e provisto
d'artegliaria. Egli signoreggia parte di Babilonia, Armenia, Persia, e gran
parte di Arabia e della India appresso il regno di Cambaia. Il suo proposito
era di aver nelle mani la casa della Mecca. Questo siech mand un ambasciadore
con molti presenti al capitano del re di Portogallo che stava in India,
dimandandogli patti, pace e amicizia: e il capitan maggior la ricevette insieme
con i presenti, e torn a mandargli un'altra ambasciata.


Balsera.

Al fine detto mar di Persia  una fortezza domandata Balsera, abitata da Mori
sotto ubbidienza di siech Ismael, nella quale escie della terra ferma al mare
un fiume molto grande e bello, di buona acqua dolce, il quale chiamano Frataha,
che dicono esser uno delli quattro fiumi che escono del paradiso terrestre: ed
 il fiume di Eufrate. E i detti Mori hanno una vana oppenione,
conciosiacosach dicono che egli ha sessantamila braccia, e ch'uno di essi
principale escie del regno di Dahulcinde, che  nella prima India, il qual noi
chiamiamo fiume Indo, e il fiume di Ganges  un altro braccio, che entra nella
seconda India alla marina, e il Nilo che  un altro, che viene per la terra del
Prete Ianni e irriga il Cairo. E ancora che si cognoscano che son favole, pur
le ho voluto scrivere.


Descrizione della isola citt di Ormuz, alla quale arrivano diverse e ricche
mercanzie de varii paesi.

Uscendo del mare e stretto di Persia, nella bocca vi  una isola piccola dove 
la citt di Ormuz, che  piccola e molto bella, e di molto gentil case, alte e
di muro ingessato, coperte di terrazi. E perch la terra  molto calida, hanno
nelle case certi ingegni da far vento, fatti di maniera che dal pi alto delle
case fanno venire il vento a basso nelle sale e stanze loro.  terra di molto
bel sito, e ha molte buone strade e piazze. Fuori della detta citt, nella
medesima isola  una montagna piccola, ch' tutta di sale in pietra e di solfo.
Il sale  in pezzi grandi, e molto bianco e molto buono: chiamanlo sal indo,
perch la natura lo produce quivi, e le navi che vengono l da tutte le altre
parti vengono a pigliar saorna del detto sale, percioch in tutti gli altri
luoghi val pur assai danari. Gli abitatori di questa isola e citt sono
Persiani e Arabi, e parlano arabico e un'altra lingua che chiamano psa.  gente
molto bella e bianca, e di buona statura cos gli uomini come le donne, e sonvi
anche fra loro negri di colore olivastro, perch sono di terra di Arabia; e li
Persiani sono molto bianchi e uomini grassi, e mangiano molto bene. Onorano la
setta di Macometto; sono molto lussuriosi e sodomiti, tanto che fra loro lo
tengono per ispasso dei giovani; sono musici di molti stormenti. Sono fra loro
assai mercatanti e molto ricchi, e molte navi, perch hanno buon porto e
trafficano molte sorti di mercanzie che quivi si conducono, e di l le portano
in altre parti.
D'India portano quivi d'ogni sorte di specie, droghe, pietre e altre mercanzie,
che sono pepe, gengevo, cannella, garofani, macis, noci moscate, pepe lungo,
legno d'aloe, sandalo, verzino, mirobolani, tamarindi, zaferano, indo, cera,
ferro, zucchero, riso, noci d'India, rubini, zaffiri, giagonzas, ametisti,
topazi, crisoliti, iacinti, porcellane, benzu (e in tutte queste mercanzie si
guadagnano molti danari), e molti panni del regno di Cambaia, Chaul, Dabul e
Bengala, che si chiamano sinabaffi, cautares, mamone, dugnasas, zaranotis, che
sono sorti di panni di bambagio, fra loro molto stimati, per far turbanti e
camicie, le quali molto usano gli Arabi e Persiani, e quei del Cairo, di Adem e
di Alessandria. Portano ancora a questa citt di Ormuz argento vivo, cinaprio,
acqua rosa, e broccati e seta, grana, ciambellotti communi e di seta; e dalla
China e Cataio portano a questa citt per terra molta seta fina in matasse,
muschio molto fino e riobarbaro; e dal paese di Babilonia portano turchine
molto fine, e alcuni smeraldi e azurro molto fino; e da Acar e da Baharem e da
Iulfar portano molte perle grandi e minute; e dal paese d'Arabia e di Persia
molti cavalli, che di l gli portano poi alla India, che ognuno vale pi di 500
o seicento ducati, e alle volte mille: e nelle navi che portano questi cavalli
caricano molto sale, dattili, uve passe, solfo e altre mercanzie, delle quali
gl'Indiani ne hanno assai piacere.
Questi Mori di Ormuz vestono molto bene di certe camicie molto bianche e
sottili e lunghe di bambagio, e portano braghesse di bambagio sottile, e di
sopra veste di seta di molto valore, e di ciambellotto di grana, e almaizares,
cio mantelli alla moresca, pur di assai valuta, e alla cintura portano certe
daghe e cortelli forniti d'oro e d'argento, e alcune spade grandi tutte ornate
d'oro e d'argento, secondo la qualit delle persone, e certi broccolieri
grandi, tondi, forniti di seta, molto ricchi; e in mano portano archi
turcheschi dipinti d'oro e di molti belli colori, con le corde di seta, i quali
sono di legno innervato e di corno di bufalo, e fanno un gran passare: ed essi
son grandi arcieri, e le lor saette son sottili e ben lavorate; altri portano
in mano mazze di ferro ben fatte e di lavori azemini. Sono uomini fortissimi,
politi e galanti, e li loro cibi sono di buone carni e delicate, pan di
formento e buoni risi, e molte altre vivande bene acconcie, molte conserve e
frutte inzuccarate e altre verdi, cio pomi e granati, persichi, albercochi,
fichi, mandorle, uve, melloni, ravani e altre erbe da insalata, e tutte le
altre cose che sono in Spagna, dattili di molte sorti, e altre cose da mangiare
e frutti che nelle nostre parti non si trovano. Non usano di bever vino di uva,
se non ascosamente, perch gli  proibito dalla lor legge, e le acque che
bevano sono lambiccate e poste a rifrescare: e cercano e fanno molte arti per
farle e mantenerle fresche, e tutti li gentiluomini onorevoli menano sempre
seco, dove si voglia che vadino, cos per le piazze e strade come in viaggio,
un paggio con un baril di acqua, il quale  di terra fornito d'argento, over
una inghistara d'argento, le qual cose fanno per pompa e per satisfar alla lor
vita delicata. Questi sono malvoluti dalle donne, perch il pi delle volte
menano seco schiavi gioveni eunuchi con li quali dormono; e questi tutti hanno
giardini e possessioni, alle quali vanno a solazzo alcuni mesi dell'anno.


La citt di Ormuz.

Questa citt  (come si  detto) molto ricca e abbondante di tutte le cose da
vivere, nondimeno il tutto vi  carissimo, perci bisogna condurlo per mare
dalli luoghi dell'Arabia e Persia. Nell'isola non nasce cosa alcuna, eccetto il
sale, della quale gli abitatori si possino servire; non hanno acqua da bevere,
ma giorno per giorno vanno con barche a pigliarla in terra ferma e altri luoghi
circonvicini. E pur con tutto questo si veggono sempre le piazze ripiene e
abondanti di vettovaglie, le quali si vendono a peso e con bonissimo ordine e
tassa; e se alcuno ingannasse nel peso o vero uscisse della tassa, vien
castigato. Vendonsi le carni lesse e arroste similmente a peso, e cos tutte le
altre vivande, tanto bene ordinate, acconcie e nette, che molti per mangiar di
quelle della piazza non fanno cucinare nelle lor case.
Nella citt fa residenza il lor re, il quale ha molti belli palazzi e fortezze
per sue abitazioni, e quivi tiene il suo tesoro e la sua corte, della quale
elegge li governatori e officiali di tutti i suoi regni e signorie.  ben vero
che quelli del suo consiglio son soli che fanno il tutto, che lui non
s'impaccia di cosa alcuna se non di darsi piacere e buon tempo, n anco saria
in sua libert di poterlo fare, perch se volesse governare a suo modo e fare
quel che gli piacesse, come usano gli altri re, gli sarebbono subito cavati gli
occhi e messo in una casa con la moglie, dove li sogliono mantenere
miserabilmente, e alzare per re uno del suo lignaggio, o suo figliuolo o altro
pi propinquo, acci che in suo nome il regno si governasse pacificamente. E
non solo il re, ma tutti gli altri che possino successivamente del regno essere
eredi, come crescendo sono atti di saper comandare e governare, e che pare al
consiglio che cerchino di voler darsi al governo, li fan prendere e cavar gli
occhi, rinchiudendoli dentro ad una casa, di maniera che sempre vi sono X o XV
di questi tali ciechi, alli quali insieme con le lor moglie e figliuoli  dato
da vivere, di sorte che quelli che regnano vivono sempre con questa paura.
Questo re tiene per pompa al suo servizio gran gente d'arme e cavalleria, ancor
che si dica per guardia, i quali tutti hanno onorata provisione e stanno sempre
con le lor armi nella corte, e ne manda ancora, quando fa di bisogno, nelle
fortezze di terra ferma.
In questa citt si battono monete d'oro e d'argento, e quelle di oro chiamano
sarafini, le quali vagliono trecento maravedis, delle quali la maggior parte
sono mezzi, che vagliono centocinquanta maravedis: ed  moneta tonda come la
nostra, con lettere moresche da ogni banda. La moneta di argento  simile ad un
fanan di Calicut, con lettere moresche, e val cinquantacinque maravedis, i
quali son detti in quella lingua tangas: ed  argento molto fino, e di lega di
dodici danari. Delle quali monete, cos d'oro come d'argento, vi  tanta
quantit che ne son portate per tutta l'India, dove elle hanno un gran corso.
Al detto regno d'Ormuz arriv gi un'armata del re di Portogallo, di cui era
capitano il signore Alfonso di Alburquerque, il quale avendo procurato di aver
intelligenza con questo regno, li Mori che governavano non volsero, per la qual
causa gli mosse guerra in tutti li porti di mare, faccendo lor molti danni.
Alla fine volse entrar per forza nel porto d'Ormuz, dove gli venne all'incontro
una grande armata di Mori, di grosse e gran navi piene di artegliaria e di
buona gente e bene armata, la qual ruppe: e nel conflitto ammazz gran quantit
di detti Mori, affond navi assai, abbruciandone molte altre che stavano surte
nel porto con il cavo in terra, propinque al muro della citt. Quando il re con
li governatori viddono cos gran destruzione di lor gente e navi, e non potersi
pi aiutare, offersero pace al detto capitano, il quale l'accett, con
condizion per che gli lasciassino fare una fortezza da un capo della citt:
del che si contentarono, ma dapoi che fu cominciata a fabricare si pentirono, e
non volsero che pi si seguitasse. Di nuovo li Portoghesi tornorno a muovergli
guerra, faccendo tanti danni che furon sforzati a farsi tributari del re di
Portogallo di quindicimila sarafini d'oro l'anno. E passati non molti anni
dapoi il detto re e suoi governatori mandarono uno ambasciadore al re di
Portogallo con lettere d'ubbidienza, alla tornata del quale il detto capitano
venne con l'armata in Ormuz, dove fu ricevuto pacificamente e datogli licenza
di compir la fortezza gi principiata, la qual fu fatta molto bella e grande.
Stando le cose in questi termini, il re, che era giovane di poca et, e in
potere di detti governatori tanto stretto che non ardiva fare da s cosa
alcuna, fece secretamente intendere al capitano la sua poca libert, e che era
tenuto come prigione, e che si avevano usurpato tirannicamente quel governo che
s'apparteneva ad altri governatori stati per avanti, e che gli pareva avessino
intelligenza col siech Ismael per dargli il regno. Il capitano tenne questa
cosa secretissima, e ordin di vedersi insieme col detto re in una casa grande
appresso alla marina, nella quale il giorno deputato entr il capitan maggiore
avanti, con forse dieci o quindici altri capitani, lasciata per la sua gente
molto bene ordinata, e il tutto guardato come si conveniva. Il re col suo
principal governatore vi vennero dapoi con molta gente, ed entrati che furono
con dieci o dodici onorati Mori, la porta fu subito serrata e guardata. Quivi
il capitano fece a pugnalate ammazzare il governatore avanti del re, al qual
disse: "Non abbiate paura, signore, perch questo che si fa  per farvi re
assoluto". Quelli che eran di fuori, cio li parenti, amici e servidori del
governatore, essendo genti assai e bene armate, udito il romore cominciorno a
sollevarsi, di sorte che fu necessario al capitan maggiore pigliare il re per
mano, e montarono sopra di un terrazzo tutti due armati, dal qual luogo il re
parl alli Mori per acquetarli: ma non fu possibil mai di fargli tacere,
percioch gridavano che fusse lor consegnato un fratello del re per signore, e
subito occuparono il palazzo e fortezze regali, dicendo che fariano un altro
re. Il capitano s'ingegnava pur con parole di metter loro le mani addosso, ma
non fu mai ordine: e si consum gran parte del giorno, cercando il re con
destrezza di fargli uscir fuora. Alla fine il capitano determin, non volendo
loro lasciar la fortezza per amore, d'amazzargli e cavarneli per forza: il che
inteso da detti Mori, deliberorno di darla pacificamente al re, e cos fu
fatto. Il re comand subito che questi tali con tutta la lor generazione
fussino sbanditi, la qual cosa fu adempiuta, e se ne andorno a stare in terra
ferma. Dapoi il capitano fece andare il re da quella casa al palazzo con gran
trionfo e con molto onore, accompagnato da gran moltitudine di gente, cos de'
nostri come de' suoi, e consegnatolo al governatore che per avanti soleva
essere, e resogli liberamente il palazzo e la citt, gli disse che dovesse
portare ogni onore al re come si conveniva, lasciandogli governare il suo regno
come gli piacesse, e che lo consigliasse nel modo e maniera che si sogliono
consigliare gli altri re mori: e cos fu posto il re in libert. Lasci dipoi
nella fortezza fatta un capitano portoghese con molta gente, ordinandogli che
dovesse dare ogni favore al re, il quale al presente non fa alcuna cosa se non
col consiglio del capitano di detta fortezza, e cos lui con tutti i suoi regni
e signorie stanno all'ubbidienza del re di Portogallo.
Poi che 'l predetto capitano maggiore ebbe acquietato il tutto e ridotto al suo
comandamento, fece subito mandare un bando che tutti li sodomiti fussino
scacciati fuor dell'isola, con pena che se mai vi tornassero, fussino
abruciati: della qual cosa il re mostr di esserne molto contento. Ordin poi
che fussino messi in una nave tutti li re ciechi che erano nella citt, che
potevan esser da 13 in 14, e li mand alle Indie nella citt di Goa, dove fa
lor dar da vivere con le sue entrate fino che durer la lor vita: e questo
acci che non sieno causa di qualche disturbo in detto regno di Ormuz, il quale
al presente sta in gran pace e quiete.


Del regno di Ulcinde, che sono i popoli ictiofagi.

Uscito del regno d'Ormuz si entra in quel di Ulcinde, ch' posto fra la Persia
e l'India:  regno da sua posta, e il suo re  moro, e la maggior parte della
gente del paese son mori; vi sono ancora Gentili, sudditi a detti Mori. Il
dominio di questo re  grande infra terra, ma ha pochi porti di mare; 
abbondante di cavagli. Da levante confina col regno di Cambaia, da ponente con
la Persia; ubidisce al siech Ismael. Quivi sono Mori bianchi e bruni, i quali,
ancor che abbino il parlar loro particolare, nondimeno parlano persiano e
arabesco. In questo paese si trova poco formento e orzo e carne, ed  tutto
pianura, dove si vedono pochi boschi o arbori; e si servono poco del navigar
per mare, ma vi sono grandissime spiagge deserte, sopra le quali attendono
molto al pescare e pigliano di grandissimi pesci, li quali insalano cos per
uso del paese come per caricare in certi navili piccoli e portargli in altri
regni. In questo paese mangiano li pesci secchi, e anco li danno a mangiare
alli cavalli e ad altri bestiami. Vi vengono alcune navi dell'India con
zuccheri, risi e altre specierie, legnami, tavole, canne grosse quanto la gamba
di un uomo, delle qual mercanzie fanno gran guadagno; e di qui levano bambagi,
cavagli e panni. Per mezzo del detto regno corre verso il mare un fiume
grandissimo, il qual viene della Persia, e pensano che abbia origine dal
Eufrates, bench nol sappino certo. Sopra questo fiume sono molti gran villaggi
di Mori ricchissimi, per esser ivi il paese molto grasso, abbondante e copioso
d'ogni cosa.


Del regno di Guzzarat in India.

Uscendosi di questo regno di Ulcinde, si entra nella India prima, nel gran
regno di Guzzarat, che fu gi del re Dario, del quale e del grande Alessandro
hanno questi Indiani molte istorie. Ha questo regno sotto di s molte citt e
castelli, cos dentro fra terra come nella costa del mare; ha molti porti, e
son molto dediti al navicare; vi son parimente infiniti mercatanti, cos mori
come gentili. Il re di questa regione era anticamente, con tutte le genti
d'arme e nobili del paese, tutti gentili: e ora son mori, doppo che furon da'
Mori conquistati, che gli tengon soggetti e usan contra di loro inumanit e
discortesie grandi.
Son di questi Gentili tre sorti, de' quali i primi son chiamati Rebuti, che
erano al tempo che erano i re loro gentili cavalieri, difensori del regno e
governatori della provincia, e guerreggiavan molto: e ancora di questi tali
sono in piedi alcuni luoghi fra le montagne che non han voluto prestar giamai
ubbidienza a' Mori, anzi fan lor continova guerra, e il re di Cambaia non 
potente tanto che gli possa destrugger n soggiogare; son bonissimi cavallieri
e grandi arcieri, e han molte altre sorti d'armi con che si difendon da' Mori,
senza aver sopra di loro re n signoria che gli governi.
Gli altri son chiamati Bancani, che son mercatanti e gran trafficatori: vivon
costoro fra' Mori, e con essi trattano le lor mercanzie. Son uomini che non
mangian carne n pesce, n pur cosa veruna che muoia, n uccidon cosa alcuna,
n voglion veder che si uccida, perch  lor vietato dalla lor legge idolatra,
e custodiscon questa osservazione in tanto estremo che  cosa di gran
maraviglia. Onde spesso accade che i Mori portano lor innanzi qualche vermi o
passeri vivi, dicendo che gli vogliono uccidere al cospetto loro, ed essi gli
riscattano e comprano per porgli in libert di volare, e gli salvan la vita per
pi danari che non vagliono; e parimente, se il governatore della provincia ha
in prigione alcun uomo dannato alla morte per giustizia, si uniscono insieme
questi Bancani e gli comprano dalla giustizia perch non muoiano, e molte volte
gli li vende. Similmente i Mori, quando vogliono ottener da lor limosina,
prendono nelle mani pietre grossissime e con esse si percuoton la testa, il
petto, il corpo, mostrando di voler uccidersi nel cospetto loro: ed essi, acci
che nol faccino, danno loro la limosina e mandangli via. Altri vi sono che
prendon coltelli e si dan coltellate nelle gambe innanzi a loro, per cavar lor
limosina dalle mani, e altri gli vanno a portar inanzi le porte a uccidere
ratti, serpe e altri vermi, e perch non lo faccino essi gli dan danari, in
modo che son da' Mori mal trattati. Questi tali, se per strada trovassero un
formicaio, si scostano dal cammino e vanno a cercare altra via per non
calpestarle; e similmente cenano di giorno, perch la notte non accendon lume,
accioch le mosche, zenzale e altri simili animalucci, come son le farfalle,
non vadano a morir nei lumi: e se avvien che per necessit lor bisogni di
accender candele, le tengon serrate nelle lanterne di carta o di tela incerata,
in modo che cosa viva non possa entrarvi a morire. Costoro se hanno pidocchi
addosso non gli ammazzano, e se molto gli dan noia, fan chiamar certi uomini
similmente gentili, i quali essi reputano persone di santa vita, come eremiti
che vivono in molta astinenza, e questi tali gli spidocchino e, postisi tutti
li pidocchi che gli cavano sopra il capo, gli nutriscon della lor propria carne
per amor degl'idoli loro. E cos hanno questa legge di non uccidere in grande
osservanza, e all'incontro son grandissimi usurari e falsarii di pesi e misure
e mercanzie e ancora di monete, bugiardi e barattieri.
Son questi idolatri disposti delle vite loro e ben proporzionati, e galanti nel
vestire, delicati e temperati nel vivere: le lor vivande sono latte e butiro,
zuccaro, riso e conserve di molte sorti; usano assai frutti, pane ed erbe, cos
domestiche come di campagna. Han tutti orti e giardini da frutti in qualunque
luogo si vivano, con molti stagni d'acqua dove si bagnano ogni giorno due
volte, cos le donne come gli uomini: e lavati che si sono, hanno per fede che
sia lor fatta remissione delle colpe e peccati loro commessi per l'adrieto.
Usano di portare i capegli lunghissimi, a guisa delle donne di Spagna, e
portangli raccolti sopra la testa e fatti in un cerchio, acconciamento molto
bello; e sopra hanno poi un fazzuolo che li mantiene, e sempre fra dette
treccie portano intromessi molti fiori e cose odorifere, ed essi si ungono con
sandali bianchi mescolati con zaffarani e molti altri odori. Son uomini
innamorativi molto, e van ignudi dalla cintura in su, e da basso van vestiti di
panni di seta ricchissimi, e portano scarpe con la punta di bellissimo
cordovano e ben lavorato, e alcune vestette similmente di bambagio corte, con
le quali cuoprono i lor corpi. Non portan arme, ma solamente certi coltelli
piccioli guarniti d'oro e d'argento, per due cagioni, l'una perch son persone
che poco si prevagliono dell'arme, l'altra perch i Mori glielo vietano. Usano
molti pendenti d'orecchie d'oro e d'argento e pietre preziose, e molte anella e
cinture d'oro e di gioie sopra dei panni. E le donne di questi gentili son
molto delicate e belle di viso e di persona, eccetto che sono alquanto brune.
Vestono vestimenti di seta medesimamente come i mariti, lunghe fino a' piedi, e
alcune vestette piccole di sopra con maniche strette e aperte alle spalle, con
altri panni di seta che si cuoprono al modo d'un almayzar moresco; portan poi
le teste discoperte, con li capegli sparsi sopra di quelle, nelle gambe manigli
d'oro e d'argento molto grossi, e anelli nelle dita di piedi, e alle braccia
paternostri grossi di corallo e d'oro e anche fatti d'oro filato, e al collo
collanette strette d'oro e di gioie, e nell'orecchie molti pendenti in filetti,
overo anella d'oro e d'argento, cos grandi che per esse pu entrar un ovo. Son
donne che stan retirate, e quando escon delle lor case vanno molto coperte dei
lor panni sopra le teste.
Gli altri son chiamati Bramini, che  l'altra sorte di Gentili, che son
sacerdoti e persone che ministrano e governano l'idolatrie, e hanno gran
chiese, delle quali alcune si mantengono con intrata e l'altre con limosine.
Quivi hanno essi molti idoli di pietra, alcuni altri di legno e chi di
mettallo: nelle quali case e monasteri fan sempre molte cerimonie a questi lor
idoli, festeggiandoli molto con suoni e canti e molti luminari d'olio, e usano
le campane alla foggia nostra. Hanno questi Bramini imagini che figurano la
santa Trinit; onoran molto il numero trinario, fanno l'orazione loro a Iddio,
il qual confessano vero Iddio creatore e fattore di tutte le cose, e che la sua
deit  tre in una sola persona, e che oltre di questo vi sono molti altri
Iddii che governano per lui, nei quali essi similmente credono. Questi tali,
ovunche ritrovano delle nostre chiese, vi entrano volentieri e adorano le
imagini nostre, e domandano sempre di santa Maria nostra Signora, come uomini
che hanno di lei qualche notizia. Si convengono col modo nostro nell'onorar la
chiesa, e dicono che fra loro e noi non  molta differenza. Vanno scoperti
dalla cintura in su, e portano sopra una spalla un cordon di tre fili, al qual
segno son conosciuti per Bramini. Sono uomini che similmente non mangiano cosa
che riceva morte, n uccidono cosa alcuna; hanno per gran cerimonia il lavarsi
i corpi loro, e dicono che con questo si salvano. Questi Bramini, e cos
parimente i Brancani, tolgono moglie all'usanza nostra, e ciascuno piglia una
sola donna e una volta solamente. Fanno nelle nozze loro grandissime feste, che
durano molti giorni, e in esse si congregano molte gente e molto ben vestite
per onorarle; e per la maggior parte si maritano da piccioli, cos donne come
uomini. E il giorno delle nozze se ne stanno gli sposi sedendo sopra un letto,
vestiti ricchissimamente e adornati di molte gioie e pietre preziose, e innanzi
di loro  posta una mensa picciola, con un idolo coperto di fiori e molti lumi
a olio accesi all'intorno. Quivi hanno da star amendui con gli occhi intenti
verso quell'idolo dalla mattina fin alla sera al tardi, senza bere e mangiare,
n pur parlare ad alcuno: sono in questo tempo festeggiati molto dai convitati
con lor cantare, sonare e ballare, e tirano molte botte di artegliaria e molte
altre sorti di fuochi artificiati in segno di festa. E se aviene che muoia il
marito, non si marita mai pi la donna, e cos fa il marito morendo la moglie.
E i figliuoli son lor propi eredi, e i Bramini bisogna che siano nati di
Bramini, fra' quali ci son di quei di pi bassa condizione che gli altri, che
servono per messaggieri e viandanti; e vanno sicuri da tutte le bande senza che
sia lor data noia alcuna, avvenga che sia guerra e vi sien ladri alla strada;
chiamangli questi Pater.


Del re di Mori di Guzzarat, che  del regno di Cambaia.

Il re de Guzzarat  grandissimo signore, cos di entrata come di genti e di
paese ricco;  moro con tutti suoi, come si  detto, e ha con esso lui corte
molto onorata e gran cavalleria.  signor di molti cavalli e buon numero di
elefanti, che son condotti a vender quivi dal paese di Malabar e di Zeilam: e
con questi cavalli ed elefanti fan guerra a' Gentili del regno di Guzzarat che
non lo vogliono ubbidire, e ad alcuni altri regni co' quali sono alle volte in
contesa d'arme. Fan sopra gli elefanti castella di legno, dove stanno quattro
uomini che portano archi e schiopetti e altre armi, e quivi combattono co'
nemici: e sono gli elefanti in questo esercito cos ammaestrati, che sanno
entrar nella guerra e co' denti ferire i cavalli e la gente, con ferocit tale
che presto mettono in rotta qualunque battaglia; per son s paurosi e dogliosi
delle ferite che, tosto che ne ricevono, fuggono e si mettono in confusione fra
loro, e similmente nelle proprie genti. Di questi animali ne ha il re in corte
sua quattrocento o cinquecento, molto belli e di grande statura, che gli compra
per prezzo di millecinquecento ducati l'uno ai porti di mare, dove i Malabari
vengono a vendergli. E fan similmente gran guerra con i cavai, che nascon nel
paese infiniti: e i Mori e Gentili di questo regno son destri cavalcanti, e
cavalcano alla bastarda, e servonsi di sferze, portando fortissimi scudi in
braccio, tutti rotondi, guarniti di seta, e porta ciascun due spade e una daga
e il suo arco turchesco con bonissime freccie; e alcuni ve ne sono che portano
mazze di acciaio, e molti di essi camicie di maglia e altri saii imbottiti di
bambagio, e hanno i lor cavalli coperti con testiere di acciaio, e in questa
guisa combattono bravamente e con molta leggierezza. E son s adestrati nelle
selle che a cavallo correndo giocano con certi bastoni, con i quali danno ad
una palla, o simil altro giuoco; usano anco, come in Spagna, il giuoco delle
canne.
Son questi Mori bianchi e di molte sorti, cos turchi come mamalucchi, arabi,
persiani, coracani, turcomanni, del regno di Deli, e altri nativi del medesimo
paese. Quivi si uniscono insieme tutte queste genti, per esser paese molto
ricco e abbondante, e sono benissimo pagati dal re e bene alloggiati. Vanno
questi tali molto ben vestiti di ricchi panni d'oro e di seta e bambagio e
ciambellotti, e tutti portano fazzuoli in capo e le lor vestimenta lunghe, cos
camicie moresche e braghesse, e borzacchini fino al ginocchio, di grossi e
buoni cordovani lavorati con lacci d'oro nelle estremit, e le loro spade nelle
cinture o nelle mani de' suoi paggi, ben guarnite d'oro e d'argento. Hanno le
lor donne bianche e molto belle, similmente bene ornate di vestimenti, e
possono pigliarne in matrimonio quante ne possono mantenere per onorar la setta
macomettana: e cos ve ne sono di quei che ne hanno chi tre, chi quattro e chi
otto, e di tutte hanno figli e figlie. E questi Mori di Cambaia parlano molti
linguaggi, come di Arabia, di Persia, di Turchia e Guzzuratte. Mangiano pane di
formento e riso e carne d'ogni sorte, eccetto la porcina, per esser vetato
dalla lor legge; sono uomini dati a' piaceri, e si dan buon tempo, consumano
robba assai. Essi van sempre con le teste rase, e le donne con bei capegli;
quando escon delle lor case vanno a cavallo e in carrette, e tanto coperte che
niuno le pu vedere. Son uomini gelosi molto, e possono quando vogliano
repudiarle, pagando loro una certa quantit di danari che si promette quando si
maritano con esso loro: ed elle repentendosi han la medesima libert di
repudio.
Questo re di Cambaia  di poco tempo nel reame, ed era chiamato il padre sultan
Maumetto, del qual non voglio restar di scrivere quanto io intesi, cio che
costui fu creato nutrito da picciolo in veleno, temendo il padre che, per
l'usanza che  in quel paese di uccidersi con questo inganno i re, a lui non
avvenisse il caso. Questo re lo cominci a mangiare in s poca quantit che non
gli potesse nuocere, e dopo pian piano lo and accrescendo, in modo che dopo ne
mangiava quantit grande; onde divenne cos velenoso che, se una mosca se gli
poneva sopra una mano, si gonfiava e cadeva incontanente morta, e molte donne
con chi egli dormiva morivano tosto del suo veleno, il quale esso re non poteva
lasciar di mangiare, perch non usandolo sarebbe incontanente morto, s come
vediamo per esperienza, se gl'Indiani lasciano di mangiare l'amfiam, muoiono
presto. Cos quei che mai cominciorono a mangiarne, quando lo mangiano muoiono
di esso, e per cominciano a mangiarne da piccioli, in s poca quantit che non
pu lor far male, per spazio di qualche tempo, e doppo vanno augumentando la
quantit a poco a poco, fin che ha in esso fatto l'abito. Questo amfiam 
freddo in quarto grado, e per esser cos freddo uccide: e noi lo chiamamo
oppio, il quale le donne indiane, quando si vogliono uccidere per alcun
disonore avvenuto loro o disperazione, lo mangiano con oglio di susimani, e in
questo modo muoiono dormendo senza sentir la morte.


Della citt di Campanero.

Ha questo re nel regno suo molte citt grandi, e principalmente la citt di
Campanero, dove egli fa di continuo la sua residenza con tutta la sua corte: la
quale  in sito longo dal mare,  piana e fertile molto di tutte le sorti di
vettovaglie, frumento, biada, miglio, riso, ceci e d'ogni sorte di legumi, di
molte vacche, castrati, capre e molti frutti, e ha vicini luoghi da caccia,
dove sono molti e diversi animali selvatici e caccie d'uccelli; e hanno cani e
falconi e leonze domestice da cacciare in ogni sorte di salvaticine, e per suo
spasso ha il re molti animali di molte sorti, che gli manda a pigliare e gli fa
allevare. Questo re mand una volta al re di Portogallo una garda, perch disse
che aveva gran piacer di vederla.


Ardavat.

Nell'uscir di questa citt ed entrando pi innanzi nel regno, si trova un'altra
citt chiamata Ardavat, maggior della citt di Campanero, ed  ricca molto e
fornita. In questa solean sempre far residenza gli altri re passati; e ha come
l'altra di Campanero bellissime piazze,  circundata di buone mura, e son le
case di pietra e calcina, coperte di tegole all'usanza nostra, e vi sono molti
gran cortili e bagni, stagni di acqua dove abitano. Servonsi di cavalli e lor
mule, camelli e carette. Hanno bellissime fiumane e grande abbondanza di pesci
di acqua dolce; similmente hanno giardini copiosi di diversi frutti. E dentro
nel regno sono molte citt e castella, nelle quali tiene il re i suoi
governatori e scotitori delle sue entrate, i quali se accade che errino, esso
gli manda a chiamare, e doppo l'avergli uditi fa lor bere una tazza di veleno,
del qual incontanente muoiono: e cos gli gastiga, in modo che tutti lo temono
oltre a modo.


Di Patenissi.

I luoghi che ha questo re nella costa del mare son questi. Primamente,
nell'uscir del regno di Dulcinde per andar verso l'India, si trova un fiume,
nella riva del quale  una gran citt chiamata Patenissi, di buon porto di mare
e molto ricco e di gran traffico. Quivi si lavorano molti panni di seta
figurati di molti bei lavori, che si trasportano per tutta l'India, Malaca e
Bengala; hanno queste genti ancora panni assai di bambagio. A questo porto
arrivano molti gionchi, che son navili carichi di cochi e di zuccaro fatto di
palma, ch'essi chiamano iagara; e di qui si portano in cambio adietro gran
quantit di questi panni e bambagi, cavalli, grano e legumi, in che si
guadagnano gran danaro. Il lor viaggio con le starie che fanno sono di quattro
mesi.


Di Curati Mangalor.

Passato questa citt e seguendo la costa del mare, si truova un altro luogo che
ha similmente buon porto, e chiamasi Curati Mangalor, dove come nell'altra
apportano molte navi di Malibar per cavalli, grano, panni e bambagi, e per
legumi e altre mercanzie che sono in prezzo in India; ed essi vi portano cochi,
iagara, che  il zucchero per far bevande, smeriglio, cera, cardamomo e ogni
altra sorte di speziaria, nel qual traffico si fa grandissimo guadagno in poco
tempo.


Del Diu.

Seguendo oltre il cammino di questa costa di mar, si fa una punta in fuori
dell'acqua, e congiunti a essa  una picciola isola che ha un luogo molto
grande e buono, che i Malabari lo chiamano Diuxa e i Mori del paese lo chiamano
Diu. Ha questo luogo un bonissimo porto, ed  una grande scala e di molto
traffico di mercanzia, lunga navigazione di Malabari e di Bengala, Goa, Dabul,
Cheul; e quei di Diu navigan verso Adem, la Mecca, Zeilam, Barbora, Magadaxo,
Brava, Mombaza, e per Ormuz e per tutto il suo regno. Portano i Malabari quivi
cochi, iagara, che  zucchero, cera, smeriglio, ferro, zucchero di Bangala, e
ogni sorte di speziaria che si possa aver in India e che venghi dalle Moluche.
Vi  anco molta quantit di panni di bambagio di Dabul e Chaul, che essi
chiamano bairames, e veli per donne, che di quivi li portano in Arabia e
Persia, e dove caricano di ritorno panni paesani e di bambagio e di seta,
cavalli, formenti, legumi, olio di susimani e susimani e amfiam, cos di quel
che viene in Adem come di quel che nasce nel regno di Cambaia, che non  s
fino come quel di Adem; e conducono molti ciambellotti communi e altri di seta,
che si fanno in esso regno di Cambaia, e tapeti grossi, taffet, panni di grana
e d'altri colori. E le speziarie e l'altre cose dell'India portano quei del
paese a vendere in Adem e in Ormuz, in tutte le parti d'Arabia e Persia, in
modo che questo luogo  la maggior scala di traffico che sia in quelle parti.
Rende di entrata s gran somma di danari che  cosa di maraviglia, per il
carico e scarico di cose tanto ricche, perch l portano dalla Mecca gran
quantit di coralli, rami, argento vivo, cinaprio, piombo, alume, rubia, acque
rose e zafarani, e molto oro e argento, cos battuto in monete come da battere.
In questo luogo tiene il re un governatore moro chiamato Melchias, uomo vecchio
e buon gentiluomo, destro e prudente e di gran sapere, e che vive con grande
ordine in tutte le sue cose. Fa far molta artegliaria e ha molti navili da remi
ben ordinati, piccioli e agili molto, che li chiamano talaie o guardie. Ha
fatto nel porto un belloardo fortissimo e bello, dove egli tiene gran copia
d'artegliaria con molti bombardieri. Ha sempre con esso lui molti uomini
d'arme, a' quali d buona provisione: e stanno sempre bene armati, perch sta
sempre sopra aviso, temendo grandemente il poter del re di Portogallo, e per
questo fa molto onore e carezze a' Portogallesi che quivi arrivano. E la gente
che ha in governo  ben corretta e governata, fa gran giustizia e tratta molto
bene i naviganti forestieri, facendo lor molti piaceri.
In questo porto di Diu arriv gi una grande armata del gran soldano, di navi
di gabbia e galee benissimo in ordine, con molta gente e ben armata, della
quale era capitano Amirassem; e veniva per ripararsi in questo porto con
l'aiuto di esso re di Cambaia e di questo governatore Melchias, con animo che
ristorata che fosse dal lungo navigare, di andar alla volta di Calicut e quivi
combatter co' Portoghesi, per gittargli fuor dell'India: nel qual porto stette
gran tempo, faccendo molti apparecchi per quella guerra. Ma intesasi la cosa,
l'armata di Portogallo la volse venir a ritrovare, della quale era capitan
maggiore don Francesco d'Almedia vicer in India, e i Mori uscirno contra di
essa in mare, e nella bocca del porto combatterono queste due armate con tanta
ferocit, che d'ambe le parti moriron molte genti e molte ne rimasero ferite, e
al fine furon vinti i Mori e presi con grande uccision loro, e furon le navi e
le galee pigliate da' Portoghesi, con tutte l'arme e molti pezzi d'artegliaria
grossa, e molti Mori furon presi, e salvossi Amirassem. La qual ruina e
distruzione veduta da Melchias, dubitando per il favore dato di esser in mal
conto appresso il vicer, incontanente gli mand messaggieri per domandargli la
pace, e mandogli molte vettovaglie da rifrescar i suoi, con altri presenti.


Di Cuogari.

Pi oltre nella detta costa, la qual dopo comincia a far una volta dentro di
Cambaia, nella qual volta son molti porti di mare che ha il detto re, con molti
luoghi di gran traffico, l'un dei quali  Cuogari, ch' una citt molto grande
e di buon porto, dove sempre si caricano molte navi di mercatanti da Malabari e
degli altri porti dell'India, e molte altre per la Mecca e Adem: e quivi si
negozia d'ogni sorte di mercanzie, come in Diu.


Di Varvesi.

L'altro si chiama Varvesi, che  porto di mar similmente, nel qual parimente si
traffica di qualunche sorte di mercanzia per tutte le parti: delle gabelle e
dritti delle quali cava il re assai, che in ciascun di questi duo luoghi tiene
egli le sue doane, e tutte sono fornite di buone vettovaglie.


Del fiume Guandari.

Pi innanzi  un altro luogo su la bocca di un picciol fiume, che si chiama
Guandari, assai buona terra, e porto di mare del medesimo tratto, percioch
dentro seguendo quel fiume sta la gran citt di Cambaia. Quivi vengono molti
zambuchi, che son navili piccioli del paese di Malabari, con areca, specierie,
cera, zuccaro, cardamomo, smeriglio, avorio ed elefanti: e queste mercanzie si
vendono quivi assai bene, e da questo luogo si trasporta bambagio filato,
susimani, formento, ceci, cavalli e cavalle, e altre molte mercanzie. La
navigazione di questi luoghi  pericolosa molto, e specialmente per le navi che
pescano gran fondo, perci che in questo colfo che fa la detta costa  tanto il
discrescere, che in brevissimo spazio si discuopre il mare da 12 in 15 miglia,
e in alcuni luoghi meno: e a coloro che quivi entrano convien pigliar nocchieri
del paese, perch, quando il mare descresce, sappiano restare in pozzi che vi
sono; e alle volte errano e rimangon sopra pietre, onde si perdono.


Della citt di Cambaia.

Camminando lungo questo fiume di Guandari si trova la gran citt di Cambaia,
populatissima di Mori e di Gentili, la qual  molto grande, con bellissime case
di pietra cotta e pietra viva, alte e ben fabricate, con le lor finestre, e
coperte di tegole al modo di Spagna; le strade e piazze son larghe e spaziose.
 posta detta citt in un paese bello, fertile e abbondante d'ogni cosa che si
possa desiderare al vivere umano, e di tutte le delizie; vi sono grandissimi
mercatanti, cos mori come gentili, e artigiani di tutte le arti e lavori
sottili, secondo che si trovano in Fiandra, e del tutto ne fanno buon mercato.
Qui si lavorano assai tele e panni di gotton bianchi, sottili e grossi, e di
varie sorte tessuti e dipinti; similmente panni di seta di diversi colori e
maniere, ciambellotti di seta, velluti alti e bassi d'ogni colore figurati, e
rasi chermisini, taffett e tapeti grossi. Gli abitanti naturali del paese son
quasi bianchi, cos uomini come donne. Quivi stanziano molti forestieri
bianchi, che vanno ben vestiti e in ordine, dandosi a tutte le dilizie di
sollazzi, piaceri e giuochi. Hanno per costume di lavarsi spesso. Tutti li lor
cibi son buoni e delicati. Vanno sempre profumati e unti di cose odorifere,
cos le donne come gli uomini, e portano di continuo fiori, come di gelsomini e
d'altre varie sorti odorati, che ivi nascono, posti fra li cappelli. Sonvi
molti buoni musici, che suonano e cantano con varie sorte d'instrumenti.
Adoperano in la citt carrette tirate da buoi per diversi loro bisogni, e
ancora con cavalli, ma queste sono coperte e serrate d'intorno, e hanno le lor
fenestrelle a modo di camere, e dentro via sono fodrate di panni di seta, e
alcune con corami dorati; hanno li stramazzi, coltre, cossini molto ricchi di
seta, e similmente li carrettieri vestiti. In queste tal carrette di continuo
si veggono andar uomini e donne sollazzandosi, e a veder giuochi e visitar loro
amici dove vogliono senza esser veduti, e loro veggono ognuno come piace loro.
Vanno anco cantando e sonando, con varii instrumenti che dilettano grandemente.
Hanno molti giardini con arbori di varii e delicati frutti, e orti pieni di
fiori che tutto l'anno si veggono, e d'infinite erbe da mangiare che seminano e
allevano, massimamente per causa di Gentili che non mangiano carne n pesce: e
in questi tal giardini si riducono a darsi buon tempo e transtullo.
In detta citt si consuma molto avorio in opere sottili lavorate a disegno,
come tarsie e altre opere di torno, in manichi di coltelli e spade, manigli,
tavolieri da scacchi. Qui sono gran maestri di lavorare a torno, che fanno
lettere ben lavorate, paternostri di molte sorti, negri, gialli, azurri, rossi,
che son condotti poi per diverse parti. Sono anco gran gioiellieri, che
conoscono le gioie buone e ne sanno far similmente di false d'ogni sorte, e
delle perle che paiono naturali. Si trovano anche gran maestri orefici di far
vasi d'argento e grandi e piccoli. Qui si fanno belissime coltre, tornaletti,
cieli e padiglioni con disegni, e lavori sottilissimi e pitture, e vestimenti
imbottiti in diverse e varie maniere; qui si acconciano coralli, corniole e
ogni sorte di gioie, di pietre.


Del luogo detto Limadura.

Passata la citt di Cambaia, andando pi fra terra, si truova un luogo detto
Limadura, dove  la miniera delle corniole, delle quali si fanno li paternostri
per Barbaria: questa  una pietra bianca come il latte, che ha anco del rosso,
il qual col fuoco lo fanno pi colorito; ne cavano pezzi grandi, delli quali vi
son gran maestri che li lavorano in diversi modi, cio di lunghi, in otto
faccie e di molte altre maniere e foggie; ne fanno anco anelli, bottoni e
manichi di spade. Li mercatanti di Cambaia li vanno a comprare e l'infilzano
per portarli a vendere nel mar Rosso, di donde sono poi condotti alle nostre
parti per via del Cairo e Alessandria, e similmente le portano per tutta
l'Arabia, Persia e per la Nubia; al presente le vanno a vendere in India,
perch li Mori volentieri le comprano. Si trovano similmente in detto luogo
molte pietre di calcedonia, la qual loro chiamano babayore, e di queste ne
fanno paternostri e altre cose da portar sopra la persona, che li tocchi la
carne, dicendo che  buona per conservarsi castit. Queste tal pietre sono ivi
in poco prezio, per esserne grande abondanza.


Del luogo detto Ravel.

Tornando alla volta del mare, passato che si ha Guandari, sopra la costa
andando avanti si trova un bel fiume, che da questa banda ha un luogo buono
abitato da Mori, detto Ravel, con molti giardini, strade, piazze.  luogo molto
dilettevole e ricco, perci che questi tal Mori vanno con le lor navi
trafficando in Malacha, Bengala, Ternasari, Pegu, Martabane e Samotra, dove
levano tutte le sorti di specierie, droghe, sete, muschio, benzu, porcellane e
ciascuna altra mercanzia ricca. Hanno grandi e belle navi, di sorte che chi
vuol avere d'ogni cosa, venendo qui le trover pi copiosamente che in alcuna
altra parte, e a buon mercato. Li Mori abitanti son bianchi, e vanno ben
vestiti e riccamente, e le donne son molto belle. Nelle masserizie di lor case
hanno molti vasi di porcellana fatti in diverse foggie, e li qual tengono sopra
le scanzie posti tutti ad ordine. Le donne di costoro non stanno cos rinchiuse
come quelle delli luoghi di Mori detti di sopra, ma se ne vanno per la citt
faccendo ci che lor piace, col volto scoperto, come si usa nelle nostre parti.


Della citt di Cinati.

Passato il fiume detto Ravel, dall'altra banda  posta una citt detta Cinati,
sopra la riva del detto fiume, la quale  medesimamente di gran traffico d'ogni
sorte di mercanzie. Quivi navigano di continuo molte navi di Malabari e di
molte altre parti, dove discaricano e poi caricano le loro mercanzie, per esser
questo un de' principali porti di mare, e sono in la citt molti gran
mercatanti, cos mori come gentili e di ciascuna altra generazione di gente che
di continuo vi abita. Costoro chiaman la dogana dinana, la qual soleva render
molti danari al re di Guzzerati, ma al presente la signoreggia e governa
Milagobin gentile, come padron di quella. Costui  fama esser un uomo privato
il pi ricco di tutta l'India, e che per certe parole e ciancie che gli furon
dette fece ammazzar il re di Guzzerati.


Debuy.

Passando il detto luogo di Cinati, avanti per la costa si trova un luogo
chiamato Debuy, di Mori e Gentili, similmente di gran traffico di mercanzie,
dove scaricano molte navi di Malabari e di altre diverse parti.


Vaxay.

Passando Debuy, lungo la costa avanti vi  un villaggio di Mori e Gentili
chiamato Vaxay, con il suo porto di mare, che  pure del re di Guzzerati, nel
qual si trovano molte mercanzie e vi sono gran numero di navi, che ivi vengono
di tutte le parti, e molti zambuchi, navili del paese di Malabar, carichi di
areca e cochi e di spezierie, delle qual gli abitanti si servono; e
all'incontro levano quivi altre mercanzie che in Malabar si consumano.


Tana Mayambu.

Pur lungo la detta costa, andando avanti vi si trova una fortezza del detto re
che si chiama Tana Mayambu, appresso della qual vi  un villaggio di Mori,
molto dilettevole e ameno e con giardini bellissimi. Vi son molte moschee di
Mori e case di orazione di Gentili, ed  posto questo villaggio quasi in capo
del regno di Cambaia e quello di Guzzerati. Vi  similmente porto di mare, ma
di poco traffico. Stanziano ivi alcuni corsali, che usano navili piccoli, come
fregate, con le qual escono in mare, e se trovano qualche navilio piccolo che
possa manco di loro, lo pigliano e rubbano e alle fiate gli ammazzano le genti.


Regno di Decam.

Uscendo del detto regno di Guzzerati e Cambaia verso l'India fra terra, vi  il
regno di Decam, che gl'Indiani chiamano Decam. Il re  moro e gran parte del
suo popolo son gentili, ed  gran re e tien molta gente, ed  un gran paese che
si stende molto fra terra. Vi sono molto buoni porti di mare, di gran traffico
di mercanzie che si consumano in terra ferma, e sono i luoghi seguenti.


Cheul.

Passato il regno di Cambaia, andando avanti lungo la costa vi  un bellissimo
fiume, e appresso di quello un luogo detto Cheul, molto grande e con belle
case, ma tutte per coperte di paglia. Quivi si fa un gran traffico di
mercanzie, e nelli mesi di dicembre, gennaro, febraro e marzo vi si trovano
molte navi del paese di Malabar e di molte altre parti cariche di mercanzie,
cio quelle di Malabar di cochi, che sono noci d'India, areca, spezierie,
drogherie, zucchero di palma, smeriglio: le qual cose sono condotte dentro fra
la terra ferma e per il paese di Cambaia, le navi del qual paese vengono qui a
pigliarle, e portano tele sottili di bambagio e d'altre sorti panni e mercanzie
che sanno esser in pregio grande in Malabar, e qui le barattano in le
sopradette cose. E quelli di Malabar caricano le lor navi di ritorno di molto
formento, legumi, miglio, riso, susimani e olio che  delli detti, che in quel
paese ve n' in abbondanza; comprano similmente detti Malabari molte pezze di
beatillas per far fazzuoli da capo alle donne, e molti panni bairami, delli
qual se ne trovano in quantit. In questo regno e in questo porto di Cheul si
spaccia molto rame e a bonissimo prezio, e val il cantaro ducati XX e pi,
perch dentro fra terra si batte di quello moneta per ispendere, e fansi
caldiere per cucinare; si consuma similmente nel paese molto argento vivo e
cinaprio, per mandar fra terra e per il regno di Guzerath, il qual rame e
argento vivo e cinaprio vien portato l dalli mercatanti di Malabari che
l'hanno dalle fattorie di Portogallo, e altri che lo portano per la via della
Mecha, che vien ivi dal Diu. Li panni bairami queste genti li portano cos
grezzi per alcuni giorni, dapoi li curano e fanno molto bianchi, dandoli la sua
concia con gomma, per venderli: e per questo se ne trovano molti che son rotti.
In questo porto di Cheul vi sta per l'ordinario poca gente per abitar, salvo
tre o quattro mesi dell'anno, al tempo del caricar, che vi si riducono li
mercatanti delli paesi circunvicini per far le lor faccende, e dapoi se ne
ritornano alle case loro, di maniera che questo luogo  come una fiera in
questi mesi. Qui sta un Moro come signore che governa il tutto, ed  vasallo
del re di Decam, e riscuote le sue entrate e gli rende conto di esse: chiamasi
Pechieri, gran servitor del re di Portogallo e molto amico di noi altri
Portoghesi, e fa gran carezze a tutti quelli che vi vengono, mantenendo il
paese molto sicuro. In questo luogo di Cheul abita di continuo un fattore
portoghese, posto per il capitano e fattor nostro di Goa, per mandar di qui
vettovaglie e altre cose necessarie alla citt di Goa e alle armate di
Portogallo. E dentro fra terra, per il spazio di tre miglia da Cheul, vi  un
altro luogo di Mori e Gentili, dove si riducono dalle citt e luoghi lontani li
mercatanti a far le lor botteghe di panni e mercanzie nelli mesi sopradetti, le
qual cose conducono in gran carovane di buoi mansueti, che portano il basto
come fanno gli asini: e gli caricano con certi sacchi lunghi buttati a
traverso, e in questi son le mercanzie, e un conduttore ne aver da trenta in
quaranta avanti di s.


Danda, porto di mare.

Passato il detto luogo di Cheul, per la costa avanti verso Malabar, si trova un
altro luogo e porto di mare, similmente del regno di Decam, che si chiama
Danda, dove entrano ed escono molte navi de Mori e Gentili, cos di Guzzerati
come di Malabari, con panni e altre mercanzie, come ho detto di quello di
Cheul.


Mardavad fiume.

Pi avanti vi  un fiume detto Mardavad, sopra le ripe del quale vi  un luogo
di Mori e Gentili del regno di Decam, e dove sbocca vi  il porto di mare. Qui
capitano molte navi da molte bande a comprar panni, e principalmente quelle del
paese di Malabar, e portano noci d'India in gran quantit, areca, spezierie, e
pigliano rame, argento vivo: e tutte queste tal sorti di mercanzie comprano li
mercatanti che le portano fra terra.


Citt di Dabul.

Passato il luogo di Mardavad, su per la costa avanti verso Malabar, vi  un
altro fiume molto grande e bello, che alla bocca di esso si trova un luogo di
Mori e Gentili, pur del detto regno di Decam, che si chiama Dabul; e sopra la
bocca del fiume appresso il luogo vi  fabricato un bastion con artegliaria,
per difender l'intrata del detto fiume. Quivi  un buon porto, dove vengono di
continuo molte navi di Mori di molte parti, e specialmente dalla Mecca, Adem,
Ormuz, con cavalli, e da Cambaia, Diu e del paese di Malabar:  luogo di gran
traffico di ogni sorte mercanzia. Vi abitano molto onorati Mori, Gentili e
Guzzeratti mercatanti; qui si vende molto rame, argento vivo e cinaprio, che
vien poi portato dentro fra terra. In questa citt capita gran quantit di
panni del paese, che vengono condotti gi a seconda del fiume per dar carico
alle navi, e anco molto formento e legumi d'ogni sorte. La dogana del detto
porto rende gran somma di danari, li qual riscuoteno li doganieri delli dazii
per il signor di questo luogo. Il qual  molto bello ed edificato in bel sito,
ma le case son coperte di paglia; vi sono similmente di molto belle moschee.
Andando all'ins per il fiume, si trovano molti villaggi posti sopra le ripe da
una banda e dall'altra, che sono belli, abondanti e di gran fertilit, per
esservi tutti i campi lavorati, con infinito bestiame di ogni sorte.
A questa citt arriv altre fiate un'armata del re di Portogallo della qual era
capitano il vicer, il quale avendo posta la sua gente in terra per pigliarla,
li Mori si misero alla diffesa, e combatterno molto gagliardamente da una parte
e dall'altra: delli quali e de' Gentili ne furono uccisi molti. Alla fine li
Portoghesi la presero per forza, dove fu fatto una gran destruzione in
saccheggiarla e abbruciarla, e il fuoco consum molta ricchezza di mercanzie e
molte navi che si trovavano nel fiume. Quelli che scamparono tornarono dipoi ad
abitarla, e ora si trova rifatta e popolata come da prima.


Cinguicar fiume.

Pi avanti di questo fiume su per la costa, se ne trova un altro detto
Cinguicar, dove  un villaggio di gran traffico e faccende, per capitarvi molte
navi di mercanzia da molte bande: il qual villaggio  de Mori e Gentili del
regno di Decam.


Fiume di Betelle, dove si trova la foglia detta betella.

Drieto pur la detta costa vi  un altro fiume chiamato di Betelle, sopra le
ripe del quale adentro son posti alcuni piccoli villaggi con bellissimi
giardini e orti, nei quali si raccoglie tanta quantit di betella, che  una
foglia molto estimata per masticare, che ne caricano navili piccoli e portanla
a vendere ad altri luoghi e porti di mare. Questa foglia noi altri chiamamo
folio indo:  cos grande come la foglia del lauro e quasi della medesima
fattezza, e nascendo fa come la edera, che monta sopra gli alberi, e anche vi
metteno dei pali per far questo effetto; non fa frutto n semenza. Questa tal
foglia ha virt di confortare chi la tiene in bocca, e per questa causa tutti
gl'Indiani, cos uomini come donne, di giorno e di notte, in casa e di fuori,
dove si voglia che sieno, la vanno sempre masticando in questo modo, che, fatta
calcina di scorze di ostriche o cappe marine, e quella distemperata con acqua,
bagnano la detta foglia, e vi aggiungono certi pomi piccoli detti areca, e
tutta questa mescolanza tengono in bocca masticandola senza inghiottire se non
il succo che vien fuori di queste tre cose, le qual fanno la bocca sempre rossa
e li denti negri. Dicono che  buona ad essiccar le superfluit dello stomaco e
nettar quello, conforta mirabilmente il cervello e il cuore, scaccia ogni
ventosit e acquieta la sete, di maniera che fra gli Indiani non  cosa di
maggior stimazione di questa, e gli effetti che si veggono ch'ella fa
dimostrano che quanto  detto sia la verit. Da questo luogo in su per tutta
l'India si trova gran quantit di detta betella, ed  una delle principali
entrate che abbiano li re di questi paesi. Li Mori arabi e persiani la chiamano
tambul.
E passato questo fiume di Betelle, su per la costa avanti si trovano altri
luoghi piccoli e porti di mare, che son similmente del regno di Decam, ove
entrano navili piccoli di Malabar, a caricar una sorte di riso basso e legumi
che ivi si trovano. E uno di detti porti si chiama Arapatam, l'altro Munacem.


Banda.

Passati li detti luoghi, per la costa avanti vi  un fiume, sopra il qual vi 
un villaggio che chiaman Banda, di Mori e Gentili e molti mercatanti, che
trafficano dentro fra terra con le mercanzie che ivi conducono li Malabari. E
capitano a questo porto molte navi di diverse bande, per esser buon porto, e si
trovano diverse sorti di mercanzie e di vettovaglie che son condotte quivi del
paese fra terra, e si caricano molte navi di riso e d'un miglio grosso e altri
legumi, che appresso di loro si spacciano con gran guadagno; e all'incontro
portano qui delle cochi, cio noci d'India, pepe e altre spezierie e drogherie,
che quivi si vendono bene, perch di qui vengono poi condotte per il Diu, Adem
e Ormuz.
Passato che si ha questo villaggio, vi  un altro fiume che si chiama Bardes,
dove si trovano alcuni altri luoghi, ma di poche faccende.


La citt di Goa.

Passati li detti villaggi, per la costa avanti verso il paese di Malabar vi
corre un bel fiume, che mette in mare con due bocche, tra le quali si fa
un'isola dove  posta la citt di Goa, la qual fu del regno di Decam, ed era
separata da quello, e con alcuni villaggi vicini fu donata ad un vasallo gran
maestro chiamato il Sabaio, che fu valoroso cavaliero, per aversi dimostrato
sempre di gran core e sollecito nelle cose della guerra. Gli fu data questa
signoria di Goa accioch con quella facesse guerra al re di Narsingha, come
sempre la fece sin che morse, la qual dipoi rest a Zabin del Can suo
figliuolo. Era abitata detta citt da molti Mori onorevoli e da forestieri,
uomini bianchi e ricchissimi mercatanti, de' quali ve n'erano di buoni
cavalieri, e il simile di molti Gentili gran mercatanti e da altri artigiani.
Quivi era un gran traffico di mercanzie, per il buon porto che aveva, e vi
capitavano molte navi della Mecca, Adem, Ormuz, Cambaia e del paese di
Malabari. Il prefato Idalcan teneva qui la sua corte con li suoi capitani e
gente d'arme, e alcuno non poteva entrar n uscir di detta isola e citt, cos
per mar come per terra, senza sua licenza, conciosiacosach ciascun che vi
giungeva era astretto a darsi in nota, con li segnali che egli aveva, e di che
luogo egli era, e cos col medesimo ordine e governo lo lasciavano partire.
 detta citt molto grande, con buone case e grandi e belle strade e piazze,
murata d'intorno con le sue torri e fattavi una buona fortezza. Fuori di detta
citt vi erano molti orti e giardini, copiosi e pieni d'infiniti arbori
fruttiferi, con molti stagni di acque; eranvi molte moschee e case d'orazioni
di Gentili. Il paese d'intorno  molto fertile e ben lavorato. Di questo
Idalcan ne cavava grandissima entrata, cos delle cose del paese come di quelle
che venivano per mare. Il qual, poi che seppe che 'l vice re di Portogallo
aveva sbarattato li Turchi e l'armata del soldano dinanzi al Diu, chiamati a s
subito alcuni cavalieri turchi e altra gente del soldano, che ivi erano fuggiti
e avevan lassato il lor capitano nel regno di Guzzerati, li ricevette
graziosamente e promise di farli avere tutta l'India in loro soccorso, e
ritornarli a metter ad ordine per far la guerra di novo alli Portoghesi, con
l'aiuto di tutti li Mori e re dell'India. E immediate fu trovata gran quantit
di danari, e cominciarono a far in Goa grandissime navi, galee e bergantini
alla foggia delle nostre, buttando di continuo molta arteglieria di rame e di
ferro e mettendo insieme polvere, ballotte e altre munizion necessarie per una
armata: e a questa impresa li Mori vi misero tanta sollecitudine e pressa, che
avevano gi gran parte dell'armata fatta e li magazzeni pieni del tutto, e
cominciarono ad uscir fuori con bergantini e fuste a pigliar li zambuchi che di
l passavano con salvocondotto dalli Portoghesi. Il signor Alfonso di
Alburquerque, che era capitan maggior, come fu avisato di questi preparamenti,
deliber di andarli a ritrovare e romper li loro disegni, e messa insieme
un'armata di quante caravelle, navi e galee ch'egli pot avere, entr nel fiume
e combattette la citt e presela per forza: nella qual impresa seguirono molte
cose grandi e notabili, le qual non scrivo per non esser prolisso. Prese molte
genti e tutte le navi e galee di Turchi, e alcune n'abbruci, e mise la citt
sotto l'imperio del re di Portogallo, come al presente ella si ritrova,
fortificandola con molti bastioni. Questa citt  ora abitata da molti
Portoghesi, Mori e Gentili, e li frutti del paese, con le vettovaglie che in
quello nascono, danno d'intrata al re di Portogallo ventimila ducati, senza
quello che si cava della dogana di mare, per esser quivi un gran traffico di
mercanzie che son condotte di Malabar, Cheul, Dabul, Cambaia e Diu. Si vendono
qui molti cavalli a ducento, trecento e quattrocento ducati l'uno, secondo la
lor bont. Cavane il re di Portogallo di dretti quarantamila ducati: ancor che
ora paghino manco di quello facevano in tempo di Mori, nondimeno gli rende
molto il detto porto.
In questo regno di Decam vi si trovano molte citt grandi, e molti luoghi e
villaggi dentro fra terra abitati da Mori e Gentili.  paese molto fruttifero e
abbondante di vettovaglie e di gran traffico, e ne cava grande entrata il re,
che si chiama Maharmuduxa, il quale  moro e vive molto deliziosamente e a'
suoi piaceri in una gran citt fra terra detta Mavider. Ha tutto il suo regno
diviso e partito in tre signori mori, e ciascun di loro posseggono delle citt
con li castelli e villaggi: e questi son quelli che governano e comandano, di
sorte che 'l re non ordina n s'impaccia in alcuna cosa, se non di attendere a
darsi buon tempo e piacere, e tutti gli danno obedienza, portandogli le sue
intrate che sono obligati di pagarli. E se alcun si solleva overo non lo
obedisce, gli altri li vanno contra e lo destruggono, overo fanno tornar di
novo a sottomettersi alla obedienza del re. Accade alle fiate che fra loro
nascono delle differenze e si tolgono gli stati l'un l'altro: allora il re
s'intromette, faccendoli far pace e ministrando giustizia tra loro. Ciascuno di
questi tali signori tien molta gente a cavallo, che usano archi turcheschi e
sanno ben tirare. Ivi son gli uomini bianchi e di bella statura; portano
tocche, cio fazzuoli ravolti atorno il capo. Gli danno gran soldo; parlano la
lingua araba, persiana e quella di Decan, ch' la natural del paese. Questi
signori hanno tende fatte di panno di gotton, nelle quali abitano andando per
cammino in guerra. Cavalcano alla bastarda e combattono tutti in sella; portano
in mano alcune lancie lunghe e leggieri, col ferro quadrato lungo tre palmi,
molto forti. Vanno vestiti con certi sagi imbottiti di gotton, che chiamano
landes; altri li portano di maglia, e li cavalli imbardati. Altri hanno un'azza
e mazza di ferro, e due spade, una targa e un arco turchesco con molte freccie,
di modo che ciascuno porta seco arme offensive per due persone. Molti di questi
tali conducono seco le lor mogli alla guerra; e si servono de buoi per le some,
sopra de' quali portano le lor bagaglie per cammino. Tengono spesso guerra col
re di Narsinga, di sorte che poco stanno in pace. Li Gentili del regno di Decan
sono negri, ben disposti e valenti. Combattono il forzo di loro a piedi e gli
altri a cavallo; portano spada, targa e arco e freccie, son buoni arcieri: li
lor archi son lunghi, al modo che son fatti quei degl'Inglesi. Vanno ignudi
dalla cintura in su; sopra 'l capo portano fazzuoli piccoli ravolti. Mangiano
di ciascuna vivanda, eccetto che di vacca. Sono idolatri. Quando muoiono
abbruciano i corpi, e le lor moglie s'abbrucian vive sopra d'essi
volontariamente, come nel progresso dello scriver nostro si dir.


Cintacola.

Per la costa avanti verso Malabar si trova un altro fiume, dimandato Aliga, il
quale parte il regno di Decan con quel di Narsinga; alla bocca del fiume sopra
uno scoglio v' fatta una fortezza che si dimanda Cintacola, la qual  del
Sabayo, per difension del paese, nella qual tiene di continuo gente da guerra a
pi e a cavallo. E qui finisce il regno di Decan dalla parte di mezzogiorno, e
dalla parte di tramontana finisce in Cheul: e da un luogo all'altro lungo la
costa sono da ducentoquaranta miglia.


Principio del regno di Narsinga.

Dal sopra detto luogo per avanti comincia il regno di Narsinga, nel qual sono
cinque provincie molto grandi, che hanno lingue diverse: e una di queste
provincie  per lunghezza della costa, la qual si dimanda Tulimar; l'altra Tien
Lique che si divide col regno d'Oriza; l'altra  quella detta Canarin, nella
quale  posta la gran citt di Bisinagar; l'altra  Coromendel, del regno che
essi dimandano Tamul, e questo  sotto il regno di Narsinga, che  molto ricco
e abondante di vettovaglie, e pieno di citt e di luoghi abitati, e tutto il
paese  grasso e molto accommodato di ci che fa bisogno. La provincia di
Tulimar ha molti fiumi e porti di mare, nei quali si fanno gran traffichi e
d'onde si naviga per diverse parti, e vi stanziano molti ricchi mercatanti. E
tra gli altri v' un fiume grande chiamato Mergeo, di onde si cava gran
quantit di riso basso che compra la povera gente: e li Malabari lo vengono
quivi a pigliar con li lor navili, detti zambuchi, a baratto di noci d'India e
d'olio e iagra, ch' zucchero fatto di dette noci, che in questo paese molto si
consuma.


Honor.

Passato il detto fiume Mergeo, andando per la costa avanti si trova un altro
fiume con un buon luogo appresso il mare, detto Honor (e li Malabari lo
chiamano Ponaran), al qual molti concorrono a caricare di questo riso basso e
negro che  il lor proprio cibo, e vi portano noci d'India, olio, zucchero e
vino di palme, dico di quelle che producono li cochi, cio noci d'India.


Battecala.

Avanti per la detta costa verso il mezzod v' un fiumicello con un luogo
grande detto Battecala, dove si trafficano molte mercanzie, popolato da molti
Mori e Gentili, gran mercatanti. A questo porto concorrono molte navi d'Ormuz a
caricar riso bianco, molto buono, e zucchero fatto in polvere, che in questo
paese non lo sanno fare in pani, e val CCXL maravedis la arrova, la qual viene
a esser lib. 25 di peso grosso di Venezia, per prezio di duoi terzi di ducato
d'oro in circa; caricano similmente molto ferro, e di queste tre sorti di
mercanzie fanno 'l forzo del lor carico, e similmente alcune spezierie e
drogherie che son portate ivi dalli Malabari. Qui si trovano molti mirabolani
di tutte le sorti e molto buoni, delli quali ne fanno assai in conserva per
portar in Arabia e Persia. Le dette navi d'Ormuz che qui contrattano solevano
condurre a questo porto molti cavalli e perle, che si mandavano per tutto 'l
regno di Narsinga; al presente li conducono tutti alla citt di Goa, per causa
de' Portoghesi. Caricavano similmente ivi alcune navi per Adem, arisicandosi,
ancora che sia proibito dalli detti Portoghesi. E concorrevano a questo porto
molte navi e zambuchi di Malabari a caricar pur il detto riso, zucchero e
ferro, portando ivi noci d'India, zucchero di palma, e olio e vino di palma: e
negl'invogli e sacchi di queste cose v'erano speziarie e drogherie nascose,
robbe proibite dalli Portoghesi sotto gran pene. D grande entrata questo luogo
al re, il governator del quale  gentile, detto Damaquete, molto ricco di
danari e gioie.
Il re di Narsinga ha dato questo luogo insieme con un altro a un suo nepote,
che lo signoreggia e governa, e sta con grande riputazione e fassi chiamar re:
nondimeno sta ad ubbidienza del re suo zio. In questo regno costumano molto lo
sfidarsi a combattere, e per ogni minima cosa che accade tra loro: e subito il
re d lor il campo, l'armi, e assegna 'l tempo, e anco gli d i padrini, che
favorisca ciascuno 'l suo campione. Vanno a combattere senza armatura:
solamente dalla cintura in su sono coperti d'una vesta stretta, e di panni di
gotton molto stretti e molto avolti intorno il petto e le spalle; le loro armi
sono spada e targa d'una medesima misura, che gli d il re. E con grande
allegrezza entrano in campo, che  serrato, avendo prima fatte le loro
orazioni, e cominciano a menar con gran destrezza i colpi, ma non di punta,
perch  proibito. Dura questo lor combattere sin tanto ch'un di loro o tutti
duoi rimanghino morti, in presenzia del re e di tutto il popolo, che mai alcun
non ha ardimento di parlare, eccetto i padrini, che di continuo li vanno
innanimando.
Questo luogo di Battecala paga ogni anno tributo al re di Portogallo. Vendesi
qui similmente molto rame, che vien condotto nel paese fra terra, per batter
moneta e far caldiere e altri vasi per lor bisogni. Si vende anco molto argento
vivo, cinaprio, coralli, lume di rocca, avorio.  posto questo luogo in un
paese piano molto popolato, e ha d'intorno infiniti orti e giardini con frutti
eccellenti e buone acque. Corrono ivi alcune monete d'oro che chiamano pardai,
che vagliono trecentovinti maravedis, e una altra d'argento che chiamano dama,
che val vinti maravedis. Li pesi chiaman bahares, e un bahar  quattro cantara
di Portogallo.


Mayandur.

Passata Battecala, verso il mezzogiorno v' un altro fiume piccolo dove  un
luogo detto Mayandur, della giurisdizion di Battecala, nel qual si raccoglie
gran quantit di riso, che  molto buono, ed  quello che si carica in
Batteccala. Lo seminano gli abitanti di questo luogo in certe valli paludose, e
l'arano con buoi e buffali a duoi a duoi, col lor versoro al modo nostro.
Pongono il seme del riso in un ferro ch' fatto concavo, acconcio sopra
l'orecchie de' buoi, che andando arando, il seme cade in terra avanti che 'l
solco sia rotto, perch d'altra maniera n anco a mano lo potriano seminare,
rispetto all'acqua che di subito risorge. Ciascuno raccoglie frutto di questa
terra paludosa due volte l'anno, e di questo riso ne sono quattro sorti: il
primo lo chiamano giracalli, ch' il migliore; il secondo iambucal; il terzo
canacar; il quarto pacharil; e ciascuno ha il suo prezio, e si trova gran
differenza tra l'uno e l'altro.


Bacanor e Brazzalor.

Stanno sopra la costa pi avanti verso mezogiorno dui fiumi, e sopra quelli
duoi luoghi, l'uno de' quali  detto Bacanor e l'altro Brazzalor, tutti dui
soggetti al detto regno di Narsinga, nelli quali si trova gran quantit di riso
molto buono: e di l si carica per tutte le parti, e vi concorrono molte navi
di Malabar e zambuchi grandi e piccoli, e lo caricano in sacchi che tengono
l'uno una hanega, che sono dieci quartaruoli e mezzo veneziani, e vagliono da
centocinquanta in ducento maravedis, che fanno sei marcelli d'argento, secondo
la bont. Qui capitano similmente navi d'Ormuz, Adem, Pecher e di molti altri
luoghi a caricare per Cananor e Calicut, e ne pigliano a baratto di rame e di
iagra e olio di noci d'India; e li Malabari non vivono quasi d'altra cosa che
di riso. E ancor che 'l suo paese sia piccolo,  tanto per popolato e in tanto
numero di gente che si potria dire esser una citt sola, la qual duri dal monte
di Dely fino a Coulan.


Mangalor.

Passati li detti duoi luoghi, si trova un fiume grande molto bello, che sbocca
in mare appresso la costa verso mezzod. Quivi  un luogo molto grande popolato
di Mori e Gentili del detto regno di Narsinga, detto Mangalor, dove si caricano
molte navi di riso negro, che  miglior e pi sano che non  il bianco, per
vendere nel paese di Malabar alla gente bassa: e se n'ha buon mercato. Se ne
carica similmente di detto riso in molte navi di Mori per Adem, e anco del pepe
comincia a produrne il paese di qui avanti, ma poco e miglior di tutto l'altro,
dico di quello che portano ivi li Malabari in barche piccole. Detto fiume 
molto ameno e bello, e pieno di boschi di palmiere di cochi, e molto abitato da
Gentili e Mori, con belli edifici e molte case d'orazion di Gentili, molto
grandi, ricchi e ch'hanno grande entrata; vi sono anche molte moschee, dove
onorano il lor Macometto.


Cumbala.

Dietro la costa verso il mezzogiorno v' un altro luogo di Gentili del detto
regno di Narsinga, detto Cumbala, nel qual si raccoglie gran quantit di riso
negro, ma questo  tristo, il qual li Malabari nondimeno lo vanno a comprar per
vender alle genti basse che sono tra loro, e anco per portar all'isole di
Machaldiu, che sono al traverso della costa di Maldivar. E per esser a buon
mercato, lo vendono ai poveri, a baratto d'un filato del qual fanno sartie per
le navi, e si piglia d'una coperta overo teletta che si trova sopra le noci
d'India di queste palmiere: e per farsene ivi in grandissima quantit,  una
mercanzia che si conduce per tutte quelle parti. Questo luogo di Cumbala lo
governa un signor a nome del re di Narsinga, il qual  sopra le frontiere di
Cananor, che quivi si finisce il regno di Narsinga, andando dietro alla costa
di questa provincia di Tulimar.


D'una montagna grande che divide il regno di Narsinga dalli Malabari.

Lassando la costa del mare, entrando dentro fra terra nel detto regno di
Narsinga da quaranta in quarantacinque miglia, si trova una montagna molto alta
e aspera da montare, che traversa dal principio del detto regno e va sin al
capo di Cumeri, e separa la terra di Malabar dalla provincia di Tulimar, che 
posta nella pianura che  fra detta montagna e il mare. E dicono gl'Indiani
avere nelle lor memorie che gi tempo assai soleva esser il mare ch'arrivava
sin alla detta montagna, e che in processo di tempo il mare la scoperse e si
tir in altre parti. Alli piedi di detta montagna si veggono molti segni di
cose marine, e tutta questa pianura  uguale come 'l mare, e la montagna 
molto aspera e difficile, che pare che vada sin al cielo, e non vi si pu
montare se non per alcune parti e con difficult, che  causa di gran fortezza
alli Malabari, conciosiacosach, se non vi fosse questa difficult d'entrar nel
lor paese, gi il re di Narsinga gli averia soggiogati. Questa montagna in
alcune parti  abitata da molte buone ville e luoghi ameni e dilettevoli, con
fontane e giardini d'ogni sorte di frutti. Vi si trovano ancor in essa molti
porci cinghiari e grandi, cervi, lonze, leoni, pardi, tigri, orsi, e alcuni
animali di color cinerizio ch'hanno forma di cavalli, tanto destri che non si
possono pigliare; serpe con ali molto velenose, che volano, delle quali  fama
che col fiato e la guardatura ammazzano quei che vi si pongono troppo appresso,
e vanno volando d'arbore in arbore. Vi sono molti elefanti selvatichi, e molte
pietre di gegonzas, ametisti, safili bianchi, che raccolgono nei fiumi che
descendono d'alcune rotture della montagna, e le portano a vendere nei luoghi
di Malabari dove le sanno acconciare.
Passata questa montagna, il paese  quasi tutto piano e molto fertile e
abbondante; e andando fra terra di detto regno vi si trovano molte citt,
luoghi e fortezze. E corrono per quella molti fiumi grandissimi, e il paese 
tutto lavorato e seminato di risi e d'ogni sorte di legumi, de' quali si
mantengono per la maggior parte. Vi sono molte vacche, buffali, porci, capre,
pecore, molti asini, ronzini molti piccoli, de' quali se ne servono per portar
le lor robbe, e il medesimo fanno de' buffali, buoi e asini, e con essi anco
lavorano la terra. Son quasi tutte le ville di Gentili, e tra loro si trova pur
qualche Moro. Alcuni di signori di queste ville le riconoscano dal re di
Narsinga che gliene ha date, e altre sono di patroni particolari, i quali vi
tengono i lor governatori ed exattori delle lor entrate.


La gran citt di Besinagar.

A cento e sessanta miglia lontano da la detta montagna, andando fra terra, 
posta la gran citt di Besinagar, molto popolata e abitata;  circondata da una
parte di buona muraglia, e dall'altra da un fiume, e dalla terza da un monte. 
situata in pianura, e in quella sempre vi fa residenzia il re di Narsinga, che
 gentile e chiamasi Rasena: ha molto grandi e belli palazzi con molti cortili
e loggie, con stagni e fontane d'acqua, giardini d'arbori fruttiferi, fiori ed
erbe odorate. Trovansi similmente in detta citt molti altri palazzi di signori
che vi stanziano, li quali sono coperti di tegole; ma le case del popolo minuto
sono coperte di paglia. Ha le strade larghe e spaziose, con gran piazze dove si
trovano di continuo infinite persone d'ogni nazione e legge, perch oltre molti
mercatanti e trafficanti, mori, gentili, nativi del paese, vi concorrono d'ogni
sorte di persone e di tutte le parti, perch vi possono venir ad abitar e
mercantare molto liberamente e sicuramente, senza temer ch'alcuno dia loro
noia, o domandi conto di dove siano o in che legge vivono allora: e ciascuno
pu vivere in che legge gli piace, o sia cristiano o moro o gentile.  in
questa citt un traffico infinito di mercanzie, e si fa a ciascuno una
grandissima giustizia, e maneggiano il tutto con realt e verit. Si trovano
quivi infinite gioie, che si portano da Pego e da Zeilan, e ancora molti
diamanti, per esservi in questo regno di Narsinga la minera, e similmente nel
regno di Decan ve n' un'altra; si trovano anco molte perle grosse e minute,
portate sin da Ormuz e da Cael: e tutte queste gioie e perle son fra costoro
molto stimate, perch con esse s'adornano la persona, e per questa causa ve ne
concorre in tanta copia. Si consumano in questa citt molti panni di seta e
broccati bassi, che sono portati dalla China e da Alessandria, e molti panni di
scarlatti, di grana e d'altri colori, e molti coralli lavorati in paternostri
rotondi, rami, argenti vivi, cinaprio, amfian (che  opio), acque rosate,
sandalo, legno d'aloe, canfora, muschio, perch costumano molto li naturali del
paese d'ungersi con questi odori. Similmente si consuma ivi e per tutto il
regno gran quantit di pepe, che portano sopra i buoi e gli asini del paese di
Malabar. La moneta  d'oro, che chiamano pardaos, che vale trecento maravedis,
la qual si lavora in certe citt del detto regno di Narsinga: e in tutta
l'India si servono di questa moneta, che corre in tutti quei regni. L'oro  un
poco basso,  di forma rotonda fatta a stampa, e alcune delle dette hanno da
una banda lettere indiane e dall'altra due figure, cio di uomo e di donna;
l'altre non hanno se non da una parte le lettere.


Costumi del regno di Narsinga e degli abitanti del paese.

Il detto re, come abbiamo detto, dimora di continuo nei palazzi e poche volte
esce fuori; vive molto delicatamente e senza alcuno fastidio, perch tutto il
peso si scarica sopra li governatori. Esso e tutti gli abitatori sono gentili.
Sono uomini berrettini e quasi bianchi, con i capei distesi negrissimi; sono
del corpo ben disposti e delle nostre medesime fattezze e fisionomie, e il
medesimo son le donne. Il modo del vestire degli uomini , dalla cintura in
gi, di molti rivolgimenti di panni ben assettati e stretti, poi una camicia
curta che agiugne sin a mezzo delle coscie, di panno bianco di gottoni o di
seta o di broccatello, aperta dalla parte dinanzi, e alcuni fazzuoli piccoli
avolti al capo, e li capelli raccolti in cima, e alcuni con berrette di seta o
di broccato; le loro scarpe in piedi senza calze, e una cappa di gottone o di
seta listata, e la persona tutta profumata con acqua rosa; li paggi portano le
loro spade. Si lavano ogni giorno e dipoi s'ungono con cose odorifere, cio
sandali bianchi, legno aloe, canfora, muschio, zaffarano, tutto macinato con
acqua rosata. Portano certi collari stretti al collo, tutti d'oro e pieni di
gioie, e nelle braccia manigli, e anelli nelle dita di gioie ricchissimi, e
similmente orecchini di gioie e perle. Hanno un altro paggio che porta lor un
cappello sottile con un piede alto, che gli fa ombra e guarda dalla pioggia, i
quali cappelli sono di panno di seta, molto ben lavorati, con li suoi fiocchi
d'oro e alcuni di gioie e con perle, fatti di tal maniera che si serrano e
s'aprono: vi sono di quelli che costano da trecento in quattrocento ducati,
secondo le qualit delle persone.
Le donne portano un panno di gotton lavorato, molto bianco e sottile, o vero di
seta di bellissimi colori, che  sei braccia di lunghezza, e cingonsi con una
gran parte di tal panno dalla cinta in gi, e con l'altra se lo buttano sopra
una spalla e il petto, e resta un braccio e una spalla scoperta. Le loro scarpe
sono di cuoio molto sottilmente lavorate e indorate; la testa scoperta,
solamente li capelli sono pettinati e fatti in una treccia in cima della testa,
e posti in quella molti fiori e odori. Hanno un fil d'oro in uno dei buchi del
naso, con un pendente d'una perla o d'un rubino sbucato o vero safil;
l'orecchie similmente con molti pendenti d'oro, con gioie e perle, e al collo
un collaretto tutto gioiellato, e nelle braccia lavori della medesima sorte
d'oro, con paternostri di corallo rotondo e molto fino ravolto galantemente;
anelli nelle dita di gioie preziose, e sopra li panni vanno con cinture fatte
d'oro e di gioie, e paternostri d'oro anco atorno le gambe, di sorte che per la
maggior parte queste tali genti vanno vestite molto riccamente e in ordine.
Sanno benissimo danzare, cantare, sonare di vari strumenti; sono ammaestrate a
volteggiare e far molte leggiadrie. Sono belle e di bella apparenza, e si
maritano al modo nostro e hanno ordini di matrimonio; nondimeno gli uomini
grandi si maritano con quante ne possono mantenere. Il re ne tiene seco nel suo
palazzo molte che sono figliuole di gran signori del suo regno, e oltre a
queste molte altre come donzelle, e altre che sono servitrici, elette per tutto
il regno per le pi belle. A ciascuno servizio del re sono deputate donne, che
stanno di continuo dentro le porte del palazzo e hanno tra loro compartiti gli
offici della casa, nella quale sono a ciascuna deputate le loro stanzie, dove
abitano e vivono. Sanno cantare e sonare eccellentemente, e non pensano mai ad
altro che a dar piacere al re. Si lavano ogni giorno in alcuni stagni d'acqua
chiarissima fatti a posta, dove ella entra ed esce: e il re le va a veder
lavare, e quella che pi gli piace la fa andare alla sua camera, e il primo
figliuolo che egli ha, di quale si sia,  erede del regno.  tra loro tanta
l'invidia sopra la competenzia d'esser la prima che il re elegge, che alle
volte per dolore si ammazzano loro medesime col tossico.
Ha questo re anco una casa grande, che si tocca con quella delli governatori e
officiali, dove va a consigliar le cose del regno, e in quella lo vanno a veder
tutti i grandi del regno, ai quali d gran doni e concede grazie, e similmente
d gran castighi a chi li merita. Fa patir gran penitenza a quelli del suo
lignaggio, quando fanno cosa mal fatta contra il suo servizio, mandandoli a
chiamare, i quali subito hanno da venir, portati in una lectica molto ricca
sopra le spalle d'uomini: e li cavalli sono menati a mano davanti loro, e molte
genti a cavallo l'accompagnano. E dismontati alla porta del palazzo, si fermano
sonando trombe e altri stromenti, sin che lo vanno a dire al re, il qual gli fa
venire avanti di lui e, se non d buona ragione in sua difesa del mal che viene
accusato, ordina subito che sia spogliato e disteso in terra e datoli molte
battiture. E se tal persona  stretto suo parente e gran signore, il re
medesimo lo batte di sua mano, e dapoi che l'ha ben battuto, ordina che della
sua guardarobba gli sian date molte ricche vesti, e lo fa tornar in lectica
molto onoratamente con molti suoni e feste alla sua casa: e quasi sempre delle
lettiche di questi tali se ne trovano avanti alla porta del palazzo.
Tien di continuo questo re da novecento elefanti e pi di ventimila cavalli,
tutti comprati di suoi danari: e gli elefanti costano da 1500 in 2000 ducati
l'uno, perch son molto grandi e belli, e li tiene per causa della guerra, e
anco per riputazione, quasi sempre nella sua corte; li cavalli costano da
trecento fin a seicento ducati l'uno, e alcuni eletti per la sua persona da
novecento fin a mille ducati, e sono distribuiti parte a gran signori, de'
quali sono obligati a renderne conto, e parte dati a gentiluomini e cavalieri
pur d'ordine del re, ai quali fa consegnare un cavallo, un ragazzo e una
schiava, e quattrocento o cinquecento pardai d'oro in dono, secondo le qualit
loro, e di pi il viver ogni giorno pel cavallo e pel ragazzo, il qual manda a
pigliar alla cucina del re, delle quali ve ne sono di molto grandi deputate a
far il vivere per gli elefanti e cavalli, con caldiere grandissime di rame e
con molti ministri, che di continuo cuocono risi, ceci e altri legumi, nel che
vi metteno non piccolo artificio e industria. E se il cavalier a chi  stato
consegnato il cavallo lo governa e tratta bene, glielo tolgono dandogliene un
migliore, e se lo tratta male e che lo rovini, glielo levano e dannogliene un
peggiore. E a questo modo tutti gli elefanti e cavalli sono molto ben governati
e mantenuti a sue spese; li signori e uomini grandi, ai quali il re fa dar gran
quantit di cavalli, fanno il medesimo con li lor cavalieri. Vivono poco tempo
questi cavalli, e non nascano in questo paese, ma tutti vengono condotti dai
regni d'Ormuz e di Cambaia. Per la gran necessit che hanno di quelli nella
guerra, vagliono tanti danari, perch il detto re tien a suo soldo pi di
centomila persone fra cavallo e a piedi, e paga anco da 5 in 6 mila donne: e in
qualunque luogo che si faccia guerra e che vi vada la gente d'arme, vi vanno le
dette donne, perch dicono che non si pu metter insieme un esercito e far
buona guerra se non vi sono l'innamorate, le qual son grandi ballarine, e
suonano e cantano e volteggiano con gran galanteria e leggiadria. E ogni volta
che li ministri o vero officiali del re vogliono pigliar al soldo di quello
alcuna persona, questi tali lo spogliano e monstrano quanti segnali tiene nella
sua persona, e lo misurano quanto  lungo di corpo, dimandandolo di che luogo 
e come si chiama suo padre e madre: e tutte queste particolarit si notano
sopra i libri del soldo. E poi con difficult, volendosi partir, pu impetrar
licenza di tornarsene a casa, e se per ventura si parte e venghi preso, incorre
in grandissimo pericolo ed  mal trattato. Tra questi uomini d'arme vi sono
molti cavalieri che di diverse parti concorrono quivi a pigliar soldo, e
nondimeno non restano di non vivere nella lor legge.


Di tre sorti di Gentili e di lor costumi.

In questo regno vi sono tre sorti di Gentili, diverse l'una dall'altra nelle
leggi e nei costumi. E primamente il re e li gran signori e uomini principali
possono maritarsi con pi d'una donna, e specialmente li grandi e ricchi che le
possono mantenere: li figliuoli sono lor eredi, e le donne sono obligate
d'abbruciarsi e morir con li mariti quando mancano di questa vita, perch a
questi tali, quando muoiono, abbruciano i corpi, cos degli uomini come delle
donne, e le donne s'abbruciano vive con loro per onorarli, in questa maniera.
Se la donna  povera e di poco valore, portando il corpo del marito ad
abbruciarsi in un campo fuor della citt, dov' fatto un gran fuoco, in tanto
che il corpo del marito si vede ardere, ella medesima si gitta nel fuoco e
abbruciasi con quello. Ma s'ella  onorata e ricca e di gran parentado (giovane
o vecchia che ella si sia), quando il marito  morto, vanno nel detto campo a
fargli una fossa d'altezza d'un uomo e altretanto larga, e riempionla di legni
di sandali e d'altre sorti, e posto il corpo dentro l'abbruciano; e la moglie,
o vero se sono pi d'una, lo piangono, e volendolo onorare dimandono spazio
d'alcuni giorni di venirsi ad abbruciare, e fannolo sapere a tutti li suoi
parenti e a quelli del marito, che la venghino a festeggiare e onorare, e tutti
si ragunano a far questo effetto, e quivi ella spende tutto quel ch'ella ha con
questi suoi parenti e amici in conviti, cantare, ballare e sonare, e in molti
buffoni che faccino ridere e piacevolezze. Compito questo spazio di tempo, si
veste molto ben di panni ricchissimi, ponendosi adosso molto preziose gioie, e
le cose ch'ella ha di maggior valuta le partisce fra suoi figliuoli, parenti e
amici; poi monta a cavallo con gran trombe e suoni e molto bene accompagnata, e
il suo cavallo deve esser uno ronzino bianco, trovandosene, per esser meglio
vista: e la conducono per tutta la citt con grandissima festa sin al luogo
dove si abbrucia il corpo del marito, e nella propria fossa sono poste assai
legne, che immediate accendono un gran fuoco, intorno al quale  fatto un
solare con tre o quatro scalini, dove costei monta con tutte le sue gioie e
vestimenti. E giunta in cima d tre giravolte, e alzate le mani al cielo adora
verso oriente tre fiate devotamente; poi, chiamati li parenti e amici, a
ciascuno d una gioia di quelle ch'ella ha adosso, e tutte queste cose fa con
un gesto e viso cos allegro e di buona voglia come s'ella non dovesse morire.
E dapoi che ha dispensato tutto, resta solamente con un picciol panno che la
copre dalla cintura in gi, e voltatasi verso gli uomini dice: "Guardate,
signori, quanto voi sete obligati alle vostre mogli, che essendo loro in
libert s'abbruciano vive con i lor mariti"; e poi verso le donne dice:
"Guardate, signore, quel che voi sete obligate di fare a' vostri mariti, che in
questa maniera li dovete accompagnar sin alla morte". Le quali parole finite,
le danno un vaso grande di olio il qual si mette sopra alla testa, e fatta di
novo orazione e andata tre altre volte d'intorno e adorando verso oriente,
subito lancia il vaso dell'olio nella fossa dove  il fuoco, e gli salta dietro
con tanto cuore e buona volont come s'ella saltasse in uno stagno d'acqua
fresca. Li parenti veramente, ch'hanno apparecchiati molti vasi e pignatte
piene d'olio e di butiro e legne secche, gliene buttano dietro, di maniera che
subito si leva tanta fiamma di fuoco che immediate la fanno diventare in
cenere, la qual raccolgono e la lanciano nei fiumi correnti. Questo  il modo
che si fa per tutte generalmente, e s'alcune non lo vogliono fare, li parenti
le pigliano e radonle la testa, le scaccian vergognosamente di casa e del lor
parentado, e cos vanno per il mondo ramenghe e come disperate. E se ad alcuna
vogliono dar qualche favore, le conducono alle case dell'orazion a servir
agl'idoli e guadagnar per quelle col suo corpo, essendo giovane: e vi sono
alcune di queste tal case che ve ne hanno cinquanta e cento di queste tal
donne, e d'altre che volontariamente si mettono ad esser publice meretrici, le
quali sono obligate di sonare e cantare certe ore del giorno alli lor idoli, e
il resto del tempo mettono a guadagnarsi il vivere.
Il medesimo s'osserva quando il re more, che s'abbruciano di quatrocento in
cinquecento donne, al modo detto di sopra: ma loro subitamente, senza far
troppe parole, si buttano nella fossa e fuoco dove abbruciano il corpo del re,
la qual fossa e fuoco  fatto grandissimo e largo, col solare a torno, accioch
si possino abbruciare in un tratto assai persone, con grandissima quantit di
legne di sandalo, verzino, aguila, legno aloe, e molto olio di susimani e
butiro, acci che meglio ardino le legne. E quivi si vede una grandissima
pressa di molti amici e servitori domestici del re, che vogliono abbruciarsi
l'un prima dell'altro, il che  cosa maravigliosa e che d spavento a chi si
trova presente. Questi uomini mangiano carne, pesce e tutti gli altri cibi;
solamente la vacca gli  proibita per la sua legge.


Delli Gentili detti Bramini.

Vi si trova un'altra sorte di Gentili, detti Bramini, che sono sacerdoti e
governatori delle case d'orazione. Questi non mangiano carne n pesce, si
maritano con una sola donna, e s'ella more non si maritano pi; li figliuoli
sono suoi eredi di tutta la robba. Portano sopra delle spalle tre fili, per
segnal che son Bramini. Questi non possono esser fatti morire per alcun
delitto; hanno gran libert, e li vien portata gran riverenza tra loro. Ne sono
alcuni poveri, alli quali li re danno grandi elemosine, e il medesimo gli fanno
i signori e uomini grandi, e con queste si mantengono; alcuni sono ricchi, e
alcuni vivono nelle case d'orazioni, che sono pel paese a modo di monasteri, i
quali hanno grand'entrate. Questi sono gran mangiatori, e non s'affaticano per
altro conto tutto il d se non per poter mangiare assai: vanno venti e
ventiquattro miglia per saziarsi di carne, quanta ne possono mangiare; l'altro
lor cibo  riso, butiro, zucchero, legumi, latte.


Di una altra sorte di Gentili, che sono come Bramini.

In questo paese si trova un'altra sorte di Gentili, che sono come Bramini:
portano al collo alcuni cordoni di seta, con uno invoglio di panno dipinto, ove
 una pietra grande come un ovo, qual dicono essere il loro Dio. Questi tali
sono avuti in gran riverenza e gli fanno onore; non gli fanno alcun male per
delitto che faccino, per riverenza di quella pietra, la quale chiamano
tambarme. Non mangiano questi carne n pesce. Vanno sicuri per tutto il paese,
e son quelli che conducono da un regno all'altro molte mercanzie e danari di
mercatanti, per maggior sicurt di ladroni: e quando le conducono, deono portar
li loro tambarmi attaccati al collo. Questi si maritano con una sola moglie, e
se muoiono prima di loro, per onorar il marito, elle si fanno sepelir vive in
questo modo: fanno una fossa pi profonda che non  alta la donna e larga, e la
mettono dentro in piedi, cos viva com'ella , e la circondano di terra
calcandola coi piedi sin al collo; dipoi li pongono una pietra grande di sopra
che non le tocchi il capo, e in cima d'essa dell'altra terra, e quivi la
lassano morire. E in questo atto di sotterarla le fanno tante cerimonie che
sariano troppo lunghe a scriverle. Cosa miserabile e pietosa, considerando
quanta forza ha in s l'ambizione e l'opinione in questo mondo, che conduce
volontariamente queste tal donne a s orribil fine non per altro che per
l'onore e per esser tenute da bene, che mancando di questo debito non
reputeriano di esser pi vive.
E delle donne di questo paese, ancora che sian cos delicate e vadino con tante
gioie e odori, non voglio restar di dir quel che ho veduto della grandezza e
constanzia incredibil dell'animo loro, appresso le cose narrate di sopra. Si
trovano alcune giovanette che, essendo inamorate d'un uomo e desiderando di
averlo per marito, fan voto a un di lor idoli di fargli un gran servizio, e
come l'uomo si contenta di pigliarla per mogliera, gli fa intendere che, avanti
che ella gli sia consegnata, vuol far una festa al tal idolo offerendogli il
suo sangue. E in un giorno determinato pigliano una carretta grande tirata da
buoi, e in quella armano una cicogna molto alta, come son quelle con le quali
si cava l'acqua dai pozzi, e nel capo di essa pongono una catena di ferro con
duo grandi uncini. La giovine se ne esce di casa accompagnata onoratamente da
tutti i suoi parenti e amici e da infiniti uomini e donne, e da ballarine e
buffoni che fanno mille piacevolezze con suoni e canti, e se ne vien cinta con
i suoi panni bianchi molto stretti nella cintura, e di sopra  coperta d'un
panno di seta che le va insino a' piedi, e tutto il resto dalla cinta in su 
scoperta. E appresso la porta della casa del padre, ove  la carretta,
abbassano la cicogna e le mettono li duoi uncini ai lombi dentro la carne,
dandole nella mano sinistra una targa piccola ritonda, con un sacchetto pieno
di limoni e naranci: e subito alzano la cicogna con gran voci e suoni, tirando
molti schioppi e faccendo grande allegrezza, e la carretta comincia andare al
suo cammino verso la casa dell'idolo al quale aveva fatto il voto, ed ella
attaccata a' duoi uncini sta sospesa in aere.
E ancora che il sangue le vada scorrendo gi per le gambe e per i panni sopra
la carretta, nondimeno ella va cantando e dando voci di allegrezza, e
schermendo con la targa e gittando naranci e limoni innanzi il suo sposo e
parenti. E giunti alla porta della casa della orazione, la distaccano dagli
uncini, governandola con somma diligenza, e dipoi la consegnano al marito.
Quivi danno grandi limosine alli Bramini, e offeriscono gran doni agli idoli, e
danno molto ben da mangiare a quanti l'hanno accompagnata.
Si trovano alcune altre persone che offeriscono la virginit delle lor
figliuole a un idolo, e come elle sono di et di dieci anni, le conducono a un
monastero e casa d'orazione dove sta detto idolo, accompagnate con tutti i lor
parenti, con grandissime feste, come se le maritassero. E fuori del monastero
appresso la porta  fatto un poggio di pietra negra quadrata, d'alteza della
met d'un uomo, circondato da scalini di legno, sopra i quali sono poste molte
candele e candellieri a olio tutti accesi che abbruciano, perch si fa di notte
questa cerimonia. Sopra il detto poggio vi  una pietra di un cubito che ha nel
mezzo un buco, nel quale  posto un palo aguzzo, e circondano li scalini con
panni di seta tanto alti che le genti che stanno di fuori non possino vedere il
secreto di dentro. E la madre della garzona insieme con altre donne entrano in
quel luogo, e doppo molte cerimonie e orazioni fanno che la giovanetta sopra il
palo acuto rompe la sua verginit, spargendo il suo sangue sopra la pietra.
Questo re di Narsinga ha molte volte guerra col re di Decan, che gli ha preso e
occupa molto paese, e similmente con un re gentil del regno d'Orixa, che  fra
terra, dove manda i suoi capitani e genti, e allora  necessario che egli vi
vada in persona. Il che come delibera di far, se n'esce un giorno alla campagna
sopra uno elefante, overo fassi portar sopra una sbarra tutta ornata d'oro e
seta riccamente, accompagnato da signori e cavalieri infiniti a cavallo e da
gente a piede, e con molti elefanti che gli vanno inanzi, tutti coperti di
panni di grana e di seta molto bene a ordine, come suol fare quando va a
piacere. Giunto in questo luogo monta sopra un cavallo e, preso un arco, tira
una freccia verso quella parte dove ha determinato di andare a far guerra,
faccendo intendere il giorno della sua partita. Questa nova corre subito per
tutto il regno, e ciascuno viene a porre i suoi padiglioni in quella campagna,
ove stanno sin al giorno determinato di partire; passato il quale, ordina che
immediate sia posto fuoco in tutta la citt, eccettuando li palazzi, fortezze e
case di orazione, e di alcuni signori, che non sono coperte di paglia: e questo
fa acci che tutti vadino alla guerra a morire con lui, con le mogli e
figliuoli. E a tutti questi, tenendoli alla guerra, fa dar soldo grande,
principalmente alle donne da partito, che son le inamorate del campo, le quali
non combattono, ma gl'innamorati son quelli che per amor loro fanno cose
maravigliose e di prodezza: e dicono che da molti altri regni vi concorre nel
campo gran moltitudine di uomini per causa di queste tali donne, fra le quali
ne sono di molto belle, e massime alcune favorite del re, che stanno con gran
riputazione e sono ricchissime, e ciascuna tiene ai suoi servizii sei o sette
giovani datele dalle madri per allevarsele, e stanno nella corte con le loro
provisioni, il che vien riputato a grande onore. E non sono passati molti anni
che mor una di queste tali che non aveva figliuoli n eredi, e lasci il re
suo erede, il qual ebbe di tal cosa sessantamila pardai, oltre dodicimila che
costei aveva dati ad una sua serva allevata da piccola: e di questo non  da
maravigliarsi, perch la ricchezza di questo regno  infinita. Hanno per gran
tesoro le gioie, cos il re come gli uomini ricchi, chi le comprano a gran
prezzo; sono gran cacciatori, cos di far volar come di cacciare; vi sono molte
chinee piccole che vanno di portante.


Del regno di Orixa.

Passato il regno di Narsinga, si trova quello che  chiamato di Orixa, che
confina con lui da una banda, e dall'altra col regno di Bengala, e dall'altra
con quello di Dely.  abitato da Gentili, e il re  gentile, molto ricco e
potente. Tiene molte genti da piedi, e spesse volte ha guerra col regno di
Narsinga, avendoli prese per forza molte terre e luoghi, e quello all'incontro
occupatene molte sue, di maniera che poco stanno in pace. Di queste tal genti
ne ho avuto poca informazione, per esser poste molto fra terra; solamente
intesi che vi sono pochi Mori, e il resto tutti Gentili, che sono molto buoni
uomini da guerra.


Del regno di Dely.

Passato il detto regno di Orixa, pi avanti vi si trova un altro regno grande
nominato Dely, pieno di molte terre e citt, dove sono molto grandi e ricchi
mercatanti che sono tutti mori, e il re  moro e gran signore. In altro tempo
fu questo regno di Gentili, di quali tuttavia ne sono molti che vivono fra
questi Mori molto tribulatamente; e assai di questi, per esser gentiluomini e
persone onorate, non volendo star soggetti alli Mori, escono del regno e
pigliano abito da poveri e vanno ramenghi pel mondo, non si fermando in alcun
paese sin alla morte. Non vogliono avere n posseder robba, poscia che
perderono il lor regno e possessioni; vanno ignudi e scalzi, con la testa
scoperta: solamente cuoprono le loro parti vergognose con un brachiero di
ottone in questa forma, che hanno una cintura di ottone fatta alla moresca di
pezze che si movono, di larghezza di quattro dita, incavate con molte imagini
di uomini e donne scolpite e lucenti, e la portano tanto stretta che gli fa
star il ventre alto, e da detta cintura esce di dietro fra le natiche un
brachiero del medesimo ottone che vien a far davanti una brachetta, il qual si
serra nella medesima cintura con le sue serrature molto bene strette. Oltre di
questo portano molte catene di ferro al collo, al traverso e alle gambe; hanno
imbrattati il corpo e il viso di cenere, e hanno al collo un cornetto piccolo,
negro, fatto a modo di quello di cavallari, col qual vanno sonando, dimandando
da mangiare alle case dei re, gran signori e alle case di orazione. Camminano
assai insieme, come fanno i Zingani; costumano di star in ciascuna terra pochi
giorni. Questi communemente sono chiamati ioghi, e nella loro lingua coames,
che vuol dire servitori di Dio. Sono berrettini, e ben disposti e proporzionati
del corpo, e di gentil aspetto; portano i capelli senza pettinarli, e fanno
molte treccie avolte atorno il capo. Pi volte loro dimandai perch andavano a
questo modo; mi rispondevano che portavano quelle catene adosso per penitenza
del peccato che avevano commesso, lasciandosi far cattivi da cos mala gente
come sono i Mori; e che andavano ignudi per disprezzo, avendo lassate perder le
lor terre e case dove Iddio gli aveva fatti nascere; e che non volevano pi
possessioni n robba, poi che perderono le loro, per le quali dovevano morire;
e che s'imbrattavano di cenere accioch si ricordassero che di terra erano nati
e in quella dovevano ritornare, e che tutto il resto era vanit. Ciascuno di
costoro aveva il suo sacchetto attaccato alla cinta pieno di cenere, e tutti li
Gentili del paese se ne facevano dare per divozione e se la spargevano sopra il
capo, il petto e le spalle, faccendo certe stricche lunghe. Costoro praticano
per tutta l'India tra' Gentili, molti de' quali si fanno di questi ioghi;
nondimeno la maggior parte di loro sono di quelli del regno di Dely. Mangiano
di tutti i cibi e non osservano alcuna idolatria; si mescolano con ogni sorte
di persone, n si lavano come gli altri, se non quando gli vien fantasia.
In questo regno di Dely si trovano di buoni cavalli, che ivi nascono e vi
vengono cavati per altre parti. Le genti del regno, cos Mori come Gentili,
sono valenti uomini da guerra e molto buoni cavalieri, e armate di molte sorti
d'armi. Sono arcieri e uomini molto forti; portano lancie, spade, daghe, mazze
fatte di acciaio, con le quali combattono, e alcune rote di acciaio, che
chiamano cecharany, larghe due dita e acute dalla parte di fuori come rasori, e
di dentro ritonde e aperte, le quali sono della grandezza d'un piatto piccolo:
e ne hanno sempre sette overo otto poste nel braccio sinistro, e presa una di
queste e messovi dentro il dito della mano dritta, la vanno aggirando molte
volte e poi la tirano contra i lor nimici, e se s'imbattano a darli in un
braccio o piede o nel petto lo tagliano tutto, di sorte che con queste tal armi
fanno gran guerra, e sono molto destri in tirarle. Questo re di Dely confina
con i Tartari; tien sotto di s molte terre tolte al re di Cambaia e di Decan,
e li suoi capitani l'acquistorno con le sue genti, nondimeno dapoi in spazio di
tempo se gli rebellorno incontra, faccendosi chiamar re.


Baxana, arboro tossicato; nirabixi, frutto contra il veneno.

In questo regno di Dely si trova una sorte d'arbore detta baxana, che ha la
radice velenosa, conciosiacosach uno che la mangi more di subito; e il frutto
di quello, detto nirabix,  di tanta virt che ammazza tutti i veleni, e d
vita a tutti gli attossicati dalla detta radice e da ciascuno altro veleno.
Questi ioghi che vengono dal detto regno portano di questa radice e frutti, de'
quali ne danno alli re d'India, e similmente portano alle volte dell'alicorno,
e alcune pietre dette paxar, che hanno gran virt contra i veleni. Questa tal
pietra  berrettina e tenera, di grandezza di una mandorla, la qual vien detto
ritrovarsi nel capo d'un animale, ed  di grandissima riputazione tra
gl'Indiani.


Del paese di Malabar.

Passata la provincia di Tulimar, dietro la costa del mare che  del regno di
Narsinga, che comincia dapoi Cumbala, appresso il monte di Dely, e finisce a
capo Cumeri, questa lunghezza di costa pu essere da trecentonovanta miglia: e
quivi comincia il paese di Malabar, il quale anticamente signoreggiava un re
detto Sema Perimal, ed era gran signor. E possono esser da seicentodieci anni
che li Mori della Mecca cominciorno a scoprir l'India e navigar per quella, e
per causa del pepe vennero in questo paese di Malabar, ad un porto di mare
detto Coulon, ove la maggior parte del tempo stava il detto re. E continovando
questa navigazione per alcuni anni, fecero tanta amicizia e intrinseca
conversazione con quello, che a persuasione loro si fece moro, deliber di
lassar il regno e andar a far la sua vita alla casa della Mecca; ma nel viaggio
mor. E avanti ch'ei si partisse, volse divider tutto il suo regno di Malabar
fra' suoi parenti, che  successo poi nei lor discendenti, come sin al d
d'oggi si ritrova. All'ultimo, avendo dispensato il tutto e non li restando se
non il paese dove voleva imbarcarsi, ch'era una spiaggia disabitata di trenta o
trentasei miglia, ritrovandosi accompagnato pi dai Mori che da' Gentili, ai
quali avendo dato ci che aveva s'erano dipartiti, li venne veduto un
giovanetto suo nepote che lo serviva per paggio, e amandolo grandemente volse
dargli detta spiaggia, comettendogli che la facesse abitare: e cos quivi dove
mont in nave fu edificata la citt di Calicut. Li dette ancora molte
preminenzie, cio che gli consegn la sua spada e un candellier che per
riputazione si faceva portar innanzi, e ordin agli altri signori suoi parenti,
ai quali aveva diviso il regno, che tutti l'obbedissero, eccettuando il re di
Coulon e Cananor: e cos ordin tre re nella terra di Malabar, e che alcuno non
potesse far batter monete se non questo suo nepote e suoi discendenti, che sono
li re di Calicut; e montato in nave si dipart. Da quel tempo in qua gl'Indiani
cominciorno il millesimo degli anni loro, s come noi lo pigliamo dal
nascimento di nostro Signor Ies Cristo, perch li Mori presero quel tempo e
luoco in gran devozion, e non volsero nell'advenir andar a cargar pi in altra
parte il pepe, perch in quello il detto re per salvarsi l'anima si fece moro,
e quivi mont in nave per la Mecca.
Questa citt di Calicut  molto grande e nobile, di molti mercatanti
ricchissimi e di gran traffico di mercanzie; e si fece detto re maggiore e pi
potente di tutti gli altri, e si chiam Comodri, che  titolo di onore sopra
gli altri re. E cos (come  detto) quel gran re di Malabar non volse ch'altri
fossero re se non questi tre, cio il Comodri, che si chiamava Cunelanadyri, il
re di Coulon, detto Benatederi, e il re di Cananor, chiamato Coletri. Vi sono
ben molti altri signori nella terra di Malabar che vogliono chiamarsi re, ma
non sono, perch non possono far batter moneta n far coprir case con tegole,
sotto pena che tutti gli altri si sollevino a distruzion loro ogni volta che
volessero contravenire questo tal ordine. Nientedimeno li detti re di Coulon e
Cananor, doppo alcun tempo, fecero batter monete nelle loro terre, senza aver
alcuna facult di farlo. Usano per tutto il paese una sola lingua, che si
dimanda malcama, e tutti li re sono d'una sola legge e quasi de' medesimi
costumi. Nelli detti regni di Malabar vi sono disdotto sorti di Gentili, e
ciascuna d'esse  molto diversa dall'altre, di sorte che una non si vuol
toccare con l'altra, sotto pena di morte e disonor e perdere tutti i beni; e
tutti tengono costumi separati circa le lor idolatrie, come si dichiarir.


Costumi delli re e paese di Malabar.

Questi re di Malabar, come  detto, sono gentili e onorano li loro idoli. Sono
berrettini e quasi bianchi; ve ne son de negri, che vanno ignudi, e dalla cinta
a basso coperti di panni bianchi di gotton; e alcuni vestonsi talora con alcune
vesti piccole aperte dinanzi, corte a mezzo il ginocchio, di panno sottilissimo
di gottone, o vero di grana molto fina o seta o broccato. Sopra la testa
portano li capelli legati di sopra, e alcune fiate una berretta lunga fatta a
modo di una celata di Galizia, e vanno discalzi; radonsi la barba e lassano li
mostacchi molto lunghi, come i Turchi. Hanno le orecchie molto sbucate, con
pendenti di gioie ricche e pietre anco poste in castoni d'oro; nelle braccia
dalli gombiti in suso braccialetti d'oro con le medesime gioie, e filze di
perle grosse. Alla cinta sopra i panni portano cinture larghe tre dita, dove
sono poste gioie tutte preziose, molto ben gastonate e acconcie; ma sopra il
petto, le spalle e la fronte si fanno tre righe di cenere attaccate, per
esserli comandato cos dalla lor legge, acci si ricordino che debbono tornar
in cenere. E quando morono bruciano i lor corpi, e cos gli resta questa
cerimonia, la quale cenere impastano con sandali e zaffarano, legno di aloe e
acqua rosa, insieme macinate e fatte sottili. Quando stanno in casa seggono
sempre sopra un poggio che sia alto, dove non vi  alcun solaro: e questi poggi
son molto lisci e imbrattati con sterco di vacca molto sottilmente una volta il
giorno, e quivi hanno una tavola bianca di quattro dita d'altezza e un panno di
lana negra naturale e non tinta al modo d'un tapeto, di grandezza d'una
felzetta che noi chiamamo, o vero un razzo piegato in tre pieghe, e vi seggono
sopra appoggiandosi ad alcuni cussini ritondi e lunghi di bambagio, e anco
sopra tapeti ricchi e panni d'oro e di seta, sopra i quali anco si assentano,
ma non lassano giamai di non avere detto panno o sotto o vero appresso di loro,
e questo fanno per conto di riputazione e grandezza. E spesso vanno a riposarsi
in alcune carriole piccole, con stramazzi coperti di seta e di panni bianchi. E
quando alcuno gli va a visitare, pigliano quel panno negro e se lo pongono
appresso, e quando escono di casa, lo fanno portar piegato ad un paggio che li
vadi avanti per conto di onore, e similmente si tengono appresso una spada, e
se vogliono mutar luogo e metterla in un altro la portano nuda, secondo che per
la maggior parte la portano.
Questi re non si maritano, n hanno alcuna legge di matrimonio; hanno solamente
un ordine di tenere a sua posta una giovine, di legnaggio di gentiluomini che
chiamano Nairi, la qual sia bella e graziosa. Questa fanno stare appresso il
lor palazzo, e vien servita onoratamente; le assegnano una quantit di danari
per la spesa ch'ella fa, e ogni volta ch'ella gli venga a noia la pu lassare e
pigliarne un'altra. Molti di loro per onest non la cambiano, n fanno alcuna
mutazione, e le dette non s'affaticano in altro se non in farli piacere ed
esserli grate per quell'onore e favore che ricevono. Li figliuoli che nascono
di tal giovane non sono reputati per loro figliuoli, n ereditano il regno n
cosa alcuna del re: solamente ereditano quello della madre; e insino che sono
piccolini, gli sono pur fatte carezze dal re, come a figliuoli d'altri che
facesse allevare, ma come sono uomini fatti non hanno pi credito che di esser
figliuoli di lor madre. A questi tali il re talora fa gran presenti di danari,
acci si possino mantenere pi onoratamente che non fanno gli altri
gentiluomini. Gli eredi di detto re sono suoi nepoti, figliuoli di sue sorelle,
perch questi tengono per loro successori, sapendo che nascono del ventre di
lor sorelle, le quali non si maritano n hanno mariti certi, per esser molto
libere ed esenti di poter far del corpo loro ci che vogliono, di modo che il
legnaggio delli re di questa terra e il vero ceppo  posto nelle femine: cio,
se una donna partorisse tre o quattro maschi e due o tre femine, il primo  re,
e cos tutti gli altri fratelli, li quali morendo eredita uno figliuolo della
sorella pi vecchia, che  nepote del re, e poi gli altri fratelli doppo lui, e
mancando ancor questi li figliuoli dell'altra sorella, e cos va sempre il
regno da fratelli a nepoti, figliuoli delle sorelle. E se per ventura o
disgrazia a queste donne intravenisse di non far figliuoli maschi, non le
reputano che siano atte ad ereditare il regno, e loro in tal caso si riducono
insieme a consiglio e ordinano per re alcuno loro parente, se l'averanno, e non
l'avendo chiamano qualche altro che sia atto a questo: e per questa causa
succedono li re di Malabar molto vecchi quando regnano. E li nepoti o frattelli
(de' quali ha da venir il legnaggio di re) sono molto onorati, e similmente
sono onorate queste tali donne e molto servite, e hanno grandi entrate per
potersi mantenere in riputazione. E quando sono in et di poter partorire, che
 di 13 in 14 anni, mettono in ordine una gran festa, e fanno presenti grandi a
qualche giovane gentiluomo onorato, de' quali ne son molti che sono deputati a
far questo effetto, e lo mandano a chiamare che venga a pigliar la verginit
alla tal giovine e ingravidarla: ed egli viene, e fanno gran feste e cerimonie,
e lega al collo della detta alcuna gioia di valuta, la qual ella porta tutto il
tempo della sua vita per segnal di esserle stata fatta tal cerimonia e di poter
far della sua persona ci che le piace, perch sin che non  fatta tal
cerimonia non pu disponer di s in alcun modo. Il gentiluomo vien molto ben
servito, e sta con lei alcuni giorni, e poi se ne ritorna a casa sua; e alcuna
volta resta gravida, alcuna no, e da l poi per suo piacer piglia qualche
Bramino che pi le piaccia, e di lui ingravida e partorisce.
Questo re di Calicut, e cos gli altri re di Malabar, quando muoiono gli
abbruciano in un campo, con molte legne di sandalo e legno d'aloe. E quando
l'abbruciano, si congregano tutti i suoi nepoti, fratelli e parenti pi
prossimi, e tutti li signori grandi del regno e li servitori domestici del re,
per onorarlo. E avanti che l'abbrucino lo tengon tre giorni morto, aspettando
il giungere e mettersi insieme de' sopradetti, e che lo vegghino s'egli 
mancato di sua morte naturale over se egli  stato ammazzato, per vendicarlo,
come sono obligati in caso di morte violenta: e questa cerimonia viene
osservata con gran diligenza. Abbruciato che l'hanno, subito si radono dai
piedi sin al capo, eccetto le palpebre e le ciglie, cominciando dal principe
che eredita sino al pi piccolo fanciullo del suo regno che sia gentile, e si
nettano li denti, e lassano allora tutti generalmente di masticar la foglia di
betella per tredici giorni: e se in questo tempo si trovasse alcuno che la
masticasse, gli tagliano le labbra per giustizia. Il principe in questi tredici
giorni non comanda e non  tenuto per re, e questo fanno per veder se alcuno si
leva e gli contradice. E compito il detto tempo, tutti i grandi e governatori
vecchi lo fanno giurar di mantener tutte le leggi del re passato e pagar tutti
li suoi debiti, e di travagliarsi e affaticarsi di ricuperar tutto quello che
li re passati perderono: e questo giuramento lo fa tenendo una spada ignuda
nella mano sinistra, e la mano destra pone sopra un vaso pieno d'oglio ove sono
molti stoppini accesi, e dentro v' uno anello d'oro, el qual tocca con le
dita, e qui giura di mantenere il tutto con quella spada. Fatto il giuramento,
gli buttano sopra la testa del riso, con grandissime cerimonie di orazioni che
fanno verso il sole, il quale adorano. E subito certi uomini grandi che sono
come conti, che loro chiamano caimaes, e tutti gli altri del lignaggio reale e
signori grandi, lo giurano nel medesimo modo di servirlo ed essergli leali e
veritevoli. In questi tredici giorni comanda e governa tutto lo stato, come il
medesimo re, un di questi tal caimaes, che  come gran cancelliere del re e di
tutto il regno: il qual carico di dignit  suo di ragione e va di erede in
erede. Costui  similmente tesorier maggiore del regno, senza il quale il re
non pu andar a vedere il tesoro, n di quello levar cosa alcuna, se non vi 
qualche gran necessit, e col consiglio di costui e di molti altri: in poter
del qual uomo stanno tutte le leggi e ordini del regno. E in questi tredici
giorni non si pu mangiar carne n pesce, n alcuno pu pescare sotto pena
della morte. Danno in questo tempo grandissime limosine della robba del re, e
da mangiare a molti Bramini. Finiti che sono i detti giorni, tutti mangiano ci
che vogliono salvo il re nuovo, che guarda la medesima astinenza per un anno,
n si fa la barba, n si taglia i capelli n alcun pelo del suo corpo, n manco
le unghie. Dice certe orazioni ogni giorno; non pu mangiare se non solo una
fiata, e avanti che mangi bisogna che si lavi, e dapoi lavato non pu veder
alcuno sin che non ha finito di mangiare.
Questo re fa di continuo residenza nella citt di Calicut, in certi palazzi
grandissimi che ha fuori della citt; e compito l'anno di questo duolo, vien
colui che ha da succedere dopo, che si chiama principe, e cos gli altri del
medesimo sangue reale e tutti li grandi e signori del paese, a vedere il re
nuovo e onorarlo, in una cerimonia che si fa nella fine del detto anno. E
allora si danno grandissime limosine, e si spende gran quantit di danari in
dar mangiare a molti Bramini poveri, e a tutti quelli che son venuti a vederlo,
e alle sue genti di guerra: e vengono a questa festa da centomila persone in
su. Quivi confermano il principe che deve esser erede doppo il re, e similmente
gli altri per successori di grado in grado, e a tutti li signori confermano li
loro stati. Li governatori veramente e officiali che furono dell'altro re li
conferma o vero muta come gli pare e piace, e gli spedisce e manda a far li
suoi offici, e manda il principe alle sue terre che gli sono state confermate,
il qual non pu pi entrar in Calicut fin che 'l re non more: ma tutti gli
altri successori possono andare e venir alla corte e far residenza in quella. E
quando il principe detto si parte, uscito che egli  di Calicut e passato un
ponte che  sopra un fiume, piglia un arco in mano e tira una freccia verso la
casa del re, e fa una orazione con le mani alzati a modo d'adorare, e poi se ne
va al suo viaggio. Ma quando la prima volta lo viene a vedere per farsi
confermare, conduce seco tutti i suoi gentiluomini, con varii instrumenti, che
sono nacchere, tamburi, trombette, piffari, flauti, e certa sorte di strumenti
a modo d'una guaina di ottone, con i quali fanno una soave armonia. Li
gentiluomini vengono innanzi in ordinanza, come si costuma in una processione:
cio li arcieri sono i primi, seguitano poi le picche, e dietro quelli delle
spade e targhe. Il re esce del palazzo e si mette a una porta grande in piedi,
e sta ivi guardando queste gente che vengono a fargli riverenza, che  a modo
d'adorarlo, le quali van mettendosi da un capo: e fino che compino di giugner e
passare si consuma lo spazio di due ore. Poi all'ultimo il principe appare
lontano un tiro di balestra con una spada nuda in mano, faccendola brandir
molte volte, e con il viso alto, gli occhi fissi verso dove  il re; e come lo
vede l'adora buttandosi in terra col viso e con le braccia distese, e giace
cos un poco, e tornatosi a levar viene avanti alquanto spazio, e brandendo pur
la spada molte volte con gli occhi drizzati verso il re, e a mezzo cammino fa
di nuovo il medesimo d'adorarlo, distendendosi in terra. Il re veramente di
continuo lo guarda, senza moversi punto n far atto alcuno. Levato poi il
principe in piede, se ne viene dove sta il re e quivi si butta in terra la
terza volta: allora il re fa duo passi e gli porge la mano e lo fa levar suso,
e cos ambedue entrano nel palazzo, e il re si va a sedere sopra un letto
ornato, e il principe con tutti gli altri che hanno ad essere eredi gli stanno
in piedi avanti con le spade ignude nella mano dritta, e la sinistra si pongono
sopra la bocca, che  segno di gran sommissione, lontani un poco dal letto del
re, col qual parlano con gran riverenza, stando queti fra loro; e se gli 
necessario di parlare, lo fanno cos pianamente che alcuno non gli ode, di
maniera che, se vi son duamila uomini nel palazzo, niuno gli ode parlare n
tossir n sputare.
Il detto re di Calicut tien di continuo nel suo palazzo molti scrivani, che
stanno tutti separati in una sala e lontani dal re, e sopra alcuni banchi
scrivono tutte le cose pertinenti alli negozii del re, e delle limosine e del
soldo che fa dar a ciascuno, e le querele che sono sporte, e similmente li
conti delli riscotitori delle entrate. E il tutto scrivono sopra alcune foglie
lunghe di palmiere, senza inchiostro, con alcuni stili di ferro, con li quali
fanno le linee intagliate con le lor lettere, nel modo che noi scrivemo le
nostre. E ciascuno di questi tali tiene fasci di queste foglie scritte e da
scrivere: dovunque vanno, se le portano sotto il braccio, e lo stilo di ferro
in mano, di modo che sono tutti cognosciuti per scrivani del palazzo. Fra
questi ve ne sono otto molto familiari del re e molto onorati, che gli stanno
di continuo alla presenza con i detti stili e le scritture sotto il braccio,
perch se il re vuol comandar che si facci cosa alcuna, suole adoperar costoro:
e per stanno sempre pronti con molte di queste foglie, delle quali n'hanno
anco di nette e bianche, ma sottoscritte per mano del re, perch, comandandoli
che faccino presto una spedizione, la scrivono sopra le dette foglie e mandanla
via immediate. Sono li detti scrivani di gran credito, e la maggior parte
vecchi onorati. E quando si levano la mattina e vogliono cominciar a scrivere,
pigliano lo stile e la foglia in mano, e ne tagliano un poco con l'altro capo
dello stilo, che  fatto tagliente a modo di temperarino, e sopra quel pezzo di
foglia scrivono li nomi delli loro Dei, e alzando le mani verso il sole
l'adorano: e compita l'orazione squarciano la detta scrittura, buttandola via,
e poi cominciano a scrivere ci che vogliono.
Questo re tiene mille donne a' suoi servizii, alle quali paga di continuo
soldo, e sempre stanno nella corte, per spazzare il palazzo e casa del re: e ne
tengono molte a questo officio per riputazione, e cos a tutti gli altri
servizii, conciosiacosach per spazzar ne basteriano cinquanta, ma ne sono
deputate molte pi. Queste sono gentildonne, ed entrano nel palazzo a spazzarlo
due volte il giorno, e ciascuna porta una scopa davanti e un bacino grande
pieno di sterco di vacca stemperato in acqua, e tutto quello che scopano vanno
poi imbrattando con la mano dritta di quello sterco una volta, cos sottilmente
che immediate si secca. E queste non servono tutte a un tratto, ma si mutano a
parte a parte. E quando il re passa da un palazzo all'altro, o vero vada a
piedi a casa alcuna di orazione, queste vanno con detti bacini imbrattando la
strada dove il re ha da passare.
E voglio narrare una festa grande, che altre volte io viddi, la quale sono
obligate dette donne di far al nuovo re, passato l'anno del duolo e della
astinenzia. Queste tutte si riducono insieme, cos giovane come vecchie, in
casa del re, e quivi si vestono con molte gioie, paternostri d'oro,
braccialetti e manigli d'oro, anelli con gioie, e anco intorno le gambe. Le lor
vesti dalla cinta in gi sono di ricchi panni di seta, di bambagio
sottilissimi, fini; dalla cinta in su vanno tutte ignude, ma profumate con
infinite sorti d'odori preciosi, oltra quel del sandalo, muschio e acqua rosa.
Hanno le treccie piene di fiori, e nelle orecchie molti pendenti di gioie e
perle, ma i piedi sono discalzi, come sempre sogliono andare. Qui vengono
musici di varie sorti d'instrumenti, e infiniti che tirano schioppi e fuochi
artificiati. Si riducono molti gentiluomini ad accompagnarle, benissimo vestiti
di seta e galanti, e questi sono li loro innamorati. Fanno venir sette o vero
otto elefanti coperti di panno di seta, che hanno d'intorno infinite campanelle
attaccate, e con alcune catene di ferro che gli vanno di sopra, e pigliano un
idolo di forma orribile e spaventoso e lo pongono sopra il maggior elefante,
nelle braccia d'un sacerdote che ivi sta a sedere. E cominciando a sonare,
cantare e tirare schioppi e fuochi, se ne vanno per una strada larga ad una
casa d'orazione, dove pongono gi dall'elefante l'idolo, il qual dicono che si
vuol vedere con quell'altro che  in detta casa, e fanno tal cerimonie che par
che si salutino e si parlino insieme: vi concorre tutto il popolo a vederli e
adorarli. Ciascuna di queste mille donne ha un bacino grande d'ottone pieno di
risi, e in cima di quelli son posti alcuni candellieri d'olio con molti
stoppini accesi, e fra li candellieri fiori in copia; e non si partono dalla
casa di questo idolo per andare al palazzo del re, dove l'hanno a mettere gi,
se non nel far della notte, e quivi cominciano una bellissima ordinanza a otto
a otto, ciascuna col suo bacino e i lumi accesi, e l'idolo sopra l'elefante 
l'ultimo. Sono alcuni uomini deputati che portano olio di susimani per
aggiungerne ai candellieri di ciascuna, perch mettono gran tempo in questa
processione, andando pian piano. Li loro innamorati veramente son quelli che
fanno cose meravigliose, non si partendo mai ciascuno dalla sua e parlandole
con gran cortesia, e loro asciugan il sudor dal viso con fazzuoli di seta, e
per recrearle le mettono in bocca delle foglie di bettelle acci che le
mastichino; hanno ancora alcuni ventagli e le vanno faccendo fresco,
conciosiach sono molto affannate dal peso di bacini, li quali tengono alti con
ambedue le mani, e bisogna che vadino dritte per conto di candellieri. E di
continuo tutti gl'instrumenti vanno sonando, e buttando in aere molti fuochi
artificiati. Vi portano similmente alcuni arbori, ch'accesi durano per grande
spazio di tempo, cosa maravigliosa e stupenda a chi la vede di notte. Vengono
ancora avanti a detto idolo, ma dalle bande, alcuni gentiluomini come
infuriati, che con le proprie spade si danno a lor medesimi delle coltellate
sopra la testa e sopra le spalle, mugghiando e buttando la schiuma dalla bocca,
e dicono che gli dei sono loro entrati adosso e constringonli a far questo.
Seguitando poi molte ballarine e buffoni, che vanno saltando, faccendo in aere
molte volte e leggiadrie. Gli ultimi sono li governatori e principali uomini
del regno, che vengono ordinando e disponendo quella processione, la qual si fa
con grandissimo ordine sin al palazzo, ove ognuno va poi a casa sua.
Questo re sta sedendo per la maggior parte sopra i suoi letti, dove gli tengono
compagnia alcuna volta i suoi servitori domestici, li quali gli fregano le
braccia e le gambe e anco il corpo, e un paggio sta con una tovaglia al collo e
gli porta delle betelle per dargliene a masticare, le quali tiene alcuna volta
in una cassetta dorata e dipinta e guarnita d'argento, e alcune volte in un
piatto d'oro: e gliene va porgendo a foglia a foglia, imbrattata con un poco di
calcina fatta di scorza di ostrighe, e stemperata con acqua rosa a modo di
salsa, posta in un vasetto d'oro; e similmente gli d della areca, che  un
pometto piccolo tagliato in pezzi, e mescola tutto insieme. La qual cosa gli fa
la bocca rossa, e quel che ei sputa  come sangue: e vi  appresso un altro
paggio che tiene una coppa grande d'oro in mano, nella quale vi sputa quel
succo di detta foglia, perch non la inghiotte, e si lava di momento in momento
la bocca, di modo che sempre va mastigando la detta foglia.
Il modo del suo mangiare  di questa maniera, che alcuno non lo pu vedere, se
non quattro o cinque che solamente lo servono. E prima che si metta a mangiare
va in uno stagno d'acqua, la quale ha nel suo pallazzo chiara e netta, e quivi
nudo fa la sua orazione con molte cerimonie, e adora tre volte verso oriente, e
tre volte va intorno, e tre altre volte si butta sotto l'acque sommergendosi.
Dipoi si veste panni netti, profumati e lavati ogni volta di nuovo, e mettesi a
sedere in un luogo deputato per mangiare nel piano, imbrattato di sterco come 
detto di sopra, o vero in una tavola molto bassa e rotonda, e sopra la qual 
posto un gran piatto d'argento, e in quello molti salarini d'argento piccoli,
tutti voti. E avendoli cos avanti, viene il cuoco, che  Bramino, con una
pignatta di rame piena di riso cotto, che sia molto bene asciutto, e con un
cuchiaretto ne mette nel mezzo del piatto un monticello; dipoi gli porta molte
altre pignatte con diversi mangiari, e ne mette di ciascuna sorte nelli detti
salarini. Allora il re comincia a mangiare con la mano dritta, pigliando del
riso a man piena senza cucchiaro, e con la medesima piglia di tutti gli altri
mangiari, mescolandoli col riso, e con la mano sinistra non pu toccar cosa
alcuna di quel che ei mangia. Appresso di lui  posto un boccale d'argento con
acqua, e quando vuol bere piglia con la mano sinistra, e tenendolo alto si fa
cascar dell'acqua in bocca, senza toccarla col boccale. Beve a ciascuna vivanda
che gli vien data, cos di carne, pesce, come di legumi ed erbe, le quali
vivande sono condite con tanto pepe che alcuno di noi non lo potrebbe soffrire
in bocca; mai si netta la mano dritta, n ha tovaglia o panno per far questo
effetto, e compito di mangiare si lava le mani. E se nell'ora che ei vuol
mangiare vi si trovasse presente alcun Bramino o suo favorito, li fa mangiare,
ma uno poco lontani da lui; alli quali pongono avanti una foglia di fico
d'India, che sono grandissime, e ciascuno ha la sua innanzi, sopra la qual
mangia come fa il re, e chi non vuol mangiare si diparte, acci non stia dove
mangia il re. E come egli ha finito, se ne ritorna sopra il suo letto, e quivi
sta masticando della foglia del betelle per passatempo.
Ma quando il re vuol andare fuor del palazzo a piacere, o vero a fare orazione
a qualche idolo, vengono chiamati tutti i gentiluomini che si trovano nella
corte, e con ogni sorte di sonatori lo portano sopra una lettica che  coperta
di panni di seta e di gioie. E gli vanno avanti molti uomini, che vanno
faccendo diversi giuochi per dargli piacere: e spesse volte si ferma
guardandoli e lodando chi li sa far meglio. Un Bramino gli porta avanti una
spada nuda e una targa, un altro gli porta uno stocco d'oro, o vero la spada
nella man dritta che gli fu lassata dal gran re di Malabar che si part per
andar a star alla Mecca, la qual serbano come una reliquia, e nella mano
sinistra un'arma che s'assomiglia al fior del giglio. E da ciascuna banda vi
sono duoi uomini con duoi ventagli grandi e ritondi, che gli difende il sole, e
oltra questi duoi altri, pur con duoi altri ventagli grandi, fatti di code
bianche d'animali che s'assomigliano a cavalli, che tra loro sono molto
stimati; e hanno l'asta che le sostengono tutta d'oro, con i quali gli vanno
faccendo vento. E insieme con costoro vien un paggio con un boccal d'oro pieno
d'acqua, e dalla parte sinistra un altro con un d'argento e con una tovaglia
sottilissima, e quando il re si vuol nettar il naso o toccarsi gli occhi o la
bocca, gli danno dell'acqua, e si lava le dita, e la tovaglia per asciugarsi.
Gli portano anco una coppa d'oro, nella qual va sputando la foglia del betelle.
E insieme con lui vengono suoi nepoti e governatori e altri signori che
l'accompagnano, e tutti portano le spade ignude in mano e la targa. E vi sono
di molti buffoni, e molti uomini che saltano e volteggiano in aere, e molti
schioppettieri che di continuo vanno tirando. E se  tempo di notte, gli
portano innanzi quattro gran candellieri di ferro pieni di lampade d'olio
accese, e molte facelle di legno che durano lungamente accese.


Della sorte di giustizia che si fa nel regno di Calicut.

In Calicut vi  un governatore, che loro chiamano talassen, che  gentiluomo
posto pel re, e ha sotto di s da cinquemila gentiluomini, che hanno tutti le
lor provisioni deputate sopra alcune entrate. Costui fa giustizia nella citt,
e del tutto ne rende conto al re. E la giustizia si fa secondo la qualit delle
persone, conciosiach tra loro vi siano diverse sorti di Gentili, cio alcuni
che sono gentiluomini, Chetii, Guzzerati, Biabari, persone onorate; e sotto di
questi alcuni altri che sono gente basse e vili, e schiavi del re e d'altri
signori e governatori della terra. E s'alcuno di questi fa un furto, e che ne
sia fatta querela al re o vero al governatore, mandano a pigliare il ladro, e
trovandoglielo nelle mani o vero confessandolo, se  gentile lo conducono al
luogo della giustizia, dove gli tagliano la testa. Ma se 'l delitto  atroce e
che meriti maggior punizione, sopra un palo alto appuntato gl'inspiedano il
corpo per mezzo le spalle, s che la punta gli esce fuori un braccio dello
stomaco, e a questo modo lo fanno morire. E se il malfattore  moro, lo
conducono in una campagna dove lo fanno morire a coltellate, e se il furto si
recupera s'aspetta al governatore, senza che il patron ne possi avere cosa
alcuna, perch cos dispone la legge, faccendo giustizia del ladro. E se si
trova il furto e che il ladro se ne fugga, vien posto il furto per alcuni
giorni in poter del governatore; ma se non lo possono pigliare, restituiscono
il furto al padrone, restando la quarta parte al governatore. E se il ladro
diniega il furto, lo tengono otto giorni in prigione dandogli mala vita, per
veder se confessa, levandogli il mangiare; e passati gli otto giorni, non
confessando, chiamano l'accusatore e dicongli come il reo non confessa, e se
vuol che pigli il giuramento o vero che lo lassino andare. Allora, se
l'acusator si contenta che giuri, bisogna che il reo facci queste cerimonie:
che prima si raccomandi alli suoi idoli, e che non mastichi la foglia del
betelle, e che si facci netti i denti dalla negrezza ch'ella gli suol fare. Nel
giorno che egli ha da far questo giuramento, lo cavano di prigione e lo
conducono ad uno stagno d'acqua, dove si lava, e poi ad una casa di orazione,
dove in presenza degl'idoli fa il giuramento in questo modo. Essendo gentile,
scaldano una pignatta di rame piena d'olio sino che ella levi il bollore, di
tal sorte che, buttandovi alcuna foglia d'arbore, venga di sopra e quasi salti
fuori, accioch si veda che l'olio  affocato e bollente. E quivi accostatosi
lo scrivano piglia la man dritta del reo, e guarda se egli ha qualche piaga di
rogna o altro male, e scrive come ei tien la mano in presenza della parte; poi
gli comanda che guardi fisso l'idolo e dica tre volte: "Io non ho fatto il
furto del quale sono accusato, n so chi l'abbia fatto", e immediate mette due
dita nell'olio fino ai nodi. E dicono che se non ha fatto il furto, che non si
scotta, e se l'ha fatto, immediate le dita se gli ardono. Danno anco il
giuramento ad un altro modo, che il re manda a chiamare il reo, e se si absenta
l'ha per condennato e lo fa morire, possendolo avere, senza far altra
inquisizione; ma se si presenta chiamano l'accusatore, ed esamina ambidui. E
l'accusator piglia un ramo piccolo d'arbore o vero erba verde, e dice: "Il tale
ha fatto tal cosa", e il reo, pigliando anco egli un ramo d'arbore, dice che
non  il vero. Allora il re fa portar due monete d'oro basso, che possono
valere l'una da 23 maravedis, e la mette sopra una foglia, e allora li manda
via, per ritornare fra otto giorni in casa del governatore a far il giuramento
e provar quel che ciascuno ha detto. E cos vanno e ritornano il d determinato
a casa del governator, dove il reo giura il modo gi detto nel butiro
bogliente; e compito il giuramento gli legano le dita, e tutti due sono
riguardati in una casa che non possono fuggire. E il terzo giorno sligano le
dita e veggono la verit, e se trovano le dita bruciate ammazzono il reo, non
trovandole ammazzano l'accusatore: e se non  uomo di conto, non ammazzano
l'accusatore, ma lo condannono in danari o lo bandiscono; e se egli 
gentiluomo e che il furto sia grande della robba del re, lo tengono in una
camera che  nel palazzo del re, ben guardato, e da quella lo conducono a far
il giuramento.

[Qui mancano molte righe]

In questo regno di Calicut vi  un altro governatore, che fa giustizia per
tutto il regno, eccettuando la citt di Calicut, e si chiama giustizia
maggiore; tiene in ogni terra il suo luogotenente, al quale affitta la
giustizia delle pene pecuniarie, e non di morte. E a questa maggiore hanno
ricorso tutti quelli che si vogliono appellare, ed egli suol referire al re,
che ordina che sia fatto al modo che si fa in Calicut.
In detto regno non fanno morire donna alcuna per giustizia, per gran delitto
ch'ella facci: solamente sono condennate di pene pecuniarie. E se la donna  di
sangue di Naire, e ch'ella faccia qualche error nella sua legge, e che il re lo
venga a saper prima di parenti o fratelli di lei, ordina immediate ch'ella sia
condotta fuor del regno e venduta a Mori o a Cristiani; ma se li parenti o
fratelli lo sanno, l'ammazzano secretamente a pugnalate, e dicono che non lo
faccendo resteriano vergognati, e il tutto  approvato dal re.

